Source: https://www.laleggepertutti.it/197189_nuova-relazione-e-assegno-di-mantenimento
Timestamp: 2018-09-23 09:25:36+00:00
Document Index: 51308497

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 9']

Solo l’inizio di una nuova convivenza stabile (una famiglia di fatto) da parte dell’ex coniuge beneficiario dell’assegno determina la perdita del mantenimento.
Se anche è vero che l’assegno di mantenimento e quello di divorzio non sono eterni e possono sempre essere revocati in caso di sopravvenute modifiche della situazione reddituale di uno dei due coniugi, non sono molti i casi in cui ciò avviene. Potrebbe ad esempio succedere che il coniuge obbligato a versare il mantenimento abbia un figlio da una nuova relazione (il che gli dà diritto a diminuire l’assistenza all’ex moglie) o subisca una riduzione della capacità lavorativa a seguito di una insorta o aggravata patologia o, ancora, in caso di licenziamento o riduzione dell’orario lavorativo. Potrebbe, dall’altro lato, succedere che il coniuge titolare del contributo mensile veda migliorare le proprio condizioni come nel caso di una assunzione o una promozione. Un’ipotesi in cui si perde il sostegno economico – non contemplata dalla legge ma riconosciuta dalla giurisprudenza ormai costante – è l’inizio di una nuova relazione: niente assegno di mantenimento, in pratica, a chi va a convivere in modo stabile con un nuovo partner. È questo l’indirizzo ormai “sposato” dalla Cassazione sia in caso di separazione o di divorzio e ribadito con una recente sentenza [1]. Ma per comprendere meglio quando scatta la revisione dell’assistenza all’ex moglie facciamo un passo indietro.
1 Differenza tra assegno di mantenimento e assegno di divorzio
2 Quando si perde l’assegno di divorzio
3 L’inizio di una nuova convivenza da parte del coniuge beneficiario
4 L’inizio di una nuova convivenza da parte del coniuge obbligato
5 Come dimostrare la stabile convivenza?
Quando marito e moglie si separano, il giudice valuta le rispettive condizioni economiche ed assegna, a quello con il reddito più basso, il diritto a ottenere un assegno di mantenimento mensile dall’ex. Questa misura viene parametrata al «tenore di vita» che i due avevano quando ancora stavano insieme; il che significa – in modo molto approssimativo – che il reddito più elevato viene in parte spostato sull’altro coniuge in modo che tra i due ci sia una sostanziale identità fino a coincidere tendenzialmente. Bisogna comunque tenere conto delle spese che il soggetto obbligato dovrà sostenere (come spesso succede quando deve andare via dalla propria casa, in caso di figli “assegnati” alla madre) e di tutti i benefici dell’altro (come nel caso in cui disponga già di un immobile o abbia degli aiuti familiari).
Trascorsi sei mesi dalla separazione consensuale la coppia può finalmente divorziare. Il termine è invece di un anno se la coppia si è separata con una causa (in tal caso, il termine inizia a decorrere dalla prima udienza davanti al presidente del Tribunale espletata per il tentativo di conciliazione).
Con il divorzio il giudice sostituisce l’assegno di mantenimento con l’assegno divorzile (o «di divorzio»). Qui le regole sono parzialmente diverse: il tribunale non deve più garantire al coniuge col reddito più basso lo stesso tenore di vita che aveva in costanza di matrimonio, ma solo l’autosufficienza, ossia l’indipendenza economica necessaria a vivere autonomamente. L’assegno quindi scende di importo e può essere addirittura annullato se l’ex ha un proprio reddito o se (benché disoccupato) è ancora giovane, in piena salute e formazione ed esperienze sufficienti a trovare un lavoro.
Quando si perde l’assegno di divorzio
Se l’assegno di mantenimento rimane in piedi finché la coppia non divorzia, quello invece divorzile è destinato a durare a lungo almeno finché non cambiano le condizioni reddituali di uno dei due coniugi. Il cambiamento giustifica un ricorso al giudice per ottenere la revisione dell’assegno divorzile solo a condizione che si tratti di circostanze nuove, sopravvenute e imprevedibili al momento della precedente sentenza; insomma, il giudice non deve aver già preso atto, nell’anteriore quantificazione dell’assegno di divorzio, di tali ulteriori circostanze (leggi La modifica dell’assegno di mantenimento). Attenzione però: in presenza di tali fatti sopravvenuti non è possibile autonomamente modificare la misura dell’assegno ma bisognerà farsi prima autorizzare dal giudice.
L’inizio di una nuova convivenza da parte del coniuge beneficiario
Chi percepisce l’assegno di mantenimento o di divorzio lo perde se inizia una nuova convivenza. Non basta quindi una semplice relazione con un’altra persona, ma è necessario che tra i due si instauri una situazione simile a una famiglia di fatto (è quella che viene definita convivenza more uxorio). Non importa se il nuovo partner è disoccupato e non porta un reddito a casa; non importa che le condizioni economiche della neonata coppia non consentano loro di andare avanti: l’ex coniuge non è tenuto a versare gli alimenti a chi ha deciso di costituire un nuovo nucleo familiare, anche se non basato sul matrimonio. Ma attenzione: perché si perda il diritto all’assegno di mantenimento o di divorzio è necessario che la nuova convivenza sia stabile e duratura. La convivenza occasionale o temporanea non consente di presumere il miglioramento delle condizioni economiche: secondo la giurisprudenza bisogna distinguere tra semplice rapporto occasionale e convivenza more uxorio sulla base del carattere di stabilità. Se si è in presenza di una famiglia di fatto si perde del tutto l’assegno, indipendentemente dalle condizioni economiche del nuovo nucleo. Il coniuge che inizia una nuova convivenza trae dei benefici economici: può condividere le spese di ordinaria amministrazione (vitto, alloggio e relativi oneri). Il coniuge rimasto solo deve invece affrontare sia le spese di ordinaria amministrazione che le spese di mantenimento dell’ex coniuge e degli eventuali figli. Se quindi il coniuge beneficiario dell’assegno instaura una nuova relazione di fatto qualificabile come convivenza more uxorio, il coniuge onerato ha diritto alla riduzione o alla revoca dell’assegno di mantenimento.
L’inizio di una nuova convivenza da parte del coniuge obbligato
L’inizio di una nuova convivenza stabile fa cessare l’assegno di divorzio solo se a intraprenderla è colui che prima riceveva l’assistenza economica. Essa invece non rileva se invece riguarda l’altro coniuge, quello cioè tenuto a versare l’importo mensile. Secondo la Cassazione [2] infatti l’inizio di una convivenza stabile e duratura da parte del coniuge obbligato al pagamento dell’assegno di mantenimento non determina (nemmeno in presenza di nuovi figli) la sospensione o l’estinzione dei suoi doveri di assistenza materiale stabiliti dal giudice con la separazione legale. La convivenza può però influire su una rideterminazione dell’ammontare dell’assegno in base al peggioramento delle sue condizioni economiche. Non si può infatti toccare il diritto di riformarsi una famiglia, con altri figli, riconosciuto anche dalla Convenzione Europea sulla salvaguardia dei diritti umani e dalla Carta dei Diritti fondamentali della UE. Dunque la sopravvenienza di un figlio può legittimare la richiesta di riduzione dell’assegno di mantenimento.
Come dimostrare la stabile convivenza?
L’aspetto più difficile per chi deve pagare l’assegno di mantenimento è dimostrare che la nuova convivenza intrapresa dall’ex è «stabile» e non momentanea. Sicuramente il tempo è il primo indice: qualche mese sarebbe insufficiente, uno o più anni iniziano invece a rilevare. Ma potrebbero esserci altri indici per desumere l’avvio di una famiglia di fatto come la modifica della residenza, il contribuire entrambi alla ristrutturazione dell’immobile, la nascita di un nuovo figlio, ecc.
[1] Cass. sent. n. 4768/16 del 28.02.2018.
[2] Cass. sent. n. 24056/2006.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 30 novembre 2017 – 28 febbraio 2018, n. 4768
1. La Corte d’Appello di Roma, sulla domanda di modifica della pronuncia negativa relativa all’assegno di divorzio formulata ex art. 9 I. n. 898 del 1970, formulata da V.A. nei confronti di F.L. , ha confermato la pronuncia del giudice di primo grado che ne ha determinato l’ammontare in 800 euro mensili sulla base delle seguenti argomentazioni:
1.1 Sulla censura relativa all’inammissibilità della domanda ex art. 9 perché proposta quando ancora non era passata in giudicato la pronuncia di cui si chiedeva la modifica, la Corte ha rilevato che il Tribunale, investito della cessazione degli effetti civili del matrimonio contratto tra le parti, aveva dichiarato inammissibile perché proposta tardivamente (all’udienza di precisazione delle conclusioni) la domanda relativa all’assegno di divorzio ma aveva stabilito che ciascun ex coniuge provvedesse al proprio mantenimento. La Corte d’appello, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, dopo aver confermato l’inammissibilità in rito della domanda, ha affermato che il giudice di primo grado non avrebbe dovuto pronunciarsi sull’obbligo di mantenimento. Tuttavia trattandosi di una pronuncia in rito non si era formato né poteva formarsi il giudicato, con conseguente ammissibilità della domanda ex art. 9 I. n. 898 del 1970.
Al riguardo, ha affermato la Corte che l’operatività della norma può estendersi anche alla domanda che abbia ad oggetto il riconoscimento dell’assegno di divorzio e non solo la sua modifica purché fondata su giustificati motivi sopravvenuti.
1.2. Nella specie tali motivi possono rinvenirsi nell’avanzare dell’età della V. che rende sempre più problematico il reperimento di un’occupazione e nella cessazione dell’assegno separativo, dovuto alla pronuncia di scioglimento del vincolo.
1.3 Nel merito, la corte ha rilevato una forte sproporzione
reddituale tra le parti in favore del marito ed ha affermato che l’acquisto della proprietà esclusiva di alcuni immobili in capo alla V. non aveva determinato incrementi reddituali ma spese; che il nucleo familiare aveva goduto di un elevato tenore di vita garantito dalla capacità reddituale e patrimoniale del marito stesso; che il matrimonio era durato trenta anni e che la V. aveva svolto esclusivamente l’attività di casalinga; che non percepiva alcuna pensione e non svolgeva attività lavorativa; che non vi era la prova della convivenza della V. con Fe.An. caratterizzata da una stabilità e continuità tale da ritenere formata una nuova famiglia.
Avverso questa pronuncia ha proposto ricorso per Cassazione F.L. . Ha resistito con controricorso la V. .
Nel primo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 9 della I. n. 898 del 1970 per non essere stata dichiarata l’improcedibilità od inammissibilità della domanda in mancanza della prova del passaggio in giudicato della pronuncia di cui si chiede la modifica. La censura è infondata.
La pronuncia meramente impediente in rito l’esame del merito non costituisce giudicato di rigetto sulla domanda proposta. Il ricorso ex art. 9 può essere proposto per il riconoscimento dell’assegno di divorzio anche se nel giudizio sul vincolo non è stato richiesto o la parte è rimasta contumace. Anzi la proposizione ex art. 9 I. n. 898 del 1970 costituisce la modalità corretta di proposizione della domanda relativa al riconoscimento dell’assegno ma devono essere dedotti giustificati motivi sopravvenuti.
Si richiama al riguardo la recente sentenza di questa Corte n. 2953 del 2017 di cui si riproduce la massima ufficiale:
“Ai sensi dell’art. 9 della L. n. 898 del 1970 (così come modificato dall’art. 2 della L. n. 436 del 1978 e dall’art. 13 della L. n. 74 del 1987), le sentenze di divorzio passano in cosa giudicata rebus sic stantibus, rimanendo cioè suscettibili di modifica quanto ai rapporti economici o all’affidamento dei figli in relazione alla sopravvenienza di fatti nuovi, mentre la rilevanza dei fatti pregressi e delle ragioni giuridiche non addotte nel giudizio che vi ha dato luogo rimane esclusa in base alla regola generale secondo cui il giudicato copre il dedotto ed il deducibile.
Nel secondo e terzo motivo viene dedotta la violazione dell’art. 9 L. n. 898/1970 per non essere stata dichiarata l’inammissibilità della domanda nonostante sia stata proposta in modo formalmente identico a quella posta a base dell’originaria domanda di divorzio, senza allegazione e prova di fatti nuovi sopravvenuti.
Nel quarto motivo viene dedotta la violazione degli artt. 112, 115 e 116 cod. proc. civ. per aver ritenuto la mancanza di occupazione un elemento di novità, da ritenersi un fatto preesistente e stabile e per aver posto tra le sopravvenienze l’avanzare dell’età ancorché la V. non avesse dedotto tale circostanza come fatto nuovo.
Nel quinto motivo le medesime censure vengono svolte in relazione alla carenza assoluta di motivazione.
Nel sesto motivo viene dedotta l’omessa pronuncia sulla richiesta di prova testimoniale, tempestivamente formulata davanti al giudice del reclamo ed avente ad oggetto la dimostrazione della convivenza more uxorio della V. con Fe.An. .
Il ricorrente riproduce al riguardo i capitoli di prova, il primo relativo alla stabilità e lunga durata della relazione ed il secondo volto a provare la convivenza stabile ed effettiva.
Il Collegio ritiene di dover esaminare pregiudizialmente quest’ultimo motivo in quanto fondato.
La censura è stata prospettata in modo specifico con la riproduzione delle istanze istruttorie e risulta, dall’esame della pronuncia impugnata che la Corte abbia omesso di valutarne la rilevanza nonostante abbia “ritenuto non raggiunta la prova dell’esistenza di una convivenza della V. con Fe.An. avente i contenuti di stabilità e continuità necessari per configurare una famiglia di fatto”.
Tale conclusione è stata assunta senza considerare che erano stati articolati capitoli di prova direttamente incidenti sul deficit probatorio posto a base della decisione.
L’accoglimento del sesto motivo determina l’assorbimento del secondo, terzo, quarto e quinto. Il primo deve invece essere rigettato perché infondato.
Alla cassazione del provvedimento impugnato consegue il rinvio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione perché decisa anche sulle spese del presente giudizio.
Rigetta il primo motivo, accoglie il sesto, assorbiti gli altri. Cassa il provvedimento impugnato e rinvia anche per le spese processuali del presente giudizio alla Corte d’Appello di Roma in diversa composizione.