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Timestamp: 2020-07-09 05:17:25+00:00
Document Index: 31661785

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 110', 'art. 61', 'sentenza ', 'art. 90']

Sentenza del processo alla brigata nera di Apuania responsabile delle stragi di Vinca e Bergiola, Gragnola, Monzone, Mommio, S. Terenzo e di rastrellamenti e fucilazioni di partigiani e rappresaglie contro le popolazioni civili – Istituto Storico Sociale Apuano
Istituto Storico Sociale Apuano > Documenti > Sentenza del processo alla brigata nera di Apuania responsabile delle stragi di Vinca e Bergiola, Gragnola, Monzone, Mommio, S. Terenzo e di rastrellamenti e fucilazioni di partigiani e rappresaglie contro le popolazioni civili
Sentenza del processo alla brigata nera di Apuania responsabile delle stragi di Vinca e Bergiola, Gragnola, Monzone, Mommio, S. Terenzo e di rastrellamenti e fucilazioni di partigiani e rappresaglie contro le popolazioni civili
Premessa politica extra sentenza:
I partiti del centrodestra intendevano varare, […], tra le altre leggi liberticide a disgustose, anche una legge che equiparasse i combattenti della repubblica di Salò ai militari che hanno combattuto contro il nazi-fascismo, dopo l’armistizio nell’esercito italiano e ai partigiani. Per ora la legge non è passata, perché non hanno avuto il coraggio di approvarla, timorosi di suscitare reazioni di sdegno troppo forti e elettoralmente controproducenti, ma, se dovessero vincere, sarà sicuramente una tra le prima che approveranno.
Una legge iniqua e vergognosa che renderebbe l’Italia ancor più anomala di quel che non sia già oggi, con gli eredi del fascismo e perfino di Salò al governo e con i fascisti non pentiti e razzisti, che si sono alleati con Berlusconi e la cosiddetta Casa delle libertà per mantenerlo al potere.
Nessun paese europeo che abbia conosciuto l’occupazione nazista ha equiparato i collaborazionisti, i deportatori di ebrei, i fucilatori di partigiani, i torturatori di antifascisti, i devastatori e saccheggiatori di migliaia e migliaia di paesi europei, ai resistenti.
Per capire la gravità della proposta di equiparazione di saloini e resistenti, ci sembra utile, proprio in questa provincia, la lettura della sentenza, emessa a Perugia, 21 marzo 1950, a conclusione del processo alla Brigata Nera di Apuania, composta in gran parte di uomini nati qui, in questo territorio, dove commisero crimini gravissimi contro l’umanità, al servizio dei nazisti. Il loro processo avvenne in un periodo in cui già era in atto la guerra fredda; la cortina di ferro divideva ormai il mondo in due schieramenti contrapposti, l’armadio della vergogna era già stato rivoltato contro il muro e dimenticato (a quando una giornata del ricordo dedicata a questa grave e duratura dimenticanza, monumento all’ingiustizia totale?); il governo italiano aveva già deciso, dopo le ampie amnistie degli anni precedenti, la prima delle quali concessa da Togliatti, di accantonare tutti i maggiori processi contro i fascisti e di mandare assolti di fatto, evitando di farli giudicare, tutti i criminali di guerra italiani e tedeschi.
Le colpe di questi, erano prima di tutto politiche e di un intero gruppo dirigente, e prodotto di una cultura della violenza, dell’ intolleranza alle critiche, della sopraffazione e del disprezzo degli avversari predicate e imposte per oltre venti anni all’intero popolo italiano. Questi brigatisti, processati come singoli, erano invece un’associazione a delinquere, ma sul banco degli imputati avrebbero dovuto sedere i loro capi e mandanti fascisti e nazisti, prima di ciascuno. Anche in questo caso furono gli stracci a finire all’aria, l’ultimo anello della catena che si era accollato i lavori più disgustosi e sporchi. Ma le stragi non erano iniziative improvvisate di nazisti e fascisti; erano un progetto politico-militare preciso. Che è quanto al processo non viene fuori, perché avrebbe significato dover far emergere le responsabilità di una classe dirigente che era riuscita a sottrarsi a una sua Norimberga e si era immediatamente riciclata come moderata e liberale.
Anche se è vero che neanche i brigatisti neri pagarono per le stragi e le rappresaglie, perché le pene loro inflitte, già ridotte dalla sentenza di Perugia, furono ulteriormente ridotte da condoni e altri provvedimenti di clemenza che si susseguirono in tempi ristretti.
Nonostante questa sostanziale sfasatura del processo rispetto alle colpe e ai responsabili delle stragi , basta la sola lettura di questa sentenza per far capire l’iniquità e l’inaccettabilità dell’equiparazione di questi criminali, con i resistenti e gli antifascisti che combatterono e lottarono contro e non alle dipendenze e al soldo di un esercito feroce di occupazione, razzista, antisemita e barbarico come quello nazista, per riconquistare all’Italia il diritto di sedere tra i popoli civili.
La sentenza è già comparsa nell’opera di Giovanni Cipollini “Operazioni contro i ribelli” , ma [vogliamo] ripubblicarla in questo giornale, per mettere a disposizione anche di chi non ha letto il libro, un testo non facilmente reperibile, con uno scopo politico chiaro, quello di opporsi alla legge post fascista delle destre a favore dei fascisti di Salò. […].
La sentenza del processo alla brigata nera di Apuania responsabile delle stragi di Vinca e Bergiola, Gragnola, Monzone, Mommio, S. Terenzo e di rastrellamenti e fucilazioni di partigiani e rappresaglie contro le popolazioni civili.
IN NOME DEL POPOLO ITALIANO LA CORTE D’ASSISE DI PERUGIA COMPOSTA DAI SIGNORI
1°) BORDIGONI Fernando fu Alessandro e fu Pucci Teresa nato a Carrara 18 ottobre 1924, domiciliato a Bonascola, Via Casalina n. 21 – Detenuto – Presente.
2°) USSI Elio di Oreste e di Marchi Pamela Quinta Ebe nato a Carrara il 25 novembre 1922 domiciliato a Fossola, Via Moneta n. 40 – Detenuto – Presente
3°) BERNARDINI Vittorio di Francesco e di Ponzanelli Marina nato il 7 marzo1902 ad Ortonovo (La Spezia) residente a Roma Via Ostuni n. 2 (Quarticciolo) – Detenuto – Presente.
4°) DIAMANTI Giuseppe di Oreste e di Baccioli Caterina nato il 18 novembre 1903 a Carrara, domiciliato a Codena Via Santi quattro n. 1 Detenuto – Presente.
5°) CABRINI Carlo fu Antonio e di Maggese Assunta nato a Carrara il 1° giugno 1898 ivi domiciliato Corso Vittorio Emanuele 18 – Detenuto – Presente.
6°) TOMAGNINI Sergio di Francesco e di Soffredini Argia nato a Carrara il 22 febbraio 1889 ivi domiciliato via Lorenzo Bartolini n. 6 – Detenuto – Presente.
7°) BERNARDINI Gino di Francesco e di Ponzanelli Marina nato a Carrara il 4 maggio 1905 residente a Guidonia Via delle Barroce n. 2 – Detenuto – Presente.
8°) BOVANI Alfredo di Modesto e di Pierinelli Irene nato il 6 marzo 1883 a Pistoia domiciliato in Codena di Carrara 3 – Detenuto – Presente.
9°) CEPPELLINI Antonio fu Alviero e di Malloggi Ada nato a Pontremoli 23 giugno 1912 res. a Massa Viale Paladino n. 12 – Detenuto – Presente.
10°) CATTABIANI Galliano fu Giuseppe e fu Santucci Luisa nato a Carrara il 24 ottobre 1898 ivi residente fraz. Avezza [Avenza] Via Aurelia – Detenuto – Presente.
11°) VANELLI Cherubino di Ferdinando e di Fiaschi Settimia nato a Carrara il 27 ottobre 1882 ivi res. Via Domenico Guidi n. 2 – Latitante – Contumace
12°) NICOLAI Renzo anzi Lorenzo Guido di Guido e di Nicolai Argia nato Carrara il 30 novembre 1921 – Domiciliato a Noceto – Detenuto – Presente.
13°) MORACCHINI Gino di Carlo e di Giuliani Adalgisa nato a Carrara il 30 settembre 1887 ivi res. Via R. Angheani n. 22 – Latitante – Contumace.
14°) MANFREDI Giuseppe di Coriolano e di Galli Elira nato a Massa il 6 aprile 1920 ivi res. – Detenuto – Presente.
15°) MANFREDI Italo di Domenico e di Rappelli Giuditta nato a Massa il 30 agosto 1920 ivi res. – Detenuto – Presente.
16°) PISANI Italo di Giuseppe e di Franceschini Adelaide nato a Carrara il 15 settembre 1895 ivi res. – Detenuto – Presente.
17°) MORACCHINI Giorgio di Gino e di Faini Annetta nato a Carrara il 4 luglio 1918 ivi res. – Detenuto – Presente.
18°) MENCONI Ferdinando di Guglielmo e di Cucurnia Andreina nato a Carrara il 7 dicembre 1926 – Detenuto – Presente.
19°) PESELLI Luigi di Orlando e di Del Padrone Ida nato a Carrara il 18 febbraio 1926 ivi res. – Detenuto – Presente.
20°) BERRETTI Angelo di Casimiro e di Ricci Adele nato a Carrara il 3 dicembre 1910 ivi res. – Detenuto – Presente.
21°) MORACCHINI Guglielmo di Gino e di Giuliani Emilia nato a Carrara il 29 marzo 1921 ivi res. – Detenuto – Presente.
22°) TESCONI Giuseppe di Agostino e di Babboni Emilia nato a Carrara il 19 maggio 1900 ivi res. – Detenuto – Presente.
23°) DEL FRATE Giuseppe Emanuele di Primo e di Paoletti Rosa nato a Carrara il 7 aprile 1905 ivi res. – Detenuto – Presente.
24°) PAOLI Alvaro di Paride e di Vinazzani Severina nato a Carrara il 18 agosto 1923 ivi res. – Detenuto – Presente.
25°) PORTA Olinto fu Cipriano e di Deserti Angela nato a Massa il 22 giugno 1899 ivi res. – Detenuto.- Presente.
26°) POLLINA Almo di Francesco e di Zapponi Marina nato a Carrara il 1° febbraio 1916 ivi res. – Detenuto – Presente.
27°) BRIZZI Dario di Carlo e di Orsini Francesco[a] nato a Carrara il 17 gennaio 1902 domiciliato a Isola di Ortoreddo [Ortonovo?] – Latitante – Contumace
28°) MARCHETTI Mario fu Corrado e di Namelli Laudonia nato a Carrara 4 agosto 1904 res. a Torano Via Carriona da Bavaccione [Ravaccione?] 36 – Latitante – Contumace.
29°) PORTA Benito di Olinto e di Fidenti Matilde nato il 7 settembre 1926 ivi res. Miseglie [Miseglia], Via Fantescritti [Fanti Scritti] 5 – Detenuto – Presente
30°) LUCCHINI Benito di Giuseppe e di Olmi Filomena nato a Carrara il 10 novembre 1925 ivi res. Via Baluardo 10 – Latitante – Contumace.
31°) NANA Agostino detto Augusto di Amilcare e di Macchierini Ida nato a Porto Civitanova il 18 ottobre 1923 – Latitante – Contumace.
32°) DE PIETRI Mario di Rodolfo e di Tosi Maria nato a Carrara il 26 aprile 1923 – Detenuto – Presente.
33°) RIDOLFI Gino di Michele e di Micheletti Zoe nato a Carrara il 31 marzo 1902 ivi res. – Detenuto – Presente.
34°) PISANI Mario di Italo e di Canesi Andreina nato a Carrara il 14 settembre 1928 ivi res. Via Perla n. 3 – Libero – Contumace.
35°) GIANNOTTI Aldo di Cesare e di Viviani Concetta nato a Carrara il 17 maggio 1903 ivi res. Via Dante 6 – Latitante – Contumace.
36°) RAFFI Augusto di Carlo e fu Pucci Angela nato a Massa il 4 luglio 1896 ivi res. Via Mirteto Alto 97 – Latitante – Contumace.
37°) RAFFI Pietro di Antonio e di Fiorentini Angela nato a Massa il 12 giugno 1918 ivi res. via E. Chiesa 15 – Latitante – Contumace.
38°) BERTIERI Renato di Ottaviano e di Rolla Ambrogia nato a Carrara 11 settembre 1907 ivi res. – Detenuto – Presente.
39°) BICHI Anastasio di Eugenio e di Verona Palma nato a Stazzema (Lucca) il 23 marzo 1895 – Detenuto – Presente.
40°) BIGARANI Loris di Riccardo e di ignota nato a Carrara il 22 aprile 1927 – Detenuto – Presente.
41°) CAPITANI Paris di Giuseppe e di Fabiani Maria nato a Carrara il 12 novembre 1908 – Detenuto – Presente.
42°) CIAMPI Ruggero di Michele e di Pagni Giuseppina, nato a Uzzano (Pistola) il 19 maggio 1904 – Detenuto – Presente.
43°) GHELFI Quirino di Guglielmo e di Focola Maria nato a Mulazzo il 27 marzo 1919, ivi residente località Ponte S. Giuseppe – Latitante – Contumace.
44°) MERLINI Nando Almo di Almo e di Giardini Filomena nato a Carrara il 1° settembre 1926, ivi residente Via Roma 2 – Latitante – Contumace.
45°) MORELLI Pietro di Ezio e di Muracchioli Amelia nato a Carrara il 27 agosto 1925, ivi residente Via Roma 3 – Arrestato il 3-10-49 – Presente.
46°) PERESEMPIO Silvano di ignoto e di Peresempio Giulia nato a Roma il 12 maggio 1928 – Detenuto – Presente.
47°) PIOLANTI Guglielmo fu Alessandro e di Forlani Enrichetta nato a Sarzana il 20 febbraio 1894 – Detenuto – Presente.
48°) RIVANO Giovanni fu Giorgio e fu Vallebona Vittoria nato a Carloforte (Cagliari) il 19 maggio 1894 – Latitante – Contumace.
49°) BOMBARDA Guido di Corrado e di Sassetto Nicolina nato a Carrara il 1° gennaio 1922 – Latitante – Deceduto.
50°) MASETTI Italo Ugo Gino di Giuseppe e di Gerini Ginevra nato a Carrara il 7 maggio 1901, ivi residente, Codena Via Casalecchia 1 – Latitante – Contumace.
51°) DELL’AMICO Augusto Massimo Vittorio di Massimo e di Morelli Angela nato a Carrara il 4 maggio 1901 – Detenuto – Presente.
52°) LUCCHINI Giuseppe fu Pietro di Cargiolli Rosa nato a Fosdinovo il 19 aprile 1883, residente a Carrara – Latitante – Contumace.
53°) ASSUNGIA Gualtiero detto [di] Pietro e di Ridolfi Argentina nato a Carrara il 31 agosto 1923, ivi residente Via Colonnata 3 – Latitante.
54°) BERTINI Giovanni di Beniamino e di Lucchesi Agata nato a Carrara il 17 dicembre 1904, residente a Codena Salita Poggio 10 – Latitante – Contumace.
55°) RATTI Lido di Ferdinando Nicola e di Mazzoni Andreina nato a Carrara il 19 aprile 1924, ivi residente: Fossola Via Agricola 62 – Libero – Contumace.
56°) POLI Cesare di Pietro e di Battaglia Prisca nato a Carrara il 25 febbraio 1904, elettivamente domiciliato in Roma Via Federico Cesi 21 presso avv. Mancuso – Libero – Presente.
57°) BENGHI Osvaldo Eligio di Agostino e di Chinca Emilia nato a Fivizzano il 7 febbraio 1916, ivi residente – Libero – Contumace.
58°) BRAGAZZI Giovanni fu Sante e di Bertoni Aldeconda nato a Carrara il 19 settembre 1902 – Detenuto – Presente.
59°) FABIANI Corinno di Zeffiro e di Montani Nella nato a Fivizzano il 1° settembre 1915 – Detenuto – Presente.
60°) PENSIERINI Andrea di Umberto e di Giuntoni Silvia nato a Carrara il 17 dicembre 1924 – Detenuto – Presente.
61°) FIALDINI Mario di Pietro e di Giannetti Elisa nato il 22 giugno 1927 a Massa – Detenuto – Presente.
62°) ALOISI Giuseppe fu Vittorio e Aloisi Amalia nato il 5 dicembre 1896 a Pisa – Detenuto – Presente.
63°) DELL’AMICO Andrea fu Ercole e di Lorenzetti Aldeconda nato il 13 settembre 1896 in Carrara – Detenuto – Presente.
64°) DELL’AMICO Linda Veneranda di Eugenio e Dell’Amico Maria nata 1’8 aprile 1909, in Carrara – Detenuta – Presente.
Il BORDIGONI Fernando – USSI Elio.
BRAGAZZI Giovanni – BERNARDINI Vittorio – DIAMANTI Giuseppe:
FABIANI Cosimo [Corinno] – BRAGAZZI Giovanni:
BRAGAZZI Giovanni – DIAMANTI Giuseppe – FABIANI Corinno – CABRINI Carlo:
del reato di cui agli art. 110 – 575 – 577 in relazione all’art. 61 n. 4 C. P. per avere, in concorso fra loro e con militari tedeschi, facendo uso di armi da fuoco e bombe a mano, cagionato la morte di un ragazzo di due anni rimasto sconosciuto. In Vinca 25 agosto 1944;
Tre sono i fatti sui quali la Corte deve portare il proprio esame: in ordine cronologico – la fucilazione del partigiano Lari [Lori] Oreste, eseguita in Carrara il 15 agosto 1944; la rappresaglia contro le popolazioni civili di Vinca e dintorni, durata dal 24 al 27 agosto 1944; e la rappresaglia contro la popolazione civile di Bergiola Foscalina, effettuata il 16 settembre 1944.
Gli fu poi domandato di quanti uomini poteva disporre ed egli replicò – di un centinaio.
L’esistenza di attività partigiana nella zona di Vinca, era stata segnalata da un certo Battaglia – non meglio identificato – all’Ufficio politico investigativo della brigata nera di Carrara, come informa il M.llo dei CC, Banti.
Tali essendo i fatti, conviene anzitutto precisarne la definizione giuridica, modificando in parte il capo d’imputazione. Il collaborazionismo, invero, si presenta quale collaborazione politica col tedesco invasore, perché scopo precipuo delle rappresaglie, esercitato contro deboli ed inermi, da non potersi confondere con le forze partigiane, fu quello di terrorizzare le popolazioni per consolidare la vacillante posizione del nemico, non già di mandare ad effetto un’azione di guerra indiscriminata, come vorrebbe uno dei difensori degli imputati. Non può dimenticarsi – del resto – che la collaborazione di cui si tratta fu già definita politica, da questa Corte di Assise, nel processo a carico del Col. Lodovici, conclusosi con l’assoluzione del’imputato (sentenza 29 novembre 1948).
Che l’accusa non sia sospettabile per tardività è dimostrato da due rilievi. Risulta infatti dai processi minori allegati al processo formale che Masetti Italo fu denunciato dal 30 agosto 1945, Fabiani Corinno dal 29 ottobre 1945 e Bragazzi Giovanni dal 20 gennaio 1946. Risulta inoltre che fin dal 21 maggio 1946, Battaglia Semideo – padre della bimba uccisa al volo – esibì al Commissariato di P. S. di Carrara un elenco di brigatisti neri ritenuti partecipi dell’azione su Vinca. Tale elenco era stato formato dal sottocomitato partigiano di liberazione sulla base di tre elenchi distinti, che erano stati rinvenuti a Vinca dal Battaglia e da altri del paese, momentaneamente rientrati per seppellire o bruciare i morti, durante i giorni della strage.
Il commissario Scalamogna [leggi Scalamagi o Scalamaga] riferisce che le prime investigazioni condotte in base al detto elenco e dirette alla identificazione dei nominativi in esso contenuti non approdarono a risultati positivi, mentre ulteriori indagini, da lui riprese, furono coronate da successo. È verisimile che gli elenchi trovati a Vinca corrispondano al cosiddetto «ruolino di marcia» dei brigatisti che operavano in quello che fu l’epicentro della rappresaglia; ma non va comunque dimenticato (a sfatare l’insinuazione secondo cui l’elenco affidato al Commissariato di P.S. avrebbe influito in modo decisivo sulla individuazione dei presunti rei) che solo alcuni dei nomi dei denunciati figurano sull’elenco medesimo, mentre altri – come il Bragazzi e il Fabiani – non vi sono compresi.
L’asserito ritardo va d’altronde messo in relazione con le anormali condizioni degli uffici nel dopoguerra e col fatto che i sospettati, tornati dopo la Liberazione dal nord d’Italia a Carrara, erano quasi riusciti ad assicurarsi un alibi d’innocenza attraverso garanzie fatte loro in buona fede da partiti politici e da organizzazioni partigiane – come risulta dal rapporto del Commissario Scalamogna.
Dodici testimoni, trovatisi presso i luoghi degli eccidi, sentirono chiamare un brigatista col nome di «Giovanni» ed altri due testi – Achilli Avito e Spagnoli Vanda – udirono anche il cognome di «Bragazzi». L’Achilli depose d’aver anche sentito il Bragazzi dare indicazioni al Fabiani, dicendogli: «Spara là, spara là!».
Altri due testi – Benelli Agelio e Battaglia Orazio – deposero che, due giorni prima dell’eccidio, il Bragazzi aveva sparato dal Monte Sacro [leggi Sagro] verso Vinca manifestando propositi di rappresaglia contro il paese. L’imputato, infine, si sarebbe confidato con la nepote.
Orlandini Miranda sente, passando per Monzone Basso, donne del paese dire d’aver visto «Corinno» – o Fabiani – sino al molino, da dove la strada prosegue per Vinca.
La grave testimonianza del Ravenna non solo trova – come si è detto – riscontro nella forzata ammissione dell’imputato d’aver parlato, nelle circostanze di tempo e di luogo indicate dal Ravenna, d’una donna uccisa e depredata a Vinca; ma ottiene il confronto di altre due posizioni che provengono dai due barbieri:
Vero che un altro testimone, Fantoni Giuseppe – identificato sulle indicazioni dello stesso Ravenna – asserisce di non saper nulla, escludendo d’essere stato presente nella barbieria, come sostiene invece il Ravenna; ma a questo teste non presta fede la Corte, soprattutto sul riflesso che lo stesso Pensierini ammette, sia pur riferendolo a suo cognato, il discorso, che fu inteso non solo dal Ravenna ma anche dai due barbieri. Resta da vedere se la vanteria corrisponda alla realtà; ma la Corte ritiene l’affermazione considerando che fu accompagnata da gesti particolannente espressivi e determinò il significativo diverbio tra il Pensierini ed il Nana, e considerando altresì che nell’epoca in cui venne fatta solevano purtroppo avvenire molte cose che in tempi normali possono sembrare anche assurde.
Costoro uccisero, poco lontano dal rifugio della Pinelli, 14 persone. Il Mariani, nascosto anch’esso in una cavità lungo il torrente Lucido, narra d’aver veduto una pattuglia di sei brigatisti armati e d’aver udito chiamare «Ussi» e dire: «Guarda in quel cespuglio, guarda in quell’altro». Sentì poi che vennero scoperte tre donne contro le quali i detti brigatisti spararono ed esso teste rinvenne, il 27 agosto, i cadaveri delle disgraziate. Boni Giuseppe, subito dopo la strage, avvenuta sotto i suoi sguardi, di tre donne, sue parenti, ad opera di quattro brigatisti che parlavano il dialetto carrarino, vede – dal proprio nascondiglio – uno di costoro frugare i cadaveri, asportare un portafoglio e gettar via un paio di stivali forati dalle pallottole e in pari tempo ode altri brigatisti chiamare «Ussi» e quello che aveva depredato le vittime rispondere «vengo»; talché il teste si convinse che costui fosse l’Ussi, nell’esperimento tentato all’udienza. Bussa Licurgo, nascosto insieme col Boni, sentì anche esso il nome di «Ussi» e sentì poi lo stesso gruppo di brigatisti sparare contro altre persone, i cui cadaveri furono rinvenuti in quei paraggi.
Pertanto, se anche due testimoni (Orlandini Miranda e Boni Artemia) più non ricordano d’aver inteso il nome di Gatton, è chiaramente provato che il Diamanti – unico brigatista con questo nomignolo – partecipò ai misfatti commessi a Vinca, rivelandosi violento e profittatore. Ma non meno luminosamente provata è la partecipazione del Diamanti alla strage di Bergiola. Invero parecchi testimoni e cioè Cappe Cesare, Cappe Giuseppe, Dell’Amico Guglielma, Dell’Amico Archimeda, Dell’Amico Pietro, Morelli Gino, Dell’Amico Grazio, Dell’Amico Elisa e Dell’Amico Dese seppero da compaesani scampati all’eccidio del 16 settembre 1944 che tra i brigatisti operanti con i tedeschi era stato riconosciuto il Diamanti. Ma Cappe Giulio riconobbe il Diamanti a bordo di un camioncino diretto a Bergiola nel pomeriggio del 16 settembre e vide poi l’automezzo fermarsi sotto il paese e discenderne i brigatisti, che si diressero subito verso l’abitato, donde si udirono poco dopo grida e sparatorie. Dell’Amico Gina incontrò sull’imbrunire dello stesso giorno, nei pressi di Codena, un’automobile proveniente da Bergiola con a bordo il Diamanti, nonché il Masetti e Dell’Amico Linda, la quale cingeva con un braccio il collo del Diamanti. La donna era stata riconosciuta, nel viaggio di andata verso Bergiola, dal nominato Cappe Giulio, il quale aveva inoltre notato sull’automezzo il cane del Masetti. Seguono le due testimonianze decisive di Dell’Amico Dina e Dinelli Giuseppe, che riferiscono terrificanti episodi ai quali furono essi stessi presenti. La Dina Dell’Amico accusa il Diamanti d’avere, unitamente al Masetti, ucciso in casa di essa teste, in quella di suo zio e nel pollaio di questo quattordici persone a colpi di mitra e di bombe, restando il Diamanti e il Masetti sordi alle implorazioni di Dell’Amico Filomena, che invocò pietà per sé e per i suoi otto figli, e venne uccisa con una bomba. La sventurata madre chiamò i due assassini per nome ed essi la uccisero perché li aveva riconosciuti. Giuseppe Dinelli accusa il Diamanti, il Masetti e un tedesco, che prima spararono contro i rifugiati nel pollaio col mitra e poi lanciarono bombe contro i feriti che si lamentavano. La stessa Dell’Amico Dina fu colpita sì gravemente che ha perduto una gamba, mentre Dinelli Giuseppe si salvò nascondendosi dietro agli altri che furono uccisi. Il Dinelli chiarisce che conosceva il Diamanti, perché aveva avuto occasione di vederlo a Codena.
d, e) Dell’Amico Dina e Dinelli Giuseppe – già ricordati a proposito del Diamanti – depongono in modo sostanzialmente concorde circa l’eccidio di quattordici persone, perpretrato, con mitra e bombe a mano, dal Masetti e dal Diamanti (con o senza la partecipazione d’un tedesco) e circa la spietatezza dimostrata specialmente dal Masetti, che alle implorazioni di Dell’Amico Filomena invocante salvezza per sé e per i suoi figli, rispose: «Sacramento, senza pietà!» e gettò contro la supplicante una bomba che la dilaniò. Dinelli Giuseppe, di cui la stessa difesa riconosce la stessa coerenza e quindi l’attendibilità, spiega che conosceva molto bene il Masetti, perché questi gestiva un negozio alla Foce, dove il teste si era trasferito con la famiglia nel 1938.
Codesto episodio è valorizzato dalla difesa a prò dell’imputato; ma, ben considerando, la sua portata è modesta, perché se il Masetti, alla vista del vecchio conoscente ferito, ebbe un momento di resipiscenza, la cosa si spiega appunto con l’antica conoscenza; se poi il Masetti stesso pensò, come è probabile, che non occorresse altro a spedire il vecchio all’altro mondo, la sua desistenza da ulteriori offese non implica alcun pentimento. Senza necessità d’indugiare sulle testimonianze di Cappe Giulio, Dell’Amico Gina, Paoli Sandra e Morelli Viviana (la quale riferisce che il Masetti si vantò d’aver salvato una donna – cosa che non distrugge la tragica realtà degli eccidi) – occorre aggiungere che la diligente difesa dell’imputato ha indotto una testimone. Bellé Elvira, già colona del Masetti, la quale ha deposto che l’imputato si trovava, il 16 settembre, nella cantina della casa colonica per procedere col mezzadro alla divisione del mosto, quando militari tedeschi, che erano già in casa, lo costrinsero ad andare con essi a Bergiola, a seguito della uccisione di un tedesco, avvenuta alla Foce. La testimone ha soggiunto che i tedeschi contestarono, sulle prime, al Masetti d’essere un partigiano, ricredendosi dopo che il Masetti ebbe mostrato loro i suoi documenti.
L’alibi fallito, per Bergiola, e le rammentate testimonianze, specialmente l’ultima, dimostrano che il Ciampi non solo raggiunse Bergiola, ma partecipò con gli altri intervenuti alla rappresaglia, che fu condotta con tale rapidità e tale ardore da far presumere che nessuno sia rimasto inerte, senza dare il proprio contributo.
12°) Dell’Amico Linda: Nega d’essere andata a Bergiola, asserendo d’essersi trovata, nel pomeriggio del 16 settembre, a Carrara, presso una certa Vatteroni Livia. È però raggiunta da prove tranquillizzanti sia per l’intervento a Bergiola sia per la partecipazione alla strage. A parte Dell’Amico Pietro, Dell’Amico Grazio e Morelli Gino che pure attestano d’aver appreso a Bergiola che la prevenuta era coi brigatisti neri, Cappe Giulio riconobbe la Linda Dell’Amico (nata a Bergiola e domiciliata nella vicina Codena) insieme col Diamanti sul camioncino di brigatisti diretti a Bergiola, di cui si è parlato trattando la posizione del Ciampi; e Dell’Amico Gina, sull’imbrunire del 16 settembre, incontrò presso Codena un’automobile proveniente da Bergiola, a bordo del quale erano il Masetti, il Diamanti e la Linda, che cingeva con un braccio il collo del Diamanti.
Cappe Cesare non conferma, in base ad ulteriori indagini che dice d’aver esperito, la primitiva accusa, secondo la quale la Linda avrebbe indicato ai Tedeschi case da bruciare e persone da uccidere. Ma Dell’Amico Dina – non esaminata dal giudice istruttore ma interrogata dalla Corte – assicura di avere veduto Dell’Amico Linda, vestita alla tedesca e armata di mitra, mentre indicava a Masetti e Diamanti la casa sua e due case vicine; e precisa d’aver visto la Linda sparare contro Dell’Amico Albina, uccidendola, nel momento in cui la poveretta si rifugiava nella casa di essa teste (pag. 227 verb. dib.).
La difesa attacca questa testimonianza perché Dell’Amico Dina non parlò della Linda alla sorella Gina, né al M.llo di P. S. Benassi che la interrogò all’Ospedale; ma è degno di nota che Dell’Amico Alessandro, il quale in periodo istruttorio accusò di partecipazione alla rappresaglia su Bergiola il Masetti, il Diamanti e Dell’Amico Linda, ha precisato al dibattimento che la sua informatrice fu
Dell’Amico Dina, dichiarando che in istruttoria fece anche il nome della Linda vuol dire che la Dina ebbe a fargli anche quel nome, ancorché questo non sia rimasto impresso nella sua memoria. Ciò stante, e considerate le gravi condizioni di salute in cui versava, nell’Ospedale, la Dina (a cui fu asportata una gamba) – non vale argomentare dal silenzio serbato con la sorella per concludere che la Dina inventa oggi l’accusa a carico della Linda. La posizione dell’imputata è resa più grave dalla considerazione del suo sesso, perché, non potendo dubitarsi del suo effettivo intervento a Bergiola per essere stata riconosciuta sia nell’andata che nel ritomo, è logico pensare che solo un fanatismo sfrenato, consigliere d’iniquità, abbia spinto la donna a seguire i più fanatici collaboratori dei tedeschi, con uno dei quali fu colta in atteggiamento di spiccata confidenza. E la compagnia dei due suddetti è un altro elemento che suffraga l’accusa.
Il ten. Bovani è però accusato altresì di aver fatto parte del Tribunale improvvisato che condannò a morte il partigiano Lori Oreste, fucilato in Carrara la sera del 15 agosto 1944. L’accusa è convalidata da tre testimonianze e dal comportamento dello stesso imputato. Rossi Alfredo, padrigno [patrigno] del Lori e denunziante, indica il Bovani come colui che avrebbe comandato il plotone di esecuzione, dopo il rifiuto del tenente Aloisi. Evangelisti Monrico – che al tempo del fatto comandava col grado di capitano, il G. N. R. di Carrara – lo designa fra i componenti del suddetto Tribunale. La designazione dell’Evangelisti è più attendibile di quella del Rossi, poiché questo fu informato da un brigatista (Vanelli Gino), mentre l’Evangelisti, pur dicendo d’aver la notizia da un milite (certo Dolfi, ora defunto) attesta che fece rapporto, sul fatto Lori, al Comando provinciale della stessa G. N. R., onde è logico pensare che, prima di riferire ai superiori, l’Evangelisti abbia controllato le notizie venute al suo orecchio.
Siffatti rilievi, ai quali bisogna aggiungere che la condanna fu emessa al Colambarotto (sede della B. N.) ed eseguita al Palazzo del Ballila, inducono la Corte a concludere che – come attesta l’Evangelisti – il Bovani fece realmente parte del suddetto Tribunale e si recò sul luogo della esenzione per le constatazioni del caso. Dovrà quindi essere affermata la responsabilità del Bovani, in ordine all’omicidio Lori, esclusa, per i motivi già indicati, la premeditazione.
In virtù dei decreti d’amnistia e d’indulto 22 giugno 1946, 9 febbraio 1948 e 23 dicembre 1949 le suddette pene all’ergastolo sono commutate e ridotte ad anni venti di reclusione pel Tomagnini (che pei suoi precedenti penali non beneficia dell’ultimo condono) e ad anni 19 di reclusione per gli altri condannati alla pena perpetua; mentre le pene di anni trenta di reclusione sono ridotte a nove anni – esclusi però dai condoni i latitanti.
Vanno poi assolti: il Bordigoni dalla devastazione e saccheggio per insufficienza di prove; il Bragazzi dalla devastazione e saccheggio e dall’omicidio Lori per lo stesso motivo; il Fabiani dalla devastazione e saccheggio per la stessa ragione; il Nana dalla strage di Vinca per insufficienza di prove; il Tomagnini dalla devastazione e saccheggio per lo stesso motivo; il Capitani – come il Tomagnini; il Masetti dalla rapina di Bergiola e dall’omicidio Lori per non aver commesso tali fatti e dalla strage di Vinca per insufficienza di prove; il Ciompi dalla strage di Vinca e dalla devastazione e saccheggio per non aver commesso questi fatti; il Bovani – come il Ciampi.
A prescindere dalle testimonianze d’alibi di Dell’Amico Corinna (lavandaia, parente dell’imputato) e di Galvani Carlo (ex milite della G. N. R.) perché manifestamente compiacenti, deve riconoscersi che gli elementi raccolti a carico di Augusto Dell’Amico lasciano nell’incertezza, sia la sua partecipazione ai misfatti di Vinca, sia il suo concorso attivo alla strage di Bergiola, dove mostrò, almeno di fronte alla nepote – che pur lo dice intervenuto – animo non alieno da sentimenti umanitari. L’insufficienza di prove in ordine ai delitti comuni determina l’applicazione dell’amnistia dal collaborazionismo.
3°) Ceppellini Antonio, capitano: Durante l’istruttoria ammise d’aver partecipato alla spedizione su Vinca, assumendo d’avere svolto servizi puramente logistici. Ma la sua partecipazione attiva e con funzioni di comando – essendo allora l’imputato Capitano nella brigata nera di Carrara – fu affermata da molti coimputati: Ussi, Piolanti, Moracchini Guglielmo, Manfredi Giuseppe, Bichi, Tomagnini, Pensierini, Pisani, Bichi [?], Tomagnini [?], Bertieri. La teste Senni Nella lo vide a Gragnola la mattina del 24 agosto 1944.
Al dibattimento il Ceppellini ha dichiarato che la brigata nera era tatticamente alle dipendenze del Comando tedesco; che la notte della partenza per Vinca egli stesso divise i brigatisti in due reparti; che chiese il motivo della spedizione al col. Lodovici, il quale gli rispose che lo ignorava ma che lo avrebbero saputo durante il viaggio, cosa che (secondo il Ceppellini) non avvenne. Il Ceppellini ha poi detto che egli dispose posti fissi fra Gragnola – Monzone – Equi Tenne per salvaguardare ponti, passaggi obbligati e stazioni e perquisire uomini, perché si temeva un eventuale attacco di partigiani, che avessero inteso di compiere atti di sabotaggio nei punti di transito e nei parcheggi per gli automezzi creati a Monzone ed altrove. Dopo ciò l’imputato asserisce che né il 24 agosto né il 25 giunse al suo orecchio alcuna notizia di stragi devastazioni saccheggi incendi commessi nella zona delle operazioni. Ignora anche l’incendio di Monzone Alto. Non venne a conoscenza dei misfatti neppure alla fine della rappresaglia, quando il giorno 26, si concentrarono a Monzone Basso le truppe italo-tedesche, prima di prendere la via del ritomo a Carrara. Ebbe chiara cognizione dell’accaduto soltanto una settimana più tardi, nel Gabinetto del Capo della Provincia di Apuania, sebbene già da qualche giorno avesse appreso, da voci circolanti in Carrara, che i Tedeschi avevano commesso della atrocità. Non sa dire, il Ceppellini, a quali compiti in genere fosse riservata la brigata nera nel «ciclo operativo» del quale si tratta.
È dunque poco credibile che il Cap. Ceppellini, il quale doveva aggirarsi fra Gragnola, Monzone ed Equi Terme, dove aveva costituito i suddetti posti fissi, abbia potuto ignorare i misfatti che si commettevano durante la crudele rappresaglia. L’opera svolta dal Ceppellini, con la costituzione dei detti posti fissi, non può dirsi, d’altronde, indifferente ai fini del concorso criminoso, che – come si è premesso – presuppone un contributo efficiente alla produzione dell’evento dannoso. Nel caso concreto non può escludersi il dubbio che siano state guardate le spalle dei reparti di tedeschi e brigatisti che si abbandonarono a Vinca e nei dintomi, ad azioni gravemente delittuose; senza che, tuttavia, possa ritenersi per certo che ciò sia stato fatto con quella volontà chiaramente consapevole, che occorre a caratterizzare l’azione criminosa.
Altri testi depongono che il Cabrini stette, il 24 agosto, a guardia dei rastrellati di Gragnola e nel pomeriggio del 25 li scortò a Carrara (Mastino Pasquale e Catelani Amilcare). Un altro teste, Ceci Nello, dice d’esser poi stato salvato a Carrara da un sergente calvo, come è il Cabrini. Due testimoni a discarico e cioè Terenzoni Adalgisa, proprietaria del locale in cui furono rinchiusi i rastrellati, e Sarteschi Eugenio, farmacista di Gragnola, ove agevolò la fuga del Sarteschi, e non fu più visto dalla Terenzoni dopo la partenza dei rastrellati per Carrara. La difesa invoca pel Cabrini piena assoluzione; ma la Corte non crede possa eliminarsi il dubbio ch’egli sia stato anche a Vinca, considerando che Federici Marianna e Mariani Samuele sentirono chiamare il nome di Carlo – portato, fra i giudicabili, dal solo sergente Cabrini – nelle ore meridiane del 25 agosto, ossia in ore tali da non escludere la possibilità di un temporaneo spostamento da Gragnola a Vinca e viceversa, prima che giungesse l’ ora di scortare i rastrellati a Carrara.
31°) Bernardini Gino: Tenente nella B. N. addusse un alibi ad Aosta ed insiste su questo. L’alibi è suffragato da tre testimoni: il barbiere Telloli e due ex militi della G, N. R. – Sonza Adolfo e Grego Federico – condannato per collaborazionismo, nonché da un certificato di convalescenza per 60 giorni del medico militare Dr. Marcello Zampolini, rilasciato in data 3 agosto 1944. Vari coimputati (Piolanti, Menconi, Beretti [Berretti] Angelo, Manfredi Giuseppe, Pensierini) affermarono invece la generica partecipazione del Bernardini alla spedizione su Vinca. Comunque nulla di concreto è emerso a carico del prevenuto, che merita perciò d’esser prosciolto con formula piena dai reati comuni, mentre in ordine al collaborazionismo deve farsi applicazione dell’art. 90 C. p. p. essendo il Bernardini stato già giudicato per tale reato.