Source: http://rivista.scuolaiad.it/n0910-2015/etnografia-delle-professioni-applicata-allo-studio-del-carcere-il-penitenziario-come-luogo-professionale
Timestamp: 2020-01-29 19:05:39+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 80', 'art. 16', 'art. 57', 'art. 12', 'art. 17']

Etnografia delle professioni applicata allo studio del carcere. Il penitenziario come luogo professionale | Rivista Scuola IaD
Etnografia delle professioni applicata allo studio del carcere. Il penitenziario come luogo professionale
by Matteo Clerici
L´8 gennaio 2013 la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell´Uomo, nella causa Torreggiani e altri c. Italia, condannò pesantemente l’Italia per violazione dell’articolo 3 della Convenzione Europea[1]. In quella occasione per un lungo periodo si parlò molto di carcere, di punizioni e della situazione problematica in cui vertono alcuni penitenziari. Superato il clamore della notizia, tutto il mondo carcerario tornò nel totale silenzio.
La decisione di introdurre l’argomento con questa considerazione nasce dal fatto che raramente si conosce qualcosa del carcere al di fuori delle gravi problematiche che saltuariamente emergono. Questo per dire che le carceri non erigono muri solo per impedire alle persone detenute di evadere ma anche per non far entrare sguardi esterni. Perciò l’opinione pubblica ha poche informazioni sui penitenziari in quanto diventa argomento rilevante solo durante episodi critici e ciò contribuisce ad alimentando così pregiudizi e idee negative.
All’interno di questo contributo vorrei portare l’attenzione sull’ambiente penitenziario utilizzando un’ottica divergente rispetto a quella tradizionalmente impiegata. Pertanto, sulla base delle esperienze di ricerca che ho potuto svolgere, intendo descrivere il carcere dal punto di vista dei professionisti che vi operano all’interno.
Innanzitutto, ritengo doveroso introdurre questo particolare ambiente professionale. In Italia vi sono 206 istituti di reclusione con una popolazione di oltre sessantamila persone detenute[2]. In questi luoghi lavora sinergicamente una pluralità di figure professionali: Polizia Penitenziaria, educatori, medici, infermieri, personale amministrativo, assistenti sociali, esperti (ex art. 80 O.P.) e volontari. Tutti questi professionisti vengono a loro volta distinti per aree ovvero: direzione, sicurezza, trattamento, sanitaria, segreteria, contabile e comunità esterna. Questa dimensione complessa e multi-sfaccettata è il motivo per cui se si chiede a chi lavora in un carcere una breve descrizione di esso, la prima frase che si può udire è: “questo luogo è una piccola città dentro la città”.
Per poter iniziare a parlare di carcere sarà necessario portare alla luce alcuni aspetti chiave che possano aiutare la comprensione del perché siano necessari determinati approcci per poter indagare questo ambiente particolare.
Il primo punto è sapere dove il carcere è fisicamente collocato. Sembra scontato ma, tolti alcuni carceri famosi, molti cittadini non sanno dove sia il penitenziario nella propria città. Questo per far capire che strategicamente sono spesso allocati in luoghi lontani, nelle periferie, lontano dagli sguardi e dall’attenzione pubblica. Il secondo punto è la struttura. Dal carcere è molto difficile evadere e per un qualunque cittadino è molto complicato entrare anche solo per parlare con un conoscente che vi lavora. Il primo impatto per chiunque è il muro di cinta e il block house. Senza una precisa autorizzazione fornita dall’autorità preposta è impossibile potervi accedere. Stiamo parlando di un luogo fortemente normato e strutturato. Se nelle città siamo soggetti alla legge, ovvero ad un codice civile, penale e amministrativo, nelle carceri si aggiunge l’ordinamento penitenziario. Terzo ed ultimo punto riguarda l’utenza che ogni carcere tratta, ovvero le persone detenute. In questo caso mi riferisco a una popolazione culturalmente eterogenea che, per via delle varie posizioni sociali, tipo di reato commesso, istruzione, età, sesso, nazionalità, condizioni sanitarie etc., necessita di professionisti con una vasta gamma di saperi. Professionisti che, come detto, lavorano completamente separati dal resto della società, letteralmente circondati da alte mura sorvegliate ventiquattro ore al giorno da sentinelle armate.
Come si può intuire da queste prime considerazioni il carcere proprio per le sue funzioni istituzionali di sorveglianza e riabilitazione, è un ambiente complesso al cui interno lavorano a vari livelli molti professionisti, ognuno dei quali ha: una formazione specifica, diverse competenze e precise funzioni operative.
Approccio al carcere
Come indagare efficacemente un luogo chiuso al pubblico? Questa è una domanda che normalmente si pone chi vuole provare a studiare il mondo carcerario. Indipendentemente dal taglio e dal tipo di ricerca, dallo scopo e dalla disciplina a cui si fa riferimento, il primo vero problema è entrare. Vi sono varie Istituzioni e autorità a cui bisogna render conto quando si parla di carcere. La prima è il Ministero di Giustizia a cui fa riferimento l’Amministrazione Penitenziaria. A seguire troviamo i P.R.A.P.[3] ovvero organi decentrati dell’Amministrazione penitenziaria che operano a livello regionale per quanto concerne le varie direttive in materia di personale, organizzazione dei servizi e degli istituti, detenuti ed internati, e che si relazionano con gli enti locali, le regioni ed il Servizio sanitario nazionale, nell’ambito delle rispettive circoscrizioni regionali. Queste due Istituzioni esterne al carcere rappresentano le Autorità con le maggiori competenze in materia ed hanno la possibilità di autorizzare o meno l’ingresso di persone che non fanno parte dell’Amministrazione. Superato il muro di cinta del penitenziario è necessario sapere che vi sono almeno altre due Autorità importanti all’interno; mi riferisco al Direttore dell’Istituto e al Comandante della Polizia Penitenziaria. Mentre il Direttore è ciò che possiamo considerare come il padrone di casa, il Comandante della Polizia rappresenta la figura che dirige l’intera area sicurezza (che comprende la porzione maggiore di professionisti all’interno di un carcere).
Date queste molteplici autorità si può immaginare quanto possano essere lunghe e difficoltose l’insieme delle procedure burocratiche per accedere a un penitenziario quando si vuole svolgere ricerca. Qualsiasi richiesta di progetto o studio che si intende presentare all’Amministrazione dovrà passare al vaglio di, almeno, queste quattro Autorità. Inoltre va menzionato che: essendo il penitenziario un luogo fortemente normato e strutturato, è importante tarare al meglio ogni richiesta ricordando in quale luogo si andrà a progettare o studiare. Sarà di rilevanza metodologica possedere nel proprio bagaglio culturale nozioni di ordinamento penitenziario in modo da non doversi scontrare con la normativa.
Vivere con la polizia penitenziaria
Precedentemente si è riferito che la Polizia Penitenziaria, all’interno dell’area sicurezza, rappresenta nel carcere il gruppo professionale più ampio. Essendo molteplici i ruoli professionali che svolge mi limiterò a citare solo alcuni di quelli più rilevanti all’interno del penitenziario ed alcuni meno noti.
L’articolo 5 della Legge n. 395 del 15 dicembre 1990 attribuisce al Corpo alcuni dei seguenti ruoli: assicurare l’esecuzione delle misure privative della libertà personale; garantire l’ordine all’interno degli istituti di prevenzione e pena e tutelarne la sicurezza; partecipare, anche nell’ambito di gruppi di lavoro, alle attività di osservazione e trattamento rieducativo dei detenuti e degli internati; svolgere il servizio di traduzione[4] dei detenuti e degli internati e il servizio di piantonamento degli stessi in luoghi esterni di cura; concorrere nell’espletamento dei servizi di ordine e sicurezza pubblica e di pubblico soccorso.
Inoltre, anche se poco noto, la Polizia Penitenziaria può svolgere anche attività esterne al carcere come: Sostituti Ufficiali di Pubblica Sicurezza (limitatamente agli appartenenti ai Ruoli Direttivi e Dirigenziali – artt. 6 e 21 D. L.vo 21.05.2000 n. 146); Agenti di Pubblica Sicurezza (art. 16 Legge 1 aprile 1981 n. 121); Ufficiali ed Agenti di Polizia Giudiziaria (art. 57 c.p.p.); Polizia Stradale (art. 12 lett. “f bis” Codice della Strada)[5].
Poste queste premesse tecniche circa i ruoli istituzionali svolti dal corpo, per chi si addentra nello studio di questa professione, è necessario comprendere alcune questioni che caratterizzano la Polizia Penitenziaria.
Per vivere la giornata lavorativa fianco a fianco con i poliziotti in carcere è necessario conoscere alcune delle peculiarità che li contraddistinguono. Innanzitutto come per altri professioni, la Polizia Penitenziaria ha struttura gerarchica, perciò è importante saper riconoscere i gradi. Aspetto facilmente osservabile in quanto il personale vi lavora in divisa. Partendo dai livelli più alti possiamo riconoscere il Comandante e i Vice-Commissari nei ruoli funzionari, a seguire gli Ispettori, i Sovrintendenti, gli Assistenti e gli Agenti. Ognuno di questi ruoli non si differenzia solo per mansioni e responsabilità nell’espletamento del lavoro, ma, aspetto rilevante da punto di vista della ricerca, anche per il tipo di formazione e modalità di accesso alla professione. Gli Agenti sono per la maggioranza persone giovani provenienti da un precedente servizio di leva militare VFP1 o VFP4[6], che accedono alla polizia dopo aver svolto e superato un corso di sei mesi. Il ruolo di Assistente è particolare e molto eterogeneo, vi si possono trovare tanto giovani con l’intenzione di fare carriera come persone con oltre vent’anni di servizio (solitamente questi ultimi sono Assistenti Capo). Hanno un ruolo operativo, e varie formazioni, alcuni hanno lavorato anche con agenti di custodia nel periodo in cui ancora non esisteva la Polizia Penitenziaria. In base alla mia esperienza, posso dire che queste sono le persone nelle quali ho trovato i saperi professionali più vari. Proseguendo vi sono i Sovrintendenti e gli Ispettori. Questi ruoli presentano un grado di responsabilità superiore rispetto ai precedenti e necessitano di un livello di istruzione maggiore. Pur frequentando corsi diversi, Sovrintendenti ed Ispettori sono spesso laureati e pertanto possiedono un buon livello di conoscenze tecnico-giuridiche. Vi possiamo trovare personale giunto a questa posizione per via interna o tramite concorso esterno. I Vice-Commissari e i Comandanti rappresentano la vetta della piramide gerarchica di questa professione. Hanno ruolo funzionario e anche in questo caso si diversificano per formazione ricevuta. Attualmente possono avere accesso a questa funzione coloro che, con laurea magistrale in giurisprudenza[7.Ultimo concorso GU 4a Serie Speciale - Concorsi ed Esami n.43 del 9-6-2006, diploma di laurea in giurisprudenza o in scienze politiche, ovvero in economia e commercio purché siano stati sostenuti gli esami di diritto penale e diritto processuale penale, e lauree equipollenti, conseguiti presso una università della Repubblica italiana o presso un istituto di istruzione universitario equiparato, rilasciato secondo l'ordinamento didattico vigente prima del suo adeguamento ai sensi dell'art. 17, comma 95, della legge 15 maggio 1997, n. 127, e delle sue disposizioni attuative ; ovvero: laurea specialistica conseguita presso una università della Repubblica italiana o presso un istituto di istruzione universitario equiparato appartenente ad una delle classi di laurea, equiparata ai diplomi di laurea di cui al punto 1, ai sensi del decreto del Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca di concerto con il Ministro della funzione pubblica del 5 maggio 2004, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 196 del 21 agosto 2004.] e un precedente servizio di leva, hanno superato il concorso esterno e hanno svolto con successo il successivo corso di formazione.
Anche se presentate brevemente, credo che queste conoscenze siano metodologicamente rilevanti per coloro che intendano avvicinarsi ad un carcere italiano. Nonostante alcune informazioni siano facilmente recuperabili nei vari siti ministeriali, altre nozioni si possono apprendere solo una volta entrati all’interno; ritengo quindi che la trasmissione esperienziale da parte di coloro che hanno potuto svolgere ricerca in un penitenziario sia una fonte importante di sapere.
Prima di introdurre la questione metodologica circa l’utilizzo dell’osservazione partecipante all’interno degli studi etnografici vorrei fare riferimento ad uno spunto di riflessione emerso dalla lettura del testo Verso un’ecologia della mente di Bateson (1976), all’interno del quale l’autore ci invita a riflettere sulle nostre capacità di osservazione per poter guardare con “occhi differenti”. A tal proposito uno stimolante contributo potrebbe essere il seguente, tratto dal testo di Casonato e Tampieri[7], riportato nel testo di Ziglio e Boccalon (2006)[8]:
Ciò significa – ci spiegano i due studiosi che si sono occupati di osservazione infantile – riconoscere l’inesistenza di un punto unico di osservazione – garanzia di oggettività e fonte di verità – e prendere coscienza della complessità del reale, quindi della co-esistenza di una molteplicità di punti di vista differenti propri di sistemi che osservano con occhi diversi e creano eventi diversi. Il problema diventa dunque quello del “chi osserva chi” da cui dipende la questione del “come si osserva”.
L’aver scelto di utilizzare questo ragionamento sull’osservazione è funzionale ad introdurre l’osservazione partecipante. Questo strumento operativo tipico dell’etnografia rappresenta un raffinato processo di raccolta dati che ben si sposa con l’ambiente penitenziario. Le questioni aperte sul “come si osserva”, ossia sulla creazione del punto di vista, sono di vitale importanza per chi si occupa di studi etnografici. Innanzitutto l’osservazione partecipante ha due elementi distinti metodologicamente, il primo è l’apparato osservativo, mentre il secondo è la partecipazione a qualcosa.
Per fare chiarezza sull’argomento ho deciso di far riferimento al manuale di Piergiorgio Corbetta[9], il quale spiega i due principi base che sorreggono l’utilizzo di questa tecnica osservativa. L’autore sostiene che:
a) Una piena conoscenza sociale si possa realizzare solo attraverso la comprensione del punto di vista degli attori sociali, mediante un processo di immedesimazione nelle loro vite;
b) Questa immedesimazione sia realizzabile solo con una piena e completa partecipazione alla loro quotidianità, in un’interazione continua e diretta con i soggetti studiati[10].
Una etnografia in ambito professionale, e per di più in un carcere, implica una serie di accortezze in quanto si partecipa in uno spazio detentivo. Come riferito nell’introduzione, chi svolge ricerca in un penitenziario dovrà sempre tenere a mente le norme a cui dovrà sottostare, in quanto una infrazione del regolamento non poterà solo alla probabile disfatta dello studio, ma in alcuni casi anche a problemi penali.
Osservare partecipando comprende sostenere e svolgere le attività professionali, per cui la conoscenza del ruolo professionale di coloro che in quel momento fanno parte del gruppo è essenziale, come allo stesso modo conoscere il linguaggio appropriato e sapere quali conversazioni fare. Difficilmente si useranno forme di colloquio informali a meno che non venga permesso dagli interlocutori, così come sarà opportuno evitare di porre domande operative su compiti che non appartengono a quel ruolo o a quella professione, e di sottoporre quesiti basati sui propri pregiudizi sulla professione o argomenti derivanti dal “sentito dire” etc. Risulta importante sapere in quale luogo ci troviamo e chi sono le persone a cui rivolgiamo l’osservazione partecipante.
Osservare comporta anche possedere alcune consapevolezze. Il fine della ricerca che si svolge in quel momento sarà ciò che metodologicamente orienterà lo studio. Quando ho avuto la possibilità di condurre la mia prima vera osservazione in ambito penitenziario è stato decisivo ripetermi spesso quale fosse lo scopo. In quella fase stavo studiando i fattori che alimentano o diminuiscono il malessere professionale, per dirla con le parole di Corrado Ziglio «le sostanze tossiche»[11] della professione. Era importante perciò partecipare alle giornate nelle sezioni detentive, così come a colloqui individuali tra poliziotti e detenuti, essere presente nei momenti informali, come la colazione o sostare negli uffici nelle fasi lavorative. L’osservazione era quindi indirizzata ad atteggiamenti verso colleghi e utenza, alla gestualità, alle parole, al tono di voce, alla gestione delle relazioni professionali etc. Partecipazione e osservazione insieme fornivano, perciò, la possibilità di raccogliere dati che, una volta analizzati e interpretati, potessero in qualche misura fornire risposte per proseguire la ricerca.
L’osservazione partecipante, all’interno di studi etnografici, risulta uno strumento complesso da controllare e utilizzare, in quanto si basa principalmente sulla capacità relazionale dell’etnografo. Inoltre essendo uno strumento “doppio”, l’etnografo mentre partecipa alle attività deve annotare tutti i vari elementi sensibili, presuppone, quindi, abilità di multi-tasking. Va evidenziato che non si tratta di un elemento tarato per ogni ricerca, ma che andrà di studio in studio ripensato per fornire una buona raccolta dati. È importante per ogni etnografo costruire un diario etnografico delle proprie osservazioni, in quanto annotare, a fine giornata, le osservazioni e le attività a cui si partecipa semplifica la gestione dei dati e può risultare complesso ricordare ogni evento rilevante giorni o settimane dopo l’accaduto. Il diario fornisce anche una maggiore possibilità di organizzare il materiale grezzo raccolto, ordinarlo e analizzarlo.
L’osservazione etnografica rappresenta lo strumento privilegiato dell’etnografia, anche se non semplice da gestire e utilizzare, perché offre ai ricercatori la possibilità di raccogliere dati (in etnografia definiti testimonianze) unici e qualitativamente rilevanti[12]. Non sempre sarà possibile utilizzare l’osservazione partecipante. In certi luoghi del carcere non sarà possibile partecipare all’attività lavorativa in quanto la nostra presenza potrebbe creare problematicità, oppure alcuni lavori sono fortemente specifici e richiedono abilità difficili da acquisire in un lasso di tempo breve, altre volte per motivi di sicurezza non è possibile trascorrere il tempo con i poliziotti come nel caso del Nucleo traduzioni e piantonamento. È possibile in questi casi utilizzare un altro strumento proprio dell’etnografia ovvero una versione rivisitata e specifica per il carcere dell’intervista etnografica di James Spradley[13]. All’interno del suo lavoro, l’autore si pone la domanda su come capire gli esseri umani con cui l’etnografo dovrà relazionarsi durante il suo periodo di ricerca. Spradley spiega che alcune informazioni utili sono quelle culture-bound, cioè, quegli elementi culturali che il gruppo utilizza per leggere il mondo che lo circonda. Altra questione rilevante è capire come il gruppo attribuisca significati culturali agli eventi vissuti, e in che modo, sulla base di tali costrutti culturali, agiscano. Perciò se volessimo estrapolare una parola chiave si potrebbe centrare il ragionamento sulla cultura. Ricordiamo che stiamo studiando un gruppo professionale, quindi il fulcro del ragionamento andrà localizzato nella cultura professionale. Bisogna evidenziare che ogni ricerca etnografica è orientata al problema, come precedentemente spiegato, è, quindi, necessario tenere a mente lo scopo del nostro studio, in quanto, l’unico interesse dell’etnografo nella fase di raccolta dati sarà capire come la cultura (professionale) influenza le idee.
Senza divagare troppo, quando non sarà possibile svolgere osservazioni partecipante, si potrà ricorrere a interviste etnografiche che consentono di mantenersi comunque all’interno del setting lavorativo. Questo genere di strumento qualitativo si differenzia dalle interviste strutturate o semi-strutturate, in quanto gli items scelti per l’intervista non sono standardizzati e affrontati in sequenza e, inoltre, non si trattano temi biografici. Se la ricerca etnografica è orientata al problema, anche l’intervista etnografica dovrà essere pensata con uguale obiettivo.
L’item da sottoporre avrà alcune caratteristiche fondamentali, ovvero, dovrà rifarsi alla finalità della ricerca, pertanto i quesiti proposti non saranno di natura biografica poiché l’obiettivo finale è la rielaborazione del vissuto professionale attraverso chiavi di lettura che forniremo in qualità di intervistatori.
Corrado Ziglio nel suo periodo di studio etnografico con la Polizia di Stato, si accorse che i professionisti, nello svolgere i compiti assegnati, entrano in contatto con delle sovraesposizioni[14]. Queste sovraesposizioni sono identificabili come elementi di tossicità che aumentano i livelli di stress nell’organismo. Un esempio potrebbe essere l’avere accesso alla refurtiva, oppure essere coinvolti in tentativi di corruzione, etc., in breve trovarsi in situazioni in cui il rischio di compromettere la propria professionalità aumenta. Ogni professione ha le sue sovraesposizioni e le sue sostanze tossiche e per comprendere tale aspetto è necessario indagare queste peculiarità. All’interno di una ricerca che comprendeva una batteria di cinquanta interviste etnografiche ho indagato l’argomento sottoponendo questo tipo di quesito. In questo genere di studi, è importante presentare casi appartenenti alla professione prima di porre la domanda e riportare quale sapere o precedente ricerca è alla base del quesito. Inoltre è fondamentale non porre direttamente l’interrogativo, ma legare l’argomento al vissuto professionale perciò non è rilevante sapere se questo fenomeno esiste o no, ma sapere se attraverso la sua esperienza la persona riesce a declinare queste nozioni nel suo lavoro.
Esempio[15]:
Vorrei adesso proseguire proponendole un ragionamento proveniente da Wilfred Bion, il quale ben si presta allo studio delle professioni e per valutare se questo sapere è applicabile al suo lavoro. Per cominciare le dico che Bion sviluppò le sue teorizzazioni sui gruppi partendo da varie esperienze come psichiatra militare presso l’ospedale militare di Northfield. Un’altra informazione è che egli fu a sua volta coinvolto nella Seconda Guerra Mondiale come allievo ufficiale carrellista. Questo per dirle che comprendeva bene lo stress lavorativo. Tornando all’argomento, Bion indagando il «disagio professionale» arrivò a concepire un quadrato concettuale, in cui ha inserito alcuni comportamenti ricorrenti in situazioni di stress, e dove ha sviluppato quattro vie di fuga che vengono messe in atto per sfuggire alle situazioni problematiche. (In questo momento si mostra una rappresentazione del quadrato per facilitare la trasmissione). Ad esempio una via di fuga che Bion individua è l’attesa del messia, ovvero attendere un evento esterno o un evento magico che cambierà la vita, ad esempio: Quando cambierà il Provveditore sì che le cose cambieranno…, quando ci aumenteranno lo stipendio le cose cambieranno… etc. Ora detto questo, quali possono essere le vie di fuga della sua professione e data la sua esperienza lavorativa vorrei chiederle se le è capitato di incorrere nell’utilizzo di una di queste vie di fuga?
Questo è solo un esempio di come si potrebbe costruire una domanda da utilizzare all’interno di una intervista etnografica, ossia ricordando l’orientamento al problema di queste tipologie di studio.
Per poter progettare all’interno di un penitenziario studi etnografici efficaci, sarà importante analizzare ancora due fattori chiave: la conquista dell’informale e basare le proprie interpretazioni su una logica fuzzy.
Parlando dei momenti informali vorrei porre all’attenzione il testo Viaggio nelle tribù professionali, processi di deterioramento e strategie formative, all’interno del quale si può leggere circa l’etnografia confidenziale:
(…) Col passare del tempo, i rapporti tra i poliziotti e me diventavano sempre più familiari. Senza dubbio il merito era anche dovuto al condividere momenti informali: ci incontravamo anche fuori dagli orari di lavoro. Si scherzava, si rideva, e cominci a capire che l’etnografo si mette in gioco lui per primo, sapendo calare quei saperi della comunicazione umana. È un vero banco di prova dei tuoi studi, delle tue conoscenze, ma anche del tuo carattere. Si chiacchierava di tutto[16].
Il brano rappresenta un esempio della potenza dell’informale per un etnografo. Resta indubbio che il tempo informale richieda un alto grado di coinvolgimento nel gruppo. Momenti come il pranzo, le pause caffè, momenti di relax, offrono spunti all’etnografo per addentrarsi più in profondità nella professione studiata. Sono momenti in cui i ritmi lavorativi si fanno più blandi, per cui diventano tempi che permettono all’altro di aprirsi maggiormente, sempre che sia stata costruita una relazione di fiducia tra l’etnografo e il gruppo. Ricordo, durante i miei periodi di osservazione partecipante in carcere, quanti caffè prendessi al giorno. Ogni volta che incontravo un poliziotto e mi chiedeva se volessi un caffè non ho mai rifiutato. Un invito è molto importante, offre la possibilità all’altro di chiedervi chi siete, di conoscervi maggiormente, e al ricercatore offre la possibilità di porre domande più profonde, circa ciò che pensa la persona della sua professione. Le testimonianze, anche se non tutte rilevanti, sono preziose per un etnografo poiché offrono la possibilità di costruire una pluri-visione della professione che si studia, del contesto e delle percezioni.
Vero è che ogni testimonianza è il frutto dell’esperienza, della cultura, della storia di un singolo, per cui non va considerata come verità assoluta, bisogna interpretarla e comprenderla all’interno del contesto e del tempo in cui è rivelata. Allo scopo di organizzare al meglio l’interpretazione delle testimonianze, vorrei proporre uno strumento metodologico che da un paio di anni sperimento negli studi in carcere.
Le testimonianze, nella loro interpretazione, hanno al loro interno un margine di incertezza. Detto questo, le scienze moderne possono ridurre il nostro grado di dubbio con la teoria della probabilità ma questo strumento non riduce completamente il grado di incertezza delle nostre interpretazioni. Tra il 1964 e il 1965, Lofti Zadeh, allora Professore presso l’Università di Berkeley, concretizzò i suoi studi sugli insiemi proponendo la Fuzzy Set Theory. Secondo la logica fuzzy, le possibilità che un fenomeno si verifichi sono allo stesso tempo vere e false, varia solo il grado di misura che l’evento preso in considerazione appartenga maggiormente ad un insieme o ad un altro. Nel paradigma fuzzy il confine tra le cose è vago e sfumato ovvero tanto maggiore è la possibilità che un evento assomigli al suo opposto tanto più è fuzzy. In questo modo è possibile spiegare l’esistenza di un bicchiere mezzo pieno: se ragionassimo in una ottica razionale il bicchiere dovrebbe appartenere all’insieme bicchiere vuoto o all’insieme bicchiere pieno ma, visto che il dato reale osservato è di un bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno, il paradigma fuzzy ci dirà che il bicchiere appartiene per il 50% ai due insiemi e la sua realtà sarà collocata nell’interferenza tra i due.
La logica fuzzy ci permette di osservare la realtà considerandola vera a metà e cercando l’interferenza con l’insieme che ne spiegherebbe l’altra metà. Così facendo, sarà possibile isolare le varie interferenze tra insiemi che compongono i dati reali che l’etnografo andrà a osservare in modo tale da creare un nuovo insieme che risponderà a tutte le mezze verità che formano la globalità dell’evento osservato.
Nel suo testo L’importanza di essere fuzzy, Sangalli pone due esempi molto chiari circa ciò che si intende concettualmente per una fuzzy analisi:
un guidatore esperto riesce istintivamente a premere il pedale del freno con la pressione giusta, perché ha sviluppato la sensibilità a farlo. La logica fuzzy è un metodo per trasmettere la stessa sensibilità a una macchina, una procedura che permette di codificare il know how umano in una forma che un calcolatore riesca a capire e usare. (…) Prendiamo la classe delle persone anziane. A 5 anni una persona è sicuramente non anziana per cui avrà grado di appartenenza 0 all’insieme anziano, a 95 anni avrà grado di appartenenza 1. Ma tra 5 e 95 anni c’è una zona grigia, rappresentata numericamente da gradi di appartenenza maggiori di 0 e minori di 1. Per esempio, una persona di quarant’anni potrà avere grado di appartenenza 0,30 nell’insieme fuzzy delle persone anziane. A 58 anni il grado di appartenenza sarà magari arrivato a 0,70 o 0,75, e sarà arrivato a 1 quando la persona avrà 85 anni[17].
Il brano tratto dal libro di Sangalli serve per spiegare come sia particolare l’osservazione di un fenomeno con metodo fuzzy. L’etnografia fuzzy implica possedere la certezza dell’incertezza; osservare il mondo sensibile con insiemi sfumati trasforma i dati certi in incerti e li colloca in interferenze sfumate. Al fine di poter meglio comprendere la globalità di un fenomeno complesso, risulta importante operare una riduzione della complessità scomponendola in insiemi, fuzzificarli ed edurre le mezze verità che li compongono, in modo tale che la complessità globale sia analizzata attraverso una semplificazione incerta.
Famosi studiosi hanno provato a condurre esperimenti sul mondo penitenziario: mi riferisco a The Stanford Experiment di Zimbardo nel 1971 e a The BBC Experiment di Reincher e Haslam nel 2001, entrambi fallimentari[18], a dimostrazione della difficoltà di controllare le variabili all’interno di un carcere e di penetrare dinamiche conoscibili solo attraverso la partecipazione a esse. Per comprendere la realtà carceraria è necessario ripensare le attuali metodologie di ricerca sociale e adattarle a questo contesto particolare, poiché ogni penitenziario è una città dentro la città e come queste ognuna è diversa da un’altra. Dal nord al sud dell’Italia, le case di reclusione sono estremamente eterogenee perché, cambiando le autorità preposte alla loro gestione, variano le modalità e gli stili adottati nei singoli casi, peculiarità che rende i dati raccolti difficilmente generalizzabili. Comprendere, in questo ambito di ricerca e di pratica, vuol dire condividere con le persone che abitano professionalmente tali luoghi. È importante osservare, respirare e a volte partecipare a eventi critici, perché questi possano diventare per il ricercatore dati fondamentali che lo pongano in condizione di capire davvero luoghi che, con le loro alte mura, circoscrivono e separano dal resto del mondo tutto ciò che vive al loro interno.
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Articolo che definisce la proibizione di trattamenti inumani e degradanti. ↩
Dati fonte ISTAT 2013 (http://www.istat.it/it/archivio/153369). ↩
Acronimo che fa riferimento a provveditorato regionale amministrazione penitenziaria. Si possono trovare le informazioni inerenti sul sito www.giustizia.it nella sezione dedicata ai provveditorati regionali. ↩
Il termine traduzione fa riferimento al trasporto dei detenuti. ↩
Maggiori informazioni sul Corpo di Polizia Penitenziaria possono essere trovate sul sito ufficiale http://www.polizia-penitenziaria.it ↩
Acronimo che fa riferimento ai volontari in ferma prefissata di 1 o 4 anni. ↩
M. Casonato, T. Tampieri, L’osservazione psicoanalitica del bambino, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1993, p. 115. ↩
C. Ziglio, R. Boccalon, L’attività osservativa in educazione, Novara, UTET, 2006, p. 15. ↩
All’interno del manuale di sociologia Metodologia e tecniche della ricerca sociale, nel capitolo decimo sull’osservazione partecipante, l’autore spiega che «l’osservazione partecipante è pienamente inserita nel paradigma interpretativo. Il ricercatore perciò osserva la vita e partecipa della vita dei soggetti studiati (…) Nell’osservazione partecipante il ricercatore “scende in campo”, si immerge nel contesto sociale che vuole studiare, vive come e con le persone oggetto del suo studio, ne condivide la quotidianità, le interroga, ne scopre le pene e le speranze, le concezioni del mondo e le motivazioni dell’agire, al fine di sviluppare quella “visione dal dentro” che è il presupposto della comprensione» (P. Corbetta, Metodologia e tecniche della ricerca sociale, Bologna, Il Mulino, 2014, pp. 365-366). ↩
Ivi, p. 366. ↩
C. Ziglio, Viaggio nelle professioni. Virus, veleni e antidoti, Bergamo, Junior, 2004. ↩
Il dato etnografico è da considerarsi circoscritto a quel luogo e a quel gruppo, quindi all’interno delle ricerche qualitative non è una dato generalizzabile, ovvero non si può estendere al resto della popolazione. Ad esempio le testimonianze raccolte nel penitenziario di Napoli, non sono generalizzabili a tutti i penitenziari italiani. ↩
J. Spradley ha scritto il testo The ethnographic interview (New York, Holt, Rinehart & Winston, 1979) grazie all’interazione con colleghi e specialmente con gli studenti del Macalaster College, ST. Paul, Minnesota (USA), nel periodo in cui vi fu docente di antropologia culturale. ↩
C. Ziglio, op. cit.. ↩
Intervista condotta nella primavera del 2015 presso la C.C. di Bologna su un campione “a valanga” di cinquantacinque poliziotti di entrambi i sessi e comprendente tutti i servizi. La popolazione complessiva è di cinquecento unità. ↩
C. Ziglio, Viaggio nelle tribù professionali, processi di deterioramento e strategie formative, Bologna, Clueb, 2015, p. 41. ↩
A. Sangalli, L’importanza di essere fuzzy. Matematica e computer, Torino, Bollati Boringhieri, 2000, p. 23. ↩
Nel primo esperimento Zimbardo (1971) assegnò un ruolo autoritario a persone volontarie (guardia e detenuto furono scelti in maniera casuale) senza che fosse svolto un trainig formativo o una adeguata supervisione e fu creato un anonimato psicologico fornendo alle guardie occhiali a specchio che diminuivano così il contatto personale. Queste condizioni aumentarono il rischio di una perdita di controllo con un successivo abuso di potere. L’esperimento, infatti, fu interrotto dopo solo sei giorni su quindici previsti, a causa delle violenze fisiche e psicologiche che dovettero subire i carcerati da parte delle guardie. Nel secondo esperimento Reincher e Haslam (2001) vollero provare a ricreare una situazione simile, modificando alcune variabili: inserirono una ipotetica esposizione mediatica (nell’annuncio di reclutamento si disse che l’esperimento sarebbe divenuto un programma della BBC) e una posizione garantista da parte dei ricercatori (sempre nell’annuncio si parlava di tutela contro esperienze sgradevoli). In questo esperimento i risultati furono completamente opposti, negli otto giorni previsti, le guardie persero il controllo della situazione permettendo ai detenuti di spadroneggiare. I ricercatori ipotizzarono che lo scarso sostegno fornito, le troppe tutele e la presenza della variabile spettatori che rese difficoltoso l’interiorizzazione del ruolo, fossero alla base dei problemi emersi durante tutto l’esperimento. ↩