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Timestamp: 2019-05-19 07:34:38+00:00
Document Index: 122757441

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2043', 'art. 2087', 'art. 21']

Danno da esposizione all’amianto: ultime sentenze
> L’esperto Pubblicato il 16 Aprile 2019
Esposizione del lavoratore all’amianto e insorgenza della patologia; adozione delle misure di prudenza e responsabilità del datore di lavoro; onere della prova e risarcimento del danno.
Nell’ipotesi di insorgenza di patologie del lavoratore a seguito dell’esposizione continua alle polveri di amianto, il datore di lavoro è responsabile se non dimostra di aver adottato tutte le misure generiche di prudenza necessarie per la tutela della salute dei lavoratori.
1 Esposizione del lavoratore all’amianto e insorgenza della patologia mortale
2 Esposizione ad amianto e tabagismo
3 Equo indennizzo e risarcimento del danno
4 Danno da esposizione all’amianto
5 Responsabilità del datore di lavoro
6 Esercizio di attività pericolose e responsabilità dell’imprenditore
7 Omicidio colposo di lavoratori esposti ad amianto
8 Carcinoma polmonare e onere della prova
9 Datore di lavoro: deve provare l’adozione delle misure di prudenza?
10 Esposizione continuativa del lavoratore all’amianto
11 Risarcimento del danno non patrimoniale differenziale agli eredi
12 Misure di prevenzione delle malattie
13 Danno biologico subìto dal lavoratore
Esposizione del lavoratore all’amianto e insorgenza della patologia mortale
In materia di infortuni sul lavoro e malattie professionali, trova applicazione la regola dell’art. 41 c.p., con la conseguenza che il rapporto causale tra l’evento e il danno è governato dal principio di equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, potendosi escludere l’esistenza nel nesso eziologico richiesto dalla legge solo se possa essere ravvisato con certezza l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa, di per sé sufficiente a produrre l’infermità e tale da far degradare altre evenienze a semplici occasioni.
(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito – fondata sull’accertamento che la riduzione dell’intensità di esposizione del lavoratore alle polveri di amianto avrebbe evitato o ritardato l’insorgere della patologia mortale – poiché tale circostanza implicava la sussistenza del nesso causale tra l’esposizione in concreto verificatasi e l’insorgenza o la latenza della malattia).
Cassazione civile sez. lav., 31/10/2018, n.27952
Esposizione ad amianto e tabagismo
La sentenza, che ha riconosciuto la responsabilità datoriale nella causazione del evento dannoso per esposizione ad amianto nella misura del 59% con il conseguente obbligo risarcitorio in tale percentuale (sia per il danno iure hereditatis che per quello iure proprio), deve ritenersi errata nella parte in cui non sono state considerate dal giudice le conseguenze giuridiche derivanti dall’altro fattore di rischio di contrarre il carcinoma polmonare e cioè il fumo da sigaretta.
Nell’interazione tra tali sostanze cancerogene non è possibile effettuare una valutazione di prevalenza tra le due. Il concorso del fumo nella causazione dell’evento dannoso rileva sul diverso e conseguente piano dell’obbligo risarcitorio. La colpa del danneggiato è dunque massima e comunque superiore alla colpa del danneggiante, essendo il tabagismo un vizio meramente voluttuario, mentre l’utilizzo di amianto (per le sue notevoli qualità refrattarie) rispondeva a concrete esigenze produttive per le coibentazioni delle tubazioni di impianti esposti a elevatissime fonti di calore.
Corte appello Genova sez. lav., 11/04/2018, n.62
Equo indennizzo e risarcimento del danno
In caso di malattia dipendente da causa di servizio, l’impiegato pubblico non può cumulare quanto ricevuto a titolo di equo indennizzo con il risarcimento del danno non patrimoniale per lesione del diritto alla salute. Lo ha affermato l’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato negando a un magistrato che aveva sviluppato un carcinoma per esposizione all’amianto in ambiente insalubre, il diritto a cumulare una somma ulteriore a titolo di risarcimento del danno, oltre a quella percepita a titolo di indennizzo, sempre a carico del ministero della Giustizia.
I giudici amministrativi hanno così definito la questione della compensatio lucri cum damno nel lavoro pubblico, o meglio del cumulo tra risarcimento e indennità dovute da enti pubblici e non anche da assicuratori privati, facendo leva sulla diversità di funzione e struttura dell’obbligazione indennitaria e di quella risarcitoria.
In definitiva, per il Collegio “la presenza di un’unica condotta responsabile, che fa sorgere due obbligazioni da atto illecito in capo al medesimo soggetto derivanti da titoli diversi aventi la medesima finalità compensativa del pregiudizio subito dallo stesso bene giuridico protetto, determina la costituzione di un rapporto obbligatorio sostanzialmente unitario che giustifica, in applicazione della regola della causalità giuridica e in coerenza con la funzione compensativa e non punitiva della responsabilità, il divieto del cumulo con conseguente necessità di detrarre dalla somma dovuta a titolo di risarcimento del danno contrattuale quella corrisposta a titolo indennitario”.
Consiglio di Stato ad. plen., 23/02/2018, n.1
Danno da esposizione all’amianto
In materia di tutela dei lavoratori, la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 cod. civ. non configura un’ipotesi di responsabilità oggettiva, ma non è circoscritta alla violazione di regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo sanzionata dalla norma l’omessa predisposizione di tutte le misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della maggiore o minore possibilità di indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico.
Pertanto, qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottato, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, essendo irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di specifiche norme per il trattamento dei materiali contenenti amianto, quali quelle contenute nel d.lgs. 15 agosto 1991, n. 277, successivamente abrogato dal d.lgs. 9 aprile 2008, n. 81.
Tribunale Bologna sez. III, 07/11/2017, n.2457
Esercizio di attività pericolose e responsabilità dell’imprenditore
In materia esercizio di attività pericolose ed esposizione dei lavoratori alle polveri di amianto, la responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c., pur non configurando un’ipotesi di responsabilità oggettiva, non è circoscritta alla violazione di regole d’esperienza o di regole tecniche preesistenti e collaudate, essendo volta a sanzionare, anche alla luce delle garanzie costituzionali del lavoratore, l’omessa predisposizione da parte del datore di lavoro di tutte quelle misure e cautele atte a preservare l’integrità psicofisica e la salute del lavoratore nel luogo di lavoro, tenuto conto della concreta realtà aziendale e della sua maggiore o minore possibilità di venire a conoscenza e d’indagare sull’esistenza di fattori di rischio in un determinato momento storico.
(Nella specie, la S.C. ha confermato la pronuncia del giudice di merito che – riconosciuto il nesso di causalità tra affezione ed esposizione alle polveri da absesto – aveva ritenuto la responsabilità del datore di lavoro sul presupposto che ad esso, Autorità portuale di Venezia, all’epoca di svolgimento del rapporto di lavoro – anni dal 1968 al 2000 – dovesse essere ben nota la pericolosità delle fibre di amianto, materiale il cui uso è sottoposto a particolari cautele fin dal principio del secolo scorso, indipendentemente dal grado di concentrazione di fibre in relazione a periodi temporali di esposizione per attività lavorativa).
Cassazione civile sez. lav., 13/10/2017, n.24217
Omicidio colposo di lavoratori esposti ad amianto
In tema di omicidio colposo in danno di lavoratori esposti ad amianto, la presenza, all’esito delle indagini preliminari, di questioni di ardua soluzione contrassegnate da una contrapposizione di orientamenti in seno alla comunità scientifica internazionale impone il vaglio dibattimentale, potendosi nel dibattimento disporre una perizia che consenta di fornire una adeguata risposta a tali complesse problematiche che richiedono l’acquisizione di dati o valutazioni di natura tecnica.
(Fattispecie di prova contraddittoria del nesso causale in ragione delle contrastanti conclusioni dei consulenti del pubblico ministero e della difesa in ordine alla sussistenza o meno del cosiddetto “effetto acceleratore” della malattia derivante dalla protrazione dell’esposizione ad amianto dopo l’iniziazione del processo carcinogenetico).
Cassazione penale sez. IV, 03/10/2017, n.1886
Carcinoma polmonare e onere della prova
Nel caso di malattia ad eziologia multifattoriale, quale un carcinoma polmonare, il nesso di causalità relativo all’origine professionale della malattia non può essere oggetto di semplici presunzioni tratte da ipotesi tecniche teoricamente possibili, ma necessita di una concreta e specifica dimostrazione, e, se questa può essere data anche in termini di probabilità sulla base delle particolarità della fattispecie (essendo impossibile, nella maggior parte dei casi, ottenere la certezza dell’eziologia), è necessario pur sempre che si tratti di “probabilità qualificata”, da verificarsi attraverso ulteriori elementi (come ad esempio i dati epidemiologici), idonei a tradurre la conclusione probabilistica in certezza giudiziale.
Applicando tale principio alle ipotesi di carcinoma polmonare si ha che per l’affermazione del collegamento – causale o concausale – tra malattia e esposizione all’amianto in ambito lavorativo, è necessario dimostrare l’effettiva ricorrenza delle condizioni di polverosità da asbesto dell’ambiente di lavoro, ovvero l’inalazione per un lungo periodo di tempo di fibre di amianto in misura superiore alla cosiddetta “soglia minima”.
Tribunale Ragusa sez. lav., 28/04/2017, n.359
Datore di lavoro: deve provare l’adozione delle misure di prudenza?
In tema di responsabilità dell’imprenditore ex art. 2087 c.c.., qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di avere adottato, pur in difetto di una specifica disposizione preventiva, le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, escludendo l’esposizione della sostanza pericolosa, anche se ciò imponga la modifica dell’attività dei lavoratori, assumendo in caso contrario a proprio carico il rischio di eventuali tecnopatie.
Cassazione civile sez. lav., 10/01/2017, n.291
Esposizione continuativa del lavoratore all’amianto
Le modalità di svolgimento della prestazione lavorativa, provate dalla consulenza tecnica d’ufficio e in via testimoniale, dimostrano l’esposizione continuativa del lavoratore all’amianto, senza che i responsabili datoriali abbiano posto a sua disposizione i necessari presidi strumentali o, quanto meno, senza che essi abbiano congruamente verificato che tali presidi, laddove esistenti e disponibili, venissero effettivamente utilizzati.
L’inosservanza degli obblighi di protezione espressamente previsti per la tutela del lavoratore dalla normativa antinfortunistica all’epoca vigente comporta responsabilità del datore di lavoro ai sensi dell’art. 2087 c.c. e dell’art. 2043 c.c. Le acquisizioni istruttorie sono sufficienti a provare il nesso di causalità tra esposizione del lavoratore all’amianto e malattia contratta. Deve essere riconosciuto in via equitativa agli eredi il c.d. danno differenziale, detraendo dal credito risarcitorio il valore capitale degli emolumenti erogati alla vittima dall’INAIL, ancorché il de cuius non abbia inoltrato istanza di indennizzo all’Istituto.
La prova del danno morale subiettivo può essere fornita per presunzione. In considerazione della morte intervenuta in un apprezzabile lasso temporale a causa delle lesioni subite per esposizione ad amianto, la liquidazione del danno non patrimoniale deve essere disposta in via equitativa mediante aggiustamenti rispetto all’applicazione delle tabelle di liquidazione del tribunale di Milano.
Tribunale Taranto sez. lav., 27/10/2016, n.3488
Risarcimento del danno non patrimoniale differenziale agli eredi
Misure di prevenzione delle malattie
In materia di tutela della salute del lavoratore, il datore di lavoro è tenuto, ai sensi dell’art. 2087 c.c., a garantire la sicurezza al meglio delle tecnologie disponibili, sicché, con riferimento alle patologie correlate all’amianto, l’obbligo, risultante dal richiamo effettuato dagli artt. 174 e 175 del d.P.R. n. 1124 del 1965 all’art. 21 del d.P.R. n. 303 del 1956, norma che mira a prevenire le malattie derivabili dall’inalazione di tutte le polveri (visibili od invisibili, fini od ultrafini) di cui si è tenuti a conoscere l’esistenza, comporta che non sia sufficiente, ai fini dell’esonero da responsabilità, l’affermazione dell’ignoranza della nocività dell’amianto a basse dosi secondo le conoscenze del tempo, ma che sia necessaria, da parte datoriale, la dimostrazione delle cautele adottate in positivo, senza che rilevi il riferimento ai valori limite di esposizione agli agenti chimici (cd. tlv, “threshold limit value”) poiché il richiamato articolo 21 non richiede il superamento di alcuna soglia per l’adozione delle misure di prevenzione prescritte.
Cassazione civile sez. lav., 21/09/2016, n.18503
Danno biologico subìto dal lavoratore
In tema di responsabilità del datore di lavoro per il danno biologico subìto dal lavoratore nello svolgimento delle proprie mansioni, esiste un rapporto causale pacificamente riconosciuto tra mesotelioma pleurico ed esposizione all’amianto.
Pertanto, ove l’esposizione lavorativa sia accertata, può ritenersi dimostrata la rilevanza causale di quest’ultima rispetto alla patologia insorta anche a notevole distanza di tempo, atteso che l’intervallo di tempo tra l’esposizione stessa e l’esordio di tale malattia è attualmente valutato nell’ordine dei 20-40 anni.
Tribunale Napoli, 29/06/2016, n.1923
Autore immagine: esposizione amianto di HikoPhotography