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Timestamp: 2019-10-21 20:40:03+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 60']

Competenza e qualità del mediatore civile professionista: alcune considerazioni alla luce del D.M. 145/2011
Caterina Rinaldi, Presidente Associazione Mediatori Professionisti Italiani - PRO-MEDIAZIONE | 02 Maggio 2012
Le recenti misure correttive al D.M. 180/2010, e cioè al Regolamento recante la determinazione dei criteri e delle modalità di iscrizione e tenuta del registro degli organismi di mediazione e dell’elenco dei formatori per la mediazione, nonché l’approvazione delle indennità spettanti agli organismi, ai sensi dell’articolo 16 del decreto legislativo 4 marzo 2010, n. 28, introdotte dal D.M. 145/2011, riguardano:
la determinazione dei criteri e delle modalità di iscrizione e tenuta del registro degli organismi di mediazione da parte del Ministero (art. 1);
il tirocinio dei mediatori (art. 2 e art. 4);
i criteri di assegnazione degli affari di mediazione (art. 3);
le indennità per il compimento del servizio di mediazione e conciliazione (art. 5);
le proroghe della disciplina transitoria (art. 6).
In particolare, attraverso un esame più approfondito dei criteri di assegnazione degli affari di mediazione, possiamo formulare qualche riflessione sulle competenze richieste al mediatore e sulla qualità del servizio offerto.
Il DM 145/2011 impone, infatti, che il contenuto del Regolamento dell’Organismo di mediazione debba essere modificato attraverso l’introduzione del criterio di competenza per l’assegnazione delle mediazioni. Nella successiva Circolare del 20 dicembre 2011 , la Direzione Generale del Ministero della Giustizia ha offerto la linea interpretativa del D.M. 145 e ha chiarito che la finalità è, da un lato, quella di garantire l’indipendenza dell’organismo di mediazione attraverso l’introduzione di criteri predeterminati (da qui si avverte il richiamo all’art. 60, c. 3°, lett. b) della L. 69/2009 secondo cui occorre: «prevedere che la mediazione sia svolta da organismi professionali e indipendenti, stabilmente destinati all’erogazione del servizio di conciliazione») e, dall’altro, quella di garantire la competenza del mediatore, in quanto all’idoneità tecnica in materia di mediazione viene affiancata la richiesta di specifica competenza professionale, che deve corrispondere quanto più possibile alla natura della controversia tra le parti.
Ai sensi della Circolare del 20/12/2011, con competenza professionale del mediatore si intende il complesso delle specifiche conoscenze acquisite in relazione al percorso universitario svolto e, soprattutto, all’attività professionale esercitata.
E qui cominciamo a porci un interrogativo: “Che valore viene dato alle abilità e alle capacità di mediazione?”.
L’attività professionale, intesa come professione “di provenienza” del mediatore, viene distinta dalla capacità tecnica dello stesso in quanto viene identificata con il complesso delle specifiche conoscenze rivenienti dalla professione svolta abitualmente.
E quindi continuiamo chiederci: “Che valore viene dato alle abilità e alle capacità di mediazione?”.
La capacità tecnica implica la conoscenza specifica degli strumenti che devono essere attuati per condurre e svolgere adeguatamente il percorso di mediazione.
Dal bel lavoro di Howard Raiffa 'The art and science of negotiation' si può trarre questo 'profilo' che contiene alcuni interessanti caratteristiche del mediatore:
- la pazienza di Giobbe;
- la sincerità e l'ostinazione di un inglese;
- lo spirito di un irlandese;
- la resistenza fisica di un maratoneta;
- l'abilità di gioco di un regista su un campo di football;
- l'astuzia di Machiavelli;
- la capacità di analisi psicologica di un buon psichiatra;
- la capacità di mantenere il segreto;
- il dorso di un rinoceronte;
- la saggezza di Salomone.
Inoltre, il mediatore deve possedere:
- conoscenze fondamentali e fiducia dei processi di negoziato;
- profonda credenza nei valori umani e nel loro potenziale, temperata dalla capacità di valutare le debolezze personali;
- capacità di analizzare il possibile, in rapporto al desiderabile;
- sufficiente personalità, temperata dalla disponibilità a non apparire.
Nel mediatore, poi, non possono mancare, secondo Jacqueline Marineau, altre virtù fondamentali quali: lo specchio per accogliere le emozioni delle parti e rifletterle; il silenzio per accogliere nel modo migliore le parti che gli sono di fronte; l’umiltà per incontrare le parti senza giudicarle e la volontà deliberata del mediatore di non fare nulla, per lasciare alle parti la capacità di essere; l’interrogare, che obbliga le parti a confrontarsi con le proprie ambiguità.
La Society of Professionals in Dispute Resolution ha inoltre tracciato un elenco delle abilità del mediatore, distinguendole in abilità generali ed abilità specifiche.
Tra le abilità generali ricordiamo:
la capacità di ascolto attivo;
la capacità di identificazione, analisi e separazione dei problemi;
le capacità comunicative e sensibilità rispetto ai valori delle parti;
la capacità di separazione del problema oggettivo dai comportamenti soggettivi;
la capacità nel capire squilibri di potere;
la capacità di mantenimento del proprio controllo.
Tra le abilità specifiche segnaliamo:
la capacità di comprendere la procedura di mediazione e il ruolo degli avvocati;
la capacità di generare fiducia;
la capacità di identificare gli interessi ed i bisogni delle parti dalle loro posizioni iniziali;
la capacità di individuare le questioni non conciliabili;
la capacità di trovare standard e criteri oggettivi;
la capacità di coadiuvare le parti per la ricerca di soluzioni innovative e creative;
la capacità di coadiuvare le parti alla ricerca delle loro migliori alternative fuori dall’accordo;
la capacità di consigliare le parti sulla esecutività pratica di un accordo.
Si aggiunga, poi, che il mediatore deve saper condurre la mediazione in modo trasparente, scrupoloso e coscienzioso e deve gestire la stessa facendo rispettare alle parti obblighi di correttezza e rispetto reciproco in modo che tale procedimento possa avere il più alto grado di probabilità di riuscita. I mediatori hanno dunque l’obbligo di migliorare continuativamente le proprie capacità tecniche attraverso un continuo aggiornamento teorico e pratico, attraverso un continuo confronto con i colleghi mediatori, possibilmente anche di altri Paesi, attraverso un vero e proprio commitment sul tema della mediazione. Ed è così che dal piano della competenza siamo traghettati al piano dell’etica e possiamo introdurre qualche cenno al codice etico del mediatore professionista.
Il codice etico deve contenere dei principi fondamentali che tengano conto delle peculiarità dell’attività del mediatore e che consentano allo stesso di operare nella pratica quotidiana. Marco Aurelio (II d. C.) sosteneva: “Le parole insegnano, gli esempi trascinano”.
Tra questi ricordiamo che:
il mediatore ha una vera e propria missione di diffusione della cultura della mediazione, attraverso il proprio impegno personale e professionale.
il mediatore deve credere con convinzione nella risoluzione alternativa delle controversie, quale rimedio efficace e alternativo alla giustizia.
il mediatore, consapevole del servizio che offre alla collettività, deve prestare lo stesso impegno qualunque sia la tipologia e l’importo della mediazione.
il mediatore deve offrire un’elevata qualità del servizio, attraverso l’obbligo di formazione continua, sia teorica che pratica, anche attraverso lo scambio ed il confronto con professionisti del settore, sia in Italia che all’estero.
il mediatore deve possedere ed affinare la propria capacità di ascolto, assumendo il punto di vista dell’altro, cioè cercando di comprendere la rete di significati che le parole acquistano in relazione alla visione del mondo di chi gli è di fronte; facendo spazio dentro di sé, cioè facendosi modificare dal dialogo instaurato e facendo tacere se stesso per dare la precedenza all’altro; sintonizzandosi con lo stato emotivo dell’interlocutore e lasciandosi coinvolgere da quello che proviene da lui, cioè mettendo in pratica il concetto di empatia.
Il codice etico deve inoltre contenere i principi fondamentali di competenza, indipendenza, imparzialità e riservatezza richiamati dalla normativa.
Si arriva così ad una prima conclusione: dalle riflessioni emerse e da quanto ribadito anche dal DM 145/2011, risulta che il mediatore deve essere una figura professionale di elevata qualità, con una grande preparazione, con un alto rigore morale, regolato dall’etica e dalla deontologia professionale.
Ma questa conclusione non esaurisce il quadro attuale, in quanto occorre considerare anche il contesto in cui il mediatore è chiamato ad operare. Il mediatore non ha infatti, a differenza delle altre professioni, un accesso diretto al mercato: la prestazione della sua opera avviene attraverso l’organismo di mediazione che lo accredita, lo classifica e, eventualmente, lo nomina per seguire degli “affari” di mediazione, anche in base ai principi contenuti nella normativa che abbiamo esaminato.
Possiamo dunque affermare che oggi esiste un legame molto stretto tra Mediatori e Organismi di mediazione. Ecco perché il Codice Etico del mediatore deve essere accompagnato dal Codice di comportamento, ai sensi del D. Lgs. 231/2001, per le attività di mediazione civile da adottarsi dagli Organismi di Mediazione. La finalità è quella di creare degli schemi etici di riferimento, oltreché per i mediatori, anche per gli enti presso i quali questi debbono svolgere la propria attività. L’elaborazione del codice di comportamento dovrebbe quindi rispondere, ancora una volta, all’esigenza di un approccio etico alla mediazione, dove la creazione di riferimenti di condotta mira a garantire l’alta qualità del servizio offerto da tutti gli operatori professionali del settore, che siano mediatori o organismi di mediazione.
In questo modo si raccoglie anche l’invito contenuto nel Libro Verde (2002) della Commissione delle Comunità Europee relativo ai modi alternativi di risoluzione delle controversie in materia civile e commerciale, dove si sostiene - nel capitolo 'Come garantire la qualità dei metodi di ADR?': 'Ci si potrebbe interrogare sulla possibilità per i diversi attori dell'ADR di elaborare dei codici di condotta comuni su scala regionale o mondiale che comportino un certo numero di garanzie procedurali dell'ADR', poi ripreso più avanti 'Le procedure di ADR sono flessibili ma devono poggiare su norme minime di qualità, tra cui alcuni principi informatori di tipo procedurale. (...) I metodi di ADR convenzionali (…) si basano su principi di procedura che le parti hanno scelto liberamente, ad esempio aderendo alle regole di procedura proposte loro come modello da associazioni professionali oppure attraverso codici di deontologia ai quali aderiscono.'
Alla luce di quanto sopra, emerge con evidenza come il mediatore debba saper offrire un’elevata professionalità complessiva, dove “il percorso universitario svolto e, soprattutto, l’attività professionale esercitata”, così come richiamate dal DM 145/2011 e dalla Circolare del 20 dicembre 2011, rappresentano solo una parte della formazione professionale necessaria per essere un mediatore di valore. Tutte le abilità richiamate richiedono una formazione permanente ed una pratica costante che va ben oltre l’indirizzo di laurea o la professione abitualmente svolta che, peraltro, dovrebbe, almeno in prospettiva, essere quella esclusiva del mediatore, e non altra.
La competenza, intesa nel senso più ampio del termine, e l’etica di tutti gli operatori del settore costituiscono quella indissolubile e necessaria combinazione alla base di un servizio qualificato, professionale e di alta qualità che potrà garantire lo sviluppo e l’affermazione della mediazione civile e commerciale nel nostro Paese.