Source: http://www.avvocatomascagni.it/social-networks-comportamenti-da-evitare/
Timestamp: 2020-07-07 08:45:36+00:00
Document Index: 128287029

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 595', 'sentenza ', 'art. 595', 'art. 494', 'art. 494']

Social networks: comportamenti da evitare | Studio Legale Mascagni - Asola - Castiglione delle Stiviere - Mantova
La Corte di Cassazione si pronuncia sull'abuso nell'utilizzo dei più diffusi mezzi di socializzazione digitale
Diffamazione via Facebook anche senza pubblicazione del nome dell’offeso. Il reato di cui all’articolo 595 c.p. (diffamazione) può configurarsi a carico dell’utente di social network che rivolge espressioni ingiuriose nei confronti di un terzo, benché nel post il destinatario degli insulti non risulti indicato per nome e cognome: affinché il delitto sia integrato è sufficiente che la persona offesa possa comunque essere identificata, anche da una limitata cerchia di soggetti. E’ quanto emerge dalla sentenza n. 16712/2014, pubblicata il 16 aprile scorso dalla prima sezione penale della Corte di Cassazione.
La pronuncia pone in evidenza la rilevante potenzialità dei social networks quali mezzi di scambio e diffusione di informazioni e il rischio, nel caso di un uso scorretto degli stessi, di incorrere in illeciti, anche penali.
Può accadere che in rete vengano espresse affermazioni o commenti piuttosto “coloriti”, senza curarsi troppo delle conseguenze. Pubblicare frasi offensive, battute anche involontariamente “pesanti”, rendere pubbliche foto denigratorie o notizie riservate, la cui divulgazione può essere lesiva per la persona interessata: sono, questi, comportamenti potenzialmente integrativi degli estremi del reato di diffamazione di cui all’art. 595 c.p. (punibile con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032).
Esemplificativa in tal senso è stata la sentenza n. 38912 del 31/12/2012 del Tribunale di Livorno, che ha condannato per diffamazione a mezzo stampa una donna che aveva pubblicato sul proprio profilo Facebook un commento dal contenuto altamente denigratorio nei confronti del suo ex datore di lavoro. Il Giudice ha ritenuto che la fattispecie integrasse gli elementi del reato di diffamazione, ed in particolare: la precisa identificabilità del destinatario delle espressioni ingiuriose, la comunicazione diretta a raggiungere più persone e la consapevolezza di pronunciare una frase lesiva dell’altrui reputazione.
L’utilizzo di Internet e di Facebook (definito dal Giudice “spazio virtuale in cui si diffonde la manifestazione del pensiero del partecipante che entra in relazione con un numero potenzialmente indeterminato di altri partecipanti”) integra, fra l’altro, l’ipotesi aggravata di cui all’art. 595 c. 3 c.p. (offesa recata con qualsiasi altro mezzo di pubblicità), per cui la particolare diffusività del mezzo usato per propagare il messaggio denigratorio rende l’agente meritevole di un più severo trattamento penale (reclusione da sei mesi a tre anni o multa non inferiore a euro 516).
Va inoltre ricordato come il Tribunale di Monza, con una delle prime pronunce sul tema, ha stabilito che “ogni utente di social network (nel caso di specie di “Facebook”) che sia destinatario di un messaggio lesivo della propria reputazione, dell’onore e del decoro, ha diritto al risarcimento del danno morale o non patrimoniale, ovviamente da porre a carico dell’autore del messaggio medesimo”, sancendo così la piena risarcibilità del danno subito da chi si trovi ad essere vittima di un messaggio ingiurioso pubblicato sulle pagine di un social network.
Altro comportamento passibile di conseguenze penali è, poi, la creazione, sulle pagine di un social network, di un account fornendo false generalità personali. Tale comportamento potrebbe integrare il reato di sostituzione di persona di cui all’art. 494 c.p. (punibile con la reclusione fino ad un anno). La Cassazione, nel 2007, ha ritenuto che integra tale reato il comportamento di chi crea un falso account di posta elettronica intrattenendo corrispondenze informatiche con altre persone spacciandosi per una persona diversa. Lo stesso può quindi valere per Facebook. È pur vero che per integrare il reato di cui all’art. 494 c.p. è necessario il fine di conseguire un vantaggio o recare un danno. Ma tali requisiti sono intesi in modo molto ampio, come non comprensivi solamente di vantaggi e/o danni di tipo economico o patrimoniale, ed è quindi molto facile ravvisarli nel caso concreto di volta in volta considerato.
Attenzione, quindi, all’uso imprudente dei social networks. Comportamenti apparentemente privi di conseguenze potrebbero integrare ipotesi di reato concretamente perseguibili, con il rischio di sanzioni non irrilevanti a carico dell’utente responsabile.