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Timestamp: 2020-08-10 05:50:08+00:00
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﻿ ESTEROVESTIZIONE: TRASFERIRE LA RESIDENZA ALL'ESTERO NON RILEVA AI FINI FISCALI SE NON VI E' LA CANCELLAZIONE DELL'ANAGRAFE - Studio Legale Busetto | Il nuovo modo di essere avvocati
Con l’ordinanza n. 16634 del 25 giugno 2018, la Suprema Corte di Cassazione ha confermato l’orientamento, che si va consolidando, secondo cui il trasferimento della residenza del contribuente all’estero non rileva ai fini fiscali fino alla cancellazione dall’anagrafe
Un contribuente ha impugnato alcuni avvisi di accertamento sintetico (ex art. 38 comma 4, d.p.r. 600/73) per Irpef con riferimento agli anni 2007 e 2008, sostenendo di essere residente nel Regno Unito dal 2006.
La sentenza della Commissione Tributaria Provinciale ha dato ragione al contribuente e Agenzia delle Entrate ha proposto appello, che è stato poi respinto dalla Commissione Tributaria Regionale di Bari.
Il giudice d’appello, infatti, nella fattispecie di omessa dichiarazione in presenza di attività fiscalmente rilevante compiuta dal contribuente sul territorio italiano, ha ritenuto dimostrata la residenza del contribuente fin dal 2006 nel Regno Unito, dove svolgeva la propria attività lavorativa, pagando le relative imposte, ritenendo ininfluenti sia la residenza fiscale in Italia (ritenuto strumento presuntivo inidoneo a giustificare l’accertamento), sia la tardiva iscrizione all’AIRE e la qualifica di legale rappresentante di una Società per azioni italiana in un periodo successivo a quello oggetto di accertamento (anno 2009).
Avverso la sentenza della CTR Puglia, l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per Cassazione, affidandosi ad un unico motivo.
Nello specifico, l’Agenzia delle Entrate ha dedotto la violazione dell’art. 38, commi 4, 5, 6, del D.P.R. 600/73, per non avere la Commissione Tributaria Regionale considerato l’omessa presentazione della dichiarazione, pur in presenza di attività fiscalmente rilevanti svolte dal contribuente in Italia, in mancanza di iscrizione all’AIRE, avvenuta solo nel 2014.
A giudizio della Sesta Sezione, il motivo è fondato, in quanto
“i soggetti residenti fiscalmente in Italia devono provvedere ad inserire nella propria dichiarazione dei redditi anche i redditi esteri che ottengono durante il periodo d’imposta”.
Invero, ai sensi dell’art. 3 del TUIR,
“l’imposta si applica sul reddito complessivo del soggetto, formato per i residenti da tutti i redditi posseduti al netto degli oneri deducibili indicati nell’articolo 10 [..] e per i non residenti soltanto da quelli prodotti nel territorio dello Stato“.
Pertanto, i soggetti residenti fiscalmente nel territorio dello Stato sono tassati per i redditi ovunque prodotti.
Infatti, l’art. 2 del TUIR (D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917), nel dare una definizione di residenza fiscale, dispone che:
“ai fini delle imposte sui redditi, si considerano residenti le persone che per la maggior parte del periodo d’imposta sono iscritte nelle Anagrafi della Popolazione Residente o hanno nel territorio dello Stato il domicilio o la residenza ai sensi del Codice Civile“.
I Giudici confermano l’orientamento della Corte affermato con la sentenza n. 21970 del 28/10/2015, secondo cui
“Ai fini delle imposte dirette, le persone iscritte nelle anagrafi della popolazione residente si considerano, in applicazione del criterio formale dettato dall’art. 2 del D.P.R. n. 917/1986, in ogni caso residenti, e pertanto soggetti passivi d’imposta, in Italia; con la conseguenza che, ai fini predetti, essendo l’iscrizione indicata preclusiva di ogni ulteriore accertamento, il trasferimento della residenza all’Estero non rileva fino a quando non risulti la cancellazione dall’anagrafe di un Comune italiano. Conseguentemente è legittimo l’accertamento effettuato a carico di un soggetto non residente in Italia”.
La Suprema Corte ha pertanto accolto il ricorso, cassando la sentenza impugnata con rinvio alla CTR della Puglia, in diversa composizione, anche per le spese dei giudizio.
RESIDENZA ESTERA FITTIZIA
È opportuno, in questa sede, richiamare le altre sentenze conformi, richiamate anche dalla Sesta Sezione in sede di decisione:
civ. Sez. V, Sent. 16-01-2015, n. 677 nella quale i Giudici, rigettando il ricorso, hanno affermato:
“Appare evidente dalla lettura della sentenza impugnata, che il Giudice di secondo grado ha fondato la sua decisione, in via principale, sul dato formale sancito dell’art. 2 TUIR, in base al quale, ai fini delle imposte dirette, si considerano residenti le persone che sono iscritte nelle anagrafi della popolazione residente e ciò, seguendo l’interpretazione della norma data, con orientamento consolidato, da questa Corte secondo cui il requisito formale della residenza anagrafica, previsto in via alternativa agli altri due di fatto, è sufficiente per l’acquisizione della residenza fiscale”;
civ. Sez. V, 15-06-2010, n. 14434, secondo cui:
“L’iscrizione del cittadino nell’Anagrafe dei residenti all’estero non è elemento determinante per escludere la residenza fiscale in Italia, allorché il soggetto abbia nel territorio dello Stato il proprio domicilio, inteso come sede principale degli affari ed interessi economici, nonché delle proprie relazioni personali”;
civ. Sez. V, 20-04-2006, n. 9319 secondo cui:
“Questa Corte ha già affermato (Cass. 1215/1998); 1783/1999) che “il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 597, art. 2 comma 2, fra le altre ipotesi ivi previste, collega la qualità di residente, ai fini della determinazione del soggetto passivo dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, all’iscrizione “nelle anagrafi della popolazione residente”. In linea di principio deve ritenersi, quindi, in materia fiscale, tale dato preclusivo di ogni ulteriore accertamento ai fini della individuazione del soggetto passivo d’imposta, diversamente da quanto avviene ai fini civilistici ove le risultanze anagrafiche sono invece concordemente considerate idonee unicamente a dar luogo a presunzioni relative, superabili, come tali, dalla prova contraria.
In altri termini in materia fiscale, a differenza di quanto avviene ai fini civilistici, la forma è destinata a prevalere sulla sostanza nell’ipotesi in cui la residenza venga collegata al presupposto anagrafico. Una diversa interpretazione dovrebbe inevitabilmente considerare concorrenti infatti gli altri due presupposti previsti dall’art. 2 (sede principale degli affari nel territorio dello Stato o dimora per più di sei mesi), contrariamente al dettato normativo che li prevede invece in via alternativa.
La prevalenza sul punto dell’elemento formale su quello sostanziale costituisce del resto una costante del sistema fiscale se è vero che anche il vigente T.U. delle Imposte sui redditi (D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917) prevede all’art. 2 comma 2 tre ipotesi alternative fra le quali, ancora una volta, l’iscrizione “nelle anagrafi della popolazione residente” la cui presenza è considerata sufficiente per l’acquisizione della residenza fiscale” (conf. Cass. 1783/1999).
Pertanto è da ribadire che il D.P.R. n. 597 del 1973, art. 2 prevedeva tre distinti criteri di collegamento, uno di diritto e due di fatto, reciprocamente alternativi, e che la sussistenza di uno solo di essi era idonea a sancire la residenza fiscale in Italia fino alla data di cancellazione dalle anagrafi della popolazione (Cass. 1215/1998, cit.)”.