Source: http://www.regioni.it/newsletter/n-3158/del-10-05-2017/ambiente-emendamenti-al-decreto-via-16611/
Timestamp: 2020-07-13 22:16:17+00:00
Document Index: 111508297

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 71', 'art. 1', 'art. 24', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 23', 'art. 14', 'art. 24', 'art. 23', 'art. 23']

Regioni.it - n. 3158 del 10-05-2017 - Ambiente: emendamenti al decreto VIA - Regioni.it
Le Regioni e le Province autonome avevano in precedenza già fornito i propri contributi per l’esame del provvedimento e la definizione degli emendamenti e avevano espresso, inizialmente, un giudizio complessivamente negativo sul decreto legislativo. Una valutazione che però “potrebbe essere superata qualora fossero accolti gli emendamenti inderogabili" contenuti in un documento ulteriore, approvato lo stesso 4 maggio dalla Conferenza delle Regioni e consegnato al Governo. Un testo che è stato illustrato dall’assessore della Regione Sardegna, Donatella Spano (coordinatrice della Commissione ambiente ed energia per la Conferenza delle Regioni), nel corso di un’audizione che si è tenuta il 9 maggio presso la commissione Territorio e Ambiente del Senato (cfr.”Regioni.it” n.3157). Proprio durante il confronto con i senatori l’assessore Spano ha confermato una certa disponibilità del ministero ad aderire alle richieste formulate dalle Regioni nel loro documento.
Di seguito si riporta il testo approvato dalla Conferenza delle Regioni senza l’allegato (il documento integrale è stato però pubblicato sul portale www.regioni.it, nella sezione “Conferenze”).
Parere sullo schema di Decreto Legislativo per l’attuazione della Direttiva 2014/52/UE del parlamento europeo e del consiglio del 16 aprile 2014, che modifica la direttiva 2011/92/UE concernente la valutazione dell’impatto ambientale di determinati progetti pubblici e privati, ai sensi degli articoli 1 e 14 della legge 9 luglio 2015, n. 114
Lo schema di decreto, pur presentando diverse criticità, che saranno meglio dettagliate nel proseguo, contiene aspetti positivi correlati, in particolare, all’intendimento di attuare alcuni principi che caratterizzano la direttiva stessa.
In tal senso, si richiama il rafforzamento della qualità delle procedure VIA, mediante una maggiore responsabilizzazione non solo delle autorità competenti, ma dello stesso committente. Va inteso, in tal senso, il richiamo alla produzione di elaborati di qualità, l’introduzione esplicita di sistemi sanzionatori dissuasivi di comportamenti posti in essere in violazione delle norme in questione, anche con la previsione di destinare i relativi proventi per finalità connesse al miglioramento e rafforzamento delle attività di vigilanza, prevenzione, monitoraggio ambientale, alla verifica delle prescrizioni previste nel procedimento di VIA, nonché alla protezione sanitaria delle popolazioni in caso di incidenti o calamità naturali.
Premesso quanto sopra, le Regioni e le Province autonome, che hanno fornito i propri contributi per l’esame dello Schema di decreto e la definizione degli emendamenti e che hanno espresso, inizialmente, un giudizio complessivamente negativo sullo schema di decreto legislativo che intende dare attuazione alla direttiva 2014/52/UE sulla valutazione di impatto ambientale, tuttavia sottolineano che tale giudizio potrebbe essere superato qualora fossero accolti gli emendamenti inderogabili illustrati nel presente documento.
Il non tempestivo coinvolgimento degli enti territoriali nella fase di elaborazione del testo ha avuto come conseguenza la redazione di un articolato che si presenta lesivo delle prerogative regionali, sia sul piano delle competenze funzionali in relazione alle singole categorie di opere da sottoporre a valutazione ambientale, sia sul piano della disciplina generale del procedimento amministrativo e del coordinamento tra le diverse procedure volte al rilascio di pareri e autorizzazioni a carattere ambientale, con riflessi negativi sull’organizzazione amministrativa delle diverse regioni che, in molti casi, avevano già iniziato a strutturarsi per dare attuazione alle riforme introdotte dal decreto 127/2016.
Il procedimento di VIA e il coordinamento dei procedimenti
Nel merito, infatti, lo schema di decreto non risulta rispondente ai principi della delega che prevedono espressamente la "semplificazione, armonizzazione e razionalizzazione delle procedure di valutazione di impatto ambientale anche in relazione al coordinamento e all'integrazione con altre procedure volte al rilascio di pareri e autorizzazioni a carattere ambientale"; esso, infatti, scardina il sistema in cui nell’ambito del procedimento di VIA si attua il coordinamento degli atti autorizzativi, sostituendolo con una sequenza di procedimenti disgiunti, in controtendenza anche rispetto ad una politica legislativa di semplificazione che affonda le radici già nel D.Lgs. 59/1997 (articolo 20) e che annovera tra i principi che devono ispirare il legislatore nell’esercizio dell’attività semplificativa quello della “riduzione del numero di procedimenti amministrativi e accorpamento dei procedimenti che si riferiscono alla medesima attività”.
Si riscontrano, in merito, anche possibili disarmonie con la disciplina della conferenza di servizi recentemente novellata dal D.Lgs. 127/2016: manca infatti una chiara identificazione dei ruoli dell’autorità procedente e delle amministrazioni che partecipano alla conferenza, con notevoli rischi per la funzionalità e l’efficacia dell’istituto della conferenza stessa.
Ruolo delle regioni nella VIA di competenza statale
Nemmeno appare sufficientemente valorizzato e formalizzato il parere che le regioni sono chiamate a formulare in sede di valutazione di impatto ambientale di competenza statale. È indispensabile, a questo riguardo, non solo che venga garantita alle regioni e province autonome la partecipazione alla Commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale e al Comitato tecnico istruttorio con un proprio rappresentante, ma che venga anche attribuito un peso specifico al parere regionale, che è quello in grado di operare una sintesi appropriata delle caratteristiche del territorio in cui l’opera da realizzare è destinata a inserirsi e che più di ogni altro contribuisce a elevare gli standard qualitativi del provvedimento finale di competenza statale.
Competenze regionali e eccesso di delega
Il testo dello schema non appare poi pienamente in linea con i criteri stabiliti dalla legge di delegazione (legge 114/2015) sotto molteplici aspetti. Basti pensare, ancora una volta, alla progettata attrazione nella sfera di competenza dello Stato della valutazione ambientale di progetti di infrastrutture che attualmente viene svolta dalle regioni e dalle province autonome (impianti eolici, acquedotti, strade extraurbane secondarie, piccoli porti, ecc.): si tratta di una centralizzazione delle competenze che ha solo l’apparenza della semplificazione, mentre configura in pratica una mera omogeneizzazione delle procedure che però contrasta visibilmente con l’autentica semplificazione che scaturisce dal coordinamento e dalla vicinanza delle fasi della valutazione e dell’autorizzazione. La soluzione di trasferire al livello statale molte categorie di opere non tiene neanche nella debita considerazione i criteri generali che dovrebbero dettare l’attuazione del diritto europeo, così come descritti dall’art. 32 della legge 234/2012, che, al comma 1, lettera g), recita: "quando si verifichino sovrapposizioni di competenze tra amministrazioni diverse o comunque siano coinvolte le competenze di più amministrazioni statali, i decreti legislativi individuano, attraverso le più opportune forme di coordinamento, rispettando i principi di sussidiarietà, differenziazione, adeguatezza e leale collaborazione e le competenze delle regioni e degli altri enti territoriali, le procedure per salvaguardare l'unitarietà dei processi decisionali, la trasparenza, la celerità, l'efficacia e l'economicità nell'azione amministrativa e la chiara individuazione dei soggetti responsabili". Va anche sottolineato, sotto questo aspetto, che il D.Lgs. 112/98, conferiva funzioni e compiti alle Regioni e agli enti locali, prevedendo all’art. 71 un riparto di competenze in materia di valutazione di impatto ambientale tuttora attuale, che fa paventare un eccesso di delega negli articoli del decreto che ampliano il catalogo dei progetti di competenza statale, visto che tale trasferimento non rientrava tra gli obiettivi della delega.
Lo schema di decreto sembra inoltre contraddire, senza che questo trovi ancoraggio e fondamento nell’obbligo di attuazione della direttiva comunitaria, quanto stabilito con gli interventi correttivi del codice dell’ambiente operati nel 2008 e 2010, che registravano invece un ampliamento dell’ambito di applicazione della VIA regionale, con la previsione di competenza regionale anche per quei progetti capaci di produrre eventuali impatti significativi al di fuori del territorio regionale medesimo: veniva allora accantonato il criterio “dimensionale”, legato cioè all’estensione degli impatti sull’ambiente provocati dall’opera, per attribuire la competenza alla valutazione di impatto ambientale alle Regioni ovvero allo Stato (non a caso il Codice prevedeva, prima dell’entrata in vigore del correttivo del 2008, che qualora una determinata attività producesse, per dimensione o caratteristiche tecniche, un impatto ambientale interregionale, statale o internazionale, la relativa competenza per il rilascio dell’autorizzazione fosse esclusivamente in capo allo Stato).
A seguito delle modifiche apportate dai correttivi del 2008 e del 2010 al Codice, infatti, accantonato il criterio che prevedeva una mera competenza residuale in capo alle Regioni per le opere suscettibili di avere impatti ultraregionali, si chiedeva invece di verificare, con effetti di maggiore semplicità e certezza nell’individuazione dell’ambito applicativo della VIA (statale/regionale), se il progetto di volta in volta considerato rientrasse o meno nell’ambito degli elenchi contenuti negli Allegati al Decreto Legislativo n. 152 del 2006. Qualora vi sia un impatto interregionale, la competenza non si doveva spostare automaticamente allo Stato, ma il dominus del procedimento di valutazione di impatto ambientale doveva essere individuato tra le Regioni interessate, che dovevano procedere “d’intesa tra loro”, così come codificato dall’articolo 30, comma 1, del Codice dell’ambiente. (cfr. Le valutazioni di impatto ambientale regionali: iter procedurale, disciplina, profili di danno ambientale - Gianluigi Delle Cave, 10 dicembre 2014).
Analogamente non appare coerente coi principi di semplificazione e sussidiarietà la scelta di riservare allo Stato le decisioni riguardanti i progetti concernenti la protezione civile. Appare più ragionevole mantenere in capo alle diverse Autorità competenti, così come previsto dal vigente D.Lgs. 152/2006, la decisione, dopo una valutazione caso per caso, di disporre eventualmente l’esclusione dei progetti che riguardano la protezione civile e quelli di attuazione di interventi urgenti di difesa da rischio idrogeologico, dal campo di applicazione delle norme di cui al titolo III della parte seconda del decreto 152, qualora si ritenga che tale applicazione possa pregiudicarne gli obiettivi.
Ancora, non sembra alle regioni e alle province autonome che lo schema di decreto riesca a tradurre correttamente il criterio della delega relativo alla “coerenza e sinergie con altre normative e politiche europee e nazionali”: vengono infatti inserite in un unico contesto normativo sia le misure strettamente necessarie a dare attuazione alla direttiva comunitaria 52/2014, sia ulteriori ritocchi alla legge 241/90 sul procedimento amministrativo, già recentissimamente modificata, senza tenere adeguato conto delle contingenti necessità di carattere organizzativo correlate alle tempistiche e alle peculiarità delle regioni e province autonome.
Semplificazione e partecipazione del pubblico
Anche gli altri criteri della legge delega (regolamentazione intelligente, razionalizzazione del sistema sanzionatorio e rafforzamento della qualità della procedura di valutazione di impatto ambientale) non appaiono sufficientemente valorizzati, stanti la limitazione della partecipazione del pubblico e dei soggetti interessati nell’elaborazione e nell’esecuzione dei processi decisionali ambientali, la previsione di sanzioni fisse e scarsamente dissuasive e l’introduzione di termini procedimentali caratterizzati dalla perentorietà che rischiano di compromettere, anziché incrementare, la qualità del procedimento, riducendo gli spazi per il dialogo partecipato tra amministrazione e proponente.
Con riferimento alla partecipazione del pubblico e dei soggetti interessati, è la stessa direttiva (cfr. considerando da 16* a 21* della direttiva 2011/92/UE modificata dalla 2014/52/UE) a prevederla come momento essenziale per accrescere la consapevolezza sui problemi ambientali e come strumento importante per migliorare la qualità dei procedimenti e delle valutazioni. Viene espressamente richiamata al riguardo la convenzione di Aarhus, che va nella direzione dell’ampliamento della dimensione partecipativa e non certo della sua compressione. Il vero cuore della Convenzione è che il cittadino, avendo a disposizione più informazioni, possa ampliare le opportunità e le scelte a propria disposizione e così incidere nelle scelte da adottare in campo ambientale. In questo senso operano i tre pilastri della convenzione che sono l’accesso alle informazioni ambientali, la partecipazione del pubblico alle decisioni ambientali e l’accesso alla giustizia. Contrasta con questi capisaldi la mancata partecipazione al procedimento dei cittadini e degli enti locali, che si vedono privati dallo schema in esame dei 45 giorni oggi previsti per la presentazione delle osservazioni, a fronte di un’unica forma di pubblicità consistente nella pubblicazione nel sito web di uno studio preliminare ambientale, senza ulteriori elaborati e senza reale contraddittorio, mentre la convenzione di Aarhus ritiene che per tutti i progetti che possono avere impatti potenziali sull’ambiente deve essere assicurata la possibilità di depositare osservazioni in tempi congrui.
VIA postuma e regime sanzionatorio
L’attuazione della direttiva nella parte riguardante le sanzioni è stata schematicamente ridotta alla previsione di sanzioni amministrative fisse (20-80.000 € per l’inosservanza delle condizioni ambientali e 35-100.000 € per omissione della VIA o della verifica di assoggettabilità), probabilmente modellata sulle analoghe previsioni dell’articolo 32 comma 1 lettera d) della legge 234/2012, senza però tenere conto del principio di proporzionalità delle sanzioni, espressamente sancito dall’articolo 10 bis della direttiva e indispensabile perché le sanzioni possano esercitare una reale forza dissuasiva.
Va anche rilevato come criticità il fatto che sia stata prevista la possibilità, in caso di omissione della VIA o della verifica, anche in seguito ad annullamento giurisdizionale, di consentire la prosecuzione delle opere sulla base della valutazione del pregiudizio ambientale effettivamente arrecato, senza che venga chiarito quali debbano essere i parametri in base ai quali effettuare tale valutazione. In pratica, allorché sia accertata la violazione della normativa VIA, viene prevista l’attivazione di un procedimento postumo di valutazione, attribuendo all’autorità competente la responsabilità di stabilire, anche in funzione dell’eventuale danno, se possano addirittura proseguire i lavori, eventualmente ordinando, alla fine del processo valutativo, la demolizione in caso di esito negativo dello stesso.
Questa previsione implica un ingiustificato dispendio di risorse umane e materiali da parte della P.A. a fronte di una violazione posta in essere dal proponente inadempiente che non è scoraggiata, come detto, da sanzioni adeguate. Resta altresì il dubbio che tale fattispecie possa comportare il rischio di sanzioni da parte della Unione europea per la mancata applicazione della direttiva VIA. La possibilità di operare in sanatoria nei confronti dell’omessa valutazione o verifica appare in evidente contrasto col principio di previetà della VIA, sancito sia dalla giurisprudenza italiana che da quella della Corte di Giustizia europea. Anche l’indeterminatezza del termine assegnato all’interessato per avviare un nuovo procedimento (tendenzialmente sine die) appare in contrasto con i principi fondamentali del nostro ordinamento e con i criteri di efficienza che guidano l’azione amministrativa, oltre a stridere rispetto alla rigorosa perentorietà di termini introdotti ad altri fini.
Perentorietà dei termini e semplificazione
Con riferimento poi alla perentorietà dei termini procedimentali, prevista nello schema di decreto, va ricordato che la direttiva non la ritiene necessaria e nemmeno la prende in considerazione. Il considerando n. 36** della direttiva 2014/52/UE, infatti, afferma semplicemente che nell’ottica di un processo decisionale più efficiente e della certezza del diritto, è necessario che “le diverse tappe della valutazione dell’impatto ambientale dei progetti si svolgano entro un lasso di tempo ragionevole”, aggiungendo che in ogni caso l’esigenza di certezza e di efficienza non deve andare a discapito dell’altro obiettivo fondamentale, che è quello del raggiungimento di “elevati standard per la protezione dell’ambiente”: non sembra che l’equo contemperamento tra queste due esigenze possa essere conseguito attraverso il meccanismo tranciante della perentorietà. È vero che la perentorietà consentirebbe al procedimento un livello di concentrazione tale da garantire, teoricamente, il rispetto dei termini, avvalendosi del meccanismo previsto dalla legge n. 241/1990 e acquisendo per silentium l’assenso delle amministrazioni che non vi partecipano. Tuttavia, detto meccanismo, nella sua applicazione pratica, farebbe ritenere consumato il potere dell’autorità competente ad adottare il relativo provvedimento in caso di inutile decorso dei termini ivi previsti, con la conseguenza, specie nei casi di procedimenti più complessi, che l’autorità competente verrebbe esautorata del suo potere, che verrebbe attribuito ad altro soggetto in via sostitutiva, compromettendo l’obiettivo di certezza per gli operatori e riducendo la qualità dei provvedimenti, affidati a un’autorità priva di competenze specifiche, ponendo a rischio l’effettiva tutela del bene ambiente. D’altro canto l’eliminazione della perentorietà dei termini non impedirebbe, comunque, al privato che si ritenga leso dal ritardo di attivare i meccanismi sostitutivi/devolutivi previsti dalla legge 241/1990 e s.m.i., né quelli volti a conseguire l’indennizzo e si accrescerebbe il rischio, in caso di ricorsi per silenzio inadempimento, che gli enti chiamati in giudizio vengano condannati in base alla mera constatazione dello spirare del termine perentorio.
L’intervento di revisione del D.Lgs. 152/2006 operato con il decreto in oggetto, deve poi essere perfezionato in modo tale da valorizzare, anziché disperdere o, peggio, rendere inapplicabile, l’esperienza delle regioni e province autonome in materia di semplificazione dei procedimenti e coordinamento delle autorizzazioni e relative “buone prassi”, convalidate da quasi due decenni di applicazione delle rispettive leggi regionali e provinciali.
L’analisi del decreto ha reso possibile evidenziare altri aspetti critici, in particolare il livello progettuale, di seguito elencati in modo sintetico:
- definizione VIA (che deve comprendere anche le fasi preliminari di verifica di assoggettabilità e di definizione dei contenuti dello SIA, configurandosi quindi come "processo", coerentemente anche con quanto previsto all'art. 1, comma 2, lettera g) della direttiva VIA);
- definizione del provvedimento di VIA (che deve estendersi alla finalità di proteggere la salute umana, contribuire con un migliore ambiente alla qualità della vita, provvedere al mantenimento delle specie e conservare la capacità di riproduzione dell'ecosistema in quanto risorsa essenziale per la vita e deve contenere un richiamo alla funzione di coordinamento procedimentale delle VIA regionali o del procedimento unico facoltativo statale);
- definizione delle specifiche progettuali all’interno dello studio preliminare ambientale inerente alla verifica di assoggettabilità;
- reinserimento del livello progettuale definitivo per la VIA;
- reinserimento del termine prescrizioni in luogo del termine condizioni ambientali;
- reinserimento del termine significativi accanto a “impatti negativi”;
- eliminazione della fase di prescreening (nuova procedura non prevista dalla Direttiva 52/2014);
- eliminazione della fase di definizione del livello di dettaglio degli elaborati progettuali precedente allo scoping (nuova procedura non prevista dalla Direttiva 52/2014);
- eliminazione della perentorietà dei termini;
- reinserimento della possibilità per l’autorità competente di stabilire le prescrizioni in sede di verifica di assoggettabilità alla VIA, indipendentemente dalle eventuali proposte del proponente;
- mantenimento termini e modalità per la presentazione delle integrazioni nei procedimenti di VIA;
- Regime transitorio: in alternativa alla proposta del MATTM relativa al “procedimento unico” regionale (art. 24 dello schema), si ritiene preferibile prevedere, anche nel rispetto dei principi di leale collaborazione e sussidiarietà, un congruo termine per consentire l’omogenea attuazione in tutto il territorio nazionale delle disposizioni di cui all’art. 14, comma 4, della legge 7 agosto 1990, n. 241, come modificato dal decreto legislativo 30 giugno 2016, n. 127. Tale adeguamento, secondo l’emendamento proposto, sarà graduale e suddiviso in fasi: un anno per conseguire l’obiettivo di una VIA comprensiva delle autorizzazioni ambientali; tre anni perché le Regioni si adeguino interamente al nuovo procedimento introdotto dal d.lgs.127/2016).
La scelta di mantenere in vigore l'attuale art. 14, comma 4 della legge 241/90 è quindi condizionata al sopradescritto recepimento dell'art. 23 comma 3ter, inserito nell’allegato file di emendamenti in conformità alla decisione assunta nella riunione politica del 19 aprile 2017. Tale soluzione rappresenta un ragionevole punto d’incontro tra la posizione che auspicava l’estensione anche alla VIA regionale del c.d. doppio binario disegnato per la VIA statale dall’articolo 16 dello schema di decreto (che sostituisce l’articolo 27 del T.U. ambiente), con semplice facoltà per il proponente di attivare il procedimento unico e quella, emersa in precedenti tavoli tecnici e fatta propria dal legislatore delegato, che è stata tradotta nell’articolo 24 dello schema di decreto (che modifica l’art. 14 della 241/90) e prevede un procedimento unico regionale obbligatorio della durata di circa 300 giorni. Quest’ultima ipotesi radicale di procedimento unico regionale non è stata però adeguatamente elaborata e condivisa dalle Regioni, non tiene conto delle differenze esistenti tra le stesse a livello organizzativo e non potrebbe essere facilmente assimilata da tutte le strutture regionali, oltre a presentare profili di incertezza per quanto attiene all’individuazione delle autorità competenti. La soluzione approntata dall’art. 24 dello schema appare carente anche sul piano dell’analisi degli impatti della regolamentazione perché non assicura una corretta individuazione dei presumibili effetti dell’intervento normativo rispetto ai benefici attesi per i diversi portatori di interesse.
Si riporta infine per completezza la posizione sostenuta da alcune Regioni in relazione al procedimento unico, in dissenso da quella maggioritaria assunta nella riunione politica del 19 aprile 2017: Lazio, Puglia, Molise, Marche, Calabria richiedono che sia prevista la facoltà per il proponente di optare tra VIA semplice e procedimento unico ambientale, in analogia a quanto previsto per la VIA Nazionale. Anche il Veneto ritiene ragionevole la proposta, soprattutto in relazione alla possibilità di conservare la facoltà di scelta per il proponente, come previsto a livello statale. Questa opzione, inizialmente avanzata dalla stessa Regione Sardegna, è dalla medesima ritenuta auspicabile qualora non venisse accolta la proposta di cui all’art. 23, comma 3ter.
In conclusione, le criticità dello schema di decreto in esame, riscontrate nelle fasi di consultazione tra le regioni e le province autonome, possono essere superate, rendendo possibile l’espressione di una posizione favorevole, a condizione che, anche nel rispetto del principio di leale collaborazione e con lo scopo di rendere possibile la tempestiva attuazione del diritto comunitario, siano valutati positivamente e accolti i seguenti emendamenti migliorativi:
esplicita previsione di un regime transitorio finalizzato a consentire il differimento nel tempo dell'attuazione da parte delle regioni e province autonome, che ancora non hanno provveduto, della previsione della L. 241/90 inerente il coordinamento dei procedimenti autorizzativi nell'ambito del procedimento di VIA; competenze in capo alle regioni e province autonome: si chiede lo stralcio dell’allegato II-bis; è necessario un approfondimento ulteriore con il Ministero dell’Ambiente al fine di individuare nel dettaglio il corretto riparto delle competenze; partecipazione nei procedimenti: reinserimento della partecipazione non contemplata nello schema di decreto per il procedimento di verifica di assoggettabilità (screening); salvaguardia delle prerogative di specialità delle regioni e province autonome (art. 23, comma 3bis); mantenimento delle specificità e attuali termini per l'espressione del parere regionale in sede di VIA statale; eliminazione VIA postuma; mantenimento di un livello progettuale definitivo per le procedure di VIA regionali, nonché di elementi progettuali certi e sufficientemente approfonditi per la procedura di verifica; eliminazione della perentorietà dei termini procedimentali e mantenimento dell’attuale assetto delle procedure di VIA per le Regioni (in quanto a termini e modalità di svolgimento: 90 gg. per la verifica, 150 gg. per la valutazione); mantenimento termini e modalità per la presentazione delle integrazioni nei procedimenti di VIA.
Link al documento integrale - AMBIENTE: PARERE SULLO SCHEMA DI DECRETO CONCERNENTE LA VALUTAZIONE DELL’IMPATTO AMBIENTALE DI DETERMINATI PROGETTI PUBBLICI E PRIVATI
( sm / 10.05.17 )