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Timestamp: 2017-12-13 20:35:52+00:00
Document Index: 162018930

Matched Legal Cases: ['art. 223', 'art. 216', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 216', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2639', 'art. 40', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 133', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 216', 'art. 37', 'Cass. Sez. ', 'art. 216', 'art. 217', 'Cass. Sez. ', 'art. 216', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 37', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 620', 'art. 216', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 216', 'art. 80', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 616', 'art. 216', 'art. 3', 'art. 388', 'art. 216', 'art. 216', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 150', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 217', 'art. 2214', 'art. 2214', 'art. 216']

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Che cosa è la Bancarotta fraudolenta
I fatti di bancarotta fraudolenta
Secondo quanto disposto dall’art. 223, L. Fall. si applicano le pene stabilite dall’art. 216 agli amministratori, ai direttori generali, ai sindaci e ai liquidatori di società dichiarate fallite, i quali abbiano commesso uno dei fatti previsti da quest’ultimo articolo.
L’elemento di novità è costituito dai soggetti attivi del reato. La problematica che viene maggiormente in rilievo attiene alla punibilità dei c.d. amministratori di fatto, ovvero coloro i quali, pur in assenza di un valido ed espresso atto di investitura, esercitano i poteri e le funzioni tipiche dell’amministratore all’interno di una compagine sociale.
CODICE PENALE:’E’ punito con la reclusione da tre a dieci anni, se è dichiarato fallito, l’imprenditore che:
LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE SEZIONE QUINTA PENALE
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. FUMO Maurizio – Presidente - Dott. BRUNO Paolo A. – Consigliere - Dott. SABEONE Gerardo – rel. Consigliere - Dott. GUARDIANO Alfredo – Consigliere - Dott. MICHELI Paolo – Consigliere - ha pronunciato la seguente:
sul ricorso proposto da: D.C.R. N. IL (OMISSIS); avverso la sentenza n. 6273/2008 CORTE APPELLO di MILANO, del 03/04/2012; visti gli atti, la sentenza e il ricorso; udita in PUBBLICA UDIENZA del 18/10/2013 la relazione fatta dal Consigliere Dott. GERARDO SABEONE; Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. GALASSO Aurelio che ha concluso per l’annullamento con rinvio limitatamente a interdizione dai P.U.; rigetto nel resto. Udito il difensore avv. Di Salvatore Cesidio.
1 . La Corte di Appello di Milano, con sentenza del 3 aprile 2012, ha quasi integralmente confermato, eliminando il reato di appropriazione indebita estinto per prescrizione, la sentenza del GIP presso il Tribunale di Varese del 27 marzo 2008 mantenendo ferma la condanna di D.C.R., quale amministratore di fatto della s.r.l. Edil Project dichiarata fallita il (OMISSIS), per il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione e documentale aggravato dalla pluralità dei fatti e in concorso con l’amministratore di diritto della suddetta società.
2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, il quale lamenta: a) una violazione di legge e la illogicità manifesta della motivazione in merito all’assoluta genericità ed indeterminatezza del capo d’imputazione; b) una violazione di legge in merito alla mancata presenza nel dispositivo del rigetto delle eccezioni formulate in prime cure, rigettate con ordinanza 13 dicembre 2007 e ribadite nel giudizio di appello; c) una violazione di legge e una motivazione illogica in merito all’accertamento della penale responsabilità per i contestati fenomeni distrattivi; d) una violazione di legge e una motivazione illogica in merito all’affermazione della penale responsabilità sulla base della qualifica di amministratore di fatto della società; e) una violazione di legge e una motivazione illogica in merito alla prova dell’accertata bancarotta fraudolenta documentale; f) una violazione di legge e una motivazione illogica quanto alla mancata concessione delle attenuanti generiche ed alla eccessività della pena irrogata; g) una violazione di legge in merito all’applicazione delle sanzioni accessorie dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale per la durata di anni dieci e dell’interdizione dai pubblici uffici e quella legale.
2. Giova premettere, in punto di diritto, come in tema di ricorso per cassazione, quando ci si trovi dinanzi a una “doppia pronuncia conforme” e cioè a una doppia pronuncia (in primo e in secondo grado) di eguale segno (vuoi di condanna, vuoi di assoluzione), l’eventuale vizio di travisamento possa essere rilevato in sede di legittimità, ex art. 606 cod. proc. pen., comma 1, lett. e), solo nel caso in cui il ricorrente rappresenti (con specifica deduzione) che l’argomento probatorio asseritamente travisato sia stato per la prima volta introdotto come oggetto di valutazione nella motivazione del provvedimento di secondo grado (v. Cass. Sez. 4 10 febbraio 2009 n. 20395). Inoltre, in tema di sentenza di appello, non sussiste mancanza o vizio della motivazione allorquando i Giudici di secondo grado, in conseguenza della completezza e della correttezza dell’indagine svolta in primo grado, nonchè della corrispondente motivazione, seguano le grandi linee del discorso del primo Giudice. Ed invero, le motivazioni della sentenza di primo grado e di appello, fondendosi, si integrano a vicenda, confluendo in un risultato organico e inscindibile al quale occorre in ogni caso fare riferimento per giudicare della congruità della motivazione (v. Cass. Sez. 2 15 maggio 2008 n. 19947). La sentenza di merito non è, poi, tenuta a compiere un’analisi approfondita di tutte le deduzioni delle parti e a prendere in esame dettagliatamente tutte le risultanze processuali, essendo sufficiente che, anche attraverso una valutazione globale di quelle deduzioni e risultanze, spieghi, in modo logico ed adeguato, le ragioni del convincimento, dimostrando che ogni fatto decisivo è stato tenuto presente, sì da potersi considerare implicitamente disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata (v. Cass. Sez. 4 13 maggio 2011 n. 26660).
3. Il primo motivo di ricorso è del tutto pretestuoso, perchè la mera lettura del capo d’imputazione, così come riportato all’inizio dell’impugnata sentenza, vale ad eliminare ogni preteso profilo d’indeterminatezza delle ascritte condotte. Osserva il Collegio che le condotte di sottrazione, distruzione e falsificazione sono alternativamente previste dalla norma di cui all’art. 216 L. Fall., così che non integra violazione del principio di correlazione tra sentenza e contestazione (quando quest’ultima contenga la descrizione, sia pur sommaria, del comportamento dell’imputato) la decisione del Giudice di merito che, stabilendo che i fatti addebitati all’imputato non sono ascrivibili all’una categoria, ne affermi comunque la responsabilità, ritenendo che essi integrino altra diversa ipotesi fra quelle previste (v. Cass. Sez. 5 6 luglio 2000 n. 9027). E’ esigenza fondamentale, a tutela delle facoltà dell’imputato di apprestare la propria difesa, che permanga immutata l’azione ascritta (v. Cass. Sez. 5 5 luglio 2010 n. 37920) e, nel caso di specie, non v’è dubbio alcuno che l’oggetto della contestazione e delle decisioni del merito, sia stata la obbiettiva incompletezza della documentazione societaria.
4. Il secondo motivo di ricorso è addirittura inammissibile in quanto questa Corte di legittimità non è in grado, sulla base di quanto esposto dal ricorrente alle pagine 2 e 3 del ricorso, di comprendere la dedotta nullità, in quanto non si specificano nè si allegano gli atti che avrebbero determinato l’incompletezza del dispositivo. Questa Corte ha anche affermato che è inammissibile il ricorso per cassazione che deduca il vizio di manifesta illogicità della motivazione che pur richiamando atti specificamente indicati, non contenga la loro integrale trascrizione o allegazione e non ne illustri adeguatamente il contenuto, così da rendere lo stesso autosufficiente con riferimento alle relative doglianze (v. Cass. Sez. 5 22 gennaio 2010 n. 11910). In ogni caso, se il riferimento è alla discordanza tra dispositivo letto in udienza e dispositivo della sentenza con riferimento all’intervenuta dichiarazione di prescrizione dell’ascritto delitto di appropriazione indebita, la giurisprudenza di questa Corte ha reiterata mente affermato come il contrasto tra dispositivo e motivazione non determina nullità della sentenza, ma si risolve con la logica prevalenza dell’elemento decisionale su quello giustificativo, potendosi, eventualmente, eliminare la divergenza mediante ricorso alla semplice correzione dell’errore materiale della motivazione in base al combinato disposto degli artt. 547 e 130 cod. proc. pen. (v. da ultimo Cass. Sez. 5 23 marzo 2011 n. 22736, Sez. 5 17 gennaio 2013 n. 8363 e Sez. 3 20 febbraio 2013 n. 19462). Il che è quanto può ripetersi anche con riferimento a difformità tra dispositivo letto in udienza e dispositivo della sentenza impugnata. A maggior ragione è manifestamente infondata la questione della mancata indicazione nel dispositivo del rigetto delle eccezioni sollevate nel corso del relativo grado di giudizio, rigettate con provvedimenti dei Collegi giudicanti e, infine, assorbite dalla decisione sul merito e dalla relativa motivazione sul punto.
5. Con riferimento al terzo, quarto e quinto motivo che possono essere trattati congiuntamente, non si ravvisa alcuna illogicità manifesta della motivazione nell’affermazione della penale responsabilità dell’imputato nella sua veste di amministratore di fatto della società dichiarata fallita, sulla base sia di quanto concretamente accertato e motivato sul punto dal Giudice del primo grado sia di quanto ribadito dal Giudice dell’impugnazione in conformità, inoltre, a quanto pacificamente affermato dalla giurisprudenza di legittimità sul punto. Sulla base dei principi che regolano la materia non è dubbio che in tema di reati fallimentari, nell’ipotesi di fatti di bancarotta fraudolenta per distrazione, e con riferimento alla posizione dell’extraneus in reato proprio dell’amministratore di società, debba ritenersi che il soggetto esterno alla struttura sociale possa sicuramente commettere il reato sia direttamente, attraverso la propria attività contraria alla tutela della par condicio creditorum, che, del pari, mediante condotta agevolativa di quella dell’intraneus, nella consapevolezza della funzione di supporto alla distrazione, intesa quest’ultima come sottrazione dal patrimonio sociale e suo depauperamento ai danni della classe creditoria, in caso di fallimento. Nel caso in cui, a sua volta la distrazione venga realizzata mediante l’azione “combinata” di più soggetti, la consapevolezza del partecipe extraneus deve abbracciare le varie condotte ed i reciproci loro nessi, protesi al raggiungimento dell’evento conclusivo (v. Cass. Sez. 5 15 febbraio 2008 n. 10742 e 2 ottobre 2009 n. 49642).
Nella specie, in punto di fatto, la Corte territoriale ha dato pienamente conto del ruolo svolto dal D.C. all’interno della società decotta (in particolare sulla base delle chiamate in correità dei coimputati L. e S.) per cui richiedere a questa Corte di legittimità una rilettura del materiale probatorio, già conformemente valutato in entrambi i gradi del merito, alla luce di considerazioni del tutto personali che non valgono ad inficiare le argomentazioni dei suddetti Giudici, appare operazione non consentita.
La giurisprudenza di questa Sezione della Corte (v. 11 gennaio 2008 n. 7203 e di poi 19 febbraio 2010 n. 19049) ha, poi, formulato una distinzione in tema di responsabilità per il reato di bancarotta fraudolenta, evidenziando il diverso atteggiarsi dei criteri di imputazione di quella patrimoniale e di quella documentale, sotto il profilo soggettivo quando l’amministratore di diritto non sia anche quello effettivo, ma risulti affiancato dalla figura dell’amministratore di fatto, eventualmente con esautorazione dei poteri del primo che per questo viene comunemente definito “testa di legno”. Ebbene, si è opportunamente affermato che, con riguardo alla bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione ovvero per omessa tenuta in frode ai creditori delle scritture contabili, ben può ritenersi la responsabilità del soggetto investito solo formalmente dell’amministrazione dell’impresa fallita (cosiddetto “testa di legno”), atteso il diretto e personale obbligo dell’amministratore di diritto di tenere e conservare le suddette scritture.
Ovviamente, per la figura dell’amministratore di fatto, accertata in riferimento alla posizione dell’odierno ricorrente, vale il principio della assoluta equiparazione alla figura dell’amministratore di diritto quanto a doveri, sicchè si è rilevato che l’amministratore “di fatto”, in base alla disciplina dettata dal novellato art. 2639 cod. civ., è da ritenere gravato dell’intera gamma dei doveri cui è soggetto l’amministratore “di diritto”, per cui, ove concorrano le altre condizioni di ordine oggettivo e soggettivo, egli assume la penale responsabilità per tutti i comportamenti penalmente rilevanti a lui addebitabili, anche nel caso di colpevole e consapevole inerzia a fronte di tali comportamenti, in applicazione della regola dettata dall’art. 40 c.p., comma 2. Nella specie, per l’appunto, l’impugnata sentenza ha dato espressamente conto dell’attività distrattiva posta in essere dal ricorrente (v. riferimento alle testimonianze M., Ma. e F.) sulla base di accertamenti istruttori che non è consentito rimettere in discussione avanti questa Corte di legittimità.
6. Quanto al sesto motivo basta osservare, per disattenderlo, come la Corte territoriale abbia sufficientemente e logicamente motivato, con accertamento in fatto del pari incensurabile avanti questa Corte, sulla mancata concessione delle attenuanti generiche. Si rammenta, al riguardo, come la concessione delle attenuanti generiche risponda a una facoltà discrezionale, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso Giudice circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo. Tali attenuanti non vanno intese come oggetto di una benevola concessione da parte del Giudice, nè l’applicazione di esse costituisce un diritto in assenza di elementi negativi, ma la loro concessione deve avvenire come riconoscimento della esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento (v. Cass. Sez. 6 28 ottobre 2010 n. 41365 e Sez. 3 27 gennaio 2012 n. 19639). A ciò può aggiungersi come, ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche sia sufficiente che il Giudice di merito prenda in esame quello, tra gli elementi indicati dall’art. 133 cod. pen., che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno la concessione del beneficio; ed anche un solo elemento che attiene alla personalità del colpevole o all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente per negare o concedere le attenuanti medesime (v. Cass. Sez. 2 18 gennaio 2011 n. 3609). La pena, ancora, non risulta inflitta in misura illegale per cui neppure merita censura di legittimità avanti questa Corte.
Si registra infatti un primo orientamento (tra le tante, Cass. Sez. 5 22 gennaio 2010 n. 9672 e Sez. 5 31 marzo 2010 n. 23720) in base al quale detta pena (inabilitazione all’esercizio di imprese commerciali e incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa per dieci anni prevista dalla L. Fall., art. 216, u.c.), non può considerarsi indeterminata; con la conseguenza che essa non si sottrae alla disciplina di cui all’art. 37 cod. pen., che, come è noto, impone che la pena accessoria abbia eguale durata a quella principale quando essa non sia predeterminata.
Esiste però altra corrente giurisprudenziale (v. Cass. Sez. 5 30 maggio 2012 n. 30341, Sez. 5 20 settembre 2012 n. 42731 e da ultimo Sez. 5 31 gennaio 2013 n. 11257) per la quale deve rientrare nella nozione di pena accessoria non espressamente determinata dalla legge, quella per cui sia previsto un minimo ed un massimo, sicchè, in tali casi, la durata della pena accessoria va parametrata dal Giudice a quella della pena principale inflitta. 0 Al proposito ritiene questo Collegio che, dal raffronto tra L. Fall., art. 216, comma 4 e L. Fall., art. 217, comma 3, emerga netta la differenza voluta dal Legislatore. Invero, nel primo caso, “la condanna….importa per la durata di 10 anni l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata di esercitare uffici direttivi preso qualsiasi impresa”; nel secondo caso, è previsto che “la condanna importa l’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità di esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa fino a 2 anni”. La littera legis è dunque chiara: nella ipotesi più grave (bancarotta fraudolenta) si è voluto che, quale che sia la pena principale, il soggetto fosse posto in condizioni di non operare nel campo imprenditoriale dove ha creato danno e “disordine” per il (considerevole) lasso di tempo di due lustri; nella ipotesi meno grave (bancarotta semplice), l’inabilitazione e l’incapacità hanno “un tetto” molto meno elevato e la loro effettiva durata è rimessa all’apprezzamento del Giudice. “Per la durata di 10 anni”, invero, è espressione significativamente ben diversa da “fino a 2 anni”: nel primo caso, la proibizione dura (appunto) interrottamente per una decade, nel secondo non può superare il biennio (ma può, quindi, anche coprire un più ridotto arco temporale). La ratio è evidentemente special-preventiva e la scelta del Legislatore non appare al di fuori degli schemi della logica. Un Collegio di questa stessa Sezione (v. Cass. Sez. 5 23 marzo 2011 n. 16083), che aderiva all’indirizzo più risalente, ritenendo insuperabile il dato testuale, ha, però, ritenuto non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale, per violazione degli artt. 3 e 27 Cost., della L. Fall, art. 216, comma 4, nella parte in cui determinava in maniera fissa in dieci anni la durata della pena accessoria dell’inabilitazione all’esercizio di una impresa commerciale e dell’incapacità ad esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa, ed ha rimesso gli atti al Giudice delle leggi. La Corte Costituzionale, con sentenza del 31 maggio 2012, n. 134, ha dichiarato l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale ritenendo che la sentenza additiva (richiesta al fine di rendere applicabile l’art. 37 cod. pen.) non costituisse una soluzione costituzionalmente obbligata, rimanendo pertanto legata a scelte affidate alla discrezionalità del legislatore. La Consulta ha, dunque, implicitamente confermato la validità dell’interpretazione proposta dal Collegio remittente, secondo cui nell’attuale formulazione legislativa la pena accessoria è prevista in misura fissa (e ciò non lede alcun diritto costituzionalmente protetto). Deve pertanto ribadirsi che la pena accessoria che consegue alla condanna per il delitto di bancarotta fraudolenta è indicata in misura fissa e inderogabile dal legislatore nella durata di anni dieci; ne consegue che i Giudici di merito non hanno commesso alcuna violazione di legge, nè avevano alcun obbligo di motivazione connesso all’irrogazione della pena accessoria.
Ove, invece, il ricorso è meritevole di accoglimento è sul punto della quantificazione della pena accessoria della interdizione dai Pubblici Uffici. L’art. 29 c.p. prevede l’interdizione perpetua, come pena accessoria, per condanne a pene superiori ad anni cinque e l’interdizione per anni cinque a seguito di condanne a pene non inferiori ad anni tre. Nella specie, l’odierno ricorrente aveva riportato, in primo grado, una condanna alla pena di anni cinque di reclusione per cui era sicuramente legittima la irrogata sanzione accessoria dell’interdizione perpetua dai Pubblici Uffici. In appello, la pena era stata diminuita ad anni tre e mesi due di reclusione per cui la Corte territoriale avrebbe dovuto ridurre la indicata sanzione accessoria da perpetua ad anni cinque. Non avendolo fatto s’impone, di conseguenza, l’annullamento senza rinvio dell’impugnata sentenza con rideterminazione, ai sensi dell’art. 620 c.p.p., lett. l), della sanzione accessoria dell’interdizione dai Pubblici Uffici nella misura di anni cinque. Infine, il concorso di pene accessorie speciali, di cui alla Legge Fallimentare, e generali, di cui al Codice Penale è legittimato dalla stessa lettera della legge (art. 216, u.c., L Fall.).
La Corte, annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente alla pena accessoria della interdizione dai P.P.U.U. che ridetermina in anni 5; rigetta nel resto il ricorso.
Così deciso in Roma, il 18 ottobre 2013.
Depositato in Cancelleria il 10 gennaio 2014
Con tale ultima previsione il Legislatore ha inteso garantire anche in via penale la c.d. par condicio tra la massa dei creditori, ovvero la possibilità che ognuno di essi possa essere soddisfatto nei propri crediti dalla procedura fallimentare che è concorsuale e riguarda tutta la situazione patrimoniale del debitore fallito; CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 20 giugno 2013, n. 27207
Bancarotta per distrazione – Concorso esterno – Fattispecie
1. Il 20/12/2011 la Corte di Appello di Trieste riformava parzialmente la sentenza di condanna emessa dal Tribunale della stessa città il 16/04/2009 nei confronti di U. R., dichiarato colpevole in primo grado di più fatti di bancarotta fraudolenta per distrazione (in relazione al fallimenti della G&G s.r.l. e della TS C. s.r.l., rispettivamente dichiarati il 21 maggio e il 23 settembre 2005): Il R. veniva assolto dalla Corte di appello quanto alla presunta distrazione di 40.582,00 euro, risultante dalla contabilità della TS C. come disponibile in contanti nelle casse sociali al momento della declaratoria di fallimento, mentre si vedeva confermare la condanna in ordine alla distrazione di beni della G&G in favore della stessa TS C., in particolare per effetto di un contratto simulato di affitto di azienda, concluso il 26/11/2004, dietro un corrispettivo assai modesto – tale da comportare una perdita annua di almeno 25.000,00 euro, quand’anche versato – e che comunque le parti avevano concordato di non pagare e non incassare.
A proposito di detto contratto, che secondo la rubrica comportava l’impossibilità per la G&G di esercitare una qualsiasi attività economica (In virtù di quel negozio si realizzava la cessione di un esercizio bar, con tanto di arredi, beni strumentali, avviamento ed autorizzazioni amministrative) ed aveva pertanto lo «scopo esclusivo di trasferire i principali beni aziendali ad altro soggetto giuridico», la Corte territoriale ribadiva le argomentazioni svolte dal giudice di primo grado, evidenziando che:
– l’operazione (concordata fra il R., socio ed amministratore di fatto della TS C., l’amministratore di diritto della stessa ed i soci amministratori della G&G) era palesemente antieconomica per quest’ultima, peraltro mai attivatasi per riscuotere un canone già incongruo ex se, e vedeva come conduttore un soggetto giuridico costituito appena 15 giorni prima, evidentemente ad hoc,
«l’affitto di un’azienda commerciale ad altra società a condizioni rovinose depaupera di fatto le aspettative del creditori della società cedente, che si vedono pregiudicata la possibilità di negoziare un’azienda libera da vincoli, e che devono trattare – ove anche fosse possibile, ove anche non comportasse il pagamento di penali – con un “terzo” la risoluzione di un contratto»;
– l’imputato doveva considerarsi concorrente nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, quale extraneus, essendo risultato egli l’ideatore dell’operazione sopra descritta, nella veste di presunto consulente finanziario (comunque privo dei relativi titoli professionali) e di soggetto interessato alla gestione della società affittuaria.
2. Propone ricorso per cassazione il difensore dell’imputato, lamentando mancanza di motivazione della sentenza impugnata quanto al profilo essenziale dell’impugnazione avanzata avverso la pronuncia di primo grado, afferente l’impossibilità di ascrivere valenza distrattiva ad un contratto di locazione commerciale, per sua natura inidoneo a trasferire diritti reali e dunque a determinare un impoverimento del patrimonio del soggetto cedente.
Secondo il ricorrente, dalla conclusione del contratto di affitto di azienda non sarebbe derivato alcun danno per il fallimento, atteso che una distrazione avrebbe potuto configurarsi solo in presenza di fatti impeditivi dell’utilizzo di beni della società per il soddisfacimento delle pretese dei creditori. Al contrario, nel ricostruire le conseguenze di quell’operazione, la difesa rappresenta che «non vi è stato alcun distacco dei beni; il patrimonio della società fallita, collazionato dal curatore fallimentare, non è stato per nulla depauperato; i beni della società, nel caso di specie denominati “B.M.”, non sono affatto stati sottratti, dal momento che il suddetto esercizio era ovviamente ancora al suo posto, sia fisicamente che giuridicamente, vale a dire nella piena proprietà della “G&G”, e questo per il semplice motivo che la proprietà del bene non è stata trasferita, poiché non di contratto che trasferisce un diritto reale […] si è trattato, bensì di un contratto di locazione commerciale, con il che neppure si può parlare di bene patrimoniale sottoposto a vincoli, tanto che il curatore fallimentare ha avuto gioco facile a includere il “B.M.” nella massa attiva e, in conclusione, detto patrimonio non ha subito alcuna diminuzione».
Evidenzia infine il ricorrente che, qualora fosse da ritenere fondato l’impianto accusatorio, avrebbe dovuto derivarne la contestazione al R. – quale amministratore di fatto della TS Catering s.r.l., a sua volta dichiarata fallita -della distrazione dei beni di cui al contratto di affitto di azienda, ma ciò non era accaduto, giacché la presunta distrazione a lui addebitata quanto alla successiva procedura concorsuale (addebito dal quale era stato comunque assolto) aveva riguardato solo ipotetiche giacenze di cassa. Ciò comportava la conferma, secondo la difesa, dell’assunto secondo cui quei beni erano da ritenere rimasti nel patrimonio e nella concreta disponibilità della G&G.
1. Il ricorso deve qualificarsi inammissibile, per manifesta infondatezza del motivo di gravame.
1.1 L’assunto della mancanza di pregiudizi per la società G&G a seguito della stipula dei contratto di affitto di azienda è infatti radicalmente insostenibile, già nei termini prospettati dalla difesa, secondo cui avrebbe rilievo dirimente la circostanza che non si sarebbe comunque trattato di un negozio dispositivo di diritti reali (mentre invece non vengono affatto affrontati i profili della antieconomicità dell’operazione, sia per la modestia del canone pattuito che per l’intesa fra le parti di non versarlo neppure). Al contrario, secondo il costante insegnamento di questa Corte, «il distacco del bene dal patrimonio dell’Imprenditore poi fallito (con conseguente depauperamento in danno dei creditori), in cui si concreta l’elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, può realizzarsi in qualsiasi forma e con qualsiasi modalità, non avendo incidenza su di esso la natura dell’atto negoziale con cui tale distacco si compie, né la possibilità di recupero del bene attraverso l’esperimento delle azioni apprestate a favore della curatela. Ne consegue che costituisce condotta idonea ad integrare un fatto distrattivo riconducibile all’area d’operatività dell’art. 216, comma primo, n. 1, legge fall., l’affitto dei beni aziendali per un canone incongruo» (Cass., Sez. V, n. 44891 del 09/10/2008, Quattrocchi, Rv 241830).
Ancor più di recente, altra pronuncia di questa stessa Sezione (n. 35882 del 17/06/2010, De Angelis, Rv 248425), ribadito nella massima ufficiale che «in tema di bancarotta per distrazione, Il mancato rinvenimento all’atto della dichiarazione di fallimento di beni o valori societari costituisce valida presunzione della loro dolosa distrazione, a condizione che sia accertata la previa disponibilità, da parte dell’imputato, di detti beni o attività nella loro esatta dimensione e al di fuori di qualsivoglia presunzione», chiarisce in motivazione che la tesi della ravvisabilità di una distrazione per effetto di un contratto di affitto di azienda «è corretta e conforme alla giurisprudenza di questa Corte, la quale ha ravvisato il reato de quo, in primo luogo in casi di affitti di azienda con canoni incongrui o addirittura in assenza del versamento del canone, evenienza […] cristallizzata in più sentenze che hanno rilevato, per l’appunto, la essenza della distrazione nel distacco del bene sociale senza il dovuto corrispettivo […]. Si è però anche affermato, da parte di altra giurisprudenza, che pure un contratto di locazione stipulato per finalità estranee all’azienda può integrare gli estremi della bancarotta per distrazione, quando venga stipulato in previsione del fallimento ed allo scopo di trasferire la disponibilità di tutti o dei principali beni aziendali ad altro soggetto giuridico, è il contratto in sé, infatti, che, nelle condizioni dette, finisce per lasciare l’impresa dissestata nell’impossibilità di esercitare qualsiasi attività economica; inoltre esso produce effetti anche dopo il fallimento del locatore (legge fall., art. 80), ostacola gli organi del fallimento nella liquidazione dell’attivo (rendendo difficile la collocazione sul mercato di beni non immediatamente disponibili) e danneggia i creditori concorsuali (determinando una drastica diminuzione del valore di mercato del beni locati)».
1.2 Quanto al secondo profilo di doglianza, in base al quale vi sarebbe sostanziale contraddittorietà della motivazione nella parte in cui non è stato tenuto conto che il R. doveva intendersi chiamato a rispondere degli addebiti in rubrica quale amministratore di fatto della TS Catering, si rileva che il ricorrente non coglie il corretto inquadramento della fattispecie, operato dai giudici di merito e di cui viene data abbondantemente contezza nella sentenza impugnata: all’Imputato, infatti, si contesta un concorso nella bancarotta per distrazione concernente beni della G&G quale extraneus, avendo egli agito come presunto consulente di quella società ed ispiratore dell’operazione sottesa al contratto di affitto, a prescindere dal rilievo empirico che lo stesso R. fosse anche amministratore del diverso soggetto giuridico poi interessato alla gestione del beni aziendali locati. Anche a riguardo, la giurisprudenza di legittimità è costante nell’affermare che «in tema di reati fallimentari, i consulenti commercialisti o esercenti la professione legale concorrono nei fatti di bancarotta quando, consapevoli dei propositi distrattivi dell’Imprenditore o degli amministratori della società, forniscano consigli o suggerimenti sui mezzi giuridici idonei a sottrarre i beni ai creditori o li assistano nella conclusione dei relativi negozi ovvero ancora svolgano attività dirette a garantire l’impunità o a favorire o rafforzare, con il proprio ausilio o con le proprie preventive assicurazioni, l’altrui proposito criminoso» (Cass., Sez. V, n. 569 del 18/11/2003, Bonandrini, Rv 226973).
La Corte di appello di Trieste cita correttamente la sentenza di questa Sezione n. 10742 del 15/02/2008, Cattoli, Rv 239480, dove si trova ribadito il principio secondo cui «integra il concorso dell’extraneus nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, il consulente della società che, consapevole dei propositi distrattivi dell’imprenditore e degli amministratori della società, concorra all’attività detrattiva posta in essere da questi ultimi progettando e portando ad esecuzione la conclusione di contratti (nella specie affitto di azienda) privi di effettiva contropartita e preordinati ad avvantaggiare i soci a scapito dei creditori». Nella motivazione di detta pronuncia si evidenzia che «sulla base dei principi che regolano il concorso di persona nel reato (e dunque anche nel reato proprio), non è dubbio che in materia di reati fallimentari, nell’ipotesi di fatti di bancarotta fraudolenta per distrazione, e con riferimento alla partecipazione dell’extraneus in reato proprio dell’amministratore di società, deve ritenersi che il soggetto esterno alla struttura sociale può concorrere nel reato proprio, mediante condotta agevolativa di quella delI’intraneus, nella consapevolezza della funzione di supporto alla distrazione, intesa quest’ultima come sottrazione dal patrimonio sociale e suo depauperamento ai danni della classe creditoria, in caso di fallimento. Nel caso in cui la distrazione venga realizzata mediante l’azione “combinata” di più soggetti, la consapevolezza del partecipe extraneus deve abbracciare le varie condotte ed i reciproci loro nessi, protesi al raggiungimento dell’evento conclusivo».
Aspetti, questi, esaustivamente trattati nel percorso argomentativo tracciato dalla Corte territoriale, e che – non risultando oggetto di specifica censura in sede di gravame – rendono a fortori inammissibile il ricorso in esame.
2. La declaratoria di inammissibilità del ricorso, al sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., Impone la condanna dell’Imputato al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità, in quanto riconducibile alla volontà del ricorrente (v. Corte Cost, sent. n. 186 del 13/06/2000) – al pagamento In favore della Cassa delle Ammende della somma di € 1.000,00, così equitativamente stabilita.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese pSulla natura giuridica della dichiarazione di fallimento nella struttura del delitto di bancarotta fraudolenta
Cassazione Penale Sez. V del 18 ottobre 2007 n. 44884
Per l’integrazione del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è richiesto che l’imprenditore abbia consapevolezza di essere stato dichiarato fallito, dal momento che i fatti distrattivi penalmente rilevanti sono anche quelli commessi prima della dichiarazione di fallimento, pur se in presenza di una situazione di insolvenza di fatto.
È manifestamente infondata la eccezione di incostituzionalità dell’art. 216 l. fall. relativamente agli art. 3, 27 e 42 cost., atteso che il principio di eguaglianza presuppone l’identità di situazioni in un contesto oggettivo: non sono pertanto pertinenti i raffronti operati tra i reati fallimentari e altre fattispecie penali (come, ad esempio, la truffa ed il reato di cui all’art. 388 c.p.), per la diversità dei beni giuridici tutelati, delle condotte perseguite e delle persone offese. Inoltre la finalità delle norme incriminatrici in materia fallimentare è del tutto differente rispetto a quelle delle disposizioni contenute nel codice penale: essa, infatti, si caratterizza per la peculiarità della connessione con le funzioni e gli scopi degli istituti fallimentari, il cui normale conseguimento è assicurato da un diverso e più appropriato sistema sanzionatorio voluto dal legislatore.
In tema di bancarotta fraudolenta, è del tutto ininfluente che la condotta sia posta in essere prima o dopo la dichiarazione di fallimento: così disponendo, infatti, il legislatore ha voluto colpire tutte le attività che possano ledere il patrimonio aziendale posto a garanzia dei creditori oppure violare la “par condicio creditorum”; pertanto, affinché sia ravvisabile tale delitto, non è necessario che l’imprenditore sappia di essere stato dichiarato fallito.
L’elemento oggettivo del reato di bancarotta fraudolenta è costituito dal distacco – con qualsiasi forma e con qualsiasi modalità esso avvenga – del bene dal patrimonio dell’imprenditore, con conseguente possibilità di depauperazione patrimoniale nei confronti dei creditori; la sottrazione si perfeziona in tale momento, anche se il reato viene ad esistenza giuridica con la dichiarazione di fallimento, e prescinde dalla validità della opponibilità e dagli effetti civili del trasferimento e dalle eventuali azioni esperibili per l’acquisizione del bene (nella specie la Corte ha ritenuto irrilevante l’eventuale vizio sotto un profilo civilistico del negozio giuridico attuativo del trasferimento delle quote e la possibilità, pertanto, di farne valere la inefficacia).
Ai fini della configurabilità dei reati di bancarotta post fallimentare, quali previsti dall’art. 216, comma 2, l. fall., non è richiesta, sotto il profilo soggettivo, la prova che l’agente abbia avuto conoscenza dell’intervenuta dichiarazione di fallimento, atteso che la struttura di detti reati non è diversa da quelle dei reati di bancarotta prefallimentare previsti dal comma 1 del medesimo art. 216, per i quali la dichiarazione di fallimento opera per il solo fatto del suo sopravvenire a condotte che altrimenti sarebbero lecite o potrebbero dar luogo ad altre e diverse figure di reato.
CASSAZIONE PENALE, SEZIONI UNITE, 15 luglio 2010, n. 36551.
Sul fallimento: Reati commessi dal fallito bancarotta fraudolenta in genere
Il prelievo di una somma di denaro, dal conto bancario di una società, poi fallita, utilizzata per l’acquisto a titolo personale da parte dell’imprenditore di un pacchetto azionario intestato a sé stesso, in quanto orientata a procurare un utile economico all’agente, ontologicamente integra la “distrazione” ed esprime la diminuzione fittizia del patrimonio aziendale, attuata mediante il distacco di risorse finanziarie, destinato ad impedirne o a ostacolarne l’apprensione da parte degli organi del fallimento, a nulla rilevando che delle risorse distratte sia stata lasciata traccia, con la possibilità quindi – almeno in astratto – per i creditori di recuperarle per il tramite degli organi fallimentari.
Sul fallimento:Reati commessi dal fallito bancarotta fraudolenta in genere
Solo la distrazione a proprio vantaggio da parte di un imprenditore di denaro di pertinenza della società amministrata configura un’ipotesi di bancarotta fraudolenta patrimoniale prefallimentare e non già quella relativa alla successiva vendita delle azioni acquistate con la predetta somma.
Cassazione Penale Sez. V del 18 ottobre 2007 n. 43076
In tema di reati fallimentari, posto che la sentenza dichiarativa di fallimento non fa stato nel processo penale, per cui spetta al giudice penale il potere – dovere di verificare autonomamente, tra l’altro, se l’imputato possa o meno essere considerato piccolo imprenditore, non soggetto, come tale, a fallimento, ed avuto altresì riguardo al fatto che la dichiarazione di fallimento rappresenta un elemento costitutivo del reato di bancarotta, per cui le modifiche normative incidenti sui relativi presupposti assumono rilevanza ai fini dell’applicabilità della disciplina dettata dall’art. 2 c.p. in materia di successione di leggi penali nel tempo, deve ritenersi che, anche nel caso in cui la suddetta qualità di piccolo imprenditore sia stata esclusa dal tribunale fallimentare, in applicazione della disciplina transitoria dettata dall’art. 150 d.lg. 9 gennaio 2006 n. 5, sulla base della originaria formulazione dell’art. 1 r.d. 16 marzo 1942 n. 267, il giudice penale debba ciononostante far riferimento, invece, alla nuova e più favorevole formulazione di tale norma, introdotta dall’art. 1 del cit. d.lg. n. 5 del 2006 ed escludere, quindi, la configurabilità del reato ove, secondo tale formulazione, la qualità di piccolo imprenditore debba essere riconosciuta.
Sull’individuazione della condotta di distrazione nella bancarotta fraudolenta patrimoniale
Cassazione Penale Sez. V del 27 novembre 2008 n. 3489
Il trasferimento sostanziale dei diritti di utilizzazione di un brevetto, posto in essere senza corrispettivo dai soci di una s.r.l. pochi mesi prima del suo fallimento, integra gli estremi del reato di bancarotta fraudolenta per distrazione. Per quest’ultima, infatti, deve intendersi qualsiasi distacco del bene dal patrimonio dell’imprenditore o della società, con conseguente depauperamento dell’asse concorsuale (nella specie, la Corte ha confermato la condanna per bancarotta fraudolenta per distrazione nei confronti dei soci di una società fallita il cui patrimonio era stato depauperato dei diritti di utilizzazione del brevetto conferiti in altra società, appositamente costituita, la quale aveva avviato l’attività di produzione del bene brevettato senza che a siffatto trasferimento avesse fatto riscontro alcun corrispettivo, a titolo di cessione attività o di royalties).
Integra la distrazione, costitutiva del delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale, il trasferimento senza alcun corrispettivo dei diritti di utilizzazione di un brevetto dal patrimonio della società fallita, in coincidenza temporale con le prime sofferenze economiche, ad altra società che avvii l’attività di produzione del bene brevettato, possibile in quanto vi sia trasferimento del compendio di conoscenze tecniche (cosiddetto “know how”), già di per sé autonomo elemento patrimoniale suscettibile di utilizzazione economica.
Cassazione Penale Sez. V del 25 settembre 2008 n. 41293
Cassazione Penale Sez. V del 21 settembre 2007 n. 39043
Ai fini della configurabilità del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione la diminuzione della consistenza patrimoniale deve comportare uno squilibrio tra attività e passività capace di porre concretamente in pericolo l’interesse protetto, cioè le ragioni della massa dei credi tori, avendo riguardo al momento della dichiarazione giudiziale di fallimento e non già a quello in cui è stato commesso l’atto – in ipotesi – per sé stesso antidoveroso. Pertanto, non può integrare fatto punibile come bancarotta per distrazione un comportamento, pure doloso o assertivamente fraudolento, la cui portata pregiudizievole risulti annullata per effetto di un atto o di un’attività di segno diverso, capace di reintegrare il patrimonio della società fallita prima della soglia cronologica costituita dall’apertura della procedura fallimentare o, quantomeno, prima dell’insorgenza della situazione di dissesto produttiva di fallimento. In altri termini, la fattispecie della bancarotta fraudolenta per distrazione è ravvisabile in relazione alla produzione di un ammanco se e in quanto questo non sia stato reintegrato o ripianato prima del fallimento, risultando solo in tal caso tale ammanco obiettivamente e soggettivamente idoneo a produrre danno ai creditori del fallimento (da queste premesse, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di condanna che aveva ravvisato la bancarotta fraudolenta relativamente al pagamento di emolumenti ai soci amministratori e a un finanziamento avvenuti in epoca anteriore alla dichiarazione di fallimento, pur dando atto della intervenuta verificazione, sempre prima del fallimento, di operazioni di segno diverso che avevano ripianato la situazione debitoria).
Il reato di bancarotta documentale di cui all’art. 217, comma 2 r.d. 16 marzo 1942 n. 267 va senz’altro riferito alle scritture contabili “obbligatorie” di cui all’art. 2214, comma 1, c.c. Invece, relativamente alle scritture di cui all’art. 2214, comma 2, stesso codice, la loro riconduzione al novero delle scritture obbligatorie presuppone che sussista, in concreto, una stringente esigenza di istituzione in relazione alla natura e alle dimensioni dell’impresa. Pertanto, per ritenere integrato il reato di bancarotta “de quo” con riferimento anche a scritture ulteriori rispetto a quelle obbligatorie, occorre, accanto alla precisa individuazione di dette scritture, l’indicazione della necessità dell’ulteriore e più articolato sistema di informazione e di ostensione dei dati aziendali che si assume, in ipotesi, mancante o incompiuto.
In tema di reati fallimentari, non integra il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione il finanziamento concesso al socio e da questi restituito in epoca anteriore al fallimento, in quanto la distrazione costitutiva del delitto di bancarotta si ha solo quando la diminuzione della consistenza patrimoniale comporti uno squilibrio tra attività e passività, capace di porre concretamente in pericolo l’interesse protetto e cioè le ragioni della massa dei creditori ed il momento cui fare riferimento per verificare la consumazione dell’offesa è quello della dichiarazione giudiziale di fallimento e non già quello in cui sia stato commesso l’atto, in ipotesi, antidoveroso.
Sulla condotta di occultamento nella bancarotta fraudolenta patrimoniale
Cassazione Penale Sez. V del 15 novembre 2007 n. 46921
In tema di bancarotta fraudolenta per occultamento, il verbo occultare, adoperato dall’art. 216 l. fall., secondo il suo preciso significato filologico, definisce sia il comportamento del fallito che nasconde materialmente i suoi beni in modo che il curatore non possa apprenderli, sia il comportamento del fallito che, mediante atti o contratti simulati, faccia apparire come non più suoi beni che continuano ad appartenergli, in modo da celare una situazione giuridica che consentirebbe di assoggettare detti beni all’azione esecutiva concorsuale
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