Source: http://laboratoireitalien.revues.org/560
Timestamp: 2017-11-23 01:52:36+00:00
Document Index: 177396982

Matched Legal Cases: ['sentenza ', '§ 2', '§ 5', '§ 5', '§ 42', '§ 11', '§ 2', '§ 5', '§ 5', '§ 42', '§ 11']

«Esperienza» e «qualità dei tempi» nel linguaggio cancelleresco e in Machiavelli (con un’appendice di dispacci inediti di vari cancellieri e tre scritti di governo del Segretario fiorentino)EsperienzaLa «qualità de’ tempi»Considerazioni finaliAppendice 1: Dispacci di vari cancellieri (anni 1497-1503)Domenica passata andai a visitare monsignore Aschanio, el quale si sta al giardino per pigliare aria, perché è stato molto attenuato delle forze: et maxime è impedito nelle braccia, delle quali per anchora si può pocho aiutare. La sua reverendissima Signoria mi dette gratissima audientia, et havendoli io affermato quanto le Signorie vostre facevano tucto il fondamento et capitale ad beneficio delle cose loro nella excellentia del Signore duca et nella Signoria sua, per essere questa amicitia naturalissima et durata lunghissimo tempo con la città nostra – dalla quale benivolentia se erano hinc inde veduti moltissimi fructi alla conservatione de’ comuni stati –, pregai la sua reverendissima Signoria che circa le cose nostre volessi pigliare el patrocinio delle Signorie vostre, come haveva facto et come era la fede et speranza che tucta la città haveva in epsa; extendendomi intorno a questi effecti con quelle più grate et efficaci parole che mi fu possibile. La sua Signoria reverendissima mi rispose con parole molto amorevoli et dischorrendo molto saviamente si ingegnò persuadere con molte vive ragioni che nella excellentia del duca et nella sua Signoria per alcuno accidente che fusse intervenuto mai si era spento o diminuito lo amore el quale la casa sforzescha haveva portato alla città nostra. Et benché fussino successe alcune cose le quali havessino potuto dare qualche ombra alle Signorie vostre del contrario, non erano causate da mala intentione ma dalla colpa de’ tempi et dalli travagli delle cose di Italia: perché nelli stati maximamente è necessario in servire temporibus; et che la excellentia del duca poteva rendere di sé buono conto che tucte le actioni sue erono sempre state intrinsecus coniuncte con lo amore || che ha havuto continuamente in verso le Signorie vostre: il che manifestamente si comprobava per le opere presenti cum sit che hora li tempi haveano cominciato a variare et a mutare le conditioni: onde la sua illustrissima Signoria poteva più liberamente procurare quello cognosceva appartenersi al debito della nostra mutua benivolentia, la quale meritava più presto il nome di coniunctione. Et che essendoli el duca in luogho di padre per reverentia, benché fratello secundum carnem, sua reverendissima Signoria, etiam quando fusse d’altra volontà, è necessitata seguire in ogni cosa le sue vestigie; ma circa el beneficio delle Signorie vostre et circa el favorire le cose loro cacciava per natura et non credeva che altri lo superassi per affectione; et che, rischontrandosi la buona dispositione del duca con la sua, le Signorie vostre potevano essere certissime che né per l’uno né per l’altro si mancherebbe in alcuna cosa la quale cognoscessi^no^ potere cedere a benificio della città: chiamando in testimonio delle opere sue buone – da quel tempo in qua nel quale erano cessati di quelli rispecti che havevano indocto necessità – el Papa, lo oratore di Spagna et di Napoli et alcuni altri cardinali, e’ quali potevano fare pienissima fede di quanto sua Signoria haveva procurato in satisfactione delle vostre Signorie et perché quelle ritornino in possessione delle cose loro. Et harebbe facto molto più se non fusse stata la infirmità sua, ma che si sforzerebbe ristorare el tempo passato, confortando le Signorie vostre a sperare bene, perché, da chi teneva in mano in fuora, tucti li altri la intendevano a uno modo. Et da ultimo si offerse caldissimamente alle Signorie vostre; et io non ne potrei scrivere tanto fusse a bastanza.Ringratiai la sua reverendissima Signoria el meglio che io seppi et mi sforzai lassarla bene edificata et persuasa che tucta la città havesse collocata ogni sua fede et speranza nella reverentia del duca et di sua reverendissima Signoria, rachomandando et offerendo etc. Et io sapevo, per essermi ritrovato in facto rispecto allo offitio che io tengho apresso le Signorie vostre, che quelle hanno del continuo acceptato in buona parte tucti li progressi della excellentia del duca, || né mai hanno potuto stimare che non habbi facto ogni cosa a buono fare et con singulare prudentia et maturità; et che se le loro Signorie hanno favorito et sono per favorire le cose nostre, come le Signorie vostre lo veghono per experientia, non è partito fuora della expectatione et speranza della città, perché così vuole ogni ragione et la fede che hanno le Signorie vostre in loro, oltre allo esserci el comune interesse et beneficio di tucta Italia. Et anchora perché quanto ^più^ la reputatione et le forze alla città saranno maggiore, di tanto più si potranno valere le Signorie loro in ogni occorrentia. Et la sua reverendissima Signoria dixe così essere la verità, concludendomi, tuctavolta, che non dubitava che le cose di cotesta Repubblica non havessino a sortire el fine desiderato et conveniente alla ragione. Et così mi licentiai dalla sua reverendissima Signoria.Appendice 2: Dispacci inediti autografi di Machiavelli (1501)
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«Esperienza» e «qualità dei tempi» nel linguaggio cancelleresco e in Machiavelli (con un’appendice di dispacci inediti di vari cancellieri e tre scritti di governo del Segretario fiorentino)EsperienzaLa «qualità de’ tempi»Considerazioni finaliAppendice 1: Dispacci di vari cancellieri (anni 1497-1503)97Domenica passata andai a visitare monsignore Aschanio, el quale si sta al giardino per pigliare aria, perché è stato molto attenuato delle forze: et maxime è impedito nelle braccia, delle quali per anchora si può pocho aiutare. La sua reverendissima Signoria mi dette gratissima audientia, et havendoli io affermato quanto le Signorie vostre facevano tucto il fondamento et capitale ad beneficio delle cose loro nella excellentia del Signore duca et nella Signoria sua, per essere questa amicitia naturalissima et durata lunghissimo tempo con la città nostra – dalla quale benivolentia se erano hinc inde veduti moltissimi fructi alla conservatione de’ comuni stati –, pregai la sua reverendissima Signoria che circa le cose nostre volessi pigliare el patrocinio delle Signorie vostre, come haveva facto et come era la fede et speranza che tucta la città haveva in epsa; extendendomi intorno a questi effecti con quelle più grate et efficaci parole che mi fu possibile. La sua Signoria reverendissima mi rispose con parole molto amorevoli et dischorrendo molto saviamente si ingegnò persuadere con molte vive ragioni che nella excellentia del duca et nella sua Signoria per alcuno accidente che fusse intervenuto mai si era spento o diminuito lo amore el quale la casa sforzescha haveva portato alla città nostra. Et benché fussino successe alcune cose le quali havessino potuto dare qualche ombra alle Signorie vostre del contrario, non erano causate da mala intentione ma dalla colpa de’ tempi et dalli travagli delle cose di Italia: perché nelli stati maximamente è necessario in servire temporibus; et che la excellentia del duca poteva rendere di sé buono conto che tucte le actioni sue erono sempre state intrinsecus coniuncte con lo amore || che ha havuto continuamente in verso le Signorie vostre: il che manifestamente si comprobava per le opere presenti cum sit che hora li tempi haveano cominciato a variare et a mutare le conditioni: onde la sua illustrissima Signoria poteva più liberamente procurare quello cognosceva appartenersi al debito della nostra mutua benivolentia, la quale meritava più presto il nome di coniunctione. Et che essendoli el duca in luogho di padre per reverentia, benché fratello secundum carnem, sua reverendissima Signoria, etiam quando fusse d’altra volontà, è necessitata seguire in ogni cosa le sue vestigie; ma circa el beneficio delle Signorie vostre et circa el favorire le cose loro cacciava per natura et non credeva che altri lo superassi per affectione; et che, rischontrandosi la buona dispositione del duca con la sua, le Signorie vostre potevano essere certissime che né per l’uno né per l’altro si mancherebbe in alcuna cosa la quale cognoscessi^no^ potere cedere a benificio della città: chiamando in testimonio delle opere sue buone – da quel tempo in qua nel quale erano cessati di quelli rispecti che havevano indocto necessità – el Papa, lo oratore di Spagna et di Napoli et alcuni altri cardinali, e’ quali potevano fare pienissima fede di quanto sua Signoria haveva procurato in satisfactione delle vostre Signorie et perché quelle ritornino in possessione delle cose loro. Et harebbe facto molto più se non fusse stata la infirmità sua, ma che si sforzerebbe ristorare el tempo passato, confortando le Signorie vostre a sperare bene, perché, da chi teneva in mano in fuora, tucti li altri la intendevano a uno modo. Et da ultimo si offerse caldissimamente alle Signorie vostre; et io non ne potrei scrivere tanto fusse a bastanza.Ringratiai la sua reverendissima Signoria el meglio che io seppi et mi sforzai lassarla bene edificata et persuasa che tucta la città havesse collocata ogni sua fede et speranza nella reverentia del duca et di sua reverendissima Signoria, rachomandando et offerendo etc. Et io sapevo, per essermi ritrovato in facto rispecto allo offitio che io tengho apresso le Signorie vostre, che quelle hanno del continuo acceptato in buona parte tucti li progressi della excellentia del duca, || né mai hanno potuto stimare che non habbi facto ogni cosa a buono fare et con singulare prudentia et maturità; et che se le loro Signorie hanno favorito et sono per favorire le cose nostre, come le Signorie vostre lo veghono per experientia, non è partito fuora della expectatione et speranza della città, perché così vuole ogni ragione et la fede che hanno le Signorie vostre in loro, oltre allo esserci el comune interesse et beneficio di tucta Italia. Et anchora perché quanto ^più^ la reputatione et le forze alla città saranno maggiore, di tanto più si potranno valere le Signorie loro in ogni occorrentia. Et la sua reverendissima Signoria dixe così essere la verità, concludendomi, tuctavolta, che non dubitava che le cose di cotesta Repubblica non havessino a sortire el fine desiderato et conveniente alla ragione. Et così mi licentiai dalla sua reverendissima Signoria.Appendice 2: Dispacci inediti autografi di Machiavelli (1501)
Il saggio – grazie ad una corposa selezione di testi inediti – svolge un confronto parallelo tra gli scritti di governo di Machiavelli e i simili dispacci di altri cancellieri, documentando in una generale lingua cancelleresca fiorentina la presenza di due elementi espressivi che caratterizzano fortemente la più tarda opera politica machiavelliana: l’uno legato al concetto di «esperienza» e l’altro connesso al tema della «qualità de’ tempi». Le correlazioni tra i due ambiti provano come il più maturo discorso politico machiavelliano sia in parte debitore verso un comune patrimonio concettuale ed espressivo pertinente alla scrittura dei dispacci tra il 1494 e il primo ’500. Tuttavia, l’uso particolare che Machiavelli fa di certe espressioni generali nei suoi scritti di governo spiega anche come nel laboratorio di cancelleria egli riuscisse a mettere in atto una sorta di sperimentazione delle formule tipiche di un comune linguaggio cancelleresco, rinnovandole a fondo nel loro utilizzo.
S’appuyant sur un important corpus de textes inédits, l’auteur confronte les écrits de gouvernement de Machiavel à la correspondance des autres fonctionnaires de chancellerie. Il met ainsi en évidence, dans la langue de la chancellerie florentine, la présence de deux éléments linguistiques qui caractérisent fortement les écrits machiavéliens plus tardifs : l’un est lié au concept d’« expérience », l’autre au thème de la « qualité des temps ». Les corrélations établies entre les lettres de Machiavel et celles des autres secrétaires prouvent que le discours politique machiavélien le plus abouti est en partie débiteur d’un patrimoine conceptuel et linguistique commun, celui des écrits de chancellerie compris entre 1494 et les premières années du xvie siècle. Toutefois, l’usage particulier que fait Machiavel de certaines expressions générales dans ses écrits de gouvernement explique aussi comment, dans le laboratoire de la chancellerie, il a réussi, en les employant de façon entièrement nouvelle, à mettre en pratique une espèce d’expérimentation des formules typiques de la langue commune de la chancellerie.
97 Nella trascrizione dei documenti sono stati utilizzati i seguenti segni diacritici: [ ] cancellatur (...)
1 N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, (Edizione nazionale delle opere, vol. V (...)
2 Lettera di Machiavelli all’oratore fiorentino Francesco Vettori a Roma il 10 dicembre 1513, in N. M (...)
3 F. Chiappelli, Nuovi studi sul linguaggio del Machiavelli, Firenze, Le Monnier, 1969.
4 Si segnalano soprattutto E. Cutinelli-Rèndina, Osservazioni e appunti sulla corrispondenza amminist (...)
5 Già giudicata necessaria da F. Chiappelli, Nuovi studi, cit., pp. vi-vii, 12-13 e 51, e nuovamente (...)
6 J.-L. Fournel, Temps de l’histoire et temps de l’écriture, cit., p. 77 e n. 6.
1Grazie soprattutto alla nuova impresa editoriale dell’Edizione nazionale delle opere di Niccolò Machiavelli, che sta lentamente colmando la lacuna tuttora esistente nella pubblicazione dei suoi scritti di governo1, di recente alcuni studi sono stati in grado di spiegare meglio, in alcune sue componenti, in che cosa consistesse esattamente quella famosa esperienza dell’«arte dello stato» – rivendicata dall’autore in una sua nota lettera a Francesco Vettori2 – che tanta parte ebbe nella formazione del pensiero del Segretario fiorentino e nella costruzione di un suo nuovo e personale linguaggio della politica. I suoi scritti di governo, infatti, che di quell’esperienza sono il documento, non solo numericamente, più rilevante, dopo una prima pionieristica indagine di Fredi Chiappelli3, negli ultimi anni sono stati oggetto di nuove ed attente analisi in grado di rivelarne molti dettagli ed aspetti inediti4. Gli studiosi che se ne sono occupati, tuttavia, hanno segnalato anche la necessità di avviare un confronto sistematico tra la scrittura machiavelliana e quella degli altri cancellieri5. Proprio quest’invito prova a raccogliere questo lavoro, con un primo sondaggio effettuato su alcune lettere di governo inedite redatte dalla mano di vari ufficiali di palazzo che hanno preceduto o affiancato il Segretario fiorentino. Uno studio più ampio ed esaustivo, d’altronde, come ha spiegato Jean-Louis Fournel, data l’enorme quantità di documenti da prendere in esame e da trascrivere, si profila come assai lungo e complesso6. Nella speranza di poter sviluppare in futuro un più esteso lavoro sull’intera produzione cancelleresca di quegli anni, è stato perciò necessario limitare per ora questa ricognizione a due soli elementi, sebbene molto utili, in prospettiva, per comprendere l’influenza della scrittura di cancelleria su certi aspetti peculiari del pensiero e della lingua machiavelliana: il motivo del ricorso all’esperienza e il concetto di crisi associato al vocabolo «tempi» e alle espressioni che si formano attorno ad esso.
7 J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, La politique de l’expérience. Savonarole, Guicciardini et le répub (...)
8 F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze al tempo di Savonarola e Soderini, in Machiavelli e il suo (...)
9 Ibid., pp. 92-94. Nei dispacci di Cancelleria non mancano certo le citazioni dalla storia antica, m (...)
10 J.-L. Fournel, Temps de l’histoire et temps de l’écriture, cit., pp. 81-82.
11 R. A. de Maulde La Clavière, La diplomatie au temps de Machiavel, voll. 3, Parigi, E. Leroux, 1892- (...)
2Uno dei temi più rilevanti e diffusi nell’intero corpo politico fiorentino era certamente quello dell’esperienza7. Già Felix Gilbert spiegò, ad esempio, come il ricorso a questo elemento sia uno dei topoi più presenti nei verbali delle consulte e pratiche, e chiarì come esso trovasse le sue radici in una tradizione culturale ereditata dai due secoli precedenti8. Anche nei dispacci di cancelleria il tema dell’esperienza compare più volte: qui rappresenta anzi la testimonianza primaria di un’inclinazione mentale, una sorta di impostazione generale del pensiero, che di volta in volta si manifesta di fronte agli affari di varia natura che i membri delle magistrature e i cancellieri erano tenuti a sbrigare, attraverso le disposizioni impartite agli ufficiali della Repubblica nel dominio. In effetti, la risorsa principale rispetto alla risoluzione delle varie problematiche in questi documenti appare essere insita soprattutto nel concetto della verifica delle cose mediante l’«esperienza»: quest’elemento, quindi, qui appare di fatto l’unico in grado di garantire all’amministratore e all’uomo politico un criterio di interpretazione affidabile degli avvenimenti e delle cose. Nei dispacci però il concetto di esperienza non si fonda sull’idea della stratificazione, cioè del semplice accumulo delle vicende umane nel tempo. Non pare verificarsi, ad esempio, quell’ampio fenomeno delle citazioni dalla storia romana, in forma spesso vaga, e non di rado decontestualizzata, tipico delle consulte e pratiche (dove a volte il concetto, più che nell’idea della verifica dei fatti con l’esperienza, si dissolveva soprattutto in quel principio di «autorità» che circondava la storia antica e, in generale, un vagheggiato glorioso passato della città)9. Nelle missive cancelleresche, la presenza di questa esigenza di verifica è piuttosto una prova della necessità, per Machiavelli e per gli altri cancellieri, di «sperimentare» gli effetti delle cose e degli avvenimenti nel presente10. La natura stessa della scrittura dei dispacci, e soprattutto dei dispacci amministrativi11, data la loro qualità di inesauribile contenitore di situazioni concrete da risolvere e da intepretare, tendeva verso questa formulazione dell’idea di «esperienza». Il disbrigo quotidiano delle piccole pratiche metteva poi il cancelliere di fronte alla necessità di operare spesso scelte pragmatiche e realistiche.
12 Parole di Piero Guicciardini pronunciate nella consulta del 5 febbraio 1496, in Consulte e pratiche (...)
13 Si cita da un brano utilizzato da C. Pincin, Osservazioni sul modo di procedere di Machiavelli nei (...)
14 Piero di Marco Parenti, Storia fiorentina, vol. I, a cura di A. Matucci, Firenze, Olschki, 1994, p. (...)
15 In questo senso si leggano ora le belle pagine di J.-L. Fournel, Les formes du présent dans les gue (...)
16 Si vedano F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze, cit., p. 92 e la precedente citazione da Piero d (...)
3Nei verbali delle consulte e pratiche, l’esperienza appare soprattutto come un elemento di immobilità, stratificato, derivante cioè da un accumulo di fatti e vicende nella storia: e quindi il concetto è più che altro il risultato di una somma di avvenimenti o di episodi, pubblici o privati che siano (gli oratori potevano perciò parlare di loro stessi nelle pratiche definendo quantitativamente la propria esperienza personale: «non me ne so risolvere così presto per la poca experienza»)12; e di fatto l’esperienza assume l’aspetto di una zavorra che impedisce il progresso della riflessione ed inibisce (oppure rallenta) l’azione. Così accadeva d’altronde anche nelle opere della maggior parte degli umanisti, in cui l’esperienza è appunto strettamente legata al concetto di accumulazione degli esempi storici (come spiega Bartolomeo della Fonte: «E poiché dicono i savi che l’esperienza di molte cose faccia prudenza, chi legge la storia supera facilmente i suoi maggiori»)13, e in cui dunque il concetto viene storicizzato alla luce del passato, anziché divenire strumento di verifica delle cose nella realtà e metodo di analisi del presente. In modo parzialmente diverso, ma quasi sempre retorico e generico, d’altronde, viene trattato il tema nei testi storici in lingua volgare della fine del Quattrocento, come ad esempio nella Storia di Piero Parenti, dove il concetto appare assai simile a quello desunto dai verbali delle consulte: «la esperienza etiam, maestra delle cose […]»14 Nei dispacci di cancelleria, l’esperienza è invece calata soprattutto in una dimensione concettuale in movimento e in continuo divenire: ne scaturisce appunto un concetto fondato sul rapporto con il presente invece che con il passato15. L’«esperienza» trova perciò una sua forma di espressione nella relazione diretta col contesto delle cose della politica, dell’amministrazione e della vita quotidiana, anziché rimanere una citazione astratta. Tutto ciò porta ad una formulazione concettuale che in molti casi non ha nulla a che fare con l’accezione di autorità prestabilita (non è l’esperienza come «maestra delle cose», «maxima est magistra», come nelle pratiche)16, ma che scaturisce appunto dalla necessità di verificare tutte le vicende umane – comprese quelle di minore importanza – attraverso una pragmatica e costante ricerca della verità nascosta. Nella scrittura dei dispacci, dunque, l’esperienza è indissolubilmente legata al concetto di «provare», di «verificare», di «esaminare», di «intendere», e di ottenere quindi un «vero conoscimento» delle cose.
4Si possono osservare i vari modi in cui questo concetto di «esperienza» compare nei dispacci di cancelleria sin dagli anni precedenti all’arrivo di Machiavelli in ufficio. A questo proposito, in un dispaccio diretto a Girolamo de’ Pilli del 17 dicembre 1497 si trova una frase emblematica:
17 ASF, Dieci di Balìa, Missive, 58, c. 22r-v. In Appendice 1.3.
E quando il marchese Gabrielo volessi mutare natura […] il che poco si crede, sarebbe da volere intendere l’animo suo, pur che il prestare orechi si facessi in modo che non si perdessi della publica dignità, se li suoi motivi fussino per ingannare; e che non si desistessi un minimo punto dalla solita buona guardia per speranza grande che e’ dessi insino a tanto che non si venissi alli effetti: perché, quando pure la necessità e la esperienzia li avessi renduto qualche parte di vero conoscimento, questa Repubblica, che sempre fu generosa, molto più ha piacere di perdonare alli umili che di vedere la disfatione di chi ha errato.17
18 Si veda sopra n. 16.
5L’esperienza qui è un concetto indissolubilmente legato al confronto con la realtà, con le cose, e immerso in un tempo breve e recente; insomma, in un tempo presente: è un concetto che si forma sull’idea che la verità («il vero conoscimento») si può ottenere solo alla prova dei fatti. Allo stesso tempo l’esperienza non è un’entità assoluta e perfetta (come si osserva nel contesto delle pratiche: «maxima est magistra»)18, ma uno strumento di interpretazione, un elemento che può appunto «rendere» il «vero conoscimento». Il concetto ritorna e si chiarisce in un passo di un altro dispaccio destinato a ser Francesco Guidotti del 21 maggio 1498, la cui redazione è anche in questo caso anteriore all’arrivo di Machiavelli in cancelleria:
19 ASF, Dieci di Balìa, Missive, 58, c. 125r. In Appendice 1.6.
[…] farete intendere per tutti cotesti luoghi nostri che non dubitino di nulla. Stieno pure a buona guardia, tanto che sieno comparse le nuove genti, che di già abbiamo rifatte. E proverranno per esperienzia che noi non siamo per mancare mai d’alcuna provisione per difesa delle cose nostre e offesa delli inimici […].19
20 J.-L. Fournel, Temps de l’histoire et temps de l’écriture, cit., pp. 81-82.
6L’espressione «proverranno per esperienzia» è sintomatica di un modo di intendere la realtà, secondo i termini delineati poc’anzi. L’uso di una simile espressione era infatti legato ad una precisa funzione dell’esperienza (in quanto «prova», «riscontro con i fatti») in politica e nelle questioni militari. Ancora una volta il concetto è quello di una verifica sul campo, e non è un richiamo a un vago serbatoio di esperienze preesistenti e stratificate, citate astrattamente tramite richiami decontestualizzati: si tratta piuttosto di verificare la reale efficacia di un provvedimento attraverso la prova dei fatti, cioè mediante l’esperienza delle cose20.
7L’esperienza non è un concetto fisso ed immobile determinato dalla storia, ma è un criterio di riscontro delle azioni umane nel tempo presente. Nei dispacci di cancelleria, l’esperienza si delinea dunque come l’unico strumento di valutazione dell’agire politico.
8Non mancano esempi di questo genere anche in dispacci successivi redatti dai colleghi di Machiavelli negli anni in cui egli era segretario. Ad esempio, il 16 agosto 1503 un cancelliere scriveva all’ufficiale fiorentino Stoldo de’ Bardi:
21 ASF, Dieci di Balìa, Missive, 75, c. 129v. In Appendice 1.11.
Questa mattina ricevemo una tua de’ 15: e se noi credessimo che il ricordare, confortare e gravare cotesto Capitano e le sue genti a levarsi di cotesto luogo e andare avante, o dubitassino che fino ad ora fussi mancato per te, noi lo faremo ancora per questo, ma perché la esperienza ci ha monstro che ogni diligenzia che se ne fa è invano, noi te ne scriverremo caldamente come abbiamo fatto fin qui più volte.21
9Anche in questo caso, come si vede, l’esperienza è un concetto chiave per l’interpretazione degli avvenimenti e per la conseguente scelta delle deliberazioni da adottare. Si sceglievano i provvedimenti solo sulla base di questo criterio di assoluto realismo. L’agire del «buon» amministratore ancora una volta è condizionato dalla prova dei fatti, che è spesso nuova per i diversi singoli casi che affronta: non si tratta perciò solo di una stratificazione di «esperienze», ma anche della verifica di ogni singola vicenda nel proprio contesto specifico.
10Dalla necessità di «prova» che questo concetto di esperienza porta con sé nasceva anche la costante preoccupazione dei cancellieri e del magistrato dei Dieci di suggerire agli ufficiali e ai commissari di «esaminare», «osservare», «indagare» e «intendere bene» ogni evento e ogni dettaglio delle cose con attenzione e cura. Ad esempio, in un dispaccio dell’11 giugno 1498, i Dieci scrivevano al commissario generale Pier Francesco de’ Medici:
22 ASF, Dieci di Balìa, Missive, 59, c. 10r. In Appendice 1.8.
[…] commettemo subito in campo al nostro commissario che [...] deputassino uno discreto e pratico che osservassi diligentemente detto Dionisio, e un altro che facessi il simile effetto apresso il signore Ottaviano di Faenza: e osservassino bene li andamenti di ciascuno di loro, e in tal modo che loro non se ne accorghino; e di tutto dipoi particularmente ci dessino notizia. E noi ritraendo cosa alcuna di momento e con qualche fondamento procedereno più oltre, secondo ci parrà conveniente. E tu interim starai vigilantissimo per intendere circa a tale materia quello ci sarà possibile e ce ne darai notizia.22
11Il successivo 11 luglio, cioè poco dopo l’entrata in funzione di Machiavelli a palazzo, un altro cancelliere scriveva un dispaccio a Niccolò Rucellai per conto degli stessi Dieci, calcando anch’egli l’accento sulla necessità di «esaminare», dell’«avere chiarezza», del «trovare la verità», ecc.:
23 Ibid., c. 48v. In Appendice 1.9.
[…] voliamo con prudenzia esamini prima e’ padroni e poi e’ marinai, e separatamente l’uno dall’antro. E quando re vera truovi che portassino el grano in Pisa li tratterai, quanto alla roba, in tutto e per tutto come inimici. Ma in questa parte bisogna non si ingannare; e se altri come di sopra gli ha a trattare come inimici, bisogna avere tal chiareza che andassino in Pisa, che apresso ciascuno si possi molto bene giustificare, etc.23
12Le numerose istruzioni date agli ufficiali della Repubblica dai Dieci, tese a suggerire di indagare in profondità in tutte le cose, e le altrettanto ampie citazioni del tema dell’esperienza (quasi sempre inteso appunto nel senso di «prova» rispetto ad un tempo presente e non di «stratificazione» di prove nella storia) erano insomma strettamente connesse. Il concetto del «provare con l’esperienza» infatti ha come suo presupposto fondamentale la minuziosa verifica di ogni dettaglio delle cose (secondo il canone dell’«intendere bene»). Solo questa lezione, d’altronde, può permettere all’autorità amministrativa e politica «prudente» di scegliere i provvedimenti da adottare e da suggerire agli ufficiali del dominio.
13Su questo sostrato di realismo elementare in cancelleria si costruisce il pensiero di Machiavelli: i frequenti richiami all’elemento dell’«esperienza» nei suoi scritti di governo seguono infatti le medesime modalità finora delineate per i dispacci degli altri funzionari di palazzo. Gli esempi sono anche in questo caso numerosi. Il 5 febbraio 1499, Machiavelli scriveva per conto dei Dieci a Iacopo Ciacchi a Livorno:
24 N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, t. I, cit., p. 211.
Ancora che noi approviano le cagioni che ti hanno fatto andare adagio a disaminare coloro hai nelle mani per lo avviso aùto dal Gangalandi e da noi, tamen, considerato per la fresca esperienza di Bibbiena quanto lo avere misericordia sia in simili casi pernizioso, ci pare che sia più laudabile cosa peccare nella troppa diligenzia che, faccendo altrimenti, incorrere in qualche irrecuperabile danno.24
25 Sono tratti che caratterizzeranno poi la lingua del Principe di Machiavelli, come hanno spiegato J. (...)
14Come si vede, anche in questo caso, la «fresca esperienza» di Bibbiena, cioè la perdita della città durante l’offensiva veneta nel Casentino, aveva suggerito al cancelliere e al magistrato quale fosse la linea da adottare «in simili casi»: anche qui la prova dei fatti, l’«esperienza», aveva dunque generato la regola politica («lo avere misericordia [è] in simili casi pernizioso») e aveva spinto ad adottare certi provvedimenti e a suggerire certe disposizioni, in modo simile a quanto accadeva nei dispacci redatti da altri cancellieri. E negli scritti di governo di Machiavelli, come in quelli dei suoi colleghi, l’esperienza si qualificava come il criterio principale di interpretazione della realtà politica e in generale del presente; cioè la regola scaturisce solo dal confronto con ogni specifica circostanza, non è svincolata dalla contingenza di ogni autonoma congiuntura25.
15In un altro dispaccio dei Dieci inviato a Giampaolo Baglioni il 10 giugno 1505, si nota ancora come, rispetto alla sua concezione tradizionale, orientata verso la storia passata, l’esperienza in questa corrispondenza amministrativa scaturisse dal continuo riscontro con la realtà, e fosse rivolta verso il «nuovo» invece che verso il passato:
26 N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, t. IV, cit., p. 500.
E’ ci è suto gratissimo che la Magnificenzia vostra [...] abbi conosciuto che le relazione sutele fatte delli ordini nostri in suo preiudizio sieno false. E perché el vero sta poco nascoso, vedrà per esperienza che tutto quello che le fussi per lo avvenire monstro che si operassi per noi in danno di cotesto stato non arà bisogno né di sua querela né di nostra escusa, perché per sé medesimo la verità si scoprirrà subito e conoscerassi per nuove esperienze, quando la memoria delle passate fussi spenta, che noi siamo mantenitori delli stati e non turbatori.26
27 Il carattere sperimentale e pragmatico dell’analisi politica machiavelliana era d’altronde già stat (...)
16Come si vede, il concetto è ancora una volta orientato verso una dimensione presente, verso l’attualità, ed è uno strumento di conoscenza del «vero», della realtà rimasta «nascosta». La medesima impostazione di pensiero sta alla base anche del metodo di indagine della realtà che contraddistingue le grandi opere di Machiavelli27. In esse, infatti, il Segretario fiorentino avrebbe dato un’inedita sistemazione teorica ad un metodo basato sulla verifica dell’azione politica attraverso l’esperienza. Ma, come si è visto, fu il lavoro sui dispacci di cancelleria a metterlo più ampiamente a confronto con una pratica scrittoria che appunto dell’«esperienza» e dei connessi temi dell’«indagare», del «verificare», del «provare» e via dicendo, fece un vero e proprio sistema di analisi: un realismo politico elementare applicato alla storia contemporanea nel suo stesso divenire attraverso la scrittura diplomatica ed amministrativa. Il lavoro concettuale e la scrittura dei dispacci di cancelleria si rivela, dunque, come una delle componenti più rilevanti della formazione politica machiavelliana e alla base dello stesso metodo di analisi che caratterizza le sue opere della maturità.
28 Per questo aspetto della scrittura machiavelliana, si veda F. Chiappelli, Nuovi studi, cit., pp. 15 (...)
29 J.-J. Marchand, Componenti formali del discorso politico nella storiografia toscana minore del prim (...)
30 J.-L. Fournel, Retorica della guerra, retorica dell’emergenza nella Firenze repubblicana, «Giornale (...)
17Molti altri elementi alla base del metodo di analisi e del pensiero di Machiavelli, come il ricorso a «princìpi generali» e, in particolare, il riferimento alla «qualità de’ tempi»28, erano in qualche modo connessi ai temi e al linguaggio utilizzato nei dispacci di cancelleria, oltre che diffusi nell’intero contesto politico fiorentino29. Fournel in particolare ha sottolineato la questione della presenza dell’elemento della «qualità de’ tempi» nella retorica politica della fine del Quattrocento a Firenze, rilevando come in primo luogo Girolamo Savonarola ne facesse «un dato che impegna e condiziona chi parla o scrive»30. Si può osservare un riferimento alla condizione dei «tempi» risalente proprio all’epoca del governo «fratesco», in una lettera da Roma scritta da un cancelliere filosavonaroliano come Alessandro Braccesi, che ricorda molto certe simili, e di poco più tarde, argomentazioni machiavelliane. Riferendo il giudizio di monsignor Ascanio – un personaggio con cui, poco più tardi, avrebbe avuto a che fare lungamente anche Machiavelli –, Braccesi scriveva:
31 ASF, Dieci di Balìa, Responsive, 56, cc. 22r-23v. In Appendice 1.1.
E benché fussino successe alcune cose, le quali avessino potuto dare qualche ombra alle Signorie vostre del contrario, non erano causate da mala intenzione, ma dalla colpa de’ tempi e dalli travagli delle cose di Italia: perché nelli stati massimamente è necessario in servire temporibus [...] cum sit che ora li tempi aveano cominciato a variare e a mutare le condizioni […].31
32 J.-L. Fournel, Retorica della guerra, cit., p. 398.
33 F. Chiappelli, Nuovi studi, cit., p. 156, ha identificato questo come un motivo tipico del primo Ma (...)
34 Ibid., pp. 50-51 e 155 sgg. Anche D. Fachard, Tra cronaca e storia, in Cultura e scrittura di Machi (...)
35 ASF, Dieci di Balìa, Missive, 75, c. 105v. In Appendice 1.10.
18La cognizione di vivere in un’epoca particolare, in un momento di crisi, e di muoversi in una stagione di mutamenti improvvisi, con l’impellente necessità di trovare continui rimedi e aggiustamenti, era condizione condivisa da tutta una generazione, e nella cancelleria fiorentina, in particolare, si era inevitabilmente posti a confronto con questa nuova realtà. Bisognava reagire alle nuove esigenze della guerra, come ha spiegato Fournel, con parole «rapide» ed «efficaci»: un’esigenza già presente appunto negli scritti di Savonarola32, ma che era altrettanto sentita nel contesto di cancelleria, dove si era esposti continuamente al confronto con la realtà politica e militare del tempo. Il ricorso a questa massima era infatti sovente «ordinata ad una concezione politica»33, tanto nel segretario Machiavelli, quanto in altri funzionari, sin dagli anni precedenti il suo arrivo a palazzo, anche se poi in lui poteva assumere toni caratteristici e peculiari. Se gli studi di Chiappelli hanno spiegato come nei dispacci machiavelliani si possano notare una maggiore pertinenza al contesto e una particolare incisività, in questo genere di riflessioni34, è vero infatti che tali considerazioni, in ogni caso, erano piuttosto diffuse. Ad esempio, in un dispaccio diretto ad Antonio da Filicaia – uno degli ufficiali fiorentini nel dominio – Agostino Vespucci, coadiutore in cancelleria e amico di Machiavelli, scriveva: «non occorre responderti a queste tue di ieri [...] conforterenti solo di nuovo, non ostante queste speranze nostre, a stare vigilanti come meritono questi tempi»35. È evidente come Vespucci ritenesse necessaria una cura particolare per contrastare la continua minaccia degli eserciti nemici sul territorio fiorentino. Il riferimento ai «tempi», infatti, lascia pensare ad un’accezione piuttosto ampia del concetto e niente affatto, o quantomeno non solo strettamente circoscritta ad una specifica circostanza.
36 Ibid., 59, c. 2r. In Appendice 1.7.
37 Ibid., 58, c. 22r-v. In Appendice 1.3.
38 Ibid., 58, cc. 28v-29r. In Appendice 1.4.
19Come si diceva, questo tipo di espressioni legate all’utilizzo del vocabolo «tempi» erano però diffuse in cancelleria sin da prima che Machiavelli iniziasse il suo lavoro in quelle stanze, e, oltre che nei dispacci diplomatici di Braccesi, si trova traccia di questa presenza anche nelle lettere inviate a quel tempo agli ufficiali fiorentini nel dominio. In un dispaccio del 6 giugno 1498 – pochi giorni prima dell’assunzione del Segretario fiorentino – si può trovare ad esempio il motivo della «qualità de’ tempi»: «Le condizioni de’ tempi che corrono ammoniscono che si debbi stare in modo preparato di ogni cosa che subito si possa fare provisione secondo li accidenti adivenissino»36. L’idea che i fatti seguìti al 1494 avessero causato nuove esigenze di difesa dall’esterno, e che quello era stato un momento di rottura e di crisi, è chiaramente espressa in questa lettera. Gli esempi anteriori all’ingresso di Machiavelli in ufficio sono numerosi. Se ne osserva un altro in un dispaccio diretto a Girolamo de’ Pilli del 17 dicembre 1497: «Circa le pratiche quali tu hai alle mani [...] darai aviso perché la varietà de’ tempi e delle qualità delle materie fanno variare le deliberazioni e è bene stare in sulle pratiche; ma sopratutto bisogna guardare le cose nostre»37. Il 23 di quello stesso mese si tornava ad usare la medesima emblematica espressione, con piena aderenza alle formule tanto usate, pochi mesi più tardi, anche dal Segretario fiorentino. La lettera era indirizzata a Niccolò de’ Quaratesi, un altro degli ufficiali della Repubblica nel dominio: «Procederai in questa materia con ogni debita sincerità, perché, se il nostro avessi pure errato, ogni iustizia e qualità di tempi ricerca che ad altri non si dia causa di innovare […]»38 Ancora un altro caso in cui ricorrevano espressioni simili, dall’affine significato concettuale, è poi in una patente del 4 maggio 1498 per Giovanni di Antonio Dini, uno dei camerlenghi preposti alla raccolta delle imposte per conto degli ufficiali dell’Abbondanza:
39 Ibid., 58, cc. 114v-115r. In Appendice 1.5.
[…] Giovanni di Antonio Dini […] ci riferisce avere difficultà a risquotere da e’ privati e etiam comuni di dette podesterie quello di che sono debitori; e per consequens non potere pagare le spese estraordinarie occorrono in questa condizione di tempi […] v’imponiamo che a ogni sua richiesta voi constrignate ciascuno che è vero debitore e può pagare a satisfare a detto camarlingo a cagione possi pagare le spese occorrano, le quali per la condizione de’ tempi che corrono sono assai.39
40 Ibid., 57, c. 2r-v. In Appendice 1.2.
41 Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1498-1505, vol. I, a cura di D. Fachard, Ginevra, L (...)
42 Ibid., vol. II, p. 869.
43 Ibid., p. 988.
20La cognizione di questa «qualità de’ tempi» aveva riflessi anche sul trattamento riservato ai sudditi, e, si aggiunge, sin dall’epoca in cui la fazione savonaroliana governava Firenze, come si comprende da un dispaccio del 4 dicembre 1497: «noi conosciamo che la qualità de’ tempi ricerca che li sudditi si debbino maneggiare con destreza»40. Tali segnali, d’altronde, erano appunto la spia di un sentire comune, che inglobava tutto il ceto dirigente fiorentino, e che sovente si manifestava anche nelle riunioni delle pratiche: lo si vede ad esempio dal verbale di una riunione del 3 marzo 1498, durante la quale il cancelliere addetto alla trascrizione dell’apertura dei lavori da parte del gonfaloniere sintetizzava il suo intervento facendo ricorso ad un’espressione affine a quelle già osservate: «atteso le difficultà de’ tempi»41. La stessa cosa si ripeteva quando a parlare pochi anni più tardi era Pier Soderini il 2 gennaio 1503 («questi presenti tempi»)42. E ancora Giovan Battista Ridolfi (che, si noti, non a caso parlava in rappresentanza dell’ufficio dei Dieci), nella discussione del 10 gennaio 1504 usava l’espressione «conditione de’ tempi presenti»43 per riferirsi alle guerre in corso in Italia.
44 Nelle pratiche, in ogni caso, anche quando utililizzavano un lessico differente, erano comunque spe (...)
46 Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1505-1512, a cura di D. Fachard, Ginevra, Librairie (...)
47 Consulte e pratiche…1495-1497, cit., p. 436.
48 Il rapporto tra oralità e scrittura nel discorso delle consulte e pratiche della repubblica fiorent (...)
21Si deve tuttavia notare che non casualmente uno degli appartenenti al magistrato dei Dieci usava quell’espressione «tempi presenti» per definire la condizione dell’Italia contemporanea44, e analogamente il resoconto della presentazione del gonfaloniere faceva anch’esso ricorso a un modo di dire molto simile: in effetti, in cancelleria, e soprattutto nella segreteria dei Dieci, per esprimere questo concetto si era consolidata questa figurazione. Sebbene non sia del tutto da escludere, a questo proposito, che alcune di queste espressioni fossero il risultato diretto dell’intervento del cancelliere addetto alla redazione del verbale della seduta, c’è comunque una buona probabilità che almeno alcune di esse fossero state realmente pronunciate dagli oratori. Se nel lessico utilizzato nelle pratiche, infatti, le espressioni legate alla parola «tempi» erano in generale utilizzate, piuttosto spesso nei resoconti scritti gli si preferivano altre diverse formule, dal simile significato, costruite su altri vocaboli: lo si capisce dall’intervento di Iacopo Venturi, che usava appunto il differente motivo delle «conditioni vanno atorno per l’Italia»45; da quello di Bernardo Rucellai del 7 febbraio 1498, che spiegò come «le cose di Italia restino in travaglio», utilizzando appunto una differente espressione; e infine dalle parole di Bernardo Nasi, il quale, intervenendo nella discussione relativa alla scelta di un comandante per la milizia nella pratica del 20 maggio 1506, faceva ricorso all’immagine già adoperata dal precedente oratore («per stare le cose d’Italia come le stanno»); imitato, tra l’altro, da Piero Guicciardini, che utilizzava anch’egli lo stesso lessico («sendo le cose in Italia e fuori come le sono»)46. E anche quando la citazione delle formule in connessione al vocabolo «tempi» era esplicita (si vedano ad esempio le parole di Guidantonio Vespucci del 7 marzo 1497 «le conditioni de’ tempi si mutano spesso, e tal cosa hora si consulta in uno modo che, mutandosi le cose in altro modo […]»)47, quell’espressione, come nel caso citato, era seguita da un’altra espressione di diversa composizione ma di identica natura. La maggiore ampiezza espressiva a cui si faceva ricorso nelle pratiche per definire il concetto di crisi del presente, come testimonia il più vasto utilizzo di altri modi di dire rispetto alla lingua dei dispacci, dimostra, insomma, quanto il resoconto dato dal cancelliere dovesse, almeno in qualche misura, restituire la varietà espressiva dei discorsi pronunciati dai diversi oratori, e al contempo prova come il linguaggio usato in queste assemblee fosse appunto, almeno in parte, diverso da quello impiegato per la corrispondenza cancelleresca. Lo stesso rapporto tra discorso orale originario e relazione scritta rendeva comunque differente questa pratica scrittoria cancelleresca da quella relativa alla redazione dei dispacci48.
49 Ad esempio, nei dispacci pubblicati nel terzo tomo delle Legazioni. Commissarie. Scritti di governo(...)
50 In un campione di dispacci redatti dai suoi colleghi cancellieri (che comprende altre missive, comp (...)
51 Si veda sopra pp. precc. e n. 41.
52 Sempre a causa di quella sorta di miscela, tra la lingua cancelleresca e quella usata dagli oratori (...)
53 Si veda sopra pp. precc. e n. 42.
54 Le tematiche toccate nella Pratica del 4 gennaio 1503, di cui si parla, sono le stesse esaminate ne (...)
55 Si veda sopra pp. precc. e n. 44.
22Nella scrittura diplomatica e dei dispacci amministrativi di cancelleria v’era appunto un utilizzo molto più esteso e maggioritario delle espressioni costruite con il vocabolo «tempi», mentre quelle composte con figurazioni differenti erano minoritarie. Machiavelli, in effetti, ne faceva un uso frequentissimo49. Si è visto poi come le espressioni formate sulla parola «tempi» fossero molto presenti negli scritti di governo di altri cancellieri, almeno a partire dall’epoca di governo savonaroliana50. Oltre tutto, nei citati casi in cui, nelle pratiche, compare il motivo dei «tempi presenti», sembra di scorgere una diretta influenza, più o meno evidente, proprio del contesto linguistico specificamente cancelleresco legato alla redazione dei dispacci: il riferimento all’immagine della «difficultà de’ tempi», nella citata riunione del 3 marzo 149851, potrebbe ad esempio essere uno di quei casi in cui la sintesi del cancelliere prevale sul discorso del gonfaloniere, piuttosto che provenire dalle sue originarie parole52; ancor di più, la seconda citazione con il discorso del gonfaloniere perpetuo Pier Soderini del 150353 propone tematiche che lasciano pensare direttamente ad una possibile influenza del Machiavelli cancelliere nella preparazione del suo intervento54; e, infine, nel terzo caso citato, l’oratore Ridolfi parlava a nome di quell’ufficio dei Dieci, per conto del quale avveniva direttamente la redazione dei dispacci diplomatici e amministrativi di cancelleria55.
56 Su questo elemento si deve tuttavia precisare che sarebbero necessari ulteriori studi per avere con (...)
57 Si veda sopra nn. 49 e 50.
58 T. Matarrese, Saggio di Koinè cancelleresca ferrarese, in Koinè in Italia. Dalle origini al Cinquec (...)
59 Come ha spiegato bene D. Fachard, Nota introduttiva a Consulte e pratiche della Repubblica fiorenti (...)
60 Non a caso, nei Discorsi il vocabolo «tempi» compare 176 volte.
23Il riferirsi alla condizione dell’epoca soprattutto con il vocabolo «tempi» e le figurazioni ad esso associate, era insomma una costante dei dispacci di cancelleria (e soprattutto dei dispacci amministrativi, meno ampi sotto il profilo retorico di quelli diplomatici e più sintetici ed efficaci)56 e quelle espressioni compaiono in una misura maggiore, in percentuale, rispetto all’uso che se ne faceva nel corso delle pratiche, o durante la redazione dei rendiconti di quelle assemblee57. L’impressione che se ne ricava, dunque, è che questo tipo di frase fosse preferita dai cancellieri redattori dei dispacci. Far ricorso a proverbi, sentenze e locuzioni «sintagmatiche» era una prassi cancelleresca, non solo fiorentina58. Nel corso delle pratiche, e nella rielaborazione del verbale da parte del cancelliere, si utilizzavano molti altri modi di dire ed espressioni proverbiali59, e, nello specifico, per richiamare il concetto della condizione di crisi dei «tempi presenti» si usava un vasto campionario di figurazioni, e comunque una varietà di espressioni – tra cui il rimando alle «cose d’Italia» – in misura più ampia sul piano percentuale: si ricorreva spesso, in particolare, a un modo di dire contenuto in uno schema di espozione retorico e indefinito, parte del quale era proprio di una certa tradizione politica oratoria formale, che non poteva rispondere alle esigenze del pensiero machiavelliano tutto proteso verso un criterio di assoluta efficienza pratica. Nei Discorsi di Machiavelli, ad esempio, l’espressione le «cose d’Italia» compare raramente, e lo stesso termine «Italia», nella maggior parte delle figurazioni ad esso connesse, è poco usato per costruire temi tesi ad indicare la condizione di crisi generale dell’epoca. Il vocabolo «tempi», invece, in quell’opera è utilizzato per tutti i riferimenti alla storia politica contemporanea (es. «tempi nostri», «nostri tempi», «presenti tempi», ecc.)60.
61 Si veda quanto detto a proposito dei risultati degli studi sul funzionamento delle pratiche da J.-M (...)
62 S. Telve, Testualità e sintassi, cit., pp. 286 e 307-309. Su questi argomenti è tornato ancora J.-M (...)
63 Sebbene i membri dei Dieci ruotassero spesso, questi restavano comunque una minoranza all’interno d (...)
64 F. Bausi, Machiavelli nelle Consulte e Pratiche, cit., pp. 106-107 e 111-112.
24Se anche l’intervento del cancelliere, insomma, prima nel «piglio sbrigativo» con cui inizialmente si trascrivevano e poi nella revisione dei verbali, rielaborava in parte gli interventi degli oratori nelle consulte, è il caso di ribadire, comunque, che la varietà delle espressioni utilizzate per riferirsi al concetto – maggiore e in ogni caso parzialmente diversa, appunto, rispetto a quella usata nei dispacci di cancelleria – doveva evidentemente restituire almeno in parte le parole realmente pronunciate61; e, in ogni caso, v’era poi in questa sede una diversa elaborazione formale del discorso. Il carattere cancelleresco dei verbali delle consulte è infatti riscontrabile soprattutto a livello sintattico, in modo sostanzialmente omogeneo (ad esempio, nella natura compendiata dell’esposizione, nella struttura gerarchica delle informazioni, o nei clichés linguistici burocratici nella composizione del periodo)62, mentre per quanto riguarda la scelta di singole espressioni, che i cancellieri dovevano appunto riprendere almeno in certi casi nel verbale, gli oratori potevano spesso essere condizionati in modo diretto dal parlato familiare cittadino (vedi similitudini, proverbi e modi di dire) e da una generale discussione politica (fatta di specifiche locuzioni o altri motivi tipici), e solo a volte i partecipanti alle sedute potevano essere influenzati da uno specifico linguaggio usato nella cancelleria dei Dieci e praticato usualmente soprattutto dai membri di quel magistrato o dai cittadini più addentro alle cose della politica63. Resta, inoltre, che nelle pratiche il linguaggio utilizzato dagli oratori, condizionato dalla necessità di ottenere un risultato stilistico piuttosto retorico che duttile ed efficace, rendeva poco utile quel tipo di esperienza linguistica per il Segretario fiorentino, il quale tra l’altro la praticò poco e, anche quando dovette esercitarla, lo fece con modi ed espressioni diverse da quelle tipicamente utilizzate in quei casi nelle rielaborazioni definitive del testo, come ha notato con perizia Bausi64. Il linguaggio di cancelleria, o meglio dei dispacci di cancelleria, al contrario, maggiormente concentrato sull’uso specifico di alcune formule con una precisa valenza concettuale, consentiva invece con efficacia la generalizzazione del discorso sui «tempi» all’intera umanità e permetteva di superare la restrizione degli effetti degli avvenimenti al contesto politico italiano, che era proprio delle pratiche. L’espressione «tempi presenti», e le altre associate alla parola «tempi» in generale, usate come sinonimo di «straordinarietà», che Machiavelli ed i suoi colleghi cancellieri utilizzarono tanto spesso nel redigere le missive di cancelleria, potevano perciò rispondere perfettamente a questo tipo di esigenze. Al Segretario fiorentino serviva quel vocabolo, che consentiva l’uso di quelle espressioni specifiche, per la costruzione della sua teoria generale; altre frasi simili, invece, desunte dal linguaggio delle pratiche o impiegate dal verbalizzatore per restituire le parole originarie con un simile, se non con lo stesso valore semantico e concettuale, non garantivano questi requisiti di generalizzazione, ma soprattutto di efficacia ed immediatezza.
65 G. Ferroni, Mutazione e riscontro nel teatro di Machiavelli e altri saggi sulla commedia del Cinque (...)
66 J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, Sur la langue du Prince, cit., p. 548.
67 Tra scritti di governo e legazioni il vocabolo «tempi» compare 223 volte (non si citano i riferimen (...)
25Quell’idea di «straordinarietà» e di «crisi» – derivante dalla condizione di pericolo e insicurezza seguita alla discesa di Carlo VIII –, contenuta in certe espressioni tipiche della scrittura cancelleresca, con il trascorrere degli anni poteva consentire al pensiero machiavelliano di svelare l’altrettanto «straordinaria» mancanza di virtù dei contemporanei: l’assenza di virtù si manifestava proprio nell’incapacità degli Stati italiani di reagire a quella crisi, di «mutare» atteggiamento di fronte alla crisi provocata dall’invasione straniera, procedendo al necessario «riscontro» con la «qualità dei tempi», come il politico «savio» avrebbe dovuto fare65. Le espressioni legate al vocabolo «tempi», e il significato di cui erano portatrici, costituirono insomma una parte non indifferente della piattaforma linguistica e concettuale dell’idea machiavelliana di «riscontro» con la «qualità dei tempi». Il lessico e gli schemi di cancelleria usati per la redazione dei dispacci, in generale, consentivano infatti uno sviluppo logico del discorso maggiormente elastico e soprattutto rapido ed efficace, schietto, in grado di rispondere alle pari esigenze del pensiero machiavelliano. Come hanno spiegato Jean-Louis Fournel e Jean-Claude Zancarini, queste esigenze sono alla base della lingua del Principe machiavelliano, dove le parole rivelano la loro tendenza ad associarsi il più possibile alle diverse situazioni (alle cose), nella loro complessità e diversità66. Il dato linguistico, d’altronde, è spia di una attitudine mentale, e segnala una preferenza per certi schemi di pensiero piuttosto che per altri. Tanto negli scritti di governo e nelle legazioni, quanto nelle opere maggiori del Segretario fiorentino, in effetti, la parola «tempi» e le espressioni costruite su di essa rappresentano anche quantitativamente una parte importante nella costruzione del discorso67.
68 J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, Sur la langue du Prince, cit., p. 553.
69 Si veda sopra n. 67.
26In un processo di selezione fondato sulla pratica scrittoria, i cancellieri avevano scelto il vocabolo «tempi» per costruire una serie di espressioni affini, ma non identiche, che permettessero di connotare concettualmente, nelle sue diverse sfumature, la realtà contemporanea e di caratterizzarne la fisionomia di crisi. Il termine «tempi» aveva infatti dimostrato una valenza concettuale generale, da precisare poi nei suoi significati attraverso il ricorso ad una aggettivazione (nostri, presenti, ecc.) e attraverso una variegata fraseologia di supporto (condizioni dei..., qualità dei..., ecc.), in modo simile a quanto Machiavelli avrebbe fatto nelle sue opere con più ampio raggio e maggiore complessità con altri vocaboli68. Insomma, l’estrema elasticità che quella parola dimostrava, adattandosi nell’uso in diverse espressioni generalizzanti, che richiamavano al contempo con grande efficacia e concisione il concetto di crisi, era alla base dell’ampio ricorso che vi si faceva in cancelleria e che vi fece Machiavelli nelle sue opere post res perditas69, per definire concettualmente prima la sua dottrina della congiuntura negativa e quindi la sua teoria del riscontro.
70 E. Cutinelli-Rèndina, J.-J. Marchand, M. Melera Morettini, Dalla storia alla politica, cit., p. 245
71 Ibid., pp. 178-180.
27Grazie ai risultati di un altro recente studio, oltre tutto, si è oggi in grado di comprendere meglio come la lingua dei dispacci di cancelleria fosse la più adeguata a preparare il nuovo tipo di racconto storico-politico. L’incremento delle «procedure di generalizzazione», che è stato segnalato per il periodo 1498-1512 all’interno del discorso storico70, rispondeva infatti allo stesso tipo di sollecitazioni viste or ora per la scrittura cancelleresca. Non si assisteva solo ad uno sviluppo parallelo fra i due ambiti storiografico e diplomatico-amministrativo, per il quale gli stimoli derivanti dalla congiuntura negativa in atto spingevano alla ricerca di verità generali (come appunto l’idea della crisi «dei tempi»), la stretta connessione del lessico cancelleresco con la politica si dimostrava anche come la più utile a preparare il materiale linguistico e concettuale per la seconda fase di quel processo di generalizzazione, che Marchand, Cutinelli-Rèndina e Melera-Morettini hanno potuto identificare nella lingua della storiografia nel periodo a cavallo tra i due secoli: ovvero la transizione dalle forme più prettamente proverbiali verso la «sentenza politica» con validità empirica e priva di connotazioni morali; la più adatta, appunto, a fornire modelli generali di «comportamento politico»71. Nel contesto delle pratiche si era invece su un piano semantico differente, e non a caso, infatti, si faceva massiccio ricorso soprattutto al proverbio e all’auctoritas per offrire all’uditorio «verità generalmente ammesse», cioè espressioni, in molti casi, ancora troppo vaghe per andare al di là del semplice livello formale e retorico, proprio tra l’altro di una dimensione orale originaria e non del tutto modificata dalla redazione del resoconto scritto. Queste ultime, insomma, erano elementi di un sistema espressivo formale ed astratto, quelli cancellereschi, al contrario, erano fondati sull’esperienza diretta e, soprattutto, sulla pratica quotidiana.
72 F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze, cit., pp. 107-108. Anche F. Grazzini, Recensione a Consult (...)
73 La tendenza all’«efficace brevità del dettato», in tutta la lingua di cancelleria in generale, è gi (...)
74 Su questo aspetto della lingua delle consulte si veda ancora S. Telve, Testualità e sintassi, cit., (...)
75 Si veda sopra pp. precc.
76 Questa diversità è stata molto opportunamente segnalata da J.-L. Fournel, Temps de l’histoire et te (...)
28Si è detto come sovente i cancellieri, compreso Machiavelli, partecipassero alle sedute delle pratiche per scriverne i resoconti, e Felix Gilbert ha ottimamente spiegato quale funzione potesse svolgere una tale attività nella maturazione del pensiero del Segretario fiorentino; lo stesso studioso, tuttavia, ha chiarito anche come questa opportunità di confronto stimolasse soprattutto Machiavelli a prendere le distanze dal paradigma generale della politica fiorentina72. Rispetto al contesto delle pratiche, nella lingua di cancelleria in generale, e soprattutto in quella dei dispacci, v’era una spiccata tendenza a cercare una sintesi generale degli accadimenti73 e una concreta efficacia del discorso sulla realtà. Al contrario, la lingua delle consulte non era affatto sintetica e la struttura compendiata dell’esposizione dei verbali era appunto più che altro il risultato del riassunto mentale del cancelliere che ne trascriveva le discussioni74, mentre traspariva in molti aspetti l’originale carattere retorico dei diversi interventi75. I tempi e le modalità della scrittura cancelleresca dei dispacci rispetto a quella delle pratiche erano già, per statuto, portatori di una differente attitudine di pensiero. Quello delle pratiche era un ragionamento frutto di un pensiero collettivo, cumulativo e retorico, chiuso in un determinato tempo e in uno spazio definito76, che il successivo intervento del cancelliere sul testo non poteva trasformare, se non apportandogli solo una iniziale struttura compendiata o una successiva e ulteriore sovrastruttura retorica in sede di revisione; quello dei dispacci, invece, era un linguaggio individuale, uscito dalla mente del singolo redattore, e scaturiva da un contesto esecutivo (sul piano dei contenuti), ovvero dalle disposizioni di un magistrato o dalla iniziativa di un inviato, ed era poi, soprattutto, il risultato (sul piano concettuale e formale) della mente del redattore (il cancelliere), immerso nella realtà tutta pratica dell’amministrazione o della missione diplomatica.
77 L. M. Batkin, L’idea di individualità nel Rinascimento italiano, Bari, Laterza, 1992, p. 83.
78 D. Fachard, Nota introduttiva a Consulte e pratiche… 1498-1505, vol. I, cit., p. 8, ha notato come (...)
79 Come ha scritto F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze, cit., p. 94, «i dibattiti restavano spesso (...)
80 S. Telve, Testualità e sintassi, cit., p. 24.
81 J.-M., Rivière, Le temps du conseil dans les Pratiche de Florence de 1498 à 1512, «Il Pensiero Poli (...)
29In questi dispacci, alloggia emblematicamente quel «paradosso della personalità rinascimentale» di cui ha parlato Batkin, una personalità che è qui nascosta dal dover scrivere per conto delle magistrature e all’interno dei codici redazionali comuni, e che però, appena possibile, emerge prepotentemente tra le righe, e che, comunque, può sperimentare – e in questo è l’elemento decisivo – i modi per «intervenire in modo previdente ed efficace sul mondo esterno […] pur trovandosi egli al centro di una storia mutevole»77. Quella cancelleresca era infatti una logica dell’«agire» e della sintesi, al contrario quella delle pratiche, per suo stesso ordinamento, era una logica della discussione infinita78, o meglio della successione paratattica delle diverse posizioni, molte volte inconcludente79 e di «natura cooperativa» piuttosto che antagonistica80 e sintetica. La finalità delle pratiche, in effetti, non era l’ottenimento di un consenso o una deliberazione finale, ma semplicemente quella di offrire una «visione d’insieme» dell’orizzonte politico cittadino81.
82 N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, II 15 (§ 2), 2 tomi, a cura di F. Bausi (...)
83 Ibid. (§ 5), p. 391. Ecco l’intero passo (§§ 5-7, pp. 391-392): «[…] stando nel concilio in questa (...)
84 J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, Sur la langue du Prince, cit., p. 547.
85 Ibid., p. 548.
86 Per l’importanza della lingua di cancelleria nei testi machiavelliani post res perditas si veda anc (...)
30La lingua machiavelliana delle grandi opere fu certo influenzata in alcuni aspetti da un tale contesto, ma in ogni caso fu soprattutto tramite l’elaborazione di quelle discussioni e di quel linguaggio retorico avvenuta attraverso il medium della scrittura diplomatica e amministrativa cancelleresca che il Segretario fiorentino poté riprendere certi elementi ed argomenti. Il giudizio di Machiavelli sulle consulte è d’altronde rivelato da un passo tratto dal capitolo 15 del secondo libro dei Discorsi: «si può notare come in ogni consulta è bene venire allo individuo di quello che si ha a diliberare, e non stare sempre in ambiguo né in su lo incerto della cosa»82. Le parole di Annio ai romani, citate nel medesimo capitolo, «accomodare rebus verba»83, sono a questo proposito indicative del metodo e della scelta machiavelliana: pensare a ciò che si deve fare più che a ciò che si deve dire, ed «accomodare le parole alle cose», era proprio l’opportunità che la lingua di cancelleria poteva offrire al pensiero del Segretario fiorentino. I paradigmi locali della politica ereditati dalla tradizione comunale, per Machiavelli, erano insufficienti a rispondere alle nuove esigenze della guerra84. Nel redigere il Principe, egli avrebbe tentato di associare il più possibile le parole alle diverse situazioni, cioè alle cose, con la loro complessità e diversità85, e in questo processo era fondamentale la lezione di scrittura sui dispacci di cancelleria86.
87 N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, t. III, cit., p. 153.
89 Id., Parole da dirle sopra la provisione del danaio (§ 42), in L’arte della guerra. Scritti politic (...)
90 J.-J. Marchand, Niccolò Machiavelli, cit., pp. 378-379 e G. Sasso, Niccolò Machiavelli, vol. I, Il (...)
91 N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, t. III, cit., p. 197.
92 Id., Il Principe, XXV (§ 11), (Edizione nazionale delle opere, vol. I), a cura di M. Martelli, Roma (...)
93 L. M. Batkin, L’idea di individualità, cit., p. 200.
94 Si vedano ancora i documenti redatti dai cancellieri negli anni 1497-1498, prima dell’assunzione de (...)
31La teoria machiavelliana del «riscontro» con la «qualità dei tempi», come si accennava, sorse in questo contesto, e, sul piano espressivo in particolare, trovò appunto una sua formulazione perfezionandosi in quell’uso scrittorio: lo dimostrano quelle lettere di governo in cui il tema dei «tempi» preconizzava le forme che avrebbe assunto nei Ghiribizzi del 1506, come in una missiva del 19 giugno 1503: «E’ corrono al presente tempi per i quali dobbiamo cercare di non perdere quella occasione che ci si apparecchia al presente e di non lasciare alcuna cosa indreto per non mancare di quelle cose che la speranza ne promette»87. Il motivo del riscontrare «el modo del procedere […] con el tempo» era già in embrione, mancava l’elemento negativo della fortuna, del variare delle cose, ma è in questi esercizi di scrittura e in questi ragionamenti che si metteva a punto la teoria politica machiavelliana. In altri scritti di governo dello stesso anno il tema ritornava: «E stareno più securi a vedere el fine delle cose che corrono, e sareno, come si è detto, più sciolti a provederci in ogni fortuna che questi tempi ci apparecchiassino»88, scriveva il Segretario fiorentino il 22 giugno, a dimostrazione di come proprio in quei giorni stesse ragionando su questi elementi. Non a caso, nei coevi scritti politici minori Machiavelli aveva cominciato ad elaborare i termini della questione anche a livello teorico: la fortuna lasciava all’uomo la possibilità, l’«occasione» di intervenire sul proprio destino. «Provvedersi» per assecondare la «fortuna» che i «tempi» avrebbero «apparecchiato» alle truppe fiorentine, era infatti il concetto espresso nelle Parole da dirle («non vedete la debolezza vostra a stare così, né la variazione della fortuna», scriveva qui il Segretario rivolgendosi alle autorità)89 e nel Del modo di trattare i popoli della Valdichiana90; un tema che preparava la più chiara definizione della teoria del «riscontro» nei Ghiribizzi. In un altro dispaccio del 30 luglio, tornava poi sugli stessi argomenti: «considerato bene ogni cosa e riscontrolo con altri avvisi e con le qualità de’ tempi»91. Nel venticinquesimo capitolo del Principe, Machiavelli avrebbe ripreso quel motivo del «riscontro»; il passo, posto a confronto con quello di quest’ultima missiva, è emblematico: «credo ancora che sia felice quello che riscontra il modo del procedere suo con le qualità de’ tempi»92. Come si vede, nel Principe, tornavano gli stessi elementi e lo stesso linguaggio presenti negli scritti di governo. Alcune componenti fondamentali delle sue opere maggiori, dunque, erano state preparate nell’esperienza di scrittura dei dispacci di cancelleria, ed erano fondate su due elementi espressivi largamente usati nei dispacci: le due forze opposte, la «qualità de’ tempi» e «il modo del procedere»93, erano infatti concetti già presenti, anche se in modo schematico, nei ragionamenti espressi nei dispacci di cancelleria anteriori al suo arrivo a palazzo: come dimostra la riflessione sulla necessità di comportarsi in modo variabile, con veloci cambiamenti di giudizio, in base alle «condizioni dei tempi presenti»94.
95 Appunto nell’emergere di temi ed espressioni fondamentali quali quelle legate al concetto di crisi (...)
96 Come si è spiegato, nel ricorso a formule generalizzanti, ma anche alla ricerca di regole di compor (...)
32La scrittura machiavelliana, se rivista attraverso questi dati, rivela perciò un duplice aspetto, dividendosi fra tradizione e innovazione. Da un lato, infatti, si inserisce nelle coordinate generali dell’epoca, rivelando alcuni punti di contatto con un generale linguaggio politico cittadino (rinnovato dalla predicazione savonaroliana95 e dall’emergenza di alcune novità all’interno del racconto storico in lingua volgare)96, ma rifacendosi soprattutto alla rielaborazione di questo patrimonio culturale che si era prodotta nella recente tradizione scrittoria cancelleresca degli anni dal ’94 in poi (che per certi versi si distanziava dal panorama generale, come dimostra il confronto con i verbali delle consulte e pratiche). Da un altro lato, però, il linguaggio delle opere machiavelliane post res perditas riesce a dare un ulteriore inedito sviluppo a certi usi espressivi tipici del laboratorio di cancelleria, piegandoli alle proprie esigenze e parzialmente rielaborandoli in strutture più complesse ed articolate, ampliandone lo spettro di applicazione e lo stesso valore espressivo, fino ad esempio a definire appunto una compiuta teoria storiografica della congiuntura negativa dell’epoca – e quindi la connessa dottrina del «riscontro» – attraverso il motivo della «qualità de’ tempi». Nello sforzo di costruire una lingua efficace, duttile e sempre elastica ed adattabile, Machiavelli fece un massiccio – e al tempo stesso peculiare – ricorso alle formule cancelleresche maggiormente rispondenti alle sue necessità, cioè a quegli aspetti espressivi («qualità de’ tempi» ed altri) e concettuali (l’«esperienza») della prassi scrittoria legata alla redazione dei dispacci, che gli permettevano di esprimere attraverso una lingua, empirica, convincente ed efficace, la nuova dimensione problematica ed aperta della realtà contemporanea.
331ASF, Dieci di Balìa, Responsive, 56, cc. 22r-23v
34Magnifici domini mei observandissimi.
35A dì xviiii et xx scripsi alle Signorie vostre et mandai copia d’una lettera dello oratore pisano residente a Vinegia. Con questa sarà copia d’una lettera venuta da Pisa de’ xii del presente d’uno figliuolo di Mariano del Tignoso, scripta a decto Mariano in Palermo, la quale mando alle Signorie vostre perché quelle intendino a puncto e’ termini nelli quali si truovano ’ Pisani. Li originali ha rivoluti chi mi ha date le lettere in mano.
36Delli andamenti di Piero de’ Medici non si intende altro dipoi, salvo che la praticha di San Germano va pure seguitando; et ogni suo refugio è Sanseverino, dal quale si parte pocho; et questi suoi del continuo vanno cicalando all’usato.
37Qui si dice pubblicamente che le Signorie vostre hanno condocto li Vitelli con ccl huomini d’arme, et sono in su certe liste mandate di costì del numero delli huomini d’arme et condoctieri che si truovano al presente le Signorie vostre a’ soldi loro. Di questa condocta io sono stato già più volte ricercho se è vera, et truovo se ne fa verii iudicii; et el Brancha, che è qui per decti Vitelli, la negha expressamente; immo afferma il contrario: che epsi non sono né saranno nostri soldati. Questo dico perché harei caro di intendere come io havessi a rispondere essendone domandato.
38Bartolomeo da Alviano, con parte delle gente che si hanno a ritrovare alla impresa di Terni – il che sarà per tucta questa septimana – ha preso et saccheggiato Montechi, castello del contado di Todi vicino a Alviano tre miglia: luogho forte di sito. Di che il Papa si risente in parole. Ma chi ha havuto il male se ne harà il danno, || perché la Santità sua si vede al tucto volta a non volere brigha né spesa di soldati: che pare a ogni huomo cosa molto absurda che le terre della Chiesa sieno tucte con l’arme in mano et la Santità sua [et la Santità sua] non si truovi pure x huomini d’arme a’ soldi sua. Et s’intende è per starsi così non li sopravenendo altra necessità di quella se monstri al presente.
39Luigi Corsi ha lettera da uno tiene alla saliera di Macerata, el quale gli scrive che advertischa costì dove li pare che e’ si habbi l’ochio al facto di Arezo; perché non lo dice [sen-] senza cagione. Et ricercando io decto Luigi onde potessi nascere questa suspitione, ritragho che in Macerata habita familiarmente uno messer Fabbiano doctore aretino advocato in decto luogho, el quale ha strectissima amicitia con messer Ricciardo da Montepulciano, vice thesauriere della Marca per li Spannochi, et sta in Macerata. Questi due sono in continue pratiche con uno Aretino al presente podestà di Civita Nuova et ha uno fratello che è Cancellieri de’ Vitelli; et pare che habbino spesso et lettere et imbasciate di verso Arezo et che ci intervengha della mescholanza di Piero de’ Medici et di Antonio Spannochi. Di questo ritracto, così come io lo ho, ho voluto per ogni buono rispecto dare notitia alle Signorie vostre, alle quali humilmente mi rachomando. Rome xxiii maii 1497.
40Servitor Alexander Braccius
412ASF, Dieci di Balìa, Missive, 57, c. 2r-v
Die iii decembris 1497. Laurentio de Salviatis Capitaneo et Commissario Castrochari.
43Per una tua de’ xxvii passato ne ricerchi se, comparendo alla tua corte [ser] Giovanni di Cosimo et Nicola da Santa Sophya, e’ quali hai facti citare per havere tolte le pechore [in le quali noi] in le quali la illustrissima Madonna di Imola havea factili condannare per la fraude comettevano del passo nel suo territorio insieme con certi altri, tu hai a fare che li sopradecti di tua iurisditione rechino decte pecore o no; et però ti rispondiamo che, atteso quello che pare consentaneo al iusto [et quello che in co-], se bene noi conosciamo che la qualità de’ tempi ricerca che li subditi si debbino maneggiare con dextreza, nondimanco [ri-] bisogna ancora [alli vicini] servare la fede alli vicini et levare le occasioni delli scandoli: et così vogliamo che tu faccia. Et a ·ffine che tu possa participare de questi ii effecti, ci pare che, comparendo li sopradecti, || tu vegha con ogni dextro modo di persuaderli al rendere le pecore a Madonna, con quelle ragioni che alla prudentia tua occorreranno: et quando con [d]tale modo e’ vengha^no^ alli effecti bene quidem; se e’ fussino reni(s)tenti, tu se’ prudente et sai quello che specta farsi allo officio tuo contro a chi non vuole il iusto et contro a chi fussi contumace. Et pertanto non direno altro, salvo che [dire] ce ne rimectereno alla integrità et rettitudine dell’animo et iudicio tuo, [Vale] perché una volta intendiamo che per quello specta a noi la iustitia habbia suo luogho et la Signoria di Madonna, né altri si possa dolere de[soldati]^lli^ homini nostri con ragione.
443ASF, Dieci di Balìa, Missive, 58, c. 22r-v
98 17 dicembre 1497.
45Hieronimo de Piglis. Die quo ante.98
46Tre dì fa ti scrivemo la alligata, la quale non s’è prima mandata per non havere commodità di chi la porti sanza havere a mandare cavallaro a posta. Havemo dipoi le tua de’ x et xi et al modo solito ti commendiamo delli avisi et maxime della nota particulare delle castella. Per il primo altro harai la forma del giuramento che ne ricerchi, che per havere qualche dì hau[b]to messer Francesco Gualterotti occupatione assai non ha possuto attendere a questa piccola cosa che è in mano sua.
47Circa le pratiche quali tu hai alle mani, per altre ti s’è detto l’animo nostro di presente abastanza: parci che debba sempre in te attenere; et darai aviso, perché la varietà de’ tempi et delle qualità delle materie (e’) fanno variare le deliberationi et è bene stare in sulle pratiche; ma sopratucto bisogna guardare le cose nostre: et così ti confortiamo che faccia. Et || quando il marchese Gabrielo volessi mutare natura et dire da senno, il che poco si crede, sarebbe da volere intendere l’animo suo, pur che il prestare orechi si facessi in modo che non si perdessi della publica dignità, se li suoi motivi fussino per ingannare; et che non si desistessi un minimo puncto dalla solita buona guardia per speranza grande che e’ dessi [non] insino a tanto che non si venissi alli effecti: perché, quando pure la necessità et la experientia li havessi renduto qualche parte di vero conoscimento, questa Repubblica, che sempre fu generosa, molto più ha piacere di per[dare]donare alli humili che di vedere la disfatione di chi ha errato. Et pure, anche il quietare di costà, per le cagioni che tu puoi comprehendere, non saria fuora [fuora] di proposito.
48Li avisi che tu mostri havere dal cancelliere di messer Giovanni ci sono grati. Vedi, et per quella via potendo, et per qualunche altra, di ritrarre [se cosa] qualunche cosa tu conoscessi degna della notitia nostra; et daranne aviso.
49Alla parte del danaio, per essere necessario respondere con facti, non direno altro per la presente: [che] se non che in brevissimo con li effecti ti riprovedereno in modo che ognuno si chiamerà contento.
504ASF, Dieci di Balìa, Missive, 58, cc. 28v-29r
Potestati et Commissario Mutiliani Nicolao de Quaratesibus. Die xxiii decembris 1497.
52Tu vedrai il contenuto della inclusa ^copia de<lla>^ lettera, || quale scrive lo illustrissimo duca di Milano a messer Paulo Sementio suo mandatario appresso di noi. Voglamo che al havuta della presente tu pigli buona informatione et facci di intendere la verità di quella materia che la copia tracta; et trovando che [quel]lo subdito nostro habbia in modo alchuno damnificato alchuno de’ Cotignuola, subdito del prefato illustrissimo duca, darai opera che [per il nostro] statim li restituisca ogni cosa, perché [tali] simili modi sono molto alieni dalla volonctà nostra. Et quando il nostro volessi pretendere alchuna actione contra il prefato, o privato de’ Cotignuola, debbe procedere per le vie iuridiche et non farsi ragione del facto. Et se tu ritrovassi che la cosa fussi extorta al prefato illustrissimo duca dalli suoi fuora del vero, bisogna che tu ricerchi tale iustificato lume che si possa fare consta<<ta>>re a sua excellentia la verità. Procederai in questa materia con ogni debita sincerità, perché, se il nostro havessi pure errato, ogni iustitia et qualità di tempi ricerca che ad altri non si dia [cagi-] causa di innovare: che se la lettera ducale è modestissima, come vedrai, tanto più charo rimane a noi del curare che al suo subdito sia facta ragione. Rispondi in ogni modo di quello che segue. Vale.
535ASF, Dieci di Balìa, Missive, 58, cc. 114v-115r
54Patentes. Die iiii maii 1498.
55Truovasi al presente camarlingo [del vicariato di val] della podesteria di Buggiano et Montecatini Giovanni di Antonio Dini da Monte Vectolini: et ci riferisce havere difficultà a risquotere [da quelli sono veri debitori] da e’ privati et etiam comuni di decte podesterie quello di che sono debitori; et per consequens non potere paghare le spese extraordinarie occorrono in questa conditione di tempi. Et perché è a beneficio di decte podesterie et etiam del publico nostro che a decto camarlingo sia prestato favori a risquotere, v’imponiamo che a ogni sua richiesta voi constrignate ciascuno che è vero debitore et può pagare a satisfare a decto camarlingo a cagione possi pagare le spese occorrano: le quali per la conditione de’ tempi che corrono sono assai. Ma habiate buono riguardo fare || tucto con buono [b-] modo et a non gravare persona oltre a quello intendete può sopportare. Bene valete.
566ASF, Dieci di Balìa, Missive, 58, c. 125r
Ser Francesco de Guidottis Cancelliere Guglelmi de Pactis. Die 21 mai 1498.
58Noi habbiamo la vostra de’ 20 del presente data al Ponte ad Hera a una hora di notte et per epsa con sommo dispiacere intendiamo el disordine seguìto nelle genti nostre. [Il perché] Per obviare ad ogni caso che potessi seguire habbiamo da ogni banda conciliati tanti, tali et sí presti provedimenti che sanza dubbio alchuno vi potete confortare che presto presto sarà costì tale [ordine] ordine di gente d’arme et fanterie che, non siate per defendere coteste cose nostre, sarete bastanti ad offendere li adversari con migliore sorte ^che di presente^. Se adisque alla ricevuta di questa sarà comparso il Commissario del conte o altri nostri soldati, li conforterete in nome nostro. Et di commissione di Guglielmo, essendo arrivato alla ricevuta di questa, et per voi medesimo, quando non fusse arrivato, farete intendere per tutti cotesti luoghi nostri che non dubitino di nulla. Stieno pure ad buona guardia, tanto che sieno comparse le nuove genti, che di già habbiamo rifacte. Et proverranno per experientia che noi non siamo per manchare mai d’alchuna provisione per difesa delle cose nostre et offesa delli inimici: et di già sono mossi li Vitelli et li Bagloni con gran numero di genti a piè et a ·ccavallo, che saranno costì con ogni presteza; sanza che di tutto il contado nostro colerà giù gran numero di fanterie; et di quello di Imola et dal bolognese verranno gente assai, in modo che se voi come confidiamo ve manterrete tanto che queste genti arrivino – che sarà presto presto – ve potrete assicurare bene di tutti cotesti luoghi et offendere e’ nimici.
597ASF, Dieci di Balìa, Missive, 59, c. 2r
Capitano Aretii, Potestati Castilionis et Capitano Cortone. Eiusdem Exempli, mutatis mutandis. Die vi iunii 1498.
61Le conditioni de’ tempi che corrono admonischono che si debbi stare in modo preparato di ogni cosa che subito si possa fare provisione secondo li accidenti adivenissino: et però voliamo alla ricevuta che tu in tucto cotesto capitaneato comandi per parte nostra che un homo per casa stia colle sue arme in tale ordine che possa subito convenire nel luogho, et di qui conferirsi dove li fussi comandato. Userai in questo la tua solita diligentia perché tu hai a persuadere che tale provedimento non è sanza misterio: et in effecto è per causa che ha in sé non piccolo momento.
628ASF, Dieci di Balìa, Missive, 59, c. 10r-v
Die xi iuniii 1498. Io. Petro Franciscus de Medicis generali Commissarius.
64Havendo inteso per questa tua de’ x et per la lettera stata scripta ad cotesta illustrissima Madonna delli andamenti di Dyonisio et quello che accenni del Signore Ottaviano [ha-], commettemo subito in campo al nostro Commissario che, cautamente et senza alchuna demostratione, deputassino uno discreto et praticho che observassi diligentemente decto Dyonisio, et un altr(a)<o> che facessi il simile effecto apresso il Signore Ottaviano di Faenza: et observassino bene li andamenti di ciaschuno di loro, et in tal modo che loro non se ne accorghino; et di tutto dì per dì particularmente ci dessino notitia. Et noi ritrahendo cosa alchuna di momento et con qualche fondamento procedereno più oltre, secondo ci parrà conveniente. Et tu interim starai vigilantissimo per intendere circha a tale materia quello ci sarà possibile et ce ne darai notitia.
65Lo adviso datoci del Signore di Rimino ci pare importi assai, et quando cotesta Madonna havesse qualche buono mezo con sua Signoria per il quale li facessi intendere et considerare bene in quanto pericolo metta lo stato suo et delli altri Signori di Romagna, iudichiamo sarebbe optima opera. Ê`cci parso per ogni rispecto dartene notitia, perché alla excellentia di Madonna pare a noi sia necessario aprire bene li occhi, et con la solita prudentia sua attentamente vegghiare e’ progressi de’ Venetiani. ||
66Habbiamo dispiacere delli scandoli et brighe che tu significhi essere in coteste terre et luoghi di Romagna, parendoci che inn-un medesimo tempo habbiamo a pensare et provedere a molte cose et in diversi luoghi. Ma non ci occorrendo più celere et prompta provisione alli detti disordini di costà, confidando assai della prudentia et diligentia tua, ci è parso commettere a te tale cura di conoscere et comporre in quello miglor modo ti sarà possibile tutte le brighe et differentie sono di costà, excepto che la causa di quelli di Galeata con li homini della Montagna, la quale pende dinanzi a’ nostri excelsi Signori. Et loro Signorie sono bene disposte ad farne qualche buona determinatione: et però di tale materia et causa non ti intrometterai in alchuno modo, ma procederai nelle altre cause secondo la consueta prudentia tua, et la fede habbiamo in te.
67La condocta dello illustrissimo Signore Ottaviano si concluse et stipulò nel modo che da ser Pierfrancesco sara’ stato particularmente advisato; né noi intorno ad ciò per hora ti habbiamo ad ricordare altro, se non che solleciti che li homini d’arme venghino il più presto che sia possibile.
68Ricordiamoti il vegghiare diligentemente anchora tu le cose di costà, et maxime alle pratiche et andamenti di Venetiani et di Rimino et delle altre terre et luoghi di Romagna; et spetialmente d’intendere dì per dì che gente [nuo-] d’arme nuove, a cavallo o a piè, capitino a Ravenna; et per dove si disegnano et quando partino. Et di tutto ci darai particularmente notitia.
699ASF, Dieci di Balìa, Missive, 59, cc. 48v-49r
70Niccholao de Oricellariis. Die xi iulii 1498.
71Lo havere e’ liuti lettera che andava in Pisa, lo havere etiam fuggito lo scaricatoio di Vada – et anchora consider(iamo)<<ando>> che partendo [d’Eb-] [dell’El-] dell’Elba el camino loro [era] alla volta di Savona era andare da terra larghi molte miglia – ^ne dà presuntione che andassino in Pisa^. Niente di meno voliamo con prudentia examini prima e’ padroni et poi e’ marinai, et separatamente l’uno dall’antro. Et quando re vera truovi che portassino el grano in Pisa li tratterai quanto alla roba in tucto et per tucto come inimici. Ma in questa parte bisogna non si ingannare; et se altri come di sopra gli ha a tractare come inimici, bisogna havere tal chiareza che andassino in Pisa, che apresso || ciascuno si possi molto bene giustificare, etc. Sendo prudente et buono, siam certi in questo ti risolverai in modo che niuno no· ne potrà dare charico a noi et dannare te che habbi facto iniustitia. Bene vale.
7210ASF, Dieci di Balìa, Missive, 75, c. 105v
99 1503.
Antonio de Filicaria Commissario in partibus superioribus.iii augusti.99
74Havendoti noi hiersera scriptoti a lungo et datoti notitia di quanto intendiamo et da Milano et da Roma, non occorre responderti a queste tue di hieri, mandandoti maxime copia della nostra che fia alligata ad questa; conforterenti solo di nuovo, non obstante queste speranze nostre, a stare vigilanti come meritono questi tempi. Et crediamo che a questa hora sia arrivato costà messer Criaco et che tu habbi discorso seco nelle cose di costà; col quale ti porterai in modo modesto che tu non [pe-] facessi indegnare chi potessi havere per male che lui fussi stimato troppo: però ti guarderai dalle dimonstrationi et più tosto in facto te ne favorerai cautamente. Et quanto a Gnagni di Checco per altre ti si scriverrà quello habbi a seguire, et in questo mezo farai intendere a’ sua parenti che lo confortino ad obedire.
7511ASF, Dieci di Balìa, Missive, 75, cc. 129v-130r
100 1503.
76Stuldo Bardis Commissario cum Gallis. 16 augusti.100
77Questa mattina ricevemo una tua de’ 15: et se noi credessimo che il ricordare, confortare et gravare cotesto Capitano || et le sue genti a levarsi di cotesto luogo et andare avante, o dubitassino che fino ad hora fussi mancato per te, noi lo faremo ancora per questo, ma perché la experienza ci ha monstro che ogni diligentia che se ne fa è invano, noi te ne scriverremo caldamente come habbiamo facto fin qui [caldamente] più volte. A noi dispiace sommamente il disagio et damno di cotesti huomini: et poco altro rimedio ci si può fare che levarli presto di costì. Il che horamai non doverrà differirsi molto, perché il resto delle genti si spingono innanzi forte et le 300 lancie venute per Bologna domani (d)i troverranno vicine a confini di Syena; et della banda che viene per Pontriemoli ci è hoggi advisi che fra 2 dì doverrà cominciare a comparire a Lucha, et così fia necessario che coteste vadino innanzi. Sonsi ricevute lettere dal Baglì a cotesto Signore, le quali saranno alligate ad questa. Dateglele subito: crediamo che per epse fra le altre cose lo conforti a fare boni portamenti et pagare le vectovagle convenientemente; però tu ancora lo conforterai di nuovo a tal cosa et similmente ad andare avanti et alloggiarsi in quello di Syena, dove presto sarà tutto il resto delle genti. Et quanto apartiene alle || cathona sua lasciate a Lucha li farai intendere che per nostro ordine la si salve; et si è ordinato il pagamento là. Non abbiamo già voluto che la sia portata qua per il pericolo etc., ma abbiamo commesso che a l’arrivare del Baglì suo fratello sia data a sua Signoria, il quale glela habbia a ·rrecare lui, ma bisogna che lui ci mandi lo scripto di quello vacante a ·ffine si possa ristituirglene: et così lo conforterai a ·ffare. Vale.
781ASF, Dieci di Balìa, Missive, 69, cc. 113v-114r
101 1501.
79Bartolomeo Tedaldi Commissario Liburni. xv septembris.101
80Haviamo inteso per questa ultima tua de’ xii con piacere come Giannone è giunto costì con la sua compagnia et come da Agnolo Quaratesi hai ricevuto e’ 16 ducati d’oro: che tutto ci piace. Et così ci satisfa el buono animo tuo et l’ordine hai dato per provedere al legname et condurre e’ grani da Rasignano. Et veduto quello ci scrivi per questa altra tua de’ 13 circha alli archibusi etc., non ci pare ne traggha da Rasignano per hora più che dugento, acciò che quello luogho non ne rimanessi sfornito. Ordineremo etiam ad Rasignano si facci el carbone per servirsene ad quello sannitro; et te non mancherai || di simile cosa ^di^ sollecitarne quello Commissario, scrivendoli et commettendoli sempre da parte nostra, ad ciò sia più sollecitato ad fare quanto li scrivi. Et circha al sannitro che tu di’ Christophano Galiardo havere in su la sua carovella, per altra ci scriverrai del prezo et noi penseremo ad ogni modo di tôrlo, giudicandola provisione necessaria ad cotesto luogho. Né per questa ci occorre altro se non sollecitarti ad condurre quello legname da Rasignano; et noi delle munitione addimandi ne expediremo quelle ci fieno possibili. Et tu non mancherai della debita diligentia per la guardia di cotesto luogho, del quale questa ciptà si riposa sopra di te. Vale.
81Post scripta. Perché tu ci scrivi mancharti costì legne da fare le guardie la nocte, non sapremo in che modo te le ordinare di qua, ma parci bene questa sia cura ad che tu habbi ad pensare sanza darcene altrimenti fastidio.
822ASF, Dieci di Balìa, Missive, 69, c. 114v
83Iacobo de Ciachis Commissario Cascine. 15 septembris 1501.
84Per rispondere brevemente ad questa tua ultima de’ 12, ti significhiamo come tu hai ad fare un presupposto (ti significhiamo come tu hai ad fare un presupposto): che conoscendo la importanza di cotest[o]i luogh[o]i haviamo a ·ffare el possibile et lo impossibile per mantenerli, et siamo tuctavia dreto alle provisioni convenienti: et circha allo spedire messer Ambruogio, et circha al provedere nuove forze, et circha el rinfreschare cotesti fanti della nuova pagha; né crediamo passi ad nessun modo questa septimana che viene che noi la hareno mandata, di che tu farai fede ad cotesti capi che ti molestassino. Et quanto alla diligentia usi per rafforzificare cotesta terra dove bisogna, te ne commendiamo; et confortiamoti ad seguire in quello et in ogni altra cosa giudicherai necessaria per la salute di cotesto luogho.
853ASF, Dieci di Balìa, Missive, 69, c. 116v
102 15 settembre 1501.
86Paulo de Rinuccinis.102
87Havendo nelle cose di costà quelli sospecti che ragionevolmente [si possono] si debbono havere, et per questo mandando Cesare presente apportatore con una pagha alla guardia di [cotesto] Bibbona et intendendo come tu ti truovi in decto luogho et confidando nella prudentia tua, [ci] è parso a nostri Signori farti Commissario in tale luogho; et noi ti mandiamo la commissione allighata ad questa. Et benché la commissione sia ampla, non voliamo, et così è la intentione de’ nostri Signori, la usi se non in Bibbona et allo intorno di decto luogho, intendendoti della occorrentia con Lorenzo del Nero Commissario ad Campiglia. Farai dunche di rassegnare et riscrivere Cesare predecto, et della scriptura ci manderai copia. Conforta(l)<r>alo appresso ad buona guardia et starai vigilante alla salute di quella terra, la quale haviamo tucta rimessa sopra le spalle tua. Vale.
1 N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, (Edizione nazionale delle opere, vol. V), t. I, a cura di J.-J. Marchand, Roma, Salerno editrice, 2002; t. II, introduzione e testi a cura di D. Fachard, commento a cura di E. Cutinelli-Rèndina, Roma, Salerno editrice, 2004, t. III, a cura di J.-J. Marchand e M. Melera Morettini, Roma, Salerno editrice, 2005; t. IV, introduzione e testi a cura di D. Fachard, commento a cura di E. Cutinelli-Rèndina, Roma, Salerno editrice, 2006. Mentre questo testo è in fase di presentazione per la stampa, esce il volume successivo, N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, t. V, a cura di J.-J. Marchand, A. Guidi e M. Melera-Morettini, Roma, Salerno editrice, 2008, con il quale si pubblicano finalmente gli scritti posteriori all’anno 1506.
2 Lettera di Machiavelli all’oratore fiorentino Francesco Vettori a Roma il 10 dicembre 1513, in N. Machiavelli, Opere, vol. II, Lettere, legazioni e commissarie, a cura di C. Vivanti, Torino, Einaudi, 1999, p. 297.
4 Si segnalano soprattutto E. Cutinelli-Rèndina, Osservazioni e appunti sulla corrispondenza amministrativa di Niccolò Machiavelli, in Machiavelli senza i Medici (1498-1512). Scrittura del potere / potere della scrittura, Atti del convegno di Losanna (18-20 novembre 2004), a cura di J.-J. Marchand, Roma, Salerno editrice, 2006, pp. 117-129; Id., Gli Scritti di governo nella genesi del Principe, in Governare a Firenze, Atti della giornata di studi (20 novembre 2006), a cura di J.-L. Fournel e P. Grossi, Quaderni dell’Hôtel de Galliffet, Parigi, Istituto italiano di cultura, 2007, pp. 45-56; J.-L. Fournel, Temps de l’histoire et temps de l’écriture dans les Scritti di governo de Machiavel, in Machiavelli senza i Medici, cit., pp. 75-97; molto utili poi alcune annotazioni di M. Martelli, Prosa cancelleresca, in Machiavelli senza i Medici, cit., pp. 15-41 e D. Fachard, Gli scritti cancellereschi inediti di Machiavelli durante il primo quinquennio a Palazzo Vecchio, in La lingua e le lingue di Machiavelli, Atti del Convegno internazionale di studi, Torino (2-4 dicembre 1999), a cura di A. Pontremoli, Firenze, L. S. Olschki, 2001, pp. 87-121. Sia concesso rimandare in ultimo anche ad A. Guidi, L’esperienza cancelleresca nella formazione politica di Niccolò Machiavelli, «Il Pensiero Politico», XXXVIII, 2005, pp. 3-23.
5 Già giudicata necessaria da F. Chiappelli, Nuovi studi, cit., pp. vi-vii, 12-13 e 51, e nuovamente auspicata in anni recenti da D. Fachard, Gli scritti cancellereschi inediti, cit., p. 100; E. Cutinelli-Rèndina, Osservazioni e appunti, cit., p. 120; e J.-L. Fournel, Temps de l’histoire et temps de l’écriture, cit., p. 77. Il solo ad aver avviato un primo lavoro sulle fonti per evidenziare la comunanza di temi tra gli scritti di governo machiavelliani e quelli di altri cancellieri è stato D. Fachard, Biagio Buonaccorsi, sa vie – son temps – son œuvre, Bologna, Massimiliano Boni Editore, 1976, pp. 33-66, il quale, pur restringendo il confronto ai soli testi del coadiutore di Machiavelli, ha potuto evidenziare alcuni interessanti elementi.
7 J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, La politique de l’expérience. Savonarole, Guicciardini et le républicanisme florentin, Alessandria, Edizioni dell’Orso, 2002, p. 11. Gli stessi studiosi, ibid., pp. 157 sgg., hanno spiegato come questo contesto fosse alla base di certi sviluppi concettuali tipici delle opere di Machiavelli e di Guicciardini, i quali, tuttavia, si differenziavano dal quadro culturale generale. La volontà di «partire dalla verità delle cose» nell’opera politica dei due scrittori fiorentini corrisponde in effetti a questo tipo di approccio metodologico diffuso nel corpo politico fiorentino – si veda ad es. per la presenza di uno spiccato pragmatismo nell’opera di Savonarola, Ead., Face à l’état d’urgence: sermons et écrits politiques de Savonarole (1494-1498), in Italie 1494, a cura di A.-C. Fiorato, Parigi, Presses de la Sorbonne nouvelle (Cahiers de la Renaissance italienne), 1994, pp. 15-39, alle pp. 25-26 –: ciò che differiva erano le conclusioni che Machiavelli e Guicciardini sapevano trarne.
8 F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze al tempo di Savonarola e Soderini, in Machiavelli e il suo tempo, Bologna, Il Mulino, 1977 (ma qui si cita dalla rist. del 1999), pp. 67-114, a p. 92.
9 Ibid., pp. 92-94. Nei dispacci di Cancelleria non mancano certo le citazioni dalla storia antica, ma si tratta di casi sporadici, e comunque meno significativi rispetto alla presenza di quegli elementi segnalati nel testo.
11 R. A. de Maulde La Clavière, La diplomatie au temps de Machiavel, voll. 3, Parigi, E. Leroux, 1892-1893, t. I, p. 343, aveva notato come uno dei requisiti richiesti agli ambasciatori del tempo fosse l’esperienza, ma l’analisi dello studioso non affrontava il tema, che qui si sta delineando, della presenza del concetto di verifica con l’esperienza nella scrittura amministrativa di cancelleria (e che tuttavia non è assente anche dalla corrispondenza diplomatica). Anche A. Fontana, Les ambassadeurs après 1494 : la guerre et la politique nouvelles, in Italie 1494, cit., pp. 143-178, a p. 166, ha rilevato l’importanza dell’esperienza per la selezione del personale diplomatico. L’esperienza e la pratica degli affari quotidiani, inoltre, spiega lo studioso, rappresentava per l’ambasciatore il fondamento stesso della sua condotta professionale (ibid., p. 172).
12 Parole di Piero Guicciardini pronunciate nella consulta del 5 febbraio 1496, in Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1495-1497, a cura di D. Fachard, Ginevra, Librairie Droz, 2002, p. 124.
13 Si cita da un brano utilizzato da C. Pincin, Osservazioni sul modo di procedere di Machiavelli nei «Discorsi», in Renaissance studies in honor of Hans Baron, A. Molho e J. A. Tedeschi (ed.), Dekalb (Ill.), Northern Illinois University Press, 1971.
14 Piero di Marco Parenti, Storia fiorentina, vol. I, a cura di A. Matucci, Firenze, Olschki, 1994, p. 304.
15 In questo senso si leggano ora le belle pagine di J.-L. Fournel, Les formes du présent dans les guerres d’Italie, in «Pigliare la golpe e il lione». Studi rinascimentali in onore di Jean-Jacques Marchand, a cura di A. Roncaccia, Roma, Salerno editrice 2008, pp. 65-81 (e, per la connessione di questa nuova percezione del rapporto con il passato con il lavoro di Machiavelli in cancelleria, in particolare p. 71).
16 Si vedano F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze, cit., p. 92 e la precedente citazione da Piero di Marco Parenti, Storia fiorentina, vol. I, cit., p. 304. Anche quando nelle consulte la citazione dell’esperienza ha una dimensione più semplice e meno assoluta la sua comparsa rimane sempre isolata dal contesto, e diviene una presenza vaga ed astratta, segnalata da frasi sentenziose come in questo passo di una seduta del 29 maggio 1505, nelle parole di Antonio Canigiani: «l’esperienza vi doverrebbe insegnare; e chi non può come e’ vuole, faccia come e’ può; chi non può avere uno, tolga un altro; chi non può aver genti d’arme, tolga fanterie», in Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1505-1512, a cura di D. Fachard, Ginevra, Librairie Droz, 1988, p. 16 (si veda anche N. Machiavelli, Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, t. IV, cit., p. 481). Questo accadeva anche quando non era usata apertamente la parola «esperienza», si vedano gli esempi forniti da D. Fachard, Des tulliane du Palais de la Seigneurie aux bibbie de l’épistolaire machiavélien, in Langues et écritures de la République et de la guerre. Études sur Machiavel, A. Fontana, J-L. Fournel, X. Tabet, J.-C. Zancarini (dir.), Genova, Name Edizioni, 2004, p. 109 e n. 29: «le cose passate danno lume alle presenti», «le cose passate insegnano le presenti».
25 Sono tratti che caratterizzeranno poi la lingua del Principe di Machiavelli, come hanno spiegato J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, Sur la langue du Prince : des mots pour comprendre et agir, postfazione a N. Machiavel, Le Prince, intr., trad., postfazione, commenti e note di J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, testo italiano curato da G. Inglese, Parigi, Presses universitaires de France, 2000, p. 548.
27 Il carattere sperimentale e pragmatico dell’analisi politica machiavelliana era d’altronde già stato notato da F. Chabod, Scritti su Machiavelli, Torino, Einaudi, 1964 (che qui si cita dalla ristampa del 1993), p. 283. È interessante, in questo senso, anche la definizione di «Umanesimo prammatico» usata da L. Olschki, Machiavelli scienziato, «Il Pensiero Politico», II-3, 1969, p. 518, per rappresentare la figura di Machiavelli. Ma è utile ribadire nuovamente che J.-L. Fournel, Les formes du présent, cit., passim, ha sottolineato come una simile concezione dell’esperienza sia alla base dell’interpretazione della storia data da Machiavelli e Guicciardini nelle loro rispettive opere.
28 Per questo aspetto della scrittura machiavelliana, si veda F. Chiappelli, Nuovi studi, cit., pp. 158-159.
29 J.-J. Marchand, Componenti formali del discorso politico nella storiografia toscana minore del primo Cinquecento, in Storiografia repubblicana fiorentina, a cura di J.-J. Marchand e J.-C. Zancarini, Firenze, Franco Cesati Editore, 2003, pp. 176 sgg., ha ben spiegato, oltre tutto, come il ricorso a «verità generali» fosse proprio anche della metodologia di redazione di molta storiografia fiorentina del primo Cinquecento. Su questi argomenti si veda ora E. Cutinelli-Rèndina, J.-J. Marchand, M. Melera Morettini, Dalla storia alla politica nella Toscana del Rinascimento, Roma, Salerno editrice, 2005, pp. 178-179 e 245 sgg.
30 J.-L. Fournel, Retorica della guerra, retorica dell’emergenza nella Firenze repubblicana, «Giornale Critico della Filosofia Italiana», settima serie, vol. II, anno LXXXV (LXXXVII), fasc. III, 2006, pp. 389-411, a p. 393 (ma si veda anche pp. 400-401). Si veda inoltre Id., Temps de l’histoire et temps de l’écriture, cit., p. 80 e J.-L. Fournel e J.-C. Zancarini, prefazione a N. Machiavel, Le Prince, cit., pp. 545-610, a p. 5.
33 F. Chiappelli, Nuovi studi, cit., p. 156, ha identificato questo come un motivo tipico del primo Machiavelli.
34 Ibid., pp. 50-51 e 155 sgg. Anche D. Fachard, Tra cronaca e storia, in Cultura e scrittura di Machiavelli, Atti del convegno di Firenze-Pisa (27-30 ottobre 1997), Roma, Salerno, 1998, p. 181, ha parlato di una differenza tra i discorsi dei suoi concittadini riportati nei verbali delle pratiche e gli scritti machiavelliani, scaturente dalla particolare incisività della prosa del Segretario fiorentino.
41 Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1498-1505, vol. I, a cura di D. Fachard, Ginevra, Librairie Droz, 1993, p. 42.
44 Nelle pratiche, in ogni caso, anche quando utililizzavano un lessico differente, erano comunque spesso i membri dei Dieci, che parlavano in nome del magistrato, a dare conto delle condizioni particolari dei tempi; si vedano ancora l’intervento di Filippo Carducci del 10 settembre 1502 («iudicano [i Dieci] che in Italia et fuora di Italia sia nato turbatione»), in Consulte e pratiche… 1498-1505, vol. II, cit., p. 844, e quello di Tommaso Ginori del 10 dicembre 1502 («come le cose di Italia girano»), ibid., p. 862.
46 Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1505-1512, a cura di D. Fachard, Ginevra, Librairie Droz, 1988, p. 80.
48 Il rapporto tra oralità e scrittura nel discorso delle consulte e pratiche della repubblica fiorentina è stato ottimamente analizzato di recente da J.-M. Rivière, L’espace politique républicain à Florence de 1494 à 1527 : réforme des institutions et constitution d’une élite de gouvernement, Tesi di dottorato dell’Università Paris 8, École doctorale Pratiques et théories du sens, Études italiennes, 3 dicembre 2005. Lo studioso ha spiegato come, sebbene sia evidente la manomissione dei discorsi originali da parte del cancelliere che redigeva il verbale, non sia possibile stabilire con esattezza la misura di queste modifiche (ibid., pp. 181, e 224-235). Il risultato finale era comunque una sorta di sintesi tra la lingua del cancelliere e quella dei singoli oratori (ibid., p. 235), che evidentemente era in ogni caso diversa da quella dei dispacci di cancelleria sottoposti alla logica compositiva di un solo redattore. Per questo aspetto della redazione dei verbali vd. infra anche quanto si dirà nelle pp. sgg. e n. 61. Anche S. Telve, Testualità e sintassi del discorso nelle Consulte e pratiche fiorentine (1505), Roma, Bulzoni, 2000, pp. 25 sgg., ha spiegato come potessero verificarsi fenomeni di sintesi di questo genere. Inoltre, F. Bausi, Machiavelli nelle Consulte e Pratiche della Repubblica fiorentina, in Machiavelli senza i Medici, a cura di J.-J. Marchand, cit., p. 102, ha chiarito come il verbale non riflettesse «con fedeltà stenografica» l’intervento degli oratori.
49 Ad esempio, nei dispacci pubblicati nel terzo tomo delle Legazioni. Commissarie. Scritti di governo, cit., il riferimento all’immagine della condizione dei «tempi», associata strettamente all’uso di questo vocabolo, compare ben trentaquattro volte, il riferimento all’immagine delle «cose d’Italia», diversa nella forma, ma simile nel significato – che si è visto essere utilizzata nelle pratiche almeno in altrettanti casi rispetto a quella dei «tempi» –, solo due.
50 In un campione di dispacci redatti dai suoi colleghi cancellieri (che comprende altre missive, comprensivo cioè di quelle pubblicate anche in A. Guidi, Un Segretario militante. Politica, diplomazia e armi nel Cancelliere Machiavelli, in corso di stampa, fino ad un totale di circa 60 missive), il riferimento alle «cose d’Italia» appare solo una volta; al contrario in più occasioni, come si è visto, compare quello dell’immagine dei «tempi».
52 Sempre a causa di quella sorta di miscela, tra la lingua cancelleresca e quella usata dagli oratori, che caratterizza i verbali delle pratiche (vd. sopra n. 48).
54 Le tematiche toccate nella Pratica del 4 gennaio 1503, di cui si parla, sono le stesse esaminate nel testo delle Parole da dirle sopra la provisione del danaio di Machiavelli, che J.-J. Marchand, Niccolò Machiavelli. I primi scritti politici, Padova, Antenore, 1975, pp. 59-60, dice scritte di lì a poco (tra il 25 e il 31 marzo 1503, si veda ibid., p. 57) per essere lette da un oratore nelle consulte, non scartando del tutto l’ipotesi che fossero destinate proprio al gonfaloniere perpetuo. Si potrebbe anche ipotizzare che Machiavelli, o un altro cancelliere, partecipassero a volte alla redazione dei discorsi del gonfaloniere, forse addirittura solo come scriba, contribuendo alla loro stesura sotto il profilo stilistico.
56 Su questo elemento si deve tuttavia precisare che sarebbero necessari ulteriori studi per avere conferme definitive.
58 T. Matarrese, Saggio di Koinè cancelleresca ferrarese, in Koinè in Italia. Dalle origini al Cinquecento, Atti del convegno di Milano e Pavia (25-26 settembre 1987), a cura di G. Sanga, Bergamo, Pierluigi Lubrina editore, 1990, p. 254; F. Senatore, «Uno mundo de carta». Forme e strutture della diplomazia sforzesca, Napoli, Liguori editore, 1998, p. 195; G. Breschi, La lingua volgare della Cancelleria di Federico, in Federico di Montefeltro. Lo stato, le armi, la cultura, vol. III, La cultura, a cura di G. Cerboni Baiardi, G. Chittolini, P. Floriani, Roma, Bulzoni, 1986, pp. 212-213; e S. Telve, Testualità e sintassi, cit., pp. 120-121.
59 Come ha spiegato bene D. Fachard, Nota introduttiva a Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1498-1505, vol. I, cit., pp. 10-11. Si veda anche F. Bausi, Machiavelli nelle Consulte e Pratiche, cit., pp. 106-107.
61 Si veda quanto detto a proposito dei risultati degli studi sul funzionamento delle pratiche da J.-M. Rivière, L’espace politique républicain à Florence, cit. (vedi sopra n. 48). Lo dimostra, tra l’altro, anche la continua inserzione nei testi dei motti proverbiali, e la restituzione di altri espedienti retorici come il «parlar chiaro» o «per comparatione», che evidentemente erano più o meno caratteristici dei singoli specifici interventi; si veda nuovamente D. Fachard, Nota introduttiva a Consulte e pratiche… 1498-1505, vol. I, cit., pp. 9-10. Si è accennato alla questione nelle pagine precedenti (vedi sopra n. 59). Lo stesso studioso, Id., Tra cronaca e storia, in Cultura e scrittura di Machiavelli, cit., pp. 176 e 180, ha chiarito che almeno in parte i verbali illustrano le intenzioni verbali degli oratori. Anche F. Franceschini, Lingua e stile nelle opere in prosa di Niccolò Machiavelli: appunti, in Cultura e scrittura di Machiavelli, cit., p. 380, ha scritto che «i verbali delle Consulte […] evidenziano comunque il fraseggio sentenzioso impiegato nelle discussioni politiche» dai relatori.
62 S. Telve, Testualità e sintassi, cit., pp. 286 e 307-309. Su questi argomenti è tornato ancora J.-M. Rivière, L’espace politique républicain à Florence, cit., pp. 217, 224 e 232.
63 Sebbene i membri dei Dieci ruotassero spesso, questi restavano comunque una minoranza all’interno del corpo politico fiorentino, e in ogni caso non tutti i cittadini avevano la stessa pratica con le cose della politica. Si deve perciò differenziare tra l’uso di modi di dire propri del parlato quotidiano in generale e le espressioni che appartengono in modo specifico ai dispacci della cancelleria in generale, ma soprattuto della segreteria dei Dieci. Queste espressioni infatti, come si cerca di dimostrare, sono connotate da una valenza concettuale ben precisa e differenziata. Si è detto nelle pagine precedenti come soprattutto negli interventi dei membri dei Dieci nelle pratiche, e in alcuni casi dei vertici del governo (vedi sopra pp. precc. e n. 44), si riscontri un uso di queste locuzioni o comunque una ripresa del concetto ad esse associato. In merito a tale argomento, S. Telve, non potendo disporre del materiale documentario rappresentato dal corpus dei dispacci amministrativi di vari cancellieri, utilizzato nella presente indagine, non ha potuto forse tener conto di questo fattore di diversità nelle sue conclusioni (Testualità e sintassi, cit., p. 308), che comunque si concentrano sugli aspetti prettamente linguistici dei verbali delle pratiche e non prendono in considerazione i risvolti concettuali legati alle espressioni di cui si discute. Si deve inoltre considerare, su di un piano più generale, che se pure si volesse ammettere che tutte le espressioni riscontrabili nei verbali fossero interamente frutto della trascrizione o della risistemazione operata dal cancelliere, questa sarebbe comunque una prova di quanto fosse sempre una lingua specificamente cancelleresca ad avere una maggiore influenza su chi redigeva questi testi rispetto al contesto lessicale ed espressivo originale delle pratiche. Il lavoro di Telve, piuttosto, se unito ai risultati del presente studio, pare dimostri proprio l’esistenza di un percorso di contaminazione anche sul piano espressivo, che ha la sua origine specifica nel contesto del linguaggio cancelleresco e che attraverso la mediazione del redattore dei verbali giunge, in alcuni casi (relativi alla scelta di singole e specifiche espressioni), a permeare anche quello delle consulte e pratiche. Come si è accennato nel testo, ciò non toglie, ovviamente, che certe volte fossero invece gli stessi oratori a scegliere espressioni tipiche anche e soprattutto di un certo linguaggio cancelleresco. Per concludere, J.-M. Rivière, L’espace politique républicain à Florence, cit., pp. 169-170, 182, 204, 213, 245, ha parlato di una forte influenza dei Dieci sulle pratiche, spiegando come i principali oratori di queste assemblee fossero espressione di un’élite di governo composta soprattutto da membri esperti delle magistrature più rilevanti, come quella degli stessi Dieci. Tuttavia, si deve precisare, non tutti gli oratori potevano possedere le stesse precise competenze ed esperienza: in effetti erano numerose le magistrature e le correnti politiche rappresentate in queste assemblee di cui si trova comunque traccia nei resoconti scritti. Lo stesso Rivière, d’altro canto, spiega come sovente si ricorresse a una pratica stretta (di cui esistono pochi verbali), composta dunque da pochi membri, scelti appunto tra i più esperti e pratici, per arrivare a una sintesi nel formulare le deliberazioni da consigliare al governo (ibid., pp. 200-202). È evidente dunque che non erano solo i membri o gli ex membri dei Dieci a parlare nelle pratiche, sebbene questi avessero maggiore rilevanza politica e più spazio nei verbali.
65 G. Ferroni, Mutazione e riscontro nel teatro di Machiavelli e altri saggi sulla commedia del Cinquecento, Roma, Bulzoni, 1972, pp. 56-57.
67 Tra scritti di governo e legazioni il vocabolo «tempi» compare 223 volte (non si citano i riferimenti perché questi avrebbero richiesto pagine intere); nel Principe ricorre invece in 50 casi, nei Discorsi, come detto, in 176 e nell’Arte della guerra 42.
70 E. Cutinelli-Rèndina, J.-J. Marchand, M. Melera Morettini, Dalla storia alla politica, cit., p. 245.
72 F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze, cit., pp. 107-108. Anche F. Grazzini, Recensione a Consulte e pratiche della Repubblica fiorentina 1498-1505, «Lettere italiane», XLVII, 1995, pp. 162-163 e 164, ha dichiarato la necessità di circoscrivere «l’area di […] coincidenze concettuali» tra la lingua delle pratiche e quella del Machiavelli, «così del Segretario come del “quondam Segretario”». F. Bausi, Machiavelli nelle Consulte e Pratiche, cit., p. 97, ha ribadito la pienezza di validità della tesi di Gilbert, mettendo forse poco in evidenza, tuttavia, i punti di distacco della scrittura machiavelliana dal modello delle pratiche, che pure, come ha ben illustrato lo studioso anche nel suo recente commento ai Discorsi, ebbe appunto una notevole rilevanza. È forse opportuno ricordare anche, in ogni caso, che l’attività di verbalizzatore delle pratiche fu scarsamente praticata da Machiavelli (come ricorda d’altronde lo stesso studioso, ibid., p. 73, e come si è già avuto modo di ricordare nelle pagine precedenti), un elemento che deve essere necessariamente considerato nel quantificare la rilevanza di quel contesto nella formazione della lingua e del pensiero del Segretario fiorentino. Infine, J.-M. Rivière, L’espace politique républicain à Florence, cit. pp. 238-239, ha recentemente parlato anch’egli dell’influenza del linguaggio delle pratiche sull’opera di Machiavelli, sebbene senza affrontare nel dettaglio l’argomento. Tuttavia, come Grazzini, Rivière pur rilevando l’innegabile influenza del contesto delle pratiche sulla lingua della politica nel xvi secolo, ha anch’egli in qualche modo limitato questo fenomeno a singole componenti dell’opera machiavelliana.
73 La tendenza all’«efficace brevità del dettato», in tutta la lingua di cancelleria in generale, è giustamente indicata da F. Bausi, Machiavelli, Roma, Salerno editrice, 2005, pp. 114 e 353.
74 Su questo aspetto della lingua delle consulte si veda ancora S. Telve, Testualità e sintassi, cit., pp. 286 e 307-309. Vd. sopra anche note precedenti.
76 Questa diversità è stata molto opportunamente segnalata da J.-L. Fournel, Temps de l’histoire et temps de l’écriture, cit. pp. 83-84, che ha spiegato come nelle pratiche si fosse all’interno di «un cadre temporel arrêté et circonscrit et nourri d’interventions orales […] Dans les avvisi, il faut tout au contraire favoriser à tout moment une économie absolue d’un discours circonstancié et une effectivité immédiate de l’énoncé».
78 D. Fachard, Nota introduttiva a Consulte e pratiche… 1498-1505, vol. I, cit., p. 8, ha notato come «l’inesauribile loquacità e prolissità di certe discussioni [venissero] talvolta esplicitamente menzionate dagli oratori stessi».
79 Come ha scritto F. Gilbert, Le idee politiche a Firenze, cit., p. 94, «i dibattiti restavano spesso privi di conclusioni».
81 J.-M., Rivière, Le temps du conseil dans les Pratiche de Florence de 1498 à 1512, «Il Pensiero Politico», XXXIII-2, 2000, p. 196. Lo stesso studioso ha notato anche come il ruolo politico delle pratiche, a partire almeno dal 1505, entrasse in crisi. L’incapacità di quell’organismo a rispondere con efficacia ai mutamenti e alle nuove esigenze della politica era forse pari all’inefficacia del discorso politico che qui si sviluppava. La disaffezione verso quell’istituto, segnalata ancora da Rivière (ibid., pp. 204-205) era probabilmente un sintomo di questa incapacità. Recentemente, ancora J.-M. Rivière, L’espace politique républicain à Florence, cit., p. 202, è tornato sull’argomento in maniera più estesa, spiegando che, mentre le pratiche «larghe» erano prettamente consultive, le pratiche «strette», a volte convocate subito dopo le precedenti, erano invece assemblee in grado di far in qualche modo emergere al termine della seduta una soluzione, considerata come la migliore possibile. Si deve tuttavia notare come spesso tali riunioni ristrette restassero prive di rendiconto scritto (ibid., p. 166); si romperebbe così il legame con la successiva fase di scrittura dei verbali da parte del Segretario fiorentino, essenziale per la questione dell’influenza sul Machiavelli scrittore politico che qui interessa sottolineare, e comunque la logica paratattica del succedersi ordinatamente degli oratori uno dopo l’altro, senza dibattito e senza contradditorio, era la medesima. In ogni caso, infine, restava l’incapacità dei partecipanti alle pratiche di formulare soluzioni precise ed efficaci di fronte ai bisogni della città, più volte sottolineata da Rivière (ibid., pp. 259-261 e 266-267).
82 N. Machiavelli, Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, II 15 (§ 2), 2 tomi, a cura di F. Bausi (Edizione nazionale delle opere, vol. II), t. I, Roma, Salerno editrice, 2001, pp. 390-391.
83 Ibid. (§ 5), p. 391. Ecco l’intero passo (§§ 5-7, pp. 391-392): «[…] stando nel concilio in questa disputa, Annio loro pretore disse queste parole: “Ad summam rerum nostrarum pertinere arbitror ut cogitetis magis quid agendum nobis quam quid loquendum sit. Facile erit, explicatis consiliis, accomodare rebus verba”. Sono sanza dubbio queste parole verissime, e debbono essere da ogni principe e da ogni republica gustate, perché nella ambiguità e nella incertitudine di quello che altri voglia fare, non si sanno accomodare le parole; ma, fermo una volta l’animo e diliberato quello sia da esequire, è facil cosa trovarvi le parole. Io ho notata questa parte più volentieri, quanto io ho molte volte conosciuto tale ambiguità avere nociuto alle publiche azioni, con danno e con vergogna della republica nostra.»
86 Per l’importanza della lingua di cancelleria nei testi machiavelliani post res perditas si veda ancora ibid., pp. 551-552 e J.-L. Fournel, Frontiere e ambiguità nella lingua del Principe: Condensamenti e diffusione del significato, in La lingua e le lingue, a cura d’A. Pontremoli, cit., pp. 71-73.
89 Id., Parole da dirle sopra la provisione del danaio (§ 42), in L’arte della guerra. Scritti politici minori, (Edizione nazionale delle opere, vol. III), a cura di J.-J. Marchand, G. Masi, D. Fachard, Roma, Salerno, 2001, p. 452.
90 J.-J. Marchand, Niccolò Machiavelli, cit., pp. 378-379 e G. Sasso, Niccolò Machiavelli, vol. I, Il pensiero Politico, Bologna, Il Mulino, 1993, pp. 123-130.
92 Id., Il Principe, XXV (§ 11), (Edizione nazionale delle opere, vol. I), a cura di M. Martelli, Roma, Salerno editrice, 2006, p. 305.
94 Si vedano ancora i documenti redatti dai cancellieri negli anni 1497-1498, prima dell’assunzione dell’incarico di segretario da parte di Machiavelli citati alle pp. 245-246 (e nn. 35, 36 e 37).
95 Appunto nell’emergere di temi ed espressioni fondamentali quali quelle legate al concetto di crisi «dei tempi», si veda nuovamente J.-L. Fournel, Retorica della guerra, cit., p. 393 (ma vedi anche pp. 400-401).
96 Come si è spiegato, nel ricorso a formule generalizzanti, ma anche alla ricerca di regole di comportamento politico, e nell’utilizzo di tematiche politiche peculiari, che si manifestano nella storiografia fiorentina di quegli anni, si vedano le conclusioni cui giungono E. Cutinelli-Rèndina, J.-J. Marchand, M. Melera Morettini, Dalla storia alla politica, cit., pp. 258 sgg.
97 Nella trascrizione dei documenti sono stati utilizzati i seguenti segni diacritici: [ ] cancellatura leggibile; ^ ^ parola scritta a margine, sotto o sopra il rigo ecc.; << >> integrazione supposta; < > integrazione attestata; ( ) errore di scrittura; | | pagina successiva. Si sono infine utilizzati il punto alto, per i casi di assimilazione e raddoppiamento fonosintattico e il normale trattino per evidenziare la continuità grafica e fonetica.
Andrea Guidi, « «Esperienza» e «qualità dei tempi» nel linguaggio cancelleresco e in Machiavelli (con un’appendice di dispacci inediti di vari cancellieri e tre scritti di governo del Segretario fiorentino)EsperienzaLa «qualità de’ tempi»Considerazioni finaliAppendice 1: Dispacci di vari cancellieri (anni 1497-1503)Domenica passata andai a visitare monsignore Aschanio, el quale si sta al giardino per pigliare aria, perché è stato molto attenuato delle forze: et maxime è impedito nelle braccia, delle quali per anchora si può pocho aiutare. La sua reverendissima Signoria mi dette gratissima audientia, et havendoli io affermato quanto le Signorie vostre facevano tucto il fondamento et capitale ad beneficio delle cose loro nella excellentia del Signore duca et nella Signoria sua, per essere questa amicitia naturalissima et durata lunghissimo tempo con la città nostra – dalla quale benivolentia se erano hinc inde veduti moltissimi fructi alla conservatione de’ comuni stati –, pregai la sua reverendissima Signoria che circa le cose nostre volessi pigliare el patrocinio delle Signorie vostre, come haveva facto et come era la fede et speranza che tucta la città haveva in epsa; extendendomi intorno a questi effecti con quelle più grate et efficaci parole che mi fu possibile. La sua Signoria reverendissima mi rispose con parole molto amorevoli et dischorrendo molto saviamente si ingegnò persuadere con molte vive ragioni che nella excellentia del duca et nella sua Signoria per alcuno accidente che fusse intervenuto mai si era spento o diminuito lo amore el quale la casa sforzescha haveva portato alla città nostra. Et benché fussino successe alcune cose le quali havessino potuto dare qualche ombra alle Signorie vostre del contrario, non erano causate da mala intentione ma dalla colpa de’ tempi et dalli travagli delle cose di Italia: perché nelli stati maximamente è necessario in servire temporibus; et che la excellentia del duca poteva rendere di sé buono conto che tucte le actioni sue erono sempre state intrinsecus coniuncte con lo amore || che ha havuto continuamente in verso le Signorie vostre: il che manifestamente si comprobava per le opere presenti cum sit che hora li tempi haveano cominciato a variare et a mutare le conditioni: onde la sua illustrissima Signoria poteva più liberamente procurare quello cognosceva appartenersi al debito della nostra mutua benivolentia, la quale meritava più presto il nome di coniunctione. Et che essendoli el duca in luogho di padre per reverentia, benché fratello secundum carnem, sua reverendissima Signoria, etiam quando fusse d’altra volontà, è necessitata seguire in ogni cosa le sue vestigie; ma circa el beneficio delle Signorie vostre et circa el favorire le cose loro cacciava per natura et non credeva che altri lo superassi per affectione; et che, rischontrandosi la buona dispositione del duca con la sua, le Signorie vostre potevano essere certissime che né per l’uno né per l’altro si mancherebbe in alcuna cosa la quale cognoscessi^no^ potere cedere a benificio della città: chiamando in testimonio delle opere sue buone – da quel tempo in qua nel quale erano cessati di quelli rispecti che havevano indocto necessità – el Papa, lo oratore di Spagna et di Napoli et alcuni altri cardinali, e’ quali potevano fare pienissima fede di quanto sua Signoria haveva procurato in satisfactione delle vostre Signorie et perché quelle ritornino in possessione delle cose loro. Et harebbe facto molto più se non fusse stata la infirmità sua, ma che si sforzerebbe ristorare el tempo passato, confortando le Signorie vostre a sperare bene, perché, da chi teneva in mano in fuora, tucti li altri la intendevano a uno modo. Et da ultimo si offerse caldissimamente alle Signorie vostre; et io non ne potrei scrivere tanto fusse a bastanza.Ringratiai la sua reverendissima Signoria el meglio che io seppi et mi sforzai lassarla bene edificata et persuasa che tucta la città havesse collocata ogni sua fede et speranza nella reverentia del duca et di sua reverendissima Signoria, rachomandando et offerendo etc. Et io sapevo, per essermi ritrovato in facto rispecto allo offitio che io tengho apresso le Signorie vostre, che quelle hanno del continuo acceptato in buona parte tucti li progressi della excellentia del duca, || né mai hanno potuto stimare che non habbi facto ogni cosa a buono fare et con singulare prudentia et maturità; et che se le loro Signorie hanno favorito et sono per favorire le cose nostre, come le Signorie vostre lo veghono per experientia, non è partito fuora della expectatione et speranza della città, perché così vuole ogni ragione et la fede che hanno le Signorie vostre in loro, oltre allo esserci el comune interesse et beneficio di tucta Italia. Et anchora perché quanto ^più^ la reputatione et le forze alla città saranno maggiore, di tanto più si potranno valere le Signorie loro in ogni occorrentia. Et la sua reverendissima Signoria dixe così essere la verità, concludendomi, tuctavolta, che non dubitava che le cose di cotesta Repubblica non havessino a sortire el fine desiderato et conveniente alla ragione. Et così mi licentiai dalla sua reverendissima Signoria.Appendice 2: Dispacci inediti autografi di Machiavelli (1501) », Laboratoire italien [En ligne], 9 | 2009, mis en ligne le 06 février 2012, consulté le 23 novembre 2017. URL : http://laboratoireitalien.revues.org/560 ; DOI : 10.4000/laboratoireitalien.560
Istituto di studi umanistici, Firenze
10.4000/laboratoireitalien.560