Source: https://fiscotoday.it/e-lamministratore-di-fatto-che-risponde-dellomessa-dichiarazione-iva/
Timestamp: 2019-11-12 06:02:47+00:00
Document Index: 2739883

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 321', 'art. 10', 'art. 321', 'art. 325', 'art. 322']

E’ l’amministratore di fatto che risponde dell’omessa dichiarazione IVA – Fiscotoday
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 41259 del 25 settembre 2018, intervenendo in tema di responsabilità della omessa dichiarazione IVA da parte di una società, ha riconfermato il condiviso principio giurisprudenziale che ritiene la sussistenza dell’equiparazione delle responsabilità tra l’amministratore di fatto e l’amministratore di diritto.
Ricordano gli Ermellini che si definisce amministratore di fatto proprio quel soggetto che esercita in modo continuativo e significativo, nella realtà, quei poteri tipici inerenti alla qualifica o alla funzione di vertice e, pertanto, deve rispondere quale autore principale degli eventuali reati tributari, perché è il titolare effettivo della gestione sociale ed è, di conseguenza, nelle condizioni di poter eseguire l’azione dovuta.
In altre parole, i Supremi giudici ricordano che i destinatari dei reati tributari sono riconoscibili dalle funzioni di fatto esercitate, non avendo alcuna rilevanza quelle ritenute solo formali.
Ricordiamo che nel caso di specie l’amministratore di cui si parla era imputato per il reato di dichiarazione infedele, previsto dall’art. 4 del D.lgs. n. 74/2000, e aveva presentato ricorso in Cassazione contro una sentenza della Corte d’appello che lo aveva condannato per omesso versamento IVA relativa all’anno 2013.
Le motivazioni addotte dalla difesa si basavano sulla insussistenza del reato contestato in quanto l’accusato non rivestiva formalmente la carica di rappresentante legale dell’impresa, carica peraltro esercitata, invece, da una cittadina tunisina coindagata, che risultava nullatenente e irreperibile nel territorio dello Stato.
Tesi ritenuta non convincente dalla S.C. che invece ha giudicato ineccepibile l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, perché basata su precisi indici rivelatori quali la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento IVA, la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’imputato
I giudici del Palazzaccio, dopo aver valutato le responsabilità di fatto svolte dal manager, hanno sancito il seguente principio di diritto: “… in tema di reati fiscali, i destinatari delle norme di cui alla legge 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta; corretta risulta quindi l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, in quanto effettuata sulla base di indici sintomatici quali: la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento Iva; la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’imputato”.
In merito al sequestro sui beni dell’imputato, la Corte ha poi rammentato che: “…La giurisprudenza di questa Corte, sopra richiamata, infatti, prevede l’onere dell’indagato di fornire la specifica prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre la confisca diretta; l’inosservanza dell’indicazione specifica dei beni da sequestrare alla società (confisca diretta del profitto o del prezzo del reato) comporta la genericità del motivo di ricorso in Cassazione; salvo la comprovata esistenza, negli atti, di beni costituenti profitto o prezzo del reato, beni che però devono essere specificamente e dettagliatamente indicati dal ricorrente, nel ricorso in Cassazione, con riferimento agli atti processuali dai quali risultavano. Nel nostro caso il Tribunale del riesame motiva sul punto nel seguente modo: ‘E’ appena il caso di rilevare, quanto all’asserita esistenza di rimanenze finali per circa 4 milioni di euro, che si tratta di un assunto difensivo che non trova riscontro alcuno negli atti, avendo al contrario la P.G, precisato l’inesistenza di cespiti patrimoniali in capo alla società, tali da poter garantire il debito relativo all’imposta evasa’. Il ricorrente non indica, neanche nel ricorso per Cassazione, i cespiti patrimoniali della società, su cui disporre la confisca diretta e non già per equivalente, con riferimento agli atti del processo; conseguentemente la sola contestazione generica della previa sottoposizione a sequestro diretto dei beni della società non è sufficiente per ritenere illegittimo il sequestro in oggetto. Sul punto può enunciarsi il seguente principio di diritto: Nelle ipotesi di sequestro preventivo funzionale alla confisca, per reati tributari, di beni dell’imputato, il sequestro deve ritenersi legittimo se lo stesso indagato non fornisce la prova della concreta esistenza di beni nella disponibilità della persona giuridica su cui disporre la confisca diretta, e in sede di ricorso in Cassazione è necessario indicare specificamente gli atti processuali dai quali risultava reperibile presso la persona giuridica il profitto del reato”.
CORTE DI CASSAZIONE Sentenza 25 settembre 2018, n. 41259
B.M. nato il 24/10/1940 a BOLOGNA nel procedimento a carico di quest’ultimo avverso l’ordinanza del 05/09/2017 del TRIB. LIBERTA di ROMA;
le conclusioni del PG MARILIA DI NARDO: «Inammissibilità del ricorso».
Udito il difensore, Avv. Fabio Rossi, che ha concluso per. «Accoglimento del ricorso»
Il Tribunale di Roma, sezione riesame, con ordinanza del 5 settembre 2017 confermava il decreto di sequestro del Giudice delle indagini preliminari di Roma, del 26 giugno 2017, che aveva disposto il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di B.M. (quale autore del reato) per il reato di omesso versamento dell’IVA per l’anno di imposta 2013, per complessivi € 1.082.631,00, e del rapporto finanziario della società G. s.r.l., presso la Banca Popolare di Vicenza.
Ricorre in Cassazione M.B., tramite il suo difensore, deducendo i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall’art. 173, comma 1, disp. att., c.p.p.
1. Violazione di legge, art. 321 e 322 ter, cod. proc. pen.; insussistenza del fumus del reato di cui all’art. 10, d. Igs. 74/2000.
2. Violazione di legge, art. 321 e 322 ter, cod. proc. pen. Carenza o omessa motivazione sul punto.
Il ricorso in Cassazione ai sensi dell’art. 325, comma 1, del cod. proc. pen. è ammesso solo per violazione di legge, e non quindi per i vizi della motivazione.
Può pertanto esprimersi il seguente principio di diritto: «In tema di reati fiscali, i destinatari delle norme di cui alla legge 74/2000 vanno individuati sulla base delle concrete funzioni esercitate, non già rapportandosi alle mere qualifiche formali ovvero alla rilevanza degli atti posti in essere in adempimento della qualifica ricoperta; correta risulta, quindi, l’individuazione dell’imputato quale amministratore di fatto, da parte del giudice del riesame, in quanto effettuata sulla base di indici sintomatici quali: la cessazione della carica a pochi giorni dagli adempimenti del versamento IVA; la nomina di un soggetto sconosciuto sul territorio nazionale e senza redditi, già titolare di altre cariche in altre società di riferimento dell’imputato.
L’unico motivo del ricorso per violazione di legge (violazione dell’art. 322 ter del cod. pen., sotto il profilo dell’omessa esecuzione del sequestro prima sui beni della società G. s.r.l.) risulta manifestamente infondato, e oltremodo generico.