Source: http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/tag/referendum/
Timestamp: 2017-11-25 07:46:05+00:00
Document Index: 74375001

Matched Legal Cases: ['in fine', 'art. 138', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 135', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 138', 'art. 138', 'art. 72', 'art. 135', 'art. 57', 'art. 57', 'art. 117', 'art. 118', 'art. 70', 'art. 70', 'art. 135']

Gruppo d'Intervento Giuridico o.n.l.u.s. » referendum
Post Taggati ‘referendum’
I Sardi gridano i loro “SI” contro il “ritorno” del nucleare!
26 Marzo 2011 Gruppo d'Intervento Giuridico	6 commenti
Categorie:Primo piano	Tag: energia nucleare, italia, manifestazione, referendum, sardegna
24 Marzo 2011 Gruppo d'Intervento Giuridico	Commenti chiusi
Sei contrario al nucleare? Vota “SI” ai referendum!
22 Marzo 2011 Gruppo d'Intervento Giuridico	7 commenti
Le associazioni ecologiste Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra invitano tutti i cittadini a votare SI al referendum sull’abrogazione delle norme che prevedono il ritorno al nucleare in Italia il prossimo 12 giugno 2011 e invitano i cittadini sardi a votare SI al referendum consultivo regionale sul nucleare previsto per il prossimo 15 maggio 2011. Intanto un po’ di sana informazione, a Carloforte.
Categorie:Primo piano	Tag: carloforte, energia nucleare, italia, referendum, sardegna
Fukushima, disastro nucleare. Italia, ottusità nucleare.
19 Marzo 2011 Gruppo d'Intervento Giuridico	25 commenti
Il Giappone e, di riflesso, tutto il mondo sta vivendo il dramma del disastro nucleare di Fukushima. L’Italia, grazie a una delle scelte più imbecilli che il Governo potesse fare, sta ottusamente ritornando all’utilizzo dell’energia nucleare. Solo ora, timidamente, qualche dubbio sta balenando nella mente di qualche ministro.
Categorie:Primo piano	Tag: disastro nucleare, energia nucleare, Fukushima, giappone, italia, petizione, referendum, ritorno al nucleare
Referendum sulla caccia in Piemonte!
21 Febbraio 2011 Gruppo d'Intervento Giuridico	Commenti chiusi
c/o Pro Natura – Via Pastrengo 13 – 10128 Torino – Tel. 011 5096618 /Cell. 348-4991623
Categorie:Primo piano	Tag: caccia, piemonte, referendum
Corte costituzionale: si ai referendum su legittimo impedimento, acqua pubblica e nucleare. “Sberla” al “legittimo impedimento” permanente e immotivato!
12 Gennaio 2011 Gruppo d'Intervento Giuridico	5 commenti
Categorie:Primo piano	Tag: acqua pubblica, diritti civili, energia nucleare, italia, legittimo impedimento, referendum
21 Marzo 2010 Gruppo d'Intervento Giuridico	1 commento
Il 22 marzo si celebra nel mondo il World Water Day, la Giornata Mondiale dell’Acqua, una ricorrenza istituita dalle Nazioni Unite nel 1992, prevista all’interno delle direttive dell’agenda 21, risultato della conferenza di Rio. Le Nazioni Unite invitano le nazioni membri a dedicare questo giorno alla promozione di attività legate alla salvaguardia dell’acqua all’interno dei loro Paesi.
Tante associazioni ed organizzazioni non governative, tra cui anche gli Amici della Terra, hanno utilizzato il giorno internazionale per l’acqua come un’occasione per sensibilizzare l’attenzione del pubblico sulla critica questione dell’acqua nella nostra era, con un’attenzione particolare all’accesso all’acqua dolce e alla sostenibilità degli habitat acquatici. Prosegui la lettura…
Categorie:Primo piano	Tag: acqua, amici della terra, bene comune, giornata mondiale, oro blu, referendum
Fallisce il referendum contro il parco nazionale dell’Arcipelago della Maddalena.
9 Dicembre 2008 Gruppo d'Intervento Giuridico	10 commenti
Categorie:Primo piano	Tag: arcipelago, maddalena, nazionale, parco, referendum
Firma e fai firmare per il referendum contro la legge Alfano !
2 Dicembre 2008 Gruppo d'Intervento Giuridico	Commenti chiusi
Categorie:Primo piano	Tag: alfano, legge, referendum
Referendum contro la legge salva-coste, i Sardi lo snobbano.
5 Ottobre 2008 Gruppo d'Intervento Giuridico	21 commenti
Categorie:Primo piano	Tag: coste, legge, referendum, salvacoste, sardegna
2 Ottobre 2008 Gruppo d'Intervento Giuridico	19 commenti
Categorie:Primo piano	Tag: democrazia, legge, referendum, salvacoste
Referendum contro la legge salva-coste, inutile buffonata.
17 Settembre 2008 Gruppo d'Intervento Giuridico	14 commenti
Categorie:Primo piano	Tag: legge, paesaggistico, piano, referendum, regionale, salvacoste
V2-Day e referendum per la libera informazione
23 Aprile 2008 Gruppo d'Intervento Giuridico	11 commenti
Riceviamo da Fabio Cherchi e pubblichiamo volentieri il comunicato relativo al V2-Day del 25 aprile, durante il quale sarà possibile firmare a favore dei tre referendum per una "Libera informazione in un libero Stato".
Categorie:Argomenti vari	Tag: informazione, libera, referendum
Referendum sul piano paesaggistico regionale. Opinioni a confronto. Bye, bye alle urne…
16 Gennaio 2008 Gruppo d'Intervento Giuridico	6 commenti
Categorie:Argomenti vari	Tag: coste, paesaggistico, piano, referendum, regionale
Mauro Pili & co. vogliono proteggere le coste..con il cemento…
6 Novembre 2007 Gruppo d'Intervento Giuridico	4 commenti
A volte ritornano..e ritornano ancora?
7 Settembre 2007 Gruppo d'Intervento Giuridico	3 commenti
Referendum sulla legge statutaria sarda: opinioni a confronto.
16 Giugno 2007 Gruppo d'Intervento Giuridico	8 commenti
In autunno molto probabilmente saremo chiamati alle urne per il referendum confermativo sulla legge regionale statutaria sarda. Ecco alcune opinioni a confronto, per provare a capirne di più. Buona lettura…
da L?Altravoce (www.altravoce.net), 16 giugno 2007
Statutaria, scatta il referendum-truffa imposto ai sardi da 19 onorevoli.
Inutile e costoso: paghi dieci, prendi zero. Giorgio Melis
La tragedia e la sceneggiata, il lutto (sul quale svolazzano alcuni avvoltoi) e la farsa. Quei poveri morti e le sortite di una politica, o qualche frazione, che si conferma nella sua pochezza anche morale e nella guerriglia distruttiva a carico, naturalmente delle casse pubbliche. La tragedia di Birori ha scosso tutti, con tante vittime in due miseri convogli che chiamare treni è davvero eccessivo. Simbolo dello stato disastroso, dello storico abbandono del trasporto ferroviario, peraltro marginale, in Sardegna: peggio che nel resto d’Italia, Mezzogiorno a parte. Con responsabilità secolari dello Stato e, ma minimali e residuali, anche della Regione. Con tutto ciò, l’occhialutino Sanjust-Robespierre di Forza Italia e l’ultimo moro sardista Trincas sempre pronto a battute grottesche o tragicomiche, sono riusciti a dire che è tutta colpa dell’assessore regionale ai trasporti. Broccia è responsabile politico del disastro e deve trarne le conseguenze, dimettendosi. Che squallore anche irrispettoso non solo della realtà ma anche delle povere vittime: gettate e giocate come osceni dadi sul tappeto verde della politica. Senza scrupoli e dignità: che importa, tutto fa brodo, anche se è una brodaglia emetica.
Oltre questo sciacallaggio indecoroso, altri e maggiori pezzi della politica si sono prodotti in una nuova manifestazione che lascia interdetti da un lato, sbigottiti dall’altro per l’indifferenza davanti alla prospettiva di gettare al vento altri dieci milioni di soldi regionali. Uno spreco intollerabile mentre si fa più serrata la rivolta popolare contro i costi abnormi della politica. Stavolta si ammanta l’iniziativa sotto il nobile mantello di un’ineludibile, decisiva consultazione popolare sulla quale si gioca il destino della democrazia regionale. Diciannove consiglieri regionali hanno firmato e determineranno lo svolgimento di un referendum che a ogni previsione andrà a vuoto come gli ultimi, e pazienza per i milioni al vento. Ma in compenso, soddisferà alcune legittime istanze dietro le quali altri neanche riescono a mimetizzare pulsioni inani di guerriglia contro Renato Soru, ad personam, e l’ennesima vana proiezione delle polemiche di e tra gli schieramenti.
Non sarebbe il caso di sottolinearlo. Siamo stati, come tutti gli italiani, a favore del referendum. Finché l’abuso, l’eccesso anche numerico su temi ridicoli o fuorvianti, nonché l’oltraggio che si è fatto agli elettori ignorandone il risultato plebiscitario (valga per tutti l’abrogazione del finanziamento ai partiti, rovesciata in norme opposte), non ha portato gli italiani – e i sardi – a rigettarli e disertare le urne dello strumento più importante della democrazia rappresentativa.
Questioni vitali per la Sardegna? Convincete gli elettori
Ora ce ne viene imposto uno sul quale i sardi sanno poco o nulla e ancor meno gliene importa: magari sbagliano, ma bisognerà convincerli del contrario. Dovremo decidere se confermare o abrogare la legge statutaria approvata nel marzo scorso. È la legge che riforma in salsa nuragica la Regione presidenzialista applicata in tutta Italia per un provvedimento nazionale che il precedente Consiglio non ha saputo e voluto normare: come era nei suoi poteri. La nuova legge è frutto di un’elaborazione molto controversa, voluta da Soru ma alquanto annacquata in aula. Alla fin fine, secondo i costituzionalisti che ne hanno scritto anche sul nostro giornale, è simile o analoga a quella delle altre Regioni. Qui è stata vissuta da alcuni gruppi e personaggi come un una sorta di golpe autoritario, con un potere assoluto del presidente – padrone – padrino – padreterno. Per la verità, in molte regioni ci sono omologhi di Soru che esercitano anche da dieci anni poteri altrettanto forti se non maggiori e più penetranti.
Tra le norme più discusse, quella sul conflitto di interessi del presidente che, anche secondo esperti di grande dottrina e rigore, sono inadeguate e permissive in misura discrezionale e rischiosa. Il giudizio resta sospeso e tutte le opinioni al riguardo sono assolutamente rispettabili, come la richiesta di modificarle, non accolta dal Consiglio. Il punto è che di queste norme ai sardi importa poco o nulla, ripetiamo magari sbagliando. È tecnicalità istituzionale e ingegneria regolamentare che sfugge all’interesse comune e alla sua comprensione. Ma non è questo il punto che sembra rendere il referendum un quesito che ben difficilmente potrà mobilitare gli elettori. La richiesta di consultazione, prevista nella stessa legge, non nasce da una spinta dal basso, di gruppi, movimenti, associazioni. È stata firmata da 19 consiglieri e tanto basta a far scattare la consultazione. Tra i promotori, alcuni appartengono alla maggioranza e avevano anche approvato, turandosi il naso, la legge che ora vogliono cancellare. È un’iniziativa dall’alto, se così si può dire, di onorevoli che non accettano il verdetto contrario dell’aula (51 voti a favore su 85) e ora chiamano in causa il popolo che, detto papale papale, se ne strabatte.
Boccia il presidenzialismo e ne ripeschi uno peggiore
Il fatto sorprendente è che tra i promotori ci sono cinque socialisti che l’avevano approvata, oltre il drappello dell’Udc, dell’Udeur, dell’Uds di Mariolino Floris, di un sardista e di Paolo Maninchedda, eletto nelle liste di Soru e adesso praticamente all’opposizione. I consiglieri della maggioranza avrebbero potuto portare alle estreme conseguenze il dissenso in aula e uscire dalla maggioranza, o disertare il voto come fece Maninchedda. Niente di tutto questo. Ma ora si appellano ai cittadini.
C’è anche un’altra incredibile anomalia. Forza Italia, An e Riformatori, tutti presidenzialisti (alcuni ben oltre i limiti attuali) non hanno firmato per il referendum pur avendo votato contro in aula: criticando allora la legge come continuano a fare ma senza chiederne la cancellazione e pur rappresentando i tre quarti dell’opposizione. Faranno campagna elettorale non contro la legge ma, come buona parte dei promotori, contro Soru. Ciliegina sulla torta, se il referendum raggiungesse il quorum e prevalesse la volontà abrogazionista, non cambierebbe nulla. Resterebbe in vigore la legge nazionale, con un presidenzialismo anche più tosto e non corretto o mitigato per quanto possibile dal Consiglio. Si dovrebbe ricominciare da capo e mai forse se ne verrebbe a capo, per formulare una nuova legge. Davvero una grande affermazione di potestà autonomistica: solo per disfare, mai per fare. Sembra una clamorosa presa in giro per i cittadini: cambiare tutto perché niente cambi. Con un’ulteriore aggravante. Nel vertice postelettorale, Soru aveva chiesto specie ai socialisti e all’Udeur di non firmare, dicendosi disponibile a modificare la legge. O non gli hanno creduto o avevano comunque deciso di andare avanti, con spezzoncini dell’opposizione. Chiaramente una strategia di logoramento di Soru, una sorta di guerriglia neanche tanto fredda che una porzione di maggioranza vuole condurre a tutti i costi e alla quale si associa l’opposizione. Non perché dissenta dal principio fondante della legge ma ancora una volta nella speranza di suscitare un pronunciamento pro o contro Soru: sperando naturalmente nel pollice verso popolare. Ma qui i conti tornano ancora meno e la strumentalità dell’iniziativa, per quanto correttamente motivata da alcuni, risalta palesemente. Nell’ultimo referendum (quello sulle scorie industriali) in Sardegna andò a votare appena il 25 per cento degli elettori. In precedenza, sulla consultazione sacrosanta per l’abolizione delle quattro nuove province che ci hanno ridicolizzato in Italia, i partecipanti al voto fuono poco più del 15 per cento. Perché il referendum sia valido, serve una partecipazione del 33 per cento degli aventi diritto.
Milioni al vento, tanto chi propone non paga
Chi susciterà la voglia matta di andare al voto in nome della Statutaria, che già di per sé evoca un freddo codice per addetti ai lavori? Si potrebbe ottenere trasformandola appunto in un referendum su Soru, dall’esito incerto perché gli elettori del centrosinistra potrebbero mandare a gambe all’aria i progetti destabilizzanti. Ma il peggio è che così si snaturerebbe profondamente e abusivamente, ancora una volta, il senso e lo spirito della consultazione. Proponendo un quesito ma puntando a tutt’altro che con la legge statutaria non ha niente a che spartire. Un inganno palese e francamente distorsivo in danno dei cittadini. Le battaglie politiche si fanno con gli strumenti e i consensi mirati, non sparando su un bersaglio ma mirando ad altro. Col risultato di paralizzare e condizionare negativamente l’attività politico-istituzionale, rendendola ancor più avvelenata, torbida. Che cattivo servizio si vuol rendere all’istituto del referendum, già declinato e che ora si vuole affossare per trasformarlo nell’ennesima rissa con una posta diversa da quella dichiarata.
Ultima considerazione ma non la meno significativa. Il tutto verrà pagato con dieci milioni e più di euro della Regione. Per una consultazione che sarà probabilmente disertata e che comunque non cambierà nulla nell’ordinamento regionale. Paghi mille prendi zero. Ma questa, non è immoralità ? Possono decidere impunemente 19 onorevoli privilegiati contro gli altri 66, senza una sia pur minima adesione e spinta popolare alla farsa anti-referendum ? Lo hanno già fatto. Non rischiano nulla. Non c’è ma ci vorrebbe una norma salvifica, almeno in questo caso da scuola di turlupinatura ai cittadini. Chi impone, è la parola giusta, un turno referendario senza un’adesione finale anche minima, come quella di un terzo degli elettori, dovrebbe esser chiamato a rimborsare la spesa sostenuta con i soldi dei contribuenti. Dieci milioni diviso 19 promotori costerebbero ai referendari circa mezzo milione a testa. Potrebbero benissimo pagarlo: le indennità faraoniche e i privilegi di cui godono sarebbero intaccate di poco. Invece pagherà come sempre Pantalone, cioè noi, e il protagonismo dei guerriglieri da strapazzo resterà impunito. Sperando almeno che la memoria degli elettori li ripaghi al momento giusto: liquidando alcuni broker che giocano con i cittadini come alla roulette e dilapidano allegramente i loro soldi.
Sardi forzati delle urne: ma chi ci andrà ? Sempre disertate, adesso imposte: dieci milioni sprecati per la guerra a Soru. Michele Fioraso
Fate la punta alle matite copiative, il referendum sulla legge statutaria si farà. Diciannove consiglieri regionali hanno apposto la loro firma sulla richiesta, due in più rispetto ai 17 necessari in rappresentanza di un quinto del Consiglio regionale. Lo Sdi non ha fatto marcia indietro dopo l’appello del centrosinistra. Peppino Balia, Pierangelo Masia e Mondino Ibba hanno aggiunto i loro nomi a quelli dei consiglieri Udc (uno dei quali, Roberto Capelli, aveva presentato la richiesta), di Tore Amadu ex scudocrociato; Giuseppe Atzeri del Partito sardo d’azione; Mario Floris e Oscar Cherchi per l’Uds; Raffaele Farigu del nuovo Psi; Sergio Marracini, Pietro Pittalis e Vittorio Lai dell’Udeur; Paolo Maninchedda di Sardegna e Libertà e Maria Grazia Caligaris dello Sdi. Entro l’autunno, dunque, considerati i tempi istituzionali (il presidente indice la consultazione entro un mese dalla richiesta e deve svolgersi tra il 50mo e il 90mo giorno dall’emanazione del relativo decreto), i sardi saranno chiamati per confermare o bocciare la legge statutaria approvata dall’aula di via Roma il 7 marzo, con molti mugugni all’interno del centrosinistra. Malumori che si sono poi tradotti, a pochissimi giorni per la scadenza della richiesta di referendum fissata al 19 giugno, in adesioni, abbastanza prevedibili, alla proposta di chiedere al popolo la conferma della legge che, tra le altre cose, fissa la forma di governo dell’isola e disciplina i suoi rapporti coi cittadini. A nulla è valsa l’apertura alla rivisitazione della legge avanzata da Renato Soru durante il vertice di giovedì: Udeur e socialisti non si sono tirati indietro, mantenendo fede a un orientamento contrario alla statutaria già emerso durante la discussione.
L’ultimo referendum regionale, il clamoroso flop sulle scorie industriali tenutosi nel giugno del 2005 in abbinamento a quello nazionale sulla fecondazione assistita, costò quasi dieci milioni di euro e richiamò alle urne soltanto il 26,49 % degli elettori. Ancora meno furono i votanti per il referendum abrogativo sulle nuove Province che, nel maggio del 2003, fu roba per pochi intimi: votò il 15,77 % degli aventi diritto. Un tema tecnico come la statutaria non sembra in grado di esercitare maggior appeal sugli elettori. Ma la maggioranza non cercherà di convincere gli elettori a disertare le urne. Lo assicura l’assessore degli Affari generali Massimo Dadea, che seguì in prima persona l’iter della statutaria durante la discussione in Consiglio: «Non faremo campagna per l’astensionismo, questo referendum vogliamo vincerlo perché la statutaria è un passaggio fondamentale delle riforme». Riforme che, però, come ammette lo stesso Dadea, rischiano di finire nel freezer fino alla consultazione popolare: «La legge di organizzazione della Regione, in discussione nella prima commissione del Consiglio, subirà un momentaneo stop, e con essa la stagione delle riforme». C’è anche un piccolo giallo, legato al fatto che il referendum confermativo è una novità nella storia dell’autonomia: ha bisogno del quorum oppure no ? L’articolo 15 dello Statuto, che richiede la conferma popolare, non cita esplicitamente il quorum, che per i referendum regionali sarebbe fissato a un terzo degli elettori. Sul tema si eserciteranno i giuristi e gli uffici legali, perché sembra non esserci univocità di interpretazione. Dadea ne propone una: «Ci dovremmo attenere alla legge regionale 21 del 2002, che si richiama alla legge 20 del 1957, e indica che il referendum è valido col voto di un terzo degli elettori».
Quindi, nessun invito all’astensione da parte del centrosinistra. Il centrodestra invece scalda i motori nella speranza di infliggere un nuovo colpo alla maggioranza dopo la vittoria delle elezioni amministrative. Le forze politiche che hanno chiesto il referendum non sono da annoverare tra i partiti di prima fila. Ma la campagna referendaria potrà contare anche sull’apporto di Forza Italia e Alleanza Nazionale, forze presidenzialiste che però si schiererebbero contro una legge di impronta presidenzialista.
Per Giorgio La Spisa, capogruppo forzista in Consiglio, non c’è nessuna contraddizione. «Siamo per una forma di governo presidenziale e per un sistema politico in cui le coalizioni si confrontino con chiarezza: rispetta la volontà del cittadino. Non concordiamo però con il contenuto della statutaria: è una legge fatta male, abbiamo già votato contro in aula e sosterremo il no alla legge nel referendum». Del presidenzialismo sardo «incarnato da Soru e tollerato dalla sinistra», al partito di Berlusconi non piace la «verticalizzazione estrema del potere».
Anche il collega Ignazio Artizzu, che in via Roma presiede i consiglieri di An, non legge il voto contro la statutaria come un voto contro il presidenzialismo: «È un sistema che in Sardegna è stato già introdotto con la legge elettorale nazionale, se viene bocciata la statutaria non cambierebbe nulla rispetto ad ora». Anche Alleanza Nazionale, quindi, «farà la campagna referendaria, anche se non abbiamo ritenuto opportuno firmare la richiesta: siamo contro il presidenzialismo degenere voluto da Soru».
Ma il referendum su un argomento tanto freddo diventerà in pratica una consultazione sul gradimento del presidente ? Secondo Artizzu, sarà «inevitabile che accada questo», mentre La Spisa preferisce evitare le forzature: «I promotori del referendum non la vedono così: i sardi si devono esprimere su aspetti come forma di governo e conflitto di interessi». Perché «Soru e il centrosinistra andranno giudicati non mediante referendum ma alle prossime elezioni regionali».
Difesa della democrazia senza prezzo. Prima del voto il dibattito che Soru non ha voluto sulla Statutaria. Andrea Pubusa
Qualunque presidente dotato di buon senso sulla legge statutaria avrebbe promosso un’ampia consultazione popolare nella fase dell’ideazione e, poi, in quella dell’approvazione. Così si fa sulle leggi che dettano le regole fondamentali di una comunità. L’art. 138 della Costituzione, ad esempio, richiede ben quattro votazioni, due alla Camera e due al Senato, e fra le prime e le seconde un referendum oppositivo (impropriamente denominato confermativo), che consente al corpo elettorale di bocciare o confermare la legge approvata dalle Camere. È in questo modo che il giugno di un anno fa il popolo italiano, su iniziativa del centrosinistra, ha battuto con ampia maggioranza la legge di revisione costituzionale Berlusconi-Bossi, che introduceva in Italia una forma di governo esasperatamente sbilanciata a favore del capo del governo. Ora Soru ha proposto in Sardegna una legge del tutto simile. Anzi, più centrata sul rafforzamento dei poteri del presidente, perché non prevede neppure quell’aborto di sfiducia costruttiva pur presente nella legge Berlusconi-Bossi. Di più e peggio: limita i referendum, aumentando il quorum per richiederlo da 10 a 15 mila elettori, e contiene una disciplina del conflitto d’interessi che gli consente non solo di continuare a dirigere Tiscali (seppure a mezzo di fiduciario) e addirittura permette alle sue aziende di partecipare alle gare indette dalla Regione. Immaginate come si sentiranno garantite, quanto a par condicio (principio fondamentale delle gare e dei concorsi), le imprese concorrenti se a presiedere la Commissione di gara sarà il direttore generale della Presidenza, con una commissione nominata da Dirigenti revocabili dal Capo dell’esecutivo ad nutum, ossia senza alcuna giusta causa o giustificato motivo. Proprio il contenuto della legge svela anche perché Soru non ha avviato alcuna consultazione (ricordate le promesse di coinvolgimento dei sardi al raduno di Nuraghe Losa ?) e anzi ha preteso la discussione della Statutaria prima della finanziaria per contingentare i tempi, ed è intervenuto pesantemente a limitare la discussione, minacciando la propria maggioranza di aprire la crisi in caso di modificazioni. Insomma, una legge da formare e approvare con grande partecipazione popolare e parlamentare è stata al contrario varata senza alcuna discussione popolare preventiva e con un iter a dir poco sconcertante. Tanto più che è una legge in controtendenza rispetto al responso referendario del giugno 2006 e alle proposte in tema di referendum e conflitto d’interessi della gran parte delle forze del centrosinistra nazionale. In questa situazione la richiesta del referendum non è una truffa né è opera di truffatori. È semplicemente l’esercizio di una prerogativa democratica, prevista dalla stessa legge, e che è divenuta doverosa proprio in ragione dei tempi e delle modalità di approvazione imposte da Soru. La spesa per svolgerlo va appunto imputata a chi ha impedito un’ampia discussione popolare preventiva. E del resto la democrazia non ha prezzo. Perché brandire questo argomento, preso dal più classico armamentario della destra e del qualunquismo ? Anche il referendum dello scorso giugno ha avuto un costo. Sono stati mal spesi quei soldi ? Non è neppure vero che le cose, in caso di bocciatura della statutaria, rimarranno come sono. Correttezza costituzionale vuole che, in questa evenienza, si vada a proporre e ad approvare una legge in sintonia col responso popolare. Si potranno così meglio bilanciare i poteri del presidente con quelli dell’Assemblea (che, non si dimentichi, ha la stessa legittimazione del presidente, ma rappresenta tutti, non solo la maggioranza).Si potrà così ampliare la partecipazione dei sardi attingendo agli istituti della democrazia partecipativa su cui s’incentra l’attenzione della miglior cultura e politica democratica nel mondo (non si combatte così la formazione della casta?) e si potrà dare al conflitto d’interessi una disciplina rigorosa degna di un ordinamento civile.
È un surrettizio tentativo di mettere in crisi Soru ? Se così fosse, già avremmo un primo elemento di riflessione. Perché saremmo in presenza di una crisi che non ha modo di esprimersi nelle forme fisiologiche della sfiducia costruttiva e dunque segue altre strade. Ecco già un argomento per valutare i frutti velenosi di un sistema che non ha corretto i difetti del sistema parlamentare, ma ha travolto il Parlamento stesso nelle sue prerogative essensiali. Così come la critica al mercato delle preferenze ha condotto non a una limitazione, ma all’abolizione delle stesse ed oggi abbiamo un Parlamento scelto da una ventina di dirigenti di partito. Insomma ha istituzionalizzato ed esasperato la casta. Certo, Soru è sotto giudizio: ma questo risvolto è conseguenza non dell’azione di chi ha chiesto il referendum; è semmai lo stesso mister Tiscali ad aver caricato la legge statutaria e i giudizi su di essa di questi significati. E del resto, da che mondo è mondo, un giudizio popolare critico sull’opera di un uomo politico è inevitabilmente una critica anche a quest’ultimo.
Non è però un ?tradimento? del centrosinistra. I consiglieri regionali che hanno chiesto i referendum sono saldamente e inequivocabilmente a favore del centrosinistra. Semmai, almeno i più consapevoli, sono per un centrosinistra diverso, più aperto e coinvolgente, più attento alle tematiche sociali. Insomma sono contro quella cupola di potere e di interessi in cui si è trasformato il centrosinistra sardo. Ma forse questo è il loro merito più grande, perché ci consente ancora di sperare che il centrosinistra non è e non deve essere quella brutta cosa che si allea a Oristano con Onida e Atzori e a Selargius con Melis (auspici Oppi e Sanna ?), per poi condurci alla disfatta. Va reso, dunque, merito a chi coraggiosamente ha consentito ai sardi di discutere della loro legge statutaria diffusamente e capillarmente, per poi decidere. È necessario che ci apprestiamo a questo dibattito e a questa prova con grande disponibilità a capire e a far capire, come dev’essere quando è in gioco l’assetto fondamentale della nostra convivenza. Potremo anche parlare di un centrosinistra diverso, più in sintonia con le aspettative del suo popolo. Sarà una bella occasione per parlare della Sardegna e del suo futuro. La stampa e l’informazione in questo hanno un ruolo centrale. Esercitarlo con equilibrio e attenzione è anch’esso prova di maturità democratica.
da Sardegna & Libertà (www.sardegnaeliberta.it), 14 giugno 2007
Il referendum sulla statutaria. Paolo Maninchedda
Oggi firmerò la richiesta di sottoporre a referendum confermativo la legge statutaria. Lo farò con convinzione: i sardi debbono potersi pronunciare sulla legge più importante recentemente approvata e che ridisegna la mappa del potere istituzionale in Sardegna. Non si tratterà di pronunciarsi su presidenzialismo o parlamentarismo, ma su questo presidenzialismo, duro e autoritario, rispetto a tutti gli altri possibili. Mi auguro che nasca un comitato pro referendum e che a guidarlo sia una personalità libera e competente come Andrea Pubusa. Mi auguro che ne scaturisca un dibattito e un voto serio, all?altezza della posta in gioco, che riguarda la libertà dei cittadini e la stabilità e efficienza dei governi in Sardegna (io non ho proprio nostalgia dei governi partitocratici). Come pure mi auguro che riparta il dibattito sul conflitto di interessi, mal regolato dalla legge, e condizionato da personalismi odiosi nella prima parte della legislatura. Il rapporto tra finanza e istituzioni è complicato, ma purtroppo molto incidente sulla legalità e sulla democrazia. Bisogna riuscire a parlarne non per partito preso, non contro qualcuno, ma pensando realmente a far funzionare bene le istituzioni, assumendo come parametro di verifica i diritti e le possibilità che quel sistema garantisce al cittadino più debole, quello senza denaro e senza potere.
E il commento di Tonino Dessì, già Assessore regionale della difesa dell?ambiente (14 Giugno 2007 alle 10:16)
Credo che la scelta di Paolo debba essere condivisa anzitutto per ragioni di metodo. Lo Statuto consente che il referendum (approvativo) sulla cosiddetta legge statutaria sia promosso da un quinto dei consiglieri o da un cinquantesimo degli elettori quando il grado di convincimento del legislatore non si sia dimostrato talmente elevato da relegare ad una frazione minima (un terzo dei componenti) il dissenso nell?Assemblea legislativa. Peraltro, anche nel caso in cui l?approvazione sia avvenuta con la maggioranza dei due terzi dei componenti il Consiglio, il referendum è ammesso quando ne faccia richiesta un trentesimo degli elettori.
Per principio sono favorevole al ricorso al referendum sulle grandi scelte del legislatore che interessano l?intera comunità. Sono molto meno favorevole ai referendum come quello promosso da Segni sulla legge elettorale, sia nel merito (il risultato sarebbe un sistema identico a quello previsto dalla Legge Acerbo del 1923, che spalancò le porte alla conquista, con una frazione minima di voti, della maggioranza parlamentare da parte del PNF e del suo listone bloccato), sia sul metodo: le leggi elettorali non si costruiscono mediante espedienti, bensì mediante scelte ponderate da parte di una maggioranza parlamentare di garanzia, salvo eventualmente il ricorso al referendum approvativo o abrogativo dopo l?approvazione di una legge. Tra l?altro, sia in ordine al contenuto, sia in ordine al metodo, su quel referendum nazionale sussistono fortissimi dubbi di legittimità, sui quali occorre attendere il giudizio della Corte Costituzionale.
La proposta di referendum regionale sulla legge statutaria è in sé utile perché consente di aprire una discussione in tutta l?opinione pubblica sarda sulle caratteristiche che dovrebbe avere il nostro ordinamento regionale interno, ben oltre il campo asfittico al quale il testo conclusivamente approvato si è ridotto (il precario equilibrio raggiunto nei rapporti tra Presidente e Consiglio regionale). E? utile anche per verificare l?adeguatezza di una disciplina del conflitto d?interessi più arretrata persino rispetto a quella nazionale. Non dovrà essere, a mio avviso, un referendum personalizzato, pro o contro l?attuale Presidente della Regione (ma questo dipende anche da lui) e mi auguro che non sia strumentalizzato dal centro-destra in questa chiave. Per questa ragione mi pare indispensabile la costituzione di un Comitato promotore di garanzia, composto da personalità di alto profilo (a qualsiasi orientamento politico-culturale facciano riferimento), non condizionate da intenti legati alla mera contingenza politica. Figure come Pubusa rispondono in effetti proprio a tali requisiti.
(15 Giugno 2007 alle 14:30)
TG3 RAI h.14.15. Tutti i consiglieri S.D.I. firmano. Superate quindi le 17 firme canoniche. Complimenti, Paolo. Ora facciamolo bene, il lavoro. Tonino.
Riferimenti: Legge statutaria della Regione autonoma della Sardegna
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Referendum sul P.P.R. e polemiche.
21 Marzo 2007 Gruppo d'Intervento Giuridico	Commenti chiusi
Ineccepibile il no al referendum: voto inammissibile sul Piano in linea con la Corte costituzionale. Carlo Dore, coordinatore regionale “ambiente” della Margherita.
Mentre Mauro Pili, terminata la sua farsesca autoreclusione nel carcere di Buoncammino per protestare contro la dichiarazione di inammissibilità per il referendum abrogativo del Piano paesaggistico, si trasferiva in Ogliastra per dare manforte agli ?statisti? locali del centrodestra, autorevoli giuristi – che si erano ben guardati dal fiatare quando era stato cancellato il ben più inoffensivo referendum consultivo sulla base di Santo Stefano – hanno criticato aspramente la decisione dell’Ufficio regionale. Alcuni hanno parlato addirittura di attentato ai diritti costituzionali dei cittadini. Anzitutto si è sostenuto che, tenuto conto che la legge istitutiva attribuirebbe all’Ufficio esclusivamente il compito di verificare il numero dei richiedenti il referendum, le firme e i verbali e di accertare che il quesito non contrasti con norme che vietino il ricorso al referendum o con norme costituzionali o statutarie, l’Ufficio – esprimendo un giudizio di inammissibilità del quesito – si sarebbe arbitrariamente attribuito le funzioni che la Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale svolgono in relazione ai referendum nazionali.
Si è, inoltre, affermato che, anche a prescindere da ciò, il giudizio di inammissibilità pronunziato sarebbe in contrasto con la lettera e la ratio dell’istituto referendario e con la stessa giurisprudenza della Corte costituzionale. Da qui a sostenere che l’Ufficio per il referendum svolgerebbe una illegittima opera di interdizione all’esercizio di un fondamentale istituto di democrazia diretta, il passo è breve.
Tenuto conto che la materia è assai complessa e delicata e che i giuristi da cui le critiche provengono sono particolarmente autorevoli, occorre esaminarle con attenzione:
1) Circa il preteso travalicamento di poteri da parte dell’Ufficio regionale, l’obiezione pare manifestamente infondata. Infatti l’art. 6 della legge regionale n. 20 del 1957 (e successive modificazioni e integrazioni), al comma 7º, attribuisce espressamente all’Ufficio in questione il compito di accertare la legittimità della richiesta del referendum, cioè se quest’ultima abbia i requisiti previsti dall’art. 4 della stessa legge. Ora, si potrà anche discutere se sia costituzionalmente legittimo che una funzione del genere sia stata attribuita ad un organo amministrativo. Sta peraltro di fatto che la legge così prevede e che, fino a che non dovesse essere dichiarata incostituzionale, non potrebbe non essere applicata.
2) Ma anche la pretesa illegittimità del giudizio di inammissibilità pronunziato dall’Ufficio non sembra fondata. Se è vero, infatti, che l’art. 4 della citata legge regionale 20/1957 (e successive modificazioni) prevede semplicemente che la richiesta di referendum debba contenere l’indicazione della legge o dell’atto o provvedimento, o delle singole disposizioni, di cui si chiede la abrogazione, è tuttavia pacifico che, secondo la costante giurisprudenza della Corte Costituzionale, il quesito da sottoporre agli elettori deve essere omogeneo, in modo da consentire loro la possibilità di avere piena coscienza della scelta che sono chiamati a compiere. Con la conseguenza dell’inammissibilità di un quesito che miri all’abrogazione di una serie di norme che, pur facendo parte della stessa legge, disciplinino aspetti diversi di un, sia pure unico, generale problema. Per rendere l’idea basterebbe pensare che la Corte costituzionale, tempo fa, proprio sul presupposto della non omogeneità, ebbe a dichiarare inammissibile un referendum col quale si intendevano abrogare numerosi articoli del codice penale, vale a dire della stessa legge.
Ebbene, francamente, non si comprende come possano esser ritenute far parte di un corpo normativo unitario le svariate decine di pagine in cui si articola il Piano paesaggistico regionale, le centinaia di carte allegate, i 114 articoli delle norme di attuazione, e così via. È, infatti, evidente che, come si sostiene nel provvedimento dell’Ufficio del referendum – che si fonda su una motivazione minuziosa ed esauriente – si tratta di «uno strumento di pianificazione territoriale estremamente articolato che, oltre a contenere una classificazione del territorio regionale, individua in concreto varie porzioni del territorio da assoggettare a diverse forme di intervento e di tutela? destinati per la loro cogenza a trovare applicazione e svolgimento in altri strumenti di pianificazione territoriale locale? ».
Stando così le cose, c’è da chiedersi con quale cognizione di causa i cittadini, se il referendum fosse stato ammesso, sarebbero andati a votare.
Senza contare che, essendo la redazione, l’adozione e l’approvazione dei Piani paesaggistici obbligatorie per legge (art. 135 del Codice Urbani e art. 1 della legge regionale 8/2004), un quesito come quello presentato da Mauro Pili e compagni, tendente, non ad abrogare questa o quella parte del piano, o questo o quel vincolo dallo stesso previsto, ma a spazzar via l’intero piano, poteva forse essere, di per sé, motivo di inammissibilità.
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Bocciato, per la seconda volta, il referendum contro il P.P.R.
16 Marzo 2007 Gruppo d'Intervento Giuridico	11 commenti
L?Ufficio regionale per il referendum, presieduto dal magistrato Gian Luigi Ferrero, ha cassato, con undici pagine di motivazione, la proposta referendaria avanzata dall?on. Mauro Pili e da un comitato di centro-destra contro il piano paesaggistico regionale. Quesito ampio quanto confuso, questo sembra essere il succo della bocciatura. Errare è umano, perseverare è diabolico. L?on. Pili si è autorecluso, per una notte, a Buon Cammino. Chissà Freud che avrebbe detto?
da www.regione.sardegna.it, 15 marzo 2007
Inammissibile il referendum sul Piano Paesaggistico
L’Ufficio regionale per il referendum ha giudicato inammissibile la richiesta di sottoporre a consultazione popolare il Piano Paesaggistico regionale.
CAGLIARI 15 MARZO 2007 – L’Ufficio del referendum, costituito da Gian Luigi Ferrero, Presidente di Sezione nella Corte d?Appello di Cagliari; Vincenzo Amato, Magistrato d?Appello, in servizio presso il Tribunale Ordinario di Cagliari; Silvio Ignazio Silvestri, Consigliere del Tribunale Amministrativo Regionale della Sardegna; Enrico Passeroni, Consigliere in servizio presso la Sezione Giurisdizionale della Corte dei Conti per la Sardegna e da Fulvio Dettori, Direttore Generale della presidenza della Regione, ha deciso questo pomeriggio al termine dell’ultima riunione dedicata all’argomento.
E’ scritto nella deliberazione: ”Il Piano paesaggistico regionale, nell?osservanza di quanto è stato imposto legislativamente, ha come detto un contenuto complesso, cioè descrittivo, prescrittivo e propositivo, e, così come indicato dall?art. 2, secondo comma, delle norme tecniche di attuazione:
a) ripartisce il territorio regionale in ambiti di paesaggio;
b) detta indirizzi e prescrizioni per la conservazione e il mantenimento degli aspetti significativi o caratteristici del paesaggio e individua le azioni necessarie al fine di orientare e armonizzare le sue trasformazioni in una prospettiva di sviluppo sostenibile;
c) indica il quadro delle azioni strategiche da attuare e dei relativi strumenti da utilizzare per il perseguimento dei fini di tutela paesaggistica;
d) configura un sistema di partecipazione alla gestione del territorio, da parte degli enti locali e delle popolazioni nella definizione e nel coordinamento delle politiche di tutela e valorizzazione paesaggistica, avvalendosi anche del Sistema Informativo Territoriale Regionale (S.I.T.R.).
”Può in definitiva ritenersi – conclude l’Ufficio del referendum – che il Piano paesaggistico oggetto dell?iniziativa referendaria rappresenti effettivamente uno strumento di pianificazione territoriale estremamente articolato che, oltre a contenere una classificazione del territorio regionale, individua in concreto varie porzioni di territorio da assoggettare a diverse forme di intervento e diversi gradi di tutela, indicati come si è visto come indirizzi o prescrizioni, destinati per la loro cogenza a trovare applicazione e svolgimento in altri strumenti di pianificazione territoriale locale, segnatamente a livello provinciale e comunale. L?inammissibilità del referendum si ricollega, quindi, alla richiesta di abrogazione della deliberazione nella sua totalità, fatta attraverso un quesito unitario nonostante la pluralità e non omogeneità della materia in discussione. Tale quesito, in sostanza, comporta l?impossibilità per il cittadino di esprimere liberamente, nel senso sin qui precisato, la sua determinazione del voto su argomenti e disposizioni del tutto diversi”
da La Nuova Sardegna, 16 marzo 2007
Piano paesaggistico, no al referendum.
L?Ufficio regionale: la richiesta è inammissibile Materia troppo vasta per esprimersi con un sì o un no. Augusto Ditel
CAGLIARI. Zack. Il referendum per dire no al Ppr non si farà. Richesta bocciata per la seconda volta. Piange, la Cdl, furiosa contro i vincoli del piano urbanistico. «E? inammissibile», decreta l?Ufficio regionale che deve valutare se è il caso di ricorrere alla consultazione popolare per cancellare una legge. Vanno in fumo 24.139 firme: tante ne aveva raccolte in un paio di settimane il centrodestra capitanato da Mauro Pili che proprio ieri sera – sentendo odore di bruciato – si è autoconsegnato al direttore del carcere di Buoncammino per protestare contro quello che lo stesso deputato definisce «il bavaglio dei sardi». Renato Soru non commenta, neanche sotto tortura, ma non è peregrino ipotizzare che ieri sera il governatore abbia brindato. La gighliottina sulla seconda richiesta di referendum sul Piano paesaggistico è stata azionata ieri pomeriggio, poco prima delle cinque. Sotto la presidenza di Gian Luigi Ferrero, i componenti Vincenzo Amato, Silvio Ignazio Silvestri, Enrico Passeroni e Fulvio Dettori, con l?assistenza del segretario Carlo Sanna, l?Ufficio regionale ha ritenuto di non dover ammettere la richiesta di referendum abrogativo della delibera varata dalla giunta regionale il 5 settembre dell?anno passato, quella con cui è diventato operativo il Piano paesaggistico regionale. Da che cosa è originata l?inammissibilità ? La spiegazione è contenuta in una decina di pagine in cui si fa un diretto riferimento a un orientamento della giurisprudenza in materia di referendum. Senza usare termini giuridici, la sostanza del rifiuto è abbastanza semplice. Si parte dall?assunto che il Piano paesaggistico «è un atto particolarmente articolato, che contiene disposizioni eterogenee e in gran parte differenziate, senz?altro non riconducibili a un unico principio ispiratore». Ebbene, secondo le argomentazioni dell?Ufficio regionale, «la richiesta di referendum non può essere ammessa in quanto essa si ricollega alla delibera della giunta nella sua totalità, fatta attraverso un quesito unitario nonostante la pluralità e non omogeneità della materia in discussione». E ancora: «Il cittadino si troverebbe nell?impossibilità di esprimere liberamente il suo voto su argomenti e disposizioni del tutto diversi». Insomma, i componenti dell?Ufficio sono convinti che non si possa – con un «sì» o con un «no» (queste sono le uniche opzioni) – valutare nel suo complesso una normativa così complessa e articolata come il Piano paesaggistico. «Il quesito – si argomenta ancora da parte dell?Ufficio del referendum – non consente di differenziare la valutazione sull?abrogazione o la conservazione della disciplina sulla fascia costiera, sulle aree naturali, sulle aree agro-forestali, sul sistema dei parchi» e via elencando. A corredo del parere negativo, l?Ufficio presieduto da Gian Luigi Ferrato infine precisa che «l?accertata inammissibilità della richiesta referendaria comporta che non si deve provvedere agli ulteriori adempimenti imposti dalla legge regionale numero 20». Quest?ultima, ha tutta l?aria di un?ulteriore mazzata nei confronti del centrodestra che, all?inizio del 2007, per impulso di Mauro Pili ma anche dell?intero gotha della Cdl sarda, aveva deciso di riorganizzare una raccolta di firme per abolire la legge sul Ppr, definito a più riprese uno strumento che «blocca lo sviluppo della Sardegna, e favorisce importanti speculazioni immobiliari». Pili e soci avevano comunicato a girare la Sardegna e in un paio di settimane avevano raccolto oltre 24mila firme. Il numero minimo era di diecimila, ma, dopo la bocciatura di una prima richiesta di referendum, la Cdl aveva pensato bene di prendersi il sicuro, anche in previsione di quanto poi avrebbe previsto la Statutaria che ha innalzato il tetto a 15mila firme. Lo scorso 6 febbraio, poi, una folta delegazione dei partiti d?opposizione aveva depositato nella cancelleria della Corte d?Appello di Cagliari 24 faldoni azzurri contenenti ognuno mille firme. Subito dopo, in una conferenza stampa, gli esponenti dell?opposizione non si erano risparmiati nel contestare in maniera ancora più feroce la politica urbanistica, caratterizzata da vincoli bloccasviluppo, della giunta. Non è azzardato, dopo quest?altra bocciatura, prevedere che da oggi, convinta che il referendum avrebbe cassato il Ppr, si mobiliti un?altra volta. E magari segua l?esempio di Mauro Pili, autorinchiusosi a Buoncammino.
Clamoroso gesto del parlamentare: «Raccolte 24mila firme, cancellato il diritto di esprimersi». E Pili si reclude a Buoncammino. Il deputato di Fi entra in carcere e chiede di trascorrerci la notte. Luca Clemente
CAGLIARI. Erano le otto e mezzo di ieri sera quando il deputato di Forza Italia, Mauro Pili, ha varcato la soglia del carcere di Buoncammino. Il parlamentare era accompagnato dai compagni di partito, il senatore Fedele Sanciu ed il consigliere comunale di Cagliari Ugo Storelli. Pili ha chiesto di poter passare la notte all?interno delle mura dell?istituto di pena cagliaritano, per protestare contro l?Ufficio elettorale regionale che non si è ancora pronunciato (il deputato non era a conoscenza della bocciatura decretata ieri pomeriggio dall?Ufficio regionale per il referendum ndr) sulla ammissibilità del referendum abrogativo del Piano paesaggistico. Si tratta, come ha sostenuto lo stesso Pili, «di un gesto estremo di mobilitazione per chiedere che venga immediatamente indetta la consultazione popolare. E? un fatto inaudito che, da oltre un mese, si stiano immobilizzando negli uffici della Regione oltre 24 mila firme pecialmente dopo che la Corte d?Appello di Cagliari aveva trasmesso gli atti in meno di dieci giorni». Secondo il parlamentare azzurro, si tratta di «una manovra politica per impedire la celebrazione del referendum tra il 30 aprile ed il 30 giugno, come prescritto dalla legge: l?obiettivo è quello di farlo slittare all?anno prossimo». In gioco, secondo Pili, ci sarebbero «la libertà di espressione del popolo sardo su un tema rilevante come lo sviluppo economico e lo stesso ruolo dei sardi nella tutela dell?ambiente». La tesi di Pili è che la maggioranza che governa la Regione punti a rimandare la consultazione popolare per lanciare una campagna mediatica «pagata con i miliardi della pubblicità istituzionale per condizionare l?esito del voto. Un tentativo gravissimo che mette a repentaglio la volontà dei sardi e renderà vano il ricorso alle urne nella prossima tornata elettorale». Il parlamentare forzista si dice preoccupato dalla volontà di Soru di «determinare la negazione del referendum», come dimostrano anche le dichiarazioni di alcuni esponenti del centrosinistra che si sono espressi contro il coinvolgimento diretto dei cittadini nelle questioni che riguardano il Ppr». Per Mauro Pili, questa «rappresenta la più grave e reiterata negazione della libertà di un popolo. Leggo in tutto questo una sapiente quanto spregiudicata regia politica che nega il diritto dei sardi di pronunciarsi su un tema vitale per il proprio futuro. La questione è così riassunta: essere protagonisti dell?ambiente e del proprio territorio o esserne tagliati fuori, per far spazio a speculatori legati a filo doppio con chi oggi governa la Regione». Pili spiega anche il motivo per cui ha chiesto di poter trascorrere la notte in carcere. «Il mio gesto vuole essere silenzioso e pacifico. La libertà è come l?aria, se ce l?hai non ti accorgi di averla, se ti manca muori. E? necessario reagire, proprio oggi che un piano ?arbitrariamente? definito ?paesaggistico? cancella il diritto fondamentale dei sardi, dai pastori agli agricoltori, dai semplici cittadini ai pensionati, di essere protagonisti del proprio ambiente». Da quanto si è appreso, Pili osserverà una sorta di silenzio-stampa per qualche giorno. Al suo posto, parlerà il senatore Fedele Sanciu.
da L?Altravoce (www.altravoce.net), 16 marzo 2007
Salvo il piano paesaggistico di Soru, bocciato il referendum del Polo.
Pili non lo sa: autorecluso per protesta.
Il piano paesaggistico voluto da Renato Soru è in salvo, al riparo da un’eventuale abrogazione popolare perseguita e sperata dal centrodestra. Il nuovo referendum lanciato dal Polo è stato dichiarato inammissibile come il primo: niente pronunciamento nelle urne. Lo ha deciso ieri pomeriggio (per la cronaca, esattamente, alle 16,15) l’Ufficio regionale per il referendum presieduto dal magistrato Gian Luigi Ferrero, cancellando con un colpo di spugna le 24mile firme raccolte a tempo di record dal centrodestra sardo.
Il clamoroso annuncio è arrivato in serata, troppo tardi per impedire a Mauro Pili di dar vita a una delle sue sceneggiate ad uso mediatico. L’ex presidente della Regione si è autorecluso con uno stratagemma nel carcere di Buoncammino, per protestare – ha spiegato con un documento – contro il ritardo nella decisione. Purtroppo per lui, era stata invece presa ma non ancora resa nota. Dunque si è imprigionato a vuoto. E a tarda sera non era chiaro se volesse insistere con la protesta. La deliberazione dell’Ufficio regionale per il referendum è spiegata in undici pagine di motivazione. In estrema sintesi, il quesito proposto dal centrodestra è stato rigettato perché, secondo la giurisprudenza della Corte costituzionale, rientra nel caso «di richieste referendarie formulate in modo da ricomprendere in un unico quesito, in realtà, più domande di abrogazione oggettivamente diverse, in quanto tali da vincolare e forzare sostanzialmente la libertà del cittadino chiamato ad esprimersi». Perché gli elettori devono sempre essere «lasciati liberi di orientarsi autonomamente e, in ipotesi, in modo differenziato sull’abrogazione delle singole disposizioni coinvolte nella consultazione, se aventi carattere non omogeneo e se non rispondenti ad una matrice sostanzialmente unitaria».
Quindi: troppe domande, adatte a più referendum, strizzate a forza in un unico quesito sul Ppr, che si presenta, fa notare ancora il presidente Ferrero, come «un atto particolarmente articolato, contenente disposizioni eterogenee e, comunque, in gran parte differenziate, senz’altro non riconducibili ad un unico principio ispiratore». Dunque, essendo molteplici le forme di intervento e di tutela, talune non omogenee, individuate dal Ppr, è una forzatura inammissibile costringere il cittadino a «un unico voto su argomenti e disposizioni del tutto diversi». La notizia della nuova bocciatura, come detto, non è arrivata in tempo a Mauro Pili, ex presidente della Regione, attuale deputato di Forza Italia e promotore del referendum. Ignorando l’avvenuto pronunciamento, aveva messo in atto una di quelle mosse mediatiche a cui l’ex pupillo di Silvio Berlusconi ci ha abituato negli anni. Nel tardo pomeriggio, si è presentato nel carcere cagliaritano di Buoncammino con la giustificazione di una visita a un detenuto (prevista dall’ordinamento penitenziario), poi però ha annunciato di non avere alcuna intenzione di uscire. L’eclatante protesta, sulla quale subito si sono sprecate le battute anche in Consiglio regionale, era motivata appunto «dal mancato pronunciamento sul referendum per l’abrogazione del piano paesaggistico». Con tonante denuncia: «costituisce la più grave e reiterata negazione della libertà di un popolo. Il mio gesto vuole essere silenzioso e pacifico», ha scritto Pili in una dichiarazione. «La libertà è come l’aria, se ce l’hai non ti accorgi di averla, se ti manca muori». Per fortuna nessuno si è fatto male e lo stesso Pili non ha patito alcuna asfissia. Ma una sfortunata coincidenza temporale ha trasformato uno show politico-carcerario in autogol ridicolo, a posteriori. Dal Consiglio regionale, dove anche diversi esponenti di Forza Italia se la ridevano mascherando l’imbarazzo, Giorgio La Spisa, capogruppo azzurro, aveva assicurato «sostegno forte e convinto» all’iniziativa di Pili, commentando la strategia della protesta clamorosa. «Sono gesti proporzionati alla straordinaria ipocrisia carica di forza demagogica che il presidente Soru e la sinistra stanno portando avanti per difendere scelte contrarie agli interessi dei sardi ma coperte con un atteggiamento che sfiora il regime. Di fronte a un potere così forte e sordo al dialogo, sono necessarie risposte altrettante forti».
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Referendum e filosofia del piano paesaggistico regionale.
6 Febbraio 2007 Gruppo d'Intervento Giuridico	31 commenti
Mauro Pili e le forze del centro-destra sardo hanno raccolto le firme per arrivare al referendum contro il piano paesaggistico regionale. Staremo a vedere che dirà la Commissione regionale per il referendum che già aveva bocciato la proposta l’estate scorsa. Nel caso, naturalmente, difenderemo lo strumento di tutela e valorizzazione del territorio isolano. Di seguito un brano di Edoardo Salzano, coordinatore del comitato scientifico di supporto al P.P.R., sulla filosofia del piano e le “personalità” coinvolte. Buona lettura…..
da L?Altravoce (www.altravoce.net), 6 febbraio 2007
Referendum sul Piano paesaggistico. Il centrodestra di riprova con 24 mila firme in una settimana. Michele Fioraso
Sono 24mila ma non sono baci, tutt’al più schiaffi, quelli che il centrodestra manda a Renato Soru: 24mila come le firme «per liberare la Sardegna» con il referendum contro il Piano paesaggistico regionale. Poco prima di mezzogiorno, le deposita negli uffici della Corte d’Appello di Cagliari il deputato di Forza Italia ed ex presidente della Regione Mauro Pili, a capo di un lungo corteo di rappresentanti dell’attuale opposizione. Le ha raccolte in una sola settimana la mobilitazione della Casa delle Libertà su tutto il territorio regionale per ottenere il referendum abrogativo dello strumento di pianificazione territoriale approvato lo scorso anno. I 24 faldoni che poco prima facevano bella mostra di sé nella piazzetta antistante il Palazzo di Giustizia, numerati per migliaia e impilati come mattoncini Lego, sono l’ennesimo tentativo di spallata del centrodestra contro Renato Soru e la maggioranza che governa la Regione, la cui azione politica viene commentata con parole di fuoco e toni da fine del mondo. «Chiediamo un referendum contro il piano del disastro economico e dell’emorragia occupazionale che ha creato mille disoccupati al mese» scandisce Pili durante la conferenza stampa che precede la consegna delle firme. «Un referendum contro la politica della speculazione immobiliare e della Sardegna in cenere voluta da Soru». «Vogliamo dire sì a un modello di sviluppo diverso da quello di Soru e dei suoi amici, che privilegiano l’ambiente e mettono i sardi in secondo piano», prosegue l’ex leader forzista. «L’ambiente è la prima e più grande risorsa per il futuro, ma i sardi devono essere protagonisti, mentre adesso li si vuole cacciare per far arrivare i più grandi immobiliaristi». Pili vuole la rivincita dopo il flop di luglio 2006, quando la Corte d’Appello bocciò per irregolarità nella raccolta delle firme i tre quesiti dedicati a legge salvacoste e PPR. «Oggi è il riscatto dei sardi, che sei mesi fa sono stati defraudati dalla valutazione arbitraria della Commissione elettorale», dice. Poi chiede tempi certi per le verifiche e l’indizione del referendum: «Chiediamo che entro 15 giorni si pronunci la Commissione elettorale: lo stesso lasso di tempo che impiegò per bocciare i referendum l’anno scorso. E vogliamo andare al voto entro giugno del 2007, qualsiasi arbitrio nella scelta della data lederebbe la democrazia in Sardegna».
Nel frattempo, al folto gruppo di rappresentanti della CdL si unisce anche Lino Rascunà, assessore comunale di Pula, con un ultimo mazzo di moduli firmati, e il deputato azzurro controlla e esulta: «Siamo a 24.139 firme!» L’Ogliastra è la zona che, percentualmente, dà il maggiore contributo con 3.245 firme (1.545 solo nel comune di Tortolì), mentre Cagliari risponde con circa 4.500, Sassari con circa 2.000. Territori meno popolosi come la zona di Iglesias e il Sarrabus raccolgono 1.400 e 1.200 firme rispettivamente, mentre da Nuoro ne arrivano 1.200, 700 delle quali dal territorio di Dorgali. Ma l’attivismo che ha coinvolto, oltre ai quadri dei partiti, 200 consiglieri comunali e 50 consiglieri provinciali, non finirà con la raccolta delle firme: Mauro Pili preannuncia la costituzione di un comitato referendario in ogni Comune della Sardegna entro fine mese.
Sotto l’inusuale sole di febbraio seguono gli interventi bellicosi di Ignazio Artizzu, capogruppo di AN in Regione, Alberto Randazzo dell’Udc, Eugenio Murgioni di Fortza Paris, del senatore azzurro Fedele Sanciu e di vari amministratori del territorio. Poi, ciascuno con un portadocumenti sottobraccio, si forma un grande serpentone a beneficio delle telecamere: il centrodestra si incammina a passo di marcia verso il Palazzo di Giustizia, circondato dagli sguardi curiosi di avvocati e passanti. Ma c’è subito un ostacolo: la brigata incravattata praticamente si schianta sui varchi di sicurezza dell’ingresso e genera un caos incredibile. Telecamere e fotografi, elemento essenziale della scenografica trovata, non vengono fatte entrare e molti dei presenti, Pili compreso, tra telefonini multipli e orologi massicci devono ripetere più volte la procedura d’ingresso.
Superata con qualche affanno la security, il corteo sale a depositare i faldoni alla Corte d’Appello. Due mature signore aspettano che il deputato forzista si liberi delle operazioni per scattare una foto ricordo, una delle due tiene pronto il cellulare con fotocamera: evidentemente il momento è storico.
da www.eddyburg.it, 30 gennaio 2007
Renato Soru e le coste della Sardegna
Postfazione al libro di Sandro Roggio, C’è di mezzo il mare. Le coste sarde: merci o beni comuni ?, Editore CUEC, Cagliari 2007, prefazione di Antonietta Mazzette
Una domanda mi è tornata alla mente, leggendo le pagine di Sandro Roggio, ripercorrendo con lui la vicenda del Piano paesaggistico regionale e, prima ancora, riflettendo sull?acuta analisi del turismo ?industria pesante? e dei suoi effetti in Sardegna. Una domanda che mi si era già affacciata, sia leggendo gli antichi articoli di Antonio Cederna su Arzachena e la Costa Smeralda, sulla Sardegna ?isola di cemento? e su ?l?Aga Khan del cemento?, sia quando – nelle sale nelle quali decine di tecnici stavano redigendo il Piano paesaggistico – vedevo scorrere le immagini delle innumerevoli macchie rosacee (le famigerate ?zone F?, gli insediamenti turistici contenuti nei piani regolatori comunali) che impestavano le coste della Sardegna. Come sarà mai possibile sconfiggere interessi così corposi e vasti, rovesciare abitudini così consolidate, affermare verità così forti ma così controcorrente come quelle che Renato Soru testardamente proclama e rende concrete con coerenti atti di governo?
Mi venivano in mente tentativi analoghi, speranze in altri tempi sollevate da interventi di amici e compagni sardi, conosciuti e ascoltati in riunioni di partito o di associazioni culturali: Gianni Mura, in una riunione del PCI a Palermo, nella quale si affrontavano quanti, in quel partito, erano tolleranti nei confronti dell?abusivismo e quanti si battevano per sconfiggerlo; e Luigi Cogodi, approdato a responsabilità di governo regionale mentre stendevamo a Roma e a Cagliari una prima valutazione della ?Legge Galasso?, e Cogodi combatteva con nuova energia episodi di degradazione del bene comune delle coste dell?Isola. Nel succedersi conseguente degli atti legislativi e amministrativi del Presidente della Sardegna vedevo quei tentativi e quelle speranze diventar concrete: segni, durevolmente espressi nel territorio, di una nuova storia.
A quella storia sono stato poi chiamato a partecipare, come membro del Comitato scientifico incaricato di suggerire soluzioni culturali e tecniche ai progettisti del piano. Non conoscevo Soru, m?incuriosiva la determinazione che rivelava nei pochi incontri che ebbe con il comitato. Registrai le parole che pronunciò quanto aprì i nostri lavori, le pubblicai nel mio sito, eddyburg.it. Ne riporto gran parte, anche perché rimangano in un testo cartaceo:
?Che cosa vorremmo ottenere con il PPR? Innanzitutto vorremmo difendere la natura, il territorio e le sue risorse, la Sardegna; la ?valorizzazione? non ci interessa affatto. Vorremmo partire dalle coste, perché sono le più a rischio. Vorremmo che le coste della Sardegna esistessero ancora fra 100 anni. Vorremmo che ci fossero pezzi del territorio vergine che ci sopravvivano. Vorremmo che fosse mantenuta la diversità, perché è un valore. Vorremmo che tutto quello che è proprio della nostra Isola, tutto quello che costituisce la sua identità sia conservato. Non siamo interessati a standard europei. Siamo interessati invece alla conservazione di tutti i segni, anche quelli deboli, che testimoniano la nostra storia e la nostra natura: i muretti a secco, i terrazzamenti, gli alberi, i percorsi – tutto quello che rappresenta il nostro paesaggio. Così come siamo interessati a esaltare la flora e la fauna della nostra Isola. Siamo interessati a un turismo che sappia utilizzare un paesaggio di questo tipo: non siamo interessati al turismo come elemento del mercato mondiale.
?Perché vogliamo questo? Intanto perché pensiamo che va fatto, ma anche perchè pensiamo che sia giusto dal punto di vista economico. La Sardegna non vuole competere con quel turismo che è uguale in ogni parte del mondo (in Indonesia come nelle Maldive, nei Carabi come nelle Isole del Pacifico), ma vede la sua particolare specifica natura come una risorsa unica al mondo perché diversa da tutte la altre?.
Quando si esprimeva con queste parole il suo viso rivelava una volontà cocciuta, le cui radici affondavano in esperienze lontane. ?Presidente ? gli domandai ? quali sono le sue radici culturali, quali letture e quali persone hanno contribuito a formare le sue convinzioni?? Mi rispose che era nato in un piccolo paese dell?interno dell?Isola, e che tra le sue letture preferite c?erano le memorie di Adriano di Marguerite Yourcenar.
Credo che senza quella volontà cocciuta, senza quella determinazione che veniva da antiche solitudini, non sarebbe stato capace di condurre all?attuale punto di approdo la vicenda che Sandro Roggio racconta. Un punto di approdo che non è definitivo, ma che segna un punto di svolta dal quale nessuno potrà prescindere nei prossimi anni. Né in Sardegna, né nel continente. Un punto d?approdo scandaloso. Costituisce infatti la testimonianza che, almeno in una parte dell?Italia, si è stati capaci di ribaltare il primato della merce sul bene, del valore di scambio sul valor d?uso, di sconfiggere lo sfruttamento miope del paesaggio mediante ?valorizzazioni? cementizie che lo degradano e sostituirlo con decisioni e azioni che tendono alla messa in valore delle qualità costruite dalla natura e dalla storia.
Se si può farlo in Sardegna, si può farlo anche altrove. Anche altrove si può affermare, nei fatti, che la Regione assume in pieno il compito che la Costituzione affida all?intera Repubblica di tutelare il paesaggio. Anche altrove si possono utilizzare gli strumenti forniti dalle leggi degli ultimi decenni (dal decreto Galasso del 1985 fino all?ultima stesure del Codice del paesaggio) per affermare la priorità della tutela del bene comune del paesaggio su ogni sua trasformazione per le necessità dell?oggi. E? questa, del resto, la verità profonda dello ?sviluppo sostenibile?; un termine (sostenibile appunto) che in Italia tende a essere interpretato come sopportabile?, mentre nel resto del mondo è tradotto con durevole, e quindi indica in modo non equivoco la volontà di trasmettere alle generazioni future valori e qualità non inferiori a quelli che abbiamo a nostra volta ereditato.
L?azione di Soru non è priva di ombre e di errori, che Roggio non nasconde. E? probabilmente un errore (e forse non è l?unico) il fatto che gli spazi e i patrimoni delle antiche testimonianze minerarie siano disponibili alla cessione in proprietà a operatori privati. Un errore non comprendere che il sacrosanto obiettivo di dare risposte positive al turismo dopo aver decretato la fine delle ?seconde case?, di puntare sul recupero del patrimonio edilizio esistente dopo aver proibito l?ulteriore urbanizzazione della fascia costiera, può essere raggiunto anche concedendo agli utilizzatori il diritto di superficie di beni pubblici, anziché la loro proprietà. E che, come ha scritto Arnaldo (Bibo) Cecchini su eddyburg.it, ?l?impronta del turismo di lusso è enorme e fetida? mentre una regione all?avanguardia può proporsi di promuovere e sperimentare forme innovative, socialmente aperte e consapevoli, di turismo diverso da quello allevato nel villaggi della Costa Smeralda.
Roggio afferma anche che ci sarà qualche ragione se ?si è fatto strada il sospetto che il Ppr sia l?esito della visione illuminata di un uomo solo?, e aggiunge che:
?Si sa, è la democrazia, senza scorciatoie, che rende più difficile la pianificazione. Se è audacemente partecipata produce esiti mirabilmente imperfetti. Ma può valere la pena di rinunciare agli esiti perfetti: esponendo i progetti alla ricerca del consenso attraverso le pratiche faticose della mediazione, in quella selva di fantasie e di diritti che sono propri di una società molto complessa?.
Sono interrogativi che anch?io mi sono posto e mi pongo. Anch?io avrei preferito che il punto d?arrivo si fosse raggiunto mediante un?ampia partecipazione popolare, attraverso il consenso convinto di un arco vasto di forze politiche, consolidando e non impoverendo il gruppo dirigente che con Soru ha condiviso l?avvio della nuova Sardegna. Ma non so rispondere a due domande.
La prima: la relativa solitudine di Soru non è forse l?altra faccia di quella cocciuta determinazione che è stata decisiva nel raggiungere quel risultato, di sconfiggere i cementificatori delle coste sarde? Mi hanno sempre detto che, se si prende una medaglia, bisogna accettarne entrambe le facce.
La seconda: i processi di partecipazione che riescano ad attivare il consenso consapevole delle cittadine e dei cittadini (e non solo dei grandi e piccoli proprietari immobiliari e altri operatori della rendita) richiedono altissime professionalità e, soprattutto, percorsi di maturazione molto lunghi. Siamo certi che allungare di molto i tempi dell?approdo avrebbe consentito di salvare qualcosa dei territori coperte da quelle orribili macchie rossastre, le ?zone F?, dei piani urbanistici comunali?
Del resto, ciò che si è visto nell?ampia discussione che sul PPR adottato vi è stata (con una disponibilità dei materiali che raramente si è registrata) rivela scenari scoraggianti. Se è vero che la maggior parte della discussione ?politica? è stata sulle deroghe alla prosecuzione delle lottizzazioni turistiche, consentite dall?articolo 15 delle norme tecniche. Se è vero che si è contestata l?illegittimità di una modifica, già richiesta sul piano culturale dal Comitato scientifico, imposta sul piano della legge dal nuovo Codice del paesaggio. Se è vero che la richiesta di autonomia, invocata da ogni parte, mirava a scalzare un preciso dettato costituzionale (i beni paesaggistici non sono disponibili per una sola delle articolazioni della Repubblica), rendendo arbitri esclusivi quei comuni che hanno promosso, favorito o ? nel migliore dei casi e salvo eccezioni ? osservato in complice silenzio la distruzione delle coste più belle.
Se la politica territoriale di Renato Soru ha un torto è quella di essere tardiva; ma non è a lui che se ne può far colpa. Anzi, occorre dargli atto che è stato ben consigliato quando, delle due vie consentite dalle leggi vigenti, ha scelto quelle del piano paesaggistico rispetto a quella del piano urbanistico-territoriale con specifica considerazione dei valori paesaggistici e ambientali?. Certo che la seconda via sarebbe stata preferibile in un territorio già saldo nelle sue regole e nelle prassi dominanti: un territorio in cui la salvaguardia delle risorse culturali e ambientali fosse stata pratica comune, in cui la mercificazione del bene comune fosse sentita come un?eresia. Ma è questa la Sardegna, è questa l?Italia dei nostri anni? Non mi risulta.
Voglio precisare: non sono tra quelli che ha consigliato l?Amministrazione di preferire un piano orientato alla tutela del paesaggio a un piano più compiutamente territoriale e urbanistico. Anzi, delle due formule è la seconda che mi sembra in generale preferibile. Ma alla condizione di formare, preliminarmente, una salvaguardia a tempo indeterminato dei beni paesaggistici individuati, o anche soltanto presunti. Il principio di precauzione deve essere adoperato soprattutto quando governiamo un bene che appartiene alle generazioni future, e della cui utilizzazione dobbiamo render conto all?umanità intera. E il primo atto di ogni pianificazione (questa è una verità che sembrava condivisa dalla cultura urbanistica fin dai tempi del decreto Galasso) è quello di procedere alla preliminare ricognizione e tutela delle risorse culturali e ambientali.
Nel presente clima e nel presente assetto giuridico è difficile che una salvaguardia a tempo indeterminato ? o di portata sufficientemente ampia ? possa essere tentata con speranze di successo. Se si voleva impedire la prosecuzione a tappeto di ciò che è già avvenuto in una parte del territorio sardo, la strada del piano centrato sulla tutela del paesaggio era obbligata. Il risultato che il PPR ha felicemente raggiunto è stato possibile anche in ragione della scelta di partenza sulla ?forma? di piano.
Certo, i giochi non sono conclusi. Quelli che una volta si chiamavano ?gli speculatori? stanno continuando a giocare le loro carte e ad adoperare i loro molteplici strumenti. Non mi preoccupano i ricorsi amministrativi nè quelli costituzionali. Mi preoccuperebbe invece se la perdita del senso delle proporzioni impedisse di attribuire il ruolo giusto al nucleo dell?impresa che Renato Soru e i suoi collaboratori hanno, per ora, vittoriosamente portato a un suo significativo approdo, ma che deve essere protetta, e prolungata nelle politiche urbanistiche comunali e in quelle più compiutamente territoriali, sociali ed economiche della Regione. Il rischio maggiore che vedo nell?immediato è che le critiche su punti non fondamentali appannino, e mettano in pericolo, il significato profondo, innovativo e controcorrente, della ?nuova storia? della Sardegna.
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Nuovo referendum sul piano paesaggistico regionale, che pena?
3 Febbraio 2007 Gruppo d'Intervento Giuridico	3 commenti
Riceviamo e pubblichiamo volentieri un messaggio pervenuto da un giovane architetto del quale omettiamo la firma per ragioni di riservatezza. Il problema che pone è di sicuro interesse. Non conosciamo il testo del referendum proposto da Forza Italia e dall?on. Mauro Pili in particolare. In proposito ricordiamo il fallimento della precedente campagna referendaria (vds. ?L?Armata Brancaleone sulle coste della Sardegna??, 25 luglio 2006, http://gruppodinterventogiuridico.blog.tiscali.it/vc2732041/), nonché gli assordanti silenzi della sua amministrazione regionale in materia di tutela ambientale ed i tentativi di far passare una politica di speculazione lungo le coste sarde. Per rimanere al quesito posto dal frequentatore del blog basta ricordare l?impossibilità di assoggettare a referendum un atto amministrativo quale la deliberazione di Giunta regionale che ha approvato e il decreto presidenziale che ha promulgato il piano paesaggistico regionale. Qualsiasi sia il testo referendario, lo avverseremo. E crediamo che sia di quest’avviso la maggior parte della Collettività Sarda. Non abbiamo alcuna voglia di far tornare indietro la Sardegna di decenni, Mauro Pili si goda lo scranno di deputato e le relative lucrose indennità e lasci in pace la Sardegna dove ha già fatto abbastanza danni.
Lavoro in uno studio di progettazione a XXXXXXX, sono un architetto di trent’anni che a differenza del mio capo e dei miei colleghi ha accolto con grande entusiasmo l’avvento del Piano Paesaggistico.
In questi giorni sto assistendo mio malgrado alla raccolta di firme per la promozione del Referendum abrogativo.
Al mio rifiuto di firmare sono stato visto come un essere infetto, e ho ricevuto molte critiche.
Sono molto preoccupato per le sorti del PPR, spero sia solo una mia impressione, ma da queste parti molte persone non hanno ancora maturato quella sensibilità ambientale necessaria per capire che il piano non è solo un insieme di vincoli, ma il presupposto indispensabile per un nuovo tipo di sviluppo, non più basato sul consumo del territorio.
Ritengo che un piano urbanistico non debba necessariamente riscuotere il consenso della popolazione, in quanto chiaramente va a limitare gli interessi particolari dei singoli, al fine del bene della comunità.
Mi chiedo pertanto se sia possibile (spero che la risposta sia negativa) sottoporre un Piano nella sua interezza al vaglio della popolazione che, specie se poco lungimirante, nel suo quotidiano percepisce solo gli aspetti vincolistici.
Vorrei inoltre sapere, nel caso che il Referendum passasse, se vi siano reali pericoli che vinca il fronte del No.
Io vivo circondato da impresari edili e speculatori edilizi, pertanto spero di avere una visione distorta della realtà della popolazione Sarda.
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Appello per il "no" al referendum costituzionale.
21 Giugno 2006 Gruppo d'Intervento Giuridico	4 commenti
COMITATO PROMOTORE DEL REFERENDUM SULLA MODIFICA DELLA II PARTE DELLA COSTITUZIONE
Il referendum del 25-26 giugno è una decisiva occasione per azzerare una riforma che investe parti essenziali della Costituzione repubblicana. Il nostro proposito, dichiarato due anni fa, è stato: aggiornare, non demolire la nostra Carta costituzionale: ma le riforme coerenti con i principi fondamentali della Costituzione possono realizzarsi solo se viene cancellata questa pessima controriforma.
Il testo sottoposto a referendum, indicato con l?improprio nome di ?devolution?:
a) ferisce l?unità nazionale attribuendo alle Regioni la competenza esclusiva in materie che riguardano i livelli essenziali delle prestazioni per i diritti alla salute ed alla istruzione. Oltre ai costi mai precisati di questa operazione, che sarebbero comunque molto alti, è chiaro che soluzioni dissociative di questa natura si risolverebbero in un ulteriore depotenziamento delle Regioni finanziariamente più deboli, rendendo vano ogni sforzo di perequazione nell?ambito del federalismo fiscale. In più, il sistema sanitario tenderebbe a differenziarsi per il diverso rapporto tra sanità pubblica e sanità privata. Bisogna poi tener conto dei pesanti effetti di differenziazione derivanti dalla attribuzione del carattere esclusivo alle competenze regionali nelle altre materie non espressamente riservate alla legislazione dello Stato (agricoltura, industria e turismo, tra le altre): in queste materie potrebbe diventare impossibile la eterminazione di principi generali unitari e di qualunque politica nazionale;
b) concentra nel Primo ministro poteri che rendono del tutto squilibrata in senso autoritario la forma di governo dell?Italia, isolandola dagli Stati liberal-democratici. La blindatura del vertice del governo è praticamente assoluta, perché la sua sostituzione con un altro Primo ministro appartenente alla stessa maggioranza (che eviterebbe lo scioglimento della Camera), è resa impossibile dall?altissimo quorum richiesto. Il Presidente della Repubblica perde il potere di scioglimento della Camera, che passa integralmente al Primo ministro: la Camera dei deputati è degradata ad una condizione di mortificante inferiorità: o si conforma alla richiesta di approvazione di un testo legislativo su cui il Premier ha posto la questione di fiducia o, se dissente, provoca lo scioglimento dell?Assemblea e il ritorno di fronte agli elettori. La finalità ?antiribaltone? non
giustifica queste scelte estreme, perché la stabilità del governo dipende soprattutto dal ?fatto maggioritario?, realizzabile anche con l?attribuzione di un premio di maggioranza, come è già avvenuto nelle XIV e XV legislature;
d) La distribuzione delle attribuzioni legislative tra Camera e Senato in base alle diversità delle materie (quelle di competenza esclusive dello Stato, le altre di competenza concorrente con le Regioni) rende del tutto incerto l?esercizio del potere di legiferare, anche perché il Primo ministro
può spostare dal Senato alla Camera la deliberazione in via definitiva sui testi ritenuti fondamentali per l?attuazione del programma di governo;
e) da ultimo, ma non per ultimo, il testo sottoposto a referendum viola l’art. 138 della Costituzione, che non prefigura ?riforme totali? della Carta, e viola i diritti degli elettori, radicati negli artt. 1 e 48 Cost., elettori che con un solo “si” o “no” vengono costretti a prendere contemporaneamente posizione sulle modifiche delle funzioni del Presidente del Consiglio, delle funzioni del Presidente della Repubblica, del procedimento legislativo, della composizione e delle funzioni di Camera e
Senato, delle competenze legislative regionali, della composizione della Corte costituzionale, del giudizio di legittimità costituzionale in via diretta e del procedimento di revisione costituzionale.
Se vincesse il sì diventerebbe impossibile per molto tempo cambiare un testo approvato dal popolo; mentre se vince il no, c?è solo il rifiuto di ?quella? riforma (votata nella passata legislatura) restando aperta la strada per emendamenti migliorativi puntuali coerenti con i principi ed equilibri fondamentali dell?impianto costituzionale: emendamenti da approvare a maggioranza qualificata, in forza della auspicata riforma dell?art. 138 della Costituzione, volta a mettere fine una volta per tutte
all?epoca delle riforme costituzionali imposte a colpi di maggioranza.
Presidenti o Vice-Presidenti emeriti della Corte costituzionale (17)
Professori universitari di diritto costituzionale, diritto pubblico e diritto amministrativo (183)
Gianfranco D?Alessio
Gianmario De Muro
Guido C. di San Luca
Giorgio Cugurra
Laura Rainaldi
Professori universitari di materie giuridiche (102)
Anna Maria Pagliei
Maria Vittoria Cozzi
Federico Carrai
Maria Luisa Alaimo
Fausto Granelli
Emilio Siriani
F. Zanchini Castiglionchio
Lia Biscottini
Alessandra D?amico
Elena Passanti
Patrizia Ravellini
Professori universitari di altre discipline (184)
Giana Antonio Mian
Maria Giulia Amatasi
M. Teresa Spagnoletti Zeuli
Valentina D?Urso
Alberto Bugio
Aurelio Picchiocchi
Antonella tabacchini
Antonio Bertacca
Carlo Cerotto
Marta Cucciolini
Tazio Pinelli
Wanda M. Alberico
Leonida Pandimiglio
Sofia Casula
Paolo Bufera
Laura Sannita
Paola Crucci
Marzolini Bartolini Bussi
Arnaldo Vecli
Mirella Enriotti
Giuseppe Dell?Agata
M. Luisa Cerrón Puga
Paolo Gramolino
(foto C.L., archivio GrIG)
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Referendum sulle modifiche alla costituzione: un bel NO !
15 Maggio 2006 Gruppo d'Intervento Giuridico	1 commento
Tra poco più di un mese saremo chiamati ad esprimerci con un referendum sulle profonde e radicali modifiche alla Costituzione introdotte recentemente: vogliamo un’Italia a pezzi ?
da www.eddyburgh.it
NO alla costituzione (anticostituzionale) del centrodestra ! di Pietro Ciarlo (L?autore è ordinario di Diritto Costituzionale e componente del Comitato Direttivo dell?Associazione Italiana dei Costituzionalisti. Questo testo merita di essere conosciuto e diffuso per comprendere con semplicità il baratro nel quale ci stanno gettando).
1. LA COSTITUZIONE SOTTO ATTACCO.
La nostra Costituzione è in pericolo. Infatti il centro-destra ha approvato nell?autunno del 2005 una sua modifica che, se non sarà respinta dall?ormai prossimo referendum, entrerà in vigore producendo danni gravi e irreversibili. Con il referendum possiamo dire NO all?entrata in vigore di tale modifica. Le parti più pericolose di essa prevedono una forte riduzione del ruolo del Parlamento, subordinandolo a un Primo ministro dotato di poteri enormi; una tanto confusa quanto deleteria trasformazione del Senato della Repubblica in un finto Senato federale e, infine, la famigerata devolutionvoluta dalla Lega Nord. I cittadini italiani non possono permettere che una simile revisione entri in vigore. Sfigurare la nostra Costituzione significherebbe minare le fondamenta della nostra convivenza. In questo scritto abbiamo voluto approfondire i motivi per i quali le modifiche alla Costituzione deliberate dal centro-destra devono essere respinte, cosicché chi legge queste pagine possa a sua volta spiegare al maggior numero di cittadini possibile perché al prossimo referendum costituzionale è di vitale importanza che vincano i NO.
2. LE ORIGINI DELLA COSTITUZIONE E DELLA MODIFICA DEL CENTRO-DESTRA: DUE STORIE DIVERSE.
La Costituzione del 1948 simboleggia la vittoria della democrazia contro la dittatura, la sconfitta della monarchia e l?avvento della Repubblica, la fine della guerra e la stipulazione di un grande patto condiviso tra le forze politiche della resistenza e della liberazione. È proprio la sua essenza di patto condiviso che ha consentito alla Carta fondamentale di porre le basi per l?uscita dell?Italia dalle macerie della guerra e di avviare la ricostruzione non solo economica, ma anche morale e culturale del Paese. I democristiani, i comunisti, i socialisti, i liberali riuscirono a trovare, nel corso della redazione del testo costituzionale, un vero e proprio spirito costituente, che consentì loro di elaborare una Costituzione con alla base principi e valori comuni: l?eguaglianza sostanziale e i diritti sociali, la tutela dei diritti di libertà, la laicità dello Stato, l?equilibrio e il bilanciamento tra i poteri. È per questo che quando si leggono gli articoli della Costituzione italiana si prova un sentimento di identificazione, di riconoscimento, la percezione che si è di fronte non al testo di una parte politica contro le altre, ma alla Costituzione di tutti.
La revisione costituzionale del centro-destra non ha nulla dello spirito costituente descritto. La sua origine non è il frutto di un accordo tra la maggioranza e l?opposizione, ma l?esito di un baratto tra i partiti della maggioranza nell?ambito del quale la Costituzione è stata letteralmente venduta a pezzi.
Per potersi garantire la Presidenza del Consiglio fino alla fine della legislatura e l?approvazione delle ben note leggi ad personam, Berlusconi non ha esitato a concedere, sotto forma di modifiche al testo costituzionale, una sorta di dittatura del premierad Alleanza nazionale e la devolutionalla Lega Nord.
Il testo della riforma, scritto nel chiuso di una baita alpina dai cosiddetti saggi di Lorenzago (alcuni pretesi esperti di diritto costituzionale del centro-destra), è stato presentato in Parlamento sotto forma di disegno di legge del Governo e approvato coi soli voti della maggioranza. Esattamente il contrario di un patto condiviso, anzi un modo per trasformare la Costituzione di tutti nella Costituzione di pochi, un modo per distruggere l?idea stessa di Costituzione.
È nata così questa riforma confusa, pasticciata, di difficile lettura e incredibile complessità. Intendiamo metterne in evidenza gli aspetti più contraddittori e pericolosi, destinati a creare indesiderabili concentrazioni di potere, ma soprattutto una devastante paralisi istituzionale.
Il progetto del testo di revisione nasce, dunque, fuori dal Parlamento, senza un reale confronto tra la maggioranza e l?opposizione, perseguendo una logica di emarginazione delle assemblee parlamentari e con esse, inevitabilmente, dell?opposizione e delle autonomie territoriali. Certamente, vi è sempre il momento dell?iniziativa: nell?Assemblea Costituente ad Egidio Tosato fu affidato il compito di redigere lo schema generale della Costituzione, ma in quanto mandatario sia della maggioranza che dell?opposizione. Sia dalla sua genesi politica, che dal metodo, dunque, l?attuale revisione si caratterizza per una sua vocazione extrapar- 6 lamentare, per la sua nascita fuori dal Parlamento. La riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001, sul finire della XIII legislatura, viene richiamata da alcuni quale precedente che giustifica il modo di procedere della destra, ma le due situazioni sono radicalmente diverse. Anche nel 2001, infatti, vi fu una votazione finale da parte della sola maggioranza di centrosinistra, ma tale votazione aveva ad oggetto un testo che rappresentava il risultato di un lungo lavoro di colloquio tra la maggioranza stessa e l?opposizione, già a partire dalla Commissione bicamerale D?Alema. Solo al momento dell?approvazione finale, in vista delle imminenti elezioni politiche, il centro-destra, allora opposizione, si chiamò strumentalmente fuori. Peraltro, non si possono dimenticare i rapporti intessuti con le Regioni e gli enti locali che si espressero unanimemente a favore della riforma, mentre a questa di oggi sono nettamente contrari: quasi tutti i Consigli regionali hanno richiesto l?indizione del referendum perché si possa dire NO.
3. LA DEMOLIZIONE DELLA FORMA DI GOVERNO PARLAMENTARE: ASSEMBLEA SUPERSOLUBILE E DISPOTISMO DEL PRIMO MINISTRO.
Il costituzionalismo democratico esprime l?idea di Costituzione come un patto condiviso, patto che tutela le minoranze contro gli eventuali abusi della maggioranza e garantisce il bilanciamento dei poteri. Viceversa la controriforma del centro-destra si riallaccia a ideologie del tutto opposte.
Il suo intento generale è quello di potenziare a dismisura il dominio della maggioranza e in particolare del premier che ne sarebbe il padrone assoluto: per esserne consapevoli basta guardare alla disciplina dello scioglimento anticipato della Camera, crocevia qualificante per qualsiasi forma di governo.
Lo scioglimento anticipato delle Camere è oggi un potere che la Costituzione assegna al Presidente della Repubblica in funzione di garanzia. È il Capo dello Stato che, tenuto conto delle istanze provenienti dal Parlamento, valuta la possibilità di uno scioglimento anticipato. Detto in altri termini, il delicato potere di sciogliere le Camere normalmente viene utilizzato dal Presidente della Repubblica perché i partiti e il Parlamento non riescono ad esprimere una maggioranza che sostenga il Governo.
L?articolo 88 è stato riscritto dal centro-destra stravolgendo questo istituto: il Presidente della Repubblica dovrebbe necessariamente sciogliere la Camera quando richiesto dal Primo ministro. Il Presidente della Repubblica non emana il decreto di scioglimento solo ove venga presenta- ta e approvata dalla Camera dei deputati una mozione, sottoscritta dai deputati appartenenti alla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera, nella quale si dichiari di voler continuare nell?attuazione del programma e si indichi il nome di un nuovo Primo ministro. L?articolo 94 dal canto suo prevede che, votando a maggioranza assoluta una mozione di sfiducia al Primo ministro, lo scioglimento della Camera sia automatico, a meno che tale mozione non contenga altresì la designazione di un nuovo Primo ministro e sempre però a condizione che venga approvata dalla maggioranza espressa dalle elezioni in numero non inferiore alla maggioranza dei componenti della Camera.
Si tratta di previsioni per alcuni aspetti bizzarre ed astruse, per altri preoccupanti. A norma dell?articolo 88 il Primo ministro che richiede lo scioglimento non avrebbe neanche l?onere di andare a riferire in Parlamento. Dunque, nell?ipotesi in discorso, un procedimento delicato come quello dello scioglimento anticipato, che per sua natura segna una fase di sofferenza istituzionale, viene di fatto reso extraparlamentare e talmente complesso da apparire incerto nei suoi tratti di fondo.
Oggi, con uno scioglimento che da un punto di vista sostanziale trae origine dal Parlamento, il Presidente del consiglio è solo uno dei protagonisti della vicenda. Inoltre, a seconda delle circostanze di fatto, un ruolo più o meno rilevante può essere svolto dai poteri di influenza del Presidente della Repubblica. La proposta in discorso prefigura invece un ruolo meramente notarile per il Capo dello Stato e, soprattutto, una posizione assolutamente preponderante del Primo ministro che ha la possibi- 9 lità di determinare lo scioglimento sulla base di valutazioni o interessi del tutto personali, anche prescindendo dagli orientamenti della stessa maggioranza che lo sostiene.
Altro indizio della inaccettabile cultura politica che sostiene questotest o è ravvisabile nel secondo comma dell?articolo 88, dove si ipotizza che la mozione con la quale viene indicato il nome del nuovo Primo ministro deve essere accompagnata dalla dichiarazione di voler continuare nell?attuazione del programma: si tratta di una previsione tra l?ingenuo e il minaccioso. E? sicuramente ingenuo ritenere che un programma di governo possa rimanere sempre uguale a se stesso nonostante tutto quello che può accadere nel mondo e in casa nostra; d?altra parte, una simile visione evidenzia ulteriormente quella concezione ipernormativa dell?indirizzo politico che pervade tutto il testo e non può non suscitare apprensione.
Il Primo ministro è eletto, in pratica, direttamente: la nomina da parte del Presidente della Repubblica è un atto dovuto in base ai risultati elettorali e il Primo ministro stesso deve presentarsi alle Camere semplicemente ad esporre il suo programma. Il secondo comma dell?articolo 92, però, non solo dispone un collegamento necessario tra il candidato Primo ministro e i candidati alla Camera, ma prefigura altresì un premio di maggioranza quando afferma che la ?legge disciplina l?elezione dei deputati in modo da favorire la formazione di una maggioranza, collegata al candidato alla carica di Primo ministro?. Il Primo ministro è in sostanza inamovibile per la legislatura e il sistema viene chiuso da uno scioglimento della Camera in pratica disposto dal Primo ministro stesso. Infatti, anche la previsione della sfiducia costruttiva non pare sufficiente per evitare uno scioglimento dell?Assemblea, in quanto essa presuppone per la sua validità l?approvazione da parte della stessa maggioranza uscita dalle elezioni. Non è difficile immaginare come si possa neutralizzare una simile previsione: è sufficiente che il Primo ministro ?controlli? anche un piccolo gruppo di deputati per evitare il raggiungimento della maggioranza dei voti necessari alla approvazione della sfiducia costruttiva e per determinare quindi, comunque, lo scioglimento della Camera. Siamo di fronte ad una revisione che costruisce un Premier in pratica inamovibile, con un Governo ai suoi ordini e un Parlamento del tutto succube delle sue volontà.
Un?ulteriore dimostrazione di ciò che si afferma risiede nel quinto comma dell?art. 72, che rimette nelle mani del Governo la decisione sull?ordine del giorno della Camera e del Senato. Nessuna assemblea legislativa può accettare che la propria agenda sia decisa dall?esecutivo: l?autonomia della fissazione dell?ordine del giorno fu tra le prime rivendicazioni dei Parlamenti moderni contro l?assolutismo regio. Dunque, è il Parlamento nel suo complesso che viene posto in una condizione di minorità rispetto al Governo e per esso al Primo ministro, facendo così seriamente dubitare che la forma di governo inventata dal centro-destra possa definirsi democratica. E? chiaro come né il presidenzialismo americano, né la forma di governo britannica contemplino una simile concentrazione di potere nelle mani dell?esecutivo o, per dir meglio, di una carica monocratica, di un uomo solo. Sia chiaro: non nutriamo nessuna diffidenza nei confronti di una forma di governo presidenziale nella quale l?esecutivo fosse eletto direttamente per un periodo predeterminato e fosse altresì dotato di forti poteri; in questa ipotesi però il Parlamento dovrebbe essere attentamente salvaguardato nelle sue prerogative legislative. Del resto anche il Presidente degli Stati Uniti gode soltanto di un potere negativo di veto sulla legislazione, peraltro superabile a maggioranza qualificata, ma non può certamente sciogliere le Camere.
Tra quelle che si potevano immaginare, le ipotesi formulate dalla proposta in oggetto sono forse le più eccentriche rispetto ai principi del costituzionalismo. Riprova che l?ispirazione complessiva della proposta appare volta al conferimento al Primo ministro di un potere privo di qualsiasi efficace bilanciamento, praticamente illimitato. Viceversa, l?essenza del costituzionalismo va individuata proprio nel bilanciamento del potere: questa riforma è ?incostituzionale? nel senso più profondo del termine. Essa, infatti, contrasta con lo scopo stesso del costituzionalismo: limitare e bilanciare il potere. Si vuole instaurare una ?dittatura? del Primo ministro.
4. LA RIDUZIONE DI RUOLO DEGLI ORGANI DI GARANZIA.
L?assenza di bilanciamento tra i poteri è confermata da un altro grave elemento previsto dalla revisione: la compressione del ruolo del Presidente della Repubblica e della Corte costituzionale, gli organi di garanzia della nostra Costituzione.
Per quanto riguarda il Presidente della Repubblica, la proposta del centro-destra è volta a fare in modo che i suoi poteri siano ridotti a vantaggio del Governo e del Primo ministro. Uno dei poteri tradizionali affidato al Capo dello Stato consiste nella autorizzazione alla presentazione dei disegni di legge del Governo in Parlamento. Un potere non determinante, si potrà osservare, ma in realtà significativo perché volto a impedire la presentazione alle Camere di disegni di legge manifestamente incostituzionali.
Per i costituenti era fondamentale rispettare la ?dignità? del Parlamento e della Costituzione contro atteggiamenti in un certo qual modo ?arroganti? manifestati dal Governo attraverso disegni di legge in palese conflitto col testo costituzionale stesso. Se le modifiche proposte entrassero in vigore anche questo potere del Capo dello Stato ? come quello di scioglimento delle Camere – verrebbe meno, nel segno di un ulteriore rafforzamento del Primo ministro.
Ciò che però, se possibile, lascia ancora più perplessi, è la modifica della composizione della Corte costituzionale, che nel nostro ordinamento ha il fondamentale compito di annullare quelle leggi che si pongono in contrasto con la Costituzione. Attualmente, l?art. 135 Cost. stabilisce che dei 15 giudici che la compongono, 5 sono nominati dal Presidente della Repubblica, 5 sono eletti dalle supreme magistrature ordinaria e amministrativa, 5 sono eletti dal Parlamento in seduta comune.
Ne segue che i giudici più ?vicini? alla politica, ovvero quelli di nomina parlamentare, sono solo un terzo: questo ha consentito alla Corte costituzionale, nel corso degli anni, di non farsi trascinare quasi mai nelle polemiche politiche contingenti, ma anzi di guadagnarsi una posizione di grande autorevolezza e di autonomia dalla politica. Tutto ciò è seriamente messo in pericolo dalla riforma costituzionale, che sembra spingere verso una sorta di politicizzazione della Corte facendo saltare l?equilibrio delle nomine. E? infatti previsto che i giudici rimangano 15, ma sia il Presidente della Repubblica che le magistrature ne eleggerebbero non più 5, ma 4 ciascuno. Gli altri sette giudici costituzionali sarebbero tutti eletti dal Parlamento: 3 dalla Camera e 4 dal Senato. In tal modo i giudici di più diretta derivazione politica e partitica aumenterebbero di numero: come si può intuire, vi sarebbe il serio pericolo che la Corte costituzionale si trasformi in una cassa di risonanza delle polemiche politiche. Sarebbe la fine della Corte costituzionale, la fine quindi del nostro giudice delle leggi, ultimo garante del rispetto della Costituzione. 14
5. IL FALSO SENATO FEDERALE, LA DEVOLUTION E L?IMPOSSIBILE ESERCIZIO DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA.
Se le osservazioni sin qui svolte suscitano allarme per il corretto funzionamento della forma di governo, non minori perplessità la revisione del centro-destra fa nascere per quanto concerne i rapporti tra Stato e Regioni e l?effettivo esercizio della funzione legislativa.
Viene ipotizzato un Senato federale, ma basterebbe ricordare lo sferzante giudizio del Presidente (di centro-destra!) della Regione Lombardia secondo il quale questo Senato avrebbe di federale solo il nome, per svelare un altro pasticcio. Infatti esso non è in grado, per la sua stessa struttura, di assolvere una seppur minima funzione di coordinamento preventivo della legislazione statale e regionale, né di proiettare le regioni al centro. A norma dell?art. 57 i duecentocinquantadue senatori dovranno essere eletti a suffragio universale e diretto su base regionale. Il Senato non sarà dunque costituito da rappresentanti delle Regioni, ma da eletti che non si differenziano in modo significativo da quelli odierni. Veramente poca cosa è la previsione dell?elezione dei senatori contestualmente a quella dei Consigli regionali. Addirittura beffardo suona l?ultimo comma dell?art. 57, secondo cui partecipano all?attività del Senato, per ciascuna Regione, un rappresentante eletto dal Consiglio regionale ed uno eletto dai Consigli delle autonomie locali, tutti senza diritto di voto. Proprio così, senza diritto di voto.
In questo contesto già ambiguo ed incoerente viene ampliata la potestà legislativa esclusiva delle Regioni in materia sanitaria, scolastica e di polizia locale ? la cosiddetta devolution? aggravando ulteriormente i problemi di coordinamento con la legislazione statale. Basti pensare alla ancora più difficile conciliabilità con la previsione della lettera m) del secondo comma dell?art. 117, secondo la quale allo Stato spetta la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali.
La devolution esprime, inoltre, una cultura politica in palese contrasto col principio costituzionale di eguaglianza. Alla base dell?eguaglianza vi è infatti l?idea che i diritti civili e sociali debbano essere goduti in modo uniforme su tutto il territorio nazionale, senza che vi possano essere differenze significative tra una Regione e un?altra. In un Paese come l?Italia, nel quale il divario economico tra Nord e Sud è fortissimo, il principio di eguaglianza è uno degli elementi che ha tenuto unite le differenti realtà territoriali. La devolution del centro-destra, al contrario, è ispirata ad un etno-federalismo fondato su un principio di inimicizia non privo di connotazioni razzistiche piuttosto che sul principio della solidarietà nazionale. Trasferire alle Regioni tutta la competenza in materia sanitaria significa, semplicemente, che le Regioni più ricche potranno garantire servizi sanitari di eccellenza; viceversa le Regioni più povere non potranno fare altrettanto. Ancora, con la devolution oltre le prestazioni sanitarie, anche la scuola, tendenzialmente, potrà essere gratuita solo nelle Regioni che potranno finanziarla. È questa l?Italia che vogliamo?
Votare NO al referendum significa difendere diritti sociali fondamentali come la salute e l? istruzione.
Come se ciò non bastasse, anche altre norme della revisione del centrodestra contribuiscono a instaurare un federalismo confuso e contraddittorio, praticamente ingovernabile. Accanto a quel paradossale Senato di cui abbaimo già parlato, l?art. 118 costituzionalizza la Conferenza Stato-Regioni, organo volto a realizzare la collaborazione tra il Governo e le Regioni. Senza voler negare l?importanza di quest?organo di raccordo, è veramente inaccettabile che la sua costituzionalizzazione avvenga senza prevederne il ruolo e le funzioni. Ma i guasti non si fermano qui. Forse il danno più grave da un punto di vista generale è ravvisabile nel fatto che la proposta rende di fatto impossibile l?esercizio della funzione legislativa da parte dello Stato. Il sistema delineato da un lato non è efficace nel rappresentare le Regioni al centro, dall?altro spinge all?estremo la maggiore complessità che i sistemi federali comunque comportano nell?esercizio della funzione legislativa. L?attuale articolo 70 della Costituzione stabilisce: ?La funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere?. Esso verrebbe sostituito da un articolo lungo un?intera pagina di Gazzetta Ufficiale, che detta una disciplina oscura e tanto complessa da rendere pressoché impossibile l?adozione delle leggi.
Proviamo a leggerlo questo nuovo art. 70:
«Art. 70. ? La Camera dei deputati esamina i disegni di legge concernenti le materie di cui all?articolo 117, secondo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l?approvazione da parte della Camera, a tali disegni di legge il Senato federale della Repubblica, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali la Camera decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.
Il Senato federale della Repubblica esamina i disegni di legge concernenti la determinazione dei princìpi fondamentali nelle materie di cui all?articolo 117, terzo comma, fatto salvo quanto previsto dal terzo comma del presente articolo. Dopo l?approvazione da parte del Senato, a tali disegni di legge la Camera dei deputati, entro trenta giorni, può proporre modifiche, sulle quali il Senato decide in via definitiva. I termini sono ridotti alla metà per i disegni di legge di conversione dei decreti-legge.
La funzione legislativa dello Stato è esercitata collettivamente dalle due Camere per l?esame dei disegni di legge concernenti le materie di cui all?articolo 117, secondo comma, lettere m) e p), e 119, l?esercizio delle funzioni di cui all?articolo 120, secondo comma, il sistema di elezione della Camera dei deputati e per il Senato federale della Repubblica, nonché nei casi in cui la Costituzione rinvia espressamente alla legge dello Stato o alla legge della Repubblica, di cui agli articoli 117, commi quinto e nono, 118, commi secondo e quinto, 122, primo comma, 125, 132, secondo comma, e 133, secondo comma. Se un disegno di legge non è approvato dalle due Camere nel medesimo testo i Presidenti delle due Camere possono convocare, d?intesa tra di loro, una commissione, composta da trenta deputati e da trenta senatori, secondo il criterio di proporzionalità rispetto alla composizione delle due Camere, incaricata di proporre un testo unificato da sottoporre al voto finale delle due Assemblee. I Presidenti delle Camere stabiliscono i termini per l?elaborazione del testo e per le votazioni delle due Assemblee.
Qualora il Governo ritenga che proprie modifiche a un disegno di legge, sottoposto all?esame del Senato federale della Repubblica ai sensi del secondo comma, siano essenziali per l?attuazione del suo programma approvato dalla Camera dei deputati, ovvero per la tutela delle finalità di cui all?articolo 120, secondo comma, il Presidente della Repubblica, verificati i presupposti costituzionali, può autorizzare il Primo ministro ad esporne le motivazioni al Senato, che decide entro trenta giorni. Se tali modifiche non sono accolte dal Senato, il disegno di legge è trasmesso alla Camera che decide in via definitiva a maggioranza assoluta dei suoi componenti sulle modifiche proposte.
L?autorizzazione da parte del Presidente della Repubblica di cui al quarto comma può avere ad oggetto esclusivamente le modifiche proposte dal Governo ed approvate dalla Camera dei deputati ai sensi del secondo periodo del secondo comma.
I Presidenti del Senato federale della Repubblica e della Camera dei deputati, d?intesa tra di loro, decidono le eventuali questioni di competenza tra le due Camere, sollevate secondo le norme dei rispettivi regolamenti, in ordine all?esercizio della funzione legislativa. I Presidenti possono deferire la decisione ad un comitato paritetico, composto da quattro deputati e da quattro senatori, designati dai rispettivi Presidenti.
La decisione dei Presidenti o del comitato non è sindacabile in alcuna sede. I Presidenti delle Camere, d?intesa tra di loro, su proposta del comitato, stabiliscono sulla base di norme previste dai rispettivi regolamenti i criteri generali secondo i quali un disegno di legge non può contenere disposizioni relative a materie per cui si dovrebbero applicare procedimenti diversi».
Anche se qualcuno fosse riuscito a leggere per intero questo art. 70 della proposta, dubito che ne abbia compreso il contenuto normativo, di difficilissima interpretazione anche per gli esperti di diritto costituzionale. Il danno che una norma di questo tipo produce è duplice. Da un lato paralizza, o comunque rende lentissima e farraginosa, la procedura legislativa; dall?altro fa perdere alla Costituzione quella funzione pedagogica che essa esprime grazie a formulazioni semplici, di immediata comprensione e leggibilità, che devono consentire anche ai non addetti ai lavori di capire il significato di una norma costituzionale e di identificarsi con essa. Forse, la stessa maggioranza che l?ha approvato prova un po? di vergogna per questo testo. Le norme transitorie della riforma prevedono infatti un?entrata in vigore per scaglioni. Le parti relative alla devolution, sulle quali la Lega ha tanto insistito, entrerebbero in vigore subito. Viceversa, le parti relative alla forma di governo e alla forma di Stato – e in particolare quelle che concernono la riduzione del numero dei deputati e dei senatori – entrerebbero in vigore tra dieci anni, ovvero nel 2016!
In realtà, la ragione di questo pasticcio non risiede in un sentimento di vergogna, ma nel fatto che il centro-destra ha avuto difficoltà nel far digerire ai suoi stessi parlamentari la riduzione del loro numero. Il compromesso è stato trovato, perciò, rinviando ad un lontano futuro l? entrata in vigore delle norme costituzionali più scomode. Altro che spirito costituente!
Ancora una volta, se mai ce ne fosse stato bisogno, si ha la prova della vendita sottobanco della Costituzione: la modifica è stata costruita su misura per i deputati del centro-destra, non certo per il bene del nostro Paese.
6. UNA CONTRORIFORMA EVERSIVA CHE GETTA LE ISTITUZIONI NEL CAOS.
La domanda sul come sia possibile che in Italia, dopo mezzo secolo di Repubblica, Costituzione e democrazia, possano trovare spazio impostazioni che, al di là delle diverse preferenze politiche, porterebbero ad un sicuro blocco delle istituzioni è angosciante. Su questo aspetto bisogna insistere: la proposta del centro-destra porta al caos istituzionale. E? chiaro, purtroppo, che in questa fase della nostra storia si sommano una serie di fattori che, interagendo tra di loro, formano una miscela davvero minacciosa. Emerge, innanzitutto, un iperdecisionismo senza freni che, estraneo alla cultura della democrazia, percepisce ogni bilanciamento come un impaccio. Ciò si è saldato con la radicata tendenza a considerare la sfera pubblica come il campo dell? opportunismo. Potere arrogante, servilismo diffuso, pseudo-federalisti, uniti in un patto populistico, hanno dato l?assalto alla Costituzione.
In un sistema privo di bilanciamenti, con una Camera dei deputati debole e un Senato che di federale ha solo il nome, con le Regioni povere sempre più marginali, la legge e la riserva di legge da istituti di garanzia si trasformerebbero nel braccio armato del complesso Capo del governo- maggioranza per colpire le garanzie dei diritti. Qui forse, al di là di notazioni ascrivibili alla psicologia politica, si palesa il vero obiettivo finale e materiale di questa devastazione del costituzionalismo: l?abbattimento dei diritti. La riduzione della rappresentanza politica si accompagnerebbe alla compressione della funzione redistributiva dei diritti sociali. Contro il bilanciamento dei poteri vi sarebbe l?affermazione di una sorta di integralismo di maggioranza, in palese contrasto con il vivificante spirito dell?alternanza. In una democrazia ben organizzata intorno alla possibilità che le parti politiche si alternino al governo c?è bisogno di una maggioranza tollerante, capace di ragionevoli composizioni delle sue ragioni con quelle degli altri, e di un?opposizione paziente, in grado di attendere scadenze previste dall?ordinamento per rigiocare la partita elettorale.
La revisione costituzionale che stiamo analizzando è l?esatto contrario di tutto ciò. Essa, abbassando i livelli del bilanciamento, costruendo il comando di un uomo solo, nega i presupposti della democrazia dell?alternanza.
Chi la propone sembra pensare che l?eletto sia destinato a governare per sempre e che incarni necessariamente il migliore dei governi possibili.
Non possiamo permettere che questa modifica entri in vigore.
È necessario rispondere compatti votando NO al prossimo referendum costituzionale: dire NO a questa modifica significa avere fiducia nel futuro del nostro Paese.
I costituenti del 1948
La Costituzione repubblicana del 1948 è stata scritta, tra gli altri, da: Giorgio Amendola, Benedetto Croce, Pietro Calamandrei, Alcide de Gasperi, Giuseppe di Vittorio, Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, Ugo La Malfa, Giorgio La Pira, Luigi Longo, Aldo Moro, Costantino Mortati, Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Umberto Nobile, Vittorio Emanuele Orlando, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Ignazio Silone, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Paolo Treves, Leo Valiani, Benigno Zaccagnini.
Gli artefici della modifica del 2005
La modifica di ben 53 articoli della Costituzione repubblicana votata dalla maggioranza di centro-destra nel 2005 è stata elaborata da Andrea Pastore, Francesco D’Onofrio, Roberto Calderoli e Domenico Nania, scelti dalle segreterie dei rispettivi partiti (FI, UDC, Lega Nord, AN), riuniti per qualche giorno in una baita di montagna (località Lorenzago).
La proposta di legge costituzionale al vaglio del prossimo referendum popolare è stata approvata, con lasola maggioranza del centro-destra, dalla Camera dei deputati nella seduta del 20 ottobre 2005, e dal Senato della Repubblica nella seduta del 16 novembre 2005. La procedura per la sottoposizione della proposta di legge a referendum popolare è stata attivata dai parlamentari appartenenti al centrosinistra, dagli elettori attraverso la raccolta di oltre ottocentomila firme, e da quasi tutti i Consigli delle regioni italiane.
Il testo di modifica della Costituzione contiene una complicatissima normativa transitoria che avrebbe l?effetto di far entrare in vigore molte delle sue disposizioni a partire addirittura dalla XVII legislatura (2016). Le modifiche agli articoli 55 (trasformazione del Senato della Repubblica in Senato federale), 56 primo comma, 57 primo e sesto comma (introduzione dei senatori senza diritto di voto), 58 (eleggibilità a senatore), 59 (deputati a vita), 60 primo comma (durata in carica dei deputati), 61 (rinnovo della Camera) si applicano “nella prima legislatura successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale”.
In pratica tali norme entreranno in vigore – esito del referendum permettendo – nella XV legislatura (2006-2011), ma si applicheranno dalla XVI legislatura (2011-2016). Il resto (riduzione del numero di deputati e senatori, elettorato attivo e passivo, durata in carica dei senatori e dei consigli regionali) si applicherebbe “per la successiva formazione della Camera dei deputati, nonché del Senato federale della Repubblica trascorsi cinque anni dalle prime elezioni del Senato medesimo”, (dunque, per la XVII legislatura del 2016). Inoltre, “fino all’adeguamento della legislazione elettorale alle disposizioni della presente legge costituzionale trovano applicazione le leggi elettorali per il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati, vigenti al momento dell’entrata in vigore della riforma?: questa clausola potrebbe – facendo venir meno l’attuazione del nuovo bicameralismo – ritardare l’applicazione di numerose altre disposizioni contenute nel progetto. Inoltre, il potere presidenziale di scioglimento della Camera e il rapporto Governo-Parlamento come ridisegnati dalla revisione costituzionale saranno operanti “a decorrere dalla prima legislatura della Camera dei deputati successiva a quella in corso alla data di entrata in vigore della legge costituzionale” (XVI legislatura). La ripartizione delle competenze legislative Stato-regioni sarà invece operante dall’entrata in vigore della riforma.
Nel dettaglio, tra le disposizioni transitorie contenute nell?articolo 53 della legge costituzionale in relazione alla prima applicazione della riforma, si segnala che: a) solo le disposizioni di cui agli articoli 65, 69, 76, 84, 98-bis, 114, 116, 117, 118, 120, 122, 123, 126, terzo comma, 127, 127-bis, 131 e 133 della Costituzione, come modificati dalla proposta di legge costituzionale al vaglio del referendum popolare, si applicherebbero a decorrere dalla data di entrata in vigore della modifica costituzionale;
b) le disposizioni di cui agli articoli 55, 56, primo comma, 57, primo e sesto comma, 58, 59, 60, primo comma, 61, 63, 64, 66, 67, 70, 71, 72, 73, 74, 77, 80, 81, 82, 83, 85, 86, 87, 88, 89, 91, 92, 93, 94, 95, 96, 104, 126, primo comma, 127-ter, 135 e 138 della Costituzione, come modificati dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare si applicherebbero a partire dalla prima legislatura successiva a quella nel corso della quale entra in vigore la modifica della Costituzione (cioè dalla XVI legislatura 2011-2016). Gli articoli 56, secondo, terzo e quarto comma, 57, secondo, terzo, quarto e quinto comma, 60, secondo e terzo comma, come modificati dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum costituzionale, si applicherebbero per la successiva formazione della Camera dei deputati, nonché del senato federale della Repubblica trascorsi cinque anni dalle prime elezioni del Senato medesimo (cioè a partire dalla XVII legislatura del 2016);
c) in sede di prima applicazione dell?art. 135 della Costituzione, come modificato dalla proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare, alla scadenza del mandato dei giudici della Corte costituzionale già eletti dal Parlamento in seduta comune e alle prime scadenze del mandato di un giudice già eletto dalla suprema magistratura ordinaria e di un giudice già nominato dal Presidente della Repubblica, l?elezione dei nuovi giudici sarebbe attribuita alternativamente al Senato federale della Repubblica, integrato dai Presidenti delle Giunte delle Regioni e delle Province autonome di Trento e di Bolzano, e alla Camera dei Deputati;
d) nei cinque anni successivi alla data di entrata in vigore della proposta di legge costituzionale sottoposta a referendum popolare si 26 potrebbero, con leggi costituzionali, formare nuove regioni con un minimo di un milione di abitanti, a modificazione dell?elenco di cui all?articolo 131 della Costituzione, senza il concorso delle condizioni richieste dall?articolo 132 della Costituzione, fermo restando l?obbligo di sentire le popolazioni interessate.
Dove recuperare il testo della modifica costituzionale:
Dove seguire il dibattito:
http://www.repubblica.it/speciale/2005/dossier_devolution/index.html?ref=hppro
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