Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2020/02/accesso-illegittimo-utilizzabili-dichiarazioni-contribuente.html
Timestamp: 2020-04-09 18:19:32+00:00
Document Index: 151552917

Matched Legal Cases: ['art. 52', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 33']

La Corte di Cassazione, nel confermare che l’accesso presso i locali ad uso promiscuo necessita dell’autorizzazione del Procuratore della Repubblica (ma non la sussistenza di gravi indizi di violazione tributaria), ha tuttavia precisato che, in ogni caso, l’inutilizzabilità delle prove non può riguardare quelle che trovano nell’accesso una mera occasione, come è di regola per le informazioni di terzi e soprattutto per le dichiarazioni del contribuente, le quali potrebbero essere raccolte allo stesso modo anche per strada o direttamente presso gli Uffici dell’organo deputato all’indagine.
Accesso illegittimo: il fatto
L’ordinanza n. 612 del 15 gennaio 2020 della Corte di Cassazione, sul tema dell’accesso illegittimo, rileva che l’Agenzia delle Entrate, a seguito di verifica a carico di un panificio, procedeva ad accertare, in relazione all’anno d’imposta 2007, maggiori ricavi per euro 121.584,69 a fronte di un reddito dichiarato di euro 8.250,00 e ad emettere avviso di accertamento che veniva impugnato.
Ricorre per cassazione il contribuente, sostenendo che la decisione impugnata non ha fatto corretta applicazione dell’art. 52, primo e secondo comma, del D.P.R. n. 633 del 1972, essendo stato accertato in giudizio che le verifiche fiscali hanno avuto luogo in locali ad uso <<promiscuo>> con la sola autorizzazione del Capo Ufficio.
Verifiche effettuaute in locali ad uso promiscuo
I locali dove era stato effettuato l’accesso e dove si erano svolte le verifiche, oltre ad avere una destinazione <<promiscua>> perché adibiti a luogo di esercizio dell’impresa e ad abitazione, rientravano anche nella tipologia dei <<locali diversi>> in quanto di proprietà di terzi (ossia del padre del contribuente), per i quali il secondo comma dell’art. 52 citato richiedeva, oltre alla predetta autorizzazione, i <<gravi indizi>> di violazioni di norme tributarie.
La sentenza impugnata, secondo la prospettazione del ricorrente, si porrebbe, quindi, in contrasto con l’interpretazione della norma affermata dalla Corte di Cassazione, che ha più volte ribadito che l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica in tali casi costituisce condicio sine qua non per la legittimità dell’atto e delle conseguenti acquisizioni.
L’art. 52 citato non richiede inoltre, per la sua applicazione, che i locali ad uso promiscuo o ad uso esclusivo di abitazione, che comunichino con quelli dell’impresa, siano indicati come privati, né rileva lo stato soggettivo, di buona o mala fede del soggetto verificatore.
Evidenzia, altresì, che in sede di primo accesso sono stati raccolti elementi di prova e dichiarazioni, sia del titolare del panificio che di terzi soggetti, e che su tali elementi si fonda l’accertamento analitico induttivo del reddito d’impresa, come emerge dal processo verbale di constatazione redatto.
La Corte premette che, ai fini dell’accertamento in materia di I.V.A., l’art. 52 del d.P.R. n. 633 del 1972 – richiamato dall’art. 33 del d.P.R. n. 600 del 1973 e, quindi, applicabile anche per gli accertamenti in materia di imposte dirette – prevede al primo comma l’accesso degli impiegati dell’Amministrazione finanziaria presso i locali adibiti all’esercizio dell’attività commerciale, agricola, artistica o professionale, ovvero presso i locali adibiti ad uso promiscuo e, al secondo comma, l’accesso presso i locali adibiti ad uso esclusivamente abitativo.
L’autorizzazione del Procuratore della Repubblica
Nel primo caso è richiesta la sola autorizzazione del capo dell’Ufficio e del Procuratore della Repubblica e tali autorizzazioni si atteggiano come meri adempimenti procedimentali, strettamente legati alla necessità che l’accesso sia avallato da una autorità gerarchicamente e funzionalmente sovraordinata.
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