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Timestamp: 2020-08-14 04:51:02+00:00
Document Index: 58178657

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Sentenza Cassazione Civile n. 9085 del 18/05/2020 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9085 del 18/05/2020
Cassazione civile sez. lav., 18/05/2020, (ud. 19/12/2019, dep. 18/05/2020), n.9085
sul ricorso 2562/2014 proposto da:
C.A., B.E., BR.BR., CA.MA.VE.,
R.G., S.T., SC.LO., tutti
elettivamente domiciliati in ROMA, VIALE GLORIOSO 13, presso lo
studio dell’avvocato ANDREA BUSSA, che li rappresenta e difende
unitamente agli avvocati SERGIO ACQUILINO, LIVO BUSSA;
dell’avvocato ANTONIO RIZZO, rappresentata e difesa dall’avvocato
ALESSANDRA MANIGLIO;
avverso la sentenza n. 487/2013 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
depositata il 14/10/2013 R.G.N. 465/2013.
1. I ricorrenti, partecipanti non vincitori alla procedura concorsuale approvata con decreto del d.g. n. 130 del 1998, hanno agito contro la Regione Liguria per ottenere il risarcimento del danno che avrebbero subito in conseguenza delle condotte tenute dalla Regione, dopo l’annullamento da parte del Tar (con sentenza n. 1863/2007) della graduatoria, volte a non dare esecuzione alla sentenza del Tar così da mantenere a coloro che erano risultati vincitori i benefici loro derivanti da concorso annullato ed essere immessi nelle funzioni;
3. A fondamento del decisum, la Corte territoriale ha ritenuto, per quanto qui rileva, che la domanda volta ad ottenere il risarcimento del danno in misura corrispondente alle retribuzioni che i ricorrenti avrebbero potuto percepire, avrebbe richiesto la prova – non fornita – che gli stessi avrebbero con sicurezza vinto il concorso; ha poi rilevato la Corte di appello, che i ricorrenti non hanno neppure allegato gli elementi che il diritto vivente pone a base del risarcimento da perdita di chance (atti cioè a dimostrare la concreta possibilità che essi avrebbero superato il concorso);
6. il P.G. non ha formulato richieste scritte
8. Con i primo motivo i ricorrenti denunciano, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione art. 97 Cost. e degli artt. 1175, 1218, 1226, 1227, 1229, 1375, 2697 c.c., artt. 112, 115, 116,210,213, 421 c.p.c. e l’omesso esame di fatto decisivo per il giudizio, in cui sarebbe incorsa la corte d’appello di Genova pervenendo al rigetto dell’impugnazione solo per la ritenuta omessa prova del nesso di causalità dei danni lamentati, nonostante l’illegittimità dell’operato della regione Liguria nella procedura concorsuale emergesse dalla sentenza amministrativa;
12. Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione art. 97 Cost. e degli artt. 1175, 1218, 1226, 1227, 1229, 1375, 2697 c.c., artt. 112, 115, 116,210,213,421 c.p.c., in cui sarebbe incorsa la corte territoriale respingendo la domanda volta al risarcimento del danno non patrimoniale patito dei ricorrenti del rilievo che in relazione allo stesso sarebbero mancati motivi d’appello e comunque ogni elemento volto a dimostrare le sofferenze denunciate (dovendo, nella loro prospettazione, considerarsi evidente che le difese svolte in ordine all’illegittimità dell’operato della regione Liguria e circa il nesso causale tra lo stesso e i pregiudizi patiti dai ricorrenti fossero da ritenersi estese anche ai danni non patrimoniali);
14. i ricorrenti pur richiamando formalmente e
promiscuamente le censure contenute sia nel n. 3) che nel n. 5) dell’art. 360 c.p.c., comma 1, in realtà, come si evince dalla parte argomentativa delle censure, lamentano l’errata ricostruzione dei fatti di causa ad opera del giudice di merito per inadeguata valutazione del materiale probatorio e omessa ammissione delle prove;
15. in particolare, la censura di omessa valutazione di un fatto decisivo (pag. 33) formulata con estrema genericità, non appare conforme ai parametri del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile in causa ratione temporis, secondo cui consiste un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Al compito assegnato alla Corte di Cassazione resta infatti estranea una verifica della sufficienza e della razionalità della motivazione sulle quaestiones facti che implichi un raffronto tra le ragioni del decidere espresse nella sentenza impugnata e le risultanze del materiale probatorio sottoposto al vaglio del giudice di merito.
16. I ricorrenti, nel caso di specie, non si dolgono del mancato esame di un fatto storico ma, in sostanza, della valutazione di merito in ordine ai fatti esaminati in sentenza, non sindacabile – per quanto sopra detto – da questa Corte e segnatamente dell’utilizzo della potestà normativa regionale, dalla quale, nella loro prospettazione, sarebbero illegittimamente stati stabilizzati gli altri lavoratori.
17. Tuttavia la gravata sentenza, ha dato conto, concordando con la valutazione svolta dal giudice di primo grado, che tutti gli elementi allegati dai ricorrenti e dei quali essi volevano fornire la prova o che comunque emergevano documentalmente e della cui omessa valutazione i ricorrenti si dolgono, configurano un quadro dal quale non scaturiscono i diritti risarcitori dedotti in giudizio.
18. Non scaturisce, ha osservato la corte, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale equivalente alle retribuzioni che gli attori, ove vincitori, avrebbero potuto percepire, poichè essi non sono in grado di fornire la prova che sarebbero risultati certamente vincitori; non scaturisce il danno da cosiddetta perdita di chance, poichè manca una valutazione comparativa tra candidati idonea a soddisfare i principi giurisprudenziali elaborati riguardo (ossia gli elementi atti a dimostrare, seppure in modo presuntivo, e sulla base di un calcolo delle probabilità, la possibilità che essi avrebbero avuto di vittoria del concorso, che non può derivare dal calcolo matematico tra numero dei concorrenti e i posti da assegnare, dovendo essere comparati titoli e requisiti posseduti dai candidati (cfr. Sez. L, Sentenza n. 495 del 14/01/2016, Rv. 638519-01);
19. Quanto ai danni non patrimoniali (la cui domanda è respinta dalla corte poichè ritenuta non correttamente formulata in appello e che risulterebbe comunque assorbita in relazione alle argomentazioni svolte dalla corte riguardo alla prova del nesso di causalità, escluso dalla sentenza gravata e certamente rilevante per entrambi le figure di danno), neppure si confronta realmente, il ricorso, con la affermazione contenuta nella sentenza che evidenzia come, con riferimento ai danni non patrimoniali, manchino i motivi di appello (pagina cinque);
ed infatti, sul punto, i ricorrenti si limitano a richiamare le allegazioni svolte in primo grado senza confrontarsi realmente con le statuizioni della sentenza di appello che, nell’interpretare l’atto introduttivo del giudizio di appello, esclude la esistenza di tal allegazioni, così sfuggendo all’onere di specificazione dei motivi di ricorso, nel dedurre la relativa doglianza.
20. Del resto, le censure di violazione di legge, non risulterebbero accoglibili, anche sulla base della mera lettura dei motivi ove vengono formulate, perchè prive di specificità considerato che, con riferimento alla violazione e falsa applicazione di legge ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il vizio va dedotto, a pena di inammissibilità, non solo con l’indicazione delle norme di diritto asseritamente violate ma anche mediante la specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata che motivatamente si assumano in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione delle stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina, così da prospettare criticamente una valutazione comparativa fra opposte soluzioni, non risultando altrimenti consentito alla S.C. di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il fondamento della denunziata violazione (Cass. n. 287 del 2016; Cass. n. 635 del 2015; Cass. n. 25419 del 2014; Cass. n. 16038 del 2013; Cass. n. 3010 del 2012);
21. il motivo non prospetta, poi, una questione di interpretazione ed applicazione delle suddette norme di legge ma deduce, piuttosto, una erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, unicamente sotto l’aspetto del vizio di motivazione;
Non sono, pertanto, neppure ravvisabili omessi esami di fatti storici, deducibili come vizio di motivazione della sentenza;
22. il ricorso deve, pertanto, essere rigettato;
al rigetto segue la condanna dei ricorrenti, secondo il principio della soccombenza, alla rifusione delle spese del presente giudizio di legittimità;
La Corte rigetta il ricorso. Condanna i ricorrenti al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 6.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte dei ricorrenti dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.