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Timestamp: 2018-01-18 05:51:59+00:00
Document Index: 155380308

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 53', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 53', 'art. 2', 'art. 53', 'sentenza ']

Home Giustizia fiscale possibile La Corte Costituzionale salva il "contributo di solidarietà" sulle pensioni elevate: insipienza tecnica o sentenza politica?
Il cuore della questione verteva sulla compatibilità della misura con gli artt. 3 e 53 della Costituzione: molti giudici rimettenti avevano infatti rilevato la natura tributaria della misura, e conseguentemente la sua contrarietà al principio di uguaglianza tributaria, visto che la stessa si applica in modo selettivo, solo a particolari redditi (quelli di pensione, costituenti ai fini Irpef “redditi di lavoro dipendente”).
La Corte ha però negato al contributo di solidarietà la natura di giuridica di “imposta”, così sottraendolo al sindacato di compatibilità con l’art. 53 Cost, in relazione all’art. 3.
Gli argomenti spesi dalla Corte non sono però per nulla persuasivi.
Si legge al punto 9 della sentenza che il contributo di solidarietà in questione “non è configurabile come tributo non essendo acquisito allo Stato, né destinato alla fiscalità generale, ed essendo, invece, prelevato, in via diretta, dall’INPS e dagli altri enti previdenziali coinvolti, i quali – anziché versarlo all’Erario in qualità di sostituti di imposta – lo trattengono all’interno delle proprie gestioni, con specifiche finalità solidaristiche endo-previdenziali”.
Spiace dirlo, ma in occasioni come queste si fa sentire la mancanza di un tributarista tra i giudici della Corte. La Corte enuclea infatti, in poche scarne battute e senza alcun approfondimento della questione, una nozione di tributo che non trova alcuna cittadinanza nelle sedimentate elaborazioni della dottrina e della stessa giurisprudenza costituzionale.
Il “contributo di solidarietà” previsto dalla L. 147/2013 configura infatti un prelievo coattivo, di fonte legale, a valere su una manifestazione di ricchezza (un particolare reddito di lavoro dipendente “differito”, cioè le pensioni), destinato al finanziamento della spesa pubblica. Una vera e propria “imposta” insomma, secondo le classiche definizioni da manuale, certamente scrutinabile ex artt. 3 e 53 Cost.
E invece la Corte nega questo inquadramento sulla base di una serie di elementi che non hanno alcuna rilevanza nel senso voluto, oppure che, all’opposto, confermano la natura tributaria del “contributo” in discussione.
La Corte ritiene in primo luogo che il contributo non configuri un prelievo tributario in quanto lo stesso non sarebbe acquisito allo Stato nè destinato alla fiscalità generale, bensì prelevato in via diretta dall’INPS: eppure è pacifica da sempre l’irrilevanza del destinatario della prestazione, che può essere non solo lo Stato, ma altresì un ente pubblico, territoriale o meno, e addirritura anche un privato. E’ importante che l’imposizione avvenga con poteri di supremazia a carattere pubblicistico (come innegabilmente è avvenuto nel caso di specie) ma il destinatario della prestazione può benissimo non coincidere con l’ente impositore (tra i tanti vedi A. Fedele, Prestazioni imposte, in Enc. Giur. Treccani; A. Viotto, Tributo, in Digesto disc. Priv., sezione commerciale, anche per ulteriori riferimenti).
Se fosse vero quanto afferma la Corte, non sarebbero tributi l’Irap (imposta stabilita con legge dello Stato ma attribuita ad altri enti pubblici – le Regioni), i contributi di miglioria e di bonifica (imposti da consorzi aventi natura pubblicistica), le compartecipazioni delle Regioni a statuto speciale ai tributi erariali, e così via.
Il “contributo di solidarietà” sottoposto al vaglio della Corte è imposto coattivamente, ha per riferimento un indice di forza economica (le pensioni) ed è destinato al finanziamento della spesa pubblica: ricorrono dunque tutti gli elementi che la stessa Corte Costituzionale ha in plurime occasioni ritenuto connotare i prelievi di natura tributaria (cfr. Corte Cost. n. 26/1982; 63/1990; 2/1995; 11/1995; 73/2005; 238/2009).
Il secondo aspetto valorizzato dalla Corte per escludere natura tributaria al contributo di solidarietà in esame è il suo essere destinato a “specifiche finalità solidaristiche endo-previdenziali”, e non alla “fiscalità generale”: ma anche questo elemento, cioè il vincolo di destinazione, è irrilevante. Le imposte in genere non hanno un vincolo di destinazione, ma il fatto di avere una “destinazione” impressa dalla legge non ne fa venir meno la natura tributaria, se ricorrono gli elementi di cui sopra. Altrimenti non esisterebbero i tributi di scopo, l’imposta di soggiorno (il cui gettito è vincolato) non sarebbe un’imposta, e via discorrendo.
Il terzo corno dell’argomentazione (davvero succinta) della Corte è il fine endo-previdenziale e solidaristico del contributo, che ne farebbe venir meno la natura tributaria, consentendo così di giungere a soluzioni difformi rispetto a quelle cui la Corte era giunta con la sentenza n. 116 del 2013, che aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale per violazione degli artt. 3 e 53 Cost. del contributo di perequazione sulle pensioni elevate previsto dal DL 98/2011.
Ora, a parte che la Corte evoca così un concetto di previdenza “corporativo”, di solidarietà inter-categoriale, superato dalla Costituzione repubblicana fondato sul concetto di previdenza come servizio pubblico, va nel merito osservato quanto segue. Se da un lato l’insistenza sulla natura endo-previdenziale dell’intervento è un altro modo per rilevare il vincolo di destinazione del gettito del contributo, e non vale a farne cadere la natura tributaria, dall’altro la Corte incredibilmente non si avvede di come la finalità solidaristica in realtà confermi – anziché smentire - la natura tributaria del particolare prelievo, posta l’opinione assolutamente consolidata che vede nel dovere tributario sotteso dall’art. 53 Cost. una proiezione degli inderogabili doveri di solidarietà politica, economica e sociale di cui all’art. 2 Cost.
E ancor più inspiegabile è il riferimento fatto dalla Corte nel suo comunicato stampa del 5 luglio, in cui il contributo viene giustificato sul piano costituzionale non solo col riferimento alla solidarietà, ma anche richiamando il principio di progressività, che come risaputo è riferito dall’art. 53 secondo comma della Cost. al “sistema tributario”.
Il resto della sentenza è contorno, o folklore: c'è la "grave crisi", la "misura del tutto eccezionale", la "ragionevolezza della misura", il "rispetto del principio di proporzionalità", e così via. Orpelli argomentativi che non possono cambiare il giudizio sulla pronuncia: una misura tributaria discriminatoria è stata avallata dalla Corte, con un pericoloso precedente e implicito via libera al legislatore anche per futuri prelievi fiscali irrispettosi del principio di uguaglianza tributaria.
A questo punto il dilemma diventa: i giudici della Corte palesano lacune in materia tributaria così gravi da impedire il superamento de relativo esame universitario, o scrivono sentenze politiche avallando operazioni redistributive contrarie ai principi dell’imposizione fiscale? Tertium non datur.