Source: http://dirittoegiustizia.it/allegati/16/0000087097/TAR_Lazio_sez_I_sentenza_n_260_20_depositata_il_10_gennaio.html
Timestamp: 2020-01-21 03:36:47+00:00
Document Index: 89568259

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 288', 'art. 9', 'art. 56', 'art. 7', 'art. 25', 'art. 6']

(TAR Lazio, sez. I, sentenza n. 260/20; depositata il 10 gennaio) - AMMINISTRATIVO | Diritto e Giustizia
TAR Lazio, sez. I, sentenza 18 dicembre 2019 – 10 gennaio 2020, n. 260
Presidente Correale – Estensore Brancatelli
I. Difetto assoluto di attribuzione dell'AGCM, in quanto non si tratta di pratiche commerciali, in mancanza di un corrispettivo patrimoniale e quindi della necessità di tutelare l'interesse economico dei consumatori. Violazione degli artt. 18 ss. del Codice del Consumo e della Direttiva 2005/29/CE (“Direttiva sulle pratiche commerciali sleali”).
Il primo vizio che secondo parte ricorrente inficia il provvedimento, anche sotto il profilo della nullità per carenza di attribuzione, è la circostanza che non sussisteva alcuna pratica commerciale e, quindi, alcuna competenza dell'Agcm. Ciò in quanto, deduce la ricorrente, il servizio di Facebook è fornito agli utenti gratuitamente, nel senso tecnico (ed oggettivo) che nessun corrispettivo patrimoniale (nemmeno indiretto) è richiesto. Richiamata la direttiva europea in materia di pratiche commerciali sleali, Facebook Ireland afferma che occorre che un consumatore acquisti e paghi (o sia indotto ad acquistare o pagare) un prodotto, perché si possa ipotizzare una pratica commerciale scorretta.
II. Difetto assoluto di attribuzione dell'AGCM, “ratione materiae”, ossia in quanto la disciplina da applicare era unicamente quella sulla “privacy” (Regolamento UE 2016/679, "Regolamento privacy"). Violazione del principio di specialità, di cui all'art. 3, co. 4, della Direttiva sulle pratiche commerciali sleali. Violazione del Regolamento Privacy.
La pratica in questione sarebbe comunque assorbita completamente (attenendo all'uso di dati personali) nella disciplina europea sulla “privacy”, sulla base del principio di specialità di cui all'art. 3, comma 4, della Direttiva sulle pratiche commerciali sleali. La disciplina “privacy” si occuperebbe direttamente e compiutamente dei profili oggetto di controversia, anche in vista della affermazione del principio di correttezza e trasparenza nei rapporti tra professionisti e consumatori, ai sensi del “considerando” 39 del Regolamento UE 2016/679 (“Regolamento privacy”).
III. Violazione della riserva di regolamento UE, quale stabilita dall'art. 288, co. 2, TFUE e dalla giurisprudenza dell'Unione Europea. Violazione del considerando 13 del Regolamento UE 2016/679.
IV. Violazione del principio di specialità in materia sanzionatoria. Violazione dell'art. 9, l. 689/1981. Violazione dei principi sul concorso apparente di norme sanzionatorie.
V. Violazione dell'art. 56 del Regolamento UE 2016/679. Difetto assoluto di attribuzione.
Ai sensi del “Regolamento privacy”, sussisterebbe la competenza esclusiva all'Autorità capofila (nella specie l'Autorità privacy irlandese, data la sede del titolare del trattamento dei dati) in qualità di unico interlocutore per quanto riguarda il trattamento transfrontaliero. Ne consegue, secondo la tesi di parte ricorrente, che nessuna Autorità italiana (anche se per ipotesi competente in materia di “privacy”) avrebbe potuto esercitare diretti poteri di controllo e sanzione sulle pratiche qui in questione, dato che il trattamento dei dati non riguardava la sola Italia ma aveva carattere europeo.
VI. Violazione del principio di legalità/prevedibilità. Violazione dell'art. 7 CEDU e dell'art. 25 Cost.. Violazione del considerando 13 del Regolamento UE 2016/679.
VII. Inesistenza di qualsivoglia condotta in violazione della disciplina sulle pratiche commerciali scorrette. Violazione del Codice del Consumo e della disciplina “privacy”. Inesigibilità della condotta richiesta per irrisolvibile contraddittorietà tra gli standard “privacy” e quelli prospettati dall'AGCM.
VIII. In via subordinata, violazione del principio di proporzionalità quanto all'obbligo di pubblicazione della dichiarazione rettificativa e alle misure imposte per superare la pretesa condotta illecita. Violazione degli artt. 24 e 41 Cost.
Non sarebbe proporzionato nemmeno l’invito alla cessazione delle violazioni da realizzare entro 90 giorni, in quanto le misure richieste imporrebbero a Facebook notevoli cambiamenti sulla propria infrastruttura, i quali, anche se formalmente solo a livello italiano, si imporrebbero di fatto a livello globale, dato l'intrinseco carattere unitario di un “social media”.
4. Preliminarmente, il Collegio non accoglie l’istanza al superamento del numero massimo di pagine, presentata dalla parte ricorrente successivamente alla presentazione del ricorso. Ciò in quanto, pur avendo argomentato l’esponente in ordine alla ricorrenza dei presupposti di cui all’art. 6 del decreto del Presidente del Consiglio di Stato n. 167 del 22 dicembre 2016 - e quindi alla ricorrenza delle condizioni che legittimano la proposizione della richiesta di superamento - non ha poi individuato “gravi e giustificati motivi” che, ai sensi del successivo articolo 7, legittimano la proponibilità dell’autorizzazione successiva in luogo di quella preventiva.
Si è chiarito che la dichiarazione non ha lo scopo di sanzionare l'operatore pubblicitario, ovvero di risarcire i soggetti già lesi dal messaggio, bensì di impedire, da un lato, eventuali future riedizioni del messaggio e dall’altro di contrastare l’eventuale persistere degli effetti del “claim” ingannevole. Di conseguenza, le modalità e le forme di detta pubblicazione sono rimesse alla valutazione discrezionale dell'Autorità e condizionate dalla necessità di raggiungere lo scopo per il quale essa è stata disposta (cfr. Tar Lazio, sez. I, n. 2306/2007; Cons. Stato, sez. VI, 21 luglio 2003 n. 4211).
18. In conclusione, limitatamente all’accertamento dell’illegittimità della condotta sub b) e alle conseguenze - sanzionatorie, inibitorie e di adozione di una dichiarazione rettificativa – imposte dall’Autorità, il provvedimento impugnato deve essere annullato, dovendosene invece confermare la legittimità per la restante parte.