Source: http://www.giustiziaquotidiana.it/dblog/storico.asp?s=&m=&pagina=345&ordinamento=asc
Timestamp: 2019-09-23 15:52:00+00:00
Document Index: 26328746

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 117', 'art. 275', 'art. 2', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 600', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 5', 'art. 275', 'art. 275', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 416', 'art. 275', 'art. 2', 'art. 292', 'art. 416', 'art. 5', 'art. 275', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 51', 'art. 600', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 275', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

'Ndrangheta: 67 arresti alla cosca di Corigliano
Di Loredana Morandi (del 21/07/2010 @ 08:57:50, in Magistratura, linkato 1242 volte)
'Ndrangheta: maxi operazione
contro cosca di Corigliano, 67 arresti
Cosenza, 21 lug. (Adnkronos) - Una maxi operazione contro il 'locale' di Corigliano e' in corso da questa mattina, con 67 arresti e il sequestro di beni per 250 milioni di euro. Le indagini del Gico di Catanzaro e dello Scico di Roma, coordinate dalla Direzione distrettuale antimafia del capoluogo di regione, sono durate tre anni e si sono svolte su esponenti della criminalita' organizzata accusati di associazione mafiosa, usura, estorsione e traffico di sostanze stupefacenti.
Alcuni arresti, eseguiti insieme ai carabinieri, riguardano affiliati al 'locale' di Corigliano che si erano trasferiti in provincia di Milano ed erano attivi soprattutto nel traffico di stupefacenti, in particolare cocaina ed eroina. Sono finiti in manette anche una dozzina di imprenditori, ritenuti organici alla cosca. Devono rispondere di concorso esterno in associazione a delinquere ed estorsione.
I dettagli saranno forniti alle 11 in una conferenza stampa convocata al Comando provinciale della Guardia di Finanza di Cosenza.
RdB USB Coord. Donne: Occupata Rappresentanza Italiana Parlamento Europeo a Roma
Di Loredana Morandi (del 21/07/2010 @ 09:32:01, in Sindacati Giustizia, linkato 1228 volte)
DONNE IN PENSIONE A 65 ANNI:
OCCUPATA LA RAPPRESENTANZA ITALIANA
DEL PARLAMENTO EUROPEO A ROMA
L'altra mattina una folta delegazione di lavoratrici e delegate della OO.SS. RdB -USB Pubblico Impiego, ha occupato gli uffici del Parlamento Europeo in Via IV Novembre 149.
L'iniziativa è stata decisa per protestare contro la decisione della Commissione Europea di aumentare l'età pensionabile delle lavoratrici della Pubblica Amministrazione.
Con la scusa di una improbabile violazione della parità fra uomini e donne il Governo Italiano, recependo quanto sancito dalla corte europea, si appresta ad innalzare a 65 anni l'età pensionabile delle donne attraverso la manovra finanziaria. Il Governo prende a pretesto il pagamento delle sanzioni che scaturirebbero dalla non applicazione della sentenza per sferrare un ennesimo duro colpo alle donne, peccato che tanta solerzia non riguarda la questione delle quote latte o il riconoscimento dell'anzianità per le lavoratrici precarie. Come sempre due pesi e due misure quando si tratta di colpire le donne, costrette a sopportare sulle loro spalle la carenza totale di servizi sociali nel nostro paese.
La delegazione è stata ricevuta dalla dott.ssa Olivi Elisabetta della rappresentanza in Italia della Commissione Europea alla quale è stata presentata la grave situazione delle lavoratrici italiane e alla quale e stato consegnato un documento con le ragioni della protesta di oggi. L'incontro si è concluso con l'impegno a costruire per i primi di settembre un incontro con il direttore della Commissione Europea in Italia.
Coordinamento Donne RdB-USB
Italgiure: I magistrati “al buio” - L’afa manda in tilt l’archivio delle sentenze
Di Loredana Morandi (del 21/07/2010 @ 09:54:16, in Magistratura, linkato 1743 volte)
Luigi Ferrarella è un giornalista di grandissima professionalità. L'allarme sembra essere da poco rientrato, ma potrebbe ripetersi. Credo che Italigiure funzioni come una rete intranet ad accesso diretto, l'idea di avere un secondo database identico su server allocati altrove è ottima,. Una idea cui aggiungerei l'esigenza di far girare i dns del dominio in modo dinamico tra i server in modo che anche negli orari di punta per gli accessi il carico possa essere redistribuito senza cagionare rallentamenti all'utenza. La particolarità di questo sistema è che l'amministrazione resta unica ed entrambi i database risultano scritti da un unica operazione di inserimento dati in qualsiasi luogo del pianeta essi si trovino. I siti di Camera e Senato sono realizzati in Asp così come il sito della Cassazione, idem Italgiure. E Asp gira "ufficialmente" su server windows, anche se esistono degli script di emulazione che ne consentono l'utilizzo su server Gnu-Linux. MinGiustizia invece si è recentemente convertito al cms "wordpress", che gradisce server Linux e Php. Io invece, grazie alla completezza informativa dell'articolo, ho fatto 2 + 2 e sono sicura di dover fare il mio dovere nei confronti di una persona. L.M.
I magistrati “al buio”
L’afa manda in tilt l’archivio delle sentenze
Il caso. Fuori uso da 5 giorni la banca dati della Cassazione. Ha 1,5 milioni di contatti al mese
Lun. 19 - MILANO - Un po' di manutenzione ministeriale in meno, un po' di caldo in più. Ed ecco che il «cervello» della giustizia italiana va arrosto. Il cattivo funzionamento dei condizionatori fa surriscaldare e manda in tilt i computer del Centro Elaborazione Dati (CED) della Cassazione, passati da 7 mesi sono la diretta gestione tecnica del ministero della Giustizia nella sala server della Balduina a Roma; e così da 5 giorni i 18 mila utenti (i magistrati gratuitamente, gli avvocati su abbonamento) sono costretti a lavorare senza poter accedere al servizio Italgiureweb, cioè alla fondamentale banca dati delle sentenze civili e penali, della giurisprudenza di Cassazione, di quella della Corte costituzionale e della Corte Europea, della normativa vigente e della dottrina. Una banca dati da un milione e mezzo di accessi al mese, con picchi di centomila consultazioni al giorno.
Fatte le proporzioni, è come se un chirurgo operasse senza radiografie o un pilota d'aereo volasse senza radar. Per qualunque provvedimento - che sia la sentenza di un processo, l'arresto di una persona, il sequestro di un bene, la risposta a una istanza di parte - i magistrati hanno infatti bisogno ogni momento di poter verificare come la giurisprudenza di Cassazione abbia interpretato in concreto norme peraltro continuamente cambiate. Una necessità 'pratica che può essere soddisfatta soltanto da un motore di ricerca potente e affinato (quale Italgiureweb) su una banca dati (il CED della Cassazione) perfettamente aggiornata e implementata: basti pensare che, soltanto nel penale, la Cassazione produce 50 mila sentenze l'anno.
Per 40 anni il CED ha funzionato perfettamente, come ufficio della Cassazione (diretto da un magistrato) alimentato dall'ufficio del Massimario e facente capo al presidente della Cassazione. Fino al gennaio 2009. Quando la gestione. dei server adibiti al servizio è stata trasferita al Ministero' della Giustizia e precisamente alla Direzione generale sistemi informativi automatizzati (Dgsia), in forza di un provvedimento del primo presidente Vincenzo Carbone che ha avallato l'abbandono dell'immobile della Balduina da parte del CED. Da allora, dunque, il CED della Cassazione diretto dal magistrato Franco Fiandanese non ha più competenze e personale rispetto alla gestione della banca dati passata alla Dgsia ministeriale. TI direttore del CED deve chiedere alla Dgsia di valutare se effettuare alcuni interventi proposti, ma non può decidere di intervenire: chi gestisce il lato tecnico, chi decide se e come implementare software e hardware, è il Ministero.
E sono iniziati i problemi. Di contenuto, per cominciare: con un progressivo decadimento di alcuni archivi, aggiornati poco e male, che lo scorso 5 luglio aveva spinto i due magistrati referenti informatici della Corte di Cassazione (Ersilia Calvanese e Ippolisto Parziale) e quello della Procura generale presso la Cassazione (Riccardo Fuzio) a rappresentare le proprie preoccupazioni al Consiglio Superiore della Magistratura, dove la settima Commissione ha aperto una pratica sulla questione. Ma neanche i più pessimisti avrebbero potuto immaginare che il traballare del CED, dopo il passaggio alla competenza diretta ministeriale, sarebbe così presto sfociato in un crollo tecnologico totale. Da tutta Italia i magistrati che da 5 giorni non riescono più a connettersi chiamano ora la Cassazione, che però senza più competenza non può che rappresentare al Ministero «da particolare gravità della situazione che impedisce ai magistrati l'accesso alle banche dati di giurisprudenza, con effetti devastanti per lo svolgimento delle loro funzioni istituzionali».
Venerdì il segretario generale della Cassazione ha avuto una riunione con uno dei collaboratori di Alfano, il direttore della Dgsia, Stefano Aprile, il quale aveva confidato che almeno in parte il servizio potesse essere ripristinato a breve, ma sabato e ieri neppure si è riusciti a riaccendere le macchine. Del resto i disservizi non appaiono di immediata soluzione, e dunque, in attesa della sostituzione dei condizionatori, è probabile che nelle prossime settimane il problema delle interruzioni improvvise e di lunga durata si riproporrà con preoccupante frequenza. In queste ore il CED della Cassazione sta perciò proponendo alla Dgsia di realizzare presso la sala server della Corte almeno un sistema di «disaster recovery» per il servizio Italgiureweb, che sia in grado di intervenire nel caso di interruzioni dovute al guasto dei condizionatori nella sala" server della Balduina e di sostituirsi ad essa per tamponare il ripetersi dei gravissimi inconvenienti.
Corriere della Sera 19/07/2010
P3: Mancino, cono d'ombra su lavoro Csm - Atti al PG Cassazione, stop al trasferimento di Marra
Di Loredana Morandi (del 21/07/2010 @ 14:21:01, in Magistratura, linkato 1422 volte)
Atti del CSM al Pg di Cassazione, stop al trasferimento di Marra.
P3: Mancino, cono d'ombra su lavoro Csm
"Serve una riflessione sulla questione morale"
ANSA ROMA 21 luglio, 13:39 - "Gli ultimi avvenimenti relativi all'inchiesta sull'associazione segreta Loggia P3 gettano un cono d'ombra, ma non credo che possano incidere sulla sostanza dell'attività che abbiamo svolto al Csm". Lo ha detto il vicepresidente dell'organo di autogoverno della magistratura, Nicola Mancino, intervistato da Sky Tg24. Mancino fa peraltro notare che "é in corso un'inchiesta da parte della Prima commissione del Csm" e che "lo stesso Pg della Cassazione avverte la necessità di avviare un procedimento disciplinare. Vediamo cosa succederà".
CSM RIFLETTA SU QUESTIONE MORALE - Una riflessione del Csm sulla questione morale che si è aperta dopo la notizia del coinvolgimento di alcuni magistrati nell'inchiesta sull'associazione segreta P3 "certo va fatta non solo al termine del quadriennio ma anche all'inizio di quello successivo". Il vicepresidente dell'organo di autogoverno della magistratura, Nicola Mancino, rivela che "se per questione morale intendiamo il complesso delle attività che hanno un rilievo di carattere etico e morale". Allora la questione va affrontata perché - sottolinea ai microfoni di Sky Tg 24 - qui é l'organizzazione stessa che viene messa in discussione". A tale proposito Mancino ricorda di aver proposto a suo tempo "la tripartizione della provvista dei componenti del Csm (1/3 scelti dai magistrati, un terzo dalle Camere e la quota restante dal presidente della Repubblica, ndr.), indicando nel Capo dello Stato l'autorità che avrebbe potuto completare il plenum attraverso l'indicazione di personalità notevoli scelte dall'autorevolezza dello stesso Presidente, naturalmente lasciando una prevalenza di magistrati".
"CSM HA SEMPRE GARANTITO AUTONOMIA 'TOGHE" - "L'interferenza sulla libera attività del magistrato non è mai stata posta in discussione". Così il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, sottolinea in apertura del plenum torna sulla vicenda dell'inchiesta sulla cosiddetta Loggia P3 che vede coinvolti diversi magistrati. Mancino - dopo un intervento del consigliere del Movimento per la giustizia, Ciro Riviezzo - che aveva rappresentato la necessità di far notare come oltre a una magistratura "fatta di faccendieri" dovesse rilevarsi l'esistenza "di magistrati con la schiena dritta che fanno onestamente il loro lavoro", ha detto di condividere questa analisi. E ha aggiunto: "Quando si parla di autonomia e di indipendenza della magistratura ci riferiamo all'indipendenza del magistrato nell'esercizio delle sue funzioni. Sia nelle situazioni di emergenza - ha aggiunto il vicepresidente del Csm - sia nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali, il magistrato è parte di un ordine che tocca interessi generali e li risolve nell'interesse dell'ordinamento".
CSM ASCOLTERA' MARRA LUNEDI',PG CASSAZIONE LO INCOLPA - Il presidente della Corte di Appello di Milano, Alfonso Marra, sarà ascoltato lunedì prossimo dalla prima commissione del Csm che ha avviato nei suoi confronti la procedura di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale dopo gli sviluppi dell' inchiesta sulla P3. Lo accompagnerà, nella veste di assistente tecnico, Piercamillo Davigo, ex pm del pool di Mani Pulite, oggi consigliere di Cassazione. Ma sull'alto magistrato milanese si abbatte una nuova tegola: il procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito ha deciso di avviare l'azione disciplinare contro Marra, muovendogli due addebiti: il primo, di essersi rivolto all'ex giudice tributario Pasquale Lombardi per esercitare pressioni su componenti del Csm al fine di favorire la sua nomina alla presidenza della Corte di Appello di Milano; il secondo, il suo presunto intervento, sollecitato da amici di Lombardi, a valutare con attenzione particolare il ricorso del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni contro l'esclusione della sua lista dalle elezioni regionali. Il sovrapporsi della procedura amministrativa e di quella disciplinare potrebbe essere oggetto di valutazione già nei prossimi giorni da parte della prima commissione, dal momento che i fatti contestati sono gli stessi. Nella comunicazione delle contestazioni approvata ieri a larga maggioranza con cui ha deciso la convocazione, la prima commissione ipotizza che Marra "non possa più esercitare con la dovuta imparzialità e indipendenza la sua attività giurisdizionale". Il motivo va ricercato proprio nelle intercettazioni telefoniche dell' inchiesta condotta dalla procura di Roma dalle quale risulta che Marra si sarebbe rivolto a Pasquale Lombardi, uno degli arrestati, perché intercedesse su componenti del Csm per facilitare la sua nomina, e il fatto che, una volta nominato, amici di Lombardi gli abbiano chiesto il favore di verificare al meglio il ricorso del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni sull' esclusione della sua lista dalle elezioni regionali. Marra nei giorni scorsi ha detto di essere contento della iniziativa del Csm: "Così si chiarirà la sua posizione". La vicenda ha, però, innescato una serie di polemiche all' interno e all' esterno di Palazzo dei Marescialli, legate a doppio filo con la richiesta di un plenum da dedicare alla questione morale che il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, che presiede l' organo di autogoverno della magistratura, ha bloccato rimandando la questione al nuovo Csm. L' attuale assemblea di Palazzo dei Marescialli scade alla fine del mese e, se il Parlamento nominerà gli otto esponenti laici prima della pausa estiva, il nuovo consiglio sa già che saranno questi i primi argomenti sui quali sarà chiamato a confrontarsi. Contro l' iniziativa della prima commissione si è scagliato il consigliere laico del Pdl, Gianfranco Anedda, che ha abbandonato la seduta sostenendo l' illegittimità delle decisioni. Giuseppe Maria Berruti, indicato nelle intercettazioni come il principale ostacolo nel Csm alla nomina di Marra, si è astenuto, come aveva fatto anche quando è stato deciso l' avvio della procedura di trasferimento di ufficio. Marra è solo la toga principale su cui si sta concentrando l' attenzione della Commissione: all' autorità giudiziaria sono stati chiesti gli atti che riguardano altri magistrati citati nell' ordinanza del Gip. Uno di questi è il presidente della corte di Appello di Salerno, Umberto Marconi, che ha chiesto al Csm di essere trasferito perché non più sereno nel suo ruolo per le notizie che lo coinvolgono nell' attività di dossieraggio ai danni dell' attuale presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro. Accertamenti potrebbero riguardare anche il sostituto procuratore generale di Milano Gaetano Santamaria Amato, il procuratore aggiunto di Milano Nicola Cerrato; i procuratori Giovanni Francesco Izzo (Nocera Inferiore) e Paolo Albano (Isernia). "Il fatto che non faremo in tempo a chiudere la pratica e a decidere eventuali provvedimenti, non significa che non si possa ampliare l'istruttoria. Il prossimo Csm, in questo modo, non perderà un minuto e avrà a disposizione il materiale su cui lavorare" ha spiegato la presidente della commissione Fiorella Pilato, precisando: "noi non mettiamo nel mirino nessuno: ci siamo limitati a chiedere informazioni utili per vagliare le posizioni di altri magistrati citati nell' inchiesta".
14:02 P3/ Atti Csm a pg Cassazione, stop a trasferimento Marra
APCOM - ‎18 minuti fa‎
Roma, 21 lug. (Apcom) - L'avvio dell'azione disciplinare a carico del presidente della Corte d'appello di Milano, Alfonso Marra, farà venir meno il potere della Prima Commissione del Csm sul caso e porterà al blocco della procedura di trasferimento ...
P3: MANCINO, SCELSI DI VOTARE MARRA IN AUTONOMIA
AGI - Agenzia Giornalistica Italia - ‎19 minuti fa‎
(AGI) - Roma, 21 lug. - Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, torna a parlare della nomina di Alfonso Marra a presidente della Corte d'Appello di Milano, ribadendo che, in quell'occasione, quando il suo voto ando' a favore proprio di Marra, ...
"Getta un'ombra sulla magistratura"
Tuscia Web - ‎22 minuti fa‎
Così Nicola Mancino, vicepresidente dell'organo di autogoverno della magistratura, commenta l'inchiesta sulla presunta P3, che vede coinvolte anche alcune toghe. "Non credo comunque - continua Mancino - possa incidere sulla sostanza delle attività che ...
Il caro dottor Fofò e la nuova P3
Il Legno Storto - ‎22 minuti fa‎
il Foglio - Una componente lobbistica mica male: se c'è scandalo, è nel modo di nomina dei magistrati, nel funzionamento del Csm, e il pitreismo è l'ideologia della casta togata. Non è per provocare, ma se un accenno di P3 ha da esserci, ...
Mancino: “Nuova P2, ombre sul Csm”
City - ‎31 minuti fa‎
Il vicepresidente dell'Organo di autogoverno della magistratura interviene sulla vicenda della “nuova P2”. Il Csm votò l'arrivo a Milano di un giudice, Marra, che sarebbe stato “vicino” al gruppo di pressione “Gli ultimi avvenimenti relativi ...
Inchiesta eolico: azione pg Cassazione blocca iter trasferimento Marra
University.it (Comunicati Stampa) - ‎53 minuti fa‎
Roma, 21 lug. (Adnkronos) - L'azione disciplinare avviata dal procuratore generale della Cassazione nei confronti del presidente della Corte d'Appello di Milano, Alfonso Marra, coinvolto nell'inchiesta sull'eolico, blocca di fatto, la procedura di ...
Inchiesta P3, Mancino: "ombra sulla magistratura che non incide ...
Iamm e-press - ‎55 minuti fa‎
(IAMM) Micola Mancino, vicepresidente del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura, si è espresso in una intervista a Skytg24 sull'inchiesta dell'associazione segreta P3, nata da uno stralcio sulle indagini dell'appalto sull'eolico in Sardegna ...
P3: Mancino, da inchiesta cono d'ombra
(ANSA) - ROMA, 21 LUG - Dall'inchiesta P3 emerge un cono d'ombra sulla magistratura, ma non ha condizionato il lavoro del Cms. Lo dice il vice presidente Mancino. Mancino fa notare che 'e' in corso un'inchiesta da parte della Prima commissione del Csm' ...
Inchiesta P3. Mancino: cono d'ombra su Csm
Una riflessione del Csm sulla questione morale che si e' aperta dopo la notizia del coinvolgimento di alcuni magistrati nell'inchiesta sull'associazione segreta P3 "certo va fatta non solo al termine del quadriennio ma anche all'inizio di quello ...
P3: AZIONE PG BLOCCA ITER TRASFERIMENTO MARRA
(ASCA) - Roma, 21 lug - L'azione disciplinare avviata dalla procura generale blocchera' per il momento le azioni nei confronti del presidente della Corte di Appello di Milano Alfonso Marra. Una volta avviata l'attivita' disciplinare, infatti, ...
P3: MANCINO, CONO D'OMBRA MA NON INCIDE SU LAVORO CSM
(AGI) Roma - "Gli ultimi eventi gettano un cono d'ombra, ma non credo incidano sull'attivita svolta al Csm", dice Nicola Mancino. "Peraltro - aggiunge il vicepresidente del Csm - e' in corso un'inchiesta da parte della prima commissione e lo stesso pg ...
Inchiesta sulla nuova P3: l'intervento di Nicola Mancino
Nicola Mancino interviene in merito ad un caso che sta interessando la nostra magistratura, ovvero l'inchiesta sulla nuova P3. Il vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura e' voluto intervenire per parlare di una questione che da giorni ...
Mancino: "P3? Cono d'ombra sulla magistratura
ROMA - "Gli ultimi avvenimenti relativi all'inchiesta sull'associazione segreta Loggia P3 gettano un cono d'ombra, ma non credo che possano incidere sulla sostanza dell'attività che abbiamo svolto al Csm". Il vicepresidente dell'organo di autogoverno ...
P3/ Mancino: Csm ha sempre garantito l'autonomia delle toghe
Roma, 21 lug. (Apcom) - Il Consiglio superiore della magistratura ha "sempre garantito ai magistrati la tutela del libero esercizio della giurisdizione" e anche le modifiche apportate alle regole sulle pratiche a tutela lo dimostra. ...
P3: MANCINO, QUESTIONE MORALE VA AFFRONTATA
(AGI) - Roma, 21 lug. - La questione morale nella magistratura e' un tema che va affrontato. Lo ha dichiarato il vice presidente del Csm, Nicola Mancino, alla luce della lettera inviatagli dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ...
P3/ Mancino: Su Marra autonomo, non immaginavo tutto questo. All ...
Roma, 21 lug. (Apcom) – Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, torna a ribadire la propria autonomia nella scelta di votare a favore di Alfonso Marra per la presidenza della Corte d'Appello di Milano e sottolinea di “non aver potuto immaginare che ...
CORRUZIONE: MANCINO, INCHIESTA SU P3 GETTA CONO D'OMBRA
(IRIS) - ROMA, 21 LUG - Le indagini sulla "loggia P3 gettano un cono d'ombra, ma non credo che possano incidere sulla sostanza dell'attività che abbiamo svolto al Csm". Nicola Mancino, vicepresidente del Csm, in un'intervista a Sky Tg24, ...
Per Mancino l'inchiesta P3 getta «un cono d'ombra», ma non intacca ...
cono d'ombra, ma non credo che possano incidere sulla sostanza dell'attività che abbiamo svolto al Csm». A parlare è il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Nicola Mancino, che in apertura del plenum del consiglio delle toghe è ...
Inchiesta P3, Mancino: “Getta un'ombra sulla magistratura”
Il vicepresidente del Csm commenta a SkyTg24 l'indagine sulla presunta nuova loggia che vede coinvolte alcune toghe. Tra queste anche il presidente della Corte di Appello di Milano Alfonso Marra, che lunedì sarà ascoltato dalla Prima Commissione “Gli ...
P3: MANCINO, CSM MAI INTERFERITO SU INDIPENDENZA TOGHE
(ASCA) - Roma, 21 lug - ''L'interferenza sulla libera attivita' del magistrato non e' mai stata posta in discussione''. Il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, ricorda l'attivita' di quattro anni di consiliatura per spiegare come Palazzo dei ...
(AGI) - Roma, 21 lug. - "Certamente gli ultimi avvenimenti gettano un cono d'ombra, ma non credo che possano incidere sull'attivita' che abbiamo svolto al Csm". Lo ha detto il vicepresidente del Csm, Nicola Mancino, intervistato da Sky Tg 24. ...
Mancino e il Csm disobbediscono a Napolitano
L'Opinione - ‎3 ore fa‎
Il 31 luglio, “in sha Allah”, cioè se Dio o Allah lo vorranno, ci toglieremo dai piedi il peggiore dei Csm delle ultime legislature. Così commentava ieri su “Il Fatto” Marco Travaglio e viene voglia di dargli ragione, anche se per motivi diversi, ...
Nel mirino del Csm altre toghe 'vicine' alla P3
La I commissione dell'organo di autogoverno dei magistrati ha convocato per lunedì mattina il presidente della corte d'appello di Milano Alfono Marra. Nei confronti del giudice, coinvolto nell'inchiesta sulla cosiddetta P3, il Csm ha attivato una ...
Il presidente della Corte d'Appello di Milano Alfonso Marra sarà ascoltato lunedì prossimo. E alla Procura di Roma, titolare dell'inchiesta sull'eolico in Sardegna e sulla cosiddetta «nuova P2», sono già stati chiesti gli atti necessari a valutare se ...
Assai opportunamente il presidente della Repubblica ha posto il veto sul tentativo del Consiglio superiore della magistratura (Csm), che è ora in scadenza, di discutere di regole deontologiche in relazione a questioni come la nomina, fatta dagli stessi ...
P3/ Lunedi mattina Csm ascolta Marra, disposta sua audizione -2-
Roma, 20 lug. (Apcom) - Assistito da un difensore, Marra lunedì sarà chiamato a spiegare ai consiglieri del Csm il suo comportamento. Ma, salvo imprevisti, la sua audizione sarà l'ultimo atto dell'istruttoria condotta dagli attuali componenti ...
P3: azione disciplinare contro Marra
(ANSA) – ROMA,20 LUG -Il pg della Cassazione Esposito ha avviatol'azione disciplinare nei riguardi di Alfonso Marra, il cui nomecompare nell'inchiesta sulla P3. Le contestazioni nel capo diincolpazione: essersi rivolto all'ex giudice Lombardi per ...
P3, Formigoni intercettato con arrestato Governatore: da noi solo ...
Il Messaggero - ‎15 ore fa‎
Mozione sfiducia Idv contro Caliendo. Marra, Cassazione avvia azione disciplinare. Nel mirino Csm altri 5 magistrati ROMA (20 luglio) - Mentre il Csm convoca per lunedì prossimo Alfonso Marra, presidente della Corte d'appello di Milano, e mette sotto ...
"Via all'azione disciplinare su Marra"
Il presidente della Corte di Appello di Milano, Alfonso Marra, sarà ascoltato lunedì prossimo dalla prima commissione del Csm che ha avviato nei suoi confronti la procedura di trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale dopo gli sviluppi ...
P3. Cassazione, azione disciplinare nei confronti del giudice Marra
Tg1 - www.tg1.rai.it - ‎15 ore fa‎
ROMA – La Procura generale della Cassazione ha avviato l'azione disciplinare nei riguardi del presidente della Corte di Appello di Milano, Alfonso Marra. Il suo nome compare, infatti, nelle intercettazioni dell'inchiesta sulla cosiddetta P3. ...
Consulta: reati sessuali, si a misure alternative al carcere
Di Loredana Morandi (del 22/07/2010 @ 06:56:28, in Magistratura, linkato 1909 volte)
Fermatevi. L'emergenza carceri data dal numero di extracomunitari che in Italia commettono delitti non giustifica la strisciante e formale depenalizzazione dei reati contro le donne in corso nelle ultime settimane. Ed è ingiustificata soprattutto perché giunge dall'esigenza tutta di sinistra nel non apparire come l'autrice dell'escalation di reati contro la donna per l'uso mediatico della "prostituzione".
E prima che si giunga allo "stupro rituale" contro le donne magistrato o ai rinnovati atti di "nonnismo e violenza sessuale" nei confronti delle donne nelle forze dell'ordine.
A nulla servono i più di 300 arresti della Procura della Repubblica di Milano contro la 'ndrangheta, operati dalla vera icona della magistratura al femminile, se poi per far posto ai criminali in carcere si consente il Far West per le strade italiane. Se e quando debba crearsi il paradosso in cui una donna magistrato debba essere protetta dalle minacce di mafia, ma proprio perché è da considerarsi "una donna forte" possa subire un atto di violenza sessuale e poi vedere il criminale dello stupro libero alla stregua di ogni altra donna in Italia.
Altresì, sarà estremamente difficile in questa Italia del costante microspolpamento delle risorse statali ad opera dell'associazionismo istituzionalizzato, che questi violenti siano spediti a coltivare il grano "mafioso" strappandolo con le mani nude alle terre sequestrate alla "cupola". I lavori forzati, unica soluzione possibile, violerebbero profondamente l'assetto anche costituzionale dei diritti della popolazione. Ne tanto meno spedirei un pedofilo, che ha seviziato bambini innocenti, ad accudire una comunità di anziani, perché potremmo ritrovare in quella mente malata i germi del serial killer ed assistere impotenti ad altrettanta violenza perpetrata contro indifesi.
Sarò io che ...ɐsɹǝʌıp ɐʌıʇʇǝdsoɹd ɐun ɐp oʇʇnʇ opǝʌ
Non lo so. Ma che sia informata la signora Rosy Bindi: io non voto e non voterò nessuna sinistra che taccia di fronte alla riconduzione dei reati di violenza contro le donne e contro i minori alla stregua di reati bagatellari, affinché si vendano libri sulle notti al viagra del Premier.
Consulta: reati sessuali,
sì a misure alternative al carcere
Telefono rosa: preoccupate per una decisione che arriva in un momento di violenze fuori controllo contro le donne
ROMA, 21 luglio 2010, 23:58 - Nei procedimenti per violenza sessuale, atti sessuali con minorenni e prostituzione minorile il giudice non e' piu' obbligato a disporre o a mantenere la custodia in carcere dell'indagato, ma puo' applicare misure cautelari alternative se vengono raccolti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari siano comunque soddisfatte. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale che ha dichiarato la parziale illegittimita' costituzionale dell'articolo 275 del codice di procedura penale.
A partire dal 2009, con l'approvazione da parte del Parlamento della legge di contrasto alla violenza sessuale - nata sulla base di un diffuso allarme sociale legato alla recrudescenza di episodi di aggressioni alle donne - non era consentito al giudice (salvo che non vi fossero esigenze cautelari) di applicare, per i tre delitti sessuali al vaglio della Corte Costituzionale, misure cautelari diverse e meno afflittive della custodia in carcere alla persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza. La Consulta ha ora ritenuto la norma in contrasto con gli articoli 3 (uguaglianza davanti alla legge), 13 (libertà personale) e 27 (funzione della pena) della Costituzione e ha detto sì alle alternative al carcere "nell'ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfate con altre misure".
CARFAGNA: LA CORTE SBAGLIA - La Consulta "sbaglia. Chi stupra donne e bambini merita il carcere". E' il commento del ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, sulla decisione della Corte costituzionale che permette misure alternative al carcere per i più gravi reati sessuali. "Non esiste - ha osservato - e non possiamo accettare una 'classifica della brutalita'': per noi, cioé per coloro che hanno scritto ed approvato questa legge, chi violenta una donna o, peggio, un bambino deve filare dritto in carcere, senza scusanti, da subito". "L'intervento della Corte - ha continuato Carfagna - è giustificazionista, lontano dal sentire dei cittadini, e, purtroppo, ci allontana, sebbene di poco, dalla strada verso il rigore e la tolleranza zero contro i crimini sessuali che questa maggioranza ha intrapreso sin dall'inizio della legislatura". "Sono sicura - ha sottolineato ancora il ministro Carfagna - che i magistrati continueranno a dimostrare la dovuta sensibilità nei confronti di questi reati odiosi, valutando con estrema severità le esigenze di carcerazione preventiva di chi li commette. Restano in vigore tutte le altre parti del provvedimento e tra queste l' eliminazione dei benefici premiali, quali arresti domiciliari o sconti di pena, la difesa gratuita per le vittime e le aggravanti grazie alle quali ora chi stupra una donna rischia fino a 14 anni di carcere".
TELEFONO ROSA: SIAMO PREOCCUPATE - La decisione della Consulta di prevedere misure alternative alla detenzione in carcere per reati sessuali su minorenni ''preoccupa'' Telefono Rosa. ''Mi chiedo - afferma la presidente Gabriella Carnieri Moscatelli - se in un momento in cui scorre sangue a fiotti per le donne, oggetto di violenza, se persone che si macchiano di questi reati debbano essere rimessi in giro. Come ci cauteliamo?''. Sottolineando che la decisione della Corte Costituzionale dovrà essere approfondita, la presidente dell'associazione impegnata contro la violenza alle donne sostiene che ''se queste persone sono in carcere, ci sara' pure un motivo. Mi preoccupa soprattutto il caso in cui ad essere autore della violenza sia un familiare. In questo caso, come si puo' pensare ad esempio di far stare un padre o un fratello che hanno abusato della figlia o della sorella agli arresti domiciliari? Devo leggere la sentenza - aggiunge Carnieri Moscatelli - ma comunque mi preoccupa soprattutto perché arriva in un momento di violenze fuori controllo contro le donne. Credo questo sia pericoloso''.
Leggi la Sentenza della Corte Costituzionale
udito nell’udienza pubblica del 25 maggio 2010 e nella camera di consiglio del 26 maggio 2010 il Giudice relatore Giuseppe Frigo;
uditi l’avvocato Sandro De Vecchi per C. A. e l’avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Nei procedimenti principali, il giudice a quo è chiamato a pronunciarsi sulle istanze formulate dai difensori di persone indagate, rispettivamente, per il delitto di atti sessuali con minorenne aggravati continuati (artt. 81, 609-ter e 609-quater cod. pen.) e per il delitto di violenza sessuale aggravata continuata (artt. 81, 61, numeri 1, 5, e 11, e 609-bis cod. pen.): istanze volte ad ottenere la revoca o la sostituzione con altra di minore gravità (la sola sostituzione, nel caso dell’ordinanza r.o. n. 311 del 2009) della misura della custodia cautelare in carcere, cui l’indagato si trova sottoposto. Ad avviso del rimettente, mentre l’istanza di revoca non sarebbe accoglibile, stante la persistenza delle esigenze cautelari, queste ultime potrebbero essere fronteggiate con una misura meno gravosa di quella in atto e, in particolare – nel caso dell’ordinanza r.o. n. 311 del 2009 – con la misura degli arresti domi ciliari.
Con riguardo, poi, alla non manifesta infondatezza, il giudice a quo rileva come la disciplina delle misure cautelari personali sia ispirata ai principi di proporzione, adeguatezza e graduazione, espressamente enunciati dall’art. 2, numero 59, della legge di delegazione 16 febbraio 1987, n. 81 (Delega legislativa al Governo della Repubblica per l’emanazione del nuovo codice di procedura penale), la quale prevede, altresì, l’adeguamento del nuovo codice di rito ai principi della Costituzione e alla normativa convenzionale internazionale. Nell’ambito di tale normativa verrebbe in particolare rilievo l’art. 5, paragrafi 1, lettera c), e 4, della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848: disposizione la cui inosservanza porrebbe la norma interna in contrasto con l’art. 117 , primo comma, Cost., che impone al legislatore ordinario di rispettare i vincoli derivanti dagli «obblighi internazionali».
È ben vero che la Corte costituzionale ha reputato ragionevoli, e dunque costituzionalmente compatibili, interventi normativi che, in deroga ai suddetti principi, hanno introdotto presunzioni del tipo considerato nel sistema delle misure cautelari, riconoscendo che «spetta al legislatore individuare il punto di equilibrio tra le diverse esigenze della minore restrizione possibile della libertà personale e della effettiva garanzia degli interessi di rilievo costituzionale tutelati attraverso la previsione degli strumenti cautelari nel processo penale» (ordinanza n. 450 del 1995). Ciò è avvenuto, tuttavia, con riferimento ad iniziative ben delimitate, volte a fronteggiare «emergenze» a carattere straordinario: quali, segnatamente, quelle di contrasto della criminalità di tipo mafioso, la quale, per la complessità della sua struttura e i durevoli vincoli «di appartenenza, radicamento e progettuali» che la connotano, esprime un elev ato coefficiente di pericolosità per i valori fondamentali della convivenza civile e dell’ordine democratico.
1. – Il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Belluno, il Tribunale di Torino, sezione per il riesame, e il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Venezia dubitano della legittimità costituzionale dell’art. 275, comma 3, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, nella parte in cui non consente di applicare misure cautelari diverse e meno afflittive della custodia in carcere alla persona raggiunta da gravi indizi di colpevolezza in ordine a taluni reati, oggetto dei procedimenti a quibus: vale a dire per i delitti di violenza sessuale (art. 609-bis del codice penale: ordinanze r.o. n. 311 del 2009 e n. 14 del 2010), atti sessuali con minorenne (art. 609-quat er del medesimo codice: ordinanze n. 310 del 2009 e n. 66 del 2010, la seconda delle quali riferisce, peraltro, più specificamente la censura alla fattispecie degli atti sessuali con minore di anni quattordici, prevista dal numero 1 del primo comma di detto articolo), induzione o sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600-bis, primo comma, cod. pen.: ordinanza r.o. n. 14 del 2010).
Da ciò consegue – come questa Corte ebbe a rilevare sin dalla sentenza n. 64 del 1970 – che l’applicazione delle misure cautelari non può essere legittimata in alcun caso esclusivamente da un giudizio anticipato di colpevolezza, né corrispondere – direttamente o indirettamente – a finalità proprie della sanzione penale, né, ancora e correlativamente, restare indifferente ad un preciso scopo (cosiddetto “vuoto dei fini”). Il legislatore ordinario è infatti tenuto, nella tipizzazione dei casi e dei modi di privazione della libertà, ad individuare – soprattutto all’interno del procedimento e talora anche all’esterno (sentenza n. 1 del 1980) – esigenze diverse da quelle di anticipazione della pena e che debbano essere soddisfatte – entro tempi predeterminati (art. 13, quinto comma, Cost.) – durante il corso del procedimento stesso, tali da giustificare , nel bilanciamento di interessi meritevoli di tutela, il temporaneo sacrificio della libertà personale di chi non è stato ancora giudicato colpevole in via definitiva.
Sul versante della “qualità” delle misure, ne consegue che il ricorso alle forme di restrizione più intense – e particolarmente a quella “massima” della custodia carceraria – deve ritenersi consentito solo quando le esigenze processuali o extraprocessuali, cui il trattamento cautelare è servente, non possano essere soddisfatte tramite misure di minore incisività. Questo principio è stato affermato in termini netti anche dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo la quale, in riferimento alla previsione dell’art. 5, paragrafo 3, della Convenzione, la carcerazione preventiva «deve apparire come la soluzione estrema che si giustifica solamente allorché tutte le altre opzioni disponibili si rivelino insufficienti» (sentenze 2 luglio 2009, Vafiadis contro Grecia, e 8 novembre 2007, Lelièvre contro Belgio).
Da tali coordinate si discosta in modo vistoso – assumendo, con ciò, carattere derogatorio ed eccezionale – la disciplina attualmente espressa dal secondo e dal terzo periodo del comma 3 dell’art. 275 cod. proc. pen., non presente nel testo originario del codice, ma in esso inserita via via, con lo strumento della decretazione d’urgenza, in un primo tempo tramite l’aggiunta del solo secondo periodo al citato art. 275, comma 3, sulla spinta di una situazione apprezzata come “emergenziale”, legata segnatamente alla rilevata recrudescenza del fenomeno della criminalità mafiosa e di altri gravi o gravissimi reati (art. 5, comma 1, del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, recante «Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa», convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e art. 1, comma 1, del decreto-legge 9 settembre 1991, n. 292, recante «Disposizioni in materia di custodia cautelare, di avocazione dei procedimenti penali per reati di criminalità organizzata e di trasferimenti di ufficio di magistrati per la copertura di uffici giudiziari non richiesti», convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 1991, n. 356); successivamente (attraverso l’art. 5 della legge 8 agosto 1995, n. 332, recante «Modifiche al codice di procedura penale in tema di semplificazione dei procedimenti, di misure cautelari e di diritto di difesa») con un contenimento di questa speciale disciplina, mediante una drastica riduzione dei reati a essa assoggettati a quelli di cui all’art. 416-bis cod. pen. ovvero commessi avvalendosi delle condizioni previste da detto articolo o per agevolare le associazioni ivi indicate; infine, nuovamente e notevolmente ampliando il novero dei reati stessi, con le addizioni recate al vigente secondo periodo e con quelle ulterior i incluse nel nuovo terzo periodo del comma 3 dell’art. 275 (med iante gli interventi parimenti emergenziali dell’art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38).
Il modello ora evidenziato si traduce, sul piano pratico, in una marcata attenuazione dell’obbligo di motivazione dei provvedimenti applicativi della custodia cautelare in carcere. Secondo un indirizzo consolidato della giurisprudenza di legittimità, difatti, in presenza di gravi indizi di colpevolezza per uno dei reati considerati, il giudice assolve il suddetto obbligo dando semplicemente atto dell’inesistenza di elementi idonei a vincere la presunzione di sussistenza delle esigenze cautelari, senza dovere specificamente motivare sul punto; mentre solo nel caso in cui l’indagato o la sua difesa abbiano allegato elementi di segno contrario, egli sarà tenuto a giustificare la ritenuta inidoneità degli stessi a superare la presunzione. Non vi sarà luogo, in ogni caso, ad esporre quanto ordinariamente richiesto dalla seconda parte delle lettere c) e c-bis) dell’art. 292, comma 2, cod. proc. pen., rimanendo irrilevante , a fronte dell’apprezzamento legale, l’eventuale convinzione del giudice che le esigenze cautelari possano essere concretamente soddisfatte tramite una misura cautelare meno incisiva di quella “massima”.
In tali limiti, la previsione aveva superato il vaglio tanto di questa Corte che della Corte europea dei diritti dell’uomo. Entrambe le Corti avevano, infatti, in vario modo valorizzato la specificità dei predetti delitti, la cui connotazione strutturale astratta (come reati associativi e, dunque, permanenti entro un contesto di criminalità organizzata, o come reati a tale contesto comunque collegati) valeva a rendere «ragionevoli» – nei relativi procedimenti – le presunzioni in questione, e segnatamente quella di adeguatezza della sola custodia carceraria, trattandosi, in sostanza, della misura più idonea a neutralizzare il periculum libertatis connesso al verosimile protrarsi dei contatti tra imputato ed associazione.
In particolare, con l’ordinanza n. 450 del 1995, questa Corte aveva escluso che la presunzione in parola violasse gli artt. 3, 13, primo comma, e 27, secondo comma, Cost., rilevando che se la verifica della sussistenza delle esigenze cautelari («l’an della cautela») non può prescindere da un accertamento in concreto, l’individuazione della misura da applicare («il quomodo») non comporta indefettibilmente l’affidamento al giudice di analogo potere di apprezzamento, potendo la scelta essere effettuata anche in termini generali dal legislatore, purché «nel rispetto del limite della ragionevolezza e del corretto bilanciamento dei valori costituzionali coinvolti» (in senso analogo, sul punto, ordinanze n. 130 del 2003 e n. 40 del 2002). Nella specie, deponeva nel senso della ragionevolezza della soluzione adottata «la delimitazione della norma all’area dei delitti di criminalità organizzata di tipo mafioso», tenuto cont o del «coefficiente di pericolosità per le condizioni di base della convivenza e della sicurezza collettiva che agli illeciti di quel genere è connaturato».
A sua volta, la Corte di Strasburgo – pronunciando su un ricorso volto a denunciare l’irragionevole durata della custodia cautelare in carcere applicata ad un indagato per il delitto di cui all’art. 416-bis cod. pen. e la conseguente violazione dell’art. 5, paragrafo 3, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo – non aveva mancato di rilevare come una presunzione quale quella prevista dall’art. 275, comma 3, cod. proc. pen. potesse, in effetti, «impedire al giudice di adattare la misura cautelare alle esigenze del caso concreto» e, dunque, «apparire eccessivamente rigida». Nondimeno, secondo la Corte europea, la disciplina in esame rimaneva giustificabile alla luce «della natura specifica del fenomeno della criminalità organizzata e soprattutto di quella di stampo mafioso», e segnatamente in considerazione del fatto che la carcerazione provvisoria delle persone accusate del delitto in qu estione «tende a tagliare i legami esistenti tra le persone interessate e il loro ambito criminale di origine, al fine di minimizzare il rischio che esse mantengano contatti personali con le strutture delle organizzazioni criminali e possano commettere nel frattempo delitti» (sentenza 6 novembre 2003, Pantano contro Italia).
Compiendo un “salto di qualità” a ritroso, rispetto alla novella del 1995, l’art. 2, comma 1, lettere a) e a-bis), del citato provvedimento d’urgenza riespande l’ambito di applicazione della disciplina eccezionale ai procedimenti aventi ad oggetto numerosi altri reati, individuati in parte mediante diretto richiamo agli articoli di legge che descrivono le relative fattispecie e per il resto tramite rinvio “mediato” alle norme processuali di cui all’art. 51, commi 3-bis e 3-quater, cod. proc. pen.; reati tra i quali si annoverano quelli considerati dalle ordinanze di rimessione, e cioè l’induzione o sfruttamento della prostituzione minorile (art. 600-bis, primo comma, cod. pen.); la violenza sessuale (art. 609-bis cod. pen.), salvo che ricorra l’attenuante di cui al terzo comma («casi di minore gravità»); gli atti sessuali con minorenne (art. 609-quater cod. pen.), salvo che ricorra l&# 8217;attenuante di cui al quarto comma («casi di minore gravità»).
Per questo verso, alle figure criminose che interessano non può estendersi la ratio già ritenuta, sia da questa Corte che dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, idonea a giustificare la deroga alla disciplina ordinaria quanto ai procedimenti relativi a delitti di mafia in senso stretto: vale a dire che dalla struttura stessa della fattispecie e dalle sue connotazioni criminologiche – connesse alla circostanza che l’appartenenza ad associazioni di tipo mafioso implica un’adesione permanente ad un sodalizio criminoso di norma fortemente radicato nel territorio, caratterizzato da una fitta rete di collegamenti personali e dotato di particolare forza intimidatrice – deriva, nella generalità dei casi concreti ad essa riferibili e secondo una regola di esperienza sufficientemente condivisa, una esigenza cautelare alla cui soddisfazione sarebbe adeguata solo la custodia in carcere (non essendo le misure “minori& #8221; sufficienti a troncare i rapporti tra l’indiziato e l’ambito delinquenziale di appartenenza, neutralizzandone la pericolosità).
dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 275, comma 3, secondo e terzo periodo, del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 2 del decreto-legge 23 febbraio 2009, n. 11 (Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica e di contrasto alla violenza sessuale, nonché in tema di atti persecutori), convertito, con modificazioni, dalla legge 23 aprile 2009, n. 38, nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli articoli 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure.
Consulta, la sentenza choc - rassegna
Di Loredana Morandi (del 22/07/2010 @ 10:56:52, in Magistratura, linkato 1620 volte)
Gli opposti estremismi: Libero e L'Unità, una reazione univoca della stampa.
La Consulta boccia il carcere obbligatorio per stupri e pedofilia
Anticostituzionale disporre per legge la detenzione come misura cautelare nei casi di violenze sessuali. La Carfagna contro la decisione
Libero-news.it - 21/07/2010
Nei casi di stupro, pedofilia e prostituzione minorile, il giudice non è obbligato a disporre o mantenere la custodia in carcere dell’indagato, ma può applicare misure cautelari alternative. La Corte Costituzionale - bocciando in parte le norme introdotte dal decreto 11/2009 in materia di misure cautelari nei casi di violenza sessuale, in particolare l’articolo 275 del codice di procedura penale - stabilisce che presunti rei possono non subire la detenzione preventiva alla sentenza “se vengono raccolti elementi specifici, in relazioni al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari siano comunque soddisfatte”. In pratica, la Consulta afferma un elementare principio di diritto: è illegittimo e contrario al principio d’uguaglianza dell’articolo 3 della Costituzione disporre a priori con legge la custodia cautelare in carcere nei casi citati. Occorre invece che il giudice sia libero di decidere di volta in volta, in base agli elementi a sua disposizione, quale sia la migliore misura cautelativa da adottare.
Motivazione - “Per quanto odiosi e riprovevoli - scrive la Corte - i fatti che integrano i delitti in questione ben possono essere e in effetti spesso sono meramente individuali, e tali, per le loro connotazioni, da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la massima misura”. A sollevare il caso di fronte ai giudici della Consulta erano stati i gip di Belluno e Venezia, e il Tribunale del Riesame di Torino.
La reazione della Carfagna - Mara Carfagna, ministro delle Pari opportunità, commentando la sentenza della Cassazione che giudica incostituzionale l’automatismo per il quale gli imputati per violenza sessuale su donne e minori vengono ora custoditi in carcere in attesa del giudizio, ha detto: "Non esiste e non possiamo accettare una classifica della brutalità: per noi, cioè coloro che hanno scritto ed approvato questa legge, chi violenta una donna o, peggio, un bambino deve filare dritto in carcere, senza scusanti, da subito. L'intervento della Corte - lamenta - è giustificazionista, lontano dal sentire dei cittadini, e, purtroppo, ci allontana, sebbene di poco, dalla strada verso il rigore e la tolleranza zero contro i crimini sessuali che questa maggioranza ha intrapreso sin dall’inizio della legislatura. Sono sicura che i magistrati continueranno a dimostrare la dovuta sensibilità nei confronti di questi reati odiosi, valutando con estrema severità le esigenze di carcerazione preventiva di chi li commette. Restano in vigore tutte le altre parti del provvedimento e tra queste l’eliminazione dei benefici premiali, quali arresti domiciliari o sconti di pena, la difesa gratuita per le vittime e le aggravanti grazie alle quali ora chi stupra una donna rischia fino a 14 anni di carcere".
L'Unità - 22/07/2010
La Corte Costituzionale boccia in parte le nuove norme, più restrittive, varate con decreto nel 2009, in materia di misure cautelari per chi è indagato per violenza sessuale, atti sessuali con minori e induzione o sfruttamento della prostituzione minorile. Per i giudici delle leggi, infatti, il decreto n.11/2009 (convertito in legge nell'aprile dello stesso anno) viola i principi costituzionali nella parte in cui prevede che, quando sussistano gravi indizi di colpevolezza per i suddetti reati, debba essere applicata la custodia cautelare in carcere, escludendo così la possibilità del giudice di optare per un altro tipo di misura cautelare anche quando questo sia opportuno alla luce di «specifici elementi acquisiti».
A sollevare il caso di fronte alla Consulta erano stati, con diverse ordinanze, i gip di Belluno e Venezia, nonchè il tribunale del Riesame di Torino. Con la sentenza n. 265 (relatore Giuseppe Frigo) depositata oggi, la Corte ha ricordato che il «tratto saliente» del regime inerente le custodie cautelari «conforme al quadro costituzionale» è quello di «non prevedere automatismi nè presunzioni», ma si esige piuttosto che «le condizioni e i presupposti per l'applicazione di una misura cautelare restrittiva della libertà personale siano apprezzati e motivati dal giudice sulla base della situazione concreta».
Dunque, «per quanto odiosi e riprovevoli - si legge ancora nella sentenza - i fatti che integrano i delitti in questione ben possono essere e in effetti spesso sono meramente individuali, e tali, per le loro connotazioni, da non postulare esigenze cautelari affrontabili solo e rigidamente con la massima misura». La norma impugnata, quindi, viola l'articolo 3 della Costituzione «per l'ingiustificata parificazione dei procedimenti relativi ai delitti in questione a quelli concernenti i delitti di mafia, nonchè per l'irrazionale assoggettamento ad un medesimo regime cautelare delle diverse ipotesi concrete riconducibili ai paradigmi punitivi considerati», l'articolo 13, primo comma, «quale referente fondamentale del regime ordinario delle misure cautelari privative della libertà personale», e l'articolo 27, secondo comma, «in quanto attribuisce alla coercizione processuale tratti funzionali tipici della pena».
Sospetti stupratori, no obbligo arresto
La Carfagna contro la Consulta
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per chi commetterà uno stupro
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"non pervenuto", chissà perché ?
Consulta sui reati sessuali:
Il giudice non è più obbligato a disporre il carcere per gli indagati di violenza sessuale, atti sessuali con minorenni e prostituzione minorile. Parzialmente illegittimo l'articolo 275 del Codice di procedura penale.
Quotidiano Net (Il Resto del Carlino, La Nazione, Il Giorno)
Carfagna contro la Consulta: "Subito in carcere i bruti"
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Se volete davvero cambiarlo di Guido Salvini per Il Riformista
Di Loredana Morandi (del 22/07/2010 @ 13:23:27, in Magistratura, linkato 1595 volte)
Il Csm, organo di autogoverno della magistratura ma anche di fatto una specie di “Camera” che detta le linee della politica giudiziaria e sceglie i giudici migliori spesso per cooptazione discrezionale, ha avuto fortuna.
Se poco dopo il caso del presidente della Corte d’Appello di Milano tutti i componenti non fossero stati rinnovati per fine “legislatura”, il Consiglio avrebbe avuto il compito impossibile di scandagliare su metà di se stesso, cioè giudicare quantomeno sulla capacità di una dozzina di consiglieri di discernere su candidature probabilmente inquinate alle origini.
Per il momento, dopo l’inevitabile intervento del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, questo rischio è sventato.
A settembre inizierà il solito assalto telefonico, speriamo non intercettato, ai consiglieri da parte di coloro che li hanno eletti con l’invito a pagare i loro debiti e di mantenere le promesse preelettorali in tema di incarichi, posti direttivi e trasferimenti. Speriamo che il nuovo Csm trovi anche il tempo, oltre anche a criticare, spesso non a torto, tutte le proposte del governo, di pensare a qualche proposta non conformista per affrontare i problemi della giustizia e risollevare la fiducia dei cittadini nella magistratura.
Una priorità sarebbe impegnarsi a non utilizzare la giurisdizione come un trampolino di lancio per fare altro. Ci sono centinaia di giudici che stanno un po’ dentro e un po’ fuori dalla magistratura. Un po’ di incarichi al ministero, un po’ di Csm, qualche commissione parlamentare, un po’ di politica, non solo in Parlamento ma anche nei Consigli regionali e comunali, qualche improbabile missione all’estero per la quale in genere basterebbe un buon funzionario.
È in questo andirivieni che nascono le commistioni politiche, la perdita di indipendenza e l’aumento invece del prestigio, quello che dà un giudice il diritto di decidere e di parlare a nome di tutti gli altri, qualcuno cui il magistrato comune deve mostrare riverenza con la schiena curva e il cappello in mano.
Bisogna ridurre drasticamente i distacchi extragiudiziari e soprattutto stabilire due regole.
Nessun incarico deve avvenire per cooptazione politica, cioè ministro e commissioni varie non devono chiamare questo o quel magistrato nominativamente ma deve essere bandito, se proprio un servizio fuori ruolo è necessario, un regolare concorso. E quando si è fuori ruolo deve essere fatto divieto di partecipare a concorsi per posti direttivi se non si rientra prima nei ranghi della magistratura. Spesso, quando ad esempio si avvicina un cambio di governo e a causa dello spoil system, che esiste non solo negli Stati Uniti ma anche da noi, si profila la mancanza di gradimento di chi sta nei ministeri, il fuori ruolo si affretta, sfruttando la posizione al centro del sistema politico-giudiziario ad assicurarsi un buon posto direttivo superando magari chi è rimasto nell’umile compito di definire metri cubi di processi anche non di rilevanza mediatica. Succede anche nelle migliori famiglie, anche tra i “puri” di Magistratura democratica, il passaggio tra il governo Prodi e quello Berlusconi insegna.
La seconda priorità è non valutare più le promozioni di giudici e pm solo in base ai processi eclatanti che hanno gestito, rivelatisi magari in alcuni casi scatole vuote. Piuttosto andare a vedere prima di ogni altra cosa come hanno trattato i processi normali, quelli dei comuni cittadini. È più che frequente, quasi una regola, che nelle stanze di chi si occupa di indagini di rilievo politico-mediatico giacciano intonsi e dimenticati i “banali” omicidi colposi, truffe e bancarotte e che, quando escono infine da tali stanze le richieste di rinvio a giudizio, le indagini siano state talmente flebili da provocare la morte del processo per semplice consunzione. Ugualmente sarebbe interessante calcolare i tempi di rinvio in Tribunale tra udienza e udienza nei processi di rilievo politico e nei poveri processi “comuni”, quelli che spesso volentieri scivolano da un anno all’altro a riflettori spenti.
La terza priorità è continuare a pretendere mezzi e risorse migliori tali da far funzionare un Tribunale più come un’azienda che come un baraccone in cui manca tutto o è sempre rotto. Ma avere il coraggio nel contempo di riconoscere che la confusione, accompagnata dalle lamentele, non ultima quella sugli stipendi che, per la media del lavoro che si richiede ai giudici, sono tutt’altro che disprezzabili, avvantaggia anche le estese sacche di compiaciuto e tranquillo sottoutilizzo che si trovano anche presso di noi. È giusto dire che la scarsità dei cancellieri comporta meno udienze o udienze solo di poche ore, ma se ci fossero anche noi affronteremmo l’impegno, certo non gradito a tutti, di studiare e smaltire più processi, magari faremmo udienza anche al pomeriggio a daremmo più soddisfazione a chi aspetta una sentenza da anni. E allora perché non chiedere che i cancellieri mancanti siano sostituiti al pomeriggio o quando necessario da laureati in legge o praticanti avvocati, certo in grado di fare i segretari di udienza o controllare gli avvisi, che in tal modo farebbero un’esperienza utile e riconosciuta per la loro formazione e nel contempo contribuirebbero a moltiplicare i processi fatti ?
Ma questo comporta un impegno di tutti, magistrati compresi, e anche avvocati ed è sospetto che a nessuno venga in mente una semplice idea di questo genere.
Ho ricevuto una lettera di un laureato attualmente ottimo funzionario di un’Agenzia delle entrate che grazie a una convenzione dell’università cui era iscritto fece due anni di “pratica” presso l’ufficio di un giudice di pace e ne chiese il riconoscimento. Ma sia il Csm sia il Consiglio nazionale forense, cioè l’associazione di categoria degli avvocati, bocciarono la sua richiesta.
Ma forse è meglio così, lamentarsi e basta senza un minimo di creatività è più autotutelante e leggeremo ancora, come da quarant'anni, alla prossima inaugurazione dell’Anno giudiziario che siamo solo e tutti vittime di una giustizia allo sfascio.
Guido Salvini - Tribunale di Milano
Il Riformista - giovedì, 22 luglio 2010
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