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Timestamp: 2020-08-10 09:29:02+00:00
Document Index: 31225191

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Sentenza Cassazione Civile n. 8318 del 12/04/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8318 del 12/04/2011
Cassazione civile sez. III, 12/04/2011, (ud. 15/02/2011, dep. 12/04/2011), n.8318
FONDAZIONE IRCCS ISTITUTO NAZIONALE TUMORI in persona del Presidente
dott. B.C., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIALE GIULIO CESARE 14 A-4, presso lo studio dell’avvocato PAFUNDI
GABRIELE, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato EZIO
ANTONINI giusta delega in calce al ricorso;
COMUNE MILANO in persona del Sindaco pro tempore (OMISSIS),
elettivamente domiciliato in ROMA, LUNGOTEVERE MARZIO 3, presso lo
studio dell’avvocato IZZO RAFFAELE, che lo rappresenta e difende
unitamente agli avvocati FRASCHINI ANTONELLA, MERONI RUGGERO e SURANO
MARIA RITA giusta delega in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 1726/2008 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
Prima Sezione Civile, emessa il 7/5/2008, depositata il 13/06/2008
(R.G. 1776/2005);
udito l’Avvocato MAURO COLLINI (per delega dell’Avvocato EZIO
ANTONINI);
udito l’Avvocato RAFFAELE IZZO;
La Fondazione IRCCS – Istituto Nazionale dei Tumori conveniva, davanti al tribunale di Milano, il Comune di Milano chiedendo che fosse accertata l’illegittimita’, per inesistenza del relativo servizio, della tariffa per il canone di depurazione delle acque, che lo stesso Comune le aveva addebitato per l’anno 2000.
Si costituiva il Comune di Milano richiamando il disposto della L. n. 36 del 1994, art. 14, comma 1 che stabiliva la debenza della quota tariffaria contestata anche nell’ipotesi di inesistenza ed inattivita’ di impianti centralizzati di depurazione.
Ad eguale conclusione perveniva la Corte d’Appello che, con sentenza del 13.6.2008, rigettava l’appello proposto dalla Fondazione IRCCS – Istituto Nazionale dei Tumori.
Con unico motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione della L. n. 36 del 1994 – ed in particolare dell’art. 14, comma 1, dichiarato incostituzionale – nonche’ della L. n. 549 del 1995 e conseguentemente dei principi costituzionali in materia.
Il motivo e’ fondato per le ragioni che seguono.
La Corte di merito ha rigettato l’appello proposto dall’odierna ricorrente interpretando la L. n. 36 del 1994, art. 14, comma 1 quale obbligo di pagamento del corrispettivo per la depurazione delle acque, anche in assenza di un qualsiasi servizio di depurazione.
Ma la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 335 del 2008, ha dichiarato illegittimo la L. 5 gennaio 1994, n. 36, art. 14, comma 1, nel testo modificato dalla L. 31 luglio 2002, n. 179, art. 28 nella parte in cui prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione e’ dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”.
A tal fine, ha rilevato che l’interpretazione della L. n. 36 del 1994, condotta alla stregua dei comuni criteri ermeneutici, porta a ritenere che la tariffa del servizio idrico integrato si configuri, in tutte le sue componenti, come corrispettivo di una prestazione commerciale complessa, il quale, ancorche’ determinato nel suo ammontare in base alla legge, trova fonte, non in un atto autoritativo direttamente incidente sul patrimonio dell’utente, bensi’ nel contratto di utenza.
E la connessione di tali componenti e’ evidenziata, in particolare, dal fatto che, a fronte del pagamento della tariffar l’utente riceve un complesso di prestazioni consistenti, sia nella somministrazione della risorsa idrica, sia nella fornitura dei servizi di fognatura e depurazione.
Ne consegue che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione, in quanto componente della complessiva tariffa del servizio idrico integrato, ne ripete necessariamente la natura di corrispettivo contrattuale, il cui ammontare e’ inserito automaticamente nel contratto (L. n. 36 del 1994, art. 13).
Concludendo che, dall’accertata volonta’ del legislatore di costruire la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione come corrispettivo, deriva la fondatezza della censura di irragionevolezza della disposizione denunciata, nella parte in cui prevede che la suddetta quota di tariffa sia dovuta dagli utenti anche quando manchi il servizio di depurazione.
La norma censurata, imponendo l’obbligo di pagamento in mancanza della controprestazione,, infatti, prescinde dalla natura di corrispettivo contrattuale della quota e, pertanto, si pone ingiustificatamente in contrasto con la ratio del sistema della L. n. 36 del 1994, fondata, invece, sull’esistenza di un sinallagma che correla il pagamento della tariffa stessa alla fruizione del servizio per tutte le quote componenti la tariffa del servizio idrico integrato, ivi compresa la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione.
Il Giudice delle Leggi ha stabilito quindi: a) la natura di corrispettivo contrattuale delle somme pagate per la depurazione delle acque, a partire dal 4 ottobre 2000; b) la conseguente illegittimita’ della richiesta di un tale pagamento in assenza della fornitura del corrispondente servizio di depurazione delle acque.
Solo per completezza vale rammentare che, con la stessa sentenza, la Corte costituzionale ha rilevato che il censurato L. n. 36 del 1994, art. 14, comma 1, e’ stato, con decorrenza dal 29 aprile 2006, abrogato dal D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 175, comma 1, lett. u), (Norme in materia ambientale), e sostituito dall’art. 155, comma 1, primo periodo, dello stesso decreto legislativo, il quale prevede che “Le quote di tariffa riferite ai servizi di pubblica fognatura e di depurazione sono dovute dagli utenti anche nel caso in cui manchino impianti di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi. Il gestore e’ tenuto a versare i relativi proventi, risultanti dalla formulazione tariffaria definita ai sensi dell’art. 154, a un fondo vincolato intestato all’Autorita’ d’ambito, che lo mette a disposizione del gestore per l’attuazione degli interventi relativi alle reti di fognatura ed agli impianti di depurazione previsti dal piano d’ambito”.
Concludendo, per la declaratoria di incostituzionalita’ nei termini che seguono: “Dichiara l’illegittimita’ costituzionale della L. 5 gennaio 1994, n. 36, art. 14, comma 1, (Disposizioni in materia di risorse idriche), sia nel testo originario, sia nel testo modificato dalla L. 31 luglio 2002, n. 179, art. 28 (Disposizioni in materia ambientale), nella parte in cui prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione e’ dovuta dagli utenti “anche nel caso in cui la fognatura sia sprovvista di impianti centralizzati di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”;
dichiara, ai sensi della L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 27 l’illegittimita’ costituzionale del D.Lgs. 3 aprile 2006, n. 152, art. 155, comma 1, primo periodo, (Norme in materia ambientale), nella parte in cui prevede che la quota di tariffa riferita al servizio di depurazione e’ dovuta dagli utenti ” anche nel caso in cui manchino impianti di depurazione o questi siano temporaneamente inattivi”.
Ora, la sentenza richiamata – come tutte le sentenze di accoglimento di una questione di legittimita’ costituzionale pronunciate dalla Corte costituzionale (da ultimo Cass. 6.5.2010 n. 10958) – ha effetto retroattivo, con l’unico limite delle situazioni consolidate per essersi il relativo rapporto definitivamente esaurito.
Diversamente, la declaratoria di illegittimita’ costituzionale di una norma – avendo effetto retroattivo -incide su tutte le situazioni giuridiche non esaurite, producendo i propri effetti su tutti i giudizi in corso.
Le sentenze di questo tipo, quindi, possono essere fatte valere, per la prima volta, anche in sede di legittimita’, a condizione che il mutato assetto normativo scaturente dalla sentenza del giudice delle leggi venga invocato nel ricorso introduttivo, e non, per la prima volta, nella memoria d’udienza depositata ai sensi dell’art. 378 c.p.c., con la quale non possono essere ampliati i motivi di ricorso (Cass. 14.11.2008 n. 27264).
L’odierno ricorrente ha correttamente e tempestivamente sollevato la questione in sede di ricorso per cassazione.
In conclusione, quindi, posto che – nella specie (circostanza questa non contestata) – il Comune di Milano, nell’anno 2000 – piu’ precisamente nel periodo 4 ottobre – 31 dicembre 2000 – era sfornito di impianto di depurazione centralizzato delle acque, nessun canone era dovuto, per tale periodo, da parte dell’attuale ricorrente.
Le ulteriori questioni, sollevate dal resistente Comune in questa sede, in ordine all’applicabilita’, nella specie, del disposto della L. n. 13 del 2009, art. 8 – norma quest’ultima introdotta proprio a seguito della pronuncia richiamata, e relativa alle modalita’ di restituzione agli utenti delle somme illegittimamente percepite dai gestori in assenza del servizio di depurazione, con la destinazione di tali somme ad un fondo vincolato – sono estranee al tema trattato, con conseguente inammissibilita’ del loro esame.
Peraltro, vale rimandare – anche per questo profilo -alla stessa sentenza n. 335 del 2008 che, una volta affermato il principio della corrispettivita’ fra la quota dovuta ed il servizio di depurazione, sul punto, si e’ cosi’ espressa: “A tale conclusione non puo’ obiettarsi che la corrispettivita’ fra la suddetta quota e il servizio di depurazione sussisterebbe comunque, perche’ le somme pagate dagli utenti in mancanza del servizio sarebbero destinate, attraverso un apposito fondo vincolato, all’attuazione del piano d’ambito, comprendente anche la realizzazione dei depuratori.
Precisando “Va osservato, in contrario, che: a) l’ammontare della quota di tariffa riferita al servizio di depurazione e’ determinato indipendentemente dal fatto se il depuratore esista o no, essendo esso in ogni caso commisurato al costo del servizio di depurazione, in applicazione del cosiddetto metodo normalizzato, e non al costo di realizzazione del depuratore (come risulta dall’allegato del citato D.M. 1 agosto 1996, punto 3.1, lett. c, e dall’allegato 1, punto 2.3, della citata delibera CIPE 19 dicembre 2002, n. 131/02); b) il provento costituito dalla quota confluente nel fondo vincolato puo’ essere destinato alla realizzazione di depuratori non utilizzabili dal singolo utente obbligato al pagamento, come nel caso in cui i depuratori siano realizzati in Comuni diversi da quello in cui si trova l’utente, oppure nel caso in cui l’utente, dopo il pagamento della tariffa, si sia trasferito in altro Comune; c) nel caso in cui il Comune non gestisca direttamente il servizio idrico, la scelta del tempo e del luogo di realizzazione dei depuratori e’ affidata, dalla L. n. 36 del 1994, art. 11, comma 3, a soggetti terzi rispetto al contratto di utenza, e cioe’ ai Comuni e alle Province, nell’esercizio della loro competenza a predisporre il piano d’ambito;
d) l’attuazione di tale piano si inserisce nel rapporto fra gestore e autorita’ d’ambito e non in quello fra esso e l’utente, perche’ produce un’utilita’ riferita all’ambito territoriale ottimale nel suo complesso e non anche quella utilita’ particolare che “ogni utente ..
. ottiene dal servizio”, la quale sola – come chiarito dai lavori preparatori richiamati al punto 6.1. – consente di qualificare come corrispettivo la tariffa del servizio idrico integrato; e) il contratto di utenza e il pagamento della quota tariffaria non costituiscono presupposto necessario per l’attuazione dello stesso piano, essendo quest’ultima prevista e disciplinata, anche nei tempi e nelle modalita’, non gia’ dal contratto di utenza, ma da moduli procedimentali di diritto amministrativo.
Aggiungendo: “Dall’impossibilita’ di qualificare l’attuazione del piano d’ambito come controprestazione contrattuale del pagamento della quota di tariffa riferita al servizio di depurazione discende la gia’ evidenziata conseguenza che l’utente puo’ agire contro l’inerzia dell’amministrazione nella realizzazione dei depuratori, non gia’ in forza del rapporto contrattuale di utenza utilizzando gli ordinari strumenti civilistici di tutela, ma solo esercitando il generale potere di denuncia attribuitogli dall’ordinamento uti civis”.
Conclusivamente, il ricorso e’ accolto.
Non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la Corte di legittimita’ puo’ decidere nel merito la controversia, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 2, e dichiarare non dovuta la somma pagata, a titolo di quota di tariffa riferita al servizio di depurazione per il periodo 4 ottobre 2000 – 31 dicembre 2000, da parte della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori.
Le questioni di diritto sollevate e risolte nel presente processo giustificano la compensazione, fra le parti, delle spese dell’intero processo.
LA CORTE accoglie il ricorso. Cassa e, decidendo nel merito, dichiara non dovuta la somma pagata, a titolo di quota di tariffa riferita al servizio di depurazione per il periodo 4 ottobre – 31 dicembre dell’anno 2000, dalla Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori.
Cosi’ deciso in Roma, nella camera di consiglio della terza sezione civile della Corte di cassazione, il 15 febbraio 2011.