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Timestamp: 2019-01-21 00:34:23+00:00
Document Index: 48233185

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Avvocati fuori dal circondario: problemi di notifica
> Diritto e Fisco Pubblicato il 2 Settembre 2015
Elezione di domicilio nel luogo ove ha sede il giudice; la notifica in cancelleria e l’indicazione della PEC.
La regola [1] vuole che gli avvocati che patrocinano una causa al di fuori della circoscrizione del tribunale al quale sono assegnati, debbano, all’atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso, intendendosi, in caso di mancato adempimento di detto onere, lo stesso eletto presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria adita.
Secondo le Sezioni Unite della Cassazione [2], tale regola trova applicazione in ogni caso di esercizio dell’attività forense fuori dal circondario di assegnazione dell’avvocato, come derivante dall’iscrizione al relativo ordine professionale, e, quindi, anche nel caso in cui il giudizio sia in corso innanzi alla Corte d’appello e l’avvocato risulti essere iscritto all’ordine di un tribunale diverso da quello nella cui circoscrizione ricade la sede della Corte d’appello, anche se appartenente allo stesso distretto di quest’ultima.
Con l’intervento della posta elettronica certificata e delle conseguenti modifiche legislative [3], il contesto sembra essere definitivamente cambiato. Il codice di procedura, infatti, prescriveva l’obbligo per il difensore di indicare la Pec negli atti di parte [4] e nel ricorso per Cassazione [5]. Ciò ha comportato – secondo l’orientamento ormai costante – che la domiciliazione “automatica” presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria innanzi alla quale è in corso il giudizio scattava solo se il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dal codice di procedura civile [4 e 5], non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine. Ricordiamo che ad oggi l’obbligo di indicare la propria Pec nell’atto processuale non sussiste più.
Tali chiarimenti sono stati forniti proprio ieri dalla stessa Cassazione [6].
Sempre la Suprema Corte, con un’ordinanza di pari data [7], ha chiarito un ulteriore aspetto rilevante.
Come detto, se l’avvocato non ha eletto domicilio nel luogo ove ha sede l’autorità giudiziaria decidente, la notifica va fatta presso la cancelleria. Tuttavia, in tali casi, se la notifica viene fatta ugualmente presso il suo studio, essa si considera sanata se la parte si costituisce in giudizio. Secondo i supremi giudici, infatti, la notifica effettuata non presso la cancelleria ma allo studio del difensore costituito che, nel giudizio di primo grado, abbia invalidamente dichiarato il proprio domicilio fuori dalla circoscrizione territoriale del giudice adito, non rende inammissibile l’impugnazione. Detta notificazione deve ritenersi non inesistente, ma nulla, e, dunque, sanata dalla costituzione della parte appellata.
In base al costante insegnamento della giurisprudenza, è valida la notificazione effettuata presso lo studio del difensore costituito – anche se situato fuori dal circondario ove ha sede l’autorità giudiziaria procedente – quando il procuratore non abbia (validamente) esercitato la facoltà di elezione, poiché in tal caso egli non ha alcun diritto di attendersi le notificazioni presso la cancelleria del giudice adito, essendo tale luogo individuato come domicilio legale in via residuale a fronte dell’inerzia del procuratore non eligente, senza che rilevi l’eventuale affidamento che quest’ultimo abbia fatto sulla ricezione delle notificazioni in tale luogo.
[1] Art. 82 r.d. n. 37/1934.
[2] Cass. S.U. sent. n. 10143/2012.
[3] L. n. 183/2011.
[4] Art. 125 cod. proc. civ.
[5] Art 366 cod. proc. civ.
[6] Cass. sent. n. 17400/15 del 1.09.2015.
[7] Cass. ord. n. 17375/15 del 1.09.2015.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 7 luglio – 1 settembre 2015, n. 17400
Presidente Forte – Relatore Genovese
Rilevato che la signora F.P.Y. ha chiesto al Tribunale di Lecco l’attribuzione di una quota del trattamento pensionistico spettante al defunto coniuge, P.S. , con il quale aveva contratto matrimonio concordatario il 1 giugno 2005;
che il defunto, già percettore di due pensioni (una erogata da Enasarco e l’altra dall’Inps), aveva contratto, con la signora O.G. , un precedente matrimonio concordatario, i cui effetti erano cessati in base alla sentenza n. 930/2000 dello stesso Tribunale;
che, in contraddittorio con la O. – che chiedeva l’attribuzione dell’87,8% del trattamento pensionistico del defunto – e l’Inps (contumace), il Tribunale ha statuito attribuendo la quota dell’87,5% alla O. e la residua (12,5%) alla F. ;
che l’impugnazione della F. è stato parzialmente accolto dalla Corte d’appello di Milano, che ha rideterminato le quote, riservando il 65% alla signora O. e la restante (35%) alla F. ;
che la sentenza della Corte territoriale è stata notificata, su istanza della O. , a tutte le parti e, precisamente, al difensore della F. , avv. Rea, in assenza di elezione di domicilio in appello, presso la cancelleria della Corte, in data 15 novembre 2011 (ed alla parte personalmente in data 24 novembre successivo), oltre che all’Inps ed Enasarco;
che avverso la sentenza di appello, qualificata come non notificata (p. 2 del ricorso) ha proposto ricorso per cassazione la sig. F.P.Y. , con impugnazione affidata a due mezzi;
che la signora O. ha resistito con controricorso e proposto “controricorso incidentale condizionato” affidato a due mezzi;
che gli enti previdenziali non hanno svolto difese scritte.
Considerato che il ricorso è inammissibile, così come eccepito dalla controricorrente, in quanto l’impugnazione risulta essere stata proposta oltre la data consentita quando la sentenza da impugnare risulti essere stata notificata – contrariamente a quanto recita il ricorso, a p. 2 – sia al difensore della ricorrente (presso la cancelleria dell’Ufficio giudiziario a quo) sia alla parte personalmente, rispettivamente in data 15 e 24 novembre 2011, mentre l’odierna impugnazione è stata portata alla notifica solo il 7 marzo 2012, ossia ben oltre il termine breve di sessanta giorni, previsto dall’art. 325, secondo comma, c.p.c.;
che, infatti, il difensore della ricorrente – come risulta dall’intestazione della sentenza impugnata in questa sede – non aveva eletto domicilio in Milano, ma presso il suo studio di Lecco, onde la ritualità della notificazione della sentenza, da parte della difesa avversaria, presso la cancelleria della Corte territoriale secondo la regola contenuta nell’art. 82, secondo comma, del r.d. 22 gennaio 1934, n. 37 (I procuratori, i quali esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge fuori della circoscrizione del tribunale al quale sono assegnati, devono, all’atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso. In mancanza della elezione di domicilio, questo di intende eletto presso la cancelleria della stessa autorità giudiziaria), valida anche per le autorità giudiziarie distrettuali;
che, infatti, la Corte (a Sezioni unite) superando un contrasto interpretativo ha stabilito (Sentenza n. 10143 del 2012) che l’art. 82 del r.d. 22 gennaio 1934, n. 37 – secondo cui gli avvocati, i quali esercitano il proprio ufficio in un giudizio che si svolge fuori della circoscrizione del tribunale al quale sono assegnati, devono, all’atto della costituzione nel giudizio stesso, eleggere domicilio nel luogo dove ha sede l’autorità giudiziaria presso la quale il giudizio è in corso, intendendosi, in caso di mancato adempimento di detto onere, lo stesso eletto presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria adita – trova applicazione in ogni caso di esercizio dell’attività forense fuori del circondario di assegnazione dell’avvocato, come derivante dall’iscrizione al relativo ordine professionale, e, quindi, anche nel caso in cui il giudizio sia in corso innanzi alla corte d’appello e l’avvocato risulti essere iscritto all’ordine di un tribunale diverso da quello nella cui circoscrizione ricade la sede della corte d’appello, ancorché appartenente allo stesso distretto di quest’ultima. Tuttavia, a partire dalla data di entrata in vigore delle modifiche degli artt. 125 e 366 cod. proc. civ., apportate dall’art. 25 della legge 12 novembre 2011, n. 183, esigenze di coerenza sistematica e d’interpretazione costituzionalmente orientata inducono a ritenere che, nel mutato contesto normativo, la domiciliazione ex lege presso la cancelleria dell’autorità giudiziaria, innanzi alla quale è in corso il giudizio, ai sensi dell’art. 82 del r.d. n. 37 del 1934, consegue soltanto ove il difensore, non adempiendo all’obbligo prescritto dall’art. 125 cod. proc. civ. per gli atti di parte e dall’art. 366 cod. proc. civ. specificamente per il giudizio di cassazione, non abbia indicato l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio ordine;
che, nella specie, la sentenza impugnata è stata depositata in data 12 settembre 2011 e, quindi, prima dell’entrata in vigore della menzionata legge 12 novembre 2011, n. 183 (onde l’assenza di riferimento all’indirizzo PEC, come peraltro non risulta neppure dalla sentenza e dallo stesso ricorso per cassazione, tardivo);
che, di conseguenza, il ricorso principale va dichiarato inammissibile;
che il ricorso incidentale condizionato all’accoglimento del principale (di conseguenza tardivo al pari del principale) deve essere dichiarato inefficace;
che le spese, tra le parti principali, seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo; mentre quelle con l’ente previdenziale presente all’udienza (l’Inps) devono essere compensate.
Dichiara inammissibile il ricorso principale e inefficace l’incidentale condizionato e condanna la ricorrenti al pagamento delle spese processuali che liquida, in favore della resistente O. , nella misura di Euro 2.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi oltre spese forfettaria e accessori di legge. Compensa le spese tra la ricorrente principale e l’Inps.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 2, ordinanza 21 aprile – 1 settembre 2015, n. 17375
Presidente Petitti – Relatore Manna
“1. – Con sentenza del 17.4.2013 il Tribunale di Tivoli, in funzione di giudice d’appello, dichiarava inammissibile l’impugnazione proposta dal Ministero delle Sviluppo Economico e della Comunicazione contro la sentenza emessa dal giudice di pace del medesimo centro su ricorso della TC Video 2000 Teleromadue s.r.l. Condannava, quindi, l’appellante alle spese di giudizio nonché ai danni da responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c., avendo l’Avvocatura dello Stato proseguito nel giudizio nonostante l’evidente fondatezza dell’eccezione d’inammissibilità dell’appello.
A base della decisione, la circostanza che l’appello era stato notificato a mani del collega di studio del difensore della parte appellata, il quale nel giudizio di primo grado aveva invalidamente dichiarato il proprio domicilio in Roma, e dunque fuori della circoscrizione territoriale del giudice adito, con conseguente domiciliazione ex lego presso la cancelleria di quest’ultimo, ai sensi dell’art. 82 R.D. n. 37 del 1934. Di qui l’invalidità della notificazione, in quanto eseguita in un domicilio invalidamente dichiarato.
2. – Per la cassazione di tale sentenza il Ministero delle Sviluppo Economico e della Comunicazione propone ricorso, affidato a due motivi.
2.1. – Resiste con controricorso la TC Video 2000 Teleromadue s.r.l.
3. – Col primo motivo è dedotta la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 82 R.D. n. 37 del 1934 e dell’art. 156, comma terzo c.p.c, in relazione al n. 3 dell’art. 360 c.p.c.. Se è corretto, afferma parte ricorrente, il giudizio d’invalidità della notifica della citazione in appello presso il domicilio eletto in Roma, non altrettanto esatta è la conseguenza che il Tribunale di Tivoli ne ha tratto. Detta notificazione, infatti, deve ritenersi nulla — e dunque sanata dalla costituzione della parte appellata — e non già inesistente.
4. – Il secondo motivo denuncia la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 96 c.p.c., in relazione al n. 3 (rectius, 4) dell’art. 360 c.p.c. Nel testo applicabile ratione temporis, afferma parte ricorrente, detta norma richiedeva per la condanna la domanda della parte vittoriosa, domanda nella specie non proposta. Contesta, inoltre, la configurabilità del requisito soggettivo della male fede o della colpa grave.
5. – Il primo motivo è manifestamente fondato. E ciò per due ragioni del pari decisive.
5.1. – La prima è che l’art. 82, primo comma R.D. n. 37 del 1934 prevede nei confronti del procuratore costituito in un giudizio che si svolge fuori della circoscrizione del Tribunale cui è assegnato, non un diritto ma un onere di domiciliarsi ivi; sicché la previsione del secondo comma della medesima norma, in base al quale in mancanza dell’elezione di domicilio, questo s’intende eletto presso la cancelleria della stessa autorità giudiziaria, è la conseguenza che da tale omissione l’ordinamento trae nell’interesse dell’altra parte e dell’ufficio giudiziario adito, per agevolarne, rispettivamente, gli oneri di notificazione e di comunicazione.
Ed infatti, questa Corte ha avuto modo di osservare che:
a) il procuratore esercente fuori del circondario del Tribunale cui è assegnato, quando abbia (validamente) eletto domicilio ai sensi dell’art. 82 R.D. n. 37 del 1934, ha diritto di ricevere le notificazioni relative al processo in cui tale elezione è intervenuta esclusivamente nel domicilio eletto e non altrove, dovendosi pertanto ritenere invalida una notificazione effettuata presso lo studio del predetto procuratore e non presso il luogo di elezione; e che deve peraltro ritenersi valida la notificazione effettuata presso tale studio, ancorché situato fuori del circondario ove ha sede l’autorità giudiziaria procedente, quando il procuratore non abbia (validamente) esercitato la facoltà di elezione, così rendendosi inottemperante al relativo onere, giacché, in questo caso, egli non ha alcun diritto di attendersi le notificazioni presso la cancelleria del giudice adito, essendo tale luogo individuato come domicilio legale in via residuale a fronte dell’inerzia del procuratore non digerite, senza che possa perciò in alcun modo rilevare l’eventuale affidamento che, anche dal punto di vista organizzativo, il predetto procuratore abbia fatto sulla ricezione delle notificazioni in tale luogo (Cass. n. 16145/01);
b) è valida, al fine della decorrenza del termine breve per proporre l’appello, la notificazione della sentenza effettuata al procuratore costituito nello studio risultante dall’albo professionale, anziché in quello, da lui indicato in corso di causa, ubicato nel circondario del giudice di primo grado, atteso che l’esigenza della piena conoscenza del contenuto della decisione per la parte tramite il suo difensore, qualificato professionalmente a valutare l’opportunità dell’impugnazione, è soddisfatta da tale notifica, essendo, peraltro, la domiciliazione, per la parte che voglia evitare di ricevere le notificazioni in cancelleria, un onere posto a tutela non di quest’ultima, bensì della controparte (Cass. n. 25294/13).
5.2. – Quand’anche si opinasse altrimenti – e con ciò si passa ad esporre la seconda ragione – la notifica effettuata presso lo studio del difensore costituito invece che nella cancelleria del giudice adito, ove egli debba considerarsi domiciliato ex lege ricorrendo le condizioni del predetto art. 82 R.D. n. 37 del 1934, sarebbe nulla e non già inesistente. Infatti, la notifica eseguita in un luogo e a soggetti diversi da quelli dovuti comporta l’inesistenza della notifica stessa solo in difetto di alcuna attinenza, o riferimento, o collegamento di quel luogo o soggetto con il destinatario, altrimenti essendo la notifica affetta da semplice nullità (giurisprudenza costante di questa Corte: cfr. ex pluribus Cass. nn. 16759/11, 6470/11 e 17555/06). E, nella specie, sarebbe davvero arduo sostenere che il collega di studio del difensore costituito e lo studio stesso siano persona e luogo che non abbiano attinenza, riferimento o collegamento alcuno con la parte che proprio detto legale ha rappresentato e difeso nel giudizio di primo grado.
Dunque, ammesso e non concesso che la notificazione dell’appello fosse invalida, si tratterebbe ad ogni modo di nullità e non già d’inesistenza. Ne consegue non solo che tale nullità risulta essere stata sanata con efficacia retroattiva dalla costituzione della parte appellata (sull’efficacia retroattiva di tale sanatoria, cfr. Cass. n. 1188/75), ma anche che essa non poteva essere eccepita da detta parte, avendovi essa dato causa. E ciò in base, rispettivamente, agli artt. 156, 3 comma e 157, 3 comma c.p.c. che l’art. 160 c.p.c. fa espressamente salvi.
6. – L’accoglimento del primo motivo assorbe l’esame del secondo.
7. – Sulla base delle considerazioni svolte, si propone la decisione del ricorso con ordinanza, nei sensi di cui sopra, in base al n. 5 dell’art. 375 c.p.c.”.
III. – Pepante, la sentenza impugnata va cassata con rinvio al Tribunale di Tivoli, che in persona di diverso magistrato deciderà il merito e provvederà sulle spese di cassazione.
La Corte accoglie il primo motivo, assorbito il secondo, e cassa la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale di Tivoli, in persona di diverso magistrato, che provvederà anche sulle spese di cassazione.