Source: https://vignettistiperlacostituzione.com/portfolio/i-diritti-fondamentali-negati/
Timestamp: 2017-12-15 02:18:16+00:00
Document Index: 122833381

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art.1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 36', 'art. 4', 'art. 18', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 27', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 12', 'art. 11']

I DIRITTI FONDAMENTALI NEGATI – VIGNETTISTI PER LA COSTITUZIONE
I DIRITTI FONDAMENTALI NEGATI
La nostra Costituzione, nei primi 12 articoli, i Principi fondamentali, delinea con precisione e perfetta circolarità un disegno di società da costruire: una società che ponga al suo centro la persona umana, sia come singolo che nei suoi rapporti con altri, e ne delinei diritti e doveri. I nostri vignettisti, nel loro lavoro di studio, indispensabile e preliminare ad ogni lettura ulteriore dei testi, ne hanno compreso a fondo l’importanza e hanno deciso, di qui in poi, di mostrarvene gli aspetti che, anche in base alla loro personale esperienza, più li hanno colpiti. La prima domanda che si sono posti è stata: “Sono davvero questi i principi cui si informa il nostro vivere sociale? O esiste uno scollamento rispetto a quel disegno? E, se esiste, a chi e che cosa è imputabile?
Enrico Biondi, nel constatare la distanza tra il principio e la realtà, si fa venire un dubbio…
la lingua batte dove il dente duole: e quel “fondata sul lavoro” con ogni evidenza duole moltissimo. Così Eugenio Saint Pierre
Quanto a Giancarlo Covino, va molto oltre… Lui vede solo protezioni per i potenti!
Giorgio Croce si mette nei panni di un disoccupato che a leggere questa frase così chiara e limpida potrebbe sentirsi un po’ preso in giro iovotono
E Lucia Coviello insiste…
Anche M.Nove insiste sul primo comma dell’art. 1
Riguardo all’art.1, Marino Tarizzo si da già una prima risposta
Marino Tarizzo, questo suffragio universale proprio non lo vede più… Dite che ha qualche ragione?
Il secondo comma dell’art. 1 recita. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. Voi forse vi chiederete: “Che bisogno c’era di scriverlo? In fondo, già sapevamo che l’Italia è una repubblica democratica; dunque, era già implicito nella prima frase che la sovranità appartiene al popolo…” I Costituenti però erano gente precisa e ci tenevano molto mettere bene in chiaro le cose. Dunque, il sovrano è il popolo, che esercita la propria sovranità attraverso i propri rappresentanti. C’è però da chiedersi chi siano questi rappresentanti e come vengano eletti: ovvio, nelle forme e nei limiti della Costituzione. E se invece vengono eletti per mezzo di una legge anticostituzionale e poi decidono anche di cambiare la Costituzione? Beh, ditemi voi che cosa debbo pensare… Così, Mauro Patorno
I nostri vignettisti si accaniscono sullo stesso concetto: l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro. Immagino che sia perché è la premessa, il punto di partenza da cui il resto deriva, vale a dire che l’Italia è cosa pubblica, appartiene ai cittadini, non a questo o quel sovrano, ma proprio a tutti. E siccome i Padri e le Madri costituenti erano dei gran pignoli e ci tenevano a mettere le mani avanti, acciocché non vi fossero dubbi, ci hanno tenuto a precisare “fondata sul lavoro”: un modo magistrale per far intendere bene che il fondamento dello Stato risiede non in beni materiali o privilegi di sorta, ma nell’impegno costruttivo di tutti e di ciascuno. I vignettisti perciò si indignano nel veder calpestato questo fondamentale principio. Così Pietro Vanessi
Ormai decenni di esperienza lasciano priva di un’accettabile risposta la domanda su dove sia finito il nostro diritto di voto: al meglio ci è rimasta la scelta tra due candidati che ci piacciono poco entrambi. Sicché, vuoi per sfiducia, vuoi per protesta, quasi la metà degli aventi diritto ha smesso da anni di esercitare quello che un tempo era considerato un diritto/dovere dei cittadini. Ma andiamo oltre in questa nostra lettura dei principi fondamentali e passiamo all’art. 2.
Sempre Valerio Onida ci ammonisce: La Repubblica non si limita a riconoscere i diritti inviolabili, ma li garantisce anche. E questo significa non solo che chi ci governa è tenuto a prestare ai cittadini tutto ciò che è necessario ad assicurare l’effettivo godimento di questi diritti, ma anche che, data la loro inviolabilità, eventuali leggi ad essi contrarie sono, perciò stesso, da considerarsi invalide. Così Enrico Biondi.
Con la sua solita levità, Eugenio Saint Pierre esprime un sentimento ormai assai comune tra la gente: l’idea cioè d’esser gravati da ingiustizia e imposizioni spesso ingiustificate, cui corrispondono sempre minori diritti. Mentre il malumore che sempre si accompagna a situazioni del genere separa persona da persona, mettendole l’una contro l’altra e disgregando il concetto stesso di socialità.
Francesco Basile è uno che di solidarietà se ne intende, perché è meridionale e perché è da una vita che si occupa di chi ha bisogno di sostegno e aiuto.
Il secondo comma dell’articolo due affianca ai diritti inalienabili dell’uomo anche i doveri inderogabili; e ne specifica il contenuto “di solidarietà politica, economica e sociale”. Per quanto fosse ancora attuale l’esperienza della fame e di come fosse essenziale il condividere fra tutti quel poco che c’era, i Costituenti mettono al primo posto la solidarietà politica. Molti, per le loro idee, avevano subito persecuzioni, esilio, prigionia, qualcuno perfino torture; tutti, di certo, avevano conoscenza diretta di persone a loro vicine che ne erano state vittime o ne erano morte persino. E un’esperienza simile e il sentimento che un tale orrore “mai più” dovesse ripetersi di certo dovevano loro molto pesare. Di certo, il rispetto per qualsivoglia idea altrui, anche la più odiosa ai loro occhi, di più, la necessità di difenderne a tutti i costi il diritto all’esistenza apparivano parte essenziale del concetto che avevano di democrazia. Il che mi fa pensare che abbiano ancora molto da insegnarci. Così Giorgio Croce.
Prima di passare all’art. 3, M. Nove ci regala un’ultima sintesi dell’art. 2
Marco Fusi, con ogni evidenza, si è così abituato a vederli calpestati, che così definisce i diritti inalienabili.
Solidarietà, si diceva… Maria Grazia ne vede poca nei nostri governanti, arroccati nei propri privilegi e impegnati soprattutto a scambiarsi pubblici insulti.
Marino Tarizzo suggerisce di rispondere con l’articolo 2 a chi vi chiede di pagare il ticket per una visita medica.
“Ogni società, nella quale la garanzia dei diritti non è assicurata, e non è stabilita la divisione dei poteri, non ha Costituzione”: così sta scritto nell’art. XVI della prima Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, quella francese del 1789. La Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti (del 1776) proclama come “verità di per sé evidenti” che “tutti gli uomini sono creati uguali”, e che “essi sono dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili. Cosa sono questi diritti? Sono ciò che alla persona umana deve essere riconosciuto, in termini di libertà e di possibilità, anzitutto dall’autorità, e quindi anche da tutti i consociati. Sono dunque per così dire il “titolo” in base al quale ogni individuo viene riconosciuto dagli altri, e anzitutto da chi esercita il potere, come appartenente alla società umana. “ (Valerio Onida in La Costituzione e i suoi diritti?) Quali sono questi diritti? Il diritto di libertà e i diritti alla vita, alla incolumità, alla sicurezza, alla possibilità di disporre di beni necessari per la sopravvivenza o per lo sviluppo della personalità, che debbono essere assicurati a mezzo di obblighi posti in capo ad altri soggetti o alle autorità di governo. Così Mauro Patorno.
Natalino Clemente, a proposito dei diritti inviolabili, fa parlare la voce dell’innocenza..
Tra le molte virtù dei nostri Padri e Madri Costituente, c’è la grande capacità di gestire e ordinare per punti una materia così complessa, dipanando con precisione e logica ineccepibile un unico filo. Finora si è parlato di sovranità e dei diritti e doveri dei cittadini che la detengono. Ora, l’articolo 3 ne descrive i rapporti reciproci e con la Repubblica, stabilendo il principio di uguaglianza.
Ma Eugenio Saint Pierre si chiede se questa uguaglianza vi sia davvero.
Concludiamo questa rassegna sull’art. 3 con leggerezza, con una vignetta scherzosa di Giorgio Croce.
Sull’art. 3, Marco Fusi denuncia un’amara verità.
Si parlava appunto di uguaglianza davanti alla legge e, al riguardo, l’art. 3 è tassativo: tutti debbono essere trattati allo stesso modo dal giudice, il quale tuttavia è costretto ad applicare le leggi approvate dal Parlamento, anche quando esso è eletto con legge illegittima. E allora che cosa succede? Così Maria Grazia Niutta.
Proseguiamo sull’art. 3, il quale, una volta stabilito il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge, parte dalla constatazione delle diseguaglianze di fatto che esistono nella realtà tra persona e persona, per affidare un compito alla Repubblica e, per essa, alla politica nel suo insieme. E, siccome esiste un legame circolare tra tutti i Principi fondamentali e sappiamo già che i cittadini per l’art. 1 sono i sovrani e che ad ognuno, per l’art. 2, sono stabiliti nel modo più assoluto diritti inalienabili e affidati doveri inderogabili, ne risulta per conseguenza che a tutti e a ciascuno debbano poter essere consegnate pari opportunità di sviluppare la propria esistenza nel modo più consono al valore individuale e di poter partecipare in pieno e consapevolmente alla vita sociale e politica. E, qui, viene spontanea la domanda: la Repubblica, con l’ordinamento che si è dato, travalicando materialmente, sempre più spesso negli anni recenti, i limiti imposti dalla Costituzione, risponde effettivamente a questo suo compito? E la riforma Renzi-Boschi, in questo quadro, vuole davvero stabilire un cambiamento di rotta? O non piuttosto cristallizzare, costituzionalizzandola, un situazione regressiva ed eversiva delle regole? Così Marino Tarizzo.
Natalino Clemente ci mostra la nuda verità, quella che sempre più appartiene alla nostra esprienza quotidiana.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociali e sono uguali davanti alla legge” così recita il primo comma dell’articolo 3 e Rino Schettini trova un immagine molto fantasiosa per raffiguare questo principio.
Secondo Umberto Romaniello, c’è un metodo davvero infallibile per far fuori il principio di eguaglianza, soprattutto quello di eguaglianza sostanziale, e sostituirlo con quello della spartizione di potere e privilegi tra i pochi…
All’art. 4 la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro: che cosa significa questa semplicissima frase? Il lavoro, su cui – non dimentichiamolo – per l’articolo 1 è fondata la Repubblica, è un diritto per ogni singolo cittadino. E il Costituente, preciso come sempre, all’art. 36 ne specifica meglio i contenuti, quando afferma che il lavoratore ha il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad “assicurare a sé e alla propria famiglia un’esistenza libera e dignitosa”.
“Il secondo principio supremo, che figura nello stesso incipit della Costituzione, è il principio lavorista, perché’ l’Italia è concepita come una Repubblica fondata sul lavoro. È un principio straordinario che attua il rovesciamento cristiano del servo in signore. Il lavoro che era la schiavitù addossata al servo, è ora riconosciuto come la dignità stessa dell’uomo. Questo principio, insieme con l’art. 4 che riconosce il diritto al lavoro e prescrive alla Repubblica, cioè alla politica, di renderlo effettivo, fa sì che siano costituzionalmente obbligatorie politiche di piena occupazione. La piena occupazione non è un’opzione facoltativa, una variabile dipendente dalle scelte ideologiche dei governanti, è un obbligo costituzionale, è ciò che la Repubblica, secondo la Costituzione, non può non fare.” Così Raniero La Valle, in un suo intervento che avrebbe dovuto tenere se non fosse stato ricoverato d’urgenza in ospedale. Farcelo arrivare lo stesso è stata la prima cosa che ha pensato di fare, non appena riacquistata coscienza: prova del suo spirito indomito e della sua fede tenatace nei valori supremi dell’uomo. Mi fa molto piacere condividerlo con voi, insieme a tutti gli auguri sinceri di pronta guarigione che gli inviamo. Quale differenza rispetto alla situazione illustrata 10 anni fa in questa vignetta di Danilo Maramotti e più che mai attuale.
Tutta colpa della crisi che viene da lontano, si dice. Ma il Governo Renzi ha trovato la soluzione: con il jobs act si sistemerà tutto e si creeranno molti nuovi posti di lavoro. Ma Eugenio Saint Pierre, tutti questi nuovi posti ancora non li vede. E vede invece un’altra cosa.
Il commento di Giorgio Croce è abbastanza sconsolato.
Niente illustra meglio la situazione del lavoratore oggi di questo splendido disegno di Marco De Angelis.
I voucher sono l’ultimo ritrovato in materia di retribuzione dei lavoratori: costano pochi euro e si trovano da tabaccaio. Così Marco Fusi.
Ma ci sarà una piccola consolazione: il 1 maggio almeno si festeggia. Così Mauro Patorno.
Qualcuno che detta le condizioni di lavoro tuttavia ancora si trova. Così Mimmo Lombezzi.
I giovani non trovano lavoro e, sempre più spesso sono costretti ad emigrare, mentre si è alzata l’età pensionabile e ai molti anziani che vorrebbero guadagnarsi un meritato riposo viene impedito di liberare i loro posti di lavoro. Ci sono poi quelli che il lavoro lo hanno perso in età avanzata e sono privi di pensione e di stipendio. Non esiste più il lavoro a tempo indeterminato e, insieme all’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, è stato eliminato il diritto di reintegro del lavoratore licenziato senza giusta causa. Mentre si moltiplicano, e sono ormai le forme abituali di assunzione, i contratti di lavoro precario. Così Umberto Romaniello.
Però, la disoccupazione, soprattutto giovanile e femminile, continua ad avanzare. Così Umberto Romaniello.
Tuttavia, secondo Umberto Romaniello, basta un po’ di pazienza e un posto fisso alla fine si trova sempre.
Per risolvere il problema lavoro, occorre una riduzione della spesa pubblica -ci dicono- a cominciare naturalmente dai dipendenti. Così sempre Umberto Romaniello.
Umberto Romaniello, implacabile, conclude il ciclo sull’articolo 4 e i tema del lavoro con un’immagine dell’INPS.
Dopo la settimana lavorativa, viene il giorno festivo: così è nelle religioni. Nella vita, dopo gli anni di lavoro, c’è la pensione: così è o dovrebbe essere nei regimi democratici. Ma ancora Umberto Romaniello.
L’aspetto forse più ammirato della nostra Costituzione è la purezza e precisione linguistica, accompagnata da semplicità e chiarezza. I Costituenti in sostanza avevano ben presente l’importanza sacrale del loro compito: c’era non solo da scrivere la legge fondamentale di tutti, ma si doveva scriverla in modo che a chiunque risultasse perfettamente chiara in ogni singolo dettaglio. Una prova di questo è l’art. 5: “La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali;” Nessun dubbio quindi: la Repubblica è una e indivisibile! E sul punto non si discute. Tuttavia, è innegabile che, ad esempio, tra un Piemontese e un Siciliano esistono differenze, prima di tutto linguistiche (nel ’48 a prevalere nell’uso comune erano ancora i dialetti ed anche oggi essi sono portatori di una ricchezza e sapienza che non va perduta) ma anche culturali di una profondità che affonda in una storia millenaria delle più svariate contaminazioni, per cui parafrasando lo storico Fisher possiamo senz’altro gloriarci d’essere “un popolo di vigorosi meticci”. Dunque la Repubblica non solo riconosce l’esistenza di queste differenze, ma le promuove, poiché ne comprende l’importanza e la straordinaria potenza creativa.
La Repubblica, si diceva, per i Costituenti è una e indivisibile: affermazione non da poco vista dalla prospettiva del 1948 in Italia! C’erano i territori con prevalenza di etnie e lingue diverse e c’era il separatismo siciliano: forze centrifughe non da poco… Che fare allora? Imporre forse con la violenza l’unità? In fondo molti Paesi che si dicono democrazie l’hanno fatto, per la verità con poco successo e creandosi da soli problemi intricatissimi da risolvere. Ma i nostri Costituenti erano più saggi di così e più sapienti ancora erano resi dalle recenti esperienze. E trovarono la soluzione: creare 5 regioni a Statuto Speciale, preservando con l’unità attraverso la pace sociale. Ma ora sono passati settant’anni: questa disparità di trattamento tra regioni e regioni è ancora attuale? A Francesco Basile non pare, anche visti gli ultimi fatti di cronaca.
Ogni regione ha il suo patrimonio culturale, spesso ricchissimo. Ma ciascuno ha anche le sue pecche. E Francesco Basile ammonisce i suoi corregionali.
Ancora una vignetta di Marino Tarizzo sull’art. 5
Ma che ne pensa il popolo sovrano di questo allontanamento dalle sedi decisionali? Risponde Mario Airaghi.
Nel 2001, è stata fatta una riforma del titolo V, appunto nella materia degli enti locali, che allargava la sfera di competenza delle regioni. Da molti è giudicata una riforma affrettata e, soprattutto, di una riforma fatta da una maggioranza e che ha determinato un contenzioso infinito. Però, intanto, sono passati 15 anni, molti uffici sono stati decentrati, molte competenze trasferite, attraverso progressivi e complessi aggiustamenti che hanno richiesto tanto lavoro. E ora che succede? La Riforma Renzi-Boschi vorrebbe, solo per le regioni a statuto ordinario, riaccentrare tutto, e in modo ancor più forte che per il passato. E il povero impiegato in che situazione si troverebbe in tal caso? Ce lo dice Eugenio Saint Pierre.
La precisione dei Costituenti talora sfiora quasi la pignoleria: forse sarebbe bastato già l’art. 5. Ma loro ci hanno tenuto a ribadire il concetto: “La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.”
Eugenio Saint Pierre, invece, s’è proprio appassionato a questa lettura e ci fornisce sempre delle immagini bellissime.
Ma Francesco Basile osserva che oggi le minoranze linguistiche non sono più le stesse del 1948. E anche queste nuove minoranze ospitate nel nostro Paese, provenienti da terre talvolta assai lontane, in base all’art. 6, andrebbero tutelate.
Il personaggio di Marco Fusi con ogni evidenza non ha letto bene l’articolo 6. Un comportamento, il suo, da evitarsi assolutamente, perché solo una buona conoscenza della Costituzione ci mette in grado di far valere i nostri diritti e di conquistarci un buon governo per il Paese.
La lingua è un patrimonio grandissimo, perché in essa si riassume la saggezza di secoli di storia. Così Marino Tarizzo, con questa bella caricatura di Pasolini.
In Assemblea Costituente, la stesura dell’art. 7 è stata forse quella che ha richiesto il massimo sforzo per una conciliazione: su un fronte c’erano i laici, convinti che la religione dovesse rimanere esclusa dall’ordinamento di uno Stato moderno, sull’altro c’erano i cattolici. La trattativa con la Chiesa fu condotta ai più alti livelli: da un lato, c’era Monsignor Montini, che più tardi sarebbe diventato Papa Paolo VI, e, sull’altro versante, Palmiro Togliatti. A condurre la mediazione fu Giuseppe Dossetti. A prevalere fu, ancora una volta, il desiderio di pace sociale e il rispetto per la sfera intima della maggioranza del popolo italiano, allora in prevalenza religiosa. E probabilmente fu scelta saggia, anche se tuttora per molti l’aver accolto in Costituzione il concordato del ’29 tra lo stato fascista e la Chiesa cattolica fu considerato da parte di Togliatti una specie di tradimento.
Ancora una raffinatissima vignetta di Eugenio Saint Pierre a commento dell’art. 7
L’art. 7 recita: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ambito, indipendenti e sovrani” Ma Fabio Buffa ironizza.
Dal 1948 ad oggi, molta acqua è passata sotto i ponti. Il Concordato del ’29 è stato rinegoziato nel 1984 ed è stata eliminata la formula che riconosceva la religione cattolica come religione di Stato. Non solo! La Chiesa ha dovuto accettare una serie di modifiche legislative, in particolare nell’ambito del diritto di famiglia, che riteneva incompatibili con la dottrina religiosa. Tuttavia, in taluni ambiti, sopravvive una sua posizione di privilegio che molti ancora ritengono inaccettabile. Così Marino Tarizzo.
C’è anche chi ritiene che sotto traccia tuttora alcune inframettenze eccessive perdurino, come Mimmo Lombezzi.
Nell’art. 8, definendo ancora una volta con ordine rigoroso anche questo lato del disegno, i Costituenti precisano: “Tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”.
Ma Marino Tarizzo ha un’obiezione da porre.
M. Nove invece denuncia uno stato di fatto.
E, per concludere con eleganza e un commento, silenzioso ma graffiante, questa breve rassegna sull’articolo 8, Eugenio Saint Pierre.
Dell’art. 9, i Costituenti hanno fatto un vero e proprio capolavoro: intanto, la nostra, è la prima Costituzione in assoluto in cui è inserito il principio di tutela del patrimonio della Nazione. La scelta delle parole, come sempre, non è casuale: la sovranità appartiene al popolo, mentre il patrimonio è della Nazione. Che differenza c’è tra popolo e Nazione? Il popolo -mi verrebbe da dire- è l’insieme dei cittadini che in un dato tempo storico, ciascuno per la propria identica parte, si dividono la sovranità, ossia la fonte primaria del diritto; mentre la Nazione è un’identità, un sentimento d’appartenenza a un territorio e un prodotto culturale che, fatti salvi i diritti dei singoli, affonda le sue radici nei secoli ed è proiettata nell’avvenire.
I nostri ricercatori si trovano oggi sempre più spesso costretti ad emigrare e Biffe così commenta il primo comma dell’art. 9.
M.Nove denuncia la cattiva gestione di scuole e Musei.
Anche Marino Tarizzo trova qualcosa a ridire sulla politica dei nostri Governi in materia di Ricerca.
Per Eugenio Saint Pierre, sembra quasi che ai nostri Governi la cultura faccia una certa impressione.
Grazie all’art. 9 qualcuno anche la scampa, sostiene Marco Fusi. Ma qui mi tocca correggerlo: a vietare la pena di morte i Costituenti ci avevano già pensato con l’art. 27.
Anche sulla tutela del paesaggio ci sarebbe qualcosa da ridire… I Costituenti l’hanno messa tra i Principi Fondamentali. Ma chi avrebbe dovuto pensarci che cosa ha fatto? Così Marino Tarizzo.
Simone Togneri esordisce solo ora sulla pagina, anche se già da tempo reclutato nella ganga, ironizzando sul concetto di “patrimonio artistico” della Nazione.
Umberto Romaniello insinua che i nostri Governi, più che a tutelar l’arte, badino ad altre cose…
Con l’art. 10 comincia a chiudersi la perfetta circolarità del disegno dei dodici articoli. Sappiamo già dall’art. 1 che il popolo, costituito dall’insieme dei cittadini aventi diritto di voto, è l’unico titolare della sovranità. Sappiamo dall’art. 3 inoltre che tutti i cittadini sono uguali e hanno pari diritti, ma sappiamo anche dall’art. 2 che al vero centro di tutto l’impianto sta la persona umana, che per l’art. 2 è titolare di diritti inalienabili e doveri inderogabili. In quest’articolo si contempla la condizione dello straniero, dunque un non cittadino, regolata in genere dalle norme e dai trattati internazionali, ma si specifica che colui al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite a ciascuna persona dalla nostra Costituzione, ha diritto d’asilo nel nostro territorio. Come si può vedere, la costruzione è geometrica e non dà adito a dubbi o interpretazioni di sorta.
I nostri vignettisti sembrano tutti molto colpiti dalla distanza che c’è tra la chiarezza delle parole (in questo caso delle parole del dettato Costituzionale) e la contraddittorietà, per non dir peggio, dei fatti. Così Eugenio Saint Pierre.
I nostri vignettisti sembrano tutti molto colpiti dalla distanza che c’è tra la chiarezza delle parole (in questo caso delle parole del dettato Costituzionale) e la contraddittorietà, per non dir peggio, dei fatti. Così Giancarlo Covino.
I nostri vignettisti sembrano tutti molto colpiti dalla distanza che c’è tra la chiarezza delle parole (in questo caso delle parole del dettato Costituzionale) e la contraddittorietà, per non dir peggio, dei fatti. Così M. Nove.
I nostri vignettisti sembrano tutti molto colpiti dalla distanza che c’è tra la chiarezza delle parole (in questo caso delle parole del dettato Costituzionale) e la contraddittorietà, per non dir peggio, dei fatti. Così Marino Tarizzo.
I nostri vignettisti sembrano tutti molto colpiti dalla distanza che c’è tra la chiarezza delle parole (in questo caso delle parole del dettato Costituzionale) e la contraddittorietà, per non dir peggio, dei fatti. Così Simone Togneri.
E si arriva all’art. 11: L’Italia ripudia la guerra come strumento d’offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. E quel “ripudia” è così forte, tassativo, da non ammettere eccezioni di sorta. Anzi, i Costituenti lo rafforzano, nella seconda frase, giungendo a consentire addirittura limitazioni alla sovranità nazionale, pur di garantire la pace e la giustizia fra le Nazioni. Pace e giustizia, dunque, e non esportazioni coatte di democrazia, verrebbe da dire!
Così Danilo Maramotti, in una vignetta disegnata dieci anni fa, ma ancora tristemente attuale.
I carrarmati Eugenio Saint Pierre li vorrebbe semplicemente cancellare con il tricolore simbolo della Nazione.
Ed Eugenio Saint Pierre sogna la realizzazione finalmente del Paese che i Costituenti avrebbero voluto, dove le armi siano sostituite dai colori della vita.
Giancarlo Covino così descrive il dettato costituzionale.
M.Nove ci spiega quanto convengano le guerre al buon andamento degli affari che, come ognun sa, ormai dettano legge a tutti.
Marco Fusi Trova lacunoso l’articolo. Ma si sbaglia: lacunose semmai sono le politiche che le aggirano!
Il gattino di Maria Grazia Niutta si chiede smarrito a che serva spendere tanti soldi in armamenti ad un paese che ripudia la guerra.
Ormai facciamo fatica a sapere in quante parti del mondo sono dislocati i nostri soldati e Marino Tarizzo ne è sdegnato.
Così Simone Togneri.
E Tiziano Riverso ironizza.
Umberto Romaniello denuncia un circolo vizioso: le guerre generano sempre più poveri, innescando guerre tra poveri.
Con l’art. 12 il cerchio costituito dai Principi Fondamentali si completa. Il testo, molto semplice, si limita a definire la bandiera della neonata Repubblica. A uno sguardo superficiale, potrebbe dunque sembrare un articolo minore, paragonato agli altri 11 tanto densi da un punto di vista concettuale. Ma non è così e i Costituenti ne erano ben consapevoli, come è testimoniato dalla discussione che ne ha preceduto l’approvazione. La bandiera è un simbolo e i simboli sono importanti, perché riassumono una storia. Per questo, vi racconterò una mia piccola storia personale: mia madre era nata a Trieste nel 1910, in quella che al tempo per chi si sentiva italiano era una delle “terre irredente”, benché fosse il più importante sbocco al mare dell’Impero Austro-Ungarico e godesse quindi di uno status privilegiato. Suo marito, mio padre, era un ufficiale di marina, antifascista dalla prima ora e che, dopo l’8 settembre, aveva abbracciato in pieno la lotta partigiana. Fin da piccola i due mi hanno insegnato che l’Inno di Mameli si ascolta ritti sull’attenti -e non alla moda americana, con la mano sul cuore. Sicché, anche da sola in casa davanti alla TV, se l’inno suona, non posso tuttora impedirmi di scattare, gli occhi fissi alla bandiera, nella memoria mia madre sull’attenti con le lacrime che a fiotti le rigano le guance, anche quando ormai a stento si muoveva. Per concludere, basti il riferimento alle parole di Luca Alessandrini: “Il tricolore italiano vuole significare l’appartenenza ad un’idea inclusiva di cittadinanza, ad una repubblica democratica aperta. Esso è simbolo dell’unico patriottismo che non rischia di essere esclusivo, che rifiuta di degenerare in nazionalismo, il patriottismo costituzionale.”
Eugenio Saint Pierre, con la sua solita verve condita di speranza, vede per lei una possibile rinascita in quel ripudio delle armi e della guerra, solennemente proclamato con l’art. 11
Per Giò la bandiera è amore.
Mentre Giorgio Croce la vede deformata da falsi miti e perdita di ideali.
I simboli acquistano ancor più valore, se si arricchiscono degli ideali e dell’esperienza delle persone. Per Lucia Coviello, la bandiera è ancora in parte da dipingere.
Per M. Nove è il simbolo dei diritti per cui combattere.
Maria Grazia Niutta la vede con i fili stappati e ingarbugliati dalle unghie del suo gattino.
Così è anche per Marino Tarizzo, che lamenta i diritti negati.
Simone Togneri, la bandiera, la vede così: scolorata per le speranze deluse ed i diritti negati.
Per Tiziano Riverso è simbolo di bellezza e grazia femminea.
VIGNETTE PER IL NO DI OTTOBRE E NOVEMBRE