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Esecuzione in Italia di sentenze pronunciate all'estero: i danni punitivi
Admin | 1 agosto 2017 | Diritto civile, Responsabilità e danno, Riforme, Tutte le categorie | Nessun commento
di: dott. Tommaso Mirri
Un motociclista citava in giudizio negli Stati Uniti tre società, responsabili a diversi livelli della produzione e commercializzazione di un casco, per vedersi riconosciuti i danni derivati da un difetto di fabbricazione dello stesso.
Le società venivano condannate a rifondere all’attore somme a titolo di risarcimento del danno, spese legali sostenute, e c.d. danni punitivi.
La società produttrice del casco, che ha sede in Italia, si opponeva all’esecuzione delle sentenze che la condannavano.
I danni punitivi: cosa sono
Si tratta di una posta di risarcimento del danno che esula dalla quantificazione dello stesso, ed è operata dal giudice sulla base del pregiudizio concretamente subito dal danneggiato.
I punitive damages sono qualcosa di simile, ma non del tutto, al risarcimento previsto dal nostro codice di procedura civile e chiamato lite temeraria e sono frutto di elaborazione ed applicazione nel mondo giuridico statunitense.
Dapprima la Corte di Appello di Venezia aveva dato il via libera all’esecuzione elle sentenze, ma la società italiana ricorreva in Cassazione.
L’assenza di una corrispondente voce di ristoro nel nostro ordinamento ha determinato la rimessione della questione dalla Prima Sezione della Suprema Corte alle Sezioni Unite, che con la sentenza di pochi giorni fa hanno capovolto l’orientamento -negativo- formatosi sino ad oggi sull’argomento.
La sentenza n. 16601 del 5 luglio 2017 delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione
Questo il ragionamento, in sintesi, del massimo organo giurisdizionale italiano contenuto nella sentenza n. 16601 del 5 luglio 2017.
Alla responsabilità civile non è assegnato solo il compito di restaurare la sfera patrimoniale del soggetto che ha subito la lesione, poiché sono interne al sistema la funzione di deterrenza e quella sanzionatoria del responsabile civile.
Le Sezioni Unite ricordano che le pronunce straniere applicative di un istituto privo di un corrispondente nell’ordinamento nazionale devono “misurarsi con il portato della Costituzione e di quelle leggi che, come nervature sensibili, fibre dell’apparato sensoriale e delle parti vitali di un organismo, inverano l’ordinamento costituzionale”.
Ciò non significa, tuttavia, che debba esistere “una piena corrispondenza tra istituti stranieri e istituti italiani”, purché venga rispettato l’ordine pubblico dello Stato nel quale la sentenza deve essere eseguita.
La nozione di ordine pubblico non può più essere comprensiva del solo complesso dei principi fondamentali “che caratterizzano la struttura etico-sociale della comunità nazionale in un determinato periodo storico, e nei principi inderogabili immanenti nei più importanti istituti giuridici”.
L’ordine pubblico pubblico è invece divenuto “il distillato del sistema di tutele appropriate a livello sovraordinato rispetto a quello della legislazione primaria, sicché occorre far riferimento alla Costituzione e, dopo il Trattato di Lisbona, alle garanzie approntate ai diritti fondamentali della Carta di Nizza, elevata a livello dei Trattati fondativi dell’Unione europea dall’articolo 6 TUE”.
In virtù di tali considerazioni, gli ermellini hanno ritenuto che gli effetti delle sentenze sottoposte al loro vaglio non confliggessero con i valori sanciti dagli articoli da 23, 24 e 25 della Costituzione, e altresì che non violassero il principio di legalità di cui all’articolo 49 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
Via libera all’esecuzione quindi, a patto, però, che la sentenza straniera sia resa sulla base di regole “che garantiscano la tipicità delle ipotesi di condanna”.
In altre parole, il giudice al quale spetta decidere sull’applicabilità di una sentenza straniera contenente una pronuncia di condanna al risarcimento a titolo di danni punitivi, prima di delibare detta pronuncia dovrà verificare soltanto la rispondenza della stessa ai criteri vigenti nel Paese ove è stata emessa, sia con riguardo alla legittimità dell’applicazione della sanzione sia alla sua quantificazione.
Di conseguenza, “non è ontologicamente incompatibile con l’ordinamento italiano l’istituto di origine statunitense dei risarcimenti punitivi”.
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