Source: http://www.quotidianolegale.it/legge-elettorale-sospetta-di-incostituzionalita-le-riforme-costituzionali/
Timestamp: 2017-10-22 21:09:18+00:00
Document Index: 14719235

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 136', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 48', 'art. 83', 'art. 17', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 3']

Legge elettorale sospetta di incostituzionalità e le riforme costituzionali - Quotidiano LegaleQuotidiano Legale LEGGE ELETTORALE premio di maggioranza solo alla coalizione che supera il 42,5%
LEGGE ELETTORALE nessun accordo si rimane col “Porcellum”.
" /> LEGGE ELETTORALE premio di maggioranza solo alla coalizione che supera il 42,5%
You Are Here: Home » Dottrina » Legge elettorale sospetta di incostituzionalità e le riforme costituzionali
Scritto da: Carlo Rapicavoli Scritto il: giugno 01, 2013 In: Dottrina, Giurisprudenza, Notizie
La prima sezione civile della Corte di Cassazione, con ordinanza 17 maggio 2013 n. 12060, ha dichiarato rilevanti e non manifestamente infondate le norme circa l’attribuzione del premio di maggioranza per la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica e l’esclusione del voto di preferenza della legge elettorale (c.d. “Porcellum”).
Il presidente della Corte Costituzionale, Franco Gallo, ha dichiarato che l’attuale legge elettorale, per alcuni aspetti, come il premio di maggioranza, è sospettato di incostituzionalità.
La Corte Costituzionale ha invano invitato il legislatore a riconsiderare gli aspetti problematici la legge, con particolare attenzione all’attribuzione di un premio di maggioranza senza che si sia raggiunta la soglia minima di voti o di seggi.
Il Presidente del Consiglio Letta ha affermato “Una sentenza di incostituzionalità della Corte costituzionale sulla legge elettorale che ha eletto questo Parlamento, avrebbe effetti molto pesanti sulla legittimità di questo Parlamento e di questo governo”.
Intanto però il Senato e la Camera, il 29 maggio, hanno approvato le mozioni relative all’avvio del percorso delle riforme costituzionali e respinto invece la mozione presentata alla Camera che impegnava il Parlamento al ripristino immediato del “Mattarellum”, «per garantire che un’eventuale consultazione elettorale anticipata non si realizzi più con l’attuale legge elettorale»,.
Le mozioni approvate impegnano il Governo a presentare alle Camere, entro giugno 2013, una legge costituzionale che preveda, “per l’approvazione della riforma costituzionale, una procedura straordinaria rispetto a quella di cui all’articolo 138 della Costituzione” e in particolare:
a)	l’istituzione di un comitato, composto da 20 senatori e 20 deputati, nominati dai rispettivi Presidenti delle Camere, su designazione dei Gruppi parlamentari, tra i componenti delle Commissioni Affari Costituzionali, rispettivamente, del Senato della Repubblica e della Camera dei deputati, in modo da garantire la presenza di ciascun Gruppo parlamentare e di rispecchiare complessivamente la proporzione tra i Gruppi, tenendo conto della loro rappresentanza parlamentare e dei voti conseguiti alle elezioni politiche e presieduto congiuntamente dai Presidenti delle stesse Commissioni, cui conferire poteri referenti per l’esame dei progetti di legge di revisione costituzionale dei Titoli I, II, III e V della Parte seconda della Costituzione, afferenti alla forma di Stato, alla forma di Governo e all’assetto bicamerale del Parlamento, nonché, coerentemente con le disposizioni costituzionali, di riforma dei sistemi elettorali;
b)	l’esame dei progetti di legge approvati in sede referente dal comitato bicamerale alle Assemblee di Camera e Senato, secondo intese raggiunte fra i due Presidenti;
c)	modalità di esame, in sede referente e presso le Assemblee, dei progetti di legge che, fermo restando il diritto di ciascun senatore e deputato, anche se non componente il comitato o componente del Governo, di presentare emendamenti, assicurino la certezza dei tempi del procedimento, con l’obiettivo di garantire che l’esame parlamentare sui disegni di legge di riforma si concluda entro 18 mesi dall’avvio;
d)	fermi restando i quorum deliberativi di cui all’articolo 138 della Costituzione, la facoltà di richiedere comunque, ai sensi del medesimo articolo, la sottoposizione a referendum confermativo della legge ovvero delle leggi di revisione costituzionale approvate dal Parlamento.
Se così stanno le cose, sarebbe allora bene che un Parlamento così eletto, su cui grava una pesante ombra di elezione incostituzionale, si astenesse dall’effettuare riforme della Costituzione senza attendere la pronuncia della Consulta.
Ciò perché quelle riforme scaturirebbero da maggioranze parlamentari fondate su equilibri alterati dalla legge elettorale.
L’art. 136 Cost. dispone che la norma dichiarata incostituzionale cessi di avere efficacia dal giorno successivo a quello di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della sentenza della Corte Costituzionale
“Le pronunce di accoglimento della Corte Costituzionale hanno effetto retroattivo, inficiando fin dall’origine la validità e l’efficacia della norma dichiarata contraria alla Costituzione, salvo il limite delle situazioni giuridiche “consolidate” per effetto di eventi che l’ordinamento giuridico riconosce idonei a produrre tale effetto, quali le sentenze passate in giudica, l’atto amministrativo non più impugnabile, la prescrizione e la decadenza. (Cass. civ. sez. III 28 luglio 1997 n. 7057)”.
Al di là delle questioni strettamente giuridiche, sarebbe un grave vulnus che a modificare in modo sostanziale la Costituzione sarebbe un Parlamento eletto con una legge elettorale contraria alla Costituzione.
All’ordinanza della Cassazione si è giunti grazie al ricorso al Tribunale di Milano di un cittadino, al quale se ne sono aggiunti altri.
Questi alcuni passaggi significativi dell’ordinanza della Cassazione.
Né varrebbe l’obiezione secondo cui, rientrando le leggi elettorali nella categoria delle leggi costituzionalmente necessarie, non ne sarebbe possibile l’espunzione dall’ordinamento nemmeno in caso di illegittimità costituzionale poiché una eventuale sentenza costituzionale avrebbe come effetto quello di creare un inammissibile vulnus al principio (da ultimo ribadito da Corte cost. n. 13/2012) di continuità e costante operatività degli organi costituzionali, al cui funzionamento quelle leggi sono indispensabili.
Venendo al merito delle questioni di legittimità costituzionale, non sono manifestamente infondate quelle concernenti l’attribuzione del premio di maggioranza per la Camera dei Deputati e il Senato della Repubblica e l’esclusione del voto di preferenza.
La legge n. 270/2005 ha introdotto un premio di maggioranza assegnato (a livello nazionale per la Camera e a livello regionale per il Senato) alla lista o coalizione di liste che abbia ottenuto il maggior numero di voti.
Il premio per la Camera, come si è detto, ha la funzione di trasformare anche modeste maggioranze relative di voti in maggioranze assolute di seggi, con un effetto ben più grave del premio previsto dalla legge n. 148/1953, che attribuiva alle liste che avessero già ottenuto la maggioranza assoluta dei voti una quota aggiuntiva di seggi (si parlava di premio “alla” maggioranza) al fine di far raggiungere il 64% del totale dei seggi, e persino di quello previsto dalla legge n. 2444/1923 (ed. legge Acerbo) che richiedeva il raggiungimento del venticinque per cento dei voti validi per far scattare il premio dei due terzi dei seggi.
È vero, come ha ricordato la Corte di appello, che il principio costituzionale dell’uguaglianza del voto “non si estende al risultato delle elezioni ma opera esclusivamente nella fase in cui viene espresso, con conseguente esclusione del voto multiplo e del voto plurimo, considerato che qualsiasi sistema elettorale implica un grado più o meno consistente di distorsione nella fase conclusiva della distribuzione dei seggi” (Corte cost. n. 15 e 16/2008 cit., n. 107/1996, n. 429/1992) . Tuttavia la distorsione provocata dall’attribuzione del suddetto premio costituisce non già un mero inconveniente di fatto (che può riscontrarsi in vari sistemi elettorali) ma il risultato di un meccanismo che è irrazionale perché normativamente programmato per tale esito.
Ed è per questo che i ricorrenti correttamente invocano come norma-parametro anche l’art. 48, comma 2, Cost., poiché ad essere compromessa è proprio la “parità di condizione dei cittadini nel momento in cui il voto viene espresso” nella quale l’uguaglianza del voto consiste (Corte cost. n. 173/2005, n. 107/1996).
–	l’art. 83, commi 1, n. 5, e 2, del d.P.R. n. 361/1957, nel testo risultante dalla legge n. 270/2005, sul premio di maggioranza per l’elezione della Camera dei Deputati, in relazione agli artt. 3 e 48, comma 2, Cost.;
–	l’art. 17, commi 2 e 4, del d. lgs. n. 533/1993, nel testo risultante dalla legge n. 270/2005, sul premio di maggioranza per l’elezione del Senato della Repubblica, in relazione agli artt. 3 e 48, comma 2, Cost.;
–	gli artt. 4, comma 2, e 59, comma 1, del d.P.R. n. 361/1957, nel testo risultante dalla legge n. 270/2005, sul voto di preferenza per la Camera, in relazione agli artt. 3, 48, comma 2, 49, 56, comma 1, e 117, comma 1, Cost., anche alla luce dell’art. 3 Prot. 1 CEDU;
–	l’art. 14, comma 1, del d. lgs. n. 533/1993, nel testo risultante dalla legge n. 270/2005, sul voto di preferenza per il Senato, in relazione agli artt. 3, 48, comma 2, 49, 58, comma 1, e 117, comma 1, Cost., anche alla luce dell’art. 3 Prot. 1 CEDU.
Scritto da: Carlo Rapicavoli il 1 giugno 2013.