Source: http://giustiziacivile.com/famiglia-e-successioni/editoriali/assegno-di-divorzio-ora-si-muove-il-legislatore
Timestamp: 2018-03-21 01:21:15+00:00
Document Index: 98065231

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 23', 'art. 29', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 374', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 151', 'art. 5', 'sentenza ']

﻿ Assegno di divorzio: ora si muove il Legislatore | Giustizia Civile
Famiglia e successioni	22.11.2017
Attualità dell'esigenza di intervento legislativo in tema di assegno di divorzio.
La sentenza della Cassazione n. 11504 del 10 maggio di quest'anno ha avuto, al di là delle opinioni personali circa la soluzione prospettata, l'indubbio merito di smuovere le acque in una materia, quella dell'assegno di divorzio, da tempo caratterizzata, in giurisprudenza, da un pigro, se non spesso solo formale, ossequio a direttive esegetiche ormai risalenti nel tempo.
Dando quindi per scontato quanto emerso nel corso del dibattito immediatamente, e prevedibilmente, accesosi sul tema, pare il caso di muovere da qualche considerazione di carattere generale, per poi passare – onde valutarne il senso e l'opportunità – ad un esame, pur in questa sede necessariamente sommario, delle scelte di fondo e dei contenuti della p.d.l. n. 4605.
Due possono essere considerati i punti fermi da cui non si può fare a meno di muovere. Il primo è sintetizzabile nella necessaria consapevolezza che il divorzio rappresenta il momento di rottura definitiva dell'esperienza di vita coniugale, così da mettere fuori gioco qualsiasi tentativo di fondare gli assetti economici che in esso si radicano su di un'ultrattività del vincolo matrimoniale. Il secondo, può essere delineato ricordando quanto la Corte costituzionale, in vista della riforma del 1975, ebbe modo di chiarire, nella sua pronuncia n. 187 del 1974, in relazione all'imprescindibile esigenza che il legislatore è chiamato a soddisfare: quella di assicurare “una piena attuazione del principio costituzionale della parità giuridica dei coniugi anche sotto il profilo dei rapporti patrimoniali”.
Una parità il cui necessario dispiegarsi nella realizzata comunità di vita matrimoniale, se non può risolversi, nel momento della sua dissoluzione, in una intimamente contraddittoria protrazione – anche solo sotto il profilo economico – del vincolo, pare doversi necessariamente riflettere in un'adeguata partecipazione e condivisione, in vista ed ai fini della vita separata, di quanto realizzato in comune.
Se, allora, non sembra aver torto la recente presa di posizione della Cassazione nel sottolineare che i coniugi sono destinati, a seguito dello scioglimento definitivo del vincolo coniugale, ad essere “persone singole”, così come “persone singole” erano prima della relativa instaurazione, il nocciolo della questione sembra concentrarsi in una inevitabile opzione: quella tra considerare l'esperienza matrimoniale alla stregua di una tendenzialmente irrilevante parentesi nella vita di due “persone singole”, ovvero, almeno ove essa sia effettivamente consistita – per usare le parole impiegate dalle Sezioni Unite nella loro decisione n. 11490 del 1990 – in “una vera comunione di vita e di interessi”, assumerla come base di partenza per consentire a ciascuna delle parti un successivo autonomo percorso esistenziale.
E, al riguardo, dev'essere chiaro che il privilegiare tale ultima prospettiva, come sembra inevitabile ove si voglia conservare un qualche senso al matrimonio ed alla dignità del rapporto di vita che ne costituisce la sostanza, non pare incompatibile col diffusamente auspicato pieno dispiegamento del principio dell'“autoresponsabilità” di ciascuno degli interessati per le proprie esigenze di vita a seguito del suo scioglimento. In effetti, nella fluidità delle dinamiche familiari che caratterizza la società attuale, l'assunzione di un simile principio quale direttiva di fondo nella definizione degli assetti economici post-coniugali può essere, anzi, senz'altro considerata come ragionevole approdo in materia, proprio in quanto prospettiva sicuramente più consona, rispetto a quella assistenzialistica fin qui privilegiata in giurisprudenza, alla valorizzazione della pari dignità dei coniugi. Ma ciò alla sola condizione che sia appunto assicurata tra di loro, quale punto di partenza per l'esistenza futura, una reale perequazione in ordine a quella complessiva economia familiare, cui ciascuno abbia contribuito nel corso della vita comune, rimediando, così, alle sperequazioni venutesi eventualmente a determinare nelle relative condizioni a seguito dello scioglimento del matrimonio.
Il pregio della recente svolta giurisprudenziale può essere ravvisato nell'avere evidenziato l'incoerenza di ogni tentativo di fondare il regime economico post-coniugale su una qualche ultrattività del matrimonio, come inevitabilmente si è finito col fare orientando le valutazioni in materia di riconoscimento dell'assegno di divorzio alla conservazione di un “tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio”: parametro, questo, pare opportuno sottolinearlo anche per la confusione che si è venuta a generare nell'opinione pubblica, peraltro estraneo alla lettera della disciplina vigente e di creazione giurisprudenziale. Ma, allora, si è forse persa una buona occasione per superare del tutto l'ottica essenzialmente assistenziale delle contribuzioni conseguenti al divorzio, continuandosi a ravvisarne il fondamento in una pretesa “solidarietà post-coniugale” che, una volta giustamente reputato interrotto, a seguito del divorzio, ogni legame di continuità col vincolo matrimoniale, risulta veramente problematico da legittimare (come sembra emergere proprio dal tentativo della prima sezione di far leva, al riguardo, oltre che sulla clausola generale dell'art. 2, sull'art. 23 Cost.).
Del resto, c'è da dubitare che la dignità del coniuge, il quale, appunto in dipendenza del divorzio, si venga a trovare in condizioni di debolezza, sia effettivamente rispettata e promossa attribuendogli una contribuzione che, concepita in chiave di “aiuto” (secondo la terminologia impiegata dalla decisione n. 1652 del 1990, cui si ricollega strettamente quella n. 11504 del 2017), resterebbe, nonostante tutto, una “elemosina graziosamente elargita a mezzo del giudice” (secondo quanto ebbe a sottolineare, in toni fortemente critici della concezione assistenzialistica dell'assegno di divorzio, già la stessa Cassazione nella sua lontana pronuncia n. 263 del 1974) .
Ben diverso contributo al rispetto della dignità dell'interessato può venire, piuttosto, dal riferimento, ai fini del riconoscimento di prestazioni a suo favore, a quei criteri che, facendo leva sulla pregressa effettiva comunità di vita, tendono a valorizzare le sue aspettative fondate sull'avvenuta partecipazione al concreto funzionamento della compagine familiare. Un fermo richiamo, allora, all'art. 29 Cost. acquista il senso non di un nostalgico favore per visioni più o meno indissolubilistiche del matrimonio, ma di un necessario riconoscimento degli apporti di ciascuno dei coniugi alla vita familiare come fondamento di pretese autonome, tali da assicurare, appunto a ciascuno di essi, quell'adeguata partecipazione a quanto costruito insieme durante il matrimonio.
Il coniuge il quale, in dipendenza del divorzio, si venga a trovare in condizioni di debolezza, non cerca, in effetti, assistenza, ma semplicemente un giusto riconoscimento, appunto, per gli sforzi, se non per i veri e propri sacrifici, profusi durante il matrimonio per assicurare il buon funzionamento della compagine familiare. Ed è proprio in una simile prospettiva che sembrano essersi mosse, del resto, le Sezioni Unite della Cassazione quando, nella loro recente pronuncia n. 16379 del 2014, hanno chiaramente individuato l'essenza del “rapporto matrimoniale” nel costituire esso punto di riferimento di “aspettative legittime e di legittimi affidamenti dei componenti della famiglia”.
Questa istanza perequativo-partecipativa, quale baluardo di una parità dei coniugi non meramente formale, avrebbe dovuto, invero, almeno in prima battuta, nel disegno del legislatore della riforma del 1975, essere affidata all'operatività del regime della comunione legale. Ma sono note – e non pare qui il caso di soffermarsi sulle relative motivazioni – le proporzioni del fenomeno della “fuga” da essa: una “fuga”, quindi, che ha determinato gravi conseguenze in vista della realizzazione dell'istanza di parità che era alla base dell'opzione legislativa.
Pare evidente come ogni carente funzionamento, dal punto di vista perequativo, del regime patrimoniale operante tra i coniugi nella fase fisiologica della convivenza sia destinato inevitabilmente a proiettare il soddisfacimento della relativa esigenza sul piano della definizione degli assetti economici in occasione della crisi coniugale. E dato che il collegamento tra la fase fisiologica e quella patologica della vicenda coniugale risulta da noi essenzialmente affidato, dal punto di vista economico, all'assegno di divorzio, è sul suo regime che finiscono inevitabilmente col riversarsi, allora, le attese di equo bilanciamento delle condizioni dei coniugi.
Certo, l'assegno di divorzio, nella sua configurazione periodica, risulta, per sua stessa natura, strumento che mal si presta a svolgere soddisfacentemente una funzione perequativa e partecipativa pienamente rispettosa della uguale dignità e libertà di ambedue i coniugi, perpetuando situazioni di dipendenza economica, oltre che costituendo occasione di persistente conflittualità (destinata, oltretutto, ad accentuarsi in dipendenza dei successivi percorsi di vita affettivo-familiare degli interessati). Ma, allo stato, essendo affidata (solo) alla concorde volontà delle parti, ai sensi del vigente art. 5, comma 8, l. div., la possibilità di soluzioni una tantum definitive, l'assegno (periodico) di divorzio è restato l'unico strumento in via generale disponibile per la regolamentazione dei rapporti economici tra gli interessati.
Così, pienamente giustificata pare l'esigenza di intervenire legislativamente, a trent'anni dalla riforma della materia, sulla disciplina delle contribuzioni spettanti in conseguenza del divorzio. Esigenza, del resto, che già non si era mancato di manifestare in tempi lontani, quando cominciarono ad emergere i limiti della disciplina del 1987, nonostante il lodevole tentativo della giurisprudenza di evitare eccessivi irrigidimenti nella relativa interpretazione ed applicazione, leggendola in modo tale da assicurare, alla luce della filosofia che le Sezioni Unite nel 1990 intesero dichiaratamente perseguire e demandare alla giurisprudenza, “una duttile risposta a tutti i vari modelli concreti di matrimonio”. Limiti e contraddizioni in sede interpretativa che proprio il recente nuovo – ma solo fino ad un certo punto, dato il suo stretto collegamento con un orientamento (quello espresso nella decisione n. 1652 del 1990) proprio dal quale le Sezioni Unite intesero prendere le distanze – indirizzo della prima sezione della Cassazione ha indubbiamente contribuito a riportare alla luce.
Le potenzialità esegetiche della disciplina vigente e i relativi limiti.
Prima, però, di esaminare la proposta qui in discussione – e, anzi, proprio per introdurre il suo esame – pare il caso di sottolineare come due, per così dire, pilastri dell'intera costruzione esegetica sviluppatasi in ordine alla disciplina del 1987 risultino, a ben vedere, frutto di un fraintendimento iniziale che, consolidatosi a seguito dell'intervento delle Sezioni Unite nel 1990, continua a rappresentare la premessa anche della prospettiva – pur di dichiarata rottura con il passato – ora privilegiata dalla prima sezione.
Si allude, da una parte, all'idea che l'assegno di divorzio abbia una natura “esclusivamente assistenziale”; dall'altra, alla fede assoluta, persistentemente professata dalla Cassazione sulla scia della sistemazione delle Sezioni Unite, nel vedere prefigurato, nella disposizione in materia del 1987 (art. 5, comma 6), “un giudizio nitidamente e rigorosamente distinto in due fasi, il cui oggetto è costituito, rispettivamente, dall'eventuale riconoscimento del diritto (fase dell'an debeatur) e – solo all'esito positivo di tale prima fase – dalla determinazione quantitativa dell'assegno (fase del quantum debeatur)”.
Al riguardo, non si può fare a meno di rilevare come proprio la massimizzazione di una simile opzione esegetica rappresenti il dichiarato fondamento della più recente impostazione della prima sezione: essa, in effetti, addebita al precedente indirizzo una scarsa coerenza per avere, al di là delle dichiarazioni di principio, finito, poi, per operare una “indebita … evidente commistione tra gli oggetti delle due fasi del giudizio e i relativi accertamenti che … debbono essere effettuati secondo l'ordine normativamente stabilito” (in un “ordine”, cioè, rigorosamente “progressivo”), tendendo, così, a perseguire una (pretesamente più) coerente applicazione della prospettiva “esclusivamente assistenziale” dell'assegno. Ciò col reputare preliminare – in quanto attinente alla fase del giudizio relativo riconoscimento del diritto all'assegno (an) – l'indagine circa l'“indipendenza o autosufficienza economica” del richiedente, considerato nella sua qualità (ormai) di “singolo”, senza, quindi, alcun possibile riferimento a parametri coinvolgenti valutazioni attinenti alla pregressa vita comune, come tali destinati ad operare (solo) in vista della determinazione (quantum) dell'assegno.
Basti qui ricordare che, se effettivamente una curvatura eminentemente assistenziale dell'assegno era dato individuare nel testo originariamente sottoposto all'esame del parlamento, la relativa modificazione nel corso dei lavori in aula fu dichiaratamente intesa, dagli stessi protagonisti della discussione, proprio come consapevole abbandono di una simile sua connotazione, a favore, in particolare, di una piena realizzazione, col nuovo testo poi approvato, di quell'esigenza partecipativo-perequativa, su cui ci si è dianzi soffermati: esigenza, questa, valorizzata attraverso il convinto unanime richiamo del parametro – non a caso meglio articolato nella fase finale della discussione – rappresentato dal “contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune”.
A supporto di una persistente ricostruzione, in via interpretativa, nel senso della natura “esclusivamente assistenziale” dell'assegno giocò la convinzione che anche il testo definitivamente approvato si prestasse comunque ad una lettura in chiave bifasica della struttura del giudizio sull'assegno. Ma, come non si mancò immediatamente di evidenziare, era proprio una simile possibilità di lettura della disposizione a risultare disallineata col – ed estranea al – testo divenuto legge, una volta che, appunto consapevolmente, era stato espunto l'originario riferimento al “dignitoso mantenimento” quale parametro di riferimento, in vista del riconoscimento dell'assegno, della valutazione relativa all'“adeguatezza” o meno dei “mezzi” a disposizione del richiedente.
In effetti, sarebbe dovuto risultare chiaro come la coerenza dell'idea di una struttura bifasica del giudizio attributivo dell'assegno fosse ormai da considerare definitivamente venuta meno, salvo a non operare opinabili – ed inevitabilmente discordanti – eterointegrazioni del testo (tali risultando, in effetti, tanto il riferimento al “tenore di vita matrimoniale”, quanto quello all'“indipendenza o autosufficienza economica”). E, con essa, la pretesa di scindere un giudizio attributivo, in relazione alla complessità del quale an e quantum, proprio alla luce di una serena considerazione del testo legislativo, non avrebbero potuto che ritenersi costituire se non facce della stessa medaglia.
Le Sezioni Unite, però, intesero respingere espressamente una proposta di lettura dell'art. 5, comma 6, atta a recuperare in pieno il valore dei vari criteri elencati nella sua prima parte ai fini del giudizio attributivo dell'assegno. Lettura tendente a ricollegare – come sembra consentito dall'espressione “tenuto conto” che ne introduce l'elencazione – proprio alla loro valutazione complessiva, condotta alla luce del filtro rappresentato dalla “durata del matrimonio”, il giudizio circa l'“adeguatezza” o meno dei mezzi a disposizione del richiedente: “adeguatezza” il cui livello – decisivo, quindi, ai fini tanto del riconoscimento, quanto della quantificazione dell'assegno – si sarebbe dovuto ritenere dipendere, appunto, da una valutazione complessiva di tutti gli accennati criteri (prospettiva, questa, significativamente fatta ora propria, in risposta alla posizione assunta dalla prima sezione, dal Tribunale di Udine in una sua decisione del 1° giugno di quest'anno).
Peraltro, non si può fare a meno di sottolineare come la giurisprudenza, al di là delle dichiarazioni di principio, abbia spesso finito col seguire un simile itinerario, attirando, così, da ultimo, gli strali di scarsa coerenza sistematica della prima sezione, la quale – pare il caso di sottolineare a riprova dei limiti e dell'inattendibilità di ogni presa di posizione manichea in materia – pure ha confermato, con la sentenza n. 24805 di quest'anno, una decisione della Corte d'Appello di Firenze, che risulta aver valutato l'inadeguatezza dei mezzi disponibili da parte del richiedente proprio alla luce di una considerazione complessiva dei criteri indicati nella prima parte della disposizione sull'assegno.
Certo, il non avere voluto investire nuovamente della problematica qui in esame le Sezioni Unite da parte della prima sezione – in un'ottica di inquietante autoreferenzialità ermeneutica, non condivisibile, oltre (e forse più) che sul piano tecnico-giuridico (alla luce dell'art. 374, comma 3, c.p.c.), su quello dell'opportunità, data la natura degli interessi in gioco – non ha certo contribuito ad affrontare, negli ultimi tempi, la materia con la dovuta serenità. Ma pare anche da sottolineare come, senza volere qui minimamente sminuire l'importanza del ruolo della giurisprudenza nella dinamica evolutiva dell'ordinamento, ci sia da credere che, ormai, un intervento legislativo si presenti come indispensabile: ciò non solo (e tanto) per evitare perniciose situazioni di incertezza, ma per chiarire, una volta per tutte e senza quei margini di oscurità legati al tormentato iter legislativo della riforma dell'art. 5 della legge n. 898 del 1970 nel 1987, la funzione che s'intende affidare alla disciplina dei rapporti patrimoniali conseguenti al divorzio.
Il favore per l'intervento del legislatore – dunque senz'altro auspicabile, anche ove, infine, fosse data la parola (come da ultimo pare) alle Sezioni Unite – non può, allora, che essere fondato sulla constatazione della necessità, ad onta di qualsiasi eventuale ulteriore presa di posizione di principio in sede di esegesi della disciplina vigente, di conferire senza ambiguità il giusto peso ai diversi fattori che incidono sui singoli, concreti, assetti familiari, con adeguata attenzione, soprattutto, a quei condizionamenti che, persistentemente e non solo da noi, derivano alla situazione della donna-moglie-madre nella realtà sociale. Condizionamenti che, invero, la difficile congiuntura economica sicuramente non ha contribuito a rendere meno avvertiti.
E che si tratti di considerazioni non certo peregrine lo dimostra un'obiettiva osservazione del quadro degli ordinamenti a noi vicini, che pare ben lungi dal non conferire significativo – se non assorbente – rilievo a proprio a quell'istanza partecipativa e perequativa il cui perseguimento, nel nostro ordinamento, rischia di avvolgersi in un vero e proprio circolo vizioso, tra inadeguatezza, a tal fine, del regime patrimoniale coniugale e carenze dello strumentario disponibile per disciplinare, sotto il profilo economico, la crisi coniugale definitiva.
Indubbiamente, è difficile non essere d'accordo sul ritenere maturi i tempi per una riforma a tutto campo dell'intera materia del rapporti patrimoniali coniugali, la cui portata risulta, oltretutto, ormai estesa in dipendenza della recente apertura dell'ordinamento in tema di unioni tra persone dello stesso sesso. Ma, forse, è da reputare tutt'altro che inutile il tentativo di intervenire fin d'ora per offrire, almeno, qualche punto fermo, atto a rimediare alle più vistose carenze degli strumenti destinati ad operare in quel momento della crisi definitiva della famiglia, quando più urgentemente avvertita risulta, dagli interessati, la necessità di riorganizzare la propria vita.
Esame dei contenuti della p.d.l. n. 4605 in vista della prosecuzione del suo iter parlamentare.
L'apprezzabilità della proposta in esame sembra, in effetti, da ricollegare all'essere essa animata da un sano pragmatismo, chiaramente riscontrabile nella relativa relazione, laddove si allude all'esigenza di evitare, ad un tempo, “indebiti arricchimenti” (attraverso il riconoscimento di quelle unanimemente deprecate “rendite parassitarie”, nei cui confronti mettevano in guardia già le Sezioni Unite), così come il “degrado esistenziale”, cui lo scioglimento del matrimonio tende ad esporre il coniuge più debole “che abbia confidato nel programma di vita del matrimonio, dedicandosi alla cura della famiglia”, con la conseguente rinuncia “a sviluppare una buona formazione professionale e a svolgere una proficua attività di lavoro o di impresa”.
Inoltre, contro ogni dubbio che possa non trattarsi di una disciplina rivolta ad inserire il nostro ordinamento – per richiamare un'espressione impiegata dalla prima sezione – nel “contesto giuridico europeo”, essa dichiaratamente s'ispira a modelli di paesi a noi vicini per tradizioni giusfamiliari: ordinamenti i quali, anche quando – come quello tedesco – si affermano espressamente fondati sul principio dell'“autoresponsabilità”, non mancano, al contempo, di prestare adeguata attenzione alla necessaria considerazione del concreto “vissuto” matrimoniale, nei suoi riflessi sulla situazione in cui i coniugi vengono a trovarsi in dipendenza del divorzio. Come si avrà modo di sottolineare di qui a poco, il modello più da vicino tenuto presente – e, forse, da valorizzare ancora maggiormente – pare quello francese, pur non senza attenzione ad altri ordinamenti di recente riformati in materia (si allude, in particolare, nella relazione, allo spagnolo ed all'inglese, cui sarebbe opportuno aggiungere lo svizzero) .
Sembra solo il caso di dissentire, come pare inevitabile alla luce delle considerazioni dianzi svolte, dalla qualificazione, nella relazione, in termini di “aiuto economico” delle prestazioni cui il coniuge più debole ha diritto, trattandosi, piuttosto, secondo quanto del resto emerge dalla medesima relazione, di dar corpo ad un'esigenza partecipativa e perequativa, nel momento (e in conseguenza) dello scioglimento del matrimonio. Un'esigenza, quindi, secondo una tradizionale – e radicata anche nel lessico legislativo di altri ordinamenti, come il francese e lo spagnolo, nonostante una certa sua ambiguità – terminologia in materia diffusamente identificata quale compensativa, la cui realizzazione finisce col rappresentare la stessa reale filosofia del programmato intervento.
Da un punto di vista generale, sembra opportuno osservare come l'enunciazione della finalità cui deve risultare funzionale l'attribuzione dell'assegno nel (novellato) comma 6 dell'art. 5 (l'esigenza, cioè, di «compensare, per quanto possibile, la disparità che lo scioglimento […] del matrimonio crea nelle condizioni di vita dei coniugi», sostanzialmente riprendendosi, così, la formula impiegata in Francia), seguita dall'elencazione, nel comma successivo, dei criteri da tenere presente ai fini della “determinazione dell'assegno”, potrebbe prestarsi ad essere interpretata come una sorta di reviviscenza, sia pure in un'ottica differente, di quella struttura bifasica che, come accennato è da ritenere costituire retaggio (solo) esegetico del passato, con fermezza da superare.
Trattandosi di prospettiva da considerare sicuramente estranee alla ratio della disciplina proposta, sarebbe il caso di chiarire, a scanso di equivoci, che quello indicato nel comma 6 rappresenta semplicemente l'obiettivo da perseguire attraverso un (articolato) giudizio valutativo fondato sui diversi parametri individuati nel comma successivo: parametri tutti accomunati dalla rilevanza che si è inteso accordare alla concreta esperienza di vita familiare come fonte di legittime aspettative di ciascuno dei coniugi in vista del proprio futuro (autonomo) percorso esistenziale.
Quanto, poi, a tali parametri, sembra, innanzitutto, preferibile non discostarsi da una corretta interpretazione della vigente disciplina, evitando di considerare la “durata del matrimonio” semplicemente sul piano degli altri parametri valutativi. È vero che ciò corrisponde a quanto previsto in altri ordinamenti (con diversa collocazione del criterio in questione nel quadro dell'elencazione dei vari parametri valutativi da considerare: primo in Francia, secondo in Svizzera, quarto in Inghilterra, sesto in Spagna), ma, in effetti, sembra senz'altro soluzione migliore quella di considerare la “durata del matrimonio” alla stregua di una sorta di vero e proprio “filtro”, attraverso il quale apprezzare la concreta rilevanza dei singoli criteri normativamente previsti (l'attuale comma 6, in effetti, col prescrivere di valutare “tutti” gli “elementi” da prendere in considerazione “in rapporto alla durata del matrimonio”, si muove opportunamente proprio in una simile prospettiva, che sembra non estranea, del resto, all'insistenza, pure del codice tedesco, sul riferimento alla “breve durata” del matrimonio come angolo prospettico sotto cui valutare in concreto, appunto, i diversi aspetti, inerenti alla vita matrimoniale, da prendere in considerazione ai fini del riconoscimento di contribuzioni post-matrimoniali).
Circa i parametri di cui al (nuovo) comma 7, parrebbe preferibile, innanzitutto, evitare di specificare come “economiche” le “condizioni in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito della fine del matrimonio”: in effetti, al rifermento alle “condizioni dei coniugi” contenuto nell'attualmente vigente disposizione si è, da sempre (e concordemente), inteso ricondurre, in particolare, la necessaria rilevanza, a fini valutativi, dell'“età e stato di salute dei coniugi” (cui si allude espressamente, del resto, quale autonomo specifico parametro, in tutti gli ordinamenti dianzi indicati).
In ordine, poi, al criterio del “reddito di entrambi”, sicuramente opportuno sarebbe usare una formula che affianchi ad un simile riferimento – evitando così che ciò resti rimesso all'esegesi della disposizione – il richiamo anche al “patrimonio”. Inoltre, all'indicazione di tale parametro valutativo, sarebbe consigliabile far seguire immediatamente il pure (e certo opportunamente) contemplato accenno alla “ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive”, accorpando, inoltre, a tale criterio quello della “mancanza di un'adeguata formazione” – nonché sarebbe da aggiungere “affermazione” – “professionale quale conseguenza dell'adempimento di doveri coniugali”. E non si può fare a meno di segnalare come, con una simile previsione, la proposta abbia inteso correttamente recepire sostanzialmente analoghe esigenze valutative, tendenti a valorizzare, in altri ordinamenti, il sacrificio, da parte di uno dei coniugi, delle propria condizione professionale (come limpidamente specificato nell'ordinamento francese, in cui si allude, in particolare, ai sacrifici, in proposito, finalizzati, oltre che alla cura dei figli, senza mezzi termini, a favorire “la carriera del congiunto a detrimento della propria”).
Senz'altro pienamente condivisibile risulta, poi, lo specifico riferimento all'“impegno di cura di figli comuni minori o disabili”. In effetti, proprio la valorizzazione di un tale profilo risulta dichiaratamente assumere un peculiare rilievo, oltre che nella disciplina francese, in particolare, in quella tedesca e in quella inglese. E, proprio alla luce di tali esperienze, sarebbe il caso, allora, di precisare che un simile apporto alla vita della famiglia dovrebbe essere preso in considerazione anche nella prospettiva di una sua rilevanza successiva all'interruzione della convivenza ed allo stesso divorzio, in quanto indiscutibilmente atto a condizionare ulteriormente la posizione del coniuge su cui sia destinato persistentemente a gravare – o, almeno, a gravare maggiormente – l'impegno di cura in questione. Peraltro, per motivi di coerenza sistematica con quanto previsto in sede di esercizio della responsabilità genitoriale in conseguenza del venir meno della compagine familiare, pare sicuramente da aggiungere alle categorie di figli presi in considerazione quella dei figli “non indipendenti economicamente”.
Quasi inutile pare sottolineare come, nel contesto di una disciplina tendente a valorizzare dichiaratamente il profilo perequativo-partecipativo delle contribuzioni post-matrimoniali, un peso sicuramente decisivo finisca con l'essere assunto dal criterio costituito dal “contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune”. Criterio, del resto, che, introdotto, sia pure con diversa formulazione, già nella legge istitutiva del divorzio nel 1970, fu immediatamente apprezzato dalla giurisprudenza – si allude alla decisione n. 263 del 1974 – come la reale chiave di volta della regolamentazione dei profili economici della nuova disciplina, in quanto atto ad ovviare al carente funzionamento, appunto in un'irrinunciabile ottica perequativo-partecipativa, del regime patrimoniale coniugale (all'epoca, non a caso, costituendo ancora regime legale quello di separazione dei beni).
Da ciò sembra conseguire che la collocazione di un simile parametro dovrebbe essere privilegiata, collegandolo strettamente, quasi a chiarirne il senso, a quello, a ragione contemplato per primo, delle “condizioni in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito della fine del matrimonio”. Quindi, nella elencazione, il parametro in questione pare da inserire immediatamente dopo.
Resta da considerare il ruolo dell'ulteriore criterio rappresentato dalle “ragioni dello scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio”. Esso scopertamente riecheggia il riferimento alle “ragioni della decisione” presente nel testo attualmente vigente (come già in quello originario del 1970) e, in proposito, non può farsi a meno di sottolineare come un simile criterio – oltretutto oggetto di (persistenti) contrastanti interpretazioni nella stessa giurisprudenza – abbia finito con l'assumere un ruolo tutto sommato secondario, e quasi di mera coloritura, nelle valutazioni complessivamente finalizzate al riconoscimento di un assegno di divorzio. Ciò, evidentemente, anche a seguito della presa d'atto della precisa volontà legislativa di ritenere, nel nostro ordinamento, estranea alla connotazione dell'istituto del divorzio qualsiasi valenza sanzionatoria.
Indubbiamente, comunque, può essere condivisa – secondo una prospettiva, del resto, uniformemente diffusa anche altrove, sia pure con diversità di accenti – l'opportunità di una persistente considerazione, almeno sul piano della definizione delle contribuzioni post-matrimoniali, dei comportamenti dei coniugi in ordine al venir meno della comunione di vita matrimoniale. Potrebbe, peraltro, essere apprezzabile una formulazione del criterio in questione più aderente al nostro modello di divorzio, anche alla luce degli apporti dottrinali e giurisprudenziali al riguardo (con un'allusione, insomma, al comportamento complessivamente tenuto in ordine al venir meno della comunione spirituale e materiale).
Ma, una volta enunciato un simile criterio tra quelli da valutare ai fini del riconoscimento dell'assegno, inopportuno sembra, allora, affidare ad un autonomo comma la previsione della possibilità di negare l'assegno “nel caso in cui il matrimonio sia cessato o sciolto per violazione, da parte del richiedente l'assegno, degli obblighi coniugali”. Previsione, in effetti, che si presenta come tale da caricare, forse eccessivamente, di valenze sanzionatorie il giudizio attributivo dell'assegno, così da costituire quasi inevitabilmente fonte di ulteriore conflittualità ed in singolare contrasto, oltretutto, con la diffusa tendenza a sollecitare la soppressione della stessa addebitabilità della separazione personale (noto, in proposito, è il carattere storicamente condizionato della genesi del secondo comma dell'art. 151 c.c.).
Piuttosto, pare da valutare attentamente l'opportunità di introdurre una previsione che, sul modello francese (peraltro amputato della considerazione riservata all'ipotesi – peculiare a tale ordinamento e del tutto estranea al nostro – di divorzio pronunciato per colpa esclusiva di uno dei coniugi), contempli espressamente, in termini generali, le condizioni di una possibile negazione dell'assegno: possibilità, questa, non ignota alla nostra giurisprudenza e con chiarezza prospettata già dalle Sezioni Unite nel 1990, col prevedere, appunto, che l'assegno “potrà essere escluso sulla base dell'incidenza negativa di uno o più” dei criteri indicati nella legge.
Una simile previsione (tendente, cioè, ad escludere l'attribuzione dell'assegno nel caso di relativa palese iniquità) potrebbe, inoltre, essere accorpata con quella concernente la possibilità di “predeterminare la durata dell'assegno”. L'espressa possibilità di prevedere un assegno di carattere (solo) temporaneo, in effetti, si presenta ormai prevalente negli altri ordinamenti e rappresenta effettivamente una soluzione che ben si accorda con l'esigenza di adattare le contribuzioni post-matrimoniali alle concrete dinamiche familiari. Al riguardo, ci si riferisce correntemente, in particolare, a quei matrimoni non durati a lungo e caratterizzati dalla presenza di coniugi ancora giovani, in grado, quindi, di acquisire in tempi ragionevoli l'attitudine a svolgere un'attività lavorativa adeguata, anche superando eventuali condizionamenti negativi in precedenza derivanti dal funzionamento della compagine familiare. In considerazione della diversità delle situazioni concrete che possono giustificare la temporaneità dell'assegno, sembra comunque più opportuna una formulazione della previsione maggiormente comprensiva – in quanto complessivamente riferita ai criteri attributivi – di quella proposta, soprattutto ove si ritenga effettivamente corretta la proposta di un accorpamento dell'ipotesi della temporaneità con quella relativa all'esclusione dell'assegno.
Un opportuno completamento dello strumentario operativo in materia di disciplina dei rapporti economici post-coniugali.
Le osservazioni fin qui svolte si riferiscono al testo proposto. Ma ove s'intenda veramente rendere funzionali, in un'ottica perequativo-partecipativa, le contribuzioni post-matrimoniali alla realizzazione del principio della parità coniugale, l'occasione di questa riforma, anche se programmaticamente di portata limitata, si presenta come elettiva per rendere più efficiente, in vista della finalità perseguita, lo strumentario a disposizione.
Si è già dianzi accennato a come l'assegno costituisca strumento che si presta solo in limitata misura a svolgere una funzione perequativo-partecipativa pienamente rispettosa della pari dignità e libertà di ambedue i coniugi. E ciò, in particolare, ove si cali la problematica degli assetti economici post-matrimoniali nella realtà – sempre più diffusa anche in considerazione dell'evoluzione recente del quadro legislativo complessivo – dell'eventuale succedersi, per lo stesso soggetto, di più esperienze di vita familiare.
La via seguita nel contesto delle riforme che, altrove, hanno investito la problematica in questione si presenta, da tempo, sostanzialmente univoca. E, al riguardo, punto di partenza da cui muovere può essere quello consistente nel considerare troppo limitativa la scelta di affidare (solo) all'accordo degli interessati l'adozione di assetti economici post-coniugali definitivi (come nel nostro ordinamento, ai sensi dell'art. 5, comma 8, l. div.).
Notoriamente peculiare si presenta l'esperienza inglese, nella quale al giudice è riconosciuto un generale potere di redistribuzione degli assetti economici coniugali, proprio come presupposto di quel clean break, cui è demandata la funzione di eliminare ogni successivo confronto tra gli ex coniugi (evidentemente anche in vista delle loro eventuali ulteriori scelte familiari, da operare senza odiosi condizionamenti). Per restare, però, nel contesto degli ordinamenti tradizionalmente a noi più vicini (e proprio per questo spesso presi ad esempio per il nostro), quale modello di riferimento può essere assunto quello francese, al quale, del resto, la proposta in esame sembra essere tutt'altro che indifferente.
In esso, la “prestation compensatoire” – proprio in vista della funzione chiamata a svolgere – assume “la forma di un capitale”, da corrispondere secondo modalità attuative stabilite dal giudice (che possono consistere anche nell'attribuzione di beni in proprietà o di altri diritti reali), eventualmente rateizzabile (ma non perdendo per questo la propria natura di definitiva sistemazione economica post-coniugale). La contribuzione, avente carattere forfetario, può solo “a titolo eccezionale” (e “con decisione specificamente motivata”) essere fissata “sotto forma di rendita vitalizia”, alla morte del coniuge debitore sostituita, a carico dell'eredità, non diversamente che nell'ipotesi di rateizzazione, “da un capitale immediatamente esigibile”.
Il potere di “ordinare una liquidazione”, almeno se “lo giustificano circostanze particolari” è attualmente previsto nell'ordinamento svizzero, così come, in Spagna, la disciplina della materia, riformata nel 2005, allude al “diritto ad una compensazione che potrà consistere in una pensione temporanea o a tempo indeterminato, o in una prestazione unica”, determinabile in sede di “accordo” o “nella sentenza”.
Insomma, proprio quale logica conseguenza di una scelta in senso perequativo-partecipativo delle contribuzioni post-coniugali, pare – forse più che semplicemente opportuno addirittura – necessario intervenire anche sullo strumentario a disposizione, non solo delle parti, ma anche del giudice per disciplinare gli assetti economici successivi al divorzio. Del resto, è da credere che il riconoscere al giudice la possibilità di pervenire – preferibilmente e, ovviamente, ove le circostanze lo consentano – ad un simile tipo di sistemazione economica, determinandone le modalità, valga a rappresentare un forte, se non decisivo, stimolo per gli interessati a pervenirvi già in via concordata.
Le considerazioni svolte intendono contribuire alla prosecuzione del dibattito sulla problematica affrontata – e sulle scelte ora con decisione operate – dalla p.d.l. n. 4605, di cui, sia pure con qualche inevitabile messa a punto (e salvo ipotizzabili ulteriori eventuali interventi, di opportuno coordinamento sistematico, in particolare sugli attuali artt. 5, comma 10, e 9-bis), non può che auspicarsi un (rapido) approdo legislativo.
TESTO DELLA PROPOSTA DI LEGGE N. 4605
Sembra opportuno trascrivere qui integralmente il testo della p.d.l. n. 4605 (Camera dei Deputati, XVII legislatura, Ferranti e altri, presentata il 27 luglio 2017):
1. Il sesto comma dell'articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, è sostituito dal seguente:
«Con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il tribunale dispone l'attribuzione di un assegno a favore di un coniuge, destinato a compensare, per quanto possibile, la disparità che lo scioglimento o la cessazione degli effetti del matrimonio crea nelle condizioni di vita dei coniugi».
2. Dopo il sesto comma dell'articolo 5 della legge 1° dicembre 1970, n. 898, sono inseriti i seguenti:
«Nella determinazione dell'assegno il tribunale valuta le condizioni economiche in cui i coniugi vengono a trovarsi a seguito della fine del matrimonio; le ragioni dello scioglimento o della cessazione degli effetti civili del matrimonio: la durata del matrimonio; il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno e di quello comune; il reddito di entrambi; l'impegno di cura personale di figli comuni minori o disabili, assunto dall'uno o dall'altro coniuge; la ridotta capacità reddituale dovuta a ragioni oggettive; la mancanza di un'adeguata formazione professionale quale conseguenza dell'adempimento di doveri coniugali.
Tenuto conto di tutte le circostanze il tribunale può predeterminare la durata dell'assegno nei casi in cui la ridotta capacità reddituale del richiedente sia dovuta a ragioni contingenti o comunque superabili.
L'assegno non è dovuto nel caso in cui il matrimonio sia cessato o sciolto per violazione, da parte del richiedente l'assegno, degli obblighi coniugali».
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