Source: http://astratto.info/dopo-viking-laval-e-ruffert-verso-una-nuova-composizione-tra-l.html
Timestamp: 2020-02-29 08:39:58+00:00
Document Index: 89096506

Matched Legal Cases: ['art. 136', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 81', 'art. 137', 'art. 28', 'art. 43', 'art. 137', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 49', 'art. 43', 'art. 137', 'art.49', 'art. 49', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 49', 'art. 49', 'art 3']

1 Premessa. Libertà economiche europee e diritti sociali fondamentali nel costituzionalismo multilivello
2 Il bilanciamento “sbilanciato” del caso Viking e l’esperimento dei test di idoneità, necessità e proporzionalità in senso stretto
3 Il bilanciamento “sbilanciato” del caso Laval e l’esperimento del test di idoneità
4 Il caso Rüffert e la risoluzione pubblicistica dei conflitti sociali: una conferma della dottrina Viking e Laval
Dopo Viking, Laval e Rüffert: verso una nuova composizione tra libertà economiche europee e diritti sociali fondamentali?
Assegnista di ricerca presso l’Università di Catania
Sommario: 1 Premessa. Libertà economiche europee e diritti sociali fondamentali nel costituzionalismo multilivello 2 Il bilanciamento “sbilanciato” del caso Viking e l’esperimento dei test di idoneità, necessità e proporzionalità in senso stretto 3 Il bilanciamento “sbilanciato” del caso Laval e l’esperimento del test di idoneità 4 Il caso Rüffert e la risoluzione pubblicistica dei conflitti sociali: una conferma della dottrina Viking e Laval 5 Le conclusioni dell’Avvocato generale nel caso Commissione c. Germania e il tentativo di equiparazione dei diritti sociali e delle libertà economiche europee: un effettivo passo in avanti? 6 Conclusioni.
Nel variegato panorama delle reazioni critiche con cui la scienza giuridica ha accolto le decisioni della Corte europea di Giustizia in materia di bilanciamento tra libertà economiche e diritti sociali fondamentali sembra possibile distinguere diverse posizioni dottrinarie1.
In primo luogo, una parte della dottrina, legata alla dogmatica di tradizione moderna e assai scettica nei confronti delle metodologie neocostituzionali, ha utilizzato l’opportunità offerta dai recenti e discutibili orientamenti giurisprudenziali europei per ribadire la necessità di ritornare agli schemi del costituzionalismo democratico che ha caratterizzato l’esperienza costituzionale del secondo dopoguerra. Essa ha messo in evidenza l’inadeguatezza di un modello di integrazione che si basa su una forte predominanza delle regole pretorie e tecnocratiche nei confronti delle norme positive; su uno scarso livello di democraticità del processo decisionale; su un’impostazione culturale complessivamente ispirata dai valori del mercato e dell’estremismo individualista2. Secondo questa prospettiva, la scelta di considerare i diritti fondamentali – tutti i diritti fondamentali e non solo quelli sociali3 – come dei semplici limiti alle libertà economiche garantite e promosse dall’ordinamento europeo, non è un semplice ‘incidente di percorso’ nell’originale disegno costituzionale perseguito dalle istituzioni europee. Essa tradisce, piuttosto, la scelta economicistica fondamentale e rappresenta l’ennesima e più eclatante conferma della dimensione intimamente antisociale di una strategia integrativa che ha bandito qualsiasi riferimento alla dimensione collettiva e alle tradizionali categorie collettive di legittimazione, in nome dei diritti dell’individuo4.
All’opposto, quei giuristi che enfatizzano le “magnifiche sorti e progressive” dell’integrazione multilivello5, pur stigmatizzando le modalità concrete del bilanciamento, hanno circoscritto l’ambito delle loro critiche alle decisioni materialmente adottate dai giudici del Lussemburgo. Esse hanno ribadito l’impossibilità (o per lo meno l’inopportunità) di riproporre su livello continentale gli schemi dello ius publicum europaeum e dei processi di state building e hanno letto le pronunce come un esempio di mancato funzionamento dei meccanismi di cooperazione interordinamentali6. Seppur con iter argomentativi non sempre coincidenti7, gli autori che si richiamano a questo orizzonte metodologico8 condividono l’idea che le attuali decisioni siano dovute ad una fase transitoria del processo europeo. L’Unione, specie in seguito all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona e della nuova Carta dei diritti fondamentali, avrebbe a disposizione le risorse istituzionali, normative e culturali per superare un orientamento giurisprudenziale che finisce di fatto con il subordinare la tutela dei diritti fondamentali (e di quelli sociali in particolare) alle esigenze del mercato9. Insomma, problemi di questo tipo sarebbero dovuti ad un contingente deficit normativo in materia di tutela dei diritti e dall’immatura concezione di una Corte tradizionalmente abituata ad imporre il rispetto delle libertà europee su prassi nazionali di stampo protezionistico10.
È necessario cercare di capire se provvedimenti di questo tipo appartengano alla fisiologia o al contrario alla patologia del sistema comunitario. È necessario cercare di capire se è vero che l’ordinamento europeo ha a disposizione la volontà e gli strumenti per proteggere i propri cittadini da ricadute ‘quasi reazionarie’. Il presente contributo, dopo aver riproposto i passaggi principali del cammino percorso dalla giurisprudenza in materia di bilanciamento tra libertà di circolazione e diritti sociali fondamentali, presenterà quella che sembra essere l’ultima presa di posizione che le istituzioni europee hanno adottato in questa delicata materia. L’obiettivo è quello di dimostrare che, al di là delle apparenze, gli ultimissimi orientamenti comunitari in materia non sembrano aver fatto registrare dei passi avanti effettivi. Diversamente da quanto sostengono i teorici dell’integrazione multilivello, i problemi alla base di questa giurisprudenza non rappresentano semplicemente una transizione verso un modello effettivamente rispettoso della dimensione sociale. Si potrebbe pensare, piuttosto, che si inizia a manifestare un’inquietante dimensione strutturale, in considerazione del fatto che nemmeno l’auspicata entrata in vigore della Carta dei diritti fondamentali pare capace di modificare simili orientamenti.
Il caso Viking rappresenta la prima delle decisioni con cui la Corte di Giustizia esprime il tanto contestato orientamento11. Sarà utile ricordare che la controversia principale nasce quando, con il chiaro intento di poter regolare i lavoratori secondo i più ‘comodi’ parametri previsti dagli accordi collettivi estoni, un gestore finlandese di traghetti (Viking) pretende di immatricolare la sua imbarcazione in Estonia. In seguito a questa decisione, la Federazione finlandese dei marittimi (FSU) si mobilita e, per evitare il cambio di bandiera, invoca l’intervento della potente federazione internazionale dei trasporti (ITF). Quest’ultima, in linea con il proprio statuto, si adopera per bloccare il progetto e attraverso una circolare impone ai suoi affiliati di non stipulare accordi con la società finlandese. Approfittando del contestuale ingresso dell’Estonia nell’Unione europea, il gestore marittimo propone un ricorso con cui chiede alla Commercial Court di Londra di imporre all’ITF di ritirare la sua circolare perché lesiva della libertà di stabilimento, della libertà di circolazione dei lavoratori e della libera prestazione dei servizi. In sede di impugnativa della decisione con cui il Tribunale inglese da ragione al proprietario del traghetto, la ITF e la FSU si appellano al diritto fondamentale dei sindacati di avviare un’azione collettiva e sulla base dell’art. 136 del Trattato sulla Comunità europea. Chiedono alla Court of Appeal di rivedere la decisione giudiziale che li riguarda12. Il giudice inglese, preso atto dei profili di diritto comunitario che sono pregiudiziali per la risoluzione della controversia, sospende il procedimento principale e, con una lunga serie di domande pregiudiziali, chiede alla Corte di Giustizia di verificare se l’art. 43 del Trattato sulla Comunità europea ha efficacia orizzontale e di accertare la relazione che nell’ordinamento europeo intercorre tra l’autonomia collettiva e le libertà economiche fondamentali13.
Investiti della questione, i giudici del Lussemburgo in primo luogo statuiscono che, malgrado l’art. 43 del Trattato sulla Comunità europea abbia solo efficacia verticale, esso, in ragione della particolare natura delle parti litiganti, deve trovare applicazione. Più precisamente, dopo aver ricordato che la norma in questione non si applica soltanto agli atti delle autorità pubbliche ma trova applicazione con riferimento a tutti gli atti normativi, la Corte precisa che la mancata inclusione della contrattazione collettiva tra i provvedimenti di tipo normativo potrebbe determinare delle applicazioni difformi del diritto comunitario14. Secondo il ragionamento della Corte, da queste considerazioni consegue che, pur rientrando l’organizzazione di azioni collettive nell’autonomia giuridica propria dei soggetti sindacali, il provvedimento dell’ITF, per il suo legame con la conclusione di un accordo collettivo e per la sua natura ‘quasi - normativa’, rientra certamente nell’ambito di applicabilità dell’art. 43.
Da questo punto di vista, né l’esclusione dell’applicabilità dell’art. 81 alla contrattazione collettiva (statuita con il caso Albany15) e nemmeno l’esclusione della competenza comunitaria in materia di sciopero (prevista dal quinto comma dell’art. 137 del Trattato sulla Comunità europea16) valgono ad escludere l’applicabilità della norma. Il fatto che gli stati membri siano liberi di determinare le condizioni di esistenza e l’esercizio dei diritti che non sono riservati alle competenze europee, non implica che essi possano sottrarsi alle altre disposizioni dei Trattati. Alla stessa maniera, a giudizio della Corte europea, l’esclusione della contrattazione collettiva dall’applicazione delle regole sulla concorrenza non importa un’automatica esenzione dall’obbligo di rispettare le altre regole del diritto comunitario.
In secondo luogo, una volta accertato che l’esercizio dell’autonomia collettiva può rientrare negli ambiti astratti di applicazione della norma comunitaria e una volta precisato che l’azione collettiva minacciata dalle organizzazioni sindacali ha l’effetto di vanificare (o per lo meno scoraggiare e limitare) l’esercizio della libertà di stabilimento da parte del gestore marittimo, i giudici si preoccupano di indagare sulla relazione che intercorre tra libertà economiche e diritti fondamentali. Più specificamente, dopo aver statuito che, in quanto appartenente alle tradizioni costituzionali comuni agli stati membri, lo sciopero e l’autonomia collettiva sono diritti fondamentali presi in considerazione dall’art. 28 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e riconosciuti dal sistema giuridico sovranazionale, essi si chiedono se la semplice considerazione dello sciopero e dell’autonomia collettiva come diritti fondamentali valga a giustificare la restrizione dell’art. 43 e concludono per la necessità di un’operazione di bilanciamento tra diritti di pari rango giuridico17.
Ora, se è vero che la relativizzazione dei diritti fondamentali che consegue ad una simile operazione ermeneutica non è un fatto né scandaloso, né nuovo18, le modalità concrete con cui i giudici hanno eseguito il bilanciamento tra i diritti lasciano a dir poco perplessi. Infatti, in questo caso essi si sono discostati dall’esperienza giuridica dei sistemi nazionali e, applicando all’azione collettiva i parametri imposti dal principio di proporzionalità, hanno considerato i diritti sociali fondamentali come limiti all’esercizio delle libertà economiche. Così, la Corte, pur invitando il giudice di merito a compiere gli accertamenti del caso, sostanzialmente perviene alla conclusione che l’azione collettiva è illegittima. Essa, pur essendo idonea a realizzare ulteriori finalità riconosciute dal diritto comunitario (in questo caso la tutela dei lavoratori), non sembra rispettare il test di necessità (secondo cui la misura contestata deve essere la meno invasiva nei confronti del bene giuridico concorrente), né il test di proporzionalità in senso stretto (secondo cui il sacrificio imposto ad un diritto fondamentale da una misura confliggente deve essere ragionevolmente equilibrato al grado di soddisfazione di questa ultima19. Secondo i giudici, in proposito, risulta essere decisiva la circostanza per cui, secondo il suo statuto, la ITF interviene a richiesta di uno dei suoi affiliati «indipendentemente dall’eventualità che l’esercizio da parte di quest’ultimo del suo diritto alla libertà di stabilimento possa o meno avere conseguenze dannose per i posti o le condizioni di lavoro dei suoi dipendenti».
L’effetto di “sbilanciamento” di questa operazione risulta evidente per almeno due ordini di ragioni20. Innanzitutto, perché, gli sforzi evidenti compiuti dalla Corte per affermare la propria competenza non sembrano trovare alcun tipo di legittimazione formale e/o sostanziale: una decisione che sul piano teorico e sul piano concreto subordina i diritti fondamentali alle libertà economiche e li riconosce solo a condizione che rispettino il principio di proporzionalità si discosta da qualsiasi modello sostenibile di sviluppo e, al di là del quinto comma dell’art. 137, sembra ledere anche l’art. 2 del Trattato sulla Comunità europea21. Inoltre, l’operazione ermeneutica operata dai giudici europei appare non soddisfacente perché, con l’intento di rendere predeterminabili le conseguenze dell’azione collettiva, ‘dimentica’ che l’imprevedibilità degli effetti è propria dell’autonomia collettiva e comprime l’autonomia delle parti sociali, sino ad arrivare al punto di pretendere di poter applicare loro le stesse regole che si applicano ai soggetti pubblici22.
A distanza di una sola settimana, con il caso Laval, la Corte di Giustizia europea ha l’opportunità di ribadire il discutibile orientamento affermato con il caso Viking23. In questo caso la controversia principale inizia quando, un’impresa edile lettone che deve eseguire un appalto in Svezia rivendica, in aperto contrasto con i sindacati nazionali, l’applicazione dei minimi retributivi e dei parametri stabiliti da un contratto collettivo regolarmente stipulato in Lettonia. È il caso di segnalare che l’impresa edile, che dal punto di vista giuridico è una società di diritto svedese integralmente controllata da una società lettone e impiega lavoratori della Repubblica baltica. Le rivendicazioni delle organizzazioni sindacali, più che alla tutela dei dipendenti concretamente coinvolti nella questione, sembrano mirate ad evitare che, attraverso il distacco di lavoratori low cost, società straniere (in primis baltiche) possano usufruire di un illecito vantaggio competitivo e possano determinare una situazione di dumping sociale, penalizzante per i meglio tutelati lavoratori svedesi. In seguito ad una prolungata fase di tensione sociale che coinvolge tre organizzazioni sindacali e che si traduce in oltre un mese di azioni collettive, la società controllata fallisce e la società controllante si vede costretta a rinunciare all’appalto e a rivolgersi al giudice del lavoro di Stoccolma per chiedere che questo dichiari l’illegittimità delle iniziative sindacali e che condanni i soggetti responsabili al pagamento dei danni causati. Il ricorrente invoca la libertà di prestare servizi e lamentando egli la sofferenza di una presunta misura di effetto equivalente. I giudici svedesi decidono di sospendere il giudizio e di esercitare il rinvio ai loro colleghi europei.
Investiti della questione, i giudici del Lussemburgo ripropongono un iter argomentativo parzialmente analogo a quello proposto pochi giorni prima e, anche in considerazione della oggettiva diversità delle fattispecie, si spingono anzi sino ad inasprire la loro pronuncia24. Infatti, senza entrare nei dettagli delle due decisioni, è possibile sostenere che il dispositivo della sentenza Laval suona come una cruda condanna, anche in considerazione del fondamento normativo svedese che legittima l’azione collettiva in situazioni di questo tipo e in considerazione del parametro offerto dalle norme della Direttiva 96/71 (sul distacco dei lavoratori nell’ambito di una prestazione transnazionale di servizi25), La sentenza, di fatto, non lascia all’autorità giudiziaria nazionale alcun margine di valutazione autonoma26.
Al di là di queste comprensibili differenze, però, quel che preme sottolineare in questa sede sono i percorsi paralleli seguiti dalle due sentenze27. Più specificamente, per definire l’ambito di applicazione dell’art. 49 del Trattato sulla Comunità europea, la Corte ripropone le argomentazioni già utilizzate per precisare la portata dell’art. 43. I giudici si muovono, analogamente a quanto già statuito con il caso Viking in materia di libertà stabilimento, anche con riferimento alla libertà di prestazione di servizi. Essi statuiscono che in linea di principio il limite competenziale disposto dal quinto comma dell’art. 137 del Trattato sulla Comunità europea non impedisce che, in via di principio, azioni collettive come quelle che hanno portato ai fatti contestati nella causa principale possano essere di loro competenza, Il fatto che l’Unione non abbia competenza diretta in materia di sciopero e di serrate non comporta che questo tipo di azioni possano legittimamente violare altre previsioni comunitarie.
Una volta riconosciuta la riconducibilità teorica dell’azione collettiva nel campo di applicazione dell’art.49, la Corte prosegue sulla linea inaugurata con Viking ed esclude che la qualificazione dello sciopero e dell’autonomia collettiva come diritti fondamentali possa di per sé stessa importare la liceità dell’azione sindacale contestata. Infatti, sebbene il diritto comunitario riconosca questi diritti, per evitare che attraverso enti o associazioni di natura non pubblicistica si possano produrre situazioni lesive vietate allo stato e agli enti pubblici, «si deve […] verificare se il fatto che talune organizzazioni sindacali di uno Stato membro possano intraprendere un’azione collettiva alle predette condizioni costituisca una restrizione alla libera prestazione dei servizi e, in caso affermativo, se la stessa possa essere giustificata». Insomma, ancora una volta, il bene della difesa collettiva dei diritti dei lavoratori deve ‘subire’ il bilanciamento con un diritto di matrice economica e mercantilista.
Sulla base di queste valutazioni, i giudici prima accertano che concretamente le attività sindacali hanno realizzato una restrizione alla libertà economica, e seguendo il solito schema argomentativo, valutano la liceità dell’azione collettiva sulla base del principio di proporzionalità. Diversamente dal precedente che abbiamo esaminato, però, in questo caso il controllo giudiziario si interrompe al primo dei tre parametri imposti dal principio di proporzionalità: la misura di restrizione alla libertà di circolazione dei servizi, essendo finalizzata ad imporre standard di tutela sociale superiori a quelli determinati dalla Direttiva 96/71, non è idonea a realizzare obiettivi meritevoli di tutela per il diritto comunitario e pertanto, ai fini della risoluzione del caso, non è necessario l’esperimento del test di necessità e l’esperimento del test di proporzionalità in senso stretto.
A prescindere da questo dettaglio, anche il caso Laval conferma l’idea di un bilanciamento “sbilanciato” in favore delle libertà economiche. Anche in questo caso, infatti, i giudici estendono il loro ambito di competenza e concretamente subordinano un diritto sociale alla libertà d’impresa facendo ricorso ad argomenti giuridici assai discutibili28. Come se ciò non bastasse, anche in questo caso i giudici, in nome di superiori esigenze di certezza ed uniformità, si preoccupano di garantire la predeterminabilità economica degli effetti della contrattazione collettiva e ‘dimenticano’ che le peculiarità dell’autonomia sindacale non sopportano l’equiparazione con le regole che governano il settore pubblico29.
A distanza di pochi mesi, un’ulteriore conferma dell’atteggiamento di sfavore con cui la Corte di Giustizia europea guarda alla dimensione sociale e all’autonomia collettiva in particolare, viene offerta dal caso Ruffert30. Anzi per il suo mancato riferimento al diritto di sciopero, questa decisione si rivela particolarmente utile, forse addirittura paradigmatica, per l’analisi che si intende proporre con il presente contributo.
Stavolta il caso giudiziario da cui trae lo spunto la pronuncia della Corte nasce da una norma con cui il Land Niedersachsen prevede che gli appalti per i lavori pubblici di propria competenza siano assegnati solo alle imprese che si impegnino contrattualmente a retribuire i propri dipendenti secondo quanto disposto dagli accordi collettivi del luogo di esecuzione e da una previsione con cui l’ente territoriale tedesco dispone che, a pena del pagamento di una penale convenzionale, l’aggiudicatario è tenuto ad imporre detto obbligo anche agli eventuali subappaltatori. Sulla base di tali disposizioni di legge, il Land, dopo aver sciolto ogni vincolo contrattuale con l’appaltatore, si iscrive al fallimento dell’impresa edile e, sulla base di un procedimento giudiziario che ha accertato che il subappaltatore polacco ha pagato i 53 dipendenti distaccati secondo parametri assai inferiori a quelli imposti dai contratti collettivi, pretende che il curatore fallimentare versi la penale prestabilita. Investito di questa complessa controversia, l’Oberlandsgericht di Celle si preoccupa di verificare la legittimità dell’imposizione di simili parametri di tutela sociale per via normativa e decide di sospendere il procedimento per chiedere alla Corte di Giustizia se una simile disposizione sia compatibile con i dettami del diritto comunitario ed in particolare con l’art. 49 del Trattato sulla Comunità europea e con la Direttiva 96/71.
Almeno formalmente, dunque, la questione sottoposta ai giudici europei è relativa ai limiti che ciascuno stato membro incontra nel dare attuazione alla disciplina europea sui servizi pubblici e sulla libertà di prestazione dei servizi e nulla dice in materia di sciopero e di contrattazione collettiva. Anche per queste ragioni il caso, diversamente da quelli analizzati nelle pagine precedenti, non presenta alcuna difficoltà preliminare in ordine alla definizione dell’ambito di competenza dei giudici a statuire sulla controversia in questione31. Ciononostante, per la sua contiguità ideologica con l’iter argomentativo utilizzato in Viking e Laval, l’impianto teorico che viene proposto per giustificare l’illegittimità della legge tedesca merita comunque di essere considerato in questa sede. Infatti, richiamandosi alla disposizione contenuta nel primo comma dell’art. 3 n.1 della Direttiva 96/7132, i giudici affermano che il testo normativo impone agli stati ospitanti di disciplinare la garanzia delle condizioni di lavoro ed in particolare delle tariffe salariali minime soltanto attraverso «disposizioni legislative, regolamentari o amministrative, e/o contratti collettivi o arbitrati dichiarati di applicazione generale». In questo quadro normativo di riferimento e tenendo in considerazione che non si può applicare la clausola disposta dall’art. 3 n. 833, la disposizione con cui il Land rinvia la definizione degli standard salariali minimi alla contrattazione collettiva del luogo di esecuzione dell’appalto (e non alla contrattazione collettiva di applicazione generale) è - a giudizio della Corte – in aperta contraddizione con le disposizioni della Direttiva che limitano gli strumenti ‘utilizzabili’ dal legislatore nazionale per disciplinare legittimamente le condizioni di lavoro dei lavoratori distaccati da un’impresa straniera.
A questa mancata attuazione delle previsioni della Direttiva, si ricollega una violazione relativa al mancato adeguamento all’art. 49 del Trattato della Comunità europea. Per l’esattezza, una volta accertato che ai sensi delle norme secondarie sul distacco dei lavoratori gli stati membri possono imporre clausole di tutela sociale solo attraverso atti normativi o attraverso accordi collettivi generali, si rileva che la disciplina del Land, comportando un adeguamento (tendenzialmente) al rialzo degli standard salariali, può comportare un onere economico supplementare per gli operatori economici di quei paesi membri che pratichino livelli salariali più bassi e pertanto deve essere considerato una restrizione della libertà di prestazione dei servizi. Dal momento che, contrariamente a quanto sostenuto dal Land, detta restrizione non è necessaria né a tutelare i lavoratori distaccati (in quanto tutelati dalla Direttiva), né a tutelare l’autonomia sindacale, essa non può che essere considerata ingiustificata ai sensi dell’art. 49.
I profili di perplessità che emergono da una lettura giuridica di questa decisione sono plurimi. In primo luogo, la Corte non tiene nella dovuta considerazione (o per lo meno liquida troppo semplicisticamente34) il fatto che l’art 3 n. 7 della Direttiva, senza specificazioni ulteriori, faccia esplicitamente salva l’ipotesi di un intervento dello stato ospitante che migliori le condizioni minime garantite dallo stato di appartenenza dei lavoratori35. In secondo luogo, i giudici non argomentano in nessuna maniera perché una legge che, senza determinare alcun vantaggio obiettivo per le imprese tedesche, impone un salario maggiore debba essere considerata restrittiva della libertà di circolazione. La lesione del principio deriverebbe dal fatto che la norma priva le imprese straniere della possibilità di sfruttare il costo più basso della manodopera nazionale. Come è stato acutamente osservato «in questo caso, la equiparazione meccanica della mancata conservazione del “vantaggio concorrenziale” ad uno svantaggio, per la impresa che va a prestare il servizio in Germania, non è agevole, non solo perché la parità con le imprese stabilite nello Stato ospitante è garantita, ma anche e soprattutto perché il “vantaggio concorrenziale” medesimo può dipendere, piuttosto che da conquiste sul libero mercato, solo dalla diversa normativa applicabile nello Stato di origine36». Inoltre, la pronuncia si limita a rilevare l’inidoneità della contrattazione collettiva, perché non ritenuta di applicazione generale. Essa tuttavia non offre alcuna spiegazione delle ragioni per le quali la restrizione della libertà di prestazione dei servizi determinata dalla soppressione del “vantaggio concorrenziale” sia ritenuta legittima nel caso in cui sia realizzata dalla contrattazione collettiva di applicazione generale. Infine, riconoscendo la contrattazione collettiva soltanto quando la stessa è dichiarata di «applicazione generale», la decisione conferma l’inquietante tendenza a comprimere l’autonomia delle parti sociali (e inevitabilmente le azioni collettive che possono essere esercitate a favore di questa) e a privilegiare gli istituti di natura pubblicistica per risolvere le tensioni sociali e per definire l’equilibrio tra i contraenti del rapporto di lavoro. Se in Viking e Laval i giudici equiparano atti normativi del potere pubblico e contratti collettivi e mostrano di non riconoscere la specificità delle disposizioni prodotte dal negoziato delle parti sociali, con Ruffert, in piena consonanza ideologica con le precedenti decisioni, essi limitano l’accettabilità dei contratti collettivi a quelle ipotesi in cui essi, in virtù della loro rilevanza generale, acquisiscono tratti equiparabili alla legge37.