Source: http://www.politicadomani.it/pdov/Pagine/Giornale/Num76/Stato%20di%20Diritto.htm
Timestamp: 2016-07-30 01:51:13+00:00
Document Index: 80878814

Matched Legal Cases: ['art.117', 'art. 15', 'art. 45', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 15']

Le leggi nello Stato di Diritto e la perdita dello stato di disoccupazione
Pubblicato su politicadomani Num 76 - Gennaio 2008
Regione Calabria, Provincia di Catanzaro: in assenza di norme giuridiche regionali in materia di perdita dello stato di disoccupazione e di politiche attive del lavoro i CPI procedono alla cancellazione dallo "status" di disoccupato, mentre sono privi di effetto i colloqui di orientamento per cui danno e beffa sono un tutt'uno per inoccupati e disoccupati di F. DeP. In uno Stato di diritto sono le leggi a dettare i modelli comportamentali dei cittadini e della burocrazia, quella chiamata dalle Istituzioni Repubblicane a servire il cittadino "dominus". Esse scandiscono il vivere civile con norme che sono volte a favorire la convivenza ed il benessere sociale. In modo diverso è caos.
La stessa legge si sottopone all'esame di costituzionalità e perde la sua efficacia "ex tunc", ovvero "da allora", se nelle sue norme non fossero rispettati i "principi" sanciti dalla Costituzione. Così essa non produce effetti e, se prodotti, essi sono nulli sin dalla sua entrata in vigore, "ex tunc", appunto.
Immaginiamo poi gli atti prodotti da chi dovesse scegliere percorsi giuridici diversi da quelli dettati dal legislatore: la Provincia di Catanzaro, nella fattispecie, in assenza di norme giuridiche emanate dalla Regione Calabria in materia di perdita dello stato di disoccupazione o di politiche attive del lavoro. Avendo applicato con i suoi organismi indirizzi non definiti dall'Ente Regionale, così come voluto dal Dlvo 297/02, quell'operare, se pur apparentemente ammirevole, non può che produrre atti illegittimi, quindi nulli. Infatti non è dato modo a nessuno di operare diversamente dalla norma e pretendere di essere nella legittimità. Lascia così sconcertati il fatto di tacciare di "ostruzionismo sistematico" chi fa rilevare la difformità dalla legge e chiede il rispetto della norma, e che le argomentazioni prodotte e documentate siano definite niente poco di meno che "stron…". In questo clima, la fede di un cittadino che crede nello Stato di diritto è messo a dura prova se non fosse che quel cittadino è sostenuto dalla fiducia nelle Istituzioni Repubblicane, da competenza in materia di normative sul lavoro, dalla certezza di chiedere l'applicazione della norma e, con essa, di difendere una causa giusta: stare dietro gli inoccupati e i disoccupati. Tutte persone che della legge di riforma del collocamento finora hanno visto soprattutto cancellazioni operate nell'assenza dei principi dettati dalla Regione e, quindi, nella palese illegittimità.
Allora è necessario che la Provincia interverga restituendo, in autotutela, ai lavoratori le anzianità tolte con criteri non ancora definiti dal legislatore regionale, così come vuole il Dlvo n.297/02 in ossequio al novellato art.117 della Costituzione. Pensi, il lettore, che si è fatta perdere l'anzianità di disoccupazione anche a coloro che si dimettevano da un lavoro che non scaturiva da un'offerta proposta dai Centri Per l'Impiego (CPI). Questo principio è stato del tutto inventato o arbitrariamente importato per analogia e senza nemmeno alcuna pubblica informativa. Operando in autotutela da parte della Provincia è possibile ridare ad inoccupati e disoccupati le anzianità perdute illegittimamente. La "condizione di disoccupato"
Dimentica la nostra burocrazia che la "condizione di disoccupato" non è un atto certificativo da parte dei Centri per l'Impiego, ma un atto dichiarativo da parte del lavoratore. Essa è provata dall'autocertificazione dell'inoccupato/disoccupato nel momento in cui questi dà la disponibilità al lavoro. Dimentica la stessa burocrazia che la decorrenza "ex nunc" ("da ora", ovvero dalla data in cui è data la disponibilità, ndr) è la data utile soltanto per dare avvio alle politiche attive del lavoro che non possono decollare perché l'art. 15 della LR 5/01 a tutt'oggi in Calabria non ha trovato attuazione.
Allo stato attuale in Calabria sembra ergersi un muro nei confronti dei lavoratori inoccupati e disoccupati, ed in particolare di quelli di lunga durata, non già un servizio, così come vuole il Consiglio d'Europa del 1997 con i suoi "pilastri" (occupabilità, imprenditorialità, adattabilità e pari opportunità): la legge di riforma che con l'art. 45 della L. 144/99 impegna a dare risposte al Mezzogiorno ed ai disoccupati di lunga durata; quel vetusto collocamento al quale si raccomandava da parte del Ministro del Lavoro del 1964 "Nei confronti di tali lavoratori, l'attività delle sezioni di collocamento non dovrà limitarsi ai normali compiti di natura strettamente professionale, occorrendo, in casi del genere svolgere anche azione spirituale e di fraterna solidarietà. Nessuna possibilità dovrà essere tralasciata per il loro reinserimento nella vita produttiva, in modo da eliminare in essi ogni motivo di depressione e di scoraggiamento". Sembra invece che non sia così presso gli organismi della Provincia di Catanzaro se, come è avvenuto, nemmeno una raccomandata recapitata a persona diversa dal destinatario fa desistere dal provvedimento di cancellazione. E tutti sappiamo le difficoltà di quanti vivono il dramma della disoccupazione e quanto essa determini "deviazioni", "smarrimenti", "distruzione" di se stessi, "bravate", "dramma" nelle famiglie, "povertà" che provocano tensioni sociali, "fuga" dalle Istituzioni ritenute lontane dai bisogni. Le cronache, giorno dopo giorno, inesorabilmente, raccontano tutto questo, mentre la mafia imprenditrice assurge, paradossalmente, a "funzione sociale". Un possibile richiamo occupazionale, il suo, per le nuove povertà che avanzano nelle famiglie, le quali, pur se sorrette da un lavoro, vedono il potere d'acquisto del salario ridotto del 50%. Oggi in Calabria si lotta la "ndrangheta" anche favorendo l'intraprendere del suo tessuto sano costretto ad operare in un mercato marginale che, essendo privo di risultati economici, produce indebitamenti che anticipano l'usura. Il Governo lo dimentica ed attiva la tolleranza zero non sapendo che ad essere colpiti sono soltanto gli "onesti" in difficoltà. Il legislatore della legge di riforma e lo stesso Consiglio d'Europa erano e sono in sintonia con il Ministro del Lavoro del 1964. Occorre recuperare quello spirito. "La cancellazione non è il mio mestiere", potrebbe essere il titolo di una svolta che vuole essere di speranza all'attuazione concreta dei "pilastri" sanciti e voluti dal Consiglio d'Europa e dal Legislatore nazionale nel riformare il collocamento. Cancellazioni indebite e abuso di potere
Il sistema lavoro provinciale in mancanza di normative regionali non aveva gli strumenti per dare avvio, sia alla perdita dello stato di disoccupazione, sia alle politiche attive di lavoro. Avrebbe dovuto chiedere alla Regione l'attuazione concreta dell'art. 5, comma 1 della 297/02 e dell'art. 4 dello stesso decreto legislativo e con esso l'attivazione concreta dell'art. 15 della LR. 5/01, e non già operare con norme improprie, producendo cancellazioni indebite che fino al 31.05.07 l'interessato poteva conoscere - a quanto è dato sapere - soltanto consultando l'Albo Pretorio del proprio Comune di residenza. E se a questo si aggiunge che lo stesso non ha potuto contare sulle tutele ed informative di sempre, si comprende facilmente come i ricorsi siano stati pochissimi, anche perché occorreva rivolgersi ad un legale e quelle prestazioni professionali avevano un costo che un inoccupato e disoccupato non poteva e non può sostenere.
Interessante e provvidenziale l'iniziativa dell'Azione Cattolica, Movimento Lavoratori, di Lamezia Terme che ha costituito un ufficio legale che dà assistenza gratuita ai lavoratori interessati per la rivendicazione dei propri diritti.
Ci si augura, però, che giunga provvidenziale il provvedimento d'autotutela del Presidente della Provincia Traversa, peraltro Presidente della Commissione Provinciale Tripartita, anche se nelle sedute si fa rappresentare da un delegato. Ci si augura che il Consiglio Provinciale di Catanzaro e le forze politiche presenti in quel consesso democratico possano favorire ed accelerare l'attuazione dell'Istituto giuridico invocato.
Sarà necessaria un'autocertificazione che inoccupati e disoccupati possono produrre al datore di lavoro, quando è costituito un rapporto di lavoro e purché essi abbiano i requisiti di una "condizione di disoccupazione" da almeno 24 mesi. In tal modo, è resa maggiormente possibile l'occupazione incentivata di cui alla legge 407/90, così come vuole la DGR 266/07 e ribadita dall'INPS nella circolare 117/03. Si supera in questo modo l'ostacolo della cancellazione indebita operata per il principio che la "condizione di disoccupazione", per finalità diverse dalle politiche attive del lavoro (peraltro, in panne per la mancata attuazione dell'art. 15 LR. 5/01, ndr), è dichiarativa da parte del lavoratore e non più accertativa da parte dei CPI. Contenuta in un foglio A4, quell'autocertificazione vuole essere un servizio a inoccupati e disoccupati; a famiglie che vogliono dare risposte al dramma che una disoccupazione di lunga durata determina; ai giovani, per dire loro che non sono soli. Un servizio che tenta così di prevenire nella condivisione gli scoraggiamenti e le depressioni che uno stato di disoccupazione comporta.
Le Istituzioni infatti sono con loro, con i disoccupati e gli inoccupati, perché in quell'autocertificazione sono contenute norme volute dal Legislatore raccolte in sintesi e rese fruibili concretamente tramite un foglio che non è più un semplice foglio di carta. è un foglio che si anima e si veste di dignità perché è orgoglioso di essere strumento di servizio per la gente di Calabria, del suo anello sociale più debole il cui apporto creativo manca a tutti noi. Una Regione, la Calabria, che deve uscire "quam qui maxime", direbbero i latini, ovvero "a marce forzate" dall'angolo del sottosviluppo, ma che trova ostacolo, non solo nella "civiltà della morte"*, ma probabilmente anche in quanti invece dovrebbero servire e aiutare la gente di Calabria a superare le difficoltà che uccidono la speranza. * È così che Papa Giovanni Paolo II chiamò la mafia, nel famoso discorso nella Valle dei Templi ad Agrigento: "civiltà della morte". Num 76 Gennaio 2008 | politicadomani.it