Source: https://www.scribd.com/doc/124742890/13074411-MANDRIOLI-RIASSUNTO
Timestamp: 2018-02-21 00:34:22+00:00
Document Index: 183104720

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art 324', 'art. 24', 'art 116', 'art. 101', 'art. 91', 'art. 92', 'art. 88', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 108', 'art. 110', 'art. 110', 'art. 111', 'art. 111', 'art. 111', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 164', 'art. 156', 'art. 156', 'art. 164']

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L’ATTIVITA’ GIURISDIZIONALE L’art. 24 c.
Esiste anche una attività di giurisdizione costitutiva non necessaria nel senso che gli effetti costitutivi avrebbero potuto essere attuati anche indipendentemente dall’opera del giudice con la conseguenza che quest’ultimo interviene solo quando manca l’attuazione spontanea o primaria. L’altro tipo di attività è di accertamento mero. Ciò accade quando non c’è ancora violazione del diritto ma solo la sua contestazione sicché il bisogno di tutela è di sola certezza: si pensi al soggetto che senza ledere un diritto di proprietà altrui lo contesta. A questo punto possiamo dire che la nozione di giurisdizione dal punto di vista della sua funzione dovrebbe riferirsi soltanto all’attuazione del diritto sostanziale avendo cura di precisare che tale attuazione avviene per lo più in via secondaria e sostitutiva ma talvolta in via primaria. Sotto il profilo della struttura esistono diversi tipi di giurisdizione. Il primo è la COGNIZIONE la cui funzione è quella di enunciare l’esistenza del diritto come volontà concreta di legge (ossia della volontà astratta di legge – o norma – divenuta concreta in forza dei fatti costitutivi del diritto). A questo punto la funzione propria dell’attività di cognizione emerge come una funzione di accertamento, cioè di determinare la certezza sulla esistenza o meno di un diritto. Dovrà trattarsi di una certezza non esclusiva di un singolo ma obiettiva ossia fatta propria dall’ordinamento e tale da permettere che la regola posta essere imposta all’osservanza di tutti. Naturalmente la certezza non nasce obbiettiva ma può formarsi con il convincimento di uno o più soggetti. Il meccanismo per arrivare all’obbiettività consisterà nella pronuncia di un giudice non più controvertibile. Sul piano soggettivo la trasformazione del convincimento del giudice in certezza si verifica con la cessazione di ogni effettiva contestazione interna. Ne deriva che la struttura più idonea al conseguimento della funzione della cognizione è quella che realizza l’incontrovertibilità che in concreto si ottiene con l’assoggettamento delle pronunce del giudice ad un numero limitato di strumenti di riesame (o mezzi di impugnazione) che nel nostro ordinamento sono elencati nell’art 324 cpc (giudizio di primo grado, giudizio di appello o di secondo grado oltre ad un riesame
solo di diritto cioè il giudizio di cassazione)e il cui esaurimento all’incontrovertibilità detta “cosa giudicata formale”che si coordina con la “cosa giudicata sostanziale”che ne costituisce il risultato. Dunque la struttura della cognizione è quella della sua idoneità ad un accertamento idoneo ad assumere l’incontrovertibilità propria della cosa giudicata formale attuata da un giudice in posizione di imparzialità. Il secondo tipo di attività è detto di ESECUZIONE FORZATA la cui funzione è l’attuazione materiale della volontà concreta di legge ossia dei diritti. Si tratta di eseguire perciò l’organo la cui attività viene in particolare rilievo è l’ufficiale giudiziario. Il terzo tipo di attività giurisdizionale è quella CAUTELARE. La sua funzione non è autonoma ma strumentale alle precedenti attività e consiste nell’ovviare ai pericoli che, nel tempo occorrente per ottenere la tutela giurisdizionale, possono comprometterne il risultato ossia la fruttuosità o effettività (es. sequestri, provvedimenti d’urgenza). Ciò postula da un lato il riscontro dell’esigenza di questo tipo di tutela con caratteri strutturali di tipo cognitorio; dall’altro la sua attuazione materiale con caratteri strutturali analoghi a quelli dell’esecuzione forzata. Un quarto tipo di attività che è giurisdizionale solo perché è attuata dai giudici e opera indirettamente su diritti è la GIURISDIZIONE VOLONTARIA che ha la funzione di integrare o realizzare la fattispecie costitutiva di uno stato personale o familiare (es adozione di maggiorenni) o di un determinato potere. La giurisdizione volontaria non tutela interessi immediati dello Stato ma interessi dei privati che solo mediamente investono lo Stato. Queste caratteristiche strutturali non sono univoche in quanto da un lato è svolta da organi giurisdizionali in posizione di imparzialità (come nella cognizione) mentre dall’altro si concreta in pronunce di revocabili e modificabili, ossia prive dell’idoneità alla cosa giudicata ed è proprio a questa caratteristica strutturale che si riconduce la tipica caratteristica funzionale per la quale la giurisdizione volontaria non attua diritti ma interessi o comunque situazioni più sfumate.
CAP. III L’AZIONE La domanda e il potere di proporla Il potere di proporre la domanda, il cui esercizio da avvio al processo spetta per l’art. 24 co. 1 della Cost. a tutti salve solo le disposizioni in tema di capacità.
al giudice monocratico il quale può disporre d’ufficio prove testimoniali. Per quanto riguarda la valutazione delle prove l’art 116 cpc enuncia il principio della libera valutazione da parte del giudice secondo il suo prudente apprezzamento. Impulso si parte e impulso d’ufficio. La funzione del PM nell’ambito del sistema di impulso di parte Con riguardo all’iniziativa nella richiesta di tutela giurisdizionale occorre tenere presente la portata determinate della disponibilità di tale tutela e dell’oggetto del processo come conseguenza di diritti disponibili, in questo caso il sistema ad impulso di parte non ha alternativa se non con riguardo a particolari eccezioni. Se però di tratta di diritti indisponibili perché coordinati con interessi pubblici il mantenimento della tecnica ad impulso di parte postula la configurazione di un soggetto che eserciti l’impulso di parte nell’interesse pubblico. Tale soggetto è il Pubblico Ministero che, dotato di poteri analoghi a quelli delle parti, li esercita nell’interesse pubblico. Con questa scelta il legislatore ha conseguito il fine di sottrarre ai privati l’esclusiva nel far valere diritti indisponibili senza rinnegare la scelta di fondo di un sistema imperniato sull’impulso di parte e sul sistema dispositivo. Così il PM se dal punto di vista della funzione può essere ricondotto ad un processo ad impulso d’ufficio, dal punto di vista tecnico si inquadra interamente negli schemi del processo ad impulso di parte. Il principio del contraddittorio e il c.d. diritto costituzionale alla difesa L’art. 101 del cpc sotto la rubrica “principio del contraddittorio” enuncia che il giudice non può pronunciare su alcuna domanda se la parte contro la quale è proposta non è stata regolarmente citata e non è comparsa. Quest’ultima o soggetto passivo della domanda è colui che subirà gli effetti della pronuncia richiesta e che per questo motivo deve essere “regolarmente citato”, cioè messo in condizione di comparire davanti al giudice , se lo vuole, e di contrastare la domanda rivolta contro di lui. Da questa regola si risale al principio del contraddittorio al quale è intitolata la norma
che si riconduce a sua volta al principio di uguaglianza delle parti secondo cui chi subirà gli effetti del processo deve poter svolgere in quel processo un ruolo attivo. A ciò è finalizzato il diritto costituzionale alla difesa cioè il diritto del soggetto passivo della domanda di essere posto concretamente in condizione di difendersi attraverso la regolarità della citazione il cui scopo si rivela già conseguito se il soggetto passivo della domanda compare davanti al giudice. La comparizione del soggetto passivo davanti al giudice è considerata come un sintomo del fatto che il soggetto sia posto in condizione di conoscere le modalità della sua chiamata innanzi al giudice, la sua comparizione è dunque un requisito sostitutivo rispetto alla regolare citazione sicchè la congiunzione “e” dovrebbe essere riferita solo all’ipotesi dell’irregolarità della citazione e come alternativa alla regolarità stessa. La comparizione del soggetto passivo della domanda toglie rilievo ad ogni eventuale vizio della citazione. In sintesi audiatur altera pars, ciò però non impedisce che vi siano eccezioni purchè il legislatore faccia salvo il principio dell’uguaglianza delle parti e della possibilità di difendersi: es. domanda proposta con ricorso o procedimento ingiuntivo nei quali la legge consente addirittura una pronuncia inaudita altera parte.
CAP V IL CONVENUTO L’inerzia del convenuto e le sue conseguenze In applicazione della regola del contraddittorio il convenuto deve avere una posizione che, almeno sul piano formale, sia di uguaglianza rispetto all’attore. Tale uguaglianza non può essere completa e totale per il semplice fatto che il convenuto entra nel processo nel momento in cui l’attore ne ha già determinato l’oggetto i cui limiti il convenuto è tenuto a rispettare. L’autonomia e la disponibilità del diritto alla tutela esige che il convenuto non sia obbligato a svolgere difese o cmq partecipare attivamente al processo. La regola del contraddittorio vale solo se il convenuto è posto in condizione di difendersi se lo vuole, ma se non lo vuole la sua inerzia non può impedire lo svolgimento del
CAP VI L’INDIVIDUAZIONE DELL’OGGETTO DEL PROCESSO L’attore con l’esercizio della sua azione determina l’oggetto sostanziale del processo, il singolo processo individuato nel suo oggetto sostanziale viene indicato con il temine causa e per determinare e individuare nei suoi confini una causa occorre individuare l’ambito dell’azione che l’ha introdotta. L’operazione di identificazione dell’azione esercitata in concreto è necessaria per l’applicazione della regola ne bis in idem che sta alla base del rilievo della cosa giudicata ( per verificare se un’azione coincide o meno con quella su cui è sceso il giudicato). Un’esigenza analoga si determina nel caso in cui la seconda azione viene proposta quando il processo introdotto dalla prima azione non è ancora terminato ma è pendente, in questo caso la regola ne bis in idem si traduce nel divieto al secondo giudice di pronunciarsi e deve dare atto della litispendenza, a seguito della eccezione di litispendenza il giudice dovrà risolvere e impostare un problema di identificazione delle due azioni on riguardo all’ambito e ai confini dell’azione già pendente. Un problema di identificazione di azioni può sorgere con riguardo alle regole del contraddittorio e del doppio grado di giurisdizione perché in ossequio a queste regole il legislatore vieta la proposizione di domande nuove sia nel corso del giudizio di primo grado sia in appello e per verificare se una domanda è nuova si dovrà ricorrere all’identificazione delle azioni.
La responsabilità per le spese del processo è posta a carico della parte soccombente al giudizio e a favore dell’altra. In particolare, si afferma che le spese del processo sono
considerate innanzitutto sotto il profilo della loro anticipazione, in quanto esse sono poste a carico di chi compie i singoli atti per cui anticipa le spese necessarie al processo, compreso il compenso dell’avvocato, il cui carico definitivo si trasferisce alla parte soccombente, a fine giudizio. In secondo luogo, le spese del processo non possono gravare in ogni caso sulla parte che, a fine processo, risulta avere ragione, perché altrimenti subirebbe una decurtazione del proprio diritto. Pertanto, la necessità di chi si rivolge al giudice per ottenere la tutela del proprio diritto non può rilevarsi a suo danno mediante il riconoscimento della responsabilità per le spese processuali, ma semmai essa va posta a carico della parte soccombente. A sua volta, la parte soccombente può agire o resistere in giudizio in quanto non ha commesso alcun illecito e, dunque, può esercitare il proprio diritto di difesa. L’art. 91 c.p.c. prevede che le spese processuali siano poste a carico del soccombente, ma senza fondamento risarcitorio, bensì nel senso di autoresponsabilità o deterrente di chi agisce in giudizio o resiste in giudizio.
La soccombenza della parte alle spese processuali è suggerita da ragioni di opportunità e la legge attribuisce al giudice (art. 92, comma 1, c.p.c.) il potere di ridurre in sede di “liquidazione” la ripetizione delle spese ritenute eccessive o superflue nonché di sanzionare con il rimborso delle spese anche non ripetibili e indipendentemente dalla soccombenza, il comportamento in violazione dell’art. 88 c.p.c. Inoltre, il giudice ai sensi dell’at. 92, comma 2, c.p.c. può “compensare” le spese di tutto o in parte del processo se sussistono “giusti motivi”, nel senso di soccombenza reciproca,
riconducibili al comportamento delle parti nonché per ragioni obiettive di dubbiosità delle questioni prospettate dalle parti od anche per altre ragioni di solidarietà sociale. In effetti, alla soccombenza può aggiungersi una vera e propria responsabilità aggravata a carico della parte che ha agito o resistito in giudizio con malafede o colpa grave di cui all’art. 96 c.p.c. Pertanto, il risarcimento del danno presuppone il fatto il illecito, che può sussistere soltanto se le parti in giudizio hanno tenuto un comportamento tale da configurarsi come illecito. La legge prende in considerazione la “mala fede” che rileva l’abuso del diritto di azione da cui scaturisce il comportamento illecito, posto a fondamento del risarcimento dei danno di cui all’art. 96, comma 1, c.p.c. e ad essa equipara la “colpa grave”, ossia la mancanza della pur minima avvedutezza e consapevolezza delle conseguenze dei propri atti, per cui la colpa grave viene equiparata al dolo. Al soccombente, dunque, viene imputato tale comportamento per il fatto di aver agito o resistito in mala fede o con colpa grave, per cui si parla della c.d. temerarietà della lite, che, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., può fondare il diritto al risarcimento di tutti i danni subiti per essere stati costretti a partecipare ad un giudizio obiettivamente ingiustificato. Nel processo esecutivo e cautelare, la responsabilità aggravata consiste nel fatto che la parte può avvalersi del titolo esecutivo o del provvedimento cautelare, che poi risultano infondati a seguito di accertamento sulla fondatezza del relativo diritto di cui si è richiesta l’esecuzione o la cautela.
L’estromissione sta ad indicare l’uscita di una parte dal processo, che non è mai immediata ed effettiva, in quanto presuppone un provvedimento del giudice che può essere impugnabile. La legge prevede due tipi di estromissione: a) l’estromissione del garantito, quando il garante accetta di partecipare al giudizio in luogo suo (art. 108 c.p.c.) b) l’estromissione dell’obbligato che non contesta la sua obbligazione ed accetta di depositare ciò che deve a
La morte della parte, persona fisica, può determinare la cessazione della materia del contendere, così con la morte del coniuge nel giudizio di separazione personale ovvero in caso di estinzione della persona giuridica ex art. 110 c.p.c. Tali fenomeni danno luogo alla c.d. successione universale che, senza investire il diritto sostanziale oggetto di causa, riguarda la posizione processuale o il c.d. rapporto giuridico processuale, ossia la successione nel processo si sensi dell’art. 110 c.p.c che dispone che “ quando la parte viene meno per morte o per altra causa, il processo è proseguito dal successore universale o in suo confronto”. Il successore, dunque, entra nel processo automaticamente, ma dopo la fase di interruzione del processo, cui segue la sua autonoma iniziativa al fine di proseguire il processo che può determinarsi come riassunzione o costituzione spontanea del successore. La successione processuale può essere a titolo particolare, se essa consegue al trasferimento del diritto controverso di cui all’art. 111 c.p.c., che può verificarsi per atto tra vivi o per causa di morte (legato). In tale ultima ipotesi di trasferimento, il processo prosegue da chi e nei confronti di chi subentra nella parte che ha cessato di essere parte processuale, ossia il suo successore a titolo particolare ex art. 111, comma 2, c.p.c. che assume la veste di sostituto processuale. Il successore a titolo particolare può intervenire nel processo e può essere estromesso ex art. 111, comma 3, c.p.c.
Tale trasferimento non è opponibile all’altra parte, in quanto il processo prosegue tra le parti originarie, nel senso che colui che era alienante resta tale nonostante l’intervenuta sostituzione processuale. La sentenza ha effetto nei confronti del successore processuale a titolo particolare ed è impugnabile anche da lui, salvo le norme sull’acquisto in buona fede dei terzi e sulla trascrizione (art. 111, comma 4, c.p.c.).
riferimento alla regola che l'articolo in esame detta nel suo 3° comma e secondo la quale «la nullità non può mai essere pronunciata se l'atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato». Questa disposizione prevede che sussista un vizio che, ai termini di uno dei primi due commi dell'articolo, dovrebbe fondare la pronuncia della nullità; altrimenti la disposizione stessa non avrebbe ragion d'essere, mancando ogni motivo per una pronuncia di nullità. Ed allora parrebbe contraddittorio, il fatto stesso di ipotizzare un atto che, da un lato, sia privo di un requisito indispensabile per il raggiungimento dello scopo, mentre, dall'altro lato, abbia raggiunto tale scopo. Ma che la contraddizione sia solo apparente, risulta non appena si pensi che la valutazione di indispensabilità per il raggiungimento dello scopo è compiuta dalla legge a priori in base al quod plerumque accidit, mentre, d'altra parte, la constatazione che lo scopo è stato raggiunto avviene a posteriori, e cioè può tener conto di una serie di circostanze, obbiettivamente imprevedibili, ma di cui la realtà concreta è sempre feconda, che abbiano portato al raggiungimento dello
scopo, nonostante l'inidoneità intrinseca dell'atto. Se, ad esempio, un atto di citazione manca, nella copia notificata, dell'indicazione della data della prima udienza, è chiaro che non può essere obbiettivamente idoneo alla instaurazione del contraddittorio, quale finalità principale dell' atto di citazione, poiché sulla base di quell'atto il convenuto non può sapere quando deve comparire: ed infatti, in relazione a ciò, l'art. 164 (nel quadro della regola di cui all'art. 156) commina espressamente la nullità per l'atto di citazione privo del suddetto requisito. Nulla, infatti, impedisce al convenuto che, avesse interesse al giudizio, di assumere informazioni presso la cancelleria in modo da poter comparire all'udienza stabilita, previa costituzione. Se ciò avvenisse, l'atto, nonostante la sua obbiettiva inidoneità, raggiungerebbe il suo scopo e la nullità resterebbe sanata, in applicazione dell'art. 156, quand'anche una specifica disposizione l'art. 164 - non contemplasse espressamente tale sanatoria sia pure a certe condizioni ed entro certi limiti. In conclusione il legislatore, col dettare la regola di cui a questo 3° comma, mentre ribadisce che il criterio fondamentale è quello dell’idoneità a raggiungere lo scopo, enuncia che questo criterio va applicato anteponendo i dati forniti dall’esperienza concreta a quelli forniti dalla prevedibilità astratta.