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Timestamp: 2017-05-23 09:54:52+00:00
Document Index: 165443144

Matched Legal Cases: ['art.32', 'art. 1', 'art. 117', 'art.118', 'art.118', 'art 18', 'art.117', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 36', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 22']

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Premessa 1Principi ispiratori 2Da episodio a sistema: la lezione
dell’Emergenza Nordafrica 3Mappa dell’accoglienza: come si
rinnova il sistema dei centri 4Obiettivi e destinatari 8
Le linee guida del sistema 9
dell’accoglienza 13Dimensionamento
del sistema 14Risorse aggiuntive
per l’accoglienza 15Il futuro passa da quiUna proposta di rinnovamento del sistema di accoglienza in Italia
a cura di Mauro Maurino
di Connecting PeoplePremessa
La gestione delle politiche migratorie in Italia durante la cosiddetta
Emergenza Nordafrica ha messo in evidenza almeno tre questioni di
carattere generale riferite all’attuale sistema di accoglienza.
In primo luogo, sino ad oggi la questione migratoria è stata
interpretata come un problema nazionale, in cui le politiche e le
scelte dipendono direttamente dallo stato centrale, mentre per
paradosso i problemi di gestione, e spesso anche di reperimento
delle risorse, spettano al livello locale. Uno sguardo innovativo
vuole spingere anche le istituzioni regionali e locali verso un
protagonismo, non solo rispetto all’accoglienza, ma più in generale
sui temi dell’integrazione e del fallimento dei progetti migratori.
In secondo luogo, i migranti che approdano sul territorio italiano
spesso richiedono l’asilo, anche senza averne motivo o diritto, in
quanto tale domanda costituisce il canale più semplice per ottenere
i servizi di accoglienza nel primo periodo e, successivamente, il
Per questo motivo, il flusso di richiedenti asilo comprende un
numero significativo di migranti economici - ovvero persone che
emigrano non per fuggire da guerre, epidemie, persecuzioni, ma per
realizzare il proprio progetto migratorio.
Inoltre, le due etichette non corrispondono sempre a tipologie di
migranti, ma anche a fasi del percorso personale: un richiedente
asilo che ottenga lo status e che inizi a lavorare può essere
considerato alla stregua di un migrante economico.
Pur essendo spesso sovrapposte, comunque, le due categorie
risultano utili per schematizzare le diverse linee di una proposta di
rinnovamento del sistema. La differenza principale nel progettare
gli interventi e le opportunità per le due categorie in questione
risiede nella capacità o nell’attesa che i migranti economici possano
contribuire direttamente a fornire quota parte delle risorse necessarie
per i servizi specifici a loro destinati.
In questo documento, ci soffermiamo sui richiedenti asilo, ritenendo
urgente una discussione sul sistema di accoglienza italiano.Riferimenti normativiPermesso di soggiorno
Decreto Tremonti - Maroni del 6 ottobre 2011pag. 16A volo d angelo
Il futuro passa da qui è l’esito di una riflessione collettiva che, a partire
dall’esperienza - in particolare piemontese - dell’accoglienza di profughi
della cosiddetta Emergenza Nordafrica, si propone di stimolare il dibattito
culturale e politico sui temi dell’accoglienza.
Il documento è stato elaborato qualche mese fa. Oggi, nel rileggerlo e
nel ricevere gli interventi scritti a commento dello stesso, il pensiero fa
Uno dei nodi ineludibili delle politiche dell’accoglienza è rappresentato
dal tema delle risorse: da quelle tradizionali, prettamente economiche,
a quelle organizzative, quali enti gestori e comunità nazionali dei migranti, sino a spingersi all’azzardo di affermare che i centri di accoglienza
non rappresentano solo costi, ma anche investimenti economici.
Queste poche righe intendono tratteggiare l’argomento in questione, a
chiarimento e, in parte, a integrazione del documento Il futuro passa da qui.
Gli enti gestori sono in genere considerati operatori di mercato che
assolvono ed esauriscono il proprio compito con la fornitura di beni
e servizi legati alla gestione e alla procedura della richiesta d’asilo.
In realtà, questi enti sono veri e propri mondi di opportunità, con le reti
di cui sono portatori, con i network che possono mettere al servizio del
sistema di accoglienza: da questo discende la loro capacità di moltiplicare le
possibilità, di valorizzare territori e pratiche, di orientare le risorse secondo
le esigenze concrete.
Sotto questo aspetto, andrebbe introdotta una selezione degli enti secondo
criteri nuovi che non trovano spazio nell’attuale sistema di gare. Riteniamo che
una caratteristica necessaria per l’ente gestore - che va oltre la competenza
professionale di produrre servizi di qualità - sia la capacità di rappresentare
una filiera di opportunità e garantirne l’utilizzo, filiera che riflette la complessità
del processo di accoglienza e la delicata opera di riannodamento di trame di
vita attraverso una molteplicità di ambiti di intervento: assistenza, mediazione,
alfabetizzazione, formazione, salute, lavoro, casa, rimpatrio.
Il secondo blocco di risorse è meno evidente, ma molto interessante: le comunità nazionali dei migranti presenti in Italia. Si tratta, anche in questo
caso, di possibili miniere nascoste a cui un programma di accoglienza nazionale non può non guardare, in quanto realtà che uniscono le due sponde
del progetto migratorio, luoghi che rendono permeabili i confini.
Il coinvolgimento delle comunità nazionali equivale a una chiamata in corresponsabilità che rende esplicita la filigrana del fenomeno migratorio.
Le ragioni che legittimano questa impostazione sono molteplici: a partire da
quelle di senso (come è possibile operare nel campo delle migrazioni, senza
i migranti stessi come coprotagonisti delle politiche e delle scelte?) per arrivare a ragioni di impronta pragmatica, relative alla capacità, ampiamente
testata, dei network di migranti di promuovere identità e cittadinanza, di
agevolare i rimpatri e di consentire lo sviluppo di attività economiche tra i
paesi di partenza e il paese di approdo.
Normalmente, i centri di accoglienza vengono percepiti come fonti
di costi. Nella realtà, però, essi sono anche luoghi capaci di generare
e ridistribuire risorse e di produrre risparmi, prevenendo l’insorgere di
spese. Nello specifico, provando a delineare questi vantaggi in genere
poco evidenziati, troviamo che:
- Un sistema di accoglienza con una capacità di 18 mila posti genera 4000
mila posti di lavoro diretto con le persone migranti più circa 2 migliaia
nell’indotto (servizi di ristorazione, trasporti, lavanderia e altri beni e servizi
necessari alla gestione dell’accoglienza) per un totale di almeno 6 mila posti
di lavoro di cui il 20% ad alta qualificazione.
- L’attività sanitaria, laddove svolta in collegamento con le strutture del territorio e con l’ausilio di strumenti di rilevazione di dati, consente di costruire la
conoscenza di questa popolazione nuova, ignota al servizio sanitario nazionale che viene in tal modo viene messo in grado di programmare le proprie
politiche di intervento con evidenti risparmi dovuti alla razionalizzazione.
- L’utilizzo di strumenti di politiche attive del lavoro non solo accelera i
processi di inserimento nel mercato del lavoro, ma consente anche di facilitare la selezione di quei profili specializzati ricercati dalle aziende, talvolta
rintracciabili nei gruppi di migranti, evitando in tal modo il fenomeno del
depauperamento delle risorse umane.
- Nei luoghi in cui si verifica un incontro positivo tra centro di accoglienza e3Come terzo e ultimo punto, l’attuale sistema si basa su due pilastri
consolidati (CARA e SPRAR) e un terzo nato con l’Emergenza
In grande sintesi possiamo dire che tale sistema è:
- costoso;
- insufficiente quantitativamente;
- non tutelante, cioè non orientato a sostenere i percorsi di rifugiati
non appartenenti a categorie vulnerabili, ma privi comunque di reti
di sostegno autonome;
- qualitativamente disomogeneo. Il livello di qualità dipende dalle
singole volontà;
- incoerente. I pilastri vengono rappresentati in dinamiche di quasi
concorrenza, rendendo più complicata la costruzione di una filiera;
- precario nei suoi attori. Ad ogni fine emergenza, le risorse attivate
vengono smantellate. Il sistema delle gare è inquinato da tempi di
aggiudicazione non certi, assegnazioni complesse, continui ricorsi;
- demandato alla volontà dei singoli comuni. Nel circuito SPRAR,
l’accoglienza è vincolata alla volontà dell’ente locale;
- poco efficiente. Il sistema SPRAR esprime obiettivi di rilievo, ma in molti
casi non ha risorse proporzionate e standard definiti di personale; i centri
CARA, al contrario, sono caratterizzati da elevati livelli di investimento e
di servizi, a fronte di obiettivi ridotti rispetto alle loro potenzialità;
- privo di sistemi di selezione qualitativa per l’assegnazione.
La compagine dei soggetti gestori è estremamente variegata, senza
alcun comune denominatore: cooperative sociali, albergatori,
associazioni di radioamatori, multinazionali, etc;
- privo di sistemi di monitoraggio. Non sono previste forme di controllo
sostanziali per nessuno dei sistemi di accoglienza, da quelli governativi,
allo SPRAR, a quelli finanziati da enti o programmi locali.
Il monitoraggio esplora soltanto dati di tipo numerico e
rendicontativo, senza prendere in esame la quantità e la qualità
dei servizi offerti. Questa lacuna del sistema non consente di
procedere a correzioni, sanzioni, o eventualmente sospensioni di un
affidamento, in caso di evidenti carenze..1Principi ispiratori
Il modello descritto nelle pagine che seguono è orientato secondo
quattro principi di fondo:
- Universalismo del sistema di accoglienza. L’idea è che vada
allargata la platea delle persone migranti alle quali rivolgere le
politiche di sostegno. In questo ampliamento di orizzonte trova
fondamento il principio universalistico: ogni migrante ha diritto di
avere opportunità di accoglienza, a prescindere dalla ragione per cui
ha intrapreso il proprio progetto migratorio.4residenti si mette un moto una crescita culturale e di fiducia tale da migliorare la qualità della vita, diminuendo quei sentimenti di paura e di chiusura
che in genere si amplificano a contatto con il diverso. Gli studi economici
dimostrano che i territori aperti e disponibili all’innovazione migliorano le
loro chances di crescita.
Il quarto blocco di risorse è di tipo tradizionale. Dove prendere i soldi
per fare accoglienza? Proviamo a tratteggiare alcune proposte che
vanno da una revisione della destinazione della tassa per il rilascio
dei documenti di soggiorno alla trasformazione di ore di permesso dei
lavoratori dipendenti, sino ad arrivare (con un’ombra di populismo) ai
costi della politica. Da questa ricognizione, finalizzata a riqualificare
la spesa che lo Stato italiano già affronta, emerge una disponibilità
interessante: oltre 300 milioni di euro, cifra sufficiente a finanziare il
programma dimensionato a 18 mila posti.
Ci si può ancora chiedere perché destinare queste risorse all’accoglienza,
e non ad altri scopi. La ragione non è solo da rintracciarsi nel sentimento
di solidarietà e nel fatto che l’Italia abbia firmato dei trattati internazionali.
La tesi è che accogliere sia un investimento, non solo a lungo termine,
nelle questioni culturali, ma anche a breve termine, a livello di posti di
lavoro, di risparmi, di sviluppo. Il documento avanza diverse proposte,
ma soprattutto inaugura questo sguardo sui fatti migratori, uno sguardo
che a nostro giudizio potrà dare ottimi frutti nel prossimo futuro.
Ad oggi, qualche risultato già c’è. Le nostre organizzazioni sono
entrate in contatto con altri mondi imprenditoriali, generando incontri inediti e proposte per iniziative di impresa in cui coinvolgere
i migranti: dalla logistica al taglio delle pietre dure, dalla gestione
di una scuola guida alla realizzazione di un impianto di volo d’angelo nelle montagne del torinese. Non è poca cosa, in questa Italia
spaventata dalla crisi, cogliere un grappolo di segnali di ripresa.
E forse non è un caso che questo sia avvenuto sul terreno, aperto e
fertile, dell’accoglienza ai popoli migranti.a cura di Salvatore Ippolito
di Fondazione XenagosItalia. Terra di
opportunità e di diritti?
Quando cominciano ad approdare nella nostra terra i flussi migratori dell’economia post guerra fredda provenienti dall’Africa e
dall’Asia, impoverite e in conflitto, l’Italia dormiente degli anni ‘80,
ubriaca del proprio sviluppo e della scoperta della crescita sociale
a debito, aveva da poco iniziato a dimenticare la propria incapacità
di assorbire tutta la manodopera interna per tenere fermo il differenziale salariale ed esportare prodotti.
In questa Italia appena ricca, dimentica di milioni di italiani espulsi
dai propri villaggi e città per diventare forza lavoro nei paesi a
maggior sviluppo industriale, arrivano le ondate di “vu cumpra’”
dal Nordafrica, poi le vittime dei conflitti del corno d’Africa e del
frantumarsi del blocco sovietico.
L’Italia, impreparata a vedere gli altri come immigrati, stenta a
riconoscere che, nella perversione degli “sviluppi” economici, è diventato paese ospite e polo d’attrazione. Ha chiuso gli occhi e fatto
Nel ‘91 il nostro paese accede al protocollo del 1967, con il quale
accetta sul suolo italiano richiedenti asilo anche da continenti extraeuropei, di cui fino a quel momento era stato l’ACNUR a occuparsi.
L’Italia non è purtroppo riuscita a organizzare un sistema d’asilo
e d’immigrazione, abbandonando questi fenomeni alla gestione
caritatevole degli enti di volontariato. Un fenomeno epocale, gli
obblighi internazionali, la ristrutturazione del mercato del lavoro
sono stati così trasformati in tante piccole emergenze umanitarie.
Anziché investire razionalmente le risorse, il sistema ha delegato
la gestione del problema e ha rinunciato alla costruzione di un
pensiero strategico, accettando in tal modo di emarginarsi dai
contesti di decisione geopolitica e privandosi di ogni ruolo leader
nel Mediterraneo e nel mondo.
Dunque, non si è proceduto ad elaborare alcun piano d’immigrazione e alcuna legge sull’asilo. Ma l’idea che lasciare tutto immutato
ci avrebbe consentito di passare indenni dal confronto con il fenomeno migratorio si è rivelata completamente fallace..- Sussidiarietà verticale e orizzontale. L’auspicato protagonismo
delle istituzioni locali è legittimato dal punto di vista dei principi
dall’idea di sussidiarietà. Analogamente, questo è valido per il ruolo
operativo delle organizzazioni della società civile nella costruzione
delle politiche e nella loro attuazione.
- Solidarietà. Questo principio è da intendersi, da un lato, come
determinazione ad aiutare, sostenere, accompagnare coloro che
sono in difficoltà. Dall’altro lato, la solidarietà è data da un vincolo
all’interno delle istituzioni statali: poiché le regioni e i diversi
territori italiani godono del vantaggio derivante dal fatto che l’Italia
abbia sottoscritto delle convenzioni internazionali, parimenti
dovranno far fronte agli obblighi derivanti da tali convenzioni.
- Non gratuità. Le risorse per l’assistenza non sono illimitate e
rappresentarle come tali può essere non solo fuorviante, ma anche dannoso
per la realizzazione del progetto migratorio dei richiedenti asilo, creando
l’aspettativa di nuovi servizi in un sistema di tipo assistenziale. In un’ottica
promozionale, più consona alle possibilità della società in cui viviamo, ogni
servizio rappresenta un gesto di solidarietà del Paese che accoglie e, come
tale, va considerato e immaginato. Alla generosità, normalmente, si risponde
con gratitudine e non con la pretesa di altre azioni analoghe..2Da episodio a sistema:
la lezione dell’Emergenza Nordafrica
L’Emergenza Nordafrica è stata un’occasione che ha consentito:
- l’introduzione del principio delle quote regionali nella
distribuzione dei richiedenti asilo.
Questo fatto giustifica una programmazione regionale
dell’emergenza e l’assunzione di un ruolo di regia strategica delle
Regioni. Allo stesso tempo, può rappresentare la leva che fa emergere
nel locale la volontà di rapportarsi in modo proattivo, e non solo
difensivo, nei confronti dei flussi migratori, spingendo la politica del
territorio a entrare nella programmazione locale dei flussi stessi.
- l’affermarsi di nuovi enti gestori diffusi sui territori.
Parte di questi hanno dato ottimi risultati in termini di qualità dei servizi.
- la sperimentazione di nuove modalità di fare accoglienza.
La sperimentazione innovativa è uno dei risultati più tangibili
dell’Emergenza Nordafrica. L’elevata flessibilità ha consentito
esperienze significative da monitorare e di cui tener conto nel
progettare il rinnovamento di alcuni aspetti del sistema tradizionale
di accoglienza italiano.
In particolare, le strutture attivate in risposta all’emergenza
- una riduzione dei parametri di personale rispetto al modello dei
CARA con l’introduzione di nuove figure professionali;Il mercato del lavoro, incapace di ristrutturarsi, ha attratto milioni di
lavoratori nei settori dell’economia informale, aperti al lavoro nero.
Decine di migliaia di profughi sono arrivati vedendo il nostro paese
come terra di transito oppure come remota possibilità di rifugio. Ma
in Italia, alla fine, si sono fermati circa 6 milioni di persone, entrate
quasi tutte clandestinamente. 150 mila di queste sono richiedenti
asilo, dei quali, una volta ottenuto lo status di rifugiato, stentiamo a
trovare traccia sul territorio.
Nel 2000, coscienti della situazione e del farraginoso moto della macchina legislativa italiana, abbiamo messo assieme la volontà di pochi
funzionari interessati del Ministero dell’Interno, dei Comuni, dell’ANCI
e dell’ACNUR per iniziare un sentiero verso un sistema di accoglienza
e integrazione, basato sulla distribuzione territoriale e sulla volontaria
adesione di comuni preparati a percorsi d’integrazione.
12 anni dopo, la rete volontaria, lo SPRAR, rimane ancora volontaria,
nonostante un pretenzioso Fondo Nazionale Asilo messo a disposizione per i suoi progetti. L’ANCI è rimasta l’unica erede istituzionale
di un sistema che nel 2011 non ha retto l’ondata migratoria dell’Emergenza Nordafrica.
L’intervento della Protezione Civile, attivato in sostituzione, ha
avuto il merito di mettere in campo mezzi, enti gestori e fondi sufficienti e di disporre per la prima volta una distribuzione su base
regionale degli ingressi.
Da questa esperienza, occorrerebbe partire per ridisegnare il sistema
d’accoglienza, delegando al livello regionale e territoriale la responsabilità di pianificazione, di gestione e di governo dei flussi migratori
programmati e non e attraendo nuove fonti di finanziamento con finalità di integrazione sociale ed economica.
Secondo dati recenti del Ministero dell’interno negli ultimi dodici
mesi sono sbarcati 17.365 immigrati. I permessi di soggiorno sono
stati 115.016 per lavoro autonomo, 921.080 per lavoro subordinato e
524.406 per ricongiungimenti. La maggioranza dei permessi di soggiorno si riferiscono alla nazionalità marocchina (215.659), seguiti
da Albania (208.129), Cina (165.107), Ucraina (117.601) e Moldavia
(84.401). Le richieste di protezione internazionale sono state 33.656.
In 2.244 casi è stato riconosciuto lo status di rifugiato, per 3.217 persone sono state applicate le misure di protezione sussidiaria.
Gli immigrati che sbarcano sulle nostre coste non costituiscono ovviamente gli unici ingressi in Italia, ma sono solo i più visibili, nonché
i più vulnerabili, in quanto vengono intercettati e posti in accoglienza
fino alla determinazione del loro status. Questo percorso, in un certo
senso, tende a immobilizzarli, paralizzando il loro progetto migratorio
spontaneo. Le persone accolte vengono in un certo senso infantilizzate e private delle loro capacità autonome di generare risorse. Altre
persone, in un numero certamente di gran lunga superiore agli sbarcati, risultano invisibili e si disperdono nel territorio, autoproducendo
la propria sostenibilità, anche se di forma irregolare.
A fronte delle centinaia di migliaia d’ingressi annuali di migranti irregolari e delle decine di migliaia che sbarcano sulle nostre coste, è diventato necessario ripensare il sistema, a partire dalla formalizzazione
della presenza di nuove organizzazioni come la cooperazione sociale
nella gestione dell’accoglienza e dell’avvio dei percorsi di integrazione.
L’elevato numero di immigrati in Italia, in particolare nelle aree meno
sviluppate, in parallelo all’aumento della disoccupazione e al declino
delle attività produttive apre la porta a nuove riflessioni sul valore aggiunto della presenza dei migranti come elemento di dinamizzazione
imprenditoriale. L’intrusione del mondo della cooperazione sociale
nella gestione dei flussi migratori emergenziali di stranieri offre
esempi concreti di nuovo protagonismo imprenditoriale basato sulle
collettività degli immigrati.
L’idea di fondo è che fare impresa con gli stranieri consenta di stanare
segmenti del mercato del lavoro accantonati o da riabilitare nella prospettiva di nuovi modelli di economia sociale e produttiva.
La proposta Il futuro passa da qui e l’esperienza del Piemonte ci offrono
vari spunti per un nuovo attivismo nell’area del governo delle migrazioni.
Tavoli di programmazione regionali misti tra istituzioni e enti gestori e
di tutela, istituiti su base regionale con la guida e il coordinamento dei
Comuni, possono rappresentare una via d’uscita necessaria all’assistenzialismo rivolto ai migranti e contribuire a un’indispensabile razionalizzazione delle risorse disponibili a livello centrale e statale.
Abbiamo bisogno di una rinnovata partecipazione del terzo settore,
che nel frangente dell’emergenza 2011, ha del tutto confermato la
propria capacità di generare risorse e, allo stesso tempo, di riappropriarsi nel locale delle politiche d’integrazione e gestione del
fenomeno migratorio.5- una riduzione delle prestazioni assistenziali (per esempio,
abolizione della distribuzione di sigarette e nuova organizzazione
del pocket money);
- la costruzione di una filiera dei centri di accoglienza che mette in
collegamento strutture di grandi e medie dimensioni con soluzioni
in alloggi e microgruppi. (Alloggi e microgruppi sono concepiti
come un’evoluzione dei Centri SPRAR in cui è resa oggettiva e
controllabile la prestazione fornita, la dotazione di personale oltre
che implementato il servizio in termini qualitativi e quantitativi.).3Mappa dell’accoglienza:
come si rinnova il sistema dei centri
Nella proposta di rinnovamento dell’accoglienza presentata in
questo documento, i tre pilastri sopra citati (SPRAR, CARA e
reti territoriali attivate con l’Emergenza Nordafrica) vengono a
far parte di un disegno a regia condivisa nel quale ogni centro
appartiene a una filiera unica, con una forte specializzazione dei
ruoli al proprio interno tra centri di medie/grandi dimensioni e
centri di piccole dimensioni.
- centri di grandi dimensioni, ovvero strutture capienti (da n.51
posti in su), che accolgono:
centri di grandi
dimensionirichiedenti asilo;
migranti in arrivo in seguito a emergenze umanitarie.6a cura di Ignazio Schintu
Emergency Manager e responsabile del CdA Centro Polifunzionale
Croce Rossa Italiana “Teobaldo Fenoglio” di Settimo Torinese (TO)Operare per l accoglienza:
Accoglienza: apparentemente una parola come tante altre, ma che si
scopre, man mano, avere significati molto più profondi. Una di quelle parole
che si sentono quotidianamente, che si pronunciano senza rendersi conto.
Spesso dimentichiamo le situazioni per le quali una semplice parola
rappresenta l’unica speranza di un futuro. Non sappiamo se migliore o
peggiore. Sicuramente, però, un futuro.
Una parola che dietro di sé porta storie di guerra, di maltrattamenti, di violenza, di ingiustizie, di povertà e racchiude in sé e apre le porte alla speranza.
Lavorare per l’accoglienza è una grande responsabilità. Da anni, a titoli
diversi, siamo impegnati con lo scopo di rendere possibile l’avverarsi dei
sogni di qualcuno. È il nostro lavoro, un lavoro che in anni di esperienza
ci ha fatto conoscere tante storie, vedere tanti occhi piangere di gioia,
altri di disperazione. Anni di esperienza che hanno creato le occasioni per
cercare di migliorare il sistema, per quanto di nostra competenza, e per
riflettere sui pro e sui contro di un processo determinante per lo sviluppo
intellettuale, culturale, psicologico di tante persone.
Ecco la ragione per farci avanti, per impiegare e condividere il nostro
tempo e le nostre idee. Siamo convinti che il nostro paese possa fare
molto, ma il sistema attuale non è pienamente preparato ad affrontare
le migrazioni del nuovo millennio.
Non è più il tempo della valigia di cartone. Molti dei nuovi migranti, la
valigia, non sanno nemmeno cosa sia. Molti sono costretti a salire sui
barconi con una pistola puntata alla tempia, altri non portano nulla
con sé semplicemente perché non possiedono nulla, e quel poco che
avevano, l’hanno speso per imbarcarsi.
Solo piccoli esempi di un universo molto complesso, che non lascia
spazio agli errori, e dove la legalità sta al primo posto. Questo è il
messaggio che noi, operatori dell’accoglienza, vorremmo trasmettere.
Non solo per chi arriva, ma anche per chi ospita “a casa propria” persone di culture differenti. La legalità sta alla base di tutto, e credo sia
una delle chiavi per leggere in modo multiculturale il processo che sta
interessando la nostra società.
Facilitare la burocrazia, dare, a chi dimostra di avere la buona volontà,
una possibilità. E, allo stesso tempo, non dare illusioni. Offrire e avere
certezze, per poter operare al meglio, secondo quel principio di umanità nato tanti anni fa dall’idea di qualche uomo bizzarro, che credeva
che il mondo si potesse cambiare in meglio. E noi ci crediamo ancora.a cura di Ernesto Olivero
Servizio Missionario Giovani di TorinoInvestire risorse,
intelligenza, cuore
Una sera d’inverno del 1987 un giovane magrebino, puntando l’indice
verso di me mi ha domandato “Ma tu questa notte dove dormi?”.
Quella domanda secca e quel dito puntato mi hanno cambiato la vita.
Era l’anno della prima ondata migratoria dal nord Africa verso l’Italia.
Quegli uomini non scappavano da guerre, cercavano lavoro e libertà.
Credo che gli incontri veri siano quelli che ci cambiano; e a me e ai
miei amici, quell’incontro ha cambiato la vita. Da quel momento i
nostri Arsenali nel mondo sono diventati luoghi di accoglienza per
il viandante, per il profugo, per chi cerca speranza per la propria
vita e per i propri cari. Gli Arsenali sono città rifugio per chi vuole
cambiare la sua vita, da qualunque parte del mondo provenga e
qualunque sia il suo passato, purché accetti un metodo, regole
base per la convivenza che aiutano ad entrare nel rispetto di diritti
e doveri di tutti, e lo stile di una famiglia che accoglie.
L’accoglienza da quasi trent’anni è diventata parte integrante della
nostra vita, del nostro essere e del nostro operare. Soccorrere chi
è in difficoltà, accompagnarlo, offrire un luogo dignitoso al senza
casa non è solo un atto di compassione e di condivisione ma investimento sulla vita, sulla persona.- centri di medie dimensioni, ovvero strutture ridotte (da n. 11 posti
a n. 50 posti) che accolgono:
centri di medie
nuclei familiari all’inizio del loro percorso;
gruppi omogenei per nazionalità.
- centri diffusi, ovvero una costellazione di esperienze comunitarie
(al di sotto di n. 11 posti) o alloggi, coordinati in un progetto
unico e in collegamento con un centro di grandi o medie
dimensioni, che accoglie:
centri diffusipersone che hanno già ottenuto lo status di rifugiato,
vulnerabili o privi di reti di sostegno;
richiedenti asilo che hanno raggiunto un certo grado di
integrazione in termini di conoscenza della lingua italiana, di
percorso di orientamento lavorativo, di inclusione nel tessuto
della comunità locale.Conoscere l’altro ci ha educato a non sentirlo nemico nel suo essere
diverso da noi, ci ha insegnato che l’incontro sincero, il dialogo sono
le vie per superare odio, conflitti, per prevenire la guerra e costruire
la pace. L’incontro ci aiuta a riconoscere i bisogni comuni mentre la
diversità di cultura ci arricchisce. Senza nasconderci la complessità
di questi processi, abbiamo imparato a sentirli come una grande
opportunità per ricostruire l’unità della famiglia umana.
Noi, e con noi molte altre associazioni, abbiamo fatto esperienza
di questo percorso che è diventato un patrimonio prezioso, ma non
basta. Occorre investire sulla formazione soprattutto dei giovani
perché “l’accogliere” diventi bagaglio culturale di ogni cittadino e
dell’intera collettività. Con la creazione di reti su tutto il territorio
nazionale. Non possiamo pensare che il meccanismo della delega
sia sufficiente per affrontare un problema che è anche e soprattutto
un problema culturale. Occorre che tutta la collettività sia sensibilizzata e formata ai temi dell’accoglienza. Occorre investire risorse,
intelligenza, cuore per costruire modelli di accoglienza adeguati, non
improvvisati e appiccicati per far fronte all’emergenza di turno.
Il nostro Paese non ha ancora affrontato in modo serio questo tema,
nonostante l’immigrazione sia cresciuta vorticosamente negli ultimi
decenni. Si continua a gestire e a trattarlo attraverso semplificazioni
che portano la gente a schierarsi continuamente pro o contro. L’immigrazione nel nostro Paese è un fatto concreto ed è necessario costruire
politiche che diano forma a modelli di accoglienza e di integrazione nel
rispetto di chi è accolto ma anche del Paese che accoglie.
Lo scorso anno ad aprile come Sermig abbiamo raccolto l’invito a mobilitarci per far fronte all’emergenza legata all’arrivo in Italia di migliaia di
profughi provenienti da Libia e Tunisia. Abbiamo fatto spazio tra le mura
dell’Arsenale della Pace, accanto alle accoglienze ordinarie, ad altri 50
uomini. Una disponibilità resa possibile, come sempre, dalla somma di
tante buone volontà. In questo anno trascorso, molto è stato fatto e numerosi sono stati i passaggi che i ragazzi accolti e accompagnati hanno
compiuto a livello di integrazione.
Dopo tutto questo tempo il molto lavoro svolto, qui come in tutta
Italia, da noi e dagli altri enti gestori, rischia di essere vanificato. Infatti, in Piemonte la commissione territoriale che si deve esprimere
sulle richieste di asilo sta denegando oltre l’80% dei richiedenti,
Il Sermig aveva già segnalato da tempo questa criticità:
“Le commissioni prendono in considerazione la situazione dei paesi
di origine di ciascun richiedente, come dispone la convenzione di
Ginevra del 1951, ma in realtà i motivi che hanno spinto questi
migranti verso l’Italia vanno ricercati altrove, nella recente crisi
del Nord Africa, nella guerra Libica. Tutti i richiedenti asilo infatti
vivevano da anni e lavoravano in Libia”.
E’ alta la preoccupazione rispetto all’elevatissimo numero di
dinieghi che le persone accolte stanno ricevendo. Questa situazione ha innescato un meccanismo che produce prima il diniego,
e poi l’avvio verso la clandestinità di persone che restano sul territorio senza regolare permesso di soggiorno ed entrano nei circuiti
dell’illegalità. Tutto questo dopo un investimento di risorse umane
ed economiche rilevantissimo.
Stiamo producendo clandestinità! Un permesso temporaneo generale per motivi umanitari consentirebbe a queste persone di
mettere a frutto quanto hanno imparato in questo anno. Quasi
tutti hanno frequentato corsi di lingua italiana, percorsi di formazione professionale e hanno cercato di costruire una propria via
di vita e integrazione.
Pensiamo sia necessario trovare soluzioni che tutelino chi è
fuggito dal conflitto libico, pur non possedendo i requisiti per
ottenere la protezione internazionale. È un modo per garantire
il rispetto dei diritti umani, ma anche per evitare di generare situazioni di irregolarità con ripercussioni sociali gravi sui territori
interessati, tra cui possibili occupazioni, o altre forme di illegalità.
Richiediamo un intervento del Governo perché offra a tutti i profughi
dell’Emergenza Nordafrica un permesso di soggiorno temporaneo,
concedendo un ulteriore periodo di regolare soggiorno in Italia,
mantenendo aperta la possibilità di accedere al rimpatrio assistito,
di facilitare un processo di integrazione, attraverso percorsi graduali
di uscita dalle accoglienze e modelli di lavoro capaci di valorizzare
le esperienze e i successi dei percorsi di accoglienza realizzati in
questi anni. Tra gli altri, i modelli SPRAR, Emergenza Nordafrica, o
altre esperienze realizzate.
Pensiamo che l’unica soluzione passi da una stretta collaborazione
in ottica sussidiaria tra l’intervento dello Stato e quello del volontariato e del terzo settore capaci di trova insieme soluzioni efficaci per
le persone accolte.7Il sistema così rinnovato potrà accogliere un flusso ordinario di migranti
e parimenti fronteggiare, entro certi limiti, flussi emergenziali.
- un’analisi del dimensionamento del sistema ;
- un orientamento a filiera che consenta ai centri di grandi e medie
dimensioni di convogliare verso il centro diffuso parte degli ospiti
che hanno già un percorso di conoscenza della società italiana;
- l’accreditamento come SPRAR del 50% dei posti di strutture di
grandi dimensioni2 in ogni Regione da utilizzare in epoca ordinaria
per accogliere la quota parte dei richiedenti asilo già oggi accolti
all’interno dello SPRAR e, in fase emergenziale, di poter attivare
facilmente i restanti posti..4Obiettivi e destinatari
Innovare il sistema implica l’enunciazione degli obiettivi attuali e
nuovi del sistema stesso.
Accogliere significa:obiettiviassumersi un impegno legato alla soddisfazione dei
bisogni primari;
supportare con il lavoro sociale di cura e con il supporto
psicologico le persone che avviano il proprio percorso di
richiesta d’asilo;
fornire assistenza sanitaria;
agevolare l’apprendimento della lingua italiana;
operare nell’ottica dell’integrazione;
trasformare il tempo di attesa dell’esito del percorso di asilo
in un tempo di formazione e apprendimento capace di dare
senso all’esperienza anche per coloro che dovranno fare
fronte a un diniego;
contrastare i fenomeni di illegalità che utilizzano il circuito
della richiesta d’asilo per introdurre le vittime nel mercato
italiano dello sfruttamento sessuale e da lavoro.8Sicuramente il modello adottato per Emergenza Nordafrica va ripreso in
mano e rivisitato. Non può diventare prassi di accoglienza così come
è stato impostato. Riteniamo sia necessario e urgente che il Governo
Italiano costruisca un piano di accoglienza studiato e pianificato insieme a tutte quelle associazioni che quotidianamente operano con
richiedenti e rifugiati e che quindi concretamente conoscono i limiti
come anche i punti di forza di ciò che fino ad ora è stato fatto.
C’è da sperare che quest’esperienza ci abbia insegnato che l’accoglienza non si improvvisa. L’intera collettività e lo Stato attraverso
i suoi organi istituzionali devono creare percorsi condivisi a livello
europeo, a livello delle Nazioni Unite perché saremo sempre di più interpellati da esodi di massa dal sud del mondo, da paesi in guerra, da
emergenze umanitarie, migrazioni di grandi proporzioni che dovremo
essere preparati a ricevere.a cura di Gigi Anataloni
e direttore rivista Missioni ConsolataPartire
Da scribacchino qual sono, vivo la realtà dell’emigrazione forse più da
osservatore che da protagonista. Non credo che questo mi dia autorevolezza nelle mie considerazioni.
Sono stato fuori dall’Italia per oltre 20 anni e rientrato nel luglio 2009.
Quando sono partito, nel mi paese nel bresciano di africani c’era solo
mio cognato, un sudanese che mia sorella aveva incontrato a Genova.
Ora, nella frazione in cui vivo, è insediata una colonia di senegalesi. Girando per le strade in Torino, invece, mi sembra di essere nella realtà
multietnica di Londra negli anni Ottanta, quando vi studiavo inglese.
Questo cambiamento radicale - la presenza di milioni di extracomunitari - viene vissuto nella realtà della vita della gente comune molto più
positivamente e semplicemente di quanto i politici e i media vogliono
farci credere quando reagiscono in modo emotivamente calcolato e
strumentalizzato avvenimenti come l’arrivo dei profughi libici a Lampedusa, l’uccisione di un italiano/a da parte di un extra-comunitario, il
furto, la rissa, lo spaccio in cui non italiani sono coinvolti.
Una prova di questo è il realismo del mondo produttivo e imprenditoriale, insieme allo spirito pratico contadini: senza tante storie - pur
con tante irregolarità - migliaia di extracomunitari sono impiegati nelle
nostre fabbriche, nell’edilizia e nell’agricoltura. L’edilizia e l’industria
considerano l’extra-comunitario come una risorsa essenziale alla
propria sopravvivenza. Ed è interessante notare come una nota ditta
di cioccolato usi una famiglia africana per pubblicizzare il suo prodotto
di punta per bambini.
Da incompetente oserei dire che nel campo dell’accoglienza degli extracomunitari c’è una frattura tra il paese reale e il paese “politico”. Il
paese reale si adatta alla situazione ed offre riposte concrete, pur con
delle sofferenze ed incongruenze. Il bisogno reciproco (gli extra hanno
bisogno degli italiani e gli italiani hanno bisogno degli extra) porta a
trovare un modo pratico di convivere, con tutti i suoi limiti. Invece la
“politica” specula sul movimento migratorio cercando prima di tutto
il proprio vantaggio e non di risolvere i problemi reali delle persone,
cavalcando - indifferentemente - demagogia, buonismo e razzismo.
Mi sembra che le vostre proposte aiutino a creare una mediazione tra
il mondo reale e il mondo delle istituzioni, obbligando queste ultime a
vedere il problema per quello che è, tenendo conto di tutti i soggetti
e mettendo la persona al centro (non il proprio tornaconto). In questo
contesto è bello che gli extracomunitari siano trattati da soggetti (e
quindi, persone!) capaci di contribuire alla soluzione del “problema”
e non un problema extra (oltre a quelli che già abbiamo) che ci tocca
risolvere. Non va dimenticato poi che il problema non sono i migranti,
ma il malgoverno del mondo che ha creato tante ingiustizie, ridotto
molti paesi al collasso economico e mantenuto altri in stato di continua
dipendenza e sfruttamento..I soggetti sui quali è costruito il progetto di rinnovamento del
sistema d’accoglienza sono:destinataririchiedenti asilo che devono iniziare il proprio percorso;rifugiati provenienti dal sistema CARA, appartenenti alla
categoria dei vulnerabili;
rifugiati, privi di reti di sostegno autonomo, provenienti dal
sistema CARA;
persone provenienti da eventi migratori eccezionali (emergenze)..5Le linee guida del sistema
Un rinnovamento del sistema dovrà essere caratterizzato, a nostro
avviso, da alcuni elementi:
- Rivisitazione dei modelli che hanno finora ispirato la
pianificazione degli interventi. I format ideologici (piccola
versus grande dimensione, diritti versus doveri, assistenza versus
promozione, etc.) dovranno lasciare il posto a modelli orientati alla
persona con servizi efficaci ed efficienti
- Stretta relazione con le istituzioni locali e con il tessuto
economico. Dovrà essere valorizzata la ricaduta economica
del centro sul luogo in cui questo è istituito, prevedendo, per
esempio, una premialità per i centri che trasferiscono risorse al
al territorioassunzioni di personale;
acquisti di servizi e forniture;
utilizzo dei servizi locali destinati all’infanzia, all’apprendimento
della lingua, alla sanità.a cura di Elide Tisi
Assessore alla Salute, alle Politiche Sociali
e Abitative della città di TorinoAgire sulle comunità
L’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati è un tema complesso e
delicato, che va affrontato con responsabilità e spirito solidaristico, per
apportare miglioramenti ad un sistema che va ad innestarsi in un tessuto
sociale già messo a dura prova dalla crisi economica.
Rispetto ad un rinnovamento dell’attuale sistema di accoglienza, penso che
sarebbe utile partire da un maggior confronto e scambio tra i livelli locali,
che gestiscono operativamente e quotidianamente l’accoglienza, e i livelli
nazionali, che stabiliscono le politiche migratorie.
E’ inoltre fondamentale rafforzare le reti territoriali del privato sociale che
lavorano su queste tematiche, favorendo anche il dialogo e l’interscambio
tra soggetti diversi ed individuando obiettivi comuni su cui lavorare, anche
al fine di garantire coerenza pur nella diversità degli interventi. I temi da
affrontare nell’impostare nuove politiche migratorie sono molti, a partire dai
tempi di attesa per il riconoscimento dello status di rifugiato che, in caso di
diniego, rappresentano un periodo di false speranze per il migrante ed un
impiego di risorse che potrebbero essere utilizzate diversamente a favore
dei rifugiati che rimarranno in Italia.
Tra le priorità su cui avviare un confronto e stabilire, ove possibile, una certa
omogeneità sul territorio, penso ci debbano essere i percorsi di accoglienza,
che andrebbero distinti a seconda della fase, al fine di velocizzare le attività
necessarie alla prima accoglienza (pratiche burocratiche, assistenza sanitaria), di rendere più efficace l’acquisizione di conoscenze e competenze
per integrarsi nel tessuto sociale (corsi di lingua, di educazione civica e
percorsi formativi) e di accompagnare il rifugiato ad una propria autonomia.
A seconda delle varie fasi sarebbe necessario ipotizzare strutture dedicate, di dimensioni differenti e con compiti e attività diverse, a partire da
strutture più ampie in una prima fase, fino a esperienze comunitarie o di
co-abitazione in una fase finale. E’ infatti particolarmente importante che
nelle fasi di formazione e di accompagnamento all’inserimento lavorativo le
persone abbiano una dimensione abitativa adeguata ai loro bisogni.
E’ inoltre importante, a mio parere, responsabilizzare i richiedenti asilo e i
rifugiati rispetto al loro futuro, chiarendo fin da subito quali sono i loro diritti
ma anche i loro doveri, ipotizzando percorsi che valorizzino le loro capacità
e che siano solo assistenziali dove esistano delle effettive vulnerabilità. A tal
fine è dunque necessario che anche le diverse opportunità del territorio siano
coinvolte (a partire dalle politiche attive del lavoro) favorendo collaborazioni
con i diversi mondi produttivi, da quello agricolo a quello dell’artigianato.
Per favorire un atteggiamento pro-attivo dei rifugiati può essere utile richiedere anche un loro coinvolgimento attivo nella gestione dei luoghi di ospitalità o del territorio nel quale vengono accolti. Come pure diventa dirimente,
al fine di avviare percorsi di inclusione lavorativa, la possibilità di accedere
a tirocini formativi e, naturalmente, l’apprendimento della lingua italiana.
Queste attività si possono sistematizzare a livello locale, anche attraverso la
creazione di banche dati sull’occupabilità dei rifugiati e di strette connessioni
con i centri per l’impiego e le imprese locali o le loro rappresentanze. Infine,
per poter migliorare l’accoglienza dei rifugiati, occorre agire sulle comunità
locali e creare le condizioni per l’accoglienza, favorendo la conoscenza e
lo scambio, superando la diffidenza e le paure, che spesso accompagnano
queste situazioni e che solo attraverso il dialogo possono essere superate.a cura di Stefano Tallia
(Sindacato piemontese dei giornalisti)Nessun essere umano
e un clandestino
Le parole - urlava Nanni Moretti alla giornalista che gli rivolgeva l’ennesima
idiotissima domanda - sono importanti. E lo sono ancor di più per chi con
le proprie parole deve guidare la società alla scoperta di realtà complesse
tenendo lontana la tentazione del luogo comune, della verità troppo facile.
Quante volte in questi anni crudeli sono state le parole dette male o con
eccessiva leggerezza a scatenare reazioni incontrollate contro i più deboli e
indifesi? Appena pochi mesi fa, non è stata forse una deposizione rivelatasi9- Valorizzazione delle risorse volontarie che si attivano nei territori
in occasione dell’apertura dei centri e si organizzano in associazioni
specifiche a partecipazione mista. (ved. esperienza dell’associazione
“Noi, quelli del Ritz” che vede la compartecipazione di volontari del
territorio, ospiti e operatori del centro).
- Nuovo approccio ai servizi sanitari erogati nei centri incentrato su:nuovo approccioriduzione delle ore di prestazione sanitaria, considerando
sovradimensionato un presidio 24h su 24h;
collegamento del servizio sanitario del centro con i servizi
sanitari del territorio attraverso il coinvolgimento nell’erogazione
delle prestazioni sanitarie dei medici di famiglia che iscrivano i
migranti ospitati nella struttura come propri pazienti;
partecipazione degli ospiti a programmi di monitoraggio su
specifiche patologie ad alto impatto economico che colpiscono
la popolazione migrante (ved. nefropatici gravi);
istituzione di un sistema di monitoraggio e controllo
sanitario che generi una banca dati sanitaria sulla
popolazione migrante.
- Lotta alla tratta ed educazione alla legalità.
È un tema lasciato alla volontà dell’ente gestore, nonostante
esso abbia un impatto potenziale ben più grande del servizio di
informazione e consulenza legale. Questo richiede l’introduzione di
due nuove figure/prestazioni all’interno dei centri:nuove figurel’associazione/operatore specializzato nella lotta alla tratta
sessuale, che agisce in modo informale per monitorare i centri e
stabilisce una relazione con le potenziali vittime;
il “sindacalista” che informa gli ospiti sui diritti/doveri
nell’ambito del mercato del lavoro e stabilisce una relazione
potenzialmente utile in futuro per coloro che saranno
eventualmente arruolati come lavoratori-schiavi.10poi falsa e alla quale i media avevano dato eccessivo credito, a scatenare
l’assalto a un campo Rom nella periferia torinese? E di storie simili, in Italia,
se ne contano decine.
Sono talmente importanti le parole che un gruppo nutrito di giornalisti del
quale mi onoro di far parte, ha deciso anni fa di bandire dai propri articoli
la parola “clandestino”. Esistono cioè uomini, donne, richiedenti asilo,
lavoratori, disoccupati, stranieri in possesso di permessi scaduti o privi
di documenti, ma nessun essere umano può e deve essere considerato
clandestino. Una battaglia, mi rendo conto, che rappresenta non più di una
goccia prelevata dal mare dei luoghi comuni che ancora popolano il racconto
del mondo degli stranieri, e tuttavia una goccia che ha avuto la sua importanza. Quella prima goccia, nel 2008, è infatti divenuta un bicchiere d’acqua
con la firma della “Carta di Roma” con la quale la Federazione della Stampa
e l’Ordine dei Giornalisti hanno voluto impegnarsi a promuovere una corretta
informazione in materia di immigrazione.
Un documento al quale ha fatto seguito la battaglia condotta dalla Fnsi per
consentire ai giornalisti di entrare all’interno dei Cie per documentare le condizioni di vita delle persone detenute. Perché se è vero che chi scrive deve
liberarsi di stereotipi e superficialità, è altrettanto vero che il libero accesso
della stampa nei luoghi nei quali si vive il dramma dell’immigrazione è un
interesse di tutti. Un interesse della democrazia.
Raccontare con occhi attenti la vita di uomini e donne in fuga, o in viaggio, è
una grande responsabilità dalla quale dipende la sfida per rendere migliore
la nostra società. Il solo clandestino che non vogliamo più a bordo è la cattiva
informazione, ma per espellerlo tutti devono fare la loro parte: istituzioni,
associazioni, mondo politico e sociale. I giornalisti italiani hanno iniziato ma
la strada da fare insieme è ancora lunga.a cura di Ferruccio Pastore
Direttore di Fieri (Forum Internazione ed Europeo di Ricerche
sull’Immigrazione)Un infrastruttura
nazionale di accoglienza
L’arrivo in Italia, nel 2011, di circa 60.000 persone dal Nord Africa in tumulto
non è stato un “esodo” né una “invasione”. Afflussi di intensità simile si erano
registrati in precedenza, come effetto collaterale di altri conflitti. Delle circa
600.000 persone, perlopiù stranieri da tempo immigrati in Libia, che hanno
cercato scampo fuori dai confini, appena un decimo è riuscito a raggiungere
l’Europa. Tutti gli altri sono tornati nei luoghi d’origine o hanno trovato rifugio
temporaneo nei due paesi confinanti, Egitto e Tunisia, che hanno dato prova
di una grande capacità di accoglienza, nonostante il difficile momento che
entrambi attraversavano.
Non un’invasione, dunque, ma pur sempre un afflusso straordinario, che
ha messo in evidenza molte fragilità e pochi, ma significativi, punti di
forza. Tra le fragilità, spicca la mancanza di coraggio della politica e delle
istituzioni, non solo italiane. Queste hanno dato vita a uno scaricabarile
in cui nessuno si è assunto la responsabilità di dire ai cittadini che accogliere i migranti in fuga dalla Libia era giusto, e forse utile ad evitare
un ulteriore aggravamento dell’instabilità. D’altra parte, la commedia dei
permessi temporanei concessi ai tunisini, la reazione scomposta e miope
del governo francese, il processo di revisione al ribasso degli accordi di
Schengen che ne è scaturito: tutto questo ha mostrato come un afflusso
di poche migliaia di giovani, disarmati sani e relativamente istruiti, sia
sufficiente a minare le fondamenta di fiducia della costruzione europea, a
cui la crisi dei debiti sovrani rischia ora di dare il colpo di grazia.
Ma gli arrivi dal Nord Africa hanno rivelato anche alcuni modesti, ma importanti, punti di forza. Intanto, per quanto possano valere i risultati di un
sondaggio (Transatlantic Trends on Immigration 2011), sembra che l’opinione
pubblica europea non sia stata travolta dal panico, come invece i suoi dirigenti politici hanno creduto, o voluto far credere. Per fare un solo esempio,
alla domanda - fatta nell’estate 2011 - se fosse giusto allargare i canali di
immigrazione per lavoro per favorire i paesi nordafricani in transizione, una
quota importante di cittadini europei (47%), e una netta maggioranza di italiani
(57%), rispondeva di sì.
Ma, al di là delle opinioni, anche se guardiamo alle risposte concrete si può trovare qualche segnale incoraggiante. Il principio-chiave delle misure adottate è
stato quello della territorializzazione dell’accoglienza, ovvero della ripartizione
dei richiedenti asilo sul territorio sulla base di un’intesa tra Governo, Regioni
ed enti locali, attuata con il coordinamento della Protezione civile. Questo
approccio, su cui ha pesato la volontà di “spalmare” la responsabilità poli-- Orientamento delle forme di protesta che nascono nei centri: dalle
azioni violente e illegali alle forme di protesta e rivendicazione legali
attraverso la realizzazione di laboratori, corsi di educazione civica.
- Trasformazione dell’istituto del Pocket Money in una dote messa
al servizio del progetto migratorio, costruendo un legame evidente
tra l’erogazione della stessa e la collaborazione attiva dell’ospite
all’interno delle strutture e nel territorio circostante. La dote viene
accumulata e finalizzata all’acquisto di beni durevoli da mettere al
servizio dei progetti migratori del singolo o del nucleo familiare (es.
notebook, kit di attrezzi, acquisizione patente di guida, etc.).
- Istituzione di un Servizio Civile di Formazione e Volontariato
in cui gli ospiti del centro vengono inseriti per svolgere attività a
favore del territorio in cui il centro insiste. Questo consentirebbe:
del servizio civileavere maggior consenso nei territori;
tenere occupati gli ospiti con attività che possono avere valore
favorire l’integrazione e l’apprendimento della lingua e delle
regole del lavoro in Italia.tica di un’accoglienza percepita come impopolare, ha mostrato molti limiti e
prodotto risultati diseguali, ma ha fatto anche emergere risorse inaspettate.
A partire da un riesame critico di questo esperimento, per molti versi inedito
e da molti considerato un punto di non ritorno, si potrebbero gettare le basi di
un sistema futuro. Un sistema in cui un’esigenza massiccia ed imprevista di
accoglienza non venga più percepita come una minacciosa emergenza e non
dia vita ad arbitrari - e potenzialmente molto costosi - regimi di eccezione, ma
sia inquadrata in procedure chiare, efficienti e rispettose dei bisogni e dei diritti
fondamentali delle persone coinvolte.
Per un paese che si affaccia su un Mediterraneo demograficamente instabile, ma anche per una terra a forte rischio sismico, dove il bisogno di
ospitalità temporanea su larga scala ha anche radici endogene, dotarsi
di un’adeguata infrastruttura di accoglienza dovrebbe essere una priorità
strategica. La “Proposta di rinnovamento del sistema di accoglienza in
Italia” ha il merito di raccogliere questa sfida. Non tutto vi appare condivisibile e molto rimane da approfondire, ma è uno stimolo prezioso. Altri
contributi recenti - tra cui l’importante studio su “Il Diritto alla Protezione”,
coordinato da Asgi - spingono nella stessa direzione. E’ interesse di tutti
che questi impulsi non cadano nel vuoto.a cura di Claudio Piretto
ManagerQuando una coincidenza
diventa scelta
È per pura coincidenza che mi sono avvicinato all’accoglienza di
migranti. Pur facendo parte di Confcooperative Piemonte nel settore
edilizio dell’organizzazione, Federcasa, non ho avuto contatti con il
mondo delle cooperative sociali, finché nell’aprile del 2011 non si è
presentata l’esigenza di accogliere un gruppo numeroso di profughi
provenienti dalla Libia in una struttura di dimensioni adeguate. Ho
quindi messo a disposizione l’Hotel Il Giglio di Settimo Torinese (TO).
In seguito abbiamo acquistato, assieme a Fondazione Xenagos, un
altro albergo, l’Hotel Ritz di Banchette (TO).
Seppure l’iniziativa sia nata da una contemporaneità di circostanze
e interessi, la mia intenzione è di continuare a investire in questo
ambito, perché credo che sia una sfida che vale la pena. L’idea sarebbe di conciliare la clientela speciale rappresentata dai profughi,
con una clientela più tradizionale. È una scommessa che ancora
non siamo riusciti del tutto a giocare, e quindi neppure a vincere.
L’accoglienza di migranti ha modificato la gestione dell’albergo e
di conseguenza l’attività commerciale dovrà ristrutturarsi, ma mi
attrae l’idea di un business mediato dalla parte sociale, con un
ritorno più sano e, in qualche modo, più nobile, per l’imprenditore.
Il non profit è spesso percepito dalle imprese profit come un
sistema di organizzazioni parassitario rispetto allo Stato, che sopravvive con i contributi pubblici in un segmento di mercato non
concorrenziale, non competitivo.
In questa visione, oltre a dimenticare che le competenze del privato
sociale nel campo dell’assistenza e della promozione delle persone
non sono facilmente sostituibili, non si riesce a considerare lo Stato
come un cliente tra tanti che acquista servizi da un’organizzazione
specializzata, alla stessa maniera in cui si muove in altri settori.
Chiaramente, da questo discende che il corrispettivo per l’erogazione del
servizio sia percepito come un contributo statale a fondo perduto, che non
porta né rende niente alla società. All’opposto, nella concezione comune,
l’impresa profit assolverebbe a un ruolo fondamentale, mettendo in circolo
dei capitali e consentendo ai propri dipendenti di essere buoni consumatori.
A parer mio, la collaborazione tra profit e non profit ha tra le sue
ricadute più, per così dire, culturali, quella di riconoscere al secondo il ruolo di impresa a tutti gli effetti, portatrice di un know
how specifico sui servizi alla persona e sulla gestione delle risorse
umane, patrimonio che può rivelarsi una chiave di volta per il futuro.
Dall’esperienza dell’accoglienza, è da poco nato LogiConfServizi,
consorzio di lavoro operante nel settore della logistica, con l’obiettivo di operare inserimenti lavorativi orientati in particolare a rifugiati. Fanno parte del consorzio anche cinque cooperative sociali
del mondo di Connecting People e del consorzio torinese Kairòs.
Attualmente LogiConfServizi gestisce la piattaforma di GS Carrefour di Rivalta Torinese (TO) dove impiega 120 lavoratori.11- Introduzione di servizi di Politiche Attive del Lavoro nei centri, finalizzati
a costruire una banca dati sull’occupabilità degli ospiti collegabile alla
banca dati del progetto Nautilus (progetto finanziato dal FER).
- Dare maggiori opportunità di integrazione agli ospiti offrendo
loro la possibilità di:
d’integrazionescrivere un curriculum vitae in formato europeo;
usufruire di attività di orientamento e avere contatti con esperti
del mercato del lavoro locale;
costruire legami con le imprese locali in cui realizzare
attività di job testing, tirocini formativi, borse lavoro,
inserimento lavorativo;Questo consorzio è la diretta conseguenza dell’esperienza dell’accoglienza di migranti compiuta con Connecting People. Allo stesso
tempo, è una scommessa, un investimento che deriva da una
consapevolezza non del tutto nuova, ma sempre più evidente: il
profit da solo è destinato a fallire laddove la componente del lavoro
rappresenta la parte prioritaria di un’attività, superiore alla componente dei mezzi di produzione. In questo campo, intraprendere
la strada della collaborazione profit-non profit significa avere un
ritorno in termini di compensazione, di migliori condizioni di lavoro, di coesione sociale, di maggiore motivazione dei lavoratori,
di maggiore stabilità e sicurezza sul lavoro. È a questo scopo, a
mio parere oggi imprescindibile, che viene sacrificata una parte
dell’utile. Ritengo che se vinciamo la sfida, questa esperienza ci
porterà lontano, davvero lontano.
Rispetto alla proposta presentata nel documento Il futuro passa
da qui, la novità più rilevante è il superamento dell’ottica assistenzialistica e della suddivisione netta tra prima fase dell’accoglienza, seconda fase e integrazione. Il cammino per il futuro
comincia fin da subito, sia che una persona sia destinata a vivere
in Italia, sia nei casi di rimpatrio. E fin dal primo momento, tra assistenza legale, medica, psicologica e corsi di italiano, formazione
al lavoro, laboratori di cittadinanza, il migrante è considerato nella
sua complessità di persona portatrice di diritti, ma anche di doveri
verso il paese che l’accoglie.a cura di Guido Geninatti
Presidente Federsolidarietà-Confcooperative Piemontecostruire legami con il territorio finalizzati al reperimento di
occasioni lavorative saltuarie da gestire attraverso i voucher.
L’introduzione nei centri dei servizi PAL è tanto più efficace, quanto più
l’ente gestore si muove in partnership con un sistema d’imprese e con una
società che si occupa del mercato del lavoro in forma di Agenzia per il
Lavoro o Agenzia Interinale. Questo richiede l’inserimento, nell’organico
delle strutture, di un operatore delle Politiche Attive del Lavoro.
Pur essendo un fattore imprescindibile per il successo del progetto
migratorio, spesso rappresenta un aspetto problematico per i
richiedenti asilo che assumono un atteggiamento passivo rispetto al
suo insegnamento. Vanno dunque messi in campo alcuni elementi
di premialità. Sono proponibili due misure:
della ingua italianaun premio di studio per chi supera l’esame di italiano (le risorse
derivano da quota parte dell’attuale dotazione per il pocket money);
la possibilità di ottenere anticipatamente, rispetto ai sei mesi
previsti oggi dalla normativa, un permesso di soggiorno
temporaneo che consenta l’iscrizione presso i Centri per
l’Impiego una volta superato un esame di lingua italiana.12Concretezza e
Leggendo il documento, che trovo un contributo molto significativo alle politiche per l’integrazione dei migranti, sono diverse le
questioni che balzano “all’occhio del lettore”.
Il nostro è un sistema di accoglienza che senza scandalizzarci potremo definire “all’Italiana,” intendendo per tale termine non proprio
un’organizzazione impeccabile, ma allo stesso tempo caratterizzata
da sforzi ed esperienze, sia del pubblico che del privato, capaci in
alcuni momenti di fare – in senso positivo – la differenza.
Tra tante suggestioni mi pare però importante evidenziarne due
elementi: la concretezza e la connettività.
Il primo non è certo un elemento estraneo ai cooperatori sociali
in particolare e alle organizzazioni di terzo settore in generale. La
cooperazione sociale da sempre è “nel bel mezzo” dei processi
di trasformazione economica e sociale del nostro paese: dagli
anni della de-istituzionalizzazione dei manicomi, all’inserimento
lavorativo delle persone svantaggiate, solo per fare alcuni esempi.
Concretezza vuol dire, partendo da elementi di valore, di solidarietà di accoglienza approdare però a proposte e progetti realizzabili. Forse alcune proposte possono sembrare forti, al limite
della provocazione, ma hanno il pregio di aprire una discussione,
di tentare di disegnare scenari diversi, di immaginare qualcosa
Sul secondo termine, “connettività”: al di là della facile liaison
con uno dei soggetti che qui propone la riflessione è evidente
come si tratti di una questione centrale. Come abbiamo spesso
sostenuto nelle nostre discussioni in questi anni, l’attenzione è
da porre all’intero percorso di accoglienza delle persone e questo
significa pensare in termini di progetto e di collegamento degli
interventi, e dei diversi soggetti, tra di loro. Ancora una volta la
dimensione della rete è centrale. L’orientamento, ad esempio alla
collocazione lavorativa dei migranti e di conseguenza all’inserimento di professionalità in tal senso preparate, fin dalle prime fasi
dell’accoglienza, va proprio in questa direzione.
Mi auguro che questa proposta possa trovare luoghi e tempi per
una seria discussione..a cura di Daniel Burnat.6Il governo regionale dell’accoglienza
Il Piano Nazionale Asilo cominciò grazie a una azione concertata
che coinvolse l’ANCI, l’UNHCR e il Dipartimento Libertà Civili
e Immigrazione del Ministero dell’Interno. Da questo primo nucleo
di coordinamento prese poi forma lo SPRAR, il cui governo e
sviluppo venne demandato alla Direzione Centrale presso l’ANCI
che nel tempo ne divenne unico interlocutore. Il coordinamento è
rimasto a livello nazionale.
Il nuovo sistema di accoglienza dovrà consentire:
di accoglienzauna nuova dimensione collegiale e partecipata;
un protagonismo delle realtà regionali.
Per ottenere entrambe le condizioni appare necessario che, sia
livello nazionale che a livello regionale, vengano ricreati tavoli di
coordinamento capaci di raccogliere i differenti attori coinvolti.
A livello nazionale, si ritiene opportuno il coinvolgimento, al fianco
dei protagonisti del Piano Nazionale Asilo, anche dei cosiddetti
“Enti Gestori”.
A livello regionale, si prevede un coordinamento che raggruppi
l’Anci Regionale, la Regione, gli Enti Gestori e i Sindaci più
rappresentativi. Il Coordinamento si avvarrà di una segreteria
operativa ristretta composta dall’Anci e dalla rappresentanza degli
Al livello nazionale, vengono attribuiti i compiti di macroregia
e di programmazione in accordo con le Regioni e con l’ANCI
rispetto alla:livello nazionalegestione delle quote dell’accoglienza e dell’emergenza;
gestione dei fondi per l’emergenza;
definizione delle quote di partecipazione ai programmi
internazionali di resettlement.Servizio Sociale Internazionale - GinevraPolitica dell asilo e sistema
di accoglienza in Svizzera
In Svizzera, la Confederazione, attraverso l’Ufficio Federale delle Migrazioni, il suo organo esecutivo, è responsabile dell’applicazione della
politica dell’asilo.
Per i non europei, ci sono pochissime possibilità di arrivare in Svizzera
percorrendo strade diverse da quella della richiesta d’asilo. L’unico modo
consiste nei permessi di soggiorno per lavoro a fronte della richiesta da
parte delle imprese di profili professionali in genere molto qualificati che
non sono reperibili sul mercato del lavoro svizzero.
Al livello normativo, fa fede la legge sull’asilo del 1999, proposta dal
parlamento e votata dal popolo, che a più riprese ha subito delle modifiche in senso restrittivo.
L’ultimo emendamento, approvato dal Consiglio Nazionale nel maggio del
2012, ma non ancora accettato dal Consiglio degli Stati, irrigidirebbe ancora
di più questa legge, trasformandola, secondo il parere dell’ACNUR, in una
delle più restrittive al mondo.
In breve, essa propone di non offrire più alcun supporto sociale ai richiedenti
asilo, ma soltanto un aiuto d’urgenza a livello di bisogni primari. Dispone che
non sia più possibile domandare l’asilo attraverso un’ambasciata. Istituisce
inoltre dei centri federali speciali per i richiedenti asilo delinquenti e recidivi.
Infine, i ricongiungimenti familiari saranno limitati per le persone con permesso di soggiorno provvisorio e i rifugiati e gli eritrei, obiettori di coscienza
o disertori del servizio militare, non riceveranno più l’asilo. Oggi, dal loro arrivo in Svizzera, i richiedenti asilo sono indirizzati verso uno dei cinque centri
preposti allo scopo, i cosiddetti centri d’enregistrement et de procédure.
La permanenza presso tali centri dura al massimo 60 giorni e una decisione negativa attende il 40% di loro, poiché gli altri sono attribuiti ai
cantoni e pertanto entra in vigore il principio di solidarietà confederale,
obbligatorio secondo la Costituzione. L’attribuzione ai cantoni è effettuata sulla base di quote che prendono in considerazione il numero della
popolazione residente: il cantone di Ginevra, per esempio, rappresenta
il 5.6% della popolazione svizzera e riceve proporzionalmente lo stesso
numero di richiedenti asilo.
I ventisei cantoni sono responsabili dell’ospitalità, dell’assistenza sociale
ed economica, della protezione tutelare per i minori non accompagnati,
assistenza sanitaria, scolarizzazione, apprendimento della lingua e infine
del supporto all’integrazione sociale e professionale per i rifugiati che
ottengono lo status. I cantoni sono inoltre responsabili dell’esecuzione dei
respingimenti disposti dall’Ufficio Federale delle Migrazioni.
Secondo il grado di autonomia e le possibilità di integrazione, i posti disponibili per l’accoglienza vanno dalle centinaia dei grandi centri di prima
accoglienza, passando per le decine messe a disposizione dei centri di
media dimensione, fino agli appartamenti destinati ai titolari di permesso
temporaneo che lavorano e ai rifugiati.
Il sistema non è applicato universalmente, poiché le modalità di applicazione della legge sono differenti tra cantone e cantone, così come gli standard adottati. Per esempio, vi sono dei sistemi speciali di presa in carico per
i minori non accompagnati validi in alcuni cantoni e non in altri.
Nel 2011, in Svizzera sono state presentate 22.551 domande di asilo, in
aumento del 44,9% rispetto al 2010.
I principali paesi di provenienza dei richiedenti asilo sono l’Eritrea (3356
domande), la Tunisia (2261 domande) e la Nigeria (1895 domande) seguiti
dalla Serbia, principalmente rom (1217 domande).
I casi ammessi sono 19.467 domande d’asilo in prima istanza. In 9688 casi,
è stata presa la decisione di non entrare in materia; su queste situazioni,
7099 sono state i pronunciamenti secondo l’applicazione della convenzione
di Dublino e 7014 persone sono state trasferite nei cosiddetti stati Dublino,
principalmente l’Italia.
Si trattava tra gli altri di tunisini (21.7%), nigeriani (16.6%) ed eritrei (6.9%)
Si può ipotizzare che il flusso migratorio verso l’Italia subirà un aumento,
per rinvii organizzati o partenze volontarie, dato l’irrigidimento della politica
d’asilo in Svizzera, in particolare nei confronti delgi eritrei.
Per quanto riguarda i tunisini, è stato firmato un accordo di aiuto al rimpatrio e al reinsediamento tra i due paesi. Il successo di queste misure potrà
essere giudicato solo tra qualche tempo.
Infine, in questo contesto, sarebbe auspicabile una collaborazione tra la
Svizzera e l’Italia, che possa garantire un trattamento rispettoso dei diritti
umani nelle circostanze di un trasferimento, in particolare nei casi di persone vulnerabili (minori non accompagnati, un genitore solo con bambini
piccoli, persone malate, etc.)13Al livello regionale/locale vengono attribuiti compiti di
programmazione e realizzazione di un sistema di accoglienza
adeguato alle quote assegnate a livello nazionale che preveda:
livello regionaleA questo proposito, la proposta Il futuro passa da qui volta a riformare il
sistema di accoglienza italiano è la benvenuta, nella misura in cui essa
permette di razionalizzare meglio e di amministrare a livello regionale l’accoglienza dei richiedenti asilo.
Il sistema potrà permettere, da una parte, di orientare la prestazione dei servizi in maniera individuale, più vicina ai bisogni del singolo, e, dall’altra parte,
di valorizzare il potenziale personale, permettendo una migliore integrazione
nel tessuto sociale ed economico locale.
Questa si può definire un’accoglienza rispettosa della dignità umana.posti di accoglienza per richiedenti asilo;
posti di accoglienza per affrontare eventuali emergenze;
selezione degli Enti che partecipano al Sistema Regionale di
Accoglienza ed Emergenza attraverso l’istituzione di un Albo degli
Enti Gestori che consenta una selezione qualitativa degli stessi;
coordinamento delle emergenze a livello regionale con
mappatura delle possibilità di integrazione sul territorio;
monitoraggio rispetto al Decreto Flussi;
promozione di progetti di ripopolamento del territorio e
Le risorse per il suo funzionamento derivano da:
Risorse per il
funzionamentofondi Europei FEI, FER, Rimpatrii;
quote di partecipazione derivanti dai conferimenti di soci
privati che partecipano a vario titolo al Sistema;
quota procapite pro die per la gestione delle emergenze.a cura di Johnny Dotti
Presidente di Welfare ITaliaTenere insieme legame
sociale e limite espansivo
Ho apprezzato lo sforzo riflessivo e di proposta contenuto nel documento
Il futuro passa da qui. Faccio molto semplicemente tre sottolineature e mi
permetto di aggiungere una proposta.
Le sottolineature di positività.
- La questione della “capacitazione” di soggetti coinvolti in qualsiasi processo di cambiamento. Mi sembra questa una piega importante che emerge
Dalla trama del manifesto. E’ l’unica possibilità che abbiamo per dare concretezza e speranza ai percorsi delle persone, mantenendoli realisticamente
agganciati al contesto.
- La questione solidarietà/sussidiarietà sia nella sua dimensione istituzionale classica che nel coinvolgimento degli attori sociali. Non c’è una responsabilità e un protagonismo da sollecitare solo nei singoli individui ma anche
nelle diverse Aggregazioni collettive e comunitarie. I percorsi delle persone
(migranti e non) sono anche percorsi di crescita comunitaria.
Ed infine la chiara posizione sulla sostenibilità economica ed il ragionamento
sulle misure da mettere in campo. Ragionamento non solo di buon senso ma
necessario a recuperare un senso del limite che avevamo ampiamente perso.
Le risorse economiche e le risorse sociali non si possono immaginare solo
in modo incrementale. Bisogna riuscire a tenere insieme legame sociale e
limite espansivo. Credo sia un buon paradigma che attraverserà, la possibilità di reinterpretare la crescita in futuro.
Infine mi permetto di proporre una maggiore attenzione ai sistemi di governace che questo tipo di azione produce. Per essere coerenti, avendo
all’orizzonte i contenuti prima esplicitati, non penso sia possibile escludere
le persone migranti da questi sistemi di governace. Magari attraverso associazioni che ne intermedino le istanze, i diritti e i doveri, i bisogni e i desideri.
Nell’economia generale del progetto questo mi sembra un punto poco o per
nulla approfondito. Mi sembra il caso di metterci mano desiderando il buon
fine delle intenzioni espresse.a cura di Oliviero Forti
Caritas italiana.7Dimensionamento del sistema
Attualmente il sistema comprende 5000 posti CARA e 3000
posti SPRAR.
Immaginando una percentuale media di occupazione dei posti pari al
90%, si rendono effettivamente disponibili 7.200 posti.
La permanenza media delle persone è di 207 giorni. Questo genera un
indice di occupazione di circa 1,75 per ogni posto.
È dunque possibile affermare che la capacità di accoglienza totale con 8.000 posti disponibili - è di 12.600 persone.
Guardando alla serie storica dal 2006 al 2010, emerge che le domande
di richiesta d’asilo sono in media circa 16.000 all’anno.14Serve un sistema unico
Anche Caritas Italiana, a partire dall’esperienza maturata nel corso di questi
anni sul fronte dell’accoglienza e della tutela dei rifugiati e dei richiedenti
asilo, ritiene che sia giunto il momento di riformare l’intero sistema, anche
alla luce degli eventi che hanno interessato il nostro paese nell’ultimo anno
e mezzo. Infatti, a fronte di numerose esperienze, molte delle quali positive,
il sistema di accoglienza ha dovuto però scontare un’eccessiva frammentarietà ed eterogeneità. Per questo motivo auspichiamo l’implementazione di
un Sistema Unico che, a partire dai centri di prima accoglienza e soccorso
alla frontiera, possa coinvolgere i CARA e lo SPRAR con un allargamento
utile a raggiungere la quota di alloggi necessaria a soddisfare la domanda
complessiva in tutte le sue fasi, compresi i percorsi di inclusione sociale a
conclusione della procedura, con una particolare attenzione alle situazioni
più vulnerabili. Per la gestione di un Sistema nazionale per l’accoglienza e
l’integrazione di richiedenti e titolari di protezione internazionale, che do-.Inoltre, dai CARA vengono inviate richieste di inserimento pari a circa
il 20% delle domande di asilo accolte, per una media di circa 2.000
richieste d’inserimento all’anno.
Dunque è possibile dimensionare il sistema in modo da accogliere in
regime ordinario 18.000 persone.
Applicando alle 18.000 persone l’indice di occupazione (1,75%) e
poi la percentuale di occupazione (90%) si ottiene la necessità di
11.400 posti totali, con un delta di 3.400 posti rispetto all’attuale
disponibilità. Con 11.400 posti, nella serie storica considerata per 3
anni, il sistema sarebbe stato dimensionato in eccesso; per 2 anni in
difetto (tra questi, il 2008 con l’emergenza sbarchi).
Considerando la dimensione piemontese, il sistema dovrebbe arrivare
a strutturare il 7,6% del fabbisogno, così come da quota stabilita per
l’Emergenza Nordafrica. Di conseguenza, sono 866 (7,6% di 11.400) i
posti da preparare in Piemonte, circa il 50% della capacità attualmente
presente in Regione tra Emergenza Nordafrica e risorse SPRAR..8Risorse aggiuntive per l’accoglienza
Risorse derivanti dall’intervento su alcuni istituti previsti nei contratti
del Pubblico Impiego, del privato e nei contratti dei dirigenti:
risorse da intervento
su istitutiriduzione della fruizione di 2 ore di permesso retribuito con
versamento degli oneri per le imprese e gli enti ad apposito
fondo. Gettito: 11 milioni di dipendenti * 2 ore * 12 euro = 264
riduzione di 2 ore all’anno delle assemblee sindacali con
versamento degli oneri da parte datoriale ad apposito fondo.
Gettito: circa 27/30 milioni di euro.
Risorse destinate alle funzioni pubbliche elettive:
risorse destinate a funzioni
pubbliche elettivedestinazione dell’1% delle risorse destinate ai CdA degli enti
di società pubbliche (gettoni presenza consiglieri, emolumenti,
etc.). Gettito: circa 20/24 milioni di euro;
destinazione del 10% dell’attuale costo che i comuni al
di sopra dei 20.000 abitanti affrontano per le commissioni
consiliari con pari riduzione dei gettoni di presenza in
commissione destinati ai consiglieri comunali.vrebbe comunque includere tutte quelle realtà che hanno garantito in questi
anni un valido apporto, riteniamo essenziale la costituzione di un Organismo
di concertazione/indirizzo al quale far partecipare tutti i soggetti interessati: Ministeri dell’Interno e del Welfare, Dipartimento per la Cooperazione
e integrazione, Conferenza delle Regioni, ANCI, UNHCR e certamente gli
Enti di accoglienza che, nei fatti, sono quelli che garantiscono le attività sui
territori. L’organismo dovrebbe dare le linee di indirizzo generali, scrivere il
programma pluriennale e verificare il raggiungimento degli obiettivi previsti
dallo stesso. Per rendere efficace un lavoro territoriale e coordinare l’offerta dei servizi a livello locale si auspica inoltre la creazione di Organismi
regionali che dovrebbero predisporre a loro volta piani di indirizzo regionali
annuali sui servizi territoriali sia nella fase di accoglienza che di integrazione
e coordinare tali piani con il programma nazionale.a cura di Antonio Ragonesi
Comitato Scientifico Fondazione XenagosIl ruolo delle istituzioni
nei servizi di accoglienza
La necessità di procedere a una revisione, tenendo conto dell’evoluzione
degli attuali servizi di accoglienza, trova certamente una corretta descrizione
nei principali motivi elencati nel documento. Ad essi aggiungerei, tuttavia,
anche l’esigenza di consolidare la previsione di legge a distanza di oltre dieci
anni dall’introduzione dell’art.32 della legge 30 luglio 2002, n. 189 che ha
modificato, introducendo l’art. 1 sexies e 1 septies, la legge 28 febbraio
1990, n. 39 in materia di immigrazione e asilo.
Le previsioni successive e il consolidamento dei servizi di accoglienza
per i richiedenti asilo, seguiti dall’avvio operativo dei lavori delle nuove
commissioni territoriali per il riconoscimento dello status di rifugiato,
hanno introdotto non poche novità rispetto alla previsione di un Sistema di Protezione per i Richiedenti Asilo e i Rifugiati (SPRAR), quale
seconda gamba dell’insieme dei servizi di accoglienza e assistenza
In tal senso, da più parti, viene richiamato il ruolo delle Regioni in materia,
anche alla luce della riforma della seconda parte della Costituzione intervenuta
con referendum confermativo nel 2001 e del crescente ruolo a livello locale che
le Regioni possono esprimere come soggetti di riferimento e cabine di regia
territoriali, o come facilitatori attivi, su una serie di problemi oggettivamente
di loro competenza, tra i quali si possono citare gli aspetti sanitari, della formazione anche professionale, dell’utilizzo e gestione delle risorse comunitarie,
delle politiche di inserimento lavorativo, etc.
In questa sede, mi limiterò a sottolineare come i soggetti che richiamano tali
competenze per muovere delle giuste osservazioni circa il coinvolgimento
attivo delle Regioni nei servizi di accoglienza dimenticano, più o meno inconsapevolmente, i principi su cui si basa tale riforma costituzionale. Se da
un lato, è inconfutabile tale ruolo da parte delle Regioni (ivi compreso quello
da esercitare sui temi dell’immigrazione secondo quanto stabilito all’art. 117
comma 1 lett. h) della carta costituzionale), si omette però di proseguire
nella lettura, arrivando all’articolo immediatamente successivo, l’art.118, che
appare illuminante nell’indicare la strada da intraprendere per il necessario
coordinamento tra le attività esistenti tra Stato e Comuni e il nuovo ruolo
esercitato dalle stesse Regioni.
Regioni e Stato, sulla base dei princìpi di sussidiarietà, differenziazione ed
adeguatezza. I Comuni, le Province e le Città metropolitane sono titolari di
funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale, secondo le rispettive competenze. La legge statale disciplina forme
di coordinamento fra Stato e Regioni nelle materie di cui alle lettere b) e h)
del secondo comma dell’articolo 117, e disciplina inoltre forme di intesa e
coordinamento nella materia della tutela dei beni culturali. Stato, Regioni,
Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa
dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse
Si riporta interamente l’art.118, perché appare disarmante nella previsione
di aggiornamento e consolidamento dell’attuale previsione normativa
sull’immigrazione e asilo, anche sul versante dei servizi di accoglienza che
dovrebbero corrispondere a un chiaro riparto delle responsabilità tra i diversi
livelli di governo, declinando così i principi enunciati di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza. In parte questi principi sono già attuati, se pensiamo
infatti che la materia dell’asilo, facendo parte di una competenza esclusiva15Risorse derivanti dalla tassazione sui permessi di soggiorno:
risorse destinate da tassazione
sui permessi di soggiornodestinazione del 10% delle entrate derivanti dalle tasse che
i migranti pagano per il permesso di soggiorno al piano di
accoglienza sottraendoli dalla quota per il Fondo Rimpatrii.
Gettito: circa 8/10 milioni di euro16dello Stato, assume de facto la responsabilità anche economica nella misura
dell’80% a carico del Ministero dell’Interno di sostenere i servizi attivati da
altri livelli di governo, come i Comuni, che hanno autonomamente avviato e
gestito servizi rivolti ai richiedenti asilo e rifugiati.
Vediamo un’ipotesi concreta.
Per semplificare, definiremo prima accoglienza quei servizi rivolti a chi possiede un permesso di soggiorno temporaneo in attesa di un riconoscimento
di status di protezione secondo la disciplina nazionale e internazionale
(asilianti) che più volte ho definito sotto la voce di “flussi migratori non
programmati”, intendendo con questi coloro che, pur entrando irregolarmente sul territorio dello Stato, non sono soggetti a una procedura di
allontanamento immediato, ricorrendo quelle diverse fattispecie di permanenza legale in vista di un riconoscimento del loro status (ex.art 18, MSNA,
minoranze etniche, RA, Protezioni internazionali ed accessorie, rifugiati).
La gestione della prima accoglienza secondo i principi di differenziazione e adeguatezza dovrebbe corrispondere nei fatti con una presa in
carico diretta da parte dello Stato per diversi motivi:
1. in attuazione del principio di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza,
in quanto ricorrono le fattispecie previste dall’art.117 comma 1 lettera a)
2. in attuazione del principio di economicità della pubblica amministrazione
per la natura standard dei servizi offerti e la durata degli stessi;
3. in attuazione del principio di efficacia dei servizi di accoglienza legati
esclusivamente all’obiettivo principe della definizione dello status giuridico di
ciascun soggetto in accoglienza, prevedendo quelle attività coordinate tra la
permanenza e la definizione o esito dello status giuridico.
In altri termini, i Centri di Accoglienza per i Richiedenti Asilo (CARA) dovrebbero corrispondere a tali esigenze, proponendo servizi di accoglienza finalizzati
esclusivamente alla prima accoglienza, puntando a una efficacia della stessa
nella velocità di definizione dello status dei singoli e proponendo standard di
servizi orientati solo all’accoglienza o alla proposizione di servizi di rimpatrio
volontario ed assistito verso i paesi di origine dei soggetti o verso paesi terzi
secondo quanto stabilito dagli accordi tra gli stessi Stati con lo Stato italiano.
Gestione successiva alla prima accoglienza.
La gestione successiva alla prima accoglienza - o la gestione di un’accoglienza diversa da quella standard per la prima accoglienza come
sopra richiamata - potrebbe invece essere appannaggio di altri soggetti
in virtù di specialità da riconoscere, sempre nel rispetto dei principi
sopra richiamati del dettato costituzionale.
Si tratta di focalizzare l’attenzione sull’insieme dei servizi offerti ai titolari
di uno status giuridico già definito e bisognosi di un periodo limitato di
accoglienza, assistenza, orientamento e inserimento sociale e lavorativo,
in virtù della specialità dell’ingresso “non programmato” e di una permanenza legale sul territorio. Tali soggetti, infatti, sono titolari di un permesso
di soggiorno, ma a differenza degli altri migranti non dispongono né della
conoscenza del territorio, né di contatti parentali o amicali, né tantomeno
di un datore di lavoro. In altri termini, per riprendere quanto correttamente
descritto nel documento proposto, questi soggetti non dispongono di un
“progetto migratorio”.
Per tali soggetti, quindi, è assolutamente necessario prevedere un periodo
di “tutoraggio” a partire dalle specifiche previste nelle linee guida che mi
pregio di avere realizzato, con il concorso e il lungo confronto con l’UNHCR e
le principali NGO nazionali precedenti al sistema SPRAR e frutto dell’Accordo
tra Ministero dell’interno, Anci e UNHCR sottoscritto il 10 ottobre dell’anno
2000 e che dovrebbe essere tuttora vigente sotto il nome di Programma
Nazionale Asilo (PNA).
A tale fattispecie di servizi si può aggiungere la specialità di servizi di prima
accoglienza, ma diretti esclusivamente ai soggetti vulnerabili, intesi come
erogazione di servizi “NON standard”, per i quali i principi sopra richiamati
potrebbero convergere e ritenere utile tale specialità con il coinvolgimento
diretto degli altri livelli di governo per economicità, efficacia ed efficenza
della Pubblica Amministrazione nel suo complesso.
Una parte di questi servizi, già esistenti per i soggetti problematici come
tossicodipendenti, etc., dovrebbero entrare in rete attraverso cabine di regia
comunali o regionali.
Ricapitolando, i servizi standard rivolti ai richiedenti asilo risultano di competenza e appannaggio esclusivo dello Stato, con esclusione di servizi speciali
di prima accoglienza rivolti esclusivamente ai soggetti vulnerabili.
I servizi integrati di accoglienza, assistenza e inserimento sociale e lavorativo
risultano appannaggio dei livelli di governo locali, Regioni e Comuni, per i
quali sarà utile delineare i confini, oltre che descrivere i ruoli e le funzioni
differenti secondo sempre quanto previsto dalla Costituzione e dalla prospettiva del nuovo ordinamento degli Enti locali, con un nuovo ruolo delle
Province, e delle Regioni recentemente approvato dal Parlamento e che
prevede un riordino delle competenze complessivo introducendo l’elenco
delle nuove funzioni fondamentali di Comuni e Province.17Fonte: Fondazione MoressaRimesse suddivise per paese,ammontare, anniDecreto Tremonti-Maroni del 6 ottobre 2011Art. 1Contributo per il rilascio e rinnovo permesso di soggiorno1. Ai sensi dell’art. l , comma 22, lett. b) della legge 15 luglio 2009, n. 94, la misura del contributo per il rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno a carico dello straniero
di eta’ superiore ad anni diciotto e’ determinata come segue:
c) Euro 200,00 per il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo e per i richiedenti il permesso di soggiorno ai sensi dell’art. 27, comma 1, lett.
a), del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 e successive modificazioni e integrazioni.
2. Rimangono invariati gli oneri relativi al costo del permesso di soggiorno in formato elettronico di cui al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con il Ministro
dell’interno del 4 aprile 2006, gia’ posti a carico dello straniero per le istanze di rilascio e rinnovo del permesso di soggiorno e del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo
periodo, nonche’ quelli relativi al servizio di accettazione delle istanze sottoposte ad imposta di bollo di cui al decreto del Ministro dell’interno del 12 ottobre 2005.
Art. 2Importi dovuti e modalità di versamento1. Oltre all’importo spettante tra quelli di cui alle lettere a),b) e c) del precedente art. 1, è dovuta dai richiedenti la somma di euro 27.50 di cui al decreto 4 aprile 2006 citato
in premessa, relativa alle spese da porre a carico dei soggetti richiedenti il permesso di soggiorno elettronico.
2. Il contributo di cui all’art. 1 e la somma di euro 27,50 vengono versati, in unica soluzione, dal richiedente, tramite bollettino, sul conto corrente postale n. 67422402,
intestato al Ministero dell’economia e delle finanze - Dipartimento del Tesoro, con causale «importo per il rilascio del permesso di soggiorno elettronico»
Art. 3Casi di esclusione1. Le disposizioni di cui al precedente art. 1, comma 1, non trovano applicazione nei confronti di:
c) cittadini stranieri che entrano nel territorio nazionale per ricevere cure mediche, nonche’ loro accompagnatori, secondo quanto previsto dall’art. 36, comma 1, del decreto
Art. 4Fondo rimpatri1. Nello stato di previsione della spesa del Ministero dell’interno è istituito, nell’ambito della missione «Ordine pubblico e sicurezza», un Fondo rimpatri finalizzato a finanziare
le spese connesse al rimpatrio dei cittadini stranieri rintracciati in posizione irregolare sul territorio nazionale verso il paese di origine, ovvero di provenienza.
2. Con le modalita’ previste al successivo art. 5 una quota pari al cinquanta per cento del contributo di cui alle lettere a), b) e c) del precedente art. 1 affluisce, al netto del
costo del documento elettronico pari ad euro 27,50, al «Fondo rimpatri» di cui al precedente comma 1.
3. La restante quota del gettito conseguito attraverso la riscossione del contributo di cui all’art. 1, e’ riassegnata ai pertinenti capitoli dello stato di previsione della spesa del
Ministero dell’interno, come segue:
- 40% alla missione «Ordine pubblico e Sicurezza» di competenza del Dipartimento della Pubblica Sicurezza;
- 30% alla missione «Amministrazione generale e supporto alla rappresentanza di Governo e dello Stato sul territorio» di competenza del Dipartimento per le politiche del
personale finalizzata alle attività di competenza degli Sportelli unici;
- 30% alla missione «Immigrazione, accoglienza e garanzia dei diritti» di competenza del Dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione per l’attuazione del Regolamento
sull’Accordo di integrazione previsto dall’art. 4-bis del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286.
Art. 5Modalità e procedure per il riversamento delle somme all’entrata dello Stato1. A valere sulle disponibilità affluite, ai sensi del presente decreto, sul conto corrente postale n. 67422402, il Ministero dell’economia e delle finanze - Dipartimento del
tesoro - Direzione VI, effettua, con cadenza mensile, appositi riversamenti all’Entrata dello Stato, con imputazione:
- al capitolo 3354, art. 1 - Capo X -, per quanto riguarda l’importo di Euro 27,50 di cui al precedente art. 2;
- al capitolo 2439, art. 22 - Capo XIV - per quanto concerne le somme da destinare, ai sensi della citata legge n. 94/2009, al Ministero dell’interno.
2. A seguito dei predetti riversamenti all’Entrata dello Stato, con appositi decreti del Ministro dell’economia e delle finanze, vengono effettuate riassegnazioni, per pari
importi, ai pertinenti capitoli degli stati di previsione della spesa del Ministero dell’economia e delle finanze e del Ministero dell’interno.18All pages:789101112131415161718192022InfoSaveLikeShareDownloadMoresqm11_web Published on Sep 7, 2012 studiotribbuFollowRead moreRead moreSimilar toPopular nowJust for youGo explore