Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2018/02/
Timestamp: 2018-03-19 08:23:10+00:00
Document Index: 84597403

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Studio Legale Mancino: febbraio 2018
La natura giuridica del nuovo Ente
Predetto ente ha, infatti, una disciplina molto simile all’Agenzia del demanio che anch’essa,con il dlgs n. 173/2003, è stata trasformata in ente pubblico economico e, come tale, è stato dotata di autonomia organizzativa, patrimoniale, contabile e di gestione.
Pignoramenti sui conti correnti bancari più mirati
Fonte: I nuovi poteri dell’Agenzia delle entrate-Riscossione | Altalex
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 28, 2018
La dichiarazione dei redditi deve essere presentata anche da chi svolge una attività illecita. E' quanto emerge dalla sentenza della Terza Sezione Penale del 22 novembre 2017, n. 53137.
La oramai incontestata e riconosciuta normativamente tassabilità dei proventi illeciti, anche delittuosi, comporta il necessario superamento di ogni remora anche in ordine alla dichiarazione, essendo connaturale al possesso di un reddito tassabile il relativo obbligo di dichiarazione (Cass. civ., Sez. V, 30 settembre 2011, n. 12697).
Nè tantomeno sussiste la violazione dell'art. 6 Cedu, il quale, nel riconoscere al soggetto il diritto a tacere e a non contribuire alla propria incriminazione, opera esclusivamente nell'ambito di un procedimento penale già attivato, stante la sua ratio consistente nella protezione dell'imputato da coercizioni abusive da parte dell'autorità, cosa che non sussisteva nella fattispecie.
Fonte: Dichiarazione dei redditi va presentata anche da chi svolge attività illecita | Altalex
Sovraindebitamento, più spazio al ricorso civile
Via libera al ricorso in Cassazione contro il no del tribunale al piano sul sovraindebitamento del consumatore. È questo il giudizio della stessa Cassazione con la sentenza n. 4451 del 2018 con la quale si afferma, allontanandosi da un precedente dell'anno scorso (ordinanza n. 19117 del 1° agosto 2017), che anche i provvedimenti camerali possono essere oggetto di ricorso. A patto che abbiamo carattere decisorio, sulla base di quanto peraltro delineato dall'articolo 111 della Costituzione.
E il provvedimento che ha per oggetto l'omologa del piano di risanamento è caratterizzato non solo dal requisito della definitività, ma anche da quello della decisorietà. A monte c'è poi la natura contenziosa del procedimento che in concreto viene considerato e l'idoneità del provvedimento che lo conclude a incidere su diritti soggettivi.
Per quanto riguarda l'omologa del piano di risanamento il profilo contenzioso è chiaro dalla previsione della legge sul fallimento della persona fisica che vede il giudice tenuto a informare, attraverso l'organismo di composizione, l'intera platea die creditori. L'incisione sui diritti soggettivi è poi evidente per effetto del blocco delle azioni esecutive.
Inoltre la sentenza delle Cassazione chiarisce due altri punti critici. Sottolinea innanzitutto che la moratoria fino a un anno per il pagamento dei creditori ha natura tassativa e non può essere derogato. Ha infatti un carattere sostanziale e non può essere dilazionato oltre quanto già previsto dalla legge senza il consenso espresso del creditore interessato.
L'altro punto è che, a giudizio della Cassazione, l'autorità giudiziaria conserva comunque un potere di valutazione sulla fattibilità del piano. Quest'ultima infatti, non è devoluta, come pretendeva il ricorso all'esclusiva competenza dell'organismo di composizione della crisi.
Colpa medica: le Sezioni Unite indicano il perimetro applicativo della legge Gelli-Bianco
Con la sentenza n. 8770 del 21/12/17 (dep. 22/2/18) le Sezioni Unite della Suprema Corte sono state chiamate a dirimere il conflitto giurisprudenziale sorto all’interno della IV sezione penale in ordine alla applicazione della legge 8/3/17 n. 24 che, nell’abrogare la previgente disciplina della legge n. 189 del 2012, ha rimodulato i limiti della colpa medica a fronte del rispetto delle linee-guida dettate in materia, con conseguenze in punto di individuazione della legge più favorevole.
Il caso pratico di cui i giudici di legittimità si sono dovuti occupare - che merita di essere sia pur in estrema sintesi ricapitolato - è il seguente: il giudice di primo grado aveva condannato un neurochirurgo per i danni cagionati al paziente in seguito ad comportamento omissivo caratterizzato da negligenza, imprudenza e imperizia e consistito nel non avere effettuato tempestivamente la diagnosi della sindrome da compressione della cauda equina, con conseguente considerevole differimento nella esecuzione - avvenuta ad opera di altro medico specialista, successivamente interpellato dalla persona offesa - dell’intervento chirurgico per il quale vi era, invece, indicazione di urgenza, in base alle regole cautelari di settore.
La sentenza era stata confermata in appello.
Il Presidente del collegio della IV sezione penale, cui il ricorso della Difesa era stato assegnato, lo rimetteva al Primo Presidente, in considerazione del contrasto interno alla sezione in relazione alla applicazione della legge 8/3/17 n. 24 che, nell’abrogare la previgente disciplina della legge n. 189 del 2012, ha rimodulato i limiti della colpa medica a fronte del rispetto delle linee-guida dettate in materia, con conseguenze in punto di individuazione della legge più favorevole. Più precisamente, la questione di diritto sottoposta alle Sezioni Unite è la seguente: Quale sia, in tema di responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria per morte o lesioni, l’ambito applicativo della previsione di "non punibilità" prevista dall’art. 590-sexies c.p., introdotta dalla legge 8 marzo 2017, n. 24.
Ebbene, la sentenza in commento preliminarmente si sofferma sulla natura, finalità e cogenza delle linee-guida, sostenendo che non vi è motivo per discostarsi dalle condivisibili conclusioni maturate in seno alla giurisprudenza delle sezioni semplici della Cassazione, secondo cui le linee-guida costituiscono un condensato delle acquisizioni scientifiche, tecnologiche e metodologiche concernenti i singoli ambiti operativi, reputate tali dopo un’accurata selezione e distillazione dei diversi contributi, senza alcuna pretesa di immobilismo e senza idoneità ad assurgere al livello di regole vincolanti. Esse costituiscono parametri tendenzialmente circoscritti per sperimentare l’osservanza degli obblighi di diligenza, prudenza, perizia. Ed è in relazione a quegli ambiti che il medico ha la legittima aspettativa di vedere giudicato il proprio operato, piuttosto che in base ad una norma cautelare legata alla scelta soggettiva, a volte anche estemporanea e scientificamente opinabile, del giudicante. Sempre avendo chiaro che non si tratta di veri e propri precetti cautelari, capaci di generare allo stato attuale della normativa, in caso di violazione rimproverabile, colpa specifica, data la necessaria elasticità del loro adattamento al caso concreto.
Venendo al cuore del problema, la sentenza passa in rassegna i due orientamenti maturati all’interno della IV sezione, che hanno dato luogo al contrasto: il primo è sostenuto da Cass. pen., sentenza 20/4/17 n. 28187 (P. C. Tarabori in proc. De Luca), che esclude in maniera tassativa l’interpretazione letterale della nuova fattispecie - secondo la quale il sanitario che si attiene alle linee guida accreditate, che risultino anche adeguate alla specificità del caso concreto, va esente da responsabilità - atteso che, così letta, sarebbe una norma del tutto inutile, che esprime l’ovvio. In particolare, in tale arresto - dopo la specificazione secondo la quale l’evocazione della punibilità va intesa come un atecnico riferimento al giudizio di responsabilità con riguardo alla parametrazione della colpa - si afferma che la disciplina della legge Gelli Bianco non può trovare applicazione: negli ambiti che, per qualunque ragione, non siano governati da linee-guida; nelle situazioni concrete nelle quali tali raccomandazioni debbano essere radicalmente disattese per via delle peculiarità della condizione del paziente o per qualunque altra ragione imposta da esigenze scientificamente qualificate; in relazione a quelle condotte che, sebbene poste in essere nell’ambito di approccio terapeutico regolato da linee guida pertinenti ed appropriate, non risultino per nulla disciplinate in quel contesto regolativo ovvero siano connotate da negligenza o imprudenza e non da imperizia.
Negli altri casi, secondo tale impostazione, il riferimento alle linee-guida è null’altro che il parametro per la individuazione-graduazione-esclusione della colpa secondo le regole generali, quando quella dipenda da imperizia.
Dal punto di vista del regime intertemporale, individua, poi, nel decreto Balduzzi la disciplina più favorevole.
Afferma, infine, che conserva attualità l’orientamento giurisprudenziale che accredita la possibile rilevanza, in ambito penale, dell’art. 2236 c. c., quale regola di esperienza cui attenersi nel valutare, in ambito penalistico, l’addebito di imperizia.
L’opposto orientamento trova esplicitazione in Cass. pen., sentenza 19/10/17 n. 50078 (Cavazza), che - sposando il criterio dell’interpretazione letterale della norma - afferma che la nuova legge introduce una causa di esclusione della punibilità, in quanto tale collocata al di fuori dell’area di operatività del principio di colpevolezza: secondo tale arresto, il secondo comma dell’art. 590 sexies c.p., come introdotto dalla legge Gelli-Bianco, prevede una causa di non punibilità dell’esercente la professione sanitaria operante - ricorrendo le condizioni previste dalla disposizione normativa (rispetto delle linee guida accreditate o, in mancanza, delle buone pratiche clinico-assistenziali, adeguate alla specificità del caso) - nel solo caso di imperizia, indipendentemente dal grado della colpa (dunque, anche nelle ipotesi di colpa grave), essendo compatibile il rispetto delle linee guide e delle buone pratiche con la condotta imperita nell’applicazione delle stesse.
Quanto al profilo intertemporale, ritiene che il decreto Balduzzi possa configurarsi come disposizione più favorevole solo per i reati consumatisi sotto la sua vigenza coinvolgenti profili di negligenza ed imprudenza qualificati da colpa lieve.
Affermano le Sezioni Unite che in ognuna delle due contrastanti sentenze siano espresse molteplici osservazioni condivisibili, in parte anche comuni, ma che manchi una sintesi interpretativa complessiva capace di restituire la effettiva portata della norma in considerazione.
Così, la sentenza De Luca-Tarabori ha il pregio di porre in luce gli evidenti limiti applicativi alla causa di non punibilità enunciati dall’art. 590 sexies, che non trovano applicazione nelle ipotesi di colpa per imprudenza o negligenza; né quando l’atto sanitario non sia per nulla governato da linee-guida o da buone pratiche; né quando queste siano individuate e dunque selezionate dall’esercente la professione sanitaria in maniera inadeguata con riferimento allo specifico caso. Ha, per contro, il difetto di non rinvenire alcun residuo spazio operativo per la causa di non punibilità, giungendo alla frettolosa conclusione circa l’impossibilità di applicare il precetto, negando addirittura la capacità semantica della espressione causa di non punibilità e così offrendo della norma una interpretazione abrogatrice, di fatto in collisione con il dato oggettivo della iniziativa legislativa e con la stessa intenzione innovatrice manifestata in sede parlamentare.
La sentenza Cavazza, dal canto suo, ha il pregio di non discostarsi in modo patente dalla lettera della legge, ma, per converso, nel valorizzarla in modo assoluto, cade nell’errore opposto perché attribuisce ad essa una portata applicativa impropriamente lata: quella di rendere non punibile qualsiasi condotta imperita del sanitario che abbia provocato la morte o le lesioni, pur se connotata da colpa grave. Invero, quanto al primo profilo, proprio partendo dalla interpretazione letterale, non può non riconoscersi che il legislatore abbia coniato una inedita causa di non punibilità per fatti da ritenersi inquadrabili - per la completezza dell’accertamento nel caso concreto - nel paradigma dell’art. 589 o di quello dell’art. 590 c.p., quando l’esercente una delle professioni sanitarie abbia dato causa ad uno dei citati eventi lesivi, versando in colpa da imperizia e pur avendo individuato e adottato, nonché, fino ad un certo punto, bene attualizzato le linee-guida adeguate al caso di specie. La previsione della causa di non punibilità, secondo le Sezioni Unite, è esplicita, innegabile e dogmaticamente ammissibile non essendovi ragione per escludere apoditticamente - come fa la sentenza De Luca-Tarabori - che il legislatore, nell’ottica di porre un freno alla medicina difensiva e quindi meglio tutelare il valore costituzionale del diritto del cittadino alla salute, abbia inteso ritagliare un perimetro di comportamenti del sanitario direttamente connessi a specifiche regole di comportamento a loro volta sollecitate dalla necessità di gestione del rischio professionale: comportamenti che, pur integrando gli estremi del reato, non richiedono, nel bilanciamento degli interessi in gioco, la sanzione penale, alle condizioni date.
Semmai, è da sottolineare che era il decreto Balduzzi, non messo in discussione dalla giurisprudenza passata sotto il profilo della tecnica legislativa, ad agire sul terreno della delimitazione della colpa che dà luogo a responsabilità, circoscrivendo la operatività dei principi posti dall’art. 43 c.p. e dunque derogando ad essa, tanto che il risultato è stato ritenuto quello della parziale abolitio criminis. Viceversa, la legge Gelli-Bianco non si muove in senso derogatorio ai detti principi generali, bensì sul terreno della specificazione, ricorrendo all’inquadramento nella non punibilità, sulla base di un bilanciamento ragionevole di interessi concorrenti.
L’intervento protettivo del legislatore appare direttamente connesso con la ragione ispiratrice della novella, che è quella di contrastare la c.d. medicina difensiva e con essa il pericolo per la sicurezza delle cure e dunque creare - in relazione ad un perimetro più circoscritto di operatori ed atti sanitari che si confrontano con la necessità della gestione di un rischio del tutto peculiare in quanto collegato alla mutevolezza e unicità di ognuna delle situazioni patologiche da affrontare - un’area di non punibilità che valga a restituire al sanitario la serenità dell’affidarsi alla propria autonomia professionale e, per l’effetto, ad agevolare il perseguimento di una garanzia effettiva del diritto costituzionale alla salute.
Del resto, ritengono le Sezioni Unite che la mancata evocazione esplicita della colpa lieve da parte del legislatore del 2017 non precluda una ricostruzione della norma che ne tenga conto, sempre che questa sia l’espressione di una ratio compatibile con l’esegesi letterale e sistematica del comando espresso. Ed in tale prospettiva appare utile giovarsi, in primo luogo, dell’indicazione proveniente dall'art. 2236 c. c., che ha la valenza di principio di razionalità e regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione del genere di problemi sopra evocati ovvero qualora si versi in una situazione di emergenza. Ciò che del precetto merita di essere ancor oggi valorizzato è il fatto che, attraverso di esso, già prima della formulazione della norma che ha ancorato l’esonero da responsabilità al rispetto delle linee-guida e al grado della colpa, si fosse accreditato, anche in ambito penalistico, il principio secondo cui la condotta tenuta dal terapeuta non può non essere parametrata alla difficoltà tecnico-scientifica dell’intervento richiesto ed al contesto in cui esso si è svolto.
In conclusione dell’articolato percorso logico argomentativo, dunque, le Sezioni Unite hanno affermato i seguenti principi di diritto: l’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall'esercizio di attività medico-chirurgica: a) se l’evento si è verificato per colpa (anche "lieve") da negligenza o imprudenza; b) se l’evento si è verificato per colpa (anche "lieve") da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali; c) se l’evento si è verificato per colpa (anche "lieve") da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche clinico assistenziali non adeguate alla specificità del caso concreto; d) se l’evento si è verificato per colpa “grave” da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle speciali difficoltà dell’atto medico.
Quanto al regime più favorevole, le Sezioni Unite - raffrontando il contenuto precettivo delle due norme (art. 3 abrogato del decreto Balduzzi e l’art. 590 sexies c.p.) - hanno dichiaratamente enucleato i casi immediatamente apprezzabili ed hanno ritenuto più favorevole la norma abrogata: 1) in relazione alle contestazioni per comportamenti del sanitario - commessi prima della entrata in vigore della legge Gelli-Bianco - connotati da negligenza o imprudenza, con configurazione di colpa lieve; 2) nell’ambito della colpa da imperizia, in caso di errore determinato da colpa lieve, che sia caduto sul momento selettivo delle linee-guida e cioè su quello della valutazione della appropriatezza della linea-guida.
Rilevano poi che trattamento sostanzialmente analogo è invece riservato, sempre nell’ambito della colpa da imperizia, all’errore determinato da colpa lieve nella sola fase attuativa, che andava esente per il decreto Balduzzi ed è oggetto di causa di non punibilità in base all’art. 590 sexies, risultando in tale prospettiva, ininfluente, in relazione alla attività del giudice penale che si trovi a decidere nella vigenza della nuova legge su fatti verificatisi antecedentemente alla sua entrata in vigore, la qualificazione giuridica dello strumento tecnico attraverso il quale giungere al verdetto liberatorio.
Fonte: Colpa medica: le Sezioni Unite indicano il perimetro applicativo della legge Gelli-Bianco | Quotidiano Giuridico
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 26, 2018
L'uso del collare antiabbaio integra il reato di cui all'art. 727 c.p. in quanto concretizza una forma di addestramento fondata esclusivamente su uno stimolo doloroso tale da incidere sensibilmente sull'integrità psicofisica dell'animale.
E' quanto affermato dalla Corte di cassazione nella sentenza resa sul caso sottoposto al suo esame, conclusosi con la condanna in primo grado del proprietario di alcuni cani setter detenuti all'interno di un recinto con indosso, in modo permanente, il collare antibbaio, avente la caratteristica di emanare scosse elettriche all'abbaiare del cane al fine di impedirglielo.
L'imputato aveva lamentato col ricorso che non fosse stata raggiunta la prova delle sofferenze arrecate dall'uso del collare antiabbaio e che non fosse stato dato conto in motivazione dell'eccezionalità con cui il suddetto collare veniva usato. Aveva altresì eccepito la prescrizione del reato, attesa la derubricazione della fattispecie di cui all'art. 544 ter c.p. nella contravvenzione di cui all'art. 727 c.p.
Tale fattispecie punisce come noto con la l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda da 1000 a 10.000 euro chiunque abbandona animali domestici o che abbiano acquisito abitudini della cattività nonché chiunque detenga animali in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze.
Ricordando l'interpretazione consolidata della giurisprudenza di legittimità sugli elementi costitutivi della fattispecie appena richiamata (v. Cassazione penale, sez. III, sentenza 17 settembre 2013 n. 38034), la Corte di Cassazione ha precisato che, sotto il profilo oggettivo, costituiscono maltrattamenti idonei ad integrare il reato di abbandono non soltanto i comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e di mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell'animale procurandogli dolore e afflizione, mentre sotto il profilo soggettivo, non è necessaria la volontà del soggetto agente di infierire sull'animale cagionandogli lesioni all'integrità fisica, potendo le lesioni o anche solo i patimenti essere cagionati da colpa dell'agente.
Facendo applicazione dei suddetti principi al caso in esame la Corte ha ritenuto la sentenza di condanna esente da censure di legittimità, avendo il giudice di prime cure logicamente motivato in ordine alla ricorrenza degli elementi costitutivi della fattispecie e alla raggiunta prova degli stessi: ciò in quanto era stato accertato che i cani fossero tenuti all'interno di un recinto, muniti collare antiabbaio, produttivo di sofferenze e permanentemente funzionante in quanto all'arrivo dei verbalizzanti non avevano abbaiato.
L'infondatezza dei motivi proposti e la conseguente inammissibilità degli stessi ha precluso il formarsi di un rapporto impugnatorio e quindi la rilevazione della prescrizione intervenuta dopo la sentenza di primo grado.
Di qui la condanna del ricorrente alle spese processuali e al pagamento di una somma alla cassa delle ammende.
Fonte: Collare anti-abbaio va bandito, utilizzarlo è reato | Altalex
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 21, 2018
Lo stress forzato inflitto al lavoratore dal superiore gerarchico configura una «forma attenuata di mobbing» definita straining, che giustifica la pretesa risarcitoria ai sensi dell’art. 2087 c.c. (Tutela delle condizioni di lavoro).
Così ha affermato la Corte di Cassazione con ordinanza n. 3977/18, depositata il 19 febbraio.
Il caso. La Corte d’Appello di Brescia rigettava l’appello proposto dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca avverso la sentenza del Tribunale della medesima città con cui veniva parzialmente accolta la domanda di risarcimento avanzata da un’insegnante nei confronti del dirigente scolastico che l’aveva dichiarata inidonea all’insegnamento ed assegnata alla segreteria scolastica.
La Corte sottolineava infatti che le condotte poste in essere dal dirigente scolastico nei confronti della dipendente, tra cui la sottrazione degli strumenti di lavoro ed infine la privazione di ogni mansione, costituissero un’ipotesi di straining, ossia uno stress forzato ed inflitto alla vittima dal superiore gerarchico.
Avverso la sentenza della Corte d’Appello, il Ministero ricorre per cassazione denunciando che lo straining non costituisca una categoria giuridica, essendo un fenomeno controverso anche all’interno della medicina legale.
Lo straining. Il Supremo Collegio nega che il Giudice di merito errato nell’utilizzare la nozione di straining anziché quella di mobbing, «perché lo straining altro non è se non “una forma attenuata di mobbing nella quale non si riscontra il carattere della continuità delle azioni vessatorie” azioni che, peraltro, ove si rivelino produttive di danno all’integrità psico-fisica del lavoratore, giustificano la pretesa risarcitoria fondata sull’art. 2087 c.c.».
Difatti la Corte d’Appello ha correttamente applicato tale principio, evidenziando altresì che «la responsabilità del datore di lavoro ex art. 2087 c.c. sorge, pertanto, ogniqualvolta l’evento dannoso sia eziologicamente riconducibile ad un comportamento colposo, ossia o all’inadempimento di specifici obblighi legali o contrattuali imposti o al mancato rispetto dei principi generali di correttezza e buona fede, che devono costantemente essere osservati anche nell’esercizio dei diritti».
Pertanto la Corte rigetta il ricorso confermando così il diritto al risarcimento per l’insegnante.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Straining: non è mobbing, ma è comunque risarcibile - La Stampa
Non è reato il saluto romano se ha intento commemorativo e non violento: in questo senso, può essere considerato una libera «manifestazione del pensiero» e non un attentato concreto alla tenuta dell’ordine democratico.
La Cassazione ha così definitivamente assolto due manifestanti, che durante una commemorazione organizzata a Milano nel 2014 da esponenti di Fratelli d’Italia, rispondendo alla “chiamata del presente” avevano alzato il braccio destro facendo il saluto fascista.
Un gesto che gli era valsa un'imputazione per “concorso in manifestazione fascista”, reato previsto all’articolo 5 della legge Scelba.
Condiviso il percorso che ha portato alle decisioni di merito: la legge non punisce “tutte le manifestazioni usuali del disciolto partito fascista, ma solo quelle che possono determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste”, e i gesti e le espressioni “idonei a provocare adesioni e consensi”.
Il saluto romano fatto dagli imputati non è stato ritenuto tale. Per i giudici di merito è stata dirimente la natura puramente commemorativa della manifestazione del corteo, organizzato in onore di tre militanti morti, senza “alcun intento restaurativo del regime fascista”.
La manifestazione - come contestava invece il pg di Milano - era stata sì regolarmente autorizzata dalla questura, ma nei giorni precedenti gli organizzatori erano stati diffidati dall'utilizzare bandiere simboli quali le croci celtiche.
Nonostante l'inosservanza del divieto, si era scelto di far proseguire il corteo solo per ragioni di ordine pubblico. Anche se vi era stata ostentazione di simboli, quindi, i giudici hanno escluso che la manifestazione avesse assunto connotati tali dasuggestionare e indurre “sentimenti nostalgici in cui ravvisare n serio pericolo di riorganizzazione del partito fascista”.
Nell'argomentare la propria decisione, la Cassazione fa degli esempi, in cui al contrario, vanno ravvisati gli estremi del reato di manifestazione fascista: è il caso di chi intona “all'armi siamo fascisti”, considerato una professione di fede e un incitamento alla violenza, o di chi compie il saluto romano armato di manganello durante un comizio elettorale.
La Suprema Corte ricorda inoltre, un precedente identico,riguardante i coimputati dei due manifestanti. In quell'occasione la stessa Cassazione aveva sottolineato che il reato previsto dalla legge Scelba “è reato in pericolo concreto, che non sanziona le manifestazioni del pensiero e dell'ideologia fascista in sé, attesa le libertà garantite dall'articolo 21 della Costituzione, ma soltanto ove le stesse possano determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste, in relazione al momento ed all'ambiente in cui sono compiute, attentando concretamente alla tenuta dell'ordine democratico e dei valori ad esso sottesi”.
E' illegittimo l'art. 120, comma 2, del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285 (Nuovo codice della strada), come sostituito dall'art. 3, comma 52, lett. a), della legge 15 luglio 2009, n. 94, nella parte in cui, con riguardo alle ipotesi di condanna per reati di cui agli artt. 73 e 74 del D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309 (Testo Unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza), che intervenga in data successiva a quella di rilascio della patente di guida, dispone che il prefetto “provvede”, invece che “può provvedere”, alla revoca della patente.
E' quanto ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza del 9 febbraio 2018, n. 22.
Secondo quanto disposto dall'art. 120 del D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, sotto la rubrica “Requisiti morali per ottenere il rilascio dei titoli abilitativi all'art. 116”, dispone che non possono conseguire la patente di guida i delinquenti abituali, professionali o per tendenza e coloro che sono o sono stati sottoposti a misure di sicurezza personali, le persone condannate per i reati in materia di stupefacenti di cui agli artt. 73 e 75 del T.U. Sugli stupefacenti, fatti salvi gli effetti di provvedimenti riabilitativi.
Se le condizioni soggettive di cui sopra intervengono in data successiva al rilascio, il prefetto provvede alla revoca della patente di guida.
Secondo i giudici delle leggi la disposizione in commento, sul presupposto di una indifferenziata valutazione di sopravvivenza di una condizione ostativa al mantenimento del titolo di abilitazione alla guida, ricollega in via automatica il medesimo effetto, ovvero la revoca del titolo, ad una varietà di fattispecie, non sussumibili in termini di omogeneità, atteso che la condanna, cui la norma fa riferimento, può riguardare reati di diversa, se non addirittura di lieve entità.
Reati che possono essere assai risalenti nel tempo, rispetto alla data di definizione del giudizio. Inoltre, mentre il giudice penale ha la facoltà di disporre il ritiro della patente, qualora sia ritenuto opportuno, il prefetto ha il dovere di disporne la revoca.
Per tali motivi, la Corte dichiara l'illegittimità costituzionale dell'art. 120, comma 2, cod. strad. nella parte in cui dispone che il prefetto “provvede” anziché “può provvedere” alla revoca della patente di guida in caso di sopravvenuta condanna del titolare per i reati di cui agli artt. 73 e 74 del D.P.R. n. 309/1990.
fonte: Stupefacenti: illegittima la revoca automatica della patente | Altalex
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 20, 2018
fonte: Assegno familiare e di maternità: importo e requisiti 2018 - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 19, 2018
L’Ente proprietario (o gestore) della strada si presume responsabile, ai sensi dell’art.2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile o segnalabile (C. Cass., Sez. III, 12/4/2013, n.8935; v. poi Cass. 18753/2017; Cass. 11526/2017; Cass. 7805/2017; Cass. 1677/2016; Cass. 9547/2015; Cass. 1896/2015).
Ai sensi dell’art.2051 c.c. «ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito».
Il caso fortuito atto ad escludere la responsabilità del custode è inteso quale evento interruttivo del nesso causale tra cosa in custodia ed evento dannoso: «In tema di responsabilità ex art. 2051 c.c., per ottenere l'esonero della stessa, il custode deve provare che il fatto presenti i requisiti dell'autonomia, dell'eccezionalità, dell'imprevedibilità e dell'inevitabilità e che sia, quindi, idoneo a interrompere il nesso causale tra cosa in custodia e danno e il rapporto di custodia fra il soggetto e la cosa stessa, concretando così gli estremi del caso fortuito» (C. Cass., Sez. VI, 30/9/2014, n. 20619).
L’amministrazione è liberata dalla responsabilità ex art.2051 c.c. laddove «dimostri che l'evento sia stato determinato da cause estrinseche ed estemporanee create da terzi, non conoscibili né eliminabili con immediatezza, neppure con la più diligente attività di manutenzione, ovvero da una situazione (nella specie, una macchia d'olio, presente sulla pavimentazione stradale, che aveva provocato un sinistro stradale) la quale imponga di qualificare come fortuito il fattore di pericolo, avendo esso esplicato la sua potenzialità offensiva prima che fosse ragionevolmente esigibile l'intervento riparatore dell'ente custode» (C. Cass., Sez. VI, 27/3/2017, n. 7805, in Arch. giur. circol. e sinistri 2017, 7-8, 630).
Ex art.2051 c.c. non è sufficiente la dimostrazione dell’assenza di colpa da parte del custode, ma si richiede la prova positiva della causa esterna (fatto materiale, fatto del terzo, fatto dello stesso danneggiato) che, per imprevedibilità, eccezionalità, inevitabilità, sia completamente estranea alla sfera di controllo del custode, restando così a carico di quest’ultimo anche il danno derivante da causa rimasta ignota.
L’art.2051 c.c., per altro verso, implica sì una presunzione di responsabilità in capo al custode, ma mantiene, in capo al danneggiato, l’onere di provare il verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con il bene in custodia; solo una volta provate queste circostanze, il custode, per escludere la sua responsabilità, avrà l’onere di provare il caso fortuito, ossia l’esistenza di un fattore estraneo che, per il suo carattere di imprevedibilità e di eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso causale (in tal senso C. Cass., Sez. III, 29/1/2016, n.1677).
Incidenza delle norme del codice della strada
Gli Enti proprietari (o gestori) delle strade, ai sensi dell’art.14, comma 1, lett. c), del Codice della Strada devono provvedere alla apposizione ed alla manutenzione della segnaletica stradale, la quale deve essere sempre mantenuta in efficienza, reintegrata o rimossa quando risulti anche parzialmente inefficiente o non più rispondente allo scopo per il quale è stata collocata (art.38, comma 7, CDS).
La relazione tra cura della strada e incidentalità stradale è presa in considerazione anche dalla Direttiva sulla segnaletica stradale del 24/10/2000: «Numerosi sinistri stradali, infatti, derivano dall’assenza di segnaletica, dall’inadeguatezza della stessa rispetto alle condizioni della strada e del traffico, da sua tardiva o insufficiente percepibilità, dalla collocazione irregolare, dall’usura dei materiali o dalla mancata manutenzione, ovvero dall’installazione in condizioni difformi dalle prescrizioni del regolamento». «(…) agli Enti proprietari spetta l’obbligo di controllare la presenza e l’efficienza dei segnali e di disporre il ripristino di quelli rimossi».
Il §7 della Direttiva è dedicato al controllo dell’efficienza e manutenzione della segnaletica: «Il controllo tecnico della segnaletica… consiste nella delicata e costante azione che l’ente deve assicurare per mantenere a livello ottimale le condizioni di manutenzione e di efficienza della segnaletica stradale nella sua più ampia accezione: verticale, orizzontale, luminosa e complementare», provvedendo in particolare alla ricognizione ed alla verifica delle condizioni di impiego. «E’ indispensabile che gli Enti proprietari delle strade porgano la massima cura nell’assicurare una continua e accurata ‘assistenza’ al cospicuo patrimonio di arredo stradale, che richiede, come qualunque installazione, una adeguata manutenzione e la verifica periodica delle condizioni di efficacia».
Non si ritiene, invece, utile allo scopo (risultando addirittura controproducente) l’esagerazione sull’imposizione dei limiti di velocità localizzati. «Non sembra superfluo ricordare che la presunzione di una maggiore sicurezza, che deriverebbe dall’imposizione di limiti massimi di velocità più bassi del normale, è puramente illusoria; l’esperienza insegna, infatti, che divieti non supportati da effettive esigenze vengono sistematicamente disattesi, dando luogo, altresì, ad una diseducativa sottovalutazione di tutta la segnaletica prescrittiva e, talvolta, all’irrogazione di sanzioni che non hanno reale fondamento. (…). E’ dimostrato che i provvedimenti, anche se restrittivi, vengono generalmente accettati e rispettati dagli utenti della strada se improntati a criteri ispirati alla logica ed alla razionalità delle soluzioni» (Direttiva sulla segnaletica stradale del 24/10/2000, § 5.1). «Limitazioni non supportate da effettiva necessità sottraggono anche dignità e validità al divieto imposto, riducono la fiducia degli utenti della strada nei confronti degli Enti gestori della stessa (…), determinando così una diseducativa perdita di credibilità su tutte le limitazioni imposte, con conseguente mancato rispetto del limite anche nei casi in cui esso è determinante ai fini della sicurezza» (c.d. Seconda Direttiva sulla segnaletica stradale del 27/4/2006, § 2.2).
Fonte: Responsabilità della Pa per danni connessi alla manutenzione delle strade | Altalex
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 18, 2018
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 15, 2018
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Biotestamento: il vademecum dei notai - La Stampa
Stupefacenti: la diversità delle sostanze non esclude il “fatto lieve”
Ai fini del riconoscimento del fatto di lieve entità (articolo 73, comma 5, del D.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309) la diversità delle sostanze trafficate è un dato di per sé inconsistente, perché non è idoneo da solo a scriminare il “livello” di collocamento del reo nell’ambito del traffico di droga (Cassazione penale, sezione VI, 6 febbraio 2018 n. 5517).
La sentenza è di rilievo perché affronta con chiarezza la questione della rilevanza da attribuirsi alla diversa tipologia di sostanze detenute ai fini del riconoscimento/esclusione del fatto di lieve entità di cui all’articolo 73, comma 5, del D.P.R. n. 309 del 1990.
La Corte, nel rigettare il ricorso avverso la sentenza che aveva negata l’ipotesi “minore” di cui al comma 5 dell’articolo 73, proprio sul rilievo della detenzione di sostanze eterogenee [oltre che in ragione della suddivisione delle sostanze già in dosi pronte al commercio], ha ritenuto di “correggere” ex articolo 619, comma 1, c.p.p., quelli che ha ritenuto errori di diritto nella motivazione, pur “salvando” la tenuta della decisione, siccome basata assorbentemente sul quantitativo complessivo delle sostanze oggetto della condotta incriminata, tale da escludere tout court la lievità del fatto.
L’apprezzamento “congiunto”
Si tratta di decisione convincente ed in linea con i principi che devono presiedere l’apprezzamento giudiziale circa la sussistenza o no del fatto di lieve entità.
E’ in proposito assunto pacifico quello secondo cui, in tema di sostanze stupefacenti, la ipotesi attenuata del fatto di lieve entità (articolo 73, comma 5, del D.P.R. 9 ottobre 1990 n. 309) può essere riconosciuta solo in ipotesi di “minima offensività penale” della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla norma (mezzi, modalità e circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove venga meno anche uno soltanto degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l’eventuale presenza degli altri (cfr. Cass. pen. Sezioni unite, 21 giugno 2000, Primavera ed altri; di recente, tra le tante, Cass. pen. Sezione IV, 8 giugno 2016, Agnesse). Ciò in quanto la finalità dell’ ipotesi attenuata si ricollega al criterio di ragionevolezza derivante dall’articolo 3 della Costituzione, che impone – tanto al legislatore, quanto all’interprete- la proporzione tra la quantità e la qualità della pena e l’offensività del fatto. In proposito, dovensosi solo ricordare che nessuna conseguenza, sotto questo specifico profilo, deriva dal novum normativo introdotto dal decreto legge 23 dicembre 2013 n. 146, convertito dalla legge 21 febbraio 2014 n. 10, che ha trasformato l’ipotesi di cui al comma 5 dell’articolo 73 del D.P.R. n. 309 del 1990 in fattispecie autonoma di reato [scelta normativa ribadita anche a seguito dell’ulteriore modifica introdotta dal decreto legge n. 36 del 2014, convertito dalla legge n. 79 del 2014], giacchè i presupposti del reato sono rimasti gli stessi che potevano giustificare [o, per converso, negare] la concessione dell’attenuante. Va così affermato con chiarezza, infatti, che nella “ricostruzione” della nuova fattispecie autonoma di reato sono utilizzabili gli stessi parametri che caratterizzavano la previgente previsione di circostanza attenuante. Il fatto di “lieve entità”, cioè, deve essere apprezzato considerando i mezzi, le modalità e le circostanze dell'azione nonché la qualità e quantità delle sostanze stupefacenti, riproponendo l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza, che vale tuttora per cogliere il proprium anche della nuova fattispecie di reato.
I principi cardine, in proposito, sono quelli della “valutazione congiunta” dei parametri normativi e della rilevanza ostativa anche di un solo parametri quando risulti “esorbitante” e cioè chiaramente dimostrativo della “non lievità” del fatto. La valutazione congiunta, infatti, consente di apprezzare, in modo equilibrato, il fatto in tutte le sue componenti, senza peraltro trascurare le connotazioni particolari che assumono, nel concreto, i singoli parametri di riferimento.
In questa prospettiva, come nel caso di specie, risulta evidente la necessità di escludere il fatto lieve quando il quantitativo delle sostanze sia considerevole o esorbitante (così, la citata sentenza Billè, che, quindi, ha ritenuto corretto e congruamente motivato il diniego dell’ipotesi attenuata effettuata valorizzando negativamente il dato quantitativo “considerevole” della sostanza – grammi 266,70 di canapa indiana- ritenuto dimostrativo della significativa potenzialità offensiva della condotta).
Ma risulta evidente che, di per sé solo, il dato della eterogeneità delle sostanze è non sufficientemente significativo per qualificare il fatto come lieve o non lieve, ossia, come precisato qui in motivazione, non è un dato “che possa scriminare il “livello” di collocamento del reo nell’ambito del traffico della droga”.
Pur in presenza di sostanze eterogenee, per escludere il fatto lieve è quindi necessario un apprezzamento di gravità della condotta che passi attraverso l’apprezzamento complessivo della vicenda.
In questo senso è del resto la migliore giurisprudenza.
Così, si è affermato di recente da Cass. pen.Sezione VI, 19 settembre 2017- 10 ottobre 2017, PM in proc. Rachadi ed altri, che, in caso di detenzione di quantità non rilevanti di sostanza stupefacente, la diversa tipologia della sostanza non può di per sè costituire ragione sufficiente ad escludere l'ipotesi di lieve entità di cui all'articolo 73, comma 5, del D.P.R. n. 309 del 1990, qualora le peculiarità del caso concreto siano indicative di una complessiva minore portata dell'attività svolta dallo spacciatore.
E si è parimenti affermato, da Cass. pen.Sezione IV, 13 luglio 2017- 26 ottobre 2017, PG in proc. Amorello ed altri, che la diversa tipologia della sostanza non può di per sè costituire ragione sufficiente ad escludere l'ipotesi di lieve entità, qualora le peculiarità del caso concreto siano indicative di una complessiva minore portata dell'attività svolta dallo spacciatore.
In definitiva, ciò che conta da parte del giudice è la necessità di apprezzare il fatto nella sua complessità. Rispetto a tale apprezzamento è pacifico che la sola eterogeneità delle sostanze non può assumere rilevanza assorbente per escludere la lievità del fatto. Piuttosto, è circostanza di fatto che potrebbe essere valutata negativamente, nel complesso della vicenda, se e quando contribuisse in positivo a dimostrare una particolare pericolosità della condotta, unitamente agli altri elementi oggettivi e soggettivi che il comma 5 dell’articolo 73 impone di valutare.
La suddivisione in dosi
Analogo ragionamento si impone sull’altro argomento sviluppato in motivazione: quello secondo cui anche la suddivisione della sostanza in dosi non è di per sé sintomatico e dimostrativo della non lievità del fatto.
Secondo la Corte ciò si giustifica con il rilievo che proprio la distribuzione in dosi già confezionate è quel che ricorre pressoché di regola nel piccolissimo spaccio.
Ed allora valgono le considerazioni già espresse sulla necessità di una valutazione complessiva, l’unica che consente di formulare un giudizio [lievità/gravità] aderente al caso di specie.
Fonte: Stupefacenti: la diversità delle sostanze non esclude il “fatto lieve” | Quotidiano Giuridico
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 14, 2018
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 12, 2018
E’ configurabile il reato di furto con l’aggravante dell’esposizione a pubblica fede qualora l’imputato sottragga del denaro dalla cassetta delle offerte all’interno di una chiesa.
Così la Corte di Cassazione con sentenza n. 5348/18, depositata il 5 febbraio.
Il caso. Il Tribunale di Asti dichiarava di non doversi procedere nei confronti di un uomo per il reato di furto di denaro da alcune cassette delle offerte site in una chiesa, in seguito all’esclusione dell’aggravante di cui all’art. 625, n. 7, c.p. e all’intervenuta remissione di querela.
Il Procuratore della Repubblica presso il medesimo Tribunale propone ricorso per cassazione denunciando l’illegittima esclusione dell’aggravante del fatto commesso su cose destinate a pubblica fede, aggravante che ricorrerebbe anche in relazione a furti posti in essere in luoghi privati ma aperti al pubblico.
L’aggravante dell’esposizione a pubblica fede. Il Supremo Collegio ribadisce la configurabilità, nel caso di specie, dell’aggravante di cui all’art. 625, n. 7, c.p., poiché tale aggravante «sussiste anche nel caso in cui la cosa si trovi in luoghi privati, ma aperti al pubblico e sia soggetta a sorveglianza saltuaria».
Da ciò ne deriva che il Giudice di prime cure è incorso in errore nel ritenere l’aggravante non sussistente. Il reato è infatti perseguibile d’ufficio, a nulla rilevando l’intervenuta remissione di querela.
La Corte dunque annulla la sentenza impugnata senza rinvio.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Sottrarre denaro dalla cassetta delle offerte è furto aggravato - La Stampa
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 11, 2018
Prende a bastonate un gatto, condannato a quattro mesi di reclusione
Un gesto crudele punito con una condanna a quattro mesi di reclusione: è accaduto a Trapani e a subirla è stato un operatore marittimo di 62 anni. A denunciarlo i vicini di casa, a nulla sono servite le sue difese: diceva di aver solo sbattuto a bastonata la scopa a terra per fare fuggire l’animale, ma il giudice monocratico di trapani Rossana Cicorella non gli ha creduto. Non solo. Gli ha anche inflitto una condanna più alta di quanto aveva chiesto l’accusa, che si era limitata a proporre due mesi di reclusione.
Stando alle testimonianze dei vicini l’uomo ha colpito il micio, che si era accovacciato in una cesta con il bucato appena lavato e aveva lasciato anche degli escrementi per lo spavento. L’operatore marittimo, invece, sosteneva di essersi limitato a dare un colpo a terra per scacciarlo. “Giustificazione” inutile: condanna senza attenuanti, con la sola sospensione condizionale.
Fonte: Trapani: prende a bastonate un gatto, condannato a quattro mesi di reclusione - La Stampa
Giustificato il licenziamento del dirigente troppo autoritario
È legittimo il licenziamento del top manager che, pur conseguendo importanti risultati aziendali, governi l'azienda con stile autoritario ed autoreferenziale, non sottoponendo ad approvazione nomine apicali, ovvero selezionando per posizioni di vertice dipendenti non in possesso dei necessari requisiti professionali. Il ruolo dell'amministratore delegato, infatti, pur essendo caratterizzato da un forte potere decisionale, non può trascendere nella prevaricazione e nell'autoritarismo. Appare quindi giustificato il licenziamento del dirigente apicale che, anziché svolgere una funzione equilibratrice, da collettore di consensi, provochi invece con la sua gestione prevalentemente autoritaria, tensioni e fratture, nonostante i risultati economici raggiunti.
La Società contestava al dirigente apicale avente ruolo di Condirettore Generale di non essersi coordinato con il Country Manager della Società nella definizione dei piani di sviluppo strategici della stessa. In particolare, oggetto della contestazione disciplinare era la mancata condivisione di una bozza di comunicato, che sarebbe poi stato inviato a tutto il personale, avente ad oggetto i risultati del 2014 e le nuove nomine del 2015, in cui veniva annunciata una riorganizzazione complessiva della Società. Tale riorganizzazione comportava una serie di promozioni e nuove nomine (25 in tutto), non concordate con il Country Manager, tra cui quella del nuovo Chief Commercial Officer (CCO), non in possesso del livello di inglese necessario ad interagire con i clienti internazionali della Società e con il Gruppo della multinazionale, ma soprattutto non legato alla stessa da alcun patto di non concorrenza, necessario per ricoprire un ruolo commerciale come quello assegnato.
Allo stesso modo, il top manager nominava un nuovo branch manager nonostante il parere contrario del Direttore Generale.
In particolare, la Società contestava che le scelte organizzative annunciate, sia per la forma utilizzata che per i contenuti, avessero provocato la reazione e le lamentele di diversi dirigenti di vertice e amministratori esecutivi, i quali denunciavano al Country Manager come "da diversi mesi il personale della Società si trova costretto a lavorare in clima difficile e demotivante, tutt'altro che sereno e costruttivo", a causa dell'operato del dirigente, che veniva definito "inutilmente autoritario e in diverse occasioni prevaricatore dei ruoli e delle competenze di alcuni Suoi colleghi, nonché volto a ingiustamente favorire altri colleghi a Lei più legati".
Nella contestazione si muovevano inoltre appunti sull'operato del dirigente, che avrebbe applicato "due pesi e due misure" a favore dei dipendenti al medesimo più graditi, attraverso promozioni, aumenti stipendiali, assegnazioni di dotazioni hardware diverse rispetto ai pari grado, concessione di maggiore visibilità sui clienti, con ciò scavalcando i diretti responsabili dei dipendenti coinvolti, i quali in alcuni casi venivano invitati a non partecipare a meeting con importanti clienti e decisioni strategiche nell'area di competenza.
Il Dirigente si giustificava sostenendo anzitutto la genericità della contestazione disciplinare.
Su tale punto, rigettando la doglianza, il giudice sosteneva non solo che la missiva constava di numerosi e dettagliati addebiti, ma che oltretutto le giustificazioni rese dallo stesso Dirigente – di oltre sei pagine con allegati 100 documenti – dimostravano che il diritto di difesa del Dirigente era stato adeguatamente esercitato.
Allo stesso modo, veniva rigettata l'eccezione di tardività di taluni addebiti mossi, risalenti ad oltre un anno prima della contestazione.
Sul punto, il Giudice rilevava che, per consolidata giurisprudenza, il requisito della tempestività della contestazione doveva essere valutato con riferimento all'adeguata conoscenza che il datore di lavoro abbia acquisito della infrazione disciplinare. Infatti "detta conoscenza può avvenire anche progressivamente, laddove la condotta del lavoratore consti in una serie di atti, poi convergenti in un unico comportamento che richiede una valutazione unitaria". Proprio alla luce di questo orientamento, il giudice rilevava come, nel caso concreto, talune delle condotte stigmatizzate risalissero a poche settimane prima della contestazione, mentre, con riferimento alle residue, la natura delle stesse rendeva "plausibile il fatto che l'azienda si sia determinata ad una valutazione unitaria dei comportamenti progressivamente pervenuti a sua conoscenza".
Il giudice riteneva infatti che, solo dopo la diffusione della riorganizzazione decisa dal Dirigente, molti altri dirigenti della Società avessero deciso di manifestare il proprio malcontento rispetto al comportamento complessivo del ricorrente, permettendo alla Società di effettuare le proprie valutazioni successivamente.
La Società irrogava il licenziamento per giustificato motivo soggettivo, sottolineando l'irrilevanza del raggiungimento di significativi risultati economici, laddove tali risultati fossero stati ottenuti con modalità non adeguate, avendo il Dirigente riconosciuto di aver scavalcato altri dirigenti della società per asserite inefficienze. La Società rilevava infatti come principi ispiratori della propria cultura aziendale fossero il "perseguimento di obiettivi di squadra, il condividere idee, scelte, rispettare le gerarchie delineate nell'ambito della struttura organizzativa adottata dalla Società, e promuovere l'uguaglianza di trattamento dei collaboratori, ivi inclusa quella economica, a parità di meriti".
Orientamenti giurisprudenziali – Costituisce principio granitico della Suprema Corte quello secondo cui "la nozione di ‘giustificatezza' del licenziamento del dirigente, prevista da alcuni contratti collettivi ai fini del riconoscimento di un'indennità supplementare, non coincide con quella di ‘giusta causa' o ‘giustificato motivo' del licenziamento del lavoratore subordinato, ma è molto più ampia, e si estende sino a comprendere qualsiasi motivo di recesso che ne escluda l'arbitrarietà, con i limiti del rispetto dei principi di correttezza e buona fede nell'esecuzione del contratto, e del divieto di licenziamento discriminatorio. Di conseguenza fatti o condotte, che con riguardo al rapporto di lavoro in generale non integrano giusta causa o giustificato motivo, possono giustificare il licenziamento del dirigente con conseguente disconoscimento dell'indennità supplementare prevista dalla contrattazione collettiva (Cass. n. 775 del 17.1.2005; nello stesso senso: cfr. Cass. n. 14604 del 20.11.2001, Cass. n. 15749 dell'8.11.2002, Cass. n. 322 del 13.1.2003, Cass. n. 16263 del 19.8.2004, Cass. n. 7838 del 15.4.2005, Cass. n. 11691 dell'1.6.2005 e Cass. n. 21748 del 22.10.2010).
Più recentemente, la Corte ha ulteriormente argomentato che ai fini della giustificatezza del licenziamento dirigenziale "può rilevare qualsiasi motivo, purché apprezzabile sul piano del diritto, idoneo a turbare il legame di fiducia con il datore, nel cui ambito rientra l'ampiezza dei poteri attribuiti al dirigente, sicché maggiori poteri presuppongono una maggiore intensità della fiducia e uno spazio ampio ai fatti idonei a scuoterla" (Cass. n. 12204/2016; conformi n. 24941/2015; n. 2205/206 e altre).
In tema di onere della prova, la sussistenza di un'idonea giustificazione a base del licenziamento (con o senza preavviso) grava sempre sulla parte datoriale (cfr. Cass., Sez. L., Sentenza n. 16263/2004 cit.).
Nel caso del rapporto dirigenziale, la valutazione dei fatti idonea a compromettere la fiducia "va compiuta in modo più rigido e fermo che non nei confronti di qualsiasi altro dipendente per via dell'essenziale rapporto di fiducia di positiva valutazione del dirigente "imprenditore" con la conseguenza che " la giusta causa indicata dall'articolo 2119 c.c. risente, sia pure in misura più contenuta in quanto legata ad una definizione precisa dettata dall'esigenza di tener conto della maggiore gravità delle conseguenze, dell'investimento di fiducia fatto dal datore di lavoro con l'attribuire al dirigente compiti, di volta in volta strategici o comunque di impulso, direzione di orientamento della struttura organizzativa aziendale" (Trib. Milano n. 832/2013).
In tema di licenziamento del dirigente, infatti, "l'unica verifica demandata al giudice è l'esistenza di una ragionevole causa che dimostri l'impossibilità del perdurare del vincolo fiduciario di particolare intensità che deve caratterizzare il rapporto tra datore di lavoro e dirigente" (Cass. n. 2137/2011; conforme n. 15496/2008).
Conclusioni – Il comportamento posto in essere dal Dirigente è stato quindi giudicato come idoneo ad integrare l'ipotesi di un giustificato motivo soggettivo di licenziamento, a nulla rilevando gli ottimi e non contestati risultati aziendali conseguiti nel corso della propria carriera. La sentenza in commento, quindi, espande ancora le maglie del concetto di giustificatezza del licenziamento del Dirigente, andando a configurare tale ipotesi anche nello scenario di una corretta e proficua gestione dell'impresa sotto un profilo economico e della performance individuale, ma non accompagnata dall'instaurazione di un clima aziendale di correttezza e di rispetto di tutte le professionalità presenti, anche se non oggetto di particolare stima da parte del top manager, specie se in contrasto con i principi ispiratori aziendali.
Fonte: www.ilsole24ore.it/Giustificato il licenziamento del dirigente troppo autoritario
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 10, 2018
Finalità ed obiettivi. La legge ha lo scopo di promuovere ed incentivare l’uso della bicicletta all’interno della vita quotidiana, sia come mezzo di trasporto ecosostenibile sia come mezzo per «ridurre gli effetti negativi della mobilità in relazione al consumo del suolo».
Il piano generale della mobilità ciclistica. Al fine di perseguire tali obiettivi, viene prevista l’adozione, entro 6 mesi dall’entrata in vigore della presente legge, di un Piano generale della mobilità ciclistica, il quale andrà ad integrare il Piano generale dei trasporti e della logistica.
Tale piano si riferirà ad un periodo di 3 anni ed individuerà non solo le ciclovie che andranno a costituire la Rete ciclabile nazionale «Bicitalia», ossia la rete infrastrutturale di livello nazionale integrata nel sistema della rete ciclabile transeuropea c.d. «EuroVelo», ma anche gli interventi e gli atti necessari per la realizzazione della rete, nonché la definizione del quadro delle risorse finanziarie.
I piani regionali. Le Regioni, nell’ambito delle proprie competenze, al fine di implementare e valorizzare il Piano generale dovranno predisporre ed aggiornare con cadenza triennale il Piano regionale della mobilità ciclistica.
Le modifiche al codice della strada. L’art. 9 della legge prevede inoltre alcune modifiche al codice della strada. In particolare, il nuovo art. 61, comma 1, lett. c), prevede che «Gli autobus da noleggio, da gran turismo e di linea possono essere dotati di strutture portasci, portabiciclette o portabagagli applicate a sbalzo posteriormente o, per le sole strutture portabiciclette, anche anteriormente» struttura che «può sporgere longitudinalmente dalla parte anteriore fino ad un massimo di 80 cm dalla sagoma propria del mezzo».
Fonte: www.dirittoegiustizia.it/Rete nazionale ciclistica: novità in arrivo - La Stampa
Fonte: www.ridare.it/Nascita indesiderata: risarcito anche il padre - La Stampa
Telefonate indesiderate: multa da 840 mila euro per Telecom
E' costato 840 mila euro a Telecom l'avere contattato i propri abbonati con offerte promozionali senza prima avere acquisito il loro consenso.
E' questa la sanzione stabilita dal Garante della privacy a termine di un procedimento iniziato nel 2016 con il quale è stato dato atto che la compagnia telefonica abbia agito consapevolmente e non per mera negligenza.
Nello specifico viene contestato a Telecom di aver effettuato telefonate promozionali nei confronti di ex clienti nonostante questi ultimi non avessero mai dato il loro consenso a ricevere chiamate pubblicitarie o, sebbene lo avessero inizialmente prestato, l'avevano successivamente revocato.
Telecom non è nuova a condotte del genere: già nel 2007 il Garante aveva imposto alla compagnia telefonica di adeguarsi alle regole sulla privacy in materia di chiamate pubblicitarie, imponendo la necessità di acquisizione del previo consenso da parte del soggetto che si intendeva raggiungere con l'offerta promozionale.
La sanzione arriva a pochi giorni dalla messa in opera delle nuove regole sul telemarketing (ovvero la legge 5/2018), ed in particolare sul c.d. “registro delle opposizioni”, ovvero l'elenco dove è possibile inserire il proprio numero di telefono fisso o del cellulare per non essere contattati da chiamate pubblicitarie.
fonte: Telefonate indesiderate: multa da 840 mila euro per Telecom | Altalex
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 08, 2018
By Avv. Emiliano Mancino a febbraio 07, 2018