Source: https://iusletter.com/archivio/diritto-recesso-s-p-la-legge-uguale-tutti/
Timestamp: 2020-07-06 11:24:38+00:00
Document Index: 2198913

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 36', 'art. 2473', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 2473', 'art. 2473', 'art. 2437']

Diritto di recesso da una S.p.a.: la legge è uguale per tutti
Con una recente sentenza, il Tribunale di Roma ha affrontato il singolare caso di una fondazione bancaria che aveva deciso di recedere da Cassa Depositi e Prestiti S.p.a., impugnando tuttavia la clausola contenuta all’articolo 9 dello statuto di quest’ultima, la quale sostanzialmente prevedeva che la quota del socio receduto fosse liquidata in ragione del suo valore nominale e non di quello effettivo.
La fondazione recedente, nell’ambito della trasformazione della Cassa Depositi e Prestiti in società per azioni disposta dall’art. 5 de d.l. n. 269/03, aveva acquistato 8.940.000 azioni privilegiate, corrispondenti al 2,5669% del capitale sociale della Cassa. Nel novembre 2012, la fondazione aveva dunque comunicato il proprio recesso, avendo deciso di non convertire le proprie azioni privilegiate in ordinarie come previsto dall’articolo 7 dello statuto. Con la lettera di recesso, la fondazione già lamentava la nullità del predetto articolo 9 dello statuto di Cassa Depositi e Prestiti S.p.a. e chiedeva la liquidazione della quota al valore effettivo.
La fondazione, dunque, riteneva che quanto previsto dall’articolo 2437ter, 2° comma, c.c., ossia che il valore di liquidazione delle azioni è determinato dagli amministratori, sentito il parere del collegio sindacale e del soggetto incaricato della revisione legale dei conti, tenuto conto della consistenza patrimoniale della società e delle sue prospettive reddituali, nonché dell’eventuale valore di mercato delle azioni, fosse inderogabile anche per lo statuto di Cassa Depositi e Prestiti S.p.a. e nonostante la sua chiara funzione pubblicistica.
La fondazione, ricevuto il diniego da parte del consiglio di amministrazione di Cassa Depositi e Prestiti S.p.a. rispetto all’applicazione di un tale criterio di valorizzazione, adiva il Tribunale capitolino al fine di vedere la Cassa condannata a pagare la differenza tra la valutazione al valore nominale della partecipazione oggetto di recesso e quella al valore di mercato.
La Cassa si difendeva in giudizio eccependo, innanzitutto, il difetto di giurisdizione del Tribunale ordinario e la decadenza della fondazione attrice dall’impugnazione della delibera del consiglio di amministrazione con la quale era stato deciso il valore di liquidazione della partecipazione. Nel merito, la Cassa chiedeva il rigetto delle domande attoree ritenendo pienamente valido ed efficacie il predetto articolo 9 dello statuto, poiché (i) l’atto con il quale fu approvato l’originario statuto della Cassa ha natura pubblicistica; (ii) la validità della clausola era riconosciuta espressamente da una disposizione di legge ossia l’art. 36, 3° comma septies, della L. n. 221/12, secondo il quale “le condizioni economiche per la conversione di cui ai commi precedenti sono riconosciute al fine di consolidare la permanenza di soci privati nell’azionariato di CDP. Conseguentemente, in caso di recesso, quanto alla determinazione del valore di liquidazione delle azioni, si applicano le vigenti disposizioni dello statuto”; (iii) il recesso della banca attrice si riferiva ad un’ipotesi convenzionale e non legale e, dunque, lo statuto poteva prevedere diversi criteri di valorizzazione rispetto a quelli previsti dall’art. 2473ter c.c..
Con sentenza non definitiva depositata in data 23 giugno 2016, il Tribunale respingeva le eccezioni preliminari di difetto di giurisdizione e di decadenza sollevate dalla Cassa convenuta.
Nel merito, il Tribunale respingeva le eccezioni della Cassa stabilendo preliminarmente che “anche a voler riconoscere alla Cassa natura di società a partecipazione pubblica di diritto singolare, costituita per il perseguimento di una specifica missione di pubblico interesse, e la conseguente possibilità di derogare, per legge, alle specifiche disposizioni di diritto comune dettate dal codice civile per il tipo sociale prescelto, nel caso di specie, non può attribuirsi alla disposizione statutaria in questione un’efficacia normativa idonea a legittimare una deroga ai principi previsti per il recesso dei soci di società per azioni, né una tale deroga può rinvenirsi in altre disposizioni di legge in vigore alla data in cui la Fondazione ha esercitato il recesso”. Il Tribunale accertava, infatti, che la disposizione di cui all’art. 36, 3° comma septies, della L. n. 221/12, effettivamente derogativa di quanto previsto dall’art. 2473ter c.c., era entrata in vigore successivamente al recesso comunicato dalla fondazione e non aveva efficacia retroattiva e nemmeno di interpretazione autentica.
Con riferimento all’ultimo profilo sollevato dalla Cassa, il Tribunale, richiamando la giurisprudenza maggioritaria, ha ribadito che “l’art. 2473 ter c.c. non reca alcuna distinzione fra cause di recesso legali e cause di recesso statutarie al fine di dettare diversi criteri di liquidazione della quota del socio receduto. Fatte queste premesse, si deve dunque ritenere che l’interpretazione secondo la quale, nei casi di recesso statutario, all’autonomia statutaria si possa attribuire il potere di derogare al principio della necessaria corrispondenza del valore della quota da liquidare al socio receduto al suo valore reale alla data del recesso non può trovare giustificazione nella considerazione che il recesso statutario costituisce una tutela aggiuntiva, rispetto a quella prevista dalla legge, dei diritti del socio, tutela che, in quanto tale, non incide sulle prerogative irrinunciabili del socio previste in caso di recesso legale e potrebbe essere modulata, nell’ambito dell’autonomia negoziale, con previsione di effetti, in termini di diritti alla liquidazione della quota, diversi da quelli previsti nei casi in cui la tutela sia prevista in modo inderogabile dalla legge. Distinguere i diritti del socio receduto per una causa prevista dalla legge da quelli del socio receduto per una causa prevista dallo statuto, ipotizzando, nel secondo caso, che lo statuto possa prevedere che al socio spetti la liquidazione della quota in misura diversa da quella che la legge impone in caso di recesso legale – valore commisurato alla consistenza patrimoniale della società, da valutarsi in base a criteri elastici, ma sempre ad essa correlati – non pare consentito, in mancanza di esplicita previsione normativa”.
Il Tribunale di Roma pertanto concludeva accertando che “la liquidazione della quota della Fondazione attrice effettuata dalla Cassa con riguardo al suo valore nominale deve ritenersi illegittima, in quanto fondata sulla previsione statutaria di un criterio di valutazione da ritenersi in contrasto con il disposto dell’art. 2437 ter c.c., con la conseguenza che il valore della quota del socio receduto, in mancanza di altri criteri individuati nello statuto conformemente al disposto di tale norma, deve essere determinato ai sensi del secondo comma della stessa”.
Trib. Roma, 15 gennaio 2020, n. 903