Source: http://www.synergiacentrotrauma.it/arg_Consulenza-legale_57/art_lavvocato-per-la-famiglia-ed-i-bambini_503
Timestamp: 2018-02-21 14:59:06+00:00
Document Index: 157428505

Matched Legal Cases: ['art 12', 'art. 155', 'art. 78', 'sentenza ', 'art. 37', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 317', 'art. 336', 'art. 111', 'art. 30', 'art. 111', 'art. 84', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 336', 'art. 78', 'art. 336', 'art. 78', 'art. 10', 'art. 336', 'art. 317']

l'avvocato per la famiglia ed i bambini - Synergia / Merry Poppins
L'avvocato familiarista:
contemperamento tra esigenza di tutela dell'interesse del minore e dovere di assistenza del cliente.
Problemi deontologici, competenze specifiche e dovere di formazione.
L'istituto del curatore speciale: natura e limiti.
La nuova figura dell'avvocato del minore come introdotta dalla Legge 149/2001.
Esperienze e prassi del Tribunale per i Minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta.
1) Problemi deontologici, competenze specifiche e dovere di formazione dell'avvocato familiarista.
Se leggiamo con attenzione le leggi che regolano il diritto di famiglia - in particolare la legge 156/2006 e la 149/2001 - ci accorgiamo subito che la materia familiare e minorile si discosta radicalmente dalle altre branche del diritto civile: parlare di bambini, di famiglia, di persone e di relazioni familiari - che la stessa Costituzione riconosce a base dello Stato italiano - è, infatti, argomento di una delicatezza estrema. Questo perché diritto e affetti, nella famiglia, sono così legati tra loro da rendere estremamente complesso il compito di chi - come l'avvocato - è chiamato ad occuparsi dei vari casi che gli si presentano. Intanto, ritengo sia molto importante operare un distinguo tra i doveri dell'avvocato del minore e quelli dell'avvocato degli adulti.
Noi sappiamo che il bambino ha bisogno di relazioni affettive e non sempre capisce - anzi, capisce, ma il suo capire non sempre è conforme al suo sentire - perché quel genitore che egli tanto ama sia proprio colui che lo trascura, che gli usa violenza, che lo maltratta, che si separa, che lo abbandona. Per lui, "quello" è l'unico genitore che ha, e vuole tenerselo, non importa se è colui che lo trascura, gli usa violenza, lo maltratta, si separa o lo abbandona.
E, dunque, in tal caso, compito dell'avvocato è orientare la propria difesa in modo da tutelare prioritariamente l'interesse del bambino ad una crescita sana ed equilibrata, valutando se sia opportuno privilegiare l'allontanamento da quel genitore o la ricostruzione od il rafforzamento del legame affettivo figlio/genitore. Questo, per garantire al bambino il diritto al futuro, ad un futuro sereno. Un diritto che la Costituzione ancora non prevede espressamente, limitandosi a richiamare un generico "diritto alla salute", da garantirsi a tutti i cittadini.
Detto questo, ritenuto che i procedimenti che hanno ad oggetto le centralità della posizione del bambino richiedano uno sforzo ad opera di tutti coloro che vi entrano a vario titolo, apportandovi la loro esperienza e la loro professionalità, credo che sia molto importante per l'avvocato lavorare in un'ottica di cooperazione e coordinamento, di sinergia con le diverse professionalità coinvolte (magistrati, psicologi, assistenti sociali etc.) .
Ciò presuppone l'adozione di una linea di condotta specifica, che potrebbe essere racchiusa in una sorta di "codice deontologico parallelo", che contiene alcuni principi cui il difensore del minore deve attenersi.
Da questo punto di vista, molto interessante è l'esperienza della Camera minorile di Milano, che ha formulato alcune proposte in merito alla redazione di linee guida per il difensore del minore. Quest'ultimo, nell'espletamento del proprio mandato/ufficio, deve:
1) avere una formazione specifica e pluridisciplinare ed una reale motivazione a rivestire il ruolo;
2) agire in perfetta autonomia, ispirandosi al principio della minima offensività rispetto ai tempi ed ai contenuti del giudizio;
3) fare massimi sforzi per valutare il miglior interesse del minore nel rispetto dei diritti costituzionalmente garantiti allo stesso e della volontà manifestata dal medesimo;
4) agire in autonomia, individuando però una soluzione il più possibile concordata della vicenda, nel rispetto dell'interesse del minore al mantenimento dei legami familiari;
5) richiedere le informazioni che ritenga utili ai genitori, alle persone affettivamente significative per il minore, agli educatori, al personale sanitario, all'assistente sociale e ad ogni altro soggetto che ritenga utile ovvero opportuno;
6) intrattenere con tutti gli altri soggetti e professionisti che a vario titolo si occupano del minore rapporti improntati a correttezza, lealtà e spirito di collaborazione reciproci.
Con riguardo alla posizione dell'avvocato che assiste la coppia od un suo membro, l'esperienza ci insegna che, per la coppia che entra in crisi, l'avvocato è, nella maggior parte dei casi, il primo interlocutore. Egli è colui che suggerisce le prime modalità di comportamento, che sceglie l'impostazione del giudizio da instaurare, che getta, quindi, le basi che condizioneranno molto il successivo svolgersi degli eventi.
Fin dal momento in cui opera queste scelte, l'avvocato familiarista sa che deve agire perseguendo un'etica e delle regole di comportamento che nulla hanno a che vedere con la logica del conseguimento del "massimo risultato".
Nel processo della famiglia non esistono vincitori né soccombenti, lo sappiamo bene.
Perché sappiamo che riuscire a far ottenere al nostro assistito di pagare un assegno irrisorio, o fargli vendere la casa in cui abitano i figli e la moglie, quando ciò comporta la rovina della sua famiglia, non è certo risultato di cui andare fieri.
Perché sappiamo, anche, che l'avvocato di diritto di famiglia non è colui che persegue l'interesse del proprio cliente, inteso nel senso del maggior guadagno pratico con svantaggio della "controparte", ma è colui che possiede gli strumenti adeguati che gli permettano di leggere in modo corretto la situazione familiare di cui si occupa e, conseguentemente, di individuare quale sia l'effettivo, il vero interesse del coniuge - o dei coniugi - che assiste, un interesse che non può essere scisso dall'interesse dei figli, laddove essi siano presenti.
E se il professionista non è in grado di capire cosa sta dietro la domanda del cliente e aderisce passivamente a quanto appare in superficie, la situazione verrà da lui affrontata sulla base di un equivoco che potrà condizionare in modo negativo l'evoluzione dei rapporti interni a quella famiglia. E l'eventuale, presunto, buon esito del giudizio avrà, in realtà, soltanto creato qualcosa che quel coniuge non avrebbe davvero voluto.
A mio modo di vedere, in questo caso, saremo, perciò, ben lontani dall'avere perseguito l'interesse del cliente e dall'avere tenuto una condotta deontologicamente corretta.
La figura professionale di cui stiamo parlando, quindi, non può avere una preparazione unicamente sotto il profilo tecnico-giuridico, ma deve - anche - riuscire a penetrare all'interno delle dinamiche familiari per capire che cosa realmente sta succedendo "nel cuore" delle persone (adulti o bambini) che gli stanno di fronte. L'avvocato deve favorirne l'accesso ad altre professioni di aiuto (psicologi, mediatori familiari, assistenti sociali etc.) e riuscire a dialogare con i citati operatori della famiglia, per contribuire a creare, mediante la condivisione dei rispettivi saperi, una rete protettiva intorno a "quella" famiglia, nella sua fase patologica. Questo, soprattutto nell'ottica di evitare l'aggravamento di situazioni emotive e relazionali già fortemente compromesse.
Allora, proprio con riferimento a quanto appena detto, occorre operare un doveroso richiamo all'art 12 del nostro C.D., che ci impone un dovere di competenza. Un dovere di competenza cui, però, vanno doverosamente affiancati altri doveri non codificati.
Primo fra tutti, il dovere di "non identificazione": non siamo noi avvocati a separarci e la controparte non è un nostro nemico!
Vi sono, poi, altri doveri, più specifici, che si riferiscono ai diversi tipi di relazioni professionali che l'avvocato familiarista deve tenere (oltre al cliente - l'adulto o il minore - le altre professionalità coinvolte nel processo, i Servizi territoriali etc.)
Tra questi, si possono annoverare: il dovere di non fomentare il conflitto tra le parti, di salvaguardare le relazioni familiari ancora possibili, di non utilizzare e/o incentivare denunce strumentali, di non aiutare il cliente ad eludere gli obblighi economici nei confronti di figli e coniugi, di non favorire il genitore collocatario (o affidatario) nell'ostacolare la relazione del figlio con l'altro genitore (ove il primo abbia un intento punitivo nei confronti del secondo di carattere questi meramente strumentale), il dovere di non prendere il posto di altri professionisti ma di curare invii corretti ad eventuali figure dell'area psico-sociale, di non utilizzare il minore a fini strumentali, di non ascoltare i figli del proprio assistito ai fini di una captatio benevolentiae, di non fomentare nei genitori "fantasie strumentali" di maltrattamento o abuso sessuale ma, nel contempo, dovere di verifica professionale in tal senso, di rispettare le altre professionalità e la loro specificità, di sospendere le attività difensive sino alla fine delle procedure di mediazione, di non intervenire, se non a mezzo dei propri CTP nelle CTU, di collaborare con i Servizi territoriali, di evitare, anche nell'interesse del cliente, di demonizzare l'operatore sociale, indicandolo come causa delle disgrazie giudiziarie del proprio assistito in modo da non pregiudicare la relazione dell'utente con i Servizi.
Con queste premesse, risulta evidente come, nelle cause di separazione e divorzio, possa assumere un ruolo rilevante anche la capacità di mediazione dell'avvocato, perché la soluzione consensuale dei conflitti tra genitori evita le esasperazioni che si producono nella fase giudiziale e attenua l'impatto negativo dell'evento sui figli.
Di più, in linea con questi principi, è facile aderire all'orientamento che vuole che l'avvocato che non sia riuscito a tenere una linea difensiva protettiva dell'interesse dei figli valutato in modo autonomo rispetto a quello delle parti in causa dovrebbe rinunciare al proprio mandato.
2) Il curatore speciale e la nuova figura dell'avvocato del minore come introdotta dalla Legge 149/2001.
Detto questo, non possiamo, però, sottovalutare la macchinosità di un sistema giudiziario che, nei processi che coinvolgono l'avvocato che interviene per la difesa di uno dei coniugi in procedimenti per separazione, divorzio o modifica delle condizioni di separazione o divorzio, affida esclusivamente all'etica di quello stesso avvocato, al p.m. per il suo ruolo di "garante" ed al giudice del processo la regolamentazione del rapporto dei coniugi con i figli, che forma oggetto delle disposizioni dell'art. 155 c.c.. Ciò per l'assenza, all'interno di questi processi, di un rappresentante - in via esclusiva - dell'interesse del minore, che pure è la parte debole e più esposta agli effetti traumatici della rottura familiare. Un'assenza che potrebbe agevolmente essere colmata dalla nomina, ai sensi dell'art. 78 c.p.c., di un curatore speciale del minore, come avviene, ora - in esito all'entrata in vigore, nel luglio 2007, della Legge 149/2001 - nei procedimenti civili avanti al Tribunale per i minorenni.
Rispetto a questo tema si è espressa la Corte costituzionale, nella sentenza n. 185 del 14 luglio 1986, la quale ha ritenuto che, nei processi di separazione e di divorzio, il minore non debba essere considerato parte e che, di conseguenza, non abbia diritto all'avvocato. Questo, perché il giudice, rispetto alle decisioni sui figli, non si pronuncia su quale dei due litiganti ha ragione, ma sceglie la soluzione migliore per un terzo: appunto, il figlio minorenne.
Nel procedimento contenzioso di separazione o divorzio, si inserirebbe, in sostanza - secondo il ragionamento della Corte Costituzionale - un procedimento di Volontaria giurisdizione relativo alla sorte del figlio.
In particolare, la Corte Costituzionale ha dichiarato che "gli interessi dei minori figli delle parti, nei giudizi in discussione,non solo non rimangono senza tutela ma sono garantiti da una serie non indifferente di misure, che il legislatore ha ritenuto idonee e sufficienti in materia" ed ha elencato tali strumenti, che sono: "l'intervento obbligatorio in giudizio del P.M. che, se certamente non agisce in veste di sostituto processuale dei minori, deve, nell'assicurare la legalità della decisione della controversia, preoccuparsi della tutela degli interessi dei predetti, nell'esercizio di tutte le attività processuali a lui consentite (ad es.: deduzioni di prove, conclusioni ed impugnazioni della sentenza...) le amplissime facoltà istruttorie del giudice; il potere del collegio di decidere, in ordine ai provvedimenti relativi alla prole, ultra petitum".
Alcune obiezioni possono essere mosse a questa decisione, anche alla luce del riforme attuate negli ultimi anni.
In primo luogo, appare assai arrischiato ritenere che l'interesse dei minori sia sufficientemente protetto dall'intervento obbligatorio del p.m., il quale non sta in giudizio come sostituto processuale degli stessi, ma per l'attuazione obiettiva della legge, ed in tale veste si preoccupa sì dell'interesse dei minori, ma non certo in modo esclusivo.
E neppure può essere ritenuto sufficiente il potere del giudice di andare ultra petitum sui provvedimenti concernenti la prole e di disporre d'ufficio mezzi di prova, giacché tali poteri non possono sostituire la presenza in giudizio di un rappresentante del minore che ne tuteli adeguatamente l'interesse in ordine all'affidamento ed agli altri conseguenziali provvedimenti e che partecipi concretamente alla formazione del convincimento del giudice.
Detto questo, è doveroso fare presente quale sia stata la conclusione della Corte, che ha voluto precisare come suo specifico compito sia quello di regolare i rapporti tra le leggi esistenti e non di rimediare ad eventuali inadeguatezze della legge stessa - compito, questo, che spetta al legislatore.
Una inadeguatezza che, forse, oggi, potrebbe essere colmata, se si tien conto del fatto che esiste una legge, la 149/01, che introduce il principio dell'assistenza del difensore al minore nei procedimenti civili minorili, sia con riferimento a quelli previsti dalla legge 184/83 in tema di adottabilità (artt. 8 e 10), sia riguardo a quelli previsti dagli artt. 330 e ss. c.c. detti procedimenti "de potestate" (art. 37).
a. Procedure di adottabilità e avvocato del minore o curatore speciale
L'art. 8 co.IV della legge impone che: "il procedimento di adottabilità deve svolgersi fin dall'inizio con l'assistenza del legale del minore e dei genitori o degli altri parenti" ..entro il IV grado; e l'art. 10 prevede che "all'atto dell'apertura del procedimento sono avvertiti i genitori, o in mancanza, i parenti entro il quarto grado...Con lo stesso atto il presidente del tribunale per i minorenni li invita a nominare un difensore e li informa della nomina di un difensore di ufficio per il caso in cui essi non vi provvedano. Tali soggetti, assistiti dal difensore possono partecipare a tutti gli accertamenti disposti dal tribunale, possono presentare istanze anche istruttorie e prendere visione ed estrarre copia degli atti contenuti nel fascicolo previa autorizzazione del giudice".
Nessuna indicazione viene fornita dalla norma in merito alle modalità di nomina del difensore del minore.
b. Procedimenti de potestate
Quanto ai procedimenti de potestate - fra i quali l'interpretazione prevalente ritiene compresi anche i procedimenti ex art. 317 bis c.c. - l'art. 336 c.c., come modificato dalla legge in esame, introduce il principio secondo il quale, il minore ed i genitori "sono assistiti da un difensore".
c. Problemi e prassi interpretative della Legge 149/2001
Al varo, la legge 149/2001 è stata salutata con grande entusiasmo, anche se, poi, alla resa dei conti, non pochi sono stati i problemi da affrontare.
L'applicazione dei principi del giusto processo di cui all'art. 111 Cost. comporta, infatti, una giurisidizionalizzazione del processo minorile che dovrebbe seguire regole certe e uniformi.
Infatti - e mi richiamo agli insegnamenti di Proto Pisani - la giurisdizione minorile, incidendo su diritti fondamentali - quali il diritto-dovere dei genitori di mantenere, istruire ed educare i figli di cui all'art. 30 co. I Cost. e il diritto dei minori ad essere educati in modo adeguato allo sviluppo della propria personalità richiamati dagli agli artt. 2, 3 co. II e 30 Cost., dalla Convenzione di New York e dalla Convenzione di Strasburgo - deve, al pari di quella penale, essere forte nelle garanzie.
Per realizzare queste garanzie, è necessario che le leggi determinino in modo chiaro poteri, doveri e facoltà processuali delle parti e del giudice. Ciò, al fine di consentire - secondo i principi costituzionali sanciti dal già richiamato art. 111 Cost. - lo svolgimento di un giusto processo regolato dalla legge e non rimesso - quanto alle sue modalità di svolgimento - alla discrezionalità del giudice.
Purtroppo, sappiamo bene che la legge 149/2001 non offre questo tipo di garanzie e conosciamo la pletora di interpretazioni della stessa fornite dai vari Tribunali per i Minorenni d'Italia.
Il primo punto su cui occorre soffermare l'attenzione, riguarda proprio la formulazione delle norme in esame, che parlano di "diritto dei genitori e del minore all'assistenza di un difensore", e che, se interpretate letteralmente, ci impongono di riflettere su una questione dirimente:
A) Il concetto di "assistenza legale" deve considerarsi differenziato rispetto a quello di "ministero del difensore" e, quindi, ciò significa che, nei procedimenti indicati, basta la presenza del difensore, privo dei poteri di cui all'art. 84 c.p.c., con ciò dequalificando - quanto meno - l'art. 10 L. 149/2001?
B) Oppure, si può, più semplicisticamente, ritenere che il legislatore, forse facendosi trasportare dall'enfasi penalistica, abbia fatto confusione tra il ruolo del difensore nel processo penale (dove egli ha gli stessi diritti dell'imputato) e quello del processo civile (dove l'avvocato, per agire, ha bisogno di un mandato difensivo da parte del cliente, in assenza del quale non può fare quasi nulla)?
C) Oppure, ancora, vogliamo dare di questa legge, che certo è piena di difetti non è chiara, ma sicuramente ci fornisce un dato incontrovertibile rispetto alla ratio che la sottende, un'interpretazione che va al di là del dato letterale?
La ratio di questa legge, infatti, con riguardo alle norme che qui interessano, sta, come tutti sappiamo, nell'introduzione della figura dell' "avvocato del minore".
Ciò in ottemperanza ai principi espressi dalle citate Convenzioni di Strasburgo e di New York.
Dunque: il minore ha diritto ad un avvocato che non può essere soltanto una sorta di "manichino" che partecipa alle udienze con il compito di verificare la mera regolarità formale del procedimento. L'avvocato deve essere quella figura che, come ci suggerisce la Corte Costituzionale nella sentenza n. 1/2002, porta nel processo la voce del minore che è "parte" nel processo in quanto è portatore di diritti propri, in una posizione di autonomia, anche processuale, non solo dai genitori, ma anche dallo stesso giudice.
La Corte Costituzionale, nella citata sentenza, ha, infatti rilevato come l'aggiunta del comma IV dell'art. 336 c.c. apportata dalla Legge 149/01 "presupponga che entrambi i genitori (ed il minore) siano "parti" del procedimento....e in quanto "parti" abbiano diritto di avere notizia del procedimento e di parteciparvi" e come il minore debba essere configurato come "parte del procedimento, con la necessità del contraddittorio nei suoi confronti, se del caso, previa nomina di un curatore speciale ai sensi dell'art. 78 c.p.c."
Il combinato disposto (se così lo vogliamo qualificare) degli articoli 8-10 L. 184/83, come modificata dalla 149/01 o dell'art. 336 c.c. con le norme di cui alla Convenzione di Strasburgo (artt. 2 lett.c e 9) porta, dunque, a ritenere che l'unico modo per conciliare l'esigenza di tutela del minore così come voluta dalle leggi in esame con le norme del c.p.c. (artt. 84 e ss.) sia quella di nominare il curatore speciale, ai sensi dell'art. 78 c.p.c., come, peraltro, suggerito dalla stessa Corte Costituzionale.
Il compito di rappresentanza del curatore speciale è, infatti, limitato - a differenza di quello del tutore o del genitore, che è "a tutto campo" - ad un solo affare e si svolge in presenza - e in contrasto - con la pretesa dell'esercente la potestà genitoriale. Il conflitto di interessi si identifica con la titolarità, in capo all'esercente la potestà, di una situazione giuridica che potrebbe porre il suo potere rappresentativo in una posizione di contrasto con l'interesse del minore e presuppone che il genitore - o il tutore - possa essere interessato ad un atto diverso o ad un esito della lite diverso da quello che avvantaggia il rappresentato.
Al curatore, oltre al compito di rappresentanza, può essere attribuito anche quello di "assistenza" del minorenne in giudizio - corrispondente quest'ultimo al paradigma espresso dall'art. 10 della Convenzione di Strasburgo -
Il curatore, dunque, può fornire al fanciullo informazioni utili, preziose e pertinenti, prospettare le conseguenze pratiche di ogni azione, interpretare ed esporre intelligibilmente al giudice la volontà dell'assistito: in poche parole, egli è, in buona sostanza, il curatore processuale del minore in quel determinato procedimento.
E veniamo, ora, all'applicazione pratica della legge in esame.
Sappiamo che, nelle prassi applicative, il principio della obbligatorietà della difesa tecnica del minore è stato interpretato - per lo più - seguendo due diversi criteri, a seconda che si sia in presenza di un procedimento de potestate ovvero di una procedura di adottabilità.
Infatti, il presupposto di fondo è stato quello di considerare la difesa del minore uno strumento da introdurre nel processo minorile solo in caso di conflitto di interessi dello stesso con entrambi i genitori. Conseguentemente, si è ritenuto che il minore che abbia anche un solo genitore che non sia in conflitto di interessi con lui possa essere rappresentato e tutelato in giudizio da questi.
Conseguentemente, la giurisprudenza maggioritaria si è orientata verso la nomina del curatore speciale o dell'avvocato del minore in tutti i procedimenti di adottabilità - dove il conflitto viene ritenuto "in re ipsa" - mentre, con riferimento ai procedimenti de potestate, la valutazione del conflitto di interessi viene effettuata volta per volta.
Ciò comporta, quindi, un'interpretazione restrittiva dell'art. 336, che, in realtà, non pone limiti in tal senso. Un'interpretazione che non garantisce, peraltro, adeguata difesa al minore, il quale si trova, comunque, sempre - e questo ce lo insegna l'esperienza - in stato di potenziale in conflitto di interessi.
Senza contare, poi, che risulta piuttosto arduo condividere un'interpretazione secondo cui il minore è ritenuto parte processuale (e, quindi, titolare del diritto di difesa costituzionalmente garantito) in un procedimento de potestate solo quando si trovi in conflitto di interessi con i genitori, un conflitto di interessi discrezionalmente valutato.
3) Esperienze e prassi del Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta.
E veniamo, ora, alle prassi instaurate dal Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta.
1. Procedimenti de potestate (artt. 330-333-317 bis c.c.)
Nei procedimenti de potestate vengono ricompresi, altresì, i procedimenti ex art. 317-bis c.c.
Il p.m., nel ricorso che dà avvio al procedimento, laddove ravvisi un'ipotesi di conflitto di interessi tra il minore ed i genitori, formula istanza di nomina del curatore speciale.
Il T.M. vi provvede nominando un avvocato che si trova inserito in una lista speciale (diversa da quella prevista per il patrocinio a spese dello Stato) ed avente particolari requisiti di formazione ed esperienza.
Il curatore può assistere, sostanzialmente, a tutti gli atti istruttori.
Infatti, egli può assistere all'interrogatorio dei genitori del minore e delle eventuali altre parti, all'esame del minore e, di norma, anche all'audizione dei Servizi.
Rispetto ai genitori, poiché la norma non prevede l'obbligo della nomina dell'avvocato d'ufficio, il Tribunale pe i Minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta, nel decreto che fissa l'udienza di comparizione delle parti e con cui viene, se del caso, nominato il curatore speciale del minore, avverte le parti della possibilità di farsi assistere da un difensore. Con facoltà di chiedere il patrocinio a spese dello Stato, ove ve ne siano i requisiti.
2. Procedure di adottabilità.
Il Tribunale per i Minorenni del Piemonte e della Valle d'Aosta procede alla nomina del curatore speciale, che viene designato al momento stesso dell'apertura del procedimento.
Il curatore viene scelto all'interno di una lista di avvocati di provata esperienza e formazione, secondo requisiti prestabiliti dall'Ordine degli Avvocati.
Nomina del difensore dei genitori.
Quanto ai genitori, il decreto di apertura del procedimento di M.D.D.A. contiene l'avvertimento ai genitori della possibilità di nominare un difensore di fiducia e, in mancanza, la nomina del difensore d'ufficio, individuato in un elenco, predisposto dal Consiglio dell'Ordine degli Avvocati e riferentesi a professionisti aventi certi requisiti.
Con possibilità di chiedere il patrocinio a spese dello Stato ove ve ne siano i requisiti
Avviso e partecipazione agli atti.
Nei procedimenti de potestate il difensore/curatore del minore viene - ora, ma non sempre è stato così - avvisato e può partecipare a tutti gli atti - ora, ma non è sempre stato così, fino a giugno 2008 il curatore partecipava solo all'audizione del minore -
Compenso agli avvocati/curatori.
Secondo le regole dell'ammissione al patrocinio a spese dello Stato.
Concludo auspicando che, in attesa di una riforma legislativa adeguata, i Tribunali per i minorenni continuino a collaborare fattivamente con gli avvocati nella ricerca della miglior soluzione a tutela dell'interesse del minore e che giungano, presto, a stilare tra di loro una sorta di protocollo d'intesa che consenta a tutti noi avvocati di lavorare in modo uniforme, senza prima doverci informare delle prassi locali.
Anche perché non credo che la tutela dell'interesse di un bambino debba essere diversamente considerata a seconda del luogo in cui questo bambino vive.
Maria Cristina Bruno Voena - Avvocato in Torino - Esperta di diritto delle persone, della famiglia e dei minori - Relazione presentata al corso di diritto di famiglia organizzato dall'Ordine degli Avvocati di Ancona e dal Movimento per l'Infanzia.
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