Source: http://www.spiaaldiritto.it/2018/10/07/clausole-claims-made/
Timestamp: 2019-02-16 04:21:14+00:00
Document Index: 40281194

Matched Legal Cases: ['art. 1917', 'art. 1322', 'art. 1882', 'art. 1917', 'art. 1322', 'sentenza ', 'art. 1917', 'art. 11', 'art. 3', 'art. 1917', 'art. 1932', 'art. 1932', 'art. 1917', 'art. 1904', 'art. 1322', 'art. 1322', 'art. 2', 'art. 1419']

Clausole claims made – Spia al diritto
Cass. civ., Sez. Un., 24 settembre 2018, n. 22437 (est. Vincenti)
Il modello di assicurazione della responsabilità civile con clausole “on claims made basis”, è partecipe del tipo dell’assicurazione contro i danni, quale deroga consentita all’art. 1917, comma 1, c.c., non incidendo sulla funzione assicurativa il meccanismo di operatività della polizza legato alla richiesta risarcitoria del terzo danneggiato comunicata all’assicuratore. Ne consegue che, rispetto al singolo contratto, non si impone un controllo di meritevolezza degli interessi ai sensi dell’art. 1322, comma 2, c.c., ma la tutela invocabile dal contraente assicurato può investire, in termini di effettività, diversi piani, dalla fase che precede la conclusione del contratto sino a quella dell’attuazione del rapporto, con attivazione dei rimedi pertinenti ai profili implicati.
Le Sezioni Unite sono nuovamente interrogate circa la validità delle clausole claims made.
Nel dettaglio, si chiede alle Sezioni Unite di stabilire se siano corretti i seguenti principi:
(a) nell’assicurazione contro i danni non è consentito alle parti elevare al rango di “sinistri” fatti diversi da quelli previsti dall’art. 1882 c.c. ovvero, nell’assicurazione della responsabilità civile, dall’art. 1917 c.c., comma 1;
(b) nell’assicurazione della responsabilità civile deve ritenersi sempre e comunque immeritevole di tutela, ai sensi dell’art. 1322 c.c., la clausola la quale stabilisca la spettanza, la misura ed i limiti dell’indennizzo non già in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui l’assicurato ha causato il danno, ma in base alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui il terzo danneggiato ha chiesto all’assicurato di essere risarcito.
(Quanto ai contenuti dell’ordinanza interlocutoria n. 1465/2018, si rimanda all’aggiornamento in tema “Le clausole claims made di nuovo alle Sezioni Unite).
Giova rammentare che dette clausole – come già affermato dalle stesse Sezioni Unite con sentenza n. 9140/2016 – operano una deroga al modello di assicurazione della responsabilità civile delineato dall’art. 1917 c.c., comma 1, poiché la copertura assicurativa viene ad operare non in relazione a tutte le condotte, generatrici di domande risarcitorie, insorte nell’arco temporale di operatività del contratto, bensì in ragione della circostanza che nel periodo di vigenza della polizza intervenga la richiesta di risarcimento da parte del terzo danneggiato (il c.d. claim) e che tale richiesta sia inoltrata dall’assicurato al proprio assicuratore.
Se questo è lo schema essenziale, esso trova poi concretizzazione, nella prassi assicurativa, in diverse varianti, riconducibili per comodità alla categoria della claims “pura” (imperniata sulle richieste risarcitorie inoltrate nel periodo di efficacia della polizza, indipendentemente dalla data di commissione del fatto illecito) e della claims “impura” (operante là dove tanto il fatto illecito quanto la richiesta risarcitoria intervengano nel periodo di efficacia del contratto).
Sono ben note le ragioni storiche che hanno dato luogo, nell’ambito del mercato assicurativo, a partire da quello anglosassone e, poi, statunitense della prima metà degli ‘80 del secolo scorso, alle clausole claims made, affermatesi – in estrema sintesi – come risposta all’aumento dei costi per indennizzo generato dall’espansione, qualitativa e quantitativa, della tutela risarcitoria, in particolar modo nell’area dei rischi c.d. lungo-latenti, ossia dei danni da prodotti difettosi, quelli ambientali e quelli da responsabilità professionale. Di qui l’esigenza, avvertita dalle imprese di assicurazione, di circoscrivere l’operatività della assicurazione ai soli sinistri “reclamati” durante la vigenza del contratto.
Difatti, in alcune esperienze giuridiche comunitarie (ad es. Francia, Spagna, Belgio), tale tipologia di assicurazione è stata oggetto di riconoscimento a livello di diritto positivo (per l’approfondimento dei quali si rimanda alla lettura della sentenza).
Ed anche nel nostro ordinamento tale tipologia contrattuale ha rinvenuto recentemente un riconoscimento, attraverso l’art. 11 L. 24/2017 e l’art. 3, D.L. n. 138/2011.
La prima disposizione, concernente l’obbligo di assicurazione delle strutture sanitarie per la responsabilità civile verso i terzi, contempla un periodo di retroattività ed uno di ultrattività della copertura assicurativa, pur circoscrivendo il periodo in cui l’evento lesivo può essere denunciato all’impresa assicurativa. La seconda, in riferimento ad ipotesi di assicurazione obbligatoria per gli esercenti libera professione, ferma la libertà contrattuale delle parti, prevede l’offerta di un periodo di ultrattività della copertura per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta entro i dieci anni successivi e riferite a fatti generatori della responsabilità verificatisi nel periodo di operatività della copertura.
Dunque, la legge, nell’imporre l’adozione di idonea assicurazione per la responsabilità civile sanitaria e dei professionisti in genere, ha individuato, tra le coordinate di base, inderogabili in pejus, della disciplina del relativo contratto, il modello della clausola claims made.
L’intervento del legislatore nazionale, ad opinione della Suprema Corte, illumina il fenomeno delle clausole claims made con una luce retrospettiva. Infatti, il legislatore, attraverso tale presa di posizione, ha evidenziato che il modello del claims made si incasella a pieno titolo nella fattispecie legale del contratto di assicurazione, di cui all’art. 1917 c.c., inserendosi entro il margine di derogabilità della disciplina codicistica di cui all’art. 1932 c.c.
Del resto (e sotto questo profilo vengono recepite le coordinate ermeneutiche tracciate da Sez. Un., n. 9140/2016), il modello claims made non elide l’alea tipica del contratto assicurativo. Infatti, sbiadisce l’alea relativa alla verificazione dell’evento lesivo, che può essere già avvenuta nel passato, ma permane l’alea relativa all’esercizio della volontà di ottenere il risarcimento da parte del danneggiato, risultando incerto che tale esercizio ricada entro il periodo coperto dall’assicurazione.
In tale ottica, la clausola claims made assume i tratti della clausola di delimitazione dell’oggetto del contratto (con conseguente esclusione, quindi, della natura vessatoria): non limita la responsabilità ma correla l’insorgere della stessa alla combinata ricorrenza della condotta del danneggiante, determinativa dell’evento lesivo, e della richiesta del danneggiato. E proprio in tale ottica, la clausola si incasella nell’area di derogabilità di cui all’art. 1932 c.c., senza comportare una deviazione strutturale dal modello di cui all’art. 1917 c.c. e dal più ampio modello dell’assicurazione contro i danni, di cui all’art. 1904 c.c.
Tale conclusione svincola la clausola claims made dal giudizio di meritevolezza di cui all’art. 1322 c.c., trattandosi di clausola non affetta da atipicità contrattuale ma, al contrario, inquadrabile proprio nel tipo del contratto assicurativo.
Piuttosto, deve verificarsi, sempre in base ai sensi dell’art. 1322 c.c., che la clausola claims made rispetti i “limiti imposti dalla legge”, che il primo comma della predetta disposizione postula per ogni intervento conformativo sul contratto inerente al tipo, in ragione del suo farsi concreto regolamento dell’assetto di interessi perseguiti dai paciscenti (cd. causa concreta). E tale valutazione va effettuata avendo quali parametri di riferimento le norme costituzionali (artt. 2 e 41 Cost.) in sinergia con quelle sovranazionali funzionali all’esercizio dell’autonomia privata.
In tale contesto, quindi, si rende opportuna un’indagine a più ampio spettro, che non si arresti alla sola conformazione genetica del contratto assicurativo, ma ne investa anche il momento precedente alla sua conclusione e quello successivo, relativo all’attuazione del rapporto.
Innanzi tutto occorre verificare il rispetto del principio della buona fede nella fase precontrattuale, in ossequio all’art. 2 Cost. ed agli artt. 1175 e 1375 c.c., attraverso il riscontro della completezza dell’informativa precontrattuale.
Ma, soprattutto, occorre indagare il contenuto negoziale, verificando l’idoneità del singolo prodotto assicurativo, per come congegnato, a salvaguardare gli interessi che entrano nel contratto, ai quali non è estraneo quello, di natura superindividuale, di una corretta allocazione dei costi sociali dell’illecito. In altre parole, l’analisi dell’assetto sinallagmatico del contratto rappresenta un veicolo utile per apprezzare se, effettivamente, ne sia realizzata la funzione pratica, quale assicurazione adeguata allo scopo, laddove l’emersione di un disequilibrio palese di detto assetto si presta ad essere interpretato come sintomo di carenza della causa in concreto dell’operazione economica. Non è, dunque, questione di sindacare l’equilibrio economico tra le prestazioni, che è profilo rimesso esclusivamente all’autonomia contrattuale, ma occorre indagare, con la lente del principio di buona fede contrattuale, se lo scopo pratico del regolamento negoziale “on claims made basis” presenti un arbitrario squilibrio giuridico tra rischio assicurato e premio, giacché, nel contratto di assicurazione contro i danni, la corrispettività si fonda in base ad una relazione oggettiva e coerente con il rischio assicurato, attraverso criteri di calcolo attuariale.
Del resto, una significativa chiave interpretativa in tal senso è fornita dal considerando n. 19 della direttiva 93/13/CEE, che, sebbene abbia riguardo specificamente alla tutela del consumatore, esprime un principio di carattere generale, sterilizzando la valutazione di abusività della clausola di delimitazione del rischio assicurativo “qualora i limiti in questione siano presi in considerazione nel calcolo del premio pagato dal consumatore”.
Il regolamento contrattuale dovrà, quindi, modularsi, nell’assicurazione della responsabilità professionale, anzitutto in ragione della disciplina legale di base, inderogabile in pejus e posta a tutela di interessi di natura pubblicistica. Ove la stipulazione violi in concreto quanto disposto dalla legge il contratto sarà nullo e potrà operare il meccanismo di cui all’art. 1419, comma 2, c.c. così da prevenire ogni forma di abuso del diritto ed integrare lo statuto negoziale attingendo dalla disciplina legale ed assicurando quanto necessario per ripristinare in modo coerente l’equilibrio dell’assetto vulnerato. Ed inoltre, l’obbligo di adeguatezza del contratto assicurativo, che si fonda sul principio di buona fede e correttezza, consente l’operatività di tale meccanismo di integrazione legale conseguente a nullità parziale anche per i rapporti assicurativi sorti prima dell’affermarsi del regime di obbligatorietà dell’assicurazione della responsabilità civile professionale.
Del pari, la giuridica esigenza che il contratto assicurativo sia adeguato allo scopo pratico perseguito dai paciscenti sarà criterio guida nell’interpretazione della stipulazione intercorsa al fine di garantire l’assicurato dalla responsabilità civile anche in settori diversi da quello sanitario o professionale e, segnatamente, in quelli che postulano l’esigenza di una copertura dai rischi per danni da eziologia incerta e/o caratterizzati da una lungolatenza.