Source: https://campanologia.it/contenuto/pagine/01-ATS/ATS-C06/ATS-C06-02-CTU.htm
Timestamp: 2019-04-22 08:04:21+00:00
Document Index: 68832692

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 178', 'art. 2697', 'art. 191', 'sentenza ', 'art. 61', 'art. 13', 'art. 62', 'art. 366', 'art. 51', 'art. 196', 'art. 192', 'art. 193', 'art. 257', 'art. 373', 'art. 87', 'art. 201', 'art. 201', 'art. 154', 'art. 91', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 64', 'art. 194', 'art. 210', 'art. 213', 'art. 210', 'art. 213', 'art. 210', 'art. 213', 'sentenza ', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 424', 'art. 52', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 170', 'art. 91', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 633', 'art. 111']

Portale www.campanologia.it: Area I Arte Tecnico Scientifica - ATS.C06.02: Consulente Tecnico di Ufficio
Capitolo ATS.C06: "Normativa: Varie - Copyright" - Pagina 02
Questa documentazione si riferisce ai Consulenti Tecnici d'Ufficio (C.T.U.) nei piÃ¹ svariati campi di applicazione.
In un eventuale contenzioso che si riferisse alle campane, il CTU dovrebbe svolgere le mansioni qui sotto citate.
La consulenza tecnica dâ€™ufficio
Funzioni dellâ€™istituto
La consulenza quale strumento valutativo e quale strumento di accertamento di fatti
Lâ€™attivitÃ e i poteri del consulente tecnico dâ€™ufficio
Lâ€™acquisizione di documenti e di informazioni
La relazione del consulente e la sentenza del Giudice
Il compenso del consulente tecnico dâ€™ufficio.
Lâ€™ingresso nellâ€™attivitÃ processuale civile di saperi e competenze tecniche specialistiche costituisce un fenomeno indubbiamente â€œin espansioneâ€�, essendo cresciuta sia nella prassi giudiziaria quotidiana sia (probabilmente in termini piÃ¹ incerti) nel legislatore, la consapevolezza della necessitÃ /opportunitÃ di apporti cognitivi o esecutivi provenienti da soggetti diversi dal Giudice in molteplici sedi processuali, certamente molte piÃ¹ che in passato. Ed essendo cresciuta oltre misura, negli ultimi decenni, la complessitÃ e il tecnicismo (essenzialmente sotto il profilo normativo) di attivitÃ (ad esempio quella edilizia, quella connessa alla circolazione giuridica di immobili ecc.) sovente implicate nellâ€™attivitÃ giudiziaria.
Se sul fronte normativo il pensiero va essenzialmente alle riforme, alcune delle quali recentissime, che hanno interessato il settore delle vendite forzate mobiliari e immobiliari e lâ€™istituto della delega prima al Notaio e poi, in termini piÃ¹ allargati (e probabilmente diluiti), al professionista, sul fronte della prassi il discorso Ã¨ semmai ancora piÃ¹ articolato, con lâ€™attribuzione ad ausiliari di compiti svariati, sempre riconducibili al compimento di atti del processo o di incombenze accessorie a questi connesse, di diversa natura.
Si pensi, tanto per stare ancora nel campo delle esecuzioni, in particolare, alle esecuzioni forzate degli obblighi di fare e allâ€™estrema varietÃ di incarichi che vengono affidati al tecnico che, sovente, affianca lâ€™Ufficiale giudiziario nella attuazione del titolo azionato per curare i profili urbanistici, amministrativi, tecnici, legati allâ€™attivitÃ edilizia che, ad esempio, detta attuazione comporta.
Naturalmente, il mosaico appena emerso non appare suscettibile di essere agevolmente ricondotto ad unitÃ , trovando in esso posto istituti diversi la cui riconducibilitÃ alla comune figura dellâ€™ausiliario del Giudice non Ã¨ sufficiente a darne una base sistematica e soprattutto normativa comune.
Una linea di demarcazione che, almeno apparentemente, consente di differenziare i diversi fenomeni accennati, puÃ² essere ricostruita sulla base di due parametri di fondo, tra loro interconnessi:
a) diversa permeabilitÃ offerta dalle diverse figure di ausiliario alle regole che governano il processo nel corso del quale la sua attivitÃ si inserisce;
b) diverso grado di implicazione dellâ€™attivitÃ dellâ€™ausiliario con lâ€™oggetto del processo.
In realtÃ , unâ€™ampia area dei contributi tecnici â€œesterniâ€� si sottrae alla necessitÃ di rispettare peculiari regole processuali in quanto si esaurisce nellâ€™espletamento di operazioni tecniche, materiali, burocratiche che non costituiscono oggetto del processo ma assolvono funzioni accessorie, preparatorie, strumentali. CiÃ² accade essenzialmente nei processi esecutivi immobiliari, ove lâ€™espropriazione richiede tutta una serie di attivitÃ tecniche (verifica della regolaritÃ catastale e urbanistica del bene, volture e formalitÃ conseguenti alla vendita) tendenzialmente sottratte alla discussione tra le parti e che assumono rilievo solo in quanto funzionali a consentire il corretto trasferimento della proprietÃ del bene espropriato e, in questo senso, una sicura e stabile acquisizione del prezzo di vendita, destinato al soddisfacimento dei creditori.
Ad una diversa graduazione si collocano altre attivitÃ che, sempre nel medesimo tipo di processo, assumono una maggiore rilevanza in quanto suscettibili di incidere sui diritti soggettivi oggetto del processo esecutivo e di costituire oggetto di diverse valutazioni (determinazione del valore dellâ€™immobile, formazione di lotti distinti, ecc.).
In tali casi, pur nellâ€™ambito di attivitÃ meramente strumentali rispetto alla finalitÃ pratica del processo, esistono spazi entro i quali lâ€™attivitÃ dellâ€™ausiliario (o meglio il risultato finale di tale attivitÃ ) puÃ² essere contestata e conseguentemente â€œentrareâ€� in una logica squisitamente processuale o addirittura costituire oggetto essa stessa di un processo di cognizione piena quale lâ€™opposizione agli atti esecutivi, sia pure incidentale rispetto al processo esecutivo.
Appare pertanto opportuna la recente scelta del legislatore di regolamentare espressamente (cfr. â€¦ ) un modus procedendi dellâ€™esperto stimatore che permetta e lasci emergere le possibili contestazioni delle parti.
Si approda infine allâ€™istituto â€œprincipeâ€� della c.t.u., caratterizzato da un completo inserimento nel processo e nelle sue regole dialettiche. Il contraddittorio pieno tra le parti, dunque, quale regola e segno discriminante dellâ€™istituto. E ciÃ² si spiega agevolmente ricordando la profonda compenetrazione che esiste tra le regole del procedere dellâ€™ausiliario e il grado di implicazione della sua attivitÃ con lâ€™oggetto del giudizio.
Qui lâ€™ausiliario fornisce al Giudice un contributo destinato ad incidere sulla stessa formazione del convincimento del Giudice e pertanto la sua attinenza allâ€™oggetto del giudizio Ã¨ massima. Lâ€™attuazione del contraddittorio tra le parti non puÃ² pertanto che avvenire al massimo grado.
Nella pratica giudiziaria quotidiana la c.t.u. costituisce certamente uno degli istituti processuali nevralgici e raccoglie piÃ¹ di altri (soffrendone, si vorrebbe dire) differenti visioni del processo, le tensioni e le aspettative delle parti e dei loro difensori.
Comâ€™Ã¨ noto, la collocazione sistematica assunta dallâ€™istituto presenta una spiccata ambiguitÃ che si proietta nella sua oscillazione tra una funzione di accertamento e quindi di acquisizione di fatti processuali e una funzione esclusivamente di valutazione degli stessi.
Il codice del 1940 colloca infatti la disciplina della c.t.u. nella sezione III (istruzione probatoria) del capo II (istruzione della causa) del libro secondo (del processo di cognizione), anteponendola (paragrafo 1) tuttavia alla disciplina generale dellâ€™assunzione dei mezzi di prova (paragrafo 2) e a quella dei mezzi di prova tipici e nominati di cui ai paragrafi 3-10.
Tradizionalmente, si esclude che la c.t.u. configuri un mezzo di prova, essendosi esclusa conseguentemente la reclamabilitÃ al collegio ex art. 178 c.p.c. (nel testo anteriore alla novella del 1990) dellâ€™ordinanza che dispone la c.t.u.. Su questa linea, inoltre si afferma che la richiesta della parte di espletamento della consulenza tecnica dâ€™ufficio, non integrando unâ€™istanza istruttoria in senso tecnico ma solo una sollecitazione dei poteri ufficiosi del Giudice, non puÃ² mai considerarsi tardiva e sfugge pertanto alle preclusioni previste dagli artt. 183 e 184 c.p.c. (Cass., sez. II, 15.4.2002, n. 5422).
Eppure nessuno dubita, oggi, che la c.t.u. sia effettivamente un mezzo per veicolare nel processo non solo (e sempre ammesso che sia sempre possibile unâ€™agevole distinzione) valutazioni di fatti giÃ acquisiti al processo ma anche materiale probatorio a disposizione del Giudice per la formazione del suo convincimento.
Tale affermazione pone brutalmente di fronte ad alcuni interrogativi che, come appena anticipato, condensano lâ€™intera â€œdrammaticitÃ â€� applicativa dellâ€™istituto: entro quali limiti lâ€™attivitÃ del consulente puÃ² legittimamente consistere, oltre che nella valutazione di fatti giÃ allegati e provati dalle parti, lâ€™accertamento di fatti ulteriori e idonei a fondare il convincimento del Giudice ? esistono regole processuali che delimitano tali acquisizioni ? oppure si Ã¨ in presenza di una sorta di porto franco in grado di creare una vistosa falla nel sistema (proprio del giudizio di cognizione ordinario) di rigide preclusioni processuali, destinate a ridurre progressivamente i poteri di allegazione e prova delle parti ?
Eâ€™ chiara la stretta correlazione delle risposte a tali domande con il principio dispositivo del processo, il principio dellâ€™imparzialitÃ del Giudice, il principio del contraddittorio e del giusto processo.
In particolare, nel nostro sistema processuale, che configura un processo di parti, vige la regola per la quale le parti hanno lâ€™onere di allegare i fatti posti a fondamento delle rispettive domande o eccezioni e quindi di allegarne la prova (artt. 99, 112, 115 c.p.c.). I poteri istruttori del Giudice costituiscono unâ€™eccezione e devono fondarsi su norme di legge che espressamente li prevedano.
In linea generale, non vi Ã¨ per il Giudice la possibilitÃ di disporre accertamenti dâ€™ufficio sui fatti posti a fondamento delle affermazioni delle parti e specificamente la consulenza non puÃ² essere utilizzata per provare fatti che le parti avrebbero potuto e dovuto provare avvalendosi dei mezzi istruttori previsti dal codice quali la produzione di documenti, le prove testimoniali, ecc. (Cass., sez. III, 6.4.2005, n. 7097).
Occorre chiarire dunque con la maggiore precisione possibile entro quali limiti Ã¨ lecito affermare che la consulenza costituisce un mezzo per la prova di fatti, in deroga ai principi appena esposti.
In proposito, appare utile richiamare alcune massime della S.C. che chiariscono come la consulenza possa assurgere a vero e proprio mezzo di prova, o a fonte oggettiva di prova, ogni qual volta essa si riveli lâ€™unico strumento conoscitivo possibile di fatti rilevanti che in nessun altro modo la parte onerata sarebbe in grado provare, richiedendo lâ€™accertamento del fatto lâ€™applicazione di tecniche o tecnologie o comunque di saperi specialistici (v. Cass., sez. III, 8.1.2004, n. 88; sez. lav., 7.6.2004, n. 10784; sez. lav., 15.10.2003, n. 15448; sez. , 26.11.1998, n. 12000; sez. , 25.9.1998, n. 9584). Se, dunque, in tali casi la consulenza comporta una vera e propria deroga alla regola di giudizio di cui allâ€™art. 2697 c.c. e al principio dispositivo del processo, essa trova giustificazione solo in funzione della difficoltÃ di accesso alla prova di determinati fatti. La soluzione offerta dalla citata giurisprudenza, del tutto consolidata su questo punto, si colloca pertanto su un punto di equilibrio tra regola dispositiva del processo ed esigenza che questâ€™ultimo tenda comunque allâ€™accertamento di fatti veri (presupposto perchÃ© possa pervenirsi ad una decisione giusta).
La nomina avviene con ordinanza del Giudice istruttore che fissa lâ€™udienza di comparazione del medesimo davanti a sÃ© per raccogliere il giuramento, formulare il quesito e conferire lâ€™incarico (art. 191 c.p.c.).
Come Ã¨ noto, la nomina del c.t.u. costituisce atto istruttorio discrezionale del Giudice e puÃ² scaturire non solo da una richiesta delle parti ma anche da unâ€™iniziativa dâ€™ufficio dello stesso Magistrato.
In realtÃ la discrezionalitÃ del Giudice istruttore non puÃ² trasmodare in arbitrio: la costante giurisprudenza della S.C. impone infatti, qualora le parti richiedano di disporre la c.t.u. al fine di accertare determinati fatti essenziali per la decisione, che il Giudice istruttore motivi le ragioni dellâ€™eventuale diniego del mezzo istruttorio (tra le molte: Cass., sez. lav., 27.5.1980, n. 3471), ragione che, peraltro, possono essere implicite ed emergere dal tenore complessivo delle argomentazioni illustrate nella sentenza (Cass., sez. II, 6.5.2002, n. 6479).
La domanda non puÃ² pertanto essere rigettata per difetto di prova quando la consulenza tecnica avrebbe potuto accertare quei fatti posti a base della domanda stessa e accertabili solo con il ricorso a saperi e tecniche specialistiche o professionali.
Analogamente, ove la parte richieda il rinnovo della consulenza, specificandone le ragioni, il Giudice puÃ² o meno accogliere tale richiesta ma ha il dovere di motivare le ragioni per le quali, in particolare, ritiene di non farlo (Cass., sez. III, 2.8.2004, n. 14775).
La c.t.u. Ã¨ ammissibile in appello (Cass., sez. III, 4.4.1989, n. 1620) ed anche nel giudizio di rinvio (Cass., sez. I, 7.11.1989, n. 4644) senza incontrare le preclusioni comuni agli altri mezzi istruttori.
Il Giudice istruttore incontra alcuni vincoli nella nomina del consulente: lâ€™art. 61, 2Â° comma, c.p.c., impone la nomina di persone iscritte nellâ€™apposito albo di cui allâ€™art. 13 disp. att. c.p.c., formato da un apposito Comitato e tenuto dal Presidente del Tribunale, il quale esercita la vigilanza anche disciplinare sugli iscritti (artt. 19, 20, 21 disp. att. c.p.c.).
La nomina di persone non iscritte nellâ€™albo del Tribunale Ã¨ invero possibile, ma subordinata allâ€™indicazione dei motivi (ad esempio, la mancanza di professionisti o esperti in un determinato settore ovvero la particolare competenza richiesta per lâ€™espletamento dellâ€™incarico, ovvero ragioni di opportunitÃ legate allâ€™estraneitÃ del consulente allâ€™ambiente sociale nel quale si svolge il processo) e al parere del Presidente del Tribunale (che il Giudice istruttore ha dunque lâ€™obbligo di interpellare).
Salva unâ€™esigenza di fondo di rotazione degli incarichi (sulla quale vigila lo stesso Presidente del Tribunale: artt. 22 e 23 disp. att. c.p.c.), non vi Ã¨ naturalmente un diritto di ciascun iscritto allâ€™albo di essere nominato, stando al Giudice la valutazione della sua idoneitÃ , capacitÃ e diligenza nellâ€™esecuzione degli incarichi e dunque dellâ€™opportunitÃ della sua nomina (Cass., sez. II, 12.4.2001, n. 5473).
Lâ€™accettazione dellâ€™incarico Ã¨ obbligatoria per il professionista che sia iscritto in un albo (cfr. art. 62 c.p.c.).
Il rifiuto o la mancata esecuzione dellâ€™incarico costituisce reato (art. 366, comma 2, c.p.) oltre che illecito disciplinare, salvo che non ricorra unâ€™ipotesi di astensione riconosciuta dal Giudice.
Il consulente Ã¨ infatti tenuto ad astenersi nei casi di cui allâ€™art. 51 c.p.c. (se ha interesse nella causa o in altra vertente su identica questione di diritto; se egli stesso o la moglie Ã¨ parente fino al quarto grado o legato da vincoli di affiliazione, o Ã¨ convivente o commensale abituale di una delle parti o di alcuno dei difensori; se egli stesso o la moglie ha causa pendente o grave inimicizia o rapporti di credito o debito con una delle parti o alcuno dei suoi difensori; se ha dato consiglio o prestato patrocinio nella causa o ha deposto come testimone, oppure ne ha conosciuto come magistrato in altro grado del processo o come consulente tecnico; se Ã¨ tutore, curatore, amministratore di sostegno, procuratore, agente o datore di lavoro di una delle parti; se, inoltre, Ã¨ amministratore o gerente di un ente, di unâ€™associazione anche non riconosciuta, di un comitato, di una societÃ o stabilimento che ha interesse nella causa).
Dunque, ad esempio, risulta incompatibile allâ€™ufficio nel giudizio di appello il consulente tecnico dâ€™ufficio nominato dal giudice di primo grado (Cass., sez. lav., 8.3.2001, n. 3364).
In tal caso, lâ€™eventuale valutazione delle ragioni che giustificano un provvedimento di sostituzione dello stesso c.t.u., a norma dell'art. 196 del codice di rito, e' rimessa esclusivamente al giudice di merito ed e' insindacabile in sede di legittimita' se correttamente e logicamente motivata (Cass., sez. lav., 17.2.2004, n. 3105).
Lâ€™ordinanza con la quale il Giudice istruttore decide sulle eventuali ricusazioni non Ã¨ impugnabile (art. 192 c.p.c.).
Il giuramento del c.t.u. (art. 193 c.p.c.), viene solitamente prestato allâ€™udienza al momento del conferimento dellâ€™incarico, ma puÃ² essere invero prestato anche successivamente e fino al deposito della perizia (si argomenta in tal senso dallâ€™art. 257 c.p.c. che consente al Giudice istruttore di â€œcorreggereâ€� atti di istruzione probatoria colpiti da eventuali irregolaritÃ ).
La mancata prestazione del giuramento non determina tuttavia alcuna nullitÃ della consulenza tecnica (Cass., sez., 1986, n. 5737), nÃ© comporta conseguenze significative ulteriori su altri fronti, ove si pensi ad esempio che il reato di falsa perizia (art. 373 c.p.) non presuppone la prestazione del giuramento.
Allâ€™udienza solitamente fissata per la raccolta del giuramento e il conferimento dellâ€™incarico, il Giudice istruttore assumerÃ ulteriori provvedimenti quali:
- dâ€™ufficio: determinerÃ la data lâ€™ora e il luogo dâ€™inizio delle operazioni peritali; fisserÃ il quesito e delimiterÃ i poteri di indagine del consulente; autorizzerÃ il ritiro dei fascicoli di parte ovvero di copia di atti del fascicolo dâ€™ufficio ove ciÃ² sia necessario; assegnerÃ un termine del deposito della relazione peritale; conferirÃ lâ€™incarico di tentare la conciliazione delle parti;
- su richiesta delle parti: la richiesta di proroga, ove il termine non sia giÃ scaduto, del termine per la nomina dei consulenti di parte;
- su richiesta del consulente: autorizzerÃ lâ€™uso del mezzo proprio o la collaborazione di coadiutori; accorderÃ un acconto o un fondo spese;
La regola del contraddittorio nellâ€™espletamento della consulenza tecnica dâ€™ufficio.
Lâ€™art. 87 c.p.c. consente espressamente alla parte di avvalersi di un consulente tecnico nei casi e con i modi stabiliti dal codice. La norma Ã¨ ripresa dallâ€™art. 201 c.p.c.: il Giudice istruttore, con lâ€™ordinanza di nomina del consulente, assegna alle parti un termine entro il quale possono nominare, con dichiarazione ricevuta dal Cancelliere, un loro consulente tecnico.
La natura ordinatoria del termine assegnato alle parti dal giudice (nella specie, per la nomina di un consulente tecnico di parte, ex art. 201 cod. proc. civ.) non comporta che la sua inosservanza sia priva di effetti giuridici, atteso che il rimedio per ovviare alla scadenza del termine Ã¨ quello della proroga prima del verificarsi di essa, ai sensi dell'art. 154 cod. proc. civ.. Pertanto, il decorso del termine ordinatorio senza la previa presentazione di un'istanza di proroga ha gli stessi effetti preclusivi della scadenza del termine perentorio ed impedisce la concessione di un nuovo termine per svolgere la medesima attivitÃ (Cass., sez. I, 25.7.1992, n. 8976). Conseguentemente, ove la parte non chieda la proroga del termine prima della sua scadenza, incorre nella decadenza dal potere di nomina.
Lâ€™omessa indicazione nellâ€™ordinanza del predetto termine non determina nullitÃ dellâ€™ordinanza stessa nÃ© della consulenza (Cass., sez. III, 19.8.1964, n. 2337) ma implica solo che il c.t. di parte possa essere nominato - secondo alcuni - fino allâ€™inizio delle operazioni peritali, secondo altri fino a che il c.t.u. non abbia esaurito il suo compito.
La mancata nomina entro il termine stabilito, tuttavia, ha lâ€™importante effetto di esonerare il consulente dagli oneri di comunicazione ai consulenti di parte.
La nomina puÃ² avvenire con dichiarazione trascritta nel verbale di udienza (come avviene solitamente) ovvero con dichiarazione resa in Cancelleria e deve contenere, ai sensi dellâ€™art. 91 disp. att. c.p.c., lâ€™indicazione del domicilio o recapito del c.t., ove la Cancelleria invierÃ comunicazione delle indagini predisposte dal c.t.u. diretta ad assicurare la partecipazione del c.t. alle operazioni peritali ex artt. 194 e 201 c.p.c..
Dunque il primo potere processuale spettante al consulente di parte Ã¨ quello di assistere allâ€™espletamento delle operazioni peritali.
A tal fine risulta essenziale la comunicazione ai consulenti di parte tempestivamente nominati della data, dellâ€™ora e del luogo di inizio delle operazioni peritali. Detta comunicazione, come si Ã¨ visto, spetterebbe alla Cancelleria, in base alla disposizione prima ricordata (art. 91, 2Â° comma, disp. att. c.p.c.), del resto del tutto inattuata. Nella pratica giudiziaria accade che le indicazioni relative alla data, ora e luogo dellâ€™inizio delle operazioni peritali siano date alle parti allâ€™udienza di conferimento dellâ€™incarico.
Eâ€™ opportuno ricordare il precedente giurisprudenziale che ha comminato la nullitÃ della consulenza nel caso in cui lâ€™inizio delle operazioni peritali, non stabilito in udienza, era stato comunicato dal consulente ai difensori delle parti a mezzo raccomandata (Cass., sez. lav., 15.1.1988, n. 297).
Per tale ragione Ã¨ preferibile troncare ogni possibile contestazione fissando lâ€™inizio delle operazioni peritali in udienza.
Lâ€™essenziale Ã¨ comunque che le parti e i rispettivi consulenti siano messi in condizione di poter partecipare alle operazioni peritali che si svolgano in assenza del Giudice istruttore, durante lâ€™intero corso delle stesse (Cass., sez. , 10.10.1989, n. 4054). La massima giurisprudenziale tralatizia (v. ad esempio Cass., sez. II, 9.2.1995, n. 1457) secondo cui non spetterebbe ai consulenti di parte alcuna ulteriore comunicazione oltre quella relativa allâ€™inizio delle operazioni peritali, va dunque accolta con alcune precisazioni: 1) qualora, iniziate le operazioni peritali, il consulente dâ€™ufficio le rinvii a data da destinare, occorrerÃ comunicare ai consulenti di parte le indicazioni necessarie per metterli in condizione di presenziare alla ripresa dellâ€™attivitÃ (Cass., sez. I, 3.1.2003, n. 15); 2) ai consulenti di parte compete un onere di diligenza, dovendosi loro imputare lâ€™assenza alle operazioni peritali ove essi erano stati messi in condizione di parteciparvi; 3) il potere di partecipazione del consulente di parte allâ€™attivitÃ del perito non si estende alla fase della formulazione di chiarimenti chiesti dal Giudice, anche in risposta a osservazioni poste dalle parti, ove non siano eseguiti nuovi accertamenti (Cass., sez. III, 17.3.2005, n. 5762); 4) la necessitÃ della partecipazione dei consulenti di parte non si avverte nemmeno nei casi in cui il consulente debba esaminare atti accessibili a chiunque, come ad esempio pubblici registri (Cass., sez. II, 11.12.1992, n. 13109); 5) ogni comunicazione deve essere fatta ai difensori, e non direttamente alle parti (Cass., sez. lav., 15.1.1988, n. 297, cit.); 6) nessuna comunicazione spetta alle parti contumaci.
In altre parole, pur senza indulgere a vuoti formalismi, appare indubitabile (soprattutto alla luce della chiara motivazione della citata sentenza n. 4054 del 1989 della S.C.) che lâ€™esigenza di rispetto del contraddittorio permanga durante tutto il corso delle operazioni peritali.
Occorre ora chiedersi quali siano le conseguenze della violazione del contraddittorio nellâ€™espletamento della consulenza dâ€™ufficio.
In tal senso, si registra in termini del tutto uniformi lâ€™affermazione della nullitÃ della consulenza ove sia omesso, nei modi e termini sopra esaminati, lâ€™avviso alle parti del giorno, ora e luogo di inizio delle operazioni peritali e ciÃ² abbia determinato un pregiudizio al diritto di difesa (Cass., sez. un., 18.3.1988, n. 2481; 20.10.1994, n. 10971). Si tratta tuttavia di una nullitÃ relativa, che puÃ² essere fatta valere solo dalla parte interessata non quindi dâ€™ufficio dal Giudice) attraverso la proposizione di apposita eccezione nel primo atto difensivo o udienza successivi al deposito dellâ€™elaborato peritale, restando â€“ in mancanza â€“ sanata (oltre alle sentenze da ultimo citate, Cass., sez. III, 17.3.2005, n. 5762; sez. II, 9.2.1995, n. 1457).
Unâ€™ulteriore questione che emerge dallâ€™esame delle massime giurisprudenziali concernenti il tema, Ã¨ quella delle conseguenze della mancata verbalizzazione delle operazioni compiute dal consulente dâ€™ufficio in assenza del Giudice ovvero delle istanze delle parti e dei loro consulenti. La giurisprudenza appare orientata nel ritenere che dette omissioni non determinano alcuna nullitÃ (Cass., sez. lav., 11.5.2005, n. 9890; sez. I, 3.1.2003, n. 15). Del resto, le osservazioni tecniche del consulente di parte costituiscono difese che possono essere fatte proprie e riprese negli atti difensivi di causa dai procuratori delle parti. CiÃ² non toglie che una puntuale verbalizzazione, sottoscritta da tutti i presenti, di tutti i profili sopra cennati sia del tutto opportuna al fine di prevenire eccezioni di irritualitÃ della consulenza e di scoraggiare contestazioni pretestuose.
Lâ€™attivitÃ e i poteri del consulente tecnico dâ€™ufficio.
Naturalmente importanza cruciale assume il quesito posto dal Giudice istruttore, al quale compete la delimitazione dellâ€™oggetto dellâ€™indagine. Il consulente dâ€™ufficio (per quanto sia ovvio) Ã¨ in primo luogo tenuto ad osservare le disposizioni del Magistrato che lo ha nominato, contenute nellâ€™ordinanza di nomina ovvero trascritte nel verbale dellâ€™udienza di conferimento dellâ€™incarico.
Lâ€™esecuzione dellâ€™incarico Ã¨ personale e non puÃ² essere delegata a terzi. Il consulente puÃ² avvalersi di collaboratori per lâ€™espletamento di operazioni materiali o accessorie e strumentali ma assumendone la responsabilitÃ verso le parti e il Giudice. Certamente non delegabili sono lâ€™attivitÃ di accertamento e di valutazione dei fatti sottopostigli. Il Giudice istruttore, ricorrendone giustificati motivi, puÃ² sempre autorizzare espressamente il consulente ad avvalersi della collaborazione di terzi cosÃ¬ come puÃ² affiancargli altri consulenti, in casi di speciale complessitÃ dellâ€™incarico.
Lâ€™autorizzazione del Giudice, che ne valuta la necessitÃ o lâ€™opportunitÃ , Ã¨ poi presupposto per poter ripetere le spese derivanti dallâ€™ausilio del terzo, spese che diversamente restano a carico dello stesso consulente.
Lâ€™obbligo di diligenza e perizia nellâ€™espletamento dellâ€™incarico del consulente Ã¨ presidiato non solo sotto il profilo della responsabilitÃ disciplinare e civile, ma addirittura da una disposizione penale (art. 64 c.p.c.) che incrimina la condotta del consulente dâ€™ufficio il quale incorra in colpa grave nellâ€™esecuzione degli atti che gli sono richiesti e commina la sanzione dellâ€™arresto fino ad un anno o dellâ€™ammenda fino a â‚¬ 10.329, salvo lâ€™obbligo del risarcimento del danno.
Il comportamento del consulente nellâ€™esecuzione dellâ€™incarico deve improntarsi non solo a diligenza e perizia ma anche e soprattutto a imparzialitÃ .
Al fine di essere e apparire imparziale, oltre ad astenersi nei casi previsti e rappresentare al Giudice istruttore eventuali situazioni potenzialmente pregiudizievoli allâ€™immagine di equidistanza dalle parti del giudizio, il consulente deve evitare alcuni comportamenti censurabili quali:
- incontri privati con una sola delle parti;
- esame di documenti o atti prodotti dallâ€™una parte o acquisiti aliunde e non comunicati allâ€™altra.
Bisogna ribadire lâ€™importanza del rispetto delle regole indicate dagli artt. 194 c.p.c. e 90 disp. att. c.p.c.:
1) le operazioni peritali sono rigorosamente soggette, nei termini visti, al contraddittorio di tutte le parti del processo: tutti i documenti posti a base dellâ€™accertamento peritale devono poter essere esaminati dalle parti e dai loro consulenti;
2) il consulente non puÃ² liberamente acquisire dalle parti o da terzi documenti che non siano giÃ ritualmente acquisiti in giudizio ovvero la cui acquisizione sia stata espressamente autorizzata dal Giudice istruttore;
Assolutamente da stigmatizzare poi Ã¨ la c.d. gestione â€œprivataâ€� della consulenza tra il consulente e le parti o una di esse. Si tratta di casi in cui, magari nellâ€™intento di conciliare le parti, il consulente media nel suo responso le opposte posizioni delle parti rendendo quindi un accertamento o una valutazione non aderente ai dati oggettivi ma rispondente ad una malintesa finalitÃ compromissoria (ad esempio mediando le opposte posizioni delle parti nella quantificazione del danno biologico).
Lâ€™art. 194, 1Â° comma, c.p.c., come giÃ anticipato, consente al Giudice di autorizzare il consulente tecnico a domandare chiarimenti alle parti, ad assumere informazioni da terzi e a eseguire piante, calchi e rilievi.
Si tratta di una disposizione connotata da una forte ambiguitÃ che dÃ non pochi grattacapi allâ€™interprete.
Il primo problema da affrontare Ã¨ quello di stabilire lâ€™esistenza o meno di limiti, riguardanti la stessa potestÃ autorizzatoria del Giudice istruttore, al potere di acquisizione e di indagine del consulente, problema che va risolto ricordando e richiamando i limiti posti allâ€™acquisizione diretta di documenti e informazioni da parte del Giudice istruttore.
Il primo, disciplinato dallâ€™art. 210 c.p.c. (ordine di esibizione alla parte o al terzo), consente al Giudice di ordinare alle parti o a terzi lâ€™esibizione di documenti o di cose di cui ritenga necessaria lâ€™acquisizione al processo, ma solo su istanza di una delle parti del processo.
Il secondo, disciplinato dallâ€™art. 213 c.p.c., consente al Giudice istruttore di richiedere â€“ questa volta dâ€™ufficio â€“ alla Pubblica Amministrazione le informazioni scritte (si badi, non i documenti) relative ad atti e documenti dellâ€™Amministrazione stessa, che Ã¨ necessario acquisire al processo.
Se questi sono i canali esclusivi attraverso i quali possono â€œentrareâ€� nel processo atti e documenti non allegati dalle parti, allora appare coerente assoggettare lâ€™acquisizione documentale â€œmediataâ€� dal consulente ai medesimi limiti, onde evitarne lâ€™aggiramento il modo surrettizio.
Non vi sono in effetti nÃ© appigli normativi nÃ© ragioni logico-sistematiche per trasformare la consulenza tecnica in un autonomo mezzo di libera ricerca e acquisizione della prova, in particolare documentale.
Fatta questa premessa, appare del tutto legittima, perchÃ© rispettosa delle regole in tema di onere della prova, lâ€™ordinanza del Giudice istruttore che accoglie lâ€™istanza di ordine di esibizione fatta da una delle parti, disponendo lâ€™acquisizione del documento per il tramite del consulente.
CiÃ² tuttavia a condizione che sussistano i presupposti per lâ€™accoglimento dellâ€™istanza ai sensi dellâ€™art. 210 c.p.c. o per lâ€™esercizio dei poteri di cui allâ€™art. 213 c.p.c..
a) non Ã¨ consentita lâ€™esibizione ex art. 210 c.p.c. di documenti che le parti hanno la possibilitÃ di acquisire e produrre autonomamente (Cass., sez. III, 6.10.2005, n. 19475); ciÃ² in quanto lâ€™istituto non puÃ² servire a sopperire allâ€™onere probatorio delle parti;
b) lâ€™esistenza del documento che si chiede di acquisire deve essere certa e deve esserne specificato il contenuto (Cass., sez. III, 5.8.2002, n. 11709; Cass., sez. I, 13.6.1991, n. 6707; sez. lav., 4.9.1990, n. 9126); ciÃ² al fine di escludere lâ€™esibizione c.d. esplorativa e di valutare lâ€™ulteriore presupposto dellâ€™indispensabilitÃ ;
c) lâ€™acquisizione del documento deve vertere su punti decisivi della controversia ed essere indispensabile e non devono esservi altri mezzi per provare il fatto rappresentato dal documento in questione (Cass., sez. lav., 14.7.2004 n. 12997);
d) non Ã¨ consentita lâ€™acquisizione dâ€™ufficio di informazioni ex art. 213 c.p.c. su fatti che potrebbero essere agevolmente provati dalle parti e che le parti hanno lâ€™onere di provare (cfr. Cass., sez. I, 7.11.2003, n. 16713).
Se tali condizioni sono rispettate lâ€™acquisizione documentale o di informazioni potrÃ avvenire tramite il consulente.
Diversamente, si avrÃ unâ€™acquisizione che viola le regole in materia di onere della prova e lo stesso principio dispositivo che sovrintende al processo civile (ove ovviamente non ricorrano quelle ipotesi tipiche e tassative nelle quali il Giudice esercita poteri istruttori di tipo inquisitorio, e cioÃ¨ indipendenti dalle allegazioni o richieste istruttorie delle parti).
La giurisprudenza, in una serie numerosa di massime, appare disinteressata ad espungere dal processo dichiarazioni di terzi comunque acquisiti al processo: â€œil consulente tecnico, nellâ€™espletamento del mandato ricevuto, puÃ² chiedere informazioni a terzi per lâ€™accertamento dei fatti collegati con lâ€™oggetto dellâ€™incarico senza bisogno di una preventiva autorizzazione del giudice e queste informazioni, quando ne siano indicate le fonti in modo da permettere il controllo delle parti, possono concorrere con le altre risultanze di causa alla formazione del convincimento del giudice (v. ad esempio Cass., sez. III, 10.8.2004, n. 15411; sez. II, 11.3.1995, n. 2865).
In realtÃ detta affermazione non contraddice ma Ã¨ completata dal seguente principio: â€œ â€¦ [il potere del consulente tecnico] di assumere informazioni da terzi ed accertare ogni circostanza necessaria per rispondere ai quesiti del giudice â€“ sempre indicando le sue fonti dâ€™informazione â€“ Ã¨ circoscritto agli elementi accessori, rientranti nellâ€™ambito strettamente tecnico della consulenza, e non ai fatti o alle situazioni che, in quanto posti a fondamento delle domande o delle eccezioni delle parti, debbono essere provati da queste. Detto potere non puÃ², quindi, spingersi fino allâ€™acquisizione di fatti fondamentali, mediante informazioni chieste a terzi o chiarimenti domandati alle parti stesse, ciÃ² che si tradurrebbe nellâ€™assunzione di una prova testimoniale o in un interrogatorio non formale da parte di un organo del processo diverso da quello previsto dalla legge senza lâ€™osservanza delle forme e delle garanzie dalla stessa previsteâ€� (Cass., sez. III, 19.12.1980, n. 6569).
Le indagini compiute invece con sconfinamento da questi limiti intrinseci del mandato sono nulle per violazione del principio del contraddittorio e restano prive di qualsiasi effetto probatorio anche solo indiziario (Cass., sez. , 29.5.1998, n. 5345).
La regola che si trae e lâ€™indicazione che si deve dare al consulente, in tema di assunzione di informazioni, Ã¨ la seguente:
a) chiedere preventivamente lâ€™autorizzazione del giudice allâ€™assunzione di informazioni presso le parti e i terzi;
b) verbalizzare puntualmente le dichiarazioni rese, specificando le generalitÃ di chi le ha rese;
c) limitare detta attivitÃ ai fatti accessori e secondari, evitando di interrogare terzi e parti sui fatti posti a fondamento della domanda o dellâ€™eccezioni svolte dalle parti.
La violazione di tali regole puÃ² comportare un vizio che si trasmette alla sentenza (che si fondi sulle suddette risultanze) minandone la stabilitÃ (Cass., sez. , 26.10.1995, n. 11133).
Ove il consulente espleti unâ€™attivitÃ non esclusivamente valutativa ma anche percipiente, procedendo allâ€™accertamento oggettivo di fatti, cosÃ¬ come quando acquisisca nuovi documenti e informazioni dalle parti o dai terzi, si pone il problema del rapporto tra tale attivitÃ istruttoria e i termini di preclusione di cui allâ€™art. 184 c.p.c., riguardanti appunto le istanze istruttorie delle parti ma non quelle del Giudice.
Qualora il Giudice istruttore ammetta la consulenza dopo la scadenza dei suddetti termini di preclusione, occorrerÃ consentire alle parti di svolgere a loro volta istanze istruttorie concernenti i fatti oggetto dellâ€™accertamento o delle acquisizioni documentali del consulente. TroverÃ pertanto applicazione la disposizione di cui allâ€™art. 184 ultimo comma c.p.c., secondo la quale nel caso in cui vengano disposti dâ€™ufficio mezzi di prova, ciascuna parte puÃ² dedurre, entro un termine perentorio, assegnato dal Giudice, i mezzi di prova che si rendono necessari in relazione ai primi.
Il deposito della relazione scritta deve avvenire nel rispetto del termine assegnato dal Giudice. Si tratta di un termine ordinatorio e quindi prorogabile dal Giudice istruttore purchÃ© la richiesta di proroga (la quale deve indicare le ragioni del ritardo) sia stata depositata prima della scadenza del termine.
Il ritardo nel deposito della relazione puÃ² in effetti determinare la nullitÃ della consulenza, ma solo ove a detto ritardo sia conseguito un pregiudizio al diritto di difesa delle parti. In questa chiave va quindi intesa lâ€™affermazione (riferita al processo speciale del lavoro) secondo la quale, nel rito del lavoro, il mancato rispetto del termine per il deposito della relazione scritta del consulente tecnico d'ufficio di cui all'art. 424, terzo comma, cod. proc. civ. integra una nullita' di ordine relativo, la quale resta sanata se non opposta dalla parte nella prima istanza o difesa successiva alla scadenza del termine (Cass., sez. lav., 9.4.1999, n. 3488).
Difatti, tale nullitÃ resta esclusa ove detto deposito avvenga almeno dieci giorni prima della nuova udienza di discussione e senza pregiudizio, quindi, del diritto di difesa, ad esempio perchÃ© il Giudice differisce l'udienza di discussione proprio allo scopo di consentire alle parti di esaminare la relazione peritale depositata in ritardo e dedurre in merito (Cass., sez. lav., 26.5.2004, n. 10157).
Conseguentemente, la prassi diffusamente seguita di concedere sempre termini alle parti per lâ€™esame della consulenza, esclude in radice, anche nel processo del lavoro, qualsiasi nullitÃ .
Le conseguenze del ritardo, pertanto, operano su piani diversi. Da un lato, la riduzione del compenso spettante al consulente, stante il disposto dellâ€™art. 52, D.P.R. 30.5.2002 n. 115 (per gli onorari a tempo non si tiene conto del periodo successivo alla scadenza del termine e riduzione di un quarto degli altri onorari). Dallâ€™altro la rilevanza del comportamento del consulente ai fini della verifica della ragionevole durata del processo. In tal senso, ai fini dell'accertamento della violazione del termine di durata ragionevole del processo, l'art. 2 della legge 24 marzo 2001, n. 89 impone di considerare, in relazione alla complessita' del caso, non solo il comportamento delle parti e del giudice del procedimento, ma anche di ogni altra autorita' chiamata a concorrervi o, comunque, a contribuire alla sua definizione, tra cui rientra il consulente tecnico d'ufficio (Cass., sez. I, 30.10.2003, n. 16315).
Gli accertamenti e le valutazioni del consulente non sono vincolanti per il Giudice, il quale puÃ² certamente disattendere i risultati della consulenza. Nel farlo, perÃ², deve fornire adeguata motivazione, chiarendo i motivi per i quali la consulenza deve ritenersi inattendibile o errata o inutile (Cass., sez. lav., 21.8.2003, n. 12304).
Il Giudice del merito, che riconosca convincenti le conclusioni del consulente tecnico dâ€™ufficio, non Ã¨ tenuto ad esporre in modo specifico le ragioni del suo convincimento, poichÃ¨ lâ€™obbligo della motivazione Ã¨ assolto giÃ con lâ€™indicazione delle fonti dellâ€™apprezzamento espresso, dalle quali possa desumersi che le contrarie deduzioni delle parti siano state implicitamente rigettate, con la conseguenza che (Cass., sez. III, 6.10.2005, n. 19475). Non puÃ² il Giudice, invece, esimersi da una piÃ¹ puntuale motivazione, allorquando le critiche mosse alla consulenza dai consulenti di parte siano specifiche e tali, se fondate, da condurre ad una decisione diversa da quella adottata: in questo caso lâ€™insufficiente motivazione della sentenza sul punto potrebbe costituire motivo di impugnazione della stessa (Cass., sez. I, 20.5.2005, n. 10668; nel senso che solo le critiche provenienti dai consulenti di parte, e non quelle formulate dai difensori, costringano il Giudice ad uno sforzo di motivazione: Cass., sez. lav. 21.4.2005, n. 8297).
Il compenso viene liquidato dal Magistrato (individuato in relazione allâ€™assegnazione del fascicolo nel quale la consulenza Ã¨ stata espletata) applicando i criteri di cui alla tabella allegata al D.M. 30.5.2002.
La liquidazione (la quale ha la funzione di rendere esigibile il compenso) avviene con decreto (soggetto ad impugnazione ai sensi dellâ€™art. 170 D.Lg. 30.5.2002, n. 115), il quale provvede pure ad indicare la parte (o le parti) tenute al pagamento della somma liquidata.
Il Giudice determina altresÃ¬ le parti obbligate al pagamento del compenso. La prassi di porre questâ€™ultimo a carico di tutte le parti del giudizio in solido tra loro appare rispondente ad unâ€™esigenza di equitÃ , laddove lâ€™accertamento risponde ad un interesse comune alle stesse parti, nonchÃ© di tutela della ragione creditoria del consulente, il quale disporrÃ di piÃ¹ patrimoni sui quali contare per la soddisfazione del proprio credito.
Quanto alle spese relative alle prestazioni rese dai consulenti di parte, va ricordato che le stesse devono considerarsi, quando detta assistenza tecnica Ã¨ stata utile e non superflua, spese ripetibili nei confronti del soccombente condannato alla rifusione delle spese di lite ex art. 91 c.p.c..
I rapporti tra la sentenza che definisce il giudizio e regola le spese di causa in base alla regola della soccombenza, dovrebbero essere improntati ad una reciproca indipendenza. Infatti, la sentenza non puÃ² incidere sul decreto di liquidazione sia con riguardo alla liquidazione del compenso sia con riguardo alle parti tenute al pagamento nei confronti del consulente. Non va dimenticato che mentre il decreto di liquidazione Ã¨ reso nei confronti del consulente e puÃ² essere impugnato oltre che dalle parti anche dallo stesso consulente, rispetto al giudizio e alla sentenza che lo definisce il consulente Ã¨ un soggetto estraneo cui non Ã¨ assicurato il contraddittorio nÃ© un diritto di impugnazione.
Non puÃ² pertanto condividersi la sentenza della S.C. 19.8.2003 n. 12110, secondo la quale la sentenza che individua diversamente le parti tenute al pagamento del compenso al consulente revocherebbe implicitamente il decreto di liquidazione togliendogli efficacia. Detta sentenza, ponendosi inconsapevolmente in contrasto con numerosi arresti di segno diverso, trascura di considerare come sentenza e decreto operino su piani diversi e abbiano un diverso e specifico regime di stabilitÃ . In altre parole, dopo il decorso del termine per lâ€™impugnazione del decreto, questo (giÃ provvisoriamente esecutivo) diviene definitivamente esecutivo e quindi non piÃ¹ modificabile.
Dunque la sentenza puÃ² regolare le spese di c.t.u. esclusivamente con riguardo ai diritti di rimborso interni alle parti, salvo il diritto del c.t.u. di agire esecutivamente sulla base del decreto anche dopo la sentenza e indipendentemente dalle statuizioni in esse contenute (del resto la sentenza non gli viene nemmeno comunicata).
Altra questione Ã¨ quella relativa agli strumenti alternativi del c.t.u. volti a conseguire la liquidazione del proprio compenso: uno di questi Ã¨ il ricorso al procedimento monitorio ex art. 633 n. 2 c.p.c., al quale va fatto ricorso necessariamente quando il Giudice omette di liquidare il compenso prima di emettere sentenza, spogliandosi del giudizio. In tale ipotesi, ove emettesse il decreto oltre la conclusione del giudizio, il decreto relativo avrebbe caratteri di abnormitÃ e sarebbe impugnabile in Cassazione ex art. 111 c.
Bib-TS-048 - Monografia di Dr. Nicola Cosentino â€“ Giudice presso il Tribunale di Verbania