Source: https://www.dequo.it/articoli/gli-enti-non-riconosciuti
Timestamp: 2020-06-03 17:03:43+00:00
Document Index: 77015653

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 18', 'art. 39', 'art. 49', 'art. 1292', 'art. 6', 'art. 147', 'art. 38', 'art. 147', 'art. 38', 'art. 147']

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Una guida completa dedicata agli enti non riconosciuti: definizione, esempi, storia, questioni patrimoniali e altro ancora.
Gli enti non riconosciuti sono organizzazioni sociali formate da gruppi di individui che liberamente scelgono di perseguire insieme uno scopo, mediante un’organizzazione di mezzi. Essi operano in vari settori: sociale, ambientale, artistico, ecologico, assistenziale, politico e culturale. In questa categoria vi rientrano:
le organizzazioni dei datori di lavoro;
le associazioni di promozione sociale che sono prive di riconoscimento statale, perché non l’hanno chiesto o non l’hanno ottenuto.
Enti non riconosciuti: Guida
Ogni ordinamento giuridico, sin dai tempi meno recenti, ha registrato al suo interno la presenza del fenomeno dell’associazionismo: gruppi di singoli, persone fisiche, che spontaneamente e liberamente scelgono di associarsi fra di loro per perseguire determinati scopi.
Se all’epoca dello Stato liberale a questo fenomeno non veniva data la giusta rilevanza, oggi un ordinamento democratico come il nostro, fondato sui principi del pluralismo e della solidarietà, non può non riconoscere a queste realtà una “soggettività”, ovvero la capacità ad essere titolari di situazioni giuridiche attive e passive.
Invero, il codice civile del 1942 prevedeva già al suo interno una prima regolamentazione di quelle aggregazioni sociali di individui, inserendo nel titolo II la disciplina delle persone giuridiche e ripartendola in tre capi, ognuno dedicato, rispettivamente, alle disposizioni generali, alle associazioni riconosciute e alle fondazioni, alle associazioni non riconosciute e ai comitati.
Quest’ultima categoria comprende tutte quelle formazioni sociali che non acquistano personalità giuridica, data la assenza del riconoscimento statale, ed a cui il legislatore dell’epoca dedica poche norme, alla luce probabilmente della scarsa considerazione, se non di una valutazione di inferiorità, rispetto alle persone giuridiche in senso stretto.
È con l’avvento della Costituzione del 1948 che si è finalmente inaugurata la stagione della piena parificazione della dignità sociale tra persone giuridiche ed enti di fatto, grazie al riconoscimento della loro profonda importanza per lo sviluppo della personalità dell’uomo.
Sono, infatti, molteplici le norme costituzionali da cui si evince che il legislatore ha a cuore la posizione giuridica di queste entità: oltre al già menzionato art. 2 Cost., che costituisce il cardine su cui si poggia l’intero ordinamento giuridico, fondamentale è l’art. 18 Cost., che sancisce il diritto di associarsi liberamente, senza alcuna autorizzazione, a condizione che vengano perseguite finalità che non siano vietate ai singoli dalla legge penale (primo comma).
L’art. 39 Cost., che riconosce il diritto di formare organizzazioni sindacali di lavoratori (al riguardo è opportuno sottolineare come si è unanimamente rifiutato di dare applicazione al secondo comma della disposizione costituzionale, in cui si afferma che è condizione indispensabile la registrazione presso i pubblici uffici); ed ancora l’art. 49 Cost. che riconosce il diritto di ogni cittadino di associarsi liberamente in partiti, quale metodo per contribuire alla formazione democratica della volontà politica nazionale.
Grazie, dunque, al processo evolutivo scaturito dall’ entrata in vigore della Costituzione ed incrementato negli anni da dottrina e giurisprudenza, nonché dalla normativa legislativa, si è pervenuti a considerare i c.d. enti di fatto (come associazioni non riconosciute, sindacati, partiti) soggetti del diritto al pari degli enti riconosciuti, e come tali titolari di capacità giuridica, in quanto autonomi centri di imputazione di situazioni giuridiche distinte dalle singole persone fisiche che li compongono.
La ragione che giustifica la previsione di una forma di autonomia patrimoniale imperfetta è da ricercare evidentemente nella necessità di soddisfare esigenze di garanzia nei confronti dei creditori, i quali, entrati in contatto con un ente di fatto, non hanno alcuna certezza in merito alla capienza effettiva del fondo comune e, quindi, della sua capacità di adempiere interamente alle obbligazioni contratte.
Al contrario, nel caso delle persone giuridiche il riconoscimento statale viene concesso quando il patrimonio dell’ente abbia raggiunto una determinata consistenza che lo rende adeguato al soddisfacimento delle eventuali pretese di futuri creditori, per cui questi ultimi possono fare affidamento sul patrimonio sociale per l’adempimento delle obbligazioni.
Alla forma di responsabilità nei confronti dei terzi esistente tra il patrimonio dell’ente non riconosciuto ed il patrimonio personale delle persone fisiche che lo compongono si applica lo schema della responsabilità solidale di cui all’art. 1292 e seguenti del codice civile. Un’eccezione si ha nel caso delle associazioni di promozione sociale, dove l’art. 6 della legge n. 383/2000 ha previsto una forma di responsabilità sussidiaria: esso ha stabilito il principio secondo cui per le obbligazioni sociali risponde prima il patrimonio dell’associazione e solo in caso di incapienza ne risponde il presidente o coloro che hanno agito per l’associazione con il proprio patrimonio personale.
Ciò significa che i creditori delle associazioni di promozione sociale devono prima escutere il patrimonio dell’associazione e solo successivamente, se non sia sufficiente a soddisfarli, possono rivalersi sul patrimonio personale del presidente o delle persone con cui ha contratto l’obbligazione e che hanno agito in nome dell’associazione.
Secondo un diverso e più recente orientamento giurisprudenziale, invece, la soluzione da adottare è quella di ritenere sottoponibili a fallimento queste realtà sulla base del combinato disposto dell’art. 147 legge fallimentare e l’art. 38 c.c. Invero, l’art. 147 l. fallimentare, secondo cui il fallimento della società determina anche il fallimento personale dei soci illimitatamente responsabili per le obbligazioni assunte nell’esercizio dell’attività sociale, può essere applicato estensivamente anche al campo delle associazioni non riconosciute i cui soci rispondono ex art. 38 per le obbligazioni contratte in nome e per conto dell’associazione.
La presenza di una responsabilità solidale e illimitata per gli appartenenti ad una associazione non riconosciuta funge così da presupposto per un’applicazione in via analogica dell’art. 147 l. fall. che, in quanto norma dettata specificamente per le società a responsabilità illimitata, può essere applicata estensivamente a quelle associazioni che nell’esercizio di una attività imprenditoriale si siano esposte debitoriamente nei confronti dei terzi dando luogo ad una situazione di insolvenza.