Source: http://www.inca.it/Editoria/Lenotizie/notizie2017/Esperienzen3424112017/assegnomaternit%C3%A0.aspx
Timestamp: 2018-10-19 02:15:06+00:00
Document Index: 4160201

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 30', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 8']

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La via giudiziaria per i diritti
Non si ferma l’impegno dell’Inca in difesa dei migranti, ai quali viene negato l’accesso alle prestazioni di welfare. Un'altra recente sentenza, emessa dal Tribunale di Bergamo il 10 ottobre scorso (n.5425/2017), riconosce il diritto all’Assegno di maternità, erogato dai Comuni, ad una serie di donne straniere, tutte titolari di permesso di soggiorno UNICO lavoro, che si erano viste respingere la loro richiesta da parte delle amministrazioni comunali di residenza. Questa azione legale, promossa dal Patronato della Cgil, merita di essere particolarmente segnalata perché, oltre a condannare l'Inps al pagamento dell'assegno, impone ai Comuni di Brembate, Brignano Gera d'Adda e Martinengo di rivedere le informazioni contenute sulle proprie pagine web al fine di modificare i requisiti di accesso alla prestazione; in questo modo la platea dei beneficiari verrebbe estesa anche a chi è in possesso di uno dei titoli previsti dall'art. 3 co. 1 lett b) e c) Direttiva 2011/98/UE, oltre l’ambito dei soli titolari di permesso di soggiorno di lunga durata. “L'Ordinanza – spiega Claudio Piccinini, coordinatore dell’Area Migrazioni e mobilità internazionali di Inca - garantisce quindi, per le neo mamme titolari di permessi UNICO lavoro, residenti in quei Comuni, l'accesso alla prestazione, riducendo in questo modo un contenzioso legale, che rende oggi difficile per tanti cittadini stranieri presenti in Italia l’effettiva fruibilità di questa prestazione economica essenziale”.
Una vittoria che segue di qualche giorno un importante pronunciamento del Consiglio di Stato, che ha riconosciuto il diritto alla concessione del permesso di soggiorno per motivi familiari anche alle cosiddette coppie di fatto. La sentenza (n. 5040/2017, emessa il 19 ottobre scorso), trae origine dal ricorso di una lavoratrice straniera, presentato al TAR Lombardia, contro un decreto del Questore della provincia di Brescia, che aveva respinto la sua domanda di permesso di soggiorno per motivi di “lavoro subordinato”, a causa della mancanza di un reddito minimo idoneo a sostenere lei stessa e suoi figli sul territorio nazionale, senza però considerare che la lavoratrice stessa convivesse stabilmente con un cittadino italiano, formalmente anche suo datore di lavoro, il quale comunque provvedeva al suo mantenimento.
Nel primo grado di giudizio il Tribunale Amministrativo, a seguito di una indagine sul rapporto di lavoro dichiarato e sulla sufficienza dei redditi percepiti, aveva respinto il ricorso, ritenendo che la ricorrente non avesse adeguatamente comprovato i «contorni fattuali afferenti all’impiego in corso», apparsi come «nebulosi», né indicato l’ammontare dei redditi effettivamente percepiti. Da qui la decisione della lavoratrice straniera di rivolgersi al Consiglio di Stato, che non solo ha accolto il suo ricorso, ma ha anche annullato il decreto del Questore di Brescia, riconoscendo la titolarità del permesso di soggiorno per motivi familiari anche ai conviventi di fatto. Il verdetto introduce così un’importante novità a livello di giurisprudenza, che si era finora orientata nel senso di restringere il beneficio del permesso di soggiorno per motivi familiari alle sole coppie regolarmente sposate.
Il Consiglio di Stato ha motivato la propria decisione sulla base dei seguenti presupposti: sebbene i rilievi che avevano giustificato la sentenza di primo grado fossero corretti, per ammissione della stessa lavoratrice che ha sempre riconosciuto di aver instaurato “un’ assunzione e un rapporto di collaborazione domestica, in quanto questo era l’unico modo (…) di poter ottenere un permesso di soggiorno», tuttavia andava considerato anche un altro aspetto della vicenda, ovvero la comprovata e regolare convivenza dell’appellante con un partner di nazionalità italiana. Per il Consiglio di Stato, “nonostante la sostanziale natura fittizia del rapporto di collaborazione domestica, ma a fronte di un rapporto di convivenza evidente e dichiarato, la Questura avrebbe dovuto valutare (…) il rilascio di un permesso di soggiorno per “motivi familiari”, in applicazione dell’art. 30, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 286 del 1998. “Tale disposizione – si legge nel dispositivo -, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo della Costituzione Italiana, anche al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale”.
Per i giudici di secondo grado, una simile interpretazione risponde ad “un fondamentale principio di eguaglianza sostanziale, oramai consacrato” anche in Italia con la legge sulle Unioni civili (art. 1, comma 36, della l. n. 76 del 2016), laddove riconosce il “valore delle convivenze di fatto tra due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”. Inoltre, afferma il Consiglio di Stato, questa stessa interpretazione risulta coerente con le indicazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo (Cedu) che, anche in questa materia, si è premurata di chiarire come la nozione di “vita privata e familiare, contenuta nell’art. 8, par. 1, della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo includa non solo le relazioni consacrate dal matrimonio, ma anche le Unioni di fatto, nonché in generale, i legami esistenti tra i componenti del gruppo designato come famiglia naturale”.
In sostanza, il Consiglio di Stato, venendo incontro alle ormai consolidate evoluzioni del concetto di famiglia, già recepite dalla legislazione italiana con la legge sulle Unioni civili, fornisce una interpretazione inclusiva e solidaristica dei diritti, appoggiandosi in questo ad un recente pronunciamento della Corte di Strasburgo che ha chiarito come la “legislazione degli Stati membri in materia di immigrazione non si può spingere sino al punto di negare all’individuo il diritto a vivere liberamente una condizione di coppia, intesa come vita familiare”. In questo senso, l’eventuale “misura di allontanamento o di diniego di un permesso di soggiorno è in grado di provocare un sacrificio sproporzionato del diritto alla vita privata e familiare per il soggetto portatore di interesse”, com’era appunto il caso della ricorrente lavoratrice straniera. “Un pronunciamento importante per il nostro Paese – commenta ancora Piccinini – che è ancora fortemente in ritardo nell’adeguare l’attuale normativa sui permessi di soggiorno alle novità legislative, sopraggiunte con la legge sulle Unioni civili”.