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Timestamp: 2019-06-25 09:55:34+00:00
Document Index: 39832578

Matched Legal Cases: ['art. 47', 'art. 47', 'art. 25', 'art. 16', 'art. 13', 'art. 45', 'art. 45', 'art. 310']

Rigetto di applicazione della misura cautelare dell’interdizione dall’esercizio dell’attività (art. 47, decreto legislativo n. 231 del 2001) | DPEI.IT - Diritto Penale Economia Impresa
Rigetto di applicazione della misura cautelare dell’interdizione dall’esercizio dell’attività (art. 47, decreto legislativo n. 231 del 2001)
Tribunale distrettuale del riesame di Firenze, Ord. 02 luglio 2014
Con l’ordinanza in commento il Tribunale del Riesame di Firenze rigetta le richieste di applicazione delle misure interdittive nei confronti delle società I., N. e V. a fronte dell’insussistenza delle esigenze cautelari, difettando – fra l’altro – la ricorrenza di fondati e specifici elementi che facciano ritenere concreto il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede, alla luce dello stato organizzativo dell’ente.
Con ordinanza emessa il 24 marzo 2014 il G.I.P. presso il Tribunale di Firenze rigettava le richieste di applicazione delle misure interdittive nei confronti delle società I., N. e V. Le richieste del P.M. concernevano, rispettivamente, l’interdizione dell’esercizio dell’attività nell’appalto Tav di Firenze, l’interdizione dell’esercizio dell’attività di stazione appaltante per conto di RFI nell’appalto Tav di Firenze; la revoca della autorizzazione alla gestione dei rifiuti.
La vicenda si inserisce nell’ambito di un procedimento penale riguardante la commissione di reati in materia di tutela dell’ambiente e del territorio, che rinvengono la propria sede elettiva nell’art. 25-undecies – oggetto di recente restyling ad opera della legge n. 68 del 22 maggio 2015, recante “Disposizioni in materia di delitti contro l’ambiente”, che ha ampliato il novero dei reati-presupposto e così la tutela del bene ambiente –, su cui poi si innestano fattispecie quali la truffa ai danni di ente pubblico e l’abuso d’ufficio, anche in forma associata.
Il Giudicante prende atto delle precise coordinate delineate – in particolare – dagli articoli 5, 13 e 45, a cui è sotteso il precipuo scopo di tracciare i confini dell’applicabilità della sanzione dell’interdizione, di cui la platea degli enti è resa possibile (rectius, passibile) destinataria, oltre che di inserire il meccanismo sanzionatorio interdittivo all’interno del preciso humus proprio della natura e struttura della responsabilità amministrativa degli enti.
Sanzioni che rinvengono nei tratti della provvisorietà e, fuorché nelle ipotesi particolarmente gravi di cui all’art. 16, della temporaneità, la propria cifra caratterizzante, rispondente alla propria funzione di marca ancillare e servente rispetto alle esigenze del processo, evitando la dispersione delle garanzie delle obbligazioni civili derivanti dal reato e, come nel caso di specie, «tarpando» l’attività dell’ente, quando la stessa possa dirsi prodromica all’aggravarsi o al protrarsi delle conseguenze del reato, o alla realizzazione di altri illeciti.
Una trama normativa che, come non ha mancato di mettere in luce il Giudice con riguardo alla posizione della società I., è in grado di rimodulare ed estendere i concetti che sono alla base delle condizioni generali, alternative tra loro, cui è subordinata l’applicazione delle sanzioni interdittive, come il “profitto di rilevante entità” di cui alla lettera a) dell’art. 13 comma 1. Si condivide quella – tutt’oggi maggioritaria – corrente interpretativa che legge il concetto di “profitto” secondo un’ottica dinamica, che tenga conto anche «dei vantaggi non immediati comunque conseguiti attraverso la realizzazione dell’illecito», dotandolo così di un raggio d’azione più vasto rispetto a quello proprio del concetto di utile netto e maggiormente rispondente all’ottica propria del procedimento incidentale, teso a coniare provvedimenti temporanei.
Si addiviene, per tal via, a riconoscere che «con riferimento ai delitti di cui ai capi di imputazione N), P), Q) ed R) la società I. non avrebbe tratto alcun profitto né dalla configurazione dei rifiuti come terre da scavo né dal riconoscimento di eventuali riserve», atteso inoltre il peculiare ruolo ricoperto dalla società nell’ambito dell’appalto in esame, che la vede estranea a qualunque rapporto economico con gli appaltatori.
Tuttavia, elemento di maggior peso nella economia della valutazione delle posizioni delle prefate società viene ad essere rappresentato dall’asserita insussistenza dei fondati e specifici elementi, richiesti dall’art. 45 d.lgs. 231/2001, che facciano ritenere concreto il pericolo di commissione di ulteriori illeciti della stessa indole di quelli per cui si procede: ciò consente al Giudicante di ampliare il visus, focalizzando l’attenzione sulla organizzazione degli enti.
Molteplici gli indici alla base della valutazione circa la carenza del periculum in mora, che nell’iter argomentativo della pronuncia in esame si stagliano, oltre che sulle peculiari modalità e circostanze del fatto, su un versante di marca prettamente soggettiva, attesa – come già precisato – l’afferenza dell’accertamento prognostico sulla pericolosità alla personalità dell’ente e al suddetto stato organizzativo (o, per meglio dire, alle possibili carenze organizzative).
In particolare, quanto alla società I., a venire in rilievo è:
l’allontanamento delle persone fisiche che materialmente hanno posto in essere le condotte delittuose;
l’aver intrapreso una procedura di valutazione della natura dei rifiuti avvalendosi di un ente pubblico, come il Consiglio Nazionale delle Ricerche, quale soggetto incaricato di effettuare tale valutazione;
l’aver disposto la rinnovazione della valutazione delle riserve;
l’aver rinnovato la richiesta di autorizzazione paesaggistica.
Mentre, la posizione della società N. viene, altresì, a caratterizzarsi per l’allontanamento dei soggetti in posizione apicale, espressione della voluntas societatis, che materialmente hanno posto in essere le condotte delittuose.
In proposito è d’uopo rilevare come la Suprema Corte non abbia mancato di precisare che il mutamento dell’habitus della compagine verticistico-imprenditoriale postuli la necessità per il giudice di accertare che «la sostituzione o l’estromissione degli amministratori coinvolti possa portare ad escludere la sussistenza del periculum richiesto dall’art. 45 cit., ma a condizione che ciò rappresenti il sintomo che l’ente inizi a muoversi verso un diverso tipo di organizzazione, in cui sia presente l’obiettivo di evitare il rischio reato»: dunque, non una mera fictio, ma «una cesura netta tra il vecchio gruppo dirigente e il nuovo» (Cass., sez. VI, 2 ottobre 2006, n. 32626).
Il focus del Giudicante viene poi, come già accennato, ad incentrarsi sull’adozione, da parte delle società coinvolte, di «un insieme di prescrizioni, divieti e coordinamento» volti a impedire la rinnovazione degli stessi reati e, ai fini dell’applicazione delle misure cautelari previste in materia di responsabilità amministrativa degli enti, rilevanti per assicurare «il proficuo funzionamento dell’azienda» ed escludere il pericolo di recidiva.
Nell’ordinanza si precisano le diverse esigenze a ciò sottese, che postulano la necessità di intervenire sulle procedure decisionali, sui sistemi di controllo, di gestione delle risorse finanziarie, di informazione, di responsabilità interna.
Si assiste, difatti, ad una mappatura delle attività nel cui ambito possono essere commessi reati, alla previsione di specifici protocolli tesi a programmare il percorso formativo e attuativo delle decisioni dell’ente in relazione ai reati da prevenire, all’individuazione di modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati, alla previsione di obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli, all’introduzione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello e, con particolare riferimento alla società N., alla formazione dei principali responsabili di tutte le funzioni dell’ente.
A venire in rilievo è, dunque, una valutazione ex post caratterizzata da maggiore rigorismo rispetto a quella svolta ex ante ai fini della verifica dell’idoneità del Modello Organizzativo – informata ai parametri del dinamismo, della concretezza e dell’efficacia e, pertanto, rispondente ad una tendenza all’obiettivizzazione dell’esigenza cautelare.
Si conferma, per tal via, il favor verso un approccio concreto e casistico, che studi il modello di organizzazione, gestione e controllo e la sua efficacia in relazione alla vita aziendale e ai suoi fenomeni, verificandone la capacità di muoversi lungo i binari tracciati dal generale divieto del neminem laedere.
L’impianto argomentativo dell’ordinanza è sostanzialmente confermato dal Tribunale distrettuale del Riesame di Firenze che, sull’appello proposto ai sensi dell’art. 310 c.p.p. dal P.M. c/o il Tribunale di Firenze, ha ravvisato l’insussistenza o quantomeno la mancata dimostrazione di «elementi di fatto ed indici sintomatici concreti che possano far ritenere come effettivamente sussistente il pericolo paventato dalla parte appellante che pertanto appare essere meramente congetturale».
Umberto Iurlaro
Dottorando di ricerca presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche dell’Università del Salento
Trib. Fi - Ordinanze Gip e Riesame.pdf