Source: http://www.riformatori.it/index.php/2014/04/26/la-battaglia-delle-accise-arriva-al-quirinale-vargiu-riformatori-chiede-udienza-a-napolitano/
Timestamp: 2017-04-28 17:58:51+00:00
Document Index: 40048526

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 56', 'art. 2', 'art. 119', 'art. 127', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 252', 'art. 8']

La battaglia delle accise arriva al Quirinale: Vargiu (Riformatori) chiede udienza a Napolitano.. – Riformatori Sardi
Home | Comunicati Stampa | La battaglia delle accise arriva al Quirinale: Vargiu (Riformatori) chiede udienza a Napolitano..
La battaglia delle accise arriva al Quirinale: Vargiu (Riformatori) chiede udienza a Napolitano: “Grave azione omissiva del presidente della Regione. Rischio di spinte populiste e antinazionali”
Per l’associazione degli enti locali, Pino Caria: Le autonomie locali in prima linea in questa battaglia”
CAGLIARI 26/04/2014. “La grave azione omissiva del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna rischia di impedire, per motivi meramente formali, la possibilità della comunità sarda di difendere il profilo giuridico dei propri diritti davanti all’Alta Corte”. Lo scrive il deputato dei Riformatori sardi, Pierpaolo Vargiu, nella lettera al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. presentata questa mattina in una conferenza stampa. Lettera nella quale il deputato e presidente della commissione Sanità della Camera chiede un incontro urgente al Capo dello Stato per illustrate la questione delle accise e del taglio del costo della benzina, dopo la decisione della Giunta regionale di non opporsi al ricorso del governo davanti alla Corte Costituzionale contro la norma inserita in Finanziaria.
Una lettera-appello, quella di Vargiu, nella quale viene spiegato il caso accise sotto il profilo giuridico. “La vicenda complessiva della quantizzazione delle entrate di spettanza della Regione autonoma della Sardegna – si legge nella missiva – si inserisce, secondo alcuni, nell’ambito di un quadro normativo nazionale non sempre lineare e proprio per questo suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia va ribadito come, a nostro avviso, tali elementi di dubbio non abbiano ragione d’essere nel caso di specie, in considerazione della chiarezza del secondo comma dell’art. 8, di cui viene di seguito ribadito il dettato:
Nelle entrate spettanti alla regione sono comprese anche quelle che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate nell’ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio della regione”.
Le deduzioni sin qui esposte, prosegue Vargiu nella lettera, appaiono dunque assolutamente esaustive a dimostrare l’infondatezza di tutti i motivi del ricorso proposto dal Governo – nonché la loro profonda ingiustizia – perché ciascuno di essi omette di seguire corretti criteri di interpretazione, sia delle norme costituzionali di cui si sostiene la violazione, sia delle stesse norme statutarie che sono state espressamente adottate per dare piena e coerente attuazione a quelle norme costituzionali”.
Insieme alle valutazioni di carattere squisitamente giuridico, scrive ancora il deputato dei Riformatori, “vanno sicuramente tenute nel debito conto anche quelle relative al legittimo diritto di indennizzo del popolo sardo che, qualora venisse ingiustamente negato, rischia di potenziare le spinte populiste, antinazionali che percorrono e scuotono il tessuto dolente della società sarda”.
E’ per questi motivi che, rilegge ancora nella lettera, di fronte all’incomprensibile ricorso proposto dal Governo contro il comma1 dell’articolo 1 della legge regionale 7/2014, l’intera società sarda ha richiesto a gran voce la difesa strenua dei propri diritti da parte delle istituzioni regionali, per ottenere giustizia davanti all’Alta Corte, nella difesa della norma approvata all’unanimità’ dal Consiglio Regionale e immotivatamente impugnata dal Governo”.
“A fronte di tale situazione di potenziale, grave lesione dei diritti del popolo sardo, – dice Vargiu a Napolitano – forse per rispettare equilibri politici incomprensibili alla comunità sarda, il Presidente della Regione Autonoma della Sardegna, rendendone comunicazione di merito nel corso della seduta del Consiglio regionale del 23.04.2014, ha dolosamente deciso di non costituirsi in giudizio di fronte alla Corte Costituzionale, causando un danno incalcolabile agli interessi del popolo sardo. Purtroppo, come è noto, la procedura relativa ai procedimenti contestativi di impugnativa da parte del Governo di fronte alla Corte Costituzionale prevede che la potestà di costituzione per resistenza sia riservata esclusivamente al Presidente della Regione Autonoma della Sardegna. Pertanto la grave azione omissiva del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna rischia di impedire, per motivi meramente formali, la possibilità della comunità sarda di difendere il profilo giuridico dei propri diritti davanti all’Alta Corte”.
Tale situazione, afferma Pino Caria per l’associazione degli enti locali, “è dolorosa e intollerabile per l’intera comunità regionale, che vedrebbe così conculcato il proprio diritto a difendere presso la suprema Corte di Giustizia italiana il contenuto di una norma che è stata condivisa e approvata dall’intero Consiglio regionale sardo”.
E proprio, conclude la lettera, “per scongiurare tale evenienza, che rischierebbe di avere conseguenze significative nello stesso rapporto fiduciario tra la comunità regionale sarda e le istituzioni dello Stato, il sottoscritto Pierpaolo Vargiu, deputato alla Camera, eletto in Sardegna, chiede un incontro urgente con la S.V, per poter illustrare alla più alta carica dello Stato le motivazioni sostanziali che fondano il diritto dei sardi a difendere davanti all’Alta Corte i profili giuridici di legittimità della norma di legge adottata dal Consiglio regionale sardo con il comma 1 dell’articolo 1 della legge regionale 7/2014”.
In allegato la lettera di Pierpaolo Vargiu al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano
All’Illustrissimo Signor Presidente della Repubblica,
in data 21.01.2014, il Consiglio Regionale della Sardegna, all’unanimita’ dei consiglieri presenti, ha approvato il comma 1 dell’articolo 1 della legge regionale 7/2014, che quantizza le maggiori entrate del bilancio regionale sardo, discendenti dal nuovo testo dell’articolo 8 dello Statuto Regionale sardo, cosi come modificato dal comma 834 dell’articolo 1 della legge 296 del 2007, che ha recepito l’intesa intercorsa in materia tra la Presidenza del Consiglio e la Presidenza della RAS.
A seguito della suddetta modifica, realizzata attraverso la prevista intesa tra Stato e Regione, l’art. 8, primo e secondo comma dello Statuto Regionale sardo recita:
Nelle entrate spettanti alla regione sono comprese anche quelle che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate nell’ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio della regione.
La nuova norma di riscrittura dell’articolo 8 dello Statuto Regionale sardo si inserisce dunque nel previsto contesto di revisione, sancito da un accordo pattizio tra istituzioni. In particolare, cio’ significa che la stessa previsione legislativa che ha modificato l’art. 8 dello statuto regionale (art. l, comma 834, legge n. 296 del 2006) ha contestualmente legato ai maggiori proventi derivanti dalle nuove compartecipazioni l’imputazione al bilancio regionale della spesa sanitaria, delle spese relative al trasporto pubblico locale e alle misure di continuità territoriale (art. l, commi 836 e 837, legge n. 296 del 2006)”. Senza dimenticare l’inerzia Statale che “troppo a lungo ha fatto permanere uno stato di incertezza che determina conseguenze negative sulle finanze regionali, alle quali occorre tempestivamente porre rimedio, trasferendo, senza ulteriore indugio, le risorse determinate a norma dello statuto” (Corte Costituzionale Sentenza 95/2013).
Si tratta dunque di una norma, concordata con lo Stato e adottata dopo un confronto lungo ed approfondito che ha coinvolto l’intera comunità sarda.
Va inoltre sottolineato che, come ben noto, “l’ordinamento finanziario delle regioni a statuto speciale e delle province autonome di Trento e di Bolzano è disciplinato dai rispettivi statuti e dalle norme di attuazione degli stessi. Gli statuti – che hanno forma di legge costituzionale – stabiliscono ambiti e limiti della potestà impositiva, tributaria, finanziaria e contabile di ciascuna regione, riconoscono la titolarità del demanio e del patrimonio regionali, elencano i tributi erariali il cui gettito è devoluto, interamente o in parte, alla regione, attribuiscono ad essa la potestà legislativa e amministrativa sull’ordinamento finanziario degli enti locali del rispettivo territorio.”
A fronte della citata modificata dello Statuto Regionale Sardo, concordata tra i soggetti aventi titolo, che conferisce pieno e assoluto profilo di legittimita’ al comma 1 dell’articolo 1 della legge regionale 7/2014, il Governo, nella persona del Presidente del Consiglio dei Ministri, ha impugnato tale norma dinanzi alla Corte Costituzionale, con ricorso notificato alla R.A.S. in data 24 marzo 2014, sostenendo tra l’altro che “alcune disposizioni in materia di imposte di fabbricazione violano le disposizioni di cui agli articoli 8, 54 e 56 dello Statuto speciale, ledendo altresì le competenze esclusive dello Stato in materia di ordinamento comunitario di cui all’art. 117 della Costituzione, nonché in materia di politica estera, il sistema tributario e contabile dello Stato e dogane previsto sempre dall’art. 117. In particolare:
L’art. 1, comma 1 stabilisce che ai sensi dell’art. 8, primo comma, lettera d) e secondo comma dello Statuto speciale per la Sardegna (approvato con legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3) nelle entrate spettanti alla Regione sono comprese anche le “imposte di fabbricazione su tutti i prodotti che ne siano gravati generate nel territorio dello Stato”.
Il comma 1 lett. d) del menzionato art. 8 dello Statuto speciale per la Sardegna individua le entrate regionali tra le quali sono annoverati “i nove decimi dell’imposta di fabbricazione su tutti i prodotti che ne siano gravati, percetta nel territorio della regione”; il successivo comma 2 dispone, poi, che “nelle entrate spettanti alla Regione sono comprese anche quelle che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate nell’ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio della regione”.
La norma regionale in esame così formulata presenta una duplice criticità che la rende inconciliabile: 1. sia con le disposizioni che regolano la gerarchia delle fonti, 2. sia con il sistema impositivo in materia di accise.
Per quanto attiene alla prima criticità si rileva che l’art. 1 della legge regionale in esame si configura come una norma interpretativa della disposizione statutaria relativa all’art. 8 lettera d).
Nella norma regionale l’introduzione del termine “generate” ha l’intento di interpretare il criterio di quantificazione del gettito delle accise (gettito compartecipato dalla regione Sardegna nella misura dei nove decimi per effetto di quanto previsto dallo stesso articolo 8, primo comma lettera d) e secondo comma), dello Statuto di autonomia) — sulla base appunto del “generato” (“le imposte di fabbricazione generate nel territorio regionale anche se riscosse nel restante territorio dello Stato”.) Tale criterio di quantificazione introdotto in via interpretativa non risulta coerente con il criterio del “percetto”, cui fa invece testualmente riferimento lo stesso articolo 8 dello Statuto. Mentre, infatti, il criterio del “generato”, è riferito alla produzione complessiva che si realizza nel territorio della regione, anche se relativa a prodotti che poi scontano il tributo nella restante parte del territorio nazionale, il criterio del “percetto”, invece, si riferisce esclusivamente ai prodotti immessi in consumo nel territorio regionale.
Alla luce di quanto sopra esposto, pertanto, l’utilizzo dello strumento legislativo regionale non sembra idoneo a definite l’ambito applicativo di una disposizione costituzionale, stante evidentemente il rapporto di gerarchia esistente tra le diverse fonti del diritto. E’, infatti, appena il caso di far presente, a tal proposito, che qualsiasi modifica, integrazione, o anche solo interpretazione di norme statutarie (quale, nel caso di specie, l’articolo 8 della Legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 3) non potrebbe che essere affidato a disposizioni di pari rango nella gerarchia delle fonti, ovvero alle norme di attuazione statutaria; norme, quest’ultime, che pur non avendo natura di norme costituzionali, sono peraltro dotate di forza “superlegislativa” in virtù del peculiare procedimento di approvazione previsto dagli stessi Statuti speciali. Procedimento che tra l’altro rimette ad una apposita Commissione paritetica (e quindi alla concertazione tra lo Stato e la regione) l’approvazione di tali norme (art. 56 Statuto).
Ove infatti l’intento del legislatore regionale fosse quello di modificare direttamente la norma statutaria — e non già, come, verosimilmente, nel caso di specie, interpretare diversamente un criterio di quantificazione previsto in maniera generica e atecnica dallo Statuto — la legge regionale non si configurerebbe, comunque, come uno strumento idoneo.
Infatti la possibilità di modificare le norme statutarie “con leggi ordinarie della Repubblica su proposta del Governo o della Regione”, è consentita (ai sensi dell’articolo 54, quinto comma, dello Statuto) solo per le disposizioni di carattere finanziario ricomprese nel Titolo III dello stesso Statuto.
Con riguardo alla seconda criticità e cioè alla materia disciplinata, occorre poi considerare la illegittimità dello stesso criterio di quantificazione del gettito delle accise introdotto dal legislatore regionale.
Le disposizioni comunitarie in materia stabiliscono che le accise costituiscono tributi armonizzati a livello comunitario e distinguono chiaramente il momento generatore dell’obbligazione tributaria dal momento di esigibilità dell’imposta.
La direttiva comunitaria n. 2008/118/CE relativa al regime generale delle accise, stabilisce che “ai fini del corretto funzionamento del mercato interno rimane necessario che la nozione di accisa e le condizioni di esigibilità dell’accisa siano uguali in tutti gli Stati membri, occorre precisare a livello comunitario il momento in cui i prodotti sottoposti ad accisa sono immessi in consumo e chi è il debitore dell’accisa.” La predetta direttiva è stata successivamente recepita dal decreto legislativo 26 ottobre 1995, n. 504 e s.m.i. (T.U. delle disposizioni legislative concernenti le imposte sulle produzioni e sui consumi).
Per quanto concerne la nascita dell’obbligazione tributaria e l’esigibilità delle accise, l’art. 2 del medesimo d.lgs. dispone al comma 1 che “per i prodotti sottoposti ad accisa l’obbligazione tributaria sorge al momento della loro fabbricazione…ovvero dalla loro importazione ” e, al comma 2, che “l’accisa a esigibile all’atto della immissione in consumo del prodotto nel territorio della Stato…” L’esigibilità dell’accisa si realizza, quindi, a seguito dell’estrazione dei prodotti dal deposito fiscale e il trasferimento a depositi o impianti. E’ infatti solamente in tale momento che è possibile individuare la destinazione dei prodotti e la conseguente aliquota da applicare. Appare evidente che nessun introito si concretizza per l’erario al mero sorgere dell’obbligazione tributaria, vale a dire al momento della fabbricazione dei prodotti sottoposti ad accisa.
In considerazione dei menzionati principi il termine “percetto”, ai fini dell’individuazione delle somme spettanti alla Regione Sardegna, non può che essere inteso con riferimento all’accisa relativa ai prodotti immessi in consumo.
L’interpretazione derivante dalla norma regionale in esame mira invero ad attribuire alla Regione una quota della accise potenzialmente riconducibili ai prodotti fabbricati nel territorio regionale. Tale disposizione, pertanto contrasta con il quadro normativo comunitario citato.
Anche la Corte costituzionale ha più volte ha evidenziato (sentenze n. 185 del 2011 e 115 del 2010) il nesso che lega l’accisa al territorio in cui si realizza il consumo del prodotto.
Alla luce di quanto sopra esposto, l’articolo 1 della legge regionale Sardegna in esame, nel derogare all’applicazione di norme comunitarie e nel prevedere una diversa ripartizione del gettito delle accise spettanti alla Regione, eccede dalle competenze statutarie di cui agli articoli 8, 54 e 56 dello Statuto speciale e viola le competenze esclusive dello Stato in materia di ordinamento comunitario e obblighi internazionali di cui all’articolo 117, primo comma della Costituzione, nonché nelle materie di politica estera, sistema tributario e contabile dello Stato e dogane di cui all’articolo 117, secondo comma, lettere a), lettere e) e q).
Il predetto articolo 1 viola altresì l’art. 119 della Costituzione che al primo comma riconosce “alle Regioni autonomia finanziaria di entrata e di spesa, nel rispetto dell’equilibrio dei relativi bilanci, e concorrono ad assicurare l’osservanza dei vincoli economici e finanziari derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”) e con il secondo comma dispone che “le Regioni stabiliscono e applicano tributi ed entrate propri, in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario. Dispongono di compartecipazioni al gettito di tributi erariali riferibile al loro territorio.” Per le motivazioni esposte, le disposizioni sopra indicate devono essere impugnate dinanzi alla Corte Costituzionale, ai sensi dell’art. 127 Cost.”.
Il ricorso del Governo appare del tutto privo di fondamento, ancor piu’ in quanto la decisione di impugnare l’art. 1 della legge regionale n. 7/2014, per i motivi espressi in premessa, equivale all’impugnazione dello stesso art. 8 novellato dello Statuto Sardo, la cui legittimità non era mai stata messa in discussione in nessuna delle sedi istituzionali competenti.
Piu’ specificamente, nel merito della questione, si segnala inoltre quanto segue:
1) La questione irrisolta delle entrate regionali: il criterio del riscosso o il criterio del maturato.
Deve essere preliminarmente chiarito che il termine “imposta di fabbricazione”, richiamato alla lettera d) dell’art. 8 dello Statuto non è più un termine in vigore in Italia; la necessità di recepimento delle nove Direttive CEE emesse nel 1992 al fine di armonizzare la normativa in materia di accise, in vista delle realizzazione del mercato interno, ha determinato l’adozione del DL 331/93 che all’art. 1 comma 2 lett a) definisce l’accisa come “l’imposizione indiretta sulla produzione o sui consumi prevista, dalle vigenti disposizioni, con la denominazione di imposta di fabbricazione o di consumo e corrispondente sovrimposta di confine o di consumo”. La definizione di accisa come sopra descritta è stata replicata successivamente nel testo unico accise, approvato con D.lgs 26/10/1995 n°504, che ha operato sia il coordinamento delle numerose norme nazionali, sia l’armonizzazione delle norme interne con le direttive dell’Unione Europea: “articolo 1 ambito applicativo e definizioni 1. Il presente testo unico disciplina l’imposizione indiretta sulla produzione e sui consumi. 2. Ai fini del presente testo unico si intende per: a) accisa: l’imposizione indiretta sulla produzione o sul consumo dei prodotti energetici, dell’alcole etilico e delle bevande alcoliche, dell’energia elettrica e dei tabacchi lavorati, diversa dalle altre imposizioni indirette previste dal Titolo III del presente testo unico;
La predetta definizione non muta la sostanza della portata dell’articolo 8 dello Statuto Sardo ed in particolare quella a cui si riferisce il secondo comma.
Scrive l’Agenzia della Regione Autonoma della Sardegna per le Entrate: “Alla luce dei meccanismi di formazione dell’accisa …, è evidente che la previsione normativa relativa all’esistenza di un regime in sospensione d’imposta tra il momento della fabbricazione e quello dell’immissione al consumo, ha la conseguenza che l’imposta percetta in Sardegna non è riferibile ai quantitativi di beni prodotti nelle regione, ma ai volumi degli stessi immessi al consumo nell’isola. Da quanto detto emerge che l’interpretazione che il legislatore regionale darà in sede di attuazione al disposto statutario potrà influenzare le entrate spettanti alla regione; qualora il dettato di cui alla lettera d) (che fa chiaro riferimento al criterio del riscosso) fosse – correttamente – reinterpretato alla luce di quanto stabilito al secondo comma dell’art. 8 (criterio della maturazione delle fattispecie tributarie da cui scaturiscono le entrate), potrebbero essere ricomprese nella base di calcolo delle entrate di competenza anche le accise relative a produzioni localizzate in Sardegna ma destinate ad essere immesse al consumo al di fuori dell’isola.”
La portata di questa interpretazione assume una rilevanza diversa a seconda delle tipologie di accise cui ci si riferisce. Per quanto riguarda le accise diverse da quelle relative al gas naturale, all’energia elettrica e a carbone, lignite e coke, è stato evidenziato che esiste un disallineamento tra il momento della maturazione e il momento della riscossione del tributo, e quindi tra l’accisa riscossa in una regione e l’accisa maturata sui beni prodotti nella stessa. Questa differenza è particolarmente rilevante con riferimento alla lavorazione di prodotti petroliferi, rispetto alla quale la Sardegna è uno dei principali centri di produzione in Italia: i prodotti lavorati sono immagazzinati in depositi fiscali localizzati nell’isola, per essere successivamente trasferiti in depositi liberi localizzati al di fuori della Regione al fine dell’immissione al consumo. Ne consegue che solo una piccola parte della produzione in Sardegna è destinata al consumo nell’isola.
A questo proposito deve essere segnalato che la Giurisprudenza , sia nazionale che europea, sembra dare ragione alla determinazione legislativa del Consiglio Regionale.
La stessa sentenza n.115 del 2010 della Corte Costituzionale, contrariamente a quanto affermato dal Governo nel ricorso, conferma la fondatezza dei presupposti giuridici su cui si basa l’azione legislativa regionale sarda in quanto, pronunciandosi su un caso opposto ( la Regione Sicilia chiedeva che gli introiti fossero considerati imposta sul consumo), ha stabilito che le accise sui prodotti minerali siano considerate imposte di fabbricazione.
Ne viene di conseguenza che la fattispecie tributaria si concretizza al momento della fabbricazione e non certo in quello dell’immissione in consumo: seguendo pedissequamente la tesi del Governo, ne deriverebbe l’assurdo per cui, qualora la Saras fabbricasse i propri prodotti e poi, paradossalmente, li gettasse in mare lo Stato non avrebbe diritto alle imposte su tali prodotti!
Ad ulteriore conferma della solidità di basi giuridiche di tale impostazione, viene in ulteriore soccorso la sentenza n.7080 del 2004 della Corte di Cassazione, sezione tributaria, che conferma che l’imposta di fabbricazione matura al momento della fabbricazione e non dell’immissione in consumo, come invece erroneamente sostenuto dall’Agenzia delle entrate.
In sintesi il quadro appare quanto mai chiaro: l’articolo 8 novellato stabilisce che spettano alla Regione Autonoma della Sardegna le imposte che, sebbene relative a fattispecie tributarie maturate nell’ambito regionale, affluiscono, in attuazione di disposizioni legislative o per esigenze amministrative, ad uffici finanziari situati fuori del territorio della regione.
In parallelo, la giurisprudenza consolidata stabilisce che l’imposta “matura” al momento della fabbricazione, per cui le entrate finanziarie conseguenti sono dei sardi e appartengono ai sardi in base alla legge, che discende da una libera pattuizione tra lo Stato e la Regione Autonoma della Sardegna.
2) La constatazione del rilevante costo ambientale sopportato dall’Isola.
La Sardegna, infatti, paga un prezzo elevatissimo alla presenza nel proprio territorio della più grande raffineria del Mediterraneo: le ipotesi di danni sulla salute conseguenti a questo tipo di produzione sono alla base di accesi dibattiti sulla necessita’ che venga quanto meno stabilita una correlazione tra la produzione regionale di sostanze tossiche e le entrate “compensative” di competenza regionale. Discussione da cui erompe la stessa ragione della avvenuta modifica e correzione dell’articolo 8 dello Statuto.
E’ sufficiente, tra l’altro, leggere le seguenti tabelle per comprendere la sperequazione ai danni della Comunità Sarda:
3) La questione ambientale Sarda in relazione alla Raffineria Saras di Sarroch
La Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo dei rifiuti e sulle attività illecite ad esso connesse nella RELAZIONE SULLA SARDEGNA, approvata nella seduta del 28 febbraio 2001,trasmessa alle Presidenze delle Camere il 15 marzo 2001, ai sensi dell’articolo 1, comma 2, legge 10 aprile 1997, n. 97, come modificato dalla legge 14 giugno 1999, n. 184, sulla Raffineria Saras di Sarroch (Cagliari), precisava:
La capacita` annua di lavorazione della raffineria Saras di Sarroch e` di circa 18 milioni di tonnellate. Il capitale sociale e` detenuto per l’85 per cento dal gruppo Moratti e per il 15 per cento dall’Agip Petroli spa. I prodotti della raffinazione sono prevalentemente gpl (gas di petrolio liquefatto), benzine, jet fuel (carburante per aerei), gasoli, olicombustibili e cariche per gli impianti petrolchimici. All’interno del sito di raffineria opera un gassificatore del tar della societa` Sarlux, frutto di una compartecipazione tra Saras (55 per cento) e Enron Corp.(45 per cento). Gli impianti di processo consistono in tre topping, in due vacuum, in un reformer, in un cracking catalitico, in un impianto di alchilazione, in uno di eterificazione, in un visbreaking da cui residua il tar, in due impianti detti mild hydrocracking, in quattro impianti di idrodesolforazione e in tre unita` di recupero zolfo (impianto Claus). Rifiuti tipici della raffineria sono prevalentemente i fondami di serbatoio, i catalizzatori esausti e le terre contaminate da scavo. Tali rifiuti vengono attualmente trattati ed inertizzati all’interno del sito produttivo dall’azienda Ecotec, con un sistema che utilizza silicati liquidi quali agenti inertizzanti. In tale unita` di trattamento (uno dei rari esempi di innovazione tecnologica nel nostro Paese) vengono trattati fondami di serbatoi: gli impianti prevedono una preliminare centrifugazione con centrifughe orizzontali o verticali a due o tre vie, per mezzo delle quali dal fondame si separa quasi tutto l’olio libero che viene rilavorato in raffineria e che contiene non piu`dell’uno per cento di acqua. La fase solida che residua dalla centrifugazione, detta cake, e` prevalentemente costituita da componenti inorganici con una parte minima di olio assorbito: essa viene sottoposta a trattamenti di inertizzazione con silicati liquidi. Il prodotto dell’inertizzazione, dopo un periodo di maturazione all’aria nel corso del quale subisce anche processi di carbonatazione, viene sottoposto a test di cessione ed avviato in discarica di tipo 2B. Come la Commissione ha avuto modo di appurare, nel corso del sopralluogo in raffineria, la società Ecotec impiega anche un’altra tecnologia, detta tar, molto simile a quella di inertizzazione dei fondami oleosi, ma che fa anche ricorso a particolari additivi chimici per il trattamento, tra l’altro, dei catalizzatori esausti a base di metalli come il cobalto e il molibdeno. L’impianto di gassificazione del tar consiste nel trattamento termico di un residuo pesante detto tar che in virtu` di una favorevole delibera, la CIP 6/92, viene attraverso la riclassificazione considerato materiale assimilabile alle fonti rinnovabili. Dal trattamento termico del tar origina un gas di sintesi, che viene lavato per rimuovere polveri e metalli: la gassificazione permette l’ottenimento di energia elettrica che viene venduta all’Enel. Il tar e` classificato rifiuto pericoloso al punto 11 Annex 1A della direttiva europea n.91/689/CEE e dall’allegato D al decreto legislativo n.22/97 alle voci 050601 (catrami acidi) e 050603 (altri catrami). La pericolosita` del tar deriva dalla presenza di idrocarburi policiclici aromatici cancerogeni, tra cui il benzo-a-pirene. Le classi di pericolosita`sono H5 (nocivo), H6 (tossico), H7 (cancerogeno); il tar contiene inoltre metalli tossici quali il nichel e il vanadio, sotto forma di miscele di sali e ossidi. Altri idrocarburi policiclici del tar sono sospetti di essere teratogeni (classe di pericolosita` H10) e mutageni (classe di pericolosita` H11). Sia il tar che il filter cake (ricco di nichel e vanadio) che residua dalla gassificazione non sono considerati rifiuti dalla raffineria, che quindi non ha richiesto alle autorita` regionali l’autorizzazione prevista per gli impianti di smaltimento di rifiuti pericolosi. La procura di Cagliari, anche a seguito di un’ispezione dei Noe, ha ritenuto che i filter cake esportati all’estero per il recupero del vanadio siano rifiuti e che si configuri quindi uno smaltimento illecito, non essendo stati tali materiali dichiarati rifiuti nei documenti di trasporto. Essa pertanto ha proceduto al sequestro dell’area di infustaggio dei filter cake in big bags. Tale area, a seguito del ricorso della Saras, e` stata successivamente dissequestrata dal tribunale della libertà: la procura di Cagliari ha fatto ricorso avverso tale decisione alla Corte di cassazione, chiedendo nel contempo un parere al ministro dell’ambiente in merito alla classificazione del tar e del filter cake. Secondo le dichiarazioni dell’azienda che lo produce, il filter cake sarebbe destinato agli Stati Uniti d’America dove, attraverso una particolare lavorazione, si dovrebbero poter estrarre da esso alcuni metalli, tra cui sicuramente il vanadio e verosimilmente il nichel. Nel corso di un’audizione resa in Commissione il 20 febbraio scorso dal ministro dell’ambiente Bordon, e` emerso che la nuova lista rifiuti, approvata con decisione 2000/532/CE, chiarisce la classificazione del tar, inquadrandolo nell’elenco dei rifiuti pericolosi. Infatti, nell’ambito del gruppo 05 (rifiuti della raffinazione del petrolio, purificazione del gas naturale e trattamento pirolitico del carbone), la suddetta decisione individua un sottogruppo 01 (residui oleosi e rifiuti solidi) contenente 0107 catrami acidi e 0108 altri catrami; un sottogruppo 06 (rifiuti del trattamento pirolitico del carbone) contenente 0601 catrami acidi e 0603 altri catrami; un sottogruppo 08 (rifiuti della rigenerazione dell’olio) contenente 0802 catrami acidi e 0803 altri catrami. Ne consegue che il tar e` attualmente incluso in modo chiaro nella lista dei rifiuti pericolosi. Inoltre, ha spiegato il ministro che e` da ritenere che le scorie e le ceneri prodotte dalla co-combustione del tar debbano essere classificate come rifiuto pericoloso qualora dalla caratterizzazione analitica (con particolare riferimento al nichel ed al vanadio) del rifiuto in funzione delle modalita` operative di gestione dell’impianto risultino possedere le caratteristiche di pericolosita` di cui alla decisione 2000/352/CE e suo successivo emendamento.
Le acquisizioni raccolte nel corso delle audizioni. Si e` gia` fatto cenno che, nel corso della visita agli impianti, la Commissione ha incontrato specifiche realta` locali (responsabili degli impianti di produzione, conduttori degli impianti di smaltimento, rappresentanti delle amministrazioni locali ed altri soggetti esponenziali delle specifiche realta` locali visitate). Con le audizioni presso il capoluogo di regione, la Commissione si e` proposta invece di sentire i soggetti piu` rappresentativi delle varie realta` istituzionali presenti nel territorio regionale aventi competenze piu` ampie di quelle precedentemente esaminate. Sono stati, pertanto, sentiti gli organi istituzionali a competenza generale (il prefetto, l’amministrazione regionale, la magistratura, la rappresentanza dell’utenza) e ad essi e` stato richiesto di riferire sulle problematiche riguardanti il contesto di competenza. Ne e` scaturito un profilo di realta` che, riguardo alla situazione generale, ha posto in evidenza che la peculiare situazione geografica della regione (la cosiddetta insularita`) si pone come un elemento che dovrebbe consentire maggiori controlli e rendere piu` difficile lo smaltimento clandestino di rifiuti su larga scala. E` stata registrata una viva attenzione da parte delle forze dell’ordine, soprattutto del nucleo operativo ecologico dei carabinieri, sia verso l’esterno (i porti), sia verso i siti di discarica. Cio` nonostante, non mancano casi di traffici illeciti di rifiuti industriali provenienti dal nord Italia e dalla zona del casertano. Cio` sembra causato anche dall’assenza di organi professionalmente attrezzati a controllare la qualita` dei rifiuti (l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, come si dira` meglio in seguito, ancora non e` stata istituita); il problema, quindi, si sposta alla qualita` dei controlli ed alla capacita` di leggere correttamente le code dei processi produttivi. Parallelamente, occorre pero` individuare sistemi di controllo che consentano di superare le attuali difficolta` di vigilare sulla qualita` delle merci trasportate a mezzo containers. E` un problema che non riguarda, ovviamente, la sola regione Sardegna e che richiede riflessioni, direttive ed interventi da parte degli organi centrali. Sotto altro profilo, il rilevante divario rilevato dalla Commissione tra le cifre sulla produzione di rifiuti pericolosi e la capacita` di smaltimento presente nel territorio regionale potrebbe derivare, almeno in parte, secondo l’opinione del prefetto di Cagliari, dal progressivo processo di deindustrializzazione che ha interessato l’isola.
Per riassumere: la presenza dell’Agip (Gruppo Eni) nel capitale Saras risale ai primi anni ‘70 e si è protratta per un trentennio. Il tar è un olio combustibile pesante. Viene utilizzato – nella misura di 150 tonnellate ogni ora – per produrre energia elettrica nella centrale Sarlux di Sarroch, Gruppo Saras. Raffinando il greggio – la potenzialità degli impianti è di 15 milioni di tonnellate all’anno, cioe’ 300 mila barili al giorno – si ottengono degli scarti, una sorta di pece semisolida utilizzabile per produrre bitume per le strade. Con opportuni accorgimenti, tali sostanze possono anche essere bruciate, per produrre energia elettrica, sprigionando anidride carbonica.
Secondo il Registro delle emissioni inquinanti (Eper) della Commissione europea, su dati rilevati nel 2004, la Saras è la terza industria italiana per emissione di C02 (6,22 milioni di tonnellate), dopo la centrale elettrica a carbone di Brindisi e l’acciaieria Ilva di Taranto.
Nell’aria finiscono anche ossidi di azoto, biossido di zolfo, benzene, policiclici aromatici. Ci sono anche gli scarti: in un anno 1.400 tonnellate tra zolfo e concentrati di metallo, come vanadio e nichel.
In tal senso non è astratto ed insolito pensare alle evidenti responsabilità dello Stato, quanto meno per omissione di controllo, con il conseguente riferimento al principio comunitario chi inquina paga.
Qualsiasi ulteriore commento appare superfluo.
Inoltre, appare pertinente rammentare che la Sardegna ha gia’ versato alle produzioni nazionale un tributo ambientale e di salute altissimo. E’ sufficiente ricordare il carico inquinante delle aree minerarie dismesse, del polo industriale di Portovesme (inserita all’interno di un sito di interesse nazionale, art. 252 bis del Decreto Legislativo n. 4 del 2008), delle aree di Portotorres, Ottana e delle aree militari.
La vicenda complessiva della quantizzazione delle entrate di spettanza della R.A.S. si inserisce, secondo alcuni, nell’ambito di un quadro normativo nazionale non sempre lineare e proprio per questo suscettibile di diverse interpretazioni. Tuttavia va ribadito come, a nostro avviso, tali elementi di dubbio non abbiano ragione d’essere nel caso di specie, in considerazione della chiarezza del secondo comma dell’art. 8, di cui viene di seguito ribadito il dettato:
Le deduzioni sin qui esposte appaiono dunque assolutamente esaustive a dimostrare l’infondatezza di tutti i motivi del ricorso proposto dal Governo – nonché la loro profonda ingiustizia – perché ciascuno di essi omette di seguire corretti criteri di interpretazione, sia delle norme costituzionali di cui si sostiene la violazione, sia delle stesse norme statutarie che sono state espressamente adottate per dare piena e coerente attuazione a quelle norme costituzionali.
Insieme alle valutazioni di carattere squisitamente giuridico, vanno sicuramente tenute nel debito conto anche quelle relative al legittimo diritto di indennizzo del popolo sardo che, qualora venisse ingiustamente negato, rischia di potenziare le spinte populiste, antinazionali che percorrono e scuotono il tessuto dolente della societa’ sarda.
E’ per questi motivi che, di fronte all’incomprensibile ricorso proposto dal Governo contro il comma1 dell’articolo 1 della legge regionale 7/2014, l’intera societa’ sarda ha richiesto a gran voce la difesa strenua dei propri diritti da parte delle istituzioni regionali, per ottenere giustizia davanti all’Alta Corte, nella difesa della norma approvata all’unanimità’ dal Consiglio Regionale e immotivatamente impugnata dal Governo.
A fronte di tale situazione di potenziale, grave lesione dei diritti del popolo sardo, forse per rispettare equilibri politici incomprensibili alla comunità sarda, il Presidente della Regione Autonoma della Sardegna, rendendone comunicazione di merito nel corso della seduta del Consiglio regionale del 23.04.2014, ha dolosamente deciso di non costituirsi in giudizio di fronte alla Corte Costituzionale, causando un danno incalcolabile agli interessi del popolo sardo.
Purtroppo, come è noto, la procedura relativa ai procedimenti contestativi di impugnativa da parte del Governo di fronte alla Corte Costituzionale prevede che la potestà di costituzione per resistenza sia riservata esclusivamente al Presidente della Regione Autonoma della sardegna.
Pertanto la grave azione omissiva del Presidente della Regione Autonoma della Sardegna rischia di impedire, per motivi meramente formali, la possibilità della comunità sarda di difendere il profilo giuridico dei propri diritti davanti all’Alta Corte.
Tale situazione è dolorosa e intollerabile per l’intera comunità regionale, che vedrebbe così conculcato il proprio diritto a difendere presso la suprema Corte di Giustizia italiana il contenuto di una norma che è stata condivisa e approvata dall’intero Consiglio regionale sardo.
Per scongiurare tale evenienza, che rischierebbe di avere conseguenze significative nello stesso rapporto fiduciario tra la comunità regionale sarda e le istituzioni dello Stato, il sottoscritto Pierpaolo Vargiu, deputato alla Camera, eletto in Sardegna, chiede un incontro urgente con la S.V, per poter illustrare alla più alta carica dello Stato le motivazioni sostanziali che fondano il diritto dei sardi a difendere davanti all’Alta Corte i profili giuridici di legittimità della norma di legge adottata dal Consiglio regionale sardo con il comma 1 dell’articolo 1 della legge regionale 7/2014.
Articolo PrecedenteAccise e taglio del costo della benzina, i Riformatori in udienza da Napolitano	Articolo SuccessivoAlluvione, Luigi Crisponi (Riformatori): “Che fine hanno fatto i fondi donati dai cittadini?”	Scopri anche...