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Timestamp: 2020-07-11 21:09:13+00:00
Document Index: 83181281

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 665', 'art. 96', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 66', 'art. 66', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 66', 'e contrario', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 96', 'art. 111', 'art. 96', 'sentenza ']

Sentenza Cassazione Civile n. 20644 del 13/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20644 del 13/10/2016
Cassazione civile sez. III, 13/10/2016, (ud. 28/06/2016, dep. 13/10/2016), n.20644
sul ricorso 1420/2014 proposto da:
PATTA, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
RAFFAELLO LERRO giusta procura speciale in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 2593/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
1.- L’Azienda Ospedaliera (OMISSIS) evocava in giudizio, dinanzi al Tribunale di Napoli, P.C., affinchè venisse convalidata la licenza per finita locazione di un immobile di proprietà dell’Azienda (a questa pervenuto dal Comune di Napoli, che l’aveva gestito tramite la società Romeo Gestioni s.p.a.), che era stato concesso in locazione, ad uso deposito, al P. con contratto stipulato con il Comune di (OMISSIS) il (OMISSIS), per un periodo di due anni. L’intimante esponeva che il rapporto si era tacitamente prorogato fino al (OMISSIS) e che era stata comunicata disdetta per tale scadenza con raccomandata del (OMISSIS).
1.1.- Si costituiva P.C., il quale proponeva opposizione alla domanda, eccependo il difetto di legittimazione attiva e la nullità del contratto di locazione.
Ordinato il rilascio dell’immobile e disposto il mutamento di rito da parte del giudice istruttore, il conduttore depositava memoria integrativa, proponendo domanda riconvenzionale di nullità del contratto di locazione; anche l’Azienda locatrice depositava memoria integrativa, ribadendo le precedenti difese e resistendo alla domanda riconvenzionale.
1.2.- Il Tribunale, con sentenza del 28 maggio/giugno 2012, così statuiva: A) accoglie la domanda della parte attrice e, per l’effetto, dichiara cessata la locazione tra le parti alla data del (OMISSIS), condannando P.C. al rilascio dell’immobile sito in (OMISSIS) a favore della parte attrice; B) conferma l’ordinanza emessa ex art. 665 c.p.c. e il termine dell’esecuzione del (OMISSIS) ivi fissato; C) rigetta la domanda riconvenzionale; D) condanna la parte convenuta al pagamento, in favore della parte attrice, delle spese del giudizio, che liquida nella somma di euro 2500,00…omissis…; E) condanna altresì il convenuto al pagamento, in favore dell’attrice, della somma di Euro 1.250,00, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3.
2.- Proposto appello da parte del P., la Corte di appello di Napoli, con la decisione ora impugnata, pubblicata il 3 luglio 2013, ha accolto l’appello solo quanto alla statuizione di cui al superiore capo E) ed ha rigettato la domanda di condanna del convenuto al risarcimento del danno ex art. 96 c.p.c., comma 3; ha confermato nel resto l’impugnata sentenza; ha condannando l’appellante al pagamento della metà delle spese del grado, compensando tra le parti la restante metà.
3.- Avverso questa sentenza P.C. propone ricorso affidato a due motivi.
1.- Col primo motivo di ricorso si denuncia violazione della L. n. 2248 del 1865 e R.D. n. 2440 del 1923, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Il ricorrente sostiene che la Corte di appello avrebbe errato nel ritenere che il principio secondo cui chi ha la disponibilità di un bene immobile può legittimamente locarlo non soffra eccezioni quanto il locatore è una pubblica amministrazione. Ribadisce che il Comune di Napoli non sarebbe stato legittimato a dare in locazione l’immobile perchè non ne avrebbe avuto la disponibilità giuridica (in quanto sarebbe mancato il decreto di acquisizione da parte del Presidente della Giunta della Regione Campania, ai sensi della L. n. 833 del 1978, art. 66), con conseguente nullità del contratto stipulato tra l’ente territoriale ed il P.. Assume che il principio anzidetto, posto a fondamento della decisione impugnata, non varrebbe per la pubblica amministrazione, la cui attività, anche di diritto privato, è regolata dalla legge e dal regolamento della contabilità di Stato richiamati in rubrica.
1.1.- Col secondo motivo si denuncia violazione della L. n. 833 del 1978, art. 66, comma 4 e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Il ricorrente argomenta in merito alla mancata acquisizione, in capo al Comune di Napoli, della proprietà dell’immobile per non essere stato adottato alcun provvedimento da parte dell’amministrazione regionale ai sensi della L. n. 833 del 1978, art. 66. Sostiene che non sarebbe stato idoneo allo scopo il DPGRC n. 3490/2000, (che assume essere stato considerato dalla Corte di appello).
La Corte di appello ha basato la propria decisione sulla regola per la quale il rapporto che nasce dal contratto di locazione e che si instaura tra locatore e conduttore ha natura personale, con la conseguenza che chiunque abbia la disponibilità di fatto del bene, in base a titolo non contrario a norme di ordine pubblico, può validamente concederlo in locazione. Ha quindi ritenuto che il Comune di Napoli avesse la disponibilità del bene locato, avendola trasmessa a P.C. (con contratto del (OMISSIS)), e che il contratto non fosse contrario a norme imperative e fosse valido ed efficace indipendentemente dall’emanazione di apposito provvedimento amministrativo regionale. Ha perciò reputato superfluo l’esame del secondo motivo di appello (coincidente col secondo motivo del presente ricorso per cassazione), ribadendo che per la validità del contratto di locazione non è necessario verificare la proprietà del bene locato in capo al locatore.
– a seguito della L. 23 dicembre 1978, n. 833, istitutiva del servizio sanitario nazionale e delle leggi regionali emanate in applicazione di essa, i beni degli enti ospedalieri sono stati attribuiti ai comuni territorialmente competenti, distinguendosi secondo la loro destinazione all’erogazione di servizi igienico sanitari, ovvero a fornire rendite patrimoniali ed affidandosi i primi alla gestione diretta della U.S.L. ed i secondi alla gestione diretta del comune, subentrato anche nei rapporti pregressi non ancora definiti (Cass. n. 9230/96), con la precisazione che a seguito della soppressione degli enti ospedalieri, secondo la disciplina della L. 23 dicembre 1978, n. 833, i beni di detti enti sono stati trasferiti al patrimonio del comune, nel cui ambito territoriale sono collocati, estendendosi detto trasferimento non solo alla proprietà, ma a tutti i rapporti giuridici che direttamente la riguardano o la presuppongono (così Cass. n. 11243/94, richiamata nel controricorso; cfr., nello stesso senso, Cass. n. 13625/04, richiamata in sentenza). In sintesi, a seguito dell’emanazione della L. 23 dicembre 1978, n. 833, nonchè della L.R. Campania 11 novembre 1980, n. 63 (i cui artt. 75 e segg., disponevano, tra l’altro, per la presa in carico da parte dei Comuni dei beni immobili già di pertinenza dei soppressi enti ospedalieri e per la loro amministrazione) e dei relativi provvedimenti attuativi (adottati con DPGRC), e successivamente a seguito dell’emanazione del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 502 e succ. mod. (cui, per la Regione Campania, è stata data attuazione con la L.R. 3 novembre 1994, n. 32), i beni mobili ed immobili, compresi quelli da reddito, che erano stati (od avrebbero dovuto essere) trasferiti ai comuni con vincolo di destinazione alle Unità Sanitarie Locali (successivamente trasferiti al patrimonio delle Aziende Sanitarie Locali e delle Aziende Ospedaliere) erano comunque entrati nella disponibilità degli enti comunali, a prescindere dall’emanazione di provvedimenti amministrativi regionali volti ad individuare i singoli beni ai fini del formale trasferimento della proprietà; quindi la gestione dei beni e dei rapporti giuridici da parte dei comuni si è svolta in coerenza con le previsioni di legge suddette ed in esecuzione di queste si è poi attuato il trasferimento alle Aziende Ospedaliere di nuova istituzione.
2.1.1.- L’applicazione al caso di specie dei principi e dei provvedimenti normativi richiamati comporta – attesi gli accertamenti in fatto (non contestati del ricorrente), circa l’esistenza di regolare contratto di locazione tra il Comune di Napoli ed il P. in data (OMISSIS) e circa la sua tacita proroga fino al (OMISSIS) – che sia corretta in diritto la sentenza che ha ritenuto valido ed efficace il contratto di locazione, perchè stipulato da locatore avente la disponibilità di fatto dell’immobile, non illecitamente acquisita.
Infondato è, infine, l’assunto del ricorrente secondo cui quest’ultimo principio non sarebbe applicabile qualora il locatore sia un ente pubblico.
Considerato quest’ultimo principio, va tenuto conto altresì della natura personale del rapporto che nasce dal contratto di locazione anche quando locatore sia un ente pubblico: infatti, la natura del rapporto non muta in conseguenza della qualità pubblica di uno dei contraenti, qualora il contratto sia stipulato nell’esercizio dell’attività negoziale di diritto privato della pubblica amministrazione.
Dalla combinazione dei principi anzidetti consegue che – come pure presupposto dalla Corte di appello – l’ente pubblico territoriale che abbia la disponibilità di fatto di un bene immobile, in base a titolo non contrario a norme di ordine pubblico, può validamente concederlo in locazione; la stipulazione del contratto da parte della pubblica amministrazione, nelle forme richieste dalla legge, tra le quali l’atto scritto ad substantiam, e la consegna materiale del bene al conduttore costituiscono indice di detta disponibilità in capo all’ente locatore.
3.- Il secondo va dichiarato inammissibile per carenza di interesse e di pertinenza rispetto alla decisione impugnata, essendo riferito alla questione concernente la proprietà, in capo al Comune di Napoli, dell’immobile oggetto del contratto di locazione, che già la Corte di appello ha reputato non meritevole di disamina (senza peraltro nemmeno menzionare il DPRGC n. 3490/00, da cui l’illustrazione del motivo prende le mosse).
– la sentenza si è attenuta a principi di diritto da tempo affermati da questa Corte anche in casi analoghi al presente (perciò ribaditi dalla Corte di appello di Napoli in diversi provvedimenti – menzionati nel controricorso o noti alla Corte di cassazione perchè impugnati con ricorsi simili – riguardanti tutti contratti di locazione ovvero rapporti obbligatori in cui è succeduta l’Azienda Ospedaliera (OMISSIS) a seguito di ritrasferimento degli immobili da parte del Comune di Napoli); – il ricorrente ha insistito nel sostenere tesi giuridiche già ritenute manifestamente infondate dai precedenti suddetti, senza addurre alcun elemento idoneo a confutare l’orientamento consolidato;
– ai fini della condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3, “l’infondatezza “in iure” delle tesi prospettate in sede di legittimità, in quanto contrastanti con il diritto vivente e con la giurisprudenza consolidata, costituisce indizio di colpa grave così valutabile in coerenza con il progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia della Suprema Corte, nonchè con il mutato quadro ordinamentale, quale desumibile dai principi di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.), di illiceità dell’abuso del processo e di necessità di una interpretazione delle norme processuali che non comporti spreco di energie giurisdizionali” (così Cass. ord. n. 3376/16, alla cui motivazione si fa qui integrale rinvio).
Dato quanto sopra, il Collegio ritiene che il ricorrente abbia proposto il ricorso con colpa grave e debba perciò essere sanzionato ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, con condanna d’ufficio al pagamento di una somma equitativamente determinata, in aggiunta alle spese di lite. Tenuto conto dell’importo di queste ultime, si ritiene equa la somma di Euro 5.000,00. Il ricorrente va perciò condannato al pagamento, in favore della parte resistente, di detta somma, oltre interessi legali dalla data di pubblicazione della presente sentenza al soddisfo.