Source: http://dirittocivilecontemporaneo.com/2018/02/principio-di-apparenza-pura-difetto-di-legittimazione-passiva-e-prescrizione/
Timestamp: 2018-05-27 19:39:47+00:00
Document Index: 179575703

Matched Legal Cases: ['art. 534', 'art. 1189', 'art. 1729', 'art. 1835', 'sentenza ', 'art. 1189', 'art. 1189', 'art. 66', 'art. 97', 'art. 37']

Principio di apparenza «pura» (difetto di legittimazione passiva e prescrizione) | Diritto Civile Contemporaneo
Appare, in primo luogo, opportuno ripercorrere brevemente l’elaborazione dottrinale e giurisprudenziale con riguardo all’istituto dell’apparenza del diritto.
Come noto, il termine «apparenza del diritto» descrive quelle situazioni di fatto che, pur non presentando le caratteristiche delle corrispondenti situazioni di diritto, in presenza di determinate circostanze, producono gli effetti di queste ultime. Segnatamente, affinché operi l’apparentia iuris devono ricorrere due requisiti: uno di carattere oggettivo, rappresentato da una divergenza tra lo stato di fatto e lo stato di diritto tale da trarre in inganno la generalità dei terzi; l’altro, di carattere soggettivo, coincidente con l’errore del terzo in buona fede nel caso concreto (M. D’ Amelio, voce Apparenza del diritto, in Noviss. dig. it., I, Torino, 1957, p. 714 ss.; R. Sacco, voce Apparenza, in Dig. disc. priv., I, Torino, 1987, p. 357; R. Bolaffi, Le teorie sull’apparenza giuridica, in Riv. dir. comm., 1934, I, p. 132; A. Falzea, voce Apparenza, in Enc. dir., 2, 1958, p. 682 ss.; M. Bessone e M. Di Paolo, voce Apparenza, in Enc. giur., II, 1988, Milano, p. 2). L’apparenza si dice «pura» quando i suddetti requisiti sono da soli sufficienti a realizzare l’equiparazione della situazione giuridica apparente alla situazione giuridica reale (M. Bessone e M. Di Paolo, voce Apparenza, cit., p. 3). Nei casi in cui il titolare del diritto abbia dato colposamente vita alla situazione di apparenza si ricade, invece, nell’apparenza colposa (o dolosa), con conseguente applicazione del principio di autoresponsabilità, in base al quale chi immette o dà causa all’immissione di dichiarazioni nel traffico giuridico è assoggettato alle conseguenze di esse secondo il loro significato obiettivo (C.M. Bianca, Diritto civile, III, Il contratto, Milano, 2000, p. 21).
Il principio dell’apparenza non riceve nel nostro ordinamento una disciplina generale di diritto positivo. Esso è desunto in via interpretativa da specifiche norme del codice civile in cui viene riconosciuta rilevanza giuridica a situazioni inesistenti le quali, in assenza di espressa previsione, sarebbero insuscettibili di produrre effetti giuridici. Tra i richiami normativi usualmente ricordati in dottrina vi è l’art. 534, 2° e 3° comma, c.c., relativo all’erede apparente; l’art. 1189, 1° comma, c.c., in tema di pagamento al creditore apparente; l’art. 1729 c.c. sulla validità degli atti compiuti dal mandatario prima di conoscere l’estinzione del rapporto di mandato; nonché l’art. 1835, 2° comma, c.c. relativo alle annotazioni sul libretto di deposito compiute dall’impiegato della banca che appare addetto al relativo servizio (M. Bessone e M. Di Paolo, voce Apparenza, cit., p. 2; G. Cassano, L’apparenza del diritto fra dottrina e giurisprudenza: i principi,in Contr.,2002, 12, p. 1169; M. Tammaro, Apparenza del diritto e contratto concluso dal falsus procurator, in Obbl. e contr., 2012, 3, p. 194).
Secondo una tesi più risalente, l’apparenza del diritto non integrerebbe un istituto di carattere generale con connotazioni definite e precise, ma opererebbe nell’àmbito dei singoli istituti giuridici secondo il vario grado di tolleranza di questi in ordine alla prevalenza dello schema apparente su quello reale. Invero, la palese esiguità e la disparità dei casi disciplinati dal legislatore non permetterebbero di individuare i presupposti generali per l’applicazione della relativa normativa, né di ricondurre gli elementi discriminanti delle singole ipotesi ad un unico elemento generale unitario (cfr., in questo senso, Cass., 1.3.1995, n. 2311, in Giur. it., 1995, I, 1, p. 2031 ss., con nota di V. De Gregorio, A margine di una recente sentenza della Cassazione sulla rappresentanza apparente; N. Gasperoni, Apparenza del diritto e fenomeno rappresentativo nel contratto di assicurazione, I e II, in Riv. dir. civ., 1986, I, p. 623 ss.). Gli esponenti di tale orientamento, pur escludendo la possibilità di elevare l’apparenza a principio generale dell’ordinamento, ne ritengono, peraltro, legittima l’applicazione analogica con riguardo a casi simili a quelli espressamente disciplinati (v. Cass., 7.4.1964, n. 780, in Giust. civ., 1964, I, p. 1097; Cass., 28.6.1965, n. 1361, in Foro pad., 1966, I, p. 892). In questa prospettiva, si è, ad esempio, affermato che «la norma dell’art. 1189 c.c., che riconosce effetto liberatorio al pagamento effettuato dal debitore in buona fede a chi appare legittimato a riceverlo, si applica, per identità di ratio, all’ipotesi di pagamento effettuato a persona che appaia autorizzata a riceverlo per conto del creditore» (così Cass., 25.2.2002, n. 2732, in Nuova giur. civ. comm., 2003, I, p. 754 ss., con nota di F. Morcavallo, Un’applicazione anomala dell’art. 1189 cod. civ.: il pagamento al rappresentante del creditore). In tali pronunce, tuttavia, non vengono mai superati i confini dell’apparenza colposa. Detta giurisprudenza, invero, subordina l’applicazione del principio dell’apparenza, fuori dai casi espressamente previsti dalla legge, alla ricorrenza di un comportamento colposo dell’apparente rappresentato, il quale abbia fatto sorgere nel terzo in buona fede una ragionevole presunzione circa la rispondenza alla realtà della situazione apparente. Al riguardo, merita, inoltre, di essere citato l’orientamento dottrinale e giurisprudenziale che, distinguendo tra apparenza oggettiva o pura ed apparenza colposa, individua la prima nei casi di errore scusabile, circoscrivendola alle ipotesi legislativamente previste, mentre ravvisa la seconda nei casi di comportamento colposo del titolare della situazione apparente, estendendo il principio a fattispecie non espressamente regolate (A. Falzea, voce Apparenza, cit., p. 697 ss.;Cass., 7.4.1964, n. 780, cit., p. 1097). Si osserva, in particolare, che il comportamento negligente, come può essere fonte di obbligazione per fatto illecito, così, in concorso con gli altri requisiti dell’apparenza, può essere fonte di obbligazioni nell’ambito dei rapporti negoziali (Cass., 4.12.1971, n. 3510, in Giust. civ., 1972, I, p. 882).
Sennonché, il richiamo al requisito ulteriore della colpa pare giustificarsi esclusivamente con riguardo alla rappresentanza apparente, stante la peculiare natura di tale fattispecie. Differenti sono, infatti, i casi di apparente rappresentanza da quelli in cui risulti, viceversa, apparente, per esempio, la qualità di erede o di creditore: oggetto di apparenza è, nella prima ipotesi, l’inesistente relazione tra dominus e rappresentante apparente; nelle altre due, invece, la situazione di «solitaria» apparente legittimazione del soggetto (E. Zanelli,Rappresentanza e gestione, Milano, 1968, p. 66 ss.). Nel primo caso, il requisito del comportamento negligente o colposo del titolare del diritto ha la specifica funzione di sopperire alla mancanza di un rapporto tra falso rappresentante e apparente rappresentato, altrimenti necessario affinché quest’ultimo possa ritenersi tenuto ad adempiere le medesime obbligazioni che su di lui sarebbero ricadute qualora avesse effettivamente conferito il potere di rappresentanza (A. Zaccaria, Rappresentanza apparente e “contatto sociale”: considerazioni circa il ruolo dell’affidamento nel diritto civile italiano, in St.iuris, 2016, 10, p. 1162). La colpa rappresenta, qui, l’elemento idoneo a realizzare un adeguato bilanciamento di contrapposti interessi: quello del presunto rappresentato a non vedersi coinvolto in un contratto non voluto, e quello del terzo contraente a far valere gli effetti dell’apparenza, posta in essere a suo danno, in capo a colui che riteneva essere il rappresentato (R. Pennazio, Apparenza e obbligazioni ‘‘propter rem’’, in Riv. trim. dir. e proc. civ., 2005, 3, p. 998 ss.; A. Di Majo, Dell’adempimento in generale, in Commentario cod. civ., diretto da A. Scialoja e G. Branca, Bologna-Roma, 1994, p. 284).
Al di fuori della rappresentanza apparente, i terzi fondano usualmente il proprio incolpevole convincimento su una situazione oggettiva di apparenza, che non vede, tra i propri elementi costitutivi, il comportamento del titolare reale: costui, infatti, come può concorrere alla situazione di apparenza, con proprie azioni od omissioni, può anche rimanere ad essa del tutto estraneo ovvero favorirne il prodursi senza che la stessa venga effettivamente percepita dal terzo (A. Orestano, Apparenza «colposa»: riaffermazione di un principio in materia di rappresentanza di s.p.a., in Corr. giur., 1996, 6, p. 673). In tali casi, ci sembra, allora, che debbano essere condivise le conclusioni di quella parte della dottrina che ritiene ingiustificato il richiamo al requisito della colpa del vero titolare, rilevando come tale equivoco sia determinato dal tentativo di ricondurre il fenomeno dell’apparenza nell’ambito dei generali principi soggettivi della responsabilità e dell’errore (R. Moschella, Contributo alla teoria dell’apparenza giuridica, Milano, 1973, p. 71 ss.). E questo senza contare che l’irrilevanza della colpa del titolare apparente e, quindi, la rinuncia all’artificiosa contrapposizione tra le ipotesi di apparenza pura e quelle di apparenza colposa sono state in dottrina affermate anche con riguardo alla rappresentanza apparente (F. Bonelli, Studi in materia di rappresentanza e di responsabilità dell’imprenditore, Milano, 1968, p. 9 e nt. 20).
In senso contrario all’orientamento giurisprudenziale in materia di apparenza colposa poc’anzi ricordato deve, poi, osservarsi come l’accertamento della colpa del titolare della situazione reale finisca per limitare l’operatività del principio dell’apparenza alle sole ipotesi di responsabilità extracontrattuale (F. Bonelli, ivi, p. 90). A tale proposito, è stato correttamente evidenziato come il principio di apparenza non abbia la funzione di sanzionare il responsabile della creazione della situazione ingannevole per i terzi, bensì (soltanto) di accordare un beneficio al terzo che ha commesso un errore legittimo. Tale principio esige, infatti, che chi lo invoca provi di avere confidato senza sua colpa nella situazione apparente; fornita tale prova, la posizione di colui al quale la situazione giuridica appare esistente deve essere tutelata indipendentemente dal concorso del comportamento colposo del soggetto nei cui confronti è invocata l’apparenza, pena l’inconsistenza della tutela prevista (Cass., 19.2.1993, n. 2020, in Giust. it.,1993, I, 1, p. 2088).
Alla luce di tutte queste considerazioni, sembra, allora, doversi ritenere preferibile la tesi, accolta anche dalla pronuncia in commento, secondo cui quello dell’apparenza giuridica, proprio perché riconducibile al più ampio principio della tutela dell’affidamento dei terzi in buona fede, rappresenta un principio generale dell’ordinamento applicabile per analogia iuris oltre i casi espressamente previsti (Cass., 28.1.1985, n. 484, con nota di G. Camisa, L’apparenza del diritto come principio generale, in Foro pad., 1985, I, p. 318;Cass., 26.5.2004, n. 10133, con nota di B. Tassone, Principio dell’apparenza del diritto, concorso di colpa e responsabilità civile, in Danno e resp., 2005, 2, p. 153 ss.; G. Cassano, L’apparenza, cit., p. 1169; C.M. Bianca, Diritto civile, cit., p. 120). Tra le ipotesi in cui la predetta applicazione estensiva dovrebbe potere operare rientrano, secondo il Tribunale di Verona, i casi in cui manchi, in concreto, un’esigenza di tutela del titolare effettivo del diritto. Il ragionamento sotteso alla decisione in commento pare, infatti, essere il seguente: se ogniqualvolta si verifica una situazione di apparenza del diritto l’ordinamento, sacrificando il titolare della situazione giuridica reale, tutela la posizione del soggetto al quale la situazione giuridica appare, senza sua colpa, esistente, in quanto è data prevalenza, nel conflitto di interessi contrapposti, all’affidamento che egli pone su ciò che appare, deve ritenersi che tale prevalenza operi, a maggior ragione, nei casi in cui un contrapposto interesse non sia in concreto ravvisabile.
Occorre, a questo punto, indagare se, nel caso di specie, l’applicazione del principio dell’apparentia iuris, nella sua ampia estensione poc’anzi delineata, fosse compatibile con gli elementi oggetto del giudizio.
Il primo ed imprescindibile requisito per l’operatività del principio di apparenza è rappresentato dalla ricorrenza di circostanze obiettive che, per la loro univocità e concludenza, siano idonee a giustificare l’incolpevole affidamento di chi invoca l’accertamento della situazione apparente (G. Cassano, L’apparenza, cit., p. 1171). Orbene, con specifico riferimento all’interruzione della prescrizione avvenuta con l’atto di citazione notificato il 17.1.2004 dall’attrice all’ente ospedaliero, il giudice di merito ha ritenuto ricorrenti le suddette circostanze, sulla base dei seguenti elementi: i) l’equivoca formulazione dell’art. 66 l. n. 833/1978, secondo cui «i rapporti giuridici relativi alle attività di assistenza sanitaria attribuite alle unità sanitarie locali sono trasferite ai comuni competenti per territorio» ha generato un contrasto giurisprudenziale relativo all’individuazione del soggetto titolare dei debiti contratti dai disciolti enti ospedalieri; ii) al momento della prima iniziativa giudiziaria dell’attrice, la legittimazione dell’ente ospedaliero era sostenuta dalla prevalente giurisprudenza; iii) nel 2001 il Difensore civico regionale aveva indicato all’attrice la legittimazione passiva dell’ente ospedaliero, tanto da dare avvio ad una trattativa con essa nell’interesse della danneggiata; iv) l’ente ospedaliero aveva accettato la trattativa nella fase stragiudiziale e, nel giudizio instaurato nel 2004, aveva contestato la propria legittimazione passiva solo all’udienza di precisazione delle conclusioni.
Si tratta di un quadro fattuale non equivoco, che avrebbe indotto, date le circostanze, qualsiasi soggetto di media diligenza che si fosse apprestato ad esperire una azione risarcitoria a non percepire la carenza di legittimazione passiva dell’ente ospedaliero.
Il secondo elemento costitutivo dell’apparenza ha, invece, carattere soggettivo e consiste nell’errore scusabile del soggetto che invoca tale situazione. Siffatto requisito rappresenta, invero, la giustificazione stessa dell’istituto dell’apparenza del diritto: nel conflitto fra l’interesse del titolare del diritto reale (preservato attraverso l’irrilevanza della situazione di apparenza) e l’interesse del terzo (che, al contrario, è soddisfatto mediante l’equiparazione della situazione giuridica apparente alla situazione giuridica reale) prevale quest’ultimo, tutte le volte in cui il terzo sia caduto in errore oggettivamente scusabile proprio a causa di tale apparenza. È oggettivamente scusabile quell’errore nel quale sarebbe incorso un soggetto di normale diligenza secondo il parametro dell’homo eiusdem professionis et condicionis, se posto di fronte alla medesima situazione (G. Cassano, L’apparenza, cit., p. 1171). Secondo la giurisprudenza, la buona fede del terzo sussiste nell’ipotesi di ignoranza c.d. incolpevole, cioè lì dove l’ignoranza non sia determinata da inosservanza di norme di legge, di regole di comune prudenza ovvero di oneri legali di conoscenza o di attività da parte del soggetto caduto in errore (Cass., 17.3.1975, n. 1020, in Foro it., 1975, I, p. 2267).
A tale riguardo, il giudice di merito ha evidenziato che l’equivocità del dato normativo relativo all’individuazione del legittimato passivo di un diritto (quale era, nel caso di specie, quello concernente la successione nella titolarità dei rapporti facenti capo agli enti ospedalieri) rende ragionevole l’affidamento di una parte circa la correttezza dell’orientamento giurisprudenziale sul punto in quel momento prevalente. Ciò tanto più ove il legittimato passivo sia un’Amministrazione, che abbia contribuito, con la propria condotta, a consolidare quell’affidamento.
Il Tribunale di Verona ha, quindi, ritenuto che, in virtù di tutte le circostanze sopra esposte, risultasse pienamente giustificata sia la buona fede dell’attrice sia il suo ragionevole affidamento circa la legittimazione passiva dell’ente ospedaliero.
Sennonché, come già accennato, l’orientamento giurisprudenziale tradizionale subordina l’applicazione del principio dell’apparenza, fuori dai casi espressamente previsti dalla legge, alla ricorrenza di un comportamento colposo dell’apparente rappresentato. Tale ulteriore requisito difettava nel caso in esame, essendosi il Comune limitato a contestare la propria legittimazione passiva. Il Tribunale di Verona ha rilevato come la condotta preprocessuale e processuale idonea a consolidare l’affidamento dell’attrice circa la sussistenza della legittimazione passiva in capo all’ente ospedaliero fosse ascrivibile esclusivamente a quest’ultimo; da qui l’esigenza di invocare una applicazione non restrittiva del principio dell’apparenza del diritto nella sua versione «pura».
Secondo il Tribunale di Verona, il requisito che giustifica l’applicazione, al caso di specie, del principio di apparenza, nella sua versione «pura», è rappresentato dall’assenza in concreto di un’esigenza di tutela del titolare effettivo del diritto. Come già illustrato, secondo il giudice di merito, infatti, il principio di buon andamento dell’Amministrazione dovrebbe obbligare gli enti pubblici, che si attribuiscono a vicenda la legittimazione passiva in relazione ad una pretesa sostanziale del cittadino, in ragione di un quadro normativo equivoco, ad assumersi il rischio del decorso del tempo necessario per la soluzione normativa o giurisprudenziale del dubbio.
Al netto delle istanze di giustizia sostanziale che informano quest’ultima parte della pronuncia occorre indagare se, in virtù del principio di cui all’art. 97 Cost., la Pubblica Amministrazione debba farsi carico delle conseguenze derivanti dall’incertezza normativa.
Per quello che interessa in questa sede, l’esigenza di tutela della parte che abbia fatto affidamento sull’orientamento giurisprudenziale maggioritario al momento del compimento di un atto processuale è considerata dall’art. 37 c.p.a., ai sensi del quale «il giudice può disporre, anche d’ufficio, la rimessione in termini per errore scusabile in presenza di oggettive ragioni di incertezza su questioni di diritto o di gravi impedimenti di fatto». Per la rimessione in termini ai sensi di tale disposizione, rilevano i contrasti giurisprudenziali idonei ad indurre in errore una parte del giudizio (Cons. di Stato, Ad. Plen., 2.12.2010, n. 3, in www.giustizia-amministrativa.it). La giurisprudenza ha, tuttavia, chiarito che la norma poc’anzi citata è di stretta interpretazione, dal momento che un impiego eccessivamente ampio della stessa potrebbe risolversi in un notevole vulnus del principio di parità delle parti quanto al rispetto dei termini perentori stabiliti dalla legge processuale (Cons. di Stato, Ad. Plen., 9.8.2012, n. 32, in www.giustizia-amministrativa.it). Ferma, comunque, l’inapplicabilità di tale disposizione alla fattispecie de qua, sembra, tuttavia, possibile ricavare dalla medesima l’inesistenza, nel nostro ordinamento, di un principio secondo cui debbano gravare sulla Pubblica Amministrazione le conseguenze dell’incertezza normativa. Al contrario, il contrasto giurisprudenziale appare rilevare quale causa di errore scusabile che giustifica, nella tutela dell’affidamento della parte incorsa nel medesimo, il sacrificio degli interessi della controparte, quale che essa sia. Tale bilanciamento di interessi contrapposti si realizza, appunto, attraverso l’applicazione del principio dell’apparenza del diritto.
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