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Timestamp: 2018-03-20 00:13:34+00:00
Document Index: 162743511

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'in fine', 'in dubio', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ']

LA CONDANNA DELLE ORDINAZIONI ANGLICANE (III)
La Civiltà Cattolica anno XLVII, serie XVI, vol. VIII (fasc. 1116, 10 dic. 1896), Roma 1896 pag. 667-685.
Ne' precedenti paragrafi, studiando i documenti pontificii e i decreti della Sacra Suprema Congregazione del Santo Ufficio che riguardano le Ordinazioni anglicane, accertammo quale fosse stata in tale materia la mente de' Romani Pontefici e la pratica costantemente seguita dalla Santa Sede dal primo esame che fu fatto di quelle Ordinazioni nel 1553 sino a' giorni nostri. La conclusione chiara e ineluttabile di siffatto studio fu quella medesima che leggiamo nella Bolla di S. S. Leone XIII: Controversiam temporibus nostris excitatam, Apostolicae Sedis iudicio definitam multo antea fuisse.
Questa autentica dichiarazione, fatta da chi è nella Chiesa Maestro infallibile e Custode fedele della istituzione divina de' Sacramenti, sarebbe stata più che sufficiente a metter fine alle inopportune polemiche, le quali di recente agitarono anche gli animi di certi scrittori cattolici. Il Santo Padre però, per la sua paterna sollecitudine ed illuminata sapienza, ha voluto fare ancora d'avvantaggio: «Quoniam, scriv'egli, nihil nobis antiquius optatiusque est quam ut hominibus recte animatis maxima possimus indulgentia et caritate prodesse, ideo iussimus in Ordinale anglicanum, quod caput est totius causae, rursus quam studiosissime inquiri.» All'argomento estrinseco egli ha voluto aggiungere l'intrinseco, e così rendere il nostro assenso alla sua augusta parola doppiamente ragionevole; sia per l'autorità suprema ed infallibile che la pronunzia, sia per l'evidenza oggettiva che ne dimostra l'intima verità. Tale evidenza si ha dallo stesso Ordinale di Eduardo VI, il quale, esaminato in sè stesso e ne' suoi aggiunti storici, ci manifesta i due essenziali difetti che viziano tutti gli Ordini con esso conferiti, e sono i difetti di valida forma e di debita intenzione.
Nel rito del sacramento dell'Ordine, come in quello degli altri sacramenti, bisogna accuratamente distinguere la parte cerimoniale dalla parte essenziale. Quella è mutabile e richiesta soltanto alla sua liceità, questa è immutabile e necessaria alla sua validità. La prima è d'istituzione ecclesiastica, la seconda è d'istituzione divina.
Nella parte essenziale soglionsi inoltre distinguere due elementi: la materia e la forma. La materia è la cosa sensibile di cui si fa uso; la forma sono le parole, le quali determinano ed elevano quella cosa sensibile all'essere e alla virtù di un segno pratico della grazia, a significare cioè ed a produrre un determinato effetto interno e spirituale. La materia del sacramento, per analogia con i composti fisici, è sempre l'elemento determinabile e perfettibile rispetto alla forma, che ne è l'elemento determinante e perfezionante. Così nel Battesimo, definito dall'Apostolo: Lavacrum aquae in verbo vitae [2], la lavanda di acqua è la cosa sensibile, ossia la materia; ma a questa deve andare congiunta la parola di vita, ossia la forma, che ne determina il significato, e costituisce con essa l'intero segno sacramentale, il quale ha la speciale virtù di mondare e santificare l'anima.
Ciò che si verifica nel Battesimo, deve verificarsi del pari nell'Ordine e negli altri sacramenti della nuova legge. In tutti, secondo il noto detto di S. Agostino, accedit verbum ad elementum, et fit sacramentum [3]. S. Tommaso d'Aquino, parlando in genere della forma de' sacramenti così si esprime [4]: «In omnibus compositis ex materia et forma, principium determinationis est ex parte formae, quae est quodammodo finis et terminus materiae, et ideo principalius requiritur ad esse rei determinata forma quam determinata materia; ... Cum igitur in sacramentis requirantur determinatae res sensibiles, quae se habent in sacramentis sicut materia, multo magis requiritur in eis determinata forma verborum.» In altri termini, essendo proprio della forma sacramentale determinare la materia del sacramento ad un peculiare significato, è necessario che le parole, onde essa forma si compone, esprimano appunto la cosa che si vuol significare. La forma infatti, come causa intrinseca, non ha altra causalità da quella infuori di comunicare il proprio suo essere alla materia: Forma per se ipsam facit rem esse in actu, cum per essentiam suam sit actus [5].
Se dunque le parole, onde si compone la forma sacramentale, non hanno per se stesse un significato determinato, esse non potranno mai con la materia o cosa sensibile, egualmente indeterminata nel suo significato, costituire un segno pratico, il quale significhi la determinata grazia che produce, ed insieme produca la determinata grazia che significa. Di qui nasce l'assoluta necessità di avere diverse forme per i diversi sacramenti, e perciò di avere in ciascun sacramento una forma determinata tutta sua propria [6].
La qual cosa è verissima in modo speciale del Sacramento dell'Ordine, la cui materia, secondo che ammettono gli stessi Anglicani, è riposta nella imposizione delle mani. Ora tale imposizione non è un segno univoco, nè per sè significa una determinata grazia. Essa infatti è comune agli Ordini dell'Episcopato, del Presbiterato e del Diaconato, e si trova altresì nel sacramento della Confermazione. Perchè dunque essa significhi piuttosto la grazia dell'Ordine che della Confermazione, e in quello piuttosto la grazia dell'Episcopato che del Presbiterato o del Diaconato, si richiede una determinazione, la quale, come sopra notammo, non le può venire se non dalla forma significante il dono, la potestà o l'ordine che si vuol conferire.
Ora nella mancanza di questa determinazione si trova appunto il primo, sebbene non il solo, defectus formae che ha viziato tutte le Ordinazioni compiutesi con l'Ordinale di Eduardo VI, sostituito, come dicemmo, al Pontificale cattolico nel 1550. Si pigli, per esempio, la forma prescritta nella consacrazione episcopale, la quale, stando alla certissima sentenza de' compilatori dell'Ordinale [7], è la seguente «Accipe Spiritum Sanctum, ac memento ut resuscites gratiam Dei quae in te est per manuum impositionem. Non enim dedit nobis Deus spiritum timoris sed virtutis et dilectionis et sobrietatis.»
Tutta la sostanza di questa forma sta nelle prime tre parole: Accipe Spiritum Sanctum, che per sè hanno un significato assolutamente indeterminato, non altro esprimendo se non una semplice invocazione dello Spirito Santo, la quale, congiunta anche all'imposizione delle mani, può trovarsi fuori di qualsiasi sacramento [8]. Nè può dirsi che il loro significato sia determinato dalle parole seguenti: ac memento ut resuscites gratiam etc.; poichè manifestamente esse nè indicano, nè molto meno esprimono, il conferimento di una determinata grazia: esse sono piuttosto un'ammonizione all'eletto di suscitare in se stesso un dono già ricevuto. In tal guisa, quando S. Paolo scriveva le citate parole a Timoteo [9], non gli conferiva un Ordine sacro, ma lo supponeva già ordinato. Neppure infine può dirsi che la grazia, ivi ricordata dall'Apostolo, sia determinatamente la grazia dell'episcopato, essendo ben nota la sentenza contraria degli interpreti, conforme al Concilio Tridentino, che applica le riferite parole al sacramento dell'Ordine in genere [10].
Se dunque si ritiene che alla validità delle Ordinazioni, non altrimenti che alla validità di tutti i sacramenti, è anzitutto necessario che la loro forma sia in se stessa determinata, bisogna pure ritenere che le Ordinazioni anglicane, compiutesi con le forme indeterminate dell'Ordinale di Eduardo VI, sono invalide e nulle.
La necessità d'avere nelle Ordinazioni una forma in se stessa determinata si deduce, non solo a priori dal concetto filosofico della forma; ma altresì a posteriori dal fatto che nessuna forma è stata mai usata o accettata dalla Chiesa come valida, la quale non facesse almeno espressa menzione o dell'Ordine o della potestà che si vuol conferire. Diciamo almeno, perchè s'intenda che la determinazione richiesta nella forma, non è necessariamente quella di una esplicita menzione dell'uno e dell'altra, e molto meno quella che esprime l'effetto principale dell'Ordine conferito. Se con la designazione dell'Ordine o della potestà si trova espresso anche l'effetto principale, com'è di fatto in parecchie forme, tanto meglio; ma se questo è semplicemente omesso (non già deliberatamente escluso), l'argomento rimane in tutta la sua forza.
A dimostrare con ogni chiarezza e brevità il fatto pur ora asserito, presentiamo qui uno specchietto delle forme consecratorie, le quali, nelle diverse Liturgie riconosciute dalla Chiesa, si trovano usate simultaneamente con l'imposizione delle mani [11].
Liturgie Pel Diaconato Pel Presbiterato Per l'Episcopato
antica Super hunc quoque famulum tuum, quaesumus Domine, placatus intende, quem tuis sacris altaribus serviturum in officium Diaconii suppliciter dedicamus. Da, quaesumus, Omnipotens Pater, in hos famulos tuos Presbyterii dignitatem. Et idcirco his famulis tuis, quos ad Summi Sacerdotii ministerium elegisti, hanc quaesumus, Domine, gratiam largiaris...
Greca ... Ipse, Domine, et hunc quem tibi a me promoveri complacuit ad Diaconatus munus, in omni honestate fidei sacramentum in pura conscientia tenentem conserva; gratiam vero Stephano protomartyri tuo in opus minlsterii huius a te primum vocato concessam, largire. Deus... qui denominatione Presbyteri eos onorasti qui digni indicati sunt in eo gradu sancte administrare verbum veritatis tuae. Ipse omnium Domine hunc quem tibi a me promoveri complacuit, in conversatione inculpata ... hunc gratiam Sancti tui Spiritus recipere complaceat. Ipse omnium Domine confirma et corrobora hunc electum tuum, ut per manum mei peccatoris et adsistentium ministrorum et coepiscoporum Sanctique Spiritus adventu, virtute et gratia subeat
dignitatem Episcopalem.
maronita Tu Domine in hac hora aspice servum tuum et demitte in eum gratiam Spiritus Sancti... et quemadmodum gratiam dedisti Beato Stephano, quem primum vocasti ad hoc ministerium, ita concede ut super hunc quoque servum tuum veniat auxilium de coelo. Elige eum per gratiam tuam et promove per misericordiam tuam hunc servum tuum, qui propter multam tuam benignitatem ac donum tuae gratiae praesentatus est hodie ex ordine diaconorum ad gradum altum et sublimem presbyterorum. Tu qui omnia potes, etiam hunc servum tuum quem dignum praestitisti qui a te recipiat sublimem Episcoporum ordinem... exorna omnibus moribus,.. virtutibus, etc.
Domine Deus... qui elegisti Ecclesiam sanctam tuam et suscitasti in ea Prophetas et Apostolos et Sacerdotes et Doctores... ac in ea quoque posuisti Diaconos... et quemadmodum elegisti Stephanum et socios eius, ita nunc quoque, Domine... da servis tuis istis gratiam Spiritus Sancti, ut sint diaconi electi. Tu ergo Deus magne virtutum... respice etiam nunc in hos servos tuos et elige illos electione sancta per inhabitationem Spiritus Sancti... et elige illos ad sacerdotium. Tu, Domine, etiam nunc illumina faciem tuam super hunc servum tuum, et elige eum electione sancta per Spiritus Sancti unctionem, ut sit tibi Sacerdos perfectus... et confirma eum per Spiritum Sanctum in ministerio hoc sancto ad quod ascendit.
Armena Da ei, Domine, virtutem et gratiam Sancti Stephani protomartyris tui et primi Diaconi; ut repletus Spiritu tuo Sancto permaneat immaculatus in ministerio mensae tuae sanctae. Exaudi, Domine, et nunc vocem deprecationum nostrarum , et quem elegisti et ad presbyteratum recepisti famulum tuum hunc, nunc ordinatum, immobilem conserva in hoc sacerdotio ad quod vocatus est. Divina coelestis gratia vocat hunc N. ex Sacerdotio ad Episcopatum... Ego impono manus; omnes orate ut dignus hic fiat gradum Episcopatus sui immaculatum custodire. (Segue la preghiera).
La stessa esplicita determinazione si trova altresì nelle forme consecratorie dell'antica Liturgia Gallicana [12], della Liturgia de' Giacobiti d'Alessandria [13], della Liturgia de' Giacobiti della Siria [14], della Liturgia Copta [15] e di quella delle Costituzioni apostoliche [16]. Un tal fatto costante e uniforme è ammesso da tutti, anche da quei pochi scrittori cattolici, i quali, prima della Bolla di Leone XIII, patrocinarono più o meno la causa degli Anglicani. L'illustre Monsignor Gasparri, cosi scrive [17]:«Toutes les prières (consecratorie) employées ou approuvées par l'Église: 1° sont des prières relatives áà l'ordination; 2° appellent sur l'ordinand, de la miséricorde de Dieu, les grâces qui lui sont necessaires dans son nouvel état; 3° nomment d'une manière ou d'une autre l'ordination dont il s'agit». L'Abbé Boudinhon, nell'ottobre del 1895, era egualmente esplicito [18]. Nella sua sentenza: «Toutes les formules catholiques d'ordination sont construites d'après un type uniforme». Ora questo tipo contiene sempre un'espressa menzione dell'Ordine o della potestà che si vuol conferire. Esso infatti, secondo lui, sarebbe il seguente: «Deus qui... respice propitius super hunc famulum tuum quem ad Diaconatum (respective: Presbyteratum vel Episcopatum seu Summum sacerdotium) vocare dignatus es; da ei gratiam tuam ut munera huius ordinis digne et utiliter adimplere valeat.»
Ciò posto, s'intende ancor meglio quale sia il defectus formae, per cui si rigettano come invalidi e nulli gli Ordini conferiti con l'Ordinale di Eduardo VI. Alle forme in essa prescritte per l'ordinazione presbiterale e per la consecrazione episcopale manca ogni conformità col tipo essenziale, costantemente e universalmente seguito in tutte le Liturgie d'Oriente e d'Occidente. Mentre queste sono sempre deprecatorie e determinate, quelle sono esclusivamente imperative e non contengono determinazione di sorta alcuna, nè dell'Ordine, nè della potestà, nè dell'effetto suo principale.
Questa proposizione non ha bisogno d'ulteriore prova. Gli stessi Anglicani ne riconobbero la verità, quando nel 1662, sotto il regno di Carlo II, modificarono in parte le loro forme. Così in quella sopra citata [19], alle parole: Accipe Spiritum Sanctum, fu aggiunto: in officium et opus episcopi in Ecclesia Dei. Tale modificazione però, essendo stata introdotta centotrè anni dopo la consecrazione del Parker e centododici anni dopo l'abolizione del Pontificale cattolico, come non poteva rendere valide le passate Ordinazioni, le quali erano state invalide per difetto di forma; cosi neppure poteva rendere valide le future, le quali rimasero e rimarranno sempre invalide, almeno per difetto di carattere nell'Ordinante, appunto perchè compiute da pretesi vescovi o meglio da laici. Quindi la Bolla di Leone XIII giustamente osserva: «Eadem adiectio, si forte quidem legitimam significationem apponere formae posset, serius est inducta, elapso iam saeculo post receptum Ordinale eduardianum; quum propterea Hierarchia extincta, potestas ordinandi iam nulla esset.» In altri termini, il rimedio, se tale può dirsi la modificazione introdotta nel 1662, fu applicato troppo tardi, cum mala per longas invaluere moras!
Nè altrimenti l'intesero i sostenitori antichi e moderni della sufficienza dell'Ordinale di Eduardo VI. Essi misero da banda come inutile l'anzidetta modificazione, e si sono sempre studiati di difendere la loro tesi con altri argomenti.
V'ha tra loro chi nega essere necessaria alla validità delle forme consecratorie la designazione dell'Ordine o della potestà che si vuol conferire. Così la pensano gli Anglicani Lacey [20] e Puller [21], alla cui sentenza, ci rincresce il dirlo, si mostrò favorevole l'Abbé Boudinhon nel luglio del 1896 [22], riformando in tal guisa il giudizio opposto, da lui dato nell'ottobre del 1895.
Basterà qui citare le parole del Lacey, copiate dal Puller e approvate dal Boudinhon: «Respondeo, scriv'egli, mentionem ordinis non esse absolute necessariam.... Extant enim in Canonibus Hippolyti orationes pro ordinibus conferendis in Ecclesia Romana, ut videtur, saeculo secundo vel tertio usurpatae, quarum ea quae pro diacono assignatur nullam prorsus gradus mentionem habet [23].» Non ci fermeremo qui a discutere se i Canoni citati sieno veramente di S. Ippolito e risalgano realmente al secondo o terzo secolo [24]; nè se la loro vera origine sia romana e occidentale, piuttosto che orientale [25]; neppure cercheremo di appuntare la correttezza del loro testo, quale è citato dal Lacey in una traduzione latina, fatta da un tedesco, non già sull'originale che non si conosce, ma sopra una traduzione arabica, anch'essa traduzione di un'altra traduzione che si suppone essere stata copta [26]. Di tutti questi punti si è disputato e si disputa tuttora fra gli eruditi, sì che ci sembra leggerezza inescusabile, se non temerità presuntuosa, opporre la dubbia autorità di alcuni canoni, probabilmente apocrifi o interpolati, alla certa testimonianza di tutte le autentiche Liturgie d'Oriente e d'Occidente.
Se non che a smentire quel che il Lacey attribuisce a' Canoni di S. Ippolito, non abbiamo bisogno d'altro, se non di mettere la sua asserzione a riscontro di quello che i detti Canoni realmente dicono. Ecco pertanto ciò che ivi si legge sotto il numero quinto :
«Si ordinatur Diaconus, observentur canones singulares, et dicatur haec oratio super eum, neque tamen ad presbyteratum pertinet, sed ad Diaconatum sicut (decet) famulum Dei. Serviat autem episcopo et presbyteris in omnibus rebus... Talis revera est Diaconus ille, de quo Christus dixit: si quis mihi ministraverit, honorificabit eum pater meus. Episcopus autem manum imponat ei et hanc orationem dicat super eum loquens: O Deus pater Domini nostri Iesu Christi, rogamus te enixe ut effundas spiritum tuum sanctum super servum tuum N. eumque prepares cum illis, qui tibi serviunt secundum tuum beneplacitum sicut Stephanus... Accipe servitium eius per Dominum nostrum Iesum Christum.»
Con queste parole sott'occhio, e ricordando che in tutte le Liturgie orientali l'Ordine diaconale è formalmente espresso in relazione al protomartire S. Stefano, primo diacono, ordinato dagli stessi Apostoli, giudichi il lettore della verità della proposizione del Lacey: In canonibus Hippolyti... oratio quae pro diacono assignatur nullam prorsus gradus mentionem habet. Inoltre, stando allo stesso Achelis [27], citato dal Lacey, v'ha una stretta parentela tra i pretesi Canoni di S. Ippolito e il libro VIII delle Costituzioni apostoliche: queste sarebbero in gran parte una copia di quelli [28]. Ora, appunto nel libro VIII, le Costituzioni apostoliche contengono la seguente preghiera consecratoria pel Diaconato: «Deus Omnipotens, ostende faciem tuam super servum tuum hunc, electum tibi in ministerium (διακονιαν) et imple eum Spiritu Sancto et virtute, sicut Stephanum protomartyrem implevisti [29].»
La parola ministerium, usata nelle Costituzioni, risponde senza fallo alla parola servitium che si legge nella traduzione (di sapore tedesco) de' Canoni; ora il ministerium è precisamente la diaconia. In quelle poi come in questi il ministerium o il servitium (se così si vuole) è più che sufficientemente determinato: esso è quello di S. Stefano, vale a dire il Diaconato. Osserviamo in fine, non esservi alcun dubbio riguardo alle due forme consecratorie, di cui qui ci occupiamo, prescritte ne' medesimi canoni per l'Episcopato e pel Presbiterato [30]. Esse, nella specifica menzione dell'Ordine che si vuol conferire, si conformano perfettamente al tipo di tutte le altre Liturgie.
Da' Canoni adunque attribuiti a S. Ippolito, non che dedursi una seria difficoltà contro la dottrina asserita nella Bolla di Leone XIII, se ne deduce piuttosto una conferma e, con questa, un validissimo argomento contro l'insufficienza e perciò contro l'invalidità delle forme consecratorie vaghe e indeterminate dell'Ordinale di Eduardo VI.
Se non più seria, certamente più speciosa della precedente è la ragione che gli Anglicani ritualisti, in difesa della sufficienza del loro Ordinale, fondano sopra un supposto Decreto, in cui il Sant'Ufficio avrebbe dichiarata valida l'Ordinazione presbiterale copta, sebbene compiuta, non altrimenti che l'Ordinazione anglicana, con l'imposizione delle mani e con la sola forma indeterminata Accipe Spiritum Sanctum. Il Decreto, a cui si allude, con la data di «Feria IV, die 9 aprilis 1744», sarebbe il seguente. «Ordinatio presbyteri cum manuum impositione et formae prolatione (Accipe Spiritum Sanctum), prout in dubio, est valida; sed diaconi ordinatio cum simplici crucis patriarchalis impositione omnino invalida est [31].»
Supposta pertanto la genuinità di questo Decreto, e presupposto inoltre che esso debba intendersi nel senso che le sole tre parole ivi recitate costituiscano l'adeguata forma della valida ordinazione presbiterale, si comprende come gli Anglicani, non senza una certa apparenza di vero, accusino oggi la Santa Sede di contraddizione, avendo nel 1896 condannata come insufficiente nell'Ordinale anglicano quella medesima forma che essa nel 1704 approvò come sufficiente nell'Ordinale copto.
Se non che l'uno e l'altro loro presupposto è assolutamente falso. È falso anzitutto che il testo da loro citato sia quello di un decreto genuino del Santo Ufficio. Infatti da' suoi atti autentici è manifesto, non solo che un tale decreto non è mai esistito; ma altresì che, essendosene fatta sotto diverse forme la proposta da un Consultore, il Pontefice Clemente XI per ben due volte espressamente ricusò di approvarlo [32].
Quello adunque che gli avversarii chiamano Decreto della Santa Sede, e si piacciono di contrapporre come argomento perentorio contro l'augusta parola di Leone XIII, non fu altro se non un semplice voto non approvato dalla suprema autorità; un voto perciò il quale, nella parte che riguarda il sacerdozio, non ha altro valore da quello in fuori che gli viene dal nome del suo oscuro autore. Ma grande o piccolo che ne sia il valore, esso in nessun modo suffraga la causa difesa dagli Anglicani, poiché il suo vero significato non fu già che le sole tre parole Accipe Spiritum Sanctum costituissero la forma adeguata nell'Ordinazione copta; sì bene, che, in alcuni casi, esse fossero di quella forma come un elemento essenziale o meglio un complemento.
Quali fossero i casi, in cui allora e poscia si è dubitato, della validità di alcune Ordinazioni compiutesi col rito copto, è chiaramente detto in una antica Relazione [33] inviata dal Prefetto Apostolico de' Copti alla Sacra Suprema Congregazione. «Quando gli Ordinandi, così la Relazione, sono molti, cioè come venti o trenta, il Vescovo non mette la mano sopra le teste di tutti, ma tiene la mano distesa alquanto in alto sopra le loro teste senza toccarle, e recita la forma a tutti [34], poi, prima di comunicarli sub utraque specie, mette le sue mani sulle guancie di ciascuno di loro e gli soffia tre volte in faccia e in bocca, e dice in copto: Ci imbneuma csuab, cioè: Accipe Spiritum Sanctum.»
Il dubbio adunque riguardava i casi delle Ordinazioni collettive, ne' quali casi, a supplire qualsiasi difetto nell'applicazione, che si faceva in generale a tutti gli ordinandi, della materia e della forma prescritta nel pontificale copto, si aggiungeva in particolare e per ciascun individuo la ceremonia sopra descritta. È falso perciò anche il secondo presupposto degli Anglicani, cioè che in questa sola ceremonia e nelle sole tre parole ripetute a ogni candidato, si trovasse tutto il rito e l'adeguata forma dell'Ordinazione dei Copti, pronunziata valida dal Consultore Damasceno [35].
Il defectus formae, per cui Leone XIII dichiarò insufficiente l'Ordinale Eduardino, non che venire offuscato, appare anzi ancor più evidente, se la forma anglicana si paragona con la forma genuina del Pontificale copto; poiché, mentre in quella, com'è noto, non v'ha designazione nè dell' Ordine, nè della potestà che si vuol conferire, in questa, ancor più chiaramente che nelle forme delle altre Liturgie sopra citate, l'Ordine e la potestà si trovano espressamente determinate. Ad esempio citeremo il testo della forma presbiterale, quale si legge, tra gli Atti del Santo Ufficio, nel Voto scritto nel 1733 dall'erudito Assemani [36]:
«Episcopus conversus ad occidentem imponit dexteram suam super caput eius qui ordinatur et sic precatur : Dominator Domine Deus,... respice super servum tuum N. qui testimonio eorum, qui eum praesentarunt, ad presbyteratum admotus est; reple eum Spiritu Sancto, Spiritu gratiae et consilii, ut timeat te et regat populum tuum in corde puro,... Concede ei Spiritum sapientiae tuae, ut plenus operationibus ad sanandum aptis, sermone ad docendum idoneo, populum tuum in mansuetudine doceat... et opera sacerdotis super populum tuum perficiat, et qui ad eum accesserint, eos lavacro regenerationis renovet... (Signat frontem eius pollice suo dicens): Vocamus te N. presbyterum ad sanctum orthodoxorum altare in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti, Amen.»
Allo scopo adunque di rimediare all'evidente difetto proprio delle forme imperative e vaghe dell'Ordinale Eduardino, alcuni difensori della validità delle Ordinazioni anglicane ricorrono alla preghiera Omnipotens Deus, che in quell'Ordinale leggesi dopo le Litanie, sostenendo che la vera forma sufficiente e valida non si trovi nelle sole parole Accipe Spiritum Sanctum; ma in queste parole e in quella preghiera. A provare il loro assunto, essi hanno insistito sull'unione morale che esiste tra tutte le parti del rito anglicano, e perciò tra l'accennata preghiera e la seguente imposizione delle mani, sebbene tra questa e quella v'abbia una notevole distanza e si compiano molte altre ceremonie.
Se non che, prescindendo pure dalla questione, se la forma del sacramento possa in tal guisa precedere la sua materia prossima, resta chiaro che la pretesa unione morale solo allora potrebbe bastare, quando le due parti moralmente unite fossero tutte e due le parti essenziali del medesimo rito sacramentale, e nel caso nostro le parti essenziali dell'Ordinale eduardino. Ora la preghiera Omnipotens Deus è forse una parte essenziale di questo Ordinale, non altrimenti che l'imposizione delle mani con le parole Accipe Spiritum Sanctum? Se fosse tale, essa dovrebbe recitarsi sempre dal Vescovo consecrante; ma mentre ciò non è prescritto nella rubrica [37], è un fatto attestato da persone autorevoli, che essa, almeno per lo passato, era recitata indifferentemente ora dal Consecrante, ora da altri. Inoltre la parte essenziale di un rito non può trovarsi fuori di esso; ma quella preghiera nell'Ordinale eduardino, qual è in uso dal 1662 sino a' giorni nostri, trovasi fuori del rito di ordinazione de' diaconi e de' presbiteri. Essa infatti si legge, e stando alla rubrica deve leggersi, come Colletta nel così detto Servizio di Comunione diverso dal Servizio di Ordinazione. Onde l'Abbé Boudinhon, testimone non sospetto agli Anglicani, ebbe a notare, che «Ceci constitue déja une sérieuse difficulté... Il y a, de plus, quelque chose de bien étrange à voir la prière essentielle de l'ordination dans la collecte de la messe (cioè del Servizio di Comunione protestante); la messe (cioè questo Servizio) et l'ordination sont deux fonctions liturgiques distinctes... l'on ne saurait présumer que le prélat, récitant la collecte, veuille faire l'ordination [38].»
Si aggiunga, che nella stessa consecrazione episcopale la accennata preghiera è recitata, quando, secondo l'Ordinale, il rito della consecrazione propriamente detto non è ancora cominciato. La rubrica anglicana su questo punto non ammette dubbio. Eccone il testo che s'i legge immediatamente dopo quella preghiera: «Deinde Archiepiscopus in faldistorio sedens consecrandum alloquatur, dicens: Frater, quoniam Sacra Scriptura et antiqui Canones praecipiunt ne quem cito manuum impositione admittamus ad regendam congregationem Christi, quam non alio pretio nisi proprio sanguine effuso acquisivit: priusquam te ad hoc ministerium, ad quod vocaris, admittam, examinabo te in quibusdam articulis» etc. Segue quindi il lungo esame che si compone di otto domande fatte dal consecrante al consecrando, alle quali potendo questi rispondere negativamente, potrebbe ancora essere dimesso. Finito l'esame con soddisfazione mutua del consecrante e del consecrando, si dice un'altra preghiera, e comincia il rito consecratorio propriamente detto, col canto o con la recita dell'inno Veni Creator etc.; poscia si prega di nuovo e finalmente si viene all'imposizione delle mani colle parole Accipe Spiritum Sanctum etc. Da tutto ciò è manifesto, non solo che la imposizione delle mani, cioè la materia, trovasi notevolmente lontana da quella preghiera, in cui gli avversarii vorrebbero riporre, almeno in parte, la forma per l'Ordine episcopale; ma altresì, che questa pretesa forma deprecatoria trovasi fuori del rito della consecrazione, e perciò separata dalla materia non solo fisicamente, ma anche moralmente.
Nessuna meraviglia adunque, che la sentenza degli avversarii, com'essi stessi confessano [39], non sia stata mai ammessa anzi neppur conosciuta da' compilatori dell'Ordinale; nessuna meraviglia, che quegli stessi Anglicani, i quali hanno recentemente difesa a Roma la causa de' loro Ordini, abbiano sempre aderito e aderiscano strettamente alla sentenza opposta [40].
Nel resto, quand'anche si ammettesse l'unione morale tra la preghiera Omnipotens Deus, dove si fa menzione dell'Ordine che si vuol conferire, e la susseguente imposizione delle mani; quand'anche si supponesse trovarsi tale designazione in tutte le rubriche e in tutte le orazioni prescritte dall'Ordinale anglicano, resterebbe sempre il vizio capitale della forma, la quale id reticet quod deberet proprium significare [41], cioè il Sacerdozio propriamente detto, istituito da Cristo nell'ultima Cena, quando disse ai suoi Apostoli: Hoc facile in meam commemorationem. Di fatto il nuovo Ordinale, come dimostrammo nella prima parte di questo lavoro [42], fu sostituito all'antico Pontificale cattolico con l'esplicito, deliberato, fermo proposito di escludere dalla Chiesa anglicana ogni idea di sacerdozio: a tale scopo i suoi Compilatori, non solo negarono l'esistenza del sacramento dell'Ordine, ma ex industria, omisero, alterarono o mutilarono tutte le antiche formule e ceremonie, le quali asserivano, supponevano o significavano il sacerdozio, la presenza reale e il sacrificio eucaristico: le parole adunque episcopato e presbiterato, che si leggono talvolta nell'Ordinale anglicano, com'è sapientemente notato nella Bolla, restant nomina sine re quam instituit Christus [43].
L'Arcidiacono anglicano di Liverpool, D.r Taylor, conferma quanto abbiamo qui asserito: «È un fatto storico, dic'egli, che nell'Ordinale del 1550, non solo fu esclusa per l'Ordinazione la formola sacrificante [Accipe potestatem offerre sacrificium etc.]; ma altresì che ogni traccia dell'idea di sacerdozio e di sacrificio fu in esso deliberatamente e a bella posta soppressa e interamente eliminata. È vero che la parola «Prete» vi è ritenuta, ma le funzioni e le manifestazioni proprie del Prete sono svanite [44].» Il D.r Ryle, anch'egli anglicano e vescovo della medesima città, ripete lo stesso: «Il nostro modo di concepire l'ufficio d'un Ministro di Cristo, così egli, è molto diverso da quello del Papa. Da una parte l'ecclesiastico della Chiesa Romana è un vero Prete, il cui principale ufficio è d'offrire il sacrificio della Messa. Dall'altra parte l'ecclesiastico della Chiesa Anglicana in nessun modo è Prete, sebbene sia così chiamato: egli è soltanto un Presbitero, il cui ufficio principale non è quello d'offerire un sacrificio materiale, ma bensì di predicare la parola di Dio e amministrare i sacramenti [45].»
Ma, come abbiam detto fin dal principio, il vizio essenziale della forma non è il solo a doversi qui deplorare. Con esso corre intimamente congiunto eziandio il difetto d'intenzione, come dimostreremo in un prossimo ed ultimo articolo.
[1] Vedi i Quaderni 1113 e 1114, pp. 257-273 e 417-437.
[2] Ephes. V, 26.
[3] Tract. LXXX in Ioann, n. 3. Migne, P. L. Vol. 35, pag. 1810.
[5] Ibid. I p., quaest. 76, art. 7.
[6] Tale è la dottrina brevemente e perspicuamente ricordata e asserita da S. S. Leone XIII nella sua Bolla: «Omnes norunt, sacramenta novae legis, utpote signa sensibilia atque gratiae invisibilis efficientia, debere gratiam et significare quam efficiunt et efficere quam significant. Quae significatio, etsi in toto ritu essentiali, in materia scilicet et forma, haberi debet, praecipue tamen ad formam pertinet; quum materia sit pars per se non determinata, quae per illam determinatur.»
[7] Di questa sentenza discorriamo a pag. 683.
[8] «Da gran numero di testimonianze dei Padri, specialmente di S. Cipriano (Epist. 69, 11; 71, 2), si fa manifesto che nella riconciliazione dei pubblici peccatori e nella nuova ammissione degli eretici nella Chiesa, soleva farsi dal Vescovo e dal presbitero una solenne liturgica imposizione delle mani, a fine di comunicar loro lo Spirito Santo, il quale è remissio peccatorum e vinculum unitatis et pacis.» Così il Thalhofer, Liturgik, 1883. 1, pag. 646.
[9] Epist. II ad Timoth. I, 6.
[10] «Cum scripturae testimonio, Apostolica traditione et Patrum unanimi consensu perspicuum sit, per sacram ordinationem, quae verbis et signis exterioribus perficitur, gratiam conferri; dubitare nemo potest Ordinem esse vere et proprie unum ex septem sanctae Ecclesiae Sacramentis: inquit enim Apostolus: Admoneo te, ut resuscites gratiam Dei, quae est in te per ímpcsitionem manuum mearum; non enim dedit nobis Deus spiritum timoris, sed virtutis, et dilectionis et sobrietatis (Sess. XXIII, cap. 3).»
[11] Per i testi di queste Liturgie, citate nello specchietto, veggansi l'Assemani, Codex Liturgicus Eccles. Universae, Tomi VIII, IX, XI; Bibliotheca Orientalis, Tom. III; Morin, De Sacris Eccles. Ordinationibus; Denzinger, Ritus Orientalium; Duchesne, Origines du culte chrétien; Maskell, Monumenta Ritualia, ecc, ecc.
[12] Assemani, op. cit. VIII, 10, 13, 17.
[13] Morin, op. cit. pp. 444-445; Denzinger, Ritus Orientalium, II, 24.
[14] È la medesima usata da' Sirimaroniti. Vedi sopra.
[15] Denzinger, op. cit. II, pp. 7, 21, 23.
[16] Sanct. Apost. Const., I. VIII, e. III. De Mystico ministerio; pp. 52-56;
J. B. Pitra, Iuris eccles. Graec. Historia et Monumenta, Roma, 1864.
[17] De la valeur des Ordinations anglicanes, Parigi, 1895, pag. 40.
[18] Nel Canoniste Contemporain, (sett.-ottobre 1895). Di un suo scrupolo
postumo discorreremo più innanzi.
[19] Pag. 670.
[20] Dissertationis Apologeticae de Hierarchia Anglicana Supplementum. Roma, 1896.
[21] The Guardian, num. del 30 settembre 1896, pp. 1473-1474.
[22] Revue Anglo-Romaine, num. del 14 luglio.
[23] Op. cit. pag. 20.
[24] Cf. Funk, Die Apostolischen Konstitutionen, Rottenburg, 1891. Cap. VIII, pp. 243 e segg.; Bardenhewer, Patrologie, Friburgo 1894, pag. 132.
[25] Cf. Duchesne, nel Bullettin critique (1 febb. 1891, pp. 41-46).
[26] Cf. Hans Achelis, Die Canones Hippolyti. Leipzig 1891, pag. 211; Duchesne, l. c. Il Tablet, num. del 5 dec. 1896, pag. 902.
[27] Die Canonus Hippolyti, pag. 27.
[28] Anche il Funk (l. c.) ammette questa parentela; ma in senso contrario.
[29] Sanct. Apost. Constit., lib. VIII, c. III, De Mystico Ministerio, p. 52. J. B. Pitra, op. cit.
[30] Se ne vegga il testo presso l'Achelis op. cit. cann. III e IV, pagg. 42 e segg. Nella forma per l'Episcopato si legge «Tribue etiam illi, o Domine, Episcopatum et spiritum clementem et potestatem» etc.; pel Presbiterato si ripete la medesima forma: «Eadem oratio super eo (Presbytero) oretur tota ut super episcopo, cum sola exceptione nominis episcopatus.» (Ibid., n. 31, p. 61).
[31] Dagli Atti autentici dell'Archivio del S. Uffizio (fasc. XIII, fol. 140 e segg.) togliamo i seguenti particolari necessarii alla intelligenza del caso proposto. Il giorno 20 ottobre 1703 la Sacra Congregazione di Propaganda Fide trasmise mise alla Suprema Congregazione del Santo Ufficio sei dubbii proposti dal R.mo P. Giuseppe di Gerusalemme Minore Riformato, Prefetto Apostolico delle Missioni di Etiopia. Il secondo di questi dubbii era: «Se il Sacerdote o Monaco abissino sia legittimamente ordinato, e conseguentemente se, fatto cattolico, possa e debba essere ammesso all'esercizio dell'ordine.» Gli E.mi giudici della Suprema designarono il Consultore Giovanni Damasceno «ut referat et sententiam suam exprimat de quaesitis.» Il Consultore obbedì, e al proposto quesito rispose: «Quatenus Aethiopes Iacobitarum vel alio ritu utantur, in quo eorum sacerdotes seu monachi per manuum impositionem ordinentur, eorum ordinatio est valida.» Questo Voto fu riferito coram SS.mo nella Feria V, 14 febbraio 1704; ma non fu da lui approvato. La risposta del Pontefice è cosi ricordata dall'Assessore: «SS.mus mandavit pariter per me exquiri ab eodem P. Iosepho et ab aliis peritis rituum Abissinorum, qua praesertim forma conferantur ordines etiam sacri et presbyteratus ab episcopis schismaticis Aethiopiae, et deinde confici et proponi novum quaesitum.» Il nuovo quesito fu preparato e proposto nei seguenti termini: «Nell'Etiopia essendo necessità che gli ordinandi si portino da parti anche remote alla città nella quale risiede l'Arcivescovo scismatico per essere ordinati, e questi non facendo l'ordinazione se non quando si sono congregati otto o diecimila ordinandi nella città suddetta di sua residenza, perciò gli avviene talvolta ordinare tre o quattro o più mila al giorno. Facendosi schierare nella chiesa gli ordinandi al sacerdozio, nel passare avanti di loro frettolosamente, impone a ciascuno le mani sul capo dicendo: Accipe Spiritum Sanctum; e agli ordinandi al diaconato impone semplicemente la croce patriarcale sul capo de' medesimi; e perchè per la gran moltitudine e confusione e per la fretta nel camminare, succede che l'Arcivescovo ad alcuni non impone le mani e ad altri non proferisce le parole della forma, e non pochi ancora sono passati senza l'una e l'altra: perciò si cerca, se i sacerdoti e diaconi in tal modo e forma ordinati siano validamente ordinati.» A questo quesito risponde il supposto Decreto del 9 aprile 1704 sopra citato.
[32] Vedi gli Atti delle Congregazioni (di Feria V) tenute coram SSmo, il 14 febbraio e il 10 aprile del 1704. Arch. del S. Ufficio fasc. XIII, fol. 140 e segg.
[33] Arch. del S. Ufficio. Fasc. XXIII, fol. 86-88.
[34] Nel caso a cui risponde il Consultore Damasceno, si suppone che gli Ordinandi sieno talvolta tre o quattro o più mila al giorno. Se ne vegga il testo nella nota più sopra.
[35] L'E.mo Cardinale Franzelin nel 1875, un anno prima che fosse elevato alla Sacra Porpora, essendo Consultore della Suprema, fece un dotto e profondo studio di tutta l'anzidetta controversia. Ne trascriviamo qui la conclusione, accennata già dal Tablet di Londra nel suo numero del 21 nov. 1896, p. 805: «Ex omnibus hactenus disputatis, manifestum esse videtur: Resolutionem anni 1704 quae supponitur, nunquam per S. Congregationis decretum fuisse sancitam, sed eam fuisse Votum dumtaxat Consultoris: S. Congregationem anno 1860, eius rationem aliquam habuisse pro illa solum parte de qua tum quaerebatur, de invaliditate nimirum ordinationum, in quibus non manuum Episcopi sed crucis patriarchalis impositio dumtaxat facta esse dicebatur; ceterum ex ipso Coptorum ritu ab antiquitate tradito, ut in eorum Pontificalibus libris habetur, manifestum esse, illa verba Accipe Spiritum Sanctum non integram formam constituere; neque S. Congregationem umquam sive explicite sive implicite declarasse illa sola verba cum impositione manuum Episcopi sufficere ad ordinem presbyteratus valide conferendum» (Votum datum Romae die 25 feb. 1875. Arch. del S. Ufficio). Cf. La risposta dell'E.mo Card. Patrizi del 30 aprile 1875 all'E.mo Card. Manning. Il testo di questa risposta è citato dal Gasparri, Tract. Can. de Sac. Ord., num. 1058. Vedi anche De Hierarchia Anglicana etc. pag. 248.
[36] Arch. del S. Ufficio. «Acta Coptica», fasc. XVIII, fol. 338 e seg. Il Voto dell'Assemani fu pubblicato dal Card. Mai nel tomo V. della sua opera Script. Veterum Nova Collectio. Roma, 1825-1828.
[37] La rubrica, nel rito per la consecrazione episcopale, ne prescrive soltanto la recita, nel medesimo modo che prescrive la recita delle Litanie: Deinde dicatur Litania... In fine Litaniae dicatur haec sequens oratio. Invece, quando trattasi delle parole «Accipe Spiritum Sanctum» etc., la rubrica prescrive altresì che esse siano dette dal consecrante: Tunc Archiepiscopus et Episcopi qui adsunt super caput Electi manus imponant, dicente Archiepiscopo: Accipe etc.
[38] Revue Anglo-Romaine, num, del 14 luglio 1896, pag. 676.
[39]Mgr. Gasparri, nel suo già citato opuscolo francese, De la valeur des Ordinations Anglicanes, discorrendo dell'accennata sentenza ch'egli fa sua, confessa che «les Anglicans, même les rédacteurs de l'Ordinal, n'y avaient pas pensé», e soggiunge: «D'après les autres, la forme consiste dans les seules parales: Accipe Spiritum Sanctum. Telle fut sans doute l'opinion des compilateurs de l'Ordinal (pag. 45, nota 2).»
[40] Uno di costoro il «Rev.» Mr. Lacey così scriveva pochi giorni prima della pubblicazione della Bolla di Leone XIII: «In dissertatione nostra ego et confrater meus Eduardus Denny pro viribus contendimus ut formulae imperativae quae in ordinationibus anglicanis usurpantur, pro validis atque adaequatis formis cum impositione manuum coniunctis aestimentur. Neque ab ea sententia discedere volo.» (Supplementum etc. Roma 1896, pag. 19).
[41] Vedi la Bolla, ed. Vaticana, pag. 14. «Est de fide, così il Franzelin, Apostolos in ultima coena institutos fuisse Sacerdotes illis verbis Christi: Hoc facite in meam commemorationem (Conc. Trid. sess. 22, can. 2); hancque potestatem sacerdotalem Christus Dominus tunc instituit propagandam ad Apostolorum in sacerdotio successores. Quando ergo Sacramentum Ordinis, h. e. visibile signum collationis sacerdotii instituit, illud sane instituit ut signum h. e. ut ritum continentem significationem potestatis faciendi quod Christus fecit in ultima coena, ipse Sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech.» (Votum del 25 feb. 1875, pag. 9. Arch. del S. Ufficio).
[42] Quad. 1113, pp. 265-267.
[43] Così la Bolla, pag. 16. Merita speciale attenzione quanto è ivi detto dell'Episcopato: «Nihil huc attinet explorare, utrum episcopatus complementum sit sacerdotii, an ordo ab illo distinctus: aut collatus, ut aiunt, per saltum, scilicet homini non sacerdoti, utrum effectum habeat nec ne. At ipse procul dubio, ex institutione Christi, ad sacramentum ordinis verissime pertinet, atque est praecellenti gradu sacerdotium.... Inde fit ut, quoniam sacramentum Ordinis verumque Christi sacerdotium a ritu anglicano penitus extrusum est, atque adeo in consecratione episcopali eiusdem ritus nullo modo sacerdotium confertur, nuilb item modo episcopatus vere ac iure possit conferri.»
[44] Vedi il Tablet di Londra num. del 7 nov. 1896, pag. 758.
[45] The Guardian, num. del 4 nov. 1896, pag. 1766.