Source: https://www.legalellb.com/newsletter/newsletter-n-2-del-2-febbraio-2018/
Timestamp: 2018-12-09 19:30:25+00:00
Document Index: 115659215

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 21']

Newsletter n. 2 del 2 febbraio 2018, Studio Lana – Lagostena Bassi
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Newsletter n. 2 del 2 febbraio 2018
La Corte europea condanna l’Italia per non aver protetto quindicenne da giro di prostituzione e da violenze di gruppo.
Niente assegno alla ex se i coniugi erano economicamente autosufficienti quando si sono sposati.
Vaccinazioni obbligatorie: il sì della Corte costituzionale.
La Corte europea si pronuncia sulle pubblicità contenenti immagini religiose.
Credito d’imposta per negoziazione assistita e arbitrato: via alla presentazione delle istanze.
Con la sentenza V.C. c. Italia di ieri, 1° febbraio 2018, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato il nostro Stato per aver violato l’art. 3 CEDU (divieto di trattamenti inumani o degradanti) e l’art. 8 CEDU (che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare).
Il caso riguardava una minorenne affetta da alcolismo e tossicomania, che era stata vittima di un giro di prostituzione infantile e di uno stupro di gruppo. La ricorrente lamentava che le autorità italiane non avevano preso tutte le misure necessarie per proteggerla come minorenne e vittima di un giro di prostituzione.
La Corte ha rilevato in particolare che le autorità non avevano agito con la diligenza necessaria e non avevano preso tutte le misure ragionevoli in tempo utile per prevenire gli abusi subiti da V.C. Infatti, sebbene i tribunali penali avevano agito tempestivamente, il Tribunale per i minorenni di Roma e i servizi sociali non ne avevano preso alcuna misura protettiva immediata, anche se avevano constatato che V.C. (all’età quindicenne) era vulnerabile e che i procedimenti riguardanti il ​​suo sfruttamento sessuale, nonché l’indagine sulle violenze di gruppo, erano in corso.
In particolare, anche se il 2 luglio 2013 il pubblico ministero aveva chiesto l’avvio di un procedimento urgente per il collocamento di V.C. in una struttura specialistica e sotto la cura dei servizi sociali, il Tribunale per i minorenni aveva impiegato più di quattro mesi per prendere una decisione. Durante quel periodo, la ragazza era stata vittima di sfruttamento sessuale.
In secondo luogo, a seguito della decisione del Tribunale per i minorenni del dicembre 2013, i servizi sociali avevano impiegato più di quattro mesi per eseguire l’ordine di collocamento della minorenne, nonostante le richieste in tal senso da parte dei suoi genitori e due richieste urgenti da parte del Tribunale per i minorenni. Nel frattempo, la ragazza era stata purtroppo vittima di uno stupro di gruppo.
In terzo luogo, considerate le omissioni dei servizi sociali e, nello specifico, il non aver partecipato alle audizioni e il tempo impiegato per trovare un’istituzione adatta ad ospitare la minorenne – nonostante l’urgenza della richiesta da parte del Presidente del Tribunale per i minorenni – la Corte ha rilevato che vi era stata una reale mancanza da parte degli operatori dei servizi sociali nell’attuazione della decisione del Tribunale per i minorenni. Le autorità nazionali avevano il dovere di tenere conto della situazione di V.C. di particolare vulnerabilità psicologica e fisica e in conseguenza di adottare misure protettive tempestive e adeguate.
Il principio dell’auto-responsabilità economica dei coniugi, affermato dalla Cassazione con la sentenza n. 11504/17 – che ha ribaltato il vecchio criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio per la determinazione dell’assegno divorzile – continua a irradiare i suoi effetti e porta alla revoca dell’assegno di mantenimento riconosciuto alla moglie in sede di separazione. È ciò che emerge dal tenore dell’ordinanza n. 3019/17 del 5 dicembre 2017, emessa dalla Corte d’Appello di Roma. Secondo i giudici romani, deve essere revocato il provvedimento presidenziale che attribuisce – in tema di separazione – l’assegno di mantenimento alla moglie se al momento delle nozze – peraltro, nel caso di specie, celebrate in età matura – entrambi i coniugi presentano un’autonomia economica derivante dalla loro professione e dalle rispettive proprietà immobiliari poiché “mentre sono comprensibili aspettative di maggiore comune benessere devono invece escludersi aspettative di sostegno economico reciproco”.
Se da quanto risulta dalle circostanze del caso in oggetto, l’uomo possedeva un reddito ben superiore rispetto alle entrate della ex moglie, tuttavia, questi non era titolare – al contrario della donna – di un patrimonio immobiliare, tanto che aveva dovuto prendere in locazione un appartamento.
Ebbene, questo non è l’unico elemento a pesare sulla revoca del provvedimento presidenziale: ciò che più conta è infatti che la donna aveva conseguito una capacità di lavoro, reddito e patrimonio già prima delle nozze, dimostrando – anche in costanza di matrimonio – di poter provvedere a se stessa con mezzi propri. Insomma, il mutamento di orientamento della Cassazione venuto alla luce con la sentenza n. 11504/17, per quanto non citato in modo esplicito, ha mandato in soffitta il criterio del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio – sia pure con riferimento all’assegno divorzile. Alla ex moglie anche l’onore delle spese processuali.
La Corte Costituzionale ha respinto tutte le questioni di legittimità costituzionale che erano state promosse dalla Regione Veneto con riferimento alla normativa sulle vaccinazioni obbligatorie per i minori.
La decisione, contenuta nella sentenza n. 5 del 18 gennaio 2018, era già stata anticipata dall’Ufficio stampa della Corte costituzionale con comunicato del 21 novembre u.s.
Nei ricorsi, erano stati censurati gli articoli 1, 3, 3-bis, 4, 5, 5-quater e 7 del Decreto legge n. 73/2017, decreto con cui sono state previste dieci vaccinazioni obbligatorie per i minori fino a sedici anni di età, inclusi i minori stranieri non accompagnati e, in caso di inadempimento, sanzioni amministrative pecuniarie nonché il divieto di accesso ai servizi educativi per l’infanzia.
Secondo la Corte costituzionale, queste vaccinazioni rappresentano una scelta – di spettanza esclusiva del legislatore nazionale – da ritenere “non irragionevole”, in quanto volta a tutelare la salute non solo collettiva ma anche individuale e fondata sul dovere di solidarietà nel prevenire e limitare la diffusione di alcune malattie.
Con una sentenza del 30 gennaio 2018, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato la Lituania per violazione dell’art. 10 CEDU, che tutela la libertà di espressione.
Il caso riguardava una sanzione inflitta alla Sekmadienis Ltd., una società produttrice di abiti, che aveva pubblicizzato sul proprio sito-web una serie di annunci pubblicitari dove figuravano modelli e frasi che evocavano Gesù e Maria, ritenuti contrari alla morale pubblica da parte dei giudici lituani. Le stesse inserzioni erano anche state affisse nella capitale Vilnius.
La Corte europea ha ritenuto che la campagna pubblicitaria in questione non era ingiustificatamente offensiva e che non incitava all’odio. Inoltre, ad avviso della Corte, le autorità nazionali non avrebbero fornito motivi sufficienti per dimostrare che l’utilizzo dei simboli religiosi in questione era contrario alla morale pubblica. In particolare, la Corte ha criticato le autorità lituane per aver giudicato che la pubblicità “promuoveva uno stile di vita incompatibile con i principi di una persona religiosa” senza spiegare quale fosse lo stile di vita incoraggiato e come le foto e le didascalie in questione lo stessero favorendo.
Pertanto, le autorità nazionali non hanno nel caso di specie effettuato un corretto bilanciamento tra la tutela della moralità pubblica e dei diritti dei credenti, da un lato, e il diritto della società richiedente alla libertà di espressione, dall’altro.
Chiunque abbia corrisposto un compenso ad avvocati per l’assistenza in procedimenti di negoziazione assistita conclusi con successo o in procedimenti arbitrali che si siano conclusi con lodo può presentare domanda finalizzata all’ottenimento del credito di imposta fino a concorrenza di 250,00 euro.
Tale opzione è frutto di una serie di interventi normativi – tra i quali la legge di stabilità 2016 e, da ultimo, il Decreto Interministeriale del 30 marzo 2017, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 1° aprile 2017 n. 77 – che hanno apportato delle modifiche all’art. 21-bis del DL 83/2015, rubricato “incentivi fiscali alla de-giurisdizionalizzazione” avente ad oggetto le modalità di presentazione delle domande di riconoscimento del credito di imposta.
Il credito d’imposta spetta alle parti che corrispondono o che hanno corrisposto i compensi oggetto dell’agevolazione (persone fisiche, titolari di reddito di lavoro autonomo e titolari di reddito d’impresa) ed è commisurato al compenso elargito al proprio avvocato e fino a concorrenza di 250,00 Euro, che viene riconosciuta previa presentazione di apposita istanza. A decorrere dal 2018, l’istanza finalizzata all’ottenimento del credito potrà essere presentata dal 10 gennaio al 10 febbraio di ogni anno: il credito deve essere relativo al compenso corrisposto al legale nell’anno precedente all’anno in cui si presenta l’istanza.
Conseguentemente, con riferimento al credito d’imposta relativo ai compensi corrisposti ad avvocati ed arbitri per l’anno 2017, le domande dovranno essere presentate dal 10 gennaio 2018 e sino al 10 febbraio 2018. Nello specifico, la richiesta di attribuzione del credito di imposta deve essere proposta compilando l’apposito modulo, disponibile in un’area dedicata, denominata “incentivi fiscali alle misure di degiurisdizionalizzazione” del sito internet del Ministero della giustizia (“www.giustizia.it”). Spetterà poi al Ministero della Giustizia comunicare al richiedente – entro il 30 aprile dell’anno in cui è presentata la richiesta – l’importo del credito d’imposta effettivamente spettante in relazione a ciascuno dei procedimenti interessati.