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Timestamp: 2014-09-03 04:34:55+00:00
Document Index: 29607913

Matched Legal Cases: ['art. 633', 'art. 474', 'art. 647', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 655', 'art. 2828', 'sentenza ', 'art. 647', 'art. 650', 'art. 2909', 'sentenza ']

Procedimento di ingiunzione (decreto ingiuntivo)
AltalexPedia, voce agg. al 18.01.2014 (Riccardo Bianchini) Il procedimento di ingiunzione è il procedimento speciale sommario con il quale il titolare di un credito liquido, certo ed esigibile, fondato su prova scritta, può ottenere, mediante presentazione di un ricorso al giudice competente, un provvedimento (decreto ingiuntivo) con il quale ingiunge al debitore di adempiere l’obbligazione (di pagamento o di consegna) entro quaranta gioorni dalla notifica, avvertendolo che entro il medesimo termine può proporre opposizione (trasformando così il procedimento da sommario in ordinario) e che, in mancanza di opposizione, si procederà ad esecuzione forzata
1. Il procedimento monitorio in generale
2 La struttura e lo svolgimento del procedimento
3. Il valore di titolo esecutivo del decreto
4 La forza di giudicato del decreto definitivamente esecutivo
5 Requisiti di ammissibilità: il diritto azionato
6. L’oggetto della domanda
6.1. Condanna al pagamento di una somma liquida di denaro
6.2. Consegna di una quantità determinata di cose fungibili
6.3. Consegna di una cosa mobile determinata
7. Esigibilità del credito
8. Requisiti di ammissibilità: la prova scritta
9. La provvisoria esecutività
10. L'opposizione
L’istituto del procedimento di ingiunzione è disciplinato dagli art. 633 e ss. del c.p.c., ed è inserito nel Libro IV del Codice, relativo ai Procedimenti Speciali, Capo I, rubricato ''Dei procedimenti sommari''.
Il procedimento di ingiunzione trova infatti la principale fonte di caratterizzazione nella circostanza che il giudizio che viene così ad instaurarsi ha natura sommaria. La struttura del procedimento porta il giudicante a giungere ad una pronuncia che si basa su una percezione dei fatti rilevanti ai fini del decidere ben lontana dal principio della cognizione piena e, anzi, estremamente limitata rispetto alle possibilità di introdurre elementi probatori rispetto ad un procedimento ordinario.
Tale caratteristica della sommarietà del giudizio si riconnette al fatto che l’istituto del procedimento di ingiunzione è strutturato in modo tale per cui il giudicante esercita la propria funzione avendo quale unico interlocutore il ricorrente: il giudicante emanerà infatti il decreto solo dopo una cognizione dei fatti, la quale cognizione avviene esclusivamente attraverso le allegazioni probatorie del ricorrente; allegazioni probatorie che, peraltro, sono ispirate ad un principio di semplificazione tale per cui, da un lato possono essere introdotte soltanto “prove scritte” (ed anzi la “prova scritta” del credito è un presupposto di ammissibilità del procedimento) e, dall’altro lato, risulta suscettibile di costituire elemento probatorio anche ciò che in un giudizio ordinario non avrebbe tale valenza giuridica.
Il decreto ingiuntivo, ossia il provvedimento conclusivo della fase monitoria, è dunque un provvedimento emanato in assenza di alcun contraddittorio fra le parti.
Questi brevissimi cenni iniziali hanno la funzione di dettare alcuni elementi iniziali, al fine di evidenziare come l’istituto del procedimento di ingiunzione, come disciplinato dal legislatore italiano, si colloca in una posizione intermedia fra due possibili estremi teorici: quello del procedimento monitorio puro, e quello del procedimento monitorio documentale.
Nel primo modello, ossia il procedimento monitorio puro, il ricorrente si limita ad affermare la sussistenza dei fatti in forza dei quali deriva la sua pretesa, senza allegare alcun elemento probatorio a supporto delle proprie argomentazioni. Il giudicante, in tale modello teorico, emana dunque senza alcuna previa instaurazione di contraddittorio un provvedimento. Provvedimento che, stante l’assoluta mancanza di un qualsivoglia controllo del giudice in ordine alla veridicità delle affermazioni del ricorrente, sarà in radice privo della possibilità di essere anche soltanto provvisoriamente esecutivo prima che sia decorso un termine entro cui l’ingiunto possa contestare la decisione così assunta. Non sarà cioè possibile per il creditore ottenere un’esecuzione coattiva prima dello spirare del termine di opposizione.
Inoltre, il procedimento che potrà venire ad instaurarsi una volta che il debitore abbia contestato la decisione assunta non potrà distinguersi in alcun modo da un ordinario processo di primo grado, instaurato con atto introduttivo da parte del soggetto che si crede leso nei propri diritto dal comportamento di un terzo.
In sostanza, nel modello del procedimento monitorio puro viene emanato un provvedimento il quale risulta essere sospensivamente condizionato alla mancata proposizione di una opposizione del debitore: se il soggetto ritenuto debitore propone opposizione, il provvedimento inizialmente emanato risulta totalmente privo di efficacia.
Invece, il giudizio che si instaura a seguito dell’opposizione dell’ingiunto, nel sistema italiano, ha caratteristiche e peculiarità che tendono a distinguerlo da un ordinario giudizio a cognizione piena.
Nel secondo modello, al contrario, il ricorrente è chiamato a fornire piena prova documentale delle proprie affermazioni, per cui il provvedimento emanato dal giudice è conseguente ad una cognizione che esso ha effettuato sulla base di documenti che costituiscono piena prova delle affermazioni esposte dal ricorrente. Conseguenza di ciò è che il provvedimento emesso dal giudice, diversamente rispetto al modello del procedimento monitorio puro, è risolutivamente condizionato alla proposizione di una eventuale opposizione e, dunque, può avere fin da subito efficacia esecutiva, e il giudizio che viene ad instaurarsi a seguito dell’opposizione risulta assimilabile ad una impugnazione.
A fronte di tali due modelli teorici, il legislatore italiano ha adottato una forma intermedia di procedimento di ingiunzione, poiché se pur il ricorrente deve fornire “prova scritta” del proprio diritto (e dunque non può dirsi un procedimento monitorio puro), assumono natura di “prova scritta” anche elementi documentali che nell’ambito di un giudizio a cognizione piena non sarebbero in grado di dimostrare la fondatezza della pretesa del ricorrente. Allo stesso tempo, il provvedimento emanato dal ricorrente – sulla base di documentazione latamente atta a fornire prova documentale del credito – è suscettibile di esecuzione provvisoria e, qualora non sia impugnato dall’ingiunto, risulta suscettibile di acquisire valore di giudicato fra le parti.
Parallelamente a tali considerazioni, vi è poi da dire che il legislatore ha accomunato in un unico procedimento ipotesi che si avvicinano al modello del procedimento di ingiunzione documentale (se pur con attenuazioni in ordine alla prova documentale di cui è onerato il creditore), con ipotesi che invece si avvicinano al modello del procedimento monitorio puro, come nel caso di richieste di professionisti corredate unicamente dalla parcella per le prestazioni rese.
Come visto nel paragrafo iniziale, il legislatore italiano ha disciplinato un unitario procedimento per ingiunzione, il quale è principalmente caratterizzato dalla sommarietà del procedimento.
Al riguardo, conviene ricordare come con l’espressione “giudizio sommario” si indicano tradizionalmente due distinte ipotesi.
Una prima ipotesi riguarda quelle tipologie di giudizio in cui il giudicante emette una propria decisione sulla base di una cognizione soltanto parziale dei fatti rilevanti: il giudicante decide – emanando un provvedimento diverso dalla sentenza, la quale consegue soltanto ad procedimento in cui vi sia stata la piena instaurazione del contraddittorio fra le parti in causa – sulla base delle allegazioni fornite da una soltanto delle parti. In tale ipotesi la sommarietà del procedimento è dunque legata al fatto che il giudizio viene formulato a seguito di una istruttoria parziale, e non esaustiva.
Una seconda ipotesi riguarda invece i procedimenti in cui il giudicante decide solo a seguito di una cognizione dei fatti rilevanti che avviene su impulso di entrambe le parti, e tuttavia la cognizione risulta comunque sommaria in quanto l’istruttoria viene condotta secondo regole diverse (e meno rigide e garantiste) rispetto a quelle previste per un giudizio ordinario. In sostanza, in queste ipotesi la sommarietà riguarda la “superficialità” con cui il giudice può operare nella valutazione delle prove e nell’instaurazione del contraddittorio.
Come risulta delle poche considerazioni già esposte nel paragrafo precedente, l’istituto del procedimento di ingiunzione è tale per cui la sommarietà del procedimento è principalmente connessa alla parzialità delle informazioni conosciute dal giudicante. Poiché esso giudica solo sulla base delle allegazioni del creditore, il provvedimento conclusivo sarà un provvedimento “sommario perché parziale”, essendo invece rimesso alla successiva fase di opposizione una cognizione piena della causa, in cui ciascuna parte potrà, e dovrà, fornire ogni elemento rilevante ai fini del decidere. Nella fase monitoria, tuttavia, il giudicante terrà conto di elementi probatori che costituiscono “prova scritta” soltanto in tale limitata fase, non essendo invece suscettibili di fornire alcuna dimostrazione dei fatti fondanti la pretesa nell’ambito di un giudizio ordinario; di conseguenza, i giudizio risulta sommario anche in forza della “superficialità” con cui il giudicante acquisisce conoscenza dei fatti di causa.
Dopo l’emanazione del decreto ingiuntivo conseguente alla proposizione del ricorso, sarà onere del debitore ingiunto provvedere nel termine normativamente previsto ad instaurare un giudizio a cognizione piena.
La struttura complessiva dell’istituto prevede infatti che il ricorrente, dopo aver notificato il decreto ottenuto a proprio favore, possa risultare destinatario di un atto di citazione attraverso il quale il debitore a cui è stato notificato il ricorso provveda ad impugnare il decreto emesso nei suoi confronti: in tal caso si aprirà una seconda e diversa fase procedimentale, a cognizione piena, in cui il ricorrente assume la veste (come si vedrà, solo formale) di convenuto, e il debitore ingiunto quella di attore.
In caso di opposizione avviene cioè un’inversione (si ripete, solo formale) fra attore e convenuto, nel senso che il soggetto che chiede tutela giudiziale della propria pretesa è il convenuto, e non l’attore. L’attore, nel giudizio di opposizione, è invece il soggetto nei cui confronti è già stato emesso il decreto ingiuntivo da parte del giudice.
La caratteristica della sommarietà, riferita all’istruttoria del procedimento di ingiunzione, è però relativa esclusivamente alla prima fase del procedimento.
Se infatti viene considerata per intero la struttura della vicenda processuale, e dunque avendo riguardo anche all’eventuale fase di opposizione instaurata su impulso del debitore-ingiunto, deve considerarsi che dopo la proposizione dell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo, la sommarietà del giudizio lascia il posto ad una piena cognizione del giudice.
Dopo l’opposizione, infatti, oltre a verificarsi il particolare fenomeno dell’inversione formale delle parti (per cui il creditore assume la veste di convenuto opposto, e il debitore quella di attore opponente), viene a modificarsi la posizione processuale del creditore sotto il profilo degli elementi probatori che esso deve produrre al fine di ottenere soddisfazione della propria pretesa: a seguito dell’opposizione, cioè, si apre un procedimento a cognizione piena, in cui non vi è più alcuna “semplificazione”, o comunque modificazione, in ordine agli elementi probatori che le parti in lite sono onerati a produrre al fine di vedere accolte le rispettive domande.
In tale contesto, colui che richiede tutela della propria pretesa (ossia colui che formalmente è convenuto nell’ambito del giudizio di opposizione) dovrà fornire piena prova dei fatti costitutivi del diritto azionato in sede di giudizio monitorio, così come l’ingiunto (ossia l’attore formale) dovrà fornire prova dei fatti estintivi del diritto azionato con lo strumento del decreto ingiuntivo: fermo restando che l’onere della prova spetterà, in primo luogo e nonostante l’emissione a suo favore del decreto, sul creditore, e qualora esso non soddisfi l’onere probatorio posto, in via generale, a carico di chi si afferma essere titolare del diritto azionato, il giudizio di opposizione si concluderà con la revoca dell’iniziale decreto ingiuntivo emesso.
Al fine di tracciare i caratteri essenziali dell’istituto, pare opportuno affrontare la principale peculiarità del decreto ingiuntivo eventualmente emesso o, meglio, la caratteristica che rende l’istituto assai “appetibile” per il creditore.
Il decreto ingiuntivo emesso, infatti, può essere fin da subito, o comunque può divenire in tempi assai rapidi, esecutivo: costituisce quindi (subito o dopo il decorrere del termine per l’opposizione) titolo esecutivo ai sensi dell’art. 474 c.p.c.
In sostanza – come meglio si vedrà nel prosieguo – il creditore che abbia ottenuto l’emissione del decreto ingiuntivo, in alcune ipotesi, ossia qualora siano ricorse le condizioni per l’emanazione di un decreto provvisoriamente esecutivo, può fin da subito proporre un procedimento esecutivo, notificando ad un tempo sia il titolo (appunto il decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo) che il precetto.
Peraltro, anche qualora il decreto non sia immediatamente esecutivo, esso diviene tale ai sensi dell’art. 647 c.p.c qualora il debitore ingiunto non si opponga nei termini previsti, e, ai sensi dell’art. 648 c.p.c., qualora, pur opponendosi, il debitore non alleghi una “prova scritta o di pronta soluzione” a fondamento delle proprie eccezioni. In tale seconda ipotesi, invero, non vi è alcun automatismo per l’acquisizione di efficacia del decreto, in quanto sarà il giudice dell’opposizione a doverla disporre tramite ordinanza, qualora ritenga sussistenti i presupposti del ricordato art. 648 c.p.c.
Ciò detto in linea generale, occorre poi sottolineare che ai sensi dell’art. 655 c.p.c. <I decreti dichiarati esecutivi a norma degli articoli 642, 647 e 648, e quelli rispetto ai quali è rigettata l'opposizione costituiscono titolo per l'iscrizione dell'ipoteca giudiziale.>
Si ricorda inoltre come l’art. 2828 c.c. prevede che ''I Ogni sentenza che porta condanna al pagamento di una somma o all'adempimento di altra obbligazione ovvero al risarcimento dei danni da liquidarsi successivamente è titolo per iscrivere ipoteca sui beni del debitore. II Lo stesso ha luogo per gli altri provvedimenti giudiziali ai quali la legge attribuisce tale effetto.''
Correlato al precedente tema è quello della capacità del decreto ingiuntivo non opposto di acquisire forza di giudicato. Infatti, oltre alla possibilità di agire in tempi rapidi in sede esecutiva, lo strumento del procedimento di ingiunzione risulta idoneo a soddisfare l’esigenza del creditore di celerità nel giungere alla definizione della controversia.
L’art. 647 c.p.c. prevede infatti che '' I. Se non è stata fatta opposizione nel termine stabilito, oppure l'opponente non si è costituito, il giudice che ha pronunciato il decreto, su istanza anche verbale del ricorrente, lo dichiara esecutivo. Nel primo caso il giudice deve ordinare che sia rinnovata la notificazione, quando risulta o appare probabile che l'intimato non abbia avuto conoscenza del decreto. II. Quando il decreto è stato dichiarato esecutivo a norma del presente articolo, l'opposizione non può essere più proposta né proseguita, salvo il disposto dell'articolo 650, e la cauzione eventualmente prestata è liberata.''
Ebbene, dal contenuto testuale di tale disposizione - la quale, dopo aver affermato che il decreto diviene esecutivo a causa dell’inerzia del debitore ingiunto nell’instaurare (o nel proseguire) il giudizio di opposizione, precisa che l’opposizione, in tal caso, non può più essere proposta (salvo soltanto l’opposizione tardiva di cui all’art. 650 c.p.c.) – si ricava la conseguenza che il decreto non opposto (o la cui opposizione non sia coltivata fino alla pronuncia del giudice dell’opposizione) conduce ad un accertamento dei fatti oggetto di causa suscettibili di costituire giudicato fra le parti. In altri termini, quanto accertato in sede di giudizio monitorio non potrà più essere reso oggetto di ulteriore giudizio.
Per meglio chiarire la questione, deve ricordarsi che l’art. 2909 c.c. “L’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa”. E sulla base di tale asciut