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Timestamp: 2018-03-21 03:27:38+00:00
Document Index: 96583354

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 10', 'art. 13', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 117', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 70']

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13 Gennaio 2018 enzorusso2020	Nessun commento
C’è qualcosa di marcio nel nostro sistema sanzionatorio penale, civile e amministrativo se l’ex Sindaco marziano di Roma Ignazio Marino si becca in appello due anni di galera per avere utilizzato in maniera disinvolta la carta di credito del Campidoglio e, dall’altro lato, in forza del d. lgs. N. 158/2015 che riforma i reati penali tributari un’analoga pena in teoria viene comminata ad evasori fiscali che superano soglie di punibilità a dir poco spropositate tenuto conto della struttura produttiva del nostro paese, della presenza necessitata di molti lavoratori autonomi e del sovraffollamento dei ruoli di certe professioni liberali.
Vediamo solo due esempi: l’art. 10-bis del suddetto decreto legislativo approvato su ampia delega data al governo dal Parlamento: “È punito con la reclusione da sei mesi a due anni chiunque non versa entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione annuale di sostituto di imposta ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituiti, per un ammontare superiore a centocinquantamila euro per ciascun periodo d’imposta”.
Secondo il novellato art. 10-ter “è punito con la reclusione dai sei mesi a due anni chiunque non versa, entro il termine per il versamento dell’acconto relativo al periodo di imposta successivo, l’IVA dovuta in base alla dichiarazione annuale, per un ammontare superiore a 250 mila (dicesi: duecentocinquantamila) per ciascun periodo di imposta”. Il linguaggio volutamente involuto è quello del legislatore delegato.
Entro quelle soglie che, a mio giudizio, sono abnormi gli evasori se la cavano con una sanzione amministrativa e/o pena pecuniaria.
Queste sono solo due delle norme della legge n. 516 del 7-08-1982 c.d. manette agli evasori – una legge approvata nel secolo scorso quando per un breve periodo sembrò che le forze politiche di maggioranza volessero fare sul serio la lotta all’evasione. Ma i tempi cambiarono e, già con la riforma dei reati penali tributari, portata a termine dal Ministro V. Visco nel 2000 con il d. lgs. N. 74 e nel 2015 da Renzi con il d. Lgs. N. 158, gli evasori fiscali possono dormire sonni tranquilli. Nessuno cercherà di portarli al gabbio.
Ma l’ex Sindaco di Roma non è un evasore fiscale e, quindi, qualche mente giuridica raffinata come quelle che hanno scritto e riscritto manette agli evasori, le leggi sul falso in bilancio, quelle sulle procedure fallimentari, ecc. potrebbe obiettare che i reati sono diversi. E sicuramente troverebbero molti argomenti per sostenere la tesi. Da economista ragiono un po’ rozzamente in termini di delitti e castighi, tra gravità del delitto e graduazione delle pena. Non sto difendendo Marino e ritengo che, in entrambi i casi, c’è un danno erariale da quantificare con la massima precisione. E se così, allora qualcuno dovrebbe spiegarmi dove sta il principio di proporzionalità tra reato e pena, tra le malefatte di Marino e quelle degli evasori fiscali? Di sicuro, secondo me, c’è un mancato coordinamento legislativo.
2 Gennaio 2018 enzorusso2020	Nessun commento
La domanda ricorrente nella carta stampata nei mass-media é: cosa possiamo aspettarci dal 2018? La mia risposta è: poco di buono da una classe politica, accademica, intellettuale, industriale per lo più screditata e deresponsabilizzata. E’ la stessa classe dirigente che non ha fiducia nel futuro del paese. La classe industriale si è finanziarizzata, è collusa con le banche, le assicurazioni e la finanza. Queste ultime, ora organizzate nella quello Febaf sta dietro il sistema, bancario, creditizio e finanziario, in un modo o nell’altro, sono responsabili delle malefatte del sistema bancario e creditizio e quello italiano e un sistema banco-centrico colluso con la politica. Quello che abbiamo sentito e letto durante i lavori pubblici della Commissione parlamentare sulle banche è solo la punta dello iceberg. Quello che sta ancora sommerso è peggio ancora. Le banche hanno ancora 350 miliardi di sofferenze (non performing loans, in inglese suona meglio) ma i cittadini, i risparmiatori non hanno diritto di sapere chi sono i debitori inesigibili. È una questione di privacy!
L’Italia è uno dei paesi occidentali più ricchi e patrimonializzati del mondo. La ricchezza immobiliare ammonta a 4,6 miliardi secondo l’Osservatorio del mercato immobiliare dell’Agenzia delle entrate e c’è altrettanta ricchezza finanziaria. C’è forte concentrazione nelle due distribuzioni. Per via della dissennata politica fiscale della Destra e del PD le prime case sono esenti da imposte patrimoniali; le successioni sono appena lambite dal Fisco: si incassano alcune centinaia di milioni all’anno. I comuni hanno scarsa autonomia tributaria. La maggior parte della ricchezza finanziaria è nascosta o investita all’estero. In parte torna a casa solo temporaneamente giusto per ripulirsi e ritornare all’estero dove la consulenza finanziaria è di più alta qualità o la tassazione è più favorevole. La prova sta nel fallimento parziale di tutti i generosi condoni (voluntary disclosures anche qui in inglese) adottati per fare rientrare i capitali in fuga che dissanguano il bel Paese.
La somma della ricchezza immobiliare e di quella finanziaria è all’incirca pari a quattro volte il debito pubblico italiano. Il debito pubblico ci dice la Germania è colpa. Ma chi sono i colpevoli? Sono due: da un lato i governi degli ultimi 35-40 anni, dall’altro evasori fiscali e rentiers.
Nei 70 anni della Repubblica non c’è stato un solo governo che abbia spinto l’economia verso il pieno impiego del lavoro e verso una distribuzione del reddito e della ricchezza meno diseguale. Ha prevalso un patto criminogeno implicito tra governi ed evasori fiscali – specialmente dopo la riforma fiscale degli anni ’70 – per cui i primi hanno sempre preferito chiedere ai ricchi i soldi in prestito invece di prenderglieli a titolo di imposta. Nel 1939 fu varata una imposta patrimoniale per finanziare la guerra ma nel 1947 fu prontamente “riscattata” per quattro soldi, in pratica abrogata.
La disoccupazione rimane alta all’11,3% e gli inoccupati sono 6,4 milioni secondo gli ultimi dati dell’Istat. Gli inoccupati sono quelli che non cercano il lavoro neanche per due settimane perché sanno che non lo troveranno. Il Presidente Mattarella giustamente ha detto che “il lavoro resta la prima e più seria questione sociale”. Ha raccomandato ai Partiti di fare proposte serie, realistiche, concrete, invece da un primo sommario sguardo vediamo che tutti – chi più e chi meno – promettono forti riduzioni d’imposta, aumenti dei trasferimenti, agevolazioni a gogo già previste nella legge di bilancio 2018, successioni gratuite, redditi di cittadinanza , ecc. ma niente programmi di pieno impiego.
Tutti vengono spaventati dalla BCE e dalla Commissione europea che ci ricordano la vulnerabilità del nostro grade debito pubblico e del connesso rischio per la stabilità dell’euro. In effetti, questo è una mina vagante davanti alla prua della nave Italia che ha ripreso a navigazione ma nessun partito dice chiaramente come facciamo a ridurlo drasticamente se ormai abbiamo poco da vendere o privatizzare, se una imposta patrimoniale straordinaria deprimerebbe l’economia e se le regole europee, prima facie, impediscono di finanziare con ulteriore debito un adeguato programma di investimenti in infrastrutture pubbliche. Se per via del suo ruolo il Presidente della Repubblica non può entrare a gamba tesa nel merito delle proposte, i partiti non hanno scuse e non possono continuare a ingannare i loro stessi elettori.
22 Ottobre 2017 enzorusso2020	Nessun commento
Tutto ciò premesso, dopo alcuni cenni storici sul perché si è pervenuti a concepire e praticare una netta separazione tra i due principali strumenti della politica economica e finanziaria: la politica monetaria e creditizia e la politica fiscale e finanziaria per cui si è venuta a creare una diarchia tra le autorità fiscali che formalmente devono tradurre in leggi le loro misure di politica economica e le autorità di politica monetaria che per lo più agiscono a mezzo di provvedimenti amministrativi. Specialmente a livello europeo la diarchia sta creando seri problemi di coordinamento dei due strumenti. Secondo il paradigma tradizionale era la politica monetaria che accomodava la politica fiscale dei governi, oggi per via dell’assetto improprio sono le politiche fiscali dei paesi membri che devono essere coordinate con la politica monetaria della BCE conferendo a quest’ultima un ruolo egemonico su tutta la politica economica e finanziaria dell’UE.
Negli anni ’70 il problema era la stagnazione con inflazione e molte riforme furono finanziate con l’emissione di debito pubblico. Negli USA fiorivano anche gli studi sul ciclo politico-economico elettorale secondo cui pur di vincere le elezioni i governi usavano disinvoltamente gli strumenti della politica monetaria per dare una impronta espansiva alla politica economica. Inoltre trionfava la scuola monetarista di Chicago che affermava sinteticamente che la politica monetaria è strumento troppo delicato per lasciarlo in mano ai governi e così iniziava una campagna per rafforzare l’autonomia e l’indipendenza delle Banche centrali. Una linea di pensiero che ha trovato condivisione e sostenitori anche tra economisti di altre scuole di pensiero economico. L’operazione non è senza costi e non si può dire che abbia funzionato bene. In particolare durante periodi di grande crisi economica e finanziaria come quella che ha caratterizzato le economie occidentali negli ultimi dieci anni. Formalmente in Italia la Banca d’Italia è un Autorità amministrativa indipendente e queste sono nominate con procedure più o meno idonee. La BdI non è una istituzione dello Stato – non è menzionata nella Costituzione – come invece è la Banca centrale europea nell’assetto istituzionale europeo vedi l’art. 13 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. E’ una Autorità Amministrativa Indipendente per molti aspetti anomala perché ha una lunga storia alle spalle ed è caratterizzata da un conflitto di interessi grave essendo le banche controllate formalmente titolari delle azioni della Banca d’Italia medesima. Inoltre non è detto che la stessa procedura di nomina del suo massimo esponente sia la migliore possibile se, da un lato, esclude un ruolo delle commissioni parlamentari e, dall’altro, prevede il parere della Consiglio superiore della stessa Banca d’Italia. PQM, al di là della valutazione della persona che riveste o dovrà rivestire la carica di governatore sarebbe, secondo me, opportuno valutare l’appropriatezza dell’assetto proprietario della Banca e della procedura di nomina del suo governatore. Atteso che è stata nominata una Commissione parlamentare di inchiesta sulla nostra Banca centrale, probabilmente essa si occuperà anche di questi problemi non secondari.
Ma al di là dell’assetto formale delle istituzioni e delle regole di nomina sia in Italia che nella Unione deve prevalere il principio di leale collaborazione e la valutazione dell’autonomia e indipendenza va verificata nei fatti e nell’esercizio delle loro funzioni presenti e passate. Non è questa la sede per fare un’analisi del record storico della BdI. Mi basti dire che come in altri casi, nella storia della Banca ci sono luci e anche ombre.
Qui voglio brevemente soffermarmi su alcune aspetti poco convincenti del dibattito che si è scatenato sui media tra il partito dei difensori ad oltranza della piena autonomia ed indipendenza della BdI e gli avversari o, meglio, di quelli che vorrebbero maggiore trasparenza ed una valutazione più attenta del suo operato – compito ora affidato alla Commissione parlamentare di inchiesta che ha iniziato i suoi lavori da poco tempo e, quindi, non è ragionevole arrivare a giudizi ponderati fino a quando non saranno disponibili le sue conclusioni. Secondo me, c’è profonda contraddizione tra chi sostiene la piena autonomia e indipendenza della Bdi e poi affida la nomina del suo governatore al governo che è espressione di una maggioranza politica e, quindi, partitica. Certo in sede istituzionale bisogna assumere che il governo persegua gli interessi generali del Paese che governa ma siamo in una fase di degenerazione della politica della sfiducia e anche i cittadini elettori non credono più nella superiore correttezza dei governanti. Lo stesso vale rispetto a quanto si fa sia in Italia che in altri paesi riguardo alla nomina dei presidenti delle AAI. Negli USA c’è un ruolo forte delle Commissioni parlamentari sul controllo delle nomine proposte dal Presidente. In Italia autorevoli commentatori si oppongono alla parlamentarizzazione della valutazione dei candidati e, quindi, difendono a spada tratta l’attuale procedimento di nomina. Certo un Parlamento composto per lo più da nominati non dai partiti strutturati di una volta, ma da oligarchie centralistiche o da soli leader neanche il Parlamento o il Presidente della Repubblica sfuggirebbe al sospetto di scelte interessate. Vedi l’esperienza dei governi del Presidente di questa legislatura. Se il modello all’interno del quale si opera è quello di un “uomo solo al comando”, tutte le procedure di nomina possono essere distorte e non del tutto corrette. Tuttavia ritengo che la sede parlamentare, la sede principale della sovranità popolare, dove in un modo o nell’altro le forze politiche esprimono direttamente le loro rappresentanza è quella migliore, è quella che offre le maggiori garanzie di trasparenza e di valutazione articolata vuoi del record storico di funzionamento di strutture amministrative che di individuazione delle personalità più idonee a dirigerle – senza trascurare le implicazione dell’assetto europeo provvisorio e per molti versi inappropriato.
12 Giugno 2017 enzorusso2020	Nessun commento
Giorgio Galli (1983) L’Italia sotterranea. Storia politica e scandali, Laterza, edizione club degli editori, Mi;
<> a cura di Gianfranco Pasquino, in Paradoxa, anno IX, n. 4, Ott.-Dic. 2015; http://www.novaspes.org/paradoxa/scheda.asp?id=560;
Sabbatucci Giovanni, <> in Belardelli G., L. Cafagna, E. Galli della Loggia e G. Sabbatucci, Miti e storia dell’Italia unita, Bologna, il Mulino, 1999: 203-216.
6 Ottobre 2016 enzorusso2020	Nessun commento
Secondo il Presidente del Consiglio Renzi il Senato si riunirà un giorno al mese. Evidentemente si tratta dell’ennesima battuta menzognera perché delle due l’una: o Renzi non ha letto l’art. 55 riformato oppure non ha capito quello che il nuovo Senato dovrebbe fare.
L’art. 55 vigente è composto di soli due commi. Formalmente il nuovo è composto di sei commi nominali. In realtà di 14-15 perché il nuovo comma 5 contiene non un comma ma 9-10 commi a seconda che uno di essi sia considerato doppio o singolo.
Per farla breve, ci concentriamo solo sull’analisi del nuovo comma 5. “Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo (rectius: coordinamento, ndr) tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica”. Sono due funzioni diverse accorpate.
“Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e nelle modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea”. Anche qui si tratta di due funzioni diverse e, quindi siamo a quattro funzioni diverse. Ricompaiono in questi due primi commi le funzioni concorrenti che si escludono nel successivo art. 117 perché avrebbero creato tanti ricorsi davanti alla Corte costituzionale e ritardi nell’attuazione delle politiche pubbliche.
“Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea”. Ancora si tratta di due funzioni diverse perché esplicita non solo la partecipazione alla formazione degli atti normativi ma anche all’attuazione dei medesimi che è compito collegato non sempre esercitato nel passato ne’ da parte della CD ne’ da parte del Senato. Siamo a sei funzioni.
“Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori”. Anche qui due funzioni ma più incerte e confuse perché sono pubbliche tutte le politiche a partire da quelle degli enti territoriali, dello Stato e della UE. Non si capisce perché il nuovo Senato verificherebbe solo l’impatto – quale impatto? Quello economico, quello amministrativo, quello ambientale? – delle sole politiche dell’UE. Anche qui si tratta della sommatoria di due funzioni ma il comma è scritto male perché tutte o quasi le politiche pubbliche hanno impatti sui territori. Siamo a otto funzioni.
“Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato”. Non è chiaro con chi concorre se con il governo o con le commissioni della Camera dei deputati nei casi previsti dalla legge ma non dalla Costituzione per cui il governo di turno potrà restringere a volontà i casi in cui è richiesto detto parere. Non è detto se il parere è vincolante o meramente consultivo. Concorre inoltre a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato. Di nuovo, a me sembrerebbe strano che tale compito non fosse assorbito nella valutazione delle politiche pubbliche di cui al precedente comma. Se così, non si capisce perché tale difficile funzione viene ripetuta. O si tratta di una svista? Non è dato saperlo. Vale la pena precisare di che cosa stiamo parlando.
Premesso che in Italia una politica pubblica, quasi sempre, si traduce in una legge e/o in un decreto legislativo con molti contenuti tipici di regolamento o di una circolare amministrativa. Valutare una politica pubblica significa fare un’analisi preventiva della idoneità di una data legge a risolvere un dato problema; controllarne l’attuazione in itinere; verificarne infine l’efficienza, l’efficacia e l’economicità come amano specificare i giuristi che si occupano di questi problemi. Si tratta di un’attività molto complessa che richiede competenze interdisciplinari di economisti, giuristi amministrativisti e sociologi. È chiaro che non è compito che i senatori possono svolgere da soli né possono limitarsi ad affidarlo a esperti esterni o a strutture interne sia pure rafforzate. Spesso e volentieri si traduce anche nella convocazione dei dirigenti delle strutture ammnistrative chiamate ad applicare le leggi. In sintesi, un lavoro complesso che richiede un forte impegno di energie e soprattutto forte continuità, non di rado, attraverso diversi governi. Un lavoro che finora raramente o mai è stato svolto sia dalla CD che dal Senato. Miracolosamente tale compito dovrebbe essere svolto da un Senato sottodimensionato, a tempo parziale e per composizione senza alcuna esperienza pregressa né in sede regionale né a livello comunale. Sia che si ricorra ad esperti esterni sia che si rafforzino le strutture interne, il costo di tale operazione probabilmente assorbirebbe o supererebbe il risparmio discendente dalla prevista riduzione del numero dei senatori.
Siamo a dieci funzioni. Se escludiamo quella che ci sembra un doppione, ossia, la valutazione delle leggi dello Stato, sommiamo nove funzioni accorpate nel comma 5 del nuovo art. 55. In fatto, l’art. 55 novellato contiene almeno 14 commi che si confrontano con i due commi di quello vigente. Perché questo pasticcio? Perché vogliono farci credere che il legislatore sta comunque perseguendo la specializzazione delle funzioni. Non si tratta di semplificazione ma di complicazione.
Se questi sommariamente descritti sopra sono i compiti del nuovo Senato delle Autonomie non si capisce come essi possano essere svolti da senatori a tempo parziale. Se poi si considerano i precisi termini entro i quali ex art. 70 novellato i senatori, come collegio non come singoli, possono richiamare in pratica tutte le leggi ed esprimere pareri e sollecitazioni alla CD sempre entro termini precisi. Tenuto conto che consiglieri regionali e sindaci hanno già pressanti impegni da svolgere in relazione ai loro uffici ordinari non si capisce come detto lavoro possa essere svolto riunendosi un giorno al mese a Roma e senza rimborsi spese.
Certo oggi abbiamo a disposizione la tecnologia delle teleconferenze e delle votazioni elettroniche per cui si potrebbe fare a meno della loro presenza fisica. Peccato che il legislatore costituente non ci abbia pensato.
21 Settembre 2016 enzorusso2020	Nessun commento
Sul Corriere della Sera del 19 u.s. Massimo Franco riferiva delle incertezze e dei dubbi che serpeggiano all’interno della Conferenza episcopale italiana e del mondo cattolico circa la posizione da assumere sull’imminente referendum costituzionale. Ci sarebbero spinte favorevoli al SI ed altre invece per il NO. La CEI appare incerta e confusa come il Paese nel suo insieme. C’è delusione per le politiche relative alla famiglia portate avanti dal governo Renzi. C’è anche insoddisfazione circa la riforma nel merito e nel metodo con cui è stata portata all’approvazione. A monte c’è la posizione di Papa Francesco poco propenso ad atti di ingerenza negli affari interni italiani in una materia così delicata come la politica costituzionale del governo. Massimo Franco ne fa un’articolata rassegna delle posizioni non ufficiali a partire da quelle del Cardinale Bagnasco, Presidente della CEI, di Monsignor Galantino segretario ma anche una specie di commissario papale della stessa Conferenza, di Dino Boffo, di Gaetano Quagliariello, dei catto-grillini, ecc. Merita di essere letta. Alla fine il giornalista azzarda una previsione: la CEI, pur sensibile alle ragioni del governo italiano, potrebbe astenersi dal prendere posizione come, invece, faceva e con determinazione ai tempi della Presidenza del Cardinale Ruini.
Quest’anno ricorre il 25mo anno della Centesimus Annus di Papa Giovanni Paolo II e il 125mo anno della Rerum Novarum di Papa Leone XIII. Questa costituisce la base moderna della Dottrina sociale della Chiesa Cattolica. Nei giorni scorsi ho avuto modo di rileggere alcuni capitoli della Enciclica Centesimus Annus. Vi ho trovato un passaggio sui corpi intermedi che, a mio giudizio, da solo, potrebbe costituire un motivo valido per motivare il NO della CEI alla riforma costituzionale del governo Renzi.
Cito dal capitolo II paragrafo 13: “Approfondendo ora la riflessione e facendo anche riferimento a quanto è stato detto nelle Encicliche Laborem Exercens e Sollicitudo rei socialis, bisogna aggiungere che l’errore fondamentale del socialismo (il riferimento è al socialismo reale dell’Est europeo ndr) è di carattere antropologico. Esso, infatti, considera il singolo uomo come un semplice elemento ed una molecola dell’organismo sociale, di modo che il bene dell’individuo viene del tutto subordinato al funzionamento del meccanismo economico-sociale, mentre ritiene, d’altro canto, che quel medesimo bene possa essere realizzato prescindendo dalla sua autonoma scelta, dalla sua unica ed esclusiva assunzione di responsabilità davanti al bene e al male”. Continua parlando di errata concezione della persona… di dipendenza dell’uomo dalla macchina sociale e da coloro che la controllano…. di mancato riconoscimento della sua dignità di persona… Riprendo la citazione.
“Al contrario, dalla concezione cristiana della persona segue necessariamente una visione giusta della società. Secondo la Rerum Novarum e tutta la dottrina sociale della Chiesa, la socialità dell’uomo non si esaurisce nello Stato, ma si realizza in diversi corpi intermedi, cominciando dalla famiglia fino ai gruppi economici, sociali, politici e culturali che, provenienti dalla stessa natura umana, hanno – sempre dentro il bene comune – la propria autonomia. E’ quello che ho chiamato la “soggettività” della società che, insieme alla soggettività dell’individuo, è stata annullata dal ‘socialismo reale’”.
Renzi, da giovane con un passato di boy scout, forse non è del tutto consapevole del significato dell’abrogazione del Consiglio Nazionale dell’economia e del lavoro contenuta nella sua riforma costituzionale e della sua propensione a non riconoscere come interlocutore il ruolo del sindacati dei lavoratori. La sua posizione sui corpi intermedi è analoga e assimilabile a quella delle passate dittature dell’Ovest e dell’Est europei. Nei modelli fascisti e in quelli di stampo sovietico c’era il sindacato ma esso era e doveva essere cinghia di trasmissione delle decisioni del governo. Ho detto della scarsa propensione di Renzi a riconoscere il ruolo dei sindacati del lavoratori – negli ultimi tempi attenuata per evidenti motivi elettorali – perché, come tutti sanno, nel suo governo il Ministero dello sviluppo economico resta affidato a noti esponenti del mondo dell’industria. Quindi due pesi e due misure.
Con tutto il rispetto, forse la CEI, prima di assumere una posizione ufficiale circa il referendum costituzionale, potrebbe riflettere su questi passaggi della Enciclica Centesimus Annus.
17 Dicembre 2015 enzorusso2020	Nessun commento
3 Febbraio 2015 enzorusso2020	Nessun commento
Di certo, il Presidente Mattarella ha svolto un discorso di grande spessore politico e culturale specie quando il suo pensiero va a quanti soffrono gli effetti devastanti della depressione economica dalla quale non riusciamo ad uscire a distanza di sette anni dal suo inizio. È bene ricordare i dati che il Presidente non ha citato. Tra disoccupati ed inoccupati abbiamo 7 milioni di persone senza lavoro; abbiamo oltre otto milioni di persone tra working poor e persone in povertà assoluta e relativa; in tutto, circa un quarto degli italiani. Risollevare la sorte di queste persone dovrebbe essere la priorità del governo ma non è stato così negli ultimi decenni. Per limitarci agli ultimi tre “governi del Presidente”, le misure di austerità – acriticamente fatte proprie dai governi Monti e Letta hanno causato circa un milione di disoccupati. Gli ottanta euro di Renzi sono andati a beneficiare le classi sociali con redditi medio-bassi. La misura resta criticabile proprio perché diretta alla classe media perché viola criteri generali di giustizia sociale comunemente accettati nonché la Costituzione italiana che vorrebbero la priorità assegnata alle fasce sociali più deboli. E’ positivo che il Presidente Mattarella abbia citato questo immane problema ma deve essere chiaro che affrontarlo è compito precipuo del governo. Ed è chiaro che per affrontare il problema serve innanzitutto la ripresa economica ed una politica di tutti i redditi. Serve inoltre un contesto cooperativo in cui da un lato gli imprenditori investono ed innovano , il governo programma lo sviluppo e le riforme necessarie, innova anche esso e garantisce un livello di giustizia sociale, un senso di appartenenza che massimizzi la coesione economica e sociale e, quindi, legittima il sistema. Purtroppo anche oggi, con o senza il Presidente Mattarella non mi sembra ci siano nel Paese le condizioni politiche e sociali che vadano in questa direzione.
Positivo nel discorso il continuo riferimento alla Costituzione che su questi temi (lavoro e giustizia sociale è stata sistematicamente tradita ) ma sorge un punto di domanda . Il Presidente Matterella ha giurato sulla Costituzione del 1948. Egli è custode della Costituzione, ma di quale costituzione? Quella del 1948 o di quella che Renzi sta stravolgendo con le sue insulse riforme? Quindi andare avanti con le riforme è termine ambiguo. Le riforme costituzionali di Renzi mirano a rafforzare ulteriormente il ruolo del governo assicurandogli un peso preponderante in termini di iniziativa legislativa. Il quesito è: il PdR asseconderà o contrasterà questo disegno. Il PdR è arbitro del gioco istituzionale tra i diversi poteri dello Stato ma se l’esecutivo vuole prevaricare gli altri due poteri, cosa farà il Presidente Mattarella? Staremo a vedere.
Non ultimo il passaggio sul sistema elettorale. Andare avanti con le riforme? Con che cosa anche con l’Italicum che, notoriamente, in forte contrasto con la Sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il Porcellum, vuole ristabilire un maggioritario coatto che ha funzionato male per venti anni e comprime il pluralismo, essenza della democrazia, e non consente agli elettori di scegliere i loro parlamentari. Giustamente il Presidente Mattarella dice “bisogna ricostruire un rapporto vero tra cittadini e istituzioni, tra elettori e politica”. Ma l’Italicum si muove in questa direzione o si presta solo ad assicurare il massimo del potere al governo, raccogliendo una deriva tecnocratica e autoritaria in corso anche nelle istituzioni europee?
“Senza entrare nel merito delle singole soluzioni, che competono al Parlamento, desidero esprimere l’auspicio che questo percorso sia portato a compimento con l’obiettivo di rendere più adeguata la nostra democrazia”, ha detto il Presidente Mattarella. Ma queste sono solo belle parole, di protocollo. Delle due l’una: se il PdR dovesse mettere dei paletti precisi allo stravolgimento dell’attuale Costituzione entrerebbe in forte conflitto con l’attuale governo oppure lo lascia fare e consentirebbe lo stravolgimento dell’attuale Costituzione. Staremo a vedere.
Non ultimo il neopresidente ha detto che intende sovrintendere al processo di riforme come “arbitro imparziale”, ma ha anche auspicato che i giocatori (della politica) lo aiutino con la loro correttezza. Frase molto citata ma anche abusata e deviante. Nella storia della Repubblica abbiamo visto diversi Presidenti (compreso quello uscente) che non si comportati come arbitri imparziali. È un’affermazione ambigua e, secondo me, poco convincente perché inevitabilmente c’è un trade off tra l’essere imparziale e l’essere custode della Costituzione.
Ai fini del successo elettorale conta l’economia o la politica?
9 Novembre 2014 enzorusso2020	Nessun commento
I disoccupati negli Usa sono sotto il 6% – mai così pochi dall’inizio della crisi. Eppure Obama perde la maggioranza anche al Senato nelle elezioni di midterm. Ora viene definito un’anatra zoppa (lame duck) . Venerdì scorso 7-11.14 ulteriore calo della disoccupazione dal 5,9 al 5,8%. Come si spiega? Secondo alcuni osservatori, il crollo della popolarità di Obama è dovuto al fatto che le classi sociali con reddito medio e medio-bassi non si vedono gran che avvantaggiate dalla ripresa economica perseguita con successo dal Presidente e dalla Federal Reserve Bank. Altri osservatori la spiegano con le incertezze del Presidente in materia di politica estera. Secondo me, atteso che di politica estera negli USA si occupa una minoranza qualificata, è più plausibile la prima tesi. Nel 1992 Bill Clinton vinse il suo mandato contro Bush padre criticando i fallimenti del Presidente in carica nella gestione dell’ economia. Nel 2014 la teoria del ciclo politico-economico non sembra funzionare, ma bisogna tenere presente che Obama non era in corsa per il rinnovo del suo mandato. Quindi è presto per dare un giudizio perché detta teoria è costruita più sulle elezioni del Presidente che sugli scaglionati rinnovi parziali della Camera dei rappresentanti e del Senato. Dobbiamo aspettare le elezioni presidenziali del 2016.
Negli USA, ora abbiamo un Presidente che non ha una maggioranza né al Congresso né al Senato. Una situazione non nuova che però non evoca disastri o riforme istituzionali perché negli USA è prassi consolidata arrivare comunque ad accordi cooperativi tra le Camere e il Presidente che potrebbe mettere il veto sulle leggi approvate dalle Camere senza il suo consenso. Per contro le Camere possono non approvare le leggi proposte dal Presidente. La separazione netta dei poteri e i veti reciproci in qualche modo costringono alla collaborazione e/o a compromessi più o meno alti nell’interesse generale del Paese.
In Italia i disoccupati sono al 12,6% e non si vede alcun segnale di crescita dell’economia. Il continuo aumento della povertà e delle disuguaglianze interessa solo alcuni addetti ai lavoratori. I commentatori politici dei grandi giornali sorvolano ma si arrabattano ormai da diversi decenni a commentare le proposte poco serie di riforme costituzionali che hanno il solo scopo di rafforzare il governo garantendogli una maggioranza precostituita e un Senato senza il voto di fiducia. E poi dicono che nel Paese non c’è una deriva autoritaria e tecnocratica!