Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-2730-codice-civile-nozione
Timestamp: 2018-12-10 18:43:50+00:00
Document Index: 114486027

Matched Legal Cases: ['art. 2731', 'art. 228', 'art. 230', 'art. 2730', 'art. 2730', 'sentenza ', 'sentenza ']

La confessione è la dichiarazione che una parte (1) fa della verità di fatti (2) ad essa sfavorevoli e favorevoli all’altra parte.
La confessione è giudiziale (3) o stragiudiziale (4).
Confessione giudiziale: [v. 2733]; Confessione stragiudiziale: [v. 2735].
Confessione: dichiarazione con la quale una parte ammette il verificarsi e/o l’esistenza di circostanze che le nuocciono e che risultano invece favorevoli all’altra parte.
(1) Si richiede soltanto la consapevolezza e la volontà di dichiarare (animus confitendi) come vero un fatto a sé sfavorevole, essendo irrilevante che se ne conoscano anche le conseguenze negative. Per sua intrinseca natura la confessione può essere resa soltanto dalla parte personalmente, salvo quanto previsto dall’art. 2731.
(2) Possono essere oggetto di confessione soltanto i fatti, con esclusione, pertanto, delle norme giuridiche e delle qualificazioni giuridiche del fatto o del rapporto poiché, per il principio iura novit curia, spetta al giudice individuare la norma applicabile e l’esatta qualificazione giuridica del caso concreto.
(3) La confessione giudiziale può essere spontanea o provocata mediante interrogatorio formale (art. 228 c.p.c.). L’interrogatorio si definisce formale quando viene assunto dal giudice ad istanza della parte contrapposta a quella da interrogarsi, ponendo a quest’ultima le domande formalmente predisposte dalla prima per articoli separati e specifici, a norma dell’art. 230 c.p.c.
(4) La confessione, oltre che giudizialmente, può essere resa anche in sede stragiudiziale purché dalla parte o da chi la rappresenta, sia in forma orale che in forma scritta, e con la stessa efficacia probatoria di quella giudiziale. Tuttavia, la confessione stragiudiziale fatta da un terzo o contenuta in un testamento è liberamente apprezzata dal giudice [v. 2735].
La confessione è un espediente probatorio fondato sulla massima di attendibilità secondo la quale nessuno riconosce la verità di fatti che gli nuocciono se questi stessi non sono veri.
Se resa in giudizio essa vincola il giudice, il quale dovrà ritenere raggiunta la prova in ordine alla veridicità dei fatti ammessi, traendone ogni conseguenza in sede di decisione della causa sempreché la controversia verta sui diritti disponibili.
Nei giudizi relativi a rapporti sottratti alla disponibilità delle parti, in ordine ai quali il giudice ha poteri inquisitori di ricerca della verità (es.: questioni di status), lo strumento confessorio non assurge a prova legale, ma è liberamente valutabile dal giudice.
Pur essendo una dichiarazione di scienza, la confessione, in quanto prova legale, produce, anche se soltanto indirettamente, attraverso la pronuncia del giudice, effetti dispositivi destinati ad operare nel campo del diritto sostanziale, assimilabili, in quanto tali, a quelli negoziali.
Poiché la confessione, intesa nei termini di cui all'art. 2730 c.c., è atto di parte, sia essa spontanea oppure provocata tramite interrogatorio formale, le dichiarazioni rese dal difensore, anche in giudizio, contenenti affermazioni relative a fatti sfavorevoli al proprio rappresentato e favorevoli all'altra parte non hanno efficacia di confessione ma costituiscono elementi di libero apprezzamento da parte del giudice di merito.
Cassazione civile sez. III 07 maggio 2014 n. 9864
Le missive antecedenti l'inizio del processo e le affermazioni contenute negli atti processuali provenienti dal legale della parte non hanno valore confessorio, ma solo carattere indiziario, e come tali possono essere legittimamente utilizzate e liberamente valutate dal giudice ai fini della formazione del proprio convincimento.
Il valore di prova legale della confessione, quale vincolo per il giudice alla verità dei fatti che ne formano oggetto, non implica anche il dovere di considerarli sicuramente rilevanti e decisivi al fine di determinarne il convincimento, che può formarsi in base a tutti gli elementi probatori raccolti nel corso del giudizio. Rigetta, App. Bologna, 17/08/2010
Cassazione civile sez. III 10 aprile 2014 n. 8403
Nel giudizio di separazione personale dei coniugi, ed al fine della addebitabilità della separazione, vertendosi in materia di diritti indisponibili, le ammissioni di una parte non possono assumere valore di confessione in senso stretto, a norma dell'art. 2730 cod. civ., ma possono essere utilizzate - unitamente ad altri elementi probatori - quali presunzioni ed indizi liberamente valutabili, sempre che esprimano non opinioni o giudizi o stati d'animo personali, ma fatti obiettivi, suscettibili, in quanto tali, di essere valutati giuridicamente come indice della violazione di specifici doveri coniugali. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, estrapolando acriticamente alcune frasi da una lettera inviata dal marito alla moglie nella quale il primo riconosceva di non essere stato un buon marito, vi ravvisava una sostanziale confessione della violazione dei doveri coniugali, con conseguente venir meno, ai fini della pronuncia di addebito, della rilevanza causale della violazione del dovere di fedeltà da parte della moglie). Cassa con rinvio, App. Catanzaro, 10/02/2010
Una dichiarazione è qualificabile come confessione ove sussistano un elemento soggettivo, consistente nella consapevolezza e volontà di ammettere e riconoscere la verità di un fatto a sé sfavorevole e favorevole all'altra parte, ed un elemento oggettivo, che si ha qualora dall'ammissione del fatto obiettivo, il quale forma oggetto della confessione escludente qualsiasi contestazione sul punto, derivi un concreto pregiudizio all'interesse del dichiarante e, al contempo, un corrispondente vantaggio nei confronti del destinatario della dichiarazione. Ne consegue che non riveste valenza confessoria, in ordine al protrarsi del possesso per il tempo utile al verificarsi dell'usucapione, la scrittura con cui una parte si impegni a far acquisire all'altra un determinato immobile, o a seguito di sentenza dichiarativa di usucapione in suo favore o per contratto, rivelando tale accordo aspetti di incompatibilità logica tra il pattuito trasferimento a titolo derivativo ed il pregresso acquisto a titolo originario e collocandosi sul piano volitivo, anziché su quello ricognitivo. Rigetta, App. Salerno, 28/12/2009
Cassazione civile sez. un. 25 marzo 2013 n. 7381