Source: http://www.ossin.org/reportage-dal-mondo/reportage-europa/93-italia/653-dopo-la-pulizia-etnica-maroni-espelle-i-qclandestiniq
Timestamp: 2020-08-15 13:07:27+00:00
Document Index: 143156985

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 600', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 30', 'art. 18', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 10']

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DOPO LA PULIZIA ETNICA A ROSARNO, MARONI ESPELLE I “CLANDESTINI”
Il ministro dell’interno Maroni in una lunga intervista rilasciata domenica 10 gennaio a Sky ha ribadito che tutti gli immigrati trasferiti da Rosarno e Gioia Tauro nei centri di prima accoglienza di Crotone e Bari saranno identificati e, se trovati privi di documenti di soggiorno, verranno espulsi, non si sa se con l’intimazione a lasciare entro cinque giorni il territorio nazionale, di fatto un invito ad una ulteriore clandestinità, ovvero dopo lunghi mesi di internamento nei CIE. Appare infatti improbabile (diciamo anche per fortuna) che in pochi giorni oltre mille persone di diverse nazionalità, reduci dal pogrom di Rosarno, possano essere riconosciute dalle ambasciate dei paesi di provenienza, dotati di documenti di viaggio ed accompagnate in frontiera.
In un recente documento dell’ASGI si chiede “l'emanazione di un provvedimento urgente che consenta l'effettiva emersione dei lavoratori stranieri costretti dalla necessità o dal ricatto al lavoro nero e all'esposizione a condizioni di grave sfruttamento. Tale provvedimento, per essere efficace, deve potere avere ampia portata nelle condizioni di accesso e nella estensione temporale e deve potere essere attivabile dal lavoratore in caso di perdurante rifiuto da parte di chi ha posto in essere lo sfruttamento lavorativo”. Nello stesso documento si chiede ancora “ 'emanazione di opportune direttive, di concerto tra i ministeri dell'Interno, del Lavoro e delle politiche sociali e della Giustizia, e un collegato rafforzamento dell'operato degli uffici di controllo, specie nelle regioni Campania, Puglia, Calabria e Sicilia, finalizzato a dare attuazione sia alle disposizioni di cui all'art. 18 del d.lgs 286/98 sia al nuovo art. 600 cp novellato dalla legge 11 agosto 2003, n. 228, che permettono di perseguire la riduzione in condizioni di schiavitù o servitù nonché il grave sfruttamento, anche lavorativo”.
Secondo l’art. 18 del testo Unico sull’immigrazione n. 286 “quando, nel corso di operazioni di polizia, di indagini o di un procedimento per taluno dei delitti di cui all'articolo 3 della legge 20 febbraio 1958, n. 75, o di quelli previsti dall'articolo 380 del codice di procedura penale, ovvero nel corso di interventi assistenziali dei servizi sociali degli enti locali, siano accertate situazioni di violenza o di grave sfruttamento nei confronti di uno straniero, ed emergano concreti pericoli per la sua incolumità, per effetto dei tentativi di sottrarsi ai condizionamenti di un'associazione dedita ad uno dei predetti delitti o delle dichiarazioni rese nel corso delle indagini preliminari o del giudizio, il questore, anche su proposta del Procuratore della Repubblica, o con il parere favorevole della stessa autorità, rilascia uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell'organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale”.
Come osservano Nicodemi e Bonetti sulla portata dell’art. 18 del Testo Unico sull’immigrazione ( in www.asgi.it “schede pratiche”) “il sistema ha due caratteristiche peculiari:
Nello stesso documento dell’ASGI si rilevava come “l'introduzione del reato di permanenza illegale dello straniero extracomunitario introdotto dalla legge n. 94/2009 (pacchetto sicurezza) ha inoltre avuto effetti controproducenti nella lotta alla schiavitù lavorativa e al lavoro nero. Infatti nella prassi amministrativa e giudiziaria accade che il lavoratore straniero irregolare che pure denunzia il suo sfruttatore sia comunque intanto sottoposto ad una sanzione penale con procedimento direttissimo e sia altresì espulso, mentre l'azione penale relativa al denunziato sfruttamento segue il suo lento ed incerto corso, risultando alla fine magari archiviata a seguito dell'avvenuta esecuzione dell'espulsione dello straniero. In realtà una diversa applicazione delle norme vigenti, ed una interpretazione non restrittiva delle disposizioni di cui al citato art. 18, già ora consentirebbe un'azione immediata ed efficace: lo stesso procuratore della Repubblica che riceve la denunzia di sfruttamento lavorativo potrebbe richiedere al Questore il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale in favore del lavoratore sfruttato (art. 18 d. lgs. n. 287/1998) e contestualmente rigettare la richiesta di rinvio a giudizio per il reato di permanenza illegale, essendo così divenuta legale la presenza dello straniero. Non può sfuggire a nessuno come in una tale situazione il grado di impunità in cui operano le organizzazioni criminali sia elevatissimo e che il tentativo di reagire per vie legali venga, a buona ragione, percepito dalle vittime come un tentativo velleitario ed anzi dannoso perché espone l'interessato a danni ulteriori e persino maggiori”.
Come osservano Nicodemi e Bonetti, “vi è poi il rischio che in presenza di straniero sprovvisto di un titolo di soggiorno il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio ritenga di trovarsi di fronte ad uno straniero che ha commesso il reato punito dall’art. 10-bis T.U. , il che comporta l’obbligo di denuncia da parte del pubblico ufficiale e dell’incaricato di pubblico servizio ai sensi degli artt. 331 e 332 cod. proc. pen., la cui omissione sarebbe altrettanto punita come reato dagli artt. 361 e 362 cod. pen.
Tuttavia nel caso di stranieri vittime di situazioni di sfruttamento e tratta di persone il reato di ingresso o soggiorno irregolare non sussiste perchè l’art. 10-bis T.U. punisce coloro che si trovano sul territorio dello Stato “in violazione delle disposizioni del testo unico” adottato con D.Lgs. n. 286/1998 ed è proprio l’art. 18 di quest’ultimo a prevedere la facoltà di rilasciare un permesso di soggiorno ad una serie di soggetti, seppur entrati irregolarmente sul territorio, tra cui coloro che siano stati vittime di violenza o grave sfruttamento, che possiedano i requisiti previsti dall’art. 18 T.U.
Perciò in presenza di uno straniero sprovvisto di un valido titolo di soggiorno il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio deve innanzitutto verificare se egli si trovi in una delle situazioni o appartenga ad una delle categorie di persone per le quali non è possibile procedere all’espulsione – ad esempio quelle previste dall’art. 19 T.U. – o che comunque sia meritevole di ottenere uno speciale permesso di soggiorno in deroga alle norme ordinarie in materia di ingresso e soggiorno (art. 30, 31, 33 T.U.).
Inoltre qualora si tratti di straniero che riesca a sottrarsi alla situazione di violenza o di grave sfruttamento e abbia i requisiti per accedere ad un programma di assistenza ed integrazione sociale di cui all’art. 18 T.U. lo straniero non è punibile, perché non permane illegalmente sul territorio dello Stato, ma deve essergli rilasciato il permesso di soggiorno per motivi umanitari.
Il 30 giugno 2009 è stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale dell'Unione europea la Direttiva 2009/52/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 giugno 2009, che introduce norme minime relative a sanzioni e a provvedimenti nei confronti di datori di lavoro che impiegano cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare. Il termine di attuazione della direttiva, che pure contiene disposizioni precise e vincolanti, non è ancora scaduto, ma anche se non è facile argomentare la sua immediata efficacia nel nostro ordinamento, quanto affermato nella direttiva costituisce un sicuro criterio di interpretazione per il giudice, ed a maggiore ragione per il governo che entro il giugno 2011 dovrebbe darne attuazione in Italia. Una attuazione che potrebbe essere anticipata, anche in via amministrativa, vista la gravità della situazione a Rosarno e non solo a Rosarno, perché sono centinaia i luoghi in Italia nei quali i migranti sono sottoposti a forme di sfruttamento servile o schiavistico come quello che è stato documentato in questi giorni di rivolta in Calabria.
La direttiva "sanzioni" impone agli Stati membri la introduzione di sanzioni penali contro i datori di lavoro che sfruttano in nero gli immigrati La normativa italiana, in particolare, non prevede ancora il pagamento degli emolumenti dovuti agli immigrati irregolari. La Direttiva (articolo 4) obbliga i datori di lavoro a: a) chiedere che un cittadino di un paese terzo, prima di assumere l’impiego, possieda e presenti al datore di lavoro un permesso di soggiorno valido; b) tenere una copia o registrazione del permesso di soggiorno o altra autorizzazione di soggiorno a disposizione delle autorità competenti degli Stati membri, a fini di un’eventuale ispezione; c) informare le autorità competenti designate dagli Stati membri dell’inizio dell’impiego di un cittadino di un paese terzo. Le sanzioni previste per i datori di lavoro (art. 5) includono sanzioni finanziarie, che aumentano a seconda del numero di cittadini di paesi terzi assunti illegalmente, e pagamento dei costi di rimpatrio dei cittadini di paesi terzi assunti illegalmente, nei casi in cui siano effettuate procedure di rimpatrio (gli Stati membri possono decidere che le sanzioni finanziarie di cui alla lettera riflettano almeno i costi medi di rimpatrio). Lo stesso art. 5 lascia agli Stati membri la facoltà di prevedere sanzioni finanziarie ridotte nei casi in cui il datore di lavoro sia una persona fisica che impiega a fini privati un cittadino di un paese terzo il cui soggiorno è irregolare e non sussistano condizioni lavorative di particolare sfruttamento.
Gli Stati membri garantiscono inoltre che il datore di lavoro sia responsabile del pagamento (art. 6) della retribuzione arretrata ai cittadini di paesi terzi assunti illegalmente, delle imposte e contributi previdenziali dovuti in caso di assunzione legale, nonché di tutti i costi derivanti dal trasferimento delle retribuzioni arretrate al paese in cui il lavoratore assunto illegalmente ha fatto ritorno. Altre sanzioni (art. 7) riguardano l'esclusione, per un certo periodo, dal beneficio di prestazioni, sovvenzioni o aiuti pubblici, compresi i fondi dell’Unione europea, nonché dalla partecipazione ad appalti pubblici, e la chiusura temporanea o permanente degli stabilimenti. Per reati di una certa gravità (art. 9), la direttiva prevede anche delle generiche "sanzioni penali efficaci, proporzionate e dissuasive" (art. 10) nei confronti dei datori di lavoro.
Con questa direttiva gli immigrati prima di essere espulsi hanno dunque diritto ad ottenere quanto hanno guadagnato lavorando in nero nel periodo nel quale hanno soggiornato irregolarmente. Altro elemento importante della direttiva è la definizione di salario che equipara la paga dovuta all'immigrato irregolare alla retribuzione di un lavoratore regolare. Nella direttiva manca la previsione di una regolarizzazione di massa dei lavoratori migranti irregolari, perché si è riconosciuto che tali provvedimenti rimangono nella competenza dei singoli stati europei, che dunque, se decidono di procedere a regolarizzazioni, non possono invocare strumentalmente l’esigenza di una “autorizzazione” dell’Unione Europea, restando solo obbligati ad una preventiva notificazione dei provvedimenti di regolarizzazione, cosa che l’Italia ha fatto ancora nel 2009, ma solo per una categoria troppo limitata di immigrati irregolari, collaboratrici domestiche e badanti.