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Timestamp: 2020-04-04 18:35:57+00:00
Document Index: 133681236

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 34', 'art. 385', 'art. 375', 'art. 46', 'art. 58', 'art. 385']

Sentenza Cassazione Civile n. 18750 del 23/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 18750 del 23/09/2016
Cassazione civile sez. III, 23/09/2016, (ud. 06/05/2016, dep. 23/09/2016), n.18750
sul ricorso 24604/2013 proposto da:
D.F.B., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
CARLO MIRABELLO 6, presso lo studio dell’avvocato ERMETE SOTIS,
GEA DI D.M.A. E F.A. SNC, domiciliato
rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCO MARTELLUCCI giusta
procura speciale a margine del controricorrente;
avverso la sentenza n. 3599/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 11/09/2012;
06/05/2016 dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI;
udito l’Avvocato ERMETE SOTIS;
udito l’Avvocato FRANCO MARTELLUCCI;
CELESTE Alberto, che ha concluso per inammissibilità del ricorso,
La soc. Gea s.n.c. di D.M.A. e F.A. agi nei confronti di D.F.B. per ottenere il pagamento dell’indennità per la perdita dell’avviamento commerciale in relazione ad un locale già detenuto in locazione dalla società ricorrente.
Il Tribunale di Latina accolse la domanda, con sentenza che è stata confermata dalla Corte di Appello di Roma.
Ricorre per cassazione il D.F. affidandosi ad un unico motivo illustrato da memoria; resiste l’intimata, a mezzo di controricorso.
1. Con l’unico motivo, il ricorrente deduce la “violazione e/o falsa applicazione di legge” in relazione alla L. n. 392 del 1978, artt. 34 e 28 e assume che la Corte ha erroneamente ritenuto che la risoluzione fosse avvenuta per effetto della disdetta del locatore anzichè per volontà della conduttrice.
Evidenzia che, nella missiva inviata (oltre il termine previsto) alla Gea, egli aveva in effetti comunicato la disdetta in relazione alla successiva scadenza del 27.2.2008, richiedendo il rilascio del locale e la restituzione delle chiavi, ma aveva anche invitato la conduttrice ad inviare tempestiva proposta scritta ove fosse stata interessata a proseguire il rapporto a condizioni diverse; sottolinea che – con ciò – aveva rimesso alla Gea il diritto potestativo di scegliere se far continuare o meno la locazione, di talchè la cessazione del rapporto era avvenuta – in sostanza – per “chiara volontà negativa” della conduttrice (tanto più che la previsione della L. n. 392 del 1978, art. 28, esclude il rinnovo tacito a seguito della disdetta, ma non anche la possibilità di ulteriori manifestazioni della volontà volte alla prosecuzione del rapporto”).
2. Al riguardo, la Corte di merito ha ritenuto che la risoluzione del rapporto fosse dipesa “dalla volontà del locatore, volontà cui la società conduttrice non si era opposta”, e ha rilevato che – alla luce dei consolidati orientamenti di legittimità – il diritto all’indennità compete anche in caso di disdetta nulla (che costituisce comunque estrinsecazione della volontà di non proseguire il rapporto).
3. Il motivo è infondato, in quanto ciò che rileva al fine di escludere l’indennità è la circostanza che la cessazione del rapporto non sia avvenuta per iniziativa o responsabilità della parte conduttrice (ossia – ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 34 – a seguito di “inadempimento o disdetta o recesso del conduttore o a una delle procedure previste dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267”): esula evidentemente da tali ipotesi quella dedotta in causa, in cui la conduttrice (che non aveva alcun onere di formulare nuove proposte) si è limitata a non opporsi alla volontà risolutiva manifestata dal locatore ed in cui non sono ravvisabili gli estremi del mutuo consenso delle parti in ordine alla risoluzione del rapporto (cfr. Cass. n. 11165/1997 e Cass. n. 15590/2007).
5. Ritiene il Collegio che ricorrano le condizioni per la condanna del ricorrente ai sensi dell’abrogato art. 385 c.p.c., comma 4 (“quando pronuncia sulle spese, anche nelle ipotesi di cui all’art. 375, la Corte, anche d’ufficio, condanna, altresì, la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffari, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave”).
Va considerato, infatti, che:
– tale norma è applicabile ratione temporis al presente giudizio, instaurato – in primo grado – nel febbraio 2008, giacchè l’abrogazione disposta dalla L. n. 69 del 2009, art. 46, comma 20, opera, ai sensi dell’art. 58 della stessa legge, solo per i giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore, vale a dire dopo il 4 luglio 2009 (cfr. Cass. n. 22812/2013);
– sussistono gli estremi della colpa grave attesochè in questa sede è emersa non già la mera infondatezza (che sarebbe – di per sè – insufficiente a giustificare l’applicazione della norma), ma la “totale insostenibilità in punto di diritto degli argomenti spesi nel ricorso, a causa della mancanza di argomentazioni tendenti a contrastare la giurisprudenza consolidata” (Cass. n. 3376/2016);
– il ricorrente deve essere pertanto condannato d’ufficio al pagamento, in favore della parte intimata e in aggiunta alle spese di lite, di una somma equitativamente determinata (assumendo a parametro di riferimento l’importo delle spese dovute alla parte vittoriosa per questo grado di giudizio), che può essere fissata nell’importo di Euro 2.000,00.
la Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rifondere alla controricorrente le spese di lite, liquidate in Euro 4.000,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi), oltre rimborso spese forfettarie e accessori di legge, nonchè a pagare la somma di Euro 2.000,00 ex art. 385 c.p.c., comma 4.