Source: http://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/ruoli-figure-C-7/datore-di-lavoro-C-71/delega-di-funzioni-garanzia-vigilanza-del-ddl-subdelega-AR-15071/
Timestamp: 2016-05-28 20:06:05+00:00
Document Index: 2117831

Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art. 16', 'art. 30', 'art. 16', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 16', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 9']

Delega di funzioni: garanzia e vigilanza del DdL e subdelega
21 luglio 2015 - Cat: Datore di lavoro
La posizione di garanzia del datore di lavoro e l’obbligo di vigilanza sull’operato del delegato e la nuova previsione normativa della sub-delega. Pubblicità
Pubblichiamo un estratto
dell’approfondimento monografico sul tema degli infortuni sul lavoro “La colpa
negli infortuni sul lavoro” - Bollettino marzo 2015, Camera penale veneziana
“Antonio Pognici”, per il sito internet www.camerapenaleveneziana.it Leggi la prima parte relativa a “ La delega
di funzioni e la ripartizione delle responsabilità”
La posizione di garanzia del datore di lavoro e l’obbligo di vigilanza
sull’operato del delegato Ci si deve preliminarmente chiedere quale incidenza
possa avere il trasferimento di funzioni datoriali mediante l’istituto de quo, specificamente in relazione alla creazione di un
nuovo centro di responsabilità penale in
capo al delegato; si tratta, infatti, di comprendere come e a chi imputare, all’interno del sistema delineato dal recente
costrutto normativo, eventuali violazioni della normativa prevenzionistica penalmente rilevanti, e altresì come
rimodellare la posizione di garanzia del
datore di lavoro e il relativo obbligo di vigilanza coordinandoli con la
presenza di nuovi soggetti dotati di
diversi gradi di responsabilità. La disamina del terzo comma deve anzitutto partire
dalla considerazione della posizione di garanzia
in tema di salute e sicurezza rivestita dal datore di lavoro [1], il cui fondamento si
rinviene negli articoli 2043 e 2087 del
codice civile, ove è enunciato il principio di neminem
laedere ed
è posto a carico del datore di lavoro
l’obbligo generale di adottare misure di tutela dell’integrità fisica e della personalità morale dei lavoratori,
ergendolo a garante primario dell’incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale dei
prestatori di lavoro [2]; conseguentemente, laddove
egli non ottemperi agli obblighi appena
enunciati, l’evento lesivo generato dalla violazione degli stessi gli verrà
imputato ai sensi dell’art. 40 comma 2 c.p. [3] Il datore di lavoro è, dunque, il principale
garante dell’incolumità psico-fisica dei lavoratori e rimane tale anche in caso
di delega di funzioni corretta ed efficace, laddove l’obbligo di vigilanza di cui
al comma 3 dell’art. 16 costituisce elemento essenziale della posizione di
garanzia rivestita dal soggetto apicale. La previsione dell’obbligo di vigilanza è, dunque,
il riflesso della ratio dell’attuale impianto normativo, ispirato ai
principi comunitari e finalizzato alla riduzione dei rischi connessi all’attività
di impresa; ciò ha determinato il passaggio a una concezione di tipo preventivo
in materia di sicurezza sul lavoro, incentrata sulla gestione globale dei
rischi mediante la periodica valutazione di prevedibilità dell’evento lesivo e
la predisposizione di un sistema di sicurezza aziendale [4]. In relazione al contenuto dell’obbligo di vigilanza
di cui trattasi la Corte di Cassazione rileva come “il
controllo richiesto al delegante non possa essere analitico, cioè essere così
penetrante e costante al punto da sostanziarsi nell’adempimento dell’obbligo
stesso di cui il delegante è originario destinatario. Infatti, se così fosse,
la dimensione di tale obbligo di controllo renderebbe sostanzialmente inutile
il ricorso alla delega” [5]. In merito al momento assolutivo dell’obbligo di
vigilanza in questione, lo stesso si intende realizzato al momento
dell’adozione e dell’efficace attuazione del modello di verifica e controllo di
cui all’art. 30, comma 4 del suddetto decreto, come recita il secondo periodo
del terzo comma dell’art. 16. Desta talune perplessità la previsione di
quest’ultima presunzione legale, seppur relativa, poiché nei modelli di
organizzazione e gestione il sistema di controllo risponde alla finalità di
controllare che tale modello funzioni e sia efficace nel tempo e non ad una
finalità antinfortunistica, ed è affidato ad un soggetto terzo indipendente dal
datore di lavoro. Circa l’efficacia esimente della delega
di funzioni, la giurisprudenza dell’ultimo decennio ha elaborato due
teorie: la prima, c.d. funzionale-oggettiva, per la
quale la delega di funzioni sarebbe costituiva
di responsabilità in capo al soggetto delegato e avrebbe un contestuale effetto
liberatorio per il delegante, traducentesi nell’esonero di quest’ultimo da
qualsivoglia responsabilità penale per l’eventuale inadempimento degli obblighi
delegati; la seconda, oggi prevalente, c.d. formalesoggettiva, per cui permane in capo al delegante la
titolarità dell’obbligo di sicurezza anche in presenza di efficace delega di
funzioni. Si esclude, pertanto, il completo effetto liberatorio per il delegante
che, seppur sgravato da un obbligo di adempimento diretto relativamente a
quegli oneri di sicurezza, mantiene comunque un obbligo di coordinamento e
controllo sull’attività del delegato. Quest’ultimo orientamento [6], di interpretazione più
rigorosa, è ben riassunto in diverse massime relative alla sentenza n. 38991
del 2010 della Suprema Corte [7], secondo cui: “Anche
in presenza di una delega di funzioni a uno o più amministratori (con
specifiche attribuzioni in materia di igiene del lavoro), la posizione di
garanzia degli altri componenti del Consiglio di Amministrazione non viene
meno, pur in presenza di una struttura aziendale complessa e organizzata, con
riferimento a ciò che attiene alle scelte aziendali di livello più alto in
ordine alla organizzazione delle lavorazioni che attengono direttamente alla
sfera di responsabilità del datore di lavoro. Inoltre, tutte le associazioni di
fatto, che rappresentano i lavoratori, pure quelle nate successivamente ai
fatti illeciti, possono chiedere direttamente anche i danni morali”, e ancora
“La sussistenza di una delega di funzioni inerenti la materia di igiene
del lavoro ad uno o più amministratori non implica, anche in riferimento a
strutture aziendali complesse ed organizzate, il venir meno della posizione di garanzia
ricoperta dagli altri componenti del relativo consiglio di amministrazione
qualora gli eventi lesivi eventualmente determinatisi attengano a scelte
aziendali di livello più alto, concernenti l'organizzazione delle lavorazioni
e, dunque, rientranti nella sfera generale di responsabilità del datore di
lavoro”,
“In tema di omicidio colposo per violazione della normativa sulla
prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, la
posizione di garanzia dei componenti del consiglio di amministrazione - anche
se non rivestono la qualità di amministratori delegati o di componenti del
comitato esecutivo e anche in presenza di deleghe per la sicurezza - non si
estende alle disfunzioni occasionali ma non viene meno nel caso in cui gli
eventi dannosi siano riferibili a difetti strutturali aziendali o del processo
produttivo (nella specie, si trattava di malattie provocate dall’esposizione
alle polveri di amianto ed era stato accertato che queste malattie erano state provocate
da gravi, reiterate e strutturali violazioni delle disposizioni sull’igiene del
lavoro)”;
in linea con le pronunce succitate, la
sentenza della Corte d’Assise di Torino sul caso Thyssen-Krupp, ove si legge: “Va
affermata la responsabilità penale per omicidio volontario, commesso con dolo eventuale,
dell’amministratore delegato di un’azienda (nella specie, la ThyssenKrupp) che,
consapevole del rischio di incendi all’interno di uno stabilimento in stato di
progressivo abbandono, e del quale s’è già decisa la dismissione, accetti
consapevolmente il rischio di eventi dannosi per gli operai, avendo preferito
dirottare altrove le risorse destinate alla sicurezza, in luogo del loro
investimento in un impianto destinato alla chiusura” [8]. Laddove le funzioni siano state delegate nel
rispetto dei limiti di cui agli artt. 16 e 17 del T.U. e vi sia stata verifica
della correttezza della complessiva gestione del rischio da parte del delegato,
con conseguente attuazione della minimizzazione del rischio stesso in ossequio
al generale orientamento, il titolare della posizione datoriale di garanzia non
potrà essere chiamato a rispondere in sede penale per il mancato assolvimento
da parte del delegato dell’obbligo di vigilanza sulla concreta e contingente
esecuzione delle misure di sicurezza a lui affidate. Complessivamente, il riconoscimento legislativo
dell’istituto è stato salutato con favore da dottrina e giurisprudenza, quale
preludio a un cambio di rotta rispetto alla precedente oscillante impostazione
casistica. Sulla nuova normativa, tuttavia, ha di recente
manifestato le proprie perplessità la Commissione Europea, eccependo
l’incertezza contenutistica che contraddistinguerebbe il residuo potere di
vigilanza di cui all’art. 16 comma 3 e il nuovo istituto della subdelega. La Commissione Europea, infatti, ha avviato nei
confronti dell’Italia una procedura di infrazione (n. 2010/4227) per non-corretto
recepimento della direttiva 83/391/CEE, relativa all’attuazione di misure volte
a promuovere il miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori
durante lo svolgimento delle attività occupazionali; nella relativa lettera di
costituzione in mora si evidenziano la pretesa “deresponsabilizzazione
del datore di lavoro in caso di delega o subdelega” in
violazione dell’art. 5 della direttiva 89/391/CEE [9], nonché la “proroga
dei termini prescritti per la redazione di un documento di valutazione dei
rischi per una nuova impresa o per le modifiche sostanziali apportate a
un'impresa esistente” in violazione dell’art. 9 della direttiva
89/391/CEE [10].
La dottrina italiana ha ampiamente motivato come la
critica rivolta dalla Commissione europea non possa essere condivisa e come
essa sia stata formulata partendo da un’errata comprensione dell’istituto, in
quanto, avendo presente quanto più sopra esposto, il legislatore ha inteso
rimarcare il permanere di un obbligo in capo al delegante e la sua conseguente
eventuale sottoposizione alla legge penale in caso di responsabilità. La nuova previsione normativa della sub-delega Il nuovo comma 3-bis dell’art. 16, introdotto dal d.lgs. 106/2009, reca
finalmente la disciplina della subdelega (o delega di secondo grado). Mediante
l’istituto di nuovo conio è ora permesso al delegato, previa imprescindibile
intesa con il datore di lavoro [11], trasferire a sua volta specifiche
funzioni in capo a soggetti terzi. Le condizioni di validità ed efficacia nel rispetto
delle quali la subdelega deve essere conferita, sono le medesime che
l’ordinamento ha previsto in materia di delega di funzioni di primo grado, con
espresso richiamo al primo e al secondo comma dell’art. 16; anche per quanto
concerne i requisiti soggettivi di cui il subdelegato deve essere in possesso,
questi si identificano nelle caratteristiche idonee all’esercizio delle
funzioni subdelegate. Per quanto concerne l’obbligo di vigilanza, esso
grava anzitutto in capo al delegante secondario, il quale dovrà vigilare sul
corretto espletamento delle funzioni sub trasferite, con conseguente
possibilità di una sua corresponsabilità per culpa
in vigilando nei reati commessi dal sub delegato. L’intento di evitare il moltiplicarsi dei livelli
di responsabilità all’interno dell’assetto aziendale ed evitare una dannosa
deresponsabilizzazione della figura datoriale hanno determinato l’apposizione
di ulteriori limiti al sub-trasferimento di funzioni: anzitutto l’espresso
divieto per il subdelegato di trasferire a sua volta le attribuzioni
conferitegli, in secondo luogo il limite contenutistico
per cui possono costituire oggetto di delega di secondo grado solo talune
specifiche attribuzioni, il che significa che per quanto esteso, l’ambito
applicativo della subdelega non potrà mai avere la stessa ampiezza della delega
di funzioni di primo grado [12]. L’orientamento giurisprudenziale e dottrinale
sviluppatosi in subiecta materia è ancora frammentato e non presenta sentenze di
particolare momento. [Eleonora Santin – Marco Vianello] [1]
Cass. pen., Sez. IV, 10.6.2010, n. 38991: “Si delinea una posizione di garanzia
a condizione che: (a) un bene giuridico necessiti di protezione, poiché il
titolare da solo non è in grado di proteggerlo; (b) una fonte giuridica - anche
negoziale - abbia la finalità di tutelarlo; (c) tale obbligo gravi su una o più
persone specificamente individuate; (d) queste ultime siano dotate di poteri
atti ad impedire la lesione del bene garantito, ovvero che siano ad esse
riservati mezzi idonei a sollecitare gli interventi necessari ad evitare che
l'evento dannoso sia cagionato. (La Corte ha anche precisato che un soggetto
può dirsi titolare di una posizione di garanzia, se ha la possibilità, con la
sua condotta attiva, di influenzare il decorso degli eventi, indirizzandoli
verso uno sviluppo atto ad impedire la lesione del bene giuridico garantito).
(Annulla in parte con rinvio, App. Torino, 25 marzo 2009)”.
Volendo operare un raccordo di più ampio respiro, la posizione di garanzia del
datore di lavoro trova ulteriore fondamento negli articoli 2, 32 e 41 della
Carta Costituzionale, laddove in materia prevenzione antinfortunistica il principio
di solidarietà si compenetra con il diritto alla salute e la libertà di
iniziativa economica privata.
Cass. pen., Sez. IV, 10.6.2010, n. 38991: “Il titolare della c.d.
"posizione di garanzia" è un soggetto dotato di poteri ed obblighi di
tutela di un determinato bene giuridico di cui risulta, quindi, garante. La
condotta omissiva penalmente rilevante, consistente nel mancato utilizzo dei
suddetti poteri ed obblighi, assume, dunque, efficacia causale nell'eventuale
determinazione di un evento lesivo del bene garantito. In tal senso il garante
non deve necessariamente essere titolare diretto ed esclusivo di poteri
impeditivi, posto che, ai fini dell'attribuzione a suo carico di una responsabilità
per il danno cagionato, è sufficiente che lo stesso, seppur dotato dei soli
mezzi idonei a sollecitare gli interventi necessari ad evitare l'evento dannoso
poi verificatosi, non se ne sia servito”.
Sulla valutazione di prevedibilità dell’evento e sulla riconoscibilità dei
rischi connessi all’attività lavorativa e dei loro potenziali sviluppi lesivi,
si veda la sentenza resa dalla corte di Cassazione sul caso del polo
petrolchimico di Porto Marghera (Cass. pen., Sez. IV, 17.5.2006, n. 4675). Si
veda altresì Cass. pen., Sez. IV, 10.6.2010, n. 38991, secondo cui: “Il datore
di lavoro ha, sul piano oggettivo, il dovere di attuare le misure tecniche,
organizzative e procedurali, concretamente realizzabili, per eliminare o
ridurre al minimo i rischi per i lavoratori, tenendo conto del progresso nelle
conoscenze scientifiche e tecnologiche. Tale obbligo non è ancorato al superamento
dei c.d. valori-limite individuati, in particolar modo, in merito alla
prevenzione contro gli agenti chimici, essendo gli stessi meri parametri quantitativi
ovvero semplici soglie di allarme il cui superamento implica, per il datore di
lavoro, l'attivazione di un'ulteriore e complementare attività di prevenzione
soggettiva. Tale attività, infatti, deve articolarsi su un complesso e graduale
programma di informazioni, controlli e fornitura di strumenti personali di
protezione finalizzati a ridurre la durata dell'esposizione dei lavoratori alle
fonti di pericolo. In definitiva, quindi, i valori-limite non costituiscono
a partire dalla quale i datori di lavoro hanno
l'obbligo prevenzionale nella sua dimensione soggettiva ed oggettiva”.
Cass. pen., Sez. IV, 19.3.2012, n. 10702. In senso conforme alla citata
sentenza: Cass. pen., Sez. IV, 8.5.2012, n. 17074 e Cass. pen., Sez. V,
22.11.2006, n. 38425.
prodromi della residua responsabilità del datore di lavoro si rinvengono, in
Cass. pen, Sez. V, 85/massima 090614, ove si legge che “sull’imprenditore
stesso incombe l’obbligo di controllare che la persona capace e qualificata da
lui delegata adempia regolarmente alle funzioni delegategli”, e in Cass. pen.,
Sez. IV, 6/10/1995, n. 12297 (in Cass. Pen., 1997, 846): “La responsabilità del
datore di lavoro per violazione delle norme antinfortunistiche, qualora si
faccia coadiuvare da un dirigente nel controllo delle modalità di esecuzione
dei lavori e in quello per il rispetto delle citate norme, viene meno solo se
trasferisca alla persona nominata, che deve essere tecnicamente affidabile, i
suoi poteri anche in tema di osservanza delle disposizioni in materia di
infortuni sul lavoro e controlli che colui al quale ha conferito la delega la
usi concretamente”.
[7] Cass.
pen., Sez. IV, 10.6.2010, n. 38991.
[8] Assise
Torino, 15-04-2011
[9] Dir. 89/391/CEE, art. 5, Disposizioni generali: “Il datore di lavoro è obbligato a garantire la
sicurezza e la salute dei lavoratori in tutti gli aspetti connessi con il lavoro.
Qualora un datore di lavoro ricorra, in applicazione dell'articolo 7, paragrafo
3, a competenze (persone o servizi) esterne all'impresa e/o allo stabilimento,
egli non è per questo liberato dalle proprie responsabilità in materia.
Gli obblighi dei lavoratori nel
settore della sicurezza e della salute durante il lavoro non intaccano il
principio della responsabilità del datore di lavoro.
La presente direttiva non esclude
la facoltà degli Stati membri di prevedere l'esclusione o la diminuzione della responsabilità
dei datori di lavoro per fatti dovuti a circostanze a loro estranee,
eccezionali e imprevedibili, o a eventi eccezionali, le conseguenze dei quali
sarebbero state comunque inevitabili, malgrado la diligenza osservata.
Gli Stati membri non sono tenuti
ad esercitare la facoltà di cui al primo comma”; a norma del citato articolo,
dunque, l’obbligo del datore di lavoro di garantire salute e sicurezza dei
lavoratori potrebbe essere passibile di deroga o attenuazione solo laddove
ricorrano circostanze estranee, eccezionali o imprevedibili, nel novero delle
quali non potrebbe rientrare, a detta della
Commissione Europea, la delega di funzioni.
Dir. 89/391/CEE, art. 9, Vari obblighi dei datori di lavoro: “Il datore di
lavoro deve: a) disporre di una valutazione dei rischi per la sicurezza e la
salute durante il lavoro, inclusi i rischi riguardanti i gruppi di lavoratori
esposti a rischi particolari;
b) determinare le misure protettive da prendere e, se
necessario, l'attrezzatura di protezione da utilizzare;
c) tenere un elenco degli infortuni sul lavoro che
abbiano comportato per il lavoratore un'incapacità di lavorare superiore a tre
giorni di lavoro;
d) redigere, per l'autorità competente e conformemente
alle legislazioni e/o prassi nazionali, relazioni sugli infortuni sul lavoro di
cui siano state vittime i suoi lavoratori.
Gli Stati membri definiscono, tenuto conto della
natura delle attività e delle dimensioni dell'impresa, gli obblighi che devono
rispettare le diverse categorie di imprese in merito alla compilazione dei
documenti previsti al paragrafo 1, lettere a) e b) e al momento della
compilazione dei documenti previsti al paragrafo 1, lettere c) e d)”.
La legge non richiede la forma scritta di siffatta intesa, né specifica se
l’autorizzazione del datore di lavoro possa comprendere indicazioni vincolanti
in ordine a competenze da sub-delegare e alle modalità di trasferimento delle
Taluni, stante la complessità di numerosi assetti aziendali, hanno ritenuto
troppo limitativa ai fini dell’operatività aziendale la disciplina dettata in
materia di facoltà di sub-delega.