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Timestamp: 2020-04-06 08:22:06+00:00
Document Index: 110589793

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 2', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 171', 'art. 70', 'sentenza ']

La Cassazione sulla revocabilità delle rimesse bancarie
Dott. Giovanni Pege - Adviser
Con sentenza n. 277, Civile, Sez. 1, pubblicata il 9.1.2019, la Suprema Corte affronta per la prima volta il tema della irrilevanza, ai fini della revocabilità ex art. 67 e 70 L.F. (trasfusi negli articoli 166 e 171 del Codice della Crisi di Impresa e dell’Insolvenza, nella versione approvata ad il 10.1.2019), della tradizionale distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie della provvista.
L’importante pronuncia nasce dal ricorso promosso da una banca contro una sentenza della Corte d’appello dell’Aquila, la quale confermava l’accoglimento della revocatoria promossa da una Curatela (fallimento Pescara Calcio Spa) in relazione ad una rilevante rimessa (di circa 2 milioni di euro) eseguita tre mesi prima del fallimento dalla società in bonis su un conto bancario (rimessa che di fatto ha quasi ad azzerato l’esposizione verso il ricorrente Istituto di credito). Il medesimo Istituto ha proposto ricorso in Cassazione sul presupposto che i Giudici di merito non avrebbero tenuto conto, nel valutare la natura della rimessa effettuata dalla fallita, della presenza di un’apertura di credito concessa al cliente (per un milione di euro), e che la predetta rimessa avrebbe avuto (quantomeno nei limiti dell’importo affidato) natura ripristinatoria della provvista, come tale non revocabile alla luce del disposto dell’art. 67 lettera b) L.F..
Secondo la Corte la disciplina introdotta dal comma 3, lett. b), dell’art. 67 L.F., nel testo risultante dalle modifiche apportate dall’art. 2, comma 1, lett. a) del D.L. 35/2005, prescinde totalmente dalla finalità ripristinatoria o solutoria della rimessa, spostando l’attenzione sulla relativa natura della stessa, avendo esclusivo riguardo alla consistenza e durevolezza della rimessa. Risulta pertanto irrilevante, secondo gli ermellini, che la rimessa eseguita dal correntista (poi) fallito sia da qualificare come ripristinatoria o solutoria (e cioè che afferisca a conto passivo o a conto scoperto), posto che quello che in concreto rileva risulta essere, come detto, solo la consistenza e durevolezza degli effetti estintivi dell’esposizione debitoria.
Pertanto il distinguo operato dalla giurisprudenza per circa 40 anni (a partire dai fondamentali arresti di Cass. 11.12.1978 n. 5836, e 30.1.1980 n. 709), non ha più ragione di esistere, posto che era dettato dal riferimento alla precedente versione dell’art. 67 L.F., totalmente superato dall’intervento legislativo del 2005 che, rimodulando l’art. 67 L.F., viene a focalizzarsi, come detto, solo sulla consistenza e durevolezza dell’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca.
Le ragioni richiamate dalla Suprema corte a sostegno di tale soluzione si basano sul dato testuale della norma, nonché sulla ratio legis che ha mosso il Legislatore del 2005, il quale, avvertito delle criticità e degli effetti distorsivi generati dalla giurisprudenza formatasi sul vecchio testo dell’art. 67 L.F., ha voluto dettare una disciplina delle rimesse bancarie che prescinda dalla finalità (ripristinatoria o solutoria) delle medesime, interessandosi alla sola consistenza e durevolezza della riduzione dell’esposizione debitoria.
Tale nuova lettura della Suprema Corte viene di fatto a semplificare notevolmente la disciplina della revo-catoria bancaria, portando al risultato concreto che diverranno revocabili tutti i pagamenti effettuati dal cliente alla banca (nell’arco temporale indicato dalla norma), ove appunto riducano in modo consistente e durevole l’esposizione debitoria del correntista poi fallito, e ciò indipendentemente dalla circostanza che tali versamenti abbiano natura ripristinatoria o solutoria. Il tutto comunque nei limiti previsti dall’art. 70, comma 3, L.F. (confermati dall’art. 171 del Codice della Crisi di Impresa e dell’insolvenza), di cui va sempre tenuto conto.
In merito alla disciplina dell’art. 70, comma 3, L.F., la richiamata sentenza precisa che il limite oggettivo in astratto revocabile (differenziale tra massimo scoperto ed ammontare residuo della pretesa creditoria alla data di apertura della procedura) non è necessariamente indicativo dell’importo che va in concreto revocato, il cui ammontare va comunque attentamente ricostruito, potendo essere nei fatti influenzato anche da rimesse effettuate da un terzo non revocabili (ove questi abbia utilizzato somme proprie e non abbia poi proposto rivalsa nei confronti del fallito).
Dott. Giovanni Pege
Dottore Commercialista con esperienza nel settore fallimentare