Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-1053-codice-civile-indennita
Timestamp: 2018-10-18 06:12:21+00:00
Document Index: 64070660

Matched Legal Cases: ['art. 2053', 'art. 2053', 'sentenza ', 'art. 1053', 'art. 1053', 'art. 1053', 'art. 1069', 'art. 1053', 'art. 1053']

Nei casi previsti dai due articoli precedenti è dovuta un’indennità proporzionata al danno cagionato dal passaggio (1).
Indennità: [v. 1032].
(1) L’indennità comprende non solo il danno effettivo subito dal fondo per effetto dell’esercizio della servitù di passaggio coattivo, ma anche il deprezzamento che a tale esercizio consegue.
La responsabilità oggettiva, posta a carico del proprietario o di altro titolare di diritto reale di godimento per rovina di edificio o di altra costruzione, in base a quanto disposto dall' art. 2053 c.c., può escludersi solo se si dimostra che i danni causati dalla rovina dell'edificio non siano da ricondurre a vizi di costruzione o difetto di manutenzione, bensì a un fatto dotato di efficacia causale autonoma rilevante come caso fortuito, comprensivo del fatto del terzo o del danneggiato, anche se tale fatto esterno non presenti i caratteri dell'imprevedibilità e inevitabilità. In relazione a tale responsabilità, l'esimente del caso fortuito che, in quanto comune a ogni forma di responsabilità, assume portata generale, si pone sul medesimo piano e in rapporto di alternatività con quella speciale prevista dall'art. 2053 c.c., potendosi configurare il caso fortuito tanto in negativo, quale assenza del difetto di costruzione o manutenzione, quanto in positivo, quale evento imprevedibile e inevitabile, dotato di una sua propria ed esclusiva autonomia causale che esclude la responsabilità del proprietario poiché esso incide sul nesso causale.
Tribunale Ivrea 12 gennaio 2013 n. 17
Il riconoscimento dell'indennità per la costituzione di servitù coattiva di passaggio deve formare oggetto di specifica domanda da parte del titolare del fondo servente, che può essere comunque proposta anche in separato giudizio.
Cassazione civile sez. II 21 giugno 2010 n. 14922
L'indennità dovuta al proprietario del fondo a favore del quale è stata costituita la servitù di passaggio coattivo non rappresenta il corrispettivo dell'utilità conseguita dal fondo dominante, ma un indennizzo risarcitorio da ragguagliare al danno cagionato al fondo servente. Ne consegue che, ai fini della determinazione di detta indennità, non può aversi riguardo esclusivamente al valore della superficie di terreno assoggettata alla servitù, ma bisogna tener conto, altresì, di ogni altro pregiudizio subìto dal fondo servente in relazione alla sua destinazione a causa del transito di persone e di veicoli. (Nella specie, la S.C., in accoglimento dello specifico motivo di ricorso proposto, ha cassato con rinvio la sentenza impugnata, con la quale era stato determinato l'ammontare dell'indennità di cui all'art. 1053 c.c., applicandosi un criterio legato esclusivamente al valore vivo del terreno assoggettato a servitù, senza motivare sufficientemente e logicamente in ordine alla mancata incidenza sull'importo del danno indiretto, da estendersi oltretutto al resto della proprietà, risultando ininfluente allo scopo lo stato di incoltura ed incoltivabilità della parte di terreno su cui insisteva la strada attraverso la quale sarebbe stata esercitata la servitù coattivamente costituita).
Cassazione civile sez. II 16 febbraio 2007 n. 3649
In tema di servitù di passaggio coattivo, l'indennità - correlata dall'art. 1053 c.c. al danno secondum ius arrecato al proprietario del fondo servente dall'esercizio del diritto imposto per legge nel caso di fondo intercluso deve essere determinata tenendo conto non esclusivamente di valore della superficie asservita ma considerando ogni ulteriore pregiudizio che sia in concreto derivato al fondo servente per effetto della destinazione al transito di persone o veicoli, mentre non è indennizzabile il danno che sia soltanto astrattamente ipotizzabile, tra l'altro, per il deprezzamento del fondo.
Cassazione civile sez. II 28 gennaio 2004 n. 1545
La statuizione minima suscettiva di giudicato interno consiste in ogni punto pregiudiziale che sostanzia la sequela tra fatto, norma ed effetto giuridico, vista nell'insieme della sua scansione logica, e non già nelle sue singole componenti l'una estrapolata dall'altra. Ne deriva che l'appello i cui motivi riguardino anche uno solo dei predetti tre elementi della statuizione minima, impedisce il formarsi del giudicato interno e, pertanto, aprendo il riesame sull'intera statuizione, consente al giudice di riqualificare e di riconsiderare d'ufficio la fattispecie, anche con riguardo ad aspetti che, sebbene coessenziali al capo impugnato, non siano stati coinvolti singolarmente da alcuno specifico motivo d'impugnazione (nella specie, domandato il pagamento di un'indennità ex art. 1053 c.c. per l'esercizio di una servitù coattiva di passaggio attraverso una strada privata, ed essendosi opposta la parte convenuta che aveva negato la costituzione coattiva, deducendone una convenzionale senza previsione di indennità, il giudice di primo grado aveva ritenuto che la servitù si era costituita per destinazione del padre di famiglia, ma aveva poi condannato i convenuti al pagamento in favore degli attori di una somma a titolo di contributo per spese sostenute ai sensi dell'art. 1069, comma 3, c.c. Avendo entrambe le parti impugnato la sentenza, l'una per l'accertamento negativo del diritto a percepire tali somme, l'altra per ottenere il riconoscimento del diritto all'indennità ex art. 1053 c.c., la Corte d'appello, ritenendo che sull'esistenza della servitù di passaggio, in sè non investita da alcun motivo di gravame, non potesse essersi formato un giudicato interno scisso dall'accertamento, ancora "sub iudice", del relativo titolo costitutivo, da quest'ultimo dipendendo il diritto all'indennità, in applicazione del premesso principio di diritto e sulla base della cornice fattuale di riferimento comune alle parti, ha riqualificato la fattispecie come diritto di comproprietà su strada privata vicinale "ex agris collatis").
Corte appello Torino 23 maggio 2003
Poiché, con riguardo allo schema "fatto - norma - effetti", è esclusivamente quella dell'esistenza dei tre termini di questa relazione, la statuizione minima suscettibile di rimanere coperta da giudicato, la contestazione, coi motivi d'appello, relativa soltanto all'individuazione del fatto costitutivo di un diritto di servitù di transito (se destinazione del padre di famiglia, come ritenuto dal giudice di primo grado, anziché interclusione del fondo idonea a fondare una pronuncia di servitù coattiva, come invocato dall'appellante), apre il riesame d'ufficio sull'intera statuizione minima, ovvero l'esistenza del diritto reale (nella specie, la Corte è giunta a negare il diritto di servitù, così respingendo anche la conseguente domanda di indennità ex art. 1053 c.c.).