Source: http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2016/marzo/1459177459436.html
Timestamp: 2016-05-27 16:09:16+00:00
Document Index: 186207305

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 130', 'art. 130', 'sentenza ', 'art. 130', 'art. 130', 'art. 45', 'art. 35', 'art. 130', 'sentenza ']

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Giudizio elettorale: celerità del rito e termini perentori Photo Credit Il mancato rispetto del termine per impugnare e per depositare il ricorso nei principi sanciti dalla Quinta Sezione nella sentenza del 22.3.2016 n. 1190.
I giudizi di impugnazione delle operazioni elettorali devoluti alla giurisdizione amministrativa sono improntati a un criterio di celerità, il quale si manifesta in primo luogo nell’eccezionale dimezzamento del termine per proporre ricorso contro gli esiti delle elezioni (art. 130, comma 1, Cod. proc. amm.), oltre che di tutti i termini del procedimento, salvo quelli regolati da una specifica disposizione (comma 10 del citato art. 130), e quindi nella fissazione dell’udienza d’ufficio (comma 2). Le descritte caratteristiche di celerità del rito si correlano a loro volta all’esigenza di stabilità degli organi elettivi degli enti pubblici a base rappresentativa e degli atti e dei rapporti di diritto pubblico derivanti dalla loro costituzione e funzionamento all’esito delle elezioni.
In questo quadro - precisa la Quinta Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza del 22.3.2016 n. 1190 - è imprescindibile che il giudizio sia scandito da termini perentori che ne assicurino la rapida definizione, attraverso la previsione di sanzioni processuali per comportamenti che possano vanificare la pratica attuazione delle descritte esigenze di ordine imperativo. Sulla base di tale premessa i Giudici di Palazzo Spada hanno evidenziato come, in primo luogo non giova porre in evidenza, in senso contrario a quanto finora premesso, il fatto che il comma 4 dell’art. 130 non contenga alcuna qualificazione di perentorietà del termine per il deposito del ricorso e del decreto presidenziale di fissazione dell’udienza. Infatti, ancorché il comma 1 della medesima disposizione, relativo al termine per impugnare, non è qualificato come perentorio, ciò nonostante non si dubita che dal mancato rispetto di esso derivi l’irricevibilità del ricorso. In realtà questa conseguenza è espressamente prevista dal Codice del processo amministrativo, e precisamente dal combinato disposto degli artt. 29 e 35, comma 1, lett. a), contenuti nel I libro del Codice «disposizioni generali», dunque valevoli anche per il contenzioso elettorale, e a tenore dei quali, rispettivamente, il termine per impugnare è qualificato come decadenziale ed il suo mancato rispetto è appunto sanzionato con la dichiarazione di irricevibilità.
La medesima dichiarazione in rito è prevista anche per il mancato rispetto del termine previsto per il deposito del ricorso, questa volta in virtù della combinazione del comma 4, dell’art. 130 con l’art. 45, comma 1, correttamente richiamato dal giudice di primo grado, ed il poc’anzi citato art. 35, comma 1, lett. a), del Codice, secondo cui il ricorso è irricevibile non solo se notificato ma anche se depositato tardivamente.
All’argomento di carattere testuale finora svolto, il Collegio poi ne aggiunge uno di ordine logico-sistematico, in base al quale sarebbe evidentemente irrazionale che in un rito improntato alla massima celerità quale quello elettorale non fossero applicabili le decadenze previste per l’ordinario giudizio di cognizione.
In tal senso il Consiglio di Stato ha richiamato il precedente giurisprudenziale che nel lumeggiare la funzione della perentorietà del termine previsto in generale per la costituzione in giudizio ha puntualizzato che la caratteristica in questione è «espressione di un precetto di ordine pubblico processuale posto a presidio del contraddittorio e dell’ordinato lavoro del giudice» (Cons. Stato, V, 16 gennaio 2015, n. 68).
Ed infatti, in questa prospettiva il deposito del ricorso in segreteria «con la prova dell’avvenuta notificazione, insieme con gli atti e documenti del giudizio» (così il comma 4 dell’art. 130) ha una funzione essenziale ai fini dell’instaurazione del rapporto processuale, perché consente al giudice adito di verificare se il contraddittorio con le parti evocate in giudizio sia stato correttamente instaurato e tanto al primo quanto a queste ultime di prendere piena cognizione della controversia.
Fonte: Consiglio di Stato Sez. V sentenza del 22.3.2016 n. 1190
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