Source: http://www.sindacatofsi.it/2010/11/23/lavoro-pubblico-impiego-prove-indici-presuntivi-precisazioni/
Timestamp: 2018-05-21 13:10:17+00:00
Document Index: 79136177

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 59', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 35', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 1', 'art. 36', 'art. 2', 'sentenza ']

Lavoro, pubblico impiego, prove, indici presuntivi, precisazioni | Sindacato FSI
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Sentenza 30 marzo 2010, n. 1818
A) – Gli originari ricorrenti impugnavano le deliberazioni determinanti la decorrenza giuridicoeconomica dei loro inquadramenti (ex art. 8, delib. C.c. n. 381/1977) presso l’amministrazione provinciale di Napoli, chiedendo anche l’accertamento del loro diritto ad ottenere le spettanti differenze retributive con interessi e rivalutazione, in base alla mansioni da loro svolte di fatto: i relativi provvedimenti originari erano stati annullati dal Co.re.co., ma poi resi efficaci dal d.l. n. 946/1977, convertito nella legge n. 43/1978.
Successivamente, veniva individuato il personale in servizio al 31 dicembre 1976, rispetto alla pianta organica, e veniva poi inquadrato il personale in base alle mansioni di fatto espletate alla data del 1° gennaio 1975, con ulteriore attribuzione al medesimo del livello retributivo superiore dal 1° gennaio 1978, poi rideterminato con decorrenza dal 14 novembre 1982.
Donde il ricorso al T.a.r. Campania, proposto per violazione dell’art. 8 della delib. C.c. n. 381/1977; dell’art. 59, legge n. 62/1953, illegittimità, vizio di motivazione, erronei presupposti e violazione del giusto procedimento; violazione dell’art. 6, d.l. n. 946/1977, dell’art. 4, d.l. n. 70271978, conv. legge n. 3/1979.
La provincia di Napoli si costituiva in giudizio e resisteva al ricorso, che veniva poi in parte accolto (in applicazione dei principi di cui alla dec. n. 15/1998 dell’Adunanza plenaria di questo Consiglio di Stato) ed in parte dichiarato improcedibile dai primi giudici, che preliminarmente avevano dichiarato inammissibile la costituzione in giudizio dell’amministrazione provinciale intimata, per carenza della necessaria procura speciale, ex art. 35, r.d. n. 1054/1924, ed art. 6, r.d. n. 642/1907.
B) – Detta sentenza veniva, poi, impugnata dalla provincia soccombente in prime cure, che eccepiva la correttezza della propria costituzione in giudizio dinanzi al T.a.r. (in applicazione analogica delle norme del codice di procedura civile); la tardività del ricorso proposto in prima istanza con un ritardo di oltre dieci anni, nel 1993, contro atti efficaci e conosciuti dal 1982; l’appello interposto (con ricorso r.g.n. 9382/1995, pendente dinanzi a questa sezione V del Consiglio di Stato) avverso la sentenza n. 322/1995 della sez. V del T.a.r. di Napoli, comunque inefficace rispetto a chi fosse rimasto estraneo al relativo giudizio.
Dei soggetti appellati, si costituiva in giudizio Vincenzo Quaranta, che resisteva al gravame.
All’esito della pubblica udienza di discussione la vertenza passava in decisione, dopo che tutti gli appellati avevano depositato una memoria di costituzione in giudizio e di resistenza all’appello, mentre la provincia di Napoli appellante depositava una memoria difensiva in cui richiamava specifici precedenti di questo Consiglio di Stato asseritamente favorevoli alle proprie tesi (cfr. decc. nn. 5983598559865988/2001).
I) – L’appello della provincia di Napoli è solo in parte fondato per le ragioni che seguono.
In primo luogo, è infondato il motivo con il quale la provincia si duole del fatto che il T.a.r. abbia dichiarato la nullità della sua costituzione in giudizio in primo grado.
Difatti, va condiviso il rilievo in base al quale la costituzione avrebbe dovuto essere effettuata in virtù di procura speciale e non di un mandato generale.
Per il resto, l’appello è invece fondato e va quindi accolto.
In linea di fatto, va rilevato che gli atti impugnati in primo grado risalgono a non oltre l’anno 1982.
Il ricorso di primo grado risulta essere stato notificato solo nel gennaio del 1993.
Il giudice di primo grado ha ritenuto il ricorso tempestivo sul presupposto che non era stata fornita la prova della piena conoscenza dell’atto da parte dei singoli ricorrenti.
Né, secondo gli appellati, sarebbe maturata la prescrizione, giacché si applicherebbe il termine decennale, decorrente dagli ultimi atti applicativi della decorrenza economica degli inquadramenti.
La sezione, invece, ritiene il ricorso di prima istanza tardivo e, quindi, irricevibile: a provarlo, basta ricordare che ciascun interessato riceveva mensilmente lo statino della busta paga, recante ogni utile informazione circa il proprio inquadramento in ruolo ed il connesso livello retributivo.
Per quanto riguarda il termine per proporre il ricorso giurisdizionale amministrativo avverso provvedimenti autoritativi, l’art. 21, comma 1, legge 6 dicembre 1971 n. 1034 (nel testo previgente alle modificazioni apportate dall’art. 1, legge 21 luglio 2000 n. 205), riproducendo, in sostanza, la previsione dell’art. 36, primo 1, t.u. 26 giugno 1924 n. 1054, dispone che il ricorso dev’essere notificato entro il termine di giorni sessanta da quello in cui l’interessato ne abbia avuto piena conoscenza.
La norma costituisce espressione del generale principio in forza del quale la decorrenza del termine per l’impugnazione e la conseguente inoppugnabilità del provvedimento conseguono all’inerzia dell’interessato, protrattasi per il tempo stabilito dalla legge, nei casi in cui il destinatario degli effetti dell’atto abbia potuto concretamente rendersi conto della lesività del provvedimento.
Peraltro, per aversi piena conoscenza, non basta una semplice notizia dell’atto, costituita da una conoscenza vaga o imperfetta: l’interessato deve almeno conoscere gli elementi essenziali del provvedimento, idonei ad evidenziare l’avvenuta lesione della propria sfera giuridica.
Il decorso del tempo dall’emanazione dell’atto non è di per sé indice dell’acquisita conoscenza, poiché non può escludersi che l’amministrazione per molto tempo non lo abbia eseguito o, addirittura, non l’abbia eseguito affatto.
Tuttavia, in alcuni casi, il decorso del termine può far presumere la piena conoscenza dell’atto, il che avviene, in particolare nelle ipotesi in cui il provvedimento abbia natura regolamentare, o, comunque, portata generale, necessitando, per la sua effettiva operatività, l’adozione di un provvedimento concreto applicativo.
In tali eventualità, la conoscenza si presume, qualora sia dimostrato che, per un lungo lasso di tempo, l’amministrazione abbia dato costante e continua applicazione all’atto generale, emanando tutti i consequenziali provvedimenti, come nella fattispecie: la p.a. aveva dato attuazione alle deliberazioni di recepimento dell’accordo nazionale di lavoro, provvedendo ad adeguare la posizione retributiva dei singoli dipendenti (e, quindi, anche degli attuali appellati) alla nuova disciplina di derivazione contrattuale.
Inoltre, di fronte al dato oggettivo dell’intervenuta pubblicazione delle deliberazioni, l’amministrazione non aveva alcun onere di dimostrare che i dipendenti avessero conseguito la conoscenza effettiva dei provvedimenti in epoca anteriore al sessantesimo giorno precedente la notificazione del ricorso.
Essendo trascorsi oltre dieci anni tra l’adozione dei provvedimenti e la loro impugnativa, appare ragionevole la presunzione che gli interessati ne avessero comunque acquisito la conoscenza in epoca largamente anteriore ai sessanta giorni precedenti la proposizione del ricorso.
II) – Va anche osservato che, trattandosi di atti generali, non soggetti a notificazione individuale, il termine per la proposizione del ricorso decorreva dalla loro pubblicazione e non dal momento, eventualmente successivo, in cui la parte interessata ne avesse acquisito l’effettiva conoscenza, per cui non assumeva rilievo, ai fini della valutazione della tempestività del ricorso di primo grado, la circostanza che le deliberazioni di recepimento dell’accordo collettivo e dei conseguenti provvedimenti di inquadramento non fossero state personalmente notificate agli interessati, attuali appellati.
Inoltre, la percezione delle retribuzioni senza contestazione di sorta per un periodo rilevante di anni (circa dieci anni, nel caso in esame) costituisce indice presuntivo grave, preciso e coerentemente idoneo a dimostrare che, in un tempo largamente anteriore a quello di proposizione del ricorso, gli interessati conoscevano il contenuto lesivo di una deliberazione d’inquadramento adottata dall’ente, in esecuzione di deliberazioni generali applicanti accordi sindacali (cfr. C.S., sez. V, dec. 23 ottobre 2000, n. 5668).
A diverse conclusioni non si perviene ove si ritenga che la domanda proposta davanti al T.a.r. concernesse anche la tutela di posizioni di diritto soggettivo e non di interesse legittimo: in tale ipotesi, il termine di prescrizione avrebbe dovuto determinarsi in cinque e non in dieci anni, in quanto, dopo la modificazione dell’art. 2, r.d.l. 19 gennaio 1939 n. 295, avvenuta con la legge 7 agosto 1985 n. 428, i crediti di lavoro dei pubblici dipendenti pagabili periodicamente sono sottoposti in ogni caso alla prescrizione quinquennale (cfr. C.S., sez. V, dec. 12 novembre 1999 n. 1881), senza che si possa fare alcuna distinzione tra crediti contestati e non contestati (cfr. C.S., sez. IV, dec. 18 marzo 1999 n. 307).
In conclusione, l’appello della provincia di Napoli va accolto nei sensi anzidetti ed, in riforma dell’impugnata sentenza, il ricorso di primo grado va dichiarato irricevibile per tardività, con salvezza degli atti ivi gravati ed a spese del doppio grado di giudizio integralmente compensate per giusti motivi tra le parti ivi costituite, tenuto anche conto delle alterne vicende processuali e della reciproca parziale soccombenza.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, sezione V, accoglie in parte l’appello, riforma l’impugnata sentenza e dichiara irricevibile il ricorso di primo grado, con salvezza degli atti ivi gravati ed a spese del doppio grado di giudizio integralmente compensate tra le parti in causa.