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Timestamp: 2013-05-23 19:20:17+00:00
Document Index: 186393343

Matched Legal Cases: ['art.21', 'art. 32', 'art. 1', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 21']

Sipap - L'Associazione ...
I cambiamenti dell' art.21 del codice deontologico degli psicologi italiani, libertà d'istruzione e limiti del professionista psicologo
Scritto da Pierluigi Policastro - Presidente Sipap
La modifica dell'articolo 21 del codice deontologico degli psicologi evidenzia il problema collegato all'esercizio abusivo della professione dello psicologo come conseguenza dell'insegnamento di tecniche e metodologie riservate alla professione dello psicologo, ancor più perchè professione che opera attivamente nell'area della salute e del benessere psicologico dei cittadini.
In ogni caso, penso sia molto importante stabilire tale principio ed è proprio per questo che vorrei condividere due riflessioni: 1. dove e da chi sono definite le tecniche e le metodologie riservate alla professione dello psicologo? La legge nazionale che nel 1989 sull'ordinamento della professione di psicologo ha sancito il consolidamento degli sviluppi scientifici delle scienze psicologiche e le loro dirette conseguenze applicative per favorire la salute della popolazione, nell'area psicologica, in applicazione dell'art. 32 della Costituzione. Detto questo, non è stato ancora mai definito, nè dall'Ordine nazionale degli psicologi nè da alcuna Commissione ministeriale collegata all'abilitazione della professione degli psicologi, alcun atto tipico della professione di psicologo che possa dare sostanza a quanto genericamente indicato all'art. 1 della nostra legge istitutiva.
2. I rapporti etico-sociali della nostra Costituzione, oltre al diritto alla salute per tutti i cittadini italiani (art. 32), sanciscono, fortunatamente, il diritto allo studio e al libero insegnamento: come ci si può porre nei confronti di questo diritto costituzionale (art. 33)? Se la differenziazione la poniamo tra la libertà d'insegnamento e la definizione di aspetti applicativi propri di una professione con una specifica formazione, torniamo alla criticità espressa al punto 1. e cioè alla mancanza di un elenco o di un criterio chiaro e condiviso per la definizione delle prestazioni psicologiche. Se invece affrontiamo la questione del diritto allo studio e all'insegnamento per le conseguenze che tali insegnamenti hanno negli alunni e quindi, nel tempo, nella società, è necessario e facile riconoscere che una tematica così ampia, non può essere risolta da una sola professione, sanitaria, sociale, umanistica, ingegneristica che sia, ma dovrà essere affrontata da una apposita Commissione interministeriale o tavolo di lavoro che coinvolga i Ministeri competenti in materia d'istruzione, salute, lavoro e politiche sociali (Istruzione, università, ricerca - Salute - Lavoro e politiche sociali). Le alternative ad un lavoro istruttorio così complesso che però potrebbe garantire equità, trasparenza e onestà intellettuale perchè rappresentativo di tutte le parti sociali in gioco, sono soluzioni e logiche autoreferenziali che, in quanto tali, seguono la strada degli interessi di parte e cioè, in definitiva, della legge del più forte che sopprime il più debole. In questo nostro caso specifico collegato al motivo alla base della proposta attuale del cambiamento dell'art. 21, da una parte si esplicita il tentativo dei nostri Ordini professionali degli psicologi di sopprimere/reprimere, ancor più in questo periodo di crisi economico finanziaria e lavorativa, ogni area professionale meno strutturata ma concorrente in qualche settore applicativo della psicologia (ad esempio psico-pedagogisti, filosofi counsellor, ecc.) mentre, dall'altro lato, emerge un tentativo assai timido di resistere alla supremazia delle professioni dell'area della salute mentale proprie delle scienze mediche (psichiatria, neurologia e scienze del comportamento, ecc.), mostrando i "muscoli" con coloro che possono contare su minori risorse economiche per affrontare le battaglie legali in gioco.
Detto questo, concludo con due considerazioni e alcune domande finali mirate a sviluppare un dibattito interno alla nostra categoria e, in un'ottica di auspicabile valorizzazione della multidisciplinarità, spero anche nel contributo di idee di professionisti che operano in aree applicative in qualsiasi senso affini alla nostra: 1. la professione psicologica ha un ruolo sanitario e sociale molto evoluto che pone al centro la prevenzione ed il benessere psicologico ma ancora troppo poco conosciuto dai cittadini e forse dagli stessi docenti universitari dei sempre più numerosi corsi di laurea in psicologia: quanti docenti dei corsi di laurea in psicologia riconosciuti dai Ministeri competenti svolgono di fatto, al di là dell'insegnamento universitario, qualche area applicativa della professione psicologica? Quanti docenti e ricercatori, ancora oggi ad oltre 40anni dalla costituzione del primo corso di laurea in psicologia, strutturati all'interno dei corsi di laurea in psicologia sono iscritti all'Ordine professionale degli psicologi? Qual è la garanzia che i tanti studenti che ogni anno si laureano in psicologia nei sempre più numerosi atenei universitari pubblici e privati riconosciuti dai Ministeri competenti, che svolgono un anno di tirocinio di 1000 ore con l'obiettivo di svolgere l'esame di Stato per l'abilitazione alla professione, spesso con tutoraggi interni all'Università, hanno compreso il ruolo sociale e sanitario degli psicologi e della psicologia per i cittadini italiani?
2. la Sipap dalla sua costituzione nel 1995 ad oggi è stata ed è promotrice dello sviluppo della cultura psicologica nella cittadinanza a diversi livelli: il Mese del Benessere Psicologico, quest'anno alla quinta edizione su scala nazionale, è ancora il progetto di punta della nostra associazione e ormai è stato copiato e riproposto in forme analoghe da numerosi Ordini professionali degli psicologi (Puglia, Marche, Campania, Lombardia, ecc.) e da diverse altre associazioni private, con nostra grande soddisfazione. Questo però è ancora insufficiente se tali progettualità non sono accompagnate da una nostra chiara consapevolezza condivisa, sul ruolo e sulla funzione degli psicologi e della psicologia in ambito sanitario, sociale e del lavoro, nel privato come nel pubblico. Questa consapevolezza interna alla nostra professione come a tutti coloro che insegnano a studenti futuri psicologi e formano professionisti laureati in psicologia, deve vederci partecipanti attivi nella società e non spettatori passivi di scelte o pensieri altrui. Il fine della divulgazione della cultura psicologica è quello di aumentare la consapevolezza dell'importanza del benessere psicologico per tutti i cittadini, e per fare questo è necessario cominciare da noi stessi, da tutti noi professionisti psicologi, partecipando in prima persona a questi processi, non solo per delega alle istituzioni della nostra professione, ancora così divise tra loro, chiuse il più delle volte su interessi personalistici legati al consenso per il consenso e distanti dai bisogni della professione e dei professionisti psicologi, ancor più nell'area della libera professione e ancor più in un periodo storico segnato da evidenti crisi socio-economiche e spesso, da disinformazione!
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