Source: http://www.troccolo.it/diritto/diritto-penale/il-reato-2/
Timestamp: 2018-02-18 08:21:05+00:00
Document Index: 160195673

Matched Legal Cases: ['art. 43', 'art.52', 'art. 47', 'art. 56', 'art. 56', 'art. 59', 'art. 110', 'art. 115', 'art. 116', 'art. 81', 'art. 84', 'art. 49', 'art. 82', 'art. 83']

Il Reato | www.troccolo.it
Ecco in dettaglio i tre elementi del reato: Il dolo – La colpa – La preterintenzione.
ELEMENTI DEL REATO Colpa: il terzo comma dell’art. 43 c.p. stabilisce che “è colposo o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza o imprudenza o imperizia o per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”.
Il soggetto attivo commette un reato non perché aveva la volontà di provocalo ma perché non ha utilizzato la dovuta e richiesta diligenza.
- generica (deriva da imprudenza, negligenza o imperizia) o specifica (deriva dall’inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline ovvero di norme che impongono determinate cautele);
- propria (l’evento non è voluto dall’agente), impropria (l’evento è voluto dall’agente ma non tanto da farlo rientrare nell’ipotesi del dolo), incosciente (manca la volontà di cagionare un evento e la previsione dello stesso), cosciente (manca la volontà ma non anche la previsione), professionale (riguarda attività professionali di per sé pericolose ma che l’Ordinamento consente e autorizza nel loro svolgimento in quanto produttive di risultati ritenuti socialmente utili).
L’evento è quindi posto a carico del soggetto solo sulla base del rapporto di causalità che lega la sua azione all’evento. In tali ipotesi non è ravvisabile né la colpa né il dolo.
Per il reato preterintenzionale, la legge prevede una sanzione penale più tenue rispetto a quella prevista per l’omicidio doloso ma comunque più grave rispetto a quella prevista per il reato colposo.
Le cause di esclusione del reato sono tassativamente individuate dalla legge ed escludono l’antigiuridicità di una condotta che, in loro assenza sarebbe penalmente rilevante e sanzionabile. Sono situazioni normativamente previste in presenza delle quali viene meno il contrasto tra un fatto conforme ad una fattispecie incriminatrice e l’intero ordinamento giuridico.
Nel 2006 all’art.52 è stato aggiunto un secondo comma: “Nei casi previsti dall’articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un’arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:
Le cause di esenzione da pena invece consistono in circostanze che lasciano sussistere sia l’antigiuridicità sia la colpevolezza. La ragione dell’esistenza di tali cause va ricercata nelle ragioni di opportunità circa la necessità o la meritevolezza di pena, avuto anche riguardo all’esigenza di salvaguardare contro-interessi che risulterebbero altrimenti lesi, da un’applicazione della pena nel caso concreto. Anche tali circostanze non possono essere applicate ai correi.
- errore sul fatto costituente reato (art. 47 c.p.): “l’errore sul fatto che costituisce il reato esclude la punibilità dell’agente. Nondimeno, se si tratta di errore determinato da colpa, la punibilità non è esclusa, quando il fatto è preveduto dalla legge come delitto colposo. L’errore sul fatto che costituisce un determinato reato non esclude la punibilità per un reato diverso. L’errore su una legge diversa dalla legge penale esclude la punibilità quando ha cagionato un errore sul fatto che costituisce reato”. L’errore sul fatto si ha quindi quando il soggetto che agisce ha un’errata percezione della realtà nel senso che il soggetto è convinto do porre in essere un fatto concreto diverso da quello vietato dalla norma penale. Per essere rilevante l’errore deve essere essenziale (cadere cioè su uno o più elementi essenziali richiesti per la sussistenza del reato) e scusabile (al soggetto non deve essergli mosso alcun rimprovero).
L’art. 56 c.p. “Delitto tentato” prevede accanto al delitto consumato, anche una tipica ipotesi in cui la condotta criminosa, pur posta in essere validamente da parte dell’agente non determina il risultato sperato. Si tratta del cd. delitto tentato e si realizza sia quando la condotta criminosa dell’agente non è stata portata a termine (tentativo incompiuto) sia quando la condotta, pur essendo stata portata a termine, non ha ottenuto il risultato sperato dall’agente (tentativo compiuto). Esempio del primo caso è il ladro che sorpreso mentre ruba scappa senza portare con sé la refurtiva mentre del secondo è il caso di Tizio che spara contro Sempronio per ucciderlo; il proiettile colpisce Sempronio ma non lo uccide. La distinzione tra compiuto e incompiuto si basa su un criterio di valutazione ex post.
Per essere efficaci sia la desistenza che il pentimento operoso debbono rivestire il carattere della volontarietà.
A seconda della presenza o meno di tali circostanze, il reato può essere semplice o circostanziato.
- oggettive (riguardano la natura, l’oggetto, il tempo, il luogo dell’azione, nonché la gravità del danno o del pericolo e le condizioni e qualità personali della persona dell’offeso) e soggettive (riguardano le condizioni o qualità personali del colpevole, l’intensità del dolo o il grado della colpa e i rapporti tra agente e soggetto passivo del reato).
- aver agito per motivi abietti o futili: è abietto il motivo turpe, ignobile, che rivela nell’agente un tale grado di perversità, da destare un profondo senso di ripugnanza in ogni persona di media moralità. Il motivo è futile allorché sussista una notevole sproporzione tra il movente e l’azione delittuosa. Tale circostanza non è compatibile con l’attenuante della provocazione e con il vizio parziale di mente;
- aver commesso il reato per eseguirne un altro o occultarne un altro ovvero conseguire o assicurare a sé o ad altri il prodotto o il profitto o il prezzo ovvero la impunità di un altro reato: ha natura soggettiva e si giustifica sulla base della maggiore pericolosità evidenziata dal soggetto agente;
- avere, nei delitti colposi, agito nonostante la previsione dell’evento: è la tipica ipotesi di colpa cosciente o con previsione;
- avere adoperato sevizie o l’aver agito con crudeltà verso le persone: sulla base di quanto disposto dalla giurisprudenza, per sevizie si intendono le inflizioni corporali non necessarie alla realizzazione del reato mentre per crudeltà si intendono le inflizioni morali che oltrepassano il limite del normale sentimento di umanità e che appaiono superflue rispetto ai mezzi necessari per l’esecuzione del reato;
- aver profittato di circostanze di tempo, di luogo o di persona tali da ostacolarne la pubblica o privata difesa: ha natura oggettiva e presuppone che la consapevolezza da parte del soggetto agente, della situazione di vulnerabilità in cui versa il soggetto passivo;
- aver commesso il fatto con abuso di autorità o di relazioni domestiche, ovvero con abuso di relazione di ufficio, di prestazione d’opera, di coabitazione o di ospitalità: ha natura soggettiva e consiste nel fatto di aver commesso un reato abusando della fiducia del soggetto passivo. Ai fini dell’applicazione della circostanza, la relazione deve ritenersi presunta e non va di volta in volta provata.
- aver agito per motivi di particolare valore morale o sociale: ha nauta soggettiva e il movente deve essere apprezzabile alla stregua degli atteggiamenti etico – sociali prevalenti;
- aver agito in stato d’ira, determinato da un fatto ingiusto altrui: ha natura soggettiva ed è meglio conosciuta come attenuante della provocazione. La circostanza è caratterizzata dall’esistenza del carattere soggettivo (stato d’ira) e da quello oggettivo (fatto ingiusto ovvero contrario alle norme dell’Ordinamento e dall’insieme delle regole sociali vigenti nel contesto sociale di riferimento);
- aver agito per suggestione di una folla in tumulto, quando non si tratta di riunioni o assembramenti vietati dalla legge o dall’Autorità e il colpevole non è delinquente o contravventore abituale o professionale o delinquente per tendenza: ha natura soggettiva. La circostanza risente dell’influsso esercitato da determinate concezioni psicologiche dell’epoca positivistica;
- aver, prima del giudizio, riparato interamente il danno, mediante il risarcimento di esso, e, quando sia possibile, mediante le restituzioni; o l’essersi, prima del giudizio e fuori del caso preveduto nell’ultimo capoverso dell’art. 56, adoperato spontaneamente ed efficacemente per elidere o attenuare le conseguenze dannose o pericolose del reato: ha natura soggettiva e prevede due diverse ipotesi accomunate dalla circostanza del ravvedimento del reo successivamente alla commissione del reato e comunque prima dell’inizio del giudizio.
Nella vecchia formulazione dell’art. 59 c.p. “Circostanze non conosciute o erroneamente supposte” (rimasta in vigore fino al 1990) le circostanze venivano attribuite in base a un criterio obiettivo per cui esse, sostanzialmente, venivano riconosciute e ciò a prescindere dall’effettiva conoscenza (o meno) del soggetto agente e se il soggetto si rappresentava per errore come esistente una circostanza, questa non veniva valutata né a suo carico né a suo favore.
L’istituto del concorso di persone nel reato si riferisce alle ipotesi in cui la commissione di un reato sia addebitabile a più soggetti.
Il concorso è disciplinato dall’art. 110 c.p. che testualmente recita: “quando più persone concorrono nel medesimo reato, ciascuna di esse soggiace alla pena per questo stabilita”.
I requisiti strutturali del concorso sono: pluralità di soggetti agenti (per aversi concorso sono sufficienti anche solo 2 persone), realizzazione di un fatto illecito, partecipazione di ciascun concorrente alla determinazione dell’evento, elemento soggettivo (non si limita alla coscienza e volontà del fatto criminoso, ma comprende anche la consapevolezza che il reato viene commesso con altre persone).
Per quanto attiene al requisito della realizzazione dell’illecito va detto che in rispetto al principio di materialità ed offensività che ispirano il nostro Codice Penale, l’art. 115 stabilisce che qualora due o più persone si accordino allo scopo di commettere un reato, e questo non sia commesso, nessuna di esse è punibile per il solo fatto della sussistenza dell’accordo. La sussistenza di quest’ultima circostanza può al massimo comportare l’applicazione di misure di sicurezza.
E’ quindi previsto un aumento di pena per i promotori e per gli organizzatori del reato, per quanti abbiano determinato a commettere il reato a un incapace (o minore degli anni 18) o a una persona sottoposta alla propria autorità. Una diminuzione di pena è invece prevista per i concorrenti che abbiano avuto una minima partecipazione al reato, ai minori degli anni 18 e agli infermi di mente.
Concorso anomalo:
Si verifica quando uno dei partecipanti all’esecuzione di un reato, commette un fatto diverso da quello realmente voluto (o un altro oltre quello voluto dai concorrenti). L’articolo 116 c.p. (cd. aberratio delicti) disciplina tale ipotesi e stabilisce che “qualora il reato commesso sia diverso da quello voluto da taluno dei concorrenti, anche questi ne risponde, se l’evento è conseguenza della sua azione o omissione. Se il reato commesso è più grave di quello voluto, la pena è diminuita riguardo a chi volle il reato meno grave”.
L’Ordinamento prevede quindi che il concorrente risponde del reato ancorché non voluto, se, anche lui, con il suo comportamento, ha determinato il verificarsi dello stesso reato. Se quindi il reato si è realizzato anche mediante il suo apporto contributivo, il concorrente risponderà del fatto commesso e ciò anche se voleva un reato diverso. Il concorrente risponde anche se il reato che lui ha contribuito ha realizzare, è la logica e prevedibile conseguenza di un reato preventivamente programmato.
La fattispecie prevista dall’art. 116 sembra prevedere un’ipotesi di responsabilità oggettiva. Sul punto la Corte Costituzionale (Sentenza 13.5.1965 n. 42) ha precisato che “il reato diverso più grave commesso dal concorrente” deve potere “rappresentarsi alla psiche dell’agente, nell’ordinario svolgersi e concatenarsi dei fatti umani, come uno sviluppo logicamente prevedibile di quello voluto“.
Il successivo articolo 117 del c.p. stabilisce poi che “se per le condizioni o le qualità personali del colpevole o per i rapporti fra il colpevole e l’offeso, muta il titolo del reato per taluno di coloro che vi sono concorsi, anche gli altri rispondono dello stesso reato […]”.
Se quindi il reato viene commesso in concorso da una persona qualificata e da altre non qualificate, è prevista una conseguenza unitaria per cui anche in presenza di un reato proprio (es. appropriazione indebita) che viene commesso in concorso da un pubblico ufficiale e da un soggetto normale, anche per quest’ultimo troverà applicazione la sanzione prevista per il peculato (appropriazione indebita posta in essere da un pubblico ufficiale). In tali ipotesi, però il Codice prevede che per i soggetti non qualificati possa essere disposta una riduzione della pena prevista per il reato commesso.
L’agente provocatore è una figura presa in considerazione nel Codice penale che lo definisce la persona che induce e/o collabora con altre persone a commettere reati al solo scopo di assicurare alla giustizia i colpevoli. L’agente provocatore (es. agente di polizia infiltrato) va esente da pena solo se questi, sapendo che determinate persone stanno per commettere un reato, provoca un’occasione per scoprirli. L’Ordinamento prevede la non punibilità di tali persone per il solo fatto della mancanza del dolo. E’ invece punito l’agente che induce taluno a porre in essere un comportamento illecito prima inesistente nella sua volontà. Secondo la Cassazione, la liceità della condotta del confidente agente provocatore sussiste solo se l’attività di questi si limita a un’osservazione e/o controllo e contenimento delle azioni illecite che devono essere esclusivamente opera altrui. Il Codice prevede tale figura per l’acquisto simulato di droga (T.U. 309/1990) e di materiale pornografico (L. 269/1998), per il compimento di operazioni di polizia finalizzate alla lotta contro il terrorismo (L. 374/2001 e successive modifiche e/o integrazioni) ecc.
Si verifica quando in una condotta criminosa posta in essere dal soggetto agente, confluiscono più norme incriminatrici.
La fattispecie può dare quindi luogo a un concorso di reati e/o a un concorso apparente di norme.
a) materiale (i vari reati sono commessi dal reo con più azioni e/o omissioni). Il concorso materiale può essere omogeneo (più violazioni di una stessa norma) o eterogeneo (più violazioni di norme diverse).
b) formale (i vari reati sono commessi dal reo con una sola azione e/o omissione). Il concorso formale può poi essere distinto in eterogeneo (con una sola azione e/o omissione il reo viola disposizioni di legge diverse) e omogeneo (con una sola azione e/o omissione, il reo viola una sola disposizione di legge).
Le diverse fattispecie determinano una distinzione nella pena da applicare.
Nel concorso materiale, infatti, si applicano tante pene quanto sono i reati commessi mentre in quello formale, si applica la pena prevista per il reato più grave aumentato fino al triplo (art. 81 c.p.).
Il concorso apparente di norme si verifica quando la medesima condotta criminosa risulta, solo in apparenza, riconducibile a più fattispecie di reato ma nella realtà ne integra una solo.
I presupposti della fattispecie sono: esistenza di una medesima situazione di fatto e convergenza di una pluralità di norme. I tre criteri individuati per identificare i casi di concorso sono: a) specialità, b) sussidiarietà e c) consunzione (o assorbimento).
I reati a struttura complessa sono quei reati composti da fatti che di per sé costituiscono già reato. Rientrano in questa fattispecie, il reato continuato, il reato abituale e il reato complesso prevista dall’art. 84 c.p.
Il reato continuato rappresenta una particolare ipotesi di concorso materiale trattato specificamente in quanto i vari fatti illeciti posti in essere dal reo, fanno parte tutti di un medesimo e unitario disegno criminoso.
Alla luce di tale norma i requisiti del reato sono: pluralità di azioni e/o omissioni, medesimo disegno criminoso, pluralità di violazioni della stessa norma o di diversa disposizione della legge penale.
L’articolo 49 c.p. “reato supposto erroneamente e reato impossibile” stabilisce che “non è punibile chi commette un fatto non costituente reato, nella supposizione erronea che esso costituisca reato”.
La norma definisce quindi putativo il reato commesso dall’agente nella convinzione (determinata da errore di fatto o di diritto) che si tratti di reato. Il soggetto quindi commette un fatto lecito (ovvero non punito dall’Ordinamento) ma per errore, si trova nella convinzione che abbia violato una norma penale a cui la legge fa discendere l’applicazione di una sanzione.
Il reato putativo non è quindi punibile e ciò nel rispetto dei principi della legalità e della materialità che vigono all’interno dell’Ordinamento giuridico.
Il secondo comma dell’art. 49 c.p. (reato impossibile) stabilisce che “la punibilità è altresì esclusa quando, per la inidoneità dell’azione o per l’inesistenza dell’oggetto di essa, è impossibile l’evento dannoso o pericoloso”. Esempio classico è quello dell’utilizzo di una pistola giocattolo, o della sostanza non velenosa utilizzata per provocare il decesso di una persona: in questi casi non si può ipotizzare un tentativo inidoneo ma molto più semplicemente si è in presenza di un reato impossibile per inidoneità dell’azione (che comprende anche i mezzi di esecuzione della stessa).
Si tratta di un reato di creazione giurisprudenziale che si verifica quando l’offesa commessa dall’agente a un bene giuridico tutelato dall’Ordinamento giuridico, si protrae nel tempo per effetto di una sua condotta persistente e volontaria. Esempio di tale tipo di reato è il sequestro di persona.
Si tratta dunque di un reato di durata caratterizzato dal fatto che l’evento lesivo e la sua consumazione perdurano per un certo periodo di tempo.
Non è pacifica in dottrina la distinzione fra il reato continuato e il reato permanente e la stessa distinzione normativa non è da tutti condivisa. La differenza consisterebbe infatti nella eventuale pluralità di azioni da considerarsi singolarmente reati ripetuti (reiterati), ovvero nella configurabilità di un reato unico, all’interno di un arco temporale rilevante durante il quale perduri una situazione di illecito.
Ipotesi di reato continuato è quello dell’evasione fiscale (evasore totale) e ciò in quanto la condotta illecita ha inizio dalla data di scadenza del pagamento dovuto e ha fine solo nel momento dell’effettivo pagamento).
Si definisce abituale il reato nel quale il comportamento criminoso viene prodotto dalla reiterazione (da parte del reo) nel tempo di più condotte identiche e omogenee (es. maltrattamenti in famiglia).
Nel reato abituale quindi la condotta deve essere necessariamente plurisussistente.
A seconda della natura e del momento consumativo del reato (durata dell’illecito) il reato può essere istantaneo, permanente, continuato, abituale o professionale.
Il reato si definisce aberrante quando, a causa di un errore nell’esecuzione dello stesso, l’agente provoca un’offesa a un bene (tutelato giuridicamente), diverso da quello a cui voleva provocare il danno oppure quando l’agente pone in essere un reato diverso da quello realmente voluto.
L’art. 82 c.p. definisce poi la cd. aberratio ictus quando l’agente, per errore nell’esecuzione dei mezzi di esecuzione del reato o per altra causa, provoca un’offesa a un soggetto diverso da quello a cui voleva provocare danno.
La divergenza tra il voluto e il realizzato può dunque dipendere sia da un errore del soggetto agente che incide sul momento formativo della volontà sia da un errore nell’uso dei mezzi di esecuzione del reato o da un errore dovuto ad altra causa.
In questi casi, l’Ordinamento prevede per il reo l’applicazione della stessa pena che gli sarebbe stata applicata se avesse provocato l’offesa alla persona da lui voluta.
Quando invece l’agente, per errore, provoca offesa oltre alla persona voluta anche ad altra persona, l’Ordinamento prevede l’applicazione della pena stabilita per il reato più grave aumentata fino alla metà.
L’art. 83 c.p. definisce l’aberratio delicti l’ipotesi in cui l’agente pone in essere un reato diverso da quello voluto per errore nella valutazione o per errore nei mezzi per l’esecuzione del reato.
Anche in questo caso, l’Ordinamento prevede che l’agente dovrà rispondere del fatto commesso anche se non voluto.