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Timestamp: 2019-01-18 05:01:22+00:00
Document Index: 130236640

Matched Legal Cases: ['art. 340', 'art. 612', 'art. 612', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 416']

Le minacce proferite dagli 'ndranghetisti rinchiusi nel gabbio, durante il processo alla 'ndrangheta dell'estremo ponente ligure, stanno comportando, quindi, una condanna dopo l'altra che va ad appesantire le pene già inflitte nel processo di primo grado “LA SVOLTA” e confermate in Appello. A seguito della perizia sull'audio dell'udienza - interrotta dalle minacce pronunciate dal GALLOTTA – il capo di imputazione a carico della GALLOTTA Giuseppe è stato modificato con indicazione esatta della frase pronunciata («ammazzato doveva essere... si dovrebbe tagliare la testa... l'avessero ammazzato starei meglio») mentre il collaboratore di giustizia stava deponendo quale testimone. La minaccia nei confronti di Francesco Oliverio era chiaramente volta a influenzare il contenuto della testimonianza, minacciando a Oliverio, con la forza di intimidazione propria del sodalizio 'ndranghetista, un ingiusto e grave danno.
Nell'udienza odierna i Giudici del collegio del Tribunale di Imperia hanno quindi dichiarato «GALLOTTA Giuseppe responsabile dei reati di cui all'art. 340 [per l'interruzione dell'udienza] e 336 c.p. [per le minacce aggravate al testimone durante la deposizione] ritenuto assorbito in quest'ultimo il reato di cui all'art. 612 c.p. [minaccia], unificati dal vincolo della continuazione, ritenuto più grave il reato sub a), operato l'aumento per la contestata recidiva, e lo condanna alla pena di anni tre e mesi quattro di reclusione oltre le spese». Alla condanna alla pena detentiva si aggiunge quindi il risarcimento dei danni al collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, da liquidarsi in separata sede, oltre che la rifusione delle spese della parte civile liquidati in complessivi 6.650 euro (oltre spese generali, Iva e Cpa).
Le motivazioni della Sentenza saranno depositate nel termine dei 90 giorni.
Nel frattempo è stata depositata anche la Sentenza del rito abbreviato dell'inchiesta “SAN MICHELE” della DDA di Torino, in cui emergono chiaramente i tentativi di pressione, condizionamento, nonché le minacce ai danni del collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, da parte degli esponenti 'ndranghetisti. Nella Sentenza del GIP di Torino, oltre al richiamo all'assoluta attendibilità propria del collaboratore di giustizia Oliverio, ed al richiamo all'importanza ed assoluta rilevanza del contributo da questi portato alla Giustizia, richiama il contesto di minacce e pressioni a cui è stato sottoposto il collaboratore. Si legge infatti:
«OLIVERIO Francesco ha reso dichiarazioni accusatorie anche nei confronti di soggetti a cui e legato da rapporti di parentela e di affinità, esponendo cosi se stesso e dei propri congiunti (in particolare la madre, la moglie ed i figli) al concreto rischio di ritorsioni. Egli ha riferito di essere certo di essere nel mirino dell'associazione mafiosa che, a suo dire, al momento si era limitata a fare pressioni sui propri familiari per indurlo a ritrattare; ciononostante, OLIVERIO si e detto determinato a proseguire il percorso collaborativo intrapreso, anche se ciò lo ha esposto e lo espone a rischio. Si evidenzia che proprio la famiglia di origine, ed in particolare il fratello (...) Luigi OLIVERIO ha fatto giungere al collaboratore, alla madre ed al figlio minacce di morte. Il collaboratore evidenziava che anche la JITARU RALUCA LOREDANA, madre di Samuel(e) Luigi, non aveva condiviso la scelta di collaborare da lui intrapresa e al contrario lo aveva ripudiato. La donna utilizza il figlio minore quale strumento di pressione per indurre l'OLIVERIO a ritrattare ed interrompere il percorso intrapreso. Si vedano sul punto le dichiarazioni contenute nell'interrogatorio».
Ed ancora, riportando i verbali delle dichiarazioni del collaboratore:
«ADR – A seguito della mia collaborazione ho ricevuto delle minacce di cui ho parlato nei precedenti verbali. Non solo io ho ricevuto minacce ma anche i miei familiari. Ricordo tra i tanti episodi quello capitato a mio figlio Luigi che ebbe a ricevere una telefonata nella quale OLIVERIO Vincenzo mio nipote gli diceva che io dovevo considerarmi un uomo morto e come me tutte le persone che mi avevano seguito. Le stesse cose venivano dette anche a mia moglie RAUTI Maria Teresa alla quale che se mi avesse seguito doveva considerarsi morta. Inoltre mia sorella Angela mi ha riferito che mio fratello Luigi le aveva detto che io “non c'entravo niente” con il bambino e nella fattispecie intendeva riferirsi a Samuele Francesco e da quel momento in poi non me lo avrebbero più fatto vedere facendomi capire che avrebbero potuto anche ammazzarlo.
ADR – All'ufficio che mi chiede se io abbia paura in conseguenza delle dichiarazioni che ho reso durante la collaborazione rispondo che io non morirò a letto. Intendo dire che a seguito delle mie affermazioni sono diventato un bersaglio per la 'ndrangheta. Io provengo come ho già detto da una famiglia potente con esponenti di rilievo anche nel mondo della politica e nell'ambiente dei colletti bianchi. Ritengo pertanto che quando la 'ndrangheta deciderà di eliminarmi lo farà e finora non l'ha fatto perché fino al gennaio 2013 hanno tentato di indurmi a ritrattare ma negli mesi hanno capito che il mio intendimento è quello di andare avanti. Voglio a qualunque prezzo andare avanti ed evitare che i miei figli vivano nell'ambiente malavitoso 'ndranghetistico.
ADR – Finora ho rilasciato dichiarazioni innanzi a Pubblici Ministeri. In una sola occasione sono stato chiamato a deporre in una udienza, ciò è avvenuto nello scorso gennaio presso il Tribunale di Imperia, il P.M. era il Dott. Arena della DDA di Genova. Anche in quella occasione ho ricevuto minacce. Ora che sono iniziati i miei impegni dibattimentali ho ancor più timore di aggressioni da parte della 'ndrangheta. Evidenzio altresì che anche mia madre è stata minacciata. E' stata lei a riferirmelo e mi ha detto la ragazza delle pulizie che le è stata trovata da mio fratello Luigi era stata avvicinata e le avevano consigliato di abbandonare l'impegno presso mia madre perché ciò poteva esporla a rischio. Le dissero infatti che se qualcuno voleva farmi male poteva decidere di aggredire mia madre e con essa la sua collaboratrice. Preciso che mia madre non mi ha mai rinnegato. La collaboratrice domestica, nonostante le minacce, è rimasta a lavorare presso mia madre nell'abitazione di Rho.
ADR – Come ho già riferito ho parlato nel corso degli interrogatori della 'ndrangheta insediata in Calabria e in altre regioni d'Italia. Così la Lombardia, il Piemonte, la Liguria, l'Emilia, la Toscana, il Lazio, il Veneto, ecc. Ho menzionato moltissime persone affiliate molte delle quali a me legate da rapporti di parentela e affinità.
ADR – Ho avuto anche un quarto figlio, nato il 13.07.2006 e chiamato SAMUELE FRANCESCO OLIVERIO. Questo figlio è nato da una relazione con una donna romena di nome JITARU RALUCA LOREDANA nata il 7.1.1986 ad Arad. Quando è nato SAMUELE ero latitante e siccome la Romania non era ancora nella Comunità se non lo riconoscevo sarebbe stato extracomunitario. Chiesi dunque a mio nipote VINCENZO figlio di mio fratello LUIGI di riconoscere la paternità del piccolo SAMUELE, con l'intesa che appena finita la mia latitanza avrei provveduto io a riconoscere il bambino. All'epoca ero 'ndranghetista e quindi le donne degli 'ndranghetisti, mogli o amanti, vengono rispettate da tutti. Escludo quindi che VINCENZO possa avere avuto rapporti sessuali con LOREDANA.
Per la legge SAMUELE è ancora figlio di VINCENZO, in quanto io per trascuratezza non ho mai provveduto a fare il riconoscimento, pur in tal senso sollecitato a farlo prima possibile sia da VINCENZO e sia da LOREDANA, che mi facevano pressione perché regolarizzassi la posizione di SAMUELE.
Dopo che ho intrapreso la collaborazione con la Giustizia LOREDANA non è stata più consenziente a che io riconoscessi il piccolo SAMUELE e tuttora non vuole che io lo faccia. LOREDANA mi ha detto chiaramente che non me lo fa più riconoscere perché sono un infame, un pentito. Preciso che da quel che mi risulta LOREDANA ha avuto incontri con mafiosi, successivamente alla mia collaborazione con la Giustizia»
Altre minacce ed “avvisi” sono stati rivolti contro il collaboratore di giustizia Francesco Oliverio, con esplicito riferimento all'intenzione di colpire i suoi figli, a partire dal più piccolo, come abbiamo anche evidenziato alle preposte Autorità senza indicare pubblicamente, ovviamente, alcun dettaglio, bensì limitandoci a sollevare la grave ed inquietante situazione.
Nel frattempo sono state anche depositate le motivazioni della condanna del MARCIANO' Vincenzo cl. 77 per le minacce con aggravante mafiosa ai danni di Christian Abbondanza, presidente della Casa della Legalità. Nelle motivazioni si legge, tra l'altro:
«In data 30/01/2016 era in corso un'udienza del procedimento denominato “La Svolta”, in cui era imputato, tra gli altri, MARCIANO' Vincenzo. L'udienza, iniziata alle ore 10.08, veniva sospesa una prima volta alle 10.18 - … - a causa di un malore occorso a uno degli imputati, MARCIANO' Giuseppe (padre dell'odierno imputato) (…). Alle 12:32 l'udienza riprendeva per la lettura della relazione medica attestante come le condizioni di salute dell'imputato non fossero tali da impedire la sua partecipazione al processo; dunque, dopo una nuova interruzione alle 12:35 – al fine di consentire all'infortunato di tornare in aula – il processo riprendeva alle 13:30. (…)
In aula erano presenti numerose persone tra militari, difensori, imputati fuori e dentro la “gabbia”, parenti degli stessi, nonché giornalisti e altri soggetti interessati al processo, attesa la forte rilevanza sociale della vicenda.
Seduto nell'area preposta al pubblico, nella zona centrale, vi era anche Abbondanza Christian, presidente della Onlus “Casa della Legalità”, associazione attiva sul territorio nel monitoraggio in relazione alla sensibilizzazione e collaborazione con le Autorità statali circa il rispetto delle norme per lo svolgimento di varie attività anche a rilevanza pubblica, a volte gestite in modo illecito.
Durante la pausa – dunque, in assenza del Collegio – intorno alle 12:30 circa, mentre Abbondanza era intento a parlare di altre questioni con la giornalista milanese Pracchi Chiara (…), si udivano chiaramente – atteso lo stentoreo tono della voce – frasi dall'inequivocabile tono provenienti dalla “gabbia” (…). Nell'udire quella voce l'Abbondanza, così come le altre persone vicine a lui (…), nonché il Maresciallo dei Carabinieri Bongiovanni Biagio – che prestava servizio di assistenza in udienza ed era posizionato nella parte posteriore dell'aula – volgevano lo sguardo verso il punto di provenienza della voce: notando MARCIANO' Vincenzo che, con lo sguardo rivolto verso Abbondanza e indicandolo con il dito indice, gli urlava:«TU RIDI PERCHE' IO SONO QUI DENTRO, SE FOSSI FUORI TI ASSICURO CHE NON RIDEVI PIU'».
Sussiste l'aggravante – esattamente contestata in fatto della gravità della minaccia. In punto, la Suprema Corte ha costantemente affermato la rilevanza del contesto in cui essa viene pronunciata “in tema di reati contro la persona, ai fini della configurabilità del reato di minaccia grave, ex art. 612, comma secondo, cod. pen., rileva l'entità del turbamento psichico che l'atto intimidatorio può determinare sul soggetto passivo; pertanto, non è necessario che la minaccia di morte si circostanziata, potendo benissimo, ancorché pronunciata in modo generico, produrre un grave turbamento psichico, avuto riguardo alla personalità dei soggetti (attivo e passivo) del reato. (…)
Non v'è dubbio che la frase «TU RIDI PERCHE' IO SONO QUI DENTRO, SE FOSSI FUORI TI ASSICURO CHE NON RIDEVI PIU'»pronunciata da persona che si trova in stato detentivo (anzi, le parole sottolineano questo stato quale unico impedimento alle intenzioni), gravata da precedenti penali con uso di violenza (resistenza a p.u., lesioni personali) appaia particolarmente idonea a produrre grave turbamento psichico necessario alla configurabilità dell'aggravante di cui sui discute.
Sussiste, altresì, l'ulteriore aggravante di cui all'art. 7 d.l. n. 152/91, per la valutazione di ulteriori diversi profili rispetto quelli considerati per la gravità della minaccia.
Va premesso come “l'art. 7 del D.L. 13 maggio 1991, n. 152, convertito in legge 12 luglio 1991, n. 2013, configura due ipotesi di circostanze aggravanti: la prima relativa al reato commesso dal soggetto appartenente o meno all'associazione di cui all'art. 416 BIS cod. pen., che si avvale del metodo mafioso, ai fini della cui integrazione non è necessaria la prova dell'esistenza della associazione criminosa, essendo sufficiente l'aver ingenerato nella vittima la consapevolezza che l'agente appartenga a tale associazione; la seconda che, invece, postulando che il reato si commesso al fine specifico di agevolare l'attività di una associazione mafiosa, implica necessariamente l'esistenza reale e non semplicemente supposta di essa e richiese, ai fini della sua integrazione, la prova della oggettiva finalizzazione dell'azione a favorire l'associazione e non un singolo partecipante”.(...)
La condotta oggi in esame corrisponde alla prima ipotesi prevista dalla orma.
MARCIANO' Vincenzo – in quel momento – è processato per associazione a delinquere di stampo mafioso unitamente (a vario titolo) ad altre 35 persone; si tratta del primo processo sulle infiltrazioni della 'ndrangheta nel ponente ligure nel corso del quale sono state eseguite numerose ordinanze di custodia cautelare (anche nei confronti del MARCIANO'); nel processo sono coinvolti anche amministratori pubblici (verranno assolti in primo e secondo grado) ed esso ha assunto una rilevanza nazionale.
Una frase di tal fatta pronunciata in un'aula di giustizia (dunque, dimostrando noncuranza – se non spregio – per l'autorevolezza del luogo) e alla presenza di imputati non detenuti, nonché dei propri familiari (nei confronti dei quali – coimputati e familiari – tali parole potrebbero finanche assumere valore di segnalazione) (…)»