Source: http://www.blogstudiolegalefinocchiaro.it/2012/03/
Timestamp: 2018-06-25 13:24:23+00:00
Document Index: 16500914

Matched Legal Cases: ['art. 43', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 20', 'art. 31', 'art. 23', 'art. 33', 'art. 35', 'art. 28']

Antitrust: revocato l’oscuramento di Private Outlet
posted by Giulia Giapponesi on marzo 30, 2012
Ecommerce e contrattualistica, Tutela dei consumatori
posted by Giulia Giapponesi on marzo 29, 2012
È stata recentemente pubblicata sulla stampa la notizia della prima truffa in Italia portata a termine grazie all’utilizzo illecito della firma digitale.
Secondo quanto riportato, da una verifica effettuata presso la Camera di Commercio, nel 2011 un imprenditore romano ha scoperto che la totalità delle quote sociali della sua azienda erano state intestate a sua insaputa ad un uomo di nome David Henry Antinucci che, diventato così socio unico, si era nominato anche amministratore unico della società con facoltà di trasferire la sede sociale.
Gli atti di cessione delle quote, con contestuale nomina del nuovo amministratore, erano stati comunicati alla Camera di Commercio via internet attraverso lo studio di un commercialista e grazie all’attivazione di una smart card elettronica con firma digitale (obbligatoria per le comunicazioni societarie con il registro delle imprese) intestata all’imprenditore, ma non da lui richiesta.
L’indagine svolta dagli investigatori informatici del Nucleo speciale frodi telematiche della Guardia di finanza ha portato all’identificazione di tre presunti colpevoli, tra cui Antinucci, che devono ora rispondere dei reati di sostituzione di persona, false dichiarazioni o attestazioni al certificatore di firma elettronica sull’identità o qualità personali proprie o di altri, falsità in atti pubblici, in scritture private e in documenti informatici.
Secondo quanto emerso dall’indagine, Antinucci sarebbe stato aiutato nella truffa dal titolare di una società di supporto alle imprese, risultato evasore totale da 16 anni. I due avrebbero utilizzato una fotocopia della carta di identità dell’imprenditore per attivare due smartcard presso un’agenzia di servizi di certificazione, attraverso la compilazione di uno specifico modulo.
Il titolare dell’agenzia ha dichiarato di aver avuto rapporti diretti con i due uomini per il rilascio delle smart card e di aver appreso da loro che l’imprenditore non sarebbe stato presente al momento delle firme perchè impegnato all’estero. Il commercialista che ha inoltrato gli ordini alla Camera di Commercio ha spiegato invece di aver lavorato, in buona fede, sulle carte che gli sono state trasmesse dal titolare dell’agenzia di servizi, senza effettuare ulteriori verifiche.
A quanto si apprende dai giornali, i magistrati sono convinti che il titolare dell’agenzia di servizi e il commercialista non siano coinvolti nella truffa, ma abbiano semplicemente peccato di leggerezza quando hanno avviato le pratiche.
Il commercialista è stato segnalato per motivi disciplinari all’Ordine competente per non aver verificato come genuine (in quanto non apposte alla sua presenza) le firme riferibili ai soggetti interessati all’atto di cessione delle quote sociali.
Alla luce della ricostruzione qui operata, sicuramente possiamo affermare che la vicenda suscita interesse non solo per la novità del mezzo attraverso cui pare essere stata perpetrata la truffa ma anche per i diversi profili di responsabilità che emergono in relazione ai diversi soggetti coinvolti nel caso.
WIPO: il dominio “mediaset.com” resta in mano ad un cittadino americano
posted by Giulia Giapponesi on marzo 27, 2012
Ha avuto ampia eco la notizia del fallimento del ricorso di Mediaset contro il cittadino americano entrato in possesso del dominio “mediaset.com”.
La vicenda ha avuto inizio un anno fa, quando l’azienda di Cologno Monzese, per dimenticanza o per disguidi, ha mancato di effettuare il rinnovo del dominio “mediaset.com”, successivamente acquistato all’asta da Didier Mediba, rappresentante della Fenicius Llc, una società del Delaware.
In novembre, Mediaset ha avviato un ricorso per ottenere la riassegnazione del dominio presso l’Arbitration e Mediation centre della WIPO, l’Organizzazione Mondiale per la Proprietà Intellettuale.
Le motivazioni addotte dalla società fondata da Silvio Berlusconi riguardavano l’evidente analogia del dominio “Mediaset.com” con gli altri domini di cui l’azienda possiede i diritti e l’assenza di interessi da parte del signor Madiba sul dominio acquistato.
I legali della Fenicius Llc hanno risposto alle accuse sostenendo che la parola «Mediaset» è formata da due vocaboli molto comuni in lingua inglese, “media” e “set”, sui quali l’azienda italiana non aveva alcun diritto di marchio. Inoltre, i legali hanno dichiarato che fosse intenzione del signor Madiba avviare un commercio proprio nel settore dei dispositivi di archiviazione mediatica.
L’arbitrato del WIPO ha sorprendentemente accolto le motivazioni della difesa. Pur riconoscendo l’identità tra il dominio in oggetto e i marchi detenuti dalla Mediaset Spa, il WIPO ha ritenuto generiche e non sufficienti le asserzioni volte a dimostrare la malafede del rappresentante della Fenicius Llc..
“Mediaset.com” rimane dunque in mano al signor Madiba, almeno fino a quando le due parti non troveranno un accordo commerciale per la cessione del dominio.
Ad oggi, l’indirizzo web corrisponde ad un sito che vende apparecchiature per l’archiviazione mediatica.
Telecom Italia risulta indagata dalla procura di Milano nell’ambito di un’inchiesta su una presunta truffa su false sim card. L’azienda sarebbe stata coinvolta sulla base del d.lgs. n.231 del 2001 sulla responsabilità penale degli enti derivante da illecito amministrativo.
I reati su cui sta indagando la procura sono associazione per delinquere, ricettazione e falso. Tra le 99 persone iscritte al registro degli indagati per irregolarità nella gestione delle sim card risultano 14 dipendenti Telecom, mentre i restanti sarebbero tutti rivenditori autorizzati Tim.
Stando a quanto ricostruito dalla procura, nel periodo tra il 2007 e il 2009 i dipendenti Telecom indagati avrebbero attivato milioni di schede telefoniche intestate a persone inesistenti al fine di ricevere maggiori incentivi, in quanto l’azienda erogava dei bonus ai dipendenti in relazione al numero di sim card attivate. I rivenditori autorizzati Tim le vendevano poi sottobanco a persone che avevano interesse a non comparire come intestatari di una scheda telefonica e in molti casi venivano in seguito usate per commettere reati (specialmente di natura informatica).
Il giro di sim card portava dunque vantaggio ai dipendenti Telecom in termini di incentivi, ai rivenditori TIM per via del prezzo maggiorato con cui vendevano le schede già intestate, e alla stessa Telecom perché il commercio aumentava la sua quota di mercato e generava ulteriore traffico. Dalle indagini, coordinate dai pm di Milano Massimiliano Carducci e Francesco Cajani, risulterebbe che la società nel 2008 avrebbe tratto un ingiusto profitto di circa 231 milioni di euro.
Telecom ha diffuso un comunicato in cui si definisce “parte lesa” e in cui annuncia che “si costituirà parte civile nei confronti di tutti gli imputati” sottolineando di aver presentato già nel 2008 “in qualità di parte offesa, due atti di denuncia-querela e sin dalla fase di avvio delle indagini di aver provveduto a sospendere i 14 dipendenti (nessuno dei quali dirigente) che risultavano all’epoca coinvolti e che risultano oggetto dell’attuale procedimento giudiziario”.
Documento informatico e firma digitale, Eventi
I documenti elettronici e le firme digitali saranno tra gli argomenti principali trattati durante OMAT 2012, la più importante mostra convegno italiana dedicata alle tecnologie digitali per la gestione dei dati aziendali.
L’evento, che si terrà a Milano il 27-28 marzo 2012, si articola in un programma studiato per avvicinare il mondo delle PMI al digitale, comprensivo di conferenze, workshop, tavole rotonde e laboratori animati dai principali esperti di digitalizzazione a livello nazionale, tra cui i rappresentanti dei maggiori player del settore e delle istituzioni coinvolte, .
Tra i relatori del convegno sarà presente anche la Prof. Avv. Giusella Finocchiaro con un intervento dal titolo “La firma elettronica avanzata: un po’ di chiarezza”, inserito nella sessione “Documenti e firme digitali: corso accelerato di sopravvivenza”.
L’intervento è finalizzato a chiarire, in un momento di generale confusione, la firma elettronica avanzata di recente introduzione, al fine di delinearne l’esatta qualificazione giuridica e collocazione operativa, anche alla luce delle emanande regole tecniche, quali strumenti normativi a corredo di un già complesso quadro normativo.
La sessione si terrà il 27 marzo alle ore 14 presso l’Atahotel executive di Milano.
Per maggiori informazioni e per iscriversi gratuitamente all’evento, si rimanda al sito dell’evento.
posted by Giusella Finocchiaro on marzo 19, 2012
Vi proponiamo di seguito un articolo della Prof. Avv. Giusella Finocchiaro recentemente pubblicato sul numero di marzo della newsletter del magazine online “ICT4Executive”.
Quali sono le regole principali in materia di conservazione dei documenti informatici?
Il Codice dell’amministrazione digitale, recentemente modificato dal d. lgs. 30 dicembre 2010, n. 235, disciplina agli artt. 40 e ss. la formazione, la gestione e la conservazione dei documenti informatici. Con particolare riguardo alla conservazione, la principale fonte normativa di riferimento è rappresentata dall’art. 43, che sancisce il generale principio della libertà delle forme nella conservazione dei documenti informatici, stabilendo che “i documenti degli archivi, le scritture contabili, la corrispondenza ed ogni atto, dato o documento di cui è prescritta la conservazione per legge o regolamento, ove riprodotti su supporti informatici sono validi e rilevanti a tutti gli effetti di legge, se la riproduzione e la conservazione nel tempo sono effettuate in modo da garantire la conformità dei documenti agli originali, nel rispetto delle regole tecniche stabilite ai sensi dell’articolo 71”. Naturalmente, se i documenti sono prodotti in originale in formato digitale, la modalità logicamente conseguente di conservazione dei documenti è quella digitale. Il processo di conservazione sostitutiva dei documenti, quindi, può riguardare tanto i documenti informatici, quanto i documenti analogici.
Come avviene il procedimento di conservazione?
Il procedimento avviene mediante la memorizzazione del documento, nel caso di documenti informatici, o dell’immagine di esso, nel caso di documenti analogici, su supporti ottici. Il procedimento termina con l’apposizione, sull’insieme dei documenti, del riferimento temporale e della firma digitale da parte di un soggetto, il responsabile della conservazione, il quale attesta il corretto svolgimento del processo. I requisiti del sistema di conservazione sono descritti dall’art. 44 del Codice dell’amministrazione digitale: in particolare, devono essere garantiti l’identificazione certa del soggetto che ha formato il documento, nonché dell’amministrazione o dell’area organizzativa di riferimento, l’integrità del documento e la leggibilità e la reperibilità delle informazioni identificative. Alla luce del dato normativo richiamato si può, quindi, affermare che il diritto, invocando il principio di libertà delle forme della conservazione, riconosce ai soggetti un ampio spazio di autonomia. Spetta, infatti, ai soggetti interessati stabilire compiutamente le procedure della conservazione.
Quali sono le principali novità normative in materia di conservazione?
Tra le principali novità introdotte dal d. lgs. 30 dicembre 2010, riveste un particolare rilievo la disposizione di cui all’art. 44 bis del Codice dell’amministrazione digitale. La norma consente l’affidamento dell’attività di conservazione e di certificazione dei relativi processi a soggetti pubblici e privati, i quali possono, inoltre, chiedere l’accreditamento presso DigitPA. Merita, inoltre, attenzione la disposizione di cui all’art. 44, comma 1° bis, secondo cui il responsabile della conservazione opera d’intesa con il responsabile del trattamento dei dati.
La conservazione dei documenti solleva problematiche relative alla normativa sulla protezione dei dati personali?
É necessario inquadrare, sotto il profilo della normativa a tutela dei dati personali, il responsabile della conservazione. Occorre, infatti, chiedersi se questi sia titolare autonomo del trattamento o responsabile del trattamento. Una problematica non di poco rilievo considerata la circostanza per cui il processo di conservazione può essere affidato, tramite un contratto di outsourcing, ad un soggetto terzo.
Quale dunque deve essere l’approccio a questa tematica?
Deve essere un approccio il più possibile aperto, considerato che il diritto pone molti meno vincoli di quanto si pensi. Il diritto, infatti, fornisce gli strumenti, ma non pone vincoli alla libertà dei soggetti interessati di definire le procedure. Ampio spazio, quindi, all’autonomia negoziale.
L’Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato ha ordinato la sospensione dell’attività commerciale del portale di e-commerce Private Outlet e ha disposto il blocco di accesso da parte degli ISP a tutti i siti web di cui è composta la piattaforma.
La decisione segue un’indagine avviata lo scorso gennaio in seguito a molte segnalazioni di acquirenti che lamentavano pratiche commerciali scorrette da parte della società Private Outlet S.a.s., che proponeva sul suo portale di moda vestiti e oggetti firmati con sconti fino al 70% rispetto ai prezzi di listino.
A quanto è emerso dalle segnalazioni, nella maggior parte dei casi la società non avrebbe consegnato ai clienti la merce acquistata tramite il suo sito, né avrebbe restituito le relative somme corrisposte ai consumatori. Nei casi di avvenuta consegna, non avrebbe rispettato i termini indicati al consumatore dopo l’acquisto o avrebbe consegnato merce diversa da quella ordinata. A fronte di proteste e reclami per il mancato invio dei prodotti ordinati, la società avrebbe poi fornito agli acquirenti un codice di spedizione del corriere Bartolini risultato inesistente.
I clienti di Private Outlet sarebbero stati ostacolati nell’esercizio dei loro diritti contrattuali. Secondo le segnalazioni, la società avrebbe omesso di rispondere ai reclami inoltrati via e-mail e avrebbe limitato l’operativita? del numero telefonico del servizio clienti.
In seguito ad un primo esame, l’Autorità Antitrust ha ritenuto sussistenti le pratiche commerciali descritte in violazione degli art. 20, 21 comma 1 lettera b), 24 e 25, lettera d), del Codice del Consumo, in quanto anche durante i controlli continuavano ad arrivare segnalazioni in merito al perdurare dei comportamenti scorretti.
In considerazione del fatto che le informazioni presenti sul portale continuavano a “raggiungere una molteplicita? di consumatori, potendoli indurre ad assumere una decisione commerciale che altrimenti non avrebbero preso” l’Autorità ha disposto la sospensione del servizio commerciale di Private Outlet e l’oscuramento dei relativi siti, tra cui le versioni francese, inglese, tedesca della piattaforma.
Nell’approfondimento dedicato al tema in “Sette anni di protezione dei dati in Italia”, il Garante dichiara che la proposta di revisione della normativa indubbiamente evolve verso una maggior protezione dei dati personali. Il Regolamento, ricorda infatti il Garante, si applicherà ai trattamenti effettuati dai titolari operanti in paesi terzi quando riguardano beni o servizi offerti a soggetti residenti nell’Unione Europea o i dati sono trattati per profilare il loro comportamento.
Sono state inoltre introdotte diverse novità rilevanti. Tra i principali elementi chiave delle nuove proposte spicca l’introduzione dell’obbligo “generalizzato” di notifica dei data breach (art. 31), l’obbligo di implementare approcci di privacy by design e by default (art. 23) e l’obbligo di valutazione d’impatto privacy (art. 33). L’obbligo di notifica dei trattamenti all’Autorità è stato invece eliminato e sostituito dall’obbligo per le pubbliche amministrazioni e le grandi aziende di nominare un responsabile per la protezione dei dati (data protection officer: art. 35) o di tenere la documentazione a disposizione dell’autorità di controllo e degli interessati (art. 28).