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Timestamp: 2019-12-16 02:07:38+00:00
Document Index: 183146638

Matched Legal Cases: ['art. 111', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 700', 'sentenza ', 'art. 700', 'sentenza ', 'art. 2598', 'sentenza ', 'art. 2558', 'art. 111', 'sentenza ', 'art. 700', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2598', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2571', 'art. 9', 'art. 2571', 'art. 2571', 'art. 244', 'art. 700', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2600', 'sentenza ']

28 ottobre 1983 Sentenza n.1816/83 della Corte di Appello di Milano, Sez. IV Civile - Aeranti
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28 ottobre 1983 Sentenza n.1816/83 della Corte di Appello di Milano, Sez. IV Civile
SENTENZA N. 1816/83 DELLA CORTE DI APPELLO DI MILANO, SEZIONE IV CIVILE
promossa in grado d’appello con citazione notificata il 4.12.81 a ministero aiutante ufficiale giudiziario F. Sarria dell’Ufficio unico notificazioni di Milano e posta in deliberazione all’udienza collegiale del 4 mag. 1983
s.p.a. TELE MILANO LIBERA in liquidazione –
in persona del liquidatore avv. Annibale Parpone e s.p.a. Teleinform 80 – in persona del Presidente del Consiglio di Amministrazione dr. Maurizio Maffeis, quale successore e titolare particolare ex art. 111 c.p.c. entrambe rappresentate e difese in giudizio dall’avv. Aldo Galluppi di Milano, via Podgora n. 12/B la prima come da procura speciale a margine dell’atto di citazione in appello – la seconda come da procura generale alle liti in data 16.9.81 Rep. N. 2887, notaio dr. G. Ballardini di Milano
s.p.a. TELEOLTREPO’ –
in persona del suo legale rappresentante pro tempore, col procuratore domiciliatario avv. Aldo Bonomo di Milano, via Festa del Perdono n. 14, come da procura speciale a margine dell’atto di intimazione e precetto
appellata –
oggetto: Illecito aquiliano – concorrenziale – inibitoria e risarcimento danni.
a)per l’appellante
Piaccia alla Ecc.ma Corte, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione rejetta
nel merito: in riforma della sentenza inter-partes n. 7250 dell’anno 1981 resa dal Tribunale di Milano, sezione I civile, il 25 giugno 1981 e depositata il 19 ottobre successivo, dichiarare che le società appellanti hanno diritto di trasmettere i propri programmi anche nella provincia di Milano con l’ausilio del canale 43 UHF e che tale diffusione non deve arrecare interferenze dannose a TOP, contenute sulla medesima frequenza;
sempre nel merito, ma in subordine: nel contestato caso di risoluzione del conflitto tra le emittenti sul principio del preuso, dichiarare che esso, per quanto attiene alla provincia di Milano, compete alle appellanti;
ad istruttoria: a) dichiarare che la domanda rendente alla inibizione nella provincia di Pavia, ed in particolare nella zona di Stradella e dintorni, infondata e/o inammissibile per carenza d’interesse; b) ammettere C.T.U. volta all’accertamento del bacino di utenza servito da TOP, all’epoca dei fatti, in relazione alla potenza del trasmettitore e per acclarare al grado di interferenze che si assumono intervenute;
in ogni caso: col favore delle spese diritti ed onorari di causa ovvero con la compensazione dei due gradi di giudizio.
Si producono: 1 – copia notif. Sentenza impugnata; 2 – fascicolo di parte di 1° grado; 3 – copia fotost. Lett. 4/11/1981 da avv. Salvini ad avv. Galluppi; 4 – fotocopia ordinanza Pretore dott. Sorrentino in Teleinform 80 s.p.a. contro Video Cremona; 5 – fotocopia verbale di esecuzione del provvedimento cautelare emanato dal G.I. dott. Gilardi.
b) per l’appellata
Voglia la Corte Ecc.ma in via pregiudiziale, dichiarare inammissibile l’intervento della soc. Teleinform; nel merito respingere in ogni sua parte l’appello proposto dalle soc. Tele Milano Libera e Teleinform;
Con citazione del 12 novembre 1979 la s.p.a. Teleoltrepò, con sede in Stradella, conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Milano la s.p.a. Tele Milano Libera, esponendo quanto segue: che essa attrice; esercente un’impresa televisiva privata, fin dall’agosto 1977 trasmetteva propri programmi organici nell’ambito territoriale comprendente le province di Pavia, di Milano e zone limitrofe, utilizzando il canale UHF 43 che a partire dal dicembre le trasmissioni erano disturbate da interferenze visive e sonore provocate da irradiazioni provenienti dalla concorrente TVM-66 (emittente televisiva della società convenuta, con sede in Milano); che il provvedimento di manutenzione emesso dal Pretore di Stradella (col quale veniva ordinato alla convenuta di cessare le interferenze entro i limiti territoriali di quel mandamento) era rimasto ineseguito.
Sulla base di tali premesse la Teleoltrepò chiedeva al Tribunale: a) di dichiarare abusivo e illecito ex art. 2043 e 2598 cod.civ. l’uso del canale 43 da parte della società concorrente; b) di inibire a quest’ultima l’ulteriore utilizzazione del suddetto canale per qualsiasi trasmissione televisiva dagli impianti di Valcava o da qualsiasi altro impianto capace di determinare interferenze o disturbi nella diffusione dei programmi di Teleoltrepò nelle province di Milano e di Pavia; c) di condannare la convenuta al risarcimento del danno, da liquidare in separato giudizio.
Con lo stesso atto introduttivo, l’attrice chiedeva al giudice istruttore l’emissione di un provvedimento ex art. 700 e 701 cod.proc.civ.
Costituitosi il contraddittorio, la società Tele Milano Libera eccepiva, preliminarmente, la litispendenza con il giudizio possessorio promosso dall’attrice, per gli stessi fatti, davanti al Pretore di Stradella. Nel merito resisteva invocando il diritto di trasmettere spettante a tutti, in base alla sentenza della Corte Costituzionale n. 202/1976, e la conseguente infondatezza della pretesa di utenza esclusiva del canale 43, avanzata dalla Teleoltrepò.
Nel corso del giudizio l’istruttore, in accoglimento dell’istanza di immediata tutela proposta dall’attrice ex art. 700 cod.proc.civ., inibiva in via d’urgenza alla s.p.a. Tele Milano Libera di utilizzare il canale in questione.
Ammessa parzialmente ed assunta la prova testimoniale dedotta dalle parti, la causa veniva posta in decisione e il Tribunale, con sentenza pubblicata il 19 ottobre 1981, ravvisava nell’uso del canale televisivo UHF 43, banda V, da parte della convenuta un atto di concorrenza sleale ex art. 2598, n.3, cod.civ. in danno dell’attrice; conseguentemente vietava alla convenuta medesima l’impiego di detto canale nell’ambito della zona di diffusione dei programmi della società Teleoltrepò, e la condannava al risarcimento del danno, da liquidare in separato giudizio, nonché al pagamento delle spese processuali.
Contro la sentenza, notificata il 6 novembre 1981, hanno proposto appello con atto del 4 dicembre 1981 la soccombente società Tele Milano Libera in liquidazione e la s.p.a. Teleinform 80, questa seconda nell’asserita qualità di successore nel diritto controverso.
La società Teleoltrepò si è costituita ed ha resistito al gravame.
1 – Prima di affrontare l’esame delle censure mosse dalla appellanti alla sentenza impugnata, occorre soffermarsi sull’eccezione, sollevata dalla società appellata, di inammissibilità, per difetto di legittimazione, del gravame proposto dalla Teleinform 80 e dell’intervento in causa di detta società. Sostiene il difensore della Teleoltrepò che la cessione dell’azienda televisiva dalla Tele Milano Libera alla Teleinform 80 (circostanza asserita dalle due società e non contestata dalla controparte) può aver comportato il subentro della cessionaria nei rapporti contrattuali facenti capo alla cedente inerenti all’esercizio dell’azienda medesima, secondo quanto dispone l’art. 2558 cod.civ., ma non dà luogo alla successione nell’uso, o nelle modalità d’uso, degli impianti ceduti.
La concorrenza sleale denunciata da essa Teleoltrepò e ritenuta dal giudice deriva da un comportamento personale dell’imprenditore cedente; e un comportamento in linea generale può essere storicamente continuato da un soggetto subentrante nella disponibilità dei mezzi tecnici idonei a porlo in essere, ma il fatto della continuazione della condotta da altri iniziata non è configurabile come fenomeno successorio.
L’azienda televisiva implica l’impiego di un determinato canale e la cessione dell’azienda medesima comporta anche il trasferimento al cessionario di quell’elemento essenziale, che il cedente afferma nella propria disponibilità 8tant’è che la società Tele Milano Libera, contestando la pretesa della società Teleoltrepò, viene a vantare una propria posizione soggettiva attiva sulla banda di frequenza in questione. Posizione soggettiva che nelle conclusioni d’appello qualifica come diritto). Dunque il canale, in quanto componente organico dell’azienda, o, più esattamente, la sua disponibilità, come potere di fatto o di diritto, passa, con la cessione dell’azienda, al cessionario, dandosi luogo ad una successione a titolo particolare, i cui effetti processuali rientrano nella previsione dell’art. 111 cod.proc.civ. che legittima il successore a quel titolo a proporre e coltivare l’impugnazione della sentenza emessa contro il sul dante causa.
2 – Il primo motivo di gravame, col quale le società appellanti denunciano la carenza di interesse della Teleoltrepò alla tutela in via interdittale ex art. 700 cod.proc.civ. (avendo già ottenuto dal pretore di Stradella in sede possessoria un provvedimento esecutivo che le consente di far cessare, quantomeno per la zona di Pavia, la situazione di asserito pregiudizio), ha peso d’attualità ed è stato rinunciato dalle parti interessate (comparsa conclusionale, pag. 3), in quanto il giudizio possessorio è stato definito con sentenza d’incompetenza che ha travolto le disposizioni immediate impartite in quel procedimento, facendo venir meno la premessa da cui muove la dedotta eccezione di mancanza d’interesse.
3 – La motivazione della sentenza impugnata si articola, sostanzialmente, nelle seguenti proposizioni: la Corte Costituzionale, con la nota sentenza del 28 luglio 1976, n. 202, ha riconosciuto e affermato la libertà dell’iniziativa privata nel settore delle trasmissioni televisive, come diritto immediatamente tutelato a livello costituzionale; quindi, anche in difetto dell’apposita regolamentazione auspicata dalla Corte, tale diritto, quantomeno tra privati, deve trovare libera esplicazione secondo i principi generali dell’ordinamento e, in particolare, secondo i principi che governano il rapporto concorrenziale tra imprese; e l’imprenditore che, avvalendosi di tale spazio di libertà, ha organizzato per primo la propria attività d’impresa mediante l’uso in ambito locale di un determinato canale è meritevole di tutela secondo il principio “prior in tempore, potior in iure” nei confronti dell’imprenditore che successivamente utilizzi il medesimo canale nello stesso ambito territoriale, giacchè questo comportamento integra gli estremi della concorrenza sleale ai sensi dell’art. 2598 n. 3 cod.civ., essendo contrario alle regole della correttezza professionale e idoneo a recare danno all’impresa che prioritariamente ha adottato quella frequenza di irradiazione, essenziale all’esercizio della propria attività.
Insorgono contro questi argomenti le appellanti col secondo mezzo e, rifacendosi alla già citata sentenza della Corte Costituzionale ed alla pronuncia a Sezioni Unite della Corte di Cassazione 1° ottobre 1980 n. 5336, sostengono che non è tutelabile giuridicamente la posizione del soggetto privato che senza la prescritta concessione (o autorizzazione) amministrativa, quale titolare di emittente televisiva, deduca impedimenti provenienti da altra emittente televisiva privata in ambito locale. E ciò perché già dall’ordinamento vigente sarebbe enucleabile un quadro normativo che prescrive il provvedimento autorizzativo e l’assegnazione della banda di frequenza da parte della Pubblica Amministrazione, come momento indeclinabile costitutivo del diritto del privato ad effettuare trasmissioni televisive via etere, in mancanza del quale si avrebbe soltanto una situazione di mero fatto, priva di protezione e non resa tutelabile dal preuso, ossia da una circostanza temporale inidonea a trasformare in potere giuridico una posizione “de facto”.
Ritiene questa Corte che le considerazioni critiche svolte dalle appellanti non colgano nel segno, perché, come puntualmente nota la difesa della Teleoltrepò, “oggetto della causa non è propriamente il diritto sul canale televisivo, bensì il diritto dell’imprenditore televisivo ad operare nello spazio di libertà apertosi in seguito alla pronuncia costituzionale, in condizioni tecnico operative (comprendenti l’uso di un determinato canale, come puro e semplice aspetto tecnico dell’attività imprenditoriale), esenti da molestie e danneggiamenti”. In questa ottica non rileva che, mancando l’autorizzazione amministrativa, l’imprenditore non abbia un diritto soggettivo sulla banda di frequenza disturbata, diverso essendo da tale diritto l’oggetto di tutela dell’art. 2598 cod.civ., variamente identificato nell’avviamento, nell’organizzazione aziendale, nell’interesse dell’imprenditore a che le sue probabilità d guadagno non siano compromesse dalla slealtà di concorrenti.
Giova puntualizzare che in linea di massima il difetto di requisiti formali, quali la licenza, l’autorizzazione o la concessione amministrative, non impedisce l’acquisto della qualità di imprenditore, qualora vi sia, di fatto, l’effettività d’esercizio dell’impresa, e non incide sul rapporto concorrenziale, né sulla possibilità di difesa giuridica contro gli atti di slealtà del concorrente. Ed a maggior ragione nel caso di specie la mancanza dell’atto di autorizzazione o di concessione non rileva sotto il particolare profilo dell’art. 2598 cod.civ., perché, alla stregua dell’indirizzo giurisprudenziale invocato dalle appellanti, la posizione del soggetto che eserciti “de facto” l’attività di teletrasmissione televisiva, con impianto realizzato e gestito senza preventiva assegnazione della banda di frequenza da parte della Pubblica Amministrazione, pur non essendo configurabile e tutelabile come diritto soggettivo, tuttavia è considerata penalmente lecita e idonea a conferire all’interesse specifico dell’utente un carattere differenziato rispetto a quello astrattamente riferibile a qualsiasi cittadino, sicchè ben può dirsi che l’utenza di fatto di un canale televisivo riceve già in sé dall’ordinamento una tutela sia pure affievolita (come interesse legittimo nei confronti della Pubblica Amministrazione) e nulla vieta che valga a costituire, sul versante privato dell’attività d’impresa, una situazione di preminenza in favore dell’imprenditore preutente, attribuendogli il diritto a determinati comportamenti negativi da parte dei concorrenti, e precisamente che questi ultimi non si avvalgano nell’esercizio della loro attività economica di mezzi scorretti e idonei a cagionargli danno. Nella realtà del settore televisivo, in cui i canali di trasmissione costituiscono un numero chiuso e sono suscettibili di uso plurimo solo in diverse dislocazioni, il criterio del preuso, correttamente adottato dal Tribunale, appare l’unico idoneo a risolvere il conflitto che insorge tra due utenti.
Si tratta di un criterio, come giustamente annota la difesa della società appellata, “dominante in materia di concorrenza sleale. Infatti le regole di correttezza che vistano l’imitazione servile di forme individuanti, o l’appropriazione di pregi, o lo storno dei dipendenti, o la contraffazione dei segni distintivi, o il boicottaggio, sono tutte riconducibili ad un’esigenza di tutela delle posizioni precostituite dell’impresa nei confronti di tentativi di acquisizione o di usurpazione operati dai concorrenti, indipendentemente dalla configurabilità di un diritto soggettivo sugli elementi costitutivi delle posizioni stesse”.
E poiché l’esercizio di un’impresa di telecomunicazioni via etere postula necessariamente l’utilizzo di una determinata frequenza, costituisce regola elementare di correttezza quella di rispettare l’uso del canale già acquisito dall’imprenditore, quale aspetto tecnico e dinamico della sua attività economica.
4 – Col terzo motivo di gravame le società appellanti muovono al Tribunale un duplice rimprovero: di avere apodittivamente individuato nel preuso il solo criterio praticabile nel caso di imprese televisive che operino in rapporto di concorrenza tra loro; di avere applicato il predetto criterio senza precisarne le connotazioni con riferimento agli istituti vigenti.
Il primo appunto critico è superato dalle considerazioni svolte nel precedente paragrafo, intese a mettere in luce l’operatività del principio della prevenzione in materia di concorrenza sleale, a tutela di situazioni precostituite.
La seconda censura è altrettanto immeritata perché dalla linea argomentativa sviluppata nella sentenza: è agevole cogliere la nozione di preuso adottata dal Tribunale, che non si risolve nel fattore meramente cronologico ma implica anche – coerentemente con la nozione di rapporto concorrenziale – la medesima zona di utenza e la conseguente comunanza dei fruitori del servizio.
In realtà, con la riportata censura, le società appellanti intendono riproporre la tesi, già avanzata in prime cure, secondo cui il preuso dovrebbe essere caratterizzato dall’ulteriore requisito della notorietà obiettiva: requisito che tradotto in termini propri del settore televisivo equivarrebbe a diffuso indice di ascolto, e perciò tra due imprenditori concorrenti che impiegano il medesimo canale, per irradiare trasmissioni nel medesimo ambito territoriale, la prevenzione dovrebbe essere attribuita a quello che abbia raggiunto una effettiva e ampia “audience”. Il Tribunale ha già puntualmente dimostrato l’infondatezza di tale tesi, ispirata alla normativa in materia di marchio d’impresa e, in particolare, alle disposizioni relative al marchio dotato di notorietà generale (art. 2571 cod.civ. e art. 9 R.D. 21 giugno 1942 n. 929), osservando, da un canto, che indice di ascolto e notorietà sono due concetti non necessariamente coincidenti, giacchè una stazione emittente può essere scarsamente seguita e tuttavia nota; inoltre, altro è stabilire in che modo e con quale ampiezza un segno sia conosciuto (e perciò abbia assunto il carattere della distintività presso il pubblico dei consumatori) e altro ancora è individuare l’ambito territoriale coperto dalle trasmissioni irradiate da un imprenditore.
Se comunque si vuol mantenere un parallelismo con la nozione di preuso dettata dall’art. 2571 cod.civ. in materia di marchio (ossia a difesa di un singolo elemento dell’azienda, mentre è noto che la protezione contro gli atti di concorrenza sleale rappresenta una ulteriore e più esterna difesa che si estende attorno a tutta l’organizzazione aziendale, proteggendola anche laddove vengono meno le più specifiche, le più rigorose, ma anche le più circoscritte difese dei singoli elementi), non si può fare a meno di considerare, con riferimento alle irradiazioni dei programmi televisivi, che la formula usata dal citato art. 2571 cod.civ. (…nei limiti in cui anteriormente se ne è valso) consente di ritagliare come spazio di preutenza l’ambito territoriale, che è anche ambito di mercato, entro il quale la comunicazione televisiva era in precedenza presente in modo visibile e abituale, ossia poteva essere normalmente e abitualmente ricevuta dal telespettatore che avesse sintonizzato il proprio apparecchio su quella determinata frequenza.
5 – Proseguendo nella critica della decisione impugnata, col quarto e quinto motivo le appellanti denunciano carenza di indagine in ordine all’accertamento delle interferenze e l’errata a contraddittoria valutazione delle prove. Inoltre, in ordine alla prova testimoniale, protestano perché le persone indicate in citazione come testi da interrogare sui capitoli formulati in quell’atto (e ammessi limitatamente ai numeri 1 e 2) sono state sentite anche su circostanze successivamente articolate (5, 6 e 7) nella memoria 14 marzo 1980.
Quest’ultima doglianza è fondata.
L’inserimento della testimonianza nel processo è regolata, quanto alla fase della postulazione, dell’art. 244 cod.proc.civ., il quale prescrive l’indicazione specifica delle persone da interrogare e dei fatti, formulati in articoli separati, sui quali ciascuna di esse dev’essere interrogata. La forma della deduzione, quale è descritta nella disposizione citata oltre al giudice ai fini della valutazione che deve compiere sotto il profilo della rilevanza, consente alla controparte di valutare l’opportunità o meno di formulare a sua volta la prova contraria e di indicare altre persone da sentire sulle medesime circostanze. L’affermazione del testimone è evidentemente inscindibile dall’affermazione della testimonianza, perché questa non esiste in astratto, ma nella concreta persona che è designata a renderla in giudizio, e l’indicazione del teste è un momento essenziale in relazione all’esigenza di difesa della parte avversaria, che dev’essere messa in grado di sapere in anticipo, per poter scegliere la condotta processuale più opportuna; non solo le circostanze dedotte a prova ma anche le persone che su quelle circostanze saranno sentite. Di qui la prescrizione di specificità della formulazione della prova che nella specie non è stata rispettata, perché l’attrice nella memoria 14 marzo 1980 ha inserito quattro nuovi capitoli e designato le persone da sentire su di essi omettendo ogni indicazione di collegamento con la lista testimoniale già presentata e relativa ai capitoli formulati in citazione, che rimane quindi limitata a quei primi capitoli (né l’espressione usata alle pag. 19 e 20 della citata memoria ha il significato estensivo attribuitole dal Tribunale, essendo semplicemente ripetitiva della istanza di ammissione del capitolato dedotto in citazione, più il nuovo capitolato formulato in memoria, senza per ciò implicare interferenza nelle liste testimoniali separatamente e autonomamente formate per ciascun gruppo di articoli).
Pertanto sono da respingere, e il giudice deve ignorare, le dichiarazioni sui capitoli 5-6-7 rese dai testi Framberti, Bazzini e Quaroni (per i quali l’eccezione d’inammissibilità è stata tempestivamente proposta). Ma non per questo muta il quadro delle risultanze probatorie, perché ferma rimane la validità delle deposizioni dei sopra menzionati testimoni sulle circostanze dedotte nell’atto introduttivo del giudizio, e degli altri testimoni sentiti sulle stesse circostanze e su quelle articolate nella successiva memoria. Orbene, dal complesso delle richiamate deposizioni emergono due dati fondamentali: a) che la Teleoltrepò utilizzò per prima il canale 43; b) che le trasmissioni irradiate da detta società potevano essere ricevute e di fatto venivano ricevute da utenti dislocati nelle province di Pavia e di Milano (città compresa). La precedenza cronologica, riferita dai testi, trova puntuale conferma nella documentazione prodotta in prima cura dall’attrice (ossia dalla rivista “Settegiorni TV”) in cui è riportata la programmazione dell’emittente Oltrepò sul canale 43 UHF a partire dal settembre 1977, mentre le trasmissioni della concorrente TVM 66 sul medesimo canale 43 figurano a partire dal gennaio 1978. La diffusione territoriale delle trasmissioni, con effettiva e concreta possibilità di ricezione dei programmi anche nella provincia di Milano, città compresa, è riferita dai testimoni Baldini, Fiamberti, Quaroni, Pifferi e trova sostegno nell’indagine Abams, invocata dalla società Tele Milano Libera, che accreditando ai programmi dell’emittente pavese un’audizione di ottomila apparecchi nella città di Milano, riconosce in sostanza la possibilità di normale ricezione nella zona del segnale emesso dalla predetta stazione televisiva, in ciò contraddicendo e smentendo le asserzioni, a contrario, dei testi Signorelli, Dannuvola e Righi.
Quanto alla denunciata carenza di indagine in ordine alla intensità delle interferenze, occorre precisare che nel caso di specie si versa nell’ipotesi di segnali isofrequenti, ossia inviati da due emittenti sulla stessa banda nella medesima zona d’utenza, onde si verifica una assoluta e irrimediabile incompatibilità, a differenza di quanto succede nel caso di segnali irradiati su bande diverse tra loro compatibili, in cui si possono verificare ugualmente fenomeni di disturbo, dovuti a fattori diversi, ma non necessariamente tali da superare i limiti della tollerabilità.
In esito alla svolte considerazioni si deve riaffermare che l’utilizzazione del canale 43 UHF da parte della società Tele Milano Libera nel medesimo ambito territoriale di preutenza della società Teleoltrepò costituisce atto di concorrenza sleale, come ritenuto dal primo giudice. Giova soltanto aggiungere che nessuna lagnanza è stata sollevata dalle appellanti sull’esistenza, ritenuta per implicito dal Tribunale, dell’elemento soggettivo dell’illecito (consapevolezza dell’uso di un mezzo scorretto di concorrenza e idoneo a cagionare danno all’azienda altrui) e perciò l’argomento esula dal riesame del giudice dell’appello.
6 – Il provvedimento d’urgenza emesso ex art. 700 cod.proc.civ. ha carattere cautelare ed è diretto ad assicurare provvisoriamente gli effetti della successiva decisione di merito, al fine di evitare pregiudizi irreparabili. Epperò la tesi delle appellanti, secondo cui, essendosi esse adeguate all’inibitoria emessa in via d’urgenza dall’istruttore, il Tribunale avrebbe illegittimamente pronunciato in sentenza il divieto di uso del canale in questione, è senza pregio, essendo dovere del giudice di statuire definitivamente sulla domanda e persistendo l’interesse della parte ad ottenere i provvedimenti conclusivi richiesti anche se nel frattempo e provvisoriamente la misura cautelare adottata abbia paralizzato la continuazione della condotta pregiudizievole. Immeritato è poi il rimprovero di genericità del divieto, avendo anzi il Tribunale precisato i limiti territoriali entro i quali è inibito alle società appellanti irradiare programmi sul canale 43, interferenti con le trasmissioni delle Teleoltrepò.
7 – Il primo giudice, ritenuta la potenziale idoneità dell’illecito a produrre una menomazione patrimoniale, ha condannato, conformemente alla richiesta avanzata dall’attrice, la società Tele Milano Libera al risarcimento dei danni da liquidare in separata sede.
Di ciò si duole l’appellante e sostiene che la domanda andava respinta per difetto di prova, in quanto nell’ipotesi in cui la parte non formuli istanza di condanna generica, ma chieda il risarcimento del danno rinviandone la liquidazione a separato giudizio, la domanda non potrebbe trovare accoglimento se non sorretta dalla dimostrazione dell’esistenza di un effettivo e concreto pregiudizio.
L’assunto deriva da una evidente confusione tra il caso in cui l’attore, richiesta una decisione sull’an e sul quantum, non abbia assolto l’onere di provare il concreto verificarsi del danno (nel qual caso il giudice deve respingere la domanda anche in presenza di una situazione potenzialmente pregiudizievole e non può emettere sentenza di condanna generica, con rinvio della liquidazione del “quantum” in separato giudizio), e quello in cui la parte abbia fatto richiesta della sola condanna generica, per il cui accoglimento basta l’astratta potenzialità dannosa del fatto fattispecie, questa seconda, che ricorre nella presente causa, giacchè l’attore articolando la sua pretesa di risarcimento del danno con richiesta di liquidazione in separato giudizio, ha svolto una domanda di condanna generica, che il giudice ha fondamentalmente e correttamente accolto (nessuna questione è stata sollevata circa la presenza dell’elemento colpa, richiesto dall’art. 2600 cod.civ.).
8 – In accoglimento dell’ultimo motivo di gravame, ritiene la Corte di disporre la compensazione delle spese processuali del giudizio di primo grado. La mancanza di una chiara normativa in materia di teletrasmissioni private e la disparità di orientamenti giurisprudenziali costituiscono una giusta ragione di compensazione, per le spese di entrambi i gradi del giudizio.
La Corte, definitivamente pronunciando, dichiara ammissibile l’appello proposto dalla società Teleinform 80; in parziale riforma della sentenza impugnata, compresa tra le parti le spese del giudizio di primo grado; conferma nel reato ogni altra statuizione; compensa tra le parti le spese del giudizio di secondo grado.