Source: http://iusletter.com/110263-2/
Timestamp: 2018-06-19 06:44:40+00:00
Document Index: 47154100

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 96', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 3']

Corte d’Appello di Milano: mutuatari “rimandati in matematica e francese” - Iusletter
Corte d’Appello di Milano: mutuatari “rimandati in matematica e francese”
La Corte territoriale meneghina, con pronuncia n. 1933, pubblicata lo scorso 17 aprile 2018, ha rigettato il gravame proposto da due mutuatari avverso la sentenza del Tribunale di Milano che aveva precedentemente definito, in termini favorevoli per la mutuante opposta, un giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo informato alle sole (e ormai note) eccezioni di usura (riscontrata alla stregua della sommatoria fra interessi corrispettivi e moratori convenuti nel rapporto) ed illegittimo addebito di interessi anatocistici (derivante dall’applicazione di un piano di ammortamento “alla francese”).
Prestando richiamo alle difese spiegate (e risultate vincenti) in primo grado, la banca convenuta, costituitasi dinanzi al Collegio milanese, in replica alle eccezioni in commento ha ribadito che:
A) “è infondata l’allegazione dell’usura oggettiva, in quanto non corretta la pretesa di dedurre il superamento del tasso soglia dalla mera sommatoria del tasso di interesse corrispettivo e del tasso di interesse moratorio”;
B) “il piano di ammortamento alla francese non comporta di per sé anatocismo poiché il calcolo degli interessi (qualsiasi sia la durata complessiva del piano e la cadenza periodica dei pagamenti) è sempre effettuato sul debito residuo e inoltre, anche in ipotesi di interessi di mora calcolati sulla rata comprensiva di capitale e di interessi, deve escludersi che l’anatocismo, seppur presente, debba ritenersi illecito dal momento che, laddove il correntista sia insolvente”.
Nel rimarcare quanto sopra, l’istituto di credito ha poi evidenziato il carattere esplorativo dell’avversa istanza di C.T.U. (reiterata in secondo grado dai mutuatari, poiché ritenuta immotivatamente respinta in prime cure), finalizzata all’accertamento dei predetti indebiti, ed invocato la declaratoria di responsabilità aggravata degli appellanti, ex art. 96 c.p.c., perché promotori di un’iniziativa giudiziale manifestamente infondata e smentita, oltreché per tabulas, da copiosa giurisprudenza.
Nonostante la ferma resistenza mostrata dalla banca mutuante rispetto all’istanza istruttoria dei mutuatari, la Corte ha concesso l’espletamento di una consulenza tecnica d’ufficio, volta ad accertare “se il piano di ammortamento convenuto si correli a rate che determinano, nel tempo, un effetto di periodica capitalizzazione degli interessi scaduti (anatocismo) e/o di sconfinamento dai tassi soglia (usura)”.
A parere della difesa di parte appellante, il rapporto di mutuo in questione, soggetto ad ammortamento francese (finalizzato alla restituzione della somma concessa a prestito mediante il versamento di rate di importo costante, ciascuna composta da una “quota-capitale” e da una “quota-interessi”), avrebbe celato un effetto anatocistico contrario al disposto di cui all’art. 1283 c.c. ed avrebbe previsto l’imputazione di interessi superiori al tasso soglia pro tempore fissato (ma solo perché risultanti dal cumulo degli interessi corrispettivi e di mora pattuiti).
Ora, dall’indagine esperita dal C.T.U. è emerso, quanto al paventato effetto anatocistico, che “le quote in conto capitale su cui via via maturano gli interessi non incorporano in alcun modo le quote in conto interessi dei periodi precedenti”, ragion per cui il piano di ammortamento in questione “non si correla a rate che determinano nel tempo un effetto di periodica capitalizzazione degli interessi scaduti (anatocismo)”: un tema, questo, valido in assoluto, non solo nei limiti del rapporto in commento.
Con riguardo, invece, al ravvisato superamento della soglia usura, l’esperto nominato dalla Corte territoriale, sconfessando l’utilizzabilità della somma algebrica dei tassi in parola, quale parametro di raffronto alla soglia usura, ha focalizzato l’attenzione sul ragguaglio del solo tasso di mora (pari al valore del tasso corrispettivo concordato, incrementato di 2 punti percentuali), siccome correttamente applicato dalla banca alle rate non corrisposte dai mutuatari. A tal proposito, il consulente ha posto in raffronto il ridetto interesse moratorio ai tassi trimestrali soglia comunicati dalla Banca d’Italia, aumentati, come prassi, di uno spread del 2,1%.
Ebbene, anche all’esito della suindicata analisi, il C.T.U. ha condiviso le argomentazioni difensive di parte appellata, concludendo che “il piano di ammortamento convenuto non si correla a rate che determinano, nel tempo, un effetto di sconfinamento dei tassi soglia (usura)” e sconfessando, in tal modo, la validità del cumulo di interessi corrispettivi e moratori ai fini dell’indagine in punto usura, in adesione ad un orientamento giurisprudenziale che può ormai definirsi granitico.
Sulla scorta delle riportate valutazioni tecniche, i consiglieri milanesi hanno, quindi, rigettato i motivi d’appello, rilevandone l’assoluta infondatezza, convalidato la sentenza di primo grado (già confermativa del provvedimento monitorio) e condannato gli appellanti al pagamento delle spese di lite e di C.T.U., oltreché al versamento del doppio del contributo unificato, quale sanzione prevista dall’art. 13, comma 1-quater, D.P.R. 115/2002.
A motivazione di quanto statuito, la Corte, nello specifico, ha osservato:
A) “termine di raffronto al tasso soglia deve essere solamente il T.E.G., che si determina avendo riguardo dei soli interessi convenzionali, non già cumulando questi e gli interessi di mora;
B) “né può parlarsi di anatocismo illegittimo con riferimento all’addebito di interessi moratori su rate scadute, ma non tempestivamente pagate, dal momento che con riferimento a tale addebito il contratto di mutuo prevede espressamente che gli interessi moratori vadano calcolati sull’intera rata (e quindi anche sulla quota di essa imputata a interessi corrispettivi), salvo escludere che gli interessi moratori cosi calcolati possano a loro volta produrre nuovamente frutti, il tutto in piena conformità con quanto previsto dall’art. 3 della delibera C.I.C.R. del 9.2.2000”.
Corte di Appello di Milano, 17 aprile 2018, n. 1933 (leggi la sentenza)