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Timestamp: 2018-04-26 07:51:41+00:00
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Ricorso vinto: il giudice può compensare le spese di lite?
Lo sai che? Ricorso vinto: il giudice può compensare le spese di lite?
La parte soccombente paga le spese di lite: compensazione possibile solo in caso di soccombenza reciproca o di gravi ed eccezionali ragioni motivate.
Anche nel processo tributario, come in quello civile, in tema di spese di lite, vige il principio generale della soccombenza secondo il quale «chi perde il giudizio, paga». Il giudice può disapplicare questa regola e decidere di compensare le spese fra le parti se e solo se sussistono gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate.
Ebbene, in una causa vinta dal contribuente contro il Fisco ed Equitalia per la prescrizione dei tributi intimati, non vi sono ragioni gravi ed eccezionali per compensare le spese di lite. Una recente sentenza della Cassazione [1] ha infatti precisato che è illegittima la compensazione delle spese, peraltro non motivata, se vi è soccombenza esclusiva del Fisco e dell’Agente per la riscossione.
La Corte fa notare come, secondo il principio di causalità, la necessità per il contribuente di ricorrere al giudice per far annullare i tributi prescritti, è pur sempre derivata da una colpa organizzativa dell’Amministrazione finanziaria, la quale deve pertanto essere condannata alle spese.
La legge sul processo tributario, nella parte recentemente riformata [2], prevede che le spese di giudizio possono essere compensate in tutto o in parte dalla commissione tributaria soltanto in caso di soccombenza reciproca o qualora sussistano gravi ed eccezionali ragioni che devono essere espressamente motivate.
Tale disposizione, nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorché concorrano gravi ed eccezionali ragioni, costituisce una norma elastica, «una clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili a priori, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche» [3].
Se il decidente esplicita in motivazione la ragioni della propria statuizione sulle spese, è comunque necessario che siano addotte ragioni fondate dal punto di vista logico-giuridico, dovendosi ritenere sussistente il vizio di violazione di legge nell’ipotesi in cui le motivazioni siano illogiche o erronee.
Ne deriva che se, nonostante la soccombenza di una sola parte, il giudice ritenga che sussistano gravi ed eccezionali ragioni, può compensare le spese ma deve darne adeguata ed espressa motivazione nel proprio provvedimento. Non sarebbe infatti legittima la pronuncia di compensazione basata su motivazioni implicite.
Si precisa che per spese di giudizio si intendono, oltre al contributo unificato, gli onorari e i diritti del difensore, le spese generali e gli esborsi sostenuti, oltre il contributo previdenziale e l’imposta sul valore aggiunto.
[1] Cass. sent. n. 591 del 12.01.2017.
[2] Art. 15 D.Lgs. 546/1992 riformato dal D.Lgs. 156/2015.
[3] Cass. sent. n. 2883/2014.
sul ricorso 25706-2013 proposto da:
(OMISSIS) SNC in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende giusta delega in calce;
REGIONE LAZIO DIREZIONE RAGIONERIA GENERALE AREA (OMISSIS) CONTENZIOSO;
avverso la sentenza n. 507/2013 della COMM.TRIB.REG. di ROMA, depositata il 18/09/2013;
La (OMISSIS) s.n.c. impugnava la cartella esattoriale, notificata il 9/1/2011, con la quale il Concessionario per la riscossione aveva chiesto il pagamento della tassa automobilistica evasa negli anni 2005 e 2006, oltre sanzioni, interessi e spese, deducendo l’intervenuta prescrizione triennale del credito tributario.
La Commissione Tributaria Provinciale di Roma accoglieva il ricorso, con compensazione della spese di lite, ed a seguito dell’appello proposto dal contribuente, limitatamente al capo riguardante le spese del giudizio, la Commissione tributaria regionale del Lazio, con sentenza n. 507/14/13, depositata il 18/9/2013, respingeva il gravame e confermava la sentenza della CTP, compensando anche le spese del grado.
Osservava il Giudice di appello che la decisione di compensare le spese processuali rientra tra i poteri discrezionali del giudicante, il cui esercizio non richiede una esplicita motivazione, che può desumersi anche dalla complessiva motivazione della sentenza che, nel caso di specie, non era entrata nel merito della pretesa tributaria, ne’ aveva comportato alcuna valutazione circa la responsabilità dell’Ufficio.
Avverso la sentenza della Commissione tributaria regionale ha proposto ricorso per cassazione la contribuente, con un motivo, illustrato con memoria.
La Regione Lazio non ha svolto attivita’ difensiva.
Con il motivo di ricorso la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli articoli 90, 91, 92, 93, 82, 83, 112, 132 e 139 c.p.c., in relazione all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 3, giacché la CTR, del tutto illogicamente, ha affermato che sarebbe sufficiente a giustificare la compensazione delle spese processuali la circostanza che il giudice di primo grado non ha “deciso il merito della commissione della infrazione”.
Questa Corte, anche di recente, ha avuto modo di precisare “che l’articolo 92 c.p.c., comma 2, (nella formulazione introdotta dalla L. n. 263 del 2005 e poi modificata dalla L. n. 69 del 2009, ratione temporis applicabile in quanto il ricorso introduttivo di primo grado e’ stato proposto successivamente) ne legittima la compensazione, ove non sussista reciproca soccombenza, solo in presenza di “gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione”; siffatta disposizione, nella parte in cui permette la compensazione delle spese di lite allorché concorrano “gravi ed eccezionali ragioni”, costituisce “una norma elastica, quale clausola generale che il legislatore ha previsto per adeguarla ad un dato contesto storico-sociale o a speciali situazioni, non esattamente ed efficacemente determinabili “a priori”, ma da specificare in via interpretativa da parte del giudice del merito, con un giudizio censurabile in sede di legittimità, in quanto fondato su norme giuridiche” (Cass. n. 2883/2014).
La Corte di legittimità ha anche chiarito che, “nell’ipotesi (quale quella di specie) in cui il decidente abbia comunque esplicitato in motivazione la ragioni della propria statuizione, sia comunque necessario che non siano addotte ragioni illogiche o erronee, dovendosi ritenere sussistente il vizio di violazione di legge nell’ipotesi in cui le ragioni addotte si appalesino illogiche o erronee” (Cass. n. 2883/2014 citata, conforme a Cass. n. 12893/2011).
Orbene, le suesposte ragioni che giustificano, secondo la CTR, la compensazione delle spese processuali del giudizio di primo grado, si appalesano illogiche ed erronee atteso che i motivi di reiezione della pretesa tributaria – “la cartella era stata notificata in data 9/1/2011, ossia oltre il termine triennale di prescrizione decorrente dall’anno successivo a quello in cui dovevano essere effettuati i pagamenti” – esulano dalle “gravi ed eccezionali ragioni” di cui all’esaminato articolo 92 c.p.c., disposizione che, da ultimo, il Decreto Legge n. 132 del 2014, articolo 13, convertito con modificazioni nella L. n. 162 del 2014, ha provveduto anche a tipizzare.
E’ censurabile la decisione impugnata allorché il giudice di appello assume che la operata compensazione delle spese processuali non richieda una esplicita motivazione in quanto si giustifica, in base all’intera motivazione della sentenza ed allo svolgimento della causa, per l’assenza di “una responsabilità grave o un atteggiamento temerario dell’Ufficio” nei confronti della contribuente, in quanto il riferimento ad una simile formula motivazionale non risulta pertinente.
Nel caso di specie, infatti, e’ inidoneo ad integrare una adeguata motivazione dell’esercizio del potere del giudice di merito di compensare le spese il richiamo al complesso delle statuizioni adottate nella sentenza di primo grado, da cui emerge non già la reciproca soccombenza delle parti ma la soccombenza esclusiva di una di esse, considerato che, secondo il principio di causalità, la necessità, per il privato, di ricorrere al giudice è pur sempre derivata da una colpa organizzativa della Amministrazione.
Alla luce di tali considerazioni, pertanto, in accoglimento del ricorso, va cassata l’impugnata sentenza, con rinvio alla CTR del Lazio, altra sezione, che provvederà anche alle spese del presente giudizio di legittimità.
La Corte, accoglie il ricorso e cassa l’impugnata sentenza, con rinvio alla CTR del Lazio, altra sezione, che provvedera’ anche alla regolamentazione delle spese del presente giudizio di legittimità.