Source: https://www.tidona.com/la-conciliazione-stragiudiziale-presso-la-consob/
Timestamp: 2018-07-21 13:51:17+00:00
Document Index: 5346102

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 12', 'art. 33', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 4', 'art. 21']

La conciliazione stragiudiziale presso la Consob - Studio Legale Tidona e Associati
1 febbraio 2011 | By Studio In Diritto bancario
Con riferimento agli obiettivi che il legislatore persegue con il D.Lgs. n. 179/2007, la previsione di un sistema di conciliazione stragiudiziale vuole avere un effetto deflattivo della giustizia ordinaria. Come è noto, nel settore degli investimenti si è assistito – negli ultimi anni – a un ampio contenzioso fra risparmiatori e intermediari finanziari. Tale litigiosità ha avuto a oggetto, principalmente, la inosservanza di norme di comportamento da parte degli intermediari. Le regole di condotta sono indicate nell’art. 21 t.u.f. A livello regolamentare il testo di riferimento è ora il reg. Consob n. 16190/2007[6], il quale ha abrogato e sostituito il previgente reg. Consob n. 11522/1998.
La legge si premura di dare la definizione di “investitori”: “gli investitori diversi dai clienti professionali di cui all’articolo 6, commi 2-quinquies e 2-sexies, del decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni” (art. 1, lett. a, D.Lgs. n. 179/2007). Come si può notare, la tecnica legislativa è quella di rinviare al t.u.f., il quale – a dire il vero – a sua volta rinvia ai regolamenti attuativi. Difatti l’art. 6, comma 2-quinquies, t.u.f. prevede solo che “la Consob, sentita la Banca d’Italia, individua con regolamento i clienti professionali privati nonché i criteri di identificazione dei soggetti privati che su richiesta possono essere trattati come clienti professionali e la relativa procedura di richiesta”[11].
Il primo evento che rende improponibile la domanda si verifica quando un altro organismo di conciliazione sia già stato investito della medesima problematica. Se anche la Camera di conciliazione presso la Consob potesse occuparsi – in via aggiuntiva – della stessa questione, vi sarebbe un inutile spreco di risorse, nel senso che due soggetti diversi si occuperebbero del medesimo caso. Vi sarebbe inoltre il rischio di decisioni contrastanti. Tipicamente il ricorso alla conciliazione di cui al D.Lgs. n. 179/2007 può essere escluso quando una delle parti si avvalga del procedimento di mediazione previsto in via generale dal D.Lgs. n. 28/2010. La disposizione prevede la possibilità che sia stato l’intermediario a chiedere la conciliazione in altra sede; però – in questo caso – occorre che l’investitore abbia dato il proprio consenso. Mentre dunque il procedimento di conciliazione dinanzi alla Consob può essere avviato solo dall’investitore, in altri contesti può accadere che la conciliazione venga avviata dall’intermediario. Se, però, il procedimento è stato avviato in altra sede senza il consenso dell’investitore, questi rimane libero di avvalersi del procedimento Consob.
Come si è visto, l’istanza di conciliazione Consob può essere presentata dal solo investitore (e non dall’intermediario finanziario). Essa, al fine di realizzare il necessario contraddittorio, deve però essere portata a conoscenza dell’intermediario. Al riguardo il regolamento prevede che “l’istanza deve essere comunicata all’intermediario con mezzo idoneo a dimostrarne l’avvenuta ricezione e depositata nei successivi trenta giorni presso la Camera” (art. 8, comma 2, reg. n. 16763/2008). Si possono considerare mezzi idonei a dimostrare l’avvenuta ricezione – classicamente – la raccomandata con ricevuta di ritorno, ma anche il fax e la posta elettronica certificata.
Potrebbe apparire sorprendente la disposizione secondo cui “la conciliazione si svolge, di regola, nel luogo in cui è il domicilio del conciliatore” (art. 12, comma 1, reg. n. 16763/2008). Normalmente difatti, quando una delle parti (nel caso di specie, l’investitore) si trova in una posizione di debolezza nei confronti dell’altra (nel caso di specie, l’intermediario), tale situazione viene per così dire “compensata” con il fatto che la parte debole viene favorita sotto il profilo della competenza per territorio. In questo senso va interpretato il fatto che la legge presuma come vessatoria, fino a prova contraria, la clausola con cui si stabilisce “come sede del foro competente sulle controversie località diversa da quella di residenza o domicilio elettivo del consumatore” (art. 33, comma 2, lett. u, cod. cons.). Nel caso di specie bisogna peraltro dire che il procedimento di conciliazione non può essere equiparato a un giudizio né il regolamento Consob può essere equiparato a un contratto. Inoltre il regolamento non è che privilegi la posizione dell’intermediario, avendo il regolatore scelto un’alternativa neutrale: il domicilio del conciliatore. Infine si osservi che la tutela “territoriale” dell’investitore si realizza comunque, in quanto la Camera – nel nominare il conciliatore – deve attenersi al criterio della “vicinanza territoriale all’investitore” (art. 9, comma 1, reg. n. 16763/2008). Non è pertanto garantito che investitore e conciliatore siano domiciliati esattamente nello stesso comune, ma è probabile che non distino di molto, realizzandosi così – nei fatti – quell’esigenza di tutela cui si è accennato. Bisogna anche rilevare che, se il conciliatore dovesse raggiungere una località distante da quella del proprio domicilio, andrebbe incontro a costi che le parti sarebbero poi tenuti a rimborsare. La soluzione fatta propria dalla Consob appare, dunque, complessivamente equilibrata.
Il regolamento prevede che il conciliatore “conduce gli incontri senza formalità di procedura e senza obbligo di verbalizzazione e nel modo che ritiene più opportuno, tenendo conto delle circostanze del caso, della volontà delle parti e della necessità di trovare una rapida soluzione della lite” (art. 12, comma 3, reg. n. 16763/2008). Il procedimento è dunque ispirato alla massima informalità e all’oralità. Ovviamente il compito del conciliatore è, dapprima, quello di ricostruire gli accadimenti, basandosi sul racconto effettuato dalle parti e – se necessario – sulla visione della documentazione prodott. In un secondo momento la funzione del conciliatore è quella di proporre una soluzione alla controversia che possa andare bene ad ambedue le parti. Il conciliatore non deve invece ricondurre i fatti esposti a diritto, in quanto il suo compito – diversamente da quello di un giudice – non è di determinare chi abbia ragione e chi torto, ma solo quella di proporre una soluzione che vada bene alle parti.
Con riferimento al possibile esito negativo del procedimento di conciliazione, il regolamento prevede che “quando non è raggiunto l’accordo, su istanza congiunta delle parti il conciliatore formula una proposta rispetto alla quale ciascuna delle parti, se la conciliazione non ha luogo, indica la propria definitiva posizione ovvero le condizioni alle quali è disposta a conciliare. Di tali posizioni il conciliatore dà atto in apposito verbale di fallita conciliazione” (art. 14, comma 2, reg. n. 16763/2008). È probabile che questa disposizione sia destinata a non assumere particolare rilevanza pratica, in quanto essa presuppone un’istanza congiunta delle parti. Dal momento che le parti non sono riuscite a conciliarsi, esse – di norma – non presteranno il proprio consenso all’espressione di proposte conciliative.
Il procedimento di conciliazione produce i suoi effetti solo in ambito civilistico. Per escludere qualsiasi rilevanza dal punto di vista amministrativo, la legge specifica che “le dichiarazioni rese dalle parti nel procedimento di conciliazione non possono essere utilizzate nell’eventuale procedimento sanzionatorio nei confronti dell’intermediario avanti l’autorità di vigilanza competente per l’irrogazione delle sanzioni amministrative previste per le medesime violazioni” (art. 4, comma 7, D.Lgs. n. 179/2007). Al fine di comprendere appieno il significato di questa disposizione, bisogna riflettere sul fatto che – nella materia dell’intermediazione finanziaria – convivono norme di rilevanza civile con regole di rilievo amministrativo. Se, ad esempio, il cliente dell’intermediario contesta l’inosservanza dei doveri informativi dell’intermediario finanziario (art. 21 t.u.f.) e pretende il risarcimento del danno che ne è derivato[14], tale richiesta si gioca sul piano meramente civilistico del rapporto fra due soggetti privati.