Source: http://www.treccani.it/enciclopedia/imputato-e-legittimo-impedimento_(Il-Libro-dell'anno-del-Diritto)/
Timestamp: 2017-12-12 04:41:27+00:00
Document Index: 41789036

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 420', 'sentenza ', 'art. 87', 'art. 5', 'sentenza ']

Imputato e legittimo impedimento in "Il Libro dell'anno del Diritto"
Imputato e legittimo impedimento
Il tema del legittimo impedimento per ragioni istituzionali dell’imputato che eserciti funzioni di Governo rivela delicate intersezioni di contrapposti interessi, tutti meritevoli di tutela. Il più recente intervento, sul punto, della Corte costituzionale – la sentenza n. 168/2013, che ha risolto il conflitto di attribuzione tra Presidente del Consiglio e Tribunale di Milano – è oggetto di analisi del presente contributo.
1. La ricognizione 1.1 La decisione n. 23/2011
2. La focalizzazione. La sentenza costituzionale n. 168/2013
Ancora una volta, all’attenzione della Consulta è tornata la disciplina del legittimo impedimento dell’imputato, esercente funzioni di governo, a comparire ad una udienza innanzi al giudice penale. Con la sentenza 1°.7.2013, n. 168, la Corte costituzionale, in particolare, ha risolto il conflitto di attribuzioni tra poteri dello Stato, sollevato dall’allora Presidente del Consiglio nei confronti del Tribunale di Milano a seguito dell’adozione dell’ordinanza emessa dallo stesso organo giudiziario, in data 1° marzo 2010, con la quale era stata rigettata l’istanza di rinvio del procedimento per legittimo impedimento dell’imputato, contestualmente impegnato nella presidenza di una riunione del Consiglio dei ministri.
Sullo sfondo della decisione la pregressa giurisprudenza del Giudice delle leggi, sollecitato più volte ad intervenire per verificare l’ortodossia costituzionale dei vari provvedimenti legislativi adottati in materia di procedimenti a carico delle alte cariche delle Stato.
Dopo le due decisioni con le quali era stata dichiarata l’incostituzionalità prima del cd. “Lodo Schifani”1 e poi di quello Alfano2, la Corte venne di nuovo chiamata a verificare la legittimità di quanto previsto dalla l. 7.4.2010, n. 513 che conteneva disposizioni che, in qualche maniera, intendevano tracciare un espresso collegamento con la regolamentazione codicistica del legittimo impedimento. Ancora una volta la Corte giunse ad una declaratoria, seppur parziale, di incostituzionalità4, con argomentazioni che appare utile richiamare in quanto possono essere considerate l’antecedente logico della decisione in commento.
1.1 La decisione n. 23/2011
In particolare, nella pronuncia n. 23/2011 si ribadiva innanzitutto la necessità che il diritto comune dovesse essere applicato secondo il principio di leale collaborazione tra i poteri dello Stato. In secondo luogo che, proprio al fine di non inoculare surrettiziamente nel sistema processuale prerogative immunitarie per i titolari di funzioni di governo, non potesse essere sottratto al giudice il potere concessogli dalla disciplina generale contenuta all’interno dell’art. 420 ter c.p.p., ossia quello di valutare in concreto non solo la sussistenza in fatto dell’impedimento, ma anche il carattere assoluto ed attuale dello stesso. L’attribuzione al giudice di siffatto potere, sottolineava ancora la Corte, non si poteva considerare lesivo delle prerogative del premier e porsi dunque in contrasto con il principio della separazione dei poteri, poiché nell’operare tale valutazione il giudice si mantiene pur sempre entro i confini della funzione giurisdizionale, salvo un eventuale “cattivo esercizio” di questo potere. Traducendo in concreto il principio, la Consulta evidenziava come l’atteggiamento cooperativo dovesse «esplicarsi mediante soluzioni procedimentali, ispirate al coordinamento dei rispettivi calendari», facendo in modo così che ognuno definisse l’agenda delle proprie attività tenendo conto delle reciproche, essenziali funzioni.
La Corte era chiamata a verificare se l’autorità giudiziaria meneghina, nel valutare in concreto l’impedimento addotto dall’imputato, titolare di cariche governative, avesse leso le prerogative costituzionali del Presidente del Consiglio nell’aver imposto allo stesso un “onere di allegazione” relativo al legittimo impedimento.
Sulla scorta del precedente, la Consulta ha ritenuto che non vi fosse stato, in violazione del principio di leale collaborazione, un “cattivo esercizio” del potere giurisdizionale. Muovendo dai rilievi che la richiesta di differimento riguardava un’udienza (1° marzo 2010) precedentemente fissata dal Tribunale su specifica indicazione della difesa del premier (come unica possibile per la prosecuzione del dibattimento); che la richiesta di differimento era stata presentata in prossimità dell’udienza, senza allegazioni circa la non rinviabilità e la necessaria concomitanza dell’impegno ministeriale con l’udienza (e senza aver fornito una data alternativa), la Corte ha osservato come tale atteggiamento «ha determinato l’impossibilità per il giudice di valutare il carattere assoluto dell’impedimento in quanto oggettivamente indifferibile e necessariamente concomitante con l’udienza di cui è chiesto il rinvio (sent. n. 23 del 2011)».
Pur riconoscendo che la partecipazione del premier ad un Consiglio dei ministri costituisce esercizio delle attribuzioni costituzionalmente riconosciute all’organo esecutivo, la Corte ha tuttavia osservato che il Consiglio viene convocato dal Presidente, ragione questa che segna una netta differenza rispetto ai casi in cui la possibilità di rinviare l’impegno dedotto sfugga interamente alla programmazione dell’imputato. Di qui la conclusione, che appare condivisibile, sull’assenza di censure nel comportamento dell’autorità giudiziaria.
La decisione, come già ricordato, appariva sufficientemente preventivabile, in virtù dell’impostazione sin qui tenuta dalla Corte ed in carenza di elementi che potessero o dovessero far ipotizzare un cambiamento di rotta.
La soluzione offerta, soprattutto a seguito dell’avvenuta abrogazione referendaria della l. 7.4.2010, 51, si pone, difatti, pienamente in sintonia con il ribadito principio che spetti al giudice, in virtù dell’ordinaria disciplina positiva, il compito di verificare e sindacare, caso per caso, l’esistenza di un impedimento e la sua assolutezza. È facile pronosticare che, verso la sentenza, verranno riproposte alcune delle critiche già avanzate nei confronti della sentenza n. 23/2011. Già allora si osservò che, con la soluzione offerta, la Consulta avesse, di fatto, compiuto la scelta di affidare ad uno dei due poteri in conflitto il compito di individuare i propri “limiti” nei confronti dell’altro, soluzione, questa, di dubbia compatibilità con il principio della divisione dei poteri. Ci si può limitare ad osservare che, forse, altro dovrebbe essere l’organo al quale chiedere di trovare soluzioni in grado di realizzare quel “delicato ed essenziale equilibrio tra i diversi poteri dello Stato”, poiché, in questo caso, ad essere coinvolto direttamente è il principio di eguaglianza di tutti i cittadini innanzi alla legge.
1 Ci si riferisce in particolare alla l. 20.6.2003, n. 140 che aveva previsto la non sottoponibilità a processo delle 5 più alte cariche dello Stato durante la loro carica e, nello stesso periodo, la sospensione dei processi penali in corso a loro carico. Disciplina dichiarata costituzionalmente illegittima da C. cost., 20.1.2004, n. 24, in Cass. pen., 2004, 1158, con nota di Romeo, G., Modelli normativi orwelliani al vaglio della Consulta.
2 Il riferimento è in questo caso alla l. 23.7.2008, n. 124 che, memore della precedente decisione della Consulta, prevedeva la sospensione dei processi penali, rinunciabile dall’interessato o dal suo difensore, a carico del Presidente della Repubblica, dei Presidenti del Senato e della Camere, nonché del Presidente del Consiglio dei ministri. Disciplina anch’essa dichiarata costituzionalmente illegittima dalla decisione della C. cost., 19.10.2009, n. 262, in Giur. cost., 2009, 3698, con numerosi contributi di dottrina.
3 Ancor prima della sua emanazione il provvedimento legislativo era stato oggetto di pressanti critiche da parte della dottrina, soprattutto in ordine alla sua legittimità costituzionale, per le quali si veda tra gli altri, Giostra, G., Con la sospensione di tutti i processi penali l’immunità si traveste da legittimo impedimento, in Guida dir., 2010, fasc. 9, 102; giudizio, in parte, ribadito anche dopo la sua approvazione anche da Moscarini, P., Funzioni ministeriali e legittimo impedimento a comparire nell’udienza penale, in Dir. pen. e processo, 2010, 1144.
4 Cfr. C. cost., 25.1.2011, n. 23, in Cass. pen., 2011, 1667, con osservazioni di Mari.
esecutivo diritto Comitato esecutivo (o esecutivo di un partito) Organo collegiale composto di un numero ristretto di dirigenti, con a capo il segretario generale, incaricato di attuare le direttive stabilite dagli organi deliberanti, dai quali è stato eletto, e di elaborare la politica e dirigere l’attività ... Principio dispositivo Principio nel passato espresso dalla regola generale iudex iuxta alligata et provata iudicare debet e del quale oggi si assumono due diverse nozioni. Si parla di principio dispositivo in senso sostanziale con riferimento alla disponibilità dell’oggetto del processo. Trova espressione, da un lato, nell’art. ... Presidente della Repubblica Nell’ordinamento costituzionale italiano, Il Presidente della Repubblica è il Capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale (art. 87, co. 1, Cost.; Repubblica). È opinione comune tra gli studiosi che il Presidente della Repubblica, a differenza dell’esperienza statutaria (art. 5 Statuto albertino), ... diritto civile Complesso delle norme di diritto privato che si applicano a tutti i cittadini; esso viene contrapposto in genere all'altra branca in cui per tradizione si suddivide il diritto privato, e cioè il diritto commerciale. Comprende il diritto delle persone e di famiglia, i diritti reali sulla natura giuridica ...
2 La focalizzazione. La sentenza costituzionale n. 168/2013