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Timestamp: 2019-01-16 02:02:33+00:00
Document Index: 178070206

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10 Luglio 1991 Reggio Calabria. Assassinato Antonino Cordopatri. Si era rifiutato di cedere le terre ai capi della 'ndrangheta. -
Luglio 10, 1991 /
Foto da familiarivittimedimafia.com
Fonte Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”
A Reggio Calabria ucciso il propietario terriero Antonino Cordopatri. Si era rifiutato di cedere le terre ai capi della ‘ndrangheta. La sorella dell’ucciso, Teresa, che ha denunciato Francesco Mammoliti, poi condannato all’ergastolo, è stata costretta a svolgere personalmente i lavori agricoli, aiutata da volontari delle associazioni antimafia, perché non riusciva a trovare manodopera per le intimidazioni dei mafiosi. Nel 2004 le è stata inviata una richiesta di risarcimento danni in seguito ad un suo esposto a Csm in cui chiedeva spiegazioni su “disattenzioni”, che a suo avviso c’erano state, da parte degli inquirenti nel periodo precedente alla morte del fratello, quando erano stati denunciati i Mammoliti. L’esposto che doveva rimanere riservato, è diventato di dominio pubblico e quattro magistrati, che si sono ritenuti calunniati e diffamati, hanno intrapreso azione legale.
Articolo di La Repubblica del’1 settembre 1992
IN MANETTE IL CLAN DEI MAMMOLITI
REGGIO CALABRIA – Nella Piana di Gioia Tauro avevano creato un feudo mafioso di trecento ettari, strappando le terre ai legittimi proprietari. E chi non cedeva veniva ucciso. Adesso i Mammoliti e i Rugolo, famiglie storiche della ‘ ndrangheta nuovi padroni del latifondo miliardario, palazzi a Castellace tra la Piana e l’ Aspromonte, sono finiti dietro le sbarre. I carabinieri di Reggio, al termine dell’ operazione battezzata “Pace tra gli ulivi”, ieri mattina hanno effettuato la nuova retata, eseguendo undici ordini di carcerazione emessi dal giudice delle indagini preliminari Iside Russo, a conclusione di una inchiesta della Procura Distrettuale Antimafia coordinata dal sostituto Vincenzo Pedone. Tra gli arrestati spicca il nome di Saverio Mammoliti, 50 anni, l’ ex play boy della ‘ ndrangheta che si sente orgoglioso di avere le mani callose (“Da onesto lavoratore della terra”, spiegò mesi fa a “Repubblica”, durante un processo davanti alla Corte d’ Assise di Palmi), boss di rango salito agli onori della cronaca quando le cosche calabresi sequestrarono Paul Getty III, il rampollo d’ oro a cui venne mozzato un orecchio. Quelle nozze da latitante Assieme a lui è stata arrestata la moglie Maria Caterina Nava, che il boss sposò ancora ragazzina, nella chiesa accanto alla vecchia caserma dei carabinieri, sfidando la legge perché era latitante da diversi anni. Moglie incensurata ma non vestale silenziosa. Anche lei, secondo gli inquirenti, partecipava agli affari di famiglia, a conferma di un nuovo ruolo che la donna ha assunto da tempo nell’ universo mafioso. Come vi partecipavano l’ immancabile Domenico Rugolo, cognato e socio di “don Saro” Mammoliti (i due cognomi figurano sempre assieme in tutte le inchieste antimafia), il fratello Antonino Mammoliti, i cognati Rosario e Clara Rugolo, il cognato Graziano Nava, Salvatore La Rosa (il giovane killer del barone Carlo Antonio Cordopatri, la cui uccisione ha dato il via all’ inchiesta) e Claudio Palamara, giovani pregiudicati di Parghelia in provincia di Vibo Valentia, e Francesco Mammoliti, nipote del boss, abitante a Gioia Tauro. Le accuse contestate sono gravi: associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione aggravata e continuata, omicidio. La ‘ ndrina Mammoliti-Rugolo, per quello che l’ inchiesta ha potuto fin qui accertare, si è appropriata di trecento ettari di buona terra per un valore di quindici miliardi di lire. Come? Sottraendola ai legittimi proprietari. Senza fare tante storie, questi ultimi, piccoli e grandi, cedevano a prezzi stracciati la propria terra. Oppure la davano in affitto per canoni simbolici e difficilmente riscuotibili, quando la cosca, addirittura, non decideva di incamerare le terre, provvedendo a recintarle e lavorandole come fossero di sua proprietà. Guai a chi non voleva cedere: il gruppo mafioso, elencano i carabinieri del comando provinciale di Reggio, avrebbe prodotto uno sforzo “intimidatorio” notevole, con 19 incendi, 15 danneggiamenti e conseguente abbattimento di 1100 alberi di olivo, agrumi e kiwi, 14 furti e 6 attentati dinamitardi. E anche un omicidio. L’ operazione “Pace tra gli ulivi” è cominciata infatti dopo l’ omicidio, avvenuto il 10 luglio 1991 nel centro di Reggio Calabria, del barone Antonio Carlo Cordopatri. Gran viveur e gran frequentatore di case da gioco, appartenente a una famiglia vibonese di antico blasone ma un po’ decaduta, divisa in diversi nuclei trasferitisi per lo più nella Piana di Gioia, dove avevano palazzi e ville patrizie tra gli agrumeti e i grandi uliveti, tenute di grande estensione su cui le cosche avevano messo gli occhi da molti anni, il barone era stato ucciso perché si rifiutava di vendere i propri possedimenti alle cosche? Partendo da questo interrogativo il maggiore Paolo Fabiano e il capitano Mario Paschetta hanno lavorato per 14 mesi. Qualcuno dei Cordopatri, in passato, come tanti e tanti agrari del Reggino, aveva dovuto scendere a patti con le cosche fameliche. E addirittura un barone Cordopatri, pecora nera della famiglia, anni fa venne processato, assieme a uomini del potente clan Mammoliti che domina tra Castellace e Oppido Mamertina, per estorsione nei confronti del cugino Carlo Antonio. Il barone assassinato era proprietario di diverse decine di ettari di terreno nella zona di Castellace che facevano gola ai Mammoliti-Rugolo. Non voleva però cedere ai ricatti. Si era sempre rifiutato di vendere. Anche se i clan della zona gli impedivano di trovare operai per effettuare i lavori necessari, per due volte avevano tentato di farlo fuori (nel 1972 e nel 1990) e, sul piano sostanziale, lo avevano “espropriato” dei terreni che Francesco Ventrice, un prestanome della cosca secondo l’ accusa, aveva preso in fitto. Ventrice, 67 anni, pregiudicato di Rizziconi menava vita grama, faceva l’ umile colono, ma era ufficialmente amministratore di ben tre società con un giro di affari di sei miliardi di lire all’ anno, e per questo titolare di 15 conti correnti bancari. I controlli al catasto Il maggiore Fabiano e il capitano Paschetta per mesi e mesi hanno raccolto testimonianze e prove documentali, negli uffici del catasto e negli studi di notai: un centinaio di proprietari – che per paura di ritorsioni non hanno certo collaborato con gli investigatori – sono stati costretti a cedere a prestanomi della cosca. Una inchiesta gemella contro la stessa cosca, a riprova di quella “concorrenza” infruttuosa tra le forze dell’ ordine che spesso rischiano di intralciarsi a vicenda, e tra la stessa magistratura, era stata conclusa il primo giugno scorso con una analoga retata effettuata dalla Squadra mobile di Reggio. Ma dopo un paio di giorni il Tribunale della Libertà ha rimandato tutti gli arrestati a casa. Come finirà l’ inchiesta dei carabinieri? “Abbiamo fatto accertamenti zolla per zolla”, afferma il comandante provinciale, colonnello Massimo Cetola, al termine del blitz, “abbiamo fatto un lavoro a fondo, incisivo, difficilmente attaccabile; abbiamo dimostrato, con un cumulo di prove documentali, come le famiglie mafiose Mammoliti e Rugolo avevano acquisito illegalmente i trecento ettari di terreno sui quali abbiamo puntato l’ attenzione”. E’ il primo risultato di una indagine che ha messo a nudo le “linee strategiche” del gruppo mafioso a partire dal 1974. Nel dossier della indagini condotte dai carabinieri del Reparto Operativo di Reggio e della compagnia di Palmi, c’ è una miscela terrificante di episodi criminali che hanno messo la Piana a ferro e fuoco per quasi vent’ anni: sequestri di persona, omicidi, tentati omicidi, attentati. L’ obiettivo dei mafiosi era quello uno solo: terrorizzare i proprietari dei terreni su cui avevano messo gli occhi e volevano mettere le mani. – PANTALEONE SERGI
Articolo del 23 dicembre 1994 dal Corriere della Sera
la baronessa coraggio: ” accuso i clan e lo Stato “
la baronessa Cordopatri Teresa sfida la famiglia mafiosa dei Mammoliti che nell’ ottobre del 1990 le ha ucciso il fratello e va in tribunale a deporre. il killer La Rosa Salvatore e’ gia’ stato condannato a 23 anni di carcere
REGGIO CALABRIA . “Era l’ottobre del ‘ 90. Un giovane con il viso impiastricciato e con la parrucca sparo’ a mio fratello sotto la nostra abitazione. Poi punto’ l’ arma contro di me e sparo’ ancora…” Ma quella volta la ‘ ndrangheta non voleva uccidere. “Era solo un avvertimento”. La baronessa Teresa Cordopatri sfida i clan che le hanno assassinato il fratello. Nell’ aula bunker di Reggio Calabria affronta una famiglia mafiosa egemone nella piana di Gioia Tauro: i Mammoliti di Castellace. Saro, “la primula rossa”, il fratello Antonio e venti picciotti d’ onore sono in carcere da due anni, accusati di aver estorto alla famiglia Cordopatri, con le minacce e le intimidazioni, le decine di ettari di terreni, adagiati nella fertile pianura che si affaccia sul mar Tirreno. E per conquistarle hanno assassinato Antonio Cordopatri, fratello della nobildonna, che si era opposto strenuamente alla volonta’ dei fuorilegge. Lei stessa, per quattro settimane, aveva fatto lo sciopero della fame per richiamare l’ attenzione dello Stato sulla sua vicenda. E la prima volta che la baronessa Cordopatri si trova faccia a faccia contro i presunti mandanti dell’ omicidio del fratello. Il killer, Salvatore La Rosa, e’ stato gia’ condannato, con pena definitiva, a ventitre’ anni di reclusione. La sua deposizione, voluta proprio dalla difesa di uno degli imputati, e’ stata precisa. Con l’ elenco della lunga serie di minacce dei Mammoliti che attraverso un loro prestanome, Francesco Ventrice, poi uccisosi in carcere, gestivano i terreni dei Cordopatri. Dopo aver ereditato il terreno in mano alla mafia, la nobildonna non e’ stata in grado di pagare le tasse di successione: non poteva piu’ disporre dell’ incasso del raccolto. Per questo ha fatto lo sciopero della fame davanti al Tribunale di Reggio: per protestare contro lo Stato che prima aveva ignorato le denunce della sua famiglia contro la malavita. Il barone Antonio Cordopatri fu assassinato nel ‘ 91 sul portone d’ ingresso: punito perche’ si rifiutava di vendere gli uliveti della famiglia ai mafiosi della piana di Palmi. Doveva morire anche la sorella: ma la pistola del sicario si inceppo’ . La nobildonna ha raccontato in aula particolari riguardanti alcune voci ascoltate dalla finestra della sua camera da letto, il giorno dopo l’ omicidio. “Commentavano ironizzando sulla stupidita’ dell’ omicida, che si era fatto prendere da una vecchia zitella. Quelli conoscevano l’ assassino, si era gia’ incontrato con loro la sera precedente l’ agguato. La notte prima del delitto aveva dormito in una casa al Gebbione (frazione di Reggio Calabria, n.d.r.)”. La donna si e’ soffermata sulle inefficienze degli apparati investigativi “che non hanno mai indagato a fondo”. Sfiducia verso la magistratura e verso il proprio difensore di parte civile, Vincenzo Minasi, del Foro di Palmi, escluso dall’ incarico affidato poi a Carlo Rossa, del Foro di Torino. Teresa Cordopatri ha anche detto che il fratello, dopo il tentativo di omicidio dell’ ottobre del 1990, aveva preso l’ abitudine di tenere un diario. Per questo la donna venne a conoscenza di una discussione che il fratello ebbe, a Gioia Tauro, con Francesco Mammoliti (figlio di Vincenzo Mammoliti) e che avrebbe avuto al centro l’ ennesima richiesta del clan di ottenere, a prezzi bassissimi, i terreni che i Cordopatri avevano a Castellace di Oppido Mamertina. La corte si e’ riservata di decidere su una richiesta formulata dal pubblico ministero, Gianni Tei, per l’ acquisizione della relazione sull’ ispezione ordinata dal ministro Maroni, per accertare eventuali carenze nelle indagini sulle vicende denunciate da Teresa Cordopatri.
Articolo di La Repubblica del 23 Maggio 1995
‘ CONDANNATA A MORTE’
REGGIO CALABRIA – Un anno di udienze, un processo tormentato, tre giorni di camera di consiglio in un albergo sul lungomare e ieri sera, finalmente, la sentenza del processo a Reggio Calabria che ha visto la baronessa Teresa Cordopatri come la grande accusatrice della cosca dei Mammoliti di Castellace di Oppido Mamertina. Una sentenza pesante, con sedici condanne e dodici assoluzioni a carico delle ventotto persone accusate di essere affiliate alla cosca dei Mammoliti, che ha però lasciato completamente delusa la baronessa antimafia, parte civile nel dibattimento, e che ora rischia di riaprire nuove e più clamorose polemiche. Dalla sua abitazione di Reggio Calabria, Teresa Cordopatri è stata pesantissima: “Con questa sentenza – dice – sono stata condannata a morte. E’ una sentenza che è stata firmata dallo Stato e che la mafia, con tempi e modalità che deciderà, certamente eseguirà”. Oggetto delle pesanti contestazioni della nobildonna è l’ assoluzione (peraltro già chiesta dal pubblico ministero, Gianni Tei, nella sua requisitoria) del presunto capomafia Saverio Mammoliti, detto Saro, dall’ accusa di essere tra i mandanti dell’ omicidio del fratello della baronessa, Antonio Cordopatri, assassinato il 10 luglio 1991 in un agguato sotto la sua abitazione di Reggio Calabria. Per questo delitto la Corte d’ assise (presieduta dal dottor Paolo Bruno), ha condannato all’ ergastolo Francesco Mammoliti, 25 anni, assolvendo Saro Mammoliti, che è stato invece condannato a 22 anni di reclusione quale promotore delle attività illecite della cosca. Secondo il pm, Francesco Mammoliti avrebbe commissionato l’ omicidio a Salvatore La Rosa, 26 anni, un giovane catturato pochi minuti dopo l’ uccisione di Antonio Cordopatri e che al termine di un altro processo era stato già condannato a 23 anni di carcere. La morte del barone Cordopatri sarebbe stata decisa per punire il suo rifiuto a cedere alla famiglia dei Mammoliti alcuni terreni a Castellace. “Avevo dato la possibilità alla giustizia – dice ancora la coraggiosa baronessa – di vincere ed invece non l’ ha fatto. Mi chiedo se sia giusto che trent’ anni di minacce e di angherie, ma anche di povertà, possano finire così”. Tra le altre persone condannate per associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzata alle estorsioni, ai danneggiamenti e alle minacce, ci sono Antonio Mammoliti (dodici anni di carcere), Domenico Rugolo (otto), Graziano e Antonio Nava (otto e sei anni), Giacomo Luppino (nove), Bruno e Vincenzo Nava (sei e sette anni), Elio Scibilia (sei), Matteo Tropeano (sette), Domenico Sorrenti (otto), Vincenzo Giordano (dodici), Vincenzo Carbone (nove anni e mezzo), Rocco Tallarita (dodici) e Vincenzo Mammoliti (dieci). La Corte d’ assise di Reggio invece ha assolto la moglie di Saro Mammoliti, Maria Nava.
Articolo dell’8 maggio 1996 da adnkronos.com
CASO CORDOPATRI: SCOPERTI ATTENTATORI
Reggio Calabria 8 mag. – (Adnkronos) – La baronessa Teresa Cordopatri, nota alla cronaca per il coraggio manifestato durante il lungo sciopero della fame intrapreso allo scopo di farsi restituire le terre appartenute alla propria famiglia, e abusivamente occupate dalla mafia, doveva essere uccisa nello stesso agguato in cui rimase vittima il fratello. A scoprirlo sono stati i carabinieri del Comando Provinciale di Reggio Calabria. L’assassinio di Carlo Antonio Cordopatri, risale al 10 luglio 1991.
Teresa Cordopatri, stata avventendo che l’auto, guidata dal fratello, uscisse per chiudere il portone alle spalle e salire sul mezzo. La Cordopatri fu risparmiata dagli assassini in quanto una pistola usata dagli assassini, dopo l’uccisione di Carlo Antonio Cordopatri si inceppo’. I killer, secondo i carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria, sono stati individuati ed a loro carico sono stati emessi ordini di custodia cautelare in carcere da parte del Gip del Tribunale reggino, eseguiti dai militari e notificati nelle galere dove si trovano detenuti perche’ condannati per l’omicidio di Carlo Cordopatri.
Si tratta di Salvatore La Rosa, 28 anni, esecutore materiale, e di Francesco Mammoliti, 29 anni, mandante. I due devono rispondere di tentato omicidio ed altro nei confronti della baronessa Cordopatri. La Rosa e Mammoliti, per l’omicidio di Carlo Antonio Cordopatri stanno scontando una condanna a 25 anni di reclusione, gia’ confermata in Cassazione. Gli inquirenti hanno raccolto elementi a carico dei due anche sulla base delle dichiarazioni di Teresa Cordopatri, rese in diverse occasioni processuali.
Articolo del’11 maggio 1999 dalla Gazzetta del sud
Palmi / A giudizio tre della famiglia Mammoliti con l’accusa di falsa attestazione riguardante i terreni “espropriati” al barone Cordopatri
E percepivano pure gli aiuti comunitari!
PALMI – Il gup di Palmi, Alfredo Bonagura, ha rinviato a giudizio tre componenti la famiglia Mammoliti, Maria Rosa, 55 anni, Vincenzo, 57 e Francesco, 32, per la vicenda delle terre usurpate alla famiglia della baronessa Teresa Cordopatri e in particolare per i contributi Aima illecitamente percepiti. Il gup ha anche rinviato a giudizio due dirigenti del Conasco di Reggio Calabria: il presidente dell’Ente, Carmelo Vazzana, di 51 anni e il coordinatore del servizio istruttorio Conasco, Fortunato Mangiola, di 50 anni. Ha prosciolto, perché il fatto non sussiste, quattro dirigenti dell’Aima, il direttore generale, Calogero Provenzano, di 70 anni (difeso dall’avvocato Pino Pitaro, del foro catanzarese); Antonio D’Agostino (67), Filippo Galli (65) e Concetta Lo Conte (45). I Mammoliti sono stati rinviati a giudizio con l’accusa di avere falsamente attestato la coltivazione di ulivi nei fondi di proprietà del barone Antonio Cordopatri, mentre i dirigenti Conasco, per aver corrisposto ai Mammoliti gli aiuti Aima. Maria Rosa, Vincenzo e Francesco Mammoliti, invece, insieme ai dirigenti dell’Aima, sono stati prosciolti dall’accusa di avere violato le norme sugli aiuti comunitari. Il gup ha rilevato che la vicenda non rappresenta soltanto un emblematico esempio di disservizio, ma l’ottuso atteggiamento di chiusura mantenuto dagli organi responsabili di strutture sorte proprio per reprimere le irregolarità. La vicenda prese il via nel 1990, quando il barone Cordopatri denunciò di essere stato «espropriato» dei propri terreni dalla famiglia Mammoliti. Nonostante ciò Maria Rosa Mammoliti percepì gli aiuti comunitari sino al 1994. Il 19 luglio 1991, mentre si trovava insieme alla sorella, Antonio Cordopatri fu ucciso in un agguato a Reggio Calabria. La reazione della sorella consentì l’arresto dell’assassino, Salvatore La Rosa, condannato per il delitto con sentenza passata in giudicato. Il 25 ottobre 1994 il presidente del Consiglio dei ministri istituì una Commissione d’inchiesta per accertare quanto era successo. Nella relazione conclusiva, la Commissione stigmatizzava l’atteggiamento del Conasco e dell’Aima che avevano proseguito nell’erogazione dei contributi. Il 22 maggio del 1995, Francesco Mammoliti, figlio di Maria Rosa e Vincenso Mammoliti, fu condannato quale mandante dell’omicidio del barone Cordopatri e, in concorso col padre, per tentata estorsione ai danni di Cordopatri dal quale avrebbe preteso la cessione dei terreni.
Fonte: http://ilblogdibarbara.ilcannocchiale.it/?TAG=n%27drangheta
Non avrebbe mai immaginato, Teresa Cordopatri dei Capece, che dopo aver difeso coi denti i beni della propria famiglia, dopo aver visto – a causa di quei beni che facevano gola alla n’drangheta – assassinare il fratello Antonio, dopo una battaglia lunga trent’anni e costellata di ben undici attentati, non avrebbe immaginato che quei beni, la casa degli avi col carico di affetti e ricordi, sarebbe stata messa in discussione oggi non dalla mafia, ma da quella stessa legge cui lei si rivolse per avere giustizia. È atroce la storia della baronessa Cordopatri, eroina calabrese degli Anni Novanta e simbolo della resistenza all’illegalità della società civile. Fa una certa impressione sentirgliela raccontare, com’è avvenuto ieri durante un incontro coi giornalisti nella sede della “Stampa Estera”, come si trattasse di una “straniera” in cerca di asilo. Ha letto, donna Teresa, perchè l’emozione e la scarsa attitudine alla comunicazione le impedivano di andare a braccio. Ha letto a voce bassa, come parla chi ha ricevuto una buona educazione. Aveva accanto due professori di diritto, Giuseppe Bernardi e Francesco Petrino e, di fronte, in prima fila, Angelica Rago, la cugina rimasta l’unica a sostenerla. La vicenda affonda le radici in un trentennio, nelle campagne, anzi nel feudo di Oppido Mamertino (Reggio Calabria), tra gli ulivi dei Cordopatri ambiti da un sovrastante particolare come poteva essere il boss Mammoliti. Voleva quegli ulivi, il mafioso. Ma Antonio Cordopatri opponeva un netto rifiuto a “vendere”. Richieste sempre più pressanti, fino a quando lo “invitano” a “passare da un notaio” per formalizzare il passaggio di proprietà. Altro rifiuto, primo avvertimento: gli sparano e lo mancano. Al secondo tentativo, l’ammazzano. Il killer rivolge poi l’arma contro la sorella, Teresa, che assiste impotente all’agguato. Per fortuna la pistola s’inceppa e donna Teresa oggi può raccontare la storia. Era il 1991. La baronessa raccoglie l’eredità del fratello e giura sulla tomba di Antonio che mai e poi mai cederà al ricatto della mafia. Anzi denuncia il boss, riconosce il killer e lo fa arrestare. Denuncia anche tutto il “contesto” che sta attorno allo strapotere dei mafiosi. Finge di non aver paura delle minacce e da allora vive sotto scorta e, in qualche modo, poco amata in patria. Per esempio, per anni non riesce a trovare operai per la raccolta delle olive, operazione che è costretta a portare avanti col solo aiuto di Angelica. La sua testimonianza fa decollare i processi, certo non speditissimi, ma tutto sommato favorevoli. Quando declina la sua stella? Quando Teresa Cordopatri denuncia anche l’ignavia del sistema giudiziario in Calabria e lo fa quasi “preventivamente”per preservare il processo sulla morte del fratello da brutte sorprese. Ma non imbocca la strada del clamore e del protagonismo, la baronessa. No, scrive al Csm (“il massimo organo istituzionale della magistratura”, spiega oggi) esponendo il contesto dentro cui era maturata la morte del fratello e chiedendo anche spiegazioni sui perché di qualche disattenzione precedente, quando Antonio Cordopatri denunciava senza troppo successo. “Quell’esposto – dice donna Teresa – doveva rimanere riservato, mi era stato assicurato, e soltanto a disposizione del Csm. Le mie non erano accuse circostanziate, ma analisi che sottoponevo all’organo di autogoverno della magistratura per una valutazione”. E invece, inspiegabilmente, il documento diventa di dominio pubblico, tanto che quattro magistrati (Giuseppe Viola, Francesco Punturieri, Giovanni Montera e Salvatore Di Landro) si ritengono calunniati e diffamati, fino ad intraprendere azione legale. In primo grado la Cordopatri è stata condannata con sentenza esecutiva: ciò vuol dire che deve risarcire quei magistrati. Non avendo, la baronessa, i soldi, il tribunale civile ha disposto la vendita dei beni mobili e immobili per risarcire i denuncianti. All’inizio di ottobre, la prima asta. Tutto ciò mentre non si è ancora concluso il processo a carico del killer che la baronessa ha fatto arrestare. (Francesco La Licata, “La Stampa”, 14 settembre 2004)