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Timestamp: 2019-11-12 02:00:48+00:00
Document Index: 173451856

Matched Legal Cases: ['art. 36', 'art. 433', 'art 433', 'art. 2', 'art. 53', 'art. 433', 'art. 143', 'art. 143', 'art. 147', 'art. 315', 'art. 433', 'art. 433', 'art. 433', 'art. 433', 'art. 2']

Reddito di cittadinanza e diritto agli alimenti – G. Biscontini
Da tempo in Italia si discute sul reddito di cittadinanza, sulla sua sostenibilità da parte delle finanze statali, sulla sua eticità visto che si potrebbe risolvere in un incentivo a non lavorare. Ad ogni buon conto pare evidente che l’ammontare economico di tale intervento non possa essere sostanzialmente analogo alla retribuzione da corrispondere al lavoratore la quale, a norma dell’art. 36 cost., deve essere tale da consentire a lui ed alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Invero, dalle affermazioni governative tale ultimo pericolo non dovrebbe sussistere sia perché la misura è temporanea sia perché essa è funzionale ad un avviamento al lavoro tanto che sarà obbligatorio frequentare corsi di formazione, dedicare alcune ore alla ricerca di un lavoro e, infine, impiegare otto ore lavorative settimanali in progetti comunali di interesse della collettività. La misura legislativa si presenta, dunque, come un aiuto a chi è in stato di disoccupazione involontaria e pare debba essere coordinata con il precetto normativo di cui all’art. 433 cod. civ. anche per evitare di deresponsabilizzare coloro che compongono il nucleo familiare. In merito giova richiamare la decisone della Corte di Cassazione del 22 giugno 2016, n. 12952, resa in tema di obbligazione alimentare (art 433 cod. civ.), secondo la quale la cessazione dell’obbligo di mantenere i figli maggiorenni non autosufficienti deve essere fondata su un accertamento di fatto che abbia riguardo all’età, all’effettivo conseguimento di un livello di competenza professionale e tecnica, all’impegno rivolto verso la ricerca di un’occupazione lavorativa nonché, in particolare, alla complessiva condotta personale tenuta, da parte dell’avente diritto, dal momento del raggiungimento della maggiore età. In ciò è dato riscontrare pure un profilo essenziale della funzione educativa, tesa a consentire al figlio uno sviluppo armonico della propria personalità anche grazie al potenziamento delle sue attitudini e delle sue capacità lavorative. Come rigorosamente evidenziato anche dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione nella richiamata decisione, la funzione dell’assegno alimentare consente di delimitare temporalmente il periodo in cui si è tenuti all’obbligazione alimentare, sicché anche il reddito di cittadinanza, ove divenga oggetto di un provvedimento
legislativo, dovrebbe essere corrisposto limitatamente al tempo necessario per portare a compimento il progetto educativo così come dovrebbe presupporre che la persona che ne beneficia non ne abusi e si impegni proficuamente a conseguire i propri obiettivi, ricercando un’occupazione coerente con il proprio percorso formativo. Anche in ciò è dato ravvisare una certa analogia tra le due figure.
Il reddito di cittadinanza si presenta come una lotta verso la povertà visto che dovrebbero beneficiarne i maggiorenni, disoccupati o inoccupati involontari, che non hanno un reddito di 780 euro mensili, e dovrebbe essere calibrata variamente qualora a beneficiarne dovesse essere non un singolo, ma un nucleo familiare. L’iniziativa, senza cadere in una querelle politica, pare sicuramente apprezzabile in linea di principio in quanto destinata a soccorrere coloro che si trovano in stato di indigenza; essa, tuttavia, deve fare il conto con il principio del pareggio di bilancio presente in più di un articolo della vigente Costituzione, principio che, tuttavia, non può essere assoluto in quanto dovrebbe essere valutato nel rispetto del principio di ragionevolezza che funge da garanzia per un bilanciamento dei valori protetti e garantiti dal costituente. In tale prospettiva deve essere tenuto presente il dettato di cui all’art. 2 cost. secondo il quale “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge
la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. Tra tali diritti v’è certamente il superamento della condizione di indigenza per il cui raggiungimento la Repubblica chiede a tutti, cittadini e no, l’adempimento del dovere “inderogabile” di solidarietà perseguibile anche grazie allo strumento fiscale di cui all’art. 53 cost. secondo il quale “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, specificando poi che “Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
In proposito, non si può dimenticare un principio caro alla dottrina marxista così come a quella liberale secondo il quale la prima libertà dell’uomo consiste nella libertà dal bisogno. Libertà dal bisogno, libertà di parola, libertà di culto, libertà dalla paura sono le quattro libertà individuate da Roosevelt nel discorso tenuto nel Congresso del 1943, ma pare si possa affermare che senza la prima le altre non possono essere esercitate liberamente e pienamente. Di ciò ne è consapevole la cultura liberale, sensibile alla centralità dell’individuo, laddove persegue il raggiungimento del benessere umano e l’innalzamento della qualità della vita della persona. Luigi Einaudi, in un articolo del 1948 apparso sul Corriere della Sera, affermava che la libertà politica deve essere accompagnata dalla libertà economica. In particolare scriveva: “A che serve la libertà politica a chi dipende da altri per soddisfare i bisogni elementari della vita? Fa d’uopo dare all’uomo la sicurezza della vita materiale, dargli la libertà dal bisogno, perché egli sia veramente libero nella vita civile e politica […] La libertà economica è la condizione necessaria della libertà politica”.
L’uomo ha necessità di avere la sicurezza della vita materiale perché sia veramente libero nella vita civile e politica sicché senza la libertà dal bisogno economico perde la propria dignità tanto che non è dato riscontrare una sostanziale diversità tra lo schiavo che viveva nell’antica Roma e l’emarginato che vive in una periferia degradata di una piccola o grande città. Pare, pertanto, da condividere l’opinione di chi reputa che gli assetti costituzionali moderni e la civiltà occidentale contemporanea sono, per dirla con il pensiero illuminista, «en lumière» e conformi alle norme della «raison» se comprensivi di una disciplina giuridica della sicurezza sociale finalizzata alla realizzazione della libertà dal bisogno di tutti i consociati per l’effettivo godimento dei loro diritti civili, politici e sociali. Ciò spingeva l’economista Lester Thurow ad affermare che «la sicurezza economica è, per l’uomo moderno, ciò che un castello ed un fossato erano per l’uomo medievale».
Necessita, pertanto, una politica proiettata anche verso la promozione delle situazioni giuridiche soggettive affermate nelle Carte costituzionali ove, per quanto riguarda quella italiana, si impone un’armonizzazione tra diritti inviolabili e diritto-dovere al lavoro: di qui la riaffermazione del principio di legalità costituzionale che non può prescindere dal rispetto della dignità della persona, ai suoi vari livelli. È, pertanto, compito dello Stato garantire la dignità dell’individuo favorendone l’indipendenza economica anche aiutando il singolo nella ricerca di un lavoro che lo affranchi dalla condizione di indigenza. Tuttavia, proprio perché le risorse economiche sono finite, si deve realizzare un welfare solidaristico coerente con il generale principio di sussidiarietà che giustifica l’intervento statale ove l’esigenza non sia stata soddisfatta da chi è più prossimo al bisogno da appagare.
Per raggiungere tali finalità e per rispettare i rispettivi ruoli pare opportuno tenere presente quanto dettato dal sopra richiamato art. 433 cod. civ. che, prima che intervenga lo Stato, nell’attuale formulazione pone una graduatoria di natura privatistica tra coloro che sono obbligati a prestare gli alimenti nell’ambito della cerchia familiare prevedendo che vi sono tenuti, nell’ordine, il coniuge, i figli, anche adottivi, e, in loro mancanza, i discendenti prossimi, i genitori e, in loro assenza, gli ascendenti prossimi, gli adottanti, i generi e le nuore, il suocero e la suocera, i fratelli e le sorelle germani o unilaterali, con precedenza dei germani sugli unilaterali. È bene ricordare che nel novero degli obbligati alla prestazione alimentare rientra pure il donatario, il quale è tenuto a prestare gli alimenti al donante con precedenza su ogni altro obbligato, ma non oltre il valore della cosa donata.
In proposito giova osservare che la disposizione ha carattere generale ed opera nel momento della disgregazione del nucleo familiare: infatti, nei rapporti tra coniugi, in presenza della convivenza tale prestazione viene assorbita dall’obbligo di assistenza materiale (art. 143, comma 2, cod. civ.) e di contribuzione ai bisogni della famiglia (art. 143, comma 3, cod. civ.) e, nei rapporti tra genitori e figli, dall’obbligo dei genitori di mantenere i figli minori (art. 147 cod. civ.) o comunque non economicamente autonomi e dall’obbligo dei figli autonomi che vivano in famiglia di contribuire al mantenimento della medesima (art. 315 bis cod. civ.). Analogamente accade per i fratelli visto che a loro carico non v’è alcun obbligo alimentare per il periodo in cui convivono nella famiglia nucleare con i genitori. Di conseguenza, gli obblighi alimentari dettati dall’art. 433 cod. civ. nascono, fra i membri della famiglia nucleare, soltanto quando essa si smembra: infatti, solamente in caso di separazione sorge fra i coniugi l’obbligo alimentare così come soltanto quando i figli escono di casa, se in stato di bisogno, hanno diritto agli alimenti da parte dei genitori o dei fratelli i quali, in presenza di analoga situazione, saranno a loro volta tenuti a prestare gli alimenti ai propri genitori e così via. Tale assegno, come detto, non solo non si può risolvere in un “trattamento pensionistico anticipato”, ma neppure può essere quantificato in astratto dovendo, invece, essere determinato sulla base di un’analisi comparativa delle condizioni economiche dei soggetti coinvolti, al fine di
determinarne l’ammontare sulla base dei criteri di proporzionalità e di ragionevolezza quali parametri oramai acquisiti pure dalla giurisprudenza della Corte costituzionale. L’alimentando ha diritto, quindi, a quanto necessario per vivere e per soddisfare le sue esigenze primarie: di qui la possibile riconduzione del diritto agli alimenti nel novero dei diritti della personalità in quanto finalizzato ad assicurare i mezzi necessari all’esistenza dignitosa della persona. È dato, dunque, riscontrare una sovrapposizione normativa tra quella della possibile, futura disciplina del reddito di cittadinanza a carico dello Stato e, quindi, del contribuente, e la primaria obbligazione alimentare di cui all’art. 433 cod. civ. a carico dei familiari che trova la sua causa nella solidarietà familiare che impone innanzi tutto ai membri di tale comunità di attivarsi per sostenere economicamente chi non sia in grado di poter far fronte, in tutto o in parte, alle spese necessarie per soddisfare le proprie esigenze fondamentali di vita.
Non varrebbe obiettare che l’obbligazione alimentare e, soprattutto, la previsione di un’ampia fascia di parenti obbligati costituiscono un’indubbia espressione di una visione della famiglia inserita in una società assai diversa da quella attuale ove l’intervento pubblico era sostanzialmente inesistente. Invero, sebbene l’art. 433 cod. civ. sia stato dettato in un momento in cui la famiglia aveva un ruolo ed un significato diverso da quello disegnato dal Costituente, pare che le funzioni assistenziali attualmente assunte dallo Stato non comportino l’estinzione degli obblighi che gravano sui singoli, specialmente se legati da un vincolo familiare. Ciò è tanto vero che la solidarietà familiare è tale da connotare pure le unioni civili le quali, grazie ad un’interpretazione sistematica o, se si preferisce, evolutiva sono interessate dall’art. 433 cod. civ. posto che la tutela della dignità umana ed il principio di solidarietà familiare reclamano piena attuazione anche all’interno di tali formazioni sociali. Ne deriva che sebbene possa risultare superata una visione istituzionale della famiglia, non può essere messa in discussione anche la rilevanza del vincolo familiare che accentua il dovere di solidarietà richiesto, in via generale, a tutti i cittadini dall’art. 2 cost. Grazie ad un’interpretazione assiologica del sistema giuridico si dovrebbe collocare in una posizione poziore la disciplina codicistica rispetto a quella del futuro reddito di cittadinanza anche perché soltanto un’attività ermeneutica miope potrebbe condurre a porre in secondo piano il ruolo del vincolo solidale all’interno della famiglia che impone ai suoi componenti di adempiere l’obbligazione alimentare entro i limiti di una soglia ragionevolmente sostenibile. Una differente interpretazione finirebbe per deresponsabilizzare il nucleo familiare che potrebbe trovare più conveniente fare gravare sulla collettività l’onere economico connesso all’obbligazione alimentare.
Tuttavia, se è vero che una persona bisognosa di aiuto, priva di redditi sufficienti o di titoli negoziali che le consentano di vivere decorosamente, deve rivolgersi prima alla famiglia e poi alla pubblica amministrazione, è pure vero che in presenza di una violazione dell’obbligo legale è dovere dello Stato intervenire in suo aiuto erogando le prestazioni sociali. Lo Stato, comunque, al fine di evitare un danno erariale dovrà agire in rivalsa nei confronti degli obbligati rimasti inadempienti: ciò perché l’obbligazione alimentare, trovando giustificazione o nell’appartenenza alla famiglia parentale o nella presenza di un vincolo di gratitudine, mira a realizzare in ambito privatistico il primario dovere inderogabile di solidarietà verso chi si trova in stato di bisogno, principio annoverabile tra quelli di ordine pubblico.