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Timestamp: 2017-12-17 04:16:25+00:00
Document Index: 177928845

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 246', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366']

gara ciclistica con strada aperta al traffico obbligatoria l'osservanza delle norme del CdS - Corte di Cassazione Civile - Sezione III, Sentenza n. 5411 del 07/03/2014
Luca Ricci il Sab Apr 12, 2014 1:08 pm
Corte di Cassazione Civile - Sezione III, Sentenza n. 5411 del 07/03/2014
Circolazione Stradale - Artt. 9, 68, 140 e 193 del Codice della Strada - Competizioni sportive su strada - Svolgimento di una gara ciclistica dilettantistica - Osservanza delle norme del Codice della strada - Durante lo svolgimento di una gara ciclistica dilettantistica, qualora la strada sulla quale si snoda il tracciato non sia chiusa al traffico veicolare, i partecipanti devono attenersi alle norme che regolano il C.d.S. poichè i conducenti dei veicoli che impegnano la stessa strada potrebbero non essere a conoscenza della manifestazione in atto.
Con sentenza del 9/6/2009 la Corte d'Appello di Genova respingeva il gravame interposto dal sig. R. M. nei confronti della pronunzia Trib. (OMISSIS) 28/7/2003, di rigetto della domanda da quest'ultimo proposta nei confronti del sig. L. N. M. e della sua compagnia assicuratrice per la r.c.a. R. s.p.a. di risarcimento dei danni subiti all'esito di sinistro stradale avvenuto il (OMISSIS) allorquando, mentre partecipava alla gara ciclistica dilettantistica (OMISSIS) nel tratto stradale (OMISSIS) veniva a collisione con l'autovettura che procedeva in direzione contraria da quest'ultimo condotta.
Avverso la suindicata pronunzia del giudice dell'appello il R. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi, illustrati da memoria.
Resiste con controricorso la società A. s.p.a (già R. s.p.a.).
Con il 1^ motivo il ricorrente denunzia "violazione e/o falsa applicazione" dell'art. 2697 c.c., e artt. 115 e 116 c.p.c., in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè "omessa e/o insufficiente" motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Si duole che la corte di merito abbia erroneamente respinto la domanda di risarcimento dei subiti danni assumendo "a prova la tesi del convenuto... in ragione di quanto dichiarato da L. N. nell'interrogatorio eseguito nel procedimento penale a suo carico".
Lamenta che a tale stregua "il Giudice di secondo grado, come il primo Giudice, pone a presupposto la presenza di prova tecnica riguardo al fatto che il L. N., alla guida della vettura, avrebbe percorso la via secondaria prima di accedere sulla statale (OMISSIS) su una dichiarazione proveniente dalla stessa parte L. N. quale imputato in sede di interrogatorio nel procedimento penale a suo carico"; e che la "implicita e/o esplicita motivazione di acquisita prova del fatto che poco prima dell'impatto L. N. percorresse la via secondaria (non interessata dagli avvisi del personale dell'organizzazione ciclistica) rappresenta aberrazione dell'applicazione di ogni norma sulla prova".
Con il 2^ motivo il ricorrente denunzia "omessa o insufficiente o contraddittoria" motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Si duole che la corte di merito abbia erroneamente valutato le emergenze processuali e in particolare la prova testimoniale, non motivando in ordine alla preferenza assegnata alla deposizione del teste W. rispetto a quella della teste Ca., moglie del L. N. e pertanto incapace di testimoniare ex art. 246 c.p.c..
Già sotto l'assorbente profilo dell'osservanza dell'art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, va posto in rilievo che il ricorrente fa invero inammissibilmente richiamo ad atti e documenti del giudizio di merito es., all'"atto di citazione del 05.10.1993, notificato in data 06.10.93", alla comparsa di costituzione e risposta del L. N. e della compagnia assicuratrice R. s.p.a., alle deposizioni dei testi S., F., Sc., W., Ca., alla sentenza del giudice di prime cure, agli atti di appello, all'"interrogatorio eseguito nel procedimento penale" del L. N., al "rapporto dei CC", di cui lamenta la mancata o erronea valutazione, limitandosi a meramente richiamarli, senza invero debitamente - per la parte d'interesse in questa sede - riprodurli nel ricorso ovvero puntualmente indicare in quale sede processuale, pur individuati in ricorso, risultino prodotti, laddove è al riguardo necessario che si provveda anche alla relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l'esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell'esatta collocazione nel fascicolo d'ufficio o in quello di parte, rispettivamente acquisito o prodotto in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr. Cass., 19/9/2011, n. 19069; Cass., 23/9/2009, n. 20535; Cass., 3/7/2009, n. 15628; Cass., 12/12/2008, n. 29279. E da ultimo, Cass., 3/11/2011, n. 22726; Cass., 6/11/2012, n. 19157).
A tale stregua non deduce le formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del solo ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., 18/4/2006, n. 8932; Cass., 20/1/2006, n. 1108; Cass., 8/11/2005, n. 21659; Cass., 2/81/2005, n. 16132; Cass., 25/2/2004, n. 3803; Cass., 28/10/2002, n. 15177; Cass., 12/5/1998 n. 4777) sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative, non avendo la Corte di legittimità accesso agli atti del giudizio di merito (v. Cass., 24/3/2003, n. 3158; Cass., 25/8/2003, n. 12444; Cass., l/2/1995, n. 1161).
Non sono infatti sufficienti affermazioni - come nel caso - apodittiche, non seguite da alcuna dimostrazione, dovendo essere questa Corte viceversa posta in grado di orientarsi fra le argomentazioni in base alle quali si ritiene di censurare la pronunzia impugnata (v. Cass., 21/8/1997, n. 7851).
Senza sottacersi che la norma di cui all'art. 2697 c.c., risulta nel caso erroneamente censurata, atteso che giusta principio consolidato nella giurisprudenza di legittimità le norme (art. 2697 ss.) poste dal Libro 6, Titolo 2 del Codice civile regolano le materie a) dell'onere della prova, b) dell'astratta idoneità di ciascuno dei mezzi in esse presi in considerazione all'assolvimento di tale onere in relazione a specifiche esigenze e c) della forma che ciascuno di essi deve assumere; non anche la valutazione dei risultati ottenuti mediante l'esperimento dei mezzi di prova invero oggetto delle censure di cui all'odierno ricorso, che è viceversa disciplinata dagli artt. 115 e 116 c.p.c., e la cui erroneità ridonda quale vizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, e deve emergere direttamente dalla lettura della sentenza, non già dal riesame degli atti di causa, inammissibile in sede di legittimità (v. Cass., 28/11/2007, n. 24755; Cass., 20/6/2006, n. 14267; Cass., 12/2/2004, n. 2707).
Valutazione che nella specie il ricorrente lamenta invero come erronea laddove si duole delle fonti dai giudici di merito poste a base del proprio convincimento, della loro attendibilità e concludenza, della prevalenza attribuita all'uno piuttosto che all'altro dei mezzi di prova acquisiti.
Non può per altro verso sottacersi nemmeno che, come questa Corte ha già avuto più volte modo di affermare, il giudice di merito può invero utilizzare, in mancanza di qualsiasi divieto di legge, anche prove raccolte in un diverso giudizio fra le stesse anche altre parti, come qualsiasi altra produzione delle parti stesse, e anche le risultanze di un procedimento penale, sia come indizio che come prova esclusiva del proprio convincimento, anche quando non vi abbiano partecipato le parti del giudizio civile (v. Cass., 2/7/2010, n. 15714; Cass., 26/6/2007, n. 14766; Cass., 11/08/1999, n. 8585. V. anche Cass., 21/06/2013, n. 15673).
Quanto al pure denunziato vizio di motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, va invero ribadito che esso si configura solamente quando dall'esame del ragionamento svolto dal giudice del merito, quale risulta dalla sentenza, sia riscontrabile il mancato o insufficiente esame di punti decisivi della controversia prospettati dalle parti o rilevabili d'ufficio, ovvero un insanabile contrasto tra le argomentazioni adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico giuridico posto a base della decisione (in particolare cfr. Cass., 25/2/2004, n. 3803).
La deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce infatti al giudice di legittimità non già il potere di riesaminare il merito dell'intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la mera facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico - formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, cui in via esclusiva spetta il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, di dare (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge) prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti (v. Cass., 7/3/2006, n. 4842;. Cass., 27/4/2005, n. 8718).
Va al riguardo sottolineato, (anche) a completamento di quanto già più sopra indicato, che il vizio di motivazione non può essere invero utilizzato per far valere la non rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte, non valendo esso a proporre in particolare un pretesamente migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all'ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell'apprezzamento dei fatti attengono al libero convincimento del giudice (v. Cass., 9/5/2003, n. 7058).
Secondo risalente orientamento di questa Corte, al giudice di merito non può d'altro canto imputarsi di avere omesso l'esplicita confutazione delle tesi non accolte o la particolareggiata disamina degli elementi di giudizio non ritenuti significativi, giacchè nè l'una nè l'altra gli sono richieste, mentre soddisfa l'esigenza di adeguata motivazione che il raggiunto convincimento come nella specie risulti da un esame logico e coerente, non di tutte le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, bensì di quelle ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo (cfr. Cass., 9/5/2003, n. 7058).
Orbene dei suindicati principi la corte di merito ha nell'impugnata sentenza fatto invero sostanzialmente corretta applicazione.
In particolare là dove, dopo aver premesso che "trattandosi di corsa dilettantistica, come d'uso la via sulla quale si snodava la corsa non venne chiusa al traffico, sì che i partecipanti erano tenuti a seguire le norme del C.d.S.", alla stregua delle emergenze processuali essa ha ritenuto "provato" l'assunto "del L. N. si non aver ricevuto alcun avviso della cosa in atto, avendo egli imboccato la statale (OMISSIS) provenendo da (OMISSIS) diretto in (OMISSIS) da una arteria secondaria, che effettivamente si immette nella statale a poca distanza dal luogo dell'impatto (Km. 31 della statale (OMISSIS))", non constando "che l'avviso della corsa fosse reso anche nella strada secondaria della quale si è detto".
Ancora, laddove ha ravvisato "altrettanto presumibile dall'esame degli atti (deposizioni testimoniali rese nella causa valutate in relazione alle sommarie informazioni nelle indagini preliminari) che i ciclisti e nella specie il R. non tenessero la propria mano" circostanza dalla corte desunta "de plano dalle dichiarazioni rese nella immediatezza (dinanzi ai CC il 25/11/1987 R. affermava di avere proceduto tenendo la propria destra ma di avere, nel curvare "allargato la curva" per prenderla meglio)", al riguardo osservando come "il predetto nelle medesime circostanze ebbe a dichiarare che l'automobilista procedeva nella propria corsia di marcia, e al momento dell'impatto era prossimo alla mezzeria (ma interno alla stessa)", ed altresì sottolineando che pur avendo "nell'interrogatorio reso in causa" il R. dichiarato "che l'auto investitrice aveva invaso la di lui corsia", la "diversa dichiarazione resa nell'immediatezza pare certo più credibile di quella effettuata dopo il decorso di un decennio (20/1/1998)".
Ancora, nella parte in cui ha ritenuto rivestire "rilievo dirimente" al riguardo "il rapporto dei verbalizzanti, nel quale si da atto che, "da quanto obiettivamente rilevato sulla strada e sul veicolo trovato ancora sul luogo dell'incidente", l'incidente era stato causato dalla invasione della altrui corsia operata dai ciclisti, che nell'abbordare la curva destrorsa, andavano ad urtare l'auto del L. N. che procedeva "sicuramente sulla destra", all'interno della mezzeria... nessun riscontro assiste l'assunto di parte appellante che la vettura fosse stata spostata prima dell'arrivo dei militi, assunto smentito dall'unica teste presente, moglie del L. N., le cui dichiarazioni devono sì essere vagliate con la massima attenzione, ma hanno trovato riscontro nel rapporto del quale si è detto. Quanto alle dichiarazioni dell'appellato, di essersi fermato subito prima della curva, non può alla medesima attribuirsi il rilievo che pretende la difesa appellante, giacchè l'impatto che ebbe a verificarsi può avere alterato il ricorso quantomeno sul particolare del momento dell'arresto (subito prima o subito dopo la curva)".
Alla stregua dei suesposti rilievi emerge allora evidente come, lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dell'odierno ricorrente, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all'art. 366 c.p.c., n. 4, in realtà si risolvono nella mera doglianza circa l'asseritamente erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell'inammissibile pretesa di una lettura dell'asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).
Le spese, liquidate come in dispositivo in favore della controricorrente società A. s.p.a (già R. s.p.a.), seguono la soccombenza.
Non è viceversa a farsi luogo a pronunzia in ordine alle spese del giudizio di cassazione in favore dell'altro intimato, non avendo il medesimo svolto attività difensiva.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 3.000,00 per onorari, oltre ad accessori come per legge, in favore della controricorrente società A. s.p.a. (già R. s.p.a.).
Depositato in Cancelleria il 7 marzo 2014.