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Timestamp: 2018-05-23 03:31:01+00:00
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La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 15770 del 2014, ha affermato che in caso di privazione del possesso del fondo agricolo all'affittuario dello stesso, si possono richiedere i danni in un giudizio autonomo.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 6 giugno – 10 luglio 2014, n. 15770
1. Con ricorso alla Sezione specializzata agraria del Tribunale di Brindisi M.A. convenne in giudizio S.D.L., chiedendo che fosse condannato al rilascio, in suo favore, di un fondo rustico ubicato in agro di Fasano, nonché al risarcimento dei danni.
A sostegno della domanda, fece presente di essere titolare di un contratto di affitto, che il D.L. aveva promosso contro di lui un giudizio di rilascio del medesimo fondo e che la relativa domanda era stata accolta in primo grado, mentre in appello era stata poi respinta, con pronuncia confermata dalla Corte di cassazione. Precisò, tuttavia, che il D.L. aveva ottenuto il rilascio del terreno in forza della natura provvisoriamente esecutiva della sentenza di primo grado, sicché egli aveva diritto alla reimmissione in possesso ed al risarcimento dei danni conseguenti al mancato godimento del terreno per tutto il tempo intermedio trascorso.
Il Tribunale accolse la domanda di rilascio, ordinando al D.L. di reimmettere l'A. nella detenzione del fondo in qualità di affittuario, ma rigettò la domanda di risarcimento dei danni sul rilievo che la stessa avrebbe dovuto essere proposta nel giudizio di merito, ai sensi dell'art. 96 del codice di procedura civile.
2. La sentenza è stata appellata dall'A. e la Corte d'appello di Lecce, Sezione specializzata agraria, con sentenza del 14 aprile 2008, ha accolto il gravame, condannando il D.L. al pagamento della somma di euro 3.800,62, con rivalutazione ed interessi in relazione a ciascuna annualità, nonché al pagamento delle spese dei due gradi di giudizio.
Ha osservato la Corte territoriale che la domanda proposta dall'A., avendo ad oggetto la privazione del bene dal cui godimento egli era stato estromesso in virtù dell'esecuzione forzata promossa a seguito della pronuncia di primo grado, poteva essere proposta anche con un giudizio autonomo, stante la sua estraneità rispetto alla norma del citato art. 96.
3. Contro la sentenza della Corte d'appello di Lecce propone ricorso S.D.L., con atto affidato ad un solo motivo.
Resiste M.A. con controricorso.
l. Con il primo ed unico motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all'art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. cív., contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, relativo al mancato collocamento della fattispecie nell'ambito di cui all'art. 96 del codice di procedura civile.
Rileva il ricorrente che la pretesa risarcitoria trae origine dal pregiudizio derivante dalla imprudente esecuzione forzata di una sentenza di primo grado, sicché doveva essere proposta davanti allo stesso giudice della controversia, facendo applicazione della giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la responsabilità aggravata di cui all'art. 96 cit. può trovare fondamento in qualsiasi comportamento, doloso o colposo, tenuto nel corso del processo, ma i danni da risarcire possono essere di ogni tipo; e la competenza del giudice del merito sarebbe, in questo caso, funzionale ed inderogabile.
Anche tralasciando il profilo formale - per il quale il ricorso, lamentando un vizio di motivazione, pone, in realtà, una censura di violazione dell'art. 96 cod. proc. civ. - è sufficiente una breve ricostruzione della vicenda processuale per dimostrare l'infondatezza del motivo in esame.
Nella specie, infatti, il D.L., vincitore in primo grado nel precedente giudizio da lui intentato per il rilascio del medesimo fondo, mise in esecuzione (provvisoria) tale pronuncia, ottenendo il rilascio del fondo da parte dell'A.; ma poi tale decisione fu riformata in appello, con pronuncia confermata in sede di legittimità, sicché l'A. agì, con l'odierna domanda, per la reimmissione in possesso del medesimo fondo ed il risarcimento dei danni conseguenti al mancato godimento del bene per tutto il periodo che va dal rilascio forzato fino alla reimmissione nel possesso.
È evidente che l'A. non poteva neppure sapere, nel corso del precedente giudizio, se e quando sarebbe stato reimmesso nel possesso, tant'è che ha dovuto promuovere un nuovo giudizio, cioè quello odierno; sicché l'azione risarcitoria non trova il proprio fondamento nell'imprudente esecuzione provvisoria attivata dal D.L. - di cui non pare si sia mai discusso - bensì nel predetto mancato godimento. Dalla stessa sentenza di primo grado emessa nel presente giudizio, allegata al ricorso, risulta con chiarezza, infatti, che l'A. ha chiesto i danni consistenti nella perdita della produzione agricola e dell'integrazione del prezzo dell'olio, per cui la domanda non era in alcun modo connessa con lo scorretto svolgimento di attività processuale (rilascio del fondo a seguito di esecuzione provvisoria), da sanzionare in ipotesi ai sensi dell'art. 96 del codice di rito.
Ne consegue che la giurisprudenza richiamata in ricorso a proposito della competenza inderogabile del giudice della causa a decidere le domande di cui all'art. 96 cod. proc. civ. - che questa Corte condivide integralmente - è stata del tutto impropriamente richiamata, in quanto si riferisce a fattispecie completamente diverse. Non vi era, perciò, alcuna ragione per la quale l'A. dovesse obbligatoriamente chiedere il risarcimento dei danni nel precedente giudizio intercorso fra le parti.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi euro 3.200, di cui euro 200 per spese, oltre spese generali e accessori di legge.
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30 nov 2013 0 822