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Timestamp: 2020-07-14 20:48:16+00:00
Document Index: 152617435

Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art.5', 'art. 2', 'art.6', 'art. 8', 'art. 36', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 36', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 316', 'art. 54', 'art. 34', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 34', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 44', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 2267', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 54', 'art. 316', 'art. 54', 'art. 54', 'art. 316', 'art. 111', 'art.111', 'art. 24', 'art. 2043', 'art. 36', 'art. 185', 'art. 74', 'art. 34', 'art. 185', 'art. 2043', 'art. 75', 'art. 19', 'art. 12', 'art. 28', 'art. 10', 'art. 2047', 'art. 58', 'CGUE ', 'sentenza ', 'CGUE ']

La costituzione di parte civile nei conf | eligiocurci-partners
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LA QUESTIONE.
L'ammissibilità della costituzione di parte civile nel processo penale avente ad oggetto l'illecito amministrativo è questione eminentemente processuale che però costituisce il portato della più generale questione di ordine sostanziale afferente alla natura della responsabilità da reato degli enti.
Quest'ultima, ora ricondotta all'alveo della responsabilità penale ora a quella amministrativa, assomma in sé, inscindibilmente avvinti, caratteri di entrambe e per questo è stata qualificata dalla Cassazione a SS.UU. come un tertiumgenus.
Se la questione sostanziale è il necessario antecedente logico della definizione degli strumenti processuali per la tutela dei diritti ad essa sottesi e se la natura della responsabilità degli enti è stata definita dalla Suprema Corte - nella sua massima composizione - in termini di assoluta novità e originalità, allora non si possono adottare soluzioni aprioristiche ma è indispensabile sondare il complesso positivo del “sistema 231” per addivenire ad una soluzione compatibile con l'ordinamento giuridico sull'accertamento del fatto e sulla conseguente tutela dei diritti.
Tale indagine risulta ancor più indispensabile attesa la invalsa ancorché fuorviante metodologia argomentativa operata da coloro (Cassazione sez. VI n.2251/2010 in primis) che negano aprioristicamente l'ammissibilità della costituzione di parte civile, interpretando il silenzio del legislatore come una negazione della figura giuridica della parte civile da cui inferiscono una negazione di diritto alla tutela interpretando quindi capziosamente le norme al fine di dimostrare tale assunto.
Si ritiene, invece, che, come in tutte le branche della conoscenza, il metodo gnoseologico più attendibile sia quello scientifico sicché dall'osservazione del reale e attraverso l'applicazione dei principi regolatori indiscussi di quella branca della conoscenza (nel nostro caso il diritto, nelle scienze naturali invece le leggi di natura universali) si possa pervenire ad una soluzione interpretativa da sottoporre alla falsificazione secondo il metodo della “corroboration” e cumulative “redundancy”: solo la resistenza alla falsificazione garantisce che il risultato gnoseologico sia immune da vizi logici.
D'altronde, che l'insistenza su questioni meramente definitorie sia assolutamente sterile è comprovata da una singolare vicenda conosciuta quale “paradosso dell'ornitorinco”.
Questo simpatico paradosso animale scatenò involontariamente su di sé una ridda di ipotesi da parte dei tassonomisti, ai quali peraltro, complicò la vita oltre misura.
Pare di sentirli ancora discutere: può essere un mammifero che depone uova? Ma ci sono le mammelle. Non può essere un mammifero, deve essere un rettile oviparo! Cova le uova coprendole col becco e la coda? E’ un rettile! E’ un uccello! E’ un mammifero!
La disputa andò avanti per un secolo e fu una dura guerra di convinzioni. Finché qualcuno si rese conto che la natura ha più fantasia dei classificatori.
Nel nostro caso, l’incapacità di uscire fuori dalle classificazioni esistenti ha fatto sì che si creasse una tesi, preconcetta, di inammissibilità della costituzione di parte civile che, poi, abbandonata la mania classificatoria è stata giustificata con argomenti che definire deboli è dir poco.
L'OSSERVAZIONE DEL REALE
La responsabilità dell'ente è enunciata in termini di illecito amministrativo dipendente da reato (rubrica della legge).
L'illecito è strutturato secondo un modello sconosciuto alla teoria generale del reato ma con essa integrato: in particolare la riconosciuta soggettività giuridica agli enti (con o senza personalità giuridica) da parte del codice civile e la definizione di ente come autonomo centro di imputazione di interessi, sintesi dei soggetti che lo compongono, diverso eppure ad essi inscindibilmente connesso, ha consentito di attribuire all'ente, da parte della elaborazione giurisprudenziale e dottrinaria civile, moti psichici e diritti della personalità che fossero compatibili con l'assenza di corporeità (es. riconoscimento in capo all'ente iure proprio del risarcimento del danno morale soggettivo costituito dal turbamento per l'eccessiva durata del processo) attraverso una costante interpretazione evolutiva del concetto di immedesimazione organica.
Anche in campo penale il dogma della personalità della responsabilità penale è stato risolto nel senso di una non corrispondenza del vocabolo personale con quello di corporeo.
Sicché la responsabilità penale non è quella riferibile soltanto alla persona fisica ma è personale nella misura in cui la condotta lesiva sia ascrivibile ad un soggetto (fisico o giuridico) alla stregua dei criteri di imputazione oggettivi (art. 40 e 41 c.p.) e soggettivi (artt. 42 e 43 c.p.).
Il modello d'imputazione dell'illecito dell'ente è, si diceva, del tutto peculiare in quanto le imputazioni oggettiva e soggettiva del fatto di reato all'ente sono scolpite simultaneamente dall'art.5 nel primissimo periodo “l'ente è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio” dai soggetti indicati nelle lettere a) e b).
La condotta delittuosa rispondente alla fattispecie tipica di parte speciale (debitamente richiamata negli artt. 24 e ss. valendo anche per l'ente il principio di legalità enunciato all'art. 2 del relativo decreto) è pur sempre compiuta da soggetti fisici sicché il nesso causale condotta-evento di cui agli artt. 40 e 41 riferito al fatto di reato e il nesso psicologico di cui agli artt. 42 e 43 c.p. dovranno ovviamente dirsi provati prima in capo alle persone fisiche.
Da qui la “dipendenza da reato” della responsabilità dell'ente.
Il fatto illecito dell'ente rinviene, invece, il suo presupposto soggettivo nei concetti di interesse o vantaggio: sostanzialmente, portando alle estreme conseguenze il principio di immedesimazione organica,il legislatore considera come “voluto” o “colposamente commesso” dalla persona giuridica il reato posto in essere da persone fisiche che rivestano incarichi direttivi dell'ente o da soggetti ad essi sottoposti, ove tali condotte siano compiute a vantaggio dell'ente o nel suo interesse; ove, quindi, la politica gestionale della persona fisica geneticamente (si pensi alle società create ad hoc per il riciclaggio e il reimpiego di denaro di provenienza delittuosa) o soltanto occasionalmente, persegua o aderisca a obiettivi contra ius.
Il referente oggettivo della responsabilità della persona giuridica è costituito dal reato commesso mentre la punibilità (qualificazione soggettiva) è ancorata ad un concetto eminentemente normativo di rimproverabilità per la cd. “colpa di organizzazione”.
In particolare l'art.6 fissa in termini negativi tale responsabilità come una scusante che esclude la responsabilità dell'ente ove questo abbia adottato un efficace modello di organizzazione e gestione o di vigilanza che, secondo un giudizio ex ante, fosse idoneo a scongiurare la commissione di reati della specie di quello commesso.
L'art. 8 sancisce formalmente l'autonomia della responsabilità dell'ente, non perchè prescinda dall'accertamento del fatto di reato (da cui dipende) ma perchè trattasi di una responsabilità per fatto proprio.
Ex art. 36 la competenza a conoscere dell'illecito dell'ente dipendente da reato è del giudice penale.
Il fatto dell'ente è dunque un illecito che appartiene esclusivamente a esso e assume i contorni della colpa di organizzazione.
Tanto rimanda inequivocabilmente alla responsabilità aquiliana di cui all'art. 2043 c.c. che in quanto clausola generale dell'ordinamento si applica a “qualunque fatto doloso o colposo” produttivo di un danno ingiusto.
Quindi il problema diventa quello di stabilire, ancorchè non sembrino esservi ostacoli alla luce del principio generale di cui all'art. 2043, se la responsabilità amministrativa da reato degli enti sia produttiva di danno risarcibile.
La questione è risolta in via positiva dallo stesso decreto 231/2001 agli artt. 12 e 27 .
Il primo riguarda i casi di riduzione della sanzione pecuniaria e, ad esempio, al comma 2 lett. a), sancisce che “la sanzione è ridotta da un terzo alla metà se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado: a) l'ente ha risarcito integralmente il danno...”
L'art. 27 al primo comma dichiara soltanto che “dell'obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria risponde soltanto l'ente con il suo patrimonio”: tale precetto, lungi dal negare la risarcibilità del danno cagionato dal fatto dell'ente, ha la mera funzione di tenere esenti i patrimoni personali dei soci di enti senza personalità giuridica, cui parimenti si applica il D.lgs. 231/2001 (v. art. 1) e che altrimenti risponderebbero illimitatamente di tutte le obbligazioni contratte dalla società.
Il secondo comma, invece, statuisce che “i crediti dello stato derivanti dagli illeciti amministrativi dell'ente relativi a reati hanno privilegio secondo le disposizioni del c.p.p. sui crediti dipendenti da reato”.
La necessità di specificare il privilegio dei crediti statali rispetto a tutti gli altri crediti da reato implica il riconoscimento dell'esistenza di altri crediti che possono coesistere con quelli statali e che possono essere ravvisati nelle obbligazioni extracontrattuali.
Si esplicita, dunque,l’”ubiconsistam” del danno derivante da illecito amministrativo dell'ente citando le parole di illustri studiosi tra i quali l'avv. Paliero attuale difensore di RIVA Forni Elettrici S.p.A.:
«Il fatto dell’ente – sia esso radicato nella politica corporativa (delinquenziale stricto o lato sensu) espressa dai vertici oppure nella disorganizzazione e opacità delle strutture e dei processi aziendali – costituisce comunque un quid funzionalmente connesso al reato, un apporto al reato quantomeno di natura agevolativa.
Il reato dunque difficilmente può esser visto come “condizione obiettiva di punibilità” (che, a rigore, dovrebbe essere elemento estraneo all’offensività incarnata dalla fattispecie) e men che meno come “presupposto” della condotta corporativa (il reato è “presupposto” solo in termini assolutamente statici ed astratti, ma nella struttura e nella dinamica dell’illecito corporativo è evidentemente un posteriusrispetto alla condotta dell’ente): la sua collocazione ‘naturale’ all’interno della fattispecie corporativa sembrerebbe quella come “evento”.
Pertanto, l’inquadramento giuridico più consono sembra essere quello della “fattispecie plurisoggettiva necessaria”: la persona giuridica e la persona fisica concorrono alla realizzazione di un medesimo “evento-reato”, secondo lo schema dell’accessorietà limitata: l’ente è il partecipe al (o, a seconda dei casi, l’autore mediato del) fatto penalmente tipico e antigiuridico (non necessariamente colpevole e punibile) concretato dall’autore individuale.
Tale lettura dell’illecito corporativo è stata data da autorevolissima dottrina[1] ed ha trovato il conforto delle stesse Sezioni Unite e di copiosa giurisprudenza[2] antecedente e successiva.
Così ricostruito l’illecito corporativo, diventa difficile anche sostenere la mancanza di un nesso causale giuridicamente rilevante tra questo e i danni derivanti dal reato.
Se il reato costituisce l’evento della condotta (concorsuale) dell’ente, se, in definitiva, è proprio il reato (inteso perlomeno come fatto penalmente tipico ed antigiuridico) ciò che viene imputato all’ente, emerge con nettezza che i danni causati dal reato sono i danni causati (oltre che dalla persona fisica anche) dall’ente stesso, a meno che non si arrivi a dire che i danni materialmente causati dal concorrente che pone in essere la condotta di autorìa non possono ritenersi riconducibili agli altri concorrenti.
Se il reato cessa d’essere elemento ‘casuale’ della fattispecie corporativa per divenire elemento ‘causale’, se cioè non lo si vede più come elemento estrinseco alla condotta e al disvalore dell’illecito corporativo ma come derivato di tale condotta ed asse portante di tale disvalore, allora diviene praticamente impossibile scindere i danni (civili) prodotti dal fatto-reato dall’illecito dell’ente»[3].
Certo è, dunque, che il d.lgs. 231/2001 abbia introdotto una nuova forma di responsabilità produttiva di danno risarcibile dell'ente per la quale deve essere istituito il relativo mezzo di tutela.
L'inestricabile connubio di elementi propri della responsabilità penale (struttura dell'illecito) e di quella amministrativa (sistema delle sanzioni) renderebbe impossibile dirimere il conflitto tra diverse giurisdizioni astrattamente competenti per l'un o per l'altro titolo di responsabilità.
Pertanto non diversamente da come già operato in tema di conflitto tra giurisdizione amministrativa e giurisdizione ordinaria allorchè una situazione di fatto presenti il celeberrimo “nodo gordiano” (Corte Costituzionale n. 204/2004) di interessi legittimi e diritti soggettivi, il legislatore ha istituito di fatto una giurisdizione esclusiva del giudice penale “a conoscere” dell'illecito amministrativo dipendente da reato attraverso il disposto dell'art. 36 D.lgs. 231/2001.
Da ciò logicamente si inferisce che:
la necessità avvertita dal legislatore di designare specificamente la spettanza della giurisdizione sull'accertamento di tale illecito è l'ennesima conferma della unicità di tale titolo di responsabilità;
istituita la giurisdizione penale devono trovare applicazione tutte le norme processuali che ad essa presiedono, come d'altronde stabilito dall'art. 34 che rimanda per tutto quanto non specificamente disciplinato a tutta la disciplina del c.p.p.;
in conseguenza dell'esclusività della giurisdizione penale, è in tale contesto, quello del giudizio penale, che deve farsi valere anche la pretesa risarcitoria ex 2043 c.c. poiché tale sede è l'unica cui la legge conferisce il potere di accertamento dei fatti costitutivi della pretesa.
Nessun ostacolo, anzi molteplici elementi normativi paiono militare nel senso dell'ammissibilità della costituzione di parte civile nei confronti degli enti atteso peraltro lo scarso pregio dell'obiezione secondo cui la mancata esplicita ammissione della parte civile nel d.lgs. 231/2001 equivarrebbe ad una consapevole scelta del legislatore:
il rimando di cui all'art. 34 D.lgs. 231/2001 è generalizzato;
quando il legislatore non ha inteso ammettere l'esperibilità dell'azione risarcitoria lo ha esplicitamente affermato come, ad es., nel microsistema del processo minorile, ex art. 10 D.P.R. 448/1988, non soltanto escludendo esplicitamente la possibilità di esperire l’azione civile in quel processo penale ma prevedendo, altresì, al comma 2 del predetto articolo che la sentenza penale non abbia efficacia di giudicato nel giudizio civile;
la parziale trasposizione dell'art. 316 c.p.p. nell'art. 54 d.lgs. 231/2001 con l'esclusione del riferimento alla parte civile, che è la riprova della sua presenza nel processo controgli enti, giacché, nell'ipotesi di sequestro conservativo, il legislatore ha manifestato esplicitamente l'esigenza di escluderla così derogando al rinvio generalizzato di cui all'art. 34.
Se la presenza della parte civile fosse stata “naturalmente incompatibile” con il “sistema231” non ci sarebbe stato alcun bisogno di fare tale specificazione poiché il divieto di sequestro conservativo per le somme destinate all'adempimento delle obbligazioni civili sarebbe risultato automaticamente ed ineluttabilmente dal combinato disposto degli artt. 316 c.p.p. e 34 D.lgs. 231/2001 .
Avendo formulato un’ipotesi di segno positivo con riguardo all’ammissibilità della costituzione di parte civile nel processo a carico degli enti, occorre esaminarne la “tenuta” logica e sistematica attraverso l’esame di tutti gli argomenti sollevati dalla dottrina e dalla giurisprudenza contro tale ipotesi, la confutazione degli stessi e la dimostrazione che un ipotetico loro accoglimento condurrebbe ad effetti incoerenti con l’intero sistema giuridico.
La sentenza Cass. Sez. VI n. 2251/2010
Gli argomenti sviluppati da tale pronuncia costituiscono il cuore delle contestazioni alla configurabilità della parte civile nel processo a carico degli enti.
“il punto di partenza non può che essere la constatazione che nel d.lgs. 231/2001 manca ogniriferimento espresso alla parte civile.
La sistematica rimozione, nel d.lgs. 231/2001, di ogni richiamo o riferimento alla parte civile (e alla persona offesa) porta a ritenere che non si sia trattato di una lacuna normativa, quanto piuttosto di una scelta consapevole del legislatore, che ha voluto operare, intenzionalmente, una deroga rispetto alla regolamentazione codicistica: la parte civile non è menzionata nella sezione II del capo III del decreto dedicata ai soggetti del procedimento a carico dell'ente, né ad essa si fa alcun accenno nella disciplina relativa alle indagini preliminari, all'udienza preliminare, ai procedimenti speciali, alle impugnazioni ovvero nelle disposizioni sulla sentenza, istituti che, invece, nei rispettivi moduli previsti nel codice di procedura penale contengono importanti disposizioni sulla parte civile e sulla persona offesa.”
L’argomento è fallace per le seguenti ragioni:
si attribuisce apoditticamente un significato al silenzio. mentre un silenzio non può che essere interpretato per quello che è.
Omissione e negazione sono due elementi logici del pensiero completamente diversi.
L’omissione ha dunque la caratteristica della neutralità.
Se un significato le si deve attribuire deve essere fatto a posteriori, a valle dell’esame complessivo del sistema normativo, non a monte.
Invece questa inferenza proclamando una interpretazione letterale si lancia inopinatamente nella dichiarazione dell'”intentio” del legislatore.
L’utilizzo del brocardo ubi lex voluit dixit ubi colui tacuit è utilizzabile in un sistema rigido e chiuso come senz’altro è quello penale, ma non quello processuale penale e nemmeno quello del d.lgs.231/2001 il quale sancisce solo per la sua parte sostanziale il principio di stretta legalità (con il conseguente divieto di analogia ed interpretazione in malam partem) mentre nella sua parte processuale rimanda attraverso l’art. 34 a tutta la disciplina del c.p.p. ove compatibile:“Per il procedimento relativo agli illeciti amministrativi dipendenti da reato, si osservano le norme di questo capo nonché, in quanto compatibili, le disposizioni del codice di procedura penale e del decreto legislativo 28 luglio 1989, n. 271”.
E’, dunque, evidente che le norme del decreto 231/2001 debbano trovare applicazione primariamente rispetto a quelle del c.p.p., le quali si applicheranno solo ove compatibili con che cosa? Ovviamente con le norme del d.lgs. 231/2001.
E’ dunque il legislatore stesso che attribuisce, nella redazione del d.lgs. 231/2001, due significati diversi al suo stesso silenzio: nella parte sostanziale il silenzio del legislatore equivale a negazione secondo il principio ubi lex voluit… valendo nell’area della incriminazione il principio di stretta legalità ribadito dall’art. 2 d.lgs. 231/2001, mentre nella parte processuale il silenzio non è qualificabile come negazione di disciplina.
Falsificazione dell'argomento in sentenza: per paradosso, applicando il ragionamento costruito dalla sentenza dovrebbe negarsi che l’ente nel processo a suo carico possa utilizzare la prova documentale dal momento che l’unico articolo del decreto dedicato alle prove (art. 44) attiene alle limitazioni all’assunzione dell’ufficio di testimone e la prova documentale non è mai citata in alcun articolo dell’intero decreto.
“accanto alla materiale "assenza" di riferimenti riguardanti la parte civile, il d.lgs. 231/2001 contiene alcuni dati specifici ed espressi che confermano la volontà di escludere questo soggetto dal processo.
Da un lato, vi è l'art. 27 che nel disciplinare la responsabilità patrimoniale dell'ente la limita all'obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria, senza fare alcuna menzione alle obbligazioni civili”;
Anche tale argomento è fallace:
la rubrica dell’art. 27 parla di “responsabilità patrimoniale dell’ente” con ciò chiaramente esplicitando che la disposizione mira soltanto a individuare quali sono le obbligazioni di cui l’ente risponde con il proprio patrimonio.
Se si legge il comma primo di tale articolo in combinato disposto con l’art. 1 del medesimo decreto ci si avvede che sono passibili dell’applicazione del D.lgs. 231/2001 anche enti privi di personalità giuridica cui si applica un regime di parziale separazione tra il patrimonio dell’ente e quello dei soci i quali ex art. 2267 c.c. sono illimitatamente responsabili per le obbligazioni contratte dall’ente.
Il secondo comma dell’art. 27 istituisce invece un privilegio dello Stato nei crediti da reato di cui l’ente è soggetto passivo a conferma che per tali tipi di crediti vi sono altri soggetti attivi.
Falsificazione dell'argomento in sentenza: che il significato dell’art. 27 comma 1 sia esattamente quello testè esposto è facilmente dimostrabile sondando cosa accadrebbe se tale disposizione non esistesse: i soci degli enti senza personalità giuridica sarebbero sottoposti ad una sanzione, che ha natura di pena, in difetto di qualsivoglia responsabilità e in violazione del principio di personalità della responsabilità penale qualora non si siano resi responsabili di alcun fatto di reato. Ove invece siano a loro volta imputati per il reato dal quale l’illecito dell’ente dipende verrebbero assoggettati ad una inaccettabile duplicazione di pene in spregio del principio di legalità dei reati e delle pene.
“dall'altro lato, appare particolarmente significativa la regolamentazione del sequestro conservativo, di cui all'art. 54. L'omologo istituto codicistico di cui all'art. 316 c.p.p. pone questa misura cautelare reale sia a tutela del pagamento della "pena pecuniaria, delle spese del procedimento e di ogni altra somma dovuta all'erario", sia delle "obbligazioni civili derivanti dal reato", in quest'ultimo caso attribuendo alla parte civile la possibilità di richiedere il sequestro; invece, il citato art. 54 d.lgs. 231/2001 limita il sequestro conservativo al solo scopo di assicurare il pagamento della sanzione pecuniaria (oltre che delle spese del procedimento e delle somme dovute all'erario), sequestro che può essere richiesto unicamente dal pubblico ministero. Anche qui il legislatore ha compiuto una scelta consapevole, escludendo la funzione di garantire le obbligazioni civili, funzione che, nella struttura della norma codicistica, presuppone la richiesta della parte civile.”
Il difetto logico di tale argomentazione sta nella congiunzione “anche” che sarebbe stato più corretto sostituire con “solo”. Ciò perchè è indiscusso che in tale caso il legislatore abbia consapevolmente voluto sottrarre alla parte civile uno strumento processuale di garanzia della soddisfazione del proprio credito dal momento che è l'unica disposizione in tutto il D.lgs. 231/2001 che ricalca espressamente l'omologo articolo del c.p.p. espungendo la parte relativa alla parte civile e alle obbligazioni civili nascenti da reato. Eppure ciò non significa affatto che esse non vi siano, se mai è la conferma del contrario.
Falsificazione dell'argomento in sentenza: dichiarare che l'art. 54 D.lgs. 231/2001 consacri l'assenza della parte civile nel processo all'ente significa violare manifestamente il principio di non contraddizione laddove si sostiene che tale istituto sia “naturaliter” incompatibile con l'illecito prodotto dall'ente. Se così fosse infatti, non ci sarebbe stato alcun bisogno di replicare l'art. 316 c.p.p. attraverso il 54 D.lgs. 231/2001 espungendo manifestamente il riferimento alla parte civile, poiché l'inapplicabilità di tale parte della disposizione sarebbe risultata ben chiara dal combinato disposto degli artt. 316 c.p.p. e 34 D.lgs. 231/2001.
“L'ampliamento della competenza del giudice penale ad occuparsi anche dell'azione civile avrebbe dovuto avvenire attraverso una esplicita previsione di legge e a questo proposito si è rilevato, da parte di attenta dottrina, che l'art. 111 Cost., così come modificato, pretende il rispetto del principio di stretta legalità quale "criterio direttivo di tutta la disciplina del processo penale", sicché non sarebbe ammissibile ricorrere ad una interpretazione analogica degli artt. 185 c.p. e 74 c.p.p”.;
L'art.111 Cost. enuncia al primo comma il principio di attuazione del giusto processo regolato dalla legge. Tale principio va coordinato con quello di pari rango – se non superiore per la collocazione all'interno del testo costituzionale tra i rapporti civili costituendo un diritto inviolabile dell'uomo – di cui all'art. 24 co1: “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi”.
Si ha pertanto:
Che vi è un illecito (nominato tale dalla stessa legge) che ex art. 2043 c.c. può essere produttivo di un danno risarcibile.
Che unico competente a conoscere dei fatti costitutivi di tale pretesa risarcitoria è, ex art. 36 D.lgs. 231/2001 soltanto il giudice penale.
Che, conseguentemente, la sede penale è l'unica entro la quale il diritto al risarcimento del danno da illecito amministrativo dipendente da reato può e deve essere esercitato, mancando al contrario una espressa disposizione di legge che ne attribuisca la conoscibilità al giudice civile o amministrativo attesa l'unicità di tale voce di responsabilità e la costruzione della giurisdizione penale in questa materia come esclusiva.
“se l'illecito amministrativo ascrivibile all'ente non coincide con il reato, ma costituisce qualcosa di diverso, che addirittura lo ricomprende, deve escludersi che possa farsi un'applicazione degli artt. 185 c.p. e 74 c.p.p., che invece contengono un espresso ed esclusivo riferimento al "reato" in senso tecnico. L'ostacolo maggiore all'applicazione diretta dell'art. 185 c.p. nella disciplina del processo ex d.lgs. 231/2001 - non importa se attraverso una interpretazione estensiva o analogica - è costituito dagli stessi limiti ermeneutici ed applicativi della norma citata, che si riferisce esclusivamente ai danni cagionati dai reato, nozione quest'ultima che non può coprire anche l'illecito dell'ente, così come delineato nel citato d.lgs. 231/2001. Allo stesso modo, anche l'art. 74 c.p.p. non può trovare applicazione attraverso la clausola di chiusura contenuta nell'art. 34 d.lgs. 231/2001, in quanto esso consente la costituzione della parte civile in funzione del ristoro dei danni previsti dall'art. 185 c.p., espressamente richiamato, cioè dei danni derivanti dal reato. In sostanza, l'impossibilità di procedere all'applicazione delle due norme richiamate discende dal fatto che per entrambe il presupposto per la costituzione di parte civile è rappresentato dalla commissione di un reato, non dell'illecito amministrativo.”
La costruzione dell'illecito amministrativo dell'ente come un fatto la cui condotta è la colposa mancata adozione dei modelli organizzativi e il cui evento rilevante ex 231/2001 è la commissione di un reato consente agevolmente di riferire la responsabilità dell'ente al reato stesso che ne costituisce l'evento produttivo di danno ingiusto.
“tanto l'inquadramento dell'illecito dell'ente come fatto produttivo di danni risarcibili ex art. 2043 c.c., quanto il riconoscimento che quella dell'ente sia una responsabilità per fatto proprio, non paiono argomenti idonei a dimostrare che in questo processo debba trovare spazio la disciplina sulla costituzione di parte civile, in mancanza di dati normativi positivi che autorizzino una tale conclusione. Sotto un primo profilo, si osserva come la gestione dell'azione civile nel processo penale, lungi dall'essere un principio generale dell'ordinamento, si presenti in realtà sotto specie di una deroga al principio della completa autonomia e separazione del giudizio civile da quello penale, affermato nel codice del 1988 (in particolare dall'art. 75 c.p.p., espressione del c.d. favorseparationis), tanto che le disposizioni processuali che consentono la decisione nel giudizio penale dell'azione civile sono da considerare di natura quasi eccezionale. Sicché deve convenirsi con chi, in assenza di ogni esplicito riferimento ad azioni diverse da quella penale e in mancanza di una qualunque base normativa al riguardo, esclude che nel processo ex d.lgs. 231/2001 possa avere ingresso un'azione civile nei confronti dell'ente: per ritenere che il giudice competente a conoscere l'illecito dell'ente sia anche competente a conoscere i danni derivanti da esso sarebbe stata necessaria una previsione espressa.”
Premesso che la affermata “quasi eccezionalità” delle norme che disciplinano l'azione civile nel processo penale ne tradisce l'assenza di eccezionalità – per il noto principio di identità per cui A non può essere uguale a non A – sicchè una norma o è eccezionale oppure non lo è, e non può esserlo e non esserlo contemporaneamente; vale rilevare che il divieto di analogia è esplicitato dal combinato disposto degli artt. 14 preleggi e 25 comma 2 Cost. e, finora, non ha mai subito deroghe di sorta: esso sancisce l'operatività del divieto di analogia per le norme penali incriminatrici ed eccezionali.
E' fuori di dubbio che gli artt. 185 c.p. e 74 c.p.p. non istituiscano una pena né abbiano funzione latusensu incriminatrice, e che peraltro non rientrino neppure nella categoria delle norme eccezionali identificando il concetto di eccezione la vigenza di una regola di portata contraria ad una generale, poiché esse non contravvengono, come invece sostenuto dalla Cass. 2251/2010, al principio di separazione delle giurisdizioni ma, al contrario, dettano una regola speciale – questo sì – per i casi in cui fisiologicamente l'accertamento penale e quello civile vertano sugli stessi fatti storici. Non trattasi dunque di eccezione ma di integrazione.
“Inoltre, la scelta del legislatore di non prevedere la costituzione di parte civile nel processo a carico degli enti può trovare una ulteriore e ragionevole spiegazione sotto il profilo sostanziale, nel senso che non pare individuabile un danno derivante dall'illecito amministrativo, diverso da quello prodotto dal reato. In questo modo si finisce per sostenere che l'esercizio dell'azione civile nel processo disciplinato dal d.lgs. 231/2001 riguardi il danno derivante dal reato, attribuendolo indifferentemente alla persona fisica e all'ente e negando, contraddittoriamente, che quella dell'ente sia una responsabilità per fatto proprio, che trova la sua ragione nella commissione di un illecito complesso, in cui il reato è solo uno degli elementi. Invece, va ribadita l'autonomia dell'illecito addebitato all'ente, dovendo distinguersi la sua responsabilità da quella della persona fisica e riconoscendo che l'eventuale danno cagionato dal reato non coincide con quello derivante dall'illecito amministrativo di cui risponde l'ente. In realtà, deve convenirsi con quella dottrina che, molto acutamente, ha evidenziato come "i danni riferibili al reato sembrano esaurire l'orizzonte delle conseguenze in grado di fondare una pretesa risarcitoria", escludendo che possano esservi danni ulteriori derivanti direttamente dall'illecito dell'ente.”
Anche tale argomentazione risulta fallace: l'esistenza di un titolo autonomo di responsabilità dell'ente non significa che questi materialmente non concorra – agevolandolo – alla commissione di un fatto penalmente rilevante secondo il noto criterio causale di cui agli artt. 40 e 41 c.p.
L'impossibilità di contestare in concorso ex 110 c.p. lo stesso reato all'ente e alle persone fisiche è il logico precipitato della autonomia giuridica del titolo di responsabilità non della impossibilità di ricondurlo alla causalità produttiva dell'evento di danno sul piano naturalistico.
Il danno è quello conseguente dal reato del quale l'ente risponde per averlo agevolato attraverso una condotta omissiva alla stregua del combinato disposto degli artt. 5, 6 e 24 ess D.lgs. 231/2001 e le persone fisiche per averlo compiuto attraverso la condotta tipica di parte speciale del c.p..
La responsabilità non è peraltro solidale tra l'ente e le persone fisiche perchè appunto risponde a titoli diversi.
Trattasi di danni conseguenza giuridicamente diversi ma derivanti dallo stesso evento naturalistico lesivo.
“Un altro argomento utilizzato … a sostegno dell'ammissibilità della costituzione della parte civile nel processo degli enti fa leva sulle disposizioni del d.lgs. 231/2001, che pongono le premesse per il soddisfacimento delle pretese risarcitorie e restitutorie della persona offesa, sottolineando come la ratio del decreto sia quella di tutelare l'interesse dei danneggiati dal fatto illecito, al pari dell'interesse alla punizione dell'ente. Il riferimento è, in particolare, agli artt. 12 e 17, che consentono all'ente dì ottenere l'esclusione ovvero la riduzione delle sanzioni pecuniarie e interdittive in caso di avvenuto risarcimento dei danni patiti dalla vittima, nonché all'art. 19, che prevede la riduzione della confisca per la parte dì profitto che può essere restituita al danneggiato. A questo proposito si osserva, preliminarmente, che dalla formulazione inequivocabile delle disposizioni menzionate si ricava che il danno cui si riferiscono è quello derivante dal reato e non quello determinato dall'illecito amministrativo commesso dall'ente, sicché le argomentazioni possono essere rovesciate e sostenere che il legislatore, ancora una volta, ha escluso la configurabilità di conseguenze dannose derivante dall'illecito amministrativo, limitandosi a prevedere "sconti" di sanzioni collegate esclusivamente a forme di "reintegrazione" di danni da reato.”
Gli art. 12 e 17 D.lgs. 231/2001 parlano esplicitamente di risarcimento del danno. Secondo i fautori della ammissibilità della costituzione di parte civile trattasi del danno ingiusto ex 2043 c.c. secondo i detrattori trattasi di obbligazioni di garanzia che l'ente come responsabile civile paga per il fatto commesso dai suoi dipendenti.
Ma anche del responsabile civile non si fa alcuna menzione in nessuna delle disposizioni del decreto; quindi, tale argomento non potrebbe essere portato quale decisivo né dall'una corrente né dall'altra.
Falsificazione dell'argomento in sentenza: Eppure un argomento logico di disarmante semplicità gioca a favore della tesi dell'ammissibilità: perchè tutt'a un tratto il d.lgs. 231/2001, il cui oggetto è la responsabilità da illecito amministrativo dipendente da reato, debba preoccuparsi delle obbligazioni per le quali l'ente è chiamato come responsabile civile essendo queste già pienamente e compiutamente disciplinate nel c.p.p.? Sarebbe una sterile duplicazione. Ma il postulato su cui ruota l'intero sistema di interpretazione delle norme penali è che il legislatore non sia irragionevole, e che ogni norma abbia nella trama positiva una specifica funzione.
Quindi quale ragionevolezza c'è nel statuire che l'ente si libera dalla responsabilità da illecito amministrativo, ovvero per fatto proprio, pagando le obbligazioni civili derivanti da una responsabilità per fatto altrui?
In sostanza, il risarcimento del danno derivante da responsabilità personale di altri riverberebbe i suoi benefici effetti in relazione alla specifica e diversa sanzione per la personale responsabilità dell’ente.
Il che risulterebbe tanto irragionevole da sconfinare nella illegittimità costituzionale.
“In ogni caso, è stato notato come il fatto che in materia di responsabilità degli enti si sia costruito un sistema di riduzione sanzionatoria collegato a condotte di c.d. "ravvedimento operoso" è circostanza del tutto neutra rispetto al problema dell'ammissibilità della costituzione di parte civile, come è dimostrato dalla disciplina del processo penale a carico di imputati minorenni, in cui è prevista la possibilità di adottare prescrizioni volte a riparare le conseguenze del reato (art. 28) e nello stesso tempo è esclusa l'ammissibilità dell'esercizio dell'azione civile nel processo penale (art. 10).”
… tuttavia vale notare quanto segue:
nel processo minorile l'inesperibilità dell'azione civile nel contesto penale è esplicitamente sancita dalla legge;
l'azione civile nei confronti del minore non è però preclusa nella sede propria nei confronti di coloro i quali sono destinatari di obblighi di vigilanza sull'incapace ex art. 2047 e 2048 c.c. cui evidentemente risponde la ratio del divieto di esercizio dell'azione civile in sede penale poiché ivi difetta il legittimato passivo.
L'argomento innovativo addotto dalla difesa di ILVA Amministrazione Straordinaria S.p.A. Avverso la costituzione di parte civile nei confronti degli enti.
A ulteriore sostegno delle argomentazioni contrarie la difesa di Ilva Amministrazione Straordinaria ha dichiarato che l'inammissilità della costituzione di parte civile nei confronti dell'ente si coglierebbe dalla preclusione della possibilità di sollevare opposizione alla richiesta di archiviazione nei confronti dell'ente ex art. 58 D.lgs. 231/2001.
Agile controbattere che non trattandosi di reato ma di illecito amministrativo dipendente da esso, la persona offesa del reato rispetto a tale illecito assume la posizione sostanziale e processuale di danneggiato, non abilitato a proporre alcuna opposizione all'archiviazione e cionondimeno comunque titolare di una posizione risarcibile.
La Sentenza della CGUE C-79/11
Sembrava aver consacrato la posizione negatoria dell'azione civile nel processo penale agli enti la sentenza della CGUE che aveva enunciato il seguente principio di diritto: “L’articolo 9, paragrafo 1, della decisione quadro 2001/220/GAI del Consiglio, del 15 marzo 2001, relativa alla posizione della vittima nel procedimento penale, deve essere interpretato nel senso che non osta a che, nel contesto di un regime di responsabilità delle persone giuridiche come quello in discussione nel procedimento principale, la vittima di un reato non possa chiedere il risarcimento dei danni direttamente causati da tale reato, nell’ambito del processo penale, alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo da reato”.
In verità tale principio di diritto non sposta minimamente i termini della questione né in un senso né nell'altro. Non è in contrasto con il diritto comunitario impedire la richiesta del risarcimento dei danni causati da reato nell'ambito di un processo penale alla persona giuridica autrice di un illecito amministrativo da reato.
In effetti il diritto comunitario non si interessa della legislazione degli stati membri, e ove tale possibilità venga garantita in sede civile non ritiene che la tutela del danneggiato venga vulnerata.
Questo però non significa né negare l'esperibilità dell'azione civile, né tantomeno che l'ammissione della costituzione di parte civile sia contrastante con il diritto dell'Unione.
In sostanza, non è nemmeno vietato prevederla!
E' il nulla che si aggiunge al niente.
Taranto, 26/7/16
avv. Eligio Curci
avv. Ludovica Coda
avv. Valeria Curci
C.E. PALIERO, Dieci anni di “corporate liability” nel sistema italiano: il paradigma imputativo nell’evoluzione della legislazione e della prassi, in AA. VV., D.Lvo 231: dieci anni di esperienze nella legislazione e nella prassi, in Le Società, “Gli speciali”, 2011, p. 14 ss. (ove l’Autore riafferma una sua ‘tradizionale’ impostazione); ma si veda anche M. ROMANO, La responsabilità amministrativa degli enti, società o associazioni: profili generali, in Rivista delle società, 2002, p. 410 s. Recentemente richiama lo schema della compartecipazione criminosa G. DE SIMONE, Persone giuridiche e responsabilità da reato. Profili storici, dogmatici e comparatistici, Pisa, 2012, p. 304 ss., il quale esplica anche come tale inquadramento giuridico del fatto dell’ente sia tanto risalente quanto vitale e diffuso (v. Parti II e III).
Si veda la notissima Cass., Sez. Un., 27 marzo 2008, n. 26654, punti 7 e 8, cui si è uniformata la dominante giurisprudenza successiva: ex multis, Cass., sez. VI, 25 gennaio 2013, n. 21222; Cass., sez. II, 22 febbraio 2012, n. 20976; Cass., sez. VI, 6 febbraio 2009, n. 19765. Per una trattazione critica del principio solidaristico, v. L. MARZULLO, Ancora in tema di sequestro per equivalente funzionale alla confisca del profitto del reato: prime applicazioni (e stessi dubbi) dopo l’intervento delle Sezioni Unite penali, in Cass. pen., 2010, p. 2735 ss.
D. Bianchi “Ancora sulla problematica (in)ammissibilità della costituzione di parte civile nel processo penale de societate in Diritto Penale Contemporaneo
La costituzione di parte civile nei confronti delle persone giuridiche;
ovvero “il paradosso dell’ornitorinco”.