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Timestamp: 2018-06-24 11:06:48+00:00
Document Index: 35095771

Matched Legal Cases: ['art. 1665', 'art. 840', 'sentenza ', 'art. 2947', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2947', 'sentenza ', 'art. 2947']

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05/12/2013 da Simone Falusi Lascia un commento
Se l’impresa costruttrice fallisce posso chiedere il risarcimento del danno al committente?
A seguito di lavori per la realizzazione di un garage interrato la mia casa ha subito danni per oltre 200.000 euro gia’ stimati da un accertamento tecnico preventivo. Ora l’impresa edile che ha eseguito l’opera [ appaltatore] è fallita posso rifarmi con il committente privato?
Risposta: l’appalto è il contratto con il quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di una opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro (art. 1665 cod. civ.): in sostanza ciò significa che l’appaltatore lavora in autonomia, ovvero svolge la sua attività nell’esecuzione dell’opera che gli è stata commissionata con una propria organizzazione, apprestandone i mezzi necessari, le modalità di esecuzione ed obbligandosi verso il committente a consegnargli il risultato della sua opera; da questa autonomia dell’appaltatore deriva che, di norma, egli deve ritenersi esclusivo responsabile dei danni derivati a terzi dall’esecuzione dell’opera. Quindi – di regola – il committente non risponde dei danni causati a terzi dall’impresa appaltatrice.
Una responsabilità del committente, può, tuttavia, verificarsi in due casi:
1) quando l’opera sia stata affidata ad una impresa manifestamente inidonea; oppure
2) quando la condotta che ha causato il danno sia stata imposta all’appaltatore dal committente stesso attraverso rigide ed inderogabili direttive.
Nel primo caso, il committente potrà essere chiamato a rispondere dei danni, se affida i lavori ad una impresa chiaramente priva della capacità e dei mezzi tecnici indispensabili per eseguire i lavori commissionati; in questo caso vi è una colpa del committente valutabile come mancanza di diligenza del buon padre di famiglia, e quindi si può individuare un collegamento causale diretto tra la sua cattiva scelta dell’impresa e l’evento dannoso da questa poi causato.
La seconda eccezione alla regola generale si ha quando l’appaltatore, in base a clausole contrattuali o nel concreto svolgersi del rapporto contrattuale, sia stato un semplice esecutore di ordini del committente e, quindi, privato di quella sua autonomia di cui si è detto sopra. Perciò, quando la condotta che ha determinato il danno sia stata imposta all’appaltatore dal committente attraverso rigide ed inderogabili direttive il committente è chiamato a rispondere in via esclusiva del danno.
Riassumendo: in caso di danno a terzi, provocati dall’esecuzione di un contratto di appalto, di norma sussiste la responsabilità esclusiva dell’appaltatore; tuttavia, ove si dimostri la sussistenza delle circostanze che comportano una deroga al principio della responsabilità del solo appaltatore, il terzo danneggiato potrà agire direttamente nei confronti del committente.
Nel caso di specie occorre però una ulteriore precisazione: il lavoro appaltato aveva per oggetto una escavazione del terreno per realizzare un garage. Ebbene a questo riguardo bisogna ricordare che il proprietario che fa eseguire sul suo fondo opere o escavazioni, risponde, ex art. 840 comma 1 c.c., direttamente del danno che a causa di esse sia derivato al fondo confinante, anche se l’esecuzione dei lavori sia stata data in appalto, e ciò indipendentemente dal suo diritto di rivalsa nei confronti dell’appaltatore, la cui responsabilità nei confronti dei terzi danneggiati può eventualmente aggiungersi alla sua, ma non sostituirla o eliminarla.
Archiviato in: Contratti, Risarcimento danni Etichettato con:appalto, contratto, responsabilità appaltatore, responsabilità civile, responsabilità committente, Risarcimento danni
10/12/2008 da Simone Falusi Lascia un commento
Responsabilità civile e prescrizione: danni da incidente stradale risarcibili oltre il biennio
Cassazione civile, SS.UU., sentenza 18.11.2008, n. 27337
Nel caso in cui l’illecito civile sia considerato dalla legge come reato, ma il giudizio penale non sia stato promosso, anche se per mancata presentazione della querela, l’eventuale, più lunga prescrizione prevista per il reato, si applica anche all’azione di risarcimento, a condizione che il giudice civile accerti, incidenter tantum, e con gli strumenti probatori ed i criteri propri del procedimento civile, la sussistenza di una fattispecie che integri gli estremi di un fatto – reato in tutti i suoi elementi costitutivi, soggettivi ed oggettivi, e la prescrizione stessa decorre dalla data del fatto, atteso che la chiara lettera dell’art. 2947, c. 3, c.c., a tenore della quale “se il fatto è considerato dalla legge come reato”, non consente la differente interpretazione, secondo cui tale maggiore termine sia da porre in relazione con la procedibilità del reato.
l’ar. 2947 c.c. prevede che “il diritto al risarcimento del danno derivante da fatto illecito si prescrive in cinque anni dal giorno in cui il fatto si è verificato.
“Per il risarcimento del danno prodotto dalla circolazione dei veicoli di ogni specie il diritto si prescrive in due anni.
“In ogni caso, se il fatto è considerato dalla legge come reato e per il reato è stabilita una prescrizione più lunga, questa si applica anche all’azione civile. Tuttavia, se il reato è estinto per causa diversa dalla prescrizione o è intervenuta sentenza irrevocabile nel giudizio penale, il diritto al risarcimento del danno si prescrive nei termini indicati dai primi due commi, con decorrenza dalla data di estinzione del reato o dalla data in cui la sentenza è divenuta irrevocabile.
La norma in questione in passato è stata interpretata nel senso che il risarcimento del danno derivante da incidente provocato da veicolo può essere richiesto oltre il biennio dall’evento, solo se il danno è la conseguenza di un reato penalmente perseguito. Pertanto solo il danneggiato che in occasione di un sinistro stradale subiva lesioni personali e presentava querela per il reato di lesioni poteva avvantaggiarsi anche in sede civile del termine prescrizionale più lungo (5 anni) previsto in materia penale per reato di lesioni colpose. Diversamente il diritto al risarcimento del danno di chi ometteva di presentare querela, rimanevva soggetto al più breve termine previsto dall’art. 2947 comma II c.c. (2 anni).
Con la sentenza n. 27337/2008 le Sezioni unite della Corte di Cassazione cambiano rotta. Secondo la Cassazione la lettera della norma, ai fini del più lungo termine di prescrizione di cui all’art. 2947 , c. 3, c.c., non richiede assolutamente che il fatto di reato sia procedibile, ovvero che per esso si sia effettivamente proceduto penalmente, ma solo che il fatto sia considerato dalla legge come reato. Ciò significa che il fatto deve avere gli elementi sostanziali soggetti ed oggettivi del reato, astrattamente previsto, mentre le condizioni di procedibilità (tra cui la querela) hanno natura solo processuale e non sostanziale.
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