Source: https://www.diritto.it/organo-sede-sentenze/corte-di-cassazione/sezione-civile-lavoro/
Timestamp: 2020-03-30 20:32:26+00:00
Document Index: 31777706

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 378', 'art. 335', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 2120', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 55', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 55', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 55', 'art. 21', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 21', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 27', 'art.2', 'art.27', 'art.45', 'art. 12', 'art. 14', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 22', 'art. 59', 'art. 55', 'art. 59', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 55', 'art. 55', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 2941', 'art. 2941', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 19', 'art. 23', 'art. 2935', 'art. 2941', 'art. 17', 'art. 19', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 23', 'art. 2935', 'art. 2941', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 2941', 'art. 2', 'art. 17', 'art. 360', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 2941', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 7', 'art. 2119', 'art. 360', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2119', 'art. 7', 'art. 2119', 'art. 7']

Sezione civile, lavoro Archivi
Sezione civile, lavoro
Tribunale di Roma – II sez. lav. – ordinanza n. 112127 del 11-11-2019
Corte di Cassazione – sez. civile lavoro – sentenza num. 17968 del 13-9-2016
Licenziamento disciplinare e immediatezza della contestazione (Cass. n. 27390/2013)
Come è stato affermato da Cass. 14-9-2009 n. 19770, “il licenziamento illegittimo intimato ai lavoratori ai quali sia applicabile la tutela reale non è idoneo ad estinguere il rapporto al momento in cui è stato intimato, determinando solamente una interruzione di fatto del rapporto di lavoro senza incidere sulla sua continuità e permanenza. Ne consegue che, ove venga irrogato un secondo licenziamento per giusta causa o per giustificato motivo, fondato su fatti diversi da quelli posti a sostegno del primo provvedimento di recesso, i relativi effetti si produrranno solo nel caso in cui il precedente recesso venga dichiarato illegittimo”.
Minore clandestino ed allontanamento dall’Italia (Cass., n. 27330/2013)
Adeguamento della retribuzione ed art. 36 Cost. (Cass., n. 27138/2013)
1. Con sentenza del 3 agosto 2010, la Corte d’Appello di Roma accoglieva, per quanto di ragione, l’appello svolto dalla dottoressa G.E. contro !a sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda tendente al riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato intercorso con il dottor D.N. e al pagamento delle differenze retributive e, in subordine, di somme a titolo di ingiustificato arricchimento.
– non poteva dubitarsi della sussistenza della dedotta subordinazione, sia pur attenuata per la peculiare attività lavorativa in campo sanitario svolta dalla dottoressa G. (medico presso le numerose case di cura private o convenzionate con il S.S.N. gestite dal dott. D., di coordinamento del gruppo di medici, di assistenza medica specialistica);
gli indici significativi della subordinazione risiedevano nella durata pluriennale del rapporto, nelle emergenze istruttorie relative allo svolgimento dell’attività di medico e di coordinamento ed organizzazione dei medici, il ruolo di primo referente in assenza del D., la documentata circostanza, mai confutata dalla controparte, del trasferimento al predetto D. dei compensi dalla dottoressa G. ricevuti dalla Casa di cura S.G.;
l’invocata contrattazione collettiva e il riferimento all’inquadramento quale aiuto pur non essendo direttamente applicabile ai rapporto di lavoro ben poteva assurgere a valido parametro di riferimento;
riconosceva, pertanto, il credito per lavoro straordinario (per essere emersi concordi elementi in ordine al costante superamento dell’orario legale), il TFR e la 13A mensilità, mentre andava escluso il compenso di pronta reperibilità, trattandosi di voce di mera derivazione contrattuale e quello per ferie asseritamente non godute per mancanza di prova.
3. Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, D.N. ha proposto ricorso per cassazione fondato su quattro motivi, ulteriormente illustrato con memoria ex art. 378 c.p.c. La parte intimata ha resistito con controricorso e proposto ricorso incidentale autonomo, cui ha resistito il ricorrente principale (Le parti hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c.)
4. Preliminarmente va disposta la riunione dei ricorsi, ex art. 335 c.p.c. , perché proposti avverso la medesima sentenza.
5. Con il primo motivo di ricorso, il ricorrente denuncia violazione degli artt. 2094 e 2222 c.c., per avere la Corte di merito erroneamente affermato la natura subordinata del rapporto senza considerare l’assenza di un vincolo di disponibilità continuativa a carico della dottoressa G. la quale conservava la propria libertà lavorando anche per terzi, ed insufficiente motivazione. Assume il ricorrente che la Corte territoriale non avrebbe considerato la decisiva assenza, nella specie, di un vincolo di disponibilità continuativa, tenuto conto che la dottoressa lavorava in base alla disponibilità dalla stessa manifestata, ed avrebbe fondato la statuizione su indici della subordinazione irrilevanti, nella specie, quali la continuità del rapporto, l’inserimento in turni, le sostituzioni del primario, il coordinamento degli altri collaboratori. A suo dire, la durata pluriennale del rapporto era compatibile con il lavoro autonomo e, del pari, l’inserimento nell’organizzazione con funzioni di coordinamento e di primo referente era tipico del lavoro autonomo coordinato e continuativo. Deduceva, inoltre, che il trasferimento al D. dei compensi ricevuti dalla dottoressa dalla Casa di cura S.G. era privo di significato agli effetti della natura subordinata del rapporto. Infine criticava, per insufficienza, la motivazione per avere i Giudice del gravame trascurato le emergenze testimoniali a suffragio della libertà della dottoressa di lavorare.
7. Occorre premettere che secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, in caso di prestazioni che, per la loro natura intellettuale, mal si adattano ad essere eseguite sotto la direzione del datore di lavoro con continuità regolare, anche negli orari, la qualificazione del rapporto come subordinato o autonomo, sia pure con collaborazione coordinata e continuativa, deve essere affermata secondo il primario parametro distintivo della subordinazione, intesa come assoggettamento del lavoratore al potere organizzativo del datore di lavoro.
8. L’esistenza del predetto parametro deve essere accertata, o esclusa, mediante il ricorso ad elementi sussidiari che il giudice deve individuare in concreto con accertamento di fatto incensurabile in cassazione se immune da vizi giuridici e adeguatamente motivato – dando prevalenza ai dati fattuali emergenti dal concreto svolgimento del rapporto e senza che il nomen juris utilizzato dalle parti possa assumere carattere assorbente (v., tra le tante, Cass. 14573/ 2012; 13858/2009, 10043/2004 e 4770/2003).
9. Con particolare riferimento all’esercizio della professione medica, la stessa giurisprudenza di legittimità, proprio per la necessità di considerare le emergenze fattuali dei casi concreti, in alcuni casi ha fatto riferimento agli ordinari parametri della sottoposizione al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore, ritenendo correttamente motivate le pronunzie di mento che hanno ritenuto subordinato il rapporto dei medici svolto all’interno di cliniche private sulla base di indici quali il loro inserimento in turni lavorativi predisposti dalla clinica, la sottoposizione a direttive circa lo svolgimento dell’attività, l’obbligo di rimettersi alla pianificazione dell’amministrazione della clinica in ordine alla fruizione delle ferie (sentenza n. 10043 del 2004), oppure l’adempimento esclusivo delle direttive sanitarie emanate dal responsabile sanitario della casa di cura (sentenza n. 13858 del 2009).
10. In altri casi, per l’intrinseca peculiarità della professione medica, la stessa giurisprudenza ha ritenuto insufficiente il ricorso esclusivo ai parametri dell’esercizio da parte del datore di lavoro del potere gerarchico (concretizzatesi in ordini e direttive) e del potere disciplinare, o ad elementi come la fissazione di un orano per le visite, o eventuali controlli nell’adempimento della prestazione, ove gli stessi non si siano tradotti nell’espressione del potere con formativo sul contenuto della prestazione proprio del datore di lavoro.
13. Va ribadito, pertanto, che l’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi, con i quali è esplicato, si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo; in riferimento al ricorso per Cassazione tale nullità, risolvendosi nella proposizione di un “non motivo”, è espressamente sanzionata con l’inammissibilità ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 4 (cfr., plurimis, Cass. 17823/201l).
15. Analogamente col terzo motivo, si ribadiscono le doglianze enunciate nel secondo per l’erronea determinazione della base di calcolo della tredicesima e dello straordinario ed infine, con il quarto mezzo, sia aggiunge la denuncia della violazione dell’art. 2120 c.c.
16. I motivi che precedono, esaminati congiunta mente, meritano accoglimento, per il profilo di censura inerente al vizio motivazionale, per avere la Corte territoriale attribuito il credito retributivo preteso dalla dottoressa G. senza operare alcun raffronto, né motivare sul punto, tra la retribuzione dovuta e quella percepita, e riverberandosi il predetto vizio anche sulla determinazione della base di calcolo del credito retributivo per tredicesima mensilità e per lavoro straordinario.
17. Passando all’esame del ricorso incidentale autonomo avverso il capo della sentenza che ha escluso il diritto della dottoressa G. alla percezione degli importi maturati per l’attività di pronta reperibilità sul presupposto che si trattasse di voce di mera derivazione contrattuale (così la Corte territoriale), con unico articolato motivo è dedotta la violazione dell’art. 36 Cost. e degli artt. 2060,2094,2099, 2108 c.c. e il vizio di motivazione.
18. Nell’illustrazione del motivo la ricorrente incidentale si duole dell’illogicità della tesi abbracciata dalla Corte territoriale, con deduzione all’evidenza inammissibile giacché la censura, per come svolta, non impinge nel tipico paradigma del vizio per violazione di legge e risulta comunque priva, per come formulata, della necessaria indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità, sicché non risulta in tal modo consentito alla Corte di legittimità di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione.
19. Quanto alla mancanza di prova, la ricorrente incidentale, pur rimarcando la non univoca motivazione della ratio decidendi (vale a dire la riferibilità della statuizione anche all’indennità di reperibilità notturna), svolge la censura limitandosi ad evocare risultanze probatorie del processo “sopra citate” dimostrative senza ombra di dubbio, a suo avviso, della quantità e qualità del lavoro svolto, ma in tali termini la doglianza non si conforma né alla regola dell’autosufficienza, né alle prescrizioni dell’art. 366, n. 6, c.p.c. e demanda, inammissibilmente, alla Corte di legittimità il compito di sceverare, nella diffusa esposizione anteposta allo svolgimento dei motivi d’impugnazione, a quali delle risultanze la parte avesse inteso riferirsi.
20. Al ogni buon conto è principio di diritto, nella giurisprudenza di questa Corte, che in tema di adeguamento della retribuzione ai sensi dell’art. 36 Cost., il giudice del merito, anche se il datore di lavoro non aderisca ad una delle organizzazioni sindacali firmatane, ben può assumere a parametro il contratto collettivo di settore, che rappresenta il più adeguato strumento per determinare il contenuto del diritto alla retribuzione, anche se limitatamente ai titoli contrattuali che costituiscono espressione, per loro natura, della giusta retribuzione, con esclusione, quindi, dei compensi aggiuntivi, degli scatti di anzianità e delle mensilità aggiuntive oltre la tredicesima. Ove il giudice del merito intenda discostarsi dalle indicazioni del contratto collettivo, ha l’onere di fornire opportuna motivazione, mentre costituisce specifico onere del datore di lavoro quello di indicare gli elementi dai quali risulti la inadeguatezza, in eccesso, delle retribuzioni contrattualmente previste in considerazione di specifiche situazioni locali o della qualità della prestazione offerta dal lavoratore (Cass. 5519/2004 e 27591 /2005 e numerose successive conformi).
21. La sentenza impugnata è, quindi, conforme a diritto avendo i Giudici di secondo grado, ai fini della determinazione della giusta retribuzione ex art. 36 Cost-, correttamente adottato quale parametro di riferimento il contratto collettivo del settore, con esclusione di un istituto, quale la pronta reperibilità, tipicamente contrattuale.
22. In definitiva, per le esposte considerazioni vanno accolti il secondo, terzo e quarto motivo del ricorso principale e rigettati il primo motivo dei ricorso principale ed il ricorso indentale.
Riunisce i ricorsi; accoglie il secondo, terzo e quarto motivo del ricorso principale, respinto il primo motivo ed il ricorso incidentale; cassa la sentenza impugnata, per i motivi accolti e rinvia, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla medesima Corte d’appello, in diversa composizione.
Illegittimo il licenziamento disciplinare intimato dall’ufficio non competente (Cass. n. 27128/2013)
Con sentenza n. 841/2008 il Giudice del lavoro del Tribunale di Potenza, in parziale accoglimento del ricorso proposto da F.G. in data 8-3-2007 nei confronti dell’Azienda Ospedaliera “Ospedale San Carlo” di (…), dichiarava l’illegittimità del licenziamento da quest’ultima intimato e condannava la convenuta al pagamento in favore del ricorrente della somma di Euro 33.254,88, a titolo di indennità di mancato preavviso, oltre interessi dal dovuto al saldo.
Con il suddetto ricorso il F. , dirigente medico di I livello presso l’U.O. di Ostetricia e Ginecologia del detto Ospedale dal 14-1-2002, aveva esposto: che nel giugno 2005 aveva avanzato all’Ufficio del Personale richiesta di aspettativa per sei mesi (dal 16-7-2005 al 15-1-2006), avendo ricevuto incarico a tempo determinato presso l’Ospedale Cristo Re di *Roma*; che, invitato a riprendere servizio con telegramma del 21-7-2005, egli aveva chiarito la propria posizione con racc. del 27-7-2005, giustificando la domanda per i motivi di studio e aggiornamento scientifico specificati; che, dopo un telegramma di risposta negativa ed un nuovo invito a riprendere servizio, aveva ricevuto comunicazione del diniego dell’aspettativa (per essere l’Ospedale Cristo Re di natura privata – nota del 18-7-2005 -) e della contestazione dell’addebito (nota dell’1-8-2005), con invito a comparire per T8-8-2005 per rispondere di “assenza dal lavoro nonostante il diniego dell’aspettativa; ritardata e telegrafica risposta del 27-7-2005; inconferente e pretestuosa equiparazione dell’Ospedale Cristo Re ad una struttura pubblica; gravità del comportamento; cumulo di impieghi”; che egli era comparso ed aveva presentato memoria difensiva; che in data 19-8-2005 l’azienda aveva comunicato al Comitato dei Garanti di ritenere infondate le difese e chiesto il parere sulla risoluzione del contratto; che in data 19-9-2005 il D.G. C. , nel corso di una riunione con oltre 10 medici, aveva annunciato il suo licenziamento, con notizia giunta alla stampa; che solo successivamente gli era pervenuta comunicazione del dirigente *** con allegato il provvedimento del 7-10-2005 con cui l’Azienda aveva deliberato di recedere dal rapporto.
Tanto premesso, il F. aveva chiesto la declaratoria di illegittimità del licenziamento e la condanna dell’Azienda convenuta al pagamento delle somme determinate come da conteggi effettuati con riferimento all’intero rapporto (e relativi a festività e ferie non godute, indennità di mancato preavviso, TFR, danni non patrimoniali) oltre al risarcimento dei danni esistenziali.
Con la sentenza di primo grado il giudice adito riteneva che, pur essendo acclarata la legittimità della scelta di risolvere il rapporto, il recesso era viziato sul piano formale, essendo stato irrogato dal Direttore Generale anziché dall’Ufficio Procedimenti Disciplinari (ex art. 55 d.lgs. n. 165/2001), e condannava l’Azienda al pagamento dell’indennità di mancato preavviso, quantificata dal CTU, respingendo tutte le altre richieste.
Avverso tale sentenza l’Azienda Ospedaliera “Ospedale San Carlo” di (…) proponeva appello chiedendone la riforma con il rigetto integrale della domanda di controparte. Il F. si costituiva chiedendo il rigetto dell’appello principale e proponendo appello incidentale per i seguenti motivi: 1) difetto di rappresentanza in giudizio, difetto di legittimazione passiva in primo grado e attiva in grado d’appello – omessa pronuncia circa la dichiarazione di contumacia – inammissibilità dell’appello; 2) vizio procedimentale – contestazione addebito; 3) illegittimità del diniego dell’aspettativa; 4) vizio di motivazione nella negazione dei danni non patrimoniali, circa diritto riservatezza, licenziamento e mobbing; 5) ferie e festività non godute – vizio di motivazione; 6) divieto di cumulo di interessi e rivalutazione; 7) illegittimità del licenziamento irrogato da organo incompetente – riforma della sentenza sul punto errore formale.
La Corte d’Appello di Potenza, con sentenza depositata il 10-6-2010, in accoglimento dell’appello principale rigettava la domanda proposta dal F. e condannava quest’ultimo a restituire all’Azienda le somme da questa corrisposte in esecuzione della sentenza appellata oltre interessi legali dalla data del pagamento al soddisfo; rigettava altresì l’appello incidentale e condannava il F. al rimborso in favore di controparte di due terzi delle spese del doppio grado, compensandone il residuo terzo.
In sintesi la Corte territoriale, esclusa preliminarmente la sussistenza di alcun vizio di rappresentanza in giudizio dell’azienda e premessa la distinzione tra responsabilità dirigenziale e responsabilità disciplinare, affermava che mentre l’art. 55 comma 4 del d.lgs. n. 165 del 2001 è una norma generale e si applica a tutto il personale non dirigenziale, l’art. 21 dello stesso d.lgs. è una norma speciale applicabile solo al ruolo dirigenziale, con la conseguenza che, dovendo farsi riferimento per la responsabilità disciplinare alla disciplina collettiva applicabile ratione temporis, nella fattispecie sussisteva la competenza del Direttore Generale con la sola necessità dell’acquisizione del previo parere del Comitato dei Garanti.
La Corte di merito riteneva inoltre legittimo anche sul piano sostanziale il provvedimento adottato dall’azienda, posto che un giudizio di ingiustificatezza del diniego della stessa giammai avrebbe potuto avere effetti sananti rispetto ad un comportamento tenuto dal dipendente e sostanziatosi in una consapevole sottrazione agli obblighi di prestazione lavorativa, in totale indifferenza rispetto alle determinazioni aziendali (non incidendo peraltro sulla regolarità del procedimento disciplinare la circostanza della contemporanea ricezione da parte del F. sia del diniego dell’aspettativa sia della contestazione dell’addebito) e confermava, infine, il rigetto delle pretese risarcitorie relative all’asserita situazione di mobbing e al dedotto mancato godimento di ferie e festività, in mancanza di relative allegazioni e prove.
Per la cassazione di tale sentenza il F. ha proposto ricorso con sette motivi.
L’Azienda Ospedaliera “Ospedale san Carlo” di (…) ha resistito con controricorso.
Con il primo motivo il ricorrente, denunciando difetto di rappresentanza processuale e di jus postulandi, carenza di legittimazione passiva in primo grado ed attiva in appello, con conseguente inammissibilità dell’appello e nullità della sentenza, deduce che l’avv. *************** si è avvalso in appello, come già in prime cure, di un mandato conferitogli con delibera del 11-9-2007, avente il suo presupposto in una delega che il ******** , direttore generale, ebbe a conferire al direttore amministrativo con atto del 10-8-2004, perché lo sostituisse in caso di assenza e di impedimento, ed, invece, azionata per la costituzione nel giudizio di primo grado (comparsa depositata il 29-9-2007), quando il ******** era già dimissionario e l’Azienda era vacante (dal 21-5-2007), in violazione dell’art. 3 bis comma 2 del d.lgs. n. 502/1992 (che prevede la nomina del nuovo direttore generale nel termine perentorio di 60 giorni, scaduto il quale bisogna nominare un commissario ad acta).
In sostanza il ricorrente, come già eccepito davanti ai giudici di merito, ribadisce che l’Azienda ha agito in nome di un direttore generale già dimissionario e perciò non più suo legale rappresentante.
Come già rilevato dalla Corte territoriale, il mandato difensivo in favore dell’avv. *************** (a margine della costituzione di primo grado) è stato conferito dal ******** , che rivestiva, in ragione delle intervenute dimissioni del Dott. C. , le funzioni di direttore generale in quanto già individuato ex art. 10, comma, 10 della l.r. n. 1857 del 2004 (giusta delibera della Giunta Regionale n. 758 del 21-5-2007).
La legittimazione del ******** a rappresentare l’Azienda ed a conferire il mandato, in base alla quale la stessa si è costituita in giudizio ed ha proposto appello, ha trovato, quindi, fondamento innanzitutto nell’atto deliberativo della Giunta Regionale prodotto in giudizio.
Del resto, nella fattispecie, neppure poteva trovare applicazione l’art. 3 bis del d.lgs. n. 502/1992 (invocato in questa sede dal F. ), riferendosi tale norma alla ipotesi di vacanza dell’ufficio, mentre nel caso in esame la Giunta Regionale aveva immediatamente disposto, con la citata delibera, l’attribuzione delle funzioni di Direttore Generale al Dott. R..G. , già direttore amministrativo, senza soluzione di continuità e fino a nuova nomina.
Con il secondo motivo il ricorrente censura l’impugnata sentenza nella parte in cui ha ritenuto di accogliere la tesi dell’Azienda circa la non applicabilità ai dirigenti della disposizione di cui all’art. 55 comma 4 del d.lgs. n. 165/200, e, posto che mentre tale disposizione “è una norma generale e si applica a tutto il personale non dirigenziale”, l’art. 21 dello stesso d.lgs. “è una norma speciale applicabile solo al ruolo dirigenziale”, ha affermato che “in sostanza, se può ipotizzarsi come legittimo che la contrattazione collettiva relativa ai dirigenti preveda, per l’ipotesi di responsabilità disciplinare, la stessa procedura prevista per i dipendenti del citato art. 55 co. 4, non è di contro, illegittimo che, nella medesima sede, si preveda una disciplina diversa, prescindendo dalla previsioni di cui al citato art. 55 co. 4”.
Al riguardo il ricorrente deduce che, fatta salva l’applicazione del citato art. 21 per l’ipotesi di “responsabilità dirigenziale”, a tutti i procedimenti disciplinari concernenti la “responsabilità disciplinare” di cui all’art. 55, doveva applicarsi, anche per i dirigenti, la relativa disciplina di legge, inderogabile da parte della contrattazione collettiva, in relazione alla competenza dell’ufficio competente per i procedimenti disciplinari (u.c.p.d.).
Il motivo è fondato come di seguito.
Innanzitutto va precisato che nella fattispecie deve farsi riferimento alla disciplina di legge dell’epoca (artt. 21 e 55 d.lgs. 165/2001, nel testo vigente nel periodo luglio/ottobre 2005, anteriore alle modifiche successive ed in specie alla disciplina introdotta dal d.lgs. n. 150 del 2009).
L’art. 55 così disponeva: “Sanzioni disciplinari e responsabilità (Art. 59 del d.lgs. n.29 del 1993, come sostituito dall’art. 27 del d.lgs. n.546 del 1993 e successivamente modificato dall’art.2 del decreto legge n.361 del 1995, convertito con modificazioni dalla legge n.437 del 1995, nonché dall’art.27, comma 2 e dall’art.45, comma 16 del d.lgs n.80 del 1998).
1. Per i dipendenti di cui all’articolo 2, comma 2, resta ferma la disciplina attualmente vigente in materia di responsabilità civile, amministrativa, penale e contabile per i dipendenti delle amministrazioni pubbliche.
2. Ai dipendenti di cui all’articolo 2, comma 2, si applicano l’articolo 2106 del codice civile e l’articolo 7, commi primo, quinto e ottavo, della legge 20 maggio 1970, n. 300.
3. Salvo quanto previsto dagli articoli 21 e 53, comma 1, e ferma restando la definizione dei doveri del dipendente ad opera dei codici di comportamento di cui all’articolo 54, la tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni è definita dai contratti collettivi.
4. Ciascuna amministrazione, secondo il proprio ordinamento, individua l’ufficio competente per i procedimenti disciplinari. Tale ufficio, su segnalazione del capo della struttura in cui il dipendente lavora, contesta l’addebito al dipendente medesimo, istruisce il procedimento disciplinare e applica la sanzione. Quando le sanzioni da applicare siano rimprovero verbale e censura, il capo della struttura in cui il dipendente lavora provvede direttamente.
L’Art. 21, dal canto suo, all’epoca così stabiliva:
“Responsabilità’ dirigenziale (Art. 21, commi 1, 2 e 5 del d.lgs. n. 29 del 1993, come sostituiti prima dall’art. 12 del d.lgs. n. 546 del 1993 e poi dall’art. 14 del d.lgs. n. 80 del 1998 e successivamente modificati dall’art. 7 del d.lgs. n. 387 del 1998).
1. Il mancato raggiungimento degli obiettivi, ovvero l’inosservanza delle direttive imputabili al dirigente, valutati con i sistemi e le garanzie di cui all’articolo 5 del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286, comportano, ferma restando l’eventuale responsabilità disciplinare secondo la disciplina contenuta nel contratto collettivo, l’impossibilità di rinnovo dello stesso incarico dirigenziale. In relazione alla gravità dei casi, l’amministrazione può, inoltre, revocare l’incarico collocando il dirigente a disposizione dei ruoli di cui all’articolo 23, ovvero recedere dal rapporto di lavoro secondo le disposizioni del contratto collettivo…..” (comma così sostituito dall’art. 3, comma 2, lettera a) della legge n. 145 del 2002, poi ulteriormente sostituito nel 2009).
Con riferimento, quindi, a tale disciplina vigente ratione temporis, nella “responsabilità disciplinare”, scaturente in generale dalla violazione dei doveri del dipendente pubblico privatizzato è competente (salvo che per il rimprovero verbale e la censura) l’u.c.p.d. e la “tipologia delle infrazioni e delle relative sanzioni è definita dai contratti collettivi”, mentre per la “responsabilità dirigenziale”, caratterizzata dal “mancato raggiungimento degli obiettivi” ovvero “dall’inosservanza delle direttive imputabili al dirigente”, l’amministrazione “può recedere dal rapporto secondo le disposizioni del contratto collettivo” (e i provvedimenti di cui all’art. 21, comma 1, “sono adottati previo conforme parere di un comitato di garanti” – v. successivo art. 22-).
La differenza intrinseca tra le due responsabilità si riflette quindi sulla competenza, sulla disciplina relativa al procedimento e alle sanzioni e sull’ambito del ruolo della contrattazione collettiva.
Orbene, come è stato affermato da questa Corte, “in tema di rapporto di lavoro alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, ai sensi dell’art. 59, quarto comma, del D.Lgs. 3 febbraio 1993, n. 29, trasfuso nell’art. 55 del D.Lgs. 30 marzo 2001, n. 165, tutte le fasi del procedimento disciplinare sono svolte esclusivamente dall’ufficio competente per i procedimenti disciplinari (u.c.p.d.), il quale è anche l’organo competente alla irrogazione delle sanzioni disciplinari, ad eccezione del rimprovero verbale e della censura. Ne consegue che il procedimento instaurato da un soggetto o organo diverso dal predetto ufficio, anche se questo non sia ancora stato istituito, è illegittimo e la sanzione irrogata è, in tale caso, affetta da nullità, risolvendosi in un provvedimento adottato in violazione di norme di legge inderogabili sulla competenza; né la previsione legislativa è suscettibile di deroga ad opera della contrattazione collettiva, sia per l’operatività del principio gerarchico delle fonti, sia perché il terzo comma dell’art. 59 cit. attribuisce alla contrattazione collettiva solo la possibilità di definire la tipologia e l’entità delle sanzioni e non anche quella di individuare il soggetto competente alla gestione di ogni fase del procedimento disciplinare.” (v. Cass. 5-2-2004 n. 2168, in una fattispecie riguardante proprio un licenziamento di un dirigente sanitario di primo livello; nello stesso senso v. anche Cass. 30-9-2009 n. 20981, in una fattispecie di licenziamento di direttore generale di un Comune).
Nel contempo questa Corte ha anche precisato che “nel pubblico impiego contrattualizzato, trova applicazione anche con riferimento alla dirigenza sanitaria il principio di cui all’art. 55 del d.lgs. 165 del 2001, secondo il quale tutte le fasi del procedimento disciplinare sono svolte esclusivamente dall’ufficio competente per i procedimenti disciplinari, il quale è anche l’organo competente all’irrogazione delle sanzioni disciplinari, ad eccezione del rimprovero verbale e della censura, con la conseguenza che il procedimento instaurato da un soggetto diverso al predetto ufficio è illegittimo e la sanzione è affetta da nullità, restando altresì escluso l’intervento nel procedimento del comitato dei garanti, che è previsto per il diverso caso della responsabilità dirigenziale” (v. Cass. 17-6-2010 n. 14628). Del resto proprio in base alla diversità della natura intrinseca della responsabilità disciplinare (che concerne le condotte realizzate in violazione di singoli doveri) rispetto alla natura intrinseca della responsabilità dirigenziale (che riguarda le sole ipotesi di responsabilità gestionale per il mancato raggiungimento degli obbiettivi nell’attività amministrativa e di grave inosservanza delle direttive impartite dall’organo competente a ciò preposto), è stata da questa Corte affermata la necessità del previo conforme parere del comitato dei garanti (v. Cass. 8-4-2010 n. 8329, Cass. n. 14628/2010 cit, Cass. 14-9-2011 n. 18769, cfr. già Cass. 2-2-2007 n. 3929).
Tali principi vanno qui riaffermati, precisandosi (sempre con riferimento alla normativa nella fattispecie applicabile ratione temporis) che allorquando l’amministrazione fa valere ragioni intrinseche di responsabilità disciplinare e non di responsabilità dirigenziale, anche per i dirigenti non può che trovare applicazione la disciplina generale di cui all’art. 55 del d.lgs. n. 165 del 2001 (nel testo all’epoca vigente) e non anche quella di cui all’art. 21 dello stesso d.lgs..
Orbene la sentenza impugnata, pur rilevando che “nello specifico, la contestazione di addebito (consistente nella violazione dello specifico dovere di rendere la prestazione – ingiustificata e protratta assenza dal lavoro -, nella manifesta insubordinazione, nell’essersi il F. consapevolmente posto in una posizione di incompatibilità) ha un contenuto evidentemente disciplinare”, disapplicando in concreto i suddetti principi e con un evidente salto logico, ha affermato che “ai sensi dunque, di quanto previsto dal citato art. 21 occorre far riferimento, per tale tipo di responsabilità alla disciplina contenuta nel contratto collettivo” ed ha ritenuto inapplicabile l’art. 55 del d.lgs. n. 165/2001, non evincendosi nel contratto stesso alcun richiamo a tale procedura.
A tale riguardo va rilevato che la ratio sottesa al citato art. 55 vada individuata nell’esigenza di assoggettare ai medesimi organi disciplinari l’esame della condotta di tutti coloro – e quindi anche dei dirigenti – cui vengono contestati addebiti che, in ragione della natura subordinata del loro rapporto lavorativo, configurano un inadempimento agli obblighi scaturenti da detti rapporti, con esclusione quindi di quelle condotte che necessitano invece di giudizi che richiedono differenti criteri valutativi per avere ad oggetto non la configurabilità della responsabilità disciplinare dei dirigenti ma la responsabilità scaturente da un esercizio dei loro poteri del tutto inadeguato rispetto alla rilevanza delle funzioni ad essi attribuite.
In tali sensi va quindi accolto il secondo motivo, restando assorbiti tutti gli altri motivi, riguardanti questioni successive in ordine logico (ed in specie il terzo e il quarto profili ulteriori di illegittimità del licenziamento e il quinto, il sesto e il settimo questioni comunque in qualche modo consequenziali.
L’impugnata sentenza va pertanto cassata con rinvio alla Corte d’Appello di Napoli, la quale provvederà attenendosi ai principi sopra riaffermati, statuendo anche sulle spese del giudizio di cassazione.
La Corte rigetta il primo motivo, accoglie il secondo, assorbiti gli altri, cassa l’impugnata sentenza e rinvia, anche per le spese, alla Corte di Appello di Napoli.
Illegitttimo il licenziamento della lavoratrice intimato entro l’anno di matrimonio (Cass. n. 27055/2013)
Il secondo motivo appare infondato. L’art. 1 legge n. 7 del 1963 dispone “del pari nulli sono i licenziamenti attuati a causa del matrimonio” specificando al comma 3 “si presume che il licenziamento della dipendente nel periodo intercorrente dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio …. a un anno dopo la celebrazione, sia stato disposto per causa di matrimonio”. Il termine “disposto” non lascia adito a dubbi di sorta, così come correttamente sottolineato nella sentenm impugnata, che la presunzione di nullità riguarda ogni recesso che sia stato “deciso” nell’arco temporale indicato per legge, indipendentemente dal momento in cui la “decisione” di recesso sia stata attuata. Una diversa interpretazione porterebbe del resto a
soluzioni in contrasto non solo con la formulazione letterale della nomia ma anche con ratio della disciplina finendo con il consentire abusi e l’aggiramento della normativa in parola. Non sussiste alcune diversità di ratio rispetto alla disciplina di cui alla legge n. 1204/197l in materia di tutela della lavoratrice madre interpretata da questa Corte con la sentenza n. 1526/1998 (richiamata nella sentenza impugnata) nel senso dell’irrilevanza del momento di operatività del recesso (e quindi del periodo di preavviso), essendo prevalente la data in cui questo è stato deciso. Si tratta di provvedimenti legislativi che nel loro insieme tendono a rafforzare la tutela della lavoratrice in momenti di passaggio “esistenziale” particolarmente importanti da salvaguardare attraverso una più rigorosa disciplina limitativa dei licenziamenti che sgravi la lavoratrice dall’onere della prova di una discriminazione addossando al datore di lavoro l’onere di allegare e documentate l’esistenza di una legittima causa di scioglimento del rapporto. I due provvedimenti legislativi sono palesemente accumunati da questo medesimo scopo di ordine costituzionale ed anche dalle stesse tecniche di tutela. Pertanto sul piano della interpretazione analogica il precedente di questa Corte è applicabile anche al caso di esame. Da ultimo non emerge che la lavoratrice abbia mai rinunciato all’impugnazìone del recesso perché intimato per ragioni di matrimonio.
Illegittimo il licenziamento del dipendente che durante le ferie, preventivamente approvate, non risponde alle chiamate del datore (Cass. n. 27057/2013)
Il primo giudice, sentito il superiore gerarchico del G. che riconosceva come propria la firma apposta alla domanda di ferie, accoglieva parzialmente le domande, ritenendo illegittimo il licenziamento in quanto l’assenza era giustificata dalla concessione delle ferie, e condannando il Comune alla reintegrazione e al risarcimento del danno ex art. 18 L. 300/70, detratto l’aliunde perceptum, oltre alla corresponsione di una parte degli incentivi richiesti.
Cassa forense: nessun annullamento dell’annualità se il versamento è inferiore al dovuto (Cass. n. 26962/2013)
D.S.G. adiva il giudice del lavoro chiedendo che la Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense fosse condannata al pagamento in suo favore della pensione di vecchiaia con decorrenza 1.6.2004, nella misura corrispondente a 35 anni di anzianità contributiva ed ai contributi accreditati e versati nella sua posizione assicurativa, e quindi in misura non inferiore a Euro 41.821,00 annui. Allegava di avere maturato il diritto a pensione in data 1.6.2004 e che la Cassa aveva sospeso l’esame della relativa domanda fino a che egli non avesse provveduto a pagare alcuni modesti importi contributivi, relativi all’IRPEF e all’IVA, che secondo la Cassa avrebbero dovuto essere versati negli anni 1992, 1993 e 1994.
Evidenziava che avendo sempre, e quindi anche negli anni in questione, versato contributi in misura superiore al limite massimo – l’eventuale accredito dei contributi ritenuti omessi sarebbe stato inlnfluente in relazione al’ammontare del rateo di pensione poichè questo era già comunque dovuto nella misura massima prevista.
La Cassa costituitasi precisava che la domanda era stata accolta ma che non erano stata conteggiata la intera contribuzione relativa al triennio in controversia.
Il ricorrente, dato atto della avvenuta liquidazione della pensione, modificava le conclusioni chiedendo la riliquidazione della prestazione sulla base ( anche) dei contributi effettivamente versati negli anni 1992,1993 e 1994, che la Cassa non aveva considerato.
La decisione era investita con appello principale dalla Cassa e con appello incidentale, limitato alla statuizione sul regolamento delle spese di lite, dal D.S..
La Corte di appello di Venezia accoglieva l’appello principale limitatamente alla statuizione sugli accessori; accoglieva l’appello incidentale e confermava nel resto la sentenza di primo grado.
Il giudice di appello escludeva il ricorrere della causa di sospensione del decorso del termine di prescrizione di cui all’art. 2941 c.c., n. 8, in dichiarata adesione alla pronunzia di questa Corte n. 9113 del 2007, secondo la quale l’operatività della causa di sospensione della prescrizione di cui all’art. 2941 c.c., n. 8), ricorre quando sia posta in essere dal debitore una condotta tale da comportare per il creditore una vera e propria impossibilità di agire, e non una mera difficoltà di accertamento del credito, con la conseguenza che tale criterio non impone, in altri termini, di far riferimento ad un’impossibilità assoluta di superare l’ostacolo prodotto dal comportamento del debitore, ma richiede di considerare l’effetto dell’occultamento in termini di impedimento non sormontabile con gli ordinali controlli..Riteneva quindi che solo in caso di omessa comunicazione da parte dell’obbligato il termine di prescrizione decorreva dalla data di trasmissione dei dati reddituali del professionista da parte dell’Anagrafe tributaria mentre in caso di dichiarazione, risultata non conforme al vero, resa dal professionista ai sensi della L. n. 576 del 1980, art. 17, il termine decorreva dalla data della relativa trasmissione. In base a tale assunto, rilevato che la Cassa non aveva allegato la mancata trasmissione delle dichiarazioni ex art. 17 L. cit., ma solo la loro non corrispondenza al vero, affermava la estinzione del credito contributivo per decorso del termine – quinquennale – di prescrizione. In merito al calcolo della pensione ribadiva che la stessa doveva essere liquidata sulla base dei contributi effettivamente versati sottolineando che la pretesa della Cassa di escludere del tutto dal computo la contribuzione versata per gli anni 1992, 1993 e 1994 in quanto asseritamente inferiore, seppure di poco, a quella dovuta era priva di fondamento normativo. Osservava infatti che le uniche conseguenze che la L. n. 576 del 1980, art. 17, ricollegava alla omessa o infedele dichiarazione erano l’assoggettamento a sanzione pecuniaria, la possibilità la possibilità di assoggettamento a sanzioni disciplinari da parte dell’Ordine professionale e la possibilità per la Cassa di agire coattivamente, mediante ruolo, per la riscossione del credito contributivo.
Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso la Cassa nazionale di previdenza assistenza forense sulla base di tre motivi.
L’intimato ha depositato controricorso.
Con il primo motivo parte ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del comb. disp della L. n. 576 del 1980, artt. 17 e 18, e art. 19, comma 2, e art. 23, dell’art. 2935 c.c., dell’art. 2941 c.c., n. 8, nonchè motivazione contraddittoria ed insufficiente su un punto decisivo.
Contesta in primo luogo che, anche con riferimento ai contributi dovuti in base ai dati reddituali omessi nella dichiarazione ex art. 17, la prescrizione decorra dalla data di trasmissione della dichiarazione obbligatoria da parte del professionista. Sostiene che il riferimento contenuto nella L. n. 576 del 1980, art. 19, che individua quale dies a quo di decorrenza del termine di prescrizione la data di trasmissione della dichiarazione obbligatoria, non può che riferirsi alla contribuzione previdenziale denunciata con il Mod. n. 5. Se così non fosse, stante la possibilità per la Cassa di interloquire con gli uffici finanziari L. n. 576 del 1980, ex art. 18, comma 7, acquisendo i dati utili relativi agli iscritti, la previsione dell’obbligo di comunicazione a carico del professionista sarebbe del tutto pleonastico. Ribadisce quindi parte ricorrente che per la parte di reddito non dichiarato si è in presenza di dichiarazione omessa e che pertanto con riferimento a tali redditi il decorso del termine di prescrizione dei contributi sugli stessi decorre dal momento in cui la Cassa ne ha avuto effettiva conoscenza sulla base della comunicazione degli Uffici finanziari.
Con il secondo motivo deduce violazione e falsa applicazione del combinato disposto della L. n. 576 del 1980, artt. 17 e 18, e art. 19, comma 2, e art. 23, dell’art. 2935 c.c., dell’art. 2941 c.c., nonchè motivazione contraddittoria ed insufficiente su un punto decisivo. Ribadisce l’errore della decisione impugnata con riferimento alla individuazione del momento di decorrenza della prescrizione relativa ai contributi dovuti su dati reddituali omessi nella dichiarazione trasmessa ai sensi della L. n. 576 del 1980, art. 17, sulla base di ulteriori argomentazioni rispetto a quelle illustrate con il primo motivo. Richiama in particolare il comma 8 dell’art. 17, L. cit., sul potere della Cassa di ottenere i dati necessari dagli uffici finanziari; rileva che il reddito dichiarato dal professionista ai fini IRPEF è soggetto al controllo da parte degli organi dell’Amministrazione finanziaria a ciò deputati e può considerarsi definitivo solo successivamente al controllo delle denunce fiscali da parte degli Uffici finanziari. In conseguenza, fino a quando a quando la Cassa non ha ricevuto l’esito del controllo, sussiste un impedimento all’esercizio del diritto ai contributi destinato a riverberarsi sul decorso del termine di prescrizione ai sensi dell’art. 2941 c.c.. Richiama la giurisprudenza secondo la quale il comportamento omissivo del debitore ha efficacia sospensiva della prescrizione qualora ha ad oggetto un atto dovuto.
Con il terzo motivo di ricorso parte ricorrente deduce violazione e falsa applicazione del comb. disp. della L. n. 576 del 1980, artt. 2, 10 e 11. Censura la decisione della Corte territoriale per avere affermato la validità, ai fini pensionistici, della contribuzione relativa agli anni in relazione ai quali vi è stato solo un parziale versamento dei contributi dovuti. Rileva che il principio di automaticità non trova applicazione nel sistema previdenziale dei liberi professionisti nel quale le prestazioni sono condizionate all’effettivo versamento del contributo.. Infatti la L. n. 576 del 1980, art. 2, laddove fa riferimento alla “effettiva” contribuzione non può che interpretarsi nel senso di integrale contribuzione dovuta, diversamente risultando l’espressione del tutto pleonastica.
Non è possibile ridurre la contribuzione accreditata rapportandola all’importo versato dal professionista dal momento che nella previdenza forense la determinazione dell’anzianità assicurativa fa riferimento ad annualità intere non computandosi le frazioni di anno.
Il primo motivo di ricorso, premesso che è pacifico che il D. S. negli anni in contestazione ha presentato la dichiarazione prescritta dalla L. n. 576 del 1980, art. 17, deve essere respinto alla luce del condivisibile principio affermato da questa Corte ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c., secondo il quale “La L. 20 settembre 1980, n. 576, art. 19, che contiene la disciplina della prescrizione dei contributi, dei relativi accessori e dei crediti conseguenti a sanzioni dovuti in favore della Cassa nazionale forense, individua un distinto regime della prescrizione medesima a seconda che la comunicazione dovuta da parte dell’obbligato, in relazione alla dichiarazione di cui agli artt. 17 e 23 della stessa legge, sia stata omessa o sia stata resa in modo non conforme al vero, riferendosi solo al primo caso l’ipotesi di esclusione del decorso del termine prescrizionale decennale, mentre, in ordine alla seconda fattispecie, il decorso di siffatto termine è da intendersi riconducibile al momento della data di trasmissione all’anzidetta cassa previdenziale della menzionata dichiarazione” (Cass. ord. n. 6259del 2011).
Questa Corte infatti, con riferimento a fattispecie analoga relativa a controversia in materia di opposizione a cartelle esattoriali per il recupero di crediti riconducibili al pagamento di contributi e sanzioni pretesi dalla CNPAF nei confronti di alcuni avvocati, ha confermato la sentenza di appello secondo la quale il contenuto delle dichiarazioni inviate dai professionisti non avrebbe potuto impedire alla Cassa previdenziale di controllare la veridicità dei dati trasmessi, acquisendo le necessarie informazioni dai competenti uffici finanziari ai sensi della L. n. 576 del 1980, art. 17. E’ stato infatti chiarito che “L’operatività della causa di sospensione della prescrizione di cui all’art. 2941 c.c., n. 8), ricorre quando sia posta in essere dal debitore una condotta tale da comportare per il creditore una vera e propria impossibilità di agire, e non una mera difficoltà di accertamento del credito, con la conseguenza che tale criterio non impone, in altri termini, di far riferimento ad un’impossibilità assoluta di superare l’ostacolo prodotto dal comportamento del debitore, ma richiede di considerare l’effetto dell’occultamento in termini di impedimento non sormontabile con gli ordinali controlli”. (Cass. n. 9113 del 2007). Al principio affermato dalla sentenza ora richiamata, espressione di un orientamento consolidato in tema di esclusione dell’effetto sospensivo del decorso del termine prescrizionale in presenza di mera difficoltà di accertamento del credito (v. Cass. n. 10952 del 1998, n. 1222 del 2004, n. 26355 del 2005, n. 23809del 2011), si ritiene di dare continuità conseguendone l’integrale rigetto del secondo motivo.
Parimenti infondato è il terzo motivo. La questione proposta è stata affrontata in una recente pronunzia di questa Corte la quale ha chiarito che “Nel sistema previdenziale forense, anche gli anni non coperti da integrale contribuzione concorrono a formare l’anzianità contributiva e vanno inseriti nel calcolo della pensione di vecchiaia, in quanto nessuna norma prevede che venga “annullata” l’annualità in cui il versamento sia stato inferiore al dovuto. Ne consegue che la L. n. 141 del 1992, art. 1, secondo il quale la pensione di vecchiaia è pari, per ogni anno di “effettiva” iscrizione e contribuzione, all’1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali dichiarati dall’iscritto ai fini IRPEF nel quindicennio anteriore alla maturazione del diritto a pensione, va interpretato nel senso che la pensione si commisura alla contribuzione “effettiva”, non rilevando cioè il principio di automatismo delle prestazioni valido nel lavoro dipendente, mentre il termine “effettivo”, estraneo al concetto di “misura”, non può intendersi come sinonimo di “integrale”. (Cass. n. 5672 del 2012). In particolare è stato affermato che “…secondo il sistema della previdenza forense, in caso di parziale adempimento dell’obbligo contributivo, il versamento di una contribuzione inferiore al dovuto “influisce” sicuramente sulla misura della pensione, atteso che l’inadempienza (se riferita agli anni utili per la base pensionabile) abbassa la media del reddito professionale su cui si calcola la pensione. Si consideri infatti che secondo la L. 11 febbraio 1992, n. 141, art. 1, che ha modificato la L. n. 576 del 1980, la pensione di vecchiaia “è pari, per ogni anno di effettiva iscrizione e contribuzione, all’1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali dichiarati dall’iscritto ai fini Irpef, risultanti dalle dichiarazioni relative ai quindici anni solari anteriori alla maturazione del diritto a pensione”.
5.2. La questione degli effetti della parziale omissione contributiva ha assunto maggior rilevanza a seguito dell’entrata in vigore della L. n. 335 del 1995, che, com’è noto, all’art. 3, comma 9 e ss., ha ridotto il termine di prescrizione da decennale a quinquennale ed ha escluso la possibilità di versare i contributi prescritti, disposizione ormai ritenuta operante anche nei confronti delle casse professionali dalla giurisprudenza di legittimità.
6.2. Nessuna norma della previdenza forense prevede che la parziale omissione del contributo determini la perdita o la riduzione dell’anzianità contributiva e della effettività di iscrizione alla Cassa, giacchè la normativa prevede solo il pagamento di somme aggiuntive. Nessuna norma quindi prevede che venga “annullata” l’annualità in cui vi siano stati versamenti inferiori al dovuto.
5.3. L’unico aggancio normativo reperibile è quello di cui alla norma sopra citata della L. n. 141 del 1992, art. 1, ove si prevede appunto che la pensione di vecchiaia “è pari, per ogni anno di “effettiva” iscrizione e contribuzione, all’1,75 per cento della media dei più elevati dieci redditi professionali…”. Tuttavia il termine “effettivo” non può interpretarsi come precettivo del fatto che la contribuzione deve essere “integrale”, lo vieta in primo luogo la comune accezione del termine che non fa alcun riferimento ad una “misura”. L’aggettivazione usata sta invece ad indicare che la pensione si commisura sulla base della contribuzione “effettivamente” versata, escludendo così ogni automatismo delle prestazioni in assenza di contribuzione, principio che vige invece per il lavoro dipendente e che è ovviamente inapplicabile alla previdenza dei liberi professionisti, in cui l’iscritto e beneficiario delle prestazioni è anche l’unico soggetto tenuto al pagamento della contribuzione. 6.3. Si consideri poi la particolare struttura dell’obbligo contributivo gravante sul professionista, che si compone di un contributo soggettivo (L. n. 576 del 1980, art. 10) commisurato al reddito Irpef e determinato sulla base di scaglioni di reddito, con una misura minima predeterminata ed un contributo integrativo (art. 11) ossia una maggiorazione percentuale su tutti i corrispettivi rientranti nel volume annuale d’affari ai fini dell’IVA; nessuna disposizione della legge professionale prescrive che, l’annualità non possa essere accreditata, ove i versamenti siano inferiori ad una determinata soglia, non vi è quindi la regola del “minimale” per la pensionabilità come invece previsto per i lavoratori dipendenti (cfr. L. n. 638 del 1983, art. 7). 6.4. E’ pur vero che con questo meccanismo si finisce di computare sia ai fini della anzianità contributiva prescritta, sia ai fini della misura della pensione, anche gli anni in cui si è versato meno del dovuto e che detto minore versamento potrebbe anche non influire sull’ammontare della prestazione, andando così a scapito della Cassa, dal momento che, come detto, rileva la media de 10 redditi professionali più elevati di cui alle dichiarazioni dei redditi del quindicennio anteriore alla pensione. Tuttavia sembra questo un effetto ineliminabile della mancanza, nell’ambito della legge professionale, di una disposizione che ricolleghi alla parziale omissione contributiva, l’annullamento sia di quanto versato, sia della intera annualità. 6.4. Si deve allora concludere che gli anni non coperti da integrale contribuzione concorrono a formare l’anzianità contributiva e vanno inseriti nel calcolo della pensione, prendendo come base il reddito sul quale è stato effettivamente pagato il contributo”. (Cass. n. 5672 del 2012, cit.).
La particolarità della questione e il consolidarsi dei principi affermati da questo giudice di legittimità in epoca successiva al deposito del ricorso configurano giusti motivi di compensazione delle spese del giudizio.
Immediatezza del licenziamento disciplinare (Cass. n. 26655/2013)
La Corte di appello, giudice del lavoro, di Torino, confermava la decisione del Tribunale di Torino che aveva accolto la domanda proposta da AF nei confronti della V.M. S.p.A. e dichiarato l’illegittimità del licenziamento intimato al ricorrente in data 15/4/2009 con condanna della società alla reintegra del lavoratore nel posto di lavoro ed al risarcimento del danno. Condivideva la Corte territoriale l’impostazione del Tribunale secondo cui il D.F. aveva ritualmente introdotto nel giudizio di primo grado la questione del disinteresse della società a risolvere il rapporto manifestata attraverso il decorso di un lungo periodo di tempo tra la contestazione disciplinare ed il licenziamento ed in ogni caso riteneva che si trattasse di questione rilevabile d’ufficio. Quanto al merito valutava che la certezza dello svolgimento dei fatti e della loro riferibilità al D.F. (rappresentante sindacale della F.C. cui era stato contestato l’intenzionale impedimento, per più di un’ora, del passaggio dei furgoni, attraverso una forma di protesta solitaria consistita nello sdraiarsi per terra nella sede di scorrimento del cancello carraio, il tutto con modalità “a sorpresa” idonee a creare una situazione di pericolo o di danno) fosse stata acquisita dalla V.M. S.p.A. sin nell’immediatezza; sottolineava, però, che la società non avesse manifestato tempestivamente la volontà di irrogare la massima sanzione espulsiva considerato che, nell’arco di tempo strettamente necessario per il compimento e completamento delle indagini (con l’acquisizione da parte della F.C. di informazioni in ordine alla insussistenza di deleghe in favore del D.F. a dichiarare scioperi ovvero ad assumere qualsivoglia iniziativa conflittuale per conto di tale organizzazione sindacale) e per la valutazione del loro risultato, non era stata adottata alcuna determinazione da cui desumere che vi fosse stata una tale lesività degli obblighi nascenti dal contratto di lavoro da non consentire la prosecuzione del rapporto.
1. Con il primo motivo il ricorrente denuncia. “Violazione o falsa applicazione delle norme di cui alla legge n. 300/1970 ed all’art. 2119 cod. civ. (art. 360, n. 3, cod. proc. civ.)”. Si duole della non corretta interpretazione da parte della Corte territoriale dell’art. 7 dello Statuto dei lavoratori laddove la stessa ha ritenuto tardiva la sanzione espulsiva. Lamenta il fatto che i giudici di appello, pur richiamando un precedente di questa Corte (e cioè la sentenza n. 7410 del 26 marzo 2010) che aveva riconosciuto l’illegittimità di un licenziamento irrogato a distanza di anni, ha in modo irragionevole applicato lo stesso principio all’ipotesi in questione in cui dal completamento dell’istruttoria (e cioè dall’acquisizione in data 27 marzo 2009 delle informazioni dell’organizzazione sindacale che avevano risolto ogni dubbio dal punto di vista soggettivo, chiarendo che nessuna delega sindacale era stata conferita al D.F. ) all’irrogazione della sanzione erano trascorsi solo 18 giorni (non 19 come ritenuto in sentenza). Conseguentemente si duole del fatto che, ritenuta assorbente la questione della tempestività dell’irrogato provvedimento, non sia stata valutata dalla Corte di merito la proporzionalità della sanzione rispetto ai fatti contestati.
2. Con il secondo motivo il ricorrente denuncia: “Omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa il fatto relativo alla tardività dell’irrogazione del licenziamento (art. 360, n. 5, cod. proc. civ.)”. Pone le stesse questioni di cui al capo che precede sotto il profilo del vizio motivazionale. Si duole, in particolare, della ritenuta eccessività dello spatium deliberarteli, come se fosse un postulato matematico non suscettibile di adattamento al caso concreto.
Si osserva innanzitutto che questa Corte ha già affermato che: “Il requisito della immediatezza della reazione è elemento costitutivo del recesso per giusta causa di cui all’art. 2119 cod. civ. e come tale deve essere verificato d’ufficio dal giudice; costituisce invece un’eccezione in senso stretto, soggetta alle preclusioni di cui agli artt. 414, 416, 437 cod. proc. civ., rispetto all’esercizio del potere datoriale di recedere per giusta causa, la deduzione da parte del lavoratore del difetto di immediatezza della contestazione dell’addebito disciplinare quale vizio procedimentale lesivo del diritto di difesa garantito dall’art. 7 legge n. 300 del 1970.
Occorre quindi che la parte, pur senza necessità di ricorrere a formule rituali, manifesti con chiarezza la volontà di denunciare il suddetto vizio procedimentale” – così Cass. 12 novembre 2003, n. 17058; id. 6 settembre 2006, n. 19159; 27 gennaio 2009, n. 1890 Dunque, con riguardo al requisito della immediatezza della reazione del datore al comportamento del dipendente, si è tenuta distinta l’ipotesi che la stessa venga configurata quale elemento costitutivo del recesso per giusta causa insito nel concetto stesso enunciato dall’art. 2119 cod. civ. (la cui sussistenza deve essere verificata d’ufficio dal giudice) dall’ipotesi che il difetto di immediatezza sia configurato quale vizio procedimentale lesivo del diritto di difesa garantito dalla legge n. 300 del 1970, art. 7 (costituente eccezione in senso stretto con le preclusioni di cui agli artt. 414, 416, 437 cod. proc. civ.).
Così, nella valutazione della Corte territoriale, ha assunto valenza significativa non tanto il fatto, in sé considerato, che tra la ricezione della risposta della F.C. e l’adozione della sanzione espulsiva fossero trascorsi 19 (o 18) giorni ma che si fosse trattato di un tempo che non era non giustificato da alcuna necessità di ulteriori indagini e che andava a determinare in capo al lavoratore, mai sospeso cautelativamente per i fatti – asseritamente gravi – verificatisi il 25 febbraio 2009, il ragionevole affidamento sul permanere della fiducia datoriale e sulla rinuncia alla potestas puniendi.