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Timestamp: 2020-01-27 19:29:04+00:00
Document Index: 94442924

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 3', 'art. 100', 'art. 360', 'art. 2909', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 366']

Sentenza Cassazione Civile n. 17089 del 11/07/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 17089 del 11/07/2017
Cassazione civile, sez. lav., 11/07/2017, (ud. 07/03/2017, dep.11/07/2017), n. 17089
sul ricorso 21318-2011 proposto da:
GIUSEPPE APRILE, rappresentato e difeso dall’avvocato PROSPERO
PIZZOLLA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 416/2010 della CORTE D’APPELLO di SALERNO,
depositata il 01/09/2010 R.G.N. 565/2009;
Con sentenza depositata il 1.9.2010, la Corte d’appello di Salerno confermava la statuizione di primo grado che aveva rigettato l’opposizione proposta da S.G. avverso la cartella esattoriale con cui gli era stato richiesto il pagamento di somme per contributi omessi in danno di personale risultato assunto alle sue dipendenze, la debenza dei quali era già stata accertata con decreto ingiuntivo passato in giudicato a seguito del rigetto della relativa opposizione.
La Corte, in particolare, riteneva che non vi fosse prova che la cessione del credito dall’INPS alla società di cartolarizzazione fosse intervenuta all’atto della procedura monitoria a suo tempo intrapresa dall’Istituto e che, comunque, l’iscrizione a ruolo, lungi dal costituire una duplicazione del titolo, costituiva un mero rafforzamento della tutela del diritto; sotto altro profilo, poi, qualificata l’azione proposta dall’appellante come opposizione agli atti esecutivi, essendo volta a contestare la regolarità dell’iscrizione a ruolo, ne rilevava la tardività e, ritenuta altresì l’infondatezza dell’eccezione di prescrizione, rigettava complessivamente l’appello, compensando le spese.
Contro tale pronuncia ricorre S.G., formulando una molteplicità di censure, illustrate con memoria, con cui lamenta violazioni di legge, vizi di motivazione ed errores in procedendo. L’INPS resiste con controricorso.
Benchè formalmente il ricorrente abbia articolato le censure rivolte alla sentenza in quattro distinti motivi (cfr. pagg. 6-20 del ricorso per cassazione), è agevole rilevare che ciascuno degli anzidetti motivi costituisce in realtà il frutto di una mescolanza e sovrapposizione di mezzi di impugnazione eterogenei, deducendosi, in ognuno di essi, plurime violazioni di legge sostanziale e processuale e vizi di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione: alla fine dell’esposizione del primo paragrafo, infatti, si denuncia “violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1262, 1266, 2818, 2909, 2934 e 2946 c.c.; artt. 99, 100, 111, 474, 475, 476, 615 e 617 c.p.c.; L. 23 dicembre 1998, n. 448, art. 13, commi 1, 3, 4, 6, 8, 9, 10 e 11; D.Lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, art. 24, comma 5 e art. 25, comma 1, lett. b); omessa, contraddittoria motivazione su punto decisivo della controversia: art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5”; alla fine del secondo paragrafo, “violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 2909 e 2946 c.c.; artt. 100, 111, 474, 475 e 476 c.p.c.; omessa, insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia: art. 360 c.p.c., n. 3, 4 e 5; D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602, artt. 25, 26, 27 e 49; artt. 22, 23 e 25 L. (sic) 26 febbraio 1999, n. 46; L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 3 comma 9”; alla fine del terzo, paragrafo, “violazione e falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 2909 e 2946 c.c.; art. 100 c.p.c.; omessa, insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia: art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5”; e non dissimilmente, alla fine del quarto paragrafo, “violazione e falsa applicazione delle norme di cui all’art. 2909 c.c.; artt. 99, 100 e 112 c.p.c.; omessa, insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia: art. 360 c.p.c., nn. 3, 4 e 5”.
Ora, costituisce orientamento ormai consolidato di questa Corte il principio secondo cui il fatto che un motivo di ricorso sia articolato in più profili di doglianza, ciascuno dei quali avrebbe potuto essere prospettato come un autonomo motivo, non costituisce, di per sè, ragione d’inammissibilità dell’impugnazione, a condizione però che la sua formulazione permetta di cogliere con chiarezza le doglianze prospettate onde consentirne, se necessario, l’esame separato esattamente negli stessi termini in cui lo si sarebbe potuto fare se esse fossero state articolate in motivi diversi (Cass. S.U. n. 9100 del 2015): l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti la verifica dell’interpretazione della legge compiuta dal giudice del merito, della correttezza o meno della sussunzione dei fatti accertati entro il paradigma normativo ritenuto applicabile e degli eventuali vizi logici dell’accertamento compiuto sui fatti di causa non debbono infatti tradursi in una rimessione al giudice di legittimità del compito di isolare le singole censure teoricamente proponibili, onde ricondurle ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati dall’art. 360 c.p.c., per poi ricercare quale o quali disposizioni sarebbero utilizzabili allo scopo, giacchè, così facendo, si attribuirebbe inammissibilmente al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente, al fine di decidere successivamente su di esse (cfr. in tal senso già Cass. n. 19443 del 2011). E poichè, come dianzi rilevato, tanto deve dirsi nel caso di specie, non risultando possibile la verifica delle censure rivolte dal ricorrente alla varie statuizioni della sentenza impugnata senza prima isolare ciascun mezzo di impugnazione dall’insieme degli altri per poi ricercare quale disposizione sarebbe stata violata, il ricorso – in disparte il fatto che le doglianze argomentate con riguardo a documenti e atti processuali sono dedotte in violazione dei canoni di specificità e autosufficienza di cui all’art. 366 c.p.c., nn. 4 e 6, non riportandosi il contenuto dei documenti e degli atti processuali ignorati o erroneamente interpretati dalla Corte di merito nè provvedendo a indicare dove essi sarebbero attualmente reperibili – deve reputarsi radicalmente inammissibile.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, che si liquidano in complessivi Euro 4.200,00, di cui Euro 4.000,00 per onorari, oltre spese generali in misura pari al 15% e accessori di legge.