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Timestamp: 2019-01-23 07:06:27+00:00
Document Index: 55167024

Matched Legal Cases: ['art. 648', 'art.648', 'art. 648', 'art. 3', 'art.648', 'art.378', 'art.379', 'art.648', 'art.4', 'art. 648', 'art.2', 'art. 416', 'sentenza ', 'art.416', 'art.416', 'art.416', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 513', 'art. 416', 'art. 11', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 96', 'art. 640', 'art 648', 'art. 416']

Strumenti di contrasto alla criminalità organizzata - Tax Facile
Strumenti di contrasto alla criminalità organizzata
15 marzo 2013 by TaxFacile Lascia un Commento
Nella lotta alla criminalità organizzata è fondamentale l’azione condotta sul versante economico-finanziario, considerata la impellente necessità, da parte delle organizzazioni criminali di stampo mafioso, di trasformare i loro capitali illeciti per poterli immettere nel circuito legale, dopo averli sottoposti a quel “lavaggio” che si sostanzia nel reato di riciclaggio, sussunto nel nostro sistema penale agli articoli 648 bis e 648 ter c.p..
Tale reato affonda le proprie radici nel delitto di ricettazione (art. 648 c.p.) di cui conserva le caratteristiche giuridico-strutturali.
Il riciclaggio rappresenta il punto in cui la criminalità organizzata si articola con il tessuto economico-legale, in quanto condotta idonea a far entrare, nel circuito economico sano, i proventi illeciti. Infatti, l’immissione di grandi masse di denaro liquido di provenienza illecita nel circuito economico lecito, crea un effetto distorsivo andando,fra l’altro, a ledere il principio della libera concorrenza economica.
Per realizzare tale obiettivo, le organizzazioni criminali si avvalgono, talvolta, dell’opera di qualificati professionisti e intermediari, altre volte della collusione con ambienti della pubblica amministrazione o anche del mondo economico ed imprenditoriale.
E’ opportuno evidenziare,altresì, che il riciclaggio dei proventi illeciti rappresenta un’operazione onerosa per l’organizzazione, in quanto il costo del riciclaggio si aggira tra il 30% ed il 50% del denaro trattato.
L’attuale formulazione dell’art.648 bis c.p. è il risultato di un travagliato iter legislativo.
L’art. 648 bis del codice penale è stato introdotto dall’art. 3 del decreto legge n. 591 del 21 marzo 1978 al fine di reprimere il fenomeno dei sequestri di persona, mentre prima la repressione di tale condotta era affidata ai reati di ricettazione (art.648 c.p.), favoreggiamento personale (art.378 c.p.) e favoreggiamento reale (art.379 c.p.).
Con la legge n.55 del 19 marzo 1990, l’art.648 bis subì rilevanti modifiche: in primo luogo, la rubrica dell’articolo assunse il nome di “riciclaggio”.
In secondo luogo, si estese la tutela apprestata dalla norma, inserendo nell’alveo dei delitti presupposti anche la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope, affiancandosi agli altri reati già presenti nel testo originario, ovvero rapina aggravata, estorsione aggravata e sequestro di persona a scopo di estorsione.
La storia legislativa del delitto di riciclaggio subisce un’ulteriore svolta nel 1993 con la legga 9 agosto n. 328, che all’art.4 prevede il nuovo testo normativo dell’art. 648 bis:
“Fuori dei casi di concorso nel reato, chiunque sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni in modo da ostacolare l‟identificazione della loro provenienza delittuosa, è punito con la reclusione da quattro a dodici anni e con la multa da euro 1.032 a euro 15.493. La pena è aumentata quando il fatto è commesso nell‟esercizio di un‟attività professionale. La pena è diminuita se il denaro, i beni o le altre utilità provengono da delitto per il quale è stabilita la pena della reclusione inferiore nel massimo a cinque anni. Si applica l‟ultimo comma dell’articolo 648”.
Come si evince dal testo, il reato di riciclaggio può essere integrato da “chiunque”, pertanto per il suo perfezionamento, non occorre una qualifica soggettiva particolare. Sotto il profilo dell’elemento soggettivo, è richiesta la ricorrenza del dolo generico, inteso quale consapevolezza della provenienza delittuosa del bene e volontà della realizzazione delle condotte che configurano il reato. È evidente l’ampiezza delle condotte sanzionate. Accanto a condotte “tipiche” di riciclaggio (sostituzione e trasferimento di denaro, beni o altre utilità di provenienza delittuosa), il legislatore affianca, infatti, condotte “atipiche”, cioè non predeterminate dalla legge (altre operazioni in relazione ai medesimi beni di provenienza delittuosa).
Tutte queste condotte, sia quelle tipiche che quelle atipiche, sono, peraltro, qualificate e ricondotte ad unità attraverso la previsione di una finalità comune: quella di essere volte ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa dei beni che ne costituiscono l’oggetto. In altri termini, la “dissimulazione” della provenienza delittuosa dei beni è la finalità ultima che qualifica ed unifica tutte le condotte, sia tipiche che atipiche, prese in considerazione e sanzionate.
Per le ipotesi di riciclaggio, è necessario che il denaro, i beni o le altre utilità provengano dalla commissione di un delitto non colposo, che ne costituisce il presupposto, ed in cui il soggetto agente non abbia concorso.
Tanto il riciclaggio quanto il reimpiego vengono considerati come “post factum non punibili”, ovvero il nostro ordinamento prevede il cosiddetto privilegio dell’autoriciclaggio (o clausola di privilegio per il partecipe), in base al quale non si prevede come reato il reinvestimento di capitale illecitamente percepito da parte dell’autore del primo illecito. Invero, i soggetti appartenenti alle organizzazioni mafiose, che pongono in essere le condotte criminali, da cui proviene il denaro sporco, non possono commettere i delitti di cui agli articoli 648 bis e 648 ter c.p. e questo rappresenta, a ben vedere, un grande ostacolo alla lotta contro la criminalità organizzata.
Le problematiche legate all’autoriciclaggio appaiono ancora più preoccupanti, se si pensa che l’Italia è l’unico paese europeo che prevede tale clausola.
Un’importante azione contro il riciclaggio è stata svolta proprio dall’Unione Europea, con la direttiva 2005/60/CE, recepita nel nostro ordinamento con il Decreto Legislativo n.231/2007. Tale norma, oltre ad importanti aspetti definitori, conferma la tendenza a limitare l’uso del contante come strumento essenziale nella lotta al riciclaggio, aumentando il numero dei soggetti obbligati ad adempimenti e comunicazioni alle autorità in caso di operazioni sospette, comprese quelle di autoriciclaggio. In particolare, l’art.2 del decreto 231/2007 definisce riciclaggio:
a) la conversione o il trasferimento di beni, effettuati essendo a conoscenza che essi provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale
attività, allo scopo di occultare o dissimulare l’origine illecita dei beni medesimi o di aiutare chiunque sia coinvolto in tale attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni;
La novità di maggiore rilievo è costituita dal fatto che non si pone più il problema dell’estraneità del cliente rispetto all’origine delittuosa dei capitali oggetto di trasferimento o movimentazione. Ciò implica che tutti gli intermediari finanziari sono tenuti a segnalare le operazioni sospette di riciclaggio, anche quando è il cliente stesso ad essere sospettato di aver commesso il reato presupposto: pertanto, tale decreto prevede l’autoriciclaggio, ma ai fini esclusivi della segnalazione, nell’ambito di un sistema di prevenzione e non di repressione.
L’ampliamento dell’obbligo di segnalazione a tutte le operazioni sospette, ivi comprese quelle di auto riciclaggio, si evince dalla mancanza dell’inciso “fuori dei casi di concorso nel reato…”.
I sospetti o i motivi ragionevoli che devono indurre l’intermediario o il professionista a sospettare della provenienza delittuosa dei mezzi di pagamento utilizzati sono desumibili da alcune considerazioni:
1. caratteristiche, entità e natura delle operazioni: elemento oggettivo;
2. capacità economica ed attività svolta dal cliente: elemento soggettivo;
3. ogni altra circostanza che riguarda gli intermediari finanziari e non in relazione alla funzione esercitata.
Per le banche i criteri per individuare le operazioni sospette di riciclaggio sono quelli del decalogo di Banca d’Italia del 12 gennaio 2001, i professionisti ed i revisori contabili dovranno, invece, fare riferimento ai provvedimenti Uic del 24 febbraio 2006 (Operatori non Finanziari, Intermediari Finanziari, Professionisti).
La punibilità dell’autoriciclaggio, sebbene solo sul piano preventivo e non repressivo, costituisce un duro colpo alle mafie.
Reimpiego dei proventi illeciti
Se con il riciclaggio si puniscono le condotte che mirano a “ripulire” i proventi illeciti, recidendo il loro collegamento all’attività delittuosa da cui sono derivati, onde impedire l’accertamento di tale provenienza, con la previsione sanzionatoria dell’articolo 648 ter c.p. si vuole reprimere, invece, residualmente, il reimpiego in attività economiche e finanziarie dei proventi illeciti, in precedenza “ripuliti”.
Quanto alla condotta incriminata, la norma incriminatrice si esprime in termini generici, laddove punisce l’”impiego” del denaro, dei beni o delle altre utilità provenienti da delitto in “attività economiche o finanziarie”.
Il termine “impiego” rimanda a nozioni volutamente non tecniche, dovendosi intendere per tale qualsiasi tipo e qualsiasi forma di “utilizzazione” e/o di “investimento” dei capitali illeciti, con l’unica specificazione e limitazione che si tratti di un impiego in attività economiche o finanziarie escludendo, per tanto l’impiego in altre attività che costituiscono di per sé reato ( ad esempio l’acquisto di una partita di droga).
A ben vedere, la figura criminosa del reimpiego si pone come “norma di chiusura”, a completamento del sistema sanzionatorio delle attività lato sensu di riciclaggio, ed appare diretta a punire il momento del reinvestimento dei capitali illeciti, in precedenza “ripuliti”, in attività economiche apparentemente lecite. La rilevata residualità emerge, a chiare lettere, proprio dalla clausola di riserva con cui si apre il testo della norma: l’articolo 648 ter c.p. si applica, infatti, non solo fuori dalle ipotesi di concorso nel reato, ma anche allorchè nei fatti non ricorrano i casi previsti dagli articoli 648 e 648 bis c.p..
Come per il riciclaggio, anche il reimpiego è applicabile esclusivamente “fuori dei casi di concorso nel reato”. In sostanza, allorchè la condotta tipica del reimpiego (impiego in attività economiche o finanziarie) è posta in essere da uno dei compartecipi al delitto “presupposto”, essa costituisce fatto successivo (post factum) non autonomamente punibile.
L’elemento differenziale del reimpiego rispetto al riciclaggio è essenzialmente di ordine temporale: la condotta criminosa punita ex articolo 648 ter c.p. ha per oggetto capitali illeciti “già” in precedenza fatti oggetto di un’attività di “ripulitura”, tale da farli apparire di provenienza lecita e quindi, solo a questo punto, reinvestiti in operazioni economiche o finanziarie. Rispetto alla ricettazione, affinché si configuri il riciclaggio occorre qualcosa di più rispetto alla mera ricezione che caratterizza la prima: è necessario che i beni siano effettivamente reimpiegati in attività economiche o finanziarie.
Concorso esterno in associazione di tipo mafioso.
Concorso esterno in associazione di tipo mafioso è un’ espressione che indica una forma di manifestazione del reato di associazione per delinquere di tipo mafioso, previsto e punito dall’art. 416-bis del codice penale italiano. Il manifestarsi del concorso esterno si realizza con l’apporto di un contributo effettivo al perseguimento degli scopi illeciti di un’associazione di tipo mafioso senza però prender parte al sodalizio mafioso.
Il reato di associazione per delinquere (indipendentemente dalla sua configurazione come “mafiosa” ex 416 bis) è considerata da parte della dottrina fattispecie a concorso necessario, e ciò nonostante le sostanziali differenze sussistenti fra l’istituto del concorso e il reato di associazione a delinquere. In virtù di ciò tutti i soggetti aderenti all’associazione stessa, legati dal vincolo associativo, devono avere la piena coscienza di far parte di tale associazione.
Il concorso esterno in associazione mafiosa, invece, si configura come una sorta di “concorso nel concorso necessario”, ossia, come la condotta di soggetto esterno all’associazione a delinquere (e quindi di soggetto a cui non è richiesta l’adesione al vincolo associativo) che apporti un contributo effettivo al perseguimento degli scopi illeciti dell’associazione.
Tale contributo integrerà la fattispecie del reato in oggetto qualora sussistano una serie di requisiti, delineati, da ultimo, dalla sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione:
1. occasionalità e autonomia del contributo prestato;
2. funzionalità del contributo al perseguimento degli scopi associativi;
3. efficienza causale del contributo al rafforzamento e al consolidamento dell’associazione;
4. sussistenza, in capo al soggetto agente, del dolo generico, consistente nella consapevolezza di favorire il conseguimento degli scopi illeciti.
La normativa vigente riguardante i reati associativi è contenuta nel Titolo V del Codice Penale, che regolamenta i delitti contro l’ordine pubblico. In particolare, l’art.416 bis è costruito in maniera tale da contemplare, oltre al generico programma delittuoso previsto dall’art.416 c.p., anche finalità in sé lecite (ad es. l’acquisizione di attività economiche) che divengono meritevoli di sanzioni in forza del metodo (mafioso) utilizzato per perseguirlo.
Nel contempo, la norma fornisce una definizione del fenomeno mafioso e afferma espressamente all’ultimo comma l’estensione della fattispecie oltre l’ambito della mafia tradizionale, fino a comprendere le mafie locali e anche quelle straniere. Infatti, l’art.416 bis c.p. così statuisce:
“Chiunque fa parte di un’associazione di tipo mafioso formata da tre o più persone, è punito con la reclusione da tre a sei anni. Coloro che promuovono, dirigono o organizzano l’associazione sono puniti, per ciò solo, con la reclusione da quattro a nove anni.
L’associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri ovvero al fine di impedire od ostacolare il libero esercizio del voto o di procurare voti a se‟ o ad altri in occasione di consultazioni elettorali.
Se l’associazione è armata si applica la pena della reclusione da quattro a dieci anni nei casi previsti dal primo comma e da cinque a quindici anni nei casi previsti dal secondo comma. L’associazione si considera armata quando i partecipanti hanno la disponibilità, per il conseguimento della finalità dell’associazione, di armi o materie esplodenti, anche se occultate o tenute in luogo di deposito.
Se le attività economiche di cui gli associati intendono assumere o mantenere il controllo sono finanziate in tutto o in parte con il prezzo, il prodotto, o il profitto di delitti, le pene stabilite nei commi precedenti sono aumentate da un terzo alla metà. Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l’impiego.
Decadono inoltre di diritto le licenze di polizia, di commercio, di commissionario astatore presso i mercati annonari all’ingrosso, le concessioni di acque pubbliche e i diritti ad esse inerenti nonché le iscrizioni agli albi di appaltatori di opere o di forniture pubbliche di cui il condannato fosse titolare. Le disposizioni del presente articolo si applicano anche alla camorra, alla „ndrangheta e alle altre associazioni, comunque localmente denominate, anche straniere, che valendosi della forza intimidatrice del vincolo associativo perseguono scopi corrispondenti a quelli delle associazioni di tipo mafioso”.
Tale fattispecie di reato è stata introdotta dalla legge 646/1982, a seguito dell’evoluzione storica e sociologica del fenomeno mafioso. In precedenza, l’accusa di mafiosità era circoscritta essenzialmente alle cosche siciliane, ma a seguito del consolidarsi del potere mafioso e della sua ingerenza nell’economia nazionale, il legislatore ha ritenuto opportuno ampliare il campo di applicazione di tale articolo.
In particolare, sono state inserite dall’art. 6, comma 2, del D.L. 4 del 2010 e dall’art. 1, comma 1, del D.L. 92 del 2008, rispettivamente le parole “alla „ndrangheta” e “anche straniere”.
La legge Rognoni-La Torre ha introdotto anche l’articolo 513 bis per contrastare l’azione della mafia anche in ambito imprenditoriale. Il delitto di illecita concorrenza con violenza o minaccia (art. 513 bis c.p.) si configura quando un imprenditore, avvalendosi della forza di intimidazione di un sodalizio criminale dominante in un determinato territorio, riesce ad imporre sul mercato la propria attività d’impresa in modo esclusivo o prevalente, pur senza aver mai direttamente compiuto alcun atto di violenza fisica o minaccia esplicita. Ciò in quanto l’utilizzo del metodo mafioso è idoneo a determinare l’assoggettamento degli imprenditori concorrenti e delle imprese del settore alla volontà ed alle regole dell’organizzazione, così ledendo la libertà del mercato e della concorrenza, bene giuridico tutelato dalla norma incriminatrice.
L’esperienza ha dimostrato che lo spirito egemone dei gruppi criminali si è spinto anche a condizionare la vita politica, per conquistare spazi di influenza e appoggi idonei a garantire la tutela dei propri interessi. Ciò è avvenuto frequentemente attraverso lo strumento del mercimonio del voto.
A tal riguardo, una norma fondamentale è costituita dall’art. 416 ter c.p., introdotto con l’art. 11 ter della legge 356/1992, attraverso il quale si punisce con la reclusione da sette a dodici anni chiunque ottiene la promessa di voti prevista dal terzo comma dell’art. 416 bis c.p. in cambio dell’erogazione di denaro.
Per tale reato è ammesso: l’arresto facoltativo in flagranza ed il ricorso a misure cautelari personali.
Il crimine si perfeziona con la retribuzione della promessa di voto ed è inoltre essenziale che, a prescindere dall’utilizzo di mezzi violenti o intimidatori, una delle controparti della trattativa economica, sia un soggetto legato ad un’associazione di stampo mafioso.
Sia l’art. 416 bis c.p. che il 416 ter c.p. hanno ad oggetto il negozio giuridico (scambio) che avviene tra chi avanza la propria candidatura politica e chi gestisce organizzazioni criminali. Pertanto, il bene giuridico tutelato è lo stesso.
La differenza che intercorre tra i due articoli citati è determinata dall’erogazione di denaro: in particolare, nel primo si fa riferimento al mero condizionamento della volontà elettorale (non vi è alcuna erogazione di denaro); nel secondo, invece, si presuppone l’avvenuta transazione (vi è erogazione di denaro), al fine di ostacolare il libero esercizio del voto. È bene precisare che non deve trattarsi necessariamente di un’erogazione di denaro, ma il reato può configurarsi anche attraverso l’elargizione di una qualsiasi altra utilità, come ad esempio la promessa di un posto di lavoro.
Degli articoli 416 bis e ter c.p. rispondono sia il soggetto candidato che l’organizzazione criminale, mentre il votante risponde dell’art. 96 comma II del D.P.R. 30 marzo 1957, n 361 e successive modifiche.
Truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche.
La criminalità organizzata gode di enormi disponibilità economiche, parte delle quali proviene dall’utilizzo di mezzi e condotte illecite perpetrate ai danni dei pubblici erogatori e consistenti in vere e proprie truffe necessarie al raggiungimento degli intenti criminali. Tale fenomeno si concretizza nella captazione abusiva di finanziamenti ed altre erogazioni pubbliche, che ha spinto il legislatore ad introdurre l’art. 640 nella normativa penalistica, con cui ha stabilito “La pena è della reclusione da uno a sei anni e si procede d‟ufficio se il fatto di cui all‟articolo 640 riguarda contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo, comunque denominate,
concessi o erogati da parte dello Stato, di altri enti pubblici o delle Comunità europee”.
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