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Timestamp: 2016-09-26 15:48:45+00:00
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155_SILVIOSTORY_2 by Luigi Bosco - issuu
Berlusconi e la P2 (prima parte) - 1978/1981
Tessera n. 1816, codice E.19.78
L’apprendista muratore della P2
a prima reazione è di
quelle tipiche sue: «Ma
vi pare che un Re del
mattone come me possa
essere socio di un club
dove risulta apprendista muratore?». Così Silvio Berlusconi all'indomani della scoperta a Castiglion Fibocchi degli elenchi con i 962 nomi
degli affiliati alla loggia massonica
Propaganda 2. Il blitz dei magistrati
di Milano Gherardo Colombo,Giuliano Turone e Guido Viola risale al
17 febbraio 1981. A quei tempi Berlusconi è non solo un Re del mattone, sta già diventando il tycoon dell’editoria multimediale: ha il 12 per
cento de Il Giornale e ha aperto lo
scontro politico giudiziario tivù private-Rai. «Apprendista muratore» è
la sua qualifica in Loggia.
Indagando sul crack di Michele
Sindona, i pm arrivano prima a Villa Wanda e poi negli uffici di Castiglion Fibocchi e trovano una valigia
con dentro documenti dei servizi segreti, fotocopie e originali che raccontano di esportazioni clandestine di capitali, operazioni finanziarie e gli elenchi degli iscritti. Ci sono
pezzi di ogni settore che conta nella
vita del paese: tre ministri in carica
(tra cui Gaetano Stammati e Enrico
Manca),due ex ministri, il segretario del Psdi, parlamentari, il capo di
gabinetto del presidente del Consiglio Forlani,l’intero vertice dei servizi segreti, il comandante e ufficiali
della Guardia di Finanza, banchieri, editori, giornalisti, magistrati. Ci
sono tutti i partiti, più di tutti Dc e il
Psi di Craxi (segretario dal 1976)
tranne Pci, Pdup e Radicali. Le liste
restano segrete per circa due mesi.
pubblicata ne “Il
corpo del capo”
Belpoliti.
a destra: Licio
gelli, Angelo
Rizzoli, Maurizio
Gervaso.
Tutti iscritti alla
Loggia P2 e
Tycoon di
Diventano pubbliche solo il 20 maggio per volere del Presidente del Consiglio Arnaldo Forlani fino a quel momento contrario.
Per sintesi diciamo che l’inchiesta
penale sulla P2 “muore” il 17 marzo
1983 presso la procura di Roma con
un decreto che è un capolavoro di
detti e non detti. Il lavoro di analisi e
di scavo più importante lo fa la Commissione parlamentare presieduta
da Tina Anselmi (novembre 1981-luglio 1983) che definisce «la P2 un fenomeno gravissimo che coinvolge
ad ogni livello di responsabilità gli
aspetti più qualificati della vita del
paese»; un fenomeno che è «un’insidia perchè colpisce il sistema nella
sua più intima ragione di esistere: la
sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la
Quindi la P2 non è esattamente, come dice Berlusconi, «un Club con le
Il 10 aprile 1978 Silvio Berlusconi avvia la sua collaborazione al Corriere della Sera il
cui direttore, Franco Di Bella, ha aderito alla Loggia Massonica. Nessuno, in redazione, riesce a darsi una spiegazione plausibile dell’ingaggio di un costruttore come editorialista. A
luglio Berlusconi invita, per salvare l’economia, a utilizzare meno Marx e più Adam Smith.
1994, giornalisti candidati alle politiche
«Percepivamo la minaccia»
«Nel 1994 - ricorda Sandra Bonsanti - ci
rendemmo conto dell’immenso conflitto
d’interessi: il proprietario della tv privata
rischiava di controllare anche la Rai»
«Ero nel CdR di Repubblica e avevo visto la
spregiudicata acquisizione di Mondadori.
Per questo ci candidammo, con Miriam
Mafai, Staiano, Giuseppe Giulietti»
persone migliori del paese». La Loggia di Gelli nel 1990 costa al Cavaliere una condanna, poi amnistiata, per
falsa testimonianza. «Sono stato
iscritto per pochi mesi, forse settimane, e non ho mai versato una lira» disse in un processo a Verona per diffamazione contro Guarino e Ruggeri
autori di Inchiesta sul signor tv poi assolti. In realtà Berlusconi si iscrive alla P2 il 26 gennaio 1978 e paga la quota come risulta agli atti della Commissione Anselmi. Interrogato nel 1981
dal giudice istruttore di Milano spiega così la sua adesione: «Me lo ha
chiesto Gelli dicendomi che ci teneva
molto perchè sono uno degli imprenditori emergenti e che dall’iscrizione
avrei avuto canali di lavoro e contatti
internazionali». E’ il 1977, Berlusconi è stato nominato Cavaliere del lavoro, è già molto amico di Craxi, vede come un incubo l’ipotesi compromesso storico così come tutta la deriva a sinistra del paese, la politica non
lo tenta ma ambisce a quei contatti
che gli possono dare il controllo della
situazione. Gelli è uno che la pensa
Negli anni della P2
Berlusconi ha avuto fidi
come lui e s’intendono alla perfezione quando s’incontrano nel 1977 a
Roma tra l’Excelsior e il Grand Hotel.
E poi c’è Roberto Gervaso (tessera
622, grado di maestro) che «insiste
per farmi iscrivere» spiega sempre
Berlusconi, «Gelli ci teneva e magari
lo avrebbe fatto scrivere sul Corriere
della Sera».
Minimizzare, appunto, ignorare.
Ma la P2 non è stata per Berlusconi
una distratta adesione formale. La P2
per Berlusconi è un club di amici garanzia, come gli aveva promesso Gelli, di molti vantaggi. Economici, prima di tutto. Fiori ha calcolato che tra
«dal 1974 al 1981 il Cavaliere ha avuto dalle banche fidi per un totale di
198 miliardi di lire e 622 milioni, 150
miliardi e rotti di fidejussioni e altre
decine di miliardi di mutui». Vantaggi, anche, in termini di visibilità, un
altro modo di ottenere credito: il 10
aprile 1978 sul Corriere della Sera, il
più diffuso quotidiano finito però nella mani della P2 (Rizzoli, Tassan Din
e il direttore Di Bella sono iscritti),
esordisce un nuovo analista economico. Si chiama, e si firma, Silvio Berlusconi.❖
Il 28 gennaio Berlusconi si iscrive alla
P2. Il suo numero di tessera è 1816. Il
grado è apprendista muratore.
Intervista a Sandra Bonsanti
«Il controllo dei media
incipit della grande opera»
«Tra Gelli e il premier ci sono idee comuni, a partire da un
anticomunismo viscerale e dall’importanza data alla tv»
Il 17 marzo i pm di Milano fanno il blitz
a Arezzo e trovano, tra le altre cose,
gli elenchi degli iscritti.
Forlani dà ilvia libera alla pubblicazione degli elenchi solo il 21 maggio.
La Comm. Anselmi termina i lavori
...e intanto nel 1974
È l’anno della strage dell’Italicus e di
quella di Brescia . Si susseguono, negli anni Settanta. attentati, violenza
politica e stragi. Edgardo Sogno è accusato di tentato golpe. Nasce lo
“Shema R” della P2.
Parola di venerabile
lla fine si incontrarono a
villa Wanda. «Signora,
lei mi ha rovinato la vita», fu la reazione di Licio Gelli alla vista di Sandra Bonsanti che da cronista aveva
seguito tutte le vicende del Venerabile e della Loggia deviata P2. Però
accettò di parlare, c’erano i fotografi presenti, e l’intervista su Repubblica potè uscire.
Berlusconi si iscrisse alla P2 nel 1978.
Che tipo di relazione c’era fra loro?
«Tra Silvio Berlusconi e Licio Gelli ci
sono idee comuni, che si ritrovano
nei documenti: l’anticomunismo viscerale, la spiccata ed esplicita propensione per un presidenzialismo
forte. C’è un documento meno famoso del “Piano di Rinascita”, lo
“Schema R” in cui Gelli spiega che
“governare non vuol dire perdere
tempo ma risparmiarlo”. Diciamo
che si sono trovati in sintonia».
Cos’è lo “Schema R”?
La più lunga intervista realizata
a Licio Gelli. Attraversa 60 anni di storia , di vicende pubbliche e private , di
rapporti con i servizi segreti e con gli
esponenti politici. (Ed.Aliberti)
Dite la vostra con...
«Risale al 1975 mentre il “Piano” è
del 1976/77. I due documenti messi a confronto rivelano quale fosse la
doppia anima della P2. Lo “Schema
R” che Gelli consegnò a Nino Valentino, consigliere del presidente Leone, è molto più eversivo: prevede la
revisione totale della Costituzione,
con la riduzione dei poteri della Corte costituzionale, il divieto di manifestare, la limitazione dei poteri sindacali, il ripristino del fermo di polizia. Corrisponde a quello che si muoveva in quegli anni in Italia, con Sogno e Panciardi».
Cosa cambia con il “Piano”?
«Le idee dello schema R, più intrinseche all’animo di Gelli non escludono l’altro tipo di strategia: il controllo dall’interno delle istituzioni».
Perché nel “Piano di Rinascita” manca il presidenzialismo?
«Gelli non ha cambiato idea, come
dimostra l’intervista a Costanzo
sul Corriere della sera del 5 ottobre 1980. È anche l’intervista in
cui il “venerabile” dice che vedrebbe bene un Dc al Quirinale, dove
allora era Sandro Pertini. I suoi fari erano Craxi e Andretti».
Cosa, invece, prevede il Piano?
«La differenziazione delle Camere; la separazione delle carriere
dei magistrati a cui si chiede il test
psico-attitudinale. C’è la frase
“dissolvere la Rai Tv ex art.21”,
cioè in nome della libertà di stampa. Soprattutto c’è la strategia del
controllo dall’interno: scegliere i
giornalisti in ogni testata, uomini
fidati in ogni partito. Nel 1977 Gelli e Ortolani controllano il gruppo
Rizzoli-Corriere della Sera».
A trent’anni di distanza il presidenzialismo non è un tabù. Qual è il discrimine fra legalità e eversione?
«Luigi Covatta, nella commissione
Anselmi definì la P2 è “un complotto permanente”. E Roberto Ruffilli: “Una filosofia conservatrice o
meglio pre-democratica”. Io penso che il Parlamento non vada mortificato, sono per un parlamentarismo corretto. Ma un conto è discutere in un Parlamento liberamente
eletto alla luce del sole. Un altro
covare il progetto in una loggia
massonica deviata, studiando i
mezzi per imporlo».
E fra i mezzi c’è il controllo delle Tv...
«Gelli e Berlusconi intuiscono lucidamente e per tempo l’importanza
della televisione. Nel libro intervista di Sandro Neri, Gelli racconta
che, nel 1977, rimase molto impressionato dalla grande intelligenza di Berlusconi. Il progetto
era sin dall’inizio acquistare piccole televisioni sul territorio nazionale per poi costituire un network.
Solo persone che hanno un altro
scopo dicono che la Tv non orienta. Berlusconi e Gelli avevano individuato per tempo quella formidabile arma di propaganda».❖
SILVIOSTORY/10
Berlusconi e la P2 (seconda parte) - 1978-1981
E Gelli disse: «Berlusconi ha
copiato il mio progetto politico»
elli non ha dubbi:
«Berlusconi ha preso
il nostro Piano di rinascita e lo ha copiato
quasi tutto», dice al
quotidiano l'Indipendente nel febbraio 1996. Berlusconi ha già governato due anni e la sua idea di
premiership è perfettamente sovrapponibile con il progetto di Gelli. Il Piano di rinascita democratica
è un documento di quindici pagine
suddiviso in capitoli: premessa,
obiettivi, procedimenti e programmi a medio e lungo termine. E' un
programma politico e la sua prima
stesura risale al 1974. Maria Grazia
Gelli, figlia del Maestro, lo aveva
nascosto, male, nel sottofondo della valigia. Lo trovano al primo controllo, a Fiumicino al ritorno da Nizza,
Non è dato sapere se Berlusconi
abbia mai avuto visione di «quella
scaletta di appunti». È un fatto che
tra il 1977 e il 1978 il Cavaliere è
l'astro nascente dell'imprenditoria
italiana. Legatissimo a Craxi, ammicca ad Andreotti e Forlani unici
possibili antidoti «contro la deriva
comunista», un rischio che teme
forse più della calvizie che si fa largo sul capo. Scrive editoriali sul
Corriere della Sera; nel 1974 ha creato la prima tv via cavo (Telemilano) per i residenti di Milano 2 e nel
‘78 la trasforma in Telemilano 58,
una delle 434 tv private spuntate in
Italia come funghi in Italia e ha ingaggiato la guerra contro la Rai. Soprattutto ha capito il verbo della
pubblicità e il 3 ottobre 1979 fonda
Publitalia, la cassa del suo impero
multimediale. Insomma, mentre
Licio Gelli a Pietrasanta nel Chiostro di Sant'Agostino in occasione della presentazione del «Gelli e la P2 fra cronaca e storia»
Dalla magistratura al sindacato, passando per partiti giornali e tv
I punti del Piano Rinascita
e Amidei; per la Dc Andreotti, Forlani,
Gullotti e Bisaglia.
solvere la Rai».
«Combattere la trimurti in cambio di
una sola sigla. Modificare il diritto di
«Vanno selezionati gli uomini ai quali
può essereaffidato il compitodirivitalizzare la propria parte politica: per il
Psi Craxi, Mancini, Mariani; per il Pri Visentini e Bandiera; per il Psdi Orlandi
«Occorre redigere un elenco di 2-3
persone in Corsera, Giorno, Giornale,
Stampa, resto del Carlino, Messaggero. I prescelti dovranno simpatizzare
per gli esponenti politici già scelti».
Inoltre coordinare le tv via cavo , dis-
Gelli organizza il suo club ispirato al
Piano di Rinascita democratica, Berlusconi è inarrestabile. Sembra che
nessuno gli possa dire di no. Oltre
che capacità e lungimiranza, ha anche possenti disponibilità economiche e gode di incredibili linee di credito presso le banche, Bnl e Monte
dei Paschi di Siena più di tutte, entrambe ben rappresentate tra i soci
della P2. Se degli affari con Bnl (risul-
tano iscritti 4 membri del cda, il direttore generale, tre direttori centrali e
un segretario di consiglio), sappiamo solo che furono cospiscui «con appoggi e finanziamenti al di là di ogni
merito creditizio» (Commissione Anselmi), l’inchiesta del sindacato ispettivo del Monte dei Paschi non lascia
dubbi. «La posizione di rischio verso
il gruppo Berlusconi ha dimensioni e
caratteristiche del tutto eccezionali e
«Deve essere responsabile verso il
Parlamento. Modifica del Csm.
dimostrano l’esistenza di un comportamento preferenziale accentuato»
scrivono i sindaci del Monte il 9 ottobre 1981. Due giorni dopo il direttore generale si dimette.
Un successo merito dei «canali privilegiati» garantiti dalla Loggia? È
un fatto che le scelte dei governi Berlusconi dal 1994 a oggi hanno, viste
oggi, un che di profetico e sembrano
la fotocopia degli obiettivi del Piano
Negli anni Sessanta, all’epoca del gruppo musicale di cui fanno parte Berlusconi e
Confalonieri, i «Quattro moschettieri» partono per Beirut, meta della gioventù dorata. Ma
Berlusconi,raccontailbatteristaAlbertoCicatiello,nonva.A unaConventionnel1993,però,
Berlusconi proclamerà: «La mia carriera canora è cominciata con una tournée in Libano».
Aristocrazia e cachistocrazia
Paolo Sylos Labini: «No, la P2 non era
un’élite aristocratica, ma una pur ristretta
cachistocrazia - ovvero il potere dei
peggiori».
Licio Gelli: «Se fossi presidente della
Repubblica il mio primo atto sarebbe una
completa revisione della Costituzione».
Intervista a Maurizio Costanzo 5/10/1980
di rinascita e del meno noto «Schema R». Si prevede, infatti, di «usare
gli strumenti finanziari per l'immediata nascita di due movimenti l'uno
sulla sinistra e l'altro sulla destra».
Tali movimenti «dovrebbero essere
fondati da altrettanti club promotori» come poi è stato per Forza Italia.
Con circa 10 miliardi è possibile «inserirsi nell'attuale sistema di tesseramento della Dc per acquistare il partito». Con «un costo aggiuntivo dai 5
ai 10 miliardi» si potrebbe poi «provocare la scissione e la nascita di una
libera confederazione sindacale tale
da rovesciare i rapporti di forza all’interno dell’attuale trimurti» e «limitare il diritto di sciopero». Per quanto
riguarda la stampa, «occorrerà redigere un elenco di almeno due o tre
elementi per ciascun quotidiano e periodico in modo tale che nessuno sappia dell'altro»; «ai giornalisti acquisiti dovrà essere affidato il compito di
simpatizzare per gli esponenti politici come sopra». Poi bisognerà: «Acquisire alcuni settimanali di battaglia», «coordinare tutta la stampa
provinciale e locale attraverso un'
agenzia centralizzata», «coordinare
molte tv via cavo con l'agenzia per la
stampa locale», «dissolvere la Rai in
nome della libertà d'antenna». Punto chiave è «l'immediata costituzione della tv via cavo da impiantare a
catena in modo da controllare la pubblica opinione».
Per i politici fidati
Da buon venditore di materassi,
Gelli fa i conti: «30 o 40 miliardi sembrano sufficienti a permettere a uomini ben selezionati di conquistare
posizioni chiave necessarie a controllare stampa, partiti e sindacati» che
sono i primi obiettivi del Piano.
Obiettivi a medio termine sono la
modifica dell’ordinamento del governo, del parlamento, della Costituzione e della Corte Costituzionale, e della magistratura. La giustizia così com’è è «eversiva» e «va ricondotta alla
sua tradizionale funzione di equilibrio». Per questo, è necessaria la separazione delle carriere del pubblico
ministero e dei giudici, la «riforma
del Consiglio superiore della magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento». Pensa anche
alle scuole, il Maestro Venerabile:
vuole «sfollare le università» e nelle
scuole «combattere l’equalitarismo
assoluto che provoca una pericolosa
disoccupazione intellettuale con gravi deficienze, invece, nei settori tecnici». Molto è già stato realizzato. Quasi tutto.❖
La Commissione Anselmi fa risalire a
questo periodo la redazione del Piano.
Nel 1976 il finaziamento alla scissione della Destra nazionale
«Telemilano un tramite per chi esprime posizioni positive»
A maggio, le liste vengono scoperte a
marzo, viene trovato sotto la fodera
di una valigia di Maria Grazia Gelli, figlia del Maestro Venerabile
Sono le pagine del Piano. E’ suddiviso
in capitoli: premessa, obiettivi, procedimenti e programmi. In seguito fu
trovbato anche lo Schema R.
...e intanto nel 1976
Il Pci ottiene il massimo dei voti nella
storiarepubblicana con il34,7 percento.Ma non c’è il sorpasso della Dc, sperato dal popolo di sinistra. La Democrazia cristiana raggiunge il 38,7 per
E’ l’ultima fatica di Enrico Deaglioche, per i tipi de Il Saggiatore,attraversa gli ultimi trent’anni di storia di
questo paese. Anni, ovviamente, dove
predomina il fenomeno Berlusconi.
on credo che a quel tempo Berlusconi pensasse
già al suo impegno diretto in politica», riflette Sandra Bonsanti che,
dopo avere lavorato per anni sulle vicende della P2, nel 1994 fu eletta al
Senato insieme a un drappello di altri
giornalisti perché, dice un altro giornalista Corrado Staiano, «tutto ciò
che sta accadendo ora era già chiaro
e prevedibile allora». Piuttosto, continua Sandra Bonsanti, «Berlusconi si
trova bene in quell’ambiente di cui
condivide l’anticomunismo viscerale. E si innamora del potere, di quel
sistema di relazioni che gli consente
di portare avanti i suoi affari». 1976,
1977, 1978 sono gli anni in cui il Partito comunista raggiunge il massimo
dei consensi e partecipa ai governi di
“unità nazionale”. Il “CAF”, i governi
di Craxi, Andreotti, Forlani sono ancora di là da venire. Della P2 a quell’epoca non si sa nulla - gli elenchi degli iscritti saranno scoperti nel 1981
dai magistrati milanesi Gherardo Colombo, Giuliano Turone e Guido Viola - ma colpisce la lucidità con cui Berlusconi mette programmaticamente
a disposizione della parte politica
che gli piace l’emittente Telemilano,
perché corrisponde a uno dei punti
strategici del «Piano di rinascita» di
Gelli: «coordinare molte Tv via cavo,
dissolvere la Rai Tv..).
Intervistato da Mario Pirani, nel luIL CONTRIBUTO DEI LETTORI
glio 1977, manifesta fiducia verso la
Dc milanese, si dimostra molto competente sulle correnti della prima Repubblica. «Un uomo di gran valore come Mazzotta ha coagulato la sinistra
anti-comunista della Base e di Forze
nuove, la Coldiretti, Comunione e liberazione». Ma guarda anche al nuovo indicando personaggi come Um-
berto Agnelli, Mario Segni (che corteggerà senza successo al momento
di «scendere in campo») e il ministro Pandolfi: «politici che si fanno
capire dalla gente e non come Moro
... che ci vuole un esercito di esegeti». Come pensa di aiutarli?, gli chiede Pirani. Nella risposta c’è già la polemica con il Giornale di Montanelli
e l’idea secondo cui la Tv non deve
«angosciare». «Non certo pagando
tangenti, ma mettendo a loro disposizione i mass media. In primo luogo Telemilano, che che diventerà
un tramite...ma avrà un contenuto
molto concreto e positivo».
Quanto alle tangenti c’è un episodio interessante raccontato da Giovanni Pellegrino quando era presidente della Commissione stragi e riportato da Mario Guarino ne
“L’orgia del potere” a pag. 50 (Dedalo, 2005). A metà anni Settanta,
scrive il giornalista, l’unica formazione che attacca «gli scandali connessi alla edificazione di Milano 2 è
l’Msi di Giorgio Almirante. Berlusconi si adopera per mettere in crisi
l’Msi». L’iniziativa si concretizza
quando, nel dicembre 1976, 25 parlamentari guidati da Raffaele Delfino lasciano il partito e fondano Democrazia nazionale. In seguito «Delfino, ricevuta la quota di finanziamento pubblico, restituirà il denaro. E Berlusconi risponde a Delfino:
“lei è il primo politico che me li restituisce”».
Anche per la scissione di Destra
nazionale c’è un’impressionante
coincidenza nella strategia occulta
elaborata dal piano di Gelli che alle
formazioni politiche con «la necessaria credibilità politica» intende
«affidare gli strumenti finanziari
sufficienti». E si propone di usare
quegli stessi strumenti finanziari,
nel caso contrario (cioè di poca credibilità esterna), «per l’immediata
nascita di due movimenti: l’uno sulla sinistra e l’altro sulla destra (a cavallo fra Dc conservatori, liberali e
democratici della Destra nazionale). ❖
SILVIOSTORY/11
Mangano e Dell’Utri (prima parte) - 1970-2009
Vittorio, Marcello e Cosa Nostra
storie di relazioni pericolose
arcello & Vittorio, il
guru di Publitalia e
lo stalliere di Arcore, il senatore fondatore di Forza Italia e il boss che numerosi pentiti hanno indicato come il cassiere di Cosa
Nostra, l’erede di Pippo Calò. Marcello Dell’Utri e Vittorio Mangano,
le amicizie pericolose di Silvio Berlusconi eppure coltivate e mai rinnegate dal Cavaliere. Un intreccio così
complesso e scivoloso che occorre
sapere a che punto è adesso la storia
prima di raccontarla dall’inizio.
La situazione è questa: Mangano
è morto a 60 anni il 23 luglio 2000
agli arresti domiciliari scontando
una condanna all’ergastolo per un
duplice omicidio, associazione mafiosa, traffico di droga e estorsione;
Marcello Dell’Utri è stato condannato in primo grado l’11 aprile 2004
(un dibattimento lungo sette anni)
a 9 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, una condanna
che si somma a quella per false fatture e frode fiscale (2 anni e 3 mesi)
per fatti di quando era amministatore delegato di Publitalia. E’stato prescritto il procedimento per minaccia con il boss Virga e tra breve ci
sarà la sentenza di secondo grado
per mafia.
Gli amici in villa
grande la villa
Arcore dove
Berlusconi va a
prima moglie e i
due figli Marina
e Pier Silvio nel
1974. Nelle foto
Mangano, già
Berlusconi non ha a che fare
con tutto ciò. Tirando il filo di Dell’Utri, erano stati entrambi indagati
prima a Firenze (Autore 1 e Autore
2) e poi a Caltanissetta (Alfa e Beta), per concorso esterno nelle stragi di mafia del 1993 (Firenze, Roma
e Milano). Alcuni pentiti chiave li
avevano chiamati in causa come
mandanti politici delle stragi. Ma en-
trambe le inchieste sono state archiviate perchè le prove erano «insufficienti» e le dichiarazioni dei pentiti
«senza riscontro». Disavventure che
non possono certo intaccare un’amicizia e un sodalizio che comincia a Milano alla fine degli anni cinquanta. Otto
anni dopo la morte di Mangano, Ber-
lusconi e Dell’Utri hanno detto che
«Mangano a suo modo è stato un
eroe» perché pur malato terminale di
tumore «si è rifiutato di inventare dichiarazioni (contro Berlusconi o lo
stesso Dell'Utri, ndr) nonostante i benefici che ciò avrebbe potuto portargli». Una rivendicazione postuma e
non richiesta. Marcello e Silvio s’incontrano la prima volta nel chiostro
del collegio Torrescalla a Milano nel
1961, matricola in arrivo da Palermo
il primo, laureando il secondo.
Un’amicizia benedetta dall’Opus Dei
e dal dio pallone. La prima cosa che
fanno insieme è proprio una squadra
Il calcio per Berlusconi è sempre stato la vera metafora della politica. Nel 2004, dopo
la clamorosa vittoria del Milan ad Atene, 4 a zero al Barcellona nella finale di Champions, il
neo eletto Presidente del Consiglio infierì sullo sconfitto Achille Occhetto dicendo: «Io ho
vinto la Coppa dei Campioni, lei non ha vinto nulla».
Paolo Borsellino, 19 maggio 1992, l’ ultima
intervista: «Sia Buscetta che Contorno
indicano lo stalliere di casa Berlusconi come
uomo d’onore di Cosa Nostra».
Giovanni Brusca: «Tra il ’93 e il ’94 ho
chiesto a Mangano se era in condizione di
ripristinare i contatti con Berlusconi. Lui mi
ha detto sì senza però dire tramite chi».
di calcio, la Torrescalla-Edilnord,
Marcello allena, Silvio fa - manco a
dirlo - il presidente, Paolo Berlusconi
il capitano. Solo di recente, nel processo di Palermo, è saltato fuori che il
giovane Marcello, neo laureato in legge, è stato impiegato della Edilnord ai
tempi di Brugherio (1964-1965) con
la qualifica di «segretario del presidente Berlusconi». Un particolare
sempre omesso che invece per i giudici assume significato perchè «negli anni Settanta e Ottanta la banca Rasini
(il primo finanziatore di Berlusconi,
ndr) è stata crocevia di interessi della
malavita milanese e di Cosa Nostra».
Dell’Utri si sposta per tre anni a Roma
(dal ‘65 al ‘67) come direttore sportivo del Centro Ellis dell’Opus Dei e poi
a Palermo, dipendente di una microscopica banca e direttore sportivo della Athletic club Bacigalupo, un’altra
squadra di calcio. E qui che conosce,
«erano tifosi, commerciavano in cavalli», Gaetano Cinà e Vittorio Mangano. All’epoca due giovanotti del mandamento di Porta Nuova, quello del
ferocissimo clan Inzerillo. Nel 1996
era la grande Inter
un’amicizia (I parte)
Dell’Utri e Berlusconi si conoscono a
Milano in un collegio dell’Opus Dei
Dell’Utri lavora alla Edilnord
Dopo due anni a Roma, Dell’Utri torna
a Palermo,impiegato di banca e presidente della As Bacicalupo
Berlusconilo porta ad Arcore, Un paio
di mesi e arriva anche Mangano
...e intanto nel 1977
Il 1˚ gennaio chiude Carosello. E’ l’anno nero del terrorismo. Il 6 marzo la
Sapienzachiude atempo indeterminato. Le Br uccidono l’avvocato Croce a
Torino. I giudici popolari di Torino, per
paura, disertano il processo alle Br.
Quando Dell’Utri lo
chiama ad Arcore è già
un boss arrestato 3 volte Il libro
sono tra i coimputati di Dell’Utri nel
processo per associazione mafiosa.
Silvio e Marcello sembrano essersi
persi di vista. Anche fisicamente lontani, uno a Palermo, l’altro a Milano.
E qui succede come nei film. La vulgata narra che «una mattina Dell’Utri
sentì squillare il telefono mentre alzava la serranda della banca.
“Pronto Marcello, ti ricordi di me?
Sono Silvio Berlusconi. Senti, sono
qui in rada, ho la barca pronta per
salpare, ti va di venire su al nord a
lavorare con me?”». Dell’Utri non se
lo fa ripetere due volte, chiude tutto
e raggiunge l’amico al porto di Palermo. E’ il 1974. Approda ad Arcore,
alla villa San Martino, a seguire i lavori di ristrutturazione. Dove, pochi
mesi dopo, lo raggiunge Vittorio
Mangano con il ruolo di stalliere e autista per i figli di Berlusconi. Nel
1974, a Palermo, Mangano è già noto come uomo d’onore. E’ passato
dalla prigione tre volte per estorsione: minacciava le vittime inviando
scatole con dentro teste di cane mozzate. Non male per un angelo custode che doveva portare i bambini di
Silvio a scuola.❖
Oggi il Milan è perdente ma Berlusconi è stato un grande
presidente. Allora avrebbe voluto i più solidi neroazzurri
di Dell’Utri
EdizioniKaos, introvabile o quasi, è la memoria scritta daipm di Palermo per il primo grado del processo a
Dell’Utri imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.
del Milan d'oggi che si dovrebbe parlare, un diavolo sull'orlo di una crisi di
nervi e sull'orlo della serie B, mai così conciato.
Perdente, proprio perdente, come
mai avrebbe potuto immaginare il
Presidente, che quell'aggettivo odia,
ignora, cancella, incendia. Vediamola da tifosi rossoneri: è mai possibile
che la crisi del berlusconismo debba
cominciare proprio dal Milan? Sarà
almeno un segnale denso di implicazioni? Sta di fatto che il Berlusca la
sua squadra l'ha abbandonata e persino i fedelissimi attendono con un
senso di liberazione l'arrivo degli arabi, sognando un oleodotto di petrodollari verso via Turati. Potrebbe essere tardi. Ci si interroga sulle ragioni delle disgrazie: la figlia Marina
che non vuol sentire parlare di pallone, il governo, le distrazioni senili, la
noia, quasi il disamore, dopo tanti
successi. Perchè, bisogna dirlo, il Berlusca è stato un grande presidente e
il suo Milan, (soprattutto quello di
Sacchi) da antologia mondiale, anzi
stellare, come preferiscono i cantori
a reti unificate. Si potrebbe aggiungere un'altra ragione: non gli serve più.
Il grande Peppino Fiori ricorda
che il nostro presidente era "milanista fin da bambino". Ma la prima
squadra sulla quale Berlusconi tentò
di allungare le mani fu un'altra: l'Inter, l'odiata in nerazzurro, presidente Ivanoe Fraizzoli. L'Inter era più solida, più pronta a vincere, il Milan veniva da un'autentica tempesta, segnata dalle presidenze di Andrea Rizzoli, Felicino Riva (latitante in Libano), Vittorio Duina (siderurgico fallito), Albino Buticchi (petroliere in crisi, mancato suicida), Felice Colombo
(in galera per il calcio scommesse),
Giussy Farina (esiliato in Kenya). Il
Milan, scrisse Brera, era il pozzo nero del calcio italiano. Perchè mai
Berlusconi ci si sarebbe dovuto infilare? S'organizzò l'incontro in casa
Fraizzoli. A notte si salutarono. Richiudendo la porta, Fraizzoli sospirò: «mi a chel lì la mia Inter ghe la du
no (a quello lì la mia Inter non gliela dò)». La diede a Ernesto Pellegrini, ristorazione e affini. Berlusconi
si rivolse all'altro fronte. I giochi furono facili. Il 24 marzo 1986, al teatro Manzoni, si riunirono i 148 azionisti (ci sono anche Paolo Berlusconi, Confalonieri e Dell'Utri, Leonardo Mondadori e il presentatore Cesare Cadeo). Berlusconi fu incoronato presidente. Nacque così il
grande Milan. Con qualche intralcio: il vecchio Liedholm che non
prendeva ordini, mentre si sa che
Berlusconi è anche il presidente-allenatore. Azzardò lui con Sacchi,
spinse per Gullit e Van Basten, frenò su Rjykaard (avrebbe preferito
l'inconcludente argentino Borghi).
E arrivarono il primo scudetto, la
prima Coppa dei Campioni , la Supercoppa, la Coppa Intercontinentale... Arrivò anche la prima amarezza: la monetina che dallo stadio
di Bergamo pare giunse a colpire
l'ampia fronte di Alemao, il centrocampista del Napoli che stava perdendo con l'Atalanta. Stai giù, gridò il massaggiatore Carmando. E
Alemao ubbidì. La vittoria venne assegnata al Napoli, che si avviò alla
conquista dello scudetto. Il seguito
si chiamerà Zaccheroni (cacciato
perchè troppo di sinistra), Capello,
Ancelotti. Adesso Leonardo e il pozzo nero a vista.
Disse Berlusconi: «Nel momento
del trionfo, lasciami, caro vecchio
Milan, confondere la mia storia alla tua».
Che l'auspicio valga, speriamo,
nel bene e nel male. Berlusconi, il
vecchio Milan lo usò senza scrupoli: palcoscenico per la sua politica.
Aveva intuito che nel declino del paese ci stava pure l'iperbolica esaltazione del calcio. ❖
SILVIOSTORY/12
Mangano e Dell’Utri (seconda parte) - 1970-2009
I pentiti: «A Riina 200 milioni
l’anno per le antenne di Canale 5»
ome e perchè Mangano venga assunto ad
Arcore è faccenda che
si spiega solo anni dopo. Dopo che diventa
ufficiale il pedegree criminale del
boss di Porta Nuova. E dopo che
Dell'Utri finisce sotto processo a Palermo per mafiosità. Racconterà
Mangano ai giudici di Palermo:
«Tra il '73 e il '74 Cinà (Gaetano) e
Dell'Utri vennero a trovarmi a Palermo, mi proposero un lavoro ad
Arcore dove un loro amico aveva acquistato una proprietà. Prima di trasferirmi con la mia famiglia andai
negli uffici della Edilnord (l'impresa immobiliare di Berlusconi) al numero 24 di Foro Bonaparte e incontrai i signori Berlusconi e Dell'Utri».
Tutto giusto, manca solo un dettaglio: con Mangano alla Edilnord
quel giorno si presentano anche i
boss Francesco Di Carlo, Mimmo
Teresi e Stefano Bontade, all’epoca il Capo di Cosa Nostra nonchè
fratello massone. Un incontro raccontato nei particolari da Di Carlo
una volta pentito: «Fu un colloquio
in cui vennero discusse e decise reciproche disponibilità. Volto a garantire a Berlusconi e alla sua famiglia una protezione dai rapimenti.
Il colloquio fu favorito da Cinà,
amico di Dell’Utri». E’ un passaggio, questo, da segnalare con cura
anche perchè, in modi diversi, è
confernato dallo stesso Berlusconi
in un’intervista al Corriere della Sera nel 1994, una delle poche volte
in cui il premier ha accettato di parlare di mafia: «Rapporti con la mafia ne ho avuti una volta sola, quando tentarono di rapire mio figlio
Dell’Utri con i
ai fatti. A destra
l’imprenditore e
Pier Silvio che allora aveva cinque
anni...». Fatti due conti - Pier Silvio
compie sei anni il 28 aprile 1974 - la
minaccia di rapimento precede l’arrivo di Mangano ad Arcore. La domanda è un’altra: Mangano è imposto
dalla mafia - per il tramite di Cinà e
Dell’Utri - per controllare i traffici di
Cosa Nostra al nord offrendo in cambio di una protezione? Oppure, come ha sempre sostenuto Berlusconi,
viene ingaggiato solo come guardiaspalle privato visti i rischi di quegli
anni? Sembra improbabile che Silvio non conoscesse il profilo criminale di chi stava per far entrare in casa
sua. Dirà Paolo Borsellino a Canal
Plus, la sua ultima intervista prima
di morire (19 maggio 1992): «Buscetta e Contorno hanno indicato lo
stalliere di Arcore come uono d’onore di Cosa Nostra. Viveva a Milano
ed era il terminale al nord dei traffici
di droga delle famiglie palermitane
(...). All’inizio degli anni Settanta
Cosa Nostra cominciò a diventare
un’impresa e a gestire una massa
enorme di capitali per i quali cercava una sbocco al nord, sia dal punto
di vista del riciclaggio sia dal punto
di vista di far fruttare questo denaro.
Mangano era una delle teste di ponte dell’organizzazione mafiosa nel
Nord Italia».
Chiarito chi era Mangano, torniamo ad Arcore. Il neo assunto, un
signore alto, tratti mediorientali, a
suo modo distinto, prende servizio il
primo luglio 1974, ha 34 anni, con
lui la moglie Marianna e la figlia di
10 anni. Seguono mesi "tranquilli".
Fino al 26 giugno 1975 quando una
bomba esplode contro il cancello e il
muro di cinta di villa Borletti in via
Rovani. Berlusconi sospetta subito
dello stalliere, come rivelerà un’intercettazione del 1986. Ma fa finta di
nulla, anzi declassa l’esplosione a un
crollo. Più imbarazzante è il sequestro (8 dicembre 1975) del principe
di Santagata prelevato all’uscita della villa dove era stato a cena. Il sequestrato si libera, i carabinieri indagano ma nessuno dice loro che nella tenuta vive anche Mangano. Il quale resta a servizio fino al 1976. I giornali
cominciano a scrivere della sua presenza che diventa ingombrante.
Mangano lascia Villa San Martino
Francesco Di Carlo è uomo d’onore del mandamento di Porta Nuova, amico e compare di Vittorio Mangano . Quando decide di pentirsi e di collaborare spiegherà con buona
efficaciaaimagistratidiPalermoeCaltanissetta(interrogatoriodel16febbraio1998):«Vittorio Mangano è Cosa Nostra. La mafia non pulisce la stalle a nessuno». Giusto per chiarire.
Chi era Stefano Bontade
Colpi di lupara e Kalashnikov
Racconta ai magistrati palermitani Gioacchino Pennino il 4 luglio 1996:
«Il Bontade era l’epicentro della mafia e della massoneria, e perciò il reale
centro degli interessi , di altissimo livello, tanto economici quanto politici,
facenti capo a dette associazioni segrete».
«Il 23 aprile 1981, la sera del suo compleanno, veniva ucciso a colpi di
lupara e di kalashnikov, Bontate Stefano, rappresentante della famiglia di
S.anta Maria del Gesù. ...È il primo di centinaia di omicidi ». Citazioni tratte
da “l’Onore di Dell’Utri”, a cura di Leo Sisti e Peter Gomez (Kaos)
nel 1976. Un anno dopo se ne va anche Dell’Utri assunto come dirigente
del finanziere siciliano Bruno Rapisarda che gestisce alcune aziende,
poi fallite, che riciclano denaro di Cosa Nostra. Spiegherà in seguito Rapisarda: «Alberto e Marcello Dell’Utri
mi furono raccomandati da Gaetano
Cinà che rappresentava gli interessi
di Bontade-Teresi e Marchese. Dell’Utri mi disse che la sua mediazione
era servita a ridurre le richieste di denaro a Berlusconi da parte dei mafiosi».
la conquista delle Tv
Gli atti del processo Dell’Utri illustrano i rapporti del senatore con Cosa Nostra. Dell’Utri torna con Berlusconi nel 1980, ai vertici di Publitalia. Nel frattempo, come testimoniano decine di intercettazioni, non interrompe mai le frequentazioni con
Mangano. Trentasette ex mafiosi
hanno testimoniato che Dell’Utri è
stato il principale contatto della mafia con l’impero finanziario di Berlusconi. Lo confermano prove documentali.
Altre dichiarazioni di pentiti, da
Cancemi a Brusca passando per Siino, Cucuzza, Cannella e Pennino, tutte pubbliche, raccontano dei rapporti diretti tra Fininvest e Cosa Nostra.
Nell’interrogatorio del 18 febbraio
1994 il boss di Porta Nuova Salvatore Cancemi spiega: «Nella villa di Arcore hanno trovato riparo latitanti
come Nino Grado, Mafara e Contorno (...) Nel 1991 Riina precisò che,
secondo gli accordi stabiliti con Dell’Utri che faceva da emissario per
conto di Berlusconi, arrivavano a Riina 200 milioni l’anno in più rate in
quanto erano dislocate a Palermo
più antenne (...) Il rapporto risaliva
almeno al 1989 e più volte ho assistito alle consegne di questo denaro in
rate da circa 40-50 milioni». Anche
Giovanni Brusca (21 settembre
1999) racconta che «dagli anni ottanta Ignazio Pullarà, boss di Santa Maria del Gesù, a Berlusconi e a Canale
5 gli faceva uscire i piccioli». Sono gli
anni della guerra delle tivù e di antenna selvaggia. Dichiarazioni che
non hanno mai raggiunto lo spessore della prova.
Nel 2002 il Tribunale di Palermo
che processa Dell’Utri e Cinà si trasferisce a Roma per sentire il Presidente
del Consiglio Silvio Berlusconi. Prende la parola l’onorevole-avvocato
Niccolò Ghedini: «Abbiamo indicato
al Presidente Berlusconi l’opportunità di avvalersi della facoltà di non rispondere». ❖
un’amicizia (II parte)
Il 26/6 ordigno esplode a villa Borletti.
L’8/12 ignoti sequestrano un ospite di
Berlusconi. Sospetti sullo stalliere.
Adriano Galliani sbarca nell’isola e risale lo stivale, acquisendo
emittenti. Gestori in odor di mafia fra i dipendenti Fininvest
Manganolascia la villa. Si ferma ad Arcore. Vive in hotel. Si occupa di affari.
Dell’Utri lascia Berlusconi. Va a lavorare con il finanziere Rapisarda.
Dell’Utri va in Publitalia. Nel 1993 è tra
i fondatori di Forza Italia.
...e intanto nel 1981
Siinsedia alla casa BiancaRonald Reagan. Vengono scoperti gli elenchi della P 2. Il 13 maggio l’ attentato di Ali
Agca al papa. Il 16 ottobre viene ucciso a Roma Domenico Balducci, esponente della banda della Magliana.
Nel 2007 Ferruccio Pinotti indaga, per i tipi della Bur, sui rapporti tra
mafia e massoneria, un’indagine a
360 gradi basata tutta su atti giudiziari.
’idea venne una sera a
Berlusconi, lo raccontò
anni dopo Marcello Dell’Utri. Berlusconi telefonò di notte a Adriano Galliani, che stava istallando le antenne di Telemilano, e gli disse: «Sa Galliani, ho pensato che Telemilano potremmo anche farla diventare Telepalermo, Teleroma, telenapoli. Che
ne pensa?». «Vada, cominci dal
sud». E Galliani il giorno dopo è già
Chissà perché, si chiede Mario
Guarino, che riporta l’episodio nel
suo libro “L’orgia del potere” (Dedalo 2005), «uno che ha una televisione a Milano avendo deciso di ampliare parte dalla Sicilia e non, per
esempio, dal Piemonte». Domanda
maliziosa, poiché il monzese ragionier Galliani, socio della Elettronica
Industriale, nell’isola può contare,
oltre che su un consistente
cash-flow, anche sulla solida rete di
relazioni del palermitano Marcello
Dell’Utri. Nel paniere finiscono rapidamente Tvr e Retesicilia, Sicilia Televisiva Spa, Siciltele e Trinacria Tv
che stabiliscono la loro sede in via
Ugo La Malfa a Palermo.
Alla Tvr c’era Antonio Inzaranto,
suo fratello Giuseppe aveva sposato
la figlia di Tommaso Buscetta, all’epoca (notano i magistrati siciliani
titolari dell’inchiesta su Dell’Utri)
«ancora importante uomo d’onore».
Racconterà nel 1997 Antonio Inzaranto, interrogato dalla Procura di
Palermo: «Alla fine del 1980 vendetti Tvr alla società Retesicilia, ed in
particolare a due milanesi , Galliani
Adriano e Lacchini Luigi...Dopo pochi mesi Retesicilia cominciò a trasmettere in interconnessione nazionale sotto la sigla Canale 5». Inzaranto diventa presidente del CdA di
Retesicilia. E, a riprova, Mario
Guarino mostra una rubrica telefonica del gruppo Fininvest dove
compare, come interno, il cognato
della figlia di Buscetta.
Non è il solo nome imbarazzante, ce ne sono altri. Roberto Filippa, per esempio, titolare della Trinacria Tv con Vito Cafaro, rappresenta anche la Par.Ma.Fid. Sigla
quest’ultima che gestisce molto denaro di Antonio Virgilio e Luigi
Monti, due «colletti bianchi» arrestati nel 1993 e poi assolti dall’accusa di mafia.
Il viaggio lungo lo stivale di
Adriano Gallian prosegue in Calabria. In Calabria, però, non va tutto liscio come in Sicilia. Ci saranno
degli attentati ai tralicci Fininvest.
E si verifica un curioso episodio di
guerra commerciale in «famiglia»,
racconta Mario Guarino. Rodolfo
Biafiore è coordinatore tecnico della società di Galliani, Elettronica
industriale. Ed è genero dell’editore di Telespazio Toni Boemi (emittente e Elettronica industriale hanno lo stesso indirizzo a via De Filippis a Catanzaro). Boemi, che è
morto nel 2004, avrebbe chiesto
l’appoggio, in cambio di una forte
somma di denaro, delle cosche Piromalli-Molè per ottenere il monopolio della gestione dei ponti Fininvest in Calabria. Ma c’è un concorrente: Angelo Sorrenti della Cemel di Gioia Tauro, anche lui in
rapporti di lavoro con Fininvest.
Un vecchio articolo di cronaca del
Corriere della Sera del 1994 racconta come andò a finire: «Angelo
Sorrenti e il socio Mario Riefolo
vengono convocati in un albergo
dai rappresentanti delle cosche Piromalli-Molè. Vengono loro chiesti 200 milioni ma, ad assistere all’incontro ci sono i carabinieri del
Ros, vestiti da camerieri, che arrestano gli inviati del Piromalli, Antonio Alagna e Giovanni Priolo».
Agli arresti finisce anche Biafiore
mentre Sorrenti collabora .❖
SILVIOSTORY/13
La guerra delle Tv (prima parte) - 1974 - 1984
Alla guerra delle televisioni
senza legge ma con Craxi
ra il 1974 e il 1990 in Italia c’è stata una rivoluzione culturale ed è stata combattuta una guerra sporca i cui effetti vediamo, e in parte paghiamo, soprattutto adesso. La rivoluzione - l’avvento e, in pochissimi anni, il predominio della tivù commerciale – era
nell’aria, bisognava avere il naso
per annusarla e l’umiltà per governarla. Silvio Berlusconi ha avuto entrambe queste doti, oltre alla innata
propensione per commercio, pubblicità e guadagni. Ma poi ha combattuto una guerra sporca che ha
vinto solo perché ha avuto un alleato come Bettino Craxi. E disponibilità economiche precluse ai suoi diretti concorrenti, come Rusconi e
Occorre fissare alcune date. Il 10
luglio 1974 la Corte Costituzionale
decide (sentenza 226) “la libertà
d’intrapresa delle tivù in ambito locale via cavo”. Due anni dopo (28
luglio 1976) la tivù locale può trasmettere anche “via etere” ma sono
vietati “monopoli o oligopoli privati”. Il Parlamento, avverte la Consulta, “dovrà disciplinare l’intera materia perché l’etere è un bene collettivo”. Periodicamente, nei sedici successivi anni, la Corte si pronuncerà
altre tre volte nello stesso modo invocando una legge. Quando arriverà, la legge renderà legittimo quello
che era illegittimo.
Intorno alla metà degli anni settanta in Italia ci sono Rai 1 e Rai 2,
appaltate alla Dc e al Psi di Craxi,
con il Pci che chiede “la fine della
discriminazione anticomunista”, e
434 tivù private. Tra queste Telemilano 58, nata nel settembre 1978 in
Craxi, Forlani,
Durante i loro
governi (Caf)
del tycoon.
due locali del Jolly Hotel di Milano 2.
È l’embrione di Canale 5. Impegnato
tra i cantieri delle sue new town intorno a Milano, corteggiato e sedotto da
Licio Gelli, amico intimo di Craxi e
nelle grazie delle banche, l’imprenditore edile Silvio Berlusconi comincia
ad essere stufo di mattoni e licenze
edilizie. Il mercato è quello che è e i
fatturati tentennano. Ripensa, così,
al suo primo amore, la pubblicità, e
capisce che il matrimonio con il mercato delle tivù private sarebbe felicissimo oltre che assai vantaggioso. Anche perché la Rai sa offrire poco a chi
vuol fare pubblicità – entrare nel Ca-
rosello è impresa da titani – sia per lo
spazio (la legge stabilisce un tetto
massimo) che per la qualità. Il mercato invece è lì che bussa: un formaggio
dove il topo-Berlusconi s’infila beato.
Il marchio Canale 5 Music è registrato il 2 novembre 1979. Poi nascono – o vengono comprate – Reteita-
Fra i precetti elargiti da Silvio alle Convention dei venditori di Pubblitalia c’è anche
questo: «Niente mani sudate: non c’è cosa più brutta che ricevere gli umori di una persona
quando gli si stringe la mano».
Gli slogan di Silvio
«Quando uscivamo dalle riunioni con
Berlusconi eravamo convinti di poter
vendere il Duomo di Milano o la Torre di
Pisa» (Citizen Berlusconi, A. Stille, Garzanti)
1: “La gente è di una credulità totale, beve le
citazioni in un modo incredibile”; 2:
“L’importante è piacersi, piacersi, piacersi, se
uno non si piace comincia male la giornata”
lia, Publitalia e Elettronica Industriale. L’intuizione di Berlusconi è capire
che se il futuro è delle tivù private,
quella tivù deve essere autonoma da
tutto e in grado di autoalimentarsi
per la pubblicità, dal punto di vista
tecnico, soprattutto per i palinsesti e
la programmazione, la vera identità
delle rete. “Una tivù al servizio delle
merci” l’ha definita Giuseppe Fiori.
“Io non vendo spazi, vendo vendite”
ripete Berlusconi come un mantra ai
venditori di Publitalia, la concessionaria di pubblicità. Mentre Reteitalia
acquista film, telefilm, serial, format
di quiz e sit-com, Publitalia arruola
venditori istruiti ad essere
“sorridenti”, “positivi”, né barba né
baffi né capelli lunghi, giacca e cravatta, “guai alle mani sudate” e “mai
mangiare aglio prima di stare in pubblico”. Se l’italiano medio da homo
sapiens sta diventando homo videns,
Publitalia è l’incubatrice di quello
che sarà poi l’homo berlusconianus,
quello di Forza Italia, quello che arriverà in Parlamento e al governo “col
sole in tasca”, per usare un motto del-
Antenne siciliane
e scatole cinesi
Canale 5 Music
Il marchio è registrato
nel 1979, poi nascono
Reteitalia e Publitalia
Per essere autonoma la tivù privata e commerciale deve avere trasmettitori in tutto il paese capaci di ricevere e rilanciare segnali tivù. Per riuscirci, Berlusconi acquista Elettronica Industriale, piccola azienda di Lissone
che produce apparati di ricezione e
ripetizione. I proprietari si chiamano
Adriano Galliani e Italo Riccio. È Galliani che in poche settimane acquista
bande libere e tivù private già operanti dalla Sicilia alla Valle d’Aosta.
In meno di un anno, nella totale
indifferenza, prende forma lo scheletro del primo network alternativo alla Rai. La Consulta lo ha vietato, ma il
Parlamento non legifera. Nell’incertezza gli altri principali operatori –
Rizzoli, Rusconi e Mondadori – si attengono agli ambiti locali pur comprando piccole tivù private perché
credono che il Parlamento andrà in
questa direzione. Berlusconi, invece,
punta al network, il contrario del dettato della Consulta. Dalla sua ha i rubinetti sempre aperti delle banche e
l’intima amicizia con Craxi che nel
1983 diventerà presidente del Consiglio e perno del Caf. ❖
L’avvento delle Tv private
e le sentenze della Consulta
il 10 luglio la Corte Costituzionale afferma “la libertà d’intrapresa in ambito locale via cavo”
I nomi degli amministratori delle Tv dell’isola collegati
dai Pm con quelli di società utilizzate da Flavio Carboni
il 28 luglio decide “la riserva dello Stato delle trasmissioni si scala nazionale e la facoltà dei privati di trasmettere localemente via etere”. Rinvia al
Parlamento la materia
Nei seminterrati dell’hotel Jolly a Milano parte Telemilano 58, la prima tv di
Berlusconi. E’l’embrione di Canale 5.
...e intanto nel 1982
La guerra delle Falkland porterà alla
caduta della dittatura militare in Argentina. In Italia, a Palermo assassinio
di Pio La Torre, segretario del Pci siciliano.A Londraviene trovato impiccato Roberto Calvi.
Pamphlet di Pierfranco Pellizzetti, Manifesto libri. Secondo Umberto Eco «fenomenologia di Berlusconi
spazia dall’estetica alla sessualità del
leader con intemerata cattiveria.
ra le televisioni locali attraverso cui la Fininvest
sbarca in Sicilia c’è la Trinacria Tv Srl. Nella memoria depositata dal pubblico ministero di Palermo nel procedimento contro Marcello Dell’Utri,
che ha portato alla condanna in primo grado del senatore di Forza Italia, si ricostruisce l’intreccio della società televisiva siciliana con altre società finanziarie e di investimento.
Riportiamo che cosa emerge dal documento pubblicato da Kaos (a cura
di Leo Sisti e Peter Gomez), l’onore
di Dell’Utri, nel 1997.
La Trinacria viene costituita a Milano nel 1982 da Roberto Filippa in
rappresentanza della Par.Ma.Fid. e
Vito Cafaro in rappresentanza della
Sipa. Amministratore unico viene
nominato Enrico Arnulfo.
La Par.Ma.Fid, sottolineano i magistrati, «contava numerose partecipazioni in imprese tra le quali spiccavano i nomi di un folto gruppo di società (Holding italiana prima, Seconda, Terza ecc.) il cui rappresentante
legale è Foscale Luigi». Sono le celebri holding con capitale Fininvest
che arriveranno fino a al numero 38.
Luigi Foscale, nato nel 1915, è lo zio
La Par.Ma.Fid attrae l’attenzione
dei magistari perché controllata da
due spregiudicati imprenditori della
Milano degli anni 70: Antonio Virgilio e Luigi Monti, definiti da Giuseppe Bono, esponente di Cosa nostra
in collegamento con la mafia americana, «gli squali dell’economia milanese e nazionale». Virgilio e Monti,
che avevano avuto anche costanti
rapporti con la banca Rasini, furono
arrestati in una operazione della
Criminalpol denominata San Valentino ma furono poi assolti dalla im-
putazione di associazione mafiosa.
La Sipa verrà incorporata nel
1986 nella Istifi (la “cassaforte” della Fininvest). A questo punto, nella
memoria, c’è un attento esame del
sistema a scatole cinesi che caratterizza queste società. Istifi, si legge
ancora nella memoria, «nel 1987
ha avuto partecipazione nella Poderada Spa, società emersa nel corso di accertamenti di un procedimento a carico di Calò Giuseppe
(Pippo Calò, il cassiere della banda
della Magliana. Ndr) ed altri esponenti della criminalità organizzata
siciliana e romana, inizialmente
scaturito dall’omicidio di Balducci
Domenico (ucciso a Roma nel
1981 dopo una denuncia per associazione di stampo mafioso), e poi
confluito nel più complesso procedimento sul fallimento del banco
Ambrosiano e sulla morte di Roberto Calvi». La Poderada «amministrata fino al 1982 da Romano Comincioli (oggi parlamentare Pdl,
ndr) ...nel 1993 ha variato la propria denominazione in Edilnord
Spa, consigliere d’amministrazione Spadea Paride...» che ritroviamo in un’altra emittente isolana, la
Siciltele Srl. Prima ancora La Poderada aveva incorporato la Su Pinnone Srl, «altra impresa facente capo
a Flavio Carbone. Cafaro Vito, è stato anche sindaco effettivo della Poderada Spa».
Veniamo all’amministratore unico, Enrico Arnulfo, scrivono i magistrati nel testo del 1997: «per quanto riguarda l’esistenza di eventuali
connessioni con elementi della criminalità organizzata, attraverso le
banche dati si è finora rilevato
che...Arnulfo Enrico è stato sindaco effettivo della Società navigazione Erika Spa...facente capo al noto
Carboni Flavio; e sindaco effettivo
della Generali impianti Spa, società emersa nell’ambito di un’inchiesta avviata nel 1990 dalla Procura
di Massa circa sospetti di infiltrazione mafiosa nell’imprenditoria
locale».❖
SILVIOSTORY/14
La guerra delle Tv (seconda parte) - 1982/1990
col benestare della legge Mammì
lla fine, sarà tutta colpa di quella scena
d’amore sulla spiaggia
tra padre Ralph e la
bella Rachel Ward, i
protagonisti di Uccelli di Rovo. È il
novembre 1983. Le disposizioni
della Corte Costituzionale, vecchie di sette anni e ripetute quattro volte, perché il Parlamento dia
regole certe restano parole al vento. Sono quattro i poli privati. Il
primo è quello di Berlusconi. Ecco
il destino degli altri. Rizzoli si fa
fuori da sè nel 1981 quando saltano fuori le liste della P2. Rusconi,
l’editore di Gente e Eva Express,
possiede Italia 1 (18 emittenti locali, palinsesto ad alto gradimento, Candy Candy a Morky & Mindy) ma lascia nell’agosto 1982
quando la tv ha appena otto mesi
di vita. Ai senatori che nell’88 indagano sull’emittenza televisiva lo
stesso Rusconi dice d’essere uscito
«pur avendo una posizione quasi
preminente perché il nostro concorrente fruiva di un flusso di denaro illimitato». Berlusconi compra Italia 1 per 32 miliardi. Nel giugno 1983 si vota, Craxi ha ben
chiaro il potere della tivù per la
creazione del consenso, Canale 5
e Italia 1 insieme garantiscono
un’alta copertura e appoggia, in
tutto e per tutto, l’amico Silvio. Resta Rete 4 del gruppo Mondadori-Caracciolo-Perrone, magazzino
con duemila ore di intrattenimento: La schiava Isaura, Dancing
days, Dynasty. Il duello finale si
combatte nell’autunno del 1983.
Rete 4 punta sul più “impegnato”,
si fa per dire, Venti di Guerra, 20
miliardi per assicurarsi la saga con
Monzese molti
nostra storia. A
destra: i Puffi
«oscurati» e
l’ordinanza dei
Robert Mitchum e Ali Mc Graw. Canale 5 spende molto meno e punta
sulla pruderie del sacerdote bello e
impossibile che s’innamora. Vincono Padre Ralph e Canale 5: nell’agosto 1984 Berlusconi acquista frequenze, bande e magazzini di Rete
4 per 135 miliardi.
A fine ’84 la Fininvest ha tre reti
come la Rai ma, a differenza della
tivù pubblica, si muove in totale assenza di regole. Dal Parlamento, infatti, nessuna novità.
Nel frattempo sono successe altre due cose: il sistema delle cassette (1982) e Craxi presidente del
Consiglio (giugno 1983). Il
“sistema delle cassette” è banale
quanto illegale ed è la vera svolta
per il Cavaliere. Lo inventa un avvocato, Aldo Bonomo, che gioca su un
concetto ambiguo quanto geniale:
interconnessione strutturale (quella della Rai) e interconnessione funzionale delle reti Fininvest, che per
legge dovrebbero trasmettere solo
in ambito locale. Tradotto: anche
se le antenne del Biscione, a forza
di acquisti, coprono tutto il territorio nazionale, non possono avere la
programmazione in simultanea.
Un limite enorme per gli inserzionisti, risolto appunto col “pizzone” o
“sistema delle cassette”: ogni giorno partono da Segrate venti cassette registrate che i venti capizona
mettono in onda in simultanea. Il limite voluto dalla Consulta - privati
via etere ma solo in ambito locale è palesemente aggirato.
Se nel 1980 il fatturato Fininvest
ruota per il 60 % intorno al settore
edilizio, quattro anni dopo la situazione è ribaltata: l’85 per cento del
fatturato arriva dalle tivù. Un fatturato, si può dire, fuori legge.
Bisogna aspettare il 16 ottobre
1984 perché qualcuno faccia qualcosa. Ci pensano i pretori (comincia qui la tiritera dei “giudici comu-
Tv e libero
«Rusconi è uscito dal settore televisivo, pur avendo una posizione quasi preminente ,
perché il nostro concorrente fruiva di un flusso di denaro illimitato e noi affermammo che
non potevamo fare la concorrenza all’illimitato. Uscimmo spontaneamente perché non potevamo sostenere quel tipo di concorrenza», editore Rusconi, audizione in Senato, 8/1982.
Berlusconi in ginocchio...
Disse: «Tengo due famiglie»
Nel 2005, l’ex ministro Mammì racconta:
«Venne a trovarmi alla vigilia della legge
sulle tv. Lo ricevetti con atteggiamento
istituzionale... Lui invece...
Mi si inginocchiò davanti e baciandomi la
mano disse: “La prego ministro, non rovini
me e le mie due famiglie”» ( Il libro nero
dell’Italia di Berlusconi, di F. Froio).
nisti”) a dare uno stop. I decreti penali di Giuseppe Casalbore, pretore di Torino, Eugenio Bettiol (Roma) e Nicola Trifuoggi (Pescara)
disattivano le interconnessioni oltre l’ambito locale. Berlusconi potrebbe continuare in ambito locale
ma alza il tiro, denuncia l’”oscuramento” deciso dai pretori. Fa la vittima, organizza la serrata e scommette sul populismo. Fa leva sugli
orfani dei Puffi e delle telenovele,
dei quiz e dei film. La politica, ancora una volta, balbetta, non capisce
o, se capisce, non sa che fare. Craxi
ha gioco facile sabato 20 ottobre
quando, anticipando di tre giorni il
Consiglio dei ministri, riaccende le
tivù di Berlusconi con «un decreto spiega - che ripristini il buon senso». La P2 è sciolta ma con Berlusconi e Craxi l’obiettivo di Gelli di
«dissolvere la Rai in nome della libertà d’antenna», sopravvive. Da
quei primi anni ottanta si va avanti
con situazioni illegali, monopoli
selvaggi, ritardi. La guerra delle tivù è un capitolo della storia italiana mai chiuso, neppure dai governi di centrosinistra.
Diremo qui solo, e velocemente,
che il decreto Craxi non viene convertito in legge il 28 ottobre 1984.
Che il giorno dopo i pretori fanno
nuovamente staccare le interconnessioni. Che Craxi mangia la foglia
e capisce che per far vincere Berlusconi deve dare qualcosa anche alla
Rai e ai partiti di riferimento, Pci
compreso. Il 6 dicembre 1984 prende corpo il decreto Berlusconi-Agnes che diventa legge a colpi
di forzature, proroghe, e e votazioni di fiducia. Il tutto protetto e benedetto da Craxi, e non solo. Mai, osservano le opposizioni, c’è stata nella storia della Repubblica, “una saldatura così forte tra un gruppo politico e un singolo imprenditore”.
Cinque anni dopo, il 6 agosto
1990, la legge che porta il nome del
ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni Oscar Mammì (repubblicano), che amava ripetere “la politica è morta, viva la pubblicità”, si
limita a fotografare l’esistente, il
duopolio Rai-Fininvest senza un vero tetto pubblicitario e spot senza
limiti. Una legge incostituzionale,
fotocopia del decreto Agnes che la
Consulta boccerà nuovamente il 5
dicembre 1994. Si dice che quando
le cose cominciano male, poi vanno
avanti ancora peggio. La nascita delle tivù private in Italia era cominciata malissimo.❖
I pretori e le reti Fininvest
I pretori, in applicazione delle sentenze della Consulta, accecano le interconnessioni nazionali. Le tv Fininvest
possono trasmettere a livello locale
ma decidono per la serrata.
In 4giorni Craxiapprova ildecreto. Sarà bocciato. Il 6 febbraio 1985 diventa
legge un decreto, fotocopia del primo, il «Berlusconi-Agnes»
Viene approvata la Mammì che ratifica l’esistente dopo 14 anni di illegalità.
...e sempre nel 1984
Il 7 giugno Enrico Berlinguer è colpito
da un ictus durante un comizio a Padova per le elezioni europee. Morirà
poco dopo. L’11 febbraio Bettino Craxi
aveva firmato per il governo italiano
la revisione del concordato.
«Sulle regole»
Il magistrato che scoprì la P2, indagò sul delitto Ambrosoli, Imi-Sir, lodoMondadorieSmeha lasciato lamagistratura per dedicarsi alla cultura
della giustizia. (Ed. Feltrinelli)
Nella vita dei capitani d’industria ci sono sempre delle zone
oscure che poi si diradano. Non è così con Berlusconi
a biografia di un uomo come Silvio Berlusconi sarebbe stata, in una normale
società, nient’altro che il
racconto della vita di un
piccolo borghese venuto dal nulla che
con la sua intraprendenza e con la
sua astuzia nell’intrecciare rapporti
di amicizia e di complicità coi protettori e coi soci politici utili per i suoi
fini di profitto, ha saputo costruire un
gigantesco patrimonio.
(...)Si dice che nella vita avventurosa dei grandi capitani d’industria c’è
sempre, soprattutto alle origini, una
zona oscura. Ma poi il buio generalmente si dirada (...). Su quel che accade, invece, agli esordi imprenditoriali
di Berlusconi, il segreto resta privo di
Le protezioni politiche sono essenziali nella sua vita. Berlusconi è un potente del vecchio regime, la prima Repubblica, è diventato potente proprio
grazie a quel regime. Soltanto con
avalli politici riesce a costruire il suo
patrimonio mediatico beffando e violando la legge, facendosi fare le leggi
come da un sarto, su misura.(...)
Nei primi anni Novanta si sente in
pericolo. Gli affari hanno avuto una
grave ricaduta, debiti per migliaia di
miliardi pesano minacciosi, i suoi protettori hanno perso l’autorevolezza di
un tempo o, piuttosto, sono impegnati a difendere sé stessi dalle insidie dei
fastidiosi custodi delle regole, i magistrati. Berlusconi si getta allora in politica in prima persona come l’uomo
dell’antipolitica, lui che alla politica
delle trame partitiche deve tutto. (...)
(...) È titolare del più colossale conflitto di interessi che si conosca in Occidente, problema di somma gravità,
padre di tutti i possibili inquinamenti, capace di rendere precaria la legalità istituzionale di uno Stato di diritto,
lasciato irrisolto anche dall’opposizione allocchita, al governo dal 1996 al
Sistema subito gli affari di famiglia con la nuova legge sull’imposta
di successione. Poi quelli delle sue
aziende(...). Non perde tempo e comincia a saldare i conti con i magistrati che devono giudicarlo per reati di non lieve entità, commessi prima di entrare in politica. Crea conflitti istituzionali continui in un sistema che dovrebbe essere liberal-democratico. È impudico nell’imporre
alla sua maggioranza parlamentare
(...) di approvare leggi studiate per
la sua salvezza giudiziaria, marchingegni che riguardano i suoi affari
personali e la sua personale impunità nei processi in corso (...).
La guerra di Berlusconi con i magistrati di Milano è senza quartiere.
Non esiste paese civile al mondo in
cui il presidente del Consiglio intralci il corso della giustizia con un accanimento così ossessivo per stornare
da sé le accuse della magistratura.
(...)I pubblici ministeri, ma anche i
giudici, sono considerati nemici, «figure da ricordare con orrore».(...)Contro di loro si accumulano denunce, esposti, ispezioni, procedimenti disciplinari, ricusazioni.
Sempre respinti dai Tribunali, dalle
Corti d’Appello, dalla Suprema Corte di Cassazione, dal Csm. Hanno
sempre operato rispettando la legge
e la Costituzione. (...)
Le opere e i giorni dell’uomo di
Arcore. A leggerne la trama si ha forse una risposta alla domanda (...):
come mai Fiori, dopo aver scritto di
personaggi che per tutta la vita si sono battuti per la giustizia e la libertà, nel 1994-’95 ha pensato di raccontare le avventure di Silvio Berlusconi? È la questione morale ad
aver fatto da stimolo. Nel cuore della questione morale, che è questione politica (...) vivono gli eroi positivi dei suoi libri. Ed è la questione morale, sopraffatta, a far da spina dorsale al Venditore(...). Venditore di
merce e di illusioni. (...)
Dalla prefazione a «Il venditore»,
SILVIOSTORY/15
La guerra di Segrate - 1988/1991
Mondadori, la presa del potere
con seduzioni e mazzette
a Guerra di Segrate è
una sorta di prova generale della sua “discesa in
campo”. Nella presa del
potere di Mondadori, la principale
casa editrice italiana, registra tutte
le sue abilità: la seduzione, la dissimulazione, l’uso spregiudicato delle mai chiarite eppure quasi illimitate disponibilità economiche, la capacità di condizionare i giudici. Ed
è la vittoria sull’altro principale
azionista della Mondadori, Carlo
De Benedetti, imprenditore e finanziere d’esperienza internazionale,
a convincere il Cavaliere di essere
ormai pronto per la conquista del
cuore del potere: il governo del Paese.
La prima parte della vicenda è
per Berlusconi un ricasco dell’acquisto di Rete 4 (1984) proprio da
Mondadori, che gli consente di
schierare nell’etere tre reti nazionali come la Rai. Con metodo, l’ormai
ex costruttore edile acquista pacchetti di azioni sempre più consistenti della casa editrice quotata in
borsa. Gli eredi del fondatore non
vanno d’accordo e, nel 1988, Berlusconi riesce ad avere il controllo anche delle quote del più debole nipote di Arnoldo Mondadori, Leonardo. L’azienda di Segrate si ritrova
così con tre azionisti: la Cir di Carlo
De Benedetti (che a sua volta acquista quote azionarie), la Fininvest e
la famiglia Formenton, erede di
Mario, per molti anni guida indiscussa dell’azienda e genero di Arnoldo. De Benedetti stipula un patto apparentemente d’acciaio con la
famiglia Formenton, convincendola a cedergli la sua quota entro il 30
Silvio Berlusconi e Cesare Previti
gennaio 1991. Per blindare il suo
predominio l’ingegnere ottiene, il 9
aprile del 1989, che Eugenio Scalfari e Carlo Caracciolo vendano alla
sua Mondadori i loro pacchetto azionari dell'Espresso. Nasce la Grande
Mondadori, che ha come presidente
Caracciolo e in dote Repubblica,
l’Espresso e i giornali locali della catena Finegil.
Qui entrain gioco l’abilità seduttiva di Berlusconi, che finora ha sempre dichiarato di voler stare in Mondadori «come il passeggero sul sedile posteriore di un’auto». Gioca su
più piani: sulla presunta disattenzione di De Benedetti nei confronti delle aspettative dei Formenton, sulla
loro fervente fede rossonera (sono
gli anni del Milan stellare di Arrigo
Sacchi, Gullit e Van Basten), sulla
dissimulazione delle sue reali intenzioni. Nel novembre 1989 i Formenton rompono clamorosamente il sodalizio con De Benedetti e si schierano con Berlusconi: «Tu sei un ma-
scalzone!», s’infuria Caracciolo
quando il Cavaliere gli comunica di
avere in mano la quota Formenton.
Il 25 gennaio 1990 Berlusconi entra
trionfalmente nel palazzo di Segrate
disegnato dall’architetto Niemeyer:
tutti capiscono che è lui il nuovo padrone e che nulla sarà più come prima.
De Benedetti contesta subito davanti alla magistratura milanese la
rottura unilaterale dell'accordo con
i Formenton, dando inizio a una lunga querelle giudiziaria. La battaglia
è senza risparmio di colpi, che volta
per volta danno il vantaggio a uno o
all’altro dei principali contendenti.
Dopo sedici anni di attesa e di anarchia in cui l’ex palazzinaro è potuto
diventare in tutto e per tutto alternativo alla Rai, è in dirittura d’arrivo
anche la legge Mammì con l’opzione
zero (o tivù o giornali). Un collegio
di tre arbitri, scelti di comune accordo, stabilisce il 21 giugno 1990 che
l'accordo De Benedetti e Formenton
è più che valido e che le azioni Mon-
dadori sono legittimamente della
Cir. Alla guida della Mondadori tornano gli uomini scelti da De Benedetti. Ma durano poco. Il lodo arbitrale
viene impugnato da Berlusconi davanti alla Corte d’Appello di Roma,
prima sezione civile, presieduta da
Arnaldo Valente. Il giudice relatore
è Vittorio Metta. È con loro che Berlusconi gioca la carta delle sue
“capacità” di convinzione. Il 24 gennaio 1991 arriva la sentenza che annulla il verdetto del lodo. Valente
nella motivazione arriva a giudicare
non valido l’accordo originario, quello del 1988 tra De Benedetti e i Formenton. La Mondadori è di nuovo di
Andare avanti a colpi di sentenze
contrastanti sembra a tutti una follia. A districare la complicata matassa è Giuseppe Ciarrapico, imprenditore di destra, amico di Andreotti, in
buoni rapporti con Caracciolo. Grazie alla sua mediazione la Grande
Mondadori viene spartita tra De Be-
La prima squadra allenata da Marcello dell’Utri è la Torrescalla, nome del collegio
dell’ Opus dei che lo ospitava. Silvio farà da sponsor con Edilnord e quello sarà, da allora in
poi, il nome del team. Poi, chiamato dall’Opus dei, Dell’Utri va a dirigere la polisportiva Elis a
Roma. Infine, a Palermo, dirige la Bacigalupo, dove incontra i mafiosi Cinà e Mangano.
Il blitz di San Valentino
Il giudice ammazza-sentenze
Il 14 febbraio 1983 viene arrestato il
direttore della banca Rasini, Antonio
Vecchione che, processato e condannato,
sarà licenziato nel 1987.
Corrado Carnevale cancella in Cassazione, nel
1989, le imputazioni contro Antonio Virgilio
e Luigi Monti, accusati di investire nella
Rasini per conto dei clan di Cosa Nostra.
nedetti, che si tiene la Repubblica,
L'Espresso e i quotidiani locali, e Berlusconi che riceve Panorama e il resto della Mondadori, più 365 miliardi di lire di conguaglio. E’ il 30 aprile
Quattro anni e una Tangentopoli
dopo, quando Berlusconi è già stato,
seppur brevemente, inquilino di Palazzo Chigi, deflagrano le dichiarazioni di Stefania Ariosto, ex amica di
Berlusconi ed ex compagna del suo
avvocato Vittorio Dotti, secondo la
quale i giudici Valente e Metta frequentavano abitualmente Cesare
Previti, il legale da decenni sodale di
Berlusconi: anzi, dice di aver sentito
il futuro ministro della Difesa raccontare di tangenti versate ai magistrati. La Procura di Milano apre le
indagini sulla sentenza della prima
sezione civile della Corte d’Appello
di Roma e va a caccia dei conti da cui
sarebbero arrivati i soldi per corrompere i giudici che avevano regalato
la Mondadori a Berlusconi. Si scopre che nemmeno un mese dopo la
sentenza, la All Iberian che fa capo a
Le mani sul più grosso
Accordo De Benedetti-Formenton: a
gennaio 1991 tutto a De Benedetti
De Benedetti proprietario di Espresso
A gennaio Berlusconi entra a Segrate:
Formenton tradisce accordo
per l’amico del papa
L’Unto del signore di Gümpel e Ferruccio Pinotti
indaga i legami della Rasini con la finanza vaticana
Il Lodo riconsegna le azioni a Cir
I giudici Valente e Metta danno ragione a Berlusconi
...e intanto nel 1988
Il processo Moro Ter si conclude con
153 condanne e 20 assoluzioni. Viene
assassinatoil senatore Dc Ruffilli. Crollanole azionidel gruppoFerruzzi.Gardini vende la Standa a Berlusconi. Nasce il gruppo Enimont.
Nell’aprile 2006 la
Previti e il giudice Metta Il libro
Fininvest aveva versato 3 miliardi di
lire su un conto di Cesare Previti e 1
miliardo e mezzo su quello di un avvocato faccendiere. Dopo un giro tortuoso, parte di questi soldi – secondo i giudici – era finita a Vittorio Metta («Un’eredità», dichiarerà al processo). Previti giura che i tre miliardi
sono la sua parcella.
Nel 2003 Vittorio Metta – che, lasciata la magistratura, va a lavorare
con Previti - sarà condannato a 13
anni, Previti a 11 anni, gli avvocati e
faccendieri Attilio Pacifico a 11 anni
e Giovanni Acampora a 5 anni e 6
mesi. Berlusconi non arriva nemmeno a giudizio grazie alle attenuanti
generiche che fanno prescrivere il reato. Nell’aprile del 2005, in appello,
nuovo ribaltamento: tutti assolti per
la parte Mondadori. Nell’aprile
2006 la Cassazione condanna invece Previti, Pacifico e Acampora a 1
anno e 6 mesi e Metta a 1 anno e 9
Corruzione c’è stata. La sentenza
fu comprata con 425 milioni di lire
prelevati dal conto All Iberian (Fininvest). Ma la Mondadori, da vent’anni, è proprietà di Berlusconi.❖
Intervista a Udo Gümpel
dell’Italia di Berlusconi
do Gümpel ha scritto insieme a Ferruccio Pinotti il libro, “L’unto del signore” (Bur)che indaga sull’intreccio di rapporti finanziari e politici di Berlusconi con il mondo cattolico.
Herbert Batliner, avvocato in Vaduz, Lichtenstein. Un nome che agli italiani dice poco. Non è così per l’opinione pubblica tedesca, vero?
«Batliner in Germania lo conosciamo
bene, il suo nome era emerso la prima volta all’inizio degli anni Novanta
nell’ambito dello scandalo sui fondi
neri della Cdu, la Democrazia cristiana tedesca. Ed era colpito da mandato di cattura per l’assistenza fornita a
grandi evasori fiscali tedeschi. Per
questo sono saltato sulla sedia quando ho saputo che, il 12 settembre
2006, doveva incontrare il papa a Ratisbona».
E come riuscì Batliner a passare il confine austro-tedesco?
«Da padrone a premier». Inizia
così il libro che Felice Froio nel 2006
ha pubblicato per i tipi di Newton&
Compton editori, rigorosa analisi degli anni di governo di Berlusconi.
«La Procura di Bochum, che aveva
più di 400 fascicoli in cui compare il
suo nome, ha ceduto alle pressioni in
favore di questo “Gentiluomo di sua
santità” e gli ha concesso un salvacondotto. Batliner donò in quella occasione alla Cattedrale di Ratisbona un organo del valore di 780mila euro. Non
era il primo dono di questo tipo, nel
dicembre 2002 fu celebrato il rito di
benedizione dell’organo della cappella Sistina. Anche quello è un dono di
Batliner».
Quale relazione avete scoperto fra l’avvocato fiduciario della Santa Sede e la
banca Rasini?
«Batliner, insieme allo svizzero Wiederkehr, era fiduciario di tre società
con sede nel Lichtenstein: Manlands, Wootz e Brittener. Queste società avevano il 35% della Rasini, una
quota che ne consente il controllo.
E, nel 1973-1983, vi furono continui aumenti di capitale».
Iproprietari sono gli Azzaretto, che lasciano dopo il blitz della «operazione
S.Valentino».
«È sorprendente che nessuno, prima di noi, abbia sentito la versione
di Dario Azzaretto. È l’Ad della banca in quegli anni mentre il presidente è Carlo Nasalli Rocca di Corneliano, nipote del cardinale Giovanni
Battista Nasalli. La famiglia Azzaretto, di origini siciliane, è legata alla
Santa sede dai tempi di Pio XII. Gli
Azzaretto nell’83 vendono ai Rovelli, ma non si arricchiscono. E Dario
conferma che Giulio Andreotti frequentava d’estate la villa del loro padre, Giuseppe, sulla Costa Azzurra.
La domanda allora è: i Rovelli salvarono una banca amica del Vaticano? Se questo aiutò anche l’astro nascente di Berlusconi tanto meglio.
Sono cose a buon rendere».
C’è traccia di collegamenti con il
“banchiere di Dio” Roberto Calvi?
«Non c’è prova documentaria ma
fra le società partecipate della Capitalfin, di cui Calvi si occupò per conto dello Ior, compare una Fininvest
Ltd con sede Grand Cayman nel
1974. Se si tratta della stessa Fininvest che noi conosciamo come la
più celebre delle società di Berlusconi si dovrebbe anticiparne la nascita di un anno. Ma le Cayman Isleland non collaborano».
C’èunrapporto fraOpus deiela nascita di Forza Italia?
«Marcello Dell’Utri, oltre che il più
convinto fautore di Forza Italia, è lo dice lui stesso - un uomo dell’Opus dei».❖
SILVIOSTORY/16
La discesa in campo e i segreti di Mills - 1993-1994
«L’Italia è il paese che amo...»
Ma il partito è l’unica salvezza
da il concetto di occuparsi della cosa pubblica, con, ad esempio, leggi
a proprio uso e consumo e scudi fiscali. Da un punto di vista giudiziario non c’è dubbio che il Presidente
del Consiglio abbia fatto dal 1994 a
oggi una vita dura. Anzi durissima.
In un modo o nell’altro - prescrizioni, archiviazioni, reati cancellati
dal Parlamento - ha sempre vinto
lui. Ma le 400 pagine con cui il giudice Nicoletta Gandus a maggio scorso ha motivato i quattro anni e mezzo di condanna per corruzione in atti giudiziari di David Mills, l’avvocato inglese specializzato nella costruzione di società off shore, sono quelle che più danno fastidio al premier.
l 26 gennaio 1994 nei telegiornali delle sera accade
qualcosa che non s’era mai vista. Con un cassetta (e come
avrebbe potuto essere altrimenti) recapitata in copia a tutte
le tivù, le sue e in Rai, Silvio Berlusconi - perfetto senza neppure una
ruga, seduto alla scrivania e qualche libro sullo sfondo, stile quasi
presidenziale - ufficializza la sua
candidatura. «L’Italia è il paese
che amo, ho scelto di scendere in
campo e di occuparmi della cosa
pubblica perchè non voglio vivere
in un paese illiberale...».
Ilresto, più omeno, lo conosciamo: tre mesi dopo vince le elezioni; la Seconda repubblica seppellisce definitivamente la Prima grazie a Tangentopoli che ha azzerato cinquant’anni di storia politica
tra cui il Caf prezioso e strategico
punto di riferimento del Cavaliere
e grazie anche ad un sistema elettorale per la prima volta maggioritario. Comincia l’era dell’ «Unto
del Signore», dell’ «Uomo dei miracoli», del «Gesù della politica vittima paziente che si sacrifica per tutti». Quello che Berlusconi omette
nel presentarsi al popolo sono due
o tre cosette di fondamentale im-
26 gennaio 1994, Silvio Berlusconi annuncia in tv la discesa in campo
portanza. La prima: a fine del 1992
il saldo è negativo per 1.111 miliardi; il 1993 si conferma negativo. La
seconda: azzerato il Caf, il gruppo
Fininvest è senza referenti politici,
senza Craxi e, per dirne una, senza i
rubinetti sempre aperti delle banche. La terza, sullo sfondo, di cui il
futuro premier può non essere a conoscenza: anche Cosa Nostra in Si-
cilia è in cerca di nuovi referenti, c’è
in cantiere un nuovo partito, "Sicilia libera". I pentiti racconteranno
poi che la nascita di Forza Italia li fa
desistere. Dell’Utri nel 1993 ha già
cominciato il travestimento degli uffici Publitalia in sedi di Forza Italia.
Otto anni e mezzo di governi Berlusconi hanno spiegato, tra le altre
cose, come l’Unto del Signore inten-
Una lancia nel fianco, la storia di
Mills non ancora affondata del tutto
solo grazie al lodo Alfano, lo scudo
giudiziario per le quattro più alte cariche dello Stato e, non per caso, primo atto del Berlusconi IV. Dice,
quella sentenza, che l’avvocato Mills è stato corrotto. E che il corruttore
altri non dovrebbe essere che Berlusconi medesimo. Soprattutto, quella sentenza fa luce su alcuni misteri
della fortuna di Sua Residenza prima, Sua Emittenza poi e infine del
tycoon-premier.
Mills comincia a collaborare con
Berlusconi nel 1981. Nel passaggio
tra palazzinaro ed editore multimediale, chiede a Berruti - l’ex della
guaria di finanza che chiuse gli occhi ai tempi della Edilnord - di esplo-
ALLA G DI F
COMPRAVENDITA LENTINI
ACQUISTO AREA
Berlusconi è in
un’indagine per
Archiviata nel ’91
colpevole a
Venezia. Reato
illecito ai partiti,
è accusato di
volta è falso in
bilancio. Reato
frode fiscale per
l’acquisto di
un’area, il
premier è assolto
l’acquisto di tv
L’apertura dei club di Forza Italia fu curata da molte decine di promotori di
“Programma Italia”, l’azienda del gruppo Fininvest che si occupava della commercializzazione di servizi finanziari e assicurativi. I club non furono finanziati, anzi, finanziavano con
l’acquisto del kit preparato per la campagna elettorale. (E. Poli, Forza Italia, Il Mulino)
Come nasce il partito azienda
L’amnistia cancellò
«Berlusconi illustrò ai 26 capi-area di
Publitalia il progetto: trovare un candidato
per ogni collegio uninominale». Emanuela
Poli, Forza Italia, Il Mulino.
rare il modo di fondare compagnie
britanniche off shore per comprare i
diritti cinematografici americani ed
evitare il fisco. L’uomo giusto si chiama David Mills che quando nel ’99
viene chiamato a testimoniare al
processo All Iberian - la cassaforte
Fininvest, diranno i processi, di tutte le tangenti e delle dazioni al Psi di
Craxi - sarà molto vago, negherà la
geografia delle società off shore Fininvest. Una deposizione così preziosa che nel 1999 frutta all’avvocato un regalo di Natale di 600mila
dollari, circa un miliardo di vecchie
Per capire l’entità del “regalo”
che Mills ha fatto a Berlusconi con
quella deposizione, occorre fare
qualche passo indietro e andare al
25 ottobre 1996, nella stanza del
giudice Simon Brown della Queen’s
bench dell’Alta Corte di Londra.
Quel giorno, infatti, il giudice
Dopo oltre 30 anni, la
sentenza Mills fa un po’
di luce su tanti misteri
Brown decide che un vasto archivio
di documenti devono essere trasferiti a Milano presso i colleghi italiani
Fabio De Pasquale e Alfredo Robledo che indagano sulle tangenti Fininvest. Quelle carte, che i legali di
Berlusconi cercano di bloccare per
mesi, diventano la base probatoria,
nei dieci anni a seguire, di ben quattro processi contro il premier. E raccontano che Berlusconi ha creato
tra il 1989 e il 1996 fondi neri per
almeno 45,7 milioni di euro, soldi
usati per ingrassare la casse del Psi e
avere i favori dell’amico Craxi, per
corrompere giudici come Metta, e
via così giù per li rami. Raccontano
di una massiccia evasione fiscale (il
giudice Brown parla di una «gigantesca truffa per mezzo della quale almeno 100 miliardi di lire sono stati
furtivamente rimossi dalla Fininvest e usati per scopi criminosi»). Disegnano, quelle carte, una geografia di 64 società offshore tra Virgin
islands,Panama, Channel islands.
Ci sono i misteri della All Iberian,
che Berlusconi ha sempre negato anche solo di conoscere, e che è il centro dell’universo offshore berlusconiano, cioè la Fininvest group B-very discreet. All Iberian, ha raccontato Mills, è stata creata da lui il 13
maggio 1988 sull’isola di Jersey e
agiva per conto della Fininvest spa.
Responsabile era Giancarlo Foscale, cugino di Berlusconi, già prestanome ai tempi della prima Fininvest
e figlio dello zio socio accomandatario della Italcantieri nel 1973.
Bisognerebbe qui parlare anche
del ruolo della Cmm corporated services limited, lo studio di Mills in Regent street a Londra, snodo dei fondi neri e delle società off shore. Ma
questo è un filo tortuoso che arriva a
Calvi e a Sindona e di nuovo alla P2
e che meriterebbe un capitolo a parte. Basti dire che nella fortuna di Berlusconi alla fine tutto si tiene. E si
spiega. Serve la pazienza di mettere
in fila gli indizi e il disegno si fa, più
di trent’anni dopo, un po’ più chiaro.
Ne manca sempre un pezzo perché i dadi tornano, e si fermano, sulla casella Banca Rasini e sull’incendio che negli anni Ottanta ne mandò in fumo l’archivio e tutti i suoi segreti. Compresa l’origine della fortuna di Silvio Berlusconi.
Il primo libro su Berlusconi fu “Inchiesta sul signor Tv” di
Ruggeri e Guarino che vinsero tutte le cause a loro intentate
el febbraio 1994, subito dopo la «discesa in
campo», esce da Kaos
“Berlusconi. Inchiesta
sul signor Tv”. Un libro
ben documentato che contiene già
molti aspetti oscuri alle origini della
carriera di Berlusconi.
“L’inchiesta” era già uscita nel
1987, con gli Editori Riuniti. Le vicende a cui era andato incontro il volume scritto da Giovanni Ruggeri e
Mario Guarino in quei sette anni, sono molto indicative del tipo di rapporto che l’attuale premier aveva sin
d’allora verso il giornalismo d’inchiesta relativo alle «macchie bianche»
del suo passato. Ruggeri era bravissimo nella lettura dei bilanci e degli assetti societari. Guarino un cronista.
Entrambi lavoravano, allora, per il
gruppo Rusconi, un colosso che si
era impegnato nella gara delle Tv
commerciali ma che aveva dovuto cedere perché «il concorrente ha mezzi
illimitati e la concorrenza non si può
fare così».
La prima querela arrivò al
“Mattino” di Napoli diretto da Pasquale Nonno, prima ancora che il libro uscisse, nel settembre 1986. L’articolo, dal titolo “Chi sarà il padrone
di Berlusconi” era di Roberto Napoletano che, fra gli altri, aveva sentito
Giovanni Ruggeri. Il Tribunale di Napoli stabilì «l’infondatezza delle doglianze» del querelante.
Il libro sarebbe dovuto uscire ad
ottobre ma, a quel punto, succede
qualcosa di strano che fa slittare la
pubblicazione fino a marzo 1987. Cosa sia successo lo si scopre nel 1993,
quando Tiziana Parenti, sostituto
procuratore a Milano, ascolta Flavio Di Lenardo, già socio di Ecolibri, una casa editrice collegata agli
Editori Riuniti: «Bruno Peloso (amministratore delegato, ndr) mi disse che Fedele Confalonieri arrivò a
ipotizzare l’acquisto della Editori
Riuniti pur di non vedere quel libro
in vendita». A questa testimonianza si aggiunge quella degli autori:
«Fedele Confalonieri... ci mandò il
funzionario della Fininvest Sergio
Roncucci, il quale, ostentando un
carnet di assegni ci aveva detto
“compriamo noi il libro a scatola
chiusa. La cifra la scrivete voi».
In ritardo, ma il libro esce. Parte
l’offensiva legale non contro il volume ma contro i giornali che pubblicano interviste a Ruggeri e Guarino: “La Notte”, “l’Unità”, “Epoca”.
Nelle cause contro “l’Unità” e “La
Notte” Berlusconi è condannato al
pagamento delle spese legali. Il procedimento contro “Epoca” è più
complesso ma si conclude con la
piena assoluzione dei giornalisti.
C’è, però, un episodio che merita
di essere raccontato: al Tribunale
di Verona nel 1988 Berlusconi aveva affermato che la sua affiliazione
alla P2 risaliva al 1981 e non - come
scritto nel libro - al 1978. E che non
aveva mai corrisposto alcuna quota di iscrizione alla Loggia P2. Nel
1990 Berlusconi viene condannato
per falsa testimonianza ma, nel frattempo, il parlamento ha votato una
amnistia e così «il reato attribuito
all’imputato va dichiarato estinto
per intervenuta amnistia».
Giovanni Ruggeri è morto tre anni fa. Mario Guarino è oggi in pensione ma, dopo che aveva lasciato
Rusconi e Milano, la sua vita professionale non è stata facile.
Il testimone del libro d’inchiesta
è passato, nel 1995, a «Il venditore» di Peppino Fiori che, in questa
Silvio Story, ci ha fatto da guida.❖
ATTENTATI DI MAFIA ’92-’93
DIRITTI FILM
a Firenze e
per corruzione in
atti giudiziari per
l’acquisto Sme.
corruzione in atti
giudiziari. Reato
SosPeso per
ipotizzato è
per la rete di 64
società offshore.
Assolto perché il
fatto non è reato
indebita e falso
Sospeso da
Gli incontri con Licio Gelli
L’aiuto delle banche
CREDITI MPS
E SODALIZIO
assano due mesi, e il 26 gennaio 1978
Berlusconi (...) interessato ad aggiungere altri fili robusti alla matassa delle
sue relazioni, decide di «scendere in
Loggia», adepto di Licio Gelli: tessera
1816, codice E. 19.78, gruppo 17, fascicolo 0625.
(...) Interrogato a Milano il 26 ottobre 1981 dal
giudice istruttore Rivellese, risponde: «Mi sono
iscritto alla P2 nei primi mesi del 1978, su invito
di Licio Gelli. Non ho mai versato contributi (in
realtà, agli atti risulta un versamento di centomila
lire, nda) (...) Fu Roberto Gervaso, mio amico, a
presentarmi a Gelli. (...) Non vi fu cerimonia di
iniziazione(...) Altro interrogatorio a Verona. È
uscito nel 1987, da Editori Riuniti, il pamphlet
Berlusconi. Inchiesta sul signor tv, di Giovanni Ruggeri e Mario Guarino. Berlusconi ha querelato interviste giornalistiche dei due biografi a «La Notte», a «l’Unità» e ad «Epoca». Il Tribunale di Verona sente dunque il querelante il 27 settembre
1988: «Non ricordo la data esatta della mia iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco
anteriore allo scandalo (...) Non ho mai pagato
una quota d’iscrizione né mai mi è stata richiesta». Bugie. E infatti: 1. lo scandalo (la pubblicazione degli elenchi P2 scoperti a Castiglion Fibocchi) è del maggio 1981, l’affiliazione di tre anni
prima; 2. ha pagato. Inevitabilmente scatta la denuncia per falsa testimonianza. Era all’attacco da
querelante, arretra a imputato. Sentenzierà nel
maggio del 1990 la Corte d’Appello di Venezia:
«Ritiene il Collegio che le dichiarazioni dell’imputato non rispondano a verità. In sostanza, infatti,
secondo Berlusconi, la sua definita adesione alla
P2 avvenne poco prima del 1981 e non si trattò di
vera e propria «iscrizione» perché non accompagnata da pagamenti di quote appunto d’iscrizione. Tali asserzioni sono smentite: a) dalle risultanze della Commissione Anselmi; b) dalle stesse dichiarazioni rese dal prevenuto avanti al GI di Milano, e mai contestate (...) Ne consegue quindi che
il Berlusconi ha dichiarato il falso (...)».❖
Oggi la prima parte dedicata agli anni della P2: chi è Berlusconi nel 1977, il suo incontro con Gelli,
le insistenze del Maestro Venerabile perchè si iscrivesse. La P2 costa al Cavaliere una condanna poi
amnistiata per falsa testimonianza. Domani la seconda parte: se e quali vantaggi Berlusconi ha avuto
iscrivendosi alla Loggia del Maestro Venerabile; la forte somiglianza tra il progetto politico del Piano
di Propaganda 2 con le scelte dei governi Berlusconi.
uello di Berlusconi è il caso di
un uomo borderline del Novecento riuscito a farsi luce in un
mondo di ombre dove nulla è
chiaro e nulla è stato chiarito».
Dalla prefazione di Corrado Stajano
alla edizione del 2004 de «Il venditore»
Giuseppe (Peppino) Fiori
era nato a Silanus (Nuoro) nel 1923
è morto a Roma nel 2003
Giornalista, direttore di Paese Sera e vicedirettore del Tg2,
Peppino Fiori è stato anche biografo di Antonio Gramsci, Emilio
Lussu, Carlo e Nello Rosselli, Enrico Berlinguer e autore di un romanzo, «Uomini ex». È stato senatore e capogruppo della Sinistra
indipendente per tre legislature e,
in questa veste, dall’opposizione,
seguì le vicende che portarono alla legge Mammì.
l Collegio sindacale del Monte dei Paschi dopo la rivelazione del sodalizio in loggia di
Cresti e dell’industriale edile Berlusconi - ha
indagato in profondità. Categorico e tagliente
l’attacco della relazione approvata dai sindaci
il 9 ottobre 1981: «La posizione di rischio verso
il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali».
Dal 1974 al 1981 l’intero sistema creditizio
italiano ha messo a disposizione di Berlusconi
fidi per 198 miliardi 622 milioni (il solo Monte
dei Paschi 39 miliardi 150 milioni, pari al 19,7
per cento). Da aggiungere ai fidi le fidejussioni: 150 miliardi 311 milioni (il Monte dei Paschi 28 miliardi 213 milioni, pari al 18,7 per
cento). E da aggiungere a fidi e fidejussioni i
mutui di credito fondiario: la quota del Monte,
dal 1967 al 1981, è di 48 miliardi 465 milioni
90mila lire (in più, sono in istruttoria nel 1981
quattro operazioni per complessivi 41 miliardi
795 milioni 97mila lire).
Commenta duramente il Collegio sindacale:
«Si tratta indubbiamente di una posizione che
suscita perplessità per il suo rapido progredire
ed espandersi che allo stato non trova una ragionevole giustificazione se non nella fiducia e nella capacità imprenditoriale del Berlusconi, che
in buona sostanza ha sempre operato, dal punto
di vista finanziario, contando sul beneficio derivante dalla crescente svalutazione della moneta
e dalle condizioni del mercato edilizio. Quale il
punto debole della situazione del Berlusconi?
Potrebbe essere rappresentato da un contenimento, auspicabile nel Paese, della svalutazione e/o da un diverso indirizzo del mercato
C’è, in questa ricognizioni tecnica, un passaggio che a noi pare di alta rilevanza politica: ciò
che è auspicabile per il paese, il contenimento
della svalutazione, è contrario agli interessi di
Berlusconi. Funzionale agli interessi di Berlusconi è una forte spinta inflazionistica.❖
La tessera della P2 dà accesso al credito
Con l’adesione alla Loggia P2 sembrano aprirsi per Berlusconi porte che sono chiuse per altri
imprenditori. Questo sostiene la relazione dei sindaci del Montedei Paschi di Siena di cui il libro di
Giuseppe Fiori riporta ampi stralci. Ma i collegamenti non sono solo economici. Inizia a configurarsi
una strategia politica che non vede Berlusconi come protagonista ma come partecipe di un disegno
che ha molti punti in comune con quello elaborato dalla loggia massonica deviata.
Berlusconi. Inchiesta sul signor tv, di Giovanni
Ruggeri e Mario Guarino. Berlusconi ha querelato interviste giornalistiche dei due biografi a «La
Notte», a «l’Unità» e ad «Epoca». Il Tribunale di
Verona sente dunque il querelante il 27 settembre 1988: «Non ricordo la data esatta della mia
iscrizione alla P2, ricordo comunque che è di poco anteriore allo scandalo (...) Non ho mai pagato una quota d’iscrizione né mai mi è stata richiesta». Bugie. E infatti: 1. lo scandalo (la pubblicazione degli elenchi P2 scoperti a Castiglion Fibocchi) è del maggio 1981, l’affiliazione di tre anni
vera e propria «iscrizione» perché non accompagnata da pagamenti di quote appunto d’iscrizione. Tali asserzioni sono smentite: a) dalle risultanze della Commissione Anselmi; b) dalle stesse
dichiarazioni rese dal prevenuto avanti al GI di
Milano. Ne consegue quindi che il Berlusconi ha
dichiarato il falso» (Pagg.49-51).
l Collegio sindacale del Monte dei Paschi dopo la rivelazione del sodalizio in loggia
di Cresti e dell’industriale edile Berlusconi - ha indagato in profondità. Categorico
e tagliente l’attacco della relazione approvata dai sindaci il 9 ottobre 1981: «La posizione di rischio verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali».
Commenta duramente il Collegio sindacale: «Si tratta indubbiamente di una posizione
che suscita perplessità per il suo rapido progredire ed espandersi che allo stato non trova una
ragionevole giustificazione se non nella fiducia e nella capacità imprenditoriale del Berlusconi, che in buona sostanza ha sempre operato,
dal punto di vista finanziario, contando sul beneficio derivante dalla crescente svalutazione della
moneta e dalle condizioni del mercato edilizio.
Quale il punto debole della situazione del Berlusconi? Potrebbe essere rappresentato da un
contenimento, auspicabile nel Paese, della svalutazione e/o da un diverso indirizzo del mercato (...)». C’è, in questa ricognizioni tecnica,
un passaggio che a noi pare di alta rilevanza
politica: ciò che è auspicabile per il paese, il
contenimento della svalutazione, è contrario
agli interessi di Berlusconi. Funzionale agli interessi di Berlusconi è una forte spinta inflazionistica. (Pagg.59-63)
Legami pericolosi (II parte)
DA GAETANO CINÀ
Mangano e Dell’Utri, le spine di Silvio
E CAROSELLO
«ILVENDITORE»
trentasei anni, nel 1977, Marcello
Dell’Utri lascia Berlusconi...È assistente d’un siciliano di Sommatino
(Caltanissetta), Filippo Alberto Rapisarda, 47 anni, finanziere con precedenti di galera nell’isola. Dirà al magistrato Della
Lucia il 6 maggio 1987 Rapisarda: «Dell’Utri Alberto mi era stato raccomandato da Cinà Gaetano, e in quell’occasione il Cinà Gaetano mi pregò
di far lavorare con me i fratelli Dell’Utri (...). È
vero che il Dell’Utri Marcello già lavorava per il
gruppo Berlusconi, sennonché il Dell’Utri Marcello e il Cinà mi dissero che il Berlusconi era in cattive acque, (...) Ho assunto Dell’Utri Marcello perché era difficilissimo poter dire di no al Cinà Gaetano, dal momento che il Cinà non rappresentava solo se stesso bensì il gruppo in odore di mafia
facente capo a Bontade-Teresi-Marchese Filippo
Esistono due società immobiliari Inim. Una è
la Inim-Internazionale immobiliare di Francesco
La Rosa e C. sas, il capitale sociale interamente
sottoscritto da Rapisarda, sede principale a Mondovì (Torino), filiale milanese al 7 di via Chiaravalle. Questa Inim ha una consociata, la Bresciano Costruzioni di Mondovì. Ne diviene consigliere delegato Marcello Dell’Utri, già prestanome di
Berlusconi nell’Immobiliare San Martino 4 anni
prima. L’altra Inim ha sedi a Palermo, al 9 di via
Rapisardi, e a Milano, al 7 di via Chiaravalle. La
presiede un siciliano di Villabate (Palermo),
Francesco Paolo Alamia, 48 anni, in affari con il
capo del Kombinat politico-mafioso Vito Ciancimino; amministratore delegato, Alberto Dell’Utri. Rapisarda e Alamia controllano anche la
Raca, sede al 7 di via Chiaravalle, e la Venchi Unica 2000, un’antica società dolciaria torinese sulle
cui aree si vorrebbero costruire palazzi. Tutta
un’attività che la Criminalpol tiene d’occhio. Questa la sua conclusione: «La Inim e la Raca sono
società commerciali gestite dalla mafia e di cui la
mafia si serve per riciclare il denaro sporco». ❖
’11 giugno 1979 Reteitalia irrompe
sul mercato comprando dalla Titanus
di Goffredo Lombardo trecento film
per due miliardi, un’enormità, e Lombardo ne è sbalordito: per Rocco e i
suoi fratelli di Visconti non era riuscito a strappare alla Rai che mezzo milione. Il punto è tuttavia
che Berlusconi si è assicurato film di sicuro richiamo anche sul mercato internazionale. (...) Gli capita di pagare 30mila lire un cartone animato italiano d’altri tempi, La rosa di Bagdad, che in seguito, richiesto da tutto il mondo, gli frutterà mezzo
miliardo a ogni passaggio in Tv. (...) Seconda
gamba, la pubblicità. (...)Nasce l’homo berlusconianus(...): «niente barba o baffi e nemmeno riccioli troppo abbondanti. Attenti alla forfora. Vietato fumare. Alito e abito sempre freschi. Mai appoggiare la borsa sulla scrivania del cliente. Mai
togliersi la giacca davanti a lui. Tenere sempre in
macchina una camicia stirata di riserva, dentifricio, spazzolino, pettine e un flacone di colonia.
Ricordare la data di compleanno del cliente, della moglie e dei figli». (...) Con i clienti più difficili,
entra in gioco lui (...). E via con le storielle sulle
ubbìe del generale Giovanni Fiore, il cattolico integralista capo della Sipra-Rai (...) ad esempio il
cavalier Averna di Caltanissetta, quello dell’amaro. «L’industriale siciliano non ha capito», racconta colorando un fatto vero, «perché la sua azienda resti esclusa da Carosello. Va a Torino, incontra il generale Fiore, si sente dire: «... Lei sa, questo è un paese cattolico, e la nostra è la televisione di Stato...». L’uomo dell’amaro riprende a frequentare le funzioni nel Duomo di Caltanissetta,
torna a Torino, il generale Fiore ha saputo, ma
niente Carosello, ancora un’esortazione: «So che
nella sua città c’è un ottimo predicatore...». (...)
«Nuovo viaggio a Torino. Il generale Fiore, concedendogli finalmente cittadinanza in Carosello:
“Però, mi raccomando, non dimentichi di fare la
comunione e di osservare il precetto pasquale”».
(Il venditore, Garzanti, p92)
ncora un interrogativo: chi è veramente lo «stalliere» di Berlusconi ad
Arcore Vittorio Mangano?
Corrado Stajano, studio di mafia,
ne segnala il rilievo nella costellazione di Cosa Nostra già in un convegno sulla criminalità organizzata in Lombardia del 30 settembre - 1
ottobre 1983, quindi ben prima del maxiprocesso
di Palermo: «Da un’intercettazione telefonica si
ha il fondato sospetto che nel gennaio 1980 si stia
preparando a Milano un sequestro di persona. Il
cervello dell’operazione è a palermo, gli esecutori
a Milano. L’organizzazione è già in una fase avanzata: si sta discutendo l'acquisto di un appartamento per custodire il sequestrato. Ma nel giro di
24 ore avvengono a Firenze due rapine organizzate per finanziare l’acquisto dei locali, e la squadra
mobile fiorentina arresta dieci persone coinvolte
nelle rapine e nel tentativo di sequestro. Il personaggio chiave è un mafioso palermitano, vittorio
mangano, implicato nel traffico della droga tra Palermo e Milano, con disponibilità di ingenti quantità di denaro. mangano, che allora sfugge alla cattura, è l’anello di congiunzione tra la cosca di Salvatore Inzerillo e la cosca dei siciliani trapiantati a
Milano; è uno degli inquisiti dell’inchiesta Falcone; è legato a pericolosi pregiudicati come i fratelli Fidanzati, Giorgio Bono, Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta e a un misterioso personaggio, Tanino, che poi si rivelerà come Ugo Martello. Mangano ha interessi in tutta una serie di società commerciali milanesi: la Promotiom Team due, anzitutto, che ha come oggetto d’esercizio d’importazione e l’esportazione dei prodotti più svariati. La società ha un amministratore e un gestore che fanno
capo a Mangano, interessato in altre società con
sede a Milano in via Larga 13: la Citam, la Datra e
la Maprial. Un’impiegata rileva i nomi delle persone che frequentano abitualmente i locali di queste
aziende, pericolosi pregiudicati e uomini di mafia, personaggi inquisiti anche dal giudice Falcone
nella sua inchiesta su mafia e droga». ❖
La Silvio story affronta il capitolo cruciale dei rapporti tra Dell’Utri e Cosa Nostra e fino a che
punto questo legame, riconosciuto da una sentenza di primo grado, può, nel caso, aver influito nell’ascesa del Cavaliere. Come Berlusconi e Dell’Utri diventano amici, gli anni dello stalliere Mangano, del
suo ruolo all’interno di Cosa Nostra prima a Palermo e poi a Milano. Paolo Borsellino, due mesi prima di
essere ucciso, disse: «Mangano era la testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel nord Italia».
Un mafioso nella villa di Arcore
L’assunzione di Vittorio Mangano come esperto di cavalli e body guard resta uno dei misteri più
inquietanti nelle pur numerose ombre che si stendono sulla vita e sulla carriera di Silvio Berlusconi.
Quando Mangano arriva ad Arcore ha già avuto problemi con la giustizia ed è difficile che il Cavaliere
possa esserne all’oscuro. Numerosi pentiti parlano dello stalliere come di un esponente importante
per gli afafri di Cosa nostra a Milano.
Berlusconi, nonostante le sentenze della Corte costituzionale che fanno divieto ai privati di trasmettere sul territorio nazionale, organizza il suo network. E fa campagna acquisti. Il primo asso nella
manica di Silvio Berlusconi passato dalla attività edilizia all’impresa televisiva era stato Mike Bongiorno. Il popolarissimo conduttore della Rai, lo ha raccontato lui stesso, fu impressionato dall’approccio
«americano» simile al suo, del giovane imprenditore e fu convinto da un cachet da capogiro.
Corrado Stajano ne segnala il rilievo nella costellazione di Cosa Nostra
già in un convegno sulla criminalità organizzata
in Lombardia del 30 settembre - 1 ottobre 1983,
quindi ben prima del maxiprocesso di Palermo:
«Da un’intercettazione telefonica si ha il fondato
sospetto che nel gennaio 1980 si stia preparando a
Milano un sequestro di persona. Il cervello dell’operazione è a palermo, gli esecutori a Milano.
L’organizzazione è già in una fase avanzata: si sta
discutendo l'acquisto di un appartamento per custodire il sequestrato. Ma nel giro di 24 ore avvengono a Firenze due rapine organizzate per finanziare l’acquisto dei locali, e la squadra mobile fiorentina arresta dieci persone coinvolte nelle rapine e nel tentativo di sequestro. Il personaggio chiave è un mafioso palermitano, vittorio mangano,
implicato nel traffico della droga tra Palermo e Milano, con disponibilità di ingenti quantità di denaro. mangano, che allora sfugge alla cattura, è
l’anello di congiunzione tra la cosca di Salvatore
Inzerillo e la cosca dei siciliani trapiantati a Milano; è uno degli inquisiti dell’inchiesta Falcone; è
legato a pericolosi pregiudicati come i fratelli Fidanzati, Giorgio Bono, Gerlando Alberti, Tommaso Buscetta e a un misterioso personaggio, Tanino, che poi si rivelerà come Ugo Martello. Mangano ha interessi in tutta una serie di società commerciali milanesi: la Promotiom Team due, anzitutto, che ha come oggetto d’esercizio d’importazione e l’esportazione dei prodotti più svariati. La società ha un amministratore e un gestore che fanno
aziende, pericolosi pregiudicati e uomini di mafia,
personaggi inquisiti anche dal giudice Falcone nella sua inchiesta su mafia e droga». (Pagg.63-70)
gruppo Berlusconi, sennonché il Dell’Utri Marcello e il Cinà mi dissero che il Berlusconi era in cattive acque, (...) Ho assunto Dell’Utri Marcello perché era difficilissimo poter dire di no al Cinà Gaetano, dal momento che il Cinà non rappresentava
solo se stesso bensì il gruppo in odore di mafia
Esistono due società immobiliari Inim. Una è la
Inim-Internazionale immobiliare di Francesco La
Rosa e C. sas, il capitale sociale interamente sottoscritto da Rapisarda, sede principale a Mondovì
(Torino), filiale milanese al 7 di via Chiaravalle.
Questa Inim ha una consociata, la Bresciano Costruzioni di Mondovì. Ne diviene consigliere delegato Marcello Dell’Utri, già prestanome di Berlusconi nell’Immobiliare San Martino 4 anni prima.
L’altra Inim ha sedi a Palermo, al 9 di via Rapisardi, e a Milano, al 7 di via Chiaravalle. La presiede
un siciliano di Villabate (Palermo), Francesco Paolo Alamia, 48 anni, in affari con il capo del Kombinat politico-mafioso Vito Ciancimino; amministratore delegato, Alberto Dell’Utri. Rapisarda e
Alamia controllano anche la Raca, sede al 7 di via
Chiaravalle, e la Venchi Unica 2000, un’antica società dolciaria torinese sulle cui aree si vorrebbero costruire palazzi. Tutta un’attività che la
Criminalpol tiene d’occhio. Questa la sua conclusione: «La Inim e la Raca sono società commerciali gestite dalla mafia e di cui la mafia si serve per
riciclare il denaro sporco». (Pagg. 72-73)
sul mercato comprando dalla Titanus di Goffredo Lombardo trecento
film per due miliardi di lire, un’enormità, e Lombardo ne è sbalordito:
per Rocco e i suoi fratelli di Visconti non era riuscito a strappare alla Rai che mezzo milione. Il
punto è che Berlusconi si è assicurato film di
sicuro richiamo anche sul mercato internazionale. (...) Gli capita di pagare 30mila lire un
cartone animato italiano d’altri tempi, La rosa
di Bagdad, che in seguito, richiesto da tutto il
mondo, gli frutterà mezzo miliardo a ogni passaggio in Tv. (...) Seconda gamba, la pubblicità. (...)Nasce l’homo berlusconianus(...): «niente barba o baffi e nemmeno riccioli abbondanti.
Attenti alla forfora. Vietato fumare. Alito e abito sempre freschi. Mai appoggiare la borsa sulla scrivania del cliente. Mai togliersi la giacca
davanti a lui. Tenere sempre in macchina una
camicia stirata di riserva, dentifricio, spazzolino, pettine e un flacone di colonia. Ricordare la
data di compleanno del cliente, della moglie e
dei figli». (...) Con i clienti più difficili, entra in
gioco lui (...). E via con le storielle sul generale
Giovanni Fiore, il cattolico integralista capo della Sipra-Rai (...) ad esempio il cavalier Averna
di Caltanissetta, quello dell’amaro. «L’industriale siciliano non ha capito», racconta, «perché la
sua azienda resti esclusa da Carosello. Va a Torino, incontra il generale Fiore, si sente dire: «...
Lei sa, questo è un paese cattolico, e la nostra è
la televisione di Stato...». L’uomo dell’amaro riprende a frequentare le funzioni nel Duomo di
Caltanissetta, torna a Torino, il generale Fiore
ha saputo, ma niente Carosello, ancora un’esortazione: «So che nella sua città c’è un ottimo
predicatore...». (...) «Nuovo viaggio a Torino. Il
generale Fiore, concedendogli finalmente cittadinanza in Carosello: “Però, mi raccomando,
non dimentichi di fare la comunione e di osservare il precetto pasquale”». (Pag. 92)
L’amico Craxi
Lo scontro con De Benedetti
IL PTR
febbraio 1988, tradizionale conferenza stampa d’apertura d’anno della Corte Costituzionale. Fra i temi
più dibattuti al momento, la disciplina dell’emittenza televisiva privata.
Il presidente Franscesco Saja ne tratta limitandosi a dire che il Parlamento deve affrettarsi a
emanare la legge di regolamentazione. (...)
Tempi lunghi. S’assiste a una cadenza indugiata: nessuno - tolte le opposizioni - ha fretta.
Non la Fininvest, naturalmente, non i socialisti
e i Dc loro alleati; non il ministro delle poste
Oscar Mammì; e a dirla tutta, se la prende con
calma persino la Corte.
(...)In Commissione Cultura alla Camera
(...) il presidente della Fininvest sbalordisce tutti aprendo la sua esposizione con un triplo salto
mortale e ricaduta sicura a piedi giunti: «È necessaria una regolamentazione del settore delle comunicazioni. (...)L’assenza di una regolamentazione impone, a chi svolge un’attività imprenditoriale in questo settore, di vivere alla
giornata. Tutte le decisioni di investimento
adottate nel passato sono sempre state accompagnate da molta preoccupazione». Oplà. Un
capovolgimento di linea inaspettato. Per quale
decisiva novità? De Mita ha avuto l’incarico di
formare il nuovo governo, s’accinge a chiedere
la fiducia, non è un amico, ma Craxi l’ha incatenato a un accordo che, in materia di televisioni,
gli toglie il benché minimo spazio di manovra.
La bozza scritta dell’accordo circola; questi i
punti qualificanti: ratifica dell’esistente (duopolio Rai-Fininvest, tre reti a ognuna), «opzione
zero», una formula inventata dai socialisti contro la Fiat (interessata all’acquisto di Telemontecarlo) e per sbarrare l’ingresso nel comparto
Tv agli editori forti: in soldoni, chi pubblica quotidiani zero Tv (e viceversa). Berlusconi ci rimette «Il Giornale» in cambio si toglie di torno i
potenziali concorrenti i e ottiene la diretta. (...)
( pp.149-150, Garzanti, 1995-2004)
n accoppiata a Leonardo Forneron Mondadori, altro perdente nella lotta per la leadership, (Berlusconi, ndr) ha una quota nella
casa editrice di Segrate, ma non un ruolo.
Racconta d’estate al direttore di Fortune Andrea Monti: «Ho fatto dei tentativi per offrire la
collaborazione della mia cordata al Gruppo Formenton e al Gruppo De Benedetti (tutti e tre hanno quote in Mondadori, ndr)per una conduzione
basata su un patto di sindacato a tre. In sintesi,
ho chiesto a loro di accettarmi come passeggero
dell’automobile. Non di condurla (...). Mi è stato
risposto di no e, anzichè farmi accomodare sul
sedile posteriore, mi si investe ogni settimana
con articoli ostili, pubblicati sui giornali del gruppo Mondadori (...)». Ma al belligerante Craxi, al
solito accorto e ben vigile, non sfugge un’opportunità inesistente prima dell’accorpamento di Repubblica e dell’Espresso a Segrate: adesso, scalando Mondadori, è possibile silurare «il mascalzone grandissimo, incommensurabile e recidivo»,
mettere la mordacchia ai «lupi comunisti» che infestano la corazzata e le torpediniere e in definitiva -gran colpo - dissolvere il PTR, il partito trasversale di Repubblica, detestabile commistione
di pezzi del partito comunista con pezzi di finanza laica (Bruno Visentini), Bankitalia, correnti
della magistratura e democristianeria irpina.
Il ragazzo Formenton - riferiscono a Berlusconi dall’interno - è irrequieto. De Benedetti lo tratta come un figlio immaturo, l’ha confinato in
compiti superficiali. E, se si tentasse di infilare tra
i due un cuneo? Il presidente della Fininvest, incoraggiato da Craxi, ci pensa, ci prova. Ha capacità di seduzione, negli affari nessuno meglio di lui
sa trovare i possibili punti di incontro degli interessi. Lusinga Luca, ha calcolato che il pacchetto
suo e della madre Cristina, vale 360 miliardi. I
soldi non sono mai stati un problema. Avvia in
gran segreto la trattativa, a metà novembre il ribaltone è fatto. (pp.170-189, Fiori racconta la
guerra di Segrate).❖
La legge Mammì chiude la partita: nasce il duopolio
Gli anni fra il 1984 e il 1988 sono quelli decisivi per il «signor Tv». Grazie all’appoggio di politici
potenti e, particolarmente, di Bettino Craxi, sbaraglia i potenziali concorrenti come Mondadori e Rusconi. Lo slalom fra le sentenze della Corte costituzionale e i provvedimenti dei pretori che chiedono
rispetto per le norme esistenti, si conclude con un accordo di governo che lascia a Craxi carta bianca
sulla politica delle telecomunicazioni.
Il tradimento dei Formenton, la guerra dei Lodi
Tra il 1988 e il 1991 si consuma in Italia la guerra per il controllo del più grande gruppo editoriale, la
Mondadori. In palio c’è l’egemonia dell’informazione televisiva e su carta. Berlusconi ha già consolidato
il polo Fininvest delle tivù private ma non si ferma e punta sempre più in alto. C’è sempre Craxi al suo
fianco. E ci sono le banche. Fa leva sui Formenton (in foto Mario con Berlusconi). Si aiuterà con giudici e
avvocati. La guerra di Segrate è la prova di forza generale prima della discesa in campo con Forza Italia.
(Pagg.149-150)
casa editrice di Segrate ma non un ruolo.
collaborazione della mia cordata al Gruppo Formenton e al Gruppo De Benedetti (tutti e tre hanno quote in Mondadori, ndr) per una conduzione
basata su un patto di sindacato a tre. Ho chiesto a
loro di accettarmi come passeggero dell’automobile. Non di condurla (...). Mi è stato risposto di
no e, anzichè farmi accomodare sul sedile posteriore, mi si investe ogni settimana con articoli
ostili, pubblicati sui giornali del gruppo Mondadori (...)». Ma al belligerante Craxi, al solito accorto e ben vigile, non sfugge un’opportunità inesistente prima dell’accorpamento di Repubblica e
dell’Espresso a Segrate: adesso, scalando Mondadori, è possibile silurare «il mascalzone grandissimo, incommensurabile e recidivo», mettere la
mordacchia ai «lupi comunisti» che infestano la
corazzata e le torpediniere e in definitiva - gran
colpo - dissolvere il PTR, il partito trasversale di
Repubblica, detestabile commistione di pezzi del
partito comunista con pezzi di finanza laica (Bruno Visentini), Bankitalia, correnti della magistratura e democristianeria irpina.
Il ragazzo Formenton - riferiscono a Berlusconi - è irrequieto. De Benedetti lo tratta come un
figlio immaturo, l’ha confinato in compiti superficiali. E, se si tentasse di infilare tra i due un cuneo? Il presidente della Fininvest, incoraggiato
da Craxi, ci pensa, ci prova. Ha capacità di seduzione, negli affari nessuno meglio di lui sa trovare i possibili punti di incontro. Lusinga Luca, ha
calcolato che il pacchetto suo e della madre Cristina, vale 360 miliardi. I soldi non sono mai stati
un problema. Avvia in gran segreto la trattativa,
a metà novembre il ribaltone è fatto.
(Fiori racconta la guerra di Segrate. Pagg.
170-189).
ntrato in politica per disperazione,
Berlusconi non deve travestirsi.
L’aspettano com’è. Di lui decantano il meglio, amano il peggio.
In assoluto i forzitalici sono quelli che leggono meno quotidiani. Legge un
giornale tutti i giorni soltanto il 29,6, neanche un terzo. Poca stampa, molta televisione.
La vedono almeno due ore al giorno 68 su
100. È la cifra più alta in confronto agli altri
elettorati: segue il canale delle telenovelas,
Retequattro, mediamente il 22,7 per cento degli elettori italiani; i forzitalici balzano al 30,8
Colpisce la distanza di tanta parte degli
elettori di Forza Italia dalla politica. Li si può
distinguere in tre fasce: chi la fa, chi in qualche modo la segue, chi se ne disinteressa totalmente. Nella terza fascia (cioè black out totale, niente politica in assoluto, nessun interesse a saperne dalla tivù o dai giornali) ricade
quasi la metà dei votanti di Forza Italia, il
48,6 per cento. Gli si può raccontare qualsiasi
favola. Berlusconi non è mai stato esponente
di un partito, quindi è «nuovo». Forza Italia è
«nuova» perché prima non esisteva. E gli affari all’ombra di Craxi? il sodalizio con il CAF? il
trasloco di ex craxiani, ex andreottiani, ex forlaniani, riciclati? Discorsi che ai più arrivano
come suoni disarticolati.
Sullo sfondo di questa massa di manovra
(...) influenzabile da messaggi illusori, risalta
meglio la dimensione gigantesca di un problema irrisolto, la doppia anomalia italiana del
trust privato delle televisioni - tre network
controllati da un solo imprenditore - e l’assenza di regole sulla compatibilità fra incarichi di
gestione della cosa pubblica e la posizione dominante in campo mediatico, il proprietario
delle televisioni anche dirigente politico. Non
succede altrove nel mondo. È democrazia
zoppa. (Pagg. 204-206)
II Berlusconi in una foto di Evaristo Fusar pubblicata ne “Il corpo del capo” di Marco Belpoliti. Nelle immagini a destra: Licio gelli, Angelo Rizzoli, Maurizio Costanzo, e Roberto Gervaso. Tutti iscritti alla Loggia P2 e amici del Tycoon di Arcore... Indagando sul crack di Michele GIOVEDÌ 1 OTTOBRE 2009 CLAUDIA FUSANI cfusani@unita.it Published on issuu