Source: https://sulmonambiente.wordpress.com/2010/11/26/osservazioni-del-2-marzo/
Timestamp: 2017-07-25 18:46:00+00:00
Document Index: 58112902

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art. 13', 'art.6', 'art. 6', 'art. 6', 'art.35', 'art.5', 'art. 52', 'art.52', 'art. 10', 'art. 5', 'art 174', 'e contrario', 'art.9']

Osservazioni del 2 marzo | sulmonambiente
Uncategorized	Osservazioni del 2 marzo
Sulmona lì 2 marzo 2010
OGGETTO: Osservazioni al progetto per la realizzazione del metanodotto Sulmona-Foligno e di una centrale di compressione e spinta del gas metano in Località Case Pente del Comune di Sulmona (AQ). Procedura V.I.A. nazionale per l’opera: Ulteriore potenziamento importazione dal sud; Metanodotto Sulmona–Foligno DN 1.200 (48”), P=75 bar e centrale di compressione e spinta di Sulmona, con pubblicazioni avvenute nelle date 31.01.2005, 12.10.2006, 18.01.2007, 09.10.2009 e 18.01.2010. Proponente: SNAM Rete Gas S.p.A.
I sottoscritti cittadini, in qualità di rappresentanti del comitato civico denominato “Comitato Salvaguardia Territorio e Salute”, premettono che con precedenti documenti datati 11 marzo 2009 e 15 luglio 2009 hanno trasmesso, alle Autorità in indirizzo, osservazioni al progetto in oggetto e in merito alla richiesta di ottenimento della dichiarazione di pubblica utilità dello stesso. A seguito della documentazione integrativa pubblicata in data 18.01.2010, con la presente confermano la validità delle precedenti osservazioni trasmesse e le ripropongono con ulteriori elementi.
1 – VIZI DI PROCEDURA
Nella documentazione per la valutazione di Impatto Ambientale presentata dalla Snam rete gas si legge che il progetto “metanodotto Sulmona–Foligno e centrale di compressione del gas di Sulmona”, fa parte di una più ampia dorsale, denominata “Rete Adriatica” che si snoderà dal Sud Italia (Massafra –TA) fino al Centro Nord (Minerbio –BO). Le strutture della Rete Adriatica, secondo il progetto Snam, hanno il compito di garantire il trasporto dei volumi di gas attualmente immessi dai punti di entrata da sud (Mazara del Vallo, interconnesso con l’Algeria e Gela, interconnesso con la Libia) e, inoltre, lo sviluppo delle capacità di trasporto da questi punti di entrata e da altri che dovessero svilupparsi nel Sud Italia. In particolare, nel documento SPC. LA.E.83011, vengono elencati i seguenti lotti funzionali:
Metanodotto Massafra – Biccari – DN 1200 (48’’), lungo 194,7 km;
Metanodotto Biccari – Campochiaro – DN 1200 (48’’), lungo 70,6 km;
Metanodotto Sulmona – Foligno – DN 1200 (48’’), lungo 167,7 km;
Metanodotto Foligno – Sestino – DN 1200 (48’’), lungo 113,8 km;
Metanodotto Sestino – Minerbio – DN 1200 (48’’), lungo 142,6 km;
Da quanto precede, è lecito ritenere il lotto “metanodotto Sulmona-Foligno” come un progetto funzionale al piano o programma denominato “Rete Adriatica” ricompreso nel piano energetico nazionale.
Orbene, ai sensi della normativa di legge in materia, sia Comunitaria (Direttiva 42/2001 CE) che Nazionale, D.Lgs.152/2006, ora D.Lgs. 4/2008 i piani e i programmi che possono avere impatti significativi sull’ambiente e sul patrimonio culturale sono sottoposti a Valutazione Ambientale Strategica (VAS) e, secondo i sottoscritti, il piano o programma in questione rientra a pieno titolo in detta fattispecie.
Quanto premesso per osservare che l’iter procedurale sin qui condotto viola esplicite normative di legge, per non aver eseguito la necessaria Valutazione Ambientale Strategica che avrebbe dovuto precedere e inglobare la Valutazione di Impatto Ambientale attualmente in corso.
La mancanza della procedura VAS è stata già osservata, al momento delle precedenti pubblicazioni del progetto in oggetto e, in merito, la Snam rete gas controdeduce ritenendo di non avere alcun obbligo normativo, poiché la data di presentazione del progetto (30.01.2005) è antecedente al recepimento della direttiva comunitaria sulla VAS, avvenuta con il D.Lgs. 152/2006 e poiché la Snam stessa non è qualificabile quale “autorità” ma quale persona giuridica privata.
Nel merito facciamo presente che la Direttiva 42/2001 CE, entrata in vigore il 21 luglio 2001, stabilisce, all’art.1, che, sulla base delle politiche e delle azioni comunitarie dirette a promuovere lo sviluppo sostenibile, deve essere obbligatoriamente garantita l’integrazione di considerazioni ambientali all’atto dell’elaborazione e dell’adozione di piani e programmi suscettibili di avere un impatto significativo nell’ambiente, al fine di assicurarne una valutazione ambientale efficace.
Il procedimento VAS va condotto in concertazione con le Autorità con competenza ambientale (ACA) e con il pubblico e, sulla base di uno specifico studio (Rapporto Ambientale), ha lo scopo di fornire i criteri per la scelta della strategia più sostenibile per l’ambiente, in seguito alla valutazione di tutte le strategie possibili e le ragionevoli alternative effettuata comparando gli obiettivi di sviluppo del piano o programma con gli effetti significativi, singoli e cumulativi che l’attuazione dello stesso potrebbe avere sull’ambiente.
I piani e i programmi che rientrano nell’ambito temporale di applicazione della procedura VAS sono regolati dall’art. 13 comma 3 della Direttiva 42/2001 CE, in base al quale l’obbligo di applicazione della VAS si riferisce ai piani e programmi il cui primo atto preparatorio formale è successivo alla data del 21 luglio 2004.
I piani e i programmi il cui primo atto preparatorio formale è precedente a tale data e che sono stati approvati o sottoposti all’iter legislativo più di ventiquattro mesi dopo la stessa data sono soggetti all’obbligo di cui all’articolo 4, paragrafo 1, a meno che gli Stati membri decidano caso per caso che ciò non è possibile, informando il pubblico di tale decisione.
Nelle Linee Guida all’attuazione della direttiva, elaborate dalla Commissione Europea, si chiarisce che la seconda frase dell’articolo 13, paragrafo 3 è volta a garantire che una valutazione ambientale conforme alla direttiva venga normalmente svolta per i piani e i programmi il cui primo atto preparatorio formale è precedente al 21 luglio 2004 ma che non verrà approvato prima del 21 luglio 2006.
In subordine, ammesso e non concesso la non applicabilità della Direttiva 42/2001 CE e restando nell’ambito di applicazione della Normativa invocata dalla Snam, in base alla quale è stata intrapresa la procedura VIA in oggetto (Legge 349/86 – D.P.C.M. 377/88 – D.P.C.M. 27 dicembre 1988), si rappresenta che il D.P.C.M. 377/88, all’art.6, comma 2 recita: “la pronuncia sulla compatibilità ambientale del progetto interviene nel termine di cui al comma 4 dell’art. 6 della Legge 8 luglio 1986, 349, (novanta giorni), al termine del quale la procedura riprende il suo corso” e che il D.P.C.M. 27 dicembre 1988, all’art. 6, comma 4 recita: “ove sia verificata l’incompletezza della documentazione presentata, il Ministero dell’Ambiente provvede a richiedere, possibilmente in unica soluzione, le integrazioni necessarie.Tale richiesta ha effetto di pronuncia interlocutoria negativa”.
Nei fatti, il Ministero dell’Ambiente ha più volte chiesto integrazioni progettuali a cui sono seguite relative nuove pubblicazioni, con relativi avvisi.
Le nuove pubblicazioni, avvenute nelle date 18.01.2007, 09.10.2009 e 18.01.2010, sono successive alla data di recepimento della Direttiva comunitaria avvenuto con il D.Lgs. 152/2006 e D.Lgs.4/2008 pertanto, era ed è necessario, in quanto esplicitamente previsto per legge, inserire il progetto del metanodotto Sulmona – Foligno all’interno di un piano o programma da sottoporre a Valutazione Ambientale Strategica.
In ogni caso, per quanto detto sopra, non può trovare applicazione il comma 2-ter dell’art.35 del D.Lgs. 4/2008.
La differenza sostanziale tra procedura Via e procedura Vas sta nel fatto che, mentre la prima ha per oggetto la valutazione di un progetto aprioristicamente ritenuto valido e unico, sul quale, se non ritenuto inammissibile, si potranno imporre variazioni locali o prescrizioni; la VAS, invece, prende in considerazione un piano o un programma aprioristicamente ritenuto non solo valido, ma anche necessario e durante la procedura, come abbiamo detto partecipata, in seguito alla valutazione e al raffronto di tutte le strategie possibili e tutte le ragionevoli alternative, sarà determinata la scelta della strategia più sostenibile operando la comparazione tra gli obiettivi di sviluppo del piano con gli effetti significativi sull’ambiente.
Questo è l’assunto che ci induce a ritenere inammissibile il metanodotto Sulmona-Foligno così come progettato lungo la dorsale Appenninica.
In riferimento alla seconda parte delle controdeduzioni della Snam, secondo cui la Società stessa non sarebbe obbligata alla VAS in quanto non qualificabile quale “autorità” ma quale persona giuridica privata, si rappresenta che, ai sensi del D.Lgs. 4/2008, la Snam Rete Gas è qualificabile come Proponente, che ai sensi dell’art.5 comma r di detto Decreto è così definito: “soggetto pubblico o privato che elabora il piano, programma o progetto sottoposto alle disposizioni del presente decreto”.
Pertanto è del tutto erronea l’affermazione della Snam rete gas secondo la quale la procedura VAS è di competenza esclusiva di una autorità pubblica procedente.
Nell’Avviso di avvio del procedimento reso pubblico in data 29 maggio 2009, al comma 1), si legge che la Snam Rete Gas S.p.A., in data 8 aprile 2009 ha inoltrato istanza con la quale ha chiesto, all’Ufficio XXI del Ministero dello Sviluppo Economico, che venga rilasciata, ai sensi dell’art. 52 quater comma 4 del D.P.R. 08.06.2001 n.327, la dichiarazione di pubblica utilità del metanodotto Sulmona-Foligno DN 1200 mm (48’’) e centrale di compressione gas di Sulmona, pressione di esercizio 75 bar.
I sottoscritti, con ampie e articolate argomentazioni, con nota raccomandata del 15 luglio 2009, hanno trasmesso osservazioni al procedimento per il rilascio della dichiarazione di pubblica utilità che, con la presente, integralmente confermano.
Inoltre, premesso che tra gli elementi essenziali della dichiarazione di pubblica utilità fondamentale importanza assume l’indicazione dei termini per l’inizio e per l’ultimazione dei lavori e della procedura espropriativa, imponendo la conclusione della stessa entro un termine prefissato, dimostrando così l’attualità, la concretezza e la serietà dell’interesse pubblico. Considerato che ad oggi l’istanza dell’8 aprile non ha avuto risposta, sembrano venir meno i presupposti stessi per l’ottenimento della pronuncia.
Si richiama la norma di legge di riferimento, D.P.R. 8 giugno 2001, n 327 – art.52 quater, comma 4: “qualora la dichiarazione di pubblica utilità consegua a un procedimento specificatamente instaurato per tale fine con atto propulsivo del beneficiario o promotore dell’espropriazione, il termine entro il quale deve concludersi il relativo procedimento è di sei mesi dal ricevimento dell’istanza”.
Nel merito, per quanto riguarda l’opportunità del rilascio della dichiarazione di pubblica utilità, appare doveroso rilevare che, stando ai dati relativi ai consumi nazionali degli ultimi anni, non si è registrato alcun sensibile aumento del consumo di gas metano quanto, semmai, un decremento. Pertanto, sullo sfondo dell’iniziativa intrapresa dalla Snam rete gas s’intravede più che una necessità strategica di rilevanza pubblica, l’intento di rendere l’Italia un mero luogo di transito per la ridistribuzione del gas nel Nord Europa. Ciò posto, appare evidente il venir meno della ratio della dichiarazione di pubblica utilità dell’opera in quanto le popolazioni del territorio attraversato dal tracciato, oltre a non trarre alcun giovamento diretto dalla realizzazione e dall’entrata in funzione dell’opera, saranno esclusivamente oggetto passivo di servitù e disagi ambientali. Peraltro l’asserita finalità addotta dalla Snam, secondo la quale il metanodotto servirebbe anche per “potenziare localmente le reti esistenti” appare poco credibile, sia perché dichiarata a posteriori, sia perché non trova rispondenza con le reali esigenze del territorio, già adeguatamente coperto dal servizio di distribuzione del gas.
La centrale di compressione del gas proposta dalla SNAM Rete Gas interessa un’area limitrofa e circondata da ben quattro zone speciali di conservazione (tre siti di importanza comunitaria e una zona di protezione speciale) facenti parte della Rete Natura 2000. Più precisamente, la zona è limitrofa ai SIC IT 7140203 denominato “Maiella”, IT 7110204, “Maiella Sud Ovest” e IT 7110100 “Monte Genzana”, ai sensi del Decreto 25 marzo 2004 del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Elenco dei siti di importanza comunitaria per la regione biogeografica alpina in Italia individuati ai sensi della Direttiva 92/43/CEE “Habitat”, oltre che limitrofa alla ZPS IT7140129 “Parco Nazionale della Maiella”, ai sensi del Decreto 5 luglio 2007 del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio, Elenco delle zone di protezione speciale (ZPS) classificate ai sensi della direttiva 79/409/CEE “Uccelli”.
Il metanodotto Sulmona Foligno si snoda lungo un tracciato che interferisce con il territorio di tre Parchi Nazionali (Majella, Gran Sasso – Laga, Sibillini) un Parco Regionale (Sirente-Velino) e decine di aree di natura 2000 (SIC, ZPS e Oasi naturali).
I sottoscritti non intendono in questa sede entrare nel merito menzionando il valore e l’importanza naturalistica delle aree poste nelle vicinanze del sito della centrale (nelle quali si registrano specie prioritarie ai sensi delle Direttive 79/409/CEE “Uccelli” e 92/43/CEE “Habitat”, con un trend europeo negativo) anche se la motivazione di non incidenza dedotta dalla Snam sembra alquanto semplicistica e non soddisfacente. Ciò anche in considerazione del fatto che l’esigua distanza del sito della centrale alle aree protette non è poi tanta se rapportata all’oggetto di tutela (habitat naturali e uccelli) e potrebbe non essere sufficiente a proteggere gli stessi dalle ripercussioni negative dovute alle emissione di inquinanti atmosferici, alle onde sonore o alla perturbazione luminosa notturna. Inoltre, il tracciato del metanodotto corre in adiacenza con svariate aree protette e alcune le percorre, interferendo pesantemente con le specie e gli habitat in esse presenti.
Si vuole richiamare l’attenzione delle Autorità competenti in indirizzo sulla modalità fin qui seguita per la procedura della Valutazione di Incidenza, condotta senza aver sentito il parere degli enti gestori delle aree protette, nonostante la richiesta per l’attivazione corretta della procedura avanzata dall’Associazione Culturale Sulmona Giovani, trasmessa al Ministero dell’Ambiente e alla Regione Abruzzo con lettera raccomandata sin dal 18.02.2008 e di cui si attende ancora risposta.
Il Decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, recante norme in materia ambientale, così come modificato dal Decreto legislativo 16 gennaio 2008, n. 4 prevede, all’art. 10, comma 3, che la VIA debba comprendere la procedura per la Valutazione di Incidenza (il SIA della Snam ingloba detta valutazione), ma la procedura inerente la Valutazione di incidenza ai sensi D.P.R. 8 settembre 1997, n.357. “Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche”, così come modificato dal D.P.R. 12 marzo 2003, n.120, prevede esplicitamente, all’art. 5 comma 7, che detta valutazione è effettuata “sentito” il parere dell’ente gestore dell’area protetta (se la stessa è a carattere nazionale).
Come è noto la Direttiva 92/4/CEE così come la normativa italiana di recepimento stabilisce che qualsiasi progetto che possa avere incidenze significative sulle aree della rete Natura 2000, deve essere sottoposto a valutazione di Incidenza.
Quindi la norma è valida e applicabile anche a interventi non ricadenti all’interno dell’area protetta ma suscettibili di avere interferenza con l’area protetta stessa.
Infine si evidenzia che eventuali provvedimenti amministrativi di approvazione adottati senza la prevista procedura di VAS, ove prescritta, o senza la Valutazione di incidenza ove prevista ai sensi del D.P.R. 357/97, sono annullabili per violazione di legge.
2. ALTERNATIVE DI PROGETTO
Il progetto in questione, denominato “Rete Adriatica“, è nato al fine di realizzare il raddoppio delle infrastrutture di trasporto gas, lungo il versante adriatico del territorio nazionale. E ciò, secondo l’intento dichiarato dalla Snam Rete Gas, in analogia con quanto già realizzato lungo il versante tirrenico della penisola, dove corrono parallelamente due infrastrutture di trasporto del gas.
Il criterio di duplicare i metanodotti esistenti, che ha alla base una logica di minimizzazione degli impatti, ha costituito finora la linea di riferimento per le scelte progettuali della Snam in merito all’individuazione dei tracciati.
Pertanto, proprio per tali ragioni, non può che lasciare fortemente sorpresi e perplessi la decisione della Snam di deviare verso la dorsale appenninica il percorso della “Rete Adriatica”.
Ciò sia perché da un lato non appaiono sufficientemente motivate le argomentazioni che conducono a tale decisione sia perché contraddicono apertamente le scelte operative della Snam; vedasi ad esempio il tracciato del raddoppio Sulmona-Oricola, la cui scelta è motivata con la necessità di “minimizzare l’impatto sul territorio scegliendo un tracciato il più possibile parallelo a quello del metanodotto esistente “. (S.I.A. Sulmona –Oricola, SPC-LA-E-83011 pag. 5 di 18).
Dopo aver enunciato questa impostazione logica, con la “Rete Adriatica” la Snam abbandona invece questo criterio progettuale, scegliendo una strada diametralmente opposta. (Vedasi Allegato n.1)
Tale scelta viene giustificata “a posteriori“ adducendo, come motivazione, presunte criticità insuperabili sotto l’aspetto tecnico (area di Biccari), che però non sono suffragate dai necessari studi, e producendo alternative sommarie ed artificiose, subito liquidate come non perseguibili, al solo fine di avvalorare la soluzione adottata.
Ma proprio scegliendo la dorsale appenninica, il tracciato si scontra invece con criticità sicuramente non esistenti lungo il versante adriatico e tali da far definire dalla stessa Snam il metanodotto Sulmona-Foligno come “uno dei tratti più sensibili dell’intero progetto“ (SPC-LA-E 83053 pag. 14 di 18).
Infatti il metanodotto in oggetto è quello che maggiormente interferisce sia con la presenza di aree boschive che con numerose aree naturali protette, Parchi Nazionali e Regionali, S.I.C. e Z.P.S. (Vedasi Allegato n.2)
Inoltre diffuse criticità riguardanti il rischio idrogeologico sono presenti lungo la dorsale appenninica interessata dal tracciato (è sufficiente consultare il Piano di Assetto Idrogeologico della Regione Abruzzo per averne conferma).
Sembra paradossale, ma tutte le caratteristiche limitanti sopra menzionate rientrano tra gli aspetti che la Snam asserisce di aver tenuto presente nella individuazione dei corridoi di passaggio del metanodotto. È inoltre sorprendente che tra le criticità prese in esame non figuri affatto il rischio sismico, sicuramente molto più elevato lungo l’Appennino che sulla costa adriatica. Va anche osservato che le criticità geologiche richiamate dalla Snam lungo il versante adriatico, non sono state tali da impedire la realizzazione del primo metanodotto.
Concludendo, per le motivazioni suddette, non può essere considerato esaustivo lo studio delle alternative trattate nel SIA 2005 e quelle trattate nelle integrazioni 2010, peraltro tra loro contraddittorie.
Nel 2005 viene citata infatti una alternativa di tracciato (SPC-LA-E-83010, a pag. 92 di 374 di), che a detta della stessa Snam non mostra particolari criticità dal punto di vista tecnico-operativo; ma questa soluzione, stranamente, non viene più presa in considerazione nelle integrazioni 2010.
Ciò dimostra come la scelta di dirottare la “Rete Adriatica” lungo l’Appennino non è adeguatamente motivata sotto l’aspetto tecnico, presentando in questo modo una forte connotazione di arbitrarietà; e dimostra nello stesso tempo l’approssimazione con la quale è stato effettuato lo studio delle alternative di tracciato, che pertanto non può considerarsi assolutamente esaustivo. CENTRALE DI COMPRESSIONE
Lo Studio di Impatto Ambientale prodotto dalla Snam nel 2005 cita testualmente:
In merito a tali considerazioni, è singolare e oltremodo discutibile la perentorietà con la quale la Snam esclude a priori qualsiasi alternativa di localizzazione. Si ricorda in proposito che la normativa di legge in materia prevede espressamente che lo Studio di Impatto Ambientale (S.I.A.) contenga una descrizione delle principali e ragionevoli alternative prese in esame dal proponente, e la loro comparazione con il progetto presentato.
Fermo restando che una diversa scelta di tracciato indurrebbe automaticamente la delocalizzazione della centrale, Snam Rete Gas non fornisce dimostrazioni convincenti circa la inevitabilità della localizzazione della centrale di compressione a Sulmona.
Solo successivamente, e precisamente nel giugno 2009, in seguito alla delibera del Consiglio Comunale n. 7/c del 23.02.2009 ed alle osservazioni inviate dal nostro comitato, la Snam si decide ad effettuare uno studio delle possibili alternative di localizzazione della centrale. Ma anzichè studiarle contestualmente alle alternative di tracciato del metanodotto, si limita a considerare, peraltro in maniera molto sommaria, siti ricadenti unicamente all’interno del territorio comunale di Sulmona. La qual cosa contraddice apertamente il deliberato del Comune di Sulmona, che aveva ed ha escluso la localizzazione della centrale non solo nel sito di Case Pente, ma sull’intero territorio comunale. Va aggiunto che, in merito alle possibili alternative di localizzazione della centrale, in occasione dell’incontro pubblico svoltosi a Sulmona il 13/02/2009, il Project Manager della Snam, ing. Carlo Vescovo, sostenne che, qualora non fosse stato possibile realizzare la centrale di compressione a Sulmona, si sarebbe dovuta prendere in considerazione la soluzione di costruire due centrali più piccole, “una un pò prima e una un po’ dopo” . Pertanto, dall’incontro suddetto con i tecnici della Snam è emerso che la mancata costruzione della centrale a Sulmona non comprometterebbe la finalità complessiva del progetto, che è quella di realizzare un’opera per il trasporto del metano , rappresentata dal metanodotto di cui trattasi. Quindi i tecnici della Snam hanno ammesso che soluzioni alternative sono possibili. E d’altronde, è impossibile immaginare che un progetto ritenuto così importante quale il metanodotto non preveda alternative di tracciato e di posizionamento della centrale di spinta. Ciò lo renderebbe così vulnerabile da inficiare le finalità complessive di tutto il progetto di “trasporto del gas “ e questo non è assolutamente credibile.
Per quanto sopra osservato lo studio di impatto ambientale, non prevedendo serie e approfondite alternative progettuali di localizzazione, è in evidente contrasto con le normative di legge in materia.
3 – CONCOMITANZA CON ALTRI PROGETTI
A tal proposito il Ministero dell’Ambiente, con esplicita richiesta integrativa del 16/11/2009, chiede alla Snam se nell’area di costruzione della centrale siano previsti altri interventi in grado di creare effetti cumulativi. La risposta è la seguente: “all’atto dell’istanza non si era a conoscenza di altri progetti limitrofi all’area di centrale;alla data odierna non risultano approvati interventi di terzi in loco”.
Va sottolineato che, se è vero che all’atto dell’istanza non era nota la presentazione di altri progetti in loco, è vero invece che alla data di richiesta delle ultime integrazioni, le proposte progettuali presentate nella località Case Pente e agli atti delle Autorità competenti erano le seguenti:
1. SNAM Rete Gas: centrale di compressione Gas, procedura VIA, pubblicazione: 31.01.2005;
2. TOTO Group: permesso di ricerca di sostanze minerarie a fini estrattivi (area di cava 400 ettari) e trasformazione dei minerali (con cementeria nella stessa area). Istanza presentata l’8.11.2006 al Comune di Sulmona;
3. LAFARGE Cementi: apertura di una cava di materiale calcareo, procedura VIA Regionale, pubblicazione: 01.07.2008;
4. TRONCA s.r.l: prosecuzione di una cava interrotta, procedura di Verifica Regionale di Assoggettabilità, pubblicazione:29.08.2008.
Oltre a questi interventi, le cui informazioni erano facilmente reperibili dal sito internet della Regione Abruzzo, è da rimarcare che la Snam Rete Gas omette di citare un intervento da essa stessa proposto e assentito con pronuncia di compatibilità ambientale rilasciata dal Ministero dell’Ambiente in data 22.01.2009, e cioè il metanodotto Sulmona-Oricola, con innesto alla centrale di compressione e spinta.
I sottoscritti ritengono doveroso far presente che, oltre agli effetti negativi sulla salute, sul paesaggio e sull’ambiente, la realizzazione della centrale in località Case Pente potrebbe aprire le porte ad altri insediamenti e attività insalubri e trasformare quindi l’intera area in un nuovo nucleo industriale che imporrebbe un modello di sviluppo completamente estraneo al tessuto produttivo e alla vocazione naturale di un territorio che è situato al centro del sistema dei Parchi della Regione Abruzzo e vede la presenza di ben 7 “borghi più belli d’Italia” (tra cui Pacentro, che sarebbe a diretto contatto visivo con questa località) sul totale dei 17 riconosciuti nella nostra Regione.
Solo successivamente, in data 11/04/2008, la Snam invia le risultanze della campagna di monitoraggio invernale.
Il Ministero dell’Ambiente, non ritenendo esaustive le integrazioni Snam del Giugno 2007, richiede nuove integrazioni in data 16/11/2009, fissandone la consegna al 15/01/2010. In data 18/01/2010 Snam Rete Gas trasmette le integrazioni richieste sia in relazione alla centrale di compressione che al metanodotto. Tali integrazioni riguardano molteplici argomenti, tra i quali gli aspetti legati alla sismicità dell’area, alla ricaduta degli inquinanti, alle alternative progettuali e a molti altri aspetti legati all’impatto sull’ambiente.
Verificando sia la documentazione iniziale del Gennaio 2005 che quella integrativa inviata dalla SNAM a più riprese, si evidenzia che i dati statistici introdotti nel modello di simulazione utilizzato si riferiscono a quattro siti di cui tre individuati in Avezzano, Campo Imperatore e Pescara e uno posto a una distanza di circa 8 Km da Sulmona (altezza 800 m. s.l.m. rispetto ai 400 m. circa di Sulmona ).
Si richiama in proposito quanto affermato nel documento elaborato e firmato da circa 200 tra medici e operatori sanitari del Comprensorio in merito ad un specifico fattore di vulnerabilità caratteristico di Valli come la Conca Peligna. Nel documento, indirizzato in primo luogo agli amministratori pubblici ai vari livelli e diffuso ai cittadini attraverso i mezzi di informazione, si afferma:
In realtà le centrali alimentate a gas metano oltre a monossido di carbonio (CO) e ossidi di azoto (NOx), producono anidride carbonica e polveri sottili; se poi consideriamo che il gas naturale non è mai puro al 100% ma presenta delle impurità (circa il 3%), ci si può attendere che dalle centrali alimentate a gas metano fuoriescano anche altri prodotti inquinanti (di solito ossido di zolfo), anche se in piccole quantità. Inoltre, le perdite fisiologiche di gas dalle valvole e le periodiche operazioni di manutenzione disperdono nell’aria una imprecisata quantità di gas naturale che, come risaputo, è circa 20 volte più inquinante dell’anidride carbonica, principale responsabile dell’effetto serra.
La campagna di monitoraggio della qualità dell’aria effettuato dall’Istituto di ricerca CSA di Rimini su commissione della SNAM Rete gas, (in particolare quella relativa al periodo invernale), in un sito di monitoraggio pressochè equidistante dall’area della centrale e dal centro storico di Sulmona, ha fatto registrare valori per il parametro PM10 (polveri sottili) e per il parametro Benzo(a)pirene assai poco rassicuranti, in alcune misure al di sopra dei limiti di legge. La Snam afferma , in base ai dati delle campagne di monitoraggio suddette, che l’area non presenta particolari criticità; la relazione predisposta attribuisce l’elevato valore dei suddetti parametri al traffico veicolare e alla produzione industriale dell’area limitrofa. Tali affermazioni non risultano suffragate dalle realtà di fatto, essendo la zona interessata da una irrilevante attività industriale e da un modesto traffico veicolare. In realtà tale anomala concentrazione di inquinanti non può che essere attribuita alla particolare situazioni orografica e meteoclimatica della Valle Peligna come sopra meglio descritto.
Per quel che riguarda i contenuti del PRQA della Regione Abruzzo, la Snam si limita a sottolineare l’adozione di turbine a gas di ultima generazione, sostenendo in questo modo di aver soddisfatto gli obblighi imposti da tale piano. Vogliamo sottolineare che invece lo spirito del Piano Regionale di risanamento della Qualità dell’Aria è quello di migliorare le condizioni di criticità esistenti con opportuni “ piani di rientro “ rispetto alla situazione riscontrata ( D.M. 60 del 02/04/2002 ).
Pertanto, prima di procedere all’installazione di nuovi impianti, occorre approfondire le criticità emerse e predisporre piani finalizzati al risanamento atmosferico, che risulta assolutamente necessario in base alle considerazioni di seguito esposte.
In tale contesto, se è vero che la ricaduta degli inquinanti relativi alla centrale calcolata dalla SNAM, i cui valori sono condizionati dai dati di base introdotti nel modello di simulazione, sono al di sotto dei valori ammessi, non è assolutamente dimostrato, anzi è vero il contrario, che le concentrazioni finali (inquinanti emessi + inquinanti esistenti), non superino la soglia attualmente in vigore; ciò anche in considerazione del fatto che gli organismi mondiali ed europei di sanità stanno rivedendo al ribasso questi valori di soglia. In particolare per quanto riguarda le PM10, sia l’Organizzazione mondiale della sanità che l’Unione Europea hanno chiesto di portare i valori di soglia a standard molto più bassi di quelli oggi applicati. La stessa legislazione Italiana, (D.M.A n.60 del 2 aprile 2002), stabilisce che a partire dal 1 gennaio 2010 il valore limite annuale per la protezione della salute umana passa da 40 a 20 microgrammi/metro cubo. Lo stesso DM 60/2002 stabilisce che il valore limite giornaliero di 50 microgrammi/metro cubo, a partire dal 1 gennaio 2010, non può essere superato più di 7 volte l’anno. Esaminando i dati forniti dalla Snam e relativi al monitoraggio del periodo invernale ante operam, protrattosi per soli 15 giorni, il valore di soglia giornaliero per quanto riguarda le PM 10 è stato superato una volta mentre per altre 3 volte è stato registrato un valore molto prossimo al valore di soglia. E’ quindi altamente probabile che nel periodo di osservazione di un anno, vengano superati i limiti imposti dal DM suddetto; ciò senza tener conto dell’apporto delle emissioni della centrale di compressione.
Sulla base delle considerazioni esposte si ritiene che la valutazione di Impatto ambientale non possa giungere a conclusione se non prima di aver effettuato più approfondite verifiche in merito allo stato della qualità dell’aria. 5 – RISCHIO SISMICO
Il metanodotto in progetto Sulmona-Foligno si snoda lungo le depressioni tettoniche interne dell’Appennino centrale, storicamente interessato da un notevole tasso di sismicità che si manifesta con eventi anche di magnitudo elevata.
Nel tratto che interessa l’Abruzzo, il Lazio, l’Umbria e le Marche, su ventotto località appenniniche attraversate, 14 sono classificate in zona sismica 1 e 14 in zona sismica 2.
Molte località in cui dovrebbe insistere il metanodotto sono proprio quelle più colpite dal disastroso terremoto del 6 aprile scorso: L’Aquila, Pizzoli, Barete, Barisciano, Poggio Picenze, San Demetrio ne’ Vestini, Fagnano Alto, Prata d’Ansidonia, San Pio delle Camere, Navelli, Caporciano, Popoli.
Nella Valle Peligna, zona sismica di 1° grado, il metanodotto correrebbe lungo la faglia attiva del Monte Morrone, interessando i comuni di Sulmona, Pacentro, Pratola Peligna, Corfinio e Roccacasale. La prevista centrale di compressione e spinta della Snam è molto vicina all’epicentro del terremoto (tra Sulmona e Cansano) che ha interessato il nostro territorio alla fine del mese di marzo 2009. Anche nel tratto umbro e marchigiano sono interessate località coinvolte nel sisma di 12 anni fa. Il tracciato abruzzese del metanodotto, sovrapposto alla carta neotettonica dell’Abruzzo, mette in evidenza che la condotta –che ha una lunghezza complessiva di circa 167 Km.-, corre parallelamente e talvolta interseca le linee di faglia attive. Partendo dalla centrale di Sulmona, il metanodotto passa lungo le faglie di: Sulmona, Media Valle Aterno, Aquilano, Monte Pettino, Pizzoli, Montereale. (Vedasi Allegato n.3)
Il territorio della provincia aquilana è stato interessato in tempi storici da una diffusa e frequente attività sismica ( basti ricordare i terremoti del 1349, 1461, 1703, 1706, 1915 ) legata ad un campo di sforzi tettonici ancora attivo, la cui massima intensità osservata è pari all’XI grado MCS, mentre la magnitudo è circa 7,0.
L’elevato grado di sismicità è naturalmente legato alla presenza di strutture sismogenetiche note da tempo. A partire dagli anni ’70 del secolo scorso, infatti, indagini geologico-strutturali, geomorfologiche e paleosismologiche, hanno accertato la presenza, nel territorio della Provincia dell’Aquila, di numerose faglie attive durante l’Olocene ed il periodo storico. L’attività sismica, caratterizzata da meccanismi focali di tipo distensivo, con asse di massima distensione in direzione NE-SW, è concentrata ad una profondità variabile dai 5 ai 18 Km.
Lo studio del danneggiamento indotto dagli importanti terremoti storici citati in precedenza, mette in evidenza l’elevato carattere distruttivo della sismicità abruzzese ed evidenzia (terremoti dell’Aquila del 1349/1703 e terremoti che hanno interessato la città di Sulmona nel 1349/1706) lo stretto legame di correlazione in termini di effetti e tempi di ritorno.
Si ricorda in proposito, che il Gruppo nazionale per la difesa dai terremoti (GNDT) ha elaborato le mappe della pericolosità sismica in Italia, riferendo i due indicatori di pericolosità (Accelerazione orizzontale di picco e Intensità macrosismica) ad un tempo di ritorno di 475 anni, corrispondente ad una probabilità del 10% in 50 anni. Si tratta di una scelta convenzionalmente usata in tutto il Mondo ed in particolare è il valore di riferimento per l’Eurocodice sismico.
Non corrisponde né al massimo valore possibile per la Regione, né al massimo valore osservato storicamente, ma costituisce tuttavia una valida indicazione sull’indice di probabilità del verificarsi di un evento sismico disastroso, ed una sufficiente ragione per affermare che il complesso dell’opera (metanodotto e centrale di compressione) insiste su territori ad elevatissimo grado di sismicità.
Il valore degli studi sulla pericolosità sismica di un territorio rappresenta un elemento insostituibile per la pianificazione degli interventi di realizzazione delle infrastrutture perché rivestono un ruolo preventivo nell’ottica di mitigare gli effetti dei terremoti. Agire in deroga a queste informazioni può avere effetti disastrosi.
Un metanodotto e una centrale di compressione, pensati in un territorio altamente a rischio, caratterizzato da eventi sismici frequenti, con magnitudo massima attesa di 7,0 Mw della scala Richter, suscita negli scriventi enormi perplessità anzitutto in merito alla incolumità pubblica.
E’ bene ricordare che in occasione di un terremoto con magnitudo > 6, la dislocazione, dalla profondità ipocentrale dove si ha la rottura (5-18 Km.), si propaga verso la superficie tagliando di netto la superficie topografica e qualsiasi elemento naturale ed antropico posto in corrispondenza della sua emergenza superficiale. La velocità di propagazione della rottura (circa 1500 m/s) non consente a nessun manufatto di opporre sufficiente resistenza al taglio, provocandone sempre la distruzione. La problematica relativa alla pericolosità della rottura di faglia in superficie è stata riconosciuta, per la prima volta in Italia, a seguito del terremoto di San Giuliano di Puglia del 31 ottobre 2002, con Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3274 in data 20 marzo 2003. Tale problematica, contrariamente a quanto avviene in altre Nazioni, è stata poi colpevolmente attenuata con successive ordinanze e non viene più presa in considerazione nelle normativa tecnica approvata con D.M. del 14 gennaio 2008. In conclusione, secondo le attuali norme tecniche sulle costruzioni, un progetto d’intervento in zona sismica deve tener conto solo dello scuotimento che avviene attraverso una accelerazione al suolo assegnata in funzione della zonazione sismica di cui all’Ordinanza 3274, e non della pericolosità legata alle rotture di faglia in superficie, le cui azioni di taglio non trovano ostacolo alcuno, sia naturale che antropico.
Relativamente a tali contenuti, la preoccupazione risulta ancora più evidente se ci si confronta con altre Nazioni a rischio sismico analogo o inferiore a quello presente in Italia e che da tempo hanno preso in considerazione la pericolosità che deriva dal costruire in prossimità di faglie attive, con adeguate normative. Ad esempio lo Stato della California ha già dal 1972 normato con la legge Alquist-Priolo e così anche diversi Paesi europei tra cui la Francia che, nonostante abbia un rischio sismico inferiore al nostro paese, ha tutelato i propri cittadini, attraverso il decreto del 9705/97 in applicazione della legge n. 95-101 con le regole PS 92, vietando espressamente di costruire al disopra o in prossimità di faglie attive, e prevedendo l’individuazione e la regolamentazione delle fasce di rispetto.
Senza entrare nel merito delle valutazioni effettuate dalla Snam a riguardo sia della centrale di compressione che del metanodotto, prodotte nel SIA del 2005 e nelle successive integrazioni, si sottolinea tuttavia che i dati in base ai quali vengono effettuate le verifiche, sono desunti dalla sismicità storica. Per quello che riguarda la Valle Peligna, analizzando i dati relativi alla sismicità storica, riportati nel documento della Snam (SPC.LA-E-83010, da pag. 275 a pag. 278), gli unici terremoti di forte intensità risultanti per l’area in esame sarebbero quelli del 03.11.1706 e del 26.09. 1933, con interessamento della faglia della Maiella.
Considerato che, come sostenuto dalla stessa SNAM (Documento SPC.LA-E-83049, pag 43 di 65), il sistema di faglie del monte Morrone non presenta attività da almeno 1800 anni, c’è da ritenere che il notevole lasso di tempo trascorso abbia determinato un notevole accumulo di energia che, al momento del rilascio, potrebbe indurre sollecitazioni superiori a quelle prese a base per il calcolo.
Per quanto sopra, considerato che il complesso dell’opera insiste su territori a elevatissimo grado di sismicità, nei quali la caratteristica del sottosuolo, costituito da sedimenti di tipo detritico-alluvionale (per di più saturi di acqua), amplificherebbe notevolmente gli effetti di un eventuale e molto probabile sisma, è evidente che eventuali incidenti connessi con il verificarsi di eventi sismici avrebbero conseguenze a dir poco disastrose per l’intero territorio e per la salute umana, soprattutto in considerazione della pericolosità del prodotto trasportato. La recente esplosione avvenuta l’11 febbraio scorso a Tarsia, in Calabria, di un metanodotto della Snam rete gas, connesso ad una centrale di compressione, è la riprova che, anche al di là di una relazione con il rischio sismico, incidenti rilevanti non possono essere aprioristicamente esclusi.
Ciò è in contrasto con il principio di precauzione, sancito dall’art 174 del trattato istitutivo della Comunità Europea e recepito nella legislazione italiana dal D.Lgs. 152/06. Uno degli elementi su cui si fonda tale principio, e per cui è opportuno applicarlo, è proprio relativo alla mancanza di certezze scientifiche che permettano di escludere ragionevolmente rischi di danno grave o irreversibile.
Ciò posto, appare evidente come l’elevata criticità delle aree interessate dal metanodotto e dalla centrale di compressione debba indurre la SNAM a desistere dalla realizzazione dell’opera in oggetto, visto il grave rischio connesso con l’ opera stessa ed il conseguente potenziale pericolo per le popolazioni residenti.
6 – INTERFERENZE SULL’ASSETTO IDROGEOLOGICO
La particolare delicatezza di gran parte del territorio peligno interessato dal tracciato del metanodotto e dal sito della centrale di compressione è riconosciuta e perciò tutelata anche dalle norme tecniche del Piano Regolatore Generale di Sulmona che la classificano come “zona agricola di rispetto idrogeologico” e che, conseguentemente, dettano prescrizioni specifiche per la salvaguardia del regime idrico esistente.
In particolare, dalla frazione Marane di Sulmona, fino alla Frazione di Bagnaturo, il metanodotto attraverserebbe una zona ricchissima di sorgenti e terreni con falda acquifera superficiale; nella zona denominata Paludi la falda acquifera è praticamente affiorante.
Un’opera di grande impatto qual è il metanodotto (per la cui posa è previsto uno scavo profondo 5 metri) sconvolgerebbe l’assetto idrogeologico dell’area, provocando danni irreversibili al territorio e all’economia locale. Gran parte dei terreni attraversati dal metanodotto sono sottoposti a vincolo idrogeologico e il rischio di alterare la falda idrica è molto elevato. Ciò potrebbe portare alla scomparsa di diverse sorgenti e comunque alla riduzione, anche notevole, dell’affioramento nelle zone umide, cui verrebbe a mancare l’apporto della circolazione sotterranea dell’acqua. Si può senz’altro affermare che l’area in esame presenta una elevata vulnerabilità nei confronti degli interventi antropici di superficie. (Vedasi Allegato n. 4 – Nota idrogeologica del Geologo Catia DI NISIO).
L’interferenza del metanodotto con il sistema irriguo e con il delicato equilibrio ecologico sarebbe così pesante da provocare danni non soltanto alle moderne opere di irrigazione realizzate in epoca recente dal Consorzio di Bonifica, ma anche alle antiche opere di canalizzazione realizzate nel medioevo dai Celestini della vicina Abbazia fondata da Papa Celestino V, i quali bonificarono la zona non a caso denominata “Paludi”.
Si avrebbero perciò non solo danni all’economia agricola, ma anche al patrimonio storico-culturale e archeologico del nostro territorio.
A tutto ciò vanno sommati i danni che il metanodotto provocherebbe all’ecosistema delle aree attraversate, non solo a causa dei notevoli sbancamenti necessari per la posa dell’infrastruttura, ma anche per l’apertura di nuove strade per portare sui luoghi i grandi macchinari occorrenti per gli scavi.
7 – DANNI ALL’AGRICOLTURA
L’agricoltura della Valle Peligna, già pesantemente penalizzata da un modello di sviluppo industriale che non ha dato i risultati attesi, sottraendo i terreni migliori e lasciando troppo spesso opifici vuoti, riceverebbe un ulteriore grave colpo da opere fortemente invasive quali il metanodotto e la centrale. Tali opere non soltanto sottrarrebbero altro terreno all’attività agricola (12 ettari solo per la centrale) ma imporrebbero anche consistenti limitazioni alle coltivazioni e agli altri usi consentiti dei terreni in base alle vigenti normative urbanistiche.
E’ evidente che le proprietà “tagliate” dal metanodotto, con una servitù di pertinenza di quaranta metri, non potranno più essere utilizzate per le colture migliori e più redditizie, con conseguente sensibile deprezzamento del valore immobiliare dei terreni stessi e perdita netta del reddito dei coltivatori.
A fronte di danni economici tanto rilevanti, appaiono risibili gli indennizzi che verrebbero pagati agli agricoltori, i quali giustamente si oppongono al progetto della Snam, come si evince dalle osservazioni collettive da essi sottoscritte e inviate agli Enti preposti, affinché non venga concessa la dichiarazione di pubblica utilità e venga bocciata l’iniziativa della Snam rete gas.
Va sottolineato che, pressoché ovunque, ad essere interessati dall’attraversamento del metanodotto sono i terreni più fertili. Ciò è particolarmente evidente nell’area Fonte d’Amore-Badia dove tale fertilità è dovuta anche e soprattutto alla abbondante presenza di acqua. Qui, infatti, la falda idrica è a pochissima profondità e sempre qui si registra l’esistenza di numerose sorgenti, alcune delle quali danno origine al Velletta, un corso d’acqua la cui ricca portata consente non soltanto l’irrigazione dei terreni di Sulmona ma anche di quelli di Pratola Peligna e Roccacasale.
Il Velletta confluisce poi nel fiume Sagittario, alimentandone la portata e quindi contribuendo all’irrigazione dei terreni posti fino a valle.
I terreni della zona sono serviti da capillari opere di irrigazione realizzate in epoca recente dal Consorzio di Bonifica, ma anche da antiche opere di canalizzazione realizzate nel medioevo dai Celestini che l’intervento invasivo conseguente alla realizzazione del metanodotto pregiudicherebbe irreversibilmente unitamente al delicato assetto idrogeologico dell’intera area.
8 – CONTRASTO CON GLI STRUMENTI URBANISTICI
Il Consiglio Comunale di Sulmona, invitato espressamente dal Ministero delle Infrastrutture e Trasporti ad esprimersi in merito alla conformità urbanistica, nelle date 23 febbraio 2009, 16 luglio 2009 e 1 marzo 2010 ha deliberato, sempre all’unanimità, il proprio parere contrario alla realizzazione del metanodotto Sulmona–Foligno e della Centrale di compressione del gas.
Negli atti Deliberativi, il Consiglio Comunale sottolinea il valore dell’area interessata dalla centrale di compressione e dal metanodotto, essendo dette aree “a vocazione agricola e costituite da terreni fertili, coltivati prevalentemente a vigneti e frutteti nonché area di alto valore ambientale a ridosso del Parco Nazionale della Majella”. Pertanto il Consiglio Comunale ha espresso parere sfavorevole alla realizzazione del metanodotto e alla centrale di compressione e conseguentemente “la sua contrarietà a che sia modificata l’attuale previsione di destinazione urbanistica dei terreni di cui al richiamato progetto di localizzazione”.
9 – CONTRASTO CON I VINCOLI TERRITORIALI E PAESAGGISTICI
Lo Studio di Impatto Ambientale della Snam (Sintesi non Tecnica pag.7 di 25) descrive le seguenti relazioni tra il progetto della Centrale di compressione e gli strumenti di programmazione territoriale:
se è vero che l’area di sedime della centrale non è compresa nel territorio disciplinato dal Piano Regionale Paesistico, è anche vero che detto Piano in molte occasioni ha manifestato incongruenze nell’analizzare e disciplinare le emergenze paesaggistiche del territorio, tanto che molte incongruenze sono state sanate solo grazie a segnalazioni o osservazioni. E’ comunque significativo far notare come anche i tecnici della Snam, nello Studio di Impatto Ambientale, (pag. 107 di 126) sembrano stupirsi della sufficienza riservata al tema del paesaggio dagli strumenti di pianificazione consultati quando affermano (a pag. 107 di 126): “dall’analisi degli strumenti di pianificazione e programmazione, sia generale che di settore, ai vari livelli regionale, provinciale e locale, emerge con chiarezza che la componente paesaggio non è equiparata alle altre componenti che incidono sulla gestione territoriale: la tematica del paesaggio non viene mai affrontata in maniera estesa e sistematica all’intera geografia, ed è limitata ai soli caratteri naturalistico-ecologici esclusivamente nelle aree protette e sottoposte a regime vincolistico ristretto” e ancora “causa la carenza di studi e strumentazione di pianificazione specifici sul paesaggio……” . Ci auguriamo che il nuovo Piano Regionale Paesistico in corso di elaborazione, (anche in considerazione dei recenti indirizzi regionali in materia di pianificazione per il governo del territorio che impongono maggiore considerazione ai “luoghi” e ai “paesaggi”), possa attribuire a questi beni il valore che meritano e di conseguenza tutelarli.
Sulmona, non solo rientra nel sistema dei centri storici come luogo di rilevante interesse storico-artistico, ma possiede un territorio che è situato al centro del sistema dei Parchi della Regione Abruzzo e fa parte di un comprensorio che vede la presenza di ben 7 “borghi più belli d’Italia” sul totale dei 17 riconosciuti nella nostra Regione!
È vero che il nucleo delle Case Pente è situato al di fuori dell’area di centrale ma è anche vero che dista poco da essa. Per la precisione il cortile antistante il suddetto nucleo immobiliare è separato dal perimetro dell’area della centrale solo dalla larghezza della Strada Provinciale. Ora, considerato che il nucleo abitativo delle Case Pente è stato abitato fino a pochi anni fa e che per il prossimo futuro i proprietari hanno intenzione di ristrutturarlo a fini abitativi o a destinazione compatibile con la zona, ci viene da chiedere: qual è la distanza minima, prevista per legge, che la centrale deve rispettare da detto immobile senza che lo stesso perda irrimediabilmente non solo il valore immobiliare ma anche la possibilità che esso sia abitato?
Il Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale, oltre che tutelare i suoli agricoli, come riportato nello Studio di Impatto Ambientale nel quale si riconosce il contrasto del progetto della centrale con la destinazone di Piano, prescrive anche altre forme di tutela non prese in considerazione dalla Snam. Infatti il Piano Provinciale tutela i corsi d’acqua naturali definendo le aree di protezione idrogeologica, quindi sarebbe stato necessario verificare l’interferenza del progetto con l’area di protezione idrogeologica del torrente Vella. Inoltre il Piano tutela le aree e i siti archeologici e le aree tratturali e le aree contigue ai parchi, inserendole in programmi di sviluppo delle attività culturali indirizzate al turismo. A tal proposito si fa presente che l’area di Case Pente è ricompresa in un complesso archeologico tra i più importanti ed inediti della Valle Peligna, come attestato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo.Infatti la località è interessata dalla presenza di reperti e stratificazioni di notevole interesse archeologico. Durante i lavori per la costruzione della strada Sulmona-Campo di Giove (strada che costeggia il sito della centrale di compressione), vennero alla luce sepolture di epoca italica e romana (A.De Nino 1887). Nella zona fu anche rinvenuta la nota iscrizione detta ”dei callitani”, conservata presso il Museo Archeologico di Sulmona, che testimonia la percorrenza tratturale fin dal 1° sec.a.C. A breve distanza dall’area della centrale è il sito archeologico di S.Angelo in Vetulis, le cui strutture della chiesetta rupestre e i reperti raccolti nell’area, tra cui il sarcofago contenente le spoglie di Numisina, testimoniano la presenza di un insediamento italico-romano. (Vedasi Allegato n.5 – nota prot. 6949 del 28.08.2008 della Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo di Chieti).
Lo sbancamento di terreno per la realizzazione degli enormi piazzali su tre livelli, metterebbe in evidenza le scarpate artificiali, alterando irreversibilmente la morfologia esistente e la lettura della struttura fondiaria del luogo. I volumi alti e modulari dei turbocompressori creerebbero una forte perturbazione del paesaggio e una incidenza dal punto di vista vedutistico non solo per chi passa in zona, ma anche per chi osserva il panorama da Pacentro e da tutti i sentieri montani che aggettano nella porzione di Valle sottostante. Dal Cimitero di Sulmona le vedute panoramiche delle montagne della Majella risulterebbero alquanto compromesse. La manomissione del paesaggio, in un’area che , per altro, è una delle porte di accesso al Parco Nazionale della Majella, avrà ripercussioni negative non solo sull’agricoltura, ma anche sul turismo e sulle attività artigianali e ricettive sorte di recente in zona (agriturismi e ristoranti) e determinerà la perdita del valore immobiliare dei terreni e dei fabbricati della zona circostante.
Per quanto riguarda il metanodotto, è sufficiente riportare i dati forniti dalla Snam rete gas nell’elaborato integrativo trasmesso nel gennaio 2010 (SPC.LA-E-83054 da pag 12 a pag 17 di 263) per evidenziare la valenza paesaggistica e ambientale delle aree interessate dal tracciato:
L’interferenza tra il tracciato della condotta e le aree sottoposte a vincolo idrogeologico si verifica in corrispondenza di 26 successivi tratti, per una lunghezza complessiva di 82,830 km su un totale di 167,70 km;
Il tracciato della condotta interessa aree vincolate di notevole interesse pubblico per uno sviluppo di 23,71 km;
La condotta principale interessa aree contigue ai Parchi Nazionali (Majella, Gran Sasso-Laga e Sibillini) e Regionale (Sirente-Velino) in corrispondenza di cinque successivi tratti per uno sviluppo complessivo di 106, 90 km, pari al 63,36% dello sviluppo complessivo;
Territori coperti da foreste e boschi sono interessati per una lunghezza di 34,42 km, pari al 20,39% della lunghezza totale;
Aree gravate da usi civici sono interessate per una lunghezza di 10,68 km.
Il paesaggio è un bene comune tutelato da leggi specifiche nonché dalla Costituzione Italiana (art.9). La sua tutela ha trovato condivisione tra gli Stati membri del Consiglio d’Europa, i quali, nella consapevolezza che il paesaggio svolge importanti funzioni di interesse generale sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale, oltre che costituire una risorsa favorevole all’attività economica, il 20 ottobre 2000 a Firenze hanno sottoscritto apposita convenzione , denominata “Convenzione Europea del Paesaggio”.
10 – CONTRASTO CON I VINCOLI AMBIENTALI
1. Se da un lato ci resta difficile inquadrare l’importanza del progetto della Snam all’interno degli obiettivi di sviluppo dei settori produttivi trainanti della Regione Abruzzo, dall’altro ci è semplice citare alcuni obiettivi prioritari indicati dal Quadro di Riferimento Regionale che la realizzazione del metanodotto e della della centrale rischia di compromettere, almeno nella località scelta come sito di impianto, a motivo delle caratteristiche ambientali, paesaggistiche, storiche e culturali di tale zona. Infatti il Quadro di Riferimento Regionale ha come primo obiettivo generale la “qualità dell’ambiente”, riconoscendo alle risorse ambientali un ruolo primario sia nell’assetto del territorio che nell’economia regionale e come obiettivo specifico “l’attuazione del progetto APE” (Appennino Parco d’Europa). Il progetto APE prevede come azioni programmatiche principali: la fruizione ecologica e naturalistica, le politiche di sviluppo compatibile che valorizzino i beni culturali, i beni ambientali e il comparto agro-silvo-pastorale. Prevede inoltre, tra le azioni specifiche, la salvaguardia delle aree contigue dei Parchi Nazionali e Regionali, l’individuazione e la tutela dei corridoi biologici, la realizzazione del “corridoio appenninico”, la definizione delle “porte dei parchi”, la creazione di microricettività diffusa, la valorizzazione dei beni culturali minori e delle aree archeologiche, la valorizzazione dell’artigianato, lo sviluppo di una agricoltura tipica, ecc.
Per quanto concerne l’attraversamento del metanodotto nel territorio comunale di Sulmona, occorre sottolineare che da parte di numerosi cittadini sono state segnalate pesanti interferenze del tracciato con zone particolarmente delicate sotto l’aspetto delle testimonianze storiche e dell’equilibrio ecologico, come l’area di Fonte d’Amore e l’Abbazia Celestiniana.
I sottoscritti non intendono in questa sede entrare nel merito menzionando il valore e l’importanza naturalistica delle aree poste nelle vicinanze del sito della centrale (nelle quali si registra specie prioritarie ai sensi delle Direttive 79/409/CEE “Uccelli” e 92/43/CEE “Habitat”, con un trend europeo negativo) anche se la motivazione di non incidenza dedotta dalla Snam sembra alquanto semplicistica e non soddisfacente, considerato che la distanza di due chilometri non è poi tanta se rapportata all’oggetto di tutela (habitat naturali e uccelli) potrebbe non essere sufficiente a proteggere gli stessi dalle emissione di inquinanti atmosferici, dalle onde sonore o dalla perturbazione luminosa notturna.
Nello Studio di Impatto Ambientale del gennaio 2005 (SPC.20-ZA-E-85002, pag 102 di 126) la Snam sostiene che il sito di collocazione della Centrale “esprime una valenza faunistica limitata e pittosto banale” e ancora “non svolge la funzione di corridoio faunistico e non è in questo senso utilizzata né dalle popolazioni di uccelli né dalle popolazioni di mammiferi, rettili o anfibi”.
Nell’aggiornamento del SIA, prodotto nel gennaio 2010 (SPC.00-ZA-E-85525, pag. 42 e seguenti – Risposta al quesito n.23 posto dal Ministero dell’Ambiente) si fa un elenco di specie animali presenti nell’area vasta della centrale di compressione che fanno emergere un ricco quadro faunistico constatato che la stessa Snam lo definisce “non proprio banale”, contraddicendo quanto affermato nello studio precedente.
La Snam sostiene inoltre che “la conduzione non intensiva della campagna coltivata consente un arricchimento faunistico certamente superiore a quanto generalmente possibile in territorio agricolo”.
Nello specifico, il citato documento della Snam, elaborato da Saipem segnala, nell’area vasta della centrale, n.3 specie di pesci, n.4 specie di anfibi, n.6 specie di rettili, n.45 specie di uccelli tra cui 2 specie rare e minacciate di estinzione (Falco pecchiaiolo e Averla piccola) e n.24 specie di mammiferi; ammettendo, tra l’altro che “è possibile che altre specie possano essere aggiunte alla lista con indagini di maggior dettaglio” Già questi dati dovrebbero far riflettere e scongiurare la realizzazione dell’opera in questione, ma vi è di più.
I sottoscritti, dopo consultazione di pubblicazioni tecniche specialistiche, di documentazione allegata al piano del Parco Nazionale della Majella (pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale in data 17.07.2009, nonché da indagini di campo, segnalano nell’area vasta del sito proposto per la realizzazione della centrale le seguenti ulteriori specie:
Uccelli migratori abituali elencati nell’allegato I della Direttiva 79/409/CE
Lanario – Falco biarmicus
Entrambe le specie hanno siti riproduttivi accertati sulle balze del morrone di Pacentro che aggetta sul sito della centrale. Inoltre:
Nibbio Reale – Milvus migrans
Picchio dorso bianco – Dendrocopos leucotos
Balia dal collare – Ficedula albicollis
Gufo reale – Bubo bubo
Succiacapre – Caprimulgus europaeus
Tottavilla – Lullula arborea
Uccelli migratori abituali non elencati nell’allegato I della Direttiva 79/409/CE
Codirossone – Monticola saxatilis
Passera Lagia – Petronia Petronia
Passero solitario – Monticola solitarius
Picchio muraiolo – Tichodroma muraria
Mammiferi elencati nell’allegato II della Direttiva 92/43/CE
Lupo – Canis Lupus
Orso – Ursus arctos
Gatto selvatico – Felix silvestris
Rinolofo Maggiore – Rhinolophus ferrumequinus
Rinolofo Minore – Rhinolophus hipposideros
Vespertillo minore – Miotis blythii
Miniottero – Miniopterus schreibersi
In particolare si rappresenta che l’area in questione è parte di un importantissimo corridoio ecologico per l’orso marsicano con la Riserva del Monte Genzana e con il Parco Nazionale d’Abruzzo.
A proposito dei chirotteri, palesemente trascurati nella checklist presentato dalla Snam, si rappresenta che detta specie è oggetto di studi e ricerche da parte del Parco Nazionale della Majella e che la zona pedemontana del Morrone è un noto territorio di alimentazione per questi mammiferi.
A ragione di quanto sopra emerso, la presenza così numerosa e diversificata di specie di fauna, molte delle quali specie rere e minacciate di estinzione, dovrebbe indurre le Autorità competenti a rigettare l’istanza della Snam rete gas.
11 – INQUINAMENTO ACUSTICO
Con riferimento allo studio di impatto ambientale presentato dalla Snam nel 2005 e successive integrazioni relativo alle emissioni sonore generate dalla centrale, i sottoscritti ripropongono le seguenti osservazioni:
3) manca la valutazione dell’impatto acustico in altri luoghi accessibili a persone e/o comunità come ad esempio nel limitrofo cimitero;
5) nel Comune di Sulmona è in itinere la zonizzazione acustica. In riferimento a tale zonizzazione quella che passa nelle vicinanze della centrale è una strada Provinciale considerata di tipo C (Cb come da Dlgs 283 30/04/92) come da linee guida Regione Abruzzo (Determina n. DF2/188 del 17/11/2004) e come da DPR n.142 del 30/03/04. Le zone di prospicienza per una larghezza di 100 metri per lato sono considerate di classe IV; comunque, dato che il flusso veicolare è inferiore a 500 veicoli/ora, si può adottare la classe III come per il resto della zona agricola oltre i cento metri;
6) data l’ubicazione dell’impianto, con la collina su un lato, si verrebbe ad avere un fattore moltiplicativo della potenza sonora in gioco pari a 4. Non è chiaro se è stato tenuto conto di questo fattore.
12 – INQUINAMENTO LUMINOSO
L’inquinamento luminoso produrrebbe perturbazioni sul paesaggio notturno riscontrabili da Pacentro, dal Cimitero, dagli abitati sparsi della zona e in particolare dal nucleo delle Case Pente; le foto simulazione, presentate con le integrazioni del gennaio 2010 non fanno altro che confermare ciò.
13 – IMPATTO SUL TERRITORIO E SULL’AMBIENTE
Contrariamente a quanto sostenuto dalla Società proponente, nelle aree interessate o limitrofe alla centrale, sono presenti vincoli di natura urbanistica nonché emergenze di natura territoriale, paesaggistica, archeologica e ambientale.
Il progetto della centrale presentato dalla Snam, è localizzato su una delle porte di accesso al Parco Nazionale della Majella, al centro del sistema delle aree protette Abruzzesi e in un’area che funge da cuscinetto e corridoio faunistico tra esse, nel territorio di APE (Appennino Parco d’Europa), di cui l’ Abruzzo è Regione capofila e firmataria della Convenzione degli Appennini. Ricade su un’area agricola interessata da colture di qualità, dalla presenza di reperti e stratificazioni di interesse archeologico e soggetta a eventi alluvionali. Il sito della centrale è inoltre a ridosso del Cimitero di Sulmona, a breve distanza dai nuclei abitati sparsi di Case S. Mariano e Villa D’Orazio, dal sito archeologico di S. Angelo in Vetulis e dal torrente Vella e a diretto contatto (separati solo da una strada!) con il nucleo abitativo delle Case Pente, riferimento identificativo del luogo, di notevole valore storico culturale e segnalato come sito archeologico. Il tracciato del metanodotto corre lungo l’intera dorsale appenninica, un complesso sistema di elevato valore ambientale, interrompendo la continuità e quindi la funzione stessa dei corridoi ecologici.
La realizzazione del metanodotto comporterà inevitabilmente una sensibile alterazione degli habitat naturali, stante l’impossibilità di ripristinare le condizioni ecosistemiche preesistenti.
Ciò potrebbe creare una situazione di assoluta gravità e pericolo per le specie rare presenti nell’Appennino così come i numerosi attraversamenti dell’opera sui corsi d’acqua (nella Valle Peligna, in particolare quelli dei fiumi Vella, Sagittario e Aterno), creerebbero conseguenze dannose alla fauna ittica e all’ ecosistema fluviale. E’ previsto l’attraversamento a cielo aperto del fiume Vella!
Il progetto della Snam interferisce negativamente non solo con Zone di Protezione Speciale e Siti di Interesse Comunitario (rete Natura 2000), ma entra apertamente in conflitto con il Progetto A.P.E. (Appennino Parco d’Europa) che è considerato strategico dal Quadro di Riferimento della Regione Abruzzo non solo per la tutela della biodiversità nel nostro Paese, ma anche per la promozione delle politiche di sviluppo ecocompatibile. Quanto sopra osservato vale anche per le aree particolarmente fragili, sotto il profilo ambientale, presenti nel nostro territorio (intendiamo riferirci alla sopra menzionata zona di Fonte d’Amore e Badia), scendendo verso la valle, l’area del Sagittario nel comune di Corfinio caratterizzata da una notevole varietà di habitat ed in cui è compreso anche un sito SIC (IT7110097) e, a fondo valle, abbiamo il territorio di Popoli, dove è molto significativa la zona delle sorgenti del fiume Pescara.
La particolare qualità delle zone umide, con la loro tipica vegetazione ed avifauna, è connessa in modo strettissimo alla conservazione della risorsa acqua. Interventi molto pesanti quali quelli relativi ai lavori per il metanodotto non appaiono assolutamente compatibili con l’esigenza di evitare manomissioni ad una risorsa così fondamentale. I cambiamenti climatici in atto lasciano prevedere un futuro in cui la disponibilità di acqua sarà sempre minore. Di qui l’esigenza di proteggere in modo rigoroso le nostre riserve idriche, sia sotterranee che di superficie, evitando interventi fortemente impattanti come, appunto, il metanodotto; il danno per l’ambiente e per la comunità biologica sarebbe enorme.
Un aspetto direttamente connesso agli impatti dell’impianto proposto con gli aspetti naturalistici dell’area interessata e di quelle circostanti che comprendono parchi nazionali e regionali, è quello legato ai corridoi ecologici.
La localizzazione e lo sviluppo direzionale del metanodotto, nonché la centrale di compressione del gas, viene a trovarsi trasversalmente a diversi canali di connessione ecologica posti tra le suddette aree protette.
L’intera Conca Peligna, in particolare nel suo settore più meridionale svolge un ruolo non secondario nell’ambito della rete ecologica dell’Abruzzo interno in particolare nelle aree di fondovalle. In quest’ambito, l’infrastruttura di rete in oggetto rappresenta un ulteriore fattore di frammentazione ambientale che nel medio periodo potrebbe avere conseguenze rilevanti sulla mobilità faunistica.
In particolare saranno interessate le connessioni tra il Parco Nazionale della Majella ed il Parco regionale del Sirente-Velino, tra quest’ultimo ed il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, coinvolgendo specie di interesse prioritario come l’Orso ed il Lupo che già soffrono dell’isolamento creato da barriere quali autostrade, ferrovie ed altre infrastrutture realizzate dall’uomo. L’aspetto che più di tutti necessita approfondimenti ed opportune valutazioni, interessa anche l’area della Riserva Regionale del Monte Genzana attualmente riconosciuta come una delle “stepping zone” più importanti dell’Appennino centrale in particolare per la mobilità dell’Orso Bruno Marsicano: interrompere o deteriorare tale collegamento ecologico significherebbe limitare la dispersione e la mobilità della popolazione di orso del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise verso le aree meridionali del Parco della Majella, compromettendo le azioni previste da diversi progetti legati alla conservazione di questa preziosa specie a rischio di estinzione.
Per quanto riguarda il Lupo (canis lupus), esso è una specie a distribuzione olartica che ha subito una forte contrazione in seguito alla persecuzione diretta operata dall’uomo. In Italia. a partire dagli anni ’70, furono avviate le prime azioni per la tutela e la conservazione della specie. Grazie alle normative in materia di conservazione della natura, sia nazionali che comunitarie, nonché grazie ai ripopolamenti e alle reintroduzione di varie specie di ungulati selvatici, la popolazione di lupo in Italia dai 100 individui stimati nel dopoguerra e relegato solo in Abruzzo e in Calabria, è passato a circa 800-1000 individui, con una diffusione continua lungo tutta la dorsale Appenninica e sulle Alpi occidentali. La costruzione del metanodotto (lungo la dorsale Appenninica) nella fase di cantiere che richiede inevitabilmente l’utilizzo di mastodontici macchinari per lo scavo e il trasporto dei materiali, il taglio di piante, l’apertura di nuovi tracciati stradali, anche se temporanei, la produzione di rumore ecc. avrebbe evidenti ripercussioni sulla presenza e sulla riproduzione del lupo, vanificando le azioni di tutela intraprese in passato anche con numerosi finanziamenti della Comunità Europea. Da ultimo il Progetto Life 08 NAT/IT/000325 WOLF NET, a cui partecipano, oltre al Parco Nazionale della Majella (capofila), anche il Parco Nazionale del Pollino, il Parco Nazionale delle Foresti Casentinesi e la Provincia dell’Aquila.
A riguardo dell’impatto sull’ambiente conseguente ai lavori per la realizzazione del metanodotto, riteniamo significativo riportare quanto sostenuto dal Servizio Promozione e Valorizzazione Sistemi Naturalistici e Paesaggistici della Regione Umbria e dal Servizio programmazione forestale Faunistico Venatorio dell’Umbria.
Valutazioni del Servizio Promozione e Valorizzazione Sistemi Naturalistici e Paesaggistici Regione Umbria:
• L’area interessata dal tracciato coincide, per l’Umbria, il Lazio e l’Abruzzo con l’ambito di azione del progetto APE (Appennino Parco d’Europa), il più importante progetto di sistema avviato nel nostro paese finalizzato alla conservazione della natura.
• Nel contesto appena descritto, la messa in opera del metanodotto fa emergere numerose criticità che, a volte, comportano modificazioni irreversibili degli ecosistemi.
• L’intervento sia in fase di cantiere che di esercizio comporta rilevanti problemi di natura paesaggistica.
• Nella fase di cantiere gli impatti prodotti dall’opera, sia visibili che modificativi, risulteranno estremamente negativi, ……. non potranno essere attenuati con nessun accorgimento di mitigazione paesaggistica
Servizio programmazione Forestale-Faunistico-Venattorio Umbria:
Tutto il tracciato dell’opera ricade nel cuore dell’intera dorsale appenninica, un complesso sistema geografico ed ecologico ritenuto strategico per la conservazione e il ripristino della biodiversità animale della penisola italiana la cui importanza è sancita a livello europeo. L’opera porterà ad una sottrazione d’habitat naturale valutabile, con approssimazione di ampio difetto, in non meno di 750 ettari. Tale sottrazione deve essere considerata in molti casi permanente, sia in riferimento alla totale trasformazione e alterazione nella fase di cantiere, sia per l’impossibilità di effetuare un ripristino eco sistemico delle condizioni precedenti, a causa della complessità, fragilità ed inerzia del paesaggio. Nel migliore dei casi infatti, nel corso di lunghi decenni, se non di secoli, si potrà ottenere la rinaturazione del sito.
I sottoscritti esprimono forte contrarietà al progetto del metanodotto Sulmona-Foligno in quanto, rappresentando una infrastruttura altamente invasiva, comporterebbe, se realizzata danni rilevanti all’agricoltura del nostro territorio con sensibile deprezzamento del valore immobiliare dei terreni e perdita netta del reddito dei coltivatori.
L’ opera provocherebbe danni irreversibili all’ assetto idrogeologico delle aree attraversate e al sistema irriguo della Valle Peligna, mettendo a serio rischio le falde idriche e quindi una risorsa fondamentale quale è l’ acqua che i cambiamenti climatici lasciano prevedere, in futuro, sempre più scarsa e preziosa.
Ugualmente molto negativa sarebbe l’ interferenza con l’ ambiente e gli ecosistemi. Il tracciato del metanodotto ricalca, paradossalmente, quello del corridoio appenninico del progetto A.P.E. (Appennino Parco d’ Europa), considerato di importanza strategica non soltanto per la tutela della biodiversità in Italia, ma anche per la promozione di politiche di sviluppo basate sulla ecosostenibilità.
I sottoscritti esprimono, inoltre, forte contrarietà al progetto della centrale a Case Pente, in quanto localizzata su una delle porte di accesso al Parco Nazionale della Majella, in un’area limitrofa e circondata da quattro siti della Rete Natura 2000, al centro del sistema delle aree protette abruzzesi e in una zona che funge da cuscinetto e corridoio faunistico tra esse.
I sottoscritti ritengono che dalla realizzazione dell’opera deriverebbe una gravissima manomissione del paesaggio, un elevato e quanto mai inopportuno e ingiustificato danno ambientale, ripercussioni negative sullo stato di conservazione dei valori naturali, sugli habitat e sulle specie di fauna di interesse comunitario. La centrale provocherebbe inoltre ripercussioni negative sulla salute e sulla qualità della vita dei cittadini della Valle Peligna, in particolare dei residenti nelle località limitrofe a Case Pente, perdita del valore immobiliare dei terreni e dei fabbricati della zona circostante, grave danno all’economia locale che con grandi sforzi si va orientando sul turismo e sulle produzioni agricole di qualità, attività promosse e incentivate dalla Regione Abruzzo, dalla Provincia dell’Aquila e dall’Ente Parco Nazionale della Majella.
Si riepilogano i motivi essenziali di contrarietà al progetto del metanodotto e alla centrale di compressione in oggetto:
mancata attuazione della procedura VAS;
mancanza di una corretta procedura per la valutazione di incidenza;
mancanza di ragionevoli e approfondite alternative progettuali;
mancanza di approfondite verifiche sullo stato della qualità dell’aria;
inadeguata valutazione del rischio sismico e del danno idrogeologico;
contrasto con i vincoli urbanistici, territoriali, paesaggistici e ambientali;
inidoneità del sito della centrale nei confronti delle emergenze paesaggistiche, storiche culturali e sociali ivi presenti;
mancanza di un adeguata valutazione del valore archeologico delle aree interessate; mancanza di un approfondito studio sulle conseguenze dell’ inquinamento acustico e luminoso nei confronti dei ricettori sensibili;
mancanza di uno studio relativo ai danni che la realizzazione del progetto Snan provocherebbe all’economia locale e al turismo;
interferenza con il sistema delle aree protette;
superficiale e approssimativa redazione della checklist sulla componente faunistica dell’area della centrale.
alle Loro Illustrissime Autorità in indirizzo, a ciascuna per le proprie competenze e responsabilità, di esprimere parere sfavorevole all’Istanza avanzata dalla Snam rete gas riguardo alla realizzazione del metanodotto Sulmona Foligno e centrale di compressione e spinta del gas in località Case Pente del Comune di Sulmona.
Conseguentemente, così come richiesto anche dal Consiglio Provinciale dell’Aquila, dal Consiglio Comunale di Sulmona, dalla Comunità Montana Peligna, nonché da altri enti e associazioni, si richiede che vengano studiate soluzioni alternative al tracciato della dorsale appenninica e che comunque sia il metanodotto che la centrale di compressione del gas vengano collocati al di fuori e lontano dalla Valle Peligna.
Anna Maria CALDARELLI, nata a Sulmona il 26.07.1954 e
residente a Sulmona in Piazza Tenente Iacovone n. 27
Dott. Mario PIZZOLA, Via XXV aprile, n. 24 – 67039 SULMONA (AQ) Condividi su:TweetAltroE-mailStampaMi piace:Mi piace Caricamento...
Previous post ← Osservazioni sulla centrale di compressione	Next post Assemblaggio osservazioni, luglio →