Source: https://www.diritto.it/la-famiglia-tra-derive-e-prospettive/
Timestamp: 2017-09-26 12:54:10+00:00
Document Index: 42216756

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 29', 'art. 31', 'art. 37', 'art. 51', 'art. 53', 'art. 2', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 40', 'art. 143', 'art. 144', 'art. 29']

Marzario Margherita, 6 febbraio 2014
Abstract: L’Autrice sintetizza il concetto di famiglia esponendone le componenti costitutive e funzionali al suo ruolo nella società.
1. Introduzione: chi è la famiglia oggi e di oggi?
“Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a modo suo” (Lev Tolstoj, in “Anna Karenina”). Si tende a puntare il dito sulla famiglia infelice ritenendola causa di costi economici e sociali trascurando, invece, quali siano i punti di forza della famiglia che la rendono “ri-sorsa”, nonostante tutto e tutti, e su cui puntare ogni forma di investimento. Felicità non è un traguardo ma una condizione, etimologicamente è fecondità, fertilità, prosperità, ed ogni famiglia è felice a suo modo, anche quella disgregata, ricostituita o allargata. La famiglia resta tale, anche in caso di separazione/divorzio dei coniugi o cessazione della convivenza more uxorio della coppia di fatto, soprattutto se vi sono dei figli e/o dei beni materiali e immateriali. Bisogna, pertanto, convenire su quali siano le componenti che danno alla famiglia identificazione socio-giuridica e che la rendono punto di riferimento nella vita di ogni persona, come luogo di inizio e di ritorno di ogni percorso di vita. “La famiglia è stata oggetto di numerosi attacchi, e più volte se ne è annunciata la fine, ma pare che essa abbia vita più solida di molti movimenti che pretendevano di eliminarla come un residuo del passato. In tutte le inchieste, in Europa e altrove, la famiglia, qualunque ne sia l’esito, è sempre in cima alle preoccupazioni e agli interessi degli intervistati. È il sogno di tutti e di tutte. Si sono così moltiplicate le ricerche per comprenderne meglio i meccanismi e gli aspetti e soprattutto il rapporto con la società in cui è destinata a vivere e di cui ha pure bisogno, e viceversa” (GianPaolo Salvini, gesuita ed economista)[1].
2. Le componenti della famiglia
“Una famiglia è un gruppo sociale nel quale sono permessi rapporti sessuali fra i membri adulti, la riproduzione avviene in modo legittimo, il gruppo è responsabile verso la società per la protezione e l’allevamento dei bambini e, infine, il gruppo è un’unità economica se non altro come unità di consumo”[2] (dalla storica definizione dell’antropologo statunitense George Peter Murdock, nel 1949). Anche se risalente, questa definizione contiene i punti cardinali della famiglia: la sessualità, la legittimità, la responsabilità, l’unità. Oltre agli aspetti rilevanti nelle varie scienze umane, quali antropologia e sociologia, è interessante rileggere queste componenti alla luce della nostra Costituzione. La sessualità è espressione della personalità (art. 2 Costituzione) e della persona umana (articoli 3 e 32 Costituzione). La legittimità è il riconoscimento da parte dell’ordinamento giuridico (art. 29 Costituzione), da cui seguono delle garanzie. La responsabilità è legata all’inserimento della famiglia nella più vasta comunità; si noti che la parola “adempimento” nella Costituzione è usata nell’art. 31 relativo alla famiglia (“adempimento dei compiti”), nell’art. 37 relativo alla donna lavoratrice e alla sua essenziale funzione familiare, nell’art. 51 relativo a chi svolge funzioni pubbliche e nell’art. 53 relativo al servizio militare, tutte specificazioni dell’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale di cui all’art. 2. La famiglia, dunque, è vocata ad una funzione pubblica e alla corrispondente responsabilità. L’unità (art. 29 comma 2 Costituzione) è elemento identificativo e finalità della famiglia a cui tendono anche le moderne compagini familiari, come la “famiglia poligamica o poliamorosa”. La famiglia, pertanto, nasce e cresce nella sessualità, si consolida nella legittimità, si misura nella responsabilità, vive nell’unità. In tal modo la famiglia realizza la bella definizione data nel Preambolo della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia del 1989 dove si sottolinea come: “[…] la famiglia, quale nucleo fondamentale della società e quale ambiente naturale per la crescita ed il benessere di tutti i suoi membri ed in particolare dei fanciulli debba ricevere l’assistenza e la protezione necessarie per assumere pienamente le sue responsabilità all’interno della comunità”.
Secondo la definizione dell’antropologo polacco Bronisław Malinowski vi è una famiglia se, e soltanto se, vi è un ruolo di padre che a) determini lo status giuridico, i diritti e le obbligazioni dei figli riconosciuti legittimi, b) sia investito dalla società della responsabilità per la condotta dei figli minori[3]. La disciplina e la considerazione della paternità e dei figli legittimi hanno subito una lenta e anche dovuta evoluzione, mentre merita una riflessione il “ruolo”. La famiglia è quel gruppo sociale in cui conta il “ruolo” (da “manoscritto arrotolato su cui erano scritti i nomi”) di ogni membro e in cui contano la certezza e la chiarezza dei ruoli, soprattutto se vi sono dei figli. Ruolo come coerenza, complementarietà e crescita comune. “Le trasformazioni culturali che hanno segnato la società occidentale negli ultimi 60 anni hanno portato con sé significativi cambiamenti anche nelle dinamiche presenti in famiglia. In passato non vi era dubbio su chi detenesse il potere educativo: vi era una gerarchia ai cui vertici stavano i genitori, talvolta alcuni nonni, e ai “piani inferiori” i figli. Si trattava talvolta di schemi rigidi, scarsamente negoziabili. Oggi i ruoli e le gerarchie non solo si sono fatte più flessibili, ma talvolta addirittura liquide o ribaltate. Accade sempre più spesso di osservare dinamiche familiari in cui bimbi e adolescenti dominano le scene della quotidianità domestica. I figli sono sempre più insofferenti nei riguardi dei genitori o degli agenti educativi (per esempio la scuola) e dei loro incipit pedagogici. I genitori si dimostrano in balìa delle richieste economiche dei figli, incapaci di porre limiti agli slanci di autonomia dei ragazzi neo-adolescenti, sofferenti all’idea di vedere frustrato il figlio da un proprio incipit educativo. Insomma, ci troviamo di fronte a genitori confusi e figli apparentemente dominatori, ma forse altrettanto confusi. Volendo individuare alcuni fattori che favoriscano e mantengano queste problematiche si può affermare che vi sia una lacuna nel ruolo di timoniere da parte dei genitori. Non sanno che pesci pigliare, sembra che la funzione educativa abbia perso di prospettiva schiacciandosi su scelte aventi valenza nel breve ma non sul lungo termine. Vi è stato un passaggio dalla autorità educativa alla dittatura filiale, da una verticalità eccessiva dei ruoli a un appiattimento in cui più che di genitori e figli si potrebbe parlare di compagni o amici” (Elisa Mazzola, psicologa e psicoterapeuta, consulente on line). Se nocivi sono gli effetti della confusione o dell’affievolimento dei ruoli, altrettanto è da evitare la fissità e la rigidità dei ruoli. “È una famiglia disturbata quella in cui ogni membro ha un ruolo fisso, e la comunicazione è rigidamente limitata alle espressioni che si adattano a questi ruoli. Nessun membro è libero di esprimere pienamente le sue esperienze, i desideri, i bisogni e i sentimenti, ma deve limitarsi a recitare la sua parte, in conformità a quella che recitano gli altri componenti della famiglia. In tutte le famiglie esistono dei ruoli ma, con il cambiare delle circostanze, anche i vari membri devono cambiare e adattarsi alle novità perché la famiglia resti sana. Così il tipo di cure materne appropriate per un bambino di un anno sarà del tutto inopportuno per un tredicenne; anche il ruolo materno deve cambiare per adattarsi alla realtà. Nelle famiglie disturbate, molti aspetti importanti della realtà vengono negati, e i ruoli restano rigidi. Quando nessuno può discutere quello che riguarda un singolo membro della famiglia o la famiglia nel suo insieme, quando questi discorsi sono proibiti implicitamente (se si cambia argomento) o esplicitamente (“Noi non parliamo di queste cose!”), si impara a non credere alle proprie percezioni e ai propri sentimenti” (Robin Norwood, psicoterapeuta statunitense)[4].
Non solo ogni membro della famiglia ha un ruolo, ma la famiglia stessa ha un ruolo: la socialità. Nella Costituzione la famiglia è definita “società naturale” (art. 29 comma 1); il costituente ha usato la parola “società” solo in un altro articolo, l’art. 4 relativo al lavoro, in cui si legge “Ogni cittadino ha il dovere di svolgere secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. E la famiglia rappresenta tutto ciò. “Società” da “socio”, colui che segue, che accompagna; la famiglia non è un semplice gruppo, ma società non solo per la vita in comune bensì per le competenze sociali che fornisce ai suoi membri, i quali in caso di disfunzioni familiari possono presentare comportamenti asociali, dissociali o addirittura antisociali. La famiglia è la formazione sociale (art. 2 Costituzione) per eccellenza, fonte e fondamento della solidarietà sociale (art. 2 Costituzione, ultima parte), della dignità sociale (art. 3 Costituzione) e dei rapporti etico-sociali (rubrica del Titolo II della Parte I della Costituzione, in cui la famiglia è disciplinata negli artt. 29-31). Quando la famiglia fallisce nel suo ruolo ne pagano le conseguenze i figli che possono manifestare forme di devianza sino a sfociare nella delinquenza ed allora sono necessari interventi affinché il figlio si riappropri del suo ruolo: “[…] facilitare il suo reinserimento nella società e di fargli assumere un ruolo costruttivo in seno a quest’ultima” (dall’art. 40 della Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia).
La famiglia, oltre ad essere la prima società, è stata sempre considerata un’impresa. “La riforma del diritto familiare del 1975 ha liberato la famiglia dalle funzioni sociali, educative, assistenziali e produttive che l’avevano sempre connotata, riducendola a mero luogo di affetti. Questo tra l’altro può significare che, quando finiscono gli affetti, finisce anche la famiglia. Occorre invece recuperare la concezione della famiglia come prima impresa, e in ogni caso creare una legge quadro che ne ricomponga i vari aspetti, divisi nel 1975” (G. Salvini)[5]. In realtà, la legge 19 maggio 1975 n. 151 “Riforma del diritto di famiglia” ha liberato la famiglia dalla considerazione e dalla costruzione riduttiva di “impresa produttiva” dandole la giusta dimensione di “impresa” nel senso letterale di “imprendere”, intraprendere, incominciare, incaricarsi, inteso come assumersi l’incarico, addossarsi la cura. Tutto questo lo si evince già dall’art. 143 del codice civile in cui, rispetto al vecchio testo previgente, è stata inserita la locuzione “collaborazione nell’interesse della famiglia”, dalla rubrica e dal contenuto dell’art. 144 del codice civile, in cui si parla di concordare l’indirizzo della vita familiare, e da altri articoli. Numerosi sono gli indici normativi introdotti dalla riforma del diritto di famiglia che evidenziano l’attribuzione di soggettività alla famiglia, in ossequio al disegno costituzionale in cui sono riconosciuti “i diritti della famiglia” (art. 29 Costituzione, comma 1) e, pertanto, la famiglia non è subordinata ai singoli affetti. I singoli affetti sono sublimati dall’affettività (dal latino “ad facere”, fare, operare, agire, produrre verso; da cui, poi, è derivato il significato odierno di “attaccare, commuovere, toccare, rendere infermo”), complesso dei sentimenti e degli stati d’animo che, nel bene e nel male, lega una famiglia, su cui si basa una famiglia. L’affettività familiare, con i suoi intrichi e intrighi, rappresenta un unicum, tanto che nei casi in cui sia ostacolata, come nei confronti delle persone minori d’età e delle persone detenute, si cerca di garantire ugualmente il diritto all’affettività. In base a come si vive e convive la socialità e l’affettività familiare, la famiglia diventa un “bene relazionale” o un “male relazionale”. “È un dato acquisito che le famiglie normocostituite sono anche quelle che hanno migliori rapporti con la scuola dei figli, i quali hanno livelli di riuscita più elevati. […] Ma c’è molto di più. Poiché le famiglie più stabili hanno più capitale sociale primario, esse danno ai figli una maggiore socializzazione educativa, dal momento che intessono reti di relazioni dove i figli trovano maggiore sicurezza, senso di appartenenza e così possono evitare comportamenti devianti” (da una recente ricerca sociologica)[6]. “[…] la famiglia è una risorsa per l’individuo in quanto lo è per la società, e lo è per la società in quanto lo è per l’individuo. Il fenomeno è relazionale”[7]. […] “l’identità familiare è unica e infungibile rispetto alle altre forme di convivenza non già – come molti studiosi ritengono – perché così lo impone una certa cultura o un certo sistema sociale, ma a motivo della sua specifica e intrinseca qualità relazionale”[8].
3. Il concetto di famiglia e le sue componenti iscritte nella famiglia stessa
La famiglia trova iscritto in se stessa ciò che la caratterizza e la rende imperitura, nonostante tutto e tutti. Etimologicamente “famiglia” deriva dall’italico “famel” e dall’osco “faam”, che significa “casa” da cui, poi, è derivato il latino “famul, famulus”, “servitore”. Casa e servizio: casa indica stabilità, condivisione, abitudini, riti, mentre servizio indica gratuità, generosità, laboriosità. A conferma di ciò, l’assegnazione della casa familiare e la somministrazione di servizi sono proprio gli aspetti su cui ci scontra di più nelle cause di separazione coniugale. Casa e servizio così intesi rappresentano ogni famiglia – da quella anagrafica a quella di fatto -, anche quando non vi sono il matrimonio e i figli. Facendo riferimento all’origine etimologica delle parole, “matrimonio”, come compito della madre (da “misurare, preparare, formare, produrre”), e “figli”, come segno di prosperità, sono l’espressione della “casa” e del “servizio” da cui nasce e per cui nasce la famiglia. Per questo è necessario che ci sia la differenza di sessi nella famiglia perché la “differenza”, che è intrinsecamente un movimento perché è portare da una parte all’altra e quindi divulgare, diffondere, trapiantare, è foriera di relazione, ricchezza, vita. I significati di “casa” e “servizio” rappresentano il “codice di istruzioni” della famiglia che è espresso dai moderni sociologi come: il desiderio e la volontà del dono gratuito, la norma della reciprocità, la sessualità come mezzo e risorsa (e non solo o necessariamente unione nei rapporti sessuali, ma formazione e affermazione della propria identità), la generatività.
“Nella famiglia si imparano lo spirito della cooperazione e la conseguente logica della solidarietà, che implica l’attenzione e la gratuità nei confronti dei membri più deboli; si impara che l’amore non è retorica o sentimentalismo, bensì impegno quotidiano, assunzione di un carico, di una responsabilità verso l’altro. Qui, infatti, non sono in gioco fini uguali, ma un unico fine comune a tutti: un matrimonio fallito, o un figlio che si droga, sono un problema per tutti i membri della famiglia” (il pedagogista Giuseppe Savagnone).[9]
[1] G. Salvini in La Civiltà Cattolica, n. 3901 del 5 gennaio 2013, Roma, p. 65.
[2] Grande Dizionario Enciclopedico, vol. VII, voce “Famiglia” (a cura di A. Cavalli), UTET, Torino 1976, p. 523.
[3] Grande Dizionario Enciclopedico, vol. VII, voce “Famiglia” (a cura di A. Cavalli), UTET, Torino 1976, p. 523.
[4] R. Norwood, Donne che amano troppo, Feltrinelli, Milano 2009, p. 23.
[5] G. Salvini in La Civiltà Cattolica, n. 3921 del 2 novembre 2013, Roma, p. 281.
[6] P. Donati (a cura di), Famiglia risorsa della società, il Mulino, Bologna 2012, p. 46.
[9] G. Savagnone, A. Briguglia, Il coraggio di educare, Elledici, Leumann (TO) 2009, p. 74.