Source: http://orainsilenzioperlapace.org/raccolta%20documenti/La%20repressione%20in%20tempi%20di%20crisi.htm
Timestamp: 2018-11-14 08:39:26+00:00
Document Index: 174315312

Matched Legal Cases: ['art.4', 'sentenza ', 'art 18', 'art 18', 'art. 18', 'sentenza ']

appello contro la tortura
Link dell’opuscolo autoprodotto da Zone del Silenzio, Collettivo Aula R, Gruppo di discussione su Crisi e repressione. http://aulaerre.noblogs.org/p=455
repressione_impaginazione_mo_basta
PREFAZIONE............................pag.3
Repressione:Cos'è chi la subisce......pag.6
Il Sistema penitenziario, tra speculazione finanziaria e gestione penale della crisi...........pag.10
TORTURA IN ITALIA.....................pag.15
ANTIMILITARISMO.......................pag.16
Una nuova stagione di licenziamenti politici................pag.18
tra imperialismo e repressione........pag.22
CRIMINALI DI GUERRA...................pag.24
LA MILITARIZZAZIONE DEI TERRITORI:
il caso di Pisa, nodo strategico dell'imperialismo.....................pag.25
EUROGENDFOR O GLADIO?
La costruzione di una polizia sovranazionale europea................pag.26
Le scelte della borghesia e le risposte del proletariato...................pag27
La Repressione in tempo di crisi
Questo opuscolo nasce dal confronto tra alcuni compagni e compagne che hanno iniziato a riflettere e a confrontarsi sulla crisi economica, sulle trasformazioni in atto e sulle ripercussioni sociali, economiche e politiche. Siamo partiti da punti di vista e approcci differenti (tra di noi c'è chi opera nel mondo della conoscenza, chi nelle realtà operaie o del settore pubblico, chi proviene da associazioni e collettivi che si dedicano a tematiche settoriali), per approdare tutti ad una valutazione comune sugli effetti della crisi. Abbiamo contestualmente analizzato la svolta repressiva attuata nei posti di lavoro e nei confronti di quanti lottano nel mondo dell'università, o nei territori: le lotte dei disoccupati napoletani, siciliani e pugliesi, le lotte contro la devastazione\inquinamento del territorio (prima tra tutte la lotta contro la TAV), le lotte a difesa degli spazi sociali autogestiti, l'antifascismo ecc.
Ciascuno di noi ha offerto un contributo, analizzando le logiche repressive che sentiva più vicine alla sua esperienza politica e sociale militante.
Il minimo comune denominatore, o se preferite il Comune tra gli autori dell'opuscolo è insito nella prospettiva anticapitalista e antimperialista. Crediamo he il capitalismo e la sua stessa evoluzione/crisi siano le ragioni scatenanti della repressione da parte dello Stato, con l'immancabile trafila di criminalizzazioni individuali\di massa, stravolgimento dei diritti collettivi e individuali, riscrittura delle pagine di storia. Tutto ciò a sostegno del trionfo economico, politico e ideologico di una nuova borghesia tecnocratica che sta cancellando migliaia di posti di lavoro, riducendo sul lastrico le classi lavoratrici di interi paesi e cancellando ogni parvenza di sovranità nazionale, tutto ciò per assecondare i dettami del Fondo Monetario Internazionale e della Banca europea. Per raggiungere tali scopi la repressione e la criminalizzazione sono strumenti indispensabili da utilizzare a tutto campo e in ogni sfera della società.
Proprio per questa ragione pensiamo sia preferibile partire da alcune riflessioni di carattere generale per capire meglio come e da chi venga attuata la repressione, perché i bersagli sono sempre gli stessi, ovvero tutti coloro che creano opposizione sociale.
Oggi ,infatti, ogni critica “antisistema” può essere ancora più pericolosa perché siamo in una fase in cui i governi di tutta Europa stanno attuando delle “politiche anticrisi” che colpiscono la maggioranza della popolazione, politiche che vengono propinate nella veste di farmaci salva-vita tanto amari quanto necessari per non far “fallire” l'intero Stato.
Se dovessimo immortalare gli scenari vigenti in un fotogramma vedremmo la borghesia finanziaria e imperialista che di fronte alla crisi economica ha bisogno di “convincere” gli operai europei a lavorare in condizioni retributive e lavorative sempre più precarie, affermando una condizione di sfruttamento funzionale agli interessi del capitale e ai suoi investimenti nei paesi europei.
La competitività capitalista si presenta ancora una volta nelle vesti di sfruttamento intensivo della forza lavoro e di estrazione massiccia di plusvalore, ma per costruire una forma presentabile che la legittimi agli occhi dei media utilizza le teorie giuslavoriste che cancellano diritti, e tutele, legittimando la libertà di licenziamento.
Dall'altra parte, invece, nella stessa istantanea vediamo lo Stato, agente del potere economico, che deve mettere in salvo i grandi interessi colpiti dalla crisi scaricando il peso della stessa (sotto forma di tagli occupazionali, tagli al welfare, peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro) sulle classi subalterne sempre più sfruttate e con tutele ormai ridotte ai minimi termini.
I provvedimenti del governo, e l'approfondirsi della crisi, erodono sempre più interi settori di classe media e di piccola borghesia in via di proletarizzazione colpiti dal maglio del governo Monti, vera espressione della dittatura del capitale finanziario (ben condensata con la introduzione, addirittura nella Costituzione, della norma sul pareggio in bilancio).
Questi aspetti, che chiariscono il ruolo dello Stato e dell'attuale Governo, necessitano di un apparato repressivo statale efficiente ma allo stesso tempo che il suo operato repressivo sia il più occulto, selettivo e meno rumoroso possibile.
Di tale repressione sono complici anche le forze c.d. “progressiste” della sinistra parlamentare che negli anni hanno mantenuto e rafforzato le legislazioni emergenziali degli anni settanta arrivando perfino a promuovere gli autori e i protagonisti della macelleria messicana a Genova nelle tragiche giornate del G8.
Insieme alle forze cosiddette progressiste operano i fautori della "rivoluzione neoliberista" che all'inizio del nuovo secolo era descritta come una “globalizzazione” buona portatrice di “sviluppo e ricchezza" con spericolate operazioni finanziarie e attraverso la crescita speculativa nei nuovi settori dell'informatica,dell'outsourcing,dell'immobiliare e della finanza tutta.
Adesso che l'impatto della crisi è evidente in ogni settore dell'economia e il suo peso sulla vita di milioni di uomini e donne (parlare di proletariato è d'obbligo) si sta facendo ogni giorno più insopportabile, diventa di fondamentale importanza costruire un moderno apparato repressivo in grado per colpire e isolare tutti coloro che quel sistema lo stanno combattendo. Da qui nasce la criminalizzazione delle lotte sociali, delle lotte in difesa dei territori, la criminalizzazione delle lotte intraprese dai lavoratori.
Repressione: cos è ' ', chi la subisce
“La disciplina consiste nell'insieme di quei sistemi di controllo totalitari che vengono applicati sul posto di lavoro (sorveglianza, lavoro ripetitivo, imposizione di ritmi di lavoro, quote di produzione, cartellini da timbrare all'entrata e all'uscita). La disciplina è ciò che la fabbrica, l'ufficio e il negozio condividono con la prigione, la scuola e il manicomio” (Bob Black)
Repressione, significato:“Controllo, freno imposto a emozioni, ad affetti ecc. Azione di forza del potere costituito contro gli oppositori, o contro chi arreca danno alla convivenza civile”
La questione della repressione è uno degli argomenti che troppo spesso viene posto in secondo piano o come accade il più delle volte viene volutamente nascosto al dibattito pubblico, finendo così per diventare una sorta di tabù con il quale tuttavia dovremmo confrontarci.
Parlare di repressione in un contesto di crisi economica e sociale come quella che stiamo attraversando non è soltanto utile, ma necessario.
I continui attacchi dei vari governi europei e mondiali alle fasce sociali più deboli sono all'ordine del giorno: le varie riforme del lavoro e dell'istruzione, le manovre finanziarie di austerity, le spese militari che aumentano e le continue riforme in tema di giustizia, hanno tutte un minimo comune denominatore e un un unico mandante: il PROFITTO.
É indispensabile, quindi, affrontare la questione repressiva inquadrandola nell'ANTICAPITALISMO perché, come dimostra la fase attuale, è proprio quando i profitti e i grossi capitali sono a rischio che le forze repressive statali e/o fasciste (da sempre a braccetto) così come gli apparati ideologici e di controllo, si scatenano contro coloro che cercano di opporsi a quelle misure che ledono la dignità e i diritti dei ceti sociali più deboli.
La violenza repressiva arriva al grande pubblico soltanto nella sua fase più eclatante, quella della “spettacolarizzazione”, ovvero quando diviene impossibile nasconderla. Entra nelle nostre case solo quando i media lo vogliono; esempi concreti li possiamo trovare ad ogni manifestazione nelle varie piazze o nella Val di Susa quando i vari media asserviti al potere cercano a tutti i costi lo “scontro”, le cariche, tralasciando volutamente situazioni politiche sicuramente più interessanti.
Molto spesso quando si affronta il tema della repressione, anche all'interno del “movimento”, si tende a porre l'attenzione solo sulle brutalità e sulle violenze compiute dalla polizia, o comunque sui suoi aspetti più eclatanti e “mediatizzati”. Questo accade anche perché spesso si è costretti a trattare questi temi in condizioni di emergenza, nei tempi e nei modi imposti dalla violenza e dalla repressione del potere.
In ogni caso tutto ciò ci porta a vedere la questione in modo quantomeno parziale, se non addirittura distorto.
Uno dei principali rischi è quello di vedere i momenti di tensione sociale, in cui lo Stato scatena tutta la propria violenza, come un semplice conflitto: come una contrapposizione tra due parti che usano allo stesso modo mezzi violenti. La repressione è violenza imposta, nei modi più differenti, a chi lotta per una società diversa. La repressione è violenza diffusa, che rompe i legami di solidarietà tra gli sfruttati e impedisce che il malcontento e la tensione sociale possano trasformarsi in lotta cosciente. La repressione è connaturata ad un potere che detiene il “monopolio della violenza”.
E' quindi evidente da che parte stia la violenza, dalla parte di chi reprime, di chi per difendere i propri profitti e privilegi sfrutta ed opprime la maggior parte della popolazione. Lo scontro tuttavia presuppone l'esistenza di due parti violente, quando in realtà -oggi- la violenza nella quotidianità è utilizzata dalle istituzioni per reprimere tutti coloro propongono un altro tipo di società.
La durezza della repressione contro i singoli o i gruppi più organizzati è proporzionale alla percezione della pericolosità delle loro idee. Infatti la repressione si abbatte verso tutti coloro che non accettano e contestano l'attuale stato delle cose. Essa non è certo proporzionale né ai danni generati (questo è spesso il ragionamento di autolegittimazione del potere statale), né è proporzionale alle infrazioni delle leggi (che pur ci sono).
È evidente che la repressione si abbatta in maniera considerevolmente maggiore verso quegli strati di dissenso più attivi, piuttosto che nei confronti di chi commette ingiustizie e infrange leggi in modo ben più grave, ma che non rappresenta alcun pericolo né per il profitto né per gli interessi dello Stato.
Ed è proprio la Val Susa e il movimento NO TAV, nato in difesa e tutela del proprio territorio contro l'arroganza dello Stato, che in questo momento offre una serie di spunti importanti per comprendere meglio il fenomeno repressivo.
In questo contesto tutte le contraddizioni del sistema dominante emergono prepotentemente; da una parte c'è lo Stato con il suo apparato repressivo che vuole a tutti i costi “la grande opera” presentata come qualcosa di indispensabile per il “progresso”, per accrescere la competitività dell'Italia e dell'Europa. Dall'altra parte c'è un popolo che non vuole sottomettersi a decisioni prese da terzi in modo autoritario.
La reazione dello Stato si è manifestata tramite espropri forzati di terre, perquisizioni, arresti collettivi in tutta Italia e, cosa peggiore, la demonizzazione di un intero movimento per spezzare quel legame di solidarietà che si è creato all'interno dei confini nazionali e oltre.
In questo ultimo periodo inoltre assistiamo ad uno sproporzionato interesse investigativo verso aree politiche, centri sociali, siti internet e più in generale verso tutti i luoghi di aggregazione politica. Da quando i media nazionali hanno lanciato la campagna sul pericolo del cosiddetto terrorismo “anarcoinsurrezionalista”, possiamo notare come siano stati colpiti tutti coloro che hanno la volontà di generare attivismo, di alzare la conflittualità e di portare avanti una solidarietà tra le fasce sociali che vengono sfruttate.
Le ultime operazioni poliziesche sono “legittimate” da prove giudiziarie create ad hoc dagli organi statali, tenendo conto semplicemente della condotta dell'indagato e delle idee dei gruppi di cui fa parte. In pratica la legge è applicata in maniera selettiva: la macchina repressiva va a cercare “l'infrazione” ogni qualvolta percepisce un fastidio.
Una volta fabbricata “la prova”, la repressione si traduce in una moltiplicazione di indagini nel tentativo di allargare l'inchiesta a tutta quella rete di compagni e compagne che si battono contro questa società. Le perquisizioni poi segnano l'inasprimento della repressione e dell'invadenza. L'intrusione in case e luoghi di ritrovo per i militanti è spesso motivata con una semplice collocazione nella mappa della lotta politica, piuttosto che sul fondato sospetto di reati.
Qualche esempio possono essere le misure prese in seguito ai fatti accaduti a Roma per la Manifestazione nazionale del 15 ottobre 2011, dove a margine della giornata sono partite perquisizioni e arresti, insieme alla demonizzazione di vari gruppi politici per mezzo dei media nazionali; o la stretta repressiva subita dal movimento universitario fiorentino del 2011 con decine di arresti e perquisizioni nelle abitazioni. Esempi simili ce ne sono a centinaia.
Chi perpetua la repressione sostiene che l'attuale ordine costituito sia “libero” e “democratico”, sebbene allo stesso tempo voglia imporre a chi si oppone modalità e contenuti del dissenso, decidendo cosa sia permesso e cosa sia invece perseguibile.
In tal modo qualsiasi dissenso ritenuto non compatibile dal “potere democratico” viene duramente perseguito in quanto ritenuto “antidemocratico”. In tal modo il dissenso viene gestito in modo da renderlo al servizio del capitalismo stesso per ottenere l'obbedienza ad un ordine sociale altamente discriminatorio e parassitario verso le classi più deboli.
Il Sistema penitenziario, tra speculazione finanziaria e gestione penale della crisi.
Affrontare il tema delle morti in carcere e dei continui episodi di violenza nelle istituzioni totali italiane non significa limitarsi alla pur sacrosanta denuncia degli aspetti cosiddetti fenomenici del problema: le vite distrutte e spezzate per il solo fatto di essersi trovate nelle mani di forze la cui impunità autorizza a violare diritti umani e civili, a violare i codici stessi, distruggendo le più elementari norme del diritto. La realtà del carcere in Italia è oggi tragica come mai prima: sopravvivono con estrema difficoltà limitate esperienze carcerarie di tipo attenuato. Prevale invece largamente un'impostazione ad un tempo anticostituzionale ed illegale della pena, si afferma e si consolida un trattamento detentivo che non recepisce minimamente neppure le piccole aperture date dalla riforma penitenziaria di metà anni “70. Prevale, cioè, un sistema autoritario di tipo “concetrazionario” e metodi di repressione e annichilimento fisico e psichico degni di una dittatura.
Lo Stato italiano, le forze politiche locali e nazionali fautrici delle politiche repressive e securitarie, si rendono una volta di più responsabili di violazioni di diritti umani fondamentali riservate sistematicamente agli esclusi da questo Sistema e dalla crisi generale in cui versa.
Dalla approvazione della Legge Reale ad oggi sono migliaia gli uomini e le donne vittime del sistema repressivo, sono decine solo negli ultimi anni le vittime di violenza nelle caserme e nelle carceri: una lunga sequela di abusi che solo in minima parte sono stati oggetto di inchiesta da parte della Magistratura.
Se 30 anni fa era prioritario avviare un lavoro di informazione o di controinformazione, oggi è opportuno ricostruire una critica del sistema penitenziario e punitivo nel suo insieme e fin dalle sue origini, valorizzando quei frammenti di memoria critica spesso dispersi o sovrastati dal securitarismo che ormai pervade ogni ambito della politica.
Non si tratta solo di affermare una critica antagonista al sistema capitalistico e alle sue istituzioni totali- è per questo utile individuare passo dopo passo, tutti quegli aspetti che legano politiche sulla sicurezza, repressione e controllo sociale alle dinamiche proprie del sistema economico e politico nel quale viviamo. Occorre individuare i nessi tra la crisi irrisolvibile di questo sistema ed i compiti affidati agli apparati repressivi, atti al controllo ed al condizionamento sociale, o di tipo controrivoluzionario, apparati che mutano strategie e pratiche a seconda dei contesti storici e politici nei quali operano. Se in anni passati, ma rimossi con troppa facilità, uomini al servizio dello Stato ed agli ordini delle sue massime cariche, non hanno esitato a praticare la tortura nei confronti di militanti politici e appartenenti al Movimento Rivoluzionario, oggi l'attenzione repressiva si focalizza nel tentare di sbarrare la strada ai movimenti di massa.
L'obbiettivo è evitare che movimenti popolari e settori di classe si uniscano, rischiando così di divenire la base di un progetto e di una opposizione capace di mettere in discussione gli attuali indirizzi ed il modello sociale da essi rappresentato. Diversi aspetti di natura normativa, vedi l'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario, le norme sulla recidiva, le leggi sulla immigrazione e sul consumo di sostanze psicotrope, le leggi sui reati associativi ecc. investono tutti i differenti piani del corpo sociale con l'intento di indirizzare il conflitto, la marginalità, isolando ogni prospettiva politica nel contesto repressivo, imponendo il ricatto della collaborazione in luogo delle misure alternative (in teoria alla base della applicazione dei criteri costituzionali della pena).
Permangono, proprio nel mondo sottosopra del carcere, i bracci speciali, i regimi detentivi ex-EIV e 41 bis, dove si praticano forme di annichilimento e di privazione volte al ricatto della collaborazione, tali da costituire una sistematica e prolungata tortura ai danni dei detenuti ivi ristretti, sepolti vivi anche da vent'anni senza la minima attenuazione.
In alcuni paesi, come in Spagna, sono già all'opera provvedimenti legislativi che introduco addirittura il reato di “resistenza passiva”, in Italia si espande il ricorso ai reati di pericolo presunto (i reati associativi, come il 270bis e correlati) per impedire perfino manifestazioni di opposizione pacifica nelle piazze o occupazioni con finalità sociale, mentre d'altro canto non si è mai data soluzione, lì come qui, al problema della detenzione politica.
In questo quadro, proprio nel pieno di una crisi in larga parte prodotta dai settori speculativi e finanziari oggi al governo, nella continua corsa al cosiddetto risparmio, non poteva mancare l'ennesima sortita da giocoliere di chi, sulla pelle di decine di migliaia di proletari prigionieri, barcamenandosi tra consorterie ed affari al limite della stessa legalità, tenta di governare il sistema penitenziario italiano.
In linea con i nuovi indirizzi di liberalizzazione, già utilizzati a suo tempo nella Inghilterra della Thatcher, il governo Monti non ha certo pensato a varare una Amnistia, o a modificare le leggi vergogna che riempiono il carcere di immigrati, di uomini e donne che sono ai margini della società e costituiscono una parte della attuale forza lavoro in esubero. Il Governo Monti sta nella sostanza continuando il lavoro intrapreso dal governo Berlusconi con il piano carceri, dove si erano già palesati gli interessi speculativi riguardo le opere di edilizia penitenziaria.
Nell'ottica della liberalizzazione e di una presunta razionalizzazione verrà dato in pasto ai capitali privati l'ambito boccone del settore penitenziario, sulla falsariga di quanto già fatto sul piano della protezione civile, magari aggirando anche quelle normative che dovrebbero rappresentare la base di ogni legalità.
Già i precedenti governi avevano subodorato l'affare, sotto forma di appalti sottratti a ogni gara o verifica, ma il governo Monti, forte del consenso bipartisan, pare avere una marcia in più così arriva una iniziativa che potrebbe in breve tempo portare il nostro sistema penale in una situazione simile a quanto avviene negli Stati Uniti d'America, dove le prigioni private, e lo sfruttamento della manodopera prigioniera, sono una realtà.
Nel silenzio generale è infatti passato l'articolo 44 del decreto liberalizzazioni del Governo Monti in tema di carceri, il Decreto Legge 24 gennaio 2012 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività), con queste norme si individuano i soggetti privati non solo per le opere di costruzione ma anche per alla gestione (privata) delle carceri.
Il progetto, chiamato "Project financing”, ossia (per utilizzare l’espressione impiegata dal legislatore) "la realizzazione di opere pubbliche senza oneri finanziari per la pubblica amministrazione", è un modello per il finanziamento e la realizzazione di opere pubbliche. Ma tra tutte le opere pubbliche di cui il nostro paese ha bisogno (scuole, ospedali, centri di riabilitazione, aree verdi attrezzate) perché i privati sono tanto interessati alle carceri?
E il Governo Monti e il ministro Severino non si erano presentati come i fautori di una diversa politica in tema di detenzione rispetto al Governo Berlusconi? solo parole, visto che il decreto sulle liberalizzazioni è in piena sintonia con il piano carceri voluto dalla destra.
Gli aspetti qualificanti delle nuove norme sul piano economico sono :
a) la finanziabilità del progetto, ossia la produzione di un flusso di cassa (cash flow) sufficiente a coprire i costi operativi, remunerare i finanziatori assicurando un certo margine di profitto.
b) la concentrazione del finanziamento in un autonomo centro di riferimento giuridico e finanziario (Special Purpose Vehicle, una sorta di società di progetto), a cui affidare i mezzi finanziari e la realizzazione del progetto stesso.
c) la costituzione a favore dei finanziatori esterni dell’iniziativa di "garanzie indirette", attraverso una ampia gamma di accordi tra le parti interessate limitando ai minimi termini la possibilità di rivalsa dei finanziatori e degli altri creditori (appaltatori dei lavori, fornitori ecc.) nei confronti degli sponsors.
L'articolo prima menzionato del decreto recita: “Al fine di assicurare il perseguimento dell'equilibrio economico-finanziario dell'investimento, al concessionario è riconosciuta, a titolo di prezzo, una tariffa per la gestione dell'infrastruttura e per i servizi connessi, ad esclusione della custodia”.
La gestione carceraria, eccezion fatta per le guardie, sarà quindi affidata a imprenditori privati che nelle carceri intravedono un affare lucroso. Ed è da considerare dunque che ogni figura non prettamente di polizia sarà di formazione privata, così la gestione amministrativa, il che in un carcere significa gestire quasi tutto.
"Il concessionario nella propria offerta deve prevedere che le fondazioni di origine bancaria contribuiscano alla realizzazione delle infrastrutture di cui al comma 1, con il finanziamento di almeno il 20 per cento del costo di investimento", così si assicura alle banche l'ingresso nell'affare.
Sulla falsariga di quanto avviene da decenni negli stati Uniti tra qualche anno pure nel nostro universo carcerario dominerà la logica della gestione privata, del profitto e perché no pure dello sfruttamento a tal fine della manodopera detenuta, ciò costituirebbe una involuzione definitiva in favore di un business securitario inarrestabile capace di condizionare, così come avviene negli Stati Uniti, l'intero regime istituzionale.
Certo non mancheranno le controtendenze, sia nel corpo della popolazione detenuta, finora costretto al silenzio, sia nelle componenti corporative di un universo nel quale sopravvivono abitudini e codici non scritti antichissimi, uno degli ambiti, quello penitenziario, meno aperti a qualsiasi cambiamento; ma è altrettanto certo che l'ingresso dei capitali e degli investimenti finanziari prima nel settore sicurezza, difesa, ora nel campo penitenziario, costituisce una delle principali novità di questi anni.
In Italia, la popolazione carceraria è composta in larga maggioranza da detenuti per reati collegati al consumo di sostanze e a violazioni delle norme in materia di immigrazione, mentre cresce il numero di chi va dentro per piccoli reati causati dalla miseria crescente di larghi strati della popolazione, in forte aumento anche la detenzione per cause politiche e sociali, legata ai movimenti di protesta, in difesa dell'ambiente e delle condizioni di vita di larghe masse.
In questo quadro sociale la priorità del Governo non è quella di rimuovere le leggi vergogna (la Bossi-Fini, la Cirielli, la Fini-Giovanardi, la modifica dell'art.4 bis dell'ordinamento penitenziario ecc.), ma semplicemente razionalizzare il settore per darlo in pasto al capitale privato. Si tratta insomma di utilizzare gli scarti sociali della crisi per produrre nuovi profitti sulla pelle di questi stessi scarti, tali sono per costoro quelle categorie sociali spinte ai margini dalla crisi economica, una crisi prodotta dagli stessi settori che al momento stanno al governo del Paese.
Nelle ultime settimane sono state pubblicate interviste e prove documentarie sull'uso sistematico della tortura contro i prigionieri politici degli anni settanta ed ottanta, percosse e violenze fisiche e sessuali, finte esecuzioni, l'uso della corrente elettrica ad opera di squadrette autorizzate dai massimi responsabili della sicurezza e dai più alti vertici dello Stato.
Alcuni giornalisti de L'Espresso furono perfino arrestati per avere rivelato la tortura nelle caserme di PS e CC, l'ordine tanto della maggioranza che dell'opposizione (il vertice del PCI di allora) era quello di tacere.
Su Piazza Fontana e Bolzaneto sono usciti film con ricostruzioni storiche discutibili se non addirittura revisioniste, le giovani generazioni sono rincoglionite da messaggi fuorvianti che con la verità storica hanno poco da spartire.
In questo clima, l'assenza del reato di tortura nel codice italiano non poteva passare inosservata, tanto è vero che perfino il ministro Paola Severino ha detto: «È un tema che voglio approfondire, per capire perché non si è dato seguito ai protocolli internazionali»
In realtà la Severino sta recitando, come hanno scritto esponenti radicali, visto che il tema tortura dovrebbe conoscerlo fin dalle aule universitarie e soprattutto peraverlo aggirato nel decreto sulle carceri licenziato per salvaguardare il business penitenziario, naturalmente senza toccare l'orrore della tortura scientificamente applicata nei reparti speciali come il 41 Bis.
Eppure la «Dichiarazione sulla protezione di tutte le persone sottoposte a forme di tortura e altre pene o trattamenti inumani, crudeli o degradanti», contenuta nella Risoluzione n. 3452 è stata adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel lontano 1975. In questi 33 anni non si contano gli episodi di tortura nelle carceri italiane e nelle caserme, una tortura di Stato accompagnata da legislazioni emergenziali e carcerazioni preventive. Dobbiamo attendere altri 40 anni prima che si ponga fine a questa barbarie?
L'apparato militare di questo e di altri paesi è in costante crescita sia in termini tecnologici che di specializzazione alla guerra. La guerra e i suoi strumenti: eserciti ed armi sono sempre stati intrinsecamente proni ai diktat del potere imperialista e messaggeri di distruzione e sopraffazione.Gli eserciti nascono storicamente per una duplice finalità: una di repressione e controllo interno e una di integrità territoriale (nazionale).
Il Capitale ha sempre beneficiato dellaguerra tramite i massicci investimenti pubblici nel complesso industriale di guerra (industria pesante) che spingevano gli stati fuori dal pericolo della recessione economica (“Keynesianismo militare”). Oggi la guerra, soprattutto quella strategico-tattico-politica, conviene ed è benvoluta dal Capitale, perché non solo favorisce l'incremento dell'industria pesante ma perché spinge in alto prezzi e l’inflazione tramite l'aumento dei profitti petroliferi e il costante controllo a ribasso dei salari a causa della competizione globale con la manodopera dei mercati emergenti.
In una fase tipica del Capitalismo, la crisi, gli ordini costituiti, i governi e i potentati economici sono ben lontani dal non investire in armi e in tecnologia di guerra anzi in una fase economica di recessione, in cui la popolazione stenta asopravvivere, le basi NATO e statunitensi dislocate nel territorio vengonopotenziate e ingrandite, come nel caso della base “Dal Molin” di Vicenza; gli aeroporti militari diventano dei veri e propri hub di guerra, come nel caso dell'aeroporto militare “Dall'Oro” di Pisa; le armi tecnologiche da costi abnormi vengono a far parte degli arsenali nazionali, come nel caso dei 90 aerei F-35 acquistati dal governo italiano per un costo complessivo di 10 miliardi di euro; gli serciti sempre più specializzati vengono ben pagati ed equipaggiati al punto che in vista della costruzione di un esercito europeo il governo italiano riesce anche a reperire gli ammortizzatori per i circa 40.000 soldati “esodati”. Insomma, in uno scenario geopolitico di aggressione senza esclusione di colpi, sidiscute molto i bandire le armi di distruzione di massa, soprattutto per chi non le ha, ma ipocritamente vengono utilizzate armi all'uranio impoverito, si propaganda la pace ma si propugnano le ignominiose “guerre umanitarie”, diverse forze politiche, tra cui il PD pisano, si proclamano pacifiste ma indottrinano i giovani con metodi militaristi e autoritari proponendo le “visite in caserma”.
“Fantomatici” governi tecnici varano la riforma della difesa in cui si sbandiera la riduzione dell' organico militare, circa 30000 soldati in meno, ma si glissa su un cospicuo investimento in tecnologia militare e sulla pianificazione di interventi strategici.
Ovviamente per tutti questi governi, da quello Andreotti del 1991 a quello attuale, svariati articoli della Costituzione vanno neutralizzati. Questo è il caso dell'articolo 11: “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Il governo locale della città di Pisa maschera ancora una volta una “educazione” alla militarizzazione spacciandola come kermesse di solidarietà. Questo quanto avverrà in città il 27 aprile 2012.
In una fase come questa vanno riprese le lotte antimilitariste, contrarie all'istituzione militare e agli eserciti, che hanno aperto la strada nel 1904 e nel 1907.
Vanno scardinate le connivenze tra apparati militari, istituzioni pubbliche ufficiali ed eversive (P2, P3, etc...)
Vanno aboliti gli stretti legami tra sistema capital-finanziario e guerra come strumento socio-economico fondante.
Vanno reindirizzati i fondi militari per sopperire alle innumerevoli carenze di sussistenza e sociali che l'attuale Sistema continua reiteratamente a lesinare. Va scardinata questa società e il suo assetto economico; sono in questo modo potremmo essere certi di attuare delle reali lotte antimilitariste.
Una nuova stagione di licenziamenti politici.
La Fiat, nonostante la pronuncia della Corte d'Appello che ordina l'immediato reintegro dei tre operai di Melfi, continua a non rispettare le decisioni della Magistratura e ha inviato ai 3 operai lo stesso telegramma inoltrato nel 2010 quando ne decise la cacciata dalla fabbrica: La Fiat «non intende avvalersi delle prestazioni lavorative».
L'esempio appena riportato è sotto gli occhi dei media perchè il licenziamento dei 3 operai di Melfi è parte di quella strategia della tensione e della provocazione (chiamiamola cosi') instaurata dalla Fiat di Marchionne contro i sindacati scomodi (Fiom e Cobas) rei di non accettare contratti farsa che annullano diritti, aumentano i ritmi di lavoro, diminuiscono le pause e derogano al contratto nazionale su materie rilevanti sulle quali non è ammissibile una deformatio in peius.
Non esiste una statistica aggiornata dei licenziamenti politici, possiamo menzionarne tanti altri saliti agli onori della cronaca, ma ogni numero sarebbe sicuramente inferiore ai dati reali.
Altro caso emblematico è quello del ferroviere Riccardo Antonini licenziato Il 7 novembre 2011. Riccardo è tra i promotori dell’assemblea 29 giugno, costituitasi immediatamente dopo la strage di Viareggio, consulente dei familiari delle vittime e dalla Filt-Cgil di Lucca nell’incidente probatorio (ambito che precede il processo nella formazione di prove irripetibili). Per il suo impegno, Riccardo è stato prima diffidato, poi sospeso 10 giorni ed infine licenziato con motivazioni risibili ma determinanti per perdere il posto di lavoro. A Riccardo viene contestato un non meglio definito “evidente conflitto d’interessi”, quel conflitto che viene invece ammesso , e spesso taciuto, per tutti quei consulenti di Ferrovie spa chiamati nelle commissioni di inchiesta o negli incidenti probatori come tecnici super partes.
Ironia della sorte, l'Amministratore di FS, Moretti, indagato con altri vertici delle Fs per la strage di Viareggio, licenzia il ferroviere consulente di familiari e del sindacato e tra i motivi addotti c'è anche la partecipazione ad una manifestazione tenutasi a fine estate 2010 a Genova dove Moretti venne contestato dai No Tav e dai familiari delle vittime.
Ma la lista dei ferrovieri licenziati per motivi politici è assai più lunga, ne citiamo solo due: Bruno Bellomonte, capostazione sardo, arrestato e detenuto per anni in carcere con accuse di terrorismo e poi prosciolto da ogni accusa. Anche nel suo caso le Fs non hanno perso tempo inviandogli una lettera con licenziamento “per giusta causa“ salvo poi essere condannati dal Tribunale del lavoro che ne ha ordinato il reintegro.
Lottare per treni sicuri e condizioni di lavoro nel rispetto della salute dei ferrovieri è costato il licenziamento anche al rappresentante dei lavoratori alla sicurezza Dante de Angelis, la cui vicenda non è ancora conclusa in presenza di un ricorso dei vertici di Ferrovie spa dopo la sentenza che lo riammetteva in servizio.
Esistono poi casi locali ma altrettanto degni della massima attenzione e visibilità, per esempio i lavoratori delle cooperative (per lo più migranti) organizzatisi in Lombardia negli appalti di Esselunga. o alla Gls In questi ed altri casi, a parte il collaborazionismo di Cgil Cisl Uil sempre disposti ad accettare condizioni di lavoro disumane monetizzando la dignità dei lavoratori e delle lavoratrici per pochi euro, sottolineiamo il carattere emblematico di una vertenza che vede protagonisti operai migranti che da settimane sono mobilitati con presidi permanenti, manifestazioni ripetutamente attaccati dal caporalato (che esiste anche nella Pianura padana e non solo nel sud agricolo) e dai reparti mobili di Ps e CC chiamati dalle aziende per rimuovere i picchetti. I protagonisti di queste battaglie (la paga oraria era di 4/5 euro all'ora ) sono stati sospesi e licenziati ma il loro esempio è stato seguito da altri lavoratori . Anche in questo caso la repressione non ha avuto l'effetto sperato e lotte condotte da pochi operai sono state via via sostenute e rafforzate dai comitati spontanei di supporto e dai lavoratori del territorio che hanno deciso di estendere ad altri appalti settori, rivendicazioni e forme di lotta.
La crisi economica e sociale viene interamente scaricata sulle classi sociali meno abbienti e sul lavoro salariato, da qui la necessità del Capitale di rivedere le normative in materia di lavoro per avere maggiore libertà di azione nei licenziamenti politici di quanti si opporranno a salari da fame e sfruttamento selvaggio. Nasce da qui, e non solo in Italia ma in molti altri paesi europei un attacco complessivo ai diritti collettivi ed individuali che in Italia si materializza con la cancellazione dell'art 18 dello statuto dei lavoratori.
Vediamo insieme alcune buone ragioni per difendere lo Statuto e l'art 18.
Il governo vorrebbe monetizzare il licenziamento ma quando viene illegittimamente leso un diritto, il lavoratore dovrebbe essere reintegrato nell’identica “posizione” in cui si trovava precedentemente e proprio per questo semplice motivo barattare il posto di lavoro con il licenziamento è una mostruosità da respingere 2) La forfettizzazione del risarcimento in caso di licenziamento illegittimo, nella misura variabile da 15 a 27 mensilità retributive costituisce una misura standard che non prende in esame caso per caso e nei fatti è una sorta di ammissione della colpa del lavoratore.
Se approvata dal Parlamento passerebbe la norma del licenziamento per motivi oggettivi o economici al fine di “espellere” dall’azienda lavoratori scomodi ed in particolare gli attivisti sindacali, anche perchè l'onere di dimostrare l'assenza di carattere oggettivo ed economico spetterebbe non all'azienda ma al lavoratore che di solito non ha alcun accesso a dati tenuti segretamente dall'azienda (con il beneplacito della "giustizia" e dei sindacati compiacenti. Il “nuovo” art. 18 S.L. consentirebbe alle aziende il licenziamento per motivi oggettivi o economici per “espellere” dall’azienda i lavoratori più anziani e più costosi, quelli che hanno prescrizioni per patologie e infortuni contratti sul lavoro (nelle fabbriche sono migliaia), con le notorie difficoltà per questi lavoratori di trovare una nuova occupazione lavorativa.
Il licenziamento per motivi oggettivi o economici potrebbe anche essere utilizzato in alternativa ai licenziamenti collettivi per crisi aziendale, evitando le prescritte procedure di confronto con le organizzazioni sindacali(L.223/91) e in questo modo si metterebbe fuori gioco il Sindacato. Le normative sui licenziamenti si estenderanno al pubblico impiego e qui lo scenario greco(con migliaia di dipendenti pubblici licenziati) è più vicino di quanto ci si aspetti.
I licenziamenti politici già oggi numerosi diventeranno la norma nell'immediato futuro se passerà la riforma del lavoro e non mancheranno casi, per altro già verificatisi in questi anni, nei quali si scomoderanno anche i “reati associativi” per reprimere lavoratori e lavoratrici, disoccupati (è accaduto a Napoli e a Brindisi nel 2011) utilizzando presto lo spauracchio dei "reati associativi" verso tutti coloro che tentano di organizzarsi lungo un percorso autonomo ed alternativo".
Tra i principali obiettivi dei nuovi governi tecnici (che si presentano nelle vesti ultraliberisti) è quello di abrogare in ogni paese le legislazioni sul lavoro prodotte negli anni passati e frutto delle lotte sindacali degli anni sessanta e settanta .
Per questo in Italia e in Spagna, e ben presto in altri paesi ,prendono corpo riforme del lavoro che avranno come base la eliminazione e contrazione delle pause, degli ammortizzatori sociali, l’intensificazione dei ritmi per approvare normative assai peggiori in fatto di malattia, maternità, ferie, turnazioni. La difesa dei diritti e degli interessi collettivi non può che andare di pari con una lotta che dai posti di lavoro si estenda ad ogni ambito sociale.
Come risulta dal dossier dell'Archivio Disarmo dell'Istituto di Ricerche Internazionali pubblicato alla fine del 2011, che prende in considerazione le spese militari tra il 2002 ed il 2011, in questo lasso di tempo le spese militari sono tendenzialmente aumentate. Dai dati risulta evidente che i picchi di crescita delle spese militari corrispondono ai governi di centrosinistra, toccando il massimo nel 2007, con un aumento del 13,6% sull'anno precedente, operato da un governo che vedeva la partecipazione, tra gli altri, di Italia dei Valori, Rifondazione Comunista, Verdi, Comunisti Italiani. Non solo, ma i governi di centrosinistra aumentano costantemente anno per anno sia la spesa militare destinata alle forza armate che quella destinata all'ordine pubblico, al contrario di quelli di centrodestra, che in taluni casi convogliano la maggior parte delle risorse alla sicurezza (es. finanziamenti all'arma dei carabinieri) tagliando di contro le spese per l'esercito, non certo per una inesistente vocazione "pacifista" ma perché più strettamente legati al ceto medio e dipendenti da forze come la Lega Nord che hanno spinto per politiche maggiormente securitarie.
TABELLA 1 - EVOLUZIONE TEMPORALE DEL BILANCIO DELLA DIFESA IN ITALIA
EVOLUZIONE DEGLI STANZIAMENTI PREVISIONALI PER LA DIFESA
ANNI 2007 – 2011 (in milioni di €)
14.448.8
15.408.3
14.339.5
14.295.0
14.360.2
5.381.1
5.529.2
5.595.1
5.769.9
20.194.7
21.132.4
20.294.3
20.364.4
20.556.9
1.543.824
1.605.043
1.554.718
1.602.836
Fonte: Nota Aggiuntiva allo stato di previsione per la Difesa per l’anno 2011 presentata al Parlamento dal Ministro della Difesa on. Ignazio La Russa;
A partire dalla guerra contro la Jugoslavia l'Italia ha, negli ultimi 15 anni, partecipato a tutte le principali missioni di guerra che si sono susseguite, dell'Afghanistan, all'Iraq, fino al recente intervento in Libia fortemente voluto sia da Napolitano che dal PD. E' significativo che il primo governo a guida di un dirigente di provenienza PCI, Massimo D'Alema, insieme al PdCI che operò una scissione a destra di Rifondazione proprio sulla questione del sostegno, prima al governo Prodi e poi al nascente governo D'Alema, abbia deciso la partecipazione alla prima guerra di aggressione con un paese confinante, in totale subordinazione alla NATO ed in disprezzo della posizione dell'ONU. La NATO, sotto la guida di Clinton e Madeleine Albright e con il fedele alleato D'Alema, ha compiuto pesanti bombardamenti su siti civili come gli ospedali di Surdulica e di Belgrado, la sede della televisione, ponti, corriere, abitazioni. Tutti obbiettivi vietati dalle convenzioni internazionali e per cui sono stati utilizzati armamenti comprendenti uranio impoverito, con drammatiche conseguenze sulla popolazione locale e, ironia della sorte, anche tra gli stessi soldati italiani. La partecipazione dell'Italia a queste missioni è stata decisa e negli anni confermata, tanto dai governi di centrodestra quanto da quelli di centrosinistra in perfetta continuità.
Questo malgrado la grande borghesia italiana e i partiti suoi rappresentanti manchino di una strategia tanto a breve quanto a lungo termine sul piano internazionale e si subordinino volta per volta agli interessi dell'imperialismo dominante statunitense sotto la guida della NATO.
IL CASO DI PISA, NODO STRATEGICO DELL''IMPERIALISMO
Sul piano generale l'aumento costante delle spese militari avviene a fronte di tagli incondizionati, privatizzazioni selvagge e riduzione progressiva dei servizi essenziali: dalla sanità, ai servizi agli anziani o ai disabili, alle pensioni, all'istruzione, passando per il trasporto pubblico e la ricerca universitaria. Nello specifico del nostro territorio, lo spreco di risorse pubbliche legato alla subordinazione agli interessi degli Stati Uniti risulta evidente in questi mesi dall'avviamento della costruzione dell'HUB militare nazionale nell'area dell'aeroporto militare Dall'Oro di Pisa, una gigantesca struttura di stoccaggio e distribuzione di materiale bellico e con la capacità operativa di uomini armati fino a un totale di 36.000 al mese.
Come confermato dai vertici dell'aereonautica italiana e dal governo, l'HUB militare nazionale sarà al servizio anche della NATO, cosa che si traduce inevitabilmente, al servizio degli Stati Uniti. Con la concentrazione in pochi chilometri della più grande base logistica europea, Camp Darby, e dell'HUB militare nazionale, fino ai progetti di allargamento del canale dei Navicelli che collega direttamente il Camp Darby con il porto di Livorno, gli Stati Uniti progettano di costruire un enorme bacino militare da cui far partire tutte le principali operazioni militari in Africa ed in Medio Oriente.
Una militarizzazione del territorio che porterà con sé un aumento di pericolosità per le città vicine, con aumento del trasporto aereo con carichi di materiale esplosivo e con un aumento impattante dell'inquinamento acustico e chimico come già risultato durante la guerra di Libia, in particolar modo per quei quartieri adiacenti all'aeroporto militare su cui i velivoli passano in partenza ed atterraggio a bassa quota.
Nel corso degli ultimi 15 anni il PD (in tutte le sue trasformazioni dal PDS ai DS) si è fatto veicolo anche nelle scuole di ogni grado (da elementari ad università)dell'ingresso della mentalità militarista nel tessuto cittadino, a partire dal condizionamento delle fasce più giovani dei ragazzi, come dimostra il sostegno che ogni anno il comune offre alla cosiddetta "Festa della Solidarietà", organizzata dalla ONLUS Nicola Ciardelli1, un evento che sino allo scorso anno ha previsto visite guidate per i bambini delle scuole elementari di Pisa presso la Caserma Gamerra del corpo dei Paracadutisti, mentre da quest'anno ha in programma una vera e propria manifestazione cittadina con percorsi a tema e conclusione in piazza XX Settembre con la composizione di un puzzle che rappresenterebbe simbolicamente il progetto "La casa dei bambini di Nicola", destinata a supportare l'Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze nell'accoglienza di bambini provenienti da ogni parte del mondo e bisognosi di cure mediche, e dei loro familiari, costruito quindi idealmente con l'apporto di tutti.
Il sindaco Filippeschi e la sua giunta, in particolare l'assessore Chiofalo, hanno sempre sostenuto apertamente a chiare parole questo progetto spacciandolo per un'iniziativa al contempo umanitaria ed educativa. In realtà lo scopo di questo tipo di manifestazioni ed iniziative è quello di stravolgere i bambini in età preadolescenziale attraverso l'ac costamento della dimensione ludica con quella militare, facendoli giocare all'ombra di cartelloni colorati, striscioni e coccarde e alla contemporanea presenza di soldati in divisa da guerra e di strumenti di morte, per dare un'immagine affascinante, coinvolgente ed assolutamente falsa della funzione dell'esercito.
A livello universitario il PD, attraverso le sue associazioni studentesche e con la partecipazione di quella parte del corpo docenti che controlla direttamente o che a lui fa riferimento, organizza periodicamente convegni o conferenze con tematiche strettamente legate allo sviluppo civile-militare della città. Questo tipo di operazioni dimostra come la militarizzazione ideologica e culturale dei territori avvenga anche sotto questo duplice procedimento: da un lato si pesca nelle scuole di eccellenza e nelle università, come il Sant'Anna, con la finalità di costruire personale politico-militare che sia capace di gestire le crisi e le trasformazioni del capitale e dall'altro lato si rinsalda il legame tra università e industria bellica, formando personale tecnico che andrà a fare ricerca di tipo militare proprio nei dipartimenti dell'Ateneo e delle scuole d'eccellenza. Non è un caso infatti che tra ospiti e relatori di questi convegni e conferenze sia sempre presente un qualche rappresentante della locale Confindustria o Finmeccanica.
LA COSTRUZIONE DI UNA POLIZIA SOVRANAZIONALE IN EUROPA
Il secondo governo Prodi e tutte le forze che lo hanno sostenuto, per non smentire la propria vocazione militarista e di subordinazione ai diktat della NATO e dell'UE, ha ratificato attraverso il suo ministro della Difesa Arturo Parisi, il 18 ottobre 2007, in Olanda, il trattato di Velsen.
Al momento dell'approvazione alla Camera, il trattato ha ricevuto il voto favorevole di 442 deputati, con un solo astenuto.
Analogamente è accaduto al Senato. Questa decisione è avvenuta in perfetta sintonia e continuità con il governo Berlusconi che precedentemente aveva firmato, per mezzo del suo ministro della Difesa Martino, il trattato di Noordwijk, il 17 Settembre 2004 insieme ai ministri della Difesa di Francia, Spagna, Portogallo ed Olanda.
Dal 17 Dicembre 2008 anche la gendarmeria di Romania entra tra i membri a pieno titolo mentre i reparti di Polonia e Lituania sono partner con compiti non meglio specificati e la Turchia partecipa come osservatore. Questi due trattati segnano l'atto di nascita e la vera e propria costituzione dell'EUROGENDFOR o EGF, il primo corpo militare a carattere sovranazionale di cui si è dotata l'Unione Europea.
E' significativo che il Quartier Generale dell'EGF si trovi presso la Caserma "Generale Chinotto" a Vicenza, ossia a due passi dalla base americana di Camp Ederle. L'EGF è una sorta di superpolizia dalle libertà di esecuzione pressoché illimitate che potrà occuparsi di sostanzialmente ogni attività di polizia dal controllo del traffico all'acquisizione di informazioni o allo svolgere operazioni di intelligence.
Scorrendo gli articoli (21,22,23,28) del trattato si scopre che: i locali, gli edifici e gli archivi (anche informatici) appartenenti all'EGF sono inviolabili; le proprietà e i capitali dell'EGF sono immuni da provvedimenti esecutivi dell'autorità giudiziaria; tutte le comunicazioni degli ufficiali dell'EGF non possono essere intercettate; i paesi firmatari rinunciano a chiedere indennizzi per i danni procurati alle proprietà nel corso della preparazione o esecuzione delle operazioni dell'EGF. In particolare l'articolo 29 prevede che gli appartenenti all'EGF non potranno subire procedimenti a loro carico a seguito di una sentenza emanata contro di loro, sia nello Stato ospitante sia in quello ricevente, in uno specifico caso collegato all'adempimento del loro servizio. Il controllo politico e militare di questa forza è operato esclusivamente dal CIMIN (Comitato interministeriale di alto livello) composto dai rappresentanti dei ministri della Difesa e degli Esteri dei paesi aderenti al trattato. Quindi il parlamento viene completamente escluso non solo da tutta la gestione di questa forza, ma anche di ogni tipo di controllo, seppur formale, di essa.
Un dato che emerge con chiarezza dunque, è come siano prevalentemente governi ed amministrazioni di centrosinistra, perlomeno nei nostri territori, a fungere da principale raccordo tra i grandi gruppi economici legati all'economia di guerra (es. Finmeccanica) e lo sviluppo dei territori stessi e delle grande decisioni politiche in merito.
le scelte della borghesia e le risposte del proletariato
I governi di centrodestra, che di certo non fanno mancare il loro supporto a queste politiche, appaiono però più che altro a traino delle decisioni del centrosinistra, ne siano da esempio i notevoli tentennamenti che l'ultimo governo Berlusconi ha avuto nel prendere parte alla guerra imperialista in Libia, per la quale è stato pesantemente forzato da Napolitano stesso. Il legame tra queste politiche ed i grandi gruppi economici è ancora più evidente se si osserva che alla distruzione causata dalle guerre subentra poi un'opera che la propaganda occidentale definisce "ricostruzione" e che si traduce spesso in delocalizzazioni in paesi "normalizzati" ed impoveriti dove le aziende occidentali possono contare su manodopera a prezzi insignificanti. Contemporaneamente al ruolo sempre più interventista che l'Europa sta assumendo, si assiste anche ad una stretta repressiva che i governi dei paesi dell'UE stanno da tempo attuando e che sta subendo una accelerazione sulla spinta della crisi generalizzata del capitalismo. Ne è un esempio recentissimo'annunciata riforma del codice penale in Spagna che introduce il reato di "resistenza passiva" che di fatto vieta qualunque tipo di libera manifestazione. All'interno di questo panorama, un disegno più a lungo termine ed articolato è la costruzione ed il rafforzamento dell'EUROGENDFOR. Un elemento di dubbio su quest'ultimo punto è rappresentato dall'assenza della Germania, vero e proprio pilastro del capitalismo europeo, all'interno dei trattati costitutivi dell'EGF.
Assenza di cui andrà compreso il perché. L'unica strada percorribile, per sottrarsi a questa spirale di guerre, spese militari, repressione quotidiana è quella di lavorare giorno dopo giorno per abbattere il sistema capitalista, poiché guerre imperialiste e repressione sono essenzialmente strumenti del capitale e possono essere sconfitti solamente dalla Rivoluzione proletaria.