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Timestamp: 2020-03-28 08:56:21+00:00
Document Index: 157697774

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CASSAZIONE - SEZIONI UNITE CIVILI - Sentenza 5 aprile 2007, n. 8521 - testo integrale Sentenza
CASSAZIONE - SEZIONI UNITE CIVILI - Sentenza 5 aprile 2007, n. 8521
Espressioni sconvenienti e offensive · imparzialità del giudice ·
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la parte che abbia già proposto ricorso per cassazione (sia esso principale o incidentale) contro alcune delle statuizioni della sentenza impugnata, nel rapporto con un determinato avversario, non può successivamente presentare un nuovo ricorso con riguardo ad altre pronunce sul medesimo rapporto ovvero fondato su nuovi motivi, non presenti nel primo, atteso che l'ordinamento non consente la reiterazione od il frazionamento dell'iniziativa impugnatoria in atti separati, alla stregua del principio generale della cosiddetta consumazione dell'impugnazione, senza che il relativo divieto trovi deroga nelle disposizioni di cui all'art. 334 c.p.c., le quali operano soltanto in favore della parte che, prima dell'esercizio del potere impugnatorio dell'altro contendente, abbia fatto una scelta di acquiescenza alla sentenza impugnata (in termini, recentemente, Cass. 14 novembre 2006, n. 24219. Sempre nel senso che il ricorso per cassazione deve essere proposto a pena di inammissibilità con unico atto avente i requisiti di forma e contenuto indicati dall'art. 366 c.p.c.. Ne consegue che in virtù del principio della consumazione del diritto d'impugnazione, la parte che, dopo la proposizione di un ricorso per cassazione nei suoi confronti abbia a sua volta proposto autonomo ricorso per cassazione, da ritenersi convertito in ricorso incidentale, non può con il controricorso avverso il ricorso notificatole proporre nuova impugnazione incidentale, ancorchè intenda indicare nuovi motivi o colmare la mancanza di taluno degli elementi prescritti per la valida impugnazione, Cass. 29 settembre 2005, n. 19150, nonchè Cass. 28 luglio 2005, n. 15813, tra le tantissime).
Con ricorso 18 aprile 1981 L.C., + ALTRI OMESSI proprietari o assegnatari di fondi in una zona a confine tra i comuni di ...omissis... e ...omissis..., hanno convenuto in giudizio, innanzi al tribunale Regionale delle Acque Pubbliche presso la Corte di Appello di Napoli il Consorzio Bonifica di Stornata e Tara, per sentirlo condanna al risarcimento di tutti i danni subiti dai loro fondi.
Hanno esposto gli attori, a fondamento della spiegata domanda, che i loro fondi erano rimasti danneggiati, con la perdita pressochè totale delle colture in atto e delle attrezzatura agricole, a causa del persistente ristagno di acqua nei fondi stessi, ridotti a terreni paludosi.
L'evento dannoso, hanno riferito gli attori, era ascrivibile a colpa del consorzio convenuto, preposto alla bonifica idraulica del comprensorio, che aveva realizzato un impianto irriguo denominato ...omissis..., adducendo in una zona già ricca di acque ulteriori risorse idriche provenienti dalla ...omissis... e aveva costruito due strade, denominate ...omissis... e ...omissis...: tali iniziative avevano determinato l'innalzamento della falda freatica e avevano trasformato due vecchi tratturi in terra battuta in rilevati stradali che, interrompendo il deflusso delle acque provenienti da monte, le aveva fatte ristagnare a ridosso di esse.
Costituitosi in giudizio il Consorzio convenuto ha eccepito la incompetenza funzionale del giudice adito e negato la fondatezza della domanda, atteso che i danni denunziati erano riferibili esclusivamente alle eccezionali precipitazioni atmosferiche della stagione invernale ...omissis..., sicchè la falda freatica, già alta per l'omesso emungimento da parte dei ricorrenti che avevano chiesto singole derivazioni per il più agevole prelievo dell'acqua, aveva impedito l'assorbimento delle acque meteoriche.
Svoltasi la istruttoria del caso il tribunale adito mentre con sentenza non definitiva 21 marzo - 6 giugno 1988 ha rigettato l'eccezione di incompetenza, con sentenza definitiva 10 - 30 luglio 1996 ha dichiarato il consorzio convenuto responsabile per un terzo dei danni lamentati dagli attori, con condanna al risarcimento dei danni da ciascuno di essi subiti con gli interessi legali dall'aprile del 1977 sugli importi rispettivamente riconosciuti dalla scadenza di ogni anno sull'importo medio annuo della rivalutazione monetaria.
Tale pronunzia è stata gravata in via principale dal Consorzio di Bonifica Stornara e Tara e, in via incidentale, da L. F., + ALTRI OMESSI .
Altro appello, avverso la stessa sentenza è stato proposto, altresì, da L.F., + ALTRI OMESSI contro il Consorzio di Bonifica Stornara e Tara.
Il tribunale superiore delle acque pubbliche, riunite le varie impugnazioni, mentre con sentenza non definitiva 30 maggio 2001, n. 62, in accoglimento dell'appello incidentale ha dichiarato la esclusiva responsabilità del Consorzio di Bonifica con condanna al risarcimento dell'intero danno patito dagli attori, successivamente, con sentenza 10 - 29 dicembre 2003 n. 171, in parziale riforma della decisione impugnata ha condannato il consorzio appellante principale al pagamento della somma complessiva di Euro 647.758, 90, ripartita tra gli aventi diritto secondo i criteri fissati nella sentenza stessa.
Per la cassazione di tali pronunzie sono stati proposti tre distinti ricorsi, innanzi queste sezioni unite.
- con atto notificato il 27 luglio 2004 (ricorso 18172/04 R.G.) L.S., + ALTRI OMESSI hanno proposto ricorso, nei confronti del Consorzio di Bonifica Stornara e Tara, avverso la sola sentenza definitiva 29 dicembre 2003, n. 171, affidato a tre motivi;
- con atto notificato il 27 settembre 2004 (ricorso 21127/04 R.G.) il Consorzio di Bonifica Stornara e Tara ha proposto ricorso, affidato a sei motivi, nei confronti di L.C., + ALTRI OMESSI sia avverso la sentenza definitiva 171/2003 del 29 dicembre 2003, sia avverso la sentenza non definitiva n. 62 del 30 maggio 2001;
- a tale ricorso (21127/04 R.G.) hanno resistito, con controricorso, L.P. per + ALTRI OMESSI ;
- con atto notificato il 20 ottobre 2004 (ricorso 23063/04 R.G.) il Consorzio di Bonifica Stornara e Tara ha proposto ricorso incidentale avverso la sola sentenza definitiva 29 dicembre 2003, n. 171, affidato a un motivo, nei confronti dei ricorrenti del ricorso 18172/04.
Tutte le parti hanno presentato memoria.
1. I vari ricorsi (18172/04 R.G.; 21127/04 R.G. e 23063/04 R.G.), siccome avverso la stessa sentenza devono essere riuniti, ai sensi dell'art. 335 c.p.c..
2. Sempre in limine osserva la Corte che giusta la testuale previsione di cui all'art. 89 c.p.c. "negli scritti presentati e nei discorsi pronunciati davanti al giudice, le parti e i loro difensori non debbono usare espressioni sconvenienti od offensive" (comma 1) e che "il giudice, in ogni stato dell'istruzione, può disporre con ordinanza che si cancellino le espressioni sconvenienti od offensive" (comma 2, prima parte).
In conformità a costante giurisprudenza di questa Corte regolatrice, si osserva, al riguardo, ancora, che la cancellazione di espressioni sconvenienti ed offensive contenute negli scritti difensivi può essere disposta, ex art. 89 c.p.c., anche nel giudizio di legittimità, con riferimento alle frasi contenute negli scritti depositati davanti alla Corte di Cassazione, rientrando essa nei poteri officiosi del giudice (Cass. 16 marzo 2005 n. 5677; Cass. 20 gennaio 2004, n. 805; Cass. 27 febbraio 2003, n. 2954), e nessun rilievo ostativo può acquistare il profilo che la richiesta relativa risulti formulata solo in sede di memorie ex art. 378 c.p.c., o, come nella specie, in occasione della discussione orale, posto che in tal caso essa finisce con il valere comunque quale sollecitazione all'esercizio dei poteri d'ufficio (cfr. Cass. 21 luglio 2001, n. 9946).
Pacifico quanto precede non può dubitarsi che alla pagina 4 del ricorso (n. 21127/04 R.G.) proposto dal Consorzio di Bonifica Stornara e Tara siano contenute espressioni non solo "sconvenienti", in quanto in contrasto con le esigenze dell'ambiente processuale e della funzione difensiva nel cui ambito essere vengono formulate (cfr. Cass. 18 novembre 2000, n. 14942), ma anche offensive, per essere lesive del valore e dei meriti dell'organo giurisdizionale che ha reso la pronunzia impugnata (Cass. 18 giugno 2003, n. 9707).
Si afferma infatti, nel ricorso "le speciose argomentazioni che sorreggono la decisione assunta dal Tribunale superiore con la sentenza non definitiva rivelano, ancora una volta, il generale e prevenuto disfavore con cui tale Organo di giustizia continua a guardare ai fatti del Consorzio".
"Ancora una volta il Tribunale superiore - prosegue il ricorrente - ha ritenuto di dover riformare una sentenza del Tribunale regionale .. in termini ancor più penalizzanti per la posizione del Consorzio sulla base di un iter argomentativo talmente lacunoso da giustificare (soprattutto ove posto in relazione al numero dei precedenti) almeno il sospetto che esso, ormai, eserciti il proprio sindacato sui fatti che interessano il Consorzio in una posizione che è ben lungi dall'essere obiettiva e super partes".
Come sopra anticipato, a giudizio di questo Collegio le espressioni sopra riportate hanno carattere obiettivamente ingiurioso.
Con le stesse - infatti - si pone in dubbio che la autorità che ha reso la pronunzia impugnata sia "imparziale" rispetto alla controversia al suo esame (posto che si adombra che la stessa eserciti la sua funzione "sui fatti che interessano il Consorzio in una posizione che è ben lungi dall'essere obiettiva e super partes").
Deve, per l'effetto, in conclusione sul punto, disporsi la cancellazione dalla pagina 4 del ricorso 21127/04 del Consorzio di Bonifica Stornara e Tara, a firma dell'avv. Antonio ..., delle parole esistenti tra l'inizio del rigo 14 ("le speciose argomentazioni") sino alla fine del rigo 274 compreso ("è ben lungi dell'essere obiettiva e super partes").
3. Come evidenziato in parte espositiva, il ricorso n. 21127/04 R.G. è stato proposto, dal Consorzio di Bonifica Stornara e Tara (cfr. intestazione del ricorso stesso) "per l'annullamento e/o la riforma della sentenza n. 171/2003 dell'29 dicembre 2003 del Tribunale superiore delle acque pubbliche", "nonchè della sentenza non definitiva n. 62 del 30 maggio 2001" dello stesso Tribunale.
Il ricorso incidentale n. 23063/04 R.G., ancora, dello stesso Consorzio, è diretto all'"annullamento e/o la riforma della sentenza n. 171/2003 del 29 dicembre 2003 del Tribunale superiore delle acque pubbliche".
Certo quanto precede, è evidente, ancora in via pregiudiziale, che il ricorso incidentale iscritto al n. 23063/04 R.G. (di parte Consorzio di Bonifica Stornara e Tara) deve essere dichiarato inammissibile.
Deve ribadirsi, al riguardo, infatti, in conformità a una giurisprudenza più che consolidata di questa Corte regolatrice che la parte che abbia già proposto ricorso per cassazione (sia esso principale o incidentale) contro alcune delle statuizioni della sentenza impugnata, nel rapporto con un determinato avversario, non può successivamente presentare un nuovo ricorso con riguardo ad altre pronunce sul medesimo rapporto ovvero fondato su nuovi motivi, non presenti nel primo, atteso che l'ordinamento non consente la reiterazione od il frazionamento dell'iniziativa impugnatoria in atti separati, alla stregua del principio generale della cosiddetta consumazione dell'impugnazione, senza che il relativo divieto trovi deroga nelle disposizioni di cui all'art. 334 c.p.c., le quali operano soltanto in favore della parte che, prima dell'esercizio del potere impugnatorio dell'altro contendente, abbia fatto una scelta di acquiescenza alla sentenza impugnata (in termini, recentemente, Cass. 14 novembre 2006, n. 24219. Sempre nel senso che il ricorso per cassazione deve essere proposto a pena di inammissibilità con unico atto avente i requisiti di forma e contenuto indicati dall'art. 366 c.p.c.. Ne consegue che in virtù del principio della consumazione del diritto d'impugnazione, la parte che, dopo la proposizione di un ricorso per cassazione nei suoi confronti abbia a sua volta proposto autonomo ricorso per cassazione, da ritenersi convertito in ricorso incidentale, non può con il controricorso avverso il ricorso notificatole proporre nuova impugnazione incidentale, ancorchè intenda indicare nuovi motivi o colmare la mancanza di taluno degli elementi prescritti per la valida impugnazione, Cass. 29 settembre 2005, n. 19150, nonchè Cass. 28 luglio 2005, n. 15813, tra le tantissime).
4. Motivi di ordine logico impongono di esaminare, a questo punto dell'esposizione, con precedenza, rispetto agli altri motivi dei vari ricorsi quelli svolti dal Consorzio di Bonifica Stornara e Stara con il ricorso 21127/04 R.G..
Con il primo motivo, il ricorrente denunzia "violazione di legge:
R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 138. Nullità della sentenza del Tribunale regionale delle acque pubbliche".
Evidenza, parte ricorrente, in particolare, che con sentenza n. 353 del 17 luglio 2002 (intervenuta nel corso del giudizio di appello) la Corte costituzionale ha dichiarato la illegittimità costituzionale del R.D. n. 1775 del 1933, art. 138, nella parte in cui prevede che siano aggregati al Tribunale regionale delle acque pubbliche tre funzionari dell'ex Genio civile, uno dei quali deve intervenire nel collegio giudicante.
La perdita di efficacia della norma de qua dal giorno successiva a quello della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della predetta sentenza, si assume, comporta la nullità della sentenza pronunciata da un organo la cui composizione è diversa da quella legale, per vizio di costituzione del giudice.
5. Il motivo, manifestamente infondato, deve rigettarsi.
In conformità, infatti, a quanto assolutamente pacifico, presso una giurisprudenza pressochè consolidata di questa Corte regolatrice, deve ribadirsi, ulteriormente, che la nullità derivante da vizio di costituzione del Tribunale regionale delle acque pubbliche - conseguente alla declaratoria di illegittimità costituzionale (con la sentenza n. 353 del 2002) del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 138 (Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e gli impianti elettrici) nella parte in cui prevedeva l'aggregazione al detto Tribunale di tre funzionari dell'ex Genio civile, - uno dei quali interveniente nel collegio giudicante -, ancorchè assoluta e rilevabile d'ufficio, non si sottrae, ai sensi dell'art. 158 c.p.c. (che fa espressamente salva la disposizione del successivo art. 161 c.p.c.), al principio di conversione delle cause di nullità in motivi d'impugnazione.
Deriva da quanto precede, pertanto, che, rispetto a sentenza appellabile, il vizio stesso non può essere dedotto o rilevato quando non sia stato fatto valere con l'atto di gravame (Cass., sez. un., 24 ottobre 2005, n. 20472. Sempre nello stesso senso, altresì,Cass., sez. un., 3 marzo 2003, n. 3074; Cass., sez. un., 6 febbraio 2003, n. 1733).
Non è influente il sopraggiungere di quella declaratoria in pendenza del giudizio d'appello, tenendosi conto che l'immediata operatività delle sentenze della Corte costituzionale nei procedimenti in corso postula che sia inclusa nel dibattito la questione cui si riferisce la norma dichiarata incostituzionale (cfr., Cass., sez. un., 24 ottobre 2005, n. 20472, cit., specie in motivazione).
6. Con il secondo motivo il Consorzio ricorrente lamenta, ancora, altra "violazione di legge: R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, artt. 139 e 143. Nullità della sentenza del Tribunale superiore delle acque pubbliche".
Si precisa, al riguardo, che con sentenza 3 luglio 2002 n. 305 la Corte costituzionale ha dichiarato costituzionalmente illegittimo il combinato disposto del R.D. 11 dicembre 1993, n. 1775, art. 139 e art. 143, comma 3, nella parte in cui non era previsto alcun meccanismo di sostituzione del componente astenuto, ricusato o legittimamente impedito del tribunale superiore, con conseguente nullità della sentenza impugnata.
7. Anche tale motivo è manifestamente infondato.
E' sufficiente, al riguardo, considerare che nella specie il Tribunale superiore ha reso sia la sentenza non definitiva che quella definitiva, quale giudice di appello di tutte le cause decise in primo grado dal tribunale delle acque pubbliche, a norma del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 142, sì - pertanto - che malamente è invocata la sentenza della Corte costituzionale 3 luglio 2002, n. 305, pronunciata con riguardo alla eventualità il Tribunale superiore pronunzì in primo e unico grado, a norma del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 143. 8. Con i restanti motivi il Consorzio ricorrente, censura la sentenza non definitiva lamentando, nell'ordine:
- "violazione e falsa applicazione dell'art. 2056 c.c. in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3" terzo motivo;
- "violazione e falsa applicazione dell'art. 111 Cost., dell'art. 132 c.p.c., n. 4), dell'art. 118 disp. att. c.p.c. e degli artt. 40 e 41 c.p." quarto motivo;
- "violazione del combinato disposto del R.D. 13 febbraio 1933, n. 215, art. 81 e dell'art. 2043 c.c. Violazione e falsa applicazione dell'art. 111 Cost., dell'art. 132 c.p.c., n. 4), dell'art. 118 disp. att. c.p.c." quinto motivo;
- "violazione e falsa applicazione dell'art. 111 Cost., dell'art. 132 c.p.c., n. 4), dell'art. 118 disp. att. c.p.c." sesto motivo.
9. Oppone controparte che i riferiti motivi sono inammissibili, dovendo la ricordata pronunzia non definitiva essere immediatamente fatto oggetto di ricorso per cassazione, in mancanza di una espressa riserva di ricorso.
10. La invocata inammissibilità, sotto il profilo in questione, non sussiste.
Deve ribadirsi, infatti, in conformità a quanto assolutamente pacifico presso una più che consolidata giurisprudenza di queste Sezioni Unite, che in armonia con la natura recettizia dei rinvii al codice di procedura civile contenuti nel R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 200, 201 e 202 (t.u. delle leggi sulle acque e gli impianti elettrici), e la conseguente applicabilità delle richiamate disposizioni del codice di rito del 1865, la previsione dell'art. 202, comma 2, di tale testo unico sulla impugnabilità solo con la sentenza definitiva delle decisioni interlocutorie - corrispondenti alle attuali sentenze non definitive - e di quelle su questioni pregiudiziali del tribunale superiore delle acque, comporta la non immediata impugnabilità di una sentenza di detto tribunale, qualificata come non definitiva, di condanna al risarcimento del danno nella misura da determinarsi nel prosieguo del giudizio (Cass., sez. un., 26 agosto 1997, n. 8055. Sempre nello stesso senso, tra le tantissime, Cass. 23 dicembre 2004, n. 23838).
In altri termini, a norma del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 202, comma 2, "le decisioni interlocutorie del Tribunale superiore e quelle che pronunziano su questioni pregiudiziali sono impugnabili soltanto insieme con la sentenza definitiva".
E' noto che il sistema processuale relativo alle controversie in materia di acque pubbliche, anche dopo l'entrata in vigore del codice di procedura civile del 1942, rimane collegato, nella sua interezza, attraverso i riferimenti contenuti nel R.D. n. 1775 del 1933, alle norme del codice di rito del 1865.
Tali norme debbono, pertanto, ritenersi recepite dal suddetto testo unico, rimanendo estranee alla materia le modificazioni della procedura ordinaria apportate dal nuovo codice (tra le tantissime, cfr. Cass. 26 aprile 1969, n. 1350; Cass., sez. un., 29 aprile 1964, n. 1040; Cass., sez. un., 17 aprile 1963, n. 950).
I riferimenti al codice di procedura civile contenuti negli artt. 200, 201 e 202 del testo unico hanno carattere di rinvio recettizio, ragion per cui nella materia indicata da queste disposizioni continua ad applicarsi il codice di procedura civile del 1865: salvo le modificazioni determinate dall'entrata in vigore della Costituzione (Cass., sez. un., 16 gennaio 1987, n. 301; Cass., sez. un., 21 febbraio 1976, n. 576; Cass., sez. un., 2 febbraio 1973, n. 311).
Deriva, da quanto precede, pertanto, avuto riguardo al disposto dell'art. 202, comma 2, del testo unico citato, la inammissibilità del ricorso per cassazione avverso le sentenze del Tribunale superiore delle acque pubbliche, che abbia deciso su questioni pregiudiziali (Cass., sez. un., 2 agosto 1994, n. 7192; Cass., sez. un., 13 gennaio 1993, n. 364).
La stessa disciplina vale per le sentenze non definitive che, nel codice di procedura civile vigente, hanno sostituito le sentenze interlocutorie contemplate dal codice di rito del 1865.
Per la verità, l'art. 279 c.p.c., comma 2, n. 4 vigente, nel determinare le materie nelle quali possono pronunziarsi le sentenze non definitive - vale a dire, la decisione di: 1) questioni di giurisdizione e di competenza; 2) questioni pregiudiziali attinenti al processo o questioni preliminari di merito; 3) questioni di merito - tiene conto della copiosa elaborazione giurisprudenziale e dottrinaria che, sotto il codice di rito del 1865, nell'amplissima nozione delle sentenze interlocutorie ricomprendeva tutte le sentenze, le quali non chiudevano il processo, ma che decidevano una questione nel corso del processo: vale a dire, le sentenze che pronunziavano su un singolo rapporto di diritto processuale (incidentali o preparatorie) e le sentenze che pronunziavano su un singolo rapporto di diritto materiale (interlocutorie sul merito).
Stabilito che la categoria delle sentenze interlocutorie, prevista dal codice di rito del 1865, corrisponde pienamente a quella delle sentenze non definitive, contemplata dal testo vigente, a norma del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, art. 202, comma 2, le attuali sentenze non definitive devono ritenersi impugnabili soltanto insieme con la sentenza definitiva (Così in termini, Cass., sez. un., 26 agosto 1997, n. 8055, cit., in motivazione. Non diversamente, Cass., sez. un., 16 ottobre 1999, n. 738).
In conclusione sul punto, essendo la sentenza non definitiva, sull'ari, pronunziata dal Tribunale superiore delle acque impugnabile esclusivamente unitamente a quella sul quantum è evidente che nella specie il Consorzio, soccombente rispetto alla sentenza non definitiva, non era tenuto a formulare, alcuna riserva di ricorso per cassazione, avverso tale pronunzia.
11. Ancorchè ammissibile sotto il riferito profilo, peraltro, gli ultimi quattro motivi del ricorso 21127/04 devono dichiarati inammissibili sotto altro profilo.
Trovando applicazione la norma sopravvenuta di cui al nuovo art. 360 c.p.c., u.c., come sostituito con decorrenza dal 2 marzo 2006, dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 46, art. 2, unicamente con riguardo ai ricorsi per cassazione proposto avverso le sentenze pubblicate a decorrere dal 2 marzo 2006, deve ribadirsi - ulteriormente - in conformità a una giurisprudenza più che consolidata, che le sentenze del Tribunale superiore delle acque pubbliche, emesse in unico grado od in grado d'appello, sono impugnabili con ricorso per Cassazione, ai sensi dell'art. 111 Cost., del R.D. 11 dicembre 1933, n. 1775, artt. 200 e 201, solo per violazione di legge, sostanziale o processuale, e, dunque, con riguardo alla motivazione, non per denunciare vizi riconducibili nel paradigma dell'art. 360 c.p.c., n. 5, ma esclusivamente per far valere la nullità derivante da radicale assenza o da mera apparenza della motivazione medesima per difetto di un iter argomentativo atto a palesare le ragioni della decisione (v., ex pluribus, Cass., sez. un., 24 ottobre 2005, n. 20472; Cass. sez. un., 23 gennaio 2004, n. 1242; Cass. sez. un., 19 dicembre 2003, n. 19551; Cass. sez. un., 26 luglio 2002, n. 1101; Cass. sez. un., 10 aprile 2002, n. 5120; Cass. sez. un., 19 novembre 2001 n. 14541;
Cass. sez. un., 7 agosto 2001 n. 10892; Cass. sez. un., 9 luglio 2001 n. 9321; Cass. sez. un., 15 luglio 1999 n. 401).
Pacifico quanto sopra si osserva che con i motivi in questione il Consorzio ricorrente, pur denunciando violazione e falsa applicazione della legge, con richiamo di specifiche disposizioni normative (sotto il profilo della violazione degli articoli 2043 e 2056 c.c., art. 111 Cost., art. 132 c.p.c., n. 4, art. 118 disp. att. c.p.c., artt. 40 e 41 c.p.; R.D. 13 febbraio 1933, n. 215, art. 91) si astiene, totalmente, dall'indicare quali siano le affermazioni, in diritto, contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le disposizioni indicate - o con l'interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina sì che i motivi stessi sono - sotto tale profilo - inammissibili, poichè non consentono alla Corte di cassazione di adempiere il compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. 20 gennaio 2006, n. 1108; Cass. 29 novembre 2005, n. 26048; Cass. 8 novembre 2005, n. 21659; Cass. 18 ottobre 2005, n. 20145; Cass. 2 agosto 2005, n. 16132).
Parte ricorrente, in realtà, lungi dal sottoporre a critica la interpretazione data dal giudice a quo delle molteplici disposizioni di legge indicate nei vari motivi, contesta le affermazioni della sentenza impugnata in ordine alla sussistenza ed all'entità del danno, alla sua derivazione causale da comportamenti del Consorzio, anzichè da vicende meteorologiche eccezionali, ed inoltre denuncia il mancato esame ed accoglimento della richieste di approfondimenti delle indagini già espletate dal consulente tecnico d'ufficio.
Atteso che le riportate censure investono questioni di merito, sulle quali il Tribunale superiore non ha mancato di esporre, sia pure succintamente, le fonti e le ragioni del proprio convincimento, le stesse esulano dalla violazione di legge, come sopra delineata, e restano sul piano della sollecitazione di un controllosull'adeguatezza e congruenza della motivazione ed è, palese - come anticipato - quindi, anche sotto tale, ulteriore, profilo la inammissibilità dei motivi in questione che, per l'effetto, devono rigettarsi, per manifesta infondatezza.
12. Passando all'esame del ricorso 18172/04 R.G. si osserva che con il primo motivo i ricorrenti denunziano "violazione di legge e nullità della sentenza e del procedimento per violazione del giudicato (art. 2909 c.c. e art. 112 c.p.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4), atteso che il primo giudice aveva condannato il Consorzio a pagare gli interessi dall'aprile 1977 e ancorchè tale statuizione non fosse stata censurata da alcuno dei contendenti il tribunale Superiore non poteva d'ufficio disporre che gli interessi erano dovuti dalla sentenza al saldo.
13. Il motivo non può trovare accoglimento.
Si premette che sulla questione specifica non esiste, nell'ambito della giurisprudenza di questa Corte regolatrice, un indirizzo costante.
13.1. In particolare in molteplici occasioni si è affermato:
- la statuizione del giudice di primo grado in ordine agli interessi ed alla loro decorrenza costituisce un capo autonomo della sentenza, indipendente rispetto a quello relativo all'ammontare del credito, sicchè la impugnazione di quest'ultimo non impedisce il passaggio in giudicato della decisione relativa agli interessi che non sia impugnata nei normali termini (Cass., 8 marzo 1999, n. 1950);
- la statuizione del giudice, positiva o negativa sul cumulo tra interessi e rivalutazione, rappresenta un capo di sentenza capace di autonomo passaggio in giudicato e, pertanto come vi è l'onere di appellare specificamente, in via principale o incidentale, tale capo sfavorevole, ed in mancanza di gravame sul punto viene a formarsi il giudicato interno tra le parti (Così, in particolare, Cass. 1 luglio 1998, n. 6420);
- in tema di crediti di lavoro, la statuizione del giudice di primo grado in ordine alla decorrenza del risarcimento del danno causato dalla svalutazione monetaria del credito e dei relativi interessi costituisce un capo della sentenza indipendente ed autonomo rispetto a quello relativo all'ammontare del credito di lavoro, con la conseguenza che l'impugnazione di quest'ultimo non impedisce il passaggio in giudicato del primo che non sia impugnato nei normali termini (essendone esclusa la impugnabilità con gravame incidentale tardivo ex art. 334 c.p.c.), sicchè il giudice di appello, ove riduca l'ammontare del credito, deve attenersi, per quanto concerne la decorrenza della rivalutazione, al criterio enunciato dal primo giudice con statuizione coperta da giudicato interno (Cass. 2 marzo 1984, n. 1474);
- in tema di inadempimento di obbligazioni pecuniarie, quando la sentenza che, accogliendo la corrispondente domanda del creditore, abbia condannato il debitore di una somma di danaro al risarcimento del "maggior danno" (art. 1224 c.c., comma 2) per la svalutazione monetaria maturata e maturanda durante la mora debendi, determinandone la misura in via autonoma rispetto all'obbligo - parimenti affermato nella stessa sentenza - di corrispondere sulla sorte gli interessi al tasso legale, sia stata dal debitore impugnata unicamente sotto il profilo dell'insussistenza dei presupposti di fatto e giuridici per il riconoscimento del diritto alla rivalutazione (ad es., per difetto di prova del "maggior danno"), viola il principio tantum devolutum quantum appellatum il giudice d'appello che, respinta l'impugnazione su tale specifico punto, proceda poi ad una modifica del tasso della svalutazione monetaria stabilito dal primo giudice e o ad una diversa determinazione, rispetto alla sentenza impugnata, del rapporto tra detto tasso e quello degli interessi legali (Cass. 19 aprile 1993, n. 4588).
13.2. Facendo riferimento ai predenti giurisprudenziali testè richiamati parte della giurisprudenza ha ripetutamente affermato che in tema di liquidazione del fatto illecito (contrattuale o extracontrattuale) effettuata per equivalente, con riferimento, cioè al valore del bene perdute dal danneggiato all'epoca del fatto illecito, poi espresso in termini monetar che tengono conto della svalutazione intervenuta fino alla data della decisione definitiva, la statuizione del giudice di primo grado in ordine agli interessi, alla loro decorrenza ed alle modalità del calcolo (nel rapporto dei medesimi con la rivalutazione) costituisce un capo autonomo della sentenza, indipendente rispetto a quello relativo all'ammontare del credito ed alla sua rivalutazione, sicchè l'impugnazione di quest'ultimo non impedisce il passaggio in giudicato della decisione relativa agli interessi, che non sia stata impugnata specificatamente nei termini ordinari (in questo senso, ad esempio, Cass. 12 settembre 2005, n. 18093; Cass. 26 giugno 2004, n. 11928; Cass. 26 febbraio 2004, n. 3865; Cass. 22 ottobre 2002, n. 14908; Cass. 9 aprile 2001, n. 5256; Cass. 19 aprile 1993, n. 4588).
13.3. Sempre nella stessa ottica delle pronunzie ora richiamate ma in termini parzialmente diversi rispetto a queste, in qualche altra occasione, si è affermato, che se è proposta impugnazione avverso l'entità del danno aquiliano liquidato dal giudice di primo grado, il giudice d'appello non può procedere d'ufficio a riliquidare anche il danno da ritardato adempimento dell'obbligazione risarcitoria, ma a questo principio il giudice d'appello può tuttavia derogare in due casi:
a) quando rigetti l'impugnazione, ma per effetto di un mutamento delle condizioni di redditività del denaro è opportuno liquidare il danno da ritardato pagamento, maturato dopo la sentenza di primo grado, con criteri diversi rispetto a quelli adottati dal primo giudice;
b) quando accolga l'impugnazione riducendo il quantum debeatur, allorchè la variazione dell'importo dovuto renda presumibile una variazione delle condizioni di redditività del denaro, anche per il periodo passato (in questo senso, Cass. 4 aprile 2001, n. 4991).
13.4. Ancora diversamente, secondo altro indirizzo, gli interessi compensativi sulla somma dovuta a titolo di risarcimento del danno (contrattuale o extracontrattuale) costituiscono una componente del danno stesso che nasce dal medesimo fatto generatore della obbligazione risarcitoria (a differenza degli interessi corrispettivi ex art. 1282 c.c. e degli interessi moratori ex art. 1224 c.c.) e sono, quindi, da intendere ricompresi nella domanda di risarcimento del danno (Cass. 18 febbraio 2000, n. 1814) e, possono, quindi, essere liquidati d'ufficio (Cass. 30 agosto 2004, n. 17369; Cass. 17 settembre 2003, n. 13666; Cass. 8.11.2002, n. 15713; Cass. 18 gennaio 1999, n. 113;Cass. 6 novembre 1998, n. 11190).
Deriva da quanto sopra, pertanto, che la impugnazione (della decisione di primo grado) diretta ad una diversa determinazione della riparazione del patito pregiudizio, rimettendo in discussione la complessiva e unitaria liquidazione al riguardo, necessariamente si estende anche al computo degli interessi pur se non sia stato specificamente criticato il criterio adottato sul punto nella decisione impugnata (Cass. 20 febbraio 2003, n. 2580, che evidenzia come il giudice di appello, dovendo procedere alla rideterminazione del risarcimento del danno in accoglimento del gravame di una delle parti, sostituisce integralmente la propria decisione sul punto a quella del primo giudice pure con riguardo alla pronuncia - accessoria e dipendente - in ordine agli interessi (di natura compensativa del mancato godimento della somma liquidata), non potendo dirsi che si sia formato il giudicato sull'astratto criterio di calcolo degli interessi applicato dalla sentenza del giudice di primo grado).
Il risarcimento del danno da fatto illecito, si afferma, costituisce debito di valore ed in caso di ritardato pagamento di esso gli interessi non costituiscono un autonomo diritto del creditore (come nelle obbligazioni pecuniarie), ma svolgono una funzione compensativa tendente a reintegrare il patrimonio del danneggiato qual'era all'epoca del prodursi del danno e la loro attribuzione costituisce una mera modalità o tecnica liquidatoria.
Deriva da quanto precede che il giudice dell'impugnazione (o del rinvio), anche in difetto di uno specifico rilievo sulla modalità di liquidazione degli interessi prescelta dal giudice precedente, può procedere alla riliquidazione della somma dovuta a titolo risarcitorio e dell'ulteriore danno da ritardato pagamento, utilizzando la tecnica che ritiene più appropriata al fine di reintegrare il patrimonio del creditore (riconoscendo gli interessi nella misura legale o in misura inferiore, oppure non riconoscendoli affatto e potendo utilizzare parametri di valutazione costituiti dal tasso medio di svalutazione monetaria o dalla redditività media del denaro nel periodo considerato), restando irrilevante che vi sia stata impugnazione o meno in relazione agli interessi già conseguiti e/o alla misura degli stessi (Cass. 21 giugno 2004, n. 11489).
13.5. Ritiene questo Collegio che solo questo ultimo indirizzo meriti consenso.
Giusta quanto ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di questa Corte regolatrice, la formazione della cosa giudicata, per mancata impugnazione su un determinato capo della sentenza investita dall'impugnazione, può verificarsi soltanto con riferimento ai capi della stessa sentenza completamente autonomi, in quanto concernenti questioni affatto indipendenti da quelle investite dai motivi di gravame, perchè fondate su autonomi presupposti di fatto e di diritto, tali da consentire che ciascun capo conservi efficacia precettiva anche se gli altri vengono meno, mentre, invece, non può verificarsi sulle affermazioni contenute nella mera premessa logica della statuizione adottata, ove quest'ultima sia oggetto del gravame (In questo senso, ad esempio, Cass. 29 aprile 2006, n. 10043; Cass. 18 ottobre 2005, n. 20143).
Deriva da quanto precede, come noto, che poichè per capo autonomo della sentenza suscettibile di formare oggetto di giudicato interno deve intendersi solo quello che risolve una questione dotata di una propria individualità ed autonomia, che non incorre nel vizio di ultrapetizione il giudice di appello, che, investito - in tema di risarcimento del danno - del riesame della liquidazione del complessivo contenuto del danno, determini la decorrenza del danno biologico permanente, pur in assenza di specifica impugnazione sul punto (Cass. 25 febbraio 2004, n. 3806).
Sotto questo profilo non può condividersi l'assunto fatto proprio da parte della dottrina allorchè, aderendo all'indirizzo giurisprudenziale sopra ricordato per primo, afferma che quando è pronunciata condanna al risarcimento del danno, l'impugnazione proposta dal soccombente a riguardo della determinazione dell'entità del danno, non attribuisce al giudice d'appello il potere di esaminare la diversa questione riguardante la liquidazione della componente del danno, che è provocata dal ritardo con cui la parte che vi ha diritto percepisce il risarcimento.
Se, infatti, come ammette la stessa dottrina sopra richiamata, il risarcimento per il mancato guadagno, derivato al creditore per il ritardo con cui gli è stato corrisposto l'equivalente del valore perduto, costituisce una "componente" del danno, patito dal creditore stesso, a causa dell'originario fatto illecito, deve escludersi che costituisca "capo autonomo" il "danno ulteriore" derivato al creditore a causa del ritardo con cui è stato risarcito il "danno" che definiremmo "principale".
Non solo, infatti, può verificarsi - in concreto - che il giudice di appello neghi in radice la esistenza di un danno risarcibile, con la conseguenza, pertanto, in una tale eventualità, che nulla competa al presunto creditore a causa del non esistente ritardo con cui gli è stato risarcito il danno "principale", ma è noto che il danno in questione è strettamente collegato, quanto alla misura, al "criterio" seguito dal giudice nella liquidazione del primitivo (o principale) danno.
Se, pertanto, a seguito della impugnazione sulla "misura" di tale voce di danno, il giudice di appello è libero di seguire, nella sua liquidazione, un criterio diverso, quanto alla sua determinazione, rispetto a quello fatto proprio dal giudice di primo grado, è evidente che ciò non può non implicare che detto giudice possa "modificare" la "misura" di tale ulteriore "componente" dell'unico danno reclamato dall'attore, per adeguarla ai nuovi criteri adottati nella sentenza di appello.
Del resto, come già affermato in altra occasione da questa Corte (Cass. 21 giugno 2004, n. 11489, cit., specie in motivazione) deve aversi per acquisito che il riconoscimento di interessi costituisce, in caso di liquidazione del danno effettuata per equivalente, con riferimento, cioè al valore del bene perduto dal danneggiato all'epoca del fatto illeciti, espresso in termini monetari che tengano conto della svalutazione intervenuta sino alla data della decisione definitiva, una mera modalità liquidatoria, cui è consentito al giudice di far ricorso, col solo limite costituito dall'impossibilità di calcolare gli interessi sulle somme integralmente rivalutate dalla data dell'illecito (Cass., sez. un., 17 febbraio 1995, n. 1712 e pacifica giurisprudenza successiva).
In particolare è pacifico che non è proibito al detto giudice di riconoscere interessi anche al tasso legale su somme progressivamente rivalutate, ovvero sulla somma integralmente rivalutata, ma da epoca intermedia, ovvero, sempre sulla somma rivalutata e con decorrenza dalla data del fatto, ma con un tasso medio di interesse, in modo da tener conto che essi decorrono su una somma che inizialmente non era di quell'entità e che si è solo progressivamente adeguata a quel risultato finale, ovvero, di non riconoscerli affatto, in relazione a parametri di valutazione costituiti dal tasso medio di svalutazione monetaria e dalla redditività media del denaro nel periodo considerato (Cass. 5 agosto 2002, n. 11712).
Concessa, dunque, questa vasta gamma di possibilità al giudice che si trovi a liquidare il danno da ritardato pagamento del debito di valore, quel che è certo è che in siffatta ipotesi gli interessi non costituiscono (come nelle obbligazioni pecuniarie) un autonomodiritto del creditore, bensì che essi svolgono una funzione compensativa (cfr. l'art. 1499 c.c. come espressione di un principio generale d'equità: Cass. 6 febbraio 1998, n. 1287), tendente a reintegrare il patrimonio del danneggiato qual'era all'epoca del prodursi del danno.
In quest'ordine di idee, l'attribuzione degli interessi costituisce una mera modalità o tecnica liquidatoria tendente, appunto, al fine reintegratorio.
Tant'è, come s'è visto, che il giudice può attribuirli in diverse misure o non attribuirli affatto, nel caso in cui intenda servirsi di altre tecniche.
E' evidente, pertanto, che non può invocarsi il giudicato in ordine alla misura legale degli interessi precedentemente attribuiti.
Non è concepibile, infatti, che passi in cosa giudicata una mera modalità liquidatoria, dovendo, invece, ritenersi che il giudice della impugnazione(o quello del rinvio), nel momento in cui procede alla riliquidazione della somma dovuta a titolo risarcitorio e dell'ulteriore danno da ritardato pagamento di siffatto debito, sia libero di utilizzare la tecnica che più ritiene utile al fine di reintegrare il patrimonio del creditore, restando irrilevante che vi sia stata o meno impugnazione in relazione agli interessi già conseguiti e/o alla misura degli stessi. Ossia (lo si ripete), quel giudice può riconoscere gli interessi nella misura legale o in quella inferiore, oppure non riconoscerli affatto e rivolgersi a parametri di valutazione costituiti dal tasso medio di svalutazione monetaria e dalla redditività inedia del denaro nel periodo considerato (in termini, Cass. 21 giugno 2004, n. 11489, in motivazione).
Essendosi i giudici del Tribunale superiore delle acque, nella specie, attenuti - pur se implicitamente - al ricordato criterio, il primo motivo del ricorso sui 18172/04 R.G. deve essere rigettato.
14. Con il secondo motivo i ricorrenti principali, denunziano, ancora, la sentenza impugnata lamentando "nullità della sentenza e del procedimento per violazione e falsa applicazione dell'art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e dell'art. 111 Cost., commi 1 e 6, il tutto in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 4".
Si osserva, infatti, che la sentenza impugnata ha omesso di indicare le ragioni alla luce delle quali, ex officio, ha riformato la pronunzia di primo grado nella parte in cui questa aveva fatto decorrere gli interessi spettanti ad essi ricorrenti sulle somme loro spettanti a titolo di risarcimento del danno, dall'aprile 1977 al soddisfo, affermando che i detti interessi decorrono "dalla sentenza al saldo".
Con il terzo motivo intimamente connesso al precedente e da esaminarsi congiuntamente a questo i ricorrenti principali lamentano, infine, "violazione e falsa applicazione dell'art. 1219 c.c., comma 2, n. 1, artt. 1224 e 1282 c.c., in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 3. Omessa motivazione su un punto decisivo in relazione all'art. 360 c.p.c., n. 5".
Si osserva, infatti, che in caso di fatto illecito il danneggiato ha diritto agli interessi legali a decorrere dal fatto illecito, sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno o nell'importo totalmente rivalutato o, negli importi annualmente rivalutati secondo indici medi di rivalutazione.
15. Entrambi i motivi sono manifestamente fondati. Pacifico, infatti, che il primo giudice aveva liquidato in favore di ogni danneggiato, oltre il risarcimento del danno, nei valori attuali, anche gli interessi legali dall'epoca del fatto (aprile 1977) sulla somma non rivalutata oltre agli interessi legali sull'importo medio annuo della rivalutazione monetaria dalla scadenza di ciascun anno di maturazione di ogni singolo aumento a decorrere dall'aprile 1978 al soddisfo, è palesemente priva di qualsiasi motivazione, nonchè in contrasto con le disposizioni di legge denunziate nel terzo motivo, la sentenza impugnata che ex officio, ha liquidato gli interessi esclusivamente con decorrenza dalla sentenza.
Non solo, infatti, l'apodittica espressione "essendo la somma già rivalutata all'attualità" non integra adeguata motivazione della riforma, sul punto, della sentenza impugnata, ma la statuizione si pone, senza alcuna motivazione in contrasto con il diritto vivente che nella specie deve, ulteriormente, ribadirsi, alla luce del quale qualora la liquidazione del danno da fatto illecito extracontrattuale sia effettuata per equivalente, con riferimento, cioè, al valore del bene perduto dal danneggiato all'epoca del fatto illecito, e tale valore venga poi espresso in termini monetari che tengano conto della svalutazione intervenuta fino alla data della decisione definitiva (anche se adottata in sede di rinvio), è dovuto al danneggiato anche il risarcimento del mancato guadagno, che questi provi essergli stato provocato dal ritardato pagamento della suddetta somma. Tale prova può essere offerta dalla parte e riconosciuta dal giudice mediante criteri presuntivi ed equitativi, quale l'attribuzione degli interessi, ad un tasso stabilito valutando tutte le circostanze obiettive e soggettive del caso; in siffatta ultima ipotesi, gli interessi non possono essere calcolati (dalla data dell'illecito) sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre è possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti (da stabilirsi in concreto, secondo le circostanze del caso) con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base ad un indice medio (Cass., sez. un., 17 febbraio 1995, n. 1712; Cass. 16 ottobre 2005, n. 19510; Cass. 17 settembre 2005, n. 18445; Cass. 1 luglio 2002 n. 9517; Cass. 27 luglio 2001, n. 10291;
Cass. 7 giugno 2001, n. 7692; Cass. 10 marzo 2000, n. 2796; Cass. 3 dicembre 1999, n. 13463).
16. In conclusione, dichiarato inammissibile il ricorso 23063/04, deve essere rigettato il ricorso 21127/04 nonchè il primo motivo del ricorso 18172/04, con accoglimento del secondo e del terzo motivo di quest'ultimo ricorso, cassazione, in relazione ai motivi accolti, della sentenza del tribunale Superiore delle acque pubbliche 29 dicembre 2003 n. 171 e rinvio della causa, anche per le spese di questo giudizio al Tribunale superiore delle acque pubbliche.
riunisce al ricorso 18172/04 R.G. il ricorso 23063/04 R.G. nonchè il ricorso 21127/04 R.G.;
ordina la cancellazione, dalla pagina n. 4 del ricorso 21127/04 R.G. delle parole indicate in motivazione;
accoglie il secondo e il terzo motivo del ricorso 18172/04 R.G.;
rigetta il primo motivo dello stesso ricorso 18172/04 R.G., nonchè il ricorso 21127/04 R.G.;
dichiara inammissibile il ricorso 23063/04 R.G.;
cassa in relazione ai motivi accolti la sentenza 171/2003 del Tribunale superiore delle acque pubbliche;
rinvia la causa, per nuovo esame, al Tribunale superiore delle acque pubbliche anche per le spese di questo giudizio.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione, il 20 febbraio 2007.
Depositato in Cancelleria il 5 aprile 2007.
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