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Timestamp: 2020-04-05 09:13:11+00:00
Document Index: 147656454

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 9', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 23', 'art. 180', 'art. 183', 'art. 184', 'art. 185', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 262', 'art. 19', 'art. 5', 'art. 3']

RAPPORTI CON GLI ORGANI D'INFORMAZIONE - ARGOMENTI NON DI CARATTERE RISERVATO D'INTERESSE MILITARE
Pubblicato: Martedì, 23 Novembre 2010 07:27
Doveri dei militari - Rapporti con gli organi d'informazione - Argomenti non di carattere riservato d'interesse militare o di servizio - Necessità preventiva autorizzazione - Non sussiste.
T.A.R. Calabria - Catanzaro, sez. I, sent. n. 2128/2007 (c.c. 22 novembre 2007), Pres. Mastrocola, Est. Morgantini, D. A. c. Ministero Difesa.
La necessità di essere preventivamente autorizzati dal comando di appartenenza, in relazione alla libertà di manifestazione del pensiero, non sussiste per il militare che tratti pubblicamente di argomenti non riservati di interesse militare o di servizio. (1)
Il Comandante della Compagnia Carabinieri di […], in data 22 marzo 2007, ha sanzionato il ricorrente con il provvedimento disciplinare del rimprovero con la seguente motivazione: "comunicando con una testata giornalistica a tiratura nazionale relativamente ad argomenti riconducibili al servizio e firmando con il gruppo di firma istituzionale "Il Comandante della Stazione di […]", ometteva di inoltrare la prescritta autorizzazione.
Il Comandante Provinciale di […] della Regione Carabinieri […] ha rigettato il ricorso gerarchico, rilevando che la norma violata e contestata è stata quella dell'art. 33 del regolamento di disciplina militare, cioè aver trattato argomenti collegati al servizio senza avere chiesto ed ottenuto l'autorizzazione.
Egli ha ritenuto che i fatti trattati nell'articolo giornalistico (aumento dello stipendio, indennità per i servizi di ordine pubblico, intitolazione di una sala del Senato a Carlo Giuliani, approvazione dell'indulto e presenza in Parlamento di onorevoli condannati) siano materie collegate al servizio che necessitavano comunque di preventiva autorizzazione.
La sanzione disciplinare è stata applicata in relazione alla violazione dell'art. 33 del D.P.R. n. 545 del 1986 che prescrive l'autorizzazione rispetto alla pubblicazione di argomenti a carattere riservato di interesse militare o di servizio.
Gli argomenti trattati nell'articolo di giornale pubblicato dal ricorrente non sono a carattere riservato di interesse militare o di servizio.
Si tratta infatti, così come accertato dall'Autorità che si è pronunciata sul ricorso gerarchico, delle seguenti materie: aumento dello stipendio, indennità per i servizi di ordine pubblico, intitolazione di una sala del Senato a Carlo Giuliani, approvazione dell'indulto e presenza in Parlamento di onorevoli condannati.
Si tratta di argomenti di dominio pubblico che non riguardano l'attività oggetto del servizio.
In relazione a quanto sopra il ricorso deve essere accolto."
Rapporti con gli organi di informazione e responsabilità disciplinari del militare
La sentenza del Tar Calabria in commento pone in evidenza la problematica dei rapporti con gli organi di informazione da parte dei militari. Stante la delicatezza della materia è opportuno effettuare preliminarmente un importante distinguo. Dobbiamo, infatti, tenere separate le questioni attinenti alla libertà di manifestazione del pensiero da parte del militare uti singuli, da quella che attengono alle relazioni con gli organi di stampa, per le quali il militare interviene qualificandosi per il suo ruolo istituzionale. Sappiamo che la legge recante norme di principio sulla disciplina militare, legge 11 luglio 1978, n. 382, ha sancito che ai militari spettano i diritti che la Costituzione riconosce a tutti i cittadini, imponendo - però - ai primi limitazioni all'esercizio di alcuni di essi per garantire l'assolvimento dei compiti propri delle Forze armate. La norma(1) - in fondo - non introduce nulla di nuovo, ma, nel dirimere precedenti dubbi interpretativi, afferma tassativamente che sarà soltanto la legge, e non un regolamento come nel passato, a stabilire eventuali limiti all'esercizio dei diritti costituzionali per il cittadino militare, tenendo presente come parametro di ragionevolezza la funzionalità istituzionale connessa con la necessità di difesa della Patria. Altro aspetto è quello riguardante - appunto - i rapporti istituzionali con gli organi di stampa, per i quali il militare non chiarisce unicamente il proprio pensiero, ma in qualche modo impegna la posizione dell'organizzazione di appartenenza. In generale, parlare a nome proprio o in quanto titolari di un ruolo istituzionale sono cose ben diverse. Nel primo caso si è soggetti ai limiti - validi per tutti i cittadini - previsti dall'ordinamento giuridico; limiti che derivano soprattutto da una lettura sistematica del testo costituzionale e per il militare da una specifica disposizione della l. n. 382/1978. Nell'altro caso, bisogna tener presenti i doveri di correttezza, di lealtà e di fedeltà che impegnano il singolo nell'ambito dell'organizzazione di appartenenza, sia essa una istituzione pubblica, sia anche un'impresa privata. A titolo di esempio, è significativa la norma contenuta nell'art. 11, comma 2, d.m. 28 novembre 2000, recante il Codice di comportamento dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, nel punto in cui afferma che "il dipendente si astiene da dichiarazioni pubbliche che vadano a detrimento dell'immagine dell'amministrazione", imponendo - altresì - un obbligo di informazione, da parte del dipendente nei confronti del dirigente, in relazione ai rapporti con gli organi di stampa. Si tenga presente che la predetta disposizione, non è direttamente applicabile al personale militare, in virtù dell'espressa esclusione operata dall'at. 1, d.m. 28 novembre 2000, ma rappresenta comunque l'estrinsecazione di un principio generale in tema di doveri inerenti ad un rapporto di lavoro dipendente. Premessa, quindi, la necessità di distinguere nell'ambito dei rapporti con gli organi di informazione, queste diverse situazioni, vediamo di seguito quale sia la peculiare posizione del militare a questo riguardo(2).
2. La libertà di manifestare pubblicamente il proprio pensiero da parte del militare.
Nel campo della libertà di manifestazione del pensiero molto è cambiato per il cittadino militare rispetto al sistema previgente alla legge n. 382/1978; sistema basato su una articolata serie di divieti di carattere disciplinare(3) e penale(4). L'art. 9, l. n. 382/1978, afferma esplicitamente che i militari possono liberamente pubblicare loro scritti, tenere pubbliche conferenze e comunque manifestare pubblicamente il proprio pensiero, con l'unico limite costituito dagli argomenti a carattere riservato, di interesse militare o comunque di servizio(5), per la trattazione dei quali deve essere chiesta espressa autorizzazione.
Non a caso, la legge n. 382 del 1978 ha specificato due particolari forme di manifestazione del pensiero, in precedenza soggette ad una peculiare e restrittiva disciplina: la pubblicazione di propri scritti e la pubblica conferenza. Il mutato clima culturale, il diverso approccio normativo al problema e le chiare indicazioni giurisprudenziali della Corte costituzionale devono indurre ad un'interpretazione che tenga conto di una vera e propria inversione dei termini del problema. Non si tratta più di restringere i margini di libertà di manifestazione del pensiero per il militare, al fine della massima tutela dell'ordine, della coesione e della disciplina militare, ma, tenendo fermo il nucleo essenziale dei precedenti valori, la cui valenza costituzionale è sottesa al sacro dovere di difesa della Patria, di consentire la massima espansione delle libertà costituzionali nella prospettiva della democraticità dell'ordinamento militare(6). Poiché l'unico limite generale consiste ormai nella riservatezza di particolari argomenti militari e di servizio, il problema sarà non tanto di saggiare in astratto la legittimità costituzionale dell'interesse dell'Amministrazione militare ad una divulgazione controllata (o alla non divulgazione) di determinati argomenti, ma di verificare in concreto il contenuto di questa potestà discrezionale in termini di legittimità, anche e soprattutto costituzionale. La questione delle notizie e degli argomenti costituenti segreto di Stato neppure si pone in astratto, così come la tematica non potrebbe interferire con quella delle notizie di cui l'autorità competente vieti la divulgazione, attraverso una classificazione ufficiale, normativamente prevista. Basti pensare che anche per queste notizie, così come - a fortiori - per quelle segrete, esiste una specifica tutela penale contenuta nel codice penale(7) e nei codici penali militari(8).
La tutela penale, d'altronde, riguarda anche specifiche ipotesi colpose in tema di rivelazione di segreti di Stato e di notizie di cui è stata vietata la divulgazione, nonché il reato di agevolazione colposa(9).
Il problema concerne - invece - quell'ampia fascia di argomenti, non coperti da alcuna qualifica di segretezza o di riservatezza, di cui però non esiste un'elencazione, anche solo meramente indicativa. È indispensabile, quindi, un'ampia ricognizione delle varie disposizioni, direttive e circolari nel settore che riguardano sia la materia militare sia quella di servizio, ricomprese in quel concetto di riservatezza, non predeterminato in astratto, ma lasciato al libero apprezzamento dell'autorità militare che, nell'ambito delle sue facoltà discrezionali e nella tutela di specifici interessi pubblici, può (e deve) controllare la divulgazione di particolari argomenti(10).
In questo ambito, si è affermata la necessità che la valutazione dell'autorità militare debba essere in qualche modo resa conoscibile al militare, il quale deve sapere, in anticipo, quali siano gli argomenti per cui deve chiedere preventiva autorizzazione. A tale riguardo non sarebbero legittime valutazioni post factum che vorrebbero sindacare disciplinarmente manifestazioni del pensiero su argomenti che solo successivamente alla loro divulgazione l'autorità militare valuta come riservati(11).
In giurisprudenza, d'altra parte, è stato affermato che il concetto di riservatezza non è oggettivamente definibile nel suo contenuto e nella sua portata, pertanto, i limiti della sua estensione possono presentarsi più o meno ampi in relazione a valutazioni che vengono effettuate dall'Amministrazione militare nell'esercizio della sua discrezionalità. Le predette valutazioni, d'altronde, devono essere svolte sulla base di criteri conformi a logica e a razionalità, non essendo il concetto di riservatezza nell'ambito dell'interesse di servizio esattamente perimetrabile in modo obiettivo(12).
Per precisare ulteriormente la questione, possiamo - inoltre - rilevare come nel campo disciplinare esista una norma significativa, l'art. 19 R.D.M., che delimita in un certo qual modo e dà sostanza a quel concetto di "argomenti a carattere riservato di interesse militare o di servizio", espresso dagli artt. 9, l. n. 382/1978, e 33 R.D.M. In particolare, l'art. 19 R.D.M. prescrive che il militare deve acquisire e mantenere l'abitudine al riserbo su argomenti o notizie la cui divulgazione possa recare pregiudizio alla sicurezza dello Stato ed evitare la divulgazione di notizie attinenti al servizio che, anche se insignificanti, possano costituire materiale informativo(13).
Il dovere di riserbo contenuto nell'art. 19 R.D.M., dovere peraltro che il militare deve sempre osservare anche al di là delle ipotesi di applicabilità del Regolamento di disciplina militare(14), esprime un generale obbligo di prudenza e cautela che il militare deve osservare ogni qual volta - a qualsiasi titolo - intenda esprimere il suo pensiero attraverso gli organi di informazione. In quest'ottica, la giurisprudenza ha interpretato la normativa sulla necessità della preventiva autorizzazione a trattare pubblicamente argomenti a carattere riservato di interesse militare o di servizio come un divieto, normativamente previsto per il personale militare, posto non solo a tutela della segretezza o della riservatezza di atti o notizie. Infatti, viene affermato che con tali limiti si sia inteso costituire "un freno alla libera divulgazione attraverso la stampa o mezzi similari di fatti non necessariamente classificati riservati, ma comunque attinenti ad interessi militari o collegati al servizio di istituto" che, per fini di tutela dell'immagine e della credibilità delle Forze Armate, occorre siano trattati con doverosa cautela e col necessario riserbo(15).
3. I rapporti istituzionali con gli organi di informazione.
La considerazioni precedentemente esposte e il chiaro orientamento della giurisprudenza prevalente fanno emergere la posizione minoritaria della sentenza in commento.
È importante, altresì, svolgere ulteriori annotazioni sia con riguardo al tipo di sindacato effettuato dal giudice amministrativo nel caso in esame, sia in relazione alla fattispecie concretamente ritenuta applicabile nella circostanza. In base a quanto emerge dalla motivazione del provvedimento disciplinare, la cui esattezza e congruenza non è stata messa in discussione, ci troviamo di fronte non ad una semplice libera manifestazione del pensiero di un militare uti singuli, ma ad un'esternazione pubblica da parte di un soggetto che ricopre un ruolo istituzionale ben preciso, attraverso il quale si qualifica espressamente. A questo punto, oltre alla disciplina generale in materia, tratta dall'interpretazione sistematica degli artt. 9, l. n. 382/1978, 19 e 33 R.D.M., comunque sempre applicabile, è necessario accertare l'esistenza di una normativa di dettaglio in proposito. Nello specifico, dobbiamo registrare la circostanza per la quale, nell'ambito dell'Arma dei carabinieri, la materia dei rapporti con gli organi di informazione è disciplinata da apposti atti interni(16). In particolare, la normativa in argomento non regola i contatti con gli organi di informazione per ragioni di carattere privato, come espressamente indicato, ma le relazioni istituzionali e di servizio con la stampa che, comunque, coinvolgono l'immagine dell'Arma o la sua attività operativa. A tal proposito, le competenze sono fissate ad un livello ordinativo elevato, rimanendo esclusi i minori reparti che devono svolgere questa particolare attività relazionale solo nell'ambito delle direttive superiori e non autonomamente.
È prescritto, altresì, che una serie di attività devono essere preventivamente autorizzate, tra le quali spiccano le interviste, definite "colloqui ufficiali, con uno o più giornalisti, che assumono particolare rilievo in quanto l'intervistato parla quale rappresentante dell'Arma e non a titolo personale". Inoltre, tra le varie prescrizioni particolari è doveroso citare quella la quale stabilisce che "le dichiarazioni pubbliche o interviste su ordine pubblico e sicurezza pubblica, devono limitarsi ad esporre i fatti come realmente avvenuti, con esclusione di ogni valutazione o commento personale o di natura politica". Insomma, risulta in maniera evidente che i rapporti istituzionali con gli organi di informazione sono soggetti ad un'attività di controllo e supervisione che ribadisce la tradizionale linea di riservatezza e discrezione dell'Arma, riconosciuta anche dalla giurisprudenza(17).
Tornando alla sentenza in commento dobbiamo evidenziare come il Tar Calabria abbia ritenuto fondate le doglianze del ricorrente sul presupposto che gli argomenti trattati nell'articolo di stampa in questione non possono considerarsi a carattere riservato di interesse militare o di servizio, in quanto "si tratta di argomenti di dominio pubblico che non riguardano l'attività oggetto del servizio".
È evidente che il Tar Calabria ha sostituito proprie valutazioni di merito a quelle effettuate dalla competente autorità amministrativa, sindacando scelte discrezionali rimesse all'esclusivo apprezzamento di quest'ultima. Ciò in quanto, come risulta dalla stessa sentenza, né l'autorità che ha esercitato la potestà sanzionatoria né quella che ha deciso il ricorso gerarchico hanno fatto riferimento ad argomenti di carattere riservato, ma unicamente a questioni comunque riconducibili al servizio.
È stato giustamente osservato come debba escludersi che, in linea di principio, esista una stretta ed univoca correlazione fra il divieto di comunicazione con la stampa in carenza della prescritta autorizzazione - come imposto al personale militare - ed il carattere "riservato" delle informazioni con tale mezzo diffuse. In effetti, risulta suscettibile di rilevanza ai fini disciplinari la condotta tenuta dal militare il quale, favorendo la divulgazione di informazioni comunque attinenti ad interessi militari (ovvero al servizio di istituto), ponga in essere un comportamento per ciò stesso "sintomaticamente" in contrasto con il dovere "dell'abitudine al riserbo", che caratterizza invece la complessiva condotta richiesta dalla normativa disciplinare(18).
Non c'è dubbio che la sanzione disciplinare, come esternata nella stessa motivazione, risulti perfettamente coerente con il dettato normativo e i principi giurisprudenziali prevalenti in materia. D'altronde, la formulazione utilizzata dal comandante di reparto dà conto e ragione dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che hanno determinato la stessa ad adottare il provvedimento sanzionatorio impugnato.
4. Argomenti di competenza degli organi di rappresentanza militare e rapporti con la stampa.
Un ulteriore punto problematico è connesso con il particolare contenuto dell'articolo in oggetto. In particolare, è opportuno soffermarsi su alcune materie trattate, come risulta dalla stessa sentenza, cioè: "aumento dello stipendio" e "indennità per i servizi di ordine pubblico". Si tratta, indubbiamente, di argomenti riguardanti il servizio e comunque rientranti nella sfera di competenza degli organismi di rappresentanza militare. L'art. 19, comma 5°, l. n. 382/1978, prevede che le competenze dell'organo centrale di rappresentanza (Cocer) riguardano la formulazione di pareri, di proposte e di richieste su tutte le materie che formano oggetto di norme legislative e regolamentari circa la condizione, il trattamento, la tutela - di natura giuridica, economica, previdenziale, sanitaria, culturale e morale - dei militari. È interessante sottolineare come tra i comportamenti punibili con la consegna di rigore (la massima sanzione disciplinare di corpo), previsti all'allegato C del Regolamento di disciplina militare, approvato con d.P.R. 18 luglio 1986, n. 545, sia contemplata l'ipotesi di invio o rilascio alla stampa o ad organi di informazione, di comunicazioni o dichiarazioni a nome di un organo di rappresentanza. Il divieto non riguarda i componenti del Cocer in relazione alle materie di competenza di tale organo di rappresentanza(19).
In sostanza, la normativa disciplinare ha voluto riservare esclusivamente ai delegati del Cocer la possibilità di interloquire con gli organi di informazione sulle materia di competenza, tra le quali indubbiamente quelle attinenti al trattamento economico. Per gli altri militari, delegati negli organi di rappresentanza di livello intermedio e di base, ferma restando la possibilità di trattare questi argomenti attraverso le particolari procedure previste dal d.P.R. 4 novembre 1979, n. 691, è fatto divieto di relazionarsi con gli organi di informazione circa le materie in questione. Appare a questo punto illogica l'esistenza di un divieto di tal genere per chi istituzionalmente è chiamato anche a formulare pareri e proposte nel campo del trattamento stipendiale e del trattamento economico eventuale, a fronte della ritenuta piena legittimità di tale trattazione con gli organi di informazione da parte di un qualsiasi militare che si qualifica - peraltro - come responsabile di un'unità organizzativa a carattere operativo. Non avrebbe senso invocare l'argumentum a contrario per le evidenti aberrazioni che condurrebbe una simile interpretazione. Stante la specifica disciplina normativa, non rimane che prendere atto del divieto per tutti i militari, ai quali è applicabile il Regolamento di disciplina militare, ai sensi dell'art. 5, l. n. 382/1978, di inviare o rilasciare alla stampa o ad organi di informazione, comunicazioni o dichiarazioni attinenti alle materie di competenza degli organi di rappresentanza, qualificandosi per il proprio ruolo istituzionale(20). È evidente che quest'ultima circostanza fa venire meno il carattere privato con il quale può svolgersi pubblicamente la libera manifestazione del pensiero, ai sensi dell'art. 9, l. n. 382/1978.
(1) - Art. 3, l. n. 382/1978.
(2) - Sulla problematica in generale: A. Simoncelli, Disciplina, in V. Poli - V. Tenore (a cura di), L'ordinamento militare, II, Milano, Giuffrè, 2006, 626 ss.
(3) - Il Regolamento del 1964, vigente sino al 1978, stabiliva il dovere dei militari di astenersi dall'esprimere considerazioni, apprezzamenti o giudizi che potevano essere interpretati come contrari alla disciplina ed all'onore militare (art. 23, comma 5), disciplinava minutamente la materia dei reclami e il modo di presentarli (capo IV, articoli 41 e 42), regolamentava tassativamente la pubblica manifestazione del pensiero, da una parte, consentendo ai militari di esercitare la stessa, senza preventiva autorizzazione, per qualsiasi argomento di carattere non riservato, dall'altra, fissando una serie di norme deontologiche che in sostanza limitavano questa libertà astrattamente accordata ("... devono, però, riflettere sulla responsabilità che assumono e quindi, attenendosi alle norme e allo spirito della disciplina, devono contenere i propri giudizi in un riserbo tanto più prudente quanto maggiori sono l'importanza e la delicatezza della materia trattata.").
(4) - Il codice penale militare di pace, nella formulazione originaria, prevedeva (e per certi aspetti ancora prevede) una serie di articoli che di fatto contribuivano (e parzialmente ancora contribuiscono) a limitare la libertà di manifestazione del pensiero e le altre libertà a questa strumentali, in un quadro di massima tutela dell'ordine pubblico militare: art. 180 c.p.m.p. (domanda, esposto o reclamo collettivo, previo accordo); art. 183 c.p.m.p. (manifestazioni e grida sediziose); art. 184 c.p.m.p. (raccolta di sottoscrizioni per rimostranza o protesta. Adunanza di militari); art. 185 c.p.m.p. (rilascio arbitrario di attestazioni o di dichiarazioni).
(5) - A parte deve essere considerato il divieto di propaganda politica ed elettorale, di cui all'art. 6, l. n. 382/1978.
(6) - Vedi la sentenza della Corte costituzionale n. 126 del 1985: "... è da ritenere che la pacifica manifestazione del dissenso dei militari nei confronti dell'autorità militare - anche e soprattutto in forma collettiva per l'espressione di esigenze collettive attinenti alla disciplina o al servizio - non soltanto concorra alla garanzia di pretese fondate o astrattamente formulabili sulla base della normativa vigente e quindi all'attuazione di questa, ma promuova lo sviluppo in senso democratico dell'ordinamento delle Forze armate e quindi concorra ad attuare i comandamenti della Costituzione.
Ciò non importa obliterare quelle particolari esigenze di coesione dei corpi militari che si esprimono nei valori della disciplina e della gerarchia; ma importa negare che tali valori si avvantaggino di un eccesso di tutela in danno delle libertà fondamentali e della stessa democraticità dell'ordinamento delle Forze armate".
(7) - L'art. 262 c.p. punisce la rilevazione di notizie di cui è stata vietata la divulgazione. è interessante notare come la dottrina qualifichi questo reato come norma penale in bianco, il cui concreto disvalore del fatto cioè viene in sostanza stabilito dall'Amministrazione pubblica che discrezionalmente decide quali debbano essere le notizie di cui vietare la divulgazione. Parte della dottrina ha addirittura suggerito che l'entrata in vigore della legge n. 801 del 1977, che ha riordinato la materia del segreto di Stato, abbia comportato implicitamente l'abrogazione tacita della normativa sulle notizie riservate. Ma anche chi, così come la giurisprudenza, ritiene che i profili riguardanti le notizie riservate siano autonomi (e quindi tuttora vigenti), rispetto a quelli riguardanti le notizie segrete, non si esime dal considerare la sussistenza della violazione della riserva di legge in materia, non esistendo alcuna precisazione normativa circa i presupposti, il contenuto e i limiti ai quali dovrebbe essere vincolata l'autorità amministrativa nella scelta delle notizie da tutelare con il divieto di divulgazione. In questo ambito la tassatività e la determinatezza della fattispecie criminosa sarebbero vulnerate dal potere eccessivamente discrezionale, tanto da costituire una mera questione di merito amministrativo, delle autorità amministrative competenti a fissare i divieti di divulgazione, da poter apparire quest'ultimo addirittura arbitrario. Per tutti: A. M. Fabbro, Art. 262 c.p., in T. Padovani (a cura di), Codice Penale, Milano, Giuffrè, 20002, 1132 ss.
(8) - Cfr.: artt. 86, 89-bis e 90, 91, 94, 97 c.p.m.p.
(9) - Sui limiti esterni all'esercizio della libertà di manifestazione del pensiero da parte dei militari: M. T. Poli, I diritti dei militari, in V. Poli - V. Tenore (a cura di), L'ordinamento militare, cit., 984 ss.
(10) - Per un'impostazione interpretativa del concetto di riservatezza, attraverso un'analisi dei vari argomenti che vi potrebbero rientrare: E. Boursier Niutta, I diritti costituzionali dei militari e le loro limitazioni, in Elementi di diritto militare. Aspetti costituzionali, serie Quaderni, n. 1, Rass. Arma CC., 1999, 101 ss.
(11) - Così: E. Boursier Niutta, I diritti costituzionali, cit., 101 s.; cfr., anche: E. Boursier Niutta - A. Esposito, Elementi di diritto disciplinare. La disciplina di corpo, Roma, Laurus Robuffo, 20043, 87 ss.
(12) - Così: T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. n. 10956/2003 (c.c. 23 giugno 2003), Pres. Mastrocola, Est. Stanizzi, V. M. c. Ministero Difesa.
(13) - Per un'interpretazione sistematica che tiene conto anche dell'art. 19 R.D.M.: T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. 6094/2002 (c.c. 17 giugno 2002), Pres. Mastrocola, Est. Politi, S. D. c. Ministero Difesa. Inoltre: A. Simoncelli, Disciplina, cit., 626 ss.
(14) - Cfr.: art. 5, l. n. 382/1978.
(15) - Così: T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. n. 10956/2003 (c.c. 23 giugno 2003), cit. Inoltre: T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. 11430/2003 (c.c. 12 maggio 2003), Pres. Mastrocola, Est. Scala, V. M. c. Ministero Difesa; T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. 6094/2002 (c.c. 17 giugno 2002), cit.; T.A.R. Puglia - Lecce, sez. III, sent. 1° giugno 2006, n. 3149 (c.c. 20 aprile 2006), Pres. Costantini, Est. Viola, M. S. c. Ministero Finanze.
(16) - Cfr.: circolare n. 453/2-36 di prot. dell'11 settembre 1992 del Comando Generale dell'Arma dei carabinieri - SM - Ufficio Pubbliche Relazioni, avente ad oggetto "Rapporti con gli organi di informazione". Per un'ampia disamina giurisprudenziale della circolare in argomento: Cons. Stato, sez. III, parere del 27 maggio 2003, n. 1741/03, Pres. Cortese, Est. Roxas.
(17) - Cfr.: T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. n. 10956/2003 (c.c. 23 giugno 2003), cit.
(18) - Così: T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. 6094/2002 (c.c. 17 giugno 2002), cit.; T.A.R. Lazio - Roma, sez. I-bis, sent. 11430/2003 (c.c. 12 maggio 2003), cit.; T.A.R. Puglia - Lecce, sez. III, sent. 1° giugno 2006, n. 3149 (c.c. 20 aprile 2006), cit.
(19) - L'eccezione è stata espressamente introdotta dall'art. 3, d.P.R. 27 novembre 1992, n. 520.
(20) - Cfr.: Cons. Stato, sez. II, parere 6 maggio 2003, n. 1402, Pres. Catallozzi, Est. Nocilla.