Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-22541-del-10-09-2019
Timestamp: 2020-08-15 08:42:35+00:00
Document Index: 119473919

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2048', 'sentenza ', 'art. 132', 'sentenza ', 'art. 2048', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2056']

Sentenza Cassazione Civile n. 22541 del 10/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22541 del 10/09/2019
Cassazione civile sez. III, 10/09/2019, (ud. 20/06/2019, dep. 10/09/2019), n.22541
F.M.G., R.C.D.M.,
R.F., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA RICCARDO GRAZIOLI LANTE
5, presso lo studio dell’avvocato SONIA FRANZESE, che li rappresenta
e difende unitamente all’avvocato CARMELO COMEGNA;
C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA NEMORENSE
18, presso lo studio dell’avvocato MARIO MURANO, rappresentato e
difeso dall’avvocato VINCENZO MARSICO;
Gli assunti cassatori sono: a) che il giudice a quo non abbia esaminato le motivazioni della sentenza del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, addotta come prova liberatoria ai sensi dell’art. 2048 c.c., per la parte contenente l’analisi sulla persona e sulla personalità del danneggiante, dalla quale emergeva che il minore non aveva precedenti penali, non era dedito a vita irregolare o dissipata, ma orientato allo studio e che l’episodio che lo aveva coinvolto era stato occasionale; b) che abbia privilegiato, sotto il profilo probatorio, solo il fatto che i genitori avessero giustificato l’azione del figlio che avrebbe reagito fisicamente ad una serie di soprusi e atti di bullismo, omettendo di considerare che la reazione dell’adolescente, a prescindere dalla contestualità od immediatezza rispetto all’offesa ricevuta, non poteva essere evitata dai genitori, tenuto conto dell’età e del contesto (l’episodio si era svolto lontano da casa, nelle adiacenze della scuola, in un paese diverso da quello di residenza, lontano dalla sfera di controllo dei genitori).
In primo luogo, l’omesso esame di elementi istruttori non rileva in sè e per sè, ma solo quale elemento meramente sintomatico e confermativo della inesistenza della motivazione su un fatto decisivo del giudizio, il cui esame, non del tutto omesso, è stato illustrato e soprattutto deciso in maniera talmente incerta e lacunosa da determinare la nullità della sentenza per assenza della motivazione ex art. 132 c.p.c., n. 4.
La sentenza ha ritenuto che i genitori del minore danneggiante non avessero provato di avere reso il proprio figlio capace di dominare i suoi istinti, di fronteggiare le altrui offese e di rispettare gli altri, sì da andare esenti dalla presunzione di responsabilità di cui all’art. 2048 c.c.. Gli odierni ricorrenti si erano limitati in primo grado ed in appello ad invocare l’esenzione da responsabilità del proprio figlio, giustificandone il comportamento antigiuridico quale reazione agli atti di bullismo ed ai soprusi di cui la vittima lo avrebbe reso oggetto, dimostrando essi stessi, in sostanza, di non aver percepito il disvalore della condotta del figlio e la gravità del fatto imputatogli, fornendo indirettamente la prova del difetto di un adeguato insegnamento educativo non avendo fornito al minore gli strumenti per ritenere non solo illecito, ma anche non giustificabile un comportamento violento quale quello adottato.
E’ vero che non vi è alcun riferimento nella sentenza impugnata alla decisione n. 154/2008 del Tribunale per i minorenni di Catanzaro, pur utilizzabile quale prova atipica soggetta al prudente apprezzamento del giudice, ma tale omissione non assume alcuna rilevanza a fini cassatori, non solo perchè il giudice non è tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (Cass. 02/08/2016, n. 16056), ma anche perchè l’eventuale omesso esame della decisione non ha valenza decisiva, nel senso che non è, di per sè, idonea a giustificare un diverso esito della decisione: e non perchè la sentenza penale, escludendo la responsabilità del minore, avesse fatto salva la rilevanza del comportamento illecito ad altri fini, essendo inevitabile il riferimento esclusivo alla condotta del soggetto agente, ma per effetto del principio di autonomia del giudizio civile rispetto a quello penale che consente al giudice civile di procedere ad una valutazione del quadro probatorio con criteri diversi rispetto a quelli utilizzati nel giudizio penale, giustificandosi un approdo diverso rispetto a quello cui perviene la sentenza penale (cfr., da ultimo, Cass. 12/06/2019, n. 25160).
A tal fine, non essendo necessario che il genitore provi la costante ininterrotta presenza fisica accanto al figlio, pena la coincidenza dell’obbligo di vigilanza con quello di sorveglianza, ma che per l’educazione impartita, per l’età del figlio e per l’ambiente in cui egli viene lasciato libero di muoversi, risultino correttamente impostati i rapporti del minore con l’ambiente extrafamiliare, facendo ragionevolmente presumere che tali rapporti non possano costituire fonte di pericoli per sè e per i terzi, è del tutto irrilevante chè il fatto illecito si sia svolto lontano da casa, giacchè l’obbligo di vigilanza per i genitori del minore capace non si pone come autonomo rispetto all’obbligo di educazione, ma va correlato a quest’ultimo, nel senso che i genitori devono vigilare che l’educazione impartita sia consona ed idonea al carattere ed alle attitudini del minore e che quest’ultimo ne abbia “tratto profitto”, ponendola in atto, in modo da avviarsi a vivere autonomamente, ma correttamente (Cass. 22/04/2009, n. 9556).
La tesi sostenuta è che la Corte territoriale abbia errato nel ritenere inapplicabile l’art. 1227 c.c., in ragione del fatto che R.F. si era determinato a tenere la condotta da cui era derivato l’evento in un momento diverso da quello in cui aveva subito l’aggressione, perchè, invece avrebbe dovuto tener conto dei fenomeni di bullismo che avevano preceduto la reazione, senza i quali l’evento non si sarebbe determinato.
La regola di causalità applicata dal giudice, adeguata all’ipotesi in cui il destinatario di una provocazione anzichè reagire istintivamente e contestualmente alla provocazione ricevuta, commisurandone modi e tempi, covi una vendetta che sfoci in un atto di aggressione violenta che, sfilacciando la dipendenza causale con il fatto che l’aveva originata, si pone alla base di una nuova ed autonoma sequenza causale, si rileva inappagante, invece, nel caso di colui che viene reiteratamente provocato e dileggiato e che reagisca alle offese di cui è stato vittima. Viene ritenuta, infatti, una regola di esperienza che colui che è reiteratamente aggredito reagisce come può per far cessare l’altrui condotta lesiva (Cass. 08/11/2012, n. 19294).
Sicchè è opinione di questo Collegio che l’accertamento di una responsabilità individuale decontestualizzata non sia in grado di garantire una giustizia riparativa efficace.
E senza mortificare le regole causali, nè utilizzarle come giudizi di valore, alla luce del risultato che si intendeva conseguire in termini di responsabilità, tarando le prime sul secondo, il giudice avrebbe dovuto tener conto della loro permeabilità da parte di istanze di giustizia sostanziale, onde pervenire “alla più corretta delle soluzioni possibili” (Cass. 21/7/2011, n. 15991), anche abbandonando il piano naturalistico proprio della causalità materiale per accedere ad un piano di valutazione della dimensione complessiva della convergenza e dell’interazione di tutti i fattori concausali all’interno della più ampia fattispecie di responsabilità civile.
Per di più, la giurisprudenza di questa Corte ha in varie occasioni ribadito che – allo scopo di pervenire ad una soluzione che sia tra le disponibili la migliore e la più aderente alle caratteristiche uniche del caso concreto – è permesso al giudice, quando non sia più in questione l’accertamento del nesso di derivazione causale, perchè il danno è eziologicamente ascrivile alla condotta colpevole dell’agente, nella fase di determinazione del danno-conseguenza risarcibile, sul piano della determinazione dell’ammontare del quantum risarcitorio dovuto, servirsi della valutazione equitativa ex art. 2056 c.c. e determinare, quindi, la compensazione economica ritenuta socialmente adeguata del pregiudizio, cioè quella che, a fronte di un danno certo – la valutazione equitativa non può surrogarsi alla prova della ricorrenza del danno – ne determini l’ammontare tenuto conto della compensazione che la coscienza sociale in un determinato momento storico ritenga equa, tenuto conto di tutte le specificità del caso concreto ed in particolare dei vari fattori incidenti sul verificarsi della lesione e sulla sua gravità (Cass. 29/2/2016, n. 3893; Cass. 21/08/2018 20829; Cass. 18/04/2019, n. 10812).