Source: http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=Resaula&leg=16&id=00504399&part=doc_dc-ressten_rs-ddltit_sddeacmdddln1905ru&parse=si
Timestamp: 2013-06-20 01:25:45+00:00
Document Index: 78783306

Matched Legal Cases: ['e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'e contrario']

(1905) Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario (591) GIAMBRONE ed altri. - Modifica dell'articolo 17, comma 96, della legge 15 maggio 1997, n. 127, in materia di disciplina dei professori a contratto (874) POLI BORTONE. - Disposizioni a favore dei professori universitari incaricati (970) COMPAGNA ed altri. - Disciplina dei docenti universitari fuori ruolo (1387) VALDITARA ed altri. - Delega al Governo per la riforma della governance di ateneo ed il riordino del reclutamento dei professori universitari di prima e seconda fascia e dei ricercatori (1579) GARAVAGLIA Mariapia ed altri. - Interventi per il rilancio e la riorganizzazione delle università (ore 17,10)
Approvazione, con modificazioni, del disegno di legge n. 1905
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 1905, 591, 874, 970, 1387 e 1579. Riprendiamo l'esame degli articoli del disegno di legge n. 1905, nel testo proposto dalla Commissione.
Ricordo che nella seduta antimeridiana di oggi è proseguito l'esame degli emendamenti, sino all'articolo 22.
Riprendiamo ora l'esame degli articoli e degli emendamenti precedentemente accantonati.
Passiamo all'esame dell'emendamento 2.338 (testo 2), sul quale invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
VALDITARA, relatore. Signora Presidente, sull'emendamento 2.338 (testo 2) la 5a Commissione ha espresso parere contrario ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, pertanto esprimo parere contrario.
PIZZA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Il parere del Governo è conforme a quello del relatore.
PRESIDENTE. Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, l'emendamento 2.338 (testo 2) è improcedibile.
Passiamo alla votazione dell'articolo 2, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 2, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'emendamento 5.318, su cui la 5a Commissione ha espresso parere contrario ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione.
RUTELLI (Misto-ApI). Signora Presidente, vorrei chiedere al senatore Azzollini se, modificando l'emendamento 5.318 nel senso di sostituire le parole «non superiore al 3 per cento» con le altre «non superiore al 10 per cento», il parere della 5a Commissione potrebbe cambiare.
VALDITARA, relatore. Il parere è favorevole alla riformulazione.
PIZZA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Esprimo parere conforme a quello del relatore.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 5.318 (testo 2), presentato dal senatore Rutelli e da altri senatori.
Passiamo alla votazione dell'articolo 5, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Inconstante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 5, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli emendamenti presentati all'articolo 8, su cui invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
VALDITARA, relatore. Esprimo ovviamente parere favorevole sull'emendamento 8.900, a mia firma. Stante il parere contrario espresso su di essi dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, sugli emendamenti 8.902, 8.303 e 8.304 esprimo parere contrario.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 8.900, presentato dal relatore.
Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, l'emendamento 8.302 è improcedibile.
Passiamo all'emendamento 8.303, su cui la 5a Commissione ha espresso parere contrario ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione.
RUTELLI (Misto-ApI). Signora Presidente, chiedo al relatore e al Governo se sarebbero disponibili ad accettare la trasformazione dell'emendamento 8.303 in un ordine del giorno del seguente tenore: «Il Senato, in sede di esame del disegno di legge n. 1905, impegna il Governo a ripristinare gli scatti stipendiali soppressi dal decreto-legge 31 marzo 2010, n. 78, con priorità per i ricercatori universitari», secondo quanto contenuto nella legge che stiamo approvando.
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sulla proposta del senatore Rutelli.
VALDITARA, relatore. Esprimo parere favorevole.
PIZZA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Il Governo accoglie l'ordine del giorno.
PRESIDENTE. Essendo stato accolto dal Governo, l'ordine del giorno G8.303 non verrà posto in votazione.
Stante il parere contrario espresso dalla 5a Commissione ai sensi dell'articolo 81 della Costituzione, l'emendamento 8.304 è improcedibile.
Passiamo alla votazione dell'articolo 8, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 8, nel testo emendato.
PRESIDENTE.Passiamo all'esame degli emendamenti presentati all'articolo 9, sui quali invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
VALDITARA, relatore. Esprimo parere favorevole sull'emendamento 9.302 (testo 3) e contrario sul 9.0.300.
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 9.302 (testo 3), presentato dal senatore Quagliariello.
Passiamo alla votazione dell'articolo 9, nel testo emendato.
INCOSTANTE (PD). Chiediamo la votazione nominale con scrutinio simultaneo mediante procedimento elettronico.
PRESIDENTE. Invito il senatore Segretario a verificare se la richiesta di votazione con scrutinio simultaneo, avanzata dalla senatrice Incostante, risulta appoggiata dal prescritto numero di senatori, mediante procedimento elettronico (la richiesta risulta appoggiata).
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 9, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 9.0.300.
GARAVAGLIA Mariapia (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
GARAVAGLIA Mariapia (PD). Signora Presidente, prendo atto che l'apertura di ieri oggi non c'è più. Mi era stata chiesta la riformulazione dell'emendamento e ne era stata presentata una accettabile. Devo ritenere che sia stata la Lega ad impedire alla maggioranza, al relatore e al Governo di onorare una scelta che sarebbe stata utile a tutte le università, anche a quelle del Nord.
Si tratta infatti di rendere equanime l'accesso ai numeri chiusi o programmati, soprattutto nelle facoltà di medicina. Se insistiamo ad avere le università pubbliche che organizzano i test di accesso in un giorno e quelle private che li organizzano in un altro, avremo chi ha due chanches e chi invece non ne ha affatto, perché l'università privata costa. Ci priviamo, per le facoltà di medicina, di iscrizioni importanti, proprio in un momento in cui stanno diminuendo gli iscritti. Dopo che si è fallito un test, come lei sa bene, signora Ministro - ma lo sanno anche molti nostri colleghi, perché tutti vanno a raccomandarsi - ci si iscrive a biologia, farmacia, eccetera, e si rimpinguano corsi che non saranno mai completati, con la conseguenza che aumenteranno i fuori corso per non aver reso più trasparente questo metodo.
Spero che il Ministro, che ha ascoltato e che conosce bene la situazione, si senta in dovere di invitare i propri uffici ad individuare un metodo nuovo per l'organizzazione dei test di accesso all'università. (Applausi del senatore Morando).
PRESIDENTE. Metto ai voti l'emendamento 9.0.300, presentato dalla senatrice Garavaglia Mariapia e da altri senatori.
Passiamo all'esame dell'emendamento 15.0.300 (testo 3), sul quale la 5a Commissione ha espresso un parere favorevole condizionato ad una riformulazione.
MARINO Ignazio (PD). Signora Presidente, recepisco le indicazioni della Commissione bilancio.
PRESIDENTE. Invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi sull'emendamento 15.0.300 (testo 4).
PIZZA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Anche il Governo esprime parere favorevole.
PERDUCA (PD). Signora Presidente, se il senatore Ignazio Marino acconsente, chiedo di aggiungere la firma a questo emendamento.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 15.0.300 (testo 4).
MARINO Ignazio (PD). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
MARINO Ignazio (PD). Signora Presidente, sono favorevole alla richiesta del senatore Perduca e vorrei fare una dichiarazione di voto.
Signora Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli senatrici e senatori, l'emendamento introduce criteri riconosciuti a livello internazionale per l'assegnazione trasparente e meritocratica dei fondi pubblici per la ricerca. Attualmente la ricerca italiana appare caratterizzata da due gravi problemi: è sottofinanziata e viene gestita con meccanismi di attribuzione troppo spesso discrezionali. In Italia, lo ha ricordato anche il ministro Gelmini, i finanziamenti pubblici per la ricerca sono inferiori alla media OCSE; per quelli privati siamo addirittura al penultimo posto. La percentuale degli investimenti è l'1,09 per cento del PIL, contro una media OCSE del 2,26 per cento, e la percentuale di incremento annuo è solo del 2,7 per cento (quella, per esempio, dell'Estonia è del 13 per cento).
Fino ad oggi l'Italia si è distinta negativamente non solo perché investe poco in ricerca, ma per la discrezionalità con cui attribuisce i finanziamenti ad essa destinati. Il ministro Gelmini riconosce l'esigenza di un generale ammodernamento della normativa, anche come risposta alla crisi economica in atto. Il sistema attuale di assegnazione dei fondi per la ricerca non è in grado di selezionare e promuovere chi dimostra maggiore creatività, capacità e impegno. Servono quindi regole diverse e chiare: il criterio del merito, per assicurare una competizione reale fra chi fa ricerca e per utilizzare al meglio le risorse pubbliche destinate al suo finanziamento.
A tale scopo si vuole introdurre la cosiddetta peer review, la valutazione tra pari: è un metodo sperimentato e adottato dalla comunità scientifica internazionale, auspicato dai nostri ricercatori, perché premia e fa avanzare i migliori. In base al sistema della peer review, ogni progetto è sottoposto all'esame di più esperti del settore, anche stranieri, incaricati di valutarne la qualità, sulla base del loro giudizio autonomo e anonimo: non è soltanto un metodo più equo e trasparente, ottiene anche risultati tangibili e importanti.
Oggi abbiamo l'occasione di dimostrare con il nostro voto che questo Senato, nel gestire i fondi pubblici per la ricerca, vuole scardinare il sistema di potere dei "figli di" e degli "amici degli amici". Siamo onesti: quanto volte abbiamo sentito amici o parenti di ricercatori, rassegnati, pronunciare frasi come: «È inutile presentare domanda, il concorso è un bluff, come tutti i concorsi italiani: hanno già stabilito chi saranno i vincitori». Questo vizio tutto italiano oggi qui può cambiare.
Vi chiedo quindi di sostenere tutti insieme, maggioranza e opposizione, l'opportunità di dare all'Italia delle regole moderne, criteri indispensabili per far progredire gli scienziati più capaci, le idee più promettenti e di conseguenza lo sviluppo e l'economia del nostro Paese.
Ci tengo, per il lavoro svolto su questo emendamento, a ringraziare il relatore, il presidente Azzollini e il Governo. (Applausi dal Gruppo PD).
TOMASSINI (PdL). Domando di parlare.
TOMASSINI (PdL). Signora Presidente, chiedo al senatore Ignazio Marino di poter apporre la mia firma al suo emendamento. Da tre anni perseguiamo insieme questo obiettivo: oggi è un'occasione importante, perché questo emendamento si ispira proprio ai criteri di meritocrazia che sono quelli propri di questa riforma.
MARINO Ignazio (PD). Signora Presidente, accetto molto volentieri la firma del presidente Tomassini.
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 15.0.300 (testo 4), presentato dal senatore Marino Ignazio e da altri senatori.
Il Senato approva. (v. Allegato B). (Applausi dai Gruppi PD e PdL).
PRESIDENTE. Passiamo all'esame dell'emendamento 17.301 (testo 2), sul quale invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
VALDITARA, relatore. Esprimo parere favorevole, signora Presidente.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'emendamento 17.301 (testo 2).
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'emendamento 17.301 (testo 2), presentato dal senatore Ceruti e da altri senatori.
PRESIDENTE. Passiamo alla votazione dell'articolo 17, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Indìco pertanto la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, dell'articolo 17, nel testo emendato.
PRESIDENTE. Passiamo all'esame degli emendamenti 22.400/1 e 22.400, su cui invito il relatore ed il rappresentante del Governo a pronunziarsi.
VALDITARA, relatore. Signora Presidente, chiedo alla senatrice Franco di convergere sul mio emendamento, il 22.400, dato che realizza le stesse finalità cui ella faceva riferimento anche nel suo intervento, e cioè consente di non discriminare i ricercatori a contratto ai sensi della legge Moratti rispetto ai futuri ricercatori a contratto, in vista della possibilità di partecipare ai meccanismi della cosiddetta tenure track.
PRESIDENTE. Quindi, senatore Valditara, invita al ritiro?
VALDITARA, relatore. Invito al ritiro, suggerendo di confluire, ripeto, sull'emendamento 22.400, su cui esprimo parere favorevole.
PRESIDENTE. Senatrice Franco, accetta l'invito del relatore?
FRANCO Vittoria (PD). Signora Presidente, apprezzo molto lo sforzo che il relatore sta facendo per trovare una soluzione comune.
Devo prendere atto che abbiamo fatto male stamattina ad esultare insieme, quando sia il relatore che il Governo avevano espresso parere favorevole sull'emendamento 18.301 da me presentato, che diceva altre cose e teneva conto del fatto che esistono dei ricercatori giovani e meno giovani che hanno già completato un iter "3+3", quindi hanno già maturato sei anni di esperienza, cui si sommano altri anni di precariato precedente, e dunque sarebbero già pronti per partecipare all'abilitazione e quindi anche alla chiamata diretta. Mi sembrava giusto metterli in grado di partecipare a questa innovazione.
Così non sarà. Dico che è meglio di niente, ringrazio il relatore per lo sforzo compiuto, ma non è ciò che volevamo e quindi, se si andasse ad un voto elettronico, ci asterremmo.
Non è quello che avevamo chiesto. Il nostro intento era andare incontro ai giovani, che si aspettano qualcosa in più. Questa è una dimostrazione, onorevole Ministro, che senza un minimo di risorse non si può fare una riforma, soprattutto una riforma che voglia aprire ai giovani.
Pertanto, mantengo l'emendamento e chiedo che venga posto ai voti.
PRESIDENTE. A questo punto, invito il relatore e il rappresentante del Governo a pronunciarsi nuovamente sull'emendamento in esame.
VALDITARA, relatore. Esprimo parere contrario.
PIZZA, sottosegretario di Stato per l'istruzione, l'università e la ricerca. Il parere del Governo è conforme a quello del relatore, signora Presidente.
Colleghi, consentite al senatore Pardi di svolgere l'intervento.
PARDI (IdV). Signora Presidente, non che voglia essere circondato da un silenzio rispettoso, però vorrei un minimo di ambiente favorevole.
PRESIDENTE. Senatore Pardi, aspetti un momento, così da permettere a chi intende lasciare l'Aula di farlo.
PARDI (IdV). Signora Presidente, colleghi, membri del Governo, signora Ministro, a questo provvedimento è stato dato da qualche parte il nome di riforma, anche se a noi esso non appare tale: ci appare piuttosto come il risultato di una procedura di implosione, certamente misurata ed aggiustata, ma pur sempre di una procedura di implosione.
Innanzitutto c'è un fatto essenziale e stringente: mancano le risorse. Molti colleghi hanno già insistito su questo argomento. Io voglio dire però qualcosa di più malizioso: le risorse mancano, ma non in assoluto. In realtà, una parte delle risorse che profittevolmente potrebbero essere destinate all'università pubblica vengono riservate da tempo dal ministro Tremonti all'Istituto italiano di tecnologia, che è una sorta di fantasma accademico, che si ingolfa di qualche finanziamento di cui non sappiamo l'ammontare. Quello che sappiamo, però, è che quei fondi molto più giustamente dovrebbero andare all'università pubblica, mentre così non è, perché vanno ad inguattarsi all'interno di una struttura che non dipende nemmeno dal Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, perché è l'università privata del Ministro dell'economia.
Ci sono poi dei fondi della Presidenza del Consiglio (è utile ricordarlo), di entità smisurata e incontrollabile, che crescono di anno in anno e che, in parte, stanno dentro la Protezione civile: tutti sappiamo quanto negli ultimi anni questi fondi abbiano attirato una selva di roditori privati interessati al loro uso, legittimo e illegittimo. Sotto questo profilo, mi permetto di osservare che le speranze del senatore Rutelli sull'impegno di spesa del Governo forse sono mal riposte.
Questo provvedimento, dicevo prima, non è una riforma, ma il risultato di una procedura di implosione perché in realtà realizza una brutale troncatura del corpo docente, una contrazione estrema dei processi di reclutamento, e blocca il ricambio generazionale.
Alla base di questa procedura di implosione c'è una filosofia assai più aziendalistica che non poggiata sul senso dell'utilità pubblica. (Il sottosegretario Viceconte conversa con la ministro Gelmini). Mi scusi, signora Presidente, vorrei pregare il sottosegretario Viceconte di permettere alla Ministro di ascoltarmi, dal momento che forse è più interessata a sentire me che lui, dato che lo frequenta costantemente.
Tale filosofia aziendalistica si manifesta anche, ma non solo, all'interno del processo di rovesciamento gerarchico tra senato accademico e consiglio di amministrazione. Tutti noi qui sappiamo - ed in particolare quelli di noi che hanno insegnato - che i senati accademici non sono l'ottava meraviglia del mondo, ma stabilire che l'università debba essere comandata da un'entità che essenzialmente tiene il conto dei soldi, piuttosto che da un'entità che - perlomeno come progetto - deve avere a mente l'intensità della ricerca e l'efficacia della didattica, è ai nostri occhi una distorsione irreparabile.
A cosa punta poi questa aziendalizzazione? Nella filosofia del Governo io trovo che vi sia anche una visione dell'azienda profondamente discutibile. A questo Governo, e ne ha dato più volte dimostrazione, non interessa la produzione. È abbastanza indifferente a ciò che le forze produttive della società riescono a fare, ma è assolutamente interessato alla vendita. A me sembra che la filosofia centrale del Governo sia l'impeto pubblicitario e la vendita, e ciò spiega anche una certa indifferenza all'entità interna della ricerca.
La ricerca, come la didattica, è qualcosa di abbastanza misterioso, il frutto di un'alchimia di mezzi e vocazioni, che non è detto che funzioni sempre nella stessa maniera. Avere interesse alla ricerca significa avere anche interesse alle persone dei ricercatori, e io trovo che dentro questo provvedimento manca proprio, e nel modo più smaccato, l'interesse per le persone dei ricercatori. La ricerca non vive in una dimensione astratta, ma attraversa i cervelli e le lingue delle persone attive e, se ci si disinteressa di questo processo di capacità costruttiva interiore e comunicazione interno alla comunità scientifica, per forza di cose si va verso una sorta di dimensione asfittica dell'università.
Il destino dei ricercatori è avvilente. I cosiddetti vecchi - l'ha ricordato il collega Livi Bacci - hanno un'età media di 46 anni; i nuovi un po' meno. Essi saranno probabilmente, anzi quasi sicuramente, messi in competizione: due generazioni che si guarderanno in cagnesco, invece di riuscire a concordare piani significativi di azione intellettuale.
Poi ci sono i dottori di ricerca, bravissimi ma ridotti senza speranza. Ne ho già parlato stamani, come del resto hanno fatto, anche meglio di me, altri colleghi. La dimensione è quella di un precariato infinito che si affaccia sull'orizzonte - ne ho parlato a suo tempo, ma sono costretto a ripeterlo - del lavoro gratuito, che sta diventando un orizzonte pratico all'interno della vita intellettuale del Paese.
In considerazione di tutto ciò, non posso non ricordare che a molti colleghi è già venuto in mente che potrebbe esservi l'intenzione di rottamare una generazione per sostituirla - io temo - con una leva di ubbidienti giovani, tirati su nel culto del rispetto e del conformismo.
Inoltre, voglio sottolineare che la ricerca, come del resto anche la didattica, deve essere anticonformista, irrispettosa. Entrambe non devono ubbidire a nulla e devono avere degli orizzonti che gli altri non sanno vedere: ogni individuo deve esercitare la propria capacità proprio nella direzione di una creatività personale. Se invece tiriamo su, come temo, una leva di ubbidienti, questi produrranno ubbidienza, ma non ricerca e capacità creativa.
Ci sono studi internazionali molto accurati che dimostrano che l'efficacia della nuova dimensione universitaria poggia su una giusta alchimia tra risorse e autonomia degli istituti nella capacità di scelta e nella valutazione. Qui invece non vi sono né le risorse, né l'autonomia. Le risorse sono assenti e l'autonomia è solo di facciata; viene recitata, è una messinscena: tant'è vero che le stesse procedure di valutazione, su cui molti nostri validi colleghi si sono esercitati direttamente nell'attività promozionale, restano una sorta di vacuo mistero. La valutazione è affidata a un'entità che corrisponde ad una scatola chiusa, viene inquadrata in una sorta di dimensione ignota.
Infine, c'è un ultimo elemento. Questo Governo si fa forte di una filosofia rispettosa dei localismi, dei regionalismi, del federalismo e produce ancora una volta, come ha già fatto molte altre volte in questa legislatura, un provvedimento che in realtà, a grattarlo appena in superficie, se ne mette in rilievo la natura intimamente centralistica.
C'è la retorica dell'interlocuzione, su cui devo dire una parola. Ogni tanto capita che nelle Aule parlamentari ci si spertichi in complimenti a vicenda: quanto ci siamo ascoltati, quanto abbiamo parlato, quanto abbiamo interloquito. A costo di apparire poco cavalleresco, sono costretto a ricordare, anche se non vorrei, che la signora Ministro ha interloquito con la discussione generale di quest'Aula intervenendo con un discorso scritto, chissà, una settimana prima, tre giorni prima, e non ha potuto materialmente interloquire con quello che era stato detto in quest'Aula, a meno che non avesse una rara capacità di divinazione.
Per questi motivi essenzialmente, e per tante altre cose che qui non posso dire, perché il tempo mi viene meno (ma credo di aver toccato gli elementi fondamentali), il Gruppo dell'Italia dei Valori è nettamente contrario a questo progetto non di riforma, ma di implosione delle strutture universitarie. (Applausi dal Gruppo IdV e dei senatori Stradiotto e Zanda).
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto.
PETERLINI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE). Signora Presidente, signora Ministro, sottosegretario Pizza, relatore Valditara, presidente Possa, noi pure siamo all'opposizione, in rappresentanza delle minoranze linguistiche a nome delle quali intervengo. Però, annuncio fin da subito un giudizio positivo sul disegno di legge in esame.
Per capire bene sia i pregi sia i limiti dell'attuale progetto governativo di riforma dell'università, è necessario superare un vizio storico del dibattito politico ed accademico italiano: quello del provincialismo. Negli ultimi trent'anni, infatti, tutti i sistemi universitari dell'Europa continentale si sono trovati esposti a problemi simili e a sfide largamente comuni, a cui Governi di qualunque colore hanno tentato di fornire delle risposte, anche se con modalità e con gradi di efficacia differenti.
Se non si ha presente questo quadro, qualsiasi soluzione, prima fra tutte l'insistenza sulla valorizzazione del merito sia nel reclutamento sia nel valutare le performance degli atenei, può sembrare una prevaricazione di poteri forti, una rinuncia all'idea stessa di università.
I Governi italiani hanno seguito in ritardo, con notevoli contraddizioni e soprattutto in modo non organico i processi che hanno invece caratterizzato tutta l'Europa continentale. Un esempio eclatante è quello dell'autonomia, concessa alle università già decenni fa, ma non accompagnata - caso forse unico in Europa - da adeguati meccanismi di valutazione. L'autonomia senza valutazione dei risultati ha prodotto notevoli guasti, su cui si è giustamente scatenata la polemica di questi anni. Si può dire che sono proprio tali guasti, insieme ai processi avvenuti in tutta Europa, ad ispirare la riforma oggi all'esame dell'Aula del Senato.
Nelle sue parti migliori e più coraggiose, questo provvedimento mostra chiaramente il proposito di colmare i ritardi nella modernizzazione dell'università italiana, mirando ad un forte cambiamento del sistema di governance e non solo di governo (in Commissione abbiamo discusso anche su questo punto circa l'università: governance è un concetto moderno della dinamica aziendale ripreso anche nella scienza politica), e delle forme di reclutamento dei docenti.
L'aspetto più dolente, a nostro avviso in netta contraddizione con l'obiettivo di un vero rilancio dell'università, è quello che tutti hanno lamentato e riguarda i tagli (1,3 miliardi di euro per il 2011). A tal riguardo, la capogruppo Finocchiaro aveva giustamente richiesto la presenza del ministro Gelmini in Commissione, per chiarire la connessione tra il decreto-legge n. 112 del 2008 e il disegno di legge in esame. Ringrazio a tal riguardo il ministro Gelmini per essere intervenuta ai lavori in Commissione lo scorso 12 maggio. In quella occasione il Ministro ha ammesso le difficoltà di finanziamento, ma ha anche dichiarato che il Fondo di finanziamento ordinario per il 2009 è stato superiore dell'1 per cento rispetto a quello del 2008, e ciò nonostante le severe misure di risanamento adottate.
Il Ministro ha inoltre dichiarato che il taglio previsto originariamente per il 2010 (672 milioni) si è ridotto di oltre la metà, grazie ai 400 milioni recuperati alla fine dello scorso anno, determinando una flessione finale del Fondo pari al 3,5 per cento rispetto all'anno precedente. Do pertanto atto al ministro Gelmini di aver lei stessa ammesso che questa riduzione è molto dolorosa, e conveniamo tutti con il Ministro sul fatto che stiamo vivendo la crisi economica più grave degli ultimi decenni. Tuttavia, non posso far altro che ribadire che il futuro di una società si vede nelle sue università ed un Paese ha il dovere di investire sui giovani e sul loro futuro.
Siamo tutti d'accordo sul fatto che si debbano evitare gli sprechi e le assunzioni fuori controllo; ciò tuttavia non deve significare investire meno sull'università, ma, al contrario, dovrebbe essere una spinta per porre in essere strumenti decisionali e risorse mirate ad aumentare i livelli di efficienza del sistema di istruzione.
Entrando ora nel merito del provvedimento in esame, vorrei innanzitutto ringraziare il sottosegretario Giuseppe Pizza, il relatore Giuseppe Valditara, nonché il presidente di Commissione Guido Possa per aver contribuito all'ottimo clima di collaborazione e per aver accolto importanti richieste avanzate dall'opposizione. Devo anche dire che questo clima di collaborazione si è potuto mantenere tra tutte le forze politiche fino a metà dei nostri lavori, ma purtroppo poi non è stato più possibile.
Nello specifico vorrei ringraziare il Governo per l'attenzione dimostrata agli atenei multilingue accogliendo le proposte da me presentate, tutte finalizzate al rafforzamento dell'indirizzo internazionale e plurilingue delle università multilingue come quelle di Bolzano, di Trento e della Valle d'Aosta. A tale riguardo, ho grande piacere che l'Aula abbia accolto l'ordine del giorno presentato dal senatore Rutelli che rafforza tutte le università in questa direzione.
Tali atenei si confrontano con quattro ordini di problemi: anzitutto, l'esigenza di poter accertare, oltre alla qualificazione scientifica dei candidati, anche le loro conoscenze linguistiche, affinché sia discenti che docenti siano perfettamente preparati. In tal senso il Governo ha espresso in Commissione parere favorevole su un mio emendamento, accolto poi all'unanimità (per cui ringrazio tutti i colleghi), che garantirà il carattere internazionale e trilingue dell'ateneo di Bolzano e di altri atenei in Valle d'Aosta a carattere plurilingue. Il mio emendamento mira, nello specifico, a far sì che le nostre università possano accertare anche le conoscenze linguistiche dei professori che vi insegneranno.
La seconda questione concerne la possibilità che in tali atenei le lingue straniere, ma anche locali (come il tedesco, il ladino, il francese e lo sloveno) siano incluse fra le materie di base nelle classi di laurea. A tale riguardo, ringrazio nuovamente il sottosegretario Pizza che ha promesso di avviare la procedura necessaria e ha assicurato in Commissione che l'inclusione nell'ordinamento delle lingue straniere come materie di base dei corsi di laurea verrà realizzata quanto prima per via amministrativa, ossia tramite decreto ministeriale. Ringrazio anche lei, signora Ministro, e le chiedo di prendere atto di questo impegno assunto del sottosegretario Pizza in Commissione. Aspettiamo queste classi di laurea perché si possa tenere conto anche delle pluralità di natura linguistica.
Il terzo nodo che ho reputato indispensabile è stato avere la conferma che restino pienamente in vigore le norme della cosiddetta legge Bassanini del 1997 relative alle chiamate dall'estero, che, nello specifico, prevedono la possibilità di reclutare per Trento il 30 per cento, per Bolzano il 70 per cento e per la Valle d'Aosta il 50 per cento di professori dall'estero. Il sottosegretario Pizza in Commissione mi ha assicurato che la legge Bassanini resterà pienamente in vigore, confermando quanto da me richiesto, ossia che questa soglia potrà essere addirittura superata, visto che la riforma garantisce anche su questo punto una maggiore autonomia.
La quarta e ultima questione, risolta positivamente, riguarda la composizione della commissione per il reclutamento. A tale riguardo, il nostro impegno mirava a garantire che quest'ultima potesse essere composta anche da docenti provenienti dall'estero con adeguate competenze linguistiche. Questa nostra esigenza è stata soddisfatta attraverso l'approvazione di un nuovo articolo proposto dal relatore Valditara - che ringrazio - che lascia piena autonomia agli statuti circa le modalità per la composizione delle commissioni. In futuro non saranno più previste in legge le commissioni di reclutamento, mentre spetterà alla singola università decidere l'assunzione del personale docente, attenendosi ai criteri previsti dalla legge. Nello specifico l'emendamento approvato prevede che le università procedano alla copertura dei posti di professore e ricercatore mediante procedure di selezione pubblica basate sulla valutazione delle pubblicazioni scientifiche e del curriculum complessivo in propria autonomia e secondo un proprio regolamento interno.
Signora Presidente, in conclusione ringrazio tutti quelli che ho già nominato e la signora Ministro per la sua disponibilità. Vorrei evidenziare che avevamo già annunciato al Governo che non potevamo entrare a far parte della maggioranza, ma ci riserviamo di approvare le leggi che riteniamo giuste e doverose: di ciò si tratta.
Per queste ragioni, annuncio il voto favorevole al disegno di legge in esame a nome delle minoranze linguistiche, dell'Union Valdôtaine qui presente e del mio stesso partito, la Südtiroler Volkspartei. Questo provvedimento va nella direzione giusta. Vorrei ricordare alla signora Ministro di prevedere anche nelle classi di laurea le lingue che ho testé citato. (Applausi dal Gruppo PdL e del senatore Fosson. Congratulazioni).
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE). Domando di parlare per dichiarazione di voto in dissenso dal mio Gruppo.
SBARBATI (UDC-SVP-Aut:UV-MAIE-IS-MRE). Signora Presidente, la mia dichiarazione di voto viene resa a nome delle componenti UDC, Io Sud, Autonomie e Movimento Repubblicani Europei.
Credo di aver detto con molta chiarezza nel corso di questo dibattito, anche a nome di coloro che rappresento in questa dichiarazione, che non sono il tipo che fa di tutta l'erba un fascio e butta via le cose senza guardare al merito. Proprio sul merito mi sono soffermata nel giudicare questa riforma, cercando di individuarne i punti di caduta, ma soprattutto i punti positivi. Ho ringraziato anch'io il relatore, e lo faccio di nuovo, soprattutto per la competenza con cui ha gestito la materia, l'autorevolezza e il garbo con cui ha accolto alcune proposte o respinto quelle che non poteva accettare.
Credo però che, al di là delle novità contenute in questo disegno di legge, ci sia un cambiamento di rotta epocale. Il vero disegno politico di questa riforma è il passaggio da un'università di massa, che abbiamo coltivato, allevato, ingrassato e fatto degenerare per tantissimi anni, al concetto di un'università di élite. Questo è il cuore della presente riforma: un'università d'élite basata sul merito, sulla meritocrazia, su una nuova governance, su nuovi criteri di assunzione del personale. Mi sta tutto bene, senatore Valditara, onorevole Ministro, perché tutto questo è patrimonio e corredo genetico della cultura politica alla quale appartengo.
Tuttavia, non posso dire che va bene quando alla fine vedo che questi buoni propositi, questo impianto, che si poteva sostenere, cade nel momento terminale, quando bisognava avere il coraggio, come ho detto ieri al Ministro, di andare oltre l'ostacolo. Non si può infatti pensare di costruire un percorso sul merito, di scardinare un sistema, di disegnare un nuovo impianto più giusto e coerente senza dare un colpo al percorso degenerativo che ha portato l'università ad essere un diplomificio in cui il valore legale del titolo di studio è meno di nulla. Dovevamo avere il coraggio di portare fino in fondo questa operazione - che non è di lifting, ma è più importante ed imponente - con l'abolizione del valore legale del titolo di studio.
Ieri, nella discussione di merito proprio su questo punto, mi sono stupita di come una maggioranza che dice di essere liberale e iperliberale non abbia sostenuto questo concetto di fondo, che è presente nella nostra cultura repubblicana fin da quando Valitutti fu Ministro liberale dell'istruzione pubblica e dell'università. Egli portò avanti con grande fermezza questo concetto, perché rappresentava la valvola di salvataggio della nostra università. Il suo intendimento era renderla veramente un'università di eccellenza, dove la competizione la si fa sulla cultura, sui contenuti e sulla capacità di fare ricerca, e soprattutto sulla capacità di portare nella società l'arricchimento culturale, fatto anche di ricerca scientifica, che l'università ci ha dato e consentito di ottenere.
Così non è stato, e non solo da parte della maggioranza, perché mi ha sconcertato il fatto che così non è stato neanche da parte dell'opposizione: che il PD insista sulla riforma delle professioni liberali e poi non voti questo tipo di emendamenti mi ha sconcertato forse ancor di più del voto della maggioranza, che mi sembrava già scontato.
Il relatore ha tentato di recuperare la questione degli scatti; tuttavia, onorevole Valditara, mi consenta di dire che un ordine del giorno non si nega a nessuno. Probabilmente la disponibilità c'è, come anche il cuore e l'intelligenza: spero che in seguito ci sia anche una volontà politica forte e di merito che possa effettivamente dare corpo alle buone intenzioni che noi avevamo condensato con un preciso emendamento.
Concludo dicendo che, nonostante tutto questo e nonostante abbia rilevato, come ho sottolineato nel mio intervento in discussione generale, punti di assoluta innovazione che si possono anche condividere fino in fondo, proprio per il rigore a cui ci richiama oggi la crisi che stiamo vivendo (che, oltre che economica e finanziaria, è anche culturale), proprio per il rigore che tutti dobbiamo assolutamente praticare, e soprattutto per la conformità al dettato costituzionale, quando una riforma non è coperta finanziariamente non può essere votata.
È questo il motivo forte che ci impedisce di dire un sì alla riforma. (Applausi delle senatrici Garavaglia Mariapia, Poli Bortone e Magistrelli).
QUAGLIARIELLO (PdL). Signora Presidente, onorevoli colleghi, signora Ministro, signori del Governo, la riforma che ci accingiamo a votare è una riforma importante, mi dispiace contraddirla senatore Zanda.
Essa affronta con coraggio la profonda crisi del modello classico di università cominciata alla fine degli anni Sessanta e aggravatasi in Italia nel corso dei decenni. Il modello tradizionale di università aveva tra i suoi elementi fondamentali la separatezza e la cooptazione. L'istituzione universitaria si autogovernava e autoperpetrava e, per questo, cercava il più possibile di mantenersi autonoma dal mondo esterno.
Oggi quel modello non c'è più perché all'università si richiede di interagire con la realtà circostante, di anticiparne i sempre più rapidi cambiamenti. Ciò impone la ricerca di nuovi paradigmi che sappiano conciliare tradizione e modernità.
Oggi dal docente universitario si pretende che sia al contempo didatta, manager, ricercatore, fundraiser,e all'università si chiede di essere capace di promuoversi attraverso una politica di comunicazione, a volte priva di aplomb, ma imposta dalle nuove logiche che dominano il mercato.
Signor Presidente, colleghi senatori, signori del Governo, la riforma in discussione va generosamente alla ricerca di questo nuovo paradigma marcando già nel suo intento una profonda differenza con le caotiche, ripetute e contraddittorie riforme degli ultimi decenni (senatore Zanda, per amor di Patria non le dico qual è stato il segno politico che ha caratterizzato quelle riforme): dalla zoppicante e incompiuta autonomia universitaria che si è tradotta, in molti casi, in un perdita secca di responsabilità, ai tanti provvedimenti a causa dei quali tale autonomia è stata annunziata a parole e nei fatti limitata, quando non addirittura negata.
Per non parlare della riforma localistica dei concorsi e, in ultimo, del cosiddetto «3+2» che ha scardinato la vecchia laurea quadriennale sostituendola con un ordinamento incerto e, per molti versi, incapace di fornire ai nostri giovani gli strumenti necessari per essere competitivi nel mercato del lavoro sia a livello nazionale, sia a livello internazionale. (Applausi dal Gruppo PdL e delle senatrici Aderenti e Boldi).
Tutti i provvedimenti che ho appena elencato non hanno risolto la crisi dell'università, anzi l'hanno aggravata. Prendendo atto delle difficoltà dell'istituzione universitaria, dei numerosi errori strategici finora commessi da altri Governi...
MORANDO (PD). Da otto anni!
QUAGLIARIELLO (PdL). La riforma che oggi approviamo marca una svolta (Commenti del Gruppo PD) in linea con un impegno che maggioranza e Governo hanno assunto sin dall'inizio di questa legislatura: razionalizzare prima di tutto il sistema eliminando i tanti, troppi sprechi che hanno portato allo sfascio i bilanci di molti atenei italiani.
Signora Presidente, in tal senso il caso dell'università di Siena è addirittura emblematico. Si tratta di uno degli atenei più antichi d'Italia. Ebbene, si è svegliato una mattina con oltre 200 milioni di debiti perché il bancomat rosso che li aveva prodotti è stato arrestato dalla crisi internazionale, e in una notte ha posto le premesse per il risanamento tagliando i rami secchi, razionalizzando le strutture distaccate, eliminando i corsi di laurea superflui, adottando politiche del personale più oculate.
Il caso di Siena, insomma, in qualche modo ha sperimentato in anticipo quella che sarebbe stata la ratio della riforma: avviare un percorso virtuoso che all'introduzione di misure strutturali affianchi una diversa modalità di impiego delle risorse.
Ebbene, sin dall'inizio abbiamo sostenuto la convinzione che non si potesse parlare di nuovi fondi senza prima mettere mano alla cattiva amministrazione e allo spreco di quelli già erogati. Si tratta di un atto di responsabilità che ci siamo imposti come principio guida della nostra azione di Governo e che si ritrova anche all'interno di questa riforma che, come le altre e più delle altre, inserisce l'aspetto economico in una prospettiva più ampia.
Con questa riforma, signori senatori, abbiamo costruito un buon motore; nei prossimi mesi sapremo anche trovare la benzina in grado di farlo funzionare, a dispetto dalle tante Cassandre che si sono pronunciate in quest'Aula. (Applausi dal Gruppo PdL). È questo un impegno che non assume soltanto il ministro Gelmini, ma con lei tutta la maggioranza, che sa che da ora in poi non ha più alibi. (Applausi dal Gruppo PdL).
Il ribaltamento della logica che ha fin qui e con esiti fallimentari sovrainteso al funzionamento dell'università italiana passa attraverso alcune direttrici essenziali, che voglio brevemente elencare.
Innanzitutto, la creazione di un sistema basato su incentivi e disincentivi, attraverso una valutazione ex post di atenei e singoli docenti, in base alla quale stabilire i finanziamenti alle strutture, gli scatti stipendiali, la partecipazione alle commissioni di concorso per i docenti; un sistema tramite il quale verrebbe peraltro abilitata una parola sinora sconosciuta nell'università, "concorrenza", sia tra gli atenei che all'interno del corpo docente. Sappiamo bene, infatti, che nell'università c'è chi ha tirato la carretta per altri e chi ha mangiato pane a tradimento, e costoro non possono essere messi sullo stesso piano. Si tratta di una competizione virtuosa tra gli istituti, che non compromette la collaborazione attraverso federazioni e accorpamenti ispirati a princìpi di efficienza.
In secondo luogo, sempre in nome dell'efficienza, la riforma punta a razionalizzare il sistema, creando una differenziazione sostanziale tra gli atenei. Finora è andata avanti l'dea in base alla quale «tutti possono fare tutto», appiattendo in questo modo le peculiarità delle singole università e facoltà, e mettendole tutte sullo stesso piano. La riforma scardina anche questo residuo del passato, attraverso meccanismi di premialità che incentivano l'università a migliorare se stessa.
In terzo luogo, nello stesso solco si inscrive l'opposizione all'egualitarismo. La riforma, in controtendenza con il sistema radicatosi a partire dal '68, dà spazio al merito e alle capacità, creando un meccanismo virtuoso, sia tra le università che all'interno delle università. Lo fa legando, ad esempio, le retribuzioni alla capacità di raccogliere fondi sulle proprie ricerche, di rappresentare un patrimonio per il proprio ateneo, nella direzione di una sostanziale rottura rispetto ai princìpi che finora hanno per lo più governato il modello tradizionale.
Con il '68 - come dicevo - si è radicato l'egualitarismo che ha messo tutti sullo stesso piano. Questa riforma, dopo decenni, punta a scardinare questa logica e a sostituirla con quella della meritocrazia. (Applausi dal Gruppo PdL).
Con riferimento al reclutamento, inoltre, si riconosce finalmente che c'è una fase in cui chi entra nell'università non può fare a meno di mettersi alla prova. Non è più possibile andare avanti con il vecchio sistema, in base al quale si entrava e subito si pretendeva di essere assunti. Allo stesso modo, bisogna interrompere quel meccanismo controproducente che ha impedito finora a chi veniva espulso di rientrare subito nel mercato di lavoro, in maniera tale da evitare di fargli perdere inutilmente tempo ed energie. Attraverso le liste di idoneità si introduce inoltre un criterio di responsabilità: chi effettua scelte al ribasso, ne paga il prezzo in termini concorrenziali con l'ateneo accanto.
C'è poi il conflitto intergenerazionale su cui ci siamo soffermati questa mattina. La scarsità delle risorse rischia in questo senso di far scoppiare una guerra tra poveri. Noi questo conflitto intendiamo invece governarlo, senza cedere a massimalismi e salvando la specificità del mondo universitario che sin dalla sua origine antica - il libero incontro tra allievi e maestri - evidenzia l'impossibilità di fare a meno sia dell'energia dei giovani sia dell'esperienza degli anziani.
I tratti che ho brevemente delineato rendono l'idea della portata di questa riforma. Al ministro Gelmini, al relatore, al presidente Possa e ai colleghi del Senato, anche dell'opposizione, che hanno apportato importanti contributi, va il merito di aver affrontato senza sudditanze e con senso di responsabilità una materia complessa, dominata da logiche sedimentatesi nel tempo e per questo difficili da scardinare.
Pur nel rispetto della tradizione, questa riforma dell'università segna una rottura con il cattivo passato, in linea con quel processo di modernizzazione che ci viene richiesto dal mondo esterno e dal Paese, che questo Governo ha assicurato sin qui e continuerà ad assicurare negli anni futuri. (Applausi dal Gruppo PdL e della senatrice Boldi. Molte congratulazioni).
PRESIDENTE. Comunico che da parte del relatore è stata presentata la proposta di coordinamento C1.
Procediamo ora alla votazione finale.
PRESIDENTE. Indìco la votazione nominale con scrutinio simultaneo, mediante procedimento elettronico, del disegno di legge n. 1905, nel suo complesso, nel testo emendato, con l'intesa che la Presidenza si intende autorizzata ad effettuare gli ulteriori coordinamenti che si rendessero necessari.
Restano pertanto assorbiti i disegni di legge nn. 591, 874, 970, 1387 e 1579.