Source: http://www.studiolegalealessandrodoria.it/2012/
Timestamp: 2019-10-21 08:13:02+00:00
Document Index: 80798716

Matched Legal Cases: ['art. 2103', 'art. 2103', 'art. 2103', 'sentenza ', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 1341', 'art.33', 'art.171', 'art. 171', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 7']

Avv. Alessandro D'Oria Studio Legale :: Galatone (LE) ::: 2012
Per queste feste, augurandovi la gioia del Natale che è speranza, lo spirito del Natale che è pace, l'essenza del Natale che è amore. Tantissimi auguri dallo Studio Legale D'Oria.
Si al demansionamento se l'alternativa è il licenziamento.
La corte d'Appello di Milano (sent. nr. 7403 pubblicata il 13/09/12), ribadisce il principio secondo il quale, nel diritto del lavoro, il licenziamento sia da intendersi quale extrema ratio nei confronti del lavoratore e il datore di lavoro deve esperire ogni possibile rimedio finalizzato alla conservazione del posto.
In particolare, secondo una "gradazione" ben tipizzata dalla giurisprudenza, qualora il lavoratore, per ragioni oggettive, sia impossibilitato alla prestazione precedente (per crisi aziendale, per soppressione del reparto, per modernizzazione degli impianti ecc.), vi è obbligo, per il datore di lavoro, di "assegnarlo" a diverse mansioni purchè riconducibili a quelle già svolte oppure di grado equivalente (stante l'art. 2103 c.c. che vieta tassativamente il "demansionamento"). Qualora neanche questo rimedio sia esperibile, ben si può adibire il lavoratore a mansioni inferiori, purchè tale diversa attività sia utilizzabile nell'impresa. Tale "patto di dequalificazione" non costituirebbe una deroga all'art. 2103 c.c. (soprattutto all'ultimo comma, che vieta espressamente qualsiasi "patto"), ma, secondo la CdA di Milano, rappresenterebbe un "adeguamento" del contratto alla nuova situazione aziendale di fatto, sorretto dal consenso e dall'interesse del lavoratore. La ratio è chiara: si vuole evitare che l'art. 2103 c.c., sorto per tutelare il lavoratore, finisca, al contrario, per arrecargli un pregiudizio. Qualora, infine, nemmeno questo rimedio sia esperibile, allora il datore di lavoro ben potrà intimare il licenziamento, senza incorrere nell'illegittimità dello stesso.
Separazione: adulterio apparente e presunto.
Una recente sentenza della Cassazione in tema di separazioni coniugali (nr.17195/12), ha confermato il principio (peraltro più volte elaborato in dottrina) secondo il quale può essere addebitata la separazione all'ex coniuge anche se l'adulterio sia stato soltanto "apparente", senza consumazione, cioè, del rapporto sessuale, ma scaturito "semplicemente" dalla frequentazione assidua di un'altra persona, posto che tale condotta metterebbe a repentaglio il rapporto di coppia. Ciò ci induce a riflettere sulle tipologie di adulterio elaborate dalla giurisprudenza: e cioè l'adulterio "presunto" e quello, appunto, "apparente". Il primo attiene al regime probatorio: invero la giurisprudenza è pacifica nell'ammettere che esso possa essere desunto soltanto da presunzioni (purchè gravi, precise e condordanti). Non sono dunque indispensabili prove dirette (per esempio la sorpresa in flagranza) e si presuppone che l'adulterio vi sia stato. Ovviamente sono necessari comunque dei fondati riscontri oggettivi (quindi non frutto di gelosia o immaginazione) i quali, se ben motivati dal Giudice, sono insindacabili in sede di legittimità. L'adulterio apparente, invece, individua una condotta del coniuge che, scientemente (quindi con consapevolezza di commettere un fatto lesivo), vìoli il dovere matrimoniale, prescindendo dal fatto che vi sia stato un atto sessuale extra-coniugale. In sostanza, l'adulterio presunto, integra un'offesa all'integrità e all'onore dell'altro coniuge, tenendo conto sia della sensibilità del "tradito", sia dell'ambiente in cui i coniugi vivono. E, in definitiva, tali forme di "adulterio" presuppongono anche la concessione della separazione con l'aggravante dell'addebito.
Pubblicato da Studio Legale Avv. Alessandro D'Oria 1 commenti
Con un solo titolo (e multipli precetti) possibili multipli pignoramenti ?
Interessante quesito in tema di esecuzioni: ci si chiede se, avendo un titolo esecutivo ed avendo notificato già il precetto (e iniziata l'esecuzione), il creditore possa notificare ulteriori precetti (sempre riferiti al titolo esecutivo originario) ad azione esecutiva ancora pendente. In un caso di opposizione al "secondo" precetto (ex art. 615 I comma, c.p.c.), infatti, secondo il creditore, nulla osterebbe, potendosi notificare diversi precetti, per così dire, "tutte le volte che si abbia voglia", sull'assunto che il precetto sarebbe un atto stragiudiziale propedeutico ad iniziare l'esecuzione (oltre che atto interruttivo della prescrizione) e non un atto introduttivo di un giudizio. Ebbene, a tal quesito, la Corte di Cassazione (sent. nr. 18161 del 24/10/12) ha risposto in maniera affermativa, avallando le ragioni del creditore-opposto, seppur con qualche precisazione. In pendenza di procedura esecutiva già avviata, infatti, precisa la S.C., è ben possibile reiterare il precetto: ciò per "cautelarsi" da insuccessi esecutivi a causa di eventuali vizi sul precedente atto. Tuttavia, sarà obbligatorio, per il giudice, riunire i separati procedimenti e soprattutto "annullare" le eventuali spese del secondo precetto, atteso che esse possono essere considerate superflue, soprattutto in caso di pignoramento reiterato senza una effettiva necessità. La Corte, infine, ricorda il principio generale secondo il quale il creditore, in forza di uno stesso titolo esecutivo, può procedere a più pignoramenti del medesimo bene in tempi successivi, senza dover attendere che il processo di espropriazione aperto dal primo pignoramento si concluda, atteso che il diritto di agire in esecuzione forzata non si esaurisce che con la piena soddisfazione del credito portato dal titolo esecutivo".
Clausole vessatorie on-line ? Illegittime senza la firma !
Una innovativa sentenza del Tribunale di Catanzaro (nr.68/11 del 18 Aprile 2012) ha precisato che tutte le clausole contrattuali in qualche modo vessatorie per uno dei contraenti, devono necessariamente essere approvate per iscritto (art. 1341 c.c., 2° comma e art.33 D.Lgs. 206/2005) e, nel caso di contratti stipulati on-line, secondo il metodo del "point and click" (ovverossia l'accettazione contrattuale mediante la pressione del tasto del mouse sul "bottone virtuale"), tali tipi di clausole sono da considerarsi illegittime se non approvate in maniera specifica (mediante "firma elettronica") dall'utente. Tale decisione, innovativa da un punto di vista giurisprudenziale (in quanto già la dottrina aveva più volte affrontato il problema già quasi dieci anni or sono, pervenendo alle medesime conclusioni), nello specifico riguardava i contratti per adesione stipulati dal colosso e-bay nei confronti dei propri iscritti-venditori. Secondo il giudicante, invero, una clausola prevedente tout court il diritto di recesso da parte di ebay in caso di abuso dell'account, deve intendersi limitativa dei diritti della controparte e perciò vessatoria; di conseguenza deve essere approvata per iscritto e a nulla varrebbe la semplice accettazione mediante click del mouse, essendo necessaria una vera e propria "firma". Tale decisione, tuttavia, ha il difetto di non aver voluto specificare (volontariamente, mi sembra) che cosa si intenda per "firma elettronica", argomento, quest'ultimo, mai del tutto affrontato con risultati pienamente risolutivi. Sarebbe necessaria, in parole povere, una firma digitale (cioè quella generata mediante l’uso di chiavi crittografiche asimmetriche, basata su un certificato qualificato e di fatto complicata e inaccessibile per la maggior parte degli utenti privati), oppure sarebbe sufficiente una semplice firma da "disegnare stilograficamente" con il mouse ? O, ancora, un modulo da stampare, firmare e rispedire all'azienda predisponente ? Oppure, infine, l'utilizzo della PEC ? In tal senso si auspicano ulteriori interventi (da parte della dottrina, della giurisprudenza ma soprattutto da parte del legislatore) che facciano pienamente luce sulla questione, soprattutto alla luce della velocissima (e radicata) diffusione di tali tipi di contratti.
Sulla riduzione degli Uffici Giudiziari. Documento degli Avvocati di Galatone (Le)
A seguito di convocazione, in data 12 Giugno 2012, da parte del Sindaco di Galatone, Sig. Livio Nisi, di tutti gli Avvocati della città per un dibattito riguardante l'imminente soppressione di tutte le sedi distaccate degli uffici giudiziari del circondario di Lecce (così come da D.L. 138/11 conv. in L. 148/11, nonchè lo schema di D.Lgs. 16/12/2011), in allegato è possibile prendere visione del verbale di assemblea redatto e sottoscritto all'unanimità da parte di tutti i presenti. Per gli Avvocati di Galatone, in particolare, è senza dubbio auspicabile il mantenimento del vicino tribunale di Nardò, per le ragioni di cui al suddetto verbale.
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Libero professionista ? Si al software pirata !
Il titolo del post potrebbe sembrare una provocazione...ma, secondo il Tribunale di Bologna, nella persona del giudice A. Ziroldi, è proprio così: un libero professionista può utilizzare programmi non originali perché la sua attività, configurata come una prestazione d'opera intellettuale, non rientra nell'ambito dell'esercizio dell'attività d'impresa. Con questa motivazione il Tribunale di Bologna, appunto, ha assolto un architetto accusato di violazione del diritto d'autore per l'utilizzo nella sua attività lavorativa di 9 programmi duplicati abusivamente tra cui Autodesk Autocad, Microsoft Office e alcuni software di Adobe, per un valore complessivo è di 17.835 euro Iva esclusa. L'architetto era finito davanti al giudice in seguito ad un controllo effettuato dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza nel suo studio professionale. L'accusa riguardava la violazione dell'articolo 171 bis della legge 633/1941 e succ.mod. che punisce "chiunque abusivamente duplica, per trarne profitto, programmi per elaboratore o ai medesimi fini importa, distribuisce, vende, detiene a scopo commerciale o imprenditoriale o concede in locazione programmi contenuti in supporti non contrassegnati dalla Siae".
Il Tribunale ha assolto l'architetto sostenendo che il fatto non sussiste dal momento che l'attività svolta dall'architetto è incontrovertibilmente annoverabile fra le prestazioni d'opera intellettuale e in quanto tale differisce dall'esercizio dell'attività d'impresa nell'ambito del quale si applica l'art.171 bis della legge 633/1941. V'è da dire che tale pronuncia, tuttavia, non fa altro che uniformarsi ad altre più datate: nel 2009 la Cassazione si espresse sempre in tal senso, stabilendo che la punizione è giustificata dallo scopo commerciale o imprenditoriale dell'attività esercitata, in quanto in questi ultimi casi ci sarebbe esplicitamente lo scopo di lucro, mentre l'attività professionale non prevede mai un fine industriale (stesso ragionamento la Corte d'Appello di Trento nel 2010). Attualmente, numerosi dibattiti dottrinali in merito all'intepretazione dell'art. 171-bis, estenderebbero la tutela anche al privato cittadino.
Domanda riconvenzionale ? Prima la mediazione !
Il Tribunale di Roma, Sez. di Ostia (ord. del 15/03/2012), è tornato ad occuparsi di mediazione obbligatoria, interpretando l'art. 5 comma 1 del D.Lgs. 28/10 nel senso che anche il convenuto, qualora spieghi domanda riconvenzionale, dovrebbe preventivamente esperire il tentativo obbligatorio previsto dalla "mediaconciliazione". Secondo tale interpretazione, infatti, il suddetto articolo, laddove reciti che: " L'improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza...” deve intendersi quale frutto di una "imperfezione di tecnica legislativa" (sic!) e quindi deve essere interpretato nel senso che anche il convenuto è obbligato ad attivare la procedura di mediazione prima della domanda riconvenzionale. Ragionando in maniera diversa, sempre secondo il Tribunale, si violerebbe l'obbligo costituzionale della parità dei diritti delle parti processuali. Quindi la conciliazione dipenderebbe esclusivamente dalla materia dedotta in giudizio e mai dalla posizione processuali delle parti. Se l'ordinanza può essere condivisibile sotto molti punti di vista, tuttavia non dirime alcune perplessità: innanzitutto l'interpretazione letterale della norma non sembra assolutamente avere quel significato "costituzionalmente orientato" attribuitole dai giudici romani, ed in secondo luogo: sempre ragionando secondo un principio "armonico", se la mediazione nasce per evitare di aprire un contenzioso in tribunale e per accorciare i tempi della giustizia, allora interpretando nel senso del Tribunale di Roma, al contrario, vorrebbe dire allungarli ancora di più: infatti a procedimento civile già iniziato, magari con mediazione già tentata (e ovviamente non andata a buon fine), sospendere nuovamente il processo e intimare al convenuto di avviare la procedura di conciliazione per la materia contenuta nella domanda riconvenzionale, vorrebbe dire dilatare oltremodo i tempi processuali, vanificando la ratio del D.Lgs. 28/10. Senza contare, infine, che il convenuto si vedrebbe costretto comunque a costituirsi in giudizio depositando la comparsa di costituzione e risposta (con o senza domanda riconvenzionale ?), con il pericoloso rischio che qualora essa abbia una connessione oggettiva con la domanda avanzata dall'attore, si potrebbe creare una sorta di "contrasto di giudicati" tra l'eventuale accordo di mediazione e la sentenza del giudice civile.
Equitalia: il debitore va sempre informato prima dell'incasso forzoso.
Uno dei tanti decreti disciplinanti il contenzioso tributario (D.L. nr. 16/2012, c.d. "semplificazioni tributarie"), all'art. 8, comma 12, ha previsto, infatti, l'obbligo, per l'agente della riscossione, di rendere noto al contribuente l'affidamento delle somme da recuperare. Tale previsione è in vigore dal 02/03/2012. Ma bisogna fare un passo indietro per capire meglio quale sia la vera agevolazione per il contribuente. L'art. 7 del D.L. nr. 70/2011, invero, dispone che l'esecuzione forzata è sospesa di diritto per un periodo di 180 giorni dall'affidamento in carico agli agenti della riscossione degli accertamenti esecutivi. Tale periodo dilatorio permetterebbe al contribuente, per esempio, di chiedere una rateazione del debito, informarsi sulle procedure più consone da seguire per il pagamento, contestare un errore di notifica dell'atto originario (ipotesi, quest'ultima, che accade sovente) ecc. Tuttavia il D.L. nr. 70/11 non prevedeva affatto che si dovesse avvisare il cittadino al momento del "passaggio di consegne", sicchè la determinazione del dies a quo dal quale conteggiare i 180 giorni risultava pressocchè impossibile. Fino al 02/03/2012, appunto. A partire da tale data, il contribuente dovrà essere avvisato con "raccomandata semplice": ("l'informativa, che riguarda solo la mera circostanza dell'affidamento in carico e prescinde da ogni riferimento al contenuto sostanziale dell'atto, è inviata con raccomandata semplice all'indirizzo al quale è stato notificato l'atto impositivo/esecutivo").
Qui di seguito una tabella riassuntiva dell'iter di riscossione per pretese tributarie (riportato da "Italia Oggi" del 12/03/2012):
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