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Timestamp: 2017-08-20 21:15:13+00:00
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T.A.R. Lazio Roma, Sezione I Quater, 23 luglio 2013
SENTENZA N. 7504
Nel caso di abusi edilizi vi è «un soggetto che pone in essere un comportamento contrastante con le prescrizioni dell’ordinamento, che confida nell’omissione dei controlli o comunque nella persistente inerzia dell’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza»; in questo caso il «fattore tempo non agisce in sinergia con l’apparente legittimità dell’azione amministrativa favorevole, a tutela di un’aspettativa conforme alle statuizioni amministrative pregresse» (Cons. Stato, IV, 4 maggio 2012, n. 2592).
Con il ricorso in trattazione Mascetti Marina ha impugnato, unitamente agli atti connessi, la determinazione dirigenziale in epigrafe (n.367 del 28 febbraio 2013, prot.n.14718) con cui Roma Capitale, in applicazione dell’art.16 (ristrutturazione abusiva) della legge regionale del Lazio sull’attività urbanistico-edilizia 11 agosto 2008 n.15, ha ingiunto a lei (quale responsabile) e ad altri soggetti (quali proprietari) di provvedere alla rimozione o demolizione di un intervento edilizio consistente nella demolizione e ricostruzione con ampliamento di un manufatto in muratura di metri 12,00x10,00 e nella realizzazione di una tettoia di metri 12,00x10,00 circa; in Roma, Riva Pian Due Torri, n.127.
La ricorrente ha premesso che, in esito a due procedimenti penali, una prima volta è stata assolta (perché il fatto non sussiste) dalla imputazione di realizzazione abusiva di un manufatto in legno e laminato di mq 36 (sentenza del Tribunale di Roma n.11097 del 2008), una seconda volta è stato dichiarato non doversi procedere nei suoi confronti (per intervenuta prescrizione) con riferimento alla imputazione di abusiva realizzazione di un manufatto di metri 12,00x10,00, costruito previa demolizione di altro di mq 36 oggetto di domanda di condono, e di una tettoia di metri 10,00x2,00 (sentenza dello stesso Tribunale n.6190 del 2012); quindi la ricorrente ha dedotto la illegittimità della determinazione impugnata per violazione di legge ed eccesso di potere sotto vari profili, concludendo per l’accoglimento del ricorso previa sospensione; con vittoria di spese.
Roma Capitale si è costituita ed ha depositati documenti e relazione.
Indi, nel corso della camera di consiglio fissata per la trattazione della domanda cautelare, il ricorso, previo avviso dato alle parti ai sensi dell’art.60 del codice del processo amministrativo, è stato ritenuto per la decisione anche ai fini della sua definizione con sentenza in forma semplificata.
Il ricorso può essere deciso con sentenza in forma semplificata; e in tal senso si procede.
Lo stesso è infondato.
Con il primo motivo è dedotta illegittimità, sia per difetto di motivazione, nella considerazione che Roma Capitale non avrebbe tenuto conto delle due sentenze penali di cui sopra, sia per genericità, non risultando distinta, nel provvedimento in discussione, la parte nuova dal manufatto preesistente, quest’ultimo assai risalente nel tempo e oggetto di domanda di condono edilizio.
E’ in contrario da osservare che:
-quanto alle sentenze penali sopra citate, le stesse non rilevano; con la prima, infatti, la ricorrente è stata assolta con riferimento al risalente manufatto di mq 36; il che non comporta, all’evidenza, legittimità di quanto contestato (demolizione e ricostruzione con ampliamento) con il provvedimento impugnato; con la seconda si è dichiarato non essere luogo a procedere per intervenuta prescrizione; e anche questa sentenza non dimostra legittimità del manufatto in discussione;
-non sussiste poi la dedotta genericità, avendo Roma Capitale dettagliatamente precisato il tipo di abuso contestato (demolizione e ricostruzione con ampliamento di un manufatto; realizzazione di una tettoia; con indicazione delle misure) e l’attività da svolgere (consistente nel rimuovere quanto senza titolo realizzato); a fronte, invero, di abusi del genere, Roma Capitale non avrebbe potuto che ordinare la rimozione/demolizione di quanto abusivamente realizzato, ben potendo la ricorrente, in sede di ottemperanza alla determinazione, lasciare in essere la parte risalente del fabbricato, sempre che ancora individuabile per non essere stata, eventualmente, totalmente demolita.
Il primo motivo va perciò rigettato.
Con il secondo motivo è dedotto difetto di motivazione nella considerazione che Roma Capitale non avrebbe tenuto conto che, come messo in evidenza da consulenza tecnica di parte, l’abbattimento della parte del manufatto diversa da quella risalente comprometterebbe anche quest’ultima; per cui non potrebbe farsi luogo a demolizione dell’abuso.
Le possibili conseguenze negative rappresentate – sempre che, va ribadito, sia ancora identificabile la parte risalente – saranno oggetto di considerazione allorquando Roma Capitale, ove la ricorrente non provvedesse spontaneamente alla demolizione, dovesse intervenire d’ufficio; in tale evenienza, in caso di impossibilità di demolizione del novum senza compromissione di quanto già esistente, si farebbe luogo alla diversa sanzione di cui all’art.16 sopra citato.
Anche tale motivo va quindi rigettato.
Con il terzo motivo è dedotta innanzi tutto violazione del principio di affidamento stante la risalenza dell’abuso.
Va in contrario osservato, dal che deriva il rigetto della censura, che, giusta consolidata affermazione giurisprudenziale (cfr Cons Stato, VI, 28 gennaio 2013 n.496), l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, è atto vincolato e non richiede una specifica valutazione delle ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di questo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati, né una motivazione sulla sussistenza di un interesse pubblico concreto ed attuale alla demolizione; non vi è poi un affidamento tutelabile alla conservazione di una situazione di fatto abusiva che il mero decorso del tempo non sana, e l’interessato non può dolersi del fatto che l’Amministrazione non abbia emanato in data antecedente i dovuti atti repressivi (Cons. Stato, VI, 11 maggio 2011, n. 2781). In particolare, si è affermato che nel caso di abusi edilizi vi è «un soggetto che pone in essere un comportamento contrastante con le prescrizioni dell’ordinamento, che confida nell’omissione dei controlli o comunque nella persistente inerzia dell’amministrazione nell’esercizio del potere di vigilanza»; in questo caso il «fattore tempo non agisce in sinergia con l’apparente legittimità dell’azione amministrativa favorevole, a tutela di un’aspettativa conforme alle statuizioni amministrative pregresse» (Cons. Stato, IV, 4 maggio 2012, n. 2592).
Con ciò il collegio, tenuto conto della assolutezza del predetto orientamento giurisprudenziale, ripensa quanto potrebbe desumersi, come messo in evidenza dalla ricorrente, da un inciso contenuto nella propria sentenza n.7293 del 2012, secondo cui la risalenza potrebbe avere qualche rilievo ove ci si trovasse, come a dire della ricorrente sarebbe nel caso, di fronte a un assetto territoriale urbanistico tanto consolidato da escludere ogni profilo dell’interesse pubblico all’osservanza dell’assetto normativamente delineato; tanto va detto trascurando di trarre conclusioni dal fatto che il contestato ampliamento sarebbe avvenuto, come emerge dalla sentenza penale sopra citata del 2012, fra il 2004 e il 2009.
Nell’ambito dello stesso motivo è poi fatto cenno, al fine di corroborare la tesi dell’affidamento, a una domanda di condono del 2004; ma tale domanda non rileva ai fini che qui occorrono, in quanto essa attiene a un manufatto di mq 33, mentre è contestato un manufatto di mq 120 con tettoia di altrettanta superficie; il che rende non riconducibile il novum a quanto oggetto di domanda di condono.
Con il quarto, ed ultimo, motivo, è dedotta illogicità, essendo stato previsto un termine per adempiere di giorni 30, termine che non corrisponderebbe a quello previsto dalla legge e che comunque è inferiore a quello previsto per proporre impugnativa.
In realtà, il termine è coerente con la previsione normativa, in quanto l’art.16 applicato indica un termine massimo di giorni 120; non è poi previsto che il termine debba essere in qualche modo coordinato con quello stabilito per proporre ricorso giurisdizionale.
-condanna la ricorrente al pagamento in favore di Roma Capitale delle spese del giudizio, che liquida nella complessiva somma di euro 1.000,00 (mille/00);
-ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 4 luglio 2013 con l'intervento dei magistrati:
Elia Orciuolo, Presidente, Estensore
Marco Bignami, Consigliere