Source: http://skywalkerboh.blogspot.com/2010/06/la-legge-bavaglio-articolo-per-articolo.html
Timestamp: 2018-07-18 16:21:54+00:00
Document Index: 59661180

Matched Legal Cases: ['in fine', 'art. 53', 'in fine', 'in fine', 'art. 114', 'art. 114', 'art. 240', 'art. 616', 'art. 203', 'art. 267', 'in fine', 'in fine', 'in fine', 'in fine']

21 Cost.: La Legge Bavaglio articolo per articolo. Analisi minuziosa
La Legge Bavaglio articolo per articolo. Analisi minuziosa
E' chiaro che non ci si può fidare di Minzolini e del suo TG1, come del TG2 (poco dice il TG3). Assolutamente inaffidabili sono ovviamente i 3 TG Mediaset e quasi tutta la stampa schierata a sostegno e propaganda del Regime delinquenziale che ci governa. Però se ci vogliamo chiarire le idee su cosa è questa porcheria legislativa che giustamente è stata soprannominata Legge Bavaglio, ecco un articolo dall'ultimo numero de L'Espresso, dove la legge stessa è riportata fedelmente e commentata da un giurista, quindi un addetto ai lavori. Questo è un articolo da leggere lentamente, con attenzione, e da far girare.
Il testo della legge articolo per articolo, spiegato e commentato da un giurista. Per capire cosa ci aspetta.
Il cosiddetto disegno di legge sulla intercettazioni o, meglio, anti-intercettazioni posto che l'obiettivo dichiarato è quello di circoscrivere quanto più possibile l'utilizzo di tale strumento investigativo e la pubblicazione dei contenuti acquisiti attraverso le intercettazioni consiste, in buona sostanza, in una serie di modifiche agli attuali codici penale e di procedura penale, cui vanno ad aggiungersi talune nuove previsioni che hanno lo scopo di sanzionare i comportamenti contrari al nuovo regime di utilizzabilità e di pubblicità delle intercettazioni medesime da parte dei capi dei uffici giudiziari, dei magistrati, dei giornalisti e degli editori.
A prescindere da qualsivoglia considerazione circa l'opportunità e necessità degli interventi normativi di recente approvati dal Senato, appare importante sottolineare che l'analisi complessiva delle disposizioni contenute nel disegno di legge non consente di condividere l'idea secondo la quale lo scopo perseguito attraverso lo stesso sarebbe effettivamente rappresentato dall'esigenza di garantire maggiore privacy ai cittadini.
Si tratta, d'altro canto, di un obiettivo assai poco credibile in un Paese nel quale si deve lasciare la carta d'identità e la traccia di tutti i propri percorsi di navigazione online ogni volta che si accede ad internet attraverso una postazione wifi pubblica, in un Paese nel quale, ormai, le città pullulano di dispositivi di videosorveglianza che le rendono realtà di orwelliana memoria e in un Paese nel quale il Ministro dell'interno propone di fare una radiografia ad ogni cittadino onesto che salga su un treno nell'illusoria speranza di scongiurare così atti terroristici.
E' curiosa - a leggere tra le righe del disegno di legge anti-intercettazioni - la visione della privacy che il Governo rappresenta: diritto assoluto e inviolabile se si tratta di limitare le intercettazioni di qualche migliaio di cittadini (i numeri generalmente utilizzati per sovradimensionare il fenomeno sono quelli delle utenze messe sotto controllo ma ogni soggetto intercettato dispone di numerose utenze da verificare) e diritto chiamato a cedere il passo ad altre esigenze di sicurezza e repressione dei reati, se si tratta della privacy di milioni di cittadini.
Art. 1. 1. All'articolo 36, comma 1, del codice di procedura penale, dopo la lettera h) è aggiunta la seguente: "h-bis) se ha pubblicamente rilasciato dichiarazioni concernenti il procedimento affidatogli".
La previsione mira ad imporre al Giudice un dovere di astenersi, ovvero dichiarare la propria impossibilità ad occuparsi del procedimento affidatogli, qualora nel corso dello stesso abbia rilasciato pubblicamente dichiarazioni sul medesimo.
L'indipendenza, l'autonomia di giudizio e la necessaria terzietà di ogni magistrato rispetto al procedimento che è chiamato ad affrontare costituiscono irrinunciabili garanzie che trovano le loro radici direttamente nel principio del "giusto processo" costituzionalmente garantito ad ogni cittadino.
E', dunque, giusto ed auspicabile - tanto da non dover forse richiedere neppure che una disposizione di legge lo preveda espressamente - che il giudice si astenga dal rappresentare in pubblico proprie idee, convincimenti o orientamenti in relazione ad ogni procedimento affidatogli.
La previsione, tuttavia, è formulata in modo tanto ampio e generico da lasciar ritenere sufficiente che il magistrato dichiari di essere assegnatario di un determinato procedimento o, piuttosto, rilasci una qualsiasi dichiarazione su fatti connessi al procedimento stesso, anche se già noti e non implicanti alcuna rivelazione rispetto alla propria posizione, perché sia costretto ad astenersi dal continuare a conoscere del procedimento medesimo.
La pericolosità dell'intervento proposto è legata all'elevato rischio che le dichiarazioni rese da un magistrato in relazione ad un procedimento a lui affidato possano essere strumentalizzate da indagati ed imputati per delegittimare il loro "giudice naturale".
a) al comma 2, nel primo periodo, dopo le parole: "lettere a), b), d), e)" sono inserite le seguenti: "e h-bis), nonché se risulta iscritto nel registro di cui all'articolo 335 per il reato previsto dall'articolo 379-bis del codice penale, in relazione al procedimento assegnatogli, sentito in tale caso il capo dell'ufficio competente ai sensi dell'articolo 11, al fine di valutare la effettiva sussistenza di ragioni oggettive per provvedere alla sostituzione";
b) al comma 2, è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Il procuratore generale procede allo stesso modo se il capo dell'ufficio e il magistrato assegnatario risultano indagati per il reato previsto dall'articolo 379-bis del codice penale, ovvero hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche in merito al procedimento.";
"2-bis. Di ogni iscrizione di magistrati nel registro di cui all'articolo 335 per il reato previsto dall'articolo 379-bis del codice penale, il procuratore della Repubblica informa immediatamente il capo dell'ufficio presso cui il magistrato indagato presta servizio ovvero il procuratore generale nell'ipotesi che indagati risultino il capo dell'ufficio e il magistrato assegnatario".
L'art. 53 del Codice di procedura penale sul quale la disposizione interviene, prevede una serie di ipotesi in presenza delle quali, il capo dell'ufficio giudiziario presso il quale si celebra un determinato procedimento deve provvedere a sostituire il pubblico ministero in ossequio al principio di autonomia del P.M..
La previsione contenuta nel DDL amplia il novero di tali ipotesi.
In forza della nuova norma, infatti, il capo dell'ufficio dovrà procedere alla sostituzione del PM anche ogni qualvolta questi abbia reso dichiarazioni sul procedimento affidatogli o, piuttosto, il suo nome sia finito iscritto sul registro delle notizie di reato per aver - anche solo in ipotesi - violato un segreto attinente agli atti del procedimento.
Facile immaginare a quali e quante strumentalizzazioni la norma possa prestarsi e quanto facile possa essere, attraverso essa, ottenere la rimozione di un pm "scomodo" dal banco dell'accusa.
Curioso che, in relazione a tale ipotesi, la filosofia estremamente "garantista" che ha sin qui ispirato l'azione legislativa e politica della maggioranza, ceda il passo ad una norma che giustifica la rimozione di un PM dal suo scranno solo perché qualcuno ha fatto una soffiata ad altro PM, accusandolo di aver violato un segreto d'ufficio.
a) al comma 5 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Il divieto opera anche nel caso di intercettazione eseguita su utenza diversa da quella in uso al difensore o agli altri soggetti incaricati.";
"5-bis. Ferma restando l'eventuale responsabilità penale, costituiscono illecito disciplinare l'annotazione, l'informativa, anche verbale, e l'utilizzazione delle conversazioni o comunicazioni di cui al comma 5".
La disposizione mira ad ampliare le garanzie di non intercettabilità che l'attuale codice di procedura penale già garantisce alle "conversazioni o comunicazioni dei difensori, degli investigatori privati autorizzati e incaricati in relazione al procedimento, dei consulenti tecnici e loro ausiliari...quelle tra i medesimi e le persone da loro assistite".
In realtà il divieto di intercettazione di tali conversazioni deve, già oggi, ritenersi tanto ampio da ricomprendere anche quelle effettuate su utenze telefoniche non intestate ai soggetti titolari della citata garanzia.
Non è, quindi, agevole comprendere quale sia il risultato perseguito con l'intervento in questione.
Il dubbio è rappresentato dalla circostanza che si voglia tentare di spostare il divieto dalle conversazioni tra determinate persone alle utenze astrattamente utilizzabili da determinate persone, creando così, indirettamente, un "canale sicuro" in quanto al riparo da ogni "rischio intercettazioni", utilizzabile anche da soggetti diversi rispetto a quelli che possono dar vita alle comunicazioni e conversazioni che già oggi la legge sottrae alle intercettazioni a prescindere dal canale utilizzato per porle in essere.
4. All'articolo 114, comma 2, del codice di procedura penale è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Di tali atti è sempre consentita la pubblicazione per riassunto".
La previsione mira a rendere possibile, solo per riassunto, la pubblicazione degli atti di un procedimento penale quando gli stessi non siano più coperti dal segreto.
L'attuale 2° comma dell'art. 114 vieta la pubblicazione "anche parziale" - ma nulla dice a proposito del riassunto - di tali atti sino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare.
Si tratta, probabilmente, di una delle disposizioni di minor buon senso contenute nel provvedimento in quanto, attraverso essa, si mostra di preferire il riassunto alla pubblicazione integrale piuttosto che per estratto, dimenticando - o fingendo di dimenticare - che proprio il riassunto è, invece, suscettibile di dar luogo, ad equivoci e fraintendimenti dovuti alla peculiare interpretazione di atti e fatti da parte di chi procedere a riassumere il contenuto di un atto giudiziario.
"2-bis. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, della documentazione e degli atti relativi a conversazioni, anche telefoniche, o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche ovvero ai dati riguardanti il traffico telefonico o telematico, anche se non più coperti dal segreto, fino alla conclusione delle indagini preliminari ovvero fino al termine dell'udienza preliminare.
2-ter. È vietata la pubblicazione, anche parziale, per riassunto o nel contenuto, delle richieste e delle ordinanze emesse in materia di misure cautelari. Di tali atti è tuttavia consentita la pubblicazione nel contenuto dopo che la persona sottoposta alle indagini o il suo difensore abbiano avuto conoscenza dell'ordinanza del giudice, fatta eccezione per le parti che riproducono la documentazione e gli atti di cui al comma 2-bis".
Le due previsioni mirano a precludere radicalmente, ovvero anche in forma parziale e/o per riassunto, la pubblicazione del contenuto delle intercettazioni anche quando su tali documenti non vi è più alcun segreto e gli stessi sono nella disponibilità di un elevato numero di soggetti tanto dalla parte dell'accusa che della difesa.
Come è noto la decisione di varare tale norma è stata, sin dall'inizio, giustificata sulla base dell'esigenza di tutelare la privacy dei soggetti coinvolti nel procedimento e/o nelle intercettazioni.
Si tratta, tuttavia, di una spiegazione che non convince e che sembra elaborata ad arte per celare il reale intendimento perseguito dagli estensori della norma: limitare la conoscenza di fatti ed episodi, anche di grande rilievo pubblico e, in ipotesi, allarme sociale.
La previsione, infatti, a ben vedere, mira a limitare la circolazione di taluni dati personali ma non il loro trattamento che viene legittimato sebbene da parte di un novero limitato di soggetti.
Qualora il reale intendimento perseguito dal legislatore fosse stato effettivamente quello di tutelare la privacy degli interessati si sarebbe, d'altro canto, potuto realizzare un meccanismo che consentisse la radicale distruzione di ogni contenuto non strettamente rilevante ai fini della prosecuzione del procedimento.
La circostanza, viceversa, che un novero piuttosto ampio di persone (magistrati, avvocati, indagati, personale di cancelleria, agenti di polizia giudiziaria, periti e consulenti) - le stesse che vi hanno accesso nell'attuale sistema e che, a detta degli stessi promotori dell'iniziativa legislativa, sarebbero all'origine di gravi fughe di notizie - continuerà a disporre legittimamente del contenuto delle intercettazioni delle quali la pubblicazione sarà vietata, rende elevato il rischio che i dati e le informazioni contenute nelle intercettazioni possano formare oggetto di un autentico "mercato nero" o, piuttosto, essere utilizzati a mo' di merce di scambio per ottenere ogni genere di vantaggio economico e non.
La libertà di pubblicazione di quei contenuti avrebbe, al contrario, come vantaggio quello di inflazionare il valore economico e/o politico dei medesimi rendendoli inutilizzabili per qualsivoglia finalità illecita.
"6-ter. Sono vietate la pubblicazione e la diffusione dei nomi e delle immagini dei magistrati relativamente ai procedimenti e processi penali loro affidati. Il divieto relativo alle immagini non si applica all'ipotesi di cui all'articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del presente codice, nonché quando, ai fini dell'esercizio del diritto di cronaca, la rappresentazione dell'avvenimento non possa essere separata dall'immagine del magistrato".
Tale disposizione ha, probabilmente, l'obiettivo di garantire al magistrato un maggior livello di privacy in relazione al proprio coinvolgimento in un determinato procedimento, sottraendolo, così a pressioni personali e mediatiche da parte di soggetti interessati al procedimento stesso e/o mezzi di informazione.
Se tale è il reale intendimento del legislatore, si tratterebbe di intenzione condivisibile sebbene destinata a rimanere frustrata in ragione del fatto che la circostanza relativa all'assegnazione di un procedimento ad un determinato magistrato è circostanza nota ad un novero piuttosto ampio di persone e facilmente acquisibile attraverso la semplice frequentazione degli ambienti giudiziari.
La circostanza, peraltro, diviene tanto meno celabile, tanto più sono ridotte le dimensioni dell'ufficio giudiziario presso il quale si svolge un determinato procedimento.
In tale contesto è da chiedersi se la semplice notizia dell'avvio di un certo procedimento presso un ufficio giudiziario di ridotte dimensioni con conseguente facilità di individuazione del magistrato e/o dei magistrati che ne sono incaricati possa comportare una violazione del divieto.
Ciò comporterebbe un'ulteriore e grave limitazione della libertà di informazione e contribuirebbe a svuotare di contenuto la cronaca giudiziaria.
"7. È in ogni caso vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni informatiche o telematiche di cui sia stata ordinata la distruzione ai sensi degli articoli 269 e 271. È altresì vietata la pubblicazione, anche parziale o per riassunto, della documentazione, degli atti e dei contenuti relativi a conversazioni o a flussi di comunicazioni telematiche riguardanti fatti, circostanze e persone estranee alle indagini, di cui sia stata disposta l'espunzione ai sensi dell'articolo 268, comma 7-bis".
La disposizione, a dispetto, dell'apparente buon senso e ragionevolezza che sembrano ispirarla, rappresenta una delle principali "protagoniste" del "bavaglio" del quale tanto si è parlato in questi giorni.
Con la scusa di ribadire un principio ovvio e, in ogni caso, condivisibile quale quello secondo il quale è vietata la pubblicazione, in ogni forma, di atti e contenuti dei quali sia stata ordinata la distruzione o l'espunzione dagli atti di causa, infatti, si abroga, implicitamente, la norma di chiusura dell'art. 114 che prevedeva che fosse "sempre consentita la pubblicazione del contenuto di atti non coperti dal segreto".
"2. Di ogni iscrizione nel registro degli indagati per fatti costituenti reato di violazione del divieto di pubblicazione commessi dalle persone indicate al comma 1, il procuratore della Repubblica procedente informa immediatamente l'organo titolare del potere disciplinare, che nei successivi trenta giorni, ove siano state verificate la gravità del fatto e la sussistenza di elementi di responsabilità, e sentito il presunto autore del fatto, dispone la sospensione cautelare dal servizio o dall'esercizio della professione fino a tre mesi".
La disposizione prevede che in ogni ipotesi in cui "impiegati dello Stato o di altri enti pubblici ovvero...persone esercenti una professione per la quale è richiesta una speciale abilitazione dello Stato" violino un divieto di pubblicazione, il Procuratore della Repubblica debba informarne l'organo titolare del potere disciplinare, affinché disponga una sospensione dell'autore della violazione, dall'esercizio della professione, fino a tre mesi.
La sanzione disciplinare per l'autore della violazione, scatta - anche in questo caso come nell'ipotesi della rimozione del magistrato dal suo incarico - senza che vi sia bisogno che un giudice accerti l'effettiva violazione ma per il sol fatto che il presunto autore sia stato iscritto - appunto in tale qualità di presento e non certo autore della violazione - nel registro degli indagati.
A prescindere da tale considerazione vien da chiedersi se, qualora la violazione del divieto di pubblicazione, sia commessa anziché da un giornalista, da un avvocato, un medico o, magari, un architetto - tutti professionisti iscritti ad appositi albi professionali - i titolari dell'azione disciplinare nei loro confronti, dovranno, comunque applicare la sanzione disciplinare prevista dalla nuova norma.
Si può sospendere un medico dalla sua attività con un provvedimento disciplinare perché, per passione, nel proprio tempo libero, ha deciso di seguire da blogger una certa vicenda giudiziaria e, magari, di pubblicare uno stralcio di intercettazioni trovate online? E un avvocato? Un architetto-blogger?
9. Al comma 2 dell'articolo 240 del codice di procedura penale, nel secondo periodo, dopo le parole: "per i documenti formati attraverso la raccolta illegale di informazioni" sono aggiunte le seguenti: "e per i documenti, i supporti e gli atti relativi alle riprese e registrazioni fraudolente di cui all'articolo 616-bis del codice penale, salvi i casi in cui la punibilità è esclusa ai sensi del secondo comma del medesimo articolo".
La norma mira ad integrare l'art. 240 del codice di procedura penale, prevedendo che il pubblico ministero debba disporre la secretazione (ovvero sottrarli agli atti causa) e la custodia di ogni documento e/o supporto illegittimamente acquisito anche ponendo in essere il reato - che si vorrebbe introdurre con la stessa disposizione - di "riprese e registrazioni fraudolente"; si tratta della fattispecie meglio nota come "anti-Patrizia" dal nome della escort che procedette alla registrazione delle conversazioni avute con il Premier.
Uno degli aspetti più delicati della novella è rappresentato dalla circostanza che in essa si fa riferimento a "riprese e registrazioni fraudolente di cui all'art. 616-bis" ma non si specifica se ed in che modo vada accertata la circostanza che ci si trovi effettivamente dinanzi ad una "ripresa o registrazione fraudolenta".
Anche in questo caso, l'ambiguità e scarsa puntualità della norma rischia di trasformarsi in pericoloso strumento di indebite pressioni e/o strumentalizzazioni.
10. L'articolo 266 del codice di procedura penale è sostituito dal seguente:
"Art. 266. - (Limiti di ammissibilità). - 1. L'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e l'acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni sono consentite nei procedimenti relativi ai seguenti reati:
g) delitti previsti dall'articolo 600-ter, terzo comma, del codice penale, anche se relativi al materiale pornografico di cui all'articolo 600-quater.1 del medesimo codice.
2. Negli stessi casi è consentita l'intercettazione di comunicazioni tra presenti solo se vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l'attività criminosa. Tuttavia, qualora dalle indagini svolte emerga che l'intercettazione potrebbe consentire l'acquisizione di elementi fondamentali per l'accertamento del reato per cui si procede o che dall'intercettazione possano emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1, e la stessa debba essere eseguita in luoghi diversi da quelli indicati dall'articolo 614 del codice penale, il pubblico ministero, con decreto eventualmente reiterabile ricorrendone i presupposti, dispone le operazioni per non oltre tre giorni, secondo le modalità indicate nell'articolo 267, comma 3-bis".
La disposizione, sebbene a colpi di "interventi quasi chirurgici" modifica in modo rilevante la disciplina vigente, ampliando il novero degli strumenti di indagine rientranti nei limiti di ammissibilità, limitando sensibilmente le possibilità di disporre intercettazioni di tipo ambientale e, inoltre, rendendo assai più complessa e quasi defatigante la richiesta di autorizzazione allo svolgimento delle intercettazioni tra presenti.
Sotto il primo profilo mentre la disciplina vigente, circoscrive l'ambito di applicazione della disposizione alle sole "intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione" la nuova norma prevede che i limiti di ammissibilità delle intercettazioni si applichino anche all'intercettazione "di immagini mediante riprese visive e l'acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni".
Con specifico riferimento a tale ultimo aspetto, ovvero all'acquisizione di documentazione sul traffico, peraltro, la Corte Costituzionale, in passato ha già chiarito che le esigenze di privacy che vengono in rilievo in relazione all'intercettazione del contenuto di una comunicazione non sono equiparabili a quelle, ben minori, connesse all'acquisizione di semplice documentazione sul traffico.
Sotto il secondo profilo, la nuova disciplina, intende trasformare in regola quella che nell'attuale assetto è l'eccezione ovvero l'impossibilità di effettuare intercettazioni tra presenti laddove non vi sia "fondato motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l'attività criminosa".
Mentre nella disciplina vigente tale divieto è limitato alle intercettazioni da svolgersi in "private dimore" (da intendersi come case, uffici e/o automobili), nella nuova norma tale divieto è destinato ad essere esteso ad ogni altro luogo.
Nel nuovo regime, pertanto, non sarà più possibile neppure intercettare una conversazione tra due persone in un bar o ristorante se non vi è fondato motivo di ritenere che, proprio in quel luogo, "si stia svolgendo l'attività criminosa".
Tale importante limitazione all'utilizzo di un'intercettazione ambientale è solo marginalmente mitigato dalla disposizione di cui alla seconda parte del comma 2, laddove è previsto che qualora ritenga che l'intercettazione delle conversazioni tra presenti "potrebbe consentire l'acquisizione di elementi fondamentali per l'accertamento del reato per cui si procede o che dall'intercettazione possano emergere indicazioni rilevanti per impedire la commissione di taluno dei reati indicati nel comma 1", il Pubblico Ministero, dispone l'intercettazione, purché in luoghi diversi rispetto alla "privata dimora" e/o domicilio, sino ad un massimo di tre giorni.
La disposizione introduce forti limiti all'utilizzo di strumenti investigativi che hanno sin qui consentito l'individuazione di crimini e criminali di rilevante spessore.
L'attuale disciplina subordina l'autorizzazione a disporre le intercettazioni richieste alla sola circostanza che sussistano "gravi indizi di reato e l'intercettazione è assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini".
La disposizione approvata al Senato, invece, introduce un ampio elenco di ulteriori requisiti che devono ricorrere perché possa essere disposta l'intercettazione. Taluni di tali requisiti hanno per effetto quello di far apparire possibile l'intercettazione solo laddove gli inquirenti dispongano di un insieme di informazioni tanto dettagliate da rendere quasi inutile il ricorso alle intercettazioni.
Per fare un esempio, qualora si avesse notizia della circostanza che un soggetto indagato si metterà in contatto con altro soggetto non indagato in relazione ai fatti per i quali si indaga, sembrerebbe doversi escludere la possibilità di mettere sotto controllo l'utenza del soggetto destinatario della telefonata salvo che questi - già prima della telefonata medesima - non sia a conoscenza di fatti per i quali si procede.
Egualmente non convincono le forti limitazioni disposte in relazione alle video-intercettazioni che, la disciplina appena approvata, vorrebbe limitare ai soli "luoghi appartengono a soggetti indagati...agli stessi effettivamente e attualmente in uso, ovvero [che] appartengono o sono effettivamente e attualmente in uso a soggetti diversi che, sulla base di specifici atti di indagine, risultano a conoscenza dei fatti per i quali si procede e sussistono concreti elementi per ritenere che le relative condotte siano attinenti ai medesimi fatti".
Tale limitazione è davvero difficile da conciliare con la politica legislativa degli ultimi anni che ha trasformato le nostre città in realtà video sorvegliate di orwelliana memoria e con proposte quale quella da ultimo lanciata dal Ministro dell'Interno Roberto Maroni di installare dei body scanner nelle nostre stazioni. La sensazione, infatti, è che il diritto alla privacy debba cedere il passo alle esigenze di sicurezza quando si tratta della privacy di comuni cittadini mentre tali priorità siano capovolte quando si tratti della privacy di soggetti indagati per ipotesi di reato, peraltro, gravi e rilevanti.
"1-bis. Nella valutazione dei gravi indizi di reato si applicano le disposizioni di cui agli articoli 192, commi 3 e 4, 195, comma 7, e 203.";
La norma ancora la valutazione circa la sussistenza "dei gravi indizi di reato" a parametri ulteriori rispetto a quelli di cui al solo art. 203 già previsti dalla disciplina vigente.
Il riferimento agli articoli 192 e 195, in particolare, mira a limitare l'utilizzabilità, ai fini della valutazione, delle dichiarazioni rese da coimputati o imputati in reati connessi e collegati.
"2. Nei casi di urgenza, quando vi è fondato motivo di ritenere che dal ritardo possa derivare grave pregiudizio alle indagini, il pubblico ministero dispone le operazioni previste dall'articolo 266 con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile, che va comunicato immediatamente e comunque non oltre tre giorni al tribunale indicato nel comma 1. Il tribunale, entro tre giorni dalla richiesta, decide sulla convalida con decreto, motivato contestualmente e non successivamente modificabile o sostituibile. Se il decreto del pubblico ministero non viene convalidato nel termine stabilito, le operazioni previste dall'articolo 266 non possono essere proseguite e i risultati di esse non possono essere utilizzati.";
La norma non introduce significative modifiche alla disciplina vigente, limitandosi a raccordare la disposizione di cui al comma 2 dell'art. 267 del c.p.p. alle precedenti modifiche segnalate.
"3. Il decreto del pubblico ministero che dispone l'intercettazione indica le modalità e la durata delle operazioni per un periodo massimo di trenta giorni, anche non continuativi. Il pubblico ministero dà immediata comunicazione al tribunale della sospensione delle operazioni e della loro ripresa. Su richiesta motivata del pubblico ministero, contenente l'indicazione dei risultati acquisiti, la durata delle operazioni può essere prorogata dal tribunale fino a quindici giorni, anche non continuativi. Una ulteriore proroga delle operazioni fino a quindici giorni, anche non continuativi, può essere autorizzata qualora siano emersi nuovi elementi, specificamente indicati nel provvedimento di proroga unitamente ai presupposti di cui al comma 1. Quando, sulla base di specifici atti di indagine, emerge l'esigenza di impedire che l'attività delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, ovvero che siano commessi altri reati, il pubblico ministero può richiedere nuovamente una proroga delle operazioni fino a quindici giorni, anche non continuativi.
3-ter. Quando le operazioni di cui all'articolo 266 sono necessarie per lo svolgimento delle indagini in relazione a delitti di cui all'articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, l'autorizzazione di cui ai commi precedenti è data se vi sono sufficienti indizi di reato. Nella valutazione dei sufficienti indizi si applica l'articolo 203. La durata delle operazioni non può superare i quaranta giorni, ma può essere prorogata dal tribunale con decreto motivato per periodi successivi di venti giorni, qualora permangano gli stessi presupposti, entro i termini di durata massima delle indagini preliminari. Nei casi di urgenza, alla proroga provvede direttamente il pubblico ministero ai sensi del comma 2. L'intercettazione di comunicazioni tra presenti di cui al comma 2 dell'articolo 266, disposta in un procedimento relativo ai delitti di cui al presente comma, è consentita anche se non vi è motivo di ritenere che nei luoghi ove è disposta si stia svolgendo l'attività criminosa. 3-quater. Nel decreto di cui al comma 3 il pubblico ministero indica l'ufficiale di polizia giudiziaria responsabile del corretto adempimento delle operazioni, nei casi in cui non vi procede personalmente.";
La nuova norma, fatta eccezione per i reati più gravi, ha l'effetto di circoscrivere temporalmente la durata massima delle intercettazioni entro limiti molto stringenti, subordinando, peraltro, la possibilità per il pubblico ministero di chiedere ed ottenere delle proroghe al ricorrere di presupposti assai più rigorosi rispetto a quelli che devono ricorrere ai fini dell'autorizzazione dell'intercettazione.
La disciplina vigente prevede invece che il giudice possa prorogare di 15 giorni in 15 giorni le intercettazioni all'unica condizione che permangano i presupposti in presenza dei quali sono state concesse.
Specie in relazione ad indagini complesse gli importanti limiti temporali alla durata delle intercettazioni individuati nella nuova disciplina, rischiano di frustrare integralmente le indagini.
e) al comma 4 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "Nei casi di cui al comma 3-ter il pubblico ministero e l'ufficiale di polizia giudiziaria possono farsi coadiuvare da agenti di polizia giudiziaria.";
"5. In apposito registro riservato tenuto in ogni procura della Repubblica sono annotati, secondo un ordine cronologico, la data e l'ora di emissione e la data e l'ora di deposito in cancelleria o in segreteria dei decreti che dispongono, autorizzano, convalidano o prorogano le intercettazioni e, per ciascuna intercettazione, l'inizio e il termine delle operazioni".
Tali disposizioni non intervengono in maniera significativa sulla disciplina vigente.
12. All'articolo 268 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
"1. Le comunicazioni intercettate sono registrate e delle operazioni è redatto verbale. I verbali e i supporti delle registrazioni sono custoditi nell'archivio riservato di cui all'articolo 269.
3. Le operazioni di registrazione sono compiute per mezzo degli impianti installati nei centri di intercettazione telefonica istituiti presso ogni distretto di corte d'appello. Le operazioni di ascolto sono compiute mediante gli impianti installati presso la competente procura della Repubblica ovvero, previa autorizzazione del pubblico ministero, presso i servizi di polizia giudiziaria delegati per le indagini.";
"3-ter. Ai procuratori generali presso la corte d'appello e ai procuratori della Repubblica territorialmente competenti sono attribuiti i poteri di gestione, vigilanza, controllo e ispezione, rispettivamente, dei centri di intercettazione e dei punti di ascolto di cui al comma 3.";
"4. I verbali e le registrazioni sono immediatamente trasmessi al pubblico ministero. Entro cinque giorni dalla conclusione delle operazioni, il pubblico ministero deposita in segreteria i verbali e le registrazioni attinenti al procedimento insieme con i decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l'intercettazione, rimanendovi per il tempo fissato dal pubblico ministero, comunque non inferiore a quindici giorni, salvo che il tribunale, su istanza delle parti, tenuto conto del loro numero nonché del numero e della complessità delle intercettazioni, non riconosca necessaria una proroga.
6. Ai difensori delle parti è immediatamente dato avviso che, entro il termine di cui ai commi 4 e 5, hanno facoltà di prendere visione dei verbali e dei decreti che hanno disposto, autorizzato, convalidato o prorogato l'intercettazione e di ascoltare le registrazioni ovvero di prendere visione delle videoregistrazioni o cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche. È vietato il rilascio di copia dei verbali, dei supporti e dei decreti.";
"6-bis. È vietato disporre lo stralcio delle registrazioni e dei verbali attinenti al procedimento prima del deposito previsto dal comma 4. 6-ter. Scaduto il termine, il pubblico ministero trasmette immediatamente i decreti, i verbali e le registrazioni al tribunale, il quale fissa la data dell'udienza in camera di consiglio per l'acquisizione delle conversazioni o dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche indicati dalle parti, che non appaiono manifestamente irrilevanti, procedendo anche d'ufficio allo stralcio delle registrazioni e dei verbali di cui è vietata l'utilizzazione. Il tribunale decide in camera di consiglio a norma dell'articolo 127.";
"7. Il tribunale, qualora lo ritenga necessario ai fini della decisione da assumere, dispone la trascrizione integrale delle registrazioni acquisite ovvero la stampa in forma intelligibile delle informazioni contenute nei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche acquisite, osservando le forme, i modi e le garanzie previsti per l'espletamento delle perizie. Le trascrizioni o le stampe sono inserite nel fascicolo per il dibattimento.
8. I difensori possono estrarre copia delle trascrizioni e fare eseguire la trasposizione delle registrazioni su supporto informatico. In caso di intercettazione di flussi di comunicazioni informatiche o telematiche i difensori possono richiedere copia su idoneo supporto dei flussi intercettati, ovvero copia della stampa prevista dal comma 7".
La nuova disciplina burocratizza - anche in taluni casi di dubbia opportunità - la circolazione e gestione delle intercettazioni nell'ambito degli uffici giudiziari e la loro messa a disposizione ai difensori.
13. All'articolo 269 del codice di procedura penale sono apportate le seguenti modificazioni:
"1. I verbali e i supporti contenenti le registrazioni sono conservati integralmente in un apposito archivio riservato tenuto presso l'ufficio del pubblico ministero che ha disposto l'intercettazione, con divieto di allegazione, anche solo parziale, al fascicolo.";
b) al comma 2, primo periodo, dopo le parole: "non più soggetta a impugnazione" sono aggiunte le seguenti: "e delle stesse è disposta la distruzione nelle forme di cui al comma 3";
c) ai commi 2 e 3, la parola: "giudice", ovunque ricorre, è sostituita dalla seguente: "tribunale".
Si tratta di interventi analoghi a quelli di cui al comma precedenti ed aventi analoghe finalità. Comuni sono anche le perplessità in relazione all'effettiva opportunità dell'intervento.
14. All'articolo 270 del codice di procedura penale, il comma 1 è sostituito dal seguente:
"1. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali le intercettazioni sono state disposte, salvo che risultino indispensabili per l'accertamento dei delitti di cui agli articoli 51, commi 3-bis e 3-quater, e 407, comma 2, lettera a), del presente codice, nonché per l'accertamento dei delitti di cui agli articoli 241, 256, 257, 416-ter, 419, 600-ter, secondo comma, e 600-quinquies del codice penale, e non siano state dichiarate inutilizzabili nel procedimento in cui sono state disposte".
La norma mira a restringere ulteriormente rispetto a quanto già previsto la possibilità di utilizzare i risultati di un'intercettazione nell'ambito di un procedimento diverso da quello in relazione al quale è stata disposta.
La previsione attualmente vigente ne consente, infatti, l'utilizzo in tutti i casi nei quali è previsto l'arresto in flagranza mentre la nuova disposizione ne limita l'utilizzabilità solo ai reati più gravi.
In passato si era già dubitato della legittimità costituzionale della norma che, di fatto, rende inutilizzabile la prova della responsabilità penale di un soggetto "solo" perché acquisita in un procedimento volto a provare altro genere di responsabilità ma, la Corte Costituzionale, l'aveva dichiarata legittima sul presupposto che - non restringendo tale possibilità solo ad alcuni reato "più gravi" - si sarebbe eccessivamente ristretta la libertà personale dei cittadini in relazione alle conversazioni private, finendo, nella sostanza, con il firmare una "delega in bianco" agli inquirenti.
15. All'articolo 271, comma 1, del codice di procedura penale, le parole: "e 268 commi 1 e 3" sono sostituite dalle seguenti: "e 268, commi 1, 3, 5, 6 e 6-bis"
L'articolo 271 del codice di procedura penale attualmente prevede ulteriori limiti di inutilizzabilità delle intercettazioni laddove siano state eseguite in violazione della procedura prevista per la loro autorizzazione.
La nuova norma, coerentemente alle modifiche sin qui segnalate, mira ad estendere il novero delle disposizioni sul procedimento di autorizzazione di un'intercettazione la cui violazione ne preclude l'utilizzabilità.
16. All'articolo 271 del codice di procedura penale, dopo il comma 1 è inserito il seguente:
"1-bis. I risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati qualora, nell'udienza preliminare o nel dibattimento, il fatto risulti diverso e in relazione ad esso non sussistano i limiti di ammissibilità previsti dall'articolo 266".
Si tratta di disposizione per un verso scritta male e, per altro verso, pericolosa.
Sotto il primo profilo va rilevato che la "diversità" è un concetto relativo che richiede ai fini della sua valutazione un parametro di riferimento: qualcosa può essere diverso da qualcos'altro ma non può essere semplicemente diverso dall'assoluto.
Si tratta di un'importante limitazione alla discrezionalità del magistrato nel motivare il proprio provvedimento, facendo ricorso, ove ritenuto utile ed opportuno, a anche alla citazione letterale di un'intercettazione.
Al riguardo si immagini il caso nel quale, nel disporre una misura cautelare di un indagato il Giudice fondi il proprio provvedimento sul pericolo di fuga, risultato provato dalla circostanza che, nel corso di intercettazioni telefoniche, l'indagato abbia utilizzato un'espressione che renda incisivamente l'idea della propria volontà di rifugiarsi all'estero circoscrivendo in modo puntuale forme, modi, mezzi e luogo di destinazione.
Non si vede perché il Giudice dovrebbe ritrovarsi costretto a richiamare solo per relationem tali circostanze e non potrebbe riportarle in un incisivo "virgolettato" che faccia apparire - specie in sede di eventuale contestazione da parte della difesa della fondatezza del provvedimento - ancor più giustificato ed incensurabile il provvedimento adottato.
La nuova norma appare ispirata da una filosofia comune a molte altre contenute nel disegno di legge: con l'intento di reprimere taluni abusi che hanno, sin qui, costituito un'eccezione o, se si preferisce, una patologia del sistema, si ritiene necessario modificare radicalmente il sistema, limitando oltre il ragionevole i poteri e la discrezionalità dell'Autorità Giudiziaria.
E' un approccio analogo a quello che potrebbe seguirsi nella sacrosanta lotta contro le stragi del sabato sera dovute ad alcol e velocità se - per scongiurare il verificarsi di taluni eccessi - si vietasse tout court di bere e guidare auto dopo una certa ora della notte a prescindere dal contesto.
18. All'articolo 293 del codice di procedura penale, al comma 3 è aggiunto, in fine, il seguente periodo: "In ogni caso i difensori possono prendere visione del contenuto integrale dell'intercettazione, richiamata nell'ordinanza per l'applicazione delle misure".
Il diritto del difensore di accedere al contenuto integrale dell'intercettazione - sebbene limitato alla sola presa visione - appare sacrosanto ma, ad un tempo, finisce, naturalmente con l'ampliare notevolmente il novero dei soggetti in possesso di informazioni che non "pubblicabili" e, quindi, non accessibili al grande pubblico.
Si tratta di un importante "vantaggio competitivo" in termini informativi riconosciuto a difensori ed indagati che potrà, facilmente, essere strumentalizzato in quanto tali soggetti si ritroveranno nella disponibilità - quasi assoluta - di informazioni alle quali l'opinione pubblica non avrà accesso anche laddove per essa rilevanti.
19. All'articolo 295, comma 3, del codice di procedura penale, dopo il primo periodo è inserito il seguente: "Non si applica il limite di durata massima delle operazioni previsto nell'articolo 267, comma 3".
Il comma 3 dell'articolo 295 prevede che per ricercare un latitante possano anche essere disposte intercettazioni telefoniche e/o di altre comunicazioni. La nuova norma mira a sottrarre le intercettazioni finalizzate, appunto, alla ricerca del latitante agli stringenti limiti temporali introdotti per le altre intercettazioni. E', naturalmente, una disposizione opportuna in relazione alla mutata disciplina della materia.
Sarebbe stato difficilmente sostenibile circoscrivere le intercettazioni necessarie all'individuazione di un soggetto latitante da anni a qualche mese.
20. All'articolo 329, comma 1, del codice di procedura penale, le parole: "Gli atti d'indagine" sono sostituite dalle seguenti: "Gli atti e le attività d'indagine".
L'obbligo del segreto che, attualmente, il codice di procedura penale limita ai soli "atti d'indagine" viene esteso anche alle relative attività.
L'atto è il documento nel quale un'attività viene rappresentata mentre l'attività è la condotta fattuale.
21. All'articolo 329 del codice di procedura penale, il comma 2 è sostituito dal seguente:
"2. Quando è necessario per la prosecuzione delle indagini, il pubblico ministero può chiedere al giudice l'autorizzazione alla pubblicazione di singoli atti o di parti di essi. In tal caso gli atti pubblicati sono depositati presso la segreteria del pubblico ministero".
L'attuale disciplina riconosce - sebbene in casi eccezionali ovvero quando è necessario alla prosecuzione delle indagini - il potere del pubblico ministero di consentire la pubblicazione di parte degli atti di indagine.
La nuova norma sottrae tale potere al pubblico ministero e lo attribuisce al Giudice.
22. Alla parte seconda, libro V, titolo I, del codice di procedura penale, dopo l'articolo 329 è aggiunto il seguente:
"Art. 329-bis. - (Obbligo del segreto per le intercettazioni). - 1. I verbali, le registrazioni e i supporti relativi alle conversazioni o ai flussi di comunicazioni informatiche o telematiche custoditi nell'archivio riservato previsto dall'articolo 269, non acquisiti al procedimento, nonché la documentazione comunque ad essi inerente, sono sempre coperti dal segreto.
2. I documenti che contengono dati inerenti a conversazioni o comunicazioni telefoniche, informatiche o telematiche, illecitamente formati o acquisiti, e i documenti redatti attraverso la raccolta illecita di informazioni, ove non acquisiti al procedimento, sono sempre coperti dal segreto; i medesimi documenti, se acquisiti al procedimento, sono coperti dal segreto fino alla chiusura delle indagini preliminari".
E' una delle norme più discusse e discutibili dell'intero disegno di legge.
Nell'impianto del codice di procedura penale attualmente vigente, infatti, il segreto sugli atti di indagine risponde all'esigenza di non comprometterne l'efficacia, evitando che l'indagato possa venirne a conoscenza in anticipo rispetto ai tempi del procedimento e, quindi, assumere eventuali "contro difese".
Nell'impianto del disegno di legge, invece, il segreto viene trasformato da relativo ad assoluto con la conseguenza che esso sopravvive, persino, al momento nel quale la difesa e, quindi, le parti, ne sono informate.
In questa formulazione, l'istituto del segreto, diviene, esclusivamente, un limite al diritto di cronaca ed alla libertà di informazione: l'opinione pubblica - anche laddove i fatti risultanti delle intercettazioni siano rilevanti per l'intera collettività - viene privata del diritto di accedervi pur non sussistendo più effettive esigenze di segretezza legate all'efficacia del procedimento penale.
E', probabilmente, uno dei "bavagli" più gratuiti e meno necessari all'informazione tra quelli contenuti nell'iniziativa legislativa.
23. All'articolo 380, comma 2, lettera m), del codice di procedura penale, dopo le parole: "o dalle lettere a), b), c), d)," sono inserite le seguenti: "e), e-bis),".
L'intervento ampia le ipotesi nelle quali è possibile l'arresto in flagranza di reato.
24. All'articolo 89 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
b) al comma 2, le parole: "I nastri contenenti le registrazioni" sono sostituite dalle seguenti: "I supporti contenenti le registrazioni e i flussi di comunicazioni informatiche o telematiche" e dopo le parole: "previsto dall'articolo 267, comma 5" sono inserite le seguenti: ", nonché il numero che risulta dal registro delle notizie di reato di cui all'articolo 335";
"2-bis. Il procuratore della Repubblica designa un funzionario responsabile del servizio di intercettazione, della tenuta del registro riservato delle intercettazioni e dell'archivio riservato nel quale sono custoditi i verbali e i supporti".
La norma si limita a dettare disposizione di attuazione relative alla gestione delle intercettazioni più moderne e coordinate con le modifiche introdotte dalle nuove disposizioni approvate al Senato.
25. All'articolo 129 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1, primo periodo, dopo le parole: "dell'imputazione" sono aggiunte le seguenti: ", con espressa menzione degli articoli di legge che si assumono violati, nonché della data e del luogo del fatto";
"2. Quando l'azione penale è esercitata nei confronti di un ecclesiastico o di un religioso del culto cattolico, l'informazione è inviata all'autorità ecclesiastica di cui ai commi 2-ter e 2-quater.";
"2-bis. Il pubblico ministero invia l'informazione anche quando taluno dei soggetti indicati nei commi 1 e 2 è stato arrestato o fermato, ovvero quando è stata applicata nei suoi confronti la misura della custodia cautelare; nei casi in cui risulta indagato un ecclesiastico o un religioso del culto cattolico invia, altresì, l'informazione quando è stata applicata nei suoi confronti ogni altra misura cautelare personale, nonché quando procede all'invio dell'informazione di garanzia di cui all'articolo 369 del codice.
2-quater. Quando risulta indagato o imputato un sacerdote secolare o appartenente a un istituto di vita consacrata o a una società di vita apostolica, il pubblico ministero invia l'informazione all'ordinario diocesano nella cui circoscrizione territoriale ha sede la procura della Repubblica competente.";
Tali disposizioni che hanno sollevato - forse soprattutto in ragione della coincidenza temporale dell'iter di approvazione del disegno di legge con l'emersione di nuovi "picchi di allarme" in relazione al fenomeno della pedofilia negli ambienti ecclesiastici - importanti polemiche in relazione al riconoscimento all'autorità ecclesiastica di un "vantaggio e privilegio informativo" allorquando l'autorità giudiziaria indaghi o proceda contro un appartenente al clero appaiono, in realtà, semplicemente scarsamente coordinate con la materia delle intercettazioni al centro del disegno di legge e, forse, in controtendenza rispetto alla sua ratio. In ultima analisi, infatti, attraverso tale intervento normativo si finisce con l'ampliare anziché restringere il novero dei soggetti che hanno accesso a informazioni relative ad un procedimento.
26. All'articolo 147 delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, il comma 2 è sostituto dal seguente:
"2. L'autorizzazione può essere data, anche senza il consenso delle parti, dal presidente della corte d'appello, quando sussiste un interesse sociale particolarmente rilevante alla conoscenza del dibattimento".
L'attuale disciplina prevede che, il Giudice, laddove sussista "un interesse sociale particolarmente rilevante" alle riprese audiovisive di un dibattimento, possa autorizzarle, a tutela del diritto di cronaca, anche in caso di mancato consenso delle parti.
La nuova norma, confermando, l'impostazione che corre lungo l'intero disegno di legge, rende più complesso l'esercizio del diritto di cronaca anche in tale ipotesi, prevedendo che l'eventuale autorizzazione debba essere data dal Presidente della Corte d'Appello.
a) l'articolo 379-bis è sostituito dal seguente:
"Art. 379-bis. - (Rivelazione illecita di segreti inerenti a un procedimento penale). - Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie inerenti ad atti o a documentazione del procedimento penale coperti dal segreto, dei quali è venuto a conoscenza in ragione del proprio ufficio o servizio svolti in un procedimento penale, o ne agevola in qualsiasi modo la conoscenza, è punito con la reclusione da uno a sei anni.
Per i reati di cui al presente articolo la competenza è determinata ai sensi dell'articolo 11 del codice di procedura penale.";
L'attuale articolo 379 bis del codice penale prevede che "Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque rivela indebitamente notizie segrete concernenti un procedimento penale, da lui apprese per avere partecipato o assistito ad un atto del procedimento stesso, è punito con la reclusione fino a un anno. La stessa pena si applica alla persona che, dopo avere rilasciato dichiarazioni nel corso delle indagini preliminari, non osserva il divieto imposto dal pubblico ministero ai sensi dell'articolo 391-quinquies del codice di procedura penale".
La nuova norma mira ad ampliare la condotta penalmente rilevante anche a quella di "sola" agevolazione della violazione del segreto, a rendere enormemente più severe le pene per chi commette il reato ed a sanzionare il reato - sebbene in termini meno rilevanti (un anno) - anche qualora commesso a titolo colposo. Il maggior rigore cui è improntata la nuova disciplina sarebbe probabilmente condivisibile laddove non si fosse proceduto, contestualmente, ad ampliare a dismisura - come già segnalato - la portata del segreto.
b) all'articolo 614, primo comma, le parole: "di privata dimora" sono sostituite dalla seguente: "privato";
L'intervento normativo, apparentemente poco rilevante, acquisisce, in realtà significato se collegato agli altri interventi relativi ai limiti di utilizzabilità delle intercettazioni.
La nozione di "luogo privato" che per effetto di tale modifica è destinata a sostituire quella di "privata dimora" è, infatti, da ritenersi più ampia di quella originaria con la conseguenza di ampliare, indirettamente, anche i limiti entro i quali può procedersi, ad esempio - e tra le altre - ad intercettazioni ambientali o a videoriprese.
"Art. 616-bis. - (Riprese e registrazioni fraudolente). - Chiunque fraudolentemente effettua riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a cui partecipa, o comunque effettuate in sua presenza, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni se ne fa uso senza il consenso degli interessati.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa.";
La norma la cui introduzione nel nostro codice penale è stata, sin dall'inizio, ricondotta alla nota vicenda relativa alle registrazioni abusivamente realizzate nella residenza del premier da una sua ospite, contiene numerosi passaggi controversi.
Il più rilevante di tali profili è, tuttavia, certamente rappresentato dalla circostanza di riconoscere una sorta di "esclusiva" in relazione al diritto di cronaca ai soli giornalisti "appartenenti all'ordine professionale" - non è chiaro se solo in qualità di professionisti o, anche, di pubblicisti - con contestuale esclusione, dunque, dall'esercizio di tale diritto - almeno dove sia a ciò necessario procedere a registrazioni o riprese audiovisive - di un ampio novero di soggetti cui, nell'attuale contesto, è largamente riconducibile la realizzazione di servizi di informazione persino destinati all'emittente di Stato.
d) all'articolo 617 è aggiunto, in fine, il seguente comma:
"Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque pubblica intercettazioni in violazione dell'articolo 114, comma 7, del codice di procedura penale è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.";
e) dopo l'articolo 617-sexies è inserito il seguente:
"Art. 617-septies. - (Accesso abusivo ad atti del procedimento penale). - Chiunque mediante modalità o attività illecita prende diretta cognizione di atti del procedimento penale coperti dal segreto è punito con la pena della reclusione da uno a tre anni. Se il fatto è commesso da un pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio la pena è della reclusione da due a sei anni.";
f) all'articolo 684, le parole: "con l'ammenda da euro 51 a euro 258" sono sostituite dalle seguenti: "con l'ammenda da euro 1.000 a euro 5.000";
g) all'articolo 684 sono aggiunti, in fine, i seguenti commi:
"La stessa pena di cui al primo comma si applica per la violazione dei divieti previsti dall'articolo 114, comma 6-ter, del codice di procedura penale.
Se il fatto di cui al primo comma riguarda le intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche o di altre forme di telecomunicazione, le immagini mediante riprese visive o l'acquisizione della documentazione del traffico delle conversazioni o comunicazioni stesse, la pena è dell'arresto fino a trenta giorni o dell'ammenda da euro 2.000 a euro 10.000.";
Le disposizioni che precedono sono una naturale conseguenza del divieto di pubblicazione introdotto con le norme che si sono già commentate.
"Art. 685-bis. - (Omesso controllo in relazione alle operazioni di intercettazione). - Salva la responsabilità dell'autore della pubblicazione e fuori dei casi di concorso, i soggetti di cui agli articoli 268, comma 3-ter, del codice di procedura penale e 89, comma 2-bis, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, che omettono di esercitare il controllo necessario ad impedire l'indebita cognizione di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e della documentazione del traffico della conversazione o comunicazione stessa di cui all'articolo 266, comma 1, del codice di procedura penale, sono puniti con l'ammenda da euro 500 a euro 1.032".
Fuori dal legalese e tradotti in lettere i riferimenti numerici contenuti nell'articolo che si propone di inserire nel codice penale, la norma mira a punire, per omesso controllo i procuratori generali presso la corte d'appello ed i procuratori della Repubblica territorialmente competenti nonché i funzionari responsabili del servizio di intercettazione per l'ipotesi in cui "omettano di esercitare il controllo necessario ad impedire l'indebita cognizione di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni telefoniche, di altre forme di telecomunicazione, di immagini mediante riprese visive e della documentazione del traffico della conversazione o comunicazione stessa".
Si tratta - specie con riferimento ad uffici giudiziari di rilevanti dimensioni - di una responsabilità quasi oggettiva che appare davvero eccessiva ed inammissibile. Tale severo giudizio sulla norma di cui si discute è giustificato anche sulla base dell'annosa - e mai risolta - questione sollevata, di anno in anno, dai procuratori generali presso i vari distretti di corte d'appello, relativa all'assenza degli uomini e mezzi necessari a garantire il buon funzionamento degli uffici giudiziari italiani.
Difficile in presenza di palazzi di giustizia che rappresentano - come talvolta documentato anche dalla stampa - autentici "colabrodi" sotto il profilo della sicurezza, garantire che terzi non prendano fraudolentemente cognizione del contenuto di atti di indagine.
"Art. 25-decies. - (Induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria). - 1. In relazione alla commissione del delitto di cui all'articolo 377-bis del codice penale, si applica all'ente la sanzione pecuniaria fino a cinquecento quote.
Art. 25-undecies. - (Pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale). - 1. In relazione alla commissione del reato previsto dall'articolo 617, quarto comma, del codice penale, si applica all'ente la sanzione pecuniaria da cento a trecento quote.
2. In relazione alla commissione del reato previsto dall'articolo 684 del codice penale, si applica all'ente la sanzione pecuniaria da cento a duecento quote".
Le modifiche alla legge 231/01, la c.d. legge sulla responsabilità penale delle imprese, approvate al senato, mirano, a ribadire - è già disposto dalla disciplina vigente - la responsabilità penale dell'ente che induca taluno a rendere dichiarazioni mendaci all'autorità giudiziaria e, soprattutto - ed è la norma che ha contributo a dar vita alla condivisibile levata di scuri da parte degli editori - a prevedere severissime sanzioni che possono arrivare a centinaia di migliaia di euro, per l'ipotesi in cui l'editore proceda alla pubblicazioni di intercettazioni "segrete" ai sensi della nuova disciplina.
29. All'articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, e successive modificazioni, sono apportate le seguenti modificazioni:
"Per le trasmissioni radiofoniche o televisive, le dichiarazioni o le rettifiche sono effettuate ai sensi dell'articolo 32 del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177. Per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono.";
b) al quarto comma, dopo le parole: "devono essere pubblicate" sono inserite le seguenti: ", senza commento,";
"Per la stampa non periodica l'autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all'articolo 57-bis del codice penale, provvedono, su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cura e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità, purché le dichiarazioni o le rettifiche non abbiano contenuto di rilievo penale. La pubblicazione in rettifica deve essere effettuata, entro sette giorni dalla richiesta, con idonea collocazione e caratteristica grafica e deve inoltre fare chiaro riferimento allo scritto che l'ha determinata.";
d) al quinto comma, le parole: "trascorso il termine di cui al secondo e terzo comma" sono sostituite dalle seguenti: "trascorso il termine di cui al secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, e sesto comma" e le parole: "in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo e quarto comma" sono sostituite dalle seguenti: "in violazione di quanto disposto dal secondo, terzo, quarto, per quanto riguarda i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, quinto e sesto comma";
"Della stessa procedura può avvalersi l'autore dell'offesa, qualora il direttore responsabile del giornale o del periodico, il responsabile della trasmissione radiofonica, televisiva, o delle trasmissioni informatiche o telematiche, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, non pubblichino la smentita o la rettifica richiesta".
La norma che ha ben poco a che vedere con la questione delle intercettazioni, funziona, in realtà, da cartina di tornasole in relazione ai reali intenti perseguiti con l'iniziativa legislativa in commento.
I promotori del disegno di legge, infatti, dopo essersi preoccupati di contenere i poteri di indagine dell'autorità giudiziaria e di limitare - per non dire precludere - l'esercizio della cronaca giudiziaria da parte dei mezzi di informazione, si preoccupano, con la norma in commento, di estendere, persino a tutti "i siti informatici" l'obbligo di rettifica previsto nella vecchia legge sulla stampa.
A prescindere dalla scarsa puntualità della definizione di "sito informatico" (un blog, una piattaforma UGC, il sito di un'associazione non profit, ecc.), il risultato dell'eventuale entrata in vigore della norma sarebbe costituito da un obbligo per tutti i "non professionisti" dell'informazione di procedere entro 48 ore alla rettifica eventualmente richiesta loro, a pena, in caso contrario, di vedersi irrogare una sanzione fino a 12.500 euro.
Si tratta di una disposizione per un verso priva di reale utilità - chiunque può pubblicare un commento ad un post e segnalare la sua diversa visione delle cose o, piuttosto, "verità" - e, per altro verso, destinata, sebbene indirettamente, a limitare al di là della soglia di ammissibilità, la libertà di informazione online. La disposizione ed i rischi da domani connessi all'esercizio di un blog, infatti, rischiano di indurre buona parte della blogosfera ad occuparsi di tematiche insuscettibili di urtare la "sensibilità" dei poteri economici e politici e, dunque, di dar luogo a richieste di rettifica.
30. Al titolo I, capo VI, delle norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale, di cui al decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271, dopo l'articolo 90 è aggiunto il seguente:
"Art. 90-bis. - (Spese di gestione e di amministrazione in materia di intercettazioni telefoniche e ambientali). - 1. Entro il 31 marzo di ogni anno ciascun procuratore della Repubblica trasmette al Ministro della giustizia una relazione sulle spese di gestione e di amministrazione riferite alle intercettazioni telefoniche e ambientali effettuate nell'anno precedente. Ai fini del controllo sulla gestione amministrativa di cui alla legge 14 gennaio 1994, n. 20, la relazione è trasmessa dal Ministro della giustizia al procuratore generale della Corte dei conti".
La norma sembra quasi mirare ad "esportare" in un ambito pubblico tanto delicato quale quello del sistema giustizia, un meccanismo meccanismo diffuso in ambito privato quale il controllo sul budget da dedicare a talune attività.
Tenuto conto che l'obbligo imposto ai capi delle Procure concerne, specificamente, le risorse investite nelle intercettazioni, la disposizione sembra avere per scopo - o almeno per effetto - quello di introdurre un ulteriore disincentivo - questa volta di natura economica - all'utilizzo di tali strumenti di indagine.
"4-bis. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche quando l'autorità giudiziaria esegue nei confronti di soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni, ovvero acquisisce tabulati di comunicazioni, allorché da qualsiasi atto di indagine emerga che le operazioni medesime sono comunque finalizzate, anche indirettamente, ad accedere alla sfera delle comunicazioni del parlamentare.
4-ter. I verbali e i supporti contenenti le operazioni di cui al comma 1 sono inseriti in fascicolo separato e conservati in apposita sezione dell'archivio riservato di cui all'articolo 269, comma 1, del codice di procedura penale".
L'articolo 4 della legge 140/2003, attualmente prevede che sia necessaria l'autorizzazione della Camera cui il soggetto appartiene "Quando occorre eseguire nei confronti di un membro del Parlamento perquisizioni personali o domiciliari, ispezioni personali, intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni, sequestri di corrispondenza, o acquisire tabulati di comunicazioni, ovvero, quando occorre procedere al fermo, all'esecuzione di una misura cautelare personale coercitiva o interdittiva ovvero all'esecuzione dell'accompagnamento coattivo, nonché di misure di sicurezza o di prevenzione aventi natura personale e di ogni altro provvedimento privativo della libertà personale".
La norma estende ulteriormente l'ambito di operatività di tale "privilegio" anche allo svolgimento di intercettazioni nell'ambito delle quali ci si potrebbe imbattere in conversazioni coinvolgenti parlamentari.
"6-bis. I verbali e i supporti contenenti le registrazioni di cui al comma 1 sono immediatamente trasmessi al procuratore della Repubblica, che ne dispone l'inserimento in un fascicolo separato, conservato in apposita sezione dell'archivio riservato di cui all'articolo 269, comma 1, del codice di procedura penale. Salvo quanto previsto al comma 1, della loro sussistenza è data riservata comunicazione al parlamentare interessato alla conclusione delle indagini preliminari".
La norma si limita a prevedere un obbligo di comunicazione - una sorta di "cortesia istituzionale" - nei confronti del parlamentare interessato alla conclusione delle indagini.
Tali nuove disposizioni - come anticipato a proposito dell'obbligo di "budget" di cui al comma 30 che precede - confermano ed evidenziano la volontà di "contingentare" la spesa in materia di intercettazioni e, dunque, di indagini, consegnando così al potere politico - ovvero al governo titolare del bilancio dello stato - un ulteriore leva - questa volta di carattere economico - relativa alla possibilità per l'autorità giudiziaria di dar corso ad intercettazioni.
Tenuto conto del tempo di crisi e dei sacrifici richiesti - a torto o a ragione - nelle più disparate direzioni, è facile immaginare che tale leva verrà presto utilizzata chiedendo un'ulteriiore diminuzione delle intercettazioni complessivamente realizzate.
36. L'articolo 13 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni, è abrogato.
Si tratta di una norma di coordinamento, rispetto ad altre modifiche già commentate.
37. Al codice in materia di protezione dei dati personali, di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, sono apportate le seguenti modificazioni: a) all'articolo 139, il comma 5 è sostituito dai seguenti:
"5. In caso di violazione delle prescrizioni contenute nel codice di deontologia o, comunque, delle disposizioni di cui agli articoli 11 e 137 del presente codice, il Garante può vietare il trattamento o disporne il blocco ai sensi dell'articolo 143, comma 1, lettera c).
5-bis. Nell'esercizio dei compiti di cui agli articoli 143, comma 1, lettere b) e c), e 154, comma 1, lettere c) e d), il Garante può anche prescrivere, quale misura necessaria a tutela dell'interessato, la pubblicazione o diffusione in una o più testate della decisione che accerta la violazione, per intero o per estratto, ovvero di una dichiarazione riassuntiva della medesima violazione.
5-quater. La pubblicazione o diffusione di cui al comma 5-bis è effettuata gratuitamente nel termine e secondo le modalità prescritti con la decisione, anche per quanto riguarda la collocazione, le relative caratteristiche anche tipografiche e l'eventuale menzione di parti interessate. Per le modalità e le spese riguardanti la pubblicazione o diffusione disposta su testate diverse da quelle attraverso le quali è stata commessa la violazione, si osservano le disposizioni di cui all'articolo 15 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 11 luglio 2003, n. 284.";
La norma attribuisce al Garante - e per fortuna considerato che l'intero disegno di legge è presentato come u'iniziativa a tutela della privacy - taluni - per la verità marginali - poteri in relazione alle violazioni previste dalle nuove disposizioni.
b) all'articolo 170, comma 1, dopo le parole: "26, comma 2, 90," sono inserite le seguenti: "139, comma 5-bis,".
"h-bis) l'inserimento nella motivazione di un provvedimento giudiziario di circostanze relative a fatti personali di terzi estranei, che non rilevano a fini processuali".
La norma mira a rendere un illecito disciplinare del magistrato anche "l'inserimento nella motivazione di un provvedimento giudiziario di circostanze relative a fatti personali di terzi estranei, che non rilevano a fini processuali".
Ancora una volta, come già segnalato a commento di precedenti disposizioni, la norma rischia di rappresentare un'importante intereferenza nella discrezionalità da lasciare ai magistrati nell'esercizio della propria attività.
Non sembra, infatti, agevole stabilire quando il riferimento ad una circostanza relativa a terzi, estranei al procedimento sia rilevante o meno ai fini processuali.
La norma stabilisce, di fatto, l'applicabilità delle "nuove regole" anche alle intercettazioni in corso, sebbene, limitatamente alla loro durata.
Attraverso tali disposizioni vengono stabiliti i tempi di applicabilità delle nuove norme. Sarebbe stato, probabilmente, auspicabile che nessuna di tali disposizioni avesse potuto avere impatto su procedimenti già avviati.
Sono o non sono dei delinquenti, questi? Fino a quando le Intercettazioni hanno sputtanato solo i delinquenti che non facevano parte della politica, la legge andava bene... adesso che anche i politici sono stati scoperti a delinquere in maniera assolutamente palese, si invoca il "rispetto della privacy delle telefonate" per creare una normativa che impedisce di prevenire i reati, di punire i colpevoli, e di informare i cittadini. Questa è vera delinquenza. Pezzenti!..
Pubblicato da Skywalkerboh a 06:31