Source: https://www.laleggepertutti.it/277774_scherzi-ai-compagni-di-classe-e-bullismo
Timestamp: 2019-06-17 17:55:50+00:00
Document Index: 54005212

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Scherzi ai compagni di classe: è bullismo
I genitori sono responsabili dei danni finché il bambino ha 18 anni. Da 14 anni in su il bambino subisce un procedimento penale.
Quelli che alcuni chiamano solo scherzi ai compagni di classe è invece bullismo. Perseguitare in continuazione un ragazzo minorenne, metterlo alla berlina, aggredirlo o solo umiliarlo costituisce un grave reato del quale rispondono tutti gli autori se hanno almeno 14 anni. Anche quelli che si sono limitati ad assistere ai fatti senza intervenire non la passano liscia. Gli effetti di queste condotte si estendono ai relativi genitori che sono obbligati a risarcire i danni alla vittima finché il proprio figlio è minorenne. Sono questi alcuni degli importanti principi chiariti dalla Cassazione con una sentenza dell’anno [1] scorso che ha definito i confini di uno dei mali della gioventù di questo secolo. La giurisprudenza è diventata perciò molto più ferrea nella punizione di tali condotte, estendendo la responsabilità anche al padre e alla madre: una responsabilità quasi automatica visto che, per escluderla, bisognerebbe dimostrare di non aver potuto impedire il fatto; cosa pressoché impossibile visto che su entrambi i genitori grava un obbligo educativo.
Ma procediamo con ordine e vediamo quando si tratta di semplici scherzi ai compagni di classe e quando invece di bullismo, cos’è necessario affinché scatti il reato di bullismo, quali sono i rischi legali per l’autore materiale del fatto, per i compagni che, compiacenti, hanno visto e taciuto, per i rispettivi genitori.
1 Quando scatta il bullismo
2 Il bullo minorenne è responsabile penalmente del reato?
3 Chi risarcisce i danni alla vittima del bullismo?
Quando scatta il bullismo
Spesso si pensa che il confine tra bullismo e la semplice goliardia scolastica sia la gravità dei comportamenti, il grado di “cattiveria” nei dispetti, i danni sulla vittima. Non è così. Affinché scatti il bullismo è sufficiente l’accanimento: si deve cioè essere in presenza di comportamenti reiterati e continuativi tali da creare una situazione di dominio psicologico, ossia una prevaricazione e conseguente sottomissione della vittima. Si comprende quindi che, per far scattare il reato, contano anche il grado di volubilità di chi viene preso di mira dai compagni. A quel punto non è tanto la gravità dello scherzo che determina il reato ma il configurarsi di una situazione di timore che può essere generata solo dalle minacce o dagli “sfottò” continui.
Attenzione: è molto rischioso minimizzare l’episodio. Secondo una recentissima sentenza della Cassazione [2], infatti, i bulli che continuano ad affermare che la vittima è stata protagonista di semplici scherzi dimostrano l’assenza di maturazione e di non aver capito la gravità della propria condotta.
Ecco alcuni tipici esempi di bullismo:
la minaccia: il bullo ti avverte che, se non farai come dice, ti procurerà un danno fisico (ti picchierà), morale (ti prenderà in giro, rivelerà una tua debolezza, ecc.) o danneggerà i tuoi oggetti (ad esempio ti prenderà il cellulare e lo romperà);
la diffamazione: il bullo, davanti ad almeno altri 2 ragazzi (anche attraverso i social network), ti deride e offende la tua reputazione;
la molestia: quando il bullo ti disturba continuamente senza alcun ragionevole motivo, solo al fine di divertirsi dandoti fastidio;
le percosse: quando il bullo ti strattona in modo forte ma non tale da provocarti una lesione;
la lesione: quando il bullo ti spinge (per esempio) e ti provoca una effettiva malattia nel corpo o nella mente.
Affinché si possa parlare di bullismo è necessario che la situazione di isolamento del giovane dipenda proprio e unicamente dai compagni e non da vicende personali (come, ad esempio, la separazione dei genitori) [3].
La vittima può ben denunciare il bullismo sia ai rispettivi insegnati che ai dirigenti scolastici, i quali – in quanto pubblici ufficiali – hanno l’obbligo (a pena di una responsabilità professionale) di informare le pubbliche autorità di tutti i reati conosciuti nell’esercizio delle proprie funzioni, al fine dell’avvio del procedimento penale nei confronti dei colpevoli.
Diversamente, la vittima può anche rivolgersi direttamente ai carabinieri, alla polizia o, tramite un avvocato, depositare una denuncia alla Procura della Repubblica del tribunale.
Il bullo minorenne è responsabile penalmente del reato?
Contrariamente a quanto spesso si crede anche un minorenne risponde penalmente dei reati commessi. Da 14 anni in su infatti c’è piena responsabilità dell’autore delle condotte criminose. Sotto tale età invece il soggetto “non è imputabile”, non può cioè essere processato.
Chi risarcisce i danni alla vittima del bullismo?
Il processo penale viene condotto per infliggere la punizione sui colpevoli del bullismo. Nel corso di esso, la vittima può costituirsi parte civile per farsi risarcire i danni. Il giudice penale stabilisce una “provvisionale” (ossia una sorta di “acconto”), salvo poi agire davanti a un giudice civile per ottenere la residua parte dell’indennizzo. Ma chi paga materialmente la vittima? Se, da un punto di vista penale, la responsabilità è del bullo con più di 14 anni, da un punto di vista civile il risarcimento spetta ai suoi genitori. Il Codice civile [4] stabilisce infatti in capo al padre e alla madre del colpevole l’obbligo di ripianare i danni commessi dal figlio. Anche nei casi in cui non si tratti di bullismo, i genitori non si salvano – nemmeno se i figli hanno più di 14 anni – se gli hanno permesso di usare giochi pericolosi (ad esempio un petardo o una pistola ad armi compresse).
I genitori si salvano dalla condanna civile solo se dimostrano di non aver potuto impedire l’evento, ossia di aver fatto tutto il possibile affinché i fatti non si verificassero. Ma si tratta di una prova pressoché impossibile visto che su di loro grava l’obbligo di fornire al figlio una corretta educazione di come ci si deve comportare in società e con le altre persone. I giudici, in questo, sono diventati molto più severi atteso che il cambiamento dei costumi sociali ha innalzato i doveri educativi e i genitori devono essere in grado di prevenire i rischi dei tempi moderni, cyberbullismo compreso.
L’obbligo del risarcimento del danno non lascia fuori neanche i genitori dei ragazzi che assistono a un episodio di bullismo senza dissociarsi; tanto per intenderci sono quei compagni che, pur non agendo, si limitano a osservare compiaciuti l’episodio, si mettono a ridere, magari riprendono la scena con un cellulare. La partecipazione emotiva a un reato per i giudici denota infatti una forte carenza educativa. Diverso è il caso di chi partecipi all’episodio di bullismo solo perché anch’egli succube di un’altra prepotenza.
Anche gli insegnanti e l’istituto scolastico possono essere obbligati a risarcire i danni laddove responsabili per aver lasciato incustodita l’aula negli orari di lezione o per non aver saputo sottoporre a sorveglianza gli scolari per tutto il tempo in cui si trovano all’interno dell’istituto scolastico (quindi anche durante l’orario di ricreazione). In questo caso, il ministero dell’Istruzione paga anche per episodi che non rientrano nel bullismo: basta il semplice infortunio.
Secondo il tribunale di Roma [5] la scuola che non risponde alle richieste di intervento da parte dei genitori di una vittima di bullismo, risponde per culpa in vigilando per le lesioni subite all’uscita della scuola. Nel caso di specie, le offese (insulti, sputi e spintoni) erano iniziate durante la lezione e poi proseguite con pugni e calci, fuori dal cancello della scuola.
[1] Cass. sent. n. 26595/2018 dell’11.06.2018.
[3] Trib. Civitavecchia, sent. n. 977/0218.
[5] Trib. Roma., sent. n. 6919/2018.
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Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 11 giugno 2018, n. 26595
Lesioni aggravate – Rissa – Circostanze aggravanti – Concorso di persone – Atti persecutori – Condanna – Presupposti – Articolo 518 cp – Contraddittorio – Diritto di difesa – Elementi probatori – Dichiarazioni della persona offesa – Valutazione del giudice di merito – Trattamento sanzionatorio – Parametri – Circostanze attenuanti generiche – Diniego – Criteri
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. VESSICHELLI Maria – Presidente Dott. DE GREGORIO Eduardo – Consigliere Dott. SCARLINI Enrico V. S. – Consigliere Dott. GUARDIANO Alfredo – rel. Consigliere Dott. AMATORE Roberto – Consigliere
avverso la sentenza del 27/01/2017 della CORTE APP.SEZ.MINORENNI di CATANIA;
Udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Dr. PINELLI MARIO MARIA STEFANO: Stimando infondati i ricorsi, il PG ne chiede l’inammissibilita’.
Il difensore presente evidenzia le doglianze mosse nei confronti della sentenza impugnata e ne chiede l’annullamento. RITENUTO IN FATTO
https://bdprof.ilsole24ore.com/MGR4/Default.aspx 06/03/2019
1. Con la sentenza di cui in epigrafe la corte di appello di Catania, sezione penale minori, confermava la sentenza con cui il tribunale per i minorenni di Catania, in data 17.11.2015, aveva condannato (OMISSIS) e (OMISSIS), ciascuno alle pene ritenute di giustizia, in relazione ai reati di cui agli articoli 582 e 585 c.p. e articolo 61 c.p., n. 11-ter, (capo A); articoli 110 e 581 c.p., articolo 61 c.p., n. 11-ter, (capo B); articolo 61 c.p., n. 11-ter, articolo 110 c.p. e articolo 612-bis c.p., comma 3, (capo C), loro in rubrica rispettivamente ascritti.
2. Avverso la sentenza della corte di appello di Catania, di cui chiedono l’annullamento, hanno proposto tempestivo ricorso per cassazione entrambi gli imputati, con autonomi atti di impugnazione.
2.1. Il (OMISSIS), in particolare, lamenta: 1) l’inosservanza di norme processuali previste a pena di nullita’, con riguardo al reato contestato al capo C) dell’imputazione, per violazione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa, in quanto il pubblico ministero, all’esito dell’escussione del teste (OMISSIS) (padre della persona offesa), ha proceduto alla contestazione suppletiva delle circostanze aggravanti di cui all’articolo 61 c.p., n. 11-ter e articolo 585 c.p., nonche’ alla contestazione di un fatto nuovo, e cioe’ del reato di atti persecutori di cui all’articolo 612-bis c.p., in violazione dell’articolo 518 c.p.p., a mente del quale il pubblico ministero puo’ procedere alla contestazione di un fatto nuovo nel corso del dibattimento solo quando vi sia il consenso dell’imputato presente che, nel caso di specie, non e’ stato prestato. Rileva, al riguardo, il ricorrente che il reato di atti persecutori contestato al capo C) dell’imputazione, integra un fatto ulteriore rispetto a quelli originariamente contestati, che non si sostituisce ad essi, ma vi si aggiunge quale autonomo thema decidendum ed e’ percio’ qualificabile come fatto nuovo, che, dunque, non poteva essere contestato, in mancanza del consenso dell’imputato, giusta la previsione dell’articolo 518 c.p., comma 2; 2) mancanza, contraddittorieta’ e manifesta illogicita’ della motivazione, avendo la corte travisato totalmente le risultanze dibattimentali. Piu’ precisamente, con
riguardo al reato di lesioni personali volontarie, contestato al capo A) dell’imputazione, il ricorrente rileva che la persona offesa ha riferito di non aver riportato neanche un graffio a seguito della presunta aggressione. Risulta, dunque, illogica ed errata la mancata riqualificazione del fatto nel reato di cui all’articolo 581 c.p.; in relazione al reato di percosse di cui al capo B) dell’imputazione, il ricorrente deduce che, alla luce della deposizione resa da (OMISSIS) (compagno di classe della persona offesa e degli imputati) l’episodio verificatosi in data (OMISSIS) non configura un’aggressione ma un mero litigio tra ragazzi, scatenato dal fatto che la persona offesa, colpita accidentalmente da alcune gocce di limone con cui stavano giocando i suoi compagni, ha reagito aggredendoli fisicamente con dei calci. Peraltro, il ricorrente sottolinea che non vi e’ prova di una sua partecipazione a tale episodio, posto che la persona offesa ha parlato di una tale ” (OMISSIS)” e non di ” (OMISSIS)”; infine, in relazione al reato di stalking di cui al capo C), il ricorrente evidenzia che le risultanze dibattimentali non dimostrano la sussistenza di reiterate condotte vessatorie e moleste e, dunque, la sussistenza della condotta di cui all’articolo 612-bis c.p., essendo emerso: che le presunte aggressioni non furono tre ma soltanto due, in quanto l’episodio in cui gli imputati avrebbero spremuto del limone addosso alla persona offesa fu contestuale alla presunta aggressione del (OMISSIS); che, in ogni caso, quel giorno non vi e’ stata alcuna aggressione nei confronti di (OMISSIS), anzi era stato proprio lui, infastidito dal fatto di essere stato colpito accidentalmente da alcune gocce di limone con cui stavano giocando i suoi compagni, a reagire aggredendoli fisicamente con dei calci; che il video, registrato con un telefonino, dell’episodio verificatosi prima delle vacanze di Natale, peraltro mai proiettato in classe alla presenza di un insegnante, non mostra una aggressione ai danni della persona offesa, ma scene di drammatizzazione con le quali i ragazzi mimavano calci e pugni al compagno; che i fatti di cui sopra non hanno ingenerato uno stato di ansia o di timore, tanto e’ vero che il padre della persona offesa ha dichiarato che le ragioni per le quali il figlio ha lasciato l’istituto scolastico non furono le condotte degli odierni imputati, bensi’ la circostanza che i genitori della persona offesa avevano deciso di denunziare la scuola; 3) vizio di motivazione, in ordine alla mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, giacche’ il giudice dell’appello avrebbe omesso di fornire adeguata ed esaustiva risposta alle doglianze difensive, non considerando che il (OMISSIS) ha ammesso che, pur non avendo alcun intento persecutorio nei confronti del compagno di classe, vi sono state delle spinte e degli insulti tra lui e la persona offesa, in tal modo dimostrando, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di appello, una rivisitazione critica delle proprie scelte ed un processo di maturazione che lo ha indotto ad assumersi le proprie responsabilita’, senza tacere che il giudice di secondo grado avrebbe dovuto prendere in considerazione il documentato disagio psichico nel quale versa l’imputato e la difficile situazione familiare che lo stesso vive a causa della grave patologia da cui risulta affetta la madre.
2.2. Il (OMISSIS), dal suo canto, eccepisce: 1) travisamento della prova e contraddittorieta’ della motivazione, in quanto il giudice di appello ha fondato il suo convincimento su un risultato di prova incontestabilmente diverso da quello reale, ritenendo dimostrato il pestaggio in danno della persona offesa, esclusivamente sulla base delle dichiarazioni di quest’ultima (di cui il ricorrente contesta l’attendibilita’, trattandosi di soggetto affetto da lieve ritardo cognitivo, che avrebbe dovuto essere sottoposto a perizia psichiatrica, ingiustamente negata dal giudice di appello) e dei suoi genitori, confondendo la pantomima di una aggressione con una reale aggressione, posto che i testi estranei uditi in udienza hanno dichiarato che i compagni di classe scherzavano con la persona offesa come scherzano fra di loro e che l’episodio di dicembre era stato una drammatizzazione, una scena mimata di una aggressione, senza tacere che non vi e’ alcuna prova della diffusione del video dal presunto contenuto rappresentativo di un’aggressione subita dal (OMISSIS); 2) violazione di legge, difettando la dimostrazione della sussistenza egli elementi integrativi del reato di “stalking”, con particolare riferimento al perdurante e grave stato di ansia o di paura, richiesto dalla norma incriminatrice, tanto e’ vero che dalla deposizione del padre della persona offesa, (OMISSIS), trapela che
il reale motivo per cui il figlio non venne piu’ mandato a scuola non erano gli scherzi dei suoi compagni di classe, ma la denuncia presentata contro la scuola; 3) vizio di motivazione, in quanto la corte territoriale, da un lato, non ha tenuto conto di quanto riferito dal teste (OMISSIS), circa l’assenza del (OMISSIS) all’episodio del (OMISSIS); dall’altro, omette di considerare il particolare contesto in cui si sono svolti i fatti, un istituto scolastico, in cui frequenti erano gli scherzi reciproci fra gli alunni che lo frequentavano, ai quali partecipava anche il (OMISSIS), con un ruolo non sempre di vittima di tali scherzi, per cui il giudice avrebbe dovuto verificare se, nel caso della reciprocita’ degli atti di molestie, vi sia una posizione di ingiustificata predominanza di uno dei contendenti, tale da consentire e qualificare le iniziative minacciose e moleste come atti di natura persecutoria e le reazioni della vittima esplicazioni di un meccanismo di difesa volto a sopraffare la paura; 4) vizio di motivazione e violazione di legge, con riferimento alla mancata concessione delle attenuanti generiche, in quanto la mancata partecipazione al torneo di calcetto ed il dialogo aperto in classe con l’insegnante di educazione motoria, nonche’ coordinatore della classe, hanno fatto comprendere al (OMISSIS) l’inopportunita’ del suo comportamento, per cui, contrariamente a quanto sostenuto dal giudice di appello, non vi sono ostacoli al riconoscimento delle attenuanti generiche, anche in considerazione del fatto che, pur essendo l’ambiente scolastico tale da indurre tutta la classe a quei comportamenti, solo tre ragazzi sono stati sottoposti ad un processo penale.
3. I ricorsi vanno dichiarati inammissibili per le seguenti ragioni.
4. Manifestamente infondato appare il primo motivo di ricorso articolato dal (OMISSIS), dovendo trovare applicazione nel caso in esame il disposto dell’articolo 517 c.p.p., che rende inapplicabile la previsione normativa di cui all’articolo 518 c.p.p..
La contestazione suppletiva effettuata nel dibattimento di primo grado dal pubblico ministero, sulla base degli elementi acquisiti nel corso delle indagini preliminari (come rilevato dalla corte territoriale), aveva, infatti, ad oggetto, da un lato, le circostanze aggravanti previste dall’articolo 585 c.p. e articolo 61 c.p., n. 11 ter, dall’altro il delitto di cui all’articolo 61 c.p., n. 11 ter e articolo 110 c.p. e articolo 612 bis c.p., comma 3, (confluito nel capo C dell’imputazione), che rientra nell’ipotesi prevista dall’articolo 12 c.p., lettera b), trattandosi di reato unificato sotto il vincolo della continuazione con gli altri reati originariamente contestati agli imputati nei capi A) e B) dell’imputazione, in quanto sorretti dal medesimo disegno criminoso (come riconosciuto dai giudici di merito).
Entrambe le fattispecie sono espressamente richiamate dal disposto dell’articolo 517 c.p.p., comma 1, che, ove, come nel caso in esame, non ne sia stata fatta menzione nel decreto che dispone il giudizio, autorizza il pubblico ministero a contestare all’imputato il reato connesso o la circostanza aggravante, purche’ la cognizione non appartenga alla competenza di un giudice superiore.
Al riguardo appare sufficiente ribadire il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimita’, secondo cui in tema di istruzione dibattimentale, la contestazione di un reato concorrente o di una circostanza aggravante e’ consentita sulla base anche dei soli elementi gia’ acquisiti in fase di indagini preliminari, non soltanto perche’ non vi e’ alcun limite temporale all’esercizio del potere di modificare l’imputazione in dibattimento, ma anche perche’, da un lato, nel caso di reato concorrente, il procedimento dovrebbe retrocedere alla fase delle indagini preliminari e, dall’altro, nel caso di circostanza aggravante, la mancata contestazione nell’imputazione originaria risulterebbe irreparabile, essendo la medesima insuscettibile di formare oggetto di un autonomo giudizio penale (cfr. Cass., Sez. 2, 8.1.2009, n. 3192, rv. 242672).
La legittimita’ della contestazione suppletiva ex articolo 517 c.p.p., va ovviamente valutata al momento in cui essa viene formulata come ipotesi di accusa, da sottomettere poi al vaglio del giudizio alla stessa stregua della contestazione principale. E’ in tale momento che tra il reato contestato in via principale e quello contestato in via suppletiva deve esistere la connessione prevista dall’articolo 12 c.p.p., lettera b), (cfr. Cass., Sez. 3, 7.3.1994, n. 6153, rv. 199195), connessione che, come si e’ detto, e’ stata ritenuta sussistente da entrambi i giudici di merito.
Sicche’ per la legittimita’ della contestazione di una circostanza aggravante o di un reato connesso non e’ richiesto, in base al disposto dell’articolo 517 c.p.p. anche il consenso dell’imputato, essendo sufficiente la sussistenza di un reato contestato in via principale, di una circostanza aggravante ad esso relativa ovvero di un rapporto di connessione quale previsto dall’articolo 12 c.p.p., lettera b) tra la contestazione principale e quella suppletiva, la genesi di quest’ultima o della circostanza aggravante dall’approfondimento dibattimentale del materiale investigativo (cfr. Cass., Sez. 3, 8.4.1998, n. 6443, rv. 210970).
5. Generici e di natura eminentemente fattuale appaiono i motivi di impugnazione di entrambi i ricorrenti, sintetizzati nelle pagine che precedono sub n. 2) (ricorso (OMISSIS)) e sub n. 1); n. 2); n. 3) (ricorso (OMISSIS)).
Con essi, infatti, i ricorrenti propongono una mera rivalutazione, secondo una prospettiva, peraltro, parziale, fondata su di un’atomistica valutazione delle risultanze processuali, del compendio probatorio operata dal giudice di secondo grado, non consentita in questa sede, stante la preclusione, per il giudice di legittimita’, di sovrapporre la propria valutazione delle risultanze processuali a quella compiuta nei precedenti gradi di merito, e considerato che, in tal caso, si demanderebbe alla
Cassazione il compimento di una operazione estranea al giudizio di legittimita’, quale e’ quella di reinterpretazione degli elementi di prova valutati dal giudice di merito ai fini della decisione (cfr. ex plurimis, Cass., sez. 6, 22/01/2014, n. 10289).
La genericita’ dei motivi di ricorso si apprezza anche sotto altro profilo, in quanto essi, riproponendo acriticamente le stesse ragioni gia’ discusse e ritenute infondate dal giudice del gravame (con la cui motivazione sul punto i ricorrenti non si confrontano puntualmente), devono considerarsi non specifici, ed anzi, meramente apparenti, in quanto non assolvono la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso (cfr., ex plurimis, Cass., sez. 5, 27.1.2005, n. 11933, rv. 231708; Cass., sez. 5, 12.12.1996, n. 3608, rv. 207389).
La corte territoriale, del resto, con motivazione articolata ed immune da vizi, ha fornito esauriente e logica risposta a tutti i rilievi difensivi, ponendo a fondamento della sua decisione la narrazione della persona offesa, sottoposta a penetrante e specifica verifica, sotto il profilo della credibilita’ personale e dell’attendibilita’ delle sue dichiarazioni; individuando, pur non essendo necessario, anche importanti elementi di riscontro alla narrazione di quest’ultima; specificamente disattendendo tutti gli argomenti spesi dalla difesa al riguardo.
Del tutto condivisibile appare il percorso argomentativo seguito dal giudice di secondo grado anche con riferimento alla ritenuta sussistenza dei reati in precedenza indicati, sottolineando, con particolare riguardo al delitto di cui all’articolo 612 bis c.p., la pluralita’ delle condotte vessatorie poste in essere dai due imputati in danno del (OMISSIS), per tutto il periodo dell’anno scolastico in cui egli frequento’ la scuola, costringendolo, prima, ad interrompere la frequenza scolastica ed, alla fine, ad abbandonare la scuola, eventi che, avendo determinato un’evidente alterazione delle condizione di vita del minore, integrano, come correttamente ritenuto dal giudice di appello, la fattispecie incriminatrice, di cui all’articolo 612 bis c.p., unitamente all’accertato stato di ansia e di paura per la propria incolumita’ fisica, insorto nel minore.
Puntuale e’ la motivazione della corte territoriale anche con riferimento ai concorrenti reati di lesioni volontarie e di percosse, avendo desunto la sussistenza del primo reato, dall’accertata presenza sulla persona del minore di lividi ed ematomi (di cui ha riferito il padre (OMISSIS)),
alterazioni che, come e’ noto, richiedendo un processo di reintegrazione, anche di breve durata, devono considerarsi “malattia”, ai sensi e per gli effetti dell’articolo 582 c.p. (cfr. Cass., sez. 6, 13.1.2010, n. 10986, rv. 246679; Cass., sez. 5, 29.9.2010, n. 43763, rv. 248778), nonche’ la responsabilita’ del (OMISSIS) anche per tale reato dalle dichiarazioni della persona offesa.
6. Manifestamente infondati sono, infine, i rilievi sulla mancata concessione delle attenuanti generiche.
Ed invero la corte territoriale, da un lato, ha correttamente individuato nella presenza a carico del (OMISSIS) di un precedente penale, l’ostacolo alla concessione delle invocate circostanze ex articolo 62 bis c.p., facendo, pertanto, corretto uso dei criteri fissati dall’articolo 133 c.p., conformemente all’orientamento dominante nella giurisprudenza di legittimita’, che giustifica il diniego delle attenuanti generiche anche solo sulla base dell’esistenza di precedenti penali (cfr., ex plurimis, Cassazione penale, sez. 4, 28/05/2013, n. 24172; Cass., sez. 3, 23/04/2013, n. 23055, rv. 256172), dall’altro, con riferimento ad entrambi gli imputati, ha evidenziato la mancanza di elementi da valutare positivamente ai fini della concessione delle attenuanti ex articolo 62 bis, c.p., la cui presenza e’ sempre necessaria, posto che la meritevolezza del relativo adeguamento, in senso piu’ favorevole all’imputato, della sanzione prevista dalla legge, non puo’ mai essere data per scontata o per presunta, si’ da dar luogo all’obbligo, per il giudice, ove questi ritenga di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo l’affermata insussistenza (cfr., ex plurimis, Cassazione penale, sez. 4, 28/05/2013, n. 24172; Cass., sez. 3, 23/04/2013, n. 23055, rv. 256172).
Sotto tale ultimo profilo il giudice di secondo grado ha sottolineato non solo la gravita’ dei fatti posti in essere in danno del (OMISSIS), ma anche l’assenza di un processo di maturazione e di rivisitazione critica del proprio operato da parte degli imputati, i quali, continuando ad affermare che la persona offesa e’ stata vittima di scherzi, dimostrano di non avere compreso la gravita’ della propria condotta.
A fronte di siffatta motivazione, che non appare ne’ contraddittoria, ne’ manifestamente illogica, i ricorrenti oppongono una diversa lettura del comportamento da essi serbato, svolgendo, dunque, considerazioni di merito, non consentite in questa sede.
Va, infine, disposta l’omissione delle generalita’ e degli altri dati
identificativi in caso di diffusione del presente provvedimento, ai sensi del Decreto Legislativo 30 giugno 2003, n. 196, articolo 52, comma 5.
11/03/2019 @ 09:28
E se invece si tratta di cyberbullismo? Cosa prevede la legge?
11/03/2019 @ 09:42
La legge approvata dall’Italia che tutela le vittime di cyber bullismo offre una serie di garanzie che, tuttavia, a nulla valgono se non c’è anche il supporto materiale e psicologico di genitori e personale docente. Non ci stancheremo mai di dire che il bullismo si tiene in piedi grazie al clima omertoso del contesto in cui si inserisce: omertà dei compagni di classe, indifferenza e distrazione di coloro che dovrebbero esercitare il controllo sui minori. Ecco perché l’intelligenza dei genitori e degli insegnanti nell’individuare le emarginazioni e saperle reprimere con altrettanta durezza non può che essere il primo passo per difendersi dal cyber bullismo nella scuola. Per saperne di più leggi i nostri articoli:
-Come difendersi dal cyber bullismo nella scuola https://www.laleggepertutti.it/164554_come-difendersi-dal-cyber-bullismo-nella-scuola
-Come comportarsi in caso di cyberbullismo https://www.laleggepertutti.it/178451_come-comportarsi-in-caso-di-cyberbullismo