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Timestamp: 2019-04-20 20:25:15+00:00
Document Index: 70920248

Matched Legal Cases: ['art.3', 'art.4', 'art. 4', 'art.5', 'art.2239', 'art.26', 'art.1', 'art.2229', 'art. 3', 'art.7', 'art.3', 'art. 4', 'art 2382', 'art. 26', 'art. 47', 'art. 59', 'art. 60', 'art. 72', 'art. 76', 'art. 21', 'art. 20', 'art 25', 'art 23', 'art 24', 'art 25', 'art 25']

Consulente della coppia e della famiglia - LA LEGGE N.4 DEL 14 gennaio 2013 TRA CONQUISTE E PROSPETTIVE
Consulente della coppia e della famiglia
LA LEGGE N.4 DEL 14 gennaio 2013
TRA CONQUISTE E PROSPETTIVE
AUTRICE: Rita Roberto
Presidente AICCeF
La legge n.4 del 2013 ‘Disposizioni in materia di professioni non organizzate’ è entrata in vigore il 10 febbraio del 2013, dopo 13 anni di gestazione, e disciplina finalmente le professioni non ordinistiche (quelle che non hanno una regolamentazione specifica e non hanno l’obbligo di costituire un ‘Ordine professionale’). A 5 anni da quell’entrata in vigore possiamo iniziare a fare un primo bilancio e analizzare i cambiamenti che ha apportato nella nostra storia professionale e anche ipotizzare le prospettive future.
Per sintetizzare il lungo percorso identitario della figura professionale del Consulente della coppia e della famiglia e per essere aderenti al tema di questo convegno utilizzo un’immagine “simbolo” dell’albero AICCeF: radici, seme, tronco, rami, chioma e frutti. Come potete vedere l’immagine sintetizza le parti salienti della nostra crescita, il prima e il dopo la legge n 4 del 2013.
Partendo dalle sue radici inevitabilmente emergono alcuni intrecci importanti: la crisi e la trasformazione della coppia e della famiglia, la creazione di Associazioni, Enti e Strutture nate per accogliere e trasformare le difficoltà che si incontrano nel ciclo di vita della famiglia, ma anche la nascita della figura professionale del Consulente della coppia e della famiglia e delle Scuole di Formazione in Consulenza Familiare.
Mi piace presentarvi questi intrecci come le radici dell’albero che rappresentano le basi solide su cui fondiamo la nostra identità per poter crescere sempre di più e condividere i frutti. Abbiamo fatto in questi anni un lungo processo identitario che ci ha portato necessariamente a differenziarci da altre professioni che si occupano di persone, coppie e famiglie presenti nelle équipe consultoriali e non solo, e nel contempo a saper dialogare ed interagire professionalmente, come previsto della Carta dell’UCIPEM, all’art.3.5. La nostra identità professionale dipende sicuramente dal passato e da quanti ci hanno consentito di nascere e crescere ma siamo anche chiamati ad un processo di crescita che si lega al futuro.
Tenendo fede all’art.4 dello Statuto dell’AICCeF siamo molto impegnati ad: “adoperarsi per ottenere il riconoscimento della qualifica di Consulente coniugale e familiare”.
Abbiamo dovuto modificare nel tempo il nostro impegno per ottenere l’agognato riconoscimento tenendo conto che il nostro Statuto è stato redatto nel 1977 e risente fortemente della situazione giuridica ed economica dell’epoca. Tutte le categorie professionali allora facevano a gara per ottenere il riconoscimento della propria professione, cioè un atto legislativo speciale (non erga omnes), che avrebbe permesso loro di godere di una disciplina autonoma, di un percorso di studi completato da esame di abilitazione, della costituzione di un Ordine o collegio che avrebbe, soprattutto, definito il tariffario professionale, ed, infine, di poter gestire una Cassa mutua autonoma e indipendente dall’allora Previdenza Sociale. All’epoca, anni settanta e ottanta, i nostri padri fondatori hanno cercato di ottenere un ‘riconoscimento’ legislativo, mediante appoggi e collegamenti in Parlamento. Ma non ci sono riusciti, probabilmente perché non eravamo una categoria politicamente appetibile.
PRIMA DELLA LEGGE DEL 14.1.2013, N. 4. DISPOSIZIONI IN MATERIA DI PROFESSINI NON ORGANIZZATE.
L’ordinamento giuridico italiano prima dell’entrata in vigore della Legge n 4 del 2013, non regolamentava, in modo diretto e specifico, la professione del Consulente Familiare. Ciò non significa, tuttavia, che non conosceva tale funzione. Difatti, ad esempio, già nella legge regionale 25 marzo 1977 n. 28, con cui la Regione Veneto ha dettato la disciplina dei Consultori Familiari, si rinviene il riferimento alla figura del Consulente Familiare (all’art. 4 lett.b e all’art.5), così come, più recentemente, la Regione Lombardia in materia di “Accreditamento del servizio per le attività consultoriali in ambito materno infantile” (Delibere della Giunta regionale n.3264 del 26.1.2001 e n.4141 del 6.4.2001) ha fatto specifico riferimento all’attività e alla prestazione del Consulente familiare.
La Regione Toscana ha promulgato nel 2008 la Legge regionale sulle professioni, la n. 73, che sancisce tre punti fondamentali: la creazione di una Commissione regionale, per discutere dei problemi della politica regionale relativa alle professioni intellettuali; una struttura di servizio regionale per le professioni, che provvede al riconoscimento di ogni Associazione nell'ambito regionale e il finanziamento di progetti di formazione professionale per gli appartenenti alle associazioni di categoria.
Dalla lettura di tali norme risulta che il “ Consulente Familare”, è stato, perlomeno nominalmente, presente nell’ordinamento italiano, anche prima della legge n.4 del 2013, non già come qualifica professionale riconosciuta (rectius, normata), bensì come funzione esistente e conosciuta dal legislatore.
E’ noto che nel nostro ordinamento giuridico (art.2239 c.c.) le professioni possono essere distinte in funzione del grado di intensità del controllo che lo Stato ha ritenuto necessario apprestare sia sul tipo di formazione richiesta per esercitare le attività, sia sulle stesse attività che ne costituiscono l’oggetto.
E’ possibile operare a riguardo una ripartizione:
Professioni “protette” o “riconosciute”
Professioni “non regolamentate”
Tale classificazione, elaborata dal CNEL, nel 5° Rapporto sulle professioni non regolamentate dell’aprile 2005, ha lo scopo di evidenziare come l’approccio del legislatore italiano sia stato articolato e graduato, prevedendo un intervento massimo (la costituzione di un Ordine professionale), medio (una legge di regolamentazione, senza tuttavia l’istituzione di un Ordine) o del tutto assente (tutte le altre professioni). Tuttavia, la classificazione “bipartita” delle professioni e dunque la distinzione tra: professioni ordinistiche o regolamentate, da una parte e professioni non regolamentate, dall’altra conserva la sua validità, in quanto evidenzia in modo più efficace ediretto l’esistenza di una tipologia di professioni “nuove” sempre più rilevanti sul piano sociale e/o economico e, dunque, la necessità di una loro regolamentazione.
E’ evidente che la figura del Consulente Familiare, “professionista socio-educativo-relazionale”, rientri proprio tra le professioni non regolamentate dal nostro legislatore, ossia viva la condizione di chi svolge una professione il cui esercizio richiede conoscenze intellettuali e tecniche anche molto elevate, senza che però sia necessario, dal punto di vista legale, il possesso di un titolo di studio determinato per legge, o comunque senza che sia obbligatoria l’iscrizione ad un Ordine o Albo.
Tuttavia l’esercizio di queste professioni (prima della legge 4/2013), era comunque regolamentato dalla normativa generale. Cosicché il Consulente Familiare poteva esercitare come libero professionista, in forma singola o associata, e va considerato come lavoratore autonomo, soggetto al regime giuridico e fiscale stabilito per questo ( vedi Codice ATECO 88.99.00. servizi sociali, di counselling, di assistenza sociale, di aiuto ai profughi ed immigrati, attività di orientamento e di tutela per bambini ed adolescenti, finalizzate all'adozione e alla prevenzione dei maltrattamenti, consulenza in materia di bilanci familiari, attività dei consultori matrimoniali e familiari).
Il tentativo di pervenire ad una regolamentazione delle professioni non disciplinate né da Albo né da Ordine o Collegio, quale quella del Consulente Familiare, è molto datata. E’ sufficiente ricordare che numerosi sono stati i disegni di legge presentati negli anni passati. Benché nessuno sia giunto alla soglia della sua trasformazione in legge, prima del 2013, comune ed ampiamente diffusa ormai era l’esigenza di una disciplina, che tenesse necessariamente conto degli orientamenti comunitari. Infatti la visione europea ed internazionale ha sempre mirato ad introdurre regole di maggiore concorrenza e competitività nel mercato dei servizi professionali e delle “nuove” professioni. Poi con la Direttiva europea n. 35 del 2005, relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali, nonché della direttiva 2006/100/CE che adegua determinate direttive sulla libera circolazione delle persone a seguito dell'adesione di Bulgaria e Romania, è stata arginata la caccia alle leggiprotezionistiche, perché la Commissione europea non le consentiva più, e si è cominciato a parlare di professioni associative. Punti qualificanti della visione comunitaria sono quelli dell’attenzione ai percorsi formativi delle nuove professioni, alla manutenzione e certificazione dei saperi, così come grande rilievo è conferito al tema della tutela della qualità delle prestazioni nei confronti dell’utenza.
La Direttiva comunitaria è stata resa operativa dal Decreto legislativo del 6.11.2007, n. 206: “Attuazione della Direttiva europea 35/2005 relativa al riconoscimento delle qualifiche professionali”, che , oltre alla disciplina dell’esercizio in Italia di una professione da parte di uncittadino europeo con qualifica acquisita in un altro Stato, ha introdotto la disciplina della valutazione della rappresentatività a livello nazionale delle professioni non regolamentate. L’art.26 stabilisce, infatti, i requisiti di idoneità della Associazioni di categoria al fine della valutazione in ordine alla rappresentatività a livello nazionale delle professioni non regolamentate;
La procedura di valutazione delle Associazioni maggiormente rappresentative è stata affidata al Ministero della Giustizia, che deve accertare i requisiti di ogni Associazione di categoria richiedente l’iscrizione ed emettere un Decreto Ministeriale di individuazione , previo parere obbligatorio del C.N.E.L.
L’A.I.C.C.eF. ha presentato al Ministero della giustizia la richiesta di iscrizione nell'elenco delle Associazioni rappresentative a livello nazionale delle professioni non regolamentate, ed il Ministero, esaurita positivamente la prima fase istruttoria, ha inviato il fascicolo al C.N.E.L. per il prescritto parere, che in data 22 giugno 2012 ha espresso parere favorevole.
In data 5 settembre 2013 il Ministero della Giustizia ha emanato il Decreto interministeriale che riconosce l’AICCeF come Associazione maggiormente rappresentativa a livello nazionale dellaprofessione di Consulente Familiare e l’ha inserita nell’ apposito elenco al n 22.
DOPO LA LEGGE DEL 14.1.2013, N. 4. DISPOSIZIONI IN MATERIA DI PROFESSINI NON ORGANIZZATE.
La legge è entrata in vigore il 10 febbraio del 2013, dopo 13 anni di gestazione nelle aule parlamentari, statuisce, finalmente, la disciplina delle professioni non ordinistiche (quelle che non hanno una regolamentazione specifica e non hanno l’obbligo di costituire un ‘Ordine professionale’). La legge ha come finalità quella di assicurare trasparenza del mercato e la tutela di coloro che fruiscono dei servizi professionali di natura intellettuale, ancorché prestati da Professionisti non organizzati in Ordini, Albi e Collegi. Nell’ambito di tale finalità, la legge riconosce la natura di professione di coloro che tali servizi prestano e ne disciplina e valorizza la qualità. Coloro che erogano tali servizi sono considerati, a tutti gli effetti, Professionisti.
E’ utile riassumere brevemente le novità introdotte da questa disciplina e le regole salienti che sono state introdotte, ufficialmente, a tutela dei consumatori.
L’art.1 introduce il principio di libertà di esercizio delle professioni non organizzate in ordini o collegi, fondato sulle competenze professionali, sull’autonomia, sull’indipendenza di giudizio intellettuale e sulla responsabilità del professionista.
Con una precisa e invalicabile limitazione: non esercitare alcuna delle attività riservate dalla legge ad altre professioni per le quali la legge ha istituito ordini o collegi (art.2229 C.C.). Inoltre introduce l’obbligo legale di indicare in ogni documento scritto presentato al cliente che l’attività svolta èdisciplinata dalla norme della suddetta legge: “Chiunque svolga una professione intellettuale deve riportare, in ogni documento e rapporto scritto con il cliente, l’espresso riferimento, agli estremi della presente legge”. La legge prevede inoltre che il professionista sia certificato e questo puòavvenire sostanzialmente attraverso due canali:
professionisti certificati individualmente secondo norme tecniche UNI- CEN ;
professionisti che possono aderire e far attestare da una Associazione professionale la propria qualità professionale e gli standard qualitativi che essi mantengono nel tempo.
Dopo aver sancito il principio di libero esercizio delle professioni anche se non regolamentate, gli articoli 2, 3 e 4 disciplinano le modalità di costituzione e organizzazione delle Associazioni di professionisti, istituite per valorizzare le competenze dei professionisti iscritti, diffondere le regoledeontologiche, favorire la concorrenza, promuovere la formazione permanente e tutelare e garantire gli utenti.
E a proposito della tutela degli utenti la legge obbliga le Associazioni Professionali a promuovere forme di garanzia tra cui lo sportello del cittadino consumatore. Uno sportello fisico e telefonico a cui rivolgersi per chiedere informazioni sulla professione e sui professionisti oppure nel caso in cui l’utente voglia inviare un reclamo o attivare un contenzioso.
Nei casi in cui un cliente sia scontento o voglia reclamare per il trattamento ricevuto, è questo Sportello che il professionista (o il Consulente Familiare) deve indicare per fare le sue rimostranze o presentare un reclamo ufficiale.
Molti sono i requisiti richiesti dalla legge alle Associazioni professionali, tra cui:
lo statuto che garantisca la trasparenza delle attività e degli assetti associativi, la dialettica democratica tra gli associati, l’osservanza dei principi deontologici;
l’esistenza di una struttura organizzativa e tecnico-scientifica adeguata all’effettivo
raggiungimento delle finalità dell’associazione;
la promozione, anche attraverso specifiche iniziative, della formazione permanente dei propri iscritti;
l’adozione di un Codice di condotta (o Codice Deontologico) ai sensi dell’articolo
27-bis del Codice del consumo (Dlgs. 6.9.2005, n. 206);
la vigilanza sulla condotta professionale degli associati;
la previsione di sanzioni disciplinari da irrogare agli associati per le violazioni del medesimo Codice Deontologico;
il divieto dell’adozione e dell’uso di denominazioni professionali relative ad altre professioni, organizzate in ordini o collegi.
La legge esige, inoltre, dalle Associazioni Professionali di dare piena conoscibilità dell’atto costitutivo e statuto; della precisa identificazione delle attività professionali cui l’associazione si riferisce; della composizione degli organismi deliberativi e dei titolari delle cariche sociali; della struttura organizzativa dell’associazione. La piena conoscibilità deve essere fornita attraverso un sito web, in cui devono essere facilmente reperibili, da tutti gli utenti, tali informazioni.
Tra cui anche quelle attinenti ai titoli di studio relativi alla attività professionale esercitata dai Consulenti Familiari, con l’obbligo, quindi, di garantire percorsi formativi omogenei e trasparenti nelle Scuole riconosciute e standard qualitativi elevati di formazione di base. A tal proposito l’AICCeF ha predisposto, congiuntamente con i Direttori delle Scuole di formazione in Consulenza familiare riconosciute, ilCodice di Autoregolamentazionedelle Scuole diformazione, per uniformare i linguaggi e avere un alto standard formativo. ( scuole di formazione riconosciute AICCeF: SICOF Roma, Scuola per Consulenti Familiari Bologna, Scuola del Centro La Famiglia di Napoli, Scuola pugliese dell’ Associazione Il Focolare di Taranto, CISPeF Frosinone e il recente Corso di formazione della Sperling di Milano).
Un altro compito primario dell’associazione riguarda l’obbligo di far svolgere ai propri iscritti una formazione obbligatoria (art. 3, comma 3) e di vigilare su questo aspetto. Nel caso in cui un associato non si adegui a questa norma, non potrà più essere iscritto all’associazione nell’anno seguente.
L’aspetto più importante della disciplina legislativa riguarda l’introduzione (art.7) del ‘Sistema di Attestazione di qualità dei servizi resi all’utenza’, che prevede che le Associazioni, al fine ditutelare i consumatori e garantire la trasparenza dei servizi professionali, possono rilasciare ai propri iscritti una Attestazione sulle qualità dell’iscritto stesso, di cui, dopo le necessarie verifiche, il legale rappresentante dell’Associazione ne assume la responsabilità. Per chi non rispetta le norme, sono previste sanzioni definite dal Codice del Consumo.
La legge la chiama Attestazione, cioè dichiarazione-affermazione di una verità o di una situazione, quasi a diversificarla dall’attestato, che è un certificato di status o di un titolo di studio, e quindi statico nel suo contenuto. Pur derivando ambedue i termini dal verbo attestare (dare testimonianza), la parola attestazione, in questa accezione scelta dal legislatore, assume un significato dinamico, in quanto il documento certifica non solo le qualità base di un professionista (titolo di studio e qualifica professionale), ma anche che questi ha rispettato gli standard di qualificazione professionale nella sua attività, ha provveduto all’aggiornamento professionale e fa formazione permanente. ( a tal proposito porto ad esempio Bollettino Ufficiale della Regione Lombardia del 25 gennaio 2017 , pag 9 dove alla voce Servizio di consulenza familiare cita:” E’ svolto da personale laureato in discipline umanistiche, in psicologia, in scienza dell’educazione, o diplomato in assistenza sociale o da consulente familiare in possesso di riconoscimento).
Come si può notare nell’articolato di questa normativa, degli 11 articoli previsti, il primo disciplina l’esercizio di una professione, con i suoi presupposti, i requisiti e le sue responsabilità, e gli altri 10 disciplinano le Associazioni professionali, chiamate ad essere garanti della qualificazioneprofessionale, degli standard qualitativi degli iscritti, del rispetto delle regole deontologiche, del regolare aggiornamento professionale e della copertura assicurativa, tutto sempre nel rispetto dell’utenza e delle regole della concorrenza.
L’AICCeF , grazie al grande lavoro di autoregolamentazione avviato già dalla sua origine rispondente in buona parte ai requisiti richiesti dalla legge, ha potuto presentare immediatamente domanda al Ministero dello Sviluppo Economico nel 2013. Ci è voluta comunque una lunga istruttoria per dimostrare di avere i requisiti necessari, ma siamo riusciti ad essere iscritti nell’Elenco delle Associazioni professionali che rilasciano attestazioni di qualità. Elemento non di poco conto se pensate che ad oggi le associazioni rappresentative delle professioni non
organizzate, presenti nell’elenco ufficiale tenuto dal MISE, sono in totale 160, mentre restano più di 150 associazioni ancora in attesa di iscrizione.
In questa lunga istruttoria siamo stati guidati e supportati dal COLAP, Coordinamento delle Libere Associazioni Professionali, un organismo di secondo livello che, costituito ai sensi dell’art.3 della legge,4, raggruppa più di 200 associazioni professionali tra cui la nostra.
IL SIGNIFICATO ETICO-SOCIALE DELLA LEGGE
Sicuramente la legge 4/2013 ha avuto il grande merito di riconoscere dignità giuridica a quasi 4 milioni di professionisti, sino ad allora relegati ai margini del mercato professionale ed esclusi da qualsiasi previsione normativa; ha sancito che le professioni restano libere, ed ha valorizzato il ruolo delle Associazioni professionali a cui affida la garanzia verso l’utenza attraverso la vigilanza sulla formazione di base e permanente dei soci professionisti. Il sistema proposto tende a premiarele competenze e i meriti dei professionisti e delle Associazioni professionali per permettere al cliente di scegliere con maggiore consapevolezza. Il problema della riconoscibilità dei percorsi formativi è un aspetto fondamentale e, infatti, la L. 4/2013 tende a tutelare l’utenza nel miglior modo possibile, creando un percorso in cui gli attori del sistema diventino molti, al fine del riconoscimento delle singole professioni, in una logica di massima trasparenza verso l’utente-consumatore. Viene promossa la certificazione professionale volontaria basata sulle norme elaborate dall’ Uni, ma sono chiamate a collaborare all’attività di normazione anche le associazioni professionali, oltre a tutti gli altri principali stakeholder di riferimento.
Questa visione nuova che la legge ci prospetta è una “rivoluzione copernicana” rispetto alla logica degli ordini o albi, in quanto mette come focus principale la tutela del cliente piuttosto che la tutela del professionista, così come per noi Consulenti della coppia e della famiglia il focus non è su di noi ma sulla persona, coppia e famiglia che ci chiedono aiuto.
In questi cinque anni, grazie soprattutto all’impegno del CoLAP ma anche di tutte le Associazioni che ne fanno parte, si è consolidato a livello nazionale un sistema di rappresentanza più chiaro e forte, identificando nelle associazioni professionali e nelle forme aggregative gli interlocutori credibili da chiamare in tutti i tavoli istituzionali. E grazie al lavoro costante di divulgazione e conoscenza della legge, in primis tra i nostri associati, Scuole riconosciute ed Istituzioni con cui siamo collegati, siamo riusciti a portare la voce dei professionisti associativi in ambiti sino ad oggi riservati solo alle altre forze produttive.
I nostri soci professionisti hanno trovato sicuramente nella legge 4/2013 la leva per aumentare la propria autostima e la consapevolezza che investire sulla qualità e sulle competenze è il presente e il futuro della professione in un mercato che è e deve rimanere libero. A tal proposito condivido con grande soddisfazione che recentemente la Giunta regionale del Veneto ha emanato, in data 20 febbraio scorso, la Delibera conclusiva della riorganizzazione dei Consultori veneti, prevedendo nella composizione dell'equipe, tra le figure professionali previste, quella del Consulente familiare. La Regione Veneto, a fine 2017, ha attivato una procedura di trasformazione dei Consultori privati, operanti sul territorio, in entità denominate Consultori Familiari Socio Educativi, in cui deve essere privilegiato l’aspetto della relazione d’aiuto non sanitaria. I rappresentanti dei Consultori e delle Associazioni professionali sono stati chiamati ad un tavolo paritetico con la Regione per stabilire i termini operativi, finanziari e organizzativi di questa riforma. In un primo tempo la figura del Consulente Familiare non era stata prevista nell'elenco dei professionisti che potevano far parte dell'equipe operativa dei Consultori. Ma dopo le energiche precisazioni della referente regionale AICCeF Gabriella Tognon e il mio intervento ufficiale, presso l'Assessorato regionale competente, l'equivoco è stato chiarito e possiamo ben sperare di attivare soluzioni simili in altre Regioni.
Desideriamo, insieme a tutte le altre Associazioni professionali rendere sempre più applicabile la LEGGE 4/13, con l’obiettivo dichiarato di costruire insieme alla politica e alle istituzioni delle proposte che effettivamente corrispondano alle esigenze dei professionisti: maggiore libertà nelle professioni, politiche attive focalizzate sullo sviluppo delle competenze, semplificazione
amministrativa e rapporto bilanciato tra professionista e Pubblica Amministrazione, la formazione come strumento efficace di auto imprenditorialità e di occupabilità, ma anche di sano confronto con altre professioni.
L’impegno dell’AICCeF è, attualmente, e sarà in futuro quello di far conoscere sempre di più la nostra professione in ambiti nazionali ed internazionali, di tutelare la professione di Consulente Familiare, garantirne l’autonomia e l’autenticità, di collaborare con dialogo costruttivo con tutte le Istituzioni e professioni di aiuto che hanno come “bene comune” la persona, la coppia e la famiglia.
Bologna 5 maggio 2018.
RIFORMA IN GENERALE E ENTI DEL TERZO SETTORE
Autrice: Emanuela Elmo
Il 3 agosto 2017 è entrato in vigore il decreto legislativo 3 luglio 2017 n. 117, noto come "Codice del Terzo settore".
Detto decreto avrà bisogno di 20 decreti ministeriali perché funzioni tutto quanto in esso previsto. Nel nuovo Codice del Terzo Settore centrale è la figura degli ETS (Enti del Terzo settore) che perseguono senza scopo di lucro finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale, mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita.
1) Non appena sarà operativo il Registro unico, di cui si dirà in seguito, verranno abrogate le norme relative ai registri delle Organizzazioni di Volontariato e delle Associazioni di Promozione Sociale. Con l’abrogazione delle norme Onlus viene implicitamente a mancare l’anagrafe delle stesse.
2) Vengono raggruppati in un solo testo tutte le tipologie che d’ora in avanti dovranno chiamarsi Enti del Terzo settore (ETS) e che, secondo il nuovo codice, sono quelle di cui all’art. 4:“Sono Enti del Terzo settore le organizzazioni di volontariato (ODV), le associazioni di promozione sociale (APS), gli Enti filantropici, le Imprese Sociali (incluse le cooperative sociali), le Reti Associative, le Società di Mutuo Soccorso, le Associazioni riconosciute e non, le Fondazioni ed altri enti di carattere privato diversi dalle società costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale mediante lo svolgimento di una o più attività di interesse generale in forma di azione volontaria o di erogazione gratuita di denaro, beni o servizi, o di mutualità o di produzione o scambio di beni o servizi, ed iscritti nel registro unico nazionale del Terzo settore”.
3) L’articolo 5 definisce in un unico elenco le “attività di interesse generale per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale” che “in via esclusiva o principale” sono esercitate dagli Enti del Terzo settore. Si tratta di un elenco aggiornabile che “riordina” le attività consuete del non profit (dalla sanità all’assistenza, dall’istruzione all’ambiente) e ne aggiunge alcune emerse negli ultimi anni (housing, agricoltura sociale, legalità, commercio equo ecc.).
Un ruolo essenziale e centrale avrà il Registro Unico del Terzo settore, strumento che sarà avviato, gestito ed aggiornato dalle Regioni, ma che utilizzerà un'unica piattaforma nazionale, in quanto sarà istituito presso il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali. Gli Enti del Terzo settore saranno obbligati, per definirsi tali, ad iscriversi al Registro unico nazionale del Terzo Settore. Si tratta di un registro pubblico accessibile a tutti gli interessati in forma telematica.
Molto importante è il fatto che l'accesso al Fondo progetti, al cinque per mille ed agli incentivi fiscali sarà possibile soltanto se iscritti al suddetto Registro.
Il registro è articolato in sezioni, ciascuna delle quali dedicata ad una diversa tipologia di ente del Terzo settore:
le imprese e cooperative sociali;
ed una sezione residuale dedicata agli “altri enti” del Terzo settore.
L’iscrizione avverrà mediante deposito di una serie di atti, documenti e dichiarazioni contenenti informazioni essenziali sull’”identità” dell’ente (statuto, atto costitutivo) e la scelta della sezione nella quale ci si vuole iscrivere. In particolare si segnala che dovrà risultare dal Registro la consistenza degli organi sociali, il soggetto titolare della legale rappresentanza, l’indicazione dei poteri loro spettanti e delle relative limitazioni. I dati dovranno essere periodicamente aggiornati in relazione alle modifiche intervenute nello statuto, agli organi sociali o alle delibere di atti di straordinaria amministrazione.
Per verificare la sussistenza dei requisiti utili per l’iscrizione nel nuovo registro le Regioni dovranno seguire due diverse impostazioni, tenendo conto della data di costituzione degli enti.
• Gli Enti giàcostituiti al 3 agosto 2017 (data di entrata in vigore del Codice del Terzo Settore) avranno a disposizione 18 mesi di tempo per adeguare i propri statuti alla nuova disciplina. Pertanto in questo periodo la domanda di iscrizione all’istituendo Registro non potrà essere rigettata in caso di difformità con le norme del Codice, almeno fino alla fine di febbraio del 2019.
• I nuovi enti invece dovranno adeguarsi da subito alle norme del codice, ed in particolare alle disposizioni applicabili in via diretta ed immediata, a prescindere dall’operatività del Registro.
Alcune disposizioni invece entrano in vigore immediatamente, e richiedono specifici requisiti che dovranno esistere obbligatoriamente fin dal momento della costituzione dell’ente, come ad esempio il numero minimo di soci (almeno sette) e la forma giuridica di associazione riconosciuta o non riconosciuta, richiesta espressamente dal Codice per l’iscrizione nella sezione Organizzazioni di Volontariato ed Associazioni di Promozione Sociale del Registro Unico (artt. 32 e 35). Questi sono elementi immodificabili e, pertanto, nel caso di inosservanza di queste disposizioni, gli enti non potranno sanare la violazione, e di conseguenza non potranno accedere al Registro.
Le disposizioni che riguardano il Registro unico del Terzo settore non sono efficaci in assenza del decreto ministeriale che dovrà disciplinare le modalità di iscrizione e gestione dello stesso. Nel frattempo rimangono in vigore le norme che disciplinano l’iscrizione ai registri del volontariato, della promozione sociale e dell’anagrafe Onlus. Entro un anno dalla pubblicazione del decreto legislativo dovranno essere emessi, con decreto del Ministro del Lavoro, le procedure di iscrizione al Registro Unico. Entro 180 giorni dal decreto ministeriale i provvedimenti regionali e delle province autonome stabiliranno i procedimenti per l’emanazione dei provvedimenti di iscrizione e cancellazione. Entro 6 mesi dalla predisposizione della struttura informatica il Registro Unico Nazionale del Terzo Settore sarà operativo.
Effetto di primaria importanza derivante dall’iscrizione al suddetto registro è l’opponibilità” ai terzi degli atti depositati”. Ciò significa che gli atti, la cui iscrizione nel Registro è obbligatoria, una volta pubblicati nel Registro producono effetti giuridici anche nei confronti dei terzi. In altri termini, i terzi non potranno eccepire di non aver avuto conoscenza di un determinato atto, in quanto, una volta effettuata la pubblicità nelle forme di legge nel Registro, tale atto si considera conosciuto e produttivo di effetti (anche qualora non ne avessero avuto effettiva conoscenza).
Nell’ambito degli Enti del Terzo Settore (ETS) uno spazio significativo va riconosciuto ai soggetti associativi, cioè le Organizzazioni di Volontariato (ODV), le Associazioni di Promozione Sociale (APS) e le Reti Associative che possono assumere esclusivamente la forma giuridica di associazione.
Nelle altre tipologie di Enti del Terzo Settore (ETS), cioè gli enti filantropici, le imprese sociali ed altri enti, si possono individuare soggetti anche non di tipo associativo, come fondazioni o società. Quindi, la forma associativa non rappresenta una peculiarità delle Organizzazioni di Volontariato (ODV) e delle Associazioni di Promozione Sociale (APS).
I principi generali della delega al Governo (L. 6 giugno 2016, n. 106) riferibili ai soggetti associativi sono i seguenti:
– riconoscere, favorire e garantire il più ampio esercizio del diritto di associazione e il valore delle formazioni sociali liberamente costituite ove si svolge la personalità dei singoli;
– revisionare la disciplina del Libro Primo del Codice Civile in materia di enti di carattere privato senza scopo di lucro, tra i quali figurano le associazioni;
– riordinare la disciplina speciale relativa agli Enti del Terzo Settore (ETS);
– revisionare organicamente la disciplina vigente relativa all’attività di volontariato
e a quella di promozione sociale.
La nuova normativa ha introdotto le reti associative, cioè gli Enti del Terzo Settore costituiti in forma di associazione (riconosciuta o non riconosciuta), che:
a) associano, anche indirettamente attraverso gli enti ad esse aderenti, un numero non inferiore a 100 Enti del Terzo Settore o, in alternativa, almeno 20 fondazioni, le cui sedi (legali o operative) siano presenti in almeno 5 regioni o province autonome;
b) svolgono attività di coordinamento, tutela, rappresentanza, promozione o supporto degli Enti del Terzo Settore loro associati e delle loro attività di interesse generale, anche allo scopo di promuoverne la rappresentatività presso i soggetti istituzionali.
Nella nuova categoria delle reti associative figurano le reti associative nazionali, cioè le reti che associano, anche indirettamente attraverso gli enti ad esse aderenti, un numero non inferiore a 500 Enti del Terzo Settore o, in alternativa, almeno 100 fondazioni, le cui sedi (legali o operative) siano presenti in almeno 10 regioni o province autonome, e le associazioni con un numero non inferiore a 100.000 persone fisiche associate e con sedi in almeno 10 regioni o province autonome.
REQUISITI STATUTARI OBBLIGATORI
L'Atto costitutivo o lo Statuto devono contenere, fra le altre, le seguenti nuove informazioni:
- nella denominazione, in qualunque modo formata, l’espressione “Ente del terzo settore” o l’acronimo “ETS” (di tale indicazione dovrà farsi uso negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico);
- le finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale perseguite;
- le attività di interesse generale e le eventuali attività diverse, che costituiscono l'oggetto sociale;
- il patrimonio iniziale, ai fini dell'eventuale riconoscimento della personalità giuridica;
- i requisiti per l'ammissione di nuovi associati, e la relativa procedura, secondo criteri non discriminatori, coerenti con le finalità perseguite e l'attività di interesse generale svolta;
la nomina dei primi componenti degli organi associativi obbligatori e, quando previsto, del soggetto incaricato della revisione legale dei conti.
LA PUBBLICITÀ DEGLI ATTI ASSOCIATIVI
Per l’accesso alle norme agevolative (fiscali, finanziarie e di altra natura), è necessaria l’iscrizione al Registro unico nazionale del terzo settore dei seguenti atti fondamentali per la vita associativa:
- bilanci di esercizio;
- bilanci sociali (degli enti con entrate superiori ad 1 mln di euro);
- vicende modificative degli enti (esempi: modifiche statutarie; deliberazioni di trasformazione, fusione, scissione; deliberazioni di scioglimento, estinzione, liquidazione e cancellazione, ecc.).
Anche le reti associative, così come gli Enti del Terzo Settore, devono essere iscritte nel Registro Unico Nazionale del Terzo Settore (RUNTS); a differenza degli Enti del Terzo Settore le reti associative possono iscriversi contemporaneamente a più sezioni del registro. Fino a quando il RUNTS non sarà operativo le reti associative possono applicare le norme del Terzo settore se sono iscritte ad uno dei registri esistenti (volontariato, associazioni di promozione sociale, onlus).
Il Codice del Terzo settore riserva alla reti associative particolari prerogative nell’ambito degli ETS; in particolare:
1. Redigere codici di comportamento e stabilire requisiti per coloro che assumono la carica di amministratore in ETS; qualora tali codici vengano richiamati negli atti costitutivi o statuti degli ETS costituiscono cause di ineleggibilità e decadenza, ai sensi dell’art 2382 del codice civile ( art. 26 CTS);
2. Redigere modelli standard di atti costitutivi o statuti che, approvati con decreto del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, consentono via preferenziale per l’ iscrizione in 30 giorni nel RUNTS ( art. 47 CTS);
3. Candidare rappresentanti che possono essere nominati tra i 14 componenti del Consiglio Nazionale del Terzo Settore ( art. 59 co.1 lett. b CTS);
4. Le reti associative nazionali possono svolgere attività di supporto nelle funzioni di vigilanza svolte dal Consiglio Nazionale del Terzo Settore ( art. 60 co. 1 lett e CTS);
5. Possono svolgere attività di sostegno al Fondo per il finanziamento di progetti o iniziative di attività di interesse generale promossi dai propri associati (art. 72 co.1 CTS);
6. Per le organizzazioni di volontariato aderenti, le reti associative nazionali richiedono ed erogano i contributi previsti per l’acquisto di ambulanze, veicoli per attività sanitarie e beni strumentali utilizzati per le attività di interesse generale. ( art. 76 co. 3 CTS).
Relativamente alle agevolazioni fiscali, le reti associative, qualora enti non commerciali, possono avvalersi del trattamento tributario agevolato generale previsto per gli Enti del Terzo settore.
• esenzione dalla base imponibile delle quote e contributi corrisposti dagli associati;
• le persone fisiche possono detrarre dall’IRPEF le erogazioni in favore delle reti associative nella misura del 30% degli oneri sostenuti, per un importo complessivo per ciascun periodo d’imposta non superiore ad euro 30.000,00;
• le liberalità da persone fisiche enti e società sono deducibili dal reddito nel limite del 10% del reddito dichiarato;
• agevolazioni in materia di imposte di successione e donazioni, imposte di registro ipotecarie e catastale;
• riduzione sui tributi locali se previsto dagli enti locali;
• accesso al credito agevolato per i progetti di interesse pubblico;
• riconoscimento di privilegio generale dei crediti sui beni mobili del debitore;
• accesso, promosso dallo Stato, Regioni e Provincie autonome ai finanziamenti del Fondo Sociale Europeo per i progetti volti a realizzare il fine istituzionale.
L’art. 21 del Codice del Terzo Settore così recita: “L'atto costitutivo deve indicare la denominazione dell’ente; l'assenza di scopo di lucro e le finalita' civiche, solidaristiche e di utilita' sociale perseguite; l'attivita' di interesse generale che costituisce l'oggetto sociale; la sede legale, il patrimonio iniziale ai fini dell'eventuale riconoscimento della personalita' giuridica; le norme sull'ordinamento, l'amministrazione e la rappresentanza dell'ente; i diritti e gli obblighi degli associati, ove presenti; i requisiti per l'ammissione di nuovi associati, ove presenti, e la relativa procedura, secondo criteri non discriminatori, coerenti con le finalita' perseguite e l'attivita' di interesse generale svolta; la nomina dei primi componenti degli organi sociali obbligatori e, quando previsto, del soggetto incaricato della revisione legale dei conti; le norme sulla devoluzione del patrimonio residuo in caso di scioglimento o di estinzione; la durata dell'ente, se prevista.
Inoltre gli enti del terzo settore nella loro denominazione sociale dovranno aggiungere l’acronimo ETS (articolo 12 CTS), le organizzazione di volontariato ODV (articolo 32 comma 3) e le associazioni di promozione sociale APS (articolo 35 comma 5). Di tale acronimo si dovrà fare uso negli atti, nella corrispondenza e nelle comunicazioni al pubblico.
Ma la sorpresa maggiore la ricaviamo dalla lettura dell’articolo 25 laddove viene previsto che l’assemblea delle associazioni del terzo settore, riconosciute o non, dovrà necessariamente, tra le altre, avere competenza (e quindi occorreràdisciplinare le procedure) sulla revoca dei componenti degli organi sociali, sulla nomina e revoca del soggetto incaricato della revisione legale dei conti, se e ove nominato, sulla responsabilità dei componenti degli organi sociali e sulla possibilità di promuovere un’azione di responsabilità nei loro confronti, sulla trasformazione, fusione, o scissione della associazione.
Alla luce di quanto sopra appare pertanto certa la necessità di mettere mano agli statuti delle associazioni. E qui ci potremo trovare di fronte ad una beffa. Infatti il comma 3 dell’articolo 82 prevede che le modifiche statutarie poste in essere dagli enti del terzo settore allo: “scopo di adeguare gli atti a modifiche o integrazioni normative”siano esenti dall’imposta di registro. Però, salvo interpretazioni pro contribuente da parte dell’Agenzia, applicandosi la norma ai soggetti che già fanno parte del terzo settore, la stessa potrebbe non potersi applicare per ciò che riguarda le modifiche statutarie necessarie ad acquisire i requisiti necessari per accedervi.
Va ricordato che, ai sensi dell’articolo 6 del Codice del Terzo Settore, ove l’associazione voglia svolgere attività “diverse” da quelle di cui all’articolo 5, lo potrà fare solo se queste siano secondarie e strumentali rispetto alle attività di interesse generale, ed “a condizione che l’atto costitutivo e lo statuto lo consentano”.
Art. 5) ) Attività di interesse generale: si considerano di interesse generale, se svolte in conformità alle norme particolari che ne disciplinano l'esercizio, le attività aventi ad oggetto:
d) educazione, istruzione e formazione professionale, ai sensi della legge 28 marzo 2003, n. 53, e successive modificazioni, nonché le attività culturali di interesse sociale con finalità educativa;
e) interventi e servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell'ambiente e all'utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, con esclusione dell'attività, esercitata abitualmente, di raccolta e riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi;
i) organizzazione e gestione di attività culturali, artistiche o ricreative di interesse sociale, incluse attività, anche editoriali, di promozione e diffusione della cultura e della pratica del volontariato e delle attività di interesse generale di cui al presente articolo;
k) organizzazione e gestione di attività turistiche di interesse sociale, culturale o religioso;
l) formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica e al successo scolastico e formativo, alla prevenzione del bullismo e al contrasto della povertà educativa;
o) attività commerciali, produttive, di educazione e informazione, di promozione, di rappresentanza, di concessione in licenza di marchi di certificazione, svolte nell'ambito o a favore di filiere del commercio equo e solidale, da intendersi come un rapporto commerciale con un produttore operante in un'area economica svantaggiata, situata, di norma, in un Paese in via di sviluppo, sulla base di un accordo di lunga durata finalizzato a promuovere l'accesso del produttore al mercato e che preveda il pagamento di un prezzo equo, misure di sviluppo in favore del produttore e l'obbligo del produttore di garantire condizioni di lavoro sicure, nel rispetto delle normative nazionali ed internazionali, in modo da permettere ai lavoratori di condurre un'esistenza libera e dignitosa, e di rispettare i diritti sindacali, nonché di impegnarsi per il contrasto del lavoro infantile;
q) alloggio sociale, ai sensi del decreto del Ministero delle infrastrutture del 22 aprile 2008, e successive modificazioni, nonché ogni altra attività di carattere residenziale temporaneo diretta a soddisfare bisogni sociali, sanitari, culturali, formativi o lavorativi;
t) organizzazione e gestione di attività sportive dilettantistiche;
u) beneficenza, sostegno a distanza, cessione gratuita di alimenti o prodotti di cui alla legge 19 agosto 2016, n. 166, e successive modificazioni, o erogazione di denaro, beni o servizi a sostegno di persone svantaggiate o di attività di interesse generale a norma del presente articolo;
v) promozione della cultura della legalità, della pace tra i popoli, della nonviolenza e della difesa non armata;
w) promozione e tutela dei diritti umani, civili, sociali e politici, nonché dei diritti dei consumatori e degli utenti delle attività di interesse generale di cui al presente articolo, promozione delle pari opportunità e delle iniziative di aiuto reciproco, incluse le banche dei tempi di cui all'articolo 27 della legge 8 marzo 2000, n. 53, e i gruppi di acquisto solidale di cui all'articolo 1, comma 266, della legge 24 dicembre 2007, n. 244;
z) riqualificazione di beni pubblici inutilizzati o di beni confiscati alla criminalità organizzata.
Con il Codice del Terzo Settore vengono poi introdotti numerosi adempimenti formali, fino ad ora mai disciplinati nel dettaglio da una norma di legge.
Dovrà essere redatto un bilancio con criteri diversi sulla base del volume d’affari, che sia conforme alla “modulistica definita con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali sentito il consiglio nazionale del terzo settore”. Detto bilancio dovrà essere depositato presso il Registro unico nazionale del terzo settore.
In presenza di ricavi superiori ai centomila euro si dovranno pubblicare nel sito internet della associazione “gli eventuali emolumenti, compensi o corrispettivi a qualsiasi titolo attribuiti ai componenti degli organi di amministrazione e controllo, ai dirigenti nonché agli associati”.
Dovrà essere tenuto, ai sensi dell’articolo 17: “un apposito registro” in cui iscrivere i volontari che svolgono la loro attività in modo non occasionale.
Infine, ai sensi dell’articolo 15, diventa obbligatoria la tenuta dei libri sociali.
Questi consisteranno nel libro degli associati, quello per i verbali delle assemblee, quello per le deliberazioni dell’organo di amministrazione e dell’organo di controllo.
Gli associati hanno diritto di esaminare i libri sociali “secondo le modalità previste dall’atto costitutivo o dallo statuto”.
L’attività di volontariato può adesso essere esercitata in tutti gli ETS e non solo in alcune tipologie specifiche, quali, le Organizzazioni Di Volontariato ODV, le Associazioni di Promozione Sociale APS, le Organizzazioni Non Governative ONG e le cooperative sociali, già oggetto di specifiche norme in materia.
La nuova definizione di volontario è la seguente: “Persona che, per sua libera scelta, svolge attività in favore della comunità e del bene comune, anche per il tramite di un ente del Terzo settore, mettendo a disposizione il proprio tempo e le proprie capacità per promuovere risposte ai bisogni delle persone e delle comunità beneficiarie della sua azione, in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro, neanche indiretti, ed esclusivamente per fini di solidarietà”.
Si conferma il principio di gratuità dell’attività del volontario, poiché essa non può essere retribuita in alcun modo, nemmeno dal beneficiario.
La qualità di volontario è quindi incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro retribuito (subordinato, autonomo o di altra natura) con l'ente di cui il volontario è associato o tramite il quale svolge la propria attività volontaria. Non si considera volontario l'associato che occasionalmente coadiuvi gli organi associativi nello svolgimento delle loro funzioni.
Al volontario possono essere rimborsate, dall’ente per il quale svolge l'attività, soltanto le spese effettivamente sostenute e documentate per l'attività prestata, entro limiti massimi ed alle condizioni preventivamente stabilite dall'ente medesimo. In ogni caso sono vietati rimborsi spese di tipo forfettario.
Tuttavia la novità più rilevante è quella relativa alla possibilità di rimborsare le spese sostenute dal volontario anche a fronte di un’autocertificazione, purché non superino l'importo di 10 euro giornalieri e 150 euro mensili, e l'organo associativo competente deliberi sulle tipologie di spese e le attività di volontariato per le quali è ammessa questa modalità di rimborso: questa disposizione non si applica alle attività di volontariato aventi ad oggetto la donazione di sangue e di organi.
Tutti i volontari debbono essere assicurati contro gli infortuni e le malattie connessi allo svolgimento dell'attività di volontariato, nonché per la responsabilità civile verso i terzi.
Con apposito decreto si dovranno individuare nuovi meccanismi assicurativi semplificati - con polizze anche numeriche - ed i relativi controlli. La copertura assicurativa è condizione essenziale di tutte le convenzioni tra gli ETS e le amministrazioni pubbliche, e i relativi oneri si confermano a carico di queste ultime.
La disciplina sul volontariato non si applica ad alcuni volontari, fra cui quelli impegnati nel servizio civile universale e nelle attività di cooperazione internazionale allo sviluppo.
2.3 Le specificità delle ODV e delle APS
Le Organizzazioni di Volontariato (ODV) e le Associazioni di Promozione Sociale rappresentano due importanti categorie di ETS per le quali la nuova normativa ha previsto una specifica disciplina che si ‘aggiunge’ a quella comune a tutti gli enti di tipo associativo.
Dovrà essere tenuto “un apposito registro” in cui iscrivere i volontari che svolgono la loro attività in modo non occasionale.
Infine diventa obbligatoria la tenuta dei libri sociali.
Gli associati hanno diritto di esaminare i libri sociali, “secondo le modalità previste dall’atto costitutivo o dallo statuto”.
L’attività di volontariato può essere esercitata in tutti gli Enti del Terzo Settore.
La qualità di volontario è quindi incompatibile con qualsiasi forma di rapporto di lavoro retribuito (subordinato, autonomo o di altra natura) con l'ente di cui il volontario è associato o tramite il quale svolga la propria attività volontaria. Non si considera volontario l'associato che occasionalmente coadiuvi gli organi associativi nello svolgimento delle loro funzioni.
Al volontario possono essere rimborsate, dall’ente tramite il quale svolge l'attività, soltanto le spese effettivamente sostenute e documentate per l'attività prestata, entro limiti massimi ed alle condizioni preventivamente stabilite dall'ente medesimo. In ogni caso sono vietati rimborsi spese di tipo forfettario.
Con apposito decreto si dovranno individuare nuovi meccanismi assicurativi semplificati ed i relativi controlli. La copertura assicurativa è condizione essenziale di tutte le convenzioni tra gli Enti del Terzo Settore e le amministrazioni pubbliche, ed i relativi oneri si confermano a carico di queste ultime.
Le Organizzazioni di Volontariato e le Associazioni di Promozione Sociale rappresentano due importanti categorie di Enti del Terzo Settore per le quali la nuova normativa ha previsto una specifica disciplina che si ‘aggiunge’ a quella comune a tutti gli enti di tipo associativo.
Organizzazioni di Volontariato ODV
- Forma giuridica: associazione (riconosciuta o non riconosciuta).
- Numero minimo associati: 7 persone fisiche o 3 ODV. E’ ammessa la partecipazione di altri ETS (Enti del Terzo Settore) o Enti senza scopo di lucro a condizione che il loro numero non sia superiore al 50% del numero delle ODV.
- Attività (di interesse generale): svolta prevalentemente in favore di terzi e avvalendosi prevalentemente delle prestazioni di volontari associati.
- Denominazione: deve contenere l’espressione “organizzazione di volontariato” o l’acronimo ‘ODV’.
- Risorse umane: le ODV possono assumere lavoratori dipendenti, avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura esclusivamente nei limiti necessari al loro regolare funzionamento oppure nei limiti occorrenti a qualificare o specializzare l’attività svolta. Il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al 50% del numero dei volontari.
- Risorse economiche: quote associative, contributi pubblici e privati, donazioni e lasciti testamentari, rendite patrimoniali, proventi da raccolta fondi e da attività diverse da quelle di interesse generale.
- Amministratori: scelti tra gli associati che non si trovino nelle condizioni di ineleggibilità e decadenza previste dal Codice civile. A questi amministratori e a tutti i componenti degli organi associativi (ad eccezione dei membri dell’organo di controllo) non può essere attribuito alcun compenso, salvo il rimborso delle spese effettivamente sostenute e documentate per l’attività prestata ai fini dello svolgimento della funzione.
Forma giuridica: associazione (riconosciuta o non riconosciuta).
Numero minimo associati: 7 persone fisiche o 3 APS. Lo Statuto può prevedere l’ammissione come associati di altri ETS o senza scopo di lucro, a condizione che il loro numero non sia superiore al 50% del numero delle APS.
- Attività (di interesse generale): svolta in favore dei propri associati, di loro familiari o di terzi e avvalendosi prevalentemente dell’attività di volontariato dei propri associati.
- Denominazione: deve contenere l’espressione ‘associazione di promozione sociale’ o l’acronimo ‘APS’.
- Risorse umane: le APS possono assumere lavoratori dipendenti, avvalersi di prestazioni di lavoro autonomo o di altra natura, anche dei propri associati, solo quando ciò sia necessario ai fini dello svolgimento delle attività di interesse generale e al perseguimento delle finalità. In ogni caso, il numero dei lavoratori impiegati nell’attività non può essere superiore al 50% del numero dei volontari o al 5% del numero degli associati.
ASSOCIAZIONI per il Codice del Terzo Settore NORME DI RIFERIMENTO:
articoli 20, 21, 22 e 25:
art. 20 Le disposizioni del presente titolo si applicano a tutti gli enti del Terzo settore costituiti in forma di associazione, riconosciuta o non riconosciuta, o di fondazione.
1.L’atto costitutivo deve indicare la denominazione dell’ente; l'assenza di scopo di lucro e le finalita' civiche, solidaristiche e di utilita' sociale perseguite; l'attivita' di interesse generale che costituisce l'oggetto sociale; la sede legale il patrimonio iniziale ai fini dell'eventuale riconoscimento della personalita' giuridica; le norme sull'ordinamento, l'amministrazione e la rappresentanza dell'ente; i diritti e gli obblighi degli associati, ove presenti; i requisiti per l'ammissione di nuovi associati, ove presenti, e la relativa procedura, secondo criteri non discriminatori, coerenti con le finalita' perseguite e l'attivita' di interesse generale svolta; la nomina dei primi componenti degli organi sociali obbligatori e, quando previsto, del soggetto incaricato della revisione legale dei conti; le norme sulla devoluzione del patrimonio residuo in caso di scioglimento o di estinzione; la durata dell'ente, se prevista.
2. Lo statuto contenente le norme relative al funzionamento dell'ente, anche se forma oggetto di atto separato, costituisce parte integrante dell'atto costitutivo. In caso di contrasto tra le clausole dell'atto costitutivo e quelle dello statuto prevalgono le seconde.
1. Le associazioni e le fondazioni del Terzo settore possono, in deroga al decreto del Presidente della Repubblica 10 febbraio 2000, n. 361, acquistare la personalita' giuridica mediante l’iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore.
3. Se il notaio non ritiene sussistenti le condizioni per la costituzione dell'ente o il patrimonio minimo, ne da' comunicazione motivata, tempestivamente e comunque non oltre il termine di trenta giorni, ai fondatori, o agli amministratori dell'ente. I fondatori, o gli amministratori o, in mancanza ciascun associato, nei trenta giorni successivi al ricevimento della comunicazione del notaio, possono domandare all'ufficio del registro competente di disporre l'iscrizione nel registro unico nazionale del Terzo settore. Se nel termine di sessanta giorni dalla presentazione della domanda l'ufficio del registro non comunica ai richiedenti il motivato
diniego, ovvero non chiede di integrare la documentazione o non provvede all'iscrizione, questa si intende negata.
4. Si considera patrimonio minimo per il conseguimento della personalita' giuridica una somma liquida e disponibile non inferiore a 15.000 euro per le associazioni e a 30.000 euro per le fondazioni. Se tale patrimonio e' costituito da beni diversi dal denaro, il loro valore deve risultare da una relazione giurata, allegata all’atto costitutivo, di un revisore legale o di una societa' di revisione legale iscritti nell'apposito registro.
5. Quando risulta che il patrimonio minimo di cui al comma 4 e’ diminuito di oltre un terzo in conseguenza di perdite, l'organo di amministrazione, e nel caso di sua inerzia, l'organo di controllo, ove nominato, devono senza indugio, in un'associazione, convocare l'assemblea per deliberare, ed in una fondazione deliberare la ricostituzione del patrimonio minimo oppure la trasformazione, la prosecuzion dell'attivita' in forma di associazione non riconosciuta, la fusione o lo scioglimento dell'ente.
7. Nelle fondazioni e nelle associazioni riconosciute come persone giuridiche, per le obbligazioni dell'ente risponde soltanto l’ente con il suo patrimonio.
art 25 Competenze inderogabili dell'assemblea
1. L'assemblea delle associazioni, riconosciute o non riconosciute,
del Terzo settore:
d) delibera sulla responsabilita’ dei componenti degli organi sociali e promuove azione di responsabilita' nei loro confronti;
e) delibera sull'esclusione degli associati, se l’atto costitutivo o lo statuto non attribuiscono la relativa competenza ad altro organo eletto dalla medesima;
f) delibera sulle modificazioni dell'atto costitutivo o dello statuto;
g) approva l'eventuale regolamento dei lavori assembleari;
h) delibera lo scioglimento, la trasformazione, la fusione o la scissione dell'associazione;
i) delibera sugli altri oggetti attribuiti dalla legge, dall’atto costitutivo o dallo statuto alla sua competenza.
2. Gli atti costitutivi o gli statuti delle associazioni che hanno un numero di associati non inferiore a cinquecento possono disciplinare le competenze dell'assemblea anche in deroga a quanto stabilito al comma precedente, nel rispetto dei principi di democraticita', pari opportunita' ed eguaglianza di tutti gli associati e di elettivita' delle cariche sociali.
3. Lo statuto delle fondazioni del Terzo settore puo' attribuire all'organo assembleare o di indirizzo, comunque denominato, di cui preveda la costituzione la competenza a deliberare su uno o piu’ degli oggetti di cui al comma 1, nei limiti in cui cio' sia compatibile con la natura dell'ente quale fondazione e nel rispetto della volonta' del fondatore.
Gli articoli dal 23 al 31 regolano l’ordinamento e l’amministrazione dell’associazione:
art 23 Procedura d ammissione a carattere aperto delle associazioni;
art 24 Assemblea
art 25 Competenze inderogabili dell’assemblea;
art 25 Organi di amministrazione
Cosa dice la legge quando i genitori si separono
Autrice: Silvia Cecchi
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Rischio clinico e responsabilità professionale dei medici
La legge sul rischio clinico e la responsabilità professionale dei medici è stata approvata dal Senato. Manca solo il voto favorevole della Camera, che appare scontato dal momento che è da lì che arriva la norma. Si tratta di un provvedimento che punta ad alleggerire la responsabilità professionale dei medici e che rappresenta forseuna delle norme fondamentali per la sanità degli ultimi anni costellata da polemiche e fraintendimenti su un tema cruciale qual è quello della salute dei cittadini. Nel testo è previsto che il medico che provoca un danno ad un paziente per imperizia ma avrà rispettato le linee guida o le buone pratiche assistenziali, non sarà punibile penalmente per colpa. E' quanto recita l'articolo 6, destinato ad inserire una nuova norma nel codice penale sulla “Responsabilità colposa per morte o lesioni personali in ambito sanitario”.
Della nuova norma e dell’errore dei medici si è discusso a lungo. Si tenta da un lato di alleggerire la responsabilità professionale e ridurre così le conseguenze della medicina difensiva, dall’altro lato la legge vuole rendere più rapida la possibilità di ottenere un risarcimento del danno subito in corsia.
La "medicina difensiva" si manifesta allorché il medico ordina esami, procedure, visite, o evita pazienti a rischio, o procedure ad alto rischio, principalmente (anche se non esclusivamente) per ridurre la propria esposizione al contenzioso legale.
Alla base della medicina difensiva vi sono, pertanto, una serie di decisioni attive o omissive, consapevoli o inconsapevoli, che non obbediscono al criterio fondamentale del bene del paziente (principio di beneficialità), bensì all’intento di evitare accuse. Quando i medici svolgono esami o procedure in eccesso, praticano la medicina difensiva positiva. Allorché evitano alcuni pazienti o procedure, praticano la medicina difensiva negativa. Esistono, perciò, due tipi di comportamento difensivo: l’uno orientato ad effettuare azioni e procedure in esubero; l’altro indirizzato ad eludere alcuni trattamenti che possono essere considerati a rischio. Tale fenomeno è strettamente connesso all’aumento costante delle richieste di risarcimento da parte dei pazienti, che rivela come – anche in Italia – la categoria degli operatori sanitari sia molto esposta al rischio di dover affrontare procedimenti giudiziari, tanto in sede civile, quanto in sede penale.
La medicina difensiva è strettamente connessa al delicato tema dell’errore medico. Le interrelazioni - una sorta di “circolo vizioso” - che si stabiliscono tra errore medico, reazioni dei pazienti e dei medici sono generalmente queste: i malati non intendono più subire passivamente le decisioni dei medici, se questi commettono errori o se si nutre il sospetto che abbiano sbagliato, sono disponibili ad intraprendere un conflitto giudiziale talvolta su pressione degli avvocati che in questi eventi intravedono possibilità di visibilità e di lucro con delicati risvolti, tra cui una situazione conflittuale tra medici e pazienti con la messa in secondo piano di quell’alleanza terapeutica che costituisce una delle finalità principali della relazione tra medico-malato.
Alle radici della medicina difensiva vi sono, da una parte il modificarsi della relazione medico-paziente (da un rapporto basato sulla beneficialità ad un rapporto basato sull’autonomia o su un rapporto contrattuale), nella quale il cittadino ammalato diviene un soggetto da cui il medico si deve guardare e l’agire medico è scandito dalle reciproche obbligazioni e dal timore delle cause giudiziarie e, dall’altro, l’interpretazione distorta del ‘diritto alla salute’ e la superspecializzazione della medicina.
E’ pertanto quanto mai urgente riflettere ancora una volta sul rapporto medico-malato che rappresenta il fondamento della ‘medicina umanistica’ nell’epoca della medicina tecnologica.
La responsabilità “extracontrattuale” del medico
Con la nuova legge la responsabilità civile del medico diventa “extracontrattuale”; ciò obbliga la persona che ha subito un danno in ospedale a dimostrare la colpa di chi l’ha curata; invece quella della struttura sanitaria resta “contrattuale”, pertanto spetta all’ospedale o alla Asl provare di non avere responsabilità. Si tratta di un modo per permettere al cittadino di rifarsi prima di tutto sul soggetto economicamente più solido, cioè la struttura pubblica.
Ma la norma prevede anche l’obbligo di tentare una conciliazione stragiudizialeprima di finire davanti a un tribunale. Ciò al fine di rendere più brevi i tempi dei risarcimenti evitando di far partire un processo. Inoltre si obbligano tutte le strutture sanitarie ad essere assicurate con la possibilità per il cittadino di intraprendere un’azione diretta nei confronti della compagnia di assicurazione se non riesce ad ottenere il risarcimento dalla Asl.
E’ previsto, infine, la costituzione di un fondo di garanzia per i pazienti in presenza di una società assicurativa fallita, scomparsa o che comunque non è un grado di coprire il danno. Viene finalmente sancito che la sicurezza delle cure è parte integrante del diritto alla salute e si promuove in tutte le strutture sanitarie la nascita di centri per il rischio clinico, che valuti appunto gli errori dei professionisti e adotti politiche per prevenirli. Si tratta di decisive questioni etiche anche se la strada è ancora lunga affinché il diritto alla salute e a cure appropriate con rischi clinici sempre minori possa ritenersi soddisfacente.
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