Source: http://controsservatoriovalsusa.org/tribunale-permanente-dei-popoli/5-8-novembre-2015-sessione-conclusiva/registrazioni-audio-video/12-iniziative
Timestamp: 2018-11-20 22:32:23+00:00
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Sala Viglione del palazzo del Consiglio regionale
IL TRIBUNALE PERMANENTE DEI POPOLI LE GRANDI OPERE E LA VAL SUSA
recensione del Quaderno n.4 del Controsservatorio Valsusa di Ugo Mattei, professore di diritto civile nell'Università di Torino
Il volumetto a cura di Livio Pepino, Il Tribunale Permanente dei Popoli le grandi opere e la Valsusa, esce, per i tipi di Intramoenia, come VI Quaderno del ControsservatorioValsusa. Composto di tre sezioni, esso contiene, in apertura il testo della Sentenza con cui il Tribunale Permanente dei Popoli si esprime sull’ illegalità internazionale del progetto Ferroviario Torino Lione e di alcune altre grandi opere in diversi paesi Europei. La seconda parte contiene i lavori preparatori del processo svoltosi a Torino ed Almese nel corso del 2015, inclusa l’arringa conclusionale del motore di questa iniziativa, il Curatore del volume ed ex magistrato Livio Pepino. Infine, la terza parte offre materiali volti a capire la natura e la struttura del Tribunale Permanente dei Popoli, erede diretto dello storico Tribunale Russel sugli orrori del Vietnam poi divenuto Tribunale Basso.
La disposizione dei materiali nel volumetto si articola perciò a gambero, raccontando prima l’esito, poi le fondamenta giuridiche e solo alla fine soffermandosi sulla natura del decisore, il TPP, un tribunale internazionale di opinione.
Che cos’è un tribunale di opinione? Per capirlo occorre tener presente che il sistema giuridico internazionale oggi vigente, fondato sul c.d. modello Vestfaliano dello Stato nazionale sovrano, nei suoi oltre tre secoli e mezzo di vita, nonostante ripetuti sforzi e parziali successi, mai riuscì a produrre Corti internazionali dotate di autentico potere giurisdizionale sovrano. Nei tempi a noi più vicini, successivamente all’ultima globalizzazione (alla fine della guerra Fredda), la stessa sovranità degli Stati è andata indebolendosi a dismisura senza tuttavia che ciò comportasse un accrescimento di centralizzazione del diritto internazionale. Al contrario, la crisi della sovranità dello Stato nazione ha trasferito il potere sovrano a attori economici privati, le grandi corporation le quali oggi, più potenti degli Stati, producono regole internazionali a proprio uso e consumo. Esse determinano un mondo che risponde alla cosiddetta legge del più forte, in cui il più forte non è più lo Stato sovrano imperialista (di cui si occupò il Tribunale Russel) ma il capitale privato concentrato che determina i processi di produzione del diritto.
In questo mutato contesto giuridico, (U.Mattei e L. Nader, Il saccheggio. Regime di legalità e trasformazioni globali, Bruno Mondadori, 2010) la distinzione fra legge e diritto e quella fra legalità e legittimità diventano cruciali. I Tribunali di opinione, privi di base legale, non producono atti dotati di forza giurisdizionale neppure internazionale, ma nondimeno contribuiscono alla produzione dal basso di diritto (transnazionale). Essi non producono legalità formale ma si pronunciano sulla legittimità sostanziale di determinate azioni. Non si può comprendere la loro natura se non si sa distinguere il mondo (ampio) del diritto da quello (stretto) della leggeufficiale.Untribunale di opinione ha legittimazione unicamente sapienziale—il TPP è composto di autorevolissimi giuristi, per lo più ex magistrati di diverse nazionalità—è costituito per atto di autonomia privata e producediritto imperio rationis (per la forza della ragione) e non ratione imperii (per la ragione della forza). Essi seguono procedure formali rispettose di ogni garanzia del giusto processo, operano in funzione istruttoria raccogliendo in contraddittorio ogni possibile prova, articolano le proprie decisioni in modo rigorosamente argomentato in ogni passaggio.
Nel caso del processo TAV, il ricorso fu presentato dal ControsservatorioValsusa, un’Associazione di intellettuali, esperti e giuristi indignati a causa della continua produzione di propaganda e disinformazione ad opera dell’Osservatorio Valsusaufficialmente istituito (e generosamente finanziato) dai governi. L’Osservatorio fu istituito una decina d’anni fa per discutere con i rappresentanti della popolazione del come ma non del se del mega tunnel. Il tentativo di egemonia, destinato a fallire fu poi sostituito con la repressione poliziesca più brutale orchestrata dalla Procura della Repubblica Torinese che ha superato perfino ogni limite del ridicolo con accuse di terrorismo per semplici danneggiamenti materiali, misure cautelari restrittive della libertà dal significato apertamente inflittivo e soprattutto col caso Erri de Luca.
Il Controsservatorio, presentò il suo ricorso al TPP (riprodotto interamente nel volume) per lamentare la strutturale violazione del diritto internazionale operata da procedure decisionali privatizzate, calate dall’alto, produttrici di violazioni gravi e sistematiche di diritti fondamentali della persona (inclusa la vita e la salute) e delle comunità (beni culturali). In particolare si lamentava la violazione del principio di partecipazione (previsto dalla Convenzione di Aarhus) e più in generale quel diritto di autodeterminazione dei popoli che costituisce il principio fondamentale intorno al quale deve fondarsi qualunque regime di legalità internazionale.
Il Volume denuncia,in Valsusa e in altre lotte di popolo in difesa del territorio come bene comune, un quadro davvero inquietante di legalità formale piegata alle esigenze di un saccheggio illegittimo del territorio con esclusione e vittimizzazione delle comunità. Leggendo la sentenza, che dà ragione alle popolazioni denunciando l’illegalità diffusa a livello di diritto internazionale, al lettore pare di vedere la grande tenaglia fra pubblico e privato che stritola i beni comuni. Un pubblico che concentra il potere nelle mani di un capo dell’esecutivo che non risponde alla cittadinanza ma al capitale privato che ne determina la fortuna politica. Un privato ché è sempre più accumulo di capitale in gran parte finanziario prodotto attraverso l’esternalizzazione sistematica di ogni costo sociale ed ambientale. I due bracci della grande tenaglia sono portatori della stessa logica, della stessa retorica e delle stesse strategie di saccheggio. Strategie che per una certa fase storica parvero limitarsi ai contesti periferici degli Stati autoritari post-coloniali di cui fino ad oggi si era occupato il TPP come bene mette in luce lo stesso Pepino. Strategie che oggi invece vittimizzano anche i cittadini della parte “fortunata” del mondo, quell’ occidente ricco che un tempo saccheggiava le colonie in nome dei suoi sovrani politici e che oggi è saccheggiato da un capitale che non conosce più alcun radicamento territoriale.
La sentenza del TPP mostra implacabilmente che provare a distinguere i due settori, pensando che quello pubblico possa essere più amico dei beni comuni rispetto a quello privato è falsa coscienza ideologica della modernità (si veda U.Mattei, Il benicomunismo e i suoi nemici, Einaudi 2015).
Il libro curato da Livio Pepino ci mostra come il diritto ufficiale sia il prodotto di questa tenaglia ma ci fa anche vedere come ad esso si possa contrapporre un diritto legittimo, prodotto da autentica cultura cosmopolita e dall’ attenzione per i perdenti dei processi capitalistici.L’ alleanza fra giuristi sensibili,capaci di usare il diritto ufficiale in modo contro-egemonico e popolazioni desiderose di farsi protagoniste di azione costituente genera infatti il diritto dei beni comuni (A. Quarta & M. Spanò, Beni Comuni 2.0. Contro-egemonia e nuove istituzioni, Mimesis 2016) I tribunali di opinione, se supportanti da un radicato e forte movimento popolare, sono elementi costituenti essenziali di questa nuova legalità legittima ed ecologica.
intervento di Gianni Tognoni, segretario del Tribunale Permanente dei Popoli
Tutto quello che il Tribunale Permanente dei Popoli (TPP) poteva e doveva dire sulla vicenda del/la TAV è perfettamente espresso nella sentenza di Almese e può essere riassunto in poche parole ben note a tutte/i coloro che hanno condiviso la esperienza di questi anni. La storia più che ventennale della VdS, fatta di resistenza e di esercizio responsabile di autodeterminazione di una comunità, ha fatto riscoprire e reso credibile ed obbligatorio guardare alla Costituzione, ed ai diritti fondamentali che essa assume come quadro di riferimento, non come un fatto compiuto, ma ogni volta, in ogni nuovo contesto, come un protocollo di ricerca permanente. I contributi che sono stati presentati nelle Sessioni (dai fatti quotidiani, alle relazioni degli esperti, alla collocazione della VdS nel quadro proposto da Andrea Barreda nel quadro delle grandi opere globali) danno alla sentenza tutto il peso di dati e formulazioni dottrinali che ne possono fare (come documentato nel Quaderno del Centro-Osservatorio) uno strumento imprescindibile di formazione che si applica ben al di là della VdS.
Su questo sfondo, per affrontare in modo ancor più esplicito le sfide di futuro della Sentenza (che è diventata uno strumento di comunicazione, collegamento, cooperazione con tante realtà, europee e mondiali) sono pochi gli appunti che si possono preparare: non come qualcosa di nuovo, ma come sottolineature si spera non troppo ripetitive.
1- il caso VdS è indubbiamente (anche se considerato nel suo ruolo di “rappresentante” del capitolo delle grandi opere) molto “concentrato”, per numeri di persone e luoghi/attori coinvolti, ed il meno “drammatico”, in termini di espressione massiccia di violenza sulla vita delle persone. La impressionante comparabilità con lo spettro dei casi considerati dal TPP – dal punto di vista dei meccanismi attraverso cui un problema economico-finanziario si trasforma in un processo esplicitamente violatorio di diritti costituzionali e fondamentali, dà tuttavia un’idea precisa del come e quanto la globalizzazione economico-finanziaria è una ideologia che pretende alla assoluta pervasività. E’ la “normalità” dei rapporti e dei valori di democrazia che deve, e perciò può, sperimentalmente, essere messa in discussione ovunque se ne presenti l’occasione. La “normalità” di questa metodologia è tutta giocata sul fatto che nel frattempo è in corso un’altra operazione ideologica-culturale-politica, che dichiara anormale la possibilità di opporsi ad interventi che mirano a presentarsi come legali nella loro espressine contrattuale economico-gestionale, per nascondere la loro illegittimità di fondo. Si dà per acquisito che possa essere esclusa un’opposizione, un confronto, una trasparenza sul merito da parte di soggetti che hanno memoria delle radici di inviolabilità dei loro diritti e che non si riconoscono nel ruolo di spettatori paganti ed obbedienti. La trasformazione del linguaggio che è in corso a tutti i livelli della politica, e che si impegna in modo speciale nel modificare il rapporto ed i ruoli della politica con l’ambito dei diritti fondamentali permette a questo punto di trasformare coloro che esercitano un diritto in minacce per l’ordine costituito. La piccola inutile “grande opera” della VdS diventa a questo punto un evento che, come al microscopio, rivela che la “diagnosi” di quanto succede in questo ed in altri luoghi delle democrazie doc dell’Europa è in stretta continuità con la logica e le implicazioni (con diversa drammaticità) di quanto accade su scala più sistematica nelle democrazie meno protette. La contemporaneità di quanto si è progressivamente verificato nel rapporto delle democrazie europee (e delle loro Carte dei diritti) con il popolo dei migranti (ben più esteso, eterogeneo, diffuso, ed infinitamente più drammatico per le cause che lo provocano, e le conseguenze che ne derivano) non è certamente né casuale né scollegato con i contenuti e le implicazioni del capitolo “grandi opere”.
2- Fa parte degli obiettivi originali del TPP – ripetutamente confermati nelle sue sentenze, ben richiamate nei documenti presentati nella Sessione di Torino e nella sentenza di Almese – valutare con assoluto rigore e mettere in evidenza quanto un diritto dal basso (dove ai popoli è restituito il ruolo di soggetti di diritto prima ancora che quello di vittime di violazioni) è imprescindibile per supplire-opporsi ad un diritto negato da parte dei suoi rappresentanti istituzionali. Una Sessione condotta dall’interno di un sistema riconosciuto come democratico ha posto in piena evidenza, quanto nel processo di inversione di gerarchie dei valori (l’economia è il quadro di riferimento vincolante, i diritti fondamentali delle persone e delle comunità sono una variabile dipendente) perseguito dalla globalizzazione, il diritto esistente e confermato nei suoi principi è svuotato e deviato nella sua attribuibilità concreta alle persone e alle comunità. Il caso della VdS, con la sua lunga storia di resistenza attiva e propositiva, diventa in questo senso esemplare di quanto il diritto può mantenere il suo ruolo di legittimità solo se si confronta, e si rimette in discussione, con il diritto di visibilità, di presa di parola, di partecipazione, che si esprime nelle lotte delle comunità.
3- Una lettura delle sentenze più recenti del TPP – dalla Colombia al Messico a quella della lotta delle donne lavoratrici nelle industrie tessili del Sud-Est asiatico per il riconoscimento del loro diritto ad un salario-con-dignità-di-vita – costituisce in questo senso il commento più convincente e pertinente a quanto emerso, nel giudizio e nelle raccomandazioni, dai lavori di Torino-Almese. La ri-consegna della sentenza alle/ai partecipanti alle udienze e all’assemblea generale da parte delle donne-giudici rappresentanti delle lotte del Cile, della Colombia, delle popolazioni indigene ed afroamericane, dà la misura del significato che la microrealtà della VdS (e degli altri casi presentati) ha per e negli scenari globali. Si ristabilisce in questo senso una continuità di obiettivi e di metodi nella resistenza-affermazione di diritti che rappresenta una priorità assoluta per non essere vittime anche delle strategie di divisione e di frammentazione che rappresentano una delle armi preferite della globalizzazione economica, travestita, sempre meno credibilmente, ma con una violenza che si esercita sul lungo periodo, attraverso le politiche dei Trattati economici e commerciali che hanno come obiettivo la penetrazione ed il controllo di tutto ciò che costituisce il tessuto della quotidianità dei diritti (lavoro, sanità, ricerca, ......).
L’elemento centrale – ed il fondamento più certo delle legittimità e della forza propositiva dei lavori del TPP in/con la Vds – è certamente da riconoscere nella storia e nella testimonianza concreta della partecipazione delle comunità. Non è certo qui la sede per riandare su una storia che lungo tanti anni ha prodotto di fatto una realtà profondamente innovativa, riconosciuta anche da tutti i membri della giuria del TPP come un vero e proprio “regalo”, per la capacità di dare visibilità alla possibilità e praticabilità di un processo che restituisce al diritto le sue radici di legittimità e di costruzione di democrazia. La ri-proposizione di questo processo concreto in una sede istituzionale che dovrebbe essere garante e promotrice della partecipazione reale come primo indicatore imprescindibile di democrazia rappresenta un atto dovuto e forse ovvio. Più realisticamente si tratta tuttavia, nella situazione attuale, di una vera e propria provocazione, che ha implicazioni che si estendono ben al di là della VdS. La sperimentazione del bisogno e della possibilità, sul lungo periodo, del ri-affermare l’ordine delle gerarchie tra diritti universali e regole-trattati economici, può e deve essere vista come una domanda politica e culturale totalmente aperta e degli esiti tutt’altro che garantiti. La VdS è uno dei luoghi esemplari di questa ri-alfabetizzazione. Il TPP può solo augurare che questo processo sia parte e protagonista di una rete di sperimentazioni, tutte diverse per i contesti, ma fortemente coerenti per metodologia e lucidità.
intervento di Livio Pepino, presidente Controsservatorio Valsusa
Considero importante essere oggi qui, in una sala del Consiglio regionale, per una pluralità di ragioni. Provo indicarne al cune:
1. perché siamo in una sede istituzionale, una sede da cui il movimento No Tav (del quale il Controsservatorio Valsusa si considera parte) è sempre stato escluso. Ci siamo forse per un paradosso ma ponendo un precedente che intendiamo capitalizzare. Il paradosso è che ci siamo per merito di Lombroso... È, infatti, accaduto che qualche tempo fa, in una polemica seguita alla presentazione in una sala di questo palazzo di un libro contenente la richiesta di chiusura del museo Lombroso, il presidente del Consiglio regionale abbia chiuso la polemica dicendo che «il Consiglio è la casa di tutti e la concessione di sue sale per dibattiti di interesse della collettività non può essere soggetta a censure di merito». L’assist non ci è parso vero e ci siamo affrettati a chiedere questa sala per la presentazione del quaderno del Controsservatorio dedicato alla sentenza del Tribunale permanente dei popoli sulla violazione dei diritti fondamentali della popolazione valsusina nella vicenda della progettazione della nuova linea ferroviaria Torino-Lione, argomento di sicuro interesse per i cittadini del Piemonte. Così abbiamo ottenuto la sala e soprattutto abbiamo stabilito un precedente a cui potremo richiamarci in futuro (e a cui certamente ci richiameremo). In altri termini, con oggi il punto di vista sul Tav delle popolazioni interessate e del movimento No Tav non sarà più tabù – come è stato in tutti questi anni – nelle sedi istituzionali. Per ottenere questo risultato abbiamo accettato di buon grado anche un orario infelice quale quello delle 11.00 del mattino. Pensavamo che l’affermazione del principio dovesse fare aggio sulla partecipazione inevitabilmente modesta. Ma le cose sono andate meglio di quanto avevamo previsto come dimostra questa sala piena. Dunque, proseguiremo: qui, in Comune, in Parlamento, alla Commissione e al Parlamento europeo (dove a breve il Presidio Europa si recherà per la consegna della sentenza). Non abbiamo espugnato una fortezza, ma abbiamo un nuovo campo su cui “giocare”;
2. perché abbiamo dimostrato – e stiamo dimostrando – chi vuole il confronto e chi no. Ricorderete che nei giorni scorsi (la vigilia di Pasqua alle 23.00, dopo una partita di calcio) Rai3 ha trasmesso una puntata di “Scala Mercalli” nella quale, per 22 minuti, alcuni specialisti di varie discipline hanno illustrato le ragioni dell’opposizione al Tav Torino-Lione spiegandone l’inutilità, l’insostenibilità ambientale, i costi eccessivi, le lesioni ai diritti di informazione e partecipazione della comunità locale. Inutile dire che i fautori dell’opera (tra cui l’immancabile senatore Esposito e il presidente dell’Osservatorio per il collegamento ferroviario Torino-Lione Foietta), pur gratificati di accesso quotidiano in condizioni di monopolio a giornali e televisioni, hanno gridato allo scandalo per la mancanza di contraddittorio, proponendo interpellanze e richieste di una trasmissione riparatoria (sic!). Ebbene noi oggi abbiamo invitato qui, a confrontarsi con il segretario del Tribunale permanente dei popoli e con due illustri giuristi dell’Università di Torino, il presidente della Regione Piemonte Chiamparino, il presidente dell’Osservatorio sulla Torino-Lione Foietta e il sindaco di Susa (nonché presidente dell’Unione dei comuni della Valle) Plano. Non ci crederete, ma in sala c’è solo Sandro Plano, mentre gli altri invitati ci hanno fatto sapere di non poter intervenire per impegni precedentemente assunti (senza neppur far cenno alla possibilità di farsi sostituire da un assessore o da un funzionario competente...). Del resto erano impegnati, e costretti a disertare l’evento, anche in occasione della sessione del Tribunale permanente dei popoli dello scorso novembre! E sempre per l’esistenza di contestuali incombenze nell’orario richiesto non era stato consentita la visita di una delegazione del TPP al cantiere di Chiomonte...;
3. perché abbiamo con noi illustri giuristi la cui presenza vale, insieme, come riconoscimento della serietà dell’impegno del Controsservatorio Valsusa e come allargamento nella comunità giuridica del dibattito sui temi della salvaguardia del territorio e del diritto di partecipazione. La sentenza del TPP, promanando da un tribunale di opinione, non ha valore ed effetti giurisdizionali né possibilità di esecuzione ma, come ci ricorda Ugo Mattei, ha cionondimeno una profondo valore anche giuridico. Il sistema giuridico è, infatti, un realtà sempre più complessa nella quale il versante istituzionale è solo una componente (seppur tradizionalmente la più importante e, comunque, la più visibile). Al diritto dei singoli si affianca prepotentemente il diritto delle comunità. È un diritto per lo più disatteso e per questo richiede “giudici” diversi. Lo ricorda Luis Moita, nel libro che questa mattina presentiamo, citando le parole con cui Jean Paul Sartre, nell’ormai lontano 1967, rispose al generale De Gaulle per rivendicare la legittimità e il valore del Tribunale Russel sul Vietnam: «Perché noi nominiamo noi stessi? Esattamente perché non lo fa nessuno. Solo i governi o i popoli potrebbero farlo. Ma i governi vogliono riservarsi la possibilità di commettere crimini senza incorrere nel rischio di essere giudicati; per questo non creerebbero un organismo internazionale abilitato a farlo. In quanto ai popoli, se si esclude la rivoluzione, non nominano tribunali e, quindi, non potrebbero nominarci». “Giudici” diversi le cui decisioni interagiscono, peraltro, con il diritto “ufficiale”, aprono spazi, producono cambiamenti. Oggi qui stiamo lavorando anche in questa direzione;
4. perché il dibattito di oggi è, dopo la sentenza del TPP, la base per ulteriori iniziative. Da un lato, infatti, stiamo operando per provocare, sulla situazione della Val Susa, un intervento del Comitato per l’adempimento della convenzione di Aharus (cogliendo l’indicazione contenuta nell’ultima parte del dispositivo della sentenza). Dall’altro – sempre come Controsservatorio Valsusa – stiamo facendo partire una ricerca, che speriamo coinvolga molti esperti e molte realtà di studio, sugli interessi e i conflitti di interesse sottostanti alla progettazione del Tav Torino-Lione (c in questo settore paradigma di quanto sta accadendo nel Paese);
5. infine perché la controinformazione, la denuncia e la protesta sono, in una democrazia complessa, una componente fondamentale. Il diritto di opporsi e di protestare è stato ed è gravemente ostacolato Valle. Lo abbiamo detto e scritto più volte: la vicenda della Val Susa è una parabola di quanto accade nel Paese. Per il trattamento del territorio e dei beni comuni e per il rapporto instaurato dai poteri centrali con i cittadini e le comunità locali. Lo schema seguito con riferimento alla progettazione della nuova linea prevede – dopo la disinformazione e l’informazione deformata – la permanente e totale impermeabilità a richieste, appelli, sollecitazioni ed esposti di istituzioni territoriali, comitati di cittadini, tecnici e intellettuali e la parallela gestione della protesta e dell’opposizione come problemi di ordine pubblico demandati, talora anche grazie ad appositi provvedimenti legislativi, al controllo militare del territorio e all’intervento massiccio degli apparati repressivi (con significative limitazioni di diritti dei cittadini costituzionalmente garantiti). Anche questo è frutto di un progetto coerente di torsione centralistica e autoritaria del sistema che va ben oltre la Val Susa. Si inserisce in questo quadro, completandolo e attribuendogli carattere strutturale, la modifica della Costituzione approvata dalla Camera il 12 aprile scorso che, insieme con la legge elettorale n. 52 del 2015, persegue il disegno riassunto nello slogan «chi vince prende tutto». Le finalità di quella modifica sono riassunte in modo esplicito in un documento del 28 maggio 2013 della banca d'affari americana J. P. Morgan (uno dei registi dell’operazione in atto) in cui si legge, tra l’altro: «Le Costituzioni e i sistemi politici dei Paesi della periferia meridionale, costruiti in seguito alla caduta del fascismo, hanno caratteristiche che non appaiono funzionali a un'ulteriore integrazione della regione. [...] Questi sistemi politici periferici mostrano, in genere, le seguenti caratteristiche: governi deboli; stati centrali deboli rispetto alle regioni; tutela costituzionale dei diritti dei lavoratori; [...] diritto di protestare se cambiamenti sgraditi arrivano a turbare lo status quo. I punti deboli di questi sistemi sono stati rivelati dalla crisi. [...] Ma qualcosa sta cambiando: il test chiave avverrà l'anno prossimo in Italia, dove il nuovo governo ha chiaramente l'opportunità impegnarsi in importanti riforme politiche». Il laboratorio della Valsusa e l’analisi che qui, oggi, ne stiamo facendo ci aprono, dunque, gli occhi su una realtà generale. E non è poca cosa di fonte al pensiero dominante che vorrebbe diventare unico.