Source: http://www.filcams.cgil.it/tag/indennita-di-disoccupazione/
Timestamp: 2018-03-18 11:45:42+00:00
Document Index: 35239038

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Tag Archives: INDENNITÀ DI DISOCCUPAZIONE
Roma 25 novembre 2003
Agli Uffici Vertenze
Oggetto: Indennità di disoccupazione part-time ciclici
Torno di nuovo sull’argomento di cui all’oggetto, per dirvi che la Corte di Appello di Genova con sentenza 8 luglio 2003 (INPS c/ Mansuelli e altri) ha riconosciuto il diritto all’ indennità di disoccupazione per i lavoratori part-time ciclici, discostandosi totalmente da quanto avevano affermato Le Sezioni Unite della Corte di Cassazione non riconoscendo tale diritto.
Come potrete leggere, le argomentazioni poste dalla Corte di Appello di Genova, di cui vi allego la massima sono molto interessanti , anche per il richiamo fatto alla direttiva europea 97/81 . Questa sentenza ci conforta nel sostenere il diritto all’indennità ; di disoccupazione, e ci fa ben sperare nella pronuncia della Corte Costituzionale, che speriamo non si faccia attendere molto.
(M.Ioli)
CORTE APPELLO GENOVA 8 LUGLIO 2003
(Pres. Russo) Inps c. Mansuelli e altri
INDENNITA’ DI DISOCCUPAZIONE – CONTRATTO DI LAVORO A TEMPO INDETERMINATO PART TIME VERTICALE-SPETTANZA.
ARTT. 3 e 18 Cost.; ARTT. 40, 73 e 76 R.D. 1927/35
CON UNA RECENTE PRONUNCIA LA CORTE D’APPELLO DI GENOVA HA STATUITO CHE IL LAVORATORE A PART-TIME VERTICALE (occupato in attività di refezione scolastica) ha diritto alla indennità di disoccupazione. Con ampia e articolata motivazione, i giudici genovesi si sono totalmente discostati dal principio affermato dalle Sezione Unite della Corte dl Cassazione, con la sentenza n. 1732 del 6 febbraio 2003, sulla base delle seguenti principali argomentazioni:
la mancanza di lavoro nel rapporti a tempo parziale verticale quali quelli in oggetto, è determinata dalla natura della attività scolastica, che comporta necessariamente la sospensione delle prestazioni dedotte In contratto per I tre mesi estivi; non si tratta di un contratto che il lavoratore avrebbe potuto stipulare a tempo pieno se avesse voluto, perché da oltre un secolo l’attività scolastica copre una frazione pur ampia dell’anno, onde non è “rimessa alla volontà privata” (del lavoratore) ma imposta dalla natura della prestazione;
la preoccupazione (manifestata dalle Sezioni Unite) che la Indennità di disoccupazione si estenda illimitatamente In quanto rimessa alla mera volontà delle parti, non ha ragione d’essere: poiché essa dovrà venir riconosciuta esclusivamente nel casi in cui la particolare modalità di prestazione cioè Il part time verticale è determinato da vere e proprie condizioni oggettive dell’attività svolta dal datore dl lavoro, Indipendenti dalla volontà del lavoratore; mentre non spetta ove possa svolgersi a tempo pieno e sia Il lavoratore a optare per una forma a tempo parziale;
—l’inesistenza del diritto alla Indennità dl disoccupazione durante Il periodo di mancanza dl lavoro, Indurrebbe i lavoratori a preferire al contratto di lavoro a tempo indeterminato a part time verticale, un contratto a termine, dato che alla cessazione di questo è certo Il diritto alla predetta Indennità: da tanto deriverebbe la ulteriore precarizzazione del rapporto. D’altro lato I datori dl lavoro dovrebbero stipulare una serie dl contratti a tempo determinato: ed è ben noto come la reiterazione di più contratti di tal tipo con lo stesso lavoratore sarebbe estremamente pericolosa.
Come sottolinea la direttiva 97/81, anche peri datori di lavoro è preferibile la stipula dl contratti a tempo Indeterminato a part time: ma la mancanza dell’indennità dl disoccupazione durante I periodi dl mancanza dl lavoro rende poco appetibile tale tipo di attività. Dunque, se si vuole rispettare la direttiva, che rilevava la necessità dl sviluppare “sistemi dl protezione sociale capaci di adattarsi ai nuovi modelli dl lavoro e di offrire tutela sociale appropriata alle persone assunte nel quadro di queste nuove forme di lavoro”, l’indennità in parola deve spettare anche al lavoratori a tempo parziale verticale. La sentenza in esame offre spunti argomentativi assai Interessanti e propone una soluzione positiva al problema, sulla base di una elaborazione interpretativa conforme al principi affermati dalla Corte Costituzione e delle fonti comunitaria
Oggetto: Indennità di disoccupazione e dimissioni per giusta causa
Con la presente intendiamo ricordarVi che L’INPS, con la circolare del 4 giugno 2003 n. 97 ha riconosciuto il pagamento dell’indennità ordinaria di disoccupazione alle lavoratrici e lavoratori che si sono dimessi per giusta causa.
In breve la storia: L’art. 34 della L. 448/1998 al comma 5, prevede che le dimissioni intervenute successivamente al 31 dicembre 1998 non danno titolo all’indennità di disoccupazione ordinaria, sia con requisiti normali che ridotti. La Corte Costituzionale, con la sentenza n. 269 del 24 giugno 2002, ha però affermato, che le dimissioni per giusta causa comportano uno stato di disoccupazione involontaria e quindi, la corresponsione della indennità ordinaria di disoccupazione deve essere riconosciuta. In seguito l’INPS, con la circolare del 4 giugno, si è adeguata a quanto pronunciato dalla Corte Costituzionale.
Nella circolare L’INPS precisa che alla domanda dell’indennità, la lavoratrice/tore dovrà allegare documentazione idonea (ad es. anche copia di un eventuale controversia promossa nei ns. uffici vertenze) o dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà, da cui risulti la sua volontà di difendersi in giudizio nei confronti del datore di lavoro. Qualora l’esito della lite dovesse escludere la ricorrenza della giusta causa di dimissioni, l’INPS procederà al recupero delle somme pagate a titolo di indennità di disoccupazione.
Vi ricordiamo inoltre che le dimissioni rassegnate dalle lavoratrici madri durante il periodo in cui esiste il divieto di licenziamento (INPS circ. n. 128/2000), danno titolo all’indennità ordinaria di disoccupazione.
(M. Ioli)
Roma 11 settembre 2003
Torniamo sull’indennità di disoccupazione per i part-time ciclici per comunicarVi che dopo il lungo penare a Voi noto, siamo arrivati ormai alla frutta e cioè alla Corte Costituzionale.
Un breve cenno sulla ormai storica vicenda: Uffici INPS territoriali che riconoscono e non riconoscono le domande presentate sull’indennità per i periodi di inoccupazione , sentenze di Cassazione favorevoli alla questione con motivazioni diversificate (vedi circolare ns. del 17/05/2002) ma che riconoscevano tale diritto, sentenza di Cassazione a Sezioni Unite (vedi circolare INCA n. 25/2003) che fa piazza pulita della giurisprudenza fin qui succedutasi e che si è pronunciata con la negazione del diritto alla indennità di disoccupazione durante le pause lavorative ai lavoratori assunti con contratto di lavoro a part-time verticale.
La Filcams, in questo caso la Filcams di Roma, non condividendo le motivazioni addotte dalla Suprema Corte, tramite l’Avv. Rosa Maffei, ha presentato domanda di rinvio alla Corte Costituzionale per un valutazione di legittimità costituzionale della normativa sulla questione di cui all’oggetto .Il Tribunale di Roma, ha accolto tale domanda ed ha sollevato l’eccezione di legittimità costituzionale dell’articolo 45, comma 3 del RDL n° 1827/35, nella parte in cui “non contempla tra i lavoratori disoccupati involontari aventi diritto, alle altre condizioni di legge, all’indennità di disoccupazione ordinaria, i lavoratori occupati con contratto a tempo parziale verticale su base annua ultrasemestrale che abbiano chiesto di essere tenuti iscritti nelle liste di collocamento per i periodi di inattività”. (vedi circolare INCA n. 115/03 del 10/09/03).
Alla Luce di quanto sopra esposto e nell’attesa che si arrivi quindi alla pronuncia della Corte Costituzionale, è opportuno ripresentare le domande avverso i provvedimenti di reiezione dell’INPS, ed è altresì opportuno che il contenzioso giudiziario pendente, venga sospeso in attesa di conoscere la pronuncia della Suprema Corte.
Anno europeo delle
Area Politiche Previdenziali
Area Politiche Vertenziali e Legali
00198 Roma – Via Giovanni Paisiello 43
Telefono 06-855631 – Fax 06-85563268
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politiche-vertenziali-legali@inca.it
Roma, li 10 settembre 2003
prot. n° 115
Alla FILCAMS Nazionale
N.B. I direttori comprensoriali sono invitati a consegnare copia della presente circolare a tutti gli uffici vertenze.
OGGETTO: Indennità di disoccupazione e lavoro a part-time
come certamente ricorderete, con circolare n° 25 del 24 febbraio 2003, alla luce di una recente sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite (n° 1732 del 6 febbraio 2003), abbiamo proceduto alla ricostruzione della evoluzione normativa e giurisprudenziale della problematica in oggetto, in particolare in merito alla possibilità di percepire la indennità di disoccupazione da parte del lavoratore a part-time verticale su base annua (o ciclico) durante i periodi di non prestazione della attività lavorativa.
La sentenza richiamata, in particolare, dirimendo un contrasto giurisprudenziale insorto fra diverse sezioni della stessa Corte, pareva essere in grado di chiudere (pressoché definitivamente) la questione in senso negativo, disattendendo, fra l’altro, ritenendole datate o non particolarmente attinenti, le motivazioni di precedenti pronunce della Corte Costituzionale (n° 160/74 e n° 132/91).
In quella stessa circolare avevamo anche dato indicazione di non intraprendere più attività di contenzioso ritenendo ormai praticamente chiusa la vicenda, salvo che la stessa non fosse riproposta al vaglio della Corte Costituzionale.
Ebbene ora si è verificata quella eccezione, poiché il Tribunale di Roma, con ordinanza dell’11 agosto 2003, non ancora pubblicata in Gazzetta Ufficiale, ha sollevato l’eccezione di legittimità costituzionale dell’articolo 45, comma 3 del RDL n° 1827/35, nella parte in cui “non contempla tra i lavoratori disoccupati involontari aventi diritto, alle altre condizioni di legge, all’indennità di disoccupazione ordinaria, i lavoratori occupati con contratto a tempo parziale verticale su base annua ultrasemestrale che abbiano chiesto di essere tenuti iscritti nelle liste di collocamento per i periodi di inattività”.
Si tratta, come potrete verificare leggendo l’allegato, di una buona ordinanza molto ben motivata che potrebbe riaprire la questione, motivo per cui, in attesa che la Corte Costituzionale si pronunci, è opportuno non tenere più conto della parte terminale della nostra precedente circolare ripresentando sia le domande, sia il contenzioso, quantomeno amministrativo, avverso i provvedimenti di reiezione dell’INPS.
E’ altrettanto avvio che a fronte della ristrettezza dei termini di decadenza (1 anno) per la proposizione del contenzioso giudiziario in materia di prestazioni temporanee, a fronte di una lunga gestazione della problematica da parte della Corte Costituzionale, sarà necessario coltivare detto contenzioso anche nelle sedi giudiziarie.
E’ tuttavia altrettanto opportuno non dispensare alcuna certezza nei confronti dei lavoratori che si trovassero in quelle condizioni, poiché la vicenda appare comunque molto complessa per l’insieme delle problematica in essa contenute.
Sia l’attuale ordinanza, sia la precedente sentenza delle Sezioni Unite, infatti, non hanno sempre preso in esame tutto il ventaglio normativo di cui dobbiamo tenere conto, sia sul versante della differenza fra lavoro stagionale (contratti a tempo determinato) e lavoro a part-time (contratti a tempo indeterminato), sia sulla evoluzione della normativa del lavoro a part-time, in particolare nelle sue diverse articolazioni (part-time orizzontale, verticale e ciclico), e soprattutto sulla evoluzione della normativa sul collocamento, sul suo decentramento e parziale privatizzazione.
Ovviamente non lasceremo nulla di intentato affinché in questa occasione si produca il massimo possibile di chiarezza, ed a tale fine, poiché il caso proposto è patrocinato dall’avvocato Rosa Maffei per conto della FILCAMS, costituiremo un collegio di difesa qualificato in grado di affrontare compiutamente la questione.
Vi terremo informati sulle successive evoluzioni.
p. Il Collegio di Presidenza
Villiam Zanoni – Enrico Moroni
IL TRIBUNALE DI ROMA – SEZIONE 3a lavoro
in persona del giudice designato, dott. Dario Conte, sciogliendo la riserva assunta all’udienza del 10 luglio 1993, ha pronunciato la seguente
nel procedimento civile in primo grado iscritto al n° 236659 del RGAC dell’anno 2001, vertente tra:
CORSI Antonella, elettivamente domiciliata in Roma, Piazza Cola di Rienzo n° 69, presso l’Avvocato Rosa Maffei, che la rappresenta e difende
I.N.P.S. – Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, elettivamente domiciliato in Roma, Via dell’Amba Aradam n° 5 (sede Roma Appio) rappresentato e difeso dall’Avvocato P. Ciacci;
ritenuto che con ricorso depositato il 28/12/2001 CORSI Antonella conveniva qui in giudizio l’INPS per sentirsi riconoscere il diritto al trattamento ordinario di disoccupazione ex articolo 45 RDL n° 1827/35 per il periodo di non occupazione derivante dal fatto di aver lavorato, nel 1999, alle dipendenze di CAMST S.c.r.l. come addetta al servizio mensa, con contratto di lavoro subordinato a tempo parziale verticale nei mesi da gennaio a giugno e da settembre a dicembre;
che l’INPS ha resistito in giudizio eccependo: la decadenza ex articolo 4 legge n° 438/92 e la prescrizione; contestando la sussistenza del requisito contributivo; e sostenendo che i periodi di non occupazione interni ai contratti di part-time verticale non danno luogo a disoccupazione involontaria;
che l’eccezione di decadenza risulta infondata perché la ricorrente risulta aver presentato la domanda amministrativa il 24/3/2000, sicché risulta aver agito entro il termine di legge che, rispetto a tale domanda, era di un anno (termine decadenziale applicabile nella specie) e 300 giorni (termine complessivamente previsto per l’esaurimento del procedimento amministrativo, costituente il “dies a quo”); e risulta aver presentato il ricorso amministrativo il 24/10/2001;
che l’eccezione di prescrizione risulta manifestamente infondata stante l’ordinario termine decennale applicabile in materia;
che il requisito contributivo risulta documentato in atti, essendo denunciate 197 giornate lavorative nel 1998 e 186 nel 1999;
che è altresì documentato in atti che la ricorrente ha mantenuto l’iscrizione al collocamento nel periodo di occupazione a tempo parziale;
che in ordine alla questione di merito della configurabilità dello stato di disoccupazione involontaria per il lavoratore impiegato a tempo parziale secondo il tipo cd. verticale a base annua, in relazione al quale si erano formati, presso la S.C. di Cassazione, orientamenti contrastanti, è di recente intervenuta, a dirimere il contrasto, Cassazione SU n° 1732/2003, che ha risolto la questione in senso negativo;
che il Supremo Consesso, in particolare (ed in sintesi):
a)ha (condivisibilmente, per il giudicante) disatteso l’orientamento espresso da Cassazione 2804/2001, 3746/2000 e 2808/2000, secondo il quale l’estensione, introdotta dalla legge n° 169/91, dell’assicurazione contro la disoccupazione, agli occupati in lavorazioni di durata non superiore a sei mesi nel corso dell’anno, precedentemente esclusi ai sensi dell’articolo 40 del RDL n° 1837/35, avrebbe carattere limitativo, osservando che la legge del 1991 aveva piuttosto ampliato l’area dell’assicurazione e della tutela ai lavoratori “infrasemestrali”, giacché per gli stagionali ultrasemestrali l’obbligo assicurativo ed il diritto alle prestazioni erano già garantiti, in difetto di previsione di esenzione ex articolo 40 citato, per effetto della sentenza della Corte Costituzionale n° 160/74, alle condizioni di legge (anzianità e consistenza contributiva) e da essa sentenza stabiliti (iscrizione nelle liste di collocamento);
b)ha peraltro disatteso anche l’orientamento contrastante già espresso da Cassazione 1141/99, che sulla base delle sentenze della Corte Costituzionale n° 160/74 e n° 132/91, aveva ritenuto che il lavoratore a tempo parziale verticale avesse diritto alle medesime condizioni già riconosciute per i lavoratori propriamente stagionali, per i periodi di inattività di disoccupazione, stante la sostanziale analogia tra le due situazioni giuridiche, essendo predicabile anche per i lavoratori in questione che “….. la disoccupazione …… non può considerarsi volontaria per il lavoratore in conseguenza del fatto di avere volontariamente scelto ed accettato quel tipo di attività, il più delle volte imposta dalle condizioni del mercato del lavoro, ma può diventarlo successivamente, se ed in quanto il lavoratore stesso non si faccia parte diligente per essere avviato, nel periodo di sospensione, ad altra occupazione”(Cassazione n° 160/74 citata).
Le Sezioni Unite hanno disatteso la tesi per i seguenti motivi (qui solo sommariamente riportati):
a)la clausola del tempo parziale sarebbe dovuta strettamente alla libera volontà del lavoratore, come fatto palese dall’articolo 5, comma 1, legge n° 726/84 (“lavoratori disponibili a svolgere”) vigente protempore (anche nel presente giudizio); e conseguentemente lo stato di disoccupazione conseguente non potrebbe dirsi involontario;
b)se è vero che tale volontà è talvolta coartata dalle condizioni del mercato del lavoro o dalle caratteristiche della prestazione, v’è tuttavia una differenza, ostativa al riscontro della “eadem ratio”, rispetto al lavoro stagionale, perché questo investe le sole lavorazioni tassativamente specificate dalla P.A. (articolo 76, comma 2, RDL n° 1827/35) mentre le possibilità di realizzare rapporti di lavoro a tempo parziale è illimitata, ciò che comporterebbe una illimitata facoltà dei privati di porre in essere rapporti passibili di dar luogo periodicamente a periodi di inoccupazioni rilevanti ai fini previdenziali che qui occupano; mentre spetta al legislatore “scegliere se ed in che modo favorire la conclusione dei contratti a tempo parziale …. in modo tuttavia da evitare un ampliamento degli indennizzi rimessi sostanzialmente a scelte dei privati e tale da risolversi in un finanziamento permanente della sottoccupazione (Cassazione SU n° 1732/2003 citata);
ritenuto che la decisione delle SS.UU. meriti condivisione a condizione che si trascuri il canone esegetico dell’interpretazione adeguatrice in relazione a Corte Costituzionale n° 160/74 citata;
che, infatti, con tale sentenza il Giudice delle Leggi ha dichiarato “non fondata, nel senso di cui in motivazione” la questione di legittimità costituzionale sollevata, in riferimento all’articolo 38 della Costituzione, sull’articolo 76, comma 1, RDL n° 1837/35, sulla base di tale “iter” logico-giuridico (che si riporta in sintesi):
a)l’articolo 38, comma 2, della Costituzione tutela imperativamente lo stato di disoccupazione, chiedendo che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle esigenze di vita che ne conseguono, alla sola condizione che essa sia “involontaria”,
b)“…. Il termine (involontaria) …… può apparire vago ed impreciso, ma esso non può ….. essere circoscritto nell’ambito troppo ristretto di un rischio imprevisto o imprevedibile, per cui ogni qual volta si sia in presenza di una disoccupazione sia pure involontaria, ma normalmente prevista e temporaneamente inquadrata nel tempo in ragione del particolare aspetto di un dato tipo di attività lavorativa, questa sarebbe sottratta a tutela ……” (Corte Costituzionale citata);
c)trattasi ……. “di norma giuridicamente imperante, atta a creare veri e propri diritti di prestazione …… in modo che l’assistenza sia concretamente garantita a tutte le categorie di lavoratori …… senza determinare sperequativi tra categoria e categoria, a meno che non sussistano valide e sostanziali ragioni atte a giustificare un diverso trattamento”(Corte Costituzionale citata);
d)“la norma costituzionale lascia piena libertà allo Stato di scegliere i modi, le forme, le strutture organizzative che ritiene più idonee e più efficienti allo scopo, ma la scelta di essi deve essere tale da costituire piena garanzia per i lavoratori, al conseguimento delle previdenze cui hanno diritto” (Corte Costituzionale citata);
e)“la norma impugnata …… (che escludeva il diritto all’indennità ai lavoratori “stagionali” quali “tabellati” al relativo comma 2) …… non sarebbe idonea, se letteralmente applicata, a tutelare adeguatamente lo stato di disoccupazione necessitato per i lavoratori ….. (in questione) ….. in quanto la differenza di trattamento in essa prevista non presenterebbe valide e sostanziali ragioni giustificative, ma corrisponderebbe solo ad un criterio di mera opportunità tecnico-finanziaria ….” (Corte Costituzionale citata);
f)in particolare l’esclusione assoluta non rispondeva, secondo la Corte, al precetto costituzionale per il suo valorizzare “particolari situazioni di lavoro, vere e proprie condizioni oggettive, indipendenti dalla volontà del lavoratore, anche se di esse questi ha consapevolezza nel momento in cui inizia il rapporto” (Corte Costituzionale citata);
g)“La disoccupazione ….. non può considerarsi volontaria per il lavoratore in conseguenza del fatto di aver scelto ed accettato qual tipo di attività, il più delle volte imposta dalle condizioni del mercato del lavoro, ma può diventarlo solo successivamente se ed in quanto il lavoratore stesso non si faccia parte diligente per essere avviato, nel periodo di sospensione, ad altra occupazione” (Corte Costituzionale citata);
h)“Solo così intesa, la norma impugnata appare pienamente legittima” (Corte Costituzionale citata).
In buona sostanza la Corte disse: che la tutela della disoccupazione involontaria e garantita direttamente dalla Costituzione per il mero fatto di essere involontaria; che ai fini dell’involontarietà basta che essa non sia stata voluta dal lavoratore, cosa che non può essere tratta dal mero fatto che questi abbia scelto una attività stagionale e cioè, dal tipo di lavoro “liberamente” prescelto, nei limiti che tale affermazione soffre nelle condizioni del mercato del lavoro; che ai fini dell’effettiva volontarietà dello stato di disoccupazione temporanea e preventiva rileva piuttosto il fatto che il lavoratore abbia o meno chiesto di rimanere iscritto al collocamento; che il Legislatore può variamente disciplinare il diritto, ma non negarlo a disoccupati involontari anche temporanei e preventivati;
ritenuto che in tale quadro costituzionale le differenze di struttura tra disoccupazione stagionale e disoccupazione nel part-time verticale, pur sussistenti, non abbiano una consistenza idonea a scansare dubbi di legittimità costituzionale sull’esclusione dei lavoratori in questione dal diritto alla tutela previdenziale;
ritenuto, invero, che quando, come per la ricorrente in questione, la disponibilità ad essere occupata a tempo pieno sia conclamata dalla richiesta di mantenimento nelle liste di collocamento, il fatto che la medesima abbia “liberamente” e “volontariamente” accettato un “part-time” verticale annuo non si presti ad essere ascritto ad indice di volontarietà della condizione di non occupazione per il periodo contrattuale di inattività, più di quanto non si presti allo scopo, di per sé, l’accettazione di un lavoro stagionale;
che l’affermazione di Cassazione SU n° 1732/2003 secondo la quale spetterebbe alla discrezionalità del Legislatore stabilire a chi spetti il trattamento di disoccupazione a seconda della gravità della condizione di chi ha bisogno (e che si risolve in una lettura restrittiva dell’espressione “disoccupazione involontaria per mancanza di lavoro” contenuta nell’articolo 45 del RDL n° 1837/35) appare porsi in aperto contrasto col diretto fondamento costituzionale che Corte Costituzionale n° 160/74 ha attribuito al diritto dei disoccupati involontari a ricevere mezzi adeguati a tener fronte alle esigenze di vita derivanti da tale stato (salva, ovviamente, la possibilità di graduazione dei trattamenti); la Corte, sul punto, sembra esser stata chiara: l’“an” va riconosciuto; il “quantum” e il “quomodo” sono rimessi alla discrezionalità del Legislatore;
che peraltro l’estensione analogica reputata dalle Sezioni Unite fu recepita dalla Corte Costituzionale nella sentenza n° 132/91, nella quale si dichiarò illegittimo l’articolo 17 della legge n° 1204/71, nella parte in cui escludeva il diritto all’indennità giornaliera di malattia delle lavoratrici a “part-time verticale annuo”, quando il periodo di astensione obbligatoria fosse iniziato più di 60 giorni dopo la cessazione della precedente fase di lavoro;
che la rilevanza della distinzione tra lavoro stagionale e “part-time verticale annuo” appare particolarmente debole nel caso di specie, risultando dallo stesso prodotto contratto di lavoro della ricorrente che il periodo di “sospensione contrattuale” in questione andava dalla seconda decade di giugno alla prima decade di settembre in espressa relazione al periodo intercorrente tra la chiusura dell’anno scolastico e la sua riapertura, ciò che conclama ulteriormente trattarsi di “part time verticale” imposto dal datore secondo la propria convenienza in relazione allo svolgimento di una attività, per sua natura stagionale ma non tabellata;
che questo giudice è pienamente consapevole del fatto che, nel costante insegnamento del Giudice delle Leggi, recepito anche dalla Corte di Cassazione, il canone della cd. interpretazione adeguatrice si imponga come primario rispetto agli altri stabiliti dalla legge, alla sola condizione che l’esegesi costituzionalmente conforme sia plausibile, quale indubbiamente può apparire quella volta ad estendere ai lavoratori in part-time verticale in possesso dei requisiti di assicurazione e contribuzione e permanenti nelle liste di collocamento, il diritto all’indennità di disoccupazione;
che tuttavia questo giudice ritiene altresì che quando, come nella specie, l’interpretazione che espone la disposizione di legge ha dubbi di legittimità costituzionale sia stata avallata, in una pronuncia diretta a risolvere un contrasto tra sezioni semplici, dalla Corte di Cassazione a Sezioni Unite, nella consapevolezza dei precedenti di costituzionalità idonei a suscitare il dubbio, e sulla base di un apparato argomentativi di aperto contrasto, nella ricostruzione degli istituti giuridici coinvolti, rispetto ai principi posti dal Giudice delle Leggi (e qui il riferimento è alla possibilità, sulla quale il giudice non sente di poter aderire all’insegnamento della Corte Costituzionale, di ricavare direttamente dall’articolo 38 della Costituzione una nozione di disoccupazione involontaria idonea a ricomprendere necessariamente qualunque forma di sospensione periodica programmata di rapporti di lavoro alla quale si accompagni la disponibilità del lavoratore ad occuparsi “aliunde” vieppiù in un contesto normativo che, per l’inefficienza degli strumenti di collocamento e la scarsità di offerta di lavori a tempo parziale ridotto fruibili, può prestarsi anche a strumentalizzazioni), la Corte Costituzionale debba porsi il problema della necessità di farsi carico delle esigenze di certezza del diritto atte a prodursi da fenomeni di contrasto tra precedenti di legittimità funzionalmente e per legge destinati a promuovere l’uniformità dei giudizi ed istituzionalmente diretti a proporsi in termini di “diritto vivente” e precedenti interpretativi di costituzionalità; esigenze destinate a rimanere frustrate finché rimangono nell’apprezzamento del singolo giudice riguardo ai valori costituzionali in gioco, sulla cui portata sembra spettare istituzionalmente alla Corte portare chiarezza;
che la disposizione di legge sulla quale si appuntano i dubbi di costituzionalità va ravvisata nell’articolo 45, comma 3, del RDL n° 1827/35, nella parte in cui, e nell’esegesi che ne danno le Sezioni Unite, ed alla quale qui si ritiene di aderire, non contempla quale caso di “disoccupazione involontaria per mancanza di lavoro”, il caso del lavoratore a tempo parziale verticale ultrasemestrale su base annua che abbia chiesto di rimanere iscritto, per il periodo di inattività, nelle liste di collocamento;
che i dubbi vanno sollevati con riferimento all’articolo 38, comma 2, della Costituzione perché esso garantisce una qualche tutela al disoccupato involontario anche se la sospensione è prevista, voluta e programmata in relazione al tipo di rapporto instaurato, se tale volontà è frutto delle condizioni del mercato del lavoro; ed all’articolo 3 della Costituzione per irragionevole disparità di trattamento rispetto ai lavoratori stagionali ed agli altri lavoratori assicurati;
dichiara rilevante e non manifestamente infondata, in riferimento agli articoli 3 e 38 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 45, comma 3, del RDL n° 1827/35, nella parte in cui non contempla tra i lavoratori disoccupati involontari aventi diritto, alle altre condizioni di legge, all’indennità di disoccupazione ordinaria, i lavoratori occupati con contratto a tempo parziale verticale su base annua ultrasemestrale che abbiano chiesto di essere tenuti iscritti nelle liste di collocamento per i periodi di inattività.
Manda alla cancelleria per la notifica della presente ordinanza alle parti ed al Presidente del Consiglio dei Ministri, nonché per la sua comunicazione ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.
Roma, 11 agosto 2003
(dr. Dario Conte)
OGGETTO: Sentenza della Corte Costituzionale n. 269 del 17-24 giugno 2002. Cessazione del rapporto di lavoro per dimissioni.
SOMMARIO: Indennità ordinaria di disoccupazione.Cessazione del rapporto di lavoro per dimissioni per giusta causa. La Corte Costituzionale con sentenza n. 269 ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 34, comma 5, della legge n. 448 del 23 dicembre 1998.
La Corte Costituzionale peraltro, con sentenza n. 269 del 17-24 giugno 2002, nel dichiarare non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 34, comma 5, della legge 23 dicembre 1998, n. 448, ha affermato il principio che le dimissioni per giusta causa non sono riconducibili alla libera scelta del lavoratore, in quanto indotte da comportamenti altrui idonei ad integrare la condizione di improseguibilità del rapporto di lavoro. Comportano, quindi, uno stato di disoccupazione involontaria e devono ritenersi non comprese nell’ambito operativo dell’articolo 34, 5 comma.
Area Sicurezza Sociale
http://www.inca.it – E-mail: sicurezza-sociale@inca.it
Roma, li24 febbraio 2003
prot. n°25
Ai Consulenti legali
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OGGETTO: Indennità di disoccupazione in costanza di rapporto di lavoro a part-time. Sentenza Cassazione Sezioni Unite n° 1732 del 6 febbraio 2003
come forse avete già appreso dalla stampa, la Corte di Cassazione a Sezioni Unite ha pronunciato la sentenza citata in oggetto con la quale nega il diritto alla indennità di disoccupazione durante le pause lavorative ai lavoratori assunti con contratto di lavoro a part-time verticale.
La vicenda ha origini lontane traendo le prime indicazioni dalla disposizione di cui al Regio Decreto Legislativo n° 1827 del 1935, normativa che da un lato (articolo 40) escludeva dalla assicurazione contro la disoccupazione alcune categorie di lavoratori, fra cui “coloro che solo occasionalmente prestano l’opera loro alle dipendenze altrui”, nonché “coloro che siano occupati esclusivamente in lavorazioni che si compiano annualmente in determinati periodi di durata inferiore ai sei mesi”, e dall’altro lato (articolo 76) limitava il diritto alla indennità prevedendo che “la disoccupazione nei periodi di stagione morta, per le lavorazioni soggette a disoccupazione stagionale, e quella relativa a periodi di sosta, per le lavorazioni soggette a normali periodi di sospensione, non danno diritto all’indennità”.
Per la fattispecie relativa alle limitazioni del diritto l’INPS ha più volte riesumato una vecchia circolare del 1953 del Ministero del lavoro nella quale venivano ribaditi gli stessi principi, ma a tale proposito già si era espressa la Corte Costituzionale con la sentenza n° 160 del 28 maggio-6 giugno 1974, richiamata anche dalle Sezioni Unite, con la quale la norma citata veniva sollevata dal dubbio di legittimità a condizione che venisse interpretata nel senso di considerare involontaria (e quindi indennizzabile) anche la disoccupazione per motivi stagionali o di sosta, semprechè il lavoratore fosse incluso nella assicurazione contro la disoccupazione e si facesse parte attiva nella ricerca di altra occupazione attraverso l’iscrizione nelle liste di collocamento.
Lo stesso INPS, pur di fronte ad una sentenza interpretativa di rigetto, adeguò immediatamente la propria interpretazione fornendo alle sedi nuove istruzioni con la circolare n° 445 Prs del 1° agosto 1974.
Va tuttavia fatto notare che il tutto si è svolto prima ancora che nell’ordinamento italiano fosse introdotta la regolamentazione del lavoro a part-time, avvenuta con decreto-legge n° 726 del 30 ottobre 1984, convertito in legge n° 863 del 12 dicembre 1984.
La vicenda è poi rimasta per lungo tempo silente, fino a quando il legislatore è intervenuto con il decreto-legge n° 86 del 21 marzo 1988, convertito in legge n° 160 del 20 maggio 1988, con il quale, però, si è provveduto da un lato a rimuove l’esclusione dalla assicurazione dei lavoratori occasionali e di quelli stagionali, e dall’altro lato ad introdurre un diverso regime di prestazione (cosiddetto a “requisiti ridotti”) consono in particolare alle nuove figure inserite nell’obbligo assicurativo.
Tale evoluzione normativa, quindi, e su questo non possiamo che convenire con le Sezioni Unite, ha soltanto esteso il trattamento di disoccupazione senza avere alcuna influenza sui rapporti di lavoro a part-time che alle condizioni generali già erano inclusi nell’obbligo assicurativo e già davano luogo al trattamento di disoccupazione.
La prima volta che il part-time è entrato in campo nell’intreccio con la disoccupazione ha coinciso con un’altra sentenza della Corte Costituzionale avente ad oggetto tutt’altra materia (si tratta della sentenza n° 132 del 29 marzo 1991 con la quale è stata dichiarata la illegittimità costituzionale dell’articolo17, secondo comma, della legge 30 dicembre 1971, n° 1204, nella parte in cui, per le lavoratrici con contratto di lavoro a tempo parziale di tipo verticale su base annua, allorquando il periodo di astensione obbligatoria abbia inizio più di 60 giorni dopo la cessazione della precedente fase di lavoro, esclude il diritto all’indennità giornaliera di maternità, anche in relazione ai previsti successivi periodi di ripresa dell’attività lavorativa).
In quel contesto, infatti, la Corte riesumava la precedente sentenza n° 160/74 per estendere, per analogia, al part-time verticale gli stessi criteri utilizzabili nei periodi di sosta, affermando che “la disoccupazione conseguente al periodo di sosta, nei rapporti di lavoro analoghi a quello qui considerato, non può ritenersi volontaria per il lavoratore in conseguenza del fatto di aver volontariamente accettato quel tipo di attività, il più delle volte imposta dalle condizioni del mercato del lavoro: sicché – alla stregua di quanto affermato nella medesima sentenza – la lavoratrice, rimasta priva di lavoro durante il periodo intercorrente tra una fase di lavoro e l’altra di un rapporto a tempo parziale annuo, può senz’altro acquisire, in tale periodo, il diritto all’indennità di disoccupazione allorché sussistano gli altri requisiti dai quali tale diritto prende vita, tra i quali l’iscrizione nelle liste di collocamento”.
Nacquero da lì le prime richieste, ovviamente contestate dall’INPS, così come nacque da lì il primo pronunciamento favorevole della Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, che con la sentenza n° 1141 del 10 febbraio 1999 statuì il principio in base al quale “un periodo di sospensione del rapporto di lavoro, di assenza quindi di prestazione di lavoro come di retribuzione, è un periodo di disoccupazione, non diversamente da un eguale intervallo di tempo al cui inizio un imprenditore si sia impegnato ad assumere il lavoratore al termine dell’intervallo stesso. Non sembra, cioè, rilevante, al fine di escludere lo stato di disoccupazione, l’esistenza di un vincolo contrattuale che assicuri in un momento futuro il lavoro e la retribuzione”.
Fra gli elementi di fatto la Corte, fra l’altro, aveva già accertato che la lavoratrice in questione risultava iscritte nelle liste di collocamento, sia in quella ordinaria, sia in quella dei lavoratori a part-time.
In modo conforme la Corte pronunciò anche la sentenza n° 5059 del 18 aprile 2000.
Ad onor del vero, pur avendo promosso il contenzioso, non fummo particolarmente entusiasti del risultato, tant’è che esprimemmo (vedi nostra circolare n° 49del 10 marzo 1999) una serie di perplessità sulla scorta di analogo ragionamento che esplicitammo anche sia in occasione del notiziario monografico dedicato al part-time, sia in occasione della identica pubblicazione dedicata agli ammortizzatori sociali.
In particolare evidenziammo la rilevante disparità di trattamento che veniva così a configurarsi unicamente in relazione alla diverse modalità di svolgimento del rapporto di lavoro a part-time (orizzontale, verticale e ciclico): chi prestata attività solo per taluni periodi dell’anno avrebbe percepito l’indennità di disoccupazione, mentre chi, a parità di orario complessivo, lavorava continuativamente in modo ridotto non avrebbe avuto diritto ad alcuna prestazione.
La vicenda ha comunque poi subito una svolta nel momento in cui un secondo filone di giurisprudenza (da qui il parziale contrasto giurisprudenziale che ha prodotto il rinvio alle Sezioni Unite), aperto dalla sentenza n° 3746 del 28 marzo 2000, in base al quale, fermo restando il generico diritto anche in caso di sospensione del lavoro a part-time, lo stesso diritto veniva limitato ai soli soggetti che avevano prestato attività lavorativa per meno di 180 giornate per ciascuna anno solare. Dello stesso tenore le due successive sentenze n° 2802 e 2804 del 26 febbraio 2001).
Le Sezioni Unite fanno piazza pulita di tale giurisprudenza non condividendo nessuno di tali orientamenti.
Boccia, innanzitutto il secondo filone giurisprudenziale alla fine di una ricostruzione della evoluzione normativa conclusasi nel 1991 (con la definitiva introduzione del trattamento a requisiti ridotti, inizialmente regolamentato in via transitoria), negando quindi che la disoccupazione sia stata estesa al part-time in tale contesto.
Boccia anche e soprattutto il primo filone giurisprudenziale ritenendo sostanzialmente datata (“non recente”) la giurisprudenza costituzionale che ha attribuito l’indennità di disoccupazione ai lavoratori stagionali, ma soprattutto che tale attribuzione non è estensibile a favore dei lavoratori a part-time verticale.
E qui sta la limitazione più pesante: la Corte, infatti ritiene che “la stipulazione di un contratto di lavoro a tempo parziale su base annua dipende dalla libera volontà del lavoratore contraente e perciò non dà luogo a disoccupazione involontaria, ossia indennizzabile, nei periodi di pausa”.
Nel motivare tale affermazione la Corte richiama la norma regolatrice del part-time, in particolare l’articolo 5, comma 1, del decreto-legge n° 726 del 30 ottobre 1984, convertito in legge n° 863 del 12 dicembre 1984, ritenendo che il concetto di volontarietà sia riconducibile all’espressione “lavoratori disponibili a svolgere ….”, così come ricorda che nel settore del pubblico impiego l’articolo 58, comma 11, della legge n° 662 del 23 dicembre 1996 condiziona il part-time alla sola domanda del lavoratore.
C’è poi uno strano passaggio che riportiamo testualmente poiché può essere di insegnamento a tutti coloro che ritengono che la introduzione di ulteriori elementi di flessibilizzazione nei rapporti di lavoro non possa che avere effetti positivi sia per i lavoratori che per il mercato del lavoro in generale.
La Corte così argomenta:
“E se è vero che talvolta la volontà del lavoratore che sceglie il tempo parziale è condizionata dalle oggettive caratteristiche della prestazione, così come avviene nelle lavorazioni stagionali, è altrettanto vero che queste sono necessariamente di numero limitato nonché tassativamente specificate dalla pubblica amministrazione (cfr. articolo 76, secondo comma, r.d.1. n° 1827 del 1935), ossia non aumentabili a vo1ontà, mentre la conclusione di contratti a tempo parziale) siccome rimessa alla volontà privata, è suscettibile di estensione illimitata.
Parimenti illimitati sono i casi di lavoro a tempo non pieno, Per i quali non risulta essere ipotizzato l’indennizzo del tempo di inattività: si pensi al lavoro a tempo parziale di tipo orizzontale oppure il cosiddetto lavoro ripartito (job sharing).
Ciò comporta la non estensibilità ad essi in via analogica della disciplina della disoccupazione involontaria vigente per i contratti stagionali, e ciò non tanto per il carattere eccezionale di questa disciplina (articolo 14 delle preleggi) quanto per la mancanza di eadem ratio.”
Dopo di che per le Sezioni Unite anche la sentenza n° 132/91 della Corte Costituzionale non può influire sulla questione in esame poiché la stessa sentenza è prioritariamente ispirata alle particolari esigenze di tutela della maternità riconducibili all’articolo 37, primo comma, seconda parte, della Costituzione (“Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione.”).
In sostanza le Sezioni Unite ritengono che rientri nelle ampie facoltà del legislatore la scelta “se e in che modo favorire la conclusione dei contratti a part-time …. in modo tuttavia da evitare un ampliamento degli indennizzi rimesso sostanzialmente a scelte dei privati e tale da risolversi in un finanziamento permanente della sottoccupazione”, così come è rimessa alla stessa discrezionalità “…e perciò non può risultare da automatiche estensioni per analogia in sede di interpretazione-applicazione delle leggi vigenti, la costruzione di trattamenti di disoccupazione variabili a seconda della gravità della situazione di bisogno, propria di chi fruisca di un’occupazione a tempo ridotto, solo in presenza di effettiva mancanza di reddito e di non imputabilità al singolo”.
La chiosa finale, prima ancora di affermare che al lavoratore a part-time verticale non spetta l’indennità di disoccupazione per i periodi di inattività, aggrappa tali motivazioni all’ultima evoluzione normativa in materia di part-time introdotta dal decreto legislativo n° 61 del 25 febbraio 2000, laddove all’articolo 4 sono stati introdotti principi di non discriminazione e di parità con il lavoro a tempo pieno e all’articolo 9 è stata dettata la disciplina previdenziale, senza tuttavia intervenire in materia di disoccupazione.
Non solo, l’articolo 11 ha addirittura abrogato l’articolo 5 della originaria norma sul part-time, non prevedendo più, quindi, l’iscrizione del lavoratore a part-time nelle liste di collocamento.
Peccato che i fatti da cui ha tratto origine la controversia risalgano al 1993, ben prima quindi che la norma del 2000 introducesse tali modifiche non retroattive; ma tant’è.
Alla luce di tale nuova situazione occorre ora trarne le inevitabili conseguenze, anche per la corretta gestione della prossima campagna per la presentazione delle domande di disoccupazione a requisiti ridotti, nonché per l’attività quotidiana.
Allo stato dei fatti è del tutto evidente che l’unico modo per riaffrontare la questione non posa che essere quello di un rinvio alla Corte Costituzionale per un valutazione di legittimità costituzionale della normativa così come interpretata dalle Sezioni Unite, ma proprio per le valutazioni che facevamo all’inizio ci pare una impresa piuttosto ardua.
Da una prima discussione costruita con i nostri legali se ne è quindi ricavata una indicazione piuttosto negativa in conseguenza della quale ci pare di poter affermare che non debbano più essere presentate domande di disoccupazione per i lavoratori a part-time verticale, a meno che non ci si trovi di fronte, ovviamente, a sospensioni della attività lavorativa di tipo diverso da quella programmata al momento della instaurazione del rapporto di lavoro a part-time o della trasformazione del rapporto stesso da full-time a part-time.
Analogo ragionamento va fatto per quanto riguarda l’attività giudiziaria; è del tutto inutile, quindi, pensare di continuare a far spendere soldi ai nostri assistiti per intraprendere azioni giudiziarie il cui esito appare oggi scontato, così come pare inutile coltivare ulteriormente il contenzioso già avviato.
Si riserviamo di tornare sull’argomento non appena emergessero valutazioni di tipo diverso.
Sentenza n° 1732 del 6 febbraio 2003
Dott. GiuseppeIANNIRUBERTO- Primo Presidente f.f.
Dott. Vittorio DUVA- Presidente di sezione
Dott. GiovanniOLLA- Presidente di sezione
Dott. GiovanniPRFSTIPINO- Consigliere
Dott. ErminioRAVAGNANI- Consigliere
Dott. AntoninoELEFANTE- Consigliere
Dott. FabrizioMIANI CANEVARI- Consigliere
Dott. FedericoROSELLI- Rel. Consigliere
Dott. GuidoVIDIRI- Consigliere
I.N.P.S., Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, in persona del Presidente pro-tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’Avvocatura Centrale dell’Istituto stesso, rappresentato e difeso dagli avvocati GORGA VINCENZA, FABIANI GIUSEPPE, PICCIOTTO UMBERTO LUIGI, giusta delega in calce al ricorso,
MANGUSTI SONIA, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ARNO 47, presso lo studio dell’avvocato FRANCO AGOSTINI, che la rappresenta e difende, giusta delega a margine del controricorso;
avverso la sentenza n. 952/98 del Tribunale di RAVENNA, depositata il 11/02/99;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/11/02 dal Consigliere Dott. Federico ROSELLI;
uditi gli avvocati Giuseppe FARIANI, Franco AGOSTINI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. Antonio MARTONE) che ha concluso per l’accoglimento del ricorso per quanto di ragione.
Con ricorso del 28 ottobre 1997 al Pretore di Ravenna, Sonia Mongusti esponeva di essere stata assunta con contratto di lavoro a tempo indeterminato dalla società cooperativa CAMST e di aver pattuito un rapporto a tempo parziale di tipo verticale, ossia con attività a tempo pieno ma limitatamente ad alcuni periodi dell’anno. Per il periodo di inattività compreso fra il l° luglio ed il 31 agosto 1993 ella aveva chiesto l’indennità di disoccupazione all’INPS, ricevendo un rifiuto, onde chiedeva al Pretore la relativa condanna.
Costituitosi l’Istituto, il Pretore accoglieva la domanda con decisione del 25 febbraio 1998, confermata con sentenza dell’11 febbraio 1999 dal Tribunale, il quale assimilava l’inattività conseguente al contratto di lavoro a tempo parziale alla disoccupazione stagionale, sulla base della sentenza n. 160/1974 della Corte Costituzionale: infatti questa per le lavorazioni stagionali aveva negato in via interpretativa l’applicabilità dell’art. 76 r.d.1. 4 ottobre 1935 n. 1827, escludente la tutela per le stagioni morte.
Contro questa sentenza ricorre per cassazione l’INPS mentre la Mongusti resiste con controricorso.
Con ordinanza del 16 novembre 2001 la Sezione lavoro di questa Corte rimetteva gli atti al Primo Presidente per eventuale assegnazione della causa alle Sezioni unite ai sensi dell’art. 364 cod. proc. Civ., stante il contrasto di giurisprudenza circa la spettanza dell’indennità di disoccupazione ai lavoratori impiegati a tempo parziale su base annua, per il periodo di inattività involontaria.
Con i1 primo motivo l’Istituto ricorrente lamenta violazione degli artt. 44 r.d. n. 2270 del 1924, 45, 73 terzo comma, 76 terzo comma, 77 r.d.1. n. 1827 del 1935, sostenendo spettare l’indennità di disoccupazione ai lavoratori licenziati, ossia non più titolari di un rapporto stabile e continuativo.
Ciò risulterebbe dall’art. 44 cit., che subordina l’acquisto del diritto all’indennità alla produzione di un certificato di licenziamento, nonché dall’art. 77 cit ., che per le lavorazioni a turno o saltuarie rinvia ad un regolamento.
Col secondo motivo l’Istituto nota che per l’art. 76 cit. le lavorazioni soggette a periodi di sospensione danno bensì luogo all’indennità di disoccupazione, ma in modi diversi a seconda della diversità di esse, vale a dire in base a tassative specificazioni di regolamento ministeriale.
In conclusione sarebbe erronea l’equiparazione stabilita dal Tribunale fra lavoro a tempo parziale e le ipotesi di attività lavorative testé dette.
L’art. 45 r.d.1. 4 ottobre 1935 n. 1827 dice che “l’assicurazione per la disoccupazione involontaria ha per scopo l’assegnazione agli assicurati di indennità nei casi di disoccupazione involontaria per mancanza di lavoro”.
La definizione della nozione di disoccupazione involontaria è però variabile, siccome rimessa alla discrezionalità del legislatore.
Mentre in un primo tempo si rifiutò un concetto di disoccupazione parziale, ossia caratterizzata da una riduzione dell’orario di lavoro e quindi della retribuzione e mentre non può certamente parlarsi di disoccupazione quando il rapporto di lavoro si trovi in stato di quiescenza (per infortunio, malattia, richiamo in servizio militare: art. 2110 cod. civ.), in progresso di tempo il legislatore ha configurato tipi speciali di disoccupazione. Ad esempio in agricoltura l’assicurazione obbligatoria fronteggia i danni di una ordinaria inattività ed integra il salario a quegli operai che non riescano a compiere in un determinato periodo di tempo un minimo di giornate di lavoro.
Malgrado la detta variabilità, sulla nozione dottrina, prassi amministrativa e giurisprudenza hanno raggiunto il consenso sui seguenti punti:
a)l’evento che dà luogo alla tutela previdenziale non è la disoccupazione in genere ma solo l’inattività derivante dall’estinzione o dall’interruzione di un rapporto di lavoro, rimanendone perciò esclusi i soggetti in cerca di prima occupazione.
b)mentre in linea di principio la tutela presuppone la disoccupazione involontaria (art. 38, secondo comma, Cost. ) ossia causata da sopravvenienze oggettive, rientra nella discrezionalità del legislatore di farla funzionare anche in caso di dimissioni o di licenziamento in tronco con la sola variazione del periodo di carenza (cfr. art. 76, terzo comma, r.d.1. cit., modif. dall’art. 34, comma 5, 1. 23 dicembre 1998 n. 448). Le dimissioni fondate su un evento estraneo alla volontà del recedente o un licenziamento per giustificato motivo oggettivo danno comunque luogo a disoccupazione involontaria (Corte cost. 24 giugno 2002 n. 269).
c)Non è necessario che la disoccupazione sia assoluta, essendo sufficiente la perdita dell’attività lavorativa principale. Nel settore agricolo, in particolare, occorre un’occupazione inferiore ad un determinato numero di giornate all’anno, venendo così la tutela ad assomigliare ad una cassa integrazione guadagni.
Per quanto concerne la nozione di lavoro a tempo parziale, essa è definita dall’art. 5, comma 1, d.1. n. 726 del 1984 cit., che parla di “lavoratori disponibili a svolgere attività ad orario inferiore rispetto a quello ordinario previsto nei contratti collettivi di lavoro o per periodi predeterminati nel corso della settimana, del mese o dell’anno”.
Definizioni più dettagliate sono contenute nel d.lgs. 25 febbraio 2000 n. 61 (attuazione della direttiva 97/81 CE relativa all’accordo – quadro sul I lavoro a tempo parziale concluso dall’UNICE, dal CEEP e dalla CES), che in parte qua recepisce nozioni già diffuse e perciò non innova. L’art. 1, comma 2, lett. d, chiama “rapporto di lavoro a tempo parziale di tipo verticale” quello in relazione al quale risulti previsto che “l’attività lavorativa sia svolta a tempo pieno, ma limitatamente a periodi predeterminati nel corso della settimana, del mese o dell’anno”.
La questione che il ricorrente sottopone ora alla Corte è se il lavoratore a tempo parziale verticale abbia diritto all’indennità di disoccupazione ex art. 45, terzo comma, 2 d-1. cit. per i periodi di sospensione del lavoro previsti nel contratto. Né è necessario distinguere fra le ipotesi in cui il contratto sia stato stipulato originariamente come a tempo parziale e quelle in cui vi sia stata trasformazione del contratto a tempo pieno, giacché in entrambe i periodi di inattività sono previsti e voluti dal lavoratore e non i sono dovuti, come nella disoccupazione involontaria in senso stretto, ad eventi sopravvenuti ed imprevisti.
Secondo l’ordinamento legislativo vigente all’epoca dei fatti di causa, ossia nel 1993, potevano essere considerati come disoccupati, al fine della percezione della relativa indennità:
a)i 1avoratori licenziati, ossia muniti del certificato di licenziamento compilato a cura del datore di lavoro (art. 44, lett. a, e 45 r.d. 7 dicembre 1924 n. 2270). Si parlava, e si parla, di disoccupazione involontaria” in senso stretto (artt. 3 e 45 r.d.1. n. 1827 del 1935), che comporta anche l’onere di iscrizione all’ufficio di collocamento (art. 75, primo comma, stesso r.d.1.).
b)I lavoratori dimissionari o licenziati in tronco, per i quali era ridotto il periodo indennizzabile (art. 76, terzo comma, stesso r.d.1.).
c)I lavoratori stagionali durante le cosiddette stagioni morte.
Per questi ultimi l’art. 76, primo comma, r. d.11. cit. escludeva il diritto all’indennità ma la Corte costituzionale con sent. 6 giugno 1974 n. 160 ritenne doversi adottare un’interpretazione abrogatrice, osservando che “la disoccupazione conseguente al periodo di sosta o di stagione morta non può considerarsi volontaria per il lavoratore in conseguenza del fatto di avere volontariamente scelto ed accettato quel tipo di attività, il più delle volte imposta dalle condizioni del mercato del lavoro, ma può diventarlo successivamente se e in quanto il lavoratore stesso non si faccia parte diligente per essere avviato, nel periodo di sospensione, ad altra occupazione. Il lavoratore, rimasto privo di occupazione durante tale periodo, può senz’altro acquisire il diritto all’indennità di disoccupazione allorché a norma della disciplina sull’avviamento al lavoro ……. chieda l’iscrizione nelle liste di collocamento per altre occupazioni”.
La Corte aggiungeva peraltro dover rimanere “fermi i requisiti di anzianità assicurativa e contributiva e gli altri requisiti di carattere generale dai quali il diritto prende vita”.
Analoghe considerazioni la Corte svolse quando, con sentenza 29 marzo 1991 n. 132, dichiarò illegittimo, per contrasto con gli artt. 3, 31 e 37 Cost., l’art. 17 1. 30 giugno 1971 n. 1204, contenente norme sulla tutela delle lavoratrici madri, nella parte in cui, per le lavoratrici con contratto a tempo parziale di tipo verticale su base annua, allorquando il periodo di astensione obbligatoria avesse inizio più di sessanta giorni dopo la cessazione della precedente fase di lavoro, escludeva il diritto all’indennità di maternità giornaliera anche in relazione ai previsti successivi periodi di ripresa dell’attività lavorativa.
Le norme sopra citate configurano in definitiva diverse categorie di disoccupazione indennizzabile, secondo criteri corrispondenti non già a necessità logiche bensì a scelte discrezionali del legislatore, determinate in gran parte dalle mutevoli contingenze dell’economia e in particolare dal mercato del lavoro e dalla capacità di spesa dell’ente assicuratore, da contemperare con l’accertanda situazione di bisogno degli assicurati.
Dallo stato della legislazione così descritto la sezione lavoro di questa Corte nella sentenza 10 febbraio 1999 n. 1141 ha tratto la conclusione che il lavoratore a tempo parziale – verticale ha diritto a percepire per i periodi di inattività l’indennità di disoccupazione (alle stesse condizioni previste per le ipotesi di dimissioni volontarie), purché iscritto nelle liste del collocamento, ossia purché intenzionato ad occuparsi in altra attività.
La sentenza ha così tratto le conseguenze da un principio generale, che ha ritenuto di poter ravvisare nella giurisprudenza costituzionale qui sopra citata (sentt. nn. 160 del 1974 e 132 del 1991) ossia del principio di tutela previdenziale nel caso di inattività durante le stagioni morte.
In senso conforme si è espressa Cass. 18 aprile 2000 n. 5059.
A questo riconoscimento del diritto senza limiti temporali, successive pronunce della stessa Sezione hanno apportato una limitazione, sulla base del d.1. 29 marzo 1991 n . 108 conv. in 1. 1° giugno 1991 n. 169, che ha esteso l’assicurazione contro la disoccupazione ai lavoratori di cui ai punti 8 e 9 dell’art. 40 r.d.1. n. 1827 del 1935 ossia, per quanto qui interessa, agli occupati esclusivamente in lavorazioni di durata non superiore a sei mesi nel corso dell’anno.
Da tale estensione le sentenze della Sezione lavoro hanno tratto la deduzione secondo cui l’indennità spetta a questa sola categoria di lavoratori, quando la durata semestrale o infrasemestrale dipenda non soltanto dal carattere della lavorazione, ma anche – e sempre sulla base del suddetto principio generale di tutela durante le stagioni morte – dall’essere stato stipulato un contratto di lavoro a tempo parziale (Cass. 28 marzo 2000 n. 3746, 26 febbraio 2001, nn. 2802 e 2804).
Non ritengono le Sezioni unite che i detti orientamenti possano essere condivisi.
La non persuasività dell’indirizzo espresso dalle sentenze nn. 3746 del 2000, 2802 e 2804 del 2001 è dimostrata dall’esame delle norme del r-d-1. n. 11827 del 1935.
L’art. 40, sito nel capo I del titolo secondo, come “campo di applicazione delle assicurazioni obbligatorie” stabiliva: “Non sono soggetti all’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria …:
8) coloro che solo occasionalmente prestano l’opera loro alle dipendenze altrui;
9) coloro che siano occupati esclusivamente in lavorazioni che si compiano annualmente in determinati periodi di durata inferiore a sei mesi”.
Questi soggetti, esclusi dall’assicurazione obbligatoria, da una parte non contribuivano e dall’altra parte non avevano diritto all’indennità.
Con il significato e la portata delle norme comprese nel capo I testé richiamato non va confusa quella delle norme del successivo capo VI, sezione 3°, disciplinante le prestazioni dovute dall’assicuratore per il caso di disoccupazione involontaria.
In questa sezione era l’art. 76, secondo cui “La disoccupazione nei periodi di stagione morta, per le lavorazioni soggette a disoccupazione stagionale, e quella relativa a periodi di sosta, per le lavorazioni soggette a normali periodi di sospensione, non danno diritto all’indennità (primo comma)”. “Con decreto del Ministero per le corporazioni ….. saranno stabilite le tabelle delle industrie aventi disoccupazione stagionale o normali periodi di sospensione (secondo comma)”.
I lavoratori soggetti a disoccupazione stagionale o a normali periodi di sospensione erano dunque di regola inclusi nella assicurazione obbligatoria e, obbligati alla contribuzione, avevano diritto all’indennità per la disoccupazione conseguita a licenziamento e dimissioni, ma non per quella delle stagioni morte o dei periodi di sosta.
Non interessa qui il decreto del Ministro del lavoro 30 novembre 1964, che, valido ancora all’epoca dei fatti di causa, stabiliva le tabelle di cui all’art. 76, secondo comma, cit..
I lavoratori, esclusi ex art. 76 dall’indennità per i periodi di stagione morta o di sosta, acquistarono il relativo diritto per effetto della richiamata sentenza n. 160/1974 della Corte costituzionale, purché sussistessero – come diceva la stessa sentenza – i requisiti di anzianità assicurativa e contributiva, nonché dell’iscrizione nelle liste di collocamento.
Risultato: per i periodi di stagione morta o di sosta l’indennità spettava a tutti coloro che, inclusi nel campo di applicazione delle assicurazioni obbligatorie, avessero di conseguenza contribuito, rimanendone così esclusi i lavoratori occasionali e infrasettimanali di cui all’art. 40 nn. 8 e 9 cit..
Il d.1. 21 marzo 1988 n . 86 conv. in 1. 20 maggio 1988 n. 160 ampliò la categoria dei lavoratori inclusi nel campo di applicazione delle assicurazioni obbligatorie (cap.1 r.d.1. cit.) ma non riguardò il capo VI, concernente come s’è detto i limiti di attribuibilità delle prestazioni agli assicurati.
Esso stabilì nell’art. 7, comma 3, che l’assicurazione contro la disoccupazione fosse estesa, per il solo anno 1988, anche i lavoratori di cui all’art. 40, nn. 8 e 9, del r.d.1. n. 1827 del 1935. L’estensione venne confermata, a partire dal 1990 e sine die dall’art. 1, comma 2, d.1. 29 marzo 1991 n. 108 conv. in l. 1° giugno 1991 n. 169.
Il quadro normativo poc’anzi riassunto risultò modificato da questi atti legislativi nel senso che l’indennità di disoccupazione fu dovuta, per i periodi di stagione morta, a tutti i lavoratori stagionali e quindi anche a quelli infrasemestrali, attualmente inclusi anch’essi nell’assicurazione obbligatoria b e perciò assoggettati alla contribuzione.
Tale risultato è perciò opposto a quello voluto dal1e citate sentenze nn. 3746 del 2000 e 2802, 2804 del 2001: i decreti legge nn. 160 del 1988 e 108 del 1991 hanno esteso, e non limitato, la tutela previdenziale contro l’assicurazione, comprendendo nell’assicurazione, e quindi nel diritto all’indennizzo, persone che in precedenza ne erano escluse, ossia, per quanto qui interessa, i lavoratori stagionali con durata inferiore a sei mesi.
I decreti legge nn. 86 del 1988 e 108 del 1991 non valgono perciò a risolvere la questione di cui qui si tratta, contrariamente a quanto affermato nelle citate sentenze del 2000 e del 2001.
Ma neppure l’orientamento espresso da Cass. n.. 1141 del 1999 è condivisibile, giacché l’attribuzione dell’indennità di disoccupazione a favore dei lavoratori stagionali – attribuzione stabilita dalla sopra richiamata e non recente giurisprudenza costituzionale – non è automaticamente estensibile a favore dei lavoratori a tempo parziale di tipo verticale.
La stipulazione di un contratto di lavoro a tempo parziale su base annua dipende dalla libera volontà del lavoratore contraente e perciò non dà luogo a disoccupazione involontaria, ossia indennizzabile, nei periodi di pausa. La volontarietà della limitazione temporale è rilevabile dall’espressione “lavoratori disponibili a svolgere……”, contenuta nell’art. 5, comma 1, l. 726 del 1984. Nel settore del pubblico impiego la trasformazione del rapporto a tempo pieno in rapporto a tempo parziale è, anch’essa, condizionata alla sola domanda del dipendente (art. 1, comma 58 , 1. n. 662 del 1996).
E se è vero che talvolta la volontà del lavoratore che sceglie il tempo parziale è condizionata dalle oggettive caratteristiche della prestazione, così come avviene nelle lavorazioni stagionali, è altrettanto vero che queste sono necessariamente di numero limitato nonché tassativamente specificate dalla pubblica amministrazione (cfr. art. 76, secondo comma, r.d.1. n. 1827 del 1935), ossia non aumentabili a vo1ontà, mentre la conclusione di contratti a tempo parziale) siccome rimessa alla volontà privata, è suscettibile di estensione illimitata.
Ciò comporta la non estensibilità ad essi in via analogica della disciplina della disoccupazione involontaria vigente per i contratti stagionali, e ciò non tanto per il carattere eccezionale di questa disciplina (art. 14 delle preleggi) quanto per la mancanza di eadem ratio.
Nessun argomento interpretativo può trarsi invece – contrariamente a quanto sostenuto dal ricorrente INPS nella memoria depositata ex art. 378 cod. proc. civ. – dal regime della disoccupazione dei lavoratori stagionali all’estero: per costoro l’indennità è attribuita infatti dall’art. 1 1. 25 luglio 1975 n. 402 solo per il caso di cessazione (e non di sospensione) involontaria del rapporto di lavoro e di successivo rimpatrio entro centottanta giorni.
Né ritengono le Sezioni unite che sulla soluzione dell’attuale questione possa influire la sentenza della Corte costituzionale n. 132 del 1991 cit., ipirata alle particolari esigenze di tutela di cui all’art. 37, primo comma, seconda parte, Cost..
E’ rimesso, in definitiva, al legislatore di scegliere se ed in che modo favorire la conclusione dei contratti a tempo parziale (esigenza accentuata dall’art. 1 della citata direttiva comunitaria n. 87/87 nonché da Corte cost. 28 maggio 1999 n. 202)in modo tuttavia da evitare un ampliamento degli indennizzi rimesso sostanzialmente a scelte dei privati e tale da risolversi in un finanziamento permanente della sottoccupazione (pericolo segnalato dalla dottrina).
E’ parimenti rimessa alla discrezionalità del legislatore, e perciò non può risultare da automatiche estensioni per analogia in sede di interpretazione – applicazione delle leggi vigenti, la costruzione di trattamenti di disoccupazione variabili a seconda della qravità della situazione di bisogno, propria di chi fruisca di un’occupazione a tempo ridotto, solo in presenza di effettiva mancanza di reddito e di non imputabilità al singolo.
E’ indicativo che il sopravvenuto d. lgs. n. 61 del 2000, nel dare una nuova disciplina del contratto a tempo parziale, estenda ad esso alcuni benefici del contratto a tempo pieno (art. 4) e detti la disciplina previdenziale (art. 9) senza tuttavia dare una particolare tutela contro la disoccupazione parziale. Esso anzi abroga espressamente l’art. 5 d.1. n. 726 del 1984 (art. 11, lett. a), così non prevedendo l’iscrizione del lavoratore nelle liste del collocamento.
Deve in conclusione negarsi che al lavoratore impiegato a tempo parziale secondo il tipo cosiddetto verticale a base annua spetti l’indennità di disoccupazione per i periodi di inattività.
Accolto il ricorso, la sentenza impugnata dev’essere cassata, mentre la non necessità di nuovi accertamenti di fatto permette di rigettare la domanda ai sensi dell’art. 384, primo comma, cod.proc.civ.
Sulle spese dell’intero processo non si deve provvedere ex art. 152 disp. att. cod. proc.civ..
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta la domanda; nulla per spese dell’intero processo.
Così deciso in Roma il 21 novembre 2002.
FILCAMS CGILINCA NAZIONALE
Ai Segretari Regionali FILCAMS
Ai Segretari Territoriali FILCAMS
Ai Direttori Comprensoriali INCA
Al Dipartimento Politiche Sociali CGIL
OGGETTO: Indennità di disoccupazione ordinaria e a requisiti ridotti per lavoratori a tempo determinato, lavoratori stagionali e lavoratori con contratto di lavoro a part-time
sulla questione citata in oggetto le nostre strutture sono più volte intervenute fornendo indicazioni non sempre omogenee, anche per effetto di non sempre univoci pronunciamenti della magistratura e contrastanti comportamenti delle sedi operative dell’INPS.
La vicenda più rilevante è certamente quella legata ai lavoratori titolari di contratti di lavoro a part-time verticale su base annua (o ciclico) ed a come gli stessi debbano essere considerati durante le programmate sospensioni della attività lavorativa ai fini del diritto alla indennità di disoccupazione.
Come è stato più volte richiamato, sull’argomento si è formato un orientamento della Corte di Cassazione favorevole al lavoratore (sentenza n° 1141/99 e altre) preceduto da un pronunciamento di principio della Corte Costituzionale (sentenza n° 160/74), orientamento che è stato però in parte rimesso in discussione da un’altra sentenza della Corte di Cassazione (n° 3746/2000).
Poiché tali pronunciamenti hanno creato un contrasto di giurisprudenza, la questione è stata rimessa alle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione con ordinanza del 14 marzo 2001, il cui pronunciamento dovrebbe definitivamente dirimere la questione.
Tale pronunciamento, tuttavia, non pare essere imminente, motivo per cui rimane al momento ferma la indicazione di presentare comunque le domande fermi restando i requisiti richiesti di natura contributiva (biennio di assicurazione e 52 settimane nel biennio, ovvero 78 giornate nell’anno di riferimento) e di natura oggettiva (iscrizione al collocamento e provvedimento di sospensione).
In questo momento abbiamo volutamente accantonato l’altro aspetto del problema e relativo alla disparità di trattamento fra le varie tipologie di part-time e relative modalità di prestazione della attività lavorativa, fermo restando che a conclusione degli incontri con il governo e a normative riassestate sia in materia di lavoro a part-time, sia in materia di ammortizzatori sociali, dovremo ridiscutere l’intera questione e decidere definitivamente un atteggiamento coerente di fronte ai lavoratori.
Vi è tuttavia una questione più importante, su cui accentrare la nostra attenzione, che coinvolge non tanto i lavoratori a part-time, bensì tutti coloro che annualmente si trovano di fronte alla necessità di decidere quale tipo di domanda di disoccupazione presentare, e cioè con requisiti ordinari o con requisiti ridotti, potendo ovviamente far valere entrambi i requisiti.
La valutazione effettuata fin qui, infatti, era spesso costruita sulla base della entità complessiva della prestazione che sarebbe stato possibile conseguire tenendo conto dei diversi meccanismi che sono alla base della determinazione del numero di giornate da indennizzare (l’aspetto relativo alla determinazione della quota giornaliera, infatti, difficilmente rappresenta elementi marcatamente diversi fra l’uno e l’altro ordinamento).
Gli elementi fondamentali che giocano a favore della indennità di disoccupazione a requisiti ridotti rispetto a quella a requisiti ordinari sono, infatti, da un lato quello relativo ai termini per la presentazione della domanda (31 marzo anno successivo in un caso e 68 giorni dall’inizio della disoccupazione nell’altro) e dall’altro lato il fatto di dover scontare nella disoccupazione ordinaria il periodo di carenza.
Su tale criterio di scelta è ora necessario riflettere con estrema attenzione poiché la giurisprudenza (e soprattutto le tesi difensive dell’INPS) cominciano ad attestarsi in ordine ad alcuni principi che riassumiamo nei termini seguenti:
a)la indennità di disoccupazione a requisiti ridotti di cui al DL n° 86/88 sarebbe nata in alternativa alla disoccupazione ordinaria e sarebbe accessibile solo in assenza dei requisiti richiesti per la prestazione principale; ne deriverebbe che se il lavoratore è in possesso dei requisiti ordinari e non presenta la relativa domanda entro il predetto termine dei 68 giorni potrebbe essere dichiarato decaduto dal diritto;
b)la indennità di disoccupazione a requisiti ridotti, per la sua specialità, sarebbe rivolta ai soli lavoratori discontinui (stagionali o a part-time) che per essere tali non debbono aver prestato attività lavorativa, nell’anno di riferimento, per più di 180 giorni.
A fronte del rischio che tali principi possano affermarsi è quindi necessario adottare tutti gli atteggiamenti di cautela che possono essere così sintetizzati:
1)se all’atto della cessazione o sospensione di un rapporto di lavoro (qualunque esso sia) il lavoratore può far valere i requisiti per presentazione della domanda di disoccupazione ordinaria, è necessario presentare tempestivamente tale domanda (comunque entro i 68 giorni) poiché la scelta “opportunistica” della domanda a requisiti ridotti potrebbe incappare nella intervenuta decadenza;
2)l’eventuale scelta della domanda a requisiti ridotti deve essere compiuta previo consenso del lavoratore interessato reso consapevole dei rischi e delle conseguenze in cui può incappare;
3)pur mantenendo ferma l’indicazione della domanda di disoccupazione per i lavoratori a part-time verticale su base annua con le riserve già elencate, per tali soggetti e per tutti gli altri che avessero già prestato attività lavorativa per più di 180 giorni nell’anno, o per i quali si presume che nel corso dello stesso anno verranno prestate più di 180 giornate lavorative, è necessario presentare tempestivamente domanda di disoccupazione ordinaria (comunque entro i 68 giorni) poiché anche in tale fattispecie la scelta alternativa potrebbe incappare nella intervenuta decadenza;
4)l’eventuale scelta diversa deve essere gestita con gli stessi criteri indicati al punto 2);
5)a fronte della difficoltà di prevedere con esattezza la consistenza della attività lavorativa su base annua è sempre preferibile adottare il criterio di cui al punto 3), fermo restando ancora una volta che la diversa scelta del lavoratore deve essere gestita con i criteri di cui al punto 2).
E’ del tutto ovvio che gli atteggiamenti di cui sopra potranno essere successivamente modificati in funzione della evoluzione normativa e giurisprudenziale.
E’ inutile sottolineare che il problema oggetto della presente circolare non è circoscritto ai soli lavoratori che fanno riferimento alla FILCAMS, per cui gli uffici INCA dovranno attivarsi affinché analoghi atteggiamenti siano tenuti anche da parte di tutti coloro che si trovano nelle medesime condizioni.
Per alcuni lavoratori del commercio, tuttavia, la questione appare particolarmente urgente e rilevante poiché il momento in cui la affrontiamo coincide temporalmente con i periodi di sospensione di talune specifiche attività quale quelle cui sono adibiti i dipendenti di strutture che hanno in gestione le mense scolastiche o altre attività similari.
p. la Segreteria FILCAMSp. il Collegio di Presidenza INCA
Marinella MeschieriVilliam Zanoni
Oggetto: indennità di disoccupazione per i part-time ciclici
Vi informiamo che recentemente la Corte di Appello di Firenze ha rimesso in discussione quanto dichiarato dalla Corte di Cassazione con sentenza n. 03746 del 24/09/99, riconfermando il diritto all’indennità di disoccupazione di una lavoratrice dipendente di una mensa scolastica, per il periodo di inoccupazione nei mesi di intervallo non lavorati.
La Corte di Appello di Firenze ha ben argomentato tale diritto, richiamando per conformità la Sentenza della Corte Costituzione n. 160 del 1974 e la sentenza della Corte di Cassazione n. 1141 del 10/2/99 che ben conoscete. Da queste emerge che è lo stato di disoccupazione involontaria, il requisito che rende la disoccupazione indennizzabile e che, la disoccupazione conseguente al periodo di sosta, non può considerarsi volontaria.
Poiché la questione è di particolare rilevanza, riteniamo utile la massima informazione che coinvolga tutte le lavoratrici e i lavoratori con contratto part-time ciclico, non solo quelle/i che operano nell’area scolastica (mense e imprese pulizia) ma, come ovvio, tutte le lavoratrici e i lavoratori part-time che hanno un periodo di non lavoro nel corso dell’ anno.
Nell’attesa che si arrivi ad un orientamento giurisprudenziale univoco e, come sembra, alla pronuncia della Corte di Cassazione a Sezione Unite, riteniamo altresì utile dare alcune indicazioni di massima che emergono dalle sentenze più recenti, nel proporre la domanda all’INPS.
Riguarda la Indennità di disoccupazione ordinaria (e non quella a requisiti ridotti) ed è necessario corredare la domanda con :
l’iscrizione all’Ufficio collocamento (per dimostrare la volontà occupazionale della lavoratrice/ore anche negli intervalli non lavorati);
allegare la comunicazione di sospensione da parte del datore di lavoro;
rispettare i termini previsti per la presentazione della domanda all’Inps, pena la decadenza.
Ovvio il requisito contributivo: almeno 52 contributi settimanali nell’ ultimo biennio.
In attesa di ulteriori nuove, vi alleghiamo la Sentenza in questione.
CAPPELLI MARIA GRAZIA, rappresentata a difesa degli Avv.ti Gabriella Del Rosse e Giovanna Fiesoli, elettivamente domiciliata presso il loro studio in Firenze, Via Guido Monaco, 25, come da mandato a margine dell’atto introduttivo del giudizio
PER L’APPELLANTE
Voglia l’Eco.ma Corte d’Appello di Firenze, in accoglimento del presente appello riformare la sentenza impugnata statuendo: a) la nullità ; della domanda giudiziaria proposta in primo grado da Cappelli Maria Grazia; b) in subordine respingere nel merito la domanda stessa per non spettanza dell’indennità richiesta e mancata dimostrazione dei requisiti di legge. Vinte le spese.
PER L’APPELLATA
Si conclude affinché la Corte di Appello di Firenze, confermando la sentenza del Tribunale di Firenze n. 1034/2000, rigetti il ricorso presentato dall’INPS.
Con vittoria di spese e di onorari di entrambi i gradi del giudizio, da distrarsi a favore dell’Avv. Gabriella Del Rosso antistatario.
OGGETTO: indennità di disoccupazione ordinaria; compete ad una lavoratrice a part time verticale, anche allorquando i periodi complessivamente lavorati nel corso dell’anno superino i sei mesi – caso di un’ addetta ad una mensa scolastiche che lavora per nove mesi l’anno, rimanendo il rapporto di lavoro sospeso nel periodo estivo.
Come ricorso depositato in data 13 dicembre 2000, l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale propone appello avverso la sentenza n. 1034/2000, emessa dal Giudice del Lavoro del tribunale di Firenze il giorno 11 ottobre 2000 con la quale l’istituto deducente è stato condannato al pagamento in favore della ricorrente Cappelli Maria Grazia dell’ indennità di disoccupazione relativa all’anno 1999 per il periodo indicato nella domanda amministrativa, oltre interessi legali dal 7.9.1999 al saldo ed oltre a spese di lite.
Con il ricorso in primo grado la Cappelli deduceva di essere dipendente della S.r.L. Pedus Service P. Dussmann, addetta ad un centro di cottura che serve le mense scolastiche. Precisava, poi, la ricorrente di avere stipulato con la datrice un contratto di lavoro a tempo indeterminato ed a part time, sia verticale che orizzontale (ai sensi dell’art. 5 della Legge 19.12.1984 n. 863); infatti il rapporto di lavoro rimaneva sospeso durante le ferie scolastiche dal 29 giugno al 20 settembre. La Capelli conveniva, quindi, in giudizio l’I.N.P.S. e ne chiedeva la condanna al pagamento in proprio favore dell’indennità di disoccupazione ordinaria, che essa aveva inutilmente richiesto con domanda amministrativa del 19.7.1999 e con successivo ricorso amministrativo del 15.11.1999.
L’istituto, ritualmente costituitosi, deduceva, in via preliminare, la nullità della domanda – per omessa indicazione del tipo di indennità richiesta, se con requisiti ordinari o ridotti, e per la mancata specificazione del periodo di riferimento -. L’istituto previdenziale, sempre in via preliminare, eccepiva altresì la decadenza dal beneficio, ai sensi dell’art. 129 ult.co del R.D.L. n. 1827/1935 per la tardiva presentazione della domanda amministrativa. Nel merito l’ I.N.P.S. deduceva l’infondatezza della domanda per carenza dei requisiti previsti ex legge per il diritto alla prestazione – sussistenza della disoccupazione e, quindi, prova della cessazione del rapporto di lavoro, l’ ;iscrizione nelle liste di collocamento – . Evidenziava, ancora, come nei contratti a part-time verticali non fossero indennizzabili le pause non lavorate.
La causa, apparendo documentalmente istruita, è stata decisa, senza svolgimento di alcuna attività istruttoria, dal tribunale di Firenze nei termini sopra richiamati con la sentenza in questa sede impugnata.
Con l’atto di appello l’I.N.P.S. ripropone l’eccezione di nullità della domanda introduttiva, già sottoposta all’esame del primo giudice ed implicitamente rigettata.
Deduce, poi, l’appellante che la Cappelli non ha fornito la prova della sussistenza dei requisiti per aver accesso all’indennità di disoccupazione – un’anzianità assicurativa di almeno due anni, nonché il possesso di almeno 52 contributi settimanali nell’ultimo biennio – .Infine da parte dell’istituto previdenziale si richiama una recente sentenza della Cassazione – la n. 3746 del 28.3.2000 – in base alla quale, da una corretta esegesi della normativa in subiecta materia si evince che l’indennità di disoccupazione, nel caso di lavoro discontinui, spetta solo ai lavoratori che siano occupati fino a sei mesi in un anno: ne consegue, a giudizio dei giudici di legittimità e dell’ odierno appellante, che l’indennità in esame non compete a quei lavoratori a tempo parziale verticale che, addetti ad atttività di refezione scolastica con un periodo di sospensione da giugno a settembre, sono occupati per nove mesi l’anno. Al termine delle proprie difese l’ istituto appellante formula le conclusioni riportate in epigrafe.
Da parte dell’appellata, ritualmente costituita, si eccepisce l’ infondatezza delle censure sia di rito che di merito, mosse ex adverso alla sentenza di primo grado, di cui si chiede la conferma. In particolare si evidenzia la ricorrenza nella specie dei requisiti contrubutivi di cui all’ ;art. 19 del D.D.L. n. 636/1939, in ogni caso da ritenere integrati, in forza del principio dell’automatismo delle prestazioni, dalla circostanza, documentata che la deducente svolge attività lavorativa soggetta a contribuzione. Infine da parte della difesa dell’appellata viene diffusamente criticata la recente sentenza della Cassazione richiamata da controparte, che, nell’escludere dal beneficio i lavoratori con rapporto a part-time verticale di durata superiore a sei mesi annui, fornisce un’ interpretazione contrastante sia con la previsione testuale che con la ratio della norma di cui all’art. 40-9 del R.D.L. n. 1827/1935, nonché con la sua precedente pronuncia – la n. 1141/1999 – con quella della Corte Cost. – sentenza n. 160/1974 –
La causa ha subito, a richiesta dei difensori delle parti, alcuni rinvii in attesa che le Sezioni Unite della Cassazione, investite della questione interpretativa in esame, si pronunciassero. Non essendo intervenuta tale sentenza entro un “più che ragionevole arco temporale”, la causa, dell’udienza di discussione del giorno 26 marzo 2002, è stata decisa come da separato dispositivo letto in aula.
Alcuni brevi rilievi sulle questioni preliminari:
A) l’eccezione di decadenza ex art. 129 ult.co delle RDL n. 1827/1935 – in relazione al termine di sessanta giorni dall’inizio della disoccupazione indennizzabile per la presentazione della domanda di richiesta della prestazione -, presentata in primo grado e non espressamente riproposta in appello, si intende rinunciata ex art. 346 e 329 c.p.c. Sul punto, in applicazione del principio devolutivo dell’appello si è formato il csd. giudicato interno .
B) L’eccezione di nullità per asserita indeterminatezza della domanda, riproposta dall’INPS in questa sede è infondata. In ordine all’evidenziata mancata specificazione nel corpo del ricorso in primo grado del tipo di indennità rivendicata (se quella ordinaria oppure quella a requisiti ridotti) e del periodo per il quale la prestazione è richiesta, è sufficiente osservare: a) dalla documentazione relativa alla fase amministrativa – in particolare i doc. nn. 2 e 3 di parte ricorrente – appare evidente che la richiesta era relativa all’ indennità di disoccupazione ordinaria.
Se quindi la fase amministrativa si è chiusa negativamente con il rigetto della richiesta della Cappelli di poter fruire dell’ indennità di disoccupazione ordinaria, non pare davvero dubitabile che il successo ricorso giudiziario, con cui si rivendica l’indennità di disoccupazione relativa all’anno 1999, abbia ad oggetto la medesima prestazione di cui si è discusso in sede amministrativa – b) dalla documentazione prodotta (libretto di lavoro evidenziante le precedenti attività lavorative, copia del contratto di lavoro, evidenziante la tipologia del rapporto di lavoro part-time verticale per circa nove mesi annui) si evince chiaramente che la richiesta non puo’ che essere riferita alla indennità di disoccupazione ordinaria – c) in riferimento al periodo per il quale l’indennità è richiesta è sufficiente osservare che nella domanda amministrativa e nel successivo ricorso al Comitato Provinciale dell’I.N.P.S. viene espressamente indicato il periodo di riferimento: 12.6.1999 – 24.9.1999: in ogni caso appare evidente che questo coincide con quello di sospensione del rapporto di lavoro, durante i mesi estivi in cui le scuole rimangono chiuse. Tali indicazioni ben contenute nella documentazione prodotta, si ricavano, comunque, agevolmente anche dal tenore testuale del ricorso, “correlando” quanto esposto ai nn. 1 e 2 dell’atto introduttivo, per le ragioni sopra esposte il ricorso, pur nella sua stringatezza, soddisfa i requisiti di contenuto – forma – con sufficiente esposizione dei fatti e delle ragioni di diritto che lo sostengono – voluti dagli articoli 442- 414 c.p.c.
C) Sull’eccezione di mancata prova della ricorrenza dei requisiti contributivi di cui all’art. 19 del RDL n. 636/1939 (consistenti in due anni di anzianità assicurativa con obbligo di contribuzione contro la disoccupazione e in almeno un anno di contribuzione contro la disoccupazione e in almeno un anno di contribuzione nel biennio precedente all’inizio del periodo di disoccupazione), è sufficiente rilevare che dalla documentazione prodotta, sia in primo grado in appello (si tratta di prove precostituite di provenienza o dallo stesso I.N.P.S., o da altri soggetti pubblici, come tali, per pacifica giurisprudenza di legittimità, ammissibili in appello, ex art. 437 comma 2 c.p.c.), emerge che la Cappelli ha svolto da anni di attività lavorativa soggetta ai requisiti di cui all’art. 19 del R.D.L. cit. (v. copia del libretto di lavoro v. certificato del datore di lavoro per l’anno 1998 – da cui si evincono le trattenute per contributi previdenziali -, v. Mod 01/M – aut relativo all’anno 1997, rilasciato dall’INPS – ) in ogni caso, in forza del principio dell’automatismo delle prestazioni, di cui all’art. 27 del R.D.L. n. 636/1939, il requisito contributivo “ si intende verificato anche quando i contributi non siano stati effettivamente versati, ma risultano dovuti” sempre che il rapporto di lavoro risulti “ da documenti o prove certe” – come nella fattispecie – . Da rilevare infine, – anche se nel punto l’I.N.P.S. in appello non ha “fatto questione”, che la Cappelli in data 19 luglio 1999 inserisse nelle liste di collocamento – v. doc. n. 6 di parte ricorrente -.
Venendo, quindi, al “punto centrale” della controversia – relativo alla spettanza del beneficio ad un soggetto che abbia in corso un rapporto di lavoro a tempo indeterminato con part-time verticale, prevedente una sospensione annua inferiore ai sei mesi -, osserva la Corte come, ai sensi dell’art. 73 del R.D.L. n. 1827/1935, sia prevista la corresponsione dell’indennità di disoccupazione involontaria con decorrenza dall’ottavo giorno successivo a quello della cessazione del lavoro.
La norma non richiede l’estinzione del rapporto di lavoro ne’ la necessità di tale requisito si puo’ dedurre dal rinvio del successivo articolo 77 al regolamento del 1924 che all’art. 44 prevede la presentazione di una domanda corredata dall’attestazione del licenziamento. Lo stesso R.D.L. cit. , infatti, stabilisce che quando la disoccupazione derivi da dimissioni il periodo indennizzabile è ridotto di trenta giorni dalla data di cessazione del lavoro. La domanda, da presentarsi a norma dell’art. 77 “ nei modi e nei termini stabiliti dal regolamento” , va quindi corredata dalla documentazione della cessazione del lavoro, la quale è specificamente indicata (v. artt. 44 e 45 del Regolamento) per la sola ipotesi di licenziamento.
Secondo i giudici di legittimità – v. la sentenza n. 1141/1999 della Sezione Lavoro della Cassazione, richiamata dal primo giudice – “ un periodo di sospensione del rapporto di lavoro, di assenza quindi della prestazione di lavoro come di retribuzione, è un periodo di disoccupazione, non diversamente da un eguale intervallo di tempo al cui inizio un imprenditore si sia impegnato ad assumere il lavoratore al termine dell’intervallo stesso. Non sembra, cioè rilevante, al fine di escludere lo stato di disoccupazione, l’esistenza di un vincolo contrattuale che assicuri in un momento futuro di lavoro e la retribuzione” ;.
Si tratta di stabilire se la disoccupazione risultante dagli intervalli non lavorati di un rapporto a part-time verticale possa considerarsi davvero involontaria e non l’effetto di una scelta consapevolmente assunta dal lavoratore che, nella valutazione dell’ assetto dei suoi interessi, abbia liberamente optato per un rapporto di lavoro di tale natura. E sul punto si incentra una delle doglianze dell’istituto appellante.
Al riguardo è sufficiente rilevare che per il conseguimento della prestazione in esame, l’assicurato deve provare l’iscrizione all’ ;ufficio di collocamento – art. 75 del R.D.L. citato – consentita dall’art. 5 del D.L. n. 726/84, conv. in legge n. 863/1984, per il lavoratore avviato a tempo parziale, sia nella lista ordinaria che in quella a tempo parziale. Tale iscrizione dimostra, “per facta concludentia” , la volontà occupazionale del lavoratore anche negli interventi non lavorati, così che la stessa è incompatibile con un assetto a tempo parziale del rapporto di lavoro frutto di una libera opzione del lavoratore. Sul punto si richiama, altresì, la sentenza n. 7839/1998 della Sez. Lav. della Cassazione, in cui si afferma che alle lavoratrici a tempo parziale verticale annuo spetta la indennità di disoccupazione negli intervalli non lavorati, (e, in suo luogo, l’indennità di maternità in cui la indennità di disoccupazione si converte a norma dell’art. 17 comma 3 L. n. 1024/1971).
Ed ancora la Suprema Corte, con una recente Sentenza – Cass. Sez. Lav. n. 3746/2000 – richiamandosi sulla sentenza n. 160/1974 della Corte Costituzionale – interpretativa di rigetto della questione di costituzionalità dell’art. 76 comma 1 del R.D.L. cit. – ha ribadito che l’involontarietà dello stato di disoccupazione non coincide con la non prevedibilità della stessa, dovendosi ritenere sussistente la disoccupazione involontaria anche quando “ la prestazione lavorativa è calata in un quadro temporale non continuativo in ragione del particolare assetto di un determinato tipo di attività lavorativa”.
Con riguardo a quest’ultima pronuncia – invocata dall’istituto appellante a sostegno del gravame -, la Suprema Corte, giudicando in una fattispecie del tutto analoga alla presente – anche in tal caso si trattava di addette a mense scolastiche, impegnate al lavoro per nove mesi l’anno – ha affermato specificamente sul punto che l’ attività dei lavoratori con part-time verticale è equiparabile, ai fini dell’indennità di disoccupazione, alle lavorazioni stagionali di cui all’art. 40 n. 9 del R.D.L. n. 1827/1935; ne consegue che “ il diritto all’indennità di disoccupazione è riconosciuto soltanto ai lavoratori con part-time c.d. verticale con contratto di durata annua inferiore ai sei mesi”.
Tale conclusione, nonostante l’autorevolezza della fonte, non appare condivisibile a giudizio di questo Collegio.
Al riguardo, va osservato che, ai sensi dell’art. 37 del R:D:L: n. 1827/1935 – conv. con modifiche nella L. n. 1155/1936), viene fissato il principio generale della obbligatorietà delle “ assicurazioni per la invalidità e la vecchiaia e per la tubercolosi e per la disoccupazione involontaria, salvo le esclusioni stabilite dal presente decreto” in relazione a tutti i soggetti compresi tra i 15 ed i 65 anni di età “che prestino lavoro retribuito alle dipendenze di altri”.
All’art. 40 in relazione all’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria, vengono tassativamente elencati i lavoratori che, in via d’eccezione, restano esclusi dall’ambito della tutela. Al n. 8 dell’elenco vengono previsti “coloro che solo occasionalmente prestano l’opera loro alle dipendenze altrui”, mentre al n. 9 sono indicati “coloro che siano occupati esclusivamente in lavorazioni che si compiano annualmente in determinati periodi di durata inferiore ai sei mesi”.
All’art. 76 del R.D.L. in esame, poi, è prevista la non spettanza dell’indennità di disoccupazione “nei periodi di stagione morta, per le lavorazioni soggette a disoccupazione stagionale, e quella relativa a periodi di sosta, per le lavorazioni soggette a normali periodi di sospensione”.
Le lavorazioni soggette a disoccupazione stagionale o a normali periodi di sospensione devono essere individuate con D.M. – v. art. 76 comma 2 cit. – un elenco delle lavorazioni in questione è stato fissato con D.M. 20 marzo 1957.
La Corte Cost., con la richiamata sentenza interpretativa di rigetto n. 160/1974 ebbe a chiarire il concetto di disoccupazione involontaria.
La ratio delle esclusioni di cui all’artt. 40 nn. 8 e 9 era da individuarsi all’evidenza, nella occasionalità e discontinuità dei lavori svolti – comunque inferiori a sei mesi annui -, in relazione ai quali non si vollero “appesantire i costi aziendali” con gravosi oneri contributivi, sacrificando, pero’, in tal modo proprio quei lavoratori che, per la sporadicità dell’attività lavorativa prestata nel corso dell’anno, non raggiungevano di certo i parametri retributivi minimi, che sarebbero stati successivamente contemplati all’art. 36 Cost.
Alla situazione è stato posto rimedio in via legislativa – tenuto conto delle indicazioni fornite dalla Corte Costituzionale – con l’art. 1 comma 2 del D.L. 29.3.1991 n. 108, conv. in Legge n. 169/1991, che ha esteso l’assicurazione contro la disoccupazione – a decorrere dall’anno 1990: per gli anni 1988 e 1989 avevamo, in via provvisoria, disposto l’ art. 7 comma 3 del D.L. n. 86/1988 conv. in Legge n. 160/1988 e l’art. 1 comma 1 del D.L. n. 108/1991 – “..ai lavoratori di cui ai punti 8 e 9 dell’art. 40 del regio decreto legge – 4 ottobre 1935 n. 1827, convertito, con modificazioni dalla legge 6 aprile 1936, n. 1155”.
La Cassazione con la richiamata sentenza, ritiene che “ il legislatore, intervenendo nel 1991 a disciplinare positivamente l’ estensione dell’indennità di disoccupazione ai lavoratori ad occupazione discontinua e quindi anche a quelli la cui prestazione a tempo parziale era già disciplinata dal preesistente art. 5 del d.l. 30 ottobre 1984 n. 726, convertito, con modificazioni, nella legge 19 dicembre 1984, n. 863, a sancito l’estensione nei limiti dell’art. 40 n. 9 …. per i soli lavoratori che siano occupati parzialmente fino a sei mesi l’anno”.
Francamente questo “passaggio”, appoditticamente affermato dalla Suprema Corte, non sembra convincente alla luce della previsione testuale e della reatio complessiva della disposizione del richiamato art. 40 n. 9 del R.D.L. n. 1927/1935.
Infatti, come sopra evidenziato, la regola generale, di cui all’art. 37, prevede l’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria per tutti i soggetti – di età compresa tra i 15 ed i 65 anni – che svolgano attività lavorativa retribuita alle dipendenze di terzi – e tale è certamente il caso della Cappelli -. In via di eccezione – e, quindi, con un’interpretazione di stretto rigore ex art. 14 del Preleggi – tale assicurazione non era prevista, per le ragioni evidenziate, nel caso di lavori occasionali – n. 8 – e di lavori discontinui di durata inferiore ai sei mesi annui – n. 9.
Tale esclusione testuale, tenuto conto della previsione generale e della ratio ad essa sortesa, lascia chiaramente intendere che le “ lavorazioni che si compiano annualmente in determinati periodi di durata” superiore ai sei mesi annui erano già soggette all’assicurazione obbligatorie per la disoccupazione involontaria in forza del richiamato art. 37.
Con la norma dell’art. 1 comma 2 della Legge 169 si è inteso operare un’estensione del beneficio alle due categorie di lavoratori in precedenza escluse – nn. 8 e 9 del R.D.L. cit. -, per cui sarebbe del tutto incongruo escludere dalla tutela l’odierna appellata, alla quale l’indennità di disoccupazione competeva- in presenza dei richiesti requisiti – in forza del principio generale dell’articolo 37.
Né tale conclusione puo’ essere messa in discussione sulla base del rilievo che il contratto di lavoro ha part-time – introdotto con l’art. 5 del d.l. 30.10.1984 n. 726, conv. in L. n. 863/1984, non fosse positivamente previsto dal legislatore del 1935.
Ciò che rileva è che “la disciplina positiva dell’indennità di disoccupazione, quale risultante dai dati legislativi e dalla pronuncia della Corte, già contemplava quelle modalità lavorative temporanee o cicliche che costituiscono il substrato fattuale della successiva disciplina legale del tempo parziale” – così, contraddittoriamente osserva la Corte nella sentenza in esame -.
In buona sostanza si vuole evidenziare come nella disciplina complessiva dell’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria il legislatore avesse tenuto presenti quelle modalità lavorative discontinue o stagionali, che in anni successivi, avrebbero connotato, sia pur inserite all’interno di un unico rapporto di lavoro a tempo indeterminato, il contratto di lavoro a part-time verticale caratterizzato da una prestazione lavorativa concentrata in determinati periodi dell’anno.
Una volta che la stessa Suprema Corte – con la richiamata sentenza n. 1141/1999 – ha riconosciuto che i periodi non lavorati nel csd. part-time verticale, ove accompagnati dall’iscrizione del lavoratore alle liste di collocamento (in base ad espressa previsione legislativa comma 1 dell’art. 5 L. n. 863/84) danno diritto – in presenza dei requisiti di legge – alla indennità in esame – dovendosi ritenere involontaria la disoccupazione in detti periodi -, non vi è ragione di escludere la Cappelli dall’ambito di tutela in base alla disciplina generale dell’ art. 37 del R.D.L. n. 1827/1935.
Per le ragioni sopra illustrate, pertanto l’appello dell’I.N.P.S. deve essere rigettato con piena conferma della Sentenza impugnata.
Il contrasto giurisprudenziale insorto all’interno della Suprema Corte, in attesa che sulla questione si pronuncino le Sezioni Unite giustifica l’ integrale compensazione delle spese processuali di entrambi i gradi. In parte qua, pertanto, la pronuncia del primo giudice che ha disposto una diversa disciplina delle spese di lite, deve essere informata.
P.Q..M.
1) Rigetta l’appello
2) Dichiara le spese processuali di entrambi i gradi del giudizio interamente compensate tra le parti
Firenze, 26 marzo 2002
Maria Pia Principalli
Firenze 2 maggio 2002
L’Operatore Amministrativo
Circolare Inca
Roma, li 10 marzo 1999
OGGETTO: Indennità di disoccupazione e part-time verticale (ciclico). Sentenza Corte di Cassazione n° 1141 del 10 febbraio 1999
Sulla problematica citata in oggetto si è più volte scritto con alterne soluzioni in ordine alla possibilità di far coesistere le due situazioni; per quanto di nostra competenza l’ultima trattazione è avvenuta in occasione della pubblicazione del numero monografico del "Notiziario INCA" dedicato, appunto, al lavoro a part-time.
Un recente pronunciamento della Corte di Cassazione (vedi sentenza allegata), nato da un ricorso promosso dall’INCA , si è inserito prepotentemente in questo dibattito affermando il diritto del lavoratore occupato in un rapporto di lavoro a part-time di tipo verticale (ciclico) a percepire l’indennità di disoccupazione in relazione ai periodi durante i quali non viene prestata attività lavorativa.
Si tratta sicuramente di una sentenza destinata a far discutere.
Il primo principio affermato dalla Cassazione è inerente alla non necessità, ai fini del diritto alla indennità di disoccupazione, che vi sia l’estinzione del rapporto di lavoro, tant’è vero che l’indennità è prevista anche in caso di "sospensione" del rapporto di lavoro.
All’interno di tale ragionamento la Corte assimila a sospensione un "intervallo di tempo al cui inizio un’imprenditore si sia impegnato ad assumere il lavoratore al termine dell’intervallo stesso"; tale equiparazione induce la Corte ad affermare che "non sembra, cioè rilevante, al fine di escludere lo stato di disoccupazione, l’esistenza di un vincolo contrattuale che assicuri in un momento futuro il lavoro e la retribuzione".
Questo pronunciamento, se non per la parte in cui viene applicato anche ai rapporti di lavoro a part-time, non rappresenta una novità sul versante della giurisprudenza, tant’è vero che anche la Corte Costituzionale è più volte intervenuta sia sul versante dei riflessi sulla indennità di maternità, sia su quello del diritto alla indennità di disoccupazione per i periodi di "sosta normale delle lavorazioni" o di "stagione morta".
Nell’ultima sentenza citata, infatti, la Corte ricorda che "per l’articolo 38 della Costituzione è lo stato di "disoccupazione involontaria" il requisito che rende la disoccupazione indennizzabile. Il termine può apparire vago e impreciso, ma esso non può, proprio per la peculiare natura costituzionale delle assicurazioni sociali, essere circoscritto nell’ambito troppo ristretto di un rischio imprevisto e imprevedibile, per cui ogni qualvolta si sia in presenza di una disoccupazione sia pure involontaria, ma normalmente prevista e temporaneamente inquadrata nel tempo in ragione del particolare aspetto di un dato tipo di attività lavorativa, questa sarebbe sottratta a tutela, a meno che, per sopravvenute circostanze, essa disoccupazione non sia destinata a protrarsi oltre il termine normativamente fissato".
In un altro passaggio della stessa sentenza si legge ancora: "La funzione dell’assicurazione sociale è di garantire ai lavoratori adeguati mezzi di sussistenza in caso di disoccupazione involontaria, nel cui concetto non può non rientrare il caso in cui la disoccupazione sia, in relazione al tipo di lavoro svolto, predeterminata e, quindi sussista, per tale fatto, una impossibilità oggettiva per il lavoratore di poter esplicare, per un certo periodo di tempo, quella attività che gli è normale e dalla quale trae i mezzi di sussistenza.
In sostanza, il termine "involontario" non può, nel caso, ricollegarsi ad un comportamento proprio del lavoratore, per aver scelto quel tipo di lavoro piuttosto che un altro.
Occorre distinguere, per chiarire la logica e razionale portata del termine, tra scelta del lavoro e comportamento del lavoratore allo scattare del periodo di sosta o di stagione morta.
La disoccupazione conseguente al periodo di sosta o di stagione morta non può considerarsi volontaria per il lavoratore in conseguenza del fatto di avere volontariamente scelto e accettato quel tipo di attività il più delle volte imposta dalle condizioni del mercato di lavoro, ma può diventarlo solo successivamente se e in quanto il lavoratore stesso non si faccia parte diligente per essere avviato, nel periodo di sospensione, ad altra occupazione
Il lavoratore, rimasto privo di lavoro durante tale periodo, può senz’altro acquisire il diritto all’indennità di disoccupazione allorché, a norma della disciplina dell’avviamento al lavoro di cui al titolo secondo, capo primo, della L. 29 aprile 1949 n. 264, chieda la iscrizione nelle liste di collocamento per altre occupazioni.
Nell’ipotesi in cui non riesca ad ottenere altre occupazioni per ragioni obiettive di disoccupazione nel settore richiesto, avrà senz’altro diritto, durante il periodo di sosta, alla indennità di disoccupazione, fermi i requisiti di anzianità assicurativa e contributiva e gli altri requisiti di carattere generale dai quali il diritto prende vita.
Solo così intesa, – conclude la Corte Costituzionale - la norma impugnata appare pienamente legittima".
Rispetto a quel contesto normativo nulla è cambiato, anzi il legislatore ha teso ad estendere la protezione dei lavoratori contro la disoccupazione introducendo anche quella prestazione cosiddetta "a requisiti ridotti" proprio per far fronte alla situazione di chi, a causa delle ulteriormente ridotte opportunità lavorative, non avrebbe potuto raggiungere i requisiti ordinari.
Condizione essenziale resta comunque quella dello stato di disoccupazione e degli adempimenti necessari al suo accertamento attraverso l’iscrizione nelle liste del collocamento.
L’estensione di tali principi al part-time appare quindi semplice, se non altro per il fatto che la stessa normativa che introdusse tale forma di rapporto di lavoro prevede la possibilità, per tali lavoratori, di rimanere iscritti nelle liste del collocamento ordinario anche se, nel frattempo, sono avviati al lavoro con contratto a part-time.
La ricorrente ha chiesto l’indennità di disoccupazione per i periodi di interruzione dell’attività lavorativa da maggio ad ottobre di ogni anno, all’interno di un rapporto di lavoro a part-time verticale (ciclico) stipulato, con effetto dal 1° gennaio 1992, in seguito alla trasformazione di un precedente rapporto di lavoro a full-time in essere con la stessa azienda.
A fronte di tale situazione la Corte di Cassazione si è posta un’ulteriore interrogativo, e cioè "se possa considerasi involontaria la disoccupazione risultante, come nella specie, dalla trasformazione consensuale di un rapporto a tempo pieno in rapporto a part-time cosiddetto verticale".
La Corte ha sciolto agevolmente il dubbio dando risposta positiva per il semplice fatto che "la trasformazione consensuale del rapporto a tempo pieno in rapporto part-time verticale può, infatti, corrispondere, come le dimissioni, ad un interesse esclusivo del dipendente, ad una propria scelta di astenersi per un dato periodo dall’attività lavorativa ma una scelta siffatta non sarebbe compatibile con l’iscrizione nelle liste di collocamento (nella specie asserita dall’assicurata e non contestata dall’INPS)".
Una questione sorge in ordine alle diverse tipologie di rapporti di lavoro a part-time; come più volte ricordato, tre sono le possibili forme di part-time:
part-time orizzontale che implica un’attività svolta tutti i giorni ad orario ridotto rispetto a quello normale;
part-time verticale con attività svolta in alcuni giorni della settimana per un numero complessivo di ore inferiore a quello normale;
part-time verticale su base annua (o ciclico) con attività lavorativa svolta per alcune settimane o alcuni mesi inframmezzati da altre settimane o mesi di inattività.
In merito alle tipologie sopra elencate va segnalata una recente presa di posizione del Ministero del lavoro (nota n° 7/61588/D.L.vo 564/96 del 14 luglio1997) il quale, seppure in riferimento alle novità introdotte dal decreto legislativo n° 564/96, ha precisato che le dizioni "orizzontale, verticale e ciclico" vanno interpretate come semplici concetti materiali o criteri di organizzazione del lavoro, in sostanza modalità di svolgimento della prestazione lavorativa che la legge n° 863/84 deferisce alla contrattazione collettiva.
Ai fini previdenziali, invece, sempre secondo il Ministero del lavoro, il semplice fatto che il rapporto di lavoro sia a part-time lo qualifica come tale e lo rende destinatario delle varie disposizioni in materia.
Se tale premessa è vera, siamo nuovamente di fronte ad una grande confusione normativa che da un lato può riconoscere a certe figure determinate prestazioni e dall’altro nega ad altre le stesse prestazioni ( o quantomeno non crea le condizioni affinché ne insorga il diritto).
Infatti, a parità di impegno psico-fisico (stessa quantità di lavoro su base annua) ed a parità di retribuzione e contribuzione, potranno corrispondere prestazioni diverse, o potrà essere negata la prestazione stessa, unicamente in funzione della modalità di svolgimento della attività lavorativa nei termini concordati nel contratto.
Alcuni esempi per comprendere tale affermazione in tre contesti caratterizzati sempre da una prestazione pari al 50% rispetto a quella "normale".
Contratto a part-time verticale su base annua (ciclico) con 6 mesi di attività e 6 mesi di "sospensione" – retribuzione annua 12.000.000:
secondo quanto stabilito dalla sentenza, con la tempestiva comunicazione della sospensione e con la tempestiva iscrizione alle liste di collocamento (se non si era già iscritti), il lavoratore avrebbe diritto alla disoccupazione per l’intero periodo di sospensione dedotto il periodo di carenza.
Contratto a part-time verticale su base mensile (con 2 settimane di attività e 2 settimane di "sospensione" alternate nell’anno – retribuzione annua 12.000.000:
sempre secondo la Cassazione e sempre con la tempestiva comunicazione e iscrizione da farsi per 26 volte nel corso dell’anno, il lavoratore avrebbe diritto ad ogni sospensione alla indennità di disoccupazione per i 14 giorni di sospensione da cui detrarre ogni volta il periodo di carenza; in sostanza percepirebbe la metà rispetto al lavoratore A.
Contratto a part-time verticale su base settimanale (3 giorni al lavoro ed i restanti di sospensione) o a part-time orizzontale (4 ore di lavoro per ciascuna giornata) – retribuzione annua 12.000.000:
in entrambi i casi non esiste alcun diritto poiché in un caso la carenza azzera ogni volta le giornate indennizzabili e nell’altro caso non esistono giorni di disoccupazione.
La gestione delle tre casistiche nell’ambito della indennità di disoccupazione a requisiti ridotti in luogo di quella ordinaria non modificherebbe i risultati illustrati poiché l’INPS individua le giornate indennizzabili con criteri sostanzialmente identici.
Come è possibile rilevare, quindi, il riconoscimento dell’indennità di disoccupazione ed il relativo accredito della contribuzione figurativa sembrerebbero privilegiare coloro che effettuano il part time ciclico rispetto a coloro che effettuano il part time orizzontale; d’altra parte però non si può non evidenziare che il sistema di accredito della contribuzione obbligatoria previsto dall’articolo 7 della legge n° 638/83 penalizza fortemente proprio i lavoratori che effettuano il part time ciclico (sei mesi di lavoro, sei mesi di sosta).
Tali lavoratori, infatti, senza il riconoscimento della disoccupazione e della relativa contribuzione figurativa non riuscirebbero mai a raggiungere i requisiti contributivi per il diritto all’assegno di invalidità o alla pensione di inabilità o dovrebbero lavorare comunque il doppio degli anni rispetto ad un part time orizzontale per acquisire il diritto a qualsiasi prestazione pensionistica.
Pur tenendo presente che si tratta di un primo pronunciamento non ancora in grado di "fare giurisprudenza", è evidente che il nostro comportamento futuro ne dovrà uscire modificato sia per quanto riguarda la gestione del contenzioso, sia per quanto riguarda la produzione delle future domande.
In merito alle future domande, già a partire dalla campagna in corso per la presentazione delle domande di disoccupazione a requisiti ridotti è necessario prendere atto di tale pronunciamento ed inoltrare in ogni caso le richieste entro il 31 marzo 1999; analogo discorso vale per le domande a requisiti ordinari che potranno essere presentate successivamente in occasione di ciascun periodo di sospensione.
E’ scontato, visto il pronunciamento, che dovrà esserci sia la comunicazione di sospensione da parte del datore di lavoro, sia l’iscrizione al collocamento da parte dei lavoratori.
In merito al contenzioso, tenuto conto della esiguità dei termini di decadenza in ordine alle prestazione temporanee, è comunque necessario impugnare i provvedimenti di reiezione delle eventuali domande a suo tempo inoltrate e iniziare il procedimento giudiziario nel caso non siano ancora decorsi i predetti termini.
A tale fine si ricorda che il termine decadenziale è di un anno dalla data di reiezione del ricorso amministrativo, ovvero di 1 anno e 90 giorni dalla data di proposizione del ricorso amministrativo nel caso si configuri il silenzio rifiuto, ovvero di 1 anno e 300 giorni dalla data della domanda.
INPS circolare 5 luglio 2000, n. 128
Indennità ordinaria di disoccupazione, agricola e non agricola, con requisiti normali e con requisiti ridotti. Lavoratrici madri. Cessazione del rapporto di lavoro per dimissioni.
Sommario: Indennità ordinaria di disoccupazione in favore delle lavoratrici madri in caso di dimissioni. Chiarimenti.
Con circolare n. 27 del 10 febbraio 1999 sono state fornite disposizioni in materia di indennità ordinaria di disoccupazione in attuazione dell’art. 34, comma 5, della legge n. 448 del 23 dicembre 1998. Tale norma ha stabilito, come è noto, che la cessazione del rapporto di lavoro per dimissioni intervenuta con decorrenza successiva al 31 dicembre 1998 non dà titolo alla concessione dell’indennità ordinaria, agricola e non agricola, con requisiti normali e con requisiti ridotti.
Con messaggio n. 000522 del 24 maggio 2000 è stato precisato, tra l’altro, che le dimissioni per maternità intervenute successivamente al 31 dicembre 1998 non danno titolo al riconoscimento dell’indennità in questione. Tale aspetto è stato peraltro ulteriormente approfondito in considerazione del fatto che l’art. 12 della legge 30 dicembre 1971, n. 1204, riguardante le lavoratrici madri, dispone espressamente che "in caso di dimissioni volontarie presentate durante il periodo per cui è previsto, a norma del precedente articolo 2, il divieto di licenziamento, la lavoratrice ha diritto alle indennità previste da disposizioni di legge e contrattuali per il caso di licenziamento".
Su tale problematica è stato, da ultimo, chiesto il parere dell’Avvocatura centrale che ha espresso l’avviso che l’art. 34, comma 5, non può ritenersi che abbia modificato quanto specificamente stabilito in merito dal citato art. 12 della legge n. 1204/1971, con la conseguenza che le lavoratrici madri che si dimettono durante il periodo in cui esiste il divieto di licenziamento possono aver titolo all’indennità di disoccupazione.
In tal senso pertanto deve considerarsi superato quanto disposto al riguardo con messaggio n. 000522 del 24 maggio 2000, punto 2. Di conseguenza dovranno essere riesaminate le domande eventualmente definite in modo difforme dal criterio contenuto nella presente circolare.
L’ACCREDITO DEI CONTRIBUTI FIGURATIVI PER DS AI FINI PENSIONISTICI
Ai fini pensionistici sono accreditabili figurativamente i periodi in cui il lavoratore ha percepito le seguenti indennità di disoccupazione:
·indennità ordinaria di disoccupazione per 180 giorni;
·indennità speciale di disoccupazione per eventi calamitosi;
·indennità ordinaria per lavoratori italiani rimpatriati dal 2 novembre 1974; trattamento speciale per i lavoratori frontalieri italiani in Svizzera rimasti disoccupati;
·trattamento ordinario di disoccupazione con requisiti ridotti.
Per il trattamento a requisiti ridotti, indennizzato nell’anno successivo a quello in cui si colloca l’evento, poiché la particolare disciplina non stabilisce la precisa collocazione temporale dell’accredito, la contribuzione figurativa derivante deve essere collocata fra le date che più convengono al lavoratore per il diritto alle prestazioni .
Il trattamento speciale di disoccupazione nell’industria, in vigore dal 1968 al 1991, dà diritto all’accredito figurativo solamente nel caso in cui vi fossero i requisiti anche per la disoccupazione ordinaria e limitatamente ai primi 180 giorni.
Il periodo di accredito coincide con quello di percezione
CONDIZIONI PER L’ACCREDITO
L’accredito è dovuto allorquando è stato versato o dovuto almeno un contributo settimanale obbligatorio antecedentemente al periodo di disoccupazione da accreditare.
Poiché il trattamento di disoccupazione viene erogato a fronte del requisito contributivo, in pratica il requisito per l’accredito viene a coincidere con quello del diritto alla prestazione.
EFFICACIA E ACCREDITO
I contributi accreditati per DS (ordinaria, con requisiti ridotti, trattamenti speciali agricoli, e trattamento speciale edilizia), sono figurativi e sono efficaci per il diritto e la misura delle pensioni di:
·Vecchiaia
·Trattamenti d’invalidità
·Reversibilità
I suddetti contributi non sono utili per il diritto alla pensione di anzianità, ma vengono conteggiati ai fini delle misura della stessa.
Sono invece utili per la maggiore anzianità richiesta dalla legge n° 335/95, come modificata dalla legge n° 449/97, in alternativa al requisito dei 35 anni correlato a quello dell’età, una volta raggiunti i 35 anni di contribuzione valida.
L’accredito dei contributi DS avviene d’ufficio, tuttavia è comunque necessario segnalarne i periodi sul modulo della domanda di pensione
DETERMINAZIONE DEL VALORE RETRIBUTIVO
Per stabilire la retribuzione annua pensionabile degli anni con periodi di DS, il valore retributivo da attribuire a tali periodi è determinato dalla media delle retribuzioni settimanali percepite in costanza di lavoro nell’anno solare in cui si collocano i predetti periodi.
Da tali retribuzioni sono escluse quelle percepite in misura ridotta.
Nel caso in cui non risultino retribuzioni effettive in quell’anno occorre fare riferimento a quelle dell’anno solare immediatamente precedente.
S’intende per settimana il periodo che inizia con la domenica e finisce con il sabato successivo. Se la settimana è a cavaliere di 2 anni, l’importo della retribuzione entra per intero nella media retributiva dell’anno in cui cade il sabato.
Se il periodo di contribuzione figurativa è collocato nell’anno di decorrenza della pensione, la determinazione del valore retributivo dovrà fare riferimento alla media delle retribuzioni piene precedenti la decorrenza della pensione, qualora il riconoscimento del periodo valga per la pensione stessa.
Il datore di lavoro è obbligato a fornire i dati necessari per il calcolo del valore retributivo da determinare secondo i criteri dettati dall’INPS.
Criteri di applicazione: ai fini dell’individuazione della retribuzione effettiva dell’anno vanno compresi:
·i periodi lavorativi, anche svolti all’estero, e quelli riscattati ai sensi dell’articolo 13 della legge n° 1338/62;
·i periodi lavorativi effettivi per i quali la contribuzione non risulta versata ma dovuta e che non siano caduti in prescrizione.
·i periodi di prosecuzione volontaria;
·i periodi riscattati per attività non lavorativa (es. corso laurea e simili);
·gli altri periodi di contribuzione figurativa (malattia, Tbc, ecc.);
·le retribuzioni della 13a e della 14a mensilità, gratifiche ed importi dovuti per ferie e festività non godute, nonché gli arretrati relativi ad anni precedenti;
Per i periodi di disoccupazione, mancando totalmente la contribuzione, l’accredito viene fatto a "copertura".
Determinazione del valore retributivo dei periodi da accreditare a copertura
Per calcolare il valore retributivo dei periodi di disoccupazione occorre fare riferimento al mod. O1/M, sul quale sono inseriti gli elementi retributivi.
Prima di procedere al calcolo del valore retributivo dei periodi di DS, occorre verificare se in quell’anno vi sono anche settimane a retribuzione ridotta, nel qual caso occorre procedere alla sostanziale neutralizzazione di tali periodi.
1 dal totale annuo andranno tolti gli emolumenti della 13a, 14a, ecc. e gli eventuali arretrati
2 dalla differenza – chiamata nel mod.01/M competenze correnti – vanno detratte le retribuzioni ridotte indicate al quadro D ottenendo così le settimane "intere"
3 dal numero delle settimane indicate al quadro B vanno detratte le settimane di retribuzione ridotta indicate al quadro D ottenendo così le settimane "intere"
4 dividendo la retribuzione intera per le settimane intere si otterrà la retribuzione medi settimanale utile ai fini dell’accredito figurativo
5 si moltiplica la precedente retribuzione media per il numero delle settimane figurative da accreditare
6 si ottiene quindi la retribuzione figurativa che va aggiunta alle restanti retribuzioni, così come le settimane figurative per DS andranno aggiunte alle restanti settimane.
Lunedì 20 Marzo 2000 ILSOLE24ORE
La domanda per avere il trattamento va presentata entro fine mese
Per l’indennità di disoccupazione contano anche i giorni di malattia
Entro venerdì 31 marzo va presentata alla competente sede Inps la domanda per ottenere l’indennità ordinaria di disoccupazione non agricola con requisiti ridotti. Un’indennità che scatta nei confronti dei lavoratori (precari e quindi giovani con svolgimento nell’anno precedente di attività occasionale, quali supplenti nelle scuole o assunti con contratti a termine e così via) che, non possedendo un anno (52 contributi settimanali) negli ultimi due anni, hanno, però, svolto attività lavorativa per almeno 78 giornate nell’anno precedente.
Per ottenere questo beneficio il lavoratore deve trovarsi in possesso dei seguenti requisiti:
—almeno due anni di assicurazione contro la disoccupazioneinvolontaria (per l’indennità del 1999, quindi, occorre almeno un contributo nell’assicurazione per la disoccupazione entro il 1° gennaio 1998);
—almeno 78 giornate di lavoroeffettivamente svolte nell’anno precedente (per l’indennità del 1999, quindi, si deve possedere questo requisito nel 1999 stesso).
Non occorre, perciò, che l’interessato sia attualmente disoccupato o iscritto nelle liste di collocamento e neppure che possegga almeno un anno di contributi nell’ultimo biennio. Sul requisito delle 78 giornate l’Inps (circolare 273 del 31 dicembre 1998) ha fornito un’importante precisazione. In un primo tempo (circolare 139 del 20 giugno 1988) l’Istituto di previdenza aveva sostenuto che le 78 giornate dovevano essere di effettivo svolgimento di attività lavorativa, con esclusione, quindi, delle giornate di assenza per ferie, per malattia, infortunio, gravidanza e puerperio o per altra causa. Il criteriointerpretativo dell’Inps, però, è stato ripetutamentecontestato dalla giurisprudenza di legittimità (a cominciare dalle sentenze della Cassazione 4676 e 4677 del 13 maggio 1994 fino a quelle 12262/95 e 9059/96). Il principiocostantemente affermato dalla Cassazione è sostanzialmente il seguente: non vi è dubbio, dovendo aversi riguardo all’intera durata del rapporto, che giornate utili ai fini dell’acq
uisizione del beneficio oggetto della contestazione siano non soltanto quelle effettivamente lavorate ma anche quelle comunque interne a un periodo complessivamente lavorato e per le quali esista obbligo di contribuzione.
L’Inps ha così fatto marcia indietro, riconoscendo il diritto a usufruire all’indennità ordinaria di disoccupazione con requisiti ridotti anche a quei lavoratori che facciano valere 78 giornate di lavoro tenendo conto, oltre che delle giornate di lavoro effettivamente prestate, anche di quelle relative ad assenze per festività, ferie, riposi ordinari e compensativi, periodi di malattia e maternità e situazioni assimilabili, purché retribuite, coperte di contribuzione obbligatoria e comunque riguardanti un periodo complessivamente considerato come lavorativo. Questo nuovo criterio scatta, però, ai soli fini dell’accertamento del diritto alla prestazione e non anche per la determinazione del numero delle giornate da indennizzare. E ciò in quanto i lavoratori interessati hanno diritto a essere indennizzati per un numero di giornate pari a quelle effettivamente lavorate.
Per avere l’indennità occorre presentare la domanda presso la competente sede Inps entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello nel quale si è verificato l’evento disoccupazione. Per l’indennità riguardante l’anno 1999, la domanda, dunque, va presentata entro pochi giorni.