Source: http://www.economiaefranchising.it/it/news/Sull-abuso-di-dipendenza-economica-difformit%C3%A0-di-vedute_152.htm
Timestamp: 2018-12-11 18:42:59+00:00
Document Index: 29063790

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 330', 'art. 1015', 'art. 2793', 'art. 1059', 'art. 1993', 'art. 9']

Notizie: Sull'abuso di dipendenza economica: difformità di vedute
Sull'abuso di ...
L’art. 9 della L. 192/1998 stabilisce: “È vietato l'abuso da parte di una o più imprese dello stato di dipendenza economica nel quale si trova, nei suoi o nei loro riguardi, una impresa cliente o fornitrice… Il patto attraverso il quale si realizzi l'abuso di dipendenza economica è nullo…”
Dell'interpretazione e della reale portata applicativa dell’istituto si è discusso sin dall'emanazione della norma che lo prevede (art. 9 della L. 192/1998) e si discute ancora. Oggi si tende a valorizzarne la portata generale, non limitata al solo contratto di subfornitura ma estensibile a tutti i rapporti tra imprese nei quali si possa individuare la figura del cd. “imprenditore debole”. Questo perché la norma stessa – si dice - non ha carattere eccezionale, dal momento che rappresenta espressione dei più generali principi di buona fede, solidarietà contrattuale, correttezza nei rapporti tra imprenditori, nonché di tutela del principio costituzionale della libera iniziativa economica.
Pertanto, si tratterebbe di norma che incentiverebbe la contrattazione tra imprenditori, costituendo un argine preventivo contro eventuali abusi dall'altra parte contrattuale della situazione di squilibrio che può verificarsi in un rapporto contrattuale. Come si vede, lo squilibrio economico tra le parti non rileva di per sé come requisito dell'illecito, in quanto ad esser sanzionato è soltanto l' "abuso" di tale asimmetria, essendo quest’ultima un connotato ineliminabile nella situazione di mercato in cui le imprese protagoniste operano.
Con riguardo ai contratti di franchising, l’abuso di dipendenza economica non costituisce oggetto di una disciplina specifica. Pertanto, il dibattito è sull’estensione o meno della figura anche in questo caso.
Sul punto, buona parte della Giurisprudenza, avallata dalla dottrina, propende per l’estensione, sulla base di un’identità di ratio, tale da far propendere per l'estensione generalizzata anche alla fattispecie di cui alla l. 129/2004.
Dissente Tribunale di Bologna attraverso un obiter dictum nella sentenza n. 1497 del 07.06.2016.
Il Giudice estensore, attento al contenuto tipico della norma del 2004, sostiene: <<…Va …escluso che la vicenda per cui è causa possa essere sottoposta alla disciplina di cui alla L. 192/1998. Pacifico che il rapporto per cui è causa derivi da un contratto di franchising…Nel caso di specie sussistono tutti gli elementi previsti dalla suddetta legge (rectius: l. 129/2004) per la configurazione del franchising, mentre l’abuso di dipendenza economica rappresenta un illecito concorrenziale previsto dalla legge unicamente in tema di subfornitura nelle attività produttive e dunque si configura come istituto di carattere speciale, non estensibile, in via analogica, al rapporto di concessione di vendita (in termini Tribunale Torino, 18/03/2003: I rapporti di franchising, in quanto non riconducibili alla tipologia del contratto di subfornitura, non ricadono nella sfera di applicazione della disciplina dell’abuso di dipendenza economica; Tribunale Taranto, 22/12/2003)…>>
Al di là di questa pronuncia, Giurisprudenza quasi costante ritiene che quello di abuso di dipendenza economica costituisca, invece, esplicitazione del più comune divieto di abuso del diritto. A questo riguardo, la mancanza di una previsione generale non ha impedito al legislatore del '42 di contemplarne specifiche ipotesi (cfr. art. 330 c.c.; art. 1015 c.c.; art. 2793 c.c.) né di dettare disposizioni chiaramente rivolte a reprimere condotte espressive di un abuso del diritto (art. 1059, comma 2, c.c.; art. 1993, comma 2, c.c., cui vanno aggiunti gli artt. 21 l. camb. e 65 l. Ass.).
A prescindere dal riferimento all'art. 9 della L. 192/1998 e alla sua portata applicativa, quindi, l'opinione quasi generalizzata è quella di ricondurre il fenomeno nell'alveo del principio di buona fede oggettiva, inteso come regola di condotta che deve guidare le parti di un rapporto giuridico obbligatorio al rispetto dei canoni di lealtà, correttezza, trasparenza e salvaguardia dell'interesse di controparte, preservando il legittimo affidamento in essa ingenerato.