Source: https://issuu.com/perind/docs/opificium_02_2013
Timestamp: 2017-02-27 00:32:33+00:00
Document Index: 148147834

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 40', 'art. 46', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 10', 'art.11', 'art.\n8']

Opificium_02_2013 by marco raffo - issuu
Le professioni dell'area
tecnica per il rilancio
Una proposta per migliorare
Parlamento alla ricerca
di una bussola
nel mare previdenziale
I vigili del fuoco aprono
ai tecnici per gestire
Nasce il nuovo testo di deontologia professionale per la categoria.
Cosa cambia per gli iscritti all'Albo
Anno 4, n˚ 2 /Mar zo- Aprile 2013 - la rivis ta dei periti indus triali
48	Radicali liberi
4	9	In vigore il nuovo codice deontologico della categoria
«Con l’obiettivo di essere coerenti»
16 3ª Puntata «P rogetto porte aperte
Eppi®»
18	L’advisor, il consulente che ti mostra
Streaming, male
Lungimiranza, bene
56	Opificium risponde
Un’alleanza tra professioni
e Camera di commercio
22	Contro il downgrading immobiliare
La casa con il bollino blu
Le proposte del Professional Day 2013
L'agenda Pat
10	I punti interrogativi della XVII legislatura
51	Qual è il futuro delle Casse private?
42	A Udine il punto sulla sicurezza antincendio
Follow me. Tecnici in prima linea contro il fuoco
58	Un antico e nuovo sistema per costruire
Il legno è il mattone del futuro
62	Val di Fiemme, dove le case nascono dagli alberi
Fotolia, Imagoeconomica
Anno 4, n. 2
Chiuso in redazione il 12 aprile 2013
Il protocollo d’intesa firmato da chimici
e periti industriali pone termine a un’annosa
questione e inaugura una nuova fase
di collaborazione tra le due categorie.
Una lezione anche per la politica?
alle armi chimiche
on è una data che finirà sui libri di storia.
Ma è una data decisamente importante per
molti nostri colleghi e per tutti coloro che
lo diventeranno. Il 28 marzo 2013 Armando
Zingales, presidente del Consiglio nazionale
dei chimici, e Giuseppe Jogna, presidente del Consiglio
nazionale dei periti industriali e dei periti industriali laureati, hanno firmato un accordo che restituisce chiarezza
e trasparenza alle competenze dei rispettivi professionisti.
Si chiude così una guerra che durava da troppo tempo
con un inutile spreco di carte bollate, ma soprattutto si
scrive la parola fine a un contenzioso che aveva gettato
nell’incertezza del diritto pubbliche amministrazioni, liberi
professionisti, imprese.
Nel riassumere per i nostri lettori i termini del dissidio
va detto che l’indispensabile chiarimento andava ricercato
sulle analisi chimiche, restituendo «a ciascuno il suo»:
■■ ai dottori in Chimica la competenza esclusiva per le
certificazioni comportanti capacità analitiche e di giudizio, che sottendono l’emissione di un «certificato di
analisi» implicante giudizio esteso e valutazioni che
superano il mero riscontro della corrispondenza a valori
tabellari, utilizzando anche procedimenti non codificati
e inserendoli tra quelli rispondenti alle proprie tecniche
di laboratorio ed esecuzione;
■■ al perito industriale con specializzazione in Chimica
il diritto di sottoporre ad analisi qualsiasi prodotto
e/o sostanza, svolgendo tutti i tipi di analisi, a partire
dal prelevamento del campione fino alla refertazione
compresa, sia che si tratti di analisi di «particolare importanza», sia che si tratti di analisi «semplici», purché
le stesse implichino l’impiego di metodi standardizzati,
con l’esclusione, quindi, dell’ideazione e convalida di
nuovi e diversi metodi di analisi.
Con pazienza e intelligenza – nel corso di una trattativa
serrata ma improntata al reciproco rispetto – i rappresentanti delle due professioni hanno individuato così un giusto
compromesso che ha consentito un accordo onorevole per
entrambe le parti e un’indicazione precisa per tutti gli altri
soggetti, a partire dalla pubblica amministrazione, interessati
alla soluzione del casus belli.
Il lieto fine, la pace conquistata e la volontà di proseguire
anche in futuro su un piano di piena collaborazione ci impongono di utilizzare questa nostra piccola storia come una
parabola per ricordare a un Parlamento appena eletto, ma
subito ingessato in una inestricabile rete di veti incrociati, che
non esistono situazioni senza via di uscita. Soprattutto se il
bene non è rappresentato dalla conferma dei propri pregiudizi
e non si trova tanto nelle aule parlamentari, quanto in tutto
quello che vive e lavora nel resto del Paese. Che è molto
più unito di quanto le divisioni estremizzate da questo o quel
leader vogliano farci apparire.
Noi, chimici e periti industriali, il nostro accordo lo abbiamo chiamato «protocollo d’intesa». Voi, il vostro, chiamatelo
«governo politico», «governo non politico» o come volete.
Ma fatelo. Noi vogliamo tornare a lavorare e crescere. ◘
n nome della trasparenza, internet sta diventando il tempio dell’onestà. O meglio il Movimento Cinque stelle
vorrebbe mettere tutto in rete, sostenendo che questo
fornirebbe un bollino blu all’intervento politico e metterebbe
al riparo da accordi sotto banco. Ovviamente, questa linea di
pensiero non è originale. Più volte i mezzi di comunicazione
sono stati oggetto di dirette a ciclo continuo, com’è il caso
di quelle parlamentari di Radio radicale, oppure delle dirette
televisive della trasmissione «Un giorno in pretura», oppure
delle dirette fiume nel caso di situazioni di crisi, a tal punto
che l’attacco a Baghdad durante la guerra del Golfo avvenne
sostanzialmente davanti alle telecamere della Cnn.
Ecco, non sembra che le dirette di Radio radicale abbiano
avuto un grande seguito, come non lo ha avuto «Un giorno
in pretura» se non durante il periodo di Tangentopoli, anche
perché la diretta via internet, definita «streaming», non è interessante se non c’è nulla da raccontare. Anche il Grande fratello è in diretta, ma dopo cinque minuti annoia mortalmente,
mentre l’attacco a Baghdad o l’allunaggio di Armstrong del
1969 hanno tenuto incollato al televisore mezzo mondo.
Però, a parte l’indice di ascolto, la politica è migliorata
dopo le dirette di Radio radicale? Sembra di no. Evidentemente il Movimento di Grillo usa i mezzi di comunicazione
per aprire una stagione di campagna elettorale permanente,
dove la politica diventa una sorta di set cinematografico, di
spettacolo dal buco della serratura ma anche terribilmente
noioso. L’onestà sta da un’altra parte. ◘
l Ministero del welfare ha dato il via libera alla richiesta
di una convenzione tra Eppi e l’Agenzia delle entrate
per accedere, con criteri di reciprocità, allo scambio di
informazioni. Ovviamente, il fisco non è sempre nostro amico
e non faceva male Oscar Giannino a strillare dai microfoni
di Radio 24 contro «le ganasce pazze» che spesso colpiscono
il nostro portafogli. Però quell’Agenzia è anche una banca
dati di straordinaria importanza, perché lì lasciamo il nostro
identikit reddituale che costituisce il nostro potere d’acquisto.
Con quel reddito compriamo pane, pasta, compriamo l’assicurazione della macchina e compriamo anche un pezzetto del
nostro stipendio futuro: la nostra pensione. Ora, può capitare,
magari per sbaglio, che dichiariamo un reddito inferiore senza
accorgerci che, così facendo, stiamo comprando una pensione
più bassa, magari molto povera. Questa scelta ci può facilitare
quando abbiamo 40 anni, ma certo non ci aiuterà quando
avremo i capelli bianchi.
L’Agenzia delle entrate aiuterà l’Eppi ad essere un consulente dei suoi iscritti perché indicare un reddito errato può
essere poco lungimirante. Infatti se le nostre scelte attuali
sono fondamentali per il nostro futuro, spetta oggi cercare
di accantonare e investire più risorse possibili che potranno
risultare in seguito veramente molto utili. ◘
Politica: In vigore il nuovo codice deontologico della categoria
Il testo contenente i principi etici
della professione verrĂ a breve reso disponibile
sulla home page del sito www.cnpi.it
La deontologia si adegua ai nuovi principi introdotti
con il Dpr 137/2012 e costruisce un innovativo
sistema di riferimento dei comportamenti etici,
tenendo conto dei più recenti doveri ai quali deve
uniformarsi la condotta del professionista: dalla
formazione continua all’assicurazione professionale,
dalla promozione pubblicitaria all’obbligo
di contribuzione previdenziale
opo il regolamento (pubblicato sul bollettino
ufficiale del Ministero della giustizia il 31 gennaio scorso) sui requisiti e i criteri per designare i futuri «giudici domestici» per la fase
amministrativa e l’aggiornamento sulle modalità
dei procedimenti sanzionatori, il Consiglio nazionale ha confezionato il terzo e ultimo tassello del mosaico sull’azione
disciplinare: il restyling delle norme di deontologia professionale che i periti industriali dovranno osservare e alle quali
saranno chiamati a ispirarsi nell’esercizio della professione.
Pena: sanzioni disciplinari. Il punto di partenza è il Dpr
137/12, che ha profondamente innovato il regime disciplinare nelle libere professioni, creando un nuovo organo: il
Consiglio di disciplina territoriale, doppiato dal Consiglio di
disciplina nazionale (per gli ordini che non abbiano già un
Consiglio nazionale come giudice speciale). Questo ha comportato per tutti una riscrittura dei preesistenti regolamenti
disciplinari. Quindi, anche gli illeciti sostanziali contenuti
negli attuali codici deontologici sono stati riscritti alla luce ►
► delle liberalizzazioni tariffarie e della pubblicità professionale, delle nuove società tra professionisti e dei nuovi
obblighi imposti dalla legge (in materia di assicurazione o di
formazione obbligatoria). Ecco quindi, per esempio, che non
si potranno più comminare sanzioni per chi non osserva i
minimi tariffari, visto che sono stati eliminati, e non si potrà
più punire il professionista che fa pubblicità perché ormai è
Ma, al contrario, ci saranno sanzioni per la mancata formazione o per chi non è in possesso di una polizza assicurativa
per danni derivanti dall’esercizio dell’attività professionale. Il
nuovo testo è stato approvato nell’ultima seduta di Consiglio
dello scorso marzo.
□□Cosa cambia rispetto al passato
La prima novità contenuta nel nuovo codice deontologico è
relativa al suo raggio di applicazione: tra i principi fondamentali, infatti, è specificato che il codice dovrà essere rispettato
non solo dagli iscritti all’albo, ma anche dai tirocinanti e dai
professionisti che esercitano in forma societaria (si veda box
in pagina) e che dovranno rispettare le norme per «garantire
il decoro della categoria alla quale appartengono». In particolare, il tirocinante oltre a essere tenuto al rispetto delle norme
deontologiche, «non deve assumere comportamenti tendenti
ad acquisire in proprio incarichi dai clienti dello studio ove
svolge il tirocinio». Tirocinanti e soci professionisti saranno
comunque chiamati a collaborare con i consigli territoriali
«per reprimere eventuali comportamenti contrastanti con i
principi contenuti nelle presenti norme di deontologia».
Ma, ad allargarsi, è soprattutto lo spettro dei comportamenti
che costituiscono illecito disciplinare, soprattutto per le novità introdotte con la riforma di agosto. Il provvedimento ha
innanzitutto precisato un passaggio (ripreso anche dal codice)
sull’esercizio della professione che è «libero e fondato sull’autonomia e indipendenza di giudizio, intellettuale e tecnico».
□□Le novità nei comandamenti
Uno tra i primi doveri cui dovrà ottemperare il professionista è quello relativo all’assolvimento della formazione
continua. Se, infatti, la riforma delle professioni ha previsto
l’obbligo per il professionista di provvedere costantemente
al suo aggiornamento, il mancato assolvimento comporta un
danno al decoro e al prestigio della professione, oltre che, indirettamente, agli stessi interessi della committenza e, quindi,
è soggetto a sanzioni.
C’è, poi, ad esempio, il capitolo dell’assicurazione obbligatoria per i danni derivanti al cliente dall’esercizio dell’attività
professionale, anche relativi a custodia di documenti e valori.
Il perito industriale deve rendere noti al cliente, nel momento
in cui prende l’incarico, gli estremi della polizza, il relativo
massimale e ogni variazione successiva. Anche in questo caso
la violazione di tale passaggio costituisce illecito disciplinare.
Particolare attenzione, poi, al rapporto con il cliente che dovrà sempre essere caratterizzato da fondamentali requisiti quali «la stima, la fiducia, la lealtà, la chiarezza, la correttezza».
La correttezza sta anche nel pattuire un compenso di mas-
Società tra professionisti, arriva il regolamento.
Ma non tutto è ancora chiaro
Anche la società tra professionisti (Stp) risponde delle
violazioni delle norme deontologiche dell’ordine al quale
è iscritta.
È questo uno dei passaggi dell’atteso regolamento che disciplina «le modalità di conferimento e di esecuzione dell’incarico da parte dei soci professionisti e l’incompatibilità di
partecipazione degli stessi ad altre Stp». Il testo, pubblicato
sulla «Gazzetta Ufficiale» del 6 aprile 2013 (n. 81) e in vigore dal 21 aprile, prevede modelli societari improntati a criteri di massima trasparenza per i soci (professionisti e non),
un preciso regime di incompatibilità per la partecipazione
a più società ma anche, appunto, un regime disciplinare
direttamente correlato ai settori di attività dei soci.
Il regolamento precisa, infatti, che la società risponde delle
violazioni alle norme deontologiche dell’ordine al quale è
iscritta e che la società multidisciplinare sarà iscritta presso l’albo o il registro dell’ordine individuato «dai soci come
principale nello statuto o nell’atto costitutivo», salvo i casi
in cui i professionisti «non connotino un’attività dell’ente
in misura prevalente», giacché in questi casi «resta aperta
l’opzione di una plurima iscrizione con conseguenti regimi
concorrenti». Per garantire, poi, che tutte le prestazioni siano eseguite da soci in possesso dei requisiti richiesti per
l’esercizio della professione svolta in forma societaria, il
provvedimento impone alla società obblighi di informazione
Resta invece sostanzialmente irrisolto uno dei nodi principali che aveva bloccato più volte l’iter del provvedimento,
quello cioè relativo al collegamento fra redditi prodotti nelle
Stp e contribuzione alle casse di categoria. Una mancanza
di collegamento che, come denunciato più volte anche nelle
pagine di questa rivista, apre le porte a forme di elusione
contributiva in grado di danneggiare nel lungo periodo la
stabilità degli enti previdenziali.
E in questo senso, la sola interpretazione che ne dà il Ministero della giustizia (e di più, spiega la relazione, non si
poteva fare per assenza di riferimenti nella normativa primaria), è che i profili fiscali e previdenziali «trovano adeguata regolamentazione legislativa per talune professioni (ingegneri e architetti)», con un riferimento più o meno implicito
alle già esistenti società per l’ingegneria senza entrare comunque nel dettaglio della norma. ◘
sima al momento dell’incarico rendendolo noto e chiaro nel preventivo.
In ogni caso, specificano ancora le nuove norme deontologiche, la misura
del compenso «deve essere adeguata all’importanza
dell’opera e va pattuita indicando per le singole
prestazioni tutte le voci di costo, comprensive
di spese, oneri e contributi».
Ancora un nuovo richiamo necessario ai
recenti provvedimenti legislativi è quello
relativo alla pubblicità. La legge prevede, infatti, la possibilità di fare qualsiasi
forma di pubblicità informativa, purché
sia «veritiera e corretta», non violi il secostituisce illecito:
greto professionale e non sia «equivoca,
ingannevole o denigratoria». Il codice
1.	il mancato
deontologico, quindi, non potrà più punire il professionista che fa pubblicità
perché ormai è consentita dalla legge,
ma resta comunque fermo un principio:
al professionista non è permesso «fre2.	la pubblicità
giarsi di titoli che non gli competono»,
ma può pubblicizzare «le specializzazioni, i titoli posseduti attinenti alla
professione, la struttura dello studio
ed equivoca
professionale e i compensi richiesti per
le prestazioni».
□□La morosità e i rapporti
con il collegio
Espressamente inserita nel codice deontologico, poi, una norma già contenuta in una legge ad hoc (L. 536/49) che
prevede censure anche per il professionista che non versa la
tassa annuale stabilita dal collegio di appartenenza.
La morosità che deriva dal mancato versamento, conferma quindi un
passaggio nel rinnovato codice: «Costituisce illecito disciplinare, determinandone la sospensione a tempo indeterminato». Ogni iscritto deve
segnalare al consiglio del collegio dell’ordine di appartenenza il comportamento dei propri colleghi o di società iscritte all’ordine che contrastano
con queste norme. Occhi puntati, poi, sull’evasione fiscale dei redditi
professionali o sulle eventuali inadempienze rispetto ai doveri nei confronti della cassa di previdenza. Quella dei versamenti dovuti all’ente di
previdenza, messi nero su bianco per la prima volta, costituisce infatti
illecito disciplinare. E ancora, sotto il capitolo dei rapporti con l’ordine
territoriale, è ben specificato che il professionista deve comunicare al
collegio tutte le variazioni dei dati necessari alla reperibilità, all’iscrizione
e all’aggiornamento dell’albo.
Tra le altre novità contenute, un passaggio relativo ai doveri morali del
professionista. È previsto, infatti, un eventuale intervento della categoria
a sostegno di una famiglia dove viene a mancare il perito industriale
oppure nel caso in cui ne venga impedita l’attività professionale. Altra
precisazione riguarda il caso del professionista sostituito il quale «deve
collaborare affinché il subentro avvenga senza pregiudizio per la prosecuzione dell’opera». Nel caso di decesso, invece, il professionista chiamato
dall’ordine di appartenenza è autorizzato «a sostituirlo per effettuare la
liquidazione dello studio e la sua temporanea gestione», deve agire «con
particolare diligenza, avendo riguardo agli interessi degli eredi e dei
Un capitolo a parte è quello dedicato ai professionisti che lavorano nell’ambito di una pubblica amministrazione. In questo caso ►
3.	la mancata
di idonea
4.	eventuali
rispetto ai doveri
Se si lavora nella
«Il perito industriale
pubblico dipendente con
parziale deve rispettare la
disciplina contrattuale del
rapporto subordinato, deve
astenersi dall’avvalersi
della propria posizione per
trarre vantaggi per sé o per
gli altri professionisti»
► «il perito industriale pubblico dipendente con rapporto di
lavoro a tempo parziale deve rispettare la disciplina contrattuale del rapporto subordinato, deve astenersi dall’avvalersi
della propria posizione per trarre vantaggi per sé o per gli
altri professionisti». Inoltre è tenuto a comunicare al consiglio dell’ordine le caratteristiche del proprio rapporto di
lavoro all’interno della pubblica amministrazione. Ovviamente
qualsiasi provvedimento disciplinare, d’ora in poi, sarà intrapreso dai competenti consigli di disciplina territoriali, «previo
procedimento istruttorio così come previsto dalle leggi e
regolamenti vigenti». Come è noto, infatti, una delle novità
principali introdotta dalla riforma Severino è di aver innovato il regime disciplinare nelle libere professioni creando un
nuovo organo: il Consiglio di disciplina territoriale, rimanendo
il Consiglio nazionale come organo giurisdizionale cui fare
eventualmente ricorso.
□□I consigli di disciplina
Ma prima che l’impianto complessivo del sistema disciplinare entri pienamente a regime ci vorrà ancora tempo. In sede
di prima applicazione infatti l’invio dell’elenco dei candidati
al presidente del competente tribunale da parte dei consigli
territoriali in carica dell’ordine, dovrà avvenire entro 210 giorni dalla pubblicazione del regolamento nel bollettino ufficiale
del Ministero della giustizia (n. 2 del 31 gennaio 2013).
Il futuro consiglio di disciplina dovrà essere composto da
un numero di nominativi pari al doppio di quello dei consiglieri che il presidente del tribunale è chiamato a designare.
Dunque specifici organismi distinti e diversi dagli attuali
consigli territoriali, con lo scopo di garantire la terzietà
nell’esercizio del potere disciplinare. Fino all’insediamento
dei nuovi consigli di disciplina territoriali, la funzione disciplinare è svolta comunque dai collegi territoriali dell’ordine.
Una corretta gestione e funzionamento di tutto il sistema
disciplinare potrà dare una spinta alla credibilità dell’intero
sistema ordinistico. Tutto nell’interesse della collettività. Ad
essere stato aggiornato è stato anche il regolamento interno
sul procedimento disciplinare che ha riunito al suo interno
anche le nuove procedure davanti ai futuri consigli di disciplina territoriale. ◘
il punto di vista dell'eppi
■■ Dare
L’insieme dei principi e delle regole di etica professionale che ogni perito industriale deve osservare ed ai quali
deve ispirarsi nell’esercizio della professione, integrando
così le norme codificate dal diritto positivo.
I doveri e, implicitamente, i diritti che ne risultano per il
professionista sono preordinati a disciplinare i rapporti
con i colleghi, con i committenti, con le pubbliche autorità, con il collegio di appartenenza, con i terzi, al fine di
giungere alla formazione di una corretta coscienza professionale che informi di sé l’attività professionale svolta
ed elevi la qualità della prestazione in rapporto alle necessità delle utenze pubbliche e private.
Ogni perito industriale deve sentirsi impegnato affinché
le presenti norme siano osservate, e deve collaborare
con gli organismi di autogoverno per reprimere eventuali
comportamenti contrastanti con i principi contenuti nel
presente codice deontologico. L’ultima modifica significativa al codice deontologico dei periti industriali risale al
dicembre 2006, quando in ottemperanza a quanto disposto dalla legge 248/2006, meglio nota come legge Bersani, furono introdotte le novità in materia di pubblicità e
di minimi tariffari, modificando così le norme di deontologia professionale deliberate dal Consiglio nazionale nel
1995. ◘
L’obbligo previdenziale diventa parte
integrante della deontologia professionale
Grazie al nuovo codice deontologico il contributo previdenziale non è più una variabile indipendente, ma rientra
a pieno titolo nei doveri che il buon professionista, se
vuole restare tale, deve osservare. È quanto stabiliscono i
commi 3 e 4 dell’art. 10:
«È dovere dell’iscritto all’Ente di Previdenza
versare la contribuzione previdenziale dovuta.
L’irregolarità dei versamenti, ove definitivamente
accertata ed espedite tutte le procedure di recupero, costituisce illecito disciplinare».
osservare gli adempimenti disciplinati dal regolamento dell’Ente di previdenza. Gli inadempimenti di tali obblighi, espedite tutte le procedure
previste dal regolamento dell’Ente di Previdenza,
costituisce illecito disciplinare».
Questo allineamento a quanto prevedono i codici deontologici degli ordini nostri confratelli è il frutto di un clima
di operosa collaborazione tra Cnpi ed Eppi, consapevoli
entrambi della necessità di considerare a tutto tondo la
vita professionale dei propri iscritti, per i quali ormai la
dimensione previdenziale non può essere considerata un
mero accessorio di quella lavorativa. ◘
di Pier Paolo Canino e Massimo Soldati,
consiglieri Cig dell’Eppi
«Con l’obiettivo
di essere coerenti»
Per l'esperto che ha coadiuvato il lavoro dei consiglieri del Cnpi il nuovo
testo non si concentra solo sulla figura del libero professionista, ma tiene
conto dell'intero universo di riferimento: dai praticanti alle società
omanda. Perché il Consiglio
nazionale ha dovuto rimettere
mano al codice deontologico?
Risposta. Perché le riforme dell’ultimo anno e mezzo hanno portato una
serie di novità per il mondo delle
professioni di cui bisognava tener
conto. Pur in assenza di una espressa
disposizione da parte del Governo, il
codice etico andava riscritto, alla luce
di una serie di importanti modifiche
normative. E, come atto volontario interno alle categorie professionali, non
poteva che essere adeguato dal singolo ordine.
D. Qual è stata la difficoltà maggiore che i consiglieri hanno incontrato
per una sua rivisitazione?
R. Dare una coerenza organica al
tutto. Perché la serie di leggi che si
sono succedute nel tempo, dal decreto
Bersani alle censure dell’Antitrust, per
le quali avevamo già introdotto alcune
modifiche, fino a questi ultimi provvedimenti, rischiava di frammentare il
regolamento. Abbiamo così colto l’occasione dell’aggiornamento per renderlo ancora più omogeneo.
D. Quali sono le novità più significative?
R. La novità più significativa è
l’introduzione di una nuova serie di
principi ed obblighi nei confronti degli iscritti, siano essi professionisti,
società tra professionisti oppure tirocinanti. Il fatto, cioè che i principi etici
e deontologici possano essere direttamente applicabili anche ai praticanti
e alle società tra professionisti costituisce un sicuro elemento di novità.
Significativo anche il passaggio sulla
tutela previdenziale.
D. Perché il Cnpi lo ha previsto?
R. Questo passaggio implica una
doppia forma di tutela, una, per così
dire, «interna» e una «esterna». La
prima è rivolta al professionista stesso, al quale è imposto anche sotto il
profilo etico l’obbligo di versamento
alla cassa di previdenza, che non è
altro che un investimento sul suo futuro; la seconda è relativa ai compiti
dell’ordine che, in quanto istituzione
pubblica, concorre a garantire sotto il
profilo deontologico l’obbligo del versamento, peraltro imposto dalle leggi
D. Il Cnpi ha inserito anche un passaggio relativo ai doveri morali del
professionista. Un principio finora
non scritto espressamente ma comunque rispettato dai professionisti. C’era
bisogno di metterlo nero su bianco?
R. Nella stesura del testo ci siamo
chiesti come la comunità che gravita
attorno al professionista, quindi i colleghi o l’ordine, possa sostenere il perito industriale in casi estremi ovvero
eccezionali. Si vuole così assicurare
non solo l’adempimento della prestazione professionale per la soddisfazione dell’interesse del cliente in caso
d’interruzione repentina dell’attività,
ma anche garantire il sostegno agli
stessi familiari del collega in caso di
Si tratta di un segno tangibile di
solidarietà da parte dell’ordine di appartenenza: non una mera affermazione di principio ma l’occasione per
dare anche un segnale concreto: far
capire agli iscritti che l’ordine non
esiste solo per riscuotere le quote, punire o censurare comportamenti illeciti, ma rappresenta anche una risorsa,
come quella di assicurare un sostegno
concreto agli iscritti attraverso la solidarietà del gruppo. ◘
Guerino Ferri,
responsabile dell'ufficio legale del Cnpi
È un sicuro e importante elemento
di novità il fatto che ora i principi
etici e deontologici possano essere
direttamente applicabili anche ai
tirocinanti e alle società
welfare: I punti interrogativi della XVII legislatura
Una nuova classe politica difficile
da decifrare e un Parlamento ancora
da definire spingono a considerare
il welfare un convitato scomodo.
Ecco le promesse della classe
politica alla vigilia del voto del 24
e 25 febbraio ed ecco le due ricette
possibili. Nel mezzo una attesa di cui
non si conosce ancora l’entità
i abbiamo visti sfilare nei giorni precedenti la tornata elettorale dello scorso febbraio, organizzando
convegni oppure partecipando a tavole rotonde.
Sono i leader di una stagione politica che sta attraversando la sua ora di cambiamento, che hanno
messo in fila le loro proposte sul tema del welfare ma certo
non hanno tirato fuori idee nuove dal cilindro. La sensazione
è una forte contrapposizione tra aree politiche sulle strategie di
intervento, ma al centro rimane il cuore dei problemi irrisolti.
□□Mercato del lavoro
Sul lavoro, ad esempio, Maurizio Sacconi ha dato voce al
Pdl, compatto a favore di una riduzione del cuneo fiscale sui
primi contratti del settore pubblico e privato e sul liberalizzare
le forme di accordo tra lavoratore e dirigenza. Per il primo
punto, si tratta di diminuire il rapporto tra reddito netto e
reddito lordo in busta paga, dunque diminuire le tasse sull’occupazione giovanile, facendo pagare meno oneri alle aziende e
abbassando il costo del lavoro non in termini di salario ma in
termini di imposte. Non un’idea nuovissima, dato che è proprio
quello che il ministro del lavoro uscente Elsa Fornero avrebbe
voluto attuare se – dice lei stessa – le fossero stati concessi
6 miliardi di euro. Infatti, la questione in gioco non è tanto
il proclama di quello che si intende fare, ma capire in quale
modo e con quali soldi si può fare.
Per il secondo punto, si tratta di «liberare il lavoro, liberando
i lavori», adottando regole contrattuali flessibili e relative allo
specifico contesto aziendale, facendo così sicuramente arricciare
il naso a Cesare Damiano, ex ministro del Welfare di area Pd.
Dalla sua sponda, abolire i contratti aziendali significa incentivare una corsa al ribasso degli stipendi, come del resto l’ex
ministro non è neanche d’accordo ad alleggerire il cuneo fiscale
in modo indiscriminato a tutti i primi contratti di impiego.
«Dobbiamo far costare meno il lavoro a tempo indeterminato», scandisce Damiano, «così da agevolare contratti di occupazione stabile, i quali a loro volta generano consumi e fanno
ripartire l’economia».
□□Previdenza privata
Lo spartito non cambia quando in campagna elettorale ►
1.	Maurizio Sacconi,
già ministro del Lavoro,
ora parlamentare Pdl,
sostenitore della tesi per
cui la diminuzione del cuneo
fiscale incentiverebbe le
aziende ad assumere: più
lavoro riattiverebbe anche la
2.	Cesare Damiano,
successore di Sacconi
allo stesso incarico, ora
parlamentare Pd, anche
lui vede la previdenza
legata al lavoro, dato che la
disoccupazione impoverisce
due volte: quando il lavoro
si perde e quando si godrà
di una pensione troppo
bassa. Però Damiano
punta ad incentivare le
forme di lavoro a tempo
■■ In eppi, operazione trasparenza
Sono 1.134 i periti industriali che hanno regolarizzato la
posizione con l’ente di previdenza presentando le dichiarazioni mancanti o dichiarando di non esercitare la
libera professione. Un risultato positivo se consideriamo
che rappresentano circa il 60% – rispetto ad un totale di
1.952 – dei liberi professionisti incentivati dalla possibilità di mettersi a posto entro il 31 gennaio 2013 senza
dover pagare alcuna sanzione per il ritardo.
Un bel passo in avanti per la loro futura pensione, dato
che fino ad adesso i ritardatari avrebbero accantonato
solo il minimo annuale, destinandosi così ad un futuro
sicuramente inadeguato, con un assegno pensionistico
risicatissimo. Ora invece si parla complessivamente di
circa 4.520.000 euro di contributi previdenziali che verranno versati nei salvadanai dei singoli iscritti, facendo
quasi raddoppiare il livello di contribuzione garantito
in precedenza dai soli minimi d’ufficio, con un aumento
complessivo di +2.533.000 euro. Insomma, un gesto utile
di responsabilità. ◘
Liberi professionisti irregolari
Liberi professionisti regolarizzati
Contributi da accantonare
Riflessioni a margine del forum di Cernobbio
La Fornero non torna indietro sulla riforma
«Ho lavorato molto, ma con pochissimi risultati, lo devo
dire con franchezza», così il ministro del Lavoro uscente
Elsa Fornero, inaspettatamente critica verso se stessa,
che però punta il dito sulla mancanza di fondi.
In particolare, i 6 miliardi di euro che gli erano stati promessi in questa fase recessiva per ridurre il costo del
lavoro e permettere alle imprese di assumere. «Avrebbe
funzionato – ha continuato al Forum della Confcommercio
a Cernobbio, in quella che è stata probabilmente la sua ultima uscita pubblica − purtroppo non li ho avuti: il ministro
francese Michel Sapin ne ha avuti 10. Beato lui».
Nonostante ciò, i voti che assegna a se stessa e agli italiani non sono bassi: bene gli italiani che hanno risposto «con
compostezza sociale» alle politiche di lacrime e sangue e a
lei, tutto sommato, il 7 non lo toglie nessuno. «Se mi chiedete − ha concluso la Fornero − se rifarei la mia riforma
del welfare, rispondo di sì. Grosso modo sì. Forse potrei
cambiare qualcosa, ma le linee di tendenza sono giuste:
migliorare le relazioni di lavoro − conclude − per migliorare
la produttività».
Tagliente, invece, la voce di una parte del mondo imprenditoriale, che recrimina al ministro uscente di «non aver creato più occupazione, non aver fatto calare appunto il costo
del lavoro, non favorendo l'ingresso dei giovani». Entrambe
le parti dicono la stessa cosa, ma l’una si promuove e gli
imprenditori bocciano il ministro senza appello. ◘
► si è toccato il tema delle Casse di previdenza private. Da
una parte, Sacconi ha spinto le Casse «a rinnovare il patto
con lo Stato», dunque a collaborare per sostenere investimenti
orientati ad attività di pubblica utilità in cambio della conferma di una autonomia amministrativa, dell’abolizione della
doppia tassazione, dello sviluppo delle attività di sussidiarietà.
Certo qualcuno si chiede come mai tutti questi provvedimenti
siano stati annunciati e mai attuati da Sacconi quando è stato
ministro del lavoro, ma va detto che anche Cesare Damiano,
durante il suo successivo ministero, non è stato certo più
generoso. Durante la campagna elettorale di febbraio, il parlamentare Pd ha auspicato che le Casse di previdenza private
remino affinché «ci siano più partite Iva, ma tutte vere», garantendo la stessa autonomia gestionale promessa da Sacconi,
pur tra le mille perplessità del caso: non è un segreto che il
sistema di tassazione iniquo cui sono sottoposte le Casse di
previdenza non verrà riformato se non a fronte di risorse che
coprano il mancato gettito fiscale. Questi sono gli aspetti di
sostanza che in campagna elettorale sono stati assolutamente
evitati dall’una e dall’altra parte in gioco.
□□La ricetta Welfare mix
La ragione di questo silenzio è che i numeri scomodi prima
delle elezioni non piacciono a nessuno. Con la crescita dell'aspettativa di vita e l'invecchiamento della popolazione, ma
senza la crescita economica del Paese, il sistema di previdenza
sia pubblico che privato farà sempre più fatica.
La previdenza pubblica farà sempre più fatica a rimanere
in equilibrio, anche perché ha assorbito troppi lavoratori cui è
stato permesso di andare in pensione molto presto: nel 2010
la spesa Inps delle prestazioni pensionistiche ha superato198
miliardi di euro (i pensionati sono quasi 17 milioni e 22,6 milioni i lavoratori) a fronte di entrate contributive di 185 mld,
con un disavanzo di 13 miliardi di euro. La previdenza privata
come l’Eppi farà sempre più fatica non tanto per equilibrare
entrate ed uscite, dato che il sistema da quel punto di vista è
blindato. Piuttosto sarà difficile rivalutare i risparmi dei propri
iscritti in modo adeguato, perché la legge impone di assegnare
rivalutazioni coerenti con il Pil del Paese: davanti alla crescita
zero, le somme risparmiate certo non ne beneficeranno e neanche le rispettive pensioni.
La sola pensione obbligatoria, insomma, non sarà in grado
di garantire lo stesso tenore di vita goduto in età da lavoro, e
molti esperti di previdenza consigliano di passare dal sistema
di «welfare state» a quello del «welfare mix»: la previdenza
classica sempre più affiancata da quella complementare ►
■■ Più controlli, più pensione
Parere positivo del Ministero del welfare alla richiesta
La convenzione garantirà di verificare la base imponibile dichiarata, sulla quale poi applicare la percentuale di
contribuzione che ogni iscritto accantona annualmente
nel proprio conto corrente previdenziale. «Si tratta di
proteggere il futuro pensionistico dei nostri iscritti, che
possono incorrere anche in semplici errori di compilazione — dice Umberto Taglieri, responsabile Eppi per
contributi e previdenza —. Chi dichiara una somma
inferiore a quanto effettivamente guadagnato danneggia esclusivamente se stesso: a fronte magari di un
beneficio immediato, si dimentica che la pensione sarà
calcolata su quanto effettivamente si versa». Insomma,
le minori somme versate a 40 anni comporteranno poi
di ottenere una pensione inadeguata a 70, ma quando si
è più giovani l’atteggiamento da formica è comprensibilmente più difficile.
«A questo punto interviene l’Eppi: non solo per assicurare la previdenza dei periti industriali, ma per garantire anche un assegno pensionistico il più possibile
adeguato proprio andando a riscontrare che i redditi
dichiarati all’Ente di previdenza siano compatibili con
quelli dichiarati al fisco in sede di presentazione del
Modello Unico». ◘
► o integrativa. Però, gli italiani sembrano o non fidarsi troppo, oppure non essere informati bene.
«Nel nostro Paese – nota Alberto Brambilla, professore di
materie previdenziali – la diffusione delle forme di previdenza
complementare rimane senz'altro inferiore rispetto alla media
europea. I fondi pensione pesano per non più del 5% del
Pil contro il 65% della media Europea o addirittura il 135%
dell'Olanda».
I dubbi e le perplessità sono gli elementi che a tutt’oggi
bloccano il decollo della previdenza di secondo o di terzo
pilastro. Quello che più pesa è l’affidabilità del mezzo, la possibilità di scegliere e di cambiare fondo pensione nel tempo
(molti fondi sono vincolati), e poi la conoscenza. Il sapere
quanto si prenderà a fine carriera diventa fondamentale, a prescindere da tutte le campagne di informazione che in genere
spiegano le regole tecniche.
A rassicurare gli aderenti ci prova di nuovo la Covip, l’Autorità pubblica che vigila sulle forme pensionistiche complementari. A seguito della riforma del 2005, chiamata a definire
le regole in materia di trasparenza, la Covip ha spinto per
mettere a disposizione dell’iscritto una proiezione della sua
futura prestazione pensionistica, cioè l’importo della rendita
attesa al momento del pensionamento. E probabilmente una
mano ulteriore la darà l’introduzione della «busta arancione»
formato web, un estratto conto personale integrato (Eci) che
darà la possibilità al professionista, con una consultazione
online sul portale dell’ultimo ente in cui risulta iscritto, di
Giuliano Amato, già
del Consiglio, ora
italiana. La sua
posizione rispetto al
welfare è cambiata
difende non più il
contributivo, ma un
sistema che integra il
contributivo con una
pensione sociale di base
avere il polso della situazione previdenziale e il controllo trasparente di quanto versato. Entrato nell’ultima fase di sperimentazione, il ministro del
Welfare Fornero ha annunciato una spedizione test a 1 milione di assicurati in partenza il 22 aprile, il cui esito darà
l’indicazione per decidere se poterlo spedire anche a tutti gli
□□La ricetta svedese
Il welfare mix però non convince tutti. Esiste un nervo scoperto nel sistema contributivo, ad oggi quello più largamente
usato sia nel pubblico sia nel privato, che lo fa essere il
metodo di calcolo pensionistico forse più equo tra le diverse
generazioni ma privo di alcun aspetto solidaristico.
L’ultimo detrattore ha sorpreso tutti, perché Giuliano Amato,
ex presidente del Consiglio, ogni volta che tocca il tasto previdenza crea scalpore. Anzitutto, perché è noto come il Dottor
Sottile percepisca una delle pensioni più pesanti del Paese,
con i 22mila euro lordi mensili, maturati a regola di legge, ai
quali vanno aggiunti i 9mila del vitalizio da parlamentare, che
da anni dichiara di devolvere in beneficenza. Ma la sorpresa,
davanti ai giovani dell’Università Luiss di Roma, è quella
di aver sfoderato la sua esperienza, per attaccare proprio il
sistema contributivo da lui a lungo difeso: a suo giudizio «i
giovani di oggi dormiranno nelle auto per via delle loro pensioni miserabili».
Questo perché il sistema contributivo «puro», «se è asettico
dal punto di vista tecnico, non lo è dal punto di vista sociale:
differenzia enormemente coloro che percepiscono retribuzioni
alte da quelli che hanno stipendi bassi, da quelli che hanno
una continuità lavorativa a quelli che fanno slalom fra un lavoro discontinuo e l’altro». I primi avranno una pensione alta
insieme alla possibilità di farsi anche una pensione di scorta,
i secondi da pensionati andranno a dormire dentro le auto. Ne
discende che il sistema previdenziale costruito a contributivo
deve attivare comunque una dimensione solidaristica.
Ne rappresenta un buon esempio il sistema in vigore in
Svezia (vedi «Opificium» anno 3, n. 2) e in Svizzera il quale
prevede una pensione sociale uguale per tutti cui sommare una
pensione obbligatoria, cui aggiungere una terza integrativa. Il
primo livello è un piedistallo solidaristico, che permetterebbe
di calmierare le carriere più discontinue, il secondo sarebbe
calcolato in base alla capacità di reddito e il terzo in base alla
propensione al risparmio. è peraltro la tesi sostenuta a lungo
da due tecnici e parlamentari dell’ultima legislatura, Giuliano
Cazzola (Pdl) e Tiziano Treu (Pd), e ben vista anche dai presidenti di alcune Casse di previdenza privata. La vera questione aperta è capire il modo con cui il tema del welfare tornerà
all’attenzione della politica. Ad oggi, le alchimie delle forze
sono concentrate su alcuni temi istituzionali (legge elettorale
ed elezione del presidente della Repubblica) che schiacciano
sullo sfondo e semplificano ogni argomento tecnico, forse in
parte per gerarchia di importanza ma anche perché sono temi
da affrontare con la giusta competenza ed esperienza. ◘
per capire i meccanismi di gestione dei risparmi che i periti industriali investono e
affidano all’Eppi. Non è un’operazione semplice, perché gli strumenti della finanza
sono spesso sofisticati, ma vale la pena di provarci.
La terza puntata indaga la funzione dell’advisor, vale a dire il
consulente che analizza i bisogni dell’ente e propone una serie di prodotti finanziari
che li possano soddisfare. Come lavora e qual è esattamente il suo ruolo?
La risposta nelle pagine seguenti.
L’ADVISOR, il consulente
che ti mostra dove investire
n patrimonio di circa 800 milioni di euro di
un ente di previdenza deve avere una strategia
di valorizzazione precisa. Bisogna evitare sicuramente che quei denari si svalutino e fare in
modo anzi che rendano, investendoli tempo per
tempo in modo da recuperare il potere d’acquisto che si
perde annualmente con l’inflazione. D’altro canto, l’ente di
previdenza ha bisogno di quote di liquidità annuali, deve
cioè pagare tutte le pensioni, e bisogna possedere strategie di investimento accorte per non trovarsi con tutto il
patrimonio vincolato quando è il tempo di uscite. Infine,
bisogna ripararsi da alcuni rischi, compiendo l’unica cosa
sensata in questi casi, vale a dire diversificare: distribuire
il patrimonio in modo da assolvere al compito di conservare al meglio i risparmi degli iscritti definendo un
portafoglio ragionato.
Tutti noi abbiamo avuto un fratello od una sorella maggiori
che ci hanno consigliato nelle scelte importanti. Il consulente
finanziario, o advisor, svolge il ruolo delicato di indirizzare le
scelte per gestire al meglio il patrimonio, prospettando tre
o quattro scenari possibili ed evidenziando punti di forza e
criticità. Poi lascia agli amministratori Eppi la responsabilità
della scelta, alla fine però di un percorso ragionato.
advisor è il professionista che collabora proprio a
questa definizione. In quale modo? Prima di tutto
interviene nella fase di rilevazione ed analizza il
patrimonio investito ai valori di mercato. Poi, stabilisce
una relazione tra i flussi di cassa in entrata e quelli in
uscita, incrociandoli con la previsione dell’andamento previdenziale della popolazione di riferimento – stilata da
un «attuario» – ed immaginando anno per anno a quanto
ammonterà l’impegno in termini di uscite (pensioni e altre
prestazioni) dell’ente di previdenza. Poi arriva la fase più
L’advisor finanziario determina diverse ipotesi per collocare il patrimonio, incrociando i bisogni e le scadenze
dell’ente di previdenza. Propone alcuni scenari di «asset
allocation strategiche» secondo una metodologia di tipo
Alm (Asset&liability management), vale a dire che presenta dei possibili investimenti sul mercato determinando
per ciascuno scenario il relativo obiettivo di rendimento e
il valore a rischio. Rendimento e rischio sono i due poli
inversamente proporzionali: sottoscrivere uno scenario con
un maggiore rendimento significa assumersi il rischio di
una scommessa maggiore, mentre la promessa di un renMarzo - Aprile
Un ente di previdenza deve monitorare i flussi di denaro in entrata
e in uscita, perché deve avere la disponibilità del liquido al momento
giusto ma anche saper capitalizzare le somme accantonate dagli
iscritti per la loro pensione. Un advisor serve ad investire in modo
redditizio, proteggendosi da eventuali rischi
dimento minore cela un rischio insito più prudente. Compito dell’advisor è stilare delle graduatorie e proporle agli
amministratori dell’Eppi, mentre è compito di questi ultimi
discutere con i gestori dei prodotti indicati, selezionarli e
conferire loro un mandato. Per il buon funzionamento del
ciclo è importante che il consulente finanziario mantenga il
ruolo di terzietà e non intervenga nella scelta dei singoli
gestori dei prodotti costituenti ciascuna asset class per non
creare un’ombra di conflitto di interessi: lui suggerisce, ma
non conferisce, propone ma non sceglie, ed eventualmente
partecipa all’ultimo tratto di cui stiamo per dire. Spesso la
commistione tra analisi e scelta non è stata portatrice di
scelte accorte nel mondo della finanza: si discute molto del
profilo etico di alcune agenzie di rating (istituti specializzati nello stilare la classifica degli investitori), dando un
valore sicuramente positivo alla mancanza di rapporto tra
valutatore e valutato.
Tornando a noi, l’ultimo tratto del processo di investimento
è proprio la verifica del risultato. Il settore finanza dell’ente
di previdenza periodicamente verifica in autonomia se siano
stati rispettati i valori di rischio e poi soppesa l’andamento
delle performance, cioè il rendimento effettivo; il materiale
viene ridiscusso dagli amministratori dell’Eppi che adottano i
correttivi eventualmente di nuovo con il supporto dell’advisor,
che suggerisce ma non seleziona. L’elemento di terzietà resta
una garanzia di correttezza dell’intero circuito. ►
3% azionario
strategica si compone
per il 73% da portafogli
che hanno l’obiettivo di
ricercare il rendimento al
fine di coprire l’Ente dagli
altri rischi non coperti dal
portafoglio Ldi (Liability
Driven Investment). Questi
sono il rischio di longevità
e i rischi di mercato
4% strumenti
30% immobiliare
(fisico o quote
di fondi)
53% obbligazioni
4% debito Paesi
3% obbligazioni
73% attivi a ricerca
27% Ldi
50% obbligazioni a
analisi delle scelte dell’Eppi è un esempio di questo
processo. L’«asset allocation strategica», cioè lo scenario che l’Eppi ha scelto, si compone per il 27%
da portafogli di tipo Ldi (Liability driven investment) che
hanno l’obiettivo di ridurre il rischio di non coprire l’impegno previdenziale, riducendo la variabilità delle rendite.
Sostanzialmente stiamo parlando di prodotti che hanno una
durata finanziaria molto elevata, dato che scadono anche
tra 40 anni, puntando sul fatto che il settore previdenza
possa vincolare gli investimenti su tempi molto lunghi.
Infatti, la prospettiva di un giovane che accumula denaro
nel suo salvadanaio è quella di esigere la sua restituzione
dopo 35-40 anni di carriera, periodo in cui i denari possono essere vincolati senza interruzione.
I titoli di stato, i Btp o zero coupon, riducono così il
L’asset allocation strategica si compone per il 27% da
portafogli di tipo Ldi che hanno l’obiettivo di ridurre
il rischio di variabilità del mercato. Hanno durate
finanziarie molto elevate e riducono il rischio di tasso e
rischio di tasso e di inflazione, perché
su periodi così lunghi le montagne russe
dei mercati perdono i loro picchi estremi in quanto i guadagni compensano di
gran lunga le eventuali perdite. Tecnicamente, quel 27% è suddiviso per metà
in obbligazioni indicizzate all’inflazione
e per metà in obbligazioni a tasso fisso.
L’altro 73% dell’asset allocation strategica si compone da portafogli che hanno l’obiettivo di ricercare il rendimento,
assumendosi il rischio più ragionevole.
Nella torta di colore azzurro, la parte
del leone continuano a svolgerla investimenti prudenti, con un 30% di immobiliare (sostanzialmente conferimento al
Fondo immobiliare Fedora) ed un 53%
di obbligazioni societarie solide.
Il restante 17% ha il compito di garantire un po’ di spunto al portafoglio
Eppi, pur diversificando molto le possibilità di rendita. Sono prodotti a scadenza molto più bassa, tra cui spiccano un
3% di obbligazioni ad alto rendimento
e un 4% di mercato asiatico, che ad
oggi tirano molto ma il cui andamento
va monitorato perché si tratta di scenari
piuttosto variabili.
a figura dell’advisor svolge dunque un ruolo chiave nella gestione
complessiva del patrimonio. Deve
avere una conoscenza consolidata e internazionale dei mercati, degli stili di
gestione e dei prodotti.
Deve conoscere i modelli di gestione
del patrimonio adottati da soggetti che
hanno una similarità con l’Eppi, dunque
essere un esperto del settore.
Il suo intervento deve ridurre il nervosismo dei mercati contenendo il rischio
tasso ed inflazione ma contenendo altri
rischi come quello di «longevità». Cosa
fa l’advisor? Partecipa alla programmazione strategica del portafoglio dell’ente
di previdenza e alla scelta dei movimenti tattici da operare. Infine, collabora
ad aggiornare periodicamente le scelte in base a cambiamenti delle norme
previdenziali oppure all’andamento dei
mercati. ◘
La puntata sull’advisor è la terza di un ciclo dedicato all’informazione
finanziaria di base relativa ad Eppi. Nei due numeri precedenti (6/2012 e
1/2013) abbiamo parlato dello strumento di analisi dei bisogni dell’Ente
(Asset & liability management) e del Fondo immobiliare.
Il rischio longevità, questo sconosciuto
La pensione nel sistema contributivo è stabilita attraverso degli indici («coefficienti di trasformazione»)
che sono rivisti ogni tre anni in
relazione all’effettivo andamento
della durata media di vita. L’ultima
revisione è entrata in vigore il 1º
gennaio 2013 e per l’età di 65 anni
è indicato il coefficiente di 5,435.
Il che vuol dire (semplificando il ragionamento) che il salvadanaio di
ogni pensionato dovrebbe essere
consumato in 18,4 anni, contando
non solo il libero professionista ma
anche i familiari o gli eventuali ere-
di aventi diritto: moglie, figli minori
od anche maggiorenni universitari.
Il rischio longevità è la possibilità
che questo limite venga superato
da uno dei beneficiari e il rispettivo
salvadanaio sia vuoto.
Dunque, l’ente deve prevedere un
fondo disponibile in cui possa attingere per fronteggiare quest’eventualità «rischiosa», contando
che in media le donne hanno una
vita più lunga degli uomini: i periti
industriali sono per il 98% uomini
ma si suppone siano sposati nella
stragrande maggioranza dei casi. ◘
Economia: Contro il downgrading immobiliare
Sul piano inclinato della crisi economica sta scivolando anche il mattone,
fino ad oggi il fondamentale bene rifugio degli italiani: crollo delle
compravendite e prezzi in calo lo confermano.
Cosa fare per invertire la rotta? Ripartiamo dalle cose ben fatte:
valorizziamo gli immobili con i documenti in regola
Tutti i valori con
il segno «meno»
n Italia, in 33 milioni di abitazioni vivono 25 milioni di famiglie. Il rapporto persone/abitazione è
2,42 e si discosta poco dalla media dei maggiori
Paesi europei, la qual cosa significa che se da
noi, dal dopoguerra ad oggi, si è costruito molto,
altrove non si è fatto di meno; forse più ordinatamente,
ma non di meno.
Oggi, i più recenti piani regolatori delle più importanti
città prevedono un azzeramento o quasi degli indici di
edificabilità delle aree ancora libere e una politica urbanistica orientata al riuso e alla valorizzazione dell’edificato
esistente. È una scelta dettata in parte dalla consapevolezza che il costruito soddisfa ormai – almeno in termini
numerici – le esigenze dei cittadini, e dall’altra dalla
constatazione che la crisi sta avvelenando l’intera nostra
economia e che va trovata una risposta ad una recessione
che insidia anche il mercato immobiliare, tradizionale baluardo nel nostro sistema produttivo.
È notizia di questi giorni che il volume delle compra22
vendite registrato nel 2012 dall’Agenzia del territorio ha
accusato una flessione del 26%: le abitazioni acquistate
e vendute lo scorso anno si sono fermate a 444mila, il
dato più basso dal 1985, in pratica la metà del numero di compravendite che ci sono state nel 2006, l’anno
dell’ultimo picco, dopo il quale anche molti italiani hanno
dovuto riconsiderare l’investimento del mattone e chiedersi
se davvero era una scelta imbattibile nel tempo e la casa
era davvero un insuperabile bene rifugio come avevano
□□Quando e come è cominciato lo tsunami
I primi brontolii si erano avuti proprio nel 2006 ed erano provenuti da oltre oceano. A seguito del rialzo dei tassi
di interesse che, nell’arco di soli tre anni, dal 2005 al
2007, la Federal Reserve aveva fatto schizzare dall’1,5% al
5,25%, molti cittadini americani e in particolare quelli ►
andamento delle compravendite in Italia
Fonte: Banca d’Italia e Agenzia del territorio
► che si erano indebitati per comprare casa offrendo basse □□Ma i guai italiani non sono solo causati
garanzie (subprime), si trovarono a non essere più in gra- dalla crisi internazionale
do di pagare le rate del mutuo. Quella che emerse fu una
Tuttavia, la crisi del nostro mercato immobiliare è solo
situazione che colpì dapprima le esposizioni più pesanti in parte figlia della bolla immobiliare americana e non ha
e le operazioni più spregiudicate, ma ben presto
niente a che vedere con altri modelli
quei casi isolati si moltiplicarono e si estesero a
speculativi, come quello irlandese o
spagnolo. Di certo non ha giovato al
Nei circuiti bancari, che nel frattempo avevano
morale sapere che la più importante
cartolarizzato quei loro crediti, si sviluppò una
economia occidentale stava vacillanvolta, distanti
situazione caotica che nel giro di pochi mesi non
do, ma da noi la crisi non è partita
poté più essere controllata. Fu una valanga inarda immobili sovrastimati o da mutui
restabile. In molte città americane i prezzi degli
concessi a chi non avrebbe avuto tiIn Italia, in 33 milioni
immobili crollarono, le banche entrarono in soffetolo per riceverli. È accaduto invece
di abitazioni vivono
renza e molte famiglie si videro pignorata la casa,
che una crisi finanziaria, a sua volta
25 milioni di famiglie.
al punto che nel solo 2007 le vendite forzose negli
provocata da un enorme debito pubIl rapporto persone/
Stati Uniti furono ben 1.700.000.
blico e da un tasso di crescita molMa non era finita. Quella che poteva sembrare
abitazione è 2,42 e non
to basso, ha infine aggredito anche
una crisi grave, ma locale e comunque passeggera
l’economia reale e quindi i redditi
si discosta dalla media
e comunque circoscritta al settore immobiliare, si
delle famiglie, determinando, insieme
dei maggiori Paesi
rivelò anche ai comuni cittadini per ciò che era
ad altre cause non sempre imputabili
veramente: il seme di una crisi finanziaria ed ecosoltanto al nostro Paese, la difficile
nomica dalle dimensioni mai viste in precedenza
situazione che stiamo ancora vivendo.
che avrebbe interessato in un modo o nell’altro
Vediamo continuamente eroso il pol’intero pianeta, giungendo non solo a modificare gli stili tere d’acquisto dei nostri soldi, i redditi che calano, il
di vita nostri, ma ad ipotecare anche quelli dei nostri lavoro che non è quasi mai sicuro, la pensione che è
figli e dei nostri nipoti.
sempre più magra, un welfare che è ridotto al lumicino e
Poi sappiamo come è andata, e il botto della Lehman & i figli che stanno sempre più a casa disoccupati o sottocBrothers, strozzata da un debito di 613 miliardi di dollari, cupati. In situazioni come questa è comprensibile che la
fu il momento emblematico e più tragico di quel terremo- prudente famiglia italiana stia alla finestra in attesa che
to finanziario che in quei mesi del 2008 travolse gli Usa e qualcosa cambi prima di avventurarsi in una impresa così
che in breve tempo si sarebbe fatto sentire anche da noi. importante com’è la costruzione o l’acquisto di una casa.
quante nuove case sono state costruite
Numero assoluto di unità a uso residenziale
Ma si comprano meno case, così come si comprano meno
macchine e meno beni di consumo in generale. Nessuna
crisi specifica ha colpito il mercato immobiliare. La differenza con le altre aree di crisi sta nel fatto che l’edilizia
è il tradizionale traino per buona parte della produzione
industriale e il bacino dove opera una parte significativa
dei professionisti iscritti nei nostri albi.
Nel 2012 hanno chiuso i battenti 380mila piccole e medie imprese, 1.000 al giorno, 40 ogni ora. Loro soffrono e
noi professionisti con loro. È una sofferenza molto spesso
vissuta nel silenzio e nel dolore, ma che non fa meno danni di altre più importanti realtà industriali costrette a chiudere o a ristrutturarsi. Il raffronto può apparire rozzo, ma
i 360mila posti di lavoro persi nel comparto dell’edilizia
(550mila considerando i comparti collegati) equivalgono a
72 Ilva, a 277 Termini Imerese, a 450 Alcoa.
□□I riflessi sull’occupazione
nel comparto edilizio
□□ Quali soluzioni per il futuro?
Un discorso a parte meritano tuttavia
quelle imprese che, avendo terminato le
Resta il problema della massa di immobili
loro costruzioni nel bel mezzo della criinvenduti. Nel 2010, nell’ambito di una incrisi (ben più
si, oggi si trovano a dover sopportare
dagine conoscitiva sul mercato immobiliare
grave delle crisi
oneri finanziari molto alti negoziati negli
disposta dalla Camera dei deputati, emergeva
di cui si parla)
anni passati, senza riuscire a collocare
come la massa di invenduto toccasse ormai i
sul mercato il costruito. Una situazione
2 milioni di unità abitative, quantità che oggi
Sono 360mila i posti di
sostenibile dalle piccole e medie imprese
non è certo diminuita. Qui, se i prezzi rilavoro persi nel settore
per uno o due anni, trascorsi i quali,
marranno ai livelli attuali o non si avrà l’indelle costruzioni (550mila
se l’immobile nel frattempo non è stato
troduzione di importanti agevolazioni fiscali
considerando l'intera
venduto, c’è il rischio fallimento, come
per le imprese e gli acquirenti, la situazione
filiera) ed equivalgono
purtroppo, complice anche la stretta crenon cambierà e il rischio per i costruttori
a 72 Ilva, a 277 Termini
ditizia e il blocco dei pagamenti da parte
sarà molto alto. La formula del rent to buy
delle pubbliche amministrazioni, sempre
(programma che permette di entrare subito
Imerese, a 450 Alcoa
più frequentemente sta accadendo.
nell’abitazione come locatario e di acquisirne
E non stiamo parlando di tipi alla Edodopo tre anni la proprietà) è un’opzione sulla
ardo Nottola, il palazzinaro ante litteram, il cinico specu- quale in molti stanno lavorando, ma implica in ogni caso
latore del film di Francesco Rosi Le mani sulla città, ma una maggiore chiarezza giuridica, oltre a una disponibilità
di tante piccole e medie imprese, spesso artigiane quando di reddito e una buona fiducia nel futuro che al momento
non familiari, che insieme a noi professionisti rappresen- tra i cittadini manca.
tano quello che resta della muscolatura del nostro Paese.
Così come non pare avere riscosso migliore fortuna ►
► il programma di social housing che, almeno nelle intenzioni, doveva assicurare, in una virtuosa alleanza tra
privati e istituzioni, una sorta di moderno filantropismo
attraverso il quale dare un tetto alle fasce di popolazione
più svantaggiate (sono 650mila all’anno le richieste di
alloggio provenienti dai nuclei familiari più deboli), sbloccando allo stesso tempo parte dell’invenduto e dare lavoro
a imprese e professionisti.
In Spagna un’interessante iniziativa di Provivienda si pone
l’obiettivo di contrastare almeno nelle grandi città l’emergenza
abitativa, occupandosi del settore delle locazioni, non meno
sofferente: l’agenzia lavora come mediatore tra chi cerca una
casa e i piccoli proprietari, fornendo a questi ultimi un’assi-
curazione sul pagamento del canone, in cambio di un affitto
più basso rispetto a quello che avrebbero potuto spuntare in
una trattativa privata. Non è la soluzione, ma è una risposta,
una delle tante che si possono dare alla crisi, a costo zero o
molto contenuto per la fiscalità. In attesa di tempi migliori si
deve quindi confidare in alcune misure possibili e a basso
costo per lo Stato, quali piani regolatori più attenti all’uso del
suolo, facilitazioni fiscali rivolte alla riqualificazione dell’edificato esistente e un programma di edilizia sociale intrapreso
con decisione, lucidità e lungimiranza. Sarebbero non solo
buone risposte alla crisi che stiamo attraversando, ma anche
un passo in avanti verso uno stile di vita più attento all’ambiente, limitando sprechi e consumi e organizzando al meglio
i servizi nelle nostre città. ◘
di «più» a chi intende
acquistare una casa?
n tempi di vacche magre, mai così magre, sarebbe
zione del fabbricato sono iniziati anteriormente al 1°
fuori luogo immaginare grandi opere o formidabili
settembre 1967 (lo spartiacque è determinato dalla
agevolazioni fiscali per rilanciare il settore edilizio.
legge 6 agosto 1967 n. 765, recante «Modifiche
Quello che possiamo fare è piuttosto pensare a
e integrazioni alla legge urbanistica del 17 agosto
procedure e meccanismi attraverso i
1942, n. 1150», la cosiddetta «legge ponte»).
quali, quando il mercato comincerà a riparQueste dichiarazioni, necessarie per impedire
tire, sarà possibile sfruttarne al meglio le
la negoziazione dei fabbricati privi di un
potenzialità. In proposito, potrebbe essere
qualsiasi titolo abilitativo edilizio (i fabbriopportuno individuare una metodologia atcati «completamente abusivi»), pur essendo
la Riruc
traverso la quale tutelare i cittadini (sia
le uniche dichiarazioni previste dalla legge,
Un documento in grado
persona fisica, sia persona giuridica) che
non sono tuttavia sufficienti per garantire la
di offrire la migliore
in qualche modo negoziano un fabbricato
regolarità edilizia del fabbricato rispetto al
per atti fra vivi (vendita, acquisto, permuta,
titolo abilitativo edilizio (ovvero, in parole
tutela al cittadino il
divisione, donazione, conferimento ecc.). Le
semplici, per assicurare che il fabbricato sia
quale, probabilmente,
disposizioni di legge attualmente in vigostato realizzato come da progetto approvato).
re (in particolare, art. 40 della legge n.
Infatti, è praticamente impossibile elencare
non affronterà più di una
47/1985; art. 46 del Dpr n. 380/2001; art.
tutti i vari tipi di abusi, più o meno gravi,
volta l’acquisto di un
29, comma 1-bis, della legge n. 52/1985,
che possono interessare un fabbricato;
introdotto dal Dl n. 78/2010) prevedono in
■■che nell’atto sia contenuta – a pena di
nullità – oltre i dati catastali ed il riferi■■ che nell’atto siano indicati – a pena
mento alle planimetrie catastali (attività di
di nullità – gli estremi del titolo abilitativo edilizio
competenza del notaio), la dichiarazione resa dagli
con cui è stato edificato (o condonato) il fabbricato,
intestatari della conformità allo stato di fatto dei dati
oppure sia dichiarato in atto che i lavori di costrucatastali e delle planimetrie. Questa dichiarazione
comporta per il dichiarante, in caso di dichiarazione
falsa o semplicemente erronea, una responsabilità
civile per danni nei confronti dell’acquirente, ed
eventualmente responsabilità tributarie, amministrative ed anche penali.
Potrebbe allora trasformarsi in un’opportunità professionale e in un vantaggio inequivocabile per chi si accinge a
porre in vendita un immobile la risoluzione del problema
della dichiarazione di conformità sulla regolarità edilizia e
catastale dei fabbricati. Ed è un’ipotesi che sta prendendo piede nei diversi organi di rappresentanza dei liberi
professionisti che agiscono nel mercato immobiliare (tra
i quali, ovviamente, svolgono un ruolo di punta i nostri
In breve, la decisione della messa in vendita di un
immobile dovrebbe essere immediatamente accompagnata
dall’affidare a un professionista tecnico di fiducia (architetto, geometra, ingegnere, perito industriale edile) l’incarico di provvedere a tutte le operazioni necessarie per
verificare la regolarità edilizia e catastale del fabbricato
e a riassumere i risultati delle proprie ricerche in un’apposita relazione tecnica (denominata «Relazione integrata
di regolarità urbanistica e catastale dei fabbricati», Riruc),
attestante la situazione edilizia e catastale del fabbricato
e, quindi, documento essenziale da allegare all’atto ed
inserire nel fascicolo del notaio, per divenirne, poi,
Sarà così immediatamente evidente a tutti,
ma soprattutto a venditore e acquirente,
come la suddetta Relazione rappresenti
innanzitutto una maggiore tutela per
le parti, soprattutto se presente fin
dall’inizio delle trattative nel file
di documenti messi a disposizione da parte dell’agenzia immobiliare incaricata della vendita.
Infatti, potrebbe verificarsi il
caso in cui la Riruc faccia
emergere la presenza di abusi sanabili ma con notevoli
oneri (progetti, sanzioni amministrative, eventuali lavori edili ecc.) o addirittura
accerti l’esistenza di abusi
non sanabili (magari perché
commessi su fabbricati posti
in zone soggette a vincoli
particolari), abusi che potrebbero inficiare la commerciabilità del fabbricato. Ma al
di là dei casi più gravi, il
documento sarà di sicura utilità
nell’evidenziare piccole o grandi
irregolarità catastali che potranno
essere sanate prima della stipula del
relativo atto notarile.
Si tratta quindi di andare al di là delle
disposizioni di legge vigenti, ovvero che
nell’atto siano indicati gli estremi del titolo
abilitativo edilizio con cui è stato edificato (o
condonato) il fabbricato oppure sia dichiarato in atto che i
lavori di costruzione del medesimo fabbricato sono iniziati
anteriormente al 1° settembre 1967. Così, le maggiori e
più complete informazioni a disposizione del venditore
o dell’acquirente – ottenute incaricando un professionista
tecnico di redigere la Riruc – consentiranno decisioni libere e trasparenti nel corso della trattativa, fornendo soprattutto una migliore tutela a un soggetto che, probabilmente,
nel corso della sua vita non affronterà più di una volta
l’acquisto di un immobile.
Ma non solo. In una fase di particolare difficoltà economica e di crisi del mercato immobiliare, la proposta che
abbiamo presentato può costituire anche un segnale per i
professionisti che intendono offrire nuovi servizi alla propria clientela. Così, dopo il Collegio di Biella e Vercelli
che ha già stipulata da tempo una convenzione in materia,
anche il Collegio di Siena ha avviato una ricognizione insieme agli altri ordini delle professioni tecniche e a quello
del notariato per stipulare un accordo ad hoc. In attesa
che le vacche tornino a ingrassare. ◘
dossier: Le proposte del Professional Day 2013
Il PAT , l'a lle a n z
a ord in is ti c a d
e ll' a re a
te c n ic a (b io lo g
i, c h im ic i, d ot to
r i a g ro n om i
e d ot to r i fore st
a li, g e om e tr i,
g e ol og i,
in g e g n e r i, p e r
iti a g ra r i, p e r it
i in d us tr ia li,
te c n ol og i a lim e
n ta r i) , h a p re se
n ta to il
19 fe b b ra io sc
orso , in oc c asi on
e d e lla
g io rn a ta d e lle
lib e re p ro fe ss io
n i, un
a r ti c ol a to p a c
c h e tt o d i p ro g
e tti p e r il
r ila n c io d e l Pa
E ora to c c h e re
b b e a lla p ol itic
trasfor m a r lo n
e ll' e n n e si m o lib
ro d e i so g n i
1.	C o n t ro i l r i s c h i o s i s m i c o
e i d ro g e o l o g i c o
2.	F as c i c o l o d e l fa b b r i c a t o
3.	B l o c c a re i l c o n s u m o d i s u o l o
4.	B o n i f i c a d e l l e s o s ta n z e n o c i ve
n e l l e a b i ta z i o n i
5.	R o t ta m a z i o n e d e g l i i m p i a n ti
6.	U n g i a c i m e n t o d a sf r u t ta re :
i l r i s p a r m i o e n e rg e ti c o
7.	Pe r u n a g e s ti o n e s o s te n i b i l e
d e i r i f i u ti
8.	Ef f i c i e n z a n e l l a p u b b l i c a
a m m i n i s t ra z i o n e
9.	F avo r i re l a d e vo l u ti o n
p ro fe s s i o n a l e
10.	S m a r t fa r m e s m a r t e n te r p r i s e
11.	S a l va g u a rd i a d e l l ' a m b i e n te
12.	D i m i n u i re l o s c a r t o a l i m e n ta re
Prom uovere un
sismico ed
Secondo l'Associazion
bonifiche e irrigazion
i, investendo
6,8 mld di euro per la
sicurezza di 2.943 a
ree a rischio,
si creerebbero 50mila
nuovi post i
egli ultimi 40 anni in Italia, secondo la protezione civile, si sono avuti danni da eventi sismici per circa 147 miliardi di euro
(3,6 miliardi per anno). Considerando gli
ultimi 150 anni – quelli intercorsi in pratica dall’unità d’Italia ad oggi – gli eventi sismici con vittime e
danni gravi alle cose si sono presentati in media uno
ogni 5 anni. A fronte di questa evidenza una recente
ricerca dell’Ania (Danni da eventi sismici e alluvionali al
patrimonio italiano: studio quantitativo e possibili schemi
assicurativi, Milano, 2011), ha stimato che per il futuro
la media dei danni, causati da terremoti, sarà di circa
2,6 miliardi di euro l’anno.
Per quanto riguarda i disastri idrogeologici determinati da alluvioni e frane, le stime offerte dal ministro
dell’Ambiente Corrado Clini nel 2012 indicavano per
gli ultimi vent’anni un ammontare di danni da dissesto
idrogeologico pari in media a circa 2,5 miliardi di euro
A fronte di eventi sismici non prevedibili da un punto di vista
della esatta localizzazione è però possibile attuare strategie
di contenimento dei danni. Allo stesso modo anche la messa
in sicurezza del territorio da un punto di vista idrogeologico
può contenere fortemente l’impatto di calamità naturali solo
in parte prevedibili.
Si tratta di intervenire da oggi per cominciare in modo sistematico e con un orizzonte di lungo periodo ad attuare una
strategia di messa in sicurezza di tutto il nostro patrimonio
edilizio storico e moderno, pubblico e privato e di contenimento del rischio idrogeologico.
Per la messa in sicurezza del patrimonio abitativo dai terremoti nella sola zona 1, quella formata dalle aree a massimo rischio
sismici, basterebbe programmare una
spesa di 5,5 miliardi di euro. In questo
modo si potrebbe intervenire su circa il
40% degli edifici, gli stessi che potrebbero subire i danni maggiori da un terremoto di intensità media (come quello dell’Aquila del 2009). Per mettere
in sicurezza la zona 2 e la zona 3 da
eventi della stessa portata l’impatto
di costo sarebbe pari rispettivamente a 30 e 27 miliardi di euro.
Ovviamente la distinzione in zone
di rischio è solo il primo criterio
di massima per decidere le priorità di intervento, ma l’appartenenza a classi di rischio sismico più
elevate non può essere il solo
criterio di scelta: per cogliere
l’urgenza di interventi anche
nelle zone sulla carta a minore
intensità di rischio basti pensare che il
recente terremoto dell’Emilia ha coinvolto molti comuni che
erano classificati in zona 3 e cioè a ridotta rischiosità.
Per quanto riguarda le stime sui costi per la messa in sicurezza
dai più evidenti rischi di tipo idrogeologico il ministro dell’Ambiente ha recentemente prodotto una stima che fa riferimento
ad un ammontare di investimenti pari a 40 miliardi di euro su
base nazionale, una somma destinata a proteggere 5,7 milioni
di persone e 2,8 milioni di abitazioni.
È evidente che anche i dati di spesa danno una indicazione di
carattere generale circa l’ordine di grandezza degli interventi
Occorrerà, allora, nell’attuare un grande programma di messa
in sicurezza del Paese, identificare – rispetto al rischio sismico
ed idrogeologico e per ciascun ambito territoriale e locale – le
specifiche situazioni a maggior rischio.
I professionisti potranno dare il loro contributo fornendo le
opportune valutazioni tecniche ed economiche per individuare
dove dovranno essere allocate prioritariamente le risorse ed i
costi specifici di intervento. Infatti, anche all’interno delle stesse zone e microzone di rischio convivono situazioni caratterizzate da diverse intensità di pericolo tenuto conto delle specificità di ogni singolo immobile e di ogni ambito territoriale.
Si tratta in definitiva di avviare un percorso virtuoso che coinvolga cittadini e istituzioni, teso a favorire la realizzazione di
opere di miglioramento delle costruzioni e, anche, la sostituzione (o delocalizzazione) delle medesime nell’arco di qualche
ggi, delle case degli italiani, ovvero del
principale asset delle famiglie come pure
del patrimonio edilizio pubblico del nostro Paese, si conosce poco: né l’effettiva
consistenza volumetrica, né lo stato di conservazione dei materiali, né gli interventi effettuati. Il deficit informativo non riguarda solo gli edifici vecchi
o storici (oltre il 50% delle abitazioni), ma anche i
fabbricati più moderni, quelli cioè realizzati nel dopoguerra.
Non esiste infatti uno strumento a disposizione
delle amministrazioni pubbliche che metta nero su
bianco tutti i singoli interventi edilizi, legittimi e non,
effettuati su un intero fabbricato. Di conseguenza
è impossibile monitorare e mettere in relazione le
modifiche che nel tempo hanno stravolto il sistema,
modifiche che in molti casi si sono rivelate causa di
crolli e disastri.
Il dato appare del tutto inaccettabile anche alla luce
dei rischi naturali (a partire dagli eventi sismici) che
riguardano una larghissima parte del costruito in
Italia. In un Paese periodicamente flagellato da ►
È necessario allora individuare processi e meccanismi che siano coerenti con la logica della prevenzione, introducendo
questo termine, finalmente, tra quelli tipici delle strategie di
programmazione e pianificazione anche territoriale.
Si propongono alcuni indirizzi operativi:
■■ introdurre la logica della prevenzione nelle azioni di pianificazione territoriale;
■■ progressiva diffusione dell’obbligatorietà della «certificazione sismica» degli edifici;
■■ adozione di politiche di incentivazione fiscale e semplificazione per il miglioramento/adeguamento degli edifici
agli standard di sicurezza sismica più avanzati, considerando che il costo effettivo dell’incentivo fiscale in termini di
erosione di gettito (connesso ad un credito di imposta)
va ridotto dalle maggiori entrate, per le casse dello Stato,
determinate da: Iva, maggiore Irpef per nuova occupazione e maggiore Irap-Ires (con importi che incidono complessivamente per valori compresi tra il 30 ed il 40% della
spesa di ristrutturazione);
■■ introduzione delle polizze assicurative a carattere volontario o obbligatorio e predisposizione di un sistema di
premi in funzione delle aree di rischio e delle valutazioni
sui dati iscritti nell’attestato sismico.
Istituire il
��� terremoti distruttivi in cui 23 milioni di persone abitano in
zone esposte ad un elevato rischio sismico e dove i disastri
idrogeologici incombono sul 10% del territorio, occorre, dunque, una grande operazione di trasparenza e condivisione dei
dati sul patrimonio abitativo in modo che tutti siano consapevoli circa le condizioni di sicurezza della casa in cui abitano.
C’è poi un problema di dispersione delle informazioni: i pochi
documenti in possesso delle amministrazioni pubbliche sono,
infatti, gestiti da più enti e rispondono a finalità diverse e non
organicamente correlate fra loro; se gli aspetti strutturali, per
esempio, sono in mano alle prefetture o ai comuni, quelli impiantistici sono gestiti dalle Camere di commercio o dalle Asl.
Ma la pletora di enti ed organismi con funzioni diverse da territorio a territorio, che agiscono e operano a compartimenti stagni, senza alcuna relazione, è infinita. Il risultato? Nella
maggior parte dei casi, la documentazione non esiste, e se c’è
non solo non è completa, ma soprattutto, non è organizzata e
correlata e non è accessibile facilmente.
Si tratta di raccogliere, organizzare e certificare attraverso apposite schede informative (i Fascicoli del fabbricato), tutte le
informazioni su agibilità e sicurezza di un immobile, sul suo
stato di manutenzione, sugli interventi antisismici, sul carico
energetico e sui possibili rischi collegati alla sua salubrità, dando una corretta
e favorire il
riutilizzo del
ed esaustiva pubblicità ai Fascicoli attraverso un data base accessibile a tutti online.
È un processo che non può non partire dal basso, cioè dai
proprietari delle case (da quelli più interessati a dare valore ai
loro immobili di qualità): occorre però che il sistema pubblico
riconosca ai professionisti il compito di certificare lo stato degli immobili e il rispetto delle leggi e dei regolamenti di ciascun
intervento effettuato, mantenendo per sé solo il ruolo di controllo e pubblicazione dei dati, attraverso la realizzazione di un
archivio pubblico nazionale basato su dati aperti e accessibili a
tutti via internet.
L’intervento può innescare un processo di adeguamento e riconversione degli edifici in grado di valorizzare il più importante patrimonio di cui dispongono le famiglie italiane: la casa.
L’obiettivo del Fascicolo è di avere un quadro conoscitivo
completo sullo stato di fatto di un immobile, ma anche sui precedenti interventi. Il documento, quindi, serve ad individuare
l’unità immobiliare, a verificarne la legittimità edilizia e urbanistica, descrivendone lo stato di conservazione e raccogliendo
anche tutte quelle informazioni utili per la programmazione
dell’attività di manutenzione necessaria per mantenere efficiente l’immobile in tutte le sue componenti. Non solo, il Fascicolo del fabbricato, debitamente aggiornato, è presupposto
per il rilascio di autorizzazioni o certificazioni, di competenza
comunale, relative all’intero fabbricato ma anche a singole
parti dello stesso.
n Italia il consumo di suolo negli ultimi 5 anni è
stato pari a 8 metri quadrati al secondo. Il suolo
consumato che nel 1956 era pari a 8.000 kmq nel
2010 ha raggiunto 20.500 kmq con una quota pari
al 6,9% del Paese contro il 2,8 % registrato in media in
Europa. Nell’ultimo decennio la cementificazione inizia
ad imporsi anche in zone nuove: tra il 2001 e il 2011 la
regione con il maggior tasso di incremento di suolo artificializzato è stata la Basilicata (19%) seguita dal Molise
(17%) e dalla Puglia (13%). Su scala provinciale, invece, la
più attiva è Matera (29%) seguita da Foggia (28%) contro
un dato nazionale che ha visto la cementificazione crescere in media dell’8,77%. Nei quindici anni dal 1995 al
2009, i comuni italiani hanno rilasciato complessivamente
permessi di costruire per 3,8 miliardi di m3 (oltre 255
milioni di m3 l’anno), di cui più dell’80% per la realizzazione di nuovi fabbricati (il rimanente per l’ampliamento
di fabbricati esistenti) e poco più del 40% per l’edilizia
Oggi serve una pianificazione indirizzata alla mitigazione del
rischio idrogeologico e alla riqualificazione e al riutilizzo del
patrimonio costruito abbandonato o sottoutilizzato al fine
di ottenere un molteplice risultato: quello del non consumo
di ulteriore suolo, quello di rendere il costruito efficiente dal
punto di vista energetico, nel solco della semplificazione normativa, con notevoli risparmi di risorse sia diretti, in termini di
efficienza ed efficacia, sia indiretti, quali ad esempio quello della
minor carta occorrente per gli elaborati. La riqualificazione
del territorio urbano e rurale ha come obiettivo fondamentale
quello della «costruzione» dell’identità dei luoghi secondo i
target della Convenzione europea sul paesaggio. Il nostro Pae-
l tema su cui si vuole richiamare l’attenzione è
quello della «sindrome dell’edificio malato» (sick
building syndrome), ovvero delle sintomatologie riconducibili alla presenza di elementi tossici all’interno degli ambienti domestici e di lavoro.
Gli studi condotti a livello internazionale individuano,
negli ambienti confinati, una concentrazione di sostanze
dannose che supera addirittura quelle che si trovano
L’elenco dei fattori generanti questa sindrome si allunga con una certa frequenza e costringe a rivedere
le nostre abitudini sia a casa che al lavoro; l’utilizzo
di materiali di bassa qualità nell’edilizia ha introdotto
nuove fonti di rischio: la situazione è aggravata se in
casa sono presenti mobili che emettono esalazioni di
formaldeide, impianti di condizionamento non controllati, infiltrazioni di gas radon proveniente dal suolo che
può accumularsi nei locali non areati.
D’altro canto i materiali naturali ormai da tempo sono
stati sostituiti con quelli chimici di sintesi: cementi e
calci sono spesso addizionati con sostanze di sintesi
per accelerare il processo d’indurimento, le intercapedini vengono frequentemente riempite di agglomerati chimici espansi che a lungo andare provocano
esalazioni nocive, così come alcuni materiali
termoisolanti o fonoassorbenti o per sottofondi, alcune colle per mattonelle, o vernici per
interni o esterni.
Una seria proposta per fronteggiare l’avanzamento di questa vera e propria malattia, riconosciuta anche dall’Organizzazione mondiale della
sanità, e che può portare a patologie con diversi
gradi di gravità (dall’astenia, alla cefalea, alla lacrimazione, alle allergie, fino al cancro polmonare), è
dunque quella di agevolare gli interventi di rimozione e di sostituzione di tutti gli elementi che nelle strutture che utilizziamo ormai per il 90% della
nostra vita, risultano «nocivi» e di diffondere una
«cultura della progettazione» che solo tecnici preparati, appassionati e legati al territorio e che mettono al centro le persone, possono garantire.
se deve avere l’obiettivo del bello e della sua riconoscibilità, le
banalizzazioni territoriali, le ferite inferte ai luoghi della bellezza hanno incrinato il messaggio che l’Italia ha dato al mondo.
Pertanto gli interventi devono essere connotati da un grande
patto interistituzionale che traguardi un piano strategico sui
luoghi della bellezza, dell’identità paesaggistica, dei prodotti e
che quindi faccia del made in Italy in rapporto con il territorio
uno strumento di marketing straordinario.
Bonificare le
abitazioni dai
.	Sostenere la
rottamazione degli
ono più di 8 milioni (un terzo delle case degli
italiani) le unità abitative nelle quali l’impianto elettrico non è a norma. E ogni anno si
registrano più di 241mila incidenti per cause
elettriche. Occorre promuovere un piano di «rottamazione degli impianti elettrici» e mettere in sicurezza
gli ambienti domestici. I modelli di simulazione circa gli
impatti di agevolazioni sul 45% dei costi relativi al rifacimento o miglioramento dell’impianto elettrico (valore
d’equilibrio, in cui i benefici diretti per il Fisco coprirebbero interamente il costo del contributo a carico dello
Stato) indicano come tali misure producano:
■■ un aumento di 2 milioni nel numero di interventi sugli
impianti elettrici previsti dalle famiglie;
■■una riduzione di oltre 3mila 500 infortuni all’anno;
■■ un incremento del giro d’affari della filiera elettrica di
quasi 6 miliardi di euro all’anno (di cui 2 direttamente
riconducibili all’effetto incentivante);
■■ una crescita del numero delle imprese installatrici di circa 2mila 800 unità e un aumento dell’occupazione pari a
9mila addetti;
■■ un gettito fiscale aggiuntivo di 505 milioni di euro.
afforzare il piano nazionale per la riduzione
dei consumi energetici non solo è possibile,
ma è di vitale importanza per costruire un
rilancio del Paese su basi solide e con prospettive certe. Secondo quanto riportato dal Rapporto annuale sull’efficienza energetica dell’Enea l’obiettivo si raggiungerà se:
■■ nel 2020 si sarà registrato un livello di consumi
inferiore del 25% rispetto allo scenario di riferimento europeo;
■■ verrà ridotta di circa 55 milioni di tonnellate
all’anno l’emissione di CO 2;
■■ si sarà ottenuto un risparmio di circa 8 miliardi di
euro l’anno di importazioni di combustibili fossili.
E tenuto conto che oltre i 2/3 del potenziale di risparmio individuato dal Rapporto sono relativi ad
Sfruttare un
giacim e nto a
e ne rgetico
Secondo Nomisma, in
vestendo 17
mld di euro sull'effici
entamento
energet ico degli olt re
mq di edifici pubblici,
si registrerebbe un incremento
nell'occupazione tra
i 200mila e i
400mila nuovi post i
ra le nuove frontiere della green economy,
quella relativa alla gestione sostenibile del
ciclo dei rifiuti appare in Italia assai promettente. Le dinamiche europee che mirano a
trasformare i rifiuti in risorsa, anche grazie alla crescita
della raccolta differenziata di qualità, possono garantire nuovi spazi di attività e produzione allo specializzato comparto nazionale. Per promuovere la frontiera
green e valorizzare e far crescere il già consolidato
sistema delle industrie nazionali del riciclo e del recupero occorre però prima intervenire sulle emergenze
irrisolte rispetto alle discariche non a norma e fronteggiare le emergenze che stanno già manifestandosi
in molteplici ambiti territoriali.
Lo chiede anche l’Europa che è ormai passata alle vie di
fatto, cominciando ad irrogare, attraverso la Corte di giustizia,
sanzioni sempre più onerose o a revocare finanziamenti già stanziati a causa delle nostre inadempienze. Sino ad oggi l’Italia ha
subito un danno di 200 milioni di euro, sotto forma di multe o di
mancati finanziamenti: si tratta, peraltro, di una somma destinata
a crescere rapidamente in ragione dei ritardi che il Paese continua ad accumulare.
Diventa quindi necessario l’avvio di una politica di investimenti
nella gestione dei rifiuti e nella progettazione di efficaci interventi di bonifica e ripristino dei siti di raccolta. È evidente che
su questo tema occorre agire in fretta.
A fronte del vantaggio di evitare le multe, le risorse potrebbero essere reperite riorientando incentivi e trasferimenti
alle imprese, riprogrammando e concentrando le risorse ►
interventi da realizzarsi nel residenziale e terziario, diventa
essenziale non lasciar decadere al 30 giugno 2013 il comma
2 dell’articolo 11, del Dl 22/06/2012, n. 83, conv., con mod.,
dalla legge 07/08/2012, sulla detrazione del 55% per le spese
per interventi di riqualificazione energetica degli edifici. Ciò
consentirà una difesa e una valorizzazione del patrimonio edilizio nazionale ben più significative dell’attuale diatriba politica intorno all’Imu.
gree n econom y
soste nibile
â&#x2013;ş pubbliche in modo da perseguire gli obiettivi di
sostenibilitĂ ambientale.
La Commissione Giavazzi, del resto, chiamata dal
Governo Monti la scorsa estate ad una sorta di due
diligence sui contributi pubblici alle imprese, ha identificato un volume di erogazioni annue alle imprese per
un valore pari a 10 miliardi di euro, sottolineando come
tali contributi, deliberati attraverso una pletora di provvedimenti stratificatisi nel tempo, rispondano ad indirizzi ormai
sempre meno chiari e sempre meno coerenti con le esigenze
di una crescita moderna e innovativa, e con risultati, peraltro,
assai poco significativi anche in termini occupazionali, tanto da
apparire anche per effetto dei meccanismi di erogazione a bando, come strumento per favorire lobby e comportamenti opachi,
se non propriamente corruttivi.
a riforma della pubblica amministrazione passa prima di tutto dalla trasparenza sui numeri del bilancio dello Stato e di ciascuna amministrazione
e su tutti gli atti e processi pubblici.
Tutti i dati detenuti da ciascun ufficio pubblico devono
poter essere messi a disposizione dei cittadini secondo
i paradigmi degli Open Data, in modo cioĂ¨ che siano effettivamente accessibili per elaborazioni, incroci e analisi di ogni tipo e quindi messi a disposizione di tutti con
sufficiente grado di dettaglio e di chiarezza e fruibilitĂ .
I resoconti di spesa della pubblica amministrazione e
di ciascun ufficio, come pure tutti i dati amministrativi
Secondo Confindustr
ia, attuando da oggi al 2015 m
isure per
ra ggiungere gli obiett
ivi fissati
dall'Agenda digitale
(ana grafe
unificata, abbatt im
ento digital
divide, sviluppo infra
st rutture
a banda larga, dig
italizzazione della Pa ecc.), si cr
eerebbero
300mila nuovi post i
Lavorare p e r la
traspare nza con
gli Op e n Data
p e r una p ubblica
efficie nte
raccolti o prodotti (nei limiti dei principi di riservatezza o di
legge), devono poter essere utilizzati dai cittadini per valutare
l’operato e per questa ragione devono avere anche un immediato livello di comprensione per tutti.
È una riforma a costo zero che avrebbe come effetto non
secondario quello di costringere gli uffici a ripensare ruoli
e assetti organizzativi per essere attuata in direzione di una
valorizzazione delle competenze gestionali e tecniche.
ccorre rivedere l’intero meccanismo autorizzativo delle opere e dei lavori, senza
intaccare il rispetto della legge e cercando
di ridurre i fenomeni endemici di corruzione. Occorre, almeno per le tipologie di opere minori
o a contenuto impatto ambientale, eliminare qualunque
ruolo autorizzatorio delle amministrazioni, valorizzandone invece esclusivamente il ruolo di controllo ex post.
Nello stesso tempo occorre trasferire competenze e poteri, attribuendo ai professionisti che progettano o dirigono i lavori la responsabilità di certificare il rispetto
delle leggi e dei regolamenti di ciascun intervento. Se il
professionista dichiara il falso verrà sanzionato anche
professionalmente e nei casi più gravi sarà cancellato
dall’albo.
La devoluzione delle competenze. La pubblica amministrazione sia nazionale, sia regionale, non riesce più,
da tempo, a svolgere tutte le competenze che le sono
proprie, per carenza di adeguate professionalità o più in
generale di personale.
Previa stipula di protocolli di intesa con ordini e collegi
professionali, si potrebbero
devolvere loro le competenze che sarebbero poi
svolte da professionisti
esperti affiancati da giovani.
Con devolution – nella Costituzione
La sussidiarietà delle funitaliana si parla di decentramenzioni. Partendo dalla stessa analisi svolta al punto
to, ma è la stessa cosa – si inprecedente, la pubblica
amministrazione potrebbe
tende il processo di trasferimento
integrare i propri organici, spesso deficitari, attridi poteri e competenze da un ente
buendo direttamente e
superiore e centrale ad autorità
alcune sue «funzioni» a
locali. È quello che è avvenuto nel
professionisti giovani, selezionati con criteri og2001 con la riforma del titolo V
gettivi e che verrebbero
retribuiti secondo paradella nostra carta costituzionale
metri prestabiliti.
Ne guadagnerebbe in efficienza tutto il sistema.
Accele rare il
p rocesso di
p rofessionale
i tratta di valorizzare il lavoro per favorire la nascita ed il consolidamento di imprese innovative,
cioè intelligenti, che sviluppino, producano e commercializzino beni e servizi frutto di attività del
trasferimento della ricerca applicata e dell’innovazione.
Promuovere i contratti di rete tra imprese con la costituzione di fondi di investimento, completamente defiscalizzati, per ricerca ed innovazione. Formare il personale per migliorare la capacità di partecipazione alle
risorse dei fondi europei del 7° programma Quadro
e del futuro programma Horizon 2020. Innovazione di
territorio e di progetto sono, infatti, elementi fondamentali per la crescita dimensionale delle imprese.
Occorre collegare la flessibilità del lavoro alla necessaria flessibilità delle nuove imprese innovative, introducendo nuovi contratti di lavoro start up di durata non
superiore al tempo necessario per l’avvio ed il consolidamento dell’iniziativa e quindi non oltre i 36-48
mesi. Al termine di tale periodo i lavoratori dovranno
essere confermati a tempo indeterminato, altrimenti il
rapporto di lavoro non potrà continuare in nessuna altra forma. A tali contratti potrebbero essere associati
sgravi Irap e oneri contributivi ribassati e, comunque,
oneri fiscali e contributivi graduati nel tempo.
In novare pe r
crescere: via
smart farm e
smart ente rp rise
n Italia la capacità di auto approvvigionamento alimentare attuale è pari a circa l’80%, ma si assiste
ad una progressiva dipendenza dalle importazioni
di cibo dall’estero. Negli scorsi decenni i suoli, soprattutto quelli più fertili, sono stati oggetto di una cementificazione pervasiva che ha ridotto drasticamente
la capacità produttiva. Negli ultimi 40 anni la superficie
agricola è passata da 18 a 13 milioni di ettari, con una
perdita pari alla somma dei territori di Lombardia, Liguria ed Emilia-Romagna, un terzo dei quali sono stati
cementificati.
Sono dati che evidenziano un’emergenza: il problema del
consumo del suolo nel nostro Paese deve essere una priorità da affrontare e contrastare, soprattutto oggi che si
palesa un quadro di domanda mondiale crescente di prodotti agricoli e di contemporanea diminuzione dei suoli
agricoli. Occorre allora ripensare i modelli di sviluppo
nazionali e promuovere la cooperazione nell’innovazione,
coinvolgendo, da una parte, i produttori e i consumatori
nelle scelte per migliorare e aumentare la produzione e riportando, dall’altra, il baricentro del valore sulla produzione e sul lavoro agricolo, a partire da quello dei ricercatori
e dei tecnici.
Un’Italia moderna deve avere una forte agricoltura di qualità ad alto
tasso di innovazione. Per raggiungere questo obiettivo è necessario:
Fare dell 'agroalim entare
e del paesaggio il
motore della crescita,
e della man utenzione
dell 'ambie nte e del
■■ un piano per una salubrità sostanziale, capace di favorire
una maggiore efficacia nel rapporto salute/
cittadino/consumatore, per una più attenta
applicazione dei migliori protocolli/modelli
formali di certificazione, perché quando il
prodotto alimentare è in commercio, conta
«cosa contiene e cosa mangiamo»;
■■ un programma «Bell’Italia»: un progetto strategico di valorizzazione delle identità paesaggistiche e dei nuovi paesaggi riqualificati.
Investire in tecnologia digitale di territorio,
in grado di ospitare i visitatori ed alimentarne la curiosità. Stimolare gli investimenti nel
territorio appenninico e nelle aree marginali
per migliorare la fruibilità e la stabilità dei
■■ una programmazione energetica, applicando
all’ambiente e alle attività agroalimentari le
tecnologie più razionali, nel produrre energie
da fonti non fossili, rispettando gli agroecosistemi e gli ecosistemi con localizzazione dei
carichi inadeguati o del tutto incompatibili;
■■ un programma di investimenti pubblici e privati per l’infrastrutturazione tecnologica
digitale, il monitoraggio meteo-climatico e
la realizzazione di una piattaforma tecnologica per la promozione dell’identità dei
paesaggi, dell’identità delle aree produttive finalizzata al marketing territoriale con
l’obiettivo di attrarre investimenti su beni
territoriali in condizioni monopolistiche:
«Vieni ad investire nella terra dei paesaggi
unici»;
■■ un’articolata serie di programmi, anche
sostenuti, di micro-agricoltura in città con
applicazione di micro-coltivazioni in ambiente cittadino, che oltre ad essere fonte
di produzioni familiari salubri, determinano il benessere psico-fisico per quanti dimorano quotidianamente in contesti fortemente urbanizzati e alla lunga snervanti
nei propri ritmi di vita;
■■ la costituzione di un fondo di rotazione
pubblico-privato di comunità per favorire i giovani agricoltori nell’impresa agricola ed i giovani professionisti nell’inizio
«Vieni ad investire
nel la terra dei
paesaggi unici»
Italia è uno dei Paesi all’avanguardia nello studio dei nuovi processi connessi al recupero degli scarti alimentari che possono essere opportunamente trasformati in materie prime, come
carta, carburante e bioplastiche e biomolecole per usi vari.
Con la conferenza di Copenhagen l’Europa ha confermato
l’avvio della strategia sulla bioeconomia.
Un progetto che porterà entro il 2025 alla sostituzione
quasi completa di tutti i materiali di sintesi non riciclabili
e non riutilizzabili.
L’applicazione dei concetti della bioeconomia quale strategia di fondo porta alla riprogettazione delle filiere agroalimentari, partendo dal campo, conoscendo quindi la
produzione e confrontando il dato con le esigenze del
mercato food e del mercato no food. La massimizzazione
delle marginali porterà più valore nei campi e nei territori
e quindi nelle attività dei servizi professionali.
La crescita di queste tecnologie reca vantaggi economici,
ormai misurabili in ragione dei possibili sviluppi produttivi associati, ma anche vantaggi ambientali misurabili, questi ultimi, a partire da una riduzione degli impatti connessi
alla gestione dei rifiuti e del loro smaltimento in discarica
con le connesse richieste di nuovi suoli e spazi (che generano problematiche ambientali soprattutto in occasione dei picchi stagionali, con possibili rischi per la salute
ed il benessere pubblico).
I residui agro-industriali rappresentano biomasse di
scarto provenienti dall’agricoltura (comprendente
sostanze vegetali ed animali) dalla silvicoltura e dalle
industrie connesse. Si tratta quindi di trasformare in
risorse gli scarti che attualmente hanno un volume annuo pari a 12 milioni di tonnellate facendoli diventare
materia prima per altre produzioni industriali.
Ad oggi questo tipo di scarti hanno generalmente
ancora scarso valore economico e alto impatto ambientale e vedono come ambito di possibile e parziale utilizzo solo il compostaggio e l’incenerimento.
Le tecnologie e le prime applicazioni consentono invece di trasformare gli scarti in biomolecole come
proteine, fibre e polisaccaridi, vitamine, antiossidanti attraverso i quali è possibile ricavare farmaci,
nutraceutici, cosmetici, biopolimeri, biocarburanti.
Occorre promuovere questa industria nascente, sostenendo la ricerca di base e individuando
strumenti di incentivo per chi sperimenta nuove
applicazioni industriali in questo nuovo settore
verde, in primo luogo reindirizzando e riorientando le misure di sostegno ancora attive rivolte
sino ad oggi a comparti decotti o obsoleti o che
hanno evidenziato ricadute di crescita ed occupazione assai poco consistenti. ◘
Progettare le filie re
agroalim entari pe r
il completo utilizzo
delle materie prim e:
non più scarti
alim entari
Territorio: A Udine il punto sulla sicurezza antincendio
Nell’incontro con i vertici
è emersa – ed è stata condivisa –
l’assoluta necessità di proseguire
sulla strada della semplificazione
della normativa, privilegiando
un’impostazione che rispetto alle rigidità
passate si fondi sulla competenza
del libero professionista.
La parola chiave è «linee guida»
Tecnici in prima linea
coordinatore della Commissione nazionale sicurezza
e prevenzione incendi del Cnpi
bbiamo compiuto un lungo percorso dal 1984,
anno zero per la prevenzione incendi, al nostro
presente quando la maggior parte delle attività
sono state normate. In maniera quasi bulimica. Si
è così prodotto un eccesso di normazione e di
burocratizzazione delle disposizioni per la sicurezza antincendio.
Di questo preoccupante fenomeno si sta ora, anche con il concorso dei professionisti, prendendo atto a livello legislativo, tentando di correggere il tiro – fatto salvo, naturalmente, l’obiettivo
«prevenzione e sicurezza» – attraverso un robusto processo di
semplificazione dei procedimenti di prevenzione incendi con un
conseguente risparmio dei costi.
Come? Nella risposta a questa domanda si concentra tutto il
valore del convegno di Udine, dove periti industriali e vigili
del fuoco hanno affrontato il tema di un comune impegno per
sostituire alle norme tecniche (prescrittive), le linee guida (presta-
zionali), valorizzando nello stesso tempo il ruolo dei tecnici nella
sicurezza antincendio. Per i periti industriali, infatti, si può e si
deve fare di più nella direzione di ulteriore semplificazione della
norma. Ma andiamo a vedere nel dettaglio come si è sviluppato
□□Il contesto di partenza
Il coinvolgimento dei tecnici per la sicurezza antincendio è
stato promosso per la prima volta nel 1984 quando – in quello
che molti considerano un anno zero per i tecnici impegnati nella
prevenzione incendi – i vigili del fuoco realizzarono un primo
censimento di tutte le attività che avevano bisogno del controllo
per essere autorizzate. Da quel momento i comandi provinciali
dei vigili del fuoco hanno avuto una mappatura quasi totale delle
situazioni a rischio nel proprio territorio e, sempre da quel ►
► momento, ogni singola attività è stata oggetto di norme di
dettaglio. Il coinvolgimento dei professionisti iniziò proprio in
quegli anni, con la legge 818 e con la successiva istituzione degli
elenchi del Ministero dell’interno (Dm del 25 marzo 1985), nei
quali, dopo una specifica formazione, si iscrissero i professionisti
degli ordini professionali. Toccava a loro, oltre alla progettazione antincendio, il compito di sottoscrivere le dichiarazioni e le
certificazioni necessarie nei procedimenti di prevenzione incendi,
alleggerendo il Corpo nazionale di incombenze eccessive e dispersive.
Ma la «bulimia» legislativa non ha avuto fine: complice la
richiesta degli stessi professionisti, furono emanate norme sempre
più di dettaglio, divenute nel tempo quasi impossibili da rispettare
senza incappare in qualche inadempienza.
Renato D'Agostin, consigliere nazionale del Cnpi, ha
ricordato come la sicurezza antincendio in Italia sia
tragicamente nata dalle ceneri del cinema Statuto di Torino:
il 13 febbraio 1983 64 persone vi trovarono la morte.
Follow me. Dalle norme tecniche alle linee guida: il ruolo dei
tecnici nella sicurezza antincendio è il convegno organizzato, con il patrocinio del Consiglio nazionale dei periti industriali, dal Collegio di Udine in collaborazione con i Collegi
delle province di Trieste, Gorizia e Pordenone, Udine, e
il Corpo nazionale dei vigili del fuoco. Tenutosi lo scorso
18 marzo nella Sala Convegni di Villa Manin di Passariano (Ud), l’incontro aveva l’obiettivo di valutare il nuovo
approccio nella sicurezza antincendio, stimolando il confronto fra le diverse esperienze dei tecnici per capire come
nell’interpretazione e nell’applicazione della normativa si
possa superare la rigidità della regola tecnica in favore di
una più moderna definizione di linee guida.
□□Lo stato delle cose
Da questo contesto nasce la necessità di effettuare una lenta
retromarcia. L’emanazione della Scia (Segnalazione certificata di
inizio attività) dà una svolta importante e impone una profonda
semplificazione dei procedimenti autorizzativi relativamente alle
attività in genere e pertanto anche ai procedimenti di prevenzione
incendi. Si tratta insomma quasi di una sorta di liberalizzazione
Con il Dpr 151 del 2011 il Corpo nazionale prende atto del
profondo processo di liberalizzazione innescato dal legislatore
e introduce, infatti, notevoli cambiamenti nei procedimenti di
prevenzione incendi. Innanzitutto è affidata alla Scia tramite il
Suap (Sportello unico attività produttive) il compito di canalizzare
tutte le documentazioni, dal progetto alle elaborazioni tecniche
e a quant’altro necessario a certificare la regolarità delle misure
antincendio per tutte quelle attività soggette ai procedimenti di
Con l’entrata in vigore di questo provvedimento si formalizza
e si rende operativo il processo di semplificazione e innovazione
del sistema di prevenzione incendi, disciplinando e classificando
in tre categorie le attività soggette ai procedimenti di prevenzione
incendi, in base alla classe di rischio presente. In tale contesto
circa il 50% delle attività, cioè quelle che presentano una classe
di rischio basso e per le quali si dispone di una specifica norma
tecnica, non ha più la necessità di un parere preventivo da parte
del Corpo nazionale, ma è affidata al professionista che redige
il progetto antincendio l’asseverazione della rispondenza di tale
documento alla norma tecnica specifica relativa all’attività. Il professionista invia la documentazione tecnica al Corpo dei vigili del
fuoco, cui resta la vigilanza con sopralluogo a campione. Si velocizza in questo modo l’immediato inizio delle attività. Tutt’altro
discorso vale, invece, per le attività con classe di rischio medio
e alto, che continuano, seppure in modi differenti, ad essere comunque soggetti ad esame e controllo da parte del Corpo.
Si tratta di un decisivo processo innovativo che coinvolge oggi,
in modo sostanziale, i professionisti che diventano soggetti attivi
e direttamente responsabili della prevenzione incendi. L’attuale
allargamento del coinvolgimento dei professionisti degli ordini
professionali rappresenta un innegabile riconoscimento delle loro
competenze tecniche – maturate nel corso di un notevole impegno professionale degli ultimi 30 anni – insieme a una decisa
maggiore assunzione di responsabilità rispetto al passato. Inoltre
porta effetti positivi sulle aziende che vedono ridursi gli oneri per
la progettazione e la certificazione delle proprie attività.
Bisogna poi tener conto che questo cambio di impostazione
comporta altri benefici effetti, migliorando l’efficienza dello Stato
giacché l’azione amministrativa diventa sicuramente più snella e
meno burocratica. Né va sottaciuto il vantaggio per il Corpo dei
vigili del fuoco che, nel delegare a soggetti affidabili e competenti parte delle proprie competenze, vede concretizzarsi la possibilità
di destinare le proprie risorse ad un più efficace ruolo di vigilanza
e ad altre attività ad alto rischio.
Come categoria abbiamo da sempre assecondato e sostenuto il
processo di modernizzazione e di semplificazione dei vari procedimenti, soprattutto considerando che la prevenzione incendi è una
delle principali attività dei periti industriali su tutto il territorio
nazionale e che il ruolo di tecnici della sicurezza è un ruolo riconosciuto da sempre dal Corpo dei vigili del fuoco. Il contributo
del Cnpi venne formalizzato nei convegni di Torino e Matera
del 2011 che avevano posto al centro della discussione oltre al
decreto in fase di approvazione (il Dpr 151/11), la necessità di
procedere sulla strada dell’«Innovazione, Semplificazione, Competenza». In quelle occasioni si registrò una comune soddisfazione
(dei tecnici e dei vigili del fuoco) per il nuovo approccio alla
prevenzione incendi, così da rendere più agevole i loro rispettivi
compiti e di velocizzare l’inizio delle attività. Insomma, qualche
traguardo con questo processo innovativo è stato raggiunto. Ma
ora è necessario fare un ulteriore passo verso la semplificazione.
□□Che cosa fare per il domani
Da qui dobbiamo partire per comprendere il senso del convegno di Udine, nel corso del quale la categoria ha alzato ancora
di più l’asticella del confronto ponendo al centro del dibattito una
nuova sfida: dare un’ulteriore e più incisiva sterzata verso la semplificazione del sistema, passando dalla norma tecnica prescrittiva
alle linee guida. Snellire, quindi, sempre di più i procedimenti
di prevenzione incendi e valorizzare la figura del professionista
tecnico affidandogli la possibilità di adattare all’attività che dovrà
progettare, i contenuti tecnici della linea guida. che in questo
modo non diventa più prescrittiva ma prestazionale. In sostanza,
tale passaggio non deve più avvenire per mera e pedissequa
adesione alla norma di riferimento, ma in senso strettamente professionale, facendo in modo cioè che il tecnico professionista abilitato possa di volta in volta valutare la situazione che gli viene
affidata e applicare, quindi, la norma in maniera più appropriata
al caso in questione.
L’obiettivo che si raggiunge in questo modo è duplice: rendere
ulteriormente più snella e veloce l’azione amministrativa e più efficace l’opera di controllo dei comandi locali dei vigili del fuoco
che possono, così, concentrare la maggior parte delle verifiche
tecniche sulle attività con rischio di incendio più elevato. Si tratta
di un salto culturale che necessiterà di una considerazione legislativa e giuridica diversa rispetto a quella attuale. Se già è riconosciuto il valore della professione tecnica sul territorio, lo stesso
valore può essere utilizzato anche per valutare l’applicazione delle
norme alle aziende e le attività soggette a rischio.
La proposta che la categoria ha avanzato a Udine non vuol dire
trasformare tout-court la norma tecnica in linea guida, ma significa piuttosto considerarla un obiettivo da perseguire nel tempo,
un work in progress, appunto, in funzione di una ulteriore semplificazione e liberalizzazione delle procedure, come del resto già
avviene in altri Paesi europei. Un’apertura al dialogo e all’approfondimento in questo senso è arrivata anche dagli interlocutori ►
■■ L’incendio che ha gelato Napoli: c’era una volta
Era un esperimento riuscito, proprio
nel luogo dove un’altra esperienza
era fallita: il polo siderurgico di Bagnoli. La Città della scienza, dopo un
incendio che è durato quasi tutta la
notte, è oggi un mucchio di cenere tra
mura annerite. Con le sue mirabilia
di scienza e tecnica quel luogo si era
assunto inconsapevolmente, ma in
modo naturale, altri gravosi compiti:
diventare il fulcro per la rinascita di
tutta quest’area che da Pozzuoli si
affaccia nel Golfo, ridotta a un triste
e laido cimitero industriale, e portare
nuove sollecitazioni alla nostra amata
Napoli che troppo spesso indugia in
un lungo e dimesso languore culturale. La Città della scienza
c’era riuscita. Ogni anno accoglieva più di 500mila curiosi, turisti e appassionati. Era una città aperta, con le porte spalancate
perché la gente entrasse ma soprattutto perché la cultura potesse
uscire fuori, invadere il mondo, toccare i cittadini, istruire, incuriosire, formare. Proprio per questo era un esperimento riuscito:
nessuna torre d’avorio, totale assenza di autoreferenzialità, ma
solo una mission: divulgare con competenza quella straordinaria
avventura della mente umana in tutte le sue possibili sfaccettature, magari suscitando – chissà – specie nei bambini che
la visitavano il sogno di arrivare al Nobel. Ce n’era per tutti i
gusti: si poteva viaggiare virtualmente nello spazio, avvicinarsi
ai faraoni, oppure sospirare nel planetario alla scoperta dei
pianeti, cercando di contare le stelle. E per le scolaresche che la
visitavano, la scienza era offerta in strabilianti spettacoli, quasi
un gioco per comprendere i principi fondamentali della chimica
e della fisica, svelandone i segreti. Potevano costruire anche un
Vesuvio uguale ma un po’ più piccolo di quello che dall’altra
parte del golfo si vede da lontano. Dandole fuoco non è stata distrutta soltanto la Città della scienza, ma è stata sfregiata e mortificata Napoli e offesi, vilmente offesi, tutti quei napoletani che,
sono i più e sono tanti, non hanno ancora smesso di sognare che
Napoli possa essere diversa e migliore avendo tutte le capacità
per diventarlo. S’ipotizza il dolo in attesa che le forze dell’ordine
e la magistratura facciano piena luce. Ma sono ipotesi, e occorre dare tempo a chi ha il compito di indagare.
Il cuore e la sensibilità della gente di Napoli si è già attivata
per ricostruire la «Nuova città della scienza» per dimostrare al
mondo intero che da queste ceneri può rinascere una fenice. E
il Collegio dei periti industriali di Napoli, nella persona del suo
presidente Maurizio Sansone, è entrato nel comitato di ricostruzione della Città insieme con altri autorevoli presidenti di ordini
professionali, per mettere a disposizione delle istituzioni il sapere
della nostra categoria. ◘
e pro e
de v nt
lla vis o d
ci ori el
rc o Nu
so 16 bo
ol (N ll
su g f ra
ar op a
e ) os
ll’ e b zi
el is tt br on
en cr , ai e
ch izi e d o 1 e
ee nc
fic no
i d on el 98 ag
i e rm
el e d D 2 gio
ni pr e la am
st of l 2 tiv e
er e 5 o n
gi r h
o ss m al to
à iv e
de io ar le d
in is (c
ll’ nis zo at el D
in ti 1 ti m
go zi tr
te n 98 vi
re on i c
rn eg 5 tà
el rci
Alcuni esempi dell’evoluzione
Da sinistra a destra. Paolo Paravano, presidente del Collegio dei periti industriali di Udine. L'affollata Sala convegni di
Villa Manin. Fabio Dattilo, dirigente generale, Direzione centrale per la prevenzione e la sicurezza tecnica dei vigili del
fuoco, e Angelo Dell'Osso, consigliere nazionale del Cnpi
► principali in materia, i vigili del fuoco. Il comandante nazionale Alfio Pini del Corpo dei vigili del fuoco ha infatti avallato la
proposta di intervenire sulla modifica delle norme deterministiche,
perché queste «rappresentano per le attività un vincolo e non solo
un miglioramento della sicurezza. È necessario in sostanza eliminare norme rigide che dicono come deve essere fatta un’attività
per dire semplicemente quali sono i criteri che devono essere
adottati affinché quella attività sia sicura. Bisogna, quindi, dare
indicazioni sulle linee guida e non sulle norme deterministiche,
altrimenti si arriva all’unico risultato che le norme non sono
ritenute a norma, ma hanno comunque valore prescrittivo». Non
solo perché la molteplicità di regole tecniche può inoltre condurre
a perdere di vista l’obiettivo. E la magistratura in questo senso
è chiara. Per Viviana Del Tedesco, sostituto procuratore della
Repubblica al Tribunale di Udine, ci si trova davanti al paradosso per il quale la preoccupazione di applicare le norme porta
a perdere di vista l’obiettivo di assicurare l’interesse nazionale.
E paradossalmente la sicurezza portata all’estremo inibisce ogni
margine di autonomia d’azione mortificando la professionalità. La
norma, quindi, deve tornare alla sua origine e fornire obiettivi.
□□La responsabilità del professionista nel passaggio
dalle norme alle linee guida
Ma qual è la concreta differenza tra norme e linee guida?
E ancora quale la responsabilità correlata del professionista?
Secondo Caterina Garufi magistrato dell’ufficio legislativo del
Ministero della giustizia una differenza c’è, e «non è di poco
conto» ed è proprio quello che rappresenta il vero scoglio che il
sistema prestazionale deve superare per consentire ai professionisti, agli ordini professionali e, in generale, alle libere professioni,
di incrementare il proprio raggio d’azione.
Secondo la Garufi, uno dei punti nodali si gioca sul terreno
della responsabilità professionale, perché «laddove è maggiore
l’ambito discrezionale lasciato al professionista nell’elaborazione e nell’individuazione delle regole di condotta da tenere
nel caso concreto, maggiori sono anche le responsabilità
che il professionista si assume». Il carattere non tassativo e
non vincolante delle linee guida comporta quindi la necessità di valutare sempre il rispetto delle regole di prudenza
che l’ordinamento impone, la cui inosservanza può collocarsi
nell’ambito della colpa generica. In ogni caso, chiude la Garufi, «appare sicuramente opportuna e condivisibile la volontà
di normare in materia di linee guida, attribuendo rilievo, in
maniera netta, al riscontrato rispetto delle medesime, così
scongiurando il rischio che il vaglio giudiziario possa spaziare
entro spazi eccessivamente discrezionali, nei processi che vertono sulla responsabilità del professionista, sia in sede civile
che penale». ◘
Per realizzare il cambiamento è necessario agire in due
direzioni: scrollarsi di dosso antichi modi di pensare e
condividere la propria proposta sulle cose da fare.
sostituto procuratore, Tribunale di Udine
egli ultimi decenni la normativa italiana si
è ispirata a principi di estrema garanzia di
ogni diritto del singolo. Dalla normativa sul
lavoro a quella ambientale l’orientamento generale
appare guidato da un’intolleranza per il rischio
di qualsivoglia genere. Intento lodevole, ma il problema è che
il vivere stesso è un rischio e l’ostinazione ad impedirne anche
solo l’eventualità fa sì che ogni disciplina di carattere tecnico,
approntata per eliminarlo, tenda a essere in ogni caso in difetto. C’è poi da osservare che, se in una società semplice porre
regole a salvaguardia di determinati interessi prevalenti su altri
ha ampi margini di riuscita, in un sistema complesso come il
nostro, quando a un diritto e ad un interesse ne corrispondono
altri ugualmente tutelati ma confliggenti con i primi, il tentativo
di garantire entrambi è destinato a naufragare e a tradursi in una
tutela puramente formale.
Su questa contraddizione di fondo è poi cresciuto un corpus
normativo complesso e complicato il cui rispetto, paradossalmente, è diventato per ogni operatore una fonte di preoccupazione
più importante del contenimento reale del rischio. Appare allora
necessario interrompere la crescita ipertrofica del sistema normativo, recuperando il concetto di discrezionalità all’interno della
vocazione naturale della norma: vale a dire disciplinare, da una
parte, la materia secondo criteri generali ed astratti con l’indicazione degli interessi sostanziali da tutelare, e lasciare, dall’altra,
uno spazio di discrezionalità tecnica al professionista che dovrà
contemperare al meglio le esigenze di tutela secondo criteri di
efficacia ed economicità.
La discrezionalità si distingue dall’arbitrio, proprio perché le
decisioni vanno supportate da giustificazioni logiche e coerenti
rispetto all’interesse da soddisfare. E un processo di valutazione
discrezionale – da attuarsi secondo criteri di efficienza e trasparenza – fornisce garanzie maggiori rispetto all’applicazione
forzata di regole tecniche imposte. Naturalmente, il percorso
logico e le priorità individuate dal professionista vanno dettagliatamente indicati nella stesura del progetto, illustrando tra le
diverse opzioni quella ritenuta più idonea.
Nel caso in cui si verifichi l’evento dannoso, tale documento
fornisce la prova del grado di diligenza, prudenza e perizia usato
nelle scelte operate (chiaramente il giudizio sulla responsabilità
penale del soggetto va effettuato ponendosi nel tempo in cui
sono state decise le scelte). Qualora i criteri preventivamente stabiliti per le decisioni assunte risultino logici, tecnicamente plausibili e motivati in base alle finalità previste dalle norme generali
ed astratte, l’evento dannoso che comunque si è verificato va
ricondotto al concetto di «inesigibilità» di una condotta diversa.
Ritorna dunque l’idea di «rischio consentito»: è consentito il
rischio di evento dannoso non solo qualora l’evento sia inevitabile ed imprevedibile in astratto, bensì anche qualora lo sia in
concreto. Ad esempio, ciò può accadere se l’evento dannoso si
è verificato, malgrado fosse in teoria prevenibile applicando tecnologie sofisticate ma difficilmente reperibili ed economicamente
insostenibili per la realtà aziendale di riferimento.
L’attenzione va allora spostata sull’ottimizzazione degli interessi da tutelare, accettando l’idea che è doveroso pretendere
il meglio possibile ma è impossibile pretendere il meglio in
assoluto, perché garantire tutto e tutti significa garantire niente
e nessuno. ◘
Così riflettono magistratura e vigili del fuoco sui
presupposti necessari per introdurre nella realtà
italiana un nuovo modello di sicurezza antincendio
pesso accade che si frequentino convegni e si
propongano nuove idee per mettere più al passo
con i tempi il nostro Paese. Poi però qualcosa
si inceppa e si fa una grande fatica a dare inizio al processo di cambiamento. Ecco, io credo
che dal convegno che abbiamo tenuto ad Udine, organizzato insieme ai periti industriali, si sia delineata una strada
nuova che ci costringerà a guardare solo avanti, verso un
cambiamento deciso, da affrontare insieme, sinergicamente.
Abbiamo un compito impegnativo, ma non più eludibile. Soprattutto se vogliamo restare agganciati al vagone
europeo. Per farlo partiamo da una semplice considerazione: una forza come quella dei vigili del fuoco non può
svolgere correttamente il proprio compito di controllo,
se le proprie risorse, non infinite, vengono adoperate per
controlli a tappeto in attività anche semplici. Così come
non si può avere la pretesa di controllare le attività sulla
scorta di normative molto articolate e fin troppo puntuali
al punto da non lasciare ai professionisti la capacità di
valutare i rischi e di farsi carico di responsabilità specificamente connaturate alla propria professione.
Per fare tutto questo è necessario dare attuazione a quello che veniva ricordato nel titolo del convegno di Udine:
Dalle norme tecniche alle linee guida. Queste ultime rappresentano la piattaforma ideale sulla quale tecnici e vigili
del fuoco possono collaborare per costruire una sicurezza
antincendio al passo con i tempi. Ma se l’obiettivo appare
ben individuato, non altrettanto si può dire del percorso
per raggiungerlo. Sarebbe infatti certamente poco corretto
nascondere le difficoltà che ci stanno ancora davanti. Faccio
un solo esempio, giusto per comprendere che non ci sono
scorciatoie: lo strumento che ha regolato e regola tuttora la
normativa in materia di sicurezza antincendio è il decreto
ministeriale. A parte il fatto che per ora non se ne può
fare a meno (bisognerebbe cambiare la sua legge istitutiva,
il Dlgs n. 139/2006), c’è anche da considerare il fatto che
le linee guida lasciano indeterminata una questione per la
quale risulta ancora indispensabile il decreto: la tempistica
con la quale una serie di procedure e sistemi di sicurezza
devono essere implementati nelle diverse realtà per le attività esistenti.
Abbiamo quindi un enorme lavoro da fare, in sinergia
tra professionisti e Corpo nazionale dei vigili del fuoco,
per definire le giuste procedure che consentano di operare
a difesa della tutela dei cittadini e dell’ambiente, salvaguardando al tempo stesso le capacità produttive delle imprese
e la forza del nostro sistema economico. È un compito che,
ne siamo certi, per quanto duro e impegnativo, potrà essere
assolto con successo anche coinvolgendo l’opinione pubblica nel progetto. In proposito, vale la pena di sottolineare
quel passaggio della direttiva Seveso III (2012/18/UE) dove
vengono sottolineate sia la necessità di migliorare la qualità
delle informazioni alla popolazione, sia il modo in cui tali
informazioni sono rese disponibili, aggiornate e condivise.
Insomma, anche la partecipazione pubblica al processo
decisionale può diventare un elemento essenziale per la modernizzazione del Paese. Noi ci crediamo e faremo di tutto
per realizzarla. ◘
welfare: Qual è il futuro delle Casse private?
La vera novità nel settore privato della
previdenza è che il governo Monti ha fatto
adottare a tutte le Casse dei professionisti
il sistema contributivo. In qualche modo è
caduto il dogma della specificità perché,
pur rimanendo le peculiarità di ogni
singola Cassa, si riapre un possibile
scenario di avvicinamenti o sinergie tra
enti di previdenza ora meno distanti
ndrea Camporese, presidente dell’Associazione che raccoglie gli enti di previdenza
privati, lo ha definito lo «stress test» ed è
l’obbligo imposto dal Decreto Salva Italia, a
tutti gli enti aderenti all’Adepp, di dimostrare
di avere bilanci in ordine fino al 2062. Stabilito nel 2011
per decreto legge (il 201/2011) e fortemente voluto dal
ministro Fornero, il test di sostenibilità a 40 anni è stato
passato a pieni voti da tutti gli enti di previdenza dei
professionisti, ma ha provocato lo spostamento dei sistemi previdenziali privati verso il metodo contributivo. ►
A Ferrara tecnici e umanisti a confronto
Come conservare le opere d’arte in caso di calamità naturali? Ovvero, come coniugare il sapere tecnico con il
sapere umanistico? Se n’è discusso il 19 aprile a Ferrara, nell’incontro Tecnici e umanisti, due esperienze a
confronto e la giornata si è svolta in due tempi. È stata
l’occasione per mettere a fuoco le questioni del recupero
delle opere d’arte danneggiate dal sisma, ma ha rappresentato anche un focus sulle iniziative intraprese dalla
categoria dei periti industriali a vari livelli. Dai contributi economici ai liberi professionisti periti delle aree
colpite dal terremoto alla raccolta di fondi promossa dai
collegi dell'Emilia Romagna e di Rovigo.
Inoltre, l’esperienza del sisma ha coaugulato tre importanti esperienze: quella dei giovani periti protagonisti
nello sperimentare il Fascicolo del fabbricato su una
scuola di Carpi colpita dal sisma, quella della costituzione delle associazioni di Protezione civile di Bologna
e Parma ed, infine, la donazione di un contributo per il
restauro di opere artistiche danneggiate alla Pinacoteca. Tutte le iniziative sono state presentate con un video
in anteprima dal titolo «Periti industriali in movimento
dopo il sisma».
► Sostanzialmente, tutte le Casse si sono avvicinate al sistema che commisura l’importo della pensione strettamente
con i contributi versati, e debitamente rivalutati anno per
anno, durante la carriera professionale.
Sembra insomma definitivamente morto il tempo del
metodo retributivo, vale a dire quel sistema che legava la
pensione del singolo all’importo del suo ultimo reddito ma
che, soprattutto, prevedeva di versare l’assegno pensionistico ad ogni iscritto attingendo prima dai suoi contributi
risparmiati e poi da quelli versati appena freschi dai lavoratori attivi e dalle generazioni più giovani. Un sistema
simile poteva porre delle criticità, perché il retributivo è
molto sensibile ai flussi demografici e, in presenza di un
decremento della popolazione degli iscritti contribuenti
oppure ad un loro progressivo invecchiamento, poteva far
trovare un ente di previdenza nella circostanza di non
poter più garantire tutte le pensioni promesse.
Onde evitare questo scenario, il governo Monti ha spinto sul pedale dello «stress test» che di fatto ha portato
le Casse di previdenza dell’Adepp a certificare la propria
stabilità sul lungo periodo attraverso l’unica operazione
possibile: abbracciare una forma più o meno ortodossa del
□□Sistemi pensionistici ibridi
Ad oggi, dunque il panorama della previdenza privata si
articola in due sistemi: contributivo puro e sistemi ibridi.
Quello puro è il sistema stabilito dalla riforma Dini del
1995: limite di pensione a 65 anni di età con almeno 5
annualità di contributi, pensione calcolata sulla base del
proprio salvadanaio («montante contributivo»).
È il sistema applicato dalla gestione separata dell’Inps
e dalle Casse di nuova generazione come l’Eppi, nate nel
1996. Nel corso del tempo è stato abbracciato anche da
ragionieri e commercialisti ed ha subito grazie alla Legge
Lo Presti un aggiornamento fondamentale: nel salvadanaio
utile per la futura pensione non solo finiscono le quote di
reddito accantonate anno per anno da ogni singolo iscritto
ma anche una parte del contributo integrativo – opportunamente aumentato – a carico del committente.
I sistemi ibridi, invece, sono quei metodi introdotti da
tutte le gestioni che hanno mantenuto il sistema retributivo
solo per una fascia di iscritti piuttosto anziani, scegliendo
una forma personalizzata di «contributivo» per tutti gli
altri casi. Il fine ovviamente è chiaro: cercare di contenere quanto possibile le pensioni che si avvalgono del più
generoso sistema retributivo, circoscrivendolo alla popolazione oramai in uscita, adottando il sistema contributivo in
quanto riconosce pensioni basate sui contributi realmente
versati e dunque garantisce la sostenibilità dell’ente di
previdenza sul lungo periodo.
□□Previdenza «alla carta»
Le varianti dei sistemi ibridi sono tante e tutte interessanti. Ad esempio, gli avvocati hanno lasciato la possibilità della pensione retributiva evidentemente alla popolazione anziana, cioè oggi a coloro che hanno almeno 30
annualità di versamenti. Sotto il tetto delle 30 annualità,
invece, per tutti gli avvocati la pensione sarà calcolata
con il metodo contributivo. Ingegneri e architetti pongono
lo stesso limite dei 30 anni – condannato a salire piano
piano in base all’invecchiamento della popolazione – per
accedere a quella che viene definita «pensione di vecchiaia unificata», cioè la pensione «modello tradizionale» a
retributivo. Applicazione del sistema contributivo, invece,
per chi non raggiunge quel tetto, ma, tra questi, chi ha
almeno 20 anni di contribuzione godrà di un sistema misto
cosiddetto pro-rata: metà retributivo e metà contributivo.
Il sistema previdenziale dei medici, infine, salvaguarda
i professionisti più anziani – quelli con ben 42 annualità
di contribuzione – applicando loro il metodo retributivo,
perché si vede che la professione medica spinge al suo
esercizio anche in età molto avanzata.
Per gli altri medici, si applica un sistema misto (prorata) dividendo i contributi versati in due quote, una fissa
e una variabile. Infine, va notato che di solito molti enti
di previdenza hanno un trattamento di riguardo per le giovani generazioni, cui viene concesso di versare contributi
agevolati, anche se questo principio è un’arma a doppio
taglio: da una parte un giovane si ritrova oggi con più
soldi in tasca, ma dall’altra parte accantona meno risorse
per fine carriera. Ecco perché Inarcassa (la Cassa di ingegneri e architetti) ha stabilito dei meccanismi che compensano l’agevolazione permettendo ai giovani professionisti
di mettere comunque più soldi da parte per la pensione.
Sta di fatto che tutti i sistemi previdenziali privati hanno aumentato dal 2011 in poi la percentuale di reddito
obbligatoria da accantonare: dal 10% di partenza, chi è
già salito al 12,5% (medici), chi al 13% (avvocati), chi al
14,5% come gli ingegneri ed architetti e chi al 12% come
i periti industriali il cui aumento sarà progressivo anno
dopo anno fino al 18% del reddito nel 2019. In qualche
modo, vi è una esigenza di mettere più soldi da parte
per la propria pensione se il sistema del suo calcolo sarà
tendenzialmente quello contributivo, più rigoroso ed equo,
ma anche meno generoso.
□□Più uguali?
Il Decreto Salva Italia è stato accompagnato dalla fusione di Inps, Inpdap e Inail nel cosiddetto Super Inps ed è
stata più volte avanzata l’idea che lo «stress test» preludeva all’operazione di mettere gli enti di previdenza privati
nella condizione di essere commissariati per finire – inclusi i loro interessanti patrimoni – anch’essi nel Super
Inps. Nulla di ciò è accaduto, anche se l’ipotesi dell’assorbimento nel Super Inps rimane sempre dietro l’angolo;
piuttosto è un dato di fatto che il sistema previdenziale
è diventato per tutti un po’ più simile. Questo potrebbe
preludere a politiche di sinergie tra Casse di previdenza
che avranno stimoli o coraggio a mettere in comune le
loro potenzialità. Non è un caso che alla Giornata della
previdenza 2013 (vedi box) molti enti di previdenza a
favore dei professionisti si presentano in squadra: le casse
tecniche saranno in team (architetti, geometri, ingegneri,
geologi e periti industriali), come è probabile che si crei
un team degli enti legati alle professioni sanitarie e a
quelle giuridico-economiche. Le casse tecniche, in particolare, stanno lavorando per mettere a fattor comune le
loro forze, istituendo una rete di servizi di consulenza ►
Si dice gnp, si chiama previdenza per tutti
Terza edizione della Giornata nazionale della previdenza,
a Milano, Palazzo della Borsa dal 16 al 18 maggio 2013,
sotto la regia del professor Alberto Brambilla e di Itinerari
previdenziali. Un evento dedicato al mondo delle pensioni
e del welfare, gratuito e aperto a tutti, dai più «esperti»
a chi ancora non ne sa nulla. Insomma per chi sente
e ha bisogno di saperne di più sulla propria situazione
previdenziale, e per tutti i giovani che sono o stanno
entrando nel mondo del lavoro.
Tre giornate per sensibilizzare tutti i lavoratori individuali
e dipendenti sulla necessità di progettare il proprio futuro
pensionistico e previdenziale: giovedì 16 dedicato proprio
ai giovani, venerdì 17 alle libere professioni, sabato 18
alle donne e alle famiglie. L’Eppi è presente con uno stand
in team con le Casse tecniche e parteciperà ad un doppio
incontro sui temi «Sinergie fra Casse» e «Lavoro e Welfare»:
il primo venerdì alle 11.20 nella Sala Verde, il secondo lo
stesso giorno invece alle 17 del pomeriggio.
Le Casse discutono di sinergie e di
11.20, 17.00
► legale per stabilire una condotta condivisa davanti a
leggi e provvedimenti del settore, come stanno progettando
forme di sostegno all’occupazione dei loro iscritti: ne è un
esempio l’adesione al progetto Vol (Valorizzazione online),
un sistema di formazione al fine di diventare consulenti
esperti per le pubbliche amministrazioni nel censimento e
valorizzazione dei loro immobili.
La sinergia permette di abbattere i costi dei servizi, formare una massa critica importante per stipulare convenzioni per la popolazione degli iscritti, permette di rappresentare un interlocutore di maggiore spessore in riferimento
al pressing politico e dunque sembra ragionevole provare
a parlare una lingua comune. Anche perché questo può
rappresentare veramente un giocare d’anticipo.
Se i ministeri vigilanti stanno lentamente limitando l’autonomia gestionale delle Casse di previdenza, può rappresentare una mossa vincente che le Casse stesse stabiliscano le condizioni più felici di una sinergia senza aspettare
che un processo di avvicinamento o accorpamento venga
imposto dall’alto, magari con modalità errate. Insomma, si
tratta di prendere in mano il boccino e ragionare su cosa
è possibile mettere intanto in sinergia, senza aspettare che
lo faccia lo Stato a modo suo. ◘
Brambilla: dov’è finito l’estratto conto integrato?
Annunciato più volte, ultimamente anche dallo stesso ministro Fornero, sull’estratto conto integrato previdenziale
(Eci) sembra sia sorto un giallo. In più interviste, Alberto Brambilla, docente alla Facoltà di Scienze bancarie,
finanziarie e assicurative dell'Università Cattolica, parla
delle sue dimissioni dal Nucleo della spesa previdenziale
nell’agosto 2012, cui il ministro del welfare non ha mai
risposto, ma soprattutto tocca la questione dell'estratto
conto integrato, la famosa «busta gialla» che era proprio
in capo al Nucleo di valutazione e che, dopo una prima
sperimentazione (venne inviata nel dicembre 2011 a
100.000 persone), doveva essere spedita a 6 milioni di
contribuenti già a marzo 2012. Ma non ci sono state le
condizioni per poterlo fare.
In realtà, il ministro Fornero ha annunciato in questi giorni che è stata resa accessibile una sezione del sito Inps
aperta a chi è vicino alla pensione, ma questo non è lo
spirito per cui l’estratto conto integrato è stato pensato:
«La legge che io ho scritto – dichiara Brambilla − quando
ero viceministro con Maroni, doveva far arrivare a casa di
tutte le persone una busta gialla, anzi azzurra nel nostro
caso, che contenesse l'intera vita contributiva del lavoratore. Dobbiamo informare i giovani e non gli anziani sul
loro futuro previdenziale, a partire dal messaggio per cui
è fondamentale iniziare a costruirsi fin da giovani una
pensione complementare. Il Nucleo era pronto un anno
fa, ora si annuncia un altro test su 1 milione di assicurati,
ma quando arriveremo mai?». ◘
Il mio comune sta varando due progetti per la riqualificazione di almeno due
aree urbane, purtroppo degradate. So che
esiste la possibilità di diventare consulente esperto in entrambi i progetti tramite
una piattaforma online. Di cosa si tratta,
effettivamente?
Si chiama Vol (Valorizzazione online) ed
è una opportunità di lavoro concreta per
accedere ad un elenco provinciale di consulenti esperti per valutare e valorizzare il
patrimonio immobiliare di piccoli e grandi
comuni ed, in generale, delle amministrazioni pubbliche.
Lei deve abilitarsi alla piattaforma Vol
accedendo a www.abitantionline.it e poi
seguendo le indicazioni contenute nel sito
o, in alternativa, esplicitate in www.eppi.it.
Vol permette di seguire un corso, acquisire
professionalità dopo il superamento di un
esame ed essere contattati dai comuni o dalle amministrazioni pubbliche che potranno
agevolmente procacciarsi i profili necessari
al loro specifico progetto esecutivo.
La piattaforma operativa è realizzata dalla
Cassa depositi e prestiti, in collaborazione
con la Cassa geometri e condivisa a livello
istituzionale con la Fondazione patrimonio
comune dell’Anci, l’Associazione nazionale
L’Eppi, in sintonia con il Consiglio nazionale, è intervenuto come socio promotore
della Fondazione patrimonio comune, che
ha il fine di guidare e assistere, in modalità
interattiva, le amministrazioni pubbliche appunto interessate a recuperare e valorizzare
il proprio patrimonio. ◘
Periti industriali in pole position
Come va interpretato lo schema di decreto del presidente della
Repubblica di attuazione dell’articolo 4, comma 1, lettera c), del
decreto legislativo 19 agosto 2005, n. 192 e succ. mod., concernente l’attuazione della Direttiva 2002/91/CE sul rendimento
energetico in edilizia?
Il 15 febbraio scorso la presidenza del Consiglio dei ministri
ha approvato il nuovo«Regolamento che definisce i requisiti
professionali ed i criteri di accreditamento per assicurare la
qualificazione e l'indipendenza degli esperti o degli organismi
a cui affidare la certificazione energetica degli edifici». Cerchiamo di capire – nel dettaglio e superando qualche apparente incongruenza – quali siano le caratteristiche richieste
A) Abilitazione professionale (art. 2, comma 3) – Viene previsto che il tecnico sia «abilitato all’esercizio della professione
relativa alla progettazione di edifici e impianti». Ma nessuno dei titoli elencati garantisce e certifica il possesso della
doppia competenza ipotizzata. Ci soccorre allora la circolare
n. 231/F del 13.12.1993, citata anche nella relazione illustrativa allo schema di regolamento, che aveva già chiarito,
al punto 7, ultimo capoverso che: «In linea con l'esigenza di
ridurre gli oneri e gli adempimenti per i cittadini nella misura
strettamente indispensabile, si ritiene che, nel caso di più
progettisti, ferma restando naturalmente la possibilità che essi
provvedano tutti a sottoscrivere la relazione tecnica in argomento, i comuni potranno accettare anche relazioni firmate
solo dal progettista o da tutti i progettisti che abbiano curato
la progettazione delle opere di cui agli articoli 25 e 26 della
legge n. 10/1991 e cioè dell'impianto termico e dell'isolamento termico dell'edificio, in relazione alla prevalenza delle
competenze termotecniche riguardo alle attestazioni contenute
nelle relazioni stesse». Ciò significa che là dove il Regolamento si occupa della competenza relativa alla «progettazione di
edifici» sia corretto intendere tale competenza riferita solo ed
esclusivamente alla valutazione del comportamento termico/
energetico dell'involucro edilizio (pareti, solai, serramenti,
ecc.) contenente il volume climatizzato, e non competenze
prettamente urbanistiche, architettoniche o strutturali.
Pertanto, i professionisti abilitati alla progettazione di impianti termotecnici sono certamente competenti anche per la
progettazione termotecnica degli edifici.
B) Accesso pieno e diretto alla certificazione energetica – La
relazione illustrativa allo schema di regolamento afferma, al
punto 5, in commento all’art. 2 comma 3, che con «l’obiettivo
di meglio specificare le qualificazioni professionali, sono stati
indicati gli indirizzi specializzati dei diplomi di periti industriali che hanno accesso diretto e pieno, senza la necessità di
possedere anche un attestato di frequenza con superamento di
esame finale». Così si legittima la competenza nella certificazione energetica per le specializzazioni dei diplomi di perito
industriale in edilizia, elettrotecnica, meccanica e termotecnica, indicate all’art. 2, comma 3, lettera c).
C) Individuazione dei titoli. Affinità – Trattandosi di attività
professionale di rilievo per i cittadini, l’attività di certificatore
energetico deve essere svolta da figure professionali iscritte
ai relativi albi. La competenza professionale deriva quindi
dagli ordinamenti di riferimento. Sulla base delle esistenti
competenze, gli ordini professionali sono quindi in grado di
individuare e fornire tecnici abilitati esperti nella valutazione
del comportamento energetico degli edifici e negli impianti di
climatizzazione, già presenti e diffusi sul territorio. In particolare, ciò riguarda i periti industriali con indirizzo di specializzazione in costruzioni aeronautiche, energia nucleare, fisica
industriale, industria navalmeccanica, industrie metalmeccaniche, metallurgia, elettronica e telecomunicazioni. ◘
Territorio: Un antico e nuovo sistema per costruire
Il legno è il mattone
Partiamo da un significativo dono della provincia autonoma di Trento
alla città dell'Aquila – l'Auditorium del Parco interamente realizzato
in «abete rosso di risonanza» – per raccontare di una strada alternativa
nella scienza delle costruzioni. Che comincia a essere praticata anche fuori
dal suo contesto naturale, la montagna
stato progettato da Renzo Piano e realizzato dalla Log Engineering – un’azienda di Trento che
da oltre 50 anni opera nella progettazione ed è
specializzata in strutture in legno – l’Auditorium
della città dell’Aquila. Un luogo della cultura donato dalla provincia autonoma di Trento per dare un segno di
speranza ad una città, il cui cuore, alle 3 e 32 minuti del 6
aprile 2009, venne tragicamente colpito: la scossa di terremoto causò 308 morti e la devastazione del centro storico. La
struttura, inaugurata nell’ottobre scorso, è un bell’esempio di
architettura e di applicazione delle moderne tecnologie a un
materiale tanto antico, ma anche tanto attuale come il legno.
Ne parliamo con Alessandro Bozzola, che di costruire case
in legno se ne occupa da anni con passione e competenza.
Domanda. Perché conviene costruire in legno e non in muratura, con cemento e mattoni?
Risposta. Il legno ha proprietà notevoli. Ad esempio, sfruttando la ridotta conducibilità termica del legno ed interfacciandolo con altri componenti naturali, è possibile costruire
edifici caldi in inverno e freschi d’estate, con la conseguenza
di ridurre in modo drastico i consumi energetici e rispondere
alle più recenti normative e direttive in materia di isolamento
termoacustico. L’impiego inoltre di materiali sani e di origine
certificata permette di assicurare il rispetto dei parametri di
eco-compatibilità, poiché l’edificio rispetta la natura non inquinando, e di bio-compatibilità, poiché la casa costruita con
materiali ecologici migliora la qualità di vita delle persone
garantendo comfort e benessere. Il legno è un materiale vivo,
respira ed evita la formazione di umidità e di muffe. C’è
inoltre un altro aspetto che mi preme sottolineare relativo
all’elevato rendimento degli elementi naturali utilizzati, che ci
permette di ridurre, e notevolmente, gli spessori delle strutture
perimetrali. Questo significa avere degli indubbi vantaggi in
termini volumetrici.
D. All’Aquila, quindi in zona sismica, avete realizzato l’Auditorium e un complesso di 12 edifici per un totale di 288
appartamenti. Il legno resiste ai terremoti?
R. In Italia le zone sismiche più pericolose coprono il 45%
del territorio e solo il 14% degli edifici presenti in queste
zone è stato costruito con criteri antisismici. Il legno è considerato a ragione un supermateriale: per la leggerezza, l’elasticità e per la resistenza allo snervamento. È quindi l’ideale
per costruire in aree a rischio. Il progetto dell’Aquila ne è
un significativo esempio. Va anche detto che i 12 edifici, dal
costo complessivo di 25 milioni di euro sono stati costruiti
in sei mesi, un tempo davvero record, possibile solo con
l’uso del legno. Abbiamo sottoposto le nostre pareti a test
strutturali presso l’Università degli Studi di Trento superando
ogni prova.
D. Ma il legno è un materiale infiammabile.
R. Un tempo, forse sì. Ma ora è solo uno dei falsi miti da
sfatare: un corretto dimensionamento delle sezioni e dei nodi
garantisce al contrario dei livelli di sicurezza tali da poterlo
considerare elemento da costruzione di riferimento anche in
situazioni del tutto particolari. Ne è un esempio l’utilizzazione
in edifici turistico-ricettivi, casi ove la normativa è particolarmente severa. Ma oggi possiamo produrre una parete di legno
che ha un indice di resistenza al fuoco Rei 60.
D. Parliamo di rumore.
R. Anche in questo caso sono stati svolti dei test con facciate, pareti divisorie, tra appartamenti ed i solai per il rumore del calpestio. Abbiamo osservato che il rumore da calpestio
attraverso il solaio da noi realizzato raggiunge, ad esempio,
i 58dB dove la normativa impone di non superare i 63dB.
A livello di facciata, dove la normativa chiede oltre 40dB di
abbattimento, la parete testata ha ottenuto il risultato di 44dB.
D. Ma una casa in legno quanto dura?
R. Sono molte le strutture realizzate in legno capaci di attraversare addirittura i secoli mantenendo le proprie funzioni.
Ma l’esempio più eloquente è Venezia, la cui struttura portante poggia su legno immerso nell’acqua. Ciò che è importante
è tenere separato il legno dai suoi possibili aggressori. ►
Il metodo di costruzione dei tre
cubi prevede anche che siano
smontabili e trasportabili in
un’altra sede rispetto a quella
originariamente prevista. Ma
il giorno dell'inaugurazione,
il 7 ottobre 2012, il sindaco
dell’Aquila Massimo Cialente, di
fronte alla prima opera pubblica
costruita vicino al centro storico
distrutto dal terremoto, ha
dichiarato: «Io non lo smonterò
mai, per farlo dovranno trovare
un altro sindaco e un'altra
giunta, ma dubito che lo faranno.
Comunque, anche la torre Eiffel
doveva essere provvisoria»
Le immagini danno conto di alcune delle fasi di
lavorazione nella costruzione del nuovo Auditorium,
dove l'elemento prefabbricato ha giocato un ruolo
decisivo nell'abbreviare i tempi di realizzazione
■■ L’Auditorium costruito in 7 mesi
Inaugurato il 7 ottobre 2012 alla presenza del capo dello
Stato Giorgio Napolitano, il nuovo auditorium dell’Aquila è
un dono della provincia di Trento. Costruito in sette mesi,
con una spesa di circa 6 milioni di euro, è composto da tre
cubi con struttura in legno lamellare e rivestimenti interni ed
esterni in legno di larice. Il volume centrale, il più grande,
che corrisponde alla sala dell’auditorium, con una capienza
di 190 posti è un cubo di 18 m di lato appoggiato a terra
su uno spigolo e inclinato di 30°. Anche gli altri due volumi
hanno la forma di un cubo e sono collegati al corpo centrale
con passerelle in acciaio, vetro e legno: ospitano il foyer,
le toilette, i locali degli impianti tecnologici e le attività di
servizio. L’auditorium ha la certificazione Arca (architettura, comfort, ambiente): è un sistema di certificazione per le
costruzioni con struttura portante in legno che ne valuta la
durabilità, la sicurezza contro terremoti e incendi, nonché il
comfort, il risparmio energetico e la sostenibilità. ◘
► D. Parliamo della tracciabilità dei materiali. Mi sembra
che sia più difficile da garantire con le case in muratura.
R. Nella costruzione dell’Auditorium dell’Aquila, per esempio, sappiamo esattamente da dove viene il legname utilizzato
ed è così per tutti i nostri progetti e lavori. La nostra filiera
parte da ogni singolo albero. Non accade così però per le
case in muratura. Parliamo ad esempio del cemento, che
spesso viene fatto con gli scarti di inceneritori e depuratori.
D. Le prestazioni energetiche costituiscono uno degli aspetti più importanti delle certificazioni.
R. Si possono raggiungere livelli di consumo energetico
davvero ottimali. Siamo sui 30 kwh metro quadro anno, ma
possiamo, ovviamente elevando anche i costi, arrivare ai 16
kwh per metro quadro.
D. Ma quanto costa costruire case in legno? È conveniente
rispetto al cemento?
R. In Italia, complice anche la stagnazione del mercato edile
causata dalla crisi, le imprese tradizionali vanno avanti con
preventivi al ribasso. Nel nord Italia i prezzi medi al metro
quadro di queste offerte, generalmente con poche specifiche e
mai a corpo, si aggirano, per una superficie di 200 m2 circa,
dai 1.000 ai 1.200 euro al m2, prezzi che scendono andando
Il complesso è stato inaugurato dal maestro Claudio
Abbado che ha diretto l'Orchestra Mozart in un
concerto dedicato interamente alla musica di Bach
verso il sud Italia fino agli 800 euro al m2. In Trentino-Alto
Adige ed in Valle d’Aosta, l’edilizia tradizionale è invece un
po’ più cara, più o meno del 10-15% (quindi si va dai 1.150
ai 1.400 euro al m2). Con questi prezzi l’edilizia tradizionale riesce però a garantire una classe C e a stento riesce a
toccare la B; poi di solito accade che per migliorare quanto
previsto a preventivo si presentano sempre extra costi che
il cliente, avendo contratti non a corpo, si trova costretto a
sopportare. Purtroppo, il fatto che i progetti siano valutati e
preventivati su elaborati non sempre definitivi non aiuta a
orientarsi tra le offerte. Il risultato è un cliente disorientato
che opta per la proposta economica apparentemente più conveniente con la speranza che non ci siano problemi.
Una casa in legno, proposta da aziende ovviamente che
operano secondo le norme italiane e con spirito di trasparenza e qualità, operando con materiali e prodotti certificati
nonché di provenienza certa e tracciabile, parte invece da uno
standard minimo che è la classe B+ per arrivare a spingersi
all’edificio passivo. Al fine di garantire solidità tanto dell’edificio quanto dell’azienda che edifica, un edificio sempre sui
200 m2 costa dai 1.200 ai 1.500 euro al m2, ma chi lavora
con serietà e trasparenza nel mondo delle costruzioni in leMarzo - Aprile
gno stipula contratti a corpo e quindi il prezzo iniziale è un
D. Quindi una casa in legno sembra costare di più, ma alla
fine costerà uguale, se non di meno poiché la riduzione dei
tempi porta a una riduzione degli oneri finanziari, con spese
tecniche minori non essendo necessarie varianti di fine lavori.
R. Sì, è proprio così. Ci sono altri due aspetti poi da valutare. Il primo è che aziende come la nostra propongono dei
test a fine lavori per verificare, ad esempio, la tenuta all’aria
o la prestazione acustica dell’edificio. Test che si traducono
in certificazioni e sappiamo tutti come porre in vendita un
edificio con prestazioni certificate ne migliori le possibilità di
vendita, mantenendo alto il prezzo. L’altra questione riguarda
l’idea che questo tipo di costruzioni si adatti assai bene alle
nostre montagne del nord, ma poco abbia a che fare con il
È un errore. Basta riflettere sulla questione energetica, che
non riguarda solo i mesi invernali: il costo della bolletta
nazionale dell’energia elettrica dipende in buona parte dalle
spese per raffrescare più che da quelle per riscaldare gli
edifici. Il legno sarebbe quindi una soluzione anche per il
sud Italia. ◘
Val di Fiemme, dove le case
nascono dagli alberi
Gianfranco Zorzi ci racconta una storia di natura e di rispetto per l’ambiente.
Ma non è un passatista. Al contrario: il futuro è di chi pensa che costruire
non significhi per forza cemento armato
Da noi la casa in legno
sembra ancora una
scelta eccentrica. Si
usava il legno per fare
una baracca, ma non
la casa d’abitazione.
Non è così nei Paesi
del nord Europa ed in
Canada, dove le case
sono realizzate solo ed
esclusivamente in legno
a dimostrazione del suo
Lago di Tesero nel cuore dello stadio dedicato allo sci di fondo c’è
un edificio tutto di legno. Qui si è
appena chiuso il Campionato mondiale di
sci nordico della val di Fiemme, disputatosi dal 27 febbraio al 3 marzo scorsi. E la
casa in legno è il media center, adiacente
alle piste dove si sono sfidati gli atleti più
forti del mondo sugli sci stretti e nei salti
dal trampolino. Per la cronaca hanno dominato i norvegesi ed i colori azzurri non
hanno brillato, dopo un glorioso passato.
Per la valle di Fiemme siamo al terzo
Campionato del mondo di sci nordico dopo
quelli del 1991 e del 2003, e già si parla,
tra dieci anni, del quarto. Tutto è andato
bene, l’organizzazione è stata perfetta e la
neve non è mancata.
Il legno del media center di Lago di
Tesero è della val di Fiemme, che come
tutto il Trentino è ricca di foreste di abeti
rossi e larici, piante che danno un legname
di particolare qualità e pregio. Le foreste
sono di proprietà dei comuni e della secolare «Magnifica comunità di Fiemme», che
sovrintende a un programma di gestione
sostenibile delle foreste, creato dalla provincia autonoma di Trento. Il legno di questi boschi è da tempo la materia prima del
mobile made in Italy, ma da diversi anni a
questa parte cresce la sua importanza nelle
costruzioni, non solo per una maggiore
sensibilità ecologica, ma anche per una
serie di vantaggi non di poco conto.
Del legno della val di Fiemme, di un
altro modo per costruire le case ne abbiamo parlato con Gianfranco Zorzi, perito
industriale di Ziano di Fiemme e per molti anni impegnato nella categoria: è stato
consigliere del Collegio di Trento dal 1982
al 1993 e presidente dal 1993 al 1997.
«Il legno è un materiale naturale, è vivo
ed è un prodotto della terra. Sono un
“fiammazzo” (è questo il nome degli abitanti della val di Fiemme) e da uomo nato
in mezzo alle montagne ed ai boschi ho
imparato ad amare questa terra e a prendermene cura. Mio padre era addetto ai
legnami del comune di Ziano di Fiemme,
gestiva la segheria e si occupava di scegliere i tronchi migliori, come di vendere
le tavole. In quell’epoca il ricavato del
legname costituiva l’introito maggiore del
comune che poteva così contare su una
importante risorsa nel suo bilancio. Ancora
oggi i proventi dai legnami sono un capitolo importante nel bilancio dei comuni della
valle. Ed è fondamentale per la conservazione e tutela della montagna che essa sia
presidiata, in una parola abitata e quindi
coltivata. C’è un criterio di coltivazione, se
possiamo usare questa espressione, anche
per un bosco, per preservarlo e rigenerarlo.
Una volta tagliate le piante, ne vengono
messe a coltura altre che vanno controllate
nella loro crescita. Si fanno anche dei diradamenti mirati che permettono alle piante
rimaste di crescere più forti e sane. Nel
legno c’è la vita che continua a riprodursi. I legni più pregiati, quelli cosiddetti
di risonanza sono utilizzati per costruire
strumenti musicali: famosi sono i violini
realizzati con il legno di abete delle foreste
di Paneveggio.
E il legname con pochi nodi viene utilizzato per realizzare mobili, serramenti o
tavole da costruzione. Da alcuni anni poi,
grazie alle moderne tecnologie, si è ricominciato a costruire case in legno, con
un sistema che viene chiamato Fiemme.
È successo dopo la caduta del “Muro”,
l’importazione di legname a bassissimo costo dai Paesi dell’est ci stava mettendo in
crisi e allora abbiamo trasformato il nostro
sistema produttivo tradizionale: non più tavole ma prodotti semilavorati e pannelli
multistrato, incentivando così la costruzioMarzo - Aprile
ne di case in legno. Così è nato il
sistema casa Fiemme.
Sono pannelli costituiti da tavole
incrociate e incollate per ogni strato,
in modo alternato con l’utilizzo di
resine esenti da formaldeide, sostanza nociva e cancerogena. All’esterno di essi vanno applicati pannelli
coibentati di lana di minerale o di
legno e finiti con l’intonaco. All’interno dei pannelli viene realizzata
una intercapedine nella quale alloggeranno gli impianti tecnologici:
quello idraulico come quello elettrico, non dimenticando le raffinatezze
della domotica. Questa intercapedine
viene poi riempita con lana minerale coibente. La finitura interna può
essere indifferentemente in legno
o cartongesso. L’interno dei solai
viene trattato nella stessa maniera:
guaina protettiva, massetto a secco, strato isolante in fibra di legno,
pannello rigido di legno, materassino
anticalpestio. Il tetto è costruito, nel
modo ormai diventato tradizionale,
ventilato con travatura a vista.
Da noi la casa in legno sembra
ancora una scelta eccentrica. Si usava il legno per fare una baracca,
ma non la casa d’abitazione. Non
è così nei Paesi del nord Europa
ed in Canada, dove le case sono
realizzate solo ed esclusivamente in
legno a dimostrazione del suo grande potenziale. Mi ricordo, quando
ero ragazzino, di un commerciante
di legnami milanese. Veniva spesso
da noi ed un giorno si fermò, invitato da mio padre, a pranzo con
noi, uno dei piatti tipici della nostra
cucina, polenta e capriolo. Questo
commerciante parlando di legname
disse: “Na ponta ‘en pè e na dona
en pian i porta el Dom de Milan”.
La ponta è un travetto di legno.
Ovviamente questo è un aneddoto,
ma sta a significare come il legno
sia un elemento da costruzione davvero eccezionale. Aggiungo che dopo
50-60 anni una casa va comunque
ristrutturata, qualunque sia la tecnica costruttiva, legno o muratura, e
oggi, grazie alle moderne tecnologie,
si può scegliere di costruire con un
materiale naturale, come il legno,
con delle differenze di costi, che si
riducono, se aumentano le prestazioni energetiche dell’edificio». ◘
■■ Dove nasce la materia prima
La val di Fiemme è delimitata a sud dal gruppo montuoso del Lagorai (montagne porfidiche che raggiungono come altezza massima i 2.850 m) e dal gruppo dolomitico della
Pale di San Martino, a nord dal gruppo del Latemar e dalle guglie del Monte Corno.
Ad est la vallata si chiude nei pressi di Predazzo, per poi continuare, salendo verso la
fonte nello stesso alveo del torrente Avisio, con la denominazione Val di Fassa. Ad ovest,
il corso dell’Avisio prosegue verso la foce (si getta nel fiume Adige nei pressi di Lavis
a nord di Trento) con la denominazione di valle di Cembra. La val di Fiemme ha una
superficie di circa 50mila ettari e si sviluppa tutta al di sopra dei 900 m di quota. Circa
la metà è coperta da foreste, capaci di fornire una media annua di 70mila metri cubi
di legname che viene in gran parte conferito alle segherie della valle. La massa totale
di legno delle piante presenti nelle foreste di questa valle è valutata in circa 3 milioni e
808mila metri cubi con una media di poco superiore ai 300 metri cubi ad ettaro. Complessivamente ruotano attorno ai lavori appaltati dalla Comunità una trentina di aziende
boschive ed una quindicina di aziende specializzate per il trasporto. A questi si aggiungono circa 40 addetti, che vengono impiegati nei lavori di manutenzione del patrimonio
(strade, edifici rurali ecc.), nelle cure colturali e nei primi diradamenti, e i 30 impiegati
in segheria. Un ultimo dato curioso: le piante nelle foreste fiemmesi hanno un’altezza
media di 30 m con punte spesso superiori (fino ad un massimo di 45 m). ◘
Nasce a Caserta un’iniziativa che potrebbe facilmente
essere replicabile in altre realtà del Paese
voglio informare, insieme a te, i nostri lettori di un incontro al quale ho preso parte presso la Camera di commercio, industria, artigianato ed agricoltura di Caserta. Con
me che rappresentavo i periti industriali erano presenti gli
altri ordini e collegi territoriali, per l’insediamento della
Consulta provinciale dei liberi professionisti.
Credo che il nostro ente camerale sia stato tra i primi
in Italia a deliberare l’istituzione della Consulta (prevista
dall’art. 10 comma 6 della legge n. 580/93, successivamente modificata dall’art.11 della legge n. 23/2010 e dall’art.
8 del Dm 4 aprile 2011 n. 156), approvando, contestualmente, il regolamento per il funzionamento della Consulta
Le funzioni attribuite al nuovo organismo interprofessionale, a mio giudizio, possono rivestire un ruolo importante nell’esercitare una giusta moral suasion per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese e dei
professionisti. Poter esprimere su richiesta degli organi
istituzionali della Camera di commercio le proprie valutazioni, fondate su un’ineguagliabile esperienza sul campo, in merito ai diversi provvedimenti che interessano il
sistema produttivo e quello dei servizi rappresenta una
sicura opportunità per rendere più coesi e organici i diversi attori che concorrono alla vita sociale ed economica
del nostro territorio. Ed è certamente di buon auspicio
che si sia registrata l’immediata e incondizionata adesione
di tutti gli ordini e collegi della provincia, offrendo una
fattiva collaborazione professionale, in tutte le componenti
specialistiche, per il raggiungimento degli obiettivi proposti dall’ente camerale.
Mi premeva dunque dare la notizia, perché penso che sia
importante provare a replicare l’iniziativa anche in altre
realtà, e credo che ci siano molti miei colleghi che, animati da buona volontà, vorranno stimolare la Camera di
commercio della propria provincia a dare seguito a una
disposizione legislativa seria e promettente. Ovviamente,
io sono a completa disposizione di chi vorrà conoscere nel
dettaglio la nostra esperienza e per ora dico soltanto che
ne è valsa la pena. Perché l’idea di mettere in rete tutte le realtà esistenti potrebbe generare nuove importanti
opportunità di lavoro, che di questi tempi non mi sembra
siano cosa di poco conto.
presidente del Collegio dei periti industriali e dei periti
industriali laureati della provincia di Caserta
ti ringrazio per la buona novella e posso immaginarmi che
non resterà lettera morta, ma troverà altri presidenti di collegio disposti a sollecitare la propria Camera di commercio
a dar vita alla Consulta. E hai ragione da vendere quando
ricordi che può rappresentare un’occasione per mettere in
moto nuovi incarichi professionali. Questo è il fronte sul quale tutti noi dobbiamo impegnarci, senza mai lasciare nulla di
intentato. ◘
Opificium_02_2013
http://www.eppi.it/files/Opificium_02_2013.pdf