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Timestamp: 2019-11-14 16:48:37+00:00
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Cassazione sentenza 10939/2015: fatture false rimediabili se non utilizzate.
Chi emette una fattura per operazioni inesistenti ha la possibilità di rimediare, sempre che il documento non sia stato utilizzato sul piano contabile, ritirandola tempestivamente ed eliminando qualsiasi rischio di perdita di gettito fiscale. A fornire degli importanti chiarimenti in questa materia la Cassazione nella sentenza 10939/2015. Nel caso esaminato, la Commissione Tributaria Regionale del Veneto, rigettando l'appello proposto dall'ufficio, aveva ritenuto infondata la pretesa basata su una fattura, emessa e inviata da una società Alfa a una società Beta, non contabilizzata e non seguita da alcuna operazione commerciale. La fattura era stata utilizzata dalla società Beta per conseguire da una banca una anticipazione. La commissione regionale aveva rigettato le richieste dell'ufficio sulla base della assenza di un "effettivo utilizzo" della fattura.
L'agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per sostenere che nel caso di fatture per operazioni inesistenti l'emittente è, comunque, considerato soggetto passivo e debitore dell'Iva liquidata, essendo irrilevante che la fattura sia stata o meno rilasciata al fine di ottenere un'anticipazione bancaria. La Cassazione ha rigettato il ricorso dell'Agenzia, pur ribadendo che l'obbligo di pagare l'Iva per l'emittente sorge sulla base della semplice "emissione" del documento contabile in quanto questo è suscettibile di essere utilizzato a fini fiscali. I giudici, inoltre, hanno ricordato che la pretesa al pagamento dell'Iva nei confronti dell'emittente di una fattura falsa intende evitare il pregiudizio che altrimenti si verrebbe a determinare per effetto di una detrazione effettuata dal committente/cessionario. La Cassazione ha precisato che sussiste la possibilità di eliminare tempestivamente la fattura totalmente falsa attraverso un suo "annullamento", nonché rettificando gli errori contenuti attraverso la procedura di variazione (articolo 26 del Dpr 633/72) proprio al fine di ripristinare la corrispondenza tra il dato reale e quello immesso nel documento fiscale.
La sentenza in parola richiama la giurisprudenza della Corte di giustizia, nella parte in cui è stato ritenuto che l'esperimento della procedura di correzione di una fattura emessa per errore diviene superfluo se viene accertato che chi ha emesso la fattura ha in tempo utile eliminato completamente il rischio di perdita del gettito fiscale, recuperando dal destinatario la fattura trasmessagli prima che quello potesse utilizzarla, oppure, pur non avendo potuto recuperare il documento, è riuscito comunque a impedire che la fattura potesse essere portata in detrazione dal destinatario.
La sentenza della Cassazione ha evidenziato che il destinatario di una fattura non è legittimato a portare in detrazione l'Iva indebitamente fatturata laddove non sussista la corrispondenza tra rappresentazione cartolare e reale operazione economica (e laddove tale corrispondenza non venga ripristinata o ancora non sia possibile ripristinare con la procedura di variazione), fatta salva la buona fede del destinatario (se risulta estraneo alla frode e dimostra di essere stato nella oggettiva impossibilità di avere consapevolezza della frode). Inoltre, ha confermato l'obbligo dell'emittente di versare l'Iva liquidata in fattura tranne che non abbia tempestivamente attivato la procedura di variazione per ripristinare la corrispondenza tra la rappresentazione emergente dalla fattura e la realtà economica. Infine, il giudice di merito può accertare in fatto che l'emittente (al di fuori della procedura di variazione o dell'annullamento della fattura) non è obbligato a pagare l'Iva se ha eliminato definitivamente qualsiasi rischio di perdita del gettito fiscale in tempo utile.
La definitiva eliminazione del rischio si ha quando si accerta che la fattura non è stata emessa ai sensi dell'articolo 21, comma i del Dpr 633/72, cioè quando la fattura erroneamente emessa sia stata tempestivamente ritirata dal destinatario senza che questi ne abbia fatto uso fiscale oppure quando l'amministrazione abbia disconosciuto definitivamente il diritto alla detrazione.
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