Source: https://www.ambientediritto.it/giurisprudenza/corte-di-cassazione-penale-sez-3-15-01-2020-sentenza-n-1429/
Timestamp: 2020-02-23 17:16:08+00:00
Document Index: 151763081

Matched Legal Cases: ['art.416', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 194', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 416', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.416', 'art. 483', 'sentenza ', 'art. 260', 'art. 416', 'art. 260', 'sentenza ', 'art.260', 'art. 19', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 259', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 260', 'art. 25', 'art. 9', 'art. 19', 'art. 260', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 260', 'sentenza ', 'art. 184', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 157', 'art. 260', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 194', 'art. 19', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 260', 'art. 416', 'art. 260', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 234', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 522', 'sentenza ', 'art. 260', 'art. 259', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 260', 'sentenza ', 'art. 391', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 260', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 260', 'art. 260', 'art. 260', 'art. 260', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 157', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 260', 'art. 8', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 260', 'art. 51', 'art. 157', 'art. 4', 'art. 129', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.260', 'art. 416']

CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 15/01/2020, Sentenza n.1429 - AmbienteDiritto.it
Giurisprudenza: Giurisprudenza Sentenze per esteso massime | Categoria: Agricoltura e zootecnia, Diritto processuale penale, Rifiuti Numero: 1429 | Data di udienza: 19 Settembre 2019
Numero: 1429
CORTE DI CASSAZIONE PENALE, Sez. 3^, 15/01/2020 (Ud. 19/09/2019), Sentenza n.1429
RIFIUTI – Spedizioni transfrontaliere – Accordi bilaterali – Corretto inquadramento giuridico – Lista verde e procedure semplificate – Struttura dei regolamenti europei e Stati non OCSE – Presupposti delle violazioni penalmente rilevanti – Regolamento 1993/259 – (art.416 cod. pen.)- Artt.9, 19, 25 undecies D. Lgs. n.231/2001 – L. n. 146/2006; Artt.181 bis, 183, 184 bis, 184 ter, 194, 214, 216, 234, 256 e 260 d. Lgs. n. 152/2006 – Art. 483 cod. pen…
La normativa italiana in materia di spedizioni transfrontaliere di rifiuti deve ritenersi integrata da quella adottata dalla istituzione europea mediante regolamenti aventi efficacia esecutiva e dagli accordi bilaterali perfezionatisi, ex art. 19, Reg. 1993/259, e ai sensi dei regolamenti successivi. Inoltre, la struttura dei regolamenti europei comporta il recepimento delle risposte che gli Stati non OCSE hanno fornito al questionario ad essi inviato e ai periodici aggiornamenti di tali risposte, avendo la istituzione europea ritenuto di fare proprie su base pattizia la determinazione e la disciplina che il singolo Stato non membro intende applicare ai rifiuti non pericolosi, inclusi nella lista verde, provenienti dall’area comunitaria, rifiuti soggetti, in via generale, a procedure semplificate. Pertanto, la disciplina ricavabile dal contenuto degli allegati ai regolamenti e dalle risposte dei Paesi non membri ai questionari integra la disciplina dei medesimi regolamenti, aventi efficacia immediata nel nostro ordinamento, sulla base del meccanismo disegnato ed attuato col regolamento base 2006/1013, in relazione a quanto previsto anche dall’art. 19 del regolamento 1993/259; il contenuto delle risposte ai questionari, ivi comprese le indicazioni dei rifiuti la cui importazione è vietata o soggetta a restrizioni e controlli, e le indicazioni circa le regole che ogni Paese non membro chiede siano rispettate, è reso pubblico periodicamente dalla istituzione europea ed è, dunque, conoscibile da qualsiasi operatore e rappresenta il riferimento normativo per valutare la regolarità delle operazioni di spedizione dei rifiuti; tale disciplina è recepita dall’ordinamento italiano sulla base del rinvio alla disciplina europea, contenuto nel D. Lgs. n. 152 del 2006, art. 194, cosicché le disposizioni vigenti nel nostro Paese sono integrate e specificate dal complesso delle disposizioni sopra richiamate e concorrono a definire gli obblighi cui sono tenuti a sottostare gli esportatori e i presupposti delle violazioni penalmente rilevanti.
RIFIUTI – Teloni e film di protezione dei prodotti agricoli – AGRICOLTURA E ZOOTECNIA – Oggetti a composizione plastica destinati a supportare le attività agricole produttive – Smaltimento.
Anche i teloni e i film di protezione dei prodotti agricoli non costituiscono “imballaggio” bensì oggetti a composizione plastica destinati a supportare le attività agricole produttive, con la conseguenza che tali oggetti, indipendentemente dalla operatività del decreto 2/5/2006 del Ministero dell’Ambiente e del Territorio, una volta cessato il loro ciclo di impiego, vanno considerati rifiuti destinati possibilmente al recupero. In particolare, sia l’esame della tabella allegata al regolamento (CE) 2007/1418, sia di quella allegata al regolamento (CE) 2009/967 consente di includere i “film” e gli altri teloni utilizzati in agricoltura all’interno dei rifiuti previsti dalla colonna d)», soggetti, appunto, alle restrizioni sopra ricordate.
RIFIUTI – Reati ambientali – 231 – Revoca del sequestro e confisca per equivalente – Effetti – Art. 19 d.lgs. n.231/2001.
In caso di revoca del sequestro già disposto, non sortirebbe conseguenze sulla confisca per equivalente, disposta ex art. 19 del d.lgs. n.231 del 2001, in quanto avente natura obbligatoria, non necessariamente deve essere preceduta dal sequestro preventivo sì che, a fortiori, neppure la revoca del sequestro potrebbe ostare alla confisca.
DIRITTO PROCESSUALE PENALE – Giudizio abbreviato incondizionato – Vizio di genericità e indeterminatezza dell’imputazione – Esclusione.
L’imputato nel giudizio abbreviato incondizionato non può eccepire il vizio di genericità e indeterminatezza dell’imputazione, perché la richiesta incondizionata di giudizio abbreviato implica necessariamente l’accettazione dell’imputazione formulata dall’accusa.
(riforma sentenza del 24/01/2018 della CORTE APPELLO di LECCE) Pres. DI NICOLA, Rel. ANDREAZZA, Ric. Amendolagine ed altri
AMENDOLAGINE ARCANGELO nato a BITONTO;
AMENDOLAGINE EMANUELE nato a BITONTO;
AZZARITO DOMENICO nato a SAN PIETRO A MAIDA;
ROMBOLI MARCO nato a LIVORNO;
SCHINO ANNAMARIA nato a BARI;
GATIM SRL RECUPERI SUD SRL;
avverso la sentenza del 24/01/2018 della CORTE APPELLO di LECCE;
udita la relazione svolta dal Consigliere GASTONE ANDREAZZA; udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore PIETRO MOLINO che ha concluso chiedendo
Il Proc. Gen. ha concluso:
per il rigetto per SCHINO ANNA MARIA;
per l’inammissibilita’ per ROMBOLI MARCO;
per AMENDOLAGINE ARCANGELO, MENDOLAGINE EMANUELE e la RECUPERI ha chiesto l’annullamento con rinvio limitatamente alla pena inflitta con eliminazione, a cura della Corte, dell’aumento, per l’aggravante ex art. 4 legge 146/2006;
per AZZARITO DOMENICO e la GATIM SRL ha concluso per l’annullamento con rinvio limitatamente al reato di cui all’art. 416 c.p. in subordine l’annullamento senza rinvio limitatamente alla pena inflitta con l’eliminazione, a cura della Corte, dell’aumento per l’aggravante ex art. 4 legge 146/2006.
Per il resto si è riportato alla memoria depositata in cancelleria uditi:
L’Avv. De Fuoco, in sostituzione dell’Avv. Sisto, per la parte civile, che ha depositato conclusioni scritte e nota spese;
L’Avv. Ricca, per Amendolagine Arcangelo, Amendolagine Emanuele e Recuperi sud srl, che si è riportato ai motivi di ricorso ed in subordine ha chiesto l’annullamento per maturata prescrizione;
L’Avv. Dell’Anno, in sostituzione dell’Avv. Murone e dell’avv. Bevilacqua, per Azzarito e Gatim s.r.l., che si è riportato ai motivi di ricorso;
L’Avv. De Feo, per Schino, che ha insistito nell’accoglimento di tutti i motivi di ricorso;
1. Amendolagine Arcangelo, Amendolagine Emanuele, Recuperi sud s.r.l., Azzarito Domenico, Gatim S.r.l., Romboli Marco e Schino Annamaria hanno proposto ricorso avverso la sentenza della Corte di appello di Lecce in data 24/01/2018 di conferma della sentenza del G.i.p. del Tribunale della medesima città in data 14/11/2014 di condanna di Amendolagine Arcangelo, Amendolagine Emanuele e Schino Annamaria per i reati di cui agli artt. 416, commi 1 e 2, cod. pen. e 4 L. n. 146 del 2006 (capo A.1), 256, comma 1 lett. a) e 260 d. Lgs. n. 152 del 2006 (capo B.1) e 483 cod. pen. per i fatti commessi dall’1/5/2009 in poi (capo C.1), di condanna di Azzarito Domenico per i reati di cui agli artt. 416, commi 1 e 2, cod. pen. e 4 l.n. 146 del 2006 (capo A.2 e A.3.), 256, comma 1 lett. a) e 260 d. Lgs. n. 152 del 2006 (capo B.2 e B.3.) e 483 cod. pen. (capo C.2 e C.3.), di condanna di Romboli Marco per i reati di cui agli artt. 256, comma 1 lett. a), e 260 d. Lgs. n. 152 del 2006 (capo D) e 483 cod. pen. (capo E), e di irrogazione di sanzione amministrativa alla Recuperi Sud S.r.l. per gli illeciti amministrativi di cui agli artt. 24 ter, comma 2, 25 undecies, comma 2, lett. b), e), f) del d. Lgs. n. 231 del 2001 (capo V) e alla Gatim S.r.l. per gli illeciti amministrativi di cui agli artt. 24 ter, comma 2, 25 undecies, comma 2, lett. b), e), f) del d. Lgs. n. 231 del 2001 (capi L e M). La sentenza ha inoltre dichiarato non doversi procedere nei confronti di Amendolagine Emanuele e Arcangelo nonché di Schino Annamaria in ordine ai fatti contestati al capo C.1 limitatamente ai fatti commessi sino all’aprile del 2009 perché estinti per prescrizione.
Le condotte per cui è intervenuta condanna sono essenzialmente consistite nella partecipazione ad associazione a delinquere di tipo “transnazionale” dedita alla commissione di più delitti di attività organizzate per il traffico illecito di ingenti quantitativi di rifiuti speciali nonché di falsità ideologica in atti pubblici (art.416 cod. pen.) e nella realizzazione di detti reati -fine (artt. 256 e 260 del d.lgs. n. 152 del 2006, unitariamente considerati, nonché art. 483 cod. pen.).
2. Amendolagine Arcangelo, Amendolagine Emanuele e la Recuperi Sud s.r.l., con un primo motivo di ricorso, lamentano, deducendo violazione di legge, che la sentenza impugnata ha erroneamente incluso i rifiuti di plastica solida esportati composti da teli agricoli codice di Basilea B3010 tra i rottami di plastica indicati nell’allegato al regolamento CE 1418/2007 nella colonna d) di pag. L316/20 e tra le resine della colonna a) e colonna d) stessa pagina; aggiungono come la Corte territoriale non abbia valutato l’intervenuto dissequestro di detta merce proprio in quanto conforme a quanto dichiarato, ovvero materia prima secondaria, ovvero rifiuto recuperato da riciclare destinato ad un ciclo produttivo della plastica.
In particolare, anche tenendo conto della definizione di miscela di rifiuti contenuta nel regolamento CE 1013/2006, il rifiuto in esportazione nella specie, ovvero telo agricolo per serre, era da inquadrarsi tra le resine termoplastiche LDPE appartenenti alla famiglia dei polietileni alogenati, ovvero dei polimeri ricavati dalla polimerizzazione dell’etilene, e non rientranti tra quelle soggette a restrizioni di cui alle colonne a) e d) di cui all’allegato di cui sopra. Inoltre la Recuperi Sud s.r.l. operava in regime semplificato ex artt. 214 – 216 del d.lgs. n. 152 del 2006 con conseguente applicazione del d.m. 05/02/1998 allegato I sub allegato I punto 6 relativamente alle caratteristiche delle materie prime secondarie.
La Corte avrebbe dunque erroneamente esteso il divieto, riguardante i soli rottami di plastica, di cui alla colonna d), a tutte le resine di plastica, non prestando attenzione neppure alla risposta della Cina al questionario, da cui si ricava l’importazione dei rifiuti termoplastici senza restrizioni.
2.1. Con un secondo motivo lamentano la erronea applicazione dell’art. 260 del d.lgs. n. 152 del 2006 essendo le spedizioni de quibus non soggette alle restrizioni di cui al regolamento CE 1418/2007 nell’allegato relativo alla voce “Cina” pagg. L316/19-20, e dell’art. 416 cod. pen. difettando gli elementi costitutivi del reato associativo in considerazione della sussistenza unicamente di attività commerciali svolte da ognuno degli imputati e fini a se stesse, da ciò derivando anche l’impossibilità di configurare un concorso tra il reato associativo e quello ex art. 260 cit..
Richiamate in astratto le caratteristiche necessarie dei due reati suddetti, sottolineano che la Recuperi Sud ha recuperato il telo agricolo e lo ha venduto alla Heng Feng Plastic, industria riconosciuta dalla stessa sentenza come esistente e regolarmente autorizzata dal governo cinese ad importare polietilene ed il cui agente italiano era Zhang Xiao Wu, dietro assicurazione dello spedizioniere “Aermar Duesse di Schiavone” della necessità della sola compilazione dell’allegato VII e della inclusione dei rifiuti in quelli assoggettati alle procedure semplificate purché destinati effettivamente al recupero; lo spedizioniere ha organizzato la spedizione su indicazione dell’acquirente posto che la vendita è avvenuta ex works, ovvero franco stabilimento con assunzione dei costi e rischi del trasporto a cura del solo acquirente.
Polieco, poi, (ovvero il Consorzio per il riciclaggio dei rifiuti di beni in polietilene) che non può considerarsi parte danneggiata, avrebbe avallato tutta l’operazione con timbro e sottoscrizione.
In definitiva, vi sarebbe stato un ricavo oggettivo lecito ed il pieno recupero di ciò che si stava esportando.
A riprova della insussistenza dei reati contestati richiamano il decreto di archiviazione del G.i.p. del Tribunale di Napoli e il conseguente dissequestro della merce fondati sulla corretta esportazione dei rifiuti plastici in oggetto.
Nessuna consapevolezza di concorrere nel reato di cui all’art.260 cit. è pertanto configurabile nella specie posto che la normativa da applicare era quella delle normali transazioni commerciali.
2.5. Con un sesto motivo lamentano la mancata riduzione al minimo edittale della pena principale irrogata e delle pene accessorie applicate nonché della sanzione amministrativa irrogata alla Recuperi Sud a fronte, oltre che delle modalità dei fatti, di una fattispecie di “difficile interpretazioné, come del resto dimostrato dal proscioglimento disposto dal G.i.p. del Tribunale di Napoli;
lamentano inoltre che, essendo la merce stata dissequestrata, l’art. 19 del d.lgs. n. 231 del 2001 non era applicabile.
3.1. Con un secondo motivo lamentano la violazione degli artt. 125, 192, 238 bis, 546 e 649 cod. proc. pen. per avere la sentenza omesso di motivare in ordine all’eccepito giudicato formatosi in altro procedimento sui fatti di cui ai capi A3, B3 e C3 e rappresentato da sentenza di assoluzione del Tribunale di Palmi.
In particolare tale sentenza ha assolto Azzarito con sentenza definitiva perché il fatto non sussiste dal reato di cui all’art. 259 in relazione agli stessi fatti contestati ai capi B3 e C3, accertando come lecita la spedizione transfrontaliera in Corea del Sud.
L’identità dei fatti sarebbe in particolare data dalla medesima tipologia di rifiuto (pfu), dal medesimo porto di partenza (Gioia Tauro) e dal medesimo porto di destinazione (Corea del Sud); inoltre la data di spedizione indicata nella sentenza del Tribunale di Palmi (ovvero 28/01/2010) coinciderebbe con quella ricavabile dalla sentenza di Lecce (ove, solo per un refuso, è stato in realtà scritto 28/10/2010).
3.2. Con un terzo motivo lamentano violazione di legge e travisamento del fatto quanto all’esistenza di titoli abilitativi da parte della Gatim a svolgere le attività di recupero dei rifiuti speciali non pericolosi e alla liceità delle spedizioni in Corea del Sud.
Premesso che il tipo di rifiuti esportato è il triturato di pneumatici fuori uso di cui all’allegato D Parte quarta del d.lgs. n. 152 del 2006 con codice 16.01.03., quale rifiuto non pericoloso, sottolinea che la Gatim era autorizzata a sottoporre i rifiuti ad una delle operazioni indicate nei punti da R1 a R12 e, dunque, anche ad inviare il triturato sia per il riciclo (R3) in Malesia sia per il recupero energetico (R1) in Corea del Sud, con conseguente inconfigurabilità dei reati contestati; nessuna iscrizione all’albo dei gestori ambientali era invece dovuta, non effettuando la sdcietà alcuna raccolta ‘e trasporto di rifiuti.
Inoltre, a norma sia della Convenzione di Basilea del 22/3/1989, sia del regolamento CEE 1013 del 2006 sia del regolamento CEE 1418 del 2007, era consentita l’esportazione di rifiuti non pericolosi sia verso la Corea che la Malesia.
Sicché del tutto lecita era la spedizione al cementificio della Ssangyong che si trova appunto in Corea del Sud, mentre la Corte territoriale non ha saputo indicare quale normativa renda illecita tale ultima destinazione, inoltre errando nell’analizzare il contenuto della sentenza del Tribunale di Palmi, che, contrariamente a quanto opinato dai giudici dell’appello, ha ritenuta lecita quest’ultima.
Di qui, dunque, l’omessa valutazione della prova decisiva in atti data dai provvedimenti autorizzativi prodotti.
3.3. Con un quarto motivo lamentano violazione di legge e mancanza, contraddittorietà ed illogicità della motivazione in relazione alla affermazione di responsabilità per il reato associativo e per quello di attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti.
Sarebbe infatti mancata ogni motivazione quanto alle produzioni documentali e deduzioni difensive sulla liceità della “triangolazione” di cui al capo A.3 dell’imputazione Corea del sud – Jwasan – Ssangyong, nonché sulla liceità della “triangolazione” di cui al capo A.2 dell’imputazione posto che, quanto alla responsabilità dell’imputato in ordine alla destinazione finale, illecita, della spedizione in Vietnam la sentenza ha reso una motivazione del tutto illogica in ordine al contenuto dell’intercettazione del 27/10/2009 tra Pagnanelli ed Azzarito, dimostrativa infatti, con evidenza, secondo quanto già sottolineato dal Tribunale del riesame, e come confermato dalle dichiarazioni di Marinaro Giuseppe e Pagnanelli Antonio, del fatto che Azzarito era addirittura contrario a spedire in Vietnam.
Anche con riguardo al profitto che la Gatim s.r.l. avrebbe ricevuto dall’operazione, consistito nel risparmio dei costi di smaltimento in Italia, la sentenza non ha considerato la documentazione prodotta confermativa dei costi invece notevoli sostenuti per la spedizione all’estero.
3.4. Con un quinto motivo lamentano la violazione di legge e la motivazione contraddittoria ed illogica quanto alla sussistenza del reato associativo per mancata individuazione degli elementi costitutivi della partecipazione alle attività organizzate dirette al traffico illecito di rifiuti.
Nessuna dimostrazione logica del reato anzitutto rubricato al capo A.3 e ai reati – fine collegati potrebbe ricavarsi, come affermato in sentenza, dal fatto che Azzarito conoscesse Schiavone e Peter Lee e, addirittura, del tutto incompatibile con la consapevolezza di partecipare ad un accordo diretto a realizzare un programma delinquenziale è l’affermazione in sentenza di un “mancato controllo” da parte sua del fatto che la Jwasan non avesse in realtà un impianto di smaltimento, essendo tale la motivazione illogica resa per i reati contestati sia al capo A.2 che al capo A.3, peraltro del tutto contrastante con quanto già ritenuto a suo tempo dal Tribunale del riesame.
Contraddittoria sarebbe poi la conclusione circa l’affermazione di responsabilità di Azzarito per gli stessi fatti contestati a Santagati e per i quali, invece, la sentenza’ impugnata ha confermato la pronuncia di assoluzione, semplicemente rilevando l’elemento dell’intercettazione a carico di Azzarito, dato in realtà non solo neutro ma, addirittura, favorevole all’imputato.
3.7. Con un ottavo motivo lamentano la violazione di legge in relazione all’affermazione di responsabilità amministrativa e all’applicazione della conseguenti sanzioni sulla base di un reato che al momento delle spedizioni non era incluso nel catalogo dei reati-presupposto.
In particolare, lamenta che l’art. 25 undecies, comma 2, del d.lgs. n. 231 del 2001 che richiama il reato ex art. 260 del d.lgs. n. 152 del 2006 è stato introdotto solamente con il d.lgs. n. 211 del 2011 entrato in vigore il 16/08/2011 mentre l’ultima spedizione, attenente a 4 containers destinati a Jwasan effettuata dalla Gatinn risale, come da motivazione della sentenza, al 28/10/2010 (rectius, 28/1/2010). Analogamente deduce per l’art. 25 undecies, comma 7, relativo alle sanzioni interdittive (per èffetto del richiamo all’art. 9, comma 2, del d. Lgs. n. 231 del 2001), introdotto solo con il d. Lgs. n. 121 del 2011 e per la confisca per equivalente di cui all’art. 19 del d. Lgs. n. 231 del 2001, non suscettibile di essere applicata in relazione a reati commessi prima della loro configurabilità come presupposto della responsabilità amministrativa; né varrebbe richiamare il reato associativo, atteso che il profitto oggetto dell’ablazione è stato determinato dai giudici di merito con riferimento ai delitti di illecita esportazione e non con riferimento al reato associativo.
In ogni caso, con riferimento al profitto, contestano la erronea quantificazione dello stesso, non essendosi tenuto conto dei costi che si sarebbero dovuti sostenere ed essendovi nella specie stato solo un presunto e determinato mancato esborso ma non un introito.
4. Con un primo motivo Schino Annamaria lamenta violazione di legge ed omessa motivazione in relazione alla ritenuta configurabilità del reato di cui all’art. 260 del d. Lgs. n. 152 del 2006 e dei connessi falsi ideologici.
Premesso che i fatti addebitati devono riguardare unicamente, come ricavabile dalla sentenza di primo grado, l’episodio della spedizione afferente sette containers del 16/05/2008, deduce come nessuna documentazione relativa alle spedizioni possa essere ritenuta ideologicamente falsa, correttamente venendo indicata, sia nel contratto che nell’allegato VII al reg. CE 1013/2006, la Cina sia come destinazione della merce sia come impianto di recupero; e ciò è tanto vero che in data 12/09/2008 venne disposto il dissequestro dei predetti containers.
Di qui la non Configurabilità del delitto in oggetto, sia per la presenza, al più, di una mera colpa (mentre la norma richiede il dolo specifico), sia per la presenza di un solo episodio (il reato in oggetto invece presupponendo la continuità della attività illecita).
Né il dolo specifico in capo alla ricorrente potrebbe essere ricavato dalla sussistenza di un introito per la ditta, tanto più in mancanza di una partecipazione della ricorrente Schifo alla triangolazione contestata, addebitatale solo oggettivamente in virtù della carica di legale rappresentante rivestita (quasi che l’attività illecita fosse l’oggetto sociale della ditta) e della riconosciuta estraneità all’associazione per delinquere (da cui, evidentemente, sarebbero derivati i ricavi illeciti).
Denuncia sul punto la palese contraddittorietà della sentenza di primo grado che ha desunto la consapevolezza e volontà di effettuare plurime esportazioni illegali (necessaria per potere affermare la responsabilità sia per il reato ex art. 260 cit. che per il reato di falso) dalla mancata osservanza dell’obbligo di verifica della regolarità e correttezza delle spedizioni. Contesta inoltre la qualifica di rifiuti attribuita dalla sentenza ai cascami e ritagli di plastica; come argomentato nei motivi di appello, non considerati, si è invece trattato di residui di lavorazioni industriali per il cui recupero e riutilizzo il d.m. 05/02/1998 vigente all’epoca prevedeva la sola asportazione delle sostanze estranee ed il trattamento per l’ottenimento di materiali plastici conformi alle specifiche Uniplast Uni 10667; sicché, a seguito delle operazioni di recupero (per le quali la ditta era autorizzata), il materiale avrebbe perso la natura di rifiuto per trasformarsi in MPS disciplinate dagli artt. 181 bis e 183 del d. Lgs. n. 152 del 2006.
Su tali questioni, tuttavia, così come sull’applicabilità dell’art. 184 ter dello stesso decreto in ordine alla cessazione della qualità di rifiuto, la sentenza impugnata non avrebbe argomentato in alcun modo, nulla in particolare precisando quanto al quadro normativo di riferimento.
4.3. Con un quarto motivo deduce in ogni caso la inconfigurabilità della suddetta circostanza posto che la ricorrente è stata unicamente ritenuta concorrente dei reati non associata mentre dalla sentenza delle Sez. U., n. 18374 del 2013 si ricaverebbe che la circostanza sia applicabile al concorrente non associato solo laddove il gruppò organizzato transnazionale non sia composto da alcun concorrente nel reato.
E nella specie, anzi, vi sarebbe coincidenza tra sodalizio transnazionale e associazione per delinquere di cui la Schino non fa parte.
4.4. Con un quinto motivo, infine, lamenta la violazione dell’art. 157 cod. pen. in relazione alla non rilevata prescrizione dei reati ascrittile; infatti, una volta ritenuta non configurabile la predetta aggravante, il termine di prescrizione del reato di cui all’art. 260, consumato, da ultimo, nel maggio 2008, sarebbe interamente decorso.
Quanto al reato di falso, in nessun passo della sentenza si farebbe riferimento alla data di consumazione dell’aprile 2009 (menzionata dalla Corte d’appello) con riguardo a condotte attribuibili alla ricorrente ed anzi, l’ultimo (e unico episodio) sarebbe quello del maggio 2008; sicché,anche a tenere conto della sospensione indicata dal collegio pari ad anni uno, mesi quattro e giorni tre, la prescrizione sarebbe maturata, al più tardi, nel mese di marzo 2017.
5.1. Con un secondo motivo contesta le argomentazioni utilizzate dalla sentenza impugnata per dimostrare la consapevolezza del ricorrente in ordine ai reati contestati, ovvero l’esistenza del bonifico di euro 19.133,40 del 31/12/2009 effettuato alla Ramplast s.a.s. dalla Hang Feng Plastic, ditta diversa dalla Saic con cui Ronnboli aveva avuto il contatto di fornitura; in particolare deduce che la Ramplast, che ebbe a trattare i rifiuti, così come dichiarato in dogana, era autorizzata dalla Provincia di Pisa ad attività di recupero; inoltre, deduce omessa motivazione sul fatto che l’annotazione sulle bollette del codice Cer 150102 e la destinazione verso la Cina, entrambe manoscritte, sarebbero state formate anche dalla Ramplast e non dalla sola Saic. Contesta, altresì, la logicità dell’affermazione per cui la restituzione parziale, e non totale, a Saic della somma ricevuta da Hang Feng Plastic proverebbe che la Ramplast era a conoscenza che quest’ultima era il reale destinatario finale.
6. SUccessivamente, con nota difensiva, il Consorzio per il riciclaggio di rifiuti di beni in polietilene (Polieco), già costituito parte civile, ha chiesto l’inammissibilità o il rigetto del ricorso proposto da Amendolagine Emanuele e Arcangelo.
1. Muovendo anzitutto dal ricorso presentato da Amendolagine Arcangelo e Emanuele, ai fini di un corretto inquadramento giuridico delle condotte poste in essere e della loro, conseguente abusività, va anzitutto premesso che, come già affermato da questa Corte (tra le altre, Sez. 3, n. 54703 del 09/11/2018, Di Cataldo, Rv. 274211 nonché Sez. 3, n. 39827 del 05/07/2012, Del Prete, non mass.), il rinvio operato dall’ art. 194 del D. Lgs. n. 152 del 2006 alle regole che discendono dai regolamenti comunitari che regolano la materia, e dagli accordi bilaterali di cui all’art. 19 Reg. CEE n. 259, 1/2/93, deve intendersi esteso ai regolamenti della Comunità o dell’Unione che hanno integrato o modificato tale disciplina, a partire dal Reg CE 2006/1013 del Parlamento e del Consiglio in data 14/6/06 (GUE 14/7/06), per arrivare ai Reg. CE 2007/1418 del 29/11/07 (GUE 4/12/07) e, limitatamente alla valenza interpretativa del meccanismo di formazione della legge, al Reg. UE del 23/9/10 (GU della Unione Europea del 24/9/2010). Ne consegue che la normativa italiana in materia di spedizioni transfrontaliere di rifiuti deve ritenersi integrata da quella adottata dalla istituzione europea mediante regolamenti aventi efficacia esecutiva e dagli accordi bilaterali perfezionatisi, ex art. 19, Reg. 1993/259, e ai sensi dei regolamenti successivi. Inoltre, la struttura dei regolamenti europei comporta il recepimento delle risposte che gli Stati non OCSE hanno fornito al questionario ad essi inviato e ai periodici aggiornamenti di tali risposte, avendo la istituzione europea ritenuto di fare proprie su base pattizia la determinazione e la disciplina che il singolo Stato non membro intende applicare ai rifiuti non pericolosi, inclusi nella lista verde, provenienti dall’area comunitaria, rifiuti soggetti, in via generale, a procedure semplificate.
Sempre sulla base delle indicazioni provenienti dalla Cina, come rinvenibili nella documentazione pubblicata sul sito della Direzione generale per il commercio della Commissione europea, i cui dati essenziali confluiscono negli allegati ai regolamenti, quanto meno a far data dalla risposta al questionario del 2007, gli adempimenti relativi ai rifiuti non pericolosi consistono nella sottoposizione delle spedizioni ai controlli preventivi CCIC (certificato di ispezione pre-spedizione) e nel rispetto di quanto previsto dalle autorizzazioni/licenze SEPA e AQSIQ.
Tali adempimenti, che rispondono alla disciplina cinese operante nell’anno 2007 e che sono confermati nella risposta al questionario operante nell’anno 2008, prevedono che “ogni spedizione di rifiuti deve essere accompagnata dai seguenti documenti”, tra i quali sono specificamente indicate la licenza MEP (rilasciata dal Ministero della protezione ambientale della Cina), la licenza AQSIQ (rilasciata dalla Amministrazione generale di supervisione della qualità, ispezione e quarantena della Cina) e il certificato CCIC (certificato di ispezione pre-spedizione, rilasciato dalla specifica autorità operante per conto delle autorità cinesi presso alcune sedi europee).
L’esame della detta documentazione consente, altresì, di rilevare che le autorità cinesi, ribadita la necessità delle licenze e dei certificati sopra indicati, considerano che nel modello europeo, che deve accompagnare i prodotti dúrante la spedizione, cblui che viene definito “consignee” coincide con l’importatore; che l’impianto di ricezione deve coincidere con l’impianto che opera il riciclaggio; che il notificatore/esportatore deve coincidere con il possessore delle licenze e dei certificati richiesti dalla normativa cinese, con ciò rendendosi evidente che, sia i mittenti, sia gli importatori, sia gli impianti di riciclo, debbono essere in possesso della licenza, quale garanzia della affidabilità del soggetto operante, affidabilità che risponde a specifiche esigenze, quali emergenti dalla complessa modulistica che dette autorità richiedono a coloro che intendono ottenere la licenza AQSIQ.
Sicché, correttamente la sentenza impugnata, fondandosi su tale assunto, condiviso dal Collegio, ha escluso che si vertesse nella specie in ipotesi di merce (polimeri) da qualificare come materia prima secondaria anziché, appunto, rifiuto plastico considerando tali teloni, una volta cessato il ciclo di impiego, come rifiuti; del resto, proprio l’assoggettabilità dei teli di plastica alle restrizioni in oggetto e la necessità di disporre di licenza AQSIQ e di certificazione preimbarco CCIC spiega, sotto un profilo anzitutto logico, la ragione della formale spedizione dégli stessi ad Hong KorIg (ove le materie incluse nella “lista verde”, ivi compresi i teli, non sono sottoposte ai medesimi controlli) nonostante l’effettivo invio in Cina.
Sicché, né può ritenersi, come, peraltro, genericamente prospettato nel motivo, che le condotte siano consistite in null’altro che in normali operazioni commerciali dei cui aspetti illeciti gli imputati fossero addirittura all’oscuro (si vedano sul punto i passaggi della motivazione riportanti le conversazioni tra Arnendolagine Arcangelo e lo spedizioniere Schiavone), né si comprende perché il reato di cui all’art. 260 cit. non potrebbe concorrere con quello, associativo, di cui all’art. 416 cod. pen..
Quanto alla eccepita prescrizione del reato ex art. 260 cit. che sarebbe maturata prima della data della pronuncia impugnata, la stessa appare manifestamente infondata: se si assume effettivamente, all’interno dell’ampio spettro temporale indicato in imputazione dal gennaio 2008 al dicembre 2011, come ultima data quella del 19/10/2009 come ultima spedizione dei rifiuti (la sentenza di primo grado menziona infatti, a pag. 29, proprio il 19/10/2009 come data del più recente tra i sequestri intervenuti), allora, non considerando la circostanza aggravante ex art. 4 della L. n. 146 del 2006, che in contestazione appare chiaramente riguardare il solo reato associativo, la prescrizione sarebbe maturata in data 22/08/2018 (ovvero al termine di anni sette e mesi sei cui vanno aggiunti anni uno, mesi quattro e giorni tre di sospensione come riportata in sentenza e non contestata dai ricorrenti) e, dunque, dopo la sentenza impugnata.
1.4. Il quinto motivo è inammissibile: va precisato che, in base agli atti, accessibili a questa Corte stante la natura processuale della censura, la eccezione di mancata notifica dell’avviso di conclusione delle indagini preliminari risulta svolta solo con la nota per l’udienza del giudizio di appello del 24/01/2018, sì che, non essendo una tale omissione causa di nullità assoluta, la stessa appare tardiva atteso che essa avrebbe dovuto essere sollevata sino alla deliberazione della sentenza di primo grado (come affermato da Sez. 2, n. 46763 del 27/09/2018, Esposito, Rv. 274475); in ogni caso, quand’anche così non fosse, la eccezione sarebbe comunque sanata dalla proposizione della richiesta di rito abbreviato (Sez. 3, n. 7336 del 31/01/2014, Laneve, Rv. 258813).
Parimenti appare inammissibile la censura circa l’impossibilità di operare la confisca a fronte di operato dissequestro in quanto posta, anch’essa, per la prima volta, con il ricorso per cassazione; va in ogni caso ricordato che, laddove effettivamente revocato il sequestro già disposto, non ne sortirebbero le conseguenze prospettate con il motivo posto che, secondo l’incontestato indirizzo di questa Corte, la confisca che, come quella in oggetto, per equivalente, disposta ex art. 19 del d.lgs. n.231 del 2001, abbia natura obbligatoria, non necessariamente deve essere preceduta dal sequestro preventivo (tra le altre, Sez. 3, n. 7079 del 23/01/2013, Buzi, Rv. 254751) sì che, a fortiori, neppure la revoca del sequestro potrebbe ostare alla confisca.
Ove si concludesse diversamente, del resto, ogni erronea applicazione di una circostanza aggravante o, simmetricamente, ogni erronea esclusione di una circostanza attenuante dovrebbe essere ricondotta al concetto “di pena illegale e, pertanto, essere rilevata ex officio da questa Corte secondo il paradigma dell’art. 609, comma 2, cod. proc. pen. (anche in presenza, va aggiunto, come nella specie, di ricorso inammissibile ove l’illegalità fosse tale “ab origine” contraria all’assetto normativo vigente al momento consumativo del reato : tra le altre, Sez. 4, n. 17221 del 02/04/2019, Iacovelli, Rv. 275714; Sez. 5, n.46122 del 13/06/2014, Rv. 262108).
Ma, va detto, mai si è affermata la possibilità in capo alla Corte di rilevare d’ufficio situazioni di tale fatta che del resto, nella specie, neppure sarebbero contrassegnate da una una illegalità individuabile appunto “ah origine” giacché la considerazione dell’erronea configurabilità sarebbe discesa dalla sentenza sopra citata delle Sezioni Unite all’esito della risoluzione di un contrasto interpretativo in precedenza formatosi in seno alla Corte.
Entrambi i profili, tuttavia, non incidono sulla legittimazione a costituirsi del Consorzio : vale infatti, quanto al primo punto, richiamare le ragioni già esposte sopra circa la natura di rifiuti dei teloni di plastica soggetti al regime restrittivo di esportazione, e, quanto al secondo, ribadire, in conformità a quanto a suo tempo affermato dalla sentenza di primo grado, reiterativa della decisione assunta all’udienza del 30/09/2014 in sede di giudizio abbreviato, la natura del Polieco di soggetto dotato di personalità giuridica e portatore di interéssi qualificati in ordine al controllo e al corretto smaltimento dei’rifiuti in plastica a base di polietilene, riconosciuto come tale dall’art. 234 del d. Lgs. n. 152 del 2006, indipendentemente, peraltro, dall’adeguamento dello Statuto allo schema – tipo approvato dal Ministro dello sviluppo economico.
1.7. In definitiva, i ricorsi proposti da Annendolagine Emanuele, Amendolagine Arcangelo e Recuperi Sud devono essere dichiarati inammissibili con conseguente condanna al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila ciascuno a favore della Cassa delle Ammende nonché alla rifusione delle spese processuali in favore della parte civile costituita Polieco, da liquidarsi in complessivi euro 3.500,00 oltre spese generali nella misura del 15%, Iva e Cpa.
Ne consegue, solo su detto punto, l’annullamento senza rinvio della sentenza impugnata con necessario conseguente rinvio ad altra sezione della Corte d’Appello di Lecce per la rideterminazione della sanzione pecuniaria di cui all’art. 10, comma 2, della l. 16 marzo 2006, n.146 (la sanzione interdittiva è stata irrogata dal giudice di primo grado per i soli reati ambientali, come chiaramente espresso dalla relativa sentenza), da riparannetrarsi per i soli reati associativi.
2. Venendo al ricorso proposto da Azzarito Domenico e dalla Gatim s.r.l., il primo motivo, diretto a sollevare la violazione dell’art. 522 cod. proc. pen., è inammissibile essendo stato richiesto ed ottenuto il rito abbreviato, di per sé preclusivo della possibilità di lamentare la stessa.
Va infatti ribadito che l’imputato nel giudizio abbreviato incondizionato non può eccepire il vizio di genericità e indeterminatezza dell’imputazione, perché la richiesta incondizionata di giudizio abbreviato implica necessariamente l’accettazione dell’imputazione formulata dall’accusa (Sez. 4, n. 18776 del 30/09/2016, dep. 2017, Boccuni e altri, Rv. 269880).
La doglianza, con cUi si lamenta la violazione del principio del ne bis in idem, si fonda sul presupposto che per gli stessi fatti di cui ai capi A3), B3) e C3) sarebbe intervenuta sentenza di assoluzione irrevocabile ad opera del Tribunale di Palmi; sennonché, premesso che la eventuale sovrapposizione delle decisioni dovrebbe essere in realtà limitata al solo reato sub B3) ex art. 260 del d.lgs. n. 152 del 2006 e non anche in relazione al reato associativo di cui al capo A3) e al reato di falso sub C3) (l’assoluzione appare infatti intervenuta solo in relazione alla ipotesi, peraltro qualificata sub art. 259 del d.lgs. n. 152 del 2006, di spedizione dei rifiuti come evidente solo leggendo il capo d’imputazione), la irrevocabilità appare solo affermata ma né puntualizzata dallo stesso ricorrente nel motivo, con riferimento alla relativa data, né documentata, posto che il motivo richiama la copia della sentenza di cui alla produzione documentale effettuata con l’atto di appello ove, però, una tale attestazione non appare figurare.
2.2. Quanto al terzo motivo, essenzialmente diretto a lamentare la inidonea motivazione della sentenza impugnata circa la mancanza dei titoli abilitativi a svolgere le attività di recupero e di spedizione dei rifiuti costituiti da gomma e pneumatici fuori uso, preso atto della intervenuta, nelle more, prescrizione dei reati ambientali contestati, lo stesso appare fondato. In atto di appello, si esponeva, infatti, con allegazione della relativa ordinanza del Commissario delegato per l’emergenza ambientale della Regione Calabria in data 01/08/2007, che la Gatim era autorizzata alla messa in riserva di rifiuti per sottoporli ad una delle operazioni indicate nei punti da R1 a R12, in esse dunque rientrando sia l’attività di recupero di materia o riciclo (R3) sia quella di recupero energetico (R 1).
A fronte di ciò, la sentenza impugnata, dopo avere effettivamente preso atto della autorizzazione relativa alla prima attività (così pare di comprendere in effetti leggendo, a pag.39, che “occorre rilevare che non vi è corrispondenza tra il legittimo conferimento per lo smaltimento e quello effettuato per il successivo recupero energetico”), ed avere altresì preso atto che la Gatim era regolarmente autorizzata a spedire in Corea del Sud, appare avere sostanzialmente omesso la risposta in ordine alla tematica posta in ordine alla autorizzazione relativa anche alla seconda attività; da un lato, infatti, ha ricordato che a colui che conferisce regolarmente a terzi rifiuti per il recupero o lo smaltimento si impone comunque l’onere di accertarsi della regolare autorizzazione di questi ultimi allo svolgimento delle operazioni, in tal modo tuttavia dando una risposta non pertinente all’imputazione sub B.3) (che era solo quella di avere fatto figurare la destinazione ad un impianto di recupero R3 di rifiuti in realtà destinati a recupero energetico R1), e trascurando l’onere di confrontarsi con il dolo specifico sorreggente la previsione dell’art. 260 cit., e dall’altro appare avere confermato, senza spiegare la compatibilità di tale affermazione con la documentazione presentata (su cui nulla viene detto), che la Gatim era appunto autorizzata solo al conferimento per lo smaltimento, in tal modo, però, ‘fornendo una motivazibne assiomatica.
2.3. Anche il quarto motivo, diretto a censurare la motivazione resa quanto all’affermazione di responsabilità per i reati contestati, appare fondato. Quanto anzitutto al reato di cui al capo B.2), con l’atto di appello l’imputato aveva sottolineato come il contenuto della telefonata del 27/10/2009, intercorsa tra Azzarito e il coindagato Pagnanelli ed intercettata, fosse indicativa, laddove risultava chiaramente come il primo riferisse al secondo di essersi decisamente rifiutato di accettare la proposta di spedizione dei rifiuti in Vietnam fattagli da Quercia e Marinaro, della sua non consapevole partecipazione agli illeciti contestatigli.
Tale conclusione, tuttavia, appare, a fronte di un contenuto inequivocabilmente espressivo di un rifiuto dell’Azzarito a prendere parte a spedizioni illecite e, come tale, accettato dalla stessa sentenza, assimilabile, in mancanza di alcun elemento indicativo di un atteggiamento volto ad affermare il contrario di ciò che in quello stesso momento si stesse affermando, ad una vera e propria congettura, di per sé inammissibile, soprattutto ove si tenga conto del fatto che, in sentenza, non si dà mai atto in alcun modo che Azzarito sapesse o sospettasse che la telefonata fosse intercettata.
A ciò aggiungasi avere la sentenza impugnata trascurato di considerare (posto che nessuna menzione ne viene fatta) che lo stesso Marinaro ebbe, come evidenziato con memoria proposta in primo grado, a confermare, in sede di sommarie informazioni ex art. 391 bis cod. proc. pen., che Azzarito si era opposto categoricamente all’esportazione in Vietnam.
Né si comprende la logica dell’affermazione svolta nella sentenza impugnata, che, per confutare la valenza “scagionante” della conversazione nel senso della inconsapevolezza della spedizione in Vietnam, ha valorizzato in senso contrario il fatto che, anche successivamente a tale telefonata, continuassero le spedizioni, trattandosi tuttavia, come emergente dalla sentenza di primo grado, a pag. 46 (le cui argomentazioni sono infatti state riprese dai giudici di appello), non già delle spedizioni in Vietnam bensì di quelle in Corea del Sud, che, peraltro, come già visto più sopra, e specificamente in relazione al’ luogo di destinazione effettivo del cementificio Ssangyong, sono state investite dal terzo, e fondato, motivo di appello sul punto della loro regolarità.
Quanto al profilo del fine del profitto, quale necessario elemento integrante l’aspetto psicologico del reato ex art. 260 cit., e coinvolgente entrambi i reati contestati ai capi B2 e C2, la motivazione della sentenza impugnata appare quanto meno tale da giustificare le censure sul punto, conseguentemente non manifestamente infondate: limitarsi ad affermare in generale, come fa in sostanza la sentenza per affermare la sussistenza di un profitto, e dunque per giustificare la finalità dell’operazione, che i costi di conferimento dei rifiuti all’estero erano pressoché pari a zero contrariamente a quelli di conferimento in Italia, non vale di per sé a far ritenere dimostrato che, nella complessiva considerazione sia dei costi di conferimento (più bassi e pressoché nulli all’estero) sia dei costi di trasporto (molto più alti all’estero), il primo aspetto sopravanzasse di gran lunga il secondo in assenza di dati certi in alcun modo citati.
La motivazione della sentenza impugnata sul punto, infatti, appare risolversi, essenzialmente, nell’affermare che “l’Azzarito, con la sua società, si è stabilmente prestato (il numero dei trasporti ne è riscontro) al meccanismo della triangolazione per concretizzare il dirottamento dei suoi rifiuti” (v. pag. 42). Sennonché, da un primo, generale, punto di vista, appare non corretto il ragionamento che trae la sussistenza del reato associativo dalla sovrapposizione della condotta descritta nell’art. 260 d.lgs. n. 152 del 2006, con quella richiesta per la configurabilità dell’associazione per delinquere posto; tale secondo reato richiede, infatti, come già affermato da questa Corte, la predisposizione di un’organizzazione strutturale, sia pure minima, di uomini e mezzi, funzionale alla realizzazione di una serie indeterminata di delitti, nella consapevolezza, da parte di singoli associati, di far parte di un sodalizio durevole e di essere disponibili ad operare nel tempo per l’attuazione del programma criminoso comune, che non può certo essere individuata nel mero allestimento di mezzi e attività continuative organizzate e nel compimento di più operazioni finalizzate alla gestione abusiva di rifiuti indicate dall’art. 260 d.lgs. n. 152 del 06, richiedendosi, evidentemente, un’attiva e stabile partecipazione ad un sodalizio criminale per la realizzazione di un indeterminato programma criminoso (Sez.3, n. 5773 del 17/01/2014, Napolitano, Rv. 258906).
Sotto un secondo, più particolare, profilo, poi, il ragionamento manifesta ancor di più la sua debolezza per il fatto che la stessa sentenza, come già visto sopra, sembra avere dedotto la responsabilità del ricorrente per il reato di cui all’art. 260 cit. sulla base di una condotta meramente omissiva e connaturata da aspetti semplicemente colposi, addebitata all’imputato per non avere controllato quali fossero le effettive destinazioni dei rifiuti (si vedano sul punto i passaggi delle pagg. 39 e 42), benché, poi, a pag.43, sempre la sentenza, in termini che paiono incoerenti rispetto alle pagine precedenti, finisca per ritenere assiomaticamente accertata una partecipazione dolosa accertata in conseguenza della “consapevole scelta di intermediari pronti a falsificare i documenti di accompagnamento dei rifiuti per fare apparire lecita la spedizione”. Se ne trae, dunque, complessivamente, una motivazione, da un lato, incerta quanto alla valutazione delle condotte realmente tenute dall’imputato e, dall’altro, in ogni caso, contrastante con la necessità di una netta distinzione tra le condotte sufficienti ai fini di integrare i reati-fine e quelle necessarie, invece, al fine di integrare il reato associativo.
Neppure con riguardo ai reati – fine di cui all’art. 260 cit., la prescrizione poteva essere maturata al momento della sentenza impugnata: preso atto che, secondo quanto espressamente affermato a pag. 43 della sentenza di primo grado, l’ultima spedizione effettuata dalla Gatim s.r.l. deve essere collocata al 28/10/2010, tale data segnando pertanto il momento consumativo del reato abituale in oggetto (si veda, da ultimo, Sez. 3, n. 16036 del 28/02/2019 Zoccoli, Rv. 275395), a fronte del termine complessivo di anni otto, mesi dieci e giorni tre (anni sette e mesi sei + sospensione, non essendo applicabili le previsioni in tema di raddoppio dei termini, di cui all’art. 51, comma 3 bis, cod. proc. pen., come richiamate dall’art. 157, comma 6, cod. pen., in quanto entrate in vigore nel marzo 2011 e, dunque, successivamente alla commissione dei fatti), il termine è maturato solo in data 01/09/2019 (non potendo, deve aggiungersi, tenersi conto della circostanza aggravante di cui all’art. 4 della l. n. 146 del 2006, chiaramente contestata in imputazione in relazione al solo reato associativo).
2.6. Il settimo motivo, relativo alla entità della sanzione irrogata, di per sé inammissibile (sia perché non proposto con l’atto di appello sia perché lo stesso ricorrente riconosce che la pena base è stata applicata in anni due a fronte di una forbice edittale ricompresa tra uno e cinque anni, mentre nulla osserva quanto ai presupposti di concessione delle circostanze attenuanti generiche), deve ritenersi comunque assorbito, dalla necessità di revisione dell’intero trattamento sanzionatorio per effetto della parziale fondatezza di alcuni dei motivi proposti e del conseguente annullamento della sentenza di cui oltre si dirà,.
2.8. Conclusivamente, dunque, attesa la fondatezza, in particolare, del quarto e del quinto motivo di ricorso, complessivamente coinvolgenti tutti i reati contestati, la sentenza impugnata deve essere annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte di Appello di Lecce per nuovo esame quanto ai reati associativi di cui ai capi A.2) e A.3), mentre, con riferimento ai reati-fine di cui ai capi B.2), C.2), B.3) e C.3), dovendo prendersi atto che, secondo quanto già sopra indicato, l’ultima spedizione effettuata dalla Gatim s.r.l. risale al 28 ottobre 2010, la prescrizione, sia con riferimento ai reati di cui all’art. 260 cit., sia con riferimento ai reati di falso, appare definitivamente maturata in data 01/09/2019.
Ciò comporta che, come già anticipato sopra, debba essere devoluto al giudice di rinvio anche il giudizio in ordine alla responsabilità amministrativa della Gatinn S.r.l., e l’eventuale conseguente trattamento sanzionatorio, segnatamente afferente, tuttavia, i soli reati associativi.
Infatti, con riguardo ai reati – fine ambientali, osta alla applicazione delle sanzioni amministrative tutte (pecuniarie, interdittive e di confisca), la cui applicabilità dovrebbe residuare, a seguito di una verifica quanto meno incidentale della sussistenza del fatto di reato, pur a fronte di prescrizione ex art. 8 del d.lgs. n. 231 del 2001 (da ultimo, Sez.4, n. 22468 del 21/05/2018, Eurocos., Rv. 273399), come già osservato sopra, la circostanza che la previsione che ha incluso gli stessi tra i reati – presupposto della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, sia entrata in vigore in data 16/08/2011 per effetto dell’introduzione, nel d.lgs. n. 231 del 2001, dell’art. 25 undecies, e, dunque, solo successivamente alla consumazione dei reati in data 28/10/2010.
Deve solo precisarsi che il giudizio di rinvio dovrà eventualmente riguardare anche, sempre con riferimento’ai soli reati associativi; all’esito della rivalutazione da effettuarsi, la’ confisca (non invece le sanzioni interdittive, non irrogate dalla sentenza di primo grado per i reati associativi) operata dal giudice di primo grado, che, genericamente riferita dalla sentenza di primo grado al profitto della attività organizzate per il traffico illecito di rifiuti, deve intendersi come comprensiva anche di quello dei reati associativi in forza dell’espresso riferimento operato alla natura trasnfrontaliera delle spedizioni e, dunque, alla transnazionalità quale circostanza aggravante specificamente contestata per i reati associativi.
3. Venendo al ricorso di Schino Anna Maria, appaiono, in via pregiudiziale rispetto a tutti gli altri, fondati il terzo e quinto motivo, posto che da essi discende la maturata prescrizione dei reati. Quanto al terzo motivo, va infatti osservato che, come reso evidente dal capo A.1 dell’imputazione, la circostanza di cui all’art. 4 del d.lgs. n. 146 del 2006 è stata contestata unicamente in relazione al reato associativo dal quale, però, la Schifo è stata assolta già in primo grado per non avere commesso il fatto tanto che nessun aumento la sentenza del G.i.p. ha operato a tale titolo sulla pena base irrogata per il reato fine ambientale.
Non ha poi pregio l’osservazione, contenuta nella memoria scritta del P.G., secondo cui la stessa aggravante sarebbe stata contestata “oggettivamente”, dal che, pare di comprendere, dovrebbe desumersi la sua “estensione” anche ai reati – fine: il dato inequivoco della menzione dell’aggravante nel solo capo relativo al reato associativo, non consente, infatti, estensioni di sorta (come del resto ritenuto dallo stesso giudice di primo grado che, significativamente, non ha operato appunto alcun aumento per detta aggravante).
Non essendo dunque computabile la circostanza aggravante suddetta, deve allora ritenersi fondato il quinto motivo, invocante la prescrizione maturata già al momento della sentenza impugnata. Premesso infatti che la Corte territoriale ha riconosciuto, a pag. 46 della sentenza, che la data di commissione dei reati di cui all’art. 260 cit. è, al più tardi, collocabile non oltre il mese di settembre 2008 (sembrando, per vero, anzi, a pag. 44, di potersi dedurre che, come invocato dalla ricorrente, la commissione ultima sarebbe intervenuta il 19/05/2008, allorquando intervenne il sequestro degli ultimi sette containers) e aggiunto, come già detto sopra, che non è applicabile alcun raddoppio dei termini, essendo la previsione dell’art. 51, comma 3 bis, cod. proc. peh., come richiamata dàll’art. 157, comma 6,* cod. pen. entrata in vigore nel marzo 2011 e, dunque, successivamente alla commissione dei fatti, e che, come già visto, non può tenersi conto della circostanza aggravante di cui all’art. 4 della I. n. 146 del 2006, chiaramente contestata in imputazione in relazione al solo reato associativo, la prescrizione relativa sia ai reati ambientali sia ai reati di falso, al più tardi contestuali ai primi, appare maturata in data 04/07/2017 (anni sette e mesi sei + sospensione pari ad anni uno, mesi quattro e giorni tre).
Sicché, in definitiva, non sussistendo certamente, a norma dell’art. 129 cod. proc. pen., le condizioni per ritenere, con l’evidenza richiesta dalla norma processuale appena indicata, elementi nel senso della inconfigurabilità dei reati ascritti all’imputata, la sentenza deve essere annullata senza rinvio per estinzione dei reati
In relazione al primo motivo, volto a sostenere l’incompetenza territoriale del Tribunale di Lecce, lo stesso è inammissibile. Risulta dagli atti che detta eccezione, dedotta all’udienza preliminare del 05/02/2014, e rigettata, non venne sollevata dall’imputato nel corso del giudizio abbreviato richiesto ed ottenuto all’udienza del 07/02/2014 (pur potendolo fare laddove già svolta nel corso dell’udienza preliminare: v. Sez. U., n. 27996 del 29/03/2012, Forcelli, Rv. 252612), avendo in particolare, nell’udienza del 30/09/2014, l’Avv. Cascione, in sostituzione del Difensore di Romboli, Avv. Cariello, concluso chiedendo l’assoluzione, sicché la stessa non poteva più essere proposta innanzi alla Corte d’Appello né poteva essere riproposta con il presente ricorso per cassazione (v. Sez. 3, n.11054 del 02/02/2017, Onofri e altro, Rv. 269174); né il fatto che la Corte d’appello abbia ugualmente trattato l’eccezione, rigettandola, può evidentemente comportare la “reviviscenza” di un motivo ormai precluso.
La sentenza impugnata, dopo avere affermato che il reale coinvolgimento della Ramplast nell’operazione deriva dall’annotazione sulle bollette degli orari di arrivo e di partenza dei containers, con apposizione del timbro della società a riscontro di quanto veniva spedito con destinazione fittizia ad Hong Kong, ha evidenziato, come già il giudice di primo grado, la mail del 31/12/2009 ed il bonifico di euro 19.133,40 direttamente effettuato dalla Hang Feng Plastic, sita in Cina, alla Ramplast, con conseguente inconsistenza della tesi della inconsapevolezza della reale destinazione finale dei rifiuti; e, quanto alla argomentazione difensiva circa l’essersi verificato un errore, giacché la somma avrebbe dovuto egsere bonificata alla Saìc, i giudici di appello hanno opposto la restituzione dalla Ramplast alla Saic non dell’intero importo bensì di una sola parte di esso, corrispondente all’opera di intermediazione svolta da detta Saic.
La sentenza impugnata ha valutato sul punto l’inesistenza, nella specie, dei necessari elementi favorevoli, secondo la giurisprudenza di questa Corte, cui il ricorrente oppone, da un lato l’incensuratezza, di per sé, tuttavia, non dirimente per stesso dettato normativo, e, dall’altro, il ristretto lasso temporale dei fatti, risultando però, dalla sentenza impugnata, che ne ha fatto, dunque corretta valutazione, l’effettuata spedizione, in soli due mesi, di dodici containers.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Schino Annamaria perché i residui reati alla stessa ascritti sono estinti per prescrizione;
annulla senza rinvio la sentenza impugnata nei confronti di Azzarito Domenico limitatamente ai reati di cui ai capi B2), C2), B3) e C3) perché gli stessi sono estinti per prescrizione e con rinvio limitatamente ai capi A2 e A3 ad altra sezione della Corte di Appello di Lecce;
annulla la sentenza impugnata nei confronti della Gatim S.r.l. in ordine alla responsabilità amministrativa dell’ente e al conseguente trattamento sanzionatorio nonché alla disposta confisca e rinvia ad altra sezione della Corte di Appello di Lecce;
annulla la sentenza impugnata nei confronti della Recuperi Sud S.r.1: senza rinvio limitatamente alla sanzione inflitta per l’illecito amministrativo dipendente dal reato di cui all’art.260 d.lgs. n. 152 del 2006 perché il fatto non era previsto dalla legge come illecito amministrativo e con rinvio per la rideterminazione della sanzione pecuniaria a carico dell’ente in ordine al residuo illecito amministrativo dipendente dal reato di cui all’art. 416 cod. pen. ad altra sezione della Corte di Appello di Lecce;
dichiara inammissibile nel resto il ricorso della Recuperi Sud.
Dichiara inammissibile il ricorso di Romboli Marco e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila a favore della cassa delle ammende.
Dichiara inammissibili i ricorsi di Amendolagine Arcangelo nonché di Amendolagine Emanuele e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila ciascuno a favore della cassa delle ammende nonché alla rifusione delle spese processuali del grado in favore della parte civile Consorzio per il riciclaggio dei rifiuti di beni in polietilene (Polieco) che liquida in complessivi euro 3.500 oltre spese generali nella misura del 15%, Iva e Cpa.
Così deciso il 19 settembre 2019