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Timestamp: 2020-05-28 14:17:01+00:00
Document Index: 134225521

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Prima le ritenute fiscali o gli stipendi? I riflessi sul reato di cui all’art. 10 bis D. Lgs 74/2000 alla luce del pronunciamento n. 10084/2020 della Suprema Corte – Studio Avvocati Associati
Prima le ritenute fiscali o gli stipendi? I riflessi sul reato di cui all’art. 10 bis D. Lgs 74/2000 alla luce del pronunciamento n. 10084/2020 della Suprema Corte
Con sentenza del 5 marzo 2019, la Corte d’appello di Trieste, decidendo il gravame proposto dall’imputato condannato per il reato di all’art. 10 bis D. Lgs 74/2000, previa declaratoria di intervenuta prescrizione per alcuni fatti, ha confermato la responsabilità del medesimo, pronunciando condanna alla pena di giustizia, previa concessione delle circostanze attenuanti generiche.
Ricorre per cassazione l’imputato con plurimi motivi, dichiarati infondati e/o inammissibili, ad eccezione di quello relativo all’omessa concessione dell’attenuante di cui all’art. 62, comma 1, n. 1, C.P..
Nell’ambito della decisone in commento la Corte, dando adesione al pacifico l’orientamento in punto, ha ribadito la sussistenza del reato di omesso versamento delle ritenute fiscali, “facendo corretta applicazione della consolidata giurisprudenza di questa Corte in tema di reati di omesso versamento di ritenute certificate ed IVA, previsti dagli artt. 10-bis e 10-ter del d.lgs. n. 74 del 2000, secondo cui l’elemento soggettivo richiesto per l’integrazione del delitto è il dolo generico, configurabile anche nella forma del dolo eventuale, integrato dalla condotta omissiva posta in essere nella consapevolezza della sua illiceità, a nulla rilevando i motivi della scelta dell’agente di non versare il tributo. L’inadempimento della obbligazione tributaria può escludere la punibilità ed essere attribuito a forza maggiore solo quando derivi da fatti non imputabili all’imprenditore che non abbia potuto tempestivamente porvi rimedio per cause indipendenti dalla sua volontà e che sfuggono al suo dominio finalistico”.
Nel caso di specie, non vertendosi nel contesto in cui poteva ritenersi non sussistere la penale responsabilità dell’imputato, la Corte ha confermato la condanna.
L’aspetto rilevante della decisone, però, è l’accoglimento del gravame in punto mancata applicazione dell’attenuante di cui all’art. 62, comma 1, n. 1 C.P..
Nel motivo proposto il ricorrente muove dall’assunto che la Corte d’Appello, sulla base di quanto prospettato dall’imputato (i.e. la rinuncia ai propri compensi con devoluzione di tutto quanto disponibile per garantire il lavoro ed il pagamento degli stipendi ai lavoratori) non avrebbe dovuto limitarsi al riconoscimento delle attenuanti generiche, ma concedere anche quella comune di cui all’art. 62, comma 1, n. 1 C.P., come rappresentato nel motivo d’appello.
Invero, secondo la Corte territoriale, il vaglio critico sarebbe stato svolto nel senso che, concedendo le attenuanti generiche, già il giudice di primo grado aveva tenuto conto di “tutte le motivazioni addotte dalla difesa” e “della particolarità della vicenda e del comportamento dell’imputato”.
In altre parole: la specifica richiesta di applicazione dell’attenuante di cui all’art. 62, comma 1, n. 1 C.P. sarebbe stata “assorbita” dal fatto che il Giudice di merito, proprio in base a tali argomentazioni, aveva concesso le attenuati di cui all’art. 62 bis C.P..
La decisione in commento interviene proprio sulla differenziazione tra le due tipologie di attenuanti statuendo che “si ricava l’ontologica differenza e l’autonomia concettuale tra le circostanze attenuanti comuni (o speciali) e quelle generiche di cui all’art. 62 bis cod. pen., con l’inevitabile conseguenza che laddove sussistano elementi che integrano le diverse ipotesi circostanziate le stesse concorrono, mentre se i fattori considerati sono idonei ad integrare una circostanza attenuante comune o speciale si deve comunque ritenere la sussistenza di quest’ultima, quand’anche – secondo una tesi non incontroversa – i medesimi elementi possano magari essere valutati pure al fine di concedere le circostanze attenuanti generiche”.
Conclude la Corte affermando che “la sentenza impugnata sarebbe conforme a diritto se gli elementi addotti dalla difesa non fossero sufficienti ad integrare l’aver agito per motivi di particolare valore sociale; laddove, invece, lo fossero, occorrerebbe riconoscere la sussistenza della circostanza attenuante di cui all’art. 62, n. 1), cod. pen., indipendentemente dal fatto che gli stessi elementi siano stati considerati anche nel più ampio giudizio relativo alla ritenuta sussistenza delle circostanze attenuanti generiche”.
Poiché, quindi, il ricorrente aveva argomentato nel senso della sussistenza dell’attenuante comune in parola, erroneamente il Giudice del merito non ne ha tenuto conto, limitandosi a ritenere tale argomentazione fondante la concessione delle (sole) attenuati generiche.
La decisone in commento, quindi, ha annullato la sentenza della Corte d’Appello e rinviato per nuovo esame ad altra sezione la quale, nell’ambito del giudizio rescissorio, dovrà conformarsi al principio di diritto enunciato e pronunciarsi sulla concessione (anche) della circostanza di cui all’art. 62, comma 1, n. 1 C.P..
È importante mettere in evidenza che, salvo che il fatto non configuri un reato fallimentare, quand’anche la scelta di non versare le ritenute fiscali per dare continuità all’attività aziendale e per pagare lo stipendio ai lavoratori non possa essere ritenuta idonea per fondare pronuncia di assoluzione (in difetto di una situazione di stato di necessità come specificato dalla pacifica e consolidata giurisprudenza in punto), l’imputato potrebbe beneficiare di una riduzione di pena, stante l’applicazione dell’attenuante comune dell’aver agito per motivi di particolare valore sociale o morale.