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Timestamp: 2019-08-20 15:03:45+00:00
Document Index: 177609963

Matched Legal Cases: ['art. 1500', 'art. 1322', 'art. 2744', 'art. 1322', 'art. 1418', 'art. 2740', 'art. 1322', 'art. 2740', 'art. 2740', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 619', 'art. 615', 'art. 619', 'art. 547', 'art. 615', 'art. 458', 'art. 2643', 'art. 2645', 'art. 2643']

Articolo del 04/09/2005 Autore Avv. Salvatore Magra Altri articoli dell'autore
La figura del trust , con particolare riguardo all'effetto della segregazione patrimoniale e alla tutela dei creditori.
Nel suo schema generale, il trust implica che un soggetto (disponente) trasferisca (con atto tra vivi o “mortis causa”) ad altro soggetto (detto “ trustee ”) la proprietà di uno o più beni, conferendogli l'incarico di usare i medesimi per un certo scopo o a beneficio di un altro soggetto. Quanto trasferito al “ trustee ” diviene oggetto di un patrimonio separato. Si ha “ trust statico” quando manca il disponente; “ trust dinamico”, quando esso è presente.
In una prima fase, si è discusso riguardo alla compatibilità del trust con l'ordinamento giuridico italiano. L'istituto in esame non è assimilabile ad alcuno di quelli disciplinati dal codice civile. Talune pronunzie giurisprudenziali, pertanto, hanno negato la compatibilità della figura con il nostro ordinamento, in quanto da essa deriva uno sdoppiamento del diritto di proprietà originario in due diritti di proprietà sullo stesso oggetto. Questo assetto discende dall'attribuzione della facoltà di disposizione del bene, ordinariamente contenuta nel diritto di proprietà, al “ trustee ” e della facoltà di godimento al beneficiario. E' proprio tale frazionamento del diritto di proprietà a determinare, secondo la lettura di parte della giurisprudenza, l'incompatibilità del trust con il nostro ordinamento giuridico.
L'opinione in esame è suscettibile di obiezioni. Può rilevarsi come dal trust non derivi necessariamente uno sdoppiamento del diritto di proprietà, potendo la posizione soggettiva del beneficiario interpretarsi come avente natura obbligatoria. Per quanto riguarda la posizione del trustee , va rilevato come egli non diventi proprietario della massa patrimoniale conferita nel trust , in quanto a tale soggetto è attribuito solo il compito di gestire i beni del medesimo, per raggiungere lo scopo indicato dal disponente, oppure per produrre l'incremento della sfera giuridica del beneficiario, che, in ragione di questo, diventa titolare di un'aspettativa.
Questa ricostruzione, peraltro, non è condivisa da tutti. A ulteriore sostegno dell'idea dell'inammissibilità del trust nel nostro ordinamento, si è rilevato come esso comporti il sorgere di una proprietà “temporanea”, in contrasto con la regola della tipicità e del numero chiuso dei diritti reali e, in particolare, con il carattere “perpetuo” del diritto di proprietà.
Può replicarsi rilevando come il dogma del numero chiuso dei diritti reali sia un principio storicamente datato, il quale trae la sua ragion d'essere dall'esigenza di evitare un eccessivo appesantimento dei traffici giuridici, causato dal carattere “assoluto” dei diritti reali. Peraltro, tale regola va oggi intesa in maniera più flessibile. Con tale interpretazione meno rigida ci si adegua alla tendenza, riscontrabile in una molteplicità di casi concreti, di manipolare i diritti reali disciplinati dal Legislatore, in modo da creare delle ipotesi concrete solo con difficoltà inquadrabili nell'ambito dei diritti reali, così come tipizzati dal Legislatore (si pensi alla clausola di rotatività che consente di cambiare il bene oggetto del diritto di pegno o alla multiproprietà). Riguardo al carattere perpetuo del diritto di proprietà, proprio l'esempio della multiproprietà fa comprendere come attualmente sia possibile frazionare in unità di tempo il godimento di un medesimo bene a beneficio di una pluralità di soggetti.
Ciò fa comprendere come il carattere della perpetuità del diritto di proprietà possa essere derogato, senza andare contro alcuna regola-base del nostro ordinamento. Un ulteriore esempio di proprietà temporanea, questa volta tratto direttamente dal codice, si rinviene nell'art. 1500 c. civ., in base al quale, tramite il patto di riscatto, il venditore può riservarsi il diritto di riavere la proprietà della cosa venduta mediante la restituzione del prezzo e gli ulteriori rimborsi. L'apposizione di una clausola, contenente un patto di riscatto, a una compravendita rende potenzialmente temporaneo l'acquisto del diritto di proprietà da parte del compratore.
Le indicazioni adesso date consentono di concludere nel senso che la proprietà può anche essere temporanea; questo è confermato anche dalla diffusa prassi dell'attribuzione, in via fiduciaria, di beni da un soggetto a un altro, per il soddisfacimento di un certo obiettivo, tramite il c.d. pactum fiduciae . Va rilevato come siano riscontrabili rilevanti affinità tra il negozio fiduciario e il trust . Con un certo contratto viene “costituita” una proprietà fiduciaria, analogamente alla costituzione di diritti reali minori. Può, a tal proposito, pensarsi alle Società che gestiscono fondi comuni di investimento o all'ipotesi in cui taluni risparmiatori intestino, a nome di talune Società, titoli, di cui i primi restano “effettivi titolari”, perché le medesime provvedano alla loro gestione. Può aggiungersi che, interpretando in modo ampio la figura del trust , anche queste ipotesi possono inserirsi all'interno di tale figura. Aderendo a quest'impostazione, il trust sarà configurabile anche quando non si evidenzi in modo marcato la “segregazione” del patrimonio, purché la costituzione di una massa patrimoniale avente un certo grado di autonomia sia in qualche maniera rilevante per i terzi, e non abbia, invece, un carattere meramente obbligatorio, come nel negozio fiduciario in senso stretto, in cui un certo negozio tipico, per esempio la compravendita, attraverso la previsione del pactum fiduciae viene manipolato e utilizzato per una funzione diversa rispetto a quella sua propria, senza, peraltro, che questa peculiarità rilevi in confronto dei terzi.
In ogni modo, si tende a ritenere che il trust , pur essendo una figura affine a queste adesso indicate (per es. creazione di Società che gestiscono fondi comuni d'investimento) conserva una sua autonomia giuridica, per il carattere più spiccato della segregazione del patrimonio e dell'intangibilità di esso da parte dei creditori del trustee , del beneficiario e del disponente.
Può, pertanto, reputarsi che il trust sia compatibile con il nostro ordinamento . Per le ragioni sopra esposte, non appaiono decisivi, in senso contrario rispetto a quanto qui sostenuto, gli argomenti addotti da parte della giurisprudenza, i quali si imperniano sul contrasto del nostro istituto col “numero chiuso” dei diritti reali e con la perpetuità del diritto di proprietà.
Occorre anche valutare lo spessore degli interessi perseguito con il trust , avendo presente come riferimento normativo l'art. 1322 c. civ., il quale consente all'autonomia privata la possibilità di costruire contratti “atipici”, rispetto a quelli espressamente disciplinati, purché con essi si perseguano interessi meritevoli di tutela, secondo l'ordinamento.
Va rilevato che con il trust è possibile realizzare una vasta gamma di finalità, in ragione della flessibilità della figura. Si ritiene che la “meritevolezza di tutela” andrà valutata con riferimento ai casi concreti. Per qualunque contratto, anche tipico, il giudizio causale va riferito non solo alla disciplina astratta di legge, ma anche e soprattutto a come il “tipo” contrattuale si atteggia nella vicenda concreta. Una simile operazione, a maggior ragione, andrà fatta per valutare lo spessore e la liceità delle ragioni giuridiche che giustificano l'operazione economica sottesa al trust , data la mancanza di un'esplicita disciplina del medesimo.
Occorrerà anche valutare se, nel caso concreto, con il trust non venga elusa l'applicazione di una norma imperativa, realizzandosi così un negozio in frode alla legge (per es. elusione del divieto di patto commissorio, di cui all'art. 2744 c.civ.).
Va osservato che con il trust possono realizzarsi finalità perseguibili anche con istituti diversi, disciplinati espressamente dall'ordinamento (per es. sostituzione fedecommissaria). Pertanto, anche esaminando l'istituto in esame in rapporto al disposto dell'art. 1322 c.civ., sussistono solide ragioni per ritenere il trust compatibile con il nostro sistema, sempre che la sua utilizzazione nel caso concreto non comporti una violazione di norme imperative. In tale ipotesi, si avrà nullità del contratto, così come in ogni altra ipotesi di violazione di norme imperative, derivante da un contratto tipico o atipico, in assenza di una diversa prescrizione di legge (cfr. art. 1418 c. civ,)
Confermano indirettamente la tesi della rilevanza e meritevolezza degli interessi tutelati con il trust i proficui utilizzi di questa figura effettuati in altri ordinamenti, specialmente di matrice anglosassone, dai quali deriva l'istituto.
Molteplici sono le utilizzazioni che possono essere fatte della figura in esame. Si può attribuire al trustee il compito di gestire una somma di denaro o di un patrimonio immobiliare. Si possono conferire in trust le quote societarie di un'azienda in modo che, anche dopo la morte dell'imprenditore, la linea gestionale dell'azienda non cambi, essendo questa garantita dal trustee , secondo canoni e direttive precise. Il disponente potrà “controllare” l'operato del trustee , attraverso soggetti all'uopo incaricati di accertare che questi ottemperi ai propri compiti con la diligenza del buon padre di famiglia. Il disponente, ove si renda conto, eventualmente anche tramite il proprio controllore, che il trustee non ottempera alle direttive prestabilite, può adire l'Autorità giudiziaria, affinché il medesimo si conformi alle medesime ed, eventualmente, risarcisca il danno.
E' consentito anche al beneficiario di tutelarsi nei confronti del trustee , qualora questi indebitamente alieni beni del trust , senza esserne legittimato, o si crei una situazione tale da non distinguere più i beni del trust da quelli del patrimonio personale del trustee.
Un aspetto rilevante della disciplina del trust è la “segregazione” del patrimonio conferito dal disponente. Ciò significa che su tale massa patrimoniale è creato uno schermo giuridico che la protegge da aggressioni sia dei creditori del disponente, sia dei creditori del trustee e del beneficiario. Il carattere “vincolato” del patrimonio del trust crea problemi di compatibilità con la disposizione generale dell'art. 2740 c. civ., secondo la quale “il debitore risponde dell'inadempimento delle obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri ”. In ogni modo, una volta riconosciuta la meritevolezza degli interessi tutelati con il trust , in base ai parametri dell'art. 1322, può ipotizzarsi una deroga alla disposizione dell'art. 2740, la quale consente le limitazioni di responsabilità nei casi previsti dalla legge (2°comma). Più precisamente: va rilevato che nel trust (sia statico, sia dinamico), il patrimonio personale del trustee è totalmente separato da quello del trust ; si tratta, vale a dire, di due entità completamente distinte. Pertanto, il soggetto che dispone della massa patrimoniale del trust ha un suo patrimonio, distinto dalla prima. Emerge che l'intangibilità del patrimonio del trust da parte dei creditori del trustee non va interpretato come deroga all'art. 2740 c. civ., ma come naturale conseguenza del fatto che i beni del trust si collocano in un patrimonio ben distinto, da quello ricomprendente i beni propri del trustee . L'ordinamento italiano, inoltre, conosce delle ipotesi in cui si crea una massa patrimoniale autonoma, per soddisfare determinati scopi: si pensi al fondo patrimoniale, costituito dai coniugi o da un terzo, per far fronte ai bisogni della famiglia (cfr. artt. 167-171 c. civ.). Si aggiunga che anche la fondazione, nella sua struttura elementare, è una massa patrimoniale autonoma, creata per soddisfare un determinato scopo.
Va precisato, ancora, che l'immunità del patrimonio del trust dai creditori del trustee vale sia per le procedure esecutive individuali, sia per quelle concorsuali. La non aggredibilità si estende anche ai creditori del beneficiario, sia nel caso di trust statico, sia in quello di trust dinamico.
Qualora, in violazione di tali princìpi, elementi del patrimonio del trust siano aggrediti da creditori personali del trustee , quest'ultimo può far dichiarare dall'autorità giudiziaria l'impignorabilità degli stessi, sempre che il trust sia opponibile al pignorante. Il trust avvierà un procedimento di opposizione alla procedura esecutiva.. Si discute, al riguardo, se si tratti dell'opposizione di cui all'art. 615 2° c. c.p.c., il quale disciplina l'opposizione che riguarda la pignorabilità dei beni, a esecuzione iniziata o se si tratti di opposizione di terzo. Si può argomentare a favore della riconducibilità della vicenda al disposto dell'art. 615, 2° c. c.p.c., focalizzando l'attenzione sulla questione giuridica su cui si controverte, vale a dire l'impignorabilità dei beni. Peraltro, va anche rilevato che il trustee non è titolare dei beni del trust . Sul piano giuridico, questo soggetto è, da un lato, titolare dell'ufficio di trustee , con il compito di gestire il patrimonio del trust , d'altro lato persona fisica con un proprio patrimonio e che, quindi, è “terzo” rispetto ai beni del trust . Può ritenersi, accogliendo quest'impostazione, che vada applicata la disciplina dell'opposizione di terzo di cui all'art. 619 c.p.c.. Chi scrive ritiene che sia preferibile considerare applicabile l'art. 615 c.p.c. perché, se è vero che il trustee è “terzo” rispetto al patrimonio del trust, è altrettanto vero che egli ha essenzialmente la “gestione” di tale patrimonio e, agendo con il rimedio dell'opposizione, non intende far valere la pretesa di avere la proprietà o altro diritto reale sul bene pignorato (come richiede l'art. 619), bensì di far valere la pignorabilità dei beni. Il fatto che il trustee sia terzo rispetto al trust assume, da tale prospettiva, un ruolo secondario.
Qualora il pignoramento sia effettuato da creditori del beneficiario o del disponente, nel trust dinamico (in cui disponente e trustee sono due soggetti diversi) tale ipotesi è inquadrabile nell'ambito del pignoramento presso terzi, e occorrerà far rilevare l'impignorabilità dei beni in sede di dichiarazione del terzo (art. 547 c.p.c.). Quando si tratti di trust statico, in cui il disponente si autodefinisce “ trustee ”, occorrerà utilizzare lo strumento dell'opposizione all'esecuzione, per far valere l'impignorabilità (art. 615, 2°c).
Residua, peraltro, un margine di tutela per i creditori del beneficiario: questi possono pignorare il diritto di credito vantato dal loro debitore in pendenza del trust , vale a dire il diritto del medesimo a percepire rendite o beni dal trust . La posizione soggettiva del beneficiario rappresenta lo strumento, attraverso cui i creditori del medesimo possono, indirettamente e con effetti successivi, aggredire i beni del trust. Questa ricostruzione vale, peraltro, solo nelle ipotesi in cui il trust sia beneficiario di un'aspettativa giuridicamente fondata, e non quando si tratti di vicende in cui il beneficiario non è titolare di una posizione certa.
Può rilevarsi che questa possibilità di tutela offerta ai creditori del beneficiario rende meno precaria la loro posizione, rispetto alla possibilità di protezione dei propri interessi patrimoniali e ridimensiona la portata del principio della segregazione del patrimonio del trust .
Si pongono alcuni problemi di compatibilità del trust con alcuni istituti disciplinati dal codice civile, in particolare con il divieto di patti successori (art. 458 c. civ.). Peraltro, bisogna rilevare che il patto successorio consiste in un accordo fra futuro “ de cuius ” e futuro erede o tra futuro erede e beneficiario. Nel trust , invece, manca qualsivoglia accordo fra trustee e beneficiario. Sorgono dubbi anche sulla trascrivibilità del trust , quando esso abbia ad oggetto beni immobili. Le perplessità trovano la loro ragion d'essere nel fatto che l'elencazione dell'art. 2643 non conosce la figura del trust . Il sistema, peraltro, consente di superare quest'obiezione. L'art. 2645 dispone la pubblicità, mediante trascrizione, di qualsiasi altro atto o provvedimento che produce in relazione a beni immobili o a diritti immobiliari taluno degli effetti dei contratti menzionati nell'art. 2643.