Source: http://docplayer.it/5644933-L-attivita-d-impresa-dell-incapace-profili-fallimentari.html
Timestamp: 2018-12-10 10:06:32+00:00
Document Index: 39858367

Matched Legal Cases: ['art. 371', 'art. 371', 'art. 371', 'art. 425', 'art. 424', 'art. 397', 'art. 425', 'art. 409', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 371', 'art. 371', 'art. 320', 'art. 320', 'art. 320', 'art. 747', 'art. 747', 'art. 371', 'art. 375', 'art. 375', 'art. 208', 'art. 320']

L ATTIVITA D IMPRESA DELL INCAPACE: PROFILI FALLIMENTARI - PDF
L ATTIVITA D IMPRESA DELL INCAPACE: PROFILI FALLIMENTARI
Download "L ATTIVITA D IMPRESA DELL INCAPACE: PROFILI FALLIMENTARI"
1 UNIVERSITA DEGLI STUDI DI NAPOLI FEDERICO II FACOLTA DI ECONOMIA DOTTORATO DI RICERCA IN Diritto dell economia XVII CICLO L ATTIVITA D IMPRESA DELL INCAPACE: PROFILI FALLIMENTARI COORDINATORE Ch.mo Prof. Francesco Lucarelli DOTTORANDO Dott. Francesco Fiordiliso TUTOR Ch.mo Prof. Ernesto Cesàro 3
2 L ATTIVITA D IMPRESA DELL INCAPACE: PROFILI FALLIMENTARI CAPITOLO I L acquisto della qualità di imprenditore in relazione alle diverse situazioni di incapacità legale. 1. Presupposti per l acquisto della qualità di imprenditore commerciale da parte dell incapace. 2. La continuazione dell attività d impresa. 3. Il sistema legislativo in relazione alle diverse tipologie di incapacità. 4. La partecipazione dell incapace in società di persone. 5. La partecipazione dell incapace in società di capitali 6. L impresa agricola dell incapace. CAPITOLO II L attività d impresa dell incapace non autorizzato. 1. La necessità dell autorizzazione per l esercizio commerciale dell impresa dell incapace. 2. Capacità di agire ed attività d impresa: l impresa esercitata personalmente dall incapace senza autorizzazione. 3. Incapacità naturale ed attività d impresa. 4. La titolarità dell impresa nell ipotesi di dolo del minore. 5. La revoca dell autorizzazione giudiziale all esercizio dell attività d impresa. CAPITOLO III La rappresentanza legale nell esercizio dell impresa dell incapace. 1. La funzione della rappresentanza legale: differanza genitore tutore. 2. Procura institoria e rappresentanza legale. 3. Titolarità dell impresa nell ipotesi di usufrutto legale dei genitori. 4. L attività d impresa svolta dal rappresentente legale in assenza di autorizzazione giudiziale. 4
3 CAPITOLO IV Il fallimento dell imprenditore incapace. 1. Assoggettabilità al fallimento degli incapaci regolarmente autorizzati all esercizio di una impresa commerciale. 2. Effetti di carattere patrimoniale e personale conseguenti al fallimento. 3. Il fallimento dell incapace non autorizzato, gestore di fatto di una impresa commerciale. 4. Tutela dell incapace fallito e affidamento dei terzi. 5. Il fallimento dell impresa esercitata dal legale rappresentante non autorizzato. 5
4 CAPITOLO I L ACQUISTO DELLA QUALITA DI IMPRENDITORE IN RELAZIONE ALLE DIVERSE SITUAZIONI DI INCAPACITA LEGALE 1. Presupposti per l acquisto della qualità di imprenditore commerciale da parte dell incapace 2. La continuazione dell attività d impresa 3. Il sistema legislativo in relazione alle diverse tipologie di incapacità 4. La partecipazione dell incapace in società di persone 5. La partecipazione dell incapace in società di capitali 6.L impresa agricola dell incapace 1. Presupposti per l acquisto della qualità di imprenditore commerciale da parte dell incapace. L ordinamento italiano ripone grande attenzione alla cura dei soggetti incapaci di agire. L incapace è un soggetto 6
5 che pur potendo essere titolare di diritti ed obblighi, non può compiere gli atti che comportano l acquisto, la regolamentazione o la perdita di tali situazioni giuridiche. L ottica del legislatore del 1942, confermata dalle successive modifiche, è quella di contemperare tutela e libertà, al fine di evitare i pregiudizi che possono derivare tanto da una disciplina troppo permissiva, tanto da una disciplina troppo restrittiva. Il legislatore si preoccupa, all uopo, di organizzare un sistema di autorizzazioni per le attività giuridiche dell incapace, che viene svolta tramite il rappresentane legale o con l assistenza di un curatore. Il giudice viene investito dal legislatore del compito di rendere effettiva la tutela dell incapace, con l applicazione al caso concreto dei principi dettati con le norme in astratto: sono i principi dell interesse del minore, dell utilità e del bisogno, della cura della persona e del patrimonio. Nell ambito di tale sistema di tutela dell incapace il legislatore regola anche lo svolgimento dell attività di impresa, fondamentale fulcro della moderna economia, 7
6 preoccupandosi da un lato di non danneggiarlo con atti speculativi, contrari alla logica di conservazione del patrimonio dell incapace, dall altro di non limitarlo eccessivamente precludendogli ogni attività di tipo commerciale. L attività di impresa da parte di un incapace viene valutata dal legislatore in modo diverso a seconda del tipo e del grado di incapacità e a seconda dei rischi connessi allo svolgimento delle diverse attività imprenditoriali. L analisi della problematica in oggetto deve quindi essere suddivisa in vari filoni a seconda innanzitutto del grado di incapacità, e in secondo luogo e in un secondo momento in base alla forma giuridica in cui è svolta l attività di impresa. Va precisato però, come si vedrà anche nel prosieguo, che le norme del codice civile, si riferiscono solo all impresa commerciale, compresa la piccola impresa, lasciando senza disciplina lo svolgimento dell attività agricola. Tale scelta legislativa, collegata ad un concetto di impresa agricola, oramai in evoluzione, quale impresa 8
7 comportante pochi rischi, può diventare un punto debole nella tutela dei soggetti incapaci. L art ^ comma del c.c. disciplina l attività di impresa commerciale in forma individuale del minore soggetto a potestà dei genitori e recita: l esercizio di una impresa commerciale non può essere continuato se non con l autorizzazione del tribunale su parere del giudica tutelare 1. L attività di impresa nel caso di minore non viene svolta dall incapace ma dai genitori, in quanto questi lo sostituiscono in ogni atto sia di ordinaria che di straordinaria amministrazione. L esigenza che soddisfa tale norma è quella di evitare che i genitori debbano chiedere una specifica autorizzazione per ogni atto concernente l attività di impresa, cosa che sarebbe assolutamente pregiudizievole alla dinamicità dell azienda. Al contrario invece, ottenendo l autorizzazione in parola i genitori possono, in rappresentanza del figlio, compiere qualsiasi atto concernente l impresa, senza necessità di 1 Continua il quinto comma stabilendo che questi (il giudice tutelare) può consentire l esercizio provvisorio dell impresa, fino a quando il tribunale abbia dliberato sull istanza. 9
8 distinguere tra atti di ordinaria e atti di straordinaria amministrazione. Per gli atti che non attengono all impresa resta ferma la regola generale della necessità di richiedere una specifica autorizzazione, per ogni singolo atto di straordinaria amministrazione. Al di là di questa eccezione al regime generale, ovvero la necessità di una sola autorizzazione per l intera attività, si applicano all impresa dell incapace tutte le norme dettate in tema di potestà dei genitori. Quindi l esercizio spetterà congiuntamente ad entrambi i genitori, salvo vi siano discordanze, impedimenti, o conflitti di interesse, nel qual caso troveranno applicazione rispettivamente gli articoli 316, 317, 320 ultimo comma del codice civile. Per il minore sottoposto a tutela il legislatore detta una specifica norma che devia parzialmente rispetto alla disciplina sopra citata e precisamente l art. 371 c.c. stabilisce che: Compiuto l inventario, il giudice tutelare, su proposta del tutore e sentito il protutore, delibera:. 3) sulla convenienza di continuare ovvero alienare o liquidare le aziende commerciali, che si trovano nel patrimonio del 10
9 minore, e sulle relative modalità e cautele. Nel caso in cui stimi evidentemente utile per il minore la continuazione dell esercizio dell impresa, il tutore deve domandare l autorizzazione del tribunale 2 Si è quindi in presenza di un doppio procedimento, nel quale la decisione fondamentale sulla sorte dell impresa é attribuita al giudice tutelare, ma tale decisione, se consiste nella continuazione e quindi nello svolgimento della attività di impresa, viene considerata non sufficiente, e si richiede l intervento aggiuntivo del tribunale. A questo ultimo è affidata la valutazione effettiva dei rischi che possono derivare al patrimonio del minore dallo svolgimento dell attività di impresa. Anche in tal caso l attività di impresa sarà svolta dal rappresentante legale in nome dell incapace, senza necessità di richiedere nuove autorizzazione per il compimento di atti di straordinaria amministrazione concernenti l impresa. 2 In pendenza della deliberazione del tribunale il giudice tutelare può consentire l esercizio provvisorio dell impresa (art. 371). 11
10 Diversa da quelle finora esaminate è la disciplina dello svolgimento dell attività commerciale da parte del minore emancipato. L emancipato, ovvero colui che avendo raggiunto l età di sedici anni, è stato autorizzato ed ha poi effettivamente contratto matrimonio, viene considerato dal legislatore come un soggetto parzialmente capace. Al suo fianco non c è più, infatti, il rappresentante legale che lo sostituisce in tutte le decisioni, ma vi è un curatore assistente, che lo accompagna solo nelle decisioni di particolare rilievo (atti di straordinaria amministrazione). L autorizzazione al minore emancipato di svolgere attività di impresa commerciale, non ha solo una funzione, come visto per i minori non coniugati, di facilitare l esercizio dell impresa, evitando che i tempi delle autorizzazioni contrastino con la dinamicità dell impresa, ma incide anche sul grado di capacità del minore. Il minore emancipato, autorizzato all esercizio dell impresa diventa un soggetto capace, salvo per alcune limitazioni: egli potrà infatti compiere da solo, senza autorizzazione e senza assistenza, tutti gli atti di ordinaria 12
11 e di straordinaria amministrazione, anche se non concernenti l esercizio dell impresa. Rimangono tuttavia alcune limitazione che impediscono di considerare il minore emancipato autorizzato all esercizio dell attività di impresa una persona pienamente capace e precisamente egli non potrà fare donazioni, fare testamento, essere nominato tutore ed inoltre dovrà necessariamente accettare con beneficio di inventario le eredità a lui devolute 3. Tali limitazioni, previste in generale per ogni soggetto minore non sono, infatti, derogate da apposite norme dettate per il minore emancipato. Il minore emancipato autorizzato all esercizio di una impresa commerciale resta quindi un soggetto parzialmente incapace in quanto, oltre alle limitazioni indicate, egli continua ad essere affiancato da un curatore, il cui ruolo resta esclusivamente collegato alla possibilità di richiedere la revoca dell autorizzazione, ove il minore non si dimostri più capace a gestire l impresa. 3 Tale punto risulta particolarmente controverso in dottrina. 13
12 In definitiva deve quindi considerarsi la diversa ottica con la quale il legislatore ha regolato la disciplina dell attività d impresa svolta dal minore non emancipato, rispetto a quello emancipato: nel primo caso infatti il giudice dovrà valutare le esigenze dell impresa e l idoneità dei rappresentanti a svolgere una proficua gestione nell interesse dell incapace, nel secondo caso invece il giudice dovrà valutare la particolare capacità del minore stesso. Sempre in questa prospettiva di considerare il minore emancipato autorizzato all attività di impresa quale soggetto più capace rispetto a quello non autorizzato, si spiega anche la previsione del legislatore di consentire allo stesso non solo la continuazione di una attività già in corso, ma anche l inizio di una nuova attività. Per gli interdetti il legislatore si limita ad operare un rinvio alle norme dettate in tema di minore sottoposto a tutela e precisamente quindi troverà applicazione l art. 371 c.c., già esaminato. Non mancano però, come si vedrà, dei 14
13 difetti di coordinamento tra le due discipline in particolare in riferimento al giudice competente per l autorizzazione. L attività di impresa sarà anche in questo caso svolta esclusivamente dal rappresentante legale, la cui idoneità, oltre all interesse dell incapace, sarà oggetto del provvedimento giudiziale. Parzialmente diversa appare infine la disciplina dettata per l inabilitato, soggetto che viene normalmente accostato al minore emancipato per la sua limitata capacità. In relazione allo svolgimento dell attività di impresa il legislatore tratta però le due figure in modo totalmente difforme, considerando che l inabilitato è un maggiormente parzialmente incapace, mentre il minore emancipato è un minorenne parzialmente capace. Da tale differenza di fondo deriva che l inabilitato potrà solo continuare e non anche iniziare una nuova attività di impresa e che in tale attività sarà assistito dal suo curatore, nonché eventualmente da un institore (art. 425). In dottrina sono però sorti contrasti sia relativamente alla portata dell assistenza del curatore sia il relazione alla 15
14 nomina dell institore. In relazione al primo problema si sono prospettate tre soluzioni. Parte della dottrina ha ritenuto che l inabilitato possa svolgere l attività di impresa senza alcuna assistenza del curatore. Tale tesi basa le sue argomentazioni sulla norma dell art. 424 c.c. che rinvia per la curatela dell inabilitato alle norme sull emancipazione. Il rinvio sarebbe pertanto riferito anche all art. 397 c.c. che consente l esercizio dell impresa senza l assistenza del curatore. Tale tesi sarebbe avvalorata ulteriormente dal fatto che l art. 425 c.c., che regola l esercizio dell impresa commerciale da parte dell inabilitato, non fa alcun riferimento alla presenza del curatore. Ciò nonostante la tesi in esame può essere sconfessata considerando che l assistenza del curatore all attività svolta dall inabilitato rappresenta l essenza stessa della disciplina dell inabilitazione e pertanto una così importante deroga non può essere ricavata meramente in via interpretativa ma necessiterebbe di una apposita previsione legislativa. 16
15 Ma anche tra coloro che ritengono necessaria la presenza del curatore nell esercizio dell impresa da parte dell inabilitato non vi è concordia di opinioni. Alcuni Autori tendono a distinguere tra atti di straordinaria amministrazione e atti di ordinaria amministrazione in relazione all attività di impresa, e ritengono necessaria la presenza del curatore solo per quelli di ordinaria. In realtà però in relazione all attività di impresa, a differenza delle altre attività di tipo negoziale, non è possibile distinguere tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione, ma solo tra atti concernenti e atti non concernenti l impresa. L autorizzazione all esercizio dell impresa da parte dell inabilitato consente quindi all incapace di compiere tutti gli atti concernenti l impresa senza chiedere ulteriori autorizzazioni, ma pur sempre con la presenza del curatore. Quanto al secondo dei dubbi prospettati ci si è chiesti se per la nomina del curatore occorra o meno una specifica autorizzazione del giudice. 17
16 Secondo un primo orientamento la proposizione institoria deve essere fatta dall inabilitato, con l assistenza del curatore e con l autorizzazione del giudice tutelare, trattandosi di atto di straordinaria amministrazione. Secondo un altra opinione, dominante in dottrina, la proposizione institoria non necessita di alcuna autorizzazione in quanto atto pertinente all esercizio dell impresa e pertanto già compreso nel provvedimento del tribunale che ha consentito all inabilitato di continuare l esercizio dell impresa. Ciò sta a significare che il giudice non ha alcun controllo sulla idoneità dell institore, rimettendosi alla valutazione dell inabilitato, assistito dal suo curatore. Alla disamina appena conclusa va oggi aggiunta la situazione del beneficiario dell amministratore di sostegno, per il quale non è espressamente prevista una disciplina per lo svolgimento dell attività di impresa. Per riempire il vuoto legislativo bisogna partire dalle linee guida dettate dal legislatore per l amministrazione di sostegno con la legge 9 gennaio 2004 n.6 18
17 La figura del beneficiario dell amministratore di sostegno è stata inserita dal legislatore tra i soggetti maggiorenni che necessitano di una protezione da parte dell ordinamento. Essa non ha però sostituito gli istituti dell interdizione e dell inabilitazione, ma si aggiunge ad essi. L amministratore di sostegno viene nominato dal giudice tutelare quando vi sono delle incapacità fisiche o morali, anche temporanee, che non sono però tali da rendere il soggetto completamente incapace. L art. 409 c.c. stabilisce che il beneficiario dell amministratore di sostegno è un soggetto capace, salvo per le limitazioni contenute nel provvedimento di nomina. Spetta quindi al giudice tutelare stabilire una disciplina apposita, diversa a seconda delle esigenze del singolo incapace, stabilendo gli atti che devono essere compiuti con la rappresentanza e quelli che devono essere compiuti con l assistenza dell amministratore. Anche l esercizio dell attività di impresa, non avendo nulla previsto il legislatore, deve essere regolato 19
18 espressamente dal giudice tutelare, nel provvedimento di nomina. Pertanto se in tale sede non viene indicata alcuna limitazione, il beneficiario dell amministrazione di sostegno potrà svolgere liberamente qualsiasi attività di impresa, continuandola o iniziandone una completamente nuova. Al contrario il giudice tutelare può richiamarsi alla disciplina dettata dal legislatore per un altro incapace o potrà creare una nuova disciplina che sia coerente con le esigenze del soggetto da tutelare. 2. La continuazione dell attività d impresa. Ad eccezione di quanto previsto per il minore emancipato, a tutti gli altri incapaci è consentita solamente la continuazione di una attività di impresa già in corso e non l inizio di una nuova attività. Le ragioni per cui è stata disposta dal legislatore l impossibilità per l incapace di iniziare (a mezzo dei suoi rappresentanti o con l assistenza del curatore) una nuova 20
19 attività di impresa si sogliono ritrovare nella disciplina dell'imprenditore commerciale. Tale disciplina è considerata particolarmente rischiosa 4, per cui è opportuno che la soggezione alla stessa dipenda normalmente dalla decisione personale di un soggetto capace 5. Nel caso di incapaci il legislatore si è quindi preoccupato di dettare una serie di regole, tra le quali la possibilità della sola continuazione, al fine di limitare gli effetti negativi che da tale disciplina possono derivare. Parte della dottrina, infatti, più precisamente spiega la normativa in esame ravvisando il motivo unico o quantomeno principale della limitazione in parola nella possibilità per l incapace di essere esposto al fallimento 6. Il fallimento rappresenta senza dubbio il principale effetto negativo collegato alla qualifica di imprenditore commerciale, per cui, secondo l orientamento in parola, il 4 si parla di rischio della qualità di commerciante; cfr. la la Relazione del Guardasigilli Solmi di al Libro delle persone, n in altri ordinamenti la protezione dell'incapace è totale e sotto questo profilo, nel senso che in nessun caso può essere esercitato il commercio per l'incapace. È quanto accade in Francia, dove non si ammette rappresentanza nell'esercizio di una professione: vedi RIPERT, Traitè èlèmentaire de droit commercial, VI ed. a cura di ROBLOT, Paris, 1968, I, p Cosi RAGUSA MAGGIORE, L impresa agricola e suoi aspetti di diritto commerciale e fallimentare, Napoli, 1964, p. 55; DE ROSA, La tutela degli incapaci, I, Patria potestà, Milano, 1962 p
20 legislatore, nel porre la limitazione all inizio di una nuova attività di impresa, avrebbe avuto come obbiettivo quello di limitare tale possibilità. Tale interpretazione non va sconfessata interamente in quanto è sicuramente ipotizzabile che tra i motivi politici che sono stati alla base della disciplina dell impresa da parte di un incapace vi è stata la volontà di sottrarre l'incapace al fallimento e alle sue conseguenze. Tanto è vero che il legislatore ha cercato di limitare gli effetti negativi del fallimento sulla vita dell incapace, stabilendo che i cosiddetti effetti personali del fallimento, quelli cioè che la legge ricollega direttamente, più che al fallimento in sé, all'iscrizione del nome del fallito nel registro dei falliti, non colpiscono e non possono colpire l'incapace insolvente e fallito (si veda al riguardo il capitolo IV). Ma se l esposizione a fallimento è stato uno dei motivi ispiratori della disciplina legislativa, probabilmente esso non è stato né l'unico né il principale 7. Il fallimento rappresenta infatti una forma particolare di esecuzione forzata, la quale, da un punto di vista 7 Cfr. OPPO, Materia agricola e forma commerciale, in Scritti giuridici in onore di Francesco Carnelutti, III, Padova, 1950, p
21 economico, non porta a risultati diversi da quelli che risulterebbero da una serie di azioni esecutive singolari 8 ; anzi si può ritenere che esso apporta un beneficio per il debitore, beneficio che consiste in un risparmio circa le spese di procedura (il che peraltro non basta evidentemente per poter sostenere che la procedura fallimentare esiste per il vantaggio del debitore) 9. E neppure può revocarsi in dubbio che il patrimonio di un soggetto incapace possa essere oggetto di esecuzione forzata ed anzi essere interamente assorbito da una azione o da una serie di azioni esecutive: ciò si verifica infatti ogni qual volta l'incapace sia considerato 8 FERRARA jr., Imprenditori e società, cit., p.217: importa poco che l incapace fallisca o meno, una volta che si è arrivati al suo dissesto. CANDIAN, Fallimento del genitore gestore o fallimento del minore?, in Temi, 1957, p. 274, sottolinea invece l'la sostanziale appartenenza del fallimento dell'incapace all'espropriazione forzata, motivando proprio in base alla mancanza, in queste ipotesi, degli effetti personali. 9 infatti indipendentemente dall'aspetto morale, il fallimento presenta altri caratteri del tutto negativi per il fallito: così nel fatto di essere disposto per l'insolvenza dell'imprenditore, cioè per la sola impossibilità di adempiere regolarmente a le proprie obbligazioni; la qual cosa significa che il fallimento può essere dichiarato anche se il presumibile attivo supera il presumibile passivo, con l'ovvia conseguenza di una svalutazione generale dell'attivo; così anche nella circostanza, tutta altro che trascurabile, che in caso di opposizione al fallimento da parte del fallito e di sua vittoria nella relativa causa, vengono a gravare sul patrimonio del fallito stesso anche le spese sostenute dal fallimento, senza o quasi i possibilità di recupero data l'interpretazione restrittiva che viene comunemente data all'articolo 21, comma 3, legge fall.: v. TEDESCHI G. U., Il giudizio di opposizione alla sentenza dichiarativa di fallimento, Padova, 1962, p Ad un aspetto negativo del fallimento dal punto di vista psicologico sembra accennare il CELORIA, Ancora sulla questione se il minore possa essere dichiarato fallito, in Mon. Trib., 1958, p. 862,: infatti, tra i gravi inconvenienti che accompagnerebbero il fallimento di un minore, vi sarebbe la formazione, in quest'ultimo, di gravi turbe psichiche e di complessi di inferiorità. Ma con turbamento psichico in soggetto immaturo può essere determinato da molte cause, diverse dal proprio fallimento. 23
22 responsabile di un'obbligazione. Ad esempio l'incapace può essere responsabile per un inadempimento di un obbligazione contrattuale, inadempimento a causa di una azione o di una omissione del legale rappresentante, ma ciò non impedisce che gli effetti negativi di tale inadempimento si riversino sul patrimonio dell'incapace, salva poi un eventuale azione di questi per ottenere il risarcimento del danno subito. Così ugualmente nel caso di responsabilità extracontrattualmente, sia nelle ipotesi di responsabilità oggettiva (ad esempio ex articolo 2053 cod. civ.) sia in quelle legate al dolo e alla colpa (art cod. civ.), il patrimonio dell incapace si trova ad essere esposto alle azioni dei danneggiati, qualora, beninteso, l'incapace legale abbia almeno la capacità di intendere e di volere. Tuttavia, benché esista tutta una serie di ipotesi in cui l'incapace può venire spogliato in tutto o in parte dei suoi beni esattamente come nel caso di fallimento, non si può negare che in questa ultima ipotesi, a differenza delle altre c'è qualcosa di più: c'è precisamente una notazione di 24
23 carattere sociale di contenuto nettamente sfavorevole per il soggetto dichiarato fallito. Il fallito si trova, infatti, esposto ad una diminuzione nella considerazione sociale; nei suoi confronti si manifesta una sfiducia generale, non limitata alla cerchia degli operatori economici. Si tratta in verità di un fenomeno spesso ingiustificato (soprattutto per l'incapace), ma che pur tuttavia esiste. È probabile quindi che anche la preoccupazione di sottrarre l'incapace al fallimento abbia spinto il legislatore a introdurre restrizioni e formalità complesse per permettere l'esercizio di un'impresa commerciale in nome e per conto di lui. D'altra parte però è indubbio che questa preoccupazione non può essere da sola sufficiente a spiegare la ratio della disciplina contenuta negli articoli 320, 371 e 425 codice civile. Se il legislatore, infatti, avesse unicamente temuto che l'incapace potesse un giorno trovarsi sottoposto ad una procedura concorsuale, sarebbe stato assai più semplice sottrarlo alla qualifica di imprenditore commerciale. Invece l incapace viene 25
24 considerato imprenditore anche se l attività viene materialmente esercitata da un soggetto diverso e cioè dal legale rappresentante. Ammesso, per queste considerazioni, che la preoccupazione di evitare all'incapace la sottoposizione alla procedura fallimentare non può costituire il motivo unico, né quello determinante, della particolare disciplina prevista per l'incapace imprenditore, la ratio delle norme citate va individuata nella struttura economica dell'attività commerciale 10. L attività commerciale è per sua natura in quanto attività continuativa nel tempo: essa è formata da una serie di atti che se non infinita certamente ha una durata indeterminata. Questo dato comporta, già da solo, che qualunque giudizio complessivo si voglia dare a priori all attività di impresa risulta essere necessariamente incerto, tanto più incerto e variabile quanto più la 10 il codice di commercio delle come è noto - più in là vietando espressamente al minore emancipato il compimento anche di un singolo atto di commercio (art. 10), se non con le autorizzazioni e le formalità previste per l'esercizio del commercio. Questo rigore si spiegava però storicamente con il fatto che il legislatore aveva voluto sottrarre l'emancipato ai rigori della giurisdizione commerciale (v. BORSARI, Codice di commercio del Regno d Italia annotato, Torino, 1868, I ). 26
25 previsione viene spinta lontano nel tempo. Inoltre l attività commerciale presenta sempre un elevato grado di aleatorietà, tale da poter vanificare ad un certo punto tutte le previsioni, per quanto numerosi siano stati i fattori presi in considerazione. Questa incertezza di valutazione circa il risultato finale dell'impresa (e anche circa i risultati parziali) si traduce nel c.d. rischio d impresa: l'attività commerciale è rischiosa in quanto, anche se l imprenditore è diligente, può comunque portare ad uno squilibrio tra i costi e i ricavi. Da un esame anche superficiale delle norme che concernono il patrimonio degli incapaci (ad esempio l'articolo 372 c.c. che detta i criteri per l'investimento dei capitali del minore sottoposto tutela), appare invece chiaro che il principio a cui si è ispirato il legislatore è quello della conservazione del patrimonio, conservazione vista come sinonimo di sicurezza, che può derivare solo dalla presenza di elementi stabili. Ed è facile comprendere che, poiché il concetto di sicurezza si contrappone a quello di rischio, il compimento di un attività che può portare a 27
26 breve o lunga scadenza all'assorbimento dell'intero patrimonio (l attività per sua natura implica un dinamismo incompatibile con la staticità presa dalla legge come ideale nell'amministrazione dei beni dell'incapace) non può che essere vista con disfavore dall ordinamento. A ciò si può ancora aggiungere da un lato la normale sfiducia con cui sempre (non solo nell'ipotesi dell'incapace) la legge vede l'amministrazione del patrimonio altrui 11, dall altro le difficoltà di conciliare la necessità di controlli e autorizzazioni sulle attività imprenditoriali con le incognite collegate al necessario protrarsi nel tempo dell'attività stessa. Tenuto conto di tutte queste considerazioni si spiegano agevolmente i limiti che condizionano l'esercizio di una attività commerciale in nome e per conto di un incapace. Ma, dopo aver appurato che l attività di impresa è un attività così rischiosa e così contrastante con i principi di cura del patrimonio dell incapace, resta ancora da 11 PANUCCIO, voce Amministrazione dei beni altrui, cit.; v. anche CICU, La filiazione, nel Trattato di dir. Civ. it., diretto da Vassalli, Torino, 1958; BUCCIANTE, La patria potestà nei suoi profili attuali, Milano, 1951; GRASSETTI, Della patria potestà, nel Codice Civile-Commentario diretto da D Amelio e Finzi, Libro I, (Persone e Famiglia), Firenze,
27 spiegare perché è invece consentita la continuazione dell attività di un impresa commerciale in nome e per conto di esso. Le due ipotesi di inizio e di continuazione si presentano profondamente diverse tra di loro. Quando si dà inizio ad un'impresa le previsioni da farsi sono più difficile e più aleatorie rispetto a quelle possibili dopo un certo tempo da ché l'impresa è iniziata; possono infatti essere valutati sono a distanza di tempo il grado di sviluppo, le fonti di approvvigionamento e l'estensione della clientela (tutti elementi che fanno sì che le previsioni sui costi e i ricavi possono diventare più attendibili). Non va inoltre dimenticato che l'inizio ex novo di un'impresa presuppone un organizzazione di beni destinati al suo esercizio, a mezzo della costituzione di una azienda. Devono quindi destinarsi ad essa beni e capitali, che devono essere distolti da una destinazione più certa. Per dare inizio all'impresa sono cioè necessari atti che non hanno come fine la mera conservazione del patrimonio nella sua struttura attuale e che, anche singolarmente 29
28 considerati (indipendentemente dal futuro esercizio dell'impresa) presentano un elemento non indifferente di rischio: ogni singolo bene destinato a far parte dell'azienda, è produttivo come bene singolarmente considerato, o, perlomeno, può avere una destinazione utile nel complesso del patrimonio; ma, una volta inserito nell'azienda, tale bene si presenta come improduttivo se non si esercita utilmente l'impresa. Tutti questi atti quindi, che necessariamente precedono l'esercizio ex novo di impresa commerciale, rientrerebbero nella categoria degli atti di straordinaria amministrazione, per ciascuno dei quali il legale rappresentante dovrebbe chiedere una specifica autorizzazione, che potrebbe essere concessa solo se l'atto si presentasse necessario o evidentemente utile per l'incapace (articolo II 320 comma c.c.); ma stante l'impossibilità di esprimere un simile giudizio su ciascuno di tali atti, la cui utilità non è mai evidente e comunque esiste solo in connessione con tutti gli altri atti destinati allo stesso fine, il giudice non 30
29 potrebbe mai autorizzare l inizio di un attività commerciale 12. Tutto quanto fino ad ora detto può servire a spiegare il divieto legislativo per il legale rappresentante di iniziare un impresa commerciale in nome e per conto dell incapace. A questo punto va, però, attentamente esaminato il concetto di continuazione per verificarne la sua effettiva portata, onde evitare di restringere ulteriormente il campo di attività imprenditoriale degli incapaci. Innanzitutto deve ritenersi che il legislatore nel consentire la continuazione di una impresa abbia voluto riferirsi ad una impresa oggettivamente già esistente, rispetto alla quale può già farsi una valutazione di rischi e opportunità e non si sia voluto riferire ad una impresa soggettivamente già presente nel patrimonio dell incapace. Un indicazione contraria a tale soluzione potrebbe trarsi dalla lettera dell articolo 371 c.c. il quale si riferisce ad un impresa che si trova nel patrimonio dell incapace. La 12 Si tratta infatti di atti di organizzazione della cui opportunità si può giudicare solo quando la fase - appunto, di organizzazione - è compiuta e incomincia l'attività di impresa per e propria. Una parte della dottrina (ad es. FERRARA jr., Imprenditori società, cit.) preferisce dire che l'esercizio e l'ex novo di impresa commerciale non può mai essere autorizzato in quanto in esso manca l'evidente utilità. 31
30 conseguenza di tale interpretazione restrittiva sarebbe però quella di precludere all incapace non solo l inizio ex novo di una nuova attività commerciale, ma anche la continuazione di un impresa, la cui attività è oggettivamente valutabile, ma appartenente ad un soggetto diverso dall incapace. L incapace quindi non potrebbe acquistare un impresa, ma non potrebbe nemmeno riceverla per donazione, in quanto anche in questo caso l impresa non si troverebbe nel suo patrimonio. L incapace potrebbe invece solo continuare un attività già esercitata prima dell interdizione o dell inabilitazione o al massimo gestire un azienda devolutagli per successione. Questa chiusura nell interpretazione del concetto di continuazione dell attività di impresa da parte di un incapace non può essere accettata, in quanto può portare a risultati contrari agli interessi stessi del soggetto che si vuole tutelare. Né la lettera dell art. 371 c.c. rappresenta un ostacolo insormontabile per considerare possibile un 32
31 acquisto inter vivos di un azienda da parte di un incapace, con prosecuzione dell attività commerciale. L art. 371 c.c. è infatti dettato solo in riferimento alla situazione del minore sotto tutela e non invece nella disciplina del minore in potestà. Ciò si spiega considerando che la norma in oggetto è volta a regolare la situazione in cui l incapace si viene a trovare in un istante ben definito della sua vita, ovvero nel momento dell apertura della tutela, affidando al giudice il compito di decidere la sorte delle imprese che in quel momento si trovano nel patrimonio dell incapace. La norma non vuole porre limitazioni di sorta, pertanto è ben possibile che nel patrimonio del minore si trovi un azienda acquistata precedentemente dall incapace con un atto vivi. Ciò spiega perché il legislatore all art. 320 c.c. non parla di aziende che si trovano nel patrimonio, proprio in quanto non c è un momento, quale è quello dell apertura della tutela, a cui deve essere rapportata la valutazione del giudice. Man mano che il minore si trova ad essere titolare di un impresa commerciale, il tribunale ne valuterà la sorte, 33
32 autorizzando o negando l autorizzazione all esercizio dell impresa. E però necessario distinguere i due momenti dell acquisto dell impresa e della continuazione della stessa, in quanto ciascuno va autorizzato indipendentemente in base a valutazioni diverse. Pertanto affinché un incapace acquisti con un atto tra vivi a titolo oneroso un impresa commerciale è necessario innanzitutto che l acquisto sia di per se stesso utile per il patrimonio dell incapace, a prescindere dalle prospettive di continuazione dell impresa stessa. Ciò può accadere nel caso ad esempio di prezzo particolarmente conveniente, tale da far ritenere al giudice tutelare che l acquisto rappresenti un buon investimento per il minore, anche in vista di una possibile rialienazione o di un possibile affitto dell impresa. Una volta che l azienda è divenuta di proprietà del minore, sarà un altro giudice, il Tribunale, a valutare la convenienza alla continuazione dell attività di impresa. 34
33 Tenendo quindi distinti i due momenti dell autorizzazione all acquisto e dell autorizzazione alla continuazione non sorgono ostacoli a ritenere che l incapace possa acquistare inter vivos a titolo oneroso un azienda. Egli infatti si troverà comunque a continuare un attività di impresa già iniziata da altri, per la quale è possibile valutare le prospettive reddituali e i rischi economici. Sempre nell analisi del concetto di continuazione dell attività di impresa, va considerato anche un ulteriore aspetto e precisamente la possibilità per un incapace di costituire una nuova società. Le stesse norme previste per lo svolgimento di una impresa individuale da parte di incapaci, vengono richiamate (art c.c.) anche per l assunzione della qualità di socio di società in nome collettivo e di socio accomandatario di società in accomandita semplice. In relazione alla partecipazione in tali società il concetto di continuazione assume un significato diverso. Esso non va infatti riferito alla società, come sostenuto da parte della dottrina, con conseguente possibilità per 35
34 l incapace di partecipare solo ad una società già esistente, ma va riferito sempre all impresa commerciale che la società gestisce. Pertanto ben può un incapace partecipare alla costituzione di una nuova società, a condizione però che lui stesso o un altro socio conferiscano un impresa già avviata, rispetto alla quale il giudice potrà operare le sue valutazioni. 3. Il sistema legislativo in relazione alle diverse tipologie d incapacità. La disciplina dell attività di impresa da parte dei soggetti incapaci è basata su un sistema complesso di autorizzazioni. Solo con l autorizzazione del giudice l incapace diventa imprenditore e può esercitare l attività commerciale. 36
35 Vale pertanto la pena di approfondire le difficoltà pratiche che gli operatori giuridici devono affrontare per consentire lo svolgimento dell attività di impresa da parte di un incapace, cercando una soluzione ai problemi di volontaria giurisdizioni collegati alle fattispecie in esame. Poiché le autorizzazioni richieste sono diverse a seconda del tipo di incapacità occorrerà procedere distinguendo tra i vari tipi di incapacità. Per il minore soggetto a potestà l art. 320 c.c. richiede l autorizzazione del tribunale su parere del giudice tutelare: il tribunale competente è quello ordinario del luogo ove ha il domicilio l incapace stesso. Problemi interpretativi sono sorti per il caso di azienda pervenuta al minore in via successoria: in tal caso occorrerà sicuramente l autorizzazione ad accettare l eredità, nella quale è compresa l azienda, con beneficio di inventario, di competenza del giudice tutelare ai sensi dell art. 320 c.c. e sarà poi necessaria l autorizzazione per la continuazione dell attività di impresa di cui si è già detto. 37
36 Non vi è invece concordia di opinioni circa la necessità di ottenere una ulteriore autorizzazione ai sensi dell art. 747 c.p.c., da parte del tribunale del luogo di apertura della successione. Parte della dottrina ritiene superflua questa ulteriore autorizzazione, prevista per la vendita di beni ereditari, nell interesse dei creditori e dei legatari del de cuius: per tali soggetti sarebbe infatti indifferente che a continuare l impresa sia l erede in luogo del de cuius. Secondo una diversa impostazione invece al fine di consentire al minore l esercizio di un attività commerciale risulta necessaria anche l autorizzazione in parola quando l azienda ha provenienza ereditaria. Tale tesi si basa sulla considerazione che l art. 747 c.p.c., pur previsto letteralmente solo in riferimento all alienazione dei beni ereditari, ha assunto una portata più ampia, come forma di controllo su tutti i beni che appartengono al complesso ereditario. Il giudice delle successioni viene ad avere quindi un ruolo fondamentale sulla sorte dell impresa devoluta 38
37 all incapace, potendo ritenere pregiudizievole per i creditori la continuazione dell impresa da parte dell incapace. Per quanto invece concerne il minore sottoposto a tutela il giudice competente a rilasciare l autorizzazione è il tribunale per i minorenni sempre in riferimento al luogo di domicilio del minore (art. 371 e 38 disp. att.). In relazione a tale fattispecie oltre a ripetersi i problemi di ordine successorio, già esaminati, si pongono ulteriori difficoltà. Il legislatore, come già accennato, richiede, infatti, un doppio stadio di controllo: in un primo momento il giudice tutelare decide sulla sorte dell impresa, se quindi deve essere alienata, affittata o continuata in nome dell incapace; se la decisione concerne la continuazione, su di essa deve esprimere giudizio il tribunale per i minorenni. Ma se il giudice tutelare ritiene più conveniente l alienazione dell azienda sarà necessaria l autorizzazione del tribunale ordinario, ai sensi dell art. 375 c.c., come per ogni altro atto di alienazione? 39
38 Tali dubbi non sono di poco conto considerando che il mancato rispetto delle norme autorizzative dettate a tutela degli incapaci comporta l annullabilità dell atto compiuto in difetto. Proprio in considerazione delle rilevanti conseguenze sulle fattispecie negoziali si tende, in tale materia, ha scegliere le soluzioni più prudenti e pertanto, nel caso di specie, è preferibile ritenere necessaria la seconda autorizzazione. Quindi non solo per la continuazione ma anche per l alienazione dell azienda ci si trova di fronte ad un sistema più complesso, rispetto a quello dettato per gli altri beni. Tuttalpiù si può ritenere che la valutazione del giudice tutelare circa la convenienza ad alienare l azienda vada considerata come espressione di parere positivo all operazione, come richiesto dall art. 375 c.c. Proseguendo con l esame delle difficoltà concernenti il sistema di autorizzazioni per l esercizio dell impresa da parte di un incapace va infine rilevato che, nonostante il legislatore rinvii alla disciplina dettata per il minore sotto tutela al fine di regolare lo svolgimento di impresa 40
39 dell interdetto, il giudice competente per l autorizzazione non può essere il tribunale per i minorenni, ma sarà il tribunale ordinario, del luogo in cui l incapace ha il suo domicilio. 4. La partecipazione dell incapace in società di persone. La partecipazione dell incapace in società di persone viene dal legislatore trattata alla stregua dello svolgimento di una impresa individuale. Anche se infatti, come oggi riconosciuto dalla dottrina dominante, essere socio di una società di persone non equivale ad essere imprenditore, i rischi e le responsabilità che derivano dalla partecipazione in tali società sono tali da rendere opportuna la stessa forma di tutela per l incapace. Naturalmente il discorso in oggetto riguarda solo la partecipazione come socio di società in nome collettivo o come socio accomandatario in società in accomandita 41
40 semplice, uniche forme di partecipazione che comportano la responsabilità illimitata del socio per le obbligazioni della società. Nessuna normativa è dettata invece per l assunzione di partecipazioni in società semplice e quale socio accomandante di società in accomandita semplice. Nessuna previsione, ancora, esiste in riferimento alle società di capitali e cooperative. Il dato normativo contenuto nell art c.c. si limita ad operare un mero rinvio alle norme contenute negli articoli 320 c.c., 371, già innanzi esaminate. Inoltre al socio accomandatario di s.a.s. vanno applicate le norme per i soci della s.n.c. 13 Questi i dati normativi riguardanti la partecipazione di incapaci in società di persone, che però, per quanto chiari, non evitano il sorgere di alcuni problemi interpretativi. 13 L art. 208 disp. Att. stabilisce inoltre che: L incapace, che sia socio di una società in nome collettivo o socio accomandatario di una società in accomandita, deve ottenere le autorizzazioni previste dagli articoli 320, 371, 397, 424 e 425 del Codice entro tre mesi dall entrata in vigore di questo. 42
41 Circa il concetto di continuazione si è già avuto modo di esprimere opinione, nel senso di ritenere possibile anche la costituzione di una nuova società da parte di incapaci, essendo la continuazione riferita dal legislatore non alla società, ma all azienda gestita dalla società stessa. Altro dubbio che può nascere dall art c.c. è quello relativo alla necessità di autorizzazione per un incapace che voglia partecipare ad una s.n.c. o quale accomandatario di una s.a.s., che svolgono un attività agricola. Il problema nasce dal fatto che le citate forme di società, insieme alle società di capitali, sono considerate società di tipo commerciale, anche quando svolgono attività agricola. La qualifica di società di tipo commerciale non è però da sola sufficiente a far ritenere derogata la regola contenuta nelle norme di riferimento (art. 320, 371) che richiedono l autorizzazione all esercizio dell impresa, solo quando l attività svolta è commerciale e non agricola. Pertanto nessuna autorizzazione ex 2294 c.c. sarà richiesta ove la società di tipo commerciale, svolga attività agricola. A 43
42 conferma di ciò si può considerare anche che i soci di una s.n.c. o gli accomandatari di una s.a.s. agricola non sono soggetti a fallimento, che è istituto relativo solo allo svolgimento di una attività commerciale. Ed anche se si è sostenuto in precedenza che l assoggettabilità a fallimento non è il motivo né unico né determinante delle scelte legislative in materia di impresa svolta da incapaci, non si è certo negata una sua valenza e un suo collegamento con i limiti legislativi. A tal punto, chiariti i casi in cui è necessario ricorrere all autorizzazione ex 2294 c.c.(costituzione, sottoscrizione di aumento, acquisto di quote) resta da verificare il contenuto e le valutazioni connesse all autorizzazione del giudice. Riguardo le valutazioni vi sono in dottrina due opinioni. Secondo la teoria della doppia autorizzazione 14, oltre all autorizzazione a continuare l impresa stabilita dall art c.c., con la quale il giudice valuta il rischio d impresa, risulta necessaria una ulteriore autorizzazione 14 Iannuzzi Santarcangelo 44
43 in riferimento all atto con il quale l incapace acquista la qualità si socio. Secondo l opposta teoria dell unica autorizzazione 15 invece l autorizzazione ex art sarebbe necessaria e sufficiente, nel senso che con essa il giudice valuterà anche la convenienza del negozio da compiersi, oltre naturalmente al rischio derivante dalla partecipazione con responsabilità illimitata. Tra le due tesi sembra però preferibile aderire alla prima, non solo in quanto le valutazioni sono diverse e separate ma anche perché spesse volte esse sono affidate a giudici diversi. Relativamente invece al contenuto dell autorizzazione in oggetto ci si chiede innanzitutto se l autorizzazione all esercizio dell attività di impresa sia sufficiente per il caso in cui successivamente l incapace decida di svolgere l attività insieme ad altri. Probabilmente l autorizzazione ha ad oggetto la specifica attività di impresa nella forma richiesta, pertanto sarà necessaria una nuova 15 Capozzi Ferrario Mazzacane 45
44 autorizzazione non solo per passare da una impresa individuale ad un'altra, ma anche se è necessario modificare la forma della società o l oggetto dell attività di impresa. Il giudice infatti deve valutare i rischi collegati alla specifica impresa e non all esercizio di impresa in generale. Inoltre si potrebbe ritenere non possibile la modifica dell oggetto sociale, quando essa comporti lo svolgimento di un attività completamente diversa, da potersi considerare nuova e quindi non consentita all incapace. Ancora altri dubbi derivano nel caso di scioglimento del singolo rapporto sociale e in caso di scioglimento della società. Per il recesso può trovare applicazione la normativa relativa all alienazione della partecipazione, con conseguente necessità di autorizzazione ai sensi del 320, 375, 394 e 424 c.c. Al contrario naturalmente l esclusione dell incapace, non presupponendo una sua volontà, non richiederà nessuna 46
45 autorizzazione, se non quella relativa alla riscossione della somma liquidata. Anche la decisione di scioglimento anticipato della società non richiede una specifica autorizzazione trattandosi di una vicenda sociale. In particolare poi se dal rendiconto finale deriva un risultato negativo della società, il socio incapace, in quanto illimitatamente responsabile, sarà obbligato ad adempiere al suo obbligo ed un eventuale intervento del giudice potrebbe riguardare solo il negozio finalizzato al recupero del denaro necessario per far fronte a tale obbligazione. 5. La partecipazione dell incapace in società di capitali. Il legislatore non ha previsto alcun limite per la partecipazione di incapaci a società di capitale, in quanto, stante la responsabilità limitata dei soci, il rischio 47
46 d impresa è limitato esclusivamente alla parte di ricchezza investita in essa. Conseguenza della mancanza di una apposita disciplina è quindi la possibilità per il minore e per gli altri incapaci di partecipare a società di capitali preesistenti o di nuova costituzione, senza necessità di ottenere un apposita autorizzazione per l esercizio dell impresa. Sono invece necessarie e sufficienti le ordinarie autorizzazioni per l atto a mezzo del quale si diventa soci. In particolare se la quota di partecipazione è compresa nell asse ereditario, a differenza di quanto visto per le società di persone, sarà sufficiente l accettazione dell eredità con beneficio d inventario, debitamente autorizzata, per acquistare la qualifica di socio. Se non esiste nessun limite per l ingresso dell incapace in società di capitali, esistono invece limiti relativamente alle sue funzioni: l incapace non può essere amministratore o sindaco della società. Gli articoli 2382 e 2399 c.c. relativi alle cause di ineleggibilità e di decadenza, rispettivamente per amministratori e sindaci, 48
47 prevedono una inidoneità all ufficio solo per gli interdetti e per gli inabilitati, nulla stabilendo per i soggetti minori. Trattandosi di norme limitative si potrebbe ritenere che questi ultimi possano essere chiamati a svolgere le funzioni direttive, ma la responsabilità e l esigenza di una gestione rapida ed efficace sconsigliano l accoglimento di tale soluzione. Non sarebbe infatti prospettabile né che l amministratore minorenne agisca senza alcuna autorizzazione, né che ciò venga fatto dal rappresentante legale, come nelle società di persone, mancando un apposita autorizzazione al riguardo, né infine che si debba chiedere una specifica autorizzazione per ogni atto di gestione o per esprimere il voto nell ambito del consiglio di amministrazione. Conseguenza di ciò è che l incapace non può mai assumere il ruolo di accomandatario di una società in accomandita per azioni, in quanto egli diventerebbe di diritto amministratore della società. Problemi particolari sorgevano, ante riforma del diritto delle società di capitali, per la partecipazione quale socio 49