Source: https://www.laleggepertutti.it/160202_ingiuria-contro-vigili-ufficiali-giudiziari-e-altre-forze-dellordine
Timestamp: 2018-02-25 19:44:26+00:00
Document Index: 140879881

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Ingiuria contro vigili, ufficiali giudiziari e altre forze dell'ordine
Lo sai che? Ingiuria contro vigili, ufficiali giudiziari e altre forze dell’ordine
Solo se la minaccia non è generica e turba il poliziotto o il vigile nell’esercizio delle proprie funzioni scatta il penale a carico di chi insulta.
Non sempre insultare un pubblico ufficiale costituisce un reato. Lo è solo se l’offesa avviene in pubblico o aperto al pubblico, se l’ingiuria è frutto della protesta contro un atto posto nell’esercizio delle funzioni da parte del pubblico ufficiale e se il tutto avviene in presenza di più persone (sul punto, leggi la nostra guida sull’Oltraggio a pubblico ufficiale). Pertanto, chi offende un vigile in privato o per ragioni diverse dalla multa (ad esempio perché gli ha tagliato la strada con la volante) non può essere incriminato. Si pensi anche a chi ingiuria il postino o l’ufficiale giudiziario dentro casa propria senza altre persone attorno (e quindi senza testimoni).
Inoltre, secondo una recente sentenza del Tribunale di Campobasso [1], non scatta il reato di oltraggio a pubblico ufficiale in caso di reazione genericamente minatoria, espressione di sentimenti ostili, non accompagnati però dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto. Quindi se l’ingiuria contro i vigili, l’ufficiale giudiziario o le altre forze dell’ordine non è tale da turbare il pubblico ufficiale nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali non si può parlare di oltraggio e non ci sono conseguenze di tipo penale, né amministrativo [2].
Nel caso di specie, presso il responsabile dell’ufficio legale dell’ufficio di recupero crediti e degli sfratti del Comune si presentava un uomo che lo minacciava in ordine alla procedura di riscossione con frasi tipo «pure tu hai i figli e ti devi stare accorto; a me la capa non mi accompagna… a me non mi fa paura nessuno…», chiedendogli espressamente di bloccare la pratica per il recupero crediti e di interrompere la procedura esecutiva azionata con pignoramento parziale dello stipendio del coniuge.
La minaccia di denunciare un pubblico ufficiale al giudice non costituisce, di per sé, oltraggio, e tanto meno diventa di contenuto oltraggioso quando ad essa si accompagna la specificazione dell’oggetto della denuncia esternata senza arroganza, ma rimanendo nei limiti della protesta espressa in termini anche se risentiti [3]. Non è anche minaccia a pubblico ufficiale dire «se mi fate il verbale, poi vediamo», proferita all’indirizzo di agenti di polizia dal conducente dell’auto o della moto [4].
Secondo la Cassazione [5] per aversi oltraggio a pubblico ufficiale è necessario che la violenza o la minaccia siano tali da poter costringere il pubblico ufficiale a compiere un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto d’ufficio. Non solo. Secondo la Corte, la minaccia deve comunque precedere il compimento dell’atto proprio dei suoi compiti istituzionali. In sostanza il reato non sussiste se la violenza o la minaccia non hanno inciso sulla determinazione del pubblico ufficiale, consentendogli comunque di operare (ad esempio elevare la multa, denunciare il responsabile, notificare un atto, ecc.).
Sintetizzando, in occasione dello svolgimento di un atto d’ufficio da parte di un pubblico ufficiale, l’insulto rivolto a quest’ultimo non configura alcun reato. Difatti, non può integrare il delitto di minaccia al pubblico ufficiale la reazione genericamente minatoria del privato, mera espressione di sentimenti ostili, non accompagnati dalla prospettazione di un danno ingiusto, tale da turbare il pubblico ufficiale nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali.
[1] Trib. Campobasso, sent. n. 17/17.
[2] Cass. sent. n. 20320/2015.
[3] Cass. sent. n. 4826/1998.
[4] Cass. sent. n. 18282/2007.
[5] Cass. sent. n. 28701/2012.
Tribunale di Campobasso – Sezione penale – Sentenza 15 febbraio 2017 n. 17
in persona del GIUDICE Onorario Dr.ssa Anna CANDIGLIOTA
all’udienza del 18 gennaio 2017, ha pronunciato, in Camera di Consiglio a seguito di richiesta di Giudizio Abbreviato, la seguente:
Ia.Na., nato (…) ed ivi residente e con domicilio dichiarato in Via (…) LIBERO – ASSENTE
Del reato p. e p. dall’art. 336 c.p. per aver usto minacce nei confronti di un pubblico ufficiale per costringerlo a fare atti contrari ai doveri del suo ufficio. In particolare – nei confronti di Na.Ma., dipendente dello IACP di Campobasso addetto alla procedura di recupero crediti nei confronti di esso Ia. e del coniuge dello stesso, in relazione alla disponibilità di un immobile dello IACP – usava ripetute minacce, del tipo pure tu hai i figli e ti devi stare accorto….a me la capa non mi accompagna…a me non mi fa paura nessuno…..chiedendogli espressamente di bloccare la pratica per il recupero crediti (per Euro 20.000 circa determinati dal Tribunale) e di interrompere la procedura esecutiva azionata con pignoramento parziale dello stipendio del coniuge.
A seguito di citazione diretta, veniva tratto in giudizio Ia.Na., nato il (…) a Busso, ivi residente e con domicilio dichiarato alla via (…), imputato del reato p. e p. dall’art. 336 c.p. per aver usato minacce nei confronti di un pubblico ufficiale per costringerlo a fare atti contrari ai doveri del suo ufficio. In particolare, nei confronti di Na.Ma., dipendente dello IACP di Campobasso addetto alla procedura di recupero crediti nei confronti di esso Ia. e del coniuge dello stesso, in relazione alla disponibilità di un immobile dello IACP, usava ripetute minacce del tipo “pure tu hai i figli e ti devi stare accorto…a me la capa non mi accompagna…a me non mi fa paura nessuno…”chiedendogli espressamente di bloccare la pratica per il recupero crediti (per Euro 20.000 circa determinati dal Tribunale) e di interrompere la procedura esecutiva azionata con
pignoramento parziale dello stipendio del coniuge. In Campobasso, il 9/09/2014. L’avv. Gi.De., difensore di fiducia dell’imputato assente, ha formulato richiesta di giudizio abbreviato; nulla opponendo il PM, questo Giudicante ha proceduto all’acquisizione del fascicolo del Pubblico Ministero e fissata nuova udienza per la discussione.
All’udienza del 18 gennaio 2017 il P.M. e la difesa concludevano come da verbale. Ritiene il giudice che la prova raccolta in giudizio sia idonea a dimostrare la mancanza di colpevolezza di Ia.Na. in ordine al reato ascrittogli, stante il tenore delle risultanze del fascicolo del PM – utilizzabile in virtù del rito attivato – che permette di ricostruire, univocamente, i fatti di causa. Questo procedimento trae origine dalla querela presentata alla Procura della Repubblica di Campobasso in data 10/09/2014 dall’avv. Ma.Na. nei confronti di Ia.Na. In essa, Ma.Na. sostiene di essere dipendente dello IACP e di occuparsi, in qualità di responsabile dell’ufficio legale dell’ente, di recupero crediti e degli sfratti e afferma che in data 09/09/2014 alle ore 10,15 si è presentato nel suo ufficio tale Ia.Na. che lo ha minacciato in ordine alla procedura di recupero crediti in essere proferendo minacce del tipo “pure tu hai i figli e ti devi stare accorto…a me la capa non mi accompagna…a me non mi fa paura nessuno…” chiedendogli espressamente di bloccare la pratica per il recupero crediti (per Euro 20.000 circa determinati dal Tribunale) e di interrompere la procedura esecutiva azionata con pignoramento parziale dello stipendio del coniuge. A parere di questo giudicante non ci sono elementi sufficienti atti a dimostrare la colpevolezza dell’imputato in ordine al reato ascrittogli in rubrica. Le affermazioni di cui alla querela del Ma.Na. non trovano riscontro agli atti. Nell’ufficio, pubblico peraltro, della p.o. costituitasi parte civile, non c’era nessuno presente al dialogo e all’incontro dello stesso con il signor Ia. Quando il signor Ia. avrebbe minacciato il signor Natale, non è accorso nessuno, nessun collega! Nessuno, all’infuori del signor Natale, ha visto o sentito le minacce profferitegli dal signor Ia., in un ufficio pubblico qual è lo IACP di Campobasso. Né risulta agli atti che la p.o., vistasi minacciata, abbia richiesto l’aiuto o l’intervento di qualcuno e magari del direttore generale dello IACP. Inoltre, anche il tenore delle parole che avrebbe pronunciato, a detta del signor Natale, il Ia., non appaiono a questo giudicante integrare le minacce di cui all’art. 336 c.p.
Si è, infatti, ritenuto che non integra il delitto di cui all’art. 336 cod. pen. la reazione genericamente minatoria del privato, mera espressione di sentimenti ostili, non accompagnati dalla specifica prospettazione di un danno ingiusto, che sia sufficientemente concreta da risultare idonea a turbare il pubblico ufficiale nell’assolvimento dei suoi compiti istituzionali (Cass. Sez. 6, n. 20320 del 07/05/2015, Rv. 263398: nella specie, la Corte di Cassazione ha ritenuto non integrare l’elemento materiale del reato l’utilizzo dell’espressione ‘se mi fai la contravvenzione giuro che te la faccio pagare, chiamo il mio avvocato e ti querelo”).
Nella stessa linea si collocano altre decisioni nelle quali si è stabilito che la prospettazione di denunciare taluno all’autorità giudiziaria non costituisce, di per sé, né minaccia né oltraggio, e tanto meno diventa di contenuto oltraggioso quando ad essa si accompagna la specificazione dell’oggetto della denuncia esternata senza arroganza, ma rimanendo nei limiti della protesta espressa in termini anche se risentiti (Cass. Pen. Sez. 6, n. 4826 del 16/03/1998, Ep., Rv. 211058); ed ancora, ai fini della configurabilità del reato di violenza o minaccia a pubblico ufficiale, non costituisce minaccia idonea a coartare la volontà di quest’ultimo la pronuncia
della frase “se mi fate il verbale, poi vediamo”, proferita all’indirizzo di agenti di polizia dal conducente di motoveicolo, rifiutatosi di esibire i documenti che ne comprovassero la proprietà (Cass. Pen. Sez. 6, n. 18282 del 27/02/2007 Sorgente, Rv. 236446). Con la Sentenza 17 luglio 2012, n. 28701, la Cassazione penale occupandosi di un caso di minacce rivolte a un pubblico ufficiale ha chiarito che per potersi configurare la violazione dell’art. 336 c.p. è necessario che la violenza o la minaccia siano tali da poter costringere il pubblico ufficiale a compiere un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto d’ufficio. Non solo. Secondo la Corte, la minaccia deve comunque precedere il compimento dell’atto. In sostanza il reato non sussiste se la violenza o la minaccia non hanno inciso sulla determinazione del pubblico ufficiale. In precedenza, la Corte d’appello di Lecce, confermando la sentenza di primo grado, aveva riconosciuto la responsabilità di un giovane per il reato di cui all’art. 336 c.p. perché “in concorso con altro minore A.T., minacciava l’agente di polizia municipale A.P. allo scopo evidente di costringerlo a omettere il fermo amministrativo e l’affidamento in custodia del ciclomotore, a bordo del quale i due ragazzi stavano viaggiando insieme al minore M.G.”. Il caso finiva poi dinanzi alla Suprema Corte.
Secondo gli Ermellini la condotta “incriminata” non integra il delitto di minaccia a pubblico ufficiale. Come si legge nella parte motiva della sentenza “per la configurabilità del delitto previsto dall’art. 336 c. p., la violenza o la minaccia deve essere diretta a costringere il pubblico ufficiale a fare un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto dell’ufficio e devono precedere il compimento dell’atto. La condotta realizzata dai due giovani, F. e T., per come emerge dalla sentenza impugnata, appare all’evidenza espressione di volgarità ingiuriosa e di atteggiamento parolaio e genericamente minaccioso e usata a causa dell’atto già in parte compiuto, senza alcuna finalizzazione ad incidere sull’attività che in realtà ebbe a concludersi con il sequestro da parte del agente di polizia municipale”. “Allorché il comportamento di aggressione all’incolumità fisica del pubblico ufficiale non sia diretta a costringere il soggetto a fare un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto dell’ufficio, ma sia solo espressione di volgarità ingiuriosa e di atteggiamento genericamente minaccioso, senza alcuna finalizzazione a incidere sull’attività dell’ufficio o del servizio, la condotta violenta non integra il delitto di cui all’art. 336 c.p.
In questo caso, appunto, la procedura di recupero crediti era già in atto per cui non integrano il reato di minaccia a pubblico ufficiale di cui all’art. 336 c.p. le espressioni minacciose che, a detta del Natale, gli avrebbe rivolto il prevenuto come reazione alla pregressa attività dello stesso, in quanto difetta la finalità di costringere la persona offesa a compiere un atto contrario ai propri doveri o ad omettere un atto dell’ufficio, ovvero quella di influire comunque su di esso. Tant’è che lo stesso Natale ha riferito, nella sua querela, che il Tribunale di Campobasso ha condannato Ia. al pagamento allo IACP di Euro 19.949,29, pertanto, trattandosi di ottemperare ad una sentenza di condanna, il Natale nulla avrebbe potuto fare per evitarlo; dunque, seppure Ia. avesse proferito le parole riferite da Natale, il che non è dimostrato né dimostrabile, in quanto non esistono agli atti, come già spiegato, sufficienti prove a dimostrare la colpevolezza del prevenuto in ordine al reato ascrittogli in rubrica, la minaccia al pubblico ufficiale p. e p. dall’art.336 c.p. per costringerlo a fare atti contrari ai doveri del suo ufficio non sarebbe stata comunque ravvisabile in quanto la procedura in ottemperanza all’esecuzione della succitata sentenza era già in atto.
Per tali ragioni l’imputato deve essere mandato assolto dal delitto a lui contestato di violenza o minaccia ad un pubblico ufficiale p. e p. dall’art. 336 c.p. in quanto il fatto non sussiste.
Visto l’art. 530 c.p.p., assolve l’imputato dal reato ascrittogli in rubrica in quanto il fatto non sussiste.
Così deciso in Campobasso il 18 gennaio 2017. Depositata in Cancelleria il 15 febbraio 2017.