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Pubblicato: ottobre 7, 2009 in tutti i processi di berlusconi
Tag:sentenza previti
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Le motivazioni della sentenza Previti su Imi-Sir e Lodo Mondadori
Il neoduce Berlusconi, o meglio, come lo definiscono gli stessi giudici di Milano, il “privato corruttore”, e la sua banda di giudici e avvocati corrotti con alla testa il fascista doc Cesare Previti sono i protagonisti del più grave episodio di corruzione nella storia della Repubblica.
Questa è in estrema sintesi l’inquietante verità messa nero su bianco dai giudici della IVa Sezione penale del tribunale di Milano che il 6 agosto scorso hanno reso pubbliche le motivazioni della sentenza di primo grado con cui il 29 aprile scorso, nell’ambito del processo Imi-Sir/Lodo Mondadori, lo stesso tribunale ha inflitto 11 anni di reclusione a Cesare Previti e condannato i suoi coimputati a pesanti pene detentive per complessivi 53 anni e 6 mesi di carcere (vedi Il Bolscevico n.19).
Altro che “persecuzione giudiziaria”, “magistrati politicizzati”,”teoremi” e “prove inconsistenti”; nelle 537 pagine che compongono le motivazioni della sentenza non ci sono solo le “prove documentali”, “granitiche”, evidenziate in dibattimento dall’accusa, ma anche altre prove “regine”, come le definirebbe l’imputato Previti, di cui nemmeno i Pm si erano finora accorti e che da sole sarebbero bastate e avanzate per dimostrare il “gigantesco vortice di soldi, amicizie e processi comprati” e il criminale meccanismo di corruzione imbastito e “elevato a sistema di vita” dagli imputati.
Esaminando approfonditamente gli atti del processo per riassumerne le motivazioni di condanna, i giudici della IVa Sezione hanno scoperto tra i faldoni di carte sequestrati agli avvocati Acampora e Pacifico alcuni appunti e documenti “sconvolgenti” inerenti la perizia di stima della Sir e la minuta della sentenza d’Appello con cui il giudice Metta nel novembre del ’90 e i successivi aggiustamenti regalò ai Rovelli 1.000 miliardi di lire di indennizzo.
Tra gli appunti sequestrati a Pacifico i giudici hanno notato un primo documento che a un immediato esame sembra una copia di una consulenza tecnica fatta dal perito del Tribunale Pasquale Musco. Ma dopo una analisi più accurata, confrontandola con l’originale, hanno scoperto che in realtà si tratta di “una prima versione” dell’originale “che verrà poi letteralmente travasata in quella consegnata al Tribunale”. Tant’è che i giudici concludono che se il reato non fosse prescritto, dovrebbe esserci un altro indagato in questa inchiesta, il consulente tecnico Musco, che aveva il delicatissimo compito di stabilire, per conto del Tribunale, il valore del gruppo Sir e invece stilò la sua perizia accordandosi con una parte in causa.
Oltre a ciò i giudici della IVa Sezione hanno scoperto altri “appunti anonimi” sequestrati negli studi di Acampora e Pacifico che somigliano in modo impressionante alla sentenza Metta ma che non lo sono. Da un confronto più accurato risulta invece che Metta nello stilare la sentenza d’Appello “ha copiato interi capitoli da quel che altri avevano deciso e già scritto ben prima della decisione collegiale in favore della parte Rovelli”.
L’altra scoperta riguarda la stesura stessa della sentenza sul Lodo Mondadori e ricalca la stessa strategia, scrivono ancora i giudici, che “i soliti ignoti che agivano a livello occulto e illegale” mettono in pratica il 14 gennaio del ’91, appena due mesi dopo l’affare Imi-Sir, con l’aggiustamento di un’altra sentenza storica del giudice Metta che annulla il Lodo Mondadori e trasferisce il colosso editoriale di Segrate dalle mani di De Benedetti a quelle del neoduce Berlusconi: 167 pagine “scritte” in 24 ore “record assoluto nella storia della magistratura italiana”. Però l’autore non è il giudice Metta, che stavolta non deve fare nemmeno la fatica di copiare, in quanto “un terzo estraneo all’ambiente istituzionale” gli confeziona di sana pianta la sentenza.
Insomma, concludono i giudici: “mentre ancora Metta depositava il prezzo della compravendita della causa Imi-Sir”, già lavorava per “vendere quella Mondadori” in quanto era ormai “stabilmente a libro paga della lobby” di corotti e corruttori capeggiata da Cesare Previti e facente capo alla Fininvest di Berlusconi.
Altro che fascicoli secretati e prove a discarico degli imputati occultate e manipolate dalla procura.
Altro che, come ha dichiarato il nuovo Mussolini all’indomani delle motivazioni della sentenza: “siamo davanti solo a teoremi e indizi messi insieme alla bell’e meglio dai soliti magistrati politicizzati”.
I fatti dimostrano esattamente il contrario. E cioè che a carico di Previti e della sua banda di giudici e avvocati corrotti esiste una montagna di inoppugnubali prove documentali che gli stessi Pm hanno faticato non poco a ordinare e mettere in correlazione fra loro.
“Si può concludere – si legge nelle motivazioni della sentenza – che la causa civile Imi-Sir fu tutta frutto (quanto meno a partire dall’espletamento della perizia `sul quantum debeatur’ in primo grado nel 1987) di una gigantesca opera di corruzione che si è spinta fino al punto di concordare, tra il giudice Metta e gli `avvocati occulti di Nino Rovelli’, la preventiva decisione della controversia e la conseguente stesura della motivazione della sentenza d’appello del 26-11-1990, che poi diverrà definitiva; e ancora di constatare, pure qui con un quadro che definire gravemente indiziario è dire poco, che anche la coeva causa Mondadori presenta impressionanti analogie (per l’iter processuale e la presenza sempre degli stessi `protagonisti’) con ciò che si è appurato rispetto alla `gemella’ controversia Imi-Sir”.
Dunque, scrivono ancora i giudici: “Il quadro che alla fine si delinea è certamente quello della `più grande corruzione’ nella storia dell’Italia Repubblicana e fors’anche di più, se si dovesse seguire l’opinione di uno degli imputati di questo processo: `Si parla di corruzione che non ha l’eguale nella storia d’Italia e forse del mondo’ (così Cesare Previti, interr. al Pubblico Ministero del 23-9-1997 acquisito alla udienza del 29-7-02).
Certo è che si tratta di un caso di corruzione devastante, atteso che tocca uno dei gangli vitali di un moderno stato democratico: quello della imparzialità della giurisdizione… fino al punto di poter parlare – in questo caso sì – di un degrado della Giustizia che da cieca fu trasformata in `giustizia ad uso privato”’.
Del resto: “appare assolutamente evidente come gli imputati Metta, Squillante, Previti, Pacifico e Acampora avessero eletto la corruzione in atti giudiziari a vero e proprio sistema di vita, a metodo attraverso il quale conseguire nel modo più facile – ma anche tra i più sordidi – quella ricchezza materiale evidentemente mai sufficiente, ponendo la loro professione, le loro capacità e le loro intelligenze al servizio ora di questo ora di quello tra i `clienti’ (leggi Rovelli e Berlusconi, ndr) disposti a pagare qualsiasi cifra pur di raggiungere il loro scopo”.
Infine per quanto riguarda la posizione del neoduce Berlusconi e il suo coinvolgimento in questo processo i giudici, pur considerandolo “il privato corruttore”, il “mandante” della mazzetta di 400 milioni di lire in contanti provenienti da una provvista Fininvest da 3 miliardi e consegnati da Pacifico a Metta dopo essere transitati dai conti esteri di Previti e Acampora, evitano di menzionare molti riferimenti a suo carico anche perché il neoduce è uscito molto disonorevolmente da questo processo già due anni fa ed è riuscito a farla franca grazie alla derubricazione del reato da corruzione giudiziaria a corruzione semplice e alla generosa concessione delle attenuanti generiche.
Ma nel capitolo dedicato a “I corruttori” i giudici non possono fare a meno di ricordare che: “il dibattimento non si è potuto giovare del contributo probatorio del coimputato Silvio Berlusconi, nei confronti del quale la Corte d’appello di Milano, con sentenza in data 12 maggio 2001, previa derubricazione nel reato di cui agli artt. 321, 319 c.p., ed a seguito del riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, ha dichiarato non doversi procedere per intervenuta prescrizione.
L’esame di Silvio Berlusconi, inizialmente chiesto anche dal Pubblico Ministero e dalla parte civile CIR – che in seguito vi avevano tuttavia rinunziato – è stato infine disposto, ai sensi degli artt. 210 e 205 c.p.p. su richiesta dei difensori di Vittorio Metta, per la data del 15 luglio 2002, presso la sede in cui il Presidente del Consiglio dei Ministri esercita il proprio ufficio.
è tuttavia in seguito pervenuta al Tribunale missiva con la quale i difensori del dichiarante, nell’informare il Collegio che impegni istituzionali ne avrebbero impedito la presenza per lo svolgimento dell’incombente, ne preannunziavano altresì l’intendimento di avvalersi della facoltà di non rispondere alle domande, così come prevista dalla legge; ciò induceva il Tribunale a pronunziare ordinanza di revoca della ammissione di quel mezzo di prova.
Oggi, dunque, non resta che registrare l’assenza di dichiarazioni da parte del soggetto il quale, nella ipotesi accusatoria, era indicato come concorrente – nella veste di corruttore – nel reato per il quale si procede”.