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Timestamp: 2020-05-26 02:44:41+00:00
Document Index: 89944551

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 647', 'art. 1872', 'art. 1872', 'sentenza ', 'art. 648', 'sentenza ', 'art. 1158', 'art. 115', 'art. 91']

Sentenza Cassazione Civile n. 14220 del 12/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14220 del 12/07/2016
Cassazione civile sez. II, 12/07/2016, (ud. 05/05/2016, dep. 12/07/2016), n.14220
sul ricorso 8543/2012 proposto da:
R.C., (OMISSIS), R.P.
(OMISSIS), R.A.M. (OMISSIS), R.
M. (OMISSIS) e R.E. (OMISSIS)
tutti quali eredi di S.M.C., elettivamente
domiciliati in ROMA, VIA GIOVANNI NICOTERA 24, presso lo studio
dell’avvocato DANIELA TIZIANA TROVATO, che li rappresenta e
S.F., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA VINCENZO BRUNACCI, 19, presso lo studio dell’avvocato
FRANCESCA TULANTI, rappresentata e difesa dall’avvocato MARCELLO
POLACCHI;
avverso la sentenza n. 627/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
udito l’Avvocato DANIELA TIZIANA TROVATO, difensore dei ricorrenti,
udito l’Avvocato CARLO BACCELLI, con delega dell’Avvocato MARCELLO
POLACCHI difensore della controricorrente, che si riporta agli atti
In data 14 settembre 1992 S.F. conveniva in giudizio, davanti al Tribunale di Viterbo, S.M.C., al fine di ottenere una pronuncia di divisione giudiziale dell’immobile sito in (OMISSIS), di cui esse erano divenute comproprietarie dopo la morte del padre S.P., avvenuta nel (OMISSIS).
il summenzionato immobile sito in (OMISSIS) era ancora in comunione.
il testamento in questione aveva istituito le due figli eredi in parti eguali, a condizione che rispettassero l’obbligo di assistenza e cura della madre A.G.;
sussistevano i requisiti perchè fosse dichiarato l’acquisto per usucapione di alcuni dei beni immobili di cui era stata chiesta la divisione.
fosse dichiarata l’usucapione in suo favore di alcuni suoli e fabbricati siti in (OMISSIS).
Si costituiva S.M.C., la quale domandava il rigetto dell’appello e, con appello incidentale, riproponeva, in via subordinata, la sua domanda di usucapione.
1. Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli artt. 633, 634, 647, 648 e 1362 c.c. e ss., ed il vizio di motivazione in ordine alla interpretazione del testamento olografo del 23 ottobre 1956 ed alla qualificazione giuridica della clausola testamentaria quale condizione risolutiva, poichè questa aveva ad oggetto un facere infungibile e doveva essere considerata una clausola di decadenza.
Infatti, per constante giurisprudenza, in ipotesi di successione mortis causa, la disposizione testamentaria con cui sia imposto all’erede di prestare presso di sè assistenza materiale e morale ad un terzo vita natura durante (alla quale va assimilata, nella sostanza, la clausola oggetto del contendere, con la quale le eredi sono state obbligate a fornire assistenza e cura della madre) configura un onere ai sensi dell’art. 647 c.c., (Cass., Sez. 2, n. 11906 del 16 maggio 2013, Rv. 626278), assimilabile nel contenuto e nella portata al vitalizio alimentare ex art. 1872 c.c. (Cass., Sez. 2, n. 626 del 17 gennaio 2003, Rv. 559818; Cass., Sez. 2, n. 1154 del 25 febbraio 1981, Rv. 411717).
Ha chiarito, altresì, che non poteva ricorrere una condizione potestativa risolutiva, in quanto il testatore stesso aveva qualificato la clausola come impositiva di un obbligo a carico dell’erede, caratteristica tipica del modus, il quale è tradizionalmente distinto dalla condizione perchè quest’ultima è un elemento accessorio che produce effetti indipendentemente da ogni indagine sul comportamento, colposo o meno, del soggetto interessato in ordine al verificarsi dell’evento stesso, senza che trovino applicazione nella relativa disciplina i principi che regolano l’imputabilità in materia di obbligazioni (Cass., Sez. U, n. 5702 dell’11 aprile 2012, Rv. 621914).
Infatti, per costante giurisprudenza la disposizione testamentaria con cui sia imposto all’erede di prestare assistenza materiale e morale ad un terzo vita natural durante configura un onere assimilabile nel contenuto e nella portata al vitalizio alimentare ex art. 1872 c.c., convertibile in una prestazione di dare, rappresentata dalla corresponsione di un assegno pecuniario (Cass., Sez. 2, n. 626 del 17 gennaio 2003, Rv. 559818; Cass., Sez. 2, n. 1154 del 25 febbraio 1981, Rv. 411717).
2. Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano la nullità della sentenza per vizio di ultrapetizione e violazione degli artt.99 e 112 c.p.c., in riferimento all’ipotesi di risoluzione ex art. 648 c.c., della clausola modale, nonchè vizio di motivazione, poichè la corte territoriale aveva qualificato la clausola come modus senza che la questione fosse stata dibattuta dalle parti e nonostante in primo grado anche la controparte avesse accettato di considerarla una condizione.
Per costante giurisprudenza, la diversa qualificazione giuridica del rapporto controverso da parte del giudice d’appello rispetto a quanto ritenuto dal giudice di primo grado non costituisce vizio di extrapetizione, rientrando tale potere-dovere nelle attribuzioni del giudice dell’impugnazione, senza necessità, quindi, di specifica impugnazione o doglianza di parte, purchè egli operi nell’ambito delle questioni riproposte con il gravame e lasci inalterati il petitum e la causa petendi, non introducendo nel tema controverso nuovi elementi di fatto (Cass., Sez. 1, n. 16213 del 31 luglio 2015, Rv. 636495).
Il profilo concernente la pubblicazione del testamento, invece, non assume alcun rilievo, considerato che la decisione della Corte di Appello di Roma si è fondata sulla qualificazione della clausola de qua come istitutiva di un modus e non di una condizione, presupposto sul quale si basavano le pretese di S.M.C..
3. Con il terzo motivo i ricorrenti deducono l’insufficiente e contraddittoria motivazione della sentenza impugnata in ordine a fatti controversi e decisivi del giudizio, poichè la corte territoriale non aveva valutato correttamente le prove testimoniali assunte, così escludendo che S.F. fosse venuta meno ai suoi obblighi verso la madre.
4. Con il quarto motivo i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1158 c.c., e art. 115 c.p.c., poichè non era stata accolta la domanda di usucapione e non erano state ammesse le prove articolate sul punto.
Infatti, la corte territoriale, con motivazione logica e completa, che non può essere sindacata nella presente sede, ha respinto la domanda dei ricorrenti in quanto le sorelle S., dopo la morte della madre, unica usufruttuaria dei beni, avvenuta nel 1968, avevano diviso l’asse, stabilendo, con atto del 19 settembre 1992 (rectius, dalla lettura del ricorso e del controricorso, 15 settembre 1972), che il terreno de guo rimanesse in comproprietà fra di loro.
6. Le spese di lite seguono la soccombenza ex art. 91 c.p.c., e sono liquidate come in dispositivo.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sezione Seconda Civile, il 5 maggio 2016.