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Timestamp: 2019-08-24 17:37:19+00:00
Document Index: 37085603

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 111', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 6', 'art 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 71', 'art. 2', 'art. 54', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 55', 'sentenza ', 'art.5']

emiliocurci.net - Il risarcimento danni per l'eccessiva durata del processo (c.d. "equa riparazione")
Il risarcimento danni per l'eccessiva durata del processo
(c.d. "equa riparazione")
La legge n. 89/2001 (più nota come legge Pinto), al fine di dare attuazione agli impegni assunti dallo Stato italiano in sede comunitaria, ha introdotto la possibilità per il cittadino di ottenere, in via diretta, (cioè dinanzi agli organi giudiziari nazionali e non più come accadeva prima dinanzi alla Corte di Giustizia Europea) la tutela del proprio diritto ad una durata ragionevole del processo.
Il diritto alla trattazione del processo in un “termine ragionevole” era, infatti, già espressamente sancito in sede europea, dall’art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) e ciò consentiva al danneggiato, anche in assenza della legge nazionale, di rivolgersi direttamente alla Corte di Giustizia Europea.
Oggi tale diritto è, altresì, riconosciuto in maniera espressa anche nella Carta Costituzionale dall’art. 111, comma 2 che recita:
"Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata"
Come detto, però, norma base che consente di adire l’autorità giudiziaria al fine di ottenere il risarcimento per l’eccessiva durata del processo è appunto la legge 89/2011.
L’art. 2 di tale legge definisce proprio il “diritto all'equa riparazione” stabilendo che: “Chi ha subito un danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, ratificata ai sensi della Legge 4 agosto 1955, n. 848, sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole di cui all’articolo 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad una equa riparazione”.
Per effetto di tale norma, dunque, chiunque sia stato coinvolto in un processo civile, penale, amministrativo o tributario per un periodo di tempo considerato irragionevole, cioè troppo lungo, può richiedere, una equa riparazione, a titolo di risarcimento del danno subito.
Importanti modifiche normative sono state introdotte dalla legge 134/2012 che ha convertito in legge il DL 83/2012, più noto come decreto sviluppo.
La nuova normativa, in particolare, ha specificato i termini di durata del processo, decorsi i quali sorge il diritto all’equa riparazione in capo alla parte danneggiata dall'eccessivo decorso del tempo individuando anche le varie ipotesi in cui ciò si può verificare.
La durata del giudizio si considera, infatti, ragionevole:
1° grado: se non eccede 3 anni;
2° grado (appello): se non eccede i 2 anni;
Cassazione: se non eccede 1 anno.
Nelle ipotesi di procedimenti di esecuzione forzata la durata del processo è considerata ragionevole se non eccede i 3 anni, mentre, nel caso di procedura concorsuale, la durata non deve eccedere i 6 anni.
Per tutti i casi il termine ragionevole è, comunque, rispettato se il giudizio è definito in modo irrevocabile (cioè se vi è sentenza definitiva non più soggetta ad impugnazione) entro 6 anni.
La domanda di equa riparazione può essere proposta, a pena di decadenza, entro 6 mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva, mentre è stata eliminata (come consentiva la disciplina previgente) la possibilità di agire in pendenza del procedimento.
La legge stabilisce anche la misura dell’indennizzo dovuto ed ossia un importo compresa tra € 400 e € 800 per ciascun anno, o frazione di anno superiore a sei mesi, che eccede il termine ragionevole di durata del processo in base alle casistiche sopra indicate.
In ogni caso la somma, comunque, liquidata non potrà mai essere superiore al valore della causa o, se inferiore, al valore del diritto accertato dal giudice.
L'art. 2, co. 2-quinquies della L. n. 89/2001, così come modificato, introduce, inoltre, a differenza del passato, alcuni limiti al riconoscimento del risarcimento del danno nei seguenti casi:
Il risarcimento va richiesto con ricorso alla Corte di Appello territorialmente competente, (in formato cartaceo o elettronico) e, dopo la presentazione dello stesso il giudice competente (il Presidente della Corte d’Appello o apposito magistrato designato a tal fine) provvede con decreto motivato entro 30 gg. dal deposito;
La domanda si propone con ricorso depositato nella cancelleria della corte di appello, sottoscritto da un difensore munito di procura speciale e contenente tutti gli elementi previsti per gli atti processuali dall'articolo 125 del codice di procedura civile.
Riguardo ai destinatari del ricorso, questo è proposto nei confronti del Ministro della Giustizia quando si tratta di procedimenti del giudice ordinario, del Ministro della Difesa quando si tratta di procedimenti del giudice militare. In tutti gli altri casi e' proposto nei confronti del Ministro dell'economia e delle finanze.
Al ricorso vanno allegati tutti gli atti e i verbali del procedimento per il quale viene richiesto il risarcimento in copia conforme all'originale.
La domanda di riparazione deve essere proposta, a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione, che conclude il medesimo procedimento, è divenuta definitiva.
Riguardo al concetto di decisione “definitiva” da cui inizia a decorrere il termine di sei mesi per l’eventuale proposizione dell’azione vanno fatte alcune precisazioni.
Per i procedimenti che si esauriscono con un unico provvedimento il termine decorre dal momento in cui si consegue il fine al quale il singolo procedimento è deputato.
Per i giudizi ordinari il termine decorre dal passaggio in giudicato della sentenza che li definisce, e, cioè da quando scadono i termini per le eventuali impugnazioni (es: appello o ricorso per Cassazione)
In riferimento al procedimento di esecuzione, il termine inizia a decorrere dal momento in cui il diritto azionato ha trovato effettiva realizzazione (es: quando è avvenuta l’assegnazione della somma conseguente alla vendita dei beni pignorati).
La giurisprudenza ha, infine, affermato che il risarcimento può essere chiesto anche se il giudizio è terminato con una transazione (tra queste Cass. 8716/06, Cass. 11.03.05 n. 5398).
In caso di accoglimento della domanda, il giudice ingiunge il pagamento della somma liquidata, senza dilazione, ed autorizza, nel caso di inosservanza, la provvisoria esecuzione.
Invece, in caso di rigetto, la domanda non può essere riproposta dal ricorrente ma è ammessa opposizione entro il termine perentorio di 30 gg. dalla comunicazione o notificazione del decreto.
Quanto alle comunicazioni e notificazioni, il Decreto sviluppo prevede la necessità di notificare la copia autentica del ricorso e del decreto di accoglimento al soggetto nei cui confronti la domanda è stata proposta, entro 30 gg. dal deposito in cancelleria pena l'inefficacia e non riproponibilità dello stesso.
Previste, infine, sanzioni processuali per il ricorrente nel caso in cui la domanda di indennizzo sia dichiarata inammissibile o manifestamente infondata.
La legge di stabilità per l'anno 2016 ha introdotto ulteriori novità di cui la prima quella prevista dagli artt. 1 Ter ("Rimedi Preventivi") e 2 ("Diritto all' equa riparazione").
L 'art. 6 delle norme transitorie della richiamata legge afferma che "nei processi la cui durata dal 31 ottobre 2016 ecceda i termini ragionevoli o siano stati assunti in decisione non si applica il comma 1 dell' art 2" (c.d. rimedi preventivi)".
Per tutti gli altri processi in cui, invece, dopo il 31.10.2016, la durata già, in corso di causa, stia per eccedere i termini ragionevoli, la domanda di equa riparazione, a pena di inammissibilità potrà essere attivata, solo dopo aver esperito i cd. "rimedi preventivi".
Tali rimedi sono differenti a seconda della tipologia di processo che si contesta (civile, penale, amministrativo e contabile).
Quanto al processo civile il rimedio preventivo è rappresentato dalla proposizione del giudizio con rito sommario o dalla richiesta di passaggio dal rito ordinario al rito sommario fatta entro l'udienza di trattazione e, in ogni caso, almeno sei mesi prima che siano trascorsi i tre anni del primo grado di giudizio. Ove non sia possibile il rito sommario di cognizione, anche in secondo grado, il rimedio preventivo è rappresentato dalla richiesta di decisione a seguito di trattazione orale ai sensi dell'articolo 281-sexies c.p.c. da farsi sei mesi prima che spiri il termine di ragionevole durata del processo e anche se la competenza è quella collegiale del Tribunale.
Quanto al processo penale costituisce rimedio preventivo un'apposita istanza di accelerazione che l’imputato e le altre parti del processo penale hanno diritto di depositare, personalmente o a mezzo di procuratore speciale, almeno sei mesi prima che siano trascorsi i termini di cui all’art. 2, comma 2-bis (nuovo art. 1-ter comma 2);
Quanto al processo amministrativo costituisce rimedio preventivo l’istanza di prelievo con la quale la parte segnala l’urgenza del ricorso, prevista dall’art. 71, comma 2, c.p.a., da presentare almeno sei mesi prima che siano trascorsi i termini di cui all’art. 2, comma 2-bis; in proposito, merita di essere sottolineato che, con riferimento al giudizio amministrativo, l’istanza di prelievo già costituiva condizione di proponibilità della domanda di equa riparazione ai sensi dell’art. 54, comma 2, della legge 6 agosto 2008 n. 133, come modificato dall’art. 3 comma 23 dell’allegato 4 al codice del processo amministrativo applicabile ai giudizi pendenti alla data del 16 settembre 2010;
Quanto all processo contabile, pensionistico e di cassazione costituisce rimedio preventivo un’istanza di accelerazione presentata, rispettivamente, almeno 6 e 2 mesi prima della scadenza del termine di ragionevole durata.
Pertanto, in mancanza di attivazione di tali rimedi in corso di causa, nel successivo giudizio di equa riparazione la relativa domanda potrà essere rigettata.
Sul punto, in ogni caso, si evidenzia che la Corte Costituzionale con sentenza n. 34 del 2019 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell'art. 54, comma 2, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, (in riferimento all'ipotesi di mancato deposito dell'istanza di prelievo nel processo amministrativo) e con sentenza n. 169 del 2019 ha parimenti dichiarato l'illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 2-quinquies, lettera e), della legge 24 marzo 2001, n. 89 (Previsione di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo e modifica dell’articolo 375 del codice di procedura civile), nel testo introdotto dall’art. 55, comma 1, lettera a), n. 2, del decreto-legge 22 giugno 2012, n. 83 convertito, con modificazioni, nella legge 7 agosto 2012, n. 134 (in riferimento al mancato deposito dell’istanza di accelerazione del processo penale).
Per avere ulteriori spiegazioni sulle modalità di calcolo dei termini processuali e per accedere ad utili risorse si consiglia di accedere alla pagina del nostro sito.
Il procedimento non ha spese vive, non essendo soggetto, per legge, nè a contributo unificato, né ad altre spese di giustizia (ad eccezione della marca di 27 euro che va comunque apposta), ma è necessario corrispondere i diritti di cancelleria per il rilascio delle copie conformi di tutti gli atti e dei verbali del procedimento per il quale si chiede l'equa riparazione, in base al numero delle pagine degli stessi.
In sintesi, dunque, prima di procedere al deposito del ricorso è necessario estrarre copia conforme dal fascicolo nel quale il processo è durato oltre i termini considerati ragionevoli dei seguenti documenti:
tutti i verbali di udienza;
tutti i provvedimenti resi in corso di causa (sentenza, ordinanze, ecc...) con la precisazione che sulla sentenza che ha definito il procedimento andrà fatta apporre dalla Cancelleria la formula della definitività ed ossia che la stessa è ormai passata in giudicato per mancanza di gravame;
tutti gli atti delle parti costituite (atti introduttivi, memorie, ecc..)
Ovviamente qualora vi siano nel fascicolo degli atti redatti e depositati in modalità telematica (generalmente quelli a partire dal mese di giugno 2014), sarà possibile attestarne la conformità agli originali così come per tutti quelli contenuti nel fascicolo informatico evitando di sopportare le spese per il rilascio delle copie autentiche.
La legge prevede, infatti, per i difensori la possibilità di attestare la conformità degli atti informatici contenuti nel fascicolo telematico senza alcun costo.
Come si richiede il pagamento delle somme liquidate ?
Una volta ottenuto il decreto di liquidazione da parte della Corte di Appello è indispensabile notificare il provvedimento al Ministero della Giustizia, ex lege domiciliato presso l'avvocatura distrettuale dello Stato.
Per evitare ulteriori costi è consigliabile eseguire la notifica a mezzo pec individuando il corretto indirizzo di destinazione dell'Avvocatura dello Stato dal Sito PST.giustizia.it alla sezione "Registro PPAA".
Decorsi trenta giorni dalla notifica senza che sia proposta opposizione il provvedimento diventa definitivo e, dunque, è necessario rivolgersi alla Cancelleria della Corte di Appello che lo ha emesso al fine di farne attestare la definitività.
Se la notifica è stata eseguita a mezzo pec è necessario stampare tutti gli atti allegati alla pec (il ricorso e il decreto) e le tre pec di invio, accettazione e consegna, attestando che le relative copie cartacee sono conformi all'originale informatico.
Se la notifica è stata eseguita a mezzo ufficiale giudiziario sarà invece necessario portare con sè la copia notificata.
In entrambi i casi la Cancelleria provvederà ad apporre in calce all'atto notificato l'attestazione di definitività del provvedimento.
La legge di stabilità 2016 ha previsto che al fine di ricevere il pagamento delle somme liquidate in base alla legge n.89/2001, il creditore deve rilasciare all’amministrazione debitrice una dichiarazione, ai sensi degli articoli 46 e 47 d.p.r. n.445/2000, attestante:
Con decreto del Capo Dipartimento per gli affari di giustizia del 28 ottobre 2016 sono stati approvati, ai sensi dell’art.5 sexies, comma 3, legge n.89/2001, i seguenti nuovi modelli di dichiarazione liberamente scaricabili dal sito ministeriale:
Una volta compilato e consegnato il modello il Ministero ha sei mesi di tempo per effettuare il pagamento.
Tale termine inizia a decorrere unicamente se il modello è stato correttamente compilato e contiene tutti i dati necessari per effettuare il pagamento.
Decorso il termine di sei mesi senza che il Ministero abbia effettuato il pagamento è possibile avviare azioni esecutive per il recupero di quanto dovuto ovvero proporre ricorso per ottemperanza di cui al titolo I del libro quarto del Codice del Processo Amministrativo
Per ulteriori approfondimenti sulle nostre modalità di determinazione del compenso si consiglia di leggere la pagina del nostro sito “Condizioni e Tariffe”.
Tra gli allegati inseriamo la vecchia e nuova versione della legge 89/2011 con le modifiche apportate dalla legge 134-2012