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Timestamp: 2020-03-31 19:36:25+00:00
Document Index: 49484684

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Sentenza Cassazione Civile n. 2613 del 03/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2613 del 03/02/2011
Cassazione civile sez. lav., 03/02/2011, (ud. 16/12/2010, dep. 03/02/2011), n.2613
sul ricorso 28904-2008 proposto da:
difende unitamente agli avvocati BONAMICO FRANCO e ROPOLO LUCA,
T.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA VITTORIA
COLONNA 32, presso lo studio dell’avvocato MENGHINI MARIO, che la
rappresenta e difende unitamente all’avvocato CARAPELLE ROBERTO,
avverso la sentenza n. 1393/2007 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 29/11/2007, R.G.N. 1095/07;
udito l’Avvocato MENGHINI MARIO;
Con sentenza in data 27/29.11.2007 la Corte di appello di Torino confermava la sentenza resa dal Tribunale di Torino il 3.8/21.9.2006 che accoglieva la domanda proposta da T.E. nei confronti della Fiat Group Automobiles spa (di seguito la Fiat) per far dichiarare l’illegittimità della sua collocazione in cassa integrazione guadagni straordinaria nel periodo 9.12.2002/18.3.2003.
Osservava in sintesi la corte territoriale che non poteva ritenersi che il D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, comma 5 avesse abrogato il disposto della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7 che prevedeva l’obbligo di esplicitazione, nella comunicazione di apertura della procedura, dei “criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere, nonchè le modalità della rotazione”; che la comunicazione inviata dall’azienda alle rsu in data 31.10.2002 risultava del tutto generica quanto ai criteri adottati per la scelta dei lavoratori da collocare in cigs e che, peraltro, nemmeno successivamente la stessa aveva compiutamente specificato i criteri di scelta seguiti; che del tutto irrilevante risultava l’accordo del 18.3.2003, dal momento che il vizio di legittimità della procedura non poteva ritenersi suscettibile di successiva sanatoria.
Per la cassazione della sentenza propone ricorso la Fiat con sette motivi.
Resiste con controricorso T.E..
Osserva in particolare la società ricorrente, muovendo dal rilievo che l’intervento legislativo attuato mediante la L. n. 59 del 1997, art. 20 costituisce espressione della scelta operata dal legislatore stesso di procedere alla cd. delegificazione delle materie sulle quali non esiste riserva di disciplina legale, che non può dubitarsi che oggetto dell’intervento regolamentare e del conseguente effetto di delegificazione mediante abrogazione della preesistente disciplina legale sia il procedimento per la concessione della c.i.g.s.. Di talchè, costituendo la comunicazione di avvio della procedura, nonchè l’esame congiunto, disciplinati dal combinato disposto della L. n. 164 del 1975, art. 5 e della L. n. 223 del 1991, art. 1, commi 7 ed 8 momenti della serie coordinata e collegata di fasi, atti ed adempimenti prodromici alla emanazione del provvedimento finale di concessione della c.i.g.s., doveva consequenzialmente ritenersi che le nuove disposizioni introdotte dal D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 che hanno regolamentato tanto la comunicazione di avvio che la fase di esame congiunto, avessero direttamente inciso, abrogandolo, sul complessivo sistema procedimentale delineato dalla L. n. 164 del 1975 e dal successivo provvedimento normativo del 1991.
Col secondo e terzo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1 ed ancora del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 in relazione alla efficacia degli accordi sindacali raggiunti in corso di gestione della cigs e alla i, nozione di ragioni ostative alla rotazione (art. 360 c.p.c., n. 3).
In particolare rileva la società ricorrente che erroneamente la corte territoriale aveva omesso di considerare che il tema della rotazione era stato affrontato nella sede normativamente corretta, ossia nell’ ambito dell’esame congiunto di cui al D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, comma 5 tant’è che, a seguito degli incontri intervenuti con le organizzazioni sindacali e con la parte pubblica, l’azienda aveva riconsiderato la propria iniziale indisponibilità alla rotazione, e pertanto non poteva dubitarsi che la procedura fosse stata correttamente eseguita.
Col quarto motivo, prospettando violazione degli artt. 1362, 1363, 1366, 1367 e 1375 c.c. in relazione all’accordo sindacale del 18.3.2003, nonchè della L. n. 223 del 1991, art. 1 (art. 360 c.p.c., n. 3), la società ricorrente lamenta come l’aprioristica negazione di ogni efficacia sanante dell’accordo sindacale del marzo 2003 determina una non meglio precisata “natura genetica” del vizio che inficerebbe il provvedimento di collocazione in cigs, sebbene con tale accordo i lavoratori sospesi fossero stati individuati sulla base di criteri selettivi e di rotazione precisi e concordati.
Col quinto motivo di gravame la società ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. ed ancora del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 in relazione al verbale del Ministero del Lavoro del 5.12.2002 (art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè insufficiente, contraddittoria e/o omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5).
In particolare rileva la società che, pur qualora si ritenesse applicabile la procedura di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, non si sarebbe potuto dubitare della esaustività del contenuto delle comunicazioni di avvio della procedura di c.i.g.s., basandosi la diversa conclusione cui era pervenuta la corte territoriale su una “rigoristica e fuorviante” lettura della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, e della L. n. 164 del 1975, art. 5, commi 4, 5 e 6.
Ciò in quanto la comunicazione aziendale del 31.10.2002 non si limitava alla individuazione del solo criterio di scelta dei lavoratori da collocare in cassa integrazione fondato sulle “esigenze tecniche, organizzative e produttive”, ma conteneva una sequenza di indicatori – quali l’individuazione delle unità organizzative interessate dalle sospensioni, la specificazione delle singole attività o produzioni coinvolte, la suddivisione numerica tra quadri, impiegati, intermedi ed operai, la determinazione degli elementi in cui trovavano concretizzazione le dedotte esigenze tecnico, produttive ed organizzative, la rilevanza delle esigenze funzionali e professionali – dai quali era agevole desumere come i criteri indicati fossero dotati di sufficiente chiarezza e specificità, sia pure come linee guida dell’operazione selettiva.
Con il conseguente pieno rispetto dell’obbligo informativo dell’azienda, obbligo che nella fase iniziale non poteva essere troppo “stringente” e la cui “concretezza” doveva vagliarsi solo nel momento del confronto sindacale.
Col settimo motivo di gravame, infine, si prospetta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7 della L. n. 164 del 1975, art. 5, commi 4, 5 e 6, e del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 nonchè vizio di motivazione, ed, al riguardo, rileva la società ricorrente che la sentenza censurata si era limitata ad una astratta valutazione della legittimità della procedura, senza valutare la specifica posizione soggettiva della parte intimata, nonostante che fossero stati adottati criteri di selezione, per quanto non particolarmente dettagliati, del tutto oggettivi e che n imponevano, pertanto, al giudice di svolgere l’attività istruttoria necessaria a verificare la conformità dei criteri individuati alla funzione dell’istituto.
2. L’esame del primo motivo del ricorso richiede – per quanto occorre – una breve premessa di ricostruzione legislativa.
2.1.- Sul piano normativo, deve rammentarsi che la L. 23 luglio 1991, n. 223 – che ha introdotto una riforma organica dell’istituto della cigs, ricollegandone la fruizione a particolari requisiti soggettivi dell’impresa e all’esistenza di uno stato di crisi aziendale, nonchè alla predisposizione da parte dell’imprenditore di precisi programmi, limitati nel tempo – prevede che dopo l’accertamento dello stato di crisi e l’approvazione dei programmi di superamento della stessa e per tutta la loro durata, all’esito di una articolata procedura, il Ministero del Lavoro con proprio decreto conceda il trattamento straordinario di integrazione salariale (artt. 1 e 2).
5. Costituisce oggetto dell’esame congiunto il programma che l’impresa intende f attuare, comprensivo della durata e del numero dei lavoratori interessati alla sospensione, nonchè delle misure previste per la gestione di eventuali eccedenze di personale, i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere e le modalità della rotazione tra i lavoratori occupati nelle unità produttive interessate dalla sospensione. L’impresa è tenuta ad indicare le ragioni tecnico-organizzative della mancata adozione di meccanismi di rotazione.
2.2 Dalla sovrapposizione di fonti normative si origina il problema del coordinamento della disciplina della fase di avvio della procedura di ammissione alla cigs, oggetto principale del ricorso in esame.
I rapporti tra le due fonti sono stati definiti dalla giurisprudenza di questa Corte nel senso che la disciplina del D.P.R. 218 non abroga la L. n. 223 del 1991 e lascia, quindi, intatti gli oneri di comunicazione fissati dall’art. 1 di quest’ultimo testo. Il D.P.R. n. 218 non incide, infatti, sulle prescrizione del combinato disposto della L. n. 164 del 1975, art. 5, e della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7 – riguardanti l’obbligo per il datore di lavoro di comunicare l’avvio della procedura per l’integrazione salariale alle organizzazioni sindacali, i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere nonchè le modalità di rotazione – atteso che la disciplina da esso prevista attiene unicamente alla fase propriamente amministrativa del procedimento di concessione della integrazione salariale (cfr. Cass. 28.11.08 n. 28464).
Sul piano sistematico, deve osservarsi che mentre gli organi pubblici (CIPI, Ministero n del lavoro) partecipano all’accertamento della crisi ed emanano i conseguenti provvedimenti amministrativi, spetta ai soggetti privati (datori di lavoro e organizzazioni sindacali) gestire la crisi aziendale, secondo la disciplina della L. n. 223 del 1991, che svolge una funzione garantistica tanto delle posizioni di diritto soggettivo riconosciute ai lavoratori quanto delle prerogative istituzionali delle organizzazioni sindacali. Esiste, dunque, una chiara distinzione tra procedimento amministrativo volto all’emissione del provvedimento concessorio e la gestione della cassa integrazione ad opera di soggetti che agiscono in regime privatistico, di cui costituisce significativo momento la comunicazione dei criteri di scelta e l’individuazione delle modalità di applicazione dei relativi criteri. A riprova viene menzionata la giurisprudenza di legittimità in materia di integrazione salariale, per la quale le posizioni di diritto soggettivo dei privati nascenti dal provvedimento di ammissione dell’impresa alla cassa integrazione degradano ad interesse legittimo ove intervengano atti amministrativi di annullamento o di revoca del provvedimento (Cass. S.u. 11.1.07 n. 310; Cass. 27.1.06 n. 1732), mentre all’interesse legittimo si sostituisce, per effetto del provvedimento di ammissione, la piena posizione di diritto nel rapporto tra l’imprenditore (o i lavoratori) e l’INPS (Cass. S.u.
Quanto ai riferimenti di carattere testuale, si rileva,poi, che nel D.P.R. n. 218 la semplificazione è riferita a singoli momenti del procedimento amministrativo, quali gli atti iniziali (“la domanda di intervento straordinario”, art. 3), gli accertamenti ispettivi (art. 4), i termini di conclusione del procedimento (art. 8), la validità ed efficacia del provvedimento (art. 9), e mai al complesso delle garanzie apprestato dalla L. n. 223. Inoltre, si rimarca che tra le disposizioni esplicitamente abrogate dal D.P.R. n. 218, art. 13 non è inclusa alcuna disposizione della L. n. 223. In conclusione, dunque, deve ribadirsi, con la già richiamata sentenza n. 28464 del 2008, che per la scelta dei lavoratori da porre in cassa integrazione la L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, prescrive che il datore di lavoro comunichi alle organizzazioni sindacali i criteri di scelta dei lavoratori da sospendere, in base a quanto previsto dalla L. n. 164 del 1975. Tale disposizione tutela, nella gestione della cassa integrazione, i diritti dei singoli lavoratori e le prerogative delle organizzazioni sindacali, e ciò anche dopo l’entrata in vigore della disciplina del D.P.R. 10 giugno 2000, n. 218, atteso che tale disciplina non incide con effetto abrogativo o modificativo sulle suddette disposizioni, ma è volta unicamente a diversamente regolamentare il procedimento amministrativo, di rilevanza pubblica, di concessione dell’ integrazione salariale. Ad analoga conclusione questa Corte è pervenuta per quel che riguarda gli obblighi di rilevanza collettiva del datore di lavoro (della L. n. 223, art. 1, commi 7 e 8), precisando, altresì, che la normativa regolamentare non ha spostato l’informazione circa i criteri di scelta e le modalità della rotazione dal momento iniziale della comunicazione del datore di lavoro di avvio della procedura a quello, immediatamente successivo, dell’esame congiunto, in quanto, altrimenti, il contenuto della norma del D.P.R. n. 218, art. 2 sarebbe estraneo all’esigenza di semplificazione del procedimento amministrativo e avrebbe come conseguenza solo l’alleggerimento degli oneri del datore di lavoro con la compressione dei diritti di informazione spettanti al sindacato, dando luogo ad un sistema di consultazione sindacale palesemente inadeguato (Cass. 9.6.09 n. 13240 e 1.7.09 n. 15393, entrambe emanate a conclusione del procedimento per condotta antisindacale promosso dalle oo.ss. nei confronti di Fiat con riferimento alla procedura di cigs in esame).
3. A tale rigetto consegue l’assorbimento del quinto motivo con il quale si contesta la mancata assegnazione di “valore asseverativo della regolarità della procedura” al verbale del Ministero del Lavoro del 5.12.02, essendo evidente che ove si ritenga che i criteri di individuazione e le modalità della rotazione debbano essere predeterminati (e cioè, indicati ab initio) nella comunicazione di avvio della procedura, è superfluo scrutinare l’asserito valore asseverativo di un documento che dovrebbe certificare che quell’indicazione si è perfezionata, invece, solo in un momento successivo, e cioè in sede di esame congiunto.
4. Con il secondo e terzo motivo la società ricorrente sostiene che l’accordo del 18.3.03 avrebbe sanato ogni eventuale vizio della procedura ed al riguardo richiama alcune pronunce di questa Corte che si sono espresse in tal senso (Cass. n. 14721 del 2.8.2004 ; Cass. n. 12307 del 21.8.2003 ed altre).
Sotto il primo aspetto, deve rilevarsi che l’accordo – intervenuto a procedura già iniziata e quando molte centinaia di lavoratori erano già stati posti in cassa integrazione – si è limitato a formulare un generale sistema di rotazione a partire dall’aprile 2003, senza peraltro indicare il procedimento di individuazione dei soggetti interessati, il che di per sè esclude quel carattere esaustivo sopra rilevato.
Inoltre, per il fatto di essere intervenute a procedura già iniziata, le modalità concordate in sede di accordo non potevano soddisfare l’esigenza cui la preventiva comunicazione è preposta, e cioè quella di consentire (non solo alle oo.ss. di confrontarsi sul punto, ma anche) ai lavoratori coinvolti nella procedura – tanto prima che dopo il raggiungimento dell’accordo – di verificare se l’utilizzo della cassa integrazione da parte del datore di lavoro fosse coerente col programma di superamento della crisi adottato e, quindi, di tutelare la loro posizione individuale, sottoponendo a controllo il potere del datore di collocarli in cassa integrazione (v. anche Cass. 10.5.2010 n. 11254).
Resta assorbita ogni ulteriore censura, ivi compresa quella prospettata col (connesso) quarto motivo.
5. Infondato è, poi, anche il sesto motivo, formulato a contestazione della ritenuta insufficienza dei criteri di scelta fissati nella comunicazione del 31.10.2002 di avvio della procedura.
La giurisprudenza della Corte di cassazione ha precisato, infatti, che, nonostante la L. n. 223, art. 1, comma 7 preveda che oggetto della comunicazione debbano essere “i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere …”, tali criteri debbono essere connotati dal requisito della specificità, ovvero, dalla “idoneità dei medesimi ad operare la selezione e nel contempo a consentire la verifica della corrispondenza della scelta ai criteri”, precisandosi che l’aggettivazione “non individua una specie nell’ambito del genere criterio di scelta ma esprime la necessità che esso sia effettivamente tale, e cioè in grado di operare da solo la selezione dei soggetti da porre in cassa integrazione”, atteso che “un criterio di scelta generico non è effettivamente tale, ma esprime soltanto, non un criterio, ma un generico indirizzo nella scelta” (v. Cass. 1.7.09 n. 15393, che richiama Cass. 23.4.04 n. 7720, e fa chiaro riferimento a S.U. n. 302 del 2000, citata).
6. Va rigettato, infine, anche il settimo motivo, con cui si sostiene che il giudice di appello, anche in presenza di violazioni procedurali di carattere formale, avrebbe dovuto pur sempre valutare nel merito se la scelta di collocare in cigs il lavoratore fosse coerente con i criteri indicati nella comunicazione iniziale, se non altro perchè l’accertata inidoneità dei criteri indicati rende superflua ogni indagine in tal senso.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente alle spese, che liquida in Euro 55,00 per esborsi ed in Euro 2.000,00 per onorari, oltre spese generali, Iva e Cpa, con distrazione a favore dell’avv. Roberto Carapelle.