Source: http://www.animabella.it/2018/05/02/trattativa-stato-mafia-sentenza-storica-condannati-pezzi-dello-stato/
Timestamp: 2018-05-25 23:56:03+00:00
Document Index: 86560973

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Trattativa Stato-Mafia, sentenza storica: condannati pezzi dello Stato – animabella
“Fuori la mafia dallo Stato! Fuori la mafia dallo Stato!” è il grido che la folla urlava con rabbia durante i funerali del giudice antimafia Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio del 1992, 57 giorni dopo l’assassinio dell’altro magistrato simbolo della lotta alla mafia, Giovanni Falcone. Ventisei anni dopo un tribunale conferma: la mafia era dentro lo Stato, lo Stato trattava con la mafia. E lo Stato ha processato e condannato pezzi di se stesso: condannato a dodici anni di carcere gli ex vertici del Ros dei carabinieri Mario Mori e Antonio Subranni. Stessa pena per l’ex senatore Dell’Utri, fondatore di Forza Italia e fedelissimo di Silvio Berlusconi. Il reato è quello, gravissimo, di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Da un lato i mafiosi che minacciavano il governo con la promessa di altre bombe e altre stragi se non fosse cessata l’offensiva antimafia dell’esecutivo, dall’altro pezzi di Stato che “trattavano” con la mafia.
Tutto ha inizio il 30 gennaio del 1992 quando la Cassazione – il massimo tribunale del sistema giudiziario italiano – condanna per la prima volta dei boss mafiosi all’ergastolo. È un affronto che Riina, il capo di Cosa nostra all’epoca, non può tollerare e che scatena la stagione delle stragi, per fermare la quale la mafia avanza delle precise richieste allo Stato. E trova ascolto. “Mentre saltavano in aria giudici, secondo la sentenza qualcuno nello Stato aiutava Cosa nostra a cercare di ottenere i risultati che Riina e gli altri boss chiedevano. È una sentenza storica”, è il commento del pm Antonino Di Matteo, uno dei giudici in prima linea in questo processo e, per questa ragione, da anni ormai nel mirino di Cosa nostra. Una sentenza che in maniera indiretta giunge fino a Berlusconi: “La sentenza – dichiara ancora Di Matteo – dice che Dell’Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di Cosa nostra e l’allora governo Berlusconi che si era da poco insediato”.
Una sentenza che conferma sul piano giudiziario qualcosa che tutti sanno da sempre: la mafia – a differenza di molte altre organizzazioni criminali – ha potuto vivere e proliferare proprio grazie alla sua capacità di relazionarsi con pezzi della società civile e dello Stato. Senza questa “zona grigia” essa non avrebbe avuto la forza per determinare la storia d’Italia, come invece ha fatto.
La sentenza del tribunale di Palermo ha fatto un po’ di luce su un pezzo molto piccolo del rapporto fra la mafia e lo Stato. Certamente c’è molto di più. I meccanismi interni di Cosa nostra sono stati svelati quando alcuni boss di alto rango hanno deciso di collaborare con la giustizia. Come dice Di Matteo, per capire quanto profondo fosse il rapporto fra la mafia e lo Stato, ci vorrebbe adesso un “pentito di Stato”
E non è un problema solo italiano. La mafia – le mafie – si stanno diffondendo pressoché indisturbate in tutta Europa, dove trovano terreno molto fertile per i loro affari. La mancanza di consapevolezza del problema, il pensare che sia un affare tutto italiano consente loro di muoversi senza suscitare clamore, infiltrandosi e alterando l’economia di molti paesi.
Lo scorso 19 aprile la Corte di Assise di Palermo ha emesso una sentenza di condanna a dodici anni per il reato di violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato nei confronti di Mario Mori e Antonio Subranni, ex vertici del Ros dei Carabinieri, Dell’Utri, ex senatore, fondatore di Forza Italia e fedelissimo di Berlusconi, e Antonino Cinà, medico di Totò Riina.
Il tribunale ha anche condannato a otto anni di detenzione l’ex capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno, a ventotto il boss mafioso Leoluca Bagarella. Assolto dall’accusa di falsa testimonianza perché il fatto non sussiste l’ex ministro della Dc Nicola Mancino.
I condannati dovranno anche pagare dieci milioni di euro alla presidenza del Consiglio dei ministri che si era costituita parte civile.
Il 30 gennaio del 1992 la Corte di Cassazione condanna per la prima volta dei boss mafiosi all’ergastolo. Inizia la stagione delle stragi di mafia, con l’uccisione dei magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino
Per fermare la stagione delle stragi la mafia conduce una “trattativa” con pezzi dello Stato.
Tagsborsellino falcone mafia