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Timestamp: 2018-12-18 15:24:21+00:00
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Società Civile e Costituzione: Corte Costituzionale sentenza contro delirio di onnipotenza dei Senatori per la diffamazione di Raffaele Iannuzzi su Il Giornale
Corte Costituzionale sentenza contro delirio di onnipotenza dei Senatori per la diffamazione di Raffaele Iannuzzi su Il Giornale
Con la sentenza N. 301 del 2010 la Corte Costituzionale dichiara che i diffamatori non possono nascondersi dietro all’immunità parlamentare.
Affermare, come ha fatto il senatore Iannuzzi “... il quale – con due articoli di stampa pubblicati sul quotidiano “Il Giornale”, l’uno, del 2 novembre 2003, dal titolo “Genesi di una persecuzione – Buscetta rinnegò il verbale che aprì il caso Pecorelli”, l’altro, del 19 settembre 2004, dal titolo “Gli intoccabili in toga” – avrebbe offeso la reputazione dei querelanti, affermando: che il processo al senatore Giulio Andreotti sarebbe stato instaurato per finalità politiche; e che i predetti magistrati avrebbero strumentalizzato le dichiarazioni del pentito Buscetta, avrebbero posto in essere una serie di atti tali da determinare il suicidio del maresciallo Lombardo ed avrebbero, in sostanza, abusato delle rispettive posizioni per impedire che fossero scoperte le tracce del loro operato, anche attraverso un’indebita interferenza nel dibattito parlamentare conseguente all’esito del processo Andreotti.”
E poi ricorrere all’immunità parlamentare per non essere querelati, è un uso criminale delle Istituzioni della Repubblica.
La sentenza N. 301 della Corte Costituzionale è interessante, anche dal punto di vista della magistratura ordinaria. Infatti, le dichiarazioni di Iannuzzi vengono sottratte all’immunità parlamentare in quanto il tribunale di Milano, nel ricorrere alla Corte di Cassazione afferma:
“Il Tribunale esclude che, nella specie, vi sia alcun elemento concreto da cui si possa desumere la sussistenza di una corrispondenza sostanziale tra i contenuti degli articoli oggetto delle querele e le opinioni già espresse dal senatore in specifici atti parlamentari, non essendo sufficiente una mera comunanza di tematiche e un generico riferimento alla rilevanza dei fatti pubblici.”
Qual è il conflitto che individua la Corte Costituzionale?
E’ il conflitto fra:
“Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, per l’esistenza di un nesso funzionale tra le dichiarazioni rese extra moenia da un parlamentare e l’espletamento delle sue funzioni di membro del Parlamento – al quale è subordinata la prerogativa dell’insindacabilità di cui all’art. 68, primo comma, Cost. – è necessario che tali dichiarazioni possano essere identificate come espressione dell’esercizio di attività parlamentare (tra le molte, sentenze n. 420, n. 410, n. 134 e n. 171 del 2008, n. 11 e n. 10 del 2000).”
E l’ipotesi dell’impunibilità espressa in:
“La difesa del Senato della Repubblica sottolinea come il parlamentare abbia sempre incentrato la propria attività parlamentare principalmente sull’analisi delle questioni giudiziarie, dell’attività della criminalità organizzata, delle forme di contrasto alla stessa e delle relative vicende processuali, offrendo il proprio contributo sia alla ricostruzione storica di tali vicende, sia all’adozione di iniziative parlamentari di contrasto al fenomeno mafioso tout court; rileva che dalla pubblicazione degli articoli di stampa in oggetto trasparirebbe il chiaro intento divulgativo di opinioni connesse al mandato parlamentare; e sottolinea l’opportunità di una rielaborazione della nozione di “nesso funzionale” anche in ragione dei confini o dei limiti che la Corte di Strasburgo ha tracciato in ordine alla libertà di manifestazione del pensiero.”
Alla fine dell’analisi la Corte Costituzionale, cassando le affermazioni del Senato, sentenzia:
“dichiara che non spettava al Senato della Repubblica affermare che le dichiarazioni rese da Raffaele Jannuzzi, senatore all’epoca dei fatti, per le quali pende un processo penale dinanzi al Tribunale di Milano, di cui al ricorso in epigrafe, costituiscono opinioni espresse da un membro del Parlamento nell’esercizio delle sue funzioni, ai sensi dell’art. 68, primo comma, della Costituzione;
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 18 ottobre 2010.”
Purtroppo, come troppo spesso assistiamo nella magistratura ordinaria, troviamo atteggiamenti vessatori rispetto alle rabbie e al desiderio di giustizia del singolo mentre, sempre troppo spesso, assistiamo all’impunità di chi si tiene al di fuori e al di là della legge.
E’ necessario, chiaramente, una modifica del sistema giurisdizionale italiano.
Riporto la sentenza della Corte Costituzionale:
Riflettere sulla relazione fra cittadino e “autorità”. Non siamo in un regime monarchico, siamo in un regime democratico, ma troppe forze e troppi delinquenti cercano di convincere i cittadini a mettersi in ginocchio davanti ad un re o ad un padrone di turno ad imitazione del criminale in croce.
Pubblicato da Claudio Simeoni a 13:32
Etichette: Corte Costituzionale, diffamazione, Il Giornale, immunità, senato, sentenza 301/2010