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Timestamp: 2018-05-28 02:53:53+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 22', 'art. 1', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Pensione di reversibilità | separazione e divorzio | Studio Donne
La Pensione di reversibilità nella separazione e divorzio
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Quando e a chi spetta la reversibilità. Il coniuge separato senza assegno e il divorziato possono sempre ottenere la pensione?
LA REVERSIBILITA’ NELLA SEPARAZIONE
La pensione di reversibilità, ovvero l’erogazione previdenziale riconosciuta ai familiari del lavoratore defunto titolare di trattamento pensionistico, spetta anche al coniuge separato quando l’iscrizione all’INPS è antecedente alla separazione.
Il coniuge separato anche senza assegno di mantenimento ha diritto alla reversibilità.
Oggi la giurisprudenza ha da tempo equiparato il coniuge separato per colpa o con addebito al coniuge supersite riconducendo entrambe le fattispecie alla disciplina dell’art. 22 L. n. 903/1965.
Unico requisito per la reversibilità è pertanto la sussistenza del rapporto coniugale con il pensionato defunto.
Recentemente, la Corte di Cassazione con ordinanza n. 9649/2015 ha confermato tale impostazione precisando che “la ratio della tutela previdenziale è rappresentata dall’intento di porre il coniuge superstite al riparo dall’eventualità dello stato di bisogno, senza che tale stato di bisogno divenga (anche per il coniuge separato per colpa o con addebito) concreto presupposto e condizione della tutela medesima”.
LA QUOTA DELLA PENSIONE DI REVERSIBILITA’
Il trattamento di reversibilità spetta al coniuge supersite, ancorché separato, nella misura del 60% della pensione percepita dal pensionato deceduto. Se oltre al coniuge vi sono uno o più figli beneficiari, la pensione di reversibilità viene corrisposta, rispettivamente, nella misura dell’80% e del 100%. Qualora il beneficiario sia titolare anche di altri redditi, tuttavia, l’assegno di reversibilità subisce una riduzione pari al 25% per reddito superiore al triplo della pensione minima, al 40% per reddito superiore al quadruplo della pensione minima e al 50% per reddito superiore al quintuplo della pensione minima, così come stabilito dall’art. 1 c. 41 L. n. 335/1995.
LA REVERSIBILITA’ NEL DIVORZIO
Come detto, nel caso di decesso del lavoratore pensionato al coniuge superstite spetta la pensione di reversibilità. Tale prestazione però può essere erogata solo se sussistono determinate condizioni, sancite dall’art. 9 della L. 898/1970. Questo prevede il diritto all’erogazione della pensione di reversibilità in favore del coniuge superstite alla concorrenza di questi tre requisiti:
1) che il rapporto di lavoro per il quale il defunto aveva maturato il diritto al trattamento pensionistico sia stato avviato antecedentemente alla sentenza di divorzio,
2) che il coniuge superstite aveva ottenuto dal giudice il diritto a ricevere una somma di denaro periodica a titolo di assegno divorzile,
3) che il coniuge superstite non si sia risposato.
In ogni casi, i requisiti necessari affinché l’ex coniuge possa beneficiare della pensione di reversibilità vanno interpretati in maniera particolarmente stringente.
Sollecitata a pronunciarsi su una possibile estensione del diritto, infatti, la Corte di cassazione, con la sentenza n. 9660 del 2013, ha specificato che non è sufficiente ad ottenere la pensione di reversibilità il fatto che il coniuge divorziato versi nelle condizioni che avrebbero astrattamente potuto legittimare la titolarità dell’assegno divorzile, qualora quest’ultimo non sia stato, per qualsiasi ragione, riconosciuto giudizialmente. E ciò neanche nel caso in cui il coniuge deceduto abbia corrisposto regolarmente all’ex delle elargizioni di natura economica, di fatto o sulla base di una convenzione privata.
COME VIENE RIPARTITA LA PENSIONE IN CASO DI PIU’ CONIUGI SUPERSTITI?
Secondo quanto previsto dalla sentenza n. 6019/2014 della Corte di cassazione, poi, ulteriori elementi che possono influire sulla determinazione delle pensioni sono anche la presenza o meno di figli, la data della separazione e l’assistenza prestata al defunto sino alla morte: tali aspetti possono addirittura risultare preponderanti rispetto a quello relativo alla durata delle relazioni. Recenti orientamenti ritengono rilevante anche la durata della convivenza prematrimoniale.
A cura dell’Avvocato Maria Luisa Missiaggia
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