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Timestamp: 2018-05-20 13:36:02+00:00
Document Index: 104968686

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 52', 'art. 4', 'art 38', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 38', 'art. 409', 'art. 409', 'art. 2087', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 24', 'art. 20', 'art. 52', 'art. 2901', 'art. 66', 'art. 2901', 'art. 2901', 'art. 51']

In considerazione dell’aspetto più importante di tutta la disciplina e cioè della finalità tipica delle azioni recuperatorie promosse dal curatore: dei mezzi di reintegrazione della garanzia patrimoniale deve necessariamente profittare la generalità dei creditori, (generalità nei cui confronti deve essere dichiarata l'inefficacia dei singoli atti revocandi in ossequio alla par condicio creditorum)[2], il Tribunale di Milano ribadisce, dunque, che qualora l’azione pauliana sia pendente davanti ad altro Tribunale, il Tribunale Fallimentare, a seguito della sentenza dichiarativa, evidentemente intervenuta in costanza di quel giudizio, diviene competente a conoscere di anche di detta azione in virtù del disposto dell’art. 24 L.F.[3]
Ai sensi dell’art. 24 L.F. il Tribunale che ha dichiarato il fallimento è, infatti, competente a conoscere di tutte le azioni che ne derivano, incluse quelle relative a rapporti di lavoro[4], e senza limiti di valore, (ad eccezione delle azioni reali immobiliari per le quali restano ferme le ordinarie norme di competenza). E con riferimento alle azioni che “derivano” dal fallimento, la giurisprudenza è consolidata nel sancire come le azioni che dipendono dai rapporti che si trovano già nel patrimonio della impresa sottoposta a procedura concorsuale al momento dell'apertura della procedura stessa, e che si pongono con questa in relazione di mera occasionalità[5], non riguardano la formazione dello stato passivo dell'impresa e non sono quindi attratte nella particolare sfera di competenza del tribunale fallimentare ex art. 24 l. fall., restando soggette alle regole processuali applicabili ove fossero state promosse dalla società in bonis, con la sostituzione degli organi della procedura a quelli della società che ne avevano la rappresentanza processuale.[6] Quanto all’individuazione dei rapporti (rectius: diritti azionati e) preesistenti al fallimento e che giustificano dunque la non operatività della vis attractiva, il criterio da utilizzare parrebbe essere quello della titolarità del credito (rectius: diritto) in capo al fallito, sulla scorta della considerazione che appunto dette azioni esulano dal contenzioso circa l’accertamento del passivo fallimentare.[7]
Ne deriva che, al contrario, ogni credito vantato nei confronti del fallito va accertato, ai sensi dell'art. 52, comma 2, L.F., salvo diverse disposizioni di legge, secondo le norme stabilite dal capo V della L.F., che, agli artt. 92 – 103, fissa una serie di regole sulle operazioni di formazione e verificazione dello stato passivo, da compiersi, ineludibilmente, dinanzi al giudice delegato, alla stregua del principio di concorsualità che disciplina il procedimento fallimentare in tutte le sue articolazioni.[8]
[1] In tal senso è unanime la Giurisprudenza formatasi a seguito della modifica, intervenuta ad opera dell’art. 4 l. 26 novembre 1990, n. 353, (con decorrenza dal 30 aprile 1995) dell’art 38 cpc, che ha esteso la decisione allo stato degli atti aldilà della delimitazione originaria dell’art. 14 c.p.c. prevedendo anche la possibilità di assunzione di sommarie informazioni: ex multis Cassazione civile, sez. III, 1 dicembre 2000, n. 15367, in Giust. civ. Mass. 2000, 2522 e Cassazione civile, sez. III, 18 luglio 2000, n. 9439, in Riv. giur. circol. trasp. 2001, 62 -con nota di rossetti- citate in sentenza; sul rilievo che la possibilità di assumere sommarie informazioni può solo valere ad assicurare al giudizio elementi chiarificatori del contenuto delle prove precostituite o comunque ad accertare circostanze agevolmente rilevabili o documentabili cfr. Cassazione civile, sez. II, 27 novembre 2002, n. 16842, in Foro it. 2003, I, 803 la quale si sofferma sull’enucleare la ratio della (non più) nuova norma, sancendo come la stessa insista nell’esigenza di fondare la decisione sulla competenza esclusivamente su prove precostituite e ciò non tanto e non solo per evitare che si formi un processo nel processo, quanto perché, come è stato esattamente evidenziato sia in dottrina che in giurisprudenza, in considerazione del vigente sistema di impugnazione delle decisioni sulla competenza, le parti non disporrebbero di un rimedio per far valere l’erronea non ammissione dei mezzi di prova offerti per dimostrare rispettivamente la fondatezza o l’infondatezza del criterio di collegamento seguito dall’attore. Sulla applicazione che di detto principio la giurisprudenza ante riforma usualmente forniva in senso non difforme dalla norma poi introdotta applicando estensivamente l’art. 14 II° co. c.p.c. v. Cass. 11 gennaio 1990, n. 33, in Foro it., Rep. 1990, voce Competenza civile, n. 66; Id.13 giugno 1984, n. 3537, id., Rep. 1984, voce cit., n. 54; nonché, per tutti gli spunti dottrinali, si rinvia a mandrioli, Corso di diritto processuale civile, Torino, 1995, I, 225 ss; luiso, in Commentario alla riforma del processo civile, Milano, 1996, sub art. 38, 26 ss. Per le controversie relative a rapporti di lavoro subordinato ex art. 409 I° co., n. 1 c.p.c. vedi Cassazione civile, sez. lav., 15 gennaio 1998, n. 308, in Riv. giur. lav. 1998, II, 589 (annotata da milone), secondo la quale “Per controversia relativa a rapporti di lavoro subordinato ai sensi dell'art. 409 n. 1) c.p.c. debbono intendersi non solo quelle relative ad obblighi caratteristici del rapporto di lavoro, ma anche quelle per le quali la pretesa fatta valere si colleghi direttamente a detto rapporto, nel senso che questo, pur non costituendo la causa petendi di tale pretesa, si presenti come antecedente e presupposto necessario, non meramente occasionale, della situazione di fatto in ordine alla quale viene invocata la tutela giurisdizionale. Pertanto rientra fra le predette controversie ed è quindi devoluta alla competenza del pretore in funzione di giudice del lavoro quella con la quale il lavoratore richiede il risarcimento dei danni per comportamento ingiurioso del proprio datore di lavoro e del superiore gerarchico, deducendo come causa petendi la violazione dell'art. 2087 c.c. che impone all'imprenditore di tutelare l'integrità fisica e la personalità morale del prestatore di lavoro e l'abuso del potere disciplinare”. Sul presupposto che il provvedimento di trasformazione del rito non attiene alla competenza, e che di conseguenza non può essere impugnato con regolamento di competenza v. Cassazione civile, sez. II, 22 maggio 2000, n. 6632, in D&G - Dir. e Giust. 2000, f. 22, 48; Cassazione civile, sez. III, 2 aprile 1997, n. 2876, in Foro it. 1999, I, 307.
[3] Oltre alla giurisprudenza cui alla nota che precede e agli ulteriori richiami nelle note che seguono v. Cassazione civile, sez. III, 22 maggio 2002, n. 7510, in Giust. civ. Mass. 2002, 903, per un’ipotesi nella quale una società aveva chiesto la condanna di altra società fallita al pagamento dell'importo maturato per lavori eseguiti in subappalto ed, inoltre, aveva proposto, anche nei confronti della fallita, oltre che dei cessionari, richiesta di dichiarazione di inesistenza, invalidità e simulazione sia dei crediti della fallita nei suoi confronti, sia delle loro cessioni, nonché azione revocatoria, anche in via surrogatoria della curatela rimasta inerte, delle cessioni e dei pagamenti da sè effettuati. In materia di azione revocatoria fallimentare fatta valere nei confronti dello straniero, v. Tribunale Milano, 22 luglio 1996, in Fallimento 1997, 317 annotata da pernazza.
[4] Quanto alla “domanda del lavoratore avente per oggetto l'accertamento della esistenza del rapporto di lavoro con l'imprenditore dichiarato fallito è attratta alla competenza del giudice fallimentare, allorché sia diretta in via strumentale ad ottenere il riconoscimento di diritti creditori da far valere in sede concorsuale” v. Tribunale Milano, 21 settembre 1995, in Fallimento 1996, 567 nota (colombini); quanto alla distinzione tra domande del lavoratore che mirano a pronunce di mero accertamento oppure costitutive e domande dirette alla condanna al pagamento di somme di denaro v. Cassazione civile, sez. lav., 23 luglio 2004, n. 13877, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 7, oltre alla giurisprudenza richiamata nelle note che seguono; quanto alla domanda di "regolarizzazione" della posizione contributiva proposta nei confronti di un datore di lavoro dichiarato fallito v. Corte appello Bologna, 18 luglio 2004, in Fallimento 2004, 938.
[5] Tali sono le azioni che tendono a tutelare i diritti di credito vantati dal fallito nei confronti dei terzi e quelle con cui detti diritti debbano essere accertati o divenire oggetto di pronunce di condanna. (cfr. ex pluribus Cassazione civile, sez. I, 1 febbraio 1999, n. 831, in Fallimento 1999, 668: nella specie, la S.C. ha escluso che rientri nella competenza del tribunale fallimentare l'azione, per il risarcimento del danno da responsabilità professionale, proposta dal fallimento nei confronti di un avvocato al quale il fallimento stesso aveva reiterato un incarico di recupero crediti già affidatogli dall'imprenditore ancora prima della dichiarazione di fallimento); conf. Cassazione civile, sez. I, 21 gennaio 1999, n. 520, in Fallimento 1999, 669; si esprime in senso diametralmente opposto, ma restando sostanzialmente isolata, Cassazione civile, sez. III, 1 agosto 1997, n. 7136, in Giust. civ. Mass. 1997, 1307
[6] cfr. Cassazione civile, sez. lav., 19 agosto 2004, n. 16256, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 7-8 laddove però lascia perplessi il riferimento all’essere in bonis della società poi fallita anziché alla titolarità del credito (in capo alla medesima società) fatto valere verso i terzi in epoca precedente al proprio fallimento; conf. Cassazione civile, sez. I, 5 luglio 2000, n. 8990, in Giust. civ. Mass. 2000, 1499; conf. Cassazione civile, sez. I, 26 agosto 2004, n. 17057, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 7-8 la quale, nel ribadire il principio, ha affermato la estraneità alla competenza del tribunale fallimentare dell'azione di risarcimento di nullità promossa dall'imprenditore prima della dichiarazione di fallimento e quindi da questo non dipendente. In dottrina si esprimono adesivamente Abate, Organi, in AA.VV., Diritto Fallimentare, Milano, 1996, 374; Ricci, Lezioni sul fallimento, Milano, 1998, II, 230; Ferrara, Il Fallimento, Milano, 1989, 261; Satta, Diritto fallimentare, Padova, 1992, 103; tuttavia v. altresì in senso parzialmente difforme Cassazione civile, sez. III, 22 maggio 2002, n. 7510, cit., la quale pur convenendo che per "azioni derivanti dal fallimento", ai sensi dell'art. 24 l. fall., devono intendersi quelle che comunque incidono sul patrimonio del fallito, compresi gli accertamenti che costituiscono premessa di una pretesa nei confronti della massa, anche quando siano diretti a porre in essere il presupposto di una successiva sentenza di condanna, enuncia che rientrano nella competenza inderogabile del foro fallimentare (oltre alle azioni revocatorie fallimentari ordinarie ed alle azioni intese a far valere diritti verso il fallito), le richiesta di compensazione volte all'accertamento di un maggior credito nei confronti del fallito da insinuare al passivo, le azioni di annullamento seguite da domande di restituzione e quelle volte ad accertare la simulazione. Con riferimento all'azione di nullità di un contratto stipulato prima della dichiarazione di fallimento, nell’ipotesi in cui con riguardo al medesimo contratto sia stata altresì promossa l'azione revocatoria fallimentare, la competenza in ordine alla quale non può attrarre quella sulla nullità, la cui affermazione è anzi incompatibile con la revocatoria che riguarda atti validi sotto gli altri aspetti generali, v. Cassazione civile, sez. I, 15 settembre 1997, n. 9156, in Fallimento 1998, 508; quanto alla circostanza che nel caso in cui il tribunale ordinario e quello fallimentare non siano territorialmente diversi, l'aver adito il primo in luogo del secondo non fa sorgere una questione di competenza, ma integra un caso d'improcedibilità della domanda, denunciabile in sede di gravame ordinario v. Cassazione civile, sez. lav., 26 luglio 2004, n. 14028, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 7; quanto alle controversie traenti origine da una domanda proposta dal curatore del fallimento per far valere la simulazione assoluta di un contratto stipulato dal fallito e siffatta inderogabile ed assoluta competenza del tribunale fallimentare è destinata a prevalere anche sul foro indicato, in materia di locazione, dagli art. 21 e 447 bis c.p.c. v. Cassazione civile, sez. I, 20 luglio 2004, n. 13496, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 7; al contrario, la domanda di risoluzione di un contratto di locazione, che trovi origine nella condotta inadempiente dei commissario straordinario, si pone in un rapporto di mera occasionalità con la dichiarazione dello stato di insolvenza e sfugge perciò al disposto dell'art. 24 l. fall., e resta soggetta alle ordinarie disposizioni sulla competenza, così Tribunale Trani, 4 luglio 2000, in Dir. e prat. soc. 2001, f. 24, 82; quanto ai crediti del locatore sorti dopo la dichiarazione di fallimento v. Cassazione civile, sez. I, 26 agosto 2004, n. 17000, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 7-8; quanto all’operatività della vis attractiva qualora uno dei condebitori solidali venga dichiarato fallito v. Cassazione civile, sez. lav., 23 luglio 2004, n. 13875, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 7; quanto alla possibile concorrenza con il diverso criterio della verificazione dell'evento dannoso, ai sensi dell'art. 20 c.p.c., in tema si abusiva concessione del credito e dell'artificiosa tenuta in vita dell'impresa v. Cassazione civile, sez. I, 27 febbraio 2004, n. 4112, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 2.
[7] Lo ha posto lucidamente in evidenza Fabiani, nota adesiva a Cassazione civile, sez. I, 15 febbraio 1999, n. 1240, Foro it. 1999, I, 1185, il quale evidenzia che, poiché i crediti vantati nei confronti del fallimento devono essere, a norma dell’art. 52 l.f., accertati secondo le norme stabilite dagli artt. 93 e ss, quella di cui al testo non può che essere una soluzione obbligata. In coerenza con questo principio è stata ritenuta la estraneità alla competenza del tribunale fallimentare dell'azione di risarcimento dei danni promossa dall'imprenditore, successivamente fallito, pendente in grado di appello alla data della dichiarazione di fallimento (Cassazione civile, sez. I, 15 aprile 2003, n. 5950, in Fallimento 2004, 735 con osservazioni di landolfi); conf. Cassazione civile, sez. I, 1 settembre 1995, n. 9221, in Fallimento 1996, 339; cfr. altresì la giurisprudenza richiamata alla nota che precede. Tuttavia recentemente contra ed in senso diametralmente opposto v. Cassazione civile, sez. III, 22 giugno 2004, n. 11647, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 6 che si è espressa nel senso della irrilevanza della circostanza che i rapporti oggetto della competenza funzionale del tribunale stesso (nella specie, diritti di credito) siano preesistenti o successivi alla dichiarazione di fallimento.
[8] Cfr. da ultimo Cassazione civile, sez. I, 2 aprile 2004, n. 6502, in Giust. civ. Mass. 2004, f. 4; Per tutti gli ulteriori profili problematici si rinvia agli spunti riflessivi di Baraggioli, Sulla competenza del tribunale fallimentare a conoscere domande riconvenzionali (nota a sent. Trib. Genova 11 maggio 1984), in Dir. fall. 1985, II, 551; Barbieri, Domanda riconvenzionale del convenuto per l'ammissione di un credito (osservaz. a Cass., sez. I, 4 settembre 1999 n. 9375,) in Fallimento 2000, II, 766; Lamanna, Domande riconvenzionali verso il fallito e "translatio judicii": questioni di rito - competenza e inopponibilità del giudicato. Il fallimento come "ordinamento settoriale" chiuso (nota a Cass., sez. I, 25 luglio 2002 n. 10912; Cass., sez. I, 19 aprile 2002 n. 5725), in Fallimento 2003, II, 284; Ceccherini, Danno temuto e competenza del tribunale fallimentare (nota a sent. Trib. Monza 7 novembre 1995). Fallimento 1996, I, 1, 398; Id. "Translatio" dell'opposizione all'esecuzione in sede di verifica dei crediti (nota a sent. Trib. Alessandria 4 giugno 1994), in Fallimento 1995, II, 197; Spaccapelo, La competenza nel giudizio di opposizione all'esecuzione (nota a sent. Cass., Sez. III, 17 marzo 1998 n. 28469), in Nuova giur. civ. commentata 1998, I, 811; in tema di opposizione all’esecuzione per il caso in cui l’opponente oltre a contestare il fondamento del diritto del creditore poi fallito, abbia proposto anche domanda per ottenere la condanna dell’esecutante al pagamento di crediti vantati nei suoi confronti v. Abate, Giudice dell’opposizione all’esecuzione e foro fallimentare (nota a Cassazione civile, sez. III, 2 febbraio 2001, n. 1511, in Fallimento 2001, 924; Di Gravio Azioni personali ed azioni reali immobiliari nella competenza fallimentare (nota a sent. App. Roma 22 marzo 1997), in Foro pad. 1997, I, 219; nonché in termini più generali id. Competenza del tribunale (e non del giudice delegato) per le istanze di estensione del fallimento (nota a sent. App. Cagliari 16 luglio 1988), in Dir.fall. 1989, II, 148; id. Le milizie contro Giulio Cesare: "scontri sul rito" fra tribunale ordinario e tribunale fallimentare (nota a sent. Trib. Roma 20 marzo 1985), in Dir. fall. 1985, II, 858; Lo Sinno, Nuovo processo civile e competenza del tribunale fallimentare (osservaz. a sent. Trib. Monza 20 dicembre 1996) in Fallimento 1997, II, 834; Ragusa Maggiore, Contrasto tra istituti di credito per l'attribuzione di somme mutuate al fallito e competenza del tribunale fallimentare (nota a sent. Cass., Sez. I, 14 ottobre 1985 n. 4984), in Dir. fall. 1986, II, 250; Russo, È veramente sopravvissuto il foro endofallimentare in materia di diritti soggettivi?, in Fallimento 1986, 373.
[9] Cfr ex multis Cassazione civile, sez. lav., 5 dicembre 2000, n. 15447, in Giust. civ. Mass. 2000, 2547, la quale differenziando ulteriormente tra le diverse procedure concorsuali sancisce come in caso si amministrazione straordinaria ovvero di sottoposizione a liquidazione coatta amministrativa si applichi, invece, per la seconda tipologia di azioni promosse, la regola della temporanea improcedibilità o improseguibilità della domanda davanti al giudice ordinario per la durata della fase amministrativa di accertamento dello stato passivo dinanzi ai competenti organi della procedura, ferma restando l'assoggettabilità del provvedimento attinente allo stato passivo ad opposizione o impugnazione davanti al tribunale fallimentare; conf. Cassazione civile, sez. lav., 21 novembre 2000, n. 14998, in Giust. civ. Mass. 2000, 2386, la quale esprime gli stessi principi anche con riferimento ad imprese bancarie; ed ancora nello stesso senso Cassazione civile, sez. lav., 27 luglio 1999, n. 8136, in Fallimento 2000, 309, ed in Dir. fall. 2000, II, 287 con nota di bontavitacola; nonché Cassazione civile, sez. lav., 12 maggio 1997, n. 4146 , in Foro it. 1997, I, 2490 e Cassazione civile, sez. lav., 20 luglio 1995, n. 7907, in Fallimento 1996, 334. In dottrina, nel senso che sia ammissibile un giudizio di accertamento al di fuori del procedimento concorsuale, Caiafa, Fallimento del datore di lavoro e licenziamenti collettivi per riduzione di personale: competenza del giudice del lavoro o del tribunale fallimentare? (nota a sent. Cass., Sez. Lav., 12 maggio 1997 n. 4146; Pret. Roma 24 febbraio 1997), in Mass. giur. lav. 1997, I, 917; id. I rapporti di lavoro e le procedure concorsuali, Padova, 1994, 94; Lo Cascio, Ancora sull’accertamento dei crediti di lavoro subordinato nel fallimento: mutamenti interpretativi della Corte suprema, in Giust. Civ., 1998, I, 2800.
[12] Cfr.: barbieri, Legittimazione esclusiva o concorrente della curatela nell’esercizio dell’azione revocatoria ordinaria, (nota a Cassazione Civile, Sez. III, 6 agosto 2002, n. 11760, in Fallimento, 2003, 3, 297); Abate, L'azione revocatoria ordinaria nel fallimento e nelle procedure liquidatorie amministrative, in Fallimento 1998, II, 443; Ceccherini, Questioni processuali nel subingresso del fallimento in revocatoria ordinaria anteriormente proposta dai creditori (nota a Trib. Monza 9 dicembre 1998), in Fallimento 1999, II, 1039; Di Amato, Gli effetti del fallimento rispetto ai creditori. I) Il divieto di azioni esecutive individuali, in Il Fallimento e le altre procedure concorsuali, Panzani (diretto da) I Torino, 2000, 453 ss.; Guglielmucci, L'azione revocatoria ordinaria nel fallimento, in Fallimento 1991, 891; Maienza Presupposti e prospettive dell'azione revocatoria ordinaria in ambito fallimentare (nota a Trib. Milano 31 gennaio 2000), in Fallimento 2001, II, 90; Montanari, Il difficile nodo della procedibilità in costanza di fallimento delle azioni revocatorie anteriormente promosse, cit., 328 ss; in giurisprudenza, oltre a tutte le decisioni richiamate alla nota che precede, v. Cassazione civile, sez. I, 15 marzo 1990, n. 2117, in Fallimento, 1990, 1007; Cassazione civile, sez. I, 23 gennaio 1990, n. 351, in Giur. it. 1990, I, 1, 1269; tra le più risalenti: Cassazione civile, 7 aprile 1947, n. 521, in Dir. Fall., 1947, II, 97; Cassazione civile 28 settembre 1976, n. 3158, ivi, 1977, 154.
[13] Per primo vigorosamente Ricci, Le <<azioni di recupero>> dei creditori in pendenza di fallimento, in Quadrimestre 1987, 7 ss; altrettanta convinzione è espressa, sullo stesso solco, da Consolo, La revocatoria ordinaria nel fallimento tra ragioni creditorie individuali e ragioni di massa, in Riv. Dir. Proc. 1998, 400 e 408 ss.
[14] Cfr. ex pluribus: Cassazione civile, sez. I, 7 giugno 1999, n. 5562, in Giust. civ. Mass. 1999, 1287 ed in Fallimento 2000, 741, con osservazioni di Badini Confalonieri, per la quale “Il principio dettato dall'art. 2901, comma 2, c.c. in tema di azione revocatoria ordinaria trova applicazione anche alla revocatoria fallimentare, stante l'identità della natura e del fondamento giuridico delle due azioni.”; Cassazione civile, sez. I, 15 maggio 1997, n. 4296, in Giust. civ. Mass. 1997, 755 ed in Fallimento 1997, 1187; v. altresì Tribunale Piacenza, 9 luglio 2001, in Giur. it. 2001, 2092 con nota di Bertolotti; Tribunale Milano, 13 settembre 1990, in Fallimento 1991, 705; Tribunale Firenze, 6 marzo 1987, in Dir. fall. 1987, II, 1008; Tribunale Milano, 12 dicembre 1988, in Banca borsa tit. cred. 1991, II, 240; Cassazione civile, sez. I, 20 maggio 1985, n. 3085, in Foro it. 1986, I, 514 ed in Giur. comm. 1986, II, 137; Cassazione civile, sez. I, 6 maggio 1975, n. 1757, in Mass. Giur. it, 1975, c. 481; Cassazione civile, 27 maggio 1975, 2122, ivi, 1975, c. 592.
[21] La S.C., infatti, è intervenuta nuovamente a ribadire come qualora, dopo la proposizione dell'azione revocatoria, sopravvenga il fallimento del debitore, la legittimazione alla prosecuzione del giudizio spetta esclusivamente al curatore, il quale agisce come sostituto processuale della massa dei creditori, privati della legittimazione ad iniziare o a proseguire l'azione per tutta la durata della procedura fallimentare. Cassazione civile, sez. III, 6 agosto 2002, n. 11760, in Giust. civ. Mass. 2002, 1476. Nel senso che l'azione revocatoria ordinaria prevista dall'art. 66, l. fall., si identifichi con l'azione che i creditori, anteriormente alla dichiarazione di fallimento, possono esercitare ai sensi degli art. 2901 ss., c.c., in riferimento agli atti di disposizione del patrimonio posti in essere dal debitore in pregiudizio delle loro ragioni, v. Cassazione civile, sez. I, 5 dicembre 2003, n. 18607, in Giust. civ. Mass. 2003, f. 12; ne deriva, fra l’altro, che qualora nel corso di un giudizio di revocatoria ordinaria promosso da un creditore, sopravvenga il fallimento del debitore convenuto, il curatore fallimentare si sostituisce al creditore -che perde la legittimazione venendo meno l'interesse ad agire- nell'esercizio dell'azione senza che debba trovare applicazione l'istituto dell'intervento del terzo e con salvezza dell'effetto interruttivo della prescrizione prodotto dalla domanda introdotta dal creditore (Cassazione civile, sez. I, 25 luglio 2002, n. 10921, in Foro it. 2002, I, 3015). Sostanzialmente dopo la dichiarazione di fallimento, la legittimazione a proporre le azioni a tutela della massa - tra cui la revocatoria ordinaria - spetta, in via esclusiva, al curatore (Cassazione civile, sez. I, 25 luglio 2002, n. 10921, in Giust. civ. Mass. 2002, 1342); per il caso della perdita della legittimazione all'esercizio dell'azione ex art. 2901 da parte del creditore con conseguente dichiarazione di improseguibilità del processo anche in caso di inerzia processuale del curatore v. Cassazione civile, sez. I, 19 luglio 2002, n. 10547, in Foro it. 2002, I, 3015 con nota di Fabiani. Più in generale sull’orientamento giurisprudenziale maggioritario che nega la legittimazione del singolo creditore a proseguire l'esercizio dell'azione revocatoria ordinaria dopo il fallimento del debitore facendo leva sul disposto dell'art. 51 L. Fall. si rinvia alle motivazioni di Cass., 21 luglio 1998, n. 7119, in Fallimento, 1999, 287, con osservazioni di Barbieri e in Dir. Fall., 1999, II, 282; Cass., 4 agosto 1987, n. 9122, in Fallimento, 1988, 322; Cass., 13 gennaio 1983, n. 246, in Mass. Giust. Civ., 1983, 93; Cass., 14 gennaio 1980, n. 322, in Dir. Fall., 1980, II, 132.