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Timestamp: 2019-10-23 13:40:52+00:00
Document Index: 151039567

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 2119', 'art. 18', 'sentenza ']

Art 10 della l n 604 del 1966 patto di prova e ambito di applicazione
Dal 12/06/09 13218145
Articolo 10 della legge n 604 del 1966, il patto di prova e l'ambito di applicazione della disciplina sui licenziamenti in particolare con riferimento ai dirigenti, la giurisprudenza di legittimità più recente e rilevante
Legge n 604 1966
Cassazione civile sez. lav. 27/06/2013 16224
In tema di pubblico impiego privatizzato, il recesso dell'amministrazione dal rapporto di lavoro per l'esito negativo del periodo di prova ha natura discrezionale e dispensa dall'onere di provarne la giustificazione.
In tema di lavoro in prova, il principio secondo il quale il recesso del datore di lavoro per esito negativo della prova ha natura discrezionale e dispensa dall'onere di provarne la giustificazione (differenziandosi, pertanto, dal recesso assoggettato alla disciplina limitativa dei licenziamenti) si applica anche al recesso della P.A. nel rapporto di lavoro privatizzato, cui non si estende l'obbligo di motivazione dei provvedimenti amministrativi previsto dall'art. 3 della legge 7 agosto 1990, n. 241, trattandosi di atto gestionale del rapporto di lavoro adottato con le capacità e i poteri del privato datore di lavoro.
Cassazione civile sez. lav. 23/11/2012 20763
Cassazione civile sez. lav. 13/12/2010 n 25145
La disciplina limitativa del potere di licenziamento di cui alle l. 15 n. 604 del 1966 e n. 300 del 1970 non è applicabile, ai sensi dell'art. 10 l. n. 604 del 1966, ai dirigenti convenzionali, quelli cioè da ritenere tali alla stregua delle declaratorie del contratto collettivo applicabile, sia che si tratti di dirigenti apicali, che di dirigenti medi o minori, ad eccezione degli pseudo-dirigenti, vale a dire di coloro i cui compiti non sono in alcun modo riconducibili alla declaratoria contrattuale del dirigente. Ne consegue che, ai fini dell'eventuale riconoscimento dell'indennità supplementare prevista per la categoria dei dirigenti, occorre fare riferimento alla nozione contrattuale di giustificatezza che si discosta, sia nel piano soggettivo che su quello oggettivo, da quello di giustificato motivo ex art. 3, l. n. 604 del 1966, e di giusta causa ex art. 2119 c.c., trovando la sua ragione d'essere, da un lato, nel rapporto fiduciario che lega il dirigente al datore di lavoro in ragione delle mansioni affidate - suscettibile di essere leso anche da mera inadeguatezza rispetto ad aspettative riconoscibili "ex ante" o da importante deviazione dalla linea segnata dalle direttive generali del datore di lavoro, ovvero da comportamento extralavorativo incidente sull'immagine aziendale a causa della posizione rivestita - e, dall'altro, nello stesso sviluppo delle strategie di impresa che rendano nel tempo non pienamente adeguata la concreta posizione assegnata al dirigente nella articolazione della struttura direttiva dell'azienda.
Cassazione civile sez. lav. 17/11/2010 23224
Cassazione civile sez. lav. 27/10/2010 21965
Se è vero che il licenziamento del lavoratore in prova rientra nell'area della recedibilità acausale, tuttavia non per questo può ammettersi che il datore possa esercitare del tutto arbitrariamente questo suo diritto. Il lavoratore, infatti, potrà sempre dimostrare che l'atto di recesso sia stato determinato da motivi illeciti, tra i quali anche lo svolgimento della prova con l'assegnazione di mansioni incompatibili con lo stato di invalidità, e che esso sia stato adottato nonostante il positivo superamento del periodo di prova, portando così all'elusione della disciplina sul collocamento dei disabili e ponendo in essere un licenziamento in frode alla legge. Il lavoratore, però, non avrà diritto al reintegro, non trovando applicazione la tutela di cui all'art. 18 dello Statuti dei Lavoratori.
Cassazione civile sez. lav. 14/10/2009 21784
Nel pubblico impiego privatizzato, l'obbligo di motivare il recesso nel periodo di prova previsto dal contratto collettivo di comparto, consente di verificare in sede giudiziale la coerenza delle ragioni addotte dall'amministrazione rispetto, da un lato, alla finalità della prova e, dall'altro, al suo andamento effettivo, senza che resti escluso il potere di valutazione discrezionale del datore di lavoro, non potendo omologarsi la giustificazione del recesso per mancato superamento della prova alla giustificazione del licenziamento per giusta causa o giustificato motivo, e dovendosi escludere che l'obbligo di motivazione sia idoneo spostare l'onere della prova sul datore di lavoro.
Nel pubblico impiego privatizzato il recesso del datore di lavoro nel corso del periodo di prova ha natura discrezionale e dispensa dall'onere di provarne la giustificazione, differenziandosi dal recesso assoggettato al regime della l. n. 604 del 1996 e fermo restando che l'esercizio del potere di recesso deve essere coerente con la causa del patto di prova, che consiste nel consentire alle parti del rapporto di lavoro di verificarne la reciproca convenienza. Ne consegue che non sono configurabili un esito negativo della prova ed un valido recesso qualora le modalità dell'esperimento non risultino adeguate ad accertare la capacità lavorativa del dipendente in prova, ovvero emergano finalità discriminatorie o altrimenti illecite, ma incombe, in tal caso, sul lavoratore l'onere di dimostrare la contraddizione tra il recesso e la sua funzione.
Cassazione civile sez. lav. 05/12/2007 25301
Cassazione civile sez. lav. 21/11/2007 24246
Cassazione civile sez. lav. 05/11/2007 23061
Il licenziamento intimato nel corso o al termine del periodo di prova, avendo natura discrezionale, non deve essere motivato, salvo che la motivazione sia imposta, a tutela del lavoratore, dalla contrattazione collettiva; in tale ultimo caso, la motivazione ha la funzione di dimostrare sinteticamente che il recesso è stato determinato effettivamente da ragioni specifiche inerenti all'esito dell'esperimento in prova (che costituisce la causa del patto) e che non è dovuto a ragioni illecite, o comunque estranee al rapporto, ed in particolare a forme di discriminazione e, inoltre, ove il prestatore non assunto in via definitiva contesti quella motivazione, il datore deve integrarla opportunamente fornendo le indicazioni specifiche e complete delle ragioni della decisione assunta. (Nella specie, il lavoratore aveva impugnato giudizialmente il licenziamento intimatogli, adducendo la genericità della motivazione, ed il datore di lavoro aveva indicato le ragioni specifiche del recesso nel giudizio stesso; la S.C., enunciando il principio su riportato, ha confermato la sentenza di merito che, ritenendo comunque assolto l'obbligo di motivazione previsto dalla contrattazione collettiva, aveva affermato la legittimità del recesso).