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Timestamp: 2020-01-23 14:07:34+00:00
Document Index: 148663874

Matched Legal Cases: ['art. 223', 'art. 2634', 'art. 2634', 'art. 2497', 'art. 223', 'art. 223']

Mercati e interessi
26 Novembre 2012	di Maurizio Fumo
Lo sconquasso normativo dei reati societari nella stagione delle leggi ad personam. Le norme necessarie a regolamentare l’attività imprenditoriale devono essere formulate, certamente, ascoltando gli interessati, ma non posso essere dettate da (o adattate su) interessi lobbistici.
Invero Sez. quinta sent. n. 15062, 2.3.2011/13.4.2011, ric. Siri, Rv 250092 ha chiarito, ad abundantiam per la verità, che i fatti di falso in bilancio seguiti dal fallimento della società (ma vale ovviamente anche per gli altri reati societari, citati nel comma secondo n. 1 dell’art. 223 della legge fallimentare) non costituiscono un'ipotesi aggravata del reato di false comunicazioni sociali, ma integrano, appunto, l'autonomo reato di bancarotta fraudolenta impropria da reato societario. Di conseguenza, aggiungiamo noi, essi vanno valutati a prescindere dalla loro procedibilità e punibilità come reati societari.
Cominciamo da un dato pacifico (e recente): per Sez. quinta sent. n. 36595, 16.4.2009-. 22.9.2009, ric. Bassio e altri, Rv. 245136, integra la distrazione rilevante ai fini della bancarotta fraudolenta patrimoniale, il trasferimento di risorse infra-gruppo, ossia tra società appartenenti allo stesso gruppo imprenditoriale, effettuato senza alcuna contropartita economica, da società che versi in gravi difficoltà finanziarie a vantaggio di società in difficoltà economiche, posto che, in tal caso, nessuna prognosi fausta dell'operazione può essere consentita.
Assolutamente ovvio, dovremmo dire. Infatti: senza contropartita, effettiva o potenziale, non è consentito indebolire la società destinata al fallimento a favore di altra, sia pure all’interno del medesimo gruppo. A maggior ragione, come si è visto, non può esser consentita la distrazione di attività tra due società del medesimo gruppo, entrambe in difficoltà economiche (lo aveva già anticipato Sez. quinta sent. n. 4410, 4.12.2007/29.1.2008, ric. Spedicati, Rv 238237) e questo perché, come si esprime Sez. quinta, sent. n. 7326, 8.11.2007/15.2.2008, ric. Belleri, Rv 239108), in tal caso, nessuna prognosi positiva è evidentemente possibile. Insomma: la esistenza di un gruppo societario non legittima, per ciò solo, qualsivoglia condotta di asservimento di una società all'interesse delle altre società del gruppo, dovendosi, per contro, ritenere che l'autonomia soggettiva e patrimoniale, che contraddistingue ogni singola società, imponga all'amministratore di perseguire prioritariamente l'interesse della specifica società cui sia preposto e, pertanto, di non sacrificarne -appunto- l'interesse in nome di un diverso interesse, ancorché riconducibile a quello di chi sia collocato al vertice del gruppo, cosa che non procurerebbe alcun effetto a favore dei terzi creditori dell'organismo impoverito.
E quindi, per queste pronunzie, il collegamento tra le società o l'appartenenza delle stesse a un gruppo imprenditoriale unitario è niente altro che la premessa per individuare uno specifico e concreto vantaggio per la società che compie l'atto di disposizione patrimoniale (Sez. quinta sent. n. 1137, 17.12.2008/13.1.2008, ric. Vianello e altri, Rv 242546). Per escludere la natura distrattiva di una operazione infragruppo, allora, non è certo sufficiente allegare tale natura; occorre che l’interessato fornisca la ulteriore dimostrazione del vantaggio compensativo della società che subisce il depauperamento (ribadito da Sez. quinta sent. n. 48518, 6.10.2011/28.12.2011, ric. Plebani, Rv 251536).
Lo stesso dunque è stato giudicato radicalmente inapplicabile all'ipotesi di bancarotta fraudolenta impropria, riguardante una società collegata o appartenente al gruppo, in quanto il fenomeno del collegamento societario non può certo mettere in discussione, per questo orientamento di giurisprudenza, il principio dell'autonomia soggettiva delle società interessate; quindi: il fallimento di una di esse prescinde dalla considerazione degli interessi del gruppo societario (Sez. quinta, sent. n. 23241, 24.4.2003/27.5.2003, ric. Tavecchia, Rv. 224952).
Pochi mesi dopo, la Corte suprema assumerà una posizione ancor più radicale (Sez. quinta sent. n. 36629, 5.6.2003/24.9.2003, ric. Longo e altri, Rv 227149), affermando che la diversità degli interessi tutelati dalla legge penale fallimentare e dalla nuova disciplina dei reati societari, introdotta dal D. Lsvo 11 aprile 2002, n. 61, impedisce che alla materia fallimentare possa applicarsi la norma prevista dall'art. 2634, comma terzo c.c., secondo cui -come ormai sappiamo- non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall'appartenenza allo stesso gruppo societario.
Ora, è vero che, a fronte di tale “filone”, un altro (minoritario) se ne è venuto creando, per il quale, nel valutare come distrattiva un'operazione di diminuzione patrimoniale senza apparente corrispettivo per una delle società collegate, occorre tenere conto del rapporto di gruppo, restando escluso il reato se, con valutazione ex ante, i benefici indiretti per la società fallita si dimostrino idonei a compensare efficacemente gli effetti immediatamente negativi, sì da rendere l'operazione incapace di incidere sulle ragioni dei creditori della società. (Sez. quinta, sent. n. 36764, 24.5.2006,-7.11.2006, ric. Bevilacqua e altri, Rv 234606 e successivamente: Sez. quinta, sent.n. 41293 25.2.2008-5.11.2008, ric. Mosca, Rv 241599), ma il fatto è che, mentre il terzo comma dell’art. 2634 c.c. parla di vantaggi (compensativi), non solo conseguiti, ma anche “fondatamente prevedibili”, per il primo comma dell’art. 2497 c.c.,il danno manca alla luce del risultato complessivo della attività di direzione del gruppo.
In una tale situazione paradossale, non ci si può allora meravigliare se il giudice di legittimità sia giunto alla conclusione (anche essa, in apparenza bizzarra) in base alla quale si avrebbe addirittura concorso tra le due forme di bancarotta (art. 223 primo comma e art. 223 secondo comma n. 1), attesa la diversità degli interessi tutelati (quello dei creditori sociali, dalla prima; quello del patrimonio sociale, dalla seconda), anche perché, diversamente ragionando, osserva la Corte, si perverrebbe alla conseguenza assurda, in base alla quale la condotta di infedeltà patrimoniale, aggravata dal conflitto d'interessi, sarebbe punibile solo se ha determinato il dissesto della società, mentre la distrazione, commessa senza conflitto d'interessi, sarebbe punibile di per sé, anche in mancanza di un rapporto di causalità con il dissesto (Sez. quinta sent. n. 13110, 5.3.2008/27.3.2008, ric. Scotuzzi e altri, Rv 239394).