Source: https://www.laleggepertutti.it/178015_sentenza-come-capire-se-provoca-una-esecuzione
Timestamp: 2018-07-19 02:17:38+00:00
Document Index: 14593827

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Sentenza: come capire se provoca una esecuzione?
Lo sai che? Sentenza: come capire se provoca una esecuzione?
Come fare a capire se una sentenza può dare origine ad una esecuzione immobiliare? Che succede se da una eventuale vendita della casa fosse ricavata una somma minore rispetto alla valutazione del ctu?
La sentenza di cui la lettrice parla rientra nel novero delle sentenze dichiarative di accertamento ed è altresì una sentenza costitutiva di un diritto, essendo stata emessa all’esito di un giudizio di divisione ereditaria [1]. Con la sentenza è stato, infatti:
accertato e dichiarato il diritto alla divisione della comunione ereditaria e sono state peraltro individuate le persone qualificate come eredi legittimate a partecipare alla successione e, di conseguenza, alla divisione;
accertato e dichiarato il contenuto del diritto alla divisione (quindi, il diritto a partecipare ad una quota dell’asse ereditario e alla susseguente ripartizione).
La sentenza contiene inoltre già il progetto di divisione , avendo il giudice provveduto a dividere e attribuire i beni facenti parte dell’asse ereditario (unità immobiliari ed alle somme depositate su conto corrente, così come indicati nella sentenza). Essendo poi l’immobile non comodamente divisibile [2], il tribunale ha altresì assegnato i beni immobili agli eredi, prevedendo un conguaglio in denaro in favore dell’altra erede. La sentenza del tribunale (che non risulterebbe allo stato notificata, secondo quanto indicato dalla lettrice nella corrispondenza a mezzo mail) è inoltre provvisoriamente esecutiva [3] e potrebbe, quindi, dare origine alla notifica di un atto di precetto, previa apposizione della formula esecutiva sul provvedimento, con conseguente successiva possibilità di radicare una procedura di esecuzione forzata (anche nella forma del pignoramento immobiliare, con conseguente applicazione di maggiori spese legali). Ciò in quanto il progetto di divisione contenuto nella sentenza del tribunale appare già esecutivo. La sentenza non appare tuttavia ancora definitiva, non essendo, a quanto pare, stata ancora oggetto di notificazione e, quindi, non è attualmente ancora passata in giudicato, essendo ancora pendenti i termini per proporre appello. L’appello non può essere proposto decorso il termine di 6 mesi dalla pubblicazione della sentenza, laddove non sia stata notificato il provvedimento. Tuttavia, il termine lungo è stato ridotto a 6 mesi. Tuttavia, nel caso di specie, il termine lungo per proporre appello è quello originariamente previsto di 1 anno e 45 giorni e non quello attuale di 6 mesi, dato che le modifiche apportate dalla legge al codice di procedura civile troverebbero applicazione solo per i giudizi instaurati dopo la sua entrata in vigore [4]. Dal testo dal testo della sentenza emerge che la causa di divisione ereditaria è stata radicata con atto di citazione notificato il 15.01.2008, in epoca, quindi, anteriore all’entrata in vigore della legge 18 giugno 2009, n. 269. Si può pertanto affermare che la sentenza sia ancora formalmente appellabile ed il termine ultimo per proporre impugnazione è il 25.11.2013 (data di pubblicazione della sentenza 11 ottobre 2012 + 1 anno e 45 giorni). Nell’ipotesi in cui la sentenza fosse stata, invece, già notificata, il termine per proporre appello sarebbe invece di 30 giorni dalla notifica del provvedimento. Dall’esame dell’istanza di prenotazione di diritto di ipoteca del 26 aprile 2013 emerge altresì una incongruenza, perché la sentenza sarebbe stata dichiarata passata in giudicato, come da certificato di cancelleria del 22.04.2013. Per le motivazioni di cui sopra sarebbe comunque opportuno verificare presso la Conservatoria dei pubblici registri immobiliari la sussistenza o meno di iscrizioni ipotecarie – nel qual caso si tratta di un ipoteca giudiziale, effettuando un’apposita verifica ipocatastale sull’immobile. Per quanto riguarda poi il quantum, la sentenza del tribunale prevede un’esatta quantificazione della somma da corrispondere a titolo di conguaglio in favore di un erede, in forza di quanto disposto dal progetto di divisione contenuto nel dispositivo del provvedimento. Controparte potrebbe pertanto far valere la quantificazione del valore dell’immobile effettuata dal ctu, così come contenuta nel dispositivo della sentenza a prescindere dal minor valore ottenuto dalla vendita dell’immobile.
Per poter ottenere una diversa determinazione del quantum, sarebbe necessario intervenire sulla sentenza di primo grado attraverso una riforma della stessa. Obiettivo che si potrebbe conseguire solamente impugnando il provvedimento e proponendo pertanto appello con, tuttavia, alcuni vincoli previsti (impossibilità di proporre domande nuove, impossibilità di proporre nuove eccezioni non rilevabili d’ufficio, impossibilità di produrre nuove mezzi di prova e documenti, fatto salvo il caso in cui il giudice non li ritenga indispensabili ai fini della decisione o la parte dimostri di non aver potuto produrli o proporli nel corso del primo grado di giudizio per causa ad essa non imputabile). In sede di appello si potrebbe tentare di richiedere la rinnovazione della ctu, ma dovrebbero quantomeno essersi verificati dei fatti nuovi che possono legittimare una diversa valutazione del consulente tecnico oppure richiedere un nuovo esame da parte del giudice del secondo grado in merito alle prove. Se venisse valutata l’opportunità di proporre appello (per la fase di cognizione) da radicarsi presso la corte di appello, si potrebbe preventivare, in linea di massima, un compenso per un importo di 6.540 euro oltre iva, cpa, rimborso forfettario per spese di gestione studio pari al 10% sul compenso e spese (contributo unificato, spese di cancelleria, spese postali, spese di trasferta, ecc.) a cui andrebbe aggiunto l’eventuale importo da concordare con un difensore domiciliatario (a cui affidare, principalmente, gli incombenti di cancelleria) (per un valore di causa compreso tra 100.000 ed 500.000 euro).
È altresì possibile, come indicato dalla lettrice, tentare di trovare un accordo con la controparte al fine di richiedere uno riduzione delle somme esposte in sentenza da concludersi in via transattiva. Nel provvedimento e nella documentazione allegata, viene però fatto riferimento al pagamento delle somme dovute a titolo di mutuo relativo all’abitazione che risulta la lettrice abbia sostenuto dopo la morte del de cuius pari a 43.700 euro che dovrebbero esserle riconosciute nella misura di 1/3 da parte di ciascun coeredi, fatta salva la prova di tali esborsi (somma che potrebbe essere contestata per 1/3 a un erede in fase di transazione o attraverso un apposito giudizio in relazione al quale bisogna tenere anche conto della prescrizione decennale a decorrere dal momento dell’apertura della successione e, quindi, dal decesso del de cuius; i rimanenti 2/3 dovrebbero paradossalmente richiesti ai suoi figli). Per promuovere una causa ordinaria diretta al recupero della somma a titolo di quota di 1/3 del mutuo, (per la fase di cognizione di primo grado) da radicarsi solo nei confronti di Virginia Giardina avanti al tribunale si può preventivare, in linea di massima, un compenso di 2.100 euro oltre iva, cpa, rimborso forfettario per spese di gestione studio pari al 10% sul compenso e spese (contributo unificato, spese di cancelleria, spese postali spese di trasferta, ecc.) a cui andrebbe aggiunto l’eventuale importo da concordare con un difensore domiciliatario (a cui affidare principalmente gli incombenti di cancelleria) (valore di causa compreso fino a 25.000 euro).
Per quanto concerne l’imposta di registro (cosiddetta registrazione), l’imposizione fiscale è prevista per gli atti in materia di controversie civili che definiscono anche parzialmente il giudizio, ad esempio, come nel caso di specie, una sentenza. L’imposta di registro va inoltre comunque liquidata anche se il provvedimento soggetto a tassazione al momento della registrazione è stato impugnato o è ancora impugnabile, fatto salvo il conguaglio o il rimborso in base a successiva sentenza passata in giudicato. L’imposta di registro è inoltre calcolata in misura fissa (168 euro) o in misura proporzionale applicando alla base imponibile le aliquote differenti in relazione al provvedimento. La base imponibile dell’imposta di registro è determinata in relazione alla natura giuridica ed agli effetti dell’atto a prescindere dal nome e dalla forma ed è costituita dal valore del bene o del diritto oggetto dell’atto giudiziario (si tratta del valore dichiarato dalle parti nell’atto). L’obbligo di registrazione grava sulle parti del processo in via tra loro solidale non assumendo alcuna rilevanza il fatto che la parte sia soccombente o vittoriosa [5]. Per quanto sopra e rispondendo ai quesiti, l’imposta di registro deve, nel caso di specie, essere liquidata, essendo un atto giudiziario soggetto a registrazione. Si potrebbe tentare di richiedere all’Agenzia delle entrate una revisione della base imponibile dell’imposta da calcolarsi in relazione al valore dell’immobile che la lettrice ritiene più congruo, sebbene difficilmente tale risultato possa essere conseguito in quanto l’Amministrazione finanziaria fonda il proprio calcolo facendo solo riferimento al valore dichiarato nell’atto giudiziario.
Per quanto riguarda, invece, la possibilità di addivenire ad un accordo con la controparte con rinuncia all’appello, tale accordo non avrebbe alcuna ripercussione sull’applicazione dell’imposta di registro della sentenza di primo grado che verrebbe in ogni caso soggetta a tassazione e conseguente liquidazione. Inoltre, in caso di mancato spontaneo pagamento dell’imposta di registro, l’Agenzia delle entrate provvede a notificare alle parti un avviso di liquidazione dell’imposta, richiedendo il pagamento entro 60 giorni (con il rischio di applicazione di maggiori oneri a titolo di spese, sanzioni ed interessi). In genere viene evitata tale procedura in quanto si provvede direttamente alla liquidazione dell’imposta a mezzo modello F23 che viene pagata spontaneamente dalla parte interessata, la quale chiede poi il relativo rimborso totale o parziale alla controparte (nel caso di specie il pagamento dell’imposta dovrebbe essere il 50% a carico di ciascuna parte, vista la compensazione delle spese di lite disposta nel dispositivo della sentenza). Inoltre, anche un’eventuale sentenza di appello sarebbe soggetta a tassazione con le medesime formalità previste per la sentenza di primo grado ed in detto frangente è possibile un conguaglio o un rimborso dell’imposta, cioè una riforma dell’atto tassato (previa sempre una valutazione sulla fattibilità ed opportunità dell’appello).
[1] A norma del combinato disposto ex art. 713 cod. civ. e ss. e dell’art. 785 cod. proc. civ. e ss.
[2] A norma dell’art. 720 cod. civ.
[3] Ai sensi dell’art. 282 cod. proc. civ.
[4] Secondo quanto affermato da Cass. sent. n. 17060 dello 05.10.2012: «L’art. 46, co.17, della legge n. 69 del 2009, che ha abbreviato in sei mesi il termine di proposizione delle impugnazioni ex art. 327 cod. proc. civ., trova applicazione, ai sensi dell’art. 58, co. primo, della stessa legge ai soli giudizi iniziati dopo il 4 luglio 2009».
[5] Cass. sent. n. 2108 dello 02.02.2005.