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Timestamp: 2020-07-07 17:05:07+00:00
Document Index: 186336452

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 385', 'art. 2', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 20204 del 07/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20204 del 07/10/2016
Cassazione civile sez. III, 07/10/2016, (ud. 27/05/2016, dep. 07/10/2016), n.20204
D.C.E., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,
D’ALESSANDRO, che la rappresenta e difende giusta procura spciale a
V.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C. MIRABELLO
23, presso lo studio dell’avvocato MICHELA NATALE, che la
avverso la sentenza n. 1609/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
udito l’Avvocato VINCENZO D’ALESSANDRO per delega non scritta;
udito l’Avvocato MICHELA NATALE;
1. Nel (OMISSIS) D.C.E. concesse in comodato al fratello, D.C.M., l’immobile sito in (OMISSIS).
Nel (OMISSIS) la comodante convenne dinanzi al Tribunale di Roma il comodatario e la di lui moglie, V.M., adducendo che il comodato era a soggetto a termine; che il termine era scaduto il (OMISSIS), e che il comodatario non aveva restituito l’immobile. Soggiunse di avere bisogno dell’immobile per esigenze personali.
2. Con sentenza n. 6500 del 2012 il Tribunale di Roma rigettò la domanda, ritenendo non provato nè che al comodato fosse stato apposto un termine, nè che la comodante avesse necessità dell’immobile per esigenze personali.
La Corte d’appello di Roma, con sentenza 4.4.2013 n. 1609, rigettò il gravame ritenendo che:
-) le due rationes decidendi poste dal Tribunale a fondamento della decisione non erano state impugnate;
-) l’appellante col proprio gravame aveva prospettato una questione del tutto nuova e perciò inammissibile: ovvero che il comodato era stato pattuito senza fissazione di termine, con la conseguente possibilità per il comodante di recedere ad nutum.
4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione da D.C.E., con ricorso fondato su un motivo.
Ha resistito con controricorso V.M., che ha depositato memoria.
1.1. Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. Lamenta, in particolare, la violazione degli artt. 1809 e 1810 c.c..
Il motivo, pur formalmente unitario, prospetta in realtà due censure, così riassumibili:
(a) non può ritenersi nuova la domanda di rilascio d’un immobile, fondata sulla esistenza d’un comodato senza fissazione di termine, dopo che in primo grado la si era fondata sull’esistenza d’un termine;
(b) la destinazione dell’immobile a casa familiare non impediva il rilascio.
Nella parte in cui lamenta che la Corte d’appello avrebbe erroneamente qualificato “nuova” la domanda formulata in appello, il motivo è infondato.
Si ha domanda nuova quando muta il fatto costitutivo della pretesa, e muta il fatto costitutivo della pretesa quando, per effetto del mutamento, cambia non soltanto l’oggetto del pronuntiare, ma anche l’oggetto del cognoscere demandato al giudice.
Nel caso di specie, è sin troppo evidente che stabilire se un comodato sia stato pattuito senza termine costituisce un accertamento nuovo ed ulteriore rispetto a quello richiesto con la domanda formulata in primo grado, nella quale si era affermato che il comodato aveva un termine e che quel termine non era stato rispettato.
Del tutto fuori luogo è il richiamo compiuto dalla ricorrente al precedente di questa Corte costituito dalla sentenza n. 4318 del 26.3.2002, la quale aveva ad oggetto un caso in cui si discuteva di ben diversa questione, ovvero se il giudice d’appello potesse qualificare una clausola contrattuale in modo diverso rispetto a quanto ritenuto da quello di primo grado.
1.3. Nella parte in cui lamenta la violazione degli artt. 1809 e 1810 c.c., sul presupposto che la destinazione dell’immobile dato in comodato a casa familiare non impedisce la domanda di rilascio, il motivo è inammissibile per totale irrilevanza rispetto alla ratio decidendi.
La Corte d’appello, infatti, per quanto detto non si occupò affatto del problema dell’interferenza tra destinazione dell’immobile a casa familiare e domanda di rilascio, ma si limitò a dichiarare l’appello inammissibile sul presupposto che le ragioni poste dal Tribunale a fondamento della decisione non erano state censurate dall’appellante.
2.1. Le spese del presente grado di giudizio vanno a poste a carico della ricorrente, ai sensi dell’art. 385 c.p.c., comma 1, e sono liquidate nel dispositivo.
(-) condanna D.C.E. alla rifusione in favore di V.M. delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 5.200, di cui 200 per spese vive, oltre I.V.A., cassa forense e spese forfettarie D.M. 10 marzo 2014, n. 55, ex art. 2, comma 2;
(-) dà atto che sussistono i presupposti previsti dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte di D.C.E. di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per l’impugnazione.