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Timestamp: 2020-06-01 08:16:57+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 12879 del 22/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12879 del 22/06/2016
Cassazione civile sez. III, 22/06/2016, (ud. 26/02/2016, dep. 22/06/2016), n.12879
sul ricorso 20250-2013 proposto da:
elettivamente domiciliato ex lege in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,
INDEL SUD SRL IN LIQUIDAZIONE;
avverso la sentenza n. 3238/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
26/02/2016 dal Consigliere Dott. RAFFAELE FRASCA;
SOLDI Anna Maria, che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
1. Il Ministero della Difesa, assumendo che l’intimata era tornata in bonis nelle more del giudizio di appello, ha proposto ricorso per cassazione contro la s.r.l. Società Indel Sud in liquidazione, avverso la sentenza del 18 giugno 2012 con la quale la Corte d’Appello di Roma ha rigettato l’appello da esso ricorrente proposto contro il Fallimento della Società Indel Sud s.r.1., rimasto contumace nel grado, contro la sentenza del Tribunale di Roma del settembre 2005, che aveva respinto l’opposizione del Ministero avverso un decreto ingiuntivo del febbraio 1998 ottenuto dall’intimata per il pagamento della somma di allora lire 58.336.095 a titolo di corrispettivo per prestazioni di servizi di manutenzione di impianti effettuati dalla società in favore del Ministero.
2. Al ricorso non v’è stata resistenza dell’intimata.
3. Parte ricorrente non è comparsa in udienza.
1. In via preliminare si rileva che il Ministero, in chiusura dell’esposizione del fatto del ricorso, ha del tutto genericamente allegato, senza alcuna specificazione, che “nelle more del giudizio di appello la Società è tornata in bonis”.
Sempre nell’esposizione del fatto si è precisato che, a seguito dell’opposizione al decreto ingiuntivo proposta dal Ministero si costituiva in giudizio in primo grado il fallimento della società opposta. Nessun’altra notizia è fornita in ordine ai successivi svolgimenti della capacità della società.
La sentenza impugnata risulta pronunciata nei confronti del Fallimento della Società Indel Sud s.r.l. che viene indicata come appellata contumace.
2. Ora, il ricorrente non solo non ha precisato in alcun modo la ragione del dedotto ritorno in bonis della società, ma non ha neppure fornito nel ricorso alcuna indicazione di dove dovesse desumersi la dimostrazione di tale evento.
Ne consegue che il ricorso risulta carente, sotto il profilo delle allegazioni inerenti l’integrazione del relativo requisito, della indicazione della parte legittimata passiva (art. 366 c.p.c., n. 1).
Indicazione che postulava opportuna specificazione delle ragioni e del ritorno in bonis e del modo in cui essa sarebbe stata fatta constare in questo giudizio.
Va rilevato che certamente l’odierna impugnazione sarebbe stata proponibile contro la società tornata in bonis, giusta il principio di diritto secondo cui “Il fallimento di una società e dei suoi amministratori non determina il venir meno di questi ultimi, perchè la società rimane in vita ed essi restano in carica, salva la loro sostituzione; ne consegue che, ove detta società ritorni “in bonis” a seguito della chiusura del fallimento, essa riacquista la propria ordinaria capacità, con tutti i conseguenti poteri di rappresentanza degli organi sociali.” (Cass. n. 20947 del 2009), ma sempre a condizione che dell’evento del riacquisto della capacità si fosse data indicazione specifica (tale da rispettare l’art. 366 c.p.c., n. 1) e, quindi, dimostrazione.
Essa (proprio come nel caso di cui al precedente ora citato) si sarebbe potuta far constare anche sulla base di una notificazione tentata alla curatela fallimentare, nella quale fosse emersa la chiusura del fallimento.
Nel caso di specie, invece, non solo nemmeno si è descritto come e perchè il ritorno in bonis sia avvenuto, essendosi omessa qualsiasi precisazione sulla sorte della procedura fallimentare (il che avrebbe richiesto: a) le opportune specificazioni alla stregua della complessa disciplina emergente dagli artt. 118-120 della legge fallimentare vigente con particolare riguardo alla chiusura del fallimento della società ed all’esistenza di ipotesi in cui il riacquisto della capacità non si verifica, ma segue la cancellazione: art. 118, comma 2; b) oppure la precisazione della soggezione della procedura alla disciplina anteriore a quella introdotta dal D.Lgs. n. 5 del 2006, giusta l’art. 150 di detto D.Lgs.), ma soprattutto non si è fatta alcuna indicazione – come s’è detto – di dove detta dimostrazione dovrebbe emergere.
Sicchè risulta del tutto indeterminato il requisito dell’art. 366 c.p.c., n. 1, che supponeva opportuna attività di specificazione nei detti sensi.
Va rilevato che, anche a voler integrare il carente contenuto del ricorso con le emergenze della sua notificazione (considerate in sostanza come facenti parte di esso), nulla sarebbe dato evincere dalle relate di essa. In particolare, nulla emerge dall’infruttuoso tentativo di notifica presso la sede della società e nulla emerge dalla ulteriore notificazione che è stata fatta presso il difensore della stessa in primo grado, sebbene essa sia stata ricevuta dal medesimo.
2.1. Nella descritta situazione si deve reputare che non è dimostrata la legittimazione della società in bonis e per tale ragione non è necessario interrogarsi sul se la notifica al difensore di primo grado sia valida, nulla o inesistente: problema su cui si attende una decisione delle Sezioni Unite.
Il ricorso dovrebbe, pertanto, essere dichiarato inammissibile, perchè proposto nei confronti di un soggetto del quale non si è dimostrata la legittimazione passiva ad essere destinatario della proposta impugnazione.
Ciò, sulla base del principio di diritto secondo cui, allorquando la sentenza impugnata con il ricorso per cassazione sia stata pronunciata nei confronti della curatela fallimentare di una società, chi propone il ricorso contro la società asserendo che essa è tornata in bonis già nel giudizio in cui è stata pronunciata la sentenza impugnata è tenuto ad indicare le ragioni di tale allegazione ed a dimostrarle, non essendo altrimenti dimostrata la legittimazione di detta società nella qualità e dovendosi il ricorso dichiarare inammissibile.
2.2. Per ragioni di completezza si rileva, comunque, che nel fascicolo di ufficio si rinviene una nota di deposito a data 11 ottobre 2013, successiva a quella di iscrizione a molo presso l’Ufficio Depositi della Corte del 20 settembre 2013, relativa al deposito del plico concernente la tentata notificazione del ricorso direttamente alla società, da cui risulta che esso non fu notificato, nonchè di un “fascicolo storico Camera di Commercio Industria Artigianato e Agricoltura di Roma” estratto il 30 maggio 2013.
Da tale documento si evince la chiusura del fallimento della società per emissione del decreto di chiusura per riparto finale dell’attivo in data 19 maggio 2008, cioè nel corso del giudizio di appello.
Tanto conferma che nel ricorso bene si sarebbe e potuto dare atto di dette risultanze, che erano conosciute dal ricorrente, mentre il Collegio le apprende solo procedendo di sua iniziativa alla loro ricerca.
3. Tanto rilevato, ove si reputi che l’art. 372, comma 2, trova applicazione alle parti costituite, e che, dunque, non fosse dovuta la notificazione dell’elenco della produzione, il ricorso – sempre che non fosse assorbente l’altra ragione in precedenza indicata, cioè l’inosservanza del requisito dell’art. 366, n. 1 come requisito di contenuto-forma di esso sarebbe stato, peraltro, ove scrutinabile, inammissibile in ogni caso per inosservanza dell’art. 366 c.p.c., n. 6, in quanto i tre motivi proposti si fondano su documenti riguardo ai quali non si fornisce l’indicazione specifica richiesta da detta norma.
3.1. Con il primo motivo di ricorso di deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 345 c.p.c. e art. 112 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”.
Vi si censura la sentenza della Corte territoriale quanto alla prima ratio decidendi enunciata, cioè nel punto in cui – invocando il principio di diritto di cui a Cass. n. 2421 del 2006 – ha ritenuto che la deduzione del Ministero appellante “di aver adempiuto all’obbligo di pagamento oggetto della ingiunzione, in data precedente all’emissione del decreto ingiuntivo opposto” si era connotata come introduttiva di “una nuova eccezione (di pagamento), che, ai sensi dell’art. 345 c.p.c. non può essere esaminata in quanto non proposta nel primo grado di giudizio”.
L’assunto della Corte capitolina viene criticato adducendosi che ai sensi dell’art. 345 c.p.c., comma 2, nel testo introdotto dalla L. n. 353 del 1990, dispone che “non possono proporsi nuove eccezioni, che non siano rilevabili anche d’ufficio” e che da tale previsione emergerebbe a contrario che dinanzi al giudice d’appello sarebbero invece proponibili le eccezioni in senso lato, vietata essendo solo la proposizione di eccezioni in senso stretto.
Poichè l’eccezione di pagamento sarebbe eccezione in senso lato (vengono citate Cass. n. 2403 del 1983 e, quindi, Cass. sez. un. n. 15661 del 2005 e Cass. n. 10351 del 2013) e la documentazione comprovante l’avvenuto pagamento del credito era stata depositata in primo grado, precisamente all’udienza del 12 luglio 2000 (osservazione che viene, peraltro, fatta dopo avere evocato il principio di diritto, di cui a Cass. n. 18503 del 2012, nel senso che la rilevazione in appello sarebbe possibile anche facendo leva sulla documentazione ritualmente prodotta in appello e non solo in primo grado), si sostiene che la corte romana avrebbe violato l’art. 345 c.p.c., comma 2.
La deduzione, com’è esplicitato non nell’illustrazione del motivo, bensì nell’esposizione del fatto del ricorso, era stata basata sulla produzione di quattro fatture a dire del ricorrente recanti quietanza di pagamento, in quanto recanti in calce la dicitura “serve per quietanza della somma di L”, seguita dalla cifra corrispondente all’importo della fattura, alla data della ricezione e alla firma del ricevente, ed “a cui erano allegati, per le prime due fatture, le matrici degli assegni circolari consegnati alla Società Indel Sud e, per le restanti, le attestazioni dei pagamenti effettuati a favore della Società per il tramite di conto corrente postale”.
3.2. Con il secondo motivo si deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. nonchè violazione e falsa applicazione dell’art. 1199 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3” e si censura l’esegesi della Corte territoriale in ordine alla inidoneità delle pretese dichiarazioni di quietanza.
3.3. Con il terzo si prospetta una questione ai sensi del n. 5 in ordine alla sostanziale omessa motivazione che si dovrebbe rinvenire nell’affermazione “a prescindere dall’equivocità della dicitura apposta in calce alle fatture (“serve per quietanza” che non equivale a “quietanza”)”, la quale non consentirebbe di ricostruire l’iter logico della Corte territoriale per giungere alla conclusione affermata.
4. Tutti e tre i motivi si fondano sul contenuto delle fatture quietanzate, oltre che delle matrici degli assegni e delle attestazioni dei pagamenti tramite conto corrente postale, di cui si è detto nell’esposizione del fatto: senonchè si omette di indicare se e dove tali documenti siano stati prodotti e siano esaminabili in questo giudizio di legittimità, indicazione necessaria ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6 (si vedano Cass. (ord.) n. 22308 del 2008 e Cass. sez. un. n. 28547 del 2008, nonchè Cass. sez. un. n. 7161 del 2010, fra le tante).
5. Si deve, poi, aggiungere, che il secondo e terzo motivo, inerendo la motivazione aggiuntiva rispetto a quella di rito impugnata con il primo motivo, sarebbero stati inammissibili alla stregua di Cass. sez. un. n. 3840 del 2007.
6. Il ricorso è, conclusivamente, dichiarato inammissibile.
L’esistenza comunque della ragione di inammissibilità ai sensi dell’art. 366, n. 6 rende nuovamente irrilevante, pur per il caso di superamento dell’inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 1, il problema della ritualità della notificazione al difensore di primo grado della società.
7. Non è luogo a provvedere sulle spese del giudizio di cassazione.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla per le spese del giudizio di cassazione.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Terza Sezione Civile, il 26 febbraio 2016.