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Timestamp: 2017-10-20 19:54:32+00:00
Document Index: 70113059

Matched Legal Cases: ['art. 82', 'art. 82', 'art. 82', 'sentenza ', 'art. 82', 'art. 82']

Sul delitto di cui all'art. 82 dpr 309/90 in relazione all'attività di commercio di semi di cannabis e di strumenti per la coltivazione
Sul delitto di cui all’art. 82 dpr 309/90 in relazione all’attività di commercio di semi di cannabis e di strumenti per la coltivazione
Zaina Carlo Alberto, 29 dicembre 2008
Il Tribunale di Ferrara, adito dalle difese di numerosi indagati (destinatari di provvedimenti di perquisizione e sequestro emessi dal P.M. presso il Tribunale stesso), quale giudice del riesame di misure reali, interviene, con una pronunzia di ampio respiro e chiaro carattere interpretativo ed additivo, sulla sussistenza del delitto di cui all’art. 82 dpr 309/90, in relazione all’attività di commercio di semi di cannabis e di strumenti per la coltivazione degli stessi.
E’ noto che la tematica in questione ha avuto, recentemente plurime pronunzie di merito che hanno unanimemente sancito la insussistenza del reato.
In proposito si ricordano sia la sentenza del Tribunale di Rovereto[1], che la recentissima pronunzia della Corte di Appello di Firenze del 26 Novembre u.s. (in attesa di pubblicazione) che, riformando in toto la decisione del GUP di Firenze, il quale aveva condannato il titolare di una società e di un sito internet, ha assolto l’imputato perchè il fatto non sussiste.
A) LA IDENTIFICAZIONE DELL’IPOTETICA CONDOTTA
La rilevanza di questa specificazione non va trascurata, perchè le tre condotte summenzionate, sussunte nel contesto dell’art. 82 dpr 309/90 rivestono un evidente valore di alternatività ed indipendenza tra loro.
Ciascuna di esse, infatti, presenta peculiarità ed individualità importanti, che non si fermano all’interpretazione puramente e squisitamente lessicale, ma riverberano chiari e concreti effetti proprio in ordine al processo descrittivo dell’illecito che si assume commesso.
Così, è pacifico che l’atteggiamento di induzione, presuppone che l’attività che il soggetto pone in essere – e che è finalizzata all’uso di sostanze stupefacenti – debba rivolgersi in maniera diretta ad un numero ben determinato e limitato di destinatari del messaggio e, più in generale, della comunicazione così propalata.
Propria dell’induzione, poi, in armonia con l’individuazione dei singoli cui l’azione è diretta, è la forte caratterizzazione motivazionale dell’attività posta in essere dall’agente.
Il significato lessicale del verbo “indurre”, infatti, va riportato in tesi principale alla categoria espressa dai concetti di “forzare” e “spingere”[2].
Ne consegue, dunque, la considerazione che l’agente-induttore operi, quindi, una spinta specifica e qualificata (quasi fisica si potrebbe dire) tesa univocamente a provocare uno specifico convincimento, (nonchè alla determinazione) in ordine all’uso di stupefacenti, orientando ed indirizzando consapevolmente la propria volontà nei confronti di una o più persone perfettamente individuate.
B) I CAPISALDI DELLA PRONUNZIA
Risolta la importante questione preliminare, concernente la reale condotta sussumibile nel contesto criminoso ipotizzato, cioè la qualificazione giuridica dell’azione supposta come illecita, appare, indi, decisivo l’esame della ricostruzione operata dai giudici del riesame reale, in ordine al contegno fattuale che la pubblica accusa ha – a torto – ritenuto inseribile nel contesto della previsione di cui all’art. 82 dpr 309/90.
E’, dunque, importante sottolineare questo passaggio fattuale, perché esso assume connotato di rilevanza, al fine di dimostrare che la coltivazione della cannabis – diversamente da quanto sostenuto in varie sedi anche politiche e giurisprudenziali – non richiede forme e modalità tecniche di minima specificità, ma si risolve in una forma di coltura del tutto analoga a qualsivoglia altra e diversa pianta.
1) In primo luogo il discrimen fra i due momenti comportamentali.
Da un lato – ed anteriormente in un’ipotetica sequenza temporale – si pone, infatti, la vendita di semi come attività assolutamente priva di contenuto illecito.
Va ricordato in proposito che questa posizione è stata propugnata ed esplicitata dal Tribunale monocratico di Benevento (sent. 7 Febbraio 2008 n. 74)[3], il quale in maniera chiara ed esatta, ha statuito che “La vendita di semi non è idonea, quindi, a ledere il bene giuridico protetto in linea generale dalla legislazione sugli stupefacenti, non potendo ai predetti essere attribuito il benché minimo effetto drogante”.
Va, poi, considerato che – nella fattispecie sottoposta all’esame del Tribunale di Ferrara – l’attività commerciale venga svolta in parte preponderante via internet.
Ne consegue, pertanto, la considerazione che una volta, che venga, infatti, escluso che il dante causa (venditore) non sia assolutamente legato, attraverso il denominatore di un comune contesto soggettivo, all’acquirente, appare indubbio che le volontà e le consapevolezze di entrambi sono – se tra loro rapportate – del tutto differenti, libere ed autosufficienti e non si influenzano reciprocamente in alcun modo.
La scelta di finalizzare una cosa ad un uso espressamente vietato dalla legge, con consequenziale deviazione e deragliamento della condotta iniziale dal binario di originaria liceità, poichè configura un’opzione attribuibile – come nel caso che ci occupa – in via esclusiva all’acquirente, non può dispiegare effetti, per cosi dire, retroattivi.
2) In secondo luogo, si deve notare come il Tribunale dissenta con nettezza dalla posizione della pubblica accusa, la quale ha ipotizzato che la vendita dei semi acquisisca connotati di antigiuridicità penale, se abbinata ai ricordati strumenti coltivativi.
Sul punto della distinzione fra atti preparatori e delitto tentato si osserva che la giurisprudenza ha affermato che “Ai fini della sussistenza del delitto tentato, occorre che, sulla base di una valutazione ex ante, gli atti compiuti, anche se meramente preparatori o solo parziali, siano idonei ed univoci, ossia diretti in modo non equivoco a cagionare l’evento lesivo ovvero a realizzare la fattispecie prevista dalla norma incriminatrice, rivelando così l’intenzione dell’agente di commettere lo specifico delitto.”[4]
Il criterio in parola consiste, dunque, nell’esame dello sviluppo assunto dalla condotta, degli elementi distintivi del delitto consumato attraverso l’univocità della direzione degli atti compiuti verso la commissione di tale delitto e della contemporanea idoneità degli atti stessi a commetterlo.
Quella del tentativo, costituirebbe, comunque, un’ipotesi, peraltro, già rifiutata e criticata da un’antica pronunzia del Tribunale di Frosinone[5] che affermò – seppure discutibilmente sotto altri aspetti – che la coltivazione non autorizzata di canapa indiana “…è un reato di pura condotta, che si perfeziona con la sola azione del coltivare la canapa indipendentemente dal suo risultato naturale; pertanto si deve escludere sia il reato impossibile sia il tentativo nell’ipotesi di mancanza di principi attivi di stupefacente nella pianta di canapa andiana, essendosi il reato già consumato con la sola azione del coltivare.”
Rimini, lì 6 Dicembre 2008