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Timestamp: 2017-10-18 13:15:16+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 185']

Cass.civ. 12 giugno 1998, n. 1103
Protesto illegittimo e lesione della reputazione personale e commerciale: il danno è presunto? (Cassazione Civile, Prima Sezione, 12 giugno 1998, n. 11103, Presidente CANTILLO, Consigliere Relatore CARBONE - D’Agostono c. CA.RI.PLO., Cassa di risparmio per le Provincie Lombarde S.p.A. e Bellini).
Il protesto cambiario costituisce causa di discredito sia personale che commerciale e, se illegittimo, è idoneo a provocare un danno patrimoniale sotto il profilo della lesione all’onore e alla reputazione del debitore come persona, al di là dei propri interessi commerciali.
Allorché l’illegittimo protesto abbia leso i diritti alla persona, come quelli alla reputazione, per il discredito subito, il danno è in re ipsa e dovrà essere risarcito senza che incomba sul danneggiato l’onere di fornire la prova della sua esistenza.
1. La sentenza qui di seguito commentata ha per oggetto il tema della risarcibilità del danno patrimoniale derivante dalla levata di un protesto illegittimo. In particolare, affronta il problema della configurabilità di una lesione della reputazione personale dell’illegittimo protestato derivante dal protesto illegittimo, attribuendo effetti e conseguenze giuridiche differenti a seconda dell’interesse volta a volta leso.
2. Nel caso di specie, l’attore, impiegato bancario, adiva l’Autorità Giudiziaria lamentando di aver subito un illegittimo protesto bancario in seguito alla falsificazione materiale di una cambiale da lui rilasciata nell’ambito di un finanziamento per l’acquisto di un immobile, imputabile sia alla Banca trattaria che al notaio presso il quale la cambiale era stata inviata per il protesto. In particolare, il notaio aveva fisicamente alterato la scadenza della cambiale, modificando la data da 31.10.89 a 3.11.88, in modo tale che la cambiale sembrasse scadere un anno prima di quanto effettivamente compilato al momento dell’emissione. Le abrasioni sul titolo risultavano vistose ed evidenti.
3. L’attore, inoltre, chiedeva il risarcimento dei danni materiali e morali subiti per l’illegittimo protesto.
4. In prima istanza il Tribunale adito, accogliendo le richieste dell’attore, riteneva responsabili dell’illecito commesso la Banca ed il notaio, in solido tra loro ed in eguale misura, condannandoli al risarcimento del danno ed escludeva, invece, ogni addebito per il creditore che aveva rimesso il titolo alla banca per lo sconto.
5. Nel secondo grado di giudizio, la Corte d’Appello, pur confermando la responsabilità dei due soggetti già soccombenti in primo grado, negava l’esistenza di un danno patrimoniale in concreto ravvisando, nei fatti dedotti dall’attore, una mera "potenzialità dannosa" non sufficiente a legittimarne il risarcimento del danno, che non riteneva adeguatamente provato. Nella specie, riteneva la Corte d’Appello, né il trasferimento del debitore da Milano a Roma, né il rigetto - avvenuto 18 mesi dopo il protesto - di una domanda di mutuo effettuata dall’attore (fatti addotti da parte attrice quale prova del danno subito) venivano ritenuti motivi sufficientemente validi per avvalorare l’esistenza di un danno patrimoniale per lesione della reputazione commerciale.
6. Per una corretta e attenta analisi della problematica in esame, occorre, in via preliminare, operare una distinzione tra (i) le norme relative alla natura del protesto da una parte e (ii) le norme relativa alla risarcibilità del danno dall’altra.
(i) Prima di tutto, in relazione al protesto, si devono richiamare le norme che regolano la disciplina dei titoli di credito ed in particolare la c.d. "Legge Cambiaria", R.D. 14 dicembre 1933, n.1669, con il quale si è data attuazione in Italia alla convenzione di Ginevra del 7 giugno 1930, successivamente modificata, per quel che concerne in particolare la disciplina regolante il protesto(1), dalla legge 16 giugno 1973, n.349.
7. E’ poi la stessa Suprema Corte, al fine di chiarire ulteriormente la connotazione sociale del protesto, a rifarsi espressamente alla nuova legge n. 108 del 7 marzo 1996 sull’usura, e in particolar modo agli artt. 17 e 18 della stessa, che prevedono (come si è più sopra già visto) per il protestato una possibile "riabilitazione"; nell’offrire una via d’uscita per eliminare le conseguenze dannose per il protesto, sottolineano i devastanti effetti che questo può avere sulla reputazione personale del protestato.
(ii)	In tema di risarcibilità del danno conseguente da un protesto illegittimo, la Legge Cambiaria non da’ alcuna indicazione. Occorre quindi applicare l’art. 2043 c.c., punto di riferimento cardinale in materia di risarcibilità del danno per fatto illecito, il quale, costruito come clausola generale, è suscettibile di applicazione alle più diverse fattispecie concrete.
8. Poiché il problema qui trattato riguarda la violazione di diritti della persona e specificatamente la lesione dell’onore e del decoro, non pare particolarmente audace spostare ora l’attenzione su quelle norme che l’ordinamento giuridico, sia in sede civile che in sede penale, predispone per fornire un’adeguata tutela a tali diritti.
9. In particolare, dal punto di vista dell’integrità morale, il diritto all’onore viene protetto, oltre che sul piano penale con le sanzioni per i reati di ingiuria e diffamazione(2), anche sul piano civile, con l’obbligo, come si è detto, al risarcimento dei danni(3), compresi eventualmente quelli morali(4).
10. Interessanti spunti di riflessione, infine, possono derivare dagli artt. 6, 7 e 10 c.c. attraverso i quali l’ordinamento pone in essere un’ulteriore tutela dell’onore e della reputazione nelle forme del diritto al nome e all’immagine.
11. La Corte di Cassazione si era già occupata dello stesso problema, relativo cioè alla risarcibilità del danno patrimoniale derivante dalla lesione della reputazione quale conseguenza di un illecito protesto(5).
12. In tale circostanza, l’attore lamentava l’insorgenza di un esaurimento organico e nervoso, con conseguente perdita della clientela, causato dalla levata di un protesto da lui illegittimamente subito.
13. La Corte, ponendo al centro dell’attenzione il diritto alla reputazione quale fondamentale attributo della persona umana, aveva considerato il protesto illegittimo un fatto idoneo, in quanto tale, a ledere detto diritto.
14. Sotto questo profilo, il concetto di reputazione, per l’oggetto trattato, veniva ora ad essere sganciato dalla sua tipica connotazione commerciale che sembrava essere stata, fino ad allora, l’unica lesione meritevole di risarcibilità, per estendersi alle ipotesi di mera offesa all’onore ed alla reputazione della persona come tale.
15. Sotto questo profilo, impregiudicata la risarcibilità di ogni possibile nocumento alla reputazione commerciale, da valutarsi "nel contesto di tutti gli altri elementi della situazione in cui si inserisce"(6), la Corte era arrivata ad affermare con chiarezza che, nell’ipotesi di un protesto illegittimo, il danno era da considerarsi in re ipsa, essendo direttamente riconducibile al momento consumativo dell’illecito coincidente con la levata stessa del protesto.
16. Alla luce di tale argomentazione, la distinzione tra lesione della reputazione commerciale e lesione della reputazione personale veniva a porsi quale momento chiarificatore delle conseguenze di un protesto illegittimo, esimendo il danneggiato, nel caso di violazione di un diritto della persona, dall’onere di fornire la prova dell’esistenza del danno.
17. Nella sentenza qui in esame, la Suprema Corte, facendo proprie le argomentazioni giuridiche della sua precedente sentenza testé esposta, accogliendo il ricorso promosso dall’attore, rivisita il delicato e controverso tema della risarcibilità del danno patrimoniale conseguente alla lesione della reputazione personale cagionata da un protesto cambiario illegittimo.
18. L’analisi della sentenza Corte d’Appello che si impugnava avanti la Suprema Corte si fondava sulla considerazione che un protesto illegittimo, pubblicato nel bollettino delle camere di commercio, non potesse di per sé considerarsi produttivo di danno per lesione della reputazione commerciale, se tale pregiudizio non venisse specificamente provato. Negando nel caso di specie l’esistenza di un danno patrimoniale in concreto, adduceva a tal fine la stessa Corte d’Appello, quale indici rilevatori del danno, la necessità di rivolgersi a finanziatori privati a seguito della sospensione di affidamenti bancari, o l’interruzione di forniture o di trattative commerciali, richiamando la precedente giurisprudenza della Cassazione(7).
19. La Cassazione, nella sentenza qui considerata, cambiando decisamente rotta rispetto all’impostazione seguita dal giudice di merito, afferma che il protesto, poiché attribuisce pubblicità all’insolvenza del debitore, costituisce un motivo di discredito sia personale che commerciale. Tale fatto, sarebbe dunque idoneo a "provocare un danno patrimoniale sotto il profilo della lesione dell’onore e della reputazione del debitore come persona", e ciò indipendentemente da eventuali suoi interessi commerciali.
20. Onde dare fondamento a tale conclusione, la Corte opera una distinzione tra lesione della reputazione commerciale e lesione della reputazione personale, in relazione alla prova del danno.
21. Nel primo caso, la lesione è ritenuta costituire un semplice indizio dell’esistenza di un danno effettivo "da valutare nel contesto di tutti gli altri elementi della situazione in cui si inserisce". Solo nel caso in cui vi sia la verifica positiva del pregiudizio subito, questo sarà risarcibile.
22. Per converso, la lesione della reputazione personale esimerebbe il soggetto leso dall’onere di fornire in concreto la prova del danno in quanto questo viene considerato in re ipsa.
23. A maggior sostegno di tale argomentazione, la Corte richiama la nuova legge sull’usura(8) laddove prevede la possibilità - per il soggetto che abbia subito un unico protesto legittimo nel corso dell’anno e che abbia corrisposto l’intero importo dovuto - di ottenere la "riabilitazione", nonché l’annullamento del protesto, che deve essere considerato "a tutti gli effetti, come mai avvenuto"(9).
24. Il ragionamento seguito dalla Corte ha preso le mosse dalla considerazione che la citata norma non avrebbe avuto alcuna ragione d’essere se il protesto non fosse stato ritenuto fonte immediata di danno alla reputazione personale. Infatti, scopo della stessa norma è la riabilitazione come persona di chi ha subito - seppur legittimamente - il protesto.
25. Se dunque un protesto legittimo è di per sé idoneo a cagionare un danno alla persona in quanto tale, a maggior ragione lo è un protesto illegittimo.
26. In definitiva, la Corte conclude affermando che gli "effetti dannosi del protesto illecito non possono limitarsi all’area della reputazione commerciale", intendendo qui che una lesione della reputazione personale è sempre configurata.
27. Il problema della risarcibilità del danno quale conseguenza di un protesto illegittimo non è nuovo e così come la giurisprudenza, anche la dottrina non ha mancato di pronunciarsi a riguardo.
28. In particolare, interessanti spunti di riflessione ci derivano da F.S. MARTORANO(10) che, nell’affrontare il tema della risarcibilità del danno alla salute causato da protesto illegittimo, ha sottolineato il rischio di un’eccessiva dilatazione dell’ambito risarcitorio che esuli dall’"obbiettiva portata di un protesto illegittimo e, più in generale, dal principio di consequenzialità causale tra illecito ed evento di danno".
29. L’Autore, se da un lato rileva come il protesto - quale atto pubblico di constatazione del mancato pagamento del titolo - sia potenziale fonte di discredito, e che ove questo risulti illegittimo si traduce in un illecito che ai sensi dell’art. 2043 c.c. configura a carico del soggetto responsabile un obbligo risarcitorio, dall’altro, al fine di pervenire ad una compensativa riparazione del danno, considera imprescindibile il passaggio dettato dall’accertamento di un nesso di causalità.
30. Alla luce di tali considerazioni, l’Autore ribadisce che "appare poco plausibile, secondo un giudizio di probabilità ex ante, che un’illegittima levata di protesto possa innescare, dal punto di vista naturalistico, una sequenza causale tale da produrre, quale conseguenza normale, una lesione all’integrità psichica"(11).
31. Tra l’orientamento invalso in giurisprudenza all’inizio degli anni sessanta e che ha trovato consenso anche nella dottrina di allora, secondo cui il danno è in re ipsa e deve considerarsi già configurato al momento della levata del protesto illegittimo, e quello che esclude una presunzione di danno e di responsabilità, ritenendo la levata di protesto solo un fatto potenzialmente lesivo, il cui pregiudizio deve essere specificamente provato, l’Autore, collocandosi in una posizione intermedia, sottolinea come - pur senza giungere ad una eccessiva estensione dell’ambito di risarcibilità - sia innegabile che da un protesto illegittimo possa derivare un pregiudizio nella sfera giuridica del debitore, limitandolo peraltro alla reputazione economica o a quella personale.
32. Seguendo tale prospettiva, tuttavia, mentre il danno alla sfera della personalità si delinea come una conseguenza quasi connaturata al compimento dell’atto di protesto, ma pur sempre da provare nel suo effettivo insorgere, ben più rigoroso deve ritenersi il regime probatorio allorché si deduca una lesione della reputazione commerciale o ancor più un danno alla salute.
33. In accoglimento della tesi della Cassazione (12) sulla configurabilità del danno alla salute quale danno in re ipsa al pari di quello alla reputazione personale, sembra essere la posizione di V. ZENO-ZENCOVICH(13) che, sottolineando l’incidenza negativa del protesto sull’immagine commerciale del debitore e "sulle sue facoltà di operare serenamente nel suo consueto ambiente", arriva addirittura a configurare un’ipotesi di danno biologico.
34. Tale soluzione, peraltro, collegando il danno alla salute, in cui si sostanzia la lesione dell’integrità psichica, a quello biologico, non è immune dalle censure sopra menzionate.
35. Peraltro le considerazioni fin qui esposte ci impongono una più attenta analisi sui concetti di reputazione e di onore. In particolare, su quest’ultimo punto, si deve ricordare che l’onore, quale diritto di una persona a non vedersi attribuire fatti non veri e infamanti, fu tutelato inizialmente solo in sede penale (14) ed approdando in sede civilistica solo in virtù del richiamo dell’art. 185, 2° comma, c.p. e cioè solo nell’ipotesi di diffamazione dolosa per lesione alla reputazione morale dell’individuo(15). La dottrina penalistica nel tentativo di individuare il contenuto del bene tutelato, ha delineato un concetto di onore in senso formale, quello cioè che spetta originariamente a ciascuno, contrapposto a quello di onore reale che coinciderebbe con i meriti e il prestigio che ciascuno ha saputo acquisire all’interno del gruppo sociale in cui vive.
36. Su tali basi la giurisprudenza civilistica ha poi esteso l’ambito di tutela del diritto all’onore e staccandosi dalla nozione penalistica, ha tipizzato vari tipi di ipotesi lesive, alla reputazione politica, economica e professionale della vittima(16).
37. Peraltro i confini labili e non sempre chiari di tali concetti hanno finito per confonderli gli uni con gli altri, confusione che, inevitabilmente, poi, si riflette sul piano delle conseguenze giuridiche della lesione.
38. Onore e reputazione, come è pacifico, ma non sembra inutile ricordarlo, sono concetti non coincidenti, il primo caratterizzandosi - sempre - per una percezione soggettiva interna della persona del proprio valore sociale, inteso come complesso delle doti morali, intellettuali, fisiche, il secondo, invece, proiettando all’esterno tale valore, individua la percezione che gli altri hanno di noi, intesa come stima e considerazione sociale. Come è stato ben sottolineato, la reputazione configura "il rapporto di giudizio che si instaura tra un soggetto ed una comunità"(17). Se si accetta tale interpretazione, la distinzione tra diritto alla reputazione personale, la cui violazione comporta la "lesione alla dignità ed al prestigio che , come tale, può colpire ogni persona indipendentemente dall’attività che essa svolge"(18) e il diritto alla reputazione economica, la cui violazione si concretizza nel "discredito commerciale suscettibile di recar nocumento soprattutto a chi svolge un’attività commerciale"(19), ha senso solo in quanto valga a meglio delimitare il campo in cui opera la lesione, e non anche per individuare diritti soggettivi autonomi concettualmente diversi(20).
39. Tale impostazione del problema, che ha trovato ampi spazi sia in dottrina sia in giurisprudenza, fonda la sua premessa concettuale sull’idea che la reputazione della persona debba ricevere adeguata tutela dall’ordinamento a prescindere da eventuali lesioni di interessi economici che incidono nella sfera patrimoniale. Peraltro, se da un lato è pacifico che la lesione di questi interessi determini nel soggetto leso il diritto al risarcimento dei danni, dall’altro - sul piano delle conseguenze giuridiche - questa distinzione ha indotto gli operatori a richiedere una prova del danno diversa a seconda dell’individuazione degli interessi lesi.
40. Così, anche in tema di risarcimento del danno prodotto da un protesto illegittimo, si è detto che il danno è in re ipsa e dunque non necessita di essere provato quanto alla lesione del diritto alla reputazione personale, laddove la lesione del diritto alla reputazione commerciale richiederebbe la prova effettiva del pregiudizio patito(21) .
41. In realtà, le fondazioni sulle quali si è eretta l’impostazione che distingue un diverso onere probatorio, appaiono tutt’altro che solide. Infatti, anche a voler ammettere una presunzione di danno in conseguenza di un protesto illegittimo, non si capisce perché le conseguenze patrimoniali legate alla lesione della reputazione commerciale debbano essere sempre provate solo quando il protesto di per sé va ad incidere immediatamente nella sfera delle relazioni commerciali.
42. Sotto questo profilo, la necessità di dover provare un effettivo pregiudizio in un caso - e non nell’altro - non si spiega.
(1) Art. 60 L.C.
(2) Artt. 594, 595 c.p.
(3) Art. 2043 c.c.
(4) Artt. 2059 c.c., 185 c.p.
(5) Cass. civ., 23 marzo 1996, n. 2576, Cesari c. Banca pop. Etruria e Lazio, in Banca Borsa, 1997, II, 382.
(6) Cass. civ., 23 marzo 1996, n. 2576, 382.
(7) Cass. civ., 26 marzo 1997, n. 2679, Frattasio c. Buttazzoni, in Vita Notar., 1997, 425.
(8) l. 7 marzo 1996, n. 108, artt. 17 e 18.
(9) Art. 17, 6° comma , L. "usura".
(10) Martorano, Le mobile frontiere del danno alla salute: lo shock da protesto illegittimo, in Banca Borsa, 1997, II, 384.
(11) Martorano, cit., 392.
(12) Cass.civ., 23 marzo 1996, n. 2576, cit.,
(13) Zeno-Zencovich, Considerazioni sul danno da protesto illegittimo, in Banca Borsa, 1991, II, 499, in commento a Trib. Milano, 28 settembre 1989.
(14) Artt. 594,595 c.p.
(15) Cfr. Visentini, I fatti illeciti, I, L’ ingiustizia del danno, Padova, 1987, 243 ss.; Garutti, Il diritto dell’ onore e la sua tutela civilistica, Padova, 1987.
(16) Alpa e Bessone, I fatti illeciti, in Tratt. Rescigno, VI, 14, Torino, 1982, 102; De Cupis, I diritti della personalità, in Tratt. Cicu, Messineo e Mengoni,IV, Milano, 1982, 271; V. Zeno-Zencovich, Onore, reputazione e identità personale, in La responsabilità civile, rassegna diretta da Alpa e Bessone, Torino, 1987, 46.
(17) V. Zeno-Zencovich, op. cit.
(18) Trib. Milano, 28 settembre 1989, cit., 496.
(19) Trib. Milano, 28 settembre 1989, cit., 496.
(20) Pantaleoni, Rassegna di giurisprudenza in tema di reputazione economica, in Riv. dir. comm., 1996, 263 e ss.
(21) Cass. civ., 23 marzo 1996, n. 2576, cit., 386