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Timestamp: 2019-06-18 11:09:32+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 44', 'art. 44', 'sentenza ', 'art.44', 'art. 3', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 43', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 243', 'art. 243', 'art. 243', 'art. 46', 'sentenza ', 'art. 46', 'art. 20', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 92', 'art. 32', 'art. 92']

Quando si può impugnare direttamente il bando di gara?
Nel post del 05 febbraio 2013, si sottolineava una prima inclinazione della giurisprudenza (CdS, sez. VI, ordinanza n. 634 del 1.03.2013) verso un’impugnazione (generale) del bando di gara entro gli ordinari termini decadenziali, in quanto: “con la domanda di partecipazione alla gara le imprese concorrenti divengono titolari di un interesse legittimo, quale situazione soggettiva protetta corrispondente all’esercizio di un potere, soggetto al principio di legalità ed esplicato, in primo luogo, con l’emanazione del bando. A qualsiasi vizio di quest’ultimo si contrappone, pertanto, l’interesse protetto al corretto svolgimento della procedura, nei termini disciplinati dalla normativa vigente in materia e dalla lex specialis; l’inoppugnabilità della disciplina di gara contenuta nel bando, alla scadenza degli ordinari termini decadenziali, appare dunque conforme alle esigenze di efficienza ed efficacia dell’azione amministrativa, che detti termini presuppongono, affinché l’interesse pubblico sia perseguito senza perduranti margini di incertezza, connessi ad eventuali impugnative”. Tale orientamento però è stato indirettamente smentito dall’Adunanza Plenaria nella sentenza n. 8/2013 (si veda il post del 6 maggio 2013).
Il T.A.R. Veneto, sez. I, con la sentenza del 03 aprile 2013 n. 491, ribadisce il costante orientamento giurisprudenziale secondo cui: “fermo restando che i bandi, i disciplinari, i capitolati speciali di gara e le relative lettere di invito vanno di regola impugnati unitamente agli atti che di essi fanno applicazione, in quanto solo in tale secondo momento diventa attuale e concreta la lesione della situazione soggettiva dell'interessato, è necessario procedere all’impugnativa immediata degli atti di indizione della gara quando le clausole impediscano - indistintamente a tutti i concorrenti - una corretta e consapevole elaborazione della propria proposta economica, giacché in tali casi (nei quali non rientra quello di specie) si pregiudica il corretto esercizio della gara, in violazione dei cardini procedimentali della concorrenza e della par condicio tra tutti i partecipanti alla gara (cfr. CdS, IV, 7.11.2012 n. 5671)”.
TAR Veneto 491 del 2013
Dalle semplificazioni alle complicazioni: convegno di Venetoius su PAI, terre e rocce da scavo e decreto legislativo sulle pubblicazioni obbligatorie
Venetoius organizza per venerdì 31 maggio 2013 un convegno su alcune questioni di grande attualità per i Comuni: il PAI, le terre e le rocce da scavo e il decreto legislativo 33 del 2013 in materia di pubblicazioni obbligatorie (il quale prevede, tra l'altro, pesanti responsabilità per i funzionari pubblici), come da locandina allegata.
Il convegno è patrocinato dai Comuni di Torri di Quartesolo, di Camisano Vicentino e di Arzignano.
Relatori saranno il geologo dott. Rimsky Valvassori, l'avv. Vincenzo Pellegrini, l'avv. Stefano Bigolaro, l'avv. Novelio Furin e il prof. Alessandro Calegari.
Il convegno si terrà a Torri di Quartesolo, presso una sala del cinema The Space, in via Brescia, 13, centro commerciale Le Piramidi, con inizio alle ore 9 (con invito alla puntualità).
La partecipazione è gratuita, ma, per ragioni organizzative è obbligatoriamente richiesta una preventiva adesione tramite e-mail al seguente indirizzo:
venetoius@hotmail.it
PERCORSO STRADALE: l’uscita autostradale più comoda è quella di Vicenza Est; davanti al casello, si percorre tutta la rotatoria verso sinistra, imboccando la tangenziale in direzione di Torri di Quartesolo, e si esce al centro Commerciale Piramidi; uscendo dal casello, quindi, non si devono seguire le indicazioni stradali che mandano a destra, verso Torri di Quartesolo, ma bisogna percorrere la rotatoria, fino a ritornare all’altezza del casello, seguendo le indicazioni per Padova – Tangenziale – Torri di Quartesolo; il cinema The Space è davanti all’Euro Brico, all’uscita Centro Commerciale (a circa 2 km dal casello).
LOCANDINA convegno 31 maggio 2013
PAI: sulle zone di attenzione la Regione Veneto si scansa e lascia la grana alle Autorità di Bacino
Anticipiamo la bozza della deliberazione della Giunta Regionale del Veneto, avente per oggetto: "D.Lgs. 152/2006 - Piani Stralcio per l’Assetto Idrogeologico dei bacini idrografici dei fiumi Piave, Brenta-Bacchiglione e Livenza e del fiume Adige.Associazione della pericolosità idraulica alle zone di attenzione".
Di fronte al caos provocato dal PAI, sembra di capire che la Regione cerchi di scaricare il problema su chi il PAI lo ha scritto (le Autorità di Bacino). In fin dei conti "a ciascun giorno basta la sua pena" (Matteo 6, 34).
La bozza di delibera di Giunta Regionale qui allegata, ripercorre la storia delle zone di attenzione, ovvero quelle porzioni di territorio ove vi sono informazioni di possibili situazioni di dissesto a cui non è ancora stata associata alcuna classe di pericolosità e che sono individuate in cartografia con apposito tematismo.
A pagina 3 della stessa, in merito all’associazione delle pericolosità, si legge che: “L’applicazione delle numerose Zone di attenzione richiede, in particolare per i fenomeni idraulici, una verifica delle attività urbanistiche in atto, con la necessità di associare alle zone stesse l’eventuale pericolosità riconosciuta per i fenomeni a carattere di bacino, da riportare nei PAI. In considerazione dell’urgenza e della complessità dell’attività da svolgere, ai fini di semplificare l’attività di pianificazione da parte delle amministrazioni comunali interessate in particolare per gli interventi in corso, si rende necessario che le Autorità di bacino nazionali citate procedano direttamente, ai sensi dell’art. 6 delle NdA dei PAI, all’associazione della pericolosità idraulica alle zone di attenzione, svolgendo anche le fasi spettanti alla Regione cui ai punti II, III e IV, oltre al punto V della let. B.2, dei commi 3 e 4, dello stesso art. 6, relative all’istruttoria per la definizione della proposta di aggiornamento dei PAI. Con successivo provvedimento si definirà nel dettaglio l’attività necessaria, mediante la predisposizione di un protocollo d’intesa con le citate Autorità di bacino.”
In merito alle zone di attenzione, quindi, la Regione del Veneto si prefigge di “avviare formalmente, per quanto riportato nelle premesse, la procedura di associazione della pericolosità ex art. 6 delle NdA dei PAI su tutte le zone di attenzione nei bacini nazionali del territorio veneto, escluso il bacino del fiume Po, stabilendo che le Autorità di Bacino nazionali dei fiumi dell’Alto Adriatico e del fiume Adige procedano direttamente, ai sensi dell’art. 6 delle NdA dei PAI, all’associazione della pericolosità idraulica alle zone di attenzione, svolgendo anche le fasi spettanti alla Regione cui ai punti II, III e IV, oltre al punto V della let. B.2, dei commi 3 e 4, dello stesso art. 6, relative all’istruttoria per la definizione della proposta di aggiornamento dei PAI.; di stabilire che con successivo provvedimento si definirà nel dettaglio l’attività necessaria, mediante la predisposizione di un protocollo d’intesa con le citate Autorità di bacino”.
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Convegno dell’Università di Padova su valorizzazione e dismissione dei beni pubblici
Il Dipartimento di Diritto pubblico, internazionale e comunitario dell’Università di Padova ha organizzato per il giorno 24 maggio 2013, Palazzo del Bo’ – Aula E – Via VIII Febbraio, 2, un convegno sulla valorizzazione e la dismissione dei beni pubblici, con numerosi e qualificvati relatori..
La partecipazione è gratuita e l’Ordine degli Avvocati di Padova ha riconosciuto alla partecipazione 8 crediti formativi.
Pubblichiamo la locandina del convegno
Convegno 24.5.13 - Locandina
Cosa penso del nuovo testo dell’art. 44, comma 5, della L.R. 11/2004
L' Art. 44 – Edificabilità, della L.R. 11/2004, al comma uno stabilisce che: "1. Nella zona agricola sono ammessi, in attuazione di quanto previsto dal PAT e dal PI, esclusivamente interventi edilizi in funzione dell'attività agricola, siano essi destinati alla residenza che a strutture agricolo-produttive così come definite con provvedimento della Giunta regionale ai sensi dell'articolo 50, comma 1, lettera d), n. 3. ".
L'art. 44 prevede poi una serie di eccezioni, e al comma 5 - nel testo ora vigente - prevede:
5. Gli interventi di recupero dei fabbricati esistenti in zona agricola sono disciplinati dal PAT e dal PI ai sensi dell’articolo 43. Sono sempre consentiti, purché eseguiti nel rispetto integrale della tipologia originaria, gli interventi di cui alle lettere a), b), c) e d) dell’articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia” e successive modificazioni, nonché l’ampliamento di edifici da destinarsi a case di abitazione, fino ad un limite massimo di 800 mc. comprensivi dell’esistente, purché la destinazione abitativa sia consentita dallo strumento urbanistico generale.
A mio avviso quindi le previsioni del comma 5 sono "speciali" rispetto alla regola generale del comma 1.
Il TAR Veneto nella sentenza n. 605 del 2012 aveva espresso peraltro l'orientamento:"....La derivazione di più unità immobiliari da un originario edificio è viceversa permessa dal comma 5 del predetto art.44 L.R. 11/2004, laddove consente, in zona agricola, gli interventi di ristrutturazione edilizia di cui alla lettera d), art. 3, del D.P.R. 380/2001...".
La Circolare Regionale n. 2 del 15 gennaio 2009 prevedeva altresì:
“....5. Gli interventi di recupero dei fabbricati esistenti in zona agricola sono disciplinati dal PAT e dal PI ai sensi dell’articolo 43. Sono sempre consentiti gli interventi di cui alle lettere a), b) e c) dell'articolo 3 del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di edilizia” e successive modificazioni, nonché l’ampliamento di case di abitazione fino ad un limite massimo di 800 mc. comprensivi dell’esistente, purché eseguiti nel rispetto integrale della tipologia originaria.”.
La disposizione vale esclusivamente per gli edifici non oggetto di tutela da parte dello strumento urbanistico generale. Invero, per tali edifici, individuati quali beni culturali e ambientali ai sensi dell’articolo 10 della L.R. n. 24/85 e disciplinati da specifiche norme di piano regolatore generale, sono confermate le possibilità di intervento previste nello strumento urbanistico vigente”.
Infine, in relazione al concetto di “tipologia originaria”, la scelta del legislatore è rivolta al mantenimento delle forme tradizionali locali dell’edilizia rurale, in coerenza con le scelte di piano vocate alla valorizzazione dell’assetto territoriale tipico delle zone agricole. Per tali motivi possono essere consentiti interventi che, pur se non totalmente rivolti a mantenere l’originario aspetto dell’edifico, rispettino in ogni caso le caratteristiche tipologiche della edificazione rurale e del contesto insediativo in cui tali edifici si inseriscono, componendosi armonicamente con l’edificio esistente....".
La novella normativa rafforza conseguentemente il potere di pianificazione dei comuni nel disciplinare gli interventi in zona agricola in eccezione alla previsione generale dell'art. 44, comma 1 della L.R. 11/2004, prevedendo opportunamente che è consentito: "...l’ampliamento di edifici da destinarsi a case di abitazione, fino ad un limite massimo di 800 mc. comprensivi dell’esistente, purché la destinazione abitativa sia consentita dallo strumento urbanistico generale...".
La norma quindi nel prevedere quasi un automatismo nella facoltà di ampliamento di edifici da destinarsi all'abitazione, detta una precisa condizione e precisamente che vi sia un'esplicita previsione nello strumento urbanistico comunale che consenta la destinazione abitativa, ovviamente in eccezione ai casi già disciplinati dal comma 1 dell'art. 44 LR 11/2004.
La norma novellata si raccorda conseguentemente sul piano logico con il primo periodo del comma 5 dell'art. 44, ove è previsto che:"Gli interventi di recupero dei fabbricati esistenti in zona agricola sono disciplinati dal PAT e dal PI ai sensi dell’articolo 43".
A sua volta l'art. 43 della L.R. 11/2004 Tutela del territorio agricolo nel Piano Regolatore Comunale, prevede che:
- il piano di assetto del territorio (PAT) individua le modalità d'intervento per il recupero degli edifici esistenti;
- il piano degli interventi (PI) individua le destinazioni d'uso delle costruzioni esistenti non più funzionali alle esigenze dell'azienda agricola.
Il "Sono sempre consentiti..." andrebbe quindi letto unitamente alla condizione:"...purché la destinazione abitativa sia consentita dallo strumento urbanistico generale..."
Conclusivamente è da ritenere che spetta al Piano degli Interventi, a norma dell'art. 43 della L.R. 11/2004, consentire o meno e con quali eventuali limiti, la destinazione abitativa delle costruzioni esistenti in zona agricola.
Il PI di Verona, ad esempio, prevede che gli interventi di ristrutturazione edilizia in zona agricola possano prevedere anche la modifica della destinazione d’uso legittimamente preesistente a destinazione residenziale nel limite massimo di 400 mq. di SUL per ogni Unità Edilizia.
La natura del c.d. preavviso di impugnazione in materia di appalti
Il T.A.R. Veneto, sez. III, nella sentenza del 22 aprile 2013 n. 593, si occupa di numerose questioni attinenti le gare pubbliche.
La prima concerne il c.d. preavviso di impugnazione previsto dall’art. 243 bis del D. Lgs. 163/2006 che recita: “1. Nelle materie di cui all'articolo 244, comma 1, i soggetti che intendono proporre un ricorso giurisdizionale informano le stazioni appaltanti della presunta violazione e della intenzione di proporre un ricorso giurisdizionale.
6. Il diniego totale o parziale di autotutela, espresso o tacito, è impugnabile solo unitamente all'atto cui si riferisce, ovvero, se quest'ultimo è già stato impugnato, con motivi aggiunti”.
Con riferimento alla mancata (tempestiva) impugnazione del diniego di autotutela della stazione appaltante da parte dell’ATI ricorrente, il Collegio ritiene che: “secondo l’orientamento che il collegio condivide, l’istituto del preavviso di impugnazione previsto dall’art. 243 bis del Dlgs. n. 163 del 2006, costituisce uno strumento che si limita a sollecitare l’annullamento in autotutela da parte della stazione appaltante al fine di ottenere una risoluzione anticipata della lite, ed in ciò si esaurisce la sua funzione deflattiva del contenzioso.
In base ai commi 5 e 6 dell’art. 243 bis, la comunicazione da parte del ricorrente e la risposta da parte della stazione appaltante hanno infatti carattere solo eventuale (è previsto che l’omissione di tali adempimenti costituisce unicamente un comportamento valutabile ai fini della regolazione delle spese di giudizio tra le parti o ai fini della quantificazione dei danni risarcibili) e il diniego di autotutela se si sostanzia in un atto meramente confermativo del provvedimento originario per il quale viene invocata l’autotutela è atto privo di autonoma lesività che non è necessario impugnare, mentre se si sostanzia in un atto confermativo adottato all’esito di una nuova valutazione degli interessi in gioco, è impugnabile solo unitamente all’atto al quale si riferisce (cfr. Consiglio di Stato, Sez. VI, 15 maggio 2012, n. 2774; Tar Umbria, 1 aprile 2011, n. 103), perché il citato comma 6 contiene una norma che ha una valenza di carattere processuale volta ad assicurare la trattazione unitaria dell’impugnazione dell’aggiudicazione e del diniego di autotutela ove questo sia impugnabile secondo i principi generali (cfr. Tar Calabria, Catanzaro, 10 settembre 2012, n. 914; Tar Valle d’Aosta, 17 febbraio 2012, n. 16, Tar Lombardia, Brescia, Sez. II, 2 marzo 2011, n. 372)”.
Alla luce di ciò il Collegio ritiene che: “il diniego non costituisce un provvedimento pienamente sostitutivo dell’aggiudicazione, avendo un contenuto parziale e limitato rispetto a questa che è l’esito del complesso ed articolato procedimento di gara”.
TAR Veneto n. 593 del 2013
Alle certificazioni di qualità si applica l’art. 46, c. 1-bis, D. Lgs. 163/2006?
Il T.A.R. Veneto, sez. I, con la sentenza del 30 aprile 2013 n. 637, si occupa della tassatività delle clausole di esclusione previste dall’art. 46, c. 1-bis, D. Lgs. 163/2006 secondo cui: “La stazione appaltante esclude i candidati o i concorrenti in caso di mancato adempimento alle prescrizioni previste dal presente codice e dal regolamento e da altre disposizioni di legge vigenti, nonché nei casi di incertezza assoluta sul contenuto o sulla provenienza dell’offerta, per difetto di sottoscrizione o di altri elementi essenziali ovvero in caso di non integrità del plico contenente l'offerta o la domanda di partecipazione o altre irregolarità relative alla chiusura dei plichi, tali da far ritenere, secondo le circostanze concrete, che sia stato violato il principio di segretezza delle offerte; i bandi e le lettere di invito non possono contenere ulteriori prescrizioni a pena di esclusione. Dette prescrizioni sono comunque nulle”.
Nel caso di specie la ditta ricorrente lamenta che l’aggiudicataria non abbia prodotto la certificazione del sistema di qualità UNI-EN-ISO 9001:2000, richiesta a pena di esclusione dall’art. 20, lett. b), del capitolato-disciplinare di gara. La stazione appaltante, d’altronde, deduce la nullità della suddetta clausola per violazione della normativa supra riportata.
Il T.A.R. Veneto accoglie il ricorso affermando che: “Osserva, infatti, il Collegio che per consolidato e condivisibile indirizzo giurisprudenziale, l’omessa allegazione di un documento o di una dichiarazione previsti dalla lex specialis a pena di esclusione, non può considerarsi alla stregua di un’irregolarità sanabile e, conseguentemente, non se ne può consentire l’integrazione o la regolarizzazione postuma, non trattandosi di rimediare a vizi puramente formali, tanto più quando, come nel caso in esame, il documento concerna un elemento essenziale della domanda di partecipazione (la richiesta certificazione ISO è, infatti, garanzia della qualità dei prodotti contenuti nelle macchine self-service di distribuzione alimenti) e non sussistano equivoci o incertezze generati dall’ambiguità di clausole del bando di gara (cfr., ex multis, Cons. St., sez. V, 6 marzo 2006, n. 1068).
La sentenza del T.A.R. Puglia n. 1907/2012 (peraltro oggetto di giudizio, non ancora definito, in sede di appello innanzi al Consiglio di Stato), richiamata dalla difesa erariale per giustificare la pretesa nullità della clausola escludente contenuta nel disciplinare di gara, attiene invero alla diversa fattispecie, concernente un vizio puramente formale, in cui la medesima certificazione ISO era stata allegata in copia semplice (corredata da dichiarazione sostitutiva di conformità all’originale), anziché in originale o copia conforme all’originale, così come previsto a pena di esclusione dal disciplinare di gara in quella sede impugnato.
Nel caso di specie, invece, è appurato che la ditta aggiudicataria del servizio non ha neppure dichiarato, all’atto di presentazione della propria domanda di partecipazione, di possedere la certificazione esclusione ISO prevista a pena di esclusione dalla gara”.
TAR Veneto n. 637 del 2013
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La trasformazione abusiva di un sottotetto in un locale abitabile è variazione essenziale?
La sentenza del TAR Veneto n. 540 del 2013 esamina un abuso costituito dalla trasformazione del sottotetto in locali abitabili completi di servizi (due camere, un bagno e un corridoio).
Scrive il TAR: "con il primo motivo la parte ricorrente sostiene l’illegittimità dell’ordinanza impugnata per violazione degli artt. 31 e 32 del D.P.R. n. 380/2001 e 92 della L.R. n. 61/85, in quanto le difformità riscontrate non integrerebbero una variazione essenziale al progetto originario tale da giustificare la misura demolitoria. In particolare, secondo il ricorrente, il volume realizzato nel sottotetto non sarebbe superiore ad un quinto (ex art. 92 L.R. n. 61/85) di quello assentito, essendogli stato invece illegittimamente contestato, da parte del Comune, l’aumento volumetrico riguardante l’intero complesso condominiale. Tale motivo è infondato. Infatti, il Comune, nel calcolo riportato nell’ordine di demolizione, ha correttamente preso come dato di partenza il volume regolarmente assentito su tutto il condominio, quindi ha calcolato se in rapporto a questo valore, il volume reso abitabile in tutti i sottotetti fosse superiore al quinto previsto per legge, e ciò in considerazione del fatto che l’abuso riguarda l’intero edificio condominiale.
Il Comune ha dunque riscontrato, mediante un metodo di calcolo esente da vizi logici e matematici, il superamento del limite volumetrico stabilito dalla legge regionale ai fini della configurabilità di una variazione essenziale al progetto assentito. In ogni caso si osserva che tale criterio di calcolo è sicuramente più favorevole di quello proposto dal ricorrente, secondo il quale andrebbe calcolato l’aumento volumetrico riguardante solo il proprio appartamento e non l’intero complesso condominiale. Così computato, infatti, il rapporto tra volume abusivamente reso abitabile (il proprio sottotetto) e volume assentito (il proprio appartamento) sarebbe sicuramente maggiore di quello calcolato dal Comune, e dunque comunque superiore ad un quinto. La censura, dunque, sarebbe anche inammissibile per difetto d’interesse. Sotto altro aspetto, la parte ricorrente, al fine di dimostrare l’irrilevanza volumetrica del sottotetto in questione, evidenzia che quest’ultimo non ha i requisiti minimi di altezza per essere reso abitabile e deve essere considerato alla stregua di un locale accessorio o di servizio non computabile in termini di volume. Dunque, secondo tale ragionamento, il volume utile sarebbe rimasto inalterato. Anche tale censura è infondata, in quanto l’abuso contestato è costituito proprio dalla trasformazione di locali sottotetto in locali abitabili, in assenza di qualsivoglia titolo abilitativo, il che ha determinato un incremento del volume residenziale dell’edificio (con conseguente aumento del carico urbanistico) superiore al quinto di quello assentito. In ogni caso, si osserva solo per completezza di ragionamento, come l’opera contestata integrerebbe comunque una variazione essenziale ai sensi dell’art. 32 D.P.R. n. 380/2001 e dell’art. 92 della L.R. n. 61/85, sanzionabile con la demolizione, essendosi verificato un mutamento di destinazione d’uso (con variazione tra categorie non omogenee) attuato attraverso la realizzazione di opere edilizie".
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