Source: https://www.laprivacyeuropea.com/approfondimenti-utili.html
Timestamp: 2020-07-12 16:48:43+00:00
Document Index: 140644024

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'sentenza ', 'art. 2712', 'art. 214', 'sentenza ', 'art. 29', 'art. 18', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 16', 'art. 17', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 17', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 37', 'art. 37', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 5', 'art. 19', 'art. 23']

Approfondimenti Utili - La Privacy Europea
Registrare di nascosto è reato? A chi affidarsi Intervento del Presidente Soro a La7 Videosorveglianza: adempimenti e sanzioni Videosorveglianza: adeguamenti Videosorveglianza: valore probatorio Facebook e lavoro d'ufficio Privacy e telemarketing Telemarketing: le Regole del Garante Privacy Utilizzo dei dati biometrici Privacy e file dei dipendenti La scheda degli adempimenti di legge
La Cassazione ricorda che le registrazioni di conversazioni tra presenti, compiute di propria iniziativa da uno degli interlocutori, non necessitano dell’autorizzazione del giudice per le indagini preliminari, in quanto non rientrano nel concetto di intercettazione ambientali in senso tecnico. A differenza delle intercettazioni – che sono quelle indagini, tipicamente effettuate, con “cimici” e microspie, da parte dellapolizia giudiziaria, previa autorizzazione del giudice, al fine di accertare i presupposti di un reato – la registrazione spontanea fatta invece da uno dei presenti alla conversazione è una forma di autotutela da parte di quest’ultimo, necessaria a procurarsi la documentazione da esibire in causa, innanzi al giudice. L’ingresso di detta documentazione in processo non è soggetto alle limitazioni e formalità tipiche invece per le intercettazioni[2].
Consulente Privacy: a chi affidarsi?
Sabato 04 Giugno 2011 00:00 Nicola Bernardi
Malgrado il trattamento dei dati personali fosse stato classificato come "attività pericolosa" dal Codice della Privacy (rif. art. 15 del Dlgs 196/2003), sin dall'inizio molte aziende hanno preferito cercare soluzioni "low-cost", assegnando le incombenze della redazione del dps e dell'adozione delle misure di sicurezza a un consulente improvvisato, oppure a un dipendente volenteroso, ma spesso non dovutamente qualificato. Eppure le multe previste per le violazioni erano da capogiro.
- questo consulente è iscritto a un albo professionale o gode di qualche riconoscimento ufficiale?
Consapevole di tutto ciò, e occupandosi da tempo di queste tematiche non di poco peso, Federprivacy ha portato avanti un percorso che potesse fornire idonee garanzie a tutte le parti chiamate ad occuparsi della gestione della privacy e della security aziendale, che ha visto i suoi risultati più importanti in una polizza ad hoc per i rischi nei quali incorrono i consulenti privacy nello svolgimento delle loro attività, e soprattutto realizzando la certificazione della figura professionale del Consulente della Privacy secondo i parametri della Norma Europea Iso 17024:2008, e attraverso una procedura verificata che culmina con gli esami a cui si deve sottoporre il candidato per ottenere il riconoscimento.
Gli strumenti adesso disponibili ai consulenti che curano gli adempimenti privacy, sono quindi misurabili in modo perentorio per l'imprenditore che deve prendere decisioni che potranno influire sulla gestione aziendale, e l'orizzonte si fa decisamente più chiaro rispetto al passato recente, premiando i professionisti diligenti che fanno della protezione dei dati la loro attività principale in modo diligente e credibile. D'altra parte, continuare a cercare le soluzioni più economiche per questioni di importanza così rilevante illudendosi di "essere già in regola" , potrebbe portare a un brusco risveglio alla realtà nel caso in cui arrivi una sanzione a 4 o 5 zeri, o più semplicemente qualcuno più furbo di noi penetri fraudolentemente nelle falle presenti nei propri sistemi di gestione dei dati, o approfitti di un pretesto di una nostra mancanza per chiederci un risarcimento. E in quel caso sarebbero solo rimpianti.
Videosorveglianza e Normative: principali adempimenti e le sanzioni previste
Fonte: blog.setik.biz
Videosorveglianza: tempi stretti per adeguarsi
Scritto da Lo Staff di Federprivacy	Lunedì 18 Aprile 2011 13:16
Si avvicina la scadenza per adeguare gli impianti di videosorveglianza già installati prima del 29 aprile 2010 alle prescrizioni del Garante della Privacy (Provvedimento 08.04.2010).Il termine scade infatti il 29 aprile 2011, entro quando si deve provvedere a rendere visibili anche di notte i cartelli con le informative e si deve dotare il sistema delle misure di sicurezza previste dal provvedimento generale del Garante.
Si tratta dell'ultima tappa di un percorso che ha visto scadere il 29 ottobre 2010 altri due adempimenti: la richiesta di verifica preliminare per i trattamenti che presentano rischi specifici per i diritti e le libertà fondamentali degli interessati; l'adeguamento dei sistemi integrati di videosorveglianza alle cautele specifiche previste dal provvedimento. Naturalmente le scadenze hanno riguardato e riguardano chi aveva un impianto di videosorveglianza già operativo alla data di entrata in vigore del nuovo provvedimento del Garante (29 aprile 2010). Chi deve installare un impianto nuovo, invece, deve realizzare tutti gli adempimenti prima di rendere operativo il sistema.
Ecco in rassegna tutti i passaggi da seguire per evitare sanzioni. Trattandosi di un sistema che realizza un trattamento inconsapevole di dati (per chi è ripreso), la normativa impone una informativa specifica tramite un cartello sintetico (per la videosorveglianza in luoghi aperti), possibilmente accompagnata da una informativa analitica (completa di tutti i contenuti previsti dall'articolo 13 del codice della privacy) messa a disposizione su internet, o comunque facilmente accessibile. Novità del provvedimento del 2010 è l'obbligo della visibilità del cartello anche in orario notturno. Il cartello deve essere collocato prima del raggio di azione della telecamera, anche se non a ridosso della macchina (per evitare atti vandalici).
Se, poi, sussistono particolari situazioni bisogna prima passare dal Garante e far validare il progetto con la richiesta di verifica preliminare. I casi previsti sono i seguenti: associazione dell'immagine a dati biometrici, possibilità di individuazione delle persone mediante associazione delle immagini a data base con altri dati (campionatura individui, altro), sistemi intelligenti (motion detection) tarati per attivarsi in caso di condotte anomale, superamento termini massimi di conservazione, sistemi con caratteristiche eccedenti rispetto agli standard riconosciuti dal provvedimento generale del garante e, comunque, in tutti i casi in cui si riscontrano esigenze di particolare esigenza di cautela dei diritti delle persone. Il Garante potrà rilasciare provvedimenti generali di verifica preliminare validi per categorie di trattamenti o di titolari di trattamento: chi si ritroverà nelle medesime condizioni sarà autorizzato dal provvedimento generale senza dovere inviare una richiesta specifica.
Si apre, poi, il capitolo sicurezza. Chi vuole fare videosorveglianza deve realizzare misure organizzative e tecniche per proteggere i dati raccolti da manipolazioni o accessi indebiti o semplicemente per evitarne la perdita accidentale.
Sotto il profilo organizzativo si segnalano la stesura di appositi incarichi di trattamento e la divisione dei compiti (distinguendo chi ha solo il potere di visionare le immagini da chi può intervenire sulle stesse) e la nomina di eventuali collaboratori esterni come responsabili del trattamento e ancora l'obbligo di contraddittorio in caso di interventi di manutenzione (il tecnico deve essere assistito da un incaricato abilitato alla visone delle immagini). Quanto agli aspetti tecnici si segnalano l'obbligo di dotarsi di programmi intrusione e di sistemi crittografici nel caso in cui si facciano viaggiare le immagini attraverso la rete pubblica. Anche in tal caso, il 29 aprile 2011 è il termine per mettersi in regola.
Fonte: Italia Oggi del 18/4/2011
Videosorveglianza dei lavoratori: valore probatorio delle registrazioni dell’impianto audiovisivo
Scritto da Valentina Frediani	Lunedì 11 Aprile 2011 08:14
Nella sentenza 2117/2011, la Corte di Cassazione, in merito al tema della videosorveglianza dei lavoratori, ha rilevato che “l’efficacia probatoria delle riproduzioni meccanografiche di cui all’art. 2712 cc è subordinata all’esclusiva volontà della parte contro la quale esse sono prodotte in giudizio, concretandosi nella non contestazione che i fatti, che tali riproduzioni tendono a provare siano realmente accaduti con le modalità risultanti alle medesime.
Il relativo disconoscimento – che fa perdere alle riproduzioni stesse la loro qualità di prova e che va distinto dal mancato riconoscimento, diretto o indiretto, il quale , invece non esclude che il giudice possa liberamente apprezzare le riproduzioni legittimamente acquisite – pur non essendo soggetto ai limiti e alle modalità di cui all’art. 214 cpc, deve tuttavia essere chiaro, circostanziato ed esplicito dovendo concretizzarsi nell´allegazione di elementi attestanti la non corrispondenza tra realtà fattuale e realtà riprodotta e deve avvenire nella prima udienza o nella prima risposta
successiva alla rituale acquisizione delle suddette riproduzioni” .
Per visualizzare la sentenza integrale, cliccare qui.
A cura dell' Avv. Valentina Frediani
Decalogo dei giudici per chi usa Facebook in ufficio (e non rischiare di perdere il posto)
di Aldo Bottini 28 marzo 2011
Le interferenze tra social network e rapporto di lavoro sono sempre più frequenti. Alle aziende conviene perciò adeguare le proprie policy, dettando regole chiare per l'utilizzo di Facebook – che è il più diffuso – e degli altri social network.
Un primo gruppo di questioni riguarda l'accesso durante l'orario e sul posto di lavoro. Si tratta di tempo impiegato in un'attività extralavorativa durante l'orario di lavoro e quindi sottratto alla prestazione contrattualmente dovuta al datore di lavoro. È stata coniata al riguardo l'espressione "assenteismo virtuale".
Siamo certamente nel campo dell'inadempimento, che potrà avere conseguenze disciplinari più o meno gravi a seconda della quantità di tempo sottratto al lavoro, della sistematicità del comportamento e delle concrete circostanze del caso. Quasi sempre, poi, gli accessi dal posto di lavoro avvengono utilizzando strumenti aziendali (pc, server e connessione internet), il che può porre problemi di sicurezza del sistema.
Alcuni datori di lavoro affrontano il problema "razionando" i tempi di accesso o limitandoli alla pausa pranzo; altri, rischiando l'impopolarità, lo risolvono bloccando a monte, con un intervento sul sistema, la possibilità di accedere a Facebook e agli altri social network. Si tratta in entrambi i casi di provvedimenti legittimi. Anzi, il blocco preventivo è considerato dal Garante della Privacy, nelle sue Linee Guida per posta elettronica e internet del 1° marzo 2007, preferibile all'effettuazione di controlli successivi, dai quali può derivare un trattamento di dati personali del lavoratore, anche sensibili.
Non va dimenticato, infatti, che i controlli sugli accessi a internet (e quindi anche a Facebook) dal posto di lavoro sono ben possibili, a condizione che il datore di lavoro si doti di una policy sull'utilizzo degli strumenti informatici che disciplini (anche) tempi e modalità dei controlli medesimi, meglio se "validata" da un accordo sindacale o da un'autorizzazione dell'Ispettorato del Lavoro.
Una seconda questione riguarda le possibili conseguenze per il lavoratore – fino al licenziamento – della diffusione di commenti negativi sul proprio datore di lavoro o di informazioni riservate sull'attività aziendale. Facebook, per i suoi stessi meccanismi, è un ambiente pubblico o quantomeno semi-pubblico. Quindi, per i commenti e le opinioni espresse dal lavoratore sul proprio datore di lavoro, si pone lo stesso problema di bilanciamento tra diritto di critica e dovere di fedeltà e riservatezza più volte affrontato dalla giurisprudenza con riferimento a dichiarazioni diffuse tramite giornali, televisioni e altri mezzi di manifestazione del pensiero. La Cassazione, al riguardo, ha più volte affermato che il diritto di critica del lavoratore è sottoposto a peculiari limiti in considerazione degli obblighi di collaborazione e fedeltà che gravano sul dipendente.
E così potranno essere disciplinarmente sanzionabili anche i commenti denigratori che possano recare danno all'impresa, tanto più se arbitrari e gratuiti, così come la diffusione di notizie e informazioni riservate. Naturalmente, spetterà al giudice valutare in concreto la gravità del fatto e, quindi, la proporzionalità della sanzione eventualmente irrogata dal datore di lavoro al dipendente, tenendo conto del contenuto delle dichiarazioni, dell'ambito di pubblicità e della finalità delle medesime, dell'intenzionalità della condotta.
Un'ultima questione riguarda l'abitudine, ormai piuttosto frequente, di utilizzare Facebook per attingere informazioni sui candidati all'assunzione. Questo comportamento viene sovente giustificato con il fatto che si tratta di informazioni personali che lo stesso soggetto sceglie di rendere in qualche modo pubbliche, quantomeno in ambiti particolari ("amici" o "amici degli amici"). Ma il problema è un altro.
L'articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori, richiamato anche dal Codice della Privacy, vieta qualsiasi indagine, anche pre-assuntiva, non solo sulle opinioni del lavoratore, ma anche su qualsiasi fatto che non sia rilevante ai fini della valutazione dell'attitudine professionale. La ricerca di informazioni personali sul candidato tramite Facebook è quindi da considerarsi illecita, ma è anche pericolosa per chi la effettua, dal momento che la violazione dell'articolo 8 dello Statuto dei lavoratori è sanzionata penalmente.
Garante Privacy: gli operatori di telemarketing devono informare gli abbonati.
Scritto da Lo Staff di Federprivacy	Venerdì 11 Marzo 2011 00:00
Telemarketing: le regole del Garante Privacy per l'uso dei dati degli abbonati
Scritto da Lo Staff di Federprivacy	Venerdì 28 Gennaio 2011 00:00
Fonte: Comunicato Garante del 31 gennaio 2011
Cosa dice la normativa italiana sull'utilizzo di dati biometrici? Quadro giuridico a cura dell'Avv.Luca Giacopuzzi
Per dati biometrici, (dal greco bìos = "vita" e metros = "misura"), si intendono quelle informazioni derivate dalla misurazione di variabili fisiologiche o comportamentali tipiche degli organismi, attraverso metodologie matematiche e statistiche.
Le variabili più frequentemente prese in esame per quanto riguarda l’essere umano sono: le impronte digitali, la geometria della mano e del volto, la conformazione della retina o dell’iride, il timbro e tonalità di voce.
L’adozione di tecniche biometriche di identificazione, è in grado di rendere sicuri ed univoci con estrema precisione gli accessi a luoghi ed informazioni, in sostituzione di sistemi tradizionali come nome utente/parola chiave, o di dispositivi elettronici o meccanici aventi funzione di chiave. Tuttavia, chiunque avesse intenzione di installare un sistema che utilizzi dati biometrici, deve preventivamente considerare cosa prescrive la normativa attuale in Italia, per questo, l'Avv. Luca Giacopuzzi, legale esperto di diritto delle nuove tecnologie, ha elaborato un apposito quadro giuridico a beneficio di tutti gli utenti del sito Federprivacy.
Per quanto riguarda invece lo specifico utilizzo dei dati biometrici di lavoratori, se pure rientra tra le legittime facoltà del datore di lavoro sovrintendere all'esecuzione della prestazione lavorativa, (Art. 2094 Codice Civile) verificando le presenze dei dipendenti e il rispetto dell'orario di lavoro anche ai fini del calcolo della retribuzione, chi volesse utilizzare un sistema di rilevazione biometrica all’interno di una organizzazione aziendale, dovrebbe necessariamente tener conto di quanto prevede la normativa vigente in materia di trattamento dei dati personali, finora perentoria nel circoscriverne l’adozione a limitati casi e a determinate condizioni.
Nella fattispecie, con il Provvedimento del 21 luglio 2005, l'Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha vietato l'utilizzo di dati biometrici per la registrazione delle presenze dei dipendenti presso la sede di lavoro. Infatti, il Garante ha affermato che l’attività di rilevamento delle presenze può essere svolta in modo efficiente ed affidabile utilizzando strumenti di registrazione tradizionali, giudicando l’acquisizione di dati biometrici sproporzionata per la salvaguardia del diritto alla privacy dell'individuo, rispetto alle finalità gestionali dell'iniziativa, ammettendo eccezioni a questa regola, con precise limitazioni, solo nei casi in cui il diritto alla pubblica sicurezza prevalga sul diritto individuale alla privacy, come per finalità di controllo antiterroristico, o per il controllo degli accessi all'interno d'impianti produttivi operanti su materiale altamente pericoloso. Anche nei casi ove sussistano le circostanze per ritenere ammissibile l’utilizzo di dati biometrici per consentire l’accesso a particolari aree aziendali critiche, occorre sempre e comunque ottenere l’autorizzazione del Garante, attraverso una verifica preliminare del trattamento come prescritto dall’Art.7 del Dlgs 196/2003, che per compiutezza si riporta integralmente: 1 “Il trattamento dei dati diversi da quelli sensibili e giudiziari che presenta rischi specifici per i diritti e le libertà fondamentali, nonchè per la dignità dell'interessato, in relazione alla natura dei dati o alle modalità del trattamento o agli effetti che può determinare, è ammesso nel rispetto di misure ed accorgimenti a garanzia dell'interessato, ove prescritti. 2 Le misure e gli accorgimenti di cui al comma 1 sono prescritti dal Garante in applicazione dei principi sanciti dal presente codice, nell'ambito di una verifica preliminare all'inizio del trattamento, effettuata anche in relazione a determinate categorie di titolari o di trattamenti, anche a seguito di un interpello del titolare.”
Con il Bollettino del 23 novembre 2005, in un caso in cui è stato autorizzato l’utilizzo di impronte digitali per accedere ad un'area riservata specificamente individuata, adibita alla realizzazione di un particolare programma avionico di rilevanza nazionale ed internazionale nel settore della difesa, il Garante per la Privacy ha comunque ribadito che “l'uso generalizzato e incontrollato di dati biometrici dei lavoratori non è in linea di principio lecito, in particolare quando si tratta di impronte digitali le quali, per la loro particolare natura, impongono che siano prevenuti eventuali utilizzi impropri, nonché possibili abusi.” Fra le prescrizioni che l’Autorità ha fissato nel concedere l’autorizzazione, vi è l’imposizione di non creare un archivio centralizzato di impronte digitali o di template, utilizzando invece un meccanismo basato su un efficace sistema di verifica e di identificazione, improntato sulla lettura delle impronte digitali cifrate su uno strumento disponibile al lavoratore, ad esempio una smart-card o analogo dispositivo, sul quale devono risiedere le informazioni relative ai dai biometrici.
Alla luce del fermo orientamento dell’Autorità Garante in merito all’utilizzo di dati biometrici, vietato per la rilevazione delle presenze del personale, e ammesso per l’accesso a determinate aree critiche dell’azienda, ma sempre a determinate condizioni, eventuali declaratorie di conformità al Documento di Lavoro sulla Biometria Gruppo art. 29, Direttiva n. 95/46/CE, specificamente presenti su apparecchiature o software progettati per utilizzare dati biometrici, devono essere sempre recepite come mero requisito preliminare, necessario per poter presentare istanza di autorizzazione al Garante per la Privacy, che deve essere adeguatamente motivata, e sostenuta da una descrizione analitica dalle modalità di rispetto delle “Linee guida in materia di trattamento di dati personali di lavoratori per finalità di gestione del rapporto di lavoro alle dipendenze di datori di lavoro privati”. (Deliberazione n.53 del 23 novembre 2006)
Scritto da Lo Staff di Federprivacy	Martedì 01 Marzo 2011 12:01
Il diritto alla privacy dei lavoratori deve essere bilanciato con la possibilità per le imprese di tutelarsi nell’ambito di eventuali procedimenti penali. Lo ha chiarito il Garante della Privacy decidendo sul ricorso di un dipendente che chiedeva al suo ex datore di lavoro di cancellare alcune cartelle personali presenti nel computer portatile restituito dopo il licenziamento, opponendosi ad ogni ulteriore uso dei suoi dati contenuti nel pc.
Nelle cartelle personali erano infatti conservate e-mail, fotografie e altra documentazione di esclusiva valenza personale. Nel corso dell’istruttoria, la società ha però affermato che proprio in quel materiale potevano essere presenti prove della concorrenza sleale posta in essere dal dipendente insieme ad altri colleghi. L’azienda intendeva quindi mettere l’hard disk del computer, senza alterazione alcuna, a disposizione dell’autorità giudiziaria al fine di far valere i propri diritti.
Il Garante (con un provvedimento di cui è stato relatore Giuseppe Chiaravalloti) non ha accolto la richiesta avanzata dall’interessato di far cancellare i dati, ma ha deciso di inibire alla società l’accesso alle cartelle private poiché il trattamento dei dati personali estranei all’attività lavorativa avrebbe violato i principi di pertinenza e non eccedenza previsti dal Codice della privacy. L’Autorità ha però riconosciuto il diritto dell’impresa di conservare i file del dipendente al fine di poterli eventualmente presentare come prova nell’ambito del contenzioso penale. L’acquisizione dei dati nel procedimento dovrà comunque avvenire su precisa disposizione del giudice.
Un utile promemoria redatto da un legale Super Esperto in materia!
Adempimenti periodici ogni settimana:
• salvataggio dei dati le cui istruzioni organizzative e tecniche sono fornite annualmente (art. 18 all. B).
• modifica della parola chiave (password), che deve essere di almeno 8 (otto) caratteri, nell’ipotesi di trattamento di dati sensibili e giudiziari (art. 5 all. B).
• modifica della parola chiave (art. 5 all. B).
• disattivare le credenziali di autenticazione non utilizzate da almeno sei mesi (art. 7 all. B).
• aggiornamento degli strumenti elettronici – software antivirus (art. 16 all B).
• aggiornamento periodico dei programmi per elaboratore nei trattamenti di dati sensibili o giudiziari (art. 17 all. B).
• verifica della sussistenza delle condizioni per la conservazione dei profili di autorizzazione (art. 14 all. B).
• aggiornamento periodico dell’ambito del trattamento consentito ai singoli incaricati (art. 15 all. B).
• aggiornamento periodico dei programmi per elaboratore (art. 17 all. B).
• impartire istruzioni organizzative e tecniche per il salvataggio dei dati con frequenza almeno settimanale (art. 18 all. B).
• entro il 31 marzo, aggiornamento del D.P.S. (art. 19 all. B).
• entro il 31 marzo, previsione – da indicare nel D.P.S. – degli interventi formativi degli incaricati (art. 19.6 all. B).
• Il titolare riferisce, nella relazione accompagnatoria del bilancio d’esercizio, se dovuta, dell’avvenuta redazione o aggiornamento del documento programmatico sulla sicurezza (art. 26 all. B).
• aggiornamento periodico dell’ambito del trattamento consentito ai singoli incaricati, nei trattamenti senza l’ausilio di strumenti elettronici (art. 27 all. B).
• il titolare notifica al Garante il trattamento di dati personali cui intende procedere, solo se il trattamento riguarda i dati indicati all’art. 37 codice privacy (art. 37 codice privacy).
• rendere nuova informativa aggiornata ed adeguata al trattamento secondo quanto indicato nell’art. 13 (art. 13 codice privacy).
• modifica della parola chiave da parte dell’incaricato (art. 5 all. B).
• redazione del documento programmatico sulla sicurezza D.P.S. (art. 19 all. B).
• per garantire, mediante l’adozione di misure idonee, il ripristino dell’accesso ai dati in caso di danneggiamento degli stessi o degli strumenti elettronici (art. 23 all. B).
Fonte: http://www.iusandbit.it/2011/02/14/privacy-la-scheda-degli-adempimenti/
Quella che precede costituisce una lista esaustiva e sintetica delle scadenze di Legge. Ci sentiamo solo di aggiungere una considerazione. La Legge riporta e norma molti aspetti di Protezione dei Dati che dovrebbero essere già in atto nelle aziende perché i dai costituiscono il vero patrimonio aziendale, difficilmente sostituibile.
Le tempistiche indicate rappresentano le scadenze massime possibili per essere nei termini di legge, non certo quelle necessarie alla miglior protezione possibile. Indichiamo per una miglior comprensione quattro aree di attenzione:
1. Salvataggio ogni settimana. È bene salvare i dati con una maggior frequenza ed in funzione del numero di aggiornamenti eseguiti per unità di tempo.
2. Aggiornamento antivirus. Effettuarlo non appena disponibile, i virus possono essere altamente distruttivi.
3. Aggiornamento dei programmi. In generale valgono le considerazioni del punto precedente. Quasi sempre gli aggiornamenti correggono malfunzionamenti che possono causare la perdita dei dati.
4. Aggiornamento dei permessi concessi agli incaricati. Anche questo deve essere effettuato in tempo reale per interni ed esterni in modo da non lasciare falle nel sistema di autorizzazioni che lo inficerebbero seriamente.