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Timestamp: 2018-07-22 23:47:25+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 3']

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Le percentuali previste dalla legge sono il minimo territorio protetto per la fauna selvatica.
maggio 31, 2015 gruppodinterventogiuridicoweb	Lascia un commento Go to comments
Importante pronuncia del Consiglio di Stato in materia di tutela della fauna selvatica ed esercizio venatorio.
Il Consiglio di Stato, con la sentenza Sez. VI, 27 aprile 2015, n. 2106, ha ribadito che le percentuali di territorio protetto stabilite dalla legge n. 157/1992 e s.m.i. all’art. 10, comma 3° (“Il territorio agro-silvo-pastorale di ogni regione e’ destinato per una quota dal 20 al 30 per cento a protezione della fauna selvatica, fatta eccezione per il territorio delle Alpi di ciascuna regione, che costituisce una zona faunistica a se’ stante ed e’ destinato a protezione nella percentuale dal 10 al 20 per cento. In dette percentuali sono compresi i territori ove sia comunque vietata l’attivita’ venatoria anche per effetto di altri leggi o disposizioni”) sono da considerarsi il minimo inderogabile di aree destinate alla salvaguardia della fauna selvatica con esclusione della caccia.
E’ giurisprudenza amministrativa costante.
Infatti, “fermo restando l’obbligo di destinare (anche in assenza di aree di particolare pregio naturalistico) alla protezione della fauna selvatica almeno una percentuale (dal 20 al 30%) di territorio regionale, nulla impedisce allo Stato o alla Regione di estendere la percentuale di protezione e di sottrarre all’attività venatoria, nella delimitazione dei confini dei Parchi nazionali, aree più estese rispetto a quelle minime previste da tali norme” (vds. Cons. Stato, Sez. VI, 31 marzo 2011, n. 1994).
Respinto ancora una volta il ricorso della Federcaccia in proposito, il Consiglio di Stato blinda un elemento rilevante nella politica di tutela faunistica.
dalla Rivista telematica di diritto ambientale Lexambiente, 28 maggio 2015
Caccia e animali. La quota ex art. 10, c. 3, l. 157/1992 da destinare a protezione della fauna selvatica sottratta all’attività venatoria, non va intesa come quota massima.
Le quote di territorio ex art. 10, comma 3 che la legislazione statale 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) e regionale di recepimento, destina a protezione della fauna selvatica, non rappresentano limiti massimi invalicabili in grado di condizionare il potere dell’Amministrazione di individuare i confini delle aree da destinare a parco nazionale. Si tratta, al contrario, di soglie minime di protezione, che, come tali, possono essere superate, specie laddove vengano in considerazione territori di particolare importanza sotto il profilo faunistico e naturalistico. In altri termini, fermo restando l’obbligo di destinare, anche in assenza di aree di particolare pregio naturalistico, alla protezione della fauna selvatica almeno una percentuale, dal 20 al 30%, di territorio regionale, nulla impedisce allo Stato o alla Regione di estendere la percentuale di protezione e di sottrarre all’attività venatoria, nella delimitazione dei confini dei Parchi nazionali, aree più estese rispetto a quelle minime previste da tali norme. (Segnalazione e massima a cura di F. Albanese)
02106/2015 REG.PROV.COLL.
01184/2011 REG.RIC.
01185/2011 REG.RIC.
Regione Basilicata, in persona del Presidente in carica, rappresentata e difesa dall’avvocato Valerio Di Giacomo, con domicilio eletto presso Ufficio di rappresentanza della Regione Basilicata in Roma, Via Nizza, 56;
Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, Presidenza del Consiglio dei Ministri, in persona dei legali rappresentanti pro tempore, Presidente della Repubblica, Conferenza Unificata, rappresentati e difesi per legge dall’Avvocatura Generale dello Stato, domiciliataria in Roma, Via dei Portoghesi, 12;
Comune di San Martino D’Agri;
Regione Basilicata, in persona del Presidente in carica, rappresentato e difeso dall’avvocato Valerio Di Giacomo, con domicilio eletto presso Ufficio di rappresentanza della Regione Basilicata in Roma, Via Nizza, 56;
della sentenza del T.a.r. Lazio – Roma: Sezione II bis n. 29117/2010, resa tra le parti;
della sentenza del T.a.r. Lazio – Roma: Sezione II bis n. 29116/2010, resa tra le parti;
Visti gli atti di costituzione in giudizio della Regione Basilicata, del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare, della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Presidente della Repubblica;
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 2 aprile 2015 il consigliere Maurizio Meschino e uditi per le parti l’avvocato Rautiis e l’avvocato dello Stato Stigliano Messuti;
– della delibera n. 552 del Consiglio regionale della Basilicata del 23 dicembre 2002, avente ad oggetto: “Intesa con il Ministero dell’Ambiente ai sensi delle leggi nn. 394/91 e 426/98, preliminare alla istituzione del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano – Val D’Agri – Lagonegrese;
– del decreto del Presidente della Repubblica dell’8 dicembre 2007, avente ad oggetto l’istituzione del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano – Val D’Agri – Lagonegrese;
– di tutti gli altri atti ad esso presupposti, connessi e conseguenti, tra cui la deliberazione di G.R. n. 537 del 17 aprile 2007, il parere della Conferenza Unificata nella seduta del 20 settembre 2007, l’istruttoria tecnica svolta dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio, i provvedimenti regionali interessanti sia il piano faunistico venatorio regionale sia il programma venatorio regionale, nonché la documentazione tecnica ed amministrativa allegata agli atti impugnati.
4. La Enal Caccia, sezione di Tramutola e altre associazioni venatoriali e imprenditoriali (in seguito “ricorrenti”), con il ricorso n. 3218 del 2009 proposto al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio, hanno chiesto l’annullamento: a) del decreto del Presidente della Repubblica dell’8 dicembre 2007, avente ad oggetto l’istituzione del Parco Nazionale dell’Appennino Lucano – Val D’Agri – Lagonegrese; b) di tutti gli altri atti ad esso presupposti, connessi e conseguenti.
All’udienza del 2 aprile 2015 le cause sono state trattenute per la decisione
– a) al contrasto dei provvedimenti impugnati con gli articoli 10 e 21 della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) e con gli articoli 3 e 4 della legge regionale 9 gennaio 1995, n. 2 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio), essendo stata determinata una percentuale di superficie di agro – silvo – pastorale da destinare alla protezione della fauna selvatica maggiore del limite del 30% previsto dalla normativa per ciascuna Regione, per effetto dell’aggiunta della superficie del parco a quella già tutelata nell’ambito della Provincia di Potenza (primo motivo del ricorso introduttivo e primo motivo aggiunto);
– c) alla violazione dell’art. 11 della legge 6 dicembre 1991, n. 394 (Legge quadro sulle aree protette) per essere stato configurato il Parco con forma discontinua “a macchia di leopardo”, allo scopo sostanziale di fare salva l’attività estrattiva che è svolta nelle zone limitrofe al parco con effetti incidenti sull’area tutelata (terzo motivo aggiunto).
– a) si richiama che nella Provincia di Potenza è ampiamente superato il limite del 30% della superficie agro – silvo – pastorale da destinare in ciascuna Provincia alla protezione della fauna selvatica, in particolare prescritto dall’art. 3, comma 5, della l.r. n. 2 del 1995 (come dalla legge statale n. 157 del 1992), per effetto dell’aggiunta a quella del parco delle restanti aree provinciali già protette, emergendo da ciò la palese carenza di istruttoria alla base dell’istituzione del parco;
– b) si censura quindi il difetto di motivazione e di istruttoria della sentenza di primo grado riguardo la violazione della detta normativa; questa infatti non indica genericamente, come ritenuto dal primo giudice, la chiusura del territorio a protezione della fauna per esigenze di tutela dell’ambiente ma limita specificamente in uno spettro percentuale determinato il territorio da destinare alla protezione della fauna selvatica (art. 10, comma 3, della legge n. 157 del 1992), essendo perciò la legge regionale coerente con quella statale e non operando quale suo limite;
– c) ciò che è peraltro in linea con l’orientamento enunciato nella sentenza n. 3291 del 2008 del Consiglio di Stato che ha sancito l’obbligo dell’Amministrazione che istituisce un’area naturale protetta di considerare e valutare le superfici disponibili per la caccia ai sensi dell’art. 10, comma 3 della legge n. 157 del 1992.
5. Nell’appello n. 1185 del 2011 si censura la sentenza per profili identici a quelli sintetizzati sopra sub. 3.b) e 3.c).
Gli appelli sono infondati per le ragioni che seguono.
Si richiama anzitutto che la normativa rilevante è data dall’art. 10, comma 3, della legge n. 157 del 1992, per il quale <<Il territorio agro – silvo – pastorale di ogni regione è destinato per una quota dal 20 al 30 per cento a protezione della fauna selvatica>> (con diversa graduazione nel territorio delle Alpi), rientrandovi anche <<i territori ove sia comunque vietata l’attività venatoria anche per effetto di altre leggi o disposizioni.>>, e dall’art. 3, comma 5, della l.r. n. 2 del 1995, per il quale l’estensione del territorio protetto <<è fissata nella quota del 30% della superficie agro-silvo-pastorale di ciascuna provincia. In detta percentuale sono compresi i territori ove, anche per effetto di altre disposizioni, sia vietata l’attività venatoria.> >.
Per le ragioni esposte gli appelli in epigrafe, riuniti, sono infondati e devono essere perciò respinti.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 2 aprile 2015, con l’intervento dei magistrati:
Categorie:"altri" animali, biodiversità, caccia, difesa del territorio, giustizia, parchi naturali, sostenibilità ambientale Tag:ambiente, aree naturali protette, biodiversità, caccia, Consiglio di Stato, difesa del territorio, divieto di caccia, Gruppo d'Intervento Giuridico, Italia, parchi naturali, percentuale minima, sostenibilità ambientale, territorio protetto
maggio 31, 2015 alle 9:34 pm
giugno 2, 2015 alle 6:44 pm
Le aree protette sono una gran bella cosa, SE gestite e valorizzate, SE volute dalla popolazione di un territorio e SE inserite in un determinato contesto in armonia con tutto il resto. A mio avviso non devono essere calate dall’alto ma volute dai cittadini. Non devono enfatizzare la brama animalara di sottrarre territorio alla caccia, devono nascere per altri scopi..posti di lavoro ad esempio. A molti ambientalsiti deve entrare in testa che un area protetta non significa vincolare un area e abbandonarla a se stessa, ma valorizzare e gestirla anche dal punto di vista faunistico, altrimenti rischiano di diventare un allevamento “intensivo” di fauna selvatica creando malumori maldicendo il giorno in cui vengono istituite. Più aree protette non significa avere necessariamente più ecosistemi naturali in cui la biodiversità prolifica, perché se si va a vedere la densità faunistica di certe specie (vedi ad esempio la pernice sarda in Sardegna), si trovano gravemente minacciata dall’espansione di altri animali, ungulati in primis cinghiali, persino in aree dove le doppiette sono escluse da 30 anni. (Per esperienza in Sardegna posso garantire che vi sono molte più pernici in certe autogestite di caccia che in determinati parchi ed oasi! Eppure esistono per questo..Ergo funzionano male!) Forse è il caso di rivalutare i propri ideali e prendere esempio da alcuni parchi funzionanti anche perché gestiti dal punto di vista faunistico!
maggio 16, 2017 alle 2:50 pm
V.A.S. e V.Inc.A. sono previste per gli atti di pianificazione venatoria.
TAR Marche Sez. I n.271 del 5 aprile 2017
Caccia e animali. Calendario venatorio e sottoposizione a VIA, VAS e VI
Il calendario venatorio, non essendo qualificabile come “piano o progetto” nel senso voluto dal T.U. n. 152/2006 (in quanto esso non è espressione del potere pianificatorio, assolvendo solo alla funzione di disciplinare il profilo temporale di un’attività che trova legittimazione nella legge e negli atti pianificatori di settore), non deve essere sottoposto né a VAS/VIA, né a valutazione di incidenza (V.I.) ex DPR n. 357/1997.
I nuovi reati ambientali sono ambigui e non c’è da gioire. Ritornano i sigilli in Costa Smeralda. Forse.