Source: http://www.deltagamma.it/blog/2011/10/
Timestamp: 2019-01-17 09:02:54+00:00
Document Index: 55460958

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 40', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 16']

ETAG – calcolo ancoraggi per linee vita
Lascio alcuni link da cui consultare le “norme” ETAG.
http://www.eota.be/html/endorsed.htm
http://www.dibt.de/en/Referat_I2_4291.html
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Una guida per la scelta, l’uso e la manutenzione degli ancoraggi
Un documento affronta il tema degli ancoraggi nel settore delle costruzioni cercando di fare chiarezza sull’argomento. Focus sulla valutazione del rischio: l’analisi del rischio, i rischi prevalenti, residui, concorrenti e susseguenti.
Roma, 20 Ott – Sul sito dell’ Inail – Area di Ricerca ex Ispesl è da qualche giorno disponibile un documento che definisce in maniera chiara ed esaustiva ilconcetto di ancoraggio, un termine con il quale si identifica il sistema con cui con l’elemento da fissare viene collegato, permanentemente o no, ad una struttura.
Nella “ Guida tecnica per la scelta, l’uso e la manutenzione degli ancoraggi”, pubblicazione realizzata da INAIL – Dipartimento Tecnologie di Sicurezza – ex ISPESL, si ricorda che “il tema degli ancoraggi nel settore delle costruzioni è da sempre molto dibattuto”.
Infatti – come ricordano le parole introduttive del presidente dell’INAIL, Marco Fabio Sartori – “la legislazione in materia di prevenzione degli infortuni e della sicurezza sul lavoro e quella tecnica non affrontano mai in maniera organica, esplicita ed esauriente la problematica di come identificare, qualificare, progettare ed installare questi sistemi”. In particolare la “confusione scaturisce dal fatto che essi possono essere classificati secondo la direttiva prodotti da costruzione 89/106/CEE, recepita in Italia dal DPR 246/93, secondo la direttiva DPI 89/686/CEE, recepita in Italia dal DLgs 475/92, secondo le norme tecniche (si pensi alla UNI EN 795), secondo alcune circolari del Ministero del Lavoro e della Previdenza Sociale (è il caso degli ancoraggi dei ponteggi) mentre per altri non esiste di fatto un preciso riferimento normativo”.
Nel documento si ricorda che le tecniche ed i materiali per l’ ancoraggio “hanno subito nel corso degli anni modifiche e cambiamenti legati all’evoluzione tecnologica”.
Un primo passo in avanti verso la sicurezza si è avuto con la direttiva 89/106/CEE che ha reso di fatto obbligatoria la marcatura CE per tutti i prodotti ad uso strutturale, elementi critici la cui perdita di efficacia può provocare morte o lesioni gravi e di carattere permanente. Mentre la direttiva 89/686/CEE ha avuto un approccio differente: ha preso “in considerazione l’elemento da fissare, che per essere considerato DPI deve essere rimovibile, e non la struttura, esclusa dal campo di applicazione” (concetti “chiaramente esplicitati nella UNI EN 795”).
In merito alla “confusione” indicata dal presidente dell’INAIL, ricordiamo che oltre agli ancoraggi che ricadono sotto le due direttive citate, vi sono anche prodotti “ibridi”, costruiti secondo le norme UNI EN 516 e UNI EN 517 (“sono prodotti da costruzione a cui si applica la direttiva 89/106/CEE ma su di essi possono essere collegati i dispositivi di protezione individuale”), “ sistemi di ancoraggio costruiti secondo le circolari del Ministero del Lavoro 85/78, 44/90 e 132/91” e una “grande varietà di prodotti che non rientrano in nessuna delle categorie precedenti” e a cui “bisogna dedicare particolare attenzione”.
La guida affronta diversi aspetti relativi agli ancoraggi: dalla valutazione del rischio, alla classificazione, scelta, uso, ispezione e manutenzione degli ancoraggi.
Ci soffermiamo oggi su alcuni aspetti inerenti alla valutazione del rischio, ricordando che la guida fornisce delle indicazioni che possono essere utilizzate per la redazione del documento di valutazione dei rischi e la susseguente individuazione delle misure di prevenzione.
In particolare viene fornito uno schema metodologico generale per la valutazione di un rischio specifico, che vi invitiamo a visionare nella guida.
Riguardo all’analisi del rischio si ricorda che “nei lavori in quota ove è previsto l’impiego degli ancoraggi l’esposizione al rischio per la salute e la sicurezza del lavoratore è particolarmente elevata ed è legata al grado di efficacia degli stessi”. In questo senso il “rischio derivante dal mancato funzionamento può essere eliminato e/o ridotto attraverso:
– l’individuazione e l’adozione di ancoraggi idonei, adatti cioè all’uso specifico;
– l’individuazione e l’adozione di apparecchiature, attrezzature e macchinari idonei per effettuarne il montaggio ed, eventualmente, lo smontaggio;
– l’individuazione e l’adozione delle misure di prevenzione e protezione a carattere organizzativo;
– l’individuazione e l’adozione delle misure di prevenzione e protezione a carattere tecnico;
– l’individuazione e l’adozione dei DPC (dispositivi di protezione collettiva);
– l’aggiornamento di misure e sistemi di prevenzione e protezione in relazione ai mutamenti organizzativi e all’evoluzione della tecnica”.
Inoltre il rischio residuo può essere “eliminato o ulteriormente ridotto mediante l’individuazione e l’adozione dei DPI ( dispositivi di protezione individuale)”.
Nella guida si sottolinea l’importanza del rischio dipendente dal “fattore umano”: tutti quei fattori di rischio “legati allo stato psico-fisico del lavoratore, alla sua incapacità, alla sua incoscienza, alla mancanza di formazione ed, in generale, alla adozione di comportamenti inadeguati al contesto lavorativo”.
In relazione ai rischi prevalenti se nei lavori in quota con ancoraggi il lavoratore è esposto al rischio derivante dalla loro mancata efficacia, si ricorda che l’ ancoraggio può non assolvere la propria funzione per:
– “cedimento e/o rottura dei componenti;
– cedimento e/o rottura del materiale base;
– sfilamento dei componenti;
– eccessiva deformazione dei componenti;
– eccessiva deformazione del materiale base;
– danneggiamento dovuto alla corrosione dei componenti e/o del materiale base;
– danneggiamento dovuto agli effetti dell’incendio;
– decadimento delle caratteristiche meccaniche nel tempo dei componenti e/o del materiale base (perdita della durabilità)”.
I rischi concorrenti sono invece quelli che aumentano la probabilità che si verifichino quelli prevalenti. Ad esempio:
– “il rischio legato all’uso improprio degli ancoraggi derivante da: mancato rispetto delle procedure di montaggio/smontaggio; insufficiente formazione del personale; insufficiente addestramento del personale; errata valutazione del materiale base; errata progettazione; errata valutazione dei carichi statici e/o dinamici;
– il rischio legato alle condizioni ambientali derivante da: corrosione; vibrazioni;
– il rischio legato ad eventi eccezionali derivante da: esposizione a calore e fiamma; esposizione ad eventi sismici”.
Inoltre i rischi susseguenti sono quelli che si verificano in seguito alla mancata efficacia degli ancoraggi (rischio prevalente) e provocano il distacco dei componenti rispetto al materiale base. Questi rischi possono causare:
– “la caduta dall’alto nei lavori in quota senza arresto della caduta;
– l’urto contro i DPC (parapetti provvisori e reti di sicurezza)”.
In particolare il rischio di caduta dall’alto “è sempre elevato anche in caso di lavori su superfici piane ed è maggiore su superfici inclinate quali, ad esempio, i tetti a falda. Lo stesso rischio è presente durante i lavori di montaggio/smontaggio delle opere provvisionali, dei DPC e dell’uso dei DPI contro le cadute dall’alto”.
Riguardo al rischio di urto contro i DPC, direttamente legato alla pendenza (inclinazione) del luogo sul quale si eseguono i lavori, si indica che è “dovuto allo scivolamento del lavoratore ed al conseguente rotolamento lungo la superficie di lavoro verso il bordo non protetto o l’elemento di protezione del bordo”.
Se il lavoratore “agisce in condizioni operative non ideali la valutazione dei rischi, oltre alla pendenza, deve tener conto anche di quest’ultime in quanto si potrebbero creare situazioni di lavoro ben più pericolose rispetto a quelle imputabili alla sola pendenza”.
È poi evidente che la valutazione dovrà prendere in esame anche tutte “le altre forme di rischio” derivanti dall’attività lavorativa.
Concludiamo sottolineando che la valutazione dei rischi “deve evidenziare in ogni istante dell’attività lavorativa se c’è un rischio grave per la salute, capace cioè di procurare morte o lesioni gravi e di carattere permanente, che il lavoratore non è in grado di percepire tempestivamente prima del verificarsi dell’evento ed ogni qualsiasi altro pericolo che possa comportare rischi per la salute e la sicurezza”.
In questo senso l’esposizione al rischio derivante dalla mancata efficacia degli ancoraggi “deve essere ridotto mediante l’adozione di adeguate misure di prevenzione e di protezione. Il tempo di esposizione ai rischi deve essere uguale a zero. Il documento di valutazione e/o il piano operativo di sicurezza devono contenere all’interno le idonee misure di prevenzione e protezione per la riduzione del rischio derivante dalla mancata efficacia degli ancoraggi”.
Si sottolinea poi l’importanza di non sottovalutare il rischio di sospensione inerte in condizioni di incoscienza, “in quanto possibile causa di complicazioni che possono compromettere le funzioni vitali”.
Inail – Dipartimento Tecnologie di Sicurezza – ex Ispesl, “ Guida tecnica per la scelta, l’uso e la manutenzione degli ancoraggi”, pubblicazione curata da Luigi Cortis e Luca Rossi (Dipartimento Tecnologie di Sicurezza – ex ISPESL) con la collaborazione di Michele Di Sario e Francesco Giancane (formato PDF, 5.13 MB).
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Modifiche a “linee di macchine” e dichiarazione di conformità
Modifiche rilevanti a “linee di macchine”, già singolarmente certificate CE: destinatari e contenuti degli obblighi in tema di dichiarazione CE di conformità
Occorre premettere che la normativa attualmente in vigore in tema di immissione sul mercato e messa in servizio di macchine (la c.d. “ Direttiva macchine”, tanto nella sua attuale formulazione – recepita in Italia con DLgs 17/10 – quanto in quella precedente) individua il fabbricante (nell’accezione di cui all’art. 2 DLgs 17/10), nonché il suo mandatario, quale unici soggetti giuridicamente responsabili della procedura che va dalla valutazione della conformità alla apposizione della marcatura CE.
Al fine di correttamente esaminare il tema, è necessario, dunque, verificare cosa si intenda per “fabbricante” ai sensi della direttiva macchine.
L’art. 2 del DLgs 17/10 definisce il fabbricante come la: “persona fisica o giuridica che progetta e/o realizza una macchina o una quasi macchina … in mancanza di un fabbricante come sopra definito, è considerato fabbricante la persona fisica o giuridica che immette sul mercato o mette in servizio una macchina o una quasi-macchina oggetto del presente decreto legislativo”.
In altre parole, il legislatore comunitario (e, di conseguenza, quello italiano) stabilisce che, nell’ipotesi in cui non sia possibile individuare, in relazione ad una determinata macchina, il soggetto che la ha fisicamente progettata e/o realizzata, il criterio per la determinazione del destinatario dei doveri inerenti la sua conformità debba essere individuato nell’ “immissione sul mercato”.
Ciò detto, occorre logicamente indagare la portata del concetto di immissione sul mercato. Sul tema, si rinviene una certa differenza tra la definizione dell’abrogato DPR 459/96 e quella contenuta nel DLgs 17/10:
Mentre il primo forniva una definizione particolarmente dettagliata del concetto: “la prima messa a disposizione sul mercato dell’unione europea, a titolo oneroso o gratuito, di una macchina o di una componente di sicurezza per la distribuzione o l’impiego. Si considerano altresì immessi sul mercato la macchina o il componente di sicurezza messi a disposizione dopo aver subito modifiche costruttive non rientranti nella ordinaria o straordinaria amministrazione”, l’attuale art. 2 lett. h) del DLgs 17/10, più sinteticamente, definisce la immissione sul mercato come: “la prima messa a disposizione di una macchina all’interno della comunità a fini di distribuzione o utilizzazione”.
Alla luce dei rilievi di cui sopra, può concludersi che la modifica rilevante delle caratteristiche costruttive della macchina (intendendosi con quest’ultimo termine anche l’ “insieme di macchine e di apparecchi che, per raggiungere un risultato determinato sono disposti e comandati in modo da avere un funzionamento solidale”) comporti l’assunzione della qualifica di “fabbricante” da parte del soggetto che si sia attivato in tal senso.
Dunque, allorché una macchina (intesa, nel senso esteso di cui sopra, anche quale “linea”) sia sottoposta ad una modifica che ne alteri le condizioni di utilizzo (non rientrante nella ordinaria o straordinaria manutenzione) dovrà essere sottoposta, da colui che si configuri come “fabbricante”, al processo valutativo di cui all’art. 9 del DLgs 17/10.
Nell’ipotesi di modifiche (aggiunta di macchine, eliminazione di macchine o modifica di macchine) a linee già certificate in origine dal costruttore, il soggetto che realizza l’intervento viene a configurarsi quale “fabbricante” delle stesse, assumendo, così gli oneri dei quali questa figura giuridica (poiché destinataria di una posizione di garanzia ex art. 40 cpv c.p.) è destinataria a norma di legge. Di conseguenza, ai sensi dell’art. 9, ha il dovere di attivare la procedura di valutazione della conformità.
Sul tema, l’art. 5 della direttiva 2006/42/CE, confluito nell’art. 3 del DLgs 17/10, stabilisce che: “Il fabbricante o il suo mandatario, prima di immettere sul mercato e/o mettere in servizio una macchina: A) si accerta che soddisfi i pertinenti requisiti essenziali di sicurezza e di tutela della salute indicati dall’allegato I; B) si accerta che il fascicolo tecnico di cui all’allegato VII, parte A, sia disponibile; C) fornisce in particolare le informazioni necessarie, quali ad esempio le istruzioni; D) espleta le appropriate procedure di valutazione della conformità ai sensi dell’art. 12; E) redige la dichiarazione CE di conformità ai sensi dell’allegato II, sezione A, e si accerta che accompagni la macchina; F) appone la marcatura CE”.
Alla luce del contenuto della citata disposizione normativa, può affermarsi che il processo che porta alla messa sul mercato od in servizio di una macchina si compone di tre fasi: 1) “valutazione”, 2) “dichiarazione di conformità” 3) “marcatura”.
Mentre i processi di “dichiarazione di conformità” e di “marcatura” rilevano fondamentalmente sotto il profilo formale, al fine di individuare senza dubbio il soggetto su cui ricade la responsabilità giuridica della immissione sul mercato, la “valutazione” rappresenta la fase essenziale del processo, essendo finalizzata alla verifica della conformità della macchina rispetto al contenuto della direttiva.
L’art. 9 della predetta normativa italiana, disciplina modalità di valutazione della conformità differenti, applicabili dal fabbricante o dal suo mandatario, a seconda che si tratti di macchina contenuta, o meno, nell’allegato IV.
Nell’ipotesi in cui la macchina sia contemplata dall’allegato IV, la direttiva europea prevede tre modalità di valutazione alternative tra loro: la procedura con controllo interno, oppure la procedura di esame per la certificazione CE del tipo di cui all’allegato IX, ovvero la procedura di garanzia di qualità totale di cui all’allegato X.
In particolare, l’esame CE del tipo avviene attraverso una verifica ed un’attestazione di conformità rilasciata da un organismo notificato su di un modello rappresentativo di una macchina.
All’esito della verifica, l’organismo notificato, prescelto dal fabbricante, rilascia l’attestato di esame CE del tipo contenente, tra gli altri, i dati di identificazione del modello approvato, le conclusioni dell’esame e le condizioni di validità dell’attestato.
Occorre osservare che, a prescindere dal necessario contributo dell’organismo notificato nella procedura di valutazione, la responsabilità giuridica connessa con l’immissione in servizio o sul mercato continua a gravitare sul fabbricante, quale unico referente in relazione al rispetto della conformità alle disposizioni della direttiva.
Nel caso in cui la macchina non rientri invece nell’elenco di cui al suddetto allegato, si applica la procedura – semplificata – di valutazione con controllo interno sulla fabbricazione prevista all’allegato VIII.
In tale ipotesi è dunque il fabbricante ad essere onerato dal processo di controllo, senza necessità di coinvolgere, pur nell’accezione di cui sopra, l’organismo notificato.
Peraltro, il comma 3 dell’art. 5 della direttiva 2006/42/CE stabilisce che il fabbricante o il suo mandatario, ai fini delle procedure di cui all’art. 12, possa disporre o usufruire dei mezzi necessari ad accertare la conformità della macchina ai requisiti essenziali di sicurezza e di tutela della salute di cui all’allegato I.
Anche nella suddetta ipotesi, dunque, il fabbricante può avvalersi, nella procedura di valutazione di cui all’art. 12, del contributo di un ente terzo specializzato.
L’attività dell’ente, in questo caso, si configura come mera consulenza e prende il nome, nella prassi, di “attestazione CE di tipo, volontaria”; si definisce “volontaria” proprio in quanto non prescritta dalla legge. Il valore di tale attestazione è dunque quello di una consulenza sullo “stato dell’arte” della macchina analizzata.
Tuttavia, l’ente, pur eventualmente rilasciando una “certificazione” in relazione all’attività svolta, non assume alcuna posizione giuridica rispetto all’effettivo rispetto dei requisiti previsti dalla normativa in relazione alla macchina “verificata” e, comunque, non può sostituirsi, in tema di responsabilità giuridica, al firmatario della dichiarazione CE che, come previsto dall’allegato II della direttiva 2006/42/CE, può essere solo il fabbricante o altro soggetto, in suo nome.
In conclusione – pur essendo previsto, possibile e, in alcuni casi, consigliabile – l’intervento dell’ente terzo nella procedura di verifica della macchina, ciò non può mai costituire valida esimente della responsabilità di tipo pubblicistico (anche penale) prevista per legge in capo al fabbricante per l’immissione sul mercato od in servizio della macchina; al più, un eventuale inadempimento contrattuale dell’ente terzo nella realizzazione della propria prestazione avrà rilevanza ai soli fini civilistici.
Le responsabilità rimangono comunque principalmente in capo a chi redige e sottoscrive la dichiarazione CE di conformità della macchina, in quanto soggetto rilevante giuridicamente ai fini dell’identificazione del fabbricante ai sensi della direttiva macchine.
Completamente diverso è, invece, il caso in cui il soggetto terzo realizzi materialmente le modifiche della macchina; in tal caso, venendosi questo a configurare quale fabbricante, sarà abilitato alla redazione materiale della dichiarazione CE e se ne assumerà, di conseguenza, la relativa responsabilità.
Ulteriore ipotesi è quella rappresentata dal caso in cui la linea oggetto delle modifiche venga utilizzata all’interno dell’ambiente di lavoro del medesimo soggetto; qui l’obbligo del fabbricante, circa la valutazione della conformità delle macchine, assume una duplice connotazione, piuttosto peculiare.
Da una parte, infatti, il soggetto che apporta le modifiche, quale fabbricante ex direttiva macchine, assume gli obblighi di valutazione e di certificazione delle macchine.
Dall’altra, configurandosi anche quale utilizzatore delle macchine, nei confronti dei lavoratori cui l’attrezzatura di lavoro viene affidata, e nella persona del soggetto che ricopre la veste di datore di lavoro, è destinatario degli obblighi discendenti dalla disciplina in materia di salute e sicurezza sul lavoro. In particolare quelli dettati dal titolo III, che impongono al datore di lavoro di mettere a disposizione dei lavoratori attrezzature conformi ai requisiti di cui all’articolo 69, idonee ai fini della salute e sicurezza e adeguate al lavoro da svolgere.
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NUOVO REGOLAMENTO PREVENZIONE INCENDI: APPROFONDIMENTO SUL D.P.R. 1/8/2011 N. 151
Questa notizia è stata tratta da: http://www.vegaengineering.com/
PREMESSA: D.P.R. 151/11, IL NUOVO REGOLAMENTO PER LE PROCEDURE DI PREVENZIONE INCENDI
Il D.P.R. n. 151 del 01/08/2011, “Regolamento recante semplificazione della disciplina dei procedimenti relativi alla prevenzione degli incendi a norma dell’articolo 49, comma 4-quater, del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito con modificazioni dalla legge 30 luglio 2010, n. 122”, pubblicato nella gazzetta ufficiale n. 221 del 22/09/2011, reca importanti e sostanziali modifiche alle procedure di prevenzioni incendi per l’emissione del Certificato di Prevenzione Incendi (CPI) da parte dei Comandi dei Vigili del Fuoco.
NOTA: in data 6/10/2011 è stata emessa una circolare esplicativa sulle modalità di applicazione del nuovo regolamento di semplificazione delle procedure di prevenzione incendi. Sono inoltre stati resi noti i nuovi modelli PIN 2011 necessari per le procedure di prevenzioni incendi previste nel nuovo regolamento.
Il regolamento di semplificazione infatti abroga completamente sia il D.P.R. n. 37 del 12/01/1998 che il D.M. 16/02/1982 (concernente la determinazione delle attività soggette alle visite di prevenzione incendi), introducendo nel suo Allegato I un nuovo elenco di attività soggette ai controlli dei VV.F., distinte in tre categorie, denominate A, B, C (per convertire le vecchie attività del DM 16/02/1982 alle nuove dell’Allegato I DPR 151/11 si può far uso di un convertitore attività VVF DPR 151/11 messo a disposizione nel sito del Comando dei VVF di Torino):
1. nella categoria A sono state inserite quelle attività dotate di “regola tecnica” di riferimento e contraddistinte da un limitato livello di complessità, legato alla consistenza dell’attività, all’affollamento ed ai quantitativi di materiale presente;
2. nella categoria B sono state inserite le attività presenti in A, quanto a tipologia, ma caratterizzate da un maggiore livello di complessità, nonché le attività sprovviste di una specifica regolamentazione tecnica di riferimento, ma comunque con un livello di complessità inferiore al parametro assunto per la categoria “superiore”, cioè la C;
3. nella categoria C sono state inserite le attività con alto livello di complessità, indipendentemente dalla presenza o meno della ‘regola tecnica’, soggette a Certificato di Prevenzione Incendi (C.P.I.).
Tali categorie, costituite per suddividere ulteriormente la singola attività in funzione di parametri di complessità (numero di addetti, volumi di materiali presenti, potenzialità, etc.) determinano procedure differenti, che saranno indicate in uno specifico decreto del Ministero dell’Interno. Nelle more dell’emanazione del nuovo regolamento recante la disciplina delle modalità di presentazione delle istanze per l’avvio dei procedimenti di prevenzione incendi, continue­ranno a trovare applicazione le disposizioni contenute nel d.m. 4 maggio 1998.
Il regolamento entra in vigore il 7 ottobre 2011.
NUOVI IMPIANTI: PRESENTAZIONE PROGETTO ANTINCENDIO
Gli enti e i privati responsabili delle attività elencate nell’Allegato I, categorie B e C, sono tenuti a richiedere, con apposita istanza al Comando dei Vigili del Fuoco competente territorialmente, l’esame dei progetti relativi a nuovi impianti e insediamenti. Analogamente si deve procedere in caso di modifiche successive ad impianti esistenti, comportanti aggravio delle condizioni di sicurezza antincendio.
Le modalità specifiche e la documentazione costituente il progetto di prevenzione incendi da sottoporre a verifica dai parte dei Tecnici del Comando dei VVF devono essere stabilite da apposito decreto del Ministero dell’Interno che dovrà essere emanato.
Per quanto riguarda la tempistica, il Comando dei VV.F. dovrà esaminare il progetto entro 30 giorni, richiedendo eventualmente documentazione integrativa, pronunciandosi sulla conformità del progetto entro 60 giorni dalla data di presentazione.
La novità pertanto è che le attività dell’elenco di cui Allegato I, categoria A, del D.P.R. n. 151, non sono soggette ad approvazione preventiva in fase di progetto da parte del Comando dei VV.F.
A titolo di esempio non esaustivo, rientrano tra queste attività escluse dalla verifica progettuale preventiva da parte del Comando dei Vigili del Fuoco (ma comunque soggette a rilascio del Certificato di Prevenzione Incendi):
1. i depositi di bombole di GPL con capacità complessiva inferiore a 300 kg e i depositi di GPL in serbatoi fissi fino a 5 m3
2. gruppi elettrogeni di potenzialità superiore a 25 kW e fino a 350 kW
3. alberghi con più di 25 posti letto e fino a 50 posti letto
4. scuole con affollamento inferiore a 150 persone
5. locali adibiti ad esposizione (ad esempio negozi) con superifice superiore a 400 m2 e fino a 600 m2
6. centrali termiche di potenzialità superiore a 116 kW ma inferiore a 350 kW
Come si può notare, generalmente per ogni attività rimangono comunque dei limiti minimi da superare per essere soggetti a Certificato di Prevenzione Incendi.
Si evidenzia anche che, per quanto riguarda le tariffe richieste dai Comandi dei Vigili del Fuoco per l’espletamento dei servizi di verifica progetto e rilascio del Certificato di Prevenzione Incendi, per le nuove attività inserite nell’Allegato I (non presenti nel precedente elenco del D.M. 16/02/1982), si applicano le tariffe già previste per le attività di analoga complessità, secondo la tabella di equiparazione riportata nell’Allegato II.
CONTROLLI DI PREVENZIONE INCENDI E RILASCIO DEL CERTIFICATO DI PREVENZIONE INCENDI
Tutte le attività riportate nell’elenco dell’Allegato I del D.P.R. n. 151 del 01/08/2011 sono soggette a controlli da parte del Comando dei Vigili del Fuoco: in particolare prima dell’esercizio delle attività il responsabile della stessa dovrà darne segnalazione al Comando dei VV.F., presentando l’istanza di cui al comma 2 dell’art. 16 del D. Lgs. n. 139 del 8/3/2006, ossia la cosiddetta SCIA (Segnalazione certificata di inizio attività). Le modalità saranno definite specificatamente da un decreto del Ministero dell’Interno, ma la comunicazione dovrà essere certamente corredata da tutto il materiale comprovante la conformità impiantistica e strutturale ai requisiti di antincendio.
Per quanto concerne i sopralluoghi svolti dal Comando dei Vigili del Fuoco, finalizzati al rilascio del Certificato di Prevenzione Incendi, il regolamento di semplificazione dei procedimenti di prevenzione incendi prevede:
1. sopralluoghi “a campione” per le attività di cui all’Allegato I, ricadenti nelle categorie A e B, per le quali tuttavia non previsto il rilascio del CPI, bensì di un “verbale di sopralluogo tecnico” da parte del Comando dei Vigili del Fuoco, a seguito di richiesta dell’interessato;
2. sopralluoghi per tutte le attività che hanno comunicato inizio dell’esercizio, ricadenti nell’Allegato I categoria C, per il rilascio del Certificato di Prevenzione Incendi.
Qualora i sopralluoghi svolti dai tecnici del Comando dei VV.F. evidenzino difformità alla normativa antincendio, potrà essere concesso al responsabile dell’esercizio di intervenire per correggere la difformità entro 45 giorni di tempo per adeguare l’attività, in caso contrario il Comando procederà ad interdire le attività.
RINNOVO CERTIFICATO DI PREVENZIONE INCENDI: NUOVE SCADENZE
Tutti i Certificati di Prevenzione Incendi (CPI) sono soggetti a rinnovo quinquennale, ad eccezione delle attività di cui ai numeri 6, 7, 8, 64, 71, 72 e 77 dell’elenco di cui Allegato I del D.P.R. n. 151/11, per le quali il Certificato di Prevenzione Incendi (CPI) ha durata pari a 10 anni. In ogni caso il rinnovo avviene mediante dichiarazione di “situazione non mutata”, in modo del tutto analogo a quanto già previsto dal D.P.R. n. 37 del 12/01/1998.
DEROGHE ALLE REGOLE TECNICHE DI PREVENZIONE INCENDI
Qualora l’applicazione delle regole tecniche di prevenzione incendi non sia integralmente possibile, a causa delle caratteristiche proprie delle attività, gli interessati possono effettuare richiesta di deroga, secondo le modalità che saranno definite da un decreto del Ministero dell’Interno. Tale richiesta di deroga alle normative antincendio può essere avanzata anche dai titolari di attività non rientranti tra quelle soggette a rilascio del Certificato di Prevenzione Incendi, ma comunque aventi attività ricadenti nel campo di applicazione di specifica normativa tecnica verticale.
Per progetti di particolare complessità, contenenti attività di cui all’Allegato I, categoria B e C, gli enti e privati interessati possono chiedere un esame preliminare ai fini del rilascio del nulla osta di fattibilità.
Il nuovo regolamento pubblicato con il DPR 151/11, recependo quanto previsto dalla l. 30 luglio 2010, n. 122 in materia di snellimento dell’attività amministrativa, individua le attività soggette alla disciplina della prevenzione incendi ed opera una sostanziale semplificazione relativamente agli adempimenti da parte dei soggetti interessati.
Il nuovo regolamento tiene conto degli effetti che la “segnalazione certificata di inizio attività”, cioè la cosiddetta “SCIA” (l. n. 122/2010) determina sui procedimenti di competenza del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.
In conclusione, riprendendo un commento pubblicato nel sito dei Vigili del Fuoco, si può affermare che “per la prima volta, in una materia così complessa, viene concretamente incoraggiata un’impostazione fondata sul principio di proporzionalità, in base al quale gli adempimenti amministrativi vengono diversificati in relazione alla dimensione, al settore in cui opera l’impresa e all’effettiva esigenza di tutela degli interessi pubblici”.
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Decreto 160/2011: Regolamento formazione Vigili fuoco, in vigore dal 14.10. 2011
La G.U. n. 227 del 29-9-2011 pubblica il DECRETO 8 agosto 2011, n. 160 con il Regolamento concernente le modalita’ di svolgimento dei periodi di formazione e di applicazione pratica, nonche’ i criteri per la formulazione dei giudizi di idoneita’ per l’accesso al ruolo dei vigili del fuoco. Entra in vigore il 14 ottobre 2011.
DECRETO 8 agosto 2011, n. 160
Regolamento concernente le modalita’ di svolgimento dei periodi di formazione e di applicazione pratica, nonche’ i criteri per la formulazione dei giudizi di idoneita’ per l’accesso al ruolo dei vigili del fuoco, ai sensi dell’articolo 6 del decreto legislativo 13 ottobre 2005, n. 217.
Entra in vigore il 14 ottobre 2011.
E’ pubblicato sulla G.U. n. 227 del 29-9-2011
TESTO DECRETO 8 agosto 2011, n. 160:
1. Il presente regolamento stabilisce le modalita’ di svolgimento dei periodi di formazione e di applicazione pratica, nonche’ i criteri per la formulazione dei giudizi di idoneita’ del corso di formazione per allievi vigili del fuoco ai sensi dell’articolo 6, comma 6, del decreto legislativo 13 ottobre 2005, n. 217.
Art. 2: omissis
Finalita’ del corso e aree di studio
1. Il corso ha una durata di dodici mesi, di cui nove mesi di formazione e tre mesi di applicazione pratica.
2. L’attivita’ didattica del periodo di formazione di nove mesi e’ articolata in lezioni teoriche e pratiche e puo’ essere organizzata in moduli.
3. Il corso, che ha carattere residenziale, e’ finalizzato allo sviluppo di competenze di ruolo e all’acquisizione di tecniche operative basilari per il soccorso tecnico urgente allo scopo di dotare gli allievi della preparazione necessaria per operare come vigili del fuoco permanenti nel Corpo nazionale dei vigili del fuoco.
http://gazzette.comune.jesi.an.it/2011/227/1.htm
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(grazie Antonella!)
Con una lunga e dettagliata lettera Bruxelles segnala l’apertura di un procedimento contro il nostro Paese
In buona sostanza vengono contestati e messi sotto la lente di ingrandimento:
– salvamanager (tra subdelega e attuazione della vigilanza)
– valutazione dei rischi sotto i 10 dipendenti e 90 gg per far la prima vdr
– altre “cosette”
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Norme armonizzate 2006/42/CE in formato tabella
Da qui potete scaricare l’elenco delle norme armonizzate ai sensi della direttiva macchine 200&/42/Ce e smi.
Un grazie a Boris per l’ottimo lavoro.
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