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Timestamp: 2018-01-19 05:20:14+00:00
Document Index: 26500604

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 2033', 'art. 25', 'art 120', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Banche e Risparmio | Confconsumatori della Regione Emilia Romagna
Category Archives: Banche e Risparmio
Pubblicato il 16 marzo 2017 by O2 Studio
Con un importante pronunciamento, l’ARBITRO BANCARIO FINANZIARIO (ABF), su richiesta di una giovane associata assistita dalla Confconsumatori si è pronunciato facendo restituire la somma prelevata indebitamente alla giovane ragazza.
Ne ha dato notizia Confconsumatori in una conferenza stampa di cui pubblichiamo il resoconto.
Tribunale di Parma – Sentenza in merito agli acquisti di obbligazioni “fuori sede
Di particolare interesse la sentenza pronunciata dal Tribunale di Parma circa la vendita di obbligazioni da parte di un promotore finanziario collegato ad un istituto di credito presso l’abitazione dell’investitore. Di particolare interesse – si diceva -, perché non è raro – era anzi piuttosto frequente – che il contratto d’acquisto di titoli sia stato stipulato “fuori sede”, cioè non nei locali di una banca, ma per il tramite di un incaricato o nell’’ufficio di quest’ultimo o a casa del risparmiatore.
Questo il caso deciso dal Tribunale: l’intermediario si era recato dal cliente e lo aveva indotto a comprare bond emessi da una società straniera, la Carrier1, finita come altre in default. La particolarità della fattispecie sta nel fatto che, sebbene si trattasse di un’offerta fuori sede, non fosse stata indicata nel relativo contratto la facoltà di recedere nel termine di sette giorni decorrenti dalla data di sottoscrizione dello stesso. Omissione, questa, che a norma del settimo comma dell’art. 30 d.lgs. 24 febbraio 1998 n. 58 comporta la nullità del negozio; nullità peraltro relativa, potendo la stessa essere fatta valere solo dal cliente..
La decisione in parola merita di essere segnalata soprattutto perché, oltre ad essere la prima in materia, chiarisce che l’applicazione dell’art. 30 d.lgs. cit. non va limitata, come aveva invece sostenuto la difesa della banca, “alla sola gestione del portafoglio clienti”. Tale interpretazione restrittiva, sempre secondo il Tribunale di Parma, è infatti in primo luogo smentita dal tenore letterale della disposizione, che fa espresso riferimento anche ai “contratti di collocamento di strumenti finanziari”. L’ottavo comma dispone, del resto, che il precedente sesto comma, il quale contempla appunto la facoltà di recesso, non si applichi soltanto “alle offerte pubbliche di vendita o di sottoscrizione di azioni con diritto di voto o di altri strumenti finanziari che permettono di acquistare o sottoscrivere tali azioni, purché le azioni o gli strumenti finanziari siano negoziati in mercati regolamentati italiani o di paesi dell’Unione Europea”. Dal che discende, argomentando a contrario, che la stessa debba essere indicata in ogni altro caso di vendita di titoli.
Inoltre, sempre come esattamente ritenuto dall’adìto Giudice, è la stessa ratio della normativa in questione – “chiaramente volta alla tutela degli investitori nei loro rapporti con gli intermediari finanziari e a garantire la “trasparenza e correttezza dei comportamenti e la sana e prudente gestione dei soggetti abilitati” – ad imporre un’interpretazione ampia dell’espressione collocamento utilizzata dall’art. 30. In altri termini, con la medesima deve intendersi ogni forma di vendita di titoli mobiliari. Tale disposizione disciplina, invero, il collocamento presso il pubblico di servizi d’investimento la cui nozione, come si desume dall’art. 1, comma 5, d.lgs. cit. comprende anche la negoziazione nonché la ricezione e la trasmissione di ordini.
La sentenza in parola costituisce, quindi, un primo e fondamentale precedente a tutela dei risparmiatori che hanno acquistato valori mobiliari “fuori sede”, ossia, come spesso è accaduto, a casa loro o presso lo studio del promotore. Difatti, nel caso l’investimento sia finito male, essi, se non era indicata nel contratto d’investimento la facoltà di recedere, potranno agire allo scopo di ottenere la declaratoria di nullità del contratto e la restituzione del capitale investito maggiorato degli interessi legali nel frattempo maturati.
Anatocismo: che fare?
E così anche l’abusivo comportamento della banche di capitalizzare trimestralmente gli interessi passivi maturati a carico del cliente, e di computare anche su questi quelli del trimestre successivo ha trovato la sua definitiva sanzione! Infatti, con sentenza 4 novembre 2004 n. 21095, le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il supremo organo giurisprudenziale del nostro paese, hanno statuito che la clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi contenuta nei contratti predisposti dagli istituti di credito è nulla, perché non corrisponde ad un uso normativo.
La materia, come noto, è regolata dall’art. 1283 c.c., il quale dispone che “In mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi”. E per anni le banche hanno giustificato le pattuizioni contrattuali inserite nei loro formulari con l’esistenza di un uso contrario alla norma, uso, a loro dire, formatosi nel tempo e ravvisabile nella consuetudine delle persone di sottoporsi ad una regola giuridica.
Nella primavera del 1999 sono però intervenute numerose pronunzie della Corte di Cassazione (le n. 2374, 3096, 3845), le quali, in sede di esegesi della richiamata disposizione, ponendosi in consapevole e motivato contrasto con sentenze del ventennio precedente, hanno affermato il principio – reiteratamente confermato in altre ancora più recenti – secondo il quale “gli usi contrari”, idonei ex art. 1283 a derogare il precetto ivi stabilito, sono solo quelli “normativi” in senso tecnico, desumendone per l’effetto la nullità delle clausole bancarie anatocistiche, rispondendo la stipulazione delle medesime ad un uso meramente negoziale.
Il nuovo corso giurisprudenziale era ormai stabile, ma è comunque opportuno che anche le Sezioni Unite abbiano detto la loro: ogni dubbio deve considerarsi, di conseguenza, eliminato e l’anatocismo ritenersi illecito, produttivo dell’invalidità della relativa pattuizione e fonte dell’obbligo di rimborsare ai sensi dell’art. 2033 c.c. quanto trattenuto dall’istituto a tale titolo.
Sorgono, allora, diverse domande, alle quali varrà la pena di dare risposta per chiarire a tutti cosa il richiamato consolidatissimo orientamento consente di fare.
In primo luogo, c’è da chiedersi chi possa avvalersi delle pronunzie della Suprema Corte. La restituzione degli importi illegittimamente trattenuti dall’istituto può essere chiesta da chiunque, persona fisica, associazione, fondazione o società – vedremo di seguito entro quali tempi – abbia intrattenuto con una banca un rapporto produttivo d’interessi passivi. In altre parole, l’azione di ripetizione può essere intrapresa non solo da consumatori, ma anche da enti. A parere di chi scrive pure un imprenditore fallito, ovviamente rappresentato dal curatore, può far valere tale diritto.
Per quanto riguarda il tipo contrattuale, da cui esso scaturisce, può trattarsi sia di conti conti correnti, sia di mutui, sia di contratti quali le anticipazioni su crediti: basta, come detto, che il medesimo fosse “in rosso”, cioè passivo.
L’ulteriore questione attiene al termine di prescrizione: fino a quando può essere pretesa la rifusione del “maltolto”?
Converrà al riguardo ricordare che, in seguito alla virata giurisprudenziale del 1999 di cui si è detto, il legislatore è intervenuto – chi dice per spirito chiarificatore chi per salvare le banche – con l’art. 25 d.lvo 4 agosto 1999 n. 342, utilizzando la delega contenuta nella l. n. 128/98. Tale norma ha sostituito l’art 120 del d.lvo 1 settembre 1993 n. 385 (c.d. t.u.), disponendo tra l’altro: “Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi sugli interessi maturati nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che nelle operazioni in conto corrente sia assicurata nei confronti della clientela la stessa periodicità nel conteggio degli interessi sia debitori sia creditori. Le clausole relative alla produzione di interessi sugli interessi maturate, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui al comma 2, sono valide ed efficaci fino a tale data e, dopo di essa, debbono essere adeguate al disposto della menzionata delibera, che stabilirà le modalità e i tempi dell’adeguamento. In difetto di adeguamento le clausole divengono inefficaci e l’inefficacia può essere fatta valere solo dal cliente”.
E’ successivamente accaduto che la Corte Costituzionale, con sentenza 17 ottobre 2003 n. 425, ha dichiarato l’illegittimità di tale ultimo comma. Il che, peraltro, non ha fatto venir meno quello precedente che demanda al CICR la formulazione della disciplina dell’anatocismo bancario. Tant’è che detto organo (Comitato interministeriale per il credito e il risparmio) ha emanato la delibera 9 febbraio 2000, che consente, ma non retroattivamente, la capitalizzazione periodica degli interessi a determinate condizioni, le cui principali sono: che la periodicità della capitalizzazione sia la medesima per gli interessi attivi e per quelli passivi (diversamente da quanto avveniva in precedenza, perché una, la seconda, era trimestrale, mentre l’altra annuale); che la clausola sia espressamente approvata per iscritto.
Da quanto esposto discende che, essendo la materia stata regolata dal citato provvedimento espressamente previsto dalla legge, la questione si pone ormai per il periodo antecedente l’entrata in vigore dello stesso pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 22 febbraio 2000 n. 43. Per quello successivo vi è, infatti, soltanto da verificare se l’istituto si sia adeguato alla normativa.
Per quello precedente vi sono, invece, tesi discordanti. C’è chi sostiene come il Salinstro in un articolo recentemente pubblicato da Banca, borsa, titoli di credito (Salinitro,Gli interessi bancari anatocistici, in Banca, borsa, tit. cred., 2004, 14 e segg.) che il termine decorra da ogni singola data in cui è avvenuta la capitalizzazione trimestrale. Se così fosse, considerato che siamo nel novembre 2004, potrebbe domandarsi la restituzione di quanto trattenuto in eccesso dal novembre 1994, escludendo però gli anni dal 2000 ad oggi, perché come detto dal marzo di quell’anno le banche si sarebbero dovute uniformare alla delibera CICR.
C’è poi una piuttosto recente sentenza del Tribunale di Torino (Trib. Torino 30 ottobre 2003, in Giur. it. 2004, 103) che ha affermato che “Il termine di prescrizione per la ripetizione di interessi anatocistici illegittimamente corrisposti decorre dalla data del loro pagamento”. Pronunzia, questa, che permette a chi ha pagato in ritardo di ampliare la possibilità di chiedere la restituzione. Per chi, per contro, ha onorato il debito nei termini, si arriva alle medesime conclusione cui giunge la richiamata dottrina.
La prevalente giurisprudenza di merito ritiene, però, sulla base di una sentenza della Cassazione (Cass. 9 aprile 1984 n. 2262) relativa ad un caso parzialmente diverso, che la prescrizione decennale dell’azione di ripetizione conseguente alla nullità degli interessi anatocistici applicati sino al 2000 inizierebbe a decorrere, non dalla data della chiusura trimestrale del conto con cui si e proceduto alla capitalizzazione, ma da quella di scioglimento del rapporto, che può non essere ancora avvenuto. Per questo orientamento, che pare al sottoscritto meritevole di essere seguito, può domandarsi la restituzione di interessi conteggiati anche diverso tempo addietro, purché il contratto non sia stato ancora risolto o, comunque, non lo sia stato per più di dieci anni. Se così è, potrà chiedersi la ripetizione di tutto quanto è stato trattenuto nel corso degli anni, anche per esempio vent’anni fa, in violazione del divieto di anatocismo.
Chi vanta il relativo diritto, si domanda, infine, a quanto ammonta il suo credito. È questo un quesito al quale solo un consulente tecnico può dare risposta. In altre parole, nel corso del giudizio il giudice dovrà nominare un perito per quantificare la somma da rifondere, i costi del quale saranno a carico di chi agisce solo a titolo provvisorio, perché alla fine del procedimento di primo grado sarà la banca a dover pagare avvocati e tecnici.
Vi è, però, la speranza che gli istituti di credito preferiscano evitare inutili controversie e rimborsare il tutto. Questo il motivo per il quale, prima di adire le vie legali, conviene inviare alla banca una raccomandata con la richiesta di restituzione degli importi trattenuti in violazione dei citati precetti.