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Timestamp: 2018-03-20 23:09:41+00:00
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Archivio 2012 aprile
aprile 27, 2012 in Appunti
Dell’Utri: se il giudice di Berlino, è una carogna.
aprile 25, 2012 in Appunti
Quando la Cassazione, annullò la sentenza di condanna, pronunziata dalla Corte di Appello di Palermo, di Marcello Dell’Utri, disponendo un nuovo giudizio, il commento più diffuso fu: esiste un giudice a Berlino.
La frase, richiama la disavventura giudiziaria di un mugnaio di Potsdam che, nel ‘700, in un contrasto giudiziario con un nobile, non riusciva ad ottenere ragione e giustizia. Il mugnaio, non si arrese, ricorrendo a tutte le magistrature prussiane che continuarono a dargli torto. Con testarda volontà, il mugnaio riuscì ad arrivare a Federico II il Grande, la massima autorità, il sovrano di Prussia. Andò a Berlino. Ottenne giustizia. La frase e la storia, vogliono quindi significare, dopo la malagiustizia, l’esistenza di un Giudice che ripara i torti subiti. Con il: “ci sarà un giudice a Berlino”, si manifesta così la fiducia e l’auspicio di chi si senta vittima di malagiustizia, di avere riconusciuti i diritti, rivolgendosi al massimo vertice della magistratura.
Il giudice di Berlino (la Cassazione), evocato dopo l’annullamento della sentenza di condanna, ha, ieri, depositato le motivazioni della decisione.
Tre le affermazioni principali del Giudice di Berlino:
1. Il concorso esterno nell’associazione mafiosa, non è una stortura ma fotografa realà criminali esistenti, codificate agli articoli 110 (concorso) e 416bis (associazione mafiosa) del codice penale.
2. Marcello Dell’Utri ebbe rapporti con i vertici di Cosa Nostra, facendosi da tramite nel rapporto tra Stefano Bontade (boss di primissimo piano di cosa nostra, poi ucciso nella guerra di mafia con la fazione vincente, cosidetta “corleonese”, facente capo a Riina e Provenzano), e Silvio Berlusconi.
3. Silvio Berlusconi diede molto denaro a cosa nostra, in un rapporto di reciproca convenienza.
Marcello Dell’Utri, con il ruolo svolto e facilitando gli interessi di cosa nostra, ne rafforzò il “prestigio” criminale e il peso.
Insomma il Giudice di Berlino, ha scritto pagine pesantissime su Marcello Dell’Utri e su Silvio Berlusconi, vittima ma, anche, beneficiario di convenienze “paritarie” e convergenti con i mafiosi.
Quegli stessi gioiosi e frettolosi estimatori del Giudice di Berlino, non si azzardassero ora a dire che IL GIUDICE DI BERLINO E’ UNA CAROGNA.
QUANDO DECISE LA CASSAZIONE, NEL MARZO, SCRISSI LE CONSIDERAZIONI CHE SEGUONO.
Sulla sentenza della Cassazione per il caso di Marcello Dell’Utri, qualche punto di chiarezza, mi appare opportuno:
1. La Cassazione è il giudice delle sentenze, a differenza del tribunale e della Corte d’Appello, che sono giudici del fatto. Questo significa che la Cassazione, ha l’onere di verificare se una sentenza sia rispettosa dei criteri legali di valutazione delle prove, della esatta qualificazione giuridica, della corretta applicazione delle regole processuali. I poteri della Cassazione, quando censura una sentenza, sono: a) quelli di annullamento senza rinvio. Ossia la sentenza viene definitivamente annullata e la vicenda si chiude. b) di annullamento con rinvio, ossia la disposizione di un nuovo giudizio. c) di annullamento con rinvio, sia della sentenza di appello sia di quella di primo grado. Solo in questo caso il processo riparte da zero.
Nel caso Dell’Utri, la Cassazione ha annullato con rinvio la sentenza di appello. Quindi dovrà essere rifatto il processo di appello. Non è esatto dire, come pure i media dicono, che il processo deve ripartire da zero. No. Riparte dall’appello, sicchè non dovrà rifarsi l’istruttoria dibattimentale. La Corte di Appello, dovrà rispettare i punti di diritto che la Cassazione, indicherà nella motivazione (che non conosciamo).
2. Molti commenti sulla sentenza della Cassazione, sono in effetti commenti sulla requisitoria del Procuratore Generale. Non è però detto che la Cassazione abbia condiviso tutte o alcune delle argomentazioni del Procuratore Generale. Lo sapremo quando verrà depositata la motivazione.
3. Le evidenti lacune motivazionali (proprio per ciò vi è stato l’annullamento), non dovrebbero riguardare l’acquisizione delle prove, avvenuta nel primo grado. Diversamente, l’annullamento avrebbe interessato anche la sentenza del Tribunale, ossia le sede in cui si è formata la prova.
4. Altro non sarebbe corretto dire. E’ mio costume rispettare le sentenze e valutarle solo dopo averle lette. L’unica cosa che tecnicamente posso dire è, che si riparte dalla sentenza di condanna pronunziata in primo grado. La condanna è stata di nove anni di reclusione, poi ridotti, in appello, a sette anni. E’ certo, altresì, che una eventuale nuova condanna in appello, non potrà aumentare la quantità della condanna, in quanto la Cassazione, ha dichiarato inammissibile il ricorso del Procuratore Generale di Palermo che aveva chiesto, anche lui, l’annullamento della sentenza di appello, nella parte del quanto di pena. Insomma, in ipotesi di conferma della sentenza di primo grado, la pena non potrà essere di nove anni (così in primo grado), ma dovrà attestarsi a sette anni.
5. Vorrei concludere richiamando cosa è il concorso esterno in associazione mafiosa, secondo la giurisprudenza della Cassazione:
<< In tema di reati associativi, è configurabile il concorso cosiddetto esterno nel reato, in capo alla persona che, priva del legame morale alla società criminale e non inserita nella struttura organizzativa dell’associazione, fornisce un contributo concreto, specifico, consapevole e volontario, purchè detto contributo abbia un’effettiva rilevanza causale ai fini della conservazione o del rafforzamento dell’associazione>> , così le Sezioni Unite della Cassazione.
6. La Corte di Appello, è chiamata a decidere se le prove acquisite a carico di Marcello Dell’Utri, si incasellino nel paradigma indicato dalla Cassazione. Se la prova non esiste o la prova non è certa, oltre ogni ragionevole dubbio, Marcello Dell’Utri, dovrà essere sciolto da qualsiasi addebito penale, essendo del tutto indifferenti, nel giudizio penale, le valutazioni etiche o politiche.
Art.18? Chi è costui?
aprile 24, 2012 in Appunti
La scorsa settimana, la Commissione Giustizia del Senato, ha esaminato il disegno di legge sul mercato del lavoro, per fornire il parere limitatamente alle parti interessanti profili giuridici. Ho sviluppato, quindi, l’analisi del nuovo art.18. Le mie osservazioni critiche, sono state ampiamente condivise. Il relatore ha avuto, in conseguenza, l’incarico di predisporre una proposta di parere. Questa mattina, il relatore (PD), ha presentato la proposta: nessun riferimento all’art.18. Neanche citato. Ho segnalato la gravissima omissione e mi è stato detto che “ordini superiori”, hanno prescritto che dell’art.18, non si parli. Sono sconcertato. Su un tema, materia di grande dibattito, anche giuridico e anche in Commissione Giustizia, deve cadere il silenzio. E’ democrazia parlamentare, questa?
Anatema in cattedrale del sacerdote contro i giudici che hanno condannato il padre per mafia
aprile 18, 2012 in Appunti
Da Il Crotonese del 17 aprile.
L’anatema del prete contro i giudici meschini
Suo padre è stato condannato, in primo e secondo grado per estorsione aggravata dal metodo mafioso; e lui, appena ordinato sacerdote, non ha esitato a definire quei giudici gretti e meschini, accusandoli di aver condannato un innocente obbedendo a logiche di parte e verità di comodo. La sua omelia di fuoco, don Vincenzo Scerbo, fresco di ordinazione, l’ha fatta dal pulpito del duomo di Isola Capo Rizzuto domenica.
“In questa sede elevo gravida di dolore la mia preghiera a Dio perché la sua giustizia intervenga là dove la giustizia di questo mondo ha dimostrato tutta la sua meschinità e la sua grettezza”. Queste le parole pronunciate da don Vincenzo nel duomo di Isola Capo Rizzuto domenica 15 aprile. Don Vincenzo Scerbo non è un sacerdote qualunque; quel ragazzo di 26 anni, che solo il giorno prima ha indossato l’abito talare, è figlio di Romolo Scerbo ed è a lui, chiuso in una cella, che ora rivolge il suo pensiero, a lui, ma anche ai fedeli che lo ascoltano, vuole manifestare lo sdegno e il disprezzo per quei giudici terreni che lo hanno condannato.
Romolo Scerbo è stato giudicato già due volte ed è stato ritenuto colpevole di un reato odioso: estorsione ai danni dei gestori di un villaggio turistico con l’aggravante di aver agito usando metodi mafiosi.
Daniela Santanchè e Maria Carmela Lanzetta: storie di donne.
aprile 14, 2012 in Appunti
Sui giornali, molto spazio è dedicato alla provocazione volgare della Santanchè, con l’aver paragonato Nilde Jotti alla Minetti: il primo presidente donna della Camera dei Deputati all’affidataria di Ruby (la minorenne spacciata da Berlusconi, per la nipote di Mubarak).
E’ risaputo che la Santanchè, cerchi sempre l’occasione per “andare” sui giornali e, ovviamente, l’unico modo è quello di straparlare provocatoriamente. Diversamente vivrebbe nell’anonimato.
Io vi parlo, invece, di Maria Carmela Lanzetta, la sindaco di Monasterace, presa di mira, pesantemente, da criminali.
Sono andato, con una ristretta delegazione della Commissione parlamentare antimafia, a Monasterace. Abbiamo, a lungo, ascoltato Maria Carmela Lanzetta , nonchè il Comitato provinciale di Reggio Calabria, per l’ordine e la sicurezza.
Maria Carmela Lanzetta, ha ritirato le dimissioni, compiendo una scelta difficile, dopo ciò che le è stato fatto, dall’incendio della sua farmacia, sottostante la sua abitazione (poteva essere una strage, se le fiamme distruttrici, avessero lambito le bombole d’ossigeno), ai colpi d’arma da fuoco esplosi contro la sua autovettura.
Maria Carmela Lanzetta continuerà a svolgere il ruolo istituzionale, perchè crede nello Stato.
La probabile ragione (saranno gli investigatori a dare la risposta a breve, come dagli stessi dichiaratoci) del vile attacco, è da individuare nel fatto che Maria Carmela Lanzetta, stesse facendo il proprio dovere, cercando di fare rispettare la legge.
Ossia, dopo la riduzione della fornitura dell’acqua al comune di Monasterace, a causa della morosità nel pagamento alla società consortile che gestisce la fornitura, il Sindaco Lanzetta ha, con decisione, chiesto ai cittadini da lei amministrati, di pagare il tributo per i consumi d’acqua.
Abbiamo, infatti, appreso dal Comandante provinciale della Guardia di Finanza, che, tra i comuni, quello più virtuoso (nella locride), riesce a recuperare al massimo un 25% dei tributi comunali e che, in alcuni comuni, non esistono proprio i contratti di fornitura, perchè ognuno realizza da sè, il suo allaccio alle condutture, con la condiscendenza delle autorità politico-amministrative.
Maria Carmela Lanzetta, ha così rotto il sistema di diffusa illegalità.
Abbiamo amaramente ragionato, nelle lunghe ore d’audizioni, come la lotta al crimine, non debba e non possa essere solo quello di attacco, vincente, alle cosche.
Il crimine si nutre nella cultura dell’illegalità diffusa e quotidiana, proponendosi ed imponendosi come l’interfaccia tra amministratori e amministrati, nelle piccole e nelle grandi cose. Sempre, per regola.
E’ una guerra difficilissima da vincere.
Ci vogliono più Maria Carmela Lanzetta, per consentire allo Stato e alle leggi, di avviare il processo di bonifica profonda. O così o la guerra è persa.
aprile 11, 2012 in Appunti