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Timestamp: 2019-01-22 06:54:15+00:00
Document Index: 102057438

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Cass.Pen. – Sezione quinta Sent. 23 ottobre 2003 - 29 aprile 2004, n. 20138
La vicenda processuale riguarda il sequestro di persona per scopo di estorsione, commesso in danno di Silvia Melis ed iniziato in Tortoli il 19 febbraio 1997: del reato e dei connessi fatti criminosi furono chiamati a rispondere, in primo grado, M. G., M.A.M., R.P. e N.A., quali imputati identificati.
In tal modo erano state ipotizzate specifiche contestazioni di:
1. concorso nel sequestro predetto, per tutti i quattro imputati;
2. concorso nel contestuale reato di violazione continuata ed aggravata del domicilio della Melis, per il M. e per il R., oltre che nella detenzione illecita di un fucile e di una pistola;
3. concorso nel porto illecito di tali armi, per tutti i quattro imputati;
4. concorso nella rapina continuata degli oggetti contenuti nello zainetto della Melis, per la M, il M. ed il R.
Al riguardo il Tribunale di Lanusei ha emesso la sentenza del 4 giugno 2001, con pronunzia di:
‑ assoluzione del N. dai reati ascrittagli, per non avere commesso i fatti;
- assoluzione della M e del R. dal reato di rapina, per non aver commesso il fatto;
- condanna, per gli altri reati contestati, della M, del M. e del R. alle rispettive pene di giustizia (determinate per effetto di riconosciuta continuazione) per tutti gli altri reati contestati loro.
L’impugnata sentenza della Corte di appello di Cagliari, in data 20 dicembre 2002, ha poi pronunziato l’assoluzione di tutti gli imputati predetti da ogni addebito, “per non avere commesso il fatto”.
Per la ricostruzione della vicenda processuale complessiva e per l’individuazione delle questioni che sono venute in rilievo vale il richiamo analitico alle risultanze della sentenza di secondo grado.
Condotte contestate agli imputati ed ipotizzate modalità dei fatti.
Al M. ed al R.è stata contestata la partecipazione a tutte le fasi del sequestro della Melis, con le iniziative del suo trasferimento – in compagnia del coimputato non identificato addetto alla custodia ‑ nei vari luoghi della prolungata segregazione, oltre che col connesso supporto logistico e strumentale. In tale contesto è venuta in rilievo l’attività della Marine (madre di M.A.M.) di mettere a disposizione l’abitazione del convivente P. Giovanni e di fornire collaborazione anche nel successivo periodo di trasferimento della sequestrata nelle nuove “prigioni” individuate, per necessità, dai sequestratori (e, in primo tempo, in quella collocata nel “macchione di rovi” esistente in un fondo di proprietà P.) . Mentre al N. è stato addebitato il ruolo espletato di “controllo del territorio” in occasione della successiva detenzione della Melis nel tancato di Cossu Andrea, del quale proprio il N. era riuscito a conseguire, con un pretesto, la disponibilità temporanea.
Per gli altri reati i è ipotizzato che, per l’esecuzione del sequestro, il M. ed il R.sono entrati nell’abitazione della Melis armati di un fucile e di una pistola (il cui porto illegale è stato addebitato anche agli altri due imputati), impossessandosi peraltro dello zainetto portato dalla Melis (la relativa rapina è risultata attribuita, in concorso, anche alla Marine).
Le modalità, anche temporali, dell’esecuzione e della protrazione del sequestro di Silvia Melis sono analiticamente riprese dalla sentenza di primo grado. Ed è ora adeguato il relativo richiamo sintetico per evidenziare che: ‑ la Melis fu costretta, da due persone, mentre rientrava nel cortile della sua abitazione alle ore 21,15 del 19 febbraio 1997, ad entrare in una autovettura, guidata da un’altra persona;
- la sequestrata (che, dopo la liberazione, ha descritto con puntualissima precisione modi e tempi della sua segregazione) fu poi mantenuta prigioniera in diverse località, affidate al controllo costante del custode (che la Melis indica nominativamente come “il gatto”), essendosi verificate frequenti visite di altra persona (nominata come “la volpe”) ed occasionali presenze di altre persone (“il volpone”, “la volpe che fuma”, “la volpe profumata”, “i volpini”);
- il primo luogo di prigionia, fino al 10 marzo 1997, fu collocato in una piccola grotta, dalla quale la sequestrata fu trasferita, con spostamenti notturni al ricovero indicato come “buco nero”, raggiunto il 16 marzo ed utilizzo fino al 5 giugno, quando, caricata sulle spalle del “gatto” e fatta entrare in una autovettura, fu portata, con tragitto finale a piedi in compagnia anche della “volpe”, alla prigione indicata come “casa delle spine”;
- successivamente la Melis fu trasferita al nuovo ricovero (indicato come “cespuglio stellato”) e, dal 29 agosto 1997, alla prigione definitiva (“il campeggio”), dalla quale riuscì ad allontanarsi l’11 novembre 1997.
- Sulla base di tali analitiche e specifiche indicazioni della Melis è rimasta affermata nella sentenza di primo grado, la certa collocazione dei luoghi utilizzati per la custodia della sequestrata; e, conseguentemente, in considerazione della loro concreta disponibilità per la predisposizione dei relativi nascondigli, è rimasta accreditata la riferibilità del complessivo disegno criminoso alla responsabilità degli imputati che sono stati condannati, nel senso che:
A ‑ il “buco nero” è stato ritenuto collocato (e formato con pannelli di poliuretano espanso e con carta di colore scuro) nella casa di via Trento n. 19 di Nuoro, di proprietà di P. Giovanni Antonio (“Tuseddu” e “zio Totoni”) convivente della Marine: al riguardo gli specifici riferimenti della Melis sulle modalità dei rintocchi delle campane di una chiesa (ancora sfasati rispetto all’ora legale e percepiti nella esatta sequenza giornaliera e festiva) hanno consentito l’individuazione della loro sicura provenienza dalla vicina chiesa di San Giuseppe del quartiere Istiritta di Nuoro (mentre tali analitici e puntigliosi riferimenti hanno convalidato l’effettiva corrispondenza della collocazione ipotizzata in relazione a: significativi altri rumori percepiti dalla Melis; modalità dei rifornimenti di cibo e bevande; percezione del frequente tossire di una persona anziana, essendo oggettivamente il P. affetto da bronchite cronica con tosse produttiva; percezione dei nomi “Chiara”, “Chià”, “Grà”, “Pasquali”, “Pasquali”, “Nicò”, usati da persone in conversazione al piano superiore). In tal modo, in particolare, è stato accreditato il consapevole collegamento criminoso della Marine, “padrona di casa”, rientrata rapidamente in Sardegna da Piacenza proprio in occasione della collocazione della Melis nel “buco nero”, tanto più gravata dal concorrente indizio del suo successivo trasferimento (realizzato proprio in corrispondenza del ricovero ospedaliero del P., poi deceduto il 14 giugno 1997) e delle iniziative assunte per “imbiancare” le pareti della stanza dove era stata costruita la “cella” (che, però, non eliminarono significative tracce di viti, chiodi e tasselli);
B ‑ gli altri rifugi sono stati specificamente individuati dalla Melis, che li aveva indicati come “casa delle spine” (collocata peraltro in luogo vicino ad un fondo di proprietà del P.), “cespuglio stellato” e “campeggio”.
I profili delle specifiche responsabilità riconosciute nella sentenza di primo grado.
A. Posizione di M.A.M.
Viene identificato come “la volpe” a ragione della normale, ammessa e sicura frequentazione della casa della madre a via Trento a Nuoro e, soprattutto, della testimonianza ‑ poi ritratta in dibattimento - di R.. Anna Maria (che aveva riferito di aver intravisto ‑ e riconosciuto ‑ dalla finestra della sua abitazione, adiacente a quella del P., il M. ed il R., impegnati a trasferire “una donna incappucciata dall’abitazione di via Trento su un’autovettura”), risultando peraltro che l’imputato ha ammesso di aver effettuato frequenti visite al fondo “Su Carru” del P. e che fu “controllato” a bordo di autovettura il 20 marzo 1997, in significativa corrispondenza a precedente “visita” della “Volpe” riferita dalla Melis.
B. Posizione di R.P.
Sono state valorizzate le dichiarazioni testimoniali della R.., nel rilievo univoco di convergenti gravi indizi (riscontri testimoniali di frequentazione contestuale della casa del P.; iniziativa del padre dell’imputato per l’acquisto di pannelli di poliuretano espanso; controllo di polizia subito il 20 marzo 1997, quando in compagnia del M. si dirigeva verso Orgosolo; correlativo significativo riferimento della Melis ‑ per la “straordinaria coincidenza” dell’orario intravisto come riportato su uno scontrino fiscale ‑ di consegna al suo custode di una “busta di arance”, portata appunto dalla “Volpe”; riferimento della rivenditrice Murru Giuseppa ‑ per quanto ritrattato, ma confermato “de relato” dal mar. Paolo Pinna ‑ di aver ceduto pannelli di poliuretano a R.Agostino, padre dell’imputato.
L’assoluzione dell’imputato per gli altri reati, diversi dal sequestro i è rimasta correlata al riscontro probatorio della verificata sua presenza nell’abitazione personale “a mezzanotte” del 19 febbraio 1997.
C. Posizione di M. G.
Gli elementi probatori della affermata colpevolezza sono stati già evidenziati nella premessa, che ha ravvisato gli estremi del suo consapevole contributo, come correttamente manifestatosi con l’offerta di disponibilità del “buco nero” e proseguito a soste­gno dell’ulteriore espletamento del disegno criminoso.
L’assoluzione di N.A.
L’inserimento criminoso dell’imputato era stato ipotizzato, come già anticipato, in relazione alla sua iniziativa di acquisire dai proprietari (eredi di Cossu Andrea) la disponibilità del tancato “Sae Siotto” (dove, nel cespuglio stellato”, la Melis è stata mantenuta prigioniera dal 1° al 29 agosto 1997) per pretestuosa necessità di pascolo di bestiame della famiglia in relazione a dichiarata (ma inesistente) insufficienza delle risorse idriche del terreno di proprietà “Thiesi Brianda”.
L’assoluzione pronunziata dai primi giudici è rimasta correlata ai riscontri dimostrativi dell’effettiva precarietà della situazione idrica di Thiesi Brianda, delle precedenti iniziative dell’imputato di procedere ad allacciamento abusivo ad altre utenze private e, sul piano logico, del preciso ricordo della Melis nell’obbligo che le era imposto, al “cespuglio stellato”, di mantenere il rigoroso silenzio.
Le impugnazioni avverso la sentenza di primo grado
Risulta che hanno proposto appello:
1. M. G., che ha dedotto l’illegittimità di ordinanze emesse in sede dibattimentale e della dichiarazione di colpevolezza, fondata su elementi probatori insufficienti (anche per inattendibilità dei tardivi riferimenti “individualizzanti” forniti ‑ per l’identificazione della collocazione del “buco nero” ‑ dalla Melis, che, in particolare, non ha ricordato di aver sentito le campane della vicina chiesa suonare nel giorno di Pasqua e non ha mai sentito chiamare il P. col suo nome “Toseddu”); e che ha richiesto la rinnovazione parziale dell’istruzione dibattimentale e, subordinatamente, la concessione delle circostanze attenuanti generiche e la riduzione della pena al minimo edittale;
2. M.A.M., che ha richiesto il riesame dibattimentale della R.. (testimone inatendibile e non credibile ai sensi degli articoli 500/2 Cpp 111 Costituzione); e che ha dedotto l’illegittimità della decisione (fondata sulle dichiarazioni della Melis, evidentemente “influenzate dall’ipotesi investigativa”, oltre che contraddittoria e non riscontrata, tanto più essendo inconsistenti i riferimenti sulla sua presenza, in compagnia della madre, nel fondo “Su Grumen”) oltre che del dibattimento e della sentenza di primo grado (per violazione degli articoli 24 e 111 Costituzione);
3. R.P., che pure ha richiesto il riesame dibattimentale della R..; e che ha dedotto l’illegittimità della pronunzia di colpevolezza, dichiarata sulla base di “inefficace” testimonianza “de relato” in ordine ai riferimenti di Murra Giuseppa sulle modalità di fornitura di pannelli di poliuretano, oltre che sull’incerto riscontro dell’effettiva presenza nell’autovettura del M. in occasione del controllo di polizia effettuato il 20 marzo 1997.
4. Pm, che ha richiesto: la condanna di N.A. (adducendo che il trasferimento del suo bestiame a Sae Siotto “aveva quale unico scopo quello di giustificare all’esterno la sua presenza nel fondo non il reale intento di controllare l’ostaggio”, come confermato dal rilievo indiziario oggettivo delle modalità temporali del trasferimento della Melis al “cespuglio stellato”, avvenuto quando l’imputato aveva già acquisito la disponibilità del fondo); la condanna del R. anche per i reati di violazione di domicilio e di rapina; il sequestro delle autovetture di proprietà (ovvero in uso) del R. e del M..
La sentenza impugnata, emessa nel giudizio di secondo grado.
La relativa motivazione premette che sono destituite di fondamento, anche per gli addotti profili di incostituzionalità, le questioni di violazione della disciplina di cui agli articoli 415bis e 185 C.p.p. proposte nell’interesse della Marine; mentre qualifica l’inammissibilità delle richieste avanzate di rinnovazione parziale dell’istruzione dibattimentale in ordine a perizia grafologica sulla modalità di compilazione del verbale del controllo di polizia del 20 marzo 1997, a riesame di testimoni già sentiti (compresa la R..), a nuove assunzioni testimoniali, a confronto tra la Melis ed il M., a verifica degli scontrini fiscali rilasciati dalla ditta “Edile Murru”, ad acquisizione di verbali di atti processuali vari, (comprese le riprese televisive effettuate sui luoghi ed in occasione della liberazione della Melis), ad accertamenti peritali correlativi.
La definizione delle posizioni specifiche degli imputati.
Per N.A. si è premesso poi che “l’eventualità di una partecipazione al sequestro” [è rimasta correlata alla posizione] di chi avesse avuto nel periodo di permanenza dell’ostaggio a Sae Siatto la proprietà o la disponibilità del terreno”. E si è rilevato come proprio l’imputato ne avesse conseguito la disponibilità, a fine luglio 1997, da Cossu Raffaella, trasferendovi la mandria di animali bovini appartenenti alla famiglia il 28 o il 29 e ritirandola il 17 agosto, quando però ancora la Melis era trattenuta prigioniera nel “cespuglio stellato”. Il “teorema accusatorio” correlativo è rimasto così fondato sui riscontri della contestualità cronologica della permanenza “in loco” della Melis e della ipotizzata pretestuosità del trasferimento della mandria, indotto da inesistente crisi idrica del fondo familiare “Thiesi Brianda”. In tal modo, in particolare, era stato supposto il coinvolgimento del N. nel sequestro (anche per il periodo successivo), valorizzandosi il rilievo logico del fatto che gli autori dell’iniziativa criminosa “non avrebbero mai trasferito l’ostaggio in un terreno senza averne in anticipo acquisito il controllo”.
Ma la sentenza impugnata ha confermato l’assoluzione del N. pronunziata ai sensi dell’articolo 530/2 Cpp,in considerazione degli elementi favorevoli “di segno diametralmente opposto”, in quanto: ‑ non è stato accertato il momento dell’intervento concorsuale nel sequestro di persona già iniziato; - nono sono stati giustificati i riscontri logici negativi dell’eventualità del correlativo rifiuto e, comunque, della necessità di ulteriore spartizione del prezzo del riscatto; né è venuta in rilievo una rilevante attività di esercitato controllo del territorio, trattandosi di fondo della notevole estensione di circa 80 ettari (ed essendo collocato il “cespuglio stellato” in sito inaccessibile e nascosto, in prossimità del confine ed a rilevante distanza dall’ovile e dagli abbeveratoi);
- in ogni caso la conseguita disponibilità del terreno non è risultata “eccezionale”, perché il proprietario l’aveva già consentita ai fratelli N. in precedenza; e, peraltro, è rimasta concretamente dimostrata la ragione allegata del trasferimento della mandria per effettività di crisi idrica e di inconvenienti igienici segnalati per il fondo “Thiesi Brianda”; - non ha superato il livello congetturale l’ipotizzata provenienza del N. delle “perette di formaggio” consumate dalla Melis e dei sacchi di iuta usati per il trasporto di generi alimentari alla sequestrata ed al suo custode; - né assume rilievo “individualizzante” l’abbondanza di forniture di acqua riferita dalla Melis; ‑ né rileva, infine, che l’imputato abbia continuato a mantenere sul fondo due cavalli “indomiti”, posto che aveva già provveduto immediatamente a portar via la mandria alla richiesta della concedente Cossu Raffaella.
B. Le posizioni del R, del M e della M hanno poi trovato la comune definizione assolutoria sulla base di riconosciuta inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali rese da R A M, indebitamente utilizzate invece in primo grado per quanto la correlativa assunzione fosse avvenuta in violazione dell’articolo 63 Cpp (si è ritenuto, infatti, che la inutilizzabilità, seppure dedotta soltanto nella discussione finale del giudizio di appello, attiene a questione rilevabile di ufficio).
Al riguardo sono stati precisati i passaggi progressivi della testimonianza della R, dal primo esame del Pm del 22 dicembre 1998, alla seconda audizione del 4 febbraio 1999 (quando la testimone cominciò a riferire di percezione di rumori di autovetture avuta in “una notte dei primi di giugno” verso le ore 23: “sentii anche persone parlare che certamente provenivano dalla casa di zia Grazia”), alle dichiarazioni rilasciate, in fine, al Pm il 26 febbraio 1999 (“ho avuto ed ho attualmente paura‑, una settimana o dieci giorni prima [della morte di zio Tottoni]..[intravidi dalla finestra due autovetture, di cui una Fiat Uno nera ed una con motore “diesel”] ... si apri il portoncino della abitazione di zio Tottoni ed uscirono due uomini [riconosciuti nelle mostrate fotografie del R.e del M.] ed una donna.... [che] aveva sicuramente qualcosa in testa”).
Al riguardo la valutazione immediata della Corte di merito è stata che, in riferimento alla previsione del reato di omessa denunzia ex articolo 3 del Dl 8/1991, è rimasta radicata l’inutilizzabilità della testimonianza “progressiva” della Rubetta, evidentemente assunta in violazione dell’articolo 63 Cpp, in quanto è ben chiaro che “gli inquirenti fin dal primo esame.... ipotizzassero che la medesima sapesse qualcosa del sequestro di Silvia Melis” (in particolare, “si dava atto che l’esame era svolto nell’ambito delle indagini relative al sequestro di persona”; mentre in via di principio rileva che “il secondo comma dell’articolo 63 non precisa se la qualità di imputato o di persona sottoposta ad indagini debba emergere da semplici elementi di sospetto o da qualcosa di più concreto”, tanto più emergendo confermata, dal contenuto di precedenti intercettazioni ambientali, “la natura autoindiziante delle dichiarazioni [già riportate] rese dalla R.. il giorno 26 febbraio 1999 davanti al Pm) . Si è, così, concluso che, “al momento in cui la R.. affermò che già all’epoca dei fatti riferiti aveva pensato ad un sequestro di persona”, i riferimenti testimoniali assumevano significato oggettivo autoindiziante per la dichiarante, il cui esame “doveva essere interrotto” in applicazione della previsione del primo comma dell’articolo 63 Cpp Trattandosi di argomento essenziale della impugnata decisione assolutoria, si rende opportuno il richiamo agli ulteriori elementi accreditati a sostegno. Si è aggiunto, infatti, che l’inutilizzabilità delle dichiarazioni della R.. è assoluta, in quanto: ‑ non è ravvisabile, in riferimento alla precedente reticenza testimoniale, la rilevante situazione, che, ai sensi dell’articolo 54 Cp, possa rendere inesigibile il predetto reato di omessa denunzia; ‑ l’oggettiva “intima connessione o interdipendenza tra il fatto proprio [della R..] e quello altrui” lascia validamente prefigurare
come integrato il diritto della testimone al silenzio, per quanto le dichiarazioni concernenti “il sequestro implichino necessariamente la sua responsabilità in ordine al delitto di omessa o ritardata denuncia” (con la conseguenza, che per la loro natura autoindiziante, “non possono essere utilizzate in modo assoluto”).
Gli elementi probatori a conferma delle accuse.
In tal modo si è apprezzata, per le posizioni dei tre imputati predetti, la situazione conseguente di consistente “vuoto” probatorio in relazione alle accuse formulate, già non potendo procedersi al nuovo esame della R.. con le garanzie di cui all’articolo 210 Cpp (è ciò perché la correlativa rinnovazione dell’istruzione dibattimentale non risulta necessaria a fronte delle intercettazioni ambientali del 26 febbraio 1999: dal loro contenuto si desume che la R.. ha espressamente negato di aver visto la Melis che veniva “caricata” sull’autovettura; mentre per vari profili, si è evidenziato che si tratta di testimone inaffidabile, che peraltro “nulla sa”).
La decisione è così rimasta correlata agli elementi indiziari considerati, in quanto rilevanti ai sensi dell’articolo 192/2 Cpp, a sostegno della affermazione di colpevolezza (e, cioè: A) per il M. ed R., quelli costituiti dalla loro presenza, nella stessa autovettura controllata dalla polizia, alle ore 19,50 del 20 marzo 1997, in “strettissima” compatibilità temporale con l’orario ‑ ore 19,04 ‑riportato sullo scontrino intravisto poco prima dalla Melis; 3) per il R., il fondamentale riferimento ai pannelli di poliuretano utilizzati per la predisposizione della prigione nell’immobile del P., essendosi ipotizzata la loro identità con quelli acquistati dal padre dell’imputato; C) per il M. e per la Marine, inoltre, la ritenuta collocazione del “buco nero” nella casa del P.). Ma, secondo la valutazione della sentenza impugnata, tali elementi indiziari già non denotano i requisiti richiesti proprio dall’articolo 192/2 Cpp. (ai fini della loro valorizzazione a fondamento della pronunzia di colpevolezza degli imputati) e risultano anche contraddetti da rilevanti elementi favorevoli all’assunto difensivo di estraneità ai fatti, posto che: ‑ per gli indizi sub A il ragionamento motivazionale resta incompleto, non avendo dimostrato, da un lato, che le provviste “Ideal Market” pervenissero da acquisto direttamente ascrivibile al M. e, dall’altro, che i due imputati siano stati presenti al “buco nero” poco prima del controllo di polizia del 20 marzo 1997); per gli indizi sub B, essendo inutilizzabili ex articolo 195/4 Cpp, le riferite dichiarazioni di Murru Giuseppa, a favore del R.invece rilevano la considerazione logica di ben possibili ‑ neppure escluse seriamente dalla tautologica affermazione di esclusiva utilizzazione “criminosa” ‑ ipotesi alternative dei motivi dall’acquisto di pannelli di poliuretano espanso da parte di R.Agostino (per modo che, in tale iniziativa essendosi ravvisato il decisivo ulteriore elemento indiziario a carico di R.P. e non assumendo di per sé idoneo rilievo indiziario il riscontro “neutro” di esistenti rapporti di amicizia col M., la conclusione della sentenza impugnata è stata quella dell’assoluzione dell’imputato predetto, ai sensi del secondo comma dell’articolo 530 Cpp “per non aver commesso il fatto”, tanto più essendosi premesso che le modalità temporali dell’acquisto dei materiali indicati sono rimaste concretamente “incerte” nei correlativi riscontri probatori); ‑per gli indizi sub C nella accreditata collocazione del “buco nero” nella casa di P. Giovanni Antonio si rilevano elementi contraddittori del correlativo procedimento argomentativo (in quanto: tra le persone che hanno frequentato la casa, in particolare, non sono state individuate univocamente e concretamente quelle indicate coi nomi “Chiara Chià” e “Pasquali” dalla Melis, il cui racconto evidenzia le ulteriori discrasie oggettive, contrastanti con la ritenuta collocazione del “buco nero”, di non aver ricordato suono di campane e preghiere di partecipanti al rito religioso della “via Crucis” in occasione delle festività pasquali, di aver riferito contraddittorie incidenze di parlata dialettale usata dai frequentatori dei contigui locali abitativi, di aver percepito rumori non propriamente compatibili con quelli normalmente riscontrati nelle vicinanze della casa del P.; la Melis, nel lungo periodo di presenza al “buco nero” ‑ dove è stata trattenuta per ottanta giorni ‑, non ha mai sentito chiamare per nome ‑ “zio Tuseddu” o “Tottoni” ‑ il proprietario della casa, nella quale si è ritenuta così protratta la sua prigionia, conseguente al sequestro ed in attesa del riscatto) . In sintesi il ragionamento motivazionale della Corte di merito ha premesso che è ben vero che “concorrono a sostenere la identificazione del “buco nero” con le stanze a piano terra della casa del P. la cadenza dei rintocchi delle campane della Chiesa di San Giuseppe di Nuoro... il rumore tipico del camion per la raccolta dei rifiuti... i rumori di lavori edilizi... alcune cerimonie... il nome Grazia o “zia Grà” ... il nome “Pasquali”... il frequente tossire”. E tuttavia, svalutano l’univocità della ipotizzata ricostruzione indiziaria i descritti “altri elementi di giudizio assolutamente incompatibili”, in base ai quali, secondo la prospettazione della sentenza, l’affermata collocazione del “buco nero” nella casa del P. resta “tutta da verificare”; e, con essa, resta da verificare conseguentemente la sicura attribuibilità del sequestro agli imputati Marine e M., tra l’altro essendosi tralasciato di verificare se la condotta della Marine possa essere ricondotta ad ipotesi alternative di “connivenza non punibile e di considerare se, comunque, il proprietario della casa, abbia potuto consentire l’utilizzazione dei locali individuati per la sistemazione del “buco nero” ad altre persone, addirittura estranee all’ambito familiare (per la Marine, peraltro, i convergenti riscontri indiziari valorizzati dai primi giudici ‑ frequentazione della sua abitazione da parte del figlio M.A.M., rapido rientro da und concomitante viaggio a Piacenza, personale iniziativa di successiva tinteggiatura dei locali - possono trovare effettiva e rilevante utilizzazione “solo a condizione che il “buco nero” sia localizzabile nella casa di proprietà di P.”, che, come detto, è “condizione” rimasta indimostrata, mentre la riscontrata frequentazione del fondo a Su Grumene ben consente l’interpretazione alternativa, non illogica, di essere ricollegata ad iniziative di esercizio di personali prerogative ereditarie sul terreno: “la Marine manifestò la sua ostilità nei confronti dei parenti di P.... fin dal momento della sua morte, quando la sequestrata era ancora reclusa nella “casa delle Spine”, collocata nelle vicinanze del fondo predetto”).
Sulla base di tale articolato procedimento valutativo degli elementi probatori di consistenza indiziaria la sentenza impugnata ha fondato (sempre in applicazione dell’articolo 530/2 Cpp) anche la pronunzia di assoluzione del M. e della marine “per non aver commesso il fatto”.
Il ricorso del Pg.
Risulta proposto nei confronti dei quattro iniziali imputati. E, in conseguenza della operata ricostruzione della complessa vicenda processuale, premette l’indicazione dei vizi logici e degli errori giuridici della sentenza impugnata, che, secondo il ricorrente:
1) ha pretermesso l’esame di elementi di prova rilevanti;
2) ha dato luogo a motivazione apparente della assoluzione degli imputati;
3) col travisamento di fatti di rilievo fondamentale è incorsa in manifesta illogicità del procedimento argomentativo di tale pronunzia;
4) ha illegittimamente ritenuto l’inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali della R...
Ed ha precisato i conseguenti motivi a sostegno, con riferimento alle specifiche posizioni processuali.
Per le posizioni del M., della M e del R. ha dedotto che la sentenza impugnata è inficiata da:
1. mancanza di motivazione in ordine a:
a) confutazione di consistenti e “numerosissime” prove acquisite a conferma dell’accusa;
b) connessa violazione dell’adempimento motivazionale demandato al giudice di secondo grado;
c) mancata rinnovazione dell’assunzione testimoniale, in sede di istruzione dibattimentale, della R., negata sulla base di irrilevanti ed incontrollabili “ovvie ragioni” (e la collocazione del “buco nero” era rimasta, d’altra parte, validamente e diffusamente individuata dai primi giudici, addirittura prescindendosi dalle dichiarazioni della R, essendo risultato possibile l’accertamento investigativo degli altri luoghi della segregazione della Melis proprio per lo “stretto collegamento” dei terreni a tal fine utilizzati alle persone che avevano la disponibilità della casa di via Trento a Nuoro, ovvero la frequentavano): in particolare, in tal modo, resta apoditticamente prefigurata la situazione di “vuoto probatorio” per le posizioni dei tre imputati, dopo che gli analitici e meticolosi riferimenti della Melis hanno prima determinato la collocazione del “buco nero” nell’ambito del quartiere di S. Giuseppe - Istiritta e poi hanno portato alla conseguente e necessaria individuazione della casa del P., in relazione alla quale “convergono” le molteplici significative indicazioni fornite dalla stessa Melis sulle operazioni e sulle frequentazioni quotidiane riscontrate (e riscontrabili) in specifico ed esclusivo riferimento a tale casa (anche sulla base di importanti elementi di riscontro oggettivo, addirittura pretermessi dalla disamina della sentenza impugnata, verificabili, inoltre con la richiesta [disattesa] prova testimoniale sull’incarico che la Marine aveva formulato di trasportare alla sua abitazione pannelli di poliuretano espanso “simili”). Ne è così rimasta evidenziata la rilevante “lacunosità valutativa” anche per omessa considerazione dei risultati dell’esperimento ricostruttivo “in loco” delle percezioni della Melis; d) sommaria valutazione conclusiva che i primi giudici abbiano affermato la responsabilità della Marine solo perché “convivente del P. e quindi padrona di casa” e, per il M., abbiano sostenuto ‑ per prefigurarne la colpevolezza ‑ frequentazione diversa da quella solita, più assidua, della casa della madre nel periodo di collocazione della Melis al “buco nero”; e) mancata disamina per la Marine, dei rilevanti riscontri indiziari quali quello costituito dal precipitoso rientro da Piacenza in data 15 marzo 1997; f) mancata disamina di elementi indiziari, anche di rilievo logico, che gravano la posizione del M., non essendosi considerato, tra l’altro, che‑ l’imputato ha “mentito sui tempi e sulle ragioni [della] sua frequentazione” al fondo contiguo alla “casa delle spine”; la Melis ha riferito che “la volpe” (tale è stato inteso il M.), si è trattenuta al “cespuglio stellato” tra il 14 ed il 19 agosto 1997, proprio in corrispondenza di constatata assenza dell’imputato da Orgosolo; nell’ultima prigione del “Campeggio” sono state rinvenute bottiglie di acqua “S. Angelo” provenienti “dallo stesso lotto comercializzato in quel periodo presso il circolo gestito dal M.; g) mancata disamina, per la posizione del R., degli elementi costituiti da: riferimenti testimoniali riguardanti una sua visita alla casa di Via Trento; riscontri rilevanti delle risultanze del controllo di polizia effettuato il 20 marzo 1997 (svalutati, nonostante la sostanziale ammissione del R.e del M. di essersi trovati insieme in tale occasione, anche sulla base di mera illazione che la data del controllo “potrebbe essere stata modificata o corretta”); disponibilità di un quantitativo adeguato (di mq. 28) di pannelli di poliuretano (compatibili con quelli utilizzati per la costruzione del “buco nero”), dei quali neppure è stata fornita precisa indicazione della effettiva diversa utilizzazione lecita (al riguardo il Pg ricorrente perviene anche a conclusione di recuperabilità della testimonianza fornita “de relato” dal mar. Pinna sulle dichiarazioni confermative della fornitura inizialmente rilasciate dalla commerciante Murru, in quanto, è ben vero che “sulla base dei principi in tema di procedimento probatorio il nuovo divieto di testimonianza in diretta, introdotto con la modifica del IV comma dell’articolo 195 Cpp, non essendo accompagnato da specifiche norme transitorie si applicava anche alle dichiarazioni precedentemente rese ma non ancora valutate”; ma, in concreto, rileva che la Murru “ha testimoniato all’udienza del 5 aprile, il giorno prima dell’entrata in vigore della legge [n. 63/2001], sicché, “in base alla disposizione transitoria di cui all’articolo 26 della predetta legge, a questa testimonianza si applicava la originaria disciplina del quarto comma dell’articolo 500 Cpp”;
2. vizi motivazionali e violazione del principio di valutazione complessiva degli elementi probatori, come richiesta dall’articolo 192 Cpp, posto che la decisione assolutoria è rimasta correlata a: formulazione di ipotesi interpretative delle prove meramente possibili; indebita prospettazione della loro contraddittorietà, inidonea a contestare il procedimento individuativo del “buco nero” (si verte soltanto, secondo il ricorrente, in ipotesi di “mancato riscontro” di marginali riferimenti della Melis); illogicità della ipotizzata giustificazione delle tracce rinvenute della precedente realizzazione della piccola cella definita come “buco nero”; illegittimo procedimento di “valutazione frammentaria” degli indizi venuti in rilievo;
3. violazione della disciplina di cui agli articoli 63 Cpp e 3 del Dl 8/1991. Trattandosi di motivo di essenziale rilievo ai fini dell’esame del ricorso e per le conclusioni indotte dal risultato della sua disamina, vale ripetere analiticamente i passaggi argomentativi dalla sua prospettazione, articolata dal Pg ricorrente in ordine alla ritenuta inutilizzabilità della testimonianza della Rubutta.
Già la conclusione della sentenza impugnata (la testimone “nulla sa di rilevante sul sequestro Melis”) contraddice, secondo il ricorrente, la costruzione che si è fatta dei presupposti della inutilizzabilità per configurata sussistenza di indizi a carico della R.., sin dal momento iniziale della ricordata testimonianza “progressiva”, per il resto di omessa o ritardata comunicazione di notizie rilevanti invece utili e già acquisite sul sequestro della Melis (mentre resta illegittima, in quanto meramente congetturale, la valutazione della inattendibilità della testimone, posta a base del diniego della rinnovazione del suo esame e, così, prefigurata prima ancora del suo espletamento).
La violazione della richiamata disciplina di legge risulta rappresentata in riscontri dell’insussistenza dei ritenuti presupposti indiziari di gravità, concretezza ed attualità tali da comportare esercizio di azione penale a carico della R.. per il reato di cui all’articolo 3 del Dl 8/1991 (la testimone inizialmente versava in situazione di giustificato erroneo convincimento di non essere obbligata a denunziare i fatti percepiti, sia perché al più poteva nutrire sospetti del loro collegamento all’esecuzione di un sequestro di persona, sia perché era ben comprensibile una sua normale condizione psicologica di paura, valida ad integrare al più l’operatività della disciplina di
cui agli articoli 54, ovvero 384 Cp: il dato oggettivo della maturata coscienza che il sospetto corrisponda ad una situazione criminosa reale resta, per ciò, individuato nel momento di predisposizione del programma di protezione della testimone). E, d’altra parte, in via di principio non può ritenersi estesa la previsione di inutilizzabilità di cui all’articolo 63 Cp alle dichiarazioni della R..,
che è soggetto assolutamente estraneo rispetto ai reati contestati agli imputati del “sequestro Melis”, neppure gravato di rilevanti indizi per reati connessi o collegati. In concreto, poi, la sanzione processuale di inutilizzabilità può riguardare soltanto la testimonianza successiva alle ultime dihiarazioni riportate nel verbale del 26 febbraio 1999, che esprimono il sospetto di aver assistito ad iniziative attinenti ad un sequestro di persona (ma si tratta sempre di rappresentazione di sospetti o supposizioni, che assumono diversa consistenza specifica soltanto nelle dichiarazioni finali del 25 giugno 1999: “l’11 novembre l997, la sera della fuga di Silvia Melis, da alcune frasi pronunciate da G M ebbe la certezza che la sequestrata era la figura femminile col capo coperto che aveva visto uscire dalla sua casa”).
A conclusione dell’articolata censura il ricorrente evidenzia che, peraltro, il quadro probatorio a sostegno delle accuse resta rilevante e valido per l’affermazione di colpevolezza, seppure “depurato” delle dichiarazioni testimoniali della R..;
4. violazione della disciplina di cui agli articoli 526 e 598 Cpp, essendosi illegittimamente affermata, in sentenza, l’iniziativa “scorretta” degli inquirenti nel procedimento di acquisizione delle dichiarazioni della Marine.
Per la posizione del N. il Pg ricorrente ha premesso il consistente rilievo logico della collocazione del “cespuglio stellato” nel fondo Sae Siotto di proprietà del Cossu, che l’aveva concesso in uso all’imputato, denunziando poi che la sentenza impugnata è inficiata da:
1. rilevanti carenze motivazionali di esclusione del ruolo dell’imputato di assicurare, per il periodo di segregazione della Melis a Sae Siotto, il controllo del territorio ed il sostegno logistico necessario ai sequestratori, essendo al riguardo apprezzabili a carico dell’imputato ‑ sul piano probatorio ‑ le conferme connesse anche alla coincidenza temporale della acquisita disponibilità ed alla presenza dei due cavalli “indomiti” lasciati nel fondo anche dopo il suo rilascio, oltre che al rilievo logico di rilevante ed utile funzione di tempestivo avvistamento di “forze dell’ordine” impegnate nella ricerca della Melis);
2. connesso vizio motivazionale dell’argomentata esclusione del certo consenso dell’imputato al trasferimento dell’ostaggio nell’ambito del tancato di Sae Siotto;
3. analogo vizio del prospettato dilemma interpretativo della condotta del N., se ascrivibile a comportamento di connivenza, ovvero ad ipotesi con­corsuale di complicità;
4. ulteriore analogo vizio della negata sussistenza dell’ipotizzato intervento partecipativo dell’imputato come inteso anche ad assicurare il “supporto logistico” necessario per l’utile prosecuzione del disegno criminoso, confermato invece dai riferimenti della Melis in ordine alla provenienza di maggiori provviste di cibo e di acqua dalla “direzione dell’ovile”, essendo pure mancato il necessario coordinamento valutativo di tutti gli elementi probatori (compresi quelli costituiti dal rinvenimento sul luogo della prigione di fili di spago e dal riscontro di prolungata presenza stabile della “Volpe” tra il 14 ed il 18 agosto);
5. carenze motivazionali della affermata concomitante penuria di acqua nel fondo “Thiesi Brianda”, correlata al semplice richiamo del “fatto notorio della crisi idrica che affligge l’isola”, ma oggettivamente contraddetta dal “fatto concreto” che il N. vi riportò poi la mandria di famiglia proprio nel periodo stagionale di maggiore siccità;
6. identiche carenze della concomitante “crisi igienica” manifestatasi nello stesso fondo.
Le memorie difensive, sono state presentate nell’interesse di:
A. N.A., per il quale si sostiene che la prospettazione del ricorso del Pg ricade in inammissibili argomentazioni di merito, “maliziosamente” adducendosi che il fondo Sae Siotto fosse adeguatamente chiuso ed inaccessibile a terzi estranei alla sua detenzione, prefigurandosi lo specifico ruolo partecipativo dell’imputato sulla base di irrilevanti “massime di esperienze”,
valorizzandosi i singoli elementi indiziari in procedimento avulso dalla necessaria valutazione unitaria, sovrapponendosi una opinabile riconsiderazione di merito alla ineccepibile ed incensurabile disamina della sentenza impugnata;
B. R.P., per il quale si adduce l’infondatezza del ricorso del Pg, in quanto: è immune dal denunziato errore giuridico la dichiarata inutilizzabilità (contestata dal Pg ricorrente) delle dichiarazioni della R.., che, nell’incombente di ulteriore assunzione testimoniale del 26 febbraio 1999, immediatamente cominciò a fornire la versione “accusatoria” dei fatti percepiti e automaticamente fini per “autoaccusarsi” di aver ritardato consapevolmente la comunicazione agli inquirenti di “circostanze utili per l’individuazione o la cattura dei colpevoli o per la liberazione del sequestro”, in violazione della prescrizione sanzionata dall’articolo 3 del Dl 8/1991; ‑ conseguentemente l’inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali dipende dalla assunzione espletata con inosservanza delle garanzie difensive prescritte appunto dall’articolo 63 Cpp; ‑ diversa­mente il Pg ricorrente ha ipotizzato una peculiare condizione soggettiva della R.. di semplice sospetto, discriminata per applicazione della disciplina di cui agli articoli 54 e 384 Cp, ovvero per errore scusabile (rilevante ex articolo 5 Cp) sulla portata del precetto normativo del citato articolo 3, del quale in tal modo è rimasta prefigurata l’abrogazione dei profili normativi attinenti a rilevanza penale già integrata dal “ritardo” di comunicazione di circostanze e notizie “utili”; ‑siffatta prospettazione si ricollega ad insussistenza di indizi di reità a carico della testimone, valutata “ora per allora” (quando, cioè, la R.. sostanzialmente si autoaccusa di aver “taciuto circostanze utili alla individuazione dei responsabili di un sequestro estorsivo”, in relazione a fatto “ab origine” non irrilevante per fini penali, ma tale ritenuto “ex post”, per concorrente sussistenza di cause di giustificazione); ‑ al riguardo, peraltro, la rilevante qualificazione processuale della “testimone-indiziata” non richiede che i correlativi precisi indizi di reità rivelino anche i connotati della gravità; ‑ mentre l’operatività della disciplina prevista dall’articolo 371, 2° comma lettera b) e c), Cpp rende irrilevante (per l’esclusione dei conseguenti effetti di cui all’articolo 63 Cpp) la dedotta “posizione di estraneità” della testimone (indiziata del reato di cui all’articolo 3 del Dl 8/1991) in riferimento alla fattispecie processuale radicatasi per il reato di sequestro di persona per fini estorsivi, tanto più rilevando in fatto, a conferma della legittima determinazione di inutilizzabilità delle acquisizioni testimoniali del 26 febbraio 1999, che il procedimento di assunzione si è perfezionato in epoca successiva ad iniziative di intercettazione ambientale, oggettivamente rivelatrici per gli inquirenti delle consapevoli omissioni testimoniali di notizie già appartenenti a percezioni e convincimenti della R.. ed utili per gli sviluppi investigativi.
Va, preliminarmente considerato, che nell’interesse del R.è stata avanzata istanza di assegnazione del ricorso alle Su di questa Corte, ai sensi dell’articolo 610/2 Cpp (già disattesa dal Primo Presidente) e che non si ravvisano riscontri di speciale importanza delle questioni proposte, ovvero di contrasti giurisprudenziali, che impongono diverse determinazioni a questo Collegio ai sensi dell’articolo 618 Cpp Mentre è infondata la questione, sollevata anche nella discussione in questa sede, di violazione della disciplina di cui all’articolo 582, 1° comma Cpp, non riscontrabile nella concreta fattispecie processuale, nella quale il Pg ricorrente ha incaricato persona appartenente al suo ufficio (specificamente individuata nella attestazione in calce al ricorso) per il deposito dell’atto di impugnazione, che reca appunto le prescritte indicazioni della ricevente Cancelleria penale della Corte di appello di Cagliari, nella quale appunto l’atto risulta così depositato.
Nella valutazione dei motivi di ricorso ed in considerazione delle conclusioni che saranno accreditate si rende opportuna la definizione preliminare della posizione di N.A..
Al riguardo il ricorrente Pg ha prospettato l’illegittimità della confermata decisione assolutoria in relazione a mancanza e manifesta illogicità della motivazione per le parti riguardanti: il ruolo contestato dall’imputato di aver svolto funzioni di controllo del territorio e di supporto logistico; il consenso prestato al trasferimento della sequestrata nel tancato “Sae Siotto”; l’emergente situazione soggettiva di “connivenza complice”; la mancata disamina di elementi indiziari rilevanti; la sussistenza di effettiva crisi idrica ed igienica al fondo “Thiesi Brianda”. In particolare, si è sostenuto, come anticipato nella premessa espositiva, che a carico dell’imputato, per il profilo attinente all’effettivo ruolo di controllo del territorio e di supporto logistico dei sequestratori, rilevano i consistenti elementi indiziari costituiti dalla coincidenza temporale della acquisita disponibilità completa del terreno utilizzato per il nuovo rifugio della sequestrata, dal riscontro logico della normale necessità dei sequestratori di assicurarsi il relativo controllo (anche per l’idoneità ‑ collaborativa ‑ della presenza del coimputato, che, col “tempestivo avvistamento” di eventuale presenza delle “forze dell’ordine” sull’unica strada di accesso al fondo, l’avrebbe potuto consentire il rapido abbandono del sito e una facile via di fuga”). Si è aggiunto il concorrente rilievo indiziario logico della consapevole ed efficiente partecipazione del N. (neppure valutata nel suo significato di complicità effettiva con i sequestratori), confermata dalla “novità” comportamentale del custode di lasciare la prigione di Sae Siotto a giorni alterni per il prelievo dei rifornimenti necessari alla continuazione del sequestro e dalla permanenza di due cavalli indomiti dell’imputato sullo stesso terreno dopo il trasferimento della mandria.
Mentre si è prospettata la convergente conferma indiziaria della permanenza del N. nel tancato anche nelle ore notturne, delle percezioni della Melis sulla direzione di provenienza dei rifornimenti e delle più abbondanti scorte di acqua, della disponibilità di “perette” di formaggio, della presenza continuativa (dal 14 al 18 agosto 1997) del sequestratore denominato “volpe” nella predetta prigione di Sae Siotto, della mancata dimostrazione di effettività delle addotte situazioni di concomitanti crisi igienica ed idrica del fondo Thiesi Brianda.
In tal modo, in sostanza, nell’apparenza del vizio logico denunziato (correlato anche a prospettata disamina “Parcellizzata” delle risultanze probatorie e processuali riguardanti la posizione del N) il Pg ricorrente ha finito per postulare la complessiva rivalutazione di merito degli elementi indicati a base della sua richiesta di annullamento per le addotte carenze motivazionali della ribadita pronunzia assolutoria.
Tanto più è evidente, in tale profilo, l’inammissibilità delle articolate censure, considerandosi che, per tutte le questioni ora sollevate, le soluzioni accreditate dai giudici di merito sono certamente immuni dal vizio predetto (e corrispondono a puntuale, coerente ed incensurabile valutazione, analitica e sintetica, delle risultanze predette) e che al riguardo il premesso diffusa richiamo alle modalità del relativo procedimento argomentativo di confutazione della univocità del quadro indiziario esime da disamina ulteriore delle questioni stesse.
Conseguentemente va confermata la legittimità di tale pronunzia assolutoria del N., correttamente conseguenziale per gli effetti di cui al secondo comma dell’articolo 530 Cpp.
Già con la sentenza di primo grado si era, infatti, considerato che, da un lato, l’imputato aveva fornito adeguata a specifica dimostrazione della situazione idrica precaria in atto a Thiesi Brianda e delle sue iniziative precedenti di ovviarvi con allacciamenti abusivi ad utenze di altri proprietari (laddove si intende che non è certamente illogico ipotizzare che il N abbia “autonomamente” provveduto ad acquisire la disponibilità del terreno a Sae Siotto) e che, dall’altro, la Melis ha ricordato come al “cespuglio stellato” le sia stato richiesto di “fare più silenzio” (laddove, cioè, logicamente non si intende la consapevolezza della sua presenza da parte dei detentori del fondo). Al riguardo la tesi dell’appellante Pm era stata che invece il trasferimento della mandria del N. “aveva quale unico scopo quello di giustificare la sua [dell’imputato] presenza nel fondo con il reale intento di controllare l’ostaggio”.
E la risposta della sentenza impugnata risulta parimenti ineccepibile nel profilo logico ed incensuabile in punto di fatto, in quanto evidenzia l’inconsistenza di tale assunto accusatorio, correlato a mera “eventualità di una partecipazione al sequestro di chi avesse avuto nel periodo di permanenza dell’ostaggio a Sae Siotto la proprietà o la disponibilità del terreno”, ma avulso dalla considerazione delle contraddittorie emergenze indiziarie. Si è coerentemente rilevato, in contrario, cioè, che: ‑ è oggettivamente comprovato che, a richiesta dei proprietari (e, quindi, senza opposizione significativa di particolare interesse a “gestire” il territorio), l’imputato ritirò la sua mandria il 17 agosto 1997 da Sae Siotto, dove la Melis continuò ad essere segregata fino al 29 agosto (e ciò incrina appunto il “teorema accusatorio” della pretestuosa e preordinata presenza del N. a Sae Siotto e della supposizione del suo indispensabile coinvolgimento nella correlativa fase dell’attività criminosa già avviata) di tale coinvolgimento (logicamente ed oggettivamente contrastato da “elementi segno diametralmente opposto”, già richiamati nella diffusa premessa espositiva) resta peraltro evidenziata l’apodittica prefigura­zione; ‑ rilevano, d’altra parte, i riscontri posi­tivi di effettiva crisi idrica ed igienica di Thiesi Brianda (la prima confermata in rilevanti acquisizioni probatorie; la seconda non completamente esclusa sul piano probatorio); ‑ restano, inoltre, irrilevanti e addirittura congetturali i riferimenti indiziari alla fornitura di “perette di formaggio” (di ipotizzata provenienza dal N.), alla utilizzazione dei sacchi (contenenti le forniture alimentari (sempre di ipotizzata identica provenienza), all’abbondanza delle provviste d’acqua, alla presenza ulteriore nel fondo dei due cavalli indomiti dell’imputato.
Per modo che risulta assolutamente immune dai vizi logici denunziati il procedimento argomentativo della sentenza impugnata, che, nella ragionata valutazione comparativa degli indizi a conferma dell’accusa (pure consistenti per gravità e precisione per il rilievo oggettivo della iniziativa concomitante di acquisita disponibilità del fondo di Sae Siotto e della contestuale presenza dell’imputato nelle vicinanze della prigione della Melis) e dei molteplici elementi (oggettivi e logici) di “diametrale segno opposto”, è pervenuto a ribadire l’assoluzione dello stesso imputato, ai sensi del secondo comma dell’articolo 530 Cpp per non aver commesso il fatto contestato. E risultano inammissibili le contestazioni esposte al riguardo con il ricorso in esame, essendo evidente la loro esclusiva prospettazione fattuale di confutazione dei risultati dello stesso procedimento sulla base di proposta diversa valutazione degli elementi già considerati ed incensurabilmente accreditati senza apprezzabili discrasie logiche.
Per la posizione del N. deve, pertanto, dichiararsi l’inammissibilità del ricorso del Pg.
A diversa conclusione si perviene dall’esame del ricorso per quanto attiene alle posizioni del M., della Marine e del R..
Per quest’ultimo, in particolare, già rileva che è fondato il motivo di prospettata illegittimità della ritenuta inutilizzabilità delle dichiarazioni “de relato” del verbalizzante m.llo Pinna in ordine alla testimonianza a suo tempo resa da Murru Giuseppa sulla fornitura di “28 metri quadrati di pannelli di poliuretano nero di copertura” effettuata in favore di R.Agostino. Il Pg ha, infatti, dedotto che tali dichiarazioni non incorrono “nel divieto di cui al novellato articolo 195, comma IV, Cpp, introdotto con legge 63/2001, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 68 del 22.3.2001, e pertanto in vigore dal 6.4.2001”, evidenziando al riguardo che: ‑ è ben vero che il divieto di testimonianza indiretta si applica anche alle dichiarazioni rese prima del 6 aprile 2001 e non ancora valutate al momento dell’entrata in vigore della nuova normativa in materia; ‑ ma in concreto è risultato che la Murru ha reso la sua testimonianza dibattimentale di ritrattazione all’udienza del 5 aprile 2001 (e, quindi, prima dell’entrata in vigore della predetta normativa); sicché si rendeva applicabile la previsione transitoria dell’articolo 26 della legge 63/2001 (e, cioè, alla testimonianza della Murru “si applicava la originaria disciplina del quarto comma dell’articolo 500 Cpp”, che, col meccanismo delle rituali contestazioni, ne comportava l’utilizzabilità senza necessità del recupero postulato in conseguenza di testimonianza “de relato” del verbalizzante, ormai precluso dalla previsione di divieto di tale testimonianza indiretta).
La prospettazione del ricorrente denota piena fondatezza per l’esatta corrispondenza alle risultanze processuali relative alle modalità di acquisizione dibattimentale della testimonianza della Murru e per la corretta individuazione del regime legale della sua diretta utilizzabilità, illegittimamente “surrogata” con l’acquisizione (non più consentita) della testimonianza Pinna.
In tal modo resta appunto evidente che il procedimento valutativo degli elementi probatori a sostegno dell’accusa a carico del R.è risultato indebitamente depurato della disamina dell’apporto testimoniale predetto, ovviamente suscettibile della necessaria verifica valutativa di attendibilità e di rilevanza delle dichiarazioni rese in considerazione delle “travagliate” modalità dell’esame dibattimentale e del raccordo necessario con le altre risultanze probatorie (verifica ovviamente riservata al giudizio di rinvio, che sarà disposto).
Al riguardo neppure le allegazioni difensive dell’imputato contestano corrispondenza della situazione processuale prospettata dal Pg ricorrente e correttezza del principio giuridico di diretta utilizzabilità della testimonianza della Murru, che, accreditato con la presente decisione come effettivamente applicabile, già comporta la conclusione che ‑ come detto ‑ il procedimento argomentativo della sentenza impugnata ha omesso, per la posizione del R., il necessario sviluppo valutativo ‑ di convalida o di confutazione ‑ di tale testimonianza e di relativo raccordo con gli altri elementi probatori.
Assume poi rilievo fondamentale, per le posizioni dei tre imputati predetti la soluzione della questione di utilizzabilità delle dichiarazioni di R.. Anna Maria, che avevano costituito e segnato il momento probatorio essenziale di sostegno delle accuse accreditate con la decisione di colpevolezza in primo grado e che sono state ritenute inficiate da illegittimità della acquisizione (e da conseguente inutilizzabilità), determinandosi, per la prevalente considerazione della loro estrapolazione processuale, il risultato assolutorio della sentenza di secondo grado.
Non interessa, in particolare, procedere alla disamina della contestazione esposta in ordine a contraddittorietà della valutazione “anticipata” di inattendibilità della testimonianza della R.., ove assunta per effetto di rinnovazione dell’istruzione dibattimentale (e, cioè alla disamina della questione di apodittica prefigurazione di tale inattendibilità “congenita” e della sua assoluta irrilevanza probatoria), posto che il riconoscimento della illegittimità della pronunzia sul punto esime da considerazioni al riguardo, neppure essendo consentito a questa Corte di prescrivere od ipotizzare iniziative processuali rientranti esclusivamente nelle prerogative e nella facoltà dei giudici di merito in sede di rinvio.
Rileva, infatti, che il correlativo motivo di ricorso risulta fondato per la correttezza dei principi, ai quali si ricollega.
Al riguardo è opportuno ripetere che la sentenza impugnata ha rilevato (di ufficio) l’inutilizzabilità delle dichiarazioni testimoniali rese dalla R.. al Pm, in quanto assunte con violazione delle prescrizioni di cui all’articolo 63 Cpp, secondo le indicate modalità temporali della precisazione dei relativi riferimenti, già analiticamente e specificamente richiamate in premessa. La sentenza impugnata ha sostanzialmente ritenuto, a sostegno della statuizione di inutilizzabilità, che “gli inquirenti fin dal primo esame della R.. ipotizzassero che la medesima sapesse qualcosa del sequestro di Silvia Melis” e che già il correlativo sospetto” rendesse evidente l’idoneità autoindiziante delle dichiarazioni con conseguente necessità ‑ a pena della loro inutilizzabilità ”erga omnes” ‑ del rispetto delle garanzie difensive previste nel primo comma dell’articolo 63 Cpp, quanto meno dal momento del riferimento della sensazione esternata dalla dichiarante (“pensiero”) che i fatti percepiti avessero attinenza ad un sequestro di persona: in conseguenza la dichiarazione di inutilizzabilità è risultata accreditata così in relazione ad indebita prosecuzione dell’esame testimoniale dopo l’emergenza di indizi di reità a carico della dichiarante in ordine al delitto previsto dall’articolo 3 del Dl 8/1991, convertito nella legge n. 82/1991 (“chiunque, essendo a conoscenza di atti o fatti concernenti il delitto, anche tentato, di sequestro di persona a scopo di estorsione o di circostanze relative alla richiesta o al pagamento del prezzo della liberazione della persona sequestrata, ovvero di altre circostanze utili per l’individuazione o la cattura dei colpevoli o per la liberazione del sequestrato, omette o ritarda di riferirne all’autorità di cui all’articolo 361 Cp è punito...”). Si è, peraltro, considerato che la stessa modalità di assunzione delle dichiarazioni, da un lato, escludono per la R.., per tale reato, l’operatività di situazioni esimenti ai sensi dell’articolo 54 Cp e, dall’altro, denotano “intima connessione o interdipendenza tra il fatto proprio [violazione dell’obbligo di cui all’articolo 3 del Dl 8/1991] e quello altrui [rilevante come sequestro di persona a scopo di estorsione]”, in conseguenza della quale resta integrato il diritto della dichiarante al silenzio (e ciò per quanto “le dichiarazioni della R.. concernenti il sequestro implichino necessariamente la sua responsabilità in ordine al delitto di omessa o ritardata denuncia” col risultato che le stesse di dichiarazioni accusatorie “nei confronti degli imputati appellanti, essendo per lei autoindizianti, non possono essere utilizzate in modo assoluto”).
L’illegittimità della affermata inutilizzabilità delle dichiarazione della R.. è stata sostenuta dal Pg ricorrente, come già diffusamente anticipata, in relazione a profili di:
A. insussistenza di indizi gravi, concreti ed attuali per il reato ipotizzato a carico della R.., che: per inesigibile errore era convinta di non essere obbligata a specifica denunzia; inizialmente aveva nutrito semplici sospetti di fatti attinenti a sequestro di persona, per i quali i riferimenti reticenti sono rimasti giustificati da comprensibi­le condizione psicologica di paura; in ogni caso aveva dato luogo a comportamenti penalmente discri­minati ai sensi degli articoli 54 e 384 Cp;
B. la disciplina dell’articolo 63 Cpp non è applicabile alla concreta fattispecie processuale di dichiarazioni assunte da soggetto assolutamente estraneo ai reati addebitati agli imputati e non gravato da indizi rilevanti per reati connessi o collegati;
C. in ogni caso la sanzione di inutilizzabilità può inficiare soltanto le dichiarazioni finali del 25 giugno 1999, in quanto quelle precedenti avevano evidenziato semplici supposizioni o sospetti di collegamento dei fatti percepiti al sequestro di Silvia Melis;
D. mancata disamina di autonomi riscontri probatori, confermativi delle dichiarazione della R... Rileva al riguardo che è pregiudiziale l’esame della questione correlativa al profilo di illegittimità riportato sub B, in quanto inteso a negare la qualificazione soggettiva della dichiarante, in relazione alla quale sono risultati ipotizzati gli elementi autoindizianti della dichiarazione resa.
si tratta di questione pienamente fondata. La posizione processuale della R.. si presenta, in relazione ai prefigurati indizi di reato, non dissimile da quella di persona offesa del reato di estorsione, indiziata (per dichiarazioni rilasciate) di favoreggiamento nei confronti dell’estorsore: al riguardo si è, in particolare, ritenuto che l’inutilizzabilità sancita dall’articolo 63 Cpp non può investire le dichiarazioni rese da tale persona, posto che la condizione di operatività della disciplina è che il dichiarante sia interessato da indizi in ordine al medesimo reato ovvero al reato connesso o collegato attribuito al terzo (Cassazione Sezione seconda, 2539/00, Papa, rv 216299), sicché tale condizione non sussiste nei confronti di persona (che mantiene per ciò la specifica veste di testimone) assolutamente estranea rispetto al reato addebitato al terzo. Tale condizione di estraneità risulta oggettivamente ed incontestabilmente riferibile alla posizione della R.. rispetto al delitto (“altrui”) di sequestro di persona addebitato agli imputati, così restando esclusa la specifica violazione delle garanzie per l’assunzione di dichiarazioni autoindizianti, che possa comportare la loro inutilizzabilità assoluta (il problema, al più, potrà risultare rilevante esclusivamente nei confronti ‑ ed in favore ‑ della R.., ove concretamente sottoposta ad indagini preliminari per il reato [“proprio”], distinto e non collegato al sequestro di persona, di cui all’articolo 3 del Dl 8/1991, non trovandosi pe­raltro riscontro attuale di tale evenienza nelle risultante processuali esaminate ed essendo ben evidente la differenziazione ontologica del reato proprio rispetto a quello attribuito agli imputati).
Rileva poi aggiungere che, per tale ultimo aspetto, si è considerato peraltro (Cassazione Sezione quinta, 474/99, Sorà) che, “qualora il soggetto non assuma mai, nel corso di tutto il procedimento, la qualità di indagato, con l’iscrizione di cui all’articolo 335 Cpp, la sanzione [di inutilizzabilità delle dichiarazioni autoindizianti] non può trovare applicazione, non essendo sufficiente né l’eventualità, astratta e ipotetica, che egli possa essere considerato coindagato né l’interpretazione, soggettiva e di merito, sempre opinabile, di una situazione potenzialmente indiziante”, fermo restando l’obbligo della rigorosa valutazione delle emerse dichiarazioni accusatorie in conformità delle regole enunciate nell’articolo 192, 2° e 3° comma Cpp E, d’altra parte all’esito del riportato analitico procedimento acquisitivo delle dichiarazioni della R.., all’erronea conclusione delle loro inutilizzabilità la sentenza impugnata è pervenuta, come si vedrà, proprio in conseguenza di irrilevante valutazione della loro “potenzialità autoindiziante”.
Certo è che la disciplina, così indebitamente applicata, secondo normali canoni di interpretazione letterale e lessicale si ricollega pure ad ipotesi patologica di dichiarazioni che (per gli effetti di sanzione processuale della inutilizzabilità assoluta) abbiano evidenziato riscontri di consistenza accusatoria a carico di terzi, in quanto interessate, compiacenti o negoziate e come tali percepite nel momento dell’assunzione da parte degli inquirenti, consapevoli del rilievo autoindiziante della relativa acquisizione (in tale profilo è rimasto evidentemente escluso dagli inquirenti che la R.. abbia dismesso, nel corso del suo progressivo esame, la qualifica effettiva di semplice testimone per assumere quella di indiziata di reità per fatti connessi o collegati a quelli addebitati agli imputati, ancorché residui la soluzione del problema di attendibilità e rilevanza probatoria delle dichiarazioni accusatorie poi ritrattate).
La conclusione di utilizzabilità delle dichiarazioni riguardanti le posizioni del M., della Marine e del R.resta, in particolare, confermata dal rilievo che la loro “potenzialità autoindiziante” per la R.. attiene a reato (articolo 3 del Dl 8/1991), non collegato e non connesso a quello di sequestro di persona, rispetto al quale le dichiarazioni sono rimaste ontologicamente differenziate (e, da tale posizione di differenziazione ontologica, discende l’inapplicabilità alla dichiarante ‑ Cassazione Sezione prima, 14582/99, Garbellini, rv 216125 ‑ delle garanzie prescritte, in favore dell’indagato e dell’imputato nell’articolo 63 Cpp, come già riconosciuto in Cassazione Su, 1282/96, Carpanelli ed altri, che ha anche evidenziato il collegamento della disciplina delle correlative nullità esclusivamente in riferimento alla posizione delle persone nell’interesse delle quali siano prefigurate ‑ e, quindi, sostanzialmente ed esclusivamente del dichiarante, in base al principio “nemo tenetur se detegere”).
In tal modo la posizione processuale della R.. resta propriamente ascrivibile a quella del “testimone di giustizia”, per la quale neppure trova applicazione, in virtù delle previsioni di cui all’articolo 16quater del Dl 8/1991 (come introdotto dalla legge 45/2001), il particolare regime di valutazione probatoria disciplinato dall’articolo 192, 30 comma, Cpp (Cassazione Sezione seconda, 42851/02, Bertuca, rv 223412), con la conseguenza che essendosi riconosciuta l’utilizzabilità della relativa testimonianza nei confronti degli imputati, nel giudizio di rinvio (che sarà disposto ai sensi dell’articolo 627 Cpp) dovrà procedersi alla valutazione della sua attendibilità e della rilevanza probatoria secondo i criteri delineati nei commi primo e secondo dell’articolo 192 Cpp, con il procedimento argomentativo che il giudice individuerà come congruo ed adeguato nell’esercizio delle facoltà che gli sono riservate (anche, eventualmente, di integrazione istruttoria dibattimenale ai sensi dell’articolo 603 e, se del caso, con le garanzie di cui all’articolo 210 Cpp).
La soluzione positiva della sollevata questione pregiudiziale di definizione della posizione assunta dalla R.. con le sue progressive dichiarazioni accusatorie esime dalla valutazione degli altri argomenti prospettati a sostegno della dedotta illegittimità della statuizione di inutilizzabilità di tali dichiarazioni,, seppure non debba tralasciarsi di considerare che anche i profili richiamati sub A e C avrebbero comportato la conclusione di fondatezza del motivo di gravame, ove si fosse disattesa la questione pregiudiziale indicata sub B. E ciò perché deve riconoscersi, in via di principio, che, ai fini della applicazione del regime di cui all’articolo 63 Cpp, rileva l’accertamento ‑ purché correttamente motivato della sussistenza “ab initio” di indizi di reità a carico del dichiarante, qualificati da caratteri di univocità e di consapevolezza dell’Autorità procedente, escludendosi per ciò che tale presupposto possa risultare integrato ‑ come sostanzialmente adombrato nella sentenza impugnata ‑ da eventuali sospetti od intuizioni personali degli inquirenti (Cassazione Sezione quinta, 1921/01, La Placa, citata), sospetti ed intuizioni che peraltro appartengono (a fronte del normale travaglio di progressiva consapevolezza conoscitiva) alle modalità fisiologiche delle assunzioni testimoniali della fase investigativa in materia di sequestro di persona a scopo di estorsione, ma non rivelano di per sé il livello della “conoscenza”, penalmente rilevante ai sensi dell’articolo 3 del Dl 8/1991, che il dichiarante possa avere già conseguito “di atti o fatti concernenti il delitto.. ovvero di altre circostanze utili” (al riguardo per ciò la valutazione della sentenza impugnata risulterebbe assolutamente carente del necessario supporto dimostrativo e motivazionale).
Né a diversa conclusione si perviene dall’esame dell’articolata memoria difensiva depositata nell’interesse del R.e già richiamata, posto che:
‑ la definitiva posizione processuale della R.. non consente di prefigurare l’inutilizzabilità assoluta delle sue dichiarazioni, che non rilevano la dedotta natura “autoindinziante” e che, per i denunzianti profili di inaffidabilità, richiedono al più, l’espletamento di puntuale disamina valutativa ai sensi dell’articolo 192, 1° e 2° comma Cpp;
‑ la questione di consapevole ritardata comunicazione di “circostanze utili per l’individuazione o la cattura per la liberazione del sequestrato” non comporta effetti di inutilizzabilità assoluta nei confronti di persone indagate ed imputate per reato assolutamente distinto rispetto a quello proprio in ipotesi ascrivibile alla dichiarante (estranea processualmente al sequestro) per tale ritardo;
- in ogni caso l’operatività della disciplina invocata non “scatta” in presenza di meri sospetti di reità correlativa, inidonei ad integrare il quadro indiziario rilevante a sanzionare l’assunzione probatoria espletata (e continuata) senza le garanzie prescritte dall’articolo 63 Cpp;
‑ non si verte conseguentemente in situazione di indebita anticipata valutazione del Pm procedente in ordine ad infondatezza di ipotesi di reato, concretamente non emergente dalle modalità di progressiva precisazione delle dichiarazione della R.., che Comunque non attengono a fattispecie processuale rientrante nella previsione di cui all’articolo 371, secondo comma lettera b) e c), Cpp per la natura oggettivamente differenziata e non collegata del reato ipotizzato (per mera astrazione dalle risultante processuali) ai sensi dell’articolo 3 del Dl 8/1991.
L’evidenziata fondatezza dei due motivi di ricorso esaminati (riguardanti l’inutilizzabilità delle dichiarazioni della Murru e della R..) già induce a decisione di annullamento della sentenza impugnata, che, dalla illegittima valutazione della loro inutilizzabilità, era pervenuta alla conclusione di assoluzione degli imputati in considerazione del rilievo essenziale delle correlative acquisizioni probatorie: l’esclusione della utilizzabilità aveva, infatti, comportato con particolare riferimento alle dichiarazioni della R.., la conclusione di determinatosi “vuoto probatorio” intorno agli altri indizi di reità già avvalorati, all’esito del giudizio di primo grado, per l’affermazione di colpevolezza degli stessi imputati in relazione ai rispettivi ruoli partecipativi, accreditati definitivamente anche alla stregua delle stesse dichiarazioni.
E, pertanto, rispristinatosi il presupposto di legittima utilizzabilità, consegue la necessaria statuizione di rinvio per il nuovo giudizio previsto dell’articolo 627 Cpp, nel quale il complessivo quadro probatorio deve avere riscontro di considerazione per tutti gli elementi così rilevanti, nella disamina corrispondente ai criteri legali di valutazione enunciati nell’articolo 192 Cpp
Va aggiunto che la soluzione adottata per le due questioni esaminate, come sollevate dal Pg ricorrente, assorbe la valutazione di ogni altro motivo di gravame ed esime dalla correlativa delibazione, in quanto l’enunciato principio di utilizzabilità delle dichiarazioni predette illegittimamente negata dalla sentenza impugnata comporta la necessità di riesame analitico complessivo (nel raffronto ed alla stregua delle dichiarazioni predette), di tutte le risultanze probatorie valide ma acquisite al processo. Ed è ben evidente che in tale riesame, demandato al giudice del disposto rinvio, dovranno trovare valutazione anche le questioni sollevate dallo stesso ricorrente in ordine: a mancata considerazione di elementi indiziari gravi, precisi e concordanti; ovvero a confutazione di tipo illogico e congetturale della loro valenza accusatoria; ovvero al loro rilievo autonomo e sufficiente per l’affermazione di colpevolezza (seppure le dichiarazioni riconosciute utilizzabili vengano valutate come inattendibili od irrilevanti); ovvero alla consistenza negativa dei riscontri “mancati” per specifici elementi indiziari; ovvero alla necessità di considerazione unitaria (non “parcellizzata”) del complessivo materiale probatorio.
A tal fine va disposto il rinvio ad altra sezione della Corte di appello di Cagliari per il conseguente nuovo esame relativo alle posizioni degli imputati M., M e R.in relazione alle pronunzie assolutorie emesse (o confermate) con la sentenza annullata ed alle conseguenti statuizioni sollecitate.
Al riguardo, in particolare, va ribadito che il riesame demandato dal giudice di rinvio si ricollega anche alla necessità di appropriata riconsiderazione di merito, comunque, di tutti gli elementi di prova (anche indiziaria) secondo criteri di analisi e di sintesi che non risultino “condizionati” sostanzialmente da una valutazione di “vuoto probatorio” che possa nuovamente configurarsi in relazione ad eventuali conclusioni di inattendibilità ed irrilevanza delle dichiarazioni della R... Ed il premesso diffuso richiamo in fatto (riferito al complesso quadro dei molteplici elementi probatori acquisiti ‑ e diversi rispetto a tali dichiarazioni ‑, al correlativo procedimento valutativo ed alla portata dei rilievi e delle contestazioni precisati nell’interesse delle parti nei precedenti gradi) delimita adeguatamente l’ambito di tale rie­same, rendendo superflue ogni ulteriore specificazione e precisazione dei criteri legali applicabili di valutazione della prova.
La Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso del Procuratore Generale nei confronti di A N;
in accoglimento del ricorso del Procuratore Generale annulla la sentenza impugnata nei confronti di G M, A M M. e P. R., con rinvio ad altra Sezione della Corte di appello di Cagliari per nuovo esame.