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Timestamp: 2020-08-11 16:51:15+00:00
Document Index: 72653594

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 183', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1419', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 91']

Sentenza Cassazione Civile n. 7542 del 23/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7542 del 23/03/2017
Cassazione civile, sez. II, 23/03/2017, (ud. 12/01/2017, dep.23/03/2017), n. 7542
Dott. ORILIIO Lorenzo – Consigliere –
sul ricorso 12792-2012 proposto da:
EDIL CB di C.A. e B.R. & C S.n.c, c.f.
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FEDERICO CONFALONIERI 5,
presso lo studio dell’avvocato LUIGI MANZI, che la rappresenta e
difende unitamente all’avvocato MARCO FUGAZZA;
C.G., (OMISSIS), P.G. (OMISSIS),
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ORTI DELLA FARNESINA 126,
presso lo studio dell’avvocato GIORGIO STELLA RICHTER, che li
rappresenta e difende unitamente all’avvocato ENZA MAININI;
avverso la sentenza n. 3513/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
depositata il 15/12/2011;
12/01/2017 dal Consigliere Dott. ANTONINO SCALISI;
udito l’Avvocato MARCO FUGAZZA, difensore della ricorrente, che ha
udito l’Avvocato GIORGIO STELLA RICHTER, difensore dei
controricorrenti, che ha chiesto l’accoglimento delle difese in
udizo il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
infondatezza del ricorso e per la condanna aggravata alle spese.
Con atto di citazione 14 ottobre 2004 i coniugi C.G. e P.G., premesso di essere proprietari di una villetta in (OMISSIS) separata dai fondi di proprietà della società Edil CB di C.A. e B.R. snc., da strada privata, comune alle parti. Lamentavano che la società Edil CB aveva costruito sul proprio fondo un fabbricato non rispettando la distanza di dieci metri prescritta dalla legge e dalle NTA locali, che quel fabbricato eccedeva il volume assentito, comportando una diminuzione di aria, di luce e di vista panoramica. Lamentavano, inoltre, che durante l’esecuzione dei lavori, il passaggio dei mezzi pesanti della convenuta aveva procurato il dissesto dei muri di recinzione e di contenimento della loro proprietà. Chiedevano la demolizione del fabbricato sino alla distanza legale, la demolizione della parte eccedente la volumetria assentita, nonchè il risarcimento del danno.
Si costituiva la società Edil CB la quale eccepiva che, con convenzione privata del 21 ottobre 2000, gli attori avevano consentito di costruire alla distanza di metri 1 dai mappali in comproprietà, per cui aveva effettuato la costruzione del proprio e di altri due fabbricati, alla distanza di metri quattro dal muro di recinzione della proprietà attrice, facendo leva sulla dichiarazione, dalla stessa parte attrice, resa nel progetto di variante presentato al Comune, di aver costruito alla distanza di metri cinque e venti centimetri dallo stesso muro di recinzione. Contestava la violazione della volumetria assentita e i danni lamentati dagli attori. Lamentava che gli attori avevano realizzato un terrapieno che consentiva loro un affaccio sul proprio fondo alla distanza inferiore di metri 1,5, senza che esistesse alcun diritto di servitù di veduta. Pertanto, chiedeva il rigetto della domanda attrice e in via riconvenzionale, previo accertamento dell’inesistenza del diritto di servitù, la demolizione del terrapieno.
Gli attori con memoria, ai sensi dell’art. 183 c.p.c., rilevavano la nullità della convenzione richiamata dalla convenuta perchè intesa a derogare le distanze tra costruzioni stabilite dalle norme locali, rilevavano che la servitù di veduta era stata costituita per destinazione del padre di famiglia, che l’esistenza del terrapieno dal 1992 integrava gli estremi di una costruzione che imponeva alla convenuta di rispettare una distanza di metri 10 dallo stesso.
Il Tribunale di Sondrio, con sentenza del 2008, accoglieva la domanda degli attori e condannava la società Edil CB ad arretrare il proprio edificio sino alla distanza di metri 10 dall’edificio degli attori, al risarcimento del danno che determinava in Euro 3.000,00, rigettava la domanda della convenuta, compensava tra le parti le spese di lite.
La Corte di Appello di Milano, pronunciandosi su appello proposto dalla società Edil CB di C.A. e B.R. snc., e su appello incidentale proposto dai coniugi C.G. e P.G., con sentenza n. 3513 del 2011, rigettava sia l’appello principale, sia l’appello incidentale, confermava la sentenza impugnata e compensava le spese del grado. Secondo la Corte di Milano, le norme urbanistiche, in quanto poste a tutela dell’interesse generale ad un prefigurato modello urbanistico, non potevano essere derogate dai privati.
La cassazione di questa sentenza è stata chiesta dalla società Edil CB di C.A. e B.R. snc con ricorso affidato a due motivi, illustrati con memoria. C. e P. hanno resistito con controricorso.
1.= La società Edil CB di C.A. e B.R. snc lamenta:
a) Con il primo motivo di ricorso, l’illegittimità della sentenza per violazione e falsa applicazione di norme di diritto (in punto di legittimazione ad agire, rinunzia all’azione e nullità parziale del contratto ex art. 1419 c.c.) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Secondo la ricorrente, la Corte distrettuale avrebbe errato nel ritenere invalida la scrittura privata del (OMISSIS) nella sua totalità senza considerare che quella scrittura prevedeva impegni che non potevano essere travolti dalla dichiarata invalidità. In particolare, secondo la ricorrente, la Corte non avrebbe considerato che sigg. C. e P., avendo convenuto con la scrittura privata del (OMISSIS) “(…) che i sigg. C. e P. concedono alla società Edil CB la costruzione di fabbricati ad uso civile abitazione alla distanza di metri uno dai mappali in comproprietà già indicati e alla realizzazione di tutti i servizi tecnologici (…) La società Edil CB concede sin d’ora ai sigg. C. e P. la realizzazione di cancelli pedonali e carrabili (…) e la realizzazione di tutti gli impianti tecnologi (…)” avevano, sia pure implicitamente, rinunziato a far valere giudizialmente il rispetto delle prescrizioni edilizie sulle distanze legali, ancorchè inderogabili.
Piuttosto, quella scrittura dovrebbe ritenersi invalida solo esclusivamente nella parte in cui prevede la deroga alle prescrizioni relative alle distanze tra edifici contenuta nelle norme integrative al c.c., ma non nelle restanti partii posto che non vi è alcuna norma che preveda l’invalidità – nullità degli altri impegni assunti dalle parti. Sicchè la rinunzia all’azione sarebbe valida a tutti gli effetti, con la conseguenza che la Corte distrettuale avrebbe dovuto, contrariamente a quanto sostenuto, accogliere l’eccezione di legittimazione ad agire dei sigg. C. e P..
b) = Con il secondo motivo, la illegittimità della sentenza per omessa motivazione su un punto decisivo della controversia (carenza di legittimazione ad agire) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. La ricorrente ritiene che la Corte distrettuale non avrebbe spiegato le ragioni per le quali ha rigettato l’eccezione di legittimazione ad agire degli attori perchè non avrebbe tenuto conto che i sigg. C. e P. avevano rinunciato all’azione giudiziale. Controparte se ha indebitamente consentito la costruzione a distanza inferiore a quella consentita (così disponendo di un diritto indisponibile) ha, tuttavia, altresì, indebitamente esercitato l’azione in giudizio per avere legittimamente e validamente, implicitamente rinunciato a tale azione che pacificamente, era ed è rimessa alla sua disponibilità. Non vi sarebbe nessun obbligo di esercizio dell’azione giudiziale per far valere l’inosservanza delle norme sulle distanze tra fabbricati. Le norme in questione sarebbero imperative, ma sarebbe altrettanto vero che non vi è alcuna norma che faccia obbligo al soggetto che si assume leso di agire in giudizio.
1.1. = Entrambi i motivi che per la loro innegabile connessione vanno esaminati congiuntamente, sono infondati.
Va qui osservato che la rinuncia all’azione giudiziale, rappresenta, in termini assiologici, ovvero, sostanzialmente, un atto di disposizione di un diritto del rinunciante, sicchè per essere valida, quella rinuncia, è necessario che abbia ad oggetto un diritto disponibile. Ora, nel caso in esame, l’impegno indicato dalla società Edil CB e, cioè, la rinunzia dei sigg. C. e P. all’esercizio di un diritto in tema di distanze legali tra fabbricati non è un diritto disponibile proprio perchè il regime delle distanze legali tra edifici non è nella disponibilità delle parti. Come è stato detto più volte da questa stessa Corte di Cassazione e confermato dalla dottrina civilistica del settore: le norme che dispongono in materia di distanze tra le costruzioni, dal momento che sono dettate per la tutela della salute e della sicurezza delle persone o, nel caso di regolamenti comunali, a tutela di un interesse generale ad un certo modello urbanistico e paesaggistico, non sono derogabili dai privati. Questo vuol dire che i proprietari dei fondi confinanti non possono costruire opere ad una distanza inferiore a quella prevista dal Codice civile o dai regolamenti locali, neppure se fissano in un contratto scritto la loro volontà di procedere in tal senso.
Pertanto, correttamente la Corte distrettuale ha ritenuto che l’eccezione di difetto di legittimazione ad agire degli attori (i sigg. C. e P.) era infondata posto che le convenzioni stipulate tra proprietari confinati in contrasto con le norme urbanistiche in materia di distanze sono invalide anche nei rapporti interne tra le parti. In altri termini, la rinuncia delle parti alle distanze legali, in quanto nulla, non consente la sussistenza di un obbligo del rinunciante a non far valere la violazione nella sede giudiziale perchè questo comporterebbe, comunque, sia pure indirettamente, una sostanziale validità della rinuncia di un diritto non disponibile.
Senza dire che l’impegno dei sigg. C. e P. a non far valere giudizialmente la violazione di distanze prescritte dai regolamenti edilizi, sarebbe, comunque, nullo perchè posto in essere ancor prima della lesione del diritto, visto che, in via di principio, una rinunzia all’azione giudiziaria prima della lesione del diritto è nulla per mancanza di oggetto.
In definitiva, il ricorso va rigettato e la ricorrente, in ragione del principio di soccombenza ex art. 91 c.p.c., va condannata a rimborsare alla parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente a rimborsare alla parte controricorrente le spese del presente giudizio di cassazione, che liquida in Euro 3.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre le spese generali pari al 15% ed accessori, come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della sezione seconda civile, il 12 gennaio 2017.