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Timestamp: 2020-07-05 20:45:54+00:00
Document Index: 41732158

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 603', 'art. 4', 'art. 409', 'art. 3', 'art. 326', 'art. 1335', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 3', 'art. 19', 'art. 603', 'art. 5', 'art. 19', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 31', 'art. 1335', 'art. 44', 'art. 360', 'art. 41', 'art. 360', 'art. 360', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 360', 'art. 113', 'art. 111', 'Cass. Sez. ']

Sentenza Cassazione Civile n. 3740 del 13/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3740 del 13/02/2017
Cassazione civile, sez. lav., 13/02/2017, (ud. 02/12/2016, dep.13/02/2017), n. 3740
sul ricorso 22537-2013 proposto da:
CARNIVAL CRUISE LINES, in persona del legale rappresentante pro
tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA G. G. PORRO 8,
e difende unitamente agli avvocati ALDO MORDIGLIA, MAURIZIO
MAZZOCCHI, giusta procura notarile in atti;
A.C., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato GIANEMILIO
GENOVESI, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 186/2013 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
depositata il 09/04/2013 R.G.N. 88/2013;
02/12/2016 dal Consigliere Dott. LUCIA ESPOSITO;
udito l’Avvocato MIRKO SCAPINELLO per delega Avvocato MAURIZIO
MAZZOCCHI;
udito l’Avvocato GIUSEPPE RIZZO per delega Avvocato GIANEMILIO
1. La Corte d’appello di Genova, con sentenza del 9 aprile 2013, confermò la decisione del giudice di primo grado che aveva accolto la domanda avanzata da A.C. diretta all’accertamento dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato tra il predetto, terzo ufficiale di coperta, e Carnival Cruise Lines, nonchè all’accertamento dell’illegittimità del licenziamento orale intimato al medesimo, oltre alla condanna del datore di lavoro al risarcimento dei danni.
2. Rilevò la Corte territoriale che, non emergendo un luogo di abituale svolgimento dell’attività lavorativa, nè un luogo di stabilimento d’assunzione (cioè un’unità produttiva presso cui il dipendente dovesse svolgere originariamente la sua prestazione), dovevano trovare applicazione, in forza della L. n. 218 del 1995, art. 3, comma 2 i criteri previsti per la competenza per territorio dall’art. 603 cod. nav. (che prevede le ipotesi di nave iscritta nel registro nautico italiano e quelle di conclusione, esecuzione o cessazione del rapporto in Italia). Ai fini dell’individuazione della giurisdizione, pertanto, poteva farsi riferimento al luogo di cessazione del rapporto (diverso da quello dello sbarco), pacificamente situato in Italia, risultando ricorrere, di conseguenza, la giurisdizione nazionale. La Corte ritenne, altresì, la nullità della clausola compromissoria, osservando che la L. n. 218 del 1995, art. 4 esclude ogni possibilità di deroga alla giurisdizione italiana, oltre che nei casi in cui la deroga non sia provata per iscritto, anche nelle ipotesi di cui agli artt. 806 e 808 c.p.c.; quest’ultima disposizione, al comma 2, stabilisce che le controversie di cui all’art. 409 c.p.c. “possono essere decise da arbitri solo se ciò sia previsto nei contratti e accordi collettivi di lavoro purchè ciò avvenga, a pena di nullità, senza pregiudizio delle facoltà delle parti di adire l’autorità giudiziaria”. La Corte d’appello individuò nella legge italiana la fonte della relazione giuridica tra le parti. Osservò in proposito che, pur essendo il rapporto sorto ed eseguito all’estero, secondo i criteri della convenzione di Roma del 19 luglio 1980, ratificata con L. n. 975 del 1984, il rapporto doveva ritenersi regolato dalla legge del luogo della prestazione lavorativa, salvo che tale legge si riveli manifestamente incompatibile con l’ordine pubblico italiano. Una situazione di tal genere era ravvisabile nella specie, giacchè l’ordinamento panamense e quello statunitense invocati dall’appellante non riconoscevano tutela del dipendente contro il licenziamento ingiustificato, nè prevedevano una procedura nei termini di cui alla L. n. 300 del 1970, art. 3, comma 2. Ne discendeva l’applicazione dell’art. 326 cod. nav., taichè doveva intendersi unico rapporto a tempo indeterminato quello derivante da quattro contratti a termine stipulati a distanza di meno di sessanta giorni l’uno dall’altro. Tale rapporto doveva essere ricondotto, pur risultando altro datore formale, alla Carnival Cruise Lines, in ragione della circostanza che fosse quest’ultima a usufruire della prestazione, a dare direttive, ad emettere tramite persone che hanno agito per suo conto il provvedimento di sospensione dal servizio. Ritenne, infine, la Corte che non poteva operare nella specie la presunzione di conoscenza di cui all’art. 1335 c.c. con la conseguenza che, non potendosi ritenere pervenuta la lettera di licenziamento, quest’ultimo doveva intendersi avvenuto oralmente. Da ciò l’inefficacia del medesimo ai sensi della L. n. 604 del 1966, art. 2 e la tempestività della relativa impugnazione.
3. La sentenza è stata impugnata con ricorso per cassazione da Carnival Cruise Lines sulla base di quattro motivi. L’ A. ha resistito con controricorso ed entrambe le parti hanno prodotto memorie.
4. Con il primo motivo la ricorrente deduce violazione e falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3 della L. n. 218 del 1995, art. 3, comma 2, artt. 5 e 2 convenzione di Bruxelles del 27/9/1968 ratificata e resa esecutiva con L. n. 804 del 1971, art. 19 regolamento CE n. 44/2001 ed art. 603 cod. nav. Evidenzia che la Corte d’appello, nonostante abbia correttamente riconosciuto che il contratto fu sottoscritto nelle isole Hawaii ove l’Arcadi si imbarcò, erroneamente aveva ritenuto che la nave sulla quale costui fu assunto non potesse considerarsi stabilimento, in ragione del fatto che si ignorava se il natante fosse rimasto per un prolungato periodo in un certo porto, richiedendosi la prova di un effettivo radicamento con il territorio. Rileva che l’art. 5.1 della Convenzione di Bruxelles del 1968, come modificata dalla Convenzione di Donostia-San Sebastian del 1989, resa esecutiva in Italia con la L. 5 ottobre 1991, n. 339, facendo riferimento alla nozione di stabilimento, non indica quale presupposto di applicazione della norma che lo stabilimento di assunzione debba essere necessariamente ricondotto a un preciso luogo, non richiedendosi alcun radicamento. Osserva, altresì, che è pacifico che il contratto fu sottoscritto nelle isole Hawaii, territorio degli Stati Uniti d’America, ove Carnival Cruise Lines ha sede amministrativa e operativa, talchè tanto basta a soddisfare il requisito del radicamento, ove necessario. Rileva, inoltre, che, in base ai regolamento CE n. 44/2001, sussiste la giurisdizione del giudice del luogo del domicilio del datore di lavoro e, qualora il lavoratore non abbia svolto abitualmente la sua attività in un solo paese, la giurisdizione del giudice del luogo in cui è o era situata la sede di attività presso la quale era stato assunto (art. 19, n. 2, lett. b). Conseguentemente in base a tale norma doveva essere affermata la giurisdizione di Panama o degli Stati Uniti (presso i quali, rispettivamente, la Carnival Cruise Lines aveva la sede legale e gli uffici operativi) con conseguente inapplicabilità del criterio residuale in forza del quale la giurisdizione era stata ravvisata in capo ai giudice italiano. Contesta, altresì, la richiamata decisione delle Sezioni Unite, osservando che non ricorre il rischio di dover concludere per l’insussistenza di una giurisdizione competente, esistendo pur sempre il criterio generale del foro del convenuto espresso dall’art. 2 della Convenzione di Bruxelles del 27/6/1968.
5. Con il secondo motivo deduce violazione o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3 degli artt. 112 e 806 c.p.c. nonchè art. 2 della Convenzione di New York ratificata con L. n. 62 del 1968 in relazione alla efficacia ed operatività della clausola compromissoria. Rileva la ricorrente che la Corte d’appello ha violato l’art. 2 della convenzione di New York, poichè, pur affermando correttamente che la clausola arbitrale non è caduca, ma operante e pacificamente applicabile alla specie (soli requisiti previsti dalla predetta norma), ne ha disatteso la portata statuendo di dover anteporre quanto previsto dalla norma interna. Rileva, inoltre, che nel ritenere la nullità della clausola compromissoria la Corte d’appello aveva pronunciato ultra petita, avendo l’ A. riconosciuto la legittimità della clausola.
6. Deduce, ancora, la ricorrente violazione o falsa applicazione ex art. 360 c.p.c., n. 3 della L. n. 218 del 1995, artt. 14 e 16 in relazione alla applicazione della legge straniera disciplinante il contratto di arruolamento. Rileva che nel ritenere incompatibile con l’ordinamento italiano le disposizioni che regolano il rapporto di lavoro secondo l’ordinamento straniero la Corte appello avrebbe omesso di effettuare qualsivoglia accertamento in merito all’effettivo contenuto della legge straniera (nella specie panamense) applicabile.
7. Deduce, infine, violazione o falsa applicazione degli artt. 1335 e 2697 c.c. ed art. 31 disp. att. c.c. in relazione alla presunzione di conoscenza del licenziamento comunicato a mezzo telegramma inviato alla residenza del lavoratore. Rileva che il telegramma era stato inviato all’indirizzo che il marittimo aveva sempre indicato essere la sua residenza, anche nell’ultima convenzione d’imbarco; che il certificato rilasciato dal Comune di Messina attesta come l’indirizzo del marittimo non fosse mutato alla data del licenziamento (24 novembre 2009) e che non era sufficiente il mutamento della residenza a far venir meno la presunzione di conoscenza ex art. 1335 c.c., poichè ai sensi dell’art. 44 c.c. il trasferimento della residenza non può essere opposto ai terzi in buona fede se non è stato denunciato nei modi prescritti dalla legge.
8. Rileva la Corte che i primi tre motivi di ricorso, il cui esame logicamente precede quello dell’ultimo, sono riconducibili all’art. 360 c.p.c., n. 1, giacchè attinenti a questioni di giurisdizione. La formulazione dei predetti motivi, infatti, delinea in modo chiaro i termini della questione sottoposta all’attenzione della Corte (attribuzione della controversia al giudice estero piuttosto che a quello nazionale). Ciò vale, specificamente, anche con riferimento al secondo motivo di ricorso, nel quale è posta la questione relativa all’efficacia della clausola compromissoria di arbitrato estero. Le Sezioni Unite di questa Corte, infatti, hanno chiarito che la contestazione delle attribuzioni del giudice ordinario a causa della sussistenza di un patto compromissorio per arbitrato estero costituisce un’eccezione di difetto di giurisdizione, contrariamente al caso in cui la contestazione riguardi la deduzione della sussistenza di un patto compromissorio rituale, questione questa che, riguardando la ripartizione delle attribuzioni nell’alveo della giurisdizione nazionale, deve essere qualificata come di competenza (in tal senso Sez. U, Ordinanza n. 24153 del 25/10/2013, Rv. 627787 – 01: “In presenza di una clausola compromissoria di arbitrato estero, l’eccezione di compromesso, attesa la natura giurisdizionale e sostitutiva della funzione del giudice ordinario da attribuirsi all’arbitrato rituale in conseguenza delle disciplina complessivamente ricavabile dalla L. 5 gennaio 1994, n. 5 e dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, deve ricomprendersi, a pieno titolo, nel novero di quelle di rito, dando così luogo ad una questione di giurisdizione e rendendo ammissibile il regolamento preventivo di cui all’art. 41 c.p.c., precisandosi, peraltro, che il difetto di giurisdizione nascente dalla presenza di una clausola compromissoria siffatta può essere rilevato in qualsiasi stato e grado del processo a condizione che il convenuto non abbia espressamente o tacitamente accettato la giurisdizione italiana, e dunque solo qualora questi, nel suo primo atto difensivo, ne abbia eccepito la carenza”). Conseguentemente, laddove si ritenesse l’esistenza di un valido compromesso per arbitrato estero, ne conseguirebbe il difetto di giurisdizione del giudice italiano.
8.2. Deve ritenersi, pertanto, che, nonostante la formale riconduzione dei presunti vizi da parte del ricorrente ad ipotesi di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, gli stessi debbano essere esaminati in termini di censure attinenti alla giurisdizione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 1, in conformità con l’orientamento affermatosi in seno alla giurisprudenza di legittimità (si veda Cass. Sez. 1, n. 24553 del 31/10/2013, Rv. 628248; Cass. Sez. 3, n. 19882 del 29/08/2013, Rv. 627575; Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 4036 del 20/02/2014, Rv. 630239, secondo la quale “L’erronea intitolazione del motivo di ricorso per cassazione non osta alla riqualificazione della sua sussunzione in altre fattispecie di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, nè determina l’inammissibilità del ricorso, se dall’articolazione del motivo sia chiaramente individuabile il tipo di vizio denunciato”). L’indirizzo richiamato appare coerente con il principio fondamentale dell’ordinamento processuale iura novit curia, recepito dall’art. 113 c.p.c., ed a quello, di derivazione sovranazionale, della c.d. “effettività’ della tutela giurisdizionale, insito nel diritto al “giusto processo” di cui all’art. 111 Cost., elaborato dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ed inteso quale esigenza che alla domanda di giustizia dei consociati debba, specificamente nell’attività di interpretazione delle norme processuali, corrispondere un’effettiva ed esauriente risposta da parte degli organi preposti all’esercizio della giurisdizione. E’ da considerare, altresì, che ia valutazione attribuita alla Corte di Cassazione è riconducibile al compito di interpretare e qualificare correttamente le domande o ed eccezioni proposte al giudice (in tal senso Cass. Sez. U, Sentenza n. 17931 del 24/07/2013, Rv. 627268: se il giudice di merito ha sempre il compito di interpretare e qualificare correttamente le domande o eccezioni a lui proposte, non si vede perchè a tanto non dovrebbe anche, ed a fortiori, procedere, nell’ambito della propria funzione “nomofilattica”, in un sistema nel quale alla stessa è attribuito il compito di massimo organo preposto a tutela della corretta applicazione della legge, la Corte Suprema di Cassazione, relativamente ai ricorsi ad essa proposti, nei quali il motivo, vale a dire la deduzione del vizio giuridico o logico in cui si lamenta sia incorso il giudice di merito, integra la causa petendi della domanda processuale di impugnazione, posta a base della richiesta caducatoria della decisione – petitum -).
9. Per tali ragioni il Collegio ritiene di dovere rimettere il ricorso al Primo Presidente per l’eventuale assegnazione alle Sezioni Unite della Corte, riguardando il ricorso questioni attinenti alla giurisdizione.