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Timestamp: 2018-01-23 13:50:57+00:00
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Commision Internationale de Diplomatique, X Congresso Internazionale. La diplomatica dei documenti giudiziari (dai placiti agli acta - secc. XII-XV). Bologna, 12-15 settembre 2001. Resoconto a cura di Mirella Baretta, Ada Grossi, Valeria Leoni (Scrineum 2001).
Il convegno si è aperto con la relazione introduttiva di Giovanna Nicolaj, che ha ripercorso sinteticamente le tappe evolutive della formalizzazione delle scritture relative ai processi giudiziari nel Regnum Italiae. Dopo avere denunciato l’ambiguità e la ristrettezza della tradizionale definizione di documento, rintracciabile ad esempio nel Vocabulaire international de la Diplomatique, la Nicolaj ha ribadito la necessità di superare tali rigidità arrivando ad una formulazione più ampia: documento è, secondo la definizione già proposta in altre sedi dalla studiosa, qualunque testimonianza scritta capace di svolgere funzioni giuridicamente rilevanti in un ordinamento giuridico specifico e redatta in forme tipiche. Oggetto della Diplomatica è lo studio di queste forme: è quindi definibile documento non solo la sentenza finale (come vorrebbe la tradizionale distinzione tra Aktenwesen e Urkundenwesen) ma anche l’insieme di tutti gli atti giudiziari a carattere procedurale, in quanto prodotti nel rispetto di formalismi giuridici e di scrittura. Mentre tra IX e XI secolo l’unico esito documentario del procedimento giudiziario è la notitia iudicati, con l’affermazione del processo romano-canonico si giunge alla produzione di specifici acta per ciascuna fase della procedura, il cui formalismo è determinato non solo dai caratteri intrinseci peculiari ma anche dalla posizione occupata da ognuno di essi nell’ambito del procedimento medesimo.
Come sottolineato dal titolo stesso del convegno, si è auspicata una sempre maggiore collaborazione fra studiosi di storia del diritto, storici delle istituzioni e diplomatisti, al fine di giungere a interpretazioni più esaustive sia dei documenti, sia della prassi giuridica medievale.
Sui procedimenti presentati alla curia pontificia, sulle littere de iustitia e in particolare sull’audientia litterarum contradictarum nel XIII e XIV secolo ha riferito Peter Herde. Se inizialmente l’audientia si configura come un’assemblea che si riuniva all’occorrenza, solo nel corso del XIII secolo, dal pontificato di Innocenzo III in poi, essa si struttura in un ufficio specifico. Parallelamente, si assiste ad una graduale tipizzazione dei formulari della documentazione emessa su istanza dell’auditor. Particolare attenzione ha dedicato Herde ai rescritti di delegazione delle cause alle autorità ecclesiastiche locali, costituite quali iudices delegati: tale esito della procedura testimonia la tendenza ad un progressivo decentramento dell’autorità giudiziaria ecclesiastica a favore dei tribunali locali.
I contributi presentati da Olivier Guyotjeannin, Alfred Soman, Serge Dauchy e Marie Charlotte Le Bailly hanno delineato diversi aspetti della documentazione di carattere giudiziario prodotta da giurisdizioni signorili e statali francesi tra XIV e XVIII secolo e in alcune province olandesi, sottomesse nel XV secolo all’autorità del duca di Borgogna.
La relazione Guyotjeannin ha illustrato la produzione documentaria delle corti di giustizia reali francesi rappresentate da serie di registri che, lacunose fino alla fine del XV secolo, sono invece conservate con regolarità dal XVI. La prassi di registrazione è accertata già a partire dalla seconda metà del XIII, ma per il periodo che va fino alla fine del XV secolo sono pervenuti pochissimi testimoni, conservati prevalentemente negli archivi ecclesiastici. Nel corso del XVI secolo le modalità di registrazione dei documenti diventano sempre più regolari: le fasi procedurali documentate sono sempre più numerose e ha inizio la diversificazione dei registri secondo la tipologia degli atti. All'origine di tale evoluzione vi è probabilmente la pressione crescente delle giurisdizioni d'appello, che induce a documentare in modo più completo le singole fasi del processo e a conservare in modo più attento gli atti che a esso si riferiscono.
Soman si è invece soffermato sugli archivi criminali del Parlamento di Parigi e sui registri dei verbali d'arresto della Conciergerie tra il 1564 e il 1790, spostando quindi l'attenzione all'età moderna.
Dauchy ha proceduto a un'analisi diplomatistica e giuridica delle controversie svoltesi davanti al Parlamento di Parigi e conclusesi nella forma dell'accordo tra le parti (anziché con una sentenza della corte) tra la fine del XIV e l'inizio del XVI secolo. La corte poteva concedere una lettera di grazia, mediante la quale autorizzava le parti che lo avevano richiesto a pervenire a un compromesso redatto da un tribunale minore o da un notaio e infine sottoposto alla corte medesima per ottenere forza esecutoria. Particolare rilievo è stato dato agli accordi riguardanti la città di Tournai, nel tentativo di individuare il rapporto tra la tipologia della causa e le modalità di risoluzione della medesima, tra la procedura giuridica seguita e la forma degli atti relativi. Il ricorso all'accordo comportava infatti alcuni vantaggi: snellimento della procedura e minori costi per le parti, che, tra l'altro, soprattutto nel caso di conflitti di natura politica, erano più libere di addivenire autonomamente a una transazione.
La relazione della Le Bailly ha completato il panorama dell'Europa nord-occidentale presentando i risultati delle sue ricerche sui registri del Consiglio di Olanda, Zelanda e Frisia dell'Ovest nel XV secolo. Le riforme del 1462-63 di Filippo il Buono determinarono tre cambiamenti importanti nelle modalità di registrazione degli atti: si accrebbe notevolmente la mole documentaria degli atti messi a registro (non a causa di un maggior numero dei processi, bensì di una burocratizzazione della procedura), mutarono le formalità della registrazione e nacquero nuove tipologie di registri.
La seconda giornata del convegno è stata interamente dedicata all'area iberica; le relazioni hanno presentato un quadro generale dell'amministrazione della giustizia laica ed ecclesiastica durante il periodo basso-medievale.
I primi interventi riguardano l'area castigliana. Josefa Sanz Fuentes ha rilevato la forte gerarchizzazione del sistema giudiziale castigliano medievale, con a capo il solo monarca: il foro reale era presieduto dal re, da cui dipendevano direttamente gli ufficiali preposti ai diversi tribunali. Dal XV secolo la procedura giudiziaria si struttura sulla base del diritto romano-canonico: le conoscenze maturate presso l'università di Bologna vengono importate, in particolare, nell'ambito dell'ateneo valenciano, dove viene elaborata la redazione di nuovi manuali di procedura, che tengono però conto anche della prassi locale. Delle tipologie documentarie prodotte nel nuovo ordinamento giuridico castigliano ha quindi trattato Miguel Calleja Puerta, il quale ha illustrato la carta de juicio (verbale del processo nel quale potevano essere inserti i documenti processuali), la carta de sentencia (documento dispositivo finale) e la carta ejecutoria (mandato esecutivo del tribunale o della cancelleria reale). La documentazione giudiziaria extra-processuale riguarda invece principalmente la tutela dei minori e la certificazione di autenticità delle copie (in taluni casi non bastava la sottoscrizione del notaio ed era necessario l'intervento di un tribunale, quando non addirittura del re in persona).
Maria Milagros Càrcel Ortì ha affrontato il problema dell'amministrazione della giustizia in ambito ecclesiastico nella diocesi di Valencia. La creazione dell'officialato di Xàtiva si colloca nei secoli XIV-XV: i formulari di riferimento per la prassi documentaria ivi prodotta vengono elaborati sulla base degli atti dei processi celebrati a Valencia. La Ortì ha descritto le funzioni degli addetti agli officialati, rimarcando come nel tempo si formino dei funzionariati stabili al cui personale è richiesta una formazione di diritto romano-canonico; per la redazione dei documenti si ricorre invece al notariato pubblico cittadino.
L'attenzione si è poi spostata sulla Spagna meridionale con la relazione di Maria Luisa Pardo Rodriguez, che ha esaminato la prassi giudiziaria nel regno di Siviglia, dotato durante tutto il medioevo di particolari autonomie concesse dal re. Caratteristica peculiare del notariato sivigliano è la netta separazione tra notai pubblici e notai giudiziari, questi ultimi nominati direttamente dal re (almeno dal 1310 e per tutta l'età moderna) con la qualifica, appunto, di "notaio del re". L'apparato giudiziario pare dunque fortemente centralizzato. Poiché la documentazione processuale medievale è andata perduta, la ricostruzione si basa su fonti di carattere normativo; solo a partire dal XIV secolo, infatti, si conservano libri di sentenze, detenute dai singoli notai e poi trasmesse ai successori.
Per l'area atlantica della penisola iberica sono intervenuti José Marques, che ha esaminato il caso specifico di Braga, e Maria Helena da Cruz Coelho con Armando Luis de Carvalho Homem, che hanno completato il quadro della struttura del sistema giudiziario portoghese, fortemente gerarchizzato nella figura dei regnanti, di cui sono state illustrate alcune importanti riforme.
Il medioevo è tornato al centro dell'attenzione nella sessione dedicata agli atti giudiziari del territorio italiano. I secoli centrali sono stati protagonisti di due interventi di taglio prettamente storico-giuridico in relazione all'Italia settentrionale, di Padoa Schioppa e Ascheri; la relazione Magistrale è stata dedicata al meridione in età normanno-sveva; alcune serie archivistiche aretine del basso medioevo sono state illustrate nella relazione Antoniella-Carbone.
Antonio Padoa Schioppa ha proposto un'ampia riflessione sulla giustizia ecclesiastica milanese del XIII secolo, con particolare riferimento alla seconda metà del secolo e all'archiepiscopato di Ottone Visconti attraverso la puntuale analisi dei documenti recentemente pubblicati da Maria Franca Baroni (Gli atti dell'arcivescovo e della curia arcivescovile di Milano nel sec. XIII. Ottone Visconti, 1262-1295, Milano 2000). Padoa Schioppa ha esaminato rapporti, affinità e differenze tra la giustizia comunale e la giustizia ecclesiastica tra il 1277 (anno dell'insediamento effettivo di Ottone) e il 1300. La prospettiva sull'attività giurisdizionale arcivescovile è condizionata dalla provenienza dei documenti superstiti, conservati dagli archivi ecclesiastici dei destinatari e non da quello della curia medesima: la tipologia delle controversie documentate è dunque limitata. Le sentenze costituiscono la minima parte rispetto alla documentazione che attesta le diverse fasi del processo, che avviene secondo la procedura romano-canonica, come nei processi secolari. Nella Milano di fine Duecento, tanto nei processi civili quanto in quelli ecclesiastici, assume sempre maggiore rilievo la figura dal sapiens: le sentenze vengono pronunciate habito consilio sapientum. Tale categoria di tecnici, non necessariamente laureati, ma formati a Milano, si riunisce in un collegio tanto forte da sopravvivere alla crisi del comune e da detenere di fatto fino al 1786 il monopolio dell' amministrazione della giustizia milanese.
La relazione di Mario Ascheri ha appunto illustrato l'istituto del consilium sapientum. Esso, nato come realtà formulare alto-medievale (habito consilio sapientum), come consiglio verbale e innominato, giunge poi alla forma del consilium nominato, la cui individualità dà garanzia al parere: i primi esempi si trovano dalla metà del XII secolo nelle aree di influenza romanistica (Verona, Milano, Venezia, Pisa). Il consilium diventa il documento dottrinale mediante il quale i giuristi introducono nella prassi locale il diritto studiato nelle università. Ascheri individua due tipi di consilia, il consilium pro parte (richiesto da un ente ecclesiastico, per esempio, da allegare a favore di una posizione), e il consilium iudiciale, cioè il consilium sapientis in senso stretto, richiesto dal giudice eventualmente su petizione delle parti e destinato a diventare la regola a Milano. Anche altrove, nelle cause più importanti le questioni di diritto incerte venivano sottoposte al sapiens, interpellato quindi a distanza: egli inviava poi il consiglio sigillato al giudice, che lo apriva e leggeva davanti alle parti. Il consiglio diventa la base in diritto della sentenza stessa, che talora lo riporta come inserto. Proprio questa caratteristica determina l'ascesa dei sapientes: il loro consilium è vincolante, il giudice che lo riceve si limita ad eseguirlo. Si può seguire anche l'evoluzione formale del consilium sapientis: inizialmente il giurista lo dettava a un notaio (ed eventualmente lo sottoscriveva o lo sigillava), successivamente sono attestati consigli autografi del giurista medesimo. Il giurista diviene responsabile in toto del documento, seguendo una vicenda parallela a quella già percorsa dal notaio nell'acquisizione della publica fides. La carrellata proposta giunge così al XV secolo, quando i consilia si espandono insieme al diritto comune, dalla Germania alla Sicilia. Tra la fine del XIV e l'inizio del XV secolo, in concomitanza con il periodo dello scisma d'Occidente, alcuni giuristi bolognesi mettono in discussione la capacità decisiva del consilium, riducendolo al rango di perizia mediante la formula salvo saniori/meliori consilio, ma il rischio di rendere potenzialmente infinita ogni causa indusse altri teorici - in particolare di area tedesca - a restituire al consiglio la natura di elemento conclusivo della causa. In Italia, dove trova la sua massima espressione dalla metà del Duecento al Quattro-Cinquecento, il consilium conclude la sua parabola con il Sei-Settecento, mentre in Germania prosegue ancora nel secolo successivo.
Francesco Magistrale si è concentrato sulla documentazione giudiziaria barese di età normanna. Egli ha evidenziato, innanzitutto, la penuria della documentazione di età bizantina: le cause si risolvevano per lo più non mediante l'emissione di una sentenza da parte dell'autorità (iudex o imperialis iudex), bensì attraverso la composizione tra le parti, di cui i giudici prendevano atto. I documenti prodotti non hanno una forma precisa bensì una varietà di espressioni che si inseriscono sostanzialmente nelle tipologie del memoratorium e della cartula. Il primo, più comune tra il X e l'inizio dell'XI secolo, è una narrazione in forma soggettiva in cui l'actor descrive la disputa; il notaio autentica il documento dichiarando di essere intervenuto. Nella seconda, attestata dal 1068, il collegio giudicante registra invece a proprio nome lo svolgimento del processo. Tra il 1071 e il 1130 il documento giudiziario assume forme diverse dalla cartula. In questo periodo, caratterizzato da instabilità politica, si assiste al rafforzamento delle autonomie locali; i giudici svolgono la loro funzione affiancati da boni homines, chiamati a decidere la controversia. Magistrale individua diciotto documenti di cui analizza le forme. Il documento si apre con una narrazione in forma soggettiva dei termini della controversia - così come presentata dall'actor - da parte del giudice titolare. Le sentenze sono spesso emesse a maggioranza e convalidate dalle sottoscrizioni dei boni homines e del giudice, che appone il proprio sigillo plumbeo. Nella piena epoca normanna la prassi non subisce mutamenti sostanziali, anche se ora il giudice fa esplicito riferimento a quadri amministrativi normanni e sembra agire con maggiore autonomia rispetto alle parti, rifiutando talvolta di esaminare i munimina presentati da queste e dichiarando di giudicare secondo la propria conoscenza dei fatti. Nella successiva età sveva si accentua e consolida l'accentramento amministrativo e giudiziario. Federico II emana leggi precise in merito all'attività dei giudici, distinguendo i giudici "ai contratti" da quelli ad causas; nella prassi, tuttavia, sembra che la distinzione tra le diverse funzioni non fosse del tutto rispettata. Dalla seconda metà del secolo XIII i documenti giudiziari, sia dei giudici "ai contratti", sia dei giudici ad causas, sono scritti da notai nella forma della notificatio. E' da sottolineare che nello stesso periodo il notaio diviene unico autore e responsabile della documentazione anche extra-giudiziaria, dando vita all'instumentum, che si diffonderà in area meridionale nel XIV secolo.
Laura Carbone ha presentato le serie archivistiche giudiziarie tra Tre e Quattrocento conservate presso l'Archivio di Stato di Arezzo. Ne è emersa una progressiva specializzazione dei registri processuali.
Un saggio sulla realtà inglese del XII-XIII secolo è stato presentato da Jane Sayers in materia di giustizia amministrata dalla Chiesa. L'ordo iudiciarius è recepito almeno dalla metà del XII secolo. L'evoluzione della documentazione scritta in Inghilterra presenta però qualche ritardo rispetto al continente: alla fine del XII secolo, per esempio, le prove ordaliche sostenute dai testimoni vengono ancora considerate evidenze per il giudizio. Più in particolare, l'amministrazione della giustizia ecclesiastica inglese, gestita dai tribunali vescovili, veniva talora affidata a corti minori e giudici delegati; questi rimanevano sotto il controllo dell'autorità giudicante ecclesiastica e si avvalevano di formulari e trattati redatti in un ambito più colto e centralizzato proprio per garantire un riferimento certo nel diritto e nelle diverse fasi della procedura. La scarsità delle fonti prodotte dai tribunali vescovili e arcivescovili non impedisce di evidenziare l'evoluzione della produzione documentaria a partire dalla fine del XII secolo: se mancano gli atti relativi alle fasi intermedie dei procedimenti giudiziari, si sono tuttavia conservati gli atti conclusivi, che recano comunque tracce dei primi (in qualche caso, addirittura, sono pervenuti libelli cuciti a lato dei rotoli processuali) e attestano la varietà e complessità degli atti procedurali relativi a una causa specifica. In caso di appelli successivi il dossier completo veniva trasmesso alla corte superiore. Al vertice della piramide gerarchica, i tribunali vescovili e arcivescovili procedevano alla registrazione dei casi esaminati, dapprima nella forma del rotolo e successivamente in quella dei fascicoli rilegati in libro. Se presso gli episcopati la forma del libro si afferma dal XIII secolo, presso le corti minori tende invece a resistere quella del rotolo, che prevale addirittura fino al XIX.
K.W. Nörr ha parlato di un trattato di procedura giudiziaria del XV secolo, il Processus iudicii di Iohannes Urbach, tradito da numerosi manoscritti e ripetutamente edito. L'autore si propone di descrivere la forma dei libelli e degli altri atti giudiziari non solo nella loro individualità ma anche rispetto allo svolgimento del processo. In particolare, Urbach sottolinea la necessità di una conoscenza pratica e non meramente teorica del diritto nell'esercizio di un'attività giurisdizionale corretta. Nel trattato vengono richiamate anche sentenze emesse dalla Rota Romana, che Urbach conosceva non tramite giuristi bolognesi ma, probabilmente, attraverso un manoscritto di area tedesca.
L'esposizione di Christine Magin si è soffermata sulla descrizione delle fonti documentarie della seconda metà del XV secolo, utili a ricostruire l'attività del tribunale imperiale.
R. Härtel ha trattato della documentazione giudiziaria in area danubiana fino al 1200, evidenziando l'estrema varietà delle situazioni istituzionali e delle tipologie documentarie. La distinzione tra la documentazione giudiziaria e gli altri tipi di documenti non è netta, poiché le controversie venivano spesso composte con un arbitrato. Tuttavia, accanto a documenti riconducibili alla tipologia del placito, prodotti in particolare nell'area sottoposta all'autorità del duca di Carinzia in qualità di marchese di Verona e dal patriarca di Aquileia in qualità di marchese d'Istria, esistono documenti non notarili (sigillati) emessi da autorità ecclesiastiche in forma di notitiae. Entrambi i tipi di atti erano redatti da chierici. La mancanza della sentenza in molti di questi documenti induce a ritenere che il procedimento giudiziario potesse essere interrotto e risolto verbalmente con un accordo tra le parti. Quando la sentenza è espressa, nelle notitiae prodotte Oltralpe essa è motivata in modo rozzo, probabilmente a causa della scarsa importanza attribuita alla procedura in sé. Diversamente, nell'area meridionale i placiti descrivono puntualmente le fasi procedurali ispirate al diritto romano-canonico, esprimendo una sempre maggiore attenzione per la correttezza del procedimento.
Il convegno si è concluso con le relazioni dedicate all'Europa orientale tra tardo medioevo e prima età moderna (Kachtanov, Solymosi, Bláhová, Hlavácek, Hledíková, Skupienski, Gasiorowski-Jurek).
Mirella Baretta, Ada Grossi, Valeria Leoni