Source: https://issuu.com/ordingroma/docs/q3-p56_ing-dip
Timestamp: 2017-01-18 19:34:24+00:00
Document Index: 174008964

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 41', 'art. 2229', 'art. 2231', 'art. 2230', 'art. 61', 'art. 70', 'art. 2222', 'art. 61', 'art. 36', 'art. 2', 'art. 1', 'art.\n26', 'art. 16', 'art. 60', 'art.60']

PROFESSIONE “OCCASIONALE” E PROFESSIONE “DIPENDENTE” SONO COMPATIBILI? by Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma - issuu
Ing. R. Silvi
Ing. G. Genga
PROFESSIONE “OCCASIONALE”
E PROFESSIONE “DIPENDENTE”
Se sussiste un qualche “divieto”, quali incarichi occasionali retribuiti sono allora eventualmente
esclusi dal “divieto”?
Quella attività che nella nostra vita lavorativa viene usualmente richiamata come “prestazione occasionale” riguarda in senso più lato rapporti di lavoro salvaguardati da norme valide per tutti i lavoratori Italiani, quando vincolati da un rapporto lavorativo di subordinazione e quindi in questa
sede ci può riguardare soltanto in riferimento
ad un orizzonte più generale.
Ci interessa riferirsi, in particolare, alle attività
Professionali OCCASIONALI dell’Ingegnere,
quindi ad attività riservate per legge agli iscritti
agli Ordini degli Ingegneri quando si sia già
impegnati professionalmente in una struttura
organizzativa gerarchica in cui si svolge l’attività di ingegnere in veste di DIPENDENTE.
Vale la pena, al riguardo, cercare innanzi tutto
di comprendere meglio a cosa ci si riferisce, al
di là di quanto potrebbe usualmente essere recepito dal linguaggio comune.
Si deve dapprima richiamare cosa si debba intendere per attività “professionale dipendente”
e quali ne siano le peculiari implicazioni giuridico-deontologiche.
Conviene preliminarmente anche definire i termini fondamentali di questa nostra riflessione,
solamente in tal modo si potranno condividerne
Sappiamo già che il PROFESSIONISTA (nel nostro caso, INGEGNERE) è tenuto sempre a rispondere, anche in veste di Dipendente, all’Ordine di appartenenza sia in termini di Competenza che Etici, e anche, come Cittadino, a
quante altre Norme Giuridiche la propria attività
professionale ne obbliga l’osservanza.
NORME che sono sottese e comprese in:
• Contratti Collettivi di lavoro;
• Contratti Individuali (nel caso di Responsabilità Dirigenziali in ambito Privato);
• Norme e deleghe proprie delle strutture gerarchiche di lavoro, che regolano i vari tipi
di perimetri organizzati di responsabilità.
Sempre e comunque la competenza e le responsabilità risultano in capo all’Ingegnere sia
quando inquadrate in un rapporto contrattuale
a qualsiasi titolo di tipo gerarchico strutturato
(dipendente a tempo determinato/indeterminato, ovvero dirigente, ecc.), sia quando le prestazioni rese sono caratterizzate da una dichiarata autonomia (consulenze).
Considerato il panorama di possibili rapporti di
Lavoro Subordinato, cerchiamo di definire, in
via prioritaria ed in modo più esaustivo, l’oggetto di questa riflessione anche valutando le svariate interpretazioni che se ne danno, spesso
con carattere di mera soggettività condizionata
pure da convenienze “di parte” specifiche ed
Dobbiamo, però prioritariamente aver presente
che la nostra Professione, in qualunque forma
si svolga, è di tipo ORDINISTICO, quindi subordinata a norme che non valgono per tutti i Cittadini Italiani.
Richiamiamo allora sinteticamente i riferimenti
Giuridici che ci riguardano.
• LA COSTITUZIONE ITALIANA, che ci riguarda tutti indistintamente;
• Le norme comprese nel DIRITTO CIVILE e
• Le norme Costitutive dell’ORDINE DEGLI
• Il CODICE DEONTOLOGICO dell’INGEGNERE 2014: approvato dal CNI il 09 APR
Questo perché nello svolgimento della nostra
attività dobbiamo sempre avere innanzitutto
presenti le speciﬁcità che, a livello normativo,
ci debbono guidare.
E per effetto della Costituzione siamo tenuti allora a sapere che:
L’art. 4, comma 2 indica che “ogni cittadino ha
il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o
spirituale della società”;
aggiungendo, all’ art. 41, commi 1-2: che “l’iniziativa economica privata è libera. Non può
svolgersi in contrasto con (omissis)… la libertà
e la dignità umana”.
Naturalmente, nel rapporto di Lavoro Dipendente, contrattualmente ratiﬁcato, tali riferimenti
valgono parimenti per entrambe le Parti Contraenti.
Ci rendiamo allora immediatamente conto di
quali DEBBANO essere i nostri DOVERI e di
come si debbano declinare sinergicamente
con il DIRITTO di esprimere le “proprie potenzialità” (intese non come espressione di un potere ma di una possibilità), e le “proprie scelte”
(individuali e professionali) nel perimetro della
nostra Libertà e Dignità (anche con riguardo alla retribuzione) che, nel nostro Ordinamento
Repubblicano, sono principi inviolabili.
Ciò per dire che L’Ingegnere si muove sempre,
nell’ambito della propria attività professionale,
nell’osservanza di DOVERI e DIRITTI che la
sua veste di CITTADINO comporta, ma anche
all’interno dell’orizzonte dei Diritti e Doveri
(tracciati in particolare dal Codice Civile) propri
del Professionista (parliamo, qui, di Professionista Ingegnere).
L’art. 2229 del Codice Civile, inquadra l’esercizio “Delle professioni intellettuali” e precisa che
è la Legge che “determina le professioni intellettuali per l’esercizio delle quali è necessaria
l’iscrizione in appositi albi o elenchi” (nel nostro
caso, l’Ordine degli Ingegneri).
Tale assunto è successivamente confermato
dall’art. 2231 che ribadisce il concetto secondo
il quale la “prestazione d’opera intellettuale”
prevista dall’art. 2230, può essere condizionata
“all’iscrizione in un Albo o elenco” (è il nostro
Le cosiddette “attività riservate“ a soggetti
iscritti in Ordini o Collegi sono precisamente indicate dalle Leggi e costituiscono quindi un
elenco limitato.
Date le premesse dobbiamo tener sempre presente che la PROFESSIONE DELL’INGEGNERE
• Autonomia, Libertà e Discrezionalità di scelte
Presumendo quindi sempre
• l’Assunzione di una Responsabilità Giuridica Personale nei fatti e negli effetti delle
scelte compiute.
Da quanto precede i due punti signiﬁcativi e
qualiﬁcanti da coniugare sono quindi:
• l’AUTONOMIA DISCREZIONALE NEI PROPRI INTERVENTI
• RESPONSABILITA’ GIURIDICA PERSONALE.
Proviamo, allora, a veriﬁcare come questo principio di AUTONOMIA E RESPONSABILITA’
dell’INGEGNERE possa valere per un ingegnere DIPENDENTE che opera “professionalmente” in posizione di LAVORATORE CONTRATTUALMENTE SUBORDINATO, inserito in una
struttura gerarchica, rispetto al collega Libero
Professionista. Rimanendo INVARIATA LA SUA
RESPONSABILITA’ PERSONALE, sarà probabilmente costretto a contrarre la sua LIBERTA’
OPERATIVA, confrontandosi spesso con inammissibili criticità.
Giova ricordare, a questo punto, che per l’ingegnere dipendente, la difesa della propria autonomia nell’ambito dello svolgimento di attività
professionali (sia in regime di lavoro subordinato che libero-professionale) è un dovere inderogabile. Egli quindi, nell’espletamento delle
mansioni proprie dell’ingegnere, è svincolato
da qualsiasi obbligo di subordinazione gerarchica mantenendo in capo a se stesso l’obbligo di compiere scelte che non siano in contrasto con la legge e con il codice deontologico;
qualora dovesse essere sottoposto a un giudizio (davanti al Consiglio di disciplina, ovvero –
in qualunque grado – davanti al proprio Giudice naturale) l’ingegnere non potrà mai invoca-
re, a sua difesa e a giustiﬁcazione di atti illeciti
compiuti, le eventuali pressioni subite dal datore di lavoro (o committente).
Vale la pena notare anche che:
Dati tali riferimenti sopra richiamati, da considerarsi di valore ASSOLUTO, ci si rende conto
che per la posizione di Professionista Dipendente, un Committente (l’Azienda che assume)
potrebbe, per evidenti impliciti interessi di parte, anche inconsapevolmente, forzosamente limitare se non “ignorare” la nostra Autonomia
Discrezionale, arrivando forse a compromettere
la Responsabilità Giuridica Personale, inibendo
ed ostacolando, anche in modo PRETESTUOSO la nostra così detta COLLABORAZIONE
OCCASIONALE la cui deﬁnizione ed utilizzo va
fatta risalire a normative sul lavoro che si sono
succedute via via nel tempo e che riguardano
in senso più lato i lavoratori dipendenti identiﬁcando ed equiparando la nostra attività “libera”
ed “intellettuale” a quella di qualsivoglia altro
Su tale falsariga ci ha indotto, in tempi relativamente recenti, la così detta LEGGE BIAGI (legge 30, entrata in vigore il 24 ottobre 2003), poi
integrata dal D.Lgs. 276/2003, una riforma che
mirava ad un completo rinnovamento del mercato del lavoro facendo leva su nuove tipologie
di contratto per facilitare a tutti l’ingresso e la
permanenza nel mondo del lavoro.
Lo stesso Biagi, affermava che “riformare il
mercato del lavoro è la condizione per conseguire l’obiettivo di aumentare l’occupazione,
accrescendone la qualità”. Principi condivisibili
ma lontanissimi dalla sfera delle nostre attività.
Proprio in tale Legge di riforma del Lavoro particolare rilievo assumono le così dette PRESTAZIONI OCCASIONALI richiamate dall’art. 61
D.Lgs n° 276/2003 e dall’art. 70 dello stesso
D.Lgs. n° 276/2003 per quanto concerne il lavoro occasionale accessorio.
Ma dobbiamo aver presente, peraltro, che la
nozione di rapporto occasionale è desumibile
anche dalla disciplina codicistica ed, in particolare, dall’ art. 2222 Codice Civile.
Difatti, per lavoro autonomo occasionale deve
intendersi quello connesso allo svolgimento di
un’attività a mera esecuzione istantanea ﬁnalizzata al raggiungimento del risultato convenuto
fra le parti. Requisiti indefettibili di esso sono la
carenza di continuità temporale e di coordinamento con l’attività del committente. Ne consegue che – in punto qualiﬁcazione del rapporto
– nessuna incidenza ha la durata o l’ammontare del corrispettivo.
Il D.Lgs. 276/2003 e successive mm. e integr.
di converso, entrando ancor più nel dettaglio,
deﬁnisce meglio le “prestazioni occasionali” di
cui all’ art. 61 succitato: esse concernono i rapporti di durata complessiva non superiore a 30
giorni nel corso dell’ anno solare con lo stesso
Si rende evidente l’incongruenza tra i LIMITI facilmente imponibili ad un lavoratore “operativo”
e la concreta inapplicabilità al lavoratore “intellettuale”, ove si cerchi di comprimere un intervento “professionale” entro inammissibili limiti
di tempo aprioristici.
È pur vero che la regolamentazione di questa
forma di prestazione lavorativa, contenuta nella
c.d. Legge Biagi, con la revisione delle forme
contrattuali attuata con il D.Lgs. n. 81 del 2015,
è stata abrogata e le relative disposizioni restano in vigore unicamente per disciplinare i rapporti ancora in essere a tale data.
A conforto di quanto ﬁnora analizzato, considerata l’inammissibilità intrinseca di estendere la
PRESTAZIONE di un qualsivoglia lavoratore a
quella del Lavoratore Professionista, anche il
CNI così si è espresso, con un importante documento redatto dal Centro Studi (nota 448 del
nov. 2014) dal titolo “Professionisti iscritti ad albi e prestazioni occasionali”, a proposito di:
“Iscritti agli albi, prestazioni occasionali, limiti
di tempo, compenso e partita IVA”.
La nota offre un parere ed una serie di chiarimenti su un aspetto molto importante dell’attività degli iscritti agli albi: la possibilità di svolgere prestazioni occasionali in concomitanza con
un rapporto di lavoro dipendente.
Secondo l’analisi svolta dal Centro Studi, per i
professionisti iscritti all’albo che intendano
espletare un lavoro occasionale, non sussiste il
limite temporale entro cui effettuare la prestazione, né il limite del compenso e l’obbligo della
partita IVA previsto dalla legge che regola il lavoro occasionale.
Per completezza, la nota suddetta è stata oggetto di successivo chiarimento del Centro Studi (documento n. 31/2015) che si è pronunciato
sulle caratteristiche della cd. prestazione professionale occasionale (cfr. circ. CNI 488/XVIII
sess./2015).
Va pure considerato che lo Spirito della stessa
Normativa Biagi era quello di evitare un abuso
da parte dei datori di lavoro in particolari ordinamenti contrattuali. Naturalmente, essi vengono
meno per i professionisti iscritti ad un Albo Professionale poiché, tra l’altro, il rischio di abuso
in questo caso non sussiste non configurandosi
una effettiva subordinazione in “senso stretto”.
Il Centro Studi CNI, inoltre, sottolinea come l’iscrizione ad un albo professionale non sia da
considerarsi come elemento sufficiente a configurare la professione abituale di un’attività, assoggettabile a regime Iva e non sottoponibile a
regime di collaborazione occasionale (che, peraltro non prevede l’apertura di partita Iva).
Di conseguenza urge dare risposte a tali quesiti:
• l’iscritto all’albo che svolge lavoro dipendente, potrà effettuare attività di lavoro profes-
sionale occasionale? (cioè un impegno professionale senza vincolo di subordinazione
con il committente);
• Potrà impegnarsi in tale “professione occasionale” senza i limiti di tempo e di remunerazione, come imposti dalla normativa per
altre attività non ordinistiche?
• Potrà esercitare inoltre la propria attività
“saltuaria” senza disporre di partita Iva?
Come abbiamo potuto verificare fino a questo
punto il Centro Studi del CNI è intervenuto per
richiamare l’attenzione sul tema facendo riferimento, in ultima analisi, ad elementari criteri di
Ma allora, in sintesi:
È possibile praticare la “professione saltuaria”
se si è dipendenti di società privata?
Merita contestualmente ulteriore attenzione,
nella fattispecie la prestazione “professionale
occasionale” in favore della propria Azienda
(con la quale è in essere un rapporto di lavoro
subordinato) oltre l’eventuale prestazione “professionale occasionale” in favore di terzi.
La prima fattispecie a qualcuno potrebbe risultare incomprensibile. Tuttavia, a ben esaminare
il quadro normativo generale, non essendo previsto il ruolo professionale di ingegnere (al contrario di quello che accade, ad esempio, per i
medici) in costanza di un rapporto di lavoro dipendente a tempo indeterminato non si potrebbe richiedere all’ingegnere assunto di svolgere,
in favore della propria Azienda, attività professionale “riservata” per legge, da inquadrarsi
all’interno della retribuzione pattuita (busta paga). Infatti, se in astratto le parti potrebbero accordarsi in tal modo al momento dell’assunzione, non sarebbe probabilmente possibile individuare l’oggetto delle varie prestazioni richieste
in rapporto alla retribuzione stabilita. Atteso che
ciascuno deve essere retribuito in funzione della quantità e qualità del lavoro svolto (art. 36
della Costituzione), come si potrebbe regolare
il rapporto in riferimento alla retribuzione? Non
può sfuggire, infatti, che un conto è progettare
una villetta a due piani, altra cosa è progettare
un grattacielo. Parimenti, un lavoro di estimo
trova un suo riscontro economico con riguardo
alle difﬁcoltà e all’entità della stima. Ne discende che, volta per volta, allorquando venga richiesta una speciﬁca prestazione professionale
ad un ingegnere dipendente, sembrerebbe giusto (e, forse, obbligatorio) siglare un accordo
separato avente ad oggetto proprio una prestazione occasionale che individui modalità di
esecuzione e compenso. In alternativa, il contratto di assunzione dovrebbe inquadrare in
maniera precisa e non generica (diremmo meticolosa) le prestazioni professionali, oggetto di
riserva di legge, che l’ingegnere dipendente è
chiamato ad espletare in favore della propria
Azienda individuando, in maniera altrettanto
precisa, la retribuzione stabilita per tali attività,
sempre nel rispetto del dettato costituzionale riguardante il diritto all’equo compenso e alla
salvaguardia della dignità umana.
Quanto alla seconda fattispecie (prestazione
resa in favore di terzi), si ritiene che non possa
ASSOLUTAMENTE essere vietato a priori ad un
ingegnere dipendente di svolgere saltuarie attività professionali in favore di terzi, ma è bene
accertarsene anche leggendo attentamente il
contratto di lavoro dipendente stipulato con il
proprio datore di lavoro (in particolare il Contratto individuale Dirigenziale), il quale potrebbe contenere condizioni particolari di esclusività. In ogni caso, vale generalmente la regola
di non poter svolgere attività lavorativa (professionale o no) durante l’orario di lavoro dipendente, ovvero che generi situazioni di conﬂitto
di interesse con la qualiﬁca di lavoratore subordinato giacché vige sempre l’obbligo di lealtà
verso il datore di lavoro.
Ma quanto abbiamo fin qui chiarito, può valere
per i dipendenti pubblici?
Possono anch’essi praticare liberamente “professione occasionale”?
In particolare è consentito svolgerla ai dipendenti di Pubblica Amministrazione?
Occorre chiarire che è doveroso preliminarmente SEMPRE:
1) Veriﬁcarne la compatibilità con il Contratto
Aziendale (dell’Amministrazione di appartenenza);
2) Veriﬁcare eventuali incompatibilità con l’attività prestate come dipendente (non può essere concorrenziale).
Anche in questo caso, la “professione ingegneristica” svolta all’interno di amministrazioni pubbliche, è soggetta a particolari vincoli dettati
dalle speciﬁche normative.
Testo fondamentale di riferimento è nello specifico il Decreto Legislativo 30 marzo 2001, n.
165, e s.m.i. ovvero:
Che vogliamo riportare integralmente nelle sue
parti essenziali espresse dall’Art. 53 [richiamando anche l’Art. 58 del d.lgs n. 29 del 1993,
come modiﬁcato prima dall’art. 2 del decreto
legge n. 358 del 1993, convertito dalla legge n.
448 del 1993, poi dall’art. 1 del decreto legge
n. 361 del 1995,convertito con modiﬁcazioni
dalla legge n. 437 del 1995, e, inﬁne, dall’art.
26 del d.lgs n. 80 del 1998 nonché dall’art. 16
del d.lgs n. 387 del 1998]
…(omissis) Incompatibilità e cumulo di
disciplina delle incompatibilità’ dettata dagli
articoli 60 e seguenti del testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 10 gennaio 1957, n. 3, nonché,
per i rapporti di lavoro a tempo parziale,
dall’articolo 6, comma 2, del decreto del
Presidente del Consiglio dei ministri 17 marzo 1989, n. 117 e dall’articolo 1, commi 57
e seguenti della legge 23 dicembre 1996,
n. 662. Restano ferme altresì le disposizioni
di cui agli articoli 267, comma 1, 273, 274,
508 nonchè 676 del decreto legislativo 16
aprile 1994, n. 297, all’articolo 9, commi 1 e
2, della legge 23 dicembre 1992, n. 498,
all’articolo 4, comma 7, della legge 30 dicembre 1991, n. 412, ed ogni altra successiva modificazione ed integrazione della relativa disciplina.
2. Le pubbliche amministrazioni non possono
conferire ai dipendenti incarichi, non compresi nei compiti e doveri di ufficio, che non
siano espressamente previsti o disciplinati
da legge o altre fonti normative, o che non
3. Ai fini previsti dal comma 2, con appositi regolamenti, da emanarsi ai sensi dell’articolo
17, comma 2, della legge 23 agosto 1988,
n. 400, sono individuati gli incarichi consentiti e quelli vietati ai magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché agli
avvocati e procuratori dello Stato, sentiti,
per le diverse magistrature, i rispettivi istituti.
4. Nel caso in cui i regolamenti di cui al comma
3 non siano emanati, l’attribuzione degli incarichi è consentita nei soli casi espressamente previsti dalla legge o da altre fonti
5. In ogni caso, il conferimento operato direttamente dall’amministrazione, nonché l’autorizzazione all’esercizio di incarichi che provengano da amministrazione pubblica diversa da quella di appartenenza, ovvero da
società o persone fisiche, che svolgano attività d’impresa o commerciale, sono disposti
dai rispettivi organi competenti secondo criteri oggettivi e predeterminati, che tengano
conto della specifica professionalità, tali da
escludere casi di incompatibilità, sia di diritto che di fatto, nell’interesse del buon andamento della pubblica amministrazione.
6. I commi da 7 a 13 del presente articolo si
applicano ai dipendenti delle amministrazioni pubbliche di cui all’articolo 1, comma
2, compresi quelli di cui all’articolo 3, con
esclusione dei dipendenti con rapporto di
lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per
cento di quella a tempo pieno, dei docenti
universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è
consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero-professionali. Gli incarichi retribuiti, di cui ai commi seguenti,
sono tutti gli incarichi, anche occasionali,
non compresi nei compiti e doveri di ufficio,
per i quali è previsto, sotto qualsiasi forma,
un compenso. Sono esclusi i compensi derivanti:
b) dalla utilizzazione economica da parte
dell’autore o inventore di opere dell’ingegno e di invenzioni industriali;
d) da incarichi per i quali è corrisposto solo
il rimborso delle spese documentate;
e) da incarichi per lo svolgimento dei quali
il dipendente è posto in posizione di
sindacali a dipendenti presso le stesse
distaccati o in aspettativa non retribuita.
7. I dipendenti pubblici non possono svolgere
incarichi retribuiti che non siano stati conferiti o previamente autorizzati dall’amministrazione di appartenenza. Con riferimento
ai professori universitari a tempo pieno, gli
statuti o i regolamenti degli atenei disciplinano i criteri e le procedure per il rilascio
dell’autorizzazione nei casi previsti dal presente decreto. In caso di inosservanza del
divieto, salve le più gravi sanzioni e ferma
restando la responsabilità disciplinare, il
compenso dovuto per le prestazioni eventualmente svolte deve essere versato, a cura dell’erogante o, in difetto, del percettore,
nel conto dell’entrata del bilancio dell’amministrazione di appartenenza del dipendente
per essere destinato ad incremento del fondo di produttività o di fondi equivalenti.
8. Le pubbliche amministrazioni non possono
conferire incarichi retribuiti a dipendenti di
altre amministrazioni pubbliche senza la
previa autorizzazione dell’amministrazione
di appartenenza dei dipendenti stessi. Salve le più gravi sanzioni, il conferimento dei
predetti incarichi, senza la previa autorizzazione, costituisce in ogni caso infrazione disciplinare per il funzionario responsabile
del procedimento; il relativo provvedimento
è nullo di diritto. In tal caso l’importo previsto come corrispettivo dell’incarico, ove
gravi su fondi in disponibilità dell’amministrazione conferente, è trasferito all’amministrazione di appartenenza del dipendente
ad incremento del fondo di produttività o di
9. Gli enti pubblici economici e i soggetti privati non possono conferire incarichi retribuiti a dipendenti pubblici senza la previa autorizzazione dell’amministrazione di appartenenza dei dipendenti stessi. In caso di
inosservanza si applica la disposizione
dell’articolo 6, comma 1, del decreto legge
28 marzo 1997, n. 79, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 1997, n.
140, e successive modificazioni ed integrazioni. All’accertamento delle violazioni e all’irrogazione delle sanzioni provvede il Ministero delle finanze, avvalendosi della Guardia di finanza, secondo le disposizioni della
legge 24 novembre 1981, n. 689, e successive modificazioni ed integrazioni. Le somme riscosse sono acquisite alle entrate del
10. L’autorizzazione, di cui ai commi precedenti, deve essere richiesta all’amministrazione
di appartenenza del dipendente dai sog-
getti pubblici o privati, che intendono conferire l’incarico; può, altresì, essere richiesta
dal dipendente interessato. L’amministrazione di appartenenza deve pronunciarsi
sulla richiesta di autorizzazione entro trenta
giorni dalla ricezione della richiesta stessa.
Per il personale che presta comunque servizio presso amministrazioni pubbliche diverse da quelle di appartenenza, l’autorizzazione è subordinata all’intesa tra le due
amministrazioni. …(omissis).
11. Entro il 30 aprile di ciascun anno, i soggetti
pubblici o privati che erogano compensi a
dipendenti pubblici per gli incarichi di cui al
comma 6 sono tenuti a dare comunicazione
all’amministrazione di appartenenza dei dipendenti stessi dei compensi erogati nell’anno precedente.
12. Entro il 30 giugno di ciascun anno, le amministrazioni pubbliche che conferiscono o
autorizzano incarichi retribuiti ai propri dipendenti sono tenute a comunicare,…
È opportuno, nel nostro caso, soffermarsi sull’art. 60 del DPR 10 GEN 1957 che esplicitamente indica i casi di incompatibilità per i Dipendenti Pubblici vietando qualsivoglia commercio, Industria, Professione o Impiego alle
DIPENDENZE DI PRIVATI.
È quindi palese che il divieto è mirato a RAPPORTO DI DIPENDENZA PRIVATA contemporaneo a quello di RAPPORTO DI DIPENDENZA
PUBBLICO, che genererebbe un CUMULO deﬁnito INCOMPATIBILE dal citato Art. 60.
Al riguardo si è pronunciato il Consiglio di Stato
in data 10 NOV 1963 ed ancora il 23 APR 1969
affermando il PRINCIPIO che:
“prestazioni di lavoro rese a “privati” con carattere di saltuarietà non possono concretizzare
l’incompatibilità dichiarata dall’art.60.“
Alle pronunce del C. di S. si è pure richiamato
il TAR Lazio nel 1975. Tale tesi è fondata sul
presupposto che le norme suddette essendo
estremamente limitative e coercitive per la libertà di agire del Cittadino sono da considerarsi “speciali” e non suscettibili di interpreta-
zione “analogica” o “estensiva”.
A tal punto quindi, per quanto ci è stato possibile approfondire attraverso le norme Vigenti,
riteniamo di poter consapevolmente rispondere
al quesito iniziale.
Quali incarichi “occasionali” retribuiti allora
sono esclusi dal divieto?
Tutte le prestazioni occasionali “professionali
retribuite”, quindi inerenti la professione di ingegnere non interferenti con i propri specifici doveri d’ufficio o orari di impegno aziendale sono,
in linea generale, consentite o comunque assentibili.
I dipendenti privati dovranno verificare che il loro contratto di impiego non contenga clausole
ostative (che, comunque, dovrebbero comportare l’accesso ad indennita’ economiche aggiuntive).
I dipendenti pubblici, se non previamente autorizzati ex lege, dovranno acquisire apposita autorizzazione che, ove non si configurino casi di
conflitto di interesse o di pregiudizio al buon andamento del p.a., non potrà essere negata.
Sintesi estratta dai lavori svolti
nel corso dell’anno 2015/’16
dalla Commissione Ingegneri Dipendenti
PRESIDENTE – Ing Roberto Silvi
N.B.: le questioni fiscali e previdenziali non formano oggetto della trattazione del presente articolo che si limita a considerare gli aspetti
civilistici e amministrativi del rapporto tra
l’ingegnere dipendente e il datore di lavoro.
La normativa civilistica e quella ﬁscale/previdenziale non sempre (diremmo, quasi mai)
coincidono poiché regolano stessi ambiti partendo da considerazioni diverse e ponendosi
obiettivi nettamente distinti. Pertanto, appare
sicuramente consigliabile acquisire, caso per
caso, pareri legali e ﬁscali speciﬁci che possano per quanto possibile garantire l’ingegnere
“professionista occasionale” da spiacevoli sorprese di tipo ﬁscale/previdenziale.
Arch.L.Rossi - Sede Universitaria di Bologna - Forlì ÿ
PROFESSIONE “OCCASIONALE” E PROFESSIONE “DIPENDENTE” SONO COMPATIBILI?