Source: https://www.associazionefamiliaristi.org/news/
Timestamp: 2017-11-18 10:13:50+00:00
Document Index: 14271121

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 17', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 316', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 30', 'art. 315', 'art. 315', 'art. 315', 'art. 316', 'art. 337', 'art. 337', 'art. 330', 'art. 330', 'art. 337', 'art. 330', 'art. 330', 'art. 709', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 31', 'art. 30', 'art. 151', 'sentenza ', 'art. 337', 'art. 125', 'art. 737', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 709', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 710', 'art. 6', 'sentenza ']

Assegno di divorzio: il Tribunale di Udine dice NO alla Cassazione - ASSOCIAZIONE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
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CONVIVI? BYE BYE ALL'ASSEGNO DI DIVORZIO
Così ha deciso la Cassazione con l’ordinanza n. 18111/17, depositata il 21 luglio.
Avverso tale pronuncia la donna ricorreva in Cassazione, lamentando violazioni in materia di contestazione e valutazione dell’onere della prova e in materia di determinazione del thema probandum, per non aver provato l’ex marito l’effettiva sussistenza della convivenza extra coniugale dal momento che la stessa, pur sussistente, era cessata prima dell’instaurazione del giudizio di primo grado.
L’assegno divorzile. La Cassazione per affrontare la questione in esame richiama il consolidato principio secondo il quale «l’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorché di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire meno definitivamente ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’atro coniuge, sicché il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso». Secondo la Corte, infatti, la formazione di una famiglia di fatto è espressione di una scelta esistenziale libera e consapevole e come tale si caratterizza per l’assunzione piena di un rischio anche di eventuale cessazione del rapporto e va quindi esclusa ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge, il quale è ormai esonerato da ogni obbligo verso l’ex-coniuge .
Assegno di mantenimento| 17 Gennaio 2017
L’istanza di accesso al Fondo di solidarietà. Il coniuge in stato di bisogno con il quale convivono figli minori o figli maggiorenni portatori di handicap grave, che non abbia ricevuto l’assegno di mantenimento per inadempienza del coniuge che vi era tenuto, può depositare l’istanza di accesso al Fondo presso la Cancelleria del Tribunale.
Valutazione e accoglimento dell’istanza. Il Presidente del Tribunale, o un Giudice da lui delegato, valuta l’ammissibilità dell’istanza nei 30 giorni successivi al suo deposito. Quest’ultima, se ritenuta ammissibile, viene trasmessa al Dipartimento per gli affari di giustizia del Ministero presso cui è istituito il Fondo al fine della corresponsione della somma richiesta. Al contrario, se ritenuta inammissibile, viene trasmessa al Fondo indicandone le ragioni.
Il termine per il versamento della somma erogata. Entro 30 giorni dalla distribuzione delle risorse imputate a ciascun trimestre, il Dipartimento per gli affari di giustizia intima al coniuge inadempiente di provvedere al versamento della somma erogata entro 10 giorni dall’intimazione secondo le modalità in essa indicate.
Divorzio ufficiale, come da provvedimento del Tribunale. Niente assegno, però, all’ex moglie. Decisivo il fatto che ella si sia legata a un nuovo compagno, creando così una famiglia di fatto. (Cassazione, ordinanza n. 19345, sezione Sesta Civile, depositata il 29 settembre 2016)
Famiglia. Linea di pensiero comune per i giudici di primo e di secondo grado: risposta negativa alla richiesta di «assegno divorzile» avanzata dalla donna. Decisione, questa, poggiata sulla constatazione che ella ha «instaurato un rapporto di convivenza more uxorio con un altro uomo».
E tale prospettiva è condivisa ora dai magistrati della Cassazione, che ritengono irrilevante il richiamo fatto dal legale dell’ex moglie alla chiusura della «relazione» col nuovo compagno.
Pur ipotizzando la rottura della relazione, difatti, resta indiscutibile, spiegano i giudici, che «la creazione di una nuova famiglia, ancorché di fatto» rompe «ogni connessione con il tenore e il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale», e ciò «fa venire meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile» a carico dell’ex marito. Di conseguenza, si può tranquillamente affermare che «la formazione di una famiglia di fatto, costituzionalmente tutelata, è espressione di una scelta, libera e consapevole, che si caratterizza per l’assunzione piena» anche «del rischio di una cessazione del rapporto», e quindi va esclusa, concludono i giudici, «ogni residua solidarietà post matrimoniale con l’altro coniuge».
AVV. CARLO IOPPOLI - PRESIDENTE NAZIONALE DEI FAMILIARISTI ITALIANI
diritti civili | 28 Luglio 2016
Il Dipartimento per gli affari giuridici e legislativi della Presidenza del Consiglio dei Ministri ha trasmesso, l’8 luglio scorso, al Consiglio di Stato lo schema di decreto attuativo, anche se provvisorio, della legge sulle unioni civili. Con tale decreto è stata data attuazione al comma 34 dell’art. 1 della legge 20 maggio 2016, n. 76 nella parte in cui prevede che con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'interno, da adottare entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge, ossia entro il 5 luglio 2016, siano stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile nelle more dell'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nel citato comma 28, lettera a).
In pratica, detto decreto ministeriale consente l’immediata attuazione della legge e quindi l’effettiva costituzione, fin da subito, delle unioni civili.
Dobbiamo ricordare che la legge, all'art. 1, comma 28, ha delegato il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri direttivi:
I decreti legislativi dovranno essere emanati entro 6 mesi dall'entrata in vigore della legge (ovvero entro il 5 dicembre 2016), su proposta del Ministro della Giustizia, di concerto con il Ministro dell'Interno, il Ministro del Lavoro e il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Però, vista la necessità di dare esecuzione in modo veloce ad una norma ritenuta assai importante, è stato inserito anche il comma 34 dell’art. 1, che così recita: «Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro dell'Interno, da adottare entro trenta giorni dall’entrata in vigore della presente legge, sono stabilite le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell'archivio dello stato civile nelle more dell'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nel citato comma 28, lettera a)». Tale comma ha acquistato efficacia, per effetto di quanto disposto dal successivo comma 35, il giorno stesso dell’entrata in vigore della legge, cioè dal 5 giugno 2016. In questo modo, onde evitare che la cominciasse a “funzionare” solo dopo l’emissione dei decreti legislativi di cui al comma 28, che - nelle more dell’approvazione e della futura entrata in vigore dei decreti legislativi, destinati a disciplinare in modo completo le unioni civili tra persone dello stesso sesso – il decreto ministeriale costituisca invece una normativa, di rango secondario, più circoscritta e di carattere transitorio, necessaria ad assicurare l’immediato adeguamento della disciplina degli archivi dello stato civile alla sopravvenienza normativa della quale si è dato conto. Diversamente, rimarrebbe priva di concreta effettività e di concreta fruibilità l’attuale vigenza del nuovo istituto.
Lo scopo del decreto è, dunque, quello di permettere, da un lato, l’effettivo svolgimento del procedimento di costituzione dell'unione e dall’altra di consentire la sua certificazione di quest’ultima.
In ogni caso, anche secondo il Consiglio di Stato, le soluzioni normative contenute nel decreto, stante la descritta temporaneità della disciplina “ponte”, non debbono né possono essere considerate irreversibili, essendo le stesse suscettibili di ripensamento e di miglioramento in occasione dell’attuazione della delega e ciò anche grazie all’esperienza applicativa che seguirà all’entrata in vigore del decreto di cui allo schema in oggetto.
Il Consiglio di Stato, pur con qualche rilievo (per esempio sul punto in cui prevede la necessità che vi siano ben quattro testimoni, anziché i due previsti dalla legge, nel caso in cui si l’ufficiale di stato civile a recarsi presso l’abitazione di uno dei due sottoscrittori che non possa muoversi per motivi di salute) e con la raccomandazione che i decreti legislativi vengano emanati al più presto, ha dato parere favorevole al provvedimento.
Vediamo brevemente alcuni punti del decreto.
L'art. 1 (Richiesta di costituzione dell’unione civile) regola la fase della presentazione delle richieste delle parti all'ufficiale dello stato civile.
Il comma 2 specifica che nella richiesta, per ciascuna parte, devono essere dichiarati: il nome e il cognome, la data e il luogo di nascita, la cittadinanza, il luogo di residenza e l'insussistenza delle cause impeditive alla costituzione dell'unione di cui all'art. 1, comma 4, della legge.
Il comma 3 stabilisce che l'ufficiale dello stato civile, verificati i presupposti di cui al comma 1, redige immediatamente processo verbale della richiesta, e lo sottoscrive unitamente alle parti, che invita, dandone conto nel verbale, a comparire di fronte a sé in una data, indicata dalle parti, immediatamente successiva al termine di cui all'art. 2, per rendere congiuntamente la dichiarazione costitutiva dell'unione.
L'art. 2 (Verifiche) regola le verifiche che l'ufficio dello stato civile deve compiere a seguito del ricevimento della richiesta disciplinata nell'art. 1.
L'art. 3 (Costituzione dell’unione e registrazione degli atti nell’archivio dello stato civile) disciplina la costituzione dell'unione e la registrazione dei relativi atti nell'archivio dello stato civile, adempimento cui l'ufficiale è chiamato a provvedere in virtù dell'art. 1, comma 3, della legge.
Il comma 2 prescrive che l'ufficiale, ricevuta tale dichiarazione, fatta menzione del contenuto dei commi 11 e 12 dell'art. 1 della legge, relativi ai diritti e ai doveri che le parti assumono con la costituzione dell'unione civile rediga apposito processo verbale, sottoscritto unitamente alle parti e ai testimoni, allegando il verbale della richiesta.
Il comma 4 prevede che nella dichiarazione costitutiva dell'unione le parti possano rendere la dichiarazione di scelta del regime patrimoniale della separazione dei beni ai sensi dell'art. 1, comma 13, della legge.
Il comma 7, infine, prevede che nel caso di imminente pericolo di vita di una delle parti, l'ufficiale dello stato civile riceva la dichiarazione costitutiva anche in assenza di richiesta, previo giuramento delle parti stesse sulla sussistenza dei presupposti per la costituzione dell'unione e sull'assenza di cause impeditive di cui all'art. 1, comma 4, della legge.
L'art. 4 (Scelta del cognome comune) disciplina la scelta del cognome comune, prevista dall'art. 1, comma 10, della legge.
L'art. 5 (Unione costituita a seguito della rettificazione di sesso di uno dei coniugi) disciplina l'unione civile che, ai sensi dell'art. 1, comma 27, della legge, si costituisce automaticamente tra i coniugi i quali, a seguito della rettificazione di sesso di uno di loro, abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non farne cessare gli effetti civili.
Il comma 2 fa espresso rinvio all'applicazione della procedura per l'eventuale scelta del cognome comune introdotta nell'art. 4.
L'art. 6 (Scioglimento dell’unione civile per accordo tra le parti) disciplina lo scioglimento dell'unione civile per accordo delle parti ai sensi dell'art. 1, comma 24, della legge.
Il comma 3 prevede che, ove lo scioglimento abbia ad oggetto l'unione costituita con le modalità di cui al precedente art. 5 (per rettificazione di sesso di uno dei coniugi), lo scioglimento sia annotato anche nell'atto di matrimonio delle parti.
Infine, il comma 4 stabilisce che, per l'istituto dello scioglimento previsto dall'art. 1, comma 24, della legge, si applicano le disposizioni, contenute nello stesso art., che individuano l'ufficiale di stato civile competente a ricevere le dichiarazioni e gli adempimenti a cui esso è conseguentemente tenuto.
L'art. 7 (Documento attestante la costituzione dell’unione) riguarda il documento attestante la costituzione dell'unione, atto "certificativo" dell'unione, disciplinato nell'art. 1, comma 9, della legge che ne indica anche il contenuto: dati anagrafici delle parti, regime patrimoniale, residenza, dati anagrafici e residenza dei testimoni.
L'art. 8 (Trascrizioni e nulla osta) disciplina le trascrizioni e il nulla osta all'unione civile presentato dallo straniero.
Il comma 2 prevede che lo straniero che vuole costituire in Italia un'unione civile deve presentare all'ufficiale dello stato civile, nella richiesta di cui all'art. 1, anche una dichiarazione dell'autorità competente del proprio Paese dalla quale risulti che, giusta le leggi cui è sottoposto, nulla osta all'unione civile.
In relazione alla trascrivibilità nel registro provvisorio di cui all'art. 9, degli atti di matrimonio e di unione civile tra persone dello stesso sesso formati all'estero davanti alle competenti autorità straniere, il comma 3 fissa il principio secondo cui, nelle more dell’adozione dei decreti legislativi di cui all’art. 1, comma 28, lettera a), della legge, l'autorità consolare trasmetta, ai fini della trascrizione, tali atti secondo quanto già previsto dall'art. 17 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’art. 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127).
L'art. 9 (Registro provvisorio delle unioni civili e formule) riguarda le formule e l'istituzione del registro provvisorio delle unioni civili.
Il comma 2 prevede che i fogli che costituiscono il registro siano redatti secondo le apposite formule da approvare con decreto del Ministro dell'interno, ai sensi dell'art. 12 del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, da adottare entro il termine di cinque giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, di cui allo schema in esame.
L'art. 10 (Disposizioni finali) al comma 1 stabilisce che le disposizioni del provvedimento si applichino fino all'entrata in vigore dei decreti legislativi previsti nell'art. 1, comma 28, della legge n. 76 del 2016.
Il comma 2, infine, reca la clausola di invarianza finanziaria.
NASCE SEZIONE REGIONALE ANFI LIGURIA
DI SEGUITO LA COMUNICAZIONE UFFICIALE DELLA NEONATA SEZIONE:
Savona, 30 Giugno 2016
A.N.F.I.-Associazione Nazionale Familiaristi Italiani
In persona del suo Presidente Avvocato Carlo IOPPOLI
Ogg.: Comunicazione Fondazione ANFI Sezione Liguria
tutti noi abbiamo il piacere di salutarTi e comunicarTi l’avvenuta fondazione dell’A.N.F.I. Sezione Liguria, fondazione avvenuta in Savona il 29 Giugno 2016.
Procediamo con ordine riservando la scannerizzazione del Verbale aperto alle h 20,25 circa.
PRESENTI PERSONALMENTE O PER DELEGA
-Avv. Fabrizio SEGHETTI Avvocato, Savona
-Avv. Coach Veronica CALAMARA’ Avvocato e Coach, Genova
-Avv. Emiliano BERRUTI Avvocato, Savona
-Avv. Paolo MASTROIANNI Avvocato, La Spezia
-Avv. Maurizio MASTROIANNI Avvocato, La Spezia
-Dott.ssa Paola SIMONELLI Psicologo e Psicoterapeuta, La Spezia
-Dott. Francesco DI MONDA Educatore, Genova
-Avv. Roberto INCORVAIA Avvocato, Savona
-Avv. Roberto LEVRERO Avvocato, Savona
-Avv Andrea CORSO Avvocato, Savona
-Avv. Marina PAVESI (Delega all’Avv. Roberto Incorvaia) Avvocato, Savona
-Dott. Federico GHIGLIONE (Delega all’Avv. Veronica CALAMARA’) Pedagogista, Genova
-Dott.ssa Lia FINZI (Delega all’Avv. Veronica CALAMARA’) Medico Specialista in Psicologia/Psicoterapia Genova
-Prof. Pantaleo FORNARO (Delega all’Avv. Veronica CALAMARA’) Docente Universitario, Medico Specialista in Psichiatra e Psicofarmacologia, Genova
-Sig.na Valentina RAZZANI (Delega all’Avv. Fabrizio SEGHETTI) Laureanda in Giurisprudenza presso UNIGE, orientativamente mese di Ottobre 2016, Imperia
Detti Soci all’unanimità deliberano di fondare la Sezione Liguria A.N.F.I., con sede provvisoria in SAVONA Via Astengo 6/2.
ELEZIONE DEL CONSIGLIO DIRETTIVO PROVINCIALE E DEI RESPONSABILI PROVINCIALI.
Previe candidature dei Soci Fondatori per le previste cariche, in tal modo si è conclusa la elezione del DIRETTIVO REGIONALE
Avv. Fabrizio SEGHETTI (SV) Avv. Coach Veronica CALAMARA’ (GE)
Avv. Marina PAVESI (SV) con n. 8 voti
Avv.. Roberto LEVRERO (SV) All’unanimità
Prof. Dott. Pantaleo FORNARO (GE) All’Unanimità
CONSIGLIERI (tutti eletti all’unanimità)
Avv.Paolo MASTROIANNI (SP)
Dott. Francesco DI MONDA (GE)
Avv. Andrea CORSO (SV)
Avv. Roberto INCORVAIA (SV)
Sig.na Valentina RAZZANI (IM)
Dott.ssa Paola SIMONELLI (SP)
Previe candidature, sono stati inoltre eletti i seguenti
RESPONSABILI PROVINCIALI (tutti eletti all’unanimità)
Provincia di IMPERIA: Sig.na Valentina RAZZANI
Provincia di SAVONA: Avv. Fabrizio SEGHETTI
Provincia di GENOVA: Avv.Coach. Veronica CALAMARA’
Provincia di LA SPEZIA: Avv. Maurizio MASTROIANNI
L’assemblea dei Fondatori si è conclusa alle h 21,19 circa ed i Soci han deliberato di fissare una nuova assemblea a Genova verso l’autunno, compatibilmentente con la presenza del Presidente Avv. Carlo IOPPOLI per esaminare idee e stabilire date per nuovi incontri.
Siamo molto contenti e ti aspettiamo, veramente avendo un congruo anticipo, all’incontro di GENOVA.
Alla fondazione hanno partecipato come simpatizzanti, esprimento all’esito un sincero interesse:
-Avv. Giada ORSINI (Foro di Savona ma con Studio in Genova)
-Avv. Gabriele MARINO Idem come sopra
-Avv. Francesca D’AMELIO Savona
Francamente atteso che Giada e Gabry sono più a Savona che qui, penserei se va bene a Veronica, di inserirli su Genova.
Francesca invece qui a Savona.
Un caro saluto ed a risentirci presto.
Fabrizio Veronica
Incidente cargo Jolly Nero a Genova, la vedova e il militare morto ottengono lʼadozione di una bimba
Per il legale della donna, "si tratta del primo caso in Italia". I giudici hanno tenuto conto dellʼinteresse del minore. Il disastro nel 2013
Marco De Candussio, il sottufficiale della Marina militare morto nel crollo della Torre piloti del Porto di Genova nel 2013, causato dal cargo Jolly nero in manovra, e la vedova hanno ottenuto l'adozione di una bambina. Secondo l'avvocato della donna, "si tratta del primo caso del genere in Italia". La coppia aveva in affido la piccola dal 2007. L'adozione è arrivata nel 2014, ma il fatto si è saputo durante il processo per il crollo dell'edificio.
I protagonisti di questa storia sono Paola De Carli, 40 anni, e Marco De Candussio, sottufficiale che perse la vita nel crollo della Torre piloti il 7 maggio del 2013, quando il cargo in manovra urtò la Torre abbattendolo e causando 9 morti. Quattordici mesi dopo quell'incidente, nel luglio del 2014, il tribunale dei minori ha deciso per l'adozione della piccola da parte della vedova. La coppia, originaria di Savignano sul Rubicone (Forlì), aveva già un figlio. Paola e Marco avevano in affidamento la piccola dal 2007.
La storia è emersa in tribunale a Genova, durante una udienza per il processo del crollo della Torre Piloti in cui sono indagati il comandante della Jolly Nero Roberto Paoloni, il pilota Antonio Anfossi, il primo ufficiale Lorenzo Repetto, il direttore di macchina Franco Giammoro, il comandante d'armamento della compagnia Messina Giampaolo Olmetti, accusati di omicidio colposo plurimo, attentato alla sicurezza dei trasporti e crollo di costruzioni; e il terzo ufficiale Cristina Vaccaro che deve rispondere di falso per aver controfirmato alcuni documenti in cui si sosteneva che tutti gli apparati erano in regola, mentre da una perizia non è risultato così. Imputata anche la Compagnia Messina per responsabilità amministrativa.
"Primo caso in Italia" - "E' un caso - spiega l'avvocato Divano - unico, il primo in Italia in Italia". I giudici dei minori si sono basati "sull'articolo 25 della legge 184/83 che al comma IV prevede in caso di morte o di sopravvenuta incapacità di uno dei coniugi affidatari l'adozione può essere ugualmente disposta a istanza dell'altro coniuge nei confronti di entrambi". "E la norma - dicono i giudici - deve essere interpretata sulla base del principio ispiratore di quella legge e cioè l'interesse del minore all'adozione. In questo caso tale interesse sussiste senza alcun dubbio. La bimba è perfettamente inserita nel nucleo familiare di cui si sente parte a tutti gli effetti". Paola De Carli aveva chiesto al tribunale dei minori di Genova di poter adottare la bambina "in capo a lei e al marito deceduto, tenuto conto della volontà di quest'ultimo dimostrata continuativamente in un lungo arco di anni".
diritti civili| 26 Febbraio 2016
avv. Carlo Ioppoli - www.associazionefamiliaristi.org
LA NUOVA LEGGE: NON VI E' OBBLIGO DI FEDELTA', MA SI' ALL'ASSEGNO DI DIVORZIO
1. Che cosa cambierà nel diritto di famiglia con l’approvazione della nuova legge?
Si colmerà finalmente un vuoto normativo ormai intollerabile. La Corte costituzionale ha confermato che il matrimonio in Italia può essere celebrato solo fra persone di sesso diverso, ma ha precisato che le coppie omosessuali hanno diritto a costituire una famiglia riconosciuta dallo Stato. La nuova legge creerà quindi un nuovo istituto giuridico – l’unione civile – riservato alle coppie dello stesso sesso che si affianca al matrimonio eterosessuale. L’unione verrà registrata nei registri dello stato civile, e produrrà effetti in larga misura equiparabili a quelli del matrimonio. Inoltre la nuova legge disciplina un fenomeno sociale sempre più diffuso: quello di due persone (dello stesso sesso o di sessi diversi) che convivono senza formalizzare la loro unione.
2. Quale è la più rilevante differenza nella disciplina dell’unione civile omosessuale rispetto al matrimonio?
Le coppie omosessuali non possono adottare bambini che vivono in stato di abbandono. L’ultimo testo precedente all’emendamento del governo prevedeva
invece che il partner omosessuale potesse adottare il figlio del proprio compagno. Ora questa possibilità non è più espressamente prevista. La giurisprudenza potrà ugualmente valutare se applicare analogicamente la norma contenuta nella legge sull’adozione e riferita ai coniugi. Precedenti in questo senso ci sono già.
3. È vero che il testo approvato non prevede l’obbligo di fedeltà per le coppie omosessuali? Quali sono le conseguenze di questa omissione?
Nell’elencare i diritti e i doveri che nascono dall’unione civile, il nuovo testo trascrive letteralmente quelli che derivano dal matrimonio (assistenza morale e materiale, coabitazione) ma non menziona la fedeltà. È una differenza di trattamento rispetto al matrimonio che non ha alcuna ragionevole giustificazione: è come dire che non si può pretendere che gli omosessuali siano fedeli. Si tratta però di una questione che ha un rilievo pratico limitato. Anche nel matrimonio la giurisprudenza tende ormai ad attribuire sempre minor rilievo alla violazione dell’obbligo di fedeltà.
4. Che cosa succede se la coppia omosessuale si separa?
Non è previsto l’istituto della separazione e questa è un’altra rilevante differenza rispetto al matrimonio. È una scelta tecnicamente discutibile. È invece previsto il divorzio, in una norma formulata in modo assai impreciso. La volontà delle parti di scioglimento dell’unione deve essere manifestata dalle parti «anche disgiuntamente».
5. Che cosa significa?
Nel lessico giuridico, ma anche nel lessico comune, «disgiuntamente» significa «separatamente». In realtà il legislatore intende probabilmente dire che la volontà di sciogliere l’unione può essere manifestata anche da una sola delle parti. Comunque la dichiarazione deve essere presentata all’ufficiale dello stato civile e il divorzio può essere chiesto tre mes
6. Che cosa prevede la seconda parte della riforma, quella dedicata alla convivenza?
La semplice stabile convivenza fra persone dello stesso sesso o di sessi diversi attribuisce alla coppia il diritto di essere trattata come tale nei confronti di enti (l’ospedale, il carcere, il Comune per l’assegnazione degli alloggi di edilizia popolare) o altri soggetti (il proprietario della casa di abitazione).
7. È previsto, in caso di interruzione della convivenza, un assegno per il mantenimento della parte debole?
Era previsto nel testo in discussione prima che il governo ponesse la fiducia, ma questo diritto è stato eliminato dal testo definitivo. Si tratta di una questione molto delicata perché la scelta della convivenza è sempre più diffusa e molti conviventi fanno sacrifici enormi a favore della famiglia. Forse, come avviene ormai in molti altri Stati, il legislatore avrebbe dovuto prestare attenzione a queste situazioni.
SOLO SE SEI SEPARATO E IN STATO DI BISOGNO E' PREVISTO PER IL MANTENIMENTO L'AIUTO DELLO STATO
Se l'ex coniuge non paga l'assegno di mantenimento stabilito dal giudice, sarà lo Stato ad anticipare le somme. La novità è stata introdotta dalla l. n. 208/2015, con il fine di rispondere alle esigenze del coniuge più debole (e della prole) che spesso si trova in stato di necessità proprio per il mancato versamento delle somme fissate dal giudice in sede di separazione.
Il nuovo fondo di solidarietà, tuttavia, è destinato a sopperire alle inadempienze del coniuge obbligato soltanto per i titolari dell'assegno "determinato ai sensi dell'articolo 156 del cod. civ.".
Per cui, la misura è destinata soltanto ai coniugi separati, mentre sono esclusi dalla fruibilità delle somme i titolari di assegno di divorzio, oltre che ovviamente gli ex conviventi (che, ad oggi, non sono neanche titolari di assegno di mantenimento).
L'anticipazione delle somme, da parte dello Stato, peraltro, è subordinata ad una seconda condizione: la dimostrazione dello "stato di bisogno".
Sarà la parte che richiede l'anticipazione delle somme, mediante istanza al tribunale del luogo di residenza, a dover provare di non poter provvedere alle proprie esigenze di vita.
Prove che saranno sottoposte al vaglio del presidente del tribunale (o del giudice a lui delegato), il quale dovrà decidere sull'istanza entro 30 giorni, rigettandola con decreto non impugnabile, ovvero accogliendola e trasmettendo gli atti al ministero della giustizia, il quale provvederà alla corresponsione richiesta tramite l'apposita dotazione (di 250mila euro per il 2016 e di 500mila euro per il 2017), salvo rivalsa sull'obbligato.
Per i dettagli, in ogni caso, occorrerà attendere l'apposito decreto attuativo, che dovrà essere emanato entro fine mese dal ministero della giustizia, di concerto con quello dell'economia e delle finanze.
SE LA MADRE METTE I FIGLI CONTRO IL PADRE PERDE L'AFFIDAMENTO
La scorsa estate abbiamo parlato di una pronuncia davvero "scottante": quella con la quale il Tribunale di Cosenza aveva giustificato un affidamento esclusivo in capo a un coniuge in ragione della cd. "alienazione parentale" provocata ai figli dall'altro coniuge
Con il decreto numero 3405/2015, il giudice dell'impugnazione ha infatti ritenuto infondate tutte le censure mosse dal genitore "alienante" avverso la pronuncia di primo grado.
SEI UNA DONNA CHE PUO' LAVORARE? NON HAI DIRITTO AL MANTENIMENTO
Se la moglie ha idonea capacità lavorativa, anche se durante il matrimonio era casalinga, può ben andare a lavorare e non ha diritto all'assegno da parte dell'ex marito. Lo ha stabilito la Cassazione, con la recente sentenza n. 11870/2015, che rappresenta una importante conferma dell'ormai direzione intrapresa dalla giurisprudenza verso un rigore maggiore nel riconoscimento del diritto all'assegno di mantenimento.
Per cui correttamente i giudici di merito hanno concluso per l'insussistenza dei presupposti per l'attribuzione dell'assegno post matrimoniale. È vero infatti hanno affermato dal Palazzaccio che l'art. 5 della l. n. 898/1970, dispone che "l'accertamento del diritto all'assegno di divorzio dev'essere effettuato verificando l'inadeguatezza dei mezzi del coniuge richiedente, raffrontati ad un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio e che sarebbe presumibilmente proseguito in caso di continuazione dello stesso o quale poteva legittimamente e ragionevolmente configurarsi sulla base di aspettative maturate nel corso del rapporto" ma la liquidazione in concreto dell'assegno va compiuta "tenendo conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione e del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ognuno e di quello comune, nonché del reddito di entrambi, valutandosi tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio". Inoltre, nell'ambito di questo apprezzamento, occorre guardare non solo ai redditi e alle sostanze del richiedente l'assegno, ma anche a quelli dell'obbligato, i quali ha aggiunto la S.C. "assumono rilievo determinante sia ai fini dell'accertamento del livello economico-sociale del nucleo familiare, sia ai fini del necessario riscontro in ordine all'effettivo deterioramento della situazione economica del richiedente in conseguenza dello scioglimento del vincolo".
ADOZIONE PIU' FACILE PER LE FAMIGLIE AFFIDATARIE
La famiglia che ha un minore in affido non solo potrà chiederne l'adozione ma godrà anzi di una corsia preferenziale. Alla Camera via libera alla proposta di legge già approvata dal Senato che ridefinisce il rapporto tra procedimento di adozione e istituto dell'affidamento garantendo il diritto alla continuità affettiva dei minori. La nuova legge muta radicalmente l'attuale disciplina che vieta l'adozione da parte degli affidatari, scongiurando così il rischio che bambini già provati dal distacco dalla famiglia di origine siano sottoposti a un altro trauma.
LE NOVITÀ IN SINTESI -
Affidatari in corsia preferenziale - In caso di adozione è prevista una corsia preferenziale a favore di chi ha il bambino in affido. Il tribunale dei minori dovrà infatti tener conto, nel decidere sull'adozione, dei `legami affettivi significativi´ e del `rapporto stabile e duraturo´ consolidatosi tra il minore e la famiglia affidataria. La corsia preferenziale opera però solo se gli affidatari rispondono ai requisiti per l'adozione (stabile rapporto di coppia, idoneità all'adozione e differenza di età con l'adottato).
Tutela della continuità affettiva - Nell'interesse del minore è garantita continuità affettiva con gli affidatari (come ad esempio il diritto di visita) anche in caso di ritorno alla famiglia di origine e adozione o nuovo affido ad altra famiglia. Il giudice peraltro, nel decidere sul ritorno in famiglia, sull'adozione o sul nuovo affidamento dovrà ascoltare anche il minore.
Più poteri in tribunale - Si ampliano i diritti degli affidatari: chi ha il minore in affido è legittimato a intervenire (c'è l'obbligo di convocazione a pena di nullità) in tutti i procedimenti civili in materia di responsabilità genitoriale, affidamento e adottabilità relativi al minore. È poi prevista la facoltà di presentare memorie nell'interesse del minore.
Adozione degli orfani - Accanto ai parenti (fino al sesto grado) e alle persone legate da un rapporto stabile preesistente alla perdita dei genitori, anche l'affidatario potrà ora chiedere l'adozione di un orfano. In tal caso l'adozione è consentita anche alle coppie di fatto e alle persone singole.
LA TUA EX MOGLIE E' RICCA? NON SI RIDUCE IL MANTENIMENTO PER LA PROLE
La determinazione del contributo che per legge grava su ciascun genitore per il mantenimento, l'educazione e l'istruzione della prole non si fonda (a differenza di quanto avviene nella determinazione dell'assegno spettante al coniuge separato o divorziato) su una rigida comparazione della situazione patrimoniale di ciascun coniuge.
Lo ha precisato la Corte d'Appello di Roma, con la recente sentenza n. 3213/2015, pronunciandosi sul gravame proposto da un uomo contro la sentenza del Tribunale che aveva disciplinato l'ammontare dell'assegno da lui dovuto per il mantenimento del figlio minore a seguito dell'intervenuta separazione personale dalla moglie.
Inoltre, pur essendo entrambi i coniugi percettori di buon reddito (il marito quale dirigente medico e la moglie quale funzionaria ACI) l'appellante chiarisce che in costanza di convivenza la coppia conduceva un tenore di vita morigerato, limitandosi al godimento dei beni essenziali e senza concedersi alcuna spesa di tipo voluttuario.
I giudici del gravame rigettano parzialmente le doglianze attoree, chiarendo che, secondo un principio costantemente affermato e che ora trova espressione nell'art. 316 bis c.c. (inserito dall'art. 40 dei D.lvo n. 1 54/2013), "I genitori devono adempiere i loro obblighi nei confronti dei figli in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo".
PARI REDDITO TRA I CONIUGI? NESSUN CONTRIBUTO PER L'AFFITTO
Il contributo per il pagamento dell’affitto stabilito in sede di separazione non va confermato al momento del divorzio se tra i coniugi vi è sostanziale parità da un punto di vista reddituale.
Della questione si è occupato il Tribunale di Genova che, con la sentenza numero 1107/2015 della quarta sezione civile, è stato chiamato a giudicare circa il divorzio di una coppia di coniugi.
Nel caso di specie, nell’ambito delle condizioni di separazione, in favore della donna era stato pattuito un contributo da parte dell’ex coniuge al pagamento dell’affitto della casa nella quale ella si era stabilita dopo la crisi con il marito.
In sede di divorzio, quindi, la donna aveva chiesto la conferma di questo contributo, ulteriore rispetto all’assegno di divorzio.
A tal proposito va precisato che il contributo in analisi deve essere tenuto distinto dall’assegno di separazione, con la conseguenza che l’istanza con la quale il coniuge beneficiario ne chiede la conferma non può essere considerata equiparabile alla richiesta di assegno di divorzio.
Il giudice, chiamato a confrontarsi con la questione, ha però deciso di non accontentare la donna: tra le parti, infatti, c’è ora una sostanziale equivalenza di redditi che non giustifica più il trattamento di particolare favore accordato originariamente alla ex moglie.
Questa, oltretutto, proprio in ragione del reddito che percepisce, giudicato dal Tribunale “adeguato”, non è in possesso neanche dei requisiti che legittimano il godimento dell’assegno di divorzio.
Il tenore di vita goduto durante il matrimonio può ben essere mantenuto dalla donna anche solo con quanto essa guadagna autonomamente, senza che in tal senso sia possibile richiedere un qualche contributo da parte dell’ex marito.
AVV. CARLO IOPPOLI - ANFI - ASS.NE AVVOCATI FAMILIARISTI ITALIANI
NON DIRE A TUO FIGLIO CHE E' UN FANNULLONE SE NO RISCHI GROSSO
Dice "fannullone" al figlio: condannato al carcere (più 5mila euro di multa)"
RIMINI - Dice "fannullone" al figlio: il giudice lo condanna al carcere e a 5mila euro di multa. Succede in Emilia Romagna.
Lui è un ragazzino che invece che studiare preferiva passare lunghe ore incollato ai videogiochi tanto da venire bocciato per ben tre volte. Il padre, un pescatore 55enne, proprio non sopportava più quella situazione esasperante tanto che non mancava di rimproverare il ragazzino fino a quando l'uomo si è trovato una denuncia per i maltrattamenti psicologici al figlio minorenne. Una situazione paradossale che ha visto il padre costretto ad affrontare un processo per maltrattamenti in famiglia.
E' stato condannato a un anno e quattro mesi di reclusione e dovrà pure risarcire il proprio pargolo con un indennizzo da 5000 euro. A stabilirlo è stato il Tribunale di Rimini che ha ritenuto i comportamenti dell' uomo veri e propri maltrattamenti psicologici, punibili secondo l' articolo 572 del codice penale.
Il padre si è difeso raccontando di come il ragazzino passasse l'intera giornata davanti al computer che, in una occasione, è letteralmente volato dalla finestra per l'esasperazione del genitore. Il giudice ha ritenuto eccessivi i rimproveri del 55enne dal punto di vista verbale e l’ha condannato. Il figlio, adesso maggiorenne, l’aveva denunciato insieme a madre e due sorelle per maltrattamenti in famiglia ritenendo di essere stati vessati per anni dall’uomo.
Al figlio il pescatore dovrà anche versare una provvisionale di 5mila euro. Dovrà, invece risarcire con 500 euro l’ex moglie essendo stato condannato ad altri due mesi di reclusione (anche in questo caso pena è stata sospesa) anche per aver lanciato pietre verso la finestra della sua abitazione sapendo che al suo interno c’era il suo nuovo compagno.
Parental alienation syndrome e accertamento della capacità genitoriale
La sindrome da alienazione parentale, c.d. PAS, denota un disturbo che coinvolge i figli minori “vittime” della conflittualità genitoriale in contesti di disgregazione del nucleo familiare.
A livello scientifico si dubita dell'esistenza di siffatta sindrome: a tal proposito è bene sottolineare come il Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali non riconosca la PAS come sindrome o malattia.
Tuttavia si deve senz'altro prendere atto che in taluni casi l'ingiustificato rifiuto di un minore di mantenere legami affettivi con uno dei genitori, a seguito della disgregazione della famiglia, sia da ricondurre alla condotta dell'altro genitore.
Alla luce di quanto detto è bene rilevare che occorre prescindere dal nomen del disturbo (se così può chiamarsi), essendo necessario soffermarsi sulla condotta altamente pregiudizievole tenuta da un genitore nei confronti del minore e volta a privare quest'ultimo del legame affettivo con l'altro genitore.
Il nostro sistema normativo riconosce al minore il c.d. diritto alla bigenitorialità: partendo dal piano sovranazionale è bene ricordare che il terzo comma dell’art. 24 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, sancisce il diritto del minore di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori.
Un tale riconoscimento trae fondamento dall’esigenza primaria del minore ad essere cresciuto, istruito, mantenuto, educato ed assistito moralmente dai genitori.
Il diritto del minore al rapporto parentale con i genitori è un diritto essenziale del figlio che trova un limite esclusivamente nella contrarietà di siffatta relazione all’interesse del minore stesso.
A tal proposito l’art. 24 nel riconoscere il diritto del minore ad intrattenere un legame affettivo e relazione con entrambi i genitori, fa salvo il caso in cui ciò risulti contrario all’interesse del figlio.
Il diritto del minore alla genitorialità è altresì sancito dalla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176.
Più specificamente l’art. 9 della Convenzione menzionata afferma che gli Stati parti vigilano affinchè il minore non sia separato dai suoi genitori contro la loro volontà a meno che le autorità competenti non decidano, sotto riserva di revisione giudiziaria e conformemente con le leggi di procedura applicabili, che tale separazione è in realtà necessaria nell’interesse preminente del fanciullo.
La norma in discorso precisa poi che una decisione in questo senso può essere necessaria in taluni casi particolari, ad esempio quando i genitori maltrattino i figli o li trascurino oppure se vivano separati ed una decisione debba essere presa riguardo al luogo di residenza del minore.
Nei casi sopra menzionati, è riconosciuta la possibilità a tutte le parti interessate di partecipare alle deliberazioni e di far conoscere le loro opinioni.
Il terzo comma dell’art. 9 sancisce il dovere per gli Stati parti di rispettare i diritti del minore separato da entrambi i genitori o da uno di essi, di intrattenere regolarmente rapporti personali e contatto diretti con entrambi i suoi genitori, a meno che ciò non sia contrario all’interesse del figlio stesso.
Per quanto concerne le disposizioni di diritto interno volte a disciplinare i diritti del figlio, deve anzitutto sottolinearsi che l’art. 30 della Carta Costituzionale sancisce il diritto ed il dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori dal matrimonio.
La norma, nel disciplinare i casi di incapacità dei genitori, afferma che la legge provvede a che siano assolti i loro compiti, assicurando così al minore adeguata tutela in relazione ai diritti allo stesso riconosciuti dall’ordinamento.
Procedendo all’esame della legislazione ordinaria, l’art. 315-bis riconosce al figlio il diritto di essere mantenuto, educato, istruito ed assistito moralmente dai genitori, nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni naturali e delle sue aspirazioni.
I diritti sopra menzionati trovano fondamento nell’esigenza che sia assicurata al minore non solo un’assistenza materiale ma anche morale; l’assistenza morale più specificamente si sostanzia nel diritto del minore ad un legame affettivo e profondo con i propri genitori: a tal riguardo autorevole dottrina, ancor prima dell’intervento della Riforma della filiazione che ha introdotto l’art. 315-bis nel codice civile, aveva prospettato l’esistenza del diritto dei figli ad essere amati dai propri genitori.
Il secondo comma dell’art. 315-bis riconosce al figlio il diritto di crescere in famiglia e di mantenere rapporti significativi con i parenti.
La norma sopra indicata, trova fondamento nell’esigenza che sia assicurato al minore non solo il diritto di crescere all’interno della propria famiglia ma anche il diritto di mantenere rapporti continuativi e significativi con i propri parenti.
Affinchè sia soddisfatto l’interesse del minore sotteso ai diritti sopra menzionati, l’art. 316 c.c. attribuisce al genitore del minore la c.d. responsabilità genitoriale che è esercitata di comune accordo tenendo conto delle capacità, delle inclinazioni naturali e delle aspirazioni del figlio.
Per quanto concerne l'esercizio della responsabilità genitoriale a seguito di separazione, scioglimento, cessazione degli effetti civili del matrimonio ovvero all'esito di procedimenti relativi ai figli nati fuori dal matrimonio, il secondo comma dell'art. 337-ter c.c. sancisce la regola secondo la quale, al fine di favorire il mantenimento da parte del minore di un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori e al fine di conservare rapporti significativi con i parenti di ciascun ramo genitoriale, l'autorità giudiziaria deve valutare prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori: ove non si possa disporre un affidamento condiviso, stabilisce a quale di essi i figli sono affidati. Il giudice determina altresì i tempi e le modalità della presenza dei figli presso ciascuno dei genitori, fissando la misura e il modo con cui il padre e la madre devono contribuire al mantenimento, alla cura, all’istruzione e all’educazione dei figli.
È attribuito al giudice il potere di prendere atto degli accordi intervenuti tra i genitori, se non contrari all’interesse della prole.
Il terzo comma della disposizione in discorso sancisce la regola dell’esercizio congiunto della responsabilità genitoriale da parte dei genitori, prevedendo che le decisioni di maggiore interesse per i figli, relative all’istruzione, all’educazione, alla salute e alla scelta della residenza abituale del minore sono assunte di comune accordo, tenendo conto delle capacità, dell’inclinazione naturale e delle aspirazioni dei figli. Nel caso di disaccordo la decisione è rimessa al giudice.
L'art. 337-quater riconosce al giudice il potere di disporre l'affidamento esclusivo dei figli a un solo genitore qualora ritenga con provvedimento motivato che l'affidamento all'altro sia contrario all'interesse del minore.
Dall’analisi dell’articolo in esame emerge la tutela del diritto del minore alla bigenitorialità. Già con la riforma attuata con l. 54/2006 - che ha attribuito all’affidamento condiviso il ruolo di regola generale, e ha relegato l’affidamento esclusivo del minore a uno solo dei genitori al ruolo di mera eccezione - il legislatore aveva provveduto ad adeguare il nostro ordinamento ai principi sanciti dalle fonti sovranazionali.
E' bene ora analizzare il caso in cui un genitore ostacoli il rapporto del minore con l'altro genitore, realizzando così la lesione di un diritto fondamentale del figlio.
A tal proposito si deve ricordare che il primo comma dell’art. 330 c.c. prende in considerazione la condotta pregiudizievole posta in essere dal genitore ed avente ad oggetto la violazione o il mancato adempimento o l’abuso dei doveri inerenti alla potestà genitoriale.
La disposizione poc’anzi citata riconosce difatti al giudice il potere, nei casi menzionati dalla stessa norma, di pronunciare la decadenza dalla responsabilità genitoriale del genitore inadempiente.
Nel caso di separazione, la condotta pregiudizievole che determini quale conseguenza la pronuncia di cui all’art. 330 c.c. dà luogo ad una situazione più grave rispetto a quella in presenza della quale il giudice è tenuto a disporre l’affidamento esclusivo.
Tale assunto ha alla base il riconoscimento, nei confronti del minore, nel caso di affidamento esclusivo, del diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con il genitore non affidatario, per quanto ciò risulti possibile.
Il genitore non affidatario conserva, poi, i doveri di cura, educazione ed istruzione nei confronti del figlio, essendo titolare della potestà genitoriale.
La decadenza dalla responsabilità genitoriale, pronunciata dal giudice nei confronti di un genitore o di entrambi i genitori, deve quindi ritenersi un istituto di carattere eccezionale, potendo trovare applicazione nel caso in cui la condotta del genitore rechi un grave pregiudizio al minore.
Viceversa, ai fini dell’applicazione dell’affidamento esclusivo, l’art. 337-ter c.c. richiede la contrarietà all’interesse del minore dell’affidamento condiviso e non anche un grave pregiudizio per minore causato da una condotta posta in essere dal genitore, come invece richiesto dal primo comma dell’art. 330 c.c.
La condotta del genitore volta a privare il minore del legame affettivo con l’altro genitore deve ritenersi non solo contraria all’interesse del minore ma gravemente pregiudizievole per la crescita dello stesso.
Tuttavia, ai fini di una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale è necessario anzitutto l’accertamento circa la concreta sussistenza di un atteggiamento conflittuale del minore nei confronti dell’altro genitore. Non si può altresì prescindere dall’accertamento del nesso di causalità tra una siffatta ostilità e la condotta del genitore affidatario volta a denigrare la figura dell’altro genitore.
Seppur contestata a livello scientifico la c.d. “sindrome da alienazione parentale”, deve in ogni caso ritenersi rilevante, ai fini dell’applicazione dell’art. 330 c.c., la condotta altamente pregiudizievole sopra descritta, qualora risulti provata nel caso di specie.
E’ quindi necessario, per poter ottenere una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale, l’accertamento rigoroso degli elementi poc’anzi esposti.
Deve, inoltre, sottolinearsi che il secondo comma dell’art. 709ter c.p.c. attribuisce al giudice che, nel caso di controversie insorte tra i genitori nell’esercizio della responsabilità genitoriale o delle modalità di affidamento, abbia riscontrato gravi inadempienze o atti che comunque arrechino pregiudizio al minore o ostacolino il corretto esercizio delle modalità di affidamento, il potere di modificare i provvedimenti in vigore.
In tal caso il giudice può ammonire il genitore inadempiente, disporre il risarcimento del danno a carico di quest’ultimo sia nei confronti del minore che dell’altro genitore e condannare lo stesso al pagamento di una sanzione amministrativa pecuniaria.
La Corte di Cassazione, con riferimento alla Sindrome da alienazione parentale, ha ritenuto che “nei giudizi in cui sia stata esperita la c.t.u. medico-psichiatrica (nella specie, allo scopo di verificare le condizioni psicofisiche del minore e conclusasi con un accertamento diagnostico di sindrome da alienazione parentale), il giudice di merito, nell'aderire alle conclusioni dell'accertamento peritale, non può, ove all'elaborato siano state mosse specifiche e precise censure, limitarsi al mero richiamo alle conclusioni del consulente, ma è tenuto - sulla base delle proprie cognizioni scientifiche, ovvero avvalendosi di idonei esperti e ricorrendo anche alla comparazione statistica per casi clinici - a verificare il fondamento, sul piano scientifico, di una consulenza che presenti devianze dalla scienza medica ufficiale e che risulti, sullo stesso piano della validità scientifica, oggetto di plurime critiche e perplessità da parte del mondo accademico internazionale, dovendosi escludere la possibilità, in ambito giudiziario, di adottare soluzioni prive del necessario conforto scientifico e potenzialmente produttive di danni ancor più gravi di quelli che intendono scongiurare. I Giudici di legittimità hanno infine ritenuto di dover cassare con rinvio “la decisione dei giudici del merito che, nell'ambito di una controversia sull'affidamento del figlio minore, fondano la loro decisione di allontanamento dalla madre e affidamento al padre sulla base della sussistenza di una "sindrome da alienazione parentale" non esaminando le censure, specificamente proposte, sia in relazione alla validità, sul piano scientifico, di tale controversa patologia, sia in merito alla sua reale riscontrabilità nel minore ed in sua madre” ( Cass. Civ., 20 marzo 2013, n. 7041).
Deve, pertanto, concludersi che non può aver luogo una pronuncia di decadenza dalla responsabilità genitoriale nei confronti di un genitore sulla base di una sindrome la cui validità sia negata a livello scientifico.
Tale pronuncia non può in ogni caso essere esclusa qualora nel caso concreto sia effettivamente accertata una condotta altamente pregiudizievole tenuta da un genitore nei confronti del minore volta a privare quest’ultimo del legame affettivo con l’altro genitore.
Tale accertamento sarà raggiunto ogniqualvolta risulti un immotivato rifiuto del minore a conservare un legame con l’altro genitore e siffatto atteggiamento scaturisca da una provata condotta posta in essere dal genitore affidatario, sempre che risulti un grave pregiudizio per il minore stesso.
AVV. ALESSANDRA GATTO
La Mediazione Familiare, una prospettiva pedagogica
La mediazione familiare è un intervento professionale offerto alla coppia nel
momento in cui i due partner decidono di separarsi o hanno già attuato la rottura del
legame e necessitano di un tempo ed uno spazio appositi per pensare alla
riorganizzazione familiare e genitoriale; é una modalità alternativa di risoluzione del
conflitto basata sul principio di responsabilizzazione della coppia, nell'obiettivo di
farle compiere un percorso anche formativo. Si cerca infatti, non solo di risolvere un
problema, ma di apprendere anche dall'esperienza compiuta, uno stile relazionale
riproducibile in situazioni future.
Ciò che permette il buon esito della mediazione familiare è proprio la libertà che i
due partner, sotto la guida del mediatore, possono sperimentare per arrivare a definire
gli accordi più consoni per quella che è la loro situazione; l'imposizione di accordi da
parte di un terzo infatti, non aiuta a giungere a ciò che si vorrebbe realmente, perchè
si tratta di soluzioni pensate da una persona esterna che conosce solo in maniera
superficiale le dinamiche di quella famiglia; chi invece meglio dei genitori sa cosa è
realmente necessario per loro e per il benessere dei propri figli!? E allora diamo loro
fiducia, sosteniamoli in un momento così doloroso, proponendo loro la mediazione
familiare come strumento per riappropriarsi delle loro capacità genitoriali, quelle
capacità che dato il momento, fanno fatica a venir fuori ma che sono insite nel cuore
di ognuno di loro!
Proponendo alle coppie questo strumento diamo la possibilità ai bambini che sono
coinvolti di riprendere quello che è il loro ruolo, cioè il ruolo di bambini, spensierati e
sicuri di avere, nonostante la nuova strutturazione della famiglia, l'amore sincero di
entrambi i genitori, figure di riferimento necessarie per uno sviluppo armonico della
personalità del bambino.
La mediazione familiare credo rappresenti il futuro della società odierna, una società
in cui c'è poca attenzione nei confronti del prossimo, in cui l'altro è visto come il
nemico da distruggere.
E' in questo senso che la mediazione familiare può rappresentare lo strumento più
giusto per il domani, nell'ottica di giungere a pensare non al vincere dell'uno e al
perdere dell'altro, ma alla vittoria di entrambi “IO VINCO, TU VINCI”, dove la
vittoria può essere rappresentata dalla conquista della serenità dei figli, oppure
dall'acquisizione di una sana modalità comunicativa.
E' vero quello della mediazione familiare è ancora un ambito da conoscere e che deve
probabilmente ancora prendere piede, ma io credo fortemente nel suo valore e nella
sua forza, credo nella possibilità di far vivere le persone indossando occhiali diversi,
che permettono di vedere il conflitto come una risorsa che, per quanto dolorosa è in
grado di generare nuova vita, magari più sana di quella precedente.
Dr.ssa Chiara Pandolfi
NASCE ISPA, ISTITUTO DI STUDI PARLAMENTARI DELL'ANFI
L’ISPA nasce da un’idea del Dr. Rosselli del Turco in collaborazione con l’Avv. Carlo Ioppoli, Presidente dell'ANFI- Associazione Nazionale Avvocati Familiaristi Italiani - e si propone di stabilire un collegamento fra il Parlamento Italiano e i rappresentanti dei cittadini, creando una sinergia di lavoro, affinchè i cittadini possano esprimere direttamente le proprie esigenze relative alle riforme legislative concernenti la Famiglia e i Minori.
L'ISPA nasce per superare le lentezze e gli aspetti burocratici propri delle Commissioni Parlamentari, così che queste ultime abbiano un rapporto stretto e quotidiano con le reali esigenze degli italiani e, soprattutto, per avere un organismo snello e veloce per "accompagnare" le leggi in Parlamento.
L’Istituto si propone, quindi, di programmare degli incontri periodici fra i rappresentanti dei cittadini, accompagnati dai professionisti con competenza specifica nella materia familiare e minorile, ed i deputati e i senatori delle Commissioni Parlamentari, per proporre soluzioni legislative sui temi specifici dei diritti dei Minori, così che i parlamentari possano avere notizie di prima mano dal mondo reale e conoscere l'urgenza che la risoluzione di tali problemi, nella materia familiare e minorile, richiede.
Il cittadino sarà portatore dell’informazione dal territorio, e ciò per il parlamentare comporterà il diritto/dovere di contribuire alla promulgazione di leggi, nella materia familiare e minorile, che siano il più possibile pertinenti ai problemi attuali e concreti del Paese.
Il nostro lavoro, quindi, ha la finalità di interrompere lo scollamento, oggi più che mai evidente, fra lo Stato e la gente comune, ed è volto al recupero di quel partito di maggioranza, oggi non in Parlamento, ovvero quel 40% circa di cittadini che oggi non si recano a votare.
Conoscersi personalmente intorno ad un tavolo significa voler attuare una democrazia diretta, reale e costante, per mezzo della quale il cittadino viene conosciuto dal parlamentare e viceversa.
La voce del legislatore, quindi, sarà veramente in tutte le case degli italiani e, attraverso i futuri incontri, saprà farsi apprezzare con i risultati concreti; il legislatore sarà riconosciuto dai cittadini perchè lavora non solo per loro, ma anche con loro.
L’Istituto dispone di Avvocati, Psicologi, Medici, Pedagogisti e di tutti gli Studiosi delle materie attinenti al Diritto della Famiglia e dei Minori in Italia, attingendo alla già consolidata Rete di Avvocati e Consulenti familiaristi dell'ANFI, ben ramificata in tutta Italia.
Si occuperà in particolare:
1 Di creare occasioni di contatto fra i rappresentanti dei Cittadini e i Parlamentari
2 Di tradurre in proposte di legge gli studi italiani ed europei sul Diritto della Famiglia e dei Minori
3 Di tradurre in proposte di legge le linee guida esistenti dei professionisti preposti alla tutela della famiglia e dei minori
4 Di Istituire corsi di formazione, con la supervisione dell'ANFI, per la creazione di nuove figure professionali di Avvocati, Psicologi Medici, Pedagogisti, Operatori e studiosi che lavorino per la Tutela dei Diritti dei Minori interfacciandosi con il Parlamento, i Media e con tutti gli Organi Istituzionali.
5 Di formare nuovi quadri politici che accedano in Parlamento con una formazione di studio adeguata alla nuova politica di collaborazione e sinergia con i cittadini.
Il Direttore dell’Istituto ISPA
Il Presidente Nazionale dell’ANFI e Coordinatore dell' ISPA
Avv.Carlo Ioppoli
VERSO L'AFFIDAMENTO PARITARIO DEI MINORI
Esigenza di un cambiamento culturale. Jemolo, oltre sessant’anni fa, scrisse che la famiglia è “un’isola che è solo lambita dalle onde del mare del diritto”. Un insegnamento ancora così attuale e che dovrebbe mettere in guardia il Legislatore dal confezionare norme per la disgregazione dei nuclei familiari, forgiate senza valutarne le ricadute sul tessuto sociale. Attualmente, purtroppo, il corpus iuris deputato a regolare i conflitti familiari non può dirsi adatto a raggiungere gli scopi fondamentali presi di mira nel settore famiglia e minori. I Tribunali sono tuttora intasati da cause familiari; i minori sono tutt’oggi al centro dei conflitti e popolano le aule di Giustizia. Il momento di disgregazione della famiglia è vissuto in modo traumatico a livello personale e patrimoniale. Le attuali norme di Legge non scoraggiano il contenzioso ma, ahimè, rischiano di favorirlo. Si sente anche il bisogno di un mutamento culturale: il matrimonio è sacramento, per chi crede; è atto di amore, comunque per tutti; è, certamente, accordo per una vita comune. Eliminate le forti differenze di genere che animavano l’ordinamento e riaffermato il ruolo della donna nella società, è giunto il momento anche di re-investire sulla persona come tale e non in quanto membro di una famiglia, abbandonando l’ottica del “tenore di vita” da conservare una volta che il vincolo coniugale cessi di avere linfa vitale. Così responsabilizzare gli individui che scelgono una unione: “state attenti, perché se il matrimonio finirà, tornerete ad essere ciò che eravate. Per cui: investite su voi stessi; inseritevi nel mercato del lavoro, createvi una professione”. Basterebbe poco per iniettare una nuova linfa nel tessuto sociale e proiettarlo verso una nuova dimensione dei rapporti, in cui il tasso di litigiosità, di fatto, è fortemente abbattuto. Quali modifiche potrebbero essere opportune? Eccone alcune.
Eliminazione dell’istituto dell’addebito. Come noto, il superamento della separazione per colpa in favore della separazione per intollerabilità della convivenza ha indotto la giurisprudenza ad assegnare carattere eccezionale alla dichiarazione di addebito, sì che può pronunziarsi soltanto di fronte a inadempimenti colposi dei doveri coniugali di particolare gravità e sempre che abbiano determinato la dissoluzione della comunità familiare. Questo istituto, tuttavia, oggi non ha alcun senso. In primis, come noto, non è ostativo all’eventuale diritto a un assegno divorzile; in secundis, posto che ormai la pronuncia divorzile può essere richiesta con tempi rapidissimi (6 mesi o 1 anno, per effetto della l. 55 del 2015), ha anche perso una funzione concreta. Soprattutto, è stato foggiato allorché la giurisprudenza non ammetteva, in favore del coniuge, la tutela rimediale generale (artt. 2043, 2059 c.c.: v. Cass. civ., sentenza n. 9801 del 2005). E’ giunto il momento di ricondurre le violazioni coniugali dannose al loro esclusivo terreno: quello della responsabilità civile; in questo modo si evita che processi di separazione durino anni (e anni) solo per consentire ai coniugi di dare sfogo a tensioni ed emozioni con il mordente dell’addebito. Pertanto: nel caso in cui uno dei coniugi dovesse avere posto in essere una grave violazione dello statuto matrimoniale, causa della fine del vincolo e motivo certo di pregiudizio per il partner, quest’ultimo potrà presentare domanda risarcitoria ex art. 2043 c.c. Ad es., nel caso di comportamenti che abbiano provocato la lesione di diritti fondamentali e segnatamente l’integrità psico-fisica (Cass. civ. 610 del 2012). Sono, pertanto, assolutamente condivisibili quelle proposte di legge che (invero, sin dal 1990) mirano alla abrogazione dell’istituto dell’addebito (v. ad es., da ultimo, art. 31 del disegno di legge n. 1951 presentato nella Legislatura 14a; art. 30 del disegno di legge n. 1225 presentato nella Legislatura 15a), mediante rimozione integrale dell’art. 151 comma II del codice civile. Anche buona parte della Dottrina è favorevole alla espunzione definitiva di questo istituto, ormai desueto (tra i tanti: Balestra, Dogliotti).
Riscrittura delle norme in materia di assegno di mantenimento del coniuge. Andrebbe completamente riscritta la disciplina del mantenimento del coniuge cd. debole. Giova premettere che un nuovo regime che ponesse l’autonomia individuale al centro delle regole, intesa come valore primario, favorirebbe una generazione di soggetti indipendenti per i quali il matrimonio è (come dovrebbe essere) strumento di sviluppo della persona. Dovrebbe, in realtà, esistere un matrimonio tra “pari” in cui nessuno dei coniugi è debole; marito e moglie, semmai, sono solo diversi. In quest’ottica, alla fine del matrimonio, ciascuno dei coniugi dovrebbe tornare alla propria vita e l’eventuale istituto del mantenimento dovrebbe avere carattere del tutto eccezionale. Pertanto, dovrebbe stimarsi ammissibile un contributo dell’uno a favore dell’altra e viceversa, solo in presenza di provate circostanze peculiari. Si pensi ad alcuni casi molto particolari. Il primo: il caso in cui i coniugi abbiano espressamente scelto l’indirizzo della vita familiare, nel senso che l’una sarebbe rimasta a casa ad accudire i figli e l’altro avrebbe lavorato (o viceversa). Il secondo: il caso in cui, in costanza di unione, uno dei coniugi lavorasse per l’altro e, finita l’unione, sia cessato anche il rapporto di lavoro. Insomma: a ben vedere, trasformare l’assegno di mantenimento in istituto eccezionale “sganciato” dal tenore di vita e ricollegato a esigenze di tipo solidaristico, così assimilandolo all’assegno divorzile, quanto a scopo e funzione. L’eventuale coniuge in condizioni di grave disagio, peraltro, non resterebbe mai senza tutela: il codice prevede espressamente la disciplina degli alimenti. Una modifica del genere, per non ledere gli affidamenti incolpevoli ormai consolidati, potrebbe avere effetto solo per i matrimoni celebrati dopo l’entrata in vigore della riforma.
Affidamento paritario. Andrebbe pure riscritta la disciplina dell’affidamento dei figli. L’attuale regime provoca, sovente, dei conflitti animati da grandi tensioni che sfociano in azioni esecutive, penali, ordinarie, risarcitorie, restitutorie, etc. E la famiglia si distrugge. Sono ormai molte le condanne inflitte dalla Corte EDU all’Italia, proprio per le misure interne adottate per la tutela del minore oggetto del conflitto (v., in tempi recenti: Corte Edu, sentenza 20.1.2015, Manuello e Nevi c/ Italia). Occorrerebbe scoraggiare, il più possibile, l’esistenza di rapporti patrimoniali periodici tra i genitori così evitando che sulla relazione personale vadano ad incidere, negativamente, le questioni economiche. In linea di principio, pertanto l’eventuale assegno di mantenimento in moneta dovrebbe essere eccezionale, disposto nel caso in cui l’uno dei genitori non si sia attenuto alle disposizioni del giudice in merito alla partecipazione alle spese. Con ciò affermandosi, in linea di regola generale, il mantenimento diretto. Con una sintesi concettuale, potrebbe discorrersi di “affidamento paritario”: ognuno dei genitori condivide la responsabilità genitoriale con identici diritti e identici oneri. Ciascuno dei genitori dovrebbe provvedere, dunque, al mantenimento dei figli per il tempo in cui sono insieme. Tenuto conto delle condizioni patrimoniali dei genitori, il giudice stabilirebbe la misura percentuale di partecipazione alle spese ordinarie e straordinarie e potrebbe porre a carico dell’uno il pagamento di costi periodici o fissi. Ad es.: disporre che il coniuge di maggior reddito, paghi interamente il mutuo o si accolli il canone di locazione; ancora: disporre che uno dei genitori paghi interamente le spese condominiali o le rette delle scuole; etc. Quanto al primo aspetto, il giudice potrebbe disporre che uno dei genitori sostenga i costi di abbigliamento, istruzione e salute al 70%. Queste dinamiche, da un lato favorirebbero il dialogo tra i genitori e dall’altro eviterebbero di legare i bambini all’assegno di mantenimento.
Processo. Andrebbero apportate delle modifiche processuali. Il rito della famiglia è, oggi, complesso, lungo, macchinoso e pieno di appendici scritte. Soprattutto: non è affatto snello. Sul punto, come noto, pende un progetto normativo di delega legislativa che mira a introdurre proprio delle correzioni. E’ auspicabile che questo progetto acceleri i procedimenti minorili e amplifichi il ruolo della mediazione familiare, eventualmente riconducendo benefici fiscali ai genitori che scelgono di intraprenderla prima del processo. De jure condendo, potrebbe stimarsi preferibile la trattazione monocratica di separazione e divorzio, riconducendo tutte le procedure al rito camerale, così creando omogeneità nei riti. Questa modifica, ovviamente, dovrebbe indurre a ripensare la competenza anche per tutte le altre azioni promosse in primo grado dinanzi al tribunale (v. artt. 337-bis e ss c.c.).
Conclusioni. Non è affatto detto che queste modifiche siano “giuste” o “migliori”: ma è certo che delle modifiche sono necessarie. Le famiglie sono il cuore di una società. E lo sono anche quando si disgregano; quando, ahimè, un bellissimo progetto di vita comune si è spento. In quel momento, dominato dalla tensione, dalla rabbia, dalla delusione, dalla tristezza, il processo dovrebbe essere un “passaggio veloce” e non anche un cantiere di provvedimenti che possono amplificare (piuttosto che ridurre) il conflitto.
Art. 151 codice civile
Il giudice, pronunziando la separazione, può eccezionalmente disporre l'obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell'altro un assegno quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati per il proprio mantenimento o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive.
Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all'articolo 337-bis, il giudice adotta i provvedimenti relativi alla prole con esclusivo riferimento all'interesse morale e materiale di essa. Valuta prioritariamente la possibilità che i figli minori restino affidati a entrambi i genitori oppure stabilisce a quale di essi i figli sono affidati, determina i tempi e le modalità della loro presenza presso ciascun genitore, fissando altresì la misura e il modo con cui ciascuno di essi deve contribuire al mantenimento, alla cura, all'istruzione e all'educazione dei figli.
Prende atto, se non contrari all'interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l'affidamento familiare. All'attuazione dei provvedimenti relativi all'affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d'ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.
Per realizzare la finalità indicata dal primo comma, nei procedimenti di cui all'articolo 337-bis, l’affidamento è, di regola, paritario salvo il giudice non provveda ai sensi dell’art. 337-quater. Ciascuno dei genitori deve provvedere al mantenimento dei figli per il tempo in cui sono insieme. Tenuto conto delle condizioni patrimoniali dei genitori e del regime di assegnazione della casa familiare, il giudice stabilisce la misura percentuale di partecipazione alle spese ordinarie e straordinarie e può porre a carico dell’uno il pagamento di costi periodici o fissi. Nel caso in cui uno dei genitori non si sia attenuto alle disposizioni giudiziali o si sia reso comunque inadempiente, il giudice può fissare a suo carico un assegno periodico in favore dell’altro, per le esigenze della prole.
Salvo diversi accordi dei genitori, i figli minori hanno diritto a trascorrere pari tempi di permanenza presso l’uno e l’altro genitore, a prescindere dalla residenza anagrafica coincidente, in genere, con la casa familiare. Il giudice, in difetto di accordo, regola i tempi di permanenza presso entrambe le figure genitoriali garantendo fine settimana alternati e periodi di vacanza divisi secondo il criterio dell’alternanza.
Il giudice prende atto, se non contrari all'interesse dei figli, degli accordi intervenuti tra i genitori. Adotta ogni altro provvedimento relativo alla prole, ivi compreso, in caso di temporanea impossibilità di affidare il minore ad uno dei genitori, l'affidamento familiare. All'attuazione dei provvedimenti relativi all'affidamento della prole provvede il giudice del merito e, nel caso di affidamento familiare, anche d'ufficio. A tal fine copia del provvedimento di affidamento è trasmessa, a cura del pubblico ministero, al giudice tutelare.
Il giudice del merito provvede alla esecuzione dei suoi provvedimenti avvalendosi dei servizi sociali e sanitari e della forza pubblica. Nel caso in cui uno dei genitori ostacoli i diritti dell’altro, può nominare, a spese del primo, un curatore speciale al minore e può anche provvedere, d’ufficio, ai sensi degli articoli 614-bis e 709-ter del codice di procedura civile.
Procedimento in materia di famiglia
Libro IV, Titolo II
Capo I: DELLA SEPARAZIONE E DEL DIVORZIO
La domanda di separazione personale si propone al tribunale del luogo dell'ultima residenza comune dei coniugi oppure, in mancanza, del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. La domanda di divorzio si propone al tribunale del luogo in cui il coniuge convenuto ha residenza o domicilio. Qualora il coniuge convenuto sia residente all'estero, o risulti irreperibile, la domanda si propone al tribunale del luogo di residenza o di domicilio del ricorrente, e, se anche questi è residente all'estero, a qualunque tribunale della Repubblica.
La domanda si propone con ricorso che deve contenere i requisiti di cui all’art. 125. Nel ricorso deve essere indicata l'esistenza di figli di entrambi i coniugi. Il ricorso e la memoria del resistente devono contenere, a pena di decadenza, le richieste dei mezzi di prova.
Si applica il procedimento camerale ex art. 737 c.p.c. e il tribunale decide in composizione monocratica. Al ricorso e alla memoria difensiva sono allegate le ultime tre dichiarazioni dei redditi presentate. Il giudice, letto il ricorso, fissa con decreto l’udienza e assegna al ricorrente termine per notificare al resistente l’atto introduttivo del giudizio e il provvedimento giudiziale. Concede pure al resistente il termine per la sua costituzione in giudizio. In casi di estrema urgenza, il giudice può assumere provvedimenti inaudita altera parte.
(Comparizione personale delle parti)
I coniugi debbono comparire personalmente davanti al giudice con l'assistenza del difensore.
Se non si presenta il coniuge convenuto, il giudice può fissare un nuovo giorno per la comparizione, ordinando che la notificazione del ricorso e del decreto gli sia rinnovata.
(Tentativo di conciliazione e provvedimenti del giudice)
All'udienza di comparizione il giudice deve sentire i coniugi, tentandone la conciliazione.
Se i coniugi si conciliano, il giudice fa redigere il processo verbale della conciliazione.
Se la conciliazione non riesce, il giudice definisce il procedimento.
Nel caso in cui il giudice non ritenga la causa matura per la decisione, emette, anche d’ufficio, pronuncia non definitiva relativa alla separazione o al divorzio, avverso la quale è ammessa soltanto impugnazione immediata che è deciso in camera di consiglio. Con la medesima pronuncia, il giudice emette pure i provvedimenti temporanei e urgenti che reputa opportuni nell'interesse della prole e dei coniugi e provvede per l’ulteriore corso del procedimento.
Contro i provvedimenti di cui al secondo comma si può proporre reclamo con ricorso alla corte d'appello che si pronuncia in camera di consiglio. Il reclamo deve essere proposto nel termine perentorio di dieci giorni dalla notificazione del provvedimento.
CASSAZIONE BLOCCA PSICOTERAPIA PER I GENITORI SEPARATI
I giudici non possono prescrivere psicoterapie alle coppie che si lasciano in modo burrascoso e percorsi di sostegno alla genitorialità da seguire insieme: simili prescrizioni violano il “diritto alla libertà personale costituzionalmente garantito” e aggirano il divieto di imporre “trattamenti sanitari”. Lo ha stabilito la Cassazione, con la sentenza 13506/15, che mette al bando l'adozione di simili prescrizioni ormai molto frequenti da parte dei magistrati che tentano così di ridurre la conflittualità tra 'ex'.
Esprimendo questo orientamento, la Cassazione ha accolto il ricorso di un papà di Firenze, Luigi M., che si era lasciato ai ferri corti con la convivente Gabriela B., dalla quale nel 2006 aveva avuto un figlio. Il Tribunale e poi la Corte di Appello avevano stabilito l'affido condiviso del bambino collocandolo presso il padre e regolando le modalità di incontro con la madre, ed erano stati prescritti “interventi di sostegno, orientamento e controllo mirati alla diminuzione del conflitto genitoriale”. Per 'curare' “l'immaturità della coppia genitoriale, ancora troppo coinvolta nel conflitto personale” i giudici avevano prescritto ai due ex conviventi, da sempre molto litigiosi, “di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e a un percorso di sostengo alla genitorialità da seguire insieme”. Proprio contro questa prescrizione, Luigi ha fatto ricorso alla Suprema Corte.
Per la Cassazione - che gli ha dato ragione - “tale prescrizione, pur volendo ritenere che non imponga un vero obbligo a carico delle parti, comunque le condiziona ad effettuare un percorso psicoterapeutico individuale e di coppia confliggendo così con l'art. 32 della Costituzione”. Ad avviso degli 'ermellini' disporre queste 'cura' “esula dai poteri del giudice investito della controversia sull'affidamento dei minori anche se viene disposta con la finalità del superamento di una condizione, rilevata dal Ctu, di immaturità della coppia genitoriale che impedisce un reciproco rispetto dei rispettivi ruoli”.
“La prescrizione di un percorso terapeutico ai genitori - secondo i supremi giudici - è connotata da una finalità estranea al giudizio quale quella di realizzare una maturazione personale dei genitori che non può che rimanere affidata al loro diritto di autodeterminazione”. Insomma c'è anche il diritto a restare immaturi. L'unica cosa che possono fare i giudici nei casi difficili come questo - caratterizzati da rancori insuperabili - è disporre il monitoraggio dei servizi sociali “che si giustifica in quanto strettamente collegato all'osservazione del minore e al sostegno dei genitori nel concreto esercizio della responsabilità genitoriale”, conclude la Suprema Corte. Così è stato cassato il decreto impugnato da Luigi M. e revocata la “prescrizione ai genitori di sottoporsi ad un percorso psicoterapeutico individuale e di sostegno alla genitorialità da seguire insieme”.
IMPEDISCI LE FREQUENTAZIONI TRA I FIGLI E IL PADRE? VERRAI SANZIONATA
Il Tribunale civile di Messina nel pronunciare la separazione personale dei coniugi, aveva previsto l’affido congiunto delle figlie minorenni, fissando la domiciliazione presso la madre. Inoltre, in considerazione dei rapporti non armoniosi tra i due coniugi, ai sensi dell’art. 709 ter c.p.c. “ ammoniva entrambe le parti ad agevolare il rapporto delle bambine con l’altro genitore, scongiurando atteggiamenti che potessero ostacolare il corretto svolgimento delle modalità del loro affidamento”.
In Appello, la Corte aveva accertato che l’ex moglie aveva ostacolato in più occasioni il diritto di visita alle figlie dell’ex coniuge, pertanto, condannava la donna al pagamento di mille euro in favore della Cassa delle ammende con «funzione disincentivante rispetto alla commissione di ulteriori violazioni».
PRIMI CASI DI NO DEL PM ALLA NEGOZIAZIONE ASSISTITA
(Tribunale di Torino, Sezione Settima Civile, Sentenza del 15 gennaio 2015)
L'interessante Sentenza del Tribunale di Torino, approfondisce in via operativa, il tema del "mancato placet" del PM, rispetto al contenuto di un Accordo, raggiunto a seguito di Negoziazione Assistita, in materia di famiglia che, giusta la legge 162/14, abbia seguito la via della de-giurisdizionalizzazione.
In prima battuta, riprendendo il forte richiamo alla competenza ed alla responsabilità professionale come dote più che mai necessaria, in capo agli Avvocati che si apprestano a seguire con la loro opera i coniugi, guidandoli nel percorso di negoziazione assistita, che si trae dalla Relazione di accompagno alla Legge nr. 162/14, non possiamo non sottolineare come, in questo specifico caso, dalla lettura della sentenza si evinca la esistenza di una grossolana mancanza che, seguendo il racconto della Dottoressa Michela Tamagnone (Presidente della sezione che si occupa della famiglia presso il Tribunale Torinese) che di fatto ha costretto il PM a non prestare la propria "autorizzazione".
Nel caso de quo ci troviamo, come ci segnala il richiamo ad una Autorizzazione, in presenza di un Accordo raggiunto a seguito di una Negoziazione Assistita, che doveva specificamente regolare anche gli obblighi genitoriali in favore dei figli bisognosi di tutela, come previsto, ad abundantiam, anche dalla norma che ha introdotto la via della De-giurisdizionalizzazione !
Non v'è chi non veda, quindi, come l'Ufficio del PM abbia in concreto rilevato, rifiutando l'autorizzazione, una grave "omissione del contenuto" dello stesso accordo: le parti, pur assistite dai rispettivi due legali, si sono "dimenticate" di regolare la misura e le modalità del contributo al mantenimento sulle stesse gravante, ex lege, rispetto al comune figlio maggiorenne, ma ancora non autosufficiente sotto l'aspetto economico.
È per altro evidente come, ove il medesimo accordo, avesse preso la via giurisdizionale venendo presentato come Ricorso per la Separazione Consensuale con richiesta della relativa Omologa, il Presidente del Tribunale di Torino si sarebbe, ovviamente, dovuto opporre, nel corso della udienza presidenziale, rilevando la mancanza di ogni previsione, per il soddisfacimento dell'onere, esistente in capo ad entrambi i genitori, di "contribuire al mantenimento del comune figlio".
V'è da dire che, nello svolgersi dell'udienza presidenziale, l'ipotizzata omissione si sarebbe potuta correggere, come spesso accade quando rispetto al contenuto del Ricorso consensuale l'opera del presidente, interviene, con il beneplacito delle parti presenti, a specificare meglio alcuni aspetti dell'accordo, da sottoporre alla successiva omologa.
Al contrario l'iter dell'Accordo raggiunto nell'ambito della de-giurisdizionalizzazione non consente alcun "correttivo", potendo il passaggio presso l'ufficio del PM consentire solo due esiti: il rilascio o il non rilascio del placet.
La mancata previsione di un "elemento essenziale" nell'Accordo separativo ed il conseguente mancato rilascio dell'autorizzazione del PM ha, in ogni caso, il pregio di aver generato uno dei primi "pronunciamenti" in merito al percorso che si dovrà seguire nel caso di un Accordo separativo che "non abbia" l'autorizzazione del PM.
I principi ermeneutici affermati dal Tribunale di Torino, intervengono infatti ad illustrare sia la natura della "Autorizzazione", sia il successivo "iter procedimentale" che può immaginarsi come necessario in forza del dettato normativo.
In merito al primo aspetto, l'Autorizzazione di un Accordo separativo, scaturito da una negoziazione assistita, è un vero e proprio nuovo istituto, "una fattispecie di nuova creazione, integralmente alternativa al procedimento giurisdizionale" dice espressamente la sentenza.
Tale precisazione non è di poco conto, perché con il deposito dell'accordo i due coniugi per il tramite dei rispettivi avvocati, non hanno inteso formulare alcuna domanda alla Giurisdizione, ma anzi, si sono limitate a chiedere all'Ufficio Affari Civili del Pubblico Ministero, la sola "evasione" della procedura di rilascio, concorrendone i requisiti di legge, del nulla osta o dell'autorizzazione.
Pertanto, nel caso in cui il PM rilevi la mancanza di un "requisito minimo dell'accordo" che, ex lege, debba ritenersi essenziale, lo stesso ha l'obbligo di "non rilasciare" la richiesta autorizzazione e di rimettere gli atti al Presidente del Tribunale per i successivi adempimenti.
Non di meno il "deposito" dell'atto, presso l'ufficio Affari Civili del PM per l'attività dell'Ufficio, mai potrà conferire a quella documentazione, la valenza di una "domanda" introduttiva di una "istanza alla giurisdizione".
La sentenza di Torino, nell'evidente necessità di dover dare un "senso concreto" alla previsione normativa (art. 6, II co.) per la quale dopo aver ricevuto l'accordo bocciato il Presidente "… fissa entro i successivi trenta giorni, la comparizione delle parti e provvede senza ritardo" ha dovuto affrontare la genericità della disposizione rilevando, correttamente, come questa sollevasse "non pochi dubbi interpretativi" e questo sia in relazione all'organo avanti al quale detta udienza deve tenersi, sia in relazione al contenuto del "provvede senza ritardo" previsto per la successiva attività giurisdizionale.
Quanto all'organo si è osservato, con molta attenzione, come a seconda del contenuto dell'accordo, sia diverso l'organo giurisdizionale cui la domanda deve essere posta seguendo l'iter del codice di rito: questo perché gli Accordi separativi che si raggiungono a seguito di una negoziazione assistita, quando abbiano a regolare una consensuale hanno il loro omologo giurisdizionale in un Ricorso per la separazione consensuale che viene trattato in comparizione dal Presidente del Tribunale: diversamente dagli Accordi per la modifica delle condizioni o di quelli che vogliano regolare la cessazione degli effetti civili del matrimonio, domande giudiziali per le quali: "la comparizione è fissata dal Tribunale in composizione collegiale".
Per altro, come nota felicemente l'estensore della Sentenza in commento, non è affatto possibile ritenere come "a seguito della mancata autorizzazione del PM" l'Accordo si possa trasformare, sic et simpliciter, in una "domanda giurisdizionale" cui idealmente potrebbe far seguito il tipo del provvedimento, previsto dal codice di rito (omologa, sentenza di cessazione o decreto ex art. 710 – nel caso delle modifiche) per evadere una domanda di giustizia per le fattispecie regolate dall'art. 6 della legge nr. 162/14, e comunque non può sottacersi come per ottenere una delle pronunce giurisdizionali prima citate debba intervenire una "richiesta di parte" nel rispetto di tutte le norme sul principio della formalizzazione di un istanza alla Giurisdizione.
Diversamente ci si troverebbe al cospetto di un "mostro" giuridico per il quale l'accordo de-giurisdizionalizzato, in mancanza del placet del PM, darebbe ingresso, ex se, ad una procedura giurisdizionale, che si concludesse poi, pur in assenza di domanda, con uno dei provvedimenti previsti dall'ordinamento: Omologa, sentenza o decreto di modifica.
L'interpretazione corretta del dettato normativo può dunque essere quella che, in forza del riconoscimento all'Accordo (raggiunto a seguito di negoziazione assistita) della dignità di una nuova fattispecie, assolutamente innovativa rispetto al panorama esistente, l'iter da seguire sia così prospettabile: trasmesso l'accordo non munito del placet al Presidente questi fissi udienza, consentendo peraltro alle parti – così da permettere alle stesse di non aderire supinamente ai rilievi dell'Ufficio del PM e quindi di poter introdurre delle modifiche sostanziali all'Accordo depositato – di formalizzare una specifica istanza in tal senso, che quindi andrà discussa all'udienza fissata.
Osserva il Tribunale di Torino come, ove le parti non abbiano depositato alcun ricorso "integrativo" dell'Accordo e le stesse "comparendo davanti al Presidente dichiarino di aderire pienamente ai rilievi effettuati dal PM, l'accordo potrà essere autorizzato dal Presidente (di conseguenza restando nell'alveo della de-giurisdizionalizzazione di cui alla L.162/14)".
Al contrario, ove le parti abbiano integrato, giusto lo specifico provvedimento di fissazione dell'udienza per la comparizione delle parti, l'originario Accordo - non autorizzato- con una domanda giudiziale, nel rispetto dei canoni procedurali, ben si potrà considerare il primitivo accordo "rinunciato" con l'archiviazione del relativo fascicolo e la contestuale discussione, nella medesima udienza, del "nuovo" procedimento, iscritto al ruolo giusta la domanda "giurisidizionale" correttamente formulata, così potendo provvedere "senza indugio" nel merito, con il successivo passaggio della relativa pronuncia, avanti al PM per gli adempimenti normativi previsti dalla via ordinaria.
RICOSTITUITA SEZIONE REGIONALE ANFI PUGLIA
Si è ricostituita il 27.04.2015 la sezione ANFI PUGLIA. Sono sette i professionisti che hanno dato vita, nella sede di San Pietro Vernotico, la nuova associazione: Paolo Maci, Iolanda Valente, Paola Maggio e Rosamaria Rizzato, avvocati, Stefania Ancora, praticante avvocato e mediatrice familiare, Giusy Scazzi, praticante avvocato e Anna Lucia Rapanà, psicologa. Presidente èstato designato l’avv. Paolo Maci, cassazionista, cultore di Diritto Costituzionale nell’Universitàdel Salento, Vicepresidente Avv. Iolanda Valente del Foro di Bari, segretaria la dott.sa Giusy Scazzi e tesoriera la dott.sa Stefania Ancora. Nella prossima riunione organizzativa si provvederàad individuare gli ambiti di responsabilitàtecnica e scientifica dei componenti del direttivo.
La sezione regionale ANFI PUGLIA partirà subito con il tesseramento e la pianificazione di una serie di iniziative volte ad approfondire le tematiche relative alla famiglia e alle dinamiche che la regolano sia dal punto di vista normativo e giurisdizionale sia dal punto di vista psicologico e della mediazione.
Avv. Paolo Maci - Presidente ANFI PUGLIA
ANFI PUGLIA
Paolo Maci, avvocato, Presidente
Iolanda Valente, Vicepresidente
Giusy Scazzi, prat. Avvocato, segretaria
Stefania Ancora, prat. Avvocato e mediatrice familiare, tesoriera,
Rosamaria Rizzato, avvocato
Paola Maggio, avvocato
Anna Lucia Rapanà, psicologa
Sede: via Lecce 52, San Pietro Vernotico (BR)
tel e fax: 0831 094182‬
Cell: 3887737307
Mail: anfisezionepuglia@gmail.com
SEPARIAMOCI BENE
La pratica collaborativa è un'alternativa extra giudiziaria al processo di separazione, divorzio o di affidamento e mantenimento dei figli naturali per limitare lo stress, i costi e l'imprevedibilità tipica della situazione giurisdizionale.
Si tratta di un procedimento multidisciplinare che vede l'interazione contemporanea di avvocati, psicologi e commercialisti tutti uniti nella ricerca delle migliori soluzioni per la coppia che intende porre fine alla propria unione coniugale.
L'equipe collaborativa assisterà le parti usando strategie di " problem solving" per ridurre o eliminare le aree di disaccordo, allo scopo di pervenire ad una soluzione del problema.
La pratica collaborativa portata a compimento con successo culmina nella redazione di un ricorso congiunto da presentare in Tribunale per l'omologa contenente la decisione prese in condivisione nell'ambito del procedimento stragiudiziale.
La pratica collaborativa opera anche nelle separazioni conflittuali aprendo nuovamente un canale di comunicazione ormai chiuso da tempo per le ragioni più diverse.
L'indubbio vantaggio sta nel fatto che il processo collaborativo, avvenendo al di fuori dei Tribunali negli studi degli avvocati " collaborativi" ha una durata limitatissima.
Altro vantaggio è la possibilità di trovare soluzioni condivise tra diversi professionisti esperti della materia e le parti stesse che un tribunale, anche se volendo, non potrebbe mai nemmeno pro porre
Regola fondamentale del processo collaborativo è il rispetto tra le parti e la conseguente aggressione reciproca o verbale pone fine alla pratica collaborativa.