Source: https://www.rivoluzionecristiana.it/tag/federico-tedeschini/
Timestamp: 2018-08-16 02:08:00+00:00
Document Index: 162233554

Matched Legal Cases: ['art.43', 'art. 2', 'art. 19', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Federico Tedeschini | Rivoluzione Cristiana
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Tedeschini: come costituzionalizzare la perdita di sovranità.
Confesso di dover fare ammenda, perché avevo più volte indicato ai lettori - fra i limiti della riforma costituzionale sulla quale siamo chiamati a pronunziarci nei prossimi giorni - quello della mancata cancellazione, nell’articolo 75 riformato, del divieto di ricorrere a referendum per l’abrogazione della ratifica di trattati internazionali: innanzitutto quelli che sono alla base del famigerato fiscal compact.
Ho più volte scritto che il mantenimento di un tale divieto ci renderà più deboli, nei negoziati europei, rispetto ad altri Paesi i cui governanti potranno invece minacciare ricorso allo strumento referendario.
Di qui le mie affermazioni sullo scarso livello di tecnicità di questa scelta, che consideravo una svista.
Leggendo con maggiore attenzione il testo della riforma ho invece compreso di essermi sbagliato, perché la mancata cancellazione di quel divieto non è un errore tecnico, ma una precisa scelta politica: quella di renderci ancor più subalterni all’apparato della Commissione Europea e tale subalternità deve estendersi necessariamente alle regioni che, nell’esercizio delle loro potestà legislative, potrebbero altrimenti disfare ciò che vien fatto a livello di governo centrale in ottemperanza ai diktat della stessa Commissione.
Ho capito l’errore interpretativo in cui ero caduto, rileggendo le modifiche all’articolo 117, al cui primo comma – appunto riferito all’esercizio della potestà legislativa delle regioni - non si parla più di “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario”, bensì di “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea”: ad una lettura superficiale sembrerebbe di essere in presenza di una migliore formulazione tecnica della norma, ma non è affatto così.
L’ordinamento comunitario è infatti un fenomeno sovranazionale, come tale privo di soggettività giuridica, non altrettanto è invece l’Unione Europea: figura soggettiva – questa sì - di rango sovranazionale e internazionale depositaria, come tale, di poteri di supremazia chiaramente riferibili ai propri apparati e idonei, come tali, ad infliggere – attraverso questi ultimi - pesanti sanzioni agli Stati e alle articolazioni degli Stati, nel caso in cui i loro governanti non si adeguino alle decisioni assunte.
Se, dunque, la Costituzione riformata supererà lo scoglio del referendum del 4 dicembre, ci troveremo tutti ad appartenere a uno Stato ancor meno sovrano di quello che il Governo Renzi aveva ereditato al momento del suo arrivo nella stanza dei bottoni.
Quanto sopra spiega anche l’accanimento con cui quel Governo continua a criticare la recente decisione costituzionale che ha stabilito l’illegittimità della legge delega in materia di riforma della pubblica amministrazione, per mancato esercizio del concerto fra Stato e regioni.
Il governo aveva infatti pensato di risolvere il problema abolendo l’istituto della “competenza concorrente” fra Stato e regioni: ma la Corte Costituzionale è arrivata prima, spiegandogli che quest’ultima non è una vuota formula giuridica, quanto piuttosto l’espressione di ciò che necessariamente accade quando due poteri legislativi si confrontano.
Se passerà la riforma della Costituzione, questo confronto vedrà le regioni perdenti e vincente lo Stato, ma vedrà perdente anche lo Stato nei confronti dell’Unione Europea che entrerebbe a pieno titolo nell’atto fondativo del nostro ordinamento.
Se non è questo che si vuole, occorre necessariamente votare per il NO!
Tedeschini: «Il giudice amministrativo vieta gli atti di culto in nome della libertà religiosa».
La vicenda è piuttosto semplice da descrivere, meno semplice da commentare.
Alcune parrocchie bolognesi richiedevano, lo scorso anno, il permesso di compiere il rito della benedizione pasquale per gli alunni di una scuola pubblica che fossero liberamente interessati all’iniziativa, suggerendo che il rito avrebbe potuto "svolgersi al termine delle lezioni di uno degli ultimi giorni precedenti le vacanze pasquali, radunando gli alunni che volessero parteciparvi in un conveniente locale (salone o palestra)".
Il Consiglio della scuola disponeva così di concedere l’apertura dei locali scolastici per la manifestazione religiosa richiesta con le seguenti modalità: "la benedizione pasquale dovrà avvenire in orario extrascolastico e gli alunni dovranno essere accompagnati dai familiari, o comunque da un adulto che se ne assume l’onere della sorveglianza".
Orbene, avverso una simile decisione - che in nessun modo poteva interferire con l’ordinato svolgersi delle attività scolastiche e che tanto meno poteva essere considerata invasiva dei diritti e della sensibilità degli appartenenti ad altri culti - insorgevano, con ricorso al competente Tribunale Amministrativo Regionale per l’Emilia-Romagna alcuni genitori, qualche docente e perfino un tal Comitato Bolognese Scuola e Costituzione - probabilmente costituito per l’occasione - al fine di domandarne l’annullamento, assumendo che, "in quanto rito o atto di culto religioso, la benedizione pasquale cattolica non rientrerebbe né nelle varie forme di attività scolastica, né nelle iniziative complementari ed integrative" previste dalla normativa vigente, sicché "esulerebbe il suo svolgimento dalle competenze dell’istituzione scolastica, chiamata ad occuparsi delle sole attività suscettibili di far parte dell’offerta formativa affidata alle sue cure".
A sostegno delle loro doglianze, aggiungevano i ricorrenti che "la collocazione della pratica religiosa al di fuori dell’orario scolastico senza obbligo di partecipazione degli alunni, pur apparentemente salvaguardando la libertà religiosa dei componenti della comunità scolastica, otterrebbe comunque l’effetto di accostare l’istituzione al cattolicesimo e di lederne di conseguenza l’imparzialità, la neutralità la laicità e la aconfessionalità" e concludevano che una simile iniziativa avrebbe potuto "condizionare in modo significativo soggetti deboli come gli studenti, senza tenere conto della necessità di evitare qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione (art.43 d.lgs n.286/1998; art. 2 d.lgs.n. 216/2003) e di tutelare diritti fondamentali quali quello alla non discriminazione (artt. 2 e 3 Cost.) alla libertà religiosa (art. 19 Cost.) e di pensiero (art. 21 Cost.)".
Con decisione numero 166 del 9 febbraio c.a. il Giudice adito ha accolto il ricorso stabilendo sic et simpliciter che negli edifici pubblici adibiti ad attività scolastiche "non v’è spazio per riti religiosi"!
Una decisione piuttosto singolare, anche perché in contrasto con una precedente pronunzia dello stesso giudice amministrativo che - in appello (Cons. Stato, VI, 6 aprile 2010, n. 1911) - aveva già riconosciuto priva di qualunque intento discriminatorio ogni manifestazione della vita religiosa nelle scuole, riferendosi al caso concreto della visita pastorale di un Ordinario diocesano presso una comunità scolastica.
Il Tribunale Amministrativo bolognese ha peraltro dimostrato di conoscere quella sentenza, ma ha voluto leggerla a suo modo, per trarne diretta conferma della propria decisione, osservando come non si trattasse, in quel caso, di "attività di culto o di cura delle anime, ma piuttosto di testimonianza culturale tesa ad evidenziare i contenuti della religione cattolica in vista di una corretta conoscenza della stessa".
I giudici emiliani hanno però dimenticato che, se così fosse, assisteremmo al singolare paradosso per cui - in nome di una ipocrita distinzione fra attività culturale e attività religiosa in senso stretto - il proselitismo religioso sarebbe ammesso, mentre sarebbero vietate le iniziative attraverso le quali ciascuna religione si manifesta.
Questa sentenza merita qualche breve considerazione, innanzitutto a proposito del rilievo pubblico del concetto di "laicità", perché uno Stato effettivamente laico deve necessariamente considerare prive di rilievo giuridico le manifestazioni religiose (siano esse o meno, qualificabili come attività di culto) con il solo limite del buon costume: tanto vuole infatti l’articolo 19 della Costituzione.
Quell’articolo afferma però anche un altro principio, che la sentenza in commento sembra aver completamente dimenticato.
Questo principio ricorda che "tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitare in privato o in pubblico il culto".
Ma allora, se il culto può essere effettivamente esercitato anche in pubblico senza che alcun giudice possa mettervi il naso per limitarne la portata, cosa attende la difesa del Ministero dell’Istruzione ad impugnare una simile sentenza di fronte al Consiglio di Stato?