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Timestamp: 2018-07-17 17:11:06+00:00
Document Index: 15543344

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CONSIGLIO DI STATO, SEZ. III , SENTENZA 21 giugno 2017, n.3058
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 17 LUGLIO AGGIORNATO ALLE 19:10
CONSIGLIO DI STATO, SEZ. III , SENTENZA 21 giugno 2017, n.3058RICOGNIZIONE
Il Consglio di Stato si è pronunciato sulla natura giuridica del diritto di rifiutare le cure
Questa Sezione ha rilevato che il diritto di rifiutare le cure, riconosciuto ad - omissis - dalla Corte di Cassazione, e, in sede di rinvio, dalla Corte di Appello di Milano, è un diritto di libertà assoluto, efficace erga omnes. Pertanto, si tratta di una posizione giuridica che può essere fatta valere nei confronti di chiunque intrattenga il rapporto di cura con la persona, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che di soggetti privati.
Secondo la citata pronuncia della Sezione, la sospensione del trattamento di sostegno vitale costituisce “la scelta insindacabile del malato di assecondare il decorso naturale della malattia fino alla morte” e “l’accettazione presso la struttura sanitaria pubblica non può (…) essere condizionata alla rinuncia del malato ad esercitare un suo diritto fondamentale”
CONSIGLIO DI STATO, SEZ. III , SENTENZA 21 giugno 2017, n.3058 - Pres. Lipari; Est. Santoleri
Consiglio di Stato, sez. III, sentenza 6 aprile – 21 giugno 2017, n. 3058
Presidente Lipari – Estensore Santoleri
L’attuale appellato, nella sua qualità di tutore della figlia - omissis -, ha impugnato avanti al T.A.R. Lombardia la nota della Regione Lombardia prot. n. M1.2008.0032878 del 3.9.2008, con la quale il Direttore Generale della Direzione Generale Sanità aveva respinto la richiesta, formulata dal predetto, con atto di significazione e diffida del 19.8.2008, che la Regione mettesse a disposizione una struttura per il distacco del sondino naso-gastrico che alimentava e idratava artificialmente la predetta -omissis-, in stato di coma vegetativo permanente e in cura presso una struttura sanitaria pubblica regionale, in seguito all’autorizzazione rilasciata dalla Corte di Appello di Milano, con decreto del 9.7.2008, nel giudizio di rinvio disposto dalla Corte di Cassazione, sez. I, 16.10.2007, n. 21748, e in sede di reclamo contro il provvedimento del giudice tutelare del Tribunale di Lecco.
Nel merito, il T.A.R. ha stigmatizzato il provvedimento impugnato, per aver illegittimamente vulnerato il diritto costituzionale di rifiutare le cure, riconosciuto ad - omissis - dalla sentenza della Cass., sez. I, 16.10.2007, n. 21748, quale diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone erga omnes, nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata.
14.- - omissis -, dopo la pubblicazione della sentenza del TAR, è deceduta il 9.2.2009 a Udine, presso la struttura sanitaria privata individuata autonomamente dal rappresentante legale, quale soggetto professionalmente idoneo a consentire l’adozione delle misure assistenziali individuate dalle predette pronunce del giudice civile.
La sentenza n. 4460 del 2014 ha precisato (pagg. 8-9) che persisteva intatto l’interesse della Regione Lombardia all’impugnativa, nonostante fosse nel frattempo deceduta la persona assistita, non soltanto per la sussistenza di un interesse strumentale o morale (anche per orientare l’attività amministrativa dell’Ente in ipotetici casi analoghi che avrebbero potuto verificarsi in futuro), ma anche per la “perdurante utilità ai fini della domanda risarcitoria, rinunciata nel presente giudizio da parte del tutore di - omissis -, ma pur sempre riproponibile una volta che sia passata in giudicato la sentenza che abbia accertato l’illegittimità dell’atto, annullandolo”.
16. - Con successivo ricorso al TAR per la Lombardia, notificato in data 12 gennaio 2015 e depositato il 22 gennaio successivo, il ricorrente, nella qualità di erede e di congiunto della Signora - omissis -, nonché, in proprio, quale tutore della stessa, ha chiesto la condanna della Regione Lombardia al risarcimento dei danni, patrimoniali e non patrimoniali, derivanti dagli atti annullati dalla citata sentenza del T.A.R. Lombardia, Milano, Sez. III, 26 gennaio 2009, n. 214, come confermata dal Consiglio di Stato, Sez. III, 2 settembre 2014, n. 4460, reiterando e precisando la domanda già proposta in quel giudizio e poi rinunciata.
- quanto al danno non patrimoniale, ha riconosciuto a titolo ereditario la somma di € 60.000,00 complessivamente spettante alla totalità degli eredi, ridotta ad un terzo – e quindi a € 20.000,00 – a favore del Sig. - omissis -, tenuto della mancata prova circa la sua condizione di unico erede (nel dispositivo tale somma viene invece quantificata in € 30.000,00);
Ha poi aggiunto la Cassazione, tenendo conto della particolare condizione in cui versava - omissis -, che “chi versa in stato vegetativo permanente è, a tutti gli effetti, persona in senso pieno, che deve essere rispettata e tutelata nei suoi diritti fondamentali, a partire dal diritto alla vita e dal diritto alle prestazioni sanitarie, a maggior ragione perché in condizioni di estrema debolezza e non in grado di provvedervi autonomamente.
30. - Questa Sezione ha rilevato che il diritto di rifiutare le cure, riconosciuto ad - omissis - dalla Corte di Cassazione, e, in sede di rinvio, dalla Corte di Appello di Milano, è un diritto di libertà assoluto, efficace erga omnes. Pertanto, si tratta di una posizione giuridica che può essere fatta valere nei confronti di chiunque intrattenga il rapporto di cura con la persona, sia nell’ambito di strutture sanitarie pubbliche che di soggetti privati.
31. - La sentenza del TAR merita di essere confermata anche nella parte in cui ha riconosciuto l’esistenza del nesso causale tra il rifiuto regionale e il pregiudizio subito dagli interessati: infatti, l’atto amministrativo illegittimo ha leso la posizione giuridica di cui era portatrice - omissis -, rappresentata dal tutore, negandole il bene della vita che le era stato riconosciuto in sede giurisdizionale, costituito dal suo diritto a rifiutare le cure, espressione, a sua volta, del fondamentale diritto di libertà di autodeterminazione terapeutica, accertato con efficacia di giudicato. L’illegittimo rifiuto della Regione, ha comportato, inoltre, la violazione del suo diritto all’effettività della tutela giurisdizionale.
33. - Con riferimento alla spese di trasporto la Regione ha dedotto che sono in genere a carico del persona assistita le spese per i trasferimenti: la struttura dove si trovava - omissis - aveva già rifiutato di eseguire la prestazione e quindi la persona avrebbe dovuto essere comunque trasferita.
Facendo applicazione del principio di causalità giuridica è del tutto evidente che ove la Regione avesse messo a disposizione della persona assistita una struttura nel territorio regionale, anziché rifiutarsi, il Sig. - omissis - non avrebbe sopportato le spese del trasferimento in Friuli Venezia Giulia; in ogni caso le eventuali spese di trasferimento infraregionale (per le quali non vi è affatto certezza che sarebbero necessariamente gravate sulla persona assistita) sarebbero state sicuramente più contenute.
Secondo la Regione, ben altri erano i soggetti che avevano contribuito al clamore mediatico, organizzando manifestazioni a favore della vita, sit-in sotto alla clinica, e così via, sicché ad essi sarebbero state riconducibili, e non alla Regione, le esigenze di protezione della persona assistita che avevano indotto il Sig. - omissis - a richiedere il piantonamento fisso.
40. - La Regione, in ogni caso, contesta, nel merito, la pronuncia riguardante il diritto al risarcimento del danno, spettante, iure hereditatis, al Sig. - omissis -.
Ha quindi condannato la Regione al risarcire il Sig. - omissis -, in qualità di erede della figlia - omissis -, liquidando a pag. 15 della sentenza la somma di € 20.000,00 pari ad un terzo della somma spettante alla de cuius sul presupposto costituito dall’incertezza sulla qualità di unico erede.
Deve quindi ritenersi che il risarcimento riconosciuto al Sig. - omissis - a titolo ereditario da parte del TAR per la Lombardia sia pari ad € 20.000,00, come indicato a pag. 15 della sentenza, e non pari ad € 30.000,00 come erroneamente riportato nel dispositivo.
41.1 - Questo capo di sentenza è oggetto anche dell’appello incidentale del Sig. - omissis -, relativamente alla parte relativa alla quantificazione del risarcimento del danno: l’appellante incidentale ha concluso chiedendo la condanna della Regione Lombardia al pagamento della somma di € 100.000,00 a titolo di danno iure hereditatis.
Si tratta, però, di una situazione del tutto differente da quella oggetto del presente giudizio, nella quale il danno arrecato ad - omissis - – del quale il Sig. - omissis - chiede il ristoro iure hereditatis - non investe la lesione della sua integrità fisica, seguita poi dalla morte. Nella vicenda in esame il pregiudizio deriva, invece, non dalla perdita del diritto alla vita, ma dalla violazione del suo diverso diritto all’autodeterminazione terapeutica e all’effettività della tutela giurisdizionale.
Ritiene il Collegio che il danno più grave in questa vicenda l’abbia subito la stessa Sig.ra - omissis -, la quale, a causa del provvedimento adottato dalla Regione, ha subito la violazione del proprio diritto - di valenza costituzionale e coperto dal giudicato - all’autodeterminazione in materia di cure; a causa di tale atto la persona ha subito – contro la sua volontà – il non voluto prolungamento della sua condizione, essendo stata calpestata la sua determinazione di rifiutare una condizione di vita ritenuta non dignitosa, in base alla libera valutazione da essa compiuta.
Ritiene quindi il Collegio di dover modificare il quantum stabilito dal primo giudice, perché la somma complessiva riconosciuta non appare adeguata alla gravità del pregiudizio arrecato, ed anzi si appalesa illogica, anche ove confrontata con la somma riconosciuta a titolo di risarcimento del danno iure proprio a favore del Sig. - omissis -, come se fosse maggiore il danno a lui arrecato rispetto a quello subito della figlia, destinataria diretta del provvedimento illegittimo.
Inoltre, non essendovi prova dell’esistenza di altri eredi al di fuori del Sig. - omissis -, la riduzione ad un terzo del risarcimento riconosciuto non risulta giustificata.
Ha quindi ritenuto che la persistenza dello stato vegetativo conseguente al provvedimento regionale illegittimo avesse aggravato le difficoltà ed i turbamenti patiti dal Sig. - omissis -, che aveva assunto anche la veste di tutore, vanificando gli effetti del decreto della Corte di Appello di Milano del 9 luglio 2008, tanto che, la vita familiare, già sconvolta da fondamentali e radicali cambiamenti dello stile di vita, fosse stata ulteriormente turbata dall’ostruzionismo della Regione Lombardia che aveva impedito al Sig. -OMISSIS- di dare seguito alla volontà della figlia di non continuare a vivere in quello stato di incoscienza permanente.
Il primo giudice ha quindi riconosciuto al Sig. - omissis - la somma di € 100.000,00 per tale danno non patrimoniale: nella quantificazione del danno il TAR ha tenuto conto, da un lato, della sua natura catastrofale, e dall’altro della dolosità della condotta lesiva.
56. - Ritiene però il Collegio che, conformemente a quanto dedotto dalla Regione appellante, la quantificazione di tale danno operata dal primo giudice non possa essere condivisa, in quanto il danno subito dal Sig. - omissis - – per quanto connotato da gravità e quindi risarcibile - non può superare quello patito dalla figlia, poiché ciò che è stato leso in via primaria è il suo diritto all’autodeterminazione, unitamente al diritto all’effettività della tutela giurisdizionale.
Di fronte alla violazione di tali diritti fondamentali, le lesioni arrecate al Sig. - omissis - perdono di consistenza, si appalesano di minore gravità, tanto da comportare la completa rideterminazione degli importi liquidati a titolo di danno non patrimoniale da parte del primo giudice, dovendo riconoscersi al Sig. - omissis - la somma di € 20.000,00 a titolo di danno iure proprio da lesione del rapporto parentale, con l’aggiunta degli interessi e della rivalutazione monetaria negli stessi termini stabiliti dal primo giudice.
Nondimeno, però, occorre considerare che il Sig. - omissis - ha prestato la propria attività nell’interesse della figlia nella doppia veste di tutore e di padre, e le difficoltà subite nello svolgimento di tale attività a causa del provvedimento della Regione, sono state da lui patite in questa doppia veste.
61. - Avverso tale statuizione ha dedotto l’appellante incidentale che il primo giudice avrebbe trascurato di considerare la gravissima lesione del suo onore, della sua reputazione, identità ed immagine di padre e di tutore della signora - omissis -, essendo stato indicato come “complice di un omicidio”.
Ha poi sottolineato come non possa essere scissa la responsabilità della Regione da quella del suo Presidente, essendovi una stretta correlazione e conseguenzialità tra le sue dichiarazioni ed i provvedimenti emessi dall’Ente per il rifiuto di interruzione delle cure della signora - omissis -.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art.22, comma 8 D.lg.s. 196/2003, manda alla Segreteria di procedere, in qualsiasi ipotesi di diffusione del presente provvedimento, all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi dato idoneo a rivelare lo stato di salute delle parti o di persone comunque ivi citate