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Timestamp: 2019-03-25 23:04:52+00:00
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Concorso di persone nel reato: anche la semplice presenza sul luogo dell’esecuzione del reato può essere sufficiente ad integrare gli estremi della partecipazione (Corte di Cassazione, Sezione V Penale, Sentenza 20 aprile 2018, n. 17913). – Noi Radiomobile™
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Concorso di persone nel reato: anche la semplice presenza sul luogo dell’esecuzione del reato può essere sufficiente ad integrare gli estremi della partecipazione (Corte di Cassazione, Sezione V Penale, Sentenza 20 aprile 2018, n. 17913).
(Corte di Cassazione, Sezione V Penale, Sentenza 20 aprile 2018, n. 17913)
La declaratoria di penale responsabilità dei due coniugi da parte del Tribunale, con riguardo all’addebito di cui all’articolo 610 c.p., trovava conferma nella decisione di appello, analogamente alla condanna del (OMISSIS) quanto all’abuso di ufficio commesso all’atto degli scrutini (l’imputato era stato assolto, invece, in ordine all’ipotizzata induzione degli studenti a firmare una dichiarazione compiacente); nel contempo, la Corte territoriale riformava la sentenza di primo grado rilevando l’estinzione per prescrizione delle presunte molestie.
1.2 La Corte bolognese dava atto che il procedimento traeva origine dalle confidenze che una professoressa dell’istituto ( (OMISSIS)) aveva raccolto da alcune allieve della classe anzidetta: la docente aveva infatti rappresentato di essere stata avvicinata dalle ragazze, le quali le avevano spiegato di avere dei problemi con il (OMISSIS), ad uso a comportamenti con allusioni sessuali, fino ad avere egli stesso tratteggiato il profilo di un fallo a mo’ di commento sul disegno di una ragazza ( (OMISSIS)).
Il foglio in questione, che presentava anche la scritta “pervertito” di cui l’altra studentessa (OMISSIS) aveva rivendicato essere autrice, era stato consegnato alla (OMISSIS) in quella stessa occasione, presente una seconda professoressa ( (OMISSIS)) che transitava nel corridoio e che la prima aveva inteso coinvolgere in virtu’ della delicatezza dell’accaduto.
Di li’ a qualche giorno, per l’esattezza il (OMISSIS), la (OMISSIS) e la (OMISSIS) venivano ricevute a colloquio dalla dirigente (OMISSIS), che tuttavia stigmatizzava le accuse rivolte al (OMISSIS) (a suo dire, tali da dover essere chiarite dalle allieve o dai loro genitori direttamente con il docente interessato).
Quanto al primo, i giudici bolognesi spiegavano che il (OMISSIS), “nell’esercizio del proprio ufficio, ha omesso di astenersi durante la votazione che avrebbe deciso la valutazione della condotta all’alunna (OMISSIS), in presenza di un proprio interesse, che consisteva nell’assegnare alla stessa un voto molto basso (6) con chiari intenti punitivi”, giacche’ “momento di sostanziale “ritorsione” operato dall’insegnante per soddisfare/replicare al presunto torto subito dalla discente (…).
Quella vicenda sfociava o sarebbe sfociata in un procedimento penale e/o disciplinare, e la ratifica di un voto assimilabile a forte censura dell’operato dell’alunna (il 6 in condotta) avrebbe di contro legittimato l’operato del (OMISSIS)”.
La Corte territoriale riteneva “altresi’ certamente integrato il “danno ingiusto” richiesto dalla norma, che pure puo’ essere individuato nella media voti “abbassata”, con curriculum scolastico “piu’ negativo” e non afferente alle reali risposte scolastiche della ragazza. Per non sottacere del pregiudizio di immagine verso la famiglia ed i compagni di classe.
Non sono assentibili le rimostranze della difesa, la quale sostiene che l’imputato non avrebbe comunque potuto astenersi in quanto elemento fondamentale di un organo perfetto – il consiglio di classe – che delibera all’unanimità e con la necessaria presenza di tutti i suoi componenti. Se e’ chiaro che questo principio risulta dalla lettera della norma ex Decreto del Presidente della Repubblica n. 129 del 1990, articolo 4, comma 1, nel caso di specie deve osservarsi che detta norma amministrativa ha come ratio quella di impedire una votazione non corrispondente ai numeri globali dell’intero collegio, ove depauperata da un voto di uno o più professori, di “astensione” su quel certo punto in discussione.
Può dirsi, comunque, che ci si trova dinanzi ad un caso eccezionale (non ordinario) di assoluta evidenza: la presenza di un procedimento penale o disciplinare a carico del professore e’ chiaramente elemento sufficiente per obbligare lo stesso ad astenersi da ogni valutazione rientrante nell’oggetto dell’indagine (…).
La sola presenza dell’odierno imputato al consiglio di classe ha indubbiamente posto gli altri docenti in una situazione di “disagio” e condizionamento verso il docente proponente, per il solo fatto che prendere qualsiasi posizione, alla presenza del collega, avrebbe comunque creato attriti ed imbarazzi sul posto di lavoro comune”.
Ad avviso della Corte di appello, “non e’ assolutamente sostenibile che il (OMISSIS) non fosse a conoscenza di tale situazione: la classe in questione era nello scompiglio totale da giorni e in quel periodo tutto l’istituto non parlava d’altro, tesi che trova conforto nel dato oggettivo che anche alunni di altre classi si erano organizzati con petizioni e raccolte di firme a sostegno del (OMISSIS)”.
In ordine al merito di quella valutazione, la sentenza chiariva che “il solo fatto che la (OMISSIS) fosse un’alunna “chiacchierina” e a volte disattenta, rilievo (…) basato sui soli tre mesi iniziali dell’anno scolastico, avrebbe giustificato un “8” o a tutto voler concedere un “7”, non sicuramente un “6” in condotta, valutazioni queste che ricadono nella comune esperienza”: in proposito, la Corte precisava che un voto siffatto “e’ stigmatizzante e ha un’indubbia connotazione negativa, tanto che raramente viene assegnato se non in presenza di motivazioni gravissime, come una sospensione, note disciplinari, fatti gravi commessi dall’alunno che hanno avuto ripercussioni sul normale svolgimento delle lezioni, ecc.”.
L’elemento soggettivo e’ il dolo generico, inteso come coscienza e volontà di coartare la volontà altrui, e ciò e’ pienamente provato dal fatto che i due docenti abbiano dovuto insistere per far scrivere alla (OMISSIS) quella dichiarazione, anche perché era noto a tutti che il disegno era stato consegnato alla professoressa (OMISSIS), quindi quella dichiarazione era palesemente inutile ai suoi occhi (…).
Il (OMISSIS) e la (OMISSIS) attuavano la condotta di costrizione nei confronti della minore con violenza, abusando della loro autorità di docenti, e precisamente attraverso urla e toni visibilmente alterati, tali da provocare una crisi di pianto della ragazza, che altrimenti sarebbe stata assolutamente ingiustificata o comunque non spiegabile e tanto meno spiegata.
Non e’ rilevante che il teste (OMISSIS) abbia affermato che la (OMISSIS) si fosse limitata ad assistere alla scena non proferendo parola alcuna, in quanto la sola presenza della stessa (che dava man forte al (OMISSIS)) risulta intimidatoria unita a quella del marito, considerata la posizione rivestita dalla coppia, entrambi professori dell’alunna (OMISSIS), la quale ha obbedito in lacrime evidentemente temendo ritorsioni dei due insegnanti”.
2.1 Con un primo motivo di doglianza, la difesa lamenta l’erronea applicazione dell’articolo 323 c.p., facendo presente che il delitto di abuso d’ufficio non potrebbe dirsi ravvisabile gia’ per difetto dell’elemento materiale.
La tesi difensiva, muovendo dal presupposto che la mera violazione di un ipotizzato dovere di astensione non puo’ automaticamente implicare l’ingiustizia dell’evento, e’ che all’alunna (OMISSIS) venne attribuito un voto basso in condotta a causa di una sua “condotta disattenta, vivace e “chiacchierina”, come emerso dalla deposizione di altri testimoni: quella valutazione, pari comunque a “7” e non a “6”, fu dunque dovuta al comportamento tenuto in classe dalla studentessa, non invece al fatto che avesse dato del “pervertito” al professor (OMISSIS).
Il voto, in definitiva, costitui’ il risultato di una verifica collegiale appropriata e corretta, cui si pervenne non accogliendo la proposta del docente coordinatore, oltre a non poter determinare ex se (trattandosi di valutazione piu’ che sufficiente) alcun pregiudizio, ne’ rischi di eventuale bocciatura.
2.2 Ancora a proposito del contestato abuso d’ufficio, la difesa deduce la manifesta illogicita’ della motivazione della sentenza impugnata, laddove si legge testualmente che la condotta della (OMISSIS) avrebbe potuto al massimo giustificare una valutazione pari a “7”, giammai a “6”: i giudici di appello, tuttavia, non sembrano avvedersi che proprio quella fu la valutazione attribuita alla ragazza.
Le argomentazioni della Corte territoriale risultano poi smentite anche a proposito del presunto condizionamento che la sola presenza dell’imputato avrebbe determinato in capo ai colleghi: gli altri professori escussi chiarirono infatti che in ordine al voto de quo si sviluppo’ un dibattito del tutto normale, nel corso del quale la proposta del (OMISSIS) non fu accolta; la stessa (OMISSIS) riferì che, semmai, a porre in essere una forma di condizionamento fu la dirigente scolastica.
Non potrebbe dirsi provato, in proposito, che il (OMISSIS) fosse consapevole del dovere di astenersi, a fronte del chiaro dettato normativo secondo cui il consiglio di classe deve intendersi un organo collegiale perfetto (altri colleghi dell’imputato, del resto, dichiararono che in sede di scrutinio non e’ consentita alcuna astensione).
In ipotesi, ove ad uno studente si addebitasse un comportamento scorretto nei riguardi di un insegnante, suscettibile di conseguenze negative sul voto in condotta, nessuno richiederebbe a quel docente di non partecipare alla deliberazione. Altrettanto non dimostrato e’ il presunto intento ritorsivo del ricorrente, in danno della studentessa: egli aveva registrato un episodio indicativo della scorrettezza dell’allieva, limitandosi poi a proporre che il consiglio di classe ne tenesse conto (per fini, dunque, non gia’ di rivalsa personale ma di carattere educativo).
Nulla e’ emerso, peraltro, circa altri elementi indicativi di un atteggiamento malevolo del (OMISSIS) verso la (OMISSIS), come ad esempio insufficienze arbitrariamente assegnate nella materia da lui curata o rimproveri altrettanto ingiustificati.
2.4 In ordine al residuo delitto ex articolo 610 c.p., il difensore di entrambi gli imputati lamenta erronea applicazione della norma incriminatrice e travisamento della prova.
Al fine di sostenere l’insussistenza del reato, vuoi sul piano dell’elemento oggettivo che in punto di dolo, la difesa evidenzia che la versione della (OMISSIS) sul carattere violento e minaccioso della condotta del (OMISSIS) non trovo’ conferma nelle dichiarazioni degli altri testimoni escussi.
Si legge nel ricorso che “il teste (OMISSIS) ha dichiarato che il professor (OMISSIS) utilizzo’ un tono sostenuto (non ha parlato di grida o pugni sul tavolo, o scagliamenti violenti di fogli) per chiedere all’allieva di giustificare il mancato possesso di un elaborato che, non dimentichiamolo, era un compito in classe, un documento ufficiale da utilizzarsi per la valutazione della studentessa.
Quanto alla reazione della (OMISSIS), vista in lacrime dal (OMISSIS) mentre si sedeva al banco, non appare tanto inspiegabile, ove si pensi che piu’ di un teste ha riferito che la stessa aveva pianto in piu’ occasioni in aula”. In definitiva, “salvo voler dilatare il significato della parola “violenza” sino a snaturarlo, risulta impossibile concepire una condotta violenta nel mero utilizzo di un tono autorevole, peraltro non fine a se stesso ma diretto ad ottenere la compilazione della giustificazione per il mancato possesso di un compito in classe”.
2.5 Con l’ultimo motivo, nell’interesse della (OMISSIS), la difesa deduce la violazione dell’articolo 110 c.p., non essendo stato illustrato quale minimo contributo avrebbe fornito l’imputata alla (ove ipotizzabile) condotta illecita del marito.
L’assunto di cui alla rubrica (la ricorrente avrebbe intimato piu’ volte alla (OMISSIS) di firmare, urlando al cospetto dell’intera classe) non e’ stato in alcun modo provato dall’istruttoria dibattimentale, ne’ risulta evidenziato se e come la professoressa (OMISSIS) pote’ rafforzare con la sola presenza fisica l’eventuale comportamento contra ius del collega/coniuge.
Come si legge a pag. 13 della motivazione della pronuncia del Tribunale, il (OMISSIS) aveva “dichiarato che il giorno (OMISSIS) fu convocato dalla preside (OMISSIS): questa gli riferiva che le era stato mostrato un disegno con un pene enorme realizzato con un pennarello blu, e chiedeva spiegazioni; egli escludeva di aver disegnato lui quell’oggetto (…) ma assicurava che avrebbe chiarito la questione con la classe.
Sopraggiungeva in quel frangente una telefonata per cui il prevenuto usciva dall’ufficio (…); quando rientrava, la preside lo informava che un gruppo di insegnanti, tra cui la (OMISSIS), lo voleva denunciare”. Ergo, il (OMISSIS), vale a dire lo stesso giorno in cui la professoressa (OMISSIS) aveva avuto un colloquio con la dirigente, l’imputato seppe gia’ cosa bolliva in pentola.
Ne deriva, con assoluta certezza, che la dirigente dell’istituto espose al (OMISSIS) i verosimili e gia’ manifestati intendimenti della collega, in termini tali da portare i due coniugi, appena quattro giorni dopo, a procurarsi uno scritto di pugno della studentessa (OMISSIS): cio’ non al fine di documentare come mai un compito in classe non si trovasse dove doveva essere, ma piuttosto per disporre di un atto utile a fini difensivi.
Un atto, guarda caso, non da conservare presso l’istituto in uno schedario od in un armadietto, ma addirittura da far avere in originale al proprio avvocato, salvo conservarne – a casa, non a scuola – una fotocopia da esibire agli inquirenti, non prima di avere, all’evidenza, fatto finta di non comprendere quel che i Carabinieri stessero cercando.
Quanto al (OMISSIS), fu ancora la (OMISSIS) a dire, in occasione degli scrutini, che “della cosa” (intendendo il disegno sul foglio con la scritta “pervertito”) si sarebbe occupato il Tribunale, ma nel frattempo la (OMISSIS) meritava un voto basso in condotta, a causa dell’insulto rivolto all’insegnante: lo sostenne la (OMISSIS), trovando conferma nelle dichiarazioni della professoressa (OMISSIS) (pag. 23 della sentenza del Tribunale).
Oltre a riferire di essere rimasta sorpresa della proposta di un 6 in condotta per la (OMISSIS), visto che la ragazza aveva di norma un comportamento abbastanza corretto, la docente ricordo’ che la dirigente disse che “della questione si stava gia’ occupando la magistratura, per cui non era il caso di entrare nel merito”.
I due imputati, lungi dal voler porre rimedio ad una momentanea carenza documentale quanto alla conservazione degli elaborati della classe, imposero alla (OMISSIS) di scrivere una dichiarazione utile alle ragioni del (OMISSIS) nel procedimento disciplinare che, con ogni verosimiglianza, egli avrebbe dovuto affrontare.
Dichiarazione dalla quale, in ogni caso, sarebbe emersa una realta’ nota a tutti: da un lato, il primo colloquio della professoressa (OMISSIS) con le alunne della (OMISSIS) era avvenuto con la partecipazione di piu’ ragazze e di una seconda docente, con gli ovvi commenti che ne poterono derivare e la conseguente diffusione della notizia che l’elaborato in questione era stato consegnato alla (OMISSIS); dall’altro, e soprattutto, il (OMISSIS) aveva saputo dalla dirigente che il disegno del rossetto e del fallo le era stato esibito direttamente, ed a farlo non poteva essere stata altri se non la suddetta (OMISSIS) (che, a dire della stessa (OMISSIS) in quel medesimo contesto, aveva manifestato l’intenzione di denunciare il collega).
Che poi si tratto’ di pugni sul tavolo, grida, fogli lanciati in aria (come sostenuto dalla (OMISSIS)), ovvero di “tono sostenuto” (come avrebbe dichiarato il (OMISSIS), il che comunque non confligge con la versione della ragazza), appare del tutto irrilevante, ai fini della configurabilita’ del delitto di violenza privata.
Quel tono sopra le righe, di cui comunque il tutor diede contezza, fu tale da indurre la studentessa a determinarsi come non avrebbe voluto, disponendosi a scrivere quel che le veniva richiesto in uno stato di innegabile metus (a fronte della contemporanea presenza di due insegnanti e del ruolo attivo di entrambi, assunto nell’occasione: non va trascurato che, secondo il (OMISSIS), a parlare fu il solo (OMISSIS), ma e’ la stessa (OMISSIS) a sostenere il contrario, pur volendo offrire immagini di assoluta e non credibile serenità).
Ne’ puo’ seriamente sostenersi che le lacrime della (OMISSIS) trovarono causa in chissà quale fragilità di carattere dovuta a fattori diversi, visto che il contesto fu pacificamente unitari.
Quanto al ruolo della (OMISSIS), detto della ricostruzione della vicenda che ella stessa espone, va ricordato che “in tema di concorso di persone nel reato, anche la semplice presenza sul luogo dell’esecuzione del reato puo’ essere sufficiente ad integrare gli estremi della partecipazione criminosa quando, palesando chiara adesione alla condotta dell’autore del fatto, sia servita a fornirgli stimolo all’azione e un maggiore senso di sicurezza” (Cass., Sez. 2, n. 50323 del 22/10/2013, Aloia, Rv 257979).
E, nella circostanza, la presenza dell’imputata non fu solo idonea a consentire che le richieste del (OMISSIS) acquisissero una maggiore autorevolezza, dato il piu’ o meno tacito assenso di una sua collega, ma soprattutto ad incidere in misura ancor piu’ significativa sulle possibilita’ della persona offesa – appena 15enne – di resistere alla limitazione della propria liberta’ morale, nel timore di ripercussioni negative che le sarebbero derivate da due docenti, piuttosto che da uno solo.
Deve ritenersi, pertanto, che egli fosse necessariamente gravato da un obbligo di astensione. Non già perché, quale protagonista di un episodio suscettibile di valutazione nei riguardi di una studentessa, egli non potesse dire la propria, al limite per riferirne doverosamente ai colleghi; ma, appunto in relazione alla specifica iniziativa da lui intrapresa in occasione degli scrutini de quibus, con tanto di proposta di un inusitato e certamente rarissimo “6” in condotta, perché l’obiettivo del (OMISSIS) era quello di strumentalizzare l’operato del consiglio, al fine di ottenere un deliberato utile alle sue ragioni.
Del resto, se e’ vero che in un collegio perfetto tutti debbono poter esprimere le proprie valutazioni, senza che nessuno si assenti, in un consiglio di docenti l’esigenza della partecipazione riguarda il contributo specifico del singolo professore nella disciplina di competenza, che altrimenti verrebbe a mancare. In altre parole, un conto e’ l’impossibilita’ di omettere il voto di matematica o italiano, laddove l’unico a poterlo esprimere e’ l’insegnante di quella materia; ben altro e’ il voto concernente la condotta dello studente, su cui tutti possono interloquire senza pretese di esclusivita’.
Altrettanto chiara e’ l’ingiustizia dell’evento che il (OMISSIS) si prefigurava di ottenere, proponendo il voto di “6”. Stante la sorpresa suscitata negli altri colleghi (come la sopra menzionata (OMISSIS)), potrebbe financo ritenersi che anche il “7” fu ingiustificato e concretamente motivato dall’episodio del disegno, al di la’ del riferimento di alcuni professori alla tendenza della (OMISSIS) a disturbare le lezioni: per fatto notorio, in vero, un voto del genere – men che meno un “6” – non si da’ a chi e’ genericamente poco disciplinato, soprattutto se sulla base di un’esperienza limitata a pochi mesi dopo l’inizio di un nuovo percorso scolastico.
Ad ogni modo, il capo d’imputazione riguarda un abuso di ufficio che si sarebbe consumato attraverso la proposta di assegnazione del “6”, senza tenere conto di quale valutazione fu effettivamente riservata alla studentessa; ed e’ la motivazione della sentenza impugnata, in parte qua, a rivelare profili di manifesta illogicita’ laddove si reputa perfezionato il delitto in esame pur ammettendo che, al più, la (OMISSIS) avrebbe potuto meritare una valutazione di “7” (che fu, pero’, quella effettivamente a lei attribuita).
La sentenza in epigrafe deve pertanto annullarsi con riguardo al capo ora indicato, invitandosi il giudice del rinvio alla verifica della eventuale ricorrenza degli estremi di una condotta rilevante ex articoli 56 e 323 c.p. e alla conseguente, altrettanto eventuale, rideterminazione della pena.
Deve, invece atto del passaggio in giudicato della declaratoria di penale responsabilità degli imputati in relazione all’addebito di violenza privata.
Il rigetto integrale del ricorso della (OMISSIS) ne comporta la condanna al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità.
Considerata la peculiarità della fattispecie, riguardante reati commessi in danno di persone infradiciottenni, la Corte ritiene doveroso – ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, articolo 52 – disporre l’omissione, in caso di diffusione del presente provvedimento, dell’indicazione delle generalità e degli altri dati identificativi delle parti del processo.
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