Source: http://newsjob.it/lavoro/35-previdenza/5042-chi-risarcisce-il-danno-biologico-procurato-da-mobbing.html
Timestamp: 2018-11-19 07:18:31+00:00
Document Index: 17627948

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 10', 'art. 1', 'art.1', 'sentenza ', 'art.1', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art.1', 'art.1', 'art.1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 10']

Martedì 10 Settembre 2013 11:45	Studio Cataldi	Lavoro	- Previdenza
Un fenomeno del tutto sfornito di qualsiasi normativa disciplinatrice (sia civile che penale) e le cui implicazioni, normalmente aventi notevoli ripercussioni sulla salute del lavoratore, sono regolate solo grazie alla funzione suppletiva della giurisprudenza che lo ritiene (vedi per tutte sentenza n. 7382 del 2010 della Sezione Lavoro della Corte di Cassazione) "riconducibile alla violazione degli obblighi derivanti al datore di lavoro dall'art. 2087 c.c." e dovuta ad "una condotta nei confronti del lavoratore tenuta dal datore di lavoro o dai dirigenti protratta nel tempo e consistente in reiterati comportamenti ostili che assumono la forma di discriminazione o di persecuzione psicologica da cui consegue la mortificazione morale e la emarginazione del dipendente nell'ambiente di lavoro, con effetti lesivi dell'equilibrio psico fisico e della personalita' del medesimo."
Sul punto, la giurisprudenza (in particolare quella di merito), attraverso l'esame del sistema assicurativo obbligatorio in tema di infortuni e malattie professionali e seguendone l'evoluzione nel tempo ha, conclusivamente, accollato all'Inail il danno biologico da mobbing ponendo a carico del datore di lavoro il solo c.d. "danno differenziale".
Ad esempio, il Tribunale di Ariano Irpino (sentenza 1.12.2008) in una corposa e dotta sentenza, lascia intendere che il danno biologico da mobbing non sia altro che il danno biologico di cui parla l'art. 13 del d. lgs. 28.2.2000, n. 38 per cui, del tutto acriticamente, finisce col ritenere che esso debba essere risarcito dall'Inail rimanendo a carico del datore di lavoro il risarcimento del "danno differenziale" (danno esistenziale, morale, ecc.).
L'Istituto si era, cioe', fatto carico di indennizzare il danno alla salute derivato dalle situazioni di "costrittività organizzativa"; intendendo con tale locuzione quelle specifiche e particolari disagiate condizioni lavorative derivanti dall'attivita' e dall'organizzazione produttiva (come, ad esempio, lo svuotamento di mansioni o la mancata assegnazione degli strumenti di lavoro -dovute anche a mobbing-) purche' ricollegabili a finalita' professionali.
2) o lo ha analizzato al solo fine di enucleare il principio del c.d. "danno differenziale" dando semplicemente per scontato che il danno biologico da mobbing dovesse far carico all'Inail;
3) o lo ha affrontato ritenendo che, allo stato, essendo venuto meno il principio della "tipicita' tabellare delle malattie" e della "tipicita' delle lavorazioni", qualsiasi malattia eziologicamente connessa con l'attivita' lavorativa dovesse essere risarcita dall'Inail in virtu' dell'art. 10 del T.U. Solo la Corte di appello di Trieste, in via indiretta, ha ritenuto che, in caso di mobbing, l'Inail e' legittimata ad agire in via di regresso nei confronti del datore di lavoro.
A nostro modo di vedere, invece, la prova della sussistenza di tale circostanza ha una sua importanza, specie nel caso in cui, affrontando la problematica da altro punto di vista, si dovesse pervenire alla conclusione per cui il mobbing costituisce un comportamento la cui responsabilita' in ordine al risarcimento del danno deve far carico in maniera diretta, immediata e per l'intero ammontare (e non solo per il "danno differenziale") sul datore di lavoro.
Infatti, anche a voler includere il mobbing tra le malattie rientranti nell'ambito della c.d. "costrittivita' organizzativa", e' di tutta evidenza la sostanziale differenza che sussiste tra la fattispecie in cui il danno alla salute del lavoratore derivi da una malattia professionale e la fattispecie in cui il danno alla salute del lavoratore venga arrecato dal comportamento volutamente afflittivo-persecutorio (mobbizzante) del datore di lavoro .
Nel secondo caso (mobbing), invece, si ha un quid pluris rispetto al "semplice" comportamento illegittimo, come sopra delineato, del datore di lavoro. Un quid, che talora sussiste anche in presenza di comportamenti legittimi del datore, e che e' costituito dall'elemento (psicologico) volontaristico di quest'ultimo precipuamente indirizzato a prevaricare e perseguitare il lavoratore con intenti volutamente tesi o, quantomeno, consapevoli di incidere sulla salute di quest'ultimo.
Fattispecie analoga, gia' risolta dalla giurisprudenza di legittimita', e' quella che si ravvisa nel c.d. "rischio elettivo" ove il comportamento abnorme, volontario ed arbitrario del lavoratore, che affronta rischi diversi da quelli inerenti la normale attività lavorativa, agisce sul rischio e determina l'interruzione del nesso fra il lavoro e l'evento oggetto dell'assicurazione (Cass. n. 15047/2007; Cass. n. 15312/2001; Cass. n. 8269/1997; Cass. n. 6088/1995).
A ben vedere, quindi, la stessa situazione che si verifica in caso di "rischio elettivo" si riscontra, mutatis mutandis, ogni volta che il datore di lavoro volontariamente infranga tale nesso eziologico ponendo in essere comportamenti (a volte pure legittimi) tesi alla produzione dell'evento (che avrebbe dovuto essere rimesso al caso fortuito) da cui scaturisce il danno alla salute del lavoratore.
Come e' noto, infatti, per l'intervento di numerose pronunce della Corte costituzionale a partire dagli anni 80-90, il sistema "tabellare" delle malattie si e' venuto ampliando fino a ricomprendere qualsiasi malattia che, sebbene, non ricompresa nella tabella, fosse eziologicamente connessa con l'attivita' lavorativa. In tal modo il "sistema tabellare" delle malattie e diventato un "sistema misto" comprendente, cioe', sia le malattie ricomprese nella tabella che quelle che, pur non ricomprese nella tabella, fossero eziologicamente connesse con l'attivita' lavorativa.
Ritiene, infatti, il Collegio che il d. lgs. 38/2000 non ha minimamente intaccato la portata dell'art. 1 T.U. del DPR n.1124/1965 per cui l'intervento dell'assicurazione obbligatoria per le malattie professionali, anche non tabellate, rimane, tuttora, ancorato alla sussistenza di un "rischio specifico" (e non già comune), cui è esposto il lavoratore addetto a determinate lavorazioni, presuntivamente e preventivamente valutate pericolose dal legislatore stesso, mediante, appunto, l'espressa previsione delle "attivita' protette" contenute nello stesso art.1.
Prosegue la sentenza sostenendo che la stessa Corte costituzionale non ha mai affermato il superamento del sistema legale di determinazione dell'oggetto del rapporto assicurativo derivante dalla individuazione delle lavorazioni "a rischio" di cui al citato art.1. E la stessa Corte di cassazione (Sez. Lav., 25.2.2005, n.4005), pur riconoscendo una certa connessione sotto il profilo del nesso causale, ribadisce espressamente l'"autonomia dei due istituti": quello del "sistema tabellare" e quello dell'individuazione delle "attivita' e/o lavorazioni protette". La conferma della legittima esistenza di tale sistema duale si rinviene nella stessa sentenza n.179 del 1988 della Corte costituzionale che ha ritenuto incostituzionale il sistema "tabellare chiuso" perche', facendo salvo il principio dell'individuazione per legge delle attivita' protette di cui all'art. 1 del T.U. non consentiva la possibilita' di svolgere alcuna indagine su altri tipi di malattie eziologicamente connesse con l'attivita' lavorativa.
Tale inciso (secondo il Consiglio di stato) evidenzia come il sistema tabellare "misto" delle malattie professionali, introdotto dalla sentenza della Corte costituzionale, abbia tenuto conto, anzi abbia preso a fondamento proprio il sistema normativamente imposto dall'art.1 attinente all'individuazione ed alla delimitazione dell'oggetto del sistema assicurativo. In altri termini, la decisione della Corte costituzionale ha riguardato solo il principio della "tipicita' delle malattie tabellate" e non la "tipicita' delle lavorazioni"; principio quest'ultimo che pure era stato espressamente preso in esame dalla Corte.
La Corte costituzionale, prosegue il massimo organo della giustizia amministrativa, non ha, perciò, intaccato il presupposto normativo per cui la malattia professionale indennizzabile risulta collegata ad un obbligo di assicurazione che si giustifica in ragione dell'esecuzione, da parte dei lavoratori "addetti", degli specifici "lavori" previsti dall'elenco di cui allo stesso art.1 comma 3, (e dai successivi commi relativi ai lavori "complementari e sussidiari"); previsione che definisce il "rischio specifico" oggetto dell'assicurazione, dal quale esula la generica categoria di malattie semplicemente connesse con la vita lavorativa.
In conclusione, il Consiglio di stato ritiene che: "il criterio determinativo del rischio rimane pur sempre connesso alla enucleabilita' di un segmento del ciclo produttivo e non anche ad una fase dell'iniziativa imprenditoriale che costituisce il presupposto immanente e generale dell'intera attivita' produttiva, quale e' l'organizzazione del lavoro, la quale, quindi, rimane concettualmente disomogenea rispetto all'attuale criterio legale di determinazione del rischio e, dunque, al di fuori della possibilita' di integrazione analogica delle "lavorazioni" riportate nel citato art.1".
In verita', la giurisprudenza di legittimita', attraverso l'esame e la risoluzione di una variegata ed ampia casistica, a partire dagli anni 90 per giungere fino ai giorni nostri, ha enormemente esteso il concetto di "rischio specifico" di cui all'art. 1 del T.U. fino ad includervi:
Tuttavia, a ben vedere, la Suprema corte, nonostante questa attivita' di adeguamento e di ampliamento delle situazioni previste dalla norma, non si e' mai discostata dal principio base posto dal citato art. 1 ritenendo indennizzabile solamente la malattia o l'infortunio, comunque, connesso allo svolgimento della "lavorazione" o, se si vuole utilizzare un termine piu' appropriato e moderno, al rischio connesso allo svolgimento dell'attivita' produttiva'.
Atteso, quindi, che il concetto di "rischio specifico" (di cui all'art. 1 del T.U.), sebbene progressivamente esteso, non e' stato affatto abrogato ma solo differentemente interpretato, si ritiene che, ad oggi, permane la condizione che solo la malattia o l'infortunio che trae origine dallo svolgimento di un'attivita' lavorativa possa essere indennizzata dall'Inail.
Chiunque, infatti, e' in grado di capire che, ad esempio, il danno biologico causato da stress, depressione, ecc. dovuto ad attivita' mobbizzante (demansionamento, serie di trasferimenti illegittimi, speciose contestazioni disciplinari, ecc.) del datore di lavoro non ha nulla a che vedere, e, quindi, non ha alcuna connessione, col rischio a cui e' sottoposta l'attivita' lavorativa svolta da un soggetto addetto ad un tornio, ad un altoforno, ecc. Anzi, spesso e' proprio l'"inattivita'" in cui viene relegato il mobbizzato a generare il danno biologico.
Ove il danno biologico (per le considerazioni fin quì svolte) non sia da considerare malattia professionale (per cui non opera l'esenzione della responsabilita' civile di cui all'art. 10 del T.U.), come prima conseguenza si verrebbe a determinare la legittimazione passiva del datore di lavoro che sarebbe direttamente tenuto al suo ristoro. Come seconda conseguenza si avrebbe che, tale ristoro, che assumerebbe la qualificazione di "risarcimento", dovrebbe essere determinato secondo i normali criteri civilistici e la sua entita', in base alla recente giurisprudenza della Corte di Cassazione (da ultima sent. 17.4.2013, n. 9231) dovrebbe essere determinata facendo riferimento alle tabelle elaborate dal Tribunale di Milano. Ove provato, il datore dovrebbe risarcire anche l'ulteriore danno non patrimoniale quale il danno morale, il danno alla vita di relazione, il danno all'immagine, il danno alla reputazione , ecc.
Ove, invece, il danno biologico, gia' indennizzato dall'Inail, fosse da ascrivere al comportamento doloso od in mala fede e/o senza correttezza del datore di lavoro, l'Inail avrebbe azione di regresso nel confronti di quest'ultimo su cui, in sostanza, graverebbe, in ultima analisi, oltre al risarcimento del "danno differenziale", anche l'"indennizzo" corrisposto al lavoratore dall'Inail.
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