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Timestamp: 2019-09-17 17:07:36+00:00
Document Index: 129242255

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 13', 'art. 109', 'art. 109', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 6', 'art. 24', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 109', 'art. 1', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 143', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 143', 'sentenza ']

Il diritto alla lingua madre in Sudtirolo: un diritto ancora controverso?
diritto alla lingua madre bilinguismo diritto processuale penale
Il diritto all?uso della lingua madre, diritto fondamentale tutelato da Convenzioni internazionali, dalla Costituzione italiana nonché da precise norme procedurali, nel Sudtirolo è stato ? come noto - di difficile affermazione.
Nonostante il tentativo di naturalizzazione del Sudtirolo iniziato a partire dagli anni venti, e i suoi duri divieti e precetti ed i mirati provvedimenti contro i sudtirolesi, il regime fascista non era riuscito ad italianizzare il Sudtirolo. Senza voler riprendere in questa sede la travagliata genesi, che ha visto nei fatti degli anni 60-70 il momento più cruento e che ha dato origine ad una controversia tra Italia ed Austria in sede ONU (su richiesta dell?allora Ministro degli Esteri austriaco Bruno Kreisky del 23 giugno 1960 e conclusasi solo nel 1992), si ricorda che fin dall?Accordo di Parigi (cd. Accordo De Gasperi Gruber) sono state garantiti alla popolazione sudtirolese disposizioni speciali, destinate a salvaguardare la sua identità ed il suo sviluppo culturale ed economico.
Tale atto legislativo ? in particolare sub artt. 1, cII, 12, 14 ss. - cerca di regolamentare il momento più delicato del contratto sociale fra cittadino e Stato, dato che il cittadino si è spogliato della propria vis punitiva per delegarla all?apparato statale, rappresentato in prima istanza appunto dagli operatori delle forze dell?ordine, che sono (o dovrebbero essere) al servizio del cittadino, e non viceversa.
Molti anni di impegno da parte di forze politiche, società civile e pubblica amministrazione (ivi comprese le forze di polizia di cultura democratica) davano la speranza che ? ognuno certamente nel rispetto per il lavoro altrui, e nella consapevolezza della finalità dell?importante funzione delle forze dell?ordine ? i diritti fondamentali, ivi compreso quello dell?uso della propria lingua, fossero acquisiti una volta per tutte.
Per quanto riguarda il processo penale, il concreto esercizio di tale facoltà e le sue conseguenze sono disciplinati da una serie di disposizioni del citato D.P.R., che si rivolgono ? per espressa dizione normativa di cui all?articolo 13 contenuto nel Capo IV rubricato significativamente ?Rapporti con gli uffici giudiziari e con gli organi giurisdizionali? - agli uffici e gli organi di cui all?art. 1 del decreto medesimo e, almeno per le nullità ivi espressamente previste ? giova anticiparlo ? solo a quelli (!).
? estendeva analogicamente (ed in malam partem) le cause di nullità previste nel citato D.P.R. in altrettanti motivi di inammissibilità, in assenza di previsione legislativa espressa
? estendendo altresì l?ambito soggettivo di applicazione della normativa anche ai difensori di tali ?nullità/motivi di inammissibilità?,
? contrastando altresì l?interpretazione di cui all?ordinanza impugnata con la ratio della normativa, posta a tutela dell?indagato/imputato.
Neppure la novella del 2001, che introduce l?articolo 18bis nel D.P.R. cit., che prevede ?la nullità assoluta per l?inosservanza delle disposizioni? di cui agli articoli 14 ? 15, 16, 17, 17bis, 17ter, 17quater, 18 e 18ter ha introdotto una qualsiasi inammissibilità per gli atti defensionali, dovendo a fortiori concludere che la nullità di all?articolo 18bis, essendo forma di invalidità tipica appunto degli atti formati dagli organi del procedimento, si applichi solo a questi (i quali sono peraltro i soli destinatari della normativa speciale; cfr. art. 13 D.P.R. cit. ed infra).
Esclusa la inammissibilità ?oggettiva? dell?impugnazione ex 309 c.p.p. secondo la normativa di cui al D.P.R. 574/88 perché non prevista, questa non può essere desunta né dalla disciplina contenuta sub 309 ss. c.p.p. (che prevede una causa di inammissibilità del ricorso solo per il caso sub 311/2 c.p.p.), né tantomeno dalla disciplina generale delle impugnazioni.
Infatti, il mancato uso, nella redazione della impugnazione di cui si tratta, della lingua tedesca - adottata nel procedimento de qua in via eccezionale rispetto a quanto previsto dall'art. 109 comma 1 C.P.P., per il preciso scopo di garanzia del diritto alla lingua madre - non comporta neppure l'inosservanza dei requisiti di forma richiesti ai sensi degli artt. 581 e 591 comma 1 lett. c) C.P.P., poiché ? a parte i rilievi sulla concorrenza e non alternatività della lingua che può essere usata dall?appartenente ad una minoranza linguistica di cui alla pronuncia della Corte Costituzionale di cui infra - l'atto è stato formato in lingua italiana, della quale la Corte adita deve per legge avere conoscenza e che è l'unica imposta come ufficiale dal citato art. 109 C.P.P. in relazione alle esigenze di funzionalità del processo, tra cui quella che richiede la comprensibilità del gravame dal giudice al quale è diretto.
Nel medesimo filone interpretativo si inseriscono altresì le pronunce successive della Cassazione Penale.
Per la possibilità del difensore di fiducia di proporre mezzo di gravame anche in lingua diversa da quella scelta dall?indagato/imputato pare concludere anche la ratio della normativa.
Infatti, ?il carattere assoluto della nullità che inficia gli atti processuali formulati in lingua diversa da quella scelta dall'imputato appartenente alla minoranza linguistica trova d'altro canto la sua ragion d'essere nella protezione di suoi fondamentali diritti tra cui quello di difesa (cfr. la sentenza della VI Sezione 16/6/94, Mahlknecht), e sarebbe davvero incoerente fare discendere conseguenze per l'imputato stesso pregiudizievoli - come la caducazione degli effetti di una impugnazione proposta nel suo interesse da difensore legato da mandato fiduciario, che la legge non prevede neppure gli debba essere notificata - da una normativa preordinata a garantire questa sua particolare condizione. (?)? (Corte di Cassazione, 5 maggio 1997cit.).
Identicamente, la Corte Costituzionale espressamente statuisce che ?il d.P.R. n. 574 del 1988, nel disciplinare l'uso della lingua nel processo penale da parte dei cittadini appartenenti al gruppo linguistico tedesco, ha posto al centro del sistema la tutela dell'imputato? (sentenza 16/1995; ev. aggiunta).
La stessa Corte Costituzionale (sentenza 271/1994; ev. aggiunta) aveva peraltro già statuito che ?nei confronti dei cittadini appartenenti al gruppo linguistico tedesco della Provincia di Bolzano il diritto relativo alla scelta della lingua del processo di cui all'art. 17 del d.P.R. n. 574 non si presenta, quindi, alternativo, bensì concorrente con il diritto attribuito in generale a tutti i cittadini appartenenti a minoranze linguistiche riconosciute ad essere interrogati o esaminati, a propria richiesta, nella lingua materna: collegandosi il primo diritto all'art. 6 della Costituzione, in relazione alle esigenze di tutela riconosciute a favore del patrimonio culturale di una particolare minoranza, ed il secondo all'art. 24 della Costituzione, in relazione all'esigenza di far salvo, attraverso la difesa in giudizio, un diritto inviolabile della persona umana.
Infatti, si consideri la assoluta violazione del diritto di difesa con conseguente illegittimità costituzionale (anche in riferimento alle finalità enunciate dall?articolo 100 Statuto d?Autonomia cit.) qualora la normativa citata
? posta a tutela dell?indagato/imputato appartenente ad una minoranza linguistica riconosciuta
? venisse interpretata comprimendo il suo diritto alla difesa nel senso di obbligare lo stesso a scegliersi un difensore della medesima madre lingua, o a rinunciare alla garanzia linguistica per scegliersi liberamente il difensore!!
Oltre a ciò, la stessa sfera ?soggettiva? di applicabilità delle norme del D.P.R. (art. 13 citato) esclude la correttezza delle conclusioni del Giudice che ha emesso il provvedimento impugnato: ad esempio, la sentenza n. 9737 della Cassazione Penale, sezione I, dd. 18 giugno 1998, dà atto che il sistema legislativo delineato dal D.P.R. 574/88, all?infuori della facoltà del difensore di fiducia di esprimersi oralmente nella lingua preferita, ?non menziona affatto i difensori e regola esclusivamente i rapporti dei cittadini con gli organi giudiziari e la forma linguistica degli atti da questi ultimi posti in essere, prevedendo in caso di discordanza con la dichiarata volontà dell'incolpato la sanzione tipica degli atti processuali in senso stretto, e cioè la nullità, e non il diverso vizio caratteristico degli atti di parte, cioè l'inammissibilità. Quanto alla particolare disciplina degli interventi orali, essa, implicitamente prescrivendo, in linea di massima e salvo la limitata eccezione di cui si è detto, l'uso della lingua del processo ai difensori di tutte le parti, è posta a garanzia del contraddittorio e della difesa dell'imputato e tende a rendergli comprensibili gli sviluppi del dibattimento e consentirgli l'esercizio della facoltà dì personale intervento ai sensi degli artt. 494 e 523, co. 5, C.P.P..
Tale "ratio" non può evidentemente essere estesa agli atti difensivi scritti, e in particolare alle impugnazioni, tanto meno se redatti nell'interesse dello stesso imputato; né può sostenersi che l'uso della lingua "alternativa" sarebbe connotato da "antigiuridicità" perché contrastante con le norme imperative poste a presidio della struttura plurilingue della provincia autonoma. Va in proposito rilevato che l'inammissibilità di impugnazioni redatte in lingua straniera, ricavata in via interpretativa (cfr. Cass., Sez. VI, 20.6-18.10.1994, P.G. in proc. <B.> e altri) dall'art. 109, co. 1, C.P.P., che prescrive l'uso della lingua italiana negli atti del procedimento, deve ritenersi correlata da un lato con la concreta possibilità di comprensione dell'atto da parte del giudice cui è diretto, dall'altro, e principalmente, con il fatto che la documentazione in lingua straniera è in quanto tale non "identificabile" come atto del processo; l'applicazione di detto criterio al procedimento dinanzi alle autorità giudiziarie indicate dall'art. 1 D.P.R. n. 574-1988 deve tener conto del principio generale, ivi sancito, della piena e totale "parificazione" della lingua tedesca a quella italiana. Ne segue che l'uso di una delle due lingue negli scritti difensivi non può dar luogo né a concrete difficoltà di comprensione (essendo l'autorità giudiziaria tenuta a conoscerle entrambe) né a difetto di "riconoscibilità" dell'atto, data la completa equiparazione ed equivalenza; è quindi esclusa la sanzione di inammissibilità.? (ev. sempre aggiunta).
Post scriptum sull'indagato / imputato che non parla la lingua del processo:
In tema indagato / imputato alloglotta, il riferimento va alll'articolo 143 c.p.p.
Rileva peraltro anche l?art. 6 comma III lett. a) della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ed il Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, firmato il 19 dicembre 1966 a New York, nonché la fondamentale sentenza n. 10 del 1993 della Corte Costituzionale e le sentenze n. 12/2000 Jakani, n. 5052/2004 Zalagaitis, n. 39298/2006 Cieslinsky e n. 25932/2008 Ivanov delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.
Utile appare qui esporre in modo sintetico i principi, le garanzie e le regole che si possono trarre dal complesso dell?autorevole interpretazione giurisprudenziale proprio dell'articolo 143 c.p.p., cercando di assicurare soprattutto completezza ed obiettività.
L?art. 143 c.p.p., che assicura all'imputato che non conosce la lingua italiana il diritto di farsi assistere gratuitamente da un interprete al fine di potere comprendere l'accusa contro di lui formulata e di seguire il compimento degli atti cui partecipa, costituisce diretta espressione della normativa pattizia internazionale sopra citata e recepita a pieno titolo nel nostro ordinamento costituzionale e processuale assegnando, non solo alla presenza dell'interprete, ma anche alla traduzione degli atti scritti, una specifica funzione di tutela della difesa dell'imputato.
La prima condizione dell'operatività di tale disciplina è che la persona di nazionalità non italiana, ma sottoposta a procedimento penale nello Stato, non sia in grado di comprendere la lingua italiana, ?tanto se tale circostanza sia evidenziata dallo stesso interessato, quanto se, in difetto di ciò, sia accertata dall'autorità procedente? (C. Cost. n. 10/1993).
Recependo fedelmente i principi formulati dalla sentenza costituzionale citata, le SSUU Jakani hanno ulteriormente affermato l?inesistenza nel nostro ordinamento processuale di un principio generale su cui fondare il diritto indiscriminato dello straniero, in quanto tale, a giovarsi dell'assistenza dell'interprete, essendo invece necessaria, ai fini dell'applicazione del citato articolo 143, la prova dell'ignoranza della lingua italiana, considerata indagine di mero fatto che sfugge al sindacato di legittimità, se accompagnato da argomentazioni esaustive e concludenti.
Ne deriva che, se lo straniero ha mostrato in qualsiasi maniera di rendersi conto del significato degli atti compiuti con il suo intervento o a lui indirizzati e non è rimasto completamente inerte, ma al contrario ha assunto personalmente delle iniziative rivelatrici della sua capacità di difendersi adeguatamente, non sussiste alcun obbligo di traduzione degli atti.
La nota sentenza SSUU Zalagaitis n. 5052/2004 non fa altro che recepire e fare propri gli stessi identici principi, applicandoli alle ordinanze cautelari; e così la sentenza SSUU Cieslinsky n. 39298/2006, che coerentemente riconosce l'estensione della garanzia costituzionale e della conseguente regola di cui all?art. 143 all'avviso di conclusione delle indagini preliminari e alla richiesta di rinvio a giudizio. Infine, la recentissima SSUU Ivanov n. 25932/2008, confermando la traccia aperta dalla sentenza Jakani, ha ribadito che il diritto in questione non discende automaticamente, quale atto dovuto e imprescindibile, dal mero ?status? di straniero, ma richiede l'ulteriore qualificante presupposto dell'accertata non conoscenza della lingua italiana, prendendo atto che, con insindacabile apprezzamento di merito, il tribunale aveva elencato una serie di dati di fatto dimostrativi della acquisita dimestichezza dell'imputato con l'idioma nazionale. In tali condizioni, egli avrebbe dovuto fornire la prova contraria alla presunzione stabilita dal citato articolo 143 e non limitarsi ad affermare puramente e semplicemente la sua ignoranza.
Rito abbreviato ed indagini difensive: ancora ombre del rito inquisitorio
diritto processuale penale giudizio abbreviato poteri istruttori giudice
A seguito della modifica introdotta dalla legge Carotti (L. 16 dicembre 1999, n.
Diritto amministrativo diritto penale diritto processuale penale sequestro principio di tassatività