Source: https://studiolegaleramelli.it/2019/03/15/ladesione-del-contribuente-alla-voluntary-disclosure-fa-venir-meno-i-presupposti-per-il-sequestro-delle-somme-costituenti-provento-dei-reati-tributari/
Timestamp: 2019-09-22 20:33:21+00:00
Document Index: 60559933

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 325', 'art. 5', 'art, 5', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2']

L’adesione del contribuente alla voluntary disclosure fa venir meno i presupposti per il sequestro delle somme costituenti provento dei reati tributari. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
L’adesione del contribuente alla voluntary disclosure fa venir meno i presupposti per il sequestro delle somme costituenti provento dei reati tributari.
Si segnala ai lettori del blog l’interessante sentenza di legittimità n.10801/19, depositata il 12.03.2019, con la quale la Suprema Corte è intervenuta sul tema delle conseguenze dell’applicazione della causa di non punibilità che discende dalla procedura amministrativa di voluntary disclosure e l’efficacia della medesima sui provvedimenti cautelari reali emanati nell’ambito del procedimento penale incardinato per reati fiscali.
L’incolpazione penale e lo svolgimento della fase cautelare reale.
Il Pubblico Ministero presso il Tribunale di Roma proponeva ricorso avverso l’ordinanza emessa in dal Tribunale del riesame capitolino di annullamento del decreto di sequestro preventivo emesso dal G.i.p. presso il medesimo Tribunale nei confronti di due imputati per i reati di cui all’ art. 2 del D. Lgs. n. 74 del 2000 perché il primo, in qualità di rappresentante legale e amministratore unico di una s.p.a., al fine di evadere le imposte sui redditi e l’imposta sul valore aggiunto per gli anni 2010 – 2011 – 2012 e 2013, faceva uso di fatture per operazioni inesistenti, indicandole nelle dichiarazioni annuali, così esponendo elementi passivi fittizi per un importo complessivo di euro 3.475.271,76 e perché, in qualità di rappresentante legale e amministratore unico di una s.r.l., al fine di evadere le imposte sui redditi e l’imposta sul valore aggiunto per gli anni 2012 e 2013, faceva uso di fatture per operazioni inesistenti indicandole nelle dichiarazioni annuali, così esponendo elementi passivi fittizi per un importo complessivo di euro 59.561,00 (capo sub b) e la seconda perché, in qualità di rappresentante legale e amministratore unico di una s.r.l., al fine di evadere le imposte sui redditi e l’imposta sul valore aggiunto per gli anni 2012 e 2013, faceva uso di fatture per operazioni inesistenti indicandole nelle dichiarazioni annuali, così esponendo elementi passivi fittizi per un importo complessivo di euro 357.000,00.
Il ricorso del PM.
Con ricorso ex art. 325 c.p.p. il PM, contestava: (i) l’errata applicazione della legge penale in relazione alla applicabilità, al caso di specie, della procedura di collaborazione volontaria con gli uffici finanziari di cui all’art. 5 quater l.n. 186/2014, introdotto dal D.L. n. 167/1990, (c.d. voluntary disclosure), della quale gli imputati si erano avvalsi, per effetto della quale il Collegio cautelare, aveva ricosciuto riconosceva la causa di non punibilità, annullando per l’effetto il provvedimento ablatorio emanato dal Gip romano; (ii) deduceva, altresì, che il Tribunale avrebbe errato nel non ritenere del tutto svincolate tra loro la procedura amministrativa di rientro delle somme non dichiarate di cui sopra e quella della cautela giudiziale, quest’ultima non inficiata dalla prima in quanto avente ad oggetto le somme provento del reato.
Il giudizio della Cassazione ed il principio di diritto.
Di seguito si riportano i passaggi motivazionali di maggiore rilievo del provvedimento di legittimità, con particolare riferimento al profilo del rapporto tra voluntary disclosure e presupposti del provvedimento cautelare.
“…l’impostazione del P.M. ricorrente, assiomaticamente volta a ritenere che l’istituto della collaborazione non inciderebbe sulla operatività delle misure cautelari, appare non tenere conto degli effetti, sul piano penale, della disciplina della voluntary disclosure : sul punto è dirimente osservare che l’art, 5 quinquies della I. n. 167 del 1990 cit. ha previsto espressamente che nei confronti di colui che presta la collaborazione volontaria “è esclusa la punibilità per i delitti di cui agli articoli 2,3,4,5,10 bis e 10 ter del d.lgs. n. 74 del 2000”. Di qui, dunque, la constatazione che, perfezionata la procedura e pagate le relative imposte, la causa di non punibilità farebbe venir meno, in capo alle somme derivate dalla utilizzazione delle fatture emesse per operazioni inesistenti, la natura di profitto del reato venendo dunque meno la confiscabilità di dette somme e, conseguentemente, divenendo illegittima la protrazione di un sequestro unicamente a detta confisca finalizzato.
Sicché, del tutto correttamente, in applicazione della disciplina appena ricordata, il Tribunale ha disposto il dissequestro delle somme assoggettate a confisca.
Al contrario, il ragionamento del P.M., che parrebbe ritenere il sequestro esente dagli effetti della disciplina sulla collaborazione volontaria sulla base di una diversità delle somme non dichiarate, oggetto della procedura, da quelle invece oggetto di sequestro, oltre a confutare su un piano meramente fattuale il diverso approdo sul punto della ordinanza impugnata, trascura di considerare che, essendo tra i reati inclusi nella voluntary disclosure anche, specificamente, quello di dichiarazione fraudolenta, le somme da “rimpatriare” altro non possono essere (posto che nessun altro senso avrebbe avuto l’inclusione anche del reato ex art. 2 cit.), che quelle stesse derivate dalla utilizzazione delle fatture relative alle operazioni inesistenti”.
Quadro giurisprudenziale di riferimento in tema di utilizzo di fatture per operazioni inesistenti:
Cassazione penale, sez. III, 19/06/2018, n. 52411
Cassazione penale, sez. IV , 20/03/2018, n. 17401
Risponde di concorso nel reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti (art. 2 dlgs. n. 74 del 2000) il soggetto che, d’intesa con gli autori delle dichiarazioni, fornisca ai medesimi, nell’ambito dell’attività di “esperto contabile” prestata in loro favore, le fatture per operazioni inesistenti all’uopo fatte predisporre da terzi.
Il reato di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti, ex art. 2 d.Lg. n.74/2000, è integrati dalla registrazione in contabilità delle false fatture o dalla loro conservazione ai fini di prova, nonché dall’inserimento nella dichiarazione di imposta dei corrispondenti elementi fittizi, condotte queste ultime tutte congiuntamente necessarie ai fini della punibilità.
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