Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/02/06/il-datore-di-lavoro-e-sempre-tenuto-a-versare-le-ritenute-previdenziali-operate-sulle-retribuzioni-anche-in-caso-di-avvicendamento-nella-carica-di-amministratore/
Timestamp: 2020-08-15 03:58:58+00:00
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Il datore di lavoro è sempre tenuto a versare le ritenute previdenziali operate sulle retribuzioni anche in caso di avvicendamento nella carica di amministratore. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Si segnala ai lettori del blog la sentenza di legittimità n.1511/2019 – depositata il 14.01.2019 con la quale la Suprema corte è tornata a pronunciarsi in relazione alla fattispecie delittuosa dell’omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali in relazione ad una fattispecie nella quale vi era stato un avvicendamento nella carica di amministratore.
La vicenda processuale in sintesi: la Corte d’appello di Trieste confermava la sentenza del Tribunale di Pordenone con la quale il prevenuto veniva condannato alla pena di giustizia per il reato di cui all’art 2 d.l.12 settembre 1983 n. 463, convertito dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, perché, quale legale rappresentante di una s.p.a., ometteva di versare le ritenute previdenziali e assistenziali operate sulle retribuzioni corrisposte ai lavoratori per tre mensilità del 2011 per un ammontare superiore alla soglia di punibilità fissata dalla legge.
Contro la sentenza resa dalla Corte distrettuale la difesa del giudicabile deduceva vizio di legge e di motivazione della sentenza impugnata per non avere il Giudice di appello correttamente valorizzato la circostanza della cessazione della carica di amministratore della società da parte dell’imputato al momento della notifica della diffida ex art. 2, comma 1 bis della legge n. 638 del 1983, di talché, l’omissione penalmente rilevante, non poteva essere ascritta al soggetto tratto a giudizio non potendo egli più regolarizzare la posizione contributiva.
Veniva altresì lamentato vizio di motivazione circa la sussistenza del dolo del reato da escludere nel caso di specie per avere la società avviato un piano di pagamento rateale del debito.
La Suprema corte ha rigettato il ricorso e di seguito, per quanto di interesse per il presente commento, si riportano i passaggi della parte motiva contenenti i principi di diritto applicati al caso di specie:
“Va, anzitutto, ricordato che il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali (art. 2, D.L. 12 settembre 1983, n. 463, conv. in legge 11 novembre 1983, n. 638), in quanto reato omissivo istantaneo, si consuma nel momento in cui scade il termine utile concesso al datore di lavoro per il versamento, attualmente fissato, dall’art. 2, comma primo, lett. b) del D.Lgs. n. 422 del 1998, al giorno sedici del mese successivo a quello cui si riferiscono i contributi, essendo irrilevante, ai fini dell’individuazione del momento consumativo, che la data per adempiere al pagamento sia fissata nei tre mesi successivi alla contestazione della violazione, poichè la pendenza di tale termine determina esclusivamente la sospensione del corso della prescrizione per il tempo necessario a consentire al datore di lavoro di avvalersi della causa di non punibilità di cui all’art. 2, comma primo bis, del citato D.L. (Sez. 3, n. 26732 del 05/03/2015, Rv. 264031).
Il soggetto attivo del rapporto previdenziale è solo ed esclusivamente il datore di lavoro il quale, anche quando delega ad altri il versamento delle ritenute, conserva l’obbligo di vigilare sull’adempimento dell’obbligazione da parte del terzo (Sez. 3, n. 34619 del 23/06/2010, Di Mambro, Rv. 248332; Sez. 3, n. 5416 del 07/11/2002, Soriano, Rv. 223372; Sez. 3, n. 33141 del 10/04/2002, Nobili, Rv. 222252). In tale ambito, tenuto ad adempiere alla diffida inviata ai sensi dell’art. 2, comma 1-bis, d.l. n. 463 del 1983, resta pertanto colui che era obbligato al momento dell’insorgenza del debito anche se, “medio tempore”, ha perso la rappresentanza o la titolarità dell’impresa. Ciò perché il pagamento costituisce una causa personale di esclusione della punibilità, sicché vi è tenuto solo l’autore del reato, tenuto a sollecitare, nel caso in cui altri abbiano assunto la veste di datore di lavoro, perché succedutisi nella carica sociale, questi perché adempia al pagamento nel termine trimestrale decorrente dalla contestazione o della notifica dell’avvenuto accertamento della violazione (Sez. a3, n. 39072 del 18/07/2017, Falsini, Rv. 271473; Sez. 3, n. 19574 del 21/11/2013, Assirelli, Rv. 259741). L’imputato, che non sia più legale rappresentante della società vincolata al versamento contributivo, autore del reato, resta tenuto ad adempiere alla diffida ai sensi dell’art. 2 d.l. 12 settembre 1983, n. 463, conv. dalla legge 11 novembre 1983, n. 638, e può beneficiare della causa personale di non punibilità adempiendo all’obbligazione in nome e per conto di quest’ultima, secondo lo schema del pagamento del terzo di cui all’art. 1180 cod. civ. (Sez. 3, n. 30879 del 27/03/2018, Lazzari, Rv. 273335).
(…)L’assunto difensivo è privo di pregio sotto tutti i profili. Esso è contrario ai principi richiamati in quanto resta tenuto al pagamento colui che era obbligato al momento dell’insorgenza del debito, anche se, “medio tempore”, ha perso la rappresentanza o la titolarità dell’impresa.
(…)Priva di pregio è il rilevo difensivo secondo cui il dolo del reato sarebbe escluso dalla conclusione di un piano di rientro del debito concordato con l’INPS, e ciò in quanto l’elemento soggettivo del reato omissivo proprio, ovvero la consapevolezza dell’omissione del versamento dei contributi INPS, deve sussistere al momento della scadenza dell’obbligazione e dunque, rispetto a questo momento che deve essere apprezzato il dolo del reato, a nulla rileva il successivo piano di rientro del debito”.
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