Source: http://www.archiviostoricocrotone.it/cutro/la-grangia-di-s-maria-de-armiro-e-le-terre-di-s-maria-de-feroluso-presso-il-confine-tra-cutro-e-roccabernarda/
Timestamp: 2020-01-25 13:29:04+00:00
Document Index: 45969557

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La grangia di S. Maria de Armirò e le terre di S. Maria de Feroluso presso il confine tra Cutro e Roccabernarda
Cutro (KR). Panorama della vallata del Tacina vista dal Vattiato.
Santa Maria de Armirò (= luogo salso) fu un antico monastero di rito greco[i] fondato dopo la conquista normanna presso il fiume Tacina che, successivamente, passò a dipendere dal monastero di Santa Maria della Matina, per poi divenire una grangia dell’abazia cistercense di Sant’Angelo de Frigillo.
Un “memoriale” del novembre 1118 (a. m. 6627), XII indizione, traduzione latina di un originale greco scritto da “Girardum baiulum Sancte Severine et Cutroni”, ripercorre le antiche vicende del monastero di Armirò, in occasione di una vertenza tra “Arnaldus de Fontana Coperta” e il monastero di Santa Maria della Matina, in cui troviamo coinvolti le principali autorità locali che detenevano poteri civili e religiosi nell’ambito della giurisdizione della città di Santa Severina.
Questa memoria faceva risalire al quondam “Nicolaus qui de Grimaldo cognominatur”, “bisconte” di Santa Severina, l’originaria edificazione delle chiese (“eclesiasticas domos”) erette sotto il titolo della “Dei matris et beati Nicolai”, “in loco Castelli et fluminis Tachine in uno loco”, che lo stesso Nicolao aveva dotate con propri beni e “terras in loco fluminis Tachine”, facendone un “monasterium monacorum”.
Dopo la morte del visconte questo “monasterium parvum quod est prope flumen Tachine”, fu posseduto prima da “Brienio magnato suo” che lo rinunciò, e poi dal nobile “Alioctus”. Morto anche quest’ultimo, passò ad appartenere a “Gottofridus” figlio di “Yvum” e, dopo la sua morte, a “Cheles comestabulus” che però, dopo averlo detenuto, lo rassegnò. Fu quindi concesso a “Fulconem de Monte Curbino” e, successivamente, con l’assenso del metropolita di Santa Severina “dominus Gregorius”, passò ad appartenere al monastero di Santa Maria della Matina.
A questo punto “Arnaldus de Fontana Coperta” si era rivolto al baiulo di Santa Severina, affermando di avere “partem” sulle terre detenute dal detto monastero, e chiedendo quindi di essere riconosciuto nei propri diritti. Sulla questione furono chiamati a rispondere per il monastero: “Tibaldum de genero Francus et Leonem presbiterum”[ii] i quali, al cospetto del detto Arnaldo, risposero affermando che il richiedente era estraneo ai luoghi e alle terre contese.
Per dirimere la questione il baiulo dette termine alle parti e scaduto il tempo concesso loro, accompagnato dai contendenti e dal metropolita Gregorio, con i “protoiudices magnatum Sancte Severine dominum Nicolaum Gruttiliotum, dominum Nicolaum Mabroleonem, Stephanum Flamisium, Fraymundum, Alexium de Coco, Riccardum Raspam et Pachumium abbatem Sancti Iohannis de Calivito”, con “Leonem Caconitti”, con “Vulfinus de genero Francus”, con “Sansus et Arpettus Pocherius et notarius Bisquimius” e con “Petrus Dragonus et Mabrus de Chirissi et David”, si portò sul luogo caratterizzato da una mutazione del corso del fiume Tacina, che aveva abbandonato l’antico letto (“veterem locum fluminis”, “Xeropotamus”), passando così a verificare i confini posti in discussione che, in parte, saranno richiamati dai documenti successivi (“Armirò”, “vallonem siccum”, ecc.).
Questi risultarono quelli pertinenti al leggittimo possesso del menzionato monastero che, nell’occasione, furono così descritti: “euntes a molendino quod incepit facere Gottofridus, et ascendit inde recte ad Archistraticum (Archistratigum) et ascendit ad altum montem in quo est oliaster, et descendit ab oliastro et transit vallonem siccum; post hec vadit assendendo vallem et venit respiciens versus meridiem ad Selladam et revertitur ad Armiro, descendit vero Armiro et dat ad veterem locum fluminis, ascendit vero dictus Xeropotamus et concludit ad effluentem flumen Tachine et ascendit unde initium diximus.”[iii]
Panorama della bassa valle del Tacina.
Una nuova abazia
A seguito della fondazione nel territorio di Mesoraca dell’abazia di Sant’Angelo de Frigillo da parte dell’ordine Cistercense, alcuni monasteri esistenti nella valle del fiume Tacina che, anticamente, avevano avuto una propria autonomia, furono riorganizzati in funzione di questa presenza, passando così alle dipendenze della nuova abazia in qualità di grange.
In questo quadro, la “grangia de Terratis cum omnibus racionibus et circum aiacentibus suis” e la “grangia Sante Marie de Armiro cum omnibus terris et terminis suis”, risultano tra i possedimenti di Sant’Angelo de Frigillo confermati il 6 marzo 1210 dal papa Innocenzo III.[iv]
Assieme alle notizie forniteci da questo privilegio falso secondo il Pratesi, l’espansione dell’abazia in quest’area della vallata del fiume Tacina è testimoniato anche da altri documenti di questo periodo che, seppure a volte, risultano anch’essi manipolati, ci forniscono comunque informazioni utili per ripercorrere le vicende del monastero oggetto di questa ricerca e giungere alla sua localizzazione. In particolare queste testimonianze evidenziano che esso si trovava vicino alla località Feroluso (= “luogo di ferule”, feruletum),[v] in prossimità dei limiti tra il territorio di Cutro, a quel tempo casale della città di Santa Severina e quello di Roccabernarda, dove giungevano anche i confini di altre terre vicine.
Per quanto riguarda questa località, sappiamo che già durante la prima metà del Duecento, i Cistercensi di Sant’Angelo de Frigillo avevano acquisito terre a Feroluso. Risale all’annata 1220-1221 (a.m. 6729), la donazione fatta da “Anttousa” di Cutro, vedova di Stephano Kaballari, ad Amos kategumeno (ίερομονάζον καί καθηγούμενον) di Sant’Angelo de Frigillo, delle terre (χοράφια) dette de “Kykla” (Κύκλας) site in Cutro, territorio (διακρατίσι) della città (πόλεως) di Santa Severina, nel luogo detto “Phéroulloson” (Φερουλλόσου), lasciatele dal suo marito defunto, così confinate: ad est le terre dei figli di “Chlorokoukès”, le terre di Roberto “Arsaphès” e Johannis “Koutros” detenute dal monastero, ad ovest le terre del presbitero Johannis “Roussos” e a nord le terre dette di “S. Nicola Phlaknianos” e i confini di “Hagios-Kyrikos”.[vi]
Le terre del dominus “Robertum Arsafium” di Cutro,[vii] quelle di Ioannis Koutron e quelle S. Nicola, poste in prossimità dei confini del territorio di S. Giovanni Monaco, sono richiamate in un atto relativo all’annata 1223-1224 (a.m. 6732), con cui Adilitzia, figlia di Riccardo de Borrella, nipote di Michael Pittari e moglie di Bitzinos Spolitos, insieme al proprio fratello Philippo e con l’accordo di suo marito, vendettero al monastero di Sant’Angelo de Frigillo, le vigne (άμπέλιων) e le terre poste in Cutro (Κούτρον) territorio (διακρατήσει) di Santa Severina, per la somma di 27 once d’oro, così confinate: ad oriente la via, ad ovest le terre del dominus (κυρ) Roperto Arsafi e di Joannis Koutron, ad ovest il recinto (φραγμος) di queste e le vigne del παπα Blasion e del παπα Ropertos de Lambardos, e a sud la restante parte delle vigne già donate al monastero.
Nella stessa occasione i detti venditori cedevano allo stesso monastero le loro terre ereditarie di S. Nicolao poste negli stessi luoghi, così confinate: ad est il vallone posto fra queste terre e quelle della chiesa metropolitana di Santa Severina, scendendo fino al vallone dove scorreva il torrente (ρίακα) posto tra quest’ultime ed il territorio di S. Giovanni Monaco (διακρατιμάτων νοϋ Αγίου Ίωάννου νοϋ μοναχοϋ), ad ovest l’altro vallone che scendeva fino al torrente di S. Giovanni (ρίακα νοϋ Αγίου Ίωάννου), andando in linea retta fino alle terre del presbitero Joannis Ferri, a nord il detto torrente di S. Giovanni (ρίαξ νοϋ Αγίου Ίωάννου) e a sud la via.[viii]
Dovrebbe risalire invece all’ottobre 1227, l’atto con cui Leo de Costanza con sua moglie Costanza, e il monastero di Sant’Angelo de Frigillo, stipularono l’atto con cui rinunciarono reciprocamente ad ogni azione giudiziaria, circa il possesso delle terre donate al monastero da Michaele fratello di Costanza, poste “in loco que dicitur Umbriatim” così confinate: “ab oriente sunt terre presbiteri Iohannis de Ferro, ab occidente est terra Roberti de Arsafio, a parte boree est vallonus grandis et terre domini Riccardi Bonette et presbiteri Iohannis de Ferro, a meridie ipsum monasterium cum terris Roberti de Arsafio”.[ix]
Ricadevano nella località di “Briati” di Cutro, anche le terre coltivate e incolte, che “Leo Ferrante habitator casalis Cutri”, assieme con i figli Nicola, Andrea, Giovannuccio, Giacobba e Clemenzia, e con il consenso del “magister Senator” loro tutore, vendettero per quaranta tareni d’oro a Sant’Angelo de Frigilo. Terre che confinavano “ab ocidente terre et cercitum filii quondam Roberti de Arsafi et terre dicti monasterii Sancti Angeli” (1238-1239).[x]
Il corso di Feroluso
Le terre di S. Nicola de Frangiano (“Phlaknianos”/“Flaciani”) alias de “Iacciano”,[xi] monastero posto in diocesi di Nicastro, risultano menzionate in questo periodo, anche in occasione della definizione dei confini del “cursum mandrarum” esistente “in Ferulluso” che, al tempo del re normanno Guglielmo II (1166-1189), era appartenuto “pro honore Sancte Severine”, a Goffredo de Carbonara, “dominus” di Roccabernarda discendente dai conti di Catanzaro: “currebat a Scala Rocelle (sic) et per terras domini Guareni (sic) et per terras domini Nicolai scolaris et per terras de Abado et per terras abbatie Flaciani et per puteum Flagiani et per terras de Oricella (sic) et per viam de Rusito et deinde adscendit usque ad planum Rusiti.”[xii]
Alcuni dei toponimi riportati in questo documento, come la località “Scala”, le terre del dominus Geremie, e le località “Cricelle”, “Rusito”, ecc., in parte localizzati in prossimità del confine tra gli attuali territori comunali di Cutro e Roccabernarda, ricorrono anche in un atto dell’aprile 1220, quando la “comitissa Theodora, consors quondam felicis memorie egregii comitis Rainerii Marchisorti”, concesse al monastero Florense di San Giovanni in Fiore i “pascua unius mandre proprie eiusdem ecclesie in tenimento Rocce Bernardi terre nostre”, così confinati: “ex parte orientali est serra Stephani de Cutro et declivi roseti descendunt per Sanctam Mariam et vadit per umbrum Cricelle et vadit per umbrum Paganum et per serram de Dicagno et vadit ad tenimentum Geremie, quod est ex parte occidentali et vadit rursum (sic) per umbru[m] eiusdem Geremie et vadit per montem Cardonem, qui est ex parte septentrionali, et vadit per campum Pauli et coniungitur priori fini.” Gli concedeva inoltre di poter arare e seminare liberamente per la propria utilità, le “mandrilla” che erano state fatte nel detto tenimento.[xiii]
Il pascolo nel corso di Feroluso posto in tenimento o “territorio Roccae Bernardae”, concesso ai Florensi da Teodora e confermato dal sovrano,[xiv] risulta confermato e ampliato nel luglio 1221 da “Anselmus de Iustingen”, marescalco imperiale e conte di Catanzaro, che concesse al monastero Florense, il pascolo di “unius mandrae pro ovibus ecclesiae vestrae in tenimento Roccae Bernardae”, nel “tenimentum Ferulisi” (sic) precedentemente concesso loro dalla “nobilis mulier Theodora comitissa, uxor quondam comitis Raynerii Marchisort”, come l’aveva posseduto nel passato “Goffridus de Carbonara”.[xv]
Nel giugno del 1222, dall’assedio di Jato, Federico II confermava i privilegi del monastero di San Giovanni in Fiore, tra cui il “cursum memoratum in tenimento Ferulisi (sic) sibi certis finibus assignatum, sive in tenimento Sanctae Severinae situm, seu in tenimento Roccae Bernardae, sicut Goffredus de Carbonara pro mandris suis umquam melius uti consuerat ipso cursu”.[xvi]
Il feudo di Roberto de Bisiniano
Alcune terre esistenti “in Feroluso”, particolarmente adatte al pascolo per la natura valliva del luogo, furono oggetto di altre donazioni anche successivamente in favore delle grandi abazie, che miravano ad assicurarsi queste importanti risorse indispensabili per alimentare le mandrie. Seguirono questa sorte alcune terre appartenenti al vicino feudo di Roberto de Bisiniano e di sua moglie Pisana, al tempo in cui il suo possesso passò alle loro figlie: Formosa, moglie di “domini Iohannis de Flamengo”, e “Andrichisse” (“Candrichissa”), quando ancora l’abazia di Santa Maria della Matina possedeva beni in questo luogo.
Il 28 gennaio 1233, Gregorio IX confermava ai Florensi di S. Giovanni in Fiore le donazioni di Federico II, tra cui quella contenuta nel privilegio dato in Castris apud Castrum S. Petri in tenimento Bononiae nell’ottobre 1220, in cui risulta: “Et tenimentum Rumbuli, quod prope casale Terratae obtulit ei Formosa vidua filia quondam Roberti de Bisiniano. Illud etiam tenimentum, quod Laurentius miles civis Sanctae Severinae obtulit ei in Feruluso.”[xvii] A quel tempo, alcune terre vicine furono concesse anche ai Cistercensi di Sant’Angelo de Frigillo anche se, successivamente, gli eredi di questi concessori entrarono in lite con l’abazia per salvaguardare i propri diritti.
Un atto del gennaio 1223 XII indizione (sic) riferisce circa la sentenza favorevole all’abazia, pronunciata nella curia di Crotone da “Iohannes”, “Nicolaus”, e “Bartholomeus de Logotheta”, giustizieri imperiali di Terra Giordana, davanti al “domino venerabili archiepiscopo Severitano et Cutronensi episcopo”, al cospetto di “domino Petro”, camerario imperiale di tutta la Calabria e di altri giudici di Crotone, riguardante la causa mossa dal “dominus Fabianus” Pisano (o de Griffo) di Crotone, agente in nome della moglie Saracena, figlia di Formosa, assieme ai fratelli “Michilottus” e “Nicolaus de Lagani”, figli di Andrichissa, contro l’abazia di Sant’Angelo de Frigillo, relativamente ad alcune “possessiones in loco qui dicitur Ferolusus sitas et loco Armiro”, che i promotori della causa asserivano essere pertinenti al loro feudo, mentre l’abazia affermava che i beni in questione “non esse feodales” ma costituivano invece legittime donazioni appartenenti al loro “patrimonio”.[xviii]
A seguito di questa sentenza, nell’aprile 1224 (a. m. 6732), Fabiano Pisano in nome di sua moglie, assieme a Michaele e Nicolao Lagani per parte della loro madre Andrichissa, confermavano all’abate “Martinum” di Sant’Angelo de Frigillo, il possesso dei beni posti “in territorio Sancte Severine in loco qui dicitur Tacina et de aliis terris quas similiter tenetis in eodem tenimento Sancte Severine in loco qui dicitur Sancte Marie de Feruluso”, donati all’abazia da Pisana e da sua figlia Formosa.
In questa occasione i beni contesi, confinanti con il tracciato ormai in disuso (“viam veterem”) che collegava Mesoraca a Cutro, il luogo detto “Aquam Salsam”, le terre dette “de Rocca” e quelle possedute da Santa Maria della Matina (“terras Matine”), risultavano così identificati: “incipiunt ab oriente per viam veterem que solebat ire et venite de terra Misurace in casali de Cutro et ab oriente vadit per meridiem et inde per quatuor serras que sunt inter ipsas predictas terras nostras et sic descendit in directum usque ad brucas que sunt in pede serre et vadit usque ad vallonem siccum qui descendit per istas terras et nostras et per eundem vallonem it usque ad viam veterem que olim solebat ire et venire ad Misuracum et deinde per meridiem, scilicet per eandem viam, vadit per istas terras et infra terras domini Ieremie, que terre domini Ieremie sunt iuxta vallonem siccum et per alias terras dicti monasterii Sancti Angeli et per Sanctam Mariam de Rabdam contra occidente et per eandem viam revertitur contra orientem et per vallem que est infra ipsam terras et terras que dicuntur de Rocca usque ad serricellam ubi sunt schini et ascendit per serricellam de medio eiusdem serricelle et de aliis que sunt iuxta illam contra aquilonem et vadit in directum per vallonem qui contra occidentem descendit et per mediam vallem que est infra ipsas terras et per predictas terras de Rocca usque ad Aquam Salsam et revertitur inde per mediam aliam vallem que est contra aquilonem et per alium vallonem siccum et per brucas que sunt infra ipsas terras et terras Matine usque ad predictam viam veterem que est infra ipsas terras et nostras et inde per eandem viam vadit per parte boire et per vallem et per ballones siccos et per petram orientis prope serricellam parvulam unde incepimus, et ita concluduntur.”[xix]
Si fa risalire al maggio 1225 un atto molto frammentario riguardante la conferma dei privilegi dell’abazia di Sant’Angelo de Frigillo da parte dell’imperatore Federico II re di Sicilia dove, tra i possedimenti elencati, risulta confermata la “grangiam de Terratis”, che alcuni documenti collegano all’esistenza di un casale (“casale Terratae”)[xx] o castello,[xxi] i cui confini possono essere così riassunti: dal fiume Tacina, ascendendo per il “Vallonem de Manna” e confinando le terre donate da Formosa di Crotone, si giungeva alle terre di “Rumbulis” di “Iohannis Stefanicii” di Santa Severina,[xxii] salendo fino “ad scalam Cutri” e “ad Porticellam”, discendendo poi “per viam carraram” e il “vallonem Brucusi”, al luogo di “terminum grossum” e al fiume Tacina.
Così li riporta il documento: “grangiam de Terratis cum omnibus racionibus et circum adiacentibus terris et pascuis que in hiis terminis concluduntur: s[……] flumine Tachine per vallonem de Manna et ascendit per eundem et vadit per terras Formose de Citrono (sic, ma Cotrono) per viam et condigit ad Unbrum de Flagloso (sic) per terras q[ue……] h[……] de [……te]rre sunt in confinibus Iohannis de Magistro et per terras demanii et vadit perinde et ferit ad terras Iohannis Stefanicii et ferit ad serronem de Vucuro et ad terras de sup[……] ad scalam Cutri et transsendit viam et vadit ad frontem ipsius scale usque ad Porticellam et descendit per viam carraram et ferit ad vallonem Brucusi quod est super p[……] et assendit per ipsum vallonem et ferit ad terminum grossum et deinde vadit per viam que solebat ire homines Mesorace ad terras Castellorum et ad turris Tacine [……] ad terras de Sebastiani et dessendit per vallonem usque ad flumen Tacin[e ……] ad terras de Sebastiani et dessendit per vallem usque ad flumen Tacine et assendit per ipsum flumen usque ad priorem finem.”[xxiii]
In questa stessa occasione, si confermavano all’abazia anche il “tenimentum” “quod est in loco de Armiro ubi grangia de Terratis”, appartenuto a Pisana e a sua figlia Formosa, nonché a Saracena e a suo marito Fabiano de Cotrono, assieme all’altro posto “in tenimento Sante Severine in loco ubi dicitur Maguda” o “Macuda”,[xxiv] che i Lucifero di Policastro avevano donato all’abazia.
Riguardo a quest’ultimo tenimento, attraverso un atto del febbraio 1219 (“Donacio facta Sancti Angeli de terris Bucterici (sic, ma de Terrata) apud flumen Tacine facta per casa de Lucifero”), apprendiamo che “Petrus filius Rogerii Luciferi”, avendo determinato la volontà di vestire l’abito monastico, con il consenso di suo fratello e della moglie, nel febbraio 1213 aveva donato all’abazia tutti i suoi beni, sia quelli ereditari che quelli acquistati e anche se, successivamente, aveva ritrattato la donazione “de tenimento iuxta fluvium Tachene in loco qui dicitur Bittheriti” (sic, ma de Terrata), al presente la riconfermava.[xxv] Nel gennaio 1228, “Petrus et Henricus una cum fratre nostro domino Guillelmo filii quondam domini Rogerii de Lucifero”, confermavano questa cessione, avendo ottenuto da Martino abate di Sant’Angelo de Frigillo, dodici once d’oro oltre il prezzo che già gli era stato corrisposto.[xxvi]
Per quanto riguardava invece la lite che opponeva l’abazia agli eredi di Pisana e Roberto de Bisiniano, la questione era ancora agitata nei tribunali circa un decennio dopo l’apertura del relativo contenzioso quando, il 20 luglio 1232, a seguito della “querelam” di “Saracena uxor quondam Fabiani de Griffo”, che lamentava l’alienazione indebita di molta parte del suo feudo posto “in pertinenciis Sancte Severine”, Federico II imperatore e re di Sicilia, ordinava al giustiziere di “Terre Iordani” di accertare i fatti e d’intervenire secondo le norme contenute nella costituzione “super reintegracione feudorum” data a Melfi, affinchè fosse rispettato il diritto e non si avesse pregiudizio alcuno per la curia imperiale.[xxvii]
Nel luglio dell’anno successivo, “apud Crotonem”, “Guillelmus de Spinosa” giustiziere imperiale di “Terre Iordani”, avendo citati in giudizio “dompnun Arduinum” abate e il convento di Sant’Angelo de Frigilo, in relazione alle accuse di “domina Saracena, filia domine Fermosa, relicta quondam nobilis viri domini Fabiani de Griffo”, rappresentata da “Thomasius filius domine Saracene procurator ipsius domine matris sue”, per parte di “Gottofredum muldualdum eiusdem domine”, pronunciava la sua sentenza riguardante i due possedimenti contesi, ossia le terre coltivate e incolte poste “in loco qui vocatur Terrata prope flumen Tachine in pertinenciis Sancte Severine, prope terras Matine et prope terras que fuerunt domini Guillelmi de Luchifero, quas ab ipso domino Guillelmo emit monasterium memorato”, e le “alias terras in territorio ipsius Sancte Severine in loco qui dicitur Sancte Marie de Feruluso”, i cui confini ripercorrono quelli descritti in precedenza.[xxviii] A tale proposito, considerato che già la prima sentenza pronunciata da Bartolomeo, Nicola e Giovanni de Logotheta, giustizieri di “Terre Iordani”, era stata favorevole al monastero, udito il parere dei giudici di Crotone e di Strongoli e di altri “proborum virorum” presenti, si confermava il loro responso.[xxix]
Petro e Fulco Ruffo di Calabria
Anche se queste sentenze avevano confermato il diritto di Sant’Angelo de Frigillo, i fatti successivi testimoniano che, anche in seguito, le terre presso il fiume Tacina vicine ai possedimenti dei Cistercensi e dei Florensi, continuarono ad essere oggetto di disputa tra i monaci delle due potenti abazie e altri magnati del luogo.
Sappiamo infatti che, agli inizi del dominio angioino, le terre di Feroluso possedute dai Florensi poste “in terra Roccae Bernardae” e già in precedenza concesse a “Basilium de Notaria”[xxx] (1249),[xxxi] furono contese tra “Basilio e Giovanni de Notaria”, il conte di Catanzaro Petro Ruffo, suo nipote Fulco o Fulcone e altri.[xxxii]
Il 14 marzo 1275, la Magna Curia sentenziava contro i detti Basilio e Giovanni che in precedenza, avevano occupato un feudo appartenente ai Ruffo “sito in territorio di Cutro”,[xxxiii] mentre, successivamente, il conte di Catanzaro accomodò la questione che l’opponeva ai Cistercensi, riguardante il corso “de Terratis”, posto in territorio di Roccabernarda che, in parte, ricadeva nel tenimento di “Feruluso” e, in parte, rientrava nel tenimento di “Umbri de mani” appartenente a San Giovanni in Fiore.
L’otto giugno 1278 in Catanzaro, “Petrus Rufus de Calabria, Dei et regia gratia comes Catanzarii”, concedeva a “Thomas de Monte Scalioso”, abate del monastero di Sant’Angelo de Frigillo e al suo convento, il tenimento “seu cursus quod dicitur de Terratis, quod est in territorio terre nostre Roccebernarde, infra tenimentum nostrum quod dicitur de Feruluso et tenimentum monasterii Floris quod dicitur Umbri de mani”, dietro pagamento dell’annuo censo di “unius uncie auri” da corrispondersi “in festo resurectionis dominice”.
In questa occasione si ribadiva il divieto a chiunque di molestare il “monasterium ipsum vel grangias eius in ipso tenimento existentes seu personas religiosas vel seculares ibidem pro serviciis eiusdem monasterii morantes”, pretendendo la riscossione di altri diritti oltre quella del detto censo.[xxxiv]
Il subfeudo “dela viola”
Agli inizi del dominio aragonese è documentato che Sant’Angelo de Frigillo possedeva la grangia di Santa Maria de Armirò posta in tenimento di Cutro. L’abazia possedeva anche il vicino tenimento “de terrati” o “de macuda” al quale apparteneva in qualità di membro, il subfeudo detto della “viola” posto in territorio di Cutro, S. Giovanni Monaco e Roccabernarda, di cui però, a quel tempo, l’abazia era stata spogliata.
Il Fiore faceva risalire il possesso del feudo “della Liola” alla famiglia Rocca al tempo degli Svevi,[xxxv] periodo in cui le terre “de Rocca” risultano menzionate tra i confini di Feroluso.[xxxvi] Questi però ne furono estromessi al tempo del marchese di Crotone. Sappiamo infatti che nel 1391, il feudo della Viola fu concesso da Nicolò Ruffo conte di Catanzaro e marchese di Crotone, a Nicola Macrì o Macti mentre, nel 1435, Giovanna Ruffo principessa di Salerno, lo concesse ad Antonia Macrì o Macti, figlia primogenita di Aloise che fu figlio di Nicola.[xxxvii]
Il 22 gennaio 1445, nell’accampamento regio presso Crotone, re Alfonso de Aragona confermava all’abate Nicolao e al monastero di “Santi Angeli de frigilio” tutti i possedimenti, tra cui la “grangiam unam nominata sancta maria de armero posita in tenimento Cutri cum tenim.to ad p(raese)ntis nominato de terrati alias vocato de macuda venditum eidem monasterio per gulielmum petrum et herrichum de lucifero et Armeniam coniugem dicti gulielmi quod tal(ite)r limitatum ab oriente via pp.ca qua itur catanzarium et vallonum brucisii, iux.a viam qua itur ad terram castellorum et iux.a t(er)ras dictas termino grosso et alios fines cum cursu mandre herbagiis pascuis pratis et aliis juribus racionibus p(rop)rietatibus et pertinenciis suiis, quod tenimentum dictum monasterium ad p(raese)ntis tenet et possidet, verum qui dictum monasterium expoliatum fuit de quodam membro intercluso in ipso tenim.to quod ad p(raese)ntis nominatum lo pheo dela viola cum terragiis herbagiis pratis et Aliis juribus supradictis quod quidem pheudum dela viola detinet ad p(raese)ntis per h(er)edes q.o d(omi)ni loisii macri”.[xxxviii]
Il 24 febbraio 1445, nell’accampamento regio presso Catanzaro, lo stesso sovrano confermava alla nobile “domine Antonie filie quondam loysii macti” di Catanzaro, il “feudum nominatum dela viola”, già appartenuto al quondam “judex nicolaus macti eius avus” e a suo padre Loisio, con la contribuzione di 15 tareni annui di adoha. Il detto feudo, sito e posito “in tenimentis terre Rocce bernarde Casalium Cutri et alibi et etiam sancti johannis monacho”, le era stato concesso da Giovanna Ruffo di Calabria, principessa di Salerno, marchesa di Crotone, contessa di Catanzaro, domina delle baronie di Altavilla, Taverna e Belcastro, con privilegio dato in Catanzaro il 20 luglio del 1435.[xxxix]
Nel 1478 per morte di Antonia Macrì o Macti, il feudo tornò alla famiglia Rocca di Catanzaro.[xl] Nel 1504 re Ferdinando confermò il feudo della Viola al detentore Sigismondo Rocca,[xli] mentre è del 1531 la rivendica alla successione di detto Sigismondo, da parte del suo figlio primogenito Camillo Rocca contro il fratello secondogenito Marco Antonio.[xlii] I Rocca detennero il feudo della Viola distinto in “piccolo” e “Grande” per tutto il Cinquecento e parte del Seicento, con Sigismondo (1566-1567),[xliii] Giovanni Pietro (1585)[xliv] e Sigismondo.[xlv] Il “feudo piccolo di Sigismundo Rocca” e il suo “Feudo grande”, sono menzionati tra i confini dei possedimenti che Sant’Angelo de Frigillo aveva in tenimento di Cutro e altri luoghi, in una platea dell’abazia compilata a cavallo tra gli ultimi anni del sec. XVI e i primi del successivo.[xlvi] Sigismondo Rocca morì nel 1625.[xlvii]
In relazione ad un diritto che doveva discendere da epoche precedenti alla formazione del proprio territorio diocesano conseguente all’avvento del Feudalesimo, ancora agli inizi dell’Ottocento la cattedrale di Isola manteneva il diritto di esigere la decima (sia dei seminativi che del pascolo) sul feudo della Viola, che non gravava il suo feudatario, ma bensì per un terzo l’università di Cutro e per i restanti due terzi quella di Roccabernarda.[xlviii]
Il feudo della Viola presso i confini di Roccabernarda (“Fiego”, “C. Fiego della Viola”, “Timpone del Fiego”) e le località vicine menzionate negli antichi documenti.
Feroluso “grandi” e “ferulusello”
La partizione del feudo della Viola in due diverse porzioni,[xlix] che possiamo ricondurre alla volontà di distinguere tra parti che ricadevano in territori differenti, si riscontra in questo periodo anche per Feroluso. Troviamo così che il tenimento di Feroluso (“frailuso”) è richiamato “In terra tacinae” (1465),[l] mentre quello di “feruluselli” risulta, invece, in territorio di Cutro (1487). Si riferisce a quest’area di confine un provvedimento del 1452, con cui re Alfonso de Aragona ordinava a Francesco Siscar conte di Ayello, di restituire al monastero di S. Angelo de Frigillo alcune terre usurpate in Santa Severina ed a Torre di Tacina.[li]
Dopo essere appartenuto allo spagnolo Giovanni Pou,[lii] in seguito al tradimento di questi nell’ambito della Congiura dei Baroni ordita contro re Ferdinando de Aragona, il feudo di “feruluselli”, assieme agli altri possedimenti detenuti dal feudatario ribelle, decadde nelle mani del sovrano. Tra le “Intrati dela baronia de tacina” appartenente alla regia corte relativamente all’annata 1486-1487,[liii] troviamo così quelle relative all’erbaggio del tenimento di “ferulusello”[liv] e quelle relative all’erbaggio del tenimento di “feruluso grandi”,[lv] il cui il “terczio” che andava “de unbro de dragoni fino allumbro de terrastro”,[lvi] si affittava al tempo separatamente “delo restante” costituito dagli altri due terzi.[lvii]
Gli atti prodotti dalla regia corte in questa occasione testimoniano che, il tenimento di Ferulusello su cui gravava il diritto “de palagii” da parte del castello di Tacina,[lviii] luogo posto in diocesi di Isola, comprendeva la “cabella dela petra irta”, e la “cabella de vurga de groya”,[lix] mentre appartenevano al tenimento di Feroluso Grande: la “cabella de serra chana”, la “cabella deli casalini”, e la “cabella dela valli dela mortilla”.[lx]
Attraverso le informazioni contenute nei catasti onciari, possiamo evidenziare che, lungo il confine tra Feroluso e Ferolusello esistevano la gabella detta “Pancalli” o “Pancari” e le terre dette “Il Piano di Malandrino”, della “Abbadia di S. Nicola di Jaciano”,[lxi] mentre appartenevano a Feroluso la gabella detta “il Frasso” dell’abazia di Sant’Angelo de Frigillo,[lxii] la gabella detta “Petruzza”,[lxiii] la gabella detta “Crasà”,[lxiv] la gabella “della Carbonara” e quella di “Cafarelluzzo”.[lxv] A Ferulusello invece, appartenevano: la gabella detta “Cafarello” o “Cafarello grande”[lxvi] e la gabella “Franzè”.[lxvii]
Nel 1487 “tempore quo predittus Comitatus Sanctae Severinae in terra Castellorum, et Casale Cutri, erant inposte Regii demanii”, re Ferdinando de Aragona vendette la “turrim tacinae ac feuda campi longhi et feruluselli” a Paulo Siscar conte di Ayello, per ducati 7000 con mero e misto imperio, erbaggi ecc. che, pagando tal prezzo, acquistò il possesso di tutti i beni facenti parte della “baronia de tacina”, ossia: “turrim tacinae”, il feudo di Campolongo posto in tenimento e territorio di Castellorum Maris, e l’altro “nuncupatum de ferulosello, situm in territorio Cutri Casalis Sanctae Severinae”.[lxviii] I Siscar possedevano “Ferolusello” ancora alla metà del Cinquecento.[lxix]
In tenimento di Roccabernarda
Rispetto alle testimonianze precedenti che identificavano la grangia di Armirò in territorio di Cutro, a cominciare dagli inizi del sec. XVI, i documenti riferiscono la sua appartenenza al tenimento o territorio di Roccabernarda. Sappiamo infatti che nel 1516, l’abazia di Sant’Angelo de Frigillo possedeva la “ gabella de Terrato in lo tenimento dela Roccha Bernarda” e la “gabella de sancta Maria de Almirò” (sic) nello stesso tenimento, dove esisteva ancora la sua chiesa, come ci indica il toponimo che identifica la gabella in questa occasione.[lxx]
Sembra che questa chiesa abbia continuato ad esistere anche durante la seconda metà del Cinquecento, quando risulta tra i canonicati della cattedrale di Santa Severina: “Professio fidei praesb. Mercurii la grutteria pro canonicatu S.tae Mariae di armirò in anno 1571.”[lxxi] Una menzione che, probabilmente, risente delle vicende di questo periodo, che consentirono la devoluzione della Baronia di Tacina in favore del Duca di Nocera (1586), mentre è documentato che la “gabella de armiro” continuò ad appartenere a Sant’Angelo de Frigillo, come testimoniano diversi atti conservati all’Archivio di Stato di Catanzaro.
Tra i primi di dicembre del 1577 e i primi giorni di gennaio del nuovo anno, dietro ordine del procuratore dell’abate dell’abazia di Sant’Angelo “de Fringilli”, nella piazza di Cutro furono posti all’incanto i beni dell’abazia: “le gabelle di terrata et camberlingo”, “la gabella del vattiyato”, “la gabella delo laco”, “la gabella delo frasso”, “la gabella de tavolaro”, “la gabella del piano dela menta” e “la gabella de armiro”.[lxxii]
Un possesso confermato da una platea compilata durante gli anni a cavallo tra la fine del Cinquecento e gli inizi del secolo successivo, quando sappiamo che l’abazia possedeva “pleno iure”: “La Gabbella detta Lo Piano de’ la Menta, iuxta la Gabbella d’Arcieri, iuxta la Gabbella di Feruluso, et altri fini. La Gabbella detta Terrata nel tenimento della Roccabernarda, iuxta lo Feudo grande di Sigismondo Rocca, iuxta la Gabbella del Cl.co Gio: Vincenzo Villirillo, et iuxta lo Fiume di Tacina”, e “La Gabbella detta Arminò in d.o Terr.o della Roccabernarda, iuxta lo Feudo grande, et iuxta la Gabella di termine grosso, et altri fini”.[lxxiii]
La documentazione superstite riguardante i sec. XVI-XVIII, ci consente di circoscrivere il luogo caratterizzato dalla presenza della grangia di Santa Maria de Armirò, vicino alla quale, la presenza di acque salse affioranti, già segnalate presso i confini di Feroluso (“Acquam Salsam”) durante il Medioevo,[lxxiv] aveva determinato la formazione di un lago oggi scomparso.[lxxv]
La gabella detta del “Lago” dell’abazia di Sant’Angelo de Frigillo, posta in tenimento di Cutro,[lxxvi] nelle vicinanze delle località dette “lo Vattiato, e Valle di Bruca”,[lxxvii] dove passava la via pubblica che conduceva a Catanzaro,[lxxviii] confinava con la gabella detta “Carnovale, e Puzzo Fetido”,[lxxix] le “Terre di termine grosso”,[lxxx] e le terre della “Badia di S. Nicola di Iaciano”, la cui gabella detta “Iaciano” (“Chiacciano”) confinava con la gabella “del Lago” detto “d’armerò” posseduta dall’abazia di Sant’Angelo de Frigillo.[lxxxi]
In relazione all’identificazione di questi luoghi, alla metà del Settecento sappiamo che “D. Gio. Fran.co Doria genovese Barone della Baronia di Tacina disabitata Confinante al Territ.o di questa Università di Cutro”, tra i suoi “Territorii seu Cabelle Burgensatiche”, possedeva: “La Cabella detta Carnovale, e Puzzo Fetido di Capacità tt.e 1500 Confinante da una parte colla Cabella del Lago, e dall’altra parte col Corso di Feroluso”, “La Cabella d.a la Mortilla, Rumbulo e Feruluso sita in d.a Baronia di Capacità tt.e 1560”, e “Il Corso di Feruluso, Cabelle d.e le Comuni Catinazzello, Scino dell’Arrone, e Petirta di Capacità di tt.e 920”,[lxxxii] beni che risultano in posssesso anche di “D. Gius.e D’Oria Genovese Barone di Tacina, e massanova” agli inizi dell’Ottocento.[lxxxiii]
In evidenza le località menzionate tra i confini della gabella “del Lago” detto “d’armerò” presso Cutro (KR).
In potere di S. Giovanni in Fiore
Alla metà del Settecento le terre di Sant’Angelo de Frigillo poste presso il fiume Tacina, risultavano ancora particolarmente adatte al pascolo e a questo scopo principalmente utilizzate. Soggette alle piene del fiume, queste si caratterizzavano per la presenza di una vegetazione cespugliosa prevalentemente fatta di sterpi e di essenze arbustive, come evidenziano già gli antichi toponimi (Feroluso, Brocuso), caratterizzata da radure in cui si formavano pantani che rendevano i luoghi malarici e letali durante la bella stagione.
Alcuni atti stipulati a Cutro nell’aprile del 1764, evidenziano come Le “Cabelle nominate Terrata, e Camerlingo membri dell’Abbadia di Sant’Angelo in frangillis, site e poste in Territorio di Rocca Bernarda”, da molto tempo erano affittate quasi sempre a pascolo e solo eccezionalmente a semina. Esse, infatti, essendo “situate al Canto del Fiume Tacina patiscono delle continue inundationi, e si sono rese arinose, oltre dell’esser le med.e petrose pieni di sterpi, e spine, e contro non possono senza grande dispendio rompersi in uso di semina”. Dette gabelle, inoltre, non si affittavano “a Coloni che son da paesi siti nelle Montagne, perche essendono le med.me Cabelle site, e poste in luogo di mala aere ogn’anno, che vi scenderebbero, in tempo della raccolta, vi lasciarebbero la vita”.[lxxxiv]
Successivamente i detti beni passarono “in affitto perpetuo dalla Camera Apostolica”[lxxxv] alla “Badia de Padri Cistrensienzi della Terra di S. Giovanne” che, al tempo della compilazione del catasto onciario del 1768 di Roccabernarda, possedeva nel “distretto di Rocca Bernarda”: la “Cabella postulata Terrata, Conf.e quella di Cervellino, ed altri, di Capacità tt.e Seicento, trà le q.ali ci ne sono Cento di letto di Fiume e le Restanti atte alla Semina Stim.ta la Ren. franca per d. Trecento Cinquanta, Ma essendosi puo anche fatta la Rivisione ut Retro fu Riapprezzata di sua estim.ne tt.e Cinquecento Cinquantasei, delle q.ali ne sono quattrocento sessanta di terra Aratoria, e tt.a 76 di letto di fiume, e tt.e venti scoscese, stim.ta la ren. franca per d. trecento venti quattro. E finalm.te un pezzo di terra appellata La Volta d’Armerò, di terra Rasa, ed aratoria, giusta il suffeudo della Viola, di Capacità Cento venti, Stim.ta la Ren. franca per d. Sessanta Cinque, ed essendosi parim.te Riapprezzata, fu Rigiudicata di tt.e Sessanta due ed an. Ren. per d. ventisei, e mezzo.”[lxxxvi]
Ancora alla fine del secolo i Cistercensi di S. Giovanni in Fiore possedevano Terrata e Camerlingo,[lxxxvii] tra i cui affittuari figurano i Talarico.[lxxxviii] Dopo essere stati incamerati dalla Cassa Sacra, “Terrata” di ettari 300 e “Armirò” di ettari 36, in territorio di Roccabernarda, risultano appartenenti al monastero della Pace di Napoli.[lxxxix] Nell’ottobre 1836 il ripristinato convento di S. Maria della Pace di Napoli dell’ordine di S. Giovanni di Dio li vendeva a Nicola Gullo, prestanome di Luigi Barracco.[xc]
Viabilità presso Cutro e il fiume Tacina. Particolare della carta austriaca del Regno di Napoli Sez. 12 – Col. IX (1822-1825).
La fine del feudo
Le ultime vicende di Ferolusello invece, sono segnate dai provvedimenti emanati conseguentemente alla promulgazione delle leggi di eversione della feudalità. Nel “Bullettino delle Sentenze Emanate dalla Suprema Commissione per le Liti fra i già Baroni ed i Comuni”, troviamo la sentenza “Num. 92 A dì 22 Agosto 1810”, riguardante la lite tra il “Comune di Cutro” e “l’ex feudatario di Cutro, Tacina, Massanova e Steccato”, il duca di Massanova e Tacina Giuseppe Maria Doria di Genova.
Nell’occasione l’università di Cutro aveva chiesto di “Esser reintegrata nel possesso del corso detto volgarmente Ferlusiello coi corpi al medesimo annessi descritti nel generale catasto, denominati Catinazziello, Sino degli Arroni, Pietrairta nel corso di Ferlusiello, e gabella detta i Comuni”, dichiarando “di competere ai suoi cittadini i pieni usi anche per mercimonio ne’ beni dell’ex baronia disabitata di Tacina, accatastati in Cutro colle denominazioni di Gabelle di Cannovale e Puzzofetido, Arcieri, Pantanello, Palmieri, Steccato, S. Luca e S. Nicola, Mortilla, Rumbolo e Feroluso, Piano di Vallicelli e Rositi.”
La sentenza della Suprema Commissione ripercorre le principali vicende del corso di Ferolusello. “La Commissione, intese le parti e il Regio Procuratore generale. Considerando sul primo articolo, che dallo stato dell’Università di Cutro formato nel 1628 dal reggente Tappia apparisce, che la stessa possedeva il corso di Ferlusiello, e ne introitava annui duc. 235. Considerando che precedentemente a detto stato l’Università si affittava il corso anzidetto, come fece negli anni 1600, 1602 e 1622. Considerando che nel 1639 i sindici ed eletti dell’Università asserendo di essere il feudatario creditore per causa di fiscali, e che doveva conseguire ducati 1700, in isconto di tal credito gli cederono il corso Ferlusiello, che dissero di esser posto dentro la baronia di Tacina, e sul contratto fu poi nel 1641 impartito l’assenso regio. Considerando che l’Università nel 1727 ricorse alla Giunta del buon Governo delle Università del Regno per essere reintegrata del corso suddetto, ed essendosi opposto il feudatario, adducendo che il contratto era stato fatto prima che si fosse emanata la Prammatica del 1650, la Giunta ordinò l’esibizione del titolo. Considerando che in una istanza presentata in nome dell’Università nel 1739 nell’abolita Regia Camera, pretendendo la medesima essere soddisfatta della bonatenenza per detto corso Ferlusiello, disse che sebbene non potesse negarsi che Ferlusiello fosse un corpo feudale, pure la bonatenenza l’era dovuta per la cessione che essa aveva fatta al feudatario del diritto di pascere; e lo stesso fu replicato con altra istanza posteriormente prodotta nella medesima Regia Camera. Considerando che passata la causa nel S. C., l’Università chiese la reintegra del corso senza pagamento di prezzo, ed il S. C. nel 1758 impartì termine ordinario. Considerando che l’Università producendo i gravami nella Regia Camera nel 1803 confessò che Pietrairta, Catinazziello, Sino degli Arroni e Comuni posti nel corso di Ferlusiello, nella baronia di Tacina erano del principe di Angri, che nel 1639 aveva comprato il diritto di esigere quei dazi che essa Università per pagare i pesi pubblici era solita d’imporre. Considerando che nel Catasto è descritto il corso di Ferlusiello in tassa dell’ex feudatario con tutti i suddetti corpi annessi. Considerando sul secondo articolo, che i diritti di alternativa triennale, sia per semina, sia per pascolo sono stati aboliti col Real Decreto de’ 24 maggio di questo anno. Considerando sull’articolo terzo, che devoluta la baronia di Tacina nel 1586 alla Regia Corte, questa ne fece l’alienazione in beneficio del Duca di Nocera, come disabitato, e solamente gli concedè in feudo la giurisdizione, come tutti i fondi gli vendè in allolio colla facoltà anche al compratore di poterli alienare. Considerato che detta baronia sia separata e distinta dall’ex feudo di Cutro, e solo per la vicinanza sono i beni accatastati in Cutro. Considerando che nel Catasto tutti i fondi su de’ quali l’Università ha preteso gli usi civici sono descritti come burgensatici. Considerando che su de’ fondi burgensatici se anche fossero nello stesso ex feudo di Cutro, non possono competere usi civici. Considerando sull’articolo quarto, che la baronia di Tacina fu dal fisco nel 1586 venduta in allolio in quanto a’ beni, e che questi furono esentati dal peso catastale. Considerando che a detta esenzione l’Università, del di cui interesse si trattava, non prestò alcun consenso. Considerando che tutti i beni della baronia anzidetta si trovano accatastati nel catasto di Cutro. Definitivamente decide e dichiara. I° Dichiara abolito il diritto di corso nella contrada Ferlusiello, e ad ognuno de’ possessori, tra’ quali lo stesso ex feudatario, sia lecito di chiudere i propri fondi, e di servirsi del proprio diritto per la vendita dell’erba.”[xci]
[i] Tale appartenenza appare evidenziata in occasione della ricognizione dei confini del monastero, compiuta nel novembre 1118 alla presenza di Pacumio, abate di S. Giovanni “de Calivito”. Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 27-30.
[ii] “Tipaldo monacho S(an)c(t)e Marie de Matina” risulta anche in atto del 1115-1116 (a.m. 6624) IX indizione, riguardante il territorio di Roccabernarda. Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 154-157.
[iii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 27-30.
[iv] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 241-247.
[v] Rohlfs G., Dizionario toponomastico e onomastico della Calabria, p. 108.
[vi] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana, 2009, pp. 77-80.
[vii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 261-262.
[viii] Guillou A., Les Actes Grecs des Fonds Aldobrandini et Miraglia XI-XIII s., Biblioteca Apostolica Vaticana 2009, pp. 81-84.
[ix] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 352-353.
[x] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 396-398.
[xi] Russo F., Regesto VI, 32075.
[xii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 261-262.
[xiii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, pp. 84-85. “Pergamena del 1220, in piccoli caratteri gotici, alta cm. 22, larga cm. 17, in buono stato, relativa alla concessione fatta dalla contessa Teodora Marchisorte, moglie del conte Ranieri Marchisorte, al monastero florense, di far pascolare gli animali, senza pagamento di diritto di erbaggio e di pedaggio, nei feudi di sua proprietà, in territorio di Rocca Bernarda.” De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, p. XLIV.
[xiv] “Transumptum privilegii Federici II Romanorum imperatoris. Confirmatio tenimenti in Sila cum descriptione finium ipsius et signanter annuorum ducatorum sexaginta in salina Neethi, et donationis cursu de Feruliti (sic) in territorio Roccae Bernardae in anno [1220]”. De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, p. XVII.
[xv] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 94-95. “Confirmatio et nova concessio facta per Anselmum de Fustingen [sic] comitem Catanzarii donationis alias factae per Theodoram comitissam Catanzarii de tenimento, quod dicitur Feruliti (sic) in Terra Roccae Bernardae, anno 1221.” De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, p. XXVIII. “Confirmatio et nova concessio facta per Anselmum de Iustigen Comitem Catanzarii donationis alias factae per Theodoram Comitissa Catanzarii de tenimento quod dicitur Feruliti (sic) in tra Rocese Bernardae in anno 1221.” Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina-Crotone-Cariati, rist. 1999, p. 249.
[xvi] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 99-101.
[xvii] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 123-125.
[xviii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 314-317.
[xix] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 317-321.
[xx] De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi, 2001, pp. 123-125.
[xxi] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 27-30.
[xxii] “Instrum donationis factae per Io.em Stephanitium de civitate S. Severinae Mattheo Veneri Abb. Floren Culturae Rumbalis in loco qui dicit. Rombali in territor. eiusdem civitatis. Anno 1234.” Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina-Crotone-Cariati, rist. 1999, p. 273. “Nello stesso 1234 Giovanni Stefanizia di S. Severina dà all’Abate Matteo la coltura di Rumbale nel territorio della stessa città.” Russo F., Gioacchino da Fiore e le Fondazioni Florensi in Calabria, 1959, p. 100. “Instrumentum donationis factae per Ioannem Stephanum (sic) de civitate S. Severinae Mattheo Veneri abbati Florensi culturae Rumbulis, in loco qui dicitur ‹‹Rumbali», in territorio eiusdem civitatis, anno 1234.” De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, p. XXXII.
[xxiii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 335-339.
[xxiv] “confirmamus etiam vobis tenimentum quod Guill[elmus de Lucifero et Petrus] et Herricus fratres vendiderunt monasterio quod est in tenimento Sante Severine in loco ubi dicitur Maguda cum omni iure suo et precipue cum cursu mandre. illud etiam tenimentum [……] monasterio sive vendiderunt Pisana et Formosa filia eius necnon et Saracena condam uxor Fabiani de Cotrono quod est in loco de Armiro ubi grangia de Terratis”.Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 335-339.
[xxv] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 275-279.
[xxvi] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 354-356.
[xxvii] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 371-372.
[xxviii] “incipiunt ab oriente per viam veterem que solebat ire et venire de terra Musurace in casale de Cutro, et ab oriente vadit per meridiem, et inde per quattuor serras que sunt inter ipsas predictas terras nostras et sic descendit in directum usque ad brucas que sunt in pede serre et vadit usque ad vallonem siccum qui descendit per istas terras et nostras et per eundem vallonem vadit usque ad viam veterem que olim solebat ire et venire Musuracum, et deinde per meridiem, silicet per eandem viam, vadit per istas terras et infra terras domini Geremie, que terre domine Ieremie sunt iuxta vallonem siccum et per alias terras dicti monasterii Sancti Angeli de Frigillo et per Sanctam Mariam de Rabda contra occidente et per eandem viam revertitur contra orientem et per vallonem, qui est infra ipsas terras que dicuntur de Rocca, usque ad serricellam ubi sunt sini, et ascendit per serricellam de medio ipsius serricelle et de aliis que sunt iuxta illam contra aquilonem, et vadit in directum per vallonem qui contra occidentem descendit et per mediam vallem que est infra ipsas terras et per predictas terras de Rocca usque ad Aquam Salsam, et revertitur inde per mediam aliam vallem que est contra aquilonem et per alium vallonem siccum et per brucas que sunt infra ipsas terras et nostras, et inde per eandem viam vadit per parte boree et per vallem et per vallones siccos et per petram orientis prope serricellam parvulam unde incepimus.” Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 372-376.
[xxix] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 372-376.
[xxx] “Basilium de Notaria” figura tra i testi (“iuratos”) di Cutro menzionati in un atto con la data del 17 marzo V indizione, priva dell’anno ma sicuramente riferita a uno tra questi: 1187, 1202, 1217 o 1232, convocati da “Guarrerius de Scandalio baiulus Sancte Severine”, per definire i confini del “cursum mandrarum domini Gofredi Carbonarie in Ferulluso.” Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 261-262. “Nicolaus de iudice Basilio”, giudice della “terre Musurace”, risulta in un atto del novembre del 1265. Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 438-439.
[xxxi] “Instrumentum emptionis factae per Ioannem abbatem Florensem a Basilio habitatore Policastri territorii dicti Fenelisi (sic) in terra Roccae Bernardae, anno 1249.” De Leo P. (a cura di), Documenti Florensi 2001, p. XXVII. “Instrum emptionis factae per Ioa.nem Abb. Floren. a Basilio habitatore Policastri territorii dicti Ferulisi in terra Roccae Bernardae In anno 1249.” Scalise G. B. (a cura di), Siberene Cronaca del Passato per le Diocesi di Santaseverina-Crotone-Cariati, rist. 1999, p. 273. “Nel 1249 ricorre uno strumento di compera fatta da Giovanni, Abate Florens, da basilio, abitante di Policastro, del territorio detto “feroleto” nella terra di Rocca Bernarda.” Russo F., Gioacchino da Fiore e le Fondazioni Florensi in Calabria, 1959, pp. 103-104.
[xxxii] Il 7 marzo 1275 “la Corte emetteva una sentenza in favore di Folco e di altri feudatari calabresi, per riporli nel possesso d’un feudo, sito nel territorio di Santa Severina, ch’era stato loro usurpato da Guglielmo de Courtany, un avido cavaliere francese.” Pontieri E., Un capitano della Guerra del Vespro: Pietro (II) Ruffo di Calabria, che cita il Reg. Ang. XXI, f. 371 t. Estr. da Archivio Storico per la Calabria e la Lucania anno I, 1931 p. 287.
[xxxiii] Il 14 marzo 1275 “la Magna Curia deve interessarsi un’altra volta di Folco. Tali Basilio e Giovanni de Notaria avevano arbitrariamente occupato un feudo, sito in territorio di Cutro, di proprietà della famiglia Ruffo, motivo per cui Folco era ricorso contro di loro ed aveva invocato immediata giustizia. Ma avendo la Curia ordinato, come di rito, al giustiziere di Calabria di eseguire un’inchiesta, onde giudicare, su i debiti dati, a chi appartenesse il contestato dominio di quel feudo, Folco non ebbe la pazienza d’attendere: irruppe violentemente nelle terre che riteneva sue, ne espulse i fratelli de Notaria e s’impadronì inoltre dei buoi che vi trovò. E’ logico che gli avversari avanzassero contro di lui un acre ricorso, in seguito al quale Folco fu invitato a comparire, entro venti giorni, dinnanzi alla Magna Curia, per difendersi dell’accusa di ‹‹spreta defensa»”. Pontieri E., Un capitano della Guerra del Vespro: Pietro (II) Ruffo di Calabria, che cita il Reg. Ang. XXIII, f. 62. Estr. da Archivio Storico per la Calabria e la Lucania anno I, 1931 p. 287.
[xxxiv] Caridi G., Ricerche sul Monastero di S. Angelo de Frigillo e il suo Territorio, in “Archivio Storico per la Sicilia Orientale”, LXXVII (1981), pp. 345-383. Caridi G., Agricoltura e Pastorizia in Calabria, 1989, pp. 59-61. Secondo il Minieri Riccio, Fulcone Ruffo era già morto il 10 gennaio 1270. Minieri Riccio C., Alcuni fatti riguardanti Carlo I di Angiò tratti dall’Archivio Angioino di Napoli, 1874 pp. 92-93. Risale a questo periodo anche la lite che opponeva il monastero di Sant’Angelo de Frigillo a tal Filippo Sicilia riguardo ai propri possedimenti esistenti in tenimento di Cutro. “(Nicolao) Archipresbytero et (Basilio) Thesaurario ac Stephano Pulello, canonico S. Severinae, mandat, ut, vocatis vocandis et auditis audiendis, iudicent de lite inter Philippum Sicilia, laicum, et Abbatem et Conventum monasterii S. Angeli de Fringillo, Cist. Ord., S. Severinae dioc., super tribus possessionibus, positis in tenimento Cutri” (1 giugno 1278). Russo F., Regesto I, 1093.
[xxxv] “Questi riconoscono la loro origine da Sale Rocca, paggio di camera dell’imperador Federigo Barbarossa, il quale Sale Rocca avendo ottenuto dal raccordato imperadore alcuni feudi, singolarmente quello della Liola nel territorio di Cutro, perciò fermatosi in Catanzaro vi piantò assai nobilmente la sua discendenza, vissuta sempre per più secoli con molto splendore.” Fiore G., Della Calabria Illustrata III, p. 367.
[xxxvi] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 317-321 e 372-376.
[xxxvii] De Lorenzis M., Catanzaro III, 1968, p. 560.
[xxxviii] ACA, Cancillería, Reg. 2906, ff. 141v-142r.
[xxxix] ACA, Cancillería, Reg. 2907, ff. 67v-68v.
[xl] De Lorenzis M., Catanzaro III, 1968, p. 560.
[xli] De Lorenzis M., Catanzaro III, 1968, p. 560.
[xlii] “Riale, (sic) feudo in territorio di Cutri a 1531 – Q. 24, ff. 111t.-112t. (fram. 6). Rivendica alla successione promossa da Camillo Rocca di Catanzaro, chierico, figlio di Sigismondo, contro il secondogenito Marco Antonio. ASN, Museo, Quinternioni e Repertori, frammenti, in Mazzoleni J., Fonti per la Storia della Calabria nel Viceregno (1503-1734) Esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, p. 177.
[xliii] “Sigismondo Rocca di Catanzaro, possessore del feudo detto Viola sito in territorio di Bernauda et paga l’adoha al barone di detta terra” (1566-1567). ASN, Regia Camera della Sommaria, Inventario.
[xliv] 1565-1585. “Cesaro de Loffredo utile signore della Rocca Bernauda per lo passo in detto loco, seu ragione di Pagliaro à Caccavo, che se esige da ogn’mandria che passa tra Neto et Facrina (sic). Detto Cesare signore ut supra, per lo relevio deve consegnare (sic) da Giovanni Pietro Rocco (sic) suo suffeudatario.” ASN, Regia Camera della Sommaria, Segreteria, Inventario.
[xlv] Il “feudo di Gesimundo Rocca ter.o della Rocca ber.da” (20 maggio 1616). AASS, 23A, f. 71.
[xlvi] “La Gabbella detta lo Vattiato, e Valle di Bruca, iuxta lo feudo piccolo di Sigismundo Rocca, iuxta le Terre di Luca Oliverio, iuxta la Gabbella di petr’irta, e lo Vallone, stagno medio medio.” “La Gabbella detta Terrata nel tenimento della Roccabernarda, iuxta lo Feudo grande di Sigismondo Rocca, iuxta la Gabbella del Cl.co Gio: Vincenzo Villirillo, et iuxta lo Fiume di Tacina.” “La Gabbella nominata Camerlingo, nel Territ.o di Roccabernarda iuxta lo Fiume di Tacina, iuxta le Terre di Madonna Giovanna, iuxta lo Feudo grande via publica mediante, iuxta la Gabbella di termine grosso, la Gabbella di Carnevale, et altri fini.” “La Gabbella detta Arminò in d.o Terr.o della Roccabernarda, iuxta lo Feudo grande, et iuxta la Gabella di termine grosso, et altri fini.” AASS, 124B, ff. 5-5v.
[xlvii] De Lorenzis M., Catanzaro III, 1968, p. 560.
[xlviii] Agli inizi dell’Ottocento il Capitolo cattedrale di Isola possedeva la “decima s.a il Feudo della Viola del S.r Barone Mayda di Cutro, annui d. 40:00, tanto in semina, che in erba, dalli quali se ne deducono due Terzi, che si caricano dalla Università di Roccab.a in d. 26.66.8. Restano netti per questa Università d. 13.33.4”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, p. 191.
[xlix] Questa partizione risulta documentata alla metà del Settecento, quando il feudo della Viola era posseduto da “Giovan Battista Mayda” (ASN, Refute dei Quinternioni, Volume 210, Fascicolo f. 89, anno 1745. Mazzoleni J., Fonti per la Storia della Calabria nel Viceregno (1503-1734) Esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, p. 264). Sappiamo infatti che il “Mag.co D. Giambattista Barone Mayda di Cutro”, possedeva in territorio di Roccabernarda: “Due terze p.ti di Cabella denomi.ta il suffeudo della Viola, attesa l’altra è in Territorio di Cutro, di Capacità Mille, e Sei Cento di terra rasa, ed aratoria, stim.ta la ren. franca per d. ottocento” (ASCZ, Catasto Onciario di Roccabernarda, 1768, f. 234v). Con atto di donazione e refuta da parte di quest’ultimo, il feudo pervenne a suo figlio Giovan Gregorio de Mayda con regio assenso del 14 gennaio 1793 (Pellicano Castagna M., Storia dei Feudi e dei Titoli Nobiliari della Calabria II, 1996, p. 188).
[l] In una lista redatta il 20 ottobre 1465 da Marino Marincola, magister razionale di Antonio Centelles, principe di Santa Severina, marchese di Crotone e conte di Catanzaro, troviamo: “In terra tacinae”, “Item in eadem terra est quoddam tenimentum nominatum de frailuso quod vendit solet anno quolibet de fertili ad infertilem in untiis decem sunt un.i x.m”. AVC, Processo grosso di fogli cinque cento settanta due della lite che Mons.r IIll.mo Caracciolo ha fatto con il S.r Duca di Nocera per il detto Vescovato nell’Anno 1564, f. 64v.
[li] Sposato P., Attività commerciali calabresi in un registro di lettere di Alfonso I, in «Calabria Nobilissima», VIII, 1954, n. 23.
[lii] Assenso a Giovanni Pou per l’acquisto del feudo Ferusello in agro di Cutro e del feudo Campolongo in territorio di Castella. Brasacchio G., Storia economica della Calabria III, p. 30.
[liii] ASN, Dip. della Sommaria Fs 552 I^ Serie, f.lo 1, ff. 1-28v, 30v-47.
[liv] “Cola dele castella thomase juliano greco Ant.o greco franc.o lo spagnolo chorneo de costa petro de renczo et macteo de marco divino dare duc.ti cento trenta dui sono per lo erbagio et terragio dello tenim.to deli valli et delo erbagio delo tenim.to de ferulusello delo presente anno iiij.e indictione” (Ibidem, f. 12r). “Cola de castella thomasi greco juliano greco et ant.o greco franc.o lo spagnolo curneo de costa pet.o de renczo et macteo de marco divino dare per lo terragio et erbagio delo tenim.to dele valli et per lo erbagio delo tenim.to de ferulusello duc.ti cento trenta dui” (Ibidem, f. 37v).
[lv] “Et duc.ti tre sono per erbagio de una cabella posita in lo tenim.to de feruluso grandi” (Ibidem, f. 12r).
[lvi] “delo terczio de feruluso grande cio e de unbro de dragoni fino allumbro de terrastro” (Ibidem, f. 12v).
[lvii] “petro greco et johanni greco de petra ficta per lo erbagio delo terczo de feruluso grande cio e delo umbro de terrastro in fina allumbro de dragoni duc.ti sexanta.” “Pachello puglise Cola puglise et johanni fera de fellino divino dare duc.ti cento dui sono per lo erbagio deli dui terczi de feruluso grande” (Ibidem, f. 37v).
[lviii] “Et a di xij septenbre duc.to uno tari dui et grana uno de nardo de fiore contanti che tanto disse avire rescosse de palagii delo tenim.to de ferulusello per lo presente anno iiij.e indictione” (Ibidem, f. 14v).
[lix] “Nardo de flore per la cabella dela petra irta posita in lo tenim.to de ferulusello frum.ti salmi quindici.” “Garecto de simeri per la cabella de vurga de groya posita in lo tenim.to de ferulusello frum.ti salmi sey” (Ibidem, f. 16r).
[lx] “Johanni gangucza de Cut.o per la cabella de serra chana posita in lo tenim.to de feruluso grande frum.ti salmi quact.o.” “Salvo godano per la cabella deli casalini posita in lo tenim.to de feruluso grande frum.ti salmi cinque”. “pet.o yoculano per la cabella dela valli dela mortilla in lo tenim.to de feruluso grande frum.ti salmi tre” (Ibidem, f. 16r).
[lxi] La “Abbadia di S. Nicola di Jaciano”, possiede la “Cabella d.a Pancalli sita nel Corso di Feruluso Confine quella della Carbonara, e quella di Franzè di tt.e 280”. Possiede anche “Il Piano di Malandrino sito in d.o Corso di Feroluso di tt.e 30 Curso ord.rio, nel quale ci tiene il solo jus arandi”. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, f. 173v. La “Badia di S. Nicola di Iaciano” possiede “La Cab.a d.a Pancari nel Corso di Ferulisello, conf.e colla Carbonara, e Franzè di tt.e 280”. Possiede anche “Il Piano di Malandrino in d. luogo, nel quale vi è solo il jus arandi”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, p. 185.
[lxii] La “Abbadia di S. Angelo de Frungillis” possiede la “Cabella d.a il Frasso sita nel Curso di Feruluso”. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, f. 174. La “Badia di S. Angelo in Frangillis” possiede la “Cab.a d. Frasso nel Corso di Feruluso”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, p. 186.
[lxiii] La chiesa della SS.ma Annunziata di Cutro e per essa, il Rev. Capitolo, per assegnazione fattagli dal Sig. marchese di Fuscaldo, possiede “Una Gabella chiamata Petruzza nel Corso di Feruluso”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, p. 135.
[lxiv] Il “Pio Monte di Foresta” possiede “La Cabella chiamata Crasà nel Corso di Feruluso di Capacità tt.e 200”. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, f. 140v. “D. Diodato Foresta” possiede la gabella “Crasà nel Corso di Feruluso”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, p. 33.
[lxv] “Onofrio Noceti del Pizzo” possiede “La metà della Cabella della Carbonara sita nel Corso di Feroluso di Capacità di tt.e 150, Confine la Cabella di Pancalli e Cafarello, atteso l’altra metà si possiede dal m.co D. Orazio Sansev.no”. Possiede anche “La metà della Cabella d.a Cafarelluzzo, atteso l’altra metà si possiede da d.o D. Orazio sita in detto Corso di Feroluso di Capacità di tt.e 150 Confine la Cabella d.a Porticella e Cafarello grande.” ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, f. 168v.
[lxvi] “D. Gio: Greg.rio, e F.lli di Franco” posseggono “La Cab.a detta Cafarello nel Corso di Ferulisello Conf. La Carbonara di tt.e 350” e la “Cab.a detta Cafarelluzzo in d.o Corso, Conf. Cafarello”. “D.a Marianna Pecora Cognata” possiede “La Gab.a detta la Carbonara nel Corso di feruluzzo”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, pp. 167-168.
[lxvii] “D. Pasquale Spagnolo” possiede una porzione della “Cab.a Franzè nel Corso Ferulisello”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, p. 120.
[lxviii] AVC, Processo grosso di fogli cinq.cento settanta due della lite, che Mons. Ill.mo Caracciolo ha col S.r Duca di Nocera per il Vescovato, ff. 69 e sgg. e 435v.
[lxix] “Ferolusello”. Feudatario: “Antonio Siscar”. ASN, Relevi ed Informazioni, Volume 347, fascicolo 1 (1530). ASN, Relevi ed Informazioni, Volume 349, fascicolo 6 (1552). Mazzoleni J. Fonti per la Storia della Calabria nel Viceregno (1503-1734) Esistenti nell’Archivio di Stato di Napoli, p. 202. La “baronia di Tacina” come feudo spopolato passò dai Siscar al duca di Nocera (1586) e nel 1595 fu rivenduta ai Doria che ebbero il titolo di baroni di Tacina e Massanova.
[lxx] “La gabella de Terrato in lo tenimento dela Roccha Bernarda quale tene Matheo Mastaro paga de grano sal vintisei et tomola doe et de orgio sal. sei et io le o reciputo de grano, sal. 26 tom. 2, de orgio sal. 6”. Bresacchio G., L’argentera di Longobucco, l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo e il porticciolo di Castella in un manoscritto del Cinquecento, 1972, p. 89. “La gabella de sancta Maria de Almirò in lo tenimento dela Roccha Bernarda quale tene Nardo de Vona lo iovene de Cutre paga de grano sal. quactro et de orgio sal. una reciputo per me dicte salme quactro de grano et la dicta salma una de orgio ne agio havuto tomula quactro de grano, dico grano sal. 4, orgio sal. 1”. Ibidem, 1972, p. 91.
[lxxi] AASS, 2 A, f. 14. “Nel 1598 il Commendatario Alfonso Pisano, Arcivescovo di S. Severina, alle rendite concesse da Giulio Santoro, aggiunse anche quelle del fondo Armirò, in territorio di S. Severina” (Russo F., Gioacchino da Fiore e le Fondazioni Florensi in Calabria, 1959, p. 122). 8 agosto 1601. “Archiep.o S. Severinae datur licentia conferendi nonnullis canonicatus in sua ecclesia, videl. (…) S. Mariae de Armiro, vac. ex eo quod Mercurius de Grotteria archipresbyteratum eiusdem ecclesiae assecutus est inde ab an. 1572” (Russo F., Regesto V, 25721). Una chiesa intitolata a Santa Maria presso il Tacina è menzionata anche nel privilegio concesso all’arcivescovo Meleto (1183), che è un falso fabbricato probabilmente in questo periodo: “Eccl(esi)am S[anctae Mariae … iux]ta Tachinam cum terris vineis, et loco molendini” (AASS, Pergamena 001, e Vol. 22A ff. 75-77).
[lxxii] ASCZ, Notaio Ignoto Cutro, Busta 12, Prot. 32, ff. 92v e sgg.
[lxxiii] AASS, 124B, f. 5v.
[lxxiv] Pratesi A., Carte Latine di Abbazie Calabresi provenienti dall’Archivio Aldobrandini, 1958, pp. 317-321 e 372-376.
[lxxv] Pesavento A., Un lago scomparso in territorio di Cutro, www.archiviostoricocrotone.it
[lxxvi] L’abazia di Sant’Angelo de Frigillo possiede “La gabella delo Lago dela Valla de Veruca (sic) in lo tenimento de Cutre quale tene Galiotta Ganguccio et Cola Scoglio per salme vintisecte de grano et de orgio reciputo grano sal. 27” (1516). Bresacchio G., L’argentera di Longobucco, l’abbazia di Sant’Angelo de Frigillo e il porticciolo di Castella in un manoscritto del Cinquecento, 1972, pp. 90-91.
[lxxvii] L’abazia di Sant’Angelo de Frigillo possiede “La Gabbella detta lo Vattiato, e Valle di Bruca, iuxta lo feudo piccolo di Sigismundo Rocca, iuxta le Terre di Luca Oliverio, iuxta la Gabbella di petr’irta, e lo Vallone, stagno medio medio” (1603). AASS, 124B, f. 5. L’abazia di Sant’Angelo de Frigillo possiede “La Cabella del Vattiato, e Lago sita nel corso delle Pianetta di tt.e 1100” (1744). ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, f. 174.
[lxxviii] “Die 16 xbris 1602. Sigismundus de Bona de Joanne Thoma prò petio terreni d.o lo Vignale del Laco Capacitatis tumulatarum sex cum dimidio in circa iuxtam viam, qua, itur Catanzarium, iuxta vineale Jo: Aloysij de Albo, et à parte inferiori, iuxta Vinealia Jo: Bap(tis)ta de Bona, et à parte superiori, et ex alia parte vinealia Lucae Oliverio inclusoci anco uno pezzo di terreno, ch’era Cum lo Vattiato, promisit solvere Carolenos tresdecim in perpetuum, ut supra, incipiendo primam solutionem in med.e Augusti anni 1604, nam interim reperitur Locatum.” AASS, 124B, f. 4v.
[lxxix] “D. Gio. Fran.co Doria genovese Barone della Baronia di Tacina disabitata Confinante al Territ.o di questa Università di Cutro”, tra i suoi “Territorii seu Cabelle Burgensatiche”, possiede: “La Cabella detta Carnovale, e Puzzo Fetido di Capacità tt.e 1500 Confinante da una parte colla Cabella del Lago, e dall’altra parte col Corso di Feroluso” ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, ff. 165v-166. “D. Gius.e D’Oria Genovese Barone di Tacina, e massanova”, possiede in burgensatico la “Cab.a detta Carnovale, e Puzzo fetido di tt.e 1500, Conf.e la Cab.a del Lago, e feruluso”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, pp. 180-181.
[lxxx] L’abazia di Sant’Angelo de Frigillis possiede “La Gabbella de lo Laco, et Mandato, iuxta la Gabbella di Puzzo fetido, iuxta le Terre di termine grosso et altri fini” (1603). AASS, 124B, f. 5v.
[lxxxi] La “Abbadia di S. Nicola di Jaciano”, possiede “la Cabella d.a Iaciano sita nel Curso delle Pianette Confine la Cabella del Lago di tt.e 150”. ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, f. 173v. La “Badia di S. Nicola di Iaciano” possiede “La Cab.a d.a Iaciano nel Corso del Vattiato, Conf.e il largo (sic) d’armerò tt. 150”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, p. 185. “La Badia di S. Angelo in Fringillis sita in Territorio di Mesoraca ove eravi l’Antico Monastero di PP. Bernardini”, possiede la gabella “Laco ed Armirò” (1794). AASS, 72A, f. s. n.
[lxxxii] ASN, Regia Camera della Sommaria, Patrimonio Catasti Onciari, Busta 6959, 1744, ff. 165v-166.
[lxxxiii] Questi possedeva in burgensatico la “Cab.a detta Carnovale, e Puzzo fetido di tt.e 1500, Conf.e la Cab.a del Lago, e feruluso”, “La Cab.a chiamata Mortilla, rumbulò, e Feruluso di tt.e 1560” e “La Gab.a d.a Catinazzello, Scino d’arrone, e Petirto, e la Cab.a d.e Comuni nel Corso di Feruluso, di tt.e 920”. Catasto onciario di Cutro 1805-1806, pp. 180-181.
[lxxxiv] ASCZ, Busta 696, anno 1764, ff. 15v e sgg.
[lxxxv] Napolitano R., S. Giovanni in Fiore Monastica e Civica, 1981, p. 223.
[lxxxvi] ASCZ, Catasto Onciario di Roccabernarda, 1768, ff. 267-267v.
[lxxxvii] Tra le “Decime non transatte” spettanti alla Mensa Arcivescovile di Santa Severina, troviamo: “PP. Cistercensi di S. Gio: in Fiore sopra Terrati, e Camerlingo d. 125.” (1797). AASS, 82A, f. 20v.
[lxxxviii] “Pagano – offerta del medesimo di affitto dei fondi detti Terrante (sic), Camerlingo e Ponticelli (sic) siti in Culto (sic) e Zoccabernarda, (sic) che si tengono dal signor Talarico Giuseppe.” “Talarico Giuseppe – affittatore di fondi Ferrante (sic), Camerlingo e Ponticelli (sic) siti in Cutro.” “Talarico Rocco e Luigi – escomputo preteso dai medesimi per l’affitto dei beni dei Cistercensi. Causa coi medesimi.” ASN, Comm. Esec. del Conc. Pandetta 374.
[lxxxix] Archivio privato della famiglia Piterà di Cutro, Memoria relativa ai Beni appartenenti al Monastero della Pace di Napoli, s. c.
[xc] Petrusewicz M., Latifondo, 1989, p. 41.
[xci] Bullettino delle Sentenze N° 8 anno 1810, pp. 733-740.