Source: https://jurisnews.net/2018/11/20/responsabilita-degli-enti-e-misure-cautelari-per-le-ss-uu-e-sempre-necessario-il-contraddittorio-pieno/
Timestamp: 2020-08-11 03:36:12+00:00
Document Index: 98703226

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art. 127', 'sentenza ', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 127', 'art. 45', 'art. 9', 'art. 52', 'art. 322', 'art. 52', 'art. 325', 'art. 17', 'art. 568', 'art. 568', 'sentenza ']

Responsabilità degli enti e misure cautelari: per le SS.UU. è sempre necessario il contraddittorio pieno – Juris News
20/11/2018 JN
L’appello avverso una misura interdittiva, che nelle more sia stata revocata a seguito delle condotte riparatorie ex art. 17 d.lgs. n. 231/2001, poste in essere dalla società indagata, non può essere dichiarato inammissibile de plano, secondo la procedura prevista dall’art. 127, comma 9, ma, considerando che la revoca può implicare valutazioni di ordine discrezionale, deve essere deciso nell’udienza camerale e nel contraddittorio delle parti, previamente avvisate (Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza n. 51515/2018, depositata il 14.11.2018).
La revoca della misura interdittiva disposta a seguito di condotte riparatorie poste in essere ex art. 17 d.lgs. n. 231/2001, intervenute nelle more dell’appello cautelare proposto nell’interesse della società indagata non determina automaticamente la sopravvenuta carenza di interesse all’impugnazione.
Il quesito sottoposto alle SS.UU. (sentenza n. 51515/18, depositata il 14 novembre), nato da un contrasto giurisprudenziale inerente la possibilità di dichiarare de plano inammissibile l’appello avverso le misure cautelari spiccate nei confronti di enti ex d.lgs. n. 231/2001 per la sopravvenuta adozione da parte dell’ente di condotte riparatorie, era il seguente:
l’appello avverso un’ordinanza applicativa di una misura interdittiva disposta a carico di una società può essere dichiarato inammissibile anche senza formalità, ex art. 127, comma 9, c.p.p., dal tribunale che ritenga la sopravvenuta mancanza di interesse a seguito della revoca della misura stessa?
Le SS.UU., per rispondere al quesito, effettuano un’interessante ed approfondita disamina che richiameremo per sommi capi ma invitiamo caldamente a leggere per esteso nella sentenza.
Le misure interdittive ai sensi dell’art. 45 d.lgs. n. 231/2001. Quando esistono gravi indizi per ritenere la sussistenza della responsabilità dell’ente per un illecito amministrativo dipendente da reato e vi sono elementi fondati e specifici dai quali desumere il pericolo che vengano commessi illeciti della stessa indole di quello per cui si procede, il pubblico ministero può chiedere che all’ente venga applicata quale misura cautelare una delle sanzioni interdittive previste dall’art. 9, comma 2, d.lgs. n. 231/2001 e cioè l’interdizione dall’esercizio dell’attività, la sospensione di autorizzazioni o licenze, il divieto di contrattare con la p.a., l’esclusione da agevolazioni e finanziamenti pubblici il divieto di pubblicizzare beni e servizi.
Le condotte riparatorie. L’articolo 17 del d.lgs. n. 231 /2001 elenca le condotte che l’ente può porre in essere ai fini di “riparare” alle conseguenze del reato.
Esso recita: «Ferma l’applicazione delle sanzioni pecuniarie, le sanzioni interdittive non si applicano quando, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, concorrono le seguenti condizioni:
c) l’ente ha messo a disposizione il profitto conseguito ai fini della confisca».
Non pare il caso di dilungarsi sulle singole condotte riparatorie, ciò che conta è che, ai sensi del combinato disposto degli artt. 17 e 49 d.lgs. n. 231/2001, effettuate le condotte riparatorie l’ente può avanzare richiesta di revoca della misura cautelare adottata nei suoi confronti.
L’appello avverso le misure. Innanzitutto unico rimedio previsto è quello dell’appello essendo esclusa la procedura del riesame. Così dispone infatti l’art. 52 d.lgs. n. 231/2001 che espressamente richiama la disposizione dell’art. 322-bis, commi 1-bis e 2, c.p.p..
Il comma 2 dell’art. 52 d.lgs. n. 231/2001 stabilisce che è possibile ricorrere avverso il provvedimento emesso ai sensi del comma 1 per cassazione ai sensi della disciplina di cui all’art. 325 c.p.p..
Attivata la procedura dell’appello, l’ente realizza una o più delle condotte riparatorie indicate nell’art. 17, ottenendo la revoca della misura cautelare.
L’interesse all’impugnazione. Il legislatore ha normato l’istituto nell’art. 568, comma 4, c.p.p. che recita «per proporre impugnazione è necessario avervi interesse».
In questo senso le SS.UU. si erano già pronunciate (6624/11) specificando come l’interesse richiesto dall’art. 568, comma 4 del codice di rito, debba essere connotato dei requisiti della concretezza e dell’attualità, deve cioè sussistere non soltanto nel momento dell’impugnazione ma persistere sino al momento della decisione sull’impugnazione stessa.
Sempre le SS.UU. hanno affermato il principio in base al quale la nozione di carenza di interesse sopraggiunta va individuata nella valutazione negativa della persistenza, al momento della decisione, di un interesse all’impugnazione, la cui attualità è venuta meno a causa della mutata situazione di fatto o di diritto intervenuta medio tempore, assorbendone la finalità perseguita dall’impugnante, o perché la stessa abbia già trovato concreta attuazione o in quanto abbia perso ogni rilevanza per il superamento del punto controverso (SS.UU. 6624/2011).
Con i principi esposti si deve “misurare” la disciplina dettata dal d.lgs. n. 231/2001.
Il sistema cautelare del d.lgs. n. 231/2001. Le SS.UU. osservano come l’intero sistema cautelare di cui al d.lgs. 231/2001 si fondi su di una tutela rafforzata del contraddittorio, «inteso come momento di interlocuzione tra le parti ed il giudice, tant’è che fina dalla fase genetica dell’adozione della misura cautelare si consente il diritto di intervento dell’indagato».
Detto sistema, delineato dagli artt. 49 e 50 d.lgs. n. 231/2001, «persegue la finalità di contemplare la soddisfazione delle esigenze cautelari con le rilevanti ricadute, sul piano economico- imprenditoriale ed occupazionale, che derivano dall’applicazione anche temporanea delle misure interdittive incidenti sulle capacità economiche di società inserite nel contesto produttivo» (così testualmente nella sentenza in commento).
Ciò a cagione della necessità dell’ente di «scongiurare l’applicazione di misure interdittive, implicanti la stasi del ciclo produttivo e la paralisi dell’attività economica».
Dal che discende la persistenza dell’interesse ad impugnare anche in esito ad intervenuta revoca della misura interdittiva sia, così dicono gli Ermellini nella loro massima espressione, «per contestare l’originaria legittimità del provvedimento, sia per ottenere la restituzione delle somme versate proprio al fine di ottenere la sospensione della misura o per la rimozione di altre possibili conseguenze dannose».
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