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Timestamp: 2020-05-26 10:13:28+00:00
Document Index: 172792669

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 72', 'art. 72', 'art. 72', 'art. 72', 'art. 19', 'art. 72', 'art. 72', 'art. 1', 'art. 72', 'art. 19', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 71', 'art. 72', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Libertà religiosa, edilizia di culto e pianificazione urbanistica. La Corte Costituzionale censura ancora alcune disposizioni della legislazione lombarda | Salvis Juribus
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Pubblicato 6 February 2020 | by Avv. Alessandro Palma | in Amministrativo, Ecclesiastico
Corte Costituzionale 5 dicembre 2019, n. 254 – Pres. Lattanzi, Est. De Pretis (dichiara incostituzionali alcune norme della legge Regione Lombardia n. 11 del 2005 che limitano irragionevolmente la libertà religiosa garantita dall’art. 19 Cost.)
Ancora una volta, in poco più di tre anni, la Corte Costituzionale torna a censurare alcune disposizioni relative all’edilizia religiosa della Legge urbanistica della Regione Lombardia (l.r. n. 12/2005)[1] così come novellata dalla l.r. n. 2/2015 che aveva introdotto, modificando gli artt. 70-72 della “Legge per il governo del territorio”, alcune norme che rendevano più complessa la costruzione o la semplice apertura di luoghi di culto per le confessioni religiose prive di Intesa con lo Stato ex art. 8 c. 3 Cost. Già con la sentenza n. 63 del 2016 la Consulta aveva dichiarato incostituzionali alcune disposizioni che, unicamente per i destinatari della normativa sull’edilizia di culto che non fossero addivenuti alla stipula di un’Intesa con lo Stato, richiedevano il possesso di una serie di requisiti aggiuntivi concernenti la presenza diffusa, organizzata e consistente a livello territoriale, un significativo insediamento nell’ambito del Comune, l’essere dotati di statuti che esprimessero il carattere religioso dell’organizzazione e l’avvenuta stipula di una convenzione ai fini urbanistici con il Comune interessato; l’istituzione di una “Consulta regionale delle religioni” con lo scopo di esprimere un parere preventivo e obbligatorio proprio sui requisiti aggiuntivi citati; l’obbligo di dotarsi di un impianto di videosorveglianza che monitorasse gli ingressi degli edifici di culto[2]. Con la sentenza n. 254 del 2019 la Corte Costituzionale è ritornata a censurare le disposizioni relative all’edilizia di culto contenute nella Legge lombarda per il governo del territorio così come modificata dalla l. r. 2/2015. I fatti che hanno portato alla pronuncia in commento afferiscono a due diversi procedimenti dinanzi al TAR Lombardia. Nel primo l’Associazione Culturale Madni impugnava l’atto del Comune di Castano Primo (MI) che annullava il permesso di costruire al fine di adibire un complesso immobiliare ad attività di culto. Il provvedimento era motivato dalla necessità della preventiva approvazione da parte del Comune del Piano di Attrezzature Religiose (PAR), così come stabilito dall’art. 72 c. 1 e 2 della citata legge per il governo del territorio così come modificati dalla l.r. n. 2/2015. Tuttavia il Comune decideva di non dotarsi del PRA, e quindi all’associazione islamica veniva di fatto vietato di procedere con i lavori necessari all’apertura di un luogo di culto. Il secondo procedimento ha origine nel 2011, nel corso dell’elaborazione del Piano di Governo del Territorio del Comune di Sesto Calende (VA). Nel corso di tale procedura amministrativa, l’Associazione Culturale Islamica Ticinese, formata da circa trecento persone di religione islamica residenti prevalentemente in quel Comune, chiedeva che fosse prevista un’area per il culto islamico. Il successivo diniego veniva impugnato dall’Associazione dinanzi al TAR che nel 2013 accoglieva le doglianze e successivamente nel gennaio 2015, a causa dell’inerzia del Comune, indicava le modalità per l’esecuzione della precedente pronuncia. Ma l’intervento delle novelle previste dalla l. r. 2/2015 subordinava di fatto il diritto dell’Associazione ad avere spazi per il culto all’approvazione del Piano di Attrezzature Religiose che ai sensi del nuovo art. 72 c. 5 doveva essere approvato obbligatoriamente insieme al PGT oppure singolarmente ma solo entro diciotto mesi dall’entrata in vigore della l.r. 2/2015. Tale scadenza spirava senza che il Comune di Sesto Calende intervenisse, e quindi l’Associazione islamica rimaneva senza spazi per il culto. Con la pronuncia in commento la Corte Costituzionale ha accolto le questioni sollevate dal Tar Lombardia e, di conseguenza, ha annullato due disposizioni in tema di localizzazione dei luoghi di culto introdotte nella disciplina urbanistica lombarda (L. 12/2005) dalla Legge regionale della Lombardia n 2 del 2015. L’art. 72 co. 1. poneva come condizione per l’apertura di qualsiasi luogo di culto l’esistenza del piano per le attrezzature religiose (PAR). L’art. 72 co. 2, invece, prevedeva che il PAR poteva essere adottato solo unitamente al piano di governo del territorio (PGT). Queste due disposizioni censurate, senza che a ciò corrispondesse un reale interesse del buon governo del territorio, finivano per determinare una forte compressione del diritto di libertà religiosa ex art. 19 Cost. (viene inoltre richiamato anche il principio per il quale lo Stato non è indifferente di fronte all’esperienza religiosa dei cittadini, ma ha il dovere di tutelare il pluralismo, “a sostegno della massima espansione della libertà di tutti, secondo criteri di imparzialità”)[3].Quest’ultima, infatti, comprende anche la libertà di culto e, con essa, il diritto di disporre di spazi adeguati per poterla effettivamente esercitare. Ciò comporta un duplice dovere a carico delle autorità pubbliche cui spetta di regolare e gestire l’uso del territorio: in positivo – in applicazione del principio di laicità – che le amministrazioni competenti (Regioni e Comuni) prevedano e mettano a disposizione spazi pubblici per le attività religiose; in negativo, che non si frappongano ostacoli ingiustificati all’esercizio del culto nei luoghi privati e che non si discriminino le confessioni nell’accesso agli spazi pubblici. Tale divieto di discriminazione se non comporta l’obbligo di garantire a ogni singola confessione presente su un determinato territorio la stessa quota di contributi, spazi o altre risorse limitate disponibili impone, tuttavia, di valutare tutti i pertinenti interessi pubblici dando adeguato rilievo alla presenza, alla consistenza, all’incidenza sociale della singola confessione religiosa e alle esigenze di culto riscontrate nella popolazione. Così, se certamente il PAR può essere in astratto uno strumento legittimo per perseguire le finalità urbanistiche proprie dei Comuni, la previsione del citato art. 72 c.2, che subordinava l’installazione di qualsiasi attrezzatura religiosa all’esistenza del PAR, appariva invece censurabile in ragione degli ingiustificati ostacoli posti all’esercizio del culto. Tale disposizione, infatti, comprendeva indistintamente tutte le nuove attrezzature religiose ed indipendentemente dal loro impatto urbanistico. Per questi motivi, il legislatore nel disciplinare l’uso del territorio deve tener conto del diritto di libertà religiosa e non può ostacolare l’insediamento di attrezzature religiose.
1.– Nel giudizio iscritto al reg. ord. n. 159 del 2018, il Tribunale amministrativo regionale per la Lombardia dubita della legittimità costituzionale dell’art. 72, commi 1 e 2, della legge della Regione Lombardia 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio), nel testo risultante dalle modifiche apportate dall’art. 1, comma 1, lettera c), della legge della Regione Lombardia 3 febbraio 2015, n. 2, recante «Modifiche alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) – Principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi», per contrasto con gli artt. 2, 3 e 19 della Costituzione.
Secondo il TAR i citati commi 1 e 2 dell’art. 72, nel prevedere che, in assenza o comunque al di fuori delle previsioni del piano delle attrezzature religiose (in seguito, PAR), i comuni non possano consentire l’apertura di spazi destinati all’esercizio del culto, a prescindere dal contesto e dal carico urbanistico generato dalla specifica opera, violerebbero: 1) l’art. 19 Cost., in quanto la possibilità di esercitare collettivamente e in forma pubblica i riti non contrari al buon costume verrebbe a essere subordinata alla discrezionale pianificazione comunale e, quindi, al controllo pubblico; 2) l’art. 3 Cost., in quanto le norme censurate eccederebbero lo scopo di assicurare il corretto inserimento sul territorio delle attrezzature religiose e assegnerebbero a queste un trattamento discriminatorio rispetto a quello riservato ad altre attrezzature comunque destinate alla fruizione pubblica, con conseguente violazione «dei fondamentali canoni di ragionevolezza, proporzionalità e non discriminazione»; 3) l’art. 2 Cost., «stante la centralità del credo religioso quale espressione della personalità dell’uomo, tutelata nella sua affermazione individuale e collettiva».
La successiva legge regionale 21 febbraio 2011, n. 3 (Interventi normativi per l’attuazione della programmazione regionale e di modifica e integrazione di disposizioni legislative – Collegato ordinamentale 2011), ha poi allargato la nozione di attrezzature religiose, comprendendovi «gli immobili destinati a sedi di associazioni, società o comunità di persone in qualsiasi forma costituite, le cui finalità statutarie o aggregative siano da ricondurre alla religione, all’esercizio del culto o alla professione religiosa quali sale di preghiera, scuole di religione o centri culturali» (art. 71, comma 1, lettera c-bis, aggiunta alla legge reg. Lombardia n. 12 del 2005).
2) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 72, comma 2, della legge della Regione Lombardia 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio), come modificato dall’art. 1, comma 1, lettera c), della legge della Regione Lombardia 3 febbraio 2015, n. 2, recante «Modifiche alla legge regionale 11 marzo 2005, n. 12 (Legge per il governo del territorio) – Principi per la pianificazione delle attrezzature per servizi religiosi»;
[1] Sul tema della legislazione lombarda sugli edifici di culto si rinvia a G. Casuscelli, La nuova legge regionale lombarda sull’edilizia di culto: di male in peggio, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica (www.statoechiese.it), 2015; N. Marchei, La normativa della Regione Lombardia sui servizi religiosi: alcuni profili di incostituzionalità alla luce della recente novella introdotta dalla legge “anti-culto”, in Quaderni di diritto e politica ecclesiastica, 2015, p. 412 e ss.; M. Psrisi, La disciplina giuridica civile dell’edilizia di culto tra promozione della libertà religiosa e istanze antidemocratiche di autoritarismo politico. Il caso della legge lombarda n. 2/2015, in Politica del diritto, 2015, p. 461 e ss.
[2] E’ opportuno ricordare che la l. n. 12 del 2005, sulla quale la Consulta si era già pronunciata con la sentenza n. 63 del 2016, aveva abrogato la Legge della Regione Lombardia n. 20 del 1992, a sua volta oggetto di censura da parte della Corte Costituzionale nella parte in cui attribuiva fondi per l’edilizia di culto alle sole confessioni dotate di Intesa con lo Stato (Corte Cost., sent. n.346 del 2002). Sulla pronuncia n. 63 del 2016 si rinvia a F. Oliosi, La Corte Costituzionale e la legge regionale lombarda: cronaca di una morte annunciata o di un’opportunità mancata?, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica, (www.statoechiese.it), 2016; M. Parisi, Uguaglianza nella libertà delle confessioni religiose e diritto costituzionale ai luoghi di culto. In merito agli orientamenti della Consulta sulla legge regionale lombarda n. 2/2015, in Diritto e religioni, 2016, p. 207 e ss.; Id., L’edilizia di culto dopo la sentenza n. 63/2016: esigenze di libertà, ragionevoli limitazioni e riparto di competenze fra Stato e Regioni”, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica, (www.statoechiese.it), 2016; A. Licastro, La Corte costituzionale torna protagonista dei processi di transizione della politica ecclesiastica italiana?, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica, (www.statoechiese.it), 2016; G. Monaco, Confessioni religiose: uguaglianza e governo del territorio (brevi osservazioni a margine della sentenza della Corte costituzionale n. 63/2016), in Forum di Quaderni costituzionali, Rassegna, 6/2016; S. Cantisani, Luci e ombre nella sentenza Corte costituzionale n. 63 del 2016 (e nella connessa sentenza n. 52) tra affermazioni di competenza ed esigenze di sicurezza, in Consulta OnLine, Studi 2017/I, p. 54 e ss.; N. Marchei, Il “diritto al tempio” dai vincoli urbanistici alla prevenzione securitaria. Un percorso giurisprudenziale, Editoriale Scientifica, Napoli, 2018.
[3] Si vedano le sentenze della Corte Costituzionale nn. 203/1989, 440/1995, 329/1997, 508/2000, 63/2016, 67/2017.
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