Source: http://www.legambientecarrara.it/2017/02/10/cave-bettogli-calocara-non-si-rilascino-autorizzazioni-illegittime/
Timestamp: 2018-11-13 16:15:24+00:00
Document Index: 76871239

Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art. 40', 'art. 38', 'art. 39', 'art. 5', 'art. 3']

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Cave Bettogli-Calocara: non si rilascino autorizzazioni illegittime
A: Comune di Carrara, Settore Marmo (PEC)
ARPAT, Dip. di Massa Carrara (PEC)
Provincia di Massa Carrara, Settore Ambiente (PEC)
AUSL Toscana Nord Ovest, U.F. Igiene Pubblica (PEC)
Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio LU-MS (PEC)
– Settore Infrastrutture di trasporto strategiche e cave
– Settore Tutela Natura e Mare
– Settore Difesa del Suolo
Ministero Ambiente Tutela Territorio e Mare
– D.G. Salvaguardia Territorio e Acque (PEC)
– D.G. Protezione Natura e Mare (PEC)
– D.G. Rifiuti e Inquinamento (PEC)
Oggetto: Osservazioni ai piani di coltivazione coordinati
delle cave del comprensorio Calocara-Bettogli
Poiché alle cave del comprensorio in oggetto è stato richiesto un piano di coltivazione coordinato e i singoli piani (ventennali) presentati hanno struttura omogenea e adottano accorgimenti del tutto analoghi (sia per le tecniche d’escavazione che per la gestione del detrito e delle acque, di lavorazione e meteoriche), le attuali osservazioni sono da intendersi comuni alle seguenti 8 cave: 66-Poggio Silvestre, 67-Betogli Zona Mossa, 68-Bettogli B, 70-Bettogli A, 102-Calocara A, 103-Calocara B, 105-Calocara C, 106-Carpevola.
Le presenti osservazioni sono inviate anche alla Regione Toscana e al Ministero dell’Am­biente e della Tutela del Territorio e del Mare (nonché al Parco Regionale delle Alpi Apuane) poiché, pur non coinvolti nella procedura di V.I.A., nei mesi scorsi hanno manifestato interesse alla soluzione dell’inquinamento delle acque da marmettola. Col documento dell’1/6/2016 (Allegato1) Legambiente Toscana segnalava loro che «sono le autorizzazioni stesse che, di fatto, rilasciano la licenza d’inquinare con marmettola! Gli organi tecnico-ammini­strativi preposti all’istruttoria e al rilascio delle autorizzazioni all’attività estrattiva, infatti, non traducono i princìpi normativi sopra citati in prescrizioni operative adeguate, né le accompagnano con sanzioni dissuasive in caso di inadempienza. Ciò vanifica completamente l’effi­cacia dell’intero apparato normativo…».
Già le nostre osservazioni, unitamente all’analisi dell’iter autorizzativo dei piani d’escavazione coordinati, permetteranno a Regione e Ministero di valutare la fondatezza di quanto affermavamo. Infatti, i piani presentati (del tutto analoghi a quelli della generalità delle altre cave, già autorizzati), sono viziati in partenza dalla convinzione che i materiali fini (marmettola e terre) risultanti dall’escavazione non siano inquinanti (se non contaminati da oli e grassi lubrificanti, fluidi oleodinamici, carburanti); da tale errore di base conseguono misure di protezione ambientale del tutto inadeguate (in violazione della normativa): se approvati, dunque, condurranno inevitabilmente all’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee.
Per comprendere l’estensione e l’intensità (nonché le cause e le possibili soluzioni) dei vistosi fenomeni di intorbidamento (da marmettola e terre di cava) dei corsi d’acqua e delle sorgenti si rimanda al ricco corredo fotografico riportato (Allegato 1) e al breve video del 24/7/2016 “Marmettola: dalle cave alle sorgenti” (Allegato 2).
A nostro parere l’approvazione di tali piani, comportando l’accertato inquinamento delle acque superficiali e sotterranee (in violazione della normativa vigente), rende illegittimo il rilascio dell’autorizzazione.
Un secondo aspetto riguarda la mancata considerazione del rischio alluvionale indotto dai ravaneti e dalle vie d’arroccamento che essi supportano.
Di seguito, pertanto, si focalizza l’attenzione sugli aspetti previsti dai piani di coltivazione in oggetto che generano le due criticità citate (inquinamento delle acque e rischio alluvionale) e si propongono accorgimenti per la loro risoluzione.
2. Acque di lavorazione
Per evitare la dispersione su piazzali e bancate, si prevede il contenimento delle acque di taglio (da filo diamantato o catena diamantata) mediante il sistema già utilizzato nella generalità delle cave: dossi realizzati con materiale inerte di cava (scaglie, terre, marmettola) (Fig. 1).
Fig. 1. Il dosso di contenimento (freccia) separa l’area interna, con i fanghi provenienti dal taglio, da quella esterna (che dovrebbe essere pulita). La foto, casualmente, rivela l’abituale indifferenza verso la dispersione di marmettola su tutte le superfici di cava. (Foto: studio Gardenato).
Riteniamo tale sistema rudimentale, poco efficace (inadeguato ad evitare la fuoriuscita di acque nel piazzale, per filtrazione o apertura di varchi) e, in quanto contenente materiali fini, esso stesso fonte di dispersione di marmettola e terre nel piazzale, soprattutto ad opera del dilavamento meteorico.
Chiediamo pertanto che siano prescritti dispositivi più efficaci, ad es. cordoli di materiali argillosi (può essere idonea la marmettola stessa) saldamente contenuti entro lunghi “salsiccioni” di tela robusta.
3. Acque meteoriche dilavanti (AMD)
Come si argomenta di seguito, il piano di gestione delle AMD elude la normativa, lasciando surrettiziamente intendere che questa non consideri inquinanti i materiali fini (marmettola e terre di cava).
La normativa di riferimento, la L.R. Toscana n. 20/2006 “Normativa per la tutela delle acque dall’in­quinamento”, rinvia ai regolamenti di attuazione (DPGR 46/R 2008, DPGR 5/R 2011 e DPGR 76/R 2012) del cui testo coordinato si riportano in sintesi, nel seguente riquadro, le parti di maggior inte­resse.
Regolamenti attuativi della L.R. 20/2006
Commenti Legambiente
Art. 38 – Norme generali
La gestione delle AMD deve perseguire:
la prevenzione del trasporto di sostanze solide sospese e della contaminazione di inquinanti …
l’obiettivo è espressamente dichiarato e va rispettato!
Art. 39 – Acque meteoriche contaminate (AMC)
… le attività che presentano oggettivo rischio di trascinamento, nelle acque meteoriche, di sostanze pericolose o di sostanze in grado di determinare effettivi pregiudizi ambientali sono:
le aree di cava … disciplinate dall’art. 40 …
le AMC comprendono dunque marmettola e terre (che inquinano sorgenti e corsi d’acqua)
Art. 40 – Disposizioni sulle cave
Ai fini del rilascio dell’autorizzazione allo scarico, i titolari delle attività di cava … presentano un piano di gestione delle acque meteoriche comprendente le informazioni di cui al capo 2 dell’allegato 5 medesimo. L’ente competente valuta il piano e prescrive, nell’autorizzazione allo scarico, le modalità di gestione delle AMD ritenute necessarie alla tutela del corpo recettore.
Il piano di gestione di cui al comma 1 è parte integrante … (del piano di coltivazione).
… all’interno delle aree di cava si identificano i seguenti ambiti principali:
area di coltivazione attiva …;
area impianti …;
area adibita all’accumulo o al deposito dei rifiuti di estrazione …
Ferme restando le disposizioni di cui al d.lgs.117/2008, nelle cave:
devono essere approntati gli opportuni interventi per evitare che le AMD, derivanti dall’area esterna all’area di coltivazione attiva e all’area impianti, entrino all’interno di queste ultime …;
le operazioni di rimozione della copertura vegetale e del suolo devono essere limitate allo stretto necessario e devono durare il minor tempo possibile …, assumendo, come necessità primaria, tecniche di ripristino delle aree non più soggette all’attività estrattiva, attuate contestualmente o per fasi immediatamente successive alla coltivazione;
i cumuli di copertura vegetale e del suolo devono essere distinti gli uni dagli altri e devono essere protetti sia dal dilavamento causato dalle acque meteoriche, sia da eventuali contaminazioni di altre acque;
ai fini della limitazione del trasporto di solidi sospesi da parte delle acque meteoriche, nelle zone non più coltivate, il progetto di risistemazione di cui all’articolo 12, comma 2, lettera d), della l.r. 78/1998 deve, in via prioritaria, prevedere il ripristino dell’inerbimento efficace del suolo e successivamente, attuare le misure necessarie alla ricrescita della copertura arbustiva ed arborea;
all’interno dell’area impianti deve essere organizzato un sistema di raccolta e convogliamento delle acque meteoriche dilavanti, con separazione delle AMPP e loro trattamento, provvedendo per quanto possibile, ad avviare le acque raccolte e trattate al riuso all’interno della cava.
Per le cave di materiali da taglio le norme di cui al comma 4, lettere a), d) ed e), devono essere applicate, per quanto possibile, in relazione alla necessità di privilegiare quegli interventi che conseguono il miglior rapporto tra costi sostenuti e benefici ambientali …
b): è evidente la finalità di evitare il trascinamento di terre da parte delle AMD
c): idem
d): l’obiettivo è espressamente dichiarato
5. il principio è utilizzato nel piano d’escavazione per limitare i costi (es. asfalta­tura dell’area impianti), a danno dell’ambiente
Il capo 2 (Piano di prevenzione e gestione delle AMD) dell’allegato 5, richiamato dal DPGR 46/R 2008 (art. 40, comma 1), stabilisce che:
Il Piano deve contenere almeno la seguente documentazione:
1. la planimetria dell’insediamento in scala idonea e relativi schemi grafici che riportino …;
2. una relazione tecnica che illustri:
2.3. la potenziale caratterizzazione delle diverse tipologie di AMD risultanti dalle superfici dilavanti;
2.6 le modalità di raccolta, allontanamento, eventuale stoccaggio e trattamento previste …
2.7. la valutazione dei rendimenti di rimozione degli inquinanti caratteristici conseguibili con la tipologia di trattamento adottata
2.8. le considerazioni tecniche che hanno portato all’individuazione del recapito prescelto e dei sistemi di trattamento adottati
3. un disciplinare delle operazioni di prevenzione e gestione contenente informazioni relative a:
3.1. frequenza e modalità delle operazioni di pulizia e di lavaggio delle superfici scolanti
3.2. procedure adottate per la prevenzione dell’inquinamento delle AMD
3.3. procedure di intervento e di eventuale trattamento in caso di sversamenti accidentali
3.4 nel caso di stabilimenti esistenti il termine entro il quale saranno realizzati gli interventi di adeguamento eventualmente descritti nel piano di gestione
3.1: il piano di coltivazione prevede pulizia e lavaggio della sola area servizi (e, in parte, delle aree di taglio)
3.4: il termine non è indicato nel piano di coltivazione
È evidente che una lettura obiettiva della normativa regionale sopra riassunta non consente in alcun modo di considerare non inquinanti la marmettola e le terre di cava. Al contrario, la normativa richiama a più riprese la necessità di adottare accorgimenti per evitare il trasporto di particelle solide sospese nelle acque meteoriche (si vedano le frasi che abbiamo evidenziato in grassetto).
Tuttavia, nelle relazioni “Piano di gestione AMD”, mentre per le AMD provenienti dalle aree impianti si prevede un confinamento e un trattamento specifico (in quanto possono essere contaminate dalle operazioni di manutenzione dei mezzi meccanici), le AMD provenienti dall’area di cava attiva sono, di fatto, considerate non inquinate (come attestano, ad es., queste citazioni: «le acque meteoriche provenienti dal­l’area di cava attiva non possono essere che acque costituite dai materiali già presenti sui piazzali della cava che non sono costituiti da materiali pericolosi e la cui eventuale ipotetica contaminazione è costituita da piccolissimi quantitativi di idrocarburi che sono certamente sotto soglia di misura». «Il nuovo piazzale di cava offrirà pendenze favorevoli per lo scolo delle acque di prima pioggia verso valle, poiché tali acque vengono classificate come acque non pericolose per l’ambiente, derivando dalla zona di coltivazione»).
I piani in oggetto, dunque, limitandosi ad adottare misure per evitare l’inquinamento delle acque da parte di “sostanze pericolose” e trascurando l’inquinamento da parte di “sostanze solide sospese” (art. 38) e di “sostanze in grado di determinare effettivi pregiudizi ambientali” (art. 39), non rispettano la legge regionale n. 20/2006 sulla tutela delle acque dall’inquinamento.
L’approccio adottato dai piani di coltivazione, considerando non inquinanti i fanghi di marmettola e terre e non adottando misure adeguate ad evitare il loro trascinamento nelle acque superficiali e sotterranee, è responsabile dei vistosi fenomeni di intorbidamento dei corsi d’acqua e delle sorgenti illustrati negli Allegati 1 e 2.
Siamo dunque costretti a ricordare (sebbene dovrebbe essere superfluo) che: 1) la torbidità rende le sorgenti inidonee all’uso potabile; 2) la marmettola, pur essendo priva di una propria tossicità, si comporta come un inquinante fisico che esercita nei corsi d’acqua un impatto biologico molto elevato, ampiamente documentato da oltre 30 anni[1].
Riteniamo pertanto doveroso che gli enti pubblici partecipanti alla procedura di V.I.A. respingano i piani d’escavazione presentati in quanto non rispettosi della normativa, esplicitando che i materiali fini (marmettola e terre) sono a pieno titolo agenti inquinanti e che perciò i piani di coltivazione devono prevedere tutti gli accorgimenti necessari ad evitarne il trascinamento nelle acque superficiali e sotterranee.
Si fa presente che, a nostro parere, l’eventuale autorizzazione di tali piani sarebbe illegittima! Cogliamo l’occasione per ricordare che tale illegittimità si estende praticamente alla totalità delle cave fino a oggi autorizzate, a dispetto di nostre analoghe osservazioni solidamente argomentate almeno dal punto di vista ambientale. Ne consegue che diviene doverosa (anche in autotutela) la revisione di tutte le autorizzazioni finora rilasciate.
3.1 AMD: aree di coltivazione attiva
3.1.1 Vasche di sedimentazione
Merita osservare che i piani di gestione delle AMD prevedono la raccolta e il trattamento (filtrazione e/o sedimentazione) delle acque di lavorazione (taglio) e di quelle che si accumulano nei punti depressi della cava; le acque di dilavamento delle aree impianti sono sottoposte anche a disoleatura.
Le acque di dilavamento delle bancate e dei piazzali (dotati di pendenza idonea al loro deflusso), invece, scorrono verso valle, sui versanti o nelle canaline delle vie d’arroccamento, senza subire alcun trattamento, salvo una vasca di sedimentazione situata al piede del versante (in totale, per le 8 cave, sono previste 4 vasche, situate rispettivamente al piede dei ravaneti di Bettogli, Miseglia ovest, Miseglia est, Carpevola).
Il piano di gestione delle AMD precisa che tali acque «subiranno normale processo di decantazione finale nella vasca a seguito di adeguata ed ampia laminazione passando dai piazzali di cava per poi defluire lungo le canalette della strada per giungere alle vasche poste al piede della stessa. Lo scopo è … far calare così drasticamente il trasporto solido del materiale presente sui piazzali di cava e lungo le strade di arroccamento e che non rappresenta in sé un prodotto inquinato. Le vasche, già esistenti … sono di dimensioni tali da essere ripulite semplicemente mediante l’utilizzo di pala meccanica. Le AMD che vi confluiranno non necessitano di alcun trattamento e potranno, in caso di eccesso, defluire verso l’esterno».
In realtà tali vasche non garantiscono la chiarificazione delle acque. La Fig. 2, relativa alla migliore delle 4 vasche (quella al piede del ravaneto Miseglia est), mostra come, nel caso di precipitazioni intense, nella vasca non si verifichino condizioni di calma e ne fuoriescano ingenti quantità di fanghi, che conducono all’inquinamento delle acque superficiali.
Fig. 2. A: vasca di sedimentazione al piede del ravaneto Miseglia est, appena svuotata (le frecce indicano i tubi per gli scarichi di troppo pieno). B: scarico sulla strada del troppo pieno (con marmettola in sospensione) della stessa vasca, dopo una forte precipitazione. C e D: fanghi trascinati da cave e ravaneti nel Can. di Piastra (bacino di Torano) e sulla strada adiacente a seguito di un’intensa precipitazione (Foto Legambiente).
Le altre tre vasche sono mostrate nella Fig. 3. Contrariamente all’affermazione del piano («le acque subiranno normale processo di decantazione finale nella vasca a seguito di adeguata ed ampia laminazione»), la vasca al piede del ravaneto Bettogli (Fig. 3A) non ha alcuna capacità di laminazione e pertanto scarica le acque torbide direttamente nel Can. di Piastra adiacente (Fig. 3B), in maniera del tutto analoga alla vicina briglia selettiva (finalizzata a intercettare i detriti in caso di frana: Fig. 3C e 3D).
Anche la vasca al piede del ravaneto Calocara (Fig. 3E e 3F) è completamente colma di detriti da lungo tempo, come dimostra la vegetazione che vi si è insediata; scarica perciò acque torbide nel Can. Calocara.
La vasca al piede del ravaneto Carpevola (Fig. 3G e 3H), realizzata in blocchi, non essendo dotata di un tubo di troppo pieno collocato alla sommità), non genera il bacino di calma necessario alla sedimentazione, ma lascia fuoriuscire le acque (torbide) tra le fessure tra un blocco e l’altro, recapitandole al Carrione di Colonnata in loc. Canalie. Le altre vasche realizzate poco più in alto, infine, sono rudimentali (Fig. 3I).
Fig. 3. A: la vasca di sedimentazione al piede del ravaneto Bettogli non ha alcuna capacità di laminazione: il suo tubo di scarico (freccia bianca) sottopassa la strada e recapita le acque torbide nel Can. di Piastra (B), in maniera analoga alla briglia selettiva situata circa 100 m a valle (C e D). E: la vasca del ravaneto Calocara è completamente colma da tempo e, attraverso il tubo (F) che sottopassa la strada, recapita le acque al Fosso Calocara. G: la vasca al piede del ravaneto Carpevola lascia fuoriuscire le acque torbide dalle fessure tra i blocchi (freccia), non essendo dotata di una barriera impermeabile con scarico di troppo pieno in alto. H: il canale recettore in cemento con acque limpide (tratteggio bianco) riceve le acque torbide (tratteggio giallo) fuoriuscite dalla vasca. I: al di sopra della vasca in blocchi vi sono tre piccole vasche rudimentali. (Foto Legambiente).
Questa breve disamina sulle vasche di sedimentazione evidenzia gravi carenze progettuali. I piani, infatti, non riportano alcun calcolo per verificare che la geometria delle vasche e il loro dimensionamento siano adeguati a realizzare un’efficace sedimentazione delle acque provenienti dalle aree di coltivazione attiva che, nel loro percorso dalla cava al piede del ravaneto, vi si infiltrano, mescolandosi a quelle che precipitano sulla sua superficie.
Riteniamo dunque imprescindibile un nuovo piano di gestione delle AMD che:
dichiari l’intensità, la durata e il tempo di ritorno della precipitazione presa a riferimento per il dimensionamento delle vasche;
stimi la frazione delle acque meteoriche cadute sulle aree di cava attive e sulla superficie del ravaneto che scorre per ruscellamento superficiale e la frazione che si infiltra nel corpo del ravaneto stesso;
verifichi tutte le linee di deflusso e l’effettiva intercettazione di tutte le acque da parte delle vasche;
calcoli l’efficacia di sedimentazione tenendo conto del volume delle vasche e della loro geometria, della portata delle acque in arrivo da trattare e della loro velocità.
Va inoltre ricordato che la progettazione ha sostanzialmente ignorato il fatto di primaria importanza che buona parte delle AMD, nel loro percorso lungo i versanti, si infiltra nella spessa coltre detritica dei ravaneti e, attraverso le fratture del substrato, penetra nel sistema carsico inquinando le sorgenti.
Il fallace presupposto che marmettola e terre non siano sostanze inquinanti ha condotto dunque i progettisti a disperdere nell’ambiente le AMD delle bancate e dei piazzali, inquinando in tal modo sia le acque superficiali che quelle sotterranee. Il piano di gestione delle AMD deve, invece, dimostrare di aver adottato misure efficaci per impedirlo.
3.1.2 Pulizia di piazzali, bancate e altre superfici
Presumibilmente in base allo stesso presupposto, i piani presentati non adottano misure adeguate di pulizia dei piazzali e delle altre superfici di cava, violando il Capo 2, comma 3, punti 3.1 e 3.2 dell’allegato 5 al DPGR 46/R 2008 (disciplinare delle operazioni di prevenzione e gestione, con la frequenza e modalità delle operazioni di pulizia e di lavaggio delle superfici scolanti e le procedure adottate per la prevenzione dell’inquinamento delle AMD). È sufficiente uno sguardo alle foto della Fig. 4 per rendersi conto delle ingenti quantità di marmettola e terre che, nelle cave in oggetto, sono lasciate esposte al dilavamento meteorico.
Fig. 4. Materiali fini (marmettola e terre) presenti sulle vie d’arroccamento, sui piazzali e sulle superfici di cava, esposti al dilavamento meteorico. A: cantiere superiore cave 105-Calocara C e 106-Carpevola. B: cantiere inferiore cava 102-Calocara A. C: cave 105-Calocara C e 106-Carpevola: fronte N sul confine con la cava 68-Bettogli B. D: cava 103-Calocara B, cantiere superiore. E: cava 68-Bettogli B. F: via d’accesso alle cave 66-Poggio Silvestre e 67-Bettogli Zona Mossa. Foto tratte dai vari piani di coltivazione (studio Gardenato).
Va riconosciuto che, sebbene non dichiarato nei piani presentati, i piazzali sono saltuariamente sottoposti a pulizie mediante una mini-pala (bobcat, cerchiata nella Fig. 5) che, pur rimuovendo gli spessi strati di polveri o fanghi, è incapace di eseguire una pulizia accurata. Tale incapacità, unita alla saltuarietà delle pulizie e alla continua disseminazione di fanghi ad opera degli pneumatici dei mezzi meccanici, fa sì che le superfici di cava contengano sempre notevoli quantità di materiali fini, come peraltro mostrano ancora le foto della Fig. 4.
Riteniamo pertanto essenziale che, per evitare il dilavamento di marmettola e terre ad opera delle acque meteoriche, l’autorizzazione prescriva una costante e scrupolosa pulizia di tutte le superfici di cava, il cui mancato rispetto comporti la sospensione dell’autorizzazione per una durata sufficiente a dissuadere ogni inadempienza.
Per chiarire meglio il livello di pulizia da raggiungere (da noi sintetizzato nello slogan “cave pulite come uno specchio”) è opportuno prescrivere allo scopo l’utilizzo di mezzi semoventi dotati di spazzole rotanti-aspiranti (analoghi a quelli impiegati nello spazzamento delle strade) o, ancor meglio (per evitare il sollevamento di polveri), di mezzi lavanti-aspiranti del tipo impiegato per lavare vaste pavimentazioni.
3.2 AMD: aree impianti
Per ognuna delle cave considerate il piano prevede almeno un’area impianti (deposito oli e carburanti, rifornimento dei mezzi meccanici, officina per la manutenzione, mensa, servizi igienici: Fig. 5), su piazzali di marmo segato o su materiale detritico (nel caso delle aree n. 4 cava 103-Calocara B; n. 5 e 6 cava 68-Bettogli B; n. 7 cava 70-Bettogli A; n. 8 e 9 cava 102-Calocara A). In questi ultimi casi si prevede di impermeabilizzare la superficie dell’area impianti mediante materiale stabilizzato (terre e ghiaie) compattato.
Fig. 5. Area impianti comune alle cave 66-Poggio Silvestre e 67-Bettogli Zona Mossa (foto da studio Pandolfi). Al momento mancano la vasca di raccolta delle AMD e il dosso perimetrale di contenimento delle AMD (che si prevede di realizzare lungo la linea tratteggiata). Nel cerchio la mini-pala (bobcat) per la pulizia degli accumuli di marmettola.
Le AMD scorrono lungo la pendenza delle aree impianti fino al loro bordo, dove sono contenute da un dosso in materiale detritico di cava e convogliate con tubazione in una vasca di contenimento che raccoglie almeno i primi 5 mm di precipitazione (acque di prima pioggia: AMPP); al riempimento della vasca, un galleggiante chiude la valvola d’adduzione e le acque successive (di seconda pioggia: AMSP) scorrono sui versanti, seguendo il percorso delle altre acque meteoriche di cava.
I piani di coltivazione prevedono che la pulizia delle superfici delle aree impianti «possa avvenire solo con l’utilizzo di acqua mediante tubazione mobile a spruzzo che determinerebbe comunque un flusso, secondo le pendenze del piazzale, verso il punto più depresso. Non è infatti pensabile operare diversamente una pulizia delle aree anche alla luce delle dimensioni delle stesse e dei mezzi d’opera al confronto delle infinitesimali particelle potenzialmente inquinanti ivi presenti».
Riteniamo che la copertura delle aree impianti con materiale stabilizzato compattato (lo stesso materiale utilizzato per il rivestimento superficiale delle vie d’arroccamento) sia assolutamente inadeguata a garantirne l’impermeabi­lizzazione e a prevenire l’infiltrazione delle acque contaminate nel detrito e la percolazione nel sistema carsico, attraverso le fratture del substrato. Chiediamo pertanto che sia prescritta l’asfaltatura delle aree impianti realizzate su detrito e la loro pulizia mediante mezzi lavanti-aspiranti.
Analogamente a quanto osservato per le acque di lavorazione riteniamo che, al posto dei rudimentali dossi perimetrali in terre, anche nelle aree impianti debbano essere prescritti dispositivi di contenimento che non siano essi stessi fonte di rilascio di materiali fini.
3.3 AMD: ravaneti e vie d’arroccamento
Va osservato che i piani di coltivazione presentati prendono in considerazione solo le acque dilavanti provenienti dalle aree di cava (lavorazione, impianti, deposito detriti), ma trascurano quelle provenienti dai ravaneti e dalle vie d’arroccamento che su di essi s’inerpicano. Tenuto conto che ravaneti e vie d’arroccamento sono strutture funzionali ed essenziali all’attività estrattiva, riteniamo che la loro gestione debba essere trattata come parte integrante dei piani di coltivazione. Questi ultimi, invece, vi fanno solo brevi cenni (relativi essenzialmente a problematiche di stabilità), trascurandone completamente l’impatto ambientale.
Al riguardo, occorre tenere ben presente che i ravaneti contengono ingenti quantità di terre e di marmettola e che quantità altrettanto ingenti sono impiegate nella realizzazione e manutenzione delle stesse strade d’arroccamento (Fig. 6). Il dilavamento di queste ampie superfici genera un ruscellamento fortemente torbido che inquina i corsi d’acqua (Fig. 2C).
Fig. 6. A: vista del ravaneto Bettogli che supporta la via d’arroccamento alle cave: sono evidenti le ingenti quantità di terre e i diffusi fenomeni di dissesto gravitativo ed erosivo. B: le scarpate delle rampe della via d’arroccamento alle cave 66 e 67 rivelano gli elevati contenuti di terre esposte all’erosione meteorica. C: la manutenzione delle vie d’arroccamento, effettuata con riporti di stabilizzato di cava contenente elevate quantità di terre, espone queste ultime al dilavamento meteorico. (Foto A e C: Legambiente. Foto B: studio Gardenato).
Inoltre, data l’elevata permeabilità dei ravaneti (per porosità) e del loro substrato roccioso (per fratturazione e carsismo), una rilevante frazione delle acque piovane si infiltra nel corpo detritico, per poi riemergere in parte (fortemente torbida) al piede del ravaneto inquinando le acque superficiali, mentre la parte restante (altrettanto torbida) penetra nel sistema carsico inquinando l’acquifero e le sorgenti (Fig. 7).
Fig. 7. A: la sezione idrogeologica schematica illustra la circolazione carsica e le vie di penetrazione degli inquinanti. Le acque piovane penetrano nel reticolo carsico attraverso le fratture del marmo situate nei versanti (frecce blu), nelle cave (freccia nera), negli alvei (freccia arancione); quelle infiltratesi nei ravaneti (frecce rosse punteggiate) in parte penetrano nel sistema carsico (frecce rosse) e in parte riemergono al piede del ravaneto (freccia fucsia). B: scarpata al piede del ravaneto Ponti di Vara; al contatto col substrato roccioso (cerchio) riemergono acque fortemente torbide e lattescenti per l’elevato contenuto di marmettola (C): queste sono identiche a quelle che, infiltrandosi nelle fratture del substrato del ravaneto (frecce rosse nello schema A), raggiungono le sottostanti sorgenti delle Canalie.
Riteniamo dunque inammissibile un’autorizzazione di piani di coltivazione che trascurano totalmente fenomeni inquinanti così intensi, frequenti e diffusi. Poiché questi problemi vanno affrontati tenendo conto delle possibili ripercussioni sul rischio alluvionale, i due argomenti sono trattati congiuntamente nel paragrafo 5, dove se ne propone una soluzione sinergica.
4. Piano di gestione dei rifiuti estrattivi
Nei 20 anni di attività il piano coordinato prevede la produzione di oltre 13 milioni di tonnellate di detriti: circa 650.000 t/anno, pari al 79% del materiale escavato (Tab. 1).
Tab. 1. Quantitativi di blocchi e di detriti previsti dal piano d’escavazione coordinato della durata di 20 anni.
Cava Tot. escavato
m3 Blocchi
m3 Detriti
t Detriti
66-Poggio Silvestre 450.000 112.500 337.500 877.500 75
67-Bettogli Zona Mossa 675.000 168.750 506.250 1.316.250 75
68-Bettogli B 1.040.000 221.000 819.000 2.130.000 79
70-Bettogli A 590.000 162.000 428.000 1.113.000 73
102-Calocara A 1.920.000 336.000 1.584.000 4.276.800 83
103- Calocara B 620.000 154.000 466.000 1.210.000 75
105-Calocara C + 106-Carpevola 1.150.000 216.000 934.000 2.529.000 81
Totale 6.445.000 1.370.250 5.074.750 13.452.550 79
4.1 Cave 66, 67, 68, 70, 102, 103
Ad eccezione delle cave 105-Calocara C e 106-Carpevola (trattate più avanti), i detriti sono accumulati in aree della cava adibite a deposito temporaneo, dalle quali, dopo eventuale riduzione di pezzatura con martellone, sono caricati su camion e allontanati (salvo modeste quantità utilizzate per realizzare rampe interne alla cava o per il parziale tombamento di vuoti d’escava­zione).
Il piano di gestione dei rifiuti di estrazione è disciplinato dall’art. 5 del D.Lgs. 117/2008 che, per i detriti all’interno del sito di cava, richiede tra l’altro «la descrizione delle modalità in cui possono presentarsi effetti negativi sull’ambiente … e delle misure preventive da adottare al fine di ridurre al minimo l’impatto ambientale …» (comma 3, lett. d) e, in particolare, deve contenere «le misure per prevenire il deterioramento dello stato dell’acqua…» (comma 3, lett. g).
I piani d’escavazione delle cave 66-Poggio Silvestre e 67-Bettogli Zona Mossa sono privi del piano di gestione dei rifiuti d’estrazione; l’argomento è trattato molto superficialmente nella relazione “Progetto opere a tutela degli interessi collettivi” che si limita ad indicare il destino dei detriti, senza descrivere i possibili effetti negativi sull’ambiente e le misure per prevenire il deterioramento delle acque (è possibile che i progettisti abbiano considerato l’argomento implicitamente trattato nel piano di gestione delle acque meteoriche dilavanti).
Per le altre cave, invece, il piano di gestione dei rifiuti d’estrazione è presente e dotato di un paragrafo per ognuno dei punti previsti dal D.Lgs. 117/2008. Il piano, pur riconoscendo che vi può «essere il rischio che le acque insistenti all’interno dell’area possano far defluire a valle eventuali materiali fini presenti nel piazzale», rinvia genericamente alle precauzioni già descritte nel piano di gestione delle AMD (che, come visto, sono assolutamente inadeguate).
In coerenza con l’assunto che i materiali solidi sospesi nelle acque non siano inquinanti, nessun piano d’escavazione tratta adeguatamente la gestione dei rifiuti d’estrazione: in particolare, non viene fatto alcun cenno alle terre e alla marmettola in essi presenti.
Considerato che la continua presenza di cumuli di detriti esposti al dilavamento meteorico comporta il trascinamento di ingenti quantità di terre –prima sulle superfici di cava (vanificandone peraltro le operazioni di pulizia) e, poi, lungo i versanti– e che è certo l’inquina­mento delle acque superficiali e sotterranee, riteniamo indispensabile l’adozione di misure di prevenzione.
Chiediamo pertanto che siano prescritti:
la delimitazione delle aree di deposito temporaneo mediante i cordoli impermeabili (“salsiccioni” di materiali argillosi) indicati nel capitolo “2. Acque di lavorazione”;
l’immediata vagliatura dei detriti (appena deposti);
lo stoccaggio delle terre risultanti in contenitori a tenuta stagna (o in locali coperti).
4.2 Cave 105-Calocara C e 106-Carpevola
A differenza delle altre, per le cave 105 e 106 (dal 2005 riunificate sotto la gestione S.A.M. srl) il deposito temporaneo (già autorizzato) è rappresentato dal ravaneto Carpevola, nel quale i detriti vengono scaricati dall’alto e prelevati dal basso, dopo vagliatura (Fig. 8).
Fig. 8. A: Il “deposito temporaneo” delle cave Calocara C e Carpevola nel quale i detriti vengono scaricati dall’alto. B: La vagliatura dei detriti effettuata al suo piede (foto 2015). Si notino, in entrambe le foto, le ingenti quantità di terre lasciate esposte al dilavamento meteorico.
Il piano di gestione dei rifiuti d’estrazione esclude che tale ravaneto sia da considersi una “struttura di deposito”, essendo questa definita (D.Lgs. 117/2008, art. 3 comma 1 lett. r) come «qualsiasi area adibita all’accumulo o al deposito di rifiuti di estrazione … Tali strutture comprendono una diga o un’altra struttura destinata a contenere, racchiudere, confinare i rifiuti di estrazione o svolgere altre funzioni per la struttura, inclusi, in particolare, i cumuli e i bacini di decantazione…».
Nutriamo dubbi sulla legittimità di questa interpretazione, visto il poderoso bastione in blocchi (assimilabile ad una “diga” per rifiuti solidi) posto al piede del ravaneto (Fig. 9C). In ogni caso, a prescindere dalle considerazioni giuridiche che hanno condotto ad autorizzare tale “deposito temporaneo”, è certo che la sua gestione deve evitare l’inquinamento delle acque ed è pertanto su questo che focalizzeremo l’attenzione.
Un semplice sguardo alle Fig. 8 e 9 fa comprendere che, data la vasta superficie ricoperta da terre esposta al dilavamento meteorico e il continuo scarico dei detriti dall’alto e la loro movimentazione e vagliatura, il “deposito temporaneo” darà origine al trascinamento di ingenti quantità di terre e marmettola: la frazione di ruscellamento superficiale raggiungerà il Carrione di Colonnata in località Canalie, mentre quella che si infiltra nei detriti e nelle fratture del sottostante substrato roccioso inquinerà l’acquifero sotterraneo (e le sorgenti delle Canalie).
Fig. 9. A: stralcio di tavola progettuale con l’indicazione delle vie d’arroccamento (fucsia), del ravaneto Carpevola “deposito temporaneo” (arancio), del punto di carico dei detriti (pallino giallo) e delle tre vasche di sedimentazione delle acque meteoriche dilavanti (aree verdi V1, V2, V3). B: vista satellitare (da Google Earth): il “deposito temporaneo” (tratteggio arancio) è solo una parte del ben più esteso ravaneto esistente, che scende fino alla barriera in blocchi indicata dalla linea gialla. C e D: la barriera al piede del ravaneto, nella quale è incorporata la vasca di sedimentazione V3 (freccia).
Pertanto, ritenendo che tale deposito temporaneo non sia autorizzabile se non violando la normativa sulla tutela delle acque, chiediamo che:
sia revocata in autotutela l’autorizzazione già rilasciata;
si prescriva lo stoccaggio dei detriti in aree di deposito temporaneo che siano situate all’interno dei siti estrattivi 105 e 106 (analogamente a quanto previsto per le altre cave del complesso Bettogli-Calocara).
5. Ravaneti, vie d’arroccamento:
coniugare tutela delle acque e sicurezza idraulica
Le otto cave in oggetto hanno al loro servizio quattro grandi ravaneti, utilizzati come supporto per le vie d’arroccamento (Bettogli e Miseglia ovest), movimentazione e carico di detriti (Miseglia est) o “deposito temporaneo” (Carpevola); il primo è visibile in Fig. 6A e gli altri tre in Fig. 9B.
Come osservato al par. 3.3, considerato che i ravaneti e le vie d’arroccamento svolgono funzioni essenziali per l’attività estrattiva e che esercitano un impatto ambientale elevato, il piano di coltivazione coordinato delle otto cave non può prescindere dal farsi carico di tutti gli aspetti della loro gestione.
Ciò vale, a maggior ragione, se si considera che il piano coordinato si configura come un’antici­pazione dei Piani attuativi di bacino estrattivo, attualmente in fase di elaborazione, previsti dalla L.R. 65/2014 (Norme per il governo del territorio) e, comunque, deve rispettare le disposizioni del relativo PIT con valenza di Piano paesaggistico, tra le quali le direttive: 1.2 … migliorare la compatibilità ambientale, idrogeologica e paesaggistica delle cave; 1.3 … tutelare le risorse idriche superficiali e sotterranee e il patrimonio carsico …; 1.7 riqualificare gli ecosistemi fluviali alterati e prevenirne ulteriori alterazioni.
Si è già detto che il dilavamento meteorico dei ravaneti induce l’inquinamento dei corsi d’acqua (con le acque di ruscellamento superficiale) e delle acque sotterranee (con l’infiltrazione nei corpi detritici e la successiva percolazione nel sistema carsico).
A ciò si deve aggiungere che i ravaneti, comportandosi come un tipo particolare di “copertura del suolo” ad elevata permeabilità, influenzano la formazione delle portate di piena e il rischio alluvionale. In estrema sintesi, i ravaneti, assorbendo acque meteoriche e restituendole poi lentamente, riducono i picchi di piena e il rischio alluvionale a valle, mentre lo aumentano con i loro apporti solidi (graduali o impulsivi) che innalzano il letto dei corsi d’acqua recettori.
Tanto maggiore è il contenuto in terre dei ravaneti, tanto più aumenta il rischio alluvionale poiché, da una parte si riduce la capacità di assorbimento idrico dei ravaneti e, dall’altra, aumenta la loro propensione all’innesco di colate detritiche che apporta solidi agli alvei.
In diversi nostri recenti documenti abbiamo diffusamente illustrato e argomentato la strategia necessaria per affrontare radicalmente e sinergicamente il rischio alluvionale e l’inquinamento delle acque (sia superficiali che sotterranee)[2].
Pertanto, rinviando ad essi per eventuali approfondimenti, qui ci si limita qui ad esporne l’approccio concettuale: lo smantellamento dei ravaneti, con l’eliminazione di marmettola e terre in essi contenute, sarebbe una misura fondamentale di prevenzione dell’inquinamento delle acque superficiali e sotterranee ma, con la rimozione della funzione di “spugna” del corpo detritico, accelererebbe i deflussi incrementando il rischio alluvionale.
Ciò detto, la soluzione per ottenere sinergicamente la protezione delle acque (della loro qualità) e dalle acque (dal rischio idraulico) è semplice:
smantellare completamente i ravaneti (vie d’arroccamento comprese) fino al substrato;
vagliare i detriti per la completa rimozione delle frazioni fini;
ricostruire i ravaneti con le sole scaglie pulite (avendo cura di stabilizzarli anche nei confronti di precipitazioni di estrema intensità).
Merita osservare che questa strategia è sostanzialmente condivisa (seppur in maniera meno radicale) anche dal recente Master Plan del T. Carrione per la riduzione del rischio idraulico (relazione Seminara).
Riteniamo pertanto che l’approvazione dei piani di coltivazione presentati non possa prescindere dalla prescrizione di un progetto che preveda tale smantellamento e ricostruzione dei ravaneti, con il relativo cronoprogramma.
Per quanto possa apparire superfluo, è bene esplicitare che, affinché questa “grande opera” non sia vanificata, tale smantellamento e ricostruzione deve essere esteso alle rampe interne alla cava e associato alle prescrizioni già esposte nelle presenti osservazioni (con particolare riguardo alla pulizia di tutte le superfici di cava e alla gestione dei rifiuti estrattivi e delle acque meteoriche dilavanti).
1) 1/6/2016: lettera di Legambiente Toscana “Proposta e richiesta di misure efficaci per prevenire l’inquinamento da marmettola delle sorgenti e dei fiumi apuani” inviata a MATTM, Regione Toscana, Parco Regionale delle Alpi Apuane, ARPAT.
2) 24/7/2016: video “Marmettola: dalle cave alle sorgenti”.
[1] Sansoni, Sacchetti, Barabotti. Corsi d’acqua del litorale apuano. Effetti inquinanti della polvere di marmo. Comunità Montana delle Apuane, 1983.
[2] Piani attuativi dei bacini estrattivi: una proposta di buonsenso (quindi rivoluzionaria) (10/8/16); Gestire in sinergia cave, ambiente e rischio alluvionale (2° contributo alla VAS dei piani attuativi estrattivi) (24/9/16); Le nostre proposte per il Piano Regionale Cave (10/10/16); Fermare la fabbrica del rischio alluvionale. Salvare i ponti intervenendo su ravaneti e strade in alveo (16/3/16); Carrione: rivedere i calcoli, intervenire sui ravaneti, ripristinare gli alvei soffocati da strade (31/3/16).
Su osservazioni alle cave:
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