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Timestamp: 2020-05-28 04:36:20+00:00
Document Index: 161372280

Matched Legal Cases: ['art. 52', 'art. 52', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 380', 'art. 360', 'art. 52', 'art. 64', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 52', 'art. 64', 'art. 13', 'art. 2120', 'art. 15', 'art. 5', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE - Ordinanza 20 maggio 2019, n. 13536 - Nel regime dell'indennità di buonuscita spettante, ai sensi del d.P.R. 29 dicembre 1973 n.1032, artt. 3 e 38 al pubblico dipendente, che non abbia conseguito la qualifica di dirigente e che sia cessato dal servizio nell'esercizio di mansioni superiori in ragione dell'affidamento di un incarico dirigenziale temporaneo di reggenza ai sensi del d.Lgs. n. 165/2001 art. 52, nella base di calcolo dell'indennità va considerato lo stipendio relativo alla qualifica di appartenenza e non quello corrisposto per il temporaneo esercizio delle superiori mansioni di dirigente - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 20 maggio 2019, n. 13536 – Nel regime dell’indennità di buonuscita spettante, ai sensi del d.P.R. 29 dicembre 1973 n.1032, artt. 3 e 38 al pubblico dipendente, che non abbia conseguito la qualifica di dirigente e che sia cessato dal servizio nell’esercizio di mansioni superiori in ragione dell’affidamento di un incarico dirigenziale temporaneo di reggenza ai sensi del d.Lgs. n. 165/2001 art. 52, nella base di calcolo dell’indennità va considerato lo stipendio relativo alla qualifica di appartenenza e non quello corrisposto per il temporaneo esercizio delle superiori mansioni di dirigente
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CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 20 maggio 2019, n. 13536
Lavoro – Funzioni dirigenziali – Differenze retributive – Riliquidazione del trattamento integrativo di pensione a carico del Fondo di Previdenza del personale Inps – Computo
1. V.P. – premesso che, con sentenze del Tribunale di Roma n. 4541/2004 del 5 marzo 2004 e della Corte d’appello di Roma n. 6264 del 30 novembre 2006, l’INPS era stato condannato al pagamento in favore di esso istante delle differenze retributive per le funzioni dirigenziali svolte nel periodo dal 1°.8.1998 al 7.1.2011 oltre accessori – conveniva in giudizio innanzi al Tribunale capitolino l’istituto chiedendo che venisse accertato il proprio diritto, dalla data di collocamento a riposo, alla riliquidazione del trattamento integrativo di pensione a carico del Fondo di Previdenza del personale INPS includendo, nella base di computo per il calcolo della prestazione, anche le voci retributive utili da dirigente (ovvero le differenze retributive relative alla superiore posizione dirigenziale), riconosciute dalle predette sentenze nn. 4541/2004 e 6264/2006 (nel ricorso venivano specificamente quantificate le somme richieste);
2. l’adito giudice rigettava la domanda e tale decisione, sul gravame proposto dal P., con sentenza del 7 dicembre 2012, veniva riformata dalla Corte d’appello di Roma che condannava l’INPS al pagamento in favore dell’appellante della somma di euro 35.082,69 a titolo di differenze tra il trattamento di previdenza a carico del Fondo di Previdenza del personale INPS corrisposto e quello spettante calcolato sulla base delle voci retributive pensionabili di cui alla menzionate sentenze nn. 4541/2004 e 6264/2006;
3. ad avviso della Corte territoriale dalla lettura delle disposizioni di cui agli artt. 5, 27 e 33 del Regolamento del Fondo di previdenza integrativa e stante la piena operatività anche nel settore del lavoro pubblico dei principi costituzionali di proporzionalità ed efficienza della retribuzione espressi dall’art. 36 Cost., le maggiori competenze spettanti in seguito allo svolgimento di fatto di mansioni superiori dovevano essere considerate come componenti fisse dello stipendio e, dunque, diversamente da quanto opinato dal primo giudice, erano utili ai fini della previdenza integrativa aziendale;
4. per la cassazione di tale decisione propone ricorso l’INPS affidato a tre motivi cui resiste con controricorso il P. illustrato da memoria ex art. 380 bis cod. proc. civ.;
5. con i tre motivi di ricorso l’INPS denuncia la violazione e falsa applicazione (ai sensi dell’art. 360, primo comma; n.3, cod. proc. civ.): degli artt. 5, 21, 27 e 33 del Regolamento per il trattamento di previdenza e di quiescenza del personale INPS (primo motivo); dell’art. 52 del d. Lgs. 30 marzo 2001 n. 165 (secondo motivo); dell’art. 64 della L. 17 maggio 1999 n. 144 (terzo motivo). La difesa dell’Istituto evidenzia che, ai sensi dell’art. 5 del Regolamento del Fondo interno, per retribuzione utile ai fini del calcolo delle prestazioni erogate dal Fondo INPS di previdenza integrativa, doveva intendersi unicamente lo stipendio lordo, eventuali assegni personali ed altre competenze a carattere fisso e continuativo; che l’espressione stipendio, ai sensi dell’art. 5 Regolamento, definiva solo quella parte della retribuzione complessiva collegata alla qualifica (stipendio tabellare) ed all’anzianità effettivamente possedute (costituenti l’intoccabile “trattamento fondamentale”), senza comprendere tutte le indennità ed i compensi corrisposti a titolo di trattamento accessorio; che le differenze retributive per mansioni superiori non erano emolumenti collegati alla qualifica di appartenenza ed all’anzianità ma erano voci retributive autonome, collegate alla effettività ed alla durata della prestazione, di fatto, di determinate mansioni superiori. Pertanto tali voci non potevano rientrare nel concetto di retribuzione pensionabile ai sensi degli articoli 5, 21 (che faceva riferimento alla retribuzione propria della qualifica di effettivo inquadramento rivestita dal dipendente alla cessazione del rapporto, nel caso de quo il P., dopo il 7 novembre 2001 non aveva più svolto le mansioni superiori), 27 (che richiamava la “retribuzione spettante” da individuarsi con i criteri di cui all’art. 5) e con riferimento alla qualifica di appartenenza) e 33.
Inoltre, risultava illegittimamente ampliata la portata dell’art. 52 del d.Lgs n. 165/2001, aspetto questo del tutto pretermesso dalla Corte territoriale che, in pratica, era giunta a riconoscere in via definitiva la qualifica superiore dirigenziale e la relativa retribuzione. Infine, la Corte d’appello aveva considerato nel ricalcolo, errando, anche le differenze retributive per mansioni superiori anche per il periodo successivo alla soppressione del Fondo avvenuta a decorrere dal 1 ottobre 1999 ad opera dell’art. 64, comma 2, della L. n. 144/1999;
6. i tre motivi, da trattare congiuntamente in quanto connessi, sono fondati. La questione posta dal ricorso dell’istituto è già stata esaminata da questa Corte (Cass. n. 8081 del 21 aprile 2016; Cass. n. 10378 del 20 maggio 2015; Cass. n. 19296 del 14 luglio 2008) che ha affermato che in tema di previdenza integrativa aziendale, benché il regolamento per il trattamento di previdenza e quiescenza del personale impiegatizio dell’INPS – che costituisce atto di normazione secondaria ed è pertanto interpretabile direttamente dalla Corte di cassazione – preveda che le pensioni a carico del Fondo in corso di godimento siano riliquidate assumendo come base la nuova retribuzione prevista per la qualifica e la posizione in cui l’impiegato si trovava all’atto della cessazione dal servizio, le maggiori competenze spettanti in seguito allo svolgimento di fatto di mansioni superiori . (in quanto emolumenti non fissi né continuativi) non possono essere considerate utili e, di conseguenza, non vanno assoggettate a contribuzione. Tanto anche sulla scorta di quanto affermato dalle sezioni unite (Cass., sez. un., 25 marzo 2010, n. 7154) secondo cui, « in tema di base di calcolo del trattamento di quiescenza o di fine rapporto spettante ai dipendenti degli enti pubblici del c.d. parastato, la L. 20 marzo 1975 n. 70, art. 13 di riordinamento di tali enti e del rapporto di lavoro del relativo personale, detta una disciplina del trattamento di quiescenza o di fine rapporto (rimasta in vigore, pur dopo la contrattualizzazione dei rapporti di pubblico impiego, per i dipendenti in servizio alla data del 31 dicembre 1995 che non abbiano optato per il trattamento di fine rapporto di cui all’art. 2120 cod. civ.), non derogabile neanche in senso più favorevole ai dipendenti, costituita dalla previsione di un’indennità di anzianità pari a tanti dodicesimi dello stipendio annuo in godimento quanti sono gli anni di servizio prestato, lasciando all’autonomia regolamentare dei singoli enti solo l’eventuale disciplina della facoltà per il dipendente di riscattare, a totale suo carico, periodi diversi da quelli di effettivo servizio. Il riferimento quale base di calcolo allo stipendio complessivo annuo ha valenza tecnico-giuridica, sicché deve ritenersi esclusa la computabilità di voci retributive diverse dallo stipendio tabellare e dalla sua integrazione mediante scatti di anzianità o componenti retributive similari (nella specie, l’indennità di funzione della L. n. 88 del 1989, ex art. 15, comma 2, il salario di professionalità o assegno di garanzia retribuzione e l’indennità particolari compiti di vigilanza per i dipendenti dell’INPS) e devono ritenersi, abrogate o illegittime, e comunque non applicabili, le disposizioni di regolamenti come quello dell’Inps, prevedenti, ai fini del trattamento di fine rapporto o di quiescenza comunque denominato, il computo in genere delle competenze a carattere fisso e continuativo». Ed hanno ribadito, in particolare, che «in tema di base di calcolo della pensione integrativa dei dipendenti dell’INPS, ai sensi dell’art. 5 del Regolamento per il trattamento di previdenza e quiescenza dell’ente, adottato con Delib. 12 giugno 1970 e successivamente modificato con Delib. 30 aprile 1982, ai fini della computabilità nella pensione integrativa già erogata dal fondo istituito dall’ente (e ancora transitoriamente prevista a favore dei soggetti già iscritti al fondo, nei limiti dettati dalla L. 17 maggio 1999 n. 144) è sufficiente che le voci retributive siano fisse e continuative, dovendosi escludere la necessità di una apposita deliberazione che ne disponga l’espressa inclusione. Non osta che l’elemento retributivo sia attribuito in relazione allo svolgimento di determinate funzioni o mansioni, anche se queste, e la relativa indennità, possano in futuro venire meno, mentre non può ritenersi fisso e continuativo un compenso la cui erogazione sia collegata ad eventi specifici di durata predeterminata oppure sia condizionata al raggiungimento di taluni risultati e quindi sia intrinsecamente incerto.» Ed anche successivamente le sezioni unite sono nuovamente intervenute (Cass., sez. un., 14 maggio 2014, n. 10413) in generale affermando che «nel regime dell’indennità di buonuscita spettante, ai sensi del d.P.R. 29 dicembre 1973 n.1032, artt. 3 e 38 al pubblico dipendente, che non abbia conseguito la qualifica di dirigente e che sia cessato dal servizio nell’esercizio di mansioni superiori in ragione dell’affidamento di un incarico dirigenziale temporaneo di reggenza ai sensi del d.Lgs. n. 165/2001 art. 52, nella base di calcolo dell’indennità va considerato lo stipendio relativo alla qualifica di appartenenza e non quello corrisposto per il temporaneo esercizio delle superiori mansioni di dirigente.»;
7. pertanto, il ricorso va accolto, l’impugnata sentenza cassata con decisione nel merito – ai sensi dell’art. 384, secondo comma, cod. proc. civ., non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto – con il rigetto dell’originaria domanda;
8. le spese dei gradi di merito considerato il loro diverso esito vanno compensate tra le parti; quelle relative al presente giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate in favore dell’INPS come da dispositivo;
accoglie il ricorso, cassa l’impugnata sentenza e, decidendo nel merito, rigetta l’originaria domanda; compensa tra le parti le spese-di lite relativamente ai gradi di merito; condanna P.V. alle spese del presente giudizio liquidate in euro 200,00 per esborsi, euro 3.000,00 per compensi professionali, oltre rimborso spese forfetario nella misura del 15%.