Source: http://dirittoamministrativoconcentofanti.blogspot.it/2015/10/
Timestamp: 2017-07-27 12:43:08+00:00
Document Index: 33195608

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 97', 'arte\n1', 'art. 4', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 50', 'art. 93', 'art.\n91', 'art. 1418', 'art.\n1339', 'art. 50', 'art. 93', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 527', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 54', 'art 606', 'sentenza ', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 54', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 54', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 52', 'sentenza ', 'art.\n609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 609', 'art. 660', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 52', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.635', 'sentenza ', 'art.83', 'sentenza ', 'art.83', 'art.83', 'art. 83', 'art. 616', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 420', 'art. 62', 'sentenza ', 'art. 49', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 81', 'sentenza ', 'sentenza ']

La sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 26 novembre 2014
(cause riunite C 22/13, da C 61/13 a C 63/13 e C 418/13) su ordinanza di rinvio
pregiudiziale del Tribunale di Napoli e, successivamente, della Corte
costituzionale, si segnala per alcuni passaggi significativi, ma anche per talune
omissioni, così ributtando la palla nel campo della giurisdizione interna.
Complessivamente si tratta di una sentenza importante, sia per le ricadute sul
piano interno, sia per alcuni passaggi significativi che, pur appena abbozzati,
potrebbero portare, nel futuro, a significative modificazioni nella interpretazione,
da parte della Corte di giustizia, delle direttive sociali.
Preliminarmente deve ricordarsi come la Sentenza non riguardi solo il precariato
scolastico ma pubblico in generale (maestri e personale ATA degli asili comunali,
causa C-63/13, Russo), resi “scolastici” da un legislatore che si è accorto, solo
dopo la proposizione della questione interpretativa pregiudiziale, della circostanza
che gli stessi non erano disciplinati dalla normativa del settore scuola.
Interessa poi l’art. 36, comma 5, del d.lgs. 165/01, reso “nudo” ovvero senza la
protezione dell’art. 97 della Costituzione: «In ogni caso, la violazione di
disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori, da parte
1 Cfr. art. 4, comma 11, del D.L. 31 agosto 2013, n. 101, come convertito con modificazioni dalla
L. 30 ottobre 2013, n. 125.
delle pubbliche amministrazioni, non può comportare la costituzione di rapporti
di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni,
ferma restando ogni responsabilità e sanzione. Il lavoratore interessato ha diritto
al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro in violazione di
disposizioni imperative .
Anche in questo caso una rilevante segnalazione: non è richiamato il prosieguo
della disposizione (Le amministrazioni hanno l'obbligo di recuperare le somme
pagate a tale titolo nei confronti dei dirigenti responsabili, qualora la violazione sia
dovuta a dolo o colpa grave. I dirigenti che operano in violazione delle disposizioni
del presente articolo sono responsabili anche ai sensi dell'articolo 21 del presente
decreto. Di tali violazioni si terrà conto in sede di valutazione dell'operato del
dirigente ai sensi dell'articolo 5 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286), per
cui appare abbastanza palese che detta ultima previsione non è considerata dalla
C.g.u.e. misura ostativa
. Il legislatore interno, preoccupato dalla possibilità di risarcire i danni di cui
all’art. 36, comma 5, d.lgs. n. 165/01 nella tarda estate del 2013 è intervenuto
con il D.L. n. 101, convertito con L. n. 125/13, abolendo il risarcimento del
danno in ipotesi di illegittima apposizione del termine al contratto di lavoro con la
P.A.. il comma 5-quater prevede: I contratti di lavoro a tempo determinato
posti in essere in violazione del presente articolo sono nulli e determinano
responsabilità erariale. I dirigenti che operano in violazione delle disposizioni del
presente articolo sono, altresì, responsabili ai sensi dell'articolo 21. Al dirigente
responsabile di irregolarità nell'utilizzo del lavoro flessibile non può essere erogata
Nel caso di specie si deve, in via preliminare, rilevare che dalle ordinanze di rinvio e
dalle spiegazioni fornite in udienza risulta che, in forza della normativa nazionale di
cui trattasi nei procedimenti principali, come prevista dalla legge n. 124/1999,
l’assunzione di personale nelle scuole statali ha luogo sia a tempo indeterminato
tramite l’immissione in ruolo sia a tempo determinato mediante lo svolgimento di
L’immissione in ruolo si effettua secondo il sistema cosiddetto «del
doppio canale», ossia, quanto alla metà dei posti vacanti per anno scolastico,
mediante concorsi per titoli ed esami e, quanto all’altra metà, attingendo alle
graduatorie permanenti, nelle quali figurano i docenti che hanno vinto un siffatto
concorso senza tuttavia ottenere un posto di ruolo, e quelli che hanno seguito corsi di
abilitazione tenuti dalle scuole di specializzazione per l’insegnamento. Si è fatto
ricorso alle supplenze attingendo alle medesime graduatorie: la successione delle
supplenze da parte di uno stesso docente ne comporta l’avanzamento in graduatoria
e può condurlo all’immissione in ruolo.
111 In ogni caso, va osservato che, come risulta dal punto 89 della presente
sentenza, una normativa nazionale quale quella di cui ai procedimenti principali non
riserva l’accesso ai posti permanenti nelle scuole statali al personale vincitore di
concorso, poiché essa consente altresì, nell’ambito del sistema del doppio canale, l’immissione in ruolo di docenti che abbiano unicamente frequentato corsi di
abilitazione. In tali circostanze, come la Commissione ha fatto valere in udienza, non
è assolutamente ovvio – circostanza che spetta, tuttavia, ai giudici del rinvio
verificare – che possa essere considerato oggettivamente giustificato, alla luce della
clausola 5, punto 1, lettera a), dell’accordo quadro, il ricorso, nel caso di specie, a
una successione di contratti di lavoro a tempo determinato per la copertura di posti
vacanti e disponibili in dette scuole motivato dall’attesa dell’espletamento delle
Le ragioni di bilancio (punto 110) sebbene … possano costituire il fondamento
delle scelte di politica sociale di uno Stato membro e possano influenzare la natura
ovvero la portata delle misure che esso intende adottare,… esse non costituiscono
tuttavia, di per sé, un obiettivo perseguito da tale politica e, pertanto, non possono
giustificare l’assenza di qualsiasi misura di prevenzione del ricorso abusivo a una
successione di contratti di lavoro a tempo determinato ai sensi della clausola 5,
punto 1, dell’accordo quadro.
Il caso-dirigenti dopo
lo stop della Consulta alla nomina dei funzionari incaricati sta scavando un
solco all'interno dell'organizzazione della macchina dell'amministrazione
finanziaria. Soprattutto perché i funzionari «decaduti» dall'incarico di
dirigenti si stanno muovendo a suon di carte bollate per veder riconosciuta
la stabilizzazione e risarcimenti. Con un'iniziativa – promossa dal sindacato
Unadis – che si muove su un doppio livello: denuncia al Tribunale di Roma e
denuncia alla Commissione europea. Per ora sono circa 400 sui 767 decaduti
delle Entrate ad essersi mossi che hanno presentato una denuncia per
La loro rivendicazione poggia sulla
cosiddetta “sentenza Mascolo” con cui la Corte di giustizia Ue circa un anno
fa ha condannato l'Italia per un abuso dei contratti precari nel comparto
della scuola. I giudici del Lussemburgo, pur riconoscendo il ricorso al tempo
determinato nel pubblico in attesa della conclusione di una procedura di
concorso, hanno stabilito che un impiego permanente e durevole si pone in
contrasto con l'accordo quadro comunitario sul lavoro a termine secondo cui,
comunque, il tempo indeterminato è riconosciuto come la forma “comune” dei
rapporti di lavoro. A questo si aggiunge la richiesta dei danni: 20 mensilità
dirigenziali, cioè circa 70mila euro pro capite. Ma tra i nodi aperti
ci sono anche la questione dei 700 funzionari vincitori di concorso
retrocessi dalla terza alla seconda area per un vizio formale rilevato dal
Tar. Dopo la privatizzazione sono esplose le cause di lavoro.
- a) l’accertamento, previa adozione di idonea misura
cautelare della assoluta nullità del procedimento amministrativo asseritamente
promosso da parte dell’Amministrazione comunale (con completa ed irrimediabile
distorsione dell’esercizio della potestà amministrativa ) e/o per
l’annullamento degli atti assunti da parte dell’Amministrazione relativamente
allo “sgombero d’ufficio” di loculi siti nel cimitero comunale della frazione
di Dova ;
- b) nonché per l’accertamento della piena validità ed
efficacia delle concessioni perpetue rilasciate;
- c) nonché per la condanna dell'amministrazione intimata
al ripristino della situazione antecedente ed al risarcimento del danno;
1. Con ricorso passato alla notifica il 14 gennaio
2013 e depositato il successivo 30 gennaio i signori in epigrafe indicati
riferiscono che il Comune di Cabella Ligure ha proceduto, l’11 dicembre 2012,
alla estumulazione della salma di una serie di defunti a suo tempo allocati nel
cimitero della frazione di Dova Superiore in forza di concessioni rilasciate in
perpetuo, ed agiscono al fine di sentir dichiarare la nullità di tutti gli atti
del Comune che hanno portato a tale arbitraria estumulazione, di far accertare
la perdurante efficacia e validità delle concessioni cimiteriali ritenute
scadute nonché di ottenere la condanna del Comune al risarcimento del danno.
nell’anzidetto elenco di concessioni giunte a scadenza ne figuravano alcune
rilasciate con la clausola “in perpetuo”, i famigliari dei relativi defunti
presentavano rimostranze, di seguito alla qual cosa il Comune indirizzava, a
ciascuno di essi famigliari, una lettera datata 31/10//2012, n. prot. 2700,
nella quale comunicava che “Questo Ufficio ha necessità di conoscere, entro il
19/11/2012 i dati del/i defunto/i di cui la S.V. é titolare e/o la cui
concessione si riferisce, non essendo rinvenibili tali dati dal Repertorio o
dalla copia di atto di concessione depositata agli atti. Si coglie l’occasione
per precisare che la Concessione nel Cimitero Comunale é rilasciata sotto
“”l’osservanza delle condizioni previste dal vigente regolamento di polizia
mortuaria, che qui si intendono riprodotte e che il richiedente dichiara di
conoscere, nonché di tutte quelle altre che, in aggiunta ed in modificazione,
venissero sanzionati con altri futuri regolamenti.””. D’altra parte, se le concessioni scadute non vengono
rinnovate, l’Amministrazione comunale ha l’obbligo di rientrare in possesso dei
loculi onde non causare danno erariale al Comune. Si avvisa pertanto che, nel
caso in cui la concessione di cui la S.V. é titolare o erede del titolare non
sarà rinnovata entro 30 giorni dalla presente si procederà d’ufficio allo
sgombero dei loculi con rivalsa delle spese e riposizione dei resti mortali
nell’ossario comune. La presente vale quale comunicazione di inizio del
procedimento …..”. Nel silenzio degli interessati l’11 dicembre seguiva, come
già precisato, l’estumulazione delle salme, della quale i famigliari
apprendevano constatando la rottura dei marmi di chiusura dei loculi, il cui
contenuto i ricorrenti affermano di non sapere con certezza dove sia stato
riposto e da chi.
2. Prima di procedere alla disamina del ricorso é
opportuno rilevare, in rito, che i ricorrenti non formulano nel presente
giudizio alcuna domanda di annullamento di atti, instando invece per la
declaratoria di nullità ed inesistenza dell’intero procedimento amministrativo
che ha condotto alla estumulazione delle salme dei rispettivi congiunti, per
l’accertamento della validità ed efficacia delle rispettive concessioni
cimiteriali ed, infine, per la condanna del Comune al risarcimento del danno
connesso alla illegittima estumulazione delle salme. Ciò che i ricorrenti fanno
valere nella presente sede giudiziale é dunque, nella sostanza, la violazione
della clausola di durata apposta alla concessione cimiteriale di rispettivo
interesse e la posizione di diritto soggettivo da questa nascente e mai
derubricata a posizione di interesse legittimo per effetto di provvedimenti di
annullamento o revoca successivi. 4. Ciò premesso, va chiarito, in punto di fatto, che
le concessioni demaniali prodotte in giudizio dai ricorrenti in data 30 gennaio
e 18 febbraio 2013, tutte redatte mediante compilazione di identico modulo,
risultano effettivamente rilasciate “per la tumulazione perpetua” della salma
del concessionario e/o dei suoi famigliari e “sotto l’osservanza delle
condizioni previste dal vigente regolamento comunale di polizia mortuaria, che
qui si intendono riprodotte e che il ricorrente dichiara di conoscere, nonché
di tutte quelle altre che, in aggiunta ed in modificazione, venissero sanzionati
con altri futuri regolamenti”.
anzidette concessioni risultano inoltre rilasciate in data posteriore al 6
novembre 1976, quando era già entrato in vigore il Regolamento di polizia
mortuaria nazionale di cui al D.P.R. n. 803 del 21 ottobre 1975, ma quando
ancora era vigente il Regolamento di polizia mortuaria del Comune di Cabella
Ligura approvato con delibera di Consiglio Comunale n. 6 del 18 febbraio 1968
nella formulazione originaria, il quale all’art. 50 statuiva quanto segue: “I
loculi sono capaci di un solo feretro. Il diritto di sepoltura é circoscritto
alla persona di famiglia designata dall’acquirente del loculo. Il diritto di
concessione del loculo può essere trentennale o perpetuo. Per le concessioni
trentennali che hanno decorrenza dalla data dell’atto il Comune rientrerà in
possesso del loculo stesso alla fine del trentennio.”. Le concessioni
cimiteriali per cui é causa risultano quindi essere state rilasciate nel
rispetto del Regolamento comunale di polizia mortuaria in allora vigente, ma in
violazione del Regolamento nazionale di cui al D.P.R. n. 803/75, il cui art. 93
disponeva, per quanto qui di interesse, che “Le concessioni previste dall’art.
91, rilasciate dopo l’entrata in vigore del presente regolamento, sono a tempo
determinato e di durata non superiore a 99 anni, salvo rinnovo. Le concessioni
a tempo determinato di durata eventualmente eccedenti i 99 anni, rilasciate
anteriormente alla entrata in vigore del presente regolamento, possono essere
revocate, quando siano trascorsi 50 anni dalla tumulazione dell’ultima salma,
ove si verifichi una grave situazione di insufficienza del cimitero rispetto al
fabbisogno del comune e non sia possibile provvedere tempestivamente
all’ampliamento del cimitero o alla costruzione di nuovo cimitero. Tutte le
concessioni si estinguono con la soppressione del cimitero….”.
5. Questo essendo il contesto fattuale e normativo in
cui si é venuto a trovare il Comune di Cabella Ligure, il Collegio ritiene che
l’operato della Amministrazione comunale sia esente da vizi dovendosi pervenire
alla conclusione che le concessioni per cui é causa sono state rilasciate,
malgrado quanto si legge nel relativo documento, per la durata di un
Le singole clausole contenute nell’atto di concessione
demaniale se contrarie a norme imperative sono colpite da nullità ai sensi
dell’art. 1418 comma 1° c.c. e possono determinare la nullità dell’intero atto
di concessione, ove risulti che le parti non sarebbero addivenute alla stipula
dell’atto in mancanza di quella clausola colpita dalla nullità.
5.3. Dopo di che occorre considerare che il
Regolamento comunale di polizia mortuaria dopo l’entrata in vigore del D.P.R.
308/75 continuava ad essere in vigore per la parte non incompatibile con il
Regolamento nazionale, e quindi, per quanto qui di interesse, nella parte in
cui prevedeva che le concessioni cimiteriali aventi ad oggetto loculi avessero
una durata trentennale fissa e non derogabile: e tale norma, per il fatto di
prevedere un termine di durata rigido, di essere pienamente in vigore nel
momento in cui le concessioni per cui é causa venivano rilasciate e, infine,
per il fatto di avere natura integrativa rispetto alle previsioni contenute nel
Regolamento nazionale, ad avviso del Collegio era idonea ad integrare automaticamente
il contenuto delle concessioni cimiteriali per cui é causa ai sensi dell’art.
1339 c.c., che appunto prevede l’inserzione automatica nel contratto di
clausole imposte dalla legge e che ad avviso del Collegio può applicarsi
estensivamente anche a norme di rango inferiore, quantomeno laddove queste
siano attuative o integrative di norme di rango primario.
Le concessioni prodotte agli atti di causa risultavano
in definitiva sottoposte, sin dal giorno del loro rilascio, ad una clausola di
durata trentennale discendente dalla vigenza dell’art. 50 del Regolamento di
polizia mortuaria del Comune, come modificato a seguito della entrata in vigore
del D.P:R. 803/75: maturato il suddetto termine finale di efficacia il Comune
non era quindi tenuto, per tornare in possesso dei loculi, ad espletare un
procedimento finalizzato alla formale revoca e/o annullamento delle concessioni
rilasciate, stante che l’efficacia di queste ultime era già venuta meno con lo
spirare del termine. In ossequio ai principi generali che devono assistere la
azione amministrativa, ed in particolare in ossequio ai principi di
trasparenza, correttezza e lealtà della azione amministrativa, il Comune
avrebbe dovuto semmai verificare, prima di procedere alle estumulazioni, se gli
interessati fossero disponibili a rinnovare per un ulteriore trentennio le
vecchie concessioni: ma anche da tale punto di vista l’operato della
Amministrazione appare incensurabile, se si considera la difficoltà di
identificare i soggetti all’attualità interessati a rinnovare le concessioni
rilasciate 30 anni or sono nonché il fatto che, al postutto, la quasi totalità
degli odierni ricorrenti era stata raggiunta dalla nota del 31/10/2012, a mezzo
della quale il Comune sosteneva chiaramente la tesi della durata trentennale
delle concessioni, che invitava a rinnovare entro breve termine.
Per completezza va ancora rilevato che del tutto
inconferente é il richiamo alle pronunce del Consiglio di Stato che hanno
affermato la nullità di quelle norme di regolamento comunale che impongono, ai
titolari di concessioni cimiteriali perpetue, di chiedere la rinnovazione della
concessione ogni trent’anni: tale giurisprudenza si riferisce infatti solo alle
concessioni perpetue rilasciate prima della entrata in vigore del D.P.R. 308/75,
il cui art. 93 tutela, come sopra si é visto, le concessioni di durata
eccedente i 99 anni solo se rilasciate anteriormente alla entrata in vigore del
Regolamento nazionale: ma nel caso di specie la situazione é completamente
diversa, stante che tutte le concessioni per cui é causa sono state rilasciate
in epoca posteriore.
Per quanto riguarda le operazioni di estumulazione
esse costituivano attività amministrativa dovuta ed a carattere vincolato, e
pertanto l’eventuale violazione di garanzie procedimentali non era idonea a
determinarne l’illegittimità e tanto meno la nullità degli stessi. Peraltro gli
avvisi affissi nell’area cimiteriale benché generici sono riusciti nell’intento
di richiamare l’attenzione degli interessati, che infatti hanno contattato il
Comune, hanno fatto pervenire i rispettivi nominativi e generalità e sono poi
stati raggiunti dalla raccomandata del 31 ottobre 2012 con la quale il Comune
ha spiegato le ragioni della durata trentennale delle concessioni, invitando i
destinatari a rinnovare le concessioni medesime entro breve termine onde
evitare l’estumazione delle salme. Frutto di illazioni prive di supporto
probatorio é l’asserzione dei ricorrenti secondo la quale le salme sono state
estumulate da sconosciuti per essere riposte chissà dove. Le operazioni
materiali afferivano, comunque, ad una fase meramente esecutiva nel corso della
quale il Comune doveva curare altro che il rispetto degli adempimenti previsti
dal Regolamento di polizia mortuaria, che non prevede che siano invitati a presenziare
i famigliari e neppure prevede la necessaria partecipazione della ASL ad ogni
estumulazione.
(Sezione Prima) definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe
Così deciso in Torino nella camera di consiglio del
giorno 4 aprile 2013 Pubblicato da
Premesso che è necessario verificare se esistono disposizioni nella legislazione regionale, di norma gli interventi da sanare devono essere conformi sia alla norma tecnica vigente al momento dell’abuso che a quella vigente al momento di presentazione dell’istanza, fatte salve le opere realizzate prima della classificazione sismica. Nel caso contrario bisogna effettuare il relativo adeguamento alla normativa sismica vigente.
Processo amministrativo. Provvedimento cautelare Consiglio di Stato
sul ricorso numero di registro generale 1106 del 2015, proposto da: Romeo Gestioni Spa, contro
Inps - Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, per la riforma
della sentenza del T.A.R. LAZIO - ROMA: SEZIONE III n. 00851/2015, resa tra
le parti, concernente affidamento servizi di gestione amministrativa, tecnica e
di supporto alla valorizzazione del patrimonio immobiliare da reddito dell'INPS
- ris. danni -
Vista la nuova istanza cautelare depositata il 16 marzo 2015 da Romeo
Gestioni s.p.a., contenente anche la richiesta di misure cautelari monocratiche
proposta dal ricorrente, ai sensi degli artt. 56 e 98, co. 1, cod. proc. amm.;
- che Romeo Gestioni s.p.a. ha impugnato l’aggiudicazione a Prelios e
associati del servizio messo a gara dall’I.N.P.S. e meglio descritto in atti;
- che il ricorso, dopo pregresse vicende giurisdizionali, è stato respinto
dal T.A.R. Lazio con la sentenza n. 851/2015, cui ha fatto seguito l’appello di
Romeo Gestioni s.p.a. con richiesta di sospensiva;
- che in attesa della suddetta udienza di discussione, con atto depositato
il 16 marzo 2015, previa notifica alle controparti, Romeo Gestioni s.p.a. ha
riproposto la domanda cautelare chiedendo altresì un provvedimento monocratico
- che nella presente sede cautelare non è rilevante la delibazione del fumus boni iuris della causa, ma solo la valutazione
del danno temuto nell’immediato;
- che, quanto ai profili di danno, assume rilievo la circostanza che Romeo
Gestioni s.p.a., oltre che agire quale partecipante alla gara e aspirante al
nuovo contratto, tutela la sua posizione di gestore uscente dal servizio,
interessato a non procedere al definitivo e formale passaggio delle consegne al
nuovo gestore, sino a che non sia stato pubblicato il dispositivo della
emananda sentenza di questa Sezione;
- che si può considerare sensibile il danno che deriverebbe all’appellante
qualora il passaggio delle consegne risultasse anticipato rispetto alla
pubblicazione del dispositivo della emananda sentenza, laddove vi sarebbe un
danno altrettanto sensibile per le controparti (I.N.P.S. e controinteressati)
se il formale passaggio delle consegne venisse correlativamente differito;
- che in questa luce si può concedere la invocata misura cautelare della
sospensione degli effetti della sentenza del T.A.R. e dei provvedimenti
impugnati in primo grado;
- che tuttavia, nel rispetto del principio dell’equo bilanciamento degli
interessi delle parti, occorre precisare che con tale misura cautelare si intende
differire solamente l’atto formale e conclusivo di passaggio delle consegne fra
il vecchio e il nuovo gestore
- che in conclusione la domanda cautelare va accolta nei sensi e nei limiti
sopra precisati;
- che, risultando già fissata la discussione del merito all’udienza
pubblica del 9 aprile p.v., l’esame collegiale della presente istanza cautelare
può ben essere deferito alla stessa data e alla stessa udienza;
Resta fissata, per la discussione anche del presente incidente cautelare,
l’udienza pubblica del 9 aprile p.v.
Massime per il
Prendere impegni ma non darvi mai seguito se scontentano gli
Usare la mano di ferro
con chi non ha protezioni
Ricorda che la pubblica amministrazione funge da ammortizzatore
Nominare solo dirigenti fedeli Rimuovere i dirigenti che vogliono interpretare la legge e
non si adeguano
sentenza dei 22 ottobre 2014, la Corte di Appello di Roma ha confermato la
sentenza emessa dal Tribunale di Roma in 16 maggio 2011, che aveva
condannato F. F., alla pena di mesi due di reclusione con il beneficio
della sospensione condizionale, per il reato di atti osceni in luogo
pubblico (art. 527 c.p.), perché, in concorso con M. E., commetteva atti
osceni in luogo pubblico, consistiti nel consumare un rapporto sessuale
nella pubblica via, alla vista dei passanti, I giudici
di merito avevano ritenuto che non fosse riconoscibile la richiesta
esimente dello stato di necessità sulla base della circostanza che la F.,
di nazionalità rumena, era stata sfruttata nel mercato della prostituzione
con violenza e costrizione fisica, nonostante fosse passata in giudicato
una sentenza della Corte di Assise di appello di Roma che la riconosceva
vittima dei reato in riduzione in schiavitù a fini di sfruttamento
sessuale, posto in essere da alcuni suoi connazionali; i giudici di merito
hanno ritenuto che la stessa avrebbe potuto rivolgersi alle forze
dell’ordine per sottrarsi a tale costrizione, ed inoltre sussisteva la
consapevolezza in capo alla ricorrente di porre in essere la prestazione
sessuale richiesta dall’occasionale cliente sulla pubblica via, in un
contesto idoneo ad offendere la sensibilità dei passanti.
2. La F., a mezzo dei proprio difensore, ha proposto ricorso per
Cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza per i seguenti motivi:
Violazione ex art. 606 lett. b) c.p.p. per inosservanza ed erronea
applicazione dell’art. 54 c.p. ed ex art 606, lett. e) c.p.p. per
travisamento della prova, illogicità e mancanza o mera apparenza della
motivazione, in ordine alla sussistenza degli elementi costitutivi dei
reato sia oggettivi che soggettivi.
ricorso va accolto sia sotto il profilo dei vizio di mancata motivazione
della sentenza di appello, che per quanto attiene alla censura di erronea
applicazione dell’art. 54 c.p. al caso di specie.
2. Innanzitutto va precisato che, nonostante la lettura congiunta delle
sentenze di condanna pronunciate nei due gradi di merito, possibile in
forza di un consolidato principio della giurisprudenza di legittimità,
l’iter argomentativo posto a base dell’affermazione di responsabilità
della F. e, soprattutto, del negato riconoscimento della sussistenza
dell’esimente dello stato di necessità, risulta lacunoso e senza esaustiva
descrizione delle acquisizioni probatorie, le quali, come si desume dal
ricorso, contengono anche l’accertamento della qualità di persona offesa
della donna, nel delitto di riduzione in schiavitù e servitù, di
prostituzione coatta connesso allo sfruttamento sessuale, posto in essere
per tre anni (dalll’agosto 2004, all’agosto 2009);
motivazionale, la genericità e l’apodittica affermazione, contenuta nella
sentenza di appello, circa la necessità che la donna, pur nelle condizioni
di soggezione in cui versava, usasse maggiore cautela nell’esercizio del
meretricio, appartandosi in un luogo non alla facile vista del pubblico,
rendono evidente l’apparenza della motivazione e quindi la sostanziale
mancanza di motivazione in ordine alle ragioni della condanna e del
rigetto dell’atto di appello per mancato riconoscimento della circostanza di
cui all’art. 54 c.p.
3. Per quanto attiene all’esimente dello stato di necessità, è stata
ribadito (cfr. da ultimo, Sez.2, n. 19714 del 14/4/2015, Moccardi, Rv.
263533) il principio della sua incompatibilità con situazioni di pericolo
volontariamente cagionate dallo stesso soggetto attivo e della necessità
che la situazione di pericolo di un danno grave alla persona non
altrimenti evitabile risultasse attuale rispetto alla data del commesso
4. In particolare, questa Corte ha già affermato il principio della
configurabilità di tale causa di giustificazione “nei confronti di una
donna straniera, ridotta in condizione di schiavitù e costretta a
prostituirsi, la quale sia stata indotta a commettere i reati previsti
dagli artt. 495 e 496 cod. pen. per il timore che, in caso di
disobbedienza, potesse essere esposta a pericolo la vita o l’incolumità
fisica dei suoi familiari” (cfr. Sez. 3, n. 19225 del 15/02/2012, Dulaj,
Rv. 252620): in tale decisione è stato posto in evidenza che proprio per
la condizione di sottoposizione a ripetute violenze in cui le ragazze
costrette a prostituirsi si trovavano (tanto da venire minacciate
prospettando l’uccisione dei propri familiari), le stesse erano state
indotte a mentire sempre sulla indicazione delle proprie generalità, anche
ove richieste dalle Forze dell’ordine. 5.
Questo Collegio ritiene che, nel caso di cui è processo, verificando la
tutela degli interessi in campo nel caso di specie e gli altri requisiti
richiesti dalla disposizione di cui all’art. 54 c.p., debba dei pari
essere ravvisato la sussistenza dello stato di necessità.
6. Infatti, va affermato il principio che il corretto accertamento della
liceità oggettiva del comportamento posto in essere in una situazione
riconducibile allo stato di necessità presuppone, innanzitutto, la
verifica processuale durante il giudizio di merito che, nel caso concreto,
sia stato tutelato un interesse giuridico di natura prevalente rispetto a
quello oggetto di tutela mediante la fattispecie incriminatrice violata. 7.
Orbene, nel caso di specie, tutte queste condizioni sussistono. Ha
efficacia di cosa giudicata l’accertamento della qualità di vittima della
ricorrente, in riferimento ai reati di cui agli artt. 600, 602 e 609 bis
c.p. nonché di costrizione mediante violenza alla prostituzione, e
certamente le modalità delle condotte violente subite per anni dalla
stessa l’avevano posta in uno stato di assoggettamento continuo, con la
consapevolezza del pericolo per sé e per i suoi familiari rimasti nel
Paese d’origine, come dettagliatamente descritto al capo 3)
dell’imputazione contenuta nella sentenza emessa dalla Corte di assise di
appello di Roma in data 15 febbraio 2013 nei confronti di F. C. e S. O.
L.; pertanto la situazione di pericolo nella quale la donna si trovava,
proprio al tempo della condotta di atti osceni in luogo pubblico, è stata
conseguenza delle condotte criminali come descritte e non era certamente
evitabile per la donna porre in essere l’attività di prostituzione di
strada, con le modalità imposte dai suoi sfruttatori, né rivolgendosi alle
Forze dell’ordine, né avendo accortezza di scegliere luoghi riservati ove
esercitare la prostituzione coatta.
11. Non è, a maggior ragione, sostenibile, come semplicisticamente
sintetizzato nella parte motiva della sentenza impugnata, che una vittima
di schiavitù sessuale, senza alcuna capacità di determinarsi nelle scelte
fondamentali della propria vita perché in condizioni di asservimento, tenuta
a dimostrare il quotidiano saldo dei proventi della prostituzione coatta
alla quale è costretta, spesso con la vigilanza dello sfruttatore o di un
suo incaricato – senza alcuna alternativa percorribile senza alcun aiuto
di sottrarsi a tale servitù per le continue violenze e minacce alle quali
è sottoposta – possa, e quindi debba, mettere maggiore cura nella scelta
del luogo ove effettuare la prestazione sessuale, pretendendo il rispetto
di tale indicazione da parte dell’occasionale e frettoloso cliente.
12. Per le ragioni fin qui esposte, questa Corte annulla senza rinvio la
sentenza impugnata, perché la F. non è punibile per il reato di atti
osceni in luogo pubblico alla stessa contestato, atteso che, al momento
dei fatto, la stessa era vittima del delitto di riduzione in schiavitù, di
prostituzione coatta e di altri gravi delitti contro la persona, come
accertato con sentenza passata in giudicato – acquisita agli atti nel
corso dei giudizio di merito – e quindi aveva posto in essere l’atto
contestato nel capo di imputazione in uno stato di necessità, ai sensi
dell’art. 54 c.p.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata perché
l’imputata non è punibile per avere agito in stato di necessità.
Cassazione sezione V Penale
1. La Corte di Appello di Brescia, con sentenza del 31
ottobre 2014, ha confermato la sentenza del Tribunale di Brescia dell’11 aprile
2014 che aveva condannato N.Y. per il delitto di atti persecutori in danno
dell’ex compagna e madre del loro figlio D.M.L..
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato,
personalmente, lamentandone una violazione di legge e il difetto di motivazione
in merito alla effettiva ricostruzione dello svolgimento dei fatti e alla
affermazione della penale responsabilità per il contestato delitto di cui
all’articolo 612 bis cod.pen..
ricorso è inammissibile in quanto manifestamente infondato il relativo
2. Può, preliminarmente, affermarsi come al Giudice di legittimità resti
tuttora preclusa, in sede di controllo della motivazione, la rilettura
degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o l’autonoma
adozione di nuovi e diversi parametri di ricostruzione e valutazione dei
fatti, preferiti a quelli adottati dal Giudice del merito: un tale modo di
procedere trasformerebbe, infatti, la Corte nell’ennesimo Giudice del
Inoltre, sebbene in tema di giudizio di Cassazione, in forza della novella
dell’articolo 606 cod.proc.pen., comma 1, lett. e), introdotta dalla L. n.
46 del 2006, sia ora sindacabile il vizio di travisamento della prova, che
si ha quando nella motivazione si fa uso di un’informazione rilevante che
non esiste nel processo, o quando si omette la valutazione di una prova
decisiva, esso può essere fatto valere nell’ipotesi in cui l’impugnata
decisione abbia riformato quella di primo grado, non potendo, nel caso di
c.d. doppia conforme, superarsi il limite del “devolutum” con recuperi in
sede di legittimità, salvo il caso in cui il Giudice d’appello, per
rispondere alla critiche dei motivi di gravame, abbia richiamato atti a
contenuto probatorio non esaminati dal primo Giudice (v. Cass. Sez. IV 3
febbraio 2009 n. 19710).
Nel caso di specie, invece, il Giudice di appello ha riesaminato lo stesso
materiale probatorio già sottoposto al Tribunale e, dopo avere preso atto
delle censure dell’appellante, è giunto alla medesima conclusione della
responsabilità dell’imputato.
3. Come è noto, poi, il reato di cui all’articolo 612 bis cod.pen.,
introdotto dal D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, articolo 7, convertito nella
L. 23 aprile 2009, n. 38, delitto abituale di evento, secondo la costante
e prevalente giurisprudenza di legittimità, condivisa dal Collegio è
configurabile quando, come previsto dalla menzionata disposizione
normativa, il comportamento minaccioso o molesto di taluno, posto in essere
con condotte reiterate, abbia cagionato nella vittima o un grave e
perdurante stato di turbamento emotivo Nella specie, la Corte territoriale con accertamenti in fatto,
incensurabili in quanto logicamente motivati ha chiarito come le condotte
persecutorie ascritte all’odierno ricorrente fossero corroborate da
numerose testimonianze dettagliate
inoltre, ad integrare la reiterazione quale elemento costitutivo del
suddetto reato come dianzi affermato, anche due sole condotte di minaccia
o di molestia (v. Cass. Sez. V 1 dicembre 2010 n. 8832, Sez. V 11 gennaio
2011 n. 7601 e Sez. V 09 maggio 2012 n. 24135).
Trattasi, in tutta evidenza, di un reato che prevede eventi alternativi,
la realizzazione di ciascuno dei quali è, dunque, idonea ad integrarlo (v.
Cass. Sez. V 19 maggio 2011 n. 29872), Anche
sotto il profilo delle condizioni soggettive della persona offesa, le
doglianze difensive non appaiono condivisibili, avendo la Corte
territoriale ben espresso il disagio psicologico della persona offesa e il
condizionamento delle abitudini di vita.
Trattandosi di reato abituale di evento, è sufficiente ad integrare
l’elemento soggettivo il dolo generico, quindi la volontà di porre in
essere le condotte di minaccia o di molestia, con la consapevolezza della
idoneità delle medesime alla produzione di uno degli eventi
alternativamente necessari per l’integrazione della fattispecie legale
ricorso va, pertanto, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato
al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro in favore
Oscuramento dei dati personali e identificativi nel caso di diffusione del
La Corte, dichiara inammissibile il ricorso e condanna
il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro
1.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
In caso di diffusione dei presente provvedimento omettere le generalità e gli
altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 d.lgs. 196/03 in quanto imposto
Con sentenza emessa in data 8.1.2008, il Tribunale di
Viterbo ha dichiarato M.N. colpevole dei reati del reato previsto e punito
dagli artt. 81 e 609 bis c.p. (capo A) per avere, con più azioni esecutive del
medesimo disegno criminoso, costretto Ma.An.Ma. a subire, mediante violenza
consistita nell’impedirle movimenti e minacce, atti sessuali consistiti nello
strusciarsi addosso toccandole il seno e varie parti del corpo, facendo
precedere e seguire tali atti da parole e discorsi dal contenuto osceno e per
averle lasciato all’interno di una busta paga un biglietto manoscritto recante
la frase “una seghetta domenica” a cui erano spillate Euro 30,00, nonché del
reato di cui, cioè, dei reati ex artt. 586 e 590 c.p. per aver cagionato a
Ma.An.Ma. , quale conseguenza non voluta del delitto di cui al capo A), lesioni
personali, in particolare una malattia diagnosticata quale depressione reattiva
con elementi di disturbo post-traumatico da stress di durata superiore a giorni
quaranta, (capo B).
L’imputato, riconosciuta l’attenuante di cui all’art.
609, comma 3, c.p. e le attenuanti generiche, applicato l’aumento per la
continuazione, è stato condannato alla pena di anni due e mesi due di
Proposto appello da parte dell’imputato, la Corte di
Appello di Roma, con sentenza del 22.10.2013, ha ridotto la pena ad anni uno e
mesi dieci di reclusione, concedendo i doppi benefici ed ha confermato nel
resto l’impugnata sentenza.
Avverso detta sentenza ha proposto ricorso per
Cassazione l’imputato, a mezzo del difensore di fiducia, deducendo i seguenti
1) illogicità della motivazione in punto di
attendibilità della deposizione della persona offesa.
Assume in proposito la difesa che i giudici di merito
hanno posto a fondamento del loro convincimento le dichiarazioni della persona
offesa senza effettuare un rigoroso vaglio della loro attendibilità, benché
esse siano confuse, contraddittorie, prive di riscontri e, in alcuni casi,
smentite dalle deposizioni dei testi.
La Ma. ha descritto quattro episodi in cui si sarebbe
concretizzata la condotta criminosa contestata all’imputato; a questi episodi
nessuno avrebbe assistito e la teste de relato R. , alla quale la persona
offesa avrebbe confidato le avances sessuali dell’imputato, ha negato di averle
subite anche lei quando lavorava nello stesso esercizio commerciale gestito dal
M. , ridimensionando i suoi comportamenti, a suo dire improntati a leggerezza,
immaturità, ma non espressione della volontà di abusare sessualmente della
2) illogicità della motivazione con riguardo alla
configurabilità del contestato reato di violenza sessuale, potendo al più
ravvisarsi nella condotta dell’imputato il reato di molestie sessuali. Assume
in proposito la difesa che la stessa parte offesa, in sede di deposizione
dibattimentale, ha tratteggiato il comportamento dell’imputato con espressioni
che lo riconducono nell’alveo del più lieve reato di molestie, dichiarando
“faceva un po’ così, faceva lo stupidino”, quasi a voler indicare l’esistenza
di un rapporto confidenziale con l’uomo, che esclude la condotta contestata.
3) Illogicità della motivazione per travisamento delle
risultanze istruttorie.
Lamenta la difesa che i giudici non hanno motivato circa l’esistenza di un
nesso di causalità tra la patologia diagnosticata alla parte offesa e gli abusi
sessuali, omettendo di dare conto del ragionamento logico-giuridico seguito per
pervenire alla conclusione della riconducibilità dello stato psicologico della
persona offesa alla condotta contestata all’imputato.
Il ricorso è inammissibile in quanto propone censure
di merito non sottoponibili al vaglio di questa Corte di legittimità. Esso è
difatti incentrato su una nuova valutazione, richiesta alla Corte di
Cassazione, degli elementi di fatto acquisiti al giudizio sul presupposto della
asserita inattendibilità delle dichiarazioni rese dalla persona offesa.
Si richiamano a tale riguardo i principi enunciati
dalla Suprema Corte in materia secondo i quali il controllo sulla motivazione
demandato al giudice di legittimità resta circoscritto, in ragione dell’espressa
previsione dell’art. 606 co. 1 lett. e) c.p.p., al solo accertamento della
congruità e coerenza dell’apparato argomentativo, con riferimento a tutti gli
elementi acquisiti nel corso del processo, e non può risolversi in una diversa
lettura degli elementi di fatto posti a fondamento della decisione o della
autonoma scelta di nuovi e diversi criteri di giudizio in ordine alla
ricostruzione e valutazione dei fatti.
Ne consegue che, laddove le censure del ricorrente non
siano tali da scalfire la logicità e coerenza della motivazione del
provvedimento impugnato, queste devono ritenersi inammissibili perché proposte
per motivi diversi da quelli consentiti, in quanto non riconducibili alla
categoria di cui al richiamato art. 606 co. 1 lett. e). (Cass. S.U.n.12 del
31.5.00, S.U. n.47289 del 24.9.03, sez III n.40542 del 12.10.07, sez IV n.4842
del 2.12.03).
I giudici di merito, difatti, correttamente
evidenziano la credibilità della teste parte offesa Ma. per l’assenza di
ragioni di malanimo nei confronti dell’imputato, di qualsiasi risentimento che
trapeli nel racconto, per la puntuale, circostanziata descrizione degli eventi
e per la corretta concatenazione logica nel narrato.
La versione della persona offesa trova peraltro
riscontro nella deposizione dei testi escussi fra i quali il teste Luce,
appartenente all’arma dei Carabinieri, che ha riferito su fatti ai quali ha
assistito personalmente, quali la conversazione tra la persona offesa e la
teste Reggi all’indomani della presentazione della denuncia, le testi D.M. e F.
, quest’ultima dipendente del ristorante, le quali hanno riferito di aver
appreso dalla Ma. la condotta posta in essere nei suoi riguardi dal datore di
lavoro. La D.M. , poi, ha confermato di aver visto direttamente il biglietto
scritto dall’imputato riportante la frase “seghetta domenica”.
Parimenti inammissibile è anche il secondo motivo di
ricorso proposto in quanto manifestamente infondato. I giudici di merito,
difatti, hanno correttamente collocato la condotta criminosa posta in essere
dall’imputato nell’ambito della fattispecie incriminatrice di cui all’art. 609
bis c.p., richiamando puntualmente il principio di diritto affermato da questa
Corte sul punto, secondo cui “integra il reato di violenza sessuale e non
quello di molestia sessuale (art. 660 cod. pen.) la condotta consistente nel
toccamento non casuale dei glutei, ancorché sopra i vestiti, essendo
configurabile la contravvenzione solo in presenza di espressioni verbali a
sfondo sessuale o di atti di corteggiamento invasivo ed insistito diversi
dall’abuso sessuale. Se dalle espressioni verbali si passa ai toccamenti a
sfondo sessuale, il delitto assume la forma tentata o consumata a seconda della
natura del contatto e delle circostanze del caso” (Cass. Sez. III sentenza n.
27042 del 2010).
Manifestamente infondata è infine anche la terza
doglianza mossa con riferimento al vizio motivazionale inerente il nesso di
causalità tra gli abusi subiti dalla persona offesa e la malattia conseguitane.
I giudici di merito hanno difatti adeguatamente e logicamente motivato sul
punto in esame, richiamando puntualmente le deposizioni rese dalla Dott.ssa T.
e dal Dott. m. che ebbero in cura la persona offesa all’indomani dei fatti di
cui all’imputazione, riscontrando e diagnosticando un disturbo post-traumatico
da stress. I medesimi, in particolare, riferivano che la depressione ansiosa
della donna si accentuava con i temi della sessualità essendo ricollegabile agli
abusi subiti.
Il ricorso pertanto deve essere dichiarato
inammissibile con conseguente condanna del ricorrente al pagamento delle spese
processuali e di una somma in favore della Cassa delle Ammende che si stima
determinare in Euro 1.000,00.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il.
ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro 1.000,00
in favore della Cassa delle Ammende, nonché alla rifusione delle spese
sostenute nel grado dalla parte civile liquidate Euro 2.500,00 oltre accessori
In caso di diffusione del presente provvedimento
omettere le generalità e gli altri dati significativi a norme dell’art. 52
d.lgs. 196/03 in quanto imposto dalla legge.
Pen. Sentenza 3 febbraio – 11 maggio 2015, n. 19293
Corte di appello di Trento con sentenza in data 22 febbraio 2013 ha
confermato la sentenza emessa il 10 novembre 2011 dal giudice dell’udienza
preliminare del Tribunale di Trento che, all’esito del giudizio
abbreviato, aveva dichiarato B.M. colpevole del reato continuato di
resistenza a pubblico ufficiale e danneggiamento aggravato ai sensi
dell’art.635 ult.co. nn.1 e 3 cod.pen. e lo aveva condannato, disapplicata
la recidiva e con la diminuente per il rito, alla pena di mesi sei di
reclusione, assolvendolo dal reato di maltrattamenti in famiglia per
insussistenza del fatto.
2. Avverso la predetta sentenza l’imputato ha proposto, tramite il
difensore, ricorso per cassazione. Con
il ricorso si deduce l’illogicità e contraddittorietà della motivazione e
la violazione dell’art.83 cod.pen.; si sostiene che il danneggiamento
ascritto all’imputato -il quale, condotto in caserma dopo una lite
familiare, aveva fatto resistenza nei confronti dei Carabinieri, rompendo
nella colluttazione una sedia della sala di aspetto- era stato una
conseguenza, non voluta e del tutto casuale, dell’episodio principale di
resistenza;.
1. II ricorso è inammissibile perché manifestamente
Nella motivazione della sentenza impugnata si afferma che nella colluttazione
con i Carabinieri, intervenuti per impedire che aggredisse ulteriormente la
moglie all’interno dei locali della caserma in cui i coniugi erano stati
condotti dopo una lite familiare, il B. aveva volontariamente danneggiato
l’arredo della caserma.
La violazione dell’art.83 cod.pen. non poteva essere dedotta per la prima volta
con il ricorso per cassazione, risultando dal secondo motivo di appello che
l’appellante si era limitato a sostenere che il danneggiamento della sedia era
frutto di una mera casualità e, comunque, non si sarebbe trattato di
un’autonoma condotta criminosa rispetto al delitto di resistenza. E’ principio
giurisprudenziale consolidato che non possono essere dedotte con il ricorso per
cassazione questioni sulle quali il giudice di appello abbia correttamente
omesso di pronunciarsi perché non devolute alla sua cognizione 2. Va altresì escluso che nel caso di specie il
danneggiamento possa essere considerato evento non voluto valutabile ai sensi
dell’art.83 cod.pen., quindi addebitabile all’agente a solo titolo di colpa, in
quanto ciò avviene solo quando l’evento non voluto sia assolutamente diverso e,
cioè, di altra natura rispetto all’altro perché ove invece tale diversità sia
da escludere -o perché l’evento verificatosi costituisca una sorta di
progressione naturale e prevedibile di quello voluto, ovvero perché risulti di
entità maggiore o più grave di quest’ultimo- anche il secondo evento va
addebitato all’agente a titolo di dolo, sia pure alternativo o eventuale (Cass.
sez.I 20 dicembre 1988 n.3168, Ingrassia; sez.I 11 luglio 1990 n.16264, Ricci;
sez.I 2 febbraio 2010 n.21955, Agosta). 3. Peraltro, secondo la giurisprudenza di questa Corte
che il collegio condivide, l’elemento intenzionale del reato di danneggiamento
può sussistere nella forma del dolo eventuale, che si configura quando l’agente
si sia rappresentato, come probabile o possibile, anche un evento diverso da
quello voluto e, ciò nonostante, abbia agito ugualmente accettando il rischio
dei suo verificarsi. In tale caso non può farsi luogo all’applicazione
dell’art. 83 cod. pen. (evento diverso da quello voluto dall’agente), in quanto
l’ipotesi di responsabilità per colpa è configurabile allorquando l’evento
diverso, anche se preveduto, non è voluto dall’agente (Cass. sez.V 26 novembre
1986 n.2202, Capitano).
2. Alla inammissibilità del ricorso consegue ex art. 616 c.p.p. la condanna dei
ricorrente al pagamento delle spese processuali e di una somma in favore della
Cassa delle ammende che, in ragione delle questioni dedotte, si stima equo
dichiara inammissibile il ricorso e condanna il
alla Cassa delle ammende.
Cassazione, sezione VI Penale
sentenza del 22 novembre 2013, la Corte d’appello di Napoli ha confermato
la sentenza del 10 luglio 2009, con la quale il Gup del Tribunale di Nola
ha condannato, a seguito di rito abbreviato, A.G. alla pena di anni sei di
reclusione per i reati di peculato continuato (capo 1) e falso (capo B),
commessi fino al gennaio 2009 (per essersi l’imputata, impiegata presso la
Polizia Municipale del Comune di (omissis) , appropriata di somme di
denaro consegnatele dagli utenti per pagare le multe, In
risposta ai motivi d’appello, la Corte ha evidenziato: a) che A. non si
limitava a svolgere una mansione meramente materiale ma, a prescindere
dalla qualifica formale, svolgeva un’attività di tipo impiegatizio che
comportava la cura del settore dei pagamenti delle sanzioni
amministrative; b) che, in ogni caso, l’appellante appariva agli utenti
titolata a ricevere le somme corrispondenti all’importo delle sanzioni
elevate c) che non ricorrono i presupposti del falso grossolano –
prospettata fra l’altro del tutto genericamente -, dal momento che i
bollettini non apparivano ictu oculi contraffatti; d) che la pena base e
gli aumenti per la continuazione sono congrui; e) che correttamente il
giudice ha applicato gli aumenti per i reati ai quali è applicabile
l’indulto dal momento che l’istituto estingue la sanzione ma non il reato;
f) che non sussistono i presupposti per la circostanza attenuante del
2. Nel ricorso avverso la sentenza, l’Avv. Aniello Salvi, difensore di
fiducia di A.G. , chiede l’annullamento della sentenza per violazione
degli artt. 62 n. 6, 81 cpv e 314 cod. pen., per violazione della legge n.
241 del 2006 nonché per manifesta infondatezza, insufficienza e
contraddittorietà della motivazione ed erronea applicazione di legge
3. Avverso la sentenza ha presentato ricorso anche l’Avv. Consiglia
Fabbrocini, difensore di fiducia di A.G. , e ne ha chiesto l’annullamento
3.1. violazione di legge processuale in relazione all’art. 420-quater cod.
proc. pen., per avere la Corte rigettato l’istanza del 5 novembre 2013 di
rinvio dell’udienza per legittimo impedimento nonostante lo stesso
difensore avesse documentato un concomitante impegno professionale con
imputati detenuti;
3.2. violazione del diritto di difesa, per essere stata l’imputata
erroneamente dichiarata “assente” e non “contumace”, con conseguente
diritto della stessa ad avere la notifica dell’avviso di deposito della
3.3. violazione di legge penale in relazione agli artt. 62 n. 6, 81 cpv e
314 cod. pen., facendo difetto sia la qualifica soggettiva, sia la
condotta materiale del reato di peculato;
3.4. eccessiva gravosità della pena inflitta ed assenza di motivazione in
ordine all’entità degli aumenti per la continuazione nonché omesso
riconoscimento della circostanza attenuante dell’art. 62 n. 6 cod. pen., a
fronte dell’offerta di risarcimento del danno rigettata dall’ente
4. In udienza, il Procuratore generale Dott. E. V. Scardaccione ha chiesto
che il ricorso sia rigettato..
1. Il ricorso è fondato con limitato riguardo alla
determinazione del trattamento sanzionatorio.
2. Infondato è il primo motivo di natura processuale con il quale la ricorrente
ha eccepito la nullità della sentenza per omesso rinvio dell’udienza camerale
del giudizio abbreviato d’appello per legittimo impedimento del difensore, in
quanto impegnato quale patrocinante in altro procedimento con detenuti.
3. Al riguardo giova rammentare che, secondo i consolidati principi di questa
Corte regolatrice, il legittimo impedimento del difensore, quale causa di
rinvio dell’udienza, non rileva nei procedimenti in camera di consiglio, per i
quali è previsto che i difensori, il pubblico ministero e le altre parti
interessate, siano sentiti solo se compaiono, sicché, ai fini della corretta
instaurazione del contraddittorio, é sufficiente che vi sia stata la
notificazione dell’avviso di fissazione dell’udienza. 4. Inammissibile è il motivo con il quale il
ricorrente ha eccepito la violazione del diritto di difesa, per essere stata
l’imputata dichiarata erroneamente “assente” anziché “contumace”, con conseguente
diritto dell’appellante a ricevere la notifica dell’avviso di deposito della
Come questa Corte ha già avuto modo di affermare, nel giudizio di appello
contro le sentenze pronunciate con rito abbreviato non trova applicazione
l’istituto della contumacia dell’imputato che, in caso di assenza, è
rappresentato dal suo difensore; con la conseguenza che il termine per
impugnare la decisione decorre, anche per l’imputato che non vi abbia
presenziato, dalla data della lettura del dispositivo e della motivazione
contestuale. 5. Infondati sono anche i motivi con i quali il
ricorrente contesta l’integrazione della fattispecie di peculato ponendo in
luce, per un verso, che in capo ad A.G. difetta la qualifica di pubblico
ufficiale ovvero di incaricato di un pubblico servizio; per altro verso, che la
condotta fraudolenta era strumentale ad ottenere disponibilità del denaro
oggetto del reato e costituisce dunque un antecedente rispetto
all’appropriazione, di tal che nella specie risulterebbe integrato il reato di
6. Con riguardo al primo profilo di doglianza, va posto in luce come, secondo i
consolidati principi di legittimità, il reato di peculato è configurabile nella
ipotesi in cui l’agente si appropri di somme di pertinenza della pubblica
amministrazione che siano da lui riscosse dai privati, indipendentemente dalle
modalità di riscossione ed anche a prescindere dall’irritualità del mezzo di
pagamento perché in contrasto con le disposizioni normative ed organizzative
dell’ufficio, laddove a costituire il possesso “per ragioni di ufficio” è
sufficiente un qualsiasi rapporto che, comunque, si ricolleghi, anche di fatto,
alle mansioni esercitate dall’agente.
Sotto diverso profilo, questa Corte ha evidenziato che il delitto di peculato,
quale reato istantaneo, si consuma nel momento stesso in cui l’agente, in
possesso di un bene altrui per ragioni di ufficio, ne dispone “uti dominus
Ancora, si è ribadito che il reato impossibile di cui
al comma secondo dell’art. 49 cod. pen. è configurabile allorché la difformità
dell’atto dal vero risulti riconoscibile “ictu oculi”, ovvero in base alla mera
disamina dello stesso (Cass. Sez. 2, n. 5687 del 06/12/2012, P.G. in proc.
Rahman Ataur, Rv. 255680; Cass. Sez. 2, n. 36631 del 15/05/2013, Procopio, Rv.
257063).
12. Manifestamente infondato è anche il motivo concernente l’omesso
fronte della motivazione svolta dal giudicante di merito sul punto, da ritenere
adeguata e non sindacabile in questa Sede. Ed invero, secondo il consolidato
insegnamento di questa Corte di legittimità, ai fini della concessione
dell’attenuante del risarcimento del danno, la riparazione deve essere
integrale (ex plurimis Cass. Sez. 5, n. 13282 del 17/01/2013 – dep. 21/03/2013,
Sanchez Jimenez, Rv. 255187).
13. Fondato è invece il motivo concernente la dosimetria della pena, con
specifico riguardo alla determinazione degli aumenti per la continuazione.
Nel commisurare la pena, i giudici di merito hanno fissato la pena base in anni
tre e mesi due di reclusione; hanno ridotto detta pena per le circostanze
attenuanti generiche in anni due e mesi cinque di reclusione; hanno poi
aumentato la pena di un mese per il falso e, quindi, di mesi due per ciascun
episodio in continuazione per complessivi anni sei e mesi sei, pervenendo alla
pena complessiva di anni nove, poi ridotta per la diminuente del rito
Secondo il chiaro disposto normativo dell’art. 81, primo e secondo comma, cod.
pen., ai fini della determinazione della pena del reato continuato, si deve
innanzitutto procedere alla commisurazione della pena per il reato più grave –
id est la cosiddetta pena base – e su di essa si deve poi operare l’aumento
sino al triplo (della pena individuata quale base) per i cosiddetti reati
satelliti. È ovvio che il concetto di “pena base” per l’illecito più grave si
riferisca alla sanzione come determinata tenendo conto delle eventuali
circostanze aggravanti o attenuanti concorrenti nel reato maggiore.
Ne discende che, nel caso di specie, fissata la pena base per il reato più
grave in anni due e mesi cinque di reclusione, il decidente di merito non
avrebbe potuto determinare l’aumento per i cosiddetti reati satelliti in misura
superiore al triplo, vale a dire in misura complessivamente superiore a sette
anni e tre mesi.
La sentenza deve pertanto essere annullata sul punto con rinvio alla Corte
d’appello di Napoli per nuova determinazione della pena.
15. Trattandosi di annullamento limitatamente alla determinazione della pena e
di rigetto nel resto del ricorso, con conseguente consolidamento del giudizio
di penale responsabilità per i reati in contestazione da cui discende la
responsabilità civile, la ricorrente deve essere condannata alla rifusione
delle spese sostenute in questo grado dalla parte civile; comune di …………. ,
spese che liquida in complessivi 2800 Euro, oltre a IVA e CPA.
Annulla la sentenza impugnata limitatamente alla
determinazione della pena e rinvia per nuovo giudizio sul punto ad altra
sezione della Corte d’appello di Napoli; rigetta nel resto il ricorso.
Condanna la ricorrente alla rifusione delle spese sostenute in questo grado
dalla parte civile(comune di ……, spese che liquida in complessivi 2800 Euro,
oltre a IVA e CPA.