Source: http://www.studioaquilani.it/content/corte-costituzionale-sentenza-23-settembre-2016-n-213
Timestamp: 2017-12-18 06:45:21+00:00
Document Index: 19077661

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 20', 'art. 33', 'art. 20', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 23', 'art. 6', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 42', 'art. 3', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 33', 'art. 3']

Corte Costituzionale, Sentenza 23 settembre 2016, n. 213 | Studio Legale Aquilani
La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 33, comma 3, L. 104/1992, come modificato dall’art. 24, comma 1, lettera a), L. 183/2010, nella parte in cui non include il convivente more uxorio tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito per l’assistenza alla persona con handicap in situazione di gravità, in alternativa al coniuge, parente o affine entro il secondo grado.
(in G. U. 28.9.2016, n. 39)
Corte Costituzionale - Sito Web
Sentenza 213/2016 (ECLI:IT:COST:2016:213)
Si estende ulteriormente la cerchia dei beneficiari dei permessi lavorativi per l'assistenza a persona portatrice di handicap grave.
La Consulta ricorda come all'origine, prima degli interventi legislativi e giurisprudenziali succedutisi nel tempo, la formulazione dell’art. 33, comma 3, della L. 104/1992 riconoscesse il diritto a fruire dei tre giorni di permesso mensile alla lavoratrice madre o, in alternativa al lavoratore padre, anche adottivi, di minore con handicap in situazione di gravità che avesse compiuto i tre anni di età, nonché a colui (lavoratore dipendente) che assistesse una persona con handicap in situazione di gravità, parente o affine entro il terzo grado, convivente.
L’art. 20 della L. 53/2000 aveva poi sancito il diritto alla fruizione dei permessi anche «ai genitori ed ai familiari lavoratori, con rapporto di lavoro pubblico o privato, che assistono con continuità e in via esclusiva un parente o un affine entro il terzo grado portatore di handicap, ancorché non convivente».
Dalla lettura congiunta dell’art. 33 L. 104/1992 con l’art. 20 L. 53/2000, la prevalente giurisprudenza amministrativa aveva desunto la eliminazione del requisito della “convivenza” per la fruizione dei permessi mensili retribuiti, sostituito dal diverso requisiti della “continuità ed esclusività” dell’assistenza.
Successivamente il legislatore, con l’art. 24, comma 1, lettera a), della L. 183/2010 ha modificato sensibilmente la portata dell’art. 33, comma 3, L. 104/1992, restringendo la platea dei beneficiari.
Infatti, se, da un lato, ha eliminato la limitazione del compimento del terzo anno di età del bambino per la fruizione del permesso mensile retribuito da parte del genitore, dall’altro, ha riconosciuto il diritto a fruire dei tre giorni di permesso mensile al lavoratore che sia, rispetto alla persona con handicap grave, coniuge, parente entro il secondo grado o affine entro il secondo grado (residuando la possibilità di estendere il diritto ai parenti ed affini di terzo grado solo nel caso in cui il coniuge o i genitori del disabile siano ultrasessantacinquenni o affetti da patologie invalidanti oppure siano deceduti o mancanti).
Sempre l’art. 24 della L. 183/2010 ha eliminato i requisiti della “continuità ed esclusività” dell’assistenza per fruire dei permessi mensili retribuiti, introducendo il principio del “referente unico” per ciascun disabile, ovvero del riconoscimento del permesso mensile retribuito a non più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravità, fatta salva la possibilità per i genitori, anche adottivi, di fruirne alternativamente, per l’assistenza dello stesso figlio affetto da grave disabilità.
L’art. 24 della L. 183/2010, infine, ha espunto dalla formulazione dell’art. 33, comma 3, della L. 104/1992 quel il requisito della “convivenza” già deprecato dalla giurisprudenza.
Il legislatore è intervenuto nuovamente nella materia dei permessi mensili retribuiti per l’assistenza a persone con disabilità grave, in sede di attuazione della delega di cui all'art. 23 L. 183/2010 cit, poi attuata dal D.Lgs. n. 119/2011 ed in particolare dall’art. 6 con cui si è disciplinata la disciplinata l'ipotesi del cumulo dei permessi mensili retribuiti in capo al dipendente che presti assistenza nei confronti di più persone in situazione di handicap grave.
Nel premettere finalità e lineamenti dell'istituto, la Consulta ricorda quindi che, nel periodo di fruizione dei permessi, il lavoratore percepisce un'indennità pari all’intero ammontare della retribuzione. Essa è posta a carico dell’ente assicuratore, viene anticipata dal datore di lavoro ed è portata a conguaglio con gli apporti contributivi dovuti all’ente assicuratore.
Inoltre, i periodi di fruizione dei permessi ex art. 33, comma 3, della L. 104/1992, sono computabili nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità (ai sensi degli artt. 34, comma 5 e 43, comma 2, del D.Lgs. 151/2001).
Al termine dell'excursus la Corte Costituzionale conclude che Il permesso mensile retribuito di cui all'art. 33, comma 3, L. 104/1992:
- sia espressione dello Stato sociale che eroga una provvidenza in forma indiretta, tramite facilitazioni e incentivi ai congiunti che si fanno carico dell’assistenza di un parente disabile grave;
- sia uno strumento di politica socio-assistenziale, che, come quello del congedo straordinario di cui all’art. 42, comma 5, del D.Lgs. 151/2001, è basato sul riconoscimento della cura alle persone con handicap in situazione di gravità prestata dai congiunti e sulla valorizzazione delle relazioni di solidarietà interpersonale ed intergenerazionale.
Afferma la Consulta che la L. 104/1992 sia finalizzata alla tutela della salute psico-fisica del disabile, e che perciò postuli anche l’adozione di interventi economici integrativi di sostegno alle famiglie «il cui ruolo resta fondamentale nella cura e nell’assistenza dei soggetti portatori di handicap», tra i quali interventi si iscrive a pieno titolo il diritto al permesso mensile retribuito.
La ratio legis di tale istituto, conclude la Corte Costituzionale, è quindi il favorire l’assistenza alla persona affetta da handicap grave in ambito familiare, con prioritario interesse ad assicurare «la continuità nelle cure e nell’assistenza del disabile che si realizzino in ambito familiare»: tanto più che i soggetti tutelati sono portatori di handicap in situazione di gravità, affetti cioè da una compromissione delle capacità fisiche, psichiche e sensoriali tale da «rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione», secondo quanto letteralmente previsto dall’art. 3, comma 3, della L. 104/1992.
Ecco che quindi la Corte Costituzionale rinviene il rapporto di stretta e diretta correlazione fra l’istituto del permesso mensile retribuito e le finalità perseguite proprio dalla L. 104/1992, in particolare quelle di tutela della salute psico-fisica della persona portatrice di handicap: salute psico-fisica del disabile che, quale diritto fondamentale dell’individuo tutelato dall’art. 32 Cost., rientra tra i diritti inviolabili che la Repubblica riconosce e garantisce all’uomo, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità (art. 2 Cost.).
Fondamentali fattori di sviluppo della personalità ed idonei strumenti di tutela della salute psico-fisica del portatore di handicap, spiega la Consulta, sono da individuare proprio nell’assistenza del disabile ed, in particolare, nel soddisfacimento dell’esigenza di socializzazione, in tutte le sue modalità esplicative.
Il diritto alla salute psico-fisica, ricomprensivo della assistenza e della socializzazione, va dunque garantito e tutelato, al soggetto con handicap in situazione di gravità, sia come singolo che in quanto facente parte di una formazione sociale per la quale, ai sensi dell’art. 2 Cost., deve intendersi «ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico».
Svolte tali premesse, essendo tale la ratio legis della norma, risulta irragionevole alla Consulta che nell’elencazione dei soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito non sia incluso il convivente della persona con handicap in situazione di gravità.
La sfera dei beneficiari deve estendersi pertanto anche al convivente, in forza dell'art. 3 Cost., non per la sua portata eguagliatrice (restando comunque diversificata la condizione del coniuge da quella del convivente) ma per la contraddittorietà logica della esclusione del convivente dalla previsione di una norma che intende tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile: e ciò in particolare – ma non solo – nei casi in cui la convivenza si fondi su una relazione affettiva, tipica del “rapporto familiare”, nell’ambito della platea dei valori solidaristici postulati dalle “aggregazioni” cui fa riferimento l’art. 2 Cost.
Ciò perchè, come più volte affermato in altre sentenze della medesima Corte, la distinta considerazione costituzionale della convivenza e del rapporto coniugale non esclude la comparabilità delle discipline riguardanti aspetti particolari dell’una e dell’altro che possano presentare analogie ai fini del controllo di ragionevolezza a norma dell’art. 3 Cost.
In questo caso l’elemento unificante tra le due situazioni (matrimonio e convivenza) è dato proprio dall’esigenza di tutelare il diritto alla salute psico-fisica del disabile grave, nella sua accezione più ampia, collocabile tra i diritti inviolabili dell’uomo ex art. 2 Cost.
Conclude perciò la Corte Costituzionale affermando che l'art. 33 L. 104/1992, nel non includere il convivente tra i soggetti legittimati a fruire del permesso mensile retribuito, viola l’art. 3 Cost. per non ragionevolezza e viola, altresì, gli artt. 2 e 32 Cost. per lesione del diritto fondamentale alla salute psico-fisica del disabile grave, sia come singolo che nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, risolvendosi in un inammissibile impedimento all’effettività dell’assistenza e dell’integrazione.
Precisa, anche, la Consulta che il carattere residuale della fruizione dell’agevolazione in questione da parte del parente o affine entro il terzo grado, induce ad includere il convivente tra i soggetti beneficiari, in via ordinaria, del permesso mensile retribuito (parimenti ed in alternativa al coniuge o al parente o affine entro il secondo grado).