Source: http://aperinsubria.blogspot.com/
Timestamp: 2017-03-26 18:57:49+00:00
Document Index: 70273477

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 28']

alcune storture non ancora rilevate e ancora evitabili
(rimedi
di breve periodo per superare l’impasse nel turn over dei professori ordinari)
La sovrapposizione e la coesistenza di numerosi limiti, introdotti per
ragioni diverse (finanza, ricambio generazionale, ri-proporzionamento delle fasce),
regolare in modo ordinato e fluente il turn over per la prima fascia, ha
sostanzialmente bloccato a tempo indeterminato tale ricambio. Tra i molti, i principali ostacoli sono costituiti dall’utilizzazione del punto organico per misurare il finanziamento necessario alla
chiamata “interna”, dal limite di chiamate rispetto ai posti banditi per ricercatori
di tipo b, dal limite di finanza pubblica del 20% del turn over complessivo. Mentre il piano di reclutamento
straordinario dei professori associati, volto alla progressione di carriera dei
ricercatori, supera alcuni di questi limiti, nessuna salvaguardia è prevista
per la progressione di carriera dei professori associati.
Nella consapevolezza della difficoltà di intervenire nell’immediato
sui limiti imposti per ragioni di finanza, si propongono tre correttivi immediati i quali ove necessario possono trovare
spazio nel provvedimento cosiddetto “mille proroghe” in corso di approvazione.
1. Il primo di essi è la
modificazione dei criteri di individuazione della copertura finanziaria per la
chiamata degli interni. Ferma restando l’esigenza di un razionale sistema di
pianificazione dell’organico, l’applicazione dell’attuale criterio del punto
organico indipendentemente dall’anzianità di servizio posseduta dall’interno
che viene chiamato determina un’anormale e fittizia necessità di copertura finanziaria. In molti casi,
invece, la chiamata dell’interno non comporterebbe all’ateneo alcun
differenziale di spesa reale. Per tale ragione si propone di modificare il
criterio del punto organico per le chiamate degli interni inserendo il criterio
del “differenziale di costo individuale”
proiettato su un ragionevole arco temporale. Analogamente si può agire sul
recupero del maggior costo effettivo del personale andato in pensione.
2. Il secondo è indubbiamente
costituito dall’eliminazione del vincolo
della corrispondenza tra le chiamate dei professori ordinari e i posti
banditi di ricercatori a tempo determinato di tipo b, anche perché di fatto finora nessun ateneo ha
bandito tali posti e invece le risorse sono state “distratte” verso posti di
tipo a. Altre sono le forme che devono garantire la massimizzazione dei posti
di tipo b negli atenei, come ad esempio proposto di seguito.
3. Il terzo rimedio, che può
essere o alternativo o auspicabilmente aggiuntivo al secondo, è quello di abrogare tout court la lettera (a) del comma 3 dell’art. 24 della legge
240 del 2010, ovvero imporre agli atenei un limite massimo (assai piccolo) di
posti di tipo a bandibili in rapporto ai posti di tipo b.
Di tutta evidenza si
tratta di correttivi volti a limitare le storture prodotte dall’accavallarsi di
norme molto poco meditate. Una stabile, duratura e sostenibile (anche finanziariamente) soluzione del problema del turn over
complessivo, del reperimento delle risorse necessarie al funzionamento dei
corsi di studio, della redistribuzione delle risorse stipendiali a favore dei
giovani docenti a inizio carriera, è costituita, come in moltissime occasioni è stato ricordato e dimostrato, dal ruolo unico con valutazione permanente.
Si tratta di una profonda ristrutturazione dello stato giuridico della docenza
universitaria con modalità del tutto diverse da quelle finora proposte da altri gruppi. Saremmo
pertanto ben lieti di intraprendere un dialogo costruttivo con Ella per
illustrare tale idea e gli effetti positivi che la sua applicazione avrebbe
sull’intero sistema universitario.
Sia sempre chiaro che il ruolo unico di cui discutiamo è
agli antipodi dell’ope legis, che
invece l’attuale controversa attuazione del sistema di abilitazioni nazionali inevitabilmente
determinerà. Una ragione di più per porvi rimedio anzitempo. CoNPAss, sezione locale della
TRA IL DIRE E IL FARE: OVVERO IL PD E L’UNIVERSITA’
Da: no proroga rettori Date: 18 novembre 2012 17:48
Oggetto: A: segreteria.particolare.ministro@istruzione.it,
RICERCA SCIENTIFICA - ROMA
pochi giorni or sono, la Procura della Repubblica di Messina
ha avviato una indagine a proposito della dubbia legittimità delle proroghe
degli organi di governo dell'Ateneo messinese, con ipotesi di reato di abuso di
ufficio a carico di ignoti. Spiace constatare che sulla medesima questione,
oggetto di una circostanziata richiesta di atto ispettivo sottoposta alla Sua
cortese attenzione da parte di un gruppo di docenti dell’Università di Messina,
la S.V. non abbia ritenuto di pronunciarsi. Allo stesso modo è rimasto inevaso
l’atto di sindacato ispettivo (4-08033), presentato nel Luglio u.s. dal Sen.
Giambrone, componente della Commissione permanente cultura del Senato della
Repubblica e Segretario regionale dell'Italia dei Valori per la Sicilia.
Intanto il Magnifico Rettore dell’Università di Messina, prorogato in virtù
della legge 240/2010 per l’anno accademico 2011/2012 e prorogato nuovamente per
il 2012/2013 grazie ad un comma inserito nella legge di revisione della spesa
dell’agosto 2012, insieme a un Senato Accademico e ad un Consiglio di
Amministrazione la cui permanenza in carica appare questionabile, hanno pensato
bene di licenziare lo Statuto di una “Fondazione Università” all'insaputa della
comunità accademica, che della nuova istituzione ha appreso solo a cose fatte. In questo caso il Ministero con grande solerzia non solo ha preso in esame la
pratica, ma si è affrettato a dare il proprio assenso ad una operazione che
oltre a costituire un precedente per la natura sui generis della Fondazione,
con buona probabilità rappresenterà l'approdo dell'attuale Rettore, prossimo
alla chiusura di uno dei processi penali a suo carico (la requisitoria del P.M.
è prevista per il 10 dicembre p.v.), a proposito delle presunte pressioni
esercitate in un concorso di II fascia, a favore del figlio dell'allora Preside
della Facoltà di Veterinaria che aveva bandito la procedura comparativa. Tutto
lascia infatti presagire che con straordinario tempismo, subito dopo la
formalizzazione della Fondazione attraverso l’opportuno atto notarile, ma
appena prima che il processo giunga a sentenza, a presiedere la Fondazione sarà chiamato il Magnifico Rettore.
Alla luce di quanto appena esposto e tenuto conto dei
rilievi espressi da numerose associazioni universitarie e sindacali circa la
non conformità dello statuto allo spirito e alla lettera della legge 388/2000 e
del DPR 254/2001, confidiamo sul fatto che la S.V. voglia riconsiderare la
propria posizione, posto che lo statuto della Fondazione messinese risulta essere stato “autorizzato dal MIUR
dopo un controllo di legittimità e di merito”. A prescindere dalla questione di
legittimità, ma entrando nel merito, le saremmo per altro grati qualora volesse
spiegarci a chi possa giovare l’istituzione di una Fondazione che, avendo come
unico socio fondatore l’Università, necessiterà per il suo funzionamento di
risorse che non potranno che essere sottratte alla diretta disponibilità
dell’Ateneo e dei suoi Dipartimenti.
Considerate le controversie in sede amministrativa e preso
atto dell’inchiesta avviata dalla Procura, esprimiamo altresì l’auspicio che la
S.V. ritenga di intervenire, invitando il Rettore e gli Organi di Governo
dell’Università di Messina a revocare temporaneamente le decisioni assunte,
rinviando la stipula dell’atto notarile relativo alla Fondazione, nella attesa
che venga fatta chiarezza sulla questione della legittimità delle proroghe.
Qualora gli organi di governo dell’Università non
intendessero desistere dai loro propositi, siamo certi del fatto che la S.V.
concorderà con noi nel ritenere del tutto inopportuno che si proceda, senza
attendere l’esito della imminente sentenza di primo grado, al conferimento
della presidenza della Fondazione al Rettore, memori della temporanea
sospensione dalle funzioni che anni addietro egli subì da parte della
Magistratura, proprio in relazione alle vicende sulle quali è incentrato il
processo penale che lo vede oggi imputato e che si avvia a conclusione. La
delicatezza della situazione, pur nel profondo convincimento che al Prof.
Tomasello debbano essere riservati tutti i diritti e le garanzie che la
Costituzione Italiana attribuisce a ciascun cittadino, ci induce a sollecitare
la S.V. ad esprimersi tempestivamente ed in maniera esplicita in ordine alla
questione, nella consapevolezza della
necessità di porre il decoro delle Istituzioni al riparo da ogni ombra.
Certi di un rapido ed approfondito Suo intervento, porgiamo
(Per adesioni: arenaantonella@ymail.com)
Cosa è l’autoritarismo? Molto semplicemente è la pretesa di
uniformare comportamenti collettivi con la forza, sia essa forza fisica sia
forza derivante dalla carica che si ricopre, senza alcun riguardo e fondando la
propria azione sull’arbitrio.
Il rettore e il CdA dell’università di Catania ne sono la
prova vivente, testimoniando anche a quali esiti si può arrivare applicando
alla lettera la legge 240/2010 (legge Gelmini) e portando alle estreme
conseguenze i margini di discrezionalità e arbitrio che essa prevede per
l’azione – in questo caso azione disciplinare – dei rettori.
Che cosa succede? Semplicemente che il CdA, presieduto dal
rettore Antonino Recca, ha prodotto il documento “linee guida comportamentalinel caso di apertura di procedimenti disciplinari”.
Si tratta di una specie di vademecum per inquisitori nel quale si stabilisce
che nel caso di un provvedimento disciplinare – la cui iniziativa spetta al
rettore, come previsto dall’art. 10 della legge 240/2010 – si debbano evitare
“interferenze esterne” che incidano sul collegio di disciplina dell’ateneo,
sempre previsto, anch’esso, dalla legge 240. E quali sarebbero queste interferenze
esterne? Nientemeno che “pubblici dibattiti, […] assemblee di docenti”, il
coinvolgimento di “organi istituzionali o, finanche, organi di informazione,
con il rischio, soprattutto in quest’ultimo caso, di gettare discredito sull’intera
istituzione universitaria” (da notare l’involontaria comicità del riferimento
al “discredito” per la istituzione universitaria, fatto da chi la sta
screditando).
Sono passati quasi settant’anni dalla fine dell’esperienza fascista in Italia,
ma non avremmo mai pensato di leggere, in un documento prodotto dall’organo di
governo di un’Università pubblica, che un pubblico dibattito o un’assemblea di
docenti o, udite udite, il coinvolgimento di organi di informazione, fossero
“interferenze esterne” su un procedimento che deve valutare se un dipendente
abbia o meno commesso un illecito disciplinare.
Molto pianamente, si chiama libertà di
espressione (art. 21 della Costituzione), al pari del dibattito che si apre
durante un processo penale (pubblico per definizione) e che leggiamo sulla
stampa o che osserviamo alla televisione.
La trasparenza è una pietanza indigesta
per molti, ma per il mondo universitario diventa addirittura mefitica. Facciamo
tutto tra noi, evitiamo interferenze, soprattutto, diocisalvi, le
pericolosissime assemblee dei docenti o i sovversivi dibattiti pubblici, per
non parlare di quella stampa, così curiosa... Quindi, riepilogando, il rettore di
Catania, depositario del potere di iniziativa dell’azione disciplinare, non
vuole che alcuno apra bocca mentre il collegio di disciplina (nominato dal
rettore su delibera del senato accademico, presieduto dal rettore) decide sui
fatti contestati e invia la sua decisione al Consiglio di amministrazione
(presieduto dal rettore) per i provvedimenti del caso (che saranno irrogati dal
rettore).
In questo procedimento c’è una persona
sempre presente, il rettore. Gli altri devono guardare, fare sì con la testa e,
soprattutto, tacere.
Però sorge un dubbio: se questi
pericolosi dibattiti pubblici sono organizzati fuori dall’università o se il
coinvolgimento dei mezzi di informazione avviene spontaneamente, che cosa farà
il rettore? Organizzerà squadre di salute universitaria per ripulire i locali
che ospitano i pubblici dibattiti? Oppure darà fuoco alle sedi dei giornali
colpevoli di interessarsi dei suoi affari di casa e di famiglia? Purtroppo,
quando si comincia a intendere una manifestazione di pensiero come una
interferenza, passibile di sanzione – a sua volta – disciplinare, la china è
tutta in discesa verso modelli autoritari. La legge 240 era portatrice di contenuti
pericolosi, come ad esempio la concessione ai rettori di poteri da pater
familias e, tra le altre cose, l’abolizione del collegio unico di disciplina
presso il Consiglio universitario nazionale. Questi limiti li abbiamo
denunciati a voce alta e bassa, senza essere ascoltati: adesso assistiamo a
esiti come questo, che non è il primo e non sarà l’ultimo effetto malato di una
legge balorda.
Il rettore di Catania, da parte sua, a
quanto pare conosce la Costituzione poco e male, quindi lo vorremmo aiutare,
indicandogli, oltre all’art. 21, anche l’altrettanto importante art. 28: “I
responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti
compiuti in violazione di diritti”. Non sia mai che si ritrovi pure lui
sottoposto a un’azione “disciplinare” ben più seria e importante.
E il ministro, già rettore, Profumo,
che dice? Non sarebbe il caso di dare un’occhiata a questa perla del diritto
“privato” (privato di tutto, di dignità e di motivazione) invece di perdere il
tempo a perseguire gli statuti di quegli atenei che si sono segnalati per la
troppa democraticità e forme di partecipazione? Piero Graglia