Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-6840-del-16-03-2017
Timestamp: 2020-06-01 22:58:08+00:00
Document Index: 15840564

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 348', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 29', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 6840 del 16/03/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 6840 del 16/03/2017
Cassazione civile, sez. VI, 16/03/2017, (ud. 25/01/2017, dep.16/03/2017), n. 6840
sul ricorso 12723-2015 proposto da:
della SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE SPA, elettivamente domiciliato
in ROMA VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE
D’ALOISIO, EMANUELE DE ROSE, LELIO MARITATO, ANTONINO SGROI;
MARIATERESA GRIMALDI;
avverso la sentenza n. 252/2014 del TRIBUNALE di FIRENZE, depositata
il 06/03/2014;
che il Tribunale di Firenze in funzione di giudice del lavoro, con sentenza del 6 marzo 2014, accoglieva la domanda proposta da M.E. nei confronti dell’INPS ed intesa all’accertamento della non debenza alla Gestione Commercianti dell’istituto dei contributi asseritamente da lui dovuti in qualità di socio della società ” Immobiliare B. I. di M. E. &amp; C. s.a.s.”; il Tribunale osservava che la predetta società non esercitava un’attività commerciale essendosi limitata a gestire un immobile riscuotendone il canone di locazione e, quindi, che l’attività svolta dal M. quale socio accomandatario necessariamente non poteva avere un minimo di consistenza e di abitualità come attività commerciale;
che l’appello proposto avverso tale decisione veniva dichiarato inammissibile dalla Corte di Appello di Firenze con ordinanza ex art. 348 bis c.p.c., e art. 348 ter c.p.c., del 10 marzo 2015, non avendo ragionevoli probabilità di essere accolto;
che per la cassazione della sentenza del Tribunale propone ricorso l’INPS, in proprio e nella qualità di procuratore speciale della SCCI s.p.a., affidato ad un unico motivo cui resiste con controricorso il M.;
che con l’unico motivo del ricorso viene dedotta violazione e/o falsa applicazione della L. 22 luglio 1966, n. 63, art. 1, della L. 27 dicembre 1996, n. 662, art. 1, commi 203 e ss. L. 27 novembre 1960, n. 1397, art. 2, e artt. 2291, 2298 e 2697 c.c. (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3) assumendosi: che, contrariamente a quanto sostenuto nella impugnata sentenza, il socio accomandatario era per ciò stesso, in quanto soggetto abilitato a compiere atti in nome della società, tenuto alla iscrizione nella Gestione Commercianti perchè l’esercizio dell’attività commerciale in modo abituale e prevalente era “in re ipsa”, ossia immediatamente e direttamente correlato all’essere socio con poteri di gestione della società; che l’attività di riscossione di canoni di locazione di immobile, rientrando in quella più ampia di gestione del patrimonio immobiliare, aveva natura commerciale;
che il motivo è infondato in quanto presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è – per il disposto dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203 – la prova dello svolgimento di un’attività commerciale che, nella specie, risulta essere stato escluso con un accertamento) in fatto da parte del Tribunale supportato da una motivazione adeguata ed immune dai denunciati vizi; nell’impugnata sentenza, infatti, è stato rilevato che la “Immobiliare I B. di F. M. &amp; C. s.a.s ” di cui il M. era stato socio accomandatario non svolgeva alcuna attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili limitandosi alla riscossione del canone relativo alla locazione di immobili (un fondo agricolo con i relativi fabbricati rurali e fabbricati abitativi le cui unità immobiliari erano destinate per la totalità ad abitazione dei soci della società) di cui era proprietaria;
che tale decisione è il linea con il principio già espresso da questa Corte secondo cui la società di persone che svolga una attività destinata alla locazione di immobili di sua proprietà ed a percepire i relativi canoni di locazione non svolge un’attività commerciale ai fini previdenziali a meno che detta attività non si inserisca in una più ampia di prestazione di servizi quale l’attività di intermediazione immobiliare (Cass. n. 3145 dell’11 febbraio 2013 e ribadito di recente in Cass. n. 17643 del 6 settembre 2016); peraltro, è evidente che dovendosi considerare lo svolgimento in concreto di un’attività commerciale non rileva il contenuto dell’oggetto sociale;
che, per completezza, è anche il caso di ricordare il principio affermato da questa Corte (Cass. n. 3835 del 26 febbraio 2016) secondo cui ai sensi del L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203, che ha modificato la L. 3 giugno 1975, n. 160, art. 29, e della L. 28 febbraio 1986, n. 45, art. 3, nelle società in accomandita semplice la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto assicuratore, prova che, nel caso in esame, secondo il Tribunale non è stata fornita essendo emerso che il M. si limitava a riscuotere il canone di locazione dell’immobile di cui la società era proprietaria;
che le spese del presente giudizio, seguono la soccombenza, e sono liquidate nella misura di cui al dispositivo con attribuzione all’avv. Mariateresa Grimaldi per dichiarato anticipo fattone;
che sussistono i presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, (legge di stabilità 2013) trovando tale disposizione applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Sezioni Unite, cent n. 3774 del 18 febbraio 2014); inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto) dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014).
La Corte, rigetta il ricorso e condanna l’INPS al pagamento delle spese del presente giudizio liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 2.700,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%, con attribuzione.