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Timestamp: 2018-02-21 19:14:38+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416']

Giulio Andreotti altro che faldoni, ecco la sentenza–da ricordare - (12a parte). - l'edicola on line
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Giulio Andreotti altro che faldoni, ecco la sentenza–da ricordare - (12a parte).
maggio 09, 2013 0 Fausto Baccino
a) I giudici di merito e i ricorrenti si sono preoccupati di delineare gli elementi costituitivi dei contestati delitti di associazione per delinquere e di associazione di tipo mafioso e di individuare i limiti della partecipazione a tali associazioni.
Con la nota sentenza n. 16 del 2004, Demitry, le Sezioni Unite di questa Corte hanno chiarito che partecipante all’associazione mafiosa è colui senza il cui apporto quotidiano, o comunque assiduo, l’associazione non raggiungerebbe i suoi scopi o non li raggiungerebbe con la dovuta speditezza.
E’, quindi, partecipante all’associazione colui che agisce nella “fisiologia” della vita corrente del sodalizio, al contrario del concorrente esterno che non ne fa parte e che non è chiamato “a far parte”, ma al quale si rivolge sia per colmare vuoti temporanei in un determinato ruolo, sia, soprattutto, nel momento in cui la “fisiologia” dell’associazione entra in fibrillazione, attraversando una fase “patologica” che, per essere superata, richiede il contributo temporaneo, limitato anche ad un unico intervento, del terzo.
L’argomento, che ha formato oggetto di successive elaborazioni dottrinarie e giurisprudenziali, ha trovato ulteriore, completa, condivisibile trattazione nella recente sentenza di questa Corte n. 22327 del 2003, Carnevale.
Nell’occasione le Sezioni Unite hanno affermato che l’appartenenza di taluno ad un’associazione criminale dipende anche dalla volontà di coloro che già vi partecipano. Il relativo accordo può risultare anche solo di fatto, purché vi siano elementi indicativi di una volontà di inclusione del soggetto partecipe.
Quindi hanno chiarito che la tipologia della condotta di partecipazione è delineata dal legislatore sotto l’espressione “chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso” (art. 416 bis, comma 1). Tenuti presenti i connotati assegnati all’associazione mafiosa dal terzo comma dell’art. 416 bis, deve intendersi che “fa parte” di questa chi si impegna a prestare un contributo alla vita del sodalizio, avvalendosi (o sapendo di potersi avvalere) della forza di intimidazione del vincolo associativo e delle condizioni di assoggettamento e di omertà che ne derivano per realizzare i fini previsti. Al contempo, l’individuazione di una espressione come “fa parte” non può che alludere ad una condotta che può assumere forme e contenuti diversi e variabili così da delineare una tipica figura di reato “a forma libera”, consistendo in un contributo apprezzabile e concreto, sul piano causale, all’esistenza o al rafforzamento dell’associazione e, quindi, alla realizzazione dell’offesa tipica agli interessi tutelati dalla norma incriminatrice. Sicché a quel “far parte” dell’associazione, che qualifica la condotta del partecipe, non può attribuirsi il solo significato di condivisione meramente psicologica del programma criminoso e delle relative metodiche, bensì anche quello, più pregnante, di una concreta assunzione di un ruolo materiale all’interno della struttura criminosa, manifestato da un impegno reciproco e costante, funzionalmente orientato alla struttura e alla attività dell’organizzazione criminosa: il che è espressione di un inserimento strutturale a tutti gli effetti in tale organizzazione nella quale si finisce con l’essere stabilmente incardinati. Ne deriva che, se a quel “far parte” dell’associazione si attribuisce il significato testé detto, si deve conseguentemente affermare che, da un punto di vista logico, la situazione di chi “entra a far parte di una organizzazione” condividendone vita e obiettivi, e quella di chi, pur non entrando a farne parte, apporta dall’esterno un contributo rilevante alla sua conservazione e al suo rafforzamento, sono chiaramente distinguibili.
In definitiva, la figura del partecipe e la relativa condotta tipica sono configurabili non in virtù della mera assunzione di uno “status”, ma bensì del contributo arrecato al sodalizio criminale da chi è stabilmente incardinato nella struttura associativa con determinati, continui compiti anche per settori di competenza.
L’elemento psicologico consiste nella consapevolezza e volontà di associarsi con lo scopo di contribuire alla realizzazione del programma dell’associazione. Non è richiesto che il concorrente voglia realizzare i fini propri dell’associazione, ma è sufficiente che abbia la consapevolezza che altri fa parte e vuole far parte dell’associazione e agisce con la volontà di perseguirne i fini.
Accanto alla partecipazione intesa come “intraneità” all’associazione, le citate Sezioni Unite hanno riaffermata la configurabilità del concorso esterno, ridefinendone i limiti.
Esso sussiste in capo alla persona che, priva della “affectio societatis” e non inserita nella struttura organizzativa del sodalizio, fornisca un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, a carattere indifferentemente occasionale o continuativo, purché detto contributo abbia un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione e l’agente se ne rappresenti, nella forma del dolo diretto, l’utilità per la realizzazione, anche parziale, del programma criminoso.
Nell’occasione le Sezioni Unite hanno anche precisato che la prova del concorso esterno nel reato associativo deve avere ad oggetto gli elementi costitutivi della fattispecie delittuosa, con la conseguenza che esulano dall’ipotesi in esame situazioni quali la “contiguità compiacente” o la “vicinanza” o la “disponibilità” nei riguardi del sodalizio o di suoi esponenti, anche di spicco, quando non siano accompagnate da positive attività che abbiano fornito uno o più contributi suscettibili di produrre un oggettivo apporto di rafforzamento o di consolidamento sull’associazione o quanto meno su un suo particolare settore.
Non basta, quindi, neppure ai fini del concorso esterno, la mera disponibilità a fornire il contributo richiesto dall’associazione, ma occorre l’effettività di tale contributo, cioè l’attivazione del soggetto nel senso indicatogli dal sodalizio criminoso.
Queste ultime affermazioni assumono particolare rilievo in quanto delineano in maniera corretta i precisi limiti del reato in esame (art. 416 bis c.p.p.) e, apparendo del tutto conformi al dettato normativo e all’inquadramento sistematico del reato stesso, risultano pienamente applicabili al caso di specie.
Mette conto, peraltro, di rilevare, per completezza di indagine, che, in precedenza, l’orientamento giurisprudenziale non era consolidato sul punto e tendeva prevalentemente ad una interpretazione più estensiva dei limiti stessi.
Ad esempio, Cass. n. 6992 del 1992, Altadonna, ha ritenuto configurabile come partecipazione effettiva, e non meramente ideale, ad una associazione per delinquere (nella specie di tipo mafioso), anche quella di chi, indipendentemente dal ricorso o meno a forme rituali di affiliazione, si sia limitato a prestare la propria adesione, con impegno di messa a disposizione, per quanto necessario, della propria opera, all’associazione anzidetta, giacché anche in tal modo il soggetto viene consapevolmente ad accrescere la potenziale capacità operativa e la temibilità dell’organizzazione delinquenziale.
Il diverso e più ampio orientamento è ben espresso anche da Cass. n. 4976 del 1997, Accardo, secondo cui la condotta di partecipazione all’associazione per delinquere di cui all’art. 416 bis c.p. è a forma libera, nel senso che il comportamento del partecipe può realizzarsi in forme e contenuti diversi, purché si traduca in un contributo non marginale ma apprezzabile alla realizzazione degli scopi dell’organismo: in questo modo, infatti, si verifica la lesione degli interessi salvaguardati dalla norma incriminatrice, qualunque sia il ruolo assunto dall’agente nell’ambito dell’associazione; ne consegue che la condotta del partecipe può risultare variegata, differenziata, ovvero assumere connotazioni diverse, indipendenti da un formale atto di inserimento nel sodalizio, sicché egli può anche non avere la conoscenza dei capi o degli altri affiliati essendo sufficiente che, anche in modo non rituale, di fatto si inserisca nel gruppo per realizzarne gli scopi, con la consapevolezza che il risultato viene perseguito con l’utilizzazione di metodi mafiosi.