Source: http://www.tutelalegalestupefacenti.it/linee-guida-giuridiche-sulla-comunicazione-in-materia-di-cannabis/
Timestamp: 2018-06-18 07:30:40+00:00
Document Index: 174187762

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 82', 'art. 84', 'art. 266', 'art. 82', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 84']

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[IMPORTANTE] [CITTADINO INFORMATO] Linee guida giuridiche sulla “comunicazione in materia di cannabis”
Linee guida giuridiche sulla comunicazione in materia di cannabis.
di www.tutelalegalestupefacenti.it
Sottoponiamo alla vostra attenzione alcuni quesiti sulla “comunicazione in materia di cannabis” a cui possono seguire delle conseguenze giuridiche anche di rilevante portata.
o Vi possono essere rischi connessi per la pubblicità su riviste cartacee/on line che fanno espresso riferimento alla cannabis mediante testi ed immagini?
o In caso affermativo, quali sono le contestazioni a cui dovrebbe rispondere un’azienda di settore?
o E’ possibile impiantare in Italia un laboratorio di analisi di cannabinoidi, terpeni et similia?
In via preliminare, è opportuno precisare che ogni tipo di inserzione pubblicitaria avente per oggetto prodotti droganti è oggetto di divieto. Infatti, l’ordinamento giuridico italiano, nell’ambito della lotta alla droga, colpisce, con una forte anticipazione della tutela penale, ogni forma di propaganda degli stupefacenti ed ogni condotta di stimolo alla creazione, diffusione o al consumo degli stessi.
Questo principio, peraltro, trova fondamento sovranazionale nell’art. 10, comma 2, della Convenzione di Vienna del 1971, ratificata e resa esecutiva in Italia con la Legge del 25 marzo 1981, n. 385, ai sensi della quale: “Ciascuna parte, tenendo debito conto delle norme della sua Costituzione, proibirà le inserzioni pubblicitarie riguardanti le sostanze psicotrope e destinate al grosso pubblico”.
Ciò premesso, il problema della pubblicità di prodotti destinati al consumo di droga dipende dal tipo di oggetto messo in vendita e dalle modalità di comunicazione utilizzate per la promozione della vendita.
La comunicazione in materia di cannabis e le fattispecie penali applicabili
Occorre fare un breve riferimento alle due fattispecie sanzionatorie contemplate dal cosiddetto Testo Unico Stupefacenti (T.U.S.), ossia dal d.P.R. 309/1990, nelle quali si può incorrere in caso di “comunicazione in materia di cannabis”: conoscendone il contenuto è possibile prevenire un’eventuale contestazione.
La prima, prevista nell’art. 82 T.U.S., consiste in una fattispecie criminosa; la seconda, invece, contenuta nell’art. 84 T.U.S., commina una sanzione amministrativa.
2.1 Art. 82 d.P.R. 309/1990 (Istigazione, proselitismo e induzione al reato di persona minore): “1. Chiunque pubblicamente istiga all’uso illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, ovvero svolge, anche in privato, attività di proselitismo per tale uso delle predette sostanze, ovvero induce una persona all’uso medesimo, è punito con la reclusione da uno a sei anni e con la multa da Euro 1.032,00 a Euro 5.164,00 2. La pena è aumentata se il fatto è commesso nei confronti di persone di età minore ovvero all’interno o nelle adiacenze di scuole di ogni ordine e grado, di comunità giovanili o di caserme. La pena è altresì aumentata se il fatto è commesso all’interno di carceri, di ospedali o di servizi sociali e sanitari. 3. La pena è raddoppiata se i fatti sono commessi nei confronti di minore degli anni quattordici, di persona palesemente incapace o di persona affidata al colpevole per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia”.
Le condotte indicate nella norma possono così distinguersi:
– induzione all’uso di stupefacenti: presuppone un rapporto diretto ed immediato tra persuasore ed indotto all’uso di stupefacenti. Come esempio si pensi a chi, durante una pubblica riunione, invogli le persone a far uso di sostanze stupefacenti ed elogi le proprietà di queste ultime tanto da ingenerare nel pubblico una voglia concreta di consumare stupefacente;
– proselitismo all’uso di stupefacenti: consiste nel convincimento all’uso di stupefacenti orientato da ragioni ideologiche. Questa attività fa riferimento in particolare all’esaltazione delle proprietà psicotrope delle sostanze stupefacenti: si pensi ad una persona che, dal vivo o per mezzo di apparati di comunicazione, ponga in essere un elogio in favore delle sostanze stupefacenti;
– istigazione all’uso di stupefacenti: si realizza per mezzo dell’incitamento realizzato pubblicamente ossia, ai sensi dell’art. 266 comma 4 lett. a) c.p., anche tramite stampa o con altro mezzo di propaganda tra i quali rientra anche la pubblicazione sul web o su riviste specializzate.
Con riferimento all’istigazione, la giurisprudenza italiana è ferma nel ritenere che si avrà un fatto di istigazione in tutti i casi nei quali il contesto in cui si realizza la condotta dell’istigatore e le espressioni utilizzate per descrivere lo stupefacente da consumare (ovvero quello ricavabile dalla coltivazione dei semi) siano idonee a conseguire l’effetto “di indurre i destinatari delle esortazioni all’uso di dette sostanze, anche se in concreto l’uso non si verifichi” (così Cass. Pen., Sez. Unite, 7 dicembre 2012, 47604).
Dunque, ai fini della configurabilità del reato di istigazione all’uso di sostanze stupefacenti è necessario che l’agente, per il contesto in cui operi e per il contenuto delle sue esortazioni mostri l’intento di promuovere tale uso e, dal punto di vista materiale, di fatto si adoperi per mezzo di manifestazioni verbali, con scritti, ovvero anche con il ricorso a un linguaggio “simbolico” affinché l’uso di stupefacenti da parte dei destinatari delle sue esortazioni sia effettivamente realizzato (sul punto, cfr. Cass., Pen., Sez. III, 05.03.2001, n. 16041).
L’istigazione all’uso di sostanze stupefacenti – punito come detto dall’art. 82 T.U.S. – deve essere distinta dall’istigazione a coltivare sostanza stupefacente.
Sul punto la Suprema Corte ha stabilito che non è possibile equiparare la nozione di stupefacente a quella di pianta dalla quale, con determinati procedimenti chimici neppure menzionati nella pubblicità, è ricavabile una sostanza drogante che, allo stato naturale, è compresa nelle tabelle. Ricomprendere il termine “pianta” nell’espressione “sostanza stupefacente” significherebbe, infatti, procedere ad un’interpretazione analogica del vocabolo, non consentita nella materia penale.
Ecco il motivo per cui l’istigazione a coltivare sostanza stupefacente integra il reato di “istigazione a delinquere” previsto dall’art. 414 c.p.
È tale, ad esempio, la pubblicità rivolta in via diretta o indiretta a promuovere la coltivazione di sostanza stupefacente mediante consigli pratici, ovvero la predisposizione di link con l’indicazione di “Libri & Manuali” dove è possibile consultare e leggere numerose pubblicazioni (ad es. “Il Canapaio Indoor”, “Il Canapaio Outdoor”, “Manuale del Coltivatore”, “Effetti del THC”, “Manuale del rollatore”, ecc.).
Se, dunque, si vogliono pubblicizzare prodotti fertilizzanti – che di per sé, certamente, non possono essere considerati illeciti – occorre star attenti a non “istigare” alla coltivazione, fornendo, ad esempio, consigli sulle modalità coltivative per una miglior resa della pianta.
In conclusione, una pubblicità del prodotto fertilizzante che non abbia alcun riferimento al processo di coltivazione della pianta della cannabis non costituisce reato ai sensi dell’art. 414 c.p.
2.2 Art. 84 d.P.R. 309/1990 (Divieto della propaganda pubblicitaria):
“La propaganda pubblicitaria di sostanze stupefacenti anche se è effettuata in modo indiretto è vietata. Il contravventore è punito con una sanzione amministrativa da Euro 5.164 a Euro 25.822,00 sempre che non ricorra l’ipotesi di cui all’art. 82”.
Questa seconda fattispecie, anche se prevede soltanto una sanzione amministrativa, è la più insidiosa.
A differenza dell’istigazione, la norma sanziona la semplice “propaganda pubblicitaria”, dovendosi intendere per essa la diffusione e divulgazione, anche in modo indiretto, di sostanza stupefacente in maniera neutra ed asettica.
È chiaro, infatti, che se non fosse “neutra ed asettica”, la propaganda diverrebbe istigazione, con applicazione dunque del reato previsto dall’art. 82 T.U.S.
In altre parole, risponde della sanzione amministrativa chi propaganda simili sostanze o preparazioni senza indurre i destinatari della propaganda all’acquisto e all’uso del prodotto stesso.
Differentemente, per l’integrazione del reato ai sensi dell’art. 82 sarebbe necessario “qualcosa di più” ovvero porre in essere tutte quelle attività di coinvolgimento attivo dell’uditorio per esortarli al consumo.
Pertanto, al fine di non incorrere neppure nella sanzione amministrativa in rassegna, è necessario che i messaggi pubblicitari dei prodotti fertilizzanti non vengano associati – anche in modo indiretto – ad una destinazione vietata, come la coltivazione di marijuana.
Torna utile richiamare quella giurisprudenza che si è già pronunciata per la vendita di semi, secondo la quale, la mera offerta in vendita di semi dalla cui pianta sono ricavabili sostanze stupefacenti di per sé non è vietata configurandosi come atto preparatorio non punibile perché non idoneo in modo inequivoco alla consumazione di un determinato reato, per la considerazione che non è dato dedurre la effettiva destinazione dei semi.
Come a dire che il seme può avere diverse destinazioni, e se la destinazione illecita non viene ricollegata direttamente, o anche solo per simboli o immagini, allora la loro vendita non costituisce attività vietata.
In conclusione, possiamo affermare come i fertilizzanti, la terra e tutti gli altri prodotti normalmente pubblicizzati non rientrano nella nozione di “sostanze” e “preparazioni” indicate nell’art. 84. Ciò considerato, vi suggeriamo di non inserire riferimenti alla parola “cannabis” ovvero a qualsivoglia altra parola e/o simbolo che possa – anche indirettamente – ricondurre la pubblicità al mondo del consumo ovvero della coltivazione di cannabis.