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Timestamp: 2018-11-19 09:02:46+00:00
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Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 18 giugno 2015, n. 25799. La condotta di partecipazione ad associazione di tipo mafioso è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno "status" di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l'interessato "prende parte" al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell'ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi. Pertanto, la "mera contiguità compiacente", la "vicinanza" o "disponibilità" nei riguardi di singoli esponenti, anche di spicco, dei sodalizio mafioso, non qualificano la condotta del partecipe. - Avvocato Renato D'Isa
Home/Cassazione penale 2015, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze/Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 18 giugno 2015, n. 25799. La condotta di partecipazione ad associazione di tipo mafioso è riferibile a colui che si trovi in rapporto di stabile e organica compenetrazione con il tessuto organizzativo del sodalizio, tale da implicare, più che uno “status” di appartenenza, un ruolo dinamico e funzionale, in esplicazione del quale l’interessato “prende parte” al fenomeno associativo, rimanendo a disposizione dell’ente per il perseguimento dei comuni fini criminosi. Pertanto, la “mera contiguità compiacente”, la “vicinanza” o “disponibilità” nei riguardi di singoli esponenti, anche di spicco, dei sodalizio mafioso, non qualificano la condotta del partecipe.
sentenza 18 giugno 2015, n. 25799
1. Con sentenza resa il 9 dicembre 2013 la Corte di Appello di Palermo confermava quella pronunciata il 14 febbraio 2013 dal GUP del Tribunale della sede e con essa la condanna alla pena di anni cinque di reclusione di D.M.V. , riconosciuto colpevole di partecipazione all’associazione mafiosa Cosa Nostra e segnatamente alla famiglia San Lorenzo – T.N. , reato contestato come commesso in Palermo dal settembre 1982 al dicembre 2000 (data di una precedente sentenza di condanna), ed aggravato, ex art, 416 bis, comma 4 cod. pen., trattandosi di associazione armata ed ex art. 416 bis comma 6 cod. pen. in quanto l’attività economica posta a disposizione di quel sodalizio dall’imputato, è stata finanziata, in parte, con il prezzo, il prodotto o il profitto di delitti.
2.4 Con memoria depositata il 30 dicembre 2014, i difensori del D.M. , illustrato il “travagliato iter processuale” che ha caratterizzato il giudizio promosso nei confronti dell’imputato (respinta dal GIP la richiesta di applicazione di misura cautelare coercitiva, nei confronti del ricorrente si era proceduto, infatti, inizialmente, per i delitti di concorso esterno in associazione mafiosa e riciclaggio; imputazioni per le quali solo in sede di appello era intervenuta condanna, da ultimo con sentenza dell’11 ottobre 2004, annullata con rinvio da questa Corte di legittimità, con sentenza deliberata il 30 novembre 2005, alla quale seguivano, l’annullamento da parte del giudice di rinvio – la Corte di appello di Palermo – della sentenza assolutoria deliberata dal GUP palermitano, a ragione della diversità del fatto descritto nel capo d’imputazione da quello emerso dalle indagini, e, successivamente, la riformulazione dell’imputazione, da parte dei pubblico ministero, ai sensi dell’art. 516 cod. proc. pen., negli odierni termini della partecipazione al sodalizio mafioso) hanno ribadito l’inidoneità del materiale probatorio a dimostrare l’effettiva partecipazione del ricorrente ad un’associazione di tipo mafioso.
Ed invero, considerate le esigenze di economia processuale sottese alla previsione di cui alla lettera l) dell’art. 620 cod. proc. pen., l’annullamento della sentenza di condanna va disposto senza rinvio, poiché la rilevata insufficienza del quadro probatorio, insuscettibile di ulteriori apporti, non può essere colmata in un eventuale giudizio di rinvio. Principio giurisprudenziale, questo, già più volte affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte (Sez. U, n. 22327 del 30/10/2002 – dep. 21/05/2003, Carnevale, Rv. 224182; Sez. U, n. 45276 del 30/10/2003 – dep. 24/11/2003, P.G., Andreotti e altro, Rv. 226100), che merita di essere condiviso ed applicato soprattutto quando la sentenza di condanna, come nel caso in esame, sia fondata su elementi di prova inidonei a corroborare l’ipotesi accusatoria, e non delineandosi, neppure sulla base di una rinnovata valutazione dei fatti da parte del giudice di rinvio, la possibilità di rinvenire ed utilizzare ulteriori emergenze processuali.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2015-06-24T12:20:14+00:0024 giugno 2015|Cassazione penale 2015, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti