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Timestamp: 2017-12-16 12:43:43+00:00
Document Index: 10451751

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 700', 'art. 669']

Milano. Il Tar blocca il Comune nella lotta contro le sale giochi : "C'è avversione contro il gioco" - Jamma - Jamma
Milano. Il Tar blocca il Comune nella lotta contro le sale giochi : “C’è avversione contro il gioco”
25 ottobre 2014 - 16:34
(Jamma) E’ illegittima la decisione del Comune di Milano di chiudere la sala scommesse in corso Vercelli angolo via Cimarosa. Per la prima sezione del Tar lombardo “i provvedimenti dell’amministrazione sono connotati da un’istruttoria carente, indotta da mere presunzioni che costituiscono espressione di una aprioristica avversione nei confronti del gioco e delle scommesse”. Tanto, scrivono i giudici, “da porre in secondo piano il fatto che nella specie si trattasse di una attività regolarmente autorizzata dal questore”.
La chiusura della sala in questione costituisce uno dei primi atti della guerra che Palazzo Marino ha dichiarato al gioco d’azzardo e, da inizio anno, ha visto già numerose e opposte decisioni parziali dello stesso Tar e del Consiglio di Stato. Di fatto, però, con questa prima sentenza il tribunale amministrativo boccia la chiusura, spiegando che le ragioni portate dal Comune “sono ben lontane dal giustificare possibili limitazioni motivate dal generico riferimento a “comportamenti incivili”, al paventato “intralcio alla circolazione” o al disturbo della quiete condominiale: fenomeni mai accertati o, per lo meno, privi di riscontri probatori”. Se così si esprimono i giudici, dando ragione alla Uninvest spa, la risposta dell’amministrazione è immediata: farà ricorso al Consiglio di Stato, che come spiega l’assessore all’Urbanistica, Ada Lucia De Cesaris, “ci ha già dato ragione una volta: riteniamo, dati alla mano, che ci sia una grave emergenza ludopatia a Milano, la salute dei cittadini è uno dei nostri obiettivi primari” .
I giudici del Tar non si limitano alla legge comunale e “con riferimento all’applicazione della disciplina di cui alla legge regionale 8/2013, il Collegio osserva che – fermo restando quanto statuito in sede cautelare in ordine al preventivo rilascio dell’autorizzazione del Questore (13.1.2014) rispetto all’entrata in vigore dell’allegato A (29.1.2014), concernente l’applicazione del regime delle distanze dai luoghi sensibili – non risulta persuasivo il richiamo dell’Amministrazione comunale all’ordinanza n. 339 del 6.3.2014, con cui la IV Sezione ha respinto la domanda cautelare proposta dal titolare di una tabaccheria avverso il diniego, da parte del Comune di Cantù, di una denuncia di inizio attività relativa all’installazione di due apparecchi da gioco.
Nella fattispecie oggetto del presente giudizio, infatti, il titolo legittimante l’avvio dell’attività è stato regolarmente rilasciato in esito alla verifica di tutti i presupposti di legge (compresa l’osservanza della disposizione relativa all’obbligo di avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica di giochi con vincite in denaro, cfr. art. 7 del D.L. 158/2012, convertito in legge n. 189/2012), mentre nella controversia richiamata – ancora, comunque, sub iudice – sembra pacifico che il ricorrente non abbia conseguito alcun assenso, né preventivo né successivo, allo svolgimento dell’attività di gioco all’interno del proprio locale pubblico.
Il che, quindi, pare in contrasto con la motivazione espressa dal Giudice d’Appello nell’ordinanza n. 2608/2014 secondo cui sussisterebbe “un contrasto di giurisprudenza cautelare presso lo stesso TAR di Milano in ordine a tale questione”.
Parimenti infondato è l’assunto della difesa comunale secondo cui i Comuni sarebbero titolari di funzioni amministrative dirette a tutelare, in materia di gioco, l’ordine e la sicurezza pubblica, la salute e la dignità delle persone (cfr. pagg. 7 – 8 della memoria del 23.7.2014): tesi sostenuta mediante il richiamo a un’altra ordinanza di questo Tribunale (in cui si è rilevato “che la disciplina in tema di sale da gioco non ha, quindi, nulla a che vedere con l’ordine pubblico, in quanto gli apparecchi da gioco sono considerati esclusivamente nel loro aspetto negativo di strumenti di grave pericolo per la salute individuale e il benessere psichico e socio-economico della popolazione locale”, cfr. ordinanza, sez. II, 13 gennaio 2014, n. 50).
Del resto, nella richiamata ordinanza si è fatto espresso riferimento alla sentenza della Corte costituzionale n. 300 del 10 novembre 2011, la quale, però, come il Collegio ha rilevato in sede cautelare, ha riguardato l’esercizio della competenza legislativa espressamente prevista dall’art. 8, comma 1, punto n. 5 dello Statuto della Provincia autonoma di Bolzano (“urbanistica e piani regolatori”); da ciò consegue che, nel nostro ordinamento, non sussiste (quanto meno sino all’entrata in vigore della legge regionale della Lombardia n. 8/2013, tuttavia inapplicabile ratione temporis alla fattispecie di causa) una base normativa che legittimi le Amministrazioni comunali ad inibire le attività commerciali a tutela dei cittadini contro i rischi della ludopatìa.
Al tempo dei fatti di causa, invero, l’unica disposizione in vigore che attivamente coinvolgesse le citate Amministrazioni era l’art. 7, comma 10 del D.L. 158/2012 (convertito in legge 189/2012), che, oggi ancora vigente, prevede che “le pianificazioni operano relativamente alle concessioni di raccolta di gioco pubblico bandite successivamente alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e valgono, per ciascuna nuova concessione, in funzione della dislocazione territoriale degli istituti scolastici primari e secondari, delle strutture sanitarie ed ospedaliere, dei luoghi di culto esistenti alla data del relativo bando. Ai fini di tale pianificazione si tiene conto dei risultati conseguiti all’esito dei controlli (…), nonché di ogni altra qualificata informazione acquisita nel frattempo, ivi incluse proposte motivate dei comuni ovvero di loro rappresentanze regionali o nazionali”: una disposizione, tuttavia, inidonea a radicare un potere di diretta inibizione all’insediamento delle attività di gioco.
Inesatto è, inoltre, il richiamo del Comune alla giurisprudenza della Corte di Giustizia, che avrebbe “riconosciuto la possibilità, in capo agli Stati membri, di introdurre limitazioni e condizioni ai principi comunitari di libera circolazione di beni, delle persone, dei servizi e dei capitali, nell’esercizio dell’attività del gioco e scommesse. Ciò al fine di stabilire un livello di protezione adeguato delle persone e dell’ordine sociale, per la prevenzione della frode e dell’incitamento dei cittadini ad una spesa eccessiva legata al gioco medesimo, con compromissione della dignità personale, nonché per la prevenzione delle turbative dell’ordine sociale in generale” (cfr. pag. 10 della memoria del 23.7.2014).
Nella sentenza del 6 marzo 2007 (cause riunite C-359/04 e C-360/04, c.d. “Placanica”), il Giudice comunitario ha, infatti, affermato che “anche se gli Stati membri sono liberi di fissare gli obiettivi della loro politica in materia di giochi d’azzardo e, eventualmente, di definire con precisione il livello di protezione perseguito, le restrizioni che essi impongono devono tuttavia soddisfare le condizioni che risultano dalla giurisprudenza della Corte per quanto riguarda la loro proporzionalità. Di conseguenza, occorre esaminare separatamente per ciascuna delle restrizioni imposte dalla normativa nazionale in particolare se essa sia idonea a garantire il conseguimento dello scopo perseguito dallo Stato membro interessato e non vada oltre quanto necessario per il raggiungimento di questo. In ogni caso, queste restrizioni devono essere applicate in modo non discriminatorio (v., in tal senso, sentenze Gebhard, citata, punto 37; Gambelli e a., citata, punti 64 e 65, nonché 13 novembre 2003, causa C 42/02, Lindman, Racc. pag. I 13519, punto 25)” (cfr. paragrafi 48 – 49).
La Corte ha concluso, nell’occasione, che “spetterà ai giudici nazionali verificare se la normativa nazionale, in quanto limita il numero di soggetti che operano nel settore dei giochi d’azzardo, risponda realmente all’obiettivo mirante a prevenire l’esercizio delle attività in tale settore per fini criminali o fraudolenti”: una potestà di controllo che, tuttavia, non può incidere sull’effettività della libertà di stabilimento e di libera prestazione dei servizi previste rispettivamente agli artt. 43 e 49 CE.
Neppure il richiamo alla sentenza del 24 gennaio 2013 (cause riunite C-186/11 e C-209/11) coglie, poi, nel segno.
In tale pronuncia la Corte ha stabilito che il monopolio sui giochi costituisce una restrizione alle libertà prima citate nel caso in cui tale disciplina non sia ispirata da finalità di ordine pubblico (“gli articoli 43 CE e 49 CE devono essere interpretati nel senso che essi ostano ad una normativa nazionale (…) che concede un diritto esclusivo avente ad oggetto lo svolgimento, la gestione, l’organizzazione e il funzionamento dei giochid’azzardo ad un organismo unico (…), qualora, da un lato, tale normativa non risponda realmente all’intento di ridurre le occasioni di gioco e di limitare le attività in tale settore in modo coerente e sistematico e, dall’altro, non sia garantito uno stretto controllo da parte delle autorità pubbliche sull’espansione del settore dei giochi d’azzardo, soltanto nella misura necessaria alla lotta alla criminalità connessa a tali giochi, circostanze queste che spetta al giudice del rinvio verificare”).
Tale sentenza, in particolare, ha sanzionato la situazione verificatasi in Grecia, ove si era affermato uno storico monopolio dei giochi leciti in capo a un organismo (OPAP), partecipato in quota minoritaria dallo Stato, che, pur nominalmente ispirato a obiettivi di tutela dell’ordine pubblico, si era col tempo trasformato in una società quotata in borsa, ponendo in evidenza una contraddizione in termini tra lo status di monopolista pubblico e quello di società quotata votata alla realizzazione del massimo profitto.
Si può, dunque, agevolmente rilevare che le statuizioni sopra richiamate sono ben lontane dal giustificare possibili limitazioni motivate, come nella specie, dal generico riferimento a “comportamenti incivili”, al paventato “intralcio alla circolazione” o al disturbo della quiete condominiale: fenomeni, questi, mai accertati o, per lo meno, privi di riscontro probatorio, come, peraltro, pare delinearsi nell’ordinanza del Tribunale di Milano del 10.4.2014, con cui è stato accolto il reclamo proposto dalle ricorrenti avverso il provvedimento ex art. 700 del codice di procedura civile del 13.2.2014, che aveva in precedenza ordinato la cessazione dell’attività (nello stesso giorno, peraltro, è stata disposta la chiusura coattiva del locale in esecuzione dell’ordinanza del Sindaco)”.
Il Comune di Milano è quindi stato condannato a rifondere le spese processuale alla società che ha presentatoricorso.
Nulla da fare invece per la richiesta di risarcimento danni. Per i giudici va tenuto conto :
a) che l’attività di raccolta delle scommesse e di gioco d’azzardo, iniziata dopo il rilascio dell’autorizzazione da parte del Questore (13.1.2014), è stata sospesa per effetto dell’ordinanza impugnata in data 7.2.2014;
b) che, però, l’autonoma efficacia di tale provvedimento è durata fino al momento che, con il provvedimento emesso dal Tribunale civile di Milano in data 13.2.2014, è stata disposta la cessazione di “ogni attività di intrattenimento, ristorazione, eventi, giochi e scommesse”;
c) che l’efficacia inibitoria connessa a tale ultima ordinanza è rimasta immutata nonostante la pronuncia cautelare della Sezione, e ciò sino all’accoglimento, in data 10.4.2014, del reclamo ex art. 669 terdecies del codice di procedura civile;
che a partire dall’11.4.2014 è stato, quindi, rimosso qualsiasi limite allo svolgimento dell’attività, ma ciò soltanto sino all’emissione, in data 18.6.2014, dell’ordinanza n. 2608 della V Sezione del Consiglio di Stato, che ha ripristinato l’efficacia del provvedimento originariamente impugnato.
“È, pertanto, provato che – anche ad ammettere una responsabilità del Comune di Milano da provvedimento illegittimo – nella specie l’impossibilità per le società ricorrenti di trarre utili dall’esercizio dell’attività imprenditoriale sia stata, comunque, pressoché interamente determinata dai citati provvedimenti giurisdizionali”.