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Timestamp: 2017-06-26 17:12:28+00:00
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 5 aprile 2017, n. 8818 – Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 5 aprile 2017, n. 8818	By Avv. Renato D'Isa on 12 maggio 2017	• ( Lascia un commento )
E’ legittimo il licenziamento per giusta causa intimato al lavoratore che non comunica al datore di lavoro il sequestro, da parte della Polizia Giudiziaria, del PC aziendale allo stesso assegnato per l’accertata presenza su detto computer di immagini di tipo grafico aventi possibile rilevanza per l’attività di investigazione relativa al reato di cui all’art. 600 quater c.p. Suprema Corte di Cassazione
sentenza 5 aprile 2017, n. 8818
(OMISSIS) S.P.A. P.I. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato (OMISSIS), giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 134/2014 della CORTE D’APPELLO di CAMPOBASSO, depositata il 04/07/2014 R.G.N. 51/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/12/2016 dal Consigliere Dott. NEGRI DELLA TORRE PAOLO;
Con sentenza n. 134/2014, depositata il 4 luglio 2014, la Corte di appello di Campobasso respingeva il gravame di (OMISSIS) e confermava la sentenza di primo grado del Tribunale di Isernia, che ne aveva rigettato il ricorso volto alla dichiarazione di illegittimita’ del licenziamento per giusta causa intimatogli, con lettera del 3/3/2009, da (OMISSIS) S.p.A. per non avere comunicato al datore di lavoro il sequestro, da parte della Polizia Giudiziaria, del PC aziendale allo stesso assegnato e per l’accertata presenza su detto computer di immagini di tipo grafico aventi possibile rilevanza per l’attivita’ di investigazione relativa al reato di cui all’articolo 600 quater c.p..
La Corte riteneva dimostrato il primo di tali addebiti e, quanto al secondo, sottolineava in particolare come il dipendente non si fosse mai attivato, dopo la contestazione, e nonostante il lungo tempo trascorso, per un piu’ rapido accertamento dei fatti nel suo interesse, ad esempio promuovendo l’esperimento di un incidente probatorio: con la conseguenza di una irrimediabile lesione, pur in assenza di accertamento della rilevanza penale del materiale sequestrato, del vincolo di fiducia che deve sussistere tra le parti del rapporto di lavoro e del carattere non sproporzionato della sanzione inflitta.
Con il primo motivo, deducendo violazione e/o falsa applicazione degli articoli 2119 e 2697 c.c., il ricorrente si duole che la Corte territoriale, nel compiere la necessaria opera di verifica in concreto della sussistenza della giusta causa, abbia disatteso i piu’ diffusi criteri valutativi presenti nella coscienza sociale, nonche’ il principio di proporzionalita’ tra fatto contestato e sanzione: in particolare, il ricorrente censura la sentenza di appello per avere trascurato di attribuire il dovuto rilievo all’assenza di altre contestazioni disciplinari nel corso di un lungo rapporto di lavoro; per avere assegnato importanza centrale, ai fini del venir meno del rapporto di fiducia tra le parti, al ritardo con cui il dipendente aveva informato il proprio datore di lavoro del sequestro del PC aziendale, nonostante che tale ritardo si fosse protratto per soli dodici giorni e che, in tale periodo, il lavoratore fosse stato, prima, in stato di restrizione della liberta’ personale e, poi, in malattia; per avere valutato congrua la sanzione espulsiva sulla base della sola adozione di un provvedimento di sequestro dell’hard disk del PC aziendale da parte della Polizia Giudiziaria, senza che, al momento del recesso datoriale, fosse dato conoscere la natura delle immagini, che vi erano state rinvenute, e se tali immagini presentassero carattere illecito, ne’ potendosi, d’altra parte, imputare al lavoratore incolpato di non aver assunto iniziative giudiziarie volte ad escludere un uso improprio di tale PC.
Con il secondo motivo, denunciando violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 2119 c.c. e della L. n. 183 del 2010, articolo 30, comma 3, nonche’ violazione e/o falsa applicazione dell’articolo 25 CCNL per i lavoratori addetti al settore elettrico, il ricorrente censura la sentenza per non avere tenuto conto, nella formulazione del giudizio di legittimita’ e di proporzionalita’, delle previsioni di fonte collettiva in tema di sanzioni irrogabili a seguito di determinate mancanze disciplinari, pur in presenza di disposizione (articolo 30, comma 3, del c.d. Collegato Lavoro) che attribuisce, invece, a tali previsioni preminente rilievo, e, in particolare, per avere trascurato di considerare che i fatti addebitati erano pacificamente estranei alla sfera lavorativa e non avevano determinato alcun pregiudizio per l’azienda.
Con il terzo motivo, denunciando l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che e’ stato oggetto di discussione tra le parti, il ricorrente si duole che la Corte territoriale non abbia tenuto conto delle sue argomentazioni in ordine all’impossibilita’ oggettiva di comunicare alla societa’ l’avvenuto sequestro del PC aziendale.
Come piu’ volte ribadito da questa Corte, la valutazione della gravita’ del comportamento e della sua idoneita’ a ledere irrimediabilmente la fiducia che il datore di lavoro ripone nel proprio dipendente (giudizio da effettuarsi considerando la natura e la qualita’ del rapporto, la qualita’ ed il grado del vincolo di fiducia connesso al rapporto, l’entita’ della violazione commessa e l’intensita’ dell’elemento soggettivo) e’ funzione del giudice del merito, che, se adeguatamente motivata, e’ insindacabile in sede di legittimita’ (cfr., fra le molte, Cass. n. 1788/2011).
Ne’, d’altra parte, il ricorrente, pur denunciando la violazione dell’articolo 2119 c.c., e al di la’ di un sommario richiamo ai piu’ diffusi criteri valutativi presenti nella coscienza sociale, specifica se, e in quali termini, la sentenza sia incorsa in un’erronea interpretazione della nozione legale generale di giusta causa anche alla luce dei canoni, anch’essi sempre generali e astratti, elaborati dal diritto vivente.
Risulta assorbente rilevare, in conformita’ a consolidato orientamento, che “la giusta causa di licenziamento e’ nozione legale e il giudice non e’ vincolato dalle previsioni del contratto collettivo; ne deriva che il giudice puo’ ritenere la sussistenza della giusta causa per un grave inadempimento o per un grave comportamento del lavoratore contrario alle norme della comune etica o del comune vivere civile ove tale grave inadempimento o tale grave comportamento, secondo un apprezzamento di fatto non sindacabile in sede di legittimita’ se congruamente motivato, abbia fatto venire meno il rapporto fiduciario tra datore di lavoro e lavoratore; per altro verso, il giudice puo’ escludere altresi’ che il comportamento del lavoratore costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato tale dal contratto collettivo, in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato”: Cass. n. 4060/2011; conforme Cass. n. 2830/2016.
Tale orientamento non incontra un limite nella norma di cui alla L. n. 183 del 2010, articolo 30, comma 3, che prevede che “nel valutare le motivazioni poste a base del licenziamento, il giudice tiene conto delle tipizzazioni di giusta causa e di giustificato motivo presenti nei contratti collettivi di lavoro”, ne’ in concreto, trattandosi di norma non applicabile nel caso di specie, in cui si discute della decisione su un licenziamento anteriore all’entrata in vigore della legge, ne’ in una prospettiva di portata generale, formalizzando essa un criterio di mero indirizzo operante sul piano del metodo nella valutazione della condotta addebitata.
Il terzo motivo, infine, e’ inammissibile.
Premesso, infatti, che il giudizio di secondo grado e’ stato introdotto in epoca successiva all’entrata in vigore del Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134, si e’ in presenza di “doppia conforme”, preclusiva della proposizione del motivo di ricorso per cassazione ex articolo 360 c.p.c., n. 5 (articolo 348 ter c.p.c., u.c.).
Ne’ il ricorrente, al fine di evitare l’inammissibilita’ del motivo di cui al n. 5 dell’articolo 360, ha indicato “le ragioni di fatto poste a base della decisione di primo grado e quelle poste a base della sentenza di rigetto dell’appello, dimostrando che esse sono tra loro diverse”: Cass. n. 5528/2014; conforme Cass. n. 19001/2016.
La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimita’, liquidate in Euro 100,00 per esborsi e in Euro 4.000,00 per compenso professionale, oltre rimborso spese generali al 15% e accessori di legge.
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