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Timestamp: 2020-08-04 16:50:37+00:00
Document Index: 73347104

Matched Legal Cases: ['art. 138', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2059', 'art. 2', 'art. 1176', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 360', 'art 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 13', 'art. 13']

﻿ AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA' MEDICA
AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA,
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Una importante decisione della suprema corte afferma che :Il danno derivante dalla da consapevolezza dell’incombere della propria fine è del tutto svincolato da quello Cassazione civile sez. III 20 gennaio 2015 n. 811
più propriamente biologico, e postula una ben diversa valutazione sul piano equitativo, sub specie di una più corretta valutazione della intensissima sofferenza morale della vittima.
La suprema corte di cassazione circa ai danni ai ocngiunti incaso di uccisione Cassazione civile sez. III 05 dicembre 2014 n. 25729 aafferma:
In tema di risarcimento del danno per lesione del rapporto parentale, quando la lesione della salute è assai lieve, non può configurarsi alcuna lesione; infatti, affinchè ricorra questa tipologia di danno è necessario che la vittima abbia subito lesioni seriamente invalidanti o che si sia determinato uno sconvolgimento delle normali abitudini dei superstiti, tale da imporre scelte di vita radicalmente diverse che è onere dell’attore allegare e provare. Tale onere di allegazione va adempiuto in modo circostanziato, non potendo risolversi in mere enunciazioni generiche, astratte od ipotetiche.
Il danno non patrimoniale da uccisione di un congiunto, quale tipico danno-conseguenza, non coincide con la lesione dell’interesse (ovvero non è in “re ipsa”) e, pertanto, deve essere allegato e provato da chi chiede il relativo risarcimento, anche se, trattandosi di un pregiudizio proiettato nel futuro, è consentito il ricorso a valutazioni prognostiche ed a presunzioni sulla base di elementi obbiettivi che è onere del danneggiato fornire, mentre la sua liquidazione avviene in base a valutazione equitativa che tenga conto dell’intensità del vincolo familiare, della situazione di convivenza e di ogni ulteriore circostanza utile, quali la consistenza più o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita, l’età della vittima e dei singoli superstiti ed ogni altra circostanza allegata.
In tema di danno non patrimoniale da lesione della salute,
costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione del danno biologico – inteso, secondo la stessa definizione legislativa, come danno che esplica incidenza sulla vita quotidiana del soggetto e sulle sue attività dinamico relazionali – e del danno cd. esistenziale, atteso che quest’ultimo consiste proprio nel “vulnus” arrecato a tutti gli aspetti dinamico-relazionali della persona conseguenti alla lesione della salute, mentre una differente ed autonoma valutazione deve essere compiuta, invece, con riferimento alla sofferenza interiore patita dal soggetto in conseguenza della lesione del suo diritto alla salute (c.d. danno morale), come confermato dalla nuova formulazione dell’art. 138, comma 2, lettera e) del D.L.vo n. 209 del 2005, nel testo modificato dalla l. n. 124 del 2017.
La liquidazione unitaria del danno non patrimoniale (come quella prevista per il danno patrimoniale) deve essere intesa nel senso di attribuire al soggetto danneggiato una somma di danaro che tenga conto del pregiudizio complessivamente subito tanto sotto l’aspetto della sofferenza interiore (cui potrebbe assimilarsi, in una ipotetica simmetria legislativa, il danno emergente, in guisa di “vulnus” “interno” al patrimonio del creditore), quanto sotto il profilo dell’alterazione o modificazione peggiorativa della vita di relazione, considerata in ogni sua forma ed in ogni suo aspetto, senza ulteriori frammentazioni nominalistiche (danno idealmente omogeneo al cd. “lucro cessante”, quale proiezione “esterna” del patrimonio del soggetto); ne deriva che, non diversamente da quanto avviene in caso di lesione della salute con riferimento al c.d. danno biologico, ogni altro “vulnus” arrecato ad un valore od interesse costituzionalmente tutelato deve essere valutato e accertato, all’esito di compiuta istruttoria ed in assenza di qualsiasi automatismo, sotto il duplice aspetto, della sofferenza morale e della privazione, diminuzione o modificazione delle attività dinamico-relazionali precedentemente esplicate dal soggetto danneggiato.
La natura unitaria ed onnicomprensiva del danno non patrimoniale, come predicata dalle sezioni unite della S.C., deve essere interpretata, rispettivamente, nel senso di unitarietà rispetto a qualsiasi lesione di un interesse o valore costituzionalmente protetto non suscettibile di valutazione economica e come obbligo, per il giudice di merito, di tener conto, a fini risarcitori, di tutte le conseguenze derivanti dall’evento di danno, nessuna esclusa, con il concorrente limite di evitare duplicazioni risarcitorie, attribuendo nomi diversi a pregiudizi identici, e di non oltrepassare una soglia minima di apprezzabilità, procedendo ad un accertamento concreto e non astratto, dando ingresso a tutti i mezzi di prova normativamente previsti, ivi compresi il fatto notorio, le massime di esperienza, le presunzioni.
Il danno cd. esistenziale è integrato esclusivamente in presenza di uno “sconvolgimento esistenziale” e non del mero “sconvolgimento dell’agenda” o della perdita delle abitudini e dei riti propri della quotidianità della vita, e, pertanto, non ricorre a fronte di meri disagi, fastidi, disappunti, ansie, stress o violazioni del diritto alla tranquillità. (Nella specie, la S.C., in applicazione del principio, ha confermato la sentenza impugnata che aveva rigettato la domanda di risarcimento del cd. danno esistenziale lamentato in ragione della situazione di disagio e di ansia correlata al dubbio di aver perso una telefonata importante a causa di disfunzioni presenti sulla linea telefonica).
Il danno biologico (cioè la lesione della salute), quello morale (cioè la sofferenza interiore) e quello dinamico-relazionale (altrimenti definibile “esistenziale”, e consistente nel peggioramento delle condizioni di vita quotidiane, risarcibile nel caso in cui l’illecito abbia violato diritti fondamentali della persona) integrano componenti autonome dell’unitario danno non patrimoniale, le quali, pur valutate nello loro differenza ontologica, devono sempre dar luogo ad una valutazione globale. Ne consegue che, ove s’impugni la sentenza per la mancata liquidazione del cosiddetto danno morale, non ci si può limitare ad insistere sulla separata liquidazione di tale voce di danno, ma è necessario articolare chiaramente la doglianza come erronea esclusione, dal totale liquidato, nella specie, in applicazione delle cosiddette “tabelle di Milano”, delle componenti di danno diverse da quella originariamente descritta come “danno biologico”, risultando, in difetto, inammissibile la censura, atteso il carattere tendenzialmente onnicomprensivo delle previsioni delle predette tabelle.
Deve ritenersi gravemente offensivo il comportamento tenuto dalle amministrazioni dello stato che, a fronte della dichiarazione di omosessualità da parte di un uomo, lo avevano da un lato dallo svolgimento del servizio militare e dall’altro gli avevano notificato il provvedimento di revisione della patente di guida, e la predisposizione di un nuovo esame di idoneità psico-fisica, risultando tale provvedimento e la conseguente convocazione disposta per effetto della comunicazione che l’ospedale militare aveva ritenuto di dover eseguire sulla base delle dichiarazioni dell’uomo, evidenziando la mancanza dei requisiti psicofisici legalmente richiesti per la guida degli automezzi.
In tema di risarcimento del danno non patrimoniale, quando all’estrema gravità delle lesioni, segua, dopo un intervallo temporale brevissimo, la morte, non può essere risarcito agli eredi il danno biologico ‘terminale’ connesso alla perdita della vita della vittima, come massima espressione del bene salute, ma esclusivamente il danno morale, dal primo ontologicamente distinto, fondato sull’intensa sofferenza d’animo conseguente alla consapevolezza delle condizioni cliniche seguite al sinistro. Il danno da perdita della vita presenta una diversità ontologica rispetto al danno biologico, con la conseguenza che la richiesta di risarcimento del relativo danno deve essere oggetto di specifica ed autonoma domanda.
In materia di illecito aquiliano, ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale il giudice di merito, procedendo alla necessaria valutazione equitativa di tutte le circostanze del caso concreto, non deve tenere conto della realtà socio-economica nella quale la somma liquidata è destinata ragionevolmente ad essere spesa, poiché tale elemento è estraneo al contenuto dell’illecito (fattispecie relativa al risarcimento da riconoscere ai familiari residenti in Tunisia di un cittadino tunisino, morto in Italia in un incidente stradale).
Il danno terminale è comprensivo di un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso) cui può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico); mentre nel primo caso la liquidazione può ben essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, nel secondo caso risulta integrato un danno non patrimoniale di natura affatto peculiare che comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro – ancorché sempre puntualmente correlato alle circostanze del caso – che sappia tener conto della enormità del pregiudizio.
In caso di sinistro mortale, che abbia determinato il decesso non immediato della vittima, al danno biologico terminale, consistente in un danno biologico da invalidità temporanea totale (sempre presente e che si protrae dalla data dell’evento lesivo fino a quella del decesso), può sommarsi una componente di sofferenza psichica (danno catastrofico), sicché, mentre nel primo caso la liquidazione può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, nel secondo la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro, che tenga conto della “enormità” del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte.(Nella specie la S.C. ha respinto il ricorso avverso la sentenza di merito che aveva liquidato in via equitativa, quale danno biologico terminale patito dalla vittima, rimasta in vita 7 giorni, la somma di euro 2.500,00 “pro die”). Rigetta, Firenze, 24/09/2007
Il danno recato alla reputazione, da inquadrare nell’ambito della categoria del danno non patrimoniale di cui all’art. 2059 cod. civ., deve essere inteso in termini unitari, senza distinguere tra “reputazione personale” e “reputazione professionale”, non concepibili alla stregua di beni diversi e pertanto non suscettibili di distinte domande risarcitorie, trovando la tutela di tale diritto – a prescindere dall’entità e dall’intensità dell’aggressione o dal differente sviluppo del percorso lesivo – il proprio fondamento nell’art. 2 Cost. e, in particolare, nel rilievo che esso attribuisce alla dignità della persona in quanto tale. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha confermato la decisione con cui il giudice di merito aveva operato una – unitaria – liquidazione del danno alla reputazione, identificata con il senso della dignità personale, non già “quam suis”, ma in conformità a quella acquisita nel contesto sociale e, quindi, anche – ma non solo – nell’ambito professionale). Rigetta, App. Roma, 01/03/2010
PRONTA ATTIVITA’ DELL’AVVOCATO PENALISTA
AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA' MEDICA BOLOGNA– Cosa fare in caso di malasanità?
-Come chiedere un Risarcimento per danni o per morte di un parente in seguito a erroremedico e Malasanità in Italia ?
Se siete stati vittima di un caso di errore medico o di malasanità, la prima cosa da fare è  valutare attentamente l’opportunità di avviare una richiesta di risarcimento da malasanità e responsabilità medica.
Fondamentale e assolutamente neccessario  da valutare è il nesso di causa tra l’azione svolta dal medico e il danno subito; inoltre dovete richiedere  tutta la documentazione possibile alla struttura medica quindi: cartella clinica completa, radiografie esami per dimostrare la fondatezza del danno da Malasanità.
I settori più esposti al rischio di malasanità sono i seguenti:
REATI AMBIENTALI E COSIETARI BOLOGNA MILANO TRIBUNALE APPELLO CASSAZIONE
PENALE ,PROCESSO BOLOGNA AVVOCATO PENALISTA ESPERTO
· Decesso nel corso di anestesia negli interventi.
· Aderenze post-operatorie.
· Aumento labbra: Eccesso di volume, errore di proiezione, asimmetria.
· Danni alla madre durante il parto.
· Errata o mancata  diagnosi di malformazioni fetali durante l'esecuzione di ecografie in epoca prenatale in tempo utile per effettuare l'interruzione di gravidanza.
· Errata o mancata diagnosi di tumori dell'apparato genitale femminile.
AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA' MEDICA BOLOGNAOculistica
· Infezioni durante l'esecuzione di interventi.
· Interventi eccessivamente demolitivi rispetto alla diagnosi.
-errata chemio con dosi non idoenee
· Errata esecuzione di interventi chirurgici per la sintesi delle fratture.
AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA' MEDICA BOLOGNA
AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA' MEDICA BOLOGNA
AVVOCATO MALASANITA' FERRARA AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA' MEDICA BOLOGNA
AVVOCATO MALASANITA' LUCCA AVVOCATO MALASANITA’ BOLOGNA, AVVOCATO RESPONSABILITA' MEDICA BOLOGNA
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In ambito contrattuale (come del pari ai fini della responsabilità extracontrattuale), la colpa in realtà si sostanzia - oltre che nell'inosservanza di leggi regolamenti, regole e discipline - nell'obiettiva violazione degli aspetti della diligenza, della prudenza e della perizia (colpa obiettiva) al cui rispetto il debitore (nonchè il soggetto nei comuni rapporti della vita comune di relazione, in tal caso valendo a distinguere tra comportamenti obiettivamente leciti ed illeciti) deve improntare la propria condotta.
La diligenza segna dunque la condotta obiettivamente dovuta, la cui violazione ridonda in termini di responsabilità civile (anche) extracontrattuale e obbliga al risarcimento dei danni derivanti dall'evento causalmente ascrivibile alla condotta negligente, e pertanto illecita.
Lo specifico settore di competenza in cui rientra l'attività esercitata richiede infatti la specifica conoscenza ed applicazione delle cognizioni tecniche che sono tipiche dell'attività necessaria per l'esecuzione dell'attività professionale espletata.
In accordo con quanto osservato anche in dottrina, questa Corte ha già avuto più volte modo di porre in rilievo che il debitore è di regola tenuto ad una normale perizia, commisurata al modello del buon professionista (secondo cioè una misura obiettiva che prescinde dalle concrete capacità del soggetto, sicchè deve escludersi che il debitore privo delle necessarie cognizioni tecniche sia esentato dall'adempiere l'obbligazione con la perizia adeguata alla natura dell'attività esercitata); mentre una diversa misura di perizia è dovuta in relazione alla qualifica professionale del debitore (per il riferimento alla necessità di adeguare la valutazione alla stregua del dovere di diligenza particolarmente qualificato, inerente allo svolgimento dell'attività del professionista, v. Cass., 23/4/2004, n. 19133; Cass., 4/3/2004, n. 4400), in relazione ai diversi gradi di specializzazione propri dello specifico settore professionale (v. Cass., 9/10/2012, n. 17143).
Atteso che la diligenza deve valutarsi avuto riguardo alla natura dell'attività esercitata (art. 1176 c.c., comma 2), al professionista (e a fortiori allo specialista) è allora richiesta una diligenza particolarmente qualificata dalla perizia e dall'impiego di strumenti tecnici adeguati al tipo di attività da espletare (cfr. Cass., 31/5/2006, n. 12995).
A tale stregua, l'impegno dal medesimo dovuto, se si profila superiore a quello del comune debitore, va considerato viceversa corrispondente alla diligenza normale in relazione alla specifica attività professionale esercitata, giacchè il professionista deve impiegare la perizia ed i mezzi tecnici adeguati allo standard professionale della sua categoria, tale standard valendo a determinare, in conformità alla regola generale, il contenuto della perizia dovuta e la corrispondente misura dello sforzo diligente adeguato per conseguirlo, nonchè del relativo grado di responsabilità (cfr. Cass., 9/10/2012, n. 17143).
Lo sforzo tecnico implica anche l'uso degli strumenti materiali normalmente adeguati, ossia degli strumenti comunemente impiegati nel tipo di attività professionale in cui rientra la prestazione dovuta (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826).
Il normale esito della prestazione dipende dunque da una pluralità di fattori, quali il tipo di patologia, le condizioni generali del paziente, l'attuale stato della tecnica e delle conoscenze scientifiche (stato dell'arte), l'organizzazione dei mezzi adeguati per il raggiungimento degli obiettivi in condizioni di normalità, ecc..
E' pertanto tenuto a mantenere un comportamento leale, osservando obblighi di informazione e di avviso nonchè di salvaguardia dell'utilità altrui - nei limiti dell'apprezzabile sacrificio -, dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi (cfr., con riferimento a differenti fattispecie, Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., 27/10/2006, n. 23273; Cass., 15/2/2007, n. 3462; Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 24/7/2007, n. 16315; Cass., 30/10/2007, n. 22860; Cass., Sez. Un., 25/11/2008, n. 28056; Cass., 27/4/2011, n. 9404, e, da ultimo, Cass., 27/8/2014, n. 18304).
A tale stregua, il medico (e a fortiori lo specialista) deve, da un canto, valutare con prudenza e scrupolo i limiti della propria adeguatezza professionale, ricorrendo anche all'ausilio di un consulto (se la situazione non è così urgente da sconsigliarlo); e, da altro canto, adottare tutte le misure volte ad ovviare alle carenze strutturali ed organizzative incidenti sugli accertamenti diagnostici e sui risultati dell'intervento, e laddove ciò non sia possibile, deve informare il paziente, financo consigliandogli, se manca l'urgenza di intervenire, il ricovero in altra idonea struttura (v. Cass., 13/4/2007, n. 8826; Cass., 5/7/2004, n. 12273, V. anche Cass., 21/7/2003, n. 11316; Cass., 16/5/2000, n. 6318).
In particolare, chi agisca in risarcimento dei danni è tenuto a dimostrare: a) l'esistenza del contratto (o del contatto sociale) che ha dato origine al rapporto di spedalità e di cura; b) l'insorgenza o l'aggravamento della patologia a seguito dell'intervento del sanitario; c) l'inadempimento di quest'ultimo ad obblighi di comportamento o agli elementari principi di diligenza, prudenza e perizia propri della disciplina, che siano astrattamente idonei a provocare il danno lamentato.
Nell'imputazione per omissione colposa, il giudizio causale assume come termine iniziale la condotta omissiva del comportamento dovuto (Cass. n. 20328 del 2006; Cass. n. 21894 del 2004; Cass. n. 6516 del 2004; Cass. 22/10/2003, n. 15789). Ove sia ravvisabile una tale condotta, il rischio dell'incertezza circa l'effettiva derivazione del danno da quel comportamento grava a carico dell'inadempiente; non a carico del danneggiato.
la responsabilita' medica mediazione
principi affermato da questa Corte in tema di danno consistente nella perdita di chance ed, in specie, con il risultato applicativo raggiunto in un caso affine al presente, per il quale si è affermato che “in tema di danno alla persona, conseguente a responsabilità medica, integra l'esistenza di un danno risarcibile alla persona l’omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, allorché abbia determinato la tardiva esecuzione di un intervento chirurgico, che normalmente sia da praticare per evitare che l'esito definitivo del processo morboso si verifichi anzitempo, prima del suo normale decorso, e risulti inoltre che, per effetto del ritardo, sia andata perduta dal paziente la chance di conservare, durante quel decorso, una migliore qualità della vita nonché la chance di vivere alcune settimane od alcuni mesi in più, rispetto a quelli poi effettivamente vissuti” (Cass. n. 23846/08). La Corte territoriale, nella seconda parte della motivazione, dopo aver bene individuato la perdita di chance come termine di riferimento della causalità (quale evento dannoso distinto ed autonomo rispetto all'esito letale della malattia), ha tuttavia equivocato sul concetto di chance risarcibile come perdita della possibilità di conseguire un risultato utile o, comunque, migliore, finendo per rapportarne il concetto, pur enunciato in termini di possibilità, alla probabilità di conseguire il risultato.
colpa medica d'equipe
Così accertata l'omissione da parte del medico degli accertamenti diagnostici suggeriti dalla comune esperienza per approfondire l'esame della concreta patologia da cui sia affetto il paziente cardiopatico, la Corte soggiunge che "...la condotta del sanitario non appare censurabile sotto il profilo della negligenza e dell'imperizia nè può avere avuto alcuna incidenza eziologica nella produzione del probabile evento morte, causato verosimilmente da aritmia cardiaca che è imprevedibile e spesso non preceduta da sintomi, con la conseguenza che lo I. non avrebbe potuto avere buone possibilità di sopravvivenza qualora fosse stato ricoverato nell'astanteria dell'ospedale, atteso che allo stato attuale delle conoscenze scientifiche non esistono indicatori di rischio certi che possano far prevenire siffatta morte...".
La Cassazione torna ad occuparsi di danno da perdita di chances, rilevando che l'omessa diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento cosiddetto palliativo, non idoneo a guarire ma quanto meno ad alleviare le sofferenze, può determinare un danno al paziente che nelle more non può fruire nemmeno delle cure palliative e deve sopportare le conseguenze del processo morboso.
Il paziente entra in ospedale per un intervento al ginocchio, niente di particolarmente serio. Prima dell'intervento il chirurgo ortopedico lo sottopone ad una serie di esami di routine. Uno di questi esami è una radiografia toracica, dalla quale si evince la assai probabile presenza di una massa tumorale nei polmoni, tanto che si consigliava di approfondire gli accertamenti mediante una TAC. Purtroppo l'ortopedico procede nel suo lavoro senza tenere minimamente in considerazione la cosa e senza disporre ulteriori indagini.
Il nodo che il disposto normativo lascia irrisolto, e sul quale dottrina e giurisprudenza hanno prodotto gli sforzi interpretativi più consistenti, è quello dell'esatta configurazione del rapporto tra evento dannoso e l'azione od omissione. Secondo la formulazione tradizionale della teoria[3] della condicio sine qua non sono <<causa>> dell'evento gli antecedenti senza il verificarsi dei quali l'evento non si sarebbe prodotto, individuati sulla scorta del processo della c.d. eliminazione mentale secondo il quale la condotta è condicio sine qua non dell'evento <<se non può essere mentalmente eliminata senza che l'evento stesso venga meno
Pertanto sarà da analizzare, sotto il profilo etiologico, l'iter etiopatogenetico, riferendosi al modello della c.d. sussunzione sotto leggi scientifiche, secondo il quale l'antecedente storico assume rilievo, dal punto di vista della ricerca etiologica, quando può affermarsi, sulla scorta delle risultanza scientifiche, che entra a far parte del novero di quegli antecedenti che, secondo una <<successione regolare, omogenea e conforme ad una legge dotata di validità scientifica>>, determinano eventi del tipo di quello in concreto verificatosi.
RESPONSABILITA' ONERE PROVA
in tema di responsabilita' del medico per i danni causati al paziente, l'inadempimento del professionista alla propria obbligazione deve desumersi dal mancato riconoscimento del risultato utile avuto di mira dal cliente, oppure deve essere valutato alla stregua dei doveri inerenti allo svolgimento dell'attivita' professionale e, in particolare, del dovere di diligenza ex articolo 1176 c.c., comma 2? Il rapporto di causalita' tra azione ed evento dannoso deve considerarsi escluso qualora intervenga una causa autonoma e successiva che si inserisca nel processo causale in modo anomalo ed imprevedibile? La prova liberatoria (ex articoli 1218 e 2697 c.c.) deve essere desunta esclusivamente da quanto dimostrato dalla parte onerata, oppure e' possibile utilizzare altri elementi acquisiti al processo? Il principio di acquisizione, vigente nel nostro ordinamento processuale, deve essere inteso nel senso che le risultanze istruttorie, comunque ottenute e quale che sia la parte ad iniziativa o ad istanza della quale si sono formate, concorrono tutte, indistintamente, alla formazione del convincimento del giudice? La CTU puo' costituire fonte oggettiva di prova allorquando si risolva in uno strumento di accertamento di situazioni rilevabili solo con il concorso di determinate cognizioni tecniche?".
Si tratta di quesiti che peccano di genericita' e si risolvono in enunciazioni di carattere generale ed astratto, non contenendo alcun riferimento al caso concreto.
In tal modo, la Corte di legittimita' si trova nell'impossibilita' di enunciare un o i principii di diritto che diano soluzione allo stesso caso concreto (Cass. ord. 24.7.2008 n. 20409; S.U. ord. 5.2.2008 n. 2658; Sez. Un. 5.1.2007 n. 36, e successive conformi).
Ne' il quesito, correttamente posto, puo' essere desunto dal contenuto e dall'illustrazione del motivo che lo precede, e neppure puo' essere integrato il primo con il secondo. Diversamente, si avrebbe la sostanziale abrogazione della norma dell'articolo 366 bis c.p.c., applicabile ratione temporis nella specie (Sez. Un. 11.3.2008, n. 6420 e successive conformi).
Pur essendo assorbenti le conclusioni cui si e' pervenuti, e' utile ripercorrere le tappe giurisprudenziali in tema di responsabilita' medica.
E' ormai consolidato il principio affermato dalla Corte di legittimita' per il quale la responsabilita' dell'ente ospedaliero deve essere inquadrata nella responsabilita' contrattuale, sul rilievo che l'accettazione del paziente in ospedale, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto (S.U. 11.1.2008 n. 577 e succ. conformi).
A sua volta, anche l'obbligazione del medico dipendente dall'ente ospedaliero nei confronti del paziente, ancorche' non fondata sul contratto, ma sul contatto sociale, ha natura contrattuale (S.U. 11.1.2008 n. 577 e succ. conformi). In ogni caso, in ipotesi di responsabilita' da intervento effettuato da medico dipendente da struttura sanitaria pubblica o privata, trova applicazione la disciplina dettata dall'articolo 1218 c.c. e segg., sia nei confronti di quest'ultima, sia nei confronti del medico (S.U. 11.1.2008 n. 577 e successive conformi).
Pertanto, in base alla regola di cui all'articolo 1218 c.c., il paziente - creditore ha il mero onere di allegare il contratto ed il relativo inadempimento o inesatto adempimento, non essendo tenuto a provare la colpa del medico e/o della struttura sanitaria e la relativa gravita' (v. ad es. Cass.7.6.2011 n. 12274).
Al debitore, invece, presunta la colpa, incombe l'onere di provare che l'inesattezza della prestazione dipende da causa a lui non imputabile; la prova, cioe', del fatto impeditivo, in difetto della quale - secondo le regole generali degli articoli 1218 e 2697 c.c. - egli soccombe.
E la ragione e' da ricercarsi nella maggiore possibilita' per il debitore onerato di fornire la prova, in quanto rientrante nella sua sfera di dominio, in misura tanto piu' marcata quanto piu' l'esecuzione della prestazione consista nell'applicazione di regole tecniche sconosciute al creditore, essendo estranee alla comune esperienza, e viceversa proprie del bagaglio del debitore.
Cio' che avviene nell'esecuzione di una professione protetta. In sostanza, opera il principio di c.d. vicinanza alla prova o di riferibilita' (v. Cass. 9.11.2006, n. 23918).
Il medico e' in particolare tenuto ad una prestazione improntata alla diligenza professionale qualificata dalla specifica attivita' esercitata ex articolo 1176 c.c., comma 2, e articolo 2236 c.c., nel cui ambito va distinta una diligenza professionale generica e una diligenza variamente qualificata, giacche' chi assume un'obbligazione nella qualita' di specialista, o un'obbligazione che presuppone una tale qualita', e' tenuto alla perizia che e' normale della categoria. Lo specifico settore di competenza in cui rientra l'attivita' esercitata richiede infatti la specifica conoscenza ed applicazione delle cognizioni tecniche che sono tipiche dell'attivita' necessaria per l'esecuzione dell'attivita' professionale.
I limiti di tale responsabilita' sono quelli generali in tema di responsabilita' contrattuale (S.U. 30.10.2001 n. 13533), presupponendo questa l'esistenza della colpa lieve del debitore, e cioe' il difetto dell'ordinaria diligenza.
A tal fine, il criterio della normalita' va valutato con riferimento alla diligenza media richiesta, ai sensi dell'articolo 1176 c.c., comma 2, avuto riguardo alla specifica natura e alle peculiarita' dell'attivita' esercitata.
La condotta del medico specialista va, poi, esaminata, non gia' con minore ma, al contrario, semmai con maggior rigore ai fini della responsabilita' professionale, dovendo aversi riguardo alla peculiare specializzazione e alla necessita' di adeguare la condotta alla natura ed al livello di pericolosita' della prestazione (v. anche Cass. 9.12.2012 n. 17143). Ora, la Corte di merito ha riconosciuto che la condotta del medico nell'occasione, era stata gravemente colposa, sia sotto il profilo della "negligenza grave" , sia dell'imperizia; motivando correttamente e puntualmente le ragioni del convincimento raggiunto.
Gli eredi intentavano causa al medico che non aveva tempestivamente diagnosticato il male. Tuttavia, in primo ed in secondo grado la giustizia dava ragione al medico, il quale si era difeso affermando che durante il processo non era stato possibile accertare, tramite apposita CTU, né la sussistenza di un qualche rapporto tra l'intervento al ginocchio ed il crollo delle condizioni del paziente, né se la tempestiva diagnosi avrebbe permesso di sottoporre il paziente a cure tali da evitarne il decesso.
La Corte di Cassazione, con la citata sentenza, ha ribaltato tale decisione affermando che "l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, anche se si tratta di un male incurabile e sul quale sia possibile intervenire soltanto con un intervento palliativo, determinando un ritardo della possibilità di esecuzione di tale intervento, cagiona al paziente un danno alla persona per il fatto che nelle more egli non ha potuto fruire di tale intervento e, quindi, ha dovuto sopportare le conseguenze del processo morboso e particolarmente il dolore, posto che la tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza la risoluzione del processo morboso, alleviare le sue sofferenze".
----, nel ricoverarsi presso la Casa di Cura ------- per un intervento di gonartrosi, venne sottoposto ai consueti esami di routine, tra cui una
radiografia del torace, il cui referto, redatto in data -----, recava la dicitura sospetta nodulazione della regione intercleidoilare di sinistra meritevole di ulteriore valutazione TAC. Tale indicazione diagnostica sarebbe nuovamente comparsa nel foglio di consenso informato all'anestesia (nella parte relativa
all'apparato cardiocircolatorio) che il paziente aveva sottoscritto il giorno
precedente l'intervento al ginocchio.
Operato dal Dott. ---- il -----, e dimesso il successivo ----, attesane la
completa guarigione clinica, ----- che nel frattempo era dimagrito di 12 chili ed accusava dolori al torace - venne sottoposto, il -------, ad un visita di controllo dallo stesso chirurgo, che non dette alcun peso nè al dimagrimento nè ai dolori
Il -----, su prescrizione del proprio medico curante, il ----- eseguì una
successive analisi di laboratorio - non operabile per l'avanzato stato in cui si
I figli ---- e ----, nel dicembre dello stesso anno, convennero dinanzi al Tribunale di Brescia il Dott. ---- e la Casa di Cura, addebitando loro la omessa
comunicazione della grave malattia già diagnosticata l'11 marzo 1996, che ne aveva provocato in anticipo la morte, anche perché l'intervento al ginocchio
Il giudice di primo grado, ammessa la chiamata in causa della -----, compagnia assicurativa della -----, respinse la domanda, ritenendo il ---- esente da colpa perché, da chirurgo ortopedico, non conosceva né poteva conoscere la patologia tumorale da cui era stato colpito il paziente - non rientrando l'esame specifico da eseguire nella sua competenza professionale - mentre la visita di
controllo aveva riguardato i soli esiti post-operatori dell'intervento al ginocchio.
Venne assolta dalla domanda risarcitoria anche la struttura sanitaria, per avere il CTU concluso il proprio accertamento nei sensi della impossibilità di pervenire ad una dimostrazione scientifica dello stato della neoplasia al momento dell'intervento, e della conseguente impredicabilità di un ragionevole rapporto
La Corte di appello di Brescia, dinanzi alla quale venne proposta impugnazione della sentenza di primo grado da parte degli eredi ----, la rigettò (ad eccezione del capo riguardante le spese, che vennero integralmente compensate in entrambi i gradi di giudizio) osservando:
Che occorreva pertanto accertare se ed in che termini l'omessa diagnosi avesse influito sul decorso e sulla successiva morte del paziente;
Che, mancando la prova (spettante agli appellanti) del nesso causale fra l'omessa diagnosi e il verificarsi - o anche la semplice anticipazione - dell'evento morte, la domanda risarcitoria non poteva essere accolta.
Resistono con controricorso illustrato da memorie la Casa di Cura -----, la Compagnia di assicurazione ---- e -----, che propone altresì ricorso incidentale condizionato (cui resiste con controricorso la Casa di Cura).
OTTENERE IL RISARCIMENTO D AMALASANITA’ BOLOGNA RAVENNA CESENA FORLI AVVOCATO ESPERTO
Che la problematica posta dal processo non atteneva, sotto alcun profilo, alla mancanza o inesattezza del consenso informato, ma a quella ben diversa della omessa diagnosi relativa ad una patologia tumorale che nulla aveva a che vedere con quella per la quale il ---- era stato operato, scoperta del tutto
Che la questione era stata affrontata dal CTU il quale, dopo approfondito esame e puntuale valutazione di tutti i dati clinici, aveva concluso nel senso che "nulla poteva dirsi circa la possibilità che sarebbe stata offerta al paziente
se la patologia polmonare fosse stata indagata dal primo momento";
La sentenza della Corte territoriale è stata impugnata da ---- e ---- con ricorso
IL RICORSO PRINCIPALE. Con il primo motivo, si denuncia omessa pronuncia, violazione del principio di necessaria corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato. Violazione dell'art. 112 c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3).
La censura è corredata dal seguente quesito di diritto (formulati ex art 366 bis c.p.c. applicabile ratione temporis, essendo stata la sentenza d'appello depositata nel vigore del D.Lgs. n. 40 del 2006):
Se il giudice di merito sia tenuto a giudicare su ogni domanda che venga proposta nel corso del giudizio e se la violazione di tale obbligo, e dunque l'omessa pronuncia, imponga la cassazione della sentenza di merito. Inoltre, se il giudice di merito, nel decidere tutte le domande proposte, possa riconoscere i petita reclamati dalle parti anche qualificando diversamente le azioni proposte.
Il motivo è inammissibile per patente inammissibilità del quesito che ne conclude l'esposizione.
La risposta astrattamente positiva che può conseguirne, difatti, non giova al ricorrente, considerato che questo giudice di legittimità ha già avuto più volte modo di affermare come il quesito di diritto vada formulato, ai sensi dell'art. 366 bis cod. proc. civ., in termini tali da costituire una sintesi logico-giuridica unitaria della questione, con conseguente inammissibilità del motivo di ricorso tanto se sorretto da un quesito la cui formulazione sia del tutto inidonea a chiarire, in concreto, l'errore di diritto imputato alla sentenza impugnata in relazione alla concreta controversia (Cass. 25-3-2009, n. 7197), quanto che sia destinato a risolversi (Cass. 19-2-2009, n. 4044) in una richiesta del tutto generica (quale risulta quelle di specie) rivolta al giudice di legittimità di stabilire se sia stata o meno violata - o disapplicata o erroneamente applicata, in astratto, - una norma di legge. Il quesito deve, di converso, investire ex se la ratio decidendi della sentenza impugnata con riferimento, sia pur sintetico, ai fatti essenziali di causa, proponendone una alternativa di segno opposto destinata ad una soluzione che, partendo dalla fattispecie concreta, e poi trascendendo la medesima, come sottoposta all'esame del giudice di legittimità, ne dia specifico conto ed esaustiva esposizione: le stesse sezioni unite di questa corte hanno chiaramente specificato Difetto di motivazione.
La censura è corredata dal seguente quesito di diritto: Se nell'ambito della responsabilità contrattuale da inadempimento di una prestazione sanitaria la prova del nesso causale tra l'omessa diagnosi (nel che consiste l'inadempimento) ed il verificarsi o anche la semplice anticipazione dell'evento dannoso (morte) gravi il creditore attore, tenuto a dare la prova positiva, o il
Ed inoltre se il danno derivante dall'errata o intempestiva od omessa diagnosi medica possa essere determinato anche in termini di perdita di chance di sopravvivenza o guarigione e se la prova della perdita di ciance gravi l'attore o
La decisione della Corte di appello contrasta, di fatto, con il dictum di queste sezioni unite che, con la sentenza n. 577 del 2008, si sono pronunciate funditus sulla questione del riparto degli oneri probatori in tema di nesso causale, risolvendola nel senso esposto dai ricorrenti (non senza considerare che, nella specie, si discorre di responsabilità contrattuale "pura", e non da contatto sociale).
Quanto al tema dell'an e del quantum del danno risarcibile, questa stessa Corte ha avuto in più occasioni modo di affermare (Cass. 23846/2008 ex multis),
che, in tema di danno alla persona conseguente a responsabilità medica, l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, sul quale sia
tempestiva esecuzione dell'intervento palliativo avrebbe potuto, sia pure senza
Non essendosi attenuta a tali principi, la sentenza d'appello va pertanto
IL RICORSO INCIDENTALE. Con il primo motivo, si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su di un fatto controverso e decisivo (art. 360 c.p.c., n. 5). Violazione e falsa applicazione di norme di diritto - artt. 183, 189, 345 c.p.c. (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4).
1)domanda  come denunciare un caso di malasanità ?
RISPOSTA Facendo le richieste danno con raccomandata con ricevuta di ritorno al medico e struttura competente, o all’ausl competente
2)domanda  Che cos’è la colpa medica?
3)domanda  Errore medico: come tutelarti?
RISPOSTA Rivolgendosi a un avvocato esperto ,che ti inviera’ da valido medico legale
4)domanda  Errore medico: il risarcimento per danno biologico cosa è?
RISPOSTA: Secondo l’art. 13, c. 1 del D.Lgs. n. 38/2000 il danno biologico è definito come la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona. Le prestazioni per il risarcimento sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del danneggiato.
5)domanda   quali tempi per denuncia malasanità?
RISPOSTA:  con la riforma Gelli, entrata in vigore dal 1 aprile 2017, si hanno 10 anni di tempo per la prescrizione di un danno  nei confronti della struttura ospedaliera e 5 anni per  il medico che opera all’interno della struttura sanitaria stessa
6)domanda  denuncia per malasanità prescrizione tempi?
RISPOSTA con la riforma Gelli, entrata in vigore dal 1 aprile 2017, si hanno 10 anni di tempo per la prescrizione di un danno  nei confronti della struttura ospedaliera e 5 anni per  il medico che opera all’interno della struttura sanitaria stessa
Secondo l’art. 13, c. 1 del D.Lgs. n. 38/2000 il danno biologico è definito come la lesione all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale, della persona. Le prestazioni per il risarcimento sono determinate in misura indipendente dalla capacità di produzione del reddito del.
7) domanda  Come si calcola un danno da malasanita’ ?
8)domanda  da cosa puo’ derivare la responsabilità medica
risposta : da una diagnosi sbagliata;
da una diagnosi ritardata(se il ritardo complica o pregiudica le condizioni di salute del paziente);
da una omessa effettuazione di esamiche avrebbero potuto chiarire meglio le condizioni di salute del paziente;
da un intervento chirurgicoeseguito in modo errato;
da una cattiva gestione delle cure successive ad un intervento.
9) domanda   cosa occorre provare per responsabilità medica?
Imprudenza(contrario della prudenza), si riferisce ad una condotta improntata ad avventatezza e si concretizza, in particolare, quando pur conoscendo i rischi che si corrono si decide comunque di procedere oltre i limiti del lecito
RISPOSTA Nell’esercizio della sua professione il medico può incorrere in varie specie di responsabilità, penale, civile e disciplinare, che conseguono a:
Se vuoi ottenere un equo risarcimento danni
perché vittima di un errore medico,
l’·  interventi chirurgici dannosi
ARRESTO IN FLAGRANZA ARRESTO IN QUASI FLAGRANZA AVVOCATO PENALISTA Indagini preliminari – Arresto in flagranza – Stato di flagranza – Arresto operato a seguito di informazioni di terzi – ‘Quasi flagranza’ – Sussistenza – Esclusione – Illegittimità dell’arresto – Sussistenza – Ragioni – Fattispecie.