Source: http://www.civicasrl.it/dettaglio-normative.aspx?id=3021
Timestamp: 2019-02-22 14:11:30+00:00
Document Index: 13296594

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 118', 'art. 4', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4']

SOCIETA': L'IN-HOUSE PARE ESCLUSA DALLE ALIENAZIONI.
Il recente dl 69/2013 (c.d. «decreto Fare») ha prorogato al 31/12/2013 il termine entro cui le amministrazioni pubbliche devono alienare le proprie partecipazioni societarie, assegnando contestualmente il servizio per cinque anni, non rinnovabili, a decorrere dall'1/7/2014. Tuttavia, un'accorta interpretazione delle disposizioni della «spending review», così come sostenuto dalla sezione regionale di controllo della Campania della Corte dei conti nella deliberazione n. 188/2013, può portare a ritenere che tale obbligo non sussista nei confronti delle società «in house» che rispettano appieno i requisiti richiesti dalla giurisprudenza comunitaria.
Negli ultimi mesi è andata affermandosi l'erronea tendenza ad assimilare le società «in house» a quelle indicate all'art. 4 comma 1 del dl 95/2012, tendenza che, oltre ad essere contraria ai princìpi in materia di in house providing, rischia di portare gli enti ad assumere decisioni sbagliate, con un effetto negativo immediato sul patrimonio di assets, competenze e professionalità accumulato nel corso degli anni.
È innanzitutto necessario rilevare che le società indicate al comma 1 dell'art. 4 sono testualmente quelle «controllate direttamente o indirettamente» dalle pubbliche amministrazioni; si tratta quindi di realtà nelle quali possono essere presenti anche soci privati. Questo aspetto, non secondario, consente di affermare che le società indicate al comma 1 dell'art. 4 non coincidono necessariamente con quelle «in house», in quanto per queste ultime è necessario, fra l'altro, che il loro capitale sia tutto in mano pubblica. È quindi evidente che il legislatore con tale norma non si è voluto riferire alle categoria delle società «in house», ma, più genericamente, a società che operano prevalentemente con le amministrazioni pubbliche e che possono essere totalmente pubbliche o miste.
Non dimentichiamo, inoltre, che l'art. 13 del dl 223/2006 (il c.d. decreto Bersani), tuttora vigente, prevede diversi vincoli per le società strumentali di province e comuni, fra cui quello di operare solo con l'amministrazione pubblica che le partecipa. Come sostenuto dalla sez. reg. di controllo della Campania della Corte dei conti nel parere n. 188 del 9/5/2013, tale disposizione ha come effetto immediato quello di portare ex lege le società strumentali a superare il limite del 90% del fatturato previsto al comma 1 dell'art. 4. Il rischio è quindi che si arrivi al paradosso che le società strumentali «in house» che hanno rispettato in passato il vincolo imposto dall'art. 13 del Bersani ricadano nelle limitazioni della «spending review», mentre quelle che tale vincolo non lo hanno rispettato si vedano addirittura premiate per il loro comportamento illegittimo, non rientrando nell'obbligo di dismissione.
Essendo inammissibile che si arrivi ad una simile situazione, è lecito pensare che le società strumentali «in house» soggette all'art. 13 del decreto Bersani non rientrino nell'ambito applicativo dell'art. 1 comma 4 del dl 95/2012, anche in considerazione del fatto che la ratio sottostante a tale norma, consistente nella salvaguardia della concorrenza e del mercato, sarebbe di fatto già preservata dal rapporto di esclusività che esiste fra la società «in house» e l'amministrazione pubblica socia della stessa. Inoltre, il comma 3-sexies dell'art. 4, stabilisce che le amministrazioni pubbliche avrebbero potuto predisporre appositi piani di ristrutturazione e razionalizzazione delle società controllate per individuare attività connesse esclusivamente all'esercizio di funzioni amministrative di cui all'art. 118 della Costituzione, che potevano essere riorganizzate e accorpate attraverso società che rispondessero ai requisiti della legislazione comunitaria in materia di «in house providing».
Quindi, se le società «in house» esistenti alla data di entrata in vigore del dl n. 95/2012 sono già organizzate per l'espletamento di attività connesse a funzioni amministrative, non si vede perché non possano continuare ad essere destinatarie di affidamenti diretti, visto che possiedono già i requisiti indicati al comma 3-sexies. Tali interpretazioni sono rafforzate anche dalla norma speciale per le società «in house» contenuta al primo periodo del comma 8 dello stesso art. 4 che prevede che «a decorrere dal 1° gennaio 2014 l'affidamento diretto può avvenire solo a favore di società a capitale interamente pubblico, nel rispetto dei requisiti richiesti dalla normativa e dalla giurisprudenza comunitaria per la gestione in house».
Il riferimento all'importo di 200 mila euro che era stato inizialmente previsto quale limite l'importo all'affidamento diretto è stato rimosso dall'art. 34, comma 27 del dl 179/2012 all'indomani della sentenza della Corte costituzionale n. 199 del 17/7/2012, con la quale è stata dichiarata l'incostituzionalità dell'art. 4 del dlgs 138/2012 relativo l'affidamento dei Servizi pubblici locali di rilevanza economica; ciò, forse anche in vista della prossima decisione della Corte costituzionale sui ricorsi ancora pendenti presentati da alcune regioni italiane sulla legittimità costituzionale dell'art. 4. In conclusione, nei prossimi mesi le amministrazioni pubbliche dovrebbero evitare interpretazioni inutilmente restrittive della loro autonomia organizzativa, che le porterebbero a non rinnovare gli affidamenti diretti alle proprie società «in house», finendo così per mettere in crisi un intero sistema, per distruggere centinaia di posti di lavoro.