Source: http://bananasnapple.altervista.org/matrimonio-concordatario/
Timestamp: 2018-11-14 11:15:12+00:00
Document Index: 99214486

Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 84', 'art. 34', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 34']

Edmund Blair Leighton – Signing the Register, Bristol City Museum and Art Gallery
1. L’evoluzione della disciplina matrimoniale. Cenni.
La disciplina giuridica del matrimonio non costituisce oggetto di conflitto tra autorità religiosa e autorità civile in età antica (nei secoli successivi all’Editto di Costantino, 313 d.C.) quando cioè il cristianesimo è diventato ormai religio licita e poi addirittura religione ufficiale con l’Editto di Teodosio del 380 d.C. Per rendersi conto delle ragioni della mancanza di un conflitto tra potere civile e potere religioso sulla materia matrimoniale basta fare qualche cenno ad aspetti salienti della situazione sociale e giuridica del tempo, cominciando col rilevare che nonostante le differenze riscontrabili tra matrimonio romano e matrimonio cristiano, la speculazione giuridica dell’età post classica tende a sottolineare ciò che accomuna le due concezioni e quindi le due discipline giuridiche rispetto a ciò che fortemente le distingue.
Il processo di cristianizzazione della società romana, che ha riflessi innegabili nelle sue istituzioni e nelle sue leggi, porta la concezione cristiana a permeare progressivamente l’istituto matrimoniale, facendo cadere quelle incompatibilità che potevano esserci tra istituto romano e istituto canonistico. Un significativo indice di tale fenomeno è dato dalla tendenza dei giuristi dell’età post classica di ricondurre le due concezioni di matrimonio ad unità. La dottrina romanistica che si è occupata di questi problemi ha messo in evidenza l’accortezza con la quale i compilatori giustinianei hanno operato selezioni nella tradizionale definizione del matrimonio, accogliendo e valorizzando quelle che non contrastavano con la coscienza ed i valori di una compagine sociale che si veniva cristallizzando.
Come nell’età antica, la disciplina giuridica del matrimonio non costituisce oggetto di conflitto tra le due autorità nemmeno nell’età medievale. Nel contesto di un sistema teocentrico, si ha una realtà di sottomissione degli ordinamenti giuridici umani rispetto al diritto divino, così come esplicitato nel magistero ecclesiastico e nel diritto della Chiesa che caratterizza l’esperienza della medievale Respublica gentium christianorum. Giova osservare come nel mondo medievale vengono ad essere distinte chiaramente, quindi scisse, quelle nozioni di Stato e diritto che nel pensiero romano in sostanza coincidevano al punto di identificarsi. Per il pensiero politico e giuridico medievale non solo lo Stato e il diritto sono distinti, ma il diritto inteso nella sua accezione normativa non è innanzitutto prodotto dello Stato, bensì è a esso antecedente e comunque ad esso indisponibile, nel senso che la norma o deriva dalla volontà legislativa di Dio o dagli usi o dai costumi che il legislatore civile non può che riconoscere.
Proprio in questo periodo si può osservare come la competenza della Chiesa a disciplinare questa materia ha prodotto, nel campo del diritto canonico, e poi ovviamente con effetti nella società civile, una poderosa e raffinata elaborazione legislativa e dottrinale in materia matrimoniale.
Il matrimonio, a partire dall’età moderna, ha costituito motivo di conflitto tra lo Stato e la Chiesa Cattolica. I motivi possono essere ricondotti:
da una parte, alla circostanza che nella dottrina canonistica il matrimonio è stato sempre ascritto nella categoria delle cosiddette res mixtae (cioè quelle materie rilevanti sia spiritualmente che temporalmente, e quindi soggette alla disciplina ecclesiastica e civile);
dall’altra, all’affermazione di una concezione “laica” del matrimonio e della famiglia antitetica a quella che la dottrina cattolica propugnava.
A fondamento della disciplina del matrimonio canonico vige, infatti, il principio dogmatico della inseparabilità tra contratto e sacramento, vale a dire che, tra battezzati non vi può essere valido contratto matrimoniale che non sia al tempo stesso valido sacramento. Le conseguenze di tale principio sono:
l’essenzialità del consenso degli sposi (can. 1057): il consenso come causa efficiente del matrimonio e, quindi, elemento essenziale del contratto, ma anche del sacramento, di cui gli sposi sono gli stessi ministri;
la competenza esclusiva della Chiesa a dettarne la disciplina proprio in quanto il matrimonio è sacramento, e quindi res spirituales. La giurisdizione esclusiva della Chiesa non si limita, quindi, all’aspetto meramente sacramentale ma, proprio a motivo della inscindibilità sacramento-contratto si estende anche alla realtà contrattuale;
la competenza dello Stato esclusivamente sugli effetti mere civiles del vincolo (es. i rapporti economici).
Il principio canonistico di ripartizione di competenze fra Stato e Chiesa nella disciplina del matrimonio dei fedeli, già affermato nel Codice del 1917 (can. 1013), sulla scorta delle enunciazioni del Concilio Ecumenico Vaticano II (così come ribadito nel Magistero), viene confermato nell’attuale Codice di Diritto Canonico, nei cann. 1059, 1671, 1672.
Ma tale principio, già a partire dall’affermazione dello Stato moderno comincia ad essere oggetto di dispute di natura sia teologica che giuridica, e, quindi, di aspri contrasti nelle relazioni tra le due autorità. E saranno proprio le condizioni storico-culturali dell’Età moderna a “spingere” lo Stato ad affermare la proprio competenza sul matrimonio, generando così uno dei più accesi conflitti nei rapporti con la Chiesa. Lo Stato moderno, infatti, sorge a seguito della dissoluzione dell’unità politico-religiosa dell’Europa Medioevale, determinando l’affermarsi del principio di tolleranza in materia religiosa prima, e della piena libertà poi, nel suo ordinamento giuridico. Queste – in estrema sintesi – le ragioni storiche. Le ragioni, invece, di matrice teorico-dogmatiche sono riconducibili all’ascesa del concetto di sovranità, su cui si fonda la costruzione dello Stato moderno, che postula la sua emancipazione da ogni norma ed autorità superiore (legibus solutus). Tale concetto comporta, quindi, la piena libertà dello Stato di determinare la propria volontà, espressa nella legge positiva, anche in materia matrimoniale, senza limiti e condizionamenti di sorta, non esclusa una “propria” tavola di valori etici cui ispirare il proprio ordinamento, valori che possono essere anche diversi e alternativi rispetto a quelli della Chiesa.
Per affermare l’esclusiva competenza della legge civile a disciplinare il matrimonio, i teorici dello Stato moderno fecero leva proprio sul principio canonistico della natura contrattuale del matrimonio, riconducendolo, per questo suo profilo, all’ordine temporale, riservando alla Chiesa la competenza a regolamentare la mera realtà sacramentale. Ma il Legislatore canonico reagì a tale pretesa ribadendo il principio della inseparabilità del contratto-sacramento di cui sopra. Nel corso del XIX sec., le legislazioni degli Stati cominciano a prevedere l’obbligatorietà del matrimonio civile, l’unico riconosciuto dallo Stato ed idoneo a produrre effetti giuridici. L’archetipo di tale legislazione fu la legislazione francese, che costituì il modello delle successive codificazioni e nelle legislazioni di molti Stati moderni. In Italia, in particolare, il matrimonio civile venne introdotto tra la fine del ‘700 ed i primi del ‘800, negli stati soggetti alla dominazione francese. Il Codice del Regno d’Italia del 30 marzo 1806, riproduceva il modello francese, prevedendo anche il divorzio.
Con la riconfessionalizzazione degli ordinamenti dei vari Stati pre-unitari, l’istituto del matrimonio civile venne soppresso e si tornò a riconoscere la primaria competenza della Chiesa in materia: il matrimonio si celebra nelle forme previste dal diritto canonico, salvo il rispetto per gli appartenenti ad altre confessioni (i cosiddetti “culti tollerati”), per i quali si ammetteva generalmente la possibilità di sposarsi secondo i propri riti.
Sarà il Codice Civile del 1865 ad introdurre nuovamente il matrimonio civile, come obbligatorio, per tutti i cittadini: venne a cadere così ogni rilevanza civile del matrimonio canonico e, conseguentemente, della giurisdizione ecclesiastica in materia. Comincia così a profilarsi una disciplina difforme: matrimonio canonico e matrimonio civile presentano elementi comuni, ma anche difformi. Le divergenze tra i due modelli matrimoniali si registrano con maggiore evidenza, oltre che nella concezione dei bona matrimoni, anche in materia di rilevanza del consenso ed in ordine ai requisiti soggettivi degli sposi, agli impedimenti e ai vizi del consenso.
Con il Concordato del 1929, tuttavia il principio del matrimonio obbligatorio introdotto dal Codice del 1865 venne meno: l’art. 34 Conc., infatti, mediante lo strumento della trascrizione riconobbe la possibilità di far conseguire effetti civili al matrimonio canonico, nonché di rendere esecutive in Italia le sentenze canoniche di nullità matrimoniale ed i provvedimenti pontifici di dispensa dal matrimonio rato e non consumato.
Tale disciplina, se consentì il superamento del problema della doppia celebrazione, e quindi della duplicità dei vincoli matrimoniali (canonico e civile), dall’altra introdusse il principio del pluralismo in materia matrimoniale, cosicché ogni cittadino aveva la possibilità di scegliere tra:
matrimonio civile: art. 84 e ss. Codice Civile;
matrimonio canonico trascritto agli effetti civili (anche detto matrimonio concordatario): art. 34 Conc.;
matrimonio celebrato davanti ai ministri dei culti acattolici: art. 7 e ss., legge n. 1159/1929.
Il matrimonio concordatario, in particolare, così come disciplinato nel Concordato del 1929, delineava nettamente le sfere di competenza dello Stato e della Chiesa, tanto che in dottrina si parlava con riferimento a tale contesto storico-normativo di “diarchia” Chiesa/Stato, nel senso che “alla prima era riconosciuta la piena competenza a disciplinare il negozio matrimoniale e conseguentemente la piena giurisdizione sulla validità dello stesso; al secondo la piena competenza a disciplinare gli effetti mere civilis del negozio, gli stessi prodotti dal matrimonio civile, e quindi la piena giurisdizione in questo ambito esclusivo”.
Il sistema, così come appena delineato, venne intaccato da una serie d’interventi sia a livello legislativo che giurisprudenziale:
Livello normativoL’incidenza maggiore derivò dall’adozione da parte dello Stato italiano della legge sul divorzio n. 898 del 1 dicembre 1970, che regolamentò l’istituto della cessazione degli effetti civili del matrimonio concordatario da parte del giudice italiano. Con tale innovazione legislativa si andava così ad incidere sensibilmente, non solo sugli “effetti civili” del matrimonio, bensì anche sull’“atto” matrimoniale, con l’introduzione del principio della dissolubilità del matrimonio, in forte antitesi con la concezione del matrimonio canonico fino a quel momento “condivisa” dal legislatore italiano. Venendo meno l’’unicità dello status coniugale, come sopra descritto, anche la riserva di giurisdizione dei Tribunali ecclesiastici in materia di validità del vincolo venne intaccata dalla riforma.Tra le novità di tale riforma, è opportuno poi segnalare la sovrapposizione di disciplina venutasi a creare in seguito alla previsione normativa dell’inconsumazione (art. 3, n. 2, lett. f) tra le varie cause di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, andando così ad incidere sulla competenza esclusiva dei dicasteri ecclesiastici a concedere la dispensa dal matrimonio rato e non consumato, esplicitamente riconosciuta dall’art. 34 Conc.
Livello giurisprudenzialeL’intervento giurisprudenziale intaccò, invece, la disciplina dei casi di trascrivibilità del matrimonio canonico e l’esecutorietà delle sentenze ecclesiastiche di nullità, introducendo in entrambi i casi dei limiti.Le sentenze pronunciate dalle Corte Costituzionale più rilevanti in materia sono: la n. 32 del 1 marzo 1971, le nn. 16 e 18 del 2 febbraio 1982. Con esse, dunque, si affermò che i matrimoni canonici erano trascrivibili e le sentenze di nullità matrimoniale pronunciate dai Tribunali ecclesiastici erano eseguibili solo se non in contrasto con i principi inderogabili dell’ordinamento italiano, sia sotto il profilo sostanziale (ordine pubblico) che processuale (diritto di difesa delle parti). Si dichiararono, altresì, incostituzionali le norme concordatarie che prevedevano l’esecutorietà dei provvedimenti pontifici di dispensa dal matrimonio rato e non consumato.
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