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Timestamp: 2017-04-25 22:23:10+00:00
Document Index: 154232207

Matched Legal Cases: ['art. 35', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 32', 'art. 40', 'art. 48', 'art. 31', 'art. 40', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 35', 'art. 32', 'art. 97', 'art. 42', 'art. 3', 'art. 31', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 31', 'art. 39', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 40', 'art. 40', 'art. 31', 'art. 32', 'art. 40', 'art. 48', 'art. 31', 'art. 40', 'art. 32', 'art. 31', 'art. 27']

T.A.R. Campania Napoli, Sezione VII, 27 settembre 2012 a cura del Dott. Francesco BarchielliT.A.R. Campania Napoli, Sezione VII, 27 settembre 2012Sull''omessa corresponsione della seconda rata dell''oblazione computata con la domanda di condono edilizioSENTENZA N. 4001
1. Il Consiglio di Stato ha affermato che «l'omessa corresponsione della seconda rata dell'oblazione computata con la domanda di condono edilizio, né nei termini stabiliti dall'art. 35 l. n. 47 del 1985, né in quelli fissati dall'art. 39, comma 6, l. n. 724 del 1994, rende improcedibile l'istanza di condono, a norma di quest'ultimo articolo, indipendentemente dal mancato versamento delle somme richieste a conguaglio con la determinazione, in via definitiva, dell'importo dell'oblazione, senza che all'uopo si richieda alcun provvedimento ulteriore (trattandosi di misura sanzionatoria fissata direttamente dalla legge) e senza che rilevi che l'Amministrazione abbia o meno richiesto il pagamento delle rate successive alla prima» (Consiglio Stato , sez. V, 13 agosto 2007, n. 4441). In relazione alle istanze di condono presentate ai sensi della legge n. 724 del 1994 la disciplina deve invece rinvenirsi nel combinato disposto di quella parte dell’art. 39, comma 4, secondo cui «se nei termini previsti l'oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in modo non veritiero e palesemente doloso, le costruzioni realizzate senza licenza o concessione edilizia sono assoggettate alle sanzioni richiamate agli articoli 40 e 45 della L. 28 febbraio 1985, n. 47. Le citate sanzioni non si applicano nel caso in cui il versamento sia stato effettuato nei termini per errore ad ufficio incompetente alla riscossione dello stesso»; nonché della prima parte dell’art. 39, comma 5, secondo cui «l'oblazione prevista dal presente articolo deve essere corrisposta a mezzo di versamento, entro il 31 marzo 1995, dell'importo fisso indicato nella tabella B allegata alla presente legge e della restante parte in quattro rate di pari importo da effettuarsi rispettivamente il 15 aprile 1995, il 15 luglio 1995, il 15 settembre 1995 ed il 15 dicembre 1995. È consentito il versamento della restante parte dell'oblazione, in una unica soluzione, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, ovvero entro il termine di scadenza di una delle suindicate rate». Una disciplina del tutto analoga è stata poi dettata in relazione al terzo condono dal decreto legge n. 269/2003, convertito dalla legge n. 326 del 2003, il cui art. 32, comma 37, seconda parte, prescrive che «se nei termini previsti l'oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in forma dolosamente inesatta, le costruzioni realizzate senza titolo abilitativo edilizio sono assoggettate alle sanzioni richiamate all'articolo 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e all'articolo 48 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380», mentre il comma 38 prescrive che «la misura dell’oblazione e dell’anticipazione degli oneri concessori, nonché le relativa modalità di versamento sono disciplinate dall’allegato 1 del presente decreto». I termini per il versamento della oblazione nella sua interezza (intesa con riferimento all’importo autoliquidato), alla luce della disciplina di cui all’Allegato 1 alla legge medesima, sono fissati all’atto della presentazione della domanda per la prima rata, al 31 maggio 2005 per la seconda rata, e al 30 settembre 2005 per la terza rata. 2. Anche la legge n. 326 del 2003 riconnette al tardivo pagamento degli importi dovuti per l’oblazione nella sua interezza il diniego di condono, come palesato dal richiamo all’art. 40 della legge n. 47 del 1985 (che a sua volta, come innanzi esposto, richiama la normativa sulla repressione degli abusi edilizi contenuta nel capo I della medesima legge), nonché dal richiamo all’art. 48 del D.P.R. n. 380/01 (il quale prescrive il divieto per le aziende erogatrici di pubblici servizi di somministrare le loro forniture ad immobili abusivi). Ed invero, il richiamo alla normativa relativa alla repressione degli abusi edilizi in riferimento all’ipotesi di mancato pagamento, nei termini assegnati dalla legge, dell’oblazione nella sua interezza, non può avere altro significato che quello del diniego di condono, con la conseguente assoggettabilità degli immobili non condonati, realizzati sine titulo, alla normativa di cui all’art. 31 del D.P.R. n. 380/01, dovendo il richiamo contenuto all’art. 40 della legge n. 47 del 1985, che a sua volta rinvia alle disposizioni sulla repressione degli abusi edilizi, configurarsi come rinvio dinamico alle disposizioni successivamente intervenute sulla repressione degli abusi edilizi, contenute nel D.P.R. n. 380/01.
Con atto notificato il 6/8 novembre 2010 e depositato il successivo 30 novembre, Alfano Margherita ha impugnato la disposizione dirigenziale n. 64 del 21.7.2010 del Comune di Santa Maria La Carità, notificata il 26.7.2010, recante il diniego di condono edilizio per le opere abusivamente realizzate alla via Bardascini n. 91, in relazione alla richieste (prot. n. 16386, 16387, 16388) del 10.12.2004 da lei presentate.
A sostegno del ricorso ha dedotto, in punto di fatto che era proprietaria di tre immobili, destinati ad attività commerciale, ubicati in via Bardascini n. 91 di S. Maria La Carità e ultimati alla data del 31.3.2003, per sanare l’abusiva realizzazione dei quali aveva presentato, in data 10.12.2004, istanze di condono edilizio ai sensi dell’art. 32 D.L. 269/2003 conv. in L. 326/2003, acquisite al protocollo comunale con i nn. 16386, 16387 e 16388 (pratiche nn. 3315, 3316, e 3317, aventi ciascuna ad oggetto una superficie utile di mq. 150 e una superficie pertinenziale di mq. 20).
La medesima ricorrente ha poi aggiunto che il Comune di Santa Maria La Carità, con l’atto in epigrafe indicato aveva denegato tutte e tre le istanze di condono da lei presentate, sulla base del rilievo dell’insufficienza del pagamento delle prime rate dell’oblazione e degli oneri accessori, nonché in considerazione della circostanza del mancato pagamento delle seconde e delle terze rate dell’oblazione.
Ciò posto in punto di fatto, parte ricorrente ha articolato, in otto motivi di ricorso, le seguenti censure avverso l’atto de quo:
1) Violazione e falsa applicazione del D.L. 269/2003 convertito in legge n. 326/2003, e della legge n. 47/85; violazione e falsa applicazione della legge regionale n. 10/2004; violazione della circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 2699 del 7 dicembre 2005; violazione del decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanze del 14 gennaio 2004; violazione della circolare Dipartimento delle Politiche Fiscali n. 1 del 16 gennaio 2004; violazione e falsa applicazione della legge n. 241/1990; eccesso di potere; difetto di istruttoria.
Con tale motivo di ricorso parte ricorrente deduce che l’atto di diniego deve ritenersi illegittimo in quanto fondato su un’erronea interpretazione della normativa di settore.
In particolare, il Comune di Santa Maria La Carità con l’atto de quo ha dedotto che i versamenti effettuati dalla ricorrente unitamente alla presentazione delle istanze di condono non coprivano l’intero importo delle prime rate, sia in riferimento all’oblazione che agli oneri concessori.
La motivazione adottata al riguardo dal Comune a sostegno del diniego, secondo parte ricorrente, deve ritenersi del tutto erronea, in quanto, seppure in base all’allegato 1 della Legge n. 326/2003 alla domanda di condono deve essere acclusa l’attestazione del versamento della prima rata dell’oblazione, nella misura del 30%, il medesimo disposto normativo prescrive che il versamento deve essere effettuato nella misura minima di euro 1.700,00, se l’importo complessivo è superiore a tale cifra, ovvero per l’intero, qualora l’importo sia inferiore a tele cifra. Analoga prescrizione riguarda l’attestazione del versamento della prima rata degli oneri concessori, da corrispondersi nella misura del 30%, ancorché con versamento da effettuarsi nella misura minima di euro 500,00, qualora l’importo complessivo sia superiore a tale cifra, ovvero per l’intero, qualora l’importo sia inferiore a tale cifra.
Pertanto, correttamente, la ricorrente si sarebbe avvalsa della facoltà concessale dalla legge di versare la prima rata, sia in riferimento all’oblazione che all’anticipazione degli oneri concessori, nella misura minima prevista dalla legge, sebbene inferiore al 30%.
Conseguentemente, alla ricorrente medesima non avrebbe potuto essere imputata alcuna decadenza, ai sensi dell’art. 32 della legge n. 326 del 2003, avendo provveduto a versare tempestivamente gli importi minimi fissati dall’Allegato 1 alla legge medesima, relativi alla prima rata dell’oblazione e degli oneri concessori.
Detta interpretazione del disposto normativo de quo, secondo la ricorrente, deve intendersi corretta anche perché sostenuta dalla circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti n. 2699 del 2005, dal decreto del Ministero dell’Economia e delle Finanza del 14 gennaio 2004 e dalla circolare adottata dal Dipartimento delle Politiche Fiscali n. 1 del 16 gennaio 2004, con la conseguenza che il provvedimento impugnato si porrebbe in contrasto anche con tali atti.
2) Violazione e falsa applicazione del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326 del 2003, e della legge n. 47 del 1985; violazione e falsa applicazione della legga regionale n. 10/2004; violazione della circolare del Ministero dei lavori pubblici n. 142 del 6 febbraio 1989; violazione e falsa applicazione della legge 241/90; eccesso di potere; difetto di istruttoria.
Il provvedimento impugnato risulterebbe erroneo anche laddove fonda il diniego di condono sul tardivo pagamento delle seconde e terze rate dell’oblazione, in quanto i termini del procedimento amministrativo, sia quelli riguardanti attività da compiersi ad opera dei privati, sia quelli riferibili alla Pubblica Amministrazione, devono considerarsi ordinatori se non previsti espressamente come perentori dalla legge.
Dette conclusioni, secondo parte ricorrente, varrebbero anche per l’ipotesi di specie, in quanto dal combinato disposto dell’art. 32 comma 32 della legge n. 326 del 2003 e dell’Allegato 1 alla medesima legge si evincerebbe che unico termine perentorio è quello previsto in relazione alla presentazione dell’istanza di condono, da inoltrarsi fra l’11 novembre e il 10 dicembre del 2004, con la produzione dell’attestazione di pagamento dell’importo minimo di euro 2.200,00 (euro 1.700,00 per l’oblazione ed euro 500.00 per gli oneri concessori) a pena di decadenza dell’istanza, mentre i termini previsti per la corresponsione della seconda e terza rata devono essere considerati ordinatori, non avendo la legge sanzionato la loro inosservanza.
Detta interpretazione, secondo la ricorrente, si evincerebbe anche dalla circolare del Ministero dei lavori pubblici del 6 febbraio 1989, n. 142.
Né potrebbe invocarsi la sanzione della decadenza in relazione all’inesattezza del versamento della prima rata dell’oblazione – peraltro corrisposta nei termini minimi previsti dalla legge – in quanto, come detto, ciò che risulta essenziale sarebbe il versamento della stessa all’atto della domanda, posto che la mancata corrispondenza dell’importo dovuto a quello versato non comporterebbe alcuna decadenza, salva l’ipotesi, non ricorrente nel caso di specie, in cui per il carattere irrisorio dell’anticipazione la stessa debba essere configurata come inesistente. Ciò anche in considerazione del rilievo, sottolineato dalla giurisprudenza della Suprema Corte, che l’esatta determinazione della somma dovuta deve essere effettuata dall’Amministrazione, con conseguente possibilità di corresponsione a favore di questa di conguagli maggiorati di interessi, ovvero di rimborsi a favore dell’istante per il condono.
3) Violazione e falsa applicazione della legge n. 47/85 e del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326/ 2003; violazione e falsa applicazione della legge regionale n. 10/2004; violazione e falsa applicazione dell’art. 2 co. 40 della L. 662/1996; violazione e falsa applicazione della legge 241/90; eccesso di potere; difetto di istruttoria; difetto di motivazione.
Ulteriore illegittimità del provvedimento impugnato sarebbe desumibile dal disposto dell’art. 2 co. 40, applicabile anche al cd. terzo condono edilizio, secondo cui chi non abbia versato l’oblazione nei termini dovuti è tenuto a provvedervi con il pagamento degli interessi legali, ma con decorrenza dell’obbligo di versamento(somme dovute, più interessi) entro gg. 60 dalla data di notifica da parte del Comune dell’obbligo di pagamento. In sostanza, sostiene la ricorrente, il Comune avrebbe potuto procedere al diniego solo ed esclusivamente nel caso in cui, dopo specifica richiesta di pagamento del dovuto, questa non fosse stata tempestivamente soddisfatta: da tanto sarebbe desumibile che il ritardo nel versamento dell’oblazione non potrebbe determinare l’inammissibilità o il rigetto della chiesta sanatoria, bensì soltanto l’applicazione degli interessi sulla somma non ancora pagata.
4) Violazione e falsa applicazione della legge n. 47/85 e del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326/ 2003; violazione e falsa applicazione della legge regionale n. 10/2004; violazione e falsa applicazione della legge 241/90; eccesso di potere; difetto di istruttoria; difetto di motivazione; illogicità manifesta; violazione dei principi di ragionevolezza e di proporzionalità.
Il Comune, secondo parte ricorrente, avrebbe adottato il provvedimento reiettivo omettendo il passaggio procedimentale previsto dall’art. 35 co. 14 della L. 47/1985, ovvero la determinazione “in via definitiva dell’importo dell’oblazione”. Peraltro, nell’effettuato calcolo non sarebbe stata operata alcuna riduzione del 60% (inesistente per le tipologie di uso non residenziale); e quand’anche un tale errore vi fosse stato, la P.A. avrebbe dovuto operare una correzione e non orientarsi semplicisticamente per il diniego.
5) Violazione e falsa applicazione della legge n. 47/85 e del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326/ 2003; violazione e falsa applicazione della legge regionale n. 10/2004; violazione e falsa applicazione della legge 241/90; eccesso di potere; difetto di istruttoria; difetto di motivazione; illogicità e ingiustizia manifesta; violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità; sviamento; abnormità.
Altresì, il diniego di condono impugnato sarebbe illegittimo laddove risulta adottata una determinazione negativa assolutamente sproporzionata, irragionevole, illogica e non congrua rispetto alla situazione di fatto ed alla normativa di riferimento. Invero, nella specie sarebbero sussistenti tutti i presupposti di legge per poter fruire della eccezionale sanatoria edilizia, e il ritardato pagamento dei soli saldi dell’oblazione dovuta sarebbe soltanto la conseguenza dell’incertezza del quadro normativo di riferimento (dovuta alle questioni di legittimità della L. Reg. Campania 10/02004 e quelle sull’esistenza o meno di un vincolo paesaggistico in zona). Nell’occasione, quindi, il Comune di S. Maria La Carità non avrebbe adeguatamente valutato gli interessi in gioco.
6) Violazione e falsa applicazione della legge n. 47/85 e del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326/ 2003; violazione e falsa applicazione della legge regionale n. 10/2004; violazione e falsa applicazione della legge 241/90; eccesso di potere; difetto di istruttoria; difetto di motivazione; illogicità; violazione dei principi di ragionevolezza e di proporzionalità.
La negativa determinazione, secondo la prospettazione della ricorrente, sarebbe illegittima in quanto fondata su di una erronea interpretazione dell’art. 32 co. 32 D. 269/2003 conv. in L. 326/2003, posto che tale articolo contempla l’ipotesi in cui non vi sia stato alcun versamento dell’oblazione da parte dell’istante, nulla invece disponendo a riguardo di un mero ritardo nel pagamento delle rate dovute. In sostanza, ai fini della procedibilità della domanda, sarebbe essenziale la corresponsione di almeno parte dell’oblazione all’atto della domanda, come accaduto nel caso di specie. Quindi, l’Amministrazione avrebbe, in via interpretativa, arbitrariamente esteso al caso del ritardato pagamento delle 2^ e 3^ rate dovute la sanzione invece prevista per la mancata corresponsione dell’oblazione.
7) Violazione e falsa applicazione della legge n. 47/85 e del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326/ 2003; violazione e falsa applicazione della legge regionale n. 10/2004; violazione e falsa applicazione della legge 241/90; eccesso di potere; difetto di istruttoria; difetto di motivazione; violazione del principio di leale collaborazione.
Altresì, è illegittimo il diniego di condono impugnato, laddove si fonda su di una carenza documentale, in quanto a fronte di questa carenza l’Amministrazione avrebbe dovuto invitare l’istante alla necessaria integrazione, potendo il condono essere legittimamente denegato solo dopo l’inoltro di una richiesta di integrazione rimasta inevasa o di un preavviso di diniego; ciò anche in applicazione del principio di leale collaborazione fra Amministrazione e cittadino, desumibile dagli artt. 2 e 6 della l. 241/90, oltre che dall’art. 97 Cost., in quanto espressione del principio di buon andamento della P.A..
8) Violazione e falsa applicazione della legge n. 47/85 e del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326/ 2003; violazione e falsa applicazione della legge regionale n. 10/2004; violazione e falsa applicazione della legge 241/90; eccesso di potere; violazione del principio di ragionevolezza e proporzionalità; difetto di istruttoria.
Sostiene la ricorrente che, nel caso in questione, quand’anche fossero state rilevanti le contestate irregolarità nei pagamenti, comunque il Comune mai avrebbe potuto far da esse discendere il diniego di condono, anziché una diversa sanzione. Infatti, sussistendo tutti i presupposti per rilasciare la chiesta sanatoria, il mancato pagamento dei saldi dovuti avrebbe, al più, dovuto portare ad una maggiorazione dei relativi importi, alla stregua della previsione di cui all’art. 42 D.P.R. 380/2001 (in passato art. 3 L. 47/1985).
Con successivo atto ritualmente notificato (il 13/14 luglio 2011) e depositato (il 23 settembre 2011), Alfano Margherita ha impugnato, con motivi aggiunti, la disposizione dirigenziale n. 33 del 30 maggio 2011, notificata il 7 giugno successivo, con la quale il Comune di Santa Maria La Carità le ha ordinato la demolizione delle opere abusive in relazione alle quali era stato denegato il condono con l’atto oggetto di impugnativa con il ricorso introduttivo.
A sostegno del ricorso ha articolato le seguenti censure: 1) Violazione e falsa applicazione dell’art. 31 del d.P.R. n. 380/01 nonché della legge n. 241/90; eccesso di potere; difetto di istruttoria; difetto di motivazione.
L’ingiunzione di demolizione risulterebbe illegittima in considerazione della mancata individuazione ed identificazione catastale dell’area da acquisirsi nell’ipotesi di inottemperanza all’ordine di demolizione.
2) violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 380/2001 nonché della L, 241/1990; violazione degli artt. 41 e 42 della Costituzione; violazione del giusto procedimento amministrativo; eccesso di potere; difetto di motivazione.
Il provvedimento impugnato sarebbe viziato in quanto, benché le opere abusive siano state realizzate antecedentemente all’anno 2000, il Comune ne ha ordinato la demolizione soltanto nell’anno 2011. Il notevole lasso di tempo trascorso avrebbe obbligato il Comune a contemperare l’interesse pubblico alla demolizione dell’immobile con l’interesse privato alla conservazione dello stesso. Nel caso in cui l’ingiunzione a demolire sia adottata a distanza di anni dalla realizzazione dell’abuso, il Comune dovrebbe, quindi, dandone conto in motivazione, valutare la sussistenza di un pubblico interesse attuale, diverso dalla mera finalità di ripristino della legalità violata.
3) violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 380/2001 nonché della L, 241/1990; violazione dell’art. 27 delle N.T.A. del PRG vigente nel territorio comunale di Santa Maria La Carità; violazione del giusto procedimento amministrativo; eccesso di potere; difetto di motivazione.
Il richiamo, fatto nel provvedimento demolitorio, all’art. 27 delle N.T.A. del PRG sarebbe assolutamente inconferente, in quanto il relativo ambito applicativo sarebbe limitato agli interventi edificatori non ancora effettuati (e per essi sarebbe necessario acquisire preventivamente l’assenso della competente Soprintendenza archeologica di Pompei). Invece nella specie, trattandosi di opere già realizzate, oltretutto prima dell’approvazione del PRG comunale, e da regolarizzare ex post con titolo edilizio in sanatoria, la suddetta disposizione non potrebbe trovare applicazione.
In ogni caso l’area interessata dall’edificazione non rientrerebbe nella perimetrazione soggetta a vincolo archeologico.
4) Illegittimità derivata. Parte ricorrente deduce che l’ingiunzione di demolizione, adottata ai sensi dell’art. 31 del D.P.R. n. 380/01, è viziata per illegittimità derivata, in quanto fondata sull’illegittimo diniego di condono oggetto di impugnativa con il ricorso introduttivo, con la conseguenza che sullo stesso si riflettono i medesimi vizi fatti valere con tale ricorso.
Il Comune di Santa Maria La Carità non si è costituito in giudizio.
Con ordinanza n. 1671/2011, adottata in esito alla camera di consiglio del 14 ottobre 2011, la Sezione ha accolto, in punto di contemperamento degli opposti interessi, l’istanza di sospensiva in relazione alla sola ingiunzione di demolizione oggetto di impugnativa con il ricorso per motivi aggiunti.
Il ricorso è stato trattenuto in decisione all’udienza pubblica del 7 giugno 2012.
Oggetto del presente giudizio è, in primo luogo, l’atto (su cui è incentrato il ricorso introduttivo), con il quale il Comune di Santa Maria La Carità ha denegato tre istanze di condono presentate dalla ricorrente, ai sensi del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326/2003, in relazione, per ciascuna di esse, alla realizzazione di un immobile a destinazione commerciale; e, in secondo luogo, l’ingiunzione di demolizione (contro la quale è diretto il ricorso per motivi aggiunti), adottata, proprio in conseguenza del diniego di condono, dal medesimo Comune nei confronti dell’istante.
L’atto di diniego del condono è sostanzialmente basato su una quadruplice motivazione, ognuna avente valore autonomo; ovvero in primo luogo sull’inesatto versamento dalle prime rate di oblazione, in secondo luogo sull’inesatto versamento delle prime rate degli oneri concessori (in quanto entrambi di importo inferiore al quantum autoliquidato dalla stessa parte e dichiarato nell’istanza di condono, e di cui, peraltro, viene affermata l’erroneità, per essere stata applicata un’indebita diminuzione conseguente all’effettuato computo della superficie con una riduzione del 60%, però non possibile per gli immobili commerciali), in terzo luogo sul tardivo pagamento delle seconde e terze rate di oblazione, e in quarto luogo sull’omesso pagamento delle seconde e terze rate degli oneri concessori.
Il Collegio, in considerazione della pluralità della motivazioni poste a base del diniego di condono, ritiene, per ragioni di economia processuale e di sinteticità della motivazione della sentenza, di dover previamente analizzare la questione relativa alla tardività del pagamento delle seconde e terze rate degli importi dovuti per oblazione – circostanza questa pacifica in punto di fatto – in quanto da sola idonea a sorreggere l’impugnato diniego di condono.
Costituisce, infatti, ius receptum che, in presenza di atti plurimotivati, basati cioè su una pluralità di motivazioni, ciascuna delle quali sufficiente a reggere l’atto, l’omessa censura di una di esse determini l’inammissibilità del ricorso per difetto di interesse a ricorrere, rimanendo l’atto sorretto dall’ulteriore ragione giustificatrice non oggetto di censura (cfr., ex multis, T.A.R. Campania Napoli, sez. VII, 8 aprile 2011, n. 2009; in senso analogo, T.A.R. Liguria Genova, sez. I, 25 ottobre 2010, n. 10015; T.A.R. Campania Napoli, sez. VII, 2 ottobre 2009, n. 5138).
Analogamente occorre ritenere che, ove tutte le motivazioni poste a base dell’atto impugnato siano state censurate, ma che siano infondate le censure relative ad una delle motivazioni in grado da sola di reggere l’atto impugnato, il ricorso vada rigettato senza necessità di disamina delle ulteriori censure relative alle restanti motivazioni dell’atto, non potendo il ricorrente vantare alcun interesse all’analisi di tali censure [ex multis, T.A.R. Campania Salerno, sez. II, 17 gennaio 2011, n. 63 secondo cui «per un atto c.d. "plurimotivato", anche l'eventuale fondatezza di una delle argomentazioni addotte non potrebbe in ogni caso condurre all'annullamento dell'impugnato provvedimento sindacale, che rimarrebbe sorretto dal primo versante motivazionale risultato immune ai vizi lamentati»; T.A.R. Campania Napoli, sez. VIII, 14 gennaio 2011, n. 139 secondo cui «nel caso di provvedimento di esclusione da una gara d'appalto "plurimotivato", la riconosciuta legittimità di una delle ragioni dell'atto è sufficiente a reggere il provvedimento di estromissione»; T.A.R. Campania Napoli, sez. VII, 14 gennaio 2011, n. 164 secondo cui «nel caso in cui il provvedimento impugnato sia fondato su di una pluralità di autonomi motivi (c.d. provvedimento plrurimotivato), il rigetto della doglianza volta a contestare una delle sue ragioni giustificatrici comporta la carenza di interesse della parte ricorrente all'esame delle ulteriori doglianze volte a contestare le altre ragioni giustificatrici atteso che, seppure tali ulteriori censure si rivelassero fondate, il loro accoglimento non sarebbe comunque idoneo a soddisfare l'interesse del ricorrente ad ottenere l'annullamento del provvedimento impugnato, che resterebbe supportato dall'autonomo motivo riconosciuto sussistente»].
Poste queste necessarie premesse, ai fini di una compiuta disamina delle censure con cui parte ricorrente contesta l’atto impugnato, laddove si fonda sulla tardività del pagamento delle seconde e terze rate degli importi dovuti per l’oblazione, va previamente esaminato il quadro normativo di riferimento, avendo in particolare riguardo a quanto previsto in relazione al terzo condono dal D.L. 269/2003, convertito in legge n. 326 del 2003.
Ed invero, al riguardo, la legge n. 47 del 1985 non conteneva ab initio alcuna comminatoria di decadenza o di improcedibilità dell’istanza di condono riconnessa al tardivo pagamento della seconda e terza rata, finché il Legislatore non è intervenuto sul punto con la previsione di cui all’art. 39, comma 6, della legge n. 724/94, secondo cui «i soggetti che hanno presentato domanda di concessione o di autorizzazione edilizia in sanatoria ai sensi del capo IV della L. 28 febbraio 1985, n. 47, o i loro aventi causa, se non è stata interamente corrisposta l'oblazione dovuta ai sensi della stessa legge devono, a pena di improcedibilità della domanda, versare, in luogo della somma residua, il triplo della differenza tra la somma dovuta e quella versata, in unica soluzione entro il 31 marzo 1996. La disposizione di cui sopra non trova applicazione nel caso in cui a seguito dell'intero pagamento dell'oblazione sia dovuto unicamente il conguaglio purché sia stato richiesto nei termini di cui all'art. 35 della L. 28 febbraio 1985, n. 47».
Tale disposto normativo ha così finito con il sanzionare con l’improcedibilità dell’istanza di condono anche le istanze di concessione edilizia in sanatoria presentate ai sensi del capo IV della legge 28 febbraio 1985, n. 47; ciò facendo mediante l’assegnazione alle parti istanti del termine ultimo del 31 marzo del 1996 per la regolarizzazione della loro posizione, nonché mediante l’imposizione a loro carico di versare entro tale termine, in luogo della somma residua, il triplo della differenza tra la somma dovuta e quella versata.
In considerazione di tanto, il Consiglio di Stato ha affermato che «l'omessa corresponsione della seconda rata dell'oblazione computata con la domanda di condono edilizio, né nei termini stabiliti dall'art. 35 l. n. 47 del 1985, né in quelli fissati dall'art. 39, comma 6, l. n. 724 del 1994, rende improcedibile l'istanza di condono, a norma di quest'ultimo articolo, indipendentemente dal mancato versamento delle somme richieste a conguaglio con la determinazione, in via definitiva, dell'importo dell'oblazione, senza che all'uopo si richieda alcun provvedimento ulteriore (trattandosi di misura sanzionatoria fissata direttamente dalla legge) e senza che rilevi che l'Amministrazione abbia o meno richiesto il pagamento delle rate successive alla prima » (Consiglio Stato , sez. V, 13 agosto 2007, n. 4441).
In relazione alle istanze di condono presentate ai sensi della legge n. 724 del 1994 la disciplina deve invece rinvenirsi nel combinato disposto di quella parte dell’art. 39, comma 4, secondo cui «se nei termini previsti l'oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in modo non veritiero e palesemente doloso, le costruzioni realizzate senza licenza o concessione edilizia sono assoggettate alle sanzioni richiamate agli articoli 40 e 45 della L. 28 febbraio 1985, n. 47. Le citate sanzioni non si applicano nel caso in cui il versamento sia stato effettuato nei termini per errore ad ufficio incompetente alla riscossione dello stesso»; nonché della prima parte dell’art. 39, comma 5, secondo cui «l'oblazione prevista dal presente articolo deve essere corrisposta a mezzo di versamento, entro il 31 marzo 1995, dell'importo fisso indicato nella tabella B allegata alla presente legge e della restante parte in quattro rate di pari importo da effettuarsi rispettivamente il 15 aprile 1995, il 15 luglio 1995, il 15 settembre 1995 ed il 15 dicembre 1995. È consentito il versamento della restante parte dell'oblazione, in una unica soluzione, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, ovvero entro il termine di scadenza di una delle suindicate rate».
Ecco allora che, in applicazione di tale disciplina, già le istanze di condono presentate ai sensi della legge n. 724 del 1994, non corredate dal pagamento tempestivo degli importi dovuti per l’oblazione nei termini di cui all’art. 39, comma 5, dovevano essere denegate, con conseguente irrogazione della sanzione demolitoria, come palesato dal richiamo, contenuto nel disposto di cui all’art. 39, comma 4, all’art. 40 della legge n. 47/85.
Infatti il richiamato art. 40 al comma 1 prevede che «se nel termine prescritto non viene presentata la domanda di cui all'art. 31 per opere abusive realizzate in totale difformità o in assenza della licenza o concessione, ovvero se la domanda presentata, per la rilevanza delle omissioni o delle inesattezze riscontrate, deve ritenersi dolosamente infedele, si applicano le sanzioni di cui al capo I» (ovvero le sanzioni previste in relazione alle opere abusivamente realizzate). «Le stesse sanzioni si applicano se, presentata la domanda, non viene effettuata la oblazione dovuta».
Una disciplina del tutto analoga è stata poi dettata in relazione al terzo condono dal decreto legge n. 269/2003, convertito dalla legge n. 326 del 2003, il cui art. 32, comma 37, seconda parte, prescrive che «se nei termini previsti l'oblazione dovuta non è stata interamente corrisposta o è stata determinata in forma dolosamente inesatta, le costruzioni realizzate senza titolo abilitativo edilizio sono assoggettate alle sanzioni richiamate all'articolo 40 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, e all'articolo 48 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380», mentre il comma 38 prescrive che «la misura dell’oblazione e dell’anticipazione degli oneri concessori, nonché le relativa modalità di versamento sono disciplinate dall’allegato 1 del presente decreto».
I termini per il versamento della oblazione nella sua interezza (intesa con riferimento all’importo autoliquidato), alla luce della disciplina di cui all’Allegato 1 alla legge medesima, sono fissati all’atto della presentazione della domanda per la prima rata, al 31 maggio 2005 per la seconda rata, e al 30 settembre 2005 per la terza rata. Pertanto anche la legge n. 326 del 2003 riconnette al tardivo pagamento degli importi dovuti per l’oblazione nella sua interezza il diniego di condono, come palesato dal richiamo all’art. 40 della legge n. 47 del 1985 (che a sua volta, come innanzi esposto, richiama la normativa sulla repressione degli abusi edilizi contenuta nel capo I della medesima legge), nonché dal richiamo all’art. 48 del D.P.R. n. 380/01 (il quale prescrive il divieto per le aziende erogatrici di pubblici servizi di somministrare le loro forniture ad immobili abusivi). Ed invero, il richiamo alla normativa relativa alla repressione degli abusi edilizi in riferimento all’ipotesi di mancato pagamento, nei termini assegnati dalla legge, dell’oblazione nella sua interezza, non può avere altro significato che quello del diniego di condono, con la conseguente assoggettabilità degli immobili non condonati, realizzati sine titulo, alla normativa di cui all’art. 31 del D.P.R. n. 380/01, dovendo il richiamo contenuto all’art. 40 della legge n. 47 del 1985, che a sua volta rinvia alle disposizioni sulla repressione degli abusi edilizi, configurarsi come rinvio dinamico alle disposizioni successivamente intervenute sulla repressione degli abusi edilizi, contenute nel D.P.R. n. 380/01.
In conseguenza di questa ricostruzione normativa, le censure contenute nel ricorso introduttivo possono essere analizzate congiuntamente, avendo riguardo unicamente alle doglianze relative a quella parte dell’atto impugnato che riconnette il diniego di condono al tardivo pagamento delle seconde e terze rate dell’oblazione, posto che tale motivazione, come detto, è da sola sufficiente a reggere il diniego di condono.
Pervero, alla stregua di quanto in precedenza precisato in relazione agli atti plurimotivati, non necessitano di disamina le ulteriori censure contenute nei motivi di ricorso volte a contestare la motivazione dell’atto gravato relativamente all’inesatto versamento delle prime rate dell’oblazione e degli oneri concessori, nonché la motivazione relativa all’omesso pagamento dei saldi degli oneri concessori.
Ciò posto, le censure medesime, alla luce del chiaro tenore letterale del combinato disposto dei commi 37 e 38 del richiamato art. 32 del D.L. 269/2003 convertito nella legge n. 326 del 2003 e dell’Allegato 1 alla medesima legge, non possono che essere respinte, in quanto, come innanzi esposto, detta normativa riconnette al mancato pagamento degli importi dovuti per l’oblazione nella sua interezza, nei termini assegnati dalla legge medesima, l’applicazione della normativa sulla repressione degli abusi edilizi; dal che si evince chiaramente che, nell’ipotesi di tardivo pagamento di tali importi, il condono non può che essere denegato.
Alla luce di tale inequivoco dato letterale deve infatti ritenersi del tutto infondata la censura con la quale si deduce che la legge riconnetterebbe il diniego di condono solo al tardivo pagamento della prima rata dell’oblazione, e non anche al tardivo pagamento della seconda e terza rata.
Ed invero, la perentorietà del termine si evince proprio dalla circostanza che il combinato disposto normativo innanzi richiamato fa conseguire al mancato pagamento dell’oblazione nella sua interezza, nei termini previsti dalla legge medesima, l’applicazione della sanzioni previste per la repressione degli abusi edilizi.
Analogamente da respingere è la censura con cui si deduce l’irragionevolezza dell’atto impugnato, in quanto contrastante con la ratio posta a base dell’istituto del condono, atteso che, come esposto, è la legge medesima a riconnettere chiaramente il diniego di condono al tardivo pagamento degli importi dovuti per l’oblazione nella sua interezza, con la conseguente applicazione della normativa sulla repressione degli abusi edilizi: in forza del principio in claris non fit interpretatio, non si può andare alla ricerca di un significato del disposto normativo, asseritamente basato sulla ratio legis, ma contrastante con il dato letterale del disposto medesimo.
Né appare configurabile, in presenza di attività interamente vincolata, alla luce del chiaro disposto normativo, alcun vizio di eccesso di potere, essendo l’eccesso di potere ravvisabile per i soli atti discrezionali e non anche per gli atti vincolati (ex multis, Consiglio Stato, sez. VI, 27 dicembre 2007, n. 6658; Consiglio Stato, sez. IV, 12 agosto 2005, n. 4371; Consiglio Stato, sez. IV, 07 maggio 2004, n. 2842).
Parimenti infondati sono gli ulteriori motivi di ricorso coi quali si deduce che il Comune, a fronte del mancato tempestivo pagamento del quantum dovuto per l’oblazione, non avrebbe dovuto denegare il condono, ma avrebbe dovuto invitare gli istanti a tale pagamento, in quanto la normativa richiamata dai ricorrenti si riferisce all’integrazione documentale, mentre nell’ipotesi di specie si discute non della tardiva produzione documentale o della tardiva produzione dell’attestazione relativa a tale pagamento, ma del tardivo pagamento, cui la legge, come più volte detto, fa conseguire, in maniera inequivocabile, il diniego di condono.
Alla stregua di tali rilievi il ricorso introduttivo va rigettato, conformemente a quanto deciso da questa sezione in fattispecie del tutto analoghe (cfr. T.A.R. Campania-Napoli n. 163 del 13.1.2012; T.A.R. Campania-Napoli n. 390 del 26.1.2012; T.A.R. Campania-Napoli n. 143 del 13.1.2012).
Va conseguentemente rigettato, in considerazione della legittimità del diniego di condono, anche il quarto motivo del ricorso per motivi aggiunti (avente ad oggetto l’ingiunzione di demolizione) con cui parte ricorrente fa valere l’illegittimità derivata dell’ingiunzione medesima, in quanto fondata su di un illegittimo diniego di condono.
Del pari infondata è la censura di cui al primo dei motivi aggiunti, con cui si deduce l’illegittimità dell’atto per la mancata individuazione, anche a fini catastali, dell’area da acquisire in ipotesi di inottemperanza.
Infatti, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis, T.A.R. Toscana Firenze, Sez. III, 6 febbraio 2008, n. 117; T.A.R. Campania Napoli, Sez. III, 17 dicembre 2007, n. 16311), nella motivazione dell’ordine di demolizione è necessaria e sufficiente l’analitica descrizione delle opere abusivamente realizzate, in modo da consentire al destinatario della sanzione di rimuoverle spontaneamente, mentre non è necessaria la descrizione precisa della superficie occupata e dell’area di sedime destinata ad essere gratuitamente acquisita al patrimonio comunale in caso di inottemperanza all’ordine di demolizione, potendo la specificazione intervenire nella successiva fase dell’accertamento dell’eventuale inottemperanza all’ordine di demolizione.
Rimangono da esaminare le censure proposte, con il secondo e il terzo dei motivi aggiunti, avverso l’ordine di ripristino, e secondo le quali il Comune intimato illegittimamente non avrebbe dato conto dell’esistenza di un interesse pubblico attuale, diverso dal mero ripristino della legalità, necessario per poter disporre la demolizione dopo molti anni dalla realizzazione delle opere abusive; mentre, nel contempo avrebbe invece erroneamente fatto riferimento alla necessità di un nulla osta preventivo della Soprintendenza Archeologica di Pompei.
Tali prospettazioni non possono però essere condivise.
Invero, va premesso che l’ordine di demolizione, come tutti i provvedimenti sanzionatori in materia edilizia, costituisce atto vincolato, e che, quindi, non richiede alcuna previa specifica verifica circa la sussistenza di ragioni di interesse pubblico, né una comparazione di quest’ultimo con gli interessi privati coinvolti e sacrificati: presupposto per la sua adozione è soltanto la constatata esecuzione dell’opera in totale difformità dal permesso di costruire o in assenza di questo, cosicché tale provvedimento – ricorrendo i predetti requisiti – è sufficientemente motivato con l’affermazione dell’accertata abusività dell’opera, essendo in re ipsa l’interesse pubblico alla sua rimozione (cfr. Cons. di Stato sez. IV, n° 2227 del 10.4.2009; Cons. di Stato sez. IV, n° 4659 del 26.9.2008; Cons. di Stato sez. V, n° 4530 del 19.9.2008; Cons. di Stato sez. IV, n° 2529 del 27.4.2004; T.A.R. Piemonte n° 752 del 16.3.2009; T.A.R. Campania-Napoli n° 1376 dell’11.3.2009; T.A.R. Basilicata n° 44 del 6.2.2009; T.A.R. Campania-Napoli n° 18085 del 2.12.2004).
Ebbene, nella fattispecie in commento, caratterizzata indiscutibilmente dalla realizzazione di nuovi manufatti in assenza di qualsivoglia titolo edilizio (e per la quale è stato anche negato il rilascio del chiesto permesso di costruire in sanatoria), correttamente e doverosamente il Comune di Santa Maria La Carità ha ingiunto alla proprietaria, ai sensi dell’art. 31 D.P.R. 380/2001, la demolizione degli abusi, posto che fino ad oggi nessuna sanzione avrebbe potuto essere disposta, attesa proprio la pendenza delle tre domande di condono di cui si è in precedenza detto (impedimento venuto meno con il loro diniego).
Peraltro, ancorché non essenziale ai fini della sua emissione, appare comunque corretta la segnalazione, presente nell’ordine demolitorio, della mancanza del previo assenso della Soprintendenza Archeologica di Pompei alla realizzazione dei manufatti, secondo quanto prescritto dall’art. 27 NTA del vigente PRG.
Pertanto, alla stregua degli esposti rilievi, anche il ricorso per motivi aggiunti va rigettato.
Nulla va, infine, disposto con riguardo alle spese di giudizio, non essendosi costituito l’intimato Comune di Santa Maria La Carità.
definitivamente pronunciando sul ricorso di cui in epigrafe, integrato da motivi aggiunti, proposto da Alfano Margherita, così provvede:
1) respinge il ricorso introduttivo;
2) respinge il ricorso per motivi aggiunti;
3) nulla dispone in ordine alle spese di giudizio, stante la mancata costituzione del Comune di Santa Maria La Carità.
Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 7 giugno 2012 con l'intervento dei magistrati: