Source: https://www.laleggepertutti.it/150117_email-di-spam-si-puo-chiedere-il-risarcimento
Timestamp: 2018-04-23 04:04:17+00:00
Document Index: 161302045

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 15', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 11']

Email di spam, si può chiedere il risarcimento?
Lo sai che? Email di spam, si può chiedere il risarcimento?
Per poche email di spam non solo è impossibile chiedere il risarcimento del danno ma bisogna anche pagare una condanna per responsabilità processuale aggravata a causa dell’abuso del processo.
I giudici non vanno disturbati per affari di piccolo conto e minimi disagi come il ricevimento di qualche email pubblicitaria, tanto più se si tratta dei giudici della Cassazione. Non si può, infatti, chiedere il risarcimento dei danni all’azienda che, senza autorizzazione e in via massiva, abbia fatto “spam” indesiderato. E se questo non basta, oltre al danno c’è anche la beffa: chi, nonostante tale avvertimento, piuttosto che premere il tasto “cancel” e cancellare la posta indesiderata, preferisce armare la casa rischia una condanna economica per aver abusato dei tribunali (la cosiddetta responsabilità processuale aggravata).
È quanto si ricava da una sentenza della Suprema Corte di poche ore fa [1] che, di fatto, legalizza lo spam. La pronuncia ha rigettato la richiesta di indennizzo avanzata da un avvocato che aveva preteso 360 euro a titolo di danni per aver ricevuto, sul proprio account di posta in entrata, alcune email pubblicitarie.
La Corte ricorda che, nell’ambito del processo civile, per poter chiedere un risarcimento è sempre necessario dimostrare di aver subito un danno. Inoltre, nel caso di danni di natura non patrimoniale, è necessaria la lesione non di un diritto qualsiasi, ma di un diritto di natura costituzionale, ossia quei diritti di portata superiore che trovano, appunto, nella nostra suprema Carta, la loro fonte. Ora, non v’è dubbio che la privacy sia tutelata dalla Costituzione italiana [2], ma è anche vero che, per poter accampare un indennizzo, è necessario che la violazione sia consistente e grave. Insomma è necessaria la «serietà del danno». Ebbene, secondo i giudici supremi la lesione della riservatezza per illecito trattamento dei dati personali, conseguenti all’invio di email di spam, non può considerarsi un danno tanto grave da giustificare il ricorso al giudice. Per ottenere tutela dal tribunale e un risarcimento del danno è necessario agire non per qualsiasi tipo di violazione del codice della privacy, ma solo per quelle che ne hanno offeso in modo sensibile la sua portata.
Chi, insensibile a tali regole, scomoda il giudice solo per qualche email pubblicitaria, pur potendo, in pochi attimi, risolvere la questione con la pressione del tasto “cancel”, è tenuto a pagare una vera e propria pena pecuniaria [3]. È l’istituto della cosiddetta responsabilità processuale aggravata che prescinde dalla prova di un danno effettivamente patito all’avversario di causa, avendo il legale abusato dello strumento processuale e dovendo per questo essere sanzionato.
Legalizzato di fatto lo spam pubblicitario
Insomma, secondo la sentenza in commento, per un modesto disagio o fastidio, senz’altro tollerabile, collegato al fatto di avere ricevuto dieci email indesiderate di spam, tutte di identico contenuto pubblicitario, nell’arco di tre anni, non si può avviare una causa.
[1] Cass. sent. n. 3311/2017 dell’8.02.2017.
[2] Artt. 2 e 21 Cost. e dall’art. 8 della CEDU.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 26 ottobre 2016 – 8 febbraio 2017, n. 3311
La convenuta ha chiesto il rigetto della domanda, esponendo che i dati relativi alla casella di posta elettronica del S. erano stati chiesti all’Ordine degli avvocati di Milano e che, pertanto, ricorreva l’esimente di cui all’art. 24, comma 1, lett. c), d.lgs. n. 196/2003 (che autorizza il trattamento dei dati provenienti da pubblici elenchi o registri senza il consenso dell’interessato); che il ricorrente aveva chiesto di non inviargli più comunicazioni ma lo aveva fatto con una email inviata da un indirizzo diverso che non consentiva di comprendere che la richiesta provenisse da lui; che non vi era alcuna prova dell’esistenza di danni collegabili alla propria condotta. Il Tribunale di Roma, con sentenza 13 dicembre 2012, ha rigettato la domanda poiché, a prescindere dai profili relativi alla legittimità del trattamento dei dati personali, non v’era alcuna prova dell’esistenza e dell’entità del danno, avendo la SIAA inviato solo dieci email nell’arco di tre anni.
Il motivo è inammissibile. L’omessa pronuncia su una domanda, eccezione o istanza introdotta in giudizio integra una violazione dell’art. 112 c.p.c. che deve essere fatta valere esclusivamente ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 4, dello stesso codice, che consente al giudice di legittimità di effettuare – a condizione che il motivo di ricorso sia adeguato e indipendentemente dall’esistenza di vizi della motivazione sul punto – l’esame degli atti del giudizio di merito, mentre è inammissibile ove il vizio sia dedotto, come nella specie, a norma dell’art. 360, primo comma, n 5, c.p.c. (Cass. n. 1196/2007, n. 22759/2014, n. 22952/2015). Inoltre, alla luce della novella della citata norma, l’inosservanza dell’obbligo di motivazione integra violazione della legge processuale, denunciabile con ricorso per cassazione, solo quando si traduca in mancanza della motivazione stessa, e cioè nei casi di radicale carenza di essa o nel suo estrinsecarsi in argomentazioni inidonee a rivelare la ratio decidendi (Cass., sez. un., n. 8053 e 8054/2014).
Il motivo è manifestamente infondato, avendo il giudice di merito fatto applicazione del condivisibile principio secondo cui il danno non patrimoniale risarcibile ai sensi dell’art. 15 del codice della privacy, pur determinato da una lesione del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali tutelato dagli artt. 2 e 21 Cost. e dall’art. 8 della CEDU, non si sottrae alla verifica della “gravità della lesione” e della “serietà del danno” (quale perdita di natura personale effettivamente patita dall’interessato), in quanto anche per tale diritto opera il bilanciamento con il principio di solidarietà ex art. 2 Cost., di cui il principio di tolleranza della lesione minima è intrinseco precipitato, sicché determina una lesione ingiustificabile del diritto non la mera violazione delle prescrizioni poste dall’art. 11 del medesimo codice ma solo quella che ne offenda in modo sensibile la sua portata effettiva; il relativo accertamento di fatto rimesso al giudice di merito (Cass. n. 16133/2014) che, nella specie, lo ha espresso con motivazione adeguata e incensurata. Il generico profilo concernente la doglianza sulle spese è inammissibile, avendole il giudice di merito regolate secondo il principio della soccombenza.