Source: https://www.olir.it/documenti/sentenza-29-aprile-2002/
Timestamp: 2020-04-10 05:57:12+00:00
Document Index: 170235164

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 37', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 1', '§ 1', '§ 1', '§ 3', '§ 2', '§ 3', '§ 5', '§ 2', '§ 3', '§ 146', '§ 149', '§ 148', '§ 1', '§ 36', '§ 115', '§ 62', '§ 91', '§ 52', '§ 35', '§ 92', '§ 22', '§ 53', '§ 63', '§ 24', '§ 41', '§ 36', '§ 47', '§ 45', '§ 1', '§ 1', '§ 1', '§ 2', '§ 43', '§ 52', '§ 37', '§ 43', '§ 2', '§ 1', '§ 1', '§ 1', '§ 71', '§ 37', '§ 44']

Sentenza 29 aprile 2002 - Olir
Sentenza 29 aprile 2002
Caso Pretty v. United Kingdom
Data: 29 aprile 2002
Libertà di coscienza, Libertà di pensiero, Libertà di religione, Contrarietà, Eutanasia, Aiuto al suicidio, Suicidio assistito, Diritto a morire, Convenzione europea dei diritti dell'uomo, Ingerenza proporzionata, Pubblica autorità, Integrità fisica, Integrità morale
Nel caso "Pretty v. the United Kingdom", il diniego di autorizzazione all’eutanasia mediante suicidio assistito non integra una violazione di nessuno dei seguenti articoli della CEDU - Convenzione europea dei diritti dell'uomo: art. 2 (diritto alla vita), art. 3 (divieto di trattamenti e pene inumani o degradanti), art. 8 (rispetto della vita privata), art. 9 (libertà di coscienza), art. 14 (divieto di discriminazione).
Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Sezione quarta. Sentenza 29 aprile 2002: “Pretty c. Regno Unito”.
I. SULLA RICEVIBILITA’ DEL RICORSO
32. La ricorrente, che soffre di una malattia degenerativa incurabile, deduce che nei suoi confronti sono stati violati i diritti fondamentali garantiti dalla Convenzione quanto al rifiuto del Direttore della Pubblica Accusa Director of Public Prosecutions (DPP) di prendere l’impegno di non perseguire penalmente il marito se l’avesse aiutata a mettere fine ai propri giorni e quanto alla condizione del diritto inglese, che nel suo caso qualificherebbe come un reato penale il suicidio assistito. Il Governo per conto suo sostiene che il ricorso deve essere respinto per manifesta mancanza di fondatezza sia perché le doglianze enunciate dalla ricorrente non mettono in discussione alcuno dei diritti da lei invocati sia perché anche ad ammettere l’esistenza di lesioni dei diritti in questione, queste ultime sono consentite dalle eccezioni previste dalle pertinenti disposizioni della Convenzione.
33. La Corte considera che il ricorso nel suo insieme solleva questioni di diritto sufficientemente importanti di talché una decisione al loro riguardo può essere adottata solo dopo un esame nel merito delle doglianze. Non essendo stato, peraltro, accertato alcun motivo per dichiararlo irricevibile, il ricorso deve dunque essere dichiarato ricevibile . Conformemente all’articolo 29, paragrafo 3, della Convenzione, la Corte prende ora in esame la fondatezza delle doglianze della ricorrente.
II. SULLA PRETESA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 2 DELLA CONVENZIONE
34. L’articolo 2 della Convenzione è cosi’ formulato :
“1. Il diritto alla vita di ogni persona e’ protetto dalla legge. Nessuno può essere intenzionalmente privato della vita, salvo che in esecuzione di una sentenza capitale pronunciata da un tribunale, nel caso in cui il delitto è punito dalla legge con tale pena.
2. La morte non si considera inflitta in violazione di quest’articolo quando risulta da un ricorso alla forza resosi assolutamente necessario:
a. per assicurare la difesa di ogni persona contro la violenza illegale;
c. per reprimere, in modo conforme alla legge, una sommossa o un’insurrezione”.
37. Tra le disposizioni della Convenzione che la Corte ritiene primordiali la Corte, nella propria giurisprudenza, attribuisce la preminenza all’articolo 2 (vedere la sentenza McCann ed altri c. Regno Unito del 27 settembre 1995, Serie A n. 324, paragrafi 146-147). L’articolo 2 protegge il diritto alla vita, senza il quale il godimento di uno qualsiasi degli altri diritti e libertà garantiti dalla Convenzione sarebbe illusorio. Esso definisce le circostanze limitate nelle quali e’ consentito infliggere intenzionalmente la morte, e la Corte ha effettuato un controllo rigoroso ogni volta che siffatte eccezioni sono state invocate dai Governi convenuti ( sentenza McCann ed altri c. Regno Unito, precitata, paragrafi 149-150).
38. Il testo dell’articolo 2 disciplina esplicitamente l’uso deliberato o intenzionale della forza omicida da parte degli agenti dello Stato. Tuttavia esso e’ stato interpretato nel senso che ricomprende non soltanto l’omicidio volontario, ma parimenti le situazioni nelle quali e’ consentito che vi sia “ricorso alla forza”, potendo l’uso di siffatta forza condurre a dare la morte in maniera involontaria ( sentenza McCann ed altri c. Regno Unito, precitata, paragrafo 148). La Corte ha, del resto, ritenuto che la prima frase dell’articolo 2, paragrafo 1, impone allo Stato non solo di astenersi dal dare la morte in maniera intenzionale ed illegale , ma anche di adottare le misure necessarie per la protezione della vita delle persone sottoposte alla sua giurisdizione ( vedere la sentenza L.C.B. c.Regno Unito del 9 giugno 1998, Raccolta delle sentenze e delle decisioni 1998-III, p. 1403, par. 36). Tale obbligo travalica il dovere primario di assicurare il diritto alla vita predisponendo una legislazione penale concreta, che dissuada dal commettere attentati contro la persona e che si fondi su un meccanismo di applicazione concepito per prevenirne, reprimerne e sanzionarne le violazioni. Può anche implicare, in talune circostanze ben definite, un obbligo positivo per le autorità di adottare preventivamente misure di ordine pratico per proteggere l’individuo la cui vita e’ minacciata da comportamenti criminosi di terzi ( sentenze Osman c. Regno Unito del 28 ottobre 1998. Raccolta 1998-VIII, paragrafo 115 e Kiliç c. Turchia n. 22492/93 – 1 sez. – CEDH 2000-III, paragrafi 62 e 76). Più recentemente, nel caso Keenan c. Regno Unito, l’articolo 2 e’ stato ritenuto applicabile alla situazione di un detenuto affetto da una malattia mentale, che dava segni indicanti che avrebbe potuto attentare alla sua vita ( vedi la sentenza precitata paragrafo 91).
39. In tutti i casi che ha trattato, la Corte ha posto l’accento sull’obbligo per lo Stato di proteggere la vita. Non e’ convinta che il “diritto alla vita” garantito dall’articolo 2 possa essere interpretato nel senso che comporti un aspetto negativo. Per esempio, se nel contesto dell’articolo 11 della Convenzione è stato ritenuto che la libertà d’associazione implichi non soltanto un diritto di aderire ad un’associazione, ma anche il corrispondente diritto di non essere costretto ad associarsi, la Corte osserva che una certa libertà di scelta nell’esercizio di una libertà e’ inerente alla sua stessa nozione ( vedi sentenze Young, James e Webster c. Regno Unito del 13 agosto 1981, serie A n. 44, paragrafo 52 e Sigurdur A. Sigurjònsson c. Islanda del 30 giugno 1993, Serie A n. 264, paragrafo 35). L’articolo 2 della Convenzione non e’ formulato nello stesso modo. Non vi e’ nessun rapporto con le questioni relative alla qualità della vita o a quello che una persona sceglie di fare della propria vita. Nella misura in cui tali aspetti sono riconosciuti talmente fondamentali per la condizione umana da richiedere una protezione dalle ingerenze dello Stato, essi possono riflettersi nei diritti consacrati dalla Convenzione o in altri strumenti internazionali in materia dei diritti dell’uomo. L’articolo 2 non potrebbe , senza distorsione di linguaggio, essere interpretato nel senso che conferisce un diritto diametralmente opposto, vale a dire un diritto di morire; non potrebbe nemmeno far nascere un diritto all’autodeterminazione nel senso che darebbe ad ogni individuo il diritto di scegliere la morte piuttosto che la vita.
40. La Corte ritiene, dunque, che non e’ possibile dedurre dall’articolo 2 della Convenzione un diritto di morire, sia per mano di un terzo o con l’assistenza di una pubblica autorità. La Corte trova conferma del suo parere nella recente Raccomandazione 1418 (1999) dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (paragrafo 24 qui sopra).
41. La ricorrente deduce che il fatto di considerare che la Convenzione non riconosce un diritto di morire porrebbe i paesi che autorizzano il suicidio assistito in contrasto con la Convenzione. La Corte non deve nella fattispecie cercare di stabilire se il diritto in un tale o tale altro Paese misconosca o meno l’obbligo di proteggere il diritto alla vita. Come la Corte lo ha già dichiarato nel caso Kennan, le misure che possono ragionevolmente essere adottate per proteggere un detenuto da sé stesso sono sottoposte alle restrizioni imposte da altre norme della Convenzione, quali gli articoli 55 e 8, come anche dai principi più generali dell’autonomia personale ( sentenza precitata, paragrafo 91). Analogamente, la misura in cui uno Stato consente o cerca di disciplinare la possibilità per gli individui in libertà di farsi del male o di farsi fare del male da parte di terzi può dar luogo a considerazioni che mettono in conflitto la libertà individuale e l’interesse pubblico che possono trovare una loro soluzione solo al termine di un esame delle circostanze particolari della fattispecie (vedere, mutatis mutandis, la sentenza Laskey, Jaggard e Brown c. Regno Unito del 19 febbraio 1997, Raccolta 1997-1). Tuttavia, anche se si dovesse ritenere conforme all’articolo 2 della Convenzione la situazione che prevale in un determinato Paese che autorizzasse il suicidio assistito, ciò non sarebbe di nessun aiuto per la ricorrente nella fattispecie, dove non è stata accertata l’esattezza della tesi molto diversa secondo la quale il Regno Unito ignorerebbe gli obblighi discendenti dall’articolo 2 della Convenzione se non autorizzasse il suicidio assistito.
42. La Corte conclude, quindi, per l’assenza di violazione dell’articolo 2 della Convenzione.
III. SULLA PRETESA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 3 DELLA CONVENZIONE
43. L’articolo 3 della Convenzione è cosi’ formulato:
49. Al pari dell’articolo 2, l’articolo 3 della Convenzione deve essere considerato come una delle norme primordiali della Convenzione e come sacrario dell’essenza dei valori fondamentali delle società democratiche che formano il Consiglio d’Europa (vedi la sentenza Soering c. Regno Unito del 7 luglio 1989, Serie A n. 161, pagina 34, paragrafo 88). Diversamente dalle altre disposizioni della Convenzione e’ formulato in termini assoluti, poiché non prevede né eccezioni né condizioni, né la possibilità di deroga di cui all’articolo 15 della Convenzione.
50. Da un esame della giurisprudenza della Corte si evince che l’articolo 3 è stato generalmente applicato in contesti nei quali il rischio per l’individuo di essere sottoposto ad una qualsiasi delle forme vietate di trattamento conseguiva ad atti posti in essere intenzionalmente da agenti dello Stato o da pubbliche autorità ( vedi, fra le altre, la sentenza Irlanda c.Regno Unito del 18 gennaio 1978, Serie A n.25). Esso può essere descritto in termini generali nel senso che impone agli Stati essenzialmente l’obbligo di astenersi dall’infliggere lesioni gravi alle persone sottoposte alla loro giurisdizione. Tuttavia, considerata l’importanza fondamentale di questo articolo nel sistema della Convenzione, la Corte si è riservata un’elasticità sufficiente nel trattare la sua applicazione in altre situazioni che potessero presentarsi (sentenza D. c. Regno Unito del 2 maggio 1997, Raccolta 1997-III, pagina 792, paragrafo 49).
51. Ha ritenuto in particolare la Corte, che, in combinato disposto con l’articolo 3, l’obbligo che l’articolo 1 della Convenzione impone alle Alte Parti contraenti di garantire ad ogni persona sottoposta alla loro giurisdizione i diritti e le libertà sanciti dalla Convenzione impone loro di adottare misure idonee ad impedire che le suddette persone siano sottoposte a torture o a pene o trattamenti inumani o degradanti, anche inferti da privati ( vedi la sentenza A. c.Regno Unito del 23 settembre 1998, Raccolta 1998-VI, pagina 2699, paragrafo 22). Essa ha concluso, in un certo numero di casi, per l’esistenza di un obbligo positivo a carico dello Stato di fornire una protezione da trattamenti inumani e degradanti ( vedi, per esempio, il caso A. c. Regno Unito, precitato, nel quale il minore ricorrente era stato frustato dal suo patrigno, e il caso Z. e altri c.Regno Unito, nel quale i quattro minori ricorrenti erano stati vittime di gravi abusi e di una grande negligenza da parte dei loro genitori). L’articolo 3 impone anche alle autorità dello Stato di proteggere la salute delle persone private della loro libertà (vedi il caso Keenan c. Regno Unito, precitato, che concerneva la mancata somministrazione di cure sanitarie effettive ad un detenuto che soffriva di una malattia mentale e che si era suicidato; vedi anche la sentenza Kudla c.Polonia (GC) n. 30210/96, CEDH 2000-XI, paragrafo 94).
52. In riferimento ai tipi di “trattamenti” che rientrano nell’articolo 3 della Convenzione, la giurisprudenza della Corte parla di “maltrattamenti” che raggiungono un minimo di gravità e che provocano lesioni fisiche effettive, oppure una intensa sofferenza fisica o della mente (vedi le sentenze Irlanda c. Regno Unito precitata, pagina 66, paragrafo 167, e V. c. Regno Unito (GC) n.24888/94, CEDH 1999-IX, paragrafo 71). Un trattamento può essere qualificato degradante e ricadere nel divieto dell’articolo 3 se umilia o svilisce un individuo, se dimostra un’assenza di rispetto per la sua dignità umana, addirittura la sminuisce, o suscita nell’interessato sentimenti di paura, di angoscia o di inferiorità atti a fiaccare la sua resistenza fisica e morale (vedi, tra le più recenti , le sentenze Price c.Regno Unito, n. 33394/96 (3 sezione), CEDH 2001-VIII, paragrafo 117). La sofferenza dovuta ad una malattia che sopraggiunge naturalmente, sia essa fisica o psichica, può rientrare nell’articolo 3 se viene o rischia di essere aggravata da un trattamento – che consegue a talune condizioni di detenzione, ad una espulsione o ad altre misure – del quale le autorità possono essere ritenute responsabili (vedi le sentenze D. c. Regno Unito e Keenan c. Regno Unito precitate e la sentenza Bensaid c. Regno Unito n. 44599/98 (terza sezione), CEDH 2001-I).
53. Nella fattispecie, senza dubbio il Governo convenuto non ha inflitto, in prima persona, il minimo maltrattamento alla ricorrente. Quest’ultima non si duole nemmeno di non avere ricevuto cure adeguate da parte delle autorità sanitarie dello Stato. La sua situazione non può, dunque, essere comparata con quella del ricorrente nel caso D. c. Regno Unito, nel quale un malato di AIDS rischiava l’espulsione verso l’isola di Saints Kitts, dove non avrebbe potuto beneficiare di un adeguato trattamento sanitario o di cure palliative e dove sarebbe stato esposto al rischio di morire in circostanze molto penose. La responsabilità dello Stato sarebbe scaturita dall’atto (“trattamento”) consistente nell’espellere l’interessato in siffatte condizioni. Nella fattispecie, non si individua nessun atto o “trattamento” comparabile da parte del Regno Unito.
54.La ricorrente sostiene che il rifiuto da parte del DPP di impegnarsi a non perseguire il marito se questi l’avesse aiutata a suicidarsi e che il divieto di suicidio assistito previsto dal diritto penale rivelano un trattamento inumano e degradante di cui lo Stato e’ responsabile, nella misura in cui omette di proteggerla dalle sofferenze che sopporterà se la sua malattia giunge allo stadio finale. Tale doglianza contiene , tuttavia, un’interpretazione nuova ed estensiva della nozione di trattamento che, come ha ritenuto la Camera dei Lords, travalica il significato ordinario del termine. Benché la Corte debba adottare un approccio elastico e dinamico nell’interpretare la Convenzione, che e’ uno strumento vivente, occorre anche sorvegliare che ogni interpretazione che essa fornisce coincida con gli obiettivi fondamentali perseguiti dal trattato e salvaguardi la coerenza che quest’ultimo deve avere in quanto sistema di protezione dei diritti dell’uomo. L’articolo 3 deve essere interpretato in armonia con l’articolo 2, che gli e’ sempre stato associato dato che rispecchia i valori fondamentali osservati dalle società democratiche. Cosi’ come e’ stato sottolineato supra, l’articolo 2 della Convenzione sancisce anzitutto e soprattutto un divieto di ricorso alla forza o a qualsiasi altro comportamento idoneo a provocare la morte di un essere umano, e non conferisce affatto all’individuo un diritto di esigere dallo Stato che consenta o faciliti la sua morte.
55. La Corte non può non essere comprensiva del timore della ricorrente di dover affrontare una morte dolorosa se non le si da’ l’opportunità di mettere fine ai suoi giorni. E’ consapevole che l’interessata versa nell’impossibilita’di suicidarsi a causa del suo handicap fisico e che lo stato del diritto e’ tale che il marito rischia di essere perseguito se le presta assistenza. Tuttavia, l’adempimento dell’obbligo positivo evocato nella fattispecie non comporterebbe la soppressione o l’attenuazione del danno subito (effetto che può scaturire da una misura consistente, per esempio, nell’impedire ad organi pubblici o a privati di infliggere maltrattamenti o nel migliorare una situazione o delle cure). Esigere dallo Stato che accolga la domanda, equivale ad obbligarlo ad approvare atti volti ad interrompere la vita. Siffatto obbligo non può farsi derivare dall’articolo 3 della Convenzione.
56. La Corte conclude, quindi, che l’articolo 3 della Convenzione non impone allo Stato convenuto nessun obbligo positivo di impegnarsi a non perseguire il marito della ricorrente se aiuta la moglie a suicidarsi o di istituire un sistema legale per qualsiasi altra forma di suicidio assistito. Pertanto, non vi e’ stata violazione dell’articolo 3.
III. SULLA PRETESA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 8 DELLA CONVENZIONE
57. La parte pertinente nella fattispecie dell’articolo 8 della Convenzione e’ cosi’ formulata:
“1 Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, del proprio domicilio e della propria corrispondenza.
2 Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, e’ necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine o alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”.
A Tesi delle parti
B Valutazione della Corte
1. Applicabilità dell’articolo 8 della Convenzione
61. Come la Corte ha già avuto occasione di osservare, la nozione di “vita privata” è una nozione ampia, non suscettibile di una definizione esaustiva. Essa ricomprende l’integrità fisica e morale della persona sentenza X. e Y. c. Paesi Bassi del 26 marzo 1985, Serie A n. 91, pagina 11, paragrafo 22). Può perfino inglobare aspetti dell’identità fisica e sociale di un individuo (Mikulic c. Croazia, n. 553176/99 (prima sezione), sentenza del 7 febbraio 2002, paragrafo 53). Elementi quali, per esempio, l’identificazione sessuale, il nome, l’orientazione sessuale e la vita sessuale rientrano nella sfera personale protetta dall’articolo 8 (vedi, per esempio, le sentenze B. c. Francia del 25 marzo 1992, Serie A n. 232-C, paragrafo 63, Burghartz c. Svizzera del 22 febbraio 1994, Serie A n. 280—B, paragrafo 24, Dudgeon c.Regno Unito del 22 ottobre 1991, Serie A n. 45, paragrafo 41 e Laskey, Jaggard e Brown c. Regno Unito del 19 febbraio 1997, Raccolta 1997-1, paragrafo 36). Tale disposizione tutela altresì il diritto allo sviluppo personale e il diritto di instaurare e intrattenere relazioni con altri esseri umani e il mondo esterno (vedi, ad esempio, Burghartz c. Svizzera, rapporto della Commissione, precitato, paragrafo 47 e Friedl c.Austria, Serie A n. 305-B, rapporto della Commissione, paragrafo 5). Benché non sia stato accertato in nessuno dei casi precedenti che l’articolo 8 della Convenzione implichi un diritto all’autodeterminazione in quanto tale, la Corte osserva che la nozione di autonomia personale rispecchia un principio importante sotteso all’interpretazione delle garanzie dell’articolo 8.
62. A giudizio del Governo, il diritto alla vita privata non può inglobare un diritto alla morte assistita, che comporterebbe la negazione della protezione che la Convenzione tende ad offrire. La Corte osserva che la facoltà per ognuno di condurre la propria esistenza come vuole può anche includere la possibilità di dedicarsi ad attività fisicamente e moralmente pregiudizievoli o pericolose per la propria persona. La misura in cui uno Stato può ricorrere alla coercizione o al diritto penale per premunire gli individui dalle conseguenze dello stile di vita scelto è da lungo tempo dibattuta, sia sotto il profilo morale sia in giurisprudenza, e il fatto che l’ingerenza venga spesso percepita come un’intrusione nella sfera privata e personale aggiunge vigore al dibattito. Tuttavia, anche quando il comportamento in oggetto costituisce un rischio per la salute o quando si può ragionevolmente ritenere che abbia natura potenzialmente letale, la giurisprudenza degli organi della Convenzione considera l’imposizione da parte dello Stato di misure coercitive o di carattere penale siccome lesive della vita privata ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, e che richiedono una giustificazione conforme al secondo paragrafo del suddetto articolo (vedi, per esempio, relativamente alla partecipazione a pratiche sadomasochiste consensuali, che comportano colpi e ferite, la sentenza Laskey, Jaggard e Brown c. Regno Unito precitata, e, in merito al rifiuto di un trattamento sanitario, n. 10435/83, decisione della Commissione del 10 dicembre 1984, D.R. 40, pagina 251).
63. Si potrebbe certo far osservare che la morte non era la conseguenza voluta dal comportamento dei ricorrenti nei casi summenzionati. La Corte, tuttavia, ritiene che ciò non possa costituire un elemento decisivo. In ambito sanitario, il rifiuto di accettare un trattamento particolare potrebbe, inevitabilmente, condurre ad un esito fatale, ma l’imposizione di un trattamento medico senza il consenso del paziente se è un adulto e sano di mente costituirebbe un attentato all’integrità fisica dell’interessato che può mettere in discussione i diritti protetti dall’articolo 8, paragrafo 1, della Convenzione. Come ha affermato la giurisprudenza interna, un individuo può rivendicare il diritto di esercitare la scelta di morire rifiutando di consentire ad un trattamento che potrebbe avere l’effetto di prolungargli la vita (vedere i paragrafi 17 e 18 qui sopra).
64. Nella fattispecie non si tratta di trattamenti sanitari, la ricorrente subisce gli effetti devastanti di una malattia degenerativa che comporta un deterioramento graduale della sua condizione e un aumento della sua sofferenza fisica e mentale. L’interessata desidera attenuare tale sofferenza esercitando una scelta che consiste nel mettere fine alla sua esistenza con l’assistenza del marito. Come ha affermato Lord Hope, il modo in cui ha scelto ella di trascorrere gli ultimi istanti della sua esistenza fa parte dell’atto di vivere ed ella ha il diritto di chiedere che venga rispettato (vedere il paragrafo 15 qui sopra).
65. La dignità e la libertà dell’uomo sono l’essenza stessa della Convenzione. Senza negare in nessun modo il principio della sacralità della vita protetto dalla Convenzione, la Corte rileva che è sotto il profilo dell’articolo 8 che la nozione di qualità di vita si riempie di significato. In un’epoca in cui si assiste ad una crescente sofisticazione della medicina e ad un aumento delle speranze di vita, numerose persone temono di non avere la forza di mantenersi in vita fino ad un’età molto avanzata o in uno stato di grave decadimento fisico o mentale agli antipodi della forte percezione che hanno di loro stesse e della loro identità personale.
66. Nel caso Rogriguez c. Procuratore generale del Canada (1994) 2 LRC 136), che riguardava una situazione comparabile a quella della fattispecie in esame, l’opinione maggioritaria della Corte Suprema del Canada aveva osservato che il divieto di farsi aiutare a suicidarsi imposto alla parte attrice contribuiva al suo sconforto e le impediva di gestire la sua morte. Del momento che tale misura privava l’interessata della propria autonomia, richiedeva una giustificazione sotto il profilo dei principi di giustizia sostanziale. Benché la Corte Suprema del Canada avesse dovuto esaminare la situazione sotto il profilo di una disposizione della Carta canadese, formulata diversamente dall’articolo 8 della Convenzione, la causa sollevava questioni analoghe relativamente al principio dell’autonomia personale, nel senso del diritto di effettuare scelte riguardanti il proprio corpo.
67. Nella fattispecie, alla ricorrente viene impedito dalla legge di compiere una scelta per evitare ciò che, ai suoi occhi, costituirà un epilogo della vita indegno e doloroso. La Corte non può escludere che ciò costituisce una lesione del diritto dell’interessata al rispetto della sua vita privata, ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 1, della Convenzione. Esaminerà, di seguito, la questione se tale lesione sia conforme ai requisiti del secondo paragrafo dell’articolo 8.
2. Rispetto dell’articolo 8 paragrafo 2 della Convenzione
68. Per conciliarsi col paragrafo 2 dell’articolo 8, un’ingerenza nell’esercizio di un diritto garantito da tale articolo deve essere “prevista dalla legge”, ispirata da uno o più scopi legittimi, secondo tale paragrafo e “necessaria, in una società democratica” per il perseguimento di questo o di quegli scopi (sentenza Dudgeon c. Regno Unito del 22 ottobre 1981, Serie A n. 45, pagina 19, paragrafo 43).
69. La sola questione che si deduce dall’argomentazione delle parti è quella della necessità dell’ingerenza, non contestando nessuna di esse la circostanza che il divieto di suicidio assistito nella fattispecie era imposto dalla legge e perseguiva lo scopo legittimo di tutelare la vita, quindi di proteggere i diritti altrui.
70. Secondo la giurisprudenza consolidata della Corte, la nozione di necessità implica che l’ingerenza corrisponda ad un bisogno sociale imperativo e, in particolare, che sia proporzionata allo scopo legittimo perseguito. Per accertare se un’ingerenza sia “necessaria una società democratica” occorre tener conto del fatto che un potere discrezionale è conferito alle autorità nazionali, la cui decisione rimane sottoposta al controllo della Corte, competente per verificarne la conformità ai requisiti della Convenzione. Il summenzionato potere discrezionale varia funzionalmente alla natura delle questioni e all’importanza degli interessi in causa.
71. La Corte ricorda che, relativamente alle ingerenze nell’ambito intimo della vita sessuale degli individui, il potere discrezionale e’ limitato ( vedi le sentenze Dudgeon c. Regno Unito, precitata, pagina 21, paragrafo 52 e A.D.T. c. Regno Unito, n. 35765/97 (3 sezione) CEDH 2001-IX, paragrafo 37). Benché la ricorrente sostenga che lo Stato convenuto deve, di conseguenza, attestare le ragioni particolarmente imperative per giustificare l’ingerenza di cui si duole, la Corte ritiene che la questione sollevata nella fattispecie non possa essere considerata della medesima natura o nel senso che richiami il medesimo ragionamento.
72. Le parti imperniano la loro argomentazione sulla questione della proporzionalità dell’ingerenza, messa in luce dai fatti di causa. La ricorrente contesta, in particolare, la natura generale del divieto di suicidio assistito, in quanto trascura di prendere in considerazione la sua condizione di persona sana di mente, che sa quel che vuole, che non è sottoposta ad alcuna pressione, che ha preso la sua decisione deliberatamente e con perfetta cognizione di causa e che non può, dunque, essere considerata vulnerabile e bisognosa di protezione. Tale rigidità significa, a giudizio dell’interessata, che è obbligata a subire le conseguenze della sua malattia penosa e incurabile, circostanza che per lei costituisce un costo personale molto elevato.
73. La Corte osserva che, nonostante il Governo sostenga che la ricorrente, persona desiderosa di suicidarsi e gravemente menomata, debba essere considerata vulnerabile, tale affermazione non è stata supportata dalle prove prodotte davanti ai tribunali interni né dalle decisioni della Camera dei Lords che, pur sottolineando che il diritto del Regno Unito protegge le persone vulnerabili, hanno concluso che la ricorrente non rientrava in questa categoria.
74. La Corte rileva tuttavia, unitamente alla Camera dei Lords e alla maggioranza della Corte suprema del Canada nel caso Rogriguez, che gli Stati hanno il diritto di controllare, tramite l’applicazione del diritto penale generale, le attività pregiudizievoli per la vita e la sicurezza dei terzi (vedi anche la sentenza Laskey, Jaggard e Brown precitata, paragrafo 43). Più grave è il danno subito e maggiore sarà il peso che avranno sulla bilancia le considerazioni di salute e di sicurezza pubblica di fronte al principio concorrente dell’autonomia personale. La disposizione legislativa contestata nella fattispecie, vale a dire all’articolo 2 della legge del 1961, è stata concepita per salvaguardare la vita, proteggendo le persone deboli e vulnerabili – specialmente quelle che non sono in grado di adottare decisioni con cognizione di causa – contro gli atti che mirano a porre fine alla vita o ad aiutare a morire. Certamente la condizione delle persone che soffrono di una malattia in fase terminale varia di caso in caso. Ma molte di tali persone sono fragili, ed è proprio la vulnerabilità della categoria a cui appartengono che fornisce la ratio legis della disposizione in oggetto. Spetta, in primo luogo, agli Stati di valutare il rischio di abuso e le probabili conseguenze degli abusi eventualmente commessi che un’attenuazione del divieto generale di suicidio assistito o la creazione di eccezioni al principio implicherebbe. Esistono rischi manifesti di abuso, nonostante le argomentazioni sviluppate in merito alla possibilità di prevedere barriere e procedure di protezione.
75. Gli avvocati della ricorrente hanno tentato di convincere la Corte che una constatazione di violazione nella fattispecie non creerebbe un precedente generale, né un qualsivoglia rischio per altri. Ora se l’articolo 34 della Convenzione attribuisce effettivamente alla Corte il compito di non formulare pareri in astratto, ma di applicare la Convenzione ai fatti concreti del caso per il quale viene adita, le sentenze rese nei casi individuali costituiscono, in misura più o meno ampia, precedenti, e la decisione nella fattispecie non può, né in teoria né in pratica, essere articolata in modo tale da impedire che sia applicabile ad altre fattispecie.
76. Anche la Corte considera che la natura generale del divieto di suicidio assistito non è sproporzionata. Il Governo sottolinea che una certa elasticità è possibile in casi particolari: anzitutto, potrebbero essere aperti procedimenti solo con il consenso del DPP; inoltre, sarebbe previsto solo il massimo della pena, circostanza che permetterebbe al giudice di comminare pene meno severe, laddove lo ritiene opportuno. Il rapporto del comitato ristretto della Camera dei Lords precisava che tra il 1981 e il 1992, nei ventidue casi nei quali era stato sollevato il problema “dell’omicidio per compassione”, i giudici avevano pronunciato una sola condanna per omicidio per cui avevano irrogato la pena del carcere a vita, mentre qualificazioni meno gravi erano state prese in considerazione in altri casi, nei quali era stata comminata la pena con la libertà vigilata o con il beneficio della condizionale (paragrafo 128 del rapporto citato al paragrafo 21 qui sopra). Alla Corte non sembra arbitrario che il diritto rispecchi l’importanza del diritto alla vita vietando il suicidio assistito e prevedendo un sistema di applicazione e di valutazione da parte della giustizia che consente di valutare in ciascun caso concreto tanto l’interesse pubblico ad avviare un’azione giudiziaria quanto le esigenze giuste e adeguate del castigo e della dissuasione.
77. Tenuto conto delle circostanze della fattispecie, la Corte non ravvisa nulla di sproporzionato nemmeno nel rifiuto del DPP di impegnarsi anticipatamente ad esonerare da ogni azione penale il marito della ricorrente. Solidi argomenti fondati sullo stato di diritto potrebbero esser opposti ad ogni pretesa da parte dell’esecutivo di sottrarre degli individui o delle categorie di individui all’applicazione della legge. Ad ogni modo, considerata la gravità dell’atto per il quale era richiesta l’immunità, non si può ritenere arbitraria o priva di ragionevolezza la decisione adottata dal DPP nella fattispecie di rifiutarsi di assumere l’impegno sollecitato.
78. La Corte conclude che l’ingerenza in contestazione può passare per giustificata in quanto “necessaria, in una società democratica”, alla protezione dei diritti altrui. Pertanto, non c’è stata la violazione dell’articolo 8 della Convenzione.
IV. SULLA PRETESA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 9 DELLA CONVENZIONE
79. L’articolo 9 della Convenzione è cosi’ formulato:
“1. Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare religione o credo, cosi’ come la libertà di manifestare la propria religione o il proprio credo individualmente o collettivamente, in pubblico o in privato, mediante il culto l’insegnamento, le pratiche e l’osservanza di riti.
82. La Corte non dubita della serietà delle convinzioni della ricorrente in merito al suicidio assistito, ma osserva che non tutte le opinioni o convinzioni rientrano nel campo di applicazione dell’articolo 9, paragrafo 1, della Convenzione. Le doglianze dell’interessata non concernono una forma di manifestazione di una religione o di una convinzione mediante il culto, l’insegnamento, le pratiche o il compimento di riti, ai sensi della seconda frase del paragrafo 1 dell’articolo 9. Come ha dichiarato la Commissione, il termine “pratiche” utilizzato nell’articolo 9, paragrafo 1, non include qualsiasi azione motivata o influenzata da una religione o da una convinzione ( Arrowsmith c. Regno Unito, n. 7050/77, rapporto della Commissione del 12 ottobre 1978, D.R. 19, pagina 19, paragrafo 71). Nella misura in cui le argomentazioni della ricorrente riflettono la sua adesione al principio dell’autonomia personale esse non sono altro che riformulazione della doglianza sostenuta sotto il profilo dell’articolo 8 della Convenzione.
83. La Corte conclude, pertanto, che l’articolo 9 della Convenzione non è stato violato.
V. SULLA PRETESA VIOLAZIONE DELL’ARTICOLO 14 DELLA CONVENZIONE
84. L’articolo 14 della Convenzione cosi’ dispone:
“Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione”
87. La Corte ha ritenuto supra che i diritti garantiti alla ricorrente dall’articolo 8 della Convenzione fossero in causa ( paragrafi 61-67). E’ opportuno, quindi, esaminare la doglianza dell’interessata, nella quale sostiene di essere vittima di una discriminazione nel godimento dei suddetti diritti nella misura in cui il diritto interno consente alle persone autosufficienti di suicidarsi ma impedisce a quelle che sono menomate di farsi aiutare per compiere tale atto.
88. Ai fini dell’articolo 14, una differenza di trattamento tra individui posti in situazioni identiche o analoghe è discriminatoria se non si fonda su una giustificazione obiettiva e ragionevole, vale a dire se non persegue uno scopo legittimo o non vi è un ragionevole rapporto di proporzionalità tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito. Peraltro, gli Stati contraenti godono di un certo potere discrezionale per stabilire se, e in quale misura, differenze tra situazioni per altri aspetti analoghe giustifichino distinzioni di trattamento ( vedi la sentenza Camp e Bourimi c. Paesi Bassi, n. 28369/95, paragrafo 37, CEDH 2000-X, § 37). Può sussistere parimenti una discriminazione quando uno Stato, senza giustificazione obiettiva e ragionevole, non tratta in maniera differente persone che si trovano in delle situazioni sostanzialmente differenti (vedere la sentenza Thlimmenos c. Grecia [GC], n° 34369/97, CEDH 2000-IV, paragrafo 44).
89. Tuttavia, anche se si applica il principio che si deduce dalla sentenza Thlimmenos alla situazione della ricorrente nella fattispecie, vi è, per la Corte, una giustificazione obiettiva e ragionevole all’assenza di distinzione giuridica tra le persone che sono fisicamente capaci di suicidarsi e quelle che non lo sono. Nel contesto dell’articolo 8 della Convenzione, la Corte ha concluso per l’esistenza di buoni motivi per non introdurre nella legge eccezioni che consentissero di valutare la situazione di persone considerate non vulnerabili ( paragrafo 74 supra). Esistono, nell’ottica dell’articolo 14, analoghe convincenti ragioni per non cercare di fare distinzione tra le persone che sono in grado di suicidarsi senza aiuto e quelle che non ne sono capaci. La linea di confine tra le due categorie è spesso molto labile, e tentare di introdurre nella legge un’eccezione per le persone ritenute incapaci di suicidarsi da sole comprometterebbe seriamente la protezione della vita che la legge del 1961 ha inteso consacrare e aumenterebbe in maniera significativa il rischio di abuso.
90. Pertanto non vi è stata violazione dell’articolo 14 nella fattispecie.
2. dichiara che non vi è stata violazione dell’articolo 2 della Convenzione;
3. dichiara che non vi è stata violazione dell’articolo 3 della Convenzione;
4. dichiara che non vi è stata violazione dell’articolo 8 della Convenzione;
5. dichiara che non vi è stata violazione dell’articolo 9 della Convenzione;
6. dichiara che non vi è stata violazione dell’articolo 14 della Convenzione.
European Court of Human Rights. Fourth Section. JUDGMENT 29 April 2002 (FINAL 29/07/2002). CASE OF PRETTY v. THE UNITED KINGDOM. (Application no. 2346/02)
In the case of Pretty v. the United Kingdom […]
1. The case originated in an application (no. 2346/02) against the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland lodged with the Court under Article 34 of the Convention for the Protection of Human Rights and Fundamental Freedoms (“the Convention”) by a United Kingdom national, Mrs Diane Pretty (“the applicant”), on 21 December 2001.
2. The applicant, who had been granted legal aid, was represented before the Court by Ms S. Chakrabarti, a lawyer practising in London. The United Kingdom Government (“the Government”) were represented by their Agent, Mr C. Whomersley of the Foreign and Commonwealth Office, London.
4. The application was allocated to the Fourth Section of the Court (Rule 52 § 1 of the Rules of Court). Within that Section, the Chamber that would consider the case (Article 27 § 1 of the Convention), was constituted as provided in Rule 26 § 1.
5. The applicant and the Government each filed observations on the admissibility and merits (Rule 54 § 3 (b)). In addition, third-party comments were received from the Voluntary Euthanasia Society and the Catholic Bishops’ Conference of England and Wales which had been given leave by the President to intervene in the written procedure (Article 36 § 2 of the Convention and Rule 61 § 3). The applicant replied to those comments (Rule 61 § 5).
6. A hearing took place in public in the Human Rights Building, Strasbourg, on 19 March 2002 (Rule 59 § 2).
7. The applicant is a 43-year-old woman. She resides with her husband of twenty-five years, their daughter and granddaughter. The applicant suffers from motor neurone disease (MND). This is a progressive neuro-degenerative disease of motor cells within the central nervous system. The disease is associated with progressive muscle weakness affecting the voluntary muscles of the body. As a result of the progression of the disease, severe weakness of the arms and legs and the muscles involved in the control of breathing are affected. Death usually occurs as a result of weakness of the breathing muscles, in association with weakness of the muscles controlling speaking and swallowing, leading to respiratory failure and pneumonia. No treatment can prevent the progression of the disease.
8. The applicant’s condition has deteriorated rapidly since MND was diagnosed in November 1999. The disease is now at an advanced stage. She is essentially paralysed from the neck down, has virtually no decipherable speech and is fed through a tube. Her life expectancy is very poor, measurable only in weeks or months. However, her intellect and capacity to make decisions are unimpaired. The final stages of the disease are exceedingly distressing and undignified. As she is frightened and distressed at the suffering and indignity that she will endure if the disease runs its course, she very strongly wishes to be able to control how and when she dies and thereby be spared that suffering and indignity.
9. Although it is not a crime to commit suicide under English law, the applicant is prevented by her disease from taking such a step without assistance. It is however a crime to assist another to commit suicide (section 2(1) of the Suicide Act 1961).
10. Intending that she might commit suicide with the assistance of her husband, the applicant’s solicitor asked the Director of Public Prosecutions (DPP), in a letter dated 27 July 2001 written on her behalf, to give an undertaking not to prosecute the applicant’s husband should he assist her to commit suicide in accordance with her wishes.
11. In a letter dated 8 August 2001, the DPP refused to give the undertaking:
“Successive Directors – and Attorneys General – have explained that they will not grant immunities that condone, require, or purport to authorise or permit the future commission of any criminal offence, no matter how exceptional the circumstances. …”
12. On 20 August 2001 the applicant applied for judicial review of the DPP’s decision and the following relief:
– an order quashing the DPP’s decision of 8 August 2001;
13. On 17 October 2001 the Divisional Court refused the application, holding that the DPP did not have the power to give the undertaking not to prosecute and that section 2(1) of the Suicide Act 1961 was not incompatible with the Convention.
14. The applicant appealed to the House of Lords. They dismissed her appeal on 29 November 2001 and upheld the judgment of the Divisional Court.
16. Suicide ceased to be a crime in England and Wales by virtue of the Suicide Act 1961. However, section 2(1) of the Act provides:
17. Case-law has established that an individual may refuse to accept life-prolonging or life-preserving treatment:
“First it is established that the principle of self-determination requires that respect must be given to the wishes of the patient, so that if an adult patient of sound mind refuses, however unreasonably, to consent to treatment or care by which his life would or might be prolonged, the doctors responsible for his care must give effect to his wishes, even though they do not consider it to be in his best interests to do so … To this extent, the principle of the sanctity of human life must yield to the principle of self-determination …” (Lord Goff in Airedale NHS Trust v. Bland [1993] AC 789, at p. 864)
18. This principle has been most recently affirmed in Ms B. v. an NHS Hospital, Court of Appeal judgment of 22 March 2002. It has also been recognised that “dual effect” treatment can be lawfully administered, that is treatment calculated to ease a patient’s pain and suffering which might also, as a side-effect, shorten their life expectancy (see, for example, Re J [1991] Fam 3).
19. In March 1980 the Criminal Law Revision Committee issued its fourteenth report, “Offences against the Person” (Cmnd 7844), in which it reviewed, inter alia, the law relating to the various forms of homicide and the applicable penalties. In Section F, the situation known as mercy killing was discussed. The previous suggestion of a new offence applying to a person who from compassion unlawfully killed another person permanently subject, for example, to great bodily pain and suffering and for which a two-year maximum sentence was applicable, was unanimously withdrawn. It was noted that the vast majority of the persons and bodies consulted were against the proposal on principle and on pragmatic grounds. Reference was made also to the difficulties of definition and the possibility that the “suggestion would not prevent suffering but would cause suffering, since the weak and handicapped would receive less effective protection from the law than the fit and well”.
20. It did however recommend that the penalty for assisting suicide be reduced to seven years, as being sufficiently substantial to protect helpless persons open to persuasion by the unscrupulous.
21. On 31 January 1994 the report of the House of Lords Select Committee on Medical Ethics (HL Paper 21-I) was published following its inquiry into the ethical, legal and clinical implications of a person’s right to withhold consent to life-prolonging treatment, the position of persons unable to give or withhold consent and whether and in what circumstances the shortening of another person’s life might be justified on the grounds that it accorded with that person’s wishes or best interests. The Committee had heard oral evidence from a variety of government, medical, legal and non-governmental sources and received written submissions from numerous interested parties who addressed the ethical, philosophical, religious, moral, clinical, legal and public-policy aspects.
“236. The right to refuse medical treatment is far removed from the right to request assistance in dying. We spent a long time considering the very strongly held and sincerely expressed views of those witnesses who advocated voluntary euthanasia. Many of us have had experience of relatives or friends whose dying days or weeks were less than peaceful or uplifting, or whose final stages of life were so disfigured that the loved one seemed already lost to us, or who were simply weary of life … Our thinking must also be coloured by the wish of every individual for a peaceful and easy death, without prolonged suffering, and by a reluctance to contemplate the possibility of severe dementia or dependence. We gave much thought too to Professor Dworkin’s opinion that, for those without religious belief, the individual is best able to decide what manner of death is fitting to the life that has been lived.
237. Ultimately, however, we do not believe that these arguments are sufficient reason to weaken society’s prohibition of intentional killing. That prohibition is the cornerstone of law and of social relationships. It protects each one of us impartially, embodying the belief that all are equal. We do not wish that protection to be diminished and we therefore recommend that there should be no change in the law to permit euthanasia. We acknowledge that there are individual cases in which euthanasia may be seen by some to be appropriate. But individual cases cannot reasonably establish the foundation of a policy which would have such serious and widespread repercussions. Moreover, dying is not only a personal or individual affair. The death of a person affects the lives of others, often in ways and to an extent which cannot be foreseen. We believe that the issue of euthanasia is one in which the interest of the individual cannot be separated from the interest of society as a whole.
238. One reason for this conclusion is that we do not think it possible to set secure limits on voluntary euthanasia …
239. We are also concerned that vulnerable people – the elderly, sick or distressed – would feel pressure, whether real or imagined, to request early death. We accept that, for the most part, requests resulting from such pressure or from remediable depressive illness would be identified as such by doctors and managed appropriately. Nevertheless we believe that the message which society sends to vulnerable and disadvantaged people should not, however obliquely, encourage them to seek death, but should assure them of our care and support in life …”
23. In light of the above, the Select Committee on Medical Ethics also recommended no change to the legislation concerning assisted suicide (paragraph 262).
24. Recommendation 1418 (1999) of the Parliamentary Assembly of the Council of Europe recommended, inter alia, as follows (paragraph 9):
“… that the Committee of Ministers encourage the member States of the Council of Europe to respect and protect the dignity of terminally ill or dying persons in all respects:
i. recognising that the right to life, especially with regard to a terminally ill or dying person, is guaranteed by the member States, in accordance with Article 2 of the European Convention on Human Rights which states that ‘no one shall be deprived of his life intentionally’;
iii. recognising that a terminally ill or dying person’s wish to die cannot of itself constitute a legal justification to carry out actions intended to bring about death.”
25. The Voluntary Euthanasia Society, established in 1935 and being a leading research organisation in the United Kingdom on issues related to assisted dying, submitted that as a general proposition individuals should have the opportunity to die with dignity and that an inflexible legal regime that had the effect of forcing an individual, who was suffering unbearably from a terminal illness, to die a painful protracted death with indignity, contrary to his or her express wishes, was in breach of Article 3 of the Convention. They referred to the reasons why persons requested assisted deaths (for example unrelieved and severe pain, weariness of the dying process, loss of autonomy). Palliative care could not meet the needs of all patients and did not address concerns of loss of autonomy and loss of control of bodily functions.
26. They submitted that in comparison with other countries in Europe the regime in England and Wales, which prohibited assisted dying in absolute terms, was the most restrictive and inflexible in Europe. Only Ireland compared. Other countries (for example Belgium, Switzerland, Germany, France, Finland, Sweden and the Netherlands, where assistance must be sought from a medical practitioner) had abolished the specific offence of assisting suicide. In other countries, the penalties for such offences had been downgraded – in no country, save Spain, did the maximum penalty exceed five years’ imprisonment – and criminal proceedings were rarely brought.
27. As regarded public-policy issues, they submitted that whatever the legal position, voluntary euthanasia and assisted dying took place. It was well known in England and Wales that patients asked for assistance to die and that members of the medical profession and relatives provided that assistance, notwithstanding that it might be against the criminal law and in the absence of any regulation. As recognised by the Netherlands government, therefore, the criminal law did not prevent voluntary euthanasia or assisted dying. The situation in the Netherlands indicated that in the absence of regulation slightly less than 1% of deaths were due to doctors having ended the life of a patient without the latter explicitly requesting this (non-voluntary euthanasia). Similar studies indicated a figure of 3.1% in Belgium and 3.5% in Australia. It might therefore be the case that less attention was given to the requirements of a careful end-of-life practice in a society with a restrictive legal approach than in one with an open approach that tolerated and regulated euthanasia. The data did not support the assertion that, in institutionalising voluntary euthanasia/physician-assisted suicide, society put the vulnerable at risk. At least with a regulated system, there was the possibility of far greater consultation and a reporting mechanism to prevent abuse, along with other safeguards, such as waiting periods.
B. Catholic Bishops’ Conference of England and Wales
28. This organisation put forward principles and arguments which it stated were consonant with those expressed by other Catholic bishops’ conferences in other member States.
29. They emphasised that it was a fundamental tenet of the Catholic faith that human life was a gift from God received in trust. Actions with the purpose of killing oneself or another, even with consent, reflected a damaging misunderstanding of the human worth. Suicide and euthanasia were therefore outside the range of morally acceptable options in dealing with human suffering and dying. These fundamental truths were also recognised by other faiths and by modern pluralist and secular societies, as shown by Article 1 of the Universal Declaration of Human Rights (December 1948) and the provisions of the European Convention on Human Rights, in particular in Articles 2 and 3 thereof.
30. They pointed out that those who attempted suicide often suffered from depression or other psychiatric illness. The 1994 report of the New York State Task Force on Life and Law concluded on that basis that the legalising of any form of assisted suicide or any form of euthanasia would be a mistake of historic proportions, with catastrophic consequences for the vulnerable and an intolerable corruption of the medical profession. Other research indicated that many people who requested physician-assisted suicide withdrew that request if their depression and pain were treated. In their experience, palliative care could in virtually every case succeed in substantially relieving a patient of physical and psychosomatic suffering.
31. The House of Lords Select Committee on Medical Ethics (1993-94) had solid reasons for concluding, after consideration of the evidence (on a scale vastly exceeding that available in these proceedings), that any legal permission for assistance in suicide would result in massive erosion of the rights of the vulnerable, flowing from the pressure of legal principle and consistency and the psychological and financial conditions of medical practice and health-care provision in general. There was compelling evidence to suggest that once a limited form of euthanasia was permitted under the law it was virtually impossible to confine its practice within the necessary limits to protect the vulnerable (see, for example, the Netherlands government’s study of deaths in 1990, recording cases of euthanasia without the patients’ explicit request).
32. The applicant, who is suffering from an incurable, degenerative disease, argued that fundamental rights under the Convention had been violated in her case by the refusal of the Director of Public Prosecutions to give an undertaking not to prosecute her husband if he were to assist her to end her life and by the state of English law which rendered assisted suicide in her case a criminal offence. The Government submitted that the application should be dismissed as manifestly ill-founded on the grounds either that the applicant’s complaints did not engage any of the rights relied on by her or that any interferences with those rights were justified in terms of the exceptions allowed by the Convention’s provisions.
33. The Court considers that the application as a whole raises questions of law which are sufficiently serious that their determination should depend on an examination of the merits. No other ground for declaring it inadmissible has been established. The application must therefore be declared admissible. Pursuant to Article 29 § 3 of the Convention, the Court will now consider the merits of the applicant’s complaints.
36. The Government submitted that the applicant’s reliance on Article 2 was misconceived, being unsupported by direct authority and being inconsistent with existing authority and with the language of the provision. Article 2, guaranteeing one of the most fundamental rights, imposed primarily a negative obligation. Although it had in some cases been found to impose positive obligations, this concerned steps appropriate to safeguard life. In previous cases the State’s responsibility under Article 2 to protect a prisoner had not been affected by the fact that he committed suicide (see Keenan, cited above) and it had also been recognised that the State was entitled to force-feed a prisoner on hunger strike (see X v. Germany, no. 10565/83, Commission decision of 9 May 1984, unreported). The wording of Article 2 expressly provided that no one should be deprived of their life intentionally, save in strictly limited circumstances which did not apply in the present case. The right to die was not the corollary, but the antithesis of the right to life.
37. The Court’s case-law accords pre-eminence to Article 2 as one of the most fundamental provisions of the Convention (see McCann and Others v. the United Kingdom, judgment of 27 September 1995, Series A no. 324, pp. 45-46, §§ 146-47). It safeguards the right to life, without which enjoyment of any of the other rights and freedoms in the Convention is rendered nugatory. It sets out the limited circumstances when deprivation of life may be justified and the Court has applied a strict scrutiny when those exceptions have been relied on by the respondent States (ibid., p. 46, §§ 149-50).
38. The text of Article 2 expressly regulates the deliberate or intended use of lethal force by State agents. However, it has been interpreted as covering not only intentional killing but also the situations where it is permitted to “use force” which may result, as an unintended outcome, in the deprivation of life (ibid., p. 46, § 148). Furthermore, the Court has held that the first sentence of Article 2 § 1 enjoins the State not only to refrain from the intentional and unlawful taking of life, but also to take appropriate steps to safeguard the lives of those within its jurisdiction (see L.C.B. v. the United Kingdom, judgment of 9 June 1998, Reports of Judgments and Decisions 1998-III, p. 1403, § 36). This obligation extends beyond a primary duty to secure the right to life by putting in place effective criminal-law provisions to deter the commission of offences against the person backed up by law-enforcement machinery for the prevention, suppression and sanctioning of breaches of such provisions; it may also imply in certain well-defined circumstances a positive obligation on the authorities to take preventive operational measures to protect an individual whose life is at risk from the criminal acts of another individual (see Osman v. the United Kingdom, judgment of 28 October 1998, Reports 1998-VIII, p. 3159, § 115, and Kılıç v. Turkey, no. 22492/93, §§ 62 and 76, ECHR 2000-III). More recently, in Keenan, Article 2 was found to apply to the situation of a mentally ill prisoner who disclosed signs of being a suicide risk (see Keenan, cited above, § 91).
39. The consistent emphasis in all the cases before the Court has been the obligation of the State to protect life. The Court is not persuaded that “the right to life” guaranteed in Article 2 can be interpreted as involving a negative aspect. While, for example in the context of Article 11 of the Convention, the freedom of association has been found to involve not only a right to join an association but a corresponding right not to be forced to join an association, the Court observes that the notion of a freedom implies some measure of choice as to its exercise (see Young, James and Webster v. the United Kingdom, judgment of 13 August 1981, Series A no. 44, pp. 21-22, § 52, and Sigurđur A. Sigurjónsson v. Iceland, judgment of 30 June 1993, Series A no. 264, pp. 15-16, § 35). Article 2 of the Convention is phrased in different terms. It is unconcerned with issues to do with the quality of living or what a person chooses to do with his or her life. To the extent that these aspects are recognised as so fundamental to the human condition that they require protection from State interference, they may be reflected in the rights guaranteed by other Articles of the Convention, or in other international human rights instruments. Article 2 cannot, without a distortion of language, be interpreted as conferring the diametrically opposite right, namely a right to die; nor can it create a right to self-determination in the sense of conferring on an individual the entitlement to choose death rather than life.
40. The Court accordingly finds that no right to die, whether at the hands of a third person or with the assistance of a public authority, can be derived from Article 2 of the Convention. It is confirmed in this view by the recent Recommendation 1418 (1999) of the Parliamentary Assembly of the Council of Europe (see paragraph 24 above).
41. The applicant has argued that a failure to acknowledge a right to die under the Convention would place those countries which do permit assisted suicide in breach of the Convention. It is not for the Court in this case to attempt to assess whether or not the state of law in any other country fails to protect the right to life. As it recognised in Keenan, the measures which may reasonably be taken to protect a prisoner from self-harm will be subject to the restraints imposed by other provisions of the Convention, such as Articles 5 and 8, as well as more general principles of personal autonomy (see Keenan, cited above, § 92). Similarly, the extent to which a State permits, or seeks to regulate, the possibility for the infliction of harm on individuals at liberty, by their own or another’s hand, may raise conflicting considerations of personal freedom and the public interest that can only be resolved on examination of the concrete circumstances of the case (see, mutatis mutandis, Laskey, Jaggard and Brown v. the United Kingdom, judgment of 19 February 1997, Reports 1997-I). However, even if circumstances prevailing in a particular country which permitted assisted suicide were found not to infringe Article 2 of the Convention, that would not assist the applicant in this case, where the very different proposition – that the United Kingdom would be in breach of its obligations under Article 2 if it did not allow assisted suicide – has not been established.
42. The Court finds that there has been no violation of Article 2 of the Convention.
56. The Court therefore concludes that no positive obligation arises under Article 3 of the Convention to require the respondent State either to give an undertaking not to prosecute the applicant’s husband if he assisted her to commit suicide or to provide a lawful opportunity for any other form of assisted suicide. There has, accordingly, been no violation of this provision.
61. As the Court has had previous occasion to remark, the concept of “private life” is a broad term not susceptible to exhaustive definition. It covers the physical and psychological integrity of a person (see X and Y v. the Netherlands, judgment of 26 March 1985, Series A no. 91, p. 11, § 22). It can sometimes embrace aspects of an individual’s physical and social identity (see Mikulić v. Croatia, no. 53176/99, § 53, ECHR 2002-I). Elements such as, for example, gender identification, name and sexual orientation and sexual life fall within the personal sphere protected by Article 8 (see, for example, B. v. France, judgment of 25 March 1992, Series A no. 232-C, pp. 53-54, § 63; Burghartz v. Switzerland, judgment of 22 February 1994, Series A no. 280-B, p. 28, § 24; Dudgeon v. the United Kingdom, judgment of 22 October 1981, Series A no. 45, pp. 18-19, § 41; and Laskey, Jaggard and Brown, cited above, p. 131, § 36). Article 8 also protects a right to personal development, and the right to establish and develop relationships with other human beings and the outside world (see, for example, Burghartz, cited above, opinion of the Commission, p. 37, § 47, and Friedl v. Austria, judgment of 31 January 1995, Series A no. 305-B, opinion of the Commission, p. 20, § 45). Although no previous case has established as such any right to self-determination as being contained in Article 8 of the Convention, the Court considers that the notion of personal autonomy is an important principle underlying the interpretation of its guarantees.
62. The Government have argued that the right to private life cannot encapsulate a right to die with assistance, such being a negation of the protection that the Convention was intended to provide. The Court would observe that the ability to conduct one’s life in a manner of one’s own choosing may also include the opportunity to pursue activities perceived to be of a physically or morally harmful or dangerous nature for the individual concerned. The extent to which a State can use compulsory powers or the criminal law to protect people from the consequences of their chosen lifestyle has long been a topic of moral and jurisprudential discussion, the fact that the interference is often viewed as trespassing on the private and personal sphere adding to the vigour of the debate. However, even where the conduct poses a danger to health or, arguably, where it is of a life-threatening nature, the case-law of the Convention institutions has regarded the State’s imposition of compulsory or criminal measures as impinging on the private life of the applicant within the meaning of Article 8 § 1 and requiring justification in terms of the second paragraph (see, for example, concerning involvement in consensual sado-masochistic activities which amounted to assault and wounding, Laskey, Jaggard and Brown, cited above, and concerning refusal of medical treatment, Acmanne and Others v. Belgium, no. 10435/83, Commission decision of 10 December 1984, Decisions and Reports (DR) 40, p. 251).
63. While it might be pointed out that death was not the intended consequence of the applicants’ conduct in the above situations, the Court does not consider that this can be a decisive factor. In the sphere of medical treatment, the refusal to accept a particular treatment might, inevitably, lead to a fatal outcome, yet the imposition of medical treatment, without the consent of a mentally competent adult patient, would interfere with a person’s physical integrity in a manner capable of engaging the rights protected under Article 8 § 1 of the Convention. As recognised in domestic case-law, a person may claim to exercise a choice to die by declining to consent to treatment which might have the effect of prolonging his life (see paragraphs 17-18 above).
64. In the present case, although medical treatment is not an issue, the applicant is suffering from the devastating effects of a degenerative disease which will cause her condition to deteriorate further and increase her physical and mental suffering. She wishes to mitigate that suffering by exercising a choice to end her life with the assistance of her husband. As stated by Lord Hope, the way she chooses to pass the closing moments of her life is part of the act of living, and she has a right to ask that this too must be respected (see paragraph 15 above).
65. The very essence of the Convention is respect for human dignity and human freedom. Without in any way negating the principle of sanctity of life protected under the Convention, the Court considers that it is under Article 8 that notions of the quality of life take on significance. In an era of growing medical sophistication combined with longer life expectancies, many people are concerned that they should not be forced to linger on in old age or in states of advanced physical or mental decrepitude which conflict with strongly held ideas of self and personal identity.
66. In Rodriguez v. the Attorney General of Canada ([1994] 2 Law Reports of Canada 136), which concerned a not dissimilar situation to the present, the majority opinion of the Supreme Court considered that the prohibition on the appellant in that case receiving assistance in suicide contributed to her distress and prevented her from managing her death. This deprived her of autonomy and required justification under principles of fundamental justice. Although the Canadian court was considering a provision of the Canadian Charter framed in different terms from those of Article 8 of the Convention, comparable concerns arose regarding the principle of personal autonomy in the sense of the right to make choices about one’s own body.
67. The applicant in this case is prevented by law from exercising her choice to avoid what she considers will be an undignified and distressing end to her life. The Court is not prepared to exclude that this constitutes an interference with her right to respect for private life as guaranteed under Article 8 § 1 of the Convention. It considers below whether this interference conforms with the requirements of the second paragraph of Article 8.
68. An interference with the exercise of an Article 8 right will not be compatible with Article 8 § 2 unless it is “in accordance with the law”, has an aim or aims that is or are legitimate under that paragraph and is “necessary in a democratic society” for the aforesaid aim or aims (see Dudgeon, cited above, p. 19, § 43).
69. The only issue arising from the arguments of the parties is the necessity of any interference, it being common ground that the restriction on assisted suicide in this case was imposed by law and in pursuit of the legitimate aim of safeguarding life and thereby protecting the rights of others.
70. According to the Court’s established case-law, the notion of necessity implies that the interference corresponds to a pressing social need and, in particular, that it is proportionate to the legitimate aim pursued; in determining whether an interference is “necessary in a democratic society”, the Court will take into account that a margin of appreciation is left to the national authorities, whose decision remains subject to review by the Court for conformity with the requirements of the Convention. The margin of appreciation to be accorded to the competent national authorities will vary in accordance with the nature of the issues and the importance of the interests at stake.
71. The Court recalls that the margin of appreciation has been found to be narrow as regards interferences in the intimate area of an individual’s sexual life (see Dudgeon, cited above, p. 21, § 52, and A.D.T. v. the United Kingdom, no. 35765/97, § 37, ECHR 2000-IX). Although the applicant has argued that there must therefore be particularly compelling reasons for the interference in her case, the Court does not find that the matter under consideration in this case can be regarded as of the same nature, or as attracting the same reasoning.
72. The parties’ arguments have focused on the proportionality of the interference as disclosed in the applicant’s case. The applicant attacked in particular the blanket nature of the ban on assisted suicide as failing to take into account her situation as a mentally competent adult who knows her own mind, who is free from pressure and who has made a fully informed and voluntary decision, and therefore cannot be regarded as vulnerable and requiring protection. This inflexibility means, in her submission, that she will be compelled to endure the consequences of her incurable and distressing illness, at a very high personal cost.
73. The Court would note that although the Government argued that the applicant, as a person who is both contemplating suicide and severely disabled, must be regarded as vulnerable, this assertion is not supported by the evidence before the domestic courts or by the judgments of the House of Lords which, while emphasising that the law in the United Kingdom was there to protect the vulnerable, did not find that the applicant was in that category.
74. Nonetheless, the Court finds, in agreement with the House of Lords and the majority of the Canadian Supreme Court in Rodriguez, that States are entitled to regulate through the operation of the general criminal law activities which are detrimental to the life and safety of other individuals (see also Laskey, Jaggard and Brown, cited above, pp. 132-33, § 43). The more serious the harm involved the more heavily will weigh in the balance considerations of public health and safety against the countervailing principle of personal autonomy. The law in issue in this case, section 2 of the 1961 Act, was designed to safeguard life by protecting the weak and vulnerable and especially those who are not in a condition to take informed decisions against acts intended to end life or to assist in ending life. Doubtless the condition of terminally ill individuals will vary. But many will be vulnerable and it is the vulnerability of the class which provides the rationale for the law in question. It is primarily for States to assess the risk and the likely incidence of abuse if the general prohibition on assisted suicides were relaxed or if exceptions were to be created. Clear risks of abuse do exist, notwithstanding arguments as to the possibility of safeguards and protective procedures.
75. The applicant’s counsel attempted to persuade the Court that a finding of a violation in this case would not create a general precedent or any risk to others. It is true that it is not this Court’s role under Article 34 of the Convention to issue opinions in the abstract but to apply the Convention to the concrete facts of the individual case. However, judgments issued in individual cases establish precedents albeit to a greater or lesser extent and a decision in this case could not, either in theory or practice, be framed in such a way as to prevent application in later cases.
76. The Court does not consider therefore that the blanket nature of the ban on assisted suicide is disproportionate. The Government have stated that flexibility is provided for in individual cases by the fact that consent is needed from the DPP to bring a prosecution and by the fact that a maximum sentence is provided, allowing lesser penalties to be imposed as appropriate. The Select Committee report indicated that between 1981 and 1992 in twenty-two cases in which “mercy killing” was an issue, there was only one conviction for murder, with a sentence of life imprisonment, while lesser offences were substituted in the others and most resulted in probation or suspended sentences (paragraph 128 of the report cited at paragraph 21 above). It does not appear to be arbitrary to the Court for the law to reflect the importance of the right to life, by prohibiting assisted suicide while providing for a system of enforcement and adjudication which allows due regard to be given in each particular case to the public interest in bringing a prosecution, as well as to the fair and proper requirements of retribution and deterrence.
77. Nor in the circumstances is there anything disproportionate in the refusal of the DPP to give an advance undertaking that no prosecution would be brought against the applicant’s husband. Strong arguments based on the rule of law could be raised against any claim by the executive to exempt individuals or classes of individuals from the operation of the law. In any event, the seriousness of the act for which immunity was claimed was such that the decision of the DPP to refuse the undertaking sought in the present case cannot be said to be arbitrary or unreasonable.
78. The Court concludes that the interference in this case may be justified as “necessary in a democratic society” for the protection of the rights of others and, accordingly, that there has been no violation of Article 8 of the Convention.
80. The applicant submitted that Article 9 protected the right to freedom of thought, which has hitherto included beliefs such as veganism and pacifism. In seeking the assistance of her husband to commit suicide, the applicant believed in and supported the notion of assisted suicide for herself. In refusing to give the undertaking not to prosecute her husband, the DPP had interfered with this right as had the United Kingdom in imposing a blanket ban which allowed no consideration of the applicant’s individual circumstances. For the same reasons as applied under Article 8 of the Convention, that interference had not been justified under Article 9 § 2.
81. The Government disputed that any issue arose within the scope of this provision. Article 9 protected freedom of thought, conscience and religion and the manifestation of those beliefs and did not confer any general right on individuals to engage in any activities of their choosing in pursuance of whatever beliefs they may hold. Alternatively, even if there was any restriction in terms of Article 9 § 1 of the Convention, such was justifiable under the second paragraph for the same reasons as set out in relation to Articles 3 and 8 of the Convention.
82. The Court does not doubt the firmness of the applicant’s views concerning assisted suicide but would observe that not all opinions or convictions constitute beliefs in the sense protected by Article 9 § 1 of the Convention. Her claims do not involve a form of manifestation of a religion or belief, through worship, teaching, practice or observance as described in the second sentence of the first paragraph. As found by the Commission, the term “practice” as employed in Article 9 § 1 does not cover each act which is motivated or influenced by a religion or belief (see Arrowsmith v. the United Kingdom, no. 7050/77, Commission’s report of 12 October 1978, DR 19, p. 19, § 71). To the extent that the applicant’s views reflect her commitment to the principle of personal autonomy, her claim is a restatement of the complaint raised under Article 8 of the Convention.
83. The Court concludes that there has been no violation of Article 9 of the Convention.
87. The Court has found above that the applicant’s rights under Article 8 of the Convention were engaged (see paragraphs 61-67). It must therefore consider the applicant’s complaints that she has been discriminated against in the enjoyment of the rights guaranteed under that provision in that domestic law permits able-bodied persons to commit suicide yet prevents an incapacitated person from receiving assistance in committing suicide.
88. For the purposes of Article 14 a difference in treatment between persons in analogous or relevantly similar positions is discriminatory if it has no objective and reasonable justification, that is if it does not pursue a legitimate aim or if there is not a reasonable relationship of proportionality between the means employed and the aim sought to be realised. Moreover, the Contracting States enjoy a margin of appreciation in assessing whether and to what extent differences in otherwise similar situations justify a different treatment (see Camp and Bourimi v. the Netherlands, no. 28369/95, § 37, ECHR 2000-X). Discrimination may also arise where States without an objective and reasonable justification fail to treat differently persons whose situations are significantly different (see Thlimmenos v. Greece [GC], no. 34369/97, § 44, ECHR 2000-IV).
89. Even if the principle derived from Thlimmenos was applied to the applicant’s situation however, there is, in the Court’s view, objective and reasonable justification for not distinguishing in law between those who are and those who are not physically capable of committing suicide. Under Article 8 of the Convention, the Court has found that there are sound reasons for not introducing into the law exceptions to cater for those who are deemed not to be vulnerable (see paragraph 74 above). Similar cogent reasons exist under Article 14 for not seeking to distinguish between those who are able and those who are unable to commit suicide unaided. The borderline between the two categories will often be a very fine one and to seek to build into the law an exemption for those judged to be incapable of committing suicide would seriously undermine the protection of life which the 1961 Act was intended to safeguard and greatly increase the risk of abuse.
90. Consequently, there has been no violation of Article 14 of the Convention in the present case.