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Timestamp: 2020-07-05 02:43:58+00:00
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Corruzione Pubblico Ufficiale - Cassazione Penale 16/02/2017 N° 7349 - Legge semplice
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Corruzione Pubblico Ufficiale – Cassazione Penale 16/02/2017 N° 7349
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Numero: 7349
Testo completo della Sentenza Corruzione pubblico ufficiale – Cassazione penale 16/02/2017 n° 7349:
Sentenza 10 gennaio – 16 febbraio 2017, n. 7439
Dott. PETRUZZELLIS Anna – Consigliere –
Dott. CRISCUOLO Anna – rel. Consigliere –
T.P., nato (OMISSIS);
avverso la sentenza del 03/07/2015 della Corte di appello di Ancona;
udita la relazione svolta dal consigliere Dott. Anna Criscuolo;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore generale Dott. MARINELLI Felicetta, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso;
udito il difensore, avv. Massimo Baghetti per la parte civile costituita Ministero dell’Economia e delle Finanze, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso e la rifusione delle spese;
udito il difensore, avv. Roberto Brunelli anche in sostituzione dell’avv. Giulio Garuti, che ha concluso chiedendo l’accoglimento del ricorso.
1. Con la sentenza impugnata la Corte di appello di Ancona ha confermato la sentenza emessa il 23 ottobre 2013 all’esito di giudizio abbreviato dal G.u.p. del Tribunale di Pesaro nei confronti di T.P., dichiarato colpevole del reato di corruzione in atti giudiziari, oggetto dei capi e2), o1) e p1) dell’imputazione.
Dopo aver precisato che le vicende esaminate erano emerse nell’ambito delle indagini su un diffuso sistema corruttivo relativo all’attività della Commissione tributaria Provinciale di (OMISSIS) ed al ruolo di M.B., segretario della 4 sezione di detta commissione, e del giudice di detta sezione, V.B., i quali garantivano l’esito favorevole dei ricorsi dietro corresponsione di somme di danaro, la Corte di appello ha dato atto delle conferme provenienti da intercettazioni telefoniche ed ambientali, servizi osservazione e acquisizioni documentali, nonchè dalle dichiarazioni auto ed etero accusatorie del M., dalle ammissioni del V. e di altri coindagati, dopo l’esecuzione dell’ordinanza cautelare, emessa nel luglio 2010 anche nei confronti del T..
La responsabilità del T., commercialista coinvolto in qualità di corruttore nelle vicende relative ai ricorsi presentati dalle società Zerolire srl, Junior Glass srl e Arte Vetro sdf, è stata fondata sulle dichiarazioni auto ed etero accusatorie del M., ritenute intrinsecamente credibili, scevre da intenti ritorsivi, coerenti e ricche di particolari, riscontrati dalle intercettazioni telefoniche ed ambientali e dalle dichiarazioni di altri soggetti coinvolti, e ribadite nell’incidente probatorio del luglio 2011.
In particolare, quanto al ricorso della Zerolire, oggetto del capo e2), i giudici di merito hanno ritenuto credibile la dichiarazione del M. di essere stato contattato dal T. e non viceversa, in quanto il T. non figurava nel contenzioso, essendo il ricorso affidato ad altri professionisti, D.R. e A., e non essendo il M. a conoscenza dei rapporti tra la Zerolire ed il T., cosicchè era ragionevole ritenere che nel caso di sua iniziativa il M. si sarebbe rivolto agli altri e non al T.. Hanno valorizzato quali elementi di riscontro sia le dichiarazioni del B., titolare della società, circa il ruolo del T., all’epoca commercialista delle aziende del gruppo Crevet, cui apparteneva anche la Zerolire, preoccupato del contenzioso esistente, che rischiava di compromettere, data l’entità delle somme oggetto di contestazione, l’intero gruppo, sia le intercettazioni, attestanti i ripetuti contatti tra l’imputato ed il M., sia l’intercettazione ambientale del 21 aprile 2010, in cui il giudice chiedeva al M. “se avesse preso”, ottenendo risposta negativa, sia quella telefonica tra il T. ed il B. avvenuta lo stesso giorno, nel corso della quale i due mostravano preoccupazione per il rinvio del ricorso al 10 maggio e per il cambio del Presidente del collegio, rassicurandosi a vicenda per il fatto che il relatore rimaneva lo stesso.
Sono state altresì, valorizzate le diverse modalità con le quali il B. discuteva della vicenda con il T. rispetto a quelle più formali, utilizzate con i professionisti incaricati della trattazione del ricorso, le modalità prudenziali utilizzate dal M. per contattare i professionisti incaricati dei ricorsi da cabine pubbliche e quelle convenzionali, utilizzate nei contatti con il T.. Da tali elementi è stata desunta la responsabilità dell’imputato quale corruttore e ritenuta realizzata la corruzione nella forma della promessa di una somma di danaro, non quantificata e non seguita dalla dazione, in quanto la questione oggetto del ricorso era identica a quella già decisa per il ricorso F., cosicchè non era possibile richiedere alcunchè per un esito scontato.
Anche per le corruzioni, oggetto dei capi o1) e p1), relative ai ricorsi della Arte Vetro e Junior Glass, facenti capo a V.A. e decise nel luglio 2009 e nel febbraio 2010, la responsabilità dell’imputato è stata fondata sulla chiamata del M., che aveva garantito al T. l’esito favorevole dei ricorsi in cambio di una dazione di 30 mila Euro, consegnata in due tranche, la prima di 10 mila e la seconda di 20 mila Euro, di cui 8 mila Euro sarebbero stati destinati al V..
Elementi di riscontro sono stati rinvenuti nella circostanza che il M. era segretario anche della 5 sezione, che decise i ricorsi, e riuscì ad assicurare, in forza dei poteri di gestione nella formazione dei collegi, sveltati dalle indagini, che in entrambi i casi il V., assegnato alla 4 sezione, componesse il collegio in qualità di supplente di un componente impedito.
La Corte di appello ha rimarcato l’anomalia che il giudice supplente fosse stato addirittura nominato relatore del ricorso Junior Glass e ha valorizzato sia il ritrovamento nel computer del M. del file contenente la motivazione della sentenza Arte Vetro, proveniente dall’ufficio del T., che la circostanza che il file fosse stato creato in data 8 febbraio 2010 ovvero lo stesso giorno in cui il T. chiese al M. di incontrarsi.
Ulteriori elementi di riscontro sono stati ricavati dalle dichiarazioni dell’avv. P.S., il quale aveva appreso dal V., che aveva pagato una somma per assicurarsi l’esito favorevole dei ricorsi; dalle dichiarazioni di R.G., al quale proprio il T. aveva riferito di aver consegnato al M. la chiavetta con il file della sentenza Arte Vetro e da quelle di P.S., che aveva riferito al R. quanto appreso dal V. nonchè dalle intercettazioni, che confermavano i rapporti frequenti ed assidui tra il T. ed il M..
2. Avverso la sentenza hanno proposto ricorso i difensori del T..
Il ricorso dell’avv. Garuti articola i seguenti motivi:
2.1 mancanza e contraddittorietà della motivazione in ordine alla attendibilità della chiamata in correità del M. ed inosservanza dell’art. 192 cod. proc. pen. con riferimento ai riscontri esterni.
Si sostiene che nel corso dei numerosi interrogatori il M. ha fornito versioni diverse, ma i giudici hanno trascurato tali divergenze, estrapolando dai vari interrogatori le affermazioni che più delle altre corroboravano la tesi accusatoria senza spiegare le ragioni per le quali un’affermazione sia stata ritenuta più credibile di un’altra. Si evidenzia che ciò è palese per la sussistenza del patto corruttivo relativo al capo e2), in quanto, mentre nel primo interrogatorio il M. esclude la possibilità di ottenere la dazione illecita, stante il sicuro accoglimento del ricorso, nel secondo interrogatorio sostiene che il T. si era dichiarato disposto a versare una somma per l’accoglimento del ricorso per poi precisare i termini della proposta e cambiare ancora versione e sostenere, nel corso dell’incidente probatorio, che non vi erano state trattative: tra tali versioni la Corte di appello ha selezionato quella maggiormente critica per la posizione dell’imputato senza spiegare le ragioni della scelta.
Anche per gli episodi di cui ai capi o1) e p1) le dichiarazioni del M. sono imprecise, contrastano con le dichiarazioni di altri imputati specie per il prezzo della corruzione e per l’epoca della consegna e sono prive di riscontri estrinseci; sono inattendibili in ordine alla quota consegnata al V. per la vicenda Arte Vetro, in quanto questi non era il giudice relatore nè è provato che avesse redatto la sentenza, tant’è che il V. è stato assolto. Anche la dichiarazione del V. di aver pagato, rilasciata al P.S., è stata poi smentita dal R. e dallo stesso dichiarante nè vi sono riscontri sul presunto pagamento al M., in ordine al quale il P.S. indica il diverso importo di 45 mila Euro, richiesto dal M. e da pagare in tre tranche da 15 mila Euro;
2.2 vizio di motivazione in ordine alla individuazione del pactum sceleris, alle ragioni dell’intervento del T. ed alle incongruenze con gli atti processuali.
Si censura l’incongruenza della motivazione circa il raggiungimento dell’accordo corruttivo, nella forma della promessa per il buon esito del ricorso della Zerolire, in quanto la promessa era priva di serietà e concretezza e non era attuabile, non essendo stata accertata la disponibilità dell’imprenditore interessato; peraltro, il titolare della società ha negato di aver versato danaro e lo stesso M. ha negato che fosse stata avviata una trattativa. La sentenza non spiega in modo convincente le ragioni dell’interessamento del T., che ignorava l’oggetto del ricorso, presentato da altri professionisti, mai indagati al pari del B., risultando ancora da accertare i pregressi rapporti corruttivi con il M. e trascurando che il ricorso era fondato, essendo analogo a quello presentato dalla F. Auto, cosicchè era improponibile la richiesta al titolare della società di versare una somma di danaro: non vi erano, quindi, le condizioni per un accordo corruttivo.
Si deduce che i giudici non hanno tenuto conto di altri elementi che contrastano con la ritenuta posizione di corruttore del T. ed in particolare, la circostanza che il M. contattò prima il difensore della Zerolire per informarlo del rinvio dell’udienza, ignorato dal T., che lo apprese solo in un secondo momento dal B. e la telefonata tra questi e l’imputato dimostra che non vi era stato alcun accordo corruttivo;
2.3 erronea applicazione della legge penale per insussistenza del reato di corruzione in atti giudiziari relativamente al capo e2).
Si deduce che l’originaria imputazione di concussione è stata ritenuta corruzione in atti giudiziari per il T., mentre, in presenza degli stessi elementi, la contestazione elevata nei confronti di R.P. è stata riqualificata in concussione per induzione ex art. 319 quater cod. pen.: nel caso di specie è il M. stesso ad escludere che possa ravvisarsi la corruzione, essendo improponibile richiedere al titolare della società il versamento di una somma di danaro e le preoccupazioni del B. e del T. per il rinvio dell’udienza dimostrano che il M. aveva unilateralmente avanzato una proposta, rifiutata, e non concordata con il T.;
2.4 vizio di motivazione in ordine ai capi o1) e p1).
Si deduce che per detti episodi la Corte di appello ha trascurato che il T. da oltre un anno non era più commercialista del V. e non era coinvolto nel contenzioso delle due società, cosicchè non aveva alcun interesse ad inserirsi in dette vicende nè vi è alcun colloquio intercettato tra l’imprenditore e l’imputato, che possa giustificare l’interessamento o il passaggio di somme di danaro per corrompere. Anche il ritrovamento del file della sentenza pronunciata il 17 febbraio 2010 sui ricorsi della Arte Vetro sul computer del M. non proviene dal T., ma dalla postazione del R. e non vi è alcun elemento che consenta di attribuirlo all’imputato.
Il ricorso dell’avv. Brunelli articola i seguenti motivi:
2.5 erronea applicazione di legge e vizio di motivazione in ordine alla qualificazione giuridica dei fatti: si contesta la diversa qualificazione dei fatti ascritti al T. rispetto a quella attribuita, a parità di condizioni, ai fatti contestati al R., in quanto il sistema M. non può funzionare a giorni alterni, nè può trascurarsi che la contestazione originaria era di concussione;
2.6 erronea applicazione di legge e illogicità della motivazione in ordine al capo e2): si deduce che il capo di imputazione allude ad una trattativa, ma gli elementi in atti escludono la corruzione nella forma dell’accettazione della promessa, in quanto, non solo il ricorso Zerolire aveva un precedente favorevole per l’analogo caso F., ma, come riferito da F.F. si trattava della stessa vicenda, essendo stato stipulato un rapporto di collaborazione commerciale con la Zerolire, ed anche il M. ammette che i due ricorsi erano collegati cosicchè non era ipotizzabile richiedere denaro al B.. Si evidenzia che la composizione dell’organo giudicante è collegiale ed anche volendo ipotizzare un intervento del V. sugli altri componenti del collegio, la circostanza non è provata: ne discende la non configurabilità del reato di corruzione in atti giudiziari;
2.7 erronea applicazione di legge ed illogicità della motivazione: si deduce che al giudice V. si contesta di interessarsi alla trattativa, sebbene egli non vi partecipi, cosicchè sarebbe configurabile il reato di traffico di influenze, avendo il M. sfruttato le relazioni esistenti con il pubblico ufficiale;
2.8 erronea applicazione dell’art. 319 ter cod. pen.: la Corte di appello ha attribuito al M. una posizione apicale, facendo riferimento a quella giurisprudenza che amplia il concetto di atto giudiziario, comprensivo dell’atto del funzionario di cancelleria in relazione all’assegnazione dei ricorsi, trascurando che l’imputazione ha riguardo all’attività giurisdizionale in senso stretto;
2.9 erronea applicazione della legge penale in relazione all’art. 319 ter cod. proc. pen., illogicità della motivazione e travisamento della prova: il travisamento della prova è dimostrato dall’ammissione del M. che il ricorso era fondato e che non c’era bisogno di alcun aiuto, essendo il ricorso accolto in partenza per il collegamento con la F.; il M. ha negato che vi fosse stata una trattativa dopo aver verificato che la vertenza era strettamente legata alla F.. Non può, quindi, esservi corruzione, atteso che nel caso in esame non vi era un obiettivo da raggiungere nè fu raggiunto un accordo di massima, non essendovi stata nè una offerta concreta nè avviata una trattativa.
Quanto ai capi o1) e p1), oltre ad evidenziarsi la discrasia temporale rispetto ai capi o) e p), si deduce che l’accordo tra l’imputato e il M. fu raggiunto quando non era in alcun modo certo che il V. avrebbe composto il collegio giudicante: infatti, la sostituzione dell’avv. Comandini è avvenuta il 13 luglio a soli quattro giorni dall’udienza ed è certo che gli altri giudici fossero del tutto estranei al contesto corruttivo, cosicchè è evidente il ruolo di faccendiere del M., unico destinatario della promessa, non essendovi alcun giudice da corrompere. Si sostiene, pertanto, che è configurabile il reato di cui all’art. 346 bis cod. pen..
1. Il ricorso è infondato ed ai limiti dell’inammissibilità, in quanto le censure di illogicità della motivazione schermano la prospettazione di una diversa valutazione probatoria e si risolvono nella sollecitazione di una lettura alternativa delle risultanze processuali, che prescinde dal più ampio ed inquietante quadro corruttivo svelato dalle indagini e dalla motivazione della sentenza impugnata, che si salda ed integra quella di primo grado, e risulta esaustiva e non manifestamente illogica.
La censura principale si concentra sulla contestata attendibilità intrinseca del M., emergente, secondo il ricorrente, dalle evidenziate discrasie dichiarative presenti nei vari interrogatori, dei quali si riportano i passaggi critici, e dall’assoluzione del V. dalle accuse di corruzione per gli episodi in esame, trascurando la circostanza, sottolineata dai giudici di appello a pagina 27 della sentenza impugnata, che la sentenza emessa nei confronti del V. non è definitiva, cosicchè non può vincolare nè quanto alla ricostruzione dei fatti nè quanto alla valutazione delle prove, peraltro, assunte secondo regole diverse da quelle del giudizio abbreviato in oggetto, che offre una piattaforma probatoria più ampia.
In particolare, la sentenza impugnata poggia sul ruolo centrale del M. nel funzionamento dell’attività della Commissione Tributaria Provinciale, svelato dalle indagini, il quale, sfruttando le disfunzioni ed i vuoti organizzativi, era in grado di influire sulla fissazione delle udienze di trattazione dei ricorsi e di pilotare le assegnazioni dei ricorsi al giudice V. quale relatore al fine di assicurarne l’esito favorevole al ricorrente, come provato dalle intercettazioni ambientali riportate a pag. 21-22 della sentenza di primo grado, dichiarato dal M. e persino dal giudice V., che ha ammesso di aver percepito danaro in cambio di decisioni favorevoli.
A differenza di quanto sostenuto nel ricorso, i giudici hanno valutato le dichiarazioni del M., riconoscendone l’attendibilità e la costanza per l’ampiezza delle dichiarazioni e l’ammissione dell’operatività del sistema illecito sin dal 2005, per l’ammissione di episodi, riscontrati dalle intercettazioni, e per le precisazioni fornite nel corso dei vari interrogatori, aggiungendo particolari anche favorevoli ai coimputati, in tal modo dimostrando serietà ed assenza di intenti calunniatori.
Per tali ragioni coerentemente i giudici hanno ritenuto di scarso rilievo le discrasie indicate dal ricorrente, rimarcando l’immutabilità del nucleo centrale della chiamata in correità.
2. Quanto al capo e2) la prospettazione del ricorrente trascura la rilevanza dei frequenti incontri tra il M. e l’imputato, preceduti da telefonate effettuate con linguaggio convenzionale, indicativo di un’intesa preesistente, ed avvenuti sempre all’esterno dell’ufficio sin da epoca precedente al deposito del ricorso della Zerolire; trascura la rilevanza della tempistica dei contatti, coincidente con le fasi di fissazione dell’udienza e di designazione del relatore, dei contatti con il D.R., cui era ufficialmente affidata la presentazione del ricorso, al quale il M. comunicava “in anticipo, il previsto rinvio dell’udienza per problemi del V., dei quali gli avrebbe parlato a voce” nonchè la circostanza che, subito dopo l’udienza del 12 aprile 2010, in cui fu disposto il rinvio dell’udienza, il M. contattò il T., lo contattò anche il giorno dopo ed ancora il 20 aprile e che il B., parlando con l’ A. del rinvio dell’udienza e del cambio del presidente del collegio, otteneva da questi l’assicurazione che la situazione non era cambiata in quanto la sezione era sempre quella- v. pag. da 31 a 41 della sentenza di primo grado-.
Quanto alla dedotta estraneità del T. al ricorso della Zerolire ed all’assenza di un suo interesse ad un intervento corruttivo, nella specie inutile ed improponibile, stante l’esito favorevole del ricorso, scontato in ragione del precedente analogo già deciso in tal senso, la Corte di appello ha valorizzato le dichiarazioni del M., il quale ha precisato che l’iniziativa era stata del T., interessato a sapere se il ricorso proponeva la stessa questione del ricorso F., deciso in modo favorevole al contribuente, in quanto avevano già avuto precedenti rapporti di analoga natura corruttiva per i ricorsi della Arte Vetro e Junior Glass, cosicchè il T. era stato esplicito nel formulargli la richiesta ed egli aveva promesso di aiutarlo, ricevendo la promessa di una dazione illecita non quantificata.
La Corte di appello ha ritenuto che tale circostanza, pur non costituendo un riscontro esterno, rende credibile sul piano logico la versione del M., la cui credibilità è riscontrata dai contatti ripetuti del T., dalla circostanza che il M. ignorava i rapporti del T. con la Zerolire, il cui ricorso era presentato da altri professionisti, e dalle dichiarazioni del B., il quale, pur negando ogni richiesta di aiuto, ha ammesso le preoccupazioni del T. per le ricadute di un eventuale esito negativo del ricorso sulla situazione finanziaria dell’intero gruppo Curvet, cui apparteneva la Zerolire ed i cui interessi erano curati dall’imputato.
Contrariamente all’assunto del ricorrente, anche i contatti del M. con gli altri professionisti, incaricati ufficialmente del ricorso, e di questi con il B. depongono per un interesse all’esito favorevole del ricorso, tant’è che anche a costoro e non solo al T. il B. esternava preoccupazioni per il rinvio dell’udienza ed il mutamento del Presidente del collegio, ottenendo assicurazioni che il giudice e la sezione erano sempre gli stessi.
Tali preoccupazioni smentiscono la dedotta certezza dei ricorrenti circa l’esito scontato del ricorso.
A differenza di quanto sostenuto nel ricorso, il coinvolgimento del giudice V. risulta confermato dall’intercettazione tra il M. ed il D.R., di cui si è detto in precedenza, e dall’intercettazione ambientale tra il giudice ed il M., al quale esplicitamente il primo chiedeva “se aveva preso” e, ottenuta risposta negativa, gli consegnava un biglietto, strappato subito dopo che il M. lo aveva letto.
La significatività della domanda e la modalità anomala di comunicazione sono state ritenute indicative dell’oggetto illecito della stessa ed idonee a riscontrare la versione del M. circa la proposta corruttiva del T., accettata senza determinare alcuna somma in attesa della verifica dell’identità o meno dell’oggetto del ricorso rispetto al precedente già deciso e, quindi, dell’esito favorevole o meno del ricorso, che non poteva essere affidato alla mera valutazione del M., bensì a quella del giudice.
La circostanza è coerente e perfettamente compatibile con l’accettazione della promessa di una dazione indeterminata, da quantificare in esito alla verifica, effettuata, in epoca successiva al rinvio dell’udienza, dal giudice, il cui coinvolgimento esclude la configurabilità del reato di cui all’art. 346-bis cod. pen..
Ne discende la corretta qualificazione giuridica del fatto, stante la consumazione del reato anche con la mera accettazione dell’offerta illecita, coinvolgente anche il giudice, e la conseguente irrilevanza dell’esito positivo del ricorso in assenza di esborso.
Consumandosi il reato con l’accettazione della promessa, nulla rileva il conseguimento del risultato o il mancato esborso, atteso che, come ritenuto da questa Corte, il delitto di corruzione in atti giudiziari si consuma con l’accettazione della promessa di denaro o di altra utilità da parte del pubblico ufficiale indipendentemente dalla realizzazione del vantaggio perseguito dal corruttore e dalla legittimità dell’atto richiesto al pubblico ufficiale purchè lo stesso risulti, comunque, confluente in un atto giudiziario, destinato ad incidere negativamente sulla sfera giuridica di un terzo (Sez. 6, n. 5264 del 26/01/2016, Bindi e altro, Rv. 265842).
3. Analogamente corretta è la valutazione in ordine ai ricorsi della Junior Glass e della Arte Vetro, avendo i giudici dato atto dell’insussistenza del dedotto contrasto interno alle imputazioni dei capi p e p1), trattandosi di evidente refuso, atteso che pacificamente le sentenze per i ricorsi della Arte Vetro furono emesse il 17 febbraio 2010, a differenza di quelle per i ricorsi della Junior Glass, decisi nel luglio 2009, e tali cadenze rendono ragione, secondo i giudici di merito, del frazionamento della dazione illecita in due tranche.
I giudici hanno ritenuto anche in tal caso credibile il M., espostosi con il T. e garantendogli l’esito favorevole dei ricorsi, in quanto, essendo segretario anche della 5 Sezione, che avrebbe trattato i ricorsi, era in grado di incidere sulla formazione del collegio.
Sul punto è infondata la censura difensiva, atteso che ai fini della configurabilità del delitto previsto dall’art. 319 ter cod. pen. è “atto giudiziario” quello funzionale ad un procedimento giudiziario e, pertanto, anche l’atto del funzionario di cancelleria, collocato nella struttura dell’ufficio giudiziario, che esercita un potere idoneo ad incidere sul suo concreto funzionamento e sull’esito dei procedimenti (Sez. 6, n. 24349 del 27/01/2012, Falci e altri, Rv. 253095, relativa a fattispecie nella quale un cancelliere, attraverso l’assegnazione irregolare dei processi tramite manipolazione dei criteri automatici di assegnazione, faceva assegnare a giudici onorari compiacenti le pratiche giudiziarie di alcuni avvocati).
La circostanza che il V. fosse subentrato solo successivamente e casualmente non esclude la configurabilità del reato, non essendo indispensabile la partecipazione iniziale all’accordo illecito del giudice, specie laddove, come nel caso di specie, il M. era in grado di pilotare l’assegnazione del ricorso e di decidere la composizione dei collegi.
Infatti, ha chiarito di aver accettato la proposta del T., in quanto i ricorsi erano stati assegnati alla 5 Sezione, alla quale erano assegnati i giudici Pr. e Po., che egli poteva raggiungere ed influenzare, come riferito per altre vicende, e ha precisato che solo dopo l’inserimento nel collegio del giudice V., quale supplente di un componente impedito, aveva concordato l’intera operazione con il T., che prevedeva anche la consegna del testo della motivazione della sentenza per i ricorsi della Arte Vetro.
Come ritenuto dai giudici di merito, l’anomala circostanza che il V., nonostante fosse mero supplente, fu addirittura relatore per i ricorsi della Junior Glass, conferisce credibilità al M. e consente di ritenere compartecipe il giudice, destinatario della dazione illecita, essendo risultata riscontrata la chiamata sia sul punto che sulla consegna del testo della sentenza dei ricorsi Arte Vetro.
Il rinvenimento nel computer del M. di un file, contenente la motivazione della sentenza, proveniente dallo studio del T. e precisamente da una postazione di R.G., difensore del V., titolare di diritto e di fatto delle due società, e collaboratore del T., correttamente è stato ritenuto elemento di riscontro, dimostrativo dell’accordo illecito preesistente, raggiunto con il T..
L’ulteriore elemento di riscontro dell’esistenza dell’accordo corruttivo e del pagamento di una tangente è costituito, secondo i giudici di merito, dalle dichiarazioni del codifensore P.S., al quale il V. aveva confermato di aver pagato una mazzetta per il buon esito dei ricorsi e la circostanza era stata riferita anche al R..
A differenza di quanto sostenuto dal ricorrente, i rapporti di collaborazione e di cointeressenza con il V. in altre società e per la tenuta della contabilità delle due società oggetto di accertamento erano attivi anche nel 2009, come confermato da una scrittura privata per la cessione simulata di quote, redatta dal T. nel 2008 con scadenza al 30 dicembre 2009- v. pag. 53 sentenza di primo grado-.
L’interessamento del T. nella vicenda trova, quindi, ragione in tali rapporti.
Se a ciò si aggiunge che anche il R. ha ammesso che il V., pur avendolo incaricato di curare i ricorsi, si recava spesso in studio per parlare con il T., e ha dichiarato che anche l’avv. P.S., nel riferirgli le parole del V., gli aveva detto che della cosa era al corrente il T., il quale, a seguito delle perquisizioni e del ritrovamento del file presso il M., proveniente dalla sua postazione, aveva ammesso di essere stato lui stesso a consegnare la chiavetta – v. pag. 55 sentenza di primo grado-, la circostanza trova un significativo riscontro esterno nella richiesta di incontro, rivolta dal T. al M. proprio lo stesso giorno di creazione del file, come sottolineato dai giudici di merito.
Risultano, pertanto, infondate le censure difensive a fronte di una motivazione completa e attenta, che ha puntualmente esaminato le deduzioni difensive, specie in punto di attendibilità del chiamante- v. pag. 41 della sentenza impugnata-.
4. Infondata è la contestazione in ordine alla qualificazione dei fatti, atteso che il rapporto tra l’imputato ed il M., emerso dai colloqui intercettati, risulta paritario e trova ragione nei risalenti, assidui e consolidati rapporti di collaborazione, corroborati anche da regalie in danaro, ammessi dal M. e riscontrati dai frequenti contatti telefonici, dai ripetuti incontri, sollecitati dal T. ed avvenuti all’esterno dell’ufficio nonchè dall’utilizzo di termini convenzionali per fissarli, indicativi di consuetudine e di immediata intesa.
Correttamente i giudici di merito hanno ritenuto che tali elementi confermano la credibilità del M. quando riferisce dell’iniziativa del T., atteso che in tutti i casi esaminati il T. non figurava ufficialmente quale soggetto interessato ai ricorsi, cosicchè il M. non avrebbe avuto motivo di contattarlo o di coartalo per ottenere una dazione illecita: ne discende l’infondatezza della diversa qualificazione attribuita alla condotta del R., non sussistendo la dedotta parità di condizioni.
Parimenti non è configurabile il reato di cui all’art. 346 – bis cod. pen. nel quadro di diffusa corruzione, svelato dalle indagini, ammesso dal M. e persino dal V..
Si è chiarito, infatti, che il reato di cui all’art. 346 – bis cod. pen. punisce un comportamento propedeutico alla commissione di un’eventuale corruzione e la clausola di esclusione presuppone che, in concreto, non sia ravvisabile il delitto di corruzione e neppure un’ipotesi di concorso, presupponendosi lo sfruttamento di una relazione esistente con pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, fermo restando che il denaro o l’utilità patrimoniale devono essere rivolti a chi è chiamato ad esercitare l’influenza e non al soggetto che esercita la pubblica funzione (Sez. 6, n. 18999 del 02/02/2016, Polizzi e altri, Rv. 267818), a differenza di quanto emerso nella fattispecie.
Al rigetto del ricorso consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali ed alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile, che si liquidano nella misura indicata nel dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonchè alla rifusione delle spese sostenute nel grado dalla parte civile costituita, Ministero dell’Economia e Finanze, che liquida in Euro tremila complessivi.
Così deciso in Roma, il 10 gennaio 2017.
Depositato in Cancelleria il 16 febbraio 2017
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