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Timestamp: 2020-02-21 17:36:26+00:00
Document Index: 78638708

Matched Legal Cases: ['art. 317', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 317', 'art. 61', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 319', 'art 2', 'art. 317', 'art. 317', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 319', 'art. 317', 'art. 319']

04 Apr Concussione e indebita induzione – di Lorenzo Sesti
Scritto alle 18:22h in News, Press, Ricerca	da	Associazione Avvocati Romani 0 Commenti
Il commercialista che, al fine di ottenere un controllo fiscale più “morbido”, consegna ai funzionari dell’Agenzia delle Entrate, dietro sollecitazione di questi, una somma di denaro non concorre nel reato di concussione ex art. 317 c.p., bensì nel reato di indebita induzione a dare o promettere utilità previsto dall’art. 319 quater c.p.
(Cass. pen., sez. VI, sent. 28 gennaio 2014, n. 3722).
Con questa pronuncia, la Suprema Corte ha tracciato una chiara linea di demarcazione tra le due fattispecie delittuose dell’induzione indebita a dare o promettere utilità e della concussione, previste rispettivamente dagli articoli 319 quater c.p. e 317 c.p.
Nel caso di specie, in seguito ad un controllo effettuato nei confronti di un esercizio commerciale, due funzionari dell’Agenzia delle Entrate rilevavano una serie di irregolarità fiscali e previdenziali.
I due funzionari, prospettando al proprietario gravi conseguenze nel caso in cui avessero formalizzato tali accertamenti, lo inducevano a pagare agli stessi una somma di denaro onde evitare l’attività di accertamento.
Si stabiliva che la suddetta somma dovesse essere consegnata dal commercialista dell’azienda. Sul luogo della consegna interveniva la Guardia di Finanza, la quale rilevava che una parte della somma di denaro pattuita tra i funzionari e il titolare dell’azienda era stata trattenuta dal commercialista.
Questi era condannato dal Tribunale per concussione, in concorso con i due funzionari del fisco.
La condanna era confermata anche dalla Corte di appello.
La difesa, ricorrendo in Cassazione, lamentava nel merito l’insussistenza del fatto e chiedeva, in subordine, la riqualificazione del reato in «induzione indebita a dare o promettere utilità» ex art. 319 quater c.p. a seguito delle intervenute modifiche normative al reato di concussione.
I giudici della Suprema Corte hanno respinto il ricorso riqualificando però il reato da concussione a induzione indebita a dare o promettere utilità ex art. 319 quater c.p.
Si rammenta che l’art. 319 quater c.p. è stato introdotto con la legge del 6 novembre 2012, n.190 (Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e della illegalità nella pubblica amministrazione).
L’istituto, in cui l’induzione costituisce l’elemento oggettivo della nuova fattispecie delittuosa, si colloca in una posizione sostanzialmente intermedia tra quella della concussione e quella della corruzione.
Esso sussiste quando, in assenza di qualsivoglia minaccia, siano prospettate, da parte del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio, conseguenze sfavorevoli derivanti dall’applicazione della legge, con lo scopo di ottenere il pagamento o la promessa indebita di denaro o altra utilità.
Nel delitto di concussione di cui all’art. 317 c.p., così come modificato dalla legge 190/2012, la costrizione consiste in quel comportamento del pubblico ufficiale idoneo ad ingenerare nel privato una sensazione di metus, derivante dall’esercizio del potere pubblico, che sia tale da limitare la libertà di determinazione di quest’ultimo, ponendolo in una situazione di minorata difesa rispetto alle richieste del pubblico ufficiale.
Con l’entrata in vigore della legge 190/2012, l’elemento che differenzia le nozioni di induzione e costrizione non si deve individuare in un connotato di natura psicologica, quale la minore o maggiore valenza coercitiva dell’agente pubblico, ma in un dato di carattere oggettivo e cioè nella conformità o meno alla norma delle conseguenze minacciate.
Vi sarà, quindi, induzione indebita, ex art. 319 quater c.p., quando la minaccia del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio si caratterizzi per la prospettazione al privato di un danno giusto, in quanto conforme alla legge, di modo che il privato preferisca aderire alla pretesa intimidatoria del soggetto agente per conseguire, in tutto o in parte, ovvero in forma diretta o indiretta, un suo personale beneficio o vantaggio.
Tale fattispecie delittuosa è sanzionata, al comma 1, con la più mite pena della reclusione da tre a otto anni – per il delitto di cui all’articolo 317 c.p. sono previsti invece da sei a dodici anni di reclusione – e prevede inoltre, al comma 2 dello stesso articolo, la punizione anche dell’indotto, cioè del soggetto che da o promette denaro o altra utilità. Quest’ultimo da persona offesa nell’originaria ipotesi di concussione per induzione di cui al previgente art. 317 c.p., diventa coautore nella nuova figura dell’induzione indebita prevista dall’art. 319 quaterc.p.
Da rilevare, inoltre, che rispetto alla precedente normativa vi è stato, con l’introduzione della legge 190/2012, un inasprimento del trattamento sanzionatorio nei confronti del pubblico ufficiale per il reato di cui all’art. 317 c.p.
Prima di tale novella legislativa, infatti, il testo normativo prevedeva per il pubblico ufficiale la pena della reclusione da quattro e dodici anni. Con l’entrata in vigore della succitata legge 190/2012, pur essendo rimasto invariato il limite massimo della pena, è stato però innalzato il minimo da quattro a sei anni. Tale aumento del minimo della pena è stato sicuramente determinato dal clamoroso susseguirsi di eventi (anche oggetto di grande diffusione mediatica) che hanno destato l’allarme dell’opinione pubblica su un fenomeno in espansione.
Altro aspetto importante è che il delitto di concussione ha subito un restringimento della propria area operativa di punibilità. Infatti, è punito dal nuovo articolo 317 c.p. il solo fatto del pubblico ufficiale e non più anche quello dell’incaricato di pubblico servizio che costringa il privato alla illecita dazione o promessa di denaro o altra utilità.
Questa modifica normativa ha come conseguenza che ricorrerà il delitto di concussione di cui all’art. 317 c.p. se a porre in essere la condotta costrittiva sia il pubblico ufficiale.
Qualora, invece, il soggetto attivo che ponga in essere la medesima condotta sia un incaricato di pubblico servizio, si configurerà un’ipotesi di estorsione aggravata ovvero di violenza privata o di violenza sessuale, aggravate ai sensi dell’art. 61, n. 9 c.p.
Laddove, poi, l’attività posta in essere dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio nei confronti del privato configuri una mera induzione, come detto anche più sopra, sarà integrato il reato di cui all’art. 319 quater c.p.
Per quanto concerne poi la successione normativa fra il previgente testo dell’art. 317 c.p., quello introdotto con la legge 190/2012 e quello del nuovo art. 319 quater c.p., tale quadro si colloca all’interno del fenomeno della successione delle leggi penali previsto dall’art 2 comma 4 c.p. Da ciò deriva l’applicazione della legge più favorevole in relazione ai fatti commessi nel vigore della precedente disciplina, salvo il limite del giudicato.
Ulteriore novità introdotta con la legge 190/2012 è, come si accennava più sopra, la punibilità anche dell’indotto, cioè del soggetto che da o promette denaro o altra utilità. Questi, prima dell’entrata in vigore della suddetta novella legislativa non era punibile al pari del “concusso mediante costrizione” e il reato rientrava nella casistica individuata dalla giurisprudenza nell’ambito dell’art. 317 c.p.
Ora non è più così, infatti, ferma restando nel delitto ex art. 317 c.p. la non punibilità del privato che effettua la promessa o la dazione illecita, trattandosi di una vittima dell’abuso da parte del pubblico ufficiale, nel reato di cui all’art. 319 quater 2 comma c.p. è invece affermata, per la prima volta, la punibilità del privato indebitamente indotto dal pubblico ufficiale o dall’incaricato di pubblico servizio alla promessa o alla dazione illecita. L’indotto da vittima diventa così coautore nella nuova figura dell’induzione indebita prevista dall’art. 319 quater c.p.
Questa norma si ritiene abbia avuto lo scopo, nelle intenzioni del legislatore, di norma propulsiva di un nuovo modo di rapportarsi del privato nei confronti della pubblica amministrazione; costui, infatti, non dovrà più cedere nei confronti di una induzione a elargire denaro o altra utilità, a meno di non vedersi coinvolto in un procedimento penale.
L’interpretazione della suddetta normativa, tuttavia, ha continuato ad essere piuttosto controversa relativamente alla linea di confine tra il delitto di concussione così come modificato alla legge 190/2012 e la fattispecie di induzione indebita di cui all’art. 319-quater e soprattutto con riferimento ai rapporti di diritto intertemporale.
Recentemente la Suprema Corte è intervenuta nuovamente con un’altra pronuncia, questa volta a sezioni unite (Cass. pen., S.U., 24.10.2013, dep. 14.3.2014, n. 12228), a seguito di un’ordinanza di rimessione sulla distinzione tra concussione e induzione indebita la quale poneva il seguente quesito: “…quale sia, a seguito della legge 6 novembre 2012, n. 190, la linea di demarcazione tra la fattispecie di concussione (prevista dal novellato art. 317 c.p.) e quella di induzione indebita a dare o promettere utilità (prevista dall’art. 319-quater c.p. di nuova introduzione), soprattutto con riferimento al rapporto tra la condotta di costrizione e quella di induzione e alle connesse problematiche di successioni di leggi penali nel tempo” (Cass. pen., sez. VI, ord. 9 maggio 2013 (dep. 13 maggio 2013, n. 20430).
La pronuncia a sezioni unite che ne è seguita (sopra indicata) sembrerebbe aver chiarito, almeno per il momento, ogni dubbio relativo all’interpretazione di tale norma, anche in rapporto con altre fattispecie.
Affermano i giudici di legittimità avuto riguardo alla caratterizzazione e all’individuazione degli artt. 317 e 319 quater c.p.:
“Il reato di cui all’articolo 317 c.p., come novellato dalla Legge n. 190 del 2012, è designato dall’abuso costrittivo del pubblico ufficiale, attuato mediante violenza o – più di frequente – mediante minaccia, esplicita o implicita, di un danno contra ius, da cui deriva una grave limitazione, senza tuttavia annullarla del tutto, della libertà di autodeterminazione del destinatario, che, senza alcun vantaggio indebito per sé, è posto di fronte all’alternativa secca di subire il male prospettato o di evitarlo con la dazione o la promessa dell’indebito.
Il reato di cui all’articolo 319 quater c.p., invece, introdotto dalla Legge n. 190 del 2012, è designato dall’abuso induttivo del pubblico ufficiale o dell’incaricato di un pubblico servizio, vale a dire da una condotta di persuasione, di suggestione, di inganno (purché quest’ultimo non si risolva in induzione in errore sulla doverosità della dazione), di pressione morale, con più tenue valore condizionante la libertà di autodeterminazione del destinatario, il quale, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perché motivato dalla prospettiva di conseguire un indebito tornaconto personale, il che lo pone in una posizione di complicità col pubblico agente e lo rende meritevole di sanzione.
Per quanto concerne i casi c.d. ambigui, quelli cioè che possono collocarsi al confine tra la concussione e l’induzione indebita (la c.d. zona grigia dell’abuso della qualità, della prospettazione di un male indeterminato, della minaccia-offerta, dell’esercizio del potere discrezionale, del bilanciamento tra beni giuridici coinvolti nel conflitto decisionale), i criteri di valutazione del danno antigiuridico e del vantaggio indebito, che rispettivamente contraddistinguono i detti illeciti, devono essere utilizzati nella loro operatività dinamica all’interno della vicenda concreta, individuando, all’esito di una approfondita ed equilibrata valutazione complessiva del fatto, i dati più qualificanti”.
I giudici della Suprema Corte, inoltre, hanno fatto luce sulla questione di diritto intertemporale tra i nuovi art. 317 e 319 quater c.p. e la normativa antecedente, affermando che c’è continuità normativa fra le fattispecie:
“Inoltre, v’è continuità normativa, quanto al pubblico ufficiale, tra la previgente concussione per costrizione e il novellato articolo 317 c.p., la cui formulazione è del tutto sovrapponibile, sotto il profilo strutturale, alla prima, con l’effetto che, in relazione ai fatti pregressi, va applicato il più favorevole trattamento sanzionatorio previsto dalla vecchia norma.
Quanto all’abuso costrittivo dell’incaricato di pubblico servizio, illecito attualmente estraneo allo statuto dei reati contro pubblica amministrazione, è in continuità normativa, sotto il profilo strutturale, con altre fattispecie incriminatrici di diritto comune, quali, a seconda dei casi concreti, l’estorsione, la violenza privata, la violenza sessuale (articoli 629, 610 e 609 bis, con l’aggravante di cui all’articolo 61 c.p., comma 1, n. 9).
Sussiste poi continuità normativa, quanto alla posizione del pubblico agente, tra la concussione per induzione di cui al previgente articolo 317 c.p., e il nuovo reato di induzione indebita a dare o promettere utilità di cui all’articolo 319 quater c.p., considerato che la pur prevista punibilità, in quest’ultimo, del soggetto indotto non ha mutato la struttura dell’abuso induttivo, ferma restando, per i fatti pregressi, l’applicazione del più favorevole trattamento sanzionatorio di cui alla nuova norma”.
Infine, i giudici di legittimità hanno anche evidenziato le caratteristiche e le peculiarità che contraddistinguono il delitto di concussione e quello di induzione indebita rispetto alle fattispecie corruttive:
“Il reato di concussione e quello di induzione indebita si differenziano dalle fattispecie corruttive, in quanto i primi due illeciti richiedono, entrambi, una condotta di prevaricazione abusiva del funzionario pubblico, idonea, a seconda dei contenuti che assume, a costringere o a indurre l’extraneus, comunque in posizione di soggezione, alla dazione o alla promessa indebita, mentre l’accordo corruttivo presuppone la par condicio contractualis ed evidenzia l’incontro assolutamente libero e consapevole delle volontà delle parti.
Il tentativo di induzione indebita, in particolare, si differenzia dall’istigazione alla corruzione attiva di cui all’articolo 322 c.p., commi 3 e 4, perché, mentre quest’ultima fattispecie s’inserisce sempre nell’ottica di instaurare un rapporto paritetico tra i soggetti coinvolti, diretto al mercimonio dei pubblici poteri, la prima presuppone che il funzionario pubblico, abusando della sua qualità o dei suoi poteri, ponga potenzialmente il suo interlocutore in uno stato di soggezione, avanzando una richiesta perentoria, ripetuta, più insistente e con più elevato grado di pressione psicologica rispetto alla mera sollecitazione, che si concretizza nella proposta di un semplice scambio di favori”
Con questa pronuncia, la Suprema Corte ha senza dubbio delineato le peculiarità ed i confini di operatività delle nuove fattispecie, indicando così quelle che dovranno le linee guida alle quali attenersi ai fini di una corretta interpretazione di tali norme.
Non possono tuttavia non esprimersi, al riguardo, delle riserve.
Infatti, se è vero che tali deprecabili comportamenti da parte dei privati debbano essere contrastati, è altrettanto veritiero che la previsione della punibilità anche del privato porti con sé il concreto rischio che questi, per il timore di essere sanzionato, non denunci affatto il comportamento del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio.
Sussiste il rischio che il comma 2 dell’art. 319 quater c.p. possa sortire un effetto contrario a quello previsto dal legislatore, contribuendo così non a contrastare il fenomeno dilagante della corruzione, vera piaga del nostro paese, bensì a favorire il prosperare di quel mondo sommerso e clientelare fatto di favori e indebite elargizioni di denaro che nulla hanno a che vedere con un sistema che dovrebbe essere improntato alla meritocrazia.
Senza contare che l’applicazione di una norma meno punitiva per il pubblico ufficiale, per il principio del favor rei, ha già portato a conseguenze sostanzialmente depenalizzanti di fattispecie corruttive commesse nel recente passato.
Dott. Lorenzo Sesti