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Timestamp: 2020-04-02 14:45:30+00:00
Document Index: 111224272

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 437', 'art. 134', 'art. 111', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360']

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 28 marzo 2018, n. 7694 - Licenziamento disciplinare per contestazione di simulazione di uno stato di malattia - Aver preso parte ad una manifestazione di protesta - Sussistenza di uno stato impeditivo della prestazione lavorativa - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 28 marzo 2018, n. 7694 – Licenziamento disciplinare per contestazione di simulazione di uno stato di malattia – Aver preso parte ad una manifestazione di protesta – Sussistenza di uno stato impeditivo della prestazione lavorativa
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 28 marzo 2018, n. 7694
Licenziamento disciplinare – Contestazione di simulazione di uno stato di malattia – Aver preso parte ad una manifestazione di protesta – Sussistenza di uno stato impeditivo della prestazione lavorativa – Poteri d’ufficio del giudice del lavoro pur in presenza di decadenze o preclusioni e in assenza di una esplicita richiesta delle parti – Solo limite dell’arbitrarietà
M.P., dipendente della A., Società cooperativa a r.I., proponeva appello avverso la sentenza del Tribunale di Reggio Calabria nr. 448 del 15.2.2012, con cui, nella contumacia di parte datoriale, era stata respinta la domanda diretta alla declaratoria di nullità o illegittimità del licenziamento intimatole.
Con sentenza del 22.11.2013 – 11.2.2014, la Corte d’appello di Reggio Calabria accoglieva il gravame e -in riforma della pronuncia di primo grado dichiarava la nullità (rectius illegittimità) del licenziamento, ordinando la reintegra della lavoratrice nel suo posto di lavoro. Condannava, altresì, la società al pagamento delle retribuzioni dalla data del licenziamento sino all’effettivo ripristino del rapporto, oltre al versamento dei contributi previdenziali ed agli accessori.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la società A., Società Cooperativa a r.I., affidato a due motivi.
Resiste M.P. con controricorso.
Il carattere discrezionale di detti poteri -finalizzati al contemperamento del principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale – trova il solo limite dell’arbitrarietà (Cass. S.U. 17 giugno 2004 nr. 11353), sicché quando le risultanze di causa offrono significativi dati di indagine, il giudice, anche in grado di appello, ex art. 437 c.p.c., ove reputi insufficienti le prove già acquisite, può in via eccezionale ammettere, anche d’ufficio, le prove indispensabili per la dimostrazione o la negazione di fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati o contestati e sussistano altri mezzi istruttori, ritualmente dedotti e già acquisiti, meritevoli di approfondimento (Cass. 4 maggio 2012 nr. 6753; Cass. 26 maggio 2010 nr. 12856; Cass. 5 febbraio 2007 nr. 2379).
In ossequio, peraltro, a quanto prescritto dall’art. 134 cod. proc. civ. ed al disposto di cui all’art. 111, 1 comma, Cost. sul “giusto processo regolato dalla legge”, il giudice di merito deve esplicitare le ragioni per le quali reputa di far ricorso all’uso dei poteri istruttori o, nonostante la specifica richiesta di una della parti, ritiene, invece, di non farvi ricorso (Cass. S.U. 17 giugno 2004, n. 11353), così che il relativo provvedimento possa essere sottoposto al sindacato di legittimità per vizio di motivazione ai sensi del nr. 5 dell’art. 360 cod. proc. civ.; tuttavia, per idoneamente censurare in sede di ricorso per cassazione la motivazione sul punto occorre allegare il fatto controverso e decisivo rispetto al quale sussiste la lacuna motivazionale.
Lo stesso provvedimento rimane suscettibile di censura anche ex art. 360 nr. 3 cod. proc. civ. per violazione di legge, allorquando il giudice del lavoro abbia esercitato i poteri istruttori sulla base del proprio sapere privato, con riferimento a fatti non allegati dalle parti o non acquisiti al processo in modo rituale; allorquando abbia, in violazione del principio dispositivo, ammesso una prova contro la volontà già espressa in modo chiaro dalle parti di non servirsi di detta prova (cfr. al riguardo: Cass. 24 marzo 1993 n. 3537); ed ancora allorquando, in presenza di una prova già espletata su punti decisivi della controversia, venga ammessa d’ufficio una prova diretta a sminuirne l’efficacia e la portata, specialmente nei casi in cui – come avviene per la prova per testi – un corretto esercizio del contraddittorio e del diritto di difesa impone alle parti di espletare la prova in un unico contesto temporale (cfr. sul punto: Cass. 19 agosto 2000 n. 11002).
Le diagnosi riportate nelle certificazioni acquisite ( ” sindrome depressiva e stato d’ansia”, ” disturbo dell’adattamento con ansia e umore depresso”, ” fattore stressante indifferenziato in ambito lavorativo”), d’altronde, sono coerenti con il giudizio espresso dai giudici di merito di condizione non simulata e compatibile con l’accertata condotta di partecipazione.
2.1.La censura è inammissibile, non configurando l’ipotesi introdotta dal novellato testo dell’art. 360 cod.proc.civ., comma 1, nr. 5, applicabile ratione temporis, limitata alla devoluzione di un “fatto storico”, non esaminato, che abbia costituito oggetto di discussione e che abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia con grado di certezza e non con prognosi di mera probabilità ) (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053).
Rigetta il ricorso; condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 5.000,00 per compensi, oltre ad Euro 200,00 per esborsi, spese forfettarie nella misura del 15 per cento e spese accessorie.
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