Source: https://giurisprudenzaamministrativa.com/2018/03/29/commissione-disciplinare-carabinieri-errata-il-provvedimento-e-da-annullare/
Timestamp: 2019-06-20 07:30:12+00:00
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Commissione disciplinare Carabinieri errata: il provvedimento è da annullare. – Giurisprudenza amministrativa
Commissione disciplinare Carabinieri errata: il provvedimento è da annullare.
L’errata composizione della commissione rende invalido il provvedimento disciplinare inflitto al Carabiniere.
Il Consiglio di Stato con la sentenza n. 624/2018 si è espresso nel senso che la composizione errata della Commissione invalida il provvedimento sanzionatorio finale a carico del Carabiniere.
N. 00624/2018REG.PROV.COLL.
N. 07053/2008 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 7053 del 2008, proposto da:
Ianniello Antonio, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Stefano Tarullo, Antonio Meola, con domicilio eletto presso lo studio Stefano Tarullo in Roma, via Vincenzo Cardarelli, 9;
Comando Generale dell’Arma dei Carabinieri, Ministero della Difesa non costituiti in giudizio;
della sentenza del T.A.R. CAMPANIA, SEZ. VI n. 08840/2008, resa tra le parti, concernente rimozione dal grado per motivi disciplinari
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 18 gennaio 2018 il Cons. Oberdan Forlenza e uditi per le parti l’avv. Tarullo;
1. Con l’appello in esame, l’appuntato dei Carabinieri in congedo Antonio Ianniello impugna la sentenza 16 luglio 2008 n. 8840, con la quale il TAR per la Campania, sez. IV, ha respinto il ricorso proposto avverso il provvedimento 21 febbraio 2008 n. 191459/D–3- 69, di rimozione dal grado.
Tale misura era adottata all’esito di un procedimento disciplinare, avviato dopo che si era concluso il procedimento penale a carico dell’attuale appellante. In tale sede processuale il signor Ianniello veniva dapprima condannato dal Tribunale di Roma per il reato di rapina alla pena di anni 3 di reclusione ed Euro 1.000,00 di multa, ma successivamente la Corte di Appello di Roma, accertato che i fatti contestati integravano il delitto di furto, dichiarava non doversi procedere nei suoi confronti per difetto di querela.
Tale ultima decisione passava in giudicato, a seguito della declaratoria di inammissibilità del ricorso per Cassazione proposto dal sig. Ianniello.
La sentenza impugnata – escluso il difetto di motivazione del provvedimento impugnato, “attesa la assoluta gravità dei fatti addebitati all’interessato” – afferma, in particolare:
– non sussiste alcuna violazione dell’art. 39 l. n. 1168/1961, poiché la presenza in Commissione di disciplina di un tenente colonnello, in qualità di Presidente, di un Maggiore e di un Capitano è dovuta per “assicurare una migliore e più attenta disamina della fattispecie, circostanza che non può non essere interpretata come di maggior favore e garanzia per il militare sottoposto a procedimento disciplinare”;
– non sussiste la violazione dei termini procedimentali e, segnatamente, del termine per la conclusione del procedimento, posto che “il termine procedimentale complessivo è pari a 270 giorni, componendosi di 180 giorni per l’inizio del procedimento disciplinare decorrenti dalla conoscenza della sentenza penale e di (successivi) 90 giorni per la conclusione del procedimento”; di modo che, in sostanza, l’amministrazione dispone, nel complesso, di 270 giorni (e tale è il termine cui fare riferimento)”.
Avverso tale sentenza vengono proposti i seguenti motivi di impugnazione:
a) violazione art. 39 l. n. 1168/1961, per difetto di costituzione della commissione di disciplina; violazione art. 3 e 97 Cost.; eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche e segnatamente ingiustizia ed iniquità manifesta; ciò in quanto “è risultato palesemente anomalo nominare in Commissione un solo Capitano dell’Arma anziché due come imposto dall’art. 39 cit.”, derivando da ciò “un vizio insanabile di costituzione della Commissione in grado di inficiare . . . tutti i successivi atti del procedimento ivi compresa la rimozione del ricorrente dal grado per motivi disciplinari”;
b) violazione art. 9 l. n. 19/1990, del D.M. n. 690/1996 (all. 1) e art. 59 DPR n. 545/1986 (decadenza dal potere di provvedere per decorrenza del termine finale); violazione artt. 3 e 97 Cost.; eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche e segnatamente ingiustizia ed iniquità manifeste; ciò in quanto anche il superamento di uno dei due termini previsti per l’avvio del procedimento disciplinare e per la sua conclusione comporta la decadenza dal potere di provvedere. Nel caso di specie, a fronte della contestazione degli addebiti avvenuta in data 23 novembre 2007, “il provvedimento finale di rimozione dal grado reca la data del 21 febbraio 2008 (quando, se pur per un solo giorno, il termine perentorio era già scaduto)”;
c) violazione art. 42, co. 2, l. n. 1168/1961; violazione art. 3 e 97 Cost.; eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche; poichè nel caso di specie “tanto la segretezza della votazione quanto la distruzione delle schede arbitrariamente disposta dalla Commissione, oltre ad essere avvenuta praeter legem . . . priva l’appellante della possibilità di ricostruire in ogni sua parte e, soprattutto, quanto alla provenienza, il giudizio valutativo espresso dalla Commissione medesima”;
d) violazione art. 97 Cost., art. 3 l. n. 241/1990, art. 60 DPR n. 545/1986; eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche e, segnatamente, omessa comparazione tra interessi confliggenti, travisamento dei fatti, difetto di istruttoria, ingiustizia manifesta; stante il difetto di motivazione dell’atto impugnato, atteso che “l’amministrazione viene a sostenere la pertinenza della sanzione irrogata senza in nessun modo considerare grado, età, stato di servizio ed anzianità del ricorrente”.
Infine, l’appellante chiede la condanna dell’amministrazione “al pagamento di tutte le somme (pari alla metà della paga e degli altri assegni di carattere fisso e continuativo) non corrisposte durante il quinquennio di sospensione, oltre interessi e rivalutazione monetaria sino all’effettivo soddisfo”.
All’udienza pubblica di trattazione la causa è stata riservata in decisione.
2. L’appello è fondato e deve essere, pertanto, accolto, in relazione al primo motivo proposto.
2.1. L’art. 39 della legge 18 ottobre 1961 n. 1168 (recante “Norme sullo stato giuridico dei vice brigadieri e dei militari di truppa dell’Arma dei Carabinieri”), ora abrogato dall’art. 2268, co. 1, n. 493, d. lgs. 15 marzo 2010 n. 66, prevede, per quel che interessa nella presente sede:
“La Commissione di disciplina per i giudizi a carico di militari di truppa dell’Arma dei carabinieri è formata e convocata, di volta in volta, dal comandante di corpo dal quale il giudicando dipende per ragioni di impiego o nella cui giurisdizione risiede. Se i giudicandi siano più di uno, provvede il comandante di Legione dal quale dipende o nella cui giurisdizione risiede il militare più elevato in grado o più anziano. La Commissione si compone di un ufficiale superiore dell’Arma dei carabinieri, presidente, e di due capitani dell’Arma stessa in servizio. . .”.
Per completezza, è il caso di aggiungere che la disposizione ora citata è stata riprodotta nel Codice dell’ordinamento militare, il cui art. 1384 attualmente dispone, quanto alla composizione della Commissione di disciplina per gli appuntati e carabinieri, che la stessa “si compone di un ufficiale superiore dell’Arma dei Carabinieri, presidente, e di due Capitani dell’Arma stessa in servizio”.
La disposizione vigente all’epoca dei fatti (ma successivamente “riconfermata”), dunque, prescrive con precisione la composizione della Commissione di disciplina, di modo che nessuna possibilità di “variazione” della medesima è concessa all’amministrazione, la quale, ove operi diversamente, determina una illegittimità che si riverbera inevitabilmente su tutti gli atti del procedimento disciplinare.
E ciò in quanto la composizione dell’organo giudicante, nei sensi prescritti dalla legge, attiene alle garanzie espressamente previste per il rispetto sia dei principi di imparzialità e buon andamento, ex art. 97 Cost., sia del diritto di difesa dell’incolpato, che non può avere altro “giudicante” se non quello previsto, in modo vincolato, dalla legge.
Come questa Sezione ha già avuto modo di affermare (con riferimento alla prescrittività della legge – art. 1370 del Codice dell’ordinamento militare – in ordine al grado che deve essere posseduto dal difensore del militare nel procedimento disciplinare), le prescrizioni afferenti alla individuazione del difensore ed al suo grado (ed ora, viepiù, alla composizione dell’organo giudicante) attengono al diritto di difesa dell’incolpato, di modo che la violazione del medesimo conseguente al mancato rispetto delle prescrizioni “è palese e, in ragione del suo carattere anche formale, rileva di per sé, al di là di quella dimostrazione di un concreto pregiudizio” (Cons. Stato, sez. IV, 25 febbraio 2013 n. 1114).
Non può, dunque, essere condiviso quanto affermato dalla sentenza impugnata, laddove, nel rigettare il motivo di ricorso proposto, assume che la diversa composizione è volta ad “assicurare una migliore e più attenta disamina della fattispecie, circostanza che non può non essere interpretata come di maggior favore e garanzia per il militare sottoposto a procedimento disciplinare”.
Come si è detto, la composizione della Commissione di disciplina è stabilita dal legislatore in modo non derogabile, di modo che ogni valutazione in ordine alla migliore e più opportuna ed efficace composizione della medesima è stata già effettuata dalla legge, non residuando all’amministrazione alcun margine di discrezionalità, se non nei limitati termini in cui la legge stessa la conceda.
Ed infatti, laddove il legislatore ha inteso concedere all’amministrazione una potestà (pur limitata) d scelta nella individuazione del graduato da inserire in Commissione di disciplina lo ha espressamente previsto, ricorrendo ad indicazioni diverse e “più generali”, senza prescrivere la titolarità di un grado specifico (attualmente si vedano, in tal senso, gli artt. 1382/1384 del Codice militare attualmente vigente).
2.2. Per le ragioni esposte, il primo motivo di appello (sub lett. a) dell’esposizione in fatto) è fondato e deve essere, pertanto, accolto.
Ciò determina, in riforma della sentenza impugnata, l’accoglimento del ricorso instaurativo del giudizio di I grado e l’annullamento del provvedimento impugnato, il che esime il Collegio dall’esaminare gli ulteriori motivi di impugnazione proposti.
2.3. L’intervenuto annullamento del provvedimento disciplinare (che fa seguito alla sentenza di proscioglimento in sede penale) comporta – in ciò accogliendo la domanda in tal senso proposta dall’appellante – che l’amministrazione debba provvedere alla attribuzione al medesimo di tutte le somme non corrisposte, in dipendenza del provvedimento di sospensione dall’impiego e per il tempo di durata di questa, oltre interessi legali e rivalutazione monetaria ovvero, nei limiti di applicabilità del divieto di cumulo, la maggior somma spettante tra le due.
3. Resta fermo il potere dell’amministrazione di valutare, con ogni conseguenza sullo stato giuridico ed economico dell’appellante, l’applicabilità dell’art. 1373 d. lgs. n. 66/2010.
4. Stante la natura e novità delle questioni trattate, sussistono giusti motivi per compensare tra le parti spese ed onorari del doppio grado di giudizio.
definitivamente pronunciando sull’appello proposto da Ianniello Antonio (n. 7053/2008 r.g.), lo accoglie e, per l’effetto, in riforma della sentenza impugnata, accoglie il ricorso instaurativo del giudizio di I grado ed annulla il provvedimento impugnato.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 18 gennaio 2018 con l’intervento dei magistrati:
Scritto il 29 marzo 2018 27 marzo 2018 Autore Giurisprudenza amministrativaCategorie Pubblico impiegoTag Arma dei Carabinieri,Carabinieri,Commissione,Commissione disciplinare,Composizione commissione,consiglio di stato,Errata composizione,Forze armate,Militari,Ministero della Difesa,Procedimento disciplinare,Provvedimento disciplinare,Pubblico impiego,Vizio del provvedimento
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