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Timestamp: 2018-12-16 00:44:53+00:00
Document Index: 165702968

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 27', 'art. 112', 'art. 111', 'art. 326', 'art. 421', 'art. 422', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 30', 'art. 22', 'art. 112', 'art. 3', 'art. 326', 'art. 358', 'art. 112']

Introduzione brevi cenni sul processo penale e sul processo penale minorile
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INQUADRAMENTO DELLA MEDIAZIONE PENALE NELLA FASE INIZIALE DEL PROCEDIMENTO PENALE
INQUADRAMENTO DELLA MEDIAZIONE PENALE NELLA FASE FINALE DEL PROCEDIMENTO PENALE
I CAPITOLO 1. BREVI CENNI SUL PROCESSO PENALE E SUL PROCESSO PENALE MINORILE
La mediazione penale e la spinta della legislazione sovranazionale
II CAPITOLO INQUADRAMENTO DELLA MEDIAZIONE PENALE NELLA FASE INIZIALE DEL PROCEDIMENTO PENALE 2.1 L’obbligatorietà dell’azione penale
BREVI CENNI SUL PROCESSO PENALE E SUL PROCESSO PENALE MINORILE
L’obbligatorietà dell’azione penale
La difficoltà della mediazione ad inserirsi nella fase iniziale del procedimento penale
Uno sguardo verso altre esperienze europee
La finalità della pena nell’Ordinamento giuridico italiano
Il risultato della mediazione
L’Equilibrio è una grande aspirazione dell’uomo, oltre ad essere una costante di ogni era, soprattutto allorquando è stato frustrato dalle pretese di imposizione dei grandi poteri e dalle manie di grandezza di personaggi di spicco.
Eppure è sempre esistita una fase di riassestamento, ai confini dell’inizio della storia, in cui tutti esigevano tangibili segni di pace dopo il conflitto, dopo il disordine, dopo la rivoluzione.
Non sempre i mezzi per ristabilire l’armonia sono state le aule di giustizia, se pur spesso investite del grande compito di ridare un riassetto alla società attraverso le pronunce giurisdizionali.
Invero, se si pensa che non tutti i misfatti più famosi della storia sono stati sottoposti al vaglio di un organo giudicante, ci si dovrebbe stranire rilevando che, invece, attualmente è difficile pensare che un evento turbante la quiete sociale, quale il reato, non diventi oggetto di giudizio penale, unico addetto a tutelare l’ordine.
Ma siamo proprio certi che sia questa l’unica strada da percorrere per il riequilibrio dopo il conflitto penale? Può la macchina processuale essere infallibile, rispettosa di tutte le finalità che il nostro Ordinamento si prefigge di garantire?
Può esistere un modello di Giustizia in cui non ci debba essere necessariamente la decretazione di un vincitore e di un vinto per ritendere alla ristabilizzazione sociale?
E’ probabile che il percorso di maturazione che la Giustizia ha compiuto al passo dell’evoluzione della società abbia fornito una risposta a questi interrogativi, seppur, come ogni piccola grande innovazione, deve subire ancora tanta indifferenza prima che tutti inizino ad avvertire e a respirare quest’aria di cambiamento.
Il discorso sulla problematica dell’inserimento di un modello di Giustizia alternativo a quello processuale non si pone soltanto in termini astratti o di cultura tradizionale dell’operatore giuridico, ma anche in termini di contrasto con i principi che informano il nostro Ordinamento processuale penale.
La disamina del sistema e dei suoi principi, quindi, si rende necessaria per comprendere quali sono gli ostacoli per il conferimento di uno spazio alla mediazione penale, quale apporto in più può fornirci quest’ultima, quale luogo comune deve superare per riscuotere la fiducia nei consociati.
Questo lavoro si prefigge di conferire un quadro d’insieme, se pur sommario, che tocchi i suddetti punti di criticità e le possibili soluzioni, forse con estrema ambizione.
Attesa la scarsità del suo utilizzo nella pratica e l’esiguità, rispetto ad altri temi giuridici, della letteratura in ambito, la mediazione si colloca ancora in una fase sperimentale, costretta a rimandare il suo decollo in tempi successivi all’oggi.
E, così, “ai posteri l’ardua sentenza”.
1. BREVI CENNI SUL PROCESSO PENALE E SUL PROCESSO PENALE MINORILE
La giustizia penale italiana si attua e si realizza attraverso delle fasi procedimentali i cui protagonisti sono essenzialmente tre: l’imputato, il pubblico ministero ed il giudice.
In conformità con lo stampo accusatorio del nostro rito penale, che fa essenzialmente leva sulla paritarietà tra accusa e difesa1, il rapporto che intercorre tra le parti processuali è stato assimilato ad un triangolo rettangolo, in cui imputato e pubblico ministero occupano i due angoli alla base ed il giudice si pone al vertice, in modo equidistante tra i due2.
Come ogni ramo di diritto, anche l’ambito processual penalistico si informa di principi costituzionali, i quali ne diventano parametro e linea guida in ogni suo istituto o aspetto. Tutelati a livello costituzionale sono, infatti, oltre al principio di uguaglianza sancito all’art. 3 Cost., il diritto di difesa e di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti ed interessi legittimi assicurati dall’art. 24 Cost., la garanzia di un giudice naturale precostituito per legge e l’importantissimo principio di legalità per cui nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso, sanciti dall’art. 25 Cost., la cosiddetta presunzione di innocenza, per cui l’imputato non può considerarsi colpevole sino a che la condanna non diventi definitiva, o ancora il principio di personalità della responsabilità penale, entrambi garantiti dall’art. 27 Cost., ancora, l’obbligatorietà dell’azione penale di cui all’art. 112 Cost.3. Fondamentali sono, inoltre, i dettami di cui all’art. 111 Cost., la cui attuazione dovrebbe integrare il “giusto processo”, caratterizzato dal principio del contraddittorio, dalla terzietà ed imparzialità dell’organo giudicante, dalla ragionevole durata del processo, dal diritto alla difesa nonché quello di non poter esser dichiarati colpevoli solo sulla base delle parole di chi si è sempre sottratto all’interrogatorio da parte del difensore o dell’imputato, dall’obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, dal diritto di impugnazione.
Seppur racchiusi in pochi articoli, questi costituiscono l’essenza delle garanzie processuali che, proprio in un ambito delicato quale quello penalistico, esigono profondo rispetto, soprattutto quelle a garanzia dell’imputato, in un sistema quale quello italiano di estremo garantismo nei confronti di quest’ultimo4.
Passando alla ritualità della giustizia penale, bisogna partire dalla notitia criminis, ovvero la notizia di reato, che innesca la prima fase procedimentale5 delle indagini preliminari. Condotte dal Pubblico ministero, coadiuvato dalla Polizia giudiziaria, queste sono finalizzate a raccogliere gli elementi necessari sia per una prima verifica circa la fondatezza della notitia criminis, sia per la corretta individuazione del soggetto da sottoporre a giudizio e sia per raccogliere elementi idonei a sostenere l’accusa penale in sede dibattimentale (art. 326 c.p.p.).
Saranno le risultanze delle indagini svolte in questa primissima fase che indurranno il Pubblico ministero a richiedere l’archiviazione del caso, nell’ipotesi in cui non vi siano elementi a sufficienza per dimostrare la colpevolezza dell’indagato, oppure, nell’ipotesi contraria, ad esercitare l’azione penale, così da entrare nella vera e propria fase processuale del giudizio. Invero, tutti gli elementi raccolti fino a questo punto saranno fonti di prova che, una volta prodotte o acquisite dinnanzi al giudice dell’istruttoria, diventeranno dei veri e propri mezzi di prova e potranno costituire il fondamento della definitiva pronuncia dell’autorità giudiziaria.
Oltre a questo primo vaglio condotto dal Pubblico ministero in merito alla perseguibilità del soggetto individuato e del fatto di reato sottoposto alle indagini, è previsto un ulteriore filtro, con evidente scopo deflattivo, in cui la valutazione circa la proseguibilità con la successiva fase giudiziale spetta al Giudice dell’Udienza Preliminare (GUP).
Questo, infatti, esaminati gli atti di indagine, assistito alla discussione con cui il Pubblico ministero illustra il fondamento della sua richiesta di rinvio a giudizio, ascoltato l’imputato nel caso in cui decida di rendere dichiarazioni spontanee e valutate le conclusioni così come precisate dalle parti, potrà procedere in diversi modi, richiedendo un’integrazione investigativa ex art. 421 bis c.p.p., essendo le risultanze d’indagine incomplete o comunque non sufficienti; oppure un’integrazione probatoria ex art. 422 c.p.p., ma al solo fine della emissione di una sentenza di non luogo a procedere. Alternativo e opposto a questo tipo di pronuncia è il decreto che dispone il giudizio: in tal modo il Gup pone fine a questa “udienza filtro” ritenendo necessaria la prosecuzione del processo.
La fase dibattimentale è quella dedicata alla formazione della prova, sorretta da alcuni importanti principi che connotano il nostro sistema di stampo accusatorio. Il principio della pubblicità, attraverso cui si vuole garantire un controllo sulla giustizia; il principio dell’oralità, che predilige un’attività processuale da svolgersi a voce ed in ossequio anche ad un altro principio, quello dell’immediatezza, con cui vuole garantirsi che non vi siano intromissioni tra il momento di formazione della prova e quello della decisione con la logica conseguenza dell’identità tra il giudice dell’uno e dell’altro momento.
Alla fase dibattimentale, dedicata, quindi, all’istruttoria e alla discussione del Pubblico ministero e del Difensore, segue la decisione da parte dell’organo giudicante che, con diverse formule, può determinarsi in senso di un’assoluzione o una condanna.
La giustizia penale minorile, invece, ha una fisionomia autonoma rispetto al giudizio ordinario. Questa, invero, si prefigge come finalità prevalente quella del recupero e del reinserimento del minore che si è abbandonato alle vie delittuose, a tal punto che influenza l’articolazione del rito minorile così come recentemente disciplinato dal dpr 448/886.
Vi sono, invero, una serie di attenzioni nell’ambito della giustizia penale minorile: la specializzazione del giudice – i casi sono di competenza del Tribunale per i minorenni -, la centralità dello studio della personalità del minore, l’obiettivo rieducativo-preventivo delle sanzioni ed un intervento di recupero individualizzato per il ragazzo.
In effetti, proprio per la giovane età dell’imputato, il reato è valutato alla stregua di un disagio temporaneo del ragazzo, il cui processo di crescita e di formazione è ancora in corso, nel fiore di un delicato momento della vita in cui il futuro è ancora da costruirsi. La giustizia, così, vuole subentrare non per frenare il percorso deviato, ma per raddrizzare, attraverso il “valorizzare le possibili stimolazioni positive insite in un corretto confronto con la società civile e le sue regole”7.
Le indagini vengono condotte dal Procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni, coadiuvato da una sezione specializzata di polizia giudiziaria con personale dotato di specifiche attitudini e preparazione (art. 5 e 6 disp. att.). In particolare, le indagini sono rivolte all’accertamento della personalità del minore e della sua capacità di intendere e di volere, per meglio valutare il disvalore della sua condotta e i provvedimenti necessari alla sua condizione. Per questo, l’accertamento coinvolge “le condizioni e le risorse personali, familiari, sociali ed ambientali” in cui il minore è immerso (art. 9, co 1 dpr 448/88). La giustizia penale minorile si preoccupa di assicurare al minore assistenza tecnico-psicologica e la vicinanza dei genitori, per cui in molti passaggi si prevede la presenza di questi ultimi (artt. 18, co1; 20, co1; 27, co2 ecc. dpr 448/88).
Dal punto di vista procedimentale, il rito è molto più veloce di quello per gli adulti e, come già anticipato, ha una tendenza sottesa di salvaguardia della personalità del reo, che si traduce in un tentativo di minima offensività e invasività del processo nella sua vita. Le pronunce di cui all’art. 27 – sentenza di non luogo a procedere per irrilevanza del fatto8 – e all’art. 28 – declaratoria di estinzione del reato a seguito della sospensione del processo, messa alla prova del minore ed esito positivo della stessa9 – ne sono la dimostrazione.
La posizione della vittima, nel processo penale minorile, è ancor più critica e marginalizzata rispetto al processo ordinario: in base all’art. 10 dpr 448/1988, infatti, essa non può costituirsi parte civile, il che equivale a dire che non può vantare alcun tipo di pretesa risarcitoria nei confronti del minore che le ha recato danno. Ebbene, si può dedurre che all’eccessivo – in ambito di giustizia minorile, però, giustificato – interesse verso l’imputato corrisponde, ancora una volta, un sostanziale disinteresse verso la parte offesa, la quale non solo sarà mera spettatrice del processo, ma dovrà anche soffrire la chiusura di molti riti con il perdono giudiziale o con una sentenza assolutoria con formula di irrilevanza del fatto. Sotto questo profilo, oltre a quello del maggior interesse alla rieducazione piuttosto che alla punizione, un’apertura alla giustizia riparativa appare la soluzione più adeguata, sia per restituire un ruolo alla vittima e per garantire il suo soddisfacimento, sia per responsabilizzare il minore. Ciò tende, come fine ulteriore, ad un riavvicinamento tra le due parti, il cui punto di rottura è rappresentato dalla vicenda delittuosa ed il cui punto di distanza è esser portatori di ragioni e sofferenze agli antipodi: il percorso di mediazione si prefigge di tracciare un punto di incontro, ma di questo si parlerà nel prossimo paragrafo.
Il termine “giustizia” rimanda, nell’immaginario comune, al risultato dell’attività processuale la quale troppo spesso, purtroppo, è avvertito dal comune sentire dei cittadini eccessivamente lunga e macchinosa, a tal punto da infondere un diffuso senso di sfiducia nei confronti della stessa.
Pensare ad un modello alternativo di definizione delle controversie in materia penale era doveroso a fronte delle molteplici falle del sistema processuale penale ma, allo stesso tempo, era necessario conferirgli quelle caratteristiche tali da renderlo capace di sostituire le aule di Tribunale senza mai far sentire il cittadino lontano dal “senso di giustizia”. Il nuovo modello alternativo al processo penale, infatti, si deve curare, in primis, del coinvolgimento e della partecipazione non solo del soggetto agente, ma anche della persona offesa dal reato, la quale ha la pretesa di rappresentare “l’ago della bilancia”, rivendicando un ruolo che, all’interno del rito penale, si vede eccessivamente circoscritto e strumentale10.
Le pretese da soddisfare sono tante: non solo la voglia di farsi sentire di reo e vittima, non trascurabile è anche l’opinione di giustizia della società, che deve sentirsi rassicurata dalla risposta che lo Stato dà a seguito di un accaduto delitto11.
La giustizia riparativa si è posta questi obiettivi. Continua a chiamarsi “giustizia” e si definisce “riparativa” perché è associabile a “ristabilizzazione”, “riequilibrio” e anche, con estrema ambizione, “ripristino” dello status quo ante. Si parla, infatti, di “una riapertura dei canali di comunicazione tra reo e vittima”, attraverso dei passaggi fondamentali:
- l’autore del reato deve essere aiutato a prendere coscienza dell’impatto del reato nella vita della vittima e nella società, nonché deve essere incitato a porre rimedio alle conseguenze lesive della sua condotta;
- la vittima12 deve essere supportata nel ritrovare la stabilità a seguito del dolore sofferto e, soprattutto, deve essere coadiuvata a superare quanto vissuto anche attraverso il confronto con colui che gli ha provocato tale dolore;
- la società, in un’ottica estensiva, spettatrice del delitto e culla del senso di giustizia, oltre che giudice della giustizia stessa, deve sentire ristabilito l’ordine sociale attraverso il reinserimento dell’agente ed il risarcimento della vittima.
In altre parole, il reato non è più considerato come un’offesa contro la società in astratto, o come un comportamento che turba l’ordine costituito, bensì “come la parte emergente e giuridicamente rilevante di una più complessa (e critica) relazione sociale che, nel suo deteriorarsi per fattori più vari, può provocare privazioni, sofferenza, dolore a persone in carne ed ossa e che richiede principalmente l’attivazione di forme di dialogo, di riparazione e conciliazione legate a quella specifica e irripetibile situazione di conflitto”13.
Per tali ragioni, l’attuazione della mediazione, quale via intermedia di “fare giustizia” senza “fare processi”, richiede delle attenzioni, in virtù del cumulo di funzionalità per il “bene comune”, come garantire la soddisfazione, permettere la comunicazione in zona neutra e riservata.
Vista la portata di questo nuovo modello alternativo alla macchina processuale, a seguito di altri numerosi testi internazionali14, anche in sede europea si è cercato di incoraggiare e dare una spinta agli Stati membri verso la previsione e l’attuazione della giustizia riparativa, soprattutto mediante interventi nell’ambito dell’ex Terzo Pilastro dell’Unione Europea, oggi meglio conosciuto come il ramo della Cooperazione giudiziaria in materia penale.
Dapprima è stata la Decisione quadro 2001/220/GAI ad aver spinto per l’introduzione nei vari ordinamenti di modelli alternativi di definizione dei conflitti penali, tra cui la mediazione penale, capaci sia di valorizzare il ruolo della vittima che di raggiungere l’obiettivo di deflazione penale.
Più recente è la Direttiva 2012/29/UE, anch’essa nata nell’ambito del macro-tema della tutela della vittima del reato, la quale predilige la mediazione quale metodo alternativo al processo penale, a differenza della decisione quadro che menzionava, invece, la locuzione più generale “forme di giustizia riparativa”, definita come qualsiasi procedimento che permette alla vittima e all’autore del reato di partecipare attivamente, previo consenso libero ed informato, alla risoluzione delle questioni risultanti dal reato con l’aiuto di un terzo imparziale. Di sicuro l’idea dell’introduzione dei suddetti modelli - che si evince dai due testi europei - ruota intorno alla vittima del reato, allorchè nel considerando n. 46 del preambolo afferma “i servizi di giustizia riparativa (…) possono essere di grande beneficio per le vittime, ma richiedono garanzie volte ad evitare la vittimizzazione secondaria e ripetuta, l’intimidazione e le ritorsioni… è opportuno quindi che questi servizi pongano al centro gli interessi e le esigenze della vittima, la riparazione del danno da essa subito e l’evitare ulteriori danni”.
La direttiva in esame, innovando in materia, fa entrare la giustizia riparativa direttamente nella fase dell’esecuzione penitenziaria. Ciò significa che si potranno sviluppare progetti legati alla possibilità per il reo di accedere a misure alternative alla detenzione, passando per un percorso di mediazione con la vittima. E’ necessario evitare, però, che il condannato rimanga ostaggio della propria vittima, la quale non può di certo monopolizzare la pena da eseguire15.
Le summenzionate fonti europee e la Raccomandazione (99)19 del Consiglio d’Europa impongono dei connotati speciali al modus operandi in senso riparativo. Non può prescindersi, infatti, dalla volontarietà delle parti. L’adesione deve essere libera e, soprattutto, deve essere confortata dalla preventiva informazione sulla pratica stessa16. Con somma ambizione17, a livello europeo si vuol garantire a tutti la fruibilità di tale misura alternativa “in ogni stato e grado del procedimento”, non essendo prefissato un criterio per il discrimine delle situazioni in cui è attivabile o meno la pratica in questione. Altra caratteristica garantita dalle carte europee è la confidenzialità, quale elemento fondamentale per l’efficacia dell’incontro di mediazione. Invero, il divieto di divulgazione dei contenuti dell’incontro è strumentale ad una trattazione del conflitto e delle sue implicazioni scevra di condizionamenti, anche e soprattutto di tipo processuale18, e di favorire la libera espressione dei soggetti che vi intervengono. La Raccomandazione, poi, impone una deroga a tale principio di riservatezza, costituito dall’obbligo di segnalazione “alle autorità competenti o alle persone interessate di ogni informazione relativa alla imminenza di un grave illecito di cui – il mediatore – potrebbe venire a conoscenza” (art. 30). E’ ovvio che tal dettame è frutto di un bilanciamento di interessi, quali la prevenzione di gravi illeciti e la garanzia della riservatezza.
Ulteriore aspetto considerato dalla Raccomandazione n. 19, contemplato all’art. 22, è la reperibilità degli operatori di mediazione “in tutte le aree sociali”, non essendo richiesta, quindi, uno specifico campo di formazione professionale. Ciò, presumibilmente, rispecchia proprio la varietà fattuale del reato, avvertito non più meramente quale violazione della norma giuridica, bensì come azione che, nel concreto, ha molteplici effetti, fino al coinvolgimento di ogni sfera intima o sociale dell’essere.
2.1 L’obbligatorietà dell’azione penale
L’art. 112 della Costituzione italiana recita: “il Pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale”.
Quest’ultima rappresenta lo spartiacque tra la fase delle indagini preliminari e la fase processuale, costituita da udienza preliminare e dibattimento, ed è prerogativa della pubblica accusa. Anzi, stando alla lettera costituzionale è inesatto affidare la formulazione dell’imputazione al termine “prerogativa”, quando invece, si tratta di un dovere, sotto la forma di obbligo costituzionale.
La Consulta ha definito l’obbligatorietà nella persecuzione penale come il portato del più generale principio di legalità (artt. 25, co2 e 101, co2, Cost.) e di uguaglianza dei cittadini innanzi alla legge (art. 3 Cost.)19, ponendosi come alternativa al principio di discrezionalità ed opportunità.
Come precedentemente spiegato, infatti, l’accusa all’interno del nostro rito penale è e può essere rappresentata da un organo pubblico, ovvero il Pubblico ministero20, il quale agisce non a difesa di un interesse particolare, bensì a tutela dell’interesse generale all’osservanza della legge.
In capo a tale figura, invero, grava l’onere di compiere le indagini necessarie per le determinazioni inerenti all’esercizio dell’azione penale (art. 326 c.p.p.), tal che non è definibile solamente come un “mero accusatore” ma, conformemente al disposto dell’art. 358 c.p.p., di sua competenza sono anche gli accertamenti su fatti e circostanze a favore dell’indagato. In questa fase, il coinvolgimento della persona offesa del reato in qualità di promotrice dell’azione penale si relega ai soli casi in cui si procede per reati cosiddetti personali, ovvero che ledono un bene prossimo alla persona e non toccano l’interesse generale. In merito, si è spesso parlato di una vera e propria emarginazione della persona offesa dal sistema processuale, in modo tale da scongiurare al massimo la “giustizia privata” in favore di un sistema in cui la reazione al crimine è gestita dallo Stato21.
Ebbene, ogni qualvolta all’esito delle indagini si ravvedono elementi idonei a sostenere l’accusa penale nei confronti del soggetto sottoposto alle indagini, il Pubblico ministero ha l’obbligo di procedere nei confronti dello stesso, formulando l’imputazione e richiedendo il rinvio a giudizio – in altre parole, esercitando l’azione penale22. E’ proprio attraverso questo passaggio che lo Stato fa valere la propria pretesa punitiva e non solo: l’azione penale, che l’art. 112 Cost. affida al solo Pubblico Ministero, deve incorporare, in sé, anche l’interesse della persona offesa, la quale, come già detto, resta estranea all’aula di giustizia, essendo portatrice di quell’interesse “meramente penale”23 e potendo intervenire solo quale mero “soggetto processuale” e non “parte processuale”24.
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