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Timestamp: 2017-07-25 08:27:48+00:00
Document Index: 5566818

Matched Legal Cases: ['art. 73', 'sentenza ', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 606', 'art. 73', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 73', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 187', 'art. 51', 'art. 187', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'sentenza ']

Studio Legale Avvocato Salvatore Bonomo - Sentenza
Narra Mihi Factum
Dabo Tibi Ius
Detenzione di stupefacenti: spaccio o uso personale? - 01/06/11
La Suprema Corte, con la pronuncia 21870/2011, ribadisce la linea
dell'inesistenza sia di una presunzione di destinazione alla spaccio in ipotesi
di sostanza stupefacente detenuta, (ove eccedente i limiti tabellari introdotti
con la novella del 2006), sia della possibilità di inversione dell'onere della
prova, con addebito al detentore dell'obbligo di dimostrare la destinazione del
compendio ad un uso esclusivamente personale.La critica dei Supremi giudici di legittimità attinge, infatti, un orientamento, il quale confligge con il dettato del comma 1 bis dell'art. 73 dpr 309/90 e con la sua costante interpretazione giurisprudenziale.Detta norma contiene, non a caso, tutta una serie di paradigmi ermeneutici idonei a permettere di chiarire se la detenzione sia imputabile ad un fine di assunzione personale dell'agente, oppure se il possesso della droga, da parte dell'agente, non si esaurisca tanto in termini di soddisfazione propria, quanto piuttosto che la sostanza possa essere destinata – in tutto od in parte – a favore di terzi acquirenti o cessionari.Come pacificamente sostenuto dalla giurisprudenza di legittimità (V. da ultima, sul tema specifico, la VI Sezione, sentenza 28 febbraio 2011, n. 7578) neppure la problematica della individuazione del titolo in base al quale il soggetto detenga lo stupefacente, può sfuggire, (né sfugge) alla regola generale dettata riguardo all'onus probandi.Consegue, pertanto, la naturale – quanto ovvia - considerazione che i parametri contenuti nel citato comma 1 bis dell'art. 73, costituiscano specifici strumenti valutativi, di carattere probatorio, i quali, se osservati dal punto di vista del P.M., devono assolvere alla funzione di dimostrare – al di là di ogni ragionevole dubbio - l'uso non esclusivamente personale cui la droga è finalizzata.Per converso – come più volte ricordato – per la difesa, invece, la attuale giurisprudenza non contempla affatto un onere probatorio di medesima natura processuale o, comunque, identico a quello attributo alla pubblica accusa.Colui che, infatti, rivendichi il possesso di sostanze stupefacenti, per un fine esclusivo di assunzione propria – escludendo, quindi, l'ipotesi di cessione a terzi – può, a propria scriminante, esercitare una facoltà di allegazione.Vale a dire che viene, così, azionato un vero e proprio diritto potestativo atto e tendente a paralizzare – contraddicendola – ogni deduzione di accusa, che sia geneticamente finalizzata a conferire valenza di illecito penale ad una condotta che, invece, può risultare del tutto irrilevante sotto tale profilo giuridico.Ad opinione della Corte di Cassazione, l'imputato, dunque, continua a non essere onerato alla dimostrazione della propria non colpevolezza, in ordine alla detenzione di sostanze stupefacenti, perchè, ove un simile sorprendente principio processuale fosse repentinamente accettato, ci si verrebbe a trovare in una situazione di abnorme inversione dell'onere della prova, con violazione di una delle regole codicistiche più importanti nel contesto del diritto di difesa e vulnus del contraddittorio fra le parti del processo.(Altalex, 7 giugno 2011. Nota di Carlo Alberto Zaina)SUPREMA CORTE DI CASSAZIONESEZIONE VI PENALESentenza 3 marzo – 1° giugno 2011, n. 21870(Presidente De Roberto - Relatore Ippolito)Ritenuto in fatto1. Con la decisione impugnata la Corte d'appello di Catanzaro ha confermato la sentenza datata 18.10.2007, con cui il Tribunale di Lamezia Terme aveva condannato L.D. M. alla pena di un anno, quattro mesi di reclusione ed Euro 3.000 di multa per il reato di cui all'art. 73.5 dpr 309/90, commesso il 25 novembre 2005.2. Il ricorrente deduce, ex art. 606.1 lett. c) ed e) c.p.p., violazione dell'art. 73 dpr 309/90 e relativo vizio di motivazione per avere la sentenza affermato la colpevolezza dell'imputato pur in mancanza di prova sulla destinazione di gr. 4,8 di eroina detenuta (per complessivi 713,4 mg di principio attivo) ad uso non esclusivamente personale.Considerato in diritto1. In accoglimento del ricorso e della conforme richiesta del procuratore generale d'udienza, la sentenza va annullata, mancando una plausibile motivazione della ragione per ritenere che l'eroina detenuta dal M. fosse, almeno in parte, destinata a terzi.2. I giudici di merito hanno preso in considerazione soltanto il dato quantitativo, mentre il superamento dei limiti tabellari previsti dall'art. 73, comma primo-bis, lett. a), d.P.R. n. 309 del 1990, come modificato dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49, non vale ad invertire l'onere della prova a carico dell'imputato, ovvero ad introdurre una sorta di presunzione, sia pure relativa, in ordine alla destinazione della sostanza ad un uso non esclusivamente personale, dovendo il giudice globalmente valutare, sulla base degli ulteriori parametri indicati nella predetta disposizione normativa, se le modalità di presentazione e le altre circostanze dell'azione siano tali da escludere una finalità esclusivamente personale della detenzione (Cass. Sez. 6, n. 12146/2009, Delugan; n. 40575/2008, Marsilli; n. 27330/2008, Sejjal). 3. Si dispone, pertanto, il rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Catanzaro per nuovo giudizio.P.Q.M.La Corte annulla la sentenza impugnata e rinvia ad altra sezione della Corte d'appello di Catanzaro per nuovo giudizio
Le analisi non bastano. È necessario dimostrare l’epoca di assunzione della droga - 10/09/12
Il referto delle analisi attesta la presenza di cannabinoidi nell’organismo dell’imputato? Deve essere dimostrata anche l’epoca di assunzione delle sostanze stupefacenti.Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 15 dicembre 2011 – 3 settembre 2012, n. 33617Presidente Brusco – Relatore CasellaRitenuto in fattoCon sentenza in data 2 dicembre 2010, il Tribunale di Sondrio, in composizione monocratica, mandava assolto B.M. - con la formula perché in fatto non sussiste - dalla contravvenzione di cui all'art. 187 cod. strada per aver guidato in (omissis) l'autovettura Fiat Panda tg. (omissis), in condizioni di alterazione fisica e psichica dopo aver assunto sostanze stupefacenti o psicotrope (cannabinoidi), con la conseguente restituzione all'avente diritto dell'autovettura in sequestro.Ma ritenuto il Tribunale che l'imputato noto ai Carabinieri quale abituale assuntore di sostanze stupefacenti (nei cui confronti i militi avevano eseguito una perquisizione personale con esito negativo mentre era a piedi e che, in ottemperanza dell'invito rivoltogli dagli stessi, aveva raggiunto la caserma ponendosi alla guida della propria automobile sulla quale era salito come passeggero, anche il brig. P.V. ) da un lato, avesse agito in presenza della scriminante prevista dall'art. 51 cod. pen. adempiendo all'ordine impartitogli dai Carabinieri e che, dall'altro, difettasse la prova dell'attualità della guida in stato di alterazione psico - fisica conseguente all'assunzione di sostanze stupefacenti.Ricorre per cassazione avverso la sentenza, il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Sondrio, deducendo un unico motivo per inosservanza ed erronea applicazione della legge penale e per difetto della motivazione. Secondo il ricorrente difetterebbero i presupposti del riconoscimento della scriminante dell'adempimento di un dovere giacché l'uso dell'automobile per raggiungere la caserma non era stato prescritto dai Carabinieri (che non avevano ravvisato alcun segno di alterazione nel prevenuto in tale fase dell'episodio) ma discendeva dalla maggior comodità per lo stesso di raggiungere la caserma, fermo il fatto che l'imputato, ove consapevole di aver assunto stupefacenti, era tenuto ad astenersi dal porsi alla guida dell'automobile, attese le descritte circostanze di fatto.Inoltre il Tribunale avrebbe disatteso il principio ribadito dalla giurisprudenza di legittimità secondo cui la prova della sussistenza del reato contestato era rappresentata dall'esito positivo delle analisi dei campioni dei liquidi biologici, non potendo ritenersi elemento costitutivo della contravvenzione di cui all'art. 187 cod. strada l'esito della visita medica, avendo la funzione di avallare la verifica degli elementi sintomatici evidenziati dalla P.G..Considerato in dirittoIl ricorso è infondato.Il Tribunale, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, si è correttamente attenuto ai principi elaborati dalla giurisprudenza di questa Corte (cfr. Sez. 4 n. 41796 del 2009; Sez. 4 n. 11848 del 2010) secondo cui, ai fini della configurabilità del reato di guida in stato di alterazione psicofisica determinato dall'assunzione di sostanze stupefacenti, è necessario dimostrare, previa analisi dei liquidi biologici dell'imputato, non solo la precedente assunzione di sostanze stupefacenti, ma anche il fatto concreto ed attuale della guida sotto l'effetto psicotropo delle stesse.Ora, nella concreta fattispecie, se il referto delle analisi delle urine, attestando la presenza di cannabinoidi nei metaboliti in ragione di 172 ng./ml. - a fronte di un massimo consentito di 50 ng/ml. - era idoneo a provare che il B. aveva assunto sostanze stupefacenti, non poteva tuttavia solo da tale accertamento dirsi dimostrata l'epoca precisa in cui tale accadimento si era verificato, che l'imputato, in difetto di smentite, aveva collocato tre - quattro giorni prima dell'accertamento allorché fumò uno spinello, come ammesso in sede di esame. L'insussistenza dell'addebito, come sottolineato dal Giudice di prime cure, discendeva peraltro pacificamente dagli esiti della visita medico - neurologica cui l'imputato fu sottoposto (come previsto dalla legge),a richiesta dei Carabinieri. Ebbene, in esito alla stessa, non fu riscontrato nel B. alcuno stato di alterazione psico-fisica. L'imputato fu invece giudicato dal dr. R.N. , al contrario, vigile, eupnoico, collaborante, in buone condizioni generali, con lo stato di coscienza integro privo di deficit mnemonici oltreché orientato nello spazio e nel tempo "senza dispercezioni o segni di delirio - allucinazione e con linguaggio normale". Ogni altra censura proposta deve ritenersi assorbita.P.Q.M.Rigetta il ricorso.
Guida in stato di ebbrezza: necessaria la certezza oltre ogni ragionevole dubbio - 20/05/13
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONESEZIONE IV PENALESentenza 19-23 aprile 2013, n. 18375(Presidente Romis – Relatore Dell’Utri)Ritenuto in fatto1. - Con sentenza resa in data 26.10.2012, la corte d'appello di Milano ha integralmente confermato la sentenza in data 17.3.2009, con la quale il giudice dell'udienza preliminare presso il tribunale di Sondrio ha condannato R.A.C. alla pena di sedici giorni di arresto ed Euro 720,00 di ammenda (pena detentiva sostituita con la pena pecuniaria corrispondente, e così complessivamente alla pena di Euro 1.328,00 di ammenda), in relazione al reato di guida in stato di ebbrezza alcolica (art. 186, comma 1, lett. c, c.d.s.), accertato in (omissis).Avverso la sentenza d'appello, a mezzo del proprio difensore, ha proposto ricorso per cassazione l'imputato, censurando il provvedimento impugnato per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all'art. 186 cit, avendo i giudici del merito ritenuto di ascrivere all'imputato la commissione del fatto più grave disciplinato dal ridetto art. 186 (comma 1, lett. c), nonostante l'accertamento strumentale fosse stato condotto con una sola misurazione senza la prescritta ripetizione della stessa, in conformità alle previsioni del codice della strada.Sotto altro profilo, il ricorrente si duole che i giudici del merito abbiano trascurato di specificare, tanto i caratteri, quanto la concreta incidenza causale dei pretesi indici sintomatici dell'ebbrezza alcolica ravvisati, con la conseguenza della mancata prova dell'effettivo ricorso della più grave ipotesi di reato tra quelle disciplinate dall'art. 186 cit..Considerato in diritto2. - Il ricorso è fondato.La sentenza d'appello ha ritenuto di ascrivere all'imputato la commissione della più grave delle ipotesi di reato disciplinate dall'art. 186 c.d.s. muovendo dalla preliminare circostanza costituita dal risultato della prima misurazione strumentale del tasso alcolemico riscontrato a carico dell'imputato: risultato superiore ai limiti previsti in relazione a tale più grave ipotesi criminosa, seppur non accertata in conformità alle prescrizioni legali dello stesso art. 186.Al riguardo, secondo l'insegnamento di questa corte di legittimità, per la configurazione del reato di guida in stato di ebbrezza, pur potendo accertarsi lo stato di alterazione con qualsiasi mezzo, e quindi anche su base sintomatica, è tuttavia necessario ravvisare l'ipotesi più lieve, priva di rilievo penale, quando, pur risultando accertato il superamento della soglia minima, non sia possibile affermare, oltre ogni ragionevole dubbio, che la condotta dell'agente rientri nell'ambito di una delle altre due ipotesi che conservano rilievo penale (Cass., Sez. 4, n. 28787/2011, Rv. 250714; Cass., Sez. 4, n. 6889/2011, Rv. 252728).Nel caso di specie, il generico richiamo operato nella sentenza impugnata agli indici sintomatici riportati nel verbale di accertamento redatto dalla polizia giudiziaria (sia pure valutati in connessione all'entità del risultato scaturito dalla prima misurazione del tasso alcolemico dell'odierno imputato), appare tale da non fornire una dimostrazione sufficientemente adeguata al fine di ritenere, oltre ogni ragionevole dubbio, che la condotta dell'agente si prestasse a un inquadramento nell'ambito di una delle due ipotesi di cui all'art. 186 c.d.s. ancora configurate come penalmente rilevanti.L'indole eminentemente apodittica della motivazione così come redatta nel provvedimento qui impugnato impone di riscontrarne il carattere sostanzialmente illogico, da tanto derivando il necessario annullamento della ridetta sentenza, con rinvio alla corte d'appello milanese per un nuovo esame sul punto indicato.P.Q.M.la Corte Suprema di Cassazione, annulla la sentenza impugnata con rinvio alla Corte d'appello di Milano.
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