Source: https://bando.che-fare.com/vademecum/3-concetti-e-definizioni-sullinnovazione-sociale/
Timestamp: 2020-04-08 21:57:33+00:00
Document Index: 72414691

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 2', 'art. 25', 'art.29', 'art. 27', 'art. 2514']

L’innovazione può raggiungere dei risultati di natura sociale strettamente legati alla produzione dell’output (es. offerta di servizi sanitari di prossimità), che nel soddisfare dei bisogni genera un aumento del benessere della collettività – creazione diretta di valore sociale – ma anche risultati impliciti nel processo, nelle nuove relazioni, nei nuovi assetti di governance, nel capitale sociale attivato – creazione indiretta di valore sociale. La creazione indiretta di valore sociale consiste anche nell’aumento delle capacità di azione della società stessa (empowerment), grazie ad un processo collettivo di apprendimento, mutuo insegnamento e attivazione. Da qui anche, l’utilità della messa in rete dei soggetti che fanno innovazione sociale e delle loro pratiche. Le due dimensione di valore creato contribuiscono a determinare l’outcome dell’innovazione, ovvero quello che noi definiamo miglioramento sociale.
L’impresa start-up innovativa (anche a vocazione sociale) è definita dall’art. 25 della legge 221/2012:
c.2 “ … l’impresa start-up innovativa, di seguito «start-up innovativa», è la società di capitali, costituita anche in forma cooperativa, di diritto italiano ovvero una Societas Europaea, residente in Italia ai sensi dell’articolo 73 del decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, le cui azioni o quote rappresentative del capitale sociale non sono quotate su un mercato regolamentato o su un sistema multilaterale di negoziazione,…”
c.4. “Ai fini del presente decreto, sono startup a vocazione sociale le startup innovative di cui al comma 2 e 3 che operano in via esclusiva nei settori indicati all’articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 24 marzo 2006, n. 155”.
I settori definiti dal D.Lgs. 155/2006 (art. 2, co. 1) sull’Impresa Sociale sono i seguenti:
a. assistenza sociale;
b. assistenza sanitaria;
c. assistenza socio-sanitaria;
d. educazione, istruzione e formazione;
e. tutela dell’ambiente e dell’ecosistema;
f. valorizzazione del patrimonio culturale;
g. turismo sociale;
h. formazione universitaria e post-universitaria;
i. ricerca ed erogazione di servizi culturali;
l. formazione extra-scolastica, finalizzata alla prevenzione della dispersione scolastica ed al successo scolastico e formativo;
m. servizi strumentali alle imprese sociali, resi da enti composti in misura superiore al settanta per cento da organizzazioni che esercitano un’impresa sociale.
La legge prevede una serie di requisiti particolari perché una società con questa forma giuridica possa qualificarsi come start-up innovativa. L’elenco dei requisiti è contenuto nello stesso art. 25 che prevede:
a. i soci, persone fisiche, detengono al momento della costituzione e per i successivi 24 mesi, la maggioranza delle quote o azioni rappresentative del capitale sociale e dei diritti di voto nell’assemblea ordinaria dei soci;
b. è costituita e svolge attività d’impresa da non più di quarantotto mesi;
c. ha la sede principale dei propri affari e interessi in Italia;
d. a partire dal secondo anno di attività della start-up innovativa, il totale del valore della produzione annua, così come risultante dall’ultimo bilancio approvato entro sei mesi dalla chiusura dell’esercizio, non è superiore a 5 milioni di euro;
e. non distribuisce, e non ha distribuito, utili per 24 mesi (questo vale anche per la start-up a vocazione sociale);
f. ha, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico (condizione da verificare con presenza di brevetto o personale con phd (1/3 del personale) o spese di R&D almeno del 20% sui costi);
g. non è stata costituita da una fusione, scissione societaria o a seguito di cessione di azienda o di ramo di azienda.
Tra le numerose agevolazioni, deroghe ed esenzioni previste per queste nuove imprese preme sottolinearne due.
Facilitazioni fiscali per gli investitori
Al fine di poter attirare capitali in tali società, sono previste delle agevolazioni fiscali (art.29) che consistono per il privato che compra quote o azioni di una start up innovativa a vocazione sociale (investimento massimo di 500 mila Euro per periodo di imposta) in una detrazione Irpef del 25% per tre anni sulla somma investita.
Se ad investire invece è una società (per un investimento massimo di 1,8mln di Euro), questa potrà portare in deduzione dal reddito imponibile il 27% dell’investimento, sempre che questo venga mantenuto per almeno due anni.
Facilitazioni fiscali e deroghe connesse a stock option e work for equity.
In deroga al codice civile, le quote delle start up innovative in forma di Srl possono essere oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari. Sono previste una serie di possibilità remunerative con strumenti finanziari (art. 27), anche agevolate fiscalmente. Viene introdotto, con l’articolo 27, un regime fiscale e contributivo di favore per i piani di incentivazione basati sull’assegnazione di azioni, quote o titoli similari ad amministratori, dipendenti, collaboratori e fornitori delle imprese start up innovative e degli incubatori certificati (possibilità di remunerare i collaboratori con stock option, e i fornitori di servizi esterni, come ad esempio gli avvocati e i commercialisti, attraverso il work for equity).
Il reddito derivante dall’attribuzione di questi strumenti finanziari o diritti non concorrerà alla formazione della base imponibile, sia a fini fiscali che contributivi.
Le imprese registrate come Start-up in tutta Italia sono ad oggi circa 600.
La Consob sta lavorando ad un regolamento delle piattaforme di Equity crowdfunding che ha lo scopo di dare attuazione alla legge ex-Decreto Sviluppo, avviando una prima fase, in Italia, di “sperimentazione” della raccolta di capitali tramite portali online. Questa raccolta sarà rivolta esclusivamente alle Start-up innovative registrate.
L’innovazione sociale non si traduce necessariamente in impresa sociale. Esiste troppa confusione nell’uso di questi due termini che non indicano la stessa cosa, anche se in alcuni casi possono coincidere. Il concetto di innovazione sociale è molto più ampio di quello di impresa e imprenditorialità sociale, in quanto esistono pratiche che non implicano l’esistenza di imprese sociali e nemmeno di individui con capacità imprenditoriali volte al conseguimento di uno scopo sociale.
Gli elementi essenziali dell’innovazione sociale sono l’efficacia e la sostenibilità economica della pratica innovativa. A tal fine, l’impresa sociale si pone come strumento al servizio dell’innovazione sociale, capace di strutturare processi e relazioni sociali esistenti, di dare una infrastruttura alla dimensione micro.
Nonostante fondasse su presupposti condivisibili, tuttavia l’esito dell’applicazione del decreto 155 si può considerare a tutti gli effetti fallimentare. Dal Rapporto sull’Impresa Sociale (Aiccon) emerge che le Imprese Sociali ex lege sono solo 400 a fronte di 13mila imprese sociali di fatto (di cui 11 mila le cooperative sociali).
Il decreto 155 sembra dunque respingere le diverse organizzazioni che danno espressione all’imprenditoria sociale in senso lato. Vediamo perché:
il divieto assoluto alla distribuzione di utili e dunque alla remunerazione del capitale raccolto è in contraddizione con l’obiettivo di attirare investimenti verso l’impresa sociale. Nessun investitore è interessato ad allocare le proprie risorse (grandi o piccole che siano) in un veicolo da cui non trarrà mai alcun ritorno economico. Anche per questo, nessuna società di capitale (srl e spa) si è trasformata in impresa sociale. Invece, si sono registrate sperimentazioni interessanti che hanno portato ad ulteriori ibridazioni (srl “low profit”), a conferma che è diffuso il bisogno di trovare formule alternative a quelle esistenti;
la mancanza di un regime fiscale di favore (come per le ONLUS e gli enti non commerciali) non attira le organizzazioni non profit che svolgono attività commerciali e non incentiva le coop sociali ad ottenere la qualifica di Impresa Sociale.
Da un lato dunque, un allentamento dei vincoli alla distribuzione degli utili offrirebbe la possibilità alle società di attrarre capitali privati.
Dall’altro, invece, si dovrebbero prevedere anche per le organizzazioni non profit commerciali (in caso fossero riconosciute come Imprese Sociali ex d.lgs. 155) la possibilità di raccogliere capitali e distribuire utili se pur entro certi limiti, come possono fare le coop sociali. Le coop sociali sono infatti Onlus di diritto e in caso Imprese Sociali riconosciute che possono distribuire utili ai soci se pur entro limiti stabiliti (art. 2514 del c.c.).
Inoltre, si dovrebbe prevede un regime fiscale di favore come per le ONLUS o la disciplina di altri strumenti di finanziamento ad hoc per tutte le organizzazione non strutturate come società.
La riforma dell’Impresa Sociale ex d.lgs. 155 è solo una delle possibili strade da percorrere per dare un impulso significativo al business sociale.
Alcuni infatti propendono per la creazione di una nuova forma giuridica, una nuova assett class come direbbero gli investitori sociali, magari ispirata ai modelli inglesi di CIC-community interest company e di CBS -community benefit society, oppure a quello americano di B-corp esempio di autodeterminazione di autodefinizione della finalità sociale.
Altri ritengono che l’impresa sociale in Italia non abbia bisogno di una nuova forma giuridica, ma che rappresenti l’evoluzione culturale di organizzazioni e cooperative che già svolgono attività per una finalità sociale, se pur con un modello di business ancora non sostenibile o su scala troppo ridotta, e di imprese commerciali esistenti che si vincolano per statuto a stabilire:
una finalità sociale e ambientale che implica una funzione obiettivo rovesciata, persegue l’utile sociale anziché l’utile economico;
l’economicità è un vincolo alla funzione obiettivo,
un limite alla distribuzione dell’utile per garantire la continuità dell’attività di impresa,
un modello di governance multi-stakeholder col coinvolgimento degli stakeholder interni (soci, collaboratori, volontari) ed esterni (utenti finali, committenti, finanziatori o donatori).
È possibile rintracciare un punto di convergenza tra queste diverse posizioni.
Tutti riconoscono l’utilità di un riconoscimento normativo (che preveda l’allentamento dei vincoli della legge 155 sulla distribuzione degli utili, l’allargamento dei settori di riferimento, etc..) che, senza prevedere una nuova forma giuridica, definisca con criteri non troppo selettivi (con riferimento alla Social Business Initiative) una nuova categoria di imprese che includa:
la pluralità di forme (spesso ibride non codificate innovative nei processi e nella governance: srl + associazioni, srl low profit,) in cui trova oggi espressione l’innovazione sociale;
le tre forme giuridiche che rappresentano oggi l’impresa sociale: la cooperativa sociale, le imprese (srl, spa) profit nei settori l.155, le non profit commerciali attive sul mercato dei servizi sociali.
Ricollegandoci ai concetti espressi nella definizione di innovazione sociale, la nuova impresa sociale così concepita non nasce con uno scopo lucrativo ma in risposta a pressioni sociali esercitate dall’esistenza di bisogni insoddisfatti, di risorse sprecate o di emergenze sociali e ambientali (es. il cambiamento climatico).
L’impresa sociale organizza e struttura relazioni sociali esistenti, e rappresenta un presidio di beni relazionali e di servizi essenziali per la collettività. Inoltre mette in pratica l’innovazione sociale nei modelli di gestione, produzione e consumo: ricorre infatti a produzioni in crowdsourcing (co-produzioni) o a finanziamenti in crowdfunding (azionariato diffuso), oppure realizza l’ideale del prosumer (consumatore e produttore allo stesso tempo), o ancora si avvale di collaborazioni peer-to-peer.
Il presente documento è stato composto usando alcune parti di due documenti messi a nostra disposizione da Avanzi e che potete trovare qui:
Avanzi, un glossario per il futuro
Social innovation workshop. Rapporto finale