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Timestamp: 2020-08-04 11:53:51+00:00
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Storia Veneta - Sentenza Giudice Guido Salvini del 1995 - Parte Quarta - Capitolo 26: L'arsenale di Camerino
L'arsenale di Camerino - L'appunto n.940 rinvenuto in Viale Bligny e le armi e l'esplosivo sequestrati a Camerino il 10.11.1972
(pag. 233 del fascicolo processuale)
Con l'episodio dell'arsenale di Camerino si giunge ad un capitolo della strategia della tensione che, rispetto ad altri episodi già esaminati, rappresenta un salto di qualità nella presenza in tale strategia degli Apparati dello Stato.
Infatti l'intervento di tali apparati nella vicenda di Camerino non si limita più all'omissione di atti di indagine o alla copertura dei responsabili ma si concretizza nell'intervento diretto in un'azione eversiva: l'arsenale di armi ed esplosivi "sequestrati" nei pressi di Camerino il 10.11.1972 risulta con certezza essere stato allestito, come sempre si era sospettato, direttamente dai Carabinieri sotto la regia del S.I.D.
Del resto Vincenzo VINCIGUERRA, nel ricostruire l'intervento degli Apparati Statali, ha più volte sottolineato l'importanza dell'operazione di Camerino, quasi contemporanea all'azione di depistaggio che, con l'invenzione della pista rossa, era servita a nascondere la verità sull'attentato di Peteano.
Entrambe le attività di "depistaggio" erano finalizzate ad uno scopo ben preciso e cioè di mostrare all'opinione pubblica che il pericolo per la stabilità e l'ordine del paese proveniva solo da sinistra e che era impensabile che un'azione di guerra come quella di Peteano avesse una diversa matrice.
Vincenzo VINCIGUERRA infatti, salvato dai depistaggi effettuati a sua insaputa nell'indagine condotta dai Carabinieri sull'attentato che pur aveva provocato la morte di tre loro colleghi ha giustamente scritto:
"sono convinto di essere stato protetto in quanto era una strategia complessiva che doveva venire salvaguardata. Per tale strategia, che ha trovato espressione anche nell'episodio di Camerino, erano i "rossi" che dovevano apparire come responsabili di violenze ed attentati e perciò il gesto da me compiuto a Peteano era incompatibile con tale strategia e non doveva essere svelato. Tengo a segnalare che il depistaggio su Peteano prese consistenza proprio in concomitanza con l'espisodio di Camerino".
Anche in questo caso lo spunto investigativo decisivo per le indagini è stato suggerito, come già per tante notizie contenute nel documento AZZI, da un appunto rinvenuto nell'abbaino di Viale Bligny nr.42.
Infatti il dattiloscritto catalogato come reperto nr.940 nel verbale di sequestro della DIGOS di Milano (vedi vol.1, fasc.9) ha attirato subito l'interesse degli inquirenti.
Si tratta di una relazione di due pagine, intitolata "Repressione nelle Marche", certamente inviata a Milano da un corrispondente locale e che riassume in ordine cronologico i fatti succedutisi al rinvenimento dell'arsenale ed offre una interpretazione degli avvenimenti come una provocazione in danno delle forze di sinistra della zona, descrivendo in particolare l'atteggiamento di simpatia dei Carabinieri di Camerino, allora comandati dal Capitano Giancarlo D'OVIDIO, per gli ambienti di destra e l'atteggiamento di passività assunto da buona parte della magistratura della zona.
Il documento contiene per lo più notizie ed interpretazioni non nuove (come la presenza all'Università di Camerino di elementi fascisti di Reggio Calabria e le provocazioni in danno di studenti greci antifascisti iscritti all'epoca a quella Università) ed ampiamente comparse sia sulla stampa locale e nazionale sia nei bollettini di contro-informazione.
Tuttavia al termine del documento è riportata nel paragrafo "personaggi" una segnalazione frutto di qualche informatore locale che introduce nel resoconto una traccia specifica ed interessante:
"Guelfo OSMANI - si legge - di Tolentino (località vicino Camerino) vive a Roma. Un mese fa va da C. e gli dice di essere diventato un compagno e di voler fare la guerriglia; ha lui le armi. Poi riparte va a Roma dove fa abitualmente il ladro".
Al termine del documento compare poi questo appunto aggiunto a mano:
" 9 dicembre casa di C.G. , Guelfo OSMANI 1) evasione 2) Settembre Nero 3) armi".
C.G. è certamente Carlo GUAZZARONI uno dei giovani di sinistra falsamente accusati di essere proprietari dell'arsenale.
L'appunto evidentemente intende segnalare che tale Guelfo OSMANI, personaggio ambiguo gravitante fra Tolentino e Roma, poteva aver avuto una parte nell'episodio di Camerino e che, pochi giorni dopo il rinvenimento delle armi, aveva avanzato proposte provocatorie a Carlo GUAZZARONI (in quel momento non ancora arrestato), che erano apparse una prosecuzione di un piano ben congegnato teso a screditare la sinistra locale.
Prima di esporre gli elementi di prova raccolti, che hanno confermato l'esattezza dello spunto suggerito dall'ignoto compilatore del documento, appare necessario ripercorrere in sintesi la non semplice vicenda processuale che è scaturita dalla scoperta dell'arsenale.
La mattina del 10.11.1972, i Carabinieri della Compagnia di Camerino, sulla base di una segnalazione pervenuta dal Comando Trionfale dei Carabinieri di Roma e peraltro risalente al 7.10.1972, operavano una perlustrazione nella zona circostante la cittadina e, in breve volger di tempo, rinvenivano in un casolare da tempo disabitato, situato in località Svolte di Fiungo, un ricco arsenale di armi ed esplosivi di cui faceva parte anche materiale utile per la cosiddetta guerriglia urbana.
Il materiale ritrovato aveva nel suo insieme una composizione decisamente anomala e disomogenea e può essere diviso in tre parti.
Nella prima vanno ricomprese armi costituenti residui bellici della seconda guerra mondiale: una mitragliatrice di fabbricazione tedesca, una canna di fucile tedesco, un moschetto inglese, un moschetto italiano, varie parti di ricambio ed alcune migliaia di cartucce peraltro inutilizzabili per le armi ritrovate.
Il secondo gruppo - destinato ad attribuire all'arsenale il "marchio di fabbrica" dell'estrema sinistra - era costituito da fionde, 14 sacchetti di biglie, 4 bombolette di vernice spray, bottiglie, tappi di sughero, 20 litri di benzina e 15 di acido solforico, materiale quest'ultimo utilizzabile in ipotesi per approntare bottiglie molotov.
La terza parte dell'arsenale, decisamente più pericolosa ed interessante, comprendeva 25 bombe a mano MK2 tipo ananas di fabbricazione americana, un panetto e sei cilindretti di tritolo, un panetto di pentrite da mezzo chilo (esplosivo questo ad alto potenziale), cinque cilindri di polvere da mina del peso complessivo di circa tre chili, una mina anticarro tonda del peso anch'essa di circa tre chili, detonatori, micce, e due timers di fabbricazione tedesca (vedi verbale di sequestro vol. 13, fasc. 1, ff. 136 e seguenti e perizia balistico/esplosivistica, vol. 13, fasc. 2).
Erano inoltre presenti accanto a tale materiale 604 moduli in bianco per carte d'identità ed uno schedario cifrato composto da 10 fogli dattiloscritti.
Sin dal primo momento la composizione dell'arsenale e gli avvenimenti immediatamente seguiti al suo rinvenimento suscitavano notevoli perplessità .
La benzina e le bottiglie necessarie per approntare bottiglie molotov e le fionde e le biglie sovente utilizzate all'epoca durante scontri con le forze dell'ordine, sono infatti materiale di pronto uso, che deve essere immediatamente disponibile per l'occasione e che non ha senso detenere insieme a delle armi e a dell'esplosivo in una zona dove certo non potevano verificarsi episodi di guerriglia urbana.
Altri dubbi suscitava un articolo di Guido Paglia (da pochi mesi passato dalla militanza in A.N. al mondo del giornalismo) pubblicato sul Resto del Carlino del 11.11. 1972, giorno successivo al rinvenimento.
Infatti in tale articolo si annunciava con grande clamore che i documenti in cifra trovati nel casolare provavano "inoppugnabilmente l'attività eversiva e paramilitare di taluni gruppi di estremisti di sinistra", responsabili ovviamente dell'intero arsenale, e ciò veniva scritto in un momento in cui (10.11.1972) del rinvenimento ancora nulla di certo si sapeva e non erano ancora stati decrittati i fogli in cifra, decrittazione che avrebbe avuto luogo solo il 15.11.1972.
Ma sopratutto l'articolo affermava che l'arsenale apparteneva a "estremisti di sinistra di tutta Italia ed in particolare delle zone di Roma, Perugia, Trento, Bolzano e Macerata". Il significato di tali preveggenti indicazioni geografiche risulterà chiaro solo due mesi dopo quando, nel gennaio del 1973, saranno incriminati 4 dei 31 giovani i cui nomi erano inclusi nel cifrario e, guarda caso, proprio 4 giovani provenienti dalle province individuate da Guido Paglia: Tsoukas di Perugia, Fabbrini gravitante fra Trento e Bolzano, Campetti e Guazzaroni di Macerata.
Mancava solo Roma, centro comunque di tutti i progetti eversivi. Sembra quasi che il giornalista, nel momento in cui scriveva l'articolo, già sapesse quali erano i quattro fra i trentuno giovani i cui nomi sarebbero stati evidenziati nella perizia della settimana successiva, destinati ad essere le principali vittime della provocazione.
Se ne traeva la sensazione, subito percepita da molte forze politiche della zona, che le notizie pubblicate dal Resto del Carlino provenissero da qualcuno collegato in qualche modo agli organizzatori della provocazione e che la prematura pubblicazione dell'articolo fosse la conseguenza di un inefficente collegamento fra gli ideatori dell'arsenale e coloro che dovevano dare ampio risalto alla notizia per indirizzare l'opinione pubblica e la magistratura nella direzione voluta.
Non minori perplessità suscitavano le modalità e il tempismo con cui veniva espletata la perizia sui dieci fogli cifrati. Infatti la perizia, assai singolarmente, veniva affidata dalla Procura della Repubblica di Camerino ad un ufficiale del S.I.D., il quale, lo stesso giorno della nomina del perito, si precipitava a Camerino inviato dal Direttore del Servizio gen. Vito MICELI, assumeva l'incarico ed in poche ore (dalla mattina alla sera del 15.11.1972) era in grado di decifrare tutti i fogli ritrovati pur senza spiegare in alcun modo con quali tecniche e con quale chiave fosse giunto alla decrittazione dei fogli.
Quattro dei fogli dattiloscritti risultavano contenere una serie di ridicole e generiche indicazioni riguardanti gli obiettivi da colpire da parte della "BRIGATA ROSSA ZONA E COMMANDOS DEL POPOLO" : "FAR SALTARE CASERME CARABINIERI POLSTRADA E FINANZA CAMERINO", "LIBERARE DETENUTI POLITICI CARCERE CAMERINO", "INTERRUZIONE PONTE VIADOTTO", "ELIMINAZIONE FASCISTI PERICOLOSI" e "SEQUESTRI PER FINANZIARE LA GUERRA DI POPOLO" con tanto di nomi delle future vittime ed altre simili amenità .
In sostanza una vera e propria lista della spesa che nessun gruppo terrorista si sarebbe sognato di collocare accanto ad un arsenale e che niente aveva a che vedere con le approfondite schede e le analisi politiche sugli obiettivi e le strategie da seguire che sono state sequestrate nelle vere basi di gruppi terroristici.
Per di più gli altri sei fogli contenevano l'elenco di 31 giovani, con tanto di indirizzi, che facevano parte o erano in contatto con il fantomatico gruppo come se i terroristi avessero voluto in ogni modo facilitare gli inquirenti.
Un elenco del genere non può evidentemente essere lasciato da chi dispone di un arsenale ma se mai da chi, in tal modo, intende far arrestare i propri nemici ed incolpare degli innocenti. Stranamente poi la perizia non prendeva nemmeno in considerazione la chiave del cifrario che i suoi zelanti compilatori avevano apposto all'inizio di ogni foglio ed è questa veramente la prima volta in cui una perizia risulta in grado di decifrare un testo ma nell'elaborato non nomina nemmeno la chiave.
La funzione di tale chiave ( U.E.548 seguita da due numeri ) risulterà chiara quando, nel corso delle perquisizioni sarà "rinvenuto" nella libreria di alcuni indiziati il libro di Regis DEBRAY "Rivoluzione nella rivoluzione" pubblicato nella collana Universale Economica Feltrinelli col numero 548 e solo allora i Carabinieri di Camerino annunzieranno che la sigla di tale libro, seguita dal numero della pagina e della riga da utilizzare per iniziare la decrittazione era la chiave dei fogli in cifra trovati nel casolare.
Ovviamente il libro prescelto per funzionare da chiave era uno dei libri più comuni, presente in quasi tutte le librerie dei giovani militanti di sinistra dell'epoca, per cui non vi era dubbio sin dall'inizio che qualche copia di tale volume, in edizione tascabile ed economica, saltasse certamente fuori durante le perquisizioni costituendo così la prova decisiva contro i suoi malcapitati lettori.
Gli sviluppi processuali di tale curiosa vicenda si snodavano comunque in modo piuttosto tortuoso. I quattro giovani di sinistra poc'anzi citati venivano incriminati sulla base di labilissimi indizi, in sostanza la presenza dei loro nomi nell'elenco, per altro composto di oltre trenta nomi, contenuto nel cifrario e del rinvenimento nella loro abitazione di opuscoli e volantini che al più potevano confermare l'appartenenza dei giovani a gruppi politici di estrema sinistra.
Il Giudice Istruttore, con sentenza 28.4.1976, proscioglieva i quattro imputati per non aver commesso il fatto, rilevando fra l'altro ulteriori incongruenze nelle indagini fra cui il tempo trascorso fra la segnalazione dei Carabinieri del Comando Roma-Trionfale (7.10.1972) e la perlustrazione e il rinvenimento operati dai Carabinieri di Camerino il 10.11.1972.
Nel periodo intercorrente tra le due date, circa venti giorni prima del rinvenimento, il proprietario aveva fatto visita al casolare senza notare nulla, nonostante che le armi fossero state trovate in una posizione tale da attirare senz'altro la sua attenzione se fossero già state presenti in quel momento.
Quindi la segnalazione dei Carabinieri del Comando Roma-Trionfale in data 7.10.1972 corrispondeva stranamente non a qualcosa di esistente ma ad un arsenale che doveva ancora essere allestito da qualcuno.
La sentenza di proscioglimento veniva tuttavia impugnata dalla Procura Generale della Repubblica di Ancona e la Sezione Istruttoria il 14.1.1977, accogliendo il ricorso, disponeva il rinvio a giudizio dei quattro imputati.
La Corte di Assise di Macerata tuttavia, con sentenza in data 7.12.1977, assolveva tutti gli imputati per non aver commesso il fatto, disponendo altresì la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica per approfondire gli ulteriori elementi di sospetto in merito all'esistenza di una pista ben diversa che si erano confermati nel corso del dibattimento (cfr. vol.13, fasc.4).
Infatti il numero del 4.5.1976 della rivista Panorama aveva pubblicato un intervista rilasciata in Spagna da Stefano DELLE CHIAIE al giornalista romano CANTORE.
Nell'ambito di tale intervista Stefano DELLE CHIAIE, con finalità chiaramente di avvertimento nei confronti di coloro che lo avevano sempre protetto e minacciavano forse di abbandonarlo, affermava fra l'altro di aver appreso a Barcellona,alla fine del 1972,dal cap. LABRUNA che l'arsenale di Camerino era stato allestito da Massimiliano FACHINI e dal S.I.D., forse con la partecipazione dello stesso LABRUNA, "per far scattare una crociata anti-comunista".
DELLE CHIAIE aveva aggiunto di essere in grado, se necessario, di fare nomi e cognomi di chi aveva fornito le armi e l'esplosivo e preparato il cifrario.
Inoltre, in data 4.6.1981, il colonnello Antonio VIEZZER, già segretario del reparto D del S.I.D., nell'ambito di un procedimento in cui egli, iscritto alla P2, era accusato di aver fornito del materiale segreto a Licio GELLI, consegnava all'Autorità Giudiziaria di Roma un memoriale.
Nell'ambito di tale memoriale il colonnello VIEZZER affermava tra l'altro di aver appreso, all'interno dell'ambiente del S.I.D., che il responsabile dell'allestimento dell'arsenale di Camerino era il cap. D'OVIDIO, forse d'accordo con il cap. LABRUNA.
Da tali nuove emergenze traevano origine altre due istruttorie condotte dall'A.G. di Camerino.
In una prima istruttoria, che vedeva quale unico imputato il capitano D'OVIDIO, veniva prospettato nei confronti dell'ufficiale il reato di calunnia in danno dei quattro giovani ingiustamente incriminati.
Il capitano D'OVIDIO veniva tuttavia prosciolto in quanto egli "poteva essersi sbagliato nell'attribuire l'arsenale a gruppi di sinistra".
Una seconda istruttoria vedeva quali imputati direttamente della detenzione delle armi e dell'esplosivo e quindi dell'allestimento dell'arsenale nel suo complesso, lo stesso cap. D'OVIDIO e il cap. LABRUNA.
Il Giudice Istruttore di Camerino, svolgendo un istruttoria assai più accurata delle precedenti sentiva in qualità di testimoni Stefano DELLE CHIAIE, il col. VIEZZER e Guido PAGLIA.
Quest'ultimo in particolare, in modo confuso ed imbarazzato, giustificava l'articolo dell'11.11.1972 affermando di aver avuto assicurazione circa la matrice di sinistra dell'arsenale dal Comando Generale dei Carabinieri (dep. 30.7.1987, vol.13, fasc.1, f. 226).
Al termine dell'istruttoria il giudice riteneva che fossero emersi notevoli elementi di colpevolezza nei confronti di entrambi gli imputati e tuttavia, a causa del tempo trascorso, non poteva che emettere in data 1.12.1988 una sentenza di non doversi procedere nei confronti dei due ufficiali per intervenuta prescrizione (cfr. vol.13 fasc.4, ff.48 ss.).
Entrambi gli imputati impugnavano la sentenza dinanzi alla Sezione Istruttoria.
A questo punto interveniva una assai curiosa interpretazione giurisprudenziale.
Infatti la Sezione Istruttoria presso la Corte d'Appello di Ancona in data 31.3.1989 confermava la dichiarazione di prescrizione nei confronti del cap. LABRUNA rifiutando di applicare una formula di assoluzione nel merito e ciò benchè nel corso dell'istruttoria, nei confronti del cap. LABRUNA, gli elementi d'accusa fossero venuti meno e gli elementi iniziali avessero trovato una ragionevole spiegazione.
Infatti Stefano Delle Chiaie e il col. Viezzer sentiti dal Giudice Istruttore di Camerino in data 9.10.1987 e 9.11.1987 (cfr. vol.13 fasc.1) avevano rispettivamente precisato il primo, che il cap. Labruna, nel corso dell'incontro di Barcellona, aveva genericamente attribuito al S.I.D. e non a se stesso la responsabilità dell'episodio e il secondo, che il cap. Labruna gli aveva indicato quale responsabile il cap. D'Ovidio escludento anche in tal caso una sua personale partecipazione.
In sostanza il cap. Labruna aveva già all'epoca riferito ai due personaggi parte di quanto aveva appreso dall'amico Guelfo OSMANI e quanto poi avrebbe, a distanza di tanti anni ma con maggior completezza, riferito a quest'Ufficio, citando questa volta nella sua testimonianza la fonte delle sue notizie e il dettaglio relativo all'acquisto delle biglie.
Riusciva invece incredibilmente ad evitare la macchia della dichiarazione di non doversi procedere per prescrizione il cap. D'Ovidio.
Infatti nella sentenza del 31.3.1989, con una decisione che non ha precedenti negli annali di giurisprudenza, la Sezione Istruttoria, in riforma della sentenza di non doversi procedere per prescrizione del Giudice Istruttore di Camerino, dichiarava che l'azione penale nei confronti del cap. D'OVIDIO non poteva essere esercitata per inammissibilità di un secondo giudizio (vol.13 fasc.4 ff.44 ss.).
Secondo il ragionamento della Sezione Istruttoria infatti il cap D'Ovidio, come si è appena accennato, era stato già prosciolto dal reato di calunnia (cioè l'aver accusato falsamente i quattro giovani della detenzione delle armi) e quindi non poteva più essere giudicato per la detenzione delle armi stesse che egli, almeno secondo l'accusa originaria, avrebbe falsamente attribuito ad altri.
Si tratta di un provvedimento assolutamente illogico poichè qualsiasi studente di giurisprudenza ben sa che i reati di detenzione di armi e di calunnia possono tranquillamente concorrere avendo una diversa oggettività giuridica, tutelando beni diversi e comportando condotte del tutto autonome.
Del resto è assolutamente normale che la calunnia relativa alla commissione di un reato non comporti l'assorbimento della responsabilità per il reato stesso se commesso dal calunniatore o presunto tale. Per fare un esempio concreto e banale, accusando un estraneo di un omicidio non commesso e quindi rendendosi l'ipotesi responsabile del reato di calunnia, non si viene per questo esentati dalla responsabilità del reato di omicidio qualora lo si abbia personalmente commesso: sarebbe una scappatoia assai comoda.
Terminava così, assai fortunosamente per il cap. D'Ovidio, l'originaria vicenda processuale nata dal rinvenimento dell'arsenale di Camerino. I dubbi e le perplessità che erano nati nell'immediatezza del fatto, non erano stati certo fugati ed anzi erano aumentati nel corso delle varie istruttorie e, come si vedrà nei capitoli che seguono, le nuove emergenze processuali hanno dato pienamente ragione a chi aveva giudicato tale episodio una provocazione finalizzata ad un ben preciso scopo politico.