Source: https://www.agriservizibelluno.it/inac/60-iscrizioni-e-cancellazioni-cd
Timestamp: 2020-08-05 01:58:30+00:00
Document Index: 137117859

Matched Legal Cases: ['art. 2083', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2135', 'art. 2135', 'art. 2135', 'art. 49', 'art. 74', 'art. 74', 'art. 74', 'art. 9']

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Va anzitutto premesso che qui ci si riferisce alla nozione previdenziale di coltivatore diretto, rilevando che tale qualifica è variamente definita, rispetto al codice civile (art. 2083), a seconda della legislazione speciale che se ne occupa.
Ai fini previdenziali dunque, la legge 1047/57, art. 2, dispone che siano «considerati coltivatori diretti i proprietari, gli affittuari, gli enfiteuti e gli usufruttuari, i miglioratari, gli assegnatari, i pastori e gli altri comunque denominati che direttamente ed abitualmente si dedicano alla manuale coltivazione dei fondi ed al governo del bestiame».
1.2. DEFINIZIONE DI MEZZADRO E COLONO
Ai fini previdenziali non esiste nessuna definizione specifica di tali qualifiche. Occorre quindi riferirsi alle definizioni generali del codice civile.
Il mezzadro è parte di un tipo di contratto: il contratto di mezzadria (oggi non più possibile in virtù del divieto di cui alla legge 203/82; in virtù della stessa legge tali contratti sono in via di esaurimento). Con esso due soggetti si associano (da qui la definizione del contratto di mezzadria come contratto «associativo») per l'esercizio delle attività agricole: l'uno mettendo a disposizione il fondo e le relative pertinenze e scorte di cui è proprietario (tale soggetto è detto concedente), l'altro mettendo a disposizione la propria manodopera (il mezzadro). Su questa base i due soggetti provvedono alla ripartizione dei prodotti del fondo: il 36% al concedente, il 64% al mezzadro.
Più o meno le stesse caratteristiche sono proprie anche del contratto di colonia (si noti che la colonia può anche essere «parziaria»).
1.3. DEFINIZIONE DI IMPRENDITORE AGRICOLO PROFESSIONALE
Non esiste una definizione specifica ai fini previdenziali dello Iap, e ci si deve quindi riferire alla definizione generale di cui all'art. 1, comma 1, del Decreto legislativo n. 99/2004:
«1. Ai fini dell'applicazione della normativa statale, è imprenditore agricolo professionale (IAP) colui il quale, in possesso di conoscenze e competenze professionali ai sensi dell'articolo 5 del regolamento (CE) n. 1257/1999 del Consiglio, del 17 maggio 1999, dedichi alle attività agricole di cui all'articolo 2135 del codice civile, direttamente o in qualità di socio di società, almeno il cinquanta per cento del proprio tempo di lavoro complessivo e che ricavi dalle attività medesime almeno il cinquanta per cento del proprio reddito globale da lavoro. Le pensioni di ogni genere, gli assegni ad esse equiparati, le indennità e le somme percepite per l'espletamento di cariche pubbliche, ovvero in associazioni ed altri enti operanti nel settore agricolo, sono escluse dal computo del reddito globale da lavoro. Nel caso di società di persone e cooperative, ivi incluse le cooperative di lavoro, l'attività svolta dai soci nella società, in presenza dei requisiti di conoscenze e competenze professionali, tempo lavoro e reddito di cui al primo periodo, è idonea a far acquisire ai medesimi la qualifica di imprenditore agricolo professionale e al riconoscimento dei requisiti per i soci lavoratori. Nel caso di società di capitali, l'attività svolta dagli amministratori nella società, in presenza dei predetti requisiti di conoscenze e competenze professionali, tempo lavoro e reddito, è idonea a far acquisire ai medesimi amministratori la qualifica di imprenditore agricolo professionale. Per l'imprenditore che operi nelle zone svantaggiate di cui all'articolo 17 del citato regolamento (CE) n. 1257/1999, i requisiti di cui al presente comma sono ridotti al venticinque per cento».
Per il momento ci si limita ad osservare che non è richiesta da parte dello IAP alcuna prestazione di carattere manuale (diversamente da quanto richiesto per coltivatori diretti).
2. I REQUISITI AI FINI IVS PER LE PERSONE FISICHE
Nei paragrafi successivi esamineremo i requisiti posti ai fini IVS per i coltivatori diretti e per gli imprenditori agricoli professionali, rimandando ad un apposito capitolo la trattazione dei requisiti nel caso di esercizio in società delle attività agricole.
2.1. I REQUISITI AI FINI IVS PER I COLTIVATORI DIRETTI
La legge dispone che l'obbligo assicurativo sorge in presenza di ben precisi requisiti di carattere oggettivo (cioè riferiti alla realtà aziendale) e soggettivo (cioè riferiti alle singole persone).
2.1.1. I REQUISITI OGGETTIVI
La legge dispone due requisiti oggettivi:
a) il lavoro occorrente per il fondo sul quale viene svolta l'attività agricola, in ragione della estensione dei terreni, del tipo di colture, e degli eventuali allevamenti, non deve essere inferiore a 104 giornate annue (120 per i mezzadri e coloni) (L. 9/63, art. 3);
b) l'effettiva prestazione di lavoro del nucleo familiare non deve essere inferiore ad 1/3 di quella occorrente per le normali necessità delle coltivazioni del fondo e per l'allevamento del bestiame.
In sede di commento, quanto al requisito sub a), va anzitutto considerata la circolare SCAU (Servizio per i Contributi Agricoli Unificati, ente assorbito dall'Inps nel 1996) n. 22 del 13 febbraio 1990. Lo SCAU sosteneva che «rimane irrilevante a questi fini, e solo a questi fini, l'eventuale insufficienza del fondo ad assorbire interamente le energie lavorative del nucleo diretto-coltivatore e ad assicurare al medesimo un adeguato sostentamento. Così ad esempio non può costituire motivo di esclusione la circostanza che un nucleo familiare, composto di due unità attive, insiste su di un terreno per la cui coltivazione occorrono 115 giornate di lavoro all'anno sempreché, ovviamente, sussistano tutte le altre condizioni previste dalla legge.»
Tali considerazioni, espresse dallo stesso SCAU, ribadiscono il carattere strettamente oggettivo del requisito in esame, che in alcun modo può essere interpolato con le situazioni dei singoli componenti il nucleo familiare (requisiti soggettivi).
Da una siffatta interpretazione del requisito relativo al lavoro occorrente per il fondo deve discendere una conseguente lettura del requisito oggettivo sub b).
Viene richiesto che il nucleo familiare copra almeno 1/3 del fabbisogno lavorativo del fondo. Posto che il fabbisogno lavorativo di un fondo sia esattamente 104, su tale fondo è sufficiente che il nucleo copra 34,6 giornate di lavoro annuo perché il requisito sia rispettato, anche se il nucleo è composto da 2 o più persone.
É evidente che il nucleo deve rispettare tale requisito anche qualora il fabbisogno lavorativo del fondo sia pari a 3.000 giornate: in tal caso deve coprirne almeno 1.000.
Quanto all'accertamento dei requisiti, con particolare riferimento al fabbisogno del fondo, si consiglia di sottoporre sempre i casi ai tecnici di base dell'organizzazione (a meno di non essere agronomi o simili), trattandosi di discutere elementi di tecnica agraria: ad ogni modo, per prassi consolidata, la determinazione del fabbisogno lavorativo del fondo avviene utilizzando le tabelle provinciali in uso presso gli ispettorati agrari (o come diversamente denominati) ai fini dei Piani Regionali di Sviluppo Rurale.
Un'ultima osservazione, per quanto ovvia: se non sussistono i requisiti oggettivi, non sorge alcun obbligo di tipo previdenziale, ed è quindi inutile verificare la sussistenza dei requisiti soggettivi in capo ai singoli.
2.1.2. I REQUISITI SOGGETTIVI
La legge 1047 dispone due requisiti soggettivi la cui sussistenza, secondo quanto detto alla fine del precedente paragrafo, va verificata solo se sussistono i requisiti oggettivi posti dalla legge.
I soggetti, e cioè le persone, in capo alle quali è possibile considerare la sussistenza dei requisiti soggettivi, sono solo ed esclusivamente il titolare dell'azienda, il suo coniuge (che non è citato dalla legge, ma tacitamente ammesso per prassi consolidata), ed i suoi parenti ed affini entro il 4° grado del titolare medesimo (art. 3, comma 2, Legge 9/1963): altre persone -quali ad esempio i conviventi -non sono ammessi a far parte del nucleo familiare coltivatore diretto, e sono quindi escluse dall'assicurazione obbligatoria.
Ecco i requisiti soggettivi disposti dalla legge:
a) la persona deve esercitare le attività agricole direttamente con carattere di manualità;
b) i soggetti interessati si devono dedicare con abitualità alle attività agricole.
La legge 9/63, art. 2, commi 2 e 3, precisa che il requisito dell'abitualità si ritiene sussistente quando i soggetti si dedicano in modo esclusivo o almeno prevalente alle attività agricole.
Essendo ovvio cosa si intenda per «esclusivo», la legge si dedica alla definizione di «prevalenza»: per attività prevalente deve intendersi quella che impegni il coltivatore diretto ed il mezzadro o colono per il maggior periodo di tempo nell'anno e che costituisca per essi la maggior fonte di reddito.
Abitualità e prevalenza non sono quindi due distinti requisiti.
Il requisito che deve esistere è quello dell'abitualità, il quale sussiste o perché il soggetto esercita le attività agricole in via esclusiva, o perché le esercita in via prevalente.
La possibilità di soddisfare il requisito dell'abitualità in via di prevalenza, significa che la legge ammette che il coltivatore diretto possa svolgere anche attività diverse da quelle agricole, purché siano rispettati i limiti di tempo e di reddito.
Va sottolineato che tali limiti sono quanto mai indeterminati: ci si riferisce genericamente al «maggior periodo di tempo dell'anno» ed alla «maggior fonte di reddito».
È tuttavia pacifico che la prevalenza riferita al tempo di lavoro ed al reddito vadano verificate con la regola generale del "50% + 1 " (in via del tutto amministrativa, l'Inps ¬come del resto l'ex Scau -ritengono compatibile l'attività di coltivatore diretto con quella di bracciante agricolo, purché le giornate annue da bracciante non superino le 150).
La verifica della prevalenza del reddito deve avvenire con esclusivo riferimento ad altri redditi conseguiti da attività lavorative svolte dal soggetto, con esclusione, quindi, delle pensioni, nonché di redditi quali quello dei fabbricati o di capitale.
Il reddito di riferimento per le attività agricole dovrebbe essere il reddito agrario dei terreni condotti (va comunque escluso il reddito dominicale, che è riferito al solo fatto di essere proprietario del terreno o di vantare su di esso un altro diritto reale): tuttavia, trattandosi di un "reddito medio ordinario", e quindi di un reddito fittizio, il reddito agrario mal si presta ad essere raffrontato con altri redditi effettivi, quali ad esempio quello di lavoro dipendente
o quello d'impresa. A questo scopo l'Inps ammette che si possano considerare, ai fini di un corretto orientamento valutativo, il volume d'affari Iva e la base imponibile Irap.
Sembra appena il caso di precisare che i due requisiti (manualità ed abitualità) devono sussistere contestualmente.
2.1.3. IL RAPPORTO TRA ATTIVITÀ AGRICOLE PRINCIPALI ED ATTIVITÀ CONNESSE SUL PIANO DEI REQUISITI PREVIDENZIALI
Come illustrato nel primo capitolo della Guida, l'art. 2135 del codice civile, come riformato ad opera del Decreto legislativo n. 228/2001, ha apportato importanti novità non solo sul piano della definizione generale dell'imprenditore agricolo, ma anche in relazione alle attività connesse che l'imprenditore agricolo può svolgere.
L'Inps ha dedicato alle attività connesse la propria circolare n. 53 del 14 marzo 2003. Il nuovo testo dell'art. 2135, secondo l'Istituto, «...rappresenta, anche nei confronti delle aziende autonome del settore un notevole ampliamento della concezione civilistica dell'imprenditore agricolo in quanto, superando il precedente rapporto "terreno ¬produzione" ha inteso ricomprendere nell'area dell'impresa agricola ogni attività condotta dal medesimo imprenditore (attività connesse) con evidenti ricadute per quanto attiene gli aspetti previdenziali della categoria».
La circolare è, in buona sostanza, tutta incentrata sul requisito della "prevalenza", ritenuto dall'Inps elemento centrale nel 2135 «...laddove precisa che le attività connesse devono avere "ad oggetto prodotti ottenuti prevalentemente dalla coltivazione del fondo o del bosco o dall'allevamento di animali", nonché quando con riferimento alla fornitura di beni e servizi, richiede "l'utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse dell'azienda normalmente impiegate nell'attività agricola esercitata"».
Quindi, prosegue l'Inps «la corretta valutazione dell'incidenza, nonché la misurazione del requisito della prevalenza, nell'ambito del rapporto tra attività principale ed attività connessa, assume rilevanza essenziale per la classificazione previdenziale ed assistenziale delle attività esercitate dal titolare dell'azienda».
2.1.3.1. Le attività connesse di trasformazione, commercializzazione, ecc.
Per queste attività, dice l'Inps, perché sussista la prevalenza «...più del 50% dei prodotti trasformati e/o commercializzati deve essere di derivazione aziendale, deve cioè costituire il prodotto dell'attività agricola principale esercitata dall'imprenditore».
L'interpretazione dell'Inps relativa a queste attività è perfettamente in linea con il testo letterale dell'art. 2135: non vi aggiunge né toglie alcunché, come si ricava anche dall'esempio che l'Istituto propone: «Esemplificando, l'attività di vinificazione, cioè di trasformazione in vino dell'uva raccolta dall'azienda di cui è titolare l'imprenditore agricolo, è senza dubbio riconducibile al concetto di attività connessa nel rispetto del parametro della prevalenza con riferimento al prodotto "uva" che in parte può essere acquistato da terzi ma comunque per quantitativi inferiori al 50%. Diversamente l'attività svolta dal medesimo imprenditore che gestisce un enopolio e trasforma in vino l'uva o il mosto prodotto da altri, dovrà essere classificata in base al comma 1, art. 49, della legge 88/1989».
In particolare, va sottolineato che l'Istituto non si pone alcun problema in ordine alla eventualità che, nell'ambito dell'azienda, queste attività raggiungano dimensioni maggiori, in termini economici e/o di tempo di lavoro, rispetto a quelle agricole propriamente dette.
2.1.3.2. Le attività connesse di fornitura di beni e servizi
A differenza di quanto appena osservato, vedremo che per quanto attiene la fornitura di beni e servizi l'Inps ha deciso di seguire una strada interpretativa diversa, probabilmente "preoccupata" per i "rischi teorici" di una ricomprensione impropria, all'interno della categoria degli imprenditori agricoli, di soggetti che di fatto operano in altri settori. Sebbene, come si dirà, l'Inps sia poi pervenuta a conclusioni più avanzate di quanto ci si potesse aspettare.
Infatti, a partire dalle considerazioni sulle "risorse" e sul loro "normale impiego", l'Inps sembra voler riportare l'attenzione sul complesso dell'organizzazione aziendale e, addirittura, sulla comparazione in termini sia di tempo che di entità economica tra attività principale e attività connesse: «...le Sedi dovranno procedere all'accertamento e all'analisi delle "risorse" normalmente impiegate nell'attività connessa ponendola a raffronto con quelle utilizzate per lo svolgimento dell'attività agricola in senso stretto (principale). Il riferimento alle "risorse" è di ampia portata ricomprendendo concettualmente nella sua definizione l'intera realtà aziendale: attrezzature, impianti e strutture produttive, manodopera occupata, tipologia di prodotti, raccolta e lavorazione, modalità e tempi di conduzione, utilizzo di contoterzisti ecc..., elementi che consentono di individuare costi e ricavi dell'azienda e valutare il rispetto dei parametri richiesti dalla legge (più 50%)».
L'Inps, dunque, con riferimento alle attività connesse di fornitura di beni e servizi, intende la prevalenza come riferita al "tempo di uso" delle attrezzature e risorse.
Se ne ha una conferma quando l'Istituto indica cosa intende per "prevalenza" riferita alle attività di fornitura di beni e servizi: «il tempo di impiego delle attrezzature e delle risorse aziendali nelle lavorazioni interne all'azienda deve essere superiore (più del 50%) rispetto al tempo di impiego nell'attività diretta alla fornitura di servizi a favore di terzi».
2.1.3.2.1. Ininfluenza del reddito se il "tempo di uso" è prevalentemente "aziendale"
L'Inps -e questa è una novità estremamente positiva -afferma che «...non assume alcun rilievo il reddito derivante dalle due attività, principale e connessa, nel senso che, quando si sia qualificata come agricola la fornitura di beni o servizi sulla base del superiore tempo
di impiego dell'attrezzature e delle risorse nelle lavorazioni aziendali rispetto alle lavorazioni dirette a terzi, anche il reddito derivante dall'attività di fornitura dei servizi è da considerarsi agricolo».
2.1.4.1. Le collaborazioni occasionali o ricorrenti di breve periodo prestate da parenti e affini entro il 3°grado: nessun adempimento
Dal 24 ottobre 2003 è entrato in vigore il decreto legislativo 10/9/2003, n. 276, in applicazione della cosiddetta Legge Biagi).
Per le aziende agricole è di particolare interesse l'art. 74, che recita: «Con specifico riguardo alle attività agricole non integrano in ogni caso un rapporto di lavoro autonomo o subordinato le prestazioni svolte da parenti e affini sino al terzo grado in modo meramente occasionale o ricorrente di breve periodo, a titolo di aiuto, mutuo aiuto, obbligazione morale senza corresponsione di compensi, salvo le spese di mantenimento e di esecuzione dei lavori».
Le collaborazioni di cui all'art. 74 sono considerate, nello titolo stesso della norma, come "prestazioni che esulano dal mercato del lavoro", e pertanto non sono riconducibili né allo schema del lavoro subordinato, né allo schema del lavoro autonomo: ne consegue che le stesse non fanno sorgere alcuna obbligazione contributiva nei confronti degli Enti Previdenziali e pertanto non sussiste obbligo di denuncia all'Istituto.
L'art. 74 si applica a tutte le imprese agricole, a prescindere dalla qualifica posseduta dall'imprenditore (Iap, o Cd, o nessuna delle due).
Ovviamente, le prestazioni in esame non comportano alcun obbligo da parte del titolare dell'impresa solo se corrispondono a quanto indicato nella norma, con particolare riferimento alle caratteristiche delle prestazioni.
1) Le prestazioni devono essere svolte da parenti e affini non oltre il terzo grado. La parentela e l'affinità devono essere riferiti esclusivamente al titolare dell'impresa. Il coniuge del titolare non è parente né affine, ma va comunque ricompreso nella norma, per il motivo che se si contemplano gli affini, che sono i parenti del coniuge, non si può certo ignorare il coniuge stesso.
2) Le prestazioni devono essere svolte in modo meramente occasionale o ricorrente di breve periodo: la prestazione deve essere resa senza carattere di abitualità, in via eccezionale e straordinaria, anche ripetutamente nel corso dell'anno, ma sempre per brevi intervalli di tempo.
4) Le prestazioni devono essere gratuite, ovvero senza corresponsione di compensi, salvo le spese di mantenimento (ad es. vitto e alloggio) e di esecuzione dei lavori (ad es. spese per l'acquisto di mezzi).
2.1.4.2. Il caso del "Titolare non Addetto"
Sebbene si tratti, nell'ambito delle aziende diretto-coltivatrici, di una fattispecie "in via di estinzione", dobbiamo riferire dell'ipotesi per cui il titolare dell'azienda sia "non addetto".
Ciò avviene quando, in presenza di unità attive, il titolare, che pure esercita la direzione ed organizzazione dell'impresa, non risulta in possesso dei requisiti soggettivi necessari per acquisire per sé la qualifica di coltivatore diretto ai fini previdenziali.
Il titolare viene così indicato negli elenchi dell'Inps come "non addetto": su di esso gravano comunque tutti gli adempimenti previsti dalla legge, sebbene per sé non debba versare alcun contributo.
Del "titolare non addetto" dovremo riparlare in relazione agli eventuali familiari di uno Iap.
2.2. I REQUISITI AI FINI IVS PER GLI IMPRENDITORI AGRICOLI PROFESSIONALI
I requisiti Ivs stabiliti per gli Iap sono i medesimi che si devono possedere sulla base della definizione generale, ma con tre precisazioni.
La prima precisazione riguarda il fatto che la qualifica di Iap può essere riconosciuta solo ed esclusivamente a chi è titolare dell'impresa, e non anche ai familiari (siano essi parenti
La seconda precisazione riguarda il requisito della "professionalità". Va ricordato che, sebbene con altri contenuti, anche per la precedente figura di Iatp, la nozione generale richiedeva il possesso di una "professionalità".
Orbene, correttamente, prima l'ex-Scau (circolare n. 11/1992) e quindi l'Inps (circolare n. 109/1996), con riferimento agli Iatp, hanno ribadito che il mancato possesso di capacità tecnico-professionali non può costituire pregiudizio per il sorgere dell'obbligo previdenziale: «...è estranea alla legislazione previdenziale, attese le sue finalità e l'inderogabilità delle sue norme, una preclusione dall'obbligo assicurativo fondata sulla maggiore o minore capacità professionale dell'operatore agricolo».
Analogo pronunciamento non si è avuto in riferimento agli Iap: il che può essere comprensibile se si considera che l'accertamento della qualifica di Iap non è effettuato dall'Inps.
La terza precisazione riguarda il problema della "prevalenza".
Come si è visto, la qualifica di Iap è concessa con i requisiti minimi riferiti al 50%, sia di tempo che di reddito; requisiti che sono ridotti al 25% per gli imprenditori che operano nelle zone svantaggiate indicate nel regolamento comunitario.
Si ipotizzi allora un soggetto che svolge attività agricola in zona svantaggiata e che possieda i requisiti di tempo e di reddito (25%) previsti per lo Iap, ma che esercita anche un'altra attività, ad esempio di carattere commerciale, alla quale si dedica per un tempo di lavoro maggiore e/o dalla quale ricava un reddito maggiore rispetto a quello agricolo.
In questo caso dovrebbe essere del tutto evidente che il soggetto non potrà essere iscritto all'Inps con la qualifica di Iap, poiché l'attività prevalente non è certo quella agricola, sebbene la Regione possa avergli riconosciuto la qualifica di Iap ai fini del PSR.
Va quindi sottolineato che, per ossequio al principio in base al quale un lavoratore deve essere iscritto ad una sola assicurazione obbligatoria (salvo le ipotesi di iscrizione anche alla Gestione Separata Inps istituita con la legge n. 335/1995), nel caso in cui un soggetto possieda la qualifica di Iap e svolga anche altre attività lavorative, sarà comunque impossibile prescindere dal concetto di "prevalenza", in sostanziale analogia con la disciplina sopra ricordata prevista per i coltivatori diretti.
2.2.1. IAP E SUOI FAMILIARI COLTIVATORI DIRETTI: UNA DOPPIA POSIZIONE
Mentre la qualifica di coltivatore diretto può essere attribuita sia al titolare dell'impresa che alle cosiddette "unità attive", la qualifica di Iap può essere attribuita esclusivamente al titolare dell'impresa.
Inoltre, occorre considerare che gli elenchi Inps relativi agli Iap ed alle imprese coltivatrici-dirette sono tenuti distintamente.
Si è dunque posto il problema di come considerare l'ipotesi di una azienda in cui il titolare possieda la qualifica di Iap, e con tale titolo risulti iscritto all'Inps, e venga coadiuvato, nei lavori manuali, da uno o più suoi familiari che sono in possesso dei requisiti soggettivi per la qualifica di coltivatori diretti.
a) l'Inps iscrive il titolare dell'impresa negli elenchi previdenziali quale Iap;
b) se l'azienda è in possesso dei requisiti oggettivi di cui al par. 3.1.1., l'Inps iscrive un nucleo familiare coltivatore-diretto in cui il titolare (che già è iscritto Iap) risulta "non addetto", e nel quale figurano quali "unità attive" quei familiari in possesso dei requisiti soggettivi per la qualifica di coltivatori diretti.
2.3. I REQUISITI AI FINI IVS TRA CD E IAP
Come si è visto, anche per il coltivatore diretto, nel caso in cui svolga anche altre attività lavorative, entrano in gioco gli aspetti quantitativi del tempo di lavoro e del reddito conseguito.
Ciò che salta subito agli occhi, è che la nozione previdenziale di Cd e quella di Iap sono molto più vicine di quanto non fosse rispetto allo Iatp e che, addirittura, se lo Iap svolge la propria attività in una delle zone svantaggiate individuate dalla legge, i requisiti di tempo e di reddito richiesti sono la metà esatta di quelli richiesti per il CD.
Insomma: sembra proprio che si vada nella direzione di una sostanziale equiparazione di queste due figure.
Attenzione però. Cd e Iap continuano per ora ad essere ben distinti sulla base dello stesso elemento che comunque distingueva il Cd dallo Iatp: mentre il Cd deve svolgere attività manuale (oltre a quella di direzione dell'impresa se si tratta del capofamiglia titolare), questa non è richiesta allo Iap, che può quindi limitarsi a svolgere la sola direzione dell'impresa agricola avvalendosi, per quanto attiene le attività manuali necessarie, di collaboratori familiari, di lavoratori dipendenti o di prestatori d'opera (contoterzisti o altro).
Da quanto sopra si può peraltro evincere che molto spesso lo stesso titolare dell'impresa può far valere sia i requisiti del Cd che i requisiti dello Iap: ai fini previdenziali, fintantoché l'interessato, oltre che a dirigere l'impresa, vi presta abitualmente la propria attività manuale, la qualifica da Cd prevale su quella di Iap.
2.3.1. IL TITOLARE D'AZIENDA CHE CESSA DA CD, MA HA I REQUISITI DI IAP
Occorre prestare attenzione al caso del titolare di azienda che cessa la propria attività manuale, ma prosegue nella direzione ed organizzazione dell'impresa.
Se pure è venuta meno la qualifica previdenziale di coltivatore diretto, ciò non è detto che comporti il venire meno di ogni obbligo assicurativo.
Occorre infatti verificare se l'interessato non sia in possesso dei requisiti di Iap, per il quale abbiamo visto che non è richiesto il requisito della manualità.
Per altro, a differenza di quanto accadeva per lo Iatp, ai fini del requisito reddituale richiesto agli Iap si deve escludere -per espressa previsione normativa -qualsivoglia pensione o assegno equiparato.
3. I REQUISITI AI FINI IVS PER I SOCI DI SOCIETÀ
Nei paragrafi che seguono, esaminiamo le particolarità di cui occorre tenere conto in relazione alla verifica dell'obbligo assicurativo per i soggetti che svolgono l'attività agricola in società, fermo restando che le due qualifiche rilevanti restano comunque quella di coltivatore diretto o di imprenditore agricolo professionale.
3.1. I COLTIVATORI DIRETTI: SOLO NELLE SOCIETÀ DI PERSONE
Per espressa disposizione di legge (Decreto legislativo n. 228/2001, art. 9) la possibilità di mantenere la qualifica previdenziale di coltivatore diretto si ha solo se la società di cui si è soci è una società di persone (società semplice; società in nome collettivo; società in accomandita semplice).
Fermi restando i requisiti, sia oggettivi che soggettivi, stabiliti per le persone fisiche, la particolarità sta nel fatto che la sussistenza dei requisiti oggettivi deve essere esaminata per ogni singolo socio in relazione alla sua quota di partecipazione alla società.
In altre parole, occorre fingere che ogni singolo socio sia titolare di una impresa individuale, e l'entità di ciascuna di queste "imprese individuali" è rappresentata dalla porzione dell'azienda societaria che risulta applicando la quota di possesso di ogni singolo socio.
Facciamo due esempi. Un'azienda consta di 50 ettari, ed è costituita da due soci al 50%: per entrambi i soci si dovrà verificare la sussistenza dei requisiti oggettivi fingendo che ognuno di essi sia titolare di un'impresa di 25 ettari. La stessa azienda è costituita da tre soci, uno di essi al 50% e gli altri tre al 25% ciascuno: la sussistenza dei requisiti oggettivi per il socio al 50% si dovrà effettuare fingendo che egli sia titolare di un'impresa di 25 ettari; la sussistenza dei requisiti oggettivi per gli altri due si dovrà effettuare fingendo che ciascuno di essi sia titolare di un'impresa individuale di 12,5 ettari.
Verificata la sussistenza di entrambi i requisiti oggettivi sulla quota aziendale propria del singolo socio, il socio stesso e le persone facenti parte della sua famiglia (sempre intesa nel limite del 4° grado di parentela ed affinità, riferiti in tal caso al socio), se in possesso dei requisiti soggettivi vengono iscritti in un nucleo coltivatore diretto che non fa capo alla società, ma al socio (sempre seguendo la "finzione" dell'impresa individuale).
È appena il caso di rilevare che in una società può verificarsi il caso che non tutti i soci siano in possesso dei requisiti previdenziali ai fini dell'obbligo assicurativo: uno o alcuni di essi (e loro eventuali familiari) saranno dunque titolari di una posizione assicurativa presso l'Inps, altri no.
3.2. IMPRENDITORI AGRICOLI PROFESSIONALI
A differenza dei Cd, gli Iap possono essere soci di qualunque tipo di società, sia di persone che di capitali, compresa la società cooperativa.
È la stessa norma istitutiva della qualifica che precisa:
-nel caso di società di persone e cooperative, ivi incluse le cooperative di lavoro: l'attività svolta dai soci nella società, in presenza dei requisiti di conoscenze e competenze professionali, tempo lavoro e reddito, di cui al primo periodo, è idonea a far acquisire ai medesimi la qualifica di imprenditore agricolo professionale e al riconoscimento dei requisiti per i soci lavoratori;
-nel caso di società di capitali: l'attività svolta dagli amministratori nella società, in presenza dei predetti requisiti di conoscenze e competenze professionali, tempo lavoro e reddito, è idonea a far acquisire ai medesimi amministratori la qualifica di imprenditore agricolo professionale.
Sottolineiamo soltanto che in una società di capitali (società per azioni, società a responsabilità limitata, società in accomandita per azioni) solo i soci amministratori possono ottenere la qualifica di Iap.