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Timestamp: 2020-04-07 14:58:37+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 2123 del 27/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2123 del 27/01/2017
Cassazione civile, sez. II, 27/01/2017, (ud. 15/11/2016, dep.27/01/2017), n. 2123
sul ricorso 15645-2012 proposto da:
D.D.T. (OMISSIS) e D.A. (OMISSIS) quali eredi
di B.M.C., nonchè I.C. (OMISSIS)
elettivamente domiciliato in ROMA, VICOLO ORBITELLI 31 presso lo
studio dell’avvocato GIOVANNA MARTINO, rappresentati e difesi
dall’avvocato MARIO DANZA;
P.N. (OMISSIS), C.M. (OMISSIS), C.D.
(OMISSIS), C.G. CROGNN44L19E976C, elettivamente
domiciliati in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato CATERINA
ZUARDI SCORSONE, che li rappresenta e difende unitamente
all’avvocato FRANCESCO SCORSONE;
avverso la sentenza n. 59/2012 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,
15/11/2016 dal Consigliere Dott. CORRENTI VINCENZO;
udito l’Avvocato GIOVANNA MARTINO, con delega dell’Avvocato MARIO
DANZA difensore dei ricorrenti, che ha chiesto l’accoglimento del
udito l’Avvocato FRANCESCO SCORSONE, difensore dei controricorrenti,
RUSSO ROSARIO GIOVANNI che ha concluso per l’inammissibilità ex
art. 366 c.p.c., del ricorso e per la condanna aggravata alle spese.
Con sentenza 19.11.2008 il Tribunale di Potenza accoglieva le domande degli attori D.D.T. ed A. e dell’interveniente I., che avevano proseguito – i primi due quali eredi- il giudizio incoato da B.M.C., qualificatasi proprietaria di un fondo in (OMISSIS) per atto pubblico 12.10.1953 e comunque per possesso ultraventennale, e la terza limitatamente ad un terzo, dichiarandoli comproprietari per usucapione e condannando i convenuti P.N. e C.D. al rilascio ed ai danni.
I convenuti avevano resistito all’azione di rivendicazione solo per alcune particelle, in particolare il Pisano per le particelle (OMISSIS) ed il C. per una piccola quota della particella (OMISSIS).
Nelle more era deceduta l’attrice cui erano subentrati gli eredi D. mentre, a seguito della interruzione del processo per morte di C.D., gli eredi erano rimasti contumaci.
Proposti separati appelli dai soccombenti la Corte di appello, previa riunione, dichiarava la nullità della sentenza nel rapporto processuale tra I.C. ed i C., in quanto l’atto di intervento non era stato notificato ai contumaci, rigettava le domande attoree e dell’interveniente perchè le deposizioni testimoniali erano equivoche, la B. aveva invocato l’usucapione ultraventennale senza far menzione di un compossesso con I. e quest’ultimo di essere comproprietario di 1/3 oltre che compossessore.
Ricorrono i D. con tre motivi, resistono i P. – C..
Col primo motivo si deduce violazione di norme di diritto, col secondo motivo contraddittorietà e difetto di motivazione, col terzo motivo omessa, insufficiente contraddittoria motivazione.
I motivi sono unitariamente trattati evidenziando che in via principale l’attrice aveva svolto azione di rivendicazione in base ad atto pubblico ed i convenuti avevano dedotto di possedere solo alcune particelle ed in ogni caso l’onere probatorio era attenuato.
La sentenza impugnata ammette la circostanza dedotta ma rileva che la difesa P. aveva prodotto sentenza del Tribunale di Potenza 13.7.1960 – “che si assume essere passata in giudicato – resa nell’ambito di un giudizio di divisione ereditaria, in cui si legge che l’atto 12.10.1953 consisteva in un negozio di disposizione di beni altrui in quanto tale invalido, eccezion fatta per la quota di cui la venditrice poteva disporre, quale erede di I.G. ed, esaminando le prove testimoniali, ha escluso che le stesse fossero sufficienti per l’accoglimento della domanda.
Ciò premesso, vero è che una sentenza, di cui non è provato il passaggio in giudicato, non poteva essere valutata ma la Corte di appello si fonda esclusivamente sulle deposizioni testimoniali che ritiene inidonee a provare l’usucapione affermata dal primo giudice con l’ulteriore rilievo che la B. si era dichiarata possessore pacifico per più di venti anni e lo I. compossessore e comproprietario per 1/3. Del resto la sentenza di primo grado aveva riconosciuto l’usucapione mentre la Corte di appello aveva accolto il gravame dei convenuti sul punto mentre gli appellati avevano chiesto il rigetto del gravame.
La Corte di appello imputa agli odierni ricorrenti la mancata prova del possesso ad usucapionem delle particelle specificamente indicate dai convenuti per cui la sentenza resiste alle critiche che genericamente richiedono un riesame del merito senza superare le obiezioni riferite.
Appare inconferente la giurisprudenza richiamata dai ricorrenti che afferma la legittimazione del comproprietario ad agire a tutela della cosa comune posto che nella specie l’attrice ha agito rivendicando l’intero fondo di cui si era affermata proprietaria esclusiva e non quale comproprietaria di un bene comune; d’altra parte è intervenuto in giudizio un terzo che sia è affermato proprietario di 13.
La domanda di usucapione ex art. 1159 c.c., non risulta mai proposta nel giudizio di merito e quindi è inammissibile in questa sede (Cass. 6238/2010).
L’azione è stata correttamente qualificata di rivendicazione e non di restituzione, posto che quest’ultima, di natura personale e non reale, postula che la detenzione sia avvenuta in base a un titolo e che questo sia poi venuto meno (S.U. 7305/2014), il che è da escludere nella specie, secondo quanto accertato dai Giudici.
La sentenza ha fatto corretta applicazione dei principi sulla ripartizione dell’onere della prova in tema di rivendicazione non attenuato per il fatto che la controparte proponga domanda riconvenzionale od eccezione di usucapione in quanto chi è convenuto nel giudizio di rivendicazione non ha l’onere di fornire alcuna prova, potendosi avvalere del principio possideo quia possideo”, anche nel caso in cui opponga un proprio diritto di dominio, dal momento che tale difesa non implica alcuna rinuncia alla più vantaggiosa posizione di possessore (Cass. 11555/2007). Donde il rigetto del ricorso e la condanna alle spese perchè le doglianze si risolvono nella censura sulla valutazione della prova sollecitando un inammissibile riesame del merito.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alle spese, liquidate in Euro 2700 di cui 2500 per compensi, oltre accessori.