Source: http://www.medialaws.eu/la-corte-di-giustizia-la-direttiva-e-commerce-e-il-controllo-contenutistico-online-le-implicazioni-della-decisione-c-18-18-sul-discorso-pubblico-online-e-sul-ruolo-di-facebook/
Timestamp: 2020-01-21 12:15:17+00:00
Document Index: 82400325

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 100']

You are at:Home»Comments»La Corte di giustizia, la direttiva e-commerce e il controllo contenutistico online: le implicazioni della decisione C 18-18 sul discorso pubblico online e sul ruolo di Facebook
By Matteo Monti on	 October 15, 2019 Comments
Corte di giustizia UE, 3 ottobre 2019, C-18/18, Eva Glawischnig Piesczek c. Facebook Ireland Limited
3) Se ciò valga anche per informazioni dal contenuto equivalente, non appena il gestore sia venuto a conoscenza di tale circostanza» (CGUE, C 18-18, par. 20).
Per quanto riguarda la prima questione, la conformità al disposto dell’art. 15 della direttiva 2000/31 della richiesta di rimozione dei contenuti identici a quello dichiarato illecito, la sentenza e le conclusioni dell’Avvocato Generale convergono verso una medesima soluzione. Per l’Avvocato Generale era infatti consentito rimuovere in toto tutte le informazioni identiche[5] sia riprodotte manualmente da altri utenti che in maniera automatizzata, in quanto tale rimozione non necessita di un «filtraggio attivo e non automatico» (Conclusioni AG C 18-18, par. 61). Da questo punto di vista la Corte concorda sul fatto che per interrompere il prorogarsi di una condotta illecita identica «non si può ritenere che l’ingiunzione all’uopo emessa ponga a carico del prestatore di servizi di hosting un obbligo di sorveglianza, in via generale, sulle informazioni da esso memorizzate, né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite, ai sensi dell’articolo 15, paragrafo 1, della direttiva 2000/31» (CGUE, C 18-18, par. 37). Si consente in tal modo la rimozione da un social di tutte le informazioni identiche a quella illecita «qualunque sia l’autore della richiesta di memorizzazione delle medesime» (CGUE, C 18-18, par. 37), ossia qualunque sia il soggetto che le diffonda. Dai 6 paragrafi che l’estensore dedica alla questione della rimozione delle informazioni identiche non emerge, tuttavia, un aspetto procedurale importante suggerito dall’AG nelle sue conclusioni, ossia quello della necessità di un meccanismo di controllo sull’operato delle piattaforme rispetto alla censura dei contenuti dei soggetti terzi, da garantirsi attraverso la possibilità di ricorso contro suddetta rimozione (Conclusioni AG C 18-18, par. 65). Si deve inoltre rilevare che mentre l’AG si era dimostrato sensibile ad una prospettiva che correlasse i suddetti controlli sulla rimozione di contenuti alla necessità di tutela della libertà di espressione online, in base all’art. 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea[6], tale riferimento e questa prospettiva manca totalmente nel reasoning della Corte.
Per quanto riguarda invece le informazioni equivalenti, coerentemente con quanto sostenuto dall’AG (Conclusioni AG C 18-18, par. 67), l’interpretazione della Corte di tale dizione è quella di espressioni che «veicolano un messaggio il cui contenuto rimane, in sostanza, invariato e quindi diverge molto poco da quello che ha dato luogo all’accertamento d’illiceità» (CGUE, C 18-18, par. 39). Si tratta sostanzialmente di tutte quelle esternazioni che riprendano le accuse infamanti postate sul social da parte del convenuto. In questo senso, la prospettiva della Corte è volta alla garanzia del ricorrente[7] che non deve essere costretto a compiere una miriade di azioni giudiziarie differenti per contenuti aventi «sostanzialmente lo stesso messaggio» (CGUE, C 18-18, par. 41). La Corte tuttavia, ricordando l’impossibilità di obbligare un servizio di hosting a una sorveglianza generalizzata o ad una ricerca attiva di informazioni, ritiene che il fine di «tutelare efficacemente la reputazione e l’onore di una persona, non può essere perseguito mediante un obbligo eccessivo imposto al prestatore di servizi di hosting» (CGUE, C 18-18, par. 44). Il bilanciamento di queste due esigenze è dipanato nel paragrafo 45 che è il centro nevralgico della sentenza, nonché un passaggio foriero di possibili divergenze interpretative. Nel legittimare la rimozione di informazioni equivalenti, non viene, infatti, esplicitato dalla Corte – al contrario di quanto fatto per le informazioni identiche (vedi par. 37 e supra) – di quali soggetti siano rimovibili le informazioni equivalenti: se di tutti gli utenti o solo del convenuto. In relazione a questo aspetto, l’Avvocato Generale riteneva che un’estensione dell’obbligo di rimozione di contenuti equivalenti postati da altri utenti «richiederebbe la sorveglianza della totalità delle informazioni diffuse attraverso una piattaforma di rete sociale» (Conclusioni AG C 18-18, par. 73). Al contrario la Corte sembra legittimare una rimozione dei contenuti equivalenti postati dei soggetti terzi, qualora vi siano istruzioni precise sulla definizione dei termini che integrino un’espressione equivalente:
«Tenuto conto di quanto precede, occorre che le informazioni equivalenti cui fa riferimento il punto 41 della presente sentenza contengano elementi specifici debitamente individuati dall’autore dell’ingiunzione, quali il nome della persona interessata dalla violazione precedentemente accertata, le circostanze in cui è stata accertata tale violazione nonché un contenuto equivalente a quello dichiarato illecito. Differenze nella formulazione di tale contenuto equivalente rispetto al contenuto dichiarato illecito non devono, ad ogni modo, essere tali da costringere il prestatore di servizi di hosting interessato ad effettuare una valutazione autonoma di tale contenuto» (CGUE, C 18-18, par. 45).
In questo senso appare a chi scrive che la Corte legittimi la possibilità di rimozione dei contenuti equivalenti postati da terzi a due condizioni: i. che siano le corti di merito ad individuare i termini integranti una “equivalenza”; ii. che non vi siano obblighi in capo a un servizio di hosting a provvedere autonomamente a questo tipo di valutazioni. In questa prospettiva, i paragrafi successivi della sentenza (CGUE, C 18-18, par. 46-47) puntualizzano che da un lato tale soluzione risulta idonea alla garanzia della dignità della persona offesa e dall’altro, grazie alla specificazione delle espressioni equivalenti da parte dell’ingiunzione, non obbliga a soluzioni che impongano valutazioni autonome al servizio di hosting anzi, al contrario, gli permetta l’impiego di strumenti automatizzati nella ricerca di tali contenuti (probabilmente tramite fornitura di espressioni specifiche e keywords). Per la Corte in questo modo non risulterebbe contravvenuto il divieto degli obblighi di sorveglianza in via generale e di ricerca attiva. Infine serve rilevare, oltre all’estensione della possibilità di rimozione dei contenuti equivalenti a soggetti terzi, come la sentenza non prevede neanche la necessità della predisposizione di una possibilità di ricorso da parte di questi soggetti terzi contro tale rimozione (cosa che era invece prospettata anche per il convenuto dall’AG: Conclusioni AG C 18-18, par. 72).
Una questione trasversale agli aspetti contenutistici riguarda, invece, l’estensione territoriale (intesa in senso di IP) degli effetti di una tale ingiunzione e che “spazi di azione” permetta la direttiva. Rispetto a questa questione, l’Avvocato Generale rilevava nelle sue conclusioni come il diritto dell’Unione non ostasse a una rimozione su scala mondiale di un contenuto, ma che la questione andasse analizzata in base al diritto internazionale e non al diritto Ue (Conclusioni AG C 18-18, par. 92). La Corte riprende questa impostazione, riconfermando che la direttiva non osta a una portata globale di un’ingiunzione di tal fatta e come sia necessario guardare alle norme applicabili a livello internazionale (CGUE, C 18-18, par. 50-51). La conclusione è più prudente rispetto al self-restraint consigliato dall’AG[11] affermando la Corte che: «[s]petta agli Stati membri garantire che i provvedimenti da essi adottati e che producono effetti a livello mondiale tengano debitamente conto di queste ultime norme» (CGUE, C 18-18, par. 52).
A parere di chi scrive la questione che appare centrale nella decisione della Corte non è tanto quella della portata territoriale – in senso di territorio IP – della applicazioni delle regole nazionali degli stati membri[12], ma quella della delega a Facebook della rimozione di contenuti individuati dalle autorità pubbliche, ossia quello della privatizzazione della censura. La questione del geoblocking viene infatti risolta in un rimando alla volontà degli stati: una sorta di via libera che non si accompagna a nessuna posizione di merito o di opportunità.
[11] L’Avvocato Generale, al contrario, concludeva infatti che «il giudice di uno Stato membro può, in teoria, statuire sulla rimozione di informazioni diffuse a mezzo Internet a livello mondiale. Tuttavia, a causa delle differenze esistenti fra le leggi nazionali (…) un siffatto giudice deve adottare piuttosto un atteggiamento di autolimitazione» (Conclusioni AG C 18-18, § 100), moderando il più possibile gli effetti extraterritoriali di una sua ingiunzione.