Source: https://www.giacomooberto.com/simulazione/1.htm
Timestamp: 2019-12-10 09:19:10+00:00
Document Index: 124385091

Matched Legal Cases: ['art. 295', 'in casu', 'in casu', 'in casu', 'art. 1443', 'art. 198']

«Vir mulieri divortio facto quaedam idcirco dederat, ut ad se reverteretur: mulier reversa erat, deinde divortium fecerat. Labeo: Trebatius inter Terentiam et Maecenatem respondit si verum divortium fuisset, ratam esse donationem, si simulatum, contra». Questo passo del Digesto ([1]) mostra in maniera assai eloquente come il problema della simulazione della (e nella) crisi coniugale non sia solo cosa di questi tempi. Le ipotesi prese in considerazione da svariati passi della compilazione giustinianea erano caratterizzate dalla messinscena d’un divorzio fittizio, vuoi per eludere il divieto di donazioni tra coniugi ([2]), vuoi per aggirare le regole in tema di restituzione della dote ([3]), vuoi per frodare i creditori ([4]), secondo quanto chiaramente illustrato oltre quattro secoli or sono, commentando le fonti in oggetto, da Cuiacio ([5]) e da Baudoza ([6]).
Ma non è certo il caso di scomodare i sacri testi per andare alla caccia di esempi di crisi coniugali simulate o comunque volte a realizzare scopi fraudolenti: si pensi (si licet parva componere magnis) all’episodio di (mal)costume narrato da un film italiano del 1994, in cui un trafelato e non troppo scrupoloso professionista milanese costringe la moglie ad inscenare una finta separazione a scopi d’elusione fiscale ([7]). All’espediente cinematografico sembra corrispondere più d’un risvolto reale, se si deve prestar fede a certe notizie provenienti dall’estero ([8]), o anche solo alla casistica (che sembra infittirsi in questi ultimi tempi) in materia di trasferimenti immobiliari tra coniugi in frode ai creditori ([9]), sebbene un’analisi pacata del problema, e la sua collocazione in una prospettiva un po’ più ampia dimostrino come, in questo campo, siano sempre stati piuttosto i timori, che non la realtà, ad accendere la fantasia dei giuristi.
A ben vedere, la storia del diritto (e… del fatto) di famiglia conosce ben più d’una soluzione dettata o, quanto meno, influenzata dall’assillo di evitare che l’armamentario legislativo in materia di crisi coniugale (separazione de corps o de biens, divorzio, annullamento del matrimonio) potesse venire in qualche modo utilizzato a scopi fraudolenti. Così, sarà curioso notare, che, a svariati secoli di distanza dai passi del Digesto or ora citati, fu ancora la paura che i coniugi simulassero la crisi coniugale al fine di aggirare disposizioni imperative ad indurre Cambacérès, in sede di lavori preparatori del Code Napoléon, ad esprimere perplessità sull’opportunità dell’istituto del divorzio per mutuo consenso. Nella specie, i timori che agitavano il console, così come altri membri del Conseil d’Etat, concernevano il possibile impiego di tale strumento in funzione elusiva del divieto di modifica delle convenzioni matrimoniali. L’illustre giurista faceva rilevare al riguardo che, «si l’on admettait le divorce par consentement mutuel, il serait nécessaire de déclarer les époux qui en auraient usé, incapables de contracter ensemble un mariage nouveau ; autrement, l’on abuserait de ce moyen pour opérer un divorce fictif, dont l’objet réel serait de changer les conventions matrimoniales» ([10]).
Tali e tante obiezioni ([11]) non riuscirono però a distruggere il principio della dissolubilità del vincolo, né, tanto meno, quello della dissolubilità per via consensuale: l’unica limitazione, invero, ad essere introdotta fu quella del divieto per i divorziati di «se réunir» (cfr. art. 295 del Code nella sua versione originale), con previsione valevole – si badi – per ogni causa di divorzio, proprio per via del fatto che «cette considération ne devoit pas être un obstacle au consentement mutuel» ([12]). E proprio l’impossibilità di prevedere una consimile limitazione per l’ipotesi della séparation de corps (posto che vietare la riconciliazione avrebbe significato contraddire la stessa ragion d’essere della separazione) indusse i codificatori francesi ad escludere la possibilità di una separazione consensuale ([13]), tanto più che quest’ultima comportava (allora come oggi) la separazione dei beni: «Cette séparation abusive seroit en outre un moyen de fraude : comme la séparation de corps entraîne de droit la séparation de biens, deux époux de mauvaise foi trouveroient dans leur consentement mutuel un moyen infaillible de ruiner tous leurs créanciers» ([14]).
Il timore che gli accordi di separazione (de corps e/o de biens) potessero in qualche modo risultare simulati ([15]) era stato per secoli una delle ragioni alla base dello sfavore – già evidenziato in altre occasioni da chi scrive ([16]) – manifestato dalla dottrina e dalla giurisprudenza dell’Ancien Régime in Francia (così come, del resto, in Italia e in Germania) verso le séparations à l’amiable. I poderosi in folio degli arrêtistes traboccano letteralmente di casi che documentano i tentativi disperatamente posti in atto da coppie in crisi (si trattava per lo più, ovviamente, di famiglie nobili o comunque agiate) di separarsi «civilmente» (è il caso di dirlo: in tutti i sensi…) sulla base di transazioni private, che in qualche caso eccezionale riuscirono anche a superare il severo vaglio dei giudici, sulle cui decisioni dovevano certamente influire circostanze quali la considerazione dei soggetti che agivano contro quelle intese (a seconda che si trattasse dei coniugi stessi successivamente ricredutisi, degli eredi o dei terzi creditori), o la durata del periodo nel corso del quale quei patti avevano ricevuto, di fatto, applicazione ([17]).
Fatta eccezione per alcune ipotesi piuttosto rare, l’atteggiamento rimaneva però per lo più negativo. Così, mentre la giurisprudenza dei parlamenti presentava casi di veri e propri arrêts de règlement diretti (non solo a riprovare per il passato, ma anche) a vietare per il futuro ai giudici ([18]) o ai notai ([19]) di ricevere atti di séparations volontaires o amiables ([20]), la dottrina non esitava ad affermare che i creditori avrebbero potuto far dichiarare giudizialmente la nullità della separazione ([21]), qualora questa, una volta ottenuta per sentenza, non fosse stata réellement exécutée ([22]). A ciò s’aggiungeva e si ribadiva a più riprese, sulla scorta dell’autorevole parere del Molineo, «que la separation d’entre mary et femme n’est valable, si elle n’est faite par Sentence de Iuge, et partage executé sans fraude»; si raccomandava così ai giudici di «bien prendre garde que les parties ne s’accordent cauteleusement et en fraude de leurs creanciers à se separer, qui est une des choses la plus à considerer en matière de ces procez de separation» ([23]).
D’altro canto, non va neppure trascurato il peso che aveva all’epoca il divieto di modifica delle convenzioni matrimoniali, così come della modifica constante matrimonio del regime della communauté ([24]), istituti entrambi uniti (in una singolare concordia tra paesi di diritto scritto e di diritto consuetudinario) al tradizionale divieto di donazioni tra coniugi, nell’intento di costituire un solido presidio al principio di trasmissione patrilineare indivisibile dei patrimoni ([25]). Ne conseguiva la messa al bando di ogni contratto diretto ad ottenere uno scioglimento pattizio della comunione, sussistendo sempre il timore che simili atti potessero, da un lato, aggirare il divieto di donazioni tra coniugi ([26]), e, dall’altro, portare pregiudizio ai creditori ([27]).
L’insegnamento che si ricava da questo forzatamente breve excursus storico risiede nella constatazione secondo cui i timori di simulazioni e frodi in danno tanto della sacralità dell’unione matrimoniale, così come delle legittime pretese dei creditori, hanno potuto solo in parte arginare il dispiegarsi dell’autonomia dei coniugi in occasione (o anche solo in vista ([28])) della crisi coniugale e l’ostacolo è comunque venuto meno del tutto, una volta ammessi l’allentamento e lo scioglimento del vincolo per mutuo consenso ([29]). Questa autonomia che si manifesta – ora come un tempo – attraverso una variegata costellazione di accordi nei quali, normalmente (e fatte le debite eccezioni), le parti a tutto pensano, tranne che a mentire sulla loro situazione di crisi o anche solo su una delle intese destinate a disciplinare la futura vita da separati o divorziati. Peraltro, proprio su queste situazioni «patologiche» occorrerà ora concentrare l’attenzione, al fine di poter adeguatamente commentare, secondo i canoni del diritto positivo, il precedente in esame.
Prima ancora, però, una precisazione s’impone, anche in considerazione del titolo del presente scritto. Simulazione e frode sono, come noto, concetti distinti ed autonomi, al punto che già la dottrina antica fondava la distinzione assumendo come discrimen la condizione, rispettivamente, di assenza o di presenza del consenso delle parti sulla produzione degli effetti del contratto ([30]). Ma la materia in esame evidenzia la possibile convivenza e le interrelazioni tra le due situazioni: all’attento lettore non sarà certo sfuggito che, tanto per citare un esempio illustre, l’espressione «simulare divortium in fraudem…» compariva già per ben due volte nel breve passo di Cuiacio sopra citato ([31]).
Sul punto appaiono – come sempre – quanto mai illuminanti le riflessioni del Betti ([32]), che vale la pena riportare per intero: «La simulazione può servire a coprire una illiceità ed esser adibita a scopo di frode: sia frode alla legge, sia frode a danno di altri privati, quali i creditori di chi compie il negozio, o altri che avrebbero eventualmente diritto verso di lui. Ma, a prescindere dal rilievo che vi può essere simulazione senza frode e, viceversa, frode senza simulazione, basterà qui osservare che si tratta di due qualifiche eterogenee, dipendenti da due profili diversi, sotto i quali il negozio può esser considerato. La frode, e in genere, la illiceità, esprime una qualifica dell’interesse che determina in concreto la conclusione del negozio, valutato in connessione con la causa tipica. La simulazione, per contro, esprime semplicemente una divergenza o una ripugnanza fra quell’interesse e la causa» ([33]).
([1]) D. 24.1.64 (Iavolenus 6 ex post. lab.). Il passo così prosegue: «Sed verum est, quod Proculus et Caecilius putant, tunc verum esse divortium et valere donationem divortii causa factam, si aliae nuptiae insecutae sunt aut tam longo tempore vidua fuisset, ut dubium non foret alterum esse matrimonium: alias nec donationem ullius esse momenti futuram». Naturalmente, il divorzio sulla cui simulazione si discute è il primo, come risulta anche dal commento di Viviano riportato in margine al passo in oggetto in Digestum vetus, seu pandectarum iuris civilis tomus primus, Venetiis, 1592: «Ab uxore mea diverti: et postea ei donavi, ut ad me rediret, et redijt: tandem iterum divertit. An valeat donatio? Et dicitur, quod sic, si verum divortium fuit illud primum, quod ante sit verum postea exponit. Vivia[nus]».
([2]) Per altri passi del medesimo tenore cfr. D. 24.1.35 (Ulpianus 34 ad ed.: «Si non secundum legitimam observationem divortium factum sit, donationes post tale divortium factae nullius momenti sunt, cum non videatur solutum matrimonium»), nonché D. 24.1.27 (Papin. lib. I definit.: «Si liberis sublatis reversa post jurgium, per dissimulationem mulier, veluti venali concordia ne dotata sit, conveniat: conventio secundum ordinem rei gestae, moribus improbanda est»), quanto meno stando all’interpretazione che di tale ultima fonte dà Pothier, Pandectae justinianeae in novum ordinem digestae, II, Lugduni, 1782, 38, secondo cui nel brano si farebbe riferimento al caso di una coppia che aveva fatto apparire come un vero divorzio quella che, in realtà, era solo una separazione temporanea (jurgium), al fine di effettuare una donazione (nella forma di esclusione della costituzione in dote, nel «nuovo» matrimonio, dei beni già ripresi per effetto del precedente simulato divorzio), vietata inter coniuges. Pothier (op. loc. ultt. citt.) ne conclude che si simulatum fuit divortium, non valebit donatio interim facta.
([3]) C. 5.17.3 (Impp. Diocletia. et Maximia. AA. Tullio): «Dubium non est, omnia omnino, quae consilio recte geruntur, iure meritoque effectu, et firmitate niti. Quare si tu dotem pro muliere dedisti, et ex morte eius repetitionem stipulatus es, circumscribendi autem tui causa ficto repudio matrimonium brevi tempore rescissum est: res dotales, quas ante nuptias obtulisti, praeses provinciae recipere te non dubitabit. Certum est enim daturum operam moderatorem provinciae, ut quae contra fas gesta sunt, fructum calliditatis obtinere non possint: cum nobis hiusmodi commenta displiceant. Imaginarios enim nuncios, id est repudia nullius esse momenti, sive nuptiis fingant se renunciasse, sive sponsalibus etiam veteribus iuris auctoribus placuit».
([4]) C. 5.12.30 (Imp. Iustinianus A. Mennae): «… cum constante etiam matrimonio posse mulieres contra maritorum parum idoneorum bona hypothecas suas exercere, iam nostra lege humanitatis intuitu definitum sit: ficti divortij falsa dissimulatione in huiusmodi causa, quam nostra lex amplexa est, stirpitus eruenda».
([5]) Cuiacio, In libro IV Codicis recitationes solemnes. Ad Tit. XII. De jure dotium, in Jacobi Cujacii JC. Tolosatis Opera ad parisiensem fabrotianam editionem diligentissime exacta auctiora atque emendatiora in tomos x. distributa, 7, Prati, 1864, 884 s.: «Nam possunt conjuges simulare divortium, vel in fraudem stipulatoris, qui excepit sibi dotem, quam dedit pro muliere in casum mortis, non in casum divortii, ut in l. 3. inf. de repud. vel in hoc proposito possent simulare divortium, ut marito nondum everso facultatibus, ipso mulier quasi facto divortio praecipiat res dotales, et excludat antiquiores creditores mariti. Denique possunt simulare divortium in fraudem antiquiorum creditorum mariti, ut reipsa manente matrimonio, factoque divortio, mulier se ponat res dotales, summotis creditoribus antiquioribus, et parum aut nihl restet ex residuis bonis mariti».
([6]) Cfr. il commento in margine a C. 5.17.3 in Codicis D.N. Iustiniani Sacratiss. Principis PP. Aug. Repetitae Praelectionis Libri XII. Diligenter recogniti (…) opera et studio Petri ab Area Baudoza Cestii I.C., Lugduni, 1593, 940: «Pater dedit dotem pro filia, et stipulatus est eam sibi reddi solu[to] matrimonio morte. Mulier finxit se velle divertere a marito sine culpa mariti, sed sua: ut sic maritus dotem lucraretur. An talis dolus filiae obsit patri, quaeritur? Dicitur quod non: quia talis fraus principi displicet: et ideo firmitatem non habebit: quia tantum ea debent obtinere firmitatem, quae recte, et cum consilio geruntur. (…) Unde non obstante tali fraude, potest pater dotem repetere in casu solu[ti] matrimo[nii] morte». V. inoltre sul punto il parere di Brunnemann, Commentarius in duodecim libros codicis iustinianei, Lugduni, 1669, 291: «Divortium maritus aut uxor facere potest, sed non simulare in praeiudicum tertij, v[erbi] g[ratia] si filia propterea simulet se divertere, ut maritus retineat dotem (…) quam pater soluto matrimonio sibi reddi stipulatus erat. Alius casus divortij simulati et fraudulenti in l. 59. ff. Sol. Matr. [D. 24.3.59] ubi Uxori aegrae maritus mittit divortium, ut ea mortua dotem eius haeredibus potius, quam Patri ex stipulatu restitueret» (su quest’ultimo caso cfr. anche Barbosa, De Matrimonio, et pluribus aliis materiebus, II, Lugduni, 1668, 194).
([7]) Il riferimento è alla pellicola dal titolo Anche i commercialisti hanno un’anima, con Renato Pozzetto, Enrico Montesano e Sabrina Ferilli (per qualche informazione al riguardo si potranno consultare i siti web seguenti: http://www.anica.it/cine/p94_024.htm, http://www.eracle.it/attrici/sabrina_ferilli/anche_i_commercialisti_hanno.asp). Sui timori circa il diffondersi di questa pratica al fine di evitare il «cumulo dei redditi» un tempo in vigore per le coppie coniugate (e non separate) cfr. Rodotà, Il cumulo dei redditi. Marito, moglie e tasse, in Il giorno, 1975 (l’articolo è riassunto in C.E.D. – Corte di cassazione, Arch. DOTTR, pd. 137500125).
([8]) Cfr. per esempio l’interessante quadretto di costume riferito dallo studioso canadese Dufresne, La quantophrénie, al sito web seguente:
Per un caso francese di divorzio simulato destinato a permettere a uno dei coniugi, a seguito di un successivo matrimonio (simulato), di acquistare una nuova cittadinanza, cfr. App. Lyon, 16 gennaio 1980, in Gaz. Pal., 1980, 2, 428; D. 1981, 579; (Cassation) Civ. 1re, 17 novembre 1981, in JCP, 1982, II, 19842.
([9]) Per alcuni approfondimenti al riguardo cfr. Oberto, Prestazioni «una tantum» e trasferimenti tra coniugi in occasione di separazione e divorzio, Milano, 2000, 214 ss.; v. inoltre quanto verrà illustrato infra (nel § dal titolo Primo corollario: i rapporti con l’azione revocatoria). Sui timori di elusione fiscale legati ai trasferimenti immobiliari tra coniugi in crisi cfr. inoltre Milone, Le vicende tributarie delle sentenze di separazione personale e di divorzio, in Vita notarile, 1977, 220 ss. (ma per una critica v. Oberto, Prestazioni «una tantum» e trasferimenti tra coniugi in occasione di separazione e divorzio, cit., 257 s.); sui timori di frodi correlate alle assegnazioni d’immobili di edilizia residenziale pubblica cfr. Ieva, Trasferimenti mobiliari ed immobiliari in sede di separazione e di divorzio, in Riv. notar., 1995, I, 473 ss. (ma per una critica v. Oberto, Prestazioni «una tantum» e trasferimenti tra coniugi in occasione di separazione e divorzio, cit., 254 ss.).
([10]) L. Jouanneau, C. Jouanneau e Solon, Discussions du code civil dans le Conseil d’Etat, I, Paris, 1805, 333; cfr. inoltre Locré, Esprit du code Napoléon, III, Paris, 1806, 316.
([11]) Per quelle, di analogo genere, espresse da altri componenti del Consiglio di Stato, cfr. Locré, op. loc. ultt. citt.
([12]) Locré, op. cit., 317.
([13]) Sul punto, in termini quanto mai espliciti, v. il resoconto di Locré, op. cit., 344 ss.: «La séparation de corps par consentement mutuel deviendroit infiniment plus abusive que le divorce même, parce que dans la pratique, elle seroit incompatible avec les mêmes restrictions. En effet, tant que les époux ne feorient que déroger aux clauses principales de leur contrat, sans dissoudre le contrat lui-même, il seroit déraisonnable d’exiger d’eux ces conditions d’âge et ce consentement des ascendans, qui ajoutent tant de poids à leur volonté lorsqu’elle a le divorce pour objet (…). Il seroit sur-tout déraisonnable d’interdire à ces époux la faculté de se réunir, puisque c’est cet espoir qui fait encore subister le lien. Ainsi ils pourroient se jouer sans pudeur de la société qu’ils ont formée, la quitter et la reprendre au gré de leurs fantaisies, insultant également à la dignité du mariage par le scandale de leurs divisions (…) ; tandis qu’au contraire le divorce, soumis aux sages conditions que la loi lui impose, rend une seconde union impossible entre ces mêmes époux».
([14]) Locré, op. cit., 346. Per la dottrina cfr., innanzi tutto, Demolombe, Cours de code Napoléon, IV, Du mariage et de la séparation de corps, Paris, 1854, 506, secondo cui la ragione del divieto della separazione consensuale andava cercata nella necessità di evitare il rischio che questa fosse «frauduleuse, parce que la séparation de corps emportant toujours la séparation de biens, aurait pu offrir ainsi aux époux le moyen facile de tromper leurs créanciers (articles 311, 1443). Ajoutez enfin que la faculté, et peut-être même l’espoir de se réunir plus tard, que les époux auraient toujours conservé, auraient multiplié scandaleusement ces sortes de séparations volontaires»; nello stesso senso v. inoltre Proudhon, Cours du droit français, I, Paris, 1810, 334 s.; Duranton, Cours de droit français suivant le code civil, 2, Paris, 1825, 481 ss.; Rogron, Code civil expliqué, Paris, 1840, 154 s.; Toullier, Le droit civil français, suivant l’ordre du code, Bruxelles, 1845, 182 ss.; Valette, Explication sommaire du livre premier du code Napoléon et des lois accessoires, Paris, 1859, 140; Laurent, Principes de droit civil, III, Bruxelles, 1878, 365 ss., 368. In questa stessa ottica va anche letta la disposizione di cui all’art. 1443 cpv. del Code Napoléon, secondo cui «toute séparation [de biens] volontaire est nulle».
([15]) Unitamente, va detto per completezza, al timore di attentare all’indissolubilità del vincolo, come verrà immediatamente chiarito.
([16]) cfr. Oberto, I contratti della crisi coniugale, Milano, 1999, 90 ss.; Id., Gli accordi sulle conseguenze patrimoniali della crisi coniugale e dello scioglimento del matrimonio nella prospettiva storica, nota a Cass., 20 marzo 1998, n. 2955, in Foro it., 1999, I, 1317 ss.
([17]) Oltre alle opere citate ed alle considerazioni sviluppate nei lavori citati supra, alla nota precedente (relativamente, per lo più, alla séparation de corps), si vedano i numerosi casi riportati dagli autori qui di seguito citati (relativi, sovente, anche alla séparation de biens): Charondas Le Caron, Responses et décisions du droict françois, Paris, 1612, 451; Brodeau, Recueil d’aucuns notables arrests donnez en la cour de parlement de Paris, pris des mémoires de Mons. Maistre Georges Loüet conseiller du Roy en icelle, II, Anvers, 1666, 404 ss.; Jovet, La bibliothéque des arrests de tous les parlemens de France, Paris, 1669, 239 s.; Bardet, Recueil d’arrests du parlement de Paris, I, Paris, 1690, 71, 281, 526; Id., Recueil d’arrests du parlement de Paris, II, Paris, 1690, 308, 600; Despeisses, Oeuvres, I, Lyon, 1696, 175; Brillon, Dictionnaire des arrests, ou jurisprudence universelle des parlemens de France, et autres tribunaux, III, Paris, 1711, 552; Blondeau e Guéret, Journal du palais, ou recueil des principales décisions de tous les parlemens et cours souveraines de France, I, Paris, 1737, 179; Augeard, Arrests notables des différens tribunaux du royaume; Paris, 1756, 91; Dénisart, Collection de décisions nouvelles et de notions relatives à la jurisprudence actuelle, III, Paris, 1764, 65 ss.; Russeaud de la Combe, Recueil de jurisprudence civile du pays de droit écrit et coutumier, par ordre aphabétique, Paris, 1769, 639; Basnage, Commentaires sur la coutume de Normandie, in Oeuvres de maître Henri Basnage, II, Rouen, 1778, 90 ss.; Merlin, Recueil alphabétique des questions de droit qui se présentent les plus fréquemment dans les tribunaux, V, Paris, 1820, 627 ss.; Id., Dizionario universale ossia repertorio ragionato di giurisprudenza e questioni di diritto, ed. italiana, XIII, Venezia, 1842, 18 ss. (secondo cui una separazione di beni non avrebbe avuto effetto «quando apparisca che la separazione sia stata concertata per mascherare un vantaggio che uno dei coniugi volesse fare all’altro contro il divieto della consuetudine»). Sull’origine canonistica del principio in esame v. per tutti Van Espen, Jus ecclesiasticum universum caeteraque scripta omnia, decem tomis comprehensa, Venetiis, 1769, II, 200 s.; VIII, 128 s.; Esmein, Le mariage en droit canonique, II, 1891, 89 s.
([18]) E’ il caso della decisione del Parlamento di Parigi in data 14 febbraio 1602, riportata da Chenu, Cent notables et singulières questions de droict, Paris, 1606, 227.
([19]) E’ il caso della decisione del Parlamento di Aix del 19 febbraio 1685, di cui riferisce Merlin, Dizionario universale ossia repertorio ragionato di giurisprudenza e questioni di diritto, ed. italiana, III, Venezia, 1835, 766 s.; cfr. inoltre Basnage, op. cit., 91.
([20]) In generale sui patti di séparation amiable v. anche Richardot, Les pactes de séparation amiable, Paris, 1933, citato da Lefebvre-Teillard, Introduction historique au droit des personnes et de la famille, Paris, 160.
([21]) Personale, così come dei beni: i due istituti erano sovente trattati congiuntamente e talora confusi tra di loro, visto che il primo determinava automaticamente anche il secondo.
([22]) Ferrière, 1769 Dictionnaire de droit et de pratique, II, Paris, 1769, 593 (cfr. inoltre gli autori citati alla nota seguente).
([23]) Le Prestre, Questions notables de droict, Paris, 1663, 191 s.: «Les Iuges ne doivent pas rendre faciles et indulgens à la séparation demandée par l’un des deux conioints. Et du Molin écrit en l’Apostille du 123. article de la Coustume de Mont-fort, que la separation d’entre mary et femme n’est valable, si elle n’est faite par Sentence de Iuge, et partage executé sans fraude, et non si par mauvaise teste ou mauvais gouvernement elle estoit seulement separée de fait, cest à dire que sur une querelle survenuë, elle se fust absentée et retirée de la maison de son mary, et que par connivence il negligeast de la reprendre (…). Ioint aussi que le Iuge doit bien prendre garde que les parties ne s’accordent cauteleusement et en fraude de leurs creanciers à se separer, qui est une des choses la plus à considerer en matière de ces procez de separation»; cfr. inoltre Brodeau, op. cit., 403: «du Molin en ses Annotations, sur le cent vingt troisiéme article de la Coustume de Montfort, desire que telle separation se fasse par Sentence du Iuge, causa cognita, et par partage des meubles de la communauté, qui soit executé ; ce qui est assisté de grande raison, dautant que telle separation estant de l’honnesteté publique, ne doit dépendre de la nuë volonté des particuliers : qu’il se presenteroit de grandes fraudes, que la moindre colere de l’un des deux conioints, emporteroit comme une espece de divorce: que par la mesme legereté que telles conventions se feroient, elles se deferoient : ce ne seroient que tromperies». Sempre nello stesso senso v. poi anche Le Maistre, Les plaidoyez et harangues de monsieur Le Maistre, Paris, 1659, 211; [Gibert], Tradition ou histoire de l’eglise sur le sacrement du mariage, Paris, 1725, 350 s.; Duperray, Traité des dispenses de mariage, de leur validité ou invalidité, et de l’état des personnes, Paris, 1730, 499 s.; Bornier, Conférences des ordonnances de Louis XIV. Roy de France et de Navarre avec les anciennes ordonnances du royaume, le droit écrit et les arrests. Enrichies d’annotations et de décisions importantes, II, Paris, 1744, 652 s.; Duplessis, Traités de Mr Duplessis, ancien avocat au parlement, sur la coutume de Paris. Avec des notes de MM. Berroyer et de Laurière, I, Paris, 1754, 432 (e note [bbb] e [ccc]); Fevret, Traité de l’abus et du vrai sujet des appellations qualifiées du nom d’abus, II, Lausanne, 1778, 101 ss.
([24]) Sull’argomento v. per tutti Le Brun, Traité de la communauté entre mari et femme, Paris, 1709, 279 s.; Renusson, Traité de la communauté de biens, entre l’homme et la femme conjonts par mariage, I, Paris, 1760, 56; Pothier, Traité de la communauté, in Traités sur différentes matières de droit civil, III, 1781, Paris-Orléans, 728 s.; Merlin, op. cit., III, 772 ss. Si noti poi che alcune coutumes prevedevano il divieto di stipula di séparations de biens conventionnelles: il più celebre esempio era costituito dall’art. 198 della coutume d’Orléans, di cui riferisce Pothier, Coutumes des duché, bailliage et prévôté d’Orléans, et ressort d’iceux, Paris-Orléans, 1776, 537 ss.
([25]) Su cui cfr., anche per i rinvii, Oberto, I contratti della crisi coniugale, cit., 82 ss.; Id., Gli accordi sulle conseguenze patrimoniali della crisi coniugale e dello scioglimento del matrimonio nella prospettiva storica, cit., 1314 ss.
([26]) Pothier, Traité de la communauté, cit., 728 s.; sui rapporti tra immutabilità delle convenzioni matrimoniali e divieto di donazioni tra coniugi cfr. Oberto, I regimi patrimoniali della famiglia di fatto, Milano, 1991, 170, nota 30.
([27]) Renusson, op. cit., 56.
([28]) Sul tema v. Oberto, I contratti della crisi coniugale, cit., 494 ss.; Id., Gli accordi sulle conseguenze patrimoniali della crisi coniugale e dello scioglimento del matrimonio nella prospettiva storica, 1306 ss.; Id., «Prenuptial agreements in contemplation of divorce» e disponibilità in via preventiva dei diritti connessi alla crisi coniugale, in Riv. dir. civ., 1999, II, 171 ss.
([29]) Sugli effetti, al di là dell’Oceano, dell’introduzione del no fault divorce e sulla conseguente ammissione della liceità dei prenuptial agreements in contemplation of divorce si fa rinvio per tutti a Oberto, I contratti della crisi coniugale, cit., 493 ss.; Id., «Prenuptial agreements in contemplation of divorce» e disponibilità in via preventiva dei diritti connessi alla crisi coniugale, cit., 171 ss.
([30]) Cfr. per tutti Mantica, Vaticanae lucubrationes de tacitis et ambiguis conventionibus, in libros XXVII. dispertitae, II, Genevae, 1723, 66: «In primis autem admonendi sumus, quod inter contractum simulatum, et fraudulentum, magna est differentia: quia contractus simulatus est imaginarius, qui fingitur, neque eo modo quo fingitur, neque alio contrahitur (…). Contractus autem fraudulentus is est, qui cum dolo celebratur, et vere eo animo contrahitur, ut effectum sortiatur».
([31]) Cfr. supra, nota 5.
([32]) Betti, Teoria generale del negozio giuridico, Torino, 1950, 397.
([33]) In generale, sui rapporti tra simulazione e frode – questione certamente troppo ampia per poter essere anche solo sfiorata in questa sede – cfr. Laurent, Principes de droit civil, 16, Bruxelles, 1878, 578 ss.; Fr. Ferrara Sen., Della simulazione dei negozi giuridici, Roma, 1922, 67 ss.; Planiol, Traité élémentaire de droit civil, II, Paris, 1923, 402; Colin e Capitant, Cours élémentaire de droit civil français, II, Paris, 1931, 62 s.; Butera, Della simulazione nei negozi giuridici e degli atti «in fraudem legis», Torino, 1936, 54 ss.; Carraro, Il negozio in frode alla legge, Padova, 1943, 104 ss.; Distaso, Simulazione dei negozi giuridici, in Noviss. dig. it., XVII, Torino, 1970, 412 ss. Per ulteriori richiami alle opere in tema di simulazione cfr. per tutti Distaso, op. cit., 359 ss. ; Casella, Simulazione (dir. priv.), in Enc. dir., XLII, Milano, 1990, 593 ss.; Perego, La simulazione nel matrimonio civile, Milano, 1980; Id., Simulazione del matrimonio (dir. priv.), in Enc. dir., XLII, Milano, 1990, 615 ss.; Gentili, Simulazione dei negozi giuridici, in Digesto quarta edizione, Discipline privatistiche, Sezione civile, XVIII, Torino, 1998, 511 ss.