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Timestamp: 2019-02-23 01:10:14+00:00
Document Index: 85114719

Matched Legal Cases: ['art. 98', 'art. 98', 'art. 99', 'art. 99', 'art. 2598', 'art. 6']

I ‘segreti' della moda
Marella Naj-Oleari, partner di Scarpellini Naj-Oleari & Associati | 30 giugno 2014
Marella Naj-Oleari, partner di Scarpellini Naj-Oleari & Associati
Nella moda ci sono molti segreti, non sempre ben protetti.
Nel settore del fashion, i segreti possono essere costituiti da conoscenze "tecniche", come nel caso della nuova composizione di un tessuto o di un particolare meccanismo di chiusura, oppure da conoscenze "commerciali" che attengono, per esempio, all'organizzazione e alle strategie dell'azienda, alle sue politiche di marketing, ai rapporti con la clientela e con i fornitori.
I designer, i direttori creativi e i gli uffici stile creano ogni giorno abiti, loghi, tessuti, modelli di borse e accessori che possono far sorgere importanti diritti di proprietà intellettuale, come i marchi e i design, ma che necessitano di riservatezza in tutta la fase del processo creativo e per parte anche in quello esecutivo. A volte è la legge a prescriverlo, come nel caso delle invenzioni (che se oggetto di divulgazione non possono essere brevettate), altre volte la ragione consiste nel voler mantenere un vantaggio competitivo nei confronti degli altri concorrenti.
La segretezza entra in gioco in una molteplicità di situazioni diverse e coinvolge sia i soggetti interni all'azienda (come ad esempio i collaboratori dell'ufficio stile) sia gli esterni, come i partner commerciali. Si pensi al rapporto con i fornitori, che ricevono dall'azienda bozzetti, layout, prototipi, scelte dei materiali, specifiche tecniche, e che a loro volta sviluppano campioni e utilizzano il loro know-how per soddisfare le richieste del cliente; agli agenti e ai distributori, che vedono le collezioni in anteprima e che si occuperanno dei rapporti con la clientela, acquisendo un importante patrimonio di dati personali e commerciali. Senza dimenticare l'evoluzione dei social network e il rischio di divulgazione di informazioni sensibili da parte dei dipendenti e dei partner, i rapporti con i testimonial, le agenzie pubblicitarie e di pubbliche relazioni, i consulenti esterni, le sfilate e il problema dell'accreditamento dei fotografi (in Francia, ha fatto molto scalpore il caso di alcuni fotografi rei di avere diffuso via internet foto di sfilate senza autorizzazione e in violazione degli accordi sottoscritti dalla locale Federazione della Moda con gli organi di stampa, caso di cui si è occupata anche la Corte Europea dei diritti dell'Uomo, caso Ashby Donald 10 Aprile 2013).
La divulgazione di un segreto costituisce una perdita per l'azienda e un vantaggio per la concorrenza.
Per questo il nostro ordinamento lo tutela e protegge come veri e propri diritti di proprietà intellettuale (alla stregua di marchi, modelli e design) anche le conoscenze e le informazioni dell'azienda.
Si deve trattare, però, di informazioni e conoscenze particolarmente qualificate che devono avere tre requisiti: essere ‘segrete', avere ‘valore economico' in quanto segrete, ed essere sottoposte a misure "da ritenersi ragionevolmente adeguate a mantenerle segrete" (art. 98 Codice della proprietà Industriale).
Che cosa si intenda per "segrete" è l'art. 98 CPI a specificarlo: le informazioni "non devono essere nel loro insieme o nella precisa configurazione e combinazione dei loro elementi generalmente note o facilmente accessibili agli esperti ed agli operatori del settore". Ciò non significa che le informazioni debbano essere "nuove" in senso assoluto, ma solo che ad esse gli altri operatori o concorrenti non potrebbero accedere se non acquisendole dal titolare, o attraverso un'autonoma e impegnativa attività di ricerca, studio e/o raccolta.
Le informazioni devono poi avere "valore economico" in quanto segrete. Per valore economico non si intende il prezzo di mercato (che nella maggior parte dei casi non sarebbe determinabile, dal momento che le informazioni non sono oggetto di mercato) quanto piuttosto il risparmio di spesa o nel vantaggio competitivo che deriva all'azienda dal loro possesso in via esclusiva.
Infine, le informazioni debbono essere sottoposte a "misure di segretezza ragionevolmente adeguate" non solo nei confronti di intrusioni esterne, ma all'interno della stessa azienda, ove occorre manifestare chiaramente la volontà di sottoporre le informazioni ad un vincolo di segretezza (ad esempio consentendone l'accesso solo ad alcuni dipendenti, proteggendo i documenti in appositi armadi o stanze non accessibili, utilizzando sistemi di crittografia digitale, e così via). Quanto ai terzi, per così dire esterni all'azienda, nei loro confronti dovranno essere adottate precauzioni "ragionevoli" che, secondo dottrina e giurisprudenza, debbono essere valutate nel caso concreto, tenendo conto del settore, del valore delle informazioni, del rapporto tra il costo delle misure di protezione e la loro efficacia, dell'evoluzione tecnologica, etc.
Qualora le informazioni posseggano questi requisiti, esse possono essere tutelate nei confronti delle eventuali appropriazioni, rivelazioni e utilizzazioni abusive da parte dei tezi (art. 99 CPI). Nella pratica, più che casi di spionaggio industriale, la norma viene spesso invocate in caso di apprensione delle informazioni da parte di ex collaboratori, dipendenti, amministratori per porre in essere attività in competizione con il datore di lavoro, per cui spesso, alla violazione dell'art. 99 CPI, si accompagnano le fattispecie di concorrenza sleale di cui all'art. 2598 cod. civ.
In sede giudiziaria occorrerà dimostrare che le informazioni posseggono i requisiti per essere tutelate come veri e propri diritti di proprietà intellettuale, e quindi la loro segretezza, il valore economico e l'esistenza di ragionevole misure di protezione.
Per questo suggerisco sempre alle aziende che intendano in tal senso tutelarsi di inserire nei contratti di lavoro e di collaborazione che stipulano con soggetti che dovranno trattare informazioni riservate apposite clausole sulla segretezza delle informazioni e dei documenti che le contengono. Sarà opportuno che tali clausole identifichino le categorie e la natura delle informazioni da intendersi riservate, esplicitino chiaramente di chi sia la titolarità, prevedano procedure per la salvaguardia della loro segretezza e chiariscano se, a chi, a quali condizioni e con quali cautele le informazioni possano essere comunicate. Inoltre occorrerà prevedere specifici obblighi di restituzione e/o di distruzione delle informazioni alla cessazione del rapporto, avendo cura poi, alla cessazione del rapporto di lavoro, di farsi rilasciare apposita dichiarazione in tal senso.
Anche nei rapporti con i fornitori e gli altri partner commerciali sarà utile concludere veri e propri accordi di segretezza o di non divulgazione prima di consentire il trattamento delle informazioni segrete. Potrà trattarsi di clausole che accedono al contratto, o di accordi distinti, la cui complessità e specificità varia e dipende dalle circostanze del caso concreto. Anche un timbro di confidenzialità, una data e una firma per ricevuta possono avere grande valore, ma è evidente che l'accordo dovrebbe essere espresso in termini meno generici quando la violazione della segretezza della informazioni potrebbe pregiudicare la stessa esistenza presente o futura di diritti di proprietà intellettuale, come nel caso della registrazione del design.
Nel caso in cui le informazioni riservate possano costituire diritto di proprietà intellettuale anche ad altro titolo (es. copyright) sarà opportuno chiarirne sempre la titolarità e ottenerne il riconoscimento dall'altra parte, senza dimenticare, però, che nel caso in cui i diritti di proprietà intellettuale siano sviluppati autonomamente dal fornitore, di essi non è possibile la cessione preventiva e senza corrispettivo a favore dell'azienda (art. 6 Legge 129/1998). Ma questa è tutta un'altra storia.