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Timestamp: 2019-05-24 19:02:22+00:00
Document Index: 2955154

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 2948', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 1375', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2096', 'sentenza ', 'art. 629', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 17', 'art 17', 'art. 18', 'art. 2577', 'art. 22', 'art. 91', 'sentenza ', 'art.87', 'art. 20']

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annuncio on-line, professionista, qualifica, venditore
La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, in una recente pronuncia (Sezione V, sentenza 4 ottobre 2018, causa C-105/17), ha affrontato un problema particolarmente attuale dovuto anche al rapido diffondersi delle tecnologie della comunicazione. Il quesito al quale la Corte di Giustizia ha dato una risposta è se una persona fisica che pubblichi contemporaneamente una serie di annunci di vendite online, debba essere qualificato come «professionista» e se, conseguentemente, la sua attività costituisca una «pratica commerciale».
Il problema ha una certa rilevanza pratica, in quanto, in base alla direttiva 2005/29/CE dell’11 maggio 2005, relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori, il professionista è tenuto a fornire una serie di informazioni al consumatore prima che questi sia vincolato da un contratto a distanza o negoziato fuori dei locali commerciali; fra queste, vi è anche l’informazione sul diritto di recesso dal contratto.
L’e-commerce costituisce ormai un fenomeno ampiamente diffuso nel mondo e in Italia, una volta superate le prime ritrosie di chi gli acquisti voleva necessariamente farli in negozio. Sono infatti svariati i colossi dell’e-commerce, che, a partire da Amazon, dominano ogni settore dei nostri interessi. Ma fino ad un certo punto il fenomeno ha interessato solo le imprese. Da qualche tempo, invece, l’e-commerce si è ulteriormente esteso, specie nel settore della moda, alle vendite tra consumatori (dette anche “C2C”, ossia da un consumatore ad un altro consumatore).
Questa evoluzione del mercato dell’e-commerce impone alcune riflessioni giuridiche sulla concreta applicabilità delle seguenti definizioni giuridiche di “professionista” e “consumatore”, fissate a livello comunitario dall’art. 2 della Direttiva n. 29/2005 (relativa alle pratiche commerciali sleali delle imprese nei confronti dei consumatori) e recepite interamente nell’art. 3 del D. Lgs. 206/2005 (c.d. “Codice del Consumo”):
il “professionista” è “la persona fisica o giuridica che agisce nell’esercizio della propria attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale, ovvero un suo intermediario”;
il “consumatore” è invece “la persona fisica che agisce per scopi estranei all’attività imprenditoriale, commerciale, artigianale o professionale eventualmente svolta”.
LE QUESTIONI ERMENEUTICHE
Nel corso di anni di pratica applicativa, si sono poste varie questioni interpretative collegate a queste due semplici – e ampie – definizioni: ad esempio, possono qualificarsi come “consumatori” anche le persone giuridiche? Cosa si intende per “attività professionale”? Come deve essere valutato “lo scopo” dell’acquisto?
LA QUESTIONE POSTA ALL’ATTENZIONE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA
La Corte di Giustizia, con la sentenza in commento del 4 ottobre scorso pronunciata nel caso C-105/17, risponde ad una specifica questione ermeneutica: se una persona fisica vende su Internet un numero relativamente elevato di beni di valore significativo, tale persona acquisisce per tale ragione la qualità di “professionista”?
La questione posta all’attenzione della Corte sorge a partire da una vendita online C2C realizzata in Bulgaria ed effettuata da un venditore che aveva pubblicato sulla piattaforma online in questione 8 annunci, e conclusasi con la lamentela di un compratore insoddisfatto, il quale voleva ottenere il rimborso del prodotto acquistato, in quanto ritenuto non conforme alla descrizione formulata online dal venditore.
LE IMPLICAZIONI PRATICHE
Si tratta di una questione la cui risoluzione porta con sé innumerevoli implicazioni pratiche, se pensiamo alla notevole quantità di oneri, in primis – ma non solo – informativi, che ricadono in capo ad un “professionista”, in base alla normativa in materia di vendite online ai sensi della Direttiva n. 83/2011, anch’essa trasfusa nel Codice del Consumo (ad esempio, prima che il consumatore sia vincolato da un contratto a distanza, il professionista dovrà ad esempio fornire informazioni in merito alla propria identità, ai dettagli su prezzo, alle modalità di consegna e pagamento, alle caratteristiche del bene, al diritto di recesso in capo al consumatore, allagaranzia legale di conformità). Più in generale, in capo al professionista vige un obbligo di diligenza professionale, la cui violazione può concretizzarsi in diverse tipologie di pratiche commerciali scorrette ai sensi della Direttiva n. 29/2005 e degli artt. 18 e ss. del Codice del Consumo.
Il principio generale enunciato dalla Corte di Giustizia può essere riassunto in questa affermazione:“ Il semplice fatto che la vendita persegua scopi di lucro o che una persona pubblichi, contemporaneamente, su una piattaforma online un certo numero di annunci per la vendita di beni nuovi e d’occasione, non è sufficiente, di per sé solo, a qualificare tale persona come «professionista» […]”. E se manca la qualificazione di professionista non può esserci una “pratica commerciale”, che, per l’appunto, deve essere posta in essere da un professionista.
L’APPLICAZIONE CONCRETA DEL PRINCIPIO
Il principio, tuttavia, necessita naturalmente di una valutazione concreta che dovrà essere condotta, caso per caso, dal giudice di merito, considerando, a titolo esemplificativo, i seguenti parametri:
se il venditore disponga di una partiva IVA e/o di informazioni e competenza tecniche relative ai prodotti offerti in vendita delle quali il consumatore non dispone, creandosi dunque una situazione di asimmetria informativa (essendo quest’ultima la ratio principale che giustifica gli oneri informativi in capo al professionista);
se il venditore acquisti beni al fine di rivenderli, conferendo così a tale attività carattere di regolarità;
se i prodotti in vendita siano tutti del medesimo tipo o dello stesso valore.
buona fede, comunicazione locatore, contratto di locazione, separazione, subentro locazione
Qualora si realizzi un subentro in un contratto di locazione, l’art. 6 della legge n. 392/1978 precisa che, in caso di separazione giudiziale, nel contratto di locazione succede al conduttore l’altro coniuge, se tra i due si sia così convenuto.
Si tratta di un fenomeno di successione nel contratto ex latere conductoris.
A questo punto, occorre chiedersi se il nuovo conduttore sia tenuto a dare notizia al locatore dell’avvenuta successione nel contratto.
Alla domanda risponde la Corte di Cassazione, Sezione Terza, con la sentenza 30 ottobre 2018, n. 27441.
La Suprema Corte ha infatti affermato il principio secondo cui il locatore ha il diritto di conoscere il nuovo soggetto divenuto titolare di diritti e obblighi derivanti dal rapporto di locazione.
Nella fattispecie, il contratto di locazione era stato stipulato tra un ente locatore e un conduttore che, poi, conveniva ad una separazione consensuale. Nell’omologa di separazione, l’immobile veniva assegnato alla moglie, che subentrava nel contratto di locazione in questione. L’Ente locatore indirizzava le diffide di pagamento dei canoni scaduti all’ex conduttore con cui, però, il rapporto locatizio doveva dichiararsi estinto. Infatti, secondo la Corte d’Appello di Venezia ne conseguiva l’inefficacia interruttiva della richiesta di pagamento relativamente alla prescrizione quinquennale, poiché destinata al marito non più assegnatario dell’immobile. Dovevano invece considerarsi salvi dalla prescrizione i canoni maturati nel quinquennio anteriore all’atto interruttivo ex art. 2948 n. 3 c.c.
Per tale ragione il Giudice di seconde cure riformava parzialmente la sentenza di primo grado.
L’Ente locatore proponeva ricorso per Cassazione avverso la sentenza di appello ritenendo che la nuova conduttrice fosse tenuta a dargli comunicazione della modificazione soggettiva del rapporto locatizio, onde evitare la configurazione della violazione dei principi di cui agli artt. 1175 e 1375 c.c. e dell’abuso del diritto. A fronte di ciò, il locatore ha considerato errato affermare che le diffide di pagamento inviate al marito (ex conduttore) non fossero anche efficaci nei confronti della moglie (attuale conduttrice), attesa la propria estraneità al fenomeno successorio avvenuto ex lege e, quindi, la materiale impossibilità ad indirizzarle all’esatto soggetto obbligato.
Tale motivo di impugnazione è stato accolto dalla Suprema Corte, poiché l’automatismo successorio di cui all’art. 6 L. n. 392/78, se da un lato non comporta l’adesione da parte del locatore, dall’altro non implica che il cambiamento di uno dei titolari del rapporto di locazione debba operare e svolgere i propri effetti nell’ignoranza dell’altro. Ciò è corroborato dalla consolidata giurisprudenza di legittimità che, sul punto, ritiene ragionevole rappresentarsi, figurativamente, una sorta di riconsegna del bene al locatore che, a sua volta, lo consegna al nuovo conduttore. Pertanto, la Corte ha ritenuto giustificate le richieste di pagamento dei canoni al vecchio conduttore, attesa la mancata conoscenza della successione da parte dell’Ente locatore. Decidendo di non comunicare al locatore l’avvenuta successione, la nuova conduttrice ha accettato che le pretese continuassero ad essere esercitate nei confronti del marito (ex conduttore) e spiegassero effetti anche nei suoi riguardi. Effetti che trovano giustificazione nella regola di cui all’art. 1375 c.c.
Alla luce delle considerazioni svolte, la Suprema Corte ha cassato la sentenza con rinvio alla Corte d’Appello di Venezia, in diversa composizione, al fine di conformare la decisione assunta ai principi di diritto sanciti nella sentenza in oggetto.
datore di lavoro, Illegittimità, Patto di prova, Periodo di prova, Recesso illegittimo
Il momento genetico di un rapporto di lavoro è generalmente caratterizzato da un periodo di prova, che consente ad entrambi i contraenti di operare le proprie valutazioni in ordine alle posizioni contrattuali che si andranno ad assumere. A tal fine, la legge, nell’interesse delle parti (Cass. 22 marzo 2000, n. 3451, Cass. 13 settembre 2003, n. 13498), prevede la possibilità di apporre al contratto un patto di prova (disciplinato dall’art. 2096 c.c.) attraverso cui le stesse – al momento della stipulazione del contratto di lavoro – concordano, con un apposito patto accessorio, un periodo di prova che ha lo scopo di permettere ai contraenti di valutare la convenienza del rapporto di lavoro (Cass. 22 marzo 2000, n. 3451, cit.; Cass., 7 dicembre 1998, n. 12379).
Il patto di prova deve essere siglato in occasione della stipulazione del contratto di lavoro e, in ogni caso, prima che abbia inizio l’esecuzione dello stesso (Cass. 3 giugno 2002, n. 8038), con conseguente illegittimità del licenziamento intimato sulla base di un patto di prova posto in epoca successiva all’inizio della prestazione lavorativa (Trib. Milano, 25 giugno 2005).
Ma cosa accade quando il patto di prova giunge a scadenza?
Al termine del periodo di prova entrambe le parti sono libere, alternativamente, di recedere dal contratto oppure di proseguirne l’esecuzione.
Nel caso di recesso, non vi è obbligo di motivazione (Cass., 17 novembre 2010, n. 23224; Cass., 12 marzo 1999, n. 2228), né obbligo di dare il preavviso o di pagare la relativa indennità sostitutiva.
Se, però, le parti hanno stabilito una durata minima garantita del periodo di prova al fine di consentire l’effettività dell’esperimento (con la previsione, ad esempio, di un obbligo risarcitorio in capo al lavoratore che si dimetta anticipatamente: Cass., 19 agosto 2009, n. 18376), il recesso può avvenire solo dopo la scadenza del termine concordato. Il recesso può essere intimato al lavoratore in prova anche oralmente, dal momento che l’obbligo di comunicazione scritta del licenziamento (unitamente ai motivi che lo sorreggono) sorge in capo al datore di lavoro solo dopo che l’assunzione del lavoratore diviene definitiva e, in ogni caso, decorsi 6 mesi (durata massima del periodo di prova) dall’inizio della prestazione lavorativa oggetto della prova (Corte Cost., 4 dicembre 2000, n. 541).
LIMITI DEL RECESSO
Se è vero che il rapporto di lavoro subordinato costituito col patto di prova è caratterizzato dal potere di recesso del datore di lavoro, il quale – durante il periodo di prova – lo può esercitare senza obbligo di fornire al lavoratore alcuna motivazione, è altresì vero che detta discrezionalità non è assoluta e incontra dei limiti elaborati dalla giurisprudenza.
Il recesso è, infatti, ritenuto illegittimo qualora:
la prova non sia stata effettivamente consentita: detta ipotesi ricorre, ad esempio, quando il lavoratore dimostra che non sia intercorso un lasso temporale sufficiente a consentire al datore di lavoro la valutazione delle capacità di svolgere la prestazione assegnata da parte del lavoratore (Trib. Milano, 4 giugno 2007; Cass., 6 giugno 1987, n. 479); quando quest’ultimo non sia stato posto nelle condizioni di sostenere la prova, per omessa concreta attribuzione delle mansioni (Cass., 8 febbraio 2000, n. 1387) o qualora la prova abbia avuto ad oggetto mansioni diverse da quelle previste all’atto dell’assunzione, siano esse inferiori o superiori (Cass., 12 dicembre 2005, n. 27310);
la prova sia stata positivamente superata dal lavoratore: ciò si verifica, ad esempio, nel caso in cui il datore di lavoro abbia – prima del recesso – comunicato all’interessato il superamento della prova o ricorrano altri elementi attestanti il suddetto superamento; peraltro, occorre ricordare (come sopra detto) che la valutazione del datore di lavoro non ha ad oggetto esclusivamente e necessariamente la capacità professionale del lavoratore, ben potendo riguardare il comportamento complessivo dello stesso, desumibile dal rispetto – ad opera di quest’ultimo – dei principi di correttezza e buona fede nell’esecuzione della prestazione lavorativa e dal modo in cui la sua personalità si manifesta (Cass., 21 luglio 2001, n. 9948; Trib. Milano, 7 marzo 2012, n. 1261);
il licenziamento sia riconducibile ad un motivo illecito (quale, ad esempio, una ragione discriminatoria) o estraneo al rapporto di lavoro (si pensi, ad esempio, all’ipotesi dell’invalidità del lavoratore che determina il datore di lavoro a recedere dal rapporto).
L’onere di dimostrare l’esistenza di una delle summenzionate situazioni, ai fini dell’annullamento del recesso per sua illegittimità, grava sul lavoratore (Corte Cost., 22 dicembre 1980, n. 189; Cass., 12 marzo 1999, n. 2228). Laddove il licenziamento del lavoratore in prova si fondi su un motivo non illecito, ma tuttavia estraneo all’esperimento lavorativo, il giudice deve operare una valutazione sulla sua giustificatezza, al fine di accertare l’idoneità o meno del recesso a porre termine alla prova e a risolvere il rapporto (Cass., 17 febbraio 2000, n. 1762; Cass., 17 ottobre 1998, n. 10305; Cass., 17 gennaio 1998, n. 402).
La giurisprudenza di legittimità ha inoltre chiarito che, ai fini della validità ed efficacia del licenziamento intimato durante il periodo di prova, non è richiesto per legge l’atto scritto (cfr., da ultimo, Cass., 12 dicembre 2017, n. 29753 e le pronunce ivi richiamate).
CONSEGUENZE DELL’ILLEGITTIMITA’ DEL RECESSO
Quanto, da ultimo, alle conseguenze dell’illegittimità del recesso, le soluzioni prospettate dalla giurisprudenza di merito e di legittimità sono diverse. Al riguardo, si è affermato che:
l’illegittimità del recesso non comporta l’applicazione della normativa sui licenziamenti, ma unicamente la prosecuzione del periodo di prova non ancora decorso (Cass., 21 giugno 1985, n. 2333), con il solo diritto – in capo al lavoratore – di ottenere il pagamento della retribuzione per il periodo residuo (Cass., 18 novembre 1995, n. 11934);
al prestatore di lavoro spetta il solo risarcimento dei danni per responsabilità contrattuale del datore, non essendo applicabile al lavoratore in prova il diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro (Cass., 22 ottobre 1987, n. 7821);
al lavoratore licenziato durante il periodo di prova spetta la tutela reale (o obbligatoria, a seconda dei requisiti occupazionali del datore di lavoro nonché delle cause del recesso) allorquando lo stesso dimostri che il recesso non è avvenuto per mancato superamento della prova bensì per altri motivi (illeciti o comunque estranei alla prova: App. Venezia, 3 febbraio 2011; Trib. Barcellona P.G., 20 novembre 2007).
Più di recente, riconsiderando le conseguenze derivanti non dal difetto genetico del patto di prova, bensì dal vizio funzionale, rappresentato, nel caso esaminato, dalla non coincidenza delle mansioni espletate in concreto rispetto a quelle indicate nel patto de quo, la Suprema Corte ha riaffermato la distinzione tra licenziamento per illegittima apposizione del patto di prova al contratto di lavoro e recesso intimato in regime di lavoro in prova pur in presenza di una legittima clausola recante il patto: nel primo caso, c’è la “conversione” (in senso atecnico) del rapporto in prova in rapporto ordinario e trova applicazione, ricorrendo gli altri requisiti, il regime ordinario del licenziamento individuale; nel secondo caso, e solo in questo, c’è lo speciale regime del recesso in periodo di prova, frutto di elaborazione giurisprudenziale, che per più versi si discosta dalla disciplina ordinaria del licenziamento individuale. In particolare, si è affermato che, in applicazione dei principi civilistici di diritto comune, nel caso di accertamento giudiziale dell’illegittimità del recesso intimato dal datore di lavoro al lavoratore durante lo svolgimento del periodo di prova, la tutela del lavoratore si compendia nella mera prosecuzione – ove possibile – della prova per il periodo di tempo mancante al termine prefissato, oppure nel risarcimento del danno (Cass., 3 dicembre 2018, n. 31159).
autoriciclaggio, busta paga, datore di lavoro, estorsione, illecito penale, lavoro nero
La Corte di Cassazione, Seconda Sezione Penale, con la sentenza 7 giugno 2018, n. 25979, ha riconosciuto sussistenti i reati di estorsione (art. 629 cod. pen.) e autoriciclaggio (art. 648 ter cod. pen.) nella condotta del datore di lavoro che finga di retribuire di più alcuni lavoratori per pagare in nero gli altri.
Il caso vedeva un amministratore unico e uno delegato di una s.r.l. a cui venivano contestati appunto i delitti di estorsione e autoriciclaggio,i quali, tramite minaccia di licenziamento o di non assunzione, costringevano i lavoratori ad accettare stipendi più bassi rispetto a quelli indicati nelle buste paga, nonché orari disumani. Con tale risparmio di denaro i due imputati pagavano provvigioni o altri benefit aziendali in nero a favore dei venditori della società, così reimmettendo il denaro illecito nel circuito aziendale.
Come più volte confermato dalla giurisprudenza di legittimità, integra il delitto di estorsione la condotta del datore di lavoro che, approfittando della situazione del mercato del lavoro a lui favorevole per la prevalenza dell’offerta sulla domanda, costringe i dipendenti, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate, in particolare consentendo a sottoscrivere buste paga attestanti il pagamento di somme maggiori rispetto a quelle effettivamente versate (Cass. pen., Sez. II, 14 febbraio 2017, n. 11107).
In merito al reato di autoriciclaggio, l’art. 648-ter, comma 1, c.p., punisce le attività di impiego, sostituzione o trasferimento di beni od altre utilità commesso dallo stesso autore del delitto presupposto che abbiano la caratteristica specifica di essere idonee ad ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa.
E’ necessario, affinché si possa configurare il delitto, che la condotta sia dotata di particolare capacità dissimulatoria, ovvero sia idonea a provare che l’autore del delitto presupposto abbia effettivamente voluto attuare un impiego finalizzato ad occultare l’origine illecita del denaro o dei beni oggetto del profitto, sicché rilevano penalmente tutte le condotte di sostituzione che avvengano attraverso la reimmissione nel circuito economico-finanziario ovvero imprenditoriale del denaro o dei beni di provenienza illecita, finalizzate a conseguire un concreto effetto dissimulatorio che sostanzia il quid pluris che differenzia la condotta di godimento personale, insuscettibile di sanzione, dall’occultamento del profitto illecito, penalmente rilevante.
Nella specie ricorrono anche gli elementi di siffatto reato: infatti, il rastrellamento di liquidità attraverso la condotte estorsive enucleate e, in particolare, per effetto della mancata corresponsione degli anticipi solo formalmente versati in contanti, delle quattordicesime mensilità, del corrispettivo dei permessi non goduti e il successivo utilizzo per pagare provvigioni o altri benefit aziendali in nero in favore di venditori della società integra una condotta di reimmissione dei fondi illeciti nel circuito aziendale, concretamente ed efficacemente elusiva dell’identificazione della provenienza illecita della provvista.
Danno da vacanza rovinata, Operatore turistico, Pacchetti turistici, Risarcimento, Servizi turistici
Pacchetti turistici: ecco le novità appena entrate in vigore
Sono entrate in vigore il 1° luglio scorso le novità in materia di turismo e servizi collegati, contenute nel D. Lgs. 21 maggio 2018, n. 62, le cui disposizioni hanno attuato nell’ordinamento italiano la direttiva (UE) 2015/2302 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 25 novembre 2015, relativa ai pacchetti turistici e ai servizi turistici collegati, la quale aveva modificato il regolamento (CE) n. 2006/2004 e la direttiva 2011/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, nonché abrogato la direttiva 90/314/CEE del Consiglio. Tali modifiche, che si applicano ai contratti conclusi a partire da tale data, sono finalizzate a garantire maggiori diritti per i viaggiatori e più responsabilità per venditori ed organizzatori – come ad esempio testimonia l’introduzione del diritto di recesso per l’aumento del prezzo del pacchetto oltre l’8% e non più oltre la misura del 10% – al fine di privilegiare un mercato più equo e trasparente.
Tra le novità contenute nel decreto di recepimento della direttiva, si segnalano quelle in materia di:
a) ampliamento della nozione di “pacchetto turistico”. Si elimina il riferimento ai contratti conclusi nel territorio dello Stato, con l’esplicita finalità di coprire un elenco più ampio di fattispecie, al contempo chiarendo che sono ricompresi:
i contratti on-line
i pacchetti “su misura”
b) definizione di “pacchetto turistico”. Esso rappresenta la combinazione di almeno due tipologie di servizi turistici di trasporto, alloggio, noleggio veicoli o altro servizio turistico ai fini del medesimo viaggio, qualora combinati da un unico professionista, ovvero, anche se siano conclusi contratti separati con singoli fornitori di servizi turistici, siano acquistati presso un unico punto vendita, oppure offerti ad un prezzo forfettario, ovvero pubblicizzati sotto denominazione di “pacchetto” o denominazione analoga oppure, infine, combinati entro 24 ore dalla conclusione di un primo contratto, anche con processi collegati di prenotazione on-line.
c) esclusioni dalla disciplina dei pacchetti turistici (qualora le combinazioni in cui i servizi turistici diversi dal trasporto, alloggio e noleggio veicoli siano di scarsa rilevanza, e cioè che non rappresentino almeno il 25% del valore della combinazione).
d) obblighi informativi. In presenza di pacchetti turistici, l’organizzatore e il venditore forniscono ai viaggiatori, prima della conclusione del contratto, un modulo informativo standard, nonché una serie di informazioni, più ampie rispetto a quelle previste dalla disciplina previgente, sulle principali caratteristiche dei servizi turistici offerti, quali ad esempio, quelle riguardanti la lingua in cui sono prestati i servizi ovvero la possibilità che il viaggio possa essere idoneo anche per persone con mobilità ridotta.
e) contratto di “pacchetto turistico”. Maggiori diritti vengono riconosciuti ai viaggiatori, rispetto alla disciplina precedente, in ipotesi di recesso, come ad esempio per l’aumento del prezzo del pacchetto oltre l’8% (in luogo del precedente limite del 10%).
f) responsabilità dell’organizzatore per inesatta esecuzione del pacchetto. Viene rafforzata, e in ogni caso viene garantita, al viaggiatore una riduzione del prezzo, oltre all’eventuale risarcimento dei danni e alla possibilità di recedere dal contratto. Viene, peraltro, prevista la possibilità per il viaggiatore stesso di porre rimedio al difetto di conformità.
g) termini di prescrizione. Vengono ampliati, e risultano pari a 3 anni per il danno alla persona, 2 per per le altre categorie di danni (a fronte del termine di 2 anni e 1 anno rispettivamente previsti dalla normativa previgente).
h) responsabilità del venditore. Si stabilisce una disciplina specifica per la responsabilità del venditore di pacchetti e di singoli servizi turistici, in linea con la tradizionale qualificazione del contratto come rapporto di mandato. Viene, inoltre, previsto che il venditore sia, da un lato, responsabile dell’esecuzione del mandato conferitogli dal viaggiatore e, dall’altro, sia considerato come organizzatore (con le conseguenti responsabilità), qualora ometta di fornire al viaggiatore tutte le informazioni relative all’organizzatore.
i) assicurazione. Il nuovo decreto prevede, in capo ad organizzatori e venditori, forme obbligatorie di assicurazione per la responsabilità civile e garanzie maggiori a favore del viaggiatore in ipotesi di insolvenza o fallimento degli stessi.
j) servizi turistici collegati. Rappresentano una nuova categoria normativa e consistono nella combinazione di due differenti tipologie di servizi turistici, i quali tuttavia non costituiscono un “pacchetto” e comportano la conclusione di contratti distinti. A siffatti servizi turistici collegati vengono estese le misure di protezione in ipotesi di insolvenza ovvero fallimento, e vengono espressamente previsti obblighi di informazione sulla circostanza che non si tratti di pacchetti turistici, i quali, qualora violati, comportano per il professionista la sottoposizione alle previsioni in materia di pacchetti.
k) sanzioni amministrative pecuniarie e accessorie. Le fattispecie relative alla violazione delle norme da parte del professionista, dell’organizzatore o del venditore, vengono punite mediante sanzioni, la cui competenza per l’applicazione è stata attribuita all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato:
sanzioni amministrative pecuniarie, da un minimo di 1.000 euro a un massimo di 20.000 euro, aumentate in caso di reiterazione o recidiva;
sanzioni amministrative accessorie, quali la sospensione dell’attività da quindici giorni a tre mesi e, in caso di recidiva reiterata, la cessazione dell’attività.
Infine, si segnala che, ai sensi del nuovo art. 32 del D. Lgs. 23 maggio 2011, n. 79 (C.d. Codice del turismo), la disciplina dei pacchetti turistici e dei servizi turistici collegati non si applica per tutti quei pacchetti e servizi la cui durata sia inferiore alle 24 ore, qualora non sia incluso l’alloggio, e per la vendita o offerta in vendita occasionale a un numero modesto di viaggiatori da parte delle associazioni turistiche senza scopo di lucro, su cui incombono comunque oneri informativi a tutela del viaggiatore.
Puoi leggere l’articolo intero a questo link. Per un ulteriore approfondimento, leggi anche qui.
Per la tutela legale in materia di contratti turistici, si rinvia a questa pagina.
Agente di commercio, contratto di agenzia, Diritto all'indennità, Indennità di risoluzione, Periodo di prova
Per gli agenti anche il periodo di prova dà diritto all’indennità di risoluzione
In materia di indennità di risoluzione di un contratto di agenzia dovuta a decisione unilaterale del mandante, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 19 aprile 2018 della IV Sezione (Causa C-645/16) ha avuto modo di precisare che essa spetti anche laddove la risoluzione intervenga nel corso del periodo di prova previsto nel contratto medesimo.
Più in particolare, nel caso di specie un agente operante in Francia era stato sottoposto ad un periodo di prova di un anno, ma dopo appena sei mesi la mandante aveva comunicato l’intenzione di risolvere il rapporto, non avendo l’agente dato modo di ritenere che potessero essere raggiunti, nel corso dei successivi e restanti 6 mesi, gli obiettivi di vendita contrattualmente stabiliti.
L’agente citava quindi in giudizio la mandante affinchè gli venisse riconosciuta l’indennità di risoluzione del contratto, oltre al risarcimento dei danni subiti.
La vertenza con esiti alterni giungeva fino alla Corte di Cassazione francese, che sospendeva il procedimento e decideva di sottoporre all’organo giudicante dell’Unione Europea una questione pregiudiziale e cioè se l’art. 17 della direttiva 86/653/CEE, recante la disciplina dell’indennità di risoluzione del rapporto, trovasse applicazione anche nell’ipotesi di periodo di prova.
La Corte di Giustizia, investita della domanda, sottolineava innanzi tutto che il riconoscimento dell’indennità non avrebbe violato il tenore letterale della norma comunitaria. La risoluzione infatti, anche se intervenuta durante il periodo di prova, determinava la cessazione del rapporto con la mandante e dunque la condizione richiesta dall’art 17 della direttiva.
Una diversa e opposta soluzione avrebbe peraltro contrastato col successivo art. 18 della direttiva, che nell’elencare le ipotesi di esclusione dell’indennità non annoverava lo svolgimento del mandato durante il periodo di prova, e con la natura imperativa della direttiva, che, mirando a tutelare l’agente, era inderogabile a suo sfavore.
La Corte in conclusione, interpretando la norma comunitaria alla luce “della sua formulazione, del suo contesto e della sua finalità”, ha ritenuto la disciplina dell’indennità (e del suo risarcimento) applicabile anche all’agente ancora in prova.
diritto d'autore fotografie, facebook, social network, tutela autore, utilizzo fotografie
Social network e utilizzo di materiale fotografico: tutela del diritto d’autore
Nell’ambito della disciplina del diritto d’autore, assumono particolare rilevanza gli aspetti di tutela legati all’utilizzo di materiale fotografico sui social network, i quali rivestono una sempre crescente attualità a causa dell’uso sempre più diffuso e massivo di piattaforme di comunicazione digitale (Facebook, Twitter, Instagram, ecc.).
È pertanto necessaria un’analisi delle modalità di applicazione della Legge n. 633 del 1941 (Legge sul diritto d’autore) nell’odierno contesto di trasmissibilità delle opere dell’ingegno e del materiale fotografico in genere, con particolare attenzione alla tutela delle opere fotografiche.
La fotografia e l’opera fotografica: differenze
Per l’autore della fotografia vi è una differenziazione di tutela a seconda che si tratti di una semplice fotografia, ovvero di un’opera fotografica in senso tecnico, avente connotati di originalità e creatività della rappresentazione (anche secondo una soggettiva interpretazione dell’autore).
La legge sul diritto d’autore sancisce, infatti, una diversa garanzia che prevede una variazione di durata dell’applicazione dei principi previsti dalla stessa.
In caso si semplice fotografia, la tutela ha durata ventennale dal momento della produzione, con garanzia per l’autore di esclusiva sulla riproduzione e diffusione del materiale fotografato.
In caso di opera fotografica in senso tecnico, invece, l’autore dell’opera godrà dei diritti morali e patrimoniali già accennati per una durata pari alla vita intera dell’autore, e per settant’anni solari dopo il suo decesso.
La lesione dei diritti morali
La Legge n. 633/1941 tutela gli autori delle opere d’ingegno, sancendo il diritto a vedersi riconosciuta l’opera frutto del proprio intelletto e a rivendicarne la paternità (art. 2577 c.c.).
In primo luogo si evidenzia che la qualità di autore originale di una determinata opera non può in alcun caso essere persa da quest’ultimo, a differenza della sua proprietà che ben può essere alienata dall’ideatore ai terzi affinché la sfruttino economicamente (art. 22, L. 633/1941).
Tali diritti morali sull’opera sono acquisiti ex lege dall’autore per il solo fatto che l’opera sia stata creata. L’utilizzazione della stessa da parte di terzi, pertanto, non può avvenire senza l’autorizzazione espressa dell’autore.
Per di più, l’utilizzo dell’altrui opera dell’ingegno non può avvenire senza l’indicazione del suo creatore originale, della data di produzione e dell’eventuale titolo o nome dell’opera stessa, in virtù dell’espresso principio volto alla tutela del diritto morale dell’autore (art. 91, L. 633/1941).
Le fotografie sul web
La condivisione di qualsiasi fotografia sui social network od in genere nel web è, pertanto, lecita e non costituisce violazione delle disposizioni sul diritto d’autore, solo nel caso in cui avvenga mediante una condivisione del materiale fotografico tale da permettere ai terzi di risalire all’autore, nonché alla data e all’eventuale titolo o nome dell’opera fotografica.
In applicazione analogica dei principi sanciti dalla Legge n. 633/1941, l’autorizzazione all’utilizzo del materiale fotografico postato è a priori fornita dall’autore e garantita dalla stessa volontà del creatore manifestata all’atto della divulgazione della fotografia sulla piattaforma digitale.
La pubblicazione della fotografia sul profilo dell’autore, ovvero nello spazio personale garantito dalla piattaforma del social network, rappresenta, infatti, una presunzione grave, precisa e concordante della titolarità dei diritti fotografici legati all’opera pubblicata, come sancito dalla recente giurisprudenza di merito (Cfr. Trib. Roma, sentenza n. 12076/2015).
La lesione dei diritti patrimoniali e morali
Oltre alla possibile lesione del diritto morale è possibile anche una lesione del diritto patrimoniale dell’autore, riscontrabile allorquando l’opera abbia profili di originalità e quindi carattere di utilizzabilità esclusiva, o, in ogni caso, quando venga sfruttata da terzi per ottenere ricavi suscettibili di valutazione patrimoniale.
La lesione dei diritti patrimoniali dell’autore si sostanzia laddove l’opera creata od ideata venga divulgata e commercializzata da parte di terzi o sia utilizzata da essi in modo da produrre ricavi, non solo senza autorizzazione del creatore, ma anche senza la dovuta corresponsione allo stesso di un equo compenso derivante dallo sfruttamento economico delle creazioni, stante la violazione degli art.87 e ss. della Legge 633/1941.
Ed infatti, per quanto previsto dai citati articoli della Legge n. 633/1941, all’autore originale dell’opera fotografica o della fotografia spetta in ogni caso un equo compenso nel caso in cui sia ancora proprietario della stessa e non ne abbia ceduto i diritti ai terzi.
Profili di tutela dell’autore
Resta da evidenziare che, accertata la lesione del diritto d’autore sia sotto il profilo morale che patrimoniale per l’illegittimo utilizzo delle opere fotografiche, l’autore avrà diritto al risarcimento dei danni non patrimoniali scaturenti dalla violazione delle norme a tutela dei suoi diritti morali, ai sensi dell’art. 20 e ss. della Legge n. 633/1941, nonché dei danni patrimoniali a norma degli artt. 87 e ss della Legge 633/1941, oltre alla corresponsione di un equo compenso derivante dallo sfruttamento economico delle sue opere.