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Timestamp: 2020-07-15 06:06:13+00:00
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NOTIZIE IN MOVIMENTO: Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: Mori e Dell’Utri condannati a 12 anni. Di Matteo: “Ex senatore cinghia di trasmissione tra Cosa nostra e Berlusconi”
Ai vertici del Ros inflitta la stessa pena del fondatore di Forza Italia. Otto anni a De Donno, ventotto a Bagarella, dodici a Cinà: sono stati tutti riconosciuti colpevoli di violenza o minaccia a un corpo politico dello Stato. Prescritto Brusca, assolto Mancino per falsa testimonianza. Otto anni a Ciancimino per calunnia a De Gennaro. Il pm: "Mentre i giudici saltavano in aria qualcuno nelle Istituzioni aiutava i boss a ottenere i risultati chiesti da Riina".
TRATTATIVA: CONDANNATI MORI, DE DONNO, CIANCIMINO E DELL'UTRI. ASSOLTO MANCINO
Riscritta la storia della Seconda Repubblica – La parte lesa del processo sulla Trattativa è infatti il governo, intimidito dall’escalation di terrore intrapresa dai corleonesi dopo che diventano definitivi gli ergastoli del Maxi processo istruito da Falcone e Borsellino. C’è una data che cambia per sempre la storia d’Italia: il 30 gennaio del 1992. Quel giorno a Roma la Cassazione condanna i boss mafiosi al carcere a vita: è la prima volta che succede, nonostante i politici avessero assicurato il contrario. È il “fine pena mai” lo spettro che scatena la furia di Riina, capo dei capi di un’organizzazione criminale all’epoca titolare di un’enorme potenza di fuoco. Già dalla fine del 1991 il boss corleonese aveva cominciato a riunire periodicamente i suoi in un casolare in provincia di Enna per dettare la linea: in caso di pronuncia sfavorevole bisognava “pulirsi i piedi“. Bisognava, cioè, massacrare tutti quei politici che non avevano rispettato i patti. Il primo è Salvo Lima: la sua chioma bianca riversa nel sangue di Mondello il 12 marzo del 1992 è l’atto numero zero della guerra allo Stato. Ma è anche un messaggio diretto ad Andreotti nel giorno in cui iniziava la campagna elettorale per le politiche di aprile. “Il rapporto si è invertito: ora è la mafia che vuole comandare. E se la politica non obbedisce, la mafia si apre la strada da sola”, scrive su La Stampa Falcone, poche settimane prima di saltare in aria nella strage di Capaci.
Trattativa, Di Matteo: "Ora c'entra il Berlusconi politico. Stato dimostra di non avere paura di processare se stesso"
Carabinieri e Forza Italia: il nuovo patto – Nel frattempo i carabinieri del Ros hanno già tentato di aprire un dialogo con la Cupola, agganciando Massimo Ciancimino e usando il padre Vito comeinterlocutore: per questo motivo Mori, De Donno e Subranni sono stati condannati per i fatti commessi fino al 1993. Con la loro condotta hanno cioè veicolato la minaccia di Cosa nostra fino al cuore dello Stato. La stessa cosa che ha fatto Dell’Utri, riconosciuto colpevole per i fatti commessi nel 1994. Come dire: la Trattativa tra mafia e Stato la aprirono i carabinieri, ma la portò avanti e la chiuse il fondatore di Forza Italia.
Di Matteo: “Sentenza storica” – “Che la trattativa ci fosse stata non occorreva che lo dicesse questa sentenza. Ciò che emerge oggi e che viene sancito è che pezzi dello Stato si sono fatti tramite delle richieste della mafia. Mentre saltavano in aria giudici, secondo la sentenza qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. È una sentenza storica“, è commento del pm Di Matteo, che ha abbracciato il collega Tartaglia mentre i giudici leggevano il dispositivo. “La sentenza – ha aggiunto il pm – dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo. Ritiene provato che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico”. “Il verdetto – ha detto invece Tartaglia – dimostra che questo era un processo che doveva necessariamente essere celebrato. La procura ha lavorato bene, svolgendo con serietà e professionalità il proprio lavoro. Le polemiche e le critiche sono state esagerate: ma le abbiamo superate”.
Teresi: “Verdetto dedicato a Falcone e Borsellino” – “Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia”, dice invece Teresi, che ha coordinato il pool per tutta la durata del processo. “Naturalmente – ha aggiunto – va analizzato attentamente questo dispositivo, che in linea di massima conferma la tesi principale dell’accusa, che ha riguardato l’ignobile scambio, chiamato semplicemente trattativa ma che nascondeva il ricattodella mafia allo Stato. Ricatto al quale si sono piegati alcuni elementi delle istituzioni, contribuendo a far sì che tale ricatto arrivasse nelle stanze più alte dello Stato perché venissero riconosciuti alla mafia benefici indicibili. È un processo che bisognava fare a tutti i costi. C’erano delle ipotesi d’accusa, e avevamo il dovere di procedere. Le carte ci dicono che abbiamo lavorato bene e che si trattava solo di rispondere a esigenza di giustizia e verità per i fatti accaduti nel paese tramortito dalla violenza nel 1992 e 1993″.
Trattativa, il legale di Mori: "Sbigottito. Ma contento...". Quello di Dell'Utri: "Già assolto per gli stessi fatti"
L’avvocato di Mori: “Non è un giudizio ma un pregiudizio” – Polemiche, ovviamente, le dichiarazioni degli avvocati difensori. “Aspettiamo di leggere le motivazioni però è chiaro che 12 anni di condanna la dicono lunga sulla decisione della corte. C’è in me un barlume di contentezza, in un mare di sconforto. Sono contento perché so che la verità è dalla nostra parte. È un giorno di speranza. Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio, perché questo invece è stato un pregiudizio“, dice Basilio Milio, legale di Mori. “Dobbiamo capire questa sentenza che è inaspettata e in controtendenza con le assoluzioni di Calogero Mannino e Mori. C’è un periodo per il quale Dell’Utri è stato assolto che sarebbe quello precedente al governo Berlusconi, mentre per l’altro periodo ha riportato una condanna estremamente pesante di 12 anni. Ovviamente è una sentenza che impugneremo”, dice invece Giuseppe Di Peri, legale del fondatore di Forza Italia. Che per i giudici è l’intermediario tra i boss mafiosi e il governo di Berlusconi. Il primo della Seconda Repubblica, nata dopo che era stato siglato un nuovo patto con Cosa nostra.