Source: http://27esimaora.corriere.it/articolo/decreto-femminicidio-ma-la-donna-non-e-un-soggetto-debole-ma-soggetto-reso-vulnerabile-dalla-violenza-e-questo-cambia-le-prospettive/
Timestamp: 2017-11-19 21:48:50+00:00
Document Index: 9939561

Matched Legal Cases: ['art. 77', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5']

Decreto femminicidio: la donna non è «soggetto debole» ma «soggetto reso vulnerabile» dalla violenza | La ventisettesima ora
E' iniziato con l’audizione della società civile di fronte alle Commissioni Giustizia e Affari costituzionali l’iter di trasformazione in legge del decreto
Tags: documenti, leggi, violenza
Due giorni di audizioni. È in corso l’indagine conoscitiva delle Commissioni riunite Affari costituzionali e Giustizia per convertire in legge il cosiddetto Decreto femminicidio. A fornire spunti critici e suggerimenti perché il Parlamento dia un corpo concreto e colmi i dubbi espressi in questi mesi sul decreto è la società civile. A parlare è una lunga lista di associazioni e istituzioni: dai gruppi che aderiscono alla Convenzione NoMore, a Snoq, a chi si occupa concretamente (con i centri) di seguire le vittime di violenza come D.i.r.e o Differenza Donna, ai sindacati Cgil, Cisl e Uil, a rappresentanti della Digos, degli avvocati penali, dei tribunali, all’Associazione Magistrati. In attesa di seguire l’iter della conversione in legge e capire come risponderà ai reali bisogni, trovate qui l’intervento di Lunetta Savino, in rappresentanza di Snoq Factory e il testo integrale di quello dell’Associazione Giuristi Democratici di cui pubblichiamo l’abstract.
La relazione è stata portata alla Camera da Barbara Spinelli, avvocata esperta di femminicidio che ha curato la redazione del Rapporto ombra della Cedaw in Italia. Nel documento Barbara Spinelli mette in luce che «il governo avrebbe dovuto raccogliere dati per capire se il problema effettivo è l’assenza di strumenti per intervenire efficacemente o, come invece dice l’Onu e affermiamo noi operatrici, è l’inadeguata applicazione delle misure esistenti a mettere in pericolo la donna». E analizza la ratio legis e gli obiettivi punto per punto.
Questi i punti del sommario
La RATIO LEGIS: obiettivi dell’intervento normativo. – 3. Le questioni di pregiudizialità costituzionale. – a) Carenza dei presupposti di necessità ed urgenza dell’intervento normativo. Violazione dell’art. 77 Cost. – b) Incompatibilità dell’intervento con i principi costituzionali, l’ordinamento dell’Unione europea e gli obblighi internazionali. Violazione degli art. 3 e 117 comma 1. – 4. Commento alle misure introdotte dal decreto legge in materia di prevenzione e contrasto alla violenza di genere ed esposizione delle principali criticità. – a) modifiche al codice penale. (art. 1) – b) modifiche al codice di procedura penale. (art. 2) – 5. Misure di prevenzione per condotte di violenza domestica (art. 3) – 6. Tutela per gli stranieri vittime di violenza domestica (art. 4) – 7. Piano di azione contro la violenza sessuale e di genere (art. 5) – 8. Quale ruolo per il Parlamento? – 9. Quale il ruolo della società civile? – 10. Documenti online
In data 17 agosto 2013 è entrato in vigore il decreto legge n. 93 del 14 agosto 2013 “Disposizioni urgenti in materia di sicurezza e per il contrasto della violenza di genere, nonché in tema di protezione civile e di commissariamento delle province”, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 16 agosto 2013.
Le misure introdotte con questo decreto legge rappresentano la risposta tardiva e inadeguata del Governo alle raccomandazioni provenienti dalle Nazioni Unite già nel 2011 (Comitato CEDAW) e nel 2012 (Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne) .
A due anni esatti dalle raccomandazioni del Comitato CEDAW, che evidenziavano come l’incremento dei femminicidi trovasse causa nel “fallimento delle autorità dello Stato” nell’assicurare protezione adeguata alle donne che subivano violenza da parte di partners ed ex partners, il Governo a luglio 2013 avrebbe dovuto presentare un rapporto urgente, per riferire sulle misure adottate negli ultimi due anni al fine di contrastare il fenomeno.
Il Comitato CEDAW chiedeva di dare priorità all’adozione di misure strutturali, capaci di tenere conto anche della specifica posizione delle donne in situazioni più vulnerabili, con cui “assicurare che le donne vittime di violenza abbiano immediata protezione, compreso l’allontanamento dell’aggressore dall’abitazione, la garanzia che possano stare in rifugi sicuri e ben finanziati su tutto il territorio nazionale; che possano avere accesso al gratuito patrocinio, alla assistenza psico-sociale e ad un’adeguata riparazione, incluso il risarcimento”. Raccomandava inoltre di strutturare un sistema efficace di raccolta dati, di assicurare la formazione di tutti gli operatori, di coinvolgere la società civile in campagne di sensibilizzazione, nonché di ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e in ambito domestico.
Queste azioni, che richiedevano un programma di azione quadriennale per la loro realizzazione, ed un programma biennale per l’adozione delle misure più urgenti per la protezione delle donne, sono state ignorate per due anni dagli esecutivi che si sono succeduti, eccezion fatta per la temporanea presa in carico della questione da parte della Ministra Idem. A luglio ovviamente il Governo italiano non ha presentato il rapporto richiesto dal Comitato CEDAW: così ad agosto, dopo due anni di inattività totale, del tutto inadempiente rispetto ai termini di consegna, ha pensato di salvarsi in extremis attraverso questo decreto legge, per poter fare bella figura includendolo nel Rapporto che, parrebbe, dovrebbe presentare a settembre. Di qui il nome, “d.l. femminicidio”, e la grancassa mediatica che lo ha circondato.
Si tratta di una misura che ha la funzione preminente di riabilitare, dentro e fuori i confini nazionali, l’immagine e l’esistenza stessa del Governo, già fortemente compromessa dalla condanna di Berlusconi, dall’affaire Ablyazov e dagli insulti razzisti alla Ministra Kyenge.
Ma qual è la logica che sorregge questo decreto legge? E’ idoneo al raggiungimento degli obbiettivi indicati dalle raccomandazioni ONU? Oppure, dopo due anni di attivismo dell’associazionismo femminile e di attenzioni morbose al tema da parte dei media, è quanto di peggio ci si potesse aspettare?
Inserire le misure in materia di femminicidio in un pacchetto sicurezza è stata una scelta infelice, sia simbolicamente che metodologicamente: da un Governo che si è impegnato a istituire una task force intergovernativa sul tema, ci si sarebbe aspettati che fosse addivenuto ad un provvedimento ad hoc da sottoporre al Parlamento, e che lo avesse fatto solo dopo aver reso noti i dati raccolti dalla task force, il programma elaborato, ed ovviamente dopo aver audito la società civile circa le proposte di riforma elaborate dalla task force.
L’intervento legislativo è poi dequalificato dal fatto che, già ad una prima lettura, appare chiaro che le disposizioni introdotte sono figlie di un legislatore disattento, che rispolvera il diritto penale del nemico senza valutare l’impatto sul sistema dell’attribuzione, aldilà di ogni logica minima, di poteri e privilegi. Come correttamente evidenziato dalle Camere Penali , “L’introduzione di figure come l’anonimato dei denunciati, l’arresto obbligatorio per il reato di maltrattamenti in famiglia, l’espansione della cosiddetta flagranza differita, fa arretrare il paese rispetto ad elementari standard di civiltà giuridica che pensavamo acquisiti”.
Di più: la mala formulazione dei nuovi istituti introdotti, li rende inefficaci rispetto all’obiettivo di fornire immediata protezione alla donna, ed anzi in taluni casi rischia di accentuare sensibilmente il rischio di rivittimizzazione.
Questo documento è stato elaborato proprio per evidenziare perché gli effetti positivi del decreto, annunciati dall’esecutivo, non si produrranno, e perché anzi la logica che lo sorregge e le disposizioni in esso contenute potrebbero rappresentare un vulnus sia alla tenuta del sistema di garanzie costituzionali nel processo penale, sia al processo di riforme strutturali in materia di discriminazione e violenza di genere (ammesso e concesso che Parlamento e/o Governo si decidano mai ad iniziarlo seriamente dando seguito ai desiderata delle associazioni femminili ed alle raccomandazioni delle Nazioni Unite).
Nonostante le numerosissime criticità, l’inserimento nel decreto legge di alcune misure da anni chieste a gran voce dai centri antiviolenza e dalle associazioni femminili, ha fatto sì che esso trovasse un minimo di consenso, o meglio, di connivenza, anche tra chi, da sempre, ha fermamente rigettato l’utilizzo securitario della decretazione d’urgenza in materia di violenza sulle donne…. Questo documento…. vuole nuovamente ricordare la necessità di affrontare il tema della violenza maschile sulle donne con riforme di carattere strutturale, che siano costituzionalmente orientate e che abbiano come ratio l’eliminazione, da parte delle Istituzioni, di tutti quegli ostacoli materiali che impediscono alle donne, in quanto donne, discriminandole rispetto agli altri cittadini, il godimento effettivo dei diritti fondamentali alla vita, all’integrità psicofisica, alla libertà sessuale, nonché l’accesso alla giustizia, anche penale.
Questo decreto legge, che si propone di implementare alcuni articoli della Convenzione di Istanbul, al contrario introduce norme volte a ridurne la portata applicativa nel nostro ordinamento. Inoltre, molte disposizioni applicano in maniera estremamente restrittiva ed impropria la direttiva europea 2012/29/UE e in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato.
Quale quindi il destino di questo decreto legge?
Dipende dal ruolo che sceglierà di esercitare il Parlamento, se di protagonista effettivo della funzione legislativa, oppure ostaggio di un Governo che, incapace di governare, prova a rilanciarsi sfruttando il tema del momento, attraverso un uso incosciente e demagogico della legislazione d’urgenza, ben lontano dal considerare al centro della propria attenzione i diritti della donna, e, più in generale, della persona offesa che si trova in una situazione di vulnerabilità, nello spregio più totale delle linee guida elaborate in materia dalle Nazioni Unite e della disciplina contenuta nella direttiva europea in materia di diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, che entro il 16 novembre 2015 comunque dovrà essere attuata.
2. LA RATIO LEGIS: obiettivi dell’intervento normativo.
… In realtà questo decreto legge, più che un “segno fortissimo di cambiamento radicale” nell’approccio al tema, costituisce la riconferma di una prassi malsana, quella di trattare la violenza maschile sulle donne in termini di “emergenza”, e quindi di includere nell’ennesimo pacchetto sicurezza misure “urgenti” di contrasto non tanto al fenomeno criminale in sé quanto all’allarme sociale che esso procura.
…Le Istituzioni hanno cambiato registro, hanno iniziato ad esprimere anche pubblicamente posizioni che riconoscono la natura strutturale della violenza maschile sulle donne e la necessità di un approccio integrato e di lungo termine, che tenga conto del fatto che la violenza sulle donne è figlia di quella discriminazione di genere, di quel modo di concepire la relazione uomo/donna frutto di quei pregiudizi profondamente radicati nella cultura patriarcale che storicamente appartiene anche al nostro Paese. Parlamentari e Ministre sono state protagoniste dell’apertura a un confronto con la società civile ed in particolare con le associazioni di donne ed i centri antiviolenza, e, tra in primi in Europa, siamo perfino arrivati a ratificare la Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta alla violenza nei confronti delle donne e in ambito domestico .
…Un tale brillante approccio iniziale lasciava presagire un programma di Governo incentrato sulla definizione di azioni strutturali, coordinate, di breve e lungo termine di prevenzione e contrasto alla violenza sulle donne, nel quadro di una più ampia attività di contrasto alle discriminazioni, ivi inclusa la discriminazione basata sul genere e sull’orientamento sessuale.
… il decreto partorito è nato monco del contributo necessario ad integrare l’azione tra tutti i soggetti istituzionali coinvolti nelle fasi di prevenzione, protezione, persecuzione, compensazione delle vittime di questo tipo di reati.
Come se in questi anni nulla fosse successo, il decreto legge rappresenta un ritorno al passato….
… Questo decreto legge fa un uso simbolico del diritto penale esclusivamente per fini general-preventivi: questo lo esplicita il testo stesso nel secondo capoverso, ove è sancito che “il susseguirsi di eventi di gravissima efferatezza in danno di donne e il conseguente allarme sociale che ne e’ derivato rendono necessari interventi urgenti volti a inasprire, per finalita’ dissuasive, il trattamento punitivo degli autori di tali fatti, introducendo, in determinati casi, misure di prevenzione finalizzate alla anticipata tutela delle donne e di ogni vittima di violenza domestica”.
E’ proprio in questa lettura che sta la prima criticità del decreto: fino a quando gli interventi dell’esecutivo in materia di violenza sulle donne saranno tarati sull’emergenza e declinati in termini di interventi populistici volti a scemare l’allarme sociale, piuttosto che sulla primaria esigenza di identificare e rimuovere quegli ostacoli materiali (vuoti legislativi, pregiudizi di genere, mancanza di risorse) che impediscono una effettiva protezione delle donne che hanno subito violenza ed un effettivo accesso alla giustizia da parte delle stesse, le azioni adottate saranno del tutto inadeguate a risolvere il problema.
Nel comunicato stampa del Consiglio dei Ministri introduttivo del decreto legge, poi ripreso nella Relazione accompagnatoria al disegno di legge di conversione, la finalità del decreto viene individuata nell’esigenza di “affrontare, da diverse angolature, una serie di problematiche riguardanti la pubblica sicurezza in una chiave di difesa dei soggetti più deboli ed esposti, nonché la tutela dell’ordine pubblico.” .
Nell’analisi tecnico-normativa accompagnatoria del disegno di legge di conversione, si dice con chiarezza che i reati considerati destano particolare allarme sociale “per il fatto di essere perpetrato ai danni di soggetti “deboli”.
Lo Stato, mediante la ratifica della Convenzione di Istanbul, si è specificamente obbligato ad utilizzare una prospettiva di genere nell’applicazione della Convenzione, che impone alle Istituzioni non di adottare misure di pubblica sicurezza “in una chiave di difesa dei soggetti più deboli ed esposti” , ma invece di adottare le misure necessarie a promuovere e garantire il diritto delle donne a vivere una vita libera dalla violenza, anche tutelando i diritti delle vittime (cosa diversa dal tutelare le vittime!) senza distinzioni di sesso.
A nulla rileva peraltro che la Convenzione di Istanbul non sia ancora entrata in vigore a livello internazionali, perché a questi stessi obblighi già il nostro Paese si era vincolato con la ratifica della CEDAW, la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti delle donne, ratificata con l. 132/1985, in particolare a seguito dell’adozione da parte del Comitato CEDAW della raccomandazione generale n. 19 in materia di violenza maschile sulle donne.
Si introducono misure frutto di una lettura securitaria del problema. Si afferma che “le misure dirette a tutelare i soggetti deboli si muovono in un solco già preannunciato dal Governo al Parlamento nel corso dell’iter di approvazione della legge di ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e lotta alla violenza nei confronti delle donne e in ambito domestico”. Ma non è certo quello di questo decreto, lo spirito della Convenzione!
La Convenzione di Istanbul non prevede che la violenza maschile sulle donne debba essere affrontata perché è un fenomeno criminale che desta allarme sociale: la violenza maschile sulle donne costituisce sì un fenomeno criminale, ma deve essere affrontata mettendo al centro i diritti violati della persona offesa, a partire dalla considerazione che “un reato è non solo un torto alla società, ma anche una violazione dei diritti individuali delle vittime” , e che le Istituzioni devono adottare la dovuta diligenza nel prevenire e contrastare tali violazioni.
Al contrario, questo decreto legge misconosce addirittura l’applicazione dei principi basilari di giustizia per le vittime del crimine elaborati dalle Nazioni Unite.
L’inadeguatezza di questo decreto a prevenire efficacemente il femminicidio discende dagli obbiettivi che si pone, che non sono la promozione e la tutela dei diritti delle donne, ma la promozione e la tutela della sicurezza pubblica attraverso una maggiore repressione dei reati che colpiscono (anche) le donne.
Come dimostrerà l’analisi delle novità introdotte, è palese che manca una visione di sistema dei principi che dovrebbero regolare l’accesso e la relazione delle donne col sistema di giustizia penale, e questa lacuna rende il legislatore incapace di uscire dal meccanismo biunivoco che vorrebbe fare della repressione la prima forma di protezione e prevenzione, e gli ha impedito di costruire un impianto normativo capace di apportare miglioramenti effettivi al godimento dei diritti fondamentali da parte delle donne che hanno subito o rischiano di subire violenza.
Il Consiglio dei Ministri, nel licenziare questo decreto, si è dimenticato che stringendo la morsa delle repressione ed aumentando i poteri di polizia, certo non renderà immune il sistema della giustizia penale da quei valori e pregiudizi di genere, profondamente radicati nella società e negli operatori del diritto, che ad oggi costituiscono il principale ostacolo alla piena attuazione delle leggi già esistenti per la protezione e l’accesso alla giustizia da parte delle donne vittime di violenza, né risolverà il problema strutturale della carenza di organico specializzato, e di mezzi strumentali (benzina per le volanti, carta per le fotocopie…), né assicurerà il tempestivo collegamento e coordinamento tra i vari operatori del sistema penale e non.
In sostanza, avrà ottenuto il consenso che cercava, ma non avrà migliorato né la situazione delle donne che vogliono uscire da situazioni di violenza, né quella degli operatori del diritto che le incontrano all’interno del sistema di giustizia penale.
Intanto, sempre ieri,
l’Italia ha formalmente ratificato a Strasburgo
la convenzione di Istanbul contro la violenza domestica e quella sulle donne.
Il viceministro alle Politiche sociali con delega alle Pari opportunità,
Maria Cecilia Guerra, è stata ricevutadal segretario generale del Consiglio d’Europa
Thorbjorn Jagland e dalla vice Gabriella Battaini Dragoni.
L’Italia è il quinto Paese a ratificare la convenzione di Istanbul.
11.09 | 16:00 MatteoXM
http://www.lsblog.it/index.php/interni/690-femminicidio-e-dintorni
spero le interessino
L’Italia è il quinto Paese a ratificare la convenzione di Istanbul
11.09 | 16:59 valerio63
Albania (4 febbraio 2013), Montenegro (22 aprile 2013), Portogallo (5 febbraio 2013) e Turchia (14 marzo 2012).
12.09 | 03:14 NoOne777
… perchè le donne si occupano SEMPRE E SOLO di problemi che riguardano LE SOLE DONNE, e gli uomini no ?
13.09 | 14:41 MatteoXM
perché gli uomini -non tutti, ovviamente- sublimano.