Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-23030-del-16-09-2019
Timestamp: 2020-08-05 19:55:28+00:00
Document Index: 41456742

Matched Legal Cases: ['art. 360', 'art. 35', 'art. 360', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 5', 'art. 360', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 360']

Sentenza Cassazione Civile n. 23030 del 16/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23030 del 16/09/2019
Cassazione civile sez. VI, 16/09/2019, (ud. 02/07/2019, dep. 16/09/2019), n.23030
sul ricorso 35716-2018 proposto da:
difeso dall’avvocato LUCA SILETTI;
MINISTERO DELL’INTERNO (OMISSIS), in persona del Ministro pro tempore
– COMMISSIONE TERRITORIALE PER IL RICONOSCIMENTO DELLA PROTEZIONE
INTERNAZIONALE DI NO presso la PREFETTURA – UFFICIO TERRITORIALE DEL
GOVERNO DI NOVARA, PROCURA GENERALE DELLA REPUBBLICA PRESSO LA CORTE
avverso il decreto nel procedimento iscritto al N. R.G. 10278/2018
del TRIBUNALE di TORINO, depositato il 17/10/2018;
Il Tribunale di Torino, con decreto reso nel procedimento iscritto al N. R.G. 10278/2018, ha respinto la richiesta di S.A., cittadino del Pakistan, a seguito di diniego della competente Commissione territoriale, di riconoscimento dello status di rifugiato e della protezione sussidiaria ed umanitaria.
In particolare, il Tribunale, all’esito della disposta udienza, ha osservato che la vicenda personale narrata dal richiedente (essere stato costretto a lasciare il Paese d’origine, per sfuggire alle minacce, da anni, di alcuni estorsori, che gli avevano ucciso il fratello) era del tutto inverosimile, confusa ed incoerente; quanto poi alla protezione sussidiaria, la regione di provenienza del richiedente (il Sindh) ed anche quella in cui lo stesso aveva affermato di essersi dapprima trasferito con la famiglia (il Punjab) non erano interessate da conflitti armati interni (come riferito dal sito Easo Europa e da da quello del Ministero degli Esteri, Viaggiare Sicuri); infine, quanto alla protezione umanitaria, il richiedente non aveva dedotto profili ulteriori di vulnerabilità diversi da quelli giudicati inattendibili. Avverso il suddetto decreto, S.A. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi, nei confronti del Ministero dell’Interno (che non svolge attività difensiva).
1.II ricorrente lamenta, con il primo motivo, la violazione ed errata applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 10 e 11, deducendo che il Tribunale aveva basato la decisione sull’inattendibilità delle dichiarazioni de ricorrente, senza un effettivo approfondimento della vicenda, anche mediante l’audizione personale del ricorrente, stante la mancata disponibilità della videoregistrazione dell’audizione svoltasi in sede di commissione territoriale.
Con il secondo motivo, si lamenta poi la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., n. 3, del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 3, sempre in relazione alla ritenuta inattendibilità delle dichiarazioni del richiedente, sulla base di affermazioni del tutto apodittiche, dando rilievo ad aspetti del tutto marginali del racconto.
Con il terzo motivo, si denuncia poi, sempre ex art. 360 c.p.c., n. 3 la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 2, comma 1, lett. g) ed h) e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, comma 1, lett. f) e g), nonchè del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, comma 1, in relazione al rigetto della richiesta di protezione sussidiaria. Infine, con il quarto motivo, il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 in relazione all’errata valutazione del principio di vulnerabilità, non avendo il Tribunale dato giusto rilievo alle circostanze evidenziate nel corso dell’istruttoria (condizione di cristiano in un contesto caratterizzato da una religione tradizionale legata alla stregoneria, in particolare), senza svolgere peraltro adeguata istruttoria anche al fine di comparare le due differenti realtà di vita, nel Paese d’origine ed in Italia. Per tutti e quattro i motivi vengono anche dedotti vizi di omessa e contraddittoria motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5.
2. Le prime due censure sono, in parte, inammissibili ed, in parte, infondate.
Il Tribunale ha ritenuto del tutto generico il rischio allegato, sia ai fini del riconoscimento dello status di rifugiato sia ai fini della protezione sussidiaria, valutato anche il contesto attuale del paese d’origine.
Inoltre, da ultimo si è ulteriormente chiarito (Cass. 27593/2018) che “in tema di protezione internazionale, l’attenuazione dell’onere probatorio a carico del richiedente non esclude l’onere di compiere ogni ragionevole sforzo per circostanziare la domanda D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. a), essendo possibile solo in tal caso considerare “veritieri” i fatti narrati”, cosicchè “la valutazione di non credibilità del racconto, costituisce un apprezzamento di fatto rimesso al giudice del merito il quale deve valutare se le dichiarazioni del richiedente siano coerenti e plausibili, del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 3, comma 5, lett. c), ma pur sempre a fronte di dichiarazioni sufficientemente specifiche e circostanziate” (cfr. Cass. 27503/2018; Cass. 29358/2018).
In ogni caso, la censura attinente alla mancata attivazione dei poteri officiosi del giudice investito della domanda di protezione risulta essere assolutamente generica e, per conseguenza, priva di decisività: non solo il ricorrente manca di indicare quali siano le informazioni che, in concreto, avrebbero potuto determinare l’accoglimento del proprio ricorso.
In merito poi alla doglianza relativa alla mancata audizione personale della richiedente di fronte ai giudici, la censura è infondata.
Questa Corte, nella recente pronuncia n. 17717/2018, dopo avere affermato che, in mancanza della videoregistrazione del colloquio, il giudice deve ineluttabilmente disporre lo svolgimento dell’udienza di comparizione delle parti, configurandosi altrimenti nullità del decreto pronunciato all’esito del ricorso per inidoneità del procedimento così adottato a realizzare lo scopo del pieno dispiegamento del già richiamato principio del contraddittorio, ha chiarito che ciò non implica “automaticamente… che si debba anche necessariamente dar corso all’audizione del richiedente (v., in tal senso, Corte di giustizia dell’Unione Europea, 26 luglio 2017, Moussa Sacko contro Commissione Territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Milano, p. 49)”, a fronte di una “domanda di protezione internazionale manifestamente infondata”. Il che comporta che l’audizione personale del richiedente non sia necessaria quando la Commissione territoriale (la procedura di primo grado, secondo la Corte di Giustizia UE) abbia respinto la richiesta di protezione per manifesta infondatezza ed il giudice abbia ritenuto non necessario richiedere chiarimenti al cittadino straniero.
Al riguardo, questa Corte ha di recente affermato (Cass. 5973/2019) che “nel giudizio d’impugnazione, innanzi all’autorità giudiziaria, della decisione della Commissione territoriale, ove manchi la videoregistrazione del colloquio, ancorchè non obbligatoria in base alla normativa vigente “ratione temporis” (anteriore alle modifiche intervenute con il D.L. n. 13 del 2017 con v. con modif. dalla L. n. 46 del 2017), all’obbligo del giudice di fissare l’udienza, non consegue automaticamente quello di procedere all’audizione del richiedente, purchè sia garantita a costui la facoltà di rendere le proprie dichiarazioni, o davanti alla Commissione territoriale o, se necessario, innanzi al Tribunale. Ne deriva che il Giudice può respingere una domanda di protezione internazionale che risulti manifestamente infondata sulla sola base degli elementi di prova desumibili dal fascicolo e di quelli emersi attraverso l’audizione o la videoregistrazione svoltesi nella fase amministrativa, senza che sia necessario rinnovare l’audizione dello straniero”.
3.11 terzo motivo è infondato.
Il Tribunale ha escluso, sulla base dei resoconti ufficiali esaminati, che in Pakistan vi siano livelli di elevata ed indiscriminata violenza tali da mettere in pericolo l’incolumità della persona del richiedente in caso di rientro nel Paese d’origine, malgrado le problematiche esistenti in termini di sicurezza. Da tanto, si desume chiaramente che il paventato timore di poter subire minacce da parte di criminali estorsori sia stato escluso dal giudice del merito, la cui valutazione attiene al merito e non può essere qui ulteriormente apprezzata.
In riferimento ai presupposti per la concessione della protezione sussidiaria, il Giudice ha infatti correttamente ritenuto, con motivazione coerente ed esaustiva, l’assenza di situazioni di danno grave per violenza indiscriminata e conflitto armato interno o internazionale nel paese d’origine, escludendo così il diritto alla protezione sussidiaria. La situazione politica del paese di origine – il Pakistan – è stata analizzata dal giudice territoriale, che ha escluso dopo esaustiva motivazione l’esistenza di una situazione di conflitto armato o di violenza generalizzata nella zona di provenienza del ricorrente. Il Tribunale ha preso in esame tutti i presupposti legittimanti la protezione sussidiaria, sulla base di quanto dedotto dal richiedente e quindi anche ipotesi di cui all’art. 14, lett. a) e b) e cioè il danno grave derivante dalla condanna alla pena di morte, dalla tortura o da altra forma di pena o trattamento inumano o degradante: al riguardo, la Corte ha valutato la narrazione del ricorrente e le ha confrontate con il rischio paventato di subire una persecuzione da parte di gruppi criminali in grado di imporre la propria volontà in una certa zona del Paese, giudicando del tutto generica la deduzione del ricorrente.
La censura si risolve quindi in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012 (v. Cass., sez. un., n. 8053/2014).
La pronuncia, quanto alle violazioni di legge denunciate, (in primis, il D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14) risulta conforme a principi di diritto affermati da questa Corte, con riguardo alla protezione sussidiaria dello straniero, prevista dal D.Lgs. n. 251 del 2007 art. 14, lett. b) (Cass. 6503/2014, Cass. 16275/2018) e lett. c), (Cass. 14006/2018).
4. La quarta censura è inammissibile.
Anche in relazione alla protezione umanitaria, il ricorrente deduce essenzialmente che non vi sarebbe stata attivazione da parte del giudice dei poteri istruttori. Ora, questa Corte ha di recente ribadito (Cass. 33096/2019) che “nel giudizio relativo alla protezione internazionale del cittadino straniero, la valutazione di attendibilità, di coerenza intrinseca e di credibilità della versione dei fatti resa dal richiedente, non può che riguardare tutte le ipotesi di protezione prospettate nella domanda, qualunque ne sia il fondamento. In relazione alla protezione sussidiaria, essa ha ad oggetto sul piano dell’onere di allegazione tutto ciò che è contenuto nel paradigma dell’art. 14, trattandosi di norma tesa a distinguere il concetto di “danno grave” secondo i diversi profili di cui alle lett. a), b) e c). Ne consegue che, ritenuti non credibili i fatti allegati a sostegno della domanda, non è necessario far luogo a un approfondimento istruttorio ulteriore, attivando il dovere di cooperazione istruttoria officiosa incombente sul giudice, dal momento che tale dovere non scatta laddove sia stato proprio il richiedente a declinare, con una versione dei fatti inaffidabile o inattendibile, la volontà di cooperare, quantomeno in relazione all’allegazione affidabile degli stessi”. Nella specie, il racconto del richiedente, cui anche nel presente ricorso si fa richiamo al fine dell’individuazione delle condizioni di vulnerabilità, è stato ritenuto non credibile.
5. I vizi ex art. 360 c.p.c., n. 5 non individuano i fatti decisivi il cui esame sarebbe stato omesso dal Tribunale e sono pertanto inammissibili, non potendo essere più censurata in sede di legittimità l’insufficiente e contraddittoria motivazione.
6.Per tutto quanto sopra esposto, va respinto il ricorso.