Source: http://www.dirittoegiustizia.it/news/12/0000098251/La_tutela_privatistica_e_pubblicistica_della_malattia_professionale_da_Coronavirus.html
Timestamp: 2020-07-08 14:03:31+00:00
Document Index: 106398892

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 2087', 'art. 5', 'art. 42', 'sentenza ', 'art. 53', 'art. 41']

La tutela privatistica e pubblicistica della malattia professionale da Coronavirus - LAVORO | Diritto e Giustizia
Lo tsunami del “coronavirus”, meglio definito come Covid–19, sta flagellando l’intero pianeta, con una ricaduta spaventosa, oltre che sulla salute dei cittadini di interi continenti, anche sulla realtà economico-sociale, determinando l’adozione di misure straordinarie in campo sanitario e giuridico.
La cornice normativa emergenziale in Italia. In Italia, il 31 gennaio 2020, il Consiglio dei Ministri ha ufficializzato nel nostro paese, lo stato di emergenza, per sei mesi dalla data del provvedimento, al fine di consentire l’emanazione delle necessarie ordinanze di Protezione civile, in deroga ad ogni disposizione vigente e nel rispetto dei principi generali dell’ordinamento giuridico; ha deliberato, inoltre, lo stanziamento dei fondi necessari per dare attuazione alle misure precauzionali derivanti dalla dichiarazione di emergenza internazionale effettuata dall’O.M.S..
Da ultimo, nel tentativo di semplificare la normativa emergenziale e cercare di dare una veste costituzionale ai precedenti provvedimenti normativi, sono intervenuti il decreto legge n. 19 del 25 marzo 2020 e il D.P.C.M. in data 1° aprile 2020.
Queste misure, unitamente a quelle precedentemente adottate, sono state sostanzialmente confermate dal citato decreto legge n. 19 del 24 marzo 2020. Nel caso di estrema necessità e urgenza per situazioni sopravvenute le misure in questione potranno essere adottate ai sensi dell’art. 32 l. n. 833/1978 il quale attribuisce al Ministero della salute il potere di emettere ordinanze contingibili e urgenti in materie di igiene e sanità pubblica, con vis quindi derogatoria.
La tutela dell’infortunio di lavoro da Coronavirus. Ambiti privatistici e pubblicistici.
Gli ambiti privatistici. L’approfondimento concerne la possibilità di indennizzo (derivante da polizza assicurativa e/o INAIL) per la copertura dei rischi derivante dall’infezione Covid-19 (danni permanenti e/o morte) contratta dai lavoratori di un’azienda, con codice ATECO autorizzato o con comunicazione al Prefetto, che hanno continuato a svolgere attività lavorativa.
In via preliminare, presupposto indefettibile di un qualsivoglia ristoro, in ogni caso, è costituito dall’obbligo posto in capo al datore di lavoro di comunicare agli organi preposti l’eventuale variazione del rischio biologico derivante dal Covid-19 per la salute e la sicurezza sul lavoro, nonché gli altri adempimenti connessi alla sorveglianza sanitaria sui lavoratori per il tramite del medico competente (ad esempio, la possibilità di sottoporre ad una visita straordinaria i lavoratori più esposti).
Inoltre, gli adempimenti del datore di lavoro devono riguardare anche la vigilanza sugli adempimenti del lavoratore per evitare il configurarsi di una culpa in vigilando. In particolare, nell’ipotesi di dipendente che svolga mansioni a contatto con il pubblico, il quale, nel corso dell’attività lavorativa, venga a contatto con un caso sospetto di Coronavirus, il prestatore di lavoro stesso, anche tramite, il proprio datore di lavoro, è tenuto a comunicare tale circostanza ai servizi sanitari competenti, nonché a rispettare le indicazioni di prevenzione fornite dagli operatori sanitari interpellati.
Infatti, tra l’altro, anche il Garante per la Privacy «invita tutti i titolari del trattamento ad attenersi scrupolosamente alle indicazioni fornite dal Ministero della salute e delle istituzioni competenti per la prevenzione della diffusione del coronavirus, senza effettuare iniziative autonome che prevedano la raccolta di dati anche sulla salute di utenti e lavoratori che non siano normativamente previste o disposte dagli organi competenti».
Alla luce delle considerazioni di cui sopra, appare condivisibile una soluzione prospettata da una dottrina (cfr Sara Cadelano in Ambiente Diritto del 2020) che suggerisce di consentire al datore di lavoro, in questi casi, di avvalersi del medico competente per l’effettuazione dei suddetti controlli, in maniera tale da minimizzare i dati e, contestualmente, tutelare la sicurezza del lavoro e dei lavoratori (come previsto dal decreto legislativo n, 81/2008 e ss,mm.ii., T.U. sulla salute e sicurezza sul lavoro), prassi utilizzata da molti uffici pubblici e privati.
Infatti, «ai sensi dell’art. 2087 c.c. la misurazione della temperatura corporea ed il rilascio di dichiarazioni aventi i contenuti sopra indicati possono essere considerati come misura di gestione preventiva dell’emergenza, a condizione che la sorveglianza sanitaria dei dipendenti sia demandata al medico competente e nel rispetto di quanto disposto dall’art. 5 dello “Statuto dei Lavoratori”».
E’ significativo osservare, per gli aspetti di interesse, che spesso viene previsto che la garanzia non vale per le malattie professionali conseguenti:
Su tali obblighi, si rimanda a quanto precisato in premessa.
Si ritiene, pertanto, che anche nel caso di contagio da virus Covid-19 possa sussistere una tutela assicurativa così come garantita da talune polizze assicurative, alle condizioni nelle stesse indicate.
La tutela da parte dell’ INAIL Venendo all’esame della possibilità di ristoro del danno da malattie professionali, viene in soccorso, in maniera puntuale, la circolare della direzione centrale rapporto assicurativo Sovrintendenza sanitaria centrale dell’INAIL n.13 in data 3 aprile 2020, con la quale l’istituto fornisce alcune indicazioni in merito alla sospensione dei termini di decadenza per le richieste di prestazioni e la revisione delle rendite INAIL, nonché per la tutela degli infortuni sul lavoro per infezione dal Coronavirus.
Come noto, il sistema di tutela INAIL non protegge la persona del lavoratore in quanto tale e ogni pregiudizio in cui egli incorra, ma interviene soltanto per gli eventi dannosi collegati con l’attività lavorativa e, quindi, per gli infortuni sul lavoro e per le malattie professionali.
Inoltre, le tutele quali infortuni di lavoro sono estese anche a ulteriori cicli lavorativi: «Le predette situazioni non esauriscono, però, come sopra precisato, l’ambito di intervento in quanto residuano quei casi anch’essi meritevoli di tutela, nei quali manca l’indicazione o la prova di specifici episodi contagianti o comunque di indizi «gravi, precisi e concordanti» tali da far scattare ai fini dell’accertamento medico-legale la presunzione semplice».
Dopo aver delineato in modo puntuale il quadro normativo vigente, i termini di prescrizione e decadenza per il conseguimento delle prestazioni, la direttiva si sofferma sulla tutela infortunistica INAIL nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS-Covid-19) in occasione di lavoro. In particolare viene richiamato l’art. 42, comma 2, del decreto legge 17 marzo 2020, n. 18, il quale stabilisce che «nei casi accertati di infezione da coronavirus (SARS - CoV-2) in occasione di lavoro, il medico certificatore redige il consueto certificato di infortunio e lo invia telematicamente all’ INAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato. Le prestazioni INAIL nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro sono erogate per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro, I predetti eventi infortunistici gravano sulla gestione assicurativa e non sono computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico di cui agli artt. 19 e seguenti del decreto Interministeriale 27 febbraio 2019. La presente disposizione si applica ai datori di lavoro pubblici e privati».
A proposito della dizione occasione di lavoro, si richiama la sentenza della Corte di Cassazione n. 9913 del 13 maggio 2016 che ha precisato che, affinchè l’infortunio sia indennizzabile da parte dell’INAIL, non è necessario che sia avvenuto nell’espletamento delle mansioni tipiche disimpegnate dal lavoratore essendo sufficiente, a tal fine, che lo stesso sia avvenuto durante lo svolgimento di attività strumentali o accessorie. Quindi, tale espressione comprende tutte le condizioni temporali, topografiche e ambientali in cui l’attività produttiva si svolge e nelle quali è imminente il rischio di danno per il lavoratore, sia che tale danno provenga dallo stesso apparato produttivo e sia che dipenda da situazioni proprie e ineludibili del lavoratore.
Sulla base di tali principi la tutela infortunistica si ritiene debba essere estesa anche al lavoratore in telelavoro, anche se non espressamente previsto dalla direttiva in argomento.
Si rappresenta l’importanza di acquisire la certificazione dell’avvenuto contagio, in quanto solo al ricorrere di tale elemento, assieme all’altro requisito dell’occasione di lavoro, si perfeziona la fattispecie della malattia – infortunio e, quindi, con il conseguente obbligo dell’invio del certificato di infortunio è possibile operare la tutela INAIL Ai fini della certificazione dell’avvenuto contagio si ritiene valida qualsiasi documentazione clinico-strumentale in grado di attestare, in base alle conoscenze scientifiche, il contagio stesso. Resta fermo, inoltre, l’obbligo da parte del medico certificatore di trasmettere telematicamente all’istituto il certificato medico di infortunio.
In proposito, i datori di lavoro devono continuare ad assolvere all’obbligo di effettuare, come per gli altri casi di infortunio, la denuncia/comunicazione di infortunio, ai sensi dell’art. 53 del Decreto del Presidente della Repubblica 30 giugno 1965, n.1124 e successive modificazioni e integrazioni.
Infine, la direttiva precisa che gli eventi lesivi derivanti da infezioni da Coronavirus in occasione di lavoro gravano sulla gestione assicurativa dell’ INAIL e dispone che gli eventi in questione non sono computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per l’andamento infortunistico di cui agli artt. 19 e seguenti del decreto interministeriale 27 febbraio 2019, concernente l’approvazione delle nuove tariffe dei premi INAIL e le relative modalità di applicazione.
In relazione all’accertamento della tipologia, il sistema più sicuro per una corretta diagnosi da Coronavirus è rappresentato dal tampone faringeo e, quindi, la prova certa sarebbe l’attestazione positiva dell’avvenuto contagio. Tuttavia, secondo una parte della dottrina (cfr Guglielmo Corsalini in “Questione Giustizia” dell’8 aprile 2020) potrebbe essere sufficiente la prova per presunzioni, in considerazione dei sintomi manifestati, della specifica professione (ad esempio, operatore sanitario) o della peculiarità delle mansioni (ad esempio, commesso di supermercato), della diffusione del virus nel territorio e di altri fattori noti dai quali sia comunque possibile trarre presunzioni gravi, precise e concordanti per giungere ad una diagnosi almeno di alta probabilità, se non di certezza, della malattia. Ma su questo aspetto, bisognerà attendere l’orientamento dell’istituto previdenziale e della magistratura.
Con riferimento alla indennizzabilità nel caso di concausa del danno, è pacifico in giurisprudenza il principio secondo il quale, in materia di infortuni sul lavoro e malattie professionali, trova applicazione la regola contenuta nell’art. 41 c.p. per cui il rapporto causale tra evento e danno è governato dalla regola dell’equivalenza delle condizioni, sicchè va riconosciuta l’efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, alla produzione dell’evento, anche soltanto quale fattore accellerante (cfr, tra le tante, Cass. n.535/1998, Cass. n. 13959/2014, Cass. n.28454/2018).
Conclusioni. Certamente la disciplina prevista dal d.l. n. 18/2020 e dalla circolare n.13/2020 dell’INAIL, sia pure non esaustiva, presenta aspetti di rilevante novità diretti ad incidere non solo su singole fattispecie, ma sulla stessa configurazione del sistema dei rapporti fra il lavoratore ed il regime previdenziale.
Non vi è dubbio che sotto tale angolatura la disposizione stravolge alcuni principi ormai consolidati nel nostro ordinamento e rafforza la tutela dei lavoratori in un momento di particolare difficoltà socio-economica. In questo modo è stato assicurato il bilanciamento con altri diritti, quali quello alla dignità, alla reputazione, all’autodeterminazione, elementi base per garantire la vita di un individuo in una società democratica. La violazione di tali diritti sicuramente può costituire un pregiudizio per la dignità personale, tenuto conto che la posizione lavorativa dei cittadini dovrà essere pienamente tutelata. Si ritiene, inoltre, che le misure non dovranno essere confinate alla fase emergenziale.
In conclusione, si deve rilevare che siamo di fronte ad un fenomeno di tale gravità, che i suoi effetti si rifletteranno anche sul funzionamento di tutto il nostro sistema economico e sociale, in tutte le sue componenti, compreso quello della tutela del lavoratore, con una inevitabile compressione dei diritti fondamentali dell’individuo, anche se temporanea e opportunamente controllata da organi terzi (ad esempio, prefetture). A tale riguardo, gli interventi previsti dal d.l. n. 18/2020 e dalla citata circolare n. 13/2020, appaiono un primo utile strumento operativo.
Non può, tuttavia, sottacersi il fondato timore che le lentezze procedurali dell’istituto previdenziale, aggravatesi in questa fase emergenziale da un massiccio ricorso allo strumento del telelavoro, vanifichino la portata della normativa o ne sminuiscano l’ambito di efficacia. Alla luce di queste considerazioni resta laconicamente da augurarsi che ad una maggiore ed auspicata efficacia dell’istituto previdenziale, si accompagni un’azione sempre più qualificata ed incisiva delle organizzazioni sindacali, dei patronati e dei consulenti del lavoro.