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Timestamp: 2018-11-12 22:59:15+00:00
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 5 novembre 2015, n. 22663. In tema di divisione ereditaria, nel caso in cui uno o più immobili non siano comodamente divisibili, il giudice ha il potere discrezionale di derogare al criterio della preferenziale assegnazione al condividente titolare della maggior quota, purché assolva all’obbligo di fornire una adeguata e logica motivazione della diversa valutazione di opportunità adottata - Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 5 novembre 2015, n. 22663. In tema di divisione ereditaria, nel caso in cui uno o più immobili non siano comodamente divisibili, il giudice ha il potere discrezionale di derogare al criterio della preferenziale assegnazione al condividente titolare della maggior quota, purché assolva all’obbligo di fornire una adeguata e logica motivazione della diversa valutazione di opportunità adottata
Home/Cassazione civile 2015, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze, Successioni/Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 5 novembre 2015, n. 22663. In tema di divisione ereditaria, nel caso in cui uno o più immobili non siano comodamente divisibili, il giudice ha il potere discrezionale di derogare al criterio della preferenziale assegnazione al condividente titolare della maggior quota, purché assolva all’obbligo di fornire una adeguata e logica motivazione della diversa valutazione di opportunità adottata
SENTENZA 5 novembre 2015, n. 22663
Con il motivo, nella sostanza, si pone la questione – espressamente indicata- del fatto controverso costituito dal ‘superiore interesse di continuare l’azienda ristorante-bar e, quindi, dall’opportunità di attribuzione immobile a C.U. e A.M. ‘.
Tanto anche alla stregua della invocata possibilità (già ritenuta da Cass. n. 12998/2001) del ricorso al criterio del ‘prudente apprezzamento di ragioni di opportunità’ come quella, nella fattispecie, della anzidetta continuità di esercizio di attività di ristorazione dei ricorrenti.
La Corte territoriale, nel procedere all’assegnane dei beni ereditari, ha , nella fattispecie, privilegiato il ‘criterio, preferito dall’art. 720 c.c.’ dell’assegnazione al maggior quotista ovvero al C.G., richiamandosi a quanto già affermato da questa Corte con le sentenze n.ri 7716/1990, 7588/1995 e 22906/2006. Deve al riguardo osservarsi e rammentarsi quanto segue. La giurisprudenza meno recente (quale quella innanzi citata e su si basa l’impugnata sentenza) riteneva possibile la deroga al generale criterio dell’assegnazione dei beni ereditari al maggior quotista solo se vi erano ragioni di opportunità rispondenti ad esigenze comuni ed adeguatamente motivate.
Giova, al riguardo, citare l’emblematico dictum proprio di Cass. 25 ottobre 2006, n. 22906, secondo cui, ‘in caso di scioglimento della divisione ereditaria od ordinaria, fine primario della divisione è la conversione del diritto di ciascun condividente alla quota ideale in diritto di proprietà esclusiva di beni individuali, sicché quado in presenza di un immobile indivisibile o non comodamente divisibile vi è una pluralità di richieste di assegnazione benché è possibile l’assegnazione anche ai titolari di quota minore, laddove ciò corrisponda all’interesse comune delle parti’.
La citata pronuncia riprendeva, in sostanza, un datato orientamento già risalente a Cass. 13 luglio 1983, n. 4775 ed a Cass. 20 agosto 1991, n. 8922, secondo il quale il principio ispiratore della norma di cui all’art. 720 c.c. ovvero il ‘favor divisionis’ implicava preferenzialmente l’assegnazione de qua al maggior quotista salvo esclusivamente ‘ragioni di opportunità ravvisabili nell’interesse comune dei condividendi’.
Senonché un più recente orientamento di questa stessa Corte (e di questa stessa Sezione) ha affermato un ‘potere discrezionale di deroga al criterio della preferenziale assegnazione’ vincolato alla solo obbligo della ‘adeguata e logica motivazione’. Più specificamente è stato affermato, con la citata decisione, che ‘in tema di divisione ereditaria, nel casoin cui uno o più immobili non risultino comodamente divisibili, il giudice ha il potere discrezionale di derogare al criterio, indicato dall’art. 720 c.c., della preferenziale assegnazione al condividente titolare della quota maggiore, purché assolva all’obbligo di fornire adeguata e logica motivazione della diversa valutazione di opportunità adottata (nel caso di specie la Corte confermava la sentenza del Giudice di secondo grado con riguardo all’attribuzione dell’immobile non divisibile assumendo come criterio discriminante quello dell’interesse personale prevalente dell’assegnatario, privo di un’unità immobiliare da destinare a casa familiare, rispetto al titolare di quota maggiore che disponeva di altra abitazione)’.
Inoltre (ed ancor più decisivamente) la Corte territoriale non ha correttamente valutato la possibilità e la sussistenza, in concreto, di ‘motivi seri’ idonei a giustificare la deroga al generale principio di assegnazione. Più specificamente è errato ritenere che la valutazione di quei ‘seri motivi…..non può ancorarsi ad una valutazione dell’interesse economico ed individuale di uno dei richiedenti’, non essendo mai stata del tutto esclusa un tal tipo di valutazione anche dalle meno recenti pronunce di legittimità in tema (che si limitavano solo a privilegiare l’interesse comune).
È stata inoltre erroneamente ritenuta con la gravata decisione una ‘mancata configurazione di tali motivi’ da non poter consentire l’adozione di un cirterio diverso da quello della maggior quota.
Senonché proprio a tenore di quanto esposto e riportato nell’atto di appello incidentale gli odierni ricorrenti (quotisti minoritari, ma gestori di attività commerciale nel bene comune indivisibile) avevano ben fatto presente il valore conseguito dall’azienda e la rilevante circostanza (della quale comunque andava dato conto), per cui ‘la perdita dei locali per una qualsiasi ragione determina altresì la perdita dell’avviamento commerciale’ e, potrebbe qui aggiungersi, la stessa possibilità della sua prosecuzione e continuazione.
In sostanza ed in definitiva è mancata del tutto una comparazione degli interessi e, più specificamente, una valutazione dell’interesse alla continuità aziendale quale possibile ‘serio motivo’ atto a poter giustificare il ricorso ad altro criterio derogatorio di assegnazione dei beni comuni rispetto a quello ordinario.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2015-11-13T19:09:19+00:0013 novembre 2015|Cassazione civile 2015, Corte di Cassazione, Diritto Civile e Procedura Civile, Sentenze - Ordinanze, Successioni|0 Commenti