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Timestamp: 2018-11-15 18:48:35+00:00
Document Index: 181180537

Matched Legal Cases: ['art. 2112', 'sentenza ', 'art. 2112', 'art. 29', 'art. 50', 'art. 63', 'art. 1', 'art. 2112']

Tutele del lavoratore licenziato a fine commessa | ProntoProfessionista.it
Fra le tutele predisposte dal Codice civile in favore del lavoratore vi è il divieto di licenziamento per trasferimento dell'azienda. Il costo del lavoro, infatti, è spesso un deterrente a simili operazioni, per la sua significativa incidenza nel bilancio dell'impresa.
L'art. 2112 cod. civ., quindi, esclude che la cessione in sé costituisca motivo di licenziamento del lavoratore, pur facendo salve le ordinarie ipotesi individuate dalla legge (giusta causa e giustificato motivo), e prevede che la cessione determini la successione nel contratto dell'acquirente, con diritto del dipendente di conservare le medesime condizioni contrattuali e di poter recuperare eventuali crediti insoluti aggredendo il cessionario e non soltanto il cedente.
Inoltre l'articolo in questione prevede, per evitare elusioni di una disciplina così stringente, che: "si intende per trasferimento d'azienda qualsiasi operazione che, in seguito a cessione contrattuale o fusione, comporti il mutamento nella titolarità di un'attività economica organizzata, con o senza scopo di lucro, preesistente al trasferimento e che conserva nel trasferimento la propria identità a prescindere dalla tipologia negoziale o dal provvedimento sulla base del quale il trasferimento è attuato ivi compresi l'usufrutto o l'affitto di azienda. Le disposizioni del presente articolo si applicano altresì al trasferimento di parte dell'azienda, intesa come articolazione funzionalmente autonoma di un'attività economica organizzata, identificata come tale dal cedente e dal cessionario al momento del suo trasferimento".
L'ampiezza dell'ambito applicativo di quest'articolo comporta la necessità di coordinarla con le normali vicende dell'impresa e con il resto della disciplina che regola il rapporto di lavoro.
In particolare, per la rilevanza sua propria, viene in considerazione la successione di diverse imprese in un appalto di servizi, fatto che può costituire normale evoluzione del mercato economico e che spesso viene considerata dai lavoratori una cessione simulata di azienda.
La questione è stata, di recente, affrontata dalla Corte di Cassazione con la sentenza 06 dicembre 2016, n. 24972, nella quale il Supremo Collegio, pur non escludendo in linea di principio l'applicabilità dell'art. 2112 c.c. ha specificato che l'art. 29 co. 3 del D.lgs. n. 276/2003 - ritenuto conforme alla normativa eurocomunitaria - esclude l'automatico passaggio dei lavoratori fra diverse imprese pure succedutesi nella medesima attività, potendo piuttosto essere oggeto di specifico accordo fra la stazione appaltante e le imprese appaltatrici.
Ed invero il ragionamento della Corte risulta confermato dal fatto che spesso vengono stabilite delle clausole c.d. "di riassorbimento" o "di salvaguardia" che impongono l'obbligo del subentrante di assumere alle proprie dipendenze parte del personale precedentemente impiegato per il servizio oggetto di subentro.
Tali clausole, se inserite nei bandi pubblici di gara, erano considerate legittime sia dall'ANAC sia dal Consiglio di Stato già prima della loro espressa previsione nel nuovo Codice dei contratti pubblici (art. 50 D.lgs. n. 50/2016), purché non costituiscano requisito tecnico di partecipazione e non limitino la libertà di iniziativa economica dell'imprenditore e, dunque, non lo obblighino ad assunzioni automatiche e generalizzate o lo impegnino ad impiegare necessariamente (vd. su quest'ultimo aspetto Consiglio di Stato, Sez. V, 7/6/2016 n. 2433).
Le suddette clausole si ritrovano, poi, nella contrattazione collettiva (ad es. nel settore delle imprese di pulizia) o, persino, in apposite norme di legge, dettate caso per caso (ad es. l'art. 63 co. 4 D.lgs. n. 112/1999 per i dipendenti del concessionario del servizio di pubblica riscossione; l'art. 1 co. 10 L. n. 11/2016 per i call center).
Ciò posto, il lavoratore licenziato in conseguenza della fine di un contratto di appalto di servizi può agire impugnando il licenziamento solo dimostrando l'effettivo e significativo trasferimento di un complesso di beni necessario alla gestione del servizio, altrimenti, qualora il subentrante utilizzasse la propria azienda per rendere tale servizio, la tutela del personale passerà attraverso norme di legge diverse dall'art. 2112 c.c. o attraverso la contrattazione collettiva.