Source: http://www.articolo36.it/lavoro/larticolo-36-della-costituzione-riposo-e-ferie-del-lavoratore/
Timestamp: 2018-12-13 04:38:43+00:00
Document Index: 109856362

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 36', 'sentenza ', 'sentenza ']

L’articolo 36 della Costituzione: riposo e ferie del lavoratore - Articolo 36
L’articolo 36 della Costituzione, che sancisce il diritto del lavoratore ad una retribuzione proporzionata e sufficiente, contiene anche altre importantissime disposizioni che entrano a far parte del novero dei diritti irrinunciabili del lavoratore. Stiamo parlano del diritto al riposo settimanale ed alle ferie.
In particolare, l’articolo 36 della Costituzione al secondo comma dice che “La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge” e “Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi”.
Cerchiamo di analizzare meglio queste disposizioni per comprendere, anche alla luce della giurisprudenza, come vengano interpretate ed applicate queste importanti disposizioni del testo Costituzionale nella concretezza dei rapporti di lavoro.
La durata massima della giornata lavorativa
L’articolo 36 della Costituzione si preoccupa di sottolineare che la legge fissa un limite orario massimo alla giornata lavorativa. A che pro? Lungi dall’essere paternalistica, questa norma costituzionale vuole proteggere la salute e salvaguardare l’integrità dei lavoratori, nell’ottica di assicurare la loro sicurezza e di evitare situazioni di sfruttamento.
La disciplina dell’orario di lavoro viene disciplinata nel D. Lgs. n. 66/08.04.2003, che attua la direttiva 93/104/CE.
La nuova disciplina sull’orario di lavoro si applica in tutti i settori, sia pubblici che privati, ma con alcune eccezioni che riguardano:
personale della scuola di cui al D. Lgs. 297/94;
apprendisti minorenni;
gente di mare, personale di volo nell’aviazione civile, lavoratori mobili delle imprese di trasporto.
Per meglio capire la disciplina, è data innanzitutto una definizione di orario di lavoro: l’art. 1 comma 2 del D. Lgs. in questione sostiene che costituisce orario di lavoro qualsiasi periodo nel corso del quale il lavoratore sia al lavoro, a disposizione del datore di lavoro e ‘nell’esercizio della sua attività o delle sue funzioni’.
Viene invece considerato periodo di riposo quei momenti nei quali il lavoratore non sia a disposizione del datore di lavoro né sotto il suo potere ed abbia un determinato margine di autonomia (ad esempio ferie, congedi, ecc.).
Il normale orario di lavoro, per rispettare anche l’integrità psico-fisica del lavoratore e consentirgli il riposo, è fissato in 40 ore settimanali.
Questo orario è modificabile (nel senso di riduzione) da parte dei contratti collettivi.
Con un occhio attento anche alle esigenze aziendali, però, il D. Lgs. 66/2003 fissa oltre che all’orario normale di lavoro anche una durata massima dell’orario di lavoro, che è fissata di volta in volta dai contratti collettivi e comunque non può superare le 48 ore settimanali, incluse le ore di straordinario. Non è fissato, però, alcun limite giornaliero alle ore di lavoro.
La durata media dell’orario di lavoro dev’essere calcolata riferendosi ad un periodo che non superi i quattro mesi; esiste la possibilità di dilatazione per mezzo della contrattazione collettiva, fino a 6 o 12 mesi, ma solamente per ragioni obiettive o riguardanti l’organizzazione del lavoro, e sempre che dette esigenze vengano specificate nei contratti collettivi.
Infine, una specificazione: l’articolo 73 del Ccnl degli studi professionali, in ottemperanza di un concetto sottolineato dalla giurisprudenza maggioritaria e più volte ribadito anche dalla Corte di Cassazione, ritiene che non sia da computare all’orario di lavoro il tempo impiegato dal lavoratore per recarsi sul luogo dell’attività in caso di trasferta.
Il diritto al riposo settimanale
Il lavoratore, ai sensi dell’articolo 36 della Costituzione, ha diritto al riposo settimanale.
Il riposo è quella fase di distacco dall’attività lavorativa che consente al lavoratore di ricaricarsi delle energie psico-fisiche necessarie per il suo benessere e per coltivare i propri interessi per mezzo di attività ricreative.
Il periodo di riposo settimanale è un qualsiasi periodo che non rientra nell’orario di lavoro. Per legge, sono previste almeno 24 ore di riposo consecutive ogni settimana. In generale queste ore di riposo coincidono con la domenica, ma di fronte ad un panorama del lavoro estremamente flessibile come quello odierno, non è raro che anche la domenica sia una giornata lavorativa. Il riposo settimanale (come sottolineato più volte dalla Corte Costituzionale) è irrinunciabile.
Lavoro domenicale: la recente giurisprudenza
La sentenza n. 16592 della Corte di Cassazione, pubblicata il 7 agosto 2015, ha sostenuto che nessun lavoratore dipendente può essere obbligato a lavorare nelle festività infrasettimanali, vale a dire quelle indicate dal calendario come giorni di celebrazione di festività civili o religiose. Vi è un’eccezione a questa regola e riguarda il personale di istituzioni sanitarie pubbliche o private.
Con sentenza n. 3416 del 2016, la Corte di Cassazione aveva respinto il ricorso di Poste Italiane S.p.A. che aveva sospeso un lavoratore per un giorno dopo che egli si era rifiutato di lavorare la domenica, e nonostante avesse recuperato le ore di lavoro in altri giorni di riposo.
Qui il ragionamento della Cassazione si fa interessante: in linea di massima, il datore di lavoro può pretendere la prestazione lavorativa del dipendente anche la domenica, in quanto potrebbe ben assegnargli un giorno di riposo infrasettimanale.
Ma la Cassazione, in un prudente bilanciamento degli interessi delle parti contraenti, ha individuato un limite alla obbligatorietà assoluta del lavoro domenicale: si tratta del diritto del lavoratore di esercitare il proprio culto. Nel caso della sentenza numero 3416/2016, infatti, il dipendente aveva manifestato la sua esigenza – in quanto cattolico – di non lavorare nel giorno in cui avrebbe dovuto svolgere le funzioni religiose.
Anche la Corte d’Appello di Milano aveva valutato prima della Cassazione questo caso ritenendo che non si potesse ignorare il diritto del lavoratore ad astenersi dal lavoro domenicale, laddove egli dovesse svolgere il proprio culto.
Le ferie ex art 36 Costituzione
Il regime legale delle ferie retribuite si applica a tutti i dipendenti sia di imprese che di datori di lavoro individuali.
Possiamo distinguere 3 periodi di ferie:
uno di 2 settimane, da fruirsi nel corso dell’anno di maturazione, in maniera ininterrotta, su richiesta del lavoratore.
Uno di 2 settimane, che completa l’obbligo totale di 4 settimane di ferie, da fruirsi anche in maniera frazionata ma entrambi 18 mesi dalla maturazione.
Un eventuale terzo periodo superiore che può essere previsto dalla contrattazione collettiva e fruibile anche in maniera frazionata.
Tali disposizioni sono da intendere con flessibilità: la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con sentenza numero C-277/08, 10 settembre 2009, ha sostenuto che qualora il lavoratore non abbia potuto godere delle ferie previste per malattia, egli possa goderne appena cessata la malattia anche al di là del periodo di riferimento.
Per quanto concerne la retribuzione delle ferie, essa, ai sensi della sentenza del Tribunale di Milano (4 aprile 1986) dovrà essere almeno pari alla media dei compensi percepiti nel periodo nel quale sono maturate le ferie. Resta il divieto ex D. Lgs. 66/2003 di monetizzare le ferie.
Previous Assicurazioni auto economiche: ecco le migliori
Next Trading online: ecco cosa cambia nel 2017