Source: https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-xiii/capo-i/art624.html?q=624+cp&area=codici
Timestamp: 2019-12-08 06:11:31+00:00
Document Index: 118730576

Matched Legal Cases: ['art. 624', 'art. 648', 'art. 624', 'art. 56', 'art. 624', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 10']

Art. 624 codice penale - Furto - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 624 Codice penale
Chiunque s'impossessa della cosa mobile altrui (1), sottraendola (2) a chi la detiene, al fine di trarne profitto per sé o per altri(3) , è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con la multa da centocinquantaquattro euro a cinquecentosedici euro [625, 626, 649].
Agli effetti della legge penale, si considera cosa mobile anche l'energia elettrica e ogni altra energia che abbia un valore economico [c.c. 814; c. nav. 1148] (4).
(1) L'oggetto della condotta è individuato in un'entità materiale suscettibile di esprimere al minimo uno stato di detenzione e che deve essere caratterizzata dall'altruità, aspetto controverso in dottrina. Un orientamento più restrittivo infatti ritiene che esso si riferisca ad una situazione di diritto che si identifica con la proprietà o altro diritto reale, mentre altri propendono per identificare l'altruità con l'esistenza di una situazione possessoria di un soggetto diverso dall'agente.
(2) Controverso è anche il rapporto sottrazione-impossessamento, che secondo la prevalente giurisprudenza sarebbero due concetti sovrapponibili, in quanto designano lo stesso fenomeno, rispettivamente dal punto di vista del soggetto passivo e di quello attivo. La dottrina, invece, li distingue, considerando l'impossessamento un quid pluris rappresentato dal conseguimento di un'autonoma disponibilità della cosa in capo all'agente. Si tratta di una distinzione non di poco conto quando si tratta di verificare il momento consumativo del reato.
(3) Si tratta di un dolo specifico dal quale discende che l'agente deve agire perseguendo un'utilità patrimoniale o comunque per soddisfare un proprio bisogno. Quindi il profitto non ha rilevanza solo economica o patrimoniale, ma può quindi trattarsi di un diverso vantaggio, da parte della dottrina da considerare ingiusto come nel caso di ricettazione ex art. 648.
(4) Tale comma estende la qualificazione di cosa mobile anche alle energie aventi un valore economico, per tali intendendosi quelle capaci di cagionare un depauperamento del soggetto passivo ed un arricchimento di quello attivo. Si tratta dunque dell'energia elettrica, termica, meccanica e dei gas. In particolare, in caso di sottrazione delle energie concesse per contatore, è controverso se si debba considerare la configurabilità del furto ovvero dell'appropriazione indebita (v. 646). L'orientamento dottrinale prevalente ritiene necessario distinguere tra l'ipotesi della sottrazione compiuta prima o dopo il passaggio attraverso il contatore. Di conseguenza si avrà furto nel primo caso, appropriazione indebita nel secondo. Diversamente se si verifica un allacciamento abusivo, mediante manomissione del contatore, si configura un ulteriore delitto quello di truffa (v. 640).
La dottrina non appare concorde in merito al bene-interesse qui tutelato, da alcuni individuato nel possesso o nella detenzione, da altri nello stato giuridico della proprietà e di altri diritti reali di godimento.
“ Animus furandi ”
Volontà di rubare
“ Furtum est contrectatio rei fraudolosa lucri faciendi gratia ”
Il furto è l'impossessamento fraudolento di una cosa a fini di lucro
“ Res furtivae ”
Spiegazione dell'art. 624 Codice penale
La norma è posta a tutela della relazione di fatto con la cosa, individuata nel possesso e nella detenzione, mentre secondo altri a tutela di una situazione di diritto.
Per quanto riguarda il soggetto passivo, la giurisprudenza richiama sovente il concetto di detentore, affermando che persona offesa dal reato è solamente colui che è stato spossessato.
Perchè si determini la sottrazione è infatti richiesta l'uscita del bene dalla signoria di fatto del precedente possessore,e quindi lo spossessamento vero e proprio.
Oggetto materiale del delitto è la cosa mobile altrui, la quale non deve necessariamente avere un valore economico in sé, essendo sufficiente riferirsi alla normale detenzione d'uso ed al profitto che ne ricava il colpevole.
Quest'ultimo deve infatti agire con il dolo specifico di trarre profitto, pur senza doverlo necessariamente conseguire ai fini della configurabilita del delitto.
Per profitto va inteso qualsiasi utilità o vantaggio, anche di natura non patrimoniale.
Per consolidata giurisprudenza, per aversi consumazione è necessario che la cosa esca dalla sfera di vigilanza del legittimo detentore o di chi per lui sia sottoposto alla sorveglianza del bene. Se ciò non avviene, il delitto rimane allo stadio del tentativo ai sensi dell'art. 56.
Massime relative all'art. 624 Codice penale
Cass. pen. n. 2726/2017
Risponde del delitto di furto consumato e non tentato colui che, pur non essendosi allontanato dal luogo di commissione del reato, abbia ivi occultato la refurtiva, così sottraendola al controllo della persona offesa e acquisendone il possesso. (Fattispecie in cui l'imputato, dopo aver commesso il furto di alcuni beni all'interno di un ospedale privo d'impianto di videosorveglianza, aveva nascosto la refurtiva in locali della struttura stessa, all'interno della quale era stato poi bloccato dalla polizia).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2726 del 20 gennaio 2017)
Cass. pen. n. 1710/2017
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1710 del 13 gennaio 2017)
Cass. pen. n. 26749/2016
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 26749 del 27 giugno 2016)
Cass. pen. n. 21586/2016
L'impossessamento abusivo dell'acqua convogliata nelle condutture dell'acquedotto municipale integra il reato di furto aggravato e non la violazione amministrativa prevista dall'art. 23 del D.Lgs. 11 maggio 1999, n. 152, che si riferisce alle sole acque pubbliche, ossia ai flussi non ancora convogliati in invasi o cisterne.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 21586 del 24 maggio 2016)
Commette reato chi porta via sapone e salviette dai bagni delle aree di servizio - 20/07/2017
relative all'articolo 624 Codice penale
Norma di riferimento: Articolo 624 Codice penale - Furto | Quesito Q201615806
Antonino A. chiede
venerdì 01/04/2016 - Sardegna
“Il 7 dicembre 2014, rientrando da New York, ho trovato la mia valigia aperta e rovinata e rubati alcuni contenuti. Compreso il borsello ivi contenuto, contenente le carte di credito Visa e American express. Mentre facevo la deuncia ho immediatamente telefonato a banca F., per la VISA e ad American express per chiedere il blocco delle carte rubate. Non risultava prelevato nulla al momento. Ho fatto la denuncia in aeroporto per i danni del furto. Alitalia ha rimborsato inadeguatamente e assoturista.it mi assiste con un ricorso. Il giorno dopo vengo a sapere che sulla carta american express c'è stato a Fiumicino (dove avevo fatto scalo) un prelievo di euro 300,00 e sulla VISA di euro 500,00. Era il tetto massimo giornaliero fissato da me in caso di furto. Nessun acquisto di merci. American express mi ha annullato l'addebito senza alcun problema. F. ha negato il rimborso perchè asserisce che senza il PIN non si sarebbe potuto prelevare contanti e io avevo l'obbligo di custodirlo altrove che la carta di credito. Non c'è stato verso di fargli cambiare opinione. Ho interessato assoturista.it anche di questo problema. Un amico ingegnere elettronico mi ha detto che a lui, senza il PIN gli avevano rubato soldi cash e anche utilizzato la carta per acquistare merci. Perchè con un apposito programma un hacker può leggere in un lettore di carte anche il PIN. Ora gli avvocati di assoturista mi informano che per ottenere il rimborso del prelievo su VISA si dovrebbe andare al giudice di pace, perchè F. non ha risposto alla loro richiesta. Prima occorre fare il tentativo di conciliazione e mi hanno chiesto di farlo, poi si rivolgeranno loro al giudice di pace. assoturista.it è un associazione gratuita, si fanno pagare dai vettori e in questo caso da F. se avremo ragione, oppure non devo nulla. Ma il servizio di conciliazione ha il suo costo e vorrei sapere che probabilità avrei di avere rimborsati i 500 euro del furto. Tutto è ben provato dalle denunce ad Alitalia e alla polizia dell'aeroporto di destinazione. Grazie”
Il caso di specie riguarda un’ipotesi, purtroppo frequente, di utilizzo indebito e non autorizzato di uno strumento di pagamento elettronico (carta di credito) a seguito di furto subìto dal titolare.
In materia trova applicazione una disciplina specifica, contenuta nel Decreto Legislativo n. 11 del 27 gennaio 2010, intitolato “Attuazione della direttiva 2007/64/CE, relativa ai servizi di pagamento nel mercato interno, recante modifica delle direttive 97/7/CE, 2002/65/CE, 2005/60/CE, 2006/48/CE, e che abroga la direttiva 97/5/CE”, la quale definisce in maniera precisa sia gli obblighi di diligenza che deve osservare l’utilizzatore della carta al fine di poter esercitare i diritti connessi, appunto, al suo utilizzo, sia quelli cui è tenuto l’ente emittente della stessa (la Banca) al fine di fornire un servizio adeguato e conforme alle norme di tutela del cliente/consumatore.
L’articolo 7 riguarda gli “Obblighi a carico dell'utilizzatore dei servizi di pagamento in relazione agli strumenti di pagamento” e così recita: “1. L'utilizzatore abilitato all'utilizzo di uno strumento di pagamento ha l'obbligo di:
a) utilizzare lo strumento di pagamento in conformità con i termini, esplicitati nel contratto quadro, che ne regolano l'emissione e l'uso;
b) comunicare senza indugio, secondo le modalità previste nel contratto quadro, al prestatore di servizi di pagamento o al soggetto da questo indicato lo smarrimento, il furto, l’appropriazione indebita o l'uso non autorizzato dello strumento non appena ne viene a conoscenza 2. Ai fini di cui al comma 1, lettera a), l'utilizzatore, non appena riceve uno strumento di pagamento, adotta le misure idonee a garantire la sicurezza dei dispositivi personalizzati che ne consentono l'utilizzo”.
L’art. 12 della stessa legge invece, relativo alla “Responsabilità del pagatore per l’utilizzo non autorizzato di strumenti o servizi di pagamento”, stabilisce che: “1. Salvo il caso in cui abbia agito in modo fraudolento, l'utilizzatore non sopporta alcuna perdita derivante dall'utilizzo di uno strumento di pagamento smarrito, sottratto o utilizzato indebitamente intervenuto dopo la comunicazione eseguita ai sensi dell'articolo 7, comma 1, lettera b).
2. Salvo il caso in cui abbia agito in modo fraudolento, l'utilizzatore non è responsabile delle perdite derivanti dall'utilizzo dello strumento di pagamento smarrito, sottratto o utilizzato indebitamente quando il prestatore di servizi di pagamento non ha adempiuto all'obbligo di cui all'articolo 8, comma 1, lettera c).
3. Salvo il caso in cui l'utilizzatore abbia agito con dolo o colpa grave ovvero non abbia adottato le misure idonee a garantire la sicurezza dei dispositivi personalizzati che consentono l'utilizzo dello strumento di pagamento, prima della comunicazione eseguita ai sensi dell'articolo 7, comma 1, lettera b), l'utilizzatore medesimo può sopportare per un importo comunque non superiore complessivamente a 150 euro la perdita derivante dall'utilizzo indebito dello strumento di pagamento conseguente al suo furto o smarrimento.
4. Qualora abbia agito in modo fraudolento o non abbia adempiuto ad uno o più obblighi di cui all'articolo 7 con dolo o colpa grave, l'utilizzatore sopporta tutte le perdite derivanti da operazioni di pagamento non autorizzate e non si applica il limite di 150 euro di cui al comma 3”.
La norma pone, quindi, a carico del titolare della carta, in primo luogo l’onere di conservarla con cura ed adottare ogni utile ed opportuna precauzione per proteggere i dispositivi di sicurezza che ne consentono l’utilizzo; in secondo luogo, nel momento in ciò si verifichi, l’onere di denunciarne tempestivamente lo smarrimento o il furto.
Qualora l’utilizzatore sia stato diligente in tal senso, la Banca non potrà, quindi, esimersi dall’assumersi integralmente nei suoi confronti la responsabilità per l’addebito delle somme corrispondenti alle spese effettuate con la carta di credito successivamente alla denuncia.
La norma detta, tuttavia, una distinzione tra il caso in cui lo smarrimento o il furto della carta non siano imputabili all’utilizzatore o lo siano a titolo di colpa “scusabile” ed il caso in cui quest’ultimo abbia invece subìto il danno connesso allo smarrimento o furto per propri dolo o colpa grave.
Infatti, nel primo caso egli non potrà subire alcun pregiudizio a causa di che gli è accaduto e la Banca dovrà tenerlo indenne di ogni esborso e/o conseguenza dannosa con il solo limite di una franchigia massima di € 150,00 (vale a dire che, per legge, egli potrà essere rimborsato solo per l’eccedenza rispetto a quest’ultima somma). Nel secondo caso, invece, egli sopporterà per intero ogni danno e la Banca non sarà tenuta ad alcunché nei suoi confronti.
Altra importante norma contenuta nel citato decreto legislativo è l’articolo 10, “Prova di autenticazione ed esecuzione delle operazioni di pagamento”, per il quale: “1. Qualora l'utilizzatore di servizi di pagamento neghi di aver autorizzato un'operazione di pagamento già eseguita o sostenga che questa non sia stata correttamente eseguita, è onere del prestatore di servizi di pagamento provare che l'operazione di pagamento è stata autenticata, correttamente registrata e contabilizzata e che non ha subito le conseguenze del malfunzionamento delle procedure necessarie per la sua esecuzione o di altri inconvenienti. 2. Quando l'utilizzatore di servizi di pagamento neghi di aver autorizzato un'operazione di pagamento eseguita, l'utilizzo di uno strumento di pagamento registrato dal prestatore di servizi di pagamento non è di per sé necessariamente sufficiente a dimostrare che l'operazione sia stata autorizzata dall'utilizzatore medesimo, né che questi abbia agito in modo fraudolento o non abbia adempiuto con dolo o colpa grave a uno o più degli obblighi di cui all'articolo 7”. Si stabilisce, in buona sostanza, che in caso di contenzioso, qualora l’utilizzatore anche solo semplicemente neghi di aver autorizzato l’operazione di pagamento che risulta essere stata eseguita con la carta, l’onere di provare il contrario – onere particolarmente gravoso - ricadrà sull’ente emittente.
Il motivo di tale ultima disposizione sta nella circostanza per cui, secondo il legislatore, essendo l’emittente – a differenza dell’utilizzatore - soggetto che agisce nell’abito di un’attività imprenditoriale, nella sua veste professionale può senz’altro operare una valutazione preventiva del rischio derivante dall’uso indebito delle carte e può assicurarsi rispetto a quest’ultimo; inoltre, l’onere economico derivante dall’uso indebito della carta non può che gravare sul soggetto che trae, sostanzialmente in via esclusiva, i vantaggi economici legati alla sua gestione.
Di utilizzo indebito degli strumenti di pagamento elettronici si è occupata in parte la giurisprudenza ma soprattutto, in misura maggiore, quei soggetti che si occupano della risoluzione alternativa e stragiudiziale delle controversie in materia, specialmente l’Arbitro Bancario Finanziario (“ABF”), ovvero l'organismo, operativo dall’ottobre 2009, attraverso il quale la Banca d’Italia ha inteso fornire ai clienti delle banche un servizio per la rapida risoluzione delle controversie che tipicamente nascono nel settore bancario e finanziario, ulteriore rispetto alla via giudiziale.
Le pronunce dei giudici e di quest’ultimo organismo sono conformi e concordi nel ritenere che in un caso come quello in esame il cliente della Banca vada da quest’ultima rimborsato – pur con il limite della franchigia di € 150,00 stabilita per legge – di quanto un terzo gli abbia illegittimamente sottratto attraverso il pagamento non autorizzato; inoltre, per quel che riguarda gli oneri di diligenza dell’utilizzatore della carta, si è precisato che il semplice smarrimento del PIN non può considerarsi quale “colpa grave” ai sensi dell’art. 12 del D.Lgs n. 11/2010.
Da pochissimo (19 gennaio 2016) è intervenuto sul punto il Tribunale di Firenze in un caso analogo a quello in esame: con atto di citazione venivano convenute in giudizio una banca e una spa (ente emittente la carta di credito), al fine di sentirle condannare in solido a titolo di rimborso di somme addebitate in conseguenza di illecito utilizzo, da parte di un soggetto terzo ignoto, della carta di credito di cui l’attore era titolare.
L’attore, in questo caso specifico, aveva riferito di non essersi immediatamente accorto del furto/smarrimento della carta di credito e di aver, quindi, denunciato quest’ultimo non nell’immediatezza dei fatti.
Ripercorrendo precedenti orientamenti sul tema, i giudici del Tribunale hanno così statuito: “(…) il D.Lgs n.11/2010 introduce una ripartizione del rischio connesso all’utilizzo di strumenti elettronici di pagamento tale da fare ricadere sull’intermediario il rischio stesso, a meno che non risulti una colpa grave dell’utilizzatore-cliente, sul quale resta comunque una partecipazione al rischio nella misura di Euro 150,00 (c.d. franchigia), da applicarsi salvo diversa pattuizione contrattuale migliorativa per il cliente stesso. Con riferimento all’onere della prova, la disciplina legislativa prevede che, “quando l’utilizzatore di servizi di pagamento neghi di aver autorizzato un’operazione di pagamento eseguita, l’utilizzo di uno strumento di pagamento registrato dal prestatore di servizi di pagamento non è di per sé necessariamente sufficiente a dimostrare che l’operazione sia stata autorizzata dall’utilizzatore medesimo, né che questi abbia agito in modo fraudolento o non abbia adempiuto con dolo o colpa grave a uno o più degli obblighi di cui all’articolo 7” (art. 10 comma 2 d.lgs. n. 11/2010).
Circa la nozione di colpa grave, va poi richiamata quella giurisprudenza di legittimità secondo cui la stessa consiste in “un comportamento consapevole dell’agente che, senza volontà di arrecare danno agli altri, operi con straordinaria e inescusabile imprudenza o negligenza, omettendo di osservare non solo la diligenza media del buon padre di famiglia, ma anche quel grado minimo ed elementare di diligenza generalmente osservato da tutti” (sulla scorta di Cass. 19 novembre 2001, n. 14456, cui si può aggiungere, più di recente Cass. 13 ottobre 2009, n. 21679)”.
Ciò detto, per rispondere al quesito che ci occupa, è evidente che a fronte delle circostanze concrete relative al furto delle due carte di credito, è assolutamente legittimo escludere – oltre che, evidentemente, il comportamento fraudolento dell’utilizzatore - il dolo o la colpa grave nello smarrimento delle stesse: l’utilizzatore ha, infatti, correttamente e diligentemente affidato i propri bagagli al servizio aereoportuale, che avrebbe dovuto restituirglieli integri presso lo scalo di destinazione. Egli non ha posto, cioè, in essere alcun comportamento negligente e quindi colpevole, ma ha purtroppo solo potuto constatare il fatto quando il furto era già avvenuto.
Non essendovi alcuna frode, né dolo né tantomeno colpa – grave o lieve – ma trattandosi, di fatto, di caso fortuito, il titolare delle carte di credito rubate avrà pieno diritto al rimborso da parte della Banca delle somme indebitamente uscite dalla sua disponibilità, fatta salva la menzionata franchigia.
E neppure la Banca potrà eccepire l’esistenza di patti contrattuali in deroga alla sopra richiamata disciplina del 2010 per due motivi: il primo, perché l’utilizzatore delle carte di credito è considerato “consumatore” e, come tale, parte contrattualmente debole, sicché le disposizioni normative sopra citate non possono essere derogate a suo sfavore; secondo, perché anche le condizioni generali di contratto di Banca F. (pubblicate sul sito internet di quest’ultima) riproducono nel contenuto le norme del D.Lgs n. 11/2010 senza alcuna particolare deroga, per cui anche tale istituto di credito è tenuto all’osservanza di questa legge.
Si tenga, infine, presente che la violazione delle norme di cui al menzionato decreto da parte della banca emittente non solo legittima pienamente il tentativo di conciliazione e l’eventuale successiva azione giudiziale nei confronti di quest’ultima ma attribuisce altresì all’utilizzatore nonché alle associazioni rappresentative di categoria il diritto di presentare un esposto alla Banca d’Italia.
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