Source: http://claudiogiudici.ilcannocchiale.it/?yy=2006&mm=10
Timestamp: 2019-10-18 02:00:40+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 42', 'art. 43', 'art. 3', 'art. 41', 'art. 47', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 11', 'art. 4', 'art. 29', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 11', 'art. 41']

L’ECONOMIA NELLO STATO SOCIALE<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Trent’anni di progressivo scostamento dal dettato costituzionale
La oramai inflazionata moda della rievocazione dello Stato liberale, rappresenta, alla luce del dettato costituzionale e della teoria della forma di stato, un nostalgico ritorno al passato ed un’involuzione. Sulla scorta dell’analisi che qui presento, evocare consapevolmente l’idea dello stato liberale, è da considerarsi un vero e proprio attentato alla Costituzione della Repubblica italiana.
La dottrina costituzionalistica, tra i suoi vari distingui, attua pure quello tra Stato liberale e Stato sociale, rappresentando quest’ultimo un’evoluzione del primo. Questa evoluzione, nonostante le analisi di denuncia degli esponenti del socialismo e del cattolicesimo[1] ottocentesco, ma anche degli stessi esponenti del liberalismo – Alexis de Toqueville su tutti –, si è avuta solo una volta che il modello dello Stato liberale, degenerato verso l’individualismo radicale dell’homo homini lupus, involse verso i totalitarismi del secondo ventennio del ‘900. Ciò ha voluto dire passare da una concezione meramente garantista, quella delle libertà negative (libertà dallo Stato), ad una concezione (pro)positiva (libertà nello Stato).
Questa evoluzione concettuale e funzionale dallo Stato liberale allo Stato sociale è sancita in modo esplicito dalla Costituzione all’art. 2 – “La Repubblica … richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.” –, all’art. 3, 2° comma – “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” – e all’art. 4, 1° comma – “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.”
Il Costituente, conscio che l’economia non sia altro che un sunto, un riflesso della bontà del modello culturale adottato – che buono non può essere quando non procede verso il miglioramento generalizzato delle condizioni di vita della popolazione –, già dall’art. 1, 1° comma della Costituzione, tra i “Principi fondamentali” (artt. 1-12), fa un immediato riferimento al lavoro sancendo solennemente: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”
Ma il riferimento all’economia, come si è già visto, è esplicito anche agli artt. 2, 3, 4 della Costituzione.
La questione economica, dunque, per il Costituente repubblicano, è primaria, tanto da farvi riferimento nei primi quattro articoli del suo dettato.
A tal proposito, ci si potrebbe chiedere, quanta sia oggi la distanza tra Costituzione formale e Costituzione materiale, ma più ancora, tra la cultura dei pensatori del ’48 e la cultura dei pragmatici d’oggi, che le proprie elaborazioni teorico-politiche non fondano mai sul pilastro dello sviluppo economico generalizzato[2], quanto piuttosto su demagogiche e velleitarie pretese di “esportare” democrazia, giustizia, libertà[3].
In questo quadro, il ruolo che i costituenti vollero per lo Stato fu quello interventista. Infatti, se a questo riguardo, il tono del dettato è in molti punti possibilista – si pensi all’art. 42, 3° comma, e all’art. 43 –, all’art. 3, 2° comma, quello dell’eguaglianza sostanziale, all’art. 41, 3° comma[4] sulla attività economica, e all’art. 47 sul credito, è prescrittivo anche se si è inteso interpretarlo in chiave programmatica, come a voler dire che è rimandato a non si sa quando.
A distanza di quasi sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione, soprattutto in considerazione del fatto che durante il suo primo ventennio di vita, “la libertà e l’eguaglianza dei cittadini” erano costantemente ricercate[5], ci si può chiedere: il “programma” dell’art. 3, 2° comma, Cost., quando verrà ripreso, e soprattutto, perché è stato abbandonato negli ultimi trent’anni, anni durante i quali la forbice tra alti e bassi redditi ha ripreso vertiginosamente ad allargarsi?
Come già visto, l’art. 1, 1° comma, Cost. recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro.”
“I padri costituenti con questo primo articolo hanno doverosamente individuato un primus a cui fare inevitabilmente riferimento affinché si abbia una sana concezione delle relazioni politico-sociali e della persona umana.”[6] Il lavoro è dunque un pilastro su cui si erge il nostro sistema costituzionale. Sarebbe probabilmente bastata la corretta interpretazione, ricavabile dal combinato disposto degli artt. 1 e 3 della Costituzione, per rilevare che il lavoro è un diritto, ma il Costituente, all’art. 4, lo ha voluto sancire espressamente. Il lavoro, inquadrato nel reticolato dei principi sanciti dalla nostra Costituzione, risulta essere l’unico strumento per eliminare le disuguaglianze sociali. Tuttavia, affinché ciò possa efficacemente realizzarsi “è bene interpretare il concetto di “lavoro” dal punto di vista più alto, e cioè come applicazione delle facoltà cognitivo-creative uniche dell’uomo, quelle che ci differenziano dagli animali e che permettono, attraverso le scoperte scientifiche, di aumentare la produttività con lo sviluppo e l’applicazione delle tecnologie. Questo, onde evitare l’interpretazione riduttiva, marxista e feudale, oltre che antieconomica, del lavoro come semplice lavoro delle braccia.”[7]
Il dettato costituzionale, in più, avverte anche un’esigenza di carattere morale, esprimendo il netto rifiuto di una concezione dell’uomo come animale ozioso, vizioso e parassitario. Così l’art. 4, 2° comma, Cost. recita: “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”[8] Dal peso derivante sulla società da questo inciso, ed in particolare sui governanti, non ci si può lealmente liberare sostenendo che nella società post-industriale della disoccupazione crescente, questo diritto non può essere riconosciuto e dunque, altrettanto, il dovere al lavoro non può essere preteso. Infatti, il Costituente stesso, nel momento in cui emanò questa norma di principio, lo fece in un contesto storico di cui aveva piena consapevolezza, ossia quello della fase post-bellica della disoccupazione di massa. Se alla norma deve essere attribuito carattere programmatico, in ogni caso, ciò esclude che dalla sua luce si possa scappare con forza crescente a distanza di quasi sessant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione. L’adesione alle politiche non interventiste e neo-liberiste avutosi con l’accettazione dei diktat del Fondo monetario internazionale a partire dal 1974, e poi a quelle di Maastricht dal ’92, non può essere giustificata col ricorso all’art. 11 Cost., poiché la violazione dell’art. 4 Cost., espressione dei principi fondamentali del dettato, risulta essere palese con l’adesione a quelle dottrine che il Costituente volle, invece, espressamente condannare. Ciò, come visto già all’inizio di questo scritto, risulta sia dalla lettera che da un’interpretazione sistematica di tutto il testo.
La questione della proprietà privata
Anche la questione della proprietà privata è fra quelle che più segna il passaggio dalla forma di Stato liberale a quella dello Stato sociale. Se all’art. 29 dello Statuto Albertino, si parlava di inviolabilità della proprietà privata, la nostra Costituzione, all’art. 42 sposa una concezione, che la dottrina ha definito “funzionale”, di tale diritto, in quanto lo subordina al “perseguimento di determinati fini sociali” tanto da parlarne come di “diritto soggetto ad affievolimento”[9].
L’eco della concezione cattolica della proprietà, è fortissimo e si inserisce nella tradizione del Codice di Camaldoli[10].
E’ interessante notare la gerarchia adottata dal Costituente nel parlare di proprietà pubblica e privata: viene data, almeno in termini di citazione, la precedenza a quella pubblica. Questo aspetto è sicuramente rafforzato dagli articoli successivi, in riferimento a particolari categorie di beni.
Sezionando l’art. 42 della Costituzione, rileviamo che esso al primo comma recita: “La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.” Il legislatore costituzionale avverte dunque la necessità di citare la proprietà pubblica prima di quella privata. Ma avverte anche la necessità di precisare che i beni economici appartengono anche allo Stato, quasi a voler evitare ogni lettura, diciamo, anti-statalista che, alla luce della sola prima parte dell’articolo, avrebbe potuto interpretare l’aggettivo “pubblica”, come genericamente riferibile al Popolo, negando così la sostanzialità dello Stato-Nazione. Di fatti, uno Stato senza proprietà alcuna, non è un soggetto libero.[11]
Il secondo comma recita: “La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.” Il Costituente rifiuta dunque la concezione marxista[12] della proprietà, sposando in modo pieno la ricostruzione fatta dalla Rerum Novarum di Leone XIII: proprietà privata sì, purché tale diritto sia esercitato non solo senza ledere l’altrui interesse, ma addirittura promuovendolo (“funzione sociale”, appunto). Viene detto poi che la proprietà privata deve essere resa “accessibile a tutti”. Questo, viste le attuali tendenze che il c.d. libero mercato consente di realizzare, deve essere inteso come un monito per impedire concentramenti di ricchezza così enormi da escludere sempre più, il resto della cittadinanza, dall’esercizio di questo diritto.
La Costituzione rafforza poi la sua presa di posizione passando da un’enunciazione di principio ad una maggiormente prescrittiva, anche se pur sempre possibilista: “La proprietà privata può essere, nei casi previsti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.”
L’ultimo comma di questo art. 42, infine, resta attivo sulla strada della lotta al privilegio: “La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.” Se dal lato privatistico, si vuol impedire il radicale scollamento del legame familiare, manifestato anche dal patrimonio, dal lato pubblicistico, si ribadisce il collegamento esistente tra ricchezza individuale e comunità, riconoscendo l’esistenza di un diritto dello Stato sull’eredità. Dalla lettura di quest’articolo pare chiaro come la legge varata sotto il Governo Berlusconi in materia successoria, sia fuori del quadro costituzionale. Il Costituente, infatti, sostiene che lo Stato abbia dei diritti sull’eredità e che questi diritti debbano essere disciplinati per legge. Interpretare questo comma sostenendo che la legge possa allora dire che lo Stato non abbia alcun diritto sull’eredità, pur rappresentando formalmente un “valido” sillogismo, rappresenta sostanzialmente l’elusione della prescrizione costituzionale, e deve dunque essere rifiutato.
La questione del credito
La questione creditizia, oggi poco dibattuta a cospetto di una storia e di una scienza dell’economia che, invece, la pone sul gradino più alto degli aspetti direttamente connessi alle libertà individuali[13], non poteva non essere affrontata dal Costituente.
La stessa emissione monetaria, alla luce del dettato costituzionale, non può spettare ad un organo indipendente come la Banca d’Italia, ed oggi la Banca centrale europea. Il dettato costituzionale secondo la dottrina costituzionalistica, infatti, intende organi indipendenti, “cioè che debbano poter operare liberamente senza subire limitazioni da parte di altri organi, diverse da quelle previste dalla Costituzione”[14] tassativamente cinque organi: corpo elettorale, Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale. Non vi è dunque l’organo dell’emissione monetaria, poiché tale funzione, come compreso dai padri costituenti americani, è funzione inscindibile dall’azione concertata tra potere esecutivo e potere legislativo.
Per poter correttamente interpretare l’art. 11, Cost. in combinato disposto con i principi fondamentali della nostra Costituzione come espressi dagli artt. 1, 3 e 4, s’impone dunque una competente conoscenza della scienza economica. Dunque, la privazione di sovranità monetaria prodottasi con l’adesione al Trattato di Maastricht – trattato che in quanto ispirato dalla rifiutata concezione liberista dell’economia, svincola l’emissione creditizia dalla produzione[15] –, deve ritenersi in violazione della Costituzione, poiché il Popolo sovrano è privato di una sua fondamentale funzione, direttamente spettante alla Repubblica, quella della sovranità monetaria, necessaria per “il pieno sviluppo della persona umana”, per promuovere il diritto al lavoro ed il progresso economico. Tutto ciò è cosa tanto più assurda se si considera che le banche centrali della tradizione c.d. liberale europea, sono un consorzio delle principali banche private.
[1] Si pensi in particolare alla Rerum Novarum di Leone XIII.
[2] E’ espressione immediata della tradizione del ’48, il discorso del 20 settembre 2006 tenuto di fronte alle Nazioni Unite dal Presidente argentino Nestor Kirchner, che denunciando le politiche di ingerenza oligarchica alla sovranità delle singole Nazioni, sia da parte del Fondo Monetario Internazionale che da chi sta ricorrendo alla dottrina della “guerra preventiva”, ha sostanzialmente tenuto una lezione di arte del buon governo. Estratti del discorso a http://www.movisol.org/znews177.htm, 30 settembre 2006.
[3] Il sacerdote-educatore salesiano, Don Bosco, esprimeva questo principio di politica universale, chiedendo provocatoriamente agli educatori, come fosse possibile pretendere motivazione e disciplina, cultura e studio, a quei giovani a cui non veniva prima consentita la nutrizione, la pulizia, il vestiario.
[4] L’art. 41, 3° comma, Cost., recita: “La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.”
[5] Ciò è provato dal generale miglioramento delle condizioni di vita della popolazione: ampliamento delle libertà individuali e sociali, aumento della capacità produttiva del Paese, conseguente aumento della capacità d’acquisto reale e degli spazi da dedicare al tempo libero, alla famiglia, alla cultura.
[6] http://www.ilcannocchiale.it/blogs/style/writer/dettaglio.asp?id_blog=22878&id_day=17&id_month=9&id_year=2006, 30 settembre 2006.
[8] In ciò, l’influenza della tradizione umanista, in particolare dell’Utopia di Tommaso Moro, non potrebbe essere più diretta.
[9] Il virgolettato è di Caretti-De Siervo, Istituzioni di diritto pubblico, Giappichelli editore, Torino, 1994, pag. 624.
[10] Il Codice di Camaldoli è il frutto di un lavoro prodottosi nel luglio 1943 per opera di un gruppo di intellettuali cattolici, sia laici che religiosi, presso il monastero benedettino di Camaldoli. In quel particolare contesto storico, l’obiettivo fu quello di fissare i principi fondamentali del pensiero sociale cattolico.
[11] A tal proposito, come insegnato dal Sistema Americano di economia politica, o sistema hamiltoniano, anche la moneta deve essere di proprietà dello Stato e per il proprio sviluppo, lo Stato sovrano, non dovrebbe avere necessità di fare ricorso al credito concessogli dalle banche private, quanto piuttosto fare ricorso al proprio potere di emissione monetaria.
[12] Invero, anche nella produzione concettuale di Platone e Campanella, pensatori sicuramente appartenenti alla tradizione umanista non materialista, si parla di comunione dei beni.
[13] La questione creditizia è sempre stata centrale nella storia dell’uomo. Si pensi a come questa è trattata da Platone ne Le leggi o dalla dottrina cattolica. Esemplare, al fine di un corretto approccio epistemologico alla questione, è la tragicommedia shakespeariana de Il mercante di Venezia, dove le figure di Shylock e Antonio esemplificano i due antitetici modi di relazionarsi al rapporto di credito-debito.
[14] Ibidem, Caretti-De Siervo, pag. 118.
[15] Concepire il livello finanziario (emissione monetaria e creditizia) in modo svincolato da quello produttivo, è foriero di tutti quei mali tipici di una concezione formalista della realtà, che non consente di vedere la sostanza delle cose. Questa errata concezione dell’economia è tornata in voga in occidente, in modo pressoché incontrastato, dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La conseguenza più immediata di tale concezione è la nascita incontrollabile di bolle speculative a tutto discapito di produzione e lavoro (economia fisica). Esemplari, quanto deplorevoli precedenti storici di ciò, furono la Francia di John Law, nonché la fase maturata tra fine ‘800 ed il 1932 a cui Franklin Delano Roosevelt pose fine.
permalink | inviato da il 22/10/2006 alle 22:27 | commenti (0) |
Il sistema americano di economia politica di Hamilton, ovvero come risanare l’economia reale senza fare ricorso ai tagli della spesa pubblica<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Le dottrine economiche del liberismo e del marxismo-comunismo appartengono al filone filosofico aristotelico. Tuttavia, nonostante il sistema di pensiero prodotto da Aristotele abbia il vizio epistemologico della descrittività, con la pretesa di un’esaustività di chiusura che blocca le facoltà creatrici del pensiero[1], esso non presenta sicuramente, almeno in apparenza, il vizio del semplicismo. Le due dottrine economiche liberista e marxista-comunista, invece, presentano anche il vizio del semplicismo in quanto disconoscono la complessità umana, poggiando rispettivamente l’accento sulle single issues della libertà e dell’eguaglianza, con i due pseudo-soggetti del libero mercato e della lotta di classe. Dunque, entità materiali, facilmente distinguibili: da una parte le dinamiche del (cosiddetto) libero mercato come fulcro dell’economia, dall’altra la semplice forza lavoro statalmente manovrata.
E’ opinione diffusa – soprattutto nei sostenitori dell’una e dell’altra dottrina – che il panorama del pensiero e delle politiche economiche si esaurisca attorno a queste due scuole[2]. Invece, anche il pensiero economico di John Maynard Keynes ha avuto le sue applicazioni, ed ancor oggi i suoi estimatori, o più semplicemente conoscitori[3]. Tuttavia, anche la dottrina keynesiana evidenzia il vizio del semplicismo, e la medesima radice materialista delle altre due. Ma – e così avvio il discorso verso ciò che vuol essere il tema portante di questo scritto – il keynesismo è la semplificazione assoluta di quella scuola di pensiero che sul progresso tecnologico-scientifico – e non il keynesiano mero impiego di forza lavoro in opere pubbliche –, sul dirigismo nazionale – e non il semplice interventismo keynesiano – e sul credito nazionale – e non il monetarismo ribadito anche con il progetto di Keynes per gli accordi di Bretton Woods del 1944, che invece videro passare la linea Roosevelt-White – fonda il sistema americano di economia politica così come denominato dal primo Segretario al tesoro degli Stati Uniti (dal 1789 al 1794), Alexander Hamilton.
Dopo la Guerra d’Indipendenza dalla Gran Bretagna e la Dichiarazione d’Indipendenza del 1776[4], il sistema economico adottato da Hamilton rappresentava una vera e legittima guerra economico-finanziaria all’imperialismo britannico. Non è forse un caso che nello stesso anno della dichiarazione d’indipendenza americana, da un funzionario della Compagnia britannica delle Indie Orientali, avamposto economico del governo inglese, Adam Smith, venisse concepita La Ricchezza delle Nazioni. Il sistema economico preconizzato da Smith è epistemologicamente antitetico[5] a quello che Hamilton svilupperà poi in forma scritta tra il 1790-91 con il Rapporto sul credito, il Rapporto sulla Banca Nazionale e il Rapporto sulle manifatture. Infatti, il sistema hamiltoniano[6] si fonda sul favorire con un insieme di vantaggi e di premi la creazione di manifatture e l’utilizzo di nuove macchine (per Smith gli americani avrebbero dovuto occuparsi dell’esportazione di materie prime), di promuovere l’immigrazione di mano d’opera straniera, di tassare l’importazione dei prodotti finiti stranieri (per Smith ed il liberalismo britannico era il dio pagano della ‹‹mano invisibile›› a dover regolare i rapporti), d’interdire l’esportazione di materie prime (per Smith, invece, l’esportazione di materie prime rappresentava l’unica cosa che potessero fare le economie in erba, restando così sempre in erba!), di favorire le invenzioni e di costruire una rete nazionale d’infrastrutture di trasporto. Tutti questi propositi sono fondamentalmente opposti al sistema di Adam Smith e dei suoi eredi di oggi (Fondo Monetario Internazionale, Trattato di Maastricht, Wto), dove è la cosiddetta libertà dei mercati l’unico direttore d’orchestra.
Nel sistema americano di economia politica il fulcro dell’economia è rappresentato dall’Uomo e non dagli artificiali mano invisibile del mercato o classe proletaria. La concezione dell’Uomo che si viene ad avere è quella dell’uomo dotato di ragione creatrice, la cui manifestazione più evidente la si ha con il progresso tecnologico-scientifico. Quest’ultimo, non sarebbe solo una scelta, ma un dovere morale. Infatti, la crescita geometrica della popolazione umana, impone all’uomo di migliorare sempre più le proprie capacità di rapportarsi alla biosfera. In caso contrario, e solo in caso contrario, l’entropia farà il suo corso[7].
Hamilton asserì espressamente:
La ricchezza intrinseca di una nazione non si misura attraverso l’abbondanza del metallo prezioso che essa cela, ma dalla quantità e dalle produzioni [dunque la qualità a queste intrinseca, ndr] del suo lavoro e della sua industria […]. Così, lo stato dell’agricoltura e delle sue manifatture, la quantità e la qualità della mano d’opera e dell’industria devono influenzare e determinare l’accrescimento o la riduzione della scorta di oro e di argento. […][8]
I lavori di Friedrich List[9] ed Henry Charles Carey[10], esponenti del sistema americano di economia politica, indicano nell’Uomo la vera ricchezza di una nazione.
Dunque Hamilton, List e Carey, si preoccupano non solo delle tecniche per regolamentare l’economia – e ciò alla stessa stregua di liberisti, marxisti o keynesiani – ma soprattutto di come creare la ricchezza, da dove essa provenga. Essa, dunque, non è data per scontata, ma, i tre[11], si preoccupano di porre l’accento sull’elemento centrale che porta alla ricchezza, ossia ciò che qui viene chiamata capacità di ragione creatrice, qualità distintiva dell’uomo, e senza la quale la popolazione mondiale sarebbe restata ai livelli prerinascimentali o ancor peggio preistorici. Onde evitare l’assenza di chiarezza: progresso tecnologico-scientifico e sviluppo infrastrutturale e industriale sono la prova che l’uomo sta ampliando le proprie capacità creativo-cognitive nell’universo. Vie di comunicazione, strutture energetiche, produzioni agricole, di beni strumentali e di consumo, sono l’utile segno dello sviluppo creativo-cognitivo dell’uomo, che invece la semplice esportazione di materie prime riduce alla stregua di asini da soma. A dispetto degli ingenui altermondialisti e liberisti, l’incremento di questo potere creativo-cognitivo è un dovere e non una scelta, pena altrimenti il cadere in diaboliche politiche malthusiane.
Dunque, se il fulcro dell’economia è l’Uomo ecco che la macchina statale dovrà adoperarsi affinché tutti gli individui possano esprimere la propria vera umanità, che è tale quando l’individuo è messo nella condizione di poter esprimere la propria ragione creatrice, che nella scienza – il lavoro ne è l’applicazione – così come nell’arte, è tale quando riesce a far prevalere, in ultima istanza, il livello noetico su quelli biotico ed abiotico[12].
Lo Stato – da intendersi come Stato-comunità e non come Stato-persona –, come patto di collaborazione tra i consociati, dunque come Nazione, rappresenterà allora quella sovranità popolare che per il singolo individuo si chiama vita, libertà e diritto alla ricerca della felicità. Ecco che, allora, il dirigismo nazionale non è certo una forma d’oppressione della libertà individuale, quanto piuttosto un patto di collaborazione – un’armonia degli interessi, per riprendere le parole di Carey – per il perseguimento del Bene Comune che si fonda proprio sul riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo. Dunque, i musicisti non si priveranno dei loro strumenti o della loro creatività, né tanto meno saranno arbitrariamente scollegati gli uni dagli altri rischiando che la musica dell’uno confligga con quella dell’altro, bensì, consci della necessità di avere un direttore d’orchestra che li diriga (il Governo nazionale), manifesteranno le loro capacità all’interno, ogni volta, di una nuova composizione in modo che i suoni siano in armonia gli uni con gli altri creando così la musica ricercata.
Dopo aver individuato il principio ed il fine dell’economia, l’Uomo, ed il soggetto agente, lo Stato-Nazione come unione d’intenti verso il Bene Comune che i consociati si danno, resta da individuare lo strumento con cui agire.
Alexander Hamilton, con il Rapporto sul credito ed il Rapporto sulla Banca nazionale, individua nel credito, in quanto rapporto centrato su quel sentimento nobile che più si manifesta nel vivere quotidiano, la fiducia, lo strumento sociale per il progresso. Il credito a cui si fa riferimento, è un credito a basso tasso d’interesse, a lunga scadenza, e diretto verso quelle attività produttive considerate socialmente utili. E’ per questo che esso dovrà essere generato da una Banca nazionale[13], organo dell’esecutivo, dunque sotto diretta responsabilità del Governo. Qui c’è un attacco fortissimo al sistema sostanzialmente privato della Banca centrale indipendente, che altro non è che il direttorio delle banche private nel cui capitale partecipano, che con le manovre sui titoli e sul saggio d’interesse determinano il circolante finanziario di un sistema economico. Hamilton, invece, aveva ben chiaro che il credito, a seconda di come utilizzato, può essere uno strumento pericoloso per la collettività perché genera inevitabilmente inflazione reale[14] se non indirizzato ad attività di produzione strategica. Così il Governo, organo esecutivo della sovranità popolare, politicamente responsabile – diversa cosa, invece, per la banca centrale che non è politicamente responsabile e che dunque si presenta come un deus ex machina, un Olimpo, che dal di fuori, arbitrariamente, muove le redini del gioco – agirà attraverso la propria banca nazionale per l’emissione di credito, il quale sarà erogato soltanto per il finanziamento di quelle attività produttive considerate utili alla collettività. In questo modo, la liquidità generata da quel credito, è assorbita dal complesso produttivo con la creazione di nuovi beni dal maggior contenuto tecnologico-scientifico che gli individui punteranno ad avere. Nel breve periodo ciò genererà nuova occupazione, ma questo rappresenta soltanto l’aspetto parziale della questione. Ciò che più conta è il medio-lungo periodo. Infatti, durante questo, oltre all’arricchimento produttivo nell’economia fisica (dato dai nuovi beni strumentali e di consumo, o dalle infrastrutture creati grazie a quel credito), si avrà anche un arricchimento finanziario (generato dal normale effetto moltiplicatore dei nuovi depositi bancari, che deriveranno sempre da quel credito) con cui ripagare il debito contratto dal sistema produttivo nei confronti della banca nazionale (e dunque della collettività). La ricchezza prodotta, ovviamente, genererà nuove entrate fiscali per l’erario, che potranno essere utilizzate per ulteriori servizi sociali. La cosa più interessante è che il ritorno, se la produzione si è centrata su nuove scoperte e concezioni, sarà di molte volte superiore al credito inizialmente emesso, avendo addirittura effetti anti-inflattivi. Infatti, più l’innovazione tecnologico-scientifica sarà cruciale e più si ripercuoterà nei vari campi della vita generando così nuove presenze fisiche (beni strumentali e di consumo, ed infrastrutture). Queste presenze fisiche, dunque, saranno tanto superiori alla nuova liquidità aggiunta nel sistema, quanto sarà importante l’innovazione concepita; così assisteremo ad un abbassamento dei prezzi. Concepito in questo modo il sistema economico-finanziario non è altro che un sistema di continuo sviluppo tecnologico-scientifico orientato verso l’infinito. Paradossalmente, poi, ciò con cui confligge questo sistema, è 1) la creazione di monopoli, e 2) di concentrazioni finanziarie, con tendenza progressivamente sempre più prossima all’eguaglianza, per le sue qualità deflattive. Contro l’emergere di monopoli, è il continuo “rimescolio” generato dalle nuove sfide, offerte dalla necessità costante dello sviluppo tecnologico-scientifico che di volta in volta potrà vedere l’emergere di nuove soggettività. Contro le concentrazioni finanziarie, poi, perché questo sistema è intrinsecamente antispeculativo e imperniato sullo sviluppo dell’economia fisica. Infatti, il sistema fiscale sarà improntato a rendere sconveniente la ricchezza finanziaria e vantaggiosi gli investimenti produttivi. Le politiche pro-austerità dei tagli della spesa, invece, sono intrinsecamente destinate a risultati opposti. Si tagliano i servizi per la comunità, per abbassare il debito pubblico[15], ed è consequenziale che manchino i soldi per la ricerca tecnologico-scientifica e per migliori infrastrutture che consentano una ripartenza dell’economia. Il sistema, dunque, è sempre più vetusto e meno efficiente, produrrà meno e l’introito fiscale per lo Stato scemerà. Il debito, così, nonostante gli apparenti migliori risultati finanziari che si verificano nel breve periodo, nel medio-lungo periodo tornerà ad aumentare. Il paradosso, allora, è che i sistemi centrati sul taglio della spesa, promettono per il futuro solo maggior debito e minor welfare. Questo è ciò che avviene da oltre trent’anni in tutti i Paesi che abbiano applicato ricette liberiste centrate sui tagli della spesa.
Nell’attuale sistema di banca centrale indipendente il credito è emesso in modo arbitrario ed anarchico. Chi ha la possibilità di poterne fare richiesta lo può indirizzare dove meglio crede: nella speculazione finanziaria od immobiliare, tanto per centrare l’aspetto più degenerato del problema. Questo aumenta dunque la liquidità presente nel sistema, ma non la quantità di produzione pronta ad essere accolta dal mercato[16], ed ecco quindi che si genera inflazione.
Come si sarà potuto notare, nel sistema americano di economia politica tutto è costruito di modo da consentire uno sviluppo di tipo democratico, per la realizzazione della sovranità popolare, finalizzato all’Uomo, e dunque centrato su quella qualità distintiva che è la capacità di ragione creatrice che si manifesta col progresso tecnologico-scientifico, necessitato, si è detto, dalla crescita geometrica della popolazione che altrimenti dovrebbe essere affrontata con le oggi dominanti, volute o meno, tecniche malthusiane[17].
Se questi sono i pilastri del sistema americano di economia politica, è ovvio che non si potrà prescindere da una regolamentazione statale che tuteli e sviluppi questo sistema, perché questo è il suo compito; in caso contrario, l’eterogenesi dei fini sarà più che probabile.
Oggi, dopo circa un quarantennio d’oblio, ritrova voce il sistema americano di economia politica. Soprattutto grazie all’attività di pressione del movimento dell’economista americano Lyndon LaRouche, la tradizione hamiltoniana è stata riscoperta da esponenti politici americani come l’ex Ministro del tesoro del governo Clinton, Robert Rubin, con l’Hamilton Project, o con il ddl by-partisan National Infrastructure Improvement Act of 2006, tra i cui firmatari Hillary Clinton, o ancora, con l’ex Ministro italiano dell’economia, Giulio Tremonti, il quale ha avuto talvolta il coraggio di accennare pubblicamente ad Hamilton.
In tempi di dissesti finanziari globali, probabilmente non ancora pienamente manifestatisi in tutta la loro gravità, il sistema americano di economia politica, contrapposto alle politiche neo-liberiste intrinsecamente speculative, rappresenta l’unica vera via d’uscita verso una concezione dell’economia e dell’uomo che renda alla persona umana la dignità e la consapevolezza di dover operare per il Bene Comune, come esercizio scientifico dell’amore per il prossimo e dunque, in ultimo scopo, per il proprio arricchimento interiore.
[1] L’esperienza medioevale, che al fisso modello aristotelico si rifaceva, dovrebbe essere sufficiente per comprendere la mediocrità dello stesso.
[2] A dire il vero oggi è minoranza quasi nascosta ed invisibile quella dei sostenitori del marxismo-comunismo. Tuttavia, che la conoscenza comune si concentri esclusivamente su queste due scuole del pensiero economico, è reso ben evidente dalla frase molto comune nei salotti televisivi in cui si parla di economia: ‹‹Bene, non le piace il liberismo? Allora vuole il comunismo!››.
[3] Circa la scuola monetarista, essa, può essere considerata una derivazione della scuola liberista.
[4] E’ opinione maggioritaria, se non assoluta, che la Dichiarazione d’Indipendenza americana sia derivata dallo scontro filosofico tra l’“ottimista” John Locke ed il “pessimista” Thomas Hobbes. Qui, invece, ci pare difficilmente contestabile l’idea per cui il vero ispiratore di quel rivoluzionario atto nella storia repubblicana dei popoli, sia stato Gottfried Wilhelm Leibniz. A far propendere per questa tesi sono in generale la conoscenza che Benjamin Franklin e William Penn avevano della figura di Leibniz, nonché, in particolare, la dedica, indirettamente fatta al filosofo tedesco, nominando la capitale della Pennsylvania, Filadelfia (Leibniz fu autore dello scritto Societas Philadelphica). Ancora, la triade vita-libertà-felicità della dichiarazione americana è ripresa dallo scritto di Leibniz ed è in contrapposizione alla triade utilizzata da Locke per la Costituzione della Carolina del Sud, vita-libertà-proprietà.
[5] L’economia marxista-comunista, come abbiamo visto, dal punto di vista dei principi non è antitetica al modello liberista, ma poggia sulla medesima radice materialista.
[6] E’ in realtà concettualmente sbagliato definire il sistema hamiltoniano o sistema americano di economia politica, come un sistema. Infatti, il sistema è un qualcosa di chiuso, con pretesa d’esaustività. L’approccio hamiltoniano, invece, è intrinsecamente aperto in quanto centrato sull’uomo e sulle sue capacità di ragione creatrice, facilmente evidenti nel caso dello sviluppo tecnologico-scientifico. Non è un caso che il suo approccio, in quanto aperto, ottenne successivi contributi teorici con Friedrich List ed Henry Carey.
[7] Il principio dell’entropia, o seconda legge della termodinamica, fu sviluppato da Rudolph Clausius. Agli inizi degli anni ’70, l’economista Nicholas Georgescu-Roegen, trasferisce tale principio in ambito economico. Fra i suoi continuatori vi è anche Jeremy Rifkin. Il principio entropico, in realtà, ha validità solo se si segue un approccio settoriale, e dunque, in ultima istanza, si ha una concezione dell’uomo come animale terrestre, piuttosto che come imago viva dei universale. Infatti, la storia dell’uomo dimostra, proprio grazie alle sue capacità di ragione creatrice, che la creazione di energia è avvenuta passando, senza pretesa di esaustività, dalla combustione della legna, a quella del carbone, all’utilizzo della forza offerta dal vento e dall’acqua, attraverso il petrolio, ed il nucleare. La scarsità quantitativa presente in ogni elemento è stata così, di volta in volta, risolta, senza che la scarsità stessa lo imponesse, ma solo perché la scoperta umana ne suggeriva la sostituzione. Allora, considerata nel suo complesso, la biosfera è noosfera. Ecco che l’entropia è più un fenomeno imposto da precisi interessi oligarchici che non una realtà con cui l’uomo non abbia la facoltà di rapportarsi in termini morali (la riduzione o controllo della popolazione mondiale, è chiaramente immorale, poiché anti-giudaico-cristiana come rilevabile dal ‹‹siate fecondi e moltiplicatevi›› della Genesi, o dall’ama il prossimo tuo come te stesso, nonché dall’epistemologia socratica).
[8] A. Hamilton, Report on a National Bank, 1790.
[9] F. List, The National System of Political Economy, 1847.
[10] H. C. Carey, The Harmony of Interests: Agricultural, Manufacturing, and Commercial, 1851.
[11] L’eco del lavoro di Leibniz è in essi fortissimo.
[12] E’ questa la tripartizione del biogeochimico Vladimir Ivanovich Vernadsky. Il dominio abiotico è quello del mondo non vivente; il dominio biotico è quello del mondo vegetale ed animale; il dominio noetico è quello consentito esclusivamente dalla presenza dell’uomo nella natura, il quale “aggiungendo” alla biosfera le proprie facoltà spirituali (noesi), incrementa il potenziale del pianeta (ed anche dell’universo, mi permetto di aggiungere).
[13] La questione della banca nazionale, e del relativo potere di emettere moneta, è una questione cruciale per il pieno perseguimento della sovranità nazionale del Popolo. La moneta deve essere ovviamente emessa dallo Stato sovrano. Oggi, invece, lo Stato paga il costo rappresentato dal saggio di sconto, alla banca centrale, costituita da banche private. Dunque, lo Stato paga un costo a dei privati, per una funzione che invece dovrebbe spettargli ab origine. A causa della questione monetaria, vennero assassinati sette presidenti statunitensi: quattro con armi da fuoco - Abraham Lincoln nel 1865, James Abram Garfield nel 1881, William McKinley nel 1901 e Kennedy nel 1963 - e tre per avvelenamento - William Henry Harrison nel 1841, Zachary Taylor nel 1850, Franklin Delano Roosevelt nel 1945. Questa questione della sovranità monetaria è denunciata da molti ambienti di varia, ed anche controversa, estrazione. Ciò che mi preme sottolineare, è che oltre a risolvere il problema di questa limitazione della sovranità, si deve puntare a far sì che lo Stato, andando oltre la completa convertibilità aurifera (od anche argentifera, come cercò di fare John Kennedy), crei credito per lo sviluppo tecnologico-scientifico.
[14] Parlo di inflazione reale non a caso. Infatti, pur avendo un’inflazione nominale prossima al 2% - dunque formalmente bassa – possiamo avere degli effetti fortemente negativi sui tenori di vita reali, nel momento in cui per esempio gli stipendi crescono meno del 2% od addirittura decrescono. La Costituzione europea, per ora congelata, per esempio, parla genericamente di inflazione come uno degli obiettivi primi da tutelare. La tutela dall’inflazione nominale è sicuramente di vantaggio per i grossi complessi finanziari i quali crescono più di quella. Essa, però, non aiuta gli stipendi dei ceti medi o bassi, che notoriamente crescono meno dell’inflazione nominale. La tutela dall’inflazione reale (dunque il rapporto tra la % di crescita dell’inflazione nominale e la % di crescita degli stipendi), invece, è di vantaggio per i ceti medi o bassi, ma non per gli alti, nel momento in cui questi riducono il vantaggio di crescita a cospetto degli altri.
[15] A questo proposito è interessante notare che quasi tutti gli Stati del mondo sono gravemente indebitati. Ma chi è il creditore? Nel caso dell’Italia, per esempio, il 50% del debito grava verso banche private straniere.
[16] Con “pronta ad essere accolta dal mercato” s’intende che il prodotto creato deve avere appeal commerciale. Siamo di fronte, dunque, non ad una formula, ma ad un qualcosa che comporta delle responsabilità di arte del buon governo (politiche).
[17] E’ interessante notare come l’idea diabolica di Thomas Robert Malthus di risolvere il problema della crescita demografica incentivando le condizioni di miseria delle fasce deboli della popolazione (Saggio sui principi della popolazione, 1798), oltre ad essere stata sostenuta ed affinata da Charles Darwin ne l’Origine dell’uomo per selezione sessuale, abbia trovato suoi esponenti anche in Bertrand Russell (vedi in particolare L’impatto della scienza sulla società, Newton Compton, 2005). Essa, invece, è completamente rifiutata nel primo ventennio del secondo dopo guerra, quando esponenti politici come John Fitzgerald Kennedy e Giorgio La Pira parlano di un’Alleanza planetaria per portare la vita sugli altri pianeti. L’uomo, da questi statisti non è mai visto come un ingombro che possa togliere spazio ai presenti. Tuttavia, dopo la scomparsa di soggetti morali come questi, dagli anni ’70 è tornato in voga un pensiero unico – combattuto solo dalla Chiesa cristiana – che vede nella crescita demografica un male da debellare. Celebri in tal senso sono la posizione del Dalai Lama, del Principe Filippo d’Edimburgo (‹‹Nel caso in cui mi reincarnassi mi piacerebbe essere un virus mortale per contribuire in qualche modo a risolvere il problema della sovrappopolazione››, Deutsche Press Agentur, agosto 1988), del Club di Roma con I limiti dello sviluppo, o di Henry Kissinger che tale posizione ha assunto in un documento per la sicurezza nazionale (NSSM-200) del 1974, oggi declassificato.
permalink | inviato da il 10/10/2006 alle 23:56 | commenti (0) |
Fermiamo la “sorpresa d'ottobre” di Bush e Cheney
No alla guerra preventiva in Iran!
Negli ambienti vicini all'esercito americano non ci sono più dubbi: il presidente George W. Bush, mandato avanti dal vicepresidente Dick Cheney e il gruppo dei neo-conservatori, è alla ricerca di un pretesto qualsiasi per iniziare bombardamenti aerei contro l'Iran nelle prossime settimane, prima delle elezioni mid-term per rinnovare il Congresso americano. Nonostante siano in corso dei negoziati seri tra i paesi europei e il rappresentante dell'Iran, il segretario di stato americano Condoleezza Rice ha appena lanciato un nuovo ultimatum: due settimane. Cioè, due settimane prima che i piani per una nuova guerra preventiva diventino operativi.
Il primo a denunciare le intenzioni dell'amministrazione Bush è stato il leader democratico Lyndon LaRouche, chiedendo l'impeachment di prima Cheney, e poi Bush, che contemplano persino l'uso di mini-testate nucleari. I mass media hanno essenzialmente taciuto l'argomento, ma recentemente numerosi personaggi di primo piano hanno denunciato il pericolo dell'attacco a breve, a cominciare dall'ex candidato presidenziale Gary Hart. Hart ha denunciato i piani per una “sorpresa d'ottobre” da parte della Casa Bianca, dicendo che in tempi normali un'azione simile sarebbe assurda, ma con l'Amministrazione Bush c'è da aspettarsi di tutto. Il colonnello in congedo Sam Gardiner, un noto stratega dell'aviazione americana, ha pubblicato un lungo rapporto per avvisare le istituzioni americane che il vero obiettivo della Casa Bianca ha poco a che fare con le armi nucleari; la realtà è che vogliono imporre il “cambiamento di regime” anche in Iran, e che dal punto di vista di Bush e Cheney, è meglio agire subito.
Il 29 settembre 20 parlamentari hanno scritto una lettera aperta a Bush chiedendogli di consegnare tutti i documenti sull'intelligence o le operazioni segrete inerenti all'Iran. Il punto è di evitare che lo stesso modus operandi usato per l'Iraq - le bugie sulle armi di distruzioni di massa - possa imporsi anche nel caso dell'Iran.
Occorre sottolineare che la vera motivazione dietro la politica di guerra continua ha poco a fare con il fondamentalismo islamico o la libertà. Il sistema economico e finanziario mondiale basato sulla globalizzazione - vale a dire, il dominio della speculazione finanziaria sull'economia reale - è arrivato al capolinea. Dall'Argentina del presidente Kirchner, alla cooperazione emergente tra paesi asiatici quali Russia, Cina e India, il mondo è pronto ad abbandonare il sistema del libero mercato che è stato usato per gestire la politica mondiale dai centri finanziari internazionali, a partire da Wall Street e la City di Londra.
Anche negli Stati Uniti è in atto la battaglia per cambiare politica economica. Il movimento di LaRouche sta guidando una svolta rooseveltiana nel Partito Democratico, per abbandonare la politica dei tagli al bilancio e i parametri monetari simili a quelli del Patto di Stabilità in Europa. Come alternativa propone il ritorno all'economia reale, con ingenti investimenti nelle infrastrutture e nelle nuove tecnologie; proprio l'opposto dell'abbandono dell'industria attualmente in corso, per esempio nel settore automobilistico con lo smantellamento della General Motors e della Ford.
Nell'aprile 2005 il Parlamento italiano ha approvato una mozione che chiedeva un nuovo sistema finanziario internazionale, ispirata alla Nuova Bretton Woods proposta da LaRouche. Ora si tratta di mettere in atto tale trasformazione, e cambiare i presupposti del mondo attuale. L'alternativa è il disastro economico e strategico annunciato delle follie neo-imperiali di Bush e Cheney.
Solo un nuovo ordine economico mondiale può garantire la pace e lo sviluppo.
Tratto da http://www.movisol.org/znews184.htm.
permalink | inviato da il 7/10/2006 alle 13:10 | commenti (0) |