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Timestamp: 2017-08-18 06:56:05+00:00
Document Index: 33111830

Matched Legal Cases: ['art. 336', 'art. 337', 'art. 341', 'art. 419', 'art. 421', 'art. 423', 'art. 424', 'art. 513', 'art. 589', 'art. 581', 'art. 582', 'art. 588', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 612', 'art. 612', 'art. 614', 'art. 624', 'art. 625', 'art. 626', 'art. 628', 'art. 629', 'art. 630', 'art. 633', 'art. 634', 'art. 635', 'art. 639', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 73', 'art. 280', 'art. 60', 'art. 54', 'art. 131', 'art. 62', 'art. 69', 'art. 99', 'art. 380', 'art. 55']

Proposte in materia di sicurezza e giustizia penale – F. Fuso
L’ordinamento penale necessita di una serie di interventi indispensabili per garantire, da un lato la sicurezza dei cittadini, la deterrenza e la certezza della pena - ed anche, per limitare i casi di recidiva - e, dall’altro, l’efficienza della giurisdizione, senza sacrificare le garanzie del cittadino di fronte alla pretesa punitiva dello Stato e, tanto meno, la tutela delle persone offese dai reati.
Viviamo in un momento storico nel quale i c.d. reati da strada, pur essendo da taluni considerati di minore gravità, sono in continuo aumento e mettono in pericolo la stessa convivenza civile, che non può tollerare forme di reazioni private all’offesa di diritti costituzionalmente garantiti. Allo scopo di perseguire la finalità, di ordine pubblico, della sicurezza dei cittadini, è stata individuata una serie di reati, riconducibili innanzitutto alla criminalità predatoria ovvero caratterizzati da un comportamento violento e aggressivo sulle persone e sulle cose, nei confronti dei quali l’ordinamento deve dare una risposta forte, univoca ed efficace, evitando che i colpevoli possano sottrarsi alla giusta punizione ed eliminando anche la convinzione dell’impunità che, spesso, determina i casi di recidiva.
Proprio in ragione della particolare antisocialità e degli effetti marcatamente disgreganti sul tessuto sociale che contraddistinguono tali fenomeni criminosi, è indispensabile che vi sia un contrasto duro e senza alcuna tolleranza ("tolleranza zero").
L’enucleazione dei delitti di criminalità predatoria e di violenza sulle persone e/o sulle cose è stata suddivisa a seconda del bene protetto dalla norma incriminatrice:
- Delitti contro la P.A.: Violenza o minaccia a un pubblico ufficiale (art. 336 c.p.); Resistenza a un pubblico ufficiale (art. 337 c.p.); Oltraggio a pubblico ufficiale (art. 341 bis c.p.);
- Delitti contro l’incolumità pubblica: Devastazione e saccheggio (art. 419 c.p.); Pubblica intimidazione (art. 421 c.p.); Incendio (art. 423 c.p.), un reato spesso connesso ai danneggiamenti di mezzi parcheggiati sulla pubblica via, ovvero a richieste estorsive insoddisfatte - Danneggiamento seguito da incendio (art. 424 c.p.);
- Delitti contro l’economia pubblica: Illecita concorrenza con violenza o minaccia (art. 513 bis c.p.), un fenomeno frequentemente riconducibile al modus operandi delle associazioni criminali per manipolare la concorrenza nella vendita di merci all’ingrosso o al dettaglio;
- Delitti contro la persona: Omicidio colposo commesso in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti (art. 589, commi 2 e 3 c.p.), per il particolare allarme sociale dovuto alla frequenza di casi ed al rischio elevato per l’incolumità delle persone; Percosse (art. 581 c.p.); Lesioni personali volontarie (art. 582, 583 c.p.); Rissa (art. 588 c.p.); Violenza sessuale (art. 609 bis c.p.); Atti sessuali con minorenne (art. 609 quater c.p.); Violenza sessuale di gruppo (art. 609 octies c.p.); Minaccia (art. 612 c.p.); Atti persecutori (art. 612 bis c.p.); Violazione di domicilio (art. 614 c.p.);
- Delitti contro il patrimonio: Furto in abitazione e furto con strappo (art. 624 bis c.p.); Furto aggravato (art. 625 c.p.); Furto d’uso (art. 626 n. 1 c.p.); Rapina (art. 628 c.p.); Estorsione (art. 629 c.p.); Sequestro di persona a scopo di estorsione (art. 630 c.p.) che, non di rado, si consuma con i c.d. sequestri lampo - Invasione di terreni o edifici (art. 633 c.p.). tenuto conto che la diffusione dell’occupazione abusiva di edifici è in costante aumento; - Turbativa violenta del possesso di cose mobili (art. 634 c.p.); Danneggiamento (art. 635 c.p.); Deturpamento e imbrattamento di cose altrui (art. 639 c.p.); Truffa (art. 640 c.p.); Frode informatica (art. 640 ter c.p.), in ragione del consistente numero di cittadini connessi a internet che fanno lievitare i casi di utilizzo di tale mezzo per commettere anche reati contro il patrimonio;
- Legislazione complementare: Cessione di sostanze stupefacenti (art. 73, D.P.R. n. 309 del 1990) perché, quando avviene in luoghi pubblici, può spesso sfociare in altri delitti contro il patrimonio o la persona.
L’efficacia della risposta dell’ordinamento dovrà essere ottenuta, innanzitutto, attraverso misure specifiche, cautelari ed anche di prevenzione.
Per quanto riguarda le prime si impone una modifica dell’art. 280 codice procedura penale in modo da consentire l’applicazione di misure cautelari coercitive anche agli autori di reati (in attesa di giudizio) puniti con pene detentive inferiori alle soglie previste dalla norma, assolvendo così ad una duplice funzione.
Infatti, la possibilità di ricorrere a tali misure potrà garantire che il colpevole non si sottragga all’esecuzione della pena (imponendo, ad esempio, il divieto di espatrio o l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria), che il reato non venga reiterato o portato a conseguenze ulteriori (con l’allontanamento dalla casa familiare quando la persona offesa è un congiunto convivente o con il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa, negli altri casi; ed infine, con il divieto e l’obbligo di dimora in un determinato luogo quando le condizioni ambientali favoriscono la consumazione di altri reati: si pensi, ad esempio, ad un quartiere con forte presenza della malavita con la quale il colpevole ha già legami). Nei casi di recidiva, la particolare propensione al reato potrà essere contrastata con l’applicazione degli arresti domiciliari anche a coloro che si sono macchiati di delitti per i quali la normativa attuale non consente tale misura.
Un efficace strumento generale di prevenzione dei reati c.d. da strada potrà essere costituito dal capillare presidio delle forze dell’Ordine, con la regolare e costante presenza di pattuglie, composte da due agenti, in ogni parte del territorio, anche durante le ore notturne e, soprattutto, nei quartieri ad alto tasso di criminalità. Di pari passo, dovrà essere semplificata la procedura di assegnazione alle Forze di Polizia delle vetture confiscate.
Tra le altre misure di prevenzione si segnalano: l’obbligatoria tenuta di un registro di vendita degli acquirenti di vernici spray, il divieto di vendita di tali prodotti ai minori (con la revoca della licenza per coloro che abbiano disatteso tali obblighi) e l’aumento delle imposte sulle vernici spray che dovrà essere destinato a finanziare un fondo per l’organizzazione del lavoro carcerario.
Sotto il profilo sanzionatorio, è indispensabile procedere ad un aumento significativo dei massimi e dei minimi delle pene edittali, accompagnato da disposizioni che facilitino il ristoro dei danni subiti dalle vittime dei reati e/o dalla collettività o che, comunque, rappresentino un ulteriore deterrente ed una sorta di “servizio” alla collettività per aver infranto le regole della convivenza civile (tra questi, la previsione dei lavori di pubblica utilità).
In quest’ottica - perseguibile per tutti i delitti previsti dalla legge penale - la concessione, ai condannati, della detenzione domiciliare, della sospensione condizionale della pena e del c.d. patteggiamento, dovranno sempre essere subordinati all’avvenuto risarcimento del danno ovvero, in caso di insolvibilità o nel caso in cui il danno non si stato causato ad un soggetto privato, alla disponibilità del condannato a svolgere lavori di pubblica utilità. Tale ultimo istituto, visto quale forma risarcitoria, dovrà essere applicabile anche ai minori degli anni 18.
In sintesi: tali innovazioni, se da un lato soddisfano anche l’esigenza di rimuovere le conseguenze dannose dei reati, dall’altro si inseriscono nell’obiettivo della effettività della sanzione ed impediscono che il colpevole abbia il solo “pregiudizio” di una condanna che, di fatto, resti solo sulla carta: è il caso, ad esempio, della sospensione condizionale della pena, la cui abusata concessione permette, allo stato attuale, di non scontare la pena per due condanne qualora la pena complessiva inflitta non sia superiore ai due anni.
Sempre allo scopo di conseguire l’obiettivo dell’effettività della sanzione e, quindi, della sua deterrenza, si impone la modifica della L. 24 novembre 1981, n. 689, con la reintroduzione dell’art. 60 che prevedeva esclusioni oggettive - per tutti i reati che erano previsti dalla norma - all’applicazione di pene sostitutive della detenzione. Nell’elenco di reati che erano già presenti nella norma (es. falsa testimonianza, ecc.) dovranno essere inclusi i reati c.d. da strada ovvero i reati caratterizzati da comportamenti violenti, e, con la conseguente riforma anche dell’art. 54, non sarà più possibile la conversione della pena detentiva non superiore ai sei mesi in pena pecuniaria e quella fino ad un anno in libertà controllata. Potrà essere, invece, mantenuta la conversione della pena fino a due anni in semidetenzione, qualora sussistano le condizioni, già illustrate, per la concessione della sospensione condizionale della pena, della detenzione domiciliare e del patteggiamento ma il condannato non possa più fruire della sospensione condizionale della pena (per averne beneficiato già almeno due volte).
In pratica, anche una pena detentiva contenuta nei 6 mesi non potrà mai essere evitata con il solo pagamento di una sanzione pecuniaria e cioè di una somma di denaro (commisurata ai giorni di pena inflitta) ma dovrà, comunque, sottostare all’obbligo del risarcimento del danno o alla prestazione del lavoro di pubblica utilità. In questo modo, pur trattandosi di un obbligo diverso, si rafforza comunque la deterrenza perché, spesso, è molto più efficace una sanzione di natura economica di un certo peso, che si accompagni alla certezza che dovrà essere pagata per evitare il carcere, piuttosto che una pena detentiva che non verrà mai scontata.
Sarà necessaria anche l’abrogazione dell’art. 131 bis c.p., che ha introdotto la non punibilità per il fatto di particolare tenuità per i reati con pena edittale fino a 5 anni, proprio in ragione della vasta diffusione del fenomeno della criminalità predatoria e dei reati c.d. da strada, che non possono andare indenni da sanzione solo per malcelati scopi di riduzione del carico giudiziario, sacrificando il sacrosanto diritto delle persone offese ad ottenere giustizia nella sede più consona e cioè quella penale e, soprattutto, la certezza e la deterrenza della pena.
Come misura generale, destinata peraltro ad avere un particolare impatto sui "reati da strada", sarà irrinunciabile la riforma delle norme sulle circostanze del reato e, specificatamente, l’abrogazione dell’art. 62 bis del codice penale - troppo spesso, infatti, le circostanze attenuanti generiche vengono concesse senza alcuna valutazione sulla meritevolezza dell’imputato, pur comportando una diminuzione di pena - che dovrà accompagnarsi a quella dell’art. 69 c.p., per evitare che, con il bilanciamento delle circostanze, un numero consistente di circostanze aggravanti possa essere posto nel nulla di fronte ad una sola attenuante.
In pratica, poiché attraverso lo strumento del bilanciamento delle circostanze può addivenirsi o all’equiparazione delle circostanze aggravanti con quelle attenuanti (che si traduce nella mancata applicazione degli aumenti di pena previsti per le aggravanti) o alla prevalenza delle attenuanti (che porta alla sola riduzione della pena edittale), viene vanificata la pena edittale prevista dalla legge penale perché la sanzione inflitta in concreto può andare anche al di sotto del minimo stabilito dalla legge.
Per i c.d. reati da strada, ovvero per i reati caratterizzati da violenza, inoltre, dovrà applicarsi, obbligatoriamente, l’istituto della recidiva di cui all’art. 99, comma 5 codice penale (che comporta un aumento della pena in concreto per coloro che sono già stati condannati per aver commesso altri reati) e, con l’opportuna integrazione del testo dell’art. 380 codice procedura penale, dovrà anche essere previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Il testo vigente della norma, infatti, consente l’arresto obbligatorio in flagranza di reato solo qualora la pena non sia inferiore nel minimo ai cinque anni e nel massimo a venti anni, oltre che per taluni delitti espressamente menzionati. La portata pratica della modifica rappresenterà un ulteriore deterrente perché sarà possibile l’arresto in flagranza di coloro che saranno colti nell’atto di commettere anche reati per i quali la pena edittale è molto più bassa quali, appunto, molti dei c.d. reati da strada.
Tali modifiche renderanno indispensabile che i reati da ultimo citati vengano sottratti alla competenza del Giudice di Pace per essere giudicati dal Tribunale Monocratico e, al fine di non vanificare la pretesa punitiva dello Stato, i termini di prescrizione dovranno essere sospesi in caso di irreperibilità dell’indagato.
Vi sono poi altre urgenze. Ulteriori misure, più eterogenee tra di loro, ma ispirate dalla medesima finalità di efficacia e di concretezza della risposta dell’ordinamento di fronte al crimine, sono l’effettuazione immediata - sottratta a qualsiasi valutazione discrezionale del giudice o dell’autorità amministrativa - e, comunque non superiore a 15 giorni, dello sgombero di abitazioni o di altri immobili occupati abusivamente; la revoca della potestà genitoriale nel caso di utilizzazione di minori nella mendicità ed in quello dell’inadempimento dell’obbligo scolastico; la sospensione della decorrenza dei termini di prescrizione in caso di irreperibilità dell’indagato; la piena ed estesa applicazione delle cause di non punibilità di cui agli artt. 52 (legittima difesa) e 53 del codice penale (uso legittimo delle armi) mentre l’eccesso colposo, di cui all’art. 55 del codice penale, dovrà operare solo in caso di colpa grave.
Le cronache giudiziarie dimostrano, infatti, che raramente viene riconosciuta la ricorrenza delle citate cause di giustificazione (che escludono la condanna) perché, molto spesso, la condotta dell’agente viene fatta cadere nell’eccesso colposo. In termini concreti, se un gioielliere che subisce una rapina nel suo negozio usa la sua pistola per difendere sé stesso e/o i propri beni ed uccide il malvivente, più frequentemente, diviene imputato del reato di omicidio sotto la forma, appunto, colposa sebbene si possa sostenere che, in un tale frangente, la reazione di una persona normale, non abituata al crimine e sottoposta, improvvisamente, ad una situazione di estrema tensione, possa facilmente essere sbagliata e, nell’agitazione del momento, possa non rendersi neppure conto della direzione che assumerà l’arma.
Un contrasto ed una prevenzione più efficaci di quei delitti che arrecano un danno particolarmente grave alla collettività (quali, ad esempio, la concussione e la corruzione) potranno attuarsi attraverso uno specifico strumento di prevenzione e, cioè, disciplinando adeguatamente la possibilità di “agenti provocatori” (Ufficiali di Polizia Giudiziaria), con l’attribuzione del compito di verificare, ad esempio, la propensione alla corruzione e la previsione, in caso positivo, del conseguente licenziamento del Pubblico Ufficiale corruttibile.
Sempre con finalità preventiva, anche ai condannati destinatari di misure premiali dovrà essere imposto il divieto di presenza nei luoghi abitualmente frequentati dalle vittime del reato commesso, il cui rispetto potrà essere garantito dall’applicazione di un braccialetto elettronico e la cui violazione comporterà la revoca dei benefici ottenuti.
Risponde, ancora, ad un’esigenza di certezza della pena e alla necessità di evitare la ricaduta nel crimine, la concessione della liberazione anticipata ricollegata, sempre, ad una comprovata ed efficace partecipazione all’opera di rieducazione del detenuto.
Nell’alveo di tale ultimo obiettivo si inserisce l’implementazione del lavoro carcerario, con la previsione di alcuni capisaldi che necessitano di alcune premesse.
Un serio e reale reinserimento del condannato nella società civile, che offra garanzie concrete che egli non ricadrà nel crimine, non può basarsi sulla mera constatazione che ha scontato la pena e che non ha tenuto comportamenti incompatibili con la detenzione, anche perché un grande numero di condannati non ha mai svolto un’attività lavorativa prima della condanna e non ha alcuna professionalità. Privi degli strumenti per costruirsi un’occupazione onesta, inevitabilmente opteranno per il ritorno all’illegalità anche solo per provvedere alla loro sopravvivenza.
Per troppo tempo, infatti, sono stati trascurati principi fondamentali del nostro ordinamento, tra i quali spiccano quello dell’obbligatorietà del lavoro carcerario e quello secondo il quale la pena inflitta deve tendere alla rieducazione del condannato consentendo, a pena espiata, un positivo reinserimento nella società civile.
Senza la possibilità di iniziare la via della risocializzazione già durante l’esecuzione della condanna, il carcere diventa inutile, solo un costo per la collettività che, invece, deve gravare su colui che ha infranto le regole della convivenza civile ponendosi al di fuori della stessa.
Pertanto, presso ogni istituto di pena dovranno essere previsti, spazi, mezzi, strumenti per svolgere il lavoro ed istruttori che facciano apprendere un mestiere o una professione ai detenuti che non hanno le necessarie competenze.
Di conseguenza, dovrà essere reso effettivo l’obbligo, per i detenuti, di svolgere, durante la carcerazione, un lavoro correlato alle loro competenze e/o attitudini e/o di partecipare positivamente e fattivamente all’attività di formazione.
Il lavoro carcerario dovrà essere retribuito (come già è previsto dalla legge) ma esso andrà a coprire, nel seguente ordine: le spese per il mantenimento del detenuto, il rimborso delle spese processuali ed una percentuale del 30% verrà destinata alla costruzione di nuove carceri e/o alla ristrutturazione di quelle già esistenti. Soltanto l’eventuale eccedenza - detratto l’importo del risarcimento dovuto alle vittime del reato - dovrà essere versata al condannato al momento della definitiva espiazione della pena.
Ai detenuti non pericolosi, a prescindere dalla misura della pena inflitta o ancora da scontare, dovrà essere concessa la possibilità di svolgere la loro attività lavorativa presso aziende, anche private, rigorosamente selezionate o quella di dedicarsi a lavori socialmente utili presso comunità, centri di recupero, case di cura e/o di riposo per anziani, anche questi rigorosamente selezionati.
Il detenuto, che abbia svolto regolarmente ed in maniera irreprensibile l’attività lavorativa, verrà proposto, a fine pena, per l’assunzione secondo le norme sul collocamento.
In ogni caso, dovrà essere prevista la costruzione di nuovi istituti di pena e/o la ristrutturazione di quelli esistenti, il cui costo verrà coperto con la percentuale attinta dai compensi spettanti ai detenuti.
Corollario dell’obbligatorietà del lavoro è la conseguenza che al detenuto, che si rifiuti di prestare lavoro, non dovrà essere concesso il beneficio della liberazione anticipata, né potrà usufruire di permessi premio o di altri provvedimenti di clemenza.
Allo scopo di destinare maggiori spazi al lavoro carcerario riducendo la popolazione carceraria, la custodia preventiva per gli imputati in attesa di giudizio dovrà essere disposta presso il loro domicilio, a meno che non vi siano documentate ed evidenti ragioni ostative, quali la particolare pericolosità del soggetto o la sua appartenenza ad organizzazioni mafiose.
Infine, una saggia politica criminale - che concentri la pretesa punitiva dello Stato sulle condotte che provocano un danno sociale rilevante e/o un’aggressione intollerabile nella sfera privata delle persone ed il pregiudizio di beni costituzionalmente garantiti - non può prescindere da una consistente ed ampia opera di depenalizzazione, che appare la via maestra da seguire attraverso un lavoro di rivisitazione dei reati previsti dal codice e, soprattutto, dalle leggi speciali: numerosissime condotte, infatti, non esprimono un disvalore tale da rendere necessaria la criminalizzazione essendo bastevole, più efficace, rapida e meno costosa, l’assegnazione al diritto amministrativo punitivo.
A mero titolo di esempio, molti illeciti urbanistici, spesso sanabili, potrebbero essere più efficacemente contrastati mediante l’inflizione di sanzioni pecuniarie - più avvertite e perciò deterrenti anche per la loro immediatezza, piuttosto che la possibilità, remota nel tempo, di una pena che non verrà mai scontata - a seguito di un positivo accertamento, risparmiando i tempi e i costi di un procedimento penale, alleviando, così, anche il carico giudiziario.
Si tratterebbe, pertanto, di un lavoro, relativamente semplice, di verifica, all’interno del complessivo insieme delle leggi penali ordinarie e speciali, partendo da quei reati puniti già oggi con la sola pena pecuniaria o alternativa a quella detentiva, trasformandoli in illeciti amministrativi ovvero - nelle ipotesi registrate come più gravi - trasformandoli in veri e propri delitti con pene adeguate.
In poche parole: dei reati “nani”, spesso destinati alla prescrizione -lasciando, dunque, impunita una condotta comunque contraria alla legge - ovvero retribuiti con una mera sanzione pecuniaria, un sistema già afflitto da uno spaventoso arretrato non ha alcun bisogno.
Alla redazione della proposta su sicurezza e giustizia penale hanno contribuito oltre a Francesca Fuso:
Prof. Elena Catalano
Avv. Yuri Russo
Avv. Manuel Sarno