Source: http://www.silvioscaglia.it/it/2014/11/
Timestamp: 2017-04-23 17:50:59+00:00
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novembre, 2014 | Silvio Scaglia
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Sulla carta stampata e su Internet le reazioni all’intervista del fondatore di Fastweb a Il Fatto quotidiano che denuncia: «In italia la corruzione è tantissima ma nessuno lo dice».
L’intervista di Silvio Scaglia a Il Fatto Quotidiano ha acceso i riflettori sulla decisione della Procura di Roma di proporre l’appello contro la sentenza di «assoluzione piena» pronunciata dalla Prima sezione penale del Tribunale di Roma nell’ottobre 2013.
Al proposito LANOTIZIAgiornale.it titola «Dopo l’assoluzione l’ex ad di Fastweb costretto all’appello».
Nel commento di Gaetano Pedullà dal titolo «Un Paese poco garantista» si legge: «Ci sono giorni in cui la cronaca accende un faro su macigni che stanno lì da sempre senza che nessuno se ne accorga. In un Paese dove la corruzione dilaga, l’abuso della carcerazione preventiva è considerato da tanti un male necessario. Poi si scopre che l’imprenditore Caltagirone Bellavista a più di 70 si è fatto sei mesi di carcere per un reato che non sussiste, nel frattempo il suo gruppo è finito in difficoltà e si sono persi centinaia di posti di lavoro. La storia non è isolata e coinvolge potenti e pezzenti, perché se non altro in questo campo l’ingiustizia è democratica».
A proposito del fondatore di Fastweb l’editoriale continua così: «Ieri così persino un giornale definito da molti manettaro come Il Fatto quotidiano ha chiesto a un altro industriale, Silvio Scaglia (assolto in primo grado dopo tre mesi in carcere) cosa ha significato quell’esperienza. La prigione è come la morte per chi ci finisce senza motivo. Il nostro ordinamento in tal senso prevede che la carcerazione preventiva sia usata solo in casi precisi. Le cose però non vanno sempre così. E rispettando sommamente il difficile lavoro dei magistrati è altrettanto intollerabile che in nome della giustizia si commetta tanto spesso la più grande delle ingiustizie: togliere la libertà a un innocente».
Anche Filippo Facci su Libero interviene sulla materia in un corsivo dedicato alle amnesie di opinion maker come Massimo Gramellini. «Ieri – scrive – c’era il caso del manager Silvio Scaglia a cui persino Il Fatto Quotidiano ha lodevolmente dedicato una pagina intera: un anno di detenzione, milioni di euro in spese legali, assolto in primo grado con formula piena».
L’intervista sul Il Fatto Quotidiano di Marco Lillo ha avuto vasta eco su Internet.
Il sito Dagospia l’ha introdotto così: «Scaglia assolto per Fastweb racconta i sui tre mesi da incubo al gabbio tra zingari, lamiere dl tonno e degrado». Dice l’imprenditore: «In Italia la corruzione è tantissima. Ma mi preoccupa che nessuno lo dica. Almeno in Cina l’hanno ammesso… ».
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6 novembre 2014 | Autore: Redazione
Mazzitelli, Comito e Catanzariti non sono coinvolti nelle operazioni fraudolente. Così il Tribunale ha smontato le accuse della Procura.
“Si impone pertanto l’esito assolutorio del giudizio nei confronti di Mazzitelli Stefano e Comito Massimo in ordine ai reati a loro contestati ai capi 6) e 9) di imputazione, perché il fatto non costituisce reato”. Inoltre, “… la prova del mancato coinvolgimento dei medesimi imputati e di Antonio Catanzariti nel sodalizio criminoso descritto al capo 1) della rubrica, costituisce in questo caso, specularmente a quanto già argomentato per i dirigenti Fastweb di cui si è ritenuta l’innocenza, l’ovvio precipitato logico della mancata dimostrazione di quella condotta di consapevole partecipazione alle operazioni fraudolente che nell’ottica accusatoria costituirebbe il substrato della vicenda associativa”.
Così la sentenza della Prima sezione penale del Tribunale di Roma sul cosiddetto Traffico Telefonico ha assolto dalle accuse mosse dalla Procura di Roma i dirigenti di Telecom Italia Sparkle, cioè l’ad Stefano Mazzitelli, Massimo Comito, all’epoca responsabile dell’area Europa, e Antonio Catanzariti (quest’ultimo perseguito per il solo reato associativo), il dirigente preposto al settore carrier sales Italy.
Tali accuse sono state smontate nel processo di primo grado chiuso con una sentenza di 1.800 pagine dopo 3 anni di esaustivo dibattimento e centinaia di testi molti dei quali dell’accusa. Proviamo ad illustrare, in estrema sintesi, alcuni passaggi significativi.
In particolare, la Corte ha preso atto della correttezza dimostrata da Stefano Mazzitelli che “fermo restando il dichiarato rispetto di tutte le procedure interne di verifica e controllo, riteneva indispensabile predisporre linee guida in ordine ai limiti di accertamento e verifica che si potevano richiedere ad un operatore di transito”. In occasione della conclusione dei rapporti contrattuali, inoltre, Mazzitelli, aggiunge la sentenza ”alcun atteggiamento ostruzionistico aveva avuto rispetto agli accertamenti plurimi e di plurima matrice svolti in azienda” e aggiunge, “Un contegno assolutamente trasparente” che “stride in maniera evidentissima con la tesi di un suo coinvolgimento nella vicenda oggetto di giudizio”.
Il Collegio sottolinea che “analogo atteggiamento propositivo e non oppositivo risulta aver connotato la partecipazione dei due coimputati Massimo Comito e Antonio Catanzariti ai medesimi accertamenti e verifiche svolte non solo in ambito aziendale, ma anche rispetto alle attività condotte dalla Guardia di Finanza.”
I controlli di Telecom Italia Sparkle, del resto, si integravano nell’organizzazione di Telecom Italia stessa “caratterizzata dal presidio della casa madre per le funzioni di controllo”. Per quanto riguarda il rischio di restituzione dell’Iva che si era palesato dopo le notizie apparse su Repubblica (23 gennaio 2007) non era stato trascurato neanche l’aspetto della sussistenza di profili responsabilità personale, anche penale, dei dipendenti T.I.S”. L’esito positivo delle verifiche “risultava attestato nei bilanci dell’anno 2007, approvati dagli organi sociali nel 2008 sia di Telecom Italia spa a livello consolidato, sia di Sparkle dove non era stato peraltro previsto alcun accantonamento”. A tutto questo va aggiunta l’assenza di concreti guadagni dall’operazione traffico telefonico sia per Stefano Mazzitelli che per Massimo Comito e Antonio Catanzariti per i quali “non sono stati accertate (ne peraltro contestate) indebite erogazioni di somme da parte dell’imputato Carlo Focarelli”.
E Ancora il tribunale “A questo quadro complessivo di elementi di plurima ed eterogenea matrice convergenti nel descrivere un ruolo inconsapevole degli imputati (ndr Mazzitelli, Comito, Catanzariti) in ordine alla illiceità dell’operazione commerciale intrattenuta all’interno della società T.I.S., va da ultimo aggiunto l’esito totalmente negativo della prova dichiarativa ex art. 210 c.p.p. e del materiale intercettativo”
“Con specifico riferimento all’espletamento della prova dichiarativa nel suo complesso considerata, non sembra potersi minimamente revocare in dubbio il decisivo e fondamentale contributo fornito dalla stessa in ordine ad una interpretazione e chiave di lettura di tutto il poderoso materiale documentale di segno esattamento contrario ed opposto a quello delineato nella prospettazione accusatoria, ma non per questo meno convincente ed esaustiva.”
Da questa somma di rilievi emerge “specularmente a quanto già argomentato per i dirigenti Fastweb di cui si è ritenuta l’innocenza, la prova del mancato coinvolgimento dei tre imputati nelle operazioni fraudolente che nell’ottica accusatoria costituirebbe il substrato della vicenda associativa”
Rossetti in carcere anche se “estraneo ai fatti” | La ricostruzione nella sentenza del Tribunale
5 novembre 2014 | Autore: Redazione
“Alla luce di quanto appena esposto e tornando a quella “prova di resistenza” prospettata come indispensabile strumento di valutazione del coinvolgimento degli imputati Silvio Scaglia e Mario Rossetti nella vicenda processuale che ci occupa, ritiene il Collegio come netto sia il giudizio della loro totale estraneità ai fatti”. Il giudizio, netto e inequivocabile, è scritto nella sentenza con cui la Prima sezione del Tribunale di Roma ha respinto le accuse nei confronti sia di Scaglia che dell’ex direttore finanziario di Fastweb, anche lui sottoposto a custodia cautelare, prima in carcere, poi ai domiciliari, in quanto presunti complici di una gigantesca truffa Iva commessa da una banca criminale attraverso la cassa di Fastweb e di Telecom Italia Sparkle.
PHUNCARD: ROSSETTI NON POTEVA SAPERE
Per l’accusa gli “inequivoci elementi probatori a carico dell’imputato Rossetti Mario” sono legati al suo ruolo di CFO della società capogruppo e.Biscom che “presupponeva la perfetta ed approfondita conoscenza del business Phuncard”.
In realtà, nota la sentenza, “solo la completa ricostruzione dei flussi finanziari – come schematizzati dal capitano Meoli – ed il completo e complessivo disvelamento delle fi1ttizie relazioni contrattuali tra le società cartiere artatamente predisposte al fine di giustificare i vari passaggi di denaro, avrebbe potuto ragionevolmente indurre gli imputati a riconoscere valenza sospetta al finanziamento in essere tra fornitore e cliente, come tassello fondamentale della frode carosello”. Questo, però, presupponeva mezzi che non erano a disposizione di Fastweb, tantomeno del direttore finanziario Rossetti. “Una tale portata conoscitiva - si legge – raggiunta dagli inquirenti unicamente grazie agli accertamenti conseguenti ad una complessa ed articolata attività rogatoriale era, in una prospettiva interna all’azienda e sulla base di una ricostruzione ex ante, evidentemente fuori dalle dimensioni dei manager aziendali”.
In particolare, a proposito delle carte prepagate, Rossetti “alcun contatto diretto aveva avuto con i clienti, occupandosi come direttore finanziario di controllo degli aggregati, ossia del monitoraggio del capitale circolante e della verifica che il deficit o il surplus derivante dal capitale circolante fosse coerente al piano industriale”.
TRAFFICO TELEFONICO: L’IMPUTATO FISICAMENTE GIA’ FUORI DALL’AZIENDA
Ancor più sfumata la posizione di Rossetti nell’ambito dello svolgimento dell’operazione Traffico Telefonico. “Da quanto appreso nel corso del suo esame, non senza riscontri anche documentabili e documentati - si legge nella sentenza - l’imputato aveva deciso di Interrompere il suo percorso professionale all’interno dell’azienda in data 15 dicembre del 2005… Se ne deduce, anche solo documentalmente, che egli era fisicamente fuori dalla società, estraneo ad ogni attività operativa in azienda e recettore unicamente delle informazioni e dei dati conoscitivi appresi all’interno del Consiglio di Amministrazione”.
Unico elemento documentale relativo all’operazione Traffico Telefonico è costituito dalla e-mail del 31.01.2005 “a lui non direttamente indirizzata ma di cui era stato destinatario solo per conoscenza”.
Del resto si trattava della presentazione collocata nella fase genetica dell’opportunità commerciale in azienda “da cui era impossibile inferire l’esistenza di elementi di illiceità della transazione e, a fortiori, di dati che portassero a fondare la sua consapevolezza della predisposizione di quanto necessario a realizzare la ”frode carosello“.
NON ESISTE IL REATO ASSOCIATIVO
Per queste ragioni deve “parimenti escludersi la fondatezza della tesi di accusa relativa al coinvolgimento degli imputati Mario Rossetti e Silvio Scaglia nell’associazione a delinquere a loro contestata al capo 1 di imputazione. I nomi dei due imputati, mai sottoposti ad attività intercettiva, tra l’altro non risultano mai essere emersi neppure “indirettamente” nell’ambito dei colloqui tra i sodali captati sulle altre utenze controllate, in cui non sono mai neppure citati nel corso delle migliaie di conversazioni registrate”.
3 novembre 2014 | Autore: Redazione
“Si impone, pertanto, l’esito assolutorio del giudizio a carico dell’imputato, di cui risulta acclarata l’assoluta estraneità ai fatti associativi a lui contestati, per non aver commesso il fatto”.
Così la Corte della prima sezione penale del Tribunale di Roma ha stabilito la piena innocenza di Roberto Contin, responsabile dell’area Large Account di Fastweb, rispetto alle accuse di complicità, assieme ai vertici aziendali di Fastweb, nella realizzazione di “una delle più grosse truffe in materia di Iva” compiuta da una banda criminale.
La sentenza, emessa dopo un lungo processo (dal 23 novembre 2010 al 17 ottobre 2013) che ha registrato 147 udienze e centinaia di testimonianze, ha così contestato le conclusioni della Procura che dalle dichiarazioni rese da Giuseppe Crudele aveva “enucleato gli elementi di prova granitica della responsabilità degli odierni imputati”. In realtà, rileva la sentenza emessa dal Tribunale a fine ottobre “l’istruttoria dibattimentale ha fornito la prova granitica del fatto che nessuno tra coloro che ebbero ad operare all’interno delle varie aree funzionali di Fastweb, ciascuno in relazione ai propri ruoli operativi, ebbe a percepire l’esistenza di quelle macroscopiche atipicità che fondano il giudizio di penale responsabilità ipotizzato dall’accusa”.
LE PROVE DELL’EVIDENTE ESTRANEITA’ DEL MANAGER
Per quanto riguarda in particolare Contin, cui era stata contestata unicamente la partecipazione all’associazione a delinquere aggravata dalla trasnazionalità, è emersa la sua “evidente estraneità” ai fatto contestati. “Le dichiarazioni rese dal Contin – si legge ancora – appaiono convincenti e sono corroborate dalla complessiva ricostruzione della vicenda emersa dal dibattimento”.
In particolare “convincente è innanzitutto la dichiarata mancata consapevolezza della presenza del Focarelli dietro l’operazione traffico telefonico…circostanza può ritenersi addirittura documentalmente provata alla luce di quella e-mail inviata da Carlo Focarelli a Giuseppe Crudele (“domani ci sono anche io a pranzo, cerca di non far venire R.C. a pranzo cosi parliamo“) spiegata da quest’ultimo, in modo davvero poco convincente, come la conseguenza dei pregressi rapporti conflittuali tra i due”.
“Altrettanto convincente - si legge ancora – la dichiarata assenza di un ruolo concretamente operativo dell’imputato nel concreto svolgersi della relazione commerciale…mentre non è irrilevante l’aspetto dell’assenza di un concreto profitto derivato dall’operazione”.
Ulteriore aspetto inconciliabile con tesi di una partecipazione del Contin nella compagine associativa descritta al capo 1 di imputazione è la mancata selezione del Crudele, nell’ipotesi accusatoria suo sodale, nella rosa dei candidati alla dirigenza.
A completare il quadro, infine, contribuiscono le affermazioni rese dallo stesso capitano Meoli della Guardia di Finanza (l’ufficiale della Guardia di Finanza che ha guidato le indagini, ndr) che ha rilevato come “dalla complessiva attività di indagine svolta non erano emersi flussi finanziari oggetto di indagine che lo riguardassero, né una qualunque forma di partecipazione a una qualsiasi società della filiera”.
NESSUN CONTATTO CON FOCARELLI Infine, dalle intercettazioni cui Contin è stato sottoposto, “non è stata captata nessuna telefonata di rilievo, né in termini di conversazioni né, finanche, di contatti personali (neppure via e-mail) con alcuno dei sodali, men che mai con Carlo Focarelli”.
Di qui l’esito assolutorio del giudizio a carico dell’imputato, di cui risulta acclarata l’assoluta estraneità ai fatti associativi a lui contestati al capo 1 di imputazione, per non aver commesso il fatto.