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Timestamp: 2020-01-21 20:20:32+00:00
Document Index: 72367935

Matched Legal Cases: ['art. 97', 'art. 19', 'art. 11', 'art. 13', 'art. 5', 'art. 19', 'art. 36']

Legge e giustizia - IL DIRIGENTE PUBBLICO DEMANSIONATO HA DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO PROFESSIONALE
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IL DIRIGENTE PUBBLICO DEMANSIONATO HA DIRITTO AL RISARCIMENTO DEL DANNO PROFESSIONALE	- Per violazione delle regole di correttezza (Cassazione Sezione Lavoro n. 27888 del 30 dicembre 2009, Pres. Sciarelli, Rel. Nobile).
Giuseppe N., dirigente del Ministero dell'Economia, dopo essere stato collocato fuori ruolo presso l'Ispa è rientrato nel novembre del 1998 presso il Ministero, dove è rimasto totalmente inattivo non avendo ricevuto alcun incarico, neppure ispettivo, di consulenza o di studio. Nell'ottobre del 1999 il Ministero gli ha comunicato che non intendeva assegnargli alcun incarico e lo ha collocato a disposizione nel ruolo unico dei dirigenti dello Stato presso la Presidenza del Consiglio, che ha continuato a mantenerlo in condizioni di forzata inoperosità. Nel 2001 egli ha chiesto al Tribunale di Roma di condannare il Ministero dell'Economia e la Presidenza del Consiglio al risarcimento del danno recato alla sua professionalità con il totale demansionamento protrattosi dal novembre 1998 all'agosto 2001. Il Tribunale ha accolto la domanda determinando il risarcimento nella misura di euro 40.000 a carico del Ministero e di euro 81.000 a carico della Presidenza del Consiglio, adottando come parametro l'intera retribuzione base. In grado di appello, la Corte di Roma, pur confermando l'accertamento dell'illegittimo demansionamento, ha ridotto del 50% l'importo del risarcimento. Entrambe le parti hanno proposto ricorso per cassazione.
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 27888 del 30 dicembre 2009, Pres. Sciarelli, Rel. Nobile) ha rigettato entrambi i ricorsi. Nell'ambito del rapporto di lavoro "privatizzato" alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni - ha affermato la Corte - il giudice ordinario sottopone a sindacato l'esercizio dei poteri, esercitati dall'amministrazione nella veste di datrice di lavoro, sotto il profilo dell'osservanza delle regole di correttezza e buona fede, siccome regole applicabili anche alla stregua dei principi di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione di cui all'art. 97 Cost.; nella specie vengono quindi in considerazione le norme contenute nell'art. 19 del d.lgs. n. 29 del 1993, come sostituito prima dall'art. 11 del d.lgs. n. 546 del 1993 e poi dall'art. 13 del d.lgs. n. 80 del 1998 e successivamente modificato dall'art. 5 del d.lgs. n. 387 del 1998 (art. 19 del d.lgs. n. 165 del 2001). Tali norme - ha osservato la Corte - obbligano l'amministrazione datrice di lavoro al rispetto dei criteri di massima indicati e, successivamente, anche per il tramite delle clausole generali di correttezza e buona fede, "procedimentalizzano" l'esercizio del potere di conferimento degli incarichi (obbligando a valutazioni anche comparative, a consentire forme adeguate di partecipazione ai processi decisionali, ad esternare le ragioni giustificatrici delle scelte). Il comportamento tenuto da parte di entrambe le amministrazioni convenute, le quali, in sostanza, hanno tenuto in uno stato di totale inattività Giuseppe N. per quasi tre anni, senza fornire una giustificazione circa i criteri seguiti e le motivazioni della scelta adottata nei suoi confronti - ha affermato la Corte - correttamente, in sostanza, è stato ritenuto dai giudici del merito, integrante un inadempimento contrattuale, produttivo di danno risarcibile.
La Cassazione ha anche affermato che la Corte di Roma ha correttamente accertato l'esistenza di un danno professionale anche non patrimoniale, in base a plurimi elementi indiziari (ampia e qualificata esperienza professionale, documentata preparazione scientifica, apprezzamento positivo dell'attività espresso dal Ministro, lunga ed ingiustificata durata dell'inattività, protrattasi per circa tre anni, inutilità delle reiterate richieste di affidamento di incarichi, assegnazione di due collaboratori non utilizzabili per mancanza di incombenze, con lesione della dignità anche di fronte a terzi). La Suprema Corte ha infine ritenuto correttamente motivata la decisione della Corte di Roma di ridurre del 50% l'importo del risarcimento liquidato dal Tribunale. In proposito - ha osservato la Cassazione - la Corte di merito ha osservato che "se è vero che la retribuzione costituisce espressione, per qualità e quantità ai sensi dell'art. 36 Cost., anche del contenuto professionale della prestazione, non può prescindersi dal considerare che l'utilizzazione del parametro retributivo non può essere integrale, in quanto la retribuzione compensa non solo la professionalità, ma anche diversi e vari elementi, quali il tempo di lavoro, la sua penosità fisica, lo sforzo intellettuale, i quali sono tutti assenti nella fattispecie". In base a tali considerazioni, che appaiono esenti da errori di diritto e congrue sul piano logico - ha affermato la Corte - è stato ritenuto equo il parametro della metà dell'intera retribuzione base considerata dal primo giudice. Per quanto riguarda, infine, l'asserito "danno morale da mobbing", legittimamente la Corte di merito ha confermato il rigetto della relativa domanda, osservando che "non si configura nella vicenda alcuna ipotesi di mobbing" - ha concluso la Cassazione - non essendo emersa "alcuna significativa attività aggiuntiva volta a svilire o ad ulteriormente colpire la personalità morale e fisica del lavoratore".
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