Source: http://www.labottegadelbarbieri.org/cile-carcere-per-il-machi-celestino-cerafin-cordova-transito/
Timestamp: 2020-01-29 13:39:21+00:00
Document Index: 5317762

Matched Legal Cases: ['art. 474', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 12', 'art 12', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ']

Cile/carcere: per il «machi» Celestino Cerafín Córdova Tránsito – La Bottega del Barbieri
Alle seguenti autorità della Repubblica del Cile:
Sebastián Piñera Echenique, Presidente della Repubblica
Ministerio Secretaría General de la Presidencia / Ministero Segreteria Generale della Presidenza: Gonzalo Blumel Mac-Iver, Ministro; Claudio Alvarado Andrade, Sottosegretario
Ministerio de Justicia y Derechos Humanos / Ministero della Giustizia e dei Diritti umani: Hernán Larraín Fernández, Ministro; Juan José Ossa Santa Cruz, Sottosegretario alla Giustizia; Lorena Recabarren Silva, Sottosegretaria ai Diritti umani; Ignacio Malig, Segretario regionale ministeriale (Se.Re.Mi.)
Ministerio del Interior y Seguridad Pública / Ministero degli Interni e della Pubblica Sicurezza: Andrés Chadwick Piñera, Ministro; Rodrigo Ubilla Mackenney, Sottosegretario agli Interni; Luis Alejandro Mayol Bouchon, Intendente regionale de La Araucanía; María Bélgica Tripailaf Quilodrán, Governatrice della provincia di Arauco
Gendarmería [organo penitenziario]: Maurice Daniel Grimalt Catalán, Direttore nazionale; Colonnello Leonardo Barrientos Rebolledo, Direttore regional de La Araucanía – Centro de Cumplimiento Penitenciario (Penitenziario, CCP) di Temuco: Tenente Colonnello Bernardo Contreras Jeria, “Alcaide” [direttore]; Cristian Vega Godoy e Bessie Castillo Nuñez, funzionarî
Ambasciate della Repubblica del Cile in vari Paesi
Corporación Nacional de Desarrollo Indígena (Corporazione nazionale per lo sviluppo indigeno, CONADI): Joaquín Bizama Tiznado, Direttore nazionale; Pedro Canihuante Cabezas, Sottodirettore nazionale Sud, Sottodirezione nazionale di Temuco
Andrés Mahnke Malschafsky, Difensore nazionale, Defensoría Penal Pública (Difesa penale pubblica, DPP)
Consuelo Contreras Largo, Direttrice, Instituto de Derechos Humanos (Istituto [cileno] per i diritti umani, INDH)
Oficina Nacional de Asuntos Religiosos (Ufficio nazionale per le questioni religiose, ONAR)
Victoria Lucia Tauli-Corpuz, Relatrice speciale delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni
Amnesty International: Segretariato internazionale (Londra, Regnno Unito); Ana Piquer, AI Sezione cilena
Human Rights Watch (New York, Stati Uniti, e São Paulo, Brasile)
altre ONG internazionali per la difesa dei diritti umani
Si prega di inviare le risposte a: <ecomapuche@gmail.com>
Noi, sottoscritte associazioni internazionali per la difesa dei diritti umani, in particolare di quelli del popolo-nazione mapuche e di tutti i popoli indigeni del mondo,
esprimiamo profonda preoccupazione per le condizioni di salute del machi Celestino Cerafín Córdova Tránsito – 31 anni, RUT [documento di identità] 15.827.827-8, membro della Comunità “Chicahual Córdova” di Yeupeko, comune di Padre Las Casas, IX regione dell’Araucanía, Repubblica del Cile – detenuto presso il Centro de Cumplimiento Penitenciario (Penitenziario, CCP) di Temuco dal gennaio 2013.
Il machi (autorità spirituale tradizionale mapuche) fu condannato a 18 anni di reclusione per «incendio con esito letale» (Codice penale della Repubblica cilena, art. 474.1) perpetrato il 4 gennaio 2013 nel comune di Vilcún, che spense la vita di Werner Luchsinger Lemp e Vivian Mackay González (Tribunale di giudizio orale penale di Temuco, causa ordinaria, RIT 220-2013, RUC 1300014341-8, sentenza del 28 febbraio 2014, rettificata con risoluzione del 3 marzo dello stesso anno).
Dal 13 gennaio del 2018, il machi Celestino sta portando avanti uno sciopero della fame con l’obiettivo di ottenere un permesso d’uscita dal carcere per 48 ore per poter tornare al proprio rewe (area verde incontaminata utilizzata come spazio spirituale e cerimoniale, simbolo insieme territoriale e sacro) allo scopo di rinnovare, secondo la cosmologia (cosmovisión) mapuche, le proprie energie spirituali e psicofisiche, tramite il contatto e il rinnovato legame con la Ñuke Mapu (Madre Terra).
il diritto alla libera professione della propria religione, in conformità alla Dichiarazione universale dei diritti umani (art. 18) e, più specificamente, alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (art. 12.1); diritto garantito anche ai/alle detenuti/e dalle Regole minime per il trattamento delle persone detenute delle Nazioni Unite (artt. 6.2 e 42*) e dai Principî e Buone Prassi per la protezione delle persone private della libertà nelle Americhe della CIDH (principio XV “Libertà di coscienza e religione”); e
il diritto al più alto livello possibile di salute fisica e mentale, in conformità al Patto internazionale per i diritti economici, sociali e culturali (art 12.1) e, con più specifico riferimento al diritto di ricorrere alla propria medicina tradizionale, alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (art. 24).
Nel caso presente, la Corte suprema pare sì aver letto il rapporto antropologico allegato al ricorso ma senza comprenderlo autenticamente. La detenzione è di per sé sofferenza ma (come le scienze antropologiche e sociologiche hanno ormai indiscutibilmente comprovato) alle persone indigene causa danni psicologici e fisici più gravi che alle persone avvezze allo stile di vita “occidentale”; un/una machi, in virtù della sensibilità particolare ereditata dai/dalle antenati/e e amplificata attraverso una vita di rigorosa disciplina, risente di tali condizioni con gravità incomparabile. I danni non si limitano al/alla machi detenuto/a, bensì investono la sua comunità, con l’interruzione d’una serie di funzioni spirituali e sociali fondamentali (fra cui la guarigione) – come se un’intera comunità cadesse inferma o mutilata.
Ricordiamo che la norma dettata dall’articolo 10, comma primo, della Convenzione 169 dell’OIL (alla quale la stessa sentenza fa inevitabile riferimento) non costituisce trattamento di speciale favore rivolto a persone appartenenti ai popoli indigeni, quasi fosse un privilegio destinato a esseri di sublime bontà, superiori all’ “uomo medio” citato nella sentenza; trattasi invece di una delle “azioni positive” finalizzate a porre riparo alle molteplici forme di discriminazione che colpiscono i popoli indigeni, a livello sia individuale che collettivo. Le considerazioni espresse dalla Corte suprema, simulando un rispetto puramente formale, sono in contrasto con le stesse fondamenta concettuali della Convenzione 169.
così come a tutti/e i/le machi detenuti/e, ora e in tutte le occasioni di necessità, la richiesta uscita dal carcere per 48 ore per poter tornare al proprio rewe e recuperarvi la salute psicofisica.
Trawunche Madrid (“Assemblea” [in lingua mapudungun] Madrid) – Madrid, Spagna
Comisión de Apoyo a los Pueblos Originarios de Chile (Commissione di sostegno ai popoli originari del Cile) – Ginevra, Svizzera
(*) Ecomapuche sta traducendo e aggiornando in italiano anche la scheda informativa e ne farà la versione inglese con l’appello (del quale esiste già la versione francese e sta per arrivare quella tedesca). Poi tutto sarà messo a disposizione e scaricabile.
* L’articolo 42 fa riferimento unicamente a «servizi [funzioni religiose] organizzati all’interno dello stabilimento [penale]» e al possesso di «libri di preghiera e di educazione religiosa», cioè soprattutto alle religioni monoteistiche tradizionali: tuttavia, un’interpretazione estensiva è evidentemente consentita, poiché la questione essenziale è garantire la libera professione di tutte le religioni senza discriminazione.
LE IMMAGINI SONO RIPRESE DALLA RETE.
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2 Aprile 2018	9:45
Aderisco senz’altro all’appello; sarebbe importante avere la relazione antropologica per farla circolare e farla giungere a molte persone interessate;
purtroppo anche in Italia stiamo vedendo come le pratiche carcero-centriche siano consolidate e dure e a morire;
la cultura mapuche è una ricchezza per tutta l’umanità e va preservata,
spero nei permessi di 48 ore e…altro.