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Timestamp: 2018-07-23 05:52:04+00:00
Document Index: 83913012

Matched Legal Cases: ['art. 584', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6']

RESPONSABILITA' MEDICA: ESITO INFAUSTO DELL'INTERVENTO MA... - Cass. 15239/14
Malpractice medica - Generalità, varie - Gasparre Annalisa - 10/11/2015
- intervento con esito infausto
- la finalità terapeutica esclude il reato​ doloso, ma non quello colposo​
​Un intervento chirurgico alla testa subito all'età di 1 anno​ e il paziente lamentava un nesso eziologico con la completa cecità che ne era seguita. L'intervento risaliva al 1985.
Citato il medico a rispondere per i danni davanti al giudice civile si assumeva che l'intervento al cranio fosse avvenuto contro l'espressa volontà dei genitori, intervento più pericoloso di quello stabilito dal pediatra che aveva in cura il bambino. Si era trattato di un intervento di rimodellamento delle ossa del cranio, con finalità estetiche e quindi l'atto si riteneva non fosse autorizzato dal consenso.
​La Corte ha richiamato gli arresti più significativi in tema di ​consenso al trattamento chirurgico. La sentenza​​ n. 11335 del 2008 ha precisato che, in tema di trattamento medico​-​chirurgico, qualora, in mancanza di un valido consenso informato ovvero in presenza di un consenso prestato per un trattamento diverso, il chirurgo esegua un intervento da cui derivi la morte del paziente, non è configurabile il reato di omicidio preterintenzionale, poiché la finalità curativa comunque perseguita dal medico deve ritenersi concettualmente incompatibile con la consapevole intenzione di provocare un'alterazione lesiva dell'integrità fisica della persona offesa, invece necessaria per l'integrazione degli atti diretti a commettere il reato di lesioni richiesti dall'art. 584 del codice penale.
Rimaneva ancora aperto il dubbio circa la rilevanza penale del comportamento del medico nel caso in cui l'intervento chirurgico non voluto, o comunque non concordato, avesse avuto esito infausto; punto sul quale è intervenuta la citata sentenza n. 34521 del 2010, che aveva dinanzi un caso di estrema gravità, nel quale pure si discuteva della possibilità di configurare il reato di omicidio preterintenzionale. In quella occasione la Corte ha affermato che "non risponde del delitto preterintenzionale il medico che sottoponga il paziente ad un trattamento non consentito - anche se abbia esito infausto e anche se l'intervento venga effettuato in violazione delle regole dell'arte medica - se comunque sia rinvenibile nella sua condotta una finalità terapeutica o comunque la terapia sia inquadrabile nella categoria degli atti medici. In questi casi la condotta non è diretta a ledere e, se l'agente cagiona la morte del paziente, risponderà di omicidio colposo se l'evento è da ricondurre alla violazione di una regola cautelare. Risponderà invece di omicidio preterintenzionale il medico che sottoponga il paziente ad un intervento (dal quale poi consegua la morte), in mancanza di alcuna finalità terapeutica, per fini estranei alla tutela della salute del paziente; come quando provochi coscientemente un'inutile mutilazione o agisca per scopi estranei alla salute del paziente (scopi scientifici o di ricerca scientifica, sperimentazione, scopi dimostrativi, didattici o addirittura esibizionistici, scopi di natura estetica ovviamente non accettati dal paziente)".
La giurisprudenza civile si è soffermata sul problema del consenso informato e sul valore del medesimo ai fini della legittimazione all'atto terapeutico​ affermando che detto consenso deve avere per poter essere qualificato tale, nonché sulla necessità che esso sia completo anche in ordine ai rischi che si pongono in caso di una pluralità di possibili scelte terapeutiche e chirurgiche.
Si è detto, in proposito, che, "per ravvisare la sussistenza di nesso causale tra lesione del diritto all'autodeterminazione del paziente (realizzatosi mediante l'omessa informazione da parte del medico) e lesione della salute per le, pure incolpevoli, conseguenze negative dell'intervento (tuttavia non anomale in relazione allo sviluppo del processo causale: Cass., n. 14638/2004), deve potersi affermare che il paziente avrebbe rifiutato l'intervento ove fosse stato compiutamente informato, giacché altrimenti la condotta positiva omessa dal medico (informazione, ai fini dell'acquisizione di un consapevole consenso) non avrebbe comunque evitato l'evento (lesione della salute)" .
Come pure questa Corte ha affermato che non assume alcuna influenza, "ai fini della sussistenza dell'illecito per violazione del consenso informato, la circostanza che il trattamento sia stato eseguito correttamente o meno. Sotto tale profilo, infatti, ciò che rileva è che il paziente, a causa del deficit di informazione non sia stato messo in condizione di assentire al trattamento sanitario con una volontà consapevole delle sue implicazioni, consumandosi, nei suoi confronti, una lesione di quella dignità che connota l'esistenza nei momenti cruciali della sofferenza, fisica e psichica" .
​Nel caso in esame, la Cassazione evidenzia che non sia stato mai prospettato un errore nell'esecuzione dell'intervento, sostenendo unicamente che veniva eseguito un intervento più rischioso rispetto a quello programmato e concordato, senza mai ipotizzare un dissenso espresso da parte dei genitori.
Il paziente non ha mai contestato che nell'operato del sanitario fosse comunque ravvisabile una "finalità terapeutica", per cui l'atto chirurgico compiuto era di sicuro "inquadrabile nella categoria degli atti medici". Non essendo in discussione, quindi, la configurabilità di una condotta intenzionalmente diretta a ledere, l'unica ipotesi di reato che si potrebbe profilare è soltanto quella delle lesioni colpose; fattispecie rispetto alla quale il termine prescrizionale è da tempo decorso.
"In tema di responsabilità civile da trattamento sanitario ed ai fini dell'individuazione del termine prescrizionale per l'esercizio dell'azione risarcitoria, non è ipotizzabile il delitto di lesioni volontarie gravi o gravissime nei confronti del medico che sottoponga il paziente ad un trattamento da questo non consentito (anche se abbia esito infausto e anche se l'intervento venga effettuato in violazione delle regole dell'arte medica), se comunque sia rinvenibile nella sua condotta professionale una finalità terapeutica o comunque la terapia sia inquadrabile nella categoria degli atti medici. In questi casi, infatti, la condotta non è diretta a ledere e, se l'agente cagiona lesioni al paziente, è al più ipotizzabile il delitto di lesioni colpose se l'evento è da ricondurre alla violazione di una regola cautelare".
In tema di responsabilità penale del medico, volendo, ​Gasparre, La colpa penale del medico. Lettura guidata alla giurisprudenza e alle questioni più recenti, Key Editrice, 2015, disponibile anche su IBS, Amazon, Libreria Universitaria (nonchè presso i rivenditori quali le librerie dei più noti Tribunali).
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 14 maggio – 3 luglio 2014, n. 15239
1. Con atto di citazione del 24 e 25 settembre 2004 R.M. convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Pavia, il prof. P.S. ed il Policlinico S. Matteo affinché fossero condannati al risarcimento dei danni conseguenti ad un intervento chirurgico alla testa da lui subito nel (omissis) , all'età di poco più di un anno, dal quale era derivata, a suo dire, la completa cecità. Tale situazione era conseguente al fatto che il sanitario aveva eseguito un intervento chirurgico diverso da quello concordato, non necessario ed assai più pericoloso di quello stabilito anche con il pediatra che aveva in cura il bambino.
2. Proposto appello da parte del R. , la Corte d'appello di Milano, con sentenza del 4 febbraio 2008, ha rigettato il gravame, ha confermato l'impugnata sentenza ed ha compensato le spese del giudizio di secondo grado.
Tuttavia, anche ammettendo che il prof. P. avesse eseguito l'intervento al cranio del piccolo M. contro l'espressa volontà dei genitori ed in colpevole volontario inadempimento del contratto professionale concluso, secondo la Corte ciò non consentiva comunque di configurare il reato di lesioni volontarie. A tale conclusione la Corte ambrosiana è pervenuta richiamando la precedente giurisprudenza sull'argomento, ponendo in evidenza come la liceità dell'attività chirurgica, sia pure fondata sul principio del consenso informato, escluda che si possa raffigurare il delitto di lesioni dolose "per il solo fatto che l'intervento praticato dal medico chirurgo sia difforme da quello consentito dal paziente o, addirittura, in relazione ad esso il paziente abbia manifestato la propria contrarietà".
3. Contro la sentenza della Corte d'appello di Milano propone ricorso R.M. , con atto affidato a quattro motivi.
Si è detto, in proposito, che, "per ravvisare la sussistenza di nesso causale tra lesione del diritto all'autodeterminazione del paziente (realizzatosi mediante l'omessa informazione da parte del medico) e lesione della salute per le, pure incolpevoli, conseguenze negative dell'intervento (tuttavia non anomale in relazione allo sviluppo del processo causale: Cass., n. 14638/2004), deve potersi affermare che il paziente avrebbe rifiutato l'intervento ove fosse stato compiutamente informato, giacché altrimenti la condotta positiva omessa dal medico (informazione, ai fini dell'acquisizione di un consapevole consenso) non avrebbe comunque evitato l'evento (lesione della salute)" (sentenza n. 2847 del 2010 cit.).
Come pure questa Corte ha affermato che non assume alcuna influenza, "ai fini della sussistenza dell'illecito per violazione del consenso informato, la circostanza che il trattamento sia stato eseguito correttamente o meno. Sotto tale profilo, infatti, ciò che rileva è che il paziente, a causa del deficit di informazione non sia stato messo in condizione di assentire al trattamento sanitario con una volontà consapevole delle sue implicazioni, consumandosi, nei suoi confronti, una lesione di quella dignità che connota l'esistenza nei momenti cruciali della sofferenza, fisica e psichica" (sentenza n. 19920 del 2013 cit.).
Proprio alla luce dei precedenti giurisprudenziali sopra richiamati - fra i quali assumono un peso decisivo le pronunce emesse in sede penale, stante la questione circa la astratta configurabilità, nel caso in esame, del delitto di lesioni volontarie gravissime - occorre mettere in evidenza che il ricorrente non ha mai prospettato l'ipotesi di un errore commesso dal chirurgo nell'esecuzione dell'intervento, e meno che meno di un errore commesso intenzionalmente. L'odierno ricorrente si è limitato a sostenere che il medico eseguì un intervento chirurgico più rischioso rispetto a quello programmato e concordato, in allora, con i suoi genitori; senza mai ipotizzare né un dissenso espresso da parte di questi ultimi, né, tantomeno, l'astratta configurabilità di una sorta di animus nocendi da parte del prof. P. . In altri termini, tornando ad utilizzare la terminologia della citata sentenza n. 34521 del 2010 della Cassazione penale, nessuno ha mai contestato che nell'operato del sanitario fosse comunque ravvisabile una "finalità terapeutica", per cui l'atto chirurgico compiuto era di sicuro "inquadrabile nella categoria degli atti medici". Non essendo in discussione, quindi, la configurabilità di una condotta intenzionalmente diretta a ledere, l'unica ipotesi di reato che si potrebbe profilare è soltanto quella delle lesioni colpose; fattispecie rispetto alla quale il termine prescrizionale - a prescindere dalle modifiche introdotte in argomento dall'art. 6 della legge 5 dicembre 2005, n. 251, la cui applicabilità è del tutto irrilevante - è certamente da tempo decorso.
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