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Timestamp: 2019-06-26 08:39:46+00:00
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I siti online sono responsabili per i commenti degli utenti. Fine della libertà di pensiero?Diritti Europa
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Posted by: Luca Gulino in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Libertà d'espressione, coscienza e religione, Sistema CEDU 14 ottobre 2013
Multare un sito d’informazione per non aver censurato i commenti offensivi anonimi postati dai lettori è giustificato e non viola la libertà d’espressione. E’ questo il fulcro della sentenza pubblicata il 10 ottobre 2013 dalla Corte di Strasburgo in merito al caso Delfi v. Estonia. La sentenza è stata subito oggetto di critiche e commenti, facendo allarmare le migliaia di persone che quotidianamente gestiscono, postano o commentano sui vari blog o siti internet. E’ chiaro infatti che la portata di questa decisione è molto discutibile perché va a incanalarsi nel grande solco sancito dal diritto alla libertà d’espressione.
La questione inizia nel 2009 quando il noto portale e sito di informazione estone, Delfi AS, pubblica la notizia relativa al piano industriale della società di traghetti, Saaremaa Shipping Company. Questo piano prevede la possibilità di distruggere le “Ice roads”, strade di ghiaccio che collegano la terraferma alle numerose isole presenti sul Mar Baltico. Come per ogni notizia pubblicata sul sito, Delfi AS, dà la possibilità ai lettori di poterla commentare, e proprio in quello spazio dedicato, si forma in poco tempo una lunga serie di commenti (gran parte anonimi o pubblicati da pseudonimi) offensivi, diffamatori, incitanti all’odio e intimidatori nei confronti di Vjatšeslav Leedo, socio di maggioranza della compagnia Saaremaa Shipping. Leedo intenta una causa giudiziaria prima nei confronti degli autori dei commenti, scontrandosi contro l’impossibilità di rintracciarli per il loro anonimato, e successivamente porta in giudizio con l’accusa di diffamazione Delfi AS. Il portale online si difende sostenendo di non avere una responsabilità diretta sui commenti degli utenti poiché il suo ruolo è esclusivamente quello di “intermediario” della comunicazione, tra utente e sito, esentato quindi da una responsabilità derivante da atti compiuti, con i suoi servizi, da altri soggetti; così come sancito dalla Direttiva e-commerce europea (2000/31/CE), recepita in Estonia dall’Information Society Services Act.
Delfi AS ha provato queste affermazioni dimostrando che prima di poter commentare sul sito è necessario accettare un “disclaimer” in cui si ricorda agli utenti di non utilizzare parole offensive, denigratorie o diffamatorie; in aggiunta a questa misura il sito prevede ben due tipologie di moderazione ai commenti, una preventiva basata su un “filtro” che automaticamente censura determinate parole, ed una successiva basata sulla segnalazione degli altri utenti (“notice and take down”). Terza precauzione è data poi dalla rimozione eventuale fatta dal personale del sito internet. Delfi AS insomma spiega di aver fatto tutto il possibile per impedire il verificarsi del problema. Nonostante tutto questo, il portale è stato ritenuto colpevole nei tre gradi di giudizio sancendo che non poteva in alcun modo ritenersi un intermediario della comunicazione in quanto la sua attività non è limitata, come previsto dalla direttiva e-commerce quale requisito per ottenere l’esenzione da responsabilità, al mero servizio di intermediazione tecnica, ma è invece un’attività tipica di un soggetto (“content provider”) che esercita un controllo sui contenuti tipico di un editore. Per i giudici interni quindi, Delfi AS è un editore professionale (e non un intermediario che può appoggiarsi alla direttiva) ed è responsabile dei commenti perché pur avendo posto in essere tutte le misure idonee a rimuoverli non è riuscito ad impedire il sorgere della lesione del diritto riconosciuto al soggetto menzionato nell’articolo. La direttiva e-commerce non prevede infatti l’obbligo di sorveglianza dei contenuti per chi mette a disposizione degli utenti uno spazio online.
Esauriti i ricorsi interni, Delfi AS ha deciso di rivolgersi alla Corte di Strasburgo ritenendo che la sentenza emessa dai tribunali estoni andava a comprimere la sua libertà di informazione e quindi era in contrasto con l’Art 10 Cedu. I giudici della Corte, come in ogni caso simile a questo hanno ricordato che per giudicare queste situazioni è necessario fare un bilanciamento di interessi contrapposti: libertà di espressione e diritto alla reputazione, considerando anche l’ambito di applicazione degli stessi. Questo passo è fondamentale perché nel nostro caso di specie i giudici hanno dovuto considerare certamente la legge dello stato estone sulla diffamazione, ma seppur incidentalmente, non potendone tener conto, hanno dovuto riscontrare la presenza di una direttiva comunitaria (e legge di recepimento) citata da Delfi As. La Corte europea non si è preoccupata infatti di stabilire se Delfi AS fosse responsabile o non responsabile ai sensi della direttiva europea – non è suo compito questo: lo è per i giudici interni.
“The Court reiterates in this context the it is not its task to take the place of the domestic courts. It is primarily for the national authorities, notably the courts, to resolve problems of interpretation of such domestic legislation”.”
La Corte ha quindi emesso una sentenza considerando solo la presenza della norma estone che prevede appunto la responsabilità dell’editore per diffamazione, e che nel caso specifico i giudici nazionali hanno ritenuto applicabile. Alla luce di tutto ciò, l’interferenza dello stato sulla libertà di espressione di Delfi AS è stata ritenuta proporzionata allo scopo legittimo perseguito e per questo motivo non è stata rilevata nei confronti dell’Estonia, la violazione dell’Art 10 Cedu; è stata poi comminata una sanzione minima di 320€ a Delfi AS, cifra “simbolica” per un sito internet di portata nazionale.
Come detto all’inizio dell’articolo, questa sentenza ha generato parecchie polemiche fin dalle prime ore successive alla pubblicazione. C’è stato sicuramente un errore dei giudici estoni nell’ applicazione del diritto interno, era necessario evidentemente un rinvio ad un’altra Corte europea, quella di Giustizia di Lussemburgo per chiedere l’esatta interpretazione della direttiva comunitaria. Quello che possiamo commentare noi in ambito Cedu è che confermando la sentenza dei giudici nazionali anche Strasburgo ha preso di mira i commenti anonimi del sito addebitando la responsabilità all’editore e andando contro al contenuto presente nella direttiva comunitaria. Dobbiamo stare attenti però a non cadere nell’ equivoco di ritenere che sia stato deciso nell’Unione Europea che i commenti anonimi comportano la responsabilità del titolare del sito perché per fortuna non è vero niente di tutto ciò. Il caso trattato è relativo ad una questione specifica e non avrà ripercussioni sulla giurisdizione europea né quindi sul diritto Cedu, che come abbiamo visto e come sappiamo si occupa di altre questioni. Possiamo di certo dire che le garanzie previste a livello comunitario (direttiva 2000/31/CE) , le quali escludono la responsabilità dei giornali online per i commenti caricati dagli utenti qualora tempestivamente rimossi, sono sicuramente più avanzate di quanto previsto dalle norme nazionali estoni sulla diffamazione e da quelle della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Fonti: ValigiaBlu.it – FulvioSarzana.it – Sentenza Delfi v. Estonia
Art 10 CEDU Art 8 CEDU Estonia Internet Isabelle Berro-Lefèvre Prima Sezione	2013-10-14
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