Source: http://ilfamiliarista.it/articoli/giurisprudenza-commentata/aiuto-al-suicidio-ed-eutanasia-attiva-la-rivoluzionaria-pronunzia
Timestamp: 2019-04-21 04:49:34+00:00
Document Index: 130347595

Matched Legal Cases: ['art. 580', 'art. 580', 'art. 1', 'e contrario', 'art. 3', 'art. 580', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 580', 'art. 579', 'art. 32', 'art. 2']

﻿ Aiuto al suicidio ed eutanasia attiva: la rivoluzionaria pronunzia della Consulta sull'autodeterminazione al trattamento medico da parte del paziente | ilfamiliarista.it
28 Marzo 2019 | Roberto Masoni
Nel caso di persona affetta da una patologia irreversibile e fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale ma capace di prendere decisioni libere e consapevoli, il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagliartt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., imponendogli un'unica modalità per congedarsi dalla vita, senza che tale limitazione possa ritenersi preordinata alla tutela di altro interesse costituzionalmente apprezzabile, con conseguente lesione del principio della dignità umana, oltre che dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza in rapporto alle diverse condizioni soggettive.
La Consulta è stata sollecitata dalla Corte d'Assise di Milano a valutare la legittimità costituzionale dell'art. 580 c.p.c., laddove la norma incrimina l'aiuto al suicidio («chiunque agevola in qualsiasi modo l'esecuzione» del suicidio), quando lo stesso sia rivolto a beneficio di paziente affetto da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psichiche e tenuto in vita tramite presidi di sostegno vitale, per quanto pienamente capace di assumere decisioni consapevoli.
La vicenda, in particolare, vede Fabiano Antoniani (Dj Fabo), che, a seguito di un grave incidente stradale avvenuto il 13 giugno 2014, era rimasto tetraplegico ed affetto da cecità bilaterale corticale e dunque, permanente. Non era autonomo nella respirazione (necessitando dell'ausilio, pur non continuativo, di un respiratore e di periodiche asportazioni di muco), nell'alimentazione (venendo nutrito in via intraparietale) e nell'evacuazione. Era percorso, altresì, da ricorrenti spasmi e contrazioni, produttivi di acute sofferenze, che non potevano essere completamente lenite farmacologicamente, se non mediante sedazione profonda. Conservava, però, intatte le facoltà intellettive. All'esito di lunghi e ripetuti ricoveri ospedalieri e di vari tentativi di riabilitazione e di cura (comprensivi anche di un trapianto di cellule staminali effettuato in India nel dicembre 2015), la sua condizione era risultata irreversibile. Aveva perciò maturato la volontà di porre fine alla sua esistenza, comunicandola ai propri cari. Di fronte ai tentativi della madre e della fidanzata di dissuaderlo dal suo proposito, per dimostrare la propria irremovibile determinazione aveva intrapreso uno sciopero della fame e della parola, rifiutando per alcuni giorni di essere alimentato e di parlare. Di seguito a ciò, aveva preso contatto nel maggio 2016, tramite la propria fidanzata, con organizzazioni svizzere che si occupano dell'assistenza al suicidio: pratica consentita, a certe condizioni, dalla legislazione elvetica. Nel medesimo periodo, era entrato in contatto con Marco Capato, il quale gli aveva prospettato la possibilità di sottoporsi in Italia a sedazione profonda, interrompendo i trattamenti di ventilazione e alimentazione artificiale.
Di fronte al suo fermo proposito di recarsi in Svizzera per il suicidio assistito, l'imputato aveva accettato di accompagnarlo in automobile presso la struttura prescelta.
Il 25 febbraio 2017 era stato quindi accompagnato da Milano (ove risiedeva) in Svizzera, a bordo di un'autovettura appositamente predisposta, con alla guida Marco Cappato e, al seguito, la madre, la fidanzata e la madre di quest'ultima. In Svizzera, il personale della struttura prescelta aveva nuovamente verificato le sue condizioni di salute, il suo consenso e la sua capacità di assumere in via autonoma il farmaco che gli avrebbe procurato la morte. In quegli ultimi giorni, tanto l'imputato, quanto i familiari avevano continuato a restargli vicini, rappresentandogli che avrebbe potuto desistere dal proposito di togliersi alla vita, nel qual caso sarebbe stato da loro riportato in Italia. Il suicidio era peraltro sopravvenuto due giorni dopo (il 27 febbraio 2017).
Azionando con la bocca uno stantuffo, l'interessato si era iniettato nelle vene il farmaco letale.
La quaestio iuris sottoposta all'attenzione della Corte concerne la legittimità costituzionale dell'art. 580 c.p., laddove sanziona chi fornisce aiuto al suicida, «nell'ipotesi in cui l'aiuto venga prestato nei confronti di soggetti che versino nelle condizioni appena descritte»; ovvero, a beneficio di paziente affetto da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psichiche e tenuto in vita tramite presidi di sostegno vitale, seppur pienamente capace di assumere decisioni consapevoli.
La condizione umana di dolore e di impotente sopravvivenza, come pure l'assenza di dignità esistenziale, in cui si trovava Fabiano Antoniani non era immaginabile all'epoca in cui il codice penale vigente fu scritto, ma essa è stata resa possibile, come evidenzia la pronunzia, grazie agli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, «spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzione vitali», permettendone poi la sopravvivenza in condizioni di vita assai critiche.
Precisa la Consulta che la l. 22 dicembre 2017 n. 219 permette al paziente affetto da patologia irreversibile, da sofferenze fisiche e psichiche intollerabili, tenuto in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitali, seppur capace di scelte libere e consapevoli, di congedarsi dalla vita chiedendo al medico (che è tenuto ad attuarne la volontà) di non intraprendere le cure o di interrompere quelle già iniziate, così decidendo di porre termine ad una vita di dolore, oltreché senza prospettive di guarigione e remissione.
La legge attuale valorizza «l'obbligo di rispettare le decisioni del paziente», di porre fine all'esistenza già tramite interruzione delle terapie (art. 1, comma 6, legge n. 219/2017).
Se così è per diritto vigente, osserva la Corte, «non vi è ragione per la quale il medesimo valore debba tradursi in un ostacolo assoluto, penalmente presidiato, all'accoglimento della richiesta del malato di un aiuto che valga a sottrarlo al decorso più lento - apprezzato come contrario alla propria idea di morte dignitosa - conseguente all'anzidetta interruzione dei presidi di sostegno vitale».
Consegue quindi che, nel pensiero dei giudici costituzionali, con riguardo ai pazienti che si trovino nelle indicate condizioni di inguaribilità, «il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce, quindi, per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost., imponendogli in ultima analisi un'unica modalità per congedarsi dalla vita, senza che tale limitazione possa ritenersi preordinata alla tutela di altro interesse costituzionalmente apprezzabile, con conseguente lesione del principio della dignità umana, oltre che dei principi di ragionevolezza e di uguaglianza in rapporto alle diverse condizioni soggettive (art. 3 Cost.: rilevante quale fondamento della tutela della dignità umana)».
Nella pronunzia-monito la Consulta non perviene alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 580 c.p. «nell'ipotesi in cui l'aiuto venga prestato nei confronti di soggetti che versino nelle condizioni appena descritte», ma ha adottato una nuova tecnica costituzionale, mediante invito al Parlamento a legiferare in materia entro un certo termine (23 settembre 2019), rinviando a dopo quella data la nuova udienza costituzionale di verifica.
La Corte ha così suggerito al legislatore di intervenire, non tanto sulla norma penale, ma «inserendo la disciplina nel contesto della legge n. 219/2017e del suo spirito, in modo da inscrivere anche questa opzione nel quadro della «relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico», opportunamente valorizzata dall'art. 1 della legge medesima».
Dalla pronuncia costituzionale che si annota, assai avanzata (assimilabile, per importanza, alla celebre pronunzia Englaro; Cass. n. 21748/2007), emerge una visione innovativa dell'eutanasia attiva, ammessa a talune condizioni e che sarà compito del legislatore ordinario precisamente dettagliare; una condotta, non più, sempre e comunque, sanzionata per disvalore e riprovata con ripulsa dall'ordinamento; ma, anzi, in taluni casi, dallo stesso legittimata, che, in tal modo, verrebbe a rinnovare il significato tradizionale che alla parola vi aveva originariamente attribuito Francesco Bacone, ossia, quello di buona morte o morte pietosa; con ciò in piena consonanza rispetto alle posizioni maggiormente avanzate emerse nella recente speculazione medica e bioetica.
In tali casi, l'atto eutanasico troverebbe piena giustificazione, in aderenza ad una visione prettamente laica e kantiana dell'uomo e della sua vita, pienamente arbitro di essa dall'inizio alla fine, nell'intento di affrancare il paziente inguaribile ma cosciente da sofferenze indicibili e da una vita divenuta non più dignitosa, priva di alcuna qualità e di prospettiva futura, senza al contempo ledere ulteriori valori costituzionali, in un ottica di doveroso bilanciamento degli stessi.
Trasparente e per nulla nascosto è il riferimento presente nella pronunzia ai casi giudiziari riguardanti le combattute e strazianti morti che hanno visto protagonisti Welby ed Eluana Englaro, e di cui quella di DJ Fabo ha rappresentato un'ulteriore dolorosa tappa.
Dal punto di vista tecnico-giuridico, la legittimità dell'eutanasia viene individuata dalla Corte quale ulteriore opzione per il paziente incurabile, che si pone accanto alla scelta di lasciare che la malattia compia il suo decorso naturale, grazie all'interruzione dei trattamenti salvavita, nell'ottica dell'esplicazione del diritto del paziente all'autodeterminazione in materia sanitaria (di cui all'art. 1 l. n. 219/2017).
In una riflessione diacronica, che con visione complessiva ricomprenda questi ultimi anni di ragionamenti, dibattiti, aspre ed accalorate discussioni e polemiche bioetiche in materia di autodeterminazione terapeutica (a partire quindi dalla paradigmatica vicenda di Eluana), si avverte che i tempi stanno molto repentinamente mutando e con essi le idee, la coscienza collettiva e le convinzioni, anche quelle che parevano consolidate nel tempo, al punto da apparire certezze. Fino a trent'anni or sono, il tema dell'eutanasia legale era considerato un argomento tabù, di cui neppure si doveva parlare.
Invece, in un relativamente breve arco temporale, si è trascorsi dalla più totale chiusura ad ogni forma di determinazione e scelta rimessa alla volontà del paziente, ossia ad un atteggiamento di ripulsa ad ogni azione/omissione in grado determinare la morte della persona; ad una inversione di tendenza a 360 gradi; prima col consentire, seppur tra molteplici distinguo e accese polemiche, la sospensione del trattamento terapeutico divenuto in tempi assai recenti una facoltà e un diritto riconosciuto al paziente (art. 1, comma 5, l. n. 219/2017); ed ora, con una trasparente e rivoluzionaria apertura al futuro legislatore, per l'introduzione della legittimità dell'eutanasia pietosa per i malati incurabili, nell'ottica di evitare ad essi gravi e protratte sofferenze e la prosecuzione di una vita non più dignitosa.
In un contesto sociale in continua evoluzione e con un'opinione pubblica sempre più attenta, partecipe e scossa dagli eclatanti casi giudiziari richiamati, la morale sociale sembra esigere che nuovi e più ampi diritti civili vengano riconosciuti.
In tal modo, ex art. 2 e 32 Cost., si può garantire la dignità della vita umana del paziente in ogni sua fase, anche in quella terminale (come già oggi si esprime, assai significativamente, la norma di esordio della l. n. 219/2017), quale crucialeprincipio esistenziale.
Oltre a far intravedere (laddove il legislatore non innovi la materia entro il 23 settembre prossimo) la declaratoria di illegittimità costituzionale dell'art. 580 c.p. nella parte in cui sanziona l'aiuto al suicidio con riguardo al contributo fornito a quanti si trovino nelle condizioni cliniche degradate e di inguaribilità in precedenza ricordate, il futuro legislatore viene invitato ad innovare la l. n. 219/2017, nell'ottica di adeguamento del sistema al diritto di autodeterminazione del paziente incurabile. Premessa logica indispensabile a questa novella dovrebbe, peraltro, essere l'adeguamento, depenalizzandolo, anche del delitto ora sanzionato dall'art. 579 c.p., che scriminerebbe il personale sanitario per il contributo causale fornito al paziente incurabile che invochi la morte pietosa.
Grazie al vaglio del trasparente dettato affidato all'art. 32, comma 2, Cost. che, vieta i trattamenti sanitari obbligatori e rende il paziente arbitro della propria salute, la soluzione suggerita dall'innovativa pronunzia costituzionale pare inserirsi armonicamente nell'ordinamento interno.
Se il trattamento medico è di regola volontario e dipende dal consenso libero e informato del paziente, il quale può rinunciarvi, sospendere ed interrompere le cure, in forza dei principi personalistici che animano la Carta Costituzionale (a suo tempo valorizzati dalla pronunzia Englaro), analogamente, può ritenersi, per logica induzione, che paziente possa decidere non solo di rinunziare a farsi curare, come oggi espressamente ammette la l. n. 219/2017, ma anche alla propria esistenza, divenuta non più dignitosa a causa della grave patologia che l'affligge, come pure a farsi aiutare in tale proposito. In tal caso, la finalità è far prevalere sull'integrità del corpo la libertà di disporne, attraverso cosciente autodeterminazione individuale, e così, fino alle estreme conseguenze, anche, eventualmente, sopprimendolo.
La terapia del dolore e le cure palliative (art. 2 l. n. 219/2017) costituiscono modalità mediche in grado di accompagnare il paziente incurabile verso una morte serena, senza sofferenza fisica, da taluno ritenute un'alternativa al suicidio assistito ed all'eutanasia, dal momento che grazie ad esse, la sofferenza fisica sarebbe controllata.
Tuttavia, per i paziente collegati e tenuti in vita grazie a presidi di sostegno vitale, non sembra che la terapia palliativa del dolore possa rappresentare un'effettiva alternativa, residuando in toto l'irrisolto problema di garantire al paziente incurabile un fine vita dignitoso.
La pronunzia della Corte, molto avanzata secondo gli ordinari canoni interpretativi, potrebbe quindi rappresentare la conclusione di un delicato discorso bioetico, ed in futuro anche giuridico (o biogiuridico), su un tema classico della materia, oltremodo delicato e divisivo.
In definitiva, garantire la buona morte può costituire una significativa spinta verso l'umanizzazione della medicina, secondo la visione, ancor'oggi attualissima, espressa nel 1605 da Francesco Bacone, che tra i doveri del medico annoverava anche quello di «procurare al malato, quando non c'è più speranza, una morte dolce e tranquilla».
Bacone, Progresso della conoscenza, 1605
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