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Timestamp: 2018-08-18 17:48:50+00:00
Document Index: 30293286

Matched Legal Cases: ['art. 1834', 'art. 1835', 'art. 1835', 'art. 2700', 'art. 1835', 'art. 1835', 'art. 2002', 'sentenza ', 'art. 1835', 'art. 49', 'art. 1835', 'art. 1835', 'art. 1835']

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I libretti di seposito
I depositi bancari, disciplinati sotto il profilo civilistico dalle norme contenute nella sezione I del capo XVII del codice civile (intitolato "Dei contratti bancari"), rappresentano gli strumenti principali mediante i quali si estrinseca una delle due principali operazioni che costituiscono l'essenza dell'attività bancaria, ossia la raccolta del risparmio tra il pubblico, configurati in diverse modalità a seconda delle caratteristiche del deposito stesso.
L'art. 1834 c.c. stabilendo che, nei depositi di una somma di denaro presso una banca "questa ne acquista la proprietà ed è obbligata a restituirla nella stessa specie monetaria, alla scadenza del termine convenuto ovvero a richiesta del depositante, con l'osservanza del periodo di preavviso stabilito dalle parti o dagli usi", disciplina espressamente gli obblighi che fanno capo all'intermediario e gli effetti derivanti dall'instaurazione del rapporto contrattuale, ovvero il passaggio della proprietà del denaro dal cliente alla banca e l'obbligo di questa di restituirlo.
Nella disposizione in questione, tuttavia, il legislatore si è limitato ad indicare gli effetti derivanti dal rapporto, senza offrire una qualificazione giuridica dello stesso. Tant'è che la diatriba sulla natura giuridica del rapporto di deposito bancario ha visto dottrina e giurisprudenza divise per moltissimi anni in due correnti di pensiero: da una parte la tesi che ravvisava nei contratti di deposito le caratteristiche del contratto di mutuo; dall'altra la tesi che lo qualificava nell'ambito di un contratto di deposito irregolare. Per la giurisprudenza più recente si ravvisa invece, nel deposito bancario, un negozio complesso "nel quale l'interesse della banca alla raccolta e alla gestione del risparmio concorre con quello del privato alla custodia e alla remuneratività delle somme", con consequenziali effetti sul momento in cui sorge l'obbligo restitutorio della banca e dal quale inizia a decorrere la prescrizione del diritto del depositante ad ottenere la restituzione delle somme, momento fissato a partire dalla richiesta avanzata dal cliente quale condizione di esigibilità del credito del medesimo (cfr. Cass. civ. n. 788/2012).
Fatta questa doverosa premessa, si può ora entrare nel merito dei libretti di risparmio che rappresentano lo strumento necessario per l'esercizio, da parte del depositante, dei diritti scaturenti dal contratto di deposito.
In buona sostanza, i libretti di deposito a risparmio sono i documenti che l'istituto di credito rilascia al momento della costituzione del rapporto, come previsto dall'art. 1835 c.c.
Dal dettato della disposizione codicistica può desumersi che il libretto rappresenta la prova del deposito bancario e, per sua stessa natura, assurge a funzione essenziale in quanto dimostra un diritto di credito e contiene una obbligazione che viene soddisfatta nei confronti di chi appare l'avente diritto: il libretto dev'essere presentato da parte del depositante per il compimento di ogni operazione, e questa deve essere annotata e firmata dall'addetto al servizio bancario.
Infatti, a tal proposito, l'art. 1835 c.c. prevede che "se la banca rilascia un libretto di deposito a risparmio, i versamenti e i prelevamenti si devono annotare sul libretto". La norma, al secondo comma, attribuisce chiaramente valore probatorio ai libretti di deposito, stabilendo che ogni operazione di versamento o di prelievo, annotata e firmata dall'impiegato della banca che appare addetto al servizio, fa "piena prova nei rapporti tra banca e depositante", dichiarando nullo ogni patto contrario.
Secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, il libretto bancario di deposito, pur non potendo essere considerato "atto pubblico dotato dell'efficacia probatoria privilegiata di cui all'art. 2700 c.c., è assistito dallo speciale regime delineato dall'art. 1835, stesso codice", sicché laddove il documento presenti i requisiti minimi formali della sua identità (da individuarsi, ove occorra, anche con riguardo agli elementi richiesti dall'istituto bancario emittente), esso "fa piena prova non solo delle annotazioni, ma anche della provenienza del libretto dalla banca al cui servizio appare addetto il funzionario che ha sottoscritto dette annotazioni o la stessa emissione". In tal senso milita infatti per la Cassazione "il principio dell'apparenza del diritto e della tutela dell'affidamento riposto sul dato di fatto della provenienza delle annotazioni dall'impiegato che, con le modalità usuali e normali, riceve i depositi, ingenerando nel pubblico la legittima opinione che egli sia assistito dal relativo potere" (Cass. civ. n. 3585/1996).
In ordine alla tipologia dei libretti di deposito l'art. 1835 c.c. non fornisce una definizione, ma nella prassi concreta si distinguono due species fondamentali: i libretti di risparmio nominativi e i libretti di risparmio al portatore.
I primi sono quei libretti che, all'atto della costituzione del rapporto di deposito, vengono intestati ad un determinato soggetto il quale, in genere, coincide con il depositante ma può anche essere una persona diversa.
La legittimazione all'esercizio dei diritti e all'effettuazione delle operazioni nei libretti nominativi discende dalla titolarità del rapporto stesso di deposito. Per cui, soltanto il titolare del libretto sarà legittimato alle operazioni di prelievo dallo stesso (ovvero i suoi aventi causa o colui il quale sia munito di procura, generale o speciale), mentre la banca dovrà limitarsi a verificare la corrispondenza tra il soggetto intestatario e colui che richiede il prelievo.
In merito, la Cassazione ha affermato che "in tema di contratto bancario di deposito di una somma di danaro, con emissione di un libretto nominativo, la banca depositaria ha l'obbligo di accertare la legittimazione del soggetto che effettua le operazioni di prelievo, con la conseguenza che l'affidamento del libretto in custodia ad un terzo da parte del titolare non costituisce condotta negligente o imprudente e non permette di escludere la responsabilità della banca per gli illegittimi prelievi eseguiti dal terzo custode del libretto" (Cass. civ. n. 9026/2005).
I libretti di deposito al portatore non sono invece collegati ad una o più persone e possono essere teoricamente utilizzati da chiunque ne detenga il possesso. Per la giurisprudenza tali libretti non nominativi, funzionalmente collegati al deposito bancario di risparmio, "sono caratterizzati essenzialmente dalla cosiddetta 'incorporazione' (il credito è portato dal titolo), dalla cosiddetta 'letteralità' (nel senso che sono rilevanti i soli elementi indicati sul titolo), dalla cosiddetta 'autonomia' (in quanto chi acquista un titolo diviene titolare di un diritto nuovo e au­tonomo rispetto al diritto del precedente titolare e il debitore non può opporgli le eccezioni personali che avrebbe potuto far valere nei confronti di quest'ultimo) e dalla cosiddetta 'astrattezza' (quale irrilevanza nei confronti del terzo possessore, di buona fede del rapporto fondamentale, non menzionato; tra emittente del titolo e primo prenditore)" (Cass. civ. n. 7869/2000).
Quanto alla natura giuridica dei documenti in esame il legislatore, analogamente a quanto anticipato per i contratti di deposito in genere, non ha specificato nulla in ordine alla qualificazione giuridica da attribuire ai libretti di deposito, facendo nascere anche su tale argomento un acceso e lungo dibattito sia in dottrina che in giurisprudenza.
Due in particolare le tesi che si sono contrapposte: da una parte chi ha ritenuto che il libretto in parola costituisse un documento di legittimazione e dall'altra chi vi vede, invece, un titolo di credito.
Invero, con riferimento al libretto di deposito a risparmio nominativo, sia la dottrina che la giurisprudenza maggioritaria concordano ormai nel ritenere che allo stesso vada attribuita la natura giuridica di documento di legittimazione, giacché la funzione primaria di tale libretto è quella di identificare il soggetto avente diritto alla prestazione.
Secondo gli interpreti, tale documento non è destinato a consentire la circolazione del diritto di credito, giungendo alla conclusione che lo stesso possa essere inserito tra i "documenti a legittimazione nominale", la cui funzione ex art. 2002 c.c. è quella di agevolare l'esecuzione del contratto di deposito da parte della banca quale mezzo identificativo del soggetto legittimato alla riscossione del denaro depositato (cfr. Cass. civ. n. 241/1961).
La giurisprudenza ha escluso altresì la qualificazione di titoli di credito con riferimento ai libretti di deposito a risparmio nominativi pagabili al portatore, nei quali "il presentatore non assume la veste di creditore, come invece nel libretto al portatore (indipendentemente dal fatto che esso, a fini contabili della banca, contenga l'indicazione di un nome), ma soltanto di adiectus del depositante, cioè di soggetto da questi autorizzato a ricevere la prestazione dovutagli dalla banca" includendoli, unitamente ai libretti nominativi in genere, tra i documenti di legittimazione (Cass. civ. n. 651/1989).
Difformità di orientamenti si sono rilevate anche in ordine alla natura giuridica dei libretti al portatore, sebbene ormai l'orientamento giurisprudenziale dominante consideri tali libretti veri e propri titoli di credito, in quanto essi si contraddistinguono, per la loro idoneità alla circolazione del credito, quali strumenti di mobilizzazione del credito (Cass. civ. n. 2058/2000; Cass. civ. n. 5131/1998; Cass. civ. n. 4562/1988; Cass. civ. n. 5949/1982).
2. LA CASISTICA IN ESAME E LE DECISIONI DELL'ARBITRO
La casistica rinvenibile nelle decisioni dell'Arbitro Bancario Finanziario rileva sotto il profilo della vexata quaestio della prescrizione del diritto alla restituzione delle somme depositate presso una banca, delle annotazioni sui libretti e dell'adempimento degli obblighi di informazione da parte dell'intermediario.
Con riferimento al primo profilo, in una vicenda relativa alla richiesta di liquidazione del denaro esistente in un deposito al portatore per il quale non era stata attivata la procedura dei c.d. "rapporti dormienti", l'Abf ha richiamato l'orientamento da ultimo affermato dalla Corte di Cassazione civile (cfr. sentenza n. 788/2012), secondo la quale, "nel deposito bancario - qualificato quale negozio complesso nel quale l'interesse della banca alla raccolta e alla gestione del risparmio concorre con quello del privato alla custodia e alla remuneratività delle somme - l'obbligo restitutorio della banca sorge (salvo il caso di previsione di un termine convenzionale di scadenza del contratto) solo a seguito della richiesta del cliente, quale condizione di esigibilità del credito del medesimo, con la conseguenza che l'inerzia al riguardo tenuta non è interpretabile come manifestazione di disinteresse a far valere il suo diritto, cui possa collegarsi il decorso del termine prescrizionale, ma come mero esercizio di una facoltà, onde la prescrizione del diritto del depositante ad ottenere la restituzione delle somme depositate non inizia a decorrere prima che il cliente abbia richiesto la somma in restituzione, facendo sorgere il corrispondente obbligo della banca". Aderendo a tale veduta, distinguendo tra termine del deposito, "ossia tempo in cui si scioglie il contratto e inizia a decorrere l'obbligo di restituzione del tantundem da parte del depositario; e termine di prescrizione del credito di restituzione, il quale postula per logica necessità il preventivo scioglimento del vincolo contrattuale", il collegio ha affermato che, nel caso di specie, "il termine di prescrizione decorre dal tempo di presentazione del titolo per il rimborso e non dal tempo della conclusione del contratto", accogliendo parzialmente il ricorso e condannando l'intermediario a corrispondere alla ricorrente la somma depositata oltre interessi convenzionali e legali maturati (Abf, Collegio di Milano, decisione n. 5965 del 15 settembre 2014).
Con riguardo al secondo ordine di decisioni, relativamente a una vicenda in cui il ricorrente, titolare e detentore di un libretto di deposito nominativo, lamentava l'impossibilità di procedere all'incasso delle somme, nonostante le annotazioni a credito nello stesso riportate, l'Arbitro ha accolto il ricorso, condannando la banca a corrispondere quanto richiesto sulla base del disposto di cui all'art. 1835, comma 2, c.c., secondo il quale "le annotazioni sui libretti di risparmio fanno piena prova dei rapporti tra banca e depositanti [per cui] grava sull'intermediario l'onere di provare la non corrispondenza tra tali annotazioni e la reale situazione creditoria del depositante". Nel caso di specie, a fronte della produzione da parte della ricorrente del libretto di risparmio, dal quale risultava una giacenza positiva, la banca si è limitata a produrre un documento interno e a sostenere che la permanenza dell'annotazione sul libretto è stata frutto di "un mero errore da parte dell'operatore e/o un mal funzionamento del terminale", senza di ciò fornire alcuna prova (Abf, Collegio di Roma, decisione n. 7322 del 3 novembre 2014).
Relativamente, infine, alla diligenza della banca nell'espletamento degli obblighi di informazione, in una vicenda inerente la censura da parte del cliente del comportamento dell'intermediario per l'omessa comunicazione della necessità di regolarizzare il saldo di tre libretti al portatore, in base alla normativa antiriciclaggio, l'Arbitro ha ritenuto legittima la condotta della banca, la quale aveva dato ampia diffusione della modifica normativa affiggendo nei propri locali appositi avvisi e aggiornando anche i fogli informativi, e conseguentemente rigettato il ricorso.
Va ricordato, ha infatti affermato l'Abf, che la normativa che viene in rilievo nel caso che ne occupa è rappresentata dall'art. 49, comma 13, del D.Lgs. 231 del 21.11.2007 (nella versione modificata dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78), a norma del quale "i libretti di deposito bancari o postali al portatore con saldo pari o superiore a euro mille, esistenti alla data di entrata in vigore del presente decreto, sono estinti dal portatore ovvero il loro saldo deve essere ridotto a una somma non eccedente il predetto importo entro il 31 marzo 2012. Le banche e Poste Italiane S.p.A. sono tenute a dare ampia diffusione e informazione a tale disposizione".
Appare ovvio dunque, ha sottolineato il Collegio, "che la natura del titolo non consente agli intermediari di avvisare i clienti mediante comunicazioni personali e recettizie, dovendo costoro provvedere a darne avviso mediante pubblici avvisi affissi nelle agenzie locali o altri strumenti equipollenti" (Abf, Collegio di Milano, decisione n. 3470 del 4 maggio 2015; conf. Collegio di Milano, decisioni nn. 6609 dell'8 ottobre 2014 e n. 3187 dell'8 ottobre 2012).
In materia di libretti di deposito, ad assumere particolare rilevanza è la posizione della giurisprudenza in tema di omesse annotazioni e di assenza della firma dell'impiegato che appare addetto al servizio.
In particolare, si è andato affermando l'indirizzo in base al quale dal dettato normativo dell'art. 1835, 2° comma, c.c. non deriva una presunzione assoluta, giacché è sempre ammissibile la prova tesa a dimostrare che un'operazione, pur non annotata sul libretto, sia stata di fatto eseguita.
Per la Cassazione, infatti, "in tema di libretti di deposito a risparmio, la particolare efficacia probatoria prevista dal comma 2 dell'art. 1835 c.c. si riferisce alle annotazioni che effettivamente figurano apposte sul libretto, senza che da ciò derivi una presunzione legale assoluta per cui debbano considerarsi compiute soltanto le operazioni annotate. Ne consegue che è sempre ammessa, secondo i principi generali della prova dei fatti, la dimostrazione che un'operazione di versamento o di prelevamento di somme, anche se non annotata sul libretto, sia stata effettivamente eseguita" (Cass. civ. n. 13643/2014; conf. Cass. civ. n. 14014/2002).
La previsione di cui all'art. 1835, 2° comma, c.c., secondo la quale le annotazioni sul libretto, firmate dall'impiegato della banca che appare addetto al servizio, fanno piena prova nei rapporti tra banca e depositante (cfr. Cass. civ. n. 2122/2014), sussiste soltanto "ove l'annotazione rechi tale firma, e non implica, peraltro, che l'annotazione firmata sia il solo mezzo probatorio con il quale un'operazione può essere provata, dovendo ammettersi la possibilità che una delle parti possa dare prova in altro modo dell'esecuzione di operazioni non annotate o della stessa operazione annotata ma non firmata". Ne deriva che, in base alla regola dell'onere della prova, ove la banca convenuta dal cliente per la richiesta di restituzione di somme che risultino depositate sul libretto anteriormente ad un'operazione di disposizione, annotata ma non firmata, sostenga che detta operazione è stata già eseguita effettivamente per disposizione del cliente, deve dare la dimostrazione dell'esistenza di tale disposizione (Cass. civ. n. 422/2000).
In altre parole, giusto il principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità in materia di prova dell'inadempimento di un'obbligazione, "il creditore che agisca per la risoluzione contrattuale, per il risarcimento del danno, ovvero per l'adempimento deve soltanto provare la fonte (negoziale o legale) del suo diritto ed il relativo termine di scadenza, limitandosi alla mera allegazione della circostanza dell'inadempimento della controparte, mentre il debitore convenuto è gravato dell'onere della prova del fatto estintivo dell'altrui pretesa, costituito dall'avvenuto adempimento" (Cass. civ. n. 13643/2014; Cass. civ., SS.UU. n. 13533/2001).
Occorre infine concentrare l'attenzione sulla cointestazione di un libretto di deposito e sulle questioni ad essa sottese, con riferimento alla legittimazione all'azione e, soprattutto, alla morte di uno dei cointestatari.
In ordine al primo profilo, per la giurisprudenza di legittimità, la mera cointestazione del libretto di deposito bancario "comporta l'accensione di un deposito congiunto semplice" sul quale ciascun cointestatario, sebbene non possa agire anche per l'altro, "impedendogli la disciplina della comunione di estendere il proprio diritto sulla cosa comune in danno dell'altro, può però disporre della sua quota ed esigerla, stante la divisibilità dell'obbligazione di denaro" (Cass. civ. n. 23844/2008).
In ordine al secondo profilo, particolare importanza assume l'ipotesi in cui il titolare del rapporto muoia, con riferimento alla possibilità o meno del subingresso da parte degli eredi nei rapporti del de cuius.
Sul piano giuridico, "nel caso di cointestazione del conto corrente 'a firma disgiunta', l'evento morte di uno dei contitolari non porta allo scioglimento del rapporto ed il contestatario superstite, così come gli eredi del cointestatario defunto, potranno utilizzare separatamente il conto". In tale ipotesi infatti, secondo le decisioni dell'Arbitro bancario finanziario, ricorre un "fenomeno di successione nel contratto tale per cui, se è prevista la facoltà di firme disgiunte, il cointestatario superstite può continuare ad utilizzare il conto, così come gli eredi del cointestatario deceduto acquistano il medesimo diritto (che, tuttavia, va esercitato congiuntamente)". Salvo patto contrario, dunque, deve riconoscersi una piena continuità, pure successivamente alla morte di uno dei cointestatari, "dell'efficacia del patto di firma disgiunta e quindi della potestà di compiere operazioni disgiuntamente anche oltre le rispettive quote"(Abf, decisione n. 645/2015; cfr. Abf, collegio di coord., decisione n. 5471/2013).
In tal senso si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità, la quale ha affermato che "nel caso in cui il deposito bancario sia intestato a più persone, con facoltà per le medesime di compiere, sino alla estinzione del rapporto, operazioni, attive e passive, anche disgiuntamente, si realizza una solidarietà dal lato attivo dell'obbligazione che sopravvive alla morte di uno dei contitolari, sicché il contitolare ha diritto di chiedere, anche dopo la morte dell'altro, l'adempimento dell'intero saldo del libretto di deposito a risparmio e l'adempimento così conseguito libera la banca verso gli eredi dell'altro contitolare" (Cass. civ. n. 15231/2002; conf. Trib. Genova 27.2.2006).
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