Source: http://www.studiocarugnoecimarelli.it/news/category/banche
Timestamp: 2018-12-15 20:13:44+00:00
Document Index: 141283456

Matched Legal Cases: ['art. 31', 'art. 120', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 342', 'sentenza ', 'art. 119', 'art. 1832', 'art. 1712', 'art. 53', 'art. 1712', 'art. 6']

Category: Banche - Studio Legale Associato Carugno & Cimarelli
Anatocismo 2. A volte ritornano.
Mutuare questa notizia parafrasando il titolo di un film horror non e' solo simpatico ma anche molto pertinente.
La Legge di Stabilità 2014 aveva visto l’approvazione di una norma considerata rivoluzionaria, poiché aveva di fatto cancellato per sempre la possibilità per le banche di capitalizzare gli interessi.
Con tale norma veniva poi lasciato al CICR (Comitato interministeriale per il Credito e il risparmio) il compito di adottare una delibera che attuasse detto divieto.
Di fatto la pronuncia di tale delibera non era ancora stata pronunciata.
Al contrario con l'art. 31 del decreto legge n. 91 del 24.06.2014 si è intervenuto nuovamente sull'art. 120, t.u.b., reintroducendo dalla finestra ciò che era uscito ufficialmente dalla porta: la possibilità per le banche di inserire, nei contratti con la clientela, la previsione di interessi anatocistici (produzione di interessi sugli interessi).
Il comma 2 del richiamato articolo prevede che l'anatocismo potrà applicarsi, su base annuale, secondo modalità e criteri da disciplinarsi con una prossima delibera del CICR (Comitato Interministeriale per il Credito ed il Risparmio composto dal Ministro dell'Economia e delle Finanze, che lo presiede, nonché dai Ministri delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, dello Sviluppo Economico, delle Infrastrutture e dei Trasporti e dal Ministro per le Politiche Europee)
Col nuovo testo di legge, ironicamente battezzato: “Disposizioni urgenti per il rilancio e lo sviluppo delle imprese” , il Governo ha reintrodotto la possibilità, per le banche, di applicare l’anatocismo, ossia di calcolare gli interessi dovuti dal cliente anche sugli interessi passivi già maturati su tale capitale.
1. dovrà avere una periodicità non inferiore a un anno e non trimestrale come la vecchia normativa abrogata;
3. sara' applicata solo ai contratti conclusi dopo due mesi dall’entrata in vigore del decreto legge in questione.
Il decreto legge, oggetto di esame da parte delle camere parlamentari, dovrà essere convertito in legge entro sessanta giorni dalla pubblicazione, pena la sua decadenza.
E' auspicabile un ravvedimento del legislatore, che prenda una posizione netta a favore del cittadino.
Se la banca ti nega il credito c'e' il ricorso al Prefetto.
Le banche sono tornate ad assumere atteggiamenti vessatori come quello di non motivare le ragioni del rifiuto di un mutuo o un finanziamento, circostanza illecita o quella di imporre l’apertura di un conto corrente presso la propria filiale, subordinando la concessione del mutuo a questa pratica; o quella di costringere il cliente a sottoscrivere una polizza vita venduta dalla stessa banca.
Se, dunque, la banca nega un mutuo, nonostante si ritenga di avere tutte le carte in regola, e' possibile sempre rivolgersi al Prefetto, il quale chiederà spiegazioni all’Istituto di Credito e, se non le riterrà soddisfacenti, chiederà l’intervento dell’ABF (arbitro bancario).
Infatti sin dal 2012 e con l'Art. 27-bis, comma 1-quinquies, del D.L. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla L. 24 marzo 2012, n. 27, e modificato dal D.L. 24 marzo 2012, n. 29, convertito, con modificazioni, dalla L. 18 maggio 2012, n. 62 e' stato introdotto un procedimento attivabile innanzi il Prefetto.
Il Decreto Legge “Commissioni bancarie” ha concesso uno strumento di tutela in più ai clienti degli Istituti di Credito che riscontrino problemi di accesso al credito non giustificati o altre problematiche relative ad operazione e servizi (per esempio revoca di finanziamenti, inasprimento delle condizioni, diniego di erogazione, ecc.).
Ci si puo' rivolgere istanza al Prefetto e denunciare, in forma riservata, le anomalie riscontrate.
Il Prefetto, a sua volta, invita la banca citata a fornire, entro 30 giorni, una risposta argomentata sulla meritevolezza del credito e sulle recriminazioni avanzate ddl cliente. Raccolte queste informazioni, il Prefetto segnala l’abuso all’Arbitro Bancario Finanziario.
Si realizza così un sistema di risoluzione stragiudiziale della controversia sul finanziamento.
Istituito nel 2009, l’ABF si occupa delle controversie relative a operazioni e servizi bancari e finanziari di valore non superiore a 100.000 euro su mutui, carte revolving, cessione del quinto dello stipendio, iscrizioni nella Centrale rischi. L’ABF è un organismo indipendente e imparziale che si articola sul territorio nei collegi di Roma, Milano e Napoli.
Per riassumere ed essere più schematici, la procedura di ricorso all’Arbitro Bancario Finanziario, avviata dal Prefetto, si articola nelle seguenti fasi:
- l’interessato presenta al Prefetto l’istanza a carattere riservato, attraverso la posta certificata e senza alcun contributo alle spese di procedura;
- il Prefetto invita la banca a fornire una risposta argomentata sulla meritevolezza del credito, entro 30 giorni o entro diverso termine fissato dallo stesso Prefetto;
- la banca presenta le proprie risposte con le proprie osservazioni, anche sugli eventuali rilievi formulati dal cliente o dal Prefetto;
- il Prefetto invia, nel termine massimo di 60 giorni dalla ricezione della domanda, alla Segreteria tecnica ABF del Collegio arbitrale di Roma, all’interessato e alla banca, una relazione contenente l’oggetto del ricorso nonché l’esposizione delle ragioni per le quali ritiene necessario sottoporre la controversia all’ABF.
Nei 30 giorni successivi alla ricezione, la Segreteria tecnica dell’ABF, sottopone la segnalazione all’esame del Collegio, per l’adozione della decisione, salvo eventuali sospensioni che, comunque, non potranno superare complessivamente i 30 giorni. La decisione sarà, infine, comunicata alle parti e, per conoscenza, al Prefetto.
(spunto tratto dal sito www.laleggepertutti.it)
Banche condannate a restituire le commissioni se vai in rosso.
La commissione di massimo scoperto è stata vietata per legge nel 2009, ma molte banche, l’hanno reintrodotta anche sui conti senza fido, chiamandola in altro modo: commissione per scoperto di conto.
Il Tribunale di Torino ha confermato che questa clausola è nulla e che nessuna commissione poteva essere richiesta ai consumatori in questi casi. La commissione illegittimamente addebitata deve essere restituita ai correntisti”.
La sentenza avrà effetti rivoluzionari nel rapporto tra banche e consumatori. Per il Tribunale torinese si ha diritto a un rimborso e il verdetto è una vittoria per i consumatori. E’ la “prima pronuncia sulle nuove commissioni, quelle reintrodotte da alcuni istituti dopo che una legge del 2009 le aveva abolite”.
Per chiedere il rimborso i risparmiatori possono utilizzare lo strumento che il Giudice mette a disposizione, avendo ammesso che la clausola in oggetto (quella sul pagamento delle commissioni per scoperto di conto o simili, a seconda delle denominazioni, ndr) è nulla: tutti i potenziali utenti interessati dovrebbero fare richiesta di rimborso con un reclamo scritto; se la risposta non è soddisfacente o non arriva entro 30 giorni far seguire un ricorso all’Arbitro bancario finanziario”. E’ facile prevedere una pioggia di richieste di risarcimento.
Cassazione. Le banche risarciscono i danni per errata gestione dei fondi.
Le Banche devono rispondere in caso di errato utilizzo dei fondi mobiliari.
I mancati o ridotti introiti dagli investimenti infatti vanno risarciti per violazione del dovere di diligenza nella gestione del patrimonio mobiliare dell’investitore.
La Cassazione infatti, con la sentenza n. 4393 del 24.02.14 ha affermato che la banca è tenuta al risarcimento del danno, allorché abbia tenuto una condotta eccessivamente prudente nelle scelte attuate conseguendo così una redditività inferiore agli anni precedenti.
Non è stato tra l’altro ritenuto rilevante che il cliente, negli anni precedenti, avesse conseguito idonei guadagni superiori al previsto.
1.- Il Tribunale di Verona ha accolto la domanda proposta da C. B. e R.A. nei confronti della Banca Popolare di Verona, diretta ad ottenere la condanna della convenuta al risarcimento del danno derivante dalla negligente gestione del proprio patrimonio mobiliare in forza di mandato conferito con contratto del 20.2.1992.
Secondo il Tribunale, ai fini dell’accertamento della responsabilità della banca per inadempimento del mandato ricevuto, l’anno 1993 - nel corso del quale il comportamento della mandataria era stato gravemente colposo perché ispirato ad un criterio “prudenziale”, in violazione degli obblighi assunti, riducendo la quota azionaria dell’investimento (oscillante dal 3,21% al 13,47% a fronte del limite massimo stabilito del 30%) e determinando una redditività di gran lunga inferiore a quella realizzabile - non poteva essere valutato unitamente alla gestione dei due anni precedenti, con conseguente compensazione con i migliori risultati conseguiti nei primi due anni, come sostenuto, invece, dalla banca.
Per converso, secondo la Corte di appello di Venezia - la quale, con la sentenza impugnata (depositata il 20.2.2006), in riforma della decisione di primo grado, ha rigettato la domanda - l’inesatta esecuzione del contratto deve riflettere l’attività del mandatario nel suo complesso e, alla luce di tale criterio, la gestione della banca convenuta, nel triennio 1990-1993, aveva determinato una redditività superiore di due punti percentuali a quella dei fondi comuni bilanciati, di quelli azionari e di quelli comuni. Una valutazione necessariamente complessiva del comportamento della banca nell’esecuzione del mandato non poteva risolversi “in termini negativi, quand’anche constatata, nel più ridotto lasso di tempo esaminato, una riduzione della componente azionaria della gestione, in controtendenza, rispetto alle scelte attuate da altri operatori professionali, nel corso di quell’anno”.
1.1.- Contro la sentenza di appello C.B. e R.A. hanno proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.
Resiste con controricorso la banca intimata. Nel termine di cui all’art. 378 c.p.c., le parti hanno depositato memoria.
2.1.- Con il primo motivo i ricorrenti denunciano violazione dell’art. 112 c.p.c., e nullità della sentenza per aver omesso la corte di appello di valutare correttamente la censura con la quale si denunciava la mancata rispondenza della CTU al quesito sottoposto all’esame del consulente; censura “snaturata” ed intesa come critica all’impostazione del quesito.
2.1.1.- Il motivo è infondato perché appare evidente che la corte territoriale abbia ritenuto (correttamente) implicita nella censura all’operato del CTU la critica alla sentenza che tale consulenza aveva integralmente condiviso.
Sì che la sentenza impugnata pur fraintendendo i termini della censura articolata dall’appellante, non ha violato il principio di corrispondenza tra chiesto e pronunciato perché in ogni caso era censurato l’operato del CTU. L’effetto devolutivo dell’appello entro i limiti dei motivi d’impugnazione preclude al giudice del gravame esclusivamente di estendere le sue statuizioni a punti che non siano compresi, neanche implicitamente, nel tema del dibattito esposto nei motivi d’impugnazione.
Pertanto, non viola il principio del “tantum devolutum quantum appellatum” il giudice di appello che fondi la propria decisione su ragioni diverse da quelle svolte dall’appellante nei suoi motivi, ovvero prenda in esame questioni non specificamente proposte dall’appellante le quali appaiono, tuttavia, nell’ambito della censura proposta, in rapporto di diretta connessione con quelle espressamente dedotte nei motivi stessi costituendone un necessario antecedente logico e giuridico (Sez. 2, Sentenza n. 397 del 16/01/2002; Sez. 3, Sentenza n. 443 del 11/01/2011). Ciò, ovviamente, alla stregua del previgente testo dell’art. 342 c.p.c., applicabile ratione temporis.
2.2.- Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano violazione degli artt. 1176, 1218, 1467 e 1710 c.c., lamentando l’erronea affermazione che l’inesatto adempimento del mandato debba essere valutato con riferimento all’intero arco della sua esecuzione e non con riferimento al solo quarto trimestre del 1993.
2.2.1.- Il motivo è fondato.
La Corte di merito ha accolto l’appello della banca valorizzando il principio enunciato da questa Corte con la sentenza n. 426/00 la quale esclude la rilevanza dell’approvazione tacita delle singole operazioni.
Il principio, peraltro, non è stato correttamente applicato e ciò appare evidente alla luce della giurisprudenza successiva che ne ha chiarito l’ambito. Giova, all’uopo, riportare integralmente le argomentazioni sviluppate di recente da questa Sezione (Sez. 1, Sentenza n. 24548 del 02/12/2010, in motivazione, p. 4.1):
“Si può senz’altro convenire con la difesa della banca ricorrente sull’affermazione per la quale i rendiconti periodici inviati dal gestore di portafogli ai propri clienti non sono un mero riepilogo di dati storico-contabili, bensì dei veri e propri rendiconti di gestione. È quanto si ricava con assoluta chiarezza dalla normativa primaria e secondaria emanata (tanto all’epoca dei fatti di causa quanto successivamente) per disciplinare tali rendiconti.
Da questa premessa non consegue però necessariamente che il cliente decada dal diritto di agire in responsabilità nei confronti del gestore qualora, con riferimento al periodo cui un determinato rendiconto si riferisce, non abbia contestato detto rendiconto entro un termine prefissato. Ovviamente il comportamento passivo del cliente, che al pari di quello del gestore dev’essere improntato a buona fede, potrà essere valutato dal giudice, nel contesto complessivo delle risultanze sottoposte al suo esame; ma nessun meccanismo di approvazione implicita del conto in conseguenza dell’omessa contestazione entro uno specifico termine è previsto dalla normativa di settore, Né si può postulare un’applicazione analogica delle disposizioni dettate dall’art. 119 del testo unico bancario e dall’art. 1832 c.c., in tema di approvazione tacita degli estratti conto bancari, attesa la differenza di contenuto e di funzione tra questi ultimi ed i rendiconti di gestione dei quali qui si discute (per non dire, poi, che anche l’approvazione tacita del conto prevista da tali ultime norme è limitata alla conformità dei dati contabili alle singole operazioni da cui derivano e non implica un esonero generalizzato da responsabilità della banca verso il correntista).
Per completezza, va aggiunto che nemmeno gioverebbe tentare di far leva sulle disposizioni dettate dal codice in materia di mandato (disposizioni che la stessa difesa di parte ricorrente nega, d’altronde, siano qui invocabili), ed in specie sulla previsione di approvazione tacita dell’operato del mandatario, contemplata dall’art. 1712 c.c., comma 2, perché questa disposizione presuppone l’esecuzione già interamente avvenuta dell’incarico affidato al mandatario stesso, laddove la valutazione periodica di una gestione patrimoniale ancora in corso è cosa affatto diversa e, proprio per il suo carattere continuativo e perdurante nel tempo, il più delle volte mal si presta ad essere approvata per segmenti temporali (si veda, a quest’ultimo riguardo, Cass. 15 gennaio 2000, n. 426, che ha anche escluso la possibilità di applicare ad un mandato di gestione del patrimonio mobiliare la previsione del termine di dieci giorni entro il quale occorreva contestare i conti di liquidazione in base all’art. 53 degli usi della borsa valori di Milano, vigenti al tempo dei fatti di quella causa). Non può d’altronde neppure trascurasi che, se pure per certi aspetti avvicinabile al mandato, la prestazione del servizio d’investimento consistente nella gestione individuale di portafogli ha regole sue proprie - essenzialmente dettate dall’esigenza di fornire all’investitore un surplus di tutela, che si esprime anche nell’imposizione della forma scritta sin dalla stipulazione del contratto - con le quali risulterebbe sistematicamente poco coerente ipotizzare un generale principio di approvazione tacita dei rendiconti periodici non contestati in un termine la cui durata, secondo la citata disposizione dell’art. 1712, troverebbe solo un assai vago riferimento nella natura degli affari o negli usi.
Tanto meno, poi, l’esistenza di un meccanismo legale di decadenza dipendente dalla mancata contestazione tempestiva dei rendiconti periodici di gestione inviati al cliente può essere desunta, come la ricorrente vorrebbe, da esigenze generali del sistema. La necessità per il gestore di portafogli di poter fare affidamento su un quadro di scelte d’investimento ben stabilizzato nel tempo non è argomento sufficiente a far postulare, a carico del cliente, una decadenza non prevista in modo esplicito Né univoco dal legislatore, anche perché altro è la stabilità delle scelte di gestione operate, pur se di per sè sempre relativamente opinabili, altro è l’eventuale violazione dei doveri gravanti sul gestore nell’adempimento degli obblighi che egli è tenuto a rispettare nell’interesse del cliente.
La circostanza che sia mancata la rilevazione immediata di una siffatta violazione non implica, ovviamente, che il gestore possa legittimamente perseverare in essa, trattandosi di un fatto patologico che nulla ha a che fare con la durata nel tempo di strategie d’investimento fisiologicamente sviluppate. Se, dunque, a causa di detta violazione il cliente abbia subito un danno, il suo diritto a pretenderne il risarcimento è esercitabile fin quando non sia estinto per prescrizione”.
3.- Alla luce di tali principi, dunque, se è vero che il rapporto in questione “proprio per il suo carattere continuativo e perdurante nel tempo, il più delle volte mal si presta ad essere approvata per segmenti temporali”, tuttavia è anche vero che “la necessità per il gestore di portafogli di poter fare affidamento su un quadro di scelte d’investimento ben stabilizzato nel tempo non è argomento sufficiente a far postulare, a carico del cliente, una decadenza non prevista in modo esplicito Né univoco dal legislatore, anche perché altro è la stabilità delle scelte di gestione operate, pur se di per sè sempre relativamente opinabili, altro è l’eventuale violazione dei doveri gravanti sul gestore nell’adempimento degli obblighi che egli è tenuto a rispettare nell’interesse del cliente”.
Pertanto, i principi enunciati da questa Corte non giustificano una valutazione “globale” della gestione, quasi a compensare perdite e guadagni, laddove ciò che conta è la persistenza del comportamento diligente del gestore. Sì che, se in un dato segmento temporale della gestione è dato rinvenire - come ritenuto dal Tribunale - un comportamento “gravemente colposo perché ispirato ad un criterio prudenziale, in violazione degli obblighi assunti, riducendo la quota azionaria dell’investimento (oscillante dal 3,21% al 13,47% a fronte del limite massimo stabilito del 30%) e determinando una redditività di gran lunga inferiore a quella realizzabile”, non poteva, poi, la corte di appello valutare quel comportamento unitamente alla gestione dei due anni precedenti, con conseguente compensazione con i migliori risultati conseguiti nei primi due anni.
L’obbligo del gestore, come del resto dell’intermediario finanziario in generale, è di curare al meglio gli interessi del cliente (ciò era insito nella L. n. 1 del 1991, art. 6, vigente al tempo dei fatti di causa, che prescriveva l’obbligo di comportarsi con diligenza, correttezza e professionalità nell’interesse del cliente).
Ovviamente un tale dovere permane intatto per tutta la durata del rapporto. Il fatto, allora, che il gestore vi abbia fatto fronte molto bene in un certo arco di tempo, consentendo al cliente di realizzare i guadagni sperati, non implica certo che quell’obbligo cessi per il periodo successivo.
A prescindere dal precedente in tema di effetti giuridici dei rendiconti periodici, valorizzato dalla Corte di merito, l’argomento decisivo sta in ciò, che il guadagno pregresso non è un qualcosa che il cliente abbia lucrato al di là di quanto gli spettasse, e rispetto al quale si possa quindi operare una sorta di compensazione con i minori guadagni del periodo successivo.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 17 gennaio 2014.
Depositato in Cancelleria il 24 febbraio 2014
Controlli antiriciclaggio estesi alle carte di credito.
La banche devono stare più attente ai movimenti sospetti delle carte di credito e rafforzare i controlli riguardo a comportamenti “anomali”. È questo il monito lanciato dalla Banca d’Italia, Unità di informazione finanziaria (Uif). Sembra infatti che le note carte di credito e quelle prepagate, proprio per la facilità con cui vengono rilasciate e la versatilità del loro utilizzo, vengano spesso impiegate per fini illeciti.
Le anomalie più frequentemente riscontrate che l’Autorità segnala all’attenzione degli operatori sono:
- frequenti ricariche e prelevamenti in contanti;
- operatività più frequente all’estero, con prelevamenti in valuta, senza altrettanto frequenti operazioni di spending;
- spendite frequenti di importo unitario e cifra tonda;
- utilizzi in sportelli vicini tra loro e di diversi intermediari, oppure, viceversa, a notevole distanza geografica in ravvicinati periodi di tempo;
- ricariche (per le prepagate) di una pluralità di carte in maniera molto frequente, e specie se su punti operativi vicini, specie se su carte diversamente intestate;
- accrediti e addebiti in sequenze ravvicinate di tempo.
E come sempre, gli effetti dei controlli sulle movimentazioni bancarie, tutto faranno tranne che raggiungere lo scopo cui sono destinati, piuttosto creeranno una miriade di fastidi alla gente comune e alle persone per bene.