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Timestamp: 2018-08-19 18:52:33+00:00
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Camera dei Deputati - XIV legislatura - Deputati - La scheda personale
Dati biografici e d'elezione, incarichi parlamentari in atto
Seduta n. 154 del 5/6/2002
... (Danni arrecati dalla durata del procedimento giudiziario nei confronti del presidente e del consiglio di amministrazione dell'Italkali - n. 2-00308).
PRESIDENTE. L'onorevole Fragalà ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-00308 (vedi l'allegato A - Interpellanze sezione 8).
VINCENZO FRAGALÀ. Signor Presidente, mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. Sta bene. Il sottosegretario di Stato per la giustizia, onorevole Valentino, ha facoltà di rispondere.
GIUSEPPE VALENTINO, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Signor Presidente, il dipartimento per gli affari regionali ha evidenziato che la regione siciliana ha sempre tenuto in particolare considerazione il settore dei sali alcalini. L'intervento regionale è stato diretto a dotare delle necessarie infrastrutture i siti minerari e, da ultimo, con legge regionale 1o febbraio 1991, n. 8, è stata finanziata la realizzazione di alcune opere che, anche in considerazione della normativa in vigore in tema di tutela dell'ambiente, si rendevano necessarie per la continuazione dell'attività estrattiva della kainite. Tali opere, per corrispondere ai principi fissati dalla Comunità europea, avrebbero dovuto essere messi a disposizione di tutti i possibili fruitori, ponendo a loro carico l'onere di utenza. La loro realizzazione non è però intervenuta, anche a causa del contenzioso insorto in sede civile con l'Italkali Spa, nonché in sede penale con la conseguente chiusura della miniera Pasquasia, che era la fonte di estrazione di kainite più rilevante. Il ripristino degli impianti del sito minerario di Pasquasia, secondo una valutazione effettuata negli anni 1997-1998, comportava un onere di circa 112 miliardi di lire, cui andavano sommati i costi per le infrastrutture ammontanti a circa 9 miliardi di lire. Dalla chiusura della produzione siciliana, l'Italia è tornata nelle condizioni di importatore netto di fertilizzanti potassici, e statistiche FAO indicano che nella seconda metà degli anni novanta si è verificata un'impennata del prezzo pagato per unità di potassio fertilizzante.
Dalle informazioni attualmente disponibili risulta che la struttura produttiva siciliana, che pure era tecnologicamente all'avanguardia, è stata abbandonata dopo il prepensionamento generalizzato di tutti i lavoratori in possesso di elevata professionalità.
Poiché la Sicilia dispone di risorse minerarie sufficienti e mentre ancora è operante l'impresa che, con successo, ha gestito il settore fino a quando si è dovuta fermare, bisogna sollecitare l'attuazione di un programma di nuova produzione, programma che quella stessa impresa ha pubblicamente annunziato in un recente convegno tenutosi ad Agrigento, atteso che la produzione è stata già annoverata dal CIPE tra quelle di preminente interesse nazionale e che la politica mineraria è regolata da leggi dello Stato.
L'iniziativa del Governo nei confronti della regione in materia di giacimenti è istituzionalmente giustificata e dovuta. In particolare, sulla base di un programma di interventi di bonifica e messa in sicurezza di urgenza predisposto dall'ENEA, sono state già realizzate le relative opere a cura della Resais. Peraltro, è in corso una
trattativa per l'affidamento all'ARPA del definitivo piano di bonifica e di caratterizzazione da porre in essere ai sensi del decreto ministeriale n. 471 del 1999, concernente le modalità di bonifica. Quanto sopra evidenziato pone in luce l'attuale interesse per lo sviluppo del settore, sia pure nella nuova ottica di non assumere direttamente o indirettamente iniziative imprenditoriali (facendo ovviamente salve le competenze della regione ed il rispetto della normativa vigente, anche di origine comunitaria).
Deve inoltre essere fatto presente che è in corso di istruttoria la richiesta avanzata dall'Italkali Spa riguardante un programma di ricerca operativa nei comuni di Realmonte e Porto Empedocle concernente lo studio di un impianto pilota per la lavorazione della kainite che, allo stato, è all'esame del corpo regionale delle miniere per l'intesa che deve esprimere la regione ai fini della concessione del contributo ministeriale, ai sensi dell'articolo 9 della legge n. 752 delle 1982.
La Italkali Spa, in data 29 aprile 2002, ha fatto pervenire richiesta di ampliamento della concessione mineraria Panzanelle e Sacchitello per sali alcalini la cui relativa istruttoria è già stata avviata. La regione sta, infine, valutando la possibilità di inserire la trasformazione dei minerali nelle iniziative allo studio relative al settore chimico.
Passando ad esaminare i profili dell'interpellanza di specifica competenza del Ministero della giustizia, deve evidenziarsi che gli interpellanti si riferiscono, tra l'altro, al procedimento pendente nella fase dibattimentale davanti alla IV sezione penale del tribunale di Palermo in relazione a 49 dei 69 capi di imputazione originariamente contestati dalla locale procura della Repubblica al presidente ed ai consiglieri di amministrazione della Italkali Spa per presunti reati individuati attraverso una serie di atti e negozi giuridici concernenti l'esercizio della produzione dei sali potassici in Sicilia.
In particolare, i parlamentari interpellanti si dolgono dell'eccessiva durata del giudizio complessivamente inteso. La lamentata dilatazione dei tempi processuali avrebbe riguardato, infatti, non solo la fase dibattimentale ma anche quelle investigativa, con specifico riguardo al fatto che il rinvio a giudizio per fatti risalenti al 1993 è stato richiesto nel maggio 1996 e che, all'esito della conseguente udienza preliminare, a distanza di oltre due anni, in data 16 settembre 1998, è stato emesso il decreto di rinvio a giudizio in ordine a taluni reati e sentenza di procedimento in ordine ad altri. Avverso tale sentenza è stato proposto appello dal pubblico ministero. Il relativo giudizio, incardinato il 20 aprile 1999, si è protratto fino al 15 maggio 2000, data in cui il collegio si è riservato la decisione depositata soltanto l'11 maggio 2002.
In ordine ai dedotti ritardi è stato presentato ricorso per equa riparazione dal presidente della società Italkali Francesco Morgante contro il ministro della giustizia, ai sensi della legge n. 89 del 2001. La prima udienza, fissata per il giorno 30 aprile 2002, è stata rinviata al 29 maggio 2002, per permettere la produzione documentale da parte dei difensori del Morgante.
La valutazione e gli adempimenti che l'articolo 5 della citata legge demanda al giudice della riparazione saranno naturalmente considerati dal ministero per gli effetti che la norma menziona nell'esercizio dei compiti istituzionali propri del ministero stesso. Si ritiene, infatti, che ricorra un caso abbastanza emblematico, utile a verificare se tecnicamente gli strumenti adottati con la legge n. 89 del 2001 siano effettivamente idonei a garantire una reale tutela da violazione dei diritti fondamentali della persona e ciò per quanto attiene ai ritardi verificatisi nelle varie fasi del processo tuttora in corso.
Le informazioni acquisite non consentono ancora di avere un quadro del tutto esauriente dei tempi e dei modi in cui si sono svolti l'indagine preliminare, l'udienza preliminare, il dibattimento di primo grado ed il procedimento di appello avverso i proscioglimenti decisi dal GUP. A parte i dati di calendario, che potrebbero essere di per sé significativi, resta il problema
dell'avvenuto deposito, in data 11 maggio 2002, dopo due anni meno quattro giorni dalla riserva di provvedere, della sentenza camerale di rigetto dell'appello del pubblico ministero, mentre nel dibattimento non sarebbe avvenuta l'escussione del primo dei numerosi testi indicati da quest'ultimo.
Nel massimo rispetto dovuto dell'autonomia delle funzioni giurisdizionali, il ministero confida nello spirito di collaborazione e nel senso di responsabilità dei capi degli uffici giudiziari interessati, per chiarire in tutti gli aspetti un andamento processuale che, nella materialità dei fatti, giustifica l'attenzione dei parlamentari interpellanti e di cui è certamente auspicabile una sollecita definizione.
PRESIDENTE. L'onorevole Fragalà ha facoltà di replicare.
VINCENZO FRAGALÀ. Signor Presidente, signor sottosegretario, devo esprimere la mia gratitudine al Governo per la sua risposta, che ha affrontato certamente con puntualità tutti i temi posti dall'interpellanza, sottoscritta da oltre 50 parlamentari, tra cui moltissimi siciliani, rispetto alla vicenda dello sfruttamento dei giacimenti di sali potassici nella nostra isola.
Mi permetterò adesso di illustrare una serie di elementi che, a mio avviso, devono trasformare l'auspicio conclusivo con cui il sottosegretario ha rappresentato gli intendimenti del Governo in iniziative cogenti per far sì che i cittadini sottoposti ad un procedimento penale ricevano finalmente una risposta alla loro domanda di giustizia. Inoltre, devono essere salvaguardati gli interessi economici di tutti gli addetti ai settori dello sfruttamento delle miniere e dei giacimenti siciliani, gli interessi degli agricoltori siciliani e gli interessi generali della nostra nazione.
Infatti, non potrà sfuggire ad alcuno - il sottosegretario non ha, neppure su questo aspetto, mancato di puntualità - che l'Italia, grazie allo sfruttamento dei giacimenti minerari di sali potassici siciliani, fino al 1992 esaudiva, a prezzo basso, tutte le richieste di fertilizzanti potassici degli agricoltori siciliani ed italiani e, per di più, esportava sali potassici nel mondo. Da quando, nel 1992, queste miniere sono state chiuse, l'Italia è divenuta importatrice per tutto il suo fabbisogno di fertilizzanti potassici. Non solo, ma il costo dei fertilizzanti potassici è schizzato talmente in alto che gli agricoltori siciliani ed italiani ne stanno soffrendo conseguenze terribili.
Le riserve nazionali di minerale potassico sono localizzate, signor Presidente, signor sottosegretario, soltanto nei giacimenti siciliani. La loro utilizzazione industriale ebbe inizio addirittura nella seconda metà del secolo scorso ad opera di Montecatini e di Edison. Dopo un primo ciclo di gestione interamente privata era intervenuta la regione siciliana attraverso il suo ente minerario con risultati non positivi. Alla fine degli anni settanta si era avviata una radicale riorganizzazione del compendio produttivo che venne articolato in due comparti, il primo dei quali fu affidato ad una nuova impresa a capitale misto, l'Italkali. La regione era proprietaria dell'Italkali per il 51 per cento del pacchetto azionario; poi vi erano circa 30 azionisti privati responsabili della conduzione con l'obiettivo precipuo dell'economicità della gestione.
Nella soluzione adottata si immaginò una linea che garantisse l'occupazione mantenendo il personale al lavoro. Tale linea era prevalsa senza difficoltà su quella assistenzialista già sperimentata, per le miniere di zolfo il cui personale era stato mandato a casa per essere pagato dalla regione siciliana fino a quando fosse rimasto disoccupato e non avesse maturato i requisiti per ottenere la pensione: fu un moltiplicatore del lavoro nero e dello sperpero del denaro pubblico. In quel momento, grazie all'Italkali, era stata scartata la facile soluzione dei prepensionamenti sulla quale proprio oggi si manifesta anche il ripensamento dei sindacati. Rimasero utilmente occupati oltre duemila dipendenti ed almeno altrettanti lavoratori dell'indotto. La nuova impresa fu attiva fin dal primo esercizio nel 1981 e realizzò un
complesso industriale di alta efficienza e produttività assicurando l'autosufficienza all'agricoltura nazionale per i consumi di solfato potassico e magnesiaco. Inoltre, in concorrenza con gli altri produttori europei, ha esportato la restante produzione all'estero nel bacino del Mediterraneo, nel vicino e nell'estremo Oriente e nel sud America.
Signor Presidente, signor sottosegretario, su tutto ciò sussiste il problema, il tema politico che i parlamentari siciliani firmatari di questa interpellanza pongono al Governo nazionale, al Governo di centrodestra della Casa delle libertà, per un'inversione di tendenza rispetto al passato perché gli altri due unici protagonisti dell'oligopolio della produzione dei sali potassici nel mondo sono la Francia e la Germania, le quali, grazie alla chiusura dei giacimenti minerari siciliani, hanno potuto dividersi l'enorme torta dello sfruttamento e della commercializzazione di questi sali potassici.
I rilevanti investimenti per circa 130 miliardi a costo storico sono stati fronteggiati impiegando la massima parte degli utili di esercizio dell'Italkali, avendo i soci accettato di limitare i dividendi a quote simboliche e va dato atto al Ministero dell'industria di avere concretamente appoggiato l'impegno dell'impresa siciliana estrattiva, assicurandole gli interventi previsti dalla legislazione nazionale. Il ministro dell'epoca ha correttamente illustrato al Senato i provvedimenti che erano stati adottati nella sua risposta all'atto ispettivo n. 4-00833 in data 21 novembre 1996.
Signor Presidente, signor sottosegretario, l'attività industriale nel settore dei sali potassici è completamente cessata nel luglio del 1992 per i problemi di tutela dell'ambiente. Il ministro dell'industria li aveva segnalati ma precisando anche che, per risolverli, sarebbe bastato che la regione siciliana avesse realizzato le infrastrutture per lo smaltimento degli scarichi industriali di cui il territorio era carente e che il Ministero dell'industria aveva già previsto e finanziato con la legge n. 8 del 1o febbraio 1991.
È accaduto, invece, che le opere non sono state costruite - opere che sarebbero state utilizzate (lo ho già detto il signor sottosegretario) non soltanto dall'Italkali ma da tutta l'utenza che avesse l'esigenza dello smaltimento dei rifiuti industriali - e che tutto l'imponente compendio produttivo dell'estrazione dei sali potassici è stato abbandonato alla devastazione e al saccheggio, che tutti i dipendenti sono stati mandati a casa con lo stipendio pagato dalla regione fino al pensionamento; inoltre l'agricoltura italiana è tornata a dipendere dalla produzione estera, soprattutto da quella tedesca, per i consumi di solfato potassico e magnesiaco.
Si potrebbe pensare ad un ordinario modello di incapacità siciliana di gestire risorse proprie per le quali non vi sono alternative nel territorio nazionale. A caratterizzare la vicenda ricorre, invece, il ruolo svolto dalla procura della Repubblica di Palermo, ruolo che bisogna finalmente individuare e capire anche per i risvolti politici di quegli ambienti politici palermitani che, facendo riferimento al sindaco di allora - l'onorevole Orlando, persona assai vicina ad ambienti culturali e soprattutto finanziari tedeschi -, a mio modo di vedere, è al centro di una situazione che è assolutamente utile spiegare e capire.
L'elemento oggettivo di innegabile connotazione anomala è dato da un procedimento penale pendente presso il tribunale di Palermo. Le indagini sono iniziate nel 1993; signor Presidente della Camera, signor sottosegretario, non sono bastati nove anni per ottenere una sentenza di primo grado. Il rinvio a giudizio è stato ordinato nel settembre del 1998 e nel dibattimento iniziato 3 anni fa, dopo venticinque rinvii, degli ottantatré testi addotti dal pubblico ministero, è stato chiamato soltanto il primo, il quale non aveva assolutamente alcuna idea del processo.
Il presidente del tribunale ha scritto che si sarebbe dovuta attendere la nuova disciplina del falso in bilancio ma nessun capo di imputazione del processo riguarda tale reato.
Non c'è dubbio che, se un processo dura tre anni per le indagini preliminari, invece di sei mesi, due anni per l'udienza preliminare invece di 15 giorni, due anni per la fase d'appello invece di qualche mese e se, per due anni, l'estensore della sentenza di proscioglimento in grado di appello, rispetto all'impugnazione del pubblico ministero, non ha depositato la motivazione della sentenza se non dopo pochi giorni dalla conoscenza di questa interpellanza attraverso gli atti parlamentari e la stampa, vi è una serie di anomalie che non devono trovare soluzione - me lo consenta, signor sottosegretario -, sul piano del semplice auspicio, con la buona volontà di tutti, ma che devono costituire oggetto di ispezione, di indagine e, eventualmente, di azione disciplinare da parte del ministro della giustizia, affinché cose di questo genere non perdurino e, soprattutto, non si ripetano.
È di tutta evidenza che si tratta di un caso eclatante di violazione dell'obbligo, ormai assurto a precetto costituzionale, di rendere giustizia in tempi ragionevoli ad opera di un giudice imparziale e indipendente. Ciò è stato rappresentato dalla corte d'appello competente per le responsabilità regolate e sanzionate dalla legge n. 89 del 2001.
In quel procedimento, l'unico aspetto di rilievo è sinora costituito dalla linea difensiva, provocatoriamente giustificazionista, assunta per il ministro dall'Avvocatura dello Stato. A lei, signor sottosegretario, che oltre ad essere un insigne politico è un fine giurista e, soprattutto, un avvocato militante, mi permetto di segnalare che la comparsa di risposta dell'Avvocatura dello Stato, che rappresenta gli interessi del ministro della giustizia, afferma che il cittadino che si lamenta dell'interminabile durata di questo processo non ne ha alcun motivo, in quanto il tempo trascorso ha favorito il ricorrente, che ha potuto giovarsi della prescrizione che ha colpito diversi capi di imputazione.
Quindi, l'Avvocatura dello Stato si difende dicendo: perché ti lamenti che il processo è durato tanto, se ne hai tratto giovamento con la prescrizione? Invece, tutti gli imputati di questo processo hanno rinunciato alla prescrizione; ma ciò è sfuggito all'avvocato dello Stato! Dunque, secondo la difesa del ministro della giustizia, il fatto che il dibattimento sia iniziato il 4 febbraio del 1999 e sia durato tre anni rappresenta un fatto di assoluta e consueta normalità.
Inoltre, in questa comparsa di risposta, si afferma che il procedimento, nella fase dell'udienza del GUP, si è definito dopo due anni e mezzo, mentre la fase d'appello ha avuto una durata inferiore a due anni.
Dunque, a mio sommesso avviso, questa situazione deve imporre al Presidente del Consiglio dei ministri e al ministro della giustizia di chiarire se, nei casi singoli, si intenda eludere, in danno delle persone danneggiate, l'applicazione della legge n. 89 del 2001 piuttosto che applicare le sanzioni che la stessa legge prospetta a carico del magistrato che dovesse aver causato il danno.
Lo spirito corporativo e burocratico di questa comparsa di risposta dell'Avvocatura dello Stato è inaccettabile alla luce del precetto costituzionale e, soprattutto, della legge applicativa sul giusto processo.
Si pone con forza l'esigenza di questo chiarimento, ma si deve soggiungere che la vicenda delle persone, pur meritevole della massima considerazione nell'ambito degli strumenti apprestati dall'ordinamento giuridico, non è quella che deve impegnare l'attenzione del Governo e del Parlamento. Non ne facciamo e non ne faccio assolutamente una questione personale. La rilevanza politica è indubbiamente legata all'interdipendenza causale tra disfunzioni paradossali del sistema giudiziario e l'eliminazione, l'atterramento e la cancellazione del contesto industriale nazionale di una produzione che nel mondo appartiene ad un ristretto oligopolio. A causa di questo processo, l'Italia è stata scacciata. La produzione siciliana è stata colpita fondamentalmente da tre accuse contestate dalla procura di Palermo che non potevano e non dovevano condizionare pesantemente il comportamento della regione siciliana e del Ministero delle attività produttive.
La prima accusa configura l'inadempienza dell'impresa agli obblighi derivanti dalla concessione mineraria; la regione, nell'ambito proprio, per lo stesso motivo ha dichiarato la decadenza della concessione, eliminando con ciò la miniera e tutti gli impianti annessi dal novero delle aziende gestibili. La seconda accusa ha configurato il reato di truffa nella richiesta rituale che l'impresa aveva rivolta al Ministero delle attività produttive per ottenere il pagamento previsto dalla legge di un acconto sul contributo che in precedenza le era stata accordato, in conformità alla legge, per investimenti industriali che essa aveva realizzato. Il ministero non ha pagato il contributo e non ha consentito il finanziamento complementare ed ha avviato un'ampia riconsiderazione di tutti gli interventi in precedenza effettuati in favore dell'impresa estrattiva e del settore estrattivo e minerario.
Signor sottosegretario di Stato, il giudice per l'udienza preliminare, in data 16 settembre 1998, ha pronunciato il proscioglimento da entrambi i reati perché i fatti non sussistono; l'assoluzione è rimasta, però, inoperante perché il pubblico ministero ha proposto appello e perché la corte d'appello ha depositato le motivazioni della sentenza dopo due anni meno quattro giorni. Si deve consentire questo sospetto: la corte d'Appello ha depositato la sentenza dopo che gli atti parlamentari avevano reso pubblica la presentazione di questa interpellanza da parte dei parlamentari siciliani.
La terza accusa investe in definitiva il contenuto della legge regionale n. 8 del 1991 che ha una sua storia singolare: la legge è stata approvata dall'assemblea regionale siciliana con aspri contrasti dell'opposizione che, qualche mese dopo, nella nuova legislatura è in massima parte confluita nella nuova maggioranza; è stata giudicata dalla Corte costituzionale immune da vizi di costituzionalità, che erano stati denunziati dal pretore di Enna; è stata giudicata dalla Commissione europea esente da violazione delle regole sulla concorrenza, che erano state denunciate dagli stati europei concorrenti, Germania e Francia. Tuttavia, la legge è stata disapplicata dalla regione da quando la procura di Palermo ha incriminato per abuso d'ufficio e falso un ex presidente della regione ed i dirigenti dell'ufficio legislativo e dell'ente minerario che con successo avevano contrastato l'azione dei concorrenti presso la Commissione europea. A quanto pare, vi è un reato che si concretizza per il solo fatto che un presidente della regione e dei funzionari si attivino per difendere in sede europea il diritto e la linearità e l'ortodossia di una legge regionale rispetto alle regole comunitarie.
Signor sottosegretario di Stato, dopo 25 udienze il dibattimento su quelle e su altre accuse, praticamente, deve ancora iniziare. La regione, però, ha bloccato l'appalto per la costruzione delle opere di infrastruttura quando era sul punto di assegnarlo: parliamo dei lavori di tutela ambientale; l'attività produttiva è rimasta ferma mentre il compendio industriale è stato saccheggiato, distrutto, esposto a devastazioni. In pratica, all'economia del comparto e all'economia siciliana sono venuti meno ben 113 miliardi di contributi che erano stati già finanziati dallo Stato per le industrie estrattive.
Soprattutto per gli agricoltori siciliani sono venuti danni incredibili, per il fatto di dover pagare i sali potassici fertilizzanti, da quando le miniere siciliane di sali potassici sono state chiuse, il doppio esatto di quanto li pagavano prima, mentre l'Italia è diventata anche in questo settore, nel quale era esportatrice ed esaudiva tutte le richieste interne, dipendente dall'estero. Il compendio industriale che poteva essere risanato è rimasto abbandonato e distrutto e il personale è stato preso in carico dalla regione che, con i soldi dei contribuenti, ha pagato e continuerà a pagare stipendi non guadagnati fino a quando tutti avranno via via raggiunto l'età della pensione.
Lei, sottosegretario, ha sottolineato che questi 2000 dipendenti erano connotati da una professionalità e da una capacità non comune: naturalmente, anche questi sono andati ad alimentare il lavoro nero. Sulla linea produttivistica realizzata e interpretata
dalla società Italkali è prevalsa la linea assistenzialista, gestita da tutt'altre strutture di potere e di orientamento politico opposto. I posti di lavoro sono stati irreparabilmente perduti e soprattutto si era posta agli altri lavoratori proficuamente occupati una prospettiva perversa che si è dopo qualche anno realizzata nell'intero settore.
Signor Presidente, signor sottosegretario, il tema conclusivo è questo. Noi sosteniamo che l'inizio ma soprattutto l'anomalo perdurare del processo per 9 anni abbia praticamente bloccato, innanzitutto, l'intervento già stanziato e finanziato per costruire le infrastrutture di tutela ambientale, le quali non soltanto avrebbero consentito la prosecuzione dell'attività estrattiva, ma soprattutto avrebbero assicurato alla platea degli utenti che necessitano della soluzione del problema dei rifiuti industriali che si potesse lavorare in quella zona. Ma più di tutto, il lungo processo ha arrecato all'economia italiana complessiva danni incalcolabili e ha impedito alla regione siciliana, che mantiene la maggioranza del pacchetto azionario dell'Italkali, di realizzare profitti calcolati in 100 miliardi l'anno: in altre parole, la regione siciliana ha perso ogni anno 100 miliardi, da 9 anni fino ad oggi, mentre ha dovuto pagare gli stipendi ai 2000 dipendenti, che invece devono stare a casa fino al pensionamento con i soldi dei contribuenti.
Ebbene, insigne sottosegretario, insigne Presidente, non sfuggirà alla sensibilità politica del Governo che qui c'è un problema gravissimo che riguarda le influenze e i condizionamenti esteri rispetto allo sviluppo industriale italiano. Noi abbiamo vissuto la terribile stagione che ci è stata rivelata dall'archivio Mitrokhin sul condizionamento politico e istituzionale che veniva da potenze straniere e ostili all'Italia. Qui c'è un condizionamento che è venuto certamente dagli altri due protagonisti dell'oligopolio della estrazione dei sali potassici, soprattutto dalla Germania, che aveva a Palermo referenti e riferimenti in ambienti politici e istituzionali, espressione di posizioni politiche e ideologiche connotate dalle giunte di centrosinistra e da attività giudiziarie particolarmente indirizzate anche in senso politico.
PRESIDENTE. Onorevole Fragalà, la prego di concludere.
VINCENZO FRAGALÀ. Ho concluso, signor Presidente.
Io credo che tutto questo debba essere un tema di indagine da parte del ministro della giustizia, ma soprattutto che si fissino tempi «brucianti», quelli previsti dal codice, affinché questo processo, nel quale gli imputati hanno rinunciato alla prescrizione, venga definito in poche battute, anche con udienze straordinarie.
Ciò, in modo da avere un risultato, che già il pubblico ministero - il quale aveva stilato i motivi di impugnazione avverso il proscioglimento effettuato dal GUP - aveva scritto. Egli ha scritto che il GUP, con quel proscioglimento, avrebbe fatto completamente cadere le fondamenta delle accuse, anche per gli altri capi di imputazione superstiti. Ebbene, sulla base di un processo la cui conclusione è stata segnata anche dal pubblico ministero dell'indagine preliminare, questo processo non può continuare a provocare incredibili danni all'intera economia italiana ma, soprattutto, agli interessi della Sicilia.