Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-14396-del-09-06-2017
Timestamp: 2020-01-24 16:26:55+00:00
Document Index: 8841577

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Sentenza Cassazione Civile n. 14396 del 09/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14396 del 09/06/2017
Cassazione civile, sez. trib., 09/06/2017, (ud. 27/02/2017, dep.09/06/2017), n. 14396
sul ricorso n. 15036/12, proposto da:
T.M., elett.te domic. in Roma, alla via G. Cuboni n.
avverso la sentenza n. 94/24/11 della Commissione tributaria
regionale della Sicilia, depositata il 1/9/2011;
27/2/2017 dal consigliere dott. Rosario Caiazzo;
T.M. impugnò innanzi alla CTP di Trapani un avviso d’accertamento, relativo al 2004, fondato su un p.v.c. redatto dalla G.d.f. di Alcamo, avente ad oggetto la determinazione del maggior reddito di lavoro autonomo, previa attribuzione d’ufficio di partita iva.
La CTR respinse l’appello, argomentando che la sentenza impugnata fosse stata correttamente motivata, sia in ordine all’utilizzabilità degli atti delle indagini penali – come trasmessi dall’autorità giudiziaria alla g.d.f. – sia in ordine agli elementi di prova utilizzati per la determinazione del reddito ascritto al ricorrente.
Con il secondo motivo, è stata denunziata la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 6 bis, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62 nonchè l’incongrua e illogica motivazione su una questione decisiva, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Con il terzo motivo, è stata denunziata la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 49 in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 62 nonchè l’omessa valutazione di elementi di prova decisivi, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Con il quarto motivo, è stata dedotta la violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2 e del D.P.R. n. 600, art. 41 e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55 – in ordine alla lamentata inversione dell’onere della prova -, nonchè l’insufficiente, illogica e contraddittoria motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Con il quinto motivo, il ricorrente ha altresì lamentato la violazione e falsa applicazione degli artt. 1, 6 e 8 del Tuir – D.P.R. n. 917 del 1986 – nonchè il difetto di motivazione, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Il primo motivo è inammissibile, in quanto la questione della violazione del termine dilatorio di cui alla L. n. 212 del 2000, art. 12 è stata formulata per la prima volta nel ricorso per cassazione.
Detta natura dell’atto impositivo potrebbe essere messa in relazione con lo scopo dell’atto stesso, che è quello, per un verso, di impedire la decadenza dell’Amministrazione finanziaria dalla potestà di accertamento e di riscossione dei tributi e, per altro verso, di porre il contribuente in grado di contestare e contrastare, anche in sede giudiziaria, la pretesa tributaria nascente dalla
supposta violazione delle regole e dei doveri in materia.
Pertanto, la motivazione della sentenza della CTR, afferente alla determinazione del reddito ascritto al contribuente (nel periodo 200028.3.2005) – in mancanza totale di dichiarazioni fiscali – è immune dalla censura in esame, essendo fondata sull’applicazione delle presunzioni afferenti ai movimenti affluiti sul conto corrente.
Al riguardo, occorre richiamare la consolidata giurisprudenza della Corte secondo cui l’utilizzazione dei dati acquisiti presso le aziende di credito quali prove presuntive di maggiori ricavi o operazioni imponibili, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, secondo periodo e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 2, n. 2, non è subordinata alla prova che il contribuente eserciti attività d’impresa o di lavoro autonomo, atteso che, ove non sia contestata la legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i medesimi possono essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito da essa ricavato, incombendo al contribuente l’onere di provare che i movimenti bancari che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni non sono fiscalmente rilevanti (Cass., 28.2.2017, n. 5135; 13.10.2011, n. 21132).
Occorre richiamare l’orientamento consolidato della Corte per cui, in tema di accertamento, resta invariata la presunzione legale posta dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32 con riferimento ai versamenti effettuati su un conto corrente dal professionista o lavoratore autonomo, sicchè questi è onerato di provare in modo analitico l’estraneità di tali movimenti ai fatti imponibili, essendo venuta meno, all’esito della sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, l’equiparazione logica tra attività imprenditoriale e professionale limitatamente ai prelevamenti sui conti correnti (Cass., 9.8.2016, n. 16697; 20.1.2017, n. 1519).
Pertanto, la sentenza impugnata va cassata, sussistendo i presupposti per la decisione nel merito, non essendo necessario il compimento di ulteriori accertamenti; ne consegue che, in accoglimento parziale del ricorso, va dichiarata la legittimità dell’accertamento induttivo bancario limitatamente alle sole operazioni dei singoli versamenti suì conti correnti del ricorrente.
La Corte accoglie parzialmente il ricorso e cassa la sentenza impugnata.
Decidendo nel merito, limita la legittimità dell’accertamento ai soli versamenti sui conti correnti bancari.