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Timestamp: 2020-08-12 23:48:04+00:00
Document Index: 88350275

Matched Legal Cases: ['art. 640', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'CGUE ', 'CGUE ', 'sentenza ', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 2', 'art. 640', 'sentenza ']

Beni di lusso, vietabile la vendita su amazon. Collegamenti con il reato di truffa ex art. 640 c.p. e truffa online sui marketplace – Ratio Legis
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14 febbraio 2018 gestione Giurisprudenza, In Primo Piano 0
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di Dott.ssa Angelica Commisso
I – Il fatto.
Con la sentenza del 6 Dicembre 2017 nella causa C-230/16 (Coty Germany GmbH contro Parfümerie Akzente GmbH), la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, ha analizzato l’art. 4 lett. b) e c) del Reg. (UE) 330/2010 sugli accordi verticali, affrontando il divieto contrattuale di vendita di beni di lusso su piattaforme generali di e-commerce quali Amazon.
Nel caso di specie vi erano da un lato la Coty Germany, che vendeva cosmetici di lusso in Germania attraverso una rete di distribuzione selettiva (la quale richiedeva il rispetto di rigorosi requisiti per gli ambienti ed i contesti di vendita) e dall’altro il distributore autorizzato Parfümerie Akzente, che vendeva detti beni sia offline in punti vendita fisici che online via internet, attraverso un proprio sito e-commerce ed anche su Amazon.
Il contratto di distribuzione selettiva prevedeva che la Coty Germany autorizzasse ogni punto vendita del distributore previo il rispetto di un certo numero di requisiti dal punto di vista delle dotazioni e dell’arredamento, dell’offerta di prodotti, della pubblicità e della comunicazione in generale, nonché in particolare vietava al distributore di utilizzare «un nome diverso o servirsi di un’impresa terza per cui non sia stata concessa l’autorizzazione».
In forza della normativa sugli accordi verticali (Reg. UE 330/2010), la Coty Germany aveva modificato i contratti di distribuzione prevedendo in particolare che «il depositario è autorizzato a proporre e a vendere i prodotti tramite Internet, ma a condizione che tale attività di vendita online sia realizzata tramite una “vetrina elettronica” del negozio autorizzato e che venga in tal modo preservata la connotazione lussuosa dei prodotti», vietando espressamente l’utilizzo di un’altra denominazione commerciale nonché l’intervento riconoscibile di un’impresa terza che non fosse autorizzata.
La Parfümerie Akzente rifiutava di sottoscrivere tali modifiche contrattuali, da cui scaturiva l’azione giudiziale di Coty Germany per farle vietare la vendita dei cosmetici di lusso su Amazon.
La Corte ha innanzitutto affermato che un sistema di distribuzione selettiva di prodotti di lusso finalizzato anzitutto a salvaguardarne l’immagine stessa di lusso è conforme all’articolo 101, paragrafo 1, TFUE (ossia alla norma che vieta gli accordi restrittivi della concorrenza), a condizione che la scelta dei rivenditori avvenga seguendo criteri oggettivi di natura qualitativa, stabiliti indistintamente per tutti i potenziali rivenditori e applicati in modo non discriminatorio e che i criteri definiti non vadano oltre il limite del necessario.
L’articolo suddetto non impedisce la predisposizione di una clausola contrattuale che vieti ai distributori autorizzati di un tale sistema di distribuzione selettiva di servirsi in maniera riconoscibile di piattaforme terze di commercio elettronico (come ad esempio Amazon), qualora tale clausola sia diretta a salvaguardare l’immagine di lusso di detti prodotti; sia stabilita indistintamente e applicata in modo non discriminatorio e sia proporzionata rispetto all’obiettivo perseguito.
Ciò premesso, l’articolo 4 del Reg. (UE) n. 330/2010 sugli accordi verticali (il quale detta una lista di condizioni contrattuali ammesse o vietate soprattutto con riferimento ai sistemi distribuzione selettiva) deve essere quindi interpretato nel senso che il divieto imposto ai distributori operanti all’interno di un sistema di distribuzione selettiva di prodotti di lusso di servirsi in maniera riconoscibile, per le vendite a mezzo internet, di imprese terze (come ad esempio Amazon), non costituisce né una restrizione della clientela, né una restrizione delle vendite passive agli utenti finali, il che rende tale tipo di clausola in linea generale ammissibile (salva la valutazione caso per caso da operarsi a cura del Giudice di merito).
In base a questo principio, è quindi ipotizzabile la predisposizione di una clausola nei contratti di distribuzione selettiva di beni di lusso che vieti la commercializzazione su piattaforme terze di e-commerce, quali Amazon, dei beni stessi, qualora il canale di vendita nel caso di specie non rispetti gli specifici criteri selettivi in base ai quali quel particolare distributore è stato ammesso nel sistema ed è quindi stato autorizzato alla vendita.
Dunque la connotazione di bene di lusso non è solo il risultato delle caratteristiche materiali del prodotto ma anche del prestigio che lo stesso ha nei confronti dei consumatori e che, la distribuzione online dei prodotti deve sempre essere conforme all’“ambiente” e alle condizioni qualitative concordate con i distributori autorizzati.
A tale riguardo l’Autorità italiana, in un caso parzialmente diverso recente, ha detto che al fine di definire un bene di lusso è necessario distinguere fra profumi di lusso e profumi ordinari o destinati al consumo “di massa” disponibili in un vasto numero di punti vendita inclusi grandi supermercati.
Ogni operatore del mercato, che sia produttore o distributore, sarà chiamato a vagliare le condizioni e le clausole contrattuali.
II – Precedente giurisprudenziale.
Sulla questione relativa all’adozione di clausole di divieto di commercializzazione di prodotti su internet in contratti di distribuzione, è stata dirimente la sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel procedimento C-439/09 la quale stabiliva come tale divieto costituisse una hardcore restriction (caso Pierre-Fabre).
Il caso suddetto riguardava in particolare un sistema di distribuzione selettiva, adottato da un fornitore di prodotti cosmetici e di igiene personale, il quale imponeva ai propri rivenditori un obbligo di vendita dei prodotti solamente in uno spazio fisico e con l’assistenza di personale qualificato, escludendo pertanto ogni forma di commercio elettronico.
Le conclusioni dell’Avvocato Generale Wahl paiono voler invitare ad una interpretazione del dettato normativo più rigorosa e maggiormente aderente alla finalità della normativa stessa quale quella di promuovere la concorrenza, l’efficienza economica e, in definitiva, il benessere dei consumatori.
Tale ultima finalità si declina non solo nell’instaurazione di prezzi più bassi ma anche nella promozione della diversità di scelta dei prodotti e servizi offerti e nello stimolo all’innovazione degli stessi.
Infatti, si rileva come come i sistemi di distribuzione selettiva – relativi alla distribuzione di prodotti di lusso e di prestigio e volti principalmente a preservare l’“immagine di lusso” degli stessi – costituiscano un elemento di concorrenza conforme all’articolo 101, paragrafo 1, TFUE purchè siano rispettate determinate condizioni (già identificate nella sentenza Metro SB-Großmärkte).
Occorre anzitutto accertare che le caratteristiche dei prodotti in questione richiedano un sistema di distribuzione selettiva in relazione alla natura dei prodotti considerati e al loro elevato livello qualitativo o tecnologico, onde conservarne la qualità e garantirne l’uso corretto.
Sul punto Whal specifica che per caratteristiche legittimanti si intendono ricomprese le qualità di presentazione visiva dei prodotti e, più in generale, le modalità complessive di presentazione di questi (es. marchi).
Con tale ultima specificazione Wahl richiama quella giurisprudenza della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che attribuisce al marchio un ruolo pro-concorrenziale in quanto capace di garantire al consumatore che tutti i prodotti o servizi da esso identificati siano prodotti e/o distribuiti sotto il governo di un’unica impresa che ne assicuri la loro qualità.
In secondo luogo “è necessario che la scelta dei rivenditori avvenga secondo criteri oggettivi di carattere qualitativo, stabiliti indistintamente per tutti i rivenditori potenziali”.
In ultimo, occorre che i criteri definiti non vadano oltre i limiti del necessario.
Nonostante la novità dell’interpretazione di Wahl, tale conclusione viene dallo stesso Avvocato Generale considerata coerente con quanto affermato nella sentenza della CGUE nel caso Pierre Fabre.
Infatti, in quest’ultimo caso giurisprudenziale non si discuteva di una restrizione a carico dei distributori autorizzati alla vendita sui marketplace online di imprese terze.
La questione verteva sul divieto assoluto di vendere su internet, divieto che giustamente la CGUE ha ritenuto sproporzionato e illegittimo rispetto al fine di preservare l’immagine di prestigio dei prodotti.
Infine, discostandosi dalla linea interpretativa adottata nella sentenza del caso Pierre Fabre, l’Avvocato Generale Wahl nelle proprie conclusioni ritiene che un divieto di vendere tramite marketplace di terzi non rientri nelle categorie di restrizioni hardcore di cui all’articolo 4 del Regolamento n. 330/2010: a suo avviso, infatti, il divieto controverso non costituisce né una restrizione della clientela del distributore al dettaglio, né una restrizione delle vendite passive agli utenti finali (da ciò ne deriva che un sistema selettivo di distribuzione di prodotti di lusso che contenga un tale divieto può beneficiare dell’esenzione automatica dal divieto di intese prevista dal Regolamento citato).
Benché le conclusioni dell’Avvocato Generale non vincolino certamente la CGUE, le argomentazioni sostenute da Wahl, qualora trovassero conferma nel dispositivo della sentenza, rappresentano una notevole innovazione nel panorama del diritto della concorrenza.
La delineazione di nuovi “confini” nell’identificazione delle eccezioni all’articolo 101 TFUE potrebbe spingere i produttori di beni di alta gamma a modificare i propri contratti di distribuzione a favore di un maggior controllo della catena distributiva e di un maggior coordinamento delle politiche pubblicitarie e promozionali (riducendo conseguentemente la concorrenza intra-brand).
Tale nuova interpretazione favorirebbe un incremento del numero dei marketplace verticalmente specializzati su beni di alta gamma, frammentando conseguentemente il “mercato del web”– spazio in cui sarebbe possibile la massima concorrenza a tutto vantaggio del consumatore – in tanti sub-mercati al cui interno ciascun distributore o ciascun produttore opererà in un regime di monopolio.
Tale restrizione della concorrenza potrà essere ulteriormente facilitata dagli effetti di rete tipicamente riscontrabili nelle piattaforme online multi-sided.
III – Il reato di truffa connesso col marketplace elettronico.
Occorre collegare al marketplace elettronico il reato di truffa.
Le caratteristiche quali, ad esempio, la rapidità e l’astrattezza delle comunicazioni nelle transazioni commerciali via Internet, incrementano la commissione di illeciti penali, tra cui la truffa nella sua dimensione telematica e questo attraverso le particolari modalità di vendita telematica nonché tramite l’anonimato della rete per la realizzazione di truffe a danno dei consumatori digitali.
Nel nostro ordinamento i beni giuridici del patrimonio e dell’autodeterminazione sono protetti sotto la fattispecie della truffa, per cui non c’è dubbio che le condotte fraudolente perpetrate sul web possano rientrare nel campo applicativo dell’art. 640 c.p.
E’ opportuno considerare la differenza di valore esistente tra i comportamenti realizzati nell’ambiente materiale con condotte materiali e le condotte fraudolente perpetrate sul web per mezzo di strumenti telematici, ove l’offesa al patrimonio e all’autodeterminazione.
Nonostante le condotte fraudolente realizzate sul web siano inquadrabili sub art. 640 c.p., si ritiene comunque auspicabile un ripensamento della tutela penale offerta per i beni giuridici protetti da tale fattispecie, che attribuisca autonomia normativa al reato di truffa online.
In tal senso si può dire che all’interno della Costituzione l’individuo e la sua personalità vengano privilegiati in maniera assoluta, da ciò ne deriva che anche la tutela penale del patrimonio individuale, debba essere impostata in modo da tutelare nella maniera più ampia possibile l’individuo.
La suddetta tendenza alla valorizzazione della persona trova negli art. 2 e 3 della Carta costituzionale la sua massima espressione, in quanto essi mirano alla tutela della personalità individuale, assicurando l’uguaglianza dei cittadini al di là delle condizioni economiche.
Poiché l’individuo non si estrinseca solo come essere puramente economico, ma modella la sua personalità anche sulla base di situazioni prive di contenuto economico, si assisterebbe ad una limitazione delle garanzie costituzionalmente apprestate alla persona, qualora tali situazioni si escludessero dalla tutela penale del patrimonio.
Inoltre, impostare una tutela rispetto alle sole componenti economiche del patrimonio comporterebbe una discriminazione verso i soggetti che non possiedono nulla di apprezzabile a livello economico, ma diversamente modellano la propria personalità sulla base di cose dotate di solo valore affettivo.
Alla luce di quanto detto si può affermare che “nella nozione di patrimonio siano ricomprese quelle cose che pur prive di reale valore di scambio, rivestano interesse per il soggetto che le possiede”.
Qualora nel suddetto contesto si sposassero le sole tesi economicistiche, si assisterebbe ad un vero e proprio vuoto di tutela penale, che produrrebbe dei riflessi negativi sulla personalità dell’individuo.
Una volta chiariti i fondamenti della concezione personalistica alla base della tutela del patrimonio, è ora opportuno richiamare le varie concezioni elaborate nel corso del tempo dalla dottrina penalistica tradizionale, al fine di chiarire l’effettivo valore contenutistico del patrimonio.
È bene premettere che discorrendo tra le varie concezioni del patrimonio, elaborate nel corso del tempo, non ci si può aspettare soluzioni totalmente appaganti rispetto ad ogni questione posta dalle singole ipotesi delittuose, per due ordini di ragioni.
In primis ciò si spiega sulla base del peso e valore attribuibili alle particolari modalità della condotta, all’interno del fatto tipico, nella determinazione dell’offesa e del suo livello. Inoltre, bisogna considerare che la cristallizzazione di esigenze politiche diverse all’interno della società, produca, nel corso del tempo, dei riflessi significativi sulla determinazione delle situazioni ricomprese nel concetto di patrimonio. In tal senso, si può dire che nelle truffe realizzate a mezzo Internet il danno nei confronti del suddetto bene giuridico sia ancora più sottile e subdolo, rispetto a quello identificabile nella truffa tradizionale.
Per quanto concerne il dolo generico, poiché esso richiede la volizione di tutti gli elementi del fatto tipico il soggetto deve rappresentarsi e volere gli artifizi o raggiri, deve essere poi consapevole che essi abbiano determinato l’errore, da cui è derivato un profitto a seguito di un atto di disposizione patrimoniale a danno della vittima. Non appare, quindi, condivisibile la tesi secondo cui il profitto sia oggetto di un dolo specifico.
Tale diniego affonda la sua ratio nell’estrema chiarezza espositiva con cui è formulata la fattispecie di truffa, secondo cui il profitto costituisce uno componente essenziale dell’evento del reato.
Tuttavia, ai fini di punibilità è necessario che il reo sia consapevole della natura ingiusta del profitto, da ciò ne consegue che non sia penalmente rilevante la condotta posta in essere unicamente al fine di perseguire un proprio diritto o la tutela di un proprio interesse.
Con specifico riguardo alle truffe poste in essere in ambito telematico l’analisi dell’elemento soggettivo presenta aspetti problematici, poiché nella maggior parte dei casi accade che una volta che la condotta si sia perfezionata, ad es. nel caso di una truffa commessa mediante un sito di vendite, difficilmente sarà possibile accertare una responsabilità penale.
Infatti, come si vedrà in seguito, le truffe online sollevano complesse questioni, quali ad esempio l’identificazione dell’autore, che rendono particolarmente difficoltose le indagini che pertanto quasi sempre si concludono con l’archiviazione.
Anche sotto questo aspetto si ritiene opportuno un ripensamento che coinvolga la struttura della fattispecie di truffa, al fine di non lasciare impunite quelle condotte che presentano maggiori difficoltà nell’accertamento dell’elemento soggettivo.
Un ulteriore elemento di rilievo nella struttura del reato ai fini della trattazione è l’ipotesi del tentativo che si registra quando la condotta si esaurisce ad un livello intermedio, ovvero quando agli artifizi e raggiri posti in essere dall’autore del reato non segue l’ingiusto profitto in danno della vittima.
Nel settore del commercio elettronico, la figura del tentativo in riferimento alla fattispecie criminosa della truffa, assume particolare spessore, ponendo la necessita di un ripensamento della tutela penale prevista dall’ordinamento per i beni giuridici degli utenti esposti al rischio di aggressione. In tal senso, l’attenzione del legislatore penale dovrebbe concentrarsi sul maggior disvalore attribuibile alla condotta fraudolenta, essa infatti raramente viene realizzata una tantum ma in genere è ricompresa in un più ampio disegno criminoso predisposto da soggetti criminali qualificati, allo scopo di colpire una vasta cerchia di utenti che frequentano il web.
Con riferimento alle fattispecie criminose realizzate all’interno del fenomeno del marketplace elettronico, è bene anticipare che, sebbene ciò che rilevi ai fini della trattazione sia la protezione penale della persona e dei suoi beni nell’era digitale rispetto al reato di truffa, è inevitabile che la disamina della dimensione telematica di suddetto reato, enuclei componenti civilistiche, soprattutto con riferimento alla disciplina del contratto telematico.
In conclusione, tenuto conto del sempre più massiccio utilizzo degli strumenti telematici nella gestione dei rapporti interpersonali e della rapida diffusione del fenomeno del marketplace elettronico, al fine di non isolare l’utilità della fattispecie di truffa ai soli rapporti che esulano il settore telematico, appare indispensabile forzare l’elemento della tipicità della suddetta fattispecie, avendo riguardo a quelli che sono nell’era digitale gli stravolgimenti principali della condotta. Sembra pertanto alla portata del legislatore nazionale un adeguamento normativo che ridefinisca i contorni della tutela penale del consumatore digitale rispetto alle truffe perpetrate sul web.
Nell’ambito del commercio elettronico integra ad es. la condotta fraudolenta prevista dall’art. 640 c.p. quella di chi una volta completato l’accreditamento sul sito eBay mette in vendita un bene, ricevendone il corrispettivo, senza procedere alla sua consegna e rendendo in seguito difficile la possibilità di risalire al venditore.
Inoltre sono ritenuti indizianti della truffa i comportamenti consistenti nella cancellazione dell’account, una volta che la transazione sia giunta a termine, nonché la reiterazione di fatti analoghi da parte dello stesso soggetto.
Per quanto concerne le dinamiche offensive, occorre precisare che nella truffa via Internet, a differenza di quella cd. Tradizionale, gli artifizi e raggiri vengono realizzati senza che le parti possano instaurare contatti diretti.
Tale caratteristica è alla base del cedimento applicativo della fattispecie di truffa, causa della graduale semplificazione che ha interessato le fasi dell’accertamento processuale.
Sul punto occorre interessante è la sentenza Cassazione Penale, sez. II, 14 Ottobre 2016, n. 43705 la quale si esprime sulla configurabilità dell’aggravante della c.d. “minorata difesa”in caso di truffa commessa online.
A parere della Suprema Corte, nelle truffe commesse via web l’aggravante può ritenersi pienamente integrata, nella forma dell’approfondimento delle condizioni di “luogo”.
Ai fini della sussistenza del reato di truffa, l’idoneità dell’artificio o raggiro non è esclusa dalla mancata diligenza della vittima.
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