Source: https://www.brocardi.it/codice-civile/libro-quarto/titolo-i/capo-iii/art1227.html
Timestamp: 2020-01-21 10:42:19+00:00
Document Index: 161226323

Matched Legal Cases: ['art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1223', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 22', 'art. 23', 'art. 78', 'art. 123', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1474', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 170', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2055', 'art. 1226', 'art. 2056', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2055', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2056', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1591', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2056', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1223', 'art. 1227', 'art. 1175', 'art. 2056', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2697', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2047', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2056', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2056', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 1227', 'art. 1226', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1224', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1218', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2697', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2056', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 2056', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 1227', 'art. 844', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.3', 'art. 3', 'art.3', 'art. 3', 'art. 1102', 'art. 1117', 'art 1136', 'art.1130', 'art. 1133', 'art. 1102', 'art.1137', 'art. 1102', 'sentenza ', 'art. 2048', 'art. 1227', 'art. 2056', 'art. 2048', 'art. 2048', 'art. 2050', 'art. 2052', 'art. 2050', 'art. 2052', 'art. 2050', 'art. 2050', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052']

Art. 1227 codice civile - Concorso del fatto colposo del creditore - Brocardi.it
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Articolo 1227 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1227 Codice civile
Se il fatto colposo del creditore (1) ha concorso a cagionare il danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate [2055] (2).
Il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza [1175, 2056] (3) (4).
(1) Il creditore risponde anche del concorso del fatto colposo dei propri ausiliari (1228 c.c.).
(2) La diminuzione del risarcimento non è ancorata semplicemente alla condotta del creditore bensì alla colpa di questi, con un chiaro riferimento al profilo soggettivo.
(3) Il creditore ha il dovere di non aggravare le conseguenze negative dell'inadempimento, principio che costituisce corollario del dovere di buona fede e correttezza (1175 c.c.).
(4) Nonostante il codice non lo affermi espressamente, si ritiene che il risarcimento debba essere diminuito anche dell'eventuale vantaggio tratto dal creditore dall'inadempimento, secondo la regola della compensatio lucro cum damno.
La norma è prevista allo scopo di non far gravare sul debitore le conseguenze dell'illecito che non sono a lui imputabili. Così, egli non deve rispondere quando la condotta del creditore genera danni o aggrava quelli già prodotti.
“ Nemo debet lucrari ex alieno damno ”
Nessuno deve ricavare lucro da un danno altrui
“ Quod quis ex sua culpa damnum sentit, damnum sentire non videtur ”
Appare che non subisca danno colui che quel danno subisca per una propria colpa
Spiegazione dell'art. 1227 Codice civile
Nesso di causalità tra colpa e danno
Il presupposto dell'obbligo del risarcimento, che si sostanzia nella colpa del debitore, implica che tra questa ed il danno corra quel nesso di causalità necessario, di cui si è discorso commentando l’art. 1223.
Ma su quel nesso, un particolare evento può influire sì da attenuarne gli effetti; l'evento consiste nel concorso del fatto o del comportamento colposo del creditore; il debitore risponderà, perciò, delle conseguenze derivanti dalla sua colpa in misura attenuata.
L’art. 1227 consacra un principio già enunciato, nel silenzio del codice del 1865, dalla dottrina e dalla giurisprudenza.
Si ricorderà come, posto il problema se, nel caso di concorso di colpa del creditore nella determinazione del danno, sia dovuto l'intero risarcimento o se questo debba ridursi proporzionalmente, considerato che quando concorrono più cause poste in essere da soggetti diversi, essi nei rapporti interni rispondono in proporzione del grado di colpa efficiente ascrivibile a ciascuno, si era affermato che quando uno dei soggetti in colpa efficiente fosse lo stesso danneggiato, la responsabilità del danneggiante doveva ridursi in proporzione dell'efficienza della colpa del danneggiato.
Per l'esegesi dell'articolo in commento si rilevi:
a) che diminuzione della misura del risarcimento non significa elisione delle colpe e, quindi, liberazione del debitore dall'obbligo di rispondere delle conseguenze che derivano dalla sua colpa; e non può il concorso delle due colpe produrre tali effetti sia perché l’art. 1227 parla solo di diminuzione (della misura) del risarcimento, mentre nel cpv. questo è esplicitamente escluso, sia perché sussiste sempre il fatto colposo del debitore, pur se con esso abbia concorso, nella determinazione del danno, il fatto colposo del creditore. Se il danno, che il creditore afferma di aver subito, ha come causa esclusiva e determinante la sua colpa, è chiara la sua responsabilità verso il debitore, poiché per lui vale il principio: quisquis ex culpa sua damnum sentit, non intelligitur damnum sentire.
b) che quella diminuzione può essere determinata solo da un concorso di colpe (c.d. concorso di colpa comune); resta perciò escluso un concorso di colpa e dolo, poiché l'entità di questo è tale da superare quella;
c) che non è richiesta l'identità della natura delle due colpe, in quanto rilevante, ai fini dell'attenuazione degli effetti della colpa, è il concorso delle due cause efficienti del danno;
d) che, infine, il decidere sull'entità di ciascuna delle due colpe rientra nei compiti del giudice, al quale la norma in esame, con la sua duttilità, permette non solo di valutare equitativamente le posizioni delle parti, ma di ritenere sulla colpa di una di esse prevalente la colpa dell'altra.
39 Che il danno, quando non sia provato nel suo preciso ammontare, possa essere liquidato dal giudice con valu­tazione equitativa (art. 22), e principio ormai ricevuto nella­ pratica e nella scienza giuridica italiana; così com'è ricevuto l'altro principio che limita il risarcimento quando il danneggiato ha concorso a produrre la lesione o avrebbe potuto, con l'ordinaria diligenza, impedirne l'aggravamento (art. 23).
Non ho ritenuto, su quest'ultimo punto, di chiarire, come­ si suggeriva in relazione all'art. 78 del progetto della Com­missione reale, che al concorso di colpa del danneggiato debba equipararsi il concorso di colpa dei suoi commessi: tale equiparazione si desume dal rilievo che, in base al progetto da me elaborato (art. 123), ciascuno risponde della colpa dei suoi ausiliari come di un fatto proprio. Ho creduto, invece, di migliorare la formulazione dell'ar­ticolo 78 nel punto in cui esso affermava che il risarcimento deve diminuirsi in proporzione del concorso del fatto del danneggiato. Questa dizione, non accennando a colpa del danneggiato, farebbe credere che anche il fatto non colposo di chi subisce il danno è causa di diminuzione della prestazione del risarcimento: per evitare equivoci ho espressamente dichiarato che, se a produrre il danno ha contribuito lo stesso danneggiato, l'obbligazione di risarcimento è ridotta in pro­porzione della gravità della colpa di costui.
Massime relative all'art. 1227 Codice civile
Cass. civ. n. 11258/2018
Una volta allegato, da parte del debitore inadempiente, il fatto colposo del creditore danneggiato, il giudice, ai sensi dell'art. 1227, comma 1, c.c., è tenuto a esaminare d'ufficio l'eventuale incidenza causale del comportamento colposo di quest'ultimo nella produzione dell'evento dannoso.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11258 del 10 maggio 2018)
Cass. civ. n. 7515/2018
Il concorso del danneggiato nella causazione o nell'aggravamento del danno, ai sensi dell'art. 1227, commi 1 e 2, c.c., sussiste solo quando la sua condotta sia stata colposa e, cioè, irrispettosa di precetti legali, di patti contrattuali o di regole di comune prudenza.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 7515 del 27 marzo 2018)
Cass. civ. n. 2483/2018
In tema di responsabilità civile, se la vittima di un fatto illecito ha concorso, con la propria condotta, alla produzione del danno, l'obbligo risarcitorio del responsabile si riduce proporzionalmente ai sensi dell'art. 1227, comma 1, c.c., anche nel caso in cui la vittima (minore di età) sia incapace di intendere e di volere al tempo del fatto; ciò in quanto l'espressione "fatto colposo" che compare nel citato art. 1227 c.c. non va intesa come riferita all'elemento psicologico della colpa, che ha rilevanza esclusivamente ai fini di una affermazione di responsabilità, la quale presuppone l'imputabilità, ma deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, stabilita da norme positive e/o dettata dalla comune prudenza. L'accertamento in ordine allo stato di capacità naturale della vittima e delle circostanze riguardanti la verificazione dell'evento, anche in ragione del comportamento dalla stessa vittima tenuto, costituisce "quaestio facti" riservata esclusivamente all'apprezzamento del giudice di merito.
(Cassazione civile, Sez. III, ordinanza n. 2483 del 1 febbraio 2018)
Cass. civ. n. 4208/2017
In materia di responsabilità civile, nell'ipotesi di concorso della condotta colposa della vittima di un illecito mortale nella produzione dell’evento dannoso, il risarcimento del danno, patito “iure proprio” dai congiunti della vittima, deve essere ridotto in misura corrispondente alla percentuale di contributo causale a quell'evento ascrivibile al comportamento colposo del deceduto, non potendosi al danneggiante fare carico di quella parte di danno che non è a lui causalmente imputabile secondo il paradigma della causalità del diritto civile, la quale conferisce rilevanza alla concausa umana colposa.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4208 del 17 febbraio 2017)
Cass. civ. n. 1295/2017
Il fatto colposo del danneggiato, rilevante ai fini dell'applicazione dell'art. 1227, comma 1, c.c., deve connettersi causalmente all'evento dannoso, non potendo quest'ultimo essere pretermesso nella ricostruzione della serie causale giuridicamente rilevante, né potendosi collegare direttamente la condotta colposa del danneggiato con il danno da lui patito; ne consegue che non ogni esposizione a rischio da parte del danneggiato è idonea a determinarne un concorso giuridicamente rilevante, all'uopo occorrendo, al contrario, che tale condotta costituisca concreta concausa dell'evento dannoso.(Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva escluso il concorso colposo del danneggiato, deceduto in un sinistro stradale, per avere accettato di farsi trasportare su un'autovettura guidata da un conducente in stato di ebrezza, e ciò sul rilievo che la responsabilità causativa del sinistro era stata integralmente ascritta al conducente dell'altro veicolo in esso coinvolto, ma non senza sottolineare, peraltro, l'assenza di prova sia sull'effettivo superamento - da parte del guidatore trasportante - del tasso alcolico consentito, che sulla consapevolezza, in capo al trasportato, di tale circostanza, siccome notoriamente non percepibile, con immediatezza, da ogni persona di media attenzione e prudenza).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1295 del 19 gennaio 2017)
Cass. civ. n. 272/2017
L’accertamento del concorso del fatto colposo del danneggiato nella produzione del danno, così come la determinazione del grado di efficienza causale di ciascuna colpa, rientrano nel potere di indagine del giudice del merito e sono incensurabili in sede di legittimità, quando siano sorretti da adeguata e logica motivazione. (Nella specie, la S.C. ha dichiarato inammissibile la censura con la quale l’appaltatore di un’opera pubblica argomentava la propria carenza di responsabilità per il concorso di colpa dell’ente appaltante, anche in ragione di una sentenza della Corte dei conti che aveva condannato per danno erariale progettista e direttore dei lavori e di cui il giudice di merito aveva, in ogni caso, tenuto conto).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 272 del 10 gennaio 2017)
Cass. civ. n. 5679/2016
In tema di responsabilità per fatto illecito doloso, l'art. 1227 c.c., concernente la diminuzione della misura del risarcimento in caso di concorso del fatto colposo del danneggiato, non è applicabile nell'ipotesi di provocazione da parte della persona offesa del reato, in quanto la determinazione dell'autore del delitto, di tenere la condotta illecita che colpisce la persona offesa, costituisce causa autonoma del danno, non potendo ritenersi che la consecuzione del delitto al fatto della provocazione esprima una connessione rispondente ad un principio di regolarità causale. (In applicazione del principio, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva escluso la riduzione del risarcimento del danno conseguente a lesioni personali subite all'interno di una discoteca e consumate da "buttafuori").
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5679 del 23 marzo 2016)
Cass. civ. n. 11698/2014
L'esposizione volontaria ad un rischio, o, comunque, la consapevolezza di porsi in una situazione da cui consegua la probabilità che si produca a proprio danno un evento pregiudizievole, è idonea ad integrare una corresponsabilità del danneggiato e a ridurre, proporzionalmente, la responsabilità del danneggiante, in quanto viene a costituire un antecedente causale necessario del verificarsi dell'evento, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, cod. civ., e, a livello costituzionale, risponde al principio di solidarietà sociale di cui all'art. 2 Cost. avuto riguardo alle esigenze di allocazione dei rischi (riferibili, nella specie, all'ambito della circolazione stradale) secondo una finalità comune di prevenzione, nonché al correlato obbligo di ciascuno di essere responsabile delle conseguenze dei propri atti. (Nella specie, in applicazione dell'anzidetto principio, la S.C. ha confermato la sentenza di merito, che aveva ritenuto sussistente il concorso di colpa del danneggiato per aver partecipato come passeggero ad una gara automobilistica clandestina).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11698 del 26 maggio 2014)
Cass. civ. n. 470/2014
L'esercizio dell'azione giudiziaria costituisce una mera facoltà e non un obbligo del titolare, sicché il mancato ricorso all'autorità giudiziaria per la determinazione del prezzo ai sensi dell'art. 1474 cod. civ. non integra un concorso colposo del danneggiato e non giustifica una riduzione del risarcimento ex art. 1227, primo comma, cod. civ.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 470 del 13 gennaio 2014)
Cass. civ. n. 9137/2013
In tema di esclusione, ai sensi dell'art. 1227, comma secondo, cod. civ., della risarcibilità di quei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, grava sul debitore responsabile del danno l'onere di provare la violazione, da parte del danneggiato, del dovere di correttezza impostogli dal citato art. 1227 e l'evitabilità delle conseguenze dannose prodottesi, trattandosi di una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, configurabile come eccezione in senso stretto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9137 del 16 aprile 2013)
Cass. civ. n. 10526/2011
Qualora la messa in circolazione di un veicolo in condizioni di insicurezza (nella specie, un ciclomotore con a bordo tre persone, di cui uno minore d'età, in violazione dell'art. 170 cod. strada) sia ricollegabile all'azione o omissione non solo del conducente - il quale prima di iniziare o proseguire la marcia deve controllare che questa avvenga in conformità delle normali norme di prudenza e sicurezza - ma anche del trasportato, il quale ha accettato i rischi della circolazione, si verifica un ipotesi di cooperazione colposa dei predetti nella condotta causativa del fatto evento dannoso. Pertanto, in caso di danni al trasportato medesimo, sebbene la condotta di quest'ultimo non sia idonea di per sé ad escludere la responsabilità del conducente, né a costituire valido consenso alla lesione ricevuta, vertendosi in materia di diritti indisponibili, essa può costituire un contributo colposo alla verificazione del danno, la cui quantificazione in misura percentuale è rimessa all'accertamento del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità se correttamente motivato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10526 del 13 maggio 2011)
Cass. civ. n. 7771/2011
L'obbligo di non aggravare il danno, imposto dall'art. 1227, comma secondo, c.c. a carico del danneggiato, impone a quest'ultimo di attivarsi per scegliere la condotta maggiormente idonea a contemperare il proprio interesse con quello del debitore alla limitazione del danno e deve ritenersi violato nel caso in cui il danneggiato trascuri di adottare tale condotta, pur potendolo fare senza sacrificio. (Nella specie, la S.C. ha confermato, sul punto, la sentenza impugnata, che aveva escluso la risarcibilità del danno patito dal committente per avere questi, sul presupposto di non poter disperdere la prova dell'inadempimento dell'appaltatore, atteso otto anni prima di eliminare i vizi da quest'ultimo causati nella realizzazione dell'immobile, senza attivarsi a richiedere un accertamento tecnico preventivo).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7771 del 5 aprile 2011)
Cass. civ. n. 12714/2010
In tema di risarcimento del danno, l'ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell'evento dannoso (di cui al primo comma dell'art. 1227 c.c.) va distinta da quella (disciplinata dal secondo comma della medesima norma) riferibile ad un contegno dello stesso danneggiato che abbia prodotto il solo aggravamento del danno senza contribuire alla sua causazione, giacché - mentre nel primo caso il giudice deve procedere d'ufficio all'indagine in ordine al concorso di colpa del danneggiato, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso - la seconda di tali situazioni forma oggetto di un'eccezione in senso stretto, in quanto il dedotto comportamento del creditore costituisce un autonomo dovere giuridico, posto a suo carico dalla legge quale espressione dell'obbligo di comportarsi secondo buona fede.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 12714 del 25 maggio 2010)
Cass. civ. n. 10607/2010
In tema di responsabilità aquiliana, il nesso causale è regolato dai principi di cui agli artt. 40 e 41 c.p., per i quali un evento è da considerare causato da un altro se, ferme restando le altre condizioni, il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo (cosiddetta teoria della "condicio sine qua non"), nonché dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base della quale, all'interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiono - ad una valutazione "ex ante" - del tutto inverosimili; a tal fine il comportamento colposo del danneggiato, quando non sia da solo sufficiente ad interrompere il nesso causale, può tuttavia integrare, ai sensi dell'art. 1227, primo comma, c.c., un concorso di colpa che diminuisce la responsabilità del danneggiante. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che aveva ritenuto sussistente una percentuale di responsabilità, a titolo di "culpa in eligendo", a carico del committente del lavoro di abbattimento di un muro per averlo affidato ad un operaio che non aveva nessuna esperienza specifica come muratore, sicché dalla maldestra esecuzione del lavoro era derivata la morte dell'operaio stesso).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10607 del 30 aprile 2010)
Cass. civ. n. 9038/2010
In tema di risarcimento dei danni da diffamazione a mezzo della stampa, l'istanza di rettifica costituisce una facoltà attribuita all'interessato dall'art. 8 della legge 8 febbraio 1948, n. 47, ed avente la finalità di evitare che la pubblicazione offensiva dell'altrui prestigio e reputazione possa continuare a produrre effetti lesivi, ma non elimina i danni già realizzati; conseguentemente, il mancato esercizio di tale facoltà, mentre incide, ai sensi dell'art. 1227, primo comma c.c., sulla quantificazione del danno, ove si accerti che lo stesso avrebbe potuto essere attenuato con la rettifica, non rileva ai fini del secondo comma dello stesso art. 1227, atteso che la pubblicazione della rettifica non può escludere il carattere diffamatorio della dichiarazione, qualora l"'eventus damni" si sia già realizzato con la pubblicazione delle dichiarazioni offensive.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9038 del 15 aprile 2010)
Cass. civ. n. 1002/2010
Ai fini della determinazione della riduzione del risarcimento del danno in caso di accertato concorso colposo tra danneggiante e danneggiato in materia di responsabilità extracontrattuale, occorre - ai sensi dell'art. 1227, comma primo, c.c. - porre riferimento sia alla gravità della colpa e che all'entità delle conseguenze che ne sono derivate. In particolare, la valutazione dell'elemento della gravità della colpa deve essere rapportata alla misura della diligenza violata e, solo se non sia possibile provare le diverse entità degli apporti causali tra danneggiante e danneggiato nella realizzazione dell'evento dannoso, il giudice può avvalersi del principio generale di cui all'art. 2055, ultimo comma, c.c., ossia della presunzione di pari concorso di colpa, rimanendo esclusa la possibilità di far ricorso al criterio equitativo (previsto dall'art. 1226 c.c. e richiamato dall'art. 2056 c.c.), il quale può essere adottato solo in sede di liquidazione del danno ma non per la determinazione delle singole colpe.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1002 del 21 gennaio 2010)
Cass. civ. n. 14548/2009
Quando la vittima di un fatto illecito abbia concorso, con la propria condotta, alla produzione del danno, l'obbligo del responsabile di risarcire quest'ultimo si riduce proporzionalmente, ai sensi dell'art. 1227, comma primo, c.c., anche nel caso in cui la vittima fosse incapace di intendere e di volere, in quanto l'espressione "fatto colposo" che compare nell'art. 1227 c.c. deve intendersi come sinonimo di comportamento oggettivamente in contrasto con una regola di condotta, e non quale sinonimo di comportamento colposo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 14548 del 22 giugno 2009)
Cass. civ. n. 24320/2008
Il concorso del fatto colposo del danneggiato, che ai sensi dell'art. 1227 cod. civ esclude o limita il diritto al risarcimento, non può essere invocato allorché la vittima del fatto illecito abbia omesso di rimuovere tempestivamente una situazione pericolosa creata dallo stesso danneggiante, dalla quale - col concorso di ulteriori elementi causali - sia derivato il pregiudizio del quale si chiede il risarcimento. (Nella specie l'impresa appaltatrice dei lavori di costruzione di una autostrada, omettendo di smaltire i materiali di risulta accumulatisi nel corso dei lavori, aveva determinato l'ostruzione dei canali di scolo delle acque reflue a protezione di una linea ferroviaria, con la conseguenza che l'acqua piovana, non trovando una via di deflusso, aveva provocato una frana sui binari e l'interruzione del traffico ferroviario. La S.C., affermando il principio di cui in massima, ha confermato la sentenza di merito la quale aveva escluso una corresponsabilità del gestore la rete ferroviaria, per non avere tempestivamente ripristinato i canali di scolo).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 24320 del 30 settembre 2008)
Cass. civ. n. 24080/2008
In tema di risarcimento del danno, il fatto colposo del creditore che abbia contribuito al verificarsi dell'evento dannoso (ipotesi regolata dall'art. 1227, primo comma, c.c.) è rilevabile d'ufficio, per cui la sua prospettazione non richiede la proposizione di un'eccezione in senso proprio, costituendo mera difesa, a differenza dell'aggravamento del danno derivante dal comportamento colposo successivo del danneggiato, previsto dal secondo comma della medesima disposizione; ma quando, come nella specie, il debitore si sia limitato in primo grado ad una contestazione generale di ogni propria responsabilità, riferendo la causazione del danno interamente al danneggiato ed il giudice abbia accolto tale prospettazione, diviene onere della medesima parte, pur vittoriosa, di prospettare, a seguito dell'appello della controparte, la questione del predetto concorso, al fine di evitare che tale deduzione risulti preclusa nell'ulteriore corso del giudizio, essendo la rilevabilità d'ufficio pur sempre soggetta alle preclusioni processuali maturate.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 24080 del 25 settembre 2008)
Cass. civ. n. 14853/2007
L'assicuratore il quale, avendo stipulato una polizza fideiussoria a garanzia dell'erario, ai sensi dell'art. 38 bis del D.P.R. n. 633 del 1972, effettui un pagamento non dovuto, non può essere ritenuto in colpa, ex art. 1227, comma 2, c.c., per avere omesso di domandare giudizialmente la restituzione di quanto pagato (sempre che la restituzione fosse giuridicamente possibile), in quanto l'onere di diligenza imposto al creditore dall'art. 1227, comma 2, c.c., non si spinge fino al punto di obbligare quest'ultimo a compiere una attività gravosa o rischiosa, quale la introduzione di un processo.
L'eccezione di cui all'art. 1227, comma 2, c.c., non è rilevabile d'ufficio, e dev'essere puntualmente sollevata da chi vi abbia interesse in modo analitico e circostanziato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 14853 del 27 giugno 2007)
Cass. civ. n. 13242/2007
Il primo comma dell'art. 1227 c.c. concerne il concorso colposo del danneggiato nella produzione dell'evento che configura l'inadempimento, quindi la sua cooperazione attiva, mentre, nel secondo comma, il danno è eziologicamente imputabile al danneggiante, ma le conseguenze dannose dello stesso avrebbero potuto essere impedite o attenuate da un comportamento diligente del danneggiato. Consegue che, in tema di risarcimento del danno, nel caso di giudizio sull'an separato da quello sul quantum le circostanze imputabili al danneggiato, idonee a determinare un suo concorso di colpa, vanno dedotte ed esaminate in sede di accertamento generico per quanto attiene sia alla loro esistenza, sia al grado della loro efficienza causale; pertanto, qualora in detto giudizio sia stato escluso il concorso di colpa del danneggiato, ogni questione sul punto non è più proponibile nel successivo giudizio.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13242 del 6 giugno 2007)
Cass. civ. n. 13180/2007
L'art. 1227, primo comma, c.c., che prevede la diminuzione del risarcimento nei confronti del danneggiato nel caso di concorso della colpa del danneggiato alla causazione del danno, si applica al solo rapporto tra danneggiante e danneggiato, ma non nei rapporti di rivalsa tra più danneggianti responsabili in solido, in quanto soltanto sul versante esterno l'obbligazione solidale comporta l'obbligo di eseguire la prestazione dovuta nella sua totalità, mentre sul versante interno agli obbligati essa si divide tra i diversi debitori e, per quanto riguarda l'obbligazione risarcitoria derivante da illecito, la prestazione si divide tra i corresponsabili, ai sensi dell'art. 2055 c.c., in proporzione alla gravità delle colpe e all'entità delle conseguenze dannose.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 13180 del 5 giugno 2007)
Cass. civ. n. 4954/2007
In tema di concorso del fatto colposo del danneggiato nella produzione dell'evento dannoso, a norma dell'art. 1227 c.c. — applicabile, per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 c.c., anche nel campo della responsabilità extracontrattuale — la prova che il creditore-danneggiato avrebbe potuto evitare i danni dei quali chiede il risarcimento usando l'ordinaria diligenza deve essere fornita dal debitore-danneggiante che pretende di non risarcire, in tutto o in parte, il creditore. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, in controversia relativa ai danni alla persona da sinistro stradale, aveva rilevato, sulla base del referto ospedaliero, la sussistenza del concorso colposo del danneggiato per mancato uso della cintura di sicurezza, senza che fosse stata sollevata eccezione sul punto, né formulato alcun rilievo d'ufficio, seguito da specifica indagine istruttoria). (Mass. redaz.).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4954 del 2 marzo 2007)
Cass. civ. n. 27123/2006
In tema di risarcimento del danno, l'ipotesi disciplinata dal secondo comma dell'art. 1227 c.c., laddove esclude il risarcimento del danno che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, costituisce oggetto di una eccezione in senso stretto, con la conseguenza che, ove il giudice d'appello l'abbia ritenuta nuova e inammissibile nel secondo grado di giudizio, in sede di legittimità il ricorrente, il quale sostenga che l'eccezione era stata sollevata nella comparsa di costituzione in primo grado, non può limitarsi a sollecitare una diversa interpretazione della suddetta comparsa, ma deve specificamente censurarla sotto il profilo della violazione delle norme ermeneutiche.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 27123 del 19 dicembre 2006)
Cass. civ. n. 5677/2006
Premesso che il fatto colposo del danneggiato, idoneo a diminuire l'entità del risarcimento secondo l'art. 1227 primo comma c.c., comprende qualsiasi condotta negligente od imprudente che costituisca causa concorrente dell'evento, e, quindi, non soltanto un comportamento coevo o successivo al fatto illecito, ma anche un comportamento antecedente, purché legato da nesso eziologico con l'evento medesimo, allorquando il fatto colposo del danneggiante è antecedente al fatto illecito - cioè all'inadempimento ed alle sue conseguenze dannose nella responsabilità contrattuale ed alla condotta integrante il fatto ingiusto di cui all'art. 2043 c.c. ed alle sue conseguenze nella responsabilità extracontrattuale - la sua efficacia di concausa del danno cagionato dall'illecito, se è indubbio che possa estrinsecarsi con riferimento al danno-conseguenza della condotta di inadempimento o della condotta realizzante il fatto ingiusto, può altrettanto indubbiamente estrinsecarsi anche direttamente rispetto alla condotta costituente l'illecito, cioè può giocare ed essere apprezzata come concausa della condotta di inadempimento stesso o di quella determinativa del fatto ingiusto, id est come concausa delle relative condotte illecite.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5677 del 15 marzo 2006)
Cass. civ. n. 27010/2005
Il primo comma dell'art. 1227 c.c. concerne il concorso colposo del danneggiato, configurabile solamente in caso di cooperazione attiva nel fatto colposo del danneggiante (Nell'affermare il suindicato principio la S.C. ha escluso la configurabilità di un concorso colposo del danneggiato nella mera accettazione, da parte del medesimo, del trasporto su autovettura con alla guida conducente in evidente stato di ebbrezza, non assurgendo tale condotta a comportamento materiale di cooperazione incidente nella determinazione dell'evento dannoso).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 27010 del 7 dicembre 2005)
Cass. civ. n. 19139/2005
In tema di responsabilità del conduttore per la ritardata restituzione del bene locato ex art. 1591 c.c., l'ordinaria diligenza richiesta al creditore dall'art. 1227, secondo comma, c.c., per evitare un suo concorso nella produzione del danno, non implica l'obbligo di compiere attività rischiose o gravose come la proposizione di un'azione di cognizione o esecutiva per ottenere il rilascio della cosa locata.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 19139 del 29 settembre 2005)
Cass. civ. n. 9898/2005
In tema di risarcimento del danno cui è tenuto il datore di lavoro in conseguenza del licenziamento illegittimo e con riferimento alla limitazione dello stesso, ex art. 1227, secondo comma, c.c., in relazione alle conseguenze dannose discendenti dal tempo impiegato per la tutela giurisdizionale da parte del lavoratore, le stesse non sono imputabili al lavoratore tutte le volte che – sia che si tratti di inerzia endoprocessuale che di inerzia preprocessuale – le norme attribuiscano poteri paritetici al datore di lavoro per la tutela dei propri diritti e per la riduzione del danno. (In applicazione di tale principio la Corte Cass., confermando la sentenza di merito, ha riconosciuto l'esistenza di analoghi poteri del datore di lavoro in ordine al promovimento del tentativo di conciliazione).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 9898 del 11 maggio 2005)
Cass. civ. n. 2855/2005
Il dovere del danneggiato di attivarsi per evitare il danno secondo l'ordinaria diligenza ex art. 1227, secondo comma, c.c., va inteso come sforzo di evitare il danno attraverso un'agevole attività personale, o mediante un sacrificio economico relativamente lieve, mentre non sono comprese nell'ambito dell'ordinaria diligenza quelle attività che siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2855 del 11 febbraio 2005)
Cass. civ. n. 2704/2005
Il principio di cui all'art. 1227 c.c. (riferibile anche alla materia del danno extracontrattuale per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 del codice) della riduzione proporzionale del danno in ragione dell'entità percentuale dell'efficienza causale del soggetto danneggiato si applica anche quando questi sia incapace di intendere o di volere per minore età o per altra causa, e tale riduzione deve essere operata non solo nei confronti del danneggiato, che reclama il risarcimento del pregiudizio direttamente patito al cui verificarsi ha contribuito la sua condotta, ma anche nei confronti dei congiunti che, in relazione agli effetti riflessi che l'evento di danno subito proietta su di essi, agiscono per ottenere il risarcimento dei danni iure proprio restando, peraltro, esclusa — ove essi avessero avuto sull'incapace un potere di vigilanza — la possibilità di far luogo ad una ulteriore riduzione del danno risarcibile sulla base di un loro concorso nella sua causazione per culpa in educando o in vigilando. (Nella specie, la Corte Cass. ha confermato la sentenza di merito che aveva proporzionalmente ridotto l'ammontare della somma da liquidare in favore dei genitori per il risarcimento del danno subito a causa della morte della figlia minore che, attraversando imprudentemente la strada, era stata investita da un'auto, tenendo conto del concorso di colpa della stessa minore, nell'accezione sopra indicata, nel provocare il danno).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2704 del 10 febbraio 2005)
Cass. civ. n. 22503/2004
In tema di equa riparazione ai sensi della legge 24 marzo 2001, n. 89 per violazione della durata ragionevole del processo, la negligenza della parte del processo dinanzi al tribunale amministrativo regionale nella presentazione della istanza di prelievo, strumento offerto dall'ordinamento processuale per pervenire alla più sollecita discussione del ricorso, trova la sua collocazione propria, non già nella sedes materiae della liquidazione del danno (art. 1227, secondo comma, c.c.), ma nello scrutinio di adeguatezza del comportamento della parte ex art. 2, comma secondo, legge cit., tra gli elementi costitutivi del fatto generatore dell'indennizzo, rilevando cioè come comportamento oggettivo, determinante la mancata attivazione dell'organo di giustizia amministrativa, valutabile come causa, o come concausa, della non ragionevolezza del tempo trascorso; ne deriva che soltanto con la proposizione di detta istanza, ed a partire da quella data, il decorrere del tempo diventa esclusivo parametro di valutazione del comportamento dell'organo di giustizia ai fini dello scrutinio della ragionevolezza della durata del processo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 22503 del 1 dicembre 2004)
Cass. civ. n. 11414/2004
In riferimento alla responsabilità extracontrattuale da cose in custodia, quando sussiste un comportamento colposo del danneggiato che non è idoneo da solo ad interrompere il nesso eziologico tra la causa del danno e il danno stesso, esso può tuttavia integrare un concorso di colpa ai sensi dell'art. 1227, primo comma c.c., con conseguente diminuzione della responsabilità del danneggiante in proporzione all'incidenza della colpa del danneggiato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 11414 del 18 giugno 2004)
Il concorso del fatto colposo del creditore è inconciliabile con le situazioni nelle quali operi il principio dell'apparenza del diritto, atteso che quest'ultimo, riconducibile al più generale principio dell'affidamento incolpevole (che può essere invocato, in tema di rappresentanza, dal terzo che in buona fede sia stato tratto in inganno sulla qualità del rappresentante apparente, allorquando l'apparente rappresentato abbia tenuto un comportamento colposo) presuppone che risulti sempre accertata la buona fede del terzo non dipendente da errore colpevole, circostanza quest'ultima incompatibile con un comportamento concorrente colposo dello stesso terzo, che, ove esistente, fa venir meno la situazione di affidamento. (Nella specie, relativa all'azione risarcitoria promossa da una società di leasing che aveva concluso un contratto di locazione finanziaria relativo a una imbarcazione apparentemente di proprietà di una concessionaria di vendita, la società convenuta aveva consegnato alla propria concessionaria i documenti relativi al natante oggetto del contratto, inducendo nella società di leasing il ragionevole affidamento che la concessionaria fosse proprietaria del bene. La S.C., nel confermare la sentenza di accoglimento della domanda, ha enunziato il principio di cui alla massima, respingendo i motivi di ricorso fondati sulla pretesa cooperazione colposa del creditore).
Cass. civ. n. 9709/2004
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9709 del 21 maggio 2004)
Cass. civ. n. 2422/2004
Ai fini della concreta risarcibilità di danni subiti dal creditore — che pure sia in astratto sussistente, configurandosi i danni medesimi ai sensi dell'art. 1223 c.c., come conseguenza immediata e diretta dell'inadempimento — l'art. 1227, secondo comma c.c., nel porre la condizione dell'inevitabilità, da parte del creditore, con l'uso dell'ordinaria diligenza, non si limita a richiedere a quest'ultimo la mera inerzia, di fronte all'altrui comportamento dannoso, o la semplice astensione dall'aggravare, con fatto proprio, il pregiudizio già verificatosi, ma, secondo i principi generali di correttezza e buona fede di cui all'art. 1175 c.c., gli impone altresì una condotta attiva o positiva diretta a limitare le conseguenze dannose di detto comportamento, intendendosi comprese nell'ambito dell'ordinaria diligenza, all'uopo richiesta, soltanto quelle attività che non siano gravose o eccezionali o tali da comportare notevoli rischi o rilevanti sacrifici. La valutazione del comportamento del creditore è compito riservato al giudice del merito, ed è insindacabile in sede di legittimità, se sorretta da idonea motivazione. (Nella specie, in applicazione del principio di cui alla massima, estensibile — in ragione dell'art. 2056 c.p.c. — anche alle ipotesi di illecito «aquiliano» la S.C. ha confermato la decisione della corte territoriale che, con riguardo alla impugnata sentenza di condanna in via solidale della conduttrice di un appartamento, e della persona cui la stessa lo aveva dato in comodato, conservandone la disponibilità, al risarcimento dei danni al sottostante negozio di abbigliamento causati da un allagamento dovuto ad un guasto alla lavatrice in uso alla comodataria, aveva elevato la misura del concorso della danneggiata, già affermato dal giudice di prime cure, osservando che non tutta la superficie del locale risultava allagata e che la danneggiata aveva lasciato nel negozio durante tutto l'inverno capi non bagnati o scarsamente bagnati, e pervenendo alla conclusione che, se la merce fosse stata asportata, il danno sarebbe stato notevolmente inferiore).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2422 del 9 febbraio 2004)
Cass. civ. n. 18467/2003
In tema di responsabilità civile, il comportamento irregolare del danneggiato può considerarsi concausa dell'evento dannoso solo quando abbia svolto, rispetto a quest'ultimo, ruolo di antecedente causale.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 18467 del 3 dicembre 2003)
Cass. civ. n. 10995/2003
In materia di responsabilità contrattuale, l'art. 1227, secondo comma, c.c., laddove esclude il risarcimento del danno che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, pone a carico del creditore medesimo l'onere di non concorrere ad aggravare i danni derivanti dall'inadempimento con un comportamento contrario alla buona fede, nei limiti dell'ordinaria diligenza: tale obbligo di comportamento quindi non si spinge fino ad imporre al creditore di sostituirsi al debitore nell'adempimento dell'obbligazione; l'eccezione relativa al mancato adempimento di un tale onere del creditore costituisce eccezione in senso stretto, e come tale deve essere sollevata dal debitore, sul quale grava il relativo onere probatorio.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10995 del 14 luglio 2003)
Cass. civ. n. 5511/2003
In tema di risarcimento del danno, il primo comma dell'art. 1227 c.c. attiene all'ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell'evento dannoso, mentre il secondo comma ha riguardo a situazione in cui il danneggiato sia estraneo alla produzione dell'evento ma abbia omesso, dopo la relativa verificazione, di fare uso della normale diligenza per circoscriverne l'incidenza, l'accertamento dei presupposti per l'applicabilità della suindicata disciplina integra indagine di fatto, come tale riservata al giudice di merito e sottratta al sindacato di legittimità se assistita da motivazione congrua.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5511 del 8 aprile 2003)
In tema di concorso di colpa del creditore, l'art. 1227 c.c. ha riguardo al comportamento del creditore di un'obbligazione inadempiuta (o non ritualmente adempiuta), ma non concerne i rapporti tra coobbligati in solido né le rispettive responsabilità nell'inadempimento della comune obbligazione.
Cass. civ. n. 14592/2001
La prova che il creditore avrebbe potuto evitare i danni dei quali chiede il risarcimento usando l'ordinaria diligenza deve essere fornita dal debitore che pretende di non risarcire in tutto o in parte; egli, infatti, deducendo un controdiritto idoneo a paralizzare l'azione risarcitoria del creditore, ha l'onere di prova imposto dall'art. 2697 c.c. (In base al suddetto principio la S.C. ha confermato la pronuncia del giudice del merito che non aveva ridotto l'entità del risarcimento del danno dovuto da un datore di lavoro per licenziamenti illegittimi, respingendo la contraria eccezione del datore di lavoro che si basava sull'assunto secondo cui i lavoratori non avevano fornito la prova di aver tentato di essere assunti da altri imprenditori, in particolare iscrivendosi nelle liste del collocamento).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 14592 del 20 novembre 2001)
Cass. civ. n. 7025/2001
Con riguardo all'esimente da responsabilità, prevista dal secondo comma dell'art. 1227 c.c., il giudice del merito è tenuto a svolgere l'indagine in ordine all'omesso uso dell'ordinaria diligenza da parte del creditore, soltanto se vi sia un'espressa istanza del debitore, la cui richiesta integra gli estremi di una eccezione in senso proprio, con la conseguenza che non può essere rilevata dal giudice d'ufficio. (Nella specie la Corte ha cassato la sentenza con cui i giudici di merito hanno valutato d'ufficio, ai fini della riduzione dell'entità del danno derivante dalla diffamazione a mezzo stampa, il mancato esercizio del diritto di rettifica da parte del danneggiato).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 7025 del 23 maggio 2001)
Cass. civ. n. 4799/2001
In tema di risarcimento del danno, l'ipotesi del fatto colposo del creditore che abbia concorso al verificarsi dell'evento dannoso (primo comma dell'art. 1227 c.c.) va distinta da quella (disciplinata dal secondo comma della medesima norma) riferibile ad un contegno dello stesso danneggiato che abbia prodotto il solo aggravamento del danno senza contribuire alla sua causazione, giacché, mentre nel primo caso il giudice deve proporsi d'ufficio l'indagine in ordine al concorso di colpa del danneggiato, sempre che risultino prospettati gli elementi di fatto dai quali sia ricavabile la colpa concorrente, sul piano causale, dello stesso, la seconda di tali situazioni costituisce oggetto di una eccezione in senso stretto, in quanto il dedotto comportamento del creditore costituisce un autonomo dovere giuridico, posto a suo carico dalla legge quale espressione dell'obbligo di comportarsi secondo buona fede; ne consegue che la relativa eccezione non può essere dedotta per la prima volta nel giudizio di cassazione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4799 del 2 aprile 2001)
Cass. civ. n. 5883/2000
A norma dell'art. 1227 comma secondo c.c. ed al fine di escludere la risarcibilità dei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, vanno presi in considerazione soltanto i comportamenti tenuti dal creditore-danneggiato successivamente all'inadempimento del debitore-danneggiante ed al verificarsi del danno, restando irrilevanti i comportamenti tenuti in epoca antecedente al verificarsi dell'inadempimento.
In tema di esclusione, ai sensi dell'art. 1227 comma secondo c.c., della risarcibilità di quei danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, grava sul debitore responsabile del danno l'onere di provare la violazione, da parte del danneggiato, del dovere di correttezza impostogli dal citato art. 1227 e l'evitabilità delle conseguenze dannose prodottesi, trattandosi di una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, configurabile come eccezione in senso stretto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5883 del 9 maggio 2000)
Cass. civ. n. 1073/2000
L'ipotesi del concorso di colpa del danneggiato di cui all'art. 1227, primo comma c.c., non concretando un'eccezione in senso proprio ma una semplice difesa, dev'essere esaminata e verificata dal giudice anche d'ufficio, attraverso le opportune indagini sull'eventuale sussistenza della colpa del danneggiato e sulla quantificazione dell'incidenza causale dell'accertata negligenza nella produzione dell'evento dannoso, indipendentemente dalle argomentazioni e richieste della parte.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1073 del 1 febbraio 2000)
Cass. civ. n. 4633/1997
Soltanto se la condotta dell'incapace di intendere o volere, stante l'applicabilità anche in tal caso dell'art. 1227, primo comma c.c., ha contribuito a cagionare il danno dal medesimo subito, il responsabile che deve risarcirlo può eccepire il concorso di colpa del soggetto obbligato alla sorveglianza di quegli (art. 2047 c.c.).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4633 del 24 maggio 1997)
Cass. civ. n. 2763/1997
In tema di concorso del fatto del danneggiato nella produzione dell'evento dannoso, a norma dell'art. 1227 c.c. — applicabile, per l'espresso richiamo contenuto nell'art. 2056 c.c., anche nel campo della responsabilità extracontrattuale — il risarcimento del danno deve essere proporzionalmente ridotto in ragione dell'entità percentuale dell'efficienza causale del comportamento della vittima, atteso che il danno che taluno arreca a sé medesimo non può essere posto a carico dell'autore della causa concorrente, sia per il principio che il risarcimento va proporzionato all'entità della colpa di ciascun concorrente, sia per l'esigenza di evitare un indebito arricchimento.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2763 del 28 marzo 1997)
Cass. civ. n. 13023/1995
La norma di cui all'art. 1227, secondo comma, c.c., secondo la quale il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza non opera quando le parti abbiano preventivamente e convenzionalmente liquidato il danno causato dal ritardo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 13023 del 21 dicembre 1995)
Cass. civ. n. 9209/1995
In tema di responsabilità per fatto illecito doloso, la norma dell'art. 1227 c.c. (richiamata dall'art. 2056, primo comma, stesso codice) — concernente la diminuzione della misura del risarcimento in caso di concorso del fatto colposo del danneggiato — non è applicabile nell'ipotesi di provocazione da parte della persona offesa del reato, in quanto la determinazione dell'autore del delitto, di tenere la condotta da cui deriva l'evento di danno che colpisce la persona offesa, va considerata causa autonoma di tale danno, non potendo ritenersi che la consecuzione del delitto al fatto della provocazione esprima una connessione rispondente ad un principio di regolarità casuale.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 9209 del 30 agosto 1995)
Cass. civ. n. 10072/1994
In tema di risarcimento del danno nei rapporti obbligatori, nella nozione di ordinaria diligenza del creditore di cui all'art. 1227, comma 2, c.c., rientra anche il tempestivo esercizio del proprio diritto, ossia l'esercizio non differito fino al limite del termine di prescrizione, qualora il trascorrere del tempo possa determinare un incremento del danno. Ne consegue che, con riferimento alla disciplina del collocamento obbligatorio, il danno subito dall'invalido, o da altro soggetto appartenente alle categorie protette avviato al lavoro ai sensi della L. 2 aprile 1968, n. 482, a causa dell'ingiustificato rifiuto di assunzione opposto dall'imprenditore, e corrispondente alle retribuzioni non percepite, non è risarcibile, ai sensi dell'art. 1227, comma 2, c.c., nella misura in cui il danneggiato abbia trascurato di attivarsi per evitarlo, mostrando una negligenza di cui possono essere sintomi, complessivamente considerati, la mancata reiscrizione nelle liste di collocamento e l'aver lasciato trascorrere alcuni anni tra il suddetto rifiuto e l'azione giudiziaria intesa alla realizzazione del diritto all'assunzione ed al risarcimento; in tal caso la misura del danno risarcibile può essere determinata, eventualmente per sottrazione, in via equitativa ex art. 1226 c.c.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 10072 del 26 novembre 1994)
Poiché il secondo comma dell'art. 1227 c.c., nell'escludere che il creditore possa avere diritto al risarcimento dei danni che lo stesso avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, e nel porre, quindi, sul suddetto creditore, il dovere di non aggravare con il fatto proprio e con la propria condotta il pregiudizio subito, fa esplicito riferimento all'elemento della colpa, il giudice deve prendere in considerazione non ogni comportamento che astrattamente possa aggravare il danno, ma solamente quel comportamento che eccede i limiti dell'ordinaria diligenza.
Cass. civ. n. 4332/1994
Quando un soggetto incapace di intendere e di volere, per minore età o per altra causa, subisca un evento di danno, in conseguenza del fatto illecito altrui in concorso causale con il proprio fatto colposo, l'indagine deve essere limitata all'esistenza della causa concorrente alla produzione dell'evento dannoso, prescindendo dall'imputabilità del fatto all'incapace e dalla responsabilità di chi era tenuto a sorvegliarlo, ed il risarcimento al danneggiato incapace è dovuto dal terzo danneggiante solo nella misura in cui l'evento possa farsi risalire a colpa di lui, con l'esclusione della parte di danno ascrivibile al comportamento dello stesso danneggiato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4332 del 5 maggio 1994)
Cass. civ. n. 3957/1994
L'art. 1227, primo comma, c.c., a norma del quale, quando vi è concorso di colpa del danneggiato, la responsabilità del danneggiante è diminuita secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze che ne sono derivate, si applica anche nei casi di responsabilità (presunta) del custode perché è espressione del principio che esclude la possibilità di considerare danno risarcibile quello che ciascuno procura a se stesso.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3957 del 26 aprile 1994)
Cass. civ. n. 7872/1991
Ai fini della liquidazione del danno derivante da licenziamento illegittimo, la misura del risarcimento dovuto ai sensi dell'art. 18, L. n. 300 del 1970 (commisurato alle retribuzioni non percepite dal lavoratore per il periodo successivo al licenziamento) non può essere ridotta, in applicazione del principio di cui all'art. 1227, secondo comma, c.c., con riguardo alle conseguenze dannose riferibili al tempo impiegato per la tutela giurisdizionale da parte del lavoratore, stante l'esistenza di norme che ne regolano l'iter con la previsione di termini perentori e che consentono ad entrambe le parti in giudizio di interferire nell'attività processuale. (Nella specie, la Suprema Corte ha annullato la decisione del tribunale, adito in sede di rinvio dalla stessa corte, con cui il suddetto danno è stato liquidato in misura inferiore all'ammontare delle retribuzioni per l'intero periodo fino alla riassunzione, sul rilievo che il lavoratore aveva tutelato i propri diritti senza la dovuta tempestività in relazione ai tempi decorsi prima della impugnazione del provvedimento, della proposizione del ricorso per cassazione e della riassunzione della causa in sede di rinvio).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 7872 del 16 luglio 1991)
Cass. civ. n. 5035/1991
Il dovere di correttezza imposto dall'art. 1227 c.c. al danneggiato presuppone un'attività dalla quale certamente il danno sarebbe stato evitato o ridotto, ma non implica l'obbligo di iniziare un'azione giudiziaria o un'azione esecutiva, in quanto il creditore non è tenuto ad un'attività gravosa o implicante rischi o spese, né a provvedere ad esecuzione forzata, anche se ciò rientra nelle sue facoltà.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 5035 del 7 maggio 1991)
Cass. civ. n. 3101/1991
Il diritto del creditore di una somma di denaro al risarcimento del maggior danno subito durante la mora debendi, a norma dell'art. 1224, comma secondo, c.c., non può essere escluso o limitato, ai sensi dell'art. 1227, comma secondo, c.c., in relazione al tempo lasciato trascorrere dal creditore medesimo prima di esercitare l'azione giudiziaria, ed al conseguenziale aumento dell'entità del pregiudizio, trattandosi di effetti che spetta al debitore di evitare, adempiendo sollecitamente l'obbligazione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 3101 del 22 marzo 1991)
L'art. 1227, secondo comma c.c., il quale esclude il risarcimento dei maggiori danni che trovano la loro origine in un comportamento colposo del creditore, non può trovare applicazione in ordine alle maggiori somme che il debitore deve corrispondere per effetto della svalutazione monetaria. Pertanto nessuna influenza può avere, a fini limitativi di quest'ultima obbligazione, il fatto che il creditore abbia trascurato di chiedere tempestivamente il risarcimento o abbia condotto con lentezza l'azione giudiziaria.
Cass. civ. n. 2384/1991
Con riguardo all'azione risarcitoria contro un medico, per lesioni personali che l'attore, all'epoca minorenne ed a carico dei genitori, abbia subito a causa di errori di diagnosi e cura commessi da detto convenuto, la configurabilità di un concorso di colpa del danneggiato, ai sensi ed agli effetti dell'art. 1227 c.c., in relazione al ritardo con cui sia stato sottoposto a nuovo ed appropriato intervento specialistico, va riscontrata esclusivamente in relazione alla colpevolezza del comportamento del minore e non di quello dei suoi genitori, tenuto conto della mancanza di autonomia decisionale del minore medesimo in ragione della dipendenza, anche economica, dai genitori obbligati a tutelare la sua salute ed a prendere le decisioni necessarie a tal fine.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2384 del 7 marzo 1991)
Cass. civ. n. 7987/1990
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 7987 del 7 agosto 1990)
Cass. civ. n. 6547/1990
Il dovere — imposto al creditore o al danneggiato dall'art. 1227, secondo comma, c.c. — di evitare, usando la normale diligenza, i danni che possono essere arrecati alla propria sfera giuridica dall'altrui comportamento illecito, sussiste anche se questo si protrae nel tempo, sempre che la sua osservanza non si riveli troppo onerosa e non incida in misura apprezzabile sulla propria libertà di azione; pertanto, non può esigersi che il creditore o il danneggiato, per non aggravare le conseguenze dannose che gli derivano dall'inadempimento o dal fatto illecito altrui si assoggetti ad un'attività abnorme e più onerosa di quel che comporti l'ordinaria diligenza, divenendo la sua inerzia rilevante solo quando essa sia ascrivibile a dolo o colpa.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 6547 del 27 giugno 1990)
Cass. civ. n. 2589/1988
La norma dell'art. 1227 c.c., concernente il concorso del fatto colposo del creditore, si limita a fare applicazione concreta alla colpa del danneggiato del più generale principio di causalità, ma non implica l'affermazione di un dovere primario del danneggiato di ovviare all'inerzia del responsabile, accollandosi attività straordinarie e particolarmente onerose, per limitare gli effetti dannosi determinati dall'illecita condotta altrui.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2589 del 25 marzo 1988)
Cass. civ. n. 3408/1986
Mentre il concorso di colpa del creditore, previsto dal primo comma dell'art. 1227 c.c., può essere rilevato anche d'ufficio, nella diversa ipotesi dell'esimente contemplata dal secondo comma della stessa norma, il giudice è tenuto a svolgere l'indagine in ordine all'omesso uso dell'ordinaria diligenza da parte del creditore, soltanto se vi sia stata un'espressa istanza del debitore, in quanto in questo secondo caso la dedotta colpa del creditore costituisce inosservanza di un autonomo dovere giuridico posto dalla legge a suo carico, e la richiesta del debitore integra gli estremi di un'eccezione in senso sostanziale con cui viene fatto valere un controdiritto per paralizzare l'azione del creditore.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 3408 del 22 maggio 1986)
Cass. civ. n. 809/1986
Il dovere del creditore di cooperare, se necessario, in relazione alla natura della prestazione, all'adempimento del debitore, non costituisce vera e propria obbligazione del creditore nei confronti di quest'ultimo, ma si configura, invece, come un mero dovere strumentale rispetto all'adempimento stesso, senza che per esonerarsi dalle conseguenze della violazione del suddetto dovere il creditore possa invocare l'impossibilità sopravvenuta per causa a lui non imputabile a norma dell'art. 1218 c.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 809 del 8 febbraio 1986)
Cass. civ. n. 1061/1985
L'eventuale concorso del fatto colposo del creditore, idoneo — secondo la previsione dell'art. 1227 c.c. — a ridurre l'entità del risarcimento sino ad escluderlo per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, costituisce una circostanza impeditiva della pretesa risarcitoria, per cui, in base ai principi sull'onere della prova dettati dall'art. 2697 c.c., deve essere provato da chi intende avvalersi della relativa eccezione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1061 del 9 febbraio 1985)
Cass. civ. n. 2675/1984
In tema di risarcimento del danno il principio di irrisarcibilità dei danni evitabili con l'uso dell'ordinaria diligenza dal danneggiato trova limite nel divieto assoluto di intervento che, pur nel fine lecito di contenere l'iter evolutivo dei danni, comporti alterazione di luoghi, opere o cose comunque connessi geneticamente all'inadempimento contrattuale.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2675 del 28 aprile 1984)
Cass. civ. n. 1594/1983
Il secondo comma dell'art. 1227 c.c., statuendo che il risarcimento non è dovuto per i danni che il creditore avrebbe potuto evitare usando l'ordinaria diligenza, postula che il fatto del debitore sia la causa unica ed efficiente dell'evento dannoso e che il creditore, se non fosse rimasto inerte, avrebbe potuto eliminare o attenuare le conseguenze patrimoniali.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1594 del 3 marzo 1983)
Cass. civ. n. 4174/1982
L'osservanza degli obblighi di diligenza e di buona fede che fanno carico al creditore o al danneggiato impone a questi ultimi soltanto un comportamento corretto, rivolto a circoscrivere il pregiudizio subito e ad impedirne l'eventuale espansione, ma non anche il compimento d'attività gravose o straordinarie, come l'acquisto aliunde delle cose che avrebbero costituito l'oggetto della prestazione ineseguita, oppure l'intrapresa di iniziative tali da comportare apprezzabili sacrifici, come esborsi apprezzabili di danaro o assunzione di rischi di qualsiasi natura.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4174 del 15 luglio 1982)
Cass. civ. n. 2194/1977
In tema di inadempimento contrattuale, affinché il debitore possa invocare una riduzione del proprio obbligo risarcitorio, per concorso di colpa del creditore, ai sensi dell'art. 1227 primo comma c.c., è necessario che il creditore medesimo sia tenuto, per legge, per contratto, o per generico dovere di correttezza, ad adottare un determinato comportamento, inerente all'esecuzione del rapporto obbligatorio ed idoneo a ridurre gli effetti pregiudizievoli dell'inadempimento.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 2194 del 28 maggio 1977)
Cass. civ. n. 1975/1977
Qualora un fatto illecito produca, in successione di tempo, due danni diversi, il risarcimento del primo ha lo scopo di ristorare per equivalente il danneggiato dal pregiudizio subito, ma non lo obbliga ad impiegare la relativa somma nell'eliminazione della possibilità del verificarsi di un ulteriore danno restando ciò a carico del danneggiante. Pertanto, la circostanza che il danneggiato non si sia adoperato a rimuovere quella causa non è di per sé ostativa alla risarcibilità del secondo danno, salva la configurabilità di un concorso di colpa del danneggiato medesimo, ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 1227 c.c.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1975 del 16 maggio 1977)
Cass. civ. n. 4291/1976
Il debitore, al fine di invocare una riduzione della propria obbligazione per fatto del creditore, ai sensi dell'art. 1227 c.c., deve dimostrare non solo la colpevolezza della condotta del creditore stesso, ma anche il nesso causale fra quella condotta e le conseguenze pregiudizievoli che si pretendono da essa derivate. Ne deriva che, ove detto comportamento colposo del creditore consista nel non essersi adeguatamente difeso, in un giudizio contro di lui promosso da terzi ed incidente sull'ammontare del credito, spetta al debitore, al fine indicato, di provare che tale negligenza abbia avuto influenza sull'esito del giudizio.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4291 del 17 novembre 1976)
Cass. civ. n. 3445/1975
In tema di concorso del fatto colposo del danneggiato, idoneo a giustificare una diminuzione del risarcimento secondo la gravità della colpa e l'entità delle conseguenze derivatene — art. 1227, richiamato dall'art. 2056 c.c. — occorre distinguere l'ipotesi della provocazione da quella dell'azione aggressiva. La prima è irrilevante ai fini indicati, non potendo il comportamento del provocatore essere considerato causa mediata del danno a lui successivamente cagionato dal provocato. Invece, il fatto dell'aggressore danneggiato si pone rispetto all'evento dannoso in rapporto di causalità efficiente, come fattore concorrente alla sua produzione, ed è, perciò, valutabile ai fini di una ragionevole diminuzione del risarcimento.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3445 del 20 ottobre 1975)
Cass. civ. n. 1753/1973
Il comportamento del danneggiato, incapace di intendere e di volere, concorrente nella produzione del danno, può integrare il fatto colposo del creditore previsto dal primo comma dell'art. 1227 c.c., applicabile in tema di responsabilità extracontrattuale per l'esplicito richiamo contenuto nell'art. 2056. In conseguenza, in tema di eventi dannosi derivati dalla circolazione stradale, anche il fatto del minore danneggiato naturalmente incapace, che con il suo comportamento di circolazione abbia contribuito alla produzione del danno, è valutabile ai fini del principio della compensazione delle colpe e, quindi, della riduzione proporzionale del danno, consacrato nel predetto art. 1227, comma primo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1753 del 15 giugno 1973)
Cass. civ. n. 1616/1973
L'art. 1227 c.c. il quale enunciando un principio di ordine generale deve ritenersi estensibile anche alla fattispecie prevista dall'art. 844 c.c., disciplina due ipotesi distinte: il primo comma concerne il rapporto fra causa ed evento, regolando il concorso di colpa del danneggiato nella produzione dell'evento, al fine di una riduzione proporzionale del risarcimento; il secondo comma concerne il rapporto fra evento e danno, ossia il contenuto dell'obbligazione di risarcimento, che può essere negato se il creditore avrebbe potuto evitare il danno usando l'ordinaria diligenza, ossia quando il processo produttivo dell'evento dannoso si sia esaurito e subentri una autonoma condotta colposa del danneggiato, il cui pregiudizio si presenti cosa come conseguenza ulteriore a lui esclusivamente addebitabile.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 1616 del 30 maggio 1973)
Cass. civ. n. 1652/1971
La distinzione tra il creditore che agisce iure proprio ed il creditore che agisce iure hereditario è irrilevante per il debitore responsabile, posto che egli è tenuto a rispondere del danno soltanto nella misura in cui lo ha cagionato, non essendo danno indennizzabile quello risentito da una persona che vi ha dato causa.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1652 del 31 maggio 1971)
Cass. civ. n. 4080/1968
Poiché, nei confronti del danneggiato, tutti coloro che concorsero alla produzione dell'evento dannoso sono tenuti solidalmente al risarcimento, la questione del concorso di colpa del genitore del minore, danneggiato per fatto illecito, non ha alcuna rilevanza, quando il genitore agisca in giudizio, non per far valere un diritto proprio al risarcimento, ma il diritto del figlio minore, che detto risarcimento ha diritto ad ottenere integralmente da ciascuno degli autori dei vari comportamenti illeciti che concorsero alla produzione dell'evento.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4080 del 28 dicembre 1968)
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relative all'articolo 1227 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 1227 Codice civile - Concorso del fatto colposo del creditore | Quesito Q201923786
ALBERTO G. chiede
lunedì 05/08/2019 - Emilia-Romagna
“Prima di esporre il mio quesito circa l’utilizzo delle parti comuni condominiali, di seguito riporto alcune premesse.
1) Il mio garage ha l’accesso dall’interno, quindi esco aprendo elettricamente la basculante senza poter vedere se qualcuno è all’esterno
2) Il sottoscritto, in data 6 giugno c.a., è quello che per miracolo ha evitato di investire un bambino di due anni, sulla macchinina elettrica, che mi sono trovato davanti al paraurti anteriore destro mentre stavo per uscire dal garage (un altro bambino della stessa età era poco più distante). Arrabbiato, visto che nessuno oltre ai bambini era presente, con l’auto ho proseguito per uscire dal condominio, fintanto che ho incontrato i genitori di uno dei bambini davanti al loro garage (ubicato su di un lato condominiale diverso rispetto a quello del mio garage) che parlavano con un altri condomini; quindi sono sceso dall’auto e in modo concitato ho a loro illustrato quanto appena successo aggiungendo che i genitori devono seguire i propri figli: al tal punto uno dei condomini ha detto che avevo ragione ed io sono ripartito.
3) In altre due occasioni ho fatto presente ad uno dei due padri che il figlio transitava con il triciclo davanti al mio garage, cosicché ho telefonato all’amministratore per denunciare l’accaduto e l’amministratore mi ha detto che avrebbe inviato una lettera ai padri dei due bambini (allegato n.1)
4) Uno dei genitori dopo aver ricevuto la lettera dell’amministratore quando mi ha incontrato mi ha detto che sarei stato contattato dal loro avvocato, cosa che ad oggi non è ancora avvenuta. I genitori ai quali è stata inviata la lettera, hanno singolarmente incontrato gli altri condomini per spiegare la loro versione dei fatti. In seguito a ciò i genitori con figli piccoli si sono accordati per attendermi, con fare intimidatorio e con la presenza di altri condomini quali spettatori, sul passo carraio condominiale per parlarmi. Quando sono uscito mi sono fermato e ho detto a loro quanto accaduto e che nessun genitore era presente al momento del fatto, in quanto si trovavano davanti al loro garage. Ho chiesto conferma al condomino che al momento del fatto ha detto che avevo ragione, ma ha negato tutto. Poi mi hanno risposto che i bambini hanno diritto di giocare nell’ area cortiliva e che anche il regolamento condominiale al riguardo non dice nulla: io ho aggiunto che il gioco è un diritto purché nel rispetto della sicurezza degli stessi bambini
5) A tal punto ho installato sul parabrezza della mia auto una dash cam, il cui utilizzo non è vietato dalle norme purché nel rispetto della privacy.
6) Ipotizzo che i genitori abbiano consultato un legale. Poi hanno protestato con l’amministratore per avere ricevuto una tale lettera, presumo adducendo che era la mia parola contro la loro, cosicché l’amministratore ha inviato una seconda lettera a tutti i condomini (allegato n.2) deresponsabilizzando le famiglie dei due bambini e comunicando la convocazione di una prossima assemblea condominiale avente ad oggetto la sicurezza nel giocare in un'area di transito e manovra auto del cortile condominiale.
7) Recentemente, ho notato un comportamento intimidatorio da parte di un amico di uno dei due padri, in quanto mentre uscivo dal passo carraio mi fissava e si posizionava con il proprio cane quasi al centro della strada senza spostarsi come per ostruirmi il passaggio (allegato n.3 filmato video).
Ora in preparazione della prossima assemblea, ancora da convocare, espongo i miei quesiti.
Il primo riguarda l'indicazione di sentenze giurisprudenziali che vietano il gioco nelle sopraddette aree di transito e manovra degli autoveicoli. Si precisa che, il regolamento condominiale (all.n4.art.3) parla genericamente di area cortiliva e cita l’area di manovra senza specificarne l’area stessa e senza disporre nulla al riguardo. Tuttavia per la sua conformazione strutturale ritengo che si tratti di un'area destinata esclusivamente al transito e alla manovra delle auto, come si può desumere dalla planimetria allegata (all.n.5). Appurato che trattasi di area di manovra e transito auto così come definita anche dall’amministratore nella seconda lettera del 10 luglio, chiedo se posso ottenere per motivi di sicurezza il divieto di gioco, anche senza la maggioranza prevista dalla legge per un tale divieto. Difatti secondo le mie conoscenze ogni decisione riguardante i minori deve tenere conto del loro preminente interesse, quindi la loro incolumità e sicurezza ritengo sia preminente rispetto al loro diritto di gioco. In caso contrario chiedo se il mio dissenso al gioco per motivi di sicurezza, fatto mettere a verbale possa ridurre o escludere la mia responsabilità derivante in caso di non augurabile incidente. Infine se posso ottenere dall’amministratore di far mettere a verbale chi è contrario o favorevole al gioco dei bambini nell’area di transito e manovra auto, o se prima è necessario chiedere all’amministratore di inserire tale quesito nell’ordine del giorno. E’ probabile che i condomini interessati a garantire il gioco dei bambini conferiscano delega ad un avvocato per l’intervento in assemblea. In tal ipotesi cosa consigliate? Devo anch’io delegare un avvocato, oppure rivolgermi ad un legale solo per un’eventuale impugnazione della delibera?
Allegati: n.5”
La vicenda descritta deve essere esaminata tenendo ben distinti l’aspetto condominiale e l’utilizzo delle parti comuni, dalle conseguenze che possono derivare da un eventuale incidente che coinvolge un minore dedito al gioco.
La tutela della destinazione d’uso delle parti comuni dell’edificio.
Dall’analisi del regolamento condominiale (che viene presunto di natura assembleare in assenza di uno specifico chiarimento sul punto da parte dell’autore del quesito), ed in particolare del suo art. 3 rubricato:” Parti, cose ed impianti di proprietà ad uso comune ed indivisibile”, si evince molto chiaramente come venga tenuta ben distinta l’area di manovra (lettera “e” dell’art.3) dall’area cortiliva (lettera “a” art. 3). Anche nelle planimetrie allegate al quesito si parla genericamente di area cortiliva antistante ai singoli box auto, non essendo indicato in alcun modo l’area di manovra.
La differenza non è di poco conto, in quanto l’attività di gioco bimbi di per sé può essere vietata solo nell’area di manovra strettamente considerata, in quanto attività contraria alla naturale destinazione di tale area comune: un’area di manovra, infatti, per sua stessa natura è destinata all’attività di transito dei veicoli e non al gioco dei bambini.
E’ il caso di citare l’art. 1102 del c.c., norma generale sulla comunione che trova amplissima applicazione anche in ambito condominiale, il quale dispone che il partecipante alla comunione, ovvero il condomino, non possa utilizzare la cosa comune in modo tale da alterarne la destinazione economica.
La tutela delle destinazioni d’uso trova poi una specifica e rafforzata tutela nella normativa condominiale come riformata dalla L.n.220/2012, la quale ha introdotto particolari novità sul tema. Il nuovo art. 1117 quater del c.c. dispone, infatti, che in caso di attività dei proprietari che incidano in modo sostanziale sulle destinazioni d’ uso,l’amministratore o anche autonomamente il singolo partecipante al condominio, possono diffidare l’esecutore di tali condotte vietate, chiedendo che le stesse vengano cessate immediatamente. Nel caso in cui tale invito non trovi riscontro nei fatti, l’amministratore o il singolo condomino possono chiedere la convocazione dell’organo assembleare affinché la stessa deliberi sulle azioni da intraprendere per far cessare eventuali usi impropri delle parti comuni dell’edificio, anche attraverso il ricorso alla autorità giudiziaria. Su tali delibere l’assemblea si pronuncia con le maggioranze di cui al 2° comma dell’art 1136 del c.c. (maggioranza degli intervenuti che rappresentano almeno la metà del valore dell’edificio: 500 millesimi).
Tale norma si aggiunge ai poteri che sono già riconosciuti all’amministratore di condominio nella tutela e gestione delle cose comuni; l’amministratore, infatti, secondo quanto prevede il 1° comma n.2) dell’art.1130 del c.c., ha tra i suoi numerosi compiti quello di:” disciplinare l'uso delle cose comuni e la fruizione dei servizi nell'interesse comune, in modo che ne sia assicurato il miglior godimento a ciascuno dei condomini;”. Rientra quindi perfettamente nelle sue attribuzioni, l’adozione di un provvedimento ex art. 1133 del c.c., con il quale l’organo esecutivo del condominio vieti utilizzi della cosa comune che ne alterino la sua funzione naturale.
La normativa appena citata non può di per sé trovare applicazione automatica nell’area cortiliva antistante ai box auto. L’attività ludica dei bambini non è di per sé contraria alla natura stessa di un’area cortiliva, se non impedisce agli atri condomini di godere e di fare parimenti uso di tale spazio comune. La Cassazione con un principio ormai granitico e più volte ribadito in vari ambiti della vita condominiale, ha chiarito che l’art. 1102 del c.c. non obbliga tutti i partecipanti alla comunione a fare un uso qualitativamente identico del bene comune: fermo restando il rispetto della destinazione d’uso, il bene comune può essere usato anche in maniera difforme da ciascun condomino purché, come si è già detto, agli altri partecipanti non sia impedito l’utilizzo e il godimento del bene. Famosa in questo senso è la pronuncia Cass. Civ. Sez. II, n. 12873 del 16.06.2005 che ammette l’uso turnario del cortile condominiale come area di parcheggio.
L’unico modo quindi per impedire il gioco dei bambini nell’area cortiliva sarebbe quello di introdurre espressamente tale divieto nel regolamento di condominio; una tale tipologia di clausola, però, per non essere affetta da nullità, e quindi impugnabile da ciascun condomino in ogni momento oltre i rigidi termini perentori previsti dall’art.1137 del c.c., deve essere approvata da tutti i proprietari all’unanimità, poichè va ad incidere sui diritti che ciascun comproprietario ha sulle parti comuni dell’edificio, escludendo una altrimenti legittima modalità di utilizzo dell’area cortiliva.
Dando per scontato che il regolamento dato in visione sia di natura assembleare, è ben possibile però per l’assemblea dei proprietari approvare con le maggioranze di cui agli artt. [[n1138cc] 3°comma e 1136 2° comma (maggioranza degli intervenuti che rappresentano almeno la metà del valore dell’edificio) una modifica del regolamento di condominio, che, seppur non escluda espressamente la possibilità di giocare nel cortile comune, possa meglio disciplinare l’uso di tale parte condominiale, in modo tale che i singoli usi a cui la stessa può essere destinata possano meglio convivere tra loro. Per completezza di esposizione si precisa che qualora il regolamento di condominio fosse di natura contrattuale e non assembleare, qualsiasi modifica allo stesso dovrà essere approvata con la unanimità dei partecipanti al condominio.
Spiegate le differenze giuridiche che intercorrono tra un’area di manovra e un’area cortiliva, è opportuno precisare che il concetto di destinazione d’uso non è rigidamente predeterminato dalla legge, ma esso deve essere riempito e contestualizzato sulla base di ogni singola situazione concreta; inoltre, nel condominio oggetto del quesito, seppur queste due parti comuni vengano elencate in maniera distinta, esse non trovano una netta distinzione nello stato dei luoghi.
È ben possibile quindi per ciascun condominio convenire in giudizio gli altri condomini e il condominio nella persona dell’amministratore pro-tempore al fine di vedere accertato dall'autorità giudiziaria: il confine tra area di manovra e area cortiliva, o in subordine la specifica destinazione d’uso ex art. 1102 del c.c. di tali parti comuni e nello specifico della area cortiliva attorno ai box auto. E’ opportuno sottolineare come tale tipologia di controversia, in quanto vertente in materia condominiale, dovrà prima di tutto essere preceduta da un tentativo obbligatorio di conciliazione ex D.Lgs. n. 28/2010 e necessiterà oltre alla assistenza di un legale anche dell’ausilio di un consulente tecnico di parte. L’ausilio di un tecnico sarà infatti indispensabile sia in sede di mediazione che nel successivo eventuale giudizio per capire e delineare il confine tra area di manovra e area cortiliva o in subordine delineare l’effettiva destinazione d’uso di tali parti comuni.
Stante il forte livello di conflittualità che si è venuto a creare intorno alla vicenda e le incertezze presenti nel regolamento condominiale, forse il ricorso alla autorità giudiziaria, per quanto non costituisca una soluzione rapida al problema, potrebbe essere maggiormente consigliata rispetto ad una modifica al regolamento condominiale: la sentenza, infatti, chiarirebbe una volta per tutte i confini e le destinazioni d’uso delle singole parti comuni, obbiettivo che non necessariamente si raggiungerebbe con una semplice modifica al regolamento di condominio.
Per chiudere questo paragrafo è opportuno precisare che la presenza in assemblea del legale non sempre è produttiva e comunque, a parere di chi scrive, è opportuno rivolgersi ad un proprio legale nel momento in cui si ha la certezza che gli altri condomini hanno fatto lo stesso. Solitamente un professionista serio non compare in assemblea di punto in bianco ma quanto meno fa precedere il suo intervento da una lettera inviata all’amministratore di condominio o, se del caso, anche direttamente all’autore del quesito.
Le conseguenze in caso di sinistro stradale.
L’altro aspetto che il quesito richiede di essere trattato, sono le responsabilità che deriverebbero da un eventuale incidente che coinvolge i minori dediti ad attività ludiche nell’area cortiliva. Non essendo fortunatamente in presenza di un sinistro già avvenuto, in questa sede si possono solo dare alcuni chiarimenti generici e consigliare alcune regole di condotta.
Innanzitutto è opportuno precisare alcuni aspetti di fondo. Anche se si riuscisse ad introdurre un divieto di gioco nell’area cortiliva (o tramite sentenza o tramite modifica al regolamento condominiale), ciò, di per sé, non comporterebbe un automatico esonero di responsabilità, nel caso in cui durante le attività di manovra per far uscire l’autovettura dal proprio box auto, si causasse l’incauto ferimento di un minore.
Non può pretendersi inoltre un automatico esonero da tale responsabilità adducendo il fatto che i minori sono soggetti alla vigilanza e custodia dei loro genitori, vigilanza e custodia che se non effettuata in maniera corretta comunque comporta delle conseguenze penali e civili per chi esercita la patria potestà. Importante in questo senso, da un punto di vista di responsabilità civile, è l’art. 2048 co.1 del c.c. il quale ha la funzione fondamentale di traslare le conseguenze dannose del fatto illecito commesso dai minori non emancipati sui genitori o sul tutore.
Questa norma, però, non esonera da responsabilità in maniera automatica chi eventualmente ferisce un minore mentre è intento ad effettuare una manovra con la propria autovettura.
La norma che deve essere tenuta presente e che entra maggiormente in gioco in queste fattispecie è l’art. 1227 del c.c., il quale trova applicazione anche nella disciplina della responsabilità extracontrattuale in virtù del rinvio operato dall’art. 2056 del c.c. Il combinato disposto di tali due articoli non fa altro che introdurre nella disciplina della responsabilità civile il principio del concorso di condotte colpose. Secondo tale principio, se il danno è stato provocato dal concorso di condotte illecite sia del danneggiante, ma anche del soggetto che ritiene di aver subito un danno, il risarcimento è diminuito secondo la gravità della colpa tenuta dal danneggiato e l’entità delle conseguenze che da esse sono derivate.
Supponendo, quindi, il ferimento di un bambino intento al gioco nel cortile condominiale nel momento in cui si è intenti a compiere le manovre necessarie per far uscire l’autovettura dal proprio box auto, per capire come suddividere le varie responsabilità tra il guidatore dell’auto e il genitore del minore (il quale risponde, come abbiamo detto poco prima, ex art. 2048 del c.c.), si dovrà valutare le singole condotte tenute dai soggetti coinvolti.
Per rendere maggiormente chiaro il discorso fin qui fatto, sia consentito fare alcuni esempi pratici della vita di tutti i giorni. Supponiamo che una mattina siamo piuttosto di fretta, entriamo nel nostro garage, saliamo in auto e senza prestare particolare attenzione a chi in quel momento sosta nell’area cortiliva, usciamo con una velocità piuttosto sostenuta andando ad investire il minore che in quel momento giocava tranquillamente con la macchinetta elettrica, non adeguatamente sorvegliato dai genitori.
In una situazione come quella descritta una forte percentuale di responsabilità potrebbe essere riconosciuta al conducente dell’autovettura, e ciò indipendentemente dal fatto che vi fosse un divieto di giocare in quella parte comune, o che il minore non fosse adeguatamente vigilato dai propri genitori: certo, anche ai genitori verrà riconosciuta una parte di colpa, ma comunque minore rispetto a quella del conducente dell’autovettura.
Facciamo un altro esempio: mentre ci apprestiamo ad uscire con la nostra autovettura dal box auto usando ogni cautela che la situazione del luogo richiede in quel momento, il bambino intento a giocare vicino all’area di manovra, lasciato in quel preciso momento incustodito dai genitori, di cui però avevamo constato la presenza nel luogo, compie un movimento inconsulto, repentino e, soprattutto imprevedibile, che comporta l’inevitabile collisione con la nostra autovettura. Nel caso descritto sicuramente la maggior percentuale di danno (forse la quasi totalità) verrà attribuita al minore, e quindi i danni conseguenti verranno traslati sui genitori ex. art. 2048 del c.c., i quali non hanno adeguatamente sorvegliato il figlio.
In mezzo ai due esempi fatti vi è una casistica infinita portata dalla casualità della vita che necessariamente non possiamo analizzare in maniera astratta in questa sede: bisogna tenere presente che sulla base delle dinamiche di ogni sinistro si arriverà ad una distribuzione delle responsabilità nei termini che si sono sopra descritti.
Seppur chi scrive non si occupa di diritto penale, ci si sente di dire che i principi che si sono detti trovano applicazione, a grandi linee, anche in quel ramo del diritto e quindi entrano in gioco anche, e soprattutto, nel caso di sinistri dagli esiti mortali o comunque gravi che necessitano l’intervento della autorità giudiziaria.
In conclusione, in caso di sinistro o scontro col minore, più che un divieto di gioco nell’area cortiliva, che comunque potrebbe avere una sua influenza, seppur minima, nel gioco di distribuzione delle responsabilità che si è descritto, ciò che può metterci al sicuro da eventuali conseguenze legali è la massima prudenza durante le attività di manovra e la possibilità di documentare, per quanto ci è possibile, l’accaduto. Sotto questo aspetto l’acquisto di una dash camera è senz’altro da consigliarsi.
Norma di riferimento: Articolo 1227 Codice civile - Concorso del fatto colposo del creditore | Quesito Q201616958
sabato 24/09/2016 - Sardegna
“Sono il presidente di una A.S.D. centro di equitazione. Una nostra tesserata con un'esperienza di oltre 15 anni, agli inizi di una ripresa della scuola di equitazione, disattendendo gli ordini dell'istruttore (che aveva detto: passo sulla pista), spingeva il cavallo al galoppo tenendo le redini eccessivamente lunghe. Il cavallo, dopo un giro del maneggio al galoppo, raggiunti gli altri due cavalli degli altri allievi presenti (e che nel frattempo si erano fermati al centro del maneggio) si arrestava bruscamente e l'allieva si buttava di sella malamente sbattendo il bacino e provocandosi una "frattura discosomatica di L1 e L2". Il fatto è successo nel marzo del 2013. In questi giorni l'allieva, che ora sta bene, mi ha citato in tribunale civile chiedendomi una cifra enorme di risarcimento danni. Preciso che l'allieva era assicurata con la compagnia assicuratrice proposta dalla F.I.S.E. (compresa l'integrazione per l'abbattimento della franchigia) e che io entro 24 ore dal sinistro feci regolare denuncia. Ad oggi (dopo oltre tre anni) la compagnia non ha liquidato l'allieva assicurata. Inoltre al momento del tesseramento l'allieva (come tutti i nostri tesserati) aveva sottoscritto un documento di Manleva nei confronti dell'associazione.”
L’allieva danneggiata è, purtroppo, ricorsa all’applicazione di quelle norme del codice civile che stabiliscono forme di responsabilità oggettiva in capo a chi gestisce determinate attività, definibili come “pericolose”, e/o vere e proprie presunzioni di responsabilità in capo a chi sia proprietario o utilizzatore di animali per i danni che questi ultimi possano causare a terzi (per cui a nulla rilevano eventuali dichiarazioni di manleva).
Nel caso, infatti, in particolare, dell’attività equestre, trovano applicazione i seguenti articoli:
- l' art. 2050 cod.civ. che disciplina la "responsabilità per l'esercizio di attività pericolose";
- l'art. 2052 cod.civ., che invece riguarda il "danno cagionato da animali".
Quando il Giudice si trova davanti ad una fattispecie di danno cagionato da attività equestre dovrà dapprima valutare se la stessa rientri nell’ambito di applicazione della prima norma, e successivamente, in caso negativo, valutare se trovi invece applicazione la seconda.
Ebbene, la giurisprudenza maggioritaria ritiene che l'attività di maneggio non possa considerarsi pericolosa di per sé e sempre, ma che possa diventarlo se ricorrano determinate circostanze.
La Corte di Cassazione ha infatti più volte affermato che l'attività equestre potrà considerarsi pericolosa solo quando esercitata da principianti (“Il gestore del maneggio risponde quale esercente di attività pericolosa, ai sensi dell'art. 2050 c.c., dei danni riportati dai soggetti partecipanti alle lezioni di equitazione, qualora gli allievi siano principianti, del tutto ignari di ogni regola di equitazione, ovvero giovanissimi; nel caso di allievi più esperti, l'attività equestre è soggetta, invece, alla presunzione di responsabilità di cui all'art. 2052 c.c., con la conseguenza che spetta al proprietario od all'utilizzatore dell'animale che ha causato il danno di fornire non soltanto la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno è stato causato da un evento fortuito.” Cassazione civile, sez. III, 19/06/2008, n. 16637) o allievi giovanissimi e inesperti che non possiedono la capacità di controllo delle imprevedibili reazioni dell'animale (Cass. civ. n. 12307/98).
Pertanto, in via del tutto generale, si può dire che l'attività di equitazione non costituisce "attività pericolosa" ex art. 2050 cod.civ. quando la pericolosità del mezzo "cavallo" è attenuata dalle misure di cautela (uso del casco ovvero idonea struttura del maneggio), dal cavaliere esperto, dall'istruttore che a terra impartisce i vari ordini.
Se l'attività viene, invece, considerata "pericolosa" il responsabile del maneggio potrà evitare la condanna soltanto provando di aver adottato tutte le misure necessarie ad evitare il danno.
In altre parole l’art. 2050 c.c. pone una presunzione di responsabilità a carico di chi esercita l'attività pericolosa, superabile solo nel caso venga fornita da questi la "prova positiva" di aver predisposto ogni misura idonea a prevenire l'evento dannoso, di modo che il comportamento del danneggiato o del terzo costituisca solo una causa concorrente al verificarsi dell'evento lesivo.
Quando l’attività di maneggio non costituisce attività pericolosa, la responsabilità dell’esercente verrà valutata secondo quanto disposto dall’art. 2052 cod.civ.
La responsabilità di cui all’art. 2052 c.c. viene valutata in termini oggettivi, nel senso che non si fonda su un comportamento omissivo o commissivo del proprietario, ma esclusivamente sulla relazione intercorrente tra chi fa uso del cavallo e il cavallo stesso: “L'attività sportiva consistente nella partecipazione ad una lezione di equitazione da parte di allievi dotati di sufficiente esperienza rientra, ai fini della responsabilità civile, nella fattispecie di cui all'art. 2052 c.c., con applicazione della relativa presunzione; spetta, pertanto, al gestore dell'animale (utilizzatore o proprietario) che ha causato il danno fornire non solo la prova della propria assenza di colpa, ma anche quella che il danno è stato cagionato dal caso fortuito, poiché ciò che rileva è la semplice relazione esistente tra il gestore e l'animale e il nesso di causalità tra il comportamento di questo ed il danno. (Nella specie, la S.C. ha confermato la decisione che aveva ritenuto il gestore responsabile del danno causato dal calcio improvviso di un cavallo sferrato mentre il gruppo di allievi, sotto la guida dell'istruttore, stava procedendo in fila indiana).” (Cassazione civile, sez. III, 09/03/2010, n. 5664).
Sul piano probatorio, trattandosi di una presunzione di responsabilità e non di una presunzione di colpa, il proprietario o chi si serve dell’animale dovrà fornire la prova positiva del “caso fortuito” al fine di andare esente da responsabilità.
Per caso fortuito si intende ogni fatto del terzo, colpa concorrente o esclusiva del danneggiato ed ogni fattore esterno imprevedibile o inevitabile – estraneo alla sfera soggettiva del proprietario o dell’utilizzatore - che interrompe il nesso causale tra l’evento contestato e il danno subito.
Al danneggiato spetta esclusivamente la prova del nesso causale tra la caduta (o l’evento) e le lesioni subite.
Nel caso in esame, pare a chi scrive – benché il quesito non chiarisca se il cavallo nel caso concreto fosse di proprietà del maneggio o della ragazza – che si rientri nell’ipotesi del 2052 cod. civ., ovvero che non si possa parlare di attività pericolosa dal momento che la cavallerizza aveva oltre dieci anni di esperienza.
Di conseguenza, a fronte della domande risarcitoria della danneggiata, che si sarà evidentemente limitata a dimostrare il nesso di causalità tra le lesioni subite e l’evento, il titolare della scuola di equitazione dovrà dimostrare il “caso fortuito” che, tuttavia, nel caso di specie potrebbe essere costituito dalla volontà della cavallerizza di far correre al galoppo il cavallo pur nella piena consapevolezza che stava disattendendo gli ordini del suo responsabile ed ugualmente nella consapevolezza che – vista la sua pluriennale esperienza - poteva prevedersi qualche evento dannoso correndo a tale velocità.
D’altra parte è forse questo il motivo per il quale, nonostante la copertura assicurativa, la Compagna di Assicurazione non ha voluto procedere al risarcimento.
L’onere della prova non è, in effetti, molto agevole per il responsabile ex art. 2052 cod. civ. ma la più recente giurisprudenza sembra venire in suo aiuto.
Si riportano di seguito stralci di una recente pronuncia di Cassazione, in una fattispecie nella quale l’evento dannoso è stato ritenuto prevedibile da parte di una cavallerizza esperta (nel nostro caso si aggiunge la violazione dell’ordine impartito) e quindi il danno non è stato ritenuto risarcibile: “In data 8 gennaio 2005 P.P. rimase vittima di un incidente di equitazione avvenuto, sotto la guida dell'istruttrice M.M., nelle vicinanze del Centro Ippico La Madonnina in Garfagnana (LO), a distanza di circa un chilometro dal maneggio e su un terreno accidentato, là dove il cavallo, scivolando, fece balzare di sella la stessa P., provocandone la violenta caduta in terra. Sulla scorta di tali fatti, P.P., dunque, convenne in giudizio M.M. ed il Centro Ippico La Madonnina per sentirli condannare al risarcimento dei danni patiti nel predetto sinistro.
(…)6.1. - L'art. 2052 c.c. radica la responsabilità del proprietario dell'animale (o di chi se ne serve per il tempo in cui lo ha in uso) sulla mera relazione di proprietà o di utilizzo dell'animale, nonché sul nesso causale tra il comportamento dell'animale e l'evento dannoso. Fornita la prova di questi due elementi, il convenuto può andare esente da responsabilità - che è di natura oggettiva e prescinde, quindi, dalla colpa solo dimostrando il caso fortuito, costituito da un fattore esterno, che può essere anche il fatto del terzo o il fatto addebitabile esclusivamente allo stesso danneggiato.
Dunque, in base alla disciplina di cui all'art. 2052 c.c. grava sull'attore l'onere di provare l'esistenza del rapporto eziologico tra l'animale e l'evento lesivo, mentre la prova del fortuito è a carico del convenuto (tra le tante,Cass., 28 luglio 2014, n. 17091). (…)
In armonia con le coordinate giuridiche appena rammentate il giudice d'appello ha escluso la responsabilità dei convenuti in ragione della ritenuta sussistenza del caso fortuito, assumente efficacia causale esclusiva nella produzione del danno (Cass., 15 dicembre 2015, n. 25223), ravvisandolo nel fatto colposo del danneggiato.
Difatti, il giudice del gravame, dapprima, ha escluso che potesse ravvisarsi un evento eccezionale e imprevedibile, tale da interrompere il nesso causale tra il comportamento dell'animale e il fatto causativo del danno, nello scarto stesso del cavallo durante il suo incedere su un terreno accidentato e ghiacciato. La Corte territoriale ha, poi, ritenuto che proprio lo scivolamento del cavallo sul terreno, in quelle pericolose condizioni morfologiche, costituiva non un evento inusuale, bensì prevedibile e prevenibile; evento che la P., in quanto esperta cavallerizza, avrebbe potuto e dovuto "dominare in ragione della sua esperienza e... padronanza della disciplina equestre".
Di qui, la conclusione - coerente con le premesse in diritto e in linea con la struttura della fattispecie legale di riferimento - che la condotta della cavallerizza rappresentava la causa esclusiva dell'evento dannoso alla medesima occorso, come tale idonea ad integrare il caso fortuito di cui all'art. 2052 c.c..” (Cassazione civile, sez. III, 16/06/2016, n. 12392).
Si ribadisce, quindi, in conclusione che nel caso di specie è possibile vincere la presunzione di responsabilità facendo leva, a titolo di “caso fortuito” sull’autonoma decisione, contraria a quella del responsabile del maneggio (e proprietario del cavallo?), di condurre l’animale ad un andatura maggiormente “pericolosa”.