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Timestamp: 2020-07-12 17:34:51+00:00
Document Index: 170305711

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 18', 'art. 414', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 414', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 421', 'art. 213', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 437']

sul ricorso 14891-2011 proposto da:
... S.P.A in persona del legale rappresentante prò tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ..., presso lo studio dell'avvocato ... che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato ... giusta delega in atti;
.... elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ..., presso lo studio dell'avvocato ... che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1049/2010 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 22/12/2010 r.g.n. 302/08; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 05/06/2013 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GIULIO ROMANO, che ha concluso per l'accoglimento del quarto motivo e rigetto degli altri
G. C. espose al Tribunale di Monza di essere dipendente della società B., e di aver prestato attività lavorativa in qualità di addetto al reparto macelleria presso il supermercato di B.; che dal luglio 2002 iniziò a ricevere una numerosa serie di contestazioni disciplinari, con altrettante sanzioni che andavano dalla multa alla sospensione; che durante i periodi di malattia, dal mese di dicembre 2002 al febbraio 2003, era stato sottoposto a ben 15 visite mediche di controllo; che nel marzo 2003 egli aveva avuto l’ennesimo rimprovero da altro superiore (M.), in seguito al quale aveva avuto una crisi psicologica ed aveva quindi ripreso ad assentarsi per malattia durante le quali assenze aveva ricevuto ulteriori numerose visite Fiscali; di essere stato quindi licenziato con lettera del 14 luglio 2003 per superamento del periodo di comporto.
Il Tribunale ritenne, sulla scorta dell’istruttoria espletata, che le sanzioni irrogate fossero illegittime, alcune perché sproporzionate, altre per essere gli addebiti contestati insussistenti sul piano disciplinare, accertando altresì alcune condotte discriminatorie operate dalla società nei confronti del C.; ritenne inoltre, dopo aver disposto c.t.u. medico legale, che le assenze per malattia fossero conseguenza dell’ambiente lavorativo e della condotta aziendale posta in essere nei suoi confronti, in particolare con le numerose sanzioni disciplinari poi accertate come illegittime, da ciò derivando la loro non computabilità ai fini del calcolo del periodo di comporto. Condannò dunque la società alla reintegrazione del C. nel suo posto di lavoro ed al risarcimento del danno ex art. 18 legge n. 300\70, riconoscendo al lavoratore un danno non patrimoniale in base all’incapacità lavorativa accertata dal c.t.u. La B. s.p.a. proponeva appello; resisteva il C..
Per la cassazione propone ricorso la società B., affidato a quattro motivi, poi illustrati con memoria.
1.- Con il primo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 414 c.p.c., nonché vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia (ex art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 c.p.c.).
Lamenta che la sentenza impugnata ritenne erroneamente rituale il ricorso introduttivo della lite di cui essa ricorrente aveva eccepito tempestivamente la nullità per mancanza dei requisiti di cui all’art. 414 c.p.c. Il motivo è infondato.
La nullità del ricorso introduttivo per omessa determinazione dell’oggetto della domanda o per mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto su cui essa si fonda, è in sostanza ravvisabile solo quando attraverso l’esame complessivo dell’atto risulti impossibile l’individuazione esatta della pretesa del ricorrente ed il resistente non possa apprestare una compiuta difesa, ciò che comporta l’esame non solo dell’atto ma anche delle ragioni esposte nella sentenza impugnata per affermare che il ricorso stesso sia o meno affetto dal vizio denunciato (Cass. n. 3126 del 2001; Cass. n. 820 del 2007).
2. Con il secondo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 2697 c.c., 61, 62, 194, 416 e 421 c.p.c., nonché contraddittoria ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia (ex art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 c.p.c.).
Lamenta che il giudice di appello si era ripetutamente sostituito alla parte nella ricerca delle prove, esercitando in modo irrituale i poteri ufficiosi dì cui all’art. 421 c.p.c. Evidenzia ala riguardo che il C. si limitò a produrre taluni certificati medici, ad avviso della ricorrente privi di valore probatorio in quanto contenenti giudizi e mere congetture, sicché la c.t.u. disposta dalla Corte territoriale era caratterizzata da inammissibili fini esplorativi, così come l’ordine di esibizione ad un Ospedale pubblico (ex art. 213 c.p.c.) di una cartella clinica del dipendente, sopperendo cosi alle lacune istruttorie su quest’ultimo gravanti.
3. Con il terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 213, 416 e 421 c.p.c., nonché contraddittoria ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia (ex art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 c.p.c.).
4. Con il quarto motivo la società denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., nonché illogicità e contraddittorietà della motivazione su un punto decisivo della controversia (ex art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 c.p.c.), e cioè circa la sussistenza di un nesso di causalità tra le patologie riscontrate e le condizioni di lavoro, accertata dal c.t.u. solo in via probabilistica. Da ciò derivava anche il rigetto della domanda di illegittimità del licenziamento, basata sulla imputabilità a responsabilità del datore di lavoro delle assenze per malattia e conseguente loro irrilevanza ai fini del calcolo del periodo di comporto.
5. I motivi, che per la loro connessione possono congiuntamente esaminarsi, sono in parte inammissibili e per il resto infondati. Inammissibili in quanto il documento (la c.t.u.) su cui si fondano, risulta solo invocato ma non prodotto (e neppure invocata la sua esatta ubicazione all’interno dei fascicoli di causa).
Al riguardo deve infatti rimarcarsi che il ricorrente che, in sede di legittimità, denunci il difetto di motivazione sulla valutazione di un documento o di risultanze probatorie o processuali, ha l’onere di indicare specificamente le circostanze oggetto della prova o il contenuto del documento trascurato od erroneamente interpretato dal giudice di merito, producendolo ovvero indicandone la sua esatta ubicazione all’interno dei fascicoli di causa (Cass. sez.un. 3 novembre 2011 n. 22726), al fine di consentire al giudice di legittimità il controllo della decisività dei fatti da provare, e, quindi, delle prove stesse, che, per il principio dell’autosufficienza del ricorso per cassazione, la S.C. deve essere in grado di compiere sulla base delle deduzioni contenute nell’atto (Cass. ord. 30 luglio 2010 n. 17915).
Nel rito del lavoro, del resto, caratterizzato dall’esigenza di contemperare il principio dispositivo con quello della ricerca della verità materiale, allorché le risultanze di causa offrono significativi spunti di indagine (nella specie correttamente ravvisati dalle deposizioni testimoniali, nonché dalla certificazione medica ritualmente acquisita in sede di merito), occorre che il giudice, anche in grado di appello, ex art. 437 cod. proc. civ., ove reputi insufficienti le prove già acquisite, eserciti il potere – dovere di provvedere di ufficio agli atti istruttori sollecitati da tale materiale probatorio (nella specie testimonianze e certificati medici), idonei a superare l’incertezza sui fatti costitutivi dei diritti in contestazione, sempre che tali fatti siano stati puntualmente allegati (ex plurimis, Cass. n. 2379 del 2007).
Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in €.50,00 per esborsi, €.4.000,00 per compensi, oltre accessori di legge.