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Timestamp: 2020-01-27 13:16:49+00:00
Document Index: 145003186

Matched Legal Cases: ['art. 1198', 'art. 1198', 'art. 1197', 'art. 1197', 'art. 1197', 'art. 1479', 'art. 1483', 'art. 1197', 'art. 1480', 'art. 1484', 'art. 1197', 'art. 2901', 'art. 1199', 'art. 1196', 'art. 1199', 'art. 1200', 'art. 1208', 'art. 1198', 'art. 2697', 'sentenza ', 'art. 1198', 'art. 1198', 'art. 1198', 'art. 2935', 'sentenza ']

Art. 1198 codice civile - Cessione di un credito in luogo dell'adempimento - Brocardi.it
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Articolo 1198 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1198 Codice civile
Quando in luogo dell'adempimento è ceduto un credito, l'obbligazione si estingue con la riscossione del credito [2928], se non risulta una diversa volontà delle parti (1).
È salvo quanto è disposto dal secondo comma dell'articolo 1267 (2).
(1) Si parla di cessione pro solvendo poichè fino alla effettiva riscossione del credito il debitore non è liberato. Solo con un accordo delle parti può realizzarsi una cessione pro soluto, con la quale il debitore è liberato sin dalla cessione e viene a gravare sul creditore il rischio che il debitore ceduto sia insolvente.
(2) Tale comma rinvia all'ipotesi in cui il debitore garantisca la bonitas nominis, cioè la solvenza del debitore ceduto. Egli è liberato se la mancata soddisfazione del creditore è imputabile a sua colpa.
La norma tratta di un caso particolare di datio in solutum (v. 1197 c.c.) avente ad oggetto la cessione di un credito.
Se si qualifica la fattispecie considerandone l'oggetto, si può anche definire come cessione di credito (v. 1260 c.c.) qualificata dalla causa dell'adempimento. La cessione del credito, infatti, è un contratto a causa variabile poichè può svolgere diverse funzioni.
Spiegazione dell'art. 1198 Codice civile
Dall'esegesi dello stesso art. 1197 è facile rilevare come la datio si presenti quale negozio giuridico bilaterale, in particolare trattasi di un contratto distrahendi o solvendi causa. Infatti in essa si riscontra chiaramente uno degli elementi del contratto: il consenso del creditore e del debitore diretto a sostituire all'oggetto dell'originaria prestazione uno diverso e, quindi, la dazione costituisce un contratto con cui il creditore acconsente a ricevere un aliud pro alio e dichiara, al tempo stesso, di considerare estinto l'obbligo del debitore e soddisfatto il suo diritto.
Come contratto essa richiede, per la sua esistenza e validità, gli stessi requisiti che a tale scopo sono richiesti in un contratto in genere; come negozio solutorio, poi, vuole: a) un'obbligazione preesistente che possa estinguersi con la dazione; b) un oggetto idoneo ad essere dedotto nella prestazione in luogo di quella originaria, comunemente sarà una pecunia pro re (forma tipica), una res pro pecunia, una pecunia pro pecunia (come nell'ipotesi, meno frequente, che contro un debito di denaro a rate si cede una equivalente somma sotto forma di rendita); c) la titolarità del diritto o la proprietà della cosa, da parte del debitore, che da costui viene offerta in luogo della prestazione originaria; d) la capacità del creditore di ricevere dal debitore il diritto o la cosa che viene data in soluzione.
Affinchè la datio estingua l'obbligo si richiede il trasferimento della cosa al creditore: accordo e trasferimento devono, perciò, essere coevi, dandosi origine, in caso contrario, soltanto ad un nuovo rapporto obbligatorio e non all'estinzione di uno preesistente. In ciò la dazione si differenzia da un altro negozio, anch'esso solutorio: la novazione. Infatti se questa importa nel debitore l'assunzione di un obbligo nuovo, per cui l'accordo è in obligatione, la datio, all'opposto, opera immediatamente una modifica nella sfera patrimoniale dei contraenti, essendo l'accordo in solutione; ancora, nella novazione, si mantiene in vita un rapporto obbligatorio sostituendone soltanto l'oggetto, nella datio in solutum il creditore viene soddisfatto con una prestazione diversa da quella originaria.
a) Gli effetti tra le parti consistono nell'obbligo del debitore di garantire il creditore dall'evizione e dai vizi della cosa prestatagli, secondo le norme della vendita ogni qualvolta, s'intende, la prestazione, effettuata in soluzione, consista nel trasferimento della proprietà, o di un altro diritto: cosi l'art. 1197, comma 2, con una disposizione che codifica un principio già affermato dalla dottrina, la quale aveva ritenuto quelle norme applicabili ad ogni negozio traslativo a titolo oneroso.
Richiamando l'art. 1197 la disciplina che, in tema di vendita e data alle azioni di garanzia per l'evizione e per i vizi occulti, si deve qui dire per la dazione che, ove pattiziamente le parti non abbiano o escluso o modificato il contenuto della garanzia nei limiti consentiti dagli articoli 1487, 1491 nel caso di evizione totale della cosa il creditore potrà chiedere la risoluzione del contratto, la restituzione del prezzo pagato, il rimborso delle spese e dei pagamenti legittimamente fatti per il contratto oltre le spese necessarie ed utili per la cosa e (se il debitore era in mala fede, se, cioè, conosceva che la cosa era di proprietà altrui) anche le spese voluttuarie (art. 1479 richiamato dall'art. 1483 cui si riporta l'art. 1197). Nell'ipotesi di evizione parziale il creditore potrà chiedere la risoluzione del contratto ed il risarcimento del danno quando, secondo le circostanze, deve ritenersi che non avrebbe acconsentito a ricevere la cosa in datione solutionis senza quella parte di cui non è divenuto proprietario; diversamente potrà ottenere solo una riduzione del prezzo oltre il risarcimento del danno (art. 1480 richiamato dall'art. 1484 cui si riporta l'art. 1197).
- essa possa considerarsi sostitutiva della prestazione primaria pure nella quantità, nel senso, cioè, che il valore della cosa data in soluzione non superi quello della cosa che il debitore avrebbe dovuto prestare. È troppo chiaro, per dame una spiegazione, che ove si consegni una cosa di valore superiore a quello dell'originaria, il debitore non tanto adempie, quanto compie un atto che, nella parte eccedente la prestazione, non è da ritenersi come determinato dall'obbligo dell'adempimento per cui può essere contenuto nei limiti in cui la legge (art. 2901, 2° cpv.) espressamente sottrae alla revocatoria l'adempimento d'un debito scaduto;
Cessione di un credito in dazione
566 Si è attribuito al debitore il diritto alla quietanza (art. 1199 del c.c., primo comma) dato che le spese del pagamento sono a carico di lui (art. 1196 del c.c.); se il creditore non restituisce il titolo, deve apporvi l'annotazione dell'avvenuto pagamento (art. 1199 del c.c., primo comma), per effetto della quale si impedisce che il documento probatorio del debito venga usato (in qualsiasi modo) a danno del debitore che ha pagato. A seguito del pagamento, il creditore deve pure consentire la liberazione dei beni dalle garanzie reali date per il credito, e da ogni altro vincolo (ad esempio, pignoramento immobiliare) che limiti la disponibilità dei beni stessi (art. 1200 del c.c. e art. 1208 del c.c., ultimo comma).
Massime relative all'art. 1198 Codice civile
In ipotesi di cessione di cambiali in luogo dell'adempimento, la volontà di conferire ai titoli efficacia "pro soluto", con conseguente immediata estinzione dell'obbligazione di pagamento, deve essere espressa in modo univoco ed inequivocabile, mentre nel caso più comune di cessione "pro solvendo" l'estinzione dell'obbligazione originaria si verifica solo con la riscossione del credito verso il debitore ceduto, con conseguente onere di quest'ultimo, in applicazione dell'art. 2697, secondo comma, c.c., di provare non solo la cessione, ma anche l'intervenuta estinzione del debito.
Cass. civ. n. 9388/2011
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9388 del 27 aprile 2011)
Cass. civ. n. 3469/2007
In tema di cessione del credito in luogo dell'adempimento, ai sensi dell'art. 1198 c.c. grava sul cessionario che agisce nei confronti del cedente dare la prova dell'esigibilità del credito e dell'insolvenza del debitore ceduto, che vi è, cioè, stata escussione infruttuosa di quest'ultimo, e che la mancata realizzazione del credito per totale o parziale insolvenza del debitore ceduto non è dipesa da sua negligenza nell'iniziare o proseguire le istanze contro il debitore ceduto, essendo egli tenuto ad un comportamento volto alla tutela del credito ceduto, anche mediante richiesta di provvedimenti cautelati e conservativi, non potendo considerarsi il medesimo non diligente solamente in caso di estinzione non satisfattiva del credito ceduto o di perdita dell'azione, ma anche in ipotesi di insolvenza del debitore ceduto.
La cessione del credito in luogo dell'adempimento, prevista all'art. 1198 c.c., non comporta l'immediata liberazione del debitore originario, la quale consegue solo alla realizzazione del credito ceduto, ma soltanto l'affiancamento al credito originario di quello ceduto, con la funzione di consentire al creditore di soddisfarsi mediante la realizzazione di quest'ultimo credito; all'interno di questa situazione di compresenza, il credito originario entra in fase di quiescenza, e rimane inesigibile per tutto il tempo in cui persiste la possibilità della fruttuosa escussione del debitore ceduto, in quanto solo quando il medesimo risulta insolvente il creditore può rivolgersi al debitore originario. Ne consegue che finché non è esigibile il credito ceduto pro solvendo tale non è nemmeno il credito originario; mentre quando quest'ultimo diviene esigibile, non per ciò stesso lo diviene anche il credito originario, atteso l'onere della preventiva escussione (da parte del cessionario) del debitore ceduto, stante il rinvio operato dall'art. 1198, secondo comma, c.c. Ne consegue ulteriormente che, non essendovi estinzione del debito originario — con trasformazione novativa in obbligazione accessoria di garanzia del debito ceduto —, ma rimanendo in vita entrambi i debiti, con impossibilità di chiedere al cedente l'adempimento del debito originario in difetto di previa infruttuosa escussione del debitore ceduto, solo da tale momento, in conformità con il principio posto all'art. 2935 c.c., inizia a decorrere la prescrizione relativa al debito ceduto.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3469 del 15 febbraio 2007)