Source: http://www.montedomini.net/it/decreto-di-adeguamento-gdpr-le-nuove-limitazioni-ai-diritti-dellinteressato/
Timestamp: 2019-02-17 08:04:31+00:00
Document Index: 35746266

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 52', 'art. 23', 'art. 2', 'art. 23', 'art. 2', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 47', 'art. 2', 'art. 160']

Decreto di adeguamento GDPR: le nuove limitazioni ai diritti dell’interessato | Azienda Pubblica Servizi alla Persona Montedomini
Decreto di adeguamento GDPR: le nuove limitazioni ai diritti dell’interessato
data notizia: 17/01/2019
Il terzo incontro di questo Speciale sul D.lgs. n. 101/2018 (il “Decreto”), entrato in vigore lo scorso 19 settembre 2018 e recante importanti modifiche alla disciplina in materia di protezione dei dati personali, in particolare relative al D.lgs. n. 196/2003 (il “Codice Privacy”) ha ad oggetto le nuove limitazioni che gli interessati possono subire per ragioni di giustizia e per la prevalenza di una serie di diritti od interessi in contrapposizione a quelli del Regolamento.
Le ragioni di una limitazione
Le novità apportate dal decreto di armonizzazione n. 101/2018 al Codice della Privacy (rispettivamente il “Decreto” e il “Codice”), sulla scorta del Regolamento Europeo n. 679/2016 (il “Regolamento”), sono state così numerose e tecniche da aver portato i commentatori a soffermarsi principalmente sulle tematiche ad immediato impatto a livello di business. È tuttavia utile esaminare anche gli articoli che, pur non avendo ricevuto una sì grande attenzione, hanno introdotto modifiche al nucleo storicamente originario della privacy: i rapporti tra il cittadino e lo Stato.
Mi riferisco all’art. 2-duodecies e 2-undecies del Decreto: il primo relativo alle limitazioni che i diritti degli interessati possono subire per ragioni di giustizia; il secondo relativo ad altre limitazioni sulla base della prevalenza di una serie di diritti od interessi in contrapposizione a quelli del Regolamento.
A questo proposito, è inevitabile rilevare come, nella redazione di questi articoli, sia stato necessario soppesare attentamente i valori in gioco, tenendo conto sempre almeno di due interessi di segno contrapposto: da un lato troviamo l’indipendenza della magistratura e la correttezza dei procedimenti giudiziari; dall’altro, l’effettività dell’esercizio dei diritti previsti dal Regolamento (artt. 15-22), nonché dell’art. 52 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, il quale recita che
“Eventuali limitazioni all’esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente Carta devono essere previste dalla legge e rispettare il contenuto essenziale di detti diritti e libertà. Nel rispetto del principio di proporzionalità, possono essere apportate limitazioni solo laddove siano necessarie e rispondano effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall’Unione o all’esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui”.
È opportuno soffermarsi sul tema dei diritti dell’interessato: una delle innovazioni più rilevanti del Regolamento è stata, in ultima analisi, l’aver espanso e rafforzato non solo tali diritti, ma, portando la protezione dei dati personali al centro del dibattito pubblico, anche la consapevolezza riguardo alla loro possibilità di esercizio. Chiaramente, tale espansione porta con sé il rischio di abuso a cui tali diritti si prestano: si pensi, a titolo di esempio, ad un loro potenziale utilizzo strumentale in ambito giudiziario. Tuttavia, se tale rischio può essere accettato in capo ad un’azienda privata, una siffatta conclusione potrebbe dover essere disattesa in ragione della rilevanza pubblica dell’attività svolta.
Ad ogni buon conto, le limitazioni devono rispettare anche l’espresso dettato dell’art. 23 del Regolamento: esse potranno dirsi valide nella misura in cui rispettino “l’essenza dei diritti e delle libertà fondamentali” e siano “una misura necessaria e proporzionata in una società democratica”. Il richiamo alla proporzionalità, alla necessità e ai principi dello Stato di diritto evidenzia la delicatezza che questo punto può assumere al mutare, nel tempo, delle condizioni politiche.
Il novello art. 2-duodecies stabilisce che nell’ambito di tutti i procedimenti che riguardano latu sensu la magistratura (procedimenti dinanzi agli uffici giudiziari di ogni ordine e grado, dinanzi al Consiglio superiore della magistratura e agli altri organi di autogoverno delle magistrature speciali o presso il Ministero della giustizia), “i diritti e gli obblighi da 12 a 22 e 34 del Regolamento sono disciplinati nei limiti e con le modalità previste dalle disposizioni di legge e di Regolamento che regolano tali procedimenti, nel rispetto di quanto previsto dall’art. 23, paragrafo 2, del Regolamento.”
A ben vedere, nonostante il tenore del richiamato articolo 23, il quale sembrerebbe richiedere delle vere e proprie disposizioni specifiche, l’art. 2-duodecies effettua un rimando generale alle disposizioni extracodicistiche applicabili. Tutte queste norme, anche in ottica futura, dovranno rispettare quanto disposto dall’art. 23, comma secondo. Si tratta dunque di una prospettiva decodificatoria, che lascia la tutela concreta al di fuori dal Codice della Privacy, costituendo una sorta di “vincolo procedurale” alla limitazione dei diritti. Infatti, le necessità di specificazione poste dall’art. 23 svolgono una funzione informativa ex ante nei confronti dell’interessato, il quale dovrebbe essere potenzialmente in grado di conoscere fin da subito le eventuali limitazioni a cui andrà incontro ai sensi della disciplina nazionale.
Inoltre, ai sensi del 2-duodecies le disposizioni specifiche ai sensi dell’art. 23 dovrebbero almeno riguardare le seguenti categorie:
Una rilevante novità rispetto alla disciplina precedente del Codice Privacy, il quale escludeva il diritto all’informativa e il diritto di rivolgere istanze al titolare del trattamento (si veda l’abrogato art. 47.1, lett. a), è l’assenza di qualsivoglia esclusione a priori di alcuni diritti. In altre parole, il diritto di ottenere un’informativa relativa al trattamento è in linea di principio sempre garantito.
Infine, l’articolo 2-duodecies fornisce una definizione accurata di ‘ragioni di giustizia’: si intendono infatti i trattamenti di dati personali “correlati alla trattazione giudiziaria di affari e di controversie, i trattamenti effettuati in materia di trattamento giuridico ed economico del personale di magistratura, nonché i trattamenti svolti nell’ambito delle attività ispettive su uffici giudiziari”. Rispetto al passato, si segnala dunque un notevole ampliamento dell’ambito di operatività della definizione, che dalla sola trattazione giudiziaria di affari e controversie arriva ora a comprendere anche trattamenti altrimenti qualificabili come amministrativi.
L’art. 2-undecies raggruppa tutti gli altri casi in cui, per differenti ragioni, l’esercizio di un diritto tramite richiesta al titolare del trattamento o con reclamo al Garante non può essere esercitato. Il presupposto comune a tali ipotesi è individuato nel rischio della produzione di un pregiudizio “effettivo e concreto” che l’esercizio di tali diritti potrebbe provocare ad altri interessi giuridicamente rilevanti. Questi, nel bilanciamento, sono stati fatti prevalere rispetto ai diritti dell’interessato. Oltre all’attività delle Commissioni parlamentari d'inchiesta istituite ai sensi dell'articolo 82 della Costituzione, che, quando previsto dai regolamenti parlamentari o dalle norme istitutive della commissione d’inchiesta, hanno evidentemente la meglio rispetto ai diritti del Regolamento, all’interno di tale variegato elenco troviamo:
(i) gli interessi tutelati in base alle disposizioni in materia di riciclaggio;
(ii) gli interessi tutelati in base alle disposizioni in materia di sostegno alle vittime di richieste estorsive;
(iii) alle attività svolte da un soggetto pubblico, diverso dagli enti pubblici economici, in base ad espressa disposizione di legge, per esclusive finalità inerenti alla politica monetaria e valutaria, al sistema dei pagamenti, al controllo degli intermediari e dei mercati creditizi e finanziari, nonché alla tutela della loro stabilità;
(iv) allo svolgimento delle investigazioni difensive o all'esercizio di un diritto in sede giudiziaria;
(v) alla riservatezza dell'identità del dipendente che segnala, ai sensi della normativa sul whistleblowing, l'illecito di cui sia venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio.
Ritardo, limitazione ed esclusione dei diritti
Sia per le limitazioni per ragioni di giustizia che per le altre limitazioni si potrà scegliere, oltre alla limitazione vera e propria, tra la il ritardo e l’esclusione dei diritti. In applicazione dei principi generali sopra richiamati, quest’ultima ipotesi – che eliminando anche l’essenzialità del diritto in questione risulta quindi in massimo grado invasiva - parrebbe dover essere relegata ad extrema ratio, come una sorta di clausola di apertura da utilizzare con estrema cautela; in altre parole, parrebbe adeguato graduare anche le limitazioni dalla meno alla più limitante, sulla base di una valutazione caso per caso.
Inoltre, non dovrebbe mai mancare una comunicazione motivata resa senza ritardo all’interessato, per evidenti ragioni di trasparenza. Anche in questo caso, però, il nuovo assetto del Codice prevede la possibilità di escludere la comunicazione nel caso in cui essa compromettesse le finalità della limitazione. L’esclusione è comunque subordinata alle sole finalità sopra descritte, ad esclusione del caso delle commissioni parlamentari, per le quali si applicherà quanto previsto dai regolamenti parlamentari o dalle norme istitutive della Commissione d’inchiesta. Nel caso di esclusione dei diritti, l’unica tutela offerta all’interessato è avvalersi dell’art. 160 del Codice, ovvero ricorrere a quei particolari accertamenti effettuati per il tramite di un componente designato dal Garante.