Source: http://www.ilcaso.it/giurisprudenza/archivio_backup/TPS-GF-03-06-05.htm
Timestamp: 2017-07-21 22:38:11+00:00
Document Index: 175757217

Matched Legal Cases: ['art. 184', 'art. 1283', 'art.\n1283', 'art. 184', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1421', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 1283', 'art. 190', 'art.\n649', 'art. 1283', 'art. 2034', 'art. 157', 'art. 83', 'art. 164', 'art. 164', 'art.\n1283', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 184', 'art.\n153', 'art. 184', 'Cass. Sez. ', 'art. 2697', 'sentenza ', 'art.\n1283', 'art. 1831', 'art. 1857', 'art. 1852', 'art. 1823', 'art. 1831', 'art.1283', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art.1283', 'art.1284', 'art.1224', 'sentenza ', 'art. 1224', 'art. 2948', 'art. 1282', 'art. 1283', 'art. 1282', 'art. 1224', 'art. 1283', 'art. 1224', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1224', 'art. 1283', 'art. 1224', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1283', 'Cass. Sez. ', 'art. 1283', 'art. 1813', 'art. 1815', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art.\n1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1282', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art.\n1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1282', 'art. 1283', 'art. 1282', 'art. 1283', 'Cass. Sez. ', 'art. 1283', 'art. 1284', 'art. 1283', 'art. 1284', 'art. 1284', 'art.1224', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1232', 'art. 1232', 'art. 1283', 'art. 1232', 'art.\n1232', 'art. 1284', 'art. 1283', 'art. 1232', 'art. 1284', 'art. 1283']

Opposizione a decreto ingiuntivo emesso in favore della Banca per
scoperto di conto corrente - Contestazione del correntista relativa alla
nullità dell’anatocismo trimestrale passivo concordato nel contratto e
addebitato dalla Banca - Onere della Banca di provare l’entità del credito
ingiunto attraverso la produzione degli estratti conto relativi all’intero
rapporto bancario oggetto di contestazione- Sussistenza- Omessa produzione
degli estratti conto relativi ai primi anni del rapporto- Conseguenze- Impossibilità
di giustificazione contabile e di depurazione dall’anatocismo illegittimo del
saldo di cui al primo estratto conto prodotto- Sussistenza - Riconduzione del
predetto saldo a “zero”- Legittimità - Acquisizione da parte del CTU della
documentazione non prodotta dalla Banca nei termini di cui all’art. 184 c.p.c.-
Esclusione. Contratto di mutuo bancario- Pattuizione di interessi moratori
ultralegali sull’intera rata di mutuo comprensiva di capitale e di interessi
corrispettivi- Clausola anatocistica pattuita in violazione dell’art. 1283 c.c
- Nullità – Sussistenza - Fondamento- Natura speciale ed inderogabile dell’art.
1283 c.c.- Natura peculiare del debito per interessi rispetto alle comuni
obbligazioni pecuniarie- Conseguenze della nullità- Produzione di interessi di
mora sulla sola quota capitale della rata di mutuo scaduta.
Opposizione a decreto ingiuntivo emesso in favore della
Banca per scoperto di conto corrente - Contestazione del correntista relativa
alla nullità dell’anatocismo trimestrale passivo concordato nel contratto e
documentazione non prodotta dalla Banca nei termini di cui all’art. 184
c.p.c.- Esclusione. Contratto di mutuo bancario- Pattuizione di interessi
moratori ultralegali sull’intera rata di mutuo comprensiva di capitale e di
interessi corrispettivi- Clausola anatocistica pattuita in violazione dell’art. 1283 c.c -
Nullità – Sussistenza - Fondamento- Natura speciale ed inderogabile dell’art.
obbligazioni pecuniarie- Conseguenze della nullità- Produzione di interessi
di mora sulla sola quota capitale della rata di mutuo scaduta.
Tribunale di Pescara- Giudice Unico G. Falco -
Sentenza del 3 giungo 2005, dep. il 7 giugno 2005- La massima:
opposizione promosso avverso una decreto ingiuntivo emesso in favore di una
Banca a titolo di scoperto di un contratto di apertura di credito in conto
corrente connotata da clausola anatocistica nulla perché pattuita tra le
parti in violazione dell’art. 1283 c.c., il Giudice deve procedere- anche
d’ufficio ex art. 1421 c.c. e sulla base della documentazione contabile
ritualmente versata in atti - alla depurazione del saldo debitore del
correntista dall’anatocismo invalidamente pattuito e conteggiato dalla Banca
nel corso del rapporto e da questa preteso in sede monitoria. La Banca che
rivendichi la sussistenza e legittimità del proprio credito pecuniario nella
misura pretesa in sede monitoria ha l’onere- quale attrice sostanziale del
giudizio di opposizione- di fornire la prova della fondatezza di siffatta
pretesa, attraverso la produzione in giudizio- nei termini perentori di cui
all’art. 184 c.p.c.- degli estratti conto relativi all’intero rapporto di
conto corrente oggetto di contestazione. L’omessa produzione
da parte della Banca- nei suddetti termini di cui all’art. 184 c.p.c.- degli
estratti conto relativi ai primi due anni del rapporto di apertura di credito
di conto corrente, non consentendo al nominato CTU né di verificare la
giustificazione contabile del saldo di cui al primo estratto conto prodotto,
né di depurare quel saldo dagli anatocismi trimestrali passivi invalidamente
conteggiati dalla Banca anche nei primi due anni del rapporto, comporta la
necessità di ricondurre processualmente quel primo saldo a “zero” e
conseguentemente di rigettare la pretesa pecuniaria monitoria relativa a
quella parte del rapporto, potendosi ricostruire e quindi riconoscere in capo alla Banca soltanto
il credito legittimamente maturato negli anni successivi del rapporto in
relazione a cui sia stata fornita prova documentale.
istruttoria maturata in capo alla Banca per non avere questa prodotto nei
termini perentori di cui all’art. 184 c.p.c. la predetta documentazione
contabile non può essere
aggirata attraverso l’attribuzione al nominato CTU del potere di acquisire
d’ufficio presso gli uffici della Banca la documentazione da questa
colpevolmente non prodotta in giudizio, pena violazione della disciplina
dell’onere della prova e della perentorietà dei termini di cui all’art. 184
mutuo per il quale sia previsto un piano di restituzione differito nel tempo,
mediante il pagamento di rate costanti comprensive di parte del capitale e
degli interessi, questi ultimi conservano la loro natura e non si trasformano
invece in capitale da restituire al mutuante, cosicché la convenzione,
contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate
scadute decorrono gli interessi di mora sulla intera somma integra un
fenomeno anatocistico, vietato dall'art. 1283 c.c.. REPUBBLICA ITALIANA
In composizione monocratica ed in
persona del Giudice Dott. Gianluca Falco, ha pronunciato la seguente
Nella causa civile in I grado
iscritta al N° 66 del Ruolo Generale dell’anno 2001, trattenuta in decisione
all’udienza del 10.2.2005, promossa da:
Società A, in persona del legale
rappresentante pro-tempore,,
e i Signori B, C, D, E, F e G
- opponenti-
Società CASSA DI RISPARMIO DI PESCARA
e LORETO APRUTINO S.P.A.- CARIPE S.P.A.- in persona del Presidente e Legale Rappresentante pro tempore, con sede in Pescara,
Corso Vittorio Emanuele n. 102.
-opposta -
OGGETTO: opposizione al decreto
ingiuntivo n. 1191/2000 emesso dal Tribunale di Pescara. CONCLUSIONI
All’udienza del 10.2.2005 per gli
opponenti il difensore “ […] precisa le proprie conclusioni riportandosi a
quelle contenute nell’atto introduttivo, da ritenersi qui integralmente
riportate e trascritte, chiedendone l’integrale accoglimento. In particolare
insiste affinchè vengano accolte le conclusioni di cui alla perizia contabile
del CTU, con conseguente annullamento del decreto ingiuntivo opposto e
condanna alle spese del
giudizio. Dichiara di non accettare il contraddittorio su eventuali domande
Per la opposta il difensore “ […]
precisa le conclusioni riportandosi alla comparsa di costituzione e risposta,
ai verbali e a tutti gli scritti difensivi, chiedendo il rigetto dell’opposizione,
con condanna degli opponenti al pagamento di tutte le somme dovute. Chiede
autorizzarsi il ritiro del fascicolo di parte, con concessione del doppio
termine di cui all’art. 190 c.p.c.”. FATTO E SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di citazione del 4.1.2001, ritualmente notificato, la Società A, in persona del legale rappresentante pro-tempore e i Sigg. B, C, D, E, F, e G proponevano
opposizione avverso il decreto ingiuntivo n. 1191/2000, reso provvisoriamente
esecutivo con formula del 21.11.2000, con il quale il Tribunale di Pescara li
aveva condannati a pagare in solido, nelle rispettive qualità di debitore
principale la prima e di fideiussori gli altri ed in favore della Società
CASSA DI RISPARMIO DI PESCARA e LORETO APRUTINO S.P.A la somma complessiva di
£. 33.505.759, oltre interessi e spese legali, di cui £. 17.787.334 a titolo
di scoperto del c/c 11036/94, oltre interessi moratori al 10,50% dal
1.10.2000 in aggiunta alla commissione di massimo scoperto, e £. 15.718.425
per residuo debito del prestito Ascomfidi erogato in data 2.4.96, oltre
interessi convenzionali del 14,50%.
dell’opposizione si assumeva:
· L’omessa indicazione da parte della
Banca, in sede monitoria, delle specifiche voci di calcolo ( sorte capitale,
spese, addebiti, etc.) utilizzate per il conteggio della somma pecuniaria
pretesa dagli ingiunti, con “conseguente impossibilità per questi ultimi e
per il Giudice di effettuare il doveroso controllo delle partite” e con
conseguente nullità per indeterminatezza del decreto ingiuntivo emanato.
· L’omessa dichiarazione da parte della
Banca, in ordine alla somma pretesa a titolo di rimborso parziale del
prestito erogato, se da detta somma fosse stato o meno decurtato l’importo
garantito, a mezzo fideiussione, dalla Confcommercio.
Banca della data di decorrenza degli interessi convenzionali al tasso del
14,50% pretesi in sede monitoria sulla somma relativa alle rate di mutuo non
pagate, con conseguente ulteriore impossibilità per gli ingiunti di avere
“una cognizione piena del
proprio debito”.
· L’illegittimità della pretesa
pecuniaria azionata dall’ingiungente in sede monitoria, qualora la stessa
fosse stata connotata anche dalla illegittima applicazione di anatocismi
trimestrali come invalidamente pattuiti in contratto.
Tanto premesso gli
opponenti concludevano chiedendo in via preliminare la sospensione ex art.
649 c.p.c., per gravi motivi, dell’esecuzione provvisoria del decreto
ingiuntivo opposto, nel merito ed in via principale la declaratoria della
nullità ed inefficacia del decreto medesimo, in via subordinata il
“contenimento delle somme richieste nei limiti del giusto dovuto”, in via
istruttoria l’esperimento di CTU contabile. Con vittoria di spese ed onorari
Con comparsa di risposta depositata in Cancelleria in data
28.2.2001 si costituiva in giudizio la Società CASSA DI RISPARMIO DI PESCARA e LORETO APRUTINO S.P.A.,
in persona del Presidente e Legale Rappresentante pro tempore (di seguito BANCA) la quale, contestando la
fondatezza della proposta opposizione e chiedendone il rigetto, insisteva
nella propria pretesa pecuniaria già accolta in sede monitoria ed assumeva la
pretestuosità delle avverse difese ed eccezioni, in particolare deducendo:
· L’inammissibilità, improponibilità ed
improcedibilità della opposizione per violazione degli artt. 83 e 163 n. 2
c.p.c., in ragione sia della illeggibilità della firma apposta per conto
della società A, sia della sua evidente non riconducibilità al legale
rappresentante, stante la diversità di grafia di quella rispetto alla
sottoscrizione apposta da quest’ultimo in proprio in calce alla procura
conferita al difensore.
· La piena validità ed efficacia dei
contratti bancari e di garanzia fideiussoria azionati dall’esponente in sede
monitoria ed allegati agli atti di causa.
· La mancata contestazione da parte
degli opponenti e nel corso del rapporto degli estratti conto ad essi
periodicamente inviati relativi all’apertura di credito in conto corrente, con
conseguente idoneità degli estratti conto medesimi a fare “piena prova nei
loro confronti dell’ammontare del saldo attivo e passivo” del conto stesso.
· La sussistenza di prova documentale
della fondatezza della domanda monitoria nella “documentazione analitica
prodotta, comprensiva degli estratti conto per l’anno 2000 e del piano di
ammortamento relativo al prestito Ascomfidi erogato, piano peraltro
regolarmente consegnato ai debitori all’atto dell’erogazione del prestito, il
quale prevedeva il rimborso del prestito di £. 50.000.000 in sessanta rate
mensili comprensive della quota capitale e della quota interessi al tasso
convenzionale pattuito.
· La conseguente inesistenza di
qualsivoglia obbligo della Banca di specificazione- in sede di deposito del
ricorso monitorio- della decorrenza degli interessi, essendo stato
l’ammontare di questi ultimi già conteggiato nelle singole rate come
concordate in sede di formazione del piano di ammortamento, con conseguente legittimità della pretesa di
pagamento della somma di £. 15.718.425 comprensiva – come tale- sia di
capitale sia di interessi.
· Il mancato esercizio da parte della
esponente della garanzia prestata dalla Ascomfidi, avendo detta garanzia
natura soltanto sussidiaria e per questo subordinata all’inadempimento ed
alla previa inutile escussione del debitore principale.
· La legittimità dell’anatocismo
trimestrale applicato sugli interessi passivi del correntista, costituendo
esso “una conseguenza indiretta del meccanismo di periodica chiusura dei
conti ai sensi degli artt. 1823 e 1831 c.c. i quali definivano la struttura
di ogni regolamento di conto corrente”, ed esistendo comunque in materia un
conforme uso normativo ex art. 1283 c.c.;
· L’operatività, in ogni caso, della soluti retentio ex art. 2034 c.c.
in favore della esponente con riferimento agli interessi composti già
percepiti nel corso del rapporto;
Acquisita la documentazione prodotta dalle parti, espletata la
trattazione della causa, espletata una CTU contabile al fine della verifica
dei rapporti di dare ed avere in essere tra le parti in relazione al
contratto di apertura di conto corrente, le parti precisavano le rispettive conclusioni all’udienza del
10.2.2005, all’esito della quale il Giudice tratteneva la causa in decisione.
L’opposizione proposta avverso il Decreto Ingiuntivo n.
1191/2000 risulta parzialmente fondata nella misura e per le considerazioni
di seguito precisate.
In primo luogo deve sottolinearsi come la preliminare eccezione,
sollevata dalla opposta, di inammissibilità, improponibilità ed
c.p.c. non merita accoglimento.
Si premette al riguardo che la Banca ha denunziato sia la
illeggibilità della firma apposta per conto della società A da un non meglio
identificato sottoscrittore, sia la non corrispondenza di detta firma al
“pugno” di B, in citazione indicato come legale rappresentante della società
opponente, avendo questi poi apposto a margine della procura rilasciata in
proprio una sottoscrizione diversa da quella di cui sopra. Da quanto detto
deriverebbe- ad avviso della opposta- l’impossibilità di verificare il
necessario collegamento tra il soggetto sottoscrittore della procura alle
liti, asseritamente conferita in rappresentanza e per conto della società, e
la società stessa (cfr. la comparsa di costituzione).
La predetta eccezione non merita accoglimento per i seguenti
· La società A. ha instaurato il
presente giudizio di opposizione “in persona del legale rappresentante pro-tempore B (cfr. la intestazione dell’atto di
citazione in opposizione a D.I.).
· In calce al predetto atto di
citazione risulta apposto il mandato alle liti che- quanto alla mandante
società A - reca una firma obiettivamente illeggibile ed apparentemente diversa
da quella di B, apposta a margine della procura da quest’ultimo conferita in
proprio quale socio opponente (cfr. la procura alle liti).
· Recentissimamente le Sezioni Unite
della Cassazione (sentenze nn. 4810 e 4814 del 7.3.2005) hanno
definitivamente statuito- dirimendo un contrasto in essere in materia tra le
sezioni semplici della giurisprudenza di legittimità- che “l'illeggibilità
della firma del conferente la procura alla lite, apposta in calce od a
margine dell'atto con il quale sta in giudizio una società esattamente
indicata con la sua denominazione, è irrilevante, non solo quando il nome del
sottoscrittore risulti dal testo della procura stessa o dalla certificazione
d'autografia resa dal difensore, ovvero dal testo di quell'atto, ma anche
quando detto nome sia con certezza desumibile dall'indicazione di una
specifica funzione o carica, che ne renda identificabile il titolare per il
tramite dei documenti di causa o delle risultanze del registro delle imprese.
In assenza di tali condizioni, ed inoltre nei casi in cui non si menzioni
alcuna funzione o carica specifica, allegandosi genericamente la qualità di
legale rappresentante, si determina nullità relativa, che la controparte può
opporre con la prima difesa, a norma dell'art. 157 cod. proc. civ., facendo
così carico alla parte istante d'integrare con la prima replica la lacunosità
dell'atto iniziale, mediante chiara e non più rettificabile notizia del nome
dell'autore della firma illeggibile; ove difetti, sia inadeguata o sia
tardiva detta integrazione, si verifica invalidità della procura ed
inammissibilità dell'atto cui accede”. · Le stesse Sezioni Unite tuttavia,
coordinando la disciplina di cui all’art. 83 c.p. con quella di cui agli artt.
163/164 c.p.c., hanno ulteriormente statuito in ordine alla ipotesi-
ricorrente nella specie- di illeggibilità della sottoscrizione della procura alle liti apposta
nell’atto di citazione (artt.163/645 c.p.c.), che “la mancata identificazione
del conferente la procura può riverberarsi sulla validità della citazione, la
quale è nulla, ai sensi dell’art. 164 I comma c.p.c., ove sussista assoluta
incertezza circa l’organo o l’ufficio dotato del potere di rappresentanza in
giudizio la società (non dunque incertezza soltanto sul nome del titolare di
tale organo od ufficio), ma tale nullità è comunque superata dalla
costituzione della parte convenuta, che spiega gli effetti sananti di cui
all’art. 164 III comma c.p.c.” (così testualmente Cass. S.U. n. 4810 del
7.3.2005).
· La costituzione in giudizio della
Banca ha quindi sanato il vizio della citazione derivante dalla
illeggibilità della
sottoscrizione della procura alle liti apposta in calce alla medesima.
deve sottolinearsi come la eccezione, sollevata dagli opponenti, di
“illegittimità dell’emissione del decreto ingiuntivo per carenza della prova
scritta del credito ingiunto come allegata nel procedimento monitorio e per
conseguente indeterminatezza del decreto ingiuntivo debba considerarsi irrilevante ai fini del presente
giudizio in quanto:
· Trattasi di eccezione con la quale
gli opponenti deducono sostanzialmente la carenza di prova scritta del
credito ingiunto.
· E’ noto tuttavia che il giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo, nel sistema
delineato dal codice di procedura civile, si atteggia come un procedimento il cui oggetto non e' ristretto alla verifica delle
condizioni di ammissibilita' e di validita' del decreto stesso, ma
si estende all'accertamento, con riferimento alla situazione di fatto esistente al momento
della pronuncia della sentenza- dei fatti costitutivi del diritto in
contestazione (cfr. ex multis
Cass. N. 5186/2003). Ne consegue che il giudice dell'opposizione
e' investito del potere-dovere
di pronunciare sulla pretesa fatta valere con la domanda di ingiunzione e sulle eccezioni proposte "ex adverso" ancorche'
il decreto ingiuntivo sia stato emesso (come nella specie dedotto dagli opponenti) fuori delle condizioni stabilite dalla legge per il procedimento monitorio e non puo' limitarsi ad accertare e dichiarare la nullita' del decreto
emesso all'esito dello stesso (cfr. ex
multis Cass. N. 7188/2003). · Di conseguenza, il presente giudizio
di opposizione, non essendo mera impugnazione del decreto, volta a farne valere vizi ovvero originarie ragioni di invalidita', ma costituendo un ordinario giudizio di cognizione di
merito, teso all'accertamento dell'esistenza del
diritto di credito azionato dal creditore con il ricorso "ex"
artt. 633 e 638 cod. proc. civ.
(cfr. Cass. N. 6421/2003) deve procedere alla verifica- sulla
base della documentazione contabile versata in atti- della fondatezza o meno
della pretesa sostanziale azionata dall’ingiungente in sede monitoria, ed ove
il credito risulti fondato, deve accogliere la domanda indipendentemente
dalla circostanza della regolarità, sufficienza e validità degli elementi
probatori alla stregua dei quali l’ingiunzione fu emessa, rimanendo
irrilevanti, ai fini di tale accertamento, eventuali vizi della procedura
monitoria che non importino (come nella specie) l’insussistenza del diritto
fatto valere con tale procedura e che potrebbero valere soltanto ai fini di
una diversa statuizione sulle spese della fase monitoria (Cass. N.
6663/2002).
Fatta questa necessaria premessa in ordine alla irrilevanza “nel merito” della summenzionata
eccezione, si deve quindi a questo punto procedere alla verifica- sulla base
delle risultanze processuali acquisite nel presente giudizio “a cognizione
piena” e della documentazione quivi “versata” dalle parti ed in primis della esperita CTU
contabile- della fondatezza o meno della pretesa sostanziale pecuniaria
azionata dall’ingiungente in sede monitoria.
Orbene, l’esame della documentazione bancaria allegata agli atti
rileva le seguenti circostanze:
· In data 7.1.94 B,C e D stipulavano
con la Banca un contratto di conto corrente bancario, intestato alla società
A, della quale i primi erano soci. Detto contratto prevedeva tra le
condizioni generali la previsione di una periodicità di capitalizzazione
delle competenze (annuale per gli interessi creditori; trimestrale per gli
interessi debitori: cfr. il contratto).
· In data 29.3.96 tutti gli opponenti
sottoscrivevano con la Banca un contratto per la concessione di un prestito
Ascomfidi di £. 50.000.000, intestato alla società A, con obbligo
restitutorio frazionato in 60 rate mensili comprensive di quota capitale e di
quota interessi convenzionali ultralegali al tasso nominale annuo del 12,50%,
come da piano di ammortamento concordato e sottoscritto dalle parti ed
allegato agli atti (cfr. la documentazione agli atti). Tale prestito era
garantito da fideiussione sottoscritta da tutti gli opponenti (cfr. il
contratto agli atti).
· In data 21.11.98 le parti stipulavano
quindi un contratto di apertura di credito, intestato alla società A, con
concessione di un fido fino a £. 15.000.000, garantito dalle fideiussioni
sottoscritte in data 29.3.96 ed in data 24.2.97 (cfr. il contratto di
apertura di credito agli atti).
· Con il ricorso per decreto ingiuntivo
depositato in data 3.11.2000 la Banca ha preteso la condanna solidale degli
odierni opponenti, nelle rispettive sopra descritte qualità di debitore
principale (la società) e di fideiussori (i soci), al pagamento in proprio
favore della somma complessiva di £. 33.505.759, oltre interessi e spese
legali, di cui £. 17.787.334, a titolo di scoperto del c/c 11036, oltre
interessi moratori al 10,50% dal 1.10.2000 in aggiunta alla commissione di
massimo scoperto, £. 15.718.425 per residuo debito del prestito Ascomfidi
erogato in data 2.4.96 (di cui £. 9.642.889 per nove rate mensili non pagate
relative al periodo 1.2.2000/1.10.2000 e £. 6.075.536 per residuo sorte
capitale) oltre interessi convenzionali del 14,50% (cfr. il ricorso per
decreto ingiuntivo).
· Nel giudizio di opposizione
successivamente instaurato dagli ingiunti, questi ultimi hanno sollevato le
contestazioni contabili di cui si è detto.
Orbene, fatta questa necessaria premessa ricognitiva delle
acquisite risultanze processuali e dei profili in contestazione e non in
contestazione tra le parti, è opportuno partire dalla verifica della
fondatezza o meno della pretesa pecuniaria della Banca relativa allo scoperto
· La somma pretesa dalla Banca ed
ingiunta a tale titolo nei confronti degli opponenti è pari a £. 17.787.334, a titolo di scoperto
del c/c 11036, oltre interessi moratori al 10,50% dal 1.10.2000 in aggiunta
alla commissione di massimo scoperto (cfr. il ricorso per decreto
ingiuntivo).
· Al riguardo gli opponenti (convenuti
sostanziali) hanno eccepito sia l’omessa indicazione da parte della Banca in
sede monitoria delle specifiche voci di calcolo ( sorte capitale, spese, addebiti,
etc.) utilizzate per il conteggio della somma pecuniaria pretesa dagli
ingiunti, con conseguente impossibilità per questi ultimi e per il Giudice di
effettuare il doveroso controllo delle partite e con conseguente nullità per
indeterminatezza del decreto ingiuntivo emanato”, sia l’illegittimità della
capitalizzazione trimestrale passiva ivi pattuita in violazione dell’art.
1283 c.c. (cfr. l’atto di citazione in opposizione).
· Il rapporto in conto corrente di cui
si discute è sorto- come detto- nel 1994 e ad esso è acceduta l’apertura di
credito in data 21.11.98.
· Il credito rivendicato dalla
ingiungente a tale titolo costituiva- secondo la prospettazione della stessa-
il saldo debitore risultante da tale rapporto di durata alla chiusura dello
· Parte opposta (attrice in senso
sostanziale) si è tuttavia limitata a produrre anche nel presente giudizio di
opposizione (al pari di quanto aveva fatto nel procedimento per decreto
ingiuntivo) unicamente gli estratti conto dell’anno 2000, senza allegare alcunché
relativamente agli altri anni del rapporto (cfr. la documentazione i atti).
· Correttamente, quindi, il nominato
CTU- cui era stato conferito- a fronte delle contrapposte deduzioni delle
parti circa l’esatto ammontare dello scoperto di conto corrente e circa la
legittimità o meno delle capitalizzazioni e degli interessi conteggiati-
l’incarico di rideterminare i rapporti di dare ed avere applicando il tasso
d’interesse pattuito ovvero legittimamente variato e, quanto all’anatocismo e
con distinti conteggi, la
capitalizzazione annuale, semestrale e l’interesse semplice, rilevata
“l’assenza di qualsivoglia giustificazione del saldo iniziale al 31.12.1999
del primo estratto conto prodotto e relativo al I trimestre del 2000”, ha
provveduto a riportare detto saldo a “zero” (cfr. la CTU ed i chiarimenti resi sul punto dal perito
all’udienza del 15.4.2004 ).
· Al riguardo la pretesa della Banca
spiegata in detta udienza di procedere a nuova CTU che ricalcolasse i
rapporti di dare ed avere del contratto di conto corrente “sulla base del
saldo iniziale derivato dagli estratto conto anche mediante la verifica di
ulteriore documentazione da richiedere alla Banca e riguardante gli estratti
conto dall’inizio del rapporto di conto corrente” è stata avversata dalla controparte
(cfr. le relative contrapposte deduzioni di cui al verbale d’udienza del
15.4.2004) ed è stata altresì a suo tempo rigettata dal G.I. sulla base della
considerazione-quivi pienamente ribadita- della insanabile decadenza
istruttoria (art. 184 c.p.c.) in cui era già incorsa la Banca nella
acquisizione agli atti di causa della produzione documentale in parola e
nella conseguente inammissibilità di un “aggiramento” della citata
sopravvenuta decadenza della parte attraverso una sorta di “delega in bianco”
al CTU alla acquisizione di altro materiale istruttorio (ultroneo rispetto a
quello tempestivamente versato in atti dalle parti) colpevolmente non
prodotto nei termini perentori di cui all’art. 184 c.p.c. dalla parte che ne
avesse avuto interesse (per il principio ormai pacifico per cui i termini
perentori di cui all’art. 184 c.p.c. riguardano anche le prove documentali,
al fine di tutelare la cd. concentrazione endoprocessuale del giudizio di I
grado, salva la possibilità di produzione di nuovi documenti in appello, cfr.
Cass. n. 6383 del 01/04/2004; Cass. N. 15646/2003 anche in motivazione; per
il principio per cui, posto che “il legislatore, con
legge n. 353 del 1990 di riforma del processo civile, ha inteso segnare più
nette scansioni tra la fase processuale destinata all'individuazione del thema decidendum, quella in cui si
deve definire il thema probandum
ed il momento della successiva decisione, assume particolare rilievo, in un
simile contesto, la previsione del novellato art. 184 c.p.c., che non solo
prevede l'eventuale assegnazione alle parti di un termine entro cui dedurre
prova e produrre documenti, ma espressamente stabilisce il carattere
perentorio di detto termine (art. cit., c. 2^); il che vale a sottrarre
siffatto termine alla disponibilità delle parti, stante il disposto dell'art.
153 c.p.c., come del resto implicitamente è confermato anche dal successivo
art. 184-bis, che contempla la possibilità di rimessione in termini, ma solo
ad istanza della parte interessata ed a condizione che questa dimostri di
essere incorsa nella decadenza per una causa ad essa non imputabile”, cfr. da
ultimo Cass. Sez. 1, Sentenza n. 5539 del 2004). · Sul piano processuale, una tale
lacuna probatoria si riverbera- ovviamente- a danno della parte che su detta
documentazione aveva rivendicato il credito azionato in via monitoria e quivi
contestato dagli opponenti, ossia sulla Banca che- quale attrice sostanziale-
era gravata ex art. 2697 c.c. dall’onere della prova dei fatti costitutivi
della propria pretesa pecuniaria.
· Orbene sulla base della verifica
della documentazione agli atti, il CTU ha rilevato che dalla stessa risulta
un saldo in linea capitale pari a £. – 249.012, al netto degli interessi, a
credito del correntista, che le competenze con capitalizzazione annuale
ovvero con capitalizzazione semplice (interesse semplice) coincidono (visto
che gli estratti conto prodotti non coprono l’anno) e che ammontano a £.
70.000 per spese di chiusura, £. 3.000 per spese per operazioni e £. – 4.421
per interessi attivi al tasso convenzionale. Il CTU ha altresì proceduto al
calcolo del saldo applicando la capitalizzazione semplice delle competenze,
individuando da tale prospettiva un saldo complessivo pari a £. 132.623
sempre a credito del cliente.
· Il saldo finale del conto corrente
bancario di cui sia stata fornita prova nel presente processo è allora pari-
accogliendo la tesi dell’interesse semplice per i motivi che di seguito si
esporranno- alla somma di £. 180.433 a credito del correntista.
· La mancata tempestiva domanda degli
opponenti di condanna della controparte al pagamento di eventuali somme a
credito degli stessi (cfr. l’atto di citazione) rende ovviamente
inammissibile la (tardiva) relativa domanda spiegata dai medesimi soltanto in
sede di comparsa conclusionale.
Orbene, deve a questo punto essere approfondita la questione
della legittimità o meno della capitalizzazione degli interessi passivi
operata dalla banca durante il rapporto di conto corrente bancario.
Si è già detto che nel rapporto bancario di cui è causa la
capitalizzazione degli interessi debitori è avvenuta trimestralmente.
Si ricorda al riguardo che nessun
adempimento spontaneo di un’obbligazione naturale (con conseguente
irrepetibilità di quanto pagato) può ovviamente rinvenirsi nel comportamento
del correntista che abbia versato somme maggiori in pagamento di anatocismi
pattuiti in contratto, quindi in adempimento di un’obbligazione giuridica,
ancorchè in forma invalida e non già di un mero dovere \morale o sociale.
La questione della capitalizzazione degli interessi assume nel
presente giudizio primario rilievo anche in relazione alla esatta
quantificazione del saldo creditore della Banca relativo al contratto di
prestito, posto che si è visto come questa ultima abbia preteso
monitoriamente dagli ingiunti la somma di £. 15.718.425 di cui £. 9.642.889
per nove rate mensili non pagate relative al periodo 1.2.2000/1.10.2000 (
rate comprensive di capitale ed interessi corrispettivi come da piano di
ammortamento: cfr. le relative deduzioni della opposta di cui alla comparsa
di costituzione) e £. 6.075.536 per residuo sorte capitale ed abbia altresì
preteso la corresponsione sull’intero debito derivante dal prestito
(comprensivo come detto di capitale ed interessi corrispettivi) degli
interessi convenzionali moratori pattuiti al tasso del 14,50% (cfr. il
ricorso per decreto ingiuntivo; cfr. la lettera raccomandata ddel 3.10.2000
di intimazione di pagamento).
Al riguardo è opportuno sottolineare come il mancato pagamento
sia di tali nove rate sia dell’ulteriore debito di £. 6.075.536 per residuo
sorte capitale non sia stato contestati dagli opponenti e come tale debba
considerarsi processualmente pacifico. Ciò che gli opponenti contestano è unicamente la mancata
indicazione da parte della Banca in sede di ricorso per decreto
ingiuntivo della data di
decorrenza degli interessi convenzionali al tasso del 14,50% pattuito nel
mutuo (cfr. la citazione).
Al riguardo deve in primo luogo sottolinearsi che questo Giudice
condivide l’arresto interpretativo della costante giurisprudenza di
legittimità, ormai consacrato anche dalle S.U. della Cassazione (sentenza n.
21095 del 7.10/4.11.2004) e, quindi da ritenersi definitivamente
consolidatosi sul punto, il quale- com’è noto- ha statuito l’illegittimità
del fenomeno della capitalizzazione trimestrale degli interessi in materia
bancaria, in quanto prassi contraria alla norma imperativa di cui all’art.
1283 c.c. e non trasfusa in un uso normativo, con conseguente nullità ex tunc ex artt. 1283/1284/1419
c.c. delle clausole negoziali di capitalizzazione trimestrale degli interessi
passivi anche in relazione ai periodi anteriori al noto mutamento
giurisprudenziale avvenuto nel 1999 ( cfr. Cass. S.U. n. 21095/2004; Cass. N.
3805/2004; Cass. N. 12868/2004; Cass. N. 5155/2004; Cass. N. 2593/2003; Cass.
N. 17813/2002; Cass. N. 8442/2002; Cass. N. 4490/2002; C.Cost. n. 425/2000;
per la giurisprudenza di merito cfr. Trib Torino 7.1.2003; Trib. Napoli
27.11.2002; Trib Roma 8.11.2002; Corte App. L’Aquila 11.6.2002).
Inoltre, tale conclusione appare legittima anche con riferimento
al contratto di conto corrente bancario, non condividendosi le argomentazioni
talvolta utilizzate da una giurisprudenza minoritaria ( cfr. Trib. Roma
27.1.2003; Trib. Palermo 6.9.2002) e quivi espressamente invocate da parte
opposta a sostegno dell’applicabilità a tale “tipo” negoziale dell’anatocismo cd “indiretto” (in
quanto mediato dal meccanismo di chiusura del conto) ex art. 1831 c.c.
previsto per il conto corrente ordinario: in particolare si contesta l’applicabilità
della norma appena menzionata al conto corrente bancario, sia per
l’insuperabilità del dato testuale dell’art. 1857 c.c. ( che non richiama
tale norma per il conto corrente bancario), sia in quanto l’interpretazione
analogica non può essere richiamata in ragione della profonda diversità di
ratio tra il conto corrente ordinario-che prevede l’esigibilità a vista del
saldo ex art. 1852 c.c., e conto corrente bancario, che prevede
l’inesigibilità delle prestazioni ex art. 1823 c.c.. Per cui, se il saldo del
conto corrente bancario è esigibile in ogni momento, non ha senso applicare
l’art. 1831 c.c., in quanto tale norma ha la funzione di rendere esigibile il
saldo per il conto corrente ordinario (per la indiscutibile applicazione
della disciplina di cui all’art.1283 c.c. anche ai contratti bancari in c/c
si veda la sentenza delle S.U.Cass. n. 21095/04 più volte citata; cfr. Cass. N. 6558/1997; C. App. Lecce
n. 598/2001).
La capitalizzazione trimestrale applicata dalla banca al
rapporto di conto corrente garantito di cui è causa deve pertanto essere
dichiarata illegittima. Né una tale declaratoria di illegittimità è inibita -come invece
sostenuto da parte opposta (peraltro soltanto in sede di comparsa
conclusionale)- dalla mancata
contestazione da parte degli opponenti degli estratti conto in pendenza di
rapporto; infatti è noto che la mancata tempestiva contestazione
dell’estratto conto trasmesso da una banca al cliente rende inoppugnabili gli
addebiti soltanto sotto il
profilo meramente contabile, ma non sotto i profili della validità e
dell’efficacia dei rapporti obbligatori dai quali le partite inserite nel
conto derivano: in tal caso, infatti, l’impugnabilità investe direttamente il
titolo ed è regolata dalle norme generali sui contratti ( cfr. Cass. N.
12507/1999; Cass. N. 1978/1996; Trib. Genova sent. 5.5.2002; C.App. Lecce n.
598/2001).
Anche con riguardo ai contratti di mutuo conclusi dalle banche,
non sussiste un uso contrario all’art. 1283 c.c. che, in difetto delle condizioni
richieste da detta disposizione, abiliti il mutuante a pretendere gli
interessi sulle rate di mutuo rimaste insolute ala rispettiva scadenza,
laddove tali rate comprendano, come nella specie, oltre ad una quota di
capitale, anche una quota di interessi (cfr. Cass. N. 2593 del 20.2.2003).
Infatti anche in tema di mutuo bancario, e con riferimento al
calcolo degli interessi, devono ritenersi senz'altro applicabili le
limitazioni previste dall'art. 1283 c.c., non rilevando, in senso opposto,
l'esistenza di un uso bancario contrario a quanto disposto dalla norma
predetta; gli usi normativi contrari, cui espressamente fa riferimento il
citato art. 1283 c.c., sono, difatti, soltanto quelli formatisi anteriormente
all'entrata in vigore del codice civile (né usi contrari avrebbero potuto
formarsi in epoca successiva, atteso il carattere imperativo della norma de
qua - impeditivo, per l'effetto, del riconoscimento di pattuizioni e
comportamenti non conformi alla disciplina positiva esistente - norma che si poneva
come del tutto ostativa alla realizzazione delle condizioni di fatto idonee a
produrre la nascita di un uso avente le caratteristiche dell'uso normativo),
e, nello specifico campo del mutuo bancario ordinario, non è dato rinvenire,
in epoca anteriore al 1942, alcun uso che consentisse l'anatocismo oltre i
limiti poi previsti dall'art. 1283 c.c.; ne consegue la illegittimità tanto
delle pattuizioni, tanto dei comportamenti - ancorché non tradotti in patti -
che si risolvano in una accettazione reciproca, ovvero in una unilaterale
imposizione, di una disciplina diversa da quella legale (così testualmente
Cass. N. 2593 del 20.2.2003).
A questo punto, va quindi affrontata la questione relativa agli
effetti della illegittimità della capitalizzazione degli interessi
corrispettivi e moratori: in particolare, occorre stabilire se, al di là
della sicura impossibilità di capitalizzare gli interessi con frequenza
trimestrale, debba essere esclusa qualsiasi capitalizzazione ovvero possa
individuarsi una diversa frequenza di legittima capitalizzazione degli
interessi ( a favore di entrambe le parti del rapporto).
Al riguardo una parte della giurisprudenza di merito, seguita
anche da alcuni Giudici di questo Tribunale, si è più volte espressa in
favore del riconoscimento, pur in presenza di una clausola anatocistica nulla
ex art. 1283 c.c., di una capitalizzazione annuale degli interessi comunque
ricavabile dal sistema normativo codicistico dettato per le obbligazioni
pecuniarie, nel cui alveo e nella cui disciplina sarebbero pienamente
riconducibili- secondo la tesi in discorso- anche le obbligazioni di
In particolare, questa posizione ermeneutica, partendo dalla
premessa che “l’art.1283 c.c. non vieta il fenomeno dell’anatocismo in sé (
consentendo, pur nel concorso delle condizioni della convenzione posteriore
ovvero della domanda giudiziale, l’applicazione del meccanismo anatocistico
agli interessi maturati per almeno sei mesi) bensì vieta soltanto in assoluto
una frequenza infrasemestrale di applicazione dell’anatocismo ed in mancanza
di determinati requisiti l’anatocismo semestrale”, conclude sostenendo che la
medesima norma permetterebbe un “fenomeno anatocistico con cadenza
ultrasemestrale”. Al riguardo, si osserva che “sarebbe possibile individuare nell’art.1284
comma I c.c. la fonte di un fenomeno legale di anatocismo annuale ( ovvero di
risarcimento forfettario, con cadenza annuale, del danno da inadempimento
dell’obbligazione pecuniaria di interessi)”.
Infatti- si
osserva- tale norma, nel
prevedere che “ il saggio degli interessi legali è determinato […] in ragione
di anno”, individuerebbe, oltre ad un criterio di determinazione del tasso
degli interessi dovuti, anche un principio generale di naturale scadenza ed
esigibilità annuale degli interessi. Da tale scadenza conseguirebbe anche
l’effetto, proprio della scadenza di ogni obbligazione, del risarcimento del
danno da inadempimento, regolato, per le obbligazioni pecuniarie come quella
di interessi, dall’art.1224 c.c.. Da tutto ciò dovrebbe quindi desumersi che “ex lege ( in mancanza di convenzione contraria nei limiti
consentiti dall’ordinamento) gli interessi producono interessi con cadenza
Orbene, a parere di questo Giudice una siffatta tesi non appare
condivisibile in quanto non sembra
rispettosa di due fondamentali principi di diritto: da un lato della natura
imperativa e non derogabile della disciplina codicistica dettata dall’aret.
1283 c.c. per regolare il fenomeno dell’anatocismo, e dall’altro della
“specialità” dell’obbligazione di interessi rispetto al “genus” delle obbligazioni pecuniarie.
Al riguardo assume assoluto rilievo quanto le stesse Sezioni
Unite della Cassazione hanno chiaramente affermato nella sentenza n. 9653 del 17.7.2001 in relazione
sia all’anatocismo sia alla natura dell’obbligazione di interessi.
In particolare le Sezioni Unite- chiamate a dirimere un
contrasto giurisprudenziale sorto sulla questione della configurabilità o
meno dell’obbligazione di interessi (anche quando sia stata adempiuta
l’obbligazione principale) come una qualsiasi obbligazione pecuniaria dalla
quale derivi quindi anche il diritto agli ulteriori interessi di mora nonché
al risarcimento del maggior danno (ex art. 1224 comma II c.c.) ovvero come
una obbligazione sui generis
soggetta soltanto alla regola dell’anatocismo, ha affermato i seguenti
· “Il debito di interessi pur concretandosi nel
pagamento di una somma di denaro, non si
configura come una obbligazione pecuniaria qualsiasi, ma presenta
connotati specifici, sia per il carattere di accessorieta' rispetto all'obbligazione relativa al capitale, sia per la funzione (genericamente remuneratoria) che gli interessi rivestono, sia per la disciplina
prevista dalla legge proprio in relazione agli interessi scaduti.
· In contrario non varrebbe opporre che il connotato di
accessorieta' concerne il momento genetico dell'obbligazione
di pagamento degli interessi, destinata invece ad
assumere nella c.d. fase dinamica una propria autonomia, palesata dall'apposita previsione di un termine
di prescrizione (art. 2948, n. 4, cod. civ.), dalla possibilita' di disporre separatamente del credito per interessi rispetto a quello
di capitale, dalla possibilita' di agire in giudizio
indipendentemente dalla proposizione della
domanda per il credito principale. Questi rilievi sono esatti ma, non incidono sull'obbligazione de qua in guisa tale da trasformarne la natura, perche' non alterano la gia'
segnalata funzione degli interessi e, soprattutto, non valgono a rimuovere le implicazioni desumibili
dalla specifica disciplina degli interessi scaduti.
· E lo stesso
deve dirsi in relazione all'argomento secondo cui, quando l'obbligazione
principale sia gia' estinta per
adempimento da parte del debitore, l'obbligazione per interessi dovrebbe comunque assumere carattere autonomo. Pur postulando tale autonomia (che pero' non puo'
portare a considerare irrilevante il momento genetico di quell'obbligazione), essa non e' idonea a trasformare la causa (funzione) dell'obbligazione
medesima fino a rendere il debito per gli interessi scaduti una obbligazione
pecuniaria come tutte le altre. · Invero gli
interessi scaduti, se equiparati in
toto ad una qualsiasi obbligazione pecuniaria (credito liquido ed
esigibile di una somma di denaro), sarebbero stati automaticamente produttivi d'interessi di pieno diritto, ai sensi dell'art. 1282 cod.
civile. · Tale effetto, invece, e' escluso dal successivo art. 1283
(dettato a tutela del debitore ed applicabile per ogni
specie d'interessi, quindi anche per gli interessi moratori), alla stregua del quale, in mancanza
di usi contrari, gli interessi
scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione
posteriore alla loro scadenza, e
sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi
(c.d. anatocismo o interessi composti). · La citata disposizione non
comporta soltanto un limite al principio generale di cui all'art. 1282 cod.
civ., ma vale anche a rimarcare la particolare natura che, nel quadro delle
obbligazioni pecuniarie, la
legge attribuisce al debito per
interessi, con la previsione di una disciplina specifica, che si pone come derogatoria rispetto a quella generale in tema di danni nelle obbligazioni pecuniarie, stabilita dall'art. 1224 cod. civile, e che
proprio per il suo carattere di specialita'
deve prevalere su quest'ultima norma. (sulla natura “eccezionale” della norma
di cui all’art. 1283 c.c., cfr. ex
multis anche Cass. N. 14912/2001).
· Se cosi' non fosse, del resto, l'art. 1224 c.c.
verrebbe ad assorbire tutto il campo applicativo dell'art. 1283, che resterebbe circoscritto ai casi in cui il debito per interessi e' quantificato all'atto della proposizione della domanda. Ma una simile limitazione
dell'ambito applicativo del citato art. 1283 cod. civ. non emerge da tale norma e viene anzi a porsi con essa in contrasto, perche'
trascura la peculiare natura del debito per interessi sopra segnalata ed elude, almeno in parte, la finalita' di tutela per la posizione del debitore che la norma ha previsto
stabilendo in quali casi e con quali presupposti gli interessi scaduti
possono essere produttivi di
altri interessi. · D'altro canto, non sarebbe neppure conforme al principio di ragionevolezza un approdo ermeneutico che, in presenza di
obbligazioni di pagamento aventi natura e contenuto identici (interessi), rendesse applicabile al debitore
che ha gia' pagato il debito principale l'art. 1224 cod. civ. ed al debitore totalmente
inadempiente, e quindi convenuto per il pagamento del capitale e
degli interessi, l'art. 1283 in relazione a questi ultimi. · Conclusivamente, il debito per interessi (anche quando sia stata adempiuta l'obbligazione principale) non si configura come una qualsiasi
obbligazione pecuniaria, dalla quale derivi il diritto agli ulteriori interessi dalla mora nonche' al
risarcimento del maggior danno ex art. 1224 comma II cod. civ., ma
resta soggetto alla regola dell'anatocismo di cui all'art. 1283 cod. civ., derogabile soltanto dagli usi contrari ed applicabile a tutte
le obbligazioni aventi ad
oggetto originario il pagamento
di una somma di denaro sulla quale spettino interessi di qualsiasi natura” (così
testualmente Cass. S.U. sentenza n. 9653 del 17.7.2001).
e l’autorità di siffatto precedente ha orientato nello stesso senso la
giurisprudenza di legittimità successiva (cfr. Cass n. 2439/2002; Cass. N.
2771/2002; Cass. N. 4133/2003; Cass. N. 4830 del 10.3.2004).
Pacifico, quindi, che ai fini
dell'applicabilità del principio predetto non rileva la natura degli
interessi, corrispettivi o moratori, atteso che la disposizione di cui
all'art. 1283 cod. civ. si riferisce agli interessi di qualsiasi natura (cfr.
da ultimo Cass. Sez. 3, Sentenza n. 9474 del 19/05/2004; cfr. Cass. N. N.
8377 del 2000; Cass. N. 7507 del
Inoltre, nella materia specifica del
mutuo bancario la Cassazione, facendo semplice e lineare applicazione dei due
suesposti generali principi relativi al divieto di anatocismo (non derogato
da usi diversi neanche- come già visto- in relazione a siffatta tipologia di
negozi) ed alla natura del debito di interessi, ha così coerentemente
statuito quanto segue:
· In ipotesi di mutuo per il quale sia previsto un piano di
restituzione differito nel tempo, mediante il pagamento di rate costanti
comprensive di parte del capitale e degli interessi, questi ultimi conservano
la loro natura e non si trasformano invece in capitale da restituire al
mutuante, cosicché la convenzione, contestuale alla stipulazione del mutuo,
la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrono gli interessi sulla
intera somma integra un fenomeno anatocistico, vietato dall'art. 1283 c.c.
(cfr. la già citata Cass. N. 2593 del 2003; Cass. N. 1724/1977; Cass. N.
3479/1971).
· Infatti il
semplice fatto che nelle rate di mutuo vengono compresi sia una quota del capitale
da estinguere sia gli interessi a scalare non opera un conglobamento ne' vale
tanto meno a mutare la natura giuridica di questi ultimi, che conservano la
loro autonomia anche dal punto di vista contabile" (cfr. la già citata
Cass. N. 2593 del 2003; Cass. N. 1724/1977; Cass. N. 3479/1971).
· A carico del
mutuatario di somme di denaro sono poste, infatti, due distinte obbligazioni:
la prima è quella di restituire la somma ricevuta in prestito (art. 1813
c.c); la seconda è quella di corrispondere gli interessi al mutuante, salvo
diversa pattuizione (art. 1815 c.c). Sono due obbligazioni distinte
ontologicamente e rispondenti a finalità diverse. Nei mutui c.d. ad
ammortamento, la formazione delle varie rate, nella misura composita
predeterminata di capitale ed interessi, attiene ad una modalità
dell'adempimento delle due obbligazioni; nella rata concorrono, infatti, la
graduale restituzione della somma ricevuta in prestito e la corresponsione
degli interessi (cfr. Cass. N. 2593 del 2003; Cass. N. 1724/1977; Cass. N.
· Trattandosi, allora, di una pattuizione che ha il solo
scopo di scaglionare nel tempo le due distinte obbligazioni del mutuatario,
essa non è idonea a mutarne la natura ne' ad eliminarne l'autonomia (cfr.
Orbene, dai predetti chiari e
generali principi di diritto enunciati dalle Sezioni Unite della Cassazione,
da coordinarsi con gli altri definitivi arresti ermeneutici effettuati dalla
Giurisprudenza di Legittimità nella materia bancaria di cui quivi si discute
e con una debita considerazione della ratio
dell’art. 1283 c.c., derivano- ad avviso di questo Giudice e pur nella
consapevolezza di discostarsi dall’orientamento più volte accolto anche da
altri Giudici di questo Tribunale- le seguenti obbligate conclusioni:
· L’art. 1283 c.c- norma espressamente dettata dal
legislatore per disciplinare il fenomeno dell’anatocismo- è norma imperativa
e di natura eccezionale che ammette la capitalizzazione degli interessi
soltanto a determinate condizioni, prevedendo che gli interessi scaduti
possono produrre a loro volta interessi solo dal giorno della domanda
giudiziale (purchè questa sia in modo specifico rivolta ad ottenere il
pagamento degli interessi sugli interessi scaduti, non essendo a ciò
sufficiente la domanda dei soli interessi principali: cfr. ex multis Cass. N. 22565/2004 in
motivazione; Cass. nn. 5271/2002, 15838 e 7407/2001, 8377/2000,
5035/1999Cass. N. 2381/1994; Cass. N. 9311/1990; Cass. N. 4088/1988) o per
effetto di una convenzione fra le parti successiva alla scadenza degli
stessi, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno un semestre,
salvo usi contrari ( per le ragioni per cui il codice vigente, con l'art.
1283, mentre ha conservato il requisito della domanda giudiziale ha ridotto, rispetto alla disciplina del
codice civile abrogato, l'entità degli interessi scaduti- sui quali si
applicano gli interessi anatocistici- a sei mesi, si veda il rilievo risultante dalla relazione sul progetto
ministeriale per cui" il valore odierno della moneta consente di
ritenere che con l'importo di un semestre di interessi si può costituire una
somma rilevante che il creditore potrebbe utilizzare come capitale",
rilievo debitamente sottolineato da Cass. N. 9311/1990). · Ciò- come più volte ribadito dalla stessa Giurisprudenza
di Legittimità- onde prevenire fenomeni usurari e consentire al debitore di
conoscere i maggiori costi comportati dal suo inadempimento (onere della
domanda giudiziale) e comunque di calcolare, al momento della stipula della
convenzione, l’esatto ammontare del suo debito. Richiedendo che l’apposita
convenzione sia successiva ala scadenza degli interessi, il legislatore mira
anche ad evitare che l’accettazione della clausola anatocistica possa essere
utilizzata come condizione che il debitore deve necessariamente accettare per
poter accedere al credito (così Cass. N. 2593/2003; Corte d’Appello Milano,
sent. del 28.1.2003).
· Infatti, la disposizione limitativa di cui all'art. 1283
cod. civ. trova la propria ragione nella natura del debito di interessi e nel
particolare sfavore con cui il legislatore- nel solco di una tradizione di
avversità ad un fenomeno percepito quale forma di esercizio dell'usura - ha inteso considerare la
capitalizzazione degli interessi, in coerenza con le altre restrizioni
previste per gli interessi superiori a quelli legali (così testualmente Cass.
N. 2381/1994).
· In mancanza di usi contrari o di una apposita convenzione
tra le parti sugli interessi anatocistici, la norma di cui all’art. 1283 c.c.
“svolge la funzione di limitare l’oggetto dell’art. 1282, I comma, c.c.,
secondo cui i crediti liquidi ed esigibili di somme di denaro producono
interessi di pieno diritto, salvo che la legge […] stabilisca […]
diversamente. Tale limitazione è realizzata sia prevedendo il controllo
giurisdizionale sulla produzione di interessi sugli interessi, sia
attribuendo alla domanda giudiziale, non solo il ruolo di condizione,
alternativa alla convenzione tra le parti, dell’anatocismo, ma anche il ruolo
di termine iniziale per la produzione di interessi secondari” (così
testualmente Cass. Sent. N. 4830 del 10.3.2004 in motivazione). · Il tenore letterale e la ratio dell'art. 1283 c.c. consentono di ravvisare nella norma
in esame un principio di carattere generale, derogabile soltanto dagli usi
contrari (configurati come usi normativi) (così Cass. N. 2381/1994 in
· Gli usi contrari di cui all’art. 1283 c.c. sono usi
normativi, inesistenti nella specifica materia bancaria di cui si tratta.
· In mancanza di usi contrari e delle condizioni imperative
alla cui effettiva sussistenza la norma di cui all’art. 1283 c.c. consente
l’anatocismo, la clausola anatocistica pattuita (non per effetto di una
“convenzione fra le parti successiva alla scadenza degli interessi” ex art.
1283 c.c. ma) in via anticipata e (non in relazione a “interessi dovuti per
almeno un semestre ex art. 1283 c.c.“ ma) prima della scadenza di qualsivoglia interesse, va
dichiarata nulla per contrasto con la norma imperativa di cui all’art. 1283
c.c. (cfr. negli stessi termini Corte d’Appello Milano, sent. del 28.1.2003
citata; cfr. Trib. Mantova sentenza 16.1.2004; cfr. App. Torino 21.1.2002).
· Atteso che la contrarietà alla norma imperativa di cui
all’art. 1283 c.c. involge- ovviamente- l’intero contenuto della clausola (e
non solo, quindi, la parte di essa relativa alla periodicità della
capitalizzazione), è la pattuizione in contratto dell’anatocismo ad essere
nulla, onde secondo i principi generali, trattasi di contratto ab origine privo di qualsivoglia
pattuizione di capitalizzazione, trimestrale come annuale come di diversa
· Non vi è possibilità di sostituzione legale o di
inserzione automatica di clausole prevedenti capitalizzazioni di diversa
periodicità, in quanto l’anatocismo è consentito dal sistema – con norma
eccezionale e derogatoria (cfr. le citate Sezioni Unite della Cassazione)-
soltanto in presenza di determinate condizioni (quelle di cui all’art. 1283
c.c.), in mancanza delle quali esso rimane giuridicamente non pattuito tra le
· Ricavare dal sistema- pur in presenza di pattuizione di
anatocismo violativa delle condizioni imperative di cui all’art. 1283 c.c.-
una capitalizzazione con periodicità più lenta quale quella annuale
“rinvenuta” nel “sistema di cui agli artt. 1282/1284/1224 c.c. vorrebbe dire
sia derogare alla natura imperativa ed inderogabile di cui all’art. 1283
c.c., norma dettata “ad hoc” per prevedere a quali condizioni l’interesse
semplice può diventare interesse composto, sia “frustrare” la citata ratio di
tutela del debitore pecuniario ad essa sottesa (per la quale l’art. 1283 c.c.
ha dettato le precise condizioni della capitalizzazione), sia “immaginare” un
anatocismo generale e “di sistema” ulteriore e “di riserva” (residuale) rispetto all’anatocismo “di cui all’art. 1283 c.c. (così
degradato da anatocismo “esclusivo”, ossia il solo previsto dal sistema, ad
anatocismo speciale rispetto a quello “generale” annuale), sia privare di senso e di funzioni la stessa
previsione della disciplina di cui all’art. 1283 c.c., sia ed in definitiva
assimilare in toto
l’obbligazione di interessi alla “remuneratività” delle comuni
obbligazioni pecuniarie pur
nella riferita differenza ontologica delle stesse.
· Solo in mancanza della previsione legislativa della norma
speciale di cui all’art. 1283 c.c., gli interessi scaduti, in quanto
costituenti a loro volta un credito liquido ed esigibile di una somma di
danaro avrebbero potuto ritenersi in ogni caso produttivi automaticamente di
interessi legali di pieno diritto ai sensi dell'art. 1282 (così Cass. N.
9311/1990 in motivazione, la quale ha affrontato per la prima volta la
questione del saggio degli interessi anatocistici ).
· D’altronde, la stessa citata ratio legis esclude una interpretazione diversa ove si
consideri che, essendo stato l’art. 1283 c.c. previsto a tutela del debitore
pecuniario contro il pericolo dell’usura e che in mancanza della norma
speciale, gli interessi scaduti avrebbero prodotto automaticamente gli
interessi legali ex art. 1282 c.c., “la norma non può quindi essere
interpretata in maniera più gravosa per il debitore di quanto non si sarebbe
verificato in mancanza della sua espressa formulazione” (così testualmente
Cass. N. 9311/1990 in motivazione).
· La disciplina dell'art. 1283 c.c. ha inciso sulla stessa
natura degli interessi anatocistici: essi non solo sono previsti dalla legge
per ogni specie di interessi e quindi anche per gli interessi moratori (così
Cass. Sez. 3, Sentenza n. 2593
del 2003; Cass. N. n. 3500/86),
ma a loro volta, proprio perché la norma esplica una funzione sostanzialmente
protettiva della sfera giuridica del debitore, essi non sono ammessi in ogni
caso, ma soltanto alle due condizioni di cui alla norma citata (cosi ancora
Cass. N. 9311/1990 citata).
· L’unica forma di legittimo collegamento e coordinamento
tra l'art. 1283 c.c. ed il successivo art. 1284 c.c. è quella per cui sugli
interessi scaduti almeno per un semestre (art. 1283 c.c.) sono dovuti dalla
domanda giudiziale gli interessi anatocistici al tasso legale (art. 1284
comma 1 c.c.), a meno che le parti abbiano convenuto per iscritto un saggio
di interessi extralegali posteriormente alla loro scadenza (artt. 1224/1284
c.c.) (cfr. Cass. N. 9311/1990): in altri termini, dall’art. 1284 (e
dall’art.1224 c.c.) c.c. si può ricavare soltanto il saggio degli interessi
anatocistici, qualora questi siano dovuti ex art. 1283 c.c., non anche una
debenza degli stessi pur in mancanza delle condizioni di cui all’art. 1283
· Che questo, e questo soltanto, sia il coordinamento tra
le due norme trova piena conferma dal raffronto tra l'art. 1283 c.c. ed il corrispondente art. 1232 del
codice abrogato. · L'art. 1232 comma 1 c.c. 1865 così statuiva: "Gli
interessi scaduti possono produrre altri interessi o nella tassa legale in
forza di giudiziale domanda e dal giorno di questa, o nella misura che verrà
pattuita in forza di una convenzione posteriore alla scadenza dei
medesimi". · L'art. 1283 c.c. vigente è così concepito: "In
mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi
posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti
almeno per sei mesi".
· La Cassazione al riguardo ha già osservato (cfr. Cass. N.
9311/1990 citata) come la ragione per la quale il codice vigente non ha
riprodotto letteralmente la locuzione "interessi al tasso legale"
del codice abrogato non risiede in una esigenza di innovazione della
disciplina anteriore, ma nella circostanza che mentre l'art. 1232 aveva
distinto gli interessi anatocistici in interessi al tasso legale dalla
domanda giudiziale o nella misura pattuita con convenzione posteriore alla
loro scadenza, il nuovo testo, nel riprodurre sostanzialmente la precedente
disciplina (con la sola riduzione da un anno, di cui al 3 comma dell'art.
1232 a sei mesi degli interessi scaduti), non ha più fatto riferimento al
tasso degli interessi, ritenendo che questi trovassero la loro disciplina nel
successivo art. 1284. · L'art. 1283, in realtà, nella nuova formulazione,
sintetizzando il concetto già espresso dal corrispondente art. 1232, lungi
dal voler modificare il tasso degli interessi anatocistici, l'ha del tutto
confermato secondo la disciplina anteriore. La norma, con la nuova
formulazione non poteva più fare riferimento agli interessi anatocistici come
interessi al tasso legale sugli interessi scaduti perché nel contesto dello
stesso periodo ha fatto anche riferimento agli interessi anatocistici
convenzionali per i quali non è estensibile il tasso degli interessi legali
che può valere soltanto per gli interessi anatocistici legali (cfr. Cass. N.
9311/1990 citata).
Orbene, applicando i superiori
principi al caso di specie deve statuirsi, quanto al contratto di apertura di
credito in conto corrente, che- in mancanza di una valida pattuizione anatocistica- nessuna
capitalizzazione, né annuale, né semestrale, può essere riconosciuta alla
BANCA ovvero al correntista. Ne consegue che il credito di quest’ultimo come
accertato in giudizio sulla base della documentazione agli atti è pari –
espunta qualsivoglia capitalizzazione delle competenze- alla somma di £.
180.433, pari ad € 93,18.
Quanto al contratto di prestito, deve
invece conclusivamente osservarsi che:
· In data 29.3.96 gli opponenti hanno
avito il prestito di £. 50.000.000, con obbligo restitutorio frazionato in 60
rate mensili comprensive di quota capitale e di quota interessi convenzionali
ultralegali ex art. 1284 c.c. al
tasso nominale annuo del 12,50%, come da piano di ammortamento concordato e
sottoscritto dalle parti ed allegato agli atti (cfr. la documentazione agli
atti). · Il piano di ammortamento prevedeva in
particolare ed in maniera analitica l’ammontare delle singole rate in linea
capitale ed in linea di interessi corrispettivi nonché la periodicità delle
singole scadenze. · Il tasso moratorio era stabilito
nell’ammontare del tasso convenzionale corrispettivo + 2 punti %.
· La Banca ha preteso in via monitoria il pagamento di £ .
15.718.425 per residuo debito del prestito di cui £. 9.642.889 per nove rate
mensili non pagate relative al periodo 1.2.2000/1.10.2000 e £. 6.075.536 per
residuo sorte capitale, oltre interessi convenzionali del 14,50% (cfr. il
ricorso per decreto ingiuntivo).
· Da quanto sopra emerge l’infondatezza della prima
eccezione di merito degli opponenti circa una asserita impossibilità di
effettuare il doveroso controllo delle partite pretese dalla Banca a tale titolo. · Parti opponenti hanno altresì
contestato l’omessa dichiarazione da parte della Banca, in ordine alla somma
pretesa a titolo di rimborso parziale del prestito erogato, se da detta somma
fosse stato o meno decurtato l’importo garantito, a mezzo fideiussione, dalla
Confcommercio. La banca ha negato di avere ottenuto un tale rimborso parziale
da parte di terzi. Secondo i noti principi generali in materia di prova,
l’avvenuto pagamento deve essere dimostrato (quale fatto “positivo”
impeditivo o limitativo della altrui pretesa pecuniaria) da chi lo eccepisca
(nella specie gli opponenti) mentre in difetto di una simile prova la Banca
si è legittimamente limitata ad allegare il fatto (negativo) della mancanza
di siffatto precedente pagamento da parte di terzi. Anche siffatta eccezione
deve essere quindi rigettata.
· Quanto alla ulteriore eccezione degli
opponenti di omessa indicazione da parte della Banca della data di decorrenza
degli interessi convenzionali al tasso del 14,50% pretesi in sede monitoria
sulla somma relativa alle rate di mutuo non pagate, con conseguente ulteriore
impossibilità per gli ingiunti di avere “una cognizione piena del proprio debito” deve invece
osservarsi che in realtà- come in parte correttamente osservato dalla Banca-
il piano di ammortamento concordato prevedeva l’importo in capitale e in
interessi (corrispettivi) delle rate e la scadenza delle stesse, onde
l’infondatezza della predetta eccezione.
· Al riguardo tuttavia la Banca ha
illegittimamente preteso gli interessi ultralegali di mora come pattuiti in
contratto (12,50 % [interesse convenzionale corrispettivo] + due punti % in
caso di mora: cfr. il contratto di prestito) sull’intero importo delle rate,
benché queste, come detto, fossero comprensive sia di capitale sia di
· Una tale pretesa, dimentica del fatto
che gli interessi non perdono la loro natura per effetto della loro mera
inclusione nei ratei di ammortamento, si è tradotta in una illegittimo
addebito anatocistico (produzione da parte degli interessi corrispettivi, al
pari della sorte capitale, di interessi moratori) , violativo dell’art. 1283
c.c. sulla base di quanto sopra ampiamente motivato; infatti, la Banca non
avrebbe potuto cumulare gli interessi di mora con gli interessi dovuti sulle
somme concesse in mutuo, in forza della clausola contrattuale che “a priori”
li prevedeva, poiché gli interessi possono produrre interessi soltanto dalla
domanda giudiziale o in base a convenzione posteriore alla loro scadenza.
Deve pertanto procedersi alla depurazione di siffatta pretesa
anatocistica illegittima, riconoscendo la maturazione degli interessi di mora
al tasso convenzionale soltanto sulla quota capitale delle nove rate impagate
e a decorrere dalla rispettiva scadenza delle stesse, nonché altresì sulla
residua quota capitale delle successive rate che sarebbero scadute (rate
residue di importo totale di £. 6.075.536) con decorrenza dal 12.10.00 (data
della scadenza del termine ad adempiere di cui alla raccomandata del 6.10.00)
al saldo effettivo.
Pertanto, essendo di tale entità l’ammontare del debito di cui
devono rispondere gli ingiunti, deve essere revocato il decreto ingiuntivo
impugnato, essendo il medesimo stato emesso per una somma di denaro superiore
a quella oggetto dell’effettivo credito di cui la banca ingiungente ha quivi
dato prova di essere titolare.
La peculiarità della vicenda nonchè la parziale soccombenza
reciproca delle parti legittimano la compensazione integrale delle spese processuali, mentre
le spese vive di CTU devono porsi definitivamente a carico di entrambe le
parti in solido, nella misura del 50%, in ragione della loro soccombenza
reciproca e della utilità comune della stessa , con i conseguenti conguagli
in favore di quella che ne abbia anticipato gli importi durante il giudizio.
il Tribunale, in persona del Giudice Unico, definitivamente
pronunciando nel giudizio di opposizione iscritto al R.G. N. 66/2001 promosso
dalla Società A S.N.C., in
persona del legale rappresentante pro-tempore,,
e i Sigg. Signori B, C, D, E,
F e G con atto di citazione
del 4.1.2001 nei confronti della
Società CASSA DI RISPARMIO DI PESCARA e LORETO APRUTINO S.P.A., in
persona del Presidente e Legale Rappresentante pro tempore, con sede in
Pescara, avverso il decreto ingiuntivo n.1191/2000 emesso dal Tribunale di
Pescara, così decide :
in parziale accoglimento dell’opposizione proposta
dall’opponente
Che il saldo del contratto di apertura di credito in conto
corrente di cui è causa presenta in riferimento alla data del deposito
del ricorso per decreto
ingiuntivo, secondo la documentazione prodotta in giudizio ed esclusa ogni
capitalizzazione delle competenze, un credito del correntista pari ad € 93,18. DICHIARA
Che il credito spettante alla Banca a titolo di restituzione del
prestito di cui è causa concesso agli opponenti è pari ad € 4.980,13 (£.
9.642.889) per nove rate mensili non pagate relative al periodo
1.2.2000/1.10.2000 e ad € 3.137,75 (£. 6.075.536) per residua somma da
rimborsare per il prestito erogato, oltre interessi moratori convenzionali del 14,50% da calcolarsi
soltanto sulla quota capitale delle nove rate impagate e a decorrere dalla
rispettiva scadenza delle stesse, nonché da calcolarsi altresì sulla residua
quota capitale compresa nella restante somma di € 3.137,75 con decorrenza dal 12.10.00 al saldo
Per l’effetto REVOCA
Il decreto ingiuntivo impugnato
Gli opponenti in solido, nelle rispettive qualità e per le
causali di cui in motivazione, al pagamento in favore di parte opposta a
titolo di restituzione del prestito di cui è causa concesso agli opponenti
della somma di € 4.980,13 (£. 9.642.889) per le nove rate mensili non pagate
relative al periodo 1.2.2000/1.10.2000 e della ulteriore somma di €
3.137,75 (£. 6.075.536) per
residua somma da rimborsare per il prestito erogato, oltre interessi moratori
convenzionali del 14,50% da calcolarsi soltanto sulla quota capitale delle
nove rate impagate e a decorrere dalla rispettiva scadenza delle stesse,
nonché altresì da calcolarsi sulla residua quota capitale compresa nella
restante somma di € 3.137,75 (£.
6.075.536) ma con decorrenza dal
12.10.00 al saldo effettivo.
Tutte le altre domande ed eccezioni.
Integralmente le spese del giudizio, salvo le spese della
esperita CTU che pone definitivamente a carico di entrambe le parti in
solido, nella misura del 50% per ciascuna, con i conseguenti conguagli in
favore di quella che ne abbia anticipato gli importi durante il giudizio.