Source: https://studiolegaleramelli.it/2018/09/14/bancarotta-fraudolenta-per-distrazione-ed-elemento-psicologico-del-reato-la-cassazione-distingue-la-figura-della-c-d-testa-di-legno-da-quella-dellamministratore-di-diritto/
Timestamp: 2020-08-05 19:11:52+00:00
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Bancarotta fraudolenta per distrazione ed elemento psicologico del reato: la Cassazione distingue la figura della c.d. “testa di legno” da quella dell’amministratore di diritto che collabora consapevolmente con l’amministratore di fatto. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
La Corte di Cassazione, V Sezione penale, con la sentenza n. 40098/2017, depositata il 06.09.2018, si è pronunciata in materia fallimentare con un interessante arresto giurisprudenziale che descrive il perimetro punitivo del reato di bancarotta fraudolenta con particolare riferimento all’elemento psicologico del reato da rinvenire in capo all’amministratore di diritto – prestanome dell’amministratore di fatto – quale dominus occulto della società.
L’imputato è stato tratto a giudizio in ordine al reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale in concorso ex artt.110, cod.pen., 216, comma 1, n.1 e 2, 219, commi 1 e 2, legge fall. in relazione al fallimento di una impresa individuale, dichiarata fallita nel 2002 e di una s.p.a., dichiarata fallita nel 2001. Il Tribunale di Potenza aveva condannato il prevenuto alla pena di anni cinque di reclusione, con le pene accessorie di legge al risarcimento dei danni, da liquidarsi in separata sede, e alla rifusione delle spese in favore delle parti civili. La Corte di appello, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha concesso all’imputato le attenuanti generiche equivalenti alle contestate aggravanti, ha ridotto la pena ad anni tre di reclusione, ha revocato la pena accessoria dell’interdizione legale, ha stabilito in anni cinque la durata dell’interdizione dai pubblici uffici e ha confermato nel resto la sentenza di primo grado.
L’accusa era stata elevata nei confronti dell’imputato, già membro del collegio sindacale di (omissis) s.p.a., in qualità di legale rappresentante della (omissis) s.r.l. e di procuratore della ditta individuale fallita, in concorso con altri soggetti giudicati separatamente, per una serie di operazioni negoziali ritenute distrattive: la cessione in affitto di un ramo di azienda e dell’uso in licenza di marchi e brevetti senza il versamento del canone previsto; l’utilizzazione del conto titolare a titolo personale e la compensazione del credito con un fittizio apporto di immobili; la cessione delle quote di partecipazione per il 60% del capitale; l’incasso di € 34.743,23 a titolo di canoni di locazione di un immobile in usufrutto; la cessione senza corrispettivo, dopo la dichiarazione di fallimento, di due autoveicoli. Quale membro del collegio sindacale di (omissis) s.p.a., in qualità di legale rappresentante della (omissis) s.r.l. e della (omissis) s.r.l. e di procuratore della ditta individuale fallita, inoltre, sempre in concorso con altri imputati giudicati separatamente, al prevenuto era stato contestato: la cessione di un ramo di azienda a prezzo simulato; l’iscrizione nello stato patrimoniale del conto socio/finanziamento utilizzato a titolo personale con confusione delle attività di gestione con quelle personali; l’estromissione dal patrimonio sociale di materiali e veicoli; la distrazione di un impianto; la tenuta di libri e scritture contabili in modo tale da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari.
Avverso la sentenza della Corte territoriale di Potenza ha proposto ricorso per Cassazione il difensore dell’imputato deducendo violazione di legge penale in relazione all’art. 216 l. fall. nonché mancanza di motivazione in ordine alla responsabilità dell’imputato quale mera “testa di legno” e soggetto inconsapevole delle operazioni distrattive realizzate dall’amministratore di fatto.
Veniva impugnato, altresì, il capo di sentenza relativo all’aggravante contestata.
Il ricorso è stato dichiarato inammissibile e la pronuncia appare interessante nei passaggi motivazionali spesi per chiarire la portata del concetto di “testa di legno”, che il Collegio di legittimità ritiene essere stato utilizzato in modo impreciso dai giudici del merito per qualificare la posizione dell’imputato nella fattispecie di bancarotta patrimoniale contestata nell’imputazione:
“La giurisprudenza citata ricorre al concetto di «testa di legno» e prestanome per riferirsi all’amministratore di diritto di una società, formalmente investito della carica, ma in realtà mero strumento di un dominus occulto, che opera come effettivo amministratore di fatto della società; si ritiene quindi che l’amministratore di diritto, meramente apparente, debba comunque rispondere delle mistificazioni e delle carenze nella tenuta dei libri e delle scritture contabili, in presenza di un suo obbligo diretto e personale scaturente dalla carica rivestita, ma non dei fatti distrattivi in difetto di prova di una specifica consapevolezza dei disegni criminosi perseguiti e realizzati dall’amministratore di fatto.
Viceversa, secondo la Suprema corte, tale connotazione non si attagliava all’imputato in quanto:
Nel caso in esame il concetto di «testa di legno» e la funzione di prestanome sono stati attribuiti al (omissis), che non era affatto amministratore di diritto della società, in una diversa accezione, ossia per esprimere l’idea che egli era un mero strumento nelle mani di (omissis), sia come imprenditore individuale, sia come amministratore della società, per perseguire i propri disegni criminosi: ossia che il (omissis) aveva realizzato le condotte distrattive avvalendosi della collaborazione attiva del (omissis), gregario docile e asservito ai progetti criminosi del (omissis)”.
Interessante è poi il passaggio motivazionale relativo alla contestata aggravante:
“Al (omissis) erano state addebitale plurime e variegate condotte distrattive, in parte riferibili alla ditta (omissis) e in parte alla (omissis) s.p.a. e sussistevano quindi ampiamente gli estremi, pur nella riconoscibilità di un medesimo disegno criminoso, per l’applicazione dell’aggravante di cui all’art.219, comma 2, legge fall., che costituisce un trattamento di maggior favore rispetto all’ordinaria disciplina della continuazione di cui all’art.81 cod.pen.
Occorre infatti ricordare che secondo la giurisprudenza di questa Corte, in tema di reati fallimentari, nel caso di consumazione di una pluralità di condotte tipiche di bancarotta nell’ambito del medesimo fallimento, le stesse mantengono la propria autonomia ontologica, dando luogo ad un concorso di reati, unificati, ai soli fini sanzionatori, nel cumulo giuridico previsto dall’art. 219, comma 2, n. 1, legge fall., disposizione che pertanto non prevede, sotto il profilo strutturale, una circostanza aggravante, ma detta per i reati fallimentari una peculiare disciplina della continuazione derogatoria di quella ordinaria di cui all’art. 81 cod. pen. (Sez. U, n. 21039 del 27/01/2011, P.M. in proc. Loy, Rv. 249665)”.
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