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Timestamp: 2020-07-12 19:03:51+00:00
Document Index: 69280434

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 72', 'art. 43', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 9', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 182', 'sentenza ', 'art. 50', 'art 2', 'art. 19', 'art. 57', 'art. 615', 'art. 617', 'art 57', 'art. 57', 'art. 2']

“I poteri dell’Agenzia delle entrate-Riscossione" | ProntoProfessionista.it
Premessa.La natura giuridica del nuovo Ente.
3. Difesa tecnica dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione.
L'Agenzia delle entrate - Riscossione è il nuovo agente della riscossione che, come previsto dal decreto legge n. 193/2016, dal 1° luglio 2017 è subentrata nei compiti oggi ricoperti da Equitalia, la quale, invece, è sparita dal nostro ordinamento lasciando il suo posto all'Agenzia delle Entrate - Riscossione.
Da predetta data, le società del gruppo Equitalia sono sciolte (tranne Equitalia Giustizia Spa, la quale continua a svolgere le funzioni diverse dalla riscossione) ed è nato l’ente pubblico economico, "Agenzia delle Entrate-Riscossione".
Il nuovo ente assume la qualifica di agente della riscossione sul territorio nazionale (Sicilia esclusa) e, inoltre, può svolgere le attività di riscossione delle entrate tributarie o patrimoniali delle amministrazioni locali, come individuate dall'Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), con esclusione delle società di riscossione e delle società da esse partecipate.
L’Agenzia delle entrate-Riscossione, ente strumentale dell'Agenzia delle Entrate, è sottoposta all'indirizzo e alla vigilanza del Ministro dell'Economia e delle Finanze; la sua attività è monitorata dall'Agenzia delle Entrate, secondo principi di trasparenza e pubblicità
Equitalia, infatti, è una società di capitali e, quindi, ha una struttura privatistica. Sebbene l'Agenzia delle Entrate e l'Inps siano i suoi soci (rispettivamente al 51% e al 49%), essa è formalmente terza rispetto al fisco. Lo stesso non può dirsi, invece, con riferimento all'Agenzia delle entrate - Riscossione, che è un ente pubblico economico, parte integrante dell'amministrazione finanziaria dello Stato.
Gli organi di detto ente non coincidono esattamente con quelli dell’Agenzia delle Entrate, poiché, oltre al comitato di gestione e al collegio dei revisori dei conti, che ne fanno parte, è stato previsto che "il presidente è scelto tra i magistrati della Corte dei Conti".
Le ragioni di tale organizzazione si ritrovano nel fatto che , come previsto dal comma 9 del suddetto art. 1 del D.L. n.193/2016,a tale ente è stato trasferito "il personale delle società del Gruppo Equitalia, in servizio alla data di entrata in vigore del presente decreto con contratto di lavoro a tempo indeterminato e determinato fino a scadenza, senza soluzione di continuità e con la garanzia di conservazione della posizione giuridica, economica e previdenziale maturata alla data del trasferimento, ferma restando la ricognizione delle competenze possedute, ai fini di una collocazione organizzativa coerente e funzionale alle esigenze dello stesso ente"; da tale articolo si evince che il personale ha mantenuto lo stesso trattamento economico e di carriera notevolmente più favorevole di quello dei dipendenti dell’Agenzia delle Entrate, proprio in virtù della sua provenienza al settore bancario.
Ai fini della difesa in giudizio, il comma 8 del predetto articolo 1 prevede che il nuovo ente " è autorizzato ad avvalersi espressamente dell’avvocatura dello Stato[...]. Lo stesso ente può altresì avvalersi ... di avvocati del libero foro, nel rispetto delle previsioni di cui agli articoli 4 e 17 del decreto legislativo 18 aprile 2016 n.50, ovvero può avvalersi di essere rappresentato , davanti al tribunale e al giudice di pace, da propri dipendenti delegati, che possono stare in giudizio personalmente; in ogni caso, ove vengano in rilievo questioni di massima o aventi notevoli riflessi economici,l’Avvocatura dello Stato, sentito l’ente, può assumere direttamente la trattazione della causa[...]" .
Tale formulazione è differente e più articolata rispetto a quella riguardante l’Agenzia delle Entrate, per la quale l’art. 72 del dlgs n. 300/1999 aveva stabilito che le "agenzie fiscali possono avvalersi del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato, ai sensi dell’art. 43 del testo unico approvato con regio decreto 30 ottobre 1933, n.1611, e successive modificazioni".
Ulteriore conferma della diversità dei summenzionati enti, è nell’art. 1 succitato, al comma 3, che qualifica l’Agenzia delle entrate-Riscossione, a differenza dell’Agenzia delle entrate, come ente pubblico "economico", anch’esso sottoposto all’indirizzo e alla vigilanza del Ministero del’Economia e delle Finanze, munito di un proprio Statuto approvato con D.P.C.M. su proposta del Ministro stesso, ma sottoposto alle disposizioni del codice civile e delle altre leggi relative alle persone giuridiche"private".
Per quanto riguarda la difesa davanti alle Commissioni tributarie, le conseguenze relative a predetto passaggio di consegne al nuovo ente non sono marginali; infatti, il nuovo ente "subentra a titolo universale nei rapporti giuridici attivi e passivi , anche processuali, delle società del gruppo Equitalia ... e assume la qualifica di agente della riscossione con i poteri e secondo le disposizioni di cui al titolo I capo II e al titolo II del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600".
Ciò che accomuna le predette categorie di personale è quanto sancito dal quinto comma del citato art. 1 del D.L. n. 193/2016, ovvero di "conformarsi ai principi dello statuto di diritti del contribuente di cui alla legge 27 luglio 2000 n.212, con particolare riferimento ai principi di trasparenza, leale collaborazione e tutela dell’affidamento della buona fede, nonché agli obiettivi individuati dall’art. 6 della legge 11 marzo 2014 n. 23, in materia di cooperazione rafforzata, riduzione degli adempimenti, assistenza e tutoraggio del contribuente".
Come anzidetto, infatti, l’ottavo comma del ripetuto art. 1 del D.L. n. 193/2016 " autorizza" l’Agenzia delle entrate-Riscossione ad avvalersi del patrocinio dell’Avvocatura dello Stato competente per territorio, ai sensi dell’art. 43 del R.D. 30 ottobre 1933, n.1611, escluse le controversie dinanzi al Tribunale e al Giudice di Pace, per le quali può stare in giudizio avvalendosi direttamente dei propri dipendenti, specificatamente " delegati", " salvo che ... vengano in rilievo le questioni di massima o aventi notevoli rilievi economici" nel qual caso "l’Avvocatura dello Stato, sentito l’ente, può assumere direttamente la trattazione della causa".
Tale formula fa esplicito riferimento all’art. 43 del R.D. n. 1611/1933, secondo cui "l’Avvocatura dello Stato può assumere la rappresentanza e la difesa nei giudizi attivi e passivi avanti all’autorità giudiziaria, i collegi arbitrali, le giurisdizioni amministrative e speciali amministrazioni pubbliche non statali ed enti sovvenzionati, sottoposti a tutela o anche alla sola vigilanza dello Stato, sempre che sia stata autorizzata da disposizione di legge, di regolamento o di altro provvedimento con regio decreto".
Pertanto, tenendo conto dell’evoluzione normativa sin qui intervenuta, si evince che il modello della difesa pubblica viene comunemente definita "facoltativa", anziché obbligatoria come quella prevista per gli enti pubblici statali dall’art. 9 del predetto R.D.
Inoltre, il succitato ottavo comma dell’art. 1 del D.L. prevede la possibilità per il nuovo ente di "avvalersi, sulla base di specifici criteri definiti negli atti di carattere deliberati ai sensi del comma 5 del presente articolo, di avvocati del libero foro, nel rispetto delle previsioni di cui agli articoli 4 e 17 del decreto legislativo 18 aprile 2016 n. 50".
Appare evidente che, in tal modo, viene creata una disparità di trattamento tra le controversie riguardanti il Ministero dell’Economia e delle Finanze e,dopo di esso, l’Agenzia che gli è succeduta per legge, per i quali la difesa viene svolta dall’Avvocatura generale dello Stato, e le controversie della nuova Agenzia delle entrate-Riscossione, che pure interviene nella stessa materia tributaria, per la quale la difesa del grado di legittimità è svolta dall’Avvocatura dello Stato solo facoltativamente, in presenza di autorizzazione prevista "da disposizioni di legge, di regolamento di altro regio decreto".
Il nuovo ente Agenzia delle entrate-Riscossione, per le controversie davanti al Tribunale o al Giudice di Pace può anche essere rappresentato "da propri dipendenti delegati che possono stare in giudizio personalmente".
Pertanto, non è sufficiente che questi risultino dipendenti dell’ente, come accade per i dipendenti dell’Agenzia delle Entrate che partecipano alle udienze dinanzi alle Commissioni tributarie, ma è per di più necessario che costoro siano espressamente "delegati", come condizione per "stare in giudizio personalmente"; tale delega è nominativa in quanto viene conferita caso per caso dall’organo di vertice.
riaffermato in sede di superamento di contrasto dalle Sezioni Unite con sentenza n.22601/2004, sottolineando che " nel processo tributario il giudice chiamato a conoscere di una controversia di valore superiore a lire cinque milioni, è tenuto a disporre che l’attore parte privata che sta in giudizio senza assistenza tecnica si munisca di essa,conferendo incarico a difensore abilitato; con la conseguenza che l’inammissibilità del ricorso può essere dichiarata solo a seguito della mancata esecuzione di tale ordine. Lettura questa ritenuta l’unica conforme a Costituzione per non rinvenirsi interpretazioni alternative che assicurino l’effettività della tutela del diritto fondamentale di difesa nel processo e adeguata tutela contro gli atti della PA" (Cass. n. 13208/2007).
Un filone giurisprudenziale ha sostenuto che l’ordine del contribuente di munirsi di assistenza tecnica può essere impartito solo nel giudizio di primo grado e, pertanto, "quando la parte si sia munita di assistenza tecnica nel giudizio di primo grado a seguito di ottemperanza dell’ordine emesso dal giudice e proponga appello personalmente, l’impugnazione deve essere dichiarata inammissibile, non dovendo l’ordine essere reiterato, e l’appello va dichiarato immediatamente inammissibile, attesa la riferibilità di quello impartito in prime cure dall’intero giudizio" (Cass. n. 21139/2010, v. anche Cass. n. 15448/2010; Cass. n. 20929/2013).
Un’altra parte della giurisprudenza di legittimità, in contrasto con il predetto filone, ha affermato che i principi affermati dalla Corte Costituzionale nel 2002, poi ripresi dalle Sezioni Unite del 2004, si applicano sia al giudizio di primo grado che all’appello, affermando che "anziché dichiarare inammissibile l’appello, avrebbero dovuto rilevare, anche d’ufficio, la mancanza di difesa tecnica della società concessionaria e, per assicurare l’effettività della tutela giurisdizionale e garantire a regolarità del contraddittorio, cui è sotteso il fondamentale diritto di difesa, ordinare alla parte di nominare, in assegnando termine, un difensore abilitato; e, solo, all’esito della mancata nomina, dichiarare inammissibile il ricorso" (Cass. n. 21459/2009, v. anche Cass. n. 110/2002).
In predetta ordinanza di rimessione, la Suprema Corte, per completezza, sottolinea che il Dlgs n. 156 del 2015, art. 9 comma1, lett. e), ha interamente riscritto il Dlgs n. 546/1992, art. 12 e, dopo aver ribadito la regola generale dell’obbligatorietà dell’assistenza tecnica nelle controversie tributarie, salvo i casi di contenzioso di modico valore, con il comma 10 ha disciplinato le ipotesi di difetto di rappresentanza o di autorizzazione, rinviando alle disposizioni contenute nell’art. 182 c.p.c., secondo alcune sentenze summenzionate applicabile in giudizio d’appello, prevedendo che la predetta attività possa essere svolta dal Presidente della Commissione ovvero della Sezione e dal Collegio e ciò, come si legge nella Relazione illustrativa del Governo "al fine di evitare l’inutile prolungamento dei tempi del giudizio".Sempre in tale Relazione è stato specificato che "la declaratoria d’inammissibilità del ricorso potrà essere pronunciata dal giudice tributario soltanto all’esito dell’inottemperanza dell’invito formulato alla parte a provvedere".
notificare l’atto esecutivo: es. la sentenza emessa dal giudice;notificare l’atto di precetto: ossia, l’atto che intima al debitore il pagamento del debito entro 10 giorni dalla notifica.
- il blocco delle somme sul conto corrente fino a nuove disposizioni da parte del giudice;
- la dichiarazione al creditore di aver proceduto al pignoramento delle somme e di averle rese disponibili sul conto corrente.
- il versamento delle somme pignorate al creditore, dopo l’autorizzazione da parte del giudice.
Secondo il Supremo Consesso, la contestazione è ammessa al di là del fatto che la cartella o gli altri atti che precedono il pignoramento siano stati regolarmente notificati; la Corte di Cassazione continua sottolineando che l’opposizione agli atti esecutivi, pur non rientrando nell’ambito della giurisdizione tributaria, sono contestabili innanzi alle commissioni tributarie se il debitore eccepisce "l’omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento o degli altri presupposti dal pignoramento", ossia l’intimazione di pagamento o avviso di mora, che ai sensi dell’art. 50 del D.P.R. n. 602/1973 va notificato all’interessato decorso un anno dalla notifica della cartella. Tale questione è stata oggetto di dibattito giurisprudenziale.
In tale ultimo caso, il giudice ordinario "..dovrà verificare solo la sussistenza o meno del difetto di notifica all'esclusivo fine di pronunciarsi sulla nullità dell'atto consequenziale"( Cassazione n. 9246 del 2015).
Il secondo mirava a superare la linea di demarcazione tracciata dal legislatore stesso, sempre nell’art 2, primo comma, secondo capoverso, citato, che esclude l’impugnabilità degli atti esecutivi (compreso il pignoramento) dinnanzi al Giudice Tributario. Diveniva, dunque, necessario stabilire quale fosse il reale "oggetto della controversia": se la contestazione riguardava non l’atto dell’esecuzione bensì il titolo esecutivo ad esso sotteso, allora innegabile era la giurisdizione tributaria, posto che il titolo esecutivo è atto impugnabile ai sensi dell’art. 19, d.lgs. n. 546 del 1992.
Secondo l’iter logico della Suprema Corte, in primo luogo, la norma violata (art. 57 del d.p.r. n. 602 del 1973 ) prevede espressamente come "non sono ammesse: a) le opposizioni regolate dall’art. 615 c.p.c., fatta eccezione per quelle concernenti la pignorabilità dei beni; b) le opposizioni regolate dall’art. 617 c.p.c. relative alla regolarità formale e alla notificazione del titolo esecutivo."
Le Sezioni Unite, inoltre, superano anche il secondo aspetto relativo al vizio dell’atto sotteso al pignoramento, non ritenendo convincente "ripartire la giurisdizione in base al petitum formale contenuta nell’impugnazione proposta dal contribuente (...) il petitum sostanziale è unico e una ricostruzione simile sarebbe totalmente artificiosa" (...) "rimane tuttavia aperto il problema dell’individuazione del giudice davanti al quale proporre l’opposizione agli atti esecutivi ove concerna la regolarità formale e la notificazione del titolo esecutivo".
Sulla base di tali argomentazioni, il Supremo Consesso ritiene che "ammettere davanti al giudice ordinario l’impugnazione del pignoramento per omessa notifica della cartella appare in contrasto con il menzionato divieto di cui all’art 57 (...), divieto che per la sua collocazione sistematica e per la sua sopra ricordata formulazione deve ritenersi assoluto (e dunque diretto non esclusivamente al giudice tributario)"; le Sezioni Unite, con tale pronuncia, hanno aperto la strada ad una opposizione agli atti esecutivi esperibile dinnanzi al Giudice Tributario.
Il Supremo Collegio sottolinea, infatti, che l’art. 57 non deve essere considerato un limite per la giurisdizione tributaria: l’inammissibilità dell’opposizione agli atti esecutivi, relativa alla regolarità formale e alla notificazione del titolo, riguarda solo la giurisdizione ordinaria e non quella tributaria: "in materia di esecuzione forzata tributaria, l’opposizione agli atti esecutivi riguardante l’atto di pignoramento che si assume viziato per l’omessa o invalida notificazione della cartella di pagamento è ammissibile e va proposta ai sensi dell’art. 2, primo comma secondo periodo e 19 d.lgs. 546 del 1992, 57 d.p.r. 602 del 1973 e 617 c.p.c. davanti al giudice tributario".
Pertanto, il contribuente non può essere "mutilato" nella difesa a causa di un evento a lui non riconducibile; ad ogni buon conto, non è precluso al concessionario di stampare un duplicato della cartella generato dallo stesso ruolo con l’attestazione della conformità all’originale; anzi, lo stesso ente di riscossione deve organizzare i suoi uffici per consentire ciò, incaricando ah hoc i suoi dipendenti.
Lecce, 29 gennaio 2018 Avv. Maurizio Villani