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Timestamp: 2019-01-21 18:32:15+00:00
Document Index: 13831513

Matched Legal Cases: ['art. 612', 'art. 612', 'art.612', 'art.612', 'art. 612', 'art.612', 'Cass. Sez. ', 'art. 347', 'art. 362', 'art. 370', 'sentenza ', 'art. 612']

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Reato di stalking perpetrato ai danni di due condomini: la condanna
Integra la fattispecie del reato di stalking, o di atti persecutori, previsto dall’art. 612-bis c.p., la condotta perdurante di persecuzione, posta in essere con numerose aggressioni fisiche e verbali e molestie ai danni di due condomini
Era stato accusato del reato di stalking di cui all’art. 612 bis, c.c. 1 e 2, c.p., perché poneva in essere atti persecutori in danno di due soggetti, residenti nello stesso condominio molestandoli e minacciandoli ripetutamente, in modo da cagionare in loro un perdurante e grave stato di ansia e di paura.
L’indagato aveva messo in atto una vera e propria persecuzione nei confronti dei due denuncianti. Gli stessi componenti della famiglia avevano il terrore di uscire di casa per il timore di incontrarlo e più volte avevano dovuto ricorrere alle cure medico-psichiatriche.
Il Tribunale di Bari, investito della vicenda in esame, ha dichiarato che “sussiste, senza ombra di dubbio, la condotta prevista e punita dall’art.612 bis c.p. dal momento che l’imputato ha, coscientemente e volontariamente, nonché reiteratamente molestato le persone offese, facendone oggetto di una attenzione ossessivamente imposta, attraverso minacce e continui atti di violenza fisica e verbale e di intrusione nella vita privata degli stessi ed esercitando un effetto intimidatorio tale da indurli a denunciare più volte l’accaduto alle forze dell’ordine”.
Condotta ossessiva (spesso sfociata anche in atti di violenza su cose e persone) che ha ingenerato nei due coniugi, paura e ansia per l’incolumità propria e del figlio minore, nonché per la propria libertà personale e che li ha indotti a modificare finanche, le proprie abitudini di vita.
In tema di valutazione della prova è stato ampiamente affermato dalla giurisprudenza della Suprema Corte che, proprio in relazione alla fattispecie di cui all’art.612 bis c.p., la penale responsabilità di un soggetto può essere affermata anche sulla scorta delle sole dichiarazioni della persona offesa, purché queste siano sottoposte ad un rigoroso vaglio critico ( cfr. Cass. Pen. Sez. V n.27774/10)
Ne caso di specie non vi erano dubbi sulla credibilità delle persone offese che, nelle denunce sporte nei confronti dell’indagato e nelle dichiarazioni rese a dibattimento erano state chiare, lineari, precise e prive di contraddizioni.
Il contenuto delle dichiarazioni rese dalle persone offese, era stato, peraltro, supportato da significativi elementi oggettivi di riscontro costituiti dalle immagini estrapolate dai filmati della telecamera di videosorveglianza e dai certificati medici in atti.
Il reato di “stalking” o di “atti persecutori” previsto dall’art. 612-bis, introdotto dalla L. n. 38 del 2009, è un reato abituale, caratterizzato dalla reiterazione di più condotte minacciose e moleste, tali da ingenerare nella vittima un perdurante stato di ansia e timore per sé o per le persone care o tale da costringerla ad alterare le proprie abitudini di vita.
Perché sussista la fattispecie delittuosa è quindi necessario, in primo luogo, il ripetersi della condotta: gli atti e i comportamenti volti alla minaccia o alla molestia devono essere reiterati.
Inoltre, i comportamenti devono essere tali da ingenerare nella vittima disagi psichici o timore per la propria incolumità e quella delle persone care ovvero pregiudizi per le abitudini di vita: trattasi di reato di evento e di danno, a fattispecie alternative, ciascuna delle quali idonea ad integrarne gli estremi ( Cass. Pen. Sez. V 34015/10).
Più in particolare, la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di statuire al riguardo, che integrano il delitto di atti persecutori di cui all’art.612 bis c.p., anche due sole condotte di minaccia o di molestia come tali idonee a costituire la reiterazione richiesta dalla norma incriminatrice (cfr. Cass. Sez. V n.6417/10) precisando l’idoneità ad integrare la fattispecie delle ripetute comunicazioni telefoniche, anche mediante reiterato invio alla persona offesa di sms e di messaggi di posta elettronica o postati sui cosiddetti social network, come ad esempio facebook (cfr. Cass. Pen.Sez. VI n.32404/10).
RECIPROCITA’ DEI COMPORTAMENTI MOLESTI: CONFERMATA CONDANNA PER STALKING
Atti persecutori: è legittima la custodia cautelare in carcere per l’indagato
Il Tribunale meneghino ricorda che i fini dell’applicazione della misura la pericolosità deve attualmente essere sussistente al momento della formulazione del relativo giudizio. E, il venir meno dell’attualità della pericolosità consegue non tanto al semplice decorso del tempo o allo stato di detenzione, quanto piuttosto al compimento di atti volontari positivi, indicativi in modo inequivoco ed incontrovertibile che il soggetto abbia mutato condotta di vita; atti di cui l’indagato, nel caso di specie, non si era mai reso esecutore.
Violenza domestica e di genere, in arrivo Codice Rosso per le vittime
Presentata una proposta di legge che prevede l’introduzione di una corsia veloce per i casi di violenza domestica e di genere denunciati dalle donne
Una corsia veloce, dove far transitare le denunce presentate dalle donne vittime di violenza domestica e di genere. E’ l’obiettivo della proposta di legge, denominata ‘Codice Rosso’, presentata dal Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede alla presenza di Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker, fondatrici dell’associazione Doppia Difesa.
“I dati sulla violenza sulle donne – scrive il Ministro sul blog delle Stelle – sono impressionanti. L’ultimo rapporto Istat ci fornisce una fotografia drammatica: circa il 21 per cento delle donne italiane – pari a 4,5 milioni – è stata costretta a compiere atti sessuali e 1 milione e mezzo ha subìto la violenza più grave: 653.000 donne vittime di stupro e 746.000 vittime di tentato stupro”. Da qui l’idea di introdurre un “Codice rosso”, come avviene nei pronto soccorso, per i casi in cui le denunce devono essere trattate immediatamente.
“Con l’introduzione del Codice Rosso – si legge in una nota del Ministero – si eliminerebbero, quindi, tempi lunghi e fasi di stallo che più volte hanno determinato la morte della donna che aveva trovato il coraggio di denunciare le violenze causate da marito o convivente”.
Il testo opera una modifica all’art. 347 del codice di procedura penale. In particolare, prevede la comunicazione immediata al pm delle notizie di reato da parte della polizia giudiziaria, in caso di maltrattamenti, violenza sessuale, atti persecutori e lesioni aggravate commessi in contesti familiari o di semplice convivenza. Il tutto senza valutazioni sull’urgenza e anche per via orale.
La vittima, inoltre, in base alla riforma dell’art. 362 c.p.p. dovrà essere sentita dai magistrati entro tre giorni dalla denuncia.
Con l’integrazione dell’art. 370 c.p.p., poi, si obbliga la polizia giudiziaria a dare priorità allo svolgimento delle indagini delegate dal pubblico ministero. A quest’ultimo devono essere trasmesse, in modo altrettanto tempestivo, le risultanze acquisite con l’attività svolta.
Il disegno di legge, tra l’altro, prevede un obbligo di formazione per Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri e Polizia penitenziaria. Il personale coinvolto in procedimenti in materia di violenza domestica e di genere dovrà frequentare dei corsi presso specifici istituti.
“Sappiamo che per ogni donna non è semplice venire allo scoperto e denunciare i soprusi che subisce, sottolinea sul proprio profilo Facebook il ministro Bonafede -. Con questa legge lo Stato si fa avanti, tende una mano e si mette al suo fianco”.
Staccare la corrente ai vicini è reato
Il reato si configura qualora un soggetto ponga in essere reiteratamente una serie di condotte tali da provocare un “perdurante stato d’ansia o di paura” nella vittima
Disturbava continuamente il vicino di casa, staccandogli ripetutamente la corrente elettrica e arrivando perfino a investirlo con l’automobile. Condannato in primo grado e in appello per atti persecutori, l’uomo ha fatto ricorso per Cassazione evidenziando come i fatti contestati non avessero alcuna rilevanza penale; a suo avviso, infatti, tali comportamenti potevano sfociare unicamente in una controversia di natura civilistica relativa alla proprietà di una servitù di passaggio.
Il ricorrente, inoltre, sosteneva di essere stato “calunniato”. L’accusa rivoltagli di avere investito il vicino con la propria auto non corrispondeva a realtà; al contrario, sarebbe stato lo stesso vicino, secondo l’imputato, a gettarsi appositamente a terra sostenendo di essere stato deliberatamente colpito dallo specchietto retrovisore della vettura.
La Corte di Cassazione, tuttavia, con la sentenza n. 43083 del 12 ottobre 2016, ha rigettato il ricorso in quanto infondato, ritenendo di non aderire alle argomentazioni proposte dal ricorrente. Secondo gli Ermellini, in particolare, i fatti contestati al soggetto condannato rientravano a pieno titolo tra le fattispecie previste dall’articolo n. 612 bis del codice penale, relativo agli ‘atti persecutori’. La norma, infatti, prevede che il reato si configura qualora un soggetto ponga in essere reiteratamente una serie di condotte tali da provocare un “perdurante stato d’ansia o di paura” nella vittima.
Per la Suprema Corte, le singole condotte, in sé considerate, possono essere anche prive di rilevanza penale, purchè sussista un nesso di causalità tra le medesime e lo “stato d’ansia o di paura” patito dall’interessato.
Eventuali ulteriori scopi ulteriori perseguiti dall’autore, quali (la pretesa del diritto riguardante la servitù di passaggio, “riguardano il movente della condotta ma non il dolo generico del reato di cui all’art. 612 bis del c.p.”, da individuarsi nella consapevolezza e volontà dell’agente di alterare l’equilibrio psichico della vittima.
Per quanto concerne l’accusa di calunnia rivolta dal ricorrente al vicino i giudici di Piazza Cavour no hanno considerato ammissibile il ricorso in quanto la ricostruzione dei fatti operata dal giudice d’appello riguarda il merito della controversia e non può quindi essere contestata in sede di giudizio di Cassazione, dove è possibile lamentare solamente errori “di diritto”, consistenti nell’erronea applicazione di una norma di legge.
Recupero crediti, proposta per introdurre il reato di stalking bancario
L’iniziativa lanciata alla Camera da Fratelli d’Italia mira a punire banche, finanziarie e aziende che applichino condotte aggressive e persecutorie nei confronti dei debitori
Una proposta volta a “estendere il reato di stalking alle condotte persecutorie e aggressive che vengono messe in atto nei confronti dei cittadini dalle società di recupero crediti che lavorano per conto di banche, società finanziarie e grandi aziende”.
Così il leader del partito Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, ha presentato nei giorni scorsi a Montecitorio la proposta di legge, di cui è firmataria assieme a tutto il suo gruppo parlamentare, per l’introduzione del reato di stalking bancario.
Il testo, dal titolo “Modifica all’articolo 612-bis del codice penale concernente il reato di atti persecutori commesso nell’esercizio di attività di recupero di crediti”, mira a punire con una aggravante rispetto alla pena prevista per attività persecutorie, istituti bancari, società finanziarie, filiali di recupero crediti e qualsiasi altro soggetto giuridico preposto qualora l’attività esuli o travalichi “quanto previsto dalla legge”, nonché “le norme del codice di procedura civile”.
Ad esempio, tra le pratiche “scorrette” passibili di sanzione rientrano le chiamate telefoniche a qualsiasi orario del giorno e della notte, le intimazioni “fittizie” e le pressioni di ogni genere volte a indurre i debitori a regolarizzare la propria posizione e saldare quanto dovuto.
La presentazione della proposta di legge ha visto anche la partecipazione e la testimonianza della moglie di un uomo, debitore di una cifra pari a 40mila euro, che non reggendo la pressione degli agenti di recupero crediti ha finito per togliersi la vita.
L’intento della legge, per Fratelli d’Italia, sarebbe proprio quello di evitare che tragedie simili si possano ripetere e che altre famiglie possano subire simili lutti in quanto se è vero che i debiti vanno pagati è altrettanto vero che occorre “una riscossione più umana e più etica”.
Vittime di stalking: perché non assecondare il proprio persecutore
“Laddove il comportamento del soggetto passivo in qualche modo assecondi il comportamento del soggetto agente, viene meno il requisito indispensabile del mutamento radicale delle proprie abitudini e la situazione di ansia che segna in modo irreversibile la vita della vittima”
Corte di Cassazione, III Sezione Penale, n. 9221/2016.
“(…) anche due sole condotte in successione tra loro, anche se intervallate nel tempo, bastano ad integrare sotto il profilo temporale la fattispecie, (Sez. V, 21.1.2010, n. 6417; Sez. III, 23.5.2013,n. 45648), non va tralasciato il fatto che le condotte molestatrici debbano risultare assillanti: espressione quest’ultima, che, al di là del mero riferimento temporale, attiene soprattutto alle conseguenze cagionate sulla vittima. (…) Se quest’ultima, infatti, anziché frapporsi come ostacolo invalicabile alle molestia, asseconda il comportamento del soggetto agente inducendolo a persistere in quegli atteggiamenti minacciosi, viene meno il requisito del pregiudizio alla psiche della persona offesa in termini tale da impedire alla vittima di vivere liberamente la propria quotidianità” (Sez. III, 23.3.2013, N.46179, Bernardi, Rv., 257632).
È questo l’ultimo orientamento espresso della Suprema Corte di Cassazione in tema di “atti persecutori”.
La vicenda vedeva coinvolti due ex fidanzati. L’indagato, in risposta alla volontà della ragazza di interrompere la propria relazione affettiva a causa della sua morbosa e pressante gelosia, aveva iniziato a renderla oggetto di ripetute pressioni, seguite anche da messaggi telefonici di tenore minaccioso che avevano determinato la ragazza a mutare le proprie abitudini di vita, tanto da essere costretta ad uscire sempre in compagnia di amiche per evitare rischi per la propria incolumità. In occasione, poi, di un incontro chiarificatore richiesto dal giovane, a cui la ragazza aveva aderito, lo stesso approfittava delle circostanze di tempo e di luogo, per costringere la giovane donna a subire un rapporto sessuale completo.
Veniva così disposta la misura cautelare del divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa e dai suoi prossimi congiunti; successivamente revocata dal Tribunale di Napoli – Sezione Riesame – che accoglieva la richiesta di riesame presentata nell’interesse dell’indagato.
A giudizio del Tribunale partenopeo: “mancavano gli elementi costitutivi del reato, in quanto la giovane, pur potendo reagire in modo diverso ai continui messaggi telefonici del ragazzo, interrompendo ogni forma di dialogo, proseguiva nello scambio di messaggi telefonici con lo stesso, di guisa che le minacce da costui proferite all’indirizzo della ragazza, anche in presenza di amici, dovevano inquadrarsi in reati diversi (minacce, ingiurie etc.) perseguibili a querela di parte, ma non nel reato di atti persecutori che esige una reiterazione dei comportamenti minacciosi nei riguardi di soggetto che si opponga in modo reciso ad essi, mentre nel caso in esame la ragazza, proseguendo nel dialogo telefonico persino dopo l’episodio della riferita violenza sessuale con l’ex fidanzato, si sarebbe prestata ad una sorta di complicità implicita incompatibile con la struttura del reato ipotizzato dalla Pubblica Accusa”.
Della stessa opinione anche la Suprema Corte di Cassazione che, confermando l’opinione già espressa dal giudice di merito, così conclude: “Il legislatore ha attribuito al delitto in esame natura di illecito che pregiudica il bene giuridico costituito dalla libertà morale. Gli atti persecutori, consistono, quindi, in condotte di tipo vessatorio che determinano la mortificazione delle condizioni soggettive della vittima, tanto da incidere sul modo di conformare il proprio comportamento in termini di autonomia e da turbare questi aspetti, complementari ma indispensabili, di quiete e di tranquillità, sui quali una siffatta autonomia necessariamente si fonda” (Sez. III, 7.3.2014, n.23485; Sez. V, 19.5.2011, n.29872).
(…) Si tratta di una gamma assai variegata di comportamenti aventi caratteristiche di elevata invasività e capaci di instillare nella vittima un senso di oppressione, di tensione e di paura.
“Il mutamento delle abitudini di vita è fatto costatato dall’esperienza come comportamento necessitato cui la vittima di atti di persecuzione ricorre per cercare di sottrarsi agli stessi: sicché accade molto di frequente che vittime di appostamenti e pedinamento cambino il percorso che le conduce a scuola, a casa o al lavoro: ovvero che non rispondano più al telefono e chiedono agli enti gestori il distacco degli apparecchi e l’eliminazione del loro nominativo dagli elenchi; ovvero, ancora, che si facciano accompagnare da terze persone per la paura di rimanere da sole con chi le molesta o le intimidisce. Si tratta, in genere, di precauzioni adottate per non fornire ulteriori occasioni di essere disturbati, a prezzo, però, di alterare e modificare i propri ritmi di vita quotidiana, le proprie forme di distrazione, le scelte minute che ordinariamente regolano l’assetto relazionale con l’esterno”.
“Ne consegue che laddove il comportamento del soggetto passivo in qualche modo assecondi il comportamento del soggetto agente, viene meno il requisito indispensabile del mutamento radicale delle proprie abitudini e la situazione di ansia che segna in modo irreversibile la vita della vittima”.