Source: https://iusletter.com/archivio/imprenditore-fallito-anche-lhai-ammesso-devi-comunque-provare-credito/
Timestamp: 2019-06-17 11:34:30+00:00
Document Index: 25243893

Matched Legal Cases: ['art. 93', 'art. 98', 'sentenza ', 'art. 1988', 'art. 2735', 'art. 2735']

Imprenditore fallito: creditore deve fornire la prova del credito
Nel procedimento di accertamento del passivo fallimentare, il curatore assume una posizione di terzietà ed il riconoscimento del debito posto in essere dall’imprenditore poi fallito è liberamente apprezzabile dal giudice, restando, pertanto, il creditore onerato di fornire la prova del proprio diritto.
Nel caso in esame una banca presentava ricorso ex art. 93 l.f. chiedendo, tra l’altro, l’ammissione al privilegio ipotecario di un credito derivante da saldo di conto corrente, in forza di “atto unilaterale di costituzione di ipoteca volontaria” con autentica notarile. Il Giudice Delegato escludeva la domanda rilevando carenza documentale e assenza di data certa alle quali non poteva sopperire il riconoscimento di debito. La Banca presentava, quindi, opposizione ex art. 98 l.f. accolta dal Tribunale competente, il quale attribuiva valenza probatoria all’atto di riconoscimento del debito.
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 10215 dell’11 aprile scorso affronta la questione del valore da assegnare al riconoscimento di debito, effettuato dall’imprenditore poi fallito, in relazione alla prova del credito da parte del beneficiario che faccia domanda di insinuazione nel passivo fallimentare. Se anche in tale ambito e, quindi, pure nei confronti del curatore fallimentare valga la regola dell’inversione dell’onere della prova stabilita dall’art. 1988 c.c. o se, per contro, la peculiare posizione del curatore comporti la non applicazione di questa norma.
I Giudici della Corte richiamano anzitutto l’orientamento tradizionale, e attuale, della giurisprudenza di legittimità secondo il quale il curatore deve essere considerato come soggetto “terzo” qualificato di fronte al tema della prova del credito in sede di accertamento del passivo.
Alla dichiarazione confessoria resa dall’imprenditore avanti al suo fallimento viene dunque negato – in ragione della presenza del curatore – il valore di “piena prova” riconosciutagli invece dagli artt. 2730 c.c. e art. 2735 c.c., comma 1, primo periodo.
Tuttavia questo non comporta la perdita di ogni valenza probatoria della dichiarazione dell’imprenditore in sede del procedimento di accertamento del passivo fallimentare.
La Corte di Cassazione, sfruttando anche il disposto dell’art. 2735 c.c., comma 1, secondo periodo, ritiene piuttosto che la dichiarazione dell’imprenditore, “priva degli effetti propri della confessione“, rimane, liberamente “apprezzabile dal giudice al pari di ogni altra prova desumibile dal processo“.
L’atto di ricognizione del debito configura (e non solo sotto il profilo effettuale) un negozio di inversione dell’onere della prova. Tale inversione tendenzialmente opera, di per sé, solo nei confronti di colui nei cui confronti la dichiarazione è diretta – quale negozio a destinatario individuato -, e non anche nei confronti dei terzi in genere che con la dichiarazione vengano in contatto.
Conseguentemente sarà sempre opportuno procedere alla valutazione della domanda di insinuazione attenendosi al principio per cui, nel procedimento di verifica fallimentare, il creditore rimane comunque onerato di fornire la prova della propria pretesa, pur in presenza di un riconoscimento di debito emesso dall’imprenditore di poi fallito.
Cass., Sez. I Civ., 11 aprile 2019, n. 10215