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Timestamp: 2017-05-27 19:12:59+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art.\n18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 2']

Home Lavoro GENERALIZZAZIONE DELL’ART. 18 VS INDENNITÀ TRANSATTIVA QUANDO IL LICENZIAMENTO HA RAGIONI ECONOMICHE GENERALIZZAZIONE DELL’ART. 18 VS INDENNITÀ TRANSATTIVA QUANDO IL LICENZIAMENTO HA RAGIONI ECONOMICHE	di Marcello Pedrazzoli	09 dicembre 2011	Propongo una combinazione imposta alla luce della legislazione comparata e che credo virtuosa: la generalizzazione del principio dell’art. 18, Statuto e, come contraltare in caso di giustificato motivo oggettivo di licenziamento, la previsione di un diritto che il lavoratore a sua scelta può esercitare.
Premetto motivazioni minime della proposta. La «tabuizzazione» dell’art. 18 è ormai tanto profonda che bisogna imprimervi un segno positivo. Il riscontro offerto dai paesi europei paragonabili al nostro mostra che le legislazioni dei nostri vicini hanno a cuore, molto se non principalmente, il problema della calcolabilità dei costi del licenziamento e fanno di tutto per realizzarla. In
altri ordinamenti (segnalo Francia, Germania, Austria, Gran Bretagna,
Spagna e Portogallo), quando il giudice accerta l’illegittimità
del licenziamento, ne consegue per legge o la reintegrazione, e/o
l’indennizzo. Quale dei due rimedi debba essere adottato viene in
concreto stabilito dal giudice, che tiene conto del tipo di motivo
sottostante al licenziamento, delle risultanze processuali, del
comportamento tenuto dalle parti nonché della situazione
dell’azienda. In
Italia, quando il licenziamento si riferisce ad un rapporto di lavoro
a tempo indeterminato nelle unità al di sopra di una certa
dimensione (semplificando, in quelle sopra i 15 addetti, la cd. area
forte, costituita in Italia da circa la metà dei dipendenti, e cioè
grosso modo da 9 milioni di lavoratori), la legge impone al giudice, quale che sia il tipo di motivo del licenziamento, di ordinare al
datore la reintegrazione del lavoratore nel posto, nonché di
condannare sempre il datore ad un risarcimento stabilito in una
misura corrispondente alla retribuzione globale di fatto che
l’illegittimamente licenziato avrebbe dovuto percepire. Poiché le
cause di lavoro durano mediamente un anno e più nelle tre-quattro
circoscrizioni di Tribunale più virtuose, ma anche più di quattro
anni nelle peggiori (e questi tempi considerano solo il giudizio di
primo grado), l’entità di tale risarcimento è incerta, dipendendo
dalla micidiale e imprevedibile lunghezza del processo. Con la legge
n. 109 del 1990 è stato poi consentito al lavoratore di «barattare»
la reintegrazione con una ulteriore indennità - 15 mensilità che si
aggiungono al risarcimento detto – per cui la reintegrazione è
diventata da vent’anni la foglia di fico di una «monetizzazione»
totale della perdita del posto. Con il risultato complessivo che, per
fattori esogeni nell’area della cd. tutela forte non è più
prevedibile in Italia, neppure alla lontana, a quali spese vada
incontro l’imprenditore per gli effetti perversi dell’art. 18, se
egli resta soccombente nel contenzioso sul licenziamento, tanto più
in grado d’appello.
mondo postindustriale e dell’economia globalizzata degli ultimi
decenni i licenziamenti sono solo o quasi di tipo oggettivo (ovvero
disposti per ragioni economiche, organizzative, aziendali,
produttive). In Italia questa forza d’urto si infrange sull’art.
18, Statuto, che presenta un meccanismo remediale visibilmente
sintonizzato sui licenziamenti per motivi soggettivi, quelli
discriminatori e/o disciplinari, che non raggiungono l’uno per
mille dei casi di licenziamento. Per evitare che il contenzioso
comporti la imprevedibilità suaccennata dei costi anche per i licenziamenti di tipo oggettivo, da tempo in molti ordinamenti
europei sono stabilite regole specifiche per essi, differenziate da
quelle che presiedono ai licenziamenti per ragioni discriminatorie e
disciplinari. Per un verso si sono ormai omogeneizzate in Europa, le
discipline in materia di licenziamenti collettivi (che si imperniano
anche da noi - l. n. 223 del 1991 – sugli obblighi di comunicazione
alle controparti sindacali e agli organi amministrativi, in modo che
le misure espulsive e il loro impatto sociale siano controllate ed
attenuate). Ma pure le discipline sul licenziamento individuale
dimostrano che il lavoratore licenziato per ragioni economiche può
chiedere e ottenere - ad esempio in Germania, Austria, Spagna,
Portogallo e finanche, in parte, in Gran Bretagna - un’indennità
prefissata per legge; indennità che costituisce il prezzo a priori
pagato dal datore se, nell’esercizio della libertà di impresa, dispone la soppressione di posti di lavoro e ha una valenza sociale.
In tal modo, il lavoratore deprivato di un bene essenziale, fruisce
almeno di un ammortizzatore, immediato e incontroverso, che preclude
altresì, transattivamente, l’insorgere di una controversie sulla
misura datoriale.
luce di questi riscontri e motivi propongo anzitutto di aggiungere
all’art. 18, Statuto alcuni commi, nei quali viene regolato il
diritto del lavoratore licenziato per ragioni economico-aziendali ad
ottenere comunque un’indennità, invece di nulla e/o invece di
essere costretto a inabissarsi in una ingorgata strada giudiziaria
per invalidare licenziamenti che, nella stragrande maggioranza dei
casi, conseguono all’esercizio legittimo di potere imprenditorile.
Temperato e forse esorcizzato da una siffatta possibilità
alternativa il dissesto causato dall’art. 18, non sarebbe più
fuori luogo generalizzare il discusso principio stabilito in questa
norma; di tal che la reintegrazione e la condanna al risarcimento
corrispondente alle retribuzioni perdute trovino applicazione a tutti
i rapporti di lavoro, a prescindere dalla dimensione aziendale. In
tal modo verrebbe meno una profonda, troppo intensa, disparità di
trattamento nell’area cd. debole; ma questo non sfavorirebbe le
unità minori perché nel contempo la previsione di un indennizzo a
priori nell’assolutamente prevalente licenziamento economico,
indurrebbe il lavoratore colpito a richiedere l’indennità,
evitando la fortunosa via giudiziaria. Se poi questa dovesse essere
intrapresa, il processo viene nella proposta accelerato per un verso
imponendo un termine di soli 90 giorni per introdurre l’azione dopo
l’impugnazione del licenziamento; per un altro verso facendo
gravare sullo stato il peso del risarcimento del danno a favore del
lavoratore trascorsi due anni dalla sua estromissione illegittima dal
posto. Con
sguardo conclusivo d’insieme, nella proposta viene quindi riaffermato per tutti i lavoratori il diritto inviolabile della
persona (art. 2, Cost.), se e quando è lesa da una misura
imprenditoriale illecita. Ma nel contempo si attua un ragionevole
bilanciamento fra i beni tutelati negli artt. 4 e 41 Cost., in
quanto alla libertà di impresa, seppur legittimamente esercitata,
accede l’obbligo di indennizzare il lavoratore colpito con la
perdita del posto.
nota si può leggere la proposta di articolato1]