Source: http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=17361
Timestamp: 2019-11-15 15:24:25+00:00
Document Index: 132909758

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 478', 'art. 492', 'art. 476', 'art. 476', 'art. 491', 'art. 478', 'art. 49', 'art. 477', 'art. 2719', 'art. 478', 'art. 476', 'art. 492', 'art. 476', 'sentenza ', 'art. 491', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 8 agosto 2019, n.35814
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | VENERDÌ 15 NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 16:24
CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 8 agosto 2019, n.35814MASSIMA
Alle S.U. è rimessa la seguente questione di diritto: la formazione di una copia di un atto inesistente integri o meno il reato di falsità materiale?
Cass., Sez. 5, n. 2297 del 10/11/2017, dep. 2018, D’Ambrosio, Rv. 272363; Sez. 5, n. 8870 del 09/10/2014, Felline, Rv. 263422; Sez. 5, n. 10959 del 12/12/2012, dep. 2013, Carrozzini, Rv. 255217; Sez. 5, n. 42065 del 03/11/2010, Russo, Rv. 248922; Sez. 5, n. 7385 del 14/12/2007, dep. 2008, Favia, Rv. 239112; Sez. 5, n. 10959 del 12/12/2012, dep. 2013, Carrozzini.
Cass., Sez. 5, n. 4651 del 16/10/2017, dep. 2018, Lisca, Rv. 272275; Sez. 5, n. 40415 del 17/05/2012, Della Peruta, Rv. 254632; Sez. 6, n. 6572 del 10/12/2007, dep. 2008, Capodicasa, Rv. 239453; Sez. 5, n. 33858 del 24/04/2018, Manganaro, Rv. 273629
Nella sentenza in epigrafe le S.U. sono chiamate a chiarire se la formazione di una copia di un atto inesistente integri o meno il reato di falsità materiale. Sul tema della formazione della fotocopia di un atto pubblico inesistente, utilizzata come tale dal soggetto attivo della condotta, si registrano due diversi orientamenti giurisprudenziali. Secondo un primo indirizzo interpretativo, la mera utilizzazione della fotocopia contraffatta non integra il reato di falsità materiale in assenza di determinate condizioni, ossia di requisiti di forma e sostanza, tali da farla apparire come il documento originale o come la copia autentica dello stesso. Entro tale prospettiva si fa riferimento, in particolare, all’esigenza che la fotocopia risulti idonea a documentare l’effettiva esistenza del documento originale, individuando in concreto tale condizione sulla base della rilevata presenza di attestazioni formali che la facciano figurare come estratta da un documento originale, riconducendola di fatto alla categoria delle copie autentiche, laddove la mancanza di attestazioni confermative dell’autenticità della copia è ritenuta tale da escludere di per sé la ravvisabilità del reato. Siffatto orientamento prende le mosse dal presupposto secondo cui la copia di un atto assume il carattere di documento solo in seguito alla pubblica autenticazione del contenuto dell’atto, con il logico corollario secondo cui, tutelando le norme sul falso materiale l’autenticità degli atti in relazione al loro contenuto e/o alla loro provenienza, la falsificazione di una copia priva di attestazione di autenticità non dà luogo ad un illecito penale, in quanto la contraffazione viene, in tal caso, effettuata ex novo su un oggetto cui sono attribuite le sembianze di ciò che lo stesso non è nella realtà. Ne discende che la formazione ad opera del privato di una falsa fotocopia di un documento originale inesistente, presentata come tale e priva di qualsiasi attestazione che confermi la sua originalità o la sua estrazione da un originale esistente, non integra alcuna ipotesi di falso documentale, anche nell’eventualità in cui la stessa abbia, in astratto e per la sua verosimiglianza, attitudine a trarre in inganno i terzi, potendo il suo uso essere, in tal caso, sanzionato eventualmente a titolo di truffa. Un diverso orientamento ritiene che il reato di falso è integrato dalla formazione di un atto presentato come riproduzione fotostatica di un documento in realtà inesistente, del quale si intendano viceversa attestare l’esistenza e gli effetti probatori. Tale impostazione poggia sulla considerazione che non si ritiene necessario, ai fini della punibilità della condotta di falso, un intervento materiale su un atto pubblico, essendo invece sufficiente, perché il fatto sia lesivo della pubblica fede, che con la falsa rappresentazione offerta dalla fotocopia l’atto appaia, contrariamente al vero, esistente. La falsità, all’interno di tale diversa opzione esegetica, non è integrata tanto dalla modificazione di una realtà probatoria preesistente, che in concreto può anche difettare per l’inesistenza o il mancato rinvenimento del documento originale, quanto, piuttosto, dalla mendace rappresentazione di tale realtà (la fotocopia), che risulta intrinsecamente idonea a ledere il bene giuridico tutelato, costituito dalla pubblica affidabilità di un atto proveniente dall’amministrazione. Per la sussistenza del delitto di falsità materiale, dunque, non è necessario che vi sia un intervento materiale su un atto pubblico, ma è sufficiente che, attraverso la falsa rappresentazione della realtà veicolata dalla fotocopia, tale atto appaia sussistente, con la conseguente lesione recata al bene della fede pubblica. Le S.U. ritengono di avallare il primo degli orientamenti esposti, condividendone le motivazioni e, pertanto, affermano il seguente principio di diritto: la formazione della copia di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale, salvo che la copia assuma l'apparenza di un atto originale.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZIONI UNITE - SENTENZA 8 agosto 2019, n.35814 - Pres. Lapalorcia – est. Gai
Al M. è stata contestata la formazione della falsa fotocopia di un’autorizzazione edilizia rilasciata dal Comune di (omissis) in favore della 'Punto Italia' s.n.c., società della quale egli era amministratore, esibita al capo dell’ufficio tecnico di quel Comune (ing. D.G. ) da un perito (geom. Mu.Gi. ) incaricato della valutazione di un terreno di proprietà della società 'Punto Italia', in relazione ad una pratica di leasing finanziario oggetto di un rapporto instaurato fra la predetta società, quale fornitrice del lotto interessato dall’autorizzazione, la locataria 'ATMA' s.n.c., della quale lo stesso M. era socio, e la 'Unicredit Leasing'.
6. Con memoria depositata il 5 marzo 2019 il difensore dell’imputato ha diffusamente illustrato una serie di argomentazioni volte a sostenere l’infondatezza dei motivi dedotti nei rispettivi ricorsi, osservando: a) in primo luogo, che alcun contrasto giurisprudenziale sarebbe rilevabile quando la copia com’è avvenuto nel caso di specie - sia presentata come tale e non per dimostrare l’esistenza di un originale invero inesistente; b) in secondo luogo, che l’indirizzo che sostiene la rilevanza penale della falsificazione della fotocopia consentirebbe un’inammissibile creazione giurisprudenziale del diritto in via analogica, perché finirebbe col costruire una nuova fattispecie incriminatrice sulla base dell’identità di ratio, costituita dall’analoga finalità lesiva della fede pubblica riscontrabile nella condotta di falsificazione materiale di un atto pubblico e nella creazione di una copia di un atto pubblico inesistente; c) in terzo luogo, che tanto troverebbe ostacolo sia nel disposto dell’art. 478 c.p. - che tratta espressamente delle copie di atto pubblico che simulano un atto presupposto inesistente, impedendo la possibilità di attribuire rilievo, quale falso materiale in atto pubblico, alle copie che non siano rilasciate in forma legale - sia nella previsione dell’art. 492 c.p., che ricomprende nella denominazione di atto pubblico, oltre gli originali, le sole copie autentiche di essi, ove tengano luogo, a norma di legge, degli originali mancanti, derivandone, pertanto, l’impossibilità di equiparare agli originali le copie non autentiche presentate come tali.
1. La questione di diritto per la quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni Unite è riassumibile nei seguenti termini: 'se la formazione di una copia di un atto inesistente integri o meno il reato di falsità materiale'.
Entro tale prospettiva si fa riferimento, in particolare, all’esigenza che la fotocopia risulti idonea a documentare l’effettiva esistenza del documento originale, individuando in concreto tale condizione sulla base della rilevata presenza di attestazioni formali che la facciano figurare come estratta da un documento originale, riconducendola di fatto alla categoria delle copie autentiche (Sez. 5, n. 2297 del 10/11/2017, dep. 2018, D’Ambrosio, cit. e Sez. 5, n. 8870 del 09/10/2014, Felline, cit.), laddove la mancanza di attestazioni confermative dell’autenticità della copia è ritenuta tale da escludere di per sé la ravvisabilità del reato (Sez. 5, n. 10959 del 12/12/2012, dep. 2013, Carrozzini, cit.).
In talune decisioni, inoltre, si pone in rilievo l’esigenza che 'la formazione della fotocopia sia idonea e sufficiente a documentare nei confronti dei terzi l’esistenza di un originale conforme' (Sez. 5, n. 7385 del 14/12/2007, dep. 2008, Favia, cit.), richiedendosi comunque la presenza di connotazioni ulteriori rispetto all’esibizione della fotocopia di un atto inesistente, in sé ritenuta inidonea per la configurabilità del reato.
Per la sussistenza del delitto di falsità materiale, dunque, non è necessario che vi sia un intervento materiale su un atto pubblico, ma è sufficiente che, attraverso la falsa rappresentazione della realtà veicolata dalla fotocopia, tale atto appaia sussistente, con la conseguente lesione recata al bene della fede pubblica, mentre nessun rilievo assume la mancata attestazione di autenticità allorché la copia falsificata abbia l’apparenza di un originale e sia utilizzata come tale.
Non si ritiene, invece, sussistente il contrasto nelle ipotesi in cui la falsa fotocopia, ancorché priva di attestazione di conformità all’originale, sia presentata '... con l’apparenza di un documento originale, atto a trarre in inganno i terzi di buona fede...' (così, testualmente, Sez. 5, n. 8870 del 09/10/2014, dep. 2015, Felline, cit.), ritenendosi, anche da parte del primo orientamento, che in tale eventualità il reato sia configurabile.
I tipi delle condotte punibili descritte nella norma di cui all’art. 476 c.p. riguardano la 'non genuinità' dell’atto e possono avere ad oggetto la formazione, in tutto o in parte, di un atto falso ovvero l’alterazione di un atto vero.
Nel primo caso, dunque, la falsità può riguardare l’esistenza stessa dell’oggetto documentato e l’autore - reale - fa apparire come esistente un atto che in realtà non è stato mai formato.
Ne discende, in altri termini, che il falso materiale può realizzarsi creando l’esistenza documentale dell’oggetto (tipo di condotta corrispondente all’espressione normativa contenuta nell’art. 476 c.p. 'forma in tutto o in parte un atto falso') ovvero modificando un atto genuino preesistente (secondo l’altra espressione, 'altera un atto vero').
Nelle ipotesi di falsità materiale, dunque, non è un elemento essenziale la difformità dal vero, poiché la rispondenza ad un dato naturalistico che dovrebbe essere riprodotto nell’atto non è un requisito compreso nella descrizione normativa e non assume anzi alcuna rilevanza, tanto che si ritengono falsità materiali anche le modifiche o le aggiunte apportate in un atto pubblico dopo che lo stesso è stato definitivamente formato, ancorché il soggetto abbia agito per ristabilire la verità effettuale, salva l’ipotesi in cui esse si risolvano in mere correzioni di errori materiali o integrazioni che, lungi dal modificarne l’elemento contenutistico, siano invece dirette ad un completamento essenziale del relativo procedimento di formazione (ex multis, Sez. 5, n. 9840 del 16/01/2013, Caminiti Perotti, Rv. 255224).
Siffatte considerazioni, peraltro, assumono ancor maggiore pregnanza ove si ponga mente, sotto altro ma connesso profilo, alle implicazioni sottese all’introduzione, nel tessuto codicistico, della nozione di documento informatico (ex art. 491-bis c.p.) e alla possibilità stessa di individuare un 'originale' di riferimento con un definitivo contenuto comunicativo: individuazione che può in effetti diventare particolarmente difficoltosa in considerazione della caratteristica tecnica - intrinseca alla tipologia dei dati sottoposti a, o risultanti da, processi di elaborazione informatica - consistente nella costante modificazione, sostituzione e connessione con altri dati, senza che tale trattamento incida sulla materialità del documento. Non solo, ma anche la stampa del risultato finale dell’elaborazione su un supporto cartaceo non garantisce, con la sua funzione di 'cristallizzazione', la completezza ed integrità della rappresentazione rispetto ai dati precedentemente immessi ed elaborati sul supporto informatico, potendo gli stessi essere agevolmente mascherati, omessi o modificati.
Entro tale prospettiva, dunque, abbandonando i consueti schemi concettuali di diretta derivazione civilistica, questa Corte ha progressivamente precisato la sua linea interpretativa ed ha affermato che il problema della rilevanza penale della falsità in atti nulli o annullabili o inesistenti si pone in relazione a vizi, diversi dalla falsità, inerenti all’atto quale appare dopo l’avvenuta falsificazione (Sez. 5, n. 8203 del 20/06/1979, De Filippo, Rv. 143029), precisando (Sez. 5, n. 12091 del 01/04/1987, Rapetti, Rv. 177148) che nel falso materiale in atto pubblico, ed in specie nelle ipotesi di formazione di un atto pubblico falso da parte di un privato, il criterio della invalidità o dell’inesistenza giuridica dell’atto è del tutto inidoneo a segnare il confine della rilevanza penale del falso - quantomeno per le cause di invalidità o di inesistenza determinate dalla falsità stessa - dal momento che la carenza assoluta di potere del privato, causa di inesistenza giuridica dell’atto, è elemento dello stesso reato, che assurdamente non sarebbe mai configurabile.
Siffatto orientamento, del resto, è stato successivamente avallato anche dalle Sezioni unite (v., in motivazione, Sez. U, n. 32009 del 27/06/2006, Schera, Rv. 234214), le quali hanno affermato che per la configurazione del reato non occorre che l’atto, al momento della sua falsificazione, possa ritenersi valido per istituire o provare un rapporto, bensì che 'mercè la falsificazione risulti idoneo a provare la sussistenza sia pure apparente, nei confronti dei terzi, della situazione documentata'.
6.1. Uno degli indirizzi ermeneutici in contrasto (inaugurato da Sez. 5, n. 7717 del 17/06/1996, Jacobacci, Rv. 205547 e poi ribadito da Sez. 5, n. 11185 del 05/05/1998, Detti, cit., nonché da Sez. 5, n. 4406 del 04/03/1999, Pegoraro, cit.) ha affermato, richiamando a tal fine la norma incriminatrice disegnata dall’art. 478 c.p., che non sussiste il reato di falso documentale per inesistenza dell’oggetto ex art. 49 c.p. quando la falsificazione ha ad oggetto una copia fotostatica, presentata come tale, atteso che quest’ultima non ha, di per sé, valore di documento, e può essere produttiva di effetti giuridici solo se autenticata o non espressamente disconosciuta, secondo quanto previsto dall’art. 477 c.p. e dall’art. 2719 c.c..
Nel solco della medesima linea interpretativa, inoltre, si esclude che, a tal fine, possa assumere rilievo l’assenza della attestazione di autenticità, la quale non incide sulla rilevanza penale del fatto allorché il documento abbia l’apparenza di un originale e come tale sia utilizzato, considerato anche il notevole grado di sofisticazione raggiunto dai macchinari che possono essere oggi utilizzati, in quanto capaci di formare copie fedeli all’originale e idonee a consentire un uso in grado di trarre in inganno la pubblica fede (Sez. 5, n. 5401 del 02/12/2004, dep. 2005, Polloni, Rv. 231171; Sez. 5, n. 14308 del 19/03/2008, Maresta, Rv. 239490; Sez. 5, n. 8900 del 19/01/2016, Paolini, Rv. 267711).
Anche tale indirizzo, peraltro, sembra prestare il fianco ad obiezioni che parte della dottrina ha mosso in relazione a più profili problematici, rilevando che l’utilizzo di una fotocopia non comporta di per sé l’alterazione della paternità, ma determina semmai un inganno, creando in tal modo i presupposti non di una vera e propria falsità, ma, ove tutti gli estremi ne ricorrano, di una condotta truffaldina.
Senza esprimere una reale capacità selettiva dell’area di rilevanza penale del falso in fotocopia, tale diversa opzione esegetica rischia, da un lato, di limitare il suo ambito di operatività ad una scontata verifica della natura grossolana del falso - in relazione alla 'qualità' della copia -, dall’altro lato, e soprattutto, di trasferire l’accertamento della condotta di falsità materiale su un piano eccentrico rispetto al giudizio di tipicità, rinviando all’utilizzo che in concreto è stato fatto della copia, e così attribuendo rilievo ad un profilo irrilevante nella struttura tipica del fatto.
Entro tale prospettiva, a ben vedere, deve ritenersi indifferente la circostanza di fatto legata alla materiale esistenza o meno dell’atto 'originale' rispetto al quale dovrebbe operarsi il raffronto comparativo con la copia, perché l’intervento falsificatorio effettuato con la modalità della contraffazione assume come riferimento non tanto la copia in sé, quanto il falso contenuto dichiarativo o di attestazione apparentemente mostrato dalla natura della copia formata ed esibita dall’agente, laddove l’atto originale non esiste affatto ovvero, se realmente esistente, rimane inalterato e comunque estraneo alla vicenda.
Per le medesime ragioni deve ritenersi infondata la evocata disparità di trattamento a fronte del più severo regime sanzionatorio che deriverebbe, per la ipotesi di contraffazione della copia semplice, rispetto a quella della fotocopia autentica, costituente il meno grave reato di cui all’art. 478 c.p.: oggetto reale del delitto di cui all’art. 476 c.p. è infatti il documento 'originale' del quale viene contraffatta l’esistenza, non una copia dello stesso (cfr. Sez. 5, n. 28723 del 25/05/2015, Barone).
Presupposto per l’applicazione di tale fattispecie, che si riferisce alla particolare ipotesi della formazione di una copia autentica, è, dunque, l’inesistenza assoluta di un originale (che non deve essere mai esistito) ovvero l’esistenza di un originale che viene 'copiato' in modo difforme, laddove la disposizione contenuta nell’art. 492 c.p. si riferisce propriamente alla diversa ipotesi della falsificazione di copie autentiche già formate, a sua volta punibile ai sensi dell’art. 476 c.p. anche se quelle copie non tengono luogo degli originali mancanti.
'La formazione della copia di un atto inesistente non integra il reato di falsità materiale, salvo che la copia assuma l’apparenza di un atto originale'.
8.2. Sulla base delle su esposte considerazioni il ricorso proposto dal P.G., incentrato anche sulle implicazioni legate al presupposto di fatto della evidente idoneità decettiva dell’atto prodotto in copia al pubblico ufficiale, è inammissibile, ove si consideri il principio stabilito da questa Corte secondo cui è inammissibile il ricorso per cassazione proposto dal P.M. avverso una sentenza del giudice di appello di assoluzione con formula 'perché il fatto non sussiste' quando, successivamente a tale pronuncia, il reato si estingue per decorso del termine di prescrizione, atteso che il mezzo di impugnazione deve perseguire un risultato non solo teoricamente corretto ma anche praticamente favorevole (da ultimo v. Sez. 4, n. 16029 del 28/02/2019, Briguglio, Rv. 275651; Sez. 4, n. 23178 del 15/03/2016, Tremontini, Rv. 267940; Sez. 6, n. 16147 del 02/04/2014, Re Mario, Rv. 260121).
9. Ancora in via preliminare deve ritenersi la inammissibilità della eccezione, dalla difesa dell’imputato sollevata nella memoria difensiva del 5 marzo 2019, relativa al difetto di legittimazione della parte civile, atteso che le questioni preliminari relative alla costituzione di parte civile devono essere poste, ai sensi dell’art. 491 c.p.p., subito dopo che sia stato compiuto, per la prima volta, l’accertamento della regolare costituzione delle parti; le stesse, infatti, devono essere decise immediatamente, sicché se la prima udienza, compiuto il predetto accertamento, si concluda, come verificatosi nel caso di specie, senza che la questione sia stata sollevata, la proposizione di quest’ultima deve ritenersi preclusa nelle successive udienze, nè l’ammissione della costituzione di parte civile può essere in seguito contestata in sede di impugnazione (ex multis, Sez. 5, n. 57092 del 15/11/2018, Cutuli, Rv. 274450).
10. Infondato deve ritenersi il ricorso proposto dalla parte civile, avendo la sentenza impugnata posto in rilievo, sulla base di congrue ed esaustive argomentazioni, che la mera fotocopia di un’autorizzazione edilizia, in realtà inesistente, ma apparentemente rilasciata in favore di una società amministrata dall’imputato, era stata esibita come tale al D. - capo dell’ufficio tecnico del Comune di (omissis) - da un tecnico incaricato dal M. per chiedere informazioni sulla valutazione dei prezzi dei terreni ricadenti nella zona P.I.P. del Comune, con particolare riferimento ad un lotto di proprietà della società dell’imputato.
Tale documento - riconosciuto dallo stesso D. come falso in ragione sia del numero dell’autorizzazione, non corrispondente alla relativa sequenza cronologica, sia della diversità del modulo e del tipo di timbro adoperati dal Comune, oltre che della non autenticità della sottoscrizione ivi apposta - era stato infatti esibito quale riproduzione fotostatica di un’autorizzazione amministrativa inesistente, visibilmente riconoscibile come tale, priva di qualsiasi attestazione di autenticità e del tutto sguarnita degli indispensabili requisiti, di forma e di sostanza, capaci di farla sembrare un atto originale o, comunque, documentativo dell’esistenza di un atto corrispondente.