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Timestamp: 2020-04-03 08:14:24+00:00
Document Index: 731485

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 207', 'sentenza ', 'art. 384', 'art. 207', 'art. 45', 'art. 45']

Tag: Consiglio Superiore della Magistratura - Il Corriere del Giorno
ROMA – A dirlo è stato il primo presidente della Suprema Corte di Cassazione Giovanni Canzio il quale, intervenendo nel Plenum a Palazzo dei Marescialli, ha voluto mettere in evidenza evidenza questa “anomalia” che contraddistingue le toghe rispetto alle altre categorie professionali dello Stato.
Una dichiarazione che nessuno si aspettava, considerando l’alto prestigio dell’autore e soprattutto la sede in cui è stata pronunciata, il Consiglio Superiore della Magistratura : “Il 99% dei magistrati italiani ha una valutazione positiva. Questa percentuale non ha riscontro in nessuna organizzazione istituzionale complessa”.
Ad offrire lo spunto per approfondire il tema, particolarmente scottante, delle “note caratteristiche” delle toghe. La valutazione di professionalità di un magistrato che era stato in precedenza oggetto di un procedimento disciplinare “È un dato clamoroso – ha detto il presidente Canzio – che i magistrati abbiano tutti un giudizio positivo”. Questo appiattimento verso l’alto è l’esempio che qualcosa nel sistema di valutazione “non funziona” e che quindi è necessario quanto prima che venga “rivisto” , anche perché rende l’immagine di una categoria sin troppo indulgente con se stessa.
Leggendo i pareri delle toghe che arrivano al Consiglio Superiore della Magistratura, sopratutto al momento dell’avanzamento delle loro carriere o allorquando si tratta di dover decidere chi diventerà il presidente di tribunale o procuratore capo di qualche procura della repubblica, emerge incredibilmente che il 99% cioè quasi tutti sono contrassegnati da giudizi estremamente lusinghieri. A volte immeritati.
Tutto ciò contrasta con le cronache giornalistiche che ogni giorno, invece, raccontano e svelano in tutt’ Italia di episodi di incredibile mala giustizia. Tutto ciò non è accettabile in un sistema composto da personale estremamente qualificato, imparziale e scrupoloso, almeno teoricamente “sulla carta”, e quindi certi errori giudiziari non dovrebbero, verificarsi di norma, se non in numeri fisiologici e casi eccezionali. Ma la realtà, come è ben nota a chi ha avuto o ha a che fare con l’istituzione giudiziaria , è ben diversa.L’ex vice ministro della Giustizia Enrico Costa, qualche mese fa quando era ancora in carica parlando proprio delle vittime di errori giudiziari e degli indennizzi che ogni anno vengono liquidati, parlò di “numeri che non possono essere considerati fisiologici ma patologici“.
Ma c’è anche un altro problema . Proprio quando si tratta della scelta di un direttivo, è estremamente difficile effettuare una valutazione fra magistrati che presentato le medesime, ampiamente positive, valutazioni di professionalità, e pertanto si finisce per lasciare inevitabilmente spazio alla discrezionalità, agli interessi e pressioni delle varie correnti politico-sindacali della magistratura. Una casta nella casata. Forse il giorno in cui queste riunioni, valutazioni, decisioni verranno adottate in “streaming” cioè dinnanzi agli occhi di chiunque allora si potrà parlare di reale “merito” e di competenza e capacità professionali.
Anche il vice presidente del Csm Giovanni Legnini è pienamente d’accordo sulla presenza di questi problemi da risolvere , in particolar modo quando un magistrato è stato oggetto di una condanna disciplinare. E non a caso Legnini sta lavorando per far diventare una “vera” casa di cristallo il Csm., proponendo al Comitato di presidenza di “aprire una pratica per approfondire i rapporti fra la sanzione disciplinare e il conferimento dell’incarico direttivo o la conferma dell’incarico”.
Alcuni consiglieri del Csm come prevedibile hanno, però, sostenuto che l’ 1% di giudizi negativi “sono comunque tanti”. Secondo costoro 90 magistrati su 9000, sono tante le toghe, a carico delle quali annualmente si aprono procedimenti disciplinari. Ma calcolando che poi, l’attuale sistema disciplinare è in vigore da dieci anni, numericamente e statisticamente le toghe ad oggi finite sotto procedimento sarebbero state 900. Un numero questo sicuramente elevato in proporzione, ma che merita più di riflessione attenta. Il Csm è severo con i giudici che depositano in ritardo una sentenza ma non è altrettanto, adottando decisione di “manica larga” con quel magistrato che si dimentica un fascicolo nell’armadio facendolo prescrivere. O ancora peggio tiene chiuso un fascicolo nel cassetto per coprire persone ed interessi vicini.
Quanto accaduto nel recente passato a Trani e Taranto ne sono un esempio calzante. Vedere il procuratore capo Carlo Maria Capristo che a Trani non si accorgeva di quanto accadesse di “strano” ed “illecito” nel Palazzo di Giustizia sotto i suoi occhi , metaforicamente parlando, pur in presenza di un libro scritto da un giudice che svelava quanto ha indotto il Csm a mettere sotto osservazione l’intera Procura, aprendo due fascicoli disciplinari su due magistrati trasferendone proprio nei giorni scorsi uno (l’ex pm Antonio Savasta), mentre il suo ex-procuratore capo (cioè il dr. Capristo) un anno anno fa è stato “promosso” ed assegnato a ruolo di procuratore capo della Procura di Taranto non sono dei segnali molto rassicurante.
E’ invece preoccupante vederlo oggi a capo della Procura di Taranto, dove in confronto quanto è accaduto a Trani è veramente poca cosa. Non a caso dei vertici degli investigatori delle forze dell’ ordine che lavorano a Taranto ci riferiscono a condizione del più rigido “anonimato” che “con l’arrivo del nuovo procuratore capo a Taranto, sono cambiate solo le stanze . Tutto il resto… è rimasto al proprio posto. Ecco perchè noi per indagare a 360° ipotizziamo sempre l’associazione mafiosa e così ci affidiamo alla procura DDA di Lecce. A Taranto ci sono troppe collusioni ed interessi incrociati. Troppi conflitti d’interesse…. ” .
Ma per un componente del Csm il “caso Taranto” è un problema da risolvere al più presto….E noi siamo assolutamente d’accordo.
Si è concluso un anno costellato da innumerevoli flop giudiziari. Ecco un breve riepilogo dei principali casi emersi nel corso del 2016.
La Cassazione smentisce le accuse contro l’imprenditore Andrea Bulgarella, ritenuto dalla DDA la Direzione Distrettuale Antimafia di Firenze colpevole di aver commesso reati finanziari con l’aggravante di aver favorito Cosa Nostra. Ercole Incalza, ex dirigente del ministero delle Infrastrutture e Trasporti, viene prosciolto in un’inchiesta per corruzione relativa alla Tav di Firenze. Per lui è la quindicesima assoluzione in quindici processi. Paolo Cocchi, ex sindaco di Barberino ed ex assessore regionale toscano alla Cultura, Turismo e Commercio, viene assolto dalla Cassazione dall’accusa di corruzione dopo sei anni di accanimento giudiziario. Nel frattempo ha abbandonato la carriera politica e ha cominciato a fare il pasticcere.
La Corte d’appello di Palermo conferma l’assoluzione nei confronti dell’ex generale dei carabinieri Mario Mori e del colonnello dei carabinieri Mauro Obinu dall’accusa di favoreggiamento aggravato per la mancata cattura del boss Bernardo Provenzano. La Corte di Cassazione scrive la parola fine sul processo per l’urbanizzazione dell’area di Castello a Firenze, durato otto anni, annullando la condanna a carico dell’ex patron di Fondiaria Sai, Salvatore Ligresti, e gli altri imputati, tra cui gli ex assessori comunali Gianni Biagi e Graziano Cioni. Dopo quattro anni di indagini e processi, l’allenatore Antonio Conte viene assolto dall’accusa di frode sportiva per una presunta combine.
Scoppia la polemica per una foto pubblicata dal quotidiano Il Giornale che ritrae Simona Merra, pm della procura di Trani e componente del pool che cura l’inchiesta sull’incidente ferroviario avvenuto tra Andria e Corato un mese prima, in compagnia dell’avvocato del capostazione indagato, intento a baciare scherzosamente i piedi del magistrato. All’annuncio dell’apertura di una pratica da parte del Consiglio superiore della magistratura, il magistrato decide di lasciare l’inchiesta.
L’ex sindaco di Roma, Ignazio Marino, viene assolto dalle accuse di truffa e peculato nell’inchiesta che aveva contribuito alla sua caduta dalla poltrona più alta del Campidoglio nell’ottobre 2015. Roberto Cota, ex governatore del Piemonte, viene assolto insieme ad altre quindici persone dall’accusa di truffa per le cosiddette “spese pazze” in regione (le famose mutande verdi). Continua a crollare il castello accusatorio del processo Mafia Capitale, con la richiesta, da parte della stessa procura romana, dell’archiviazione per 116 indagati. Ercole Incalza viene scagionato per la sedicesima volta, stavolta per associazione a delinquere e svariate altre accuse nell’inchiesta “Grandi opere”. La Corte d’appello di Perugia assolve, nel processo di revisione, il somalo Hasci Omar Hassan dall’accusa di avere partecipato all’omicidio della giornalista Ilaria Alpi e dell’operatore Miran Hrovatin nel 1994. Omar Hassan, che si è sempre proclamato innocente, ha scontato in carcere sedici dei ventisei anni che gli erano stati inflitti nel 2002. Vengono depositate, dopo un anno, le motivazioni della sentenza con cui Calogero Mannino è stato assolto nel processo con rito abbreviato sulla presunta trattativa stato-mafia: “prove inadeguate” ed “enorme suggestione mediatica”.
La Suprema Corte di Casszione ritiene “totalmente inammissibile” il ricorso della Procura della repubblica contro il Tribunale del Riesame di Taranto, che ha annullato la misura interdittiva e le accuse di stalking “confezionate” nei confronti del nostro direttore Antonello de Gennaro.nei confronti del quale era stato prsino richiesto l’arresto nel luglio 2014 per aver pubblicato su Facebook la notizia di essere stato asolto con formula piena in un processo mediatico a Roma. Notizia e dichiarazioni del de Gennaro pubblicate dal Corriere della Sera, il Messaggero, l’ Ansa, il settimanale CHI
La Cassazione annulla con rinvio la condanna nei confronti dell’ex governatore dell’Abruzzo, Ottaviano Del Turco, per associazione per delinquere nell’inchiesta sulla sanità abruzzese. La procura di Pavia apre una nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, per il quale è stato condannato in via definitiva Alberto Stasi, dopo le rivelazioni sull’in
Il risarcimento di 1,3 miliardi della famiglia Riva potrà essere “utilizzato per ambientalizzare l’Ilva e migliorare la situazione ambientale di Taranto. E quando parliamo di ambiente parliamo di salute. Come Governo abbiamo messo in campo 1,6 miliardi che vanno sia all’ambientalizzazione dell’Ilva che al risanamento ambientale e alla sanità di Taranto“.
Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Claudio De Vincenti al forum ANSA. “Il 12 dicembre – aggiunge – abbiamo l’appuntamento a Taranto del tavolo istituzionale con il coordinamento delle misure e quella sarà la sede in cui vedremo se e dove dovremo mettere in campo altri strumenti di rafforzamento della sanità di Taranto”, oltre alle risorse “per 1,6 miliardi totali” finora stanziate dal Governo per il risanamento ambientale e per la sanità. “Non c’è nessun problema da quel punto di vista, quello che dovrà essere messo, andrà messo“. (ANSA)
Sulla vicenda ha parlato anche Emiliano secondo quanto descrive l’Ansa, che ha definito la vicenda “un patteggiamento sulla responsabilità penale dell’impresa Fire, quindi una cosa che dovrebbe riguardare la Procura della Repubblica e i Riva. Siccome escludo che la procura della Repubblica possa aver dato informazioni riservate al presidente del consiglio, mi chiedo da chi abbia saputo di un accordo che peraltro non mi risulta essere stato ancora stipulato” mentre invece stanno arrivando le conferme proprio dai legali dei Riva che di fatto smentiscono le “supposizioni” faziose del governatore pugliese MicheleEmiliano . “Voglio precisare ovviamente – ha aggiunto – che quelle risorse non sono disponibili né per la sanità, né per altri usi. Sono semplicemente un inevitabile risarcimento da parte della holding dei Riva per il processo in corso. Quindi il Governo non ha nessun ruolo in quella vicenda”.
Emiliano ha poi aggiunto che “gli altri 800 milioni, quelli che sono andati alla fabbrica e che anche il suo Governo in parte ha stanziato, non si sa neanche come sono stati utilizzati. Quindi io al posto del Presidente del Consiglio, piuttosto che gonfiarmi il petto nel dire che sono stati mandati alla fabbrica, cercherei di dire a me, che sono il presidente della Regione, e ai tarantini che cosa hanno fatto in fabbrica con quei soldi. Perché sono soldi pubblici che i commissari dovevano impiegare per la riambientalizzazione che, come è noto, non è stata compiuta, al punto che il governo Renzi ha dovuto, col decimo decreto Ilva, dare la proroga per l’adempimento di quegli obblighi”. “Quindi, – ha concluso Emiliano –come si dice il silenzio sarebbe stato d’oro”. Ma forse la conclusione di Emiliano era rivolta a sè stesso.
Lo “smemorato” Emiliano infatti dimentica le due tranche di finanziamento all’ ILVA concesso dalle banche su garanzia dello Stato con cui sono stati sinora garantiti gli stipendi ai circa 18.000 dipendenti (diretti più indotto) dello stabilimento siderurgico dell’ ILVA di Taranto. Così come Emiliano dimentica il processo di risanamento ambientale dello stabilimento in corso, fra cui i due altiforni risanati e cioè l’ AFO1 e l’ AFO4 ripartito e tornato in funzione dopo tre anni di lavori di ristrutturazione. Se facciamo un calcolo di quanto versano i dipendenti diretti e indiretti ILVA ( irpef regionale) alla Regione Puglia, probabilmente si superano i 7 milioni di euro che la Regione Puglia ha stanziato per l’ ILVA.
Ma forse Emiliano mentre è ancora avvelenato dal rifiuto espresso dall’ ILVA di farlo presenziare alla visita-ispezione del Parlamento Europeo, avvenuta mesi fa all’interno dello stabilimento siderurgico, si impegna molto e continua a fare l’anti-renziano di Puglia, che ormai è diventato il suo unico impegno. Ma la cosa più bella è che Emiliano esclude “che la Procura della Repubblica (di Milano n.d.r.) possa aver dato informazioni riservate al presidente del consiglio” dimenticando di spiegare lui queste informazioni da chi le ha avute. Ma questo è un difetto che capita spesso agli ex-magistrati che entrano in politica. Quando si levano (per fortuna) la toga, credono di poterla ancora utilizzare parlando da magistrato.
Ma forse al Consiglio Superiore della Magistratura non la pensavano così quando misero sotto accusa Emiliano. Che probabilmente ha “dimenticato”…. anche questo. Ma non è una novità ! Un Presidente della Regione dovrebbe agire a 360 gradi e non continuare ogni giorno la sua battaglia personale contro il governo. Sconfina nel ridicolo !
La Procura generale della Cassazione al Csm sul caso Trani: “via il pm Savasta”
Il Procuratore Generale della Suprema Corte di Cassazione Pasquale Ciccolo ha chiesto alla 1a Sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura di trasferire in via cautelare il pm di Trani Antonio Savasta, (a destra nella foto). La richiesta verrà discussa, in camera di consiglio dal Csm , cioè in una riunione a porte chiuse, il 22 novembre prossimo.. Si tratta di uno dei due magistrati della procura di Trani (l’altro è il sostituto Luigi Scimè) su cui la Prima Commissione del Csm ha già aperto la procedura di trasferimento d’ufficio per “incompatibilità ambientale e funzionale“, come raccontato dal nostro quotidiano.
I due magistrati vengono accusati a seguito di una una serie di esposti giunti al Csm di essere collegati da una “rete di conoscenze” con avvocati, appartenenti alle forze dell’ordine, amministratori locali e imprenditori, che di fatto avrebbero influenzato le indagini. Il pm Savasta viene indicato anche per i suoi legami familiari come partecipante a questa sorta di “cricca” avendo peraltro un fratello avvocato civilista (avente un suo “socio occulto” ottenuto incarichi rilevanti in municipalizzate), un cugino commercialista e ed un altro avvocato, che esercitano nel territorio della procura di Trani.
Nelle denunce effettuate è emerso anche che le “indagini eclatanti” che il pm Savasta della Procura di Trani ( a capo della quale era l’attuale procuratore capo della Procura di Taranto, Carlo Maria Capristo) avrebbe portato avanti, nei confronti di istituti bancarie e agenzie internazionali di rating si sono tutte concluse “sempre con un’archiviazione“, ed inoltre sono state messe in evidenza anche delle vicende giudiziarie che lo hanno riguardato e dei procedimenti tuttora pendenti per fatti avvenuti a Trani.
L’ ANM dà ragione al Corriere del Giorno sul processo Ilva-Ambiente Svenduto
L’ ANM a Taranto minaccia di denuncia un avvocato. Un rigurgito della “casta” dei magistrati ?
L’edizione barese del quotidiano la Repubblica ha pubblicato ieri il rigurgito di lesa maestà della sottosezione di Taranto dell’ Anm (Associazione nazionale magistrati), attraverso il suo presidente locale il Gip Martino Rosati, che contesta la strategia processuale dell’avvocato Pasquale Annicchiarico, difensore di Nicola Riva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici, di rendere “pubblicamente noti gli indirizzi delle abitazioni di vari magistrati in servizio presso gli uffici giudiziari tarantini” davanti alla Corte d’assise di Taranto nel processo “Ambiente svenduto” sul presunto disastro ambientale causato dall’Ilva.
L’avvocato Annichiarico aveva prodotto avvalendosi del diritto processuale e mostrato in aula alcuni cartelloni con una legenda che indica i luoghi di residenza delle parti civili ammesse, che lamentano un danno da esposizione, e di alcuni magistrati, al fine di dimostrare processualmente che in alcuni casi abitano a poche decine di metri gli uni dagli altri e sarebbero quindi da considerarsi conseguentemente anch’essi parti danneggiate. Questo “al fine di sostenere – ricorda il giudice Rosati – la sua istanza di rimissione del processo in altra sede”. La notizia, aggiunge il Gip “ovviamente è stata pubblicata da vari organi di stampa“. Piccolo particolare: nessun giornale ha pubblicato gli indirizzi.
“L’Anm non intende esprimersi sulla discutibile – si legge nella nota – conformità alla legge dell’acquisizione e del trattamento di quei dati personali sensibili da parte dell’ avvocato, che sarà semmai valutata dalle competenti autorità giudiziarie o amministrative. Merita, invece, la più ferma censura l’inopportunità della ‘declamazione’ di quei dati in pubblica udienza, tanto più perché del tutto gratuita: semmai quel difensore avesse voluto portare gli stessi a conoscenza della Corte, ben si sarebbe potuto limitare a produrle i documenti anagrafici che già si era procurato“.
Il rappresentante tarantino dell’Anm continua sostenendo che con “il suo comportamento, invece, quell’avvocato ha inutilmente esposto numerosi magistrati tarantini, abitualmente impegnati anche in procedimenti di criminalità comune e organizzata, a pericoli per la tranquillità e l’incolumità personale, propria e dei rispettivi familiari. Spetterà ai competenti organismi professionali di categoria (Ordine degli Avvocati, Camera penale o quant’altri) valutare la conformità o meno di una simile condotta alle regole deontologiche professionali e, se del caso, sanzionarla come merita“. L’Anm, conclude la nota si riserva “di valutare le più opportune iniziative nelle competenti sedi istituzionali, auspica che analoghi comportamenti tanto deplorevoli quanto, per fortuna, senza precedenti nel Foro tarantino non si ripetano più. Mai più“.
Non spetta a noi valutare la deontologia dell’ avvocato Annichiarico, ma è nostro diritto come quello di tutti i cittadini, di criticare i magistrati secondo quanto ha sentenziato la 5a sezione penale della Suprema Corte di Cassazione: “”La legittima critica dei cittadini non deve limitarsi soltanto alle decisioni assunte ed alle motivazioni che le sorreggono, ma può investire anche i comportamenti assunti nell’esercizio della funzione giudiziaria. Comportamenti che, come è noto, debbono essere improntati non solo ad imparzialità, ma anche ad equilibrio e sobrietà“.
Non possiamo esimerci dal ricordare ai magistrati dell’ ANM della sottosezione di Taranto ed al loro rappresentante il Gip dr. Rosati, che i “dati sensibili” per la Legge non sono quelli relativi al catasto immobiliare che peraltro è pubblico, ma bensì a quelli della salute.
Così come non spetta ai magistrati decidere le strategie processuali di un collegio difensivo, e le produzioni o esibizioni documentali. E’ semplicemente assurdo sostenere di aver esposto “numerosi magistrati tarantini, abitualmente impegnati anche in procedimenti di criminalità comune e organizzata, a pericoli per la tranquillità e l’incolumità personale, propria e dei rispettivi familiari” allorquando ad un malintenzionato basterebbe piazzarsi davanti all’uscita del garage del Palazzo di Giustizia tarantina ed aspettare l’uscita delle auto dei vari magistrati e giudici e seguirli per scoprire dove abitano. Inoltre è bene che l’ ANM ricordi che le indagini sulla criminalità organizzata su Taranto, vengono istruite e gestite dalla DDA di Lecce.
Ci sarebbe piaciuto molto di più vedere l’ ANM di Taranto più sensibile all’etica dei magistrati, al rispetto delle norme deontologiche dei magistrati previste dal CSM cioè il Consiglio Superiore della Magistratura, che a Taranto sembrano non essere molto conosciute ed applicate. Dov’era l’ ANM quando l’ex- procuratore capo di Taranto Franco Sebastio, prossimo candidato sindaco, esercitava le sue funzioni mentre nello stesso foro giudiziario tarantino esercitava la professione di avvocato suo figlio ? Dov’era l’ ANM quando un magistrato della locale Procura di Taranto veniva arrestato e condannato a 17 anni, e quando un giudice veniva del Tribunale di Taranto veniva arrestato con una tangente fra le mani ? Come mai l’associazione dei magistrati non ha proferito parola sulla imbarazzante vicenda processuale che ha visto coinvolto dinnanzi al Tribunale di Potenza (ed al CSM) persino l’attuale procuratore aggiunto Pietro Argentino ?
E dov’era, cosa diceva l’ ANM che a Taranto vantava la presenza dell’ex-segretario nazionale Maurizio Carbone, quando parenti diretti ed indiretti di magistrati e giudici venivano assunti a chiamata diretta dagli enti pubblici territoriali ? O quando qualcuno portava a casa laute consulenze ? Il passaggio finale del comunicato dell’ ANM in cui si riserva “di valutare le più opportune iniziative nelle competenti sedi istituzionali, auspica che analoghi comportamenti tanto deplorevoli quanto, per fortuna, senza precedenti nel Foro tarantino non si ripetano più. Mai più” suonano più che da monito, come una vera e propria “minaccia“.
Un rigurgito di una “casta” che a Taranto si sente intoccabile come “unti dal Signore”, dimenticandosi che in realtà la Legge è costituzionalmente uguale per tutti. Anche per i magistrati. Ma di tutto questo, come quanto già accaduto nella Procura di Trani, se ne occuperà molto presto il Consiglio Superiore della Magistratura.
ROMA – Il Ministero dei beni culturali e del turismo e il Ministero della Giustizia, sulla base del protocollo per la conservazione e la valorizzazione della documentazione giudiziaria firmato lo scorso 6 maggio 2015 dai Ministri Dario Franceschini e Andrea Orlando (accanto nella foto), procederanno alla digitalizzazione delle carte dei processi per il rapimento e l’assassinio di Aldo Moro. Lo prevede il progetto presentato ai comitati scientifico e tecnico formalmente costituiti con la sottoscrizione del protocollo dal gruppo di lavoro al quale hanno partecipato le amministrazioni coinvolte.
Al progetto partecipa attivamente il Consiglio Superiore della Magistratura, che ha in corso un’attività di catalogazione, promozione e diffusione dei processi storici italiani, vedrà l’impegno nella scansione dei documenti, dei detenuti della casa circondariale di Rebibbia .
Grazie a questa iniziativa, oltre un chilometro lineare di fascicoli processuali di primaria importanza nella storia del secondo Novecento, tra i quali sono compresi anche gli atti dei processi riguardanti le stragi dell’aeroporto di Fiumicino del 1973 e del 1985, la banda della Magliana e l’attentato al Sommo Pontefice Giovanni Paolo II, verranno pertanto acquisiti in formato digitale per consentire la migliore conservazione degli originali, una più agevole consultazione dei fascicoli da parte di studiosi e ricercatori e una più efficace valorizzazione dei diversi materiali.
Con un comunicato della Procura di Trani, arrivato il giorno dopo la pubblicazione di alcune foto del 2013, che ritraevano il pubblico ministero di Trani dr.ssa Simona Merra ad una festa privata , sul terrazzo di una casa nel centro storico di Molfetta, in compagnia ed in atteggiamenti confidenziali con l’avvocato Leonardo De Cesare difensore di uno degli indagati del disastro ferroviario in Puglia dello scorso luglio . De Cesare è il legale difensore di Vito Piccarreta, il capostazione di Andria indagato insieme con altre cinque persone nell’inchiesta sul disastro ferroviario fra Andria e Corato in cui hanno perso la vita 23 persone, è stato reso noto che “responsabilmente e per desiderio di riportare serenità attorno alla vicenda la dottoressa Simona Merra, pur ribadendo la propria correttezza nella conduzione delle indagini – continua la nota della Procura di Trani – ha deciso di astenersi dall’ulteriore trattazione del procedimento”. La fotografia incriminata ha indignato e scatenato le proteste dei familiari delle vittime che hanno portato il caso all’attenzione del Csm, il Consiglio superiore della magistratura.
La magistrata Simona Merra era di turno quando avvenne lo scontro, stava indagando con un pool di altri 4 magistrati sulla tragedia ferroviaria . Il procuratore Giannella fa leva su questo per tranquillizzare “quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda, che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno ad essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza», precisando che “ogni iniziativa investigativa, atto e provvedimento del procedimento è stato adottato e sarà adottato collegialmente dai magistrati contitolari dell’indagine, coordinati in prima persona dal Procuratore stesso“. Dal Csm nessuna reazione ufficiale alla decisione responsabile ed opportuna del magistrato di lasciare l’inchiesta .
nella foto il procuratore Francesco Giannella
Il procuratore aggiunto di Trani (facente le funzioni di capo) , Francesco Giannella in relazione alle polemiche suscitate dalle foto ha spiegato che “In relazione alle preoccupazioni manifestate dai parenti delle vittime del disastro ferroviario del 12 luglio scorso, in seguito alla pubblicazione di fotografie che sembrerebbero denunciare un rapporto di ‘familiarità’ tra uno dei magistrati titolari del procedimento relativo e il difensore di uno degli indagati, intende rassicurare quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno a essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza. A tal fine, nella consapevolezza della complessità tecnica delle verifiche, ma anche della delicatezza dell’inchiesta riguardante tragedie umane immani e irrimediabili, sono state assunte nell’immediatezza regole organizzative per le quali ogni iniziativa investigativa, atto e provvedimento del procedimento è stato adottato e sarà adottato collegialmente dai magistrati contitolari dell’indagine, coordinati in prima persona dal procuratore stesso”. Giannella rassicura, comunque “quanti soffrono le conseguenze della terribile vicenda che le indagini sono state fin qui condotte e continueranno ad essere condotte nella più rigorosa imparzialità e trasparenza“.
di Frank Cimini e Manuela D’ Alessandro
MILANO – Aveva scritto via whatsapp un messaggio all’amante inviandolo per errore alla moglie che s’infuriava e chiedeva spiegazioni e lui replicava che l’apparecchio gli era stato rubato. Il nostro nel tentativo di dimostrare di essere estraneo al fatto presentava una denuncia formale alla polizia affermando di aver subito un furto. Protagonista della vicenda un componente togato del Consiglio Superiore della Magistratura che ora è nei guai, indagato dalla procura di Roma per simulazione di reato e sotto procedimento disciplinare. Perché la denuncia si è rivelata priva di riscontri con la realtà.
I controlli e gli accertamenti in un caso del genere sono molto più accurati e soprattutto più veloci rispetto a quando una denuncia del genere viene presentata da un comune mortale. Per cui emergeva immediatamente che l’apparecchio, peraltro intestato al Csm, era sempre stato nella disponibilità del consigliere e mai oggetto di un furto. Il nostro magistrato è indagato dalla procura di Roma per aver simulato un reato e sotto inchiesta disciplinare da parte del Csm. Tutto è accaduto perché il consigliere non ha avuto la forza di far fronte alla rabbia di sua moglie per quel messaggio all’amante dal contenuto diciamo “inequivocabile” e ha finito per imboccare una strada senza ritorno.
La vicenda è clamorosa, considerando l’importante incarico ricoperto dall’interessato che è tuttora al suo posto a giudicare i colleghi in attesa dello sviluppo delle indagini. L’episodio avvenuto alcuni mesi fa è coperto dal massimo riserbo anche se risulta essere a conoscenza di un numero non certo piccolo di persone. Con tutti i problemi che ha il Csm mancava solo una storia di corna gestita molto male (peggio non si poteva insomma) dal protagonista principale. Adesso si tratta di stare a vedere come sarà gestita dai colleghi del nostro, a Perugia e a Roma. Mettere tutto a tacere appare francamente difficile anche se recentemente in più occasioni il cosiddetto organo di autogoverno dei giudici ha dimostrato di avere l’omertà nel suo dna
Giovanni Legnini prova a smentire la vicenda del magistrato fedigrafo svelata da giustiziami.it inviando una nota ai consiglieri dell’organo di autogoverno della magistratura:“Non risulta pendente alcun procedimento penale o disciplinare a carico di componenti del Csm”. Nessuno sembra però credergli e anzi molti deridono i toni ambigui del comunicato.
Legnini ha dovuto emergere dal silenzio pressato dalle centinaia di magistrati che chiedono da giorni chiarezza nelle mailing list di corrente. “Se davvero è andata così, questo signore non può continuare a sedere nel Csm”, scrivono in molti. Altri manifestano livore contro la stampa: “Quando si vuole eliminare un concorrente si prega un giornalista (è un termine improprio) e si da’ origine alla notizia”. Nei bar attorno al Tribunale di Milano all’ora di pranzo capannelli di toghe si confrontano sul nome (lo sanno tutti) e sui risvolti della vicenda. E lo stesso accade a Roma, da dove stamattina il vicepresidente del Csm Legnini si è sentito in dovere di riportare “un clima sereno e proficuo” tra i magistrati.
Ma la sua difesa non ha convinto stando alla mailing list di Anm. “E’ uno scialbo comunicato parasovietico del tipo in Urss non ci sono furti”, azzarda uno. “Legnini scrive ‘non è pendente alcun procedimento’ – osservano altri – parlando al presente. Questo significa che in passato lo era e magari è stato definito con un patteggiamento?”. E ancora: “Se non fosse per lo sputtamento, ci sarebbe da ridere”; “Chiediamo a Signorini come sono andate le cose”. Chissà se il giornalista re del gossip sa se il Csm ha mai aperto un’inchiesta sul magistrato fedigrafo, esercitando quell’azione penale che dovrebbe essere il pane della magistratura, oppure se ora sta insabbiando un’indagine conclusa con un patteggiamento o in altro modo che avrebbe dovuto portare alla rimozione dall’incarico, peraltro importante, rivestito dal magistrato.
Csm: Legnini, nessuna indagine su componente Consiglio
(Agenzia Italia – AGI) – Roma, 28 giu. – “Non risulta pendente alcun procedimento penale o disciplinare a carico di componenti del Consiglio in relazione ai fatti riportati nei citati articoli di stampa“. Cosi” il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini, in una lettera inviata oggi a tutti i consiglieri dell”organo di autogoverno della magistratura, fornisce chiarimenti in merito alla vicenda, riportata da alcuni organi di stampa, che riguarderebbe un componente del Consiglio. “Gentili consiglieri – scrive Legnini – a seguito di richieste di chiarimento formulate da diversi colleghi, vi scrivo con riferimento alla vicenda riportata dai mezzi di stampa oggi e nei giorni scorsi che ha destato in noi apprensione. Secondo ipotesi formulate da alcuni quotidiani e da talune testate giornalistiche in rete, penderebbero un procedimento penale e uno disciplinare a carico di un componente di questo Consiglio Superiore; tali procedimenti asseritamente discenderebbero da una sua denuncia concernente l”impiego abusivo di un telefono cellulare per imprecisate comunicazioni effettuate da terzi. Secondo quanto riportato sui siti e sui quotidiani, tale denuncia avrebbe dato luogo ad un”ipotesi di responsabilità” per simulazione di reato. All”esito di verifiche effettuate, posso riferirvi che non risulta pendente alcun procedimento penale o disciplinare a carico di componenti del Consiglio in relazione ai fatti riportati nei citati articoli di stampa“.
Il numero due di Palazzo dei Marescialli aggiunge quindi che “alla luce di tali rilievi, non puo” nascondersi il disagio per le ricostruzioni adombrate dalle suddette testate giornalistiche, le quali hanno finito con l”esporre il Consiglio e i suoi componenti a spiacevoli commenti basati su elementi privi di conferma in atti giudiziari”. Legnini, infine, auspica il “mantenimento di un clima sereno e proficuo in vista dell”impegnativo lavoro” delle prossime settimane.
I magistrati Argentino e Petrucci si salvano “tecnicamente” in Procura a Potenza . Ma la vicenda finisce alla commissione disciplina del CSM. E non solo …
nella foto il procuratore aggiunto dr. Pietro Argentino
Nell’ottobre scorso il nostro giornale ha pubblicato tutta la sentenza integrale della vicenda giudiziaria che ha portato prima agli arresti e poi alla sospensione dal servizio il pm Matteo Di Giorgio, precedentemente in servizio presso la Procura della Repubblica di Taranto, con a capo il procuratore Aldo Petrucci. per cui il Tribunale di Potenza ordinò ai sensi dell’ art. 207 c.p.p. la trasmissione degli atti alla Procura per procedere nei confronti del procuratore aggiunto Pietro Argentino ed il Petrucci “per il reato di falsa testimonianza“, i quali alle rispettive udienze dibattimentali del 6 e 27 febbraio 2014 avevano reso “dichiarazioni che, alla luce delle altre acquisizioni processuali, venivano ritenute non credibili dal Collegio giudicante“.
Nel frattempo dopo aver appreso direttamente dall’ avv. Franz Pesare, che per “motivi personali che non mi consentivano di esercitare serenamente il mio mandato” aveva abbandonato la difesa del magistrato lizzanese Pietro Argentino , questi si è affidato alle “cure” legali dello stesso avvocato del suo collega Di Giorgio, e cioè l’avvocato Donatello Cimadomo di Potenza. Abbiamo quindi provato a contattare per telefono Cimadomo ripetutamente, per ottenere dei ragguagli sulla vicenda processuale ed anche per sapere se il suo assistito fosse disponibile ad un’intervista giornalistica, ma l’ avvocato lucano in maniera non molto “etica” e sopratutto poco gentile, non si è mai degnato di risponderci o richiamarci telefonicamente.
La registrazione audio della deposizione per pm. Pietro Argentino all’udienza del processo “Di Giorgio ed altri” che si è tenuta giovedì 6 febbraio 2014 a Potenza.
Chiaramente non ci siamo fermati ed abbiamo rintracciato quale “documento” e delle notizie imbarazzanti per il magistrato Argentino, che in questi giorni supplisce al pensionamento del suo ex-capo Franco Sebastio, nonostante tutti i suoi vari ricorsi e controricorsi amministrativi, in attesa che da Roma venga nominato ed arrivi un nuovo Procuratore Capo.
Il documento che siamo in grado di mostrarvi in esclusiva, conferma la teoria processuale del Tribunale di Potenza esposta in sentenza, e cioè che i procuratori Argentino e Petrucci abbiano mentito ben consapevoli di mentire dinnanzi al Tribunale di Potenza. Infatti la Procura di Potenza ha confermato la tesi accusatoria del Tribunale sulla circostanza delle loro deposizioni inveritiere
Le accuse processuali espresse e contenute nella sentenza del Tribunale di Potenza nei confronti dei magistrati Argentino e Petrucci , come anche il pm dr.ssa Laura Triassi della Procura di Potenza, ha precisato nella sua richiesta di archiviazione dello scorso 16 marzo 2015 , erano fondate e veritiere, ed i due si sono “salvati” soltanto grazie al principio espresso da due sentenze della Corte di Cassazione per cui un testimone non è punibile in forza dell’esimente (art. 384 comma primo Cp) allorquando il testimone (è il caso dei magistrati Argentino e Petrucci – n.d.r.) rende false dichiarazioni per evitare di essere a sua volta incriminato per un reato precedentemente commesso.
Ma la vicenda non è finita con l’ archiviazione, in quanto siamo un conoscenza di un procedimento pendente dinnanzi alla 7a sezione della Corte di Cassazione, così come sarebbe stato aperto un fascicolo a carico dell’attuale procuratore aggiunto Pietro Argentino dinnanzi alla Commissione disciplinare del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura. La vicenda processuale di fatto non si è conclusa, stante ancora in piedi l’appello richiesto dal pm. Matteo Di Giorgio, ma sopratutto si sarebbero aperti dei procedimenti penali dinnanzi alla Procura ed al Tribunale di Catanzaro fra i magistrati lucani e quelli tarantini. Una triste vicenda di scontri fra toghe.
Come vi dicevamo all’inizio, avremmo voluto parlare ed intervistare il dr. Argentino, ma il suo avvocato Cimadomo di fatto lo ha reso impossibile. Chiaramente non saranno certamente questi rifiuti o dei “sussurri” e “spifferi”di presunte indagini tarantine sul nostro conto ed operato, che ci impediranno di informare correttamente i nostri lettori. A qualcuno a Palazzo di giustizia a Taranto evidentemente sfugge…. che il foro di eventuale competenza sul nostro operato editoriale e giornalistico è solo e soltanto quello di Roma, e quindi non rispettarlo sarebbe un “reato“.
Questo il provvedimento di archiviazione della Procura di Potenza nei confronti dei magistrati Argentino e Petrucci:
PDF Provvedimento archiviazione Argentino PZ
il procuratore generale Maddalena e il procuratore Guariniello
Il procuratore Raffaele Guariniello e il procuratore generale Marcello Maddalena potrebbero restare al loro posto per qualche mese. In realtà al momento non lo sanno nemmeno loro, anche vi sono buone speranze. Non resta che attendere per capire le decisioni del Governo e del Csm dopo la decisione del Consiglio di Stato che ha accolto soltanto il ricorso presentato da tre alti magistrati, Mario Cicala ex presidente dell’Anm , Antonio Merone e Antonino De Blasi per i quali il Consiglio di Stato in via cautelare ha “congelato” il loro pensionamento. Decisione che non è stata adottata per altre toghe per le quali una settimana fa lo stesso Consiglio Superiore della Magistratura aveva ufficializzato la “fine” del servizio per sopraggiunto limite di età che si è abbassata da 75 a 70 anni.
I tre magistrati della Cassazione, ai quali si sono poi aggregati altri due colleghi, avvocati dello Stato, avevano impugnato il loro pensionamento anticipato, presentando un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica, in veste di Presidente del Csm il quale a sua volta aveva trasferimento il procedimento per dovuta competenza al Consiglio di Stato, secondo quanto previsto dalla Legge. La decisione dei giudici amministrativi al momento, e quindi in via cautelare è stata quella di sospendere il loro pensionamento in attesa che il Ministero della Giustizia e Palazzo dei Marescialli (sede del Csm) producano la documentazione necessaria per “valutare l’incidenza del loro pensionamento sulla funzionalità degli uffici giudiziari“.
Il Governo Renzi, con il decreto legge 90/2014 di riforma della pubblica amministrazione, ha abrogato il trattenimento in servizio biennale per tutti i dipendenti pubblici che avessero maturato i requisiti per la pensione di vecchiaia. La misura, in vigore dall’autunno del 2014, ha travolto anche la possibilità per i magistrati di “trattenersi” in servizio per un ulteriore periodo di 5 anni dopo il compimento dell’età massima ordinamentale, fissata per questo comparto a 70 anni. La riforma ha previsto però un periodo transitorio sino al 31 dicembre di quest’anno, di recente parzialmente prorogato con il decreto legge sulla giustizia (articolo 18, Dl 83/2015) sino al 2016, per consentire la sostituzione graduale dei vertici degli uffici giudiziari, tutti ultra 70enni ed evitando così sconquassi al sistema giudiziario. Il ministro di Giustizia Andrea Orlando in un’intervista al TG1 delle 20, ha preannunciato che ” ricorreremo in tutte le sedi consentite, perchè riteniamo questo intervento abnorme, che rischia di avere un impatto negativo su tutto il funzionamento del sistema-giustizia“.
“Aspettiamo e vediamo – ha commentato il procuratore generale Maddalena – bisogna vedere cosa deciderà di fare il governo e il parlamento. Al momento c’è una sospensione cautelare, e l’unica cosa che potrebbe cambiare potrtebbe essere se il governo decidesse di fare un decreto legge prorogando per tutti il limite di età ai 75 anni: io guadagnerei dieci mesi, Guariniello tre. Edoardo Denaro 2 anni e 4 mesi. Ma io ammetto che mi sono già abituato all’idea di andare in pensione…” aggiungendo di non avere intenzione di fare ricorso “se però ci fosse un provvedimento di proroga, certo andrò avanti“. Un comportamento e uno stile questo, molto rispettoso delle istituzioni e ben diverso da altri magistrati che hanno optato per la “guerriglia” giudiziaria contro lo Stato per non abbandonare la propria poltrona. Probabilmente Guariniello potrebbe decidere nella stessa direzione di Maddalena.
La decisione del Consiglio di Stato è stata una “doccia fredda” per chi aveva presentato delle domande per i vari incarichi messi a concorso dal Csm, con più richieste in tutta Italia, basandosi esclusivamente sull’ anzianità ed i meriti dei concorrenti alle varie Procure. Mentre a Taranto si vocifera del possibile incarico al procuratore Carlo Maria Capristo, attualmente a capo della procura di Trani, al posto di Franco Sebastio (che ha già perso un ricorso al Tar di Lecce e ne ha presentato un altro a quello del Lazio) come nuovo capo della procura tarantina, mentre ricorrono voci da ambienti ministeriali , che per la poltrona di capo della procura, avrebbe fatto richiesta anche un magistrato attualmente in organico alla procura della repubblica di Roma, sul cui nome vige però il riserbo più assoluto.
nella foto il pm dr. Argentino
Nessuna speranza invece per il procuratore aggiunto di Taranto dr. Pietro Argentino, a causa anche di una disputa giudiziaria pendente dinnanzi alla Procura di Catanzaro per delle reciproche denunce intercorse con dei giudici di Potenza, i quali in occasione del processo al pm Matteo di Giorgio (con condanna) avevano ordinato ai sensi dell’art. 207 cp “la trasmissione al PM in sede degli atti processuali relativi ai testi seguenti, quanto al “reato di falsa testimonianza“, vicenda per la quale vi è anche un procedimento disciplinare a suo carico aperto dinnanzi al Csm.
Il 17 luglio 2015 sulla vicenda dalla pretesa chiusura dell’ AFO2, l’ altoforno 2 dell’ ILVA che insieme all’altoforno 4 produce il gas necessario alla produzione di tutto lo stabilimento, si è celebrato lo scontro più elevato a livello istituzionale che sia mai accaduto a Taranto, con la richiesta di identificazione e contestuale iscrizione dei poveri lavoratori nel registro degli indagati della Procura .
al centro della foto il procuratore Sebastio ed il colonello Sirimarco
Ebbene quello che avete sinora letto sui giornali, non ha mai rivelato i retroscena dei fatti realmente accaduti che soltanto il Corriere del Giorno è in grado di raccontare. Venerdì 17 luglio, il procuratore della repubblica di Taranto, Franco Sebastio era in ferie. E come lui in ferie si trovava anche il comandante provinciale dell’ Arma dei Carabinieri col. Daniele Sirimarco, nei confronti dei quali come ben sapete questo giornale non è mai stato molto “tenero”….
Quindi entrambi sono assolutamente estranei alla follia giuridica della Procura tarantina che addirittura voleva calpestare ed ignorare un decreto Legge sul quale è apposta la firma del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che è anche il Presidente del CSM, il Consiglio Superiore della Magistratura.
il procuratore aggiunto di Taranto, dr. Piero Argentino
A sostenere e disporre con fermezza l’intervento dei Carabinieri all” ILVA per identificare gli operai in realtà è stato il procuratore aggiunto Piero Argentino che ha affiancato la pm titolare dell’inchiesta, la dr.ssa Antonella De Luca che peraltro è un’ “allieva” di Argentino avendo svolto l’ “uditorato” (cioè la pratica) proprio sotto la sua guida. Un intervento inutile quello disposto della Procura ai Carabinieri sull’ AFO2, in quanto per acquisire i nominativi degli operai bastava richiedere all’ ILVA l’elenco del personale in servizio senza dover “terrorizzare” inutilmente i poveri incolpevoli operai che stavano facendo semplicemente il loro dovere: lavorare. Ma secondo nostre fonti istituzionali ed attendibili , il procuratore aggiunto Argentino non ha voluto sentire ragioni. Ed ha spedito i Carabinieri all’altoforno.
Scrivendo questo articolo, cari lettori, sono consapevole e pressochè certo di subire prima o poi, qualche attenzione o ritorsione dalla Procura della Repubblica di Taranto, così come l’ ha subita a suo tempo una nostra collega (che stimiamo) e cioè Annalisa Latartara che è attualmente sotto processo (“violazione del segreto d’indagine“) per aver fatto anche lei il proprio lavoro, e cioè informare. In questo caso però stranamente il direttore responsabile da cui dipendeva il lavoro della Latartara è stata prosciolta dalle accuse. Ma tutto ciò, cari lettori, non mi preoccupa. Per fortuna competente sul nostro e mio operato, è la Procura di Roma, guidata da un gentiluomo, da un “signor Magistrato” , il dr. Giuseppe Pignatone. E quindi possiamo dormire sonni tranquilli.
Un processo nei confronti della nostra collega Latartara, richiesto e voluto proprio dal dr. Argentino, sul cui operato presto leggerete qualcosa di incredibile attraverso la pubblicazione degli atti “integrali” del Tribunale di Potenza che ha condannato il pubblico ministero Matteo Di Giorgio. Stiamo lavorando per acquisire la documentazione sul comportamento processuale del dr. Argentino, che è stato ritenuto dai giudici potentini poco credibile, e che sarebbe stata trasmessa e segnalata dalla presidenza del Tribunale di Potenza al CSM .
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella durante il suo intervento al Consiglio Superiore della Magistratura
Quel “maledetto” pomeriggio di venerdì 17 luglio i centralini delle istituzioni tarantine sono letteralmente “esplosi”. Le telefonate “bollenti” arrivavano da ovunque. Dalla Presidenza della Repubblica, a Palazzo Chigi, dal CSM al Ministero di Giustizia. E proprio quel giorno a Roma è stato deciso la prossima nomina di un nuovo Procuratore della Repubblica a Taranto (Sebastio a fine anno va in pensione) , che arriverà al 100% da fuori Taranto con una missione molto chiara: riportare serenità, efficienza, equilibrio, ma sopratutto legalità all’ interno degli uffici di giustizia di Taranto dilaniati da guerre e gelosie interne, da conflitti d’interesse noti a tutta la città di Taranto ( mai controllati e rimossi…da chi dovrebbe fare rispettare le Leggi). Un Palazzo di Giustizia, quello di Taranto che ha visto arrestare un pubblico ministero, un giudice, per fortuna non si trova tutti i giorni …
nella foto, la Corte Costituzionale
Una magistratura più “attenta”, serena ed equilibrata non avrebbe mai presentato il ricorso alla Corte Costituzionale, dove è pressochè scontato il rigetto, che purtroppo però non porterà alle dimissioni il magistrato che lo ha firmato (è un suo diritto previsto dalla Legge) come accadrebbe in un Paese più serio del nostro, dove la “casta” dei magistrati è convinta di essere al di sopra di tutti, dimenticando che “la Legge è amministrata in nome del popolo italiano” (e non dei partiti o correnti sindacali dei magistrati…) e che sopratutto “La Legge è uguale per tutti“. E sopratutto avrebbe pensato e riflettuto a lungo prima di andare a confutare le consulente tecniche dell’ ILVA effettuate da dei “luminari” del settore, professori universitari di elevato prestigio, al cui confronto il copioso curriculum dell’ ing. Barbara Valenzano, attualmente dirigente dell’ ARPA Puglia, e custode giudiziario dell’ AF0 2, scompare !
Ora mentre tutti a Taranto credono di diventare protagonisti nel processo “Ambiente Svenduto” ignorando che in conseguenza di quanto sta accadendo nello scontri fra poteri dello Stato a Taranto, pochi, quasi nessuno ha capito che invece tutto ciò porterà molta forza alla pressochè sicura applicazione della “legittima suspicione” (art. 45 del Codice di Proceduta Penale) e lo spostamento del processo ad un Tribunale più sereno e sicuramente meno influenzabili dall’opinione pubblica e dalla stampa a gettone…..
Per chi non è pratico del Codice Penale, vi spiego cosa prevede esattamente la”legittima suspicione” (art. 45 del Codice di Proceduta Penale: “In ogni stato e grado del processo di merito, quando gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo e non altrimenti eliminabili, pregiudicano la libera determinazione delle persone che partecipano al processo, ovvero la sicurezza o l’incolumità pubblica o determinano motivi di legittimo sospetto , la corte di cassazione, su richiesta motivata del procuratore generale presso la corte di appello o del pubblico ministero presso il giudice che procede o dell’imputato [ Artt. 60-61 c.p.p.], rimette il processo ad altro giudice, designato a norma dell’articolo” .)
Una cosa è certa: negli uffici giudiziari di Taranto si preannuncia un autunno caldo. Molto “caldo”.