Source: https://www.diffamazioni.it/diffamazione-a-mezzo-stampa-tutto-quello-che-devi-sapere/
Timestamp: 2019-06-19 02:55:02+00:00
Document Index: 60401338

Matched Legal Cases: ['art. 595', 'sentenza ', 'art. 57', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 57', 'art. 13', 'art. 57', 'art. 57', 'art. 596', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 51', 'art. 185', 'art. 12', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 528', 'art. 528', 'art. 529', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 528', 'art. 16', 'art. 20']

Diffamazione a mezzo stampa: tutto quello che devi sapere - Diffamazioni.it
Poche questioni sono così dibattute come la diffamazione a mezzo stampa. Quando si verifica e quanto è grave? Si può avere un risarcimento di decine di migliaia di euro? Basta il titolo del giornale per diffamare? Anche gli articoli di un quotidiano online possono considerarsi “stampa”? Vediamo di rispondere a tutte queste domande (e a tante altre!)…
Cosa è la diffamazione a mezzo stampa?
Cosa si intende precisamente per stampa?
Chi sono le vittime della diffamazione a mezzo stampa?
Basta un titolo di giornale per commettere diffamazione a mezzo stampa?
Casi di esclusione della punibilità.
Diritti di cronaca e di critica
Risarcimenti per diffamazione a mezzo stampa
La mia reputazione è stata offesa dalla stampa… cosa posso fare?
Altri reati previsti dalla disciplina sulla stampa
La diffamazione è un delitto previsto dall’art. 595 del codice penale. Il reato viene commesso quando si offende l’altrui reputazione comunicando con più persone. A differenze dell’ingiuria però, nella diffamazione la persona offesa non è presente alla comunicazione, o comunque la comunicazione non è ad essa diretta.
La diffamazione a mezzo stampa è una specie aggravata di diffamazione. (Leggi l’articolo sul reato di diffamazione per approfondire il tema della diffamazione in generale). Infatti, mentre la diffamazione “semplice” è punita con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a 1.032 euro, la diffamazione a mezzo stampa – al pari di quella commessa con “qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico” – è punita con la pena della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a 516 euro.
Perché questa forma di diffamazione è così grave?
Naturalmente, l’offesa alla reputazione è tanto più grave quanto più grande è la potenzialità e la diffusività del mezzo di comunicazione. Ora, la stampa ha – di regola – una ampia diffusione (a volte anche una diffusione nazionale). Inoltre il prestigio e l’autorevolezza del quotidiano o del periodico aumenta la credibilità delle dichiarazioni. Di conseguenza aumenta anche la gravità delle conseguenze dannose nel caso di dichiarazioni offensive.
Infine, è di per sé più grave la diffamazione consistente nell’attribuzione di un fatto determinato perché la specificità dell’attribuzione di norma ne aumenta la credibilità e la carica denigratoria. Ad esempio, è diverso affermare che “Tizio è disonesto” rispetto ad affermare attribuendo un fatto determinato: “Tizio si è intascato i mille euro destinati all’associazione di beneficenza”. Perciò l’articolo 13 della legge sulla stampa (L. 47/1948) prevede un’ aggravante speciale per questa ipotesi:
Cosa si intende precisamente per “stampa”?
La legge n. 47 del 1948, detta anche “legge sulla stampa”, all’articolo 1 dichiara che:
In questa nozione debbono essere ricompresi tutti i prodotti idonei alla diffusione in molteplici esemplari con mezzi meccanici o fisico-chimici, se destinati alla pubblicazione. (Quindi non solo il “giornale” o “periodico” ma anche libri, volantini, ecc.).
Estensione del concetto di stampa
La giurisprudenza si è comunque interrogata sulla possibilità che altri mezzi di comunicazione, che presentano alcune analogie con la stampa in senso classico, possano essere sottoposte alla medesima disciplina. In particolare, ci si chiede se i quotidiani online o i blog possano rientrare nel concetto di “stampa”. Con una importante sentenza la Cassazione ha affermato che – almeno per le norme in favore della stampa – il concetto si può estendere non a tutti i siti internet ma a quelli che presentano forti similitudini con le pubblicazioni della stampa professionale (non, quindi, il semplice “blog”).
Ecco come si sono espresse le Sezioni Unite della Suprema Corte: «Il giornale telematico, sia se riproduzione di quello cartaceo, sia se unica e autonoma fonte di informazione professionale, soggiace alla normativa sulla stampa, perché ontologicamente e funzionalmente è assimilabile alla pubblicazione cartacea. È, infatti, un prodotto editoriale, con una propria testata identificativa, diffuso con regolarità in rete; ha la finalità di raccogliere, commentare e criticare notizie di attualità dirette al pubblico; ha un direttore responsabile, iscritto all’Albo dei giornalisti; è registrato presso il Tribunale del luogo in cui ha sede la redazione; ha un hosting provider, che funge da stampatore, e un editore registrato presso il ROC».
Ci sono limiti all’estensione?
La Cassazione ha espresso questa posizione a proposito della possibilità di sottoporre il giornale telematico a sequestro preventivo, giungendo alla seguente conclusione: «Il giornale on line, al pari di quello cartaceo, non può essere oggetto di sequestro preventivo, eccettuati i casi tassativamente previsti dalla legge, tra i quali non è compreso il reato di diffamazione a mezzo stampa».
Tuttavia, una parte della dottrina e della giurisprudenza ha affermato che siffatta estensione del concetto di stampa non può verosimilmente valere per le norme penali incriminatrici (cioè quelle a sfavore della stampa), per le quali non si può ricorrere ad una interpretazione analogica. È questo il caso, ad esempio – e come si vedrà in seguito -, per la norma che prevede la responsabilità colposa del direttore (art. 57 c.p.), oppure per l’aggravante di cui all’art. 13 della legge sulla stampa, nel caso di diffamazione mediante attribuzione di un fatto determinato. In queste ipotesi – si è sostenuto – il concetto di stampa dovrebbe interpretarsi in senso stretto (cioè come “stampa cartacea”).
Una recente sentenza della Cassazione ha però smentito le posizioni “restrittive” sull’estensione del concetto di stampa. La Cassazione, con sentenza n. 1275 del 11 gennaio 2019, ha affermato che la normativa sulla stampa si applica pienamente anche alla testata telematica. Ciò varrebbe, quindi, anche per le norme penali incriminatrici. Ecco quanto affermato dalla Corte:
Il giornale telematico – a differenza dei diversi mezzi informatici di manifestazione del pensiero: forum, blog, newsletter, newsgroup, mailing list, facebook – soggiace alla normativa sulla stampa, perché ontologicamente e funzionalmente è assimilabile alla pubblicazione cartacea e rientra, dunque, nella nozione di “stampa” di cui all’articolo 1 della legge 8 febbraio 1948 n. 47, con la conseguente configurabilità della responsabilità ex articolo 57 del codice penale ai direttori della testata telematica.
La più recente giurisprudenza afferma dunque che al giornale telematico si applicano tutte le responsabilità e garanzie tipiche della normativa sulla stampa. Ciò include anche la responsabilità penale del direttore responsabile per omesso controllo ai sensi dell’art. 57 del codice penale e l’aggravante di cui all’art. 13 della legge sulla stampa.
Vittima della diffamazione e, in particolare, della diffamazione a mezzo stampa è la persona la cui reputazione è offesa. Tutti hanno una reputazione da difendere, dunque tutte le persone possono essere offese dalla diffamazione. La giurisprudenza precisa che non solo le persone fisiche, ma anche le persone giuridiche (come le associazioni riconosciute o le società) e gli enti non riconosciuti possono rivestire la qualità di persone offese.
L’iniziativa della persona offesa è essenziale ai fini della punizione del reato di diffamazione. Infatti si tratta di un delitto punibile a querela della persona offesa. (Scopri di più qui sulla “denuncia per diffamazione“).
Si può offendere la reputazione anche di una persona morta. In caso di offesa alla memoria di un defunto, possono proporre querela i prossimi congiunti, l’adottante e l’adottato.
In ogni caso il soggetto passivo del reato (cioè la persona offesa) deve essere individuabile. Non è cioè necessario che la persona (o le persone) sia nominata esplicitamente ma deve essere possibile individuarla tramite riferimenti univoci. Da ciò deriva che non c’è diffamazione quando si offende una categoria di persone (ad esempio “i carabinieri”, “i milanesi”, “gli zingari”, ecc.). Le persone offese – anche se sono numerose – devono essere precisamente individuabili.
Colpevole è chiunque offende l’altrui reputazione comunicando con più persone. Trattandosi di una comunicazione a mezzo stampa, si tratterà generalmente del giornalista o dell’autore dell’articolo. La responsabilità di un reato richiede però non solo la commissione del fatto tipico (quello descritto dalla disposizione penale) ma anche la colpevolezza. È necessaria almeno la colpa ma – generalmente – è richiesto il dolo dell’agente. Nell’ipotesi di diffamazione si tratta di un dolo generico. Basta che l’agente preveda e voglia l’evento – cioè l’offesa alla reputazione altrui – come conseguenza della sua condotta.
Nell’ipotesi della diffamazione a mezzo stampa, tuttavia, ci possono essere persone responsabili diverse dall’autore (o autori) delle dichiarazioni diffamatorie. Anzitutto, vi è la possibilità di un concorso nel reato. Questo si ha quando una persona partecipa alla realizzazione o pubblicazione delle dichiarazioni offensive, con la consapevolezza della loro offensività. Ad esempio, il direttore di un periodico che, pur conoscendo il carattere diffamatorio di uno scritto, abbia ugualmente autorizzato la pubblicazione.
Tuttavia è possibile una responsabilità anche a titolo di colpa. La colpevolezza in questo caso si basa su un mancato o insufficiente controllo sulle pubblicazioni di cui un soggetto ha la responsabilità.
Infatti, fuori dai casi di concorso nel reato, il direttore o vice-direttore responsabile di un periodico è punibile se non esercita il controllo necessario ad impedire la pubblicazione di contenuti offensivi. La pena è pari a quella prevista per l’autore della diffamazione, diminuita però fino a un terzo (art. 57 c.p.). Nell’ipotesi di stampa non periodica vengono chiamati in causa l’editore, se l’autore della pubblicazione è ignoto o non imputabile, oppure lo stampatore, se l’editore non è indicato o non è imputabile (art. 57 bis c.p.).
Secondo i più recenti orientamenti della Corte di cassazione, anche soltanto un titolo di giornale può essere sufficiente – a prescindere dal contenuto dell’articolo – alla commissione del delitto di diffamazione a mezzo stampa. La Suprema Corte si è espressa nell’ordinanza 12012/2017 nel senso di ritenere diffamatorio il titolo, anche quando il resto dell’articolo non lo è, purché esso sia chiaramente offensivo. La diffamazione deve dunque trasparire in modo evidente dal titolo (insieme eventualmente al sottotitolo).
La giurisprudenza tiene conto del fatto che i titoli (e sottotitoli) di giornali assumono sempre più una valenza comunicativa autonoma. Spesso i lettori scorrono soltanto i titoli e ne ritengono i contenuti. D’altra parte i giornali utilizzano i titoli per catturare l’attenzione: il rischio è dunque di esagerare volutamente l’impatto comunicativo, sconfinando nell’illecito. In ogni caso – come detto – la Cassazione precisa che l’offesa alla reputazione si deve evincere in maniera compiuta, chiara e univoca. Se il titolo è, da questo punto di vista, troppo generico, allora dovrà essere valutato unitamente al corpo dell’articolo.
Cominciamo col dire che generalmente la “verità” del fatto attribuito dall’autore delle dichiarazioni diffamanti non giustifica la condotta. È quanto viene affermato a chiare lettere dall’art. 596 del codice penale: «Il colpevole […] non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa».
Tuttavia, in alcune ipotesi la prova della verità del fatto, quando l’offesa consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, esclude la punibilità per il reato di diffamazione. Ecco le ipotesi previste dal codice penale:
quando la persona offesa e l’offensore, d’accordo tra di loro e prima che sia pronunciata sentenza irrevocabile, deferiscano ad un giurì d’onore il giudizio sulla verità del fatto medesimo.
se, nel procedimento penale, la persona offesa è un pubblico ufficiale e il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni.
qualora per il fatto attribuito alla persona offesa è tuttora aperto o si inizia contro di essa un procedimento penale.
quando il querelante chieda formalmente che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto ad esso attribuito.
In tutti questi casi, se si arriva a provare la verità del fatto oppure se la persona a cui il fatto è attribuito è condannata per esso, allora l’autore delle dichiarazioni non è punibile. La responsabilità del diffamatore permane solo se i modi usati nella comunicazione sono di per se stessi offensivi.
Al giornalista potrà venire in mente l’obiezione: «Allora c’è ben poco da scrivere se rischiamo di essere perseguibili ogni volta che qualcuno si sente offeso!». L’ordinamento però non considera la “reputazione” come un bene assoluto, bensì come un diritto da bilanciare con altri diritti. Tra questi ci sono, soprattutto, il diritto di cronaca e il diritto di critica.
A certe condizioni è possibile comunicare notizie od opinioni che ledono la reputazione di un soggetto. Sono i casi – appunto – in cui prevalgono i diritti di cronaca e di critica. Questi diritti sono tutelati dalla Carta costituzionale all’art. 21. Si rammenti inoltre che l’art. 51 del codice penale prevede che «L’esercizio di un diritto […] esclude la punibilità». La giurisprudenza, cercando un bilanciamento tra il diritto a manifestare il pensiero e il diritto alla propria reputazione, ha indicato tre condizioni che fanno prevalere il diritto di cronaca:
il fatto attribuito alla persona offesa deve essere vero (verità). Può bastare anche una “verità putativa”, purché il lavoro di ricerca giornalistica sia stato particolarmente diligente. (Del resto, le cause di giustificazione in concreto inesistenti operano anche quando – per errore non colpevole – sono ritenute esistenti).
il fatto deve essere di interesse pubblico (rilevanza).
la modalità espressiva non deve essere in se stessa offensiva (continenza).
Il diritto di critica si atteggia in modo simile, tuttavia la “critica” di solito esprime una valutazione personale più che un fatto. Da questo punto di vista è lecita anche una critica erronea o tendenziosa, purché – anche in questo caso – i modi siano civili. Inoltre, i fatti denigratori su cui eventualmente la critica si basa devono essere veri e socialmente rilevanti. Naturalmente, l’interesse sociale ad un dibattito aperto riguarda soprattutto certe tematiche e certi personaggi (si pensi ai politici). Perciò, ad esempio, la giurisprudenza è molto più tollerante nei confronti delle critiche impietose relative a note personalità politiche, piuttosto che relative a privati cittadini poco noti.
Affermazioni indirette
Cosa succede se i fatti diffamanti non sono affermati direttamente dal giornalista ma sono contenuti in dichiarazioni riportate di altri (ad esempio in un’intervista)? In questo caso non è detto che la condotta del giornalista sia scriminata per il solo fatto che riporta dichiarazioni di altri. Affinché sussista il diritto di cronaca, l’autore dell’articolo deve in ogni caso controllare la veridicità delle circostanze e la continenza delle espressioni che vengono riferite. (Si veda ad esempio Cass. SS.UU. n. 37140/2001). È ben possibile distinguere tuttavia, due ordine di “fatti”: da una parte, i fatti che vengono affermati dall’intervistato (che potrebbero essere falsi); dall’altra parte, il fatto stesso che l’intervistato abbia pronunciato quelle dichiarazioni.
L’esercizio del diritto di cronaca è giustificato qualora il giornalista assuma una posizione imparziale riportando le dichiarazioni offensive o false dell’intervistato e – inoltre – se queste stesse dichiarazioni siano socialmente rilevanti. In altre parole, è la stessa intervista che, in rapporto all’importanza o alla qualità della persona intervistata, alla materia trattata e alle altre circostanze, deve presentare caratteri di sicuro interesse pubblico. L’esigenza dunque di far conoscere certe dichiarazioni alla collettività prevarrebbe in questi casi sul diritto alla reputazione del singolo.
Ogni reato obbliga al risarcimento del danno che ne deriva (art. 185 c.p.). Nell’ipotesi della diffamazione a mezzo stampa, questo danno potrebbe essere sia patrimoniale (danno economico emergente o un lucro cessante) sia non patrimoniale. Quest’ultimo di regola consisterà nel danno “morale”, cioè la sofferenza interiore patita, oppure anche quello esistenziale. (Cioè, i danni che investono la persona come essere relazionale… anche se il dibattito è intenso sulla definizione e autonomia di questa figura).
Il danno patrimoniale sarà liquidato in base alla perdita subita o al mancato guadagno effettivamente dimostrato, che sia conseguenza dell’offesa alla reputazione. Per quanto riguarda invece il danno non patrimoniale, la sua quantificazione esatta è molto più difficile. Ciò vale in particolare per il danno morale ed esistenziale. Il giudice dovrà liquidarlo in via equitativa. Si sono formati comunque degli indirizzi giurisprudenziali che, nella liquidazione del danno non patrimoniale derivante da diffamazione a mezzo stampa, prendono in considerazione la gravità dell’offesa. Su queste basi talvolta si evidenziano cinque livelli di gravità della diffamazione: tenue, modesta, media, elevata ed eccezionale.
I criteri della giurisprudenza
I parametri adoperati dalla giurisprudenza per valutare il reato e liquidarne il danno sono comunque molteplici e includono:
il tipo di diffamazione (generica o specifica, falsa o vera, lesiva della continenza espressiva o della pertinenza, ecc.).
l’intensità del dolo del diffamante (animus diffamandi).
la diffusione del mezzo di comunicazione utilizzato.
la notorietà del diffamante e del diffamato.
la frequenza delle condotte diffamatorie.
il risalto dato alle affermazioni diffamatorie.
la risonanza mediatica suscitata.
il tipo e la rilevanza delle conseguenze dannose prodotte.
la riconoscibilità del diffamato nel contesto delle dichiarazioni offensive.
eventuali condotte riparatorie o rettifiche successive.
il tempo trascorso tra il fatto e il processo.
È difficile farsi un’idea precisa dell’entità dei risarcimenti riconosciuti dai tribunali. Le differenze non dipendono solo dalle concrete modalità del singolo fatto ma anche dagli orientamenti dei diversi Tribunali, dalle categorie di persone diffamate, ecc. Tuttavia – a titolo puramente indicativo – si può affermare che il danno liquidato per un fatto di diffamazione a mezzo stampa di media gravità è di € 20.000,00 circa. Secondo un rapporto dell’Osservatorio sulla giustizia civile di Milano, che ha esaminato 89 sentenze relative agli anni 2014-2017, emanate dal Tribunale di Milano, di Roma e di altri Tribunali, l’importo medio liquidato per diffamazione a mezzo stampa è stato pari a € 26.290,00. Per le diffamazioni di tenue gravità il risarcimento è spesso compreso tra €1000,00 e 10.000,00. Quelle di eccezionale gravità comportano risarcimenti superiori ai € 50.000,00.
Inoltre, la legge sulla stampa (L. 47/1948) all’art. 12 riconosce la possibilità di ottenere una ulteriore riparazione pecuniaria in ragione dell’offesa alla reputazione cagionata dalla pubblicazione stampata. L’articolo 12 infatti dispone che:
Estensione della responsabilità civile
Si aggiunga che, oltre alla responsabilità penale per la diffamazione a mezzo stampa – che riguarda tutti i concorrenti che hanno voluto la pubblicazione di dichiarazioni diffamatorie, e soggetti come il direttore del periodico, responsabili a titolo di colpa – la responsabilità civile per il risarcimento dei danni ricade anche su persone persone diverse da quelle responsabili per il reato.
L’art. 11 della L. 47/1948 infatti prevede che anche il proprietario della pubblicazione e l’editore sono civilmente responsabili in solido tra loro e con gli autori del reato, per i reati commessi a mezzo stampa.
Se sei diventato vittima di diffamazione a mezzo stampa, è importante sapere come difendere i tuoi diritti e riparare l’offesa recata alla tua reputazione.
Anzitutto esistono alcuni rimedi stragiudiziali. Sono cioè rimedi che esistono al di fuori di un processo che si svolge davanti a un giudice.
La legge riconosce il diritto di risposta o rettifica alla persona di cui sono state pubblicate immagini, o a cui sono stati attribuiti atti, pensieri o affermazioni, lesivi della sua dignità oppure falsi. Infatti, il direttore o responsabile del periodico ha l’obbligo di inserire gratuitamente le dichiarazioni o le rettifiche della persona diffamata o la cui immagine sia stata lesa. Inoltre esse dovranno avere visibilità equivalente (anche dal punto di vista tipografico) a quella delle notizie contestate. L’obbligo di pubblicazione è escluso solo se la risposta o rettifica contenga affermazioni che possano integrare un reato.
Si può quindi inviare una lettera o altra comunicazione formale al giornale o periodico, intimando di cessare l’attività lesiva della reputazione e chiedendo la pubblicazione di una rettifica. La risposta o la rettifica di cui si chiede la pubblicazione dovrà essere contenuta entro il limite di trenta righe di testo. Si può anche intimare la cancellazione dei contenuti offensivi qualora sia possibile: ad esempio, in caso di diffamazione su internet.
Naturalmente, in molti casi questi rimedi saranno insufficienti e sarà necessario ricorrere al giudice (rimedi giudiziali). È possibile avviare un processo civile oppure un procedimento penale. In ogni caso, l’interesse della parte offesa è – di solito – di ottenere un risarcimento per i danni (patrimoniali o non patrimoniali) sofferti.
Rimedi giudiziali…
Quindi, in ogni caso, e anche se i responsabili omettono o si rifiutano di inserire le rettifiche richieste, la persona che ritiene di aver subito una diffamazione a mezzo stampa può ricorrere al giudice, civile o penale. Al giudice civile si potrà chiedere di ordinare la pubblicazione di una risposta o rettifica, oppure il risarcimento del danno cagionato dalla diffamazione. Il procedimento penale può essere avviato con una querela, affinché il colpevole riceva la giusta punizione e – se la persona offesa si costituisce parte civile – risarcisca il danno.
Di regola il diffamato può richiedere il risarcimento dei danni indifferentemente davanti al giudice civile o al giudice penale. Tuttavia, se l’offeso propone l’azione davanti al giudice civile dopo essersi costituito parte civile nel processo penale, oppure dopo la sentenza penale di primo grado, il processo civile è sospeso fino alla pronuncia della sentenza penale definitiva. Può anche darsi il caso inverso: dal processo civile a quello penale. L’azione civile si può infatti trasferire nel giudizio penale. In questa ipotesi il trasferimento equivale alla rinuncia agli atti del processo civile. Generalmente però, vige il principio dell’autonomia di ciascun tipo di processo rispetto all’altro.
Di seguito descriviamo sinteticamente alcune caratteristiche del processo civile e di quello penale. Inoltre – senza pretesa di completezza – elenchiamo alcuni possibili vantaggi e svantaggi di entrambi i processi, a titolo puramente indicativo.
Nel processo civile, la parte attrice può chiedere il risarcimento per i danni derivanti da un fatto ingiusto, secondo la disposizione dell’articolo 2043 del codice civile:
Bisognerà dunque provare che:
un danno ingiusto è stato recato alla propria reputazione. Quindi deve esserci diffamazione non “giustificata” dal diritto di cronaca o di critica.
il fatto che ha cagionato il danno è stato commesso con dolo o almeno colpa. (Ad esempio il giornalista non ha svolto un lavoro di ricerca diligente, o comunque era consapevole della falsità della notizia).
Vantaggi del processo civile:
sono maggiormente prevedibili i tempi, e la durata è generalmente più breve, rispetto al processo penale.
si ha la certezza che la causa sarà esaminata da un giudice. Invece nel processo penale, il procedimento potrebbe essere archiviato su richiesta del pubblico ministero, senza giungere al processo.
la sentenza di primo grado è già provvisoriamente esecutiva (tranne se la parte soccombente ottiene che sia sospesa l’esecutività).
è – almeno nella fase iniziale – il tipo di processo più costoso.
il rischio economico potrebbe essere maggiore, perché, in caso di soccombenza, la parte attrice potrebbe dover sostenere sia le spese del giudizio che quelle sostenute dalla controparte per difendersi.
la prova dell’offesa alla reputazione e del danno potrebbe essere più difficile che nel processo penale. (Non c’è un pubblico ministero “dalla parte” della persona offesa).
Il processo penale ha la finalità di accertare la commissione di un reato e di comminare una pena all’imputato. Il procedimento penale, nelle ipotesi di reato non procedibile d’ufficio, e quindi anche nel caso di diffamazione a mezzo stampa, prende avvio con la presentazione di una querela. Si arriverà al processo vero e proprio solo se (semplificando) il pubblico ministero riterrà l’accusa fondata e l’indagato sarà rinviato a giudizio.
Accessoriamente, la persona offesa potrà costituirsi “parte civile” nel processo penale, per richiedere il risarcimento dei danni cagionati dal reato. L’articolo 185 del codice penale in effetti prevede:
Ogni reato, che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale, obbliga al risarcimento […]
Vantaggi del processo penale:
nella fase iniziale, è l’opzione più economica per la persona offesa. (Per proporre querela non è nemmeno strettamente necessario un avvocato e non sono previsti dalla legge altri contributi).
nel processo penale la prova della diffamazione potrebbe rivelarsi più semplice. (Il pubblico ministero svolgerà le indagini e, se ritiene la querela fondata, promuoverà l’accusa, richiederà l’assunzione delle prove e la condanna in giudizio).
il fatto di proporre querela e di avviare un processo penale contro il colpevole può costituire per quest’ultimo, motivo di grande preoccupazione. Questo lo potrà indurre a concludere più facilmente una transazione favorevole con la persona offesa.
c’è il pericolo che non si arrivi mai al processo. Il pubblico ministero potrebbe ritenere la notizia di reato infondata e quindi richiedere l’archiviazione.
al processo si potrebbe arrivare ma solo dopo lungo tempo.
alla fine del processo, il giudice penale – pronunciando condanna – potrebbe non liquidare il risarcimento dei danni, rimettendo le parti a un ulteriore processo civile che stabilisca la quantità del risarcimento.
qualora il giudice penale condanni l’imputato, oltre che a scontare la pena, anche al risarcimento del danno, questa condanna potrebbe non essere esecutiva fino alla sentenza definitiva sulla responsabilità penale. Potrebbe quindi capitare di dover attendere la conclusione di tutti i gradi di giudizio.
In ogni caso, la condanna per il reato di diffamazione commesso su un periodico comporta anche – secondo l’articolo 9 della L. 47/1948 – la pubblicazione della sentenza nello stesso periodico.
Nessuna delle due strade (giudizio civile o giudizio penale) è in assoluto migliore dell’altra. Bisognerà valutare gli interessi nel caso concreto, mettendoli in rapporto con le diverse caratteristiche dei due processi.
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La legge sulla stampa (L. 47/1948) prevede alcuni reati specifici diversi dalla diffamazione a mezzo stampa che vale la pena di menzionare per completezza.
Oscenità o immoralità nelle pubblicazioni destinate all’infanzia o all’adolescenza
L’art. 14 prevede delle disposizioni particolari per le “Pubblicazioni destinate all’infanzia o all’adolescenza”. Esso estende il reato previsto dall’art. 528 del codice penale, “Pubblicazioni e spettacoli osceni”, sulla base di particolari circostanze. In particolare, l’art. 528 c.p. punisce la fabbricazione, introduzione nel territorio dello Stato, acquisto, detenzione, esportazione o messa in circolazione di scritti, disegni, immagini od altri oggetti osceni di qualsiasi specie. Sono osceni «gli atti e gli oggetti che, secondo il comune sentimento, offendono il pudore» (art. 529 c.p.). È richiesto che quelle condotte siano poste in essere in relazione agli oggetti osceni «allo scopo di farne commercio o distribuzione ovvero di esporli pubblicamente».
Ebbene l’art. 14 della L. 47/1948 dispone un aumento di pena se la fattispecie appena descritta riguarda «pubblicazioni destinate ai fanciulli ed agli adolescenti, quando, per la sensibilità e impressionabilità ad essi proprie, siano comunque idonee a offendere il loro sentimento morale od a costituire per essi incitamento alla corruzione, al delitto o al suicidio». Inoltre: «Le medesime disposizioni si applicano a quei giornali e periodici destinati all’infanzia, nei quali la descrizione o l’illustrazione di vicende poliziesche e di avventure sia fatta, sistematicamente o ripetutamente, in modo da favorire il disfrenarsi di istinti di violenza e di indisciplina sociale».
Pubblicazioni impressionanti o raccapriccianti
L’art. 15 della legge sulla stampa realizza un’ulteriore estensione dell’art. 528 del codice penale. Si dispone che la disciplina ivi prevista si applichi anche nel caso di pubblicazioni stampate a contenuto impressionante o raccapricciante. Si tratta cioè di «stampati i quali descrivano o illustrino con particolari impressionanti o raccapriccianti, avvenimenti realmente verificatisi o anche soltanto immaginari». La stampa di questo tipo è oggetto di sanzione penale a condizione che possa:
turbare il comune sentimento della morale;
turbare l’ordine familiare;
oppure provocare il diffondersi di suicidi o delitti.
L’art. 16 L. 47/1948 sanziona la stampa clandestina. È tale il giornale o altro periodico pubblicato senza la registrazione richiesta dalla legge, oppure anche la stampa non periodica sulla quale non risulti il nome dell’editore e dello stampatore oppure risultino nomi falsi.
Distruzione di stampati
Infine, l’art. 20 punisce: «Chiunque asporta, distrugge o deteriora stampati per i quali siano state osservate le prescrizioni di legge, allo scopo di impedirne la vendita, distribuzione o diffusione». La stessa pena si applica a chi impedisce la stampa, pubblicazione o diffusione di periodici usando violenza o minaccia.