Source: http://carlopino.postilla.it/2010/04/26/condanna-alle-spese-di-giudizio-banco-di-prova-della-civilta-tributaria/
Timestamp: 2018-03-20 17:09:38+00:00
Document Index: 114969288

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.15', 'art.92', 'art.10', 'art. 92', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Condanna alle spese di giudizio: banco di prova della civiltà tributaria - Postilla
Postilla » Generale » Il Blog di Carlo Pino » Accertamento, sanzioni e processo tributario » Condanna alle spese di giudizio: banco di prova della civiltà tributaria
Condanna alle spese di giudizio: banco di prova della civiltà tributaria
“Il nuovo articolo 92 c.p.c. impone l’esplicita indicazione nella motivazione della sentenza delle altre gravi ed eccezionali ragioni che inducono il giudice a compensare le spese giudiziali, non essendo più sufficienti giusti motivi per soprassedere alla condanna della parte soccombente”.
E’ questo il laconico commento della Circ. n.17/E con cui l’Agenzia delle Entrate – nell’illustrare diffusamente le novità introdotte dalla legge n.69/2009 in materia di processo civile, applicabili anche al processo tributario – liquida la norma che, a mio avviso, può costituire una vera rivoluzione nei non sempre facili rapporti fra amministrazione finanziaria e contribuente.
Diciamolo francamente: fino ad oggi era assolutamente “normale” (salvo rarissimi ed eccezionali casi) la compensazione delle spese di giudizio davanti al giudice tributario, specialmente di fronte alle commissioni di merito.
In sostanza il vecchio principio, secondo il quale il fisco non veniva condannato alle spese di soccombenza, ma per contro non riceveva quelle di vittoria, seppure superato dall’art.15 del D.Lgs. n. 546/92, secondo cui “la parte soccombente è condannata a rimborsare le spese di giudizio che sono liquidate con sentenza“, aveva sempre continuato a trovare amplissima applicazione, ed era formalmente supportato dalla precedente formulazione dell’art.92 del c.p.c, secondo cui la Commissione tributaria poteva dichiarare le spese compensate in tutto o in parte, ove ricorressero dei “giusti motivi”, rimessi ad una valutazione discrezionale del giudice.
Insomma, l’idea del processo tributario come un processo “di serie B”, basato essenzialmente su criteri equitativi, e dal quale non potessero/dovessero sorgere comunque effetti patrimoniali negativi nei confronti dell’erario, se non quelli correlati alla materiale gestione del contenzioso, non ha mai abbandonato del tutto il nostro immaginario collettivo.
Mi pare che sia l’ora di voltare pagina.
L’importanza ed il ruolo del fisco nella nostra società (e non solo nella sfera dell’economia) non può più permettersi una giustizia tributaria approssimativa.
Non può essere consentito a chiunque di introdurre un ricorso qualsiasi per importi anche modestissimi, al solo “prezzo” di una marca da bollo. Non può neppure più essere consentito all’amministrazione finanziaria emettere atti impositivi palesemente illegittimi, poco fondati, scarsamente motivati, senza pagare dazio alcuno.
Il danno per la collettività dell’accumularsi di milioni di ricorsi inutili, perché pretestuosi o bagatellari, e di milioni di accertamenti che avrebbero potuto essere definiti o annullati in via amministrativa, se riconosciuti ab origine in tutto o in parte infondati, è troppo alto, per non richiedere qualche correttivo. Non è pensabile, in nome di un formale diritto di difesa, accettare una sostanziale e generalizzata ingiustizia.
La condanna alle spese di giudizio può essere un primo passo verso un migliore equilibrio, verso una civiltà tributaria che è auspicata dal legislatore (“i rapporti fra contribuente sono improntati a collaborazione e buona fede”, recita l’art.10 della legge n.212/2000), ma mai effettivamente raggiunta. Nessuna azione processuale sostanzialmente non corretta (il ricorso pretestuoso, l’accertamento infondato difeso ad ogni costo) può rimanere senza conseguenza nei confronti di chi la compie, sia esso il privato cittadino o la pubblica amministrazione.
Sancito il principio, resta un problema, non da poco: la quantificazione delle spese.
Per evitare applicazioni estremamente differenziate da giudice a giudice, e dare comunque certezza a tutte le parti sui costi dell’eventuale soccombenza (e quindi sui “vantaggi” impliciti di un comportamento iniziale più virtuoso), sarebbe a mio avviso opportuna l’introduzione di una specifica “tariffa” prevista dal legislatore, con un minimo di legge che non può essere inferiore – oggi – a 600-800 euro, a prescindere dal valore della pratica, e opportune percentuali decrescenti, che diano luogo ad importi ragionevolmente rappresentativi delle spese di lite.
Conosciuto il rischio patrimoniale della soccombenza, ciascuno è poi responsabile del suo successivo comportamento: mi sembra un buon inizio nei veri rapporti “di buona fede” auspicati dal legislatore.
Sul punto mi farebbe molto piacere sentire il parere dei lettori.
Letture: 10557 | Commenti: 15 |
15 Commenti a “Condanna alle spese di giudizio: banco di prova della civiltà tributaria”
Scritto il 26-4-2010 alle ore 12:05
Ritengo comunque che la annosa questione delle spese di giustizia sia solo la punta dell’iceberg.
In realtà le storture della giustizia tributaria sono molte di più e l’origine di tutto ciò è nel sistema organizzativo totalmente sbilanciato verso l’Erario. Basterebbe pensare alla stesso fatto che tra i c.d. ‘giudici’ vi sono ex funzionari dell’amministrazione finanziaria, nonché alla natura onoraria dell’incarico all’interno della Commissione che automaticamente rende la giustizia tributaria ‘di serie B’.
La verità è che si rende necessaria una riforma integrale che preveda la selezione dei magistrati attraverso concorso (esattamente come accade per le altre giurisidizioni) e la dipendenza delle Commissioni Triutarie direttamente dal Ministero di Grazia e Giustizia.
Fin quando questi primari interventi non saranno realizzati saremo ancora costretti ad assistere quotidianamente alle ‘porcherie’ che i c.d. ‘giudici’ tributari continueranno a rifiliare a noi professionisti della materia.
Scritto il 26-4-2010 alle ore 19:24
Sembrano talmente ovvie le considerazioni esposte che sorge la domanda :per il sistema tributario siamo un paese di serie b o forse dobbiamo ancora essere promossi in serie b?A mio avviso la criticità del sistema va affrontata con inserimento nell’amministrazione di personale qualificato e con mentalità aperta alle ragioni del contribuente e non a quelle della irresponsabile e ottusa burocrazia.
Scritto il 26-4-2010 alle ore 20:39
Ovvio che i frequentatori di questi siti non possano, a mio avviso, che trovare soddisfazione nella norma in commento.
Di fronte a questi cambiamenti, che possono sembrare scontati ma rappresentano una inversione di mentalità, la tentazione potrebbe essere quella di “vuotare il sacco” di tutti i desideri e cose che non vanno.
Invece va presa al volo, a mio avviso, la possibilità di evolversi anche a partire da moodificazioni ovvie e “banali” , che devono poi trovare applicazione pratica concreta (infatti il rischio è che a volte si risolvano in forme di aggiramento o svuotamento sostanziale del principio buono).
In tal senso appare interessante l’idea della fissazione di un importo minimo (io vedrei la determinazione di una % sul valore della causa, con un minimo ed un massimo); al di là del come, su cui vi possono essere idee più valide, quel che conta tuttavia è la necessità che l’individuazione precisa di una quantificazione calibrata del costo renda certo e non vano, anzi concretamente sensibile e calcolabile, il rischio del tentativo temerario e/o ottuso (da chiunque compiuto, ovviamente).
Gerardo Autieri scrive:
Scritto il 26-4-2010 alle ore 23:13
Sono d’accordo con Enzo.
Limitarsi a celebrare una disposizione (peraltro contenuta nel codice di procedura civile e solo di riflesso incidente sul processo tributario) non significa proprio un bel niente e si traduce in vacue ed oziose riflessioni ‘de iure condendo’. Il tono entusiastico di Carlo Pino può trovare giustificazione solo con la mancanza di esperienza dell’agone tributario da parte dell’autore.
In verità non bastano sporadiche modifiche normative a mutare lo stato delle cose. E’ la mentalità di chi giudica che deve cambiare e ciò è possibile solo con una riforma rigorosa della giustizia tributaria ma nel senso più garantistico possibile aderente alla Costituzione e non con interventi di facciata che servono solo a coprire un indegno sistema sfacciatamente e vergognosamente sbilanciato verso l’erario. Una bella presa in giro per i contribuenti e per i consulenti costretti a subire in silenzio la mentalità statalista filo-amministrativa dei ‘giudici a tempo perso’ delle commissioni tributarie.
Carlo Pino scrive:
Scritto il 27-4-2010 alle ore 00:57
In relazione all’ultimo commento, mi permetto di osservare che non mi pare di aver tenuto toni entusiastici, ma solo di aver sottolineato come nella lunga strada della “civiltà tributaria”, un piccolo passo verso un miglior bilanciamento nei rapporti fisco-contribuente passi ANCHE per la condanna alle spese di giudizio come regola ordinaria e ordinariamente seguita dai giudici tributari. Nella mia certamente modesta esperienza ho avuto solo pochissime volte la soddisfazione di vedere l’ufficio condannato al risarcimento (molto parziale) delle spese sopportate dal contribuente per difendersi da accertamenti cervellotici e completamente campati in aria. Nel mio post non volevo quindi disquisire sullo stato del contenzioso tributario, ma solo fare una riflessione sul fatto che la nuova norma processuale (che peraltro incide direttamente anche sul versante tributario) possa costituire o meno un primo passo nella direzione che tutti auspichiamo.
Scritto il 27-4-2010 alle ore 15:03
Sono assolutamente d’accordo con Carlo Pino. Su tutti i testi che illustrano il principio per il quale le spese sono a carico della soccombenza viene affermato che se per vedere riconosciuto un mio diritto di 100 ne debbo pagare 20 (di spese) significa che lo stato tutela i diritti nella misura dell’80%.
Si deve iniziare ad addossare le spese di giudizio a chi perde, senza se e senza ma
Scritto il 28-4-2010 alle ore 15:12
Opero da anni sul “fronte” della riscossione dei tributi e posso garantirVi che la preparazione dei nostri Giudici tributari è, per la gran parte, davvero deficitaria.
Ipotizzando una reale riforma del sistema, sarebbe auspicabile che chi giudica abbia le dovute competenze, onde evitare che si continui a creare giurisprudenza fuorviante, che altro non fa che ingenerare ulteriore confusione in un sistema già di per sè al limite della follia.
Circa le spese in caso di soccombenza, ben vengano norme che impongano criteri certi ai fini della liquidazione.
E buone tasse a tutti…
Scritto il 28-4-2010 alle ore 22:50
La giustizia tributaria ha gli stessi problemi della giustizia ordinaria. Il problema della giustizia ordinaria è stato risolto con i giudici di pace che si occupano delle questioni di minor valore ove la preparazione conta meno dell’esperienza e per le quali si possono accettare giudizi di equità senza problemi eccessivi.
La giustizia tributaria di maggior valore merita lo stesso trattamento delle cause ordinarie vale a dire giudici professionisti, come tali tecnicamente preparati al giusto livello.
In cassazione ci sono, però mancano dove più necessitano perchè tante questioni di merito non si possono portasre al giudizio di leggittimità.
Scritto il 29-4-2010 alle ore 08:57
In linea di principio sono convinto dell’equità della proposta ma, come ha accennato Gerardo, nella realtà credo possa tradursi in una ulteriore limitazione del diritto di difesa dei contribuenti. Sono tanti gli accertamenti licenziati dagli Uffici senza “motivazione” (casi emblematici vedi studi di settore senza contraddittorio ecc., accertamento per antieconomità della gestione, Irap professionisti) e non ho mai visto soccombenza degli Uffici nel caso di accoglimento del ricorso. I problemi sono la formazione dei giudici tributari e l’imparzialità, poi ben venga l’applicazione del corretto principio della soccombenza.
Scritto il 30-4-2010 alle ore 18:35
Con la L. 212 del 2000 il legislatore aveva cercato di arginare un problema ancora oggi diffusissimo, quello della interpretazione, a volte troppo personale, della legge da parte dei responsabili degli uffici tributari.
Purtroppo la preparazione giuridica, di alcuni di loro, lascia molto a desiderare, con conseguenti controversie e azioni giudiziarie.
Alcune leggi e regolamenti, che riconoscono un incentivo agli uffici accertatori, hanno fatto il resto; ci sono casi in cui i responsabili emettono comunque gli avvisi di accertamento, lasciando al contribuente l’onere della difesa (alla faccia dello stato di diritto)
Il danno più grande che fanno questi signori, che dovrebbero essere al servizio del cittadino, è quello di insinuare il senso di sfiducia verso le istituzioni e le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Riccardo Aleardi scrive:
Scritto il 30-4-2010 alle ore 20:45
Sono d’accordo con Sergio ma,unendomi al lamento di Gerardo Autieri, ritengo che i massimi responsabili della sfiducia dei contribuenti siano proprio i giudici tributari,impreparati, pigri e spesso collusi con gli uffici tributari. Sono stato più volte testimone di sentenze senza minima motivazione ricalcanti totalmente ed acriticamente le tesi strampalate dell’agenzia delle entrate. Paura, speranza di tornaconti personali e spesso legami con colleghi degli uffici finanziari (soprattutto quando a giocare a fare il giudice c’è l’ex funzionario erariale). Episodi da terzo mondo del diritto che dovrebbero fare infuriare i cittadini onesti e rispetto ai quali NESSUNO osa alzare un dito, malgrado la materia tributaria sia fondamentale ed abbia ripercussioni devastanti sull’economia del paese.
La gioia di Carlo Pino per la modifica dell’art. 92 del codice di procedura civile(norma peraltro già esistente e che già affermava il principio della soccombenza) quasi intenerisce. Dalle sue parole sembra che tutto sia impeccabile, non ci siano problemi, il lerciume (per usare un eufemismo) delle commissioni tributarie non esista e che viviamo in un mondo perfetto dove gli uffici applicano rigorosamente lo Statuto del Contribuente e i giudici siano onesti ed imparziali esecutori della legge. Il tutto nell’interesse della collettività. Immagini fiabesche che possiamo vedere solo su questa pagina.
Scritto il 1-5-2010 alle ore 00:06
Dico la verità, non mi era accorto di aver mostrato tanto entusiasmo nel mio post.
Semmai speranza, questo sì…
Speranza che non tutto è – ma soprattutto che sempre non sia – così tremendo come ci raccontano Gerardo e Riccardo nei loro commenti. Ripeto che la mia esperienza è meno drammatica, ma sarà anche che spesso i giudici mi ascoltano mentre difendo il contribuente…
Il discorso era comunque limitato al fatto che – magari – una generalizzata soccombenza alle spese a carico di chi perde, chiunque sia, possa essere il primo passo verso un sistema migliore di giustizia tributaria. Magari apriamo un prossimo blog proprio sulle proposte di riforma che potrebbero avenzarsi in materia.
Nel frattempo coltiviamola, questa speranza!
Faccio mio questo aforismo: “Ieri, è esperienza, domani, è speranza. Oggi, è passare dall’una all’altra come meglio possiamo”.
Certo che si può anche pensarla come Aristotele, secondo cui “La speranza è un sogno fatto da svegli”… Probabilmente, è solo questione di carattere!
LUCA PIERLEONI scrive:
Scritto il 8-6-2010 alle ore 16:57
Finchè processo tributario e processo civile non avranno pari dignità, qualsivoglia modifica che verrà apportata al codice di procedura civile non potrà mai avere gli effetti attesi sul primo.
Si dovrebbe iniziare dalla professionalità e dalla qualifica dei giudici tributari, soprattutto di quelli delle commissioni tributarie provinciali.
Il 50 % degli appelli che ultimamente sto proponendo sono purtroppo rivolti a far rivedere la statuizione sulla compensazione delle spese di giudizio per processi in cui l’amministrazione è risultata soccombente a motivo della manifesta infondatezza degli atti impugnati e dove peraltro il ricorso era stato preceduto dalla proposizione di una istanza di autotutela, chiaramente disattesa.
Scritto il 14-10-2010 alle ore 12:08
Ottime considerazioni. Nella mia pluriennale esperienza di professionista non avevo mai (e sootolineo MAI) avuto sentenze (sia favorevoli che sfavorevoli) dove una parte veniva condannata al pagamento delle spese (tutte compensate) e per questo non allegavo neppure piu’ la nota delle spese. Il 23 settembre u.s. ho avuto il primo giudizio a me favorevole con la condanna dell’Agenzia delle Entrate a pagare le spese che, non avendo io allegato la nota per i motivi sopra indicati, venivano liquidate dalla comm. tributaria in Euro 7.000.= . Ora il problema che mi pongo è: “Come faccio a farmele liquidare?” Sto impazzendo nel trovare la procedura da attivare.
Ora che finalmente l’istituto comincia a funzionare la lacuna è nell’informazione su come ottenere giustizia.
GianlucaT. scrive:
Scritto il 2-11-2010 alle ore 05:50
La procedura da attivare per il recupero delle spese è quella prevista dal codice di procedura civile con la differenza che le sentenze tributari di primo grado non sono provvisoriamente esecutive. Di talché, come prima cosa, dovrai notificare all’agenzia soccombente copia autentica del titolo, poi aspettare che la sentenza non magari venga impugnata nei sessanta giorni dalla notifica e che passi, pertanto, in giudicato; dovrai dunque chiedere alla cancelleria l’apposizione della formula esecutiva sulla sentenza il rilascio di ulteriori due copie per la notificazione del titolo, finalmente esecutivo, all’Ufficio. Notificato il titolo esecutivo, in manzanza del pagamento spontaneo da parte dell’Agenzia delle Entrate dovrai attendere ulteriori 120 giorni prima dell’eventuale promozione dell’azione esecutiva preceduta dalla notifica dell’atto di precetto ! Tieni presente che saranno come minimo necessari tre accessi alla Cancelleria della Commissione tributaria e qualche chilo di marche da bollo che in caso di pagamento volontario da parte dell’Agenzia delle entrate è uso non vengano rimborsate al Tuo cliente. A me è successo che l’agenzia di Roma infatti, dopo tutta la trafila fatta, mi abbia offerto il pagamento delle sole spese liqidate in sentenza dalla Commissione, ma non quelle successive maturate per esborsi ed indennità di accesso in cancelleria per la richiesta, il ritiro e, poi la notifica delle copie.
Ad ogni buon conto, nel tuo caso, vista la sensibilità della somma liquidata dal Giudice, sono dell’avviso che convenga attivarsi e magari rinunciare eventualmente al recupero delle spese per i bolli ed i diritti di copia. Auguri vivissimi