Source: http://www.interlex.it/testi/na020226.htm
Timestamp: 2019-06-15 21:40:16+00:00
Document Index: 100109397

Matched Legal Cases: ['art. 63', 'sentenza ', 'art. 2598', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 62', 'art. 33', 'art. 29', 'art. 31', 'art. 33', 'art. 31', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 15', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 2598', 'art. 2598', 'art. 2055', 'art. 184', 'art. 58', 'art. 432', 'art. 1226', 'art. 1226', 'art. 2598']

(Playboy c. Giannattasio)
in persona del Giudice Monocratico
nella causa civile iscritta al n. 2697 del ruolo generale degli affari contenziosi dell' anno 1999, avente ad oggetto: tutela marchio
PLAYBOY ENTERPRISES INC., società di diritto USA
Elettivamente domiciliata in Napoli, via S. Lucia 20, presso lo studio dell'avv. Fulvio Marrucco, che la rappresenta e difende unitamente agli avv.ti Fabio Angelini e Giovanni Antonio Grippiotti (Foro di Roma)
Elettivamente domiciliato in Napoli, Riviera di Chiaia 18, presso gli avv.ti Luigi e Luigi jr Campese, che lo rappresentano e difendono.
C.S. INFORMATICA DI GILDA COSENZA in persona del legale rappresentante
Elettivamente domiciliata in Napoli, Riviera di Chiaia, piazza Torretta 18, presso lo studio dell'avv. Bruno Campese, che la rappresenta e difende unitamente all'avv. Alessandro Braccini (foro di Pisa)
C.N.R. CENTRO NAZIONALE DELLE RICERCHE
Elettivamente domiciliato ex lege in Napoli, via Diaz 11, presso l'Avvocatura Distrettuale dello Stato che lo rappresenta e difende
La ricorrente deduceva poi che in rete era apparso un sito web contraddistinto dl nome www.playboy.it, concesso dall'autorità italiana il 13 marzo 1998, a seguito di richiesta di tale Mario Giannattasio; il provider era la CS informatica, ditta individuale con sede in Pisa. Si tratta di un sito a pagamento, e ha contenuto erotico e/o pornografico. La società ricorrente non aveva mai autorizzato l'uso del proprio nome; il sito, inoltre, conteneva fotografie di proprietà dell'istante.
Da qui la domanda cautelare volta conseguire l'inibitoria all'uso, da parte dei resistenti indicati, del proprio marchio in Internet, come nome di dominio; l'istante aveva altresì richiesto ordinarsi la cancellazione dal sito del Giannattasio delle proprie fotografie, la pubblicazione per estratto del provvedimento sulla stampa e - infine - la previsione di una penale ex art. 63 cpv legge marchi.
Il provvedimento di inibitoria veniva concesso dal GD con decreto del 2 dicembre 1998, confermato, all'esito di istruttoria cautelare a contraddittorio integro, con ordinanza del 14 gennaio 1999, a sua volta confermata anche all'esito del giudizio di reclamo con ordinanza del 24 marzo 1999 (GADI, 3992)
Con atto di citazione, notificato il 27 febbraio 1999, Playboy instaurava il giudizio di merito, chiedendo nei confronti del Giannattasio e della CS Informatica di Gilda Cosenza:
a) accertare che l'uso del termine Playboy da parte del convenuto Giannattasio come domain name identificante l'omonimo sito web costituisce contraffazione del marchio Playboy e della omonima denominazione sociale;
b) inibirsi al Giannattasio l'uso in qualsiasi forma del termine Playboy;
c) ordinarsi al medesimo la cancellazione del domain name cit. e la cancellazione di ogni riferimento al marchio in questione, in qualsiasi forma, anche come metatag;
d) condannarsi entrambi i convenuti al risarcimento dei danni sia per la contraffazione del marchio che per concorrenza sleale e per la violazione della normativa in materia di diritto d'autore (importo quantificato in ultimo in lire 500.000.000) e) pubblicazione della sentenza su giornali e siti web.
La C.S. informatica pure si costituiva e chiedeva il rigetto della domanda, e in via riconvenzionale la condanna della società attrice ai danni; su autorizzazione del GI chiamava in causa, per esserne garantita, con atto notificato il 23 6 1999, la R.A. italiana- GARR, Istituto per le applicazione telematiche del CNR (consiglio nazionale delle ricerche).
1) Criteri di redazione della sentenza, in particolare con riferimento ad INTERNET
Il Tribunale - consapevole della rilevanza della controversia, anche economica, e della complessità delle problematiche giuridiche connesse - intende rendere conto in modo compiuto delle ragioni giuridiche della propria decisione, adottata a cognizione piena (si tratta, oltretutto, verosimilmente, di una delle prime sentenze in materia).
Ciò per due ordini di motivi, d'altronde ben noti agli operatori giuridici:
in primo luogo il fenomeno Internet (si adotta volutamente tale sintetica e atecnica indicazione generale) non ha ancora avuto, in Italia, una specifica regolamentazione normativa, tantomeno a livello legislativo, sia pure solo settoriale (ma v. il disegno di legge n. 4594, meglio noto come d.d.l. Passigli, presentato in Parlamento la scorsa legislatura, poi decaduto, come altri con lo stesso oggetto, Giust. Civ. 2000, II, 493; Foro It., 2000, I, 2337).
In secondo luogo l'emersione giurisprudenziale degli aspetti giuridici di Internet è - sempre nel nostro Paese- ancora relativamente recente: i primi provvedimenti editi sono del 1996, per un totale - ad oggi - di circa un centinaio (v., per una ricognizione quasi esaustiva, i provvedimenti riportati in Galli, I domaine nomes nella giurisprudenza, Milano, 2001, da ora in avanti: Galli ).
Ciò - oltretutto - a fronte della oggettiva pericolosità del fenomeno Internet, che per le sue stesse caratteristiche (l'immaterialità, cui è correlata la mancanza di definitività temporale, la costante inesorabile mutevolezza.) è fonte di molteplici illeciti .
Costituisce poi addirittura una sorta di rinuncia allo svolgimento della funzione giudiziaria l'interpretazione "tecnocratica" sostenuta da una del tutto minoritaria giurisprudenza "toscana" (v. infra) secondo cui «finchè Internet in Italia non è regolata, normata ed in qualche modo inclusa nell'ordinamento giuridico generale.. gli aspetti operativi, tecnici e logici . prevalgano sull'utilità che la singola impresa può ricavare dalla corrispondenza nome - dominio».
D'altronde - in termini ancor più generali - è criticabile, alla stregua delle stesse regole della lingua italiana, l'uso, e l'abuso, riferito alla rete, delle parole multimediale e, soprattutto, virtuale (Internet è infatti un fenomeno ben tangibile, nel senso che appartiene - e come - al mondo reale). Sicchè, nel caso di specie, la richiesta - da parte della società attrice - di una tutela ultramediatica appare inutilmente suggestiva.
E' infatti vero che Internet è una rete aperta, senza "padroni", cui tutti possono potenzialmente accedere (No one owns Internet), e che dà luogo a manifestazioni anarchiche: ma ciò non significa anche che sia una sorta di entità astratta, sottratta ad ogni norma che non sia strettamente tecnica.
A fronte della complessità del fenomeno taluno ha ritenuto che possa essere definito solo in negativo, per quel che non è: ma - per quel che qui interessa - Internet, (utilizzando così una delle tante possibili definizioni) null'altro è che «il fenomeno telematico conseguente alla interconnessione dei computer che, attraverso l'utilizzo delle reti di telecomunicazioni esistenti, possono dialogare utilizzando protocolli univoci e servizi di comunicazione standardizzati».
E' cioè un fenomeno di comunicazione, anche d'impresa, ove la pubblicità commerciale ha un ruolo di grande rilievo; in definitiva è un fenomeno nuovo, certo, ma non incompatibile con le categorie giuridiche già conosciute.
Nella specie la responsabilità delle parti convenute dalla Playboy è - fin alla prospettazione della citazione - di tipo aquiliano; è d'altronde appena il caso di ricordare che la società attrice ha proposto l'azione di contraffazione (chiedendo il relativo risarcimento) ed e art. 2598 ss c.c.
B) INTERNET , DOMAIN NAME e SEGNI DISTINTIVI
6) L'interferenza tra domain name e segni distintivi: la normativa applicabile; l'orientamento prevalente.
Costituisce così principio ormai consolidato che
«per la sua capacità di identificare l'utilizzatore del sito web ed i servizi di varia natura da essi offerti al pubblico, il domain name assume le caratteristiche e la funzione di un vero e proprio segno distintivo, che può dar luogo a problemi sul piano della tutela della proprietà intellettuale, potendosi verificare casi di confusione con i segni distintivi di altre imprese, anche non presenti sulla rete Internet», v. Trib. Napoli 24 marzo 1999 cit. (è il provvedimento di reclamo della fase cautelare del presente giudizio, che pure mai le parti hanno richiamato nelle proprie difese). Il leading case è ritenuto Trib. Milano 10 giugno 1997, GADI, 3666, Foro it. 1998,I, 923 caso Amadeus: «Va inibito, in quanto integra contraffazione del marchio Amadeus, l'utilizzo della denominazione Amadeus.It. quale "domain name" di un sito Internet destinato ad ospitare offerte di servizi commerciali di natura analoga a quelli prestati dalla societa' titolare del marchio predetto».
E' veramente superfluo richiamare ulteriore giurisprudenza (comunque analiticamente riportata in Galli, op. cit.), tranne forse - per la completezza della motivazione - Trib. Viterbo 24 gennaio 2000, caso Touring, Corr. Giur. 2000, 1367; GADI, 4124; Foro It.. 2000, I, 2334.
7) segue: . e la tesi minoritaria
E' invece assolutamente minoritario, al punto di essere definito dai commentatori "anarchico" e addirittura "bizzarro" l'orientamento espresso da alcune decisioni toscane (Trib. Firenze 29 giugno 2000, Dir. Ind., 2000, 331; id. sezione dist. di Empoli 23 novembre 2000, Giur. It. 2001, 1902, ; ma v. anche Trib. Bari, 24 luglio 1996, Foro It., 1997, I, 2316), secondo cui «la funzione del domain name system è solo quella di consentire a chiunque di raggiungere una pagina web e, in quanto mezzo operativo e tecnico - logico, non può porsi per esso un problema di violazione del marchio di impresa, della sua denominazione o dei suoi segni distintivi».
E' stato però agevole replicare che il domain name -oltretutto liberamente scelto dal titolare (nel rispetto delle regole tecniche), è solo tecnicamente un indirizzo, ma nell'uso commerciale, specie nella prospettiva della pubblicità e del commercio elettronico - e di rimando giuridicamente - può avere in concreto le stesse funzioni dei segni tipici dell'imprenditore, ed è suscettibile di conflitto con questi ultimi.
E' preferibile, ad avviso del Tribunale, il richiamo al c.d. segno distintivo atipico, figura riconosciuta dalla giurisprudenza ( v. - con riferimento allo slogan pubblicitario - App. Roma 20 gennaio 1981, GADI, 214); ed in realtà il domain name ha - alla stregua di quanto si è prima rilevato- un valore giuridico ed economico autonomo, irriducibile ai segni preesistenti.
La norma in parola non specifica però i contesti in cui può realizzarsi l'uso da parte di chi non ne è titolare; pertanto nulla osta a che l'ambiente Internet si ricondotto a tale previsione; d'altronde - e di converso -- la tutela non si vanifica solo perché ci sono nuovi strumenti di comunicazione
Così - nella fase cautelare si è già pronunciato anche questo Tribunale, ord. 24 marzo 1999 cit. : "Poiché la tutela prevista dall'art. 1 l.m. è strutturata in modo tale da garantire il rispetto dei diritti connessi al marchio prescindendo dalla tipizzazione del fatto illecito attraverso il quale detti diritti risultano violati, essa trova immediata e diretta applicazione in tutti i casi in cui l'utilizzazione di qualsiasi altro segno, ed attraverso qualsiasi tipo di comportamento, determini la situazione pregiudizievole contemplata dalla norma. Pertanto anche il domain name, considerata la sua attitudine identificativa, può rientrare tra i segni idonei in concreto a creare confusione con il marchio registrato"
In termini v. - ad esempio - Trib. Parma, 26 febbraio 2001 (Galli, 76) secondo cui il domain name è "un nuovo segno distintivo dell'impresa, suscettibile, in quanto tale, di entrare in conflitto con altri segni distintivi, in base al principio dell'unità dei segni distintivi desumibile dall'art. 13 l.m.".
L'applicabilità ad Internet del diritto dei marchi, peraltro, deve misurarsi - così come può trovare dei limiti - nelle peculiarità del sistema stesso; così, ad esempio, il sistema Internet non conosce confini, sicchè ad esso è inapplicabile il principio di territorialità (fondamentale nel diritto dei marchi), così come non può trovare applicazione il principio di specialità.
Le eventuali varianti, idonee ad evitare il rischio di confusione, rispetto al segno altrui, possono essere solo letterali .
Può anzi concordarsi con quella dottrina che giunge a ritenere irrilevanti per l'utente, al momento della digitazione del domain name, la considerazione dei servizi offerti o la qualità dei soggetti che li offrono, assumendo importanza esclusivamente il segno (o nome) che viene digitato.
Si tratta, infatti, di un elemento di variazione del tutto marginale; quello geografico (It, Fr.) è assegnato a tutti i richiedenti nell'ambito del country code, ed è assimilabile ad un nome di uso generale; ha una rilevanza solo organizzativa, funzionale, nel sistema di assegnazione dei domain name (e del pari è qui irrilevante, a maggior ragione, l'hostname www).
11) ll fatto: i marchi dell'attrice e il sito del convenuto
E' previsto un abbonamento il cui costo varia da 59.000 a 119.000 lire (a seconda se di durata mensile o trimestrale).
Infine il sito in questione consente - tramite hyperlink (collegamento telematico) il passaggio ad altro sito di analogo contenuto www.men.it, che pure presenta foto su cui l'attrice dispone del diritto d'autore.
Né sussiste alcun litisconsorzio necessario con la RA, atteso che - al più - potrebbero porsi in astratto questioni tecniche relative all'attuazione dell'inibitoria (ma nella specie ha già trovato attuazione l'inibitoria cautelare)..
La posizione della RA, a fronte della domanda attorea, pur se qualificata, in definitiva può in qualche misura richiamare quella dei soggetti terzi destinatari dei provvedimenti di sequestro o descrizione, adottati ex art. 62 legge marchi (non può pertanto condividersi l'orientamento giurisprudenziale secondo cui «va disattesa l'istanza cautelare volta a ottenere una pronuncia inibitoria dell'utilizzo d'un nome di sito Internet senza chiamare in causa, oltre al preteso utilizzatore abusivo, la "Registration Authority" italiana, v. Tribunale Modena, 7 dicembre 2000 , Giur. merito 2001, 328; v. anche Tribunale Brescia, 11 ottobre 2000, Dir. industriale 2001, 169) .
Infatti, alla stregua di un consolidato orientamento giurisprudenziale, il foro convenzionale, anche se pattuito come esclusivo, puo' subire deroga nel caso di connessione oggettiva, ai sensi dell'art. 33 c.p.c.
D'altro canto il foro stabilito dalle parti (convenzionale), essendo di origine pattizia e non legale, dà luogo ad una ipotesi di competenza derogata, e non inderogabile, ed anche quando sia stabilito come esclusivo (art. 29 c.p.c.), non impedisce, al pari di ogni altro criterio determinativo della competenza, che questa possa essere modificata per ragioni di connessione in base alle regole della prevenzione o dell'assorbimento ovvero ancora del cumulo soggettivo (art. 31-40 c.p.c.), v. Cass. 30 luglio 1996, n. 6882, Giust. civ. Mass. 1996,1080; 15 luglio 1985 n. 4143, id. Mass. 1985, fasc. 7; 4 giugno 1980 n. 3633, id. Mass. 1980, fasc. 6.
In termini v. ancora Cass. 16 dicembre 1996, n. 11212 , id. Mass. 1996,1751, secondo cui in ipotesi di cause contro piu' convenuti, connesse per l'oggetto o per il titolo, l'attore puo' adire il giudice competente per una di esse perche' le decida tutte in un unico processo senza esser limitato nella scelta dall'aver pattuito, relativamente ad una causa, un foro esclusivo; 16 gennaio 1990 n. 159, id. Mass. 1990, fasc. 1; 11 gennaio 1989 n. 72, id. Mass. 1989, fasc. 1.
Né può dubitarsi che la normativa in esame trovi applicazione - per l'evidente identità di ratio- sia con riferimento a più domande proposte dallo stesso attore nei confronti di più convenuti, sia allorchè uno dei convenuti proponga a sua volta domanda autonoma (ma connessa) nei confronti di un terzo.
E' poi evidente che - accertata la connessione - la clausola del foro è inoperante nei confronti delle altre parti del giudizio principale, ad essa estranee (arg. ex Cass. 18 febbraio 1981 n. 989, Giust. Civ. 1981, I,1370).
Si consideri poi che almeno uno dei convenuti del giudizio principale, il Giannattasio, risiede a Napoli: da qui allora la sicura applicabilità dell'art. 33 c.p.c., anche alla stregua della giurisprudenza più rigorosa, secondo cui la norma in oggetto operi solo allorchè la competenza per la causa principale sia stata determinata ex artt. 18 e 19 c.p.c., e non anche quando sia prevista la competenza di un foro speciale esclusivo, v. Cass. 17 dicembre 1991 n. 13594, id. Mass. 1991, fasc.12.
Non può invece richiamarsi, in senso contrario all'interpretazione qui sostenuta, Cass. 1 luglio 1994, n. 6269, id. Mass. 1994, 913 che esclude sì l'applicazione dell'art. 31 cit., e quindi la possibilità di proporre la domanda accessoria dinanzi al giudice che e' competente sulla domanda principale per ragioni di territorio, allorchè quest'ultimo sia determinato convenzionalmente per effetto di una clausola negoziale, ciò in forza del carattere eccezionale della norma cit: nel caso di specie, infatti, questo Tribunale è stato correttamente individuato come giudice della causa principale, proposta dall'attore, alla stregua degli ordinari criteri di competenza per territorio.
Quanto alle altre domande, a fronte di effettive lacune istruttorie (su cui v. infra), si farà ricorso ai fondamentali principi in materia di prove, di cui agli artt. 115 e 116 c.p.c. .
Marchio di rinomanza è quello "conosciuto da una parte significativa del pubblico interessato ai prodotti o ai servizi da esso contraddistinti". (così Corte Giust. C.E., 14 settembre 1999, in causa C-375/97, GADI, 4047; v. - con specifico riferimento ai domain names - Trib. Parma, ord. 22 gennaio 2001, Galli 70).
Per altro verso, in giurisprudenza si segnala che le due figure (solo la prima normativamente prevista) non coincidono: «la rinomanza ha una estensione più ampia della celebrità, in quanto richiede unicamente che il marchio sia notorio ad una gran parte dei consumatori. Ricorre infatti l'ipotesi del marchio notorio che gode di rinomanza quando vi sia una vasta diffusione di prodotti recanti il detto marchio, tale da imprimersi nella mente di una ampia fascia di pubblico che, pur non acquistando il prodotto, viene comunque quotidianamente e ripetutamente in contatto con lo esso. Invece il marchio celebre investe settori merceologici differenti e differenti prodotti, tutti rispondenti ugualmente alle aspettative del pubblico, in modo da fungere da collettore di clientela, indirizzando il pubblico dei consumatori verso prodotti contrassegnati da quel marchio quale garanzia di qualità del prodotto medesimo», Trib. Monza 8 luglio 1999, GADI, 4016.
E' infatti fin troppo ovvio il rilievo che, in Italia, prima dell'arrivo (o meglio, della conoscenza) dei prodotti e servizi della attrice la parola Playboy non aveva particolare diffusione.
Tale eccezione è palesemente pretestuosa e infondata e non richiede particolare approfondimento: né è stata ulteriormente sviluppata in questa sede; C.S. si limita ad osservare - a quel che è dato comprendere ironicamente - che chiunque si definisce playboy - con l'iniziale minuscola - sarebbe passibile di denuncia da parte della attrice (e in fase cautelare, evidentemente sempre con lo stesso proposito ironico, tale parte aveva indicato taluni playboy del passato, idealmente includendo nell'elenco anche Gabriele D'Annunzio e lo stesso Don Giovanni).
L'attrice ha così potuto replicare - con giustificato sarcasmo - di non essere contraria anche a che qualcuno voglia infliggere ad un figlio un crudele destino, chiamandolo Playboy.augurandosi peraltro che il proprio successo non arrivi a tanto!.
E) IL GIUDIZIO DI CONTRAFFAZIONE E DI CONFONDIBILITA'
17) Il giudizio di confusione
L'art. 1 lettera a) legge marchi vieta ai terzi di usare un segno identico o simile al marchio registrato, per prodotti o servizi identici o affini, se a causa dell'identità o somiglianza fra i segni e dell'identità o affinità fra i prodotti o servizi, possa determinarsi un rischio di confusione per il pubblico, che può consistere anche in un rischio di associazione tra i due segni.
Peraltro - nella specie - trova applicazione l'art. 1 lettera c) legge marchi, in comb. disp. con l'art. 13 cpv che vietano ai terzi l'uso di un segno identico o simile al marchio registrato altrui, anche per prodotti o servizi non affini, se il marchio registrato goda nello Stato di rinomanza . se l'uso del segno senza giusto motivo consente di trarre indebito vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi.
La società attrice, fin dal ricorso introduttivo della fase cautelare, segnala (ma si tratta di dati notori) che le proprie pubblicazioni (anche informatiche) si caratterizzano «per la bellezza esplosiva delle stupende ragazze.ritratte> e per la qualità delle «opere dell'arte fotografica ma anche della letteratura del genere, leggera quanto si vuole ma pur sempre letteratura, ad esaltazione della bellezza femminile».
E' appena il caso di ricordare che la giurisprudenza riconosce l'affinità tra prodotti e servizi che presentano l'attitudine a soddisfare le medesime esigenze di mercato (Cass. 9 febbraio 2000, n. 1424, Foro it., 2001, I, 641, caso Formaggino Mio).
La giurisprudenza reputa che la celebrità del marchio aumenta il pericolo di confusione, anche ove altri utilizzino il medesimo marchio per prodotti non affini (ad es. v. Trib. Vicenza 28 ottobre 1993, GADI 3076): e il rischio di confusione è riconosciuto anche in ipotesi di confondibilità in senso ampio, allorchè il pubblico sia indotto a ritenere che esistano rapporti contrattuali o di gruppo tra il titolare del segno imitato e il titolare del domain name imitante.
In termini v. - con riferimento ai domain names - Trib. Roma 9 marzo 2000 (Galli 37); Trib. Modena 24 gennaio 2001 (id. 72) secondo cui « L'utilizzazione di un domain name che ripete esattamente la componente denominativa di un marchio altrui per un sito nel quale vengono pubblicizzati servizi affini a quelli per i quali tale marchio è registrato costituisce contraffazione del marchio stesso, poiché rende concreto quanto meno il rischio di confusione per associazione tra le due imprese, potendo indurre nell'utente l'opinione che tra le stesse sussistano rapporti di licenza e collaborazione".
Tanto si riscontra anche nella specie, ove il rischio che gli utenti ritengano sussistere siffatti legami tra la Playboy e il Giannattasio è acuito dalla rilevata affinità tra i servizi offerti ; in particolare tale affinità comporta che il rischio di confusione non può escludersi neanche allorchè l'utente si avvalga di un motore di ricerca (dove i siti individuati vengono presentati insieme ad una sommaria descrizione del loro contenuto).
In particolare «il modello distributivo di Internet.è quello che prevede uno schema asimmetrico, in base al quale a fronte del solo costo di connessione ad Internet, il consumatore riceve copia del prodotto informativo, mentre il titolare del sito ottiene in cambio: informazioni sull'utente, riutilizzabili o vendibili, il valore aggiunto rappresentato dal contatto tra l'utente e il sito, che fa lievitare il valore di scambio del sito web, i compensi lucrabili quali corrispettivi di inserzioni pubblicitarie».
In termini v. Trib. Macerata, ord. 2 dicembre 1998, Dir. Ind. , 1999, 35, che ha vietato l'adozione di un domain name simile all'altrui marchio rinomato per un sito relativo a prodotti non affini a quelli per cui il marchio è registrato, "anche in ragione della precipua e specifica modalità di accesso al servizio Internet, tale che di primo acchito l'elemento fondamentale per il riconoscimento è proprio l'indirizzo, quando riprenda un marchio altamente diffuso e conosciuto.»
In particolare è entrata in crisi la tradizionale concezione del marchio come "indicatore di provenienza" dei prodotti e servizi che contraddistingue. Basta ricordare, a tale proposito, la riscrittura (ad opera del d. legisl. 480/92 cit.) dell' art. 15 l.m. ; capovolgendo l' originaria previsione, è ora prevista la libera trasferibilità del marchio, che può anche essere oggetto di licenza non esclusiva.
In altri termini si è notevolmente allentato (se non spezzato, per i marchi di rinomanza) il nesso tra il marchio e l' impresa che ne fa uso per contraddistinguere la propria produzione ; d' altronde, a ben vedere, neanche è più richiesto che il titolare del diritto sul marchio sia un imprenditore.
.. come rilevato in dottrina, il legame tra "segno ed elementi reali della fonte di produzione risulta sostanzialmente abolito in tutti i momenti più rilevanti della vita del marchio : nel momento genetico, in quello traslativo, in quello circolatorio".
Infatti il marchio ha assunto ormai un valore autonomo- pubbllcitario, di comunicazione, di investimento (per le imprese e per il pubblico)- ampiamente svincolato dai prodotti e servizi cui inerisce (il che non è privo di profili negativi : si pensi alla pratica del c.d. "marchio di richiamo").
Economisti e dottrina giuridica sottolineano ormai come prevalente la funzione pubblicitaria o suggestiva del marchio ; si è quasi provocatoriamente affermato (ma con precisi supporti economici) che "la marca moderna non appartiene più all' universo del commercio, quanto piuttosto a quello della comunicazione".
Non vuole certo affermarsi che la funzione di indicatore di provenienza sia venuta meno, nel mercato e nella previsione normativa ; tuttavia tale funzione - nella realtà economica e quindi nell'ottica giuridica - ha perduto importanza, e comunque non è più esclusiva.
In tal senso depone lo stesso considerando 10 dirett. 89/04/CEE (nonchè il 7 del reg. marchio com.), che espressamente prevede la possibilità che il marchio svolga funzioni ulteriori rispetto a quella di indicazione di provenienza.
Tanto si verifica con particolare forza per i marchi rinomati o celebri, che hanno finalmente trovato specifica tutela negli art. 1 lett. c. e 17 lett. b legge m., introdotti dalla novella del 1992. ; in effetti la tutela ultramerceologica ad essi attribuita non costituisce tanto una deroga al principio di specialità, quanto il riconoscimento, in via generale, della loro peculiare ed autonoma rilevanza economica, tale da "oscurare" il ruolo dei prodotti e servizi cui possono inerire.
Autorevole dottrina ha sottolineato che vi rischio di confusione "per associazione" quando i consumatori riconoscono, anche inconsapevolmente, in un dato segno un richiamo o un riferimento ad un altro segno registrato ; il pubblico, in tal caso, associa determinati prodotti e servizi a una immagine seducente e originale, quella espressa dal marchio usurpato.
La giurisprudenza straniera già da tempo ha sottolineato che si ha confusione (per associazione) allorchè vi è appropriazione del "potere attrattivo", ancorchè del carattere distintivo, dell' altrui marchio (cfr Trib. Comm. Namur, Belgio, 23 dicembre 1992, Journ. Trib. 1993, 319,).
E' evidente- ed è qui la maggiore differenza con la norma previggente- che la confusione, così intesa, va riconosciuta come sussistente ogni qualvolta si instaura agli occhi del pubblico un significativo collegamento - o, appunto, associazione- tra segno imitante e marchio imitato, ciò per la presenza di caratteri essenziali comuni (da individuare e valutare secondo i criteri prima esposti).
In altri termini - si è osservato in dottrina - la confusione per associazione non presuppone necessariamente un errore da parte del pubblico sulla provenienza e qualità dei prodotti contrassegnati : si può verificare anche quando i consumatori siano consapevoli di avere a che fare con due marchi del tutto indipendenti l' uno dall' altro, in quanto facenti capo a soggetti diversi e non collegati (non è neanche richiesto che il pubblico sia indotto a ritenere che i due prodotti provengano da due imprese distinte, tra cui però intercorrono rapporti di licenza, o comunque, di autorizzazione all' uso del marchio, come invece ritenuto da Corte d' Appello di Milano, 28 novembre 1995, GADI 1996, 3444).
Già in precedenza, ed ancor più icasticamente, Trib. Napoli 13 maggio 1996 (Rivista diritto industriale, 1996, II, p. 294 ; GADI, 3487, Diritto Industriale, 1997, 17; Giurisprudenza Napoletana, 1997, 84 ; Trib. Napoli 31 maggio 1997, Il Dir. ind. 1997, 923).
Aveva affermato che il «concetto di associazione, specie in presenza di marchi di rinomanza... comprende ogni ipotesi di collegamento, anche potenziale, anche meramente psicologico tra i due segni. Ciò nel senso che la clientela, indipendentemente da ogni confusione tra i prodotti e, prima ancora, in ordine alla origine degli stessi, è indotta a collegare il marchio originale al contraffatto, nel senso che tende ad attribuire ai prodotti cui il secondo è apposto le caratteristiche- positive- di quelli contrassegnati dal primo. In altri termini l' associazione è meramente psicologica, al limite inconscia (si pensi al ruolo, anche in pubblicità, dei messaggi subliminari), e comporta l' estensione, nella memoria, al marchio contraffatto (rectius: ai prodotti relativi) dell' "immagine", complessivamente intesa (e comprensiva di rinomanza, qualità, garanzia ecc.) sottesa al marchio originale»; v. anche App. Bologna 18 febbraio 1998, GADI, 3906.
Si consideri al riguardo il chiaro disposto del già richiamato l'art. 1 lettera c) legge marchi, che vieta l'uso di un segno eguale o simile ad un marchio di rinomanza, qualora tale uso "consente di trarre indebitamente vantaggio dal carattere distintivo o dalla rinomanza del marchio o reca pregiudizio agli stessi" ; la norma in parola (e così quella ex art. 13 cpv cit.), così come l'ipotesi di cui alla lettera a), e al contrario di quanto previsto dalla lettera b) non richiama espressamente il rischio di confusione.
Pertanto - alla stregua del letterale tenore della norma in esame - il rischio di confusione/associazione, per tali segni, si manifesta essenzialmente come possibilità che l'uso illecito da parte di terzi di un segno uguale o simile si risolva in un indebito vantaggio (ossia in un approfittamento del terzo), ovvero in un pregiudizio per il titolare del segno imitato; e ciò, lo si ribadisce, anche in virtù di un mero "richiamo" psicologico al messaggio collegato al marchio di rinomanza.
Il sito del Giannattasio è infatti essenzialmente pornografico, mentre Playboy, anche con riferimento alla propria presenza in rete, si fa vanto di non essere mai scaduta nella volgarità e, tantomeno, nella pornografia. In definitiva si è realizzata la situazione così brillantemente descritta in dottrina: «il pregiudizio sussisterà non soltanto quando il segno dell'imitatore venga a contraddistinguere prodotti o servizi scadenti o vili, ma più in generale quando esso comunque sia utilizzato con modalità che non sono coerenti con l'immagine connessa al marchio imitato, perché spesso è proprio questa coerenza, cioè il fatto che il marchio richiami un determinato "stile", a costituire una parte considerevole del valore di mercato del marchio stesso. In relazione ai segni distintivi di Internet, questa situazione potrà quindi ricorrere in particolare quando l'attività svolta in un sito sia tale da accostare il marchio a messaggi negativi o comunque distorsivi rispetto a quello di cui il marchio stesso è portatore».
Il Tribunale ha osservato che : «l'uso del marchio peugeot comporta l'immediato vantaggio di ricollegare la propria attività a quella del gruppo francese, sfruttando la buona fama da questo goduta. Vantaggio che è sicuramente indebito attsa la mancanza di autorizzazione e smaccatamente parassitario. Oltra a ciò, sussiste sicuramente, pur come rovescio della stessa medaglia, il pericolo di pregiudizio per il titolare del marchio celebre che vede il suo nome associato a servizi e prodotti non da lui provenienti, che ben possono essere di scarso valore, tale da indurre a ritenere nel pubblico che la casa non sia più all'altezza delle sue tradizioni e rinomanza"; in termini v. anche Trib. Parma, 22 gennaio 2001 cit
E) LA RESPONSABILITA' DEL PROVIDER
In Italia è però minoritario l'orientamento che tende, radicalmente, ad esclude in ogni caso la responsabilità del provider per il contenuto del sito ospitato, assimilandone il ruolo "a quello di un centro commerciale che abbia concesso in locazione la bancarella sulla quale l'autore ha esposto i prodotti incriminati", v. Trib. Cuneo, 23 giugno 1997, AIDA, 1997, 942.
E' controversa, in sostanza, l'esatta individuazione delle fattispecie di responsabilità del provider.
Va segnalato - per la radicalità speculare all'indirizzo sopra esaminato - quello che afferma con notevole ampiezza la responsabilità del provider, equiparandolo "ad una sorta di editore, il quale ha l'obbligo di vigilare affinché attraverso la sua pubblicazione non vengano perpetrati delitti o illeciti di natura civilistica", (v. Trib. Macerata, 2 dicembre 1998 , cit. che pertanto ha ritenuto un service provider responsabile dell'illecito consistente nell'adozione, per un sito da esso ospitato, di un domain name che costituiva violazione dell'altrui marchio e titolo di una pubblicazione).
22) Tipologia di provider e fondamento colposo della responsabilità
Si distingue così tra contratti che hanno ad oggetto la mera fornitura dei servizi di connessione, e contratti di fornitura di accesso in hosting (in cui "il prestatore di servizi concede l'utilizzazione di uno spazio all'interno del proprio disco rigido alle condizioni e secondo le modalità previste dal contratto") o in housing (nel quale invece"la proprietà dell'hardware e del server e la sua configurazione permangono in capo al titolare del sito").
Per altro verso la direttiva CE sul commercio elettronico cit. pur escludendo che il provider «sia responsabile delle informazioni memorizzate a richiesta di un destinatario del servizio", né afferma invece la responsabilità quando sia al corrente dell'illiceità dell'attività o dell'informazione (ovvero, ai fini delle azioni risarcitorie, di fatti o circostanze che rendono manifesta l'illegalità di esse) e quando egli, non appena al corrente di tali fatti, non abbia agito immediatamente per rimuovere le informazioni o per disabilitare l'accesso.
23) La giurisprudenza su provider e domain name costituente contraffazione di marchio
Trib. Macerata 2 dicembre 1998 cit. - peraltro sul discutibile presupposto della equiparazione del provider all'editore - ha sostenuto che questi ha l'obbligo di vigilare affinchè non vengano commessi illeciti, e ne ha affermato la responsabilità nell'ipotesi di adozione di un domain name in violazione dell'altrui marchio.
Il Tribunale partenopeo - pur con qualche incertezza lessicale (dovuta alla precocità della pronuncia) ha affermato la responsabilità concorrente, a titolo di illecito concorrenziale, del titolare del sito e del provider nella « diffusione di un messaggio promozionale allocato in un sito Internet il cui domain name è costituito dal segno distintivo di un concorrente»; in particolare la responsabilità del provider è stata affermata per culpa in vigilando (v. infra per ulteriori rilievi).
Il provvedimento romano ha affermato che l'Internet service provider , il quale ospitava il sito di un imprenditore risponde a titolo di concorso dell'illecito concorrenziale commesso da quest'ultimo per aver fatto uso di un domain name riproducente l'acronimo di una nota società, l'INA, avendo "colpevolmente omesso di rilevare l'illecita interferenza fra le due denominazioni", in quanto "Nel caso del provider, che effettua il collegamento, non si dubita che egli non possa accertarsi del contenuto illecito delle comunicazioni e dei messaggi che vengono immessi in un sito; tuttavia, non può escludersi la sua colpa, se le comunicazioni necessariamente date allo stesso provider al fine di ottenere il collegamento, configurino esse stesse all'evidenza un illecito".
Infine va richiamato Trib. Firenze 7 giugno 2001, caso Novamarine, Guida al Dir., fasc. 37, 41, che - in sede di reclamo - pur sostenendo l'interpretazione maggioritaria sulla contraffazione dei marchi a mezzo dei domain name, ha revocato la misura cautelare dell'inibitoria disposta nei confronti del provider , sostenendo che la responsabilità di questi può affermarsi solo «in casi particolari se non proprio eccezionali, stante la minore evidenza dell'illecito contraffattorio o confusorio rispetto ad altri tipi di illecito». Quindi «la responsabilità del provider dovrà in concreto essere affermata con riferimento a quei casi palesi di illecito confusorio, come nel caso di marchi o nomi celebri. Una simile conclusione è poi rafforzata (per) la necessità di diversificare il comportamento del provider in relazione al contenuto delle singole obbligazioni assunte con l'utente finale, al fine di valutare, poi, la diligenza del comportamento del provider in relazione al diritto dei terzi, Invero qualora ..il provider abbia assunto la obbligazine di provvedere alla registrazione del domain name, è evidente che nessun responsabilità sarà configurabile al di fuori della ipotesi di registrazione di un nome di dominio corrispondente ad un marchio di tale risonanza da indurre necessariamente il provider secondo le normali regole di prudenza, ad astenersi dall'eseguire la prestazione, essendo di immediata evidenza l'illecito dell'utente finale. Diversamente opinando si finirebbe con l'addossare al provider il giudizio di liceità o meno della registrazione del dominio, e quindi tutta una serie di valutazioni (ad es. circa eventuali eccezioni di nullità del marchio, ecc.) che sicuramente non competono a tale soggetto:.. la conclusione è particolarmente adeguata al sistema italiano, considerato che neppure l'ufficio italiano Marchi e Brevetti è in grado di verificare tutte l priorità in materia di marchi registrati, onde è impensabile che un tale compito possa essere affidato ad un provider». Nella specie il Tribunale ha escluso la responsabilità del provider perché il marchio violato, seppure notorio, non è stato ritenuto di risonanza tale da indurre il provider secondo l'ordinaria diligenza a ritenere con sicurezza l'illiceità della registrazione come domain name.
Il Tribunale tuttavia non condivide integralmente le argomentazioni giuridiche ei provvedimenti surrichiamti, in particolare di quello fiorentino, che rende del tutto marginale la responsabilità del provider (e ciò pur se - come rilevato - comunque ne discende la responsabilità della CS informatica).
E' stata così affermata la legittimazione passiva anche del semplice rivenditore, pur se in buona fede (Trib Torino,11 maggio 1987, id., 2258; Trib. Salerno, 27 giugno 1990, id.., 2551).
In tal senso anche la giurisprudenza di legittimità: Cass. 4 dicembre 1999, n. 13592 , caso Cristal (id., 4051): «il diritto di esclusiva accordato al titolare del marchio è leso da chiunque pretenda, con qualsiasi atto di commercio, di operare uno sfruttamento del segno altrui. Non rilevano a differenziare tale qualità giuridica di atti che comunque conducono ad una confusione nel mercato la diversa collocazione nella catena distributiva o produttiva».
Così la comparsa conclusionale della CS: «la CS in qualità di provider mette a disposizione del cliente i mezzi per rendere visibile ed accessibile il sito.consentendo altresì al suddetto di operare sul proprio sito attività commerciali mediante un servizio specifico di abilitazione di password.nel nostro caso il provider si è limitato a offrire l'accesso in rete al cliente, al più consentendogli di commercializzare il prodotto che quest'ultimo offre».
Né la CS può affermare correttamente che non avrebbe potuto procedere diversamente, in quanto ormai contrattualmente vincolata al Giannattasio, sicchè sarebbe incorso in responsabilità contrattuale verso quest'ultimo se non avesse registrato il domain name in discussione (sui presupposti tecnici di tale rilievo, d'altronde, il CNR ha svolto convincenti deduzioni , che smentiscono l'assunto della CS).
E' infatti agevole replicare che tale pretesa responsabilità non può certo opporsi alla società attrice, del tutto estranea ai rapporti tra il Giannattasio e la CS, e che ha proposto azione extracontrattuale.
F) PROVIDER e R.A. (AUTORITA' ITALIANA)
27 ) RA e NA: natura privatistica
La R.A. , a dispetto del nome che riecheggia le Autorità Garanti (che prolificano nel nostro ordinamento) non e' un organismo istituzionale: infatti non opera alla stregua di norme di diritto pubblico (benchè si tratti di organo del CNR, e persegua finalità di interesse generale), ed è anzi un soggetto privo di qualsiasi connotato pubblico, v. Trib. Genova 17 luglio 1999 , Dir. informatica 2000, 341.
E' allora evidente che il provider non può pretendere di escludere la propria responsabilità solo perché la registrazione è avvenuta nel rispetto delle regole di naming: la richiamata natura privatistica di queste ultime le rende inopponibili al terzo danneggiato, nella specie la Playboy.
E' sorta semmai la questione della corresposabilità anche della RA., sia con riferimento all'illecito contraffattorio che alla concorrenza sleale.
L'unico provvedimento edito, Trib. Macerata,. 2 dicembre 1998 cit., ha escluso questa responsabilità in quanto la registration authority "ragionevolmente, non può rifiutare una registrazione solo perché ritiene che il nome proposto sia il marchio noto di soggetto diverso, in quanto andrebbe incontro a possibilità di arbitrio e sorgerebbero indubbiamente più questioni di quelle che invece sorgono con la attuale disciplina ed interpretazione".
A parte infatti il rilievo che sia RA che Na fanno capo al CNR, resta il dato ovvio che la prima opera, "liberamente" (si è pur sempre in ambito solo privatistico), in base alle norme poste dalla seconda, sicchè finisce per rispondere anche delle carenze delle norme in questione.
In definitiva il procedimento italiano di registrazione ha favorito il cybersquatting e la cyberpiracy, e ha reso - in caso di conflitto (come
nella specie) quasi fisiologico il ricorso all'autorità giudiziaria.
Alla stregua di quanto sopra, e anche a voler adottare l'interpretazione più benevola per la RA, questa nella specie (poco rilevando il rispetto di norme a loro volta inadeguato) mai avrebbe dovuto consentire la registrazione del domain name Playboy, agevolmente riconoscibile come non nella titolarità (come marchio o altro segno distintivo) del Giannattasio.
Così Trib. Napoli 8 agosto 1997, Riv. dir. ind. 1999: « L'utilizzo di segni distintivi appartenenti ad altra azienda. puo' ingenerare nella clientela confusione sulla effettiva provenienza dei prodotti e sulla identita' personale dell'imprenditore, determinando sicuramente perdita e sviamento di clientela data la capillare diffusione del sistema telematico»;v. ancora - in quanto particolarmente pertinente al caso di specie - Pretura Valdagno, 27 maggio 1998, Giur. It. 1998, 2108 (è il caso Peugeot, di cui Trib. Vicenza 6 luglio 1998 cit. costituisce il reclamo) , Giur. it. 1998,1875, 2108: «Configura gli estremi della concorrenza sleale per confusione l'utilizzo da parte di una societa' di un marchio notorio di altra societa' per contraddistinguere un "domain name" su Internet.» .
Trib. Genova 13 ottobre 1999, caso Altavista, Dir. Inf. 2000, 346 sottolinea poi che «la registrazione dell'altrui marchio come domain name impedisce al legittimo titolare del marchio di registrarlo a sua volta come domain name, e come tale costituisce una violazione delle norme di lealtà e correttezza della concorrenza, quanto all'accesso ai sistemi informatici integrati e alla loro utilizzazione e quindi un atto di concorrenza sleale ex art. 2598 n. 1 e 3».
Tale provvedimento segnala anche che il mercato in cui le due società possono essere considerate concorrenti e' quello della pubblicità via Internet.
Infine va segnalato che in giurisprudenza si è anche affermata la trasposizione alla concorrenza sleale confusoria del rischio di associazione ex legge marchi, v. Trib. Napoli, 11 luglio 2000, GADI, 4169: « la fattispecie normativa (ex art. 2598 n. 1 cit.) è integrata allorchè il pubblico è indotto a trasferire il messaggio positivo comunicato dal prodotto o dalla attività di cui è chiesta la tutela al prodotto o alla attività di chi ha posto in essere gli atti appunto qualificati come concorrenzialmente scorretti».
31) Il caso di specie
Così Cass. 16 aprile 1983 n. 2634, Foro It., 1983, I, 2160: «la responsabilità del terzo rimane ancorata allo stesso titolo perchè se è vero che le norme sulla concorrenza sleale non vincolano gli estranei alla relazione di concorrenza.tale non può considerarsi colui che si inserisce in tale relazione a fianco dell'imprenditore concorrente, nel cui interesse si rende autore o coautore del comportamento vietato. Di questo risponde secondo il principio generale della solidarietà nell'illecito, art. 2055 c.c., verificandosi un fenomeno non diverso da quello noto in diritto penale come partecipazione dell'estraneo ad un reato proprio»; peraltro non è richiesto un pactum sceleris, ma solo che l'azione del terzo sia obiettivamente collegata all'interesse dell'imprenditore; v. anche Cass. 20 novembre 1985 n. 5708, GADI.
E' appena il caso accennare che la dottrina e la giurisprudenza hanno individuato diversi criteri per la liquidazione di tali danni (per una sintesi degli orientamenti giurisprudenziali v Riv. Dir. Ind. 2001, 141 ss), che ben possono adattarsi anche alle ipotesi di danno proveniente da contraffazione di domain name.
Ciò specie allorchè - ed è proprio il caso di specie -l'attività delle parti si svolga esclusivamente on line, cosicché è possibile fare riferimento alle forniture di prodotti o servizi effettuate dal contraffattore e di quelle in ipotesi perse dalla vittima dell'illecito (nella specie - peraltro - solo il Giannattasio opera esclusivamente in rete).
Può solo rilevarsi, con la migliore dottrina, che l'uso dei segni distintivi su Internet è essenzialmente pubblicitario, sicchè - nel valutare il danno, il Giudice dovrà valutare l'impatto di quest'uso sui risultati commerciali conseguiti dalle parti in conflitto.
Così Trib. Milano 19 dicembre 1991, id., 2721, proprio in materia di contraffazione di marchi: «la mancanza di ogni prova di concreti danni prodotti dalla contraffazione del marchio preclude l'accoglimento della domanda risarcitoria, dovendosi escludere la possibilità del ricorso al criterio della liquidazione equitativa o in una somma globale che afferisca alla determinazione del quantum e non dell'an debeatur.»; v. ancora Trib. Milano 3 giugno 1993, id. 2973, secondo cui « va rigettata la domanda di risarcimento del danno derivante dalla contraffazione di marchio e dalla concorrenza sleale posta in essere dal convenuto se l'attore non ha in alcun modo comprovato il danno sofferto, né ha indicato i parametri per una valutazione equitativa del danno medesimo», in termini - tra i tanti - v. Trib. Milano 11 gennaio 1996, id. 3455; App Milano 4 febbraio 1997, id. 3886; 12 settembre 1997, id. 3892; Trib. Milano 25 settembre 1997, id. 3774; Trib. Catania 9 ottobre 1997, id. 3778; Trib. Bolzano 23 giugno 1998, id. 3822; con specifico riferimento alla concorrenza sleale v. anche Trib. Torino 12 giugno 1998, id. 3819 .
Tuttavia alcuna richiesta istruttoria è stata formulata in corso di causa, pur avendo il GI fissato l'udienza ex art. 184 c.p.c., stabilendo i relativi termini; sicchè la richiesta ex art. 58 bis cit deve ritenersi oggetto di rinunzia (né è stata richiamata in conclusionale), evidentemente perché l'attrice ha ritenuto sufficiente indicare i criteri che saranno in prosieguo esaminati.
Ha infatti esibito il supplemento della rivista L'Espresso, L'espresso On Line del 10 dicembre 1998. E' qui pubblicata, nell'ambito di un articolo con più ampio oggetto, una dichiarazione riferita a Gilda Cosenza, della CS Informatica: «I siti erotici rappresentano solo il 20% della nostra attività. ma proprio da questi arrivano praticamente tutte le transazioni che gestiamo, per un cifra tra uno e due milioni al giorno» ; l'articolo osserva ancora che «messi insieme i siti ospitati dalla CS informatica gestiscono un traffico di poco meno di un milione di accessi al mese con 10.000 abbonamenti».
E' agevole replicare che tale computo costituisce il frutto di mere illazioni, e non certo di un corretto ragionamento presuntivo.
La giurisprudenza - con ragionamento agevolmente estensibile al caso di specie - afferma infatti che il danno in oggetto non coincide con le vendite del contraffattore - perché non può ritenersi che tutti gli acquirenti del prodotto contraffatto (nella specie tutti gli abbonati al sito in discussione) avrebbero comprato i prodotti originali (nella specie avrebbero preferito ricorrere al sito "originale" , Playboy.com), v. Trib. Torino 5 novembre 1999, GADI, 4106..
35) La liquidazione equitativa, in generale.
E' opportuna una premessa di carattere generale.
Nello stesso rito del lavoro l'art. 432 c.p.c. attribuisce al giudice il potere di liquidare con valutazione equitativa la somma dovuta al lavoratore solo quando sia certo il relativo diritto, e soltanto quando sia stata accertata l'obiettiva impossibilita' di una determinazione certa dell'importo della somma dovuta alla stregua degli elementi acquisiti al processo, v. Cass., sez. lav., 22 agosto 2001, n. 11210, Giust. civ. Mass. 2001,1612.
Quindi, preliminarmente, il giudice deve accertare il presupposto stessa della liquidazione in via equitativa, costituito dall'esistenza del danno risarcibile: non può mai prescindersi dall'accertamento dell'an debeatur; così Cass. 8 settembre 1997, n. 8711, id. Mass. 1997,1646: «Il potere del giudice di liquidare il danno con valutazione equitativa presuppone la prova in concreto della esistenza del danno».
Inoltre il giudice deve riscontrare l'impossibilita' o la rilevante difficolta' di fornire un qualsiasi elemento di prova sul preciso ammontare del danno stesso In altri termini il giudice deve accertare che non sussistono elementi utili e sufficienti per la determinazione del danno sulla base di elementi oggettivi, Cass. 2 aprile 2001, n. 4788, id. Mass. 2001, 665; 17 maggio 2000, n. 6414, id., Mass. 2000,1046; 27 dicembre 1996, n. 11535 , id. Mass. 1996,1797.
Impossibilità o difficoltà di prova vanno parametrate alla peculiarita' del fatto dannoso o alle condizioni soggettive del danneggiato, v. Cass. 27 dicembre 1995, n. 13114, Danno e resp. 1996, 354 e possono riscontrarsi anche solo per alcune delle componenti del danno complessivo, v. Cass. 3 novembre 1994, n. 9039, id. Mass. 1994,fasc. 11.
Di particolare interesse è Cass. 14 maggio 1998, n. 4894, id. Mass. 1998,1041: «Il criterio sussidiario di valutazione equitativa del danno, di cui all'art. 1226 c.c., e' utilizzabile - sempreche' sia certa l'esistenza di un danno - solo se la sua precisa determinazione incorra in una impossibilita' probatoria o, quanto meno, sia ostacolata da una rilevante difficolta', mentre non e' sufficiente la semplice complessita', che renda necessaria l'ammissione di una consulenza tecnica o il ricorso a valutazioni di tipo presuntivo; inoltre il giudice, nel procedere alla liquidazione equitativa, deve innanzitutto vagliare tutti gli elementi di prova raccolti in ordine all'ammontare del danno (al fine di rendere la liquidazione, per quanto possibile, corrispondente alla reale entita' del pregiudizio)»; Cass. 27 dicembre 1995, n. 13114, id. Mass. 1995,fasc. 12, esclude la possibilità della liquidazione equitativa, «quando le risultanze della causa offrono elementi per una precisa quantificazione del danno attraverso una consulenza tecnica, in ordine alla quale la scelta da parte del giudice del merito e' insindacabile solo se, almeno implicitamente, motivata in relazione all'utilita' dell'accertamento, da valutare sulla base delle risultanze istruttorie». V. anche C.Conti reg. Sicilia sez. giurisd., 1 luglio 1997, n. 188, Riv. corte conti 1997,fasc. 6, 212, che ammette la liquidazione equitativa quando «pur essendosi svolta un'attivita' processuale della parte volta a fornire questi elementi, il giudice per la notevole difficolta' di una precisa quantificazione non li abbia tuttavia riconosciuti di sicura efficacia».
Inoltre il potere del giudice di liquidare il danno in via equitativa è discrezionale ma non arbitrario: il giudice deve adeguatamente dare conto dell'uso di tale facolta', indicando il processo logico - valutativo ed i criteri seguiti, v. Cass., 27 giugno 2001, n. 8807,
Giust. civ. Mass. 2001,1282; id. 15 gennaio 2000, n. 409, Giust. civ. Mass. 2000, 64
La stessa liquidazione del danno morale da fatto illecito, pur necessariamente rimessa alla valutazione equitativa del giudice, deve essere compiuta rispettando l'esigenza di una razionale correlazione tra l'entita' oggettiva del danno e l'equivalente pecuniario, Cass. sez. lav., 19 gennaio 1999, n. 475, Orient. giur. lav. 1999,I, 295.
In definitiva il giudice «se non e' tenuto ad una dimostrazione minuziosa e particolare degli eventi considerati nel formulare il giudizio complessivo sull'entita' del nocumento risarcibile, deve tuttavia dimostrare di avere tenuto presenti i dati di fatto acquisiti al processo come fattori costitutivi dell'ammontare dei danni liquidati» Cass. sez. lav., 16 dicembre 1999, n. 14166, Giust. civ. Mass. 1999,2552, id. 25 settembre 1998, n. 9588, Appalti urbanistica Edilizia 2000, 215 , id. 2 dicembre 1998, n. 12237, Giust. civ. Mass. 1998,2524.
Così Tribunale Roma, 22 aprile 1998, Resp. civ. e prev. 1998,1471: «La liquidazione equitativa del danno prevista dall'art. 1226 c.c. ha per presupposto un'oggettiva impossibilita' di prova e non la mera difficolta' di questa, specie se dovuta ad inerzia della parte gravata dall'onere della prova»; v. ancora Giudice di pace Monza, 16 dicembre 1997, Arch. civ. 1998, 840: «L'impossibilita' di esaminare e conferire valore all'oggetto della controversia, per fatti e colpa non imputabili all'attore, costituisce il presupposto della quantificazione del danno in via equitativa».
Ancor più pregnante è Cass. 3 dicembre 1997, n. 12256 , Giust. civ. Mass. 1997,2321: «La parte che domanda il risarcimento del danno da fatto illecito non puo' limitarsi ad invocare la liquidazione equitativa del danno da parte del giudice, ma e' necessario che essa fornisca la prova del danno indicando le componenti di esso, potendo il giudice procedere alla relativa liquidazione equitativa in caso di impossibilita' o di grave difficolta' di dimostrare la misura del danno».
Ed ancora, Cass. 18 febbraio 1995, n. 1799, Giust. civ. Mass. 1995, 380: «Il potere, riconosciuto dalla legge al giudice, di liquidare il danno con valutazione equitativa non esonera la parte istante dall'onere di fornire gli elementi probatori ed i dati di fatto in suo possesso, al fine della precisa determinazione del danno, che puo' essere conseguita con tutti i mezzi ammessi dall'ordinamento giuridico».
36) .ed in materia industrialistica
Indubbiamente la perdita di guadagno di un'attivita' commerciale comporta sovente notevole difficoltà, se non l'impossibilità, di dimostrare il danno nel suo preciso ammontare (Cass., 27 marzo 1997, n. 2745, Giust. civ. Mass. 1997, 482).
E' infine appena il caso di rilevare che non può farsi luogo al risarcimento da danno industrialistico (nella specie concorrenza sleale) quando l'unico elemento di prova è costituito dalle dichiarazioni unilaterali della parte danneggiata, non confermate da testimonianza e da produzione di libri sociali e bilanci, Trib. Milano 11 dicembre 1997, ivi 3787.
E' allora evidente come - alla stregua dei criteri sopra riportati - nella specie non possa procedersi alla richiesta liquidazione equitativa.
38) Iliceità del domain name ex legge marchi e art. 2598 c.c.
Trattandosi, in primo luogo, di azione di contraffazione, troveranno applicazione gli articoli 65 e 66 legge marchi, oltrechè - per i profili di concorrenza sleale- gli articoli 2598 ss c.c.
Così, in primo luogo, va dichiarato che l'uso del termine Playboy da parte di Mario Giannattasio come domain name, identificante il sito Internet www.PlayBoy.it costituisce contraffazione dei marchi registrati PlayBoy, della PlayBoy Enterprises International, inc. e della omonima denominazione sociale.
39) Misure ulteriori
40) Spese
c) Dispone la pubblicazione del presente dispositivo, a cura della società attrice e a spese dei convenuti in solido per due volte consecutive e con caratteri doppi rispetto al normale sui quotidiani La Repubblica, Il Corriere della Sera, Internet News, nonché all'interno dei siti Internet www.tin.it, www.flashnet.it