Source: http://www.treccani.it/magazine/diritto/approfondimenti/diritto_tributario/3_DellaValle_entibilaterali.html
Timestamp: 2018-03-19 03:03:53+00:00
Document Index: 49634687

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 74', 'art. 38', 'art. 74', 'art. 99', 'art. 23', 'art. 51']

Bilateralità e fiscalità | Treccani, il portale del sapere
Il dato di partenza mi pare sia rappresentato dall’art. 2, comma 1, lett. h), del d.lgs. n. 276/2003, il quale, nel trarre indicazioni dalla realtà fenomenologica, definisce gli enti bilaterali come “organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative, quali sedi privilegiate per la regolazione del mercato del lavoro attraverso: la promozione di una occupazione regolare e di qualità; l'intermediazione nell'incontro tra domanda e offerta di lavoro; la programmazione di attività formative e la determinazione di modalità di attuazione della formazione professionale in azienda; la promozione di buone pratiche contro la discriminazione e per la inclusione dei soggetti più svantaggiati; la gestione mutualistica di fondi per la formazione e l'integrazione del reddito; la certificazione dei contratti di lavoro e di regolarità o congruità contributiva; lo sviluppo di azioni inerenti la salute e la sicurezza sul lavoro; ogni altra attività o funzione assegnata loro dalla legge o dai contratti collettivi di riferimento”.
La suddetta disposizione, in buona sostanza, detassa l’attività c.d. interna degli enti di tipo associativo ossia l’attività svolta in favore dei soli associati a fronte della quale sta la quota associativa (quanto all’IVA si perviene alla stessa conclusione alla luce dei presupposti di applicazione del tributo: per tutti v. G.G. BERLINGIERI, Gli enti non commerciali, in F. TESAURO (a cura di), L’imposta sul valore aggiunto, Torino, 2001, 207). Ebbene, nel caso dell’ente bilaterale a forma associativa laddove gli organismi associati rappresentano (trattasi di rappresentanza sindacale) gli “aderenti” (lavoratori ed imprese), non ha senso escludere l’applicazione dell’anzidetta disposizione solo per effetto della dissociazione tra qualifica di associato e soggetto che versa la contribuzione all’ente (ossia l’”aderente”).
Non escluderei a priori nemmeno l’applicazione all’ente bilaterale dell’art. 74, comma 2, del Tuir laddove si prevede la non commercialità, da un lato, dell’”esercizio di funzioni statali da parte di enti pubblici” (lett. a), e, dall’altro, “l’esercizio di attività previdenziali, assistenziali e sanitarie da parte di enti pubblici istituiti esclusivamente a tal fine, comprese le aziende sanitarie locali”.
Tale ultima previsione, infatti, per quanto riguarda in particolare l’attività previdenziale, viene intesa in dottrina, svalutando il riferimento alla pubblicità dell’ente che svolge l’attività in questione, nel senso di escludere la natura commerciale della predetta attività ove svolta nell’ambito del sistema della previdenza pubblica indipendentemente dalla qualificazione, pubblica o privata, del soggetto medesimo (V. P. PURI, Associazioni ed attività previdenziale: profili dell’imposizione diretta, in A. FEDELE (a cura di), op,cit., 166 ss.); sicché ci si deve chiedere se alla stessa conclusione non si debba eventualmente pervenire anche per l’attività assistenziale resa da un ente, quale quello bilaterale, che eroga specifici servizi e prestazioni individuati sulla base di regole fissate dalla contrattazione collettiva ed orientati al perseguimento di “finalità lato sensu complementari del welfare pubblico” (così G. PROIA, Enti bilaterali e riforma del mercato del lavoro, in DL, 2003, 649; si consideri comunque che l’art. 38, comma 11, del d.l. n. 78 del 31.5.2010 modifica la lett. b) dell’art. 74 del Tuir inserendo alla fine le parole «nonché l'esercizio di attività previdenziali e assistenziali da parte di enti privati di previdenza obbligatoria»).
Quanto alla disciplina relativa alla determinazione del reddito d’impresa, com’é noto, l’art. 99 del Tuir prevede la deducibilità per cassa dei “contributi ad associazioni sindacali e di categoria .... se e nella misura in cui sono dovuti, in base a formale deliberazione dell’associazione” e si tratta di una previsione che dimostrerebbe come il legislatore tributario abbia avocato a sé la valutazione circa l’inerenza delle contribuzioni associative prescrivendo la deducibilità delle sole contribuzioni espressamente contemplate dalla norma (In questi termini L. CASTALDI, op. e loc. cit., 77, in nota 60.).
4). Il regime delle prestazioni. Venendo al regime delle prestazioni erogate dall’ente bilaterale, é chiaro che l’eventuale rilevanza reddituale delle stesse pone problemi di doppia imposizione. Se infatti la prestazione concorre a formare il reddito di lavoro dipendente del beneficiario ed a fronte della prestazione vi é un contributo non dedotto o comunque tassato, il rischio é, appunto, la duplicazione d’imposta (duplicazione che diventa vieppiù censurabile nel momento in cui esiste un rapporto diretto tra contributo e prestazione: sul punto, con particolare riferimento ai contributi con finalità previdenziali, v. P. PURI, op.ult.cit., 187).
Sul punto viene in considerazione la nota Circolare ministeriale del 23 dicembre 1997, n. 326 che, con riferimento all’art. 23 del d.P.R. n. 600/73, al par. 3.2. prevede, da un lato, che “l'obbligo di effettuare la ritenuta da parte dei sostituti d'imposta sussiste ogni qual volta corrispondano redditi cui si rende applicabile la disciplina contenuta nel richiamato articolo 48 del TUIR e anche se le somme e i valori in questione sono erogati a favore di soggetti che non sono propri dipendenti, ma pensionati o dipendenti in cassa integrazione, mobilità, maternità, etc.”; dall’altro che “poiché costituiscono redditi di lavoro dipendente, da determinare a norma dell'articolo 48 del TUIR, non soltanto le somme e i valori che il datore di lavoro corrisponde direttamente, ma anche le somme e i valori che in relazione al rapporto di lavoro sono erogate da soggetti terzi rispetto al rapporto di lavoro, ne discende che il datore di lavoro-sostituto d'imposta deve effettuare le ritenute a titolo di acconto con riferimento a tutte le somme e i valori che il lavoratore dipendente percepisce in relazione al rapporto di lavoro intrattenuto con lui, anche se taluni di questi sono corrisposti da soggetti terzi per effetto di un qualunque collegamento esistente con quest'ultimo (ad esempio, un accordo o convenzione stipulata dal sostituto d'imposta con il soggetto terzo). Ciò significa che tra il sostituto d'imposta e il terzo erogatore o il dipendente sarà obbligatorio un sistema di comunicazioni che consenta di assoggettare correttamente a tassazione il totale reddito di lavoro dipendente corrisposto”.
5). Conclusioni. Da queste brevissime note emerge, in conclusione, la trama della fiscalità della c.d. bilateralità quale fattispecie complessa ed unitaria articolata nelle diverse fasi che vanno dalla contribuzione all’ente alle prestazioni dallo stesso erogate (passando per la gestione del patrimonio che qui, tuttavia, non si é considerata) (Per la ricostruzione delle fasi in cui si articola la disciplina fiscale della previdenza (settore che può costituire un modello di riferimento per la fiscalità della bilateralità) quale fattispecie complessa ed unitaria v. P. PURI, op.ult.cit., 182..
Con uno si prevede l’inserimento nell’art. 51 del Tuir della lett. a-bis) relativa alle “somme versate dai datori di lavoro e dai lavoratori agli organismi paritetici costituiti in conformità ad accordi collettivi nazionali di lavoro stipulati tra le organizzazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative nella categoria”; tali somme, oltre a non costituire reddito per il lavoratore, prevede la nuova lett. a-bis, “non costituiscono per l'organismo bilaterale reddito di cui all'articolo 6 del dpr n. 917 del 1986 né sono incluse nella base imponibile di cui all'articolo 75 del dpr n. 917 del 1986”.