Source: https://www.docsity.com/it/riassunto-esame-di-diritto-commerciale-testo-consigliato-manuale-campobasso-5a-edizione/71756/
Timestamp: 2017-10-18 16:48:38+00:00
Document Index: 17168591

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2082', 'art. 2082', 'art. 2082', 'art. 2135', 'art. 2135', 'art. 2195', 'art. 2083', 'art. 1', 'art.\n10', 'art. 10', 'art. 2555', 'art. 2602', 'art. 2615', 'art. 2602', 'art. 2247', 'art. 2247', 'art. 147', 'art. 2268', 'art. 2271', 'art. 2272', 'art. 10', 'art. 2325', 'art. 2346', 'art. 2443', 'art. 2329', 'art. 1418', 'sentenza ', 'art. 2362', 'art. 2343', 'art. 2343', 'art. 2348', 'art. 2349']

Riassunto esame di Diritto Commerciale, testo consigliato Manuale Campobasso, 5a Edizione - Docsity
falco1239 giugno 2012
Riassunto esame di Diritto Commerciale, testo consigliato Manuale Campobasso, 5a Edizione, Sintesi di Diritto Commerciale. Università di Roma Tor Vergata
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©2012, Economia Tor Vergata Triennio
Manuale di Diritto Commerciale Campobasso, V Edizione A.A. 2011-2012
Riassunto Manuale di Diritto Commerciale (5a Edizione) Il Codice Civile distingue diverse categorie di imprenditori secondo tre criteri fondamentali:
1) Oggetto di impresa (imprenditore agricolo o imprenditore commerciale);
2) Dimensioni di impresa (impresa piccola o impresa medio-grande);
3) Natura del soggetto che esercita attività di impresa.
Tutti gli imprenditori sono assoggettati allo "statuto generale degli imprenditori"; gli imprenditori commerciali
non piccoli sono poi assoggettati allo statuto tipico dell'imprenditore commerciale, che prevede ad esempio
l'obbligo di iscrizione al registro delle imprese con funzioni di pubblicità legale dichiarativa e l'assoggettamento al
fallimento (ai sensi dell'art. 1 L.F) ed alle altre procedure concorsuali.
Ai sensi dell'art. 2082 è considerato imprenditore chi eserciti professionalmente una attività economica
organizzata ai fini della produzione o dello scambio di beni e servizi. Dall'articolo si evince che l'impresa è
attività produttiva di nuova ricchezza; questo esclude dalla categoria di impresa le attività di mero godimento
(locazione). Deve essere tuttavia considerata impresa una attività che combina, allo stesso tempo, il godimento
della cosa e la produzione di beni e servizi (albergatore).
E' pacifico ormai che la qualità di imprenditore debba essere riconosciuta anche quando l'attività svolta
dall'impresa sia illecita, al fine di tutelare i creditori di quest'ultima e di sottoporla alla disciplina fallimentare. Una
impresa è illegale se l'attività è praticata nella violazione di norme imperative (ad esempio manca l'autorizzazione
amministrativa); è invece immorale quando è illecito lo stesso oggetto di impresa. L'illecito svolto da un
imprenditore immorale è più grave di quello commesso da un imprenditore illegale.
L'imprenditore svolge una attività organizzata, creando un complesso produttivo formato da persone e beni
strumentali. Tuttavia, la sempre maggiore fungibilità tra capitale e lavoro ha permesso di considerare
imprenditore anche chi opera senza sfruttare prestazioni di lavoro subordinato, creando una attività basata sulla
sola organizzazione del fattore capitale. Non è inoltre necessario che l'attività organizzativa si concretizzi nella
creazione di un apparato fatto esclusivamente di beni mobili ed immobili.. In definitiva, la qualità di imprenditore
non può essere negata, sia quando l'attività è svolta senza l'ausilio di collaboratori, sia quando il coordinamento
dei fattori produttivi non si concretizza in un apparato aziendale materialmente percepibile. Va tuttavia
considerato che la semplice organizzazione ai fini produttivi del proprio lavoro non può essere considerata
attività imprenditoriale, poiché viene a mancare un minimo di etero-organizzazione. Sempre ai sensi dell'art. 2082
è essenziale che l'attività sia svolta con metodo economico, vale a dire tendendo alla copertura dei costi con i
ricavi, assicurando in questo modo autosufficienza economica. Data la definizione di economicità è dunque
pacifico capire che l'attività svolta non deve essere obbligatoriamente a scopo di lucro; infatti se si assumesse
come requisito fondamentale questo scopo sarebbero escluse dalla qualifica di imprese tutte le imprese
pubbliche, che in ogni caso non riuscirebbero a coprire completamente i costi con i ricavi effettuando le
prestazioni richieste ad un costo "politico".
Un altro requisito riscontrabile nell'art. 2082 è quello della professionalità. Con professionalità si intende
l'esercizio abituale e non saltuario di una data attività produttiva. Non è tuttavia richiesto che l'attività sia
esercitata in modo continuo e senza intervalli temporali; è invece sufficiente che l'attività sia svolta con la cadenza
regolare propria di quella determinata attività. Non è richiesto che l'attività sia unica o principale. E' consentito
allo stesso imprenditore di praticare più di una attività, e può costituire impresa anche un singolo affare, se per il
compimento di questo si è resa necessario il compimento di operazioni molteplici e l'uso di un apparato
produttivo complesso. Infine può essere qualificato come imprenditore anche chi produce beni o servizi destinati
ad uso personale (impresa per conto proprio). Non sono considerati imprenditori i liberi professionisti, perché
questi sono già assoggettati agli specifici statuti propri di ciascuna categoria. Questa esclusione porta alcuni
vantaggi come l'esonero dal fallimento, ma porta anche alcuni svantaggi, come l'inapplicabilità dei segni distintivi
e della concorrenza sleale.
In base alla nuova formulazione dell'art. 2135, che aggiunge diversi nuovi elementi rispetto alla precedente, è
imprenditore agricolo chi esercita una delle seguenti attività: coltivazione diretta del fondo, selvicoltura,
allevamento di animale ed altre attività connesse, intendendo per attività connesse tutte le attività volte alla cura e
allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria del ciclo stesso che utilizzano o possono utilizzare il
fondo, il bosco e le acque dolci, salmastri o marine. Sono inoltre da considerarsi connesse tutte le attività aventi
per oggetto la conservazione, manipolazione, trasformazione e commercializzazioni di prodotti provenienti
prevalentemente dall'attività agricola di base. Rispetto alle attività agricole tradizionali, sono state aggiunte attività
come l'allevamento in batteria, coltivazioni artificiali o fuori terra, che prescindono dall'uso diretto del fondo e
quindi non erano considerate dal codice del '42. La sostituzione della parola "bestiame" con il termine "animali"
ha permesso di ampliare anche questa categoria. La qualificazione di imprenditore agricolo è stata infine estesa
anche all'imprenditore ittico. Si può essere imprenditori agricoli anche per connessione, vale a dire quando
l'attività riguarda la manipolazione, trasformazione, conservazione, commercializzazione dei prodotti delle attività
agricole di base. La connessione deve essere soggettiva (le attività connesse devono essere svolte dallo stesso
soggetto che esercita una delle attività essenzialmente agricole ai sensi dell'art. 2135) ed oggettiva (le due attività
devono essere omogenee e i prodotti utilizzati nell'attività connessa devono provenire prevalentemente, e non
esclusivamente come prevedeva la disciplina precedente dall'attività agricola di base).
Ai sensi dell'art. 2195 è da considerare imprenditore commerciale colui che esercita:
- Attività industriale legata alla produzione di beni e servizi;
- Attività di intermediazione legate allo scambio di beni e servizi;
- Attività bancarie e di assicurazione.
Inoltre dovrà essere considerata commerciale ogni impresa non classificabile come agricola.
Il piccolo imprenditore è sottoposto allo statuto generale dell'imprenditore ma è esonerato, anche se esercita
attività commerciale, dalla tenuta delle scritture contabili e dall'assoggettamento al fallimento ed alle altre
procedure concorsuali. Ai sensi dell'art. 2083 sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani,
i piccoli commercianti e tutti coloro che esercitano una attività in cui sia prevalente l'utilizzo di lavoro proprio o
della propria famiglia. In base alla più recente disciplina non è soggetto al fallimento l'imprenditore commerciale
che dimostri di avere i seguenti requisiti, indicati tassativamente dal 2° comma dell'art. 1 L.F.:
- attivo patrimoniale non superiore a 300.000€;
- ricavi lordi per 200.000€;
- debiti, anche non scaduti, per 500.000€.
Le cifre sono calcolate su base triennale dall'ISTAT e possono essere riviste per adeguarle alle variazioni
dell'indice dei prezzi al consumo. Basta superare uno solo dei requisiti per essere soggetti al fallimento.
Imputazione dell'attività di impresa
E' imprenditore il soggetto il cui nome è speso nell'attività di impresa. L'attività di impresa e di conseguenza gli
atti giuridici necessari per il suo svolgimento possono tuttavia essere svolti da terzi. E' questo il caso del
mandatario, soggetto che agisce nell'interesse di un altro soggetto e che può porre in essere i relativi atti giuridici
sia spendendo il proprio nome (mandato senza rappresentanza), sia spendendo il nome del mandante (mandato
con rappresentanza). Nel caso di mandato con rappresentanza gli effetti degli atti giuridici posti in essere dal
mandatario ricadono direttamente nella sfera giuridica del mandante; nel primo caso invece gli effetti cadono
nella sfera giuridica del mandatario e sorgono a carico di questo sia i diritti sia gli obblighi derivanti dagli atti
compiuti con i terzi.
E' largamente praticato l'esercizio dell'attività di impresa mediante interposta persona. Uno è il soggetto che
compie in proprio nome gli atti di impresa, il c.d. prestanome, altro è il soggetto che dirige di fatto l'impresa e fa
propri tutti i guadagni, c.d. imprenditore occulto. Poiché il prestanome ha agito in proprio nome si assume i
rischi derivanti dall'attività di impresa, e diviene imprenditore commerciale. I creditori potranno quindi
provocarne il fallimento. E' tuttavia vero che il prestanome è quasi sempre dotato di un patrimonio insufficiente,
quindi i creditori ben poco potranno ricavare dal suo fallimento. Di conseguenza il rischio di impresa non sarà
mai esercitato dal reale dominus dell'impresa, quanto piuttosto dai suoi creditori. Esistono due modi per
coinvolgere il reale dominus nel fallimento:
- Teoria dell'imprenditore occulto: chi esercita il potere di direzione di una impresa (c.d. potere gestorio) se ne
assume necessariamente anche il rischio e risponde delle relative obbligazioni (scarso successo per
incompatibilità normativa con la disciplina della responsabilità limitata).
- Teoria dell'impresa fiancheggiatrice: il soggetto che possiede una partecipazione di comando e dispone quindi
del potere di indirizzare l'attività di impresa è ritenuto titolare di una autonoma impresa di investimento e in caso
di fallimento questo potrà fallire in quanto imprenditore individuale dell'impresa fiancheggiatrice.
La qualità di imprenditore si acquista con l'effettivo inizio dell'attività di impresa. In precedenza si riteneva che
questo corrispondesse con l'avvenuta iscrizione nel registro delle imprese, ma questa regola è stata accantonata in
quanto avrebbe portato al fallimento le c.d. società "dormienti" (società costituite ma che ancora non hanno
iniziato la propria attività). Con la nuova disciplina si acquista l'attività di imprenditore già durante la fase di
organizzazione in quanto questa è caratterizzata da un insieme di atti finalizzati ad un fine produttivo. Può essere
sufficiente anche un solo atto di organizzazione imprenditoriale, sufficientemente consistente, per affermare che
l'attività ha avuto inizio.
Fine dell'impresa
L'esatto momento di cessazione dell'attività è importante ai fini dell'applicazione della disciplina illustrata nell'art.
10 della Legge Fallimentare. Secondo la nuova disciplina,sorta dopo l'intervento della Consulta, la qualifica di
imprenditore si perde con l'effettiva cessazione dell'attività di impresa. La fine dell'impresa è di regola preceduta
da una fase più o meno lunga di liquidazione in cui l'imprenditore completa i cicli produttivi iniziati, licenzia gli
operai, vende le rimanenze e definisce tutti i rapporti pendenti; la fase di liquidità deve ritenersi chiusa solo con la
definitiva disgregazione del complesso aziendale. Il nuovo art. 10 della Legge Fallimentare afferma che gli
imprenditori, sia individuali sia collettivi, possono essere dichiarati falliti entro un anno dalla cancellazione dal
registro delle imprese se l'insolvenza si è manifestata anteriormente la medesima od entro l'anno successivo.
L'attuale dato normativo induce ad affermare che la cancellazione dal registro è condizione necessaria affinché
l'imprenditore possa beneficiare della decorrenza di un anno. Non è tuttavia condizione sufficiente, essendo
necessario anche il completamento della fase di liquidazione e la definitiva cessazione dell'attività.
Incapacità ed incompatibilità
La capacità all'esercizio di attività di impresa si raggiunge con il raggiungimento della piena capacità di agire, vale
a dire al compimento della maggiore età e si perde in seguito ai provvedimenti di inabilitazione o di interdizione.
L'incompatibilità all'esercizio è posta a carico di coloro che esercitano determinate professioni o sono posti a
capo di determinati uffici; la violazione di tali disposizioni non preclude l'acquisto della qualità di imprenditore
ma espone a sanzioni amministrative e penali per bancarotta in caso di fallimento. E' consentito l'esercizio
dell'attività di impresa per conto di un incapace da parte dei relativi rappresentanti legali (tutore, curatore,
amministratore di sostegno). Non è consentita la costituzione di una nuova impresa ma è consentita soltanto la
continuazione di una impresa già esistente a patto che l'attività sia utile per l'incapace e sia stata autorizzata dal
tribunale. Particolare è la posizione dell'inabilitato che, sotto autorizzazione del tribunale può continuare ad
esercitare personalmente l'attività assistito dal curatore. Il minore emancipato può essere autorizzato alla
costituzione di una nuova impresa acquistando piena capacità di agire.
Per assicurare al mercato informazioni veritiere e non contestabili su fatti e situazioni delle imprese con cui entra
in contatto si è introdotto per le imprese commerciali un sistema di pubblicità legale: è cioè previsto l'obbligo di
rendere di pubblico dominio determinati fatti o atti relativi alla vita dell'impresa, così da rendere le informazioni
accessibili ai terzi ed opponibili a chiunque. Il registro delle imprese è lo strumento di pubblicità legale previsto
dal Codice. Il registro delle imprese è istituito presso le Camere di Commercio di ogni Comune ed è tenuto con
tecniche informatiche. Il registro è articolato in una sezione ordinaria e 4 sezioni speciali. Nella sezione ordinaria
sono iscritti gli imprenditori commerciali per i quali l'iscrizione produce gli effetti di pubblicità legale dichiarativa
e costitutiva (in alcuni casi). Le sezioni speciali sono 4:
- Nella prima sezione speciale sono iscritti gli imprenditori che secondo il codice civile ne erano esonerati;
- Nella seconda sezione speciale sono iscritte le società di professionisti;
- La terza sezione speciale è legata alla pubblicità dei legami di gruppo: vi si indicano le società che svolgono
attività di direzione e quelle che vi sono soggette;
- Nella quarta ed ultima sezione speciale sono iscritte le imprese sociali.
I fatti e gli atti da registrare riguardano gli elementi di individuazione dell'impresa e la struttura organizzativa della
società. L'iscrizione è effettuata dietro domanda dell'interessato ma può avvenire anche d'ufficio se questo non
ne provvede. Prima di procedere all'iscrizione l'ufficio del registro deve accertare la correttezza formale della
documentazione e l'esistenza effettiva dell'atto o del fatto. L'inosservanza dell'obbligo di iscrizione è punita con
severe sanzioni pecuniarie amministrative. Di regola l'iscrizione nella sezione ordinaria ha funzione di pubblicità
legale dichiarativa, mentre l'iscrizione nelle sezioni speciali ha, di norma, funzione di semplice pubblicità notizia.
Con un decreto del 2001 è stato specificato che l'iscrizione nella Prima Sezione Speciale delle società semplici e
delle imprese agricole ha effetti di pubblicità legale dichiarativa, causando evidenti incompatibilità normative.
Le scritture contabili sono i documenti che contengono la rappresentazione in termini quantitativi e/o monetari
della situazione economica dell'impresa. La norma pone il principio che l'imprenditore deve tenere tutte le
scritture contabili che siano richieste in base alle dimensioni dell'impresa. In tutti i casi devono essere tenuti: il
libro giornale (registro cronologico-analitico in cui vengono indicate giorno per giorno tutte le operazioni) e il
libro degli inventari (fornisce il quadro patrimoniale dell'imprenditore e si chiude con il bilancio). Dal bilancio
devono risultare con evidenza e verità la situazione complessiva del patrimonio (stato patrimoniale), nonché gli
utili conseguiti e le perdite sofferte (conto economico).
Per garantire la veridicità delle scritture contabili sono imposte varie regole formali. Tutte le scritture contabili
devono essere tenute secondo le norme di una ordinata contabilità e l'inosservanza di tali regole rende le scritture
irregolari e di conseguenza giuridicamente irrilevanti. L'imprenditore che non tiene ordinatamente le scritture
contabili non può usarle come mezzo di prova a suo favore ed è sottoposto ai reati di bancarotta semplice o
fraudolenta. Le scritture contabili, siano esse regolarmente o irregolarmente tenute possono essere sempre usate
come mezzo di prova contro l'imprenditore.
Di regola l'imprenditore si avvale della collaborazione di altri soggetti; questi possono essere collaboratori interni,
oppure collaboratori esterni. Per il ruolo che i collaboratori interni (insistori, procuratori e commessi) rivestono
all'interno della società, essi sono automaticamente investiti del potere di rappresentanza.
L'institore è colui che è preposto dal titolare all'esercizio dell'impresa o di una sede secondaria o di un ramo
particolare di essa. La procura institoria deve essere pubblicata nel registro delle imprese e l'iscrizione è
condizione necessaria per rendere opponibili a terzi eventuali limitazioni del potere di rappresentanza. L'institore
è tenuto, congiuntamente con l'imprenditore, all'obbligo di iscrizione nel registro delle imprese e alla tenuta delle
scritture contabili. In caso di fallimento dell'imprenditore troveranno applicazione anche nei confronti
dell'institore le sanzioni civili e penali a carico del fallito. Ha anche un generale potere di rappresentanza, sia
sostanziale che processuale. Può stare in giudizio sia come attore (rappresentanza processuale attiva), sia come
convenuto (rappresentanza processuale passiva). Per quanto riguarda la rappresentanza sostanziale può compiere
tutti gli atti relativi all'esercizio di impresa (gli è proibito espressamente di alienare o ipotecare beni immobili, se
non espressamente previsto dalla procura). I poteri rappresentativi dell'institore possono essere ampliati o limitati
dall'imprenditore. Come ogni rappresentante anche l'institore deve rendere palese ai terzi la sua veste, affinché gli
effetti degli atti da lui compiuti cadano immediatamente nella sfera giuridica dell'imprenditore. In caso di danno a
terzo risponderanno solidamente sia l'institore sia il proponente.
l'imprenditore atti attinenti all'esercizio dell'attività di impresa anche se non stati preposti ad esso. Il loro potere
decisionale è circoscritto ad un determinato settore operativo. Il procuratore non ha rappresentanza processuale
dell'imprenditore e l'imprenditore non risponde degli atti compiuti dal procuratore senza spendita del nome
dell'imprenditore stesso anche se pertinenti all'esercizio dell'attività.
I commessi sono ausiliari subordinati cui sono affidate mansioni esecutive o materiali che li pongono in contatto
con i terzi. Possono compiere gli atti che ordinariamente comporta la specie di operazioni cui sono incaricati.
Non possono modificare le condizioni di vendita e non possono concedere sconti.
Ai sensi dell'art. 2555 è azienda il complesso di beni organizzati dall'imprenditore per l'esercizio dell'attività di
impresa. Non possono essere considerati beni aziendali i beni di proprietà dell'imprenditore che non siano
espressamente destinati allo svolgimento dell'attività; sono invece considerabili beni aziendali i beni di proprietà
di terzi di cui l'imprenditore può disporre liberamente per l'esercizio dell'attività di impresa (ad esempio beni
concessi in locazione o in leasing). Il rapporto di strumentalità e complementarietà fra i singoli beni fa si che il
complesso unitario dei beni acquisti un valore superiore rispetto al valore dei beni singolarmente considerati.
Tale maggior valore si definisce avviamento. L'avviamento oggettivo è quello ricollegabile al rapporto
intercorrente tra i vari fattori, che prescinde dall'identità del titolare. L'avviamento soggettivo dipende invece
dall'abilità dell'imprenditore sul mercato ed in particolare sulla sua abilità di accrescere la sua clientela.
Per aversi trasferimento di azienda non è necessario che l'atto di disposizione comprenda l'intero complesso
aziendale. E' infatti necessario e nello stesso sufficiente che sia trasferito un insieme idoneo di fattori tali da
consentire l'esercizio di una attività di impresa. I contratti che hanno per oggetto il trasferimento dell'azienda
sono validi se stipulati nel rispetto delle forme contrattuali previste per il trasferimento dei singoli beni che
compongono l'azienda. Chi aliena una azienda commerciale deve astenersi, per un periodo massimo di 5 anni,
dall'iniziare una nuova impresa che possa, per qualunque motivo, sviare clientela dall'azienda ceduta. La norma
tutela due esigenze; dapprima quella dell'acquirente di trattenere la clientela dell'azienda e quindi di godere
dell'avviamento soggettivo, del quale di regola si è tenuto conto al momento della stipulazione del contratto di
alienazione. Dall'altra parte c'è il diritto dell'alienante di non vedere compromessa la propria libertà di iniziativa
economica (diritto peraltro riconosciuto nella stessa Costituzione) oltre un arco determinato di tempo ritenuto
dal legislatore sufficiente per permettere all'acquirente di consolidare la propria clientela. Il divieto di concorrenza
è derogabile ed ha un carattere relativo, sussiste cioè nei limiti in cui la nuova attività d'impresa dell'alienante sia
potenzialmente idonea a sottrarre clientela dall'azienda ceduta. Per quanto riguarda la successione nei contratti
aziendali è agevolato dal legislatore il subingresso immediato dell'acquirente nei rapporti contrattuali dell'azienda
(per i rapporti personali è necessaria un'espressa pattuizione contrattuale e il consenso dei terzi), se non
diversamente pattuito al momento della stipulazione del contratto di vendita. Al terzo contraente è riconosciuto
il diritto di recedere dal contratto entro tre mesi dalla data di alienazione, se sussiste una giusta causa (il consenso
del terzo all'alienazione non è più necessario per il regolare successo dell'atto; tuttavia il terzo può promuovere
un'azione di risarcimento del danno verso l'alienante se dimostra che questi non ha osservato la normale cautela
nella scelta dell'acquirente). Nella successione dei crediti aziendali la notifica al debitore e la sua accettazione è
stata sostituita da una sorta di notifica collettiva, vale a dire dall'iscrizione dell'atto nel registro delle imprese. Per
quanto riguarda la successione nei debiti invece, è necessaria l'accettazione da parte del creditore. Una deroga è
prevista in caso di trasferimento di un'azienda commerciale. Dei debiti risponde in solido con l'alienante anche
l'acquirente se questi risultano dai libri contabili obbligatori. Per quanto riguarda i debiti da lavoro invece,
l'acquirente risponde il solido con l'alienante anche se questi non risultano dalle scritture contabili.
L'azienda può inoltre formare anche oggetto di usufrutto. La costituzione in usufrutto di una attività di impresa
comporta il riconoscimento di alcuni poteri-doveri. L'usufruttuario deve infatti esercitare l'azienda sotto la ditta
che la contraddistingue, deve condurre l'azienda senza modificarne l'oggetto o la destinazione e deve conservare
l'efficienza dell'organizzazione e degli impianti. La violazione di questi doveri determina la cessazione
dell'usufrutto per abuso dell'usufruttuario. L'usufruttuario può però anche godere dei beni aziendali ed ha il
potere di disporne nei limiti delle esigenza della gestione; può inoltre acquistare ed immettere nell'azienda nuovi
beni. Al termine dell'usufrutto l'azienda sarà quindi composta in tutto od in parte da nuovi beni. E' pertanto
previsto che debba essere redatto un inventario dei beni all'inizio ed alla fine dell'usufrutto e che la differenza fra
le due consistenze venga regolata in denaro. La disciplina dettata per l'usufrutto di azienda si applica, per
espresso rinvio legislativo, anche all'affitto di azienda.
In un mercato in cui vige un regime di concorrenza che vede la coesistenza di più imprenditori, i quali
producono beni e servizi identici o similari, ricopre una grande importanza il sistema dei segni distintivi. La ditta,
l'insegna ed il marchio sono i tre principali segni distintivi previsti dall'ordinamento italiano. La ditta
contraddistingue la persona dell'imprenditore, l'insegna identifica i locali dell'impresa ed il marchio identifica i
prodotti dell'impresa. I segni distintivi permettono alla clientela di individuare con precisione l'imprenditore e
quindi di operare scelte consapevoli. Essi rispondono anche all'interesse dei terzi che entrano in contatto con
l'impresa a non essere tratti in inganno sull'identità dell'imprenditore. In generale l'imprenditore gode di ampia
libertà sulla scelta dei suoi segni distintivi; ha diritto all'uso esclusivo di questi e può trasferire ad altri i propri
segni distintivi, monetizzando il loro valore economico. La ditta è il nome commerciale dell'imprenditore; in
mancanza di diversa scelta, corrisponde col nome e cognome civile dell'imprenditore. Nella scelta della propria
ditta l'imprenditore incontra due limitazioni: infatti questa deve rispettare i principi di verità e novità; per la ditta
originaria il requisito di verità è soddisfatto se la ditta contiene almeno il cognome dell'imprenditore. Nella ditta
derivata il requisito di verità si riduce ad un requisito di verità "storica". Per quanto riguarda il requisito della
novità, l'imprenditore che per primo ha adottato una ditta ha il diritto di utilizzo esclusivo di questa (per le
aziende commerciali vale invece il principio di priorità di iscrizione). E' da sottolineare che l'obbligo di
differenziazione sussiste nel solo caso in cui le due imprese producano beni o servizi uguali o assimilabili. La ditta
è infine trasferibile, ma solo insieme all'azienda. Il marchio è il segno distintivo dei prodotti dell'impresa. Alcuni
marchi producono effetti al solo livello nazionale o a livello europeo. La tutela internazionale del marchio è
garantita da due convenzioni che consentono di semplificare la procedure per accedere alla tutela del marchio nei
singoli Stati aderenti secondo le rispettive discipline nazionali attraverso l'istituto della registrazione. Su di uno
stesso prodotto possono coesistere più marchi ma il rivenditore non può sopprimere il marchio del produttore. Il
produttore può utilizzare un solo marchio per tutti i propri prodotti (marchio generale) ma può avvalersi di più
marchi "speciali" quando vuole differenziare i propri prodotti. Il marchio può essere costituito solo da parole o
da figure, suoni, lettere, cifre, disegni o colori. Il marchio può essere costituito anche dalla forma del prodotto ma
deve essere una forma "arbitraria" e "capricciosa", non possono perciò essere utilizzate come marchi le forme
imposte dalla natura. Per essere tutelato il marchio deve rispondere ai requisiti di liceità, verità, originalità e
- liceità: il marchio non deve contenere elementi contrari alla legge, all'ordine pubblico e al buon costume;
- verità: il marchio non può contenere segni idonei ad ingannare il pubblico;
- originalità: il marchio deve essere originale, non possono essere utilizzate denominazioni generiche;
- novità: non deve già essere stato usato da un altro imprenditore dello stesso settore.
La registrazione attribuisce al titolare del marchio il diritto all'uso esclusivo dello stesso su tutto il territorio
nazionale. Il diritto all'esclusiva del marchio registrato copre non solo i prodotti identici ma anche quelli affini.
Con la riforma del 1992 la tutela dei marchi celebri è stata svincolata dall'affinità merceologica. Oggi il titolare di
un marchio registrato può far valere il suo diritto di esclusiva anche per prodotti e servizi non affini. Il diritto di
esclusiva sul marchio registrato decorre dalla data di presentazione della relativa domanda presso l'ufficio
brevetti. La registrazione dura 10 anni ed è rinnovabile per un numero illimitato di volte, sempre con scadenza
decennale, salvo che non sia dichiarata la nullità del marchio per difetto originario di uno dei requisiti oppure
quando sopravvenga una causa di decadenza. Costituisce causa della decadenza del marchio la volgarizzazione di
quest'ultimo. Il marchio registrato è tutelato civilmente e penalmente. In particolare il titolare del marchio può
promuovere l'azione di contraffazione volta ad ottenere l'inibitoria e la rimozione degli effetti degli atti lesivi.
Resta fermo il diritto del titolare del marchio di procedere alla richiesta di risarcimento del danno se esiste dolo o
colpa da parte del contraffattore. In caso di marchio non registrato invece, la tutela del diritto del titolare si basa
sull'uso di fatto e sull'effettivo grado di notorietà raggiunto. Il marchio è trasferibile a titolo definitivo o a titolo
temporaneo. La disciplina del trasferimento del marchio è mutata con la riforma del 1992; la novità più
significativa è la possibilità di trasferimento del marchio con licenza non esclusiva. E' però fissato il principio che
dal trasferimento o dalla licenza del marchio non deve derivare inganno nei caratteri dei prodotti o servizi che
sono essenziali nell'apprezzamento del pubblico. La licenza non esclusiva è inoltre assoggettata ad un limite
"qualitativo": il marchio deve essere usato per prodotti con caratteristiche qualitative uguali a quelle dei
corrispondenti prodotti messi in commercio dal concedente. Infine, l'insegna contraddistingue i locali
dell'impresa o l'intero complesso aziendale. Anche l'insegna è sottoposta all'obbligo di differenziazione qualora
possa generare confusione nel mercato. L'insegna deve essere lecita e avere sufficiente capacità distintiva. Nulla è
invece disposto circa la possibilità di trasferimento dell'insegna anche se si ritiene che questo possa avvenire e che
vada in merito seguita la disciplina illustrata per il trasferimento del marchio.
Opere dell'ingegno, invenzioni industriali
Le opere dell'ingegno e le invenzioni industriali sono le due grandi categorie di creazioni intellettuali tutelate dal
nostro ordinamento. Le opere dell'ingegno sono protette dal diritto di autore indipendentemente dal loro pregio
e utilità pratica; unica condizione è che l'opera abbia carattere "creativo", che presenti cioè un minimo di
originalità. Fatto costitutivo del diritto è la creazione dell'opera, anche se non è necessario che l'opera sia
divulgata. Il diritto di autore gode di una duplice tutela, sia morale, sia patrimoniale. I diritti morali sono
irrinunciabili ed inalienabili in quanto posti a tutela della stessa persona dell'autore. Secondo i diritti patrimoniali,
l'autore ha il diritto di utilizzazione economica esclusiva dell'opera. Il diritto patrimoniale di autore ha durata
limitata e si estingue 75 anni dopo la morte dell'autore. Il diritto patrimoniale di autore è liberamente trasferibile;
il trasferimento per atto inter vivos può essere sia a titolo definitivo sia a titolo temporaneo. I contratti
specificatamente previsti sono il contratto di edizione, con cui l'autore concede in esclusiva ad un editore
l'esercizio del diritto di stampare l'opera in cambio di un compenso pattuito, e il contratto di rappresentazione,
con il quale l'autore concede non in esclusiva il diritto della sola rappresentazione in pubblico di opere destinate a
tal fine. Il diritto di autore è protetto con specifiche sanzioni civili, amministrative pecuniarie e penali.
Le invenzioni industriali sono idee creative che appartengono al campo della tecnica; possono essere distinte in:
- invenzioni di prodotto: hanno per oggetto l'invenzione di un nuovo prodotto materiale;
- invenzioni di procedimento: nuovo modello di produzione di beni già noti;
- invenzioni derivate.
Per espressa scelta legislativa non sono considerate invenzioni le teorie scientifiche o matematiche, i software e le
presentazioni di informazioni. Le invenzioni tutelabili per brevetto devono essere lecite, devono essere nuove,
devono implicare un'attività inventiva (non devono essere raggiunte utilizzando una ordinaria conoscenza) e
devono avere un'applicazione industriale. La tutela giuridica dell'invenzione ha una componente sia morale sia
patrimoniale. Il brevetto per invenzione industriale è concesso dall'ufficio brevetti in seguito a relativa domanda,
che deve essere correlata, a pena di nullità, dalla descrizione dell'invenzione nonché dai disegni necessari alla sua
intelligenza. Ogni domanda deve avere per oggetto una sola invenzione e deve specificare ciò che si intende
debba formare oggetto di brevetto (rivendicazione). Il brevetto per invenzioni industriali dura 20 anni e non è
rinnovabile. Il brevetto attribuisce al suo titolare il diritto di esclusiva non solo di fabbricazione ma anche di
commercio. Il brevetto è liberamente trasferibile sia per atto inter-vivos sia per mortis-causa, indipendentemente
dal trasferimento di azienda. Il brevetto è inoltre possibile oggetto di diritti reali di godimento o di garanzia. Il
titolare del brevetto può altresì concedere licenza di uso dello stesso, con o senza esclusiva di fabbricazione.
L'invenzione brevettata è tutelata con sanzioni civili e penali. La nuova disciplina in materia di invenzione non
brevettata stabilisce che chi ha usato l'invenzione nella propria azienda, ne 12 mesi anteriori al deposito di
brevetto altrui, può continuare ad usare l'invenzione nei limiti del preuso. Per la tutela dei modelli industriali il
legislatore ha fatto ampio rinvio alla disciplina utilizzata per la brevettazione delle invenzioni industriali.
Contemporanea presenza sul mercato di numerose imprese in competizione tra loro, nessuna delle quali sia
singolarmente in grado di condizionare il prezzo delle merci vendute. Questo è il modello ideale di
funzionamento del mercato: la concorrenza perfetta. La concorrenza perfetta è appunto solo un modello ideale e
teorico. Nei settori strategici della produzione la tendenza è verso un regime di mercato sempre più lontano dalla
concorrenza perfetta. Si vengono così spesso a creare situazioni di oligopolio (mercato caratterizzato dal
controllo dell’offerta da parte di poche grandi imprese). Gli imprenditori riescono a sfruttare questa situazione
stipulando intese volte a limitare la reciproca concorrenza, arrivando anche al punto da controllare l’intera offerta
di un dato prodotto (monopolio di fatto). La salvaguardia del regime di concorrenza non può prescindere da una
preclusione delle situazioni limitative della concorrenza, che vanno tenute sotto controllo per evitare che
degenerino in situazioni monopolistiche.
- consente limitazioni legali della libertà di concorrenza per fini di utilità sociale ed anche la creazione di
monopoli legali in specifici settori di interesse generale;
- consente limitazioni negoziali della concorrenza;
- assicura l’ordinato e corretto svolgimento della concorrenza attraverso la repressione degli atti di concorrenza
La disciplina anti-monopolistica comunitaria è volta a preservare il regime concorrenziale del mercato
comunitario e reprimere le pratiche anticoncorrenziali che pregiudicano il commercio fra stati membri.
Questo principio è recepito anche dalla recente legislazione antimonopolistica italiana, volta a preservare il
regime concorrenziale del mercato nazionale e a reprimere i comportamenti anticoncorrenziali che incidono sul
Con la legge 287/1990 è stato istituita l’Autorità garante della concorrenza del mercato (ANTITRUST), che
vigila sul rispetto della normativa antimonopolistica generale, adotta i provvedimenti antimonopolistici necessari
ed irroga le sanzioni amministrative e pecuniarie previste dalla legge.
- Le intese sono comportamenti concordati tre imprese, anche attraverso organismi comuni, volti a limitare la propria libertà di azione sul mercato. Sono vietate le intese che hanno per oggetto o per effetto quello di impedire, restringere o falsare, in maniera consistente, il gioco della concorrenza all’interno del mercato (le intese vietate sono nulle ad ogni effetto).
- E' vietato lo sfruttamento abusivo di posizione dominante, effettuato con comportamenti capaci di pregiudicare la concorrenza effettiva. Ad un’impresa in posizione dominante è vietato di: imporre prezzi o altre condizioni contrattuali ingiustificatamente gravose; impedire o limitare la produzione, gli sbocchi o gli accessi al mercato; applicare condizioni oggettivamente diverse per prestazioni equivalenti. Oggi è vietato nell’ordinamento nazionale anche l’abuso dello stato di dipendenza economica nel quale si trova un’impresa cliente o fornitrice rispetto ad un’altra anche in posizione non dominante sul mercato.
- Le concentrazioni si hanno quando due o più imprese si fondono dando così luogo ad un’unica impresa oppure quando due o più imprese, pur restando giuridicamente distinte, diventano un’unica entità economica ovvero quando due o più imprese indipendenti costituiscono un’impresa societaria comune. Le concentrazioni diventano però illecite e vietate quando danno luogo a gravi alterazioni del regime concorrenziale del mercato. Per questo motivo le operazioni di concentrazione fra imprese che superano un determinato livello di fatturato devono essere preventivamente comunicate all'Autorità Italiana o alla Commissione UE, che può permetterle ovvero vietarle. Se la concentrazione vietata viene ugualmente eseguita o se le imprese non si adeguano, sono previste pesanti sanzioni pecuniarie.
La libertà di iniziativa economica privata e la conseguente libertà di concorrenza sono libertà costituzionali disposte nell’interesse generale e non possono svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. L’interesse generale può legittimare la soppressione della libertà di concorrenza attraverso la costituzione di monopoli pubblici in settori predeterminati dalla stessa Costituzione. Quando la produzione di determinati beni o servizi è attuata in regime di monopolio legale, il legislatore si preoccupa di tutelare gli utenti contro possibili comportamenti arbitrari del monopolista Per chi opera in regime di monopolio sono previsti due obblighi:
- l’obbligo di contrarre con chiunque richieda le prestazioni; - obbligo di rispettare la parità di trattamento tra i diversi richiedenti.
La libertà individuale di iniziativa economica e di concorrenza è libertà parzialmente disponibile. Il patto che limita la concorrenza in via convenzionale deve essere approvato per iscritto ed è valido solo se circoscritto ad un determinato ambito territoriale o ad un determinato tipo di attività. Il patto ha una durata massima di cinque anni. Costituiscono esempi classici di questo fenomeno i cartelli, i consorzi anticoncorrenziali, i contratti con i quali più imprenditori possono prevedere impegni reciproci di vario tipo. Nello svolgimento della competizione fra imprenditori concorrenti è vietato servirsi di mezzi e tecniche non
conformi ai principi della "correttezza professionale". I fatti e gli atti che violano tale principio sono considerati
atti di "concorrenza sleale". Tali atti sono repressi e sanzionati anche se effettuati senza colpa o dolo ovvero se
non hanno ancora creato alcun danno all'imprenditore concorrente, essendo sufficiente in questa sede il "danno
potenziale". Tanto è necessario affinché scattino le sanzioni tipiche dell'inibitoria e della rimozione degli effetti
causati, salvo richiesta di risarcimento del danno. L'interesse tutelato non si esaurisce in quello dell'imprenditore.
Tutelati sono anche i consumatori, specialmente con l'introduzione del codice di autodisciplina pubblicitaria,
volto ad affievolire il proliferare delle pubblicità "ingannevoli". E con l'ultimo decreto legislativo si è voluto
anche inserire nel Codice del consumo una disciplina contro tutte le "pratiche commerciali scorrette", con
particolare attenzione alla limitazione delle c.d. clausole vessatorie. Con tali interventi è stato quindi introdotto il
controllo amministrativo, tramite l'Antitrust, la quale può procedere anche d'ufficio. E' atto di concorrenza sleale
ogni atto idoneo a creare confusione con i prodotti o con l'attività di un concorrente. Costituiscono atti di
concorrenza sleale l'uso di nomi o di segni distintivi idonei a creare confusione nel mercato e l'imitazione
servile dei prodotti di un concorrente. La seconda vasta categoria degli atti di concorrenza sleale comprende
gli atti di denigrazione e l'appropriazione di pregi propri dei prodotti di un concorrente. Costituisce tipico atto di
denigrazione la pubblicità iperbolica con cui si intende accreditare l'idea che il proprio prodotto sia migliore
rispetto a quello di un concorrente. Non costituisce sempre atto di concorrenza sleale la pubblicità
comparativa. Non è atto sleale se la comparazione è basata su dati veri ed oggettivamente verificabili. E' atto di
concorrenza sleale la pubblicità menzognera volta ad attribuire delle qualità e dei pregi non appartenenti ad
alcun concorrente. Costituiscono infine atti di concorrenza sleale la concorrenza parassitaria, la sistematica
vendita sottoprezzo dei propri prodotti (dumping) e la sottrazione ad un concorrente di dipendenti
particolarmente qualificati, quando ciò avviene in modo scorretto.
Consorzi fra imprenditori
Ai sensi dell'art. 2602, col il contratto di consorzio due o più imprenditori istituiscono un'organizzazione comune
per la disciplina o per lo svolgimento di determinate fasi delle rispettive imprese. Un consorzio può essere
costituito al fine di disciplinare, limitandola, la reciproca concorrenza fra imprenditori che svolgono la medesima
attività (consorsi anticoncorrenziali). Il consorzio può anche essere uno strumento di cooperazione
interaziendale, finalizzato alla riduzione dei costi di gestione delle singole imprese consorziate. Mentre i
consorzi anticoncorrenziali sollecitano all'istituzione di controlli per impedire la costituzione di monopoli di
fatto, i consorzi di cooperazione interaziendale sono guardati con favore dal legislatore, talvolta anche con
facilitazioni di natura finanziaria e tributaria. Dal punto di vista del diritto privato i due tipi di consorzio sono
disciplinati in maniera abbastanza uniforme. Sul piano civilistico invece, è importante la differenza tra consorzi
ad attività interna e consorzi ad attività (anche) esterna. In entrambi i casi si crea un'organizzazione comune ma,
nei consorzi con sola attività interna, i compiti di questa si esauriscono nel regolare i rapporti reciproci fra
consorziati e nel verificare che venga rispettato quanto convenuto. Nei consorzi con attività esterna le parti
provvedono all'istituzione di un ufficio comune destinato a svolgere attività con i terzi a nome delle imprese
consorziate. Il contratto di consorzio può essere stipulato solo tra imprenditori ma questo principio è
frequentemente derogato dalla legislazione speciale per consentire la partecipazione ai consorzi di imprese
pubbliche ed enti privati di ricerca. Il contratto di consorzio deve essere stipulato per iscritto a pena di nullità,
secondo la disciplina della forma ad substantiam. E' essenziale l'indicazione dell'oggetto del consorzio, degli
obblighi assunti dai consorziati e delle eventuali prestazioni in denaro da essi dovuti. E' un contratto di durata,
che può essere liberamente fissata dai consorziati; nel silenzio il contratto vale 10 anni. Il contratto di consorzio è
un contratto tendenzialmente aperto: è consentito l'ingresso di nuovi imprenditori senza che sia necessario il
consenso di tutti i consorziati. Il trasferimento di azienda causa l'automatico subingresso dell'acquirente nel
consorzio (ma se ne può deliberare l'esclusione per giusta causa). Il contratto di consorzio può sciogliersi
limitatamente al consorziato per volontà di quest'ultimo (se esercita il diritto di recesso) e per volontà degli altri
consorziati (causa di esclusione). Lo scioglimento totale del contratto di consorzio può essere deliberato a
maggioranza quando esiste una giusta causa; in mancanza di questa lo scioglimento anticipato deve essere
deliberato all'unanimità. Carattere essenziale dei consorzi è la creazione di una organizzazione comune che
prevede la presenza di un organo con funzioni deliberative (assemblea) ed un organo con funzioni gestorie
(organo direttivo). Per i consorzi ad attività esterna è previsto un sistema di pubblicità legale: un estratto del
contratto di consorzio deve essere iscritto nella 3a sezione speciale del registro delle imprese entro 30 giorni dalla
stipulazione. Il contratto deve indicare le persone cui è attribuita la presidenza, la direzione e la rappresentanza
del consorzio ed i relativi poteri. Le persone a cui è affidata la direzione del consorzio devono inoltre redigere
annualmente lo stato patrimoniale osservando la disciplina prevista per la redazione del bilancio e devono
depositarlo presso l'ufficio del registro delle imprese. Nei consorzi con attività esterna è prevista l'istituzione di
un fondo consortile che costituisce patrimonio autonomo e sul quale i creditori si possono soddisfare. Per le
obbligazioni assunte in nome del consorzio è chiamato a rispondere esclusivamente il consorzio stesso, mentre
per le obbligazioni assunte dagli organi del consorzio per conto dei singoli consorziati rispondono solidamente
sia i consorziati sia il consorzio. Esiste una netta distinzione tra consorzio ad attività interna e società; la
distinzione si fa tuttavia più sottile quando si confronta il consorzio ad attività esterna con la società. Lo scopo
tipico dei consorzi (ricavare un vantaggio patrimoniale sottoforma di minori costi e maggiori ricavi) è diverso
dallo scopo delle società lucrative. Tuttavia l'art. 2615-ter afferma che tutte le società (eccetto la società semplice)
possono assumere come oggetto sociale gli scopi indicati dall'art. 2602, quindi uno scopo consortile. E' quindi
lecito costituire una società per azioni nel cui atto costitutivo si indichi espressamente l'esclusivo scopo
Le società sono organizzazioni di persone e mezzi create dall'autonomia privata per l'esercizio in comune di una
attività produttiva. Il legislatore nazionale pone a disposizione dell'autonomia privata otto tipi di società: società
semplice, società in nome collettivo, società in accomandita semplice (vanno a costituire la categoria delle società
di persone), società a responsabilità limitata, società per azioni, società in accomandita per azioni (vanno a
costituire la categoria delle società di capitali), società cooperative, mutue assicuratrici. A questi tipi si sono poi
recentemente affiancati la società europea e la società cooperativa europea. Ai sensi dell'art. 2247, con il contratto
di società "due o più persone conferiscono beni o servizi per l'esercizio in comune di una attività economica al
fine di dividerne gli utili". Tuttavia ad oggi, la s.r.l. (dal 1993) e la s.p.a. (dal 2003) possono essere costituite anche
per atto unilaterale. Sia pure con tali eccezioni le società sono quindi enti associativi a base contrattuale che si
caratterizzano per la contemporanea presenza di tre elementi: a) i conferimenti dei soci; b) l'esercizio in comune
di una attività economica (scopo-mezzo); c) lo scopo lucrativo (scopo-fine).
I conferimenti sono le prestazioni cui le parti del contratto si obbligano; essi costituiscono il contributo dei soci
alla formazione del patrimonio iniziale della società. La loro funzione è quella di dotare la società del capitale di
rischio iniziale; con il conferimento ogni socio destina stabilmente parte della propria ricchezza all'esercizio
dell'attività e si espone al rischio di impresa. L'art. 2247 stabilisce che i conferimenti possono essere formati da
beni e servizi. Può cioè costituire oggetto di conferimento ogni cosa suscettibile di valutazione economica.
Il patrimonio sociale è il complesso dei rapporti giuridici attivi e passivi che fanno capo alla società. La
consistenza del patrimonio sociale è accertata periodicamente mediante la redazione del bilancio di esercizio.
Questo garantisce la garanzia principale od esclusiva dei creditori della società. Il capitale sociale è una cifra che
esprime il valore in denaro dei conferimenti così come risulta dall'atto costitutivo della società. Il capitale sociale
rimane inalterato per tutto il periodo di vita della società: può essere aumentato o diminuito soltanto attraverso la
modificazione dell'atto costitutivo. Ha una importante funzione vincolistica e organizzativa. Vincolistica
perché indica la frazione di patrimonio netto non disponibile e costituisce una garanzia patrimoniale
supplementare per i creditori. Organizzativa perché il suo ammontare è determinante al fine del calcolo degli utili
o delle perdite al momento della redazione del bilancio di esercizio. Inoltre può fungere da base di misurazione di
alcuni fondamentali diritti soggettivi dei soci: diritti sia amministrativi (diritto di voto) sia patrimoniali (diritto alla
percezione degli utili). Tali diritti spettano infatti in maniera proporzionale rispetto alla quota di capitale sociale
L'oggetto sociale è il c.d. scopo-mezzo e con questo si intende l'attività economica che i soci si prefiggono di
svolgere; deve essere predeterminato nell'atto costitutivo ed è modificabile solo nel rispetto delle norme che
regolano le modificazioni dell'atto costitutivo. Per tutte le società questo deve riguardare lo svolgimento di una
attività economica, più precisamente lo svolgimento di una attività produttiva. Le società non possono essere
costituite per il solo scopo di godimento dei beni conferiti dai soci (la disciplina che si applica in questo caso è
quella relativa alla comunione). Illegittime sono anche le società immobiliari di comodo, ovvero società il cui
scopo è limitato al concedere il locazione immobili a terzi o agli stessi soci senza fornire alcun servizio collaterale.
Gli interventi permissivi accolti in Unione Europea hanno spinto anche in Italia a lavorare per permettere la
costituzione di società fra professionisti. Nel 2001 si è arrivati a permettere la costituzione di società tra avvocati,
volta a facilitare il libero esercizio della professione di avvocato nell'ambito della UE. La società fra avvocati è
regolata dalle norme della società in nome collettivo, ove non diversamente disposto. La società fra avvocati è
iscritta in una apposita sezione del registro delle imprese e l'iscrizione ha solo la funzione di certificazione
anagrafica e di pubblicità notizia. La società fra avvocati non è esposta al fallimento, in quanto non costituisce
attività di impresa. Nella società fra avvocati vige il principio della diretta responsabilità del professionista nei
confronti del cliente: questo ha il diritto di chiedere che l'incarico venga conferito ad uno o più soci da lui scelti
(solo quello o quelli incaricati sono professionalmente ed illimitatamente responsabili). Nel 2006, con un ulteriore
passo in avanti è stata consentita la prestazione di servizi professionali interdisciplinari da parte di società di
persone oppure di associazioni tra professionisti (consulenza legale ed assistenza fiscale). Differenziazione tra
società tra professionisti, società di mezzi e società di servizi imprenditoriali.
Scopo fine
L'ultimo elemento caratterizzante delle società è quello costituito dallo scopo perseguito dalle parti. Una società
può essere costituita al fine di svolgere una attività economica con i terzi in modo da conseguire utili (lucro
oggettivo) da suddividere poi fra i soci (lucro soggettivo). E' questa la società lucrativa o a scopo di lucro. Una
società può però anche essere costituita per procurare ai soci un vantaggio patrimoniale diretto consistente in un
risparmio di spesa o in una maggiore remunerazione del lavoro prestato dai soci nella cooperativa. Sotto il profilo
dello scopo perseguibile le società possono essere distinte in: società lucrative, società mutualistiche e società
consortili. In definitiva le società sono enti associativi che operano con metodo economico e per la realizzazione
di un risultato economico a favore esclusivo dei soci: la società è quindi un fenomeno essenzialmente egoistico.
Le società formano un sistema composto da una pluralità di modelli organizzativi, ciascuno dei quali costituisce
una diversa combinazione di risposte legislative ai problemi di disciplina che solleva l’esercizio in forma societaria
dell’attività d’impresa.
Una prima classificazione è quella basata sullo scopo istituzionale perseguibile: le società cooperative e le mutue
assicuratrici (società mutualistiche) si contrappongono a tutti gli altri tipi di società, definiti come società
Una seconda distinzione (nell’ambito delle lucrative) è quella basata sulla natura dell’attività esercitabile: la società semplice solo per l’esercizio di attività non commerciale; tutte le altre società lucrative possono esercitare sia attività commerciale sia attività non commerciale. Altra distinzione legislativa è quella fra società dotate di personalità giuridica (società di capitali e società cooperative) e società prive di personalità giuridica (società di persone). Nelle società di capitali: è prevista un’organizzazione di tipo corporativo (presenza di una pluralità di organi: assemblea, organo di gestione, di controllo…); il funzionamento degli organi sociali è dominato dal principio maggioritario (maggioranze assembleari calcolate in base alla partecipazione di ciascun socio al capitale sociale); il singolo socio ha il solo diritto di concorrere, con il suo voto, dell’organo amministrativo e/o di controllo (non ha alcun potere diretto); la partecipazione sociale è di regola liberamente trasferibile. Nella società di persone: l’attività si fonda su un modello organizzativo che riconosce ad ogni socio a responsabilità limitata di amministrare la società e richiede di regola il consenso di tutti i soci per le modificazioni dell’atto costitutivo; il singolo socio è investito del potere di amministrazione e di rappresentanza della società indipendentemente dall’ammontare del capitale conferito e dalla consistenza del suo patrimonio personale. Ne consegue che la partecipazione sociale è di regola trasferibile solo col consenso degli altri soci. Ultimo criterio di distinzione è quello basato sul regime di responsabilità: società nelle quali per le obbligazioni sociali rispondono sia il patrimonio sociale sia i singoli soci personalmente e illimitatamente; società nelle quali coesistono istituzionalmente soci a responsabilità illimitata (accomandatari) e soci a responsabilità limitata (accomandanti); società nelle quali per le obbligazioni sociali di regola risponde solo la società con il proprio patrimonio. Il legislatore del 1942 ha operato una netta distinzione: le società di capitali e le società cooperative sono persone giuridiche; la personalità giuridica è invece negata alle società di persone, che godono però di autonomia patrimoniale.
Con il riconoscimento della personalità giuridica, le società di capitali e le società cooperative sono trattate, per legge, come soggetti di diritto formalmente distinte dalle persone dei soci (piena e perfetta autonomia patrimoniale). I beni conferiti dai soci diventano beni di proprietà della società: questa è titolare di un proprio patrimonio, di propri diritti e di proprie obbligazioni distinti da quelli personali dei soci. I creditori personali dei soci non possono soddisfarsi sul patrimonio sociale, né i creditori sociali possono soddisfarsi sul patrimonio personale dei soci. Le società di persone godono invece di autonomia patrimoniale imperfetta: al creditore personale del socio non è permesso aggredire il patrimonio della società, ma è concesso di ottenere la liquidazione della quota del proprio debitore; i creditori della società non possono aggredire direttamente il patrimonio personale dei soci: tale operazione gli è consentita solo dopo aver infruttuosamente escusso il patrimonio sociale. Quindi, le obbligazioni sociali sono obbligazioni della società, cui si aggiunge a titolo di garanzia la responsabilità di tutti (o di alcuni soci nel caso della società in accomandita semplice). Imprenditore è la società (anche se il fallimento della società determina il fallimento dei soci illimitatamente responsabili). Chi costituisce una nuova società può liberamente scegliere fra tutti i tipi di società previsti dalla legislazione nazionale se l’attività non è commerciale, tutti tranne la società semplice se l’attività è commerciale. Se l’attività non è commerciale la scelta del tipo è necessaria solo se le parti vogliono sottrarsi al regime della società semplice. Anche quando l’attività è commerciale un’esplicita scelta del tipo non è tuttavia necessaria. Infatti, il silenzio delle parti in merito è interpretato come implicita opzione per il regime della società in nome collettivo. I modelli organizzativi per i singoli tipi di società non sono rigidi e consentono un parziale adattamento alle esigenze del caso concreto (clausole compatibili con la disciplina del tipo di società prescelto). È invece inammissibile la creazione di un tipo di società del tutto inconsueto e stravagante, che non corrisponde ad alcuno dei modelli legislativi previsti. La società semplice, la società in nome collettivo La società semplice può esercitare solo attività non commerciale. La società in nome collettivo (anche per attività commerciali) è soggetta all'iscrizione nel registro delle imprese con effetti di pubblicità legale (sezione ordinaria). Tutti i soci rispondono solidalmente ed illimitatamente delle obbligazioni sociali. Il contratto di società semplice non è soggetto a forme speciali, salvo quelle previste dalla natura dei beni conferiti. E' prevista l'iscrizione nel registro delle imprese, che avviene nella sezione speciale ed ha effetti di pubblicità legale dal 2001. Il contratto può essere concluso verbalmente o risultare da comportamenti concludenti (società di fatto). Per le società in nome collettivo, regole di forma e di contenuto per l'atto costitutivo sono prescritte solo ai fini dell'iscrizione della società nel registro delle imprese. E' irregolare la società non iscritta perché le parti non hanno provveduto a redigere l'atto costitutivo o perché non hanno provveduto alla registrazione dello stesso; in entrambi i casi si applica la disciplina della collettiva irregolare. L'atto pubblico deve essere quindi redatto per atto pubblico o per scrittura privata autenticata da un notaio e deve contenere: le generalità dei soci, la ragione sociale, i soci che hanno l'amministrazione e la rappresentanza della società, la sede, l'oggetto sociale, i conferimenti, prestazioni dei soci d'opera, i criteri di ripartizione degli utili e la durata della società. Società di fatto e società occulta La società di fatto si perfeziona per fatti concludenti; è regolata dalle norme della società semplice se l’attività esercitata non è commerciale. È regolata dalle norme della collettiva irregolare se l’attività è commerciale. È esposta al fallimento al pari di ogni imprenditore commerciale ed il fallimento della società determina automaticamente il fallimento di tutti i soci: dei soci noti e dei soci occulti (la cui esistenza venga successivamente scoperta). La società occulta è costituita con l’espressa e concorde volontà dei soci di non rivelarne l’esistenza all’esterno: può essere una società di fatto ma può anche risultare da un atto scritto tenuto ovviamente segreto dai soci. L’attività d’impresa è svolta per conto della società ma senza spenderne il nome. La società esiste nei rapporti interni tra i soci ma non viene esteriorizzata: nei rapporti esterni si presenta come impresa individuale di uno dei soci o anche di un terzo, che operano spendendo il proprio nome. Lo scopo è quello di limitare la responsabilità nei confronti dei terzi al patrimonio (di regola modesto) del solo gestore, di evitare cioè che la società e gli altri soci rispondano delle obbligazioni di impresa e siano esposti al fallimento. La recente riforma del diritto fallimentare con il nuovo art. 147, 5° comma, dispone che qualora dopo la dichiarazione di fallimento di un imprenditore individuale risulti che l’impresa è riferibile ad una società di cui il fallito è socio illimitatamente responsabile, si applica agli altri soci illimitatamente responsabili la regola del fallimento del socio occulto. Nel caso di socio occulto di società palese l’attività d’impresa è svolta in nome della società e ad essa è certamente imputabile in tutti i suoi effetti. Nel caso di società occulta invece l’attività d’impresa non è svolta in nome della società; gli atti di impresa non sono ad essa formalmente imputabili (chi opera nei confronti di terzi agisce in nome proprio, sia pure
nell’interesse e per conto di una società di cui è eventualmente socio; a lui sono imputabili gli atti di impresa e i relativi effetti). Società apparente: capita spesso che il giudice si convinca che dietro un imprenditore individuale, insolvente o già fallito, ci sia una società. Se però il giudice si rende però conto che gli indici probatori sono fragili può decretare (se ne è proprio convinto) la società apparente. Una società, ancorché non esistente nei rapporti tra i presunti soci, deve tuttavia considerarsi esistente all’esterno quando due o più persone operino in modo da ingenerare nei terzi la ragionevole opinione che essi agiscono come soci e quindi da determinare in essi l’incolpevole affidamento circa l’esistenza della società (che è assoggettata a fallimento come una società realmente esistente). Conferimenti Con la costituzione della società il socio assume l'obbligo di effettuare i conferimenti determinati nel contratto sociale. In conferimento può riguardare qualsiasi prestazione di dare, fare o non fare. Per il conferimento di beni in proprietà la garanzia dovuta dal socio e il passaggio dei rischi sono regolati dalle norme sulla vendita. Finché la proprietà del bene non sia passata alla società il rischio del perimento del bene grava ancora sul socio. Per le cose conferite in godimento, il rischio grava sul socio che le ha conferite. Questi potrà essere escluso dalla società qualora il godimento diventi impossibile per causa non imputabile agli amministratori. Essendo un bene conferito in godimento, la società ne può godere, ma non ne può disporre e il socio ha diritto alla restituzione al termine della società nello stato in cui si trova. La garanzia per il godimento è regolata con rinvio alle norme sulla locazione. Il socio che conferisce crediti risponde nei confronti della società dell'insolvenza del debitore ceduto nei limiti del valore assegnato al suo conferimento; sarà inoltre tenuto al rimborso delle spese ed a corrispondere gli interessi. Nelle società di persone il socio può prestare la propria attività lavorativa a favore della società. Il socio d'opera non è un lavoratore subordinato e di conseguenza il compenso per il suo lavoro è rappresentato dalla partecipazione agli utili di società (rischio di lavorare senza remunerazione). Capitale sociale e partecipazione al risultato economico I conferimenti dei soci formano il patrimonio iniziale della società; i soci non possono servirsi delle cose appartenenti al patrimonio sociale per fini estranei a quello della società. La violazione di tale obbligo espone al risarcimento del danno e all'esclusione dalla società. Il capitale sociale è del tutto assente nella società semplice, mentre per le società in nome collettivo è obbligatorio indicare nell’atto costitutivo i conferimenti dei soci e il relativo valore. È vietata la ripartizione tra i soci degli utili non realmente conseguiti (utili fittizi), di somme cioè che non corrispondono ad un'eccedenza di patrimonio netto. Se si è verificata una perdita del capitale sociale, gli utili non possono essere ripartiti finché il capitale non sia reintegrato o ridotto in misura corrispondente. Gli amministratori non possono rimborsare ai soci i conferimenti eseguiti o liberarli dall’obbligo di ulteriori versamenti senza una riduzione del capitale sociale. L’operazione (di riduzione) comporta una riduzione reale del patrimonio netto e può pregiudicare i creditori sociali (che possono opporsi alla riduzione di capitale). Tutti i soci hanno diritto di partecipare agli utili e partecipano alle perdite della gestione aziendale e non è affatto necessario che la ripartizione sia proporzionale ai conferimenti. All’autonomia privata viene posto il solo limite rappresentato dal divieto di patto leonino: è nullo il patto con il quale uno o più soci sono esclusi da ogni partecipazione agli utili o alle perdite. Vi sono dei criteri legali di ripartizione:
- se il contratto nulla dispone, le parti spettanti ai soci nei guadagni e nelle perdite si presumono proporzionali ai conferimenti;
- se il valore dei conferimenti non è stato determinato, le parti si presumono uguali; - se è determinata soltanto la parte di ciascuno nei guadagni, si presume la partecipazione alle perdite nella
stessa misura (o viceversa). La parte spettante al socio d'opera, se non determinata, è fissata da giudice secondo equità. Nella società semplice il diritto del socio di percepire utili nasce con l’approvazione del rendiconto; nella società in nome collettivo il documento che accerta l’esistenza di utili o perdite è il bilancio d’esercizio (redatto secondo i criteri illustrati per la società per azioni). Il bilancio deve essere predisposto dagli amministratori ed è da ritenersi che l'approvazione spetti a tutti i soci. L’approvazione del rendiconto o del bilancio è condizione sufficiente perché ciascun socio possa pretendere l’assegnazione della sua parte di utili (nelle società di persone in mancanza di specifica clausola dell’atto costitutivo, la maggioranza dei soci non può deliberare la non distribuzione degli utili accertati e il conseguente reinvestimento nella società: occorre l’unanimità). Le perdite incidono invece direttamente sul valore della partecipazione sociale riducendolo proporzionalmente; in questo modo, al momento della liquidazione della società, al socio verrà rimborsata una somma inferiore al valore del conferimento. Regime di responsabilità
Nella società semplice e nella s.n.c. delle obbligazioni sociali risponde innanzitutto la società con il proprio patrimonio; questa è una garanzia primaria ma non esclusiva (i singoli soci rispondono personalmente e illimitatamente). Nella società semplice è possibile esonerare dalla responsabilità, mediante apposito patto sociale, i soci non investiti del potere di rappresentanza (nella s.n.c. non è possibile). In entrambe le società la responsabilità per le obbligazioni sociali precedentemente contratte è estesa anche ai nuovi soci. Lo scioglimento del rapporto sociale per morte, recesso od esclusione, non fa venir meno la responsabilità personale del socio per le obbligazioni sociali anteriori al verificarsi di tali eventi, che devono tuttavia essere portati a conoscenza dei terzi con mezzi idonei. Altrimenti lo scioglimento della società non è opponibile. Nella collettiva irregolare, l'opponibilità ai terzi resta soggetta al regime di pubblicità legale delle modificazioni dell'atto costitutivo. Nella società semplice e nella s.n.c. i creditori sociali hanno di fronte a sé più patrimoni su cui soddisfarsi: il patrimonio della società e il patrimonio dei singoli soci illimitatamente responsabili. I soci sono responsabili in solido fra loro, ma sono responsabili in via sussidiaria rispetto alla società in quanto godono del beneficio di preventiva escussione (art. 2268) del patrimonio sociale. Nella società semplice il creditore può rivolgersi direttamente al singolo socio illimitatamente responsabile e sarà questi a dover invocare la preventiva escussione del patrimonio sociale indicando i beni sui quali il creditore possa agevolmente soddisfarsi. Questa disciplina si applica anche alla s.n.c. irregolare. Nella s.n.c. regolare, invece, il beneficio di escussione opera automaticamente. I creditori sociali non possono pretendere il pagamento dai singoli soci, se non dopo l’escussione del patrimonio sociale (è necessario che il creditore abbia infruttuosamente esperito l’azione esecutiva sul patrimonio sociale). Il patrimonio della società è insensibile alle obbligazioni personali dei soci ed intangibili da parte dei creditori personali di questi ultimi. Il creditore personale non può compensare il suo credito verso il socio con il debito che eventualmente abbia verso la società (divieto di compensazione, art. 2271). Il creditore non è però sprovvisto di tutela (sia nella società semplice sia nella s.n.c.). Egli può infatti: far valere i suoi diritti sugli utili spettanti al socio suo debitore; compiere atti conservativi sulla quota allo stesso spettante nella liquidazione della società. Nella società semplice e nella s.n.c. irregolare il creditore può anche chiedere la liquidazione della quota del suo debitore, provando anche che gli altri beni del debitore sono insufficienti a soddisfare i suoi crediti (la società sarà tenuta a versargli entro tre mesi una somma di denaro corrispondente al valore della quota al momento della domanda). Nella s.n.c. regolare, il creditore particolare del socio, finché dura la società, non può chiedere la liquidazione della quota del socio debitore, neppure se trova che gli altri beni dello stesso siano insufficienti a soddisfarlo. Tale regola vale tuttavia fino alla scadenza della società così come previsto nell'atto costitutivo. L'amministrazione della società L'amministrazione della società è l’attività di gestione dell’impresa sociale. Il potere di amministrare è il potere di compiere tutti gli atti che rientrano nell’oggetto sociale. Per legge ogni socio illimitatamente responsabile è amministratore della società e quindi, nella società in nome collettivo ogni socio è amministratore della società. L'atto costitutivo può tuttavia prevedere che l'amministrazione sia riservata solo ad alcuni soci. Quando l’amministrazione della società spetta a più soci (tutti o alcuni) si applica la disciplina dell'amministrazione disgiuntiva: ciascun socio amministratore può intraprendere da solo tutte le operazioni che rientrano nell’oggetto sociale, senza essere tenuto a richiedere il consenso o il parere degli altri soci amministratori. L’ampio potere di iniziativa individuale è tuttavia temperato dal diritto di opposizione riconosciuto a ciascuno degli altri soci amministratori (se l’opposizione è tempestiva paralizza il potere decisorio del singolo amministratore, visto che sulla fondatezza dell'opposizione, decide la maggioranza dei soci, amministratori e non, per quote d’interesse). Con l’amministrazione congiuntiva (espressamente convenuta nell’atto costitutivo) è necessario il consenso di tutti i soci amministratori per il compimento delle operazioni sociali. L’amministrazione congiunta può atteggiarsi sia come amministrazione all’unanimità sia come amministrazione a maggioranza. Vi è il riconoscimento ai singoli amministratori del potere di agire individualmente quando vi sia urgenza di evitare un danno alla società. Fra le funzioni degli amministratori c'è quella di rappresentanza della società (potere di firma) che è il potere di agire nei confronti di terzi in nome della società, dando luogo all’acquisto di diritti e all’assunzione di obblighi da parte della stessa. Il potere di rappresentanza riguarda la fase di attuazione con i terzi delle operazioni sociali e costituisce quindi attività amministrativa esterna; il potere di gestione, invece, è il potere di decidere il compimento degli atti sociali ed è attività amministrativa interna.
Nel caso di amministrazione disgiunta, ogni amministratore può decidere e stipulare da solo atti in nome della società (firma disgiunta). Nell’amministrazione congiuntiva tutti i soci amministratori devono partecipare alla stipulazione dell’atto (firma congiunta). La rappresentanza è anche processuale (attiva e passiva): la società può agire o può essere chiamata in giudizio in persona dei soci amministratori che ne hanno la rappresentanza. Nella s.n.c. regolare le limitazioni del potere di rappresentanza degli amministratori non sono opponibili ai terzi se non sono iscritte nel registro delle imprese o se non si provi che i terzi ne abbiano avuta effettiva conoscenza. Nella s.n.c. irregolare l’omessa registrazione si ritorce contro i soci essendo tutelato l’affidamento che i terzi ripongono nel rispetto del modello legale di rappresentanza (si presume che ogni socio che agisce per la società abbia la rappresentanza sociale anche in giudizio). Nella società semplice le limitazioni originarie sono sempre opponibili ai terzi, sicché su costoro incombe l’onere di accertare se il socio che agisce in nome della società ha effettivamente potere di rappresentanza. I soci investiti dell’amministrazione possono essere nominati nell’atto costitutivo o con atto separato. La distinzione acquista rilievo ai fini della revoca della facoltà di amministrare: se l’amministratore è nominato nell’atto costitutivo la revoca deve essere decisa dagli altri soci all’unanimità e non ha effetto se non ricorre una giusta causa; l’amministratore nominato per atto separato è invece revocabile secondo le norme del mandato, quindi anche se non ricorre una giusta causa. Diritti e obblighi degli amministratori sono regolati dalle norme sul mandato. L’amministratore è investito per legge del potere di compiere tutti gli atti che rientrano nel progetto sociale. Nella s.n.c. gli amministratori devono tenere le scritture contabili e redigere il bilancio d’esercizio; devono inoltre provvedere agli adempimenti pubblicitari connessi all’iscrizione nel registro delle imprese. Dei numerosi obblighi ad essi imposti dalla legge o dall’atto costitutivo (sintetizzabili nel dovere generale di amministrare la società con la diligenza del mandatario) gli amministratori sono poi solidalmente responsabili verso la società, con conseguente obbligo di risarcire i danni alla stessa arrecati (tranne esenti da colpa). I soci amministratori avranno diritto al compenso per il loro ufficio (può essere costituito anche da una più elevata partecipazione agli utili). Ai soci esclusi dall’amministrazione sono riconosciuti ampi poteri di informazione e di controllo: diritto di avere dagli amministratori notizie dello svolgimento degli affari sociali, di consultare documenti relativi all’amministrazione, di ottenere il rendiconto al termine di ogni anno. Nella s.n.c., ma non nella società semplice, incombe su tutti i soci uno specifico obbligo: il divieto di concorrenza (è vietato esercitare per conto proprio o altrui un’attività concorrente con quella della società e partecipare come socio illimitatamente responsabile ad altra società concorrente). La violazione del divieto espone il socio al risarcimento dei danni e legittima gli altri soci a deciderne l’esclusione. Modifica dell'atto costitutivo e scioglimento della società Nella società semplice e nella società in nome collettivo, la modifica dell'atto costitutivo richiede il consenso di tutti i soci, se non è convenuto diversamente. Fra le modificazioni del contratto rientrano anche i mutamenti della compagine sociale e di conseguenza il consenso di tutti gli altri soci è atto necessario per il trasferimento della quota sociale sia per atto inter-vivos sia mortis-causa. In entrambi i tipi di società (per la società semplice dal 2001), le modificazioni all'atto costitutivo sono soggette a pubblicità legale e vanno iscritti nel registro delle imprese. Molto frequente è la clausola che prevede modificazioni dell'atto costitutivo per maggioranza ma questa deve rispettare due principi generali: l'obbligo di esecuzione del contratto secondo buona fede e il rispetto della parità di trattamento fra soci. Il socio può cessare di far parte della società per morte, recesso od esclusione. Con il venir meno di un socio non si ha lo scioglimento della società: è rimesso ai soci superstiti il decidere se porre fine alla società o continuarla. Nel caso in cui rimanga un solo socio superstite, questi ha la facoltà di associare a sé altre persone (continuando la società) oppure porvi fine. Se muore un socio, i soci superstiti sono obbligati a liquidare la quota ai suoi eredi nel termine di sei mesi (i soci non sono tenuti a subire il subingresso di eredi nella società). In alternativa possono:
- sciogliere anticipatamente la società: gli eredi partecipano alla divisione dell’attivo che residua dopo l’estinzione dei debiti sociali;
- continuare la società con gli eredi del socio defunto: è necessario il consenso di tutti i soci superstiti e degli eredi.
- se la società è a tempo indeterminato ogni socio può recedere liberamente comunicando la sua volontà ai soci con un preavviso di almeno tre mesi;
- se la società è a tempo determinato, il recesso è ammesso per legge solo se sussiste una giusta causa.
Un’altra causa di scioglimento del rapporto sociale è costituita dall’esclusione del socio dalla società (in alcuni casi ha luogo di diritto; in altri è facoltativa, cioè rimessa alla decisione degli altri soci). Sono esclusi di diritto il socio che sia dichiarato fallito e il socio il cui creditore particolare abbia ottenuto la liquidazione della quota. Si può avere esclusione facoltativa quando si riscontrano:
- gravi inadempienze degli obblighi che derivano dalla legge o dal contratto sociale (mancata esecuzione dei conferimenti, violazione del divieto di concorrenza);
- l’interdizione e l’inabilitazione del socio; - la sopravvenuta impossibilità di esecuzione del conferimento per causa non imputabile al socio (es.
perimento della cosa da conferire, sopravvenuta inidoneità del socio a svolgere l’opera conferita,…). L’esclusione è deliberata dalla maggioranza dei soci calcolata per teste. Nella società composta da sue soli soci, l’esclusione di uno di essi è pronunciata direttamente dal tribunale su domanda dell’altro. La delibera di esclusione ha effetto decorsi 30 giorni dalla data di comunicazione, periodo entro il quale il socio escluso può effettuare ricorso davanti ad un tribunale, il quale può anche sospendere l'esecuzione della delibera. Nel caso in cui la società sia formata da solo due soci, tale procedimento non è evidentemente possibile e la delibera di esclusione sarà pronunciata direttamente dal tribunale su domanda dell'altro socio. In tutti i casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente ad un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto alla liquidazione della quota sociale (consistente in una somma di denaro che rappresenta il valore della quota). Il valore della quota è determinato in base alla situazione patrimoniale della società (valutata attribuendo ai beni il loro valore effettivo) nel giorno in cui si verifica lo scioglimento del rapporto. Il pagamento della quota spettante al socio deve essere effettuato entro sei mesi dal giorno in cui si è verificato lo scioglimento del rapporto (tre mesi in caso di scioglimento su richiesta del creditore particolare). Il socio uscente continua a rispondere illimitatamente delle obbligazioni sociali sorte precedentemente lo scioglimento. Le cause di scioglimento della società semplice, valide anche per la collettiva, sono indicate dall'art. 2272: - il decorso del termine fissato dall'atto costitutivo (la proroga può essere espressa o tacita); - la sopravvenuta impossibilità di raggiungimento dell'oggetto sociale (od il suo raggiungimento); - la volontà di tutti i soci (o della maggioranza, se previsto dall'atto costitutivo); - il venir meno della pluralità dei soci (se entro 6 mesi questa non è stata ricostituita); - le altre cause previste dall'atto costitutivo e ad altre cause speciali (liquidazione coatta amministrativa). Al verificarsi di una delle ipotesi la società entra automaticamente in stato di liquidazione, ma non si estingue immediatamente; si deve infatti prima provvedere al soddisfacimento dei creditori sociali ed alla distribuzione fra i soci dell’eventuale residuo attivo. Il procedimento di liquidazione inizia con la nomina di uno o più liquidatori che richiede il consenso di tutti i soci (in disaccordo sono nominati dal tribunale) . Con l’accettazione della nomina, i liquidatori prendono il posto degli amministratori i quali devono presentare loro il bilancio dell’ultimo periodo; insieme devono poi redigere l’inventario dal quale risulta lo stato attivo e passivo del patrimonio sociale. I liquidatori hanno il compito di definire i rapporti che si ricollegano all’attività sociale: conversione in denaro dei beni, pagamento dei creditori, ripartizione fra i soci dell’eventuale residuo attivo. I liquidatori possono compiere dunque tutti gli atti necessari per la liquidazione. In particolare, per procedere al pagamento dei creditori sociali, i liquidatori possono chiedere ai soci i versamenti ancora dovuti, ma solo se i fondi disponibili risultano insufficienti. Se occorre possono richiedere ai soci stessi le somme ulteriormente necessarie. Sui liquidatori incombe un duplice divieto:
- non possono intraprendere "nuove operazioni": se violano tale divieto essi rispondono personalmente e solidalmente per gli affari intrapresi nei confronti dei terzi;
- non possono ripartire tra i soci, neppure parzialmente, i beni sociali finché i creditori sociali non siano stati pagati.
Estinti tutti i debiti sociali, la liquidazione si avvia all’epilogo con la ripartizione tra i soci dell’eventuale attivo patrimoniale residuo convertito in denaro. Il saldo attivo di liquidazione è destinato innanzitutto al rimborso del valore nominale dei conferimenti; l’eventuale eccedenza è poi ripartita fra tutti i soci in proporzione della partecipazione di ciascuno nei guadagni. Nessuna regola specifica è prevista per la chiusura del procedimento di liquidazione nella società semplice. Nella s.n.c. invece, i liquidatori devono redigere il bilancio finale di liquidazione (rendiconto della gestione dei liquidatori: entrate e uscite e situazione patrimoniale finale) e il piano di riparto (proposta di divisione fra i soci dell’attivo residuo). Nella s.n.c. irregolare la chiusura del procedimento di liquidazione determina l’estinzione della società.
Principi diversi valgono per la s.n.c. registrata e per la società semplice: approvato il bilancio finale di liquidazione, i liquidatori devono chiedere la cancellazione della società dal registro delle imprese. La cancellazione può anche essere disposta d’ufficio, quando l’ufficio del registro rilevo alcune specifiche circostanze sintomatiche dell’assenza di attività sociale (irreperibilità presso la sede legale, assenza degli atti di gestione per tre anni consecutivi, mancanza del codice fiscale). Con la cancellazione dal registro delle imprese la società si estingue, quand’anche non tutti i creditori sociali non siano stati soddisfatti: essi possono agire nei confronti dei soci, che restano personalmente e illimitatamente responsabili per le obbligazioni sociali insoddisfatte. Possono inoltre agire nei confronti dei liquidatori, se il mancato pagamento è imputabile a colpa o dolo di questi ultimi. I creditori della s.n.c. possono richiedere il fallimento della società entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese (art. 10 L.F.). La società in accomandita semplice La società in accomandita semplice è una società di persone che prevede la presenza di due categorie di soci:
- i soci accomandatari, che rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali (a loro spetta l’amministrazione della società);
- i soci accomandanti, che rispondono limitatamente alla quota conferita (sono obbligati solamente ad eseguire i conferimenti promessi).
Questo tipo di società consente l’esercizio in comune di un’impresa commerciale con limitazione del rischio e non esposizione al fallimento personale per i soci accomandanti. Proprio per questo ultimo fatto è un modello societario spesso soggetto ad abusi. Per la costituzione della s.a.s. valgono le regole esposte per la s.n.c. L’atto costitutivo dovrà indicare quali sono i soci accomandatari e quali gli accomandanti. L’atto costitutivo è soggetto ad iscrizione nel registro delle imprese. Quello che contraddistingue la s.a.s. dalla s.n.c. è la ragione sociale; questa deve essere formata con il nome di almeno uno dei soci accomandatari e con l’indicazione del tipo sociale. L’accomandante che consente che il suo nome sia compreso nella ragione sociale risponde di fronte ai terzi illimitatamente e solidalmente con i soci accomandatari per le obbligazioni sociali, perdendo così il beneficio della responsabilità limitata e lo perde per tutte le obbligazioni sociali e nei confronti di qualsiasi creditore sociale. L'amministrazione della società può essere affidata solo ai soci accomandatari. Gli accomandanti non possono compiere atti di amministrazione, né trattare o concludere affari in nome della società, se non in forza di procura speciale per singoli affari. Più esattamente per quanto riguarda l'amministrazione interna l'accomandante è privo di ogni potere decisionale autonomo in merito alla condotta degli affari sociali. Per quanto riguarda l’attività esterna, l’accomandante può concludere affari in nome della società in forza di procura speciale per singoli affari, ma non può agire di fronte a terzi come procuratore generale o institore. Se l’accomandante viola questo divieto risponde di fronte ai terzi illimitatamente e solidalmente per tutte le obbligazioni sociali che siano imputabili alla società (in caso di fallimento, anch’egli sarà dichiarato fallito al pari degli accomandatari). È esposto inoltre all’esclusione dalla società, con decisione a maggioranza degli altri soci. I soci accomandanti hanno il diritto di concorrere con gli accomandatari alla nomina e alla revoca degli amministratori (se l'atto costitutivo prevede la nomina di questi per atto successivo separato), che avviene con il consenso di tutti i soci accomandatari e l’approvazione di tanti soci accomandanti che rappresentano la maggioranza del capitale da essi sottoscritto. I soci accomandanti possono prestare la loro opera, manuale o intellettuale, all’interno della società sotto la direzione degli amministratori. Inoltre, se l’atto costitutivo lo consente, possono dare autorizzazioni e pareri per determinate operazioni, nonché compiere atti di ispezione e di controllo. Per quanto riguarda la disciplina del trasferimento delle partecipazioni sociali, i soci accomandatari sono sottoposti alla disciplina prevista per la s.n.c. (il trasferimento per atto fra vivi della quota degli accomandatari può avvenire solo col consenso di tutti gli altri soci e per la trasmissione a causa di morte sarà necessario anche il consenso degli eredi). Per quanto riguarda gli accomandanti, la loro quota è liberamente trasferibile per causa di morte senza che sia necessario il consenso dei soci. Per il trasferimento per atto fra vivi occorre il consenso dei soci che rappresentano la maggioranza del capitale sociale, salvo che l'atto costitutivo non disponga diversamente. La s.a.s. si scioglie, oltre che per le cause previste per la s.n.c., quando rimangono soltanto soci accomandatari o soci accomandanti, sempre che nel termine di sei mesi non sia stato sostituito il socio che viene meno. Inoltre, se sono venuti meno i soci accomandatari, i soci accomandanti devono nominare un amministratore provvisorio (anche un socio accomandante), i cui poteri sono per legge limitati al compimento degli atti di ordinaria amministrazione (l’amministratore provvisorio non diventa socio accomandatario).
Per il procedimento di liquidazione e estinzione valgono le regole dettate per la s.n.c.; tuttavia, i creditori rimasti insoddisfatti potranno soddisfarsi solo sulla quota di liquidazione dei soci accomandanti, dato che essi non erano soci a responsabilità illimitata. La s.a.s. si scioglie, oltre che per le cause previste per la s.n.c., quando rimangono soltanto soci accomandatari o soci accomandanti, sempre che nel termine di sei mesi non sia stato sostituito il socio che viene meno. Inoltre, se sono venuti meno i soci accomandatari, i soci accomandanti devono nominare un amministratore provvisorio, i cui poteri sono per legge limitati al compimento degli atti di ordinaria amministrazione (l’amministratore provvisorio non diventa socio accomandatario). Per il procedimento di liquidazione e estinzione valgono le regole dettate per la s.n.c.; tuttavia, i creditori rimasti insoddisfatti potranno soddisfarsi solo sulla quota di liquidazione dei soci accomandanti, dato che essi non erano soci a responsabilità illimitata. È irregolare la società in accomandita semplice il cui atto costitutivo non è stato iscritto nel registro delle imprese. I soci accomandanti rispondono limitatamente alla loro quota, salvo che abbiano partecipato alle operazioni sociali. Per il resto vale la disciplina dettata per la s.n.c. irregolare. La società per azioni (S.p.A.) La società per azioni è un modello di società di capitali in cui per le obbligazioni sociali risponde soltanto la società con il proprio patrimonio (art. 2325) e in cui la partecipazione dei soci al capitale sociale è rappresentata da azioni (art. 2346). La società per azioni è la forma prescelta dalle impresa di media e grande dimensioni a capitale sia privato sia pubblico; è dotata di personalità giuridica: è perciò un soggetto di diritto distinto dai soci e gode di perfetta autonomia patrimoniale. I soci sono tenuti soltanto ad effettuare i conferimenti ai quali si sono obbligati e possono perciò predeterminare quanta parte della propria ricchezza personale intendono esporre al rischio dell'attività di impresa. La s.p.a. ha per legge una organizzazione di tipo corporativo, basata sulla contemporanea esistenza di tre organi: assemblea, un organo di gestione ed un organo di controllo. Il funzionamento dell'organo deliberativo, vale a dire l'assemblea, è dominato dal principio maggioritario ed il "peso" di ogni socio in sede di voto è proporzionato alla sua quota di capitale sottoscritto ed al numero di azioni possedute (maggioranza per capitale). Le competenze assembleari sono circoscritte alle decisioni di maggior rilievo, mentre le azioni di gestione della società sono di competenza degli amministratori. Le azioni sono partecipazioni-tipo omogenee e standardizzate, tutte di uguale valore, che conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Le azioni sono liberamente trasferibili e la loro circolazione è regolata dalla disciplina generale dei titoli di credito. La s.p.a. è il tipo di società più utilizzato dalle grandi imprese, vuoi perché la limitazione del rischio individuale dei soci e la possibilità di pronta mobilitazione dell’investimento favoriscono la raccolta degli ingenti capitali di rischio di cui ha tipicamente bisogno la grande impresa, vuoi perché si orienta verso l’investimento in azioni la massa dei piccoli risparmiatori, privi di interesse e propensione per l’attività d’impresa. Si ha così la compartecipazione di un ristretto numero di soci che assumono l’iniziativa economica (azionisti imprenditori) con una gran massa di piccoli azionisti che intendono investire fruttuosamente i propri risparmi (azionisti risparmiatori), rassicurati anche dalla possibilità di pronto disinvestimento. Esistono anche s.p.a. a ristretta base azionaria nelle quali l’appello al pubblico risparmio per la raccolta di capitale di rischio è marginale o del tutto assente (es. società a carattere familiare). I problemi della società a ristretta base azionaria sono quelli tradizionali della tutela dei soci di minoranza e dei creditori di fronte a possibili abusi dei soci che detengono la maggioranza del capitale e degli amministratori, loro espressione. In questo caso chi ha più conferito e più rischia, ha più potere: il potere verrà quindi esercitato in modo oculato. Nelle s.p.a. che fanno istituzionalmente appello al pubblico risparmio, il naturale disinteresse degli azionisti risparmiatori per la vita della società favorisce il dominio della stessa da parte di gruppi minoritari di controllo. Si creano così le premesse per possibili operazioni truffaldine e gestioni spericolate. A questi problemi il legislatore del 1942 non dava risposta, si è così premuto verso una evoluzione della disciplina, avvenuta per la prima volta nel 1974. L'evoluzione della disciplina La riforma della disciplina nazionale è iniziato nel 1974 fino a sfociare nel 1998 in un’organica disciplina delle società di capitali quotate e nel 2003 ad una disciplina omogenea delle società di capitali non quotate. Prima di tutti si è cercato di porre un freno al proliferare di minisocietà per azioni con capitale del tutto irrisorio, portando il capitale sociale minimo richiesto per la costituzione a 120.000€; si poi è dettata una specifica disciplina per le società con azioni quotate in borsa, volta a tutelare gli azionisti risparmiatori, a rafforzare l’autotutela dei soci e a rafforzare la tutela degli investitori. Nel 1974 sono stati introdotti strumenti di eterotutela degli azionisti risparmiatori: è stata prevista la possibilità di emettere "azioni di risparmio" prive di diritto di voto e privilegiate sotto il profilo patrimoniale; maggiore trasparenza della proprietà azionaria e più ampia informazione del mercato; certificazione dei bilanci; istituzione di un organo pubblico di controllo (CONSOB), diretto a garantire la veridicità dell'informazione societaria.
Un secondo intervento riformatore si è avuto nel 1998, in seguito ai mutamenti intervenuti nella composizione dell’azionariato di minoranza delle società quotate. Nasce infatti l’investimento indiretto tramite operatori professionali, che raccolgono il risparmio fra il pubblico e lo investono in partecipazioni di minoranza in società quotate secondo il criterio di diversificazione del rischio. I punti più significativi della riforma del 1998 sono: radicale revisione di tutti gli istituti propri delle società quotate precedentemente introdotti; potenziamento dell’informazione societaria; rafforzamento degli strumenti di tutela delle minoranze già esistenti e introduzione di strumenti di autotutela delle stesse. Nel contempo, l’esigenza di modernizzare la disciplina delle società per azioni non quotate e delle società di capitali ha portato da ultimo ad una riforma organica della disciplina delle società di capitali (in vigore dal 1 gennaio 2004). Maggiori rinnovamenti: introduzione della società per azioni uni personale a responsabilità limitata; disciplina più flessibile dei conferimenti con possibilità di costituire patrimoni autonomi destinati ad un singolo affare, ampliamento dei casi in cui è riconosciuto il diritto di recesso dalla società, previsione di nuovi modelli di amministrazione e di controllo della società. La costituzione La costituzione della s.p.a. si articola in due fasi essenziali: la stipulazione dell’atto costitutivo e l’iscrizione dell’atto costitutivo nel registro delle imprese. La stipulazione dell’atto costitutivo può avvenire secondo due diverse procedure:
- stipulazione (o costituzione) simultanea: l’atto costitutivo è stipulato immediatamente da coloro che assumono l’iniziativa per la costituzione della società (soci fondatori, provvedono all’integrale sottoscrizione dell’iniziale capitale sociale);
- stipulazione (o costituzione) per pubblica sottoscrizione: stipulazione dell’atto costitutivo al termine di un complesso procedimento che consente la raccolta fra il pubblico del capitale iniziale sulla base di un programma predisposto da coloro che assumono l’iniziativa (promotori). Si tratta di un procedimento macchinoso e complesso ed è per questo raramente utilizzato.
Infatti i soci fondatori della società preferiscono costituire la stessa attraverso stipulazione simultanea anche quando occorrono ingenti capitali di rischio e questi non ne hanno la disponibilità, conferendo delega agli amministratori per degli aumenti di capitale successivi (ai sensi dell'art. 2443), al fine di liberare azioni e di collocarle sul mercato volta per volta. La società per azioni deve essere costituita per contratto o per atto unilaterale, se questa possiede un solo azionista. In ogni caso l'atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità e deve indicare: 1) le generalità dei soci e degli eventuali promotori, nonché il numero di azioni assegnate ad ognuno di questi; 2) la denominazione e il comune ove sono poste la sede della società e le eventuali sedi secondarie; 3) l'oggetto sociale; 4) l'ammontare di capitale sottoscritto e versato; 5) il numero e l'eventuale valore nominale delle azioni; 6) il valore attribuito ai crediti e ai beni conferiti in natura (sempre che vi siano conferimenti di tale tipo); 7) le norme secondo le quali gli utili devono essere ripartiti; 8) i benefici eventualmente accordati ai promotori od ai soci fondatori; 9) il sistema di amministrazione adottato, il numero degli amministratori e i loro poteri, indicando quali hanno la rappresentanza della società; 10) il numero dei componenti del collegio sindacale; 11) la nomina dei primi amministratori, dei sindaci e del soggetto incaricato della revisione dei conti; 12) l'importo globale delle spese poste a carico della società per la costituzione; 13) la durata della società. L'atto costitutivo della s.p.a. ha di regola un contenuto più ampio e articolato di quello minimo richiesto per legge. Si preferisce quindi procedere alla redazione di due distinti documenti: l'atto costitutivo, più sintetico, contenente i dati fondamentali della società che si va costituendo, e lo statuto, dove sono indicate le regole per il suo funzionamento. Anche lo statuto, così come l'atto costitutivo deve essere redatto per atto pubblico a pena di nullità. La s.p.a. deve costituirsi con un capitale sociale non inferiore a 120.000€. Le altre condizioni necessarie per la costituzione, indicate nell'art. 2329 sono: - che il capitale sociale sia sottoscritto per intero; - siano state rispettate le disposizioni in materia di conferimenti (deve essere immediatamente versato presso una banca il 25% del capitale sociale in denaro, nel caso di s.p.a. unipersonale il 100%); - sussistono tutte le autorizzazioni richieste dalla legislazione sociale per la costituzione. L'iscrizione nel registro delle imprese
Il notaio che ha ricevuto l’atto costitutivo deve depositarlo, entro venti giorni, presso l’ufficio del registro delle imprese, allegando all’atto costitutivo i documenti che comprovano l’osservanza delle condizioni richieste per la costituzione. Se il notaio non provvede, l’obbligo incombe sugli amministratori. Nell’inerzia di entrambi (punita con sanzione amministrativa pecuniaria) ogni socio può provvedervi a spese della società. Al notaio spetta la verifica del rispetto delle condizioni stabilite dalla legge per la costituzione, quindi deve svolgere un vero e proprio controllo di legalità, sia formale sia sostanziale. Se il notaio chiede l’iscrizione nel registro delle imprese di un atto costitutivo nel quale risultano inesistenti le condizioni richieste, egli stesso è soggetto a una sanzione amministrativa. Se tale controllo ha esito positivo, il notaio richiede l’iscrizione della società nel registro delle imprese; con l’iscrizione, che ha effetto costitutivo, la società acquista la personalità giuridica e viene ad esistenza. Non è configurabile una società per azioni irregolare, come era invece possibile per la società in nome collettivo. Può verificarsi che nel periodo fra la stipulazione dell’atto costitutivo e l’iscrizione della società nel registro delle imprese vengano compiute operazioni in nome della costituenda società. Per tali operazioni sono illimitatamente e solidalmente responsabili verso i terzi coloro che hanno agito (è da escludersi ogni responsabilità della società non ancora venuta ad esistenza). Prima dell’iscrizione nel registro delle imprese è vietata l’emissione delle azioni, ad eccezione della costituzione per pubblica sottoscrizione. La nullità della S.p.A. Prima della registrazione vi è solo un contratto di società e tale contratto può essere dichiarato nullo o annullato nei casi e con gli effetti previsti dalla disciplina generale dei contratti ai sensi dell'art. 1418 C.C.. La situazione muta radicalmente dopo l’iscrizione nel registro delle imprese; con questa viene ad esistere una società, anche se invalidamente costituita. L’ordinamento non può ignorare che la legalità sia stata violata, ma la sanzione deve essere comminata alla società-organizzazione (può consistere anche nello scioglimento della stessa). Per questo motivo nasce la disciplina della nullità della s.p.a. iscritta. In seguito all’iscrizione nel registro delle imprese, la s.p.a. può essere dichiarata nulla se:
- manca la stipulazione dell’atto costitutivo nella forma dell’atto pubblico; - l’oggetto sociale è illecito; - l’atto costitutivo è privo di indicazioni riguardanti la denominazione della società, i conferimenti,
l’ammontare del capitale sociale o l’oggetto sociale. La possibilità di dichiarare invalida una società è circoscritta a casi eclatanti e di difficile accadimento. La dichiarazione di nullità della s.p.a. non pregiudica l’efficacia degli atti compiuti in nome della società dopo l’iscrizione nel registro delle imprese. Inoltre i soci non sono liberati dall’obbligo dei conferimenti fino a quando non sono soddisfatti i creditori sociali, né hanno diritto di chiedere indietro i conferimenti già eseguiti. In sintesi, la dichiarazione di nullità della società opera come semplice causa di scioglimento della società. La nullità della società iscritta non può essere dichiarata se la causa di essa è stata eliminata e di tale eliminazione è stata data pubblicità mediante iscrizione nel registro delle imprese, prima che sia intercorsa la sentenza dichiarativa di nullità. S.p.A. unipersonale Il codice civile del 1942 vietava la costituzione di una s.p.a. da parte di una singola persona e sanciva la nullità della società in mancanza di pluralità di soci fondatori. In base all’attuale disciplina, approvata nel 2003:
- è consentita la costituzione della s.p.a. con atto unilaterale di un unico socio fondatore; - anche nella s.p.a. unipersonale per le obbligazioni sociali di regola risponde solo la società col proprio
patrimonio. La limitazione di responsabilità dell’unico socio fondatore opera solo per le obbligazioni sorte dopo l’acquisto della personalità giuridica da parte della società. Sia in sede di costituzione della società, sia in sede di aumento del capitale sociale, l’unico socio è tenuto a versare integralmente, al momento della sottoscrizione, i conferimenti in denaro (quindi non solo il 25%). È importante la trasparenza: per consentire ai terzi di conoscere agevolmente se la società è unipersonale, negli atti e nella corrispondenza della società deve essere indicato se questa ha un unico socio. I dati anagrafici dello stesso devono essere iscritti nel registro delle imprese a cura degli amministratori. Anche l'omissione di tale pubblicità impedisce che operi per l'unico socio il regime di responsabilità limitata. Una particolare disciplina è introdotto per assicurare maggiore trasparenza tra i rapporti che intercorrono fra la società e l'unico socio. I contratti conclusi tra società ed unico socio sono opponibili ai creditori della società solo se risultano dal libro delle adunanze e delle deliberazioni del consiglio di amministrazione o da un atto scritto avente data certa anteriore al pignoramento.
Per quanto riguarda la responsabilità per le obbligazioni sociali della s.p.a. unipersonale vale la regola opposta a quella dettata dal codice del 1942: l’unico socio non incorre in responsabilità illimitata per le obbligazioni sociali. Quindi ora anche la s.p.a. (oltre alla s.r.l.) può essere utilizzata per l’esercizio sostanzialmente individuale dell’attività d’impresa, senza che ciò determini di per sé la perdita del beneficio della responsabilità limitata. Sono previste tuttavia due eccezioni che comportano, in caso di insolvenza della società, la responsabilità illimitata dell’unico socio:
- quando non sia osservata la disciplina dell’integrale liberazione dei conferimenti; - fino a quando non sia stata attuata la specifica pubblicità dettata per la s.p.a. unipersonale dall’art. 2362.
I patrimoni destinati La creazione di patrimoni destinati consente di limitare il rischio di impresa. Con la creazione di questi sono individuati uno o più patrimoni separati che rispondono solo delle obbligazioni relative a predeterminate e specifiche operazioni economiche. L’attuale disciplina offre due modelli di patrimoni destinati:
a) la s.p.a. può costituire uno o più patrimoni ciascuno dei quali destinato in via esclusiva ad uno specifico affare, sia pure entro i limiti del 10% del proprio patrimonio netto;
b) la società può stipulare con i terzi un contratto di finanziamento di uno specifico affare, pattuendo che al rimborso totale o parziale di un finanziamento siano destinati i proventi dell’affare stesso o parte di essi.
La prima modalità che prevede la costituzione di un patrimonio destinato avviene con apposita deliberazione adottata dall’organo amministrativo della società a maggioranza assoluta. La delibera costitutiva deve contenere una serie di dati volti a consentire l’identificazione dell’affare, dei beni e dei rapporti giuridici compresi nel patrimonio destinato. La deliberazione deve essere verbalizzata da un notaio, è soggetta ad iscrizione nel registro delle imprese e diventa produttiva di effetti da quando sono decorsi sessanta giorni dall’iscrizione. Decorso tale termine si producono gli effetti della separazione patrimoniale. I creditori della società non possono più far valere alcun diritto sul patrimonio destinato al singolo affare. Nel contempo, delle obbligazioni contratte per realizzare lo specifico affare la società risponde di regola solo nei limiti del patrimonio destinato. Per ciascun patrimonio destinato dovranno essere tenuti separatamente i libri e le scritture contabili. Realizzato l’affare, o se lo stesso è divenuto impossibile, anche per fallimento della società, gli amministratori redigono un rendiconto finale che deve essere depositato presso l’ufficio del registro delle imprese (se permangono creditori insoddisfatti, questi possono chiedere entro novanta giorni la liquidazione del patrimonio destinato). Più semplice è la disciplina dettata per la secondo modalità: in questo caso si tratta di un contratto di finanziamento di uno specifico affare, con previsione che al rimborso totale o parziale del finanziamento sono destinati, in via esclusiva, tutti o parte dei proventi dell’affare stesso. Il patrimonio separato è in tal caso formato dai proventi dell’affare, dai relativi frutti e dagli investimenti eventualmente effettuati in attesa del rimborso al finanziatore. Delle obbligazioni nei confronti del finanziatore risponde esclusivamente il patrimonio separato. Tuttavia se la società fallisce prima del compimento dell'affare il finanziatore potrà insinuarsi nel fallimento per le somme non riscosse. In alternativa, se il fallimento della società non impedisce la realizzazione dell’operazione, il curatore può decidere di subentrare nel contratto assumendone gli oneri relativi; ovvero il finanziatore può chiedere di realizzare o di continuare l'operazione per conto proprio o affidandola a terzi. I conferimenti Nella S.p.A. possono formare oggetto di conferimento solo le prestazioni di dare. I conferimenti costituiscono i contributi dei soci alla formazione del patrimonio iniziale della società; la loro funzione è quella di dotare la società del capitale di rischio iniziale per lo svolgimento dell’attività d’impresa. Il valore in denaro dei conferimenti promessi dai soci costituisce il capitale sociale della società. Esiste una specifica disciplina dei conferimenti che persegue una duplice finalità:
- quella di garantire che i conferimenti promessi dai soci vengano effettivamente acquisiti dalla società; - quella ulteriore di garantire che il valore assegnato dai soci ai conferimenti sia veritiero.
Nella s.p.a. i conferimenti devono essere effettuati in denaro se nell’atto costitutivo non è stabilito diversamente. Per garantire l’effettività almeno parziale del capitale, è disposto l’obbligo di versamento immediato presso una banca di almeno il 25% dei conferimenti in denaro o dell’intero ammontare se si tratta di società unipersonali. Costituita la società, gli amministratori possono chiedere in ogni momento ai soci i versamenti ancora dovuti. Dal titolo azionario devono risultare i versamenti ancora dovuti e in caso di trasferimento delle azioni l'obbligo di versamento dei conferimenti residui ricade sia sull'acquirente sia sull'alienante. La responsabilità dell'alienante è però limitata nel tempo (3 anni dall'iscrizione dell'atto di trasferimento) e sussidiaria rispetto alla responsabilità dell'acquirente. Il socio in mora nei versamenti non può esercitare il diritto di voto. La società (in caso di inadempimento del socio) è tenuta ad offrire le azioni agli altri soci, in proporzione della loro partecipazione e per un corrispettivo non inferiore ai conferimenti ancora dovuti. In mancanza di offerte, la società può far vendere le azioni a mezzo di una banca o di un intermediario autorizzato. Se la vendita coattiva non ha esito, gli amministratori possono dichiarare decaduto il socio, trattenendo i conferimenti già versati e salvo risarcimento
dei danni ulteriori arrecati. Le azioni del socio escluso entrano a far parte del patrimonio della società e questa può ancora tentare di rimetterle in circolazione entro l’esercizio. Svanita anche quest’ultima possibilità, la società deve annullare le azioni rimaste invendute riducendo di pari importo il capitale sociale. Non tutte le cose diverse dal denaro possono essere conferite in s.p.a., al contrario della società di persone. È infatti espressamente stabilito che non possono formare oggetto di conferimento le prestazione di opera o di servizi, per la oggettiva difficoltà di valutarle economicamente; queste possono formare oggetto solo di prestazioni accessorie. Esistono limitazioni anche per quanto riguarda i conferimenti dei beni in natura e dei crediti (stessa disciplina della società di persone). Al momento della sottoscrizione, il socio deve porre in essere tutti gli atti necessari affinché la società acquisti la titolarità e la piena disponibilità del bene conferito, e le azioni corrispondenti a tali conferimenti devono essere immediatamente liberate. È ammissibile invece il conferimento di diritti di godimento, dato che la società acquista col consenso del conferente l’effettiva disponibilità del bene ed è in grado di trarne tutte le utilità. Per quanto riguarda i beni immateriali, è conferibile ogni prestazione di dare suscettibile di valutazione economica oggettiva e di immediata messa a disposizione della società (es. diritti di brevetto per marchi o invenzioni industriali). La valutazione ed il controllo della stima I conferimenti diversi dal denaro devono formare oggetto di uno specifico procedimento di valutazione regolato dall’art. 2343, la cui finalità è quella di assicurare una valutazione oggettiva e veritiera e di verificare che il valore nominale attribuito al bene non sia superiore al suo valore reale. Chi conferisce beni in natura o crediti deve presentare una relazione giurata di stima di un esperto designato dal tribunale: si deve attestare che il loro valore è almeno pari a quello ad essi attribuito ai fini della determinazione del capitale sociale. La relazione deve essere allegata all'atto costitutivo e deve restare depositata presso l'ufficio del registro delle imprese. Entro centottanta giorni dalla costituzione della società, gli amministratori devono controllare le valutazioni contenute nella relazione di stima e, se necessario, devono procedere alla revisione. Nel frattempo le azioni corrispondenti sono liberate ma inalienabili e devono restare depositate presso la sede della società. Se dalla revisione risulta che il valore dei beni o dei crediti conferiti è inferiore di oltre un quinto rispetto a quello per cui avvenne il conferimento, la società deve ridurre proporzionalmente il capitale sociale e annullare le azioni che risultano scoperte. Al socio è concessa una duplice alternativa per evitare queste conseguenze: può versare la differenza in denaro oppure recedere dalla società (ha diritto alla restituzione in natura del bene conferito ed alla liquidazione delle azioni possedute al loro valore attuale). Il descritto procedimento di stima non è necessario nei casi in cui il valore del bene conferito sia ben desumibile da altre circostanze; in particolare non si richiede una relazione giurata di stima: - per i titoli quotati nel mercato dei capitali; - quando il valore equo risulti dal bilancio approvato da una società sottoposta alla revisione legale dei conti; - quando il valore equo risulti da una relazione di stima non anteriore di 6 mesi rispetto al conferimento. Se non intendono contestare il valore della stima gli amministratori procedono ad una dichiarazione, da iscrivere nel registro delle imprese, nella quale prendono atto delle circostanze che giustificano l'esenzione dal procedimento illustrato dall'art. 2343. Fino all'iscrizione di tale dichiarazione le azioni corrispondenti sono inalienabili. E' necessaria la preventiva autorizzazione dell’assemblea ordinaria e la presentazione da parte dell’alienante della relazione giurata di stima di un esperto designato dal tribunale per l’acquisto da parte della società di beni o crediti dai promotori, dai fondatori, dai soci attuali o dagli amministratori quando:
- il corrispettivo pattuito è pari o superiore al decimo del capitale sociale; - l’acquisto è compiuto nei due anni dall’iscrizione della società nel registro delle imprese.
Oltre l’obbligo dei conferimenti, l’atto costitutivo può prevedere l’obbligo per i soci, o per alcuni di essi, di eseguire prestazioni accessorie non consistenti in denaro, determinandone anche contenuto, durata, modalità e compenso. Le prestazioni accessorie costituiscono un utile strumento per vincolare stabilmente i soci ad effettuare a favore della società prestazioni che non possono formare oggetto di conferimento. Le azioni Le azioni sono le quote di partecipazione dei soci nella società per azioni. Sono partecipazioni-tipo omogenee e standardizzate, sono liberamente trasferibili e di regola rappresentate da documenti (titoli azionari) che circolano secondo la disciplina dei titoli di credito. Nella s.p.a. infatti il capitale sociale è diviso in un numero determinato di parti di identico ammontare, ciascuna delle quali costituisce una azione e attribuisce identici diritti nella società e verso la società. Una singola azione è per sua natura indivisibile. In relazione al capitale sociale sottoscritto ogni socio diventa proprietario di un determinato ammontare di azioni, che restano tendenzialmente distinte ed
autonome anche quando fanno capo alla stessa persona. Le azioni devono essere tutte di uguale valore, devono cioè tutte rappresentare un’identica frazione del capitale sociale nominale. Nelle azioni con valore nominale lo statuto deve specificare il valore nominale di ciascuna azione ed il loro numero complessivo. Nelle azioni senza valore nominale lo statuto ed i titoli azionari devono solo indicare il capitale sottoscritto ed il numero di azioni emesse. Il valore nominale delle azioni, al pari del capitale sociale nominale, è insensibile alle vicende patrimoniali della società. Per tutte le azioni, vale la regola che in nessun caso il valore complessivo dei conferimenti può essere inferiore all’ammontare globale del capitale sociale. Il che comporta che le azioni non possono essere complessivamente emesse per somma inferiore al loro valore nominale, per evitare che il capitale realmente conferito dai soci sia inferiore a quello dichiarato, creando capitale sociale solo apparente. Le azioni possono essere invece emesse per somma superiore al valore nominale (emissione con sovrapprezzo). Il valore di emissione delle azioni va distinto dal valore reale delle stesse, che si ottiene dividendo il patrimonio netto della società (capitale sociale+riserve+utili-perdite) per il numero di azioni. Tale valore varia nel tempo in funzione delle vicende economiche della società e può essere accertato contabilmente attraverso il bilancio d’esercizio (valore di bilancio). Diverso ancora è il valore di mercato delle azioni, che risulta giornalmente dai listini ufficiali quando le azioni sono ammesse alla quotazione in un mercato regolamentato (borsa valori): esso indica il prezzo di scambio delle azioni in quel determinato giorno; prezzo che solo tendenzialmente coincide con il valore patrimoniale attuale, anche se l'andamento delle azioni in borsa descrive meglio il valore effettivo delle azioni rispetto al valore di bilancio. Un pacchetto azionario, soprattutto se consente il controllo della società, ha un proprio specifico valore, maggiore e spesso notevolmente maggiore della somma dei valori delle singole azioni. Ogni azione costituisce una partecipazione sociale e attribuisce al suo titolare un complesso unitario di diritti e poteri di natura amministrativa (es. diritto di intervento e di voto alle assemblee), di natura patrimoniale (diritto agli utili, diritto alla quota di liquidazione) e anche a contenuto complesso amministrativo e patrimoniale (diritto di opzione, diritto di recesso). Ai sensi dell'art. 2348 le azioni conferiscono ai loro possessori uguali diritti. Si tratta però di un’uguaglianza relativa in quanto è possibile creare categorie di azioni fornite di diritti diversi, facendo così nascere la distinzione fra azioni ordinarie e azioni speciali. L’uguaglianza è poi oggettiva in quanto uguali sono i diritti che ogni azione attribuisce, non i diritti di ciascun azionista globalmente dispone, dovendosi al riguardo tener conto anche del numero delle azioni di cui ciascuno è titolare. Se è vero infatti che alcuni diritti dell’azionista sono indipendenti dal numero di azioni possedute (ad es. il diritto di intervento in assemblea) è altrettanto vero che i diritti più significativi spettano in proporzione al numero di azioni possedute (es. diritto di voto, diritto agli utili e alla quota di liquidazione, diritto di opzione). Ed è proprio con riferimento a questi diritti che si coglie la disuguaglianza soggettiva degli azionisti. Si tratta però di disuguaglianze soggettive perfettamente legittime e giuste: chi ha più conferito e più rischia ha più potere e può imporre, nel rispetto della legalità, la propria volontà alla minoranza. Sono infine da rimarcare dei poteri speciali dello Stato, specialmente nelle società che prima dell'intervento di privatizzazione del 1990 erano società a partecipazione statale. In queste lo Stato dispone di diritto di veto. Le categorie speciali di azioni Sono categorie speciali di azioni quelle fornite di diritti diversi da quelli tipici previsti dalla disciplina legale. La presenza di categorie speciali di azioni comporta una modifica nell’organizzazione interna della società, per la contemporanea presenza di diversi gruppi di azionisti con interessi parzialmente non coincidenti. È infatti stabilito che, se esistono diverse categorie di azioni, le deliberazioni dell’assemblea (generale) che pregiudicano i diritti di una di esse devono essere approvate anche dall’assemblea speciale della categoria considerata. La valutazione dell’interesse di tutti gli azionisti, espressa dall’assemblea straordinaria, e quella degli interessi di categoria, espressa dall'assemblea speciale, prevalgono sulla volontà individuale. I diritti speciali di categoria sono perciò diritti di gruppo e non diritti individuale. Fra i limiti espressi permane, dopo la riforma del 2003, il divieto di emettere azioni a voto plurimo, azioni cioè che attribuiscono a ciascuna più di un voto (per il resto l’attuale disciplina è molto più permissiva di quella precedente). Con la riforma del 2003 tutte le società possono emettere azioni senza diritto di voto. Si consente a tutte le società:
- la creazione di azioni con diritto di voto limitato a particolari argomenti; - la creazione di azioni con diritto di voto subordinato al verificarsi di particolari condizioni non
meramente potestative. Le azioni senza voto, a voto limitato e a voto condizionato non possono superare il 50% del capitale sociale, per assicurare una non eccessiva concentrazione del potere nelle mani degli azionisti a voto pieno.
Le azioni privilegiate sono azioni che attribuiscono ai loro titolari un diritto di preferenza nella distribuzione degli utili e/o nel rimborso del capitale al momento dello scioglimento della società. È consentita l’emissione di azioni fornite di diritti patrimoniali correlati ai risultati dell’attività sociale in un determinato settore, anche quando non si danno vita a patrimoni separati destinati ad uno specifico affare. Ai possessori di azioni correlate non possono essere corrisposti dividendi in misura superiore agli utili risultanti dal bilancio generale della società; perciò a nulla avranno diritto se l’attività complessiva della società registra una perdita. Le azioni di risparmio Le azioni di risparmio costituiscono la risposta ad una esigenza unitaria: quella di incentivare gli investimenti in azioni offrendo ai risparmiatori titoli meglio rispondenti ai loro specifici interessi. Titoli cioè che tengano conto del disinteresse degli stessi per l’esercizio dei diritti amministrativi e del rilievo attribuito al contenuto patrimoniale ed alla redditività dei titoli azionari. Le azioni di risparmio possono essere emesse solo da società le cui azioni ordinarie sono quotate in mercati regolamentati italiani o di altri Paesi UE. La somma fra azioni di risparmio e azioni a voto limitato non può superare la metà del capitale sociale. Le azioni di risparmio sono prive del diritto di voto e possono essere emesse al portatore, garantendo l’anonimato. Le azioni di risparmio sono azioni privilegiate dal punto di vista patrimoniale ed i privilegi connessi devono risultare dall'atto costitutivo. Per la tutela degli interessi comuni è prevista un’organizzazione di gruppo: questa si articola nell’assemblea speciale e nel rappresentante comune. L’assemblea delibera sugli oggetti di interesse comune ed in particolare sull’approvazione delle delibere dell’assemblea della società che pregiudicano i diritti degli azionisti di risparmio. Il rappresentante comune è nominato dall’assemblea di categoria, provvede all’esecuzione delle deliberazioni dell’assemblea e tutela gli interessi degli azionisti di risparmio nei confronti della società. Le azioni in favore di prestatori di lavoro L'art. 2349 consente l'assegnazione straordinaria di utili ai dipendenti della società o delle società controllate mediante un articolato procedimento: gli utili sono imputati a capitale e per l'importo corrispondente la società emette una categoria speciale di azioni che vengono assegnate gratuitamente ed individualmente ai dipendenti. La società può anche escludere o limitare il diritto di opzione degli azionisti sulle azioni a pagamento di nuova emissione, per offrire le stesse in sottoscrizione ai prestatori di lavoro. Possono anche essere assegnati strumenti finanziari partecipativi diversi dalle azioni. Sono previsti speciali obblighi di trasparenza alle società quotate quando esse intendano assegnare azioni o strumenti finanziari partecipativi ai dipendenti. Tali assegnazioni devono infatti essere approvate dall'assemblea ordinaria e la decisione deve essere pubblicata. Strumenti finanziari partecipativi Dalle azioni vanno distinti gli strumenti finanziari partecipativi, la cui emissione è stata prevista dalla riforma del 2003. A differenza delle azioni non sono parti del capitale sociale, non attribuiscono la qualità di azionista e presentano ampia elasticità statuaria riguardo ai diritti che possono essere loro riconosciuti. Si prevede che essi possano essere forniti di soli diritti patrimoniali o anche di diritti amministrativi, con esclusione però del diritto di voto in assemblea generale. Gli può essere riconosciuto il diritto di voto per quanto riguarda specifici atti, ad esempio gli può essere riconosciuto il diritto di nomina di uno dei componenti indipendenti del CdA. Agli strumenti finanziari partecipativi che riconoscono il diritto di rimborso del capitale è applicata la disciplina delle obbligazioni, mentre solo agli strumenti che riconoscono diritti amministrativi si applica la disciplina dell'assemblea speciale. La circolazione delle azioni I titoli azionari sono i documenti che rappresentano le quote di partecipazione nella s.p.a. e ne consentono il trasferimento secondo le regole proprie dei titoli di credito. La loro emissione è normale ma non è essenziale nelle società con azioni non quotate in borsa (lo statuto può escludere l'emissione). Nelle società quotate in mercati regolamentate le azioni non possono più essere rappresentate da titoli a decorrere dall'ottobre 1998 e la loro circolazione è basata su un sistema di semplici registrazioni contabili con la soppressione materiale dei titoli. Le azioni rientrano nella categoria dei titoli di credito causali. Sono cioè titoli di credito che possono essere emessi solo in base ad un determinato rapporto causale. Le azioni possono essere nominative o al portatore (con beneficio dell’anonimato) a scelta dell’azionista, ma l'alternativa è rimasta nelle pagine del Codice in larga parte. Il sistema vigente prevede infatti che tutte le azioni devono essere nominative, salvo le azioni di risparmio e quelle emesse dalle Sicav (società di investimento a capitale variabile) che possono essere anche al portatore. Le azioni al portatore si trasferiscono con la consegna del titolo; quelle nominative sono assoggettate ad una specifica disciplina.
I vincoli sulle azioni Le azioni possono essere costituite in usufrutto o in pegno e possono formare oggetto di misure cautelari ed esecutive. In questi casi il diritto di voto compete al creditore pignoratizio o all’usufruttuario, che dovranno esercitarlo senza ledere gli interessi del socio, a pena di un risarcimento dei danni nei suoi confronti. Se le azioni sono poste sotto sequestro il voto è esercitato dal custode. Gli altri diritti amministrativi spettano invece disgiuntamente sia al socio sia al creditore pignoratizio o all’usufruttuario. Se le azioni sono poste sotto sequestro sono invece esercitati dal custode. Il diritto di opzione spetta invece al socio, il quale deve provvedere almeno tre giorni prima della scadenza al versamento delle somme necessarie per l’esercizio del diritto di opzione. In mancanza, gli altri soci possono offrire di acquistarlo. In caso di aumento gratuito di capitale, il pegno, l'usufrutto o il sequestro si estendono automaticamente alle azioni di nuova emissione. Il socio deve provvedere al versamento delle somme dovute sulle azioni non liberate. In mancanza il creditore pignoratizio può far vendere le azioni tramite una banca o altro intermediario autorizzato, con trasferimento del pegno sul ricavato (della vendita dell’azione). In caso di usufrutto, l’usufruttuario deve provvedere al versamento, salvo il suo diritto alla restituzione delle somme versate al termine dell'usufrutto. Limiti alla circolazione delle azioni Le azioni sono in via di principio liberamente trasferibili. La libera trasferibilità è tuttavia esclusa o limitata per legge in determinate ipotesi. Vi sono dei limiti legali che impediscono l’alienazione di azioni liberate con conferimenti diversi dal denaro prima del controllo della valutazione del valore. Inoltre le azioni con prestazione accessoria non sono trasferibili senza il consenso del CdA. I limiti convenzionali sono determinati da accordi intercorsi fra i soci; possono risultare dall’atto costitutivo della società (limiti statutari) o da patti parasociali (non presenti nell’atto costitutivo). I limiti imposti dai patti parasociali alla circolazione delle azioni vengono definiti sindacati di blocco; questi hanno lo scopo di evitare l’ingresso in società di terzi non graditi e vincolano solo le parti contraenti. Essi sono assoggettati ai limiti di durata ed agli specifici obblighi informativi previsti per i sindacati di voto, a cui sono frequentemente accompagnati. L’inadempiente sarà tenuto solo al risarcimento dei danni nei confronti degli altri soci contraenti. L’inopponibilità ai terzi dei patti parasociali incentiva la conclusione di accordi all’interno dell’atto costitutivo. In tal modo le clausole limitative acquistano efficacia reale: vincolano tutti i soci, anche futuri. Le clausole statutarie più diffuse sono le clausole di prelazione, di gradimento e di riscatto. La clausola di prelazione è la clausola che impone al socio, che intende vendere le azioni, di offrirle preventivamente agli altri soci e di preferirli ai terzi a parità di condizioni (questo per impedire l’ingresso in società di soci non graditi senza impedire all’azionista uscente di realizzare il valore economico della partecipazione). La violazione del patto di preferenza comporta l’inefficacia del trasferimento; i soci beneficiari hanno il diritto di riscattare dal terzo acquirente le relative azioni. Le clausole di gradimento possono essere distinte in 2 sottocategorie - clausole che richiedono il possesso di determinati requisiti da parte dell’acquirente (ad es. cittadinanza italiana, professione, …) - clausole che subordinano il trasferimento delle azioni al consenso di un organo sociale (ad es. CdA). La validità delle clausole di gradimento del primo tipo è sempre stata fuori discussione. Per quanto riguarda invece le clausole di gradimento del secondo tipo (definite clausole di mero gradimento) la disciplina attuale ne consente l'inserimento nell'atto costitutivo, se prevedono in caso di rifiuto del gradimento, un obbligo di acquisto a carico della società o degli altri soci o il diritto di recesso da parte dell'alienante. È oggi prevista anche l’introduzione di clausole statutarie che prevedono un potere di riscatto delle azioni da parte della società o dei soci al verificarsi di determinati eventi. Il valore di rimborso è determinato applicando le disposizioni in tema di diritto di recesso dell’azionista e trova applicazione anche il relativo procedimento di liquidazione. Le clausole statuarie limitative della circolazione possono essere introdotte o rimosse nel corso della vita della società ma è pacifico che in questo caso (salvo diversa disposizione dello statuto) è consentito il recesso dalla società ai soci che non hanno concorso all'approvazione della delibera. Le operazioni della società sulle proprie azioni Le operazioni della società sulle proprie azioni sono considerata con estremo sfavore dal legislatore e sono in linea di principio vietate, sia pure con alcuni temperamenti. Le situazioni attualmente regolate sono tre: sottoscrizione, acquisto ed altre operazioni. In nessun caso la società può sottoscrivere azioni proprie. Il divieto ha carattere assoluto ed offre una sola parziale deroga, introdotta nel 2003, per l'esercizio del diritto di opzione sulle azioni proprie detenute dalla
raffadipi
È formidabile io ho superato sia commerciale 1 che 2 è facilissima ma completo c'è tutto! Ovviamente bisognerebbe integrare le varie riforme susseguite
adele1p
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