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Timestamp: 2020-05-25 07:51:14+00:00
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Corte di Cassazione, sezione V penale, sentenza 25 gennaio 2017, n. 3818 - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione V penale, sentenza 25 gennaio 2017, n. 3818
Ai fini dell’integrazione del reato di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico, rileva il fatto che il soggetto, anche se normalmente abilitato ad accedere al sistema, abbia o meno operato l’accesso in questione nel rispetto delle prescrizioni, impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l’accesso, volte a legittimare quell’attività. Sono invece irrilevanti, ai fini della sussistenza del reato, gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato detto ingresso nel sistema
sentenza 25 gennaio 2017, n. 3818
Scrive il ricorrente che “sebbene i giudici del gravame abbiano correttamente sottolineato come, secondo l’ormai consolidata giurisprudenza di questa Suprema Corte, ai fini della configurabilità del delitto previsto dall’art. 615-ter cod. pen., rimangano del tutto irrilevanti gli scopi e le finalità che abbiano soggettivamente motivato l’ingresso nel sistema, hanno di fatto ricondotto ai presunti scopi sottesi all’accesso l’abusività dello stesso e, conseguentemente, ritenuto sussistente la responsabilità (…) proprio per i presunti scopi che avrebbero determinato il sottoscritto ad effettuare l’accesso stesso”. Infatti, la verità è che il P. era comunque autorizzato ad entrare ed a prendere cognizione dei dati contenuti nel sistema, in quanto ufficiale di polizia giudiziaria titolare di credenziali (quelle utilizzate nel caso in esame) tali da consentirgli “di accedere illimitatamente alla Banca Dati SDI, senza necessità di permessi, autorizzazioni e/o sollecitazioni da parte dei superiori, ma con il solo limite (peraltro non violato) alla stampa dei risultati”: perciò, l’acquisizione dei dati della D. era perfettamente legittima, a nulla potendo rilevare il motivo per cui l’imputato li acquisì.
2. Le intercettazioni relative alle indagini in tema di sfruttamento della prostituzione, in vero, non potevano considerarsi utilizzabili, atteso che secondo la giurisprudenza di questa Corte – “in tema di intercettazioni di conversazioni, ai fini del divieto di utilizzazione previsto dall’art. 270, comma primo, cod. proc. pen., occorre far riferimento ad una nozione sostanziale di “diverso procedimento”, secondo cui la “diversità” va collegata al dato della alterità o non uguaglianza del procedimento instaurato, non nell’ambito del medesimo filone investigativo, ma in relazione ad una notizia di reato, che deriva da un fatto storicamente diverso da quello oggetto di indagine nell’ambito di altro, differente, anche se connesso, procedimento” (Cass., Sez. II, n. 3253 del 10/10/2013, Costa, Rv 258591). Nella motivazione della pronuncia appena richiamata si legge che, in ragione dell’anzidetta nozione sostanziale di “diversità”, “quest’ultima può essere esclusa in presenza di indagini strettamente connesse o collegate sotto il profilo oggettivo, probatorio e finalistico (…). Pertanto, la nozione di identico procedimento, che esclude l’operatività del divieto di utilizzazione previsto dall’art. 270 cod. proc. pen., può prescindere da elementi formali come il numero di iscrizione nel registro delle notizie di reato ed impone una valutazione sostanziale, con la conseguenza che il procedimento è considerato identico quando tra il contenuto dell’originaria notizia di reato, alla base dell’autorizzazione, e quello dei reati per cui si procede vi sia una stretta connessione” sotto i già evidenziati profili (oggettivo, probatorio e finalistico).
2.1 In applicazione dei principi appena ricordati, è stato ad esempio escluso che si verta in un caso di diverso procedimento laddove, in ambito di indagini riguardanti l’operatività di una associazione di tipo mafioso, siano intercettate conversazioni rilevanti anche ai fini dell’accertamento del delitto di corruzione a carico di un pubblico ufficiale, per atti contrari ai doveri di ufficio commessi a favore di affiliati all’organizzazione criminale (v. Cass., Sez. II, n. 43434 del 05/07/2013, Bianco); al contrario, si è censurata la decisione del giudice di merito di ritenere utilizzabili intercettazioni che, disposte con riguardo ad una denuncia per concussione relativa a determinati soggetti, avevano rivelato la possibile sussistenza di altri reati, solo in relazione ai quali era stato fissato il giudizio (v. Cass., Sez. VI, n. 46244 del 15/11/2012, Filippi). Nella fattispecie concreta di cui a quest’ultima pronuncia era accaduto che l’attività di captazione, iniziata con riferimento ad una ipotesi bene individuata di concussione, aveva rivelato la possibile sussistenza di reati urbanistici, di abuso di ufficio, di falso e corruzione a carico di persone (anche) diverse, senza che per il delitto oggetto della iniziale iscrizione fosse stata poi esercitata l’azione penale; motivando sul punto, la sentenza Filippi segnalava quindi la necessità di considerare “l’idoneità della autorizzazione originaria a coprire il sacrificio della libertà di comunicazione delle persone coinvolte”.
La vicenda non appare sostanzialmente dissimile da quella oggi in esame, dove le indagini per reati di cui agli artt. 3 e segg. della legge n. 75/1958, pur se coinvolgenti lo stesso P. , nulla avevano a che vedere con le condotte commesse dal medesimo su presunta istigazione del P. (vuoi sul piano obiettivo, vuoi su quello probatorio, vuoi in termini di collegamento finalistico fra le diverse ipotesi criminose che ne costituivano oggetto): in concreto, un soggetto che si assumeva responsabile di delitti di sfruttamento o favoreggiamento della prostituzione emerse poi – fondata o meno che fosse l’iniziale ipotesi investigativa – come autore di comportamenti illeciti ulteriori, del tutto svincolati da quelli in corso di accertamento. Né può valere, come invece segnalava a suo tempo il giudice di primo grado, la circostanza che, per il reato oggi contestatogli, il nominativo del P. fu ritualmente iscritto nel registro degli indagati, dovendosi piuttosto valutare se e quando le intercettazioni, già in corso per gli altri addebiti, vennero disposte anche in relazione al delitto in rubrica.
Al massimo organo di nomofilachia, nell’occasione, era stato appunto proposto il quesito “se integri la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto abilitato ma per scopi o finalità estranei a quelli per i quali la facoltà di accesso gli è stata attribuita”; nello sviluppo motivazionale della decisione, dopo aver dato atto del contrasto interpretativo, le Sezioni Unite segnalavano come la questione di diritto controversa non dovesse “essere riguardata sotto il profilo delle finalità perseguite da colui che accede o si mantiene nel sistema, in quanto la volontà del titolare del diritto di escluderlo si connette soltanto al dato oggettivo della permanenza (per così dire “fisica”) dell’agente in esso. Ciò significa che la volontà contraria dell’avente diritto deve essere verificata solo con riferimento al risultato immediato della condotta posta in essere, non già ai fatti successivi. Rilevante deve ritenersi, perciò, il profilo oggettivo dell’accesso e del trattenimento nel sistema informatico da parte di un soggetto che sostanzialmente non può ritenersi autorizzato ad accedervi ed a permanervi sia allorquando violi i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema (nozione specificata, da parte della dottrina, con riferimento alla violazione delle prescrizioni contenute in disposizioni organizzative interne, in prassi aziendali o in clausole di contratti individuali di lavoro) sia allorquando ponga in essere operazioni di natura ontologicamente diversa da quelle di cui egli è incaricato ed in relazione alle quali l’accesso era a lui consentito. In questi casi è proprio il titolo legittimante l’accesso e la permanenza nel sistema che risulta violato: il soggetto agente opera illegittimamente, in quanto il titolare del sistema medesimo lo ha ammesso solo a ben determinate condizioni, in assenza o attraverso la violazione delle quali le operazioni compiute non possono ritenersi assentite dall’autorizzazione ricevuta”. Ne deriva, secondo l’insegnamento che può trarsi dalla sentenza Casani, che “il dissenso tacito del dominus foci non viene desunto dalla finalità (quale che sia) che anima la condotta dell’agente, bensì dall’oggettiva violazione delle disposizioni del titolare in ordine all’uso del sistema. Irrilevanti devono considerarsi gli eventuali fatti successivi: questi, se seguiranno, saranno frutto di nuovi atti volitivi e pertanto, se illeciti, saranno sanzionati con riguardo ad altro titolo di reato (rientrando, ad esempio, nelle previsioni di cui agli artt. 326, 618, 621 e 622 cod. pen.)”.
4. Quanto, infine, al trattamento sanzionatorio, deve ricordarsi che “la graduazione della pena, anche rispetto agli aumenti ed alle diminuzioni previsti per le circostanze aggravanti ed attenuanti, rientra nella discrezionalità del giudice di merito, il quale la esercita, così come per fissare la pena base, in aderenza ai principi enunciati negli artt. 132 e 133 cod. pen., sicché è inammissibile la censura che, nel giudizio di cassazione, miri ad una nuova valutazione della congruità della pena” (Cass., Sez. III, n. 1182 del 17/10/2007, Cilia, Rv 238851). Va sottolineato che, nel disattendere l’identica censura mossa nei riguardi della sentenza di primo grado, la Corte territoriale ha già posto in rilievo come la riduzione conseguente all’applicazione delle attenuanti generiche in favore del P. sia stata operata “in misura prossima al massimo”, a fronte comunque di un giudizio di obiettiva gravità della condotta.