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Timestamp: 2018-11-13 19:03:51+00:00
Document Index: 59690217

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 11', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 54', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 69', 'art. 73', 'art. 50', 'art. 51']

Glossario - Popolo Unico
GLOSSARIO TERMINI LEGALI
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Un’Apostille è un timbro speciale apposto da un’autorità che certifica che un documento è una copia conforme dell’originale. Le Apostille sono disponibili nei paesi firmatari della Convenzione dell’Aja riguardante l’abolizione della legalizzazione di atti pubblici stranieri, meglio nota come Convenzione dell’Aja.
La Convenzione dell’Aja, firmata nel 1961, sostituisce la lunga e laboriosa procedura della legalizzazione di documenti in vigore fino ad allora, secondo la quale ci si doveva recare presso quattro autorità diverse per far certificare un documento. Se apre un conto bancario offshore per posta, la banca non vedrà l’originale del suo passaporto. Gli impiegati che lavoreranno alla sua domanda dovranno essere sicuri che la copia sia conforme all’originale. Ogni banca ha definito il proprio modo di stabilire se la copia del passaporto sia accettabile ai fini dell’apertura di un conto. Alcune banche accettano una copia del passaporto autenticata (legalizzata, certificata) da un notaio pubblico, ma la maggior parte richiederà l’apposizione sul documento di una Apostille. Ogni paese firmatario della Convenzione dell’ Aja ha designato un’autorità all’interno del proprio territorio che possa apporre Apostille.
Negli Stati Uniti, per esempio, è l’ufficio del segretario di stato. In pratica, dovrà contattare un notaio per ottenere una Apostille. Ci sono però dei notai che potrebbero non conoscere bene la procedura – potrebbero quindi proporre una forma sostitutiva che conoscono meglio.
Se il documento non riporta in caratteri maiuscoli il termine “apostille”, non si tratta della procedura giusta. Ricordi inoltre che non è obbligato a spiegare al notaio il motivo per cui richiede una Apostille – dovrà solo dire che ne ha bisogno. Tenga infine presente che alcuni paesi non hanno firmato questo trattato e quindi non offrono la possibilità di ottenere l’Apostille. In genere gli studi legali forniscono la documentazione già Apostillata. Una Apostille può servire quando viene richiesta la copia di un documento ufficiale straniero.
Per esempio per matrimoni, adozioni, successioni ereditarie, ma anche per semplici contratti internazionali. L’Apostille è una legalizzazione ufficiale del fatto che il documento è una copia conforme all’originale. Non certifica tuttavia la correttezza del contenuto del documento originale. Se le è stata richiesta l’ apostille per autenticare la copia del suo passaporto, la banca non accetterà alcuna forma sostitutiva. Se non riesce ad ottenerla, si metta in contatto con lo studio legale che le ha registrato la società, per vedere se ci sono altri modi per la legalizzazione di documenti. Non perda tempo cercando di ottenere un qualunque altro tipo di timbro ufficiale – non andrà bene e la banca non le aprirà il conto.
I paesi che hanno aderito alla convezione dell’Aja sono: Andorra, Antigua, Argentina, Armenia, Australia, Austria, Azerbaijan, Barbuda, Bahamas, Barbados, Belize, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Botswana, Brunei, Bulgaria, Cipro, Colombia, Croazia, Dominica, El Salvador, Estonia, Federazione Russa, Fiji, Finlandia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Grecia, Grenada, Honduras, Hong Kong, Isole Marshall, Israele, Kazakhstan, Lesotho, Lettonia, Liberia, Liechtenstein, Lituania, Lussemburgo, Macao, Macedonia, Malawi, Malta, Mauritius, Messico, Monaco, Namibia, Niue, Norvegia, Nuova Zelanda, Olanda, Panama, Portogallo, Repubblica Ceca, Repubblica Dominicana, Romania, Saint Kitts e Nevis, Saint Vincent e Grenadine, Samoa, San Marino, Santa Lucia, Seychelles, Serbia e Montenegro, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Suriname, Svezia, Svizzera, Swaziland, Stati Uniti d’America, Sud Africa, Tonga, Turchia, Trinidad e Tobago, Ucraina, Ungheria, Venezuela.
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«La maggiore età è fissata al compimento del diciottesimo anno. Con la maggiore età si acquista la capacità di compiere tutti gli atti per i quali non sia stabilita una età diversa.
Sono salve le leggi speciali che stabiliscono un’età inferiore in materia di capacità a prestare il proprio lavoro. In tal caso il minore è abilitato all’esercizio dei diritti e delle azioni che dipendono dal contratto di lavoro.»
(Articolo 2 del Codice civile italiano)
La capacità di agire, nell’ordinamento giuridico italiano indica è l’idoneità del soggetto a porre in essere validamente atti idonei a incidere sulle situazioni giuridiche di cui è titolare senza l’interposizione di altri soggetti di diritto. Non va confusa con la capacità giuridica, che è l’idoneità di un soggetto a essere titolare di diritti e doveri. La capacità di agire, in quanto modo d’essere del soggetto giuridico, rientra tra le qualità giuridiche.
La capacità d’agire delle persone fisiche
Nell’ordinamento italiano tutti coloro che si trovano sul territorio dello Stato, anche se stranieri – i quali, ai sensi dell’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo n. 286/1998, sono titolari dei «diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti» – hanno piena capacità giuridica, mentre la capacità d’agire si acquista al compimento della maggiore età e può essere limitata o revocata in sede giurisdizionale (per esempio con una sentenza di inabilitazione, ovvero con una sentenza d’interdizione).
Prima dell’emanazione della legge n. 39 del 1975, la capacità d’agire si acquistava al compimento del ventunesimo anno d’età. Con l’entrata in vigore della predetta legge, il cui primo articolo modificò l’articolo 2 del codice civile, si fece coincidere l’acquisto della capacità d’agire col conseguimento del diciottesimo anno d’età. L’articolo 2 del codice civile presume che al compimento dei diciott’anni il soggetto abbia raggiunto la necessaria maturità psicofisica per esercitare autonomamente i diritti e adempiere gli obblighi senza turbare il corretto andamento ordinamentale.
Il possesso della capacità legale d’agire è requisito di validità degli atti negoziali (cosiddetta capacità negoziale), i quali sono annullabili se il soggetto che li ha posti in essere era sprovvisto di tale qualità nel momento in cui ha emesso la propria dichiarazione di volontà. Adunque, gli atti negoziali stipulati dal soggetto capace d’agire, a prescindere dalla sua effettiva maturità psicofisica, sono validi, salvo il caso in cui questo si trovi in uno stato d’incapacità naturale o di fatto nel momento della manifestazione della volontà negoziale. In tale situazione, l’articolo 428 c.c., con alcune cautele ed entro limiti ivi specificati, consente l’annullamento di atti compiuti da «persona che, sebbene non interdetta, si provi essere stata per qualsiasi causa, anche transitoria, incapace d’intendere o di volere al momento in cui gli atti sono stati compiuti».
Per la validità degli atti giuridici in senso stretto o meri atti, non è necessaria la capacità d’agire, ma è necessario che il suo autore, nel momento in cui ha posto in essere l’atto, sia capace d’intendere e volere.
La capacità legale d’agire non è, inoltre, presupposto affinché un soggetto che col proprio contegno colposo o doloso abbia commesso un atto illecito – cagionando così un danno ingiusto risarcibile ex articolo 2043 c.c. – possa essere chiamato a rispondere delle relative conseguenze. Difatti, ai sensi dell’articolo 2046 c.c., l’obbligazione risarcitoria sorge in capo a colui che «[…] aveva la capacità d’intendere o di volere al momento in cui […] ha commesso [il fatto dannoso]» (cosiddetta capacità extranegoziale). In ragione di ciò, il soggetto danneggiato da un minorenne o da un interdetto può pretendere da quest’ultimo il risarcimento del pregiudizio patito ancorché si tratti di un soggetto legalmente incapace se si accerta la sua capacità d’intendere e volere nel momento in cui il fatto fu commesso.
È concezione invalsa quella di riconoscere anche all’incapace legale d’agire parziale autonomia nel campo degli atti non patrimoniali. Si ammette, infatti, che i soggetti in tutto o in parte incapaci d’agire possano esercitare direttamente i diritti strettamente legati alla persona e alle libertà fondamentali.
Il principio sancito dall’articolo 2 c.c. soffre alcune deroghe nelle ipotesi in cui la legge ammette eccezionalmente anche i minorenni a concludere atti negoziali validi. I soggettiinfradiciottenni sono inoltre ammessi a concludere i piccoli negozi della vita quotidiana consistenti in contratti aventi modico valore economico, salvo il caso in cui questi possano arrecare pregiudizio agli interessi del minore. L’assunto si regge sulla presunzione giuridica che il minore, concludendo il negozio, non agisca in nome proprio, ma in quello dei genitori. Difatti, ai sensi dell’articolo 1389 c.c., affinché il contratto concluso col terzo da un rappresentante sia valido, è sufficiente che quest’ultimo possegga la capacità d’intendere e volere nel momento della conclusione del negozio giuridico, essendo richiesta solamente al rappresentato la capacità legale d’agire.
Sempre l’articolo 2 c.c., al secondo e al terzo comma – introdotti dalla legge n. 39/1975 –, fa salve le «leggi speciali che stabiliscono un’età inferiore in materia di capacità a prestare il proprio lavoro» e ammette il minore a esercitare i «diritti e le azioni che dipendono dal contratto di lavoro». La nuova disciplina è stata oggetto di aspri dibattiti fra i giuslavoristi: una parte della dottrina ritiene che il minorenne sia incapace di stipulare il contratto di lavoro, pur potendo esercitare autonomamente i relativi diritti e azioni. Un’altra parte della dottrina asserisce che debba ritenersi introdotta legislativamente la coincidenza fra capacità giuridica speciale o capacità al lavoro (regolata dal combinato disposto tra la legge n. 977/1967[5], modificata dal decreto delegato n. 345/1999 di attuazione della Direttiva n. 94/33/CE, e l’articolo 1, comma 622, della legge n. 296/2006 che ammette al lavoro il minorenne, purché abbia concluso il periodo d’istruzione obbligatoria e abbia compiuto il sedicesimo anno d’età) e capacità d’agire. Il difetto di capacità d’agire comporta l’annullabilità del contratto di lavoro e l’applicazione della disciplina del primo comma dell’articolo 2126 c.c., poiché la mancanza di capacità d’agire non comporta l’illiceità dell’oggetto del contratto di lavoro. Ergo, per il periodo in cui il rapporto ha avuto esecuzione, salvo il caso in cui l’oggetto o la causa siano illeciti, la nullità e l’annullamento del contratto di lavoro sono privi d’effetti.
Ai sensi dell’articolo 84, comma 2, c.c., su istanza dell’interessato, il tribunale per i minorenni, accertata la maturità psicofisica del richiedente e la fondatezza delle ragioni addotte, in casi eccezionali può ammettere al matrimonio chi abbia compiuto i sedici anni d’età. Col matrimonio il minorenne ottiene ipso iure l’emancipazione, consistente in un periodo intermedio di limitata capacità d’agire. La giurisprudenza è comunque restia a riconoscere come requisito sufficiente il solo fatto della gravidanza in corso, chiudendo così all’ipotesi di un matrimonio cosiddetto riparatore.[9] L’emancipato è assistito dal curatore, ma, nel caso in cui il minore emancipato sia autorizzato dal tribunale all’esercizio di un’impresa commerciale (ma l’autorizzazione non è necessaria allorché il minore svolga attività entro l’impresa agricola per la mancanza della grave conseguenza del fallimento)ex articolo 320, comma 5, c.c., può compiere autonomamente atti eccedenti l’ordinaria amministrazione e atti estranei all’esercizio dell’impresa, acquistando così piena capacità d’agire nell’ambito del diritto patrimoniale, eccettuata la capacità a donare e a far testamento.
Il titolo XII del libro primo del codice civile è rubricato «Delle misure di protezione delle persone prive in tutto od in parte di autonomia» e prevede gli istituti dell’amministrazione di sostegno, dell’interdizione e dell’inabilitazione. Con l’introduzione di tali istituti giuridici il legislatore si preoccupa di rimediare alle più disparate ipotesi di deficienza psicofisica in cui può versare un soggetto. Con l’interdizione e l’inabilitazione si dà origine a situazioni giuridiche permanenti, seppur reversibili, connesse a patologie mentali, mentre l’amministrazione di sostegno è un istituto modulabile, volto a sopperire a transeunti periodi in cui il soggetto non possegga l’attitudine a provvedere ai propri interessi. Con la sentenza n. 440 del 9 dicembre 2005 la Corte costituzionale è intervenuta in materia precisando che il fatto che la legge n. 6 del 2004 sull’istituzione dell’amministrazione di sostegno non indichi i criteri per distinguere tale istituto da quello dell’interdizione e dell’inabilitazione non integra gli estremi dell’illegittimità costituzionale e che «da un lato, garantisce all’incapace la tutela più adeguata alla fattispecie e, dall’altro, limita nella minore misura possibile la sua capacità». La prima Sezione Civile della Corte Suprema di Cassazione ha inoltre aggiunto con la sentenza n. 13584 del 12 giugno 2006 che l’ambito di applicazione dell’amministrazione di sostegno, rispetto agli altri istituti ablativi della capacità, va individuato non tanto con riguardo al diverso grado di inettitudine ad attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, quanto considerando l’idoneità del nuovo istituto ad adeguarsi alle esigenze del caso concreto, in ragione della sua flessibilità e dell’agilità della procedura.
Accanto a questi istituti che rispondono a una logica protettiva del soggetto, si pone l’interdizione legale che risponde a una logica sanzionatoria derivando dal semplice fatto di essere condannati all’ergastolo o alla reclusione per un periodo non inferiore ai cinque anni per un reato doloso, salvo il caso in cui il condannato sia un minore degli anni diciotto. L’interdizione legale non è stabilita dalla sentenza di condanna, ma costituisce una pena accessoria e si applica ipso iure.
Si differenzia dai casi testé citati l’incapacità cosiddetta somatica legata a condizioni fisiche del soggetto. Ad esempio, l’analfabeta non potrebbe fare testamento segreto, poiché non sarebbe in grado di controllare il significato dell’altrui scrittura.
La capacità legale d’agire, essendo strettamente legata all’esistenza della persona fisica, si estingue per morte, la quale fa venire meno la personalità giuridica del soggetto. La legge n. 578 del 29 dicembre 1993 ha introdotto il criterio della morte legale identificandolo all’articolo 1 con «la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo».
La capacità d’agire delle persone giuridiche
Seppur gli interessi dell’ente siano gestiti attraverso persone fisiche che s’inseriscono nella loro struttura organizzativa (cosiddetti organi), si ritiene che le persone giuridiche non siano prive di capacità legale d’agire. Gli organi dell’ente sono parte di esso e si esclude la loro incapacità d’agire. Inoltre, gli organi fruiscono di minori limitazioni della capacità d’agire, giacché non possedendo le caratteristiche proprie della persona fisica, non sono soggetti alla disciplina dell’incapacità legale e naturale.
La capacità di agire nella dogmatica giuridica
Per approfondire, vedi Capacità giuridica. La capacità giuridica nella dogmatica giuridica.
Definizione di capacità d’agire nella dogmatica giuridica
Secondo una corrente dottrinale che fa capo al civilista Angelo Falzea, la capacità d’agire è la posizione del soggetto rispetto al fatto e indica l’attitudine del soggetto a porre in essere un atto giuridicamente valido. La capacità d’agire è un effetto giuridico conseguente al raggiungimento della maggiore età e costituisce una posizione generale.
La capacità d’agire e l’incapacità d’agire generale e speciale
A differenza della capacità giuridica, in relazione alla capacità d’agire è ammissibile un’incapacità generale: il minorenne versa in stato d’incapacità d’agire generale. La capacità di agire generale comporta l’esistenza d’incapacità d’agire speciale (il soggetto ha capacità d’agire generale, ma con riferimento a un atto o a una categoria d’atti versa in stato d’incapacità d’agire speciale). L’incapacità d’agire generale comporta ipotesi di capacità d’agire speciale (il soggetto non ha capacità d’agire generale, ma rispetto al singolo atto o rispetto a una categoria di atti ha capacità d’agire speciale). È fondamentale stabilire quali siano le ipotesi speciali, perché queste costituiscono l’eccezione alle ipotesi generali e, come tutte le disposizioni eccezionali, non sono suscettibili d’estensione analogica ai sensi dell’articolo 14 delle disposizioni preliminari al codice civile.
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La capacità giuridica, nell’ordinamento giuridico, indica la suscettibilità di un soggetto ad essere titolare di diritti e doveri o più in generale di situazioni giuridiche soggettive.
Non va confusa con la capacità di agire, che è l’idoneità del soggetto a porre in essere atti giuridici validi, esercitando in questo modo i suoi diritti e adempiendo ai suoi doveri.La capacità giuridica, in quanto modo d’essere del soggetto giuridico, rientra tra le qualità giuridiche.
Nell’ordinamento giuridico italiano, le persone fisiche acquistano la capacità giuridica con la nascita: è, infatti, riconosciuta a tutti i consociati per il solo fatto della nascita (art. 1del Codice civile), cioè per il solo fatto del distacco del nato dal grembo materno, quand’anche immediatamente dopo la nascita segua la morte o il nato sia destinato a morte sicura.
Sovente si è posto il problema della cosiddetta capacità giuridica anticipata all’evento della nascita, giacché a volte sembrerebbe che la capacità giuridica sia da attribuire anche al nascituro. In capo al nascituro è infatti riconosciuta una particolare capacità giuridica, che distingue se si tratti di nascituro concepito o nascituro non concepito. La questione, che interessa diversi aspetti della definizione del soggetto giuridico e diverse concezioni della rilevanza giuridica della vita, è fonte di nutrite disquisizioni dottrinali e di qualche incertezza applicativa pratica.
Il nascituro concepito, cioè il feto nel grembo materno (si discute da quale momento della suddivisione embrionale), ha titolo a concorrere allasuccessione mortis causa ed a ricevere donazioni; è inoltre discusso se per questa ragione possa anche esso stesso dare origine ad un’eventuale linea successoria (le classiche ipotesi di scuola prevedono sia un feto divenuto erede per la premorienza del padre e successivamente morto ancora in fase fetale, sia il feto in grembo a madre morta e morto dopo di questa, prima di un parto ancorché forzoso).
Questo concetto si basa sul brocardo medievale Conceptus pro iam nato habetur si de eius commodo agitur (il concepito è considerato nato quando trattasi dei suoi interessi).
Il nascituro non concepito, ovvero l’ipotetico figlio che potrebbe nascere ad un dato potenziale genitore, ha la capacità di ricevere successioni e donazioni, come nel classico caso di disposizioni testamentarie che dispongano l’attribuzione di beni a condizione della nascita; le disposizioni per questo tipo particolarissimo di soggetto giuridico sono quindi sottoposte al vincolo dell’avveramento della condizione di venuta ad esistenza.
L’articolo 22 della Costituzione pone una garanzia a tale posizione del soggetto, statuendo che «nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica».
La capacità giuridica di diritto privato è riconosciuta in capo non solo ai cittadini, ma anche allo straniero, col solo limite del principio di reciprocità, sancito dall’articolo 16 dellepreleggi. «Lo straniero è ammesso a godere dei diritti civili attribuiti al cittadino» italiano nella misura in cui il cittadino italiano è ammesso al godimento dei medesimi diritti nel Paese dello straniero. Tale principio di reciprocità, giacché può comportare stringenti limitazioni alla capacità dello straniero, è stato intelligentemente escluso dal Testo unicodelle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero emanato col decreto delegato n. 286 del 1998. Difatti, l’articolo 2, comma 1, del predetto decreto legislativo statuisce che «allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti».
La persona giuridica è titolare della capacità giuridica generale[4], col solo limite della compatibilità del rapporto con le caratteristiche immateriali dell’ente. Il criterio seguito è quello secondo il quale la posizione dell’ente è equiparata a quella della persona fisica, salvo il caso in cui l’esercizio del diritto presupponga l’esistenza corporea della vita umana (per esempio nel caso di matrimonio). Ergo la persona giuridica, anche se non riconosciuta, gode di tutti i diritti che non sono legati alla fisicità della persona fisica.[5] Ad esempio, la Corte Suprema di Cassazione, con la sentenza n. 12929 del 2007, ha riconosciuto la risarcibilità del danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. patito dalla persona giuridica in conseguenza della lesione dei diritti della personalità.
La capacità giuridica nella dogmatica giuridica
Per approfondire, vedi Capacità di agire
La capacità di agire nella dogmatica giuridica.
Definizione di capacità giuridica nelle diverse correnti di pensiero e le incapacità giuridiche generali e speciali
Secondo una corrente dottrinale che fa capo al civilista Angelo Falzea, la capacità giuridica è una posizione generale del soggetto rispetto all’effetto giuridico. La capacità giuridica è, adunque, una posizione astratta e potenziale per cui il soggetto è portatore potenziale di tutti i possibili effetti giuridici e in ciò si distingue dalla titolarità che designa la posizione di destinatario di singoli effetti giuridici. Essendo la capacità giuridica una posizione generale, astratta e potenziale, essa si riferisce a tutti gli effetti, attuali o potenziali, che possono scaturire dall’ordinamento giuridico. Secondo questa concezione cosiddetta globale od organica della capacità giuridica, questa posizione spetta a tutti e si è destinatari della generalità degli effetti giuridici per due ordini di ragioni:
La prima ragione si basa sul principio dell’eguaglianza formale che vuole «tutti i cittadini eguali davanti alla legge». Ne consegue che non possono esserci aree normative aprioristicamente precluse a determinati soggetti;
La seconda ragione si basa sul carattere sistematico dell’ordinamento giuridico secondo il quale le norme sono interconnesse fra loro e il soggetto fa da collante dell’intero sistema. A fortiori, in forza di quest’assunto, non è concepibile una capacità giuridica riferita a singoli effetti giuridici, ma deve aver riguardo a tutti i possibili effetti, attuali o potenziali.
In definitiva, la capacità giuridica è un intervento con efficacia costitutiva dell’ordinamento giuridico nei confronti dei consociati col quale lo Stato – che, secondo la definizioneromaniana, è un «ordinamento giuridico originario, a fini generali, a base territoriale, dotato di un apparato autoritario, posto in una posizione di supremazia» – attribuisce ai soggetti, così come potrebbe astenersi dal farlo, tale capacità, distinguendosi in ciò dal riconoscimento con efficacia dichiarativa della soggettività giuridica, col quale lo Stato prende atto della soggettività.
L’accoglimento del principio d’eguaglianza formale in svariati ordinamenti giuridici comporta la spettanza della capacità giuridica ad ogni consociato senza limitazioni, fermo restando che tale riconoscimento è un’attribuzione dello Stato. Dal ragionamento dianzi fatto consegue l’inammissibilità della incapacità giuridica generale che comporterebbe l’esclusione di determinati soggetti da qualsiasi effetto giuridico dell’ordinamento. È altresì inammissibile l’esistenza di una incapacità giuridica speciale che comporterebbe l’esclusione del soggetto da determinati effetti giuridici. Impropriamente si è parlato di incapacità giuridica speciale per connotare determinate scelte di vita del soggetto che lo escludono da determinate aree normative. Tale concezione non comporta limitazioni della capacità giuridica, giacché il soggetto, pur rinunciando a porre in essere determinate fattispecie normative, rimane destinatario di tutti gli effetti giuridici, attuali o potenziali, dell’ordinamento giuridico.
Capacità giuridica e soggettività giuridica
Oltre alla differenza fondamentale testé citata, circa l’efficacia costitutiva e dichiarativa del riconoscimento delle posizioni del soggetto da parte dello Stato, è importante considerare che la capacità giuridica è una posizione limitata al momento effettuale, mentre la soggettività giuridica non si limita a tal momento, ma si ritrova anche nel fatto. Il soggetto, adunque, non si ritrova solo nell’effetto, ma anche nel fatto, pur non essendone l’autore, come portatore dell’interesse evidenziato dal fatto. Ne consegue che la soggettività giuridica è una situazione più ampia della capacità giuridica. Infine, non è possibile identificare le due posizioni, ma la soggettività giuridica è il presupposto sul quale si poggia il riconoscimento della capacità giuridica.
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Il curatore è un istituto previsto dall’ordinamento giuridico italiano di assistenza di una persona fisica o giuridica inabilitata, simile alla tutela.A differenza del tutore, il curatore non ha funzioni di rappresentanza ma di assistenza:cioè non sostituisce ma integra la volontà dell’emancipato e dell’inabilitato e cura solo interessi di natura patrimoniale.
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« … il riconoscimento della dignità specifica e dei diritti uguali e inalienabili di tutti i membri della società umana è la base di libertà, giustizia e pace nel Mondo. »
I diritti umani’ (o diritti dell’uomo) sono una branca del diritto e una concezione filosofico-politica.
Tra i diritti fondamentali dell’essere umano si possono ricordare, tra gli altri, il diritto alla libertà individuale, il diritto alla vita, il diritto all’autodeterminazione, il diritto a un giusto processo, il diritto ad un’esistenza dignitosa, il diritto alla libertà religiosa con il conseguente diritto a cambiare la propria religione, oltre che, di recente tipizzazione normativa, ildiritto alla protezione dei propri dati personali (privacy)e il diritto di voto.
Il Re di Ur creò ciò che si pensa che sia il primo codice legale all’incirca nell’anno 2050 a.C. Numerosi altri corpi legislativi furono creati inMesopotamia incluso il Codice di Hammurabi, (circa 1780 a.C.) che è uno degli esempi meglio preservati di questo tipo di documento. Esso mostrava le leggi e le punizioni conseguenti all’infrazione delle leggi su una vasta quantità di problemi inclusi i diritti delle donne, i diritti dei bambini e i diritti degli schiavi. La nozione di diritti minimi connessi alla sola qualità di essere umano, i cosiddetti diritti naturali, è molto antica e anche molto generica. Quello che caratterizza l’idea di diritti dell’uomo è il fatto di inscriverli esplicitamente nel diritto (orale o scritto), di riconoscere loro un’applicazione universale e una forza superiore ad ogni altra norma. Si passa allora spesso attraverso una forma di proclamazione piuttosto che attraverso l’ordinaria emanazione di norme legali; i termini utilizzati sono quelli di un’evidenza preesistente e indiscutibile che si scopre e si riconosce, piuttosto che di una semplice convenzione discutibile. L’unanimità è implicitamente convocata come fonte della legittimità di questi diritti. Anche se possiamo ritrovare dei riferimenti al divino o delle influenze religiose, essi si distinguono da una regola religiosa attraverso il loro carattere universale e laico.
« Del giusto civile una parte è di origine naturale, un’altra si fonda sulla legge. Naturale è quel giusto che mantiene ovunque lo stesso effetto e non dipende dal fatto che a uno sembra buono oppure no; fondato sulla legge è quello, invece, di cui non importa nulla se le sue origin sian tali o talaltre, bensì importa com’esso sia, una volta che sia sancito »
« Io sono Ciro, re del mondo, gran re, re legittimo, re di Babilonia, re di Sumer e Akkad, re delle quattro estremità (della terra), figlio di Cambise, gran re, re di Anzan, nipote di Ciro, gran re, re di Anshan, discendente di Teispe, gran re, re di Anshan, di una famiglia (che) ha sempre regnato. Non permetto a nessuno di spargere terrore nel Paese di Sumer e Akkad. Voglio fermamente la pace a Babilonia e in tutte le sue sacre città. Per gli abitanti di Babilonia (…) io abolisco i lavori forzati […] Da Ninive, Assur e Susa, Akkad, Eshnunna, Zamban, Me-Turnu e Der fino alla regione di Gutium, restituisco a queste sacre città dall’altro lato del Tigri i templi di cui è stata fatta rovina per lungo tempo, le immagini che una volta vi erano conservate e stabilisco che essi siano i loro templi. Ho anche radunato gli abitanti di queste regioni e ho restituito loro le case che avevano. »
Ciro quindi dichiarava in sostanza che i cittadini dell’Impero erano liberi di manifestare il loro credo religioso e, inoltre, aboliva la schiavitù permettendo il ritorno dei popoli deportati nelle terre d’origine, dalla qual cosa derivò anche la biblica fine della cattività babilonese per il popolo di Israele.
Nel III secolo a.C., durante il regno di Aśoka il Grande sull’Impero Maurya (oggi India), furono stabiliti diritti civili senza precedenti. Dopo la sanguinosa conquista del regno diKalinga, circa nel 265 a.C., Aśoka si pentì degli atti commessi in guerra e si convertì al Buddhismo. Da allora colui che era stato prima descritto come “il crudele Aśoka” fu conosciuto come “il pio Aśoka”. Durante il suo regno egli perseguì una politica di nonviolenza (ahimsa) e rispetto per la vita animale (ad esempio forme di uccisione o mutilazione non necessaria di animali, come la caccia per divertimento e i sacrifici a carattere religioso o la castrazione, furono immediatamente abolite). Egli trattò i suoi sudditi come uguali a prescindere dalla loro religione, casta o attività politica, costruì ospedali e università offrendone i servizi gratuitamente a tutti i cittadini, definì i principi di non-violenza, tolleranza religiosa, obbedienza verso i genitori, rispetto verso gli insegnanti e i preti, umanità verso i servi (la schiavitù non esisteva in India a quei tempi), generosità verso il prossimo, benevolenza verso i colpevoli. Tutte queste riforme sono descritte negli Editti di Aśoka, una collezione di 33 iscrizioni sui cosiddetti Pilastri di Aśoka. La prima attestazione di una legge che sancisse in modo esplicito ed universale la libertà di culto, è forse proprio il dodicesimo editto su pietra di Ashoka: Sua Maestà il re santo e grazioso rispetta tutte le confessioni religiose, ma desidera che gli adepti di ciascuna di esse si astengano dal denigrarsi a vicenda. Tutte le confessioni religiose vanno rispettate per una ragione o per l’altra. Chi disprezza l’altrui credo, abbassa il proprio credendo d’esaltarlo.
I Veda induisti, il Tanàkh ebraico, la Bibbia cristiana, il Corano islamico e gli Analectaconfuciani sono tra gli scritti più antichi che affrontino la questione dei diritti e doveri dell’uomo e delle sue responsabilità. Nel caso della società cinese al tempo di Confucio (551-479 a.C.), è indubbio che non fossero rispettati nemmeno i fondamentali diritti umani poiché non esisteva l’idea di diritti naturali inalienabili dei quali ogni uomo gode fin dalla nascita; i diritti erano accordati solo in riguardo della posizione e del ruolo dell’individuo nella società (cf. scritti di Hans-Georg Möller, Brock University, Canada).
Nel 1215 il re d’Inghilterra John Lackland (Giovanni Senzaterra) fu costretto dai baroni del regno a concedere, firmandola, la Magna Charta Libertatum (Carta delle libertà). Essa rappresenta il primo documento fondamentale per la concessione di diritti ai cittadini perché impone al re il rispetto di alcune procedure, limitando la sua volontà sovrana per legge. Tra gli articoli della Magna Charta ricordiamo il divieto per il Sovrano di imporre nuove tasse senza il previo consenso del Parlamento (no taxation without representation) e la garanzia per tutti gli uomini di non poter essere imprigionati senza prima aver sostenuto un regolare processo (due process of law), riducendo inoltre l’arbitrarietà del re in termini di arresto preventivo e detenzione. Benché la Magna Charta nel corso dei secoli sia stata ripetutamente modificata da leggi ordinarie emanate dal Parlamento, conserva tuttora lo status di Carta fondamentale della monarchia britannica. Il papa Innocenzo III (1160 – 1216) condannò la Magna Charta: bolla del 24 agosto 1215; e nel dicembre 1215 scomunicò i baroni.
Fin dal 1305 in Inghilterra, sotto il regno di Edoardo I, per quanto anche anteriormente a tale data fossero stati emessi writs (mandati) di contenuto analogo, si diffonderà l’uso dell’Habeas corpus, un writ che impone la conduzione di un suddito imprigionato di fronte ad un tribunale per un giusto processo, o la scarcerazione in alternativa. Con l’emissione del writ di Habeas corpus una corte reale poteva ordinare a qualsiasi altra giurisdizione la consegna del prigioniero garantendolo dall’arbitrio signoriale. L’importanza di questo atto legale può essere compresa se si considera che nel diritto inglese originario ogni suddito poteva essere soggetto a una pluralità di giurisdizioni locali e signoriali, le quali tutte potevano disporre fisicamente del soggetto. Il diritto di habeas corpus è stato a lungo celebrato come il più efficiente atto di salvaguardia della libertà dell’individuo. Dal corpus legislativo inglese l’Habeas corpus è passato in tutte le costituzioni occidentali, fino ad approdare alla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che all’Articolo 9 recita:Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
È da inscrivere in questo quadro lo scontro filosofico conosciuto come Giunta di Valladolid (1550-1551) che vide contrapposte la teoria del frate domenicano Bartolomeo de Las Casas a difesa della libertà naturale degli indigeni americani e quella dell’umanista Juan Gines de Sepulveda sostenitore della loro naturale schiavitù. Questi primi dibattiti sull’argomento nella storia europea si manifestarono con la bolla Sublimis Deus, attraverso la quale il papa Paolo III dichiarò l’umanità degli indigeni americani e il loro diritto alla libertà e alla proprietà, condannando la pratica della schiavitù.
Las Casas lottava dal 1512 per i diritti degli indigeni, quando era cappellano dei conquistadores a Cuba sotto il comando di Diego Velázquez de Cuéllar. Più volte testimone e attore della resistenza indigena alla penetrazione sanguinaria dei Conquistadores e della cristianizzazione imposta “a ferro e fuoco”, egli aveva scritto la Brevísima o “breve relazione sulla distruzione delle Indie” nella quale descriveva le crudeltà di cui erano fatti oggetto gli indigeni. Il 26 gennaio 1542 Las Casas fu presentato all’imperatore Carlo V, al quale riassunse il contenuto della “Brevísima”. Da questo incontro nacquero le “Leggi nuove” del novembre 1542 che proclamavano:
La prima dichiarazione dei diritti dell’uomo dell’epoca moderna è quella dello Stato della Virginia (USA), scritta da George Mason e adottata dalla Convenzione della Virginia il 12 giugno 1776. Questa fu largamente copiata da Thomas Jefferson per la dichiarazione dei diritti dell’uomo contenuta nella Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America(4 luglio 1776) la quale afferma “che tutti gli uomini sono creati uguali tra loro, che essi sono dotati dal loro creatore di alcuni inalienabili diritti tra cui la vita, la libertà e la ricerca della felicità”.
Fu poi Napoleone Bonaparte a esportare il concetto di diritti umani negli altri paesi d’Europa, anche se in realtà negandoli di fatto. Pertanto, una vera e propria diffusione degli stessi si ebbe solo dopo i moti del 1848 e la conseguente proclamazione delle prime costituzioni liberali nei vari paesi europei. Non va nascosto che la chiesa del secolo XIX si oppose ai diritti dell’uomo: Pio VI nel breve Quot Aliquandum; Gregorio XVI nella Mirari vos; Pio IX contro la libertà di culto; Pio XI contro l’ecumenismo, enciclica Mortalium animos. Nel corso del XX secolo in Europa occidentale e in America settentrionale molti gruppi e movimenti riuscirono a ottenere profondi cambiamenti sociali in nome dei diritti umani, creando un rapido miglioramento delle condizioni di vita dei popoli cosiddetti occidentali. I sindacati dei lavoratori lottarono per il riconoscimento del diritto di sciopero, per garantire condizioni dignitose di lavoro e per proibire o limitare il lavoro minorile. Il movimento per i diritti delle donne guadagnò il suffragio universale esteso alle donne. All’indomani della prima guerra mondiale fu messo in piedi un sistema di protezione delle Minoranze nazionali di razza, di lingua e di religione, grazie al quale molti gruppi lungamente oppressi riuscirono ad ottenere diritti civili e politici.
Un’ulteriore grande affermazione dei diritti umani si ebbe dopo la fine della seconda guerra mondiale con la costituzione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) e con la redazione della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, siglata a Parigi il 10 dicembre 1948. Con questa Carta si stabiliva, per la prima volta nella storia moderna, l’universalità di questi diritti, non più limitati unicamente ai paesi occidentali, ma rivolti ai popoli del mondo intero, e basati su un concetto di dignità umana intrinseca, inalienabile, ed universale. La Dichiarazione riconosce tra le altre cose il diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza personale; al riconoscimento come persona e all’uguaglianza di fronte alla legge; a garanzie specifiche nel processo penale; alla libertà di movimento e di emigrazione; all’asilo; alla nazionalità; alla proprietà; alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; alla libertà di associazione, di opinione e di espressione; alla sicurezza sociale; a lavorare in condizioni giuste e favorevoli e alla libertà sindacale; a un livello adeguato di vita e di educazione.
Da questo momento in poi il posto occupato dall’ONU nel processo di legittimazione e promozione dei diritti dell’uomo è fondamentale. Ma anche gli Stati membri del Consiglio d’Europa hanno fatto un ulteriore passo avanti attraverso una convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre1950 ed entrata in vigore nel 1953. Tra le altre cose, la convenzione stabilisce che il godimento dei diritti da essa garantiti non è soggetto ad alcuna discriminazione fondata su ragioni di razza, lingua, religione, opinione pubblica, origine nazionale o sociale.
Il diritto ad un’alimentazione adeguata costituisce un diritto umano fondamentale, sancito con fermezza nel diritto internazionale. Ciononostante, ogni giorno una persona su 5 soffre la fame, per un totale di 800 milioni di persone affamate in tutto il mondo, e ogni anno oltre 20 milioni di persone muoiono di denutrizione e di malattie ad essa collegate.
Secondo alcune correnti marxiste l’idea dei diritti umani costituisce le basi di un’ideologia borghese di libertà giuridiche formali cui non sarebbe concretamente corrisposta una reale emancipazione degli oppressi, e in particolare del proletariato. In pratica tali diritti descriverebbero ideali sistemi sociopolitici sulla base di criteri storicamente e politicamente connotati, che si presterebbero facilmente a fare da alibi a politiche imperialiste, specie dal punto di vista economico-militare.
diritto al benessere (può prendere anche il nome di diritti economico-sociali) che prevede l’accesso ad un adeguato sistema educativo e la tutela in caso di situazioni di grave disagio o povertà
Molte Nazioni vorrebbero andare oltre la Dichiarazione Universale e creare un corpus di leggi che impegni a tutti gli effetti gli Stati della Terra ad attenersi a norme per la tutela dei Diritti Umani. Questo ha portato – a causa del disaccordo di alcuni se inserire o meno anche norme di natura socio-economica – alla preparazione di due trattatti differenti. Fu così che, nel 1966 e 1976 rispettivamente, la cosiddetta International Covenant on Civil and Political Rights e la International Covenant on Economic, Social and Cultural Rightsvidero la luce. Assieme alla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo questi documenti formano l’International bill of rights.
L’ONU ha riconosciuto che, ad eccezione dei cosiddetti Diritti Umani non-derogabili – i quattro più importanti sono il diritto alla vita, il diritto alla libertà dalla schiavitù, il diritto alla libertà dalla tortura ed il diritto all’impossibilità della retroattività dell’azione penale -, alcuni diritti possono essere posti sotto limitazione o perfino messi da parte durante situazioni di emergenza nazionale, ha tuttavia chiarito e messo in evidenza che questo può avvenire esclusivamente a particolari, ristrettissime condizioni; e cioè, che “l’emergenza debba essere effettiva, debba coinvolgere l’intera popolazione e a venire messa in pericolo debba essere l’esistenza stessa della Nazione. La dichiarazione d’emergenza deve essere posta in essere solo come ultima risorsa, ed adottata come misura temporanea”. Inoltre, la condotta in guerra è sempre e comunque governata dalla Legge Umanitaria Internazionale.
Una moderna interpretazione della Dichiarazione dei Diritti Umani è stata fatta attraverso la Vienna Declaration and Programme of Action, adottata dalla Conferenza Mondiale sui Diritti Umani del 1993. Il grado di unanimità circa queste convenzioni, nel senso di quanti e quali siano i Paesi che le ratificano, varia, così come varia il grado di rispetto all’interno delle stesse Nazioni. L’ONU ha messo in piedi un certo numero di organi per sottoporre a verifica e studio i Diritti Umani, sotto la guida dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (OHCHR).
Numerosi sono anche gli accordi, come, per esempio, la Dichiarazione de Il Cairo sui Diritti Umani delle Nazioni Islamiche (o Dichiarazione islamica dei diritti dell’uomo, 1999), laCarta araba dei diritti dell’uomo (1994), la Carta africana dei diritti dell’uomo e dei popoli (o Carta di Banjul: 1981, in vigore dal 1986), la Convenzione americana dei diritti dell’uomo (1969), la Dichiarazione americana dei diritti e dei doveri dell’uomo (1948), la Carta dei diritti dell’uomo e dei popoli asiatica (1998), la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (o CEDU, 1950).
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Una persona fisica, in diritto, è l’essere umano in quanto soggetto di diritto e, quindi, dotato di capacità giuridica.
Si possono definire persone fisiche tutti gli esseri umani nati vivi, cioè che hanno respirato almeno una volta. Negli ordinamenti statali attuali la soggettività giuridica è riconosciuta a tutti gli esseri umani; in ordinamenti del passato, invece, esistevano esseri umani ai quali non era attribuita alcuna soggettività giuridica: gli schiavi. La soggettività giuridica delle persone fisiche non è sempre presente negli ordinamenti diversi da quelli statali: ad esempio, nell’ordinamento internazionale sono soggetti di diritto gli stati e le organizzazioni internazionali ma non le persone fisiche (anche se, secondo alcuni autori, lo sarebbero divenute nei tempi più recenti, in considerazione del fatto che molte norme del diritto internazionale umanitario sembrano avere come destinatari non soltanto gli stati ma anche le persone fisiche).
Con il raggiungimento della maggiore età, 18 anni per l’ordinamento italiano, la persona fisica acquisisce la capacità di agire, cioè la possibilità di porre in essere atti rilevanti ai fini giuridici.
Al momento della morte dell’individuo si estingue anche la sua soggettività giuridica.
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La locuzione persona giuridica (o, secondo una vecchia terminologia, ente morale), in diritto, indica un complesso organizzato di persone e di beni al quale l’ordinamento giuridico attribuisce la capacità giuridica facendone così un soggetto di diritto.
Mentre le persone fisiche o giuridiche riunite in una corporazione (gli associati) sono un elemento costitutivo della stessa, il fondatore, ossia la persona fisica o giuridica che destina un patrimonio a uno scopo, creando così una fondazione, rimane estraneo a quest’ultima.
Le persone giuridiche hanno un’organizzazione, con una struttura organizzativa articolata in uffici; tra gli uffici si distinguono quelli che hanno come titolari (o, secondo altra ricostruzione teorica, sono) organi della persona giuridica e compiono gli atti giuridici imputati alla stessa.
Un’organizzazione, tuttavia, è posseduta anche da altri enti, privi dell’elemento formale del riconoscimento: se l’ordinamento attribuisce a questi enti un certo grado di autonomia patrimoniale, secondo una diffusa teoria, si deve ritenere che essi, pur non essendo persone giuridiche, siano comunque soggetti di diritto.
La natura pubblica o privata della persona giuridica si riflette anche sulla sua disciplina: le persone giuridiche private sono disciplinate dal diritto privato, mentre quelle pubbliche dal diritto pubblico che può attribuire loro poteri autoritativi, come quello di emanare provvedimenti amministrativi (autarchia) o atti normativi (autonomia normativa, che può essere legislativa, statutaria o regolamentare). Di conseguenza, l’atto giuridico con il quale si dà vita alla persona giuridica, che prende il nome di atto costitutivo (nel caso delle fondazioni è denominato atto di fondazione), ha natura di atto di autonomia privata nel caso delle persone giuridiche private, mentre nel caso delle persone giuridiche pubbliche ha natura di provvedimento.
Le associazioni sono organizzazioni di persone costituite per il perseguimento di finalità non economiche, mentre le società sono organizzazioni di persone costituite per svolgere un’attività economica al fine di dividerne gli utili (scopo di lucro). Ai diversi tipi di società l’ordinamento può attribuire diversi gradi di autonomia patrimoniale, sicché non tutti sono caratterizzati dalla personalità giuridica in senso stretto: si distinguono, al riguardo, le società di capitali (di cui il prototipo è la società per azioni), dotate di personalità giuridica, dalle società di persone, che ne sono prive (tuttavia in alcuni ordinamenti, come Francia e Brasile, hanno anch’esse personalità giuridica).
Taluni ordinamenti consentono la costituzione di società unipersonali dotate di personalità giuridica (così ora anche in Italia).
Negli Stati Uniti la società per azioni (corporation) può svolgere attività sia economica (business corporation) sia senza scopo di lucro (non-profit corporation). Lo stesso accade in alcuni ordinamenti di civil law (ad esempio, in Germania, Austria e Svizzera) mentre negli altri ordinamenti di civil law la società per azioni è destinata allo svolgimento di attività economiche ed è pertanto nettamente distinta dall’associazione e dalla fondazione. Anche in Gran Bretagna e in altri ordinamenti di common law la company (società) si contrappone alla society (associazione) di carattere mutualistico o assistenziale.
Quanto alle fondazioni, nella generalità degli ordinamenti non possono avere scopo di lucro, tuttavia esistono ordinamenti che consentono la costituzione di persone giuridiche assimilabili a una fondazione aventi scopo di lucro, come l’Anstalt nel Liechtenstein. Il diritto privato degli ordinamenti di common law non conosce la fondazione come tipo distinto di persona giuridica, sicché le organizzazioni con finalità filantropiche (charities, sing. charity) seppur spesso denominate fondazioni (foundations) sono in realtà trust, corporazioni o, anche, associazioni non riconosciute.
Negli ordinamenti di common law alcuni uffici pubblici o ecclesiastici (tra i quali lo stesso monarca britannico) sono persone giuridiche a sé in quanto corporation sole: si tratta di una particolare forma di corporazione che anziché essere costituita da più persone (come la corporation aggregate) è costituita dal solo titolare dell’ufficio. D’altra parte, in questi stessi ordinamenti gli enti territoriali locali (contee ecc.) sono considerati organi dello stato dotati di personalità giuridica, mentre gli altri enti che compongono la pubblica amministrazione (variamente denominati: administration, agency, authority, board, commission ecc.) sono persone giuridiche disciplinate dal diritto privato.
Persone giuridiche dell’ordinamento italiano
Nell’ordinamento italiano il codice civile, nel Libro I, Titolo II, Capo I, contempla le persone giuridiche, pubbliche (art. 11) e private (art. 12, abrogato dal D.P.R. 10 febbraio 2000, n. 361, e art. 13). La disciplina delle persone giuridiche private è contenuta nello stesso codice e nel D.P.R. 361/2000, mentre quella delle persone giuridiche pubbliche è sparsa in una pluralità di leggi, riferite a determinate categorie (ad esempio, gli enti locali) o a singoli enti.
Persone giuridiche dell’ordinamento canonico
Le persone giuridiche possono essere:
insiemi di almeno tre persone e allora si distinguono in collegiali – se i membri ne determinano azione, concorrendo nel prendere le decisioni, non necessariamente con uguali diritti – e non collegiali;
pubbliche, se costituite dalla competente autorità ecclesiastica affinché, entro i fini a esse prestabiliti, compiano, a nome della Chiesa e a norma delle disposizioni del diritto, il compito loro affidato in vista del bene pubblico; private, negli altri casi.
1. Alcuni autori preferiscono usare il termine istituzione in luogo di fondazione, essendo quest’ultimo riferito in senso stretto alle sole persone giuridiche private. Altri distinguono le persone giuridiche in istituzioni e fondazioni. Il termine istituzione viene anche utilizzato per indicare quegli enti, tipicamente pubblici, che perseguono uno scopo d’interesse generale, non degli associati o del fondatore.
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In diritto, la personalità giuridica consiste nell’avere il diritto all’esercizio della capacità giuridica.
Oggi il senso della personalità giuridica è quello di far conseguire all’ente l’autonomia patrimoniale perfetta, operazione di separazione fra patrimonio degli aderenti all’associazione e il patrimonio dell’associazione o dell’ente, facendo in modo da renderli reciprocamente insensibile all’azione del creditore, il quale, si potrà rivalere solo sul fondo comune dell’associazione e non sul patrimonio singolo degli associati o di coloro che hanno agito per conto dell’associazione.
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La prefettura (dal latino praefectura) è un organo decentrato delle amministrazioni, al quale è preposto un prefetto (termine di origine latina la cui etimologia indica, appunto, il funzionario “preposto” a un ufficio)
Il prefetto, nell’ordinamento amministrativo italiano, è un organo monocratico dello Stato, rappresentante del governo nella provincia, preposto a un ufficio denominato “prefettura-ufficio territoriale del governo”, dipendente dal Ministero dell’Interno.
Il prefetto dipende gerarchicamente dal ministro dell’Interno, ma il Presidente del Consiglio dei ministri e gli altri ministri, nell’esercizio del potere di indirizzo politico-amministrativo, possono emanare apposite direttive ai prefetti. Il prefetto è preposto a un ufficio complesso che fino al 1999 era denominato prefettura; l’art. 11 del D. Lgs. n. 300/1999 ne ha mutato il nome in “ufficio territoriale del Governo” (UTG); il nome è stato ulteriormente mutato dall’art. 1 del D. Lgs. n. 29/2004 in prefettura – ufficio territoriale del Governo. A ciascuno di questi uffici sono assegnati vice prefetti e vice prefetti aggiunti, preposti alle unità organizzative in cui si articolano (ufficio di gabinetto, aree funzionali ecc.); inoltre, a un vice prefetto (detto vice prefetto vicario) sono attribuite le funzioni vicarie del prefetto.
La prefettura – ufficio territoriale del Governo è organo periferico del Ministero dell’Interno, ma svolge funzioni di rappresentanza generale del governo sul territorio. Secondo l’art. 11 del D. Lgs. n. 300/1999 la prefettura-UTG, ferme restando le proprie funzioni (attribuite nel tempo da molteplici norme di legge), assicura l’esercizio coordinato dell’attività amministrativa degli uffici periferici dello Stato e garantisce la leale collaborazione di tali uffici con gli enti locali. Nell’esercizio di queste funzioni di coordinamento, il prefetto può richiedere ai responsabili delle strutture amministrative periferiche dello Stato l’adozione di provvedimenti volti a evitare un grave pregiudizio alla qualità dei servizi resi alla cittadinanza, anche ai fini del rispetto della leale collaborazione con le autonomie territoriali. Inoltre, nel caso non vengano assunte nel termine indicato le necessarie iniziative, il prefetto, previo assenso del ministro competente per materia, può provvedere direttamente, informandone preventivamente il Presidente del Consiglio dei ministri.
Nell’esercizio delle predette funzioni di coordinamento il prefetto è coadiuvato da una conferenza provinciale permanente, da lui presieduta e composta dai responsabili di tutte le strutture amministrative periferiche dello Stato che svolgono la loro attività nella provincia nonché da rappresentanti degli enti locali. Il prefetto titolare della prefettura-ufficio territoriale del governo nel capoluogo della regione è altresì coadiuvato da una conferenza permanente composta dai rappresentanti delle strutture periferiche regionali dello Stato, alla quale possono essere invitati i rappresentanti della regione.
Quale autorità provinciale di pubblica sicurezza, il prefetto ha la responsabilità generale dell’ordine e della sicurezza pubblica nella provincia, e sovraintende all’attuazione delle direttive emanate in materia; assicura unità di indirizzo e coordinamento dei compiti e delle attività degli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza; dispone della forza pubblica e delle altre forze eventualmente poste a sua disposizione e ne coordina le attività (art. 13 della L. 121/1981).
Nello svolgimento di queste funzioni è affiancato da un organo ausiliario consultivo, il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica. Fino alla riforma prevista dalla legge n. 181/1981 dal prefetto dipendeva gerarchicamente il questore.
Un ruolo importante è rivestito dal prefetto per quel che riguarda i rapporti tra Stato e autonomie locali, di cui assicura il regolare funzionamento: può sospendere temporaneamente dal loro ufficio i sindaci, i presidenti delle province, i presidenti di consorzi e comunità montane, i consiglieri, gli assessori e i presidenti dei consigli circoscrizionali quando compiano atti contrari alla Costituzione o per gravi e persistenti violazioni di legge o per gravi motivi di ordine pubblico, in attesa che il Ministro dell’interno disponga la loro rimozione, se sussistono motivi di grave e urgente necessità; può avviare la procedura per lo scioglimento del consiglio comunale o provinciale e l’invio di un commissario e, nell’attesa del decreto di scioglimento, sospendere il consiglio stesso; può inoltre disporre ispezioni per accertare il regolare funzionamento dei servizi di competenza del sindaco quale ufficiale del governo e, ove il sindaco o chi ne esercita le funzioni non adempia ai relativi compiti, può nominare un commissario per l’adempimento delle funzioni stesse. Le funzioni di commissario straordinario, presso gli enti locali (province, comuni, aziende sanitarie, ecc.) i cui organi di governo sono stati sciolti, sono svolte da funzionari della carriera prefettizia.
Il prefetto ha responsabilità anche in materia di Protezione civile. Infatti, secondo l’art. 14 legge 24 febbraio 1992, n. 225, predispone il piano per fronteggiare l’emergenza su tutto il territorio della provincia e ne cura l’attuazione, assume la direzione unitaria dei servizi di emergenza da attivare a livello provinciale, coordinandoli con gli interventi dei sindaci dei comuni interessati, e adotta tutti i provvedimenti necessari ad assicurare i primi soccorsi.
Secondo l’art. 54 del D. Lgs. n. 267/2000 (Testo unico dell’ordinamento degli enti locali) il prefetto ha il potere di adottare, con atto motivato e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico,provvedimenti contingibili e urgenti al fine di prevenire ed eliminare gravi pericoli che minacciano l’incolumità pubblica e la sicurezza urbana, ove non vi provveda il sindaco. Analoghi provvedimenti possono essere adottati dal prefetto, in caso di urgenza o grave necessità pubblica, se indispensabili per la tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza pubblica (art. 2 del regio decreto n. 733/1931, Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza), nonché nell’ambito delle funzioni di protezione civile quando, a seguito della dichiarazione dello stato di emergenza, opera quale delegato del presidente del Consiglio dei ministri o del Ministro per il coordinamento della protezione civile (art. 14 della legge n. 225/1992).
Tra gli altri compiti, il prefetto svolge attività di mediazione nelle vertenze di lavoro e di garanzia dei servizi pubblici essenziali e irroga sanzioni amministrative per diverse categorie di illeciti depenalizzati (cioè illeciti che erano penali che il legislatore, per snellire l’attività dei tribunali, ha assoggettato a sole sanzioni amministrative pecuniarie) in materia di circolazione stradale, assegni bancari, telecomunicazioni, ecc.
Nell’esercizio delle sue funzioni il prefetto adotta provvedimenti amministrativi, solitamente in forma di ordinanza o decreto.
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La procura della Repubblica, nell’ordinamento della Repubblica Italiana, indica gli uffici del pubblico ministero presso il tribunale ordinario, tribunale per i minorenni e tribunale militare.
La loro disciplina, come in generale quella degli uffici del pubblico ministero, è contenuta principalmente nel Titolo III, Capo I, del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12 (Ordinamento giudiziario) il cui testo originario, tuttavia, parla di procura del Re, nome attribuito all’ufficio durante il periodo monarchico. Disposizioni di rilievo sono contenute anche nel codice di procedura penale, nella legge 24 maggio 1951, n. 392 e nel D.Lgs. 20 febbraio 2006, n. 106.
“Il pubblico ministero esercita, sotto la vigilanza del Ministro per la grazia e giustizia, le funzioni che la legge gli attribuisce” (art. 69 del R.D. 12/1941). Esso “veglia alla osservanza delle leggi, alla pronta e regolare amministrazione della giustizia, alla tutela dei diritti dello Stato, delle persone giuridiche e degli incapaci, richiedendo, nei casi di urgenza, i provvedimenti cautelari che ritiene necessari; promuove la repressione dei reati e l’applicazione delle misure di sicurezza; fa eseguire i giudicati ed ogni altro provvedimento del giudice, nei casi stabiliti dalla legge” (art. 73 del R.D. 12/1941).
In ambito penale il pubblico ministero esercita l’azione penale quando non sussistono i presupposti per la richiesta di archiviazione (art. 50 c.p.p.). Tali funzioni sono esercitate, nelle indagini preliminari e nei procedimenti di primo grado, dai magistrati della procura della Repubblica (art. 51 c.p.p.). Spettano alla procura della Repubblica presso il tribunale ordinario, oltre ai procedimenti di competenza di quest’ultimo, quelli che rientrano nella competenza del giudice di pace e, nelle sedi dove è presente, della corte d’assise; spettano, invece, alla procura della Repubblica presso il tribunale dei minorenni i procedimenti che rientrano nella competenza del medesimo.
Per approfondire, vedi Magistratura italiana, Ordinamento giudiziario italiano, Ordinamento della giustizia in Italia, Pubblico ministero (ordinamento italiano) e Polizia giudiziaria (diritto italiano).
La procura della Repubblica è composta da soggetti appartenenti alla magistratura italiana, personale della polizia giudiziaria e personale amministrativo (come quello addetto alla segreteria giudiziaria). L’organizzazione degli uffici (inclusi ad esempio i turni di reperibilità dei pubblici ministeri) è stabilita da atti interni.
Inoltre, presso ogni Procura vi sono delle sezioni di polizia giudiziaria che sono dirette dal Procuratore ed hanno carattere “interforze”. La loro funzione è quella di offrire all’autorità giudiziaria italiana un ausilio continuo ed immediato basato su di un rapporto di collaborazione reciproca.
Ogni procura della Repubblica ha un procuratore della Repubblica, affiancato da sostituti procuratori della Repubblica ed eventualmente da uno o più procuratori aggiunti della Repubblica, questi ultimi in numero non superiore ad uno ogni dieci sostituti (ma ce ne può, comunque, essere almeno uno nelle procure dove è istituita la direzione distrettuale antimafia).
Per i procuratori è richiesta la qualifica di magistrato di cassazione nelle sedi più importanti, di magistrato d’appello nelle altre; per i procuratori aggiunti la qualifica di magistrato d’appello; i sostituti possono essere magistrati di tribunale o uditori giudiziari dopo un anno di tirocinio. Oltre a questi magistrati di carriera, nelle procure presso il tribunale ordinario possono esserci magistrati onorari, i vice procuratori onorari della Repubblica (VPO), nominati dal Consiglio superiore della magistratura per un periodo di tre anni.
Il procuratore della Repubblica dirige l’ufficio, ne organizza l’attività ed esercita personalmente le funzioni attribuite dalla legge al pubblico ministero o le assegna, sulla base di criteri prestabiliti, agli altri magistrati addetti all’ufficio. Può designare, tra i procuratori aggiunti, il vicario, che esercita le sue funzioni in caso di assenza, impedimento o posto vacante; in mancanza, la supplenza è esercitata dal procuratore aggiunto o dal sostituto con maggiore anzianità di servizio. Può, inoltre, delegare ad uno o più procuratori aggiunti ovvero anche ad uno o più magistrati addetti all’ufficio la cura di specifici settori di affari, individuati con riguardo ad aree omogenee di procedimenti ovvero ad ambiti di attività dell’ufficio che necessitano di uniforme indirizzo; i gruppi di magistrati, coordinati da un procuratore aggiunto o altro magistrato, ai quali è assegnato uno specifico settore di affari sono noti nel linguaggio corrente come pool.
Per approfondire, vedi Direzione distrettuale antimafia.
L’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale riserva alla procura della Repubblica presso il tribunale ordinario del capoluogo del distretto la competenza per una serie di reati correlati alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Per la trattazione dei procedimenti relativi a questi reati il procuratore della Repubblica (cd. procuratore distrettuale) costituisce, nell’ambito del suo ufficio, una direzione distrettuale antimafia (DDA) designando, sentito il procuratore nazionale antimafia, i magistrati che devono farne parte per almeno due anni (esclusi, comunque, gli uditori giudiziari). Alla direzione distrettuale antimafia è preposto il procuratore distrettuale o un magistrato da lui delegato. Salvi casi eccezionali, il procuratore designa, per l’esercizio delle funzioni di pubblico ministero nei procedimenti riguardanti i predetti reati, i magistrati addetti alla direzione distrettuale antimafia.
Presso ciascuna procura della Repubblica esiste una sezione di polizia giudiziaria, composta da ufficiali e agenti di polizia giudiziaria tratti dall’Arma dei Carabinieri, dalla Polizia di Stato, dalla Guardia di Finanza e da altre forze di polizia (come il Corpo Forestale dello Stato, la Polizia Municipale, il Corpo di Polizia Penitenziaria o la Guardia Costiera). Tutti gli ufficiali e agenti che appartengono ad una determinata forza di polizia costituiscono un’aliquota della sezione di polizia giudiziaria, alla quale è preposto un responsabile, l’ufficiale più elevato in grado o con qualifica superiore.
Gli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria dipendono funzionalmente dal procuratore della Repubblica, che dirige la sezione, e svolgono per lui e per gli altri magistrati dell’ufficio (oltre che per quelli della procura generale della Repubblica) le attività investigative loro delegate, volte ad accertare i reati e individuarne gli autori. Per tali attività investigative il pubblico ministero può avvalersi anche dai servizi di polizia giudiziaria esterni alla procura e dagli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria appartenenti agli altri organi cui la legge fa obbligo di compiere indagini a seguito di una notizia di reato.
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Cos’ è un trust?
Il trust, la cui traduzione letterale è “fiducia”; mentre il concetto è più affine a quello di “affido”, è uno strumento giuridico che tutela e protegge beni mobili o immobili e intenti con alto valore etico ed universale o entrambi allo stesso tempo.
E’ un istituto del sistema giuridico anglosassone di Common Law, sorto nell’ambito della giurisdizione di “equity”, che serve a regolare una molteplicità di rapporti giuridici di natura patrimoniale (isolamento e protezione di patrimoni, gestioni patrimoniali controllate ed in materia di successioni, pensionistica, diritto societario e fiscale).
Il trust – inoltre – è uno strumento giuridico che, nell’interesse di uno o più beneficiari o per uno specifico scopo, permette di strutturare in vario modo “posizioni giuridiche”, basate su legami fiduciari che sono regolati da rapporti con regole precise, per periodi stabiliti dal disponente, ossia colui che conferisce i beni mobili ed immobili in un trust, nella sola gestione di un trustee, per una durata massima di 99 anni.
Consta di un accordo, o preliminare d’intesa, detto “atto istitutivo” e di un protocollo esecutivo detto, “atto costitutivo”.