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Timestamp: 2018-07-22 01:01:45+00:00
Document Index: 125368191

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 115']

Permessi 104 e aspettativa senza istanza al datore? Nessun licenziamento
Lo sai che? Permessi 104 e aspettativa senza istanza al datore? Nessun licenziamento
Assistenza al familiare disabile: il datore ben può concedere il congedo avvisando che non è retribuito dal Ccnl.
Se da un lato è legittimo licenziare chi usa i congedi della legge 104 per fini personali piuttosto che per prestare assistenza al familiare con handicap, dall’altro lato il licenziamento è sproporzionato, e quindi illegittimo, tutte le volte in cui il dipendente si assenta senza presentare l’istanza di congedo, per assistere il parente malato, nelle forme imposte dall’azienda. Ma procediamo con ordine.
È di pochi giorni fa la sentenza della Cassazione [1] con cui è stato ritenuto legittimo il licenziamento in tronco di chi abusa dei permessi della legge 104 e viene pescato a fare shopping, la gita o a passeggiare con gli amici. Come già spiegato in “Chi usa i permessi 104 non per assistere il disabile è licenziato”, i benefici della legge per chi presta assistenza ai familiari con handicap non possono essere utilizzati per scopi differenti, seppur nobili o, comunque, rivolti indirettamente alla gestione della famiglia (per es. fare la spesa). Addirittura, il datore potrebbe ingaggiare un investigatore privato per controllare il proprio dipendente (un facile modo per mandarlo per sempre a casa, senza che il licenziamento possa essere impugnato).
Quel che però il datore non può fare è licenziare il dipendente che si ostina a non voler rispettare la formalità di presentare l’istanza di congedo (aspettativa) per assistere il parente malato nelle forme pretese dall’azienda. La sanzione espulsiva è eccessiva considerato che il datore può, in questi casi, permettere al lavoratore di fruire ugualmente del permesso; infatti l’aspettativa non prevede il pagamento della retribuzione per il relativo periodo. Il chiarimento è stato fornito dalla Cassazione, con una sentenza di poche ore fa [2].
Un dipendente era stato licenziato perché trovato più volte assente dal lavoro per assistere la madre malata, nonostante il diniego dell’azienda, riferito all’irregolarità dell’istanza. Per i giudici il licenziamento è stato ritenuto sproporzionato rispetto alla condotta tenuta dal dipendente che, seppur ostinandosi nel non voler rispettare la formalità della presentazione della domanda, cui la società gli chiedeva di adempiere, aveva soddisfatto ogni altro requisito sulla documentazione attestante il diritto a fruire del congedo. Anche la Cassazione è stata dello stesso avviso.
Il mancato rispetto della presentazione dell’istanza all’azienda deve ritenersi – secondo la sentenza in commento – un inadempimento meramente formale e quindi minimo, che non può arrivare a giustificare una reazione così incisiva come il licenziamento.
La vicenda avrebbe potuto trovare agevole e rapida soluzione ove la società, anziché insistere, fino alle estreme conseguenze, nel pretendere dal lavoratore l’invio dell’istanza adeguata all’istituto di cui intendeva fruire, ne avesse consentito la fruizione accompagnandola con la precisazione che, in conformità alla disciplina dell’istituto in questione, per come prevista dal contratto collettivo, non avrebbe dato corso al pagamento della retribuzione per il relativo periodo.
C’è solo un semplice vizio di forma nella richiesta, avanzata dal lavoratore, di ottenere una “aspettativa per motivi familiari”. Nella vicenda di specie il lavoratore aveva parlato di “aspettativa retribuita”, mentre l’azienda aveva replicato sostenendo che, da contratto, non era prevista la copertura retributiva. In ogni caso, secondo i giudici, non è grave l’assenza del lavoratore, nonostante l’azienda abbia ribadito, più volte, la necessità di correggere la richiesta di aspettativa, prima di poterla ritenere accettabile. In questi casi il licenziamento viene ritenuto sproporzionato.
[1] Cass. sent. n. 8784 del 30.04.2015.
[2] Cass. sent. n. 8928/15 del 5.05.2015.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 11 febbraio – 5 maggio 2015, n. 8928
Presidente Stile – Relatore De Marinis
Con sentenza del 15 settembre 2011, la Corte d’Appello di Milano, in integrale riforma della decisione di rigetto resa dal Tribunale di Milano, accoglieva la domanda proposta da M.C. avente ad oggetto la declaratoria di illegittimità del licenziamento disciplinare intimatogli da Poste Italiane S.p.A., sua datrice di lavoro, per la reiterazione del comportamento già sanzionato in precedenza con la sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per giorni dieci, consistito nell’essere rimasto assente dal lavoro a seguito della richiesta di fruizione di un’aspettativa retribuita ex art. 4 1. n. 53/2000, motivata e documentata in relazione allo stato di salute della madre, nonostante il diniego comunicatogli dalla Società, tuttavia, riferito alla mera irregolarità dell’istanza che non teneva conto della previsione del CCNL che qualificava l’aspettativa per motivi familiari soltanto come non retribuita.
La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto l’intimazione della massima sanzione sproporzionata in relazione alla condotta qualificata da semplice colpa, per essersi il lavoratore reso responsabile di aver, sia pur pervicacemente, ignorato la formalità della presentazione di una corretta istanza, cui la Società gli chiedeva di adempiere, risultando soddisfatto ogni altro requisito, con riguardo, in particolare, all’adeguatezza della documentazione attestante il diritto a fruire dell’aspettativa, sia pur non nei termini richiesti sotto il profilo del trattamento economico. Per la cassazione di tale decisione ricorre la Società, affidando a tre motivi l’impugnazione, rispetto alla quale il C. è rimasto intimato
L’impugnazione proposta dalla Società ricorrente, per quanto articolata su tre motivi, è essenzialmente volta a censurare il giudizio espresso dalla Corte territoriale in ordine alla qualificazione dell’elemento soggettivo della condotta, individuato nella mera colpa con esclusione, dunque, di ogni intenzionalità idonea a riflettere abuso del proprio diritto o volontà di recare danno all’azienda, giudizio in base al quale la Corte territoriale è giunta a ritenere l’illegittimità dei recesso per violazione del principio di proporzionalità della sanzione alla condotta addebitata.
In effetti, con il primo motivo, la Società ricorrente, nel denunciare la violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., ricollega la ritenuta erroneità di quel giudizio alla omessa valutazione della documentazione in atti, con ciò riferendosi al carteggio intercorso tra la Società ed il lavoratore, nel tentativo della prima di ottenere dal secondo la produzione dell’istanza corretta, recante cioè l’esatta dicitura “non retribuita” in luogo di “retribuita”, al fine di concedergli la richiesta aspettativa per motivi familiari che altrimenti gli competeva, e ciò anche minacciando e poi effettivamente comminando, dapprima la sanzione conservativa contrattualmente prevista a fronte dell’assenza ingiustificata protrattasi fino a dieci giorni e successivamente la sanzione espulsiva con cui il CCNL punisce la medesima condotta protrattasi oltre i dieci giorni. Con il secondo motivo, rubricato “Contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, il vizio di motivazione è predicato in relazione al convincimento espresso dalla Corte territoriale circa l’evidenza dell’ignoranza incolpevole delle norme da parte del lavoratore, convincimento di cui si deduce l’illogicità, stante la consapevolezza che la Corte stessa mostra dei susseguirsi degli eventi e dunque della reiterata prospettazione da parte degli uffici competenti al lavoratore delle conseguenze pregiudizievoli della sua perdurante inerzia poi in effetti subite. Con il terzo motivo, inteso a denunciare la violazione e falsa applicazione degli artt. 2118 c.c., 3 1. n. 604/1966 e 54 del CCNL Poste del 2001, l’erroneità della sentenza, qui censurata dalla Società ricorrente, è sostenuta valorizzando la portata oggettiva della condotta che, a motivo della mancata regolarizzazione dell’istanza idonea a correlare l’assenza ad un titolo giustificativo, tanto più necessario nell’ambito di un’organizzazione aziendale di vastissime proporzioni come Poste Italiane S.p.A., non può che qualificarsi come assenza arbitraria dal servizio, legittimando l’applicazione, del resto prevista dal CCNL, dei provvedimenti adottati dalla Società, fino all’intimato licenziamento.
A riguardo, così passando all’esame necessariamente congiunto degli esposti motivi, deve osservarsi come non possa disconoscersi la plausibilità dell’impostazione evidentemente formalistica sottesa all’impugnazione proposta dalla Società ricorrente, che, assunto a fatto/presupposto l’evenienza, invero di scarsa consistenza e, per di più, incomprensibile nelle ragioni che l’hanno determinata, della mancata regolarizzazione dell’istanza da parte del lavoratore, a fronte della ricorrenza di tutti gli altri requisiti legittimanti la fruizione dell’aspettativa richiesta, mira a dare rilievo al fatto/conseguenza da qualificarsi comunque, in difetto di quella regolarizzazione, come assenza arbitraria legittimamente sanzionabile a termini di contratto.
Ma è a dirsi come, dal canto suo, non possa ritenersi né illegittima né illogica la valutazione di stampo sostanzialista operata dalla Corte territoriale, che, rovesciando totalmente la prospettiva, ha inteso valorizzare il fatto/presupposto, tarando su quello il giudizio – di proporzionalità ed approdando, in coerenza con il rilievo minimale dell’inadempimento meramente formale imputato al lavoratore, alla conclusione per cui la reazione posta in essere dalla Società era da considerarsi eccessiva, come la Corte di merito non ha mancato di mostrare icasticamente, rilevando che la vicenda avrebbe potuto rinvenire agevole e rapida soluzione ove la Società, anziché insistere, fino alle estreme conseguenze, nel pretendere dal lavoratore l’invio dell’istanza adeguata all’istituto di cui intendeva fruire, ne avesse consentito la fruizione accompagnandola con la precisazione che, in conformità alla disciplina contrattuale dell’istituto medesimo, non avrebbe dato corso al pagamento della retribuzione per il relativo periodo.
A questa stregua la pronunzia va ritenuta immune dai vizi denunciati con conseguente rigetto dei ricorso.
Nulla per le spese stante la mancata costituzione dell’intimato.
3 Mag 2015 | di Redazione