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Timestamp: 2018-07-19 03:55:43+00:00
Document Index: 23610018

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 576', 'sentenza ', 'art. 576', 'art. 652', 'art. 8', 'art. 74', 'art. 576', 'art. 576', 'sentenza ', 'art. 576', 'art. 576', 'art. 593', 'art. 6', 'art. 576', 'art. 576', 'sentenza ', 'art. 568', 'art. 1', 'art. 580', 'art. 7', 'art. 580', 'art. 12', 'art. 580', 'art. 576', 'art. 576', 'art. 652', 'art. 576', 'art. 652', 'art. 577', 'art. 593', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 652', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 576', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 577', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 514', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 593', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 576', 'art. 6', 'art. 576', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 576', 'art. 6', 'art. 568', 'sentenza ', 'art. 568', 'art. 3', 'art. 111', 'art. 24', 'art. 593', 'art. 1', 'art. 111', 'art. 6', 'art. 576', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 568', 'art. 576', 'art. 593', 'art. 10', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 111', 'art. 568', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 576', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 568', 'art. 593', 'art. 576', 'sentenza ', 'art. 74', 'art. 576', 'art. 618', 'art. 1', 'art. 10', 'art. 576', 'art. 6', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 111', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'sentenza ', 'art. 467', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 24', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'sentenza ']

Il diritto di appello della parte civile e del Pubblico Ministero avverso le sentenze di proscioglimento alla luce della novella n. 46 del 2006 e delle attuali pronunce della Corte Costituzionale. - Jei - Jus e Internet
Il diritto di appello della parte civile e del Pubblico Ministero avverso le sentenze di proscioglimento alla luce della novella n. 46 del 2006 e delle attuali pronunce della Corte Costituzionale.
(Corte Costituzionale, ordinanza 2007 n. 32; sentenza 6 febbraio 2007, n. 26).
la ratio occulta della norma modificatrice dell’art. 576.1 c.p.p.: la conquistata emancipazione dell’impugnazione della parte civile da quella del P.M. attraverso la soppressione del rinvio di cui al 1° comma della previgente formulazione.
La ratio palesata: tempi e modi di un travagliato iter legislativo.
La ratio certa: l’inappellabilità delle sentenze di proscioglimento del P.M..
Background culturale sui pro e contra dell’attuale disposizione.
Il coerente ricongiungimento con la ratio occulta.
L’estraneità della p.c. dagli obiettivi riformistici del legislatore del 2006.
Le argomentazioni relative alla soppressione del diritto di appello del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento sottese alla novella n. 46 del 2006.
Le argomentazioni contra addotte dalla sentenza della Corte costituzionale n. 26 del 6 febbraio 2007.
Nella versione originaria della proposta di legge avanzata dal Presidente della Commissione Giustizia della Camera avv. Pecorella (1) il limite ostativo introdotto nei confronti del P.M. alla sua facoltà di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento, rimodellava corrispondentemente la fisionomia dell’analogo potere della parte civile in forza del rinvio contenuto nell’allora vigente art. 576.1 c.p.p.. Siffatta menomazione veniva compensata immunizzando la p.c. dagli effetti extrapenali del giudicato assolutorio secondo la proposta di riforma dell’art. 652.1 contemplata dall’art. 8 di quell’articolato (2).
Il disegno di legge così strutturato non raccoglieva tuttavia l’approvazione del Presidente della Repubblica, il quale ex art. 74 Cost. non procedeva alla promulgazione della legge e decideva di rinviare nuovamente alle Camere il disegno stesso, sul presupposto di una presunta violazione di al­cuni principi costituzionali.
In particolare, veniva criticata la scarsa rilevanza data alla posizione della persona
offesa costituita parte civile “che [avrebbe visto] compromessa dalla legge approvata la possibilità di far valere la sua pre­tesa risarcitoria all’interno del processo penale” (3).
Nella risorta esigenza di accrescere i poteri di impugnazione della p.c., il dibattito parlamentare successivo recepiva la proposta, veicolata dall’editoria giuridica, di eliminare dal testo dell’art. 576 comma 1 c.p.p. l’inciso “con il mezzo previ­sto dal pubblico ministero”, così da garantire, per i soli profili civilistici della regiudicanda, “quel doppio grado di giudizio a cui il danneggiato dal reato avrebbe diritto se avesse esercitato l’azione in sede propria” (4); e con l’avvenuto recupero di questa ­ prerogativa endoprocessuale, scompariva dal testo della legge quella forma di tutela extraprocessuale accordata alla parte civile mediante la possibilità di sottrarsi al giudicato assolutorio. La modifica dell’art. 576.1 fu licenziata dalla Commissione Giustizia della Camera con il dichiarato scopo di ampliare “le ipotesi in cui la parte civile può proporre appello, ai fini civili, contro la sentenza di proscioglimento” (5). Il Relatore on. I. Bertolini (6) con altrettanta enfasi ne celebrava la portata innovativa
sottolineando che l’impugnazione agli effetti civili poteva “esser effettuata in via diretta e non più con il mezzo previsto per il P.M.”. Il contingentamento dei tempi imposto dall’inci­piente scadenza della legislatura imponeva un passaggio soltanto formale della legge al Senato dove rimaneva inascoltata una proposta di emendamento (7) che, se accolta, avrebbe palesato la sua ratio.
La ratio occulta dell’art. 576.1, palesata solo oralmente o da emendamenti indotti da rationes costituzionali imperfettamente realizzati, era nel senso di emancipare la parte civile e di svincolare il suo potere di impugnativa da quello, ormai gravemente menomato, del P.M. attraverso la recisione del collegamento di cui al previgente I comma dell’art. 576 (8). La ratio però palesata, intenzion contraria, si risolve, invece, nella perdita per la parte civile non già del potere di appellare talune sentenze alla stregua dei limiti oggettivi imposti al P.M. ex art. 593 nuova formulazione, ma, stante il soppresso collegamento con l’organo dell’accusa (art. 6 legge 46/06 che modifica l’art. 576.1) la possibilità di appellare tout court. In particolare, dall’espunzione di qualsiasi riferimento comparativo al potere di gravame del pubblico mini­stero, la parte civile dovrebbe ritenersi non più abilitata a proporre appello, né contro le sentenze di prosciogli­mento, né contro le sentenze di condanna stante la ge­nerica facoltà di impugnativa che le viene conferita dall’art. 576 (“può proporre impugnazione contro i capi della senten­za di condanna che riguardano l’azione civile e, ai soli ef­fetti della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunciata nel giudizio”) che an­drà esercitata nelle forme del ricorso per cassazione, come prescrive, per i provvedimenti “non...altrimenti im­pugnabili”, l’art. 568 comma II c.p.p. (9). Concorrono ad accreditare simile conclusione, sul piano ermeneutico, quattro diverse norme: oltre ai sopramenzionati artt. 568 comma 2 e 576 comma 1 c.p.p., che connotano “in positivo” il potere di impugnazione della parte civile disciplinandone an e quomodo, anche complementarmente gli artt. 568 comma 1 e 593 c.p.p. nella sua attuale formulazione (art. 1 legge in commento) che, nel- l’enunciare il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione e, rispettivamente, nel riservare soltanto a pubblico ministero ed imputato la facoltà di appellare, connotano “in negativo” il medesimo potere, escludendo dai suoi ambiti di esercizio l’impugnazione di merito. L’interpretazione meramente letterale della novella, ignara dei lavori preparatori, delle intenzioni dichiarate dal Relatore del relativo disegno di legge e rifuggente dagli imprescindibili referenti costituzionali, rispetterebbe dunque il primario principio della tassatività dei mezzi di impugnazione. È appunto questa la prima obiezione sollevata avverso l’altra interpretazione teleologica e sistematica della novella processuale che fa emergere quella ratio aliunde palesata ma in litteram rimasta occulta. All’uopo, però, soccorrono le argomentazioni esposte dalla Cass. (sent. ult. cit.): “si è già rilevato che la scansione della vicenda che ha portato alla approvazione del testo definitivo della legge costituisce un primo sostegno, sul piano interpretativo, al superamento dell’ostacolo, da relegare a mera imperfezione della tecnica legislativa”.
Ancora, a sostegno della prima interpretazione suesposta è stato rilevato che la scelta di depotenziare il potere di impugnazione della parte civile non sarebbe in sé irragionevole (10) ma anzi sarebbe conforme alle linee guidadella disciplina dell’azione civile risarcitoria nel processo penale. Tale disciplina, in ossequio alla rinuncia dell’ordinamento al principio dell’unità della giurisdizione, punta a favorire
la separazione tra i giudizi e, dunque, ad orientare ciascuna regiudicanda verso la sede propria; una disciplina che tende, insomma, ad epurare il processo penale dalla presenza del danneggiato dal reato, manifestando apertamente “il preciso intento di non incoraggiare la costituzione di parte civile e di incentivare la possibilità di un suo volontario esodo dal processo penale” (11).
La medesima disciplina di precludere alla parte civile la possibilità di proporre appello avrebbe un significato ideologico analogo a quello sotteso, ad esempio, alla scelta di emarginare tale soggetto dai giudizi speciali, tagliato fuori com’è dal
patteggiamento e chiamato ad accettare il giudizio abbreviato scontando il rischio di una decisione pregiudizievole senza ricavare alcun vantaggio che non sia possibile ottenere sottraendosi alla sede penale. Si inserirebbe insomma tra le norme di “indirizzo”, che suggeriscono al danneggiato dal reato quale sia il percorso più conveniente da intraprendere per far valere la sua pretesa risarcitoria.
Il rischio sotteso alla eterogeneità dei mezzi di impugnazione a disposizione delle parti, ricorso per cassazione per gli effetti civili ed appello per gli effetti penali, ed alla consequenziale separazione endoprocessuale delle regiudicande sarebbe però quello del contrasto di giudicati. All’uopo potrebbe soccorrere il nuovo testo dell’art. 580 c.p.p. così come riformato dall’art. 7 legge 46/’06 che preserverebbe la trattazione unitaria del processo da ripartizioni della regiudicanda fra gradi di giudizio non omogenei. Si è, infatti, discusso sull’applicabilità dell’art. 580 al ricorso per cassazione proposto dalla parte civile ed, in particolare, sulla sua assoggetabilità alla clausola limitatrice della possibilità di conversione in appello che espressamente la subordina al “caso in cui sussista la connessione di cui all’art. 12 c.p.p.”. Secondo parte della dottrina tale clausola fungerebbe da sbarramento alla conversione del
ricorso proposto dalla p.c. (12); secondo altra interpretazione, più in linea con la ratio legis, quest’ultima beneficerebbe comunque degli effetti del principio di conversione in quanto, riferibile la clausola limitatrice al solo oggetto penale dell’accertamento, rimarrebbe estranea agli ambiti operativi di quest’ultima (13). Sotto il profilo consequenzialistico, il frazionamento endoprocessuale delle regiudicande alla stregua della prima soluzione sgancerebbe definitivamente l’accertamento sulla responsabilità civile da quello relativo all’imputazione con notevoli disfunzioni tecniche, pratiche e, come sopra paventato, dogmatiche (14). L’applicabilità, nel secondo caso, del principio di conversione in appello al ricorso della p.c. garantirebbe, invece, la trattazione unitaria del processo con tutti i vantaggi tecnici, pratici e dogmatici che conseguono al ricongiungimento dei diversi devoluta (15).
Ma in realtà l’art. 580 non soccorre a compensare menomazioni di poteri di impugnativa che il legislatore con riferimento alla parte civile non ha lontanamente concepito.
Nella concitazione e nell’imperfetto recepimento delle direttive costituzionali suggerite dal Presidente della Repubblica sono da ravvisarsi i difetti di una riforma tanto chiara nelle sue intenzioni quanto imperfetta nella sua formulazione. Ma proprio in questa imperfezione tecnica si esauriscono e si debbono risolvere i dubbi interpretativi. La conferma della persistenza del potere di impugnazione della p.c. è occulta nella sopravvenuta soppressione del collegamento ex art. 576.1 al mezzo ed ai casi di impugnabilità del P.M.. Una sopravvenienza significativa alla luce della precedente formulazione del testo di legge che nella sua chiarezza e coerenza espositiva (stavolta!) equiparava, menomandoli, i poteri di impugnazione del P.M. e, per effetto del rinvio ex art. 576.1, della p.c. per la quale, in contropartita, veniva riformato in melius l’art. 652. A tale stregua, la soppressione del collegamento ex art. 576 rispetto al precedente disegno di legge inequivocabilmente emancipa la p.c. dalle sorti dell’impugnativa del P.M. tanto che a questo risorto potere impugnatorio viene anche meno la necessità di quella compensazione rappresentata dalla riforma pro p.c.
dell’art. 652. E non può essere altrimenti considerando che la portata riformistica della legge investe l’opportunità o meno dell’appello del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento agli effetti penali rimanendo estranea a tale ratio l’impugnazione della p.c. ai soli effetti civili. Ed, infatti, l’abrogazione dell’art. 577 c.p.p. che consentiva un eccezionale potere impugnatorio agli effetti penali della p.c. analogo a quello allora esistente del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento, si inserisce nella ratio riformistica della novella del 2006 di escludere poteri impugnatori agli effetti penali in capo a parti diverse dall’imputato (16). A sostegno della persistenza del potere di appello della parte civile oltre alla soppressione dell’inciso “con il mezzo previsto per il pubblico ministero”, depongono anche il mantenimento immutato degli artt. 75 c.p.p. che stabilisce il principio del trasferimento dell’azione dal processo civile a quello penale, conservando dunque gli istituti processual civilistici fra cui appunto l’appello e 600 c.p.p. che consente alla parte civile di far valere davanti alla Corte d’Appello un subprocedimento che è mera anticipazione del giudizio di merito. Non riconoscere siffatto potere alla p.c. creerebbe una situazione irragionevolmente discriminatoria potendo diversamente il danneggiante disporre di uno strumento di doglianza nel merito nei confronti della decisione di I grado. La previsione di un secondo grado di giudizio nel quale il solo imputato possa svolgere le proprie doglianze lederebbe altresì l’inviolabile diritto d’azione e difesa della p.c.. Il pur implicito mantenimento del potere impugnatorio della p.c. agli effetti civili ex l. Pecorella si scontra però con la esplicita soppressione dell’analogo potere in capo all’organo pubblico di accusa creando una situazione di insostenibile irragionevolezza e di contrasto coi principi costituzionali di cui agli artt. 3, 111.2 e 24 Cost.. “Ciò lede il criterio di parità delle parti nel processo giacché non è dato comprendere perché dovrebbero essere maggiormente garantiti i diritti al risarcimento dei danni di una parte privata rispetto a quelli vantati dalla collettività attraverso la pretesa punitiva dello Stato esercitata dal PM in quanto organo teso a realizzare gli interessi generali della giustizia” (ordinanza di rimessione alla Corte Cost. della Corte App. Torino del 17 marzo 2006) (17).
Quindi delle due una: o sopprimere inequivocabilmente l’appello della parte civile mantenendo fermo il disposto del novellato art. 593 o ripristinare l’analogo potere in capo al P.M.. La Corte Costituzionale con la sentenza 6 febbraio 2007, n. 26 è pervenuta alla seconda delle soluzioni prospettate preservando altresì e conseguentemente gli appelli proposti prima dell’entrata in vigore della legge (art. 10, II c.) da declaratorie di inammissibilità a fronte del riconoscimento, sia ante che post rispetto al termine ex I c. art. 10, del potere di appello del P.M.. Costituisce, anzi, una conferma della soluzione interpretativa ex voluntas legis, in quanto presuppone la permanenza del medesimo potere in capo alla p.c. realizzando così quella parità delle parti processuali altrimenti gravemente minata. A fronte di ciò, l’ordinanza Corte Costituzionale in commento relativa al potere di appello della p.c., di pochi giorni successiva, non poteva non essere mantenitiva della disciplina riformistica che, pur occultamente, lo aveva preservato (18) (19). Naturalmente, poi, caduta la premessa dalla quale muoveva il dubbio di costituzionalità vale a dire la supposta rimozione ad opera della novella del potere di appello della p.c., cadono anche le questioni rispetto a questa secondarie come la mancata concessione alla p.c. ex art. 10 II c. della possibilità di “restituzione in termini” come previsto per il P.M. e imputato con violazione degli artt. 3 e 111 Cost..
L’art. 10.1, ravvisando nella novella la soppressione del potere di appello della p.c., fisserebbe il discrimen temporale, coincidente con la sua entrata in vigore (9 marzo 2006), tra esistenza ex ante del potere a fronte del principio tempus regit actum e suo venir meno ex post. Partendo, invece, dalla contraria premessa secondo la quale la legge del 2006 non avrebbe soppresso il potere di appello della p.c., l’assenza di analoga previsione anche per la p.c. ex art. 10.2 assume, pertanto, una importante valenza significativa (20).
(1) Atto 4604 assegnato alla Commissione Giustizia della Camera il 24 maggio 2004 che testualmente statuiva “pubblico ministero e imputato possono appellare contro le sentenze di condanna. Sono inappellabili le sentenze di condanna per le quali è stata applicata la sola pena dell’ammenda”.
(2) Si trattava della modifica proposta con riferimento all’art. 652 comma 1 c.p.p.: “ La sentenza penale di assoluzione, anche se irrevocabile, non ha effetto nei giudizi civili o amministrativi, salvo che la parte civile si sia costituita nel processo penale ed abbia presentato le conclusioni. In questo caso la sentenza …”. Per un giudizio critico sull’efficacia di tale norma, P. Ferrua, Inappellabilità: squilibri e disfunzioni, in Dir. Giust., 2006, 5, 90.
(3) Messaggio del Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, del 20 gennaio 2006, può leggersi in Guida dir., 2006, 5, 120.
(4) E. Randazzo, Un testo in armonia con il giusto processo che ristabiliva i principi di civiltà giuridica, in Guida dir., 2006, 5, 13.
(5) Sono le parole del Relatore del provvedimento in Commissione Giustizia, on. G. Pecorella (Resoconto Commissione Giustizia, seduta del 24 gennaio 2006).
(6) Resoconto Assemblea Camera dei Deputati, seduta del 30 gennaio 2006.
(7) Si trattava della proposta di emendamento avanzata dal Sen. G. Zancan, il quale suggeriva di sostituire l’art. 576 comma 1 c.p.p. con la seguente norma: “ La parte civile può proporre appello contro i capi della sentenza di condanna che riguardano l’azione civile e, ai soli effetti della responsabilità civile, contro la sentenza di proscioglimento pronunziata nel giudizio, anche abbreviato, qualora abbia acconsentito alla abbreviazione del rito” (Resoconto Assemblea Senato, seduta del 7 febbraio 2006).
(8) “Da quanto ripercorso risulta chiarissimo l’intento del legislatore, espresso senza riserve anche nei lavori parlamentari, di conservare il potere di impugnazione della parte civile in tutte le sue possibili espressioni (salvo quello previsto dall’art. 577 c.p.p., norma che è stata infatti abrogata dalla l.n. 46, art. 9), emancipandolo dalla dipendenza da quello del P.M. che si andava limitando” (Cass. pen. Sez. III, 4 luglio 2006, n. 22924).
(9) P. Tonini, L’inappellabilità lascia alla parte civile solo la Suprema Corte, in Il Sole-24 ore, 3 marzo 2006, 27.
(10) A. Scalfati, Parte civile: dubbi sul potere di gravame, in Guida dir., 2006, 10, 59.
(11) Relazione preliminare al progetto preliminare del 1988, in G. Conso,V. Grevi, G. Neppi Modona, Il nuovo codice di procedura penale dalle leggi delega ai decreti delegati, IV, Il progetto preliminare del 1988, Padova, 1990, 356.
(12) G. Frigo, Un intervento coerente con il sistema, in Guida dir., 2006, 10, 104. Colgo l’occasione per rilevare che questi, come si può leggere nella ord. C. Cost. in commento e coerentemente, ha sollevato la questione di incostituzionalità della disciplina transitoria ex art. 10 della quale V. oltre.
(13) F.M. Iacoviello, Conversione anche per i ricorsi del p.m., in Guida dir.,2006,10,84.
(14) Mi riferisco al contrasto di giudicati. Per quanto poi concernono le difficoltà pratiche si pensi al gravoso lavoro che finirebbe per incombere sulle cancellerie per la predisposizione di plurimi fascico­li processuali da indirizzare ai diversi giudici ad quem.Tali disfunzioni sono state messe in luce da: E.M. Mancuso, La modifica delle norme in materia di impugnazione della parte civile, in AA.VV., Novità su impugnazioni penali e regole di giudizio,147 ss.e F. Caprioli, sub Art. 576 c.p.p., in AA.VV., Commentario breve al codice di procedura penale, a cura di G. Conso,V.Grevi, 2005,1988.
(15) A sostegno di tale soluzione dottrinale è stato rilevato che già nella vigenza dell’art. 514 c.p.p. del 1930, dottrina e giurisprudenza, accertato che l’estensione del regime di appellabilità previsto da tale norma operava ogniqualvolta la sentenza risultasse composta di “più” capi, concordavano nell’affermarne a maggior ragione l’operatività quando lo “stesso” capo della sentenza fosse impugnabile dalle parti con mezzi di gravame eterogenei.
(16) Sulle motivazione sottese all’opportunità di escludere in capo al p.m. poteri impugnatori in grado di “rimettere in discussione” la responsabilità penale del prosciolto (art. 593 ex l. Pecorella), V. oltre in commento alla sent. C. Cost. ripristinatoria di siffatto potere.
(17) Id. App. Brescia, Sez. II, ord. 10 marzo 2006. Contra, App. Lecce, ord. 9 marzo 2006 e App. Milano, Sez. II, ord. 9 marzo 2006; sul punto, si rimanda ai rilievi effettuati in sede di commento ad App. Milano, Sez. II, ord. 9 marzo 2006, in questo stesso sub-lemma.
(18) Bisogna a rigore rilevare con riferimento alla suesposta interpretazione secondo la voluntas legis già sostenuta dalla sent. Cass. 22924/2006 come non si sia ancora formato un “diritto vivente” e che la rimessione della questione alle SS.UU della C. Cass. dimostri l’esistenza di contrasti interpretativi sul punto.
(19) E’ ancora significativo che la dichiarazione di inammissibilità delle questioni sollevate sia fondata sull’assenza di argomentazioni nelle ordinanze di rimessione per le quali i motivi a sostegno dell’opposta interpretazione che mantiene il potere d’appello della p.c., non possono essere accolti.
(20) “ …, appare notevolmente significativa l’assenza di una disciplina transitoria con riguardo agli appelli avverso le sentenze di proscioglimento già presentati dalla parte civile al momento dell’entrata in vigore della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (9 marzo 2006).
In presenza dell’affermazione di cui alla legge n. 46, art. 10, comma 1, relativamente alla immediata applicazione delle nuove regole anche ai processi in corso, il silenzio serbato sull’argomento, a differenza di quanto previsto in maniera articolata nei commi successivi del medesimo articolo per gli appelli del P.M. appare infatti indicativo della esclusione della parte civile dalle norme che limitano il potere di proporre appello, concernenti solo il P.M.” (sent. Cass. n. 22924 del 2006).
Corte Costituzionale, ordinanza 24 gennaio - 6 febbraio 2007 n. 32 – Pres. F. Bile – Red. F.M. Flick, nei giudizi di legittimità costituzionale dell’art. 10 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento) e dell’art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 6 della stessa legge, promossi con ordinanze del 16 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Venezia, del 19 aprile 2006 dalla Corte d’appello di Brescia e del 27 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Bologna, rispettivamente iscritte ai nn. 335, 345 e 366 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 39 e 40 prima serie speciale, dell’anno 2006.
“Visti gli atti di costituzione di G.G. e della U.I. s.p.a., nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 23 gennaio 2007 e nella camera di consiglio del 24 gennaio 2007 il Giudice relatore Giovanni Maria Flick;
uditi gli avvocati Luigi Ravagnan per G.G., Giuseppe Frigo per la U. I. s.p.a. e l’avvocato dello Stato Massimo Giannuzzi per il Presidente del Consiglio dei ministri.
Ritenuto che, con l’ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d’appello di Bologna ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 6 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui – ad avviso del giudice rimettente – esclude che la parte civile possa proporre appello avverso la sentenza di proscioglimento dell’imputato;
che il giudice a quo – investito dell’appello proposto sia dal pubblico ministero che dalle parti civili, contro la sentenza di assoluzione emessa in primo grado nei confronti di persona imputata del reato di omicidio colposo – rileva che il nuovo testo dell’art. 576 cod. proc. pen., quale risultante a seguito della modifica operata medio tempore dall’art. 6 della legge n. 46 del 2006, non richiama più, nel disciplinare il potere di impugnazione della parte civile avverso le sentenze di proscioglimento, i mezzi di impugnazione previsti per il pubblico ministero;
che, in tal modo, la norma censurata avrebbe integralmente soppresso il potere di appello della parte civile, posto che, da un lato, l’art. 568, comma 1, cod. proc. pen. sancisce il principio di tassatività dei mezzi di impugnazione; e, dall’altro lato, nessuna ulteriore norma prevede che la parte civile possa impugnare la sentenza di primo grado mediante appello: onde residuerebbe, a favore di detta parte, unicamente la facoltà di proporre ricorso per cassazione ai sensi del comma 2 del medesimo art. 568;
che, sotto tale profilo, la disposizione si porrebbe tuttavia in contrasto con i principi costituzionali di eguaglianza (art. 3 Cost.), di parità delle parti nel processo (art. 111 Cost.) e di tutela del diritto di azione e di difesa in giudizio (art. 24 Cost.);
che – a differenza di quanto avviene per la limitazione dei poteri di appello del pubblico ministero introdotta dalla medesima legge n. 46 del 2006 (art. 593 cod. proc. pen., come sostituito dall’art. 1 di detta legge) – la soluzione normativa censurata non potrebbe essere giustificata in un’ottica di riequilibrio complessivo dei poteri delle parti contendenti: infatti, la parte civile – diversamente dalla pubblica accusa – non fruisce di alcuna posizione di «prevalenza sostanziale» rispetto all’imputato, nell’assunzione della prova nella fase delle indagini preliminari, né di altra «posizione privilegiata» nelle successive fasi processuali;
che, di conseguenza, e con particolare riguardo alla dedotta violazione dell’art. 111 Cost., una volta concessa al danneggiato dal reato la facoltà di esercitare l’azione civile nel processo penale, esso non potrebbe essere discriminato in maniera irragionevole rispetto al danneggiante: sicché, disponendo quest’ultimo di uno strumento di doglianza nel merito nei confronti della decisione del primo giudice, lo stesso strumento non potrebbe non essere riconosciuto, in caso di soccombenza, anche al danneggiato costituitosi parte civile;
che la previsione di un secondo grado di giudizio nel quale solo l’imputato, ma non la parte civile, può svolgere le proprie doglianze verrebbe altresì a ledere l’inviolabile diritto di azione e difesa di tale ultima parte;
che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata;
che, ad avviso della difesa erariale, l’art. 6 della legge n. 46 del 2006 – nel sopprimere l’inciso «con il mezzo previsto per il pubblico ministero», contenuto nel testo previgente dell’art. 576 cod. proc. pen., in correlazione alla scelta di limitare drasticamente il potere del pubblico ministero e dell’imputato di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento – non avrebbe, in realtà, privato la parte civile della facoltà di appellare avverso le medesime sentenze;
che, con l’ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d’appello di Venezia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111, secondo comma, Cost., questione di legittimità costituzionale dell’art. 10, commi 2 e 3, della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui – sancendo l’inammissibilità dell’appello proposto contro una sentenza di proscioglimento dall’imputato o dal pubblico ministero prima della data di entrata in vigore della citata legge; ma riconoscendo a dette parti la facoltà di proporre, in sua vece, ricorso per cassazione entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità – non accorda analoga facoltà anche alla parte civile;
che il giudice a quo premette di essere investito dell’appello proposto dalla parte civile contro la sentenza che aveva assolto gli imputati dai plurimi reati loro ascritti;
che, anche secondo la Corte veneziana, la sopravvenuta legge n. 46 del 2006 avrebbe soppresso il potere della parte civile di proporre appello avverso le sentenze di proscioglimento: e ciò tenuto conto sia del principio di tassatività delle impugnazioni enunciato dall’art. 568 cod. proc. pen.; sia dell’assenza, nel testo novellato dell’art. 576 cod. proc. pen., di ogni riferimento a specifici mezzi di impugnazione della parte civile; sia, infine, della circostanza che l’art. 593 cod. proc. pen. identifica unicamente nel pubblico ministero e nell’imputato i soggetti legittimati ad appellare contro le sentenze di primo grado;
che, in forza della norma transitoria di cui all’art. 10, comma 1, della legge n. 46 del 2006, d’altro canto, la nuova disciplina introdotta da tale legge si applica anche ai procedimenti in corso, estendendo così la sua efficacia agli appelli anteriormente proposti;
che il medesimo art. 10, peraltro – dopo aver sancito, al comma 2, che l’appello già proposto dall’imputato o dal pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento debba essere dichiarato inammissibile – al successivo comma 3 rimette sostanzialmente in termini le predette parti, ai fini dell’impugnazione della sentenza mediante ricorso per cassazione, prevedendo che quest’ultimo possa venir proposto entro quarantacinque giorni dalla notifica del provvedimento di inammissibilità;
che analogo potere non è riconosciuto, invece, alla parte civile, cui la norma censurata non fa alcun riferimento;
che si determinerebbe, sotto tale aspetto, una disparità di trattamento priva di ragionevole giustificazione, e dunque lesiva tanto del principio di eguaglianza (art. 3 Cost.) che di quello della parità delle parti nel processo (art. 111 Cost.);
che, rispetto all’appello anteriormente proposto dalla parte civile, troverebbe infatti applicazione la disposizione di cui all’art. 568, comma 5, cod. proc. pen., a fronte della quale l’appello stesso si convertirebbe in ricorso per cassazione;
che ciò non varrebbe, tuttavia, a tutelare adeguatamente la parte civile, giacché – qualora l’appello fosse basato esclusivamente su argomentazioni di merito, ovvero risultasse sottoscritto da un difensore non abilitato al patrocinio in cassazione – il gravame, una volta convertito in ricorso, diverrebbe automaticamente inammissibile;
che nel giudizio di costituzionalità si è costituita G. G., parte civile nel giudizio a quo, la quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, contestando la correttezza della premessa da cui muove il dubbio di costituzionalità: vale a dire la supposta rimozione, ad opera della legge n. 46 del 2006, del potere della parte civile di appellare contro le sentenze di proscioglimento;
che, con l’ordinanza indicata in epigrafe, la Corte d’appello di Brescia ha sollevato, in riferimento agli artt. 3 e 111 Cost., questione di legittimità costituzionale dell’art. 10 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui non prevede un regime transitorio per l’appello proposto dalla parte civile contro una sentenza di proscioglimento, analogo a quello contemplato dai commi 2 e 3 del medesimo art. 10 per l’imputato e per il pubblico ministero;
che la Corte rimettente – chiamata a pronunciarsi sull’appello proposto dalle parti civili avverso la sentenza di assoluzione degli imputati dai reati di truffa pluriaggravata e di estorsione, loro ascritti – muove anch’essa dall’assunto per cui la sopravvenuta legge n. 46 del 2006 avrebbe eliminato il potere di appello della parte civile contro le sentenze di proscioglimento;
che, su tale premessa, il rimettente lamenta che il legislatore non abbia previsto, per detta parte processuale, alcun regime transitorio, omologo a quello contemplato nei commi 2 e 3 dell’art. 10 per il pubblico ministero e l’imputato;
che – non risultando possibile un’interpretazione estensiva di tale disciplina, in ragione del principio di tassatività delle impugnazioni – ne conseguirebbe, anche a parere di questo rimettente, una evidente disparità di trattamento fra pubblico ministero ed imputato, da un lato, e parte civile, dall’altro: disparità da ritenere priva di ragionevole giustificazione, e dunque lesiva dei principi di eguaglianza e di parità delle parti nel processo;
che nel giudizio di costituzionalità è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato, il quale ha chiesto che la questione sia dichiarata manifestamente infondata, ribadendo l’erroneità del presupposto interpretativo secondo cui la legge n. 46 del 2006 avrebbe privato la parte civile della possibilità di appellare contro la sentenza di proscioglimento;
che si è altresì costituita la società U. I., parte nel giudizio a quo, quale responsabile civile, concludendo per l’accoglimento della questione: risulterebbe evidente, infatti – ad avviso della difesa dell’interveniente – la sussistenza di una lacuna del regime transitorio per la parte civile, lesiva del precetto costituzionale di parità delle parti nel processo, benché, sul piano “storico”, tale omissione sia spiegabile con l’erronea convinzione del legislatore di avere abolito l’appello del pubblico ministero, mantenendo invece quello della parte civile.
Considerato che le ordinanze di rimessione sollevano questioni identiche o connesse, onde i relativi giudizi vanno riuniti per essere definiti con unica decisione;
che la Corte d’appello di Bologna dubita della legittimità costituzionale dell’art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 6 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), nella parte in cui – in asserito contrasto con i principi di eguaglianza, di parità delle parti nel processo e di inviolabilità del diritto di azione e di difesa (artt. 3, 24 e 111 della Costituzione) – esclude che la parte civile possa proporre appello contro la sentenza di proscioglimento dell’imputato;
che, con due ordinanze di analogo tenore, la Corte d’appello di Venezia e la Corte d’appello di Brescia censurano, a loro volta – in relazione ai principi di eguaglianza e di parità delle parti nel processo (artt. 3 e 111 Cost.) – le disposizioni transitorie di cui all’art. 10 della legge n. 46 del 2006, nella parte in cui prevedono solo a favore dell’imputato e del pubblico ministero, e non anche della parte civile, una «restituzione in termini» per proporre ricorso per cassazione, di seguito alla declaratoria di inammissibilità dell’appello proposto contro una sentenza di proscioglimento, anteriormente all’entrata in vigore della medesima legge (commi 2 e 3);
che i giudici a quibus muovono dalla comune premessa interpretativa in forza della quale la novella del 2006 avrebbe soppresso il potere di appello della parte civile: conclusione che si imporrebbe alla luce del generale principio di tassatività dei mezzi di impugnazione, di cui all’art. 568, comma 1, cod. proc. pen., tenuto conto del fatto che, per un verso, l’art. 593 cod. proc. pen. non include la parte civile tra i soggetti legittimati a proporre appello; e, per un altro verso, il nuovo testo dell’art. 576 del medesimo codice – ove non compare più la previsione secondo la quale alla parte civile è consentito proporre impugnazione con lo stesso mezzo previsto per il pubblico ministero – non specifica di quali mezzi di impugnazione detta parte sia ammessa a fruire;
che, peraltro, la Corte di cassazione ha avuto modo di affermare l’opposta tesi, in virtù della quale la citata novella non avrebbe affatto determinato il venir meno, in capo alla parte civile, del potere di appello contro le sentenze di proscioglimento, ai soli effetti della responsabilità civile (si veda Cassazione, sezione III, sentenza 11 maggio 2006, n. 22924);
che la Corte di legittimità ha fatto segnatamente leva, in questa direzione, sulla voluntas legis, quale risultante alla luce dei lavori parlamentari: lavori da cui emergerebbe in modo univoco come le modifiche apportate al testo normativo originariamente approvato dal Parlamento, dopo il suo rinvio alle Camere da parte del Presidente della Repubblica ai sensi dell’art. 74 Cost. – e, in particolare, la soppressione, nell’art. 576 cod. proc. pen., dell’inciso «con il mezzo previsto dal pubblico ministero» – mirassero a recepire il rilievo formulato nel messaggio presidenziale, circa l’eccessiva compressione della tutela degli interessi civili delle vittime del reato che sarebbe scaturita dalle soluzioni legislative inizialmente adottate, ripristinando il potere di appello della parte civile;
che, a fronte di questa diversa opzione ermeneutica, altra sezione della stessa Corte di cassazione ha quindi rimesso la questione alle Sezioni Unite, a norma dell’art. 618 cod. proc. pen., onde dirimere il contrasto interpretativo insorto sul punto;
che, pertanto, deve registrarsi l’assenza, allo stato, di un “diritto vivente”, conforme alla premessa interpretativa posta a base dei dubbi di legittimità costituzionale: risultando al riguardo formulata anche una diversa soluzione, che varrebbe a soddisfare il petitum della Corte d’appello di Bologna (che censura la disciplina “a regime”); ed a rimuovere, altresì, il presupposto logico-giuridico dell’esigenza – postulata dalle Corti d’appello di Venezia e di Brescia – di dettare, per i gravami della parte civile, una disciplina transitoria analoga a quella stabilita per l’imputato e per il pubblico ministero, in correlazione alla limitazione dei poteri di appello di queste ultime parti disposta dall’art. 1 della legge n. 46 del 2006;
che a ciò va aggiunto come neppure in ordine alla disciplina transitoria si riscontri uniformità di vedute: essendosi affermato, da una parte della giurisprudenza di legittimità, che ove pure la nuova legge avesse effettivamente rimosso il potere di appello della parte civile, non ne conseguirebbe comunque – contrariamente a quanto assumono i rimettenti – l’inammissibilità dell’appello anteriormente proposto da detta parte; e ciò in quanto la disposizione transitoria di cui all’art. 10, comma 1 – evocata dai giudici a quibus a sostegno del loro assunto – nello stabilire che «la presente legge si applica ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore della medesima», si sarebbe limitata soltanto a riaffermare il generale principio tempus regit actum, tipico della materia processuale;
che i giudici rimettenti hanno omesso, d’altro canto, di fornire una adeguata motivazione sulle ragioni per le quali gli argomenti che sostengono l’opposto orientamento interpretativo non possano essere condivisi;
che a ciò consegue la manifesta inammissibilità delle questioni: giacché, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, la mancata utilizzazione dei poteri interpretativi che la legge riconosce, in via esclusiva, al giudice rimettente e la carenza di una verifica di altre e diverse soluzioni interpretative – per far fronte al dubbio di costituzionalità ipotizzato – integrano, nel modello del giudizio incidentale di costituzionalità, omissioni significative e tali da non abilitare il giudice a sollevare la questione di legittimità costituzionale (ex plurimis, ordinanze n. 34 del 2006, n. 381 del 2005 e n. 279 del 2003);
che le questioni vanno dichiarate, pertanto, manifestamente inammissibili.
1) dichiara la manifesta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 576 del codice di procedura penale, come modificato dall’art. 6 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), sollevata, in riferimento agli artt. 3, 24 e 111 della Costituzione, dalla Corte d’appello di Bologna con l’ordinanza indicata in epigrafe;
2) dichiara la manifesta inammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 10 della legge 20 febbraio 2006, n. 46, sollevate, in riferimento agli artt. 3 e 111 della Costituzione, dalla Corte d’appello di Venezia e dalla Corte d’appello di Brescia con le ordinanze indicate in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 24 gennaio 2007”.
Il tentativo di privare il P.M. del potere di appello avverso le sentenze di proscioglimento e del potere, quindi, di poter rimettere in discussione la responsabilità penale di colui che è stato accertato, nel pieno contraddittorio delle parti, innocente, è stato molto vicino alla sua realizzazione. La sentenza in commento ha infatti dichiarato costituzionalmente illegittima l’esclusione della possibilità per il pubblico ministero di proporre appello contro le sentenze di proscioglimento, prevista dall’art. 1 della legge Pecorella (legge 46/2006) ritenendo altresì illegittimo il successivo art. 10 nella parte in cui prevede che sia dichiarato inammissibile l’appello proposto dal P.M. contro una sentenza di proscioglimento prima dell’entrata in vigore della legge suddetta (1). Le argomentazioni, anche di ordine costituzionale, addotte da gran parte della dottrina a sostegno dell’opportunità di privare il P.M. dal potere di
appello avverso le sentenze di proscioglimento, che rappresentano il substrato culturale e ideologico della riforma del 2006, sono state così fortemente sostenute che ritengo in questa sede di esaminarle.
La dottrina (Coppi, No all’appello del pubblico ministero dopo l’assoluzione, in Il giusto processo 2003; Padovani, Doppio grado di giurisdizione: appello dell’imputato, appello del pubblico ministero, principio del contraddittorio, in Cass. pen. 2003;Stella, Sul divieto per il pubblico ministero di propor­re appello contro le sentenze di assoluzione, in Cass. Pen.,2004;Nappi, La ragionevole durata del giusto processo ed il sistema delle impugnazioni, relazione alCorso di formazione del Consiglio superiore dellaMagistratura del 4-6 novembre 2003; Spangher, Sistema delle impugnazioni penali, p. 1261) ha, come accennato, fortemente criticato il potere del pubblico ministero di­appellare nel merito avverso sentenze di assoluzio­ne, sottolineandone la contraddittorietà con i prin­cipi del giusto processo e, in particolare lo Stella, l’incompatibilità rispetto ad un giusto equilibrio tra l’interesse dello Stato alla repressione dei reati e i diritti individuali di libertà per i cittadini in una società democratica, per la quale una sentenza di assoluzione già denuncerebbe una ferita ingiustifi­cata alla dignità personale del cittadino, al suo buon nome, alla sua reputazione, alle chances di sfruttare le opportunità di lavoro e di partecipare alla vita sociale ed anche familiare in piena serenità.
In particolare, viene sostenuto che l’esercizio di tale potere da parte dell’organo di accusa non dovrebbe essere consentito, giacché non si armonizza soprattutto con le “ragioni potenti che scolpiscono il giusto equilibrio tra libertà e sicurezza, tra l’interesse dello Stato alla repressione dei reati e i diritti individuali di libertà per i cittadini in una società democratica; ragioni poten­ti il cui riconoscimento costituisce il cuore della nostra Costituzione” (Stella, op. ult. cit.). Nel processo pena­le si ha il coinvolgimento di valori morali straordinariamente elevati, e la loro mancata tutela rende evanescente la salvaguardia di tutti gli altri interessi tutelati sul piano costituzionale: in particolare, sono da ricordare la dignità dell’uomo, come base dei diritti inviolabili della perso­na umana (C. Cost., n. 37 del 1992); la libertà personale, che rientra “tra i valori supremi, quale indefettibile nucleo essenziale dell’individuo” (C. Cost., n. 238 del 1996); il diritto “al pieno sviluppo della persona umana nella vita co­munitaria” (C. Cost., n. 62 del 1992); il diritto a uno spazio esistenziale, interdetto a qualsiasi intervento della pubblica autorità o di privati, nonché alla rispettabilità, all’onore e alla reputazione (C. Cost., n. 34 del 1973 e C. Cost., n. 38 del 1973). Viene altresì valorizzata una sorta di “disutilità sociale” di tale appello indotta da ciò che, se viene accolto, si “crea disorientamento nella coscienza sociale, si mina la credibilità della condanna e la prevedibilità del giudizio: un giudice ritiene colpe­vole un uomo che un altro giudice ha prima rite­nuto innocente” (Relazione del Procuratore generale della Cassazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2004). Ma soprattutto l’appello del P.M. avverso le sentenze di proscioglimento potrebbe determinare che un adesione assolutoria, maturata attraverso il meccanismo fecondo del contraddittorio, sia trasformata in una sentenza di condannadal giudice di appello, che impernia il suo giudizio solo su prove scritte. La successiva pronun­cia di condanna finisce con il risolversi in una condanna di unicogrado e rispetto alla quale un’accorta motivazione riesce perfino a sbarrare in sede di cassazione tutte le eccezioni difensi­ve che si collegano al merito (2).
Considerato che l’art. 111 comma 4 Cost. prescrive che “il processo è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova”, emergerebbe un ulteriore profilo di illegittimità costituzionale (Nappi, op. cit.). II giudizio di appello normalmente ha natura documentale e in esso non ha modo di esplicarsi il contraddittorio, che rappresenta una garanzia attribuita all’imputato: il che appare in maniera inequivoca dalla lettura dell’art. 111 comma 5 Cost., secondo il quale “la legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo per consenso dell’imputato”. A tale garanzia può rinunciare soltanto quest’ ultimo, come avviene nel giudizio abbreviato, ma la stessa risulta del tutto vanificata se il giudice di appello, al di fuori e a prescindere dalla volontà dell’interessato, in virtù dell’impugnazione del pubblico ministero contro una sentenza di assoluzione capovolge, sulla scorta di un semplice controllo cartolare, i risultati della prova narrativa raccolta nella dinamica dell’esame dialettico, annullando la valenza dei risultati raggiunti mediante quel privilegiato metodo cognitivo. Analogo problema non sorge nel caso di appello dell’imputato avverso una sentenza di condanna, giacché “il contraddittorio non è una "ri­sorsa" dispensata alle parti allo stesso modo
e con la stessa intensità” (Padovani, op. cit.), come si ricava dal vincolo dell’art. 111 comma 5 Cost.. Codesto risultato spiega perché “nel processo inglese ed americano l’appello sia estremamente circoscritto e limitato essenzialmente a ragioni processuali. L’adozione di un sistema accusatorio (se veramente si fosse realizzata) avrebbe comportato una riduzione dell’appellabilità della sentenza anche se la nostra tradizione giuridica esige il mantenimento di un secondo giudizio di merito al fine di ridurre il rischio di errori giudiziari” (Lozzi, Lezioni di procedura penale, 2001, pp. 588-9). Non sembra, infatti, che la natura tendenzialmente cartolare della rivalutazione di merito compiuta dal giudice dell’appello (che in via di eccezione può tuttavia disporre la rinnovazione) contrasti con il principio del contraddittorio nella formazio­ne della prova, quasi che questo postulasse neces­sariamente l’acquisizione della prova innanzi al giudice che decide.
È certamente vero che l’oralità e l’immediatezza del rapporto tra giudice e prova sono l’espressione massima del contraddittorio e tuttavia vi sono nel nostro codice ipotesi di contraddittorio senza immediatezza della cui costituzionalità non si dubita (si pensi all’incidente probatorio, all’acquisizione di verbali di prova di altro procedimento, agli atti urgenti compiuti ex art. 467 del codice di procedura penale dal solo Presidente del Tribunale). Ben può dunque il contraddittorio inverarsi nel­la dialettica argomentativa tra le parti sul materia­le acquisito in primo grado.
Per di più l’appello del pubblico ministero, a differenza dell’appello dell’imputato, espressione del diritto di difesa, non si correla ad alcuna norma della Costituzione e, in ogni caso, non è riconducibile all’esercizio dell’azione penale (3) anzi, “quando appellante è il solo P.M. l’imputato subisce una vera e propria amputazione del diritto
di difesa, conseguente al fatto che è l’appello del P.M. a determinare i limiti della devoluzione. Poiché tale amputazione consegue al­l’esercizio di un diritto potestativo
del P.M. che ... non ha fondamento costituzionale, ne deriva un contrasto, davvero vistoso, con l’art. 24 Cost.” (Padovani, op. cit.).
Inoltre, il “giusto processo” consacrato dall’art. 111 Cost. non postula sempre una necessaria simmetria tra le posizioni dell’imputato e del titolare dell’accusa pubblica, e il principio di parità delle parti processuali non sottintende che il potere di impugnazione riconosciuto al primo, quale estrinsecazione del diritto di difesa e dell’interesse a far valere la propria innocenza debba spettare, in corrispondente e contraria risonanza, anche al pubblico ministero, “le cui funzioni non sono assistite da garanzie di intensità pari a quelle assicurate all’imputato dall’art. 24 Cost., che non riguarda l’organo di accusa” (Padovani, op. cit.).
Ad arricchire il background della proposta del­l’ on. Pecorella c’è anche una sentenza delle Sezioni Unite penali della Cassazione (sent. n. 45276/2003) con la quale si è auspicata, de iure condendo “una riperimetrazione delle opzioni decisorie consentite
al giudice di appello chiamato a pronunciarsi sul­l’appello del pubblico ministero avverso la sentenza assolutoria di primo grado... così da precludere a quel giudice (che di regola rimane estraneo alla for­mazione dialettica della prova) di ribaltare il costrutto logico della decisione di proscioglimento dell’imputato all’esito di una mera lettura delle carte del processo e di un contraddittorio dibattimentale ex actis ... e da qualificare l’appello che non si con­clude con la conferma dell’assoluzione, come giudi­zio di natura esclusivamente rescindente cui debba seguire un rinnovato giudizio di primo grado sul merito della responsabilità dell’imputato, modulato sui binari tracciati dalla sentenza di annullamento”.
Le indicazioni delle fonti convenzionali in materia di diritti fondamentali dell’uomo, cui “si fa credito, com’è noto, di posizioni "rinforzate", se non addirittura costituzionali, all’interno del­l’ordinamento” (Tranchina-Di Chiara, voce Appello, p.202), corroborano le censure. Il riferimento, in specie, è all’art. 14 comma 5 del Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, adottato a New York il 19 dicembre 1966 che statuisce che «toute persone déclarée coulpable d'une infraction a le droit de faire examiner par une jurisdiction supérieure la déclaration de coulpabilité et de condamnation, conformèment a la loi». La volontà pattizia comprende “il diritto di impugnazione... tra i diritti fonda­mentali dell’accusato e non tra i diritti che debbano necessariamente spettare alle "parti" di un processo in quanto tali; ciò significa che sarebbe tecnicamente ammissibile e tollerabile un’archi­tettura del processo penale, nella quale non fosse prevista - o fosse prevista in termini estrema­mente ridotti - la possibilità di impugnazione del titolare dell’azione penale. Sembra innegabi­le, tuttavia, che l’imputato debba poter esercitare il diritto di ribaltare una condanna a suo carico” (Verrina, Doppio grado di giurisdizione, convenzioni internazionali e Costituzione, in Le impugnazioni penali, a cura di Gaito, p. 146; cfr. anche Coppi, op. cit. e Padovani, op. cit.). Pure l’art. 2 del VII Protocollo aggiuntivo della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, adottato a Strasburgo il 22 novembre 1984, reso esecutivo dalla legge 9 aprile 1990, n. 98, che statuisce il diritto al doppio grado di giurisdizione in ma­teria penale per chiunque venga ritenuto responsabile di un reato da un tribunale, riproducendo quasi alla lettera il contenuto della citata disposizione pattizia, ribadisce che il soggetto “dichia­rato colpevole di una infrazione penale... ha il diritto di sottoporre ad un tribunale della giuri­sdizione superiore la dichiarazione di colpa o di condanna” (comma l). La disposizione ammet­te deroghe al doppio grado di giurisdizione con riferimento a tre ordini di ipotesi e, precisamen­te: “in caso di infrazioni minori come stabilito dalla legge o in casi nei quali la persona interes­sata sia stata giudicata in prima istanza da un tribunale della giurisdizione più elevata o sia stata dichiarata colpevole e condannata a seguito di un ricorso avverso il suo proscioglimento” (com­ma 2). Si coglie con assoluta chiarezza che la garanzia dell’appello è assegnata all’imputa­to il quale ha il diritto di ottenere il riesame nel merito da parte di un nuovo giudice, laddove l’a­nalogo potere di impugnazione del
pubblico ministero non riceve espresso riconoscimento (Padovani, op. cit.) (4).
“Se lo Stato ha sbagliato una volta nell’esercitare l’azione penale, perché l’imputato è risultato innocente al di là di ogni ragionevole dubbio, il giusto equilibrio tra autorità statuale e diritti individuali di libertà impone allo Stato di non riprovarci. La sentenza di assoluzione è già lì a denunciare una ferita ingiustificata ai più grandi valori e ai diritti individuali” (Stella, op.cit.). In sostanza, l’appello nei confronti di una decisione assolutoria altro non è che il tentativo ulteriore (dopo quello esperito in primo grado) di dimostrare la fondatezza del rinvio a giudizio, mentre il processo penale do­vrebbe essere l’extrema ratio alla quale ricorrere solamente quando vi è il dubbio che una persona abbia commesso un reato. Tale dubbio esiste ove venga disposto il rinvio a giudizio, ma viene a mancare quando il processo si conclude con una sentenza di assoluzione (Stella, op. cit.).
Ad esempio, la Corte suprema degli Stati Uniti ha affermato che “lo Stato, con tutte le sue risorse e il suo potere, non dovrebbe avere il permesso di compiere reiterati tentativi di con­dannare un individuo per le offese di cui è accusato, così assoggettandolo a una situazione di dif­ficoltà che ne impedisce l’attività, nonché al sostenimento delle spese, alla terribile esperienza del processo, e costringendolo a vivere in uno stato di continua ansia e insicurezza, ingigantendo così la possibilità che, sebbene innocente, possa essere giudicato colpevole” (Green v. U.S., 355 U.S. 184, 187=188, 1957 ). Inoltre, ha deciso che “la Corte d’appello ha ritenuto non senza ragione che il proscioglimento sia stato basato su fondamenti completamente erronei. Ciò non di meno, il verdetto di proscioglimento era definitivo, e non poteva essere rivisto... senza mettere gli imputati due volte a rischio, violando così la Costituzione” (Fong Foo v. U.S., 369 U.S. 141, 1962).
E’ però difficile alla stregua di tali considerazioni superare l’indefettibile principio di parità delle parti ex art. 111.2 Cost.. Siffatto principio, se può avere una valenza anche processuale, nel senso di voler assicurare possibilità di identica rilevanza pro­batoria per gli atti compiuti e dal titolare del potere di azione e dal difensore, ha soprat­tutto valore nei confronti della parte in senso sostanziale, perché è in funzione dei titolari dei diritti sostanziali che la nozione di parte esprime tutta la sua forza precettiva (tema in effetti poco trattato dai processualpenalisti, ma ben conosciuto dai maestri di procedura ci­vile: v. Calamandrei, Istituzioni, p. II, 188). E in questo senso l’articolo 111 Cost. è dav­vero vincolante. Se le parti che devono essere paritariamente considerate nel processo so­no non tanto il pubblico ministero o l’avvocato, ma l’imputato e l’offeso, allora non si può accettare questo violento oltraggio al principio di parità, consentendo all’accusato di con­testare l’errore, e negandolo a chi dall’accusato venne offeso. Non si può ignorare il carico di sofferenze che il reato ha prodotto alle vittime, delle quali è il pubblico ministero il naturale, anche se non ne­cessariamente esclusivo, difensore, come avviene specificamente quando questo organo agi­sce a tutela di incapaci. Nei reati che offendono l’intera collettività, è mai ammissibile che la società rimanga paralizzata di­nanzi a chi ha violato un interesse diffuso, o un interesse diretto dello Stato, che lo Stato non si cura di tutelare? Se lo Stato rimane indifferen­te, si compromette direttamente il principio di fedeltà dei cittadini alle sue leggi.
(1) Ai posteri poi la conoscenza sulla sorte del potere di appello avverso le sentenze di proscioglimento dell’imputato.
(2) Ferrua, Studi sul processo penale, II, anamorfosi del processo accusatorio, 1992. Cfr. anche Padovani, Il doppio grado di giurisdizione.
(3) C. Cost. n. 280 del 1995 che ha afferma­to come detto potere di impugnazione del pubbli­co ministero “non è riconducibile all’obbligo di esercitare l’azione penale”, quanto piuttosto ai generali doveri che gli competono (art. 73 del R.D. 30 gennaio 1941, n. 12) di vigilanza “alla osservanza delle leggi, alla pronta e regolare amministrazione della giustizia”. Contra: Cassazione, Sez. III pen., sent. n. 4792/1994, cv. 199114) si avverte l’eco della sentenza n. 177/1971 della Consulta, per la quale il potere di appello del pubblico mini­stero doveva considerarsi “un’estrinsecazione ed un aspetto dell’azione penale” e dunque un atto dovuto.
(4) Il tutto in un contesto normativo che, come affermato dal­la Corte Costituzionale (sent. n. 288/1997), non solo non impone un doppio grado di giudizio di ­merito, ma neppure ha “il ruolo di riempire i vuoti dell’ordinamento nazionale”, di talché la “doppia istanza” e l’esame della “giurisdizione superiore” ben può esaurirsi nel ricorso per Cassazione ex art. 11-Cost..
Coerentemente alla giurisprudenza della Consulta potrebbe pertanto considerarsi pienamente compa­tibile con la Costituzione e con le suddette fonti pat­tizie internazionali una radicale eliminazione del­l’appello che, sul versante ordinamentale, potrebbe associarsi ad una trasformazione delle attuali Corti d’appello in Corti distrettuali con competenza, per un esclusivo giudizio di merito in unico grado, sui reati più gravi (ad esempio, quelli previsti dall’art. 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale) sul modello del Landgericht tedesco le cui decisioni sono relative a gravi reati, non sono appellabili e sono solo ricorribili alla Bundegerichtshof, corri­spondente alla nostra Cassazione.
Corte Costituzionale, sentenza 24 gennaio - 6 febbraio 2007, n.26 – Pres. F. Bile – Rel. G.M. Flick, nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 10 della legge 20 febbraio 2006, n. 46 (Modifiche al codice di procedura penale, in materia di inappellabilità delle sentenze di proscioglimento), promossi con ordinanze del 16 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Roma nel procedimento penale a carico di E. F. ed altri e del 16 marzo 2006 dalla Corte d’appello di Milano nel procedimento penale a carico di A. M. ed altri, iscritte ai nn. 130 e 155 del registro ordinanze 2006 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 19 e 22 prima serie speciale, dell’anno 2006.
“Ritenuto in fatto
Tale vaglio di ragionevolezza va evidentemente condotto sulla base del rapporto comparativo tra la ratio che ispira, nel singolo caso, la norma generatrice della disparità e l’ampiezza dello “scalino” da essa creato tra le posizioni delle parti: mirando segnatamente ad acclarare l’adeguatezza della ratio e la proporzionalità dell’ampiezza di tale “scalino” rispetto a quest’ultima. Siffatta verifica non può essere pretermessa, se non a prezzo di un sostanziale svuotamento, in parte qua, della clausola della parità delle parti: non potendosi ipotizzare, ad esempio, che la posizione di vantaggio di cui fisiologicamente fruisce l’organo dell’accusa nella fase delle indagini preliminari, sul piano della ricchezza degli strumenti investigativi – posizione di vantaggio che riflette il ruolo istituzionale di detto organo, avuto riguardo anche al carattere “invasivo” e “coercitivo” di determinati mezzi d’indagine – abiliti di per sésola il legislatore, in nome di un’esigenza di “riequilibrio”, a qualsiasi deminutio, anche la più radicale, dei poteri del pubblico ministero nell’ambito di tutte le successive fasi. Una simile impostazione – negando, di fatto, l’esistenza di limiti di compatibilità costituzionale alla distribuzione asimmetrica delle facoltà processuali tra i contendenti – priverebbe di ogni concreta valenza la clausola di parità: risultato, questo, tanto meno accettabile a fronte della sua attuale assunzione ad espresso ed autonomo precetto costituzionale.
Dirimente è, peraltro, il rilievo che, alla luce della disciplina – più recente ed analitica di quella del Patto internazionale – dell’art. 2 del Protocollo addizionale n. 7 alla Convezione europea (su cui soprattutto fanno leva i lavori parlamentari), il diritto della persona dichiarata colpevole di un reato al riesame della «dichiarazione di colpa o di condanna», da parte di un tribunale superiore, può essere oggetto di eccezioni – oltre che «in caso di infrazioni minori» e «in casi nei quali la persona interessata sia stata giudicata in prima istanza da un tribunale della giurisdizione più elevata» – anche quando essa «sia stata dichiarata colpevole e condannata a seguito di un ricorso avverso il suo proscioglimento» (paragrafo 2 del citato art. 2). Quest’ultima eccezione presuppone, evidentemente, che la legge interna contempli un potere di impugnazione contra reum, e quindia favore dell’organo dell’accusa; essa implica pertanto il riconoscimento che tale potere – anche quando si tratti di impugnazione di merito – è compatibile con il sistema di tutela delineato dalla Convenzione e dallo stesso Protocollo, come del resto conferma la legislazione vigente in buona parte dei Paesi dell’Europa continentale.
All’obiezione, poi, che le possibili soluzioni alternative al problema dianzi evidenziato, almeno ove calibrate sull’attuale assetto del sistema delle impugnazioni, peserebbero negativamente sui tempi di definizione del giudizio, è agevole replicare che neppure la ragionevole durata del processo – principio che, per costante affermazione di questa Corte, va contemperato con il complesso delle altre garanzie costituzionali (ex plurimis, sentenza n. 219 del 2004; ordinanze n. 420 e n. 418 del 2004, n. 251 del 2003, n. 458 e n. 519 del 2002)– può essere perseguita, come nella specie, attraverso la totale soppressione di rilevanti facoltà processuali di una sola delle parti. E ciò a prescindere dalla possibilità – da più parti prospettata e che resta aperta alla valutazione del legislatore – di una revisione organica del regime delle impugnazioni, intesa ad eliminare le tensioni da cui, per quanto accennato, il problema stesso trae origine.