Source: https://www.laleggepertutti.it/111510_lillecito-civile
Timestamp: 2018-06-20 15:30:55+00:00
Document Index: 10743649

Matched Legal Cases: ['art. 2043', 'art. 2059', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 1223', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2049', 'art. 300', 'art. 300', 'art. 18', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2045', 'art. 2046', 'art. 3', 'art. 2043', 'art. 3', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 3', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 3', 'art. 3']

L'illecito civile
Professionisti L’illecito civile
Professionisti Pubblicato il 12 febbraio 2016
> Professionisti Pubblicato il 12 febbraio 2016
Definizione, fondamento e struttura dell’illecito civile: fatto materiale, antigiuridicità e colpevolezza.
L’art. 2043 dispone che qualunque fatto doloso o colposo che cagioni ad altri un danno ingiusto obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno.
La norma costituisce il cardine del sistema della responsabilità extracontrattuale o aquiliana (l’espressione deriva dalla lex Aquilia del 287 a.C., che per prima disciplinò, nel diritto romano, la responsabilità ex delicto) cioè del principio in virtù del quale la lesione di una posizione giuridica soggettiva tutelata dall’ordinamento obbliga l’autore della lesione a risarcire le conseguenze negative patrimoniali e, in certi casi, non patrimoniali (art. 2059) che dalla medesima sono derivate (CIAN-TRABUCCHI).
Poiché l’ambito di applicazione della norma si estende a qualunque fatto, l’art. 2043 viene considerato una clausola generale dell’ordinamento, che consente «al sistema della responsabilità civile di acquistare la necessaria flessibilità adeguando il dettato normativo alla mutevolezza della realtà economico-sociale» (BIGLIAZZI-GERI).
Si parla, pertanto, di atipicità dell’illecito, che lascia un certo margine di discrezionalità all’interprete, con il limite degli elementi oggettivi e soggettivi contenuti nell’art. 2043 e che compongono la struttura dell’illecito.
D’altra parte, non esiste un’unica figura di illecito, dal momento che il legislatore ha individuato varie specie di fatti illeciti in relazione al particolare rapporto che lega i soggetti (rapporto tra sorveglianti e incapaci di intendere e di volere, tra genitori e figli, tra precettori e allievi, tra committenti e commessi ex artt. 2047-2049), alla situazione soggettiva di un individuo nei confronti di una cosa (custodia di cose, di animali, proprietà di edifici ex artt. 2051-2053) o all’attività svolta (attività pericolose in genere e circolazione di veicoli in specie ex artt. 2050 e 2054).
Inoltre c’è da sottolineare come l’impianto codicistico si riveli sempre più insufficiente a rispondere alle esigenze di una realtà economico-sociale in rapida e continua evoluzione. Da qui la necessità dell’intervento di leggi speciali in quei settori dove è particolarmente difficile conseguire il risarcimento dei danni; basti pensare ai danni all’ambiente e agli uomini derivanti dall’esercizio di attività industriali pericolose, ma socialmente necessarie, o ai danni causati dai soggetti che, di fatto, non sono in grado di provvedere al risarcimento (si fa l’esempio del casellante che non può risarcire l’ammontare economico del danno causato da un treno) o, infine, ai danni cd. anonimi non riferibili soggettivamente a nessuno (TRIMARCHI).
1 Fondamento dell’illecito civile
2 Illecito civile e illecito penale
3 La struttura dell’illecito civile
4 Il fatto materiale
5 L’antigiuridicità (o «ingiustizia del danno»)
6 La colpevolezza
7 La colpa medica nel «decreto Balduzzi»
Fondamento dell’illecito civile
L’obbligo del risarcimento del danno in passato era analizzato in un’ottica sanzionatoria: lo Stato mirava esclusivamente a punire l’attività lesiva del danneggiante, in ossequio al fondamentale principio di convivenza racchiuso nell’espressione neminem laedere.
Attualmente, la prospettiva è cambiata, a favore di un’ottica riparatoria: lo Stato, cioè, tende a privilegiare la tutela della persona del danneggiato, per garantire così l’adempimento degli obblighi di solidarietà sociale (art. 2 Cost.).
Il risarcimento del danno, in altri termini, rileva non tanto come sanzione repressiva a carico del danneggiante quanto come mezzo di riparazione di un danno ingiusto.
Il passaggio dalla concezione tradizionale a un moderno sistema di responsabilità civile ha comportato, inoltre, il ridimensionamento del ruolo della colpa.
Dal concetto di responsabilità personale, mutuato dal sistema penale, nel quale è considerato responsabile solo colui che ha commesso materialmente il fatto e con colpa, il codice civile si è sganciato ammettendo, accanto alla figura generale di responsabilità per colpa (art. 2043), l’esistenza di ipotesi normative speciali di responsabilità a carico di chi non ha commesso materialmente il fatto o lo ha commesso senza colpa (responsabilità indiretta o per fatto altrui e responsabilità oggettiva) (CHINÉ-ZOPPINI).
Illecito civile e illecito penale
Uno stesso fatto può costituire a un tempo un illecito civile e penale. Si tenga infatti presente che sovente, nel processo penale, accanto all’azione penale, esercitata dal pubblico ministero, a tutela dell’interesse dello Stato alla giusta punizione del reo, viene promossa l’azione civile da parte del danneggiato, che, costituendosi parte civile, fa valere il suo diritto al risarcimento del danno.
La valutazione civile del fatto commesso resta però distinta da quella penale, così come diversi sono gli scopi della sanzione civile e di quella penale. Infatti:
— l’illecito penale viene sanzionato per finalità di ordine superiore (difesa sociale), mentre l’illecito civile allo scopo di risarcire i danni prodotti o, più in generale, riparare i pregiudizi sofferti dai singoli;
— l’illecito penale è necessariamente tipico, perché nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge (artt. 25 Cost. e 1 c.p.), mentre l’illecito civile è atipico, poiché comprende ogni possibile fatto dovuto ad una condotta umana colpevole che cagioni ad altri un danno ingiusto (art. 2043);
— i presupposti per l’imputabilità civile e penale sono valutati diversamente.
La struttura dell’illecito civile
Gli artt. 2043 ss. c.c. sanzionano, come accennato, le condotte lesive di interessi giuridicamente rilevanti facenti capo a terzi.
Affinché una condotta comporti l’obbligo di risarcire il danno non è sufficiente la lesione di una situazione soggettiva altrui giuridicamente rilevante, ma occorre che tale condotta abbia causato un danno, come emerge chiaramente dall’art. 2043 c.c. laddove sanziona «qualunque fatto che cagiona ad altri un danno ingiusto».
Ciò premesso, sul piano strutturale l’illecito civile è costituito da tre elementi:
— il fatto materiale (condotta, evento e nesso causale);
— l’antigiuridicità;
— la colpevolezza.
Il fatto materiale
Il fatto materiale comprende la condotta della persona, che può consistere in un fare (azione) o in un non fare (omissione), e l’evento dannoso, cioè il verificarsi di una situazione sfavorevole per il destinatario della condotta lesiva.
Inoltre, tra l’atto e l’evento deve intercorrere un nesso di causalità, che costituisce il criterio di imputazione del fatto illecito e la regola operativa per il successivo accertamento dell’entità delle conseguenze pregiudizievoli del fatto che si traducono in danno risarcibile.
Il nesso di causalità, infatti, va scomposto in due fasi:
— nesso tra condotta ed evento, per affermare se una determinata lesione è stata causata da una certa condotta;
— nesso tra evento e danno, che consente di selezionare, una volta accertata la responsabilità del soggetto, le conseguenze dannose concretamente attribuibili alla sua condotta.
In altri termini, occorre distinguere, da un lato, il nesso causale tra la condotta e l’evento, che deve sussistere affinché possa configurarsi, a monte, una qualche forma di responsabilità civile, e dall’altro, il nesso causale tra l’evento e il danno, che consente di individuare le conseguenze dannose delimitando, a valle, i confini di una già accertata responsabilità risarcitoria. Possiamo dire, semplificando, che l’accertamento della responsabilità (Tizio ha causato il danno?) è distinto dalla sua quantificazione (a quanto ammonta il danno causato da Tizio?).
Quest’ultimo aspetto è preso in considerazione dall’art. 1223 c.c., che limita il risarcimento alla perdita subita e al mancato guadagno in quanto conseguenze immediate e dirette del fatto dannoso, così addossando al danneggiante non una qualsiasi ripercussione patrimoniale ma ciò che costituisce il danno vero e proprio (cioè, il danno ingiusto).
Invece, l’accertamento del primo aspetto, cioè del nesso di causalità tra la condotta e l’evento lesivo in ambito penalistico è stato risolto dalla nota sentenza Franzese (Cass. pen. S.U. 30328/2002) la quale, occupandosi in particolare della responsabilità medica, ha affermato che:
— non è consentito dedurre automaticamente l’esistenza del nesso causale dalla probabilità statistica di verificazione di un determinato evento in presenza di una determinata condotta;
— il giudice deve verificare la validità di tale correlazione statistica nel caso concreto, sulla base delle circostanze di fatto e dei dati disponibili, ed accertare se, esclusa l’interferenza di fattori alternativi, la condotta (azione od omissione) sia stata condizione necessaria dell’evento lesivo con «alto o elevato grado di credibilità razionale» o «probabilità logica», ossia un giudizio che si avvicina alla certezza, cioè a cento;
— non può ritenersi sussistente il nesso causale in caso di ragionevole dubbio sulla reale efficacia causale della condotta rispetto ad altri fattori che hanno interagito nella produzione dell’evento lesivo.
La giurisprudenza più recente (Cass. 6045/2010, Cass. S.U. 576/2008) ha, però, affermato che la regola dettata dalla sentenza Franzese si applica soltanto nell’ambito del diritto penale e ai soli reati omissivi, mentre all’illecito civile si applica il criterio del «più probabile che non», secondo cui una condotta è causa di un evento se le probabilità che lo abbia causato sono pari almeno al 51%.
L’accertamento del nesso causale richiede un’analisi specifica e puntuale di tutte le risultanze probatorie del processo e della diversa incidenza delle cause che hanno potuto produrre l’evento.
Ad es., la responsabilità del medico per i danni cerebrali da ipossia patiti da un neonato al momento del parto esige la prova — fornita dal danneggiato — della sussistenza di un nesso causale tra l’omissione dei sanitari e il danno; tale prova sussiste quando, da un lato, non vi sia certezza che il danno cerebrale patito dal neonato sia derivato da cause naturali o genetiche e, dall’altro, appaia più probabile che non che un tempestivo o diverso intervento o da parte del medico avrebbe evitato il danno al neonato (Cass. 12686/2011).
L’antigiuridicità (o «ingiustizia del danno»)
Non ogni fatto che arreca un danno comporta l’obbligo, per il soggetto, di risarcirlo; tale obbligo scatta soltanto in presenza di un fatto contrastante con un dovere giuridico.
Questa difformità tra il fatto e l’ordinamento è l’antigiuridicità, che l’art. 2043 c.c. prende in considerazione laddove richiede non un danno qualsiasi, ma un «danno ingiusto». Antigiuridicità, quindi, è sinonimo di «ingiustizia del danno».
È ingiusto il danno che consiste «nella lesione di una situazione giuridica soggettiva meritevole di tutela e, quindi, protetta dall’ordinamento con il divieto di neminem laedere» (GAZZONI).
Pertanto, la valutazione dell’ingiustizia del danno si concretizza in una valutazione di antigiuridicità dell’atto lesivo.
Secondo la dottrina tradizionale, il danno è ingiusto e quindi risarcibile solo quando consiste nella lesione di un diritto assoluto: infatti, solo i diritti assoluti si fanno valere erga omnes, si dirigono cioè verso la generalità dei soggetti, per cui ciascuno è in condizione di violarli.
I diritti relativi, invece, hanno come contenuto una pretesa che si fa valere verso uno o più soggetti determinati, e perciò soltanto questi ultimi possono violare la legittima aspettativa del titolare del diritto (ad esempio, solo il debitore, non eseguendo la prestazione dovuta, può violare il diritto del creditore).
Si assiste in quest’ultimi anni, però, ad un progressivo allargamento delle situazioni considerate meritevoli di tutela, anche se la giurisprudenza si muove con molta cautela e non senza contraddizioni tra le affermazioni di principio e le indicazioni offerte dalla prassi.
Qui di seguito si riportano alcune fattispecie particolarmente interessanti:
— progressivo ampliamento della tutela risarcitoria dei valori esistenziali dell’individuo sganciata dagli schemi rigidi dei cd. diritti della personalità desumibili dal codice (diritto al nome, all’onore, all’integrità fisica): tutela della riservatezza, dell’identità personale, della salute (BIGLIAZZI-GERI);
— la lesione di un diritto di credito ad opera del terzo, di un soggetto cioè diverso dal debitore, dà luogo ad una responsabilità aquiliana quando abbia impedito l’adempimento;
— il danno per l’uccisione di un soggetto attribuisce iure proprio il diritto al risarcimento ai congiunti che ricevevano un sostentamento di tipo economico dal soggetto ucciso a prescindere dall’esistenza a suo carico di un obbligo alimentare (CIAN-TRABUCCHI). Ciò significa che viene riconosciuta la tutela risarcitoria non solo per il caso di lesione di diritti soggettivi, ma anche quando il soggetto vanti una semplice aspettativa di fatto (es.: tutela del convivente more uxorio);
— la responsabilità del produttore per i danni causati ai consumatori da eventuali prodotti difettosi o nocivi che siano stati posti sul mercato (es.: vino al metanolo).
La questione si colloca nell’area della responsabilità extracontrattuale, giacché manca un diretto rapporto contrattuale tra il produttore e il consumatore. Inoltre, poiché spesso manca la concreta possibilità di controllo del prodotto da parte del venditore al dettaglio (per cui la responsabilità contrattuale di quest’ultimo è in tal caso da escludere: si pensi ad esempio alla vendita di prodotti sigillati), l’azione di responsabilità extracontrattuale nei confronti del produttore costituisce di solito la sola forma di tutela del consumatore.
Il problema è reso particolarmente complesso dal fatto che, nei moderni processi di lavorazione industriali, l’adozione di tutte le misure di controllo prescritte non sempre vale ad escludere ogni rischio:
— per i difetti di fabbricazione, presenti in singoli esemplari di prodotti di serie e dovuti all’occasionale guasto di una macchina o alla disattenzione di un dipendente;
— per i difetti di progettazione, che si riferiscono all’intera serie prodotta.
La responsabilità del produttore per i danni ai consumatori è stata sempre ricondotta dalla giurisprudenza all’art. 2043 ed al generale criterio della responsabilità per colpa; la dottrina, invece, riteneva che il problema andasse risolto in base al principio del rischio di impresa e tramite, quindi, l’applicazione, dell’art. 2049.
In attuazione della direttiva CEE n. 85/374, il d.p.r. 24 maggio 1988 n. 224, prima, e il D.Lgs. 206/2005, poi, hanno attribuito natura oggettiva alla responsabilità del produttore, in quanto non è richiesta la prova della sua colpa né gli è concesso di dimostrare la propria diligenza per liberarsi da ogni responsabilità; infatti, il citato decreto prevede:
— la responsabilità del fabbricante, anche incolpevole, per i danni fisici e materiali cagionati dal prodotto difettoso;
— la responsabilità del distributore nell’ipotesi che non venga individuato il fabbricante;
— la nullità di ogni clausola di esonero o limitazione della responsabilità;
— la responsabilità del magistrato è stata prevista dalla L. 13 aprile 1988 n. 117: tale normativa attribuisce il diritto al risarcimento a chi abbia subito un danno ingiusto a seguito di provvedimento giudiziale reso con dolo o colpa grave da un magistrato nell’esercizio delle sue funzioni o per diniego di giustizia;
— il danno ambientale, ossia «qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell’utilità assicurata da quest’ultima» (art. 300, co. 1, D.Lgs. 152/2006 – Testo unico dell’ambiente). In particolare, costituisce danno ambientale il deterioramento (o anche un inizio di deterioramento): a) delle specie e agli habitat naturali protetti dalla normativa nazionale e comunitari; b) delle acque interne, delle acque costiere e delle acque ricomprese nel mare territoriale, mediante azioni che incidano in modo significativamente negativo sul loro stato ecologico, chimico e quantitativo oppure sul potenziale ecologico; c) del terreno mediante qualsiasi contaminazione che crei un rischio significativo di effetti nocivi, anche indiretti, sulla salute umana a seguito dell’introduzione nel suolo, sul suolo o nel sottosuolo di sostanze, preparati, organismi o microrganismi nocivi per l’ambiente (art. 300, co. 2). Il deterioramento deve essere «significativo» (non è sufficiente un danno di scarsa entità) e «misurabile» (possibilità di tradurre in denaro il danno).
Resta da capire perché la norma faccia riferimento soltanto a specie e habitat naturali protetti, acqua e terreno, con esclusione dell’aria e delle forme di danno al paesaggio o agli ecosistemi non inclusi nelle categorie delle specie e degli abitati protetti. Prima del D.Lgs. 152/2006 il danno ambientale era disciplinato dalla L. 349/1986 (Legge istitutiva del ministero dell’ambiente), che all’art. 18 qualificava il danno ambientale come «qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l’ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte». Il danno obbligava l’autore al risarcimento in favore dello Stato (secondo le direttrici dell’art. 2043 c.c.). Si trattava, quindi, di un danno pubblico;
— il danno da lesione dell’interesse legittimo, ossia l’interesse alla legittimità dell’azione amministrativa, ad un corretto esercizio del potere da parte della P.A. Gli interessi legittimi trovano la loro fonte nel principio di legalità, che impone alla P.A., nell’esercizio delle sue potestà, di astenersi dal porre in essere provvedimenti illegittimi. Andando contro un indirizzo giurisprudenziale consolidato, la Cassazione, con la sentenza 500/1999, ha riconosciuto al cittadino la tutela risarcitoria in caso di lesione dalla P.A. di un suo interesse legittimo. A tale conclusione si è giunti considerando che la normativa sulla responsabilità aquiliana ex art. 2043 ha la funzione di consentire il risarcimento del danno ingiusto, intendendosi come tale il danno non iure, arrecato in assenza di una causa giustificativa, che si risolve nella lesione di un interesse rilevante per l’ordinamento a prescindere dalla sua qualificazione formale, e, in particolare, senza che assuma rilievo la qualificazione dello stesso in termini di diritto soggettivo.
Peraltro, avuto riguardo al carattere atipico del fatto illecito delineato dall’art. 2043, non è possibile individuare in via preventiva gli interessi meritevoli di tutela: spetta, pertanto, al giudice, attraverso un giudizio di comparazione tra gli interessi in conflitto, accertare se, e con quale intensità, l’ordinamento appresta tutela risarcitoria all’interesse del danneggiato, ovvero comunque lo prende in considerazione sotto altri profili, manifestando, in tal modo, una esigenza di protezione.
Ne consegue che anche la lesione di un interesse legittimo, al pari di quella di un diritto soggettivo o di altro interesse giuridicamente rilevante, può essere fonte di responsabilità aquiliana, e, quindi, dar luogo a risarcimento del danno ingiusto, a condizione che risulti danneggiato, per effetto dell’attività illegittima della P.A., l’interesse al bene della vita al quale il primo si correla, e che detto interesse risulti meritevole di tutela alla stregua del diritto positivo.
Un comportamento pregiudizievole può, in taluni casi, essere giustificato e il danno da esso arrecato non è antigiuridico e non è, quindi, oggetto di risarcimento.
Tra i casi di esclusione dell’antigiuridicità si ricordano:
— la legittima difesa (artt. 2044 c.c. e 52 c.p.), per cui non è responsabile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa;
— lo stato di necessità (art. 2045 c.c. e 54 c.p.), che si ha quando chi ha compiuto il fatto vi è stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, e il pericolo non è stato da lui volontariamente causato (ad es., Tizio vede che Caio sta per far fuoco contro di lui e, per salvarsi, si fa scudo con un passante, il quale viene ferito). Il legislatore prevede però che al danneggiato sia dovuta un’indennità, la cui misura è rimessa all’equo apprezzamento del giudice, in modo da ripartire le conseguenze dannose del fatto fra il danneggiante e il danneggiato.
Altre cause di esclusione dell’antigiuridicità sono l’esercizio del diritto, l’adempimento del dovere e il consenso dell’avente diritto.
L’atto, per essere illecito, deve essere colpevole (oltre che antigiuridico), ossia deve essere frutto di un comportamento disapprovato dall’ordinamento (Trabucchi).
Mentre l’antigiuridicità qualifica oggettivamente l’atto come lesivo di un diritto, la colpevolezza riguarda il soggetto che ha compiuto l’atto, cioè il suo comportamento.
La colpevolezza può assumere vari livelli di intensità:
— il dolo, che consiste nella volontaria trasgressione del dovere giuridico: l’atto illecito è doloso quando chi lo ha commesso ha agito con la coscienza e volontà di cagionare l’evento dannoso;
— la colpa, ossia la violazione di un dovere di diligenza, cautela o perizia, nei confronti dei terzi: l’atto illecito è colposo quando l’evento dannoso non è voluto ma è cagionato per negligenza, imprudenza o imperizia, ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline.
Presupposto della colpevolezza è l’imputabilità. L’imputabilità è regolata dall’art. 2046 nel senso che non è responsabile del fatto illecito chi non aveva la capacità di intendere e di volere al momento in cui lo ha commesso.
Tale capacità si identifica in quel minimo di attitudine psichica a rendersi conto delle conseguenze dannose della propria condotta: solo in questo caso, secondo la coscienza comune, il fatto dannoso può ritenersi la conseguenza di una libera scelta dell’agente. Non è dunque necessaria la capacità legale di agire, richiesta invece per il compimento di negozi giuridici: si ritiene infatti sufficiente, per rendersi conto che è illecito cagionare ad altri un danno ingiusto, un grado di maturità inferiore rispetto a quello necessario per potere amministrare un patrimonio.
L’esclusione della responsabilità dell’incapace di intendere e di volere non trova applicazione nell’ipotesi in cui il soggetto si sia trovato in tale stato psichico per propria colpa (es.: per essersi ubriacato) o per averlo dolosamente determinato (es.: allo scopo di procurarsi una scusa).
La colpa medica nel «decreto Balduzzi»
L’art. 3, co. 1, D.L. 158/2012 (cd. decreto Balduzzi), convertito in L. 189/2012, si occupa dei profili di responsabilità civile e penale del medico, stabilendo che «l’esercente la professione sanitaria che, nello svolgimento della propria attività, si attiene a linee-guida e buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, non risponde penalmente per colpa lieve. In tali casi resta comunque fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 c.c.».
Se nulla è cambiato con riferimento alla responsabilità contrattuale delle strutture sanitarie, i cui profili di responsabilità rimangono quelli delineati da Cass. S.U. 577/2008, l’art. 3 del decreto citato è invece intervenuto sulla responsabilità dei medici (e degli altri soggetti esercenti professioni sanitarie), affermando che costoro, qualora si siano attenuti alle linee-guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, non rispondono penalmente per colpa lieve ma resta fermo l’obbligo di cui all’art. 2043 c.c.
I primi commentatori della norma hanno ritenuto che, stante il richiamo all’art. 2043 c.c., il legislatore abbia inteso disciplinare il titolo della responsabilità diretta dei sanitari, riconducendolo al paradigma extracontrattuale, nell’ambito del quale essa era comunemente inquadrata prima che Cass. 589/1999 invocasse la responsabilità contrattuale da contatto sociale qualificato, orientamento via via consolidatosi e divenuto diritto vivente culminato con Cass. S.U. 577/2008.
Si tratta, però, di un’interpretazione da respingere, perché l’art. 3 citato non rinvia all’art. 2043 c.c. nella sua interezza, limitandosi ad affermare che rimane fermo «l’obbligo» di cui all’art. 2043 c.c., e l’unico obbligo espressamente previsto è quello di risarcire il danno provocato. L’art. 3, dunque, è una norma ispirata al principio di sussidiarietà penale (che prevede la sanzione penale come extrema ratio): dopo aver affermato che in ambito penale il medico che abbia rispettato le linee-guida accreditate non risponde per colpa lieve (ossia, in ambito penale il bisogno e la meritevolezza di pena scattano solo in caso di dolo o colpa grave), la norma chiarisce che, in tale caso, l’assenza di responsabilità penale non esclude la responsabilità civile e il risarcimento del danno.
Inoltre, il testo originario dell’art. 3 D.L. 158/2012, prima delle modifiche apportate dalla legge di conversione, conteneva un espresso richiamo agli artt. 2236 c.c. e 1176 c.c., e ciò rende evidente come il legislatore intendesse continuare a muoversi nel solco della responsabilità contrattuale tracciato dalla giurisprudenza. Il diverso testo licenziato dal Parlamento non è, insomma, indice di una precisa scelta del legislatore per la natura extracontrattuale della responsabilità del sanitario, ma è frutto del solito linguaggio approssimativo con cui sono scritte le norme.
Rimane ferma, dunque, la cornice della responsabilità civile del sanitario disegnata dalla giurisprudenza:
— in caso di interventi di routine (interventi attinenti a settori nei quali la scienza medica abbia già enucleato uno standard curativo – ovvero linee-guida – universalmente accreditato: Cass. 20586/2012), si presume che le complicanze siano state determinate da omessa o insufficiente diligenza professionale o da imperizia; spetta al medico dimostrare che sono state prodotte da un evento imprevisto e imprevedibile secondo la diligenza qualificata in base alle conoscenze tecnico-scientifiche del momento (Cass. 17694/2010); nel caso fortuito possono farsi rientrare le complicanze proprie e inevitabili dell’intervento, mentre non vi rientrano le complicanze atipiche o improprie, ossia quelle estranee all’intervento o inadeguate o sproporzionate, o note ma evitabili;
— negli altri casi, risponde in caso di dolo o colpa grave. Non essendovi linee-guida, tutto è rimesso alla sua discrezionalità, la quale può essere sanzionata solo quando appaia manifestamente mal spesa.