Source: https://www.osservatoriofamiglia.it/contenuti/17505621/affidamento-ed-interesse-dei-figli-(cass-civ-sez-i,-12-06-2012,-n-9546).html
Timestamp: 2020-06-02 20:34:15+00:00
Document Index: 68525535

Matched Legal Cases: ['art. 155', 'art. 30', 'art. 31', 'art 30', 'art. 147', 'sentenza ', 'sentenza ']

L'art. 155 c.c., in, tema di provvedimenti riguardo ai figli nella separazione personale dei coniugi, consente al giudice di fissare le modalità della loro presenza presso ciascun genitore e di adottare ogni altro provvedimento ad essi relativo, attenendosi al criterio fondamentale rappresentato dal superiore interesse della prole che assume rilievo sistematico centrale nell'ordinamento dei rapporti di filiazione, fondato sull'art. 30 Cost.. L'esercizio in concreto di tale potere, dunque, deve costituire espressione di conveniente protezione (art. 31, comma 2, Cost.) del preminente diritto dei figli alla salute e ad una crescita serena ed equilibrata e può assumere anche profili contenitivi dei rubricati diritti e libertà fondamentali individuali, ove le relative esteriorizzazioni determinino conseguenze pregiudizievoli per la prole che vi presenzi, compromettendone la salute psico-fisica e lo sviluppo; tali conseguenze, infatti, oltre a legittimare le previste limitazioni ai richiamati diritti e libertà fondamentali contemplati in testi sovranazionali, implicano in ambito nazionale il non consentito superamento dei limiti di compatibilità con i pari diritti e libertà altrui e con i concorrenti doveri di genitore fissati nell'art 30, primo comma della Cost. e nell'art. 147 c.c.
Cass. 9546/2012
E.D. (c.f. (OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIOVANNI NICOTERA 31, presso l'avvocato ASTONE FRANCESCO, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato RESCIGNO PIETRO, giusta procura speciale per Notaio Dott. GIAMPAOLO BON di POGGIO A CAIANO - Rep. n. 195409 del 3.11.2010;
avverso la sentenza n. 515/2010 della CORTE D'APPELLO di FIRENZE, depositata il 31/03/2010;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 12/04/2012 dal Consigliere Dott. MARIA CRISTINA GIANCOLA;
udito, per la ricorrente, l'Avvocato RESCIGNO che ha chiesto l'accoglimento del ricorso;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GOLIA Aurelio, che ha concluso per il rigetto del ricorso.Svolgimento del processo
- che l'individuazione della soluzione di affidamento più consona all'interesse del minore, non poteva prescindere dai condivisi esiti della consulenza tecnica d'ufficio esperita in primo grado, da cui era anche emerso che, per ragioni diverse, entrambe le parti erano inadeguate al ruolo genitoriale;
- che fonte di grande sofferenza per il piccolo nonchè estremamente pregiudizievole per il suo equilibrio psichico erano le continue espressioni pesantemente offensive, profferite in sua presenza dal padre nei riguardi della madre;
- che il C. non riusciva a sostenere una differenziazione tra sè ed il bambino, così rischiando di pregiudicarne il percorso di crescita e distacco, mentre l' E. non si era resa conto delle conseguenze e dei disagi provocati al figlio in seguito alla sua scelta religiosa, che l'aveva certamente confortata nella gestione della crisi matrimoniale, ma che aveva determinato un indubbio stravolgimento dello stile di vita suo e del bambino, le cui ripercussioni su quest'ultimo la aveva sottovalutato;
- che sebbene la coppia avesse contratto matrimonio con rito civile, il loro figlio era stato battezzato secondo il rito cattolico e, dunque, doveva desumersi che la scelta concorde dei genitori era stata quella di impartire al bambino l'educazione cattolica, tanto che lo stesso era vissuto fino alla separazione dei genitori in un contesto sociale che tale credo religioso presupponeva, per poi invece trovarsi improvvisamente nell'impossibilità di condividere con i compagni modalità di vita fino a quel momento comuni, di celebrare ricorrenze importanti quali compleanni, feste natalizie etera, per di più facendosi carico, a seguito degli insegnamenti materni e delle altre figure di riferimento, dell'angoscia di riuscire ad arrivare al Giudizio senza peccato per poter rinascere nel nuovo regno e di pensare il padre escluso da questa possibilità di salvezza;
- che, in particolare, secondo il ctu, nonostante il divieto di far frequentare al piccolo la comunità dei Testimoni di Geova, la madre non si era dimostrata sufficientemente protettiva, sia pure in piena buona fede, non riconoscendo il danno per il bambino, non aveva compreso che il piccolo non era pronto ad un cambiamento così radicale proprio in un momento in cui già gli era stato richiesto di affrontare un evento doloroso quale la separazione dei genitori; che per un bimbo di 4-5 anni il Natale non assumeva un significato religioso, ma rappresentava, così come la festa di compleanno, un momento di intima comunione familiare, pertanto la celebrazione di tali ricorrenze costituiva per G. il segno della continuità con il suo passato e, con il contesto familiare non più esistente;
- che se da un lato emergevano rilevanti carenze di idoneità educativa da parte di entrambi i genitori, dall'altra neppure sussistevano elementi che facessero ritenere uno dei due più capace o maggiormente in grado di esercitare in modo esclusivo la delicata funzione educativa;
- che relativamente all'appellante nessuna prova era emersa circa una pretesa condizione patologica e doveva aggiungersi che, una volta chiarito e accettato che la sua scelta religiosa non poteva coinvolgere il figlio per tutte le ragioni già evidenziate dal ctu - che prescindevano da qualsiasi giudizio di valore ed afferivano esclusivamente all'immaturità del piccolo e conseguente sua incapacità di assumere, dopo avere vissuto i primi anni della sua vita inserito in uno specifico contesto familiare e sociale, una diversa scelta confessionale in modo libero, consapevole e, soprattutto, sereno e rassicurante (come per qualsiasi professione di fede avrebbe dovuto essere) - non si ravvisavano elementi e circostanze di tale gravit… da renderla inidonea a svolgere il ruolo geni tonale, dato anche che la stessa sembrava essersi resa finalmente conto del pregiudizio arrecato al bambino con il coinvolgerlo nelle sue scelte religiose ed aveva dichiarato ampia disponibilità a non ostacolare lo stile di vita, le frequentazioni scolastiche ed eventualmente anche dell'ambiente cattolico, che gli erano proprie prima della separazione dei genitori;
- che in conclusione non sussistevano le condizioni legittimanti una deroga al regime prioritario dell'affidamento condiviso ed anzi le rispettive lacune delle parti potevano trovare una compensazione nel segno del comune interesse a che il figlio ricevesse un' educazione il più possibile armoniosa e costruttiva, nel rispetto della diversità di idee, personalità, opinioni e convinzioni religiose dei genitori;
- che relativamente alla scelta del genitore collocatario appariva soluzione adeguata quella di fare rimanere il minore a vivere nella casa dove aveva trascorso l'infanzia e dove abitava la madre, tenuto anche conto del forte legame fra i due e dell'inutile sofferenza che sarebbe derivata al bambino dall'allontanamento dal suo ambiente familiare e dal distacco dalla madre; ma quest'ultima, da parte sua, doveva astenersi, come peraltro si era già impegnata a fare, da qualsiasi comportamento che coinvolgesse il minore nelle sue scelte religiose, così da garantire al bambino lo stile di vita tenuto fino al momento della separazione e scongiurare sensazioni di confusione, disorientamento e angoscia rilevate dal consulente tecnico;
- che il possibile conflitto tra il diritto dei genitori ad educare il minore secondo il proprio orientamento religioso e confessionale e il diritto autonomo del minore, sia pure considerato quale soggetto in evoluzione, al rispetto delle proprie idee in formazione, e quindi della propria libertà di indirizzo religioso, andava risolto, anche alla luce della normativa sovranazionale e dell'ordinamento giuridico italiano, nel senso che, fino a quando il minore non avesse raggiunto un'autonoma capacità di discernimento in campo religioso, doveva riconoscersi in linea generale ai genitori la massima libertà nell'indirizzare la prole minore verso la propria religione, ma in caso di dissidio sul modello educativo da adottare com'era nella fattispecie, unico criterio da privilegiare doveva essere quello dell'interesse del minore, dovendo i principi generali di libertà e di parità religiosa tra i genitori trovare un limite nella tutela del minore e nella necessità/interesse di evitargli ogni possibile pregiudizio.
Avverso questa sentenza l' E. ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico motivo e notificato al C., che non ha svolto attività difensiva.Motivi della decisione
Non deve statuirsi sulle spese del giudizio di legittimità atteso il relativo esito ed il mancato svolgimento di attività difensiva da parte dell'intimato.P.Q.M.