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Timestamp: 2018-05-27 05:57:18+00:00
Document Index: 53373361

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'art. 112', 'art. 113', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 113', 'art. 112', 'art. 113', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 150', 'art. 113', 'art. 113', 'sentenza ', 'art. 113', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 53', 'art. 13', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 113', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 113', 'art. 113']

RELAZIONE SULL INDAGINE RELATIVA ALLE SOCIETA PARTECIPATE DELLE PROVINCIE E DEI COMUNI DELLA REGIONE LOMBARDIA - PDF
RELAZIONE SULL INDAGINE RELATIVA ALLE SOCIETA PARTECIPATE DELLE PROVINCIE E DEI COMUNI DELLA REGIONE LOMBARDIA
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1 CORTE DEI CONTI SEZIONE REGIONALE DI CONTROLLO PER LA LOMBARDIA RELAZIONE SULL INDAGINE RELATIVA ALLE SOCIETA PARTECIPATE DELLE PROVINCIE E DEI COMUNI DELLA REGIONE LOMBARDIA Presidente Nicola Mastropasqua 1
2 RELAZIONE SULL INDAGINE RELATIVA ALLE SOCIETA PARTECIPATE DELLE PROVINCIE E DEI COMUNI DELLA REGIONE LOMBARDIA Presidente Nicola Mastropasqua 2
3 DELIBERAZIONE 3
4 Deliberazione n.10/2008 REPUBBLICA ITALIANA LA CORTE DEI CONTI IN SEZIONE REGIONALE DI CONTROLLO PER LA LOMBARDIA composta dai magistrati: Dott. Nicola Mastropasqua Dott. Donato Maria Fino Dott. Antonio Caruso Dott. Giorgio Cancellieri Dott. Giuliano Sala Dott. Giancarlo Penco Dott. Giancarlo Astegiano Dott. Alessandra Sanguigni Presidente Consigliere Consigliere Consigliere Consigliere Consigliere I Referendario Referendario nell adunanza del 22 gennaio 2008 Visto il testo unico delle leggi sulla Corte dei conti, approvato con R. D. 12 luglio 1934, n. 1214; Vista la legge 21 marzo 1953, n. 161, che modifica il testo unico; Vista la legge 14 gennaio 1994, n. 20, in particolare, l art. 3 commi 4, 5 e 6; Vista la legge 5 giugno 2003, n. 131, in particolare, l articolo 7, commi 7, 8 e 9; Vista la deliberazione delle Sezioni Riunite della Corte dei conti n. 14/2000 del 16 giugno 2000 concernente l approvazione del Regolamento per l organizzazione delle funzioni di controllo della Corte dei conti, modificato con la deliberazione delle Sezioni riunite n. 2/2003 del 3 luglio 2003 e n. 1 del 17 dicembre 2004; Vista la deliberazione n. 42/CONTR/PRG/06 del 27 ottobre 2006, con la quale le Sezioni Riunite della Corte dei conti hanno definito il quadro programmatico, i criteri metodologici e gli indirizzi di coordinamento del controllo successivo sulla gestione per il 2007; Vista la deliberazione di questa Sezione n. 228 del 5 dicembre 2006 con la quale è stato approvato il programma sulla gestione degli enti locali per l anno 2007; Vista la deliberazione di questa Sezione n. 1 dell 11 gennaio 2007 con la quale è stato 4
5 approvato il documento conoscitivo sulle società partecipate dagli enti locali; Vista l ordinanza del Presidente della Sezione n. 2/2007 del 15 gennaio 2007, con la quale sono stati attribuiti ai magistrati gli incarichi per lo svolgimento dell attività di controllo per il 2007; Considerata l opportunità di riunire in un unico referto i dati complessivamente rilevati dall indagine svolta; Vista la relazione del Presidente riguardante l indagine relativa alle Società partecipate dalle Province e dai Comuni; Vista l ordinanza n. 9/2008 del 14 gennaio 2008 con la quale il Presidente ha convocato la Sezione per l adunanza odierna, per l esame delle relazioni citate; Udito il Presidente relatore; DELIBERA di approvare la relazione riguardante la riguardante l indagine relativa alle Società partecipate dalle Province e dai Comuni. Il Presidente (Nicola Mastropasqua) Depositata in Segreteria il 23 gennaio 2008 Il Direttore della Segreteria (dott.ssa Daniela Parisini) SOMMARIO Premessa 1.1. Ambito dell indagine; 1.2 Competenze degli organi consiliari; 1.3 Natura delle società partecipate; 1.4 Aspetto finalistico delle società; 2.1 I modelli organizzativi delle società a partecipazione pubblica: definizione di servizio pubblico; 5
6 2.2 La gestione in house; Requisiti: capitale interamente pubblico; Realizzazione dell attività con l Ente; Il controllo analogo; Effetti dei principi sui documenti contabili: nozione del principio di legalità; L ambito di applicazione del modello; 3.1 Le società miste pubblico-private: ambito e problemi; 3.2 L art. 3 commi del legge finanziaria Effetti; 4.1 Il documento conoscitivo della Sezione di Controllo per la Lombardia; 4.2 Dati complessivi e tabelle; 4.3 Commento dei dati; 4.4 Conclusioni. PREMESSA La relazione che viene oggi presentata sulla indagine eseguita dalla Sezione nel 2007 sulle società partecipate delle Province e dei Comuni con popolazione superiore ai abitanti riporta dati significativi sulla diffusione del fenomeno societario per lo svolgimento dei servizi pubblici. L indagine avrà un seguito di approfondimento nel 2008, anno nel quale verrà estesa a tutte le forme di esternalizzazione dell attività dell ente. La relazione si compone di due parti, la prima delle quali riguarda i criteri che regolano le varie forme societarie e le modalità di gestione elementi che formano il quadro di riferimento dell indagine della Sezione. 6
7 La seconda parte espone la situazione numerica delle società partecipate, distinguendo anche il tipo di partecipazione e mettendo in evidenza eventuali perdite di bilancio nel 2005 nonché il patrimonio netto negativo alla chiusura del ricordato esercizio
8 1.1 Questa Sezione ha inserito nel proprio programma di lavoro per l anno 2007 una specifica indagine sulle società partecipate dalle Province e dai Comuni con popolazione superiore ai abitanti per accertare la diffusione del fenomeno strettamente connesso alla modalità di svolgimento dei servizi pubblici oltre che allo svolgimento di attività funzionale dell ente. L indagine verrà proseguita nel 2008 estendendola a tutte le forme di esternalizzazione dell attività dell ente. Va in proposito ricordato che la nozione di servizi pubblici locali contenuta nell art. 112 t.u. della legge sull ordinamento degli enti locali ha carattere aperto in quanto comprende tutte quelle attività che sono rivolte a realizzare fini sociali e a promuovere lo sviluppo economico e civile delle comunità locali. Di conseguenza è compito degli amministratori interpretando i bisogni della collettività far assurgere a servizio pubblico determinate attività. Tra le forme di gestione del servizio, quali previste dall art. 113 del t.u. l.c.p., si va affermando, per i servizi a rilevanza economica ed imprenditoriale la costituzione di società interamente o parzialmente partecipate dall ente territoriale. Una spinta a questa forma di gestione del servizio era venuta da talune leggi finanziarie, in quanto la esternalizzazione delle attività giocava sulle modalità di costruzione delle grandezze finanziarie rilevanti ai fini del rispetto degli obiettivi del patto di stabilità e crescita. Ad una opposta tendenza si ispirano disposizioni emanate nella più recente legislazione ed in particolare quella inserita nella legge finanziaria per il 2007, intesa a contenere i costi derivanti dalle esternalizzazioni, ed ancora più la normativa introdotta con la legge finanziaria per il Vanno in particolare ricordate le norme contenute nei commi da 725 a 730 dell art. 1 della legge finanziaria 2007 e nei commi da 27 a 35 dell art. 3 della legge finanziaria per il In materia questa Sezione, adita dal Comune di Milano e dall Amministrazione provinciale di Brescia con richieste di pareri sulla interpretazione del comma 729 dell art. 1 della legge finanziaria 2007, ha avuto modo di svolgere rilevanti considerazioni sulla materia (cf parere n.46/2007). La prima precisazione riguarda la ripartizione delle competenze. La Sezione, ribadendo quanto già affermato in un precedente parere (29 giugno 2006, n. 49/pareri/2006), ha precisato che spetta agli organi ai quali è stata affidata l amministrazione comunale la scelta di dar corso a modifiche dello statuto delle società partecipate. In particolare le delibere di approvazione degli statuti delle società partecipate dall ente locale sono di competenza del Consiglio dell ente, che di conseguenza è chiamato anche ad approvare le modifiche statutarie. Detta competenza, che spetta in ogni caso, assume rilievo in special modo quando, vi sia un importante margine di discrezionalità in capo 8
9 al Consiglio. Nel caso di specie esse riguardano l effettivo numero, nel limite massimo stabilito dalla legge, degli amministratori delle società a totale partecipazione pubblica e la disciplina del numero degli amministratori e dell eventuale mutamento dei rapporti e dei patti parasociali con i soci delle società miste. 1.3 Altre importanti precisazioni sono contenute nel ricordato parere. Si è sottolineato che alla semplice costituzione di una società di capitali da parte di un ente pubblico non consegue necessariamente la natura privata della società, poiché la disciplina societaria e la natura dell organismo devono essere verificati su due piani diversi. Il primo attiene all aspetto strutturale e conseguentemente alle regole di funzionamento dell ente e il secondo alle caratteristiche funzionali del soggetto e perciò alla sua posizione nell ordinamento giuridico. Quanto al primo aspetto l esame della disciplina societaria contenuta nel codice civile mette in luce che non sono previste per le società costituite da enti pubblici regole di gestione e funzionamento peculiari (se non ad alcuni limitati effetti, in relazione alla nomina degli amministratori: artt e 2450 cod. civ.). Conseguentemente, esse risultano disciplinate dalle regole ordinarie, applicabili a tutte le società di capitali (Capo V, del Titolo V, del Libro V del codice civile), salvo le norme speciali riferite ad ambiti specifici. Quanto al secondo aspetto, a seguito della diffusione che negli ultimi anni ha incontrato nel settore pubblico il modulo societario, la giurisprudenza è ormai unanime nel riconoscere che il criterio da utilizzare per individuare la natura pubblica o privata di un organismo non è dato dalla forma rivestita (ente o società), bensì dalla caratura pubblica dello scopo perseguito e dalle risorse utilizzate nello svolgimento della sua attività, con la conseguenza che anche in presenza della forma societaria se l ente utilizza risorse pubbliche è da considerare senz altro ente pubblico (Cass. Civ. s.u., 22 dicembre 2003, n ; C.conti, I, 3 novembre 2005, n. 356; Cons. St., VI, 23 gennaio 2006, n. 182; id, IV, 31 gennaio 2006, n. 308; Corte dei conti, sez., contr. Lombardia, 13 ottobre 2006, n. 17; id, 20 dicembre 2006, n. 26/parere), con effetti sulla finalizzazione dell attività e sul regime delle responsabilità. Peraltro, la stessa Corte costituzionale in relazione alla disciplina legislativa speciale di una società le cui azioni erano interamente possedute dal Ministero dell Economia ha affermato che la totale partecipazione pubblica unita alla predeterminazione eteronoma dei compiti e delle funzioni pubbliche che la stessa società è chiamata a perseguire implica che la società presenti tutti i caratteri propri dell ente strumentale (Corte cost. 19 dicembre, 2003, n. 363) e, che pertanto, sia da equiparare agli altri enti pubblici. L ampio utilizzo da parte dei soggetti pubblici di enti con natura formalmente privata e, in particolare, con veste societaria, al fine di raggiungere finalità di rilievo pubblicistico (gestione di servizi e funzioni pubbliche, esecuzione di lavori) è stato preso in considerazione 9
10 anche dal diritto comunitario per delineare una nozione di amministrazione pubblica valida ed utilizzabile all interno dell ordinamento dell Unione Europea, sia nella materia dei rapporti finanziari che in quella contrattuale ai fini della tutela della concorrenza e della libera circolazione delle merci e delle persone. In particolare, per quanto interessa in questa sede, la giurisprudenza comunitaria ha stabilito che anche le amministrazioni pubbliche debbono osservare i principi di concorrenza quando intendono affidare a terzi soggetti l effettuazione di lavori pubblici, la gestione di sevizi pubblici o altre attività di loro pertinenza (C. Giust. CE da ultimo: 4 ottobre 2007, causa n. C 217/06 e, per tutte: 21 luglio 2005, causa n. C 231/03). L unica deroga ai principi di concorrenza consentita dall ordinamento comunitario è data dalla possibilità di affidamento diretto a società che sia controllata direttamente dall ente locale secondo modalità peculiari che configurano, secondo la giurisprudenza comunitaria, un controllo analogo a quello praticato dall ente sui propri servizi (per tutte C. Giust. CE 13 ottobre 2005, in causa C 458/3). Tuttavia, la natura del rapporto funzionale con l ente proprietario non si riflette, secondo la giurisprudenza civile ed amministrativa, sulla disciplina normativa applicabile all organizzazione societaria, che rimane quella ordinaria prevista dal codice civile. Infatti, si sostiene che le società di capitali con partecipazione pubblica non mutino la loro natura di soggetto di diritto privato solo perchè un ente pubblico ne possiede, in tutto o in parte, le azioni, affermandosi che gli strumenti utilizzati per regolare il rapporto tra società ed ente locale non possono essere quelli autoritativi di diritto pubblico spendibili nell organizzazione diretta dell ente, ma che l ente proprietario può avvalersi unicamente degli strumenti propri del diritto societario, da esercitare per il tramite dei membri di nomina pubblica presenti negli organi sociali (Cass.civ., sez. un., 15 aprile 2005, n. 7799; Tar Sicilia, Catania III, 13 agosto 2002, n. 1446; Tar Veneto, I, 4 aprile 2002, n. 1234). Conseguentemente, anche in relazione alle regole di nomina degli organi sociali, si ritiene che gli atti di nomina o di revoca degli amministratori di società delle quali l ente locale sia socio, anche unico, non costituiscano estrinsecazione di potestà amministrativa ma di poteri che l ente può esercitare nell ambito del sistema delineato degli artt. 2383, 2458 e 2459 cod. civ. (ora 2449 e 2450) (App. Genova, I, 20 ottobre 2006; Tar Calabria, Catanzaro II, 24 maggio 2006, n. 571; Tar Campania, Napoli I, 11 febbraio 2005, n. 963). 1.4 Il profilo ricostruttivo della materia va ora saggiato raffrontandolo con la recentissima sentenza 6 dicembre 2007, cause C. 463/04 e 464/04, della prima sezione della Corte di giustizia della Comunità europea, sostanzialmente caducatoria dell art c.c. Questa sentenza esalta la dimensione privatistica dello strumento organizzatorio utilizzato dall ente pubblico. In un quadro normativo nel quale pur dopo la riforma societaria del 2003 solo pochissimi articoli del codice civile sono dedicati alle società pubbliche, la Corte 10
11 di giustizia ha dato preminenza alla dimensione privatistica, eliminando le eccezioni che stabiliscono privilegi per l amministrazione in quanto socio della società mista perchè incompatibili con i principi comunitari di libera circolazione di capitali. Va in proposito anche ricordata l abrogazione dell art c.c. operata dall art. 3 del d.l. n. 10/2007 convertito nella legge n. 46/2007. In sostanza, nelle ipotesi nelle quali l ente pubblico si avvale di strumenti civilistici per soddisfare l interesse pubblico, l ordinamento comunitario esige il rispetto delle regole comuni idonee a salvaguardare i principi della concorrenza e del mercato. Sta all ente utilizzare adeguatamente norme comuni per raggiungere risultati analoghi a quelli previsti dalle disposizioni codicistiche abrogate (cfr. artt e 2348 c.c. ma anche l art c.c.), comunque nell ambito dell autonomia privata riconosciuta dall ordinamento. Se queste sono le regole sul piano strutturale, non può essere tralasciato l aspetto funzionale della vicenda. Esso opera in più momenti Viene innanzitutto in rilievo la volontà dell amministrazione nel momento delle scelte di soddisfazione degli interessi pubblici e nella modalità di realizzazione degli interessi stessi nell ambito delineato dall art. 113 t.u.l.c.p. Particolare rilievo presenta l aspetto finalistico nel momento di stabilire l oggetto della società e le regole fondamentali della gestione, da trasfondere nello statuto, in relazione alla dimensione e diffusione del servizio pubblico nonché alle modalità di gestione. Questi aspetti debbono conformarsi ai principi costituzionali di legalità, imparzialità e buon andamento che deve improntare tutta l attività comunque resa dai soggetti pubblici, soprattutto quando vi sia l utilizzazione di beni e di strumenti finanziari pubblici. Ancora l aspetto finalistico deve improntare l azione degli amministratori delle società di nomina pubblica quale che siano i momenti di collegamento tra il nominato e l ente che ha proceduto alla nomina. Non va dimenticato che gli aspetti finalistici hanno trovato ingresso anche nella giurisprudenza comunitaria, la quale applicando il canone della proporzionalità, ha ritenuto (in tema di golden share) giustificabili determinati poteri degli Stati membri sulla imprese pubbliche successivamente privatizzate qualora queste operino nei settori dei servizi di interesse generale o strategici. In sostanza poteri derogatori del diritto comune debbono essere strettamente rapportati alla effettiva tutela dell interesse pubblico in fatto perseguito. 2.1 Le società a partecipazione pubblica possono avere diversi modelli organizzativi e differenti normative di regolazione dell attività secondo che la partecipazione sia totalitaria, di maggioranza, di minoranza. La costituzione di una società ( o la partecipazione ad una società) da parte di un ente locale si colloca nell ambito delle modalità attuative di un servizio pubblico locale, qualificazione che ai sensi dell art. 112 del t.u.e.l. spetta a quella attività caratterizzata, sul piano oggettivo, 11
12 dal perseguimento di scopi sociali e di sviluppo della società civile, selezionati in base a scelte di carattere eminentemente politico quanto alla destinazione delle risorse ed all ambito di intervento e, su quello soggettivo, dalla riconduzione diretta o indiretta ( per effetto di rapporto concessorio di partecipazione all assetto organizzativo dell ente) ad una figura soggettiva pubblica. E questa la definizione di servizio pubblico scelta, tra le tante opzioni avanzate in materia dalla più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato, definizione che tiene conto sia degli elementi soggettivi che di quelli oggettivi. La costituzione della (o la partecipazione alla) società si presenta, pertanto, come alternativa alla resa diretta del servizio da parte dell ente. Il collegamento tra profilo strutturale e profilo funzionale non investe così solo il momento genetico della costituzione della società ma anche la dinamica dell attività resa, quale che sia la forma di partecipazione societaria prescelta. Su un diverso piano si collocano, invece, le norme di diritto comunitario. Esse sono intese a regolare la libertà del mercato e la concorrenza nei settori dei servizi e degli appalti in modo da evitare che la posizione del soggetto nell impianto istituzionale di ciascuno stato membro crei ostacoli alle regole fondamentali di diritto comune o almeno ostacoli non proporzionati ad interessi pubblici riconosciuti come degni di particolare tutela. Le forme di intervento degli organi di giustizia comunitari sono peraltro, improntati a notevole pragmatismo e tendono a raggiungere effetti pratici senza soffermarsi su puntuali principi giuridici (fenomeno del resto inevitabile per il confluire nelle comunità di ordinamenti giuridici nazionali profondamente difformi). In quest ottica la giurisprudenza comunitaria ha considerato che non sono applicabili le regole della concorrenza ai fenomeni di autoproduzione del servizio, quale che sia la forma giuridica adottata, ma è stata molto attenta a fissare criteri per impedire che attraverso forme giuridiche vengano elusi i principi comunitari. Infatti se l amministrazione decide di ricorrere ad un modello organizzativo in cui non sussistono rapporti di terzietà tra il soggetto che affida il sevizio e l affidatario non si può parlare di contratto a titolo oneroso concluso con un entità giuridicamente distinta dall amministrazione aggiudicatrice. Non sussistono dunque i presupposti per applicare le norme comunitarie in materia di appalti di servizio (cfr Corte di giustizia Ce, Sez. VI, 18 novembre 1999 causa C 107/98 TecKel) Il criterio di regolazione di fenomeni secondo criteri pragmatici ha influito anche sull area di applicabilità delle regole, non limitate agli appalti di servizi ma estesa anche alle concessioni. Infatti nonostante che i contratti di concessione dei pubblici servizi allo stadio attuale siano esclusi dalla sfera di applicazione della direttiva 92/50, gli enti aggiudicatori che li 12
13 stipulano sono comunque tenuti a rispettare le norme fondamentali del trattato in generale, e il principio di non discriminazione in base alla nazionalità in particolare. (Corte di giustizia Ce, 13 ottobre 2005 in C. 458/03 Parking Brixen). Va ricordato che il criterio distintivo tra appalto di servizi e concessione, ai fini della sottoposizione al relativo regime giuridico, viene così identificato dalla giurisprudenza ( cfr per tutti Tar Lombardia, Sez III, 4 agosto 2004 n. 3242): l appalto di servizi concerne prestazioni rese in favore dell amministrazione, la concessione di servizi riguarda sempre un articolato rapporto bilaterale che interessa l amministrazione, il concessionario e gli utenti del servizio. Normalmente nella concessione di pubblici servizi il costo del servizio grava sui privati/utenti, mentre nell appalto di servizi spetta all amministrazione l onere di compensare l attività svolta dal privato. 2.2 Vanno a questo punto esaminati i modelli organizzativi di società a partecipazione pubblica dagli enti territoriali per la gestione dei servizi pubblici locali. La gestione in house providing è una delle forme di gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica espressamente prevista dall art. 113, commi 4 lett. A), 5 lett. C) e 15 bis del d.lgv. 18 agosto 2000, n. 267, così come novellato dal d.l. 30 settembre 2003, n. 269, convertito nella legge 24 novembre 2003, n Infatti l affidamento della gestione delle reti ove essa sia separata dall attività di erogazione dei servizi, i nuovi affidamenti di servizi pubblici locali di rilevanza economica e la prosecuzione delle gestioni esistenti possono essere attribuiti direttamente a società a capitale interamente pubblico a condizione che l ente o gli enti pubblici titolari del capitale sociale esercitino sulla società un controllo analogo a quello esercitato sui propri servizi e che la società realizzi la parte più importante della propria attività con l ente o gli enti pubblici che la controllano. I requisiti espressi dalla normativa nazionale ripercorrono i principi posti dalla giurisprudenza comunitaria e, tuttavia, più che esaurire aprono problemi interpretativi rilevanti Il primo dei requisiti previsti per la società affidataria in house è che il capitale deve essere interamente pubblico. La disposizione è stata interpretata in senso ampio e cioè che la società deve essere controllata dagli enti locali titolari del servizio oggetto di affidamento, ma che ad essa possono partecipare altri enti pubblici o amministrazioni dello stato e degli enti locali. Decisivo per il rispetto del requisito è che gli enti pubblici partecipanti siano portatori di interessi omogenei e non contrapposti. Infatti la giurisprudenza della Corte di Giustizia C.E. ha costantemente sottolineato che la divergenza degli interessi perseguiti dai soci contrasta con il principio di mancanza di terzietà tra affidante e affidatario, cardine del modello in house. 13
14 Va poi ricordato che siffatto orientamento della giurisprudenza è stato espresso con riferimento specifico alla disomogeneità di interessi tra socio pubblico e socio privato, dal momento che qualunque investimento di capitale privato in un impresa obbedisce a considerazioni proprie degli interessi privati e persegue obiettivi di natura differente, essenzialmente interessi economici di lucro (Corte di Giustizia sentenza 12 gennaio 2005 in causa C23/03 Stadt Halle); non può pertanto essere considerata una struttura di gestione interna di un servizio pubblico nell ambito dell ente pubblico che li detiene (Corte di Giustizia, sentenza 6 aprile 2006 in causa C 410/04 ANAV). Va però considerato che gli interessi perseguiti dagli enti pubblici non sono mai economici di lucro e vi può essere quindi piena compatibilità tra gli interessi intestati a ciascuno degli enti partecipanti, così come la partecipazione alla società può essere una forma di composizione degli interessi pubblici compresenti nella resa del servizio e che avrebbero dovuto trovare modalità di tutela anche se la gestione del servizio fosse rimasto direttamente in capo all ente locale. Più complessa può essere la ipotesi di partecipazione al capitale sociale di una pluralità di comuni. La giurisprudenza amministrativa è costante nel ritenere siffatta ipotesi una forma di collaborazione tra enti locali per la realizzazione di interessi omogenei e che, pertanto, nel caso di una società a capitale interamente pubblico, costituita interamente da comuni, non è configurabile l esigenza che la parte pubblica detenga il controllo della società, essendo i Comuni tutti tenuti all osservanza delle medesime norme e al conseguimento degli stessi obiettivi di pubblico interesse. Se pur ciò è vero in linea di principio non può sottacersi che nella gestione concreta del servizio gli interessi di ciascuna comunità locale possono essere se non confliggenti almeno divergenti in ordine alle modalità di resa del servizio, alla sua dimensione, alla allocazione di mezzi strumentali o risorse ecc. Talune difficoltà già in ordine alla composizione del consiglio di amministrazione della società sono state rappresentate nella richiamata deliberazione di questa Sezione n. 46/pareri/2007. Difficoltà di coordinamento degli interessi emergono nella disciplina speciale della gestione del servizio idrico integrato contenuta nell art. 150, c. 3, del d.lgv. 3 aprile 2006, n La norma dispone che la gestione di detto servizio può essere affidata a società partecipate esclusivamente e direttamente da comuni o altri enti locali compresi nell ambito territoriale ottimale, qualora ricorrano obiettive ragioni tecniche od economiche ai sensi dell art. 113, c. 5 lett. 3) del Tuel La norma interna limita così la gestione in house esclusivamente alla rispondenza immediata e diretta del servizio alle esigenze delle comunità che ne usufruiscono non consentendo il coinvolgimento di soggetti estranei alla utilizzazione da parte della generalità dei cittadini. 14
15 La selezione degli enti proprietari operati dalla legge sembra intesa ad impedire che altri interessi pur facenti capo ad enti pubblici - quali camere di commercio, consorzi di bonifica, consorzi di sviluppo industriale - possano trovare ingresso qualificato nella società di gestione, influenzandone le scelte indirizzata dalla legge secondo una scala a priori degli interessi coinvolti Altro requisito richiesto dall art. 113, c. 5, lett. C) del Tuel è che la società affidataria in house del servizio realizzi la parte più importante della propria attività con l ente o gli enti pubblici che la controllano. La disposizione non solo è coerente con la finalità tipica della costituzione o partecipazione societaria, che è l autoproduzione del servizio, ma anche con l ambito funzionale di attività degli enti locali, che non sembra possa essere costituito dallo svolgimento di attività industriali o commerciali non dirette al soddisfacimento di interessi pubblici. Sul piano del diritto comunitario la più recente giurisprudenza (Corte di giustizia, 11 maggio 2006 in causa C. 340/04 Carbotermo) ritiene che, per soddisfare il requisito, ogni attività della società che non sia destinata alla produzione del servizio pubblico ed all ente affidante deve avere solo un carattere marginale, valutato in base a tutte le circostanze del caso di specie, sia qualitative, sia quantitative. Detta valutazione va fatta analizzando le attività realizzate dalla società nell ambito dell affidamento attribuitole dall amministrazione aggiudicatrice, indipendentemente dal fatto che le prestazioni siano rese all amministrazione stessa o all utente del servizio, e quindi indipendentemente da chi remunera la prestazione. Nel caso di società partecipate da più enti locali, va considerata l attività realizzata con tutti gli enti, non rilevando il territorio dove si svolge l attività stessa. In sostanza può definirsi marginale una attività svolta sul mercato solo se essa sia complementare di altre attività gestite in house ovvero se essa sia preordinata a non disperdere utilità collaterali generate dalla produzione dei servizio Il requisito per l affidamento in house di un servizio pubblico che presenta gli aspetti più incisivi è quello di un controllo sulle società analogo a quello esercitato sui propri servizi. Alla formula è stato dato un contenuto sempre più restrittivo da parte della giurisprudenza sia comunitaria che nazionale. In particolare la Corte di giustizia nella sentenza resa nella causa Parking Brixen (13 ottobre 2005, causa C 458/03) ha ritenuto che il requisito ricorre solo se l ente concessionario sia soggetto ad un controllo che consente all autorità pubblica concedente di influenzarne le decisioni in modo determinante sia sugli obiettivi strategici che sulle decisioni importanti. Di conseguenza gli enti locali debbono essere in grado di determinare gli obiettivi delle società, di controllarne periodicamente lo stato di attuazione e di valutare le azioni (anche correttive) da intraprendere in caso di scostamento dagli obiettivi medesimi. Risultano così 15
16 insufficienti a consentire un tale controllo i poteri attribuiti del diritto societario al socio di maggioranza. Nella sostanza, tenendo presenti i poteri gestori attribuiti dal diritto vigente ai dirigenti negli enti pubblici, l ambito decisorio del Consiglio di Amministrazione nelle società in house non sembra significativamente più ampio di quello attribuito ai dirigenti degli enti, mentre l attività del Consiglio deve essere sottoposta a controlli di gestione da parte dell ente locale non dissimili da quelli effettuati all interno dell ente. Nel delineare la nozione di controllo analogo la giurisprudenza individua ulteriori caratteristiche che rendono il requisito sostanzialmente riassuntivo di tutti i requisiti. Si ritiene, infatti, incompatibile con tale tipo di controllo la partecipazione ancorché minoritaria di soci privati in quanto sussisterebbe un incompatibilità ontologica tra l interesse pubblico curato dall ente nella società e l interesse egoistico del privato. L incompatibilità sussiste anche nel caso di mera previsione astratta nello statuto di quote di minoranza a privati pur se effettuata attraverso procedure ad evidenza pubblica, perchè almeno potenzialmente viene a mancare il requisito di cui si parla. D altro canto l impresa non deve aver acquisito una vocazione commerciale che rende precario il controllo da parte dell ente pubblico, vocazione che potrebbe risultare dall ampliamento dell oggetto sociale, dall apertura obbligatoria della società ad altri capitali, dall espansione territoriale dell attività della società. (cfr. Corte di giustizia 13 ottobre causa C458/03 Parking Brixen, 10 novembre 2005, causa C 29/04 Mödling). Peraltro l esistenza del requisito in discorso non è pregiudicato dal frazionamento dell intero capitale sociale tra più enti pubblici (secondo la previsione peraltro dell art. 113, c. 5, lettera c del Tuel). In tal caso è però necessario uno strumento di carattere sociale o anche parasociale che consenta agli enti locali partecipanti alla società effettiva possibilità di controllo sull attività decisionale dell organismo societario. Siffatti poteri potrebbero essere attribuiti alle assemblee degli enti locali prendendo modello le forme consociative già previste dall ordinamento per gli enti locali (unione di comuni, autorità d ambito ecc.). Va ricordato che la più recente giurisprudenza nazionale (Tar Lazio, sentenza 16 ottobre 2007, n. 9988) afferma che il controllo degli enti partecipanti non si deve realizzare solo in forma propulsiva o propositiva, ma anche e principalmente attraverso l esercizio di poteri inibitivi di iniziative o decisioni che si pongono in contrasto con gli interessi dell ente locale nel cui ambito territoriale si esplica il servizio. Quest ultima decisione appare peraltro opinabile, perché potrebbe di fatto precludere il funzionamento della società: la tutela paritaria o proporzionata degli interessi dovrebbe essere canonizzato nelle disposizioni statutarie, con possibilità di impugnazione delle delibere societarie contrastanti I principi sopra enunciati debbono trovare idonea rispondenza nell ente locale. 16
17 In primo luogo, trattandosi di autiproduzione del servizio, debbono trovare idonea rappresentazione nei documenti contabili dell ente le risultanze economiche della gestione della società. In particolare debbono essere allocati negli appositi stanziamenti di bilancio i trasferimenti in favore della società, tenendo presente che vanno inseriti nella spesa corrente eventuali aumenti di capitale intesi a sopperire perdite di gestione mentre solo gli effettivi investimenti possono essere finanziati coi trasferimenti da stanziamenti in conto capitale. Inoltre anche le società debbono ritenersi astrette alla norma costituzionale di divieto di indebitamento per il finanziamento della spesa corrente (o di gestione). Ancora debbono essere portate alla deliberazione del Consiglio dell ente locale tutte le decisioni relative alle modifiche statuarie o comunque particolarmente rilevanti per la società. Deve essere egualmente portato all attenzione del Consiglio dell ente il consuntivo della società illustrato negli aspetti gestionali dei risultati ottenuti a fronte delle risorse impegnate. Non può dimenticarsi, infatti, che attraverso il controllo analogo deve essere adeguatamente valutato, come per ogni altra attività dell ente, il rapporto costi-benefici e promossa l economicità e l efficacia della gestione. Nella più recente dottrina e giurisprudenza viene spesso evocato il principio di legalità per individuare non solo la fonte dei poteri degli enti pubblici nella resa dei servizi ma anche le modalità di giustiziabilità delle decisioni assunte. Ora è indubbio che il principio di legalità è costituito dal rapporto autorità libertà, rapporto che sollecita la tutela concreta di diritti e interessi legittimi. Senonchè negli stati democratici il principio di legalità va assumendo un più ampio significato nel quale il potere ed il suo esercizio concreto sempre più si confronta con la tutela degli interessi diffusi o adespoti dal momento che il soddisfacimento dei bisogni della collettività realizza il livello del tenore di vita dei cittadini connotando sul piano economico sociale il rapporto potere dell autorità libertà dei cittadini in termini nuovi nel quale il potere viene valutato non come sacrificante gli spazi di libertà, ma come strumento per migliorare le condizioni di vita dei cittadini ed in questo senso il loro ambito di libertà. Nei termini proposti il nucleo essenziale del principio di legalità si allarga dalla vecchie nozioni di attribuzione del potere e di legittimità degli atti all intera attività dell ente nel quale il potere si esprime per accertarne la rispondenza alla maggior possibile realizzazione degli interessi della collettività in vista dei quali il potere è conferito. La dinamica dell attività, valutata secondo i criteri dell economicità, della efficienza, della efficacia e valorizzata nella dimensione data all art. 97 della Costituzione dalla giurisprudenza costituzionale, si presenta così come elemento costitutivo della legalità nella Pubblica amministrazione segnandone anche le condizioni di tutela. Questa, se è rapportata ad interessi diffusi o adespoti, si realizza attraverso le forme di controllo, sia interne che esterne, intese ad accertare che il potere venga esercitato per il fine per il quale è stato attribuito, misurare la rispondenza dell attività alla cura 17
18 concreta dell interesse, migliorare i parametri di resa del servizio, non disperdere risorse pubbliche, reprimere deviazioni ed inefficienze. Nella resa dei servizi pubblici i contenuti del principio di legalità assumono pieno valore, proprio perché detti servizi sono essenziali per la vita dei cittadini e la loro tutela non è affidata tanto a forme giustiziali di impugnazione di atti puntuali, quanto al controllo continuativo dell attività propedeutico al miglioramento della gestione, che si attua attraverso forme di controllo collaborativo Problema di rilievo è l ambito di utilizzazione del modello in house ed in particolare la sua applicabilità in materia di appalti pubblici, stante anche il silenzio mantenuto in proposito dal d. lgv. N. 163/2006. Al riguardo va posto in rilievo che la gestione in house è espressione di un principio generale sia nazionale che comunitario di auto organizzazione in forza del quale gli enti pubblici possono organizzarsi per offrire i loro servizi o per reperire le prestazioni di cui hanno bisogno per esercitare le loro finalità istituzionali. Quella di auto organizzazione è peraltro una facoltà concessa dal diritto comune a tutti i soggetti dell ordinamento, salvo espresse deroghe normative. Fuor d ottica pertanto appare il richiamo al principio di legalità operato per escludere l affidamento in house in mancanza di un espresso conferimento legislativo di poteri amministrativi. In effetti il potere dovere di svolgere il servizio nasce dall ambito di attribuzioni dell ente locale (peraltro costituzionalmente garantito) e dalla deliberazione di porre in essere il servizio. In sede esecutiva di gestione la copertura legislativa di un potere potrebbe giocare solo per l esercizio di poteri compressivi di diritti di terzi, non certo per l attività gestionale di un servizio. Potrebbe invece configurarsi come espressa limitazione normativa il disposto dell art. 53 del codice dei contratti pubblici, secondo il quale, fatti salvi i contratti di sponsorizzazione e i contratti eseguiti in economia, i lavori pubblici possono essere realizzati esclusivamente mediante contratti di appalto o di concessione. In ogni caso la disposizione riguarda solo i lavori pubblici e non anche i servizi e le forniture. In tal senso non sembra potersi condividere la tesi estremamente restrittiva di Cons. Stato sez. VI, n. 1514/2007, secondo la quale solo l espressa copertura legislativa consentirebbe l applicazione dell istituto dell in house, dal momento che esso è un principio derogatorio della disciplina generale di carattere eccezionale che consente e non obbliga il legislatore nazionale a prevedere tale forma di affidamento. Al riguardo si ricorda che nella risoluzione 14 gennaio 2004 del Parlamento europeo concernente il libro verde sui servizi di interesse generale [COM (2003) /2152 (INI)], al punto 35, si formula l auspicio che, in ossequio al principio di sussidiarietà, venga riconosciuto il diritto degli enti locali e regionali di autoprodurre in modo autonomo servizi di interesse generale a condizione che l operatore addetto alla gestione diretta non eserciti una concorrenza al di fuori del territorio interessato. Nella risoluzione 26 ottobre 2006 del 18
19 Parlamento europeo sui Partenariati pubblico-privati e il diritto comunitario degli appalti pubblici e delle concessioni [2006/2003 (INI)], ancora, si respinge l applicazione della legislazione in materia di appalti nei casi in cui gli enti locali intendono svolgere compiti nel loro territorio assieme ad altri enti locali nell ambito di una riorganizzazione amministrativa, senza offrire a terzi operanti sul mercato la fornitura dei servizi in questione (p.to 46) e si ritiene tuttavia necessaria l applicazione della normativa sugli appalti quanto gli enti locali offrono prestazioni sul mercato alla stregua di un impresa privata nel contesto della cooperazione tra enti locali o fanno eseguire compiti pubblici da imprese private o da altri enti locali (p.to 48). Vanno ancora ricordati i limiti posti dall art. 13 d.l. 4 luglio 2006, n. 223 (D.L. Bersani), il cui comma 1 prevede che Al fine di evitare alterazioni o distorsioni della concorrenza e del mercato e di assicurare la parità degli operatori, le società, a capitale interamente pubblico o misto, costituite o partecipate dalle amministrazioni pubbliche regionali e locali per la produzione di beni e servizi strumentali all attività di tali enti in funzione della loro attività, con esclusione dei servizi pubblici locali, nonché, nei casi consentiti dalla legge, per lo svolgimento esternalizzato di funzioni amministrative di loro competenza, devono operare esclusivamente con gli enti costituenti o partecipanti o affidanti, non possono svolgere prestazioni a favore di altri soggetti pubblici o privati, né in affidamento diretto né con gara, e non possono partecipare ad altre società o enti. Il riferimento della citata disposizione è quindi a società che fruiscono di affidamenti diretti (anche in applicazione del modello dell in house) per la produzione beni e servizi strumentali all attività dell ente affidante, con esclusione dei servizi pubblici locali ; l art. 13, pertanto, pare presupporre la possibilità di un affidamento diretto, secondo il modello dell in house, di prestazioni altrimenti acquisibili con il contratto di appalto. 3.1 Molteplici problemi presenta la costituzione o la partecipazione a società miste pubblico private da parte di un ente locale, per la soluzione dei quali occorre chiarire taluni punti essenziali. Il primo è che esiste una differenza fondamentale tra affidamento in house del servizio ad una società interamente pubblica e l affidamento a società miste. In quest ultimo caso, infatti, non può parlarsi di auto-organizzazione del servizio soprattutto quando la presenza di un socio privato non sia meramente finanziaria ma operativa. Già questo tratto fa escludere che nella ipotesi di partenariato pubblico-privato possa configurarsi una gestione in house. In ogni caso un affidamento in house ad una società mista è incompatibile con i principi comunitari fissati dalla Corte di Giustizia sin dalla sentenza 11 gennaio 2005, comma C. 26/03 Stadt Halle). L ambito di discussione si restringe così all affidamento senza gara in favore di società miste nelle quali il partner privato sia stato scelto con gara ai sensi dell art. 113, c. 5 alla lettera b). 19
20 In proposito, mentre non si rinvengono decisive pronunce della Corte di giustizia europea, la giurisprudenza nazionale è fortemente divisa. Si passa infatti da un posizione decisamente negativa espressa nella sentenza del Consiglio di Giustizia Amministrativa Regione Sicilia 27 ottobre 2005, n. 589, incentrata soprattutto sulla diversità di criteri di selezione del socio rispetto ai criteri per l ottimale affidamento del servizio. La sentenza in sostanza ritiene che la selezione attenga ad un socio finanziario e che, pertanto, per l affidamento del servizio occorra un altra gara. Su una linea di apertura si pone il parere del Consiglio di Stato, Sez. II del 18 aprile La Sezione ritiene, infatti, che è ammissibile l affidamento diretto ad una società mista pubblico/privata ai sensi dell art. 113, c. 5, lett. B), t.u.e.l., a condizione che detta società sia costituita appositamente per l erogazione di uno o più servizi determinati, da rendere almeno in via prevalente a favore dell autorità pubblica che procede alla costituzione, attraverso una gara che miri non soltanto alla scelta del socio privato, ma anche tramite la definizione di collaborazione con essa allo stesso affidamento dell attività da svolgere e che limiti, nel tempo, il rapporto di parternariato, prevedendo allo scadere una nuova gara. In altri termini, laddove vi siano giustificate ragioni per non ricorrere ad un affidamento esterno integrale, appare legittimo configurare, un modello organizzativo in cui ricorrano, quantomeno, due condizioni: che vi sia una sostanziale equiparazione tra gara per l affidamento del servizio pubblico e gara per la scelta del socio, in cui quest ultimo si configuri come un socio industriale od operativo, che concorre materialmente allo svolgimento del servizio pubblico o di fasi dello stesso; che si preveda un rinnovo della procedura di selezione alla scadenza del periodo di affidamento (art. 113, c. 5, lett. B), t.u.e.l. in connessione con il successivo c. 12), evitando così che il socio divenga socio stabile della società mista, possibilmente prevedendo che sin dagli atti di gara per la selezione del socio privato siano chiarite le modalità per l uscita del socio stesso (con liquidazione della sua posizione), per il caso in cui all esito della successiva gara egli risulti non più aggiudicatario. Più articolata è la posizione di Cons. Stato, Sez. V 23 ottobre 2007, n. 5587, che ha avanzato, pur in una linea limitatamente ammissiva, talune perplessità le più rilevanti delle quali attengono all esistenza nell ordinamento comunitario di un assoluto divieto di coinvolgere nel partnerariato pubblico-privato soggetti che intendano solo finanziare la società, purchè il loro apporto presenti, comunque, un adeguato tasso di specificità professionale. La Sezione rimette, così all Adunanza plenaria di valutare l opportunità di demandare alla Corte di Giustizia anche uno specifico quesito interpretativo, concernente i limiti di compatibilità con il diritto comunitario di una partecipazione societaria privata di carattere meramente finanziario, purchè la procedura selettiva per l individuazione del socio privato 20