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Timestamp: 2020-02-19 04:11:56+00:00
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3 - La credibilità oggettiva intrinseca - www.korallion.it
Sei qui: Home ** CAPITOLO VI LA POSIZIONE DI MAGGI ** CAPITOLO VII LE DICHIARAZIONI ACCUSATORIE DI CARLO DIGILIO ** 3 - La credibilità oggettiva intrinseca
Anche in tema di credibilità oggettiva intrinseca la rivisitazione del narrato di Digilio secondo il percorso logico tracciato dalla sentenza di annullamento conduce a conclusioni antitetiche rispetto a quelle della Corte bresciana di primo grado e solo in minima parte concordanti con quelle della sentenza annullata.
Il primo tema da affrontare è quello del presunto vizio genetico delle dichiarazioni del collaboratore, che, ad avviso dei giudici bresciani sarebbero prive dei requisiti della spontaneità e del disinteresse, in quanto dettate dallo stato di dipendenza, anche economica, del collaboratore dal Servizio di protezione e dalla necessità di aggiungere al proprio narrato nuove rivelazioni per il timore, ingeneratogli dal cap. Giraudo, di perdere i benefici del programma di protezione.
La questione dei metodi investigativi del cap. Giraudo è già stata affrontata nel capitolo relativo alla posizione di Tramonte, cui si rinvia.
In questa sede si osserva che la c.d. “vicenda Emireni” è stata impropriamente enfatizzata, tanto dalla Difesa, quanto dalle precedenti sentenze di merito.
Come chiarito dallo stesso Giraudo nel dibattimento di primo grado, Digilio, una volta espulso da Santo Domingo e tradotto in carcere a Rebibbia, dopo un primo “affidamento” al R.O.S. dei CC. di Roma, cui Giraudo apparteneva, è stato trasferito, su disposizione dei Giudici Istruttori Salvini e Grassi, nella Regione d‟origine, ovvero il Veneto, venendo assegnato “in gestione”alla D.I.G.O.S. di Venezia.
Era, quindi, nato un rapporto di particolare stima e fiducia con l‟isp. Emireni (esattamente come per Tramonte nei confronti di Giraudo) e, più in generale, di affabilità e dimestichezza col personale della D.I.G.O.S. veneziana, di cui, peraltro, si coglie traccia anche nella familiarità con la quale il collaboratore interloquisce col funzionario a tratti presente nella sala ove si svolge il colloquio con Maggi il 2 febbraio 1995.
Il successivo, nuovo “affidamento” al R.O.S. aveva scatenato una reazione emotiva nel Digilio, che non gradiva di essere gestito dall‟Arma e tanto meno da Giraudo, avendo egli accusato anche appartenenti alla stessa, e per di più vedeva interrompersi la rete di relazioni umane intessute col personale della D.I.G.O.S. veneziana.
Frattanto, in data 11 febbraio 1995 l‟apposita Commissione Centrale del Ministero dell‟Interno aveva deliberato, su richiesta della Procura della Repubblica di Milano, la sottoposizione di Digilio a programma di protezione e assistenza.
Di tali misure, tuttavia, la stessa Procura, a fronte dell‟atteggiamento del Digilio, aveva richiesto la revoca in data 5 febbraio 1996.
Il cap. Giraudo ed il mar. Altieri, con relazione di servizio del 13 aprile 1996, segnalavano alla Procura di Milano il perdurare dell‟atteggiamento scarsamente collaborativo del Digilio, constatato nel corso del colloquio investigativo avuto con lo stesso il giorno prima.
Il 15 aprile 1996 Digilio aveva contatto telefonicamente l‟isp. Emireni - – come riferito dallo stesso, che ne aveva immediatamente dato comunicazione al P.M. procedente, dott.ssa Pradella – dolendosi delle pressioni del cap. Giraudo affinchè effettuasse ulteriori rivelazioni e chiedendo di poter essere nuovamente affidato alla D.I.G.O.S. di Venezia.
Doglianze e richiesta ribadite dal collaboratore, il 16 aprile 1996, al P.M. dott.ssa Pradella, immediatamente recatasi a sentirlo presso la casa di cura Eremo di Arco, ove era, al momento ricoverato.
In quella sede Digilio, pur confermando le pressanti sollecitazioni a parlare, cui era soggetto da parte di Giraudo, riportava l‟accaduto sul piano strettamente personale, affermando che viveva in condizioni di isolamento e che in un momento di particolare sconforto, a fronte della paventata possibilità che gli venisse revocato il programma di protezione, aveva avvertito il bisogno di comunicare con una persona di cui si fidava e che gli dava sicurezza, quale l‟isp. Emireni, per avere delucidazioni sulla sua situazione e per verificare la possibilità di ritornare sotto la gestione del suo Ufficio. (Questa la testuale risposta del Digilio:“ Che negli ultimi tempi sono stato sottoposto a un... a continue pressioni da parte della Procura di Milano, in particolare nelle visite di un tal Capitano lì,in il quale mi diceva che…. Mi paventava che Lei avrebbe potuto togliermi tutti i benefici che io ho acquisito in questi anni di collaborazione. Mi sono spaventato, mi sono sentito solo, a un certo punto ho detto: "Vediamo un po' se è possibile creare un ponte tra Venezia e Milano”. Segue l‟accorata rappresentazione delle sue necessità: “Sì, è che se mi togliete di qua io mi morirò, perché la mia salute è malferma, io ho bisogno di essere curato e non posso più ritornare in prigione, per me sarebbe la morte. Ho perso una gamba e il braccio sinistro in un ictus che mi è.venuto, esattamente un anno fa…. Il 10 maggio dell‟anno scorso… (….)non... non ho. . . non ho chiaro il senso della situazione, dottoressa”.)
Si era,in sostanza trattato di uno sfogo personale in un momento di particolare sconforto.
Indubbiamente l‟episodio è significativo del non gradimento della nuova gestione da parte del collaboratore, ma non della riferibilità di esso a comportamenti scorretti del cap. Giraudo.
Nel richiamare quanto già osservato, con riferimento a Tramonte, in ordine ai metodi investigativi dell‟ufficiale del R.O.S., si rileva che questi non ha fatto mistero, nel corso del suo esame dibattimentale283, di avere insistito con Digilio perché, nel suo stesso interesse, rivelasse tutto quanto a sua conoscenza e di averlo, in tale contesto, richiamato agli obblighi assunti in qualità di collaboratore di giustizia.
E che Digilio – diversamente da quanto affermato nella missiva inviata al G.I. Salvini in data 11.11.1994 - avesse ancora tanto da dire è confermato, oltre che dai riscontri al suo successivo racconto, emersi in questo procedimento e di cui si dirà a breve, dall‟ammissione del suo coinvolgimento nella strage di piazza Fontana, che arriverà quasi tre anni dopo, portando la Corte d‟Assise di Milano a dichiarare, nei suoi confronti, la prescrizione del reato di strage; statuizione, questa, non riformata dalla Corte d‟Assise d‟Appello nonostante l‟assoluzione dei chiamati in correità.
Orbene, che, nella situazione descritta, Giraudo possa avere insistentemente sollecitato Digilio a dare maggiori informazioni, non stupisce, né scandalizza: era, questo, il compito demandatogli.
Che lo abbia fatto travalicando i limiti del proprio ruolo istituzionale è un‟altra storia, ed è indimostrata.
Giraudo ha agito su mandato dell‟A.G., cui risulta dalle relazioni di servizio avere puntualmente riferito il contenuto dei colloqui di carattere investigativo avuti col collaboratore, attenendosi alla normativa vigente all‟epoca. La più rigida disciplina in materia è stata introdotta, infatti, con la legge n. 45 del 13.2.2001 e non ritiene questa Corte che essa possa trovare applicazione reatroattiva, come ha sostanzialmente fatto la Corte di Brescia traendo dalla pur legittima condotta dell‟ufficiale motivo per dubitare della spontaneità delle dichiarazioni di Digilio.
D‟altra parte è lo stesso collaboratore a dare atto, davanti il G.I. Salvini, della correttezza e della precisione dell‟ufficiale, affermando, a specifica domanda, che dei loro colloqui investigativi era sempre redatto un verbale, che egli sottoscriveva.
Può, quindi, a ragione, credersi a Giraudo quando afferma che gli unici colloqui non verbalizzati erano quelli non investigativi, di supporto psicologico a Digilio. E del resto di tale ulteriore funzione dell‟investigatore si ha l‟evidenza nelle conversazioni telefoniche intercettate fra i due, spesso aventi ad oggetto i problemi personali e familiari del collaboratore.
Non solo, ma un‟ulteriore conferma della correttezza di Giraudo si desume dalle dichiarazioni di Ettore Malcangi, il quale, durante il suo esame dibattimentale, anche in questo caso su specifica domanda del P.M. circa l‟atteggiamento investigativo del militare, ha affermato. “ sempre estremamente corretto, non ha mai cercato di orientare i ricordi, ha cercato chiaramente come ogni buon investigatore di farli affiorare, questo senz‟altro collegando un fatto con un altro” (V. verb. ud. 7.4.2009, fg 88.).
Nè vale a dare fondamento all‟assunto difensivo circa i metodi investigativi non ortodossi del cap. Giraudo la denuncia sporta da Maggi nei suoi confronti, sia perché archiviata (Così si legge nella Memoria del P.G. di Brescia del 2.4.2012 fgg. 605 e segg., diversamente da quanto affermato, in sede di discussione, dal difensore di Maggi, secondo cui l‟originaria imputazione di abuso d‟ufficio era stata derubricata in quella di minaccia aggravata, reato per il quale era intervenuta richiesta di rinvio a giudizio, con successivo trasferimento della competenza ad altro G.I.P., che aveva assolto Giraudo ex art. 425 c.p.p.), sia perché sospetta.
Non va trascurato, su tale ultimo punto, che Giraudo (P., che aveva assolto Giraudo ex art. 425 c.p.p. 286 V. verb. ud. 16.3.2010.) ha ricostruito in dibattimento la genesi e le modalità del suo approccio con Maggi e che questi le ha sostanzialmente confermate, ammettendo anche di avere riflettuto sulla proposta di collaborazione offertagli. E‟, quindi, plausibile che Giraudo l‟abbia sollecitato, con una certa insistenza, a prestarvi adesione.
E neppure va trascurato che l‟incontro con Digilio non fu un‟iniziativa di Giraudo, ma dello stesso imputato, che lo ha ammesso davanti alla Corte d‟Assise di Milano (V. verb. ud. 8.3.2001 fgg. 96 e segg., nel quale Maggi, su contestazione conferma quanto dichiarato al P.M. di Venezia in data 11.10.95: “E' vero che ho chiesto io al capitano GIRAUDO di incontrarmi con DIGILIO, perchè mi sembrava impossibile che il DIGILIO potesse accusare me per qualche reato”,); così come Giraudo rimase estraneo alla sua concreta gestione – peraltro da lui contestata per le improprie modalità di registrazione, che avevano escluso le riprese video -, rimessa alla D.I.G.O.S. di Venezia, dalla quale, all‟epoca, Digilio era seguito, e nei cui uffici il colloquio ebbe luogo, senza la presenza del militare, che – come dichiarato in dibattimento (v. verb. ud. 16.3.2010, fgg. 154 e segg.) - ne apprese l‟esito dal G.I. Salvini quando era ormai concluso.
D‟altra parte, le accuse rivolte da Maggi a Giraudo si sono rivelate infondate al vaglio dell‟A.G., né può legittimamente trarsi alcuna conclusione favorevole all‟assunto difensivo dal fatto che anche il procedimento contestualmente avviato contro Maggi per il reato di calunnia nei confronti di Giraudo sia stato archiviato - secondo quanto asserito dal difensore – per difetto di dolo (circostanza che, comunque, presuppone la sussistenza del fatto materiale).
Ma vi è, comunque, un salto logico nel trarre dalle pressanti insistenze di Giraudo la conclusione dell‟inattendibilità delle dichiarazioni rese da Digilio sulla strage di Brescia.
Questi era ben consapevole che gli inquirenti pretendevano da lui notizie vere e che solo una verifica positiva di sue nuove rivelazioni avrebbe potuto garantirgli la prosecuzione del programma di protezione, cui tanto teneva. Oltre a Giraudo, glielo aveva, del resto, ribadito a chiare lettere il P.M.dott.ssa Pradella, che, a fronte delle sue recriminazioni, gli aveva rammentato le condizioni per il mantenimento del programma di protezione, sottolineando: “Ma il problema, vede, non è trovarsi bene e trovarsi male, il problema è quello che si... ... dice, il contenuto di quello che si dice, ciò è l'unica cosa che...incide ... sulla concessione o meno di un programma di protezione”.
A tale precisazione, Digilio si limita ad assentire – dando prova di essere pienamente informato di quel presupposto – e conclude di essere a completa disposizione di quel P.M.
Dopo tre giorni, il 19 aprile 1996, parlerà spontaneamente al G.I. Salvini della cena di Colognola e, a seguire, della valigetta di Soffiati, con specifico riferimento alla strage di Brescia.
Tale contiguità temporale non deve, tuttavia, trarre in inganno, giacchè Digilio aveva aperto il capitolo della strage di Brescia, del tutto autonomamente e ben prima delle lamentate pressioni di Giraudo. Già nell‟interrogatorio del 31 gennaio 1996, infatti, nel parlare della riunione di Rovigo, aveva esternato il collegamento diretto fra l‟attentato di piazza della Loggia e l‟attività preparatoria di un decisivo attacco “alle sinistre”, in cui erano personalmente coinvolti Maggi, Soffiati e altri esponenti della linea dura della Destra eversiva.
D‟altra parte, non può non condividersi sul piano logico l‟acuta osservazione degli appellanti, secondo cui Digilio non avrebbe avuto motivo di confezionare un falso racconto sulla strage di Brescia. Egli, in realtà, sapeva bene che la prosecuzione del programma di protezione dipendeva dalla valutazione della Procura di Milano riguardo alla consistenza del suo reale apporto collaborativo. Ed allora, divagare su temi diversi da quelli che, in quel momento interessavano all‟A.G. milanese non aveva per lui alcuna utilità, almeno nell‟immediato. Se accuse false avesse inteso costruire, sarebbe stato ben più funzionale al soddisfacimento delle pressanti esigenze rappresentate all‟isp. Emireni ed al P.M. Pradella inventare qualcosa che avesse attinenza con i fatti di Milano, su cui già stava deponendo, senza dover ripartire da capo e sottoporsi al vaglio di nuovi inquirenti, che poco o nulla sapevano del suo precedente percorso e di cui egli ignorava il grado di permeabilità alle sue istanze.
E dunque, il supposto pressing di Giraudo - al pari delle corrette e legittime prospettazioni del P.M. di Milano circa il futuro del rapporto di collaborazione – non possono fondatamente considerarsi fattori inquinanti della credibilità del narrato di Digilio.
In realtà, questi, stretto tra la necessità di preservare i vantaggi, anche economici, della protezione e la necessità di autotutelarsi sul piano penale, ha liberamente scelto (Non appare condivisibile l‟argomentazione in senso contrario dei giudici d‟appello di Brescia (fg. 134 sentenza), secondo cui “Digilio, proprio a causa della gravità del pericolo prospettatogli dal Giraudo nell‟aprile 1996 (quello di vedersi revocare il sistema di protezione), abbia ritenuto di intraprendere (….) un irreversibile percorso pseudo-collaborativo che, diversamente , non avrebbe compiuto”, sia perché trattasi di ragionamento “circolare”, che presuppone come dato di partenza il fatto ancora da provare – ovvero che quella di Digilio sia una “pseudo” collaborazione -, sia perché, salvo rari casi di pentimento reale, la scelta collaborativa, quale che ne sia il contenuto e l‟apporto in termini di veridicità, è comunque frutto di un bilanciamento fra costi e benefici.) una via intermedia, riferendo fatti veri in chiave autodifensiva.
Si spiegano così, in modo logico, le prese di distanza da tutto ciò che poteva far trasparire il suo coinvolgimento nella strage: la grossolanità del congegno esplosivo trasportato da Soffiati, il ridimensionamento del suo ruolo in chiave buonista verso quest‟ultimo (esposto, senza il suo intervento correttore, al rischio di esplosione dell‟ordigno durante il trasporto), il ricorso a “controfigure” (lo stesso Soffiati, Delfo Zorzi) da frapporre - quanto alla provenienza, all‟utilizzazione ed alla movimentazione - fra sè e l‟esplosivo, il silenzio sulla provenienza di questo da Lo Scalinetto, la smentita delle rivelazioni in merito attribuetigli da Raho e Battiston, i significativi e ripetuti lapsus sul suo viaggio a Venezia per prelevare la gelignite.
E si spiega, altresì, l‟andamento in progress delle dichiarazioni sulla strage di Brescia, erroneamente inteso nelle precedenti sedi di merito come indice della mancanza dei requisiti della immediatezza e della completezza del racconto.
Digilio non stava riferendo su un furto d‟auto, ma su un fatto reato per cui è previsto l‟ergastolo come pena edittale minima. Un fatto reato oggettivamente fra i più odiosi e, nel contempo, complessi. Valutare la completezza e l‟immediatezza del racconto secondo i metri ordinari è, pertanto, irragionevole.
Per Digilio si è trattato di una scelta soffertissima, che ha richiesto tempi non brevi di maturazione e di esternazione, legati al timore di effettuare un salto nel buio, e senza paracadute.
Non è un caso che, a fronte della domanda rivoltagli dal GI. Salvini, nel corso dell‟interrogatorio del 4 maggio 1996, sul perché si fosse risolto solo allora a riferire un episodio importante quale quello della valigetta di Soffiati, Digilio risponda: “Dottore, sarò molto franco con Lei: molte cose, per poterle dire, così, spontaneamente…ho dovuto prima acquisire fiducia negli inquirenti e in coloro che mi gestiscono, e adesso mi sento veramente al sicuro”.
Non solo, ma la vicenda di piazza della Loggia, già in sé assai complessa, si inserisce in un ben più ampio e articolato compendio dichiarativo, che spazia dall‟attività di intelligence dei Servizi segreti americani sul territorio italiano, alle strutture golpiste dello Stato, alle varie formazioni eversive di destra, alla “strategia della tensione” ed ai numeriosi attentati verificatisi tra la fine degli anni ‟60 e l‟inizio degli anni ‟80, includendo gli attentati ai treni, le stragi di piazza Fontana, di via Fatebenefratelli, di Peteano e di Bologna. Non a caso le dichiarazioni di Digilio hanno occupato per circa dieci anni una molteplicità di giudici e di Pubblici Ministeri di varie sedi giudiziarie.
Di tale particolarità occorre tenere debito conto nel misurare la rilevanza dei supposti ritardi nel completamento del quadro delle informazioni, ed altresì la significatività, ai fini del giudizio sull‟attendibilità del collaboratore, della non perfetta collimanza delle versioni rese nel tempo sullo stesso fatto.
Così come va considerato che la sussistenza di una strategia del Digilio nella scelta dei tempi delle proprie rivelazioni, espressiva di quell‟atteggiamento autodifensivo che non lo ha mai abbandonato, non può tradursi in una generale sconfessione del suo narrato, senza avere prima completato l‟esame di tutti parametri valutativi della sua attendibilità oggettiva, intrinseca ed estrinseca.
La Corte ritiene di escludere, altresì, che la ragione delle accuse di Digilio a Maggi possa fondatamente ravvisarsi in una volontà di vendetta nei suoi confronti.
Vero è che Battiston e Raho hanno riferito del risentimento loro espresso da Digilio, durante la sua latitanza in Centro America, nei confronti del Maggi, per averlo coinvolto in vicende giudiziarie (ad avviso di Battiston nella strage di Peteano, ed a dire di Raho in una storia di proiettili, che richiama la c.d. vicenda del Poligono).
Va, però, considerato che tali confidenze sono state collocate da Raho nel 1985-86 e da Battiston verso la fine degli anni ‟80. Non può, pertanto escludersi che nel non breve arco temporale decorso fino al suo rientro in Italia, lo stesso, ormai sistematosi in quel di Santo Domingo ove aveva messo su famiglia, avesse elaborato e superato il proprio risentimento verso l‟amico e camerata Maggi, col quale aveva strettamente condiviso una parte non irrilevante della propria vita (Si richiamano le sentenze della Corte d‟Assise di Venezia del 9.12.1988 (fg. 45), della Corte d‟Assise d‟Appello di Milano del 12.3.2004 (fg. 530- 531) quanto all‟accertato, ventennale, profondo rapporto di amicizia fra Digilio e Maggi.).
Ma a convincere dell‟inesistenza di astio nei confronti dell‟imputato è il tenore del colloquio svoltosi presso la Questura di Venezia il 2.2.1995, che denota il perdurante, intenso legame, anche affettivo, fra i due. Basti evidenziare la premurosa richiesta di notizie, rivolta ripetutamente dal Digilio a Maggi, sulla moglie Imelda e sui figli – ai quali si raccomanda di portare i suoi saluti affettuosi –, il reciproco scambio di informazioni sulle condizioni di vita di ciascuno, le battute a volte perfino scherzose.
I toni sono spesso quelli di una rimpatriata tra amici, non certo quelli di due antagonisti rancorosi.
E del resto, se davvero Digilio avesse voluto vendicarsi delle scorrettezze di Maggi, non avrebbe avuto migliore occasione per farlo, creando le condizioni – vere o false poco importa - per “incastrarlo”, consapevole, come era, che il colloquio era registrato (vi sono, in più punti, specifici riferimenti alla presenza di microfoni).
Al contrario – come giustamente rilevato dagli appellanti - quello che traspare dal dialogo è l‟intento del Digilio, da un lato di far sapere al suo interlocutore quali siano stati i contenuti delle sue rivelazioni e di orientarlo sui possibili temi da trattare – magari senza danno per entrambi – qualora avesse deciso di collaborare; dall‟altro, di accomunare Maggi nel ruolo che ha ritagliato per se stesso, di persona che ha frequentato gli ambienti eversivi, ma che non ha responsabilità dirette nei gravissimi fatti sui quali gli inquirenti stanno indagando, prendendo le distanze dagli “infami” come Vinciguerra e Siciliano.
Nessuna pressione si coglie, nei toni e nelle parole, per indurre Maggi a collaborare, quanto, piuttosto l‟illustrazione dei vantaggi ricavabili dal farlo, ovvero il minimo impegno per non deludere le aspettative degli inquirenti su quel colloquio.
E‟, d‟altra parte, significativo che, tanto la Corte d‟Assise d‟Appello di Brescia, quanto l‟omologa Corte milanese che ha giudicato della strage di piazza Fontana, ancorchè siano pervenute a conclusioni negative in ordine alla credibilità di Digilio, abbiano entrambe escluso – con argomentazioni in tutto coincidenti, passate indenni al vaglio della Cassazione – la fondatezza dell‟assunto difensivo secondo cui il contenuto del colloquio anzidetto dimostrerebbe lo sforzo del Digilio di coinvolgere l‟imputato nei fatti oggetto delle sue dichiarazioni agli inquirenti.
In ogni caso, ove anche si volesse ipotizzare, nonostante le argomentazioni fin qui svolte, che Digilio avesse conservato per anni il suo risentimento verso Maggi, non per questo potrebbe automaticamente escludersi la veridicità delle sue accuse nei confronti dello stesso. Non necessariamente, infatti, la ritorsione deve avere ad oggetto menzogne ed anzi le dichiarazioni di Battiston confermano che la minaccia di Digilio era stata quella di rivelare circostanze vere, non potendo attribuirsi diverso significato al riferimento da quest‟ultimo fatto alla sua conoscenza del coinvolgimento di Maggi in fatti gravi.
Battiston, in effetti, ha nuovamente confermato nel dibattimento di Brescia quanto già riferito al P.M. di Milano il 29.9.1995 e ripetuto davanti alla Corte d‟Assise di Milano (V. verb. ud. 31.10.2000, fgg. 64 e ss.), ovvero che: “In sostanza egli, Digilio, riteneva di essere stato incastrato dal Maggi e ci disse esplicitamente che egli intendeva fare stare zitto il Maggi in quanto a conoscenza della sua implicazione in fatti estremamente gravi” (V. verb. Ud. 31.10.2000, fgg. 32- 34 e ss.).
Quanto alla ritenuta tardività ed incompletezza delle dichiarazioni rese dal collaboratore, occorre evidenziare che queste, nel loro nucleo essenziale, si sono, sì, sviluppate nell‟arco di quattro mesi circa, ma per ragioni che appaiono solo in parte riconducibili allo stesso.
Digilio incomincia a parlare di Brescia nell‟interrogatorio reso al G.I. Salvini il 31 gennaio 1996, peraltro ben prima della telefonata all‟isp.Emireni (che avrà luogo il successivo 15 aprile) e in uno stato di lucidità di cui la lettura della trascrizione dell‟interrogatorio dà la misura, non trasparendo da questa alcuna incoerenza o incertezza, né riguardo al contesto, né sul fatto specifico [“In particolare fu fatta una grossa cena fra la gente più estremista sia di Venezia, che di Rovigo che di Mestre (…..)… il Soffiati fu molto preciso (….). Disse che….fu lì che si decise praticamente dalla parte i più esaltati di….colpire duramente (….) contro le sinistre (…) Dove i compagni erano più vivaci e forti, tanto è vero che io associai questo discorso con (…)con la strage di piazza della Loggia(…) a Brescia”], né sulla sua datazione (“Siamo nell‟aprile del 74”), né sui partecipi alla riunione [“ C‟erano tutti i rodigini….più i…i… mestrini (…..) Gente fidata di Rovigo… Trieste, Venezia e Mestre” ], né sulla data in cui il fatto venne rivelato da Soffiati (“ Questo lo seppi nel…nell‟estate del „74”).
Lo stesso interrogatorio verte su una molteplicità di altri fatti ed il tema della strage di Brescia, ancorchè, ritualmente annotato, rimane sullo sfondo, senza alcun approfondimento da parte del G.I. di Milano che, com è noto, stava conducendo le indagini su altre vicende.
Non è d‟altra parte, pensabile che quel tema potesse essere affrontato in poche battute. Il relativo riferimento è poco più che un appunto, all‟evidenza necessitante di un adeguato sviluppo.
Negli interrogatori del 19 aprile, del 4 (Per ragioni di economia si riporta il contenuto dell‟interrogatorio trascritto in forma riassuntiva, nella parte relativa al tema in esame, con la precisazione che tutte le sintesi risultano dalla verbalizzazione integrale essere state rilette al dichiarante e dallo stesso approvate:
“Spontaneamente intendo riferire una circostanza della massima importanza e che riguarda la gravissima strage che avvenne a Brescia.
Qualche giorno dopo la cena con MAGGI, MINETTO e i due SOFFIATI di cui ho parlato nel precedente interrogatorio, e precisamente non più di 4 o 5 giorni dopo (295), Marcello SOFFIATI, su ordine del dr. MAGGI, fu mandato a Mestre a ritirare una valigetta da Delfo ZORZI e con questa valigetta, in treno, tornò a Verona nell'appartamento di Via Stella. (295)
Era costituito da una normale pila da 4,5 volt e da una sveglia grossa di tipo molto comune con dei bilanceri che facevano rumore.
Io gli dissi che era stato un pazzo a portare quell'ordigno in treno da Mestre e di buttare via nell'Adige quella roba appena avesse potuto. SOFFIATI però mi disse che su disposizione di MAGGI gli era stato in pratica ordinato di andare a Mestre per ritirare il congegno da ZORZI per portarlo poi a Milano, sempre in treno.
Faccio presente che quando vi fu la cena con MINETTO e MAGGI in cui quest'ultimo preannunzi l'attentato non disse in quale città sarebbe avvenuto, ma indicò genericamente il Nord-Italia.
Dopo quella cena io ero un po' spaesato e rimasi ospite da Marcello SOFFIATI in Via Stella e quindi ero lì quando lui partì per Mestre e ritornò a Verona sapendo di trovarmi”.
“L'Ufficio dà atto che l'intero racconto relativo all'arrivo di Marcello SOFFIATI a Verona e le circostanze ad esso connesse sono state riferite spontaneamente dal DIGILIO al quale, in questa sede, si comunica che l'argomento dovrà essere ulteriormente approfondito anche dinanzi alla competente A.G. di Brescia”.)
e del 5 maggio 1996 Digilio ritorna spontaneamente sull‟argomento, introducendo – in stretto collegamento con la riunione di Rovigo – , nel primo, il tema della cena di Colognola e nel secondo, quello della valigetta di Soffiati. Anche questi rimangono, tuttavia, appena accennati perché è lo stesso G.I. a rappresentare al collaboratore che dovranno essere approfonditi davanti all‟A.G. di Brescia, territorialmente competente
Non è, dunque, Digilio a “centellinare” le sue dichiarazioni, ma il G.I. a contenerle in vista dell‟intervento dei P.M. di Brescia.
Ed in effetti, con un comportamento lineare e consequenziale, Digilio, nella prima occasione utile, ovvero nella prima audizione da parte dei P.M. di Brescia, il 15 maggio 1996, effettua il suo resoconto completo e particolareggiato della vicenda sommariamente esposta in precedenza.
Anche riguardo all‟andamento in progress delle accuse, ritiene la Corte che siano da accogliere i rilievi degli appellanti. Esso, in effetti, lungi dal rappresentare un‟anomalia sintomatica della mancanza di immediatezza, spontaneità e conseguente credibilità oggettiva, trova – come si è già detto – plausibile spiegazione nel crescente avvicinamento del resoconto su Maggi e Soffiati al redde rationem dello stesso Digilio sul suo ruolo in una vicenda tanto grave, e, dunque, nella maturazione della sua difficile scelta collaborativa.
E‟ significativo, in tal senso, che solo nelle battute conclusive dell‟incidente probatorio, Digilio finisca con l‟ammettere il proprio coinvolgimento nella strage di Brescia, venendo iscritto nel registro degli indagati il 27 maggio 2002, a seguito delle dichiarazioni rese all‟udienza del 22 maggio.
L‟attenzione dei primi giudici si è incentrata sul fatto che – contrariamente all‟id quod plerumque accidit – Digilio abbia riferito per ultimo l‟episodio più rilevante, ovvero quello del trasporto dell‟ordigno da parte di Soffiati, dando spazio, prima ad avvenimenti secondari, quali la riunione di Rovigo e la cena di Colognola, a dimostrazione dell‟interesse primario al mantenimento dei benefici premiali, che sottendeva il percorso dichiarativo del collaboratore.
Una siffatta impostazione muove da un presupposto erroneo, giacchè non può non convenirsi con il P.M. appellante che le riunioni di Rovigo e di Colognola non sono affatto avvenimenti secondari rispetto all‟episodio della valigetta, di cui costituiscono, invece, nel racconto di Digilio l‟antefatto logico e cronologico.
In realtà, sul punto valgono le considerazioni in precedenza svolte. Va ribadito che la progressione del narrato di Digilio è in funzione delle sue esigenze difensive, presentando, l‟episodio di via Stella, un pericolo latente di coinvolgimento di se stesso nella strage, vuoi per la provenienza dell‟esplosivo, vuoi per la sua qualità di armiere del gruppo, vuoi per l‟intervento dichiaratamente effettuato sull‟ordigno. Come di fatto è avvenuto.
Peraltro, la diversa lettura offerta dalla Corte bresciana contiene in sé una patente contraddizione acutamente rilevata dall‟avv. Sinicato. Se, infatti, la progressione di Digilio dal racconto dell‟episodio meno rilevante (la riunione di Rovigo) ad altro più significativo, ma comunque secondario (la cena di Colognola), a quello più importante (la valigetta di Soffiati) fosse da ascrivere al “metodo del flash” - suggerito anche a Maggi durante il colloquio in Questura come strategia per garantirsi la conservazione dei benefici premiali e basato sull‟inserzione, nei racconti, di qualcosa di importante per tacitare l‟avidità di conoscenza degli inquirenti - proprio l‟episodio di via Stella avrebbe dovuto essere riferito per primo, o quanto meno nell‟interrogatorio del 19 aprile 1996, che si pone a ridosso del caso Emireni e nel pieno della tempesta emotiva scatenata nel dichiarante dalla prospettata revoca del programma di protezione. Al contrario, Digilio antepone il racconto della cena di Colognola, riservando ai successivi interrogatori del 4 e del 5 maggio quello sulla valigetta.
L‟unica chiave di lettura logica è, dunque, quella del lento, sofferto prevalere della scelta collaborativa sull‟atteggiamento autodifensivo di Digilio, che l‟ostinata negazione, per anni e contro ogni evidenza, di identificarsi in “zio Otto” comprova quanto fosse istintivo e radicato.
Quanto alla ritenuta mancanza di coerenza, precisione e costanza del narrato di Digilio, sono da ritenersi fondate, ad avviso di questa Corte, le censure unanimemente formulate da tutte le parti appellanti, non consentendo una pur attenta e scrupolosa lettura degli atti processuali di rinvenire elementi idonei a confermare il giudizio negativo dei giudici di Brescia, senza incorrere nei vizi motivazionali sanzionati dalla sentenza di annullamento.
E‟ innegabile che le dichiarazioni di Digilio su piazza della Loggia presentino incongruenze, imprecisioni, divergenze le une rispetto alle altre.
La Corte d‟Assise le ha minuziosamente rilevate man mano che riportava il contenuto dei vari interrogatori del collaboratore, sintetizzandole, infine nelle pagg. 200- 210, alle quali si rinvia.
Con riguardo a ciascuno dei tre episodi integranti il racconto di Digilio su piazza della Loggia, i rilievi della prima Corte sono ulteriormente sintetizzabili nei termini che seguono.
 Quanto alla cena di Rovigo, l‟iniziale versione del collaboratore - secondo cui:
- egli aveva appreso della sua esistenza da Soffiati nell‟agosto del 1974;
- la cena si era svolta ad aprile del 1974 con la partecipazione di estremisti di destra (non solo ordinovisti);
- la stessa era finalizzata alla decisione di agire per contrastare la sinistra, scegliendo tramite ballottaggio il capo di coloro che avrebbero agito (i mestrini) -
era stata stravolta già nell‟interrogatorio reso ai P.M. di Brescia il 15.5.1996, in cui:
- la conoscenza della cena era stata datata al momento in cui Soffiati aveva portato l‟esplosivo in via Stella per poi essere ulteriormente anticipata, nello stesso interrogatorio, al termine della cena di Colognola ai Colli e collocata due settimane prima di quando Soffiati era andato a prendere la valigetta;
- agli originari partecipanti erano stati aggiunti una ventina di militari.
- lo scopo dell‟incontro era stato indicato nella “cementificazione” tra civili e militari nella lotta contro il comunismo, in attuazione dell‟ordinanza del generale Westmoreland.
Ulteriori modifiche erano state poi apportate da Digilio a tali indicazioni:
- la conoscenza della cena di Rovigo era stata spostata dall‟agosto 1974 a prima ancora della cena di Colognola;
- la cena stessa era stata collocata in un arco temporale variante da marzo a un paio di settimane prima dell‟episodio della valigetta;
- il numero dei partecipanti era andato dilatandosi, includendo anche i militari italiani ed americani, fino ad una cinquantina di persone, per poi ridursi nuovamente a due dozzine;
- anche le finalità della cena erano state diversamente indicate, variando da quelle anzidette alla ricostituzione dei Nuclei di difesa dello Stato, alla decisione della strage di Brescia.
 Quanto alla cena di Colognola, Digilio aveva modificato la collocazione temporale della stessa in un arco che andava dall‟agosto-settembre 1974, a marzo dello stesso anno, apportando, nel corso dell‟incidente probatorio, anche significative variazioni rispetto ai partecipi. In particolare:
- inizialmente aveva affermato che la cena si era svolta una settimana o dieci giorni prima della strage nella trattoria gestita da Soffiati;
- successivamente l‟aveva spostata a due settimane prima della strage;
- quindi, aveva aggiunto fra i partecipanti Persic e l‟aveva collocata 20/30 giorni prima della strage di Brescia;
- poi ancora aveva riferito che in aprile c‟era stata la cena di Rovigo ed in marzo quella di Colognola. Indi, parlando della presenza di Persic, aveva riferito anche della sua sorpresa e del suo timore allorché aveva sentito l‟avvertimento di Maggi e aveva collocato la cena di Colognola un mese prima della strage.
- infine, aveva parlato di un “pranzo” a Colognola, dove aveva saputo della “cena di Rovigo” e l‟aveva collocato ad agosto/settembre del 1974, dopo la strage di Brescia.
 Con riferimento all‟episodio della valigetta portata da Soffiati in via Stella, la prima Corte ha evidenziato come Digilio avesse reso versioni diverse in ordine ad aspetti rilevanti. In particolare:
- aveva, dapprima, affermato che in essa erano contenuti 15 candelotti di dinamite o gelignite (quest‟ultima diversa da quella del Rotelli), precisando che Soffiati l‟aveva portata in via Stella – ove egli era rimasto ad attenderlo - 4 o 5 giorni dopo la cena di Colognola, che lo stesso era ripartito quel medesimo giorno per consegnare l‟ordigno a Milano e che, dopo la strage, gli era sembrato accasciato;
- successivamente aveva riferito che il trasporto della valigetta in via Stella era avvenuto una settimana - dieci giorni prima della strage, ribadendo che dopo la cena di Colognola egli era stato condotto da Soffiati in via Stella, dove ne aveva atteso il ritorno;
- aveva, poi, cambiato ancora versione, affermando di essere rientrato a Venezia e, dopo una telefonata di Soffiati, di averlo raggiunto a Verona, in via Stella;
- riguardo al tipo di esplosivo aveva oscillato fra dinamite-gelignite-cheddite-plastico;
- aveva, altresì, dato diverse indicazioni circa il numero dei candelotti prelevati e riposti in frigo (da 4 a 10), nonché in merito alle ragioni che avevano portato al prelievo (rendere meno pericoloso il trasporto dell‟ordigno, eliminando i candelotti collegati con i fili; eccessività del numero rispetto al risultato prefissosi, meramente dimostrativo; ridurre la pressione del coperchio della valigetta sulla vite; possibilità di occultare più facilmente l‟esplosivo in caso di perquisizione);
- del pari aveva dato versioni diverse circa la composizione (rame ovvero nichel-cromo) ed i collegamenti dei fili presenti nel congegno di accensione (alla vite e al nottolino delle sfere ovvero alla vite e ad un piedino della sveglia), nonché riguardo alla necessità, all‟effettiva presenza ed alla posizione del fiammifero antivento;
- infine, si era contraddetto riguardo al momento in cui aveva rivisto Soffiati dopo la strage (qualche giorno ovvero 7-8 mesi, con l‟inserimento di una telefonata in tale periodo) ed allo stato d‟animo mostrato dallo stesso.
Questo Collegio dissente totalmente dal giudizio svalutativo della credibilità di Digilio che la Corte d‟Assise bresciana (al pari di quella di secondo grado) ha tratto dalle discrepanze riscontrate. Ciò in quanto ritiene di non poter condividere il presupposto che sottende quel giudizio - ovvero che le divergenze minuziosamente enumerate attengano ad aspetti essenziali, specie con riguardo agli episodi direttamente vissuti dal collaboratore, e non siano, conseguentemente, spiegabili con un cattivo ricordo, né con altre plausibili ragioni, quali l‟affaticamento indotto dalle precarie condizioni fisiche ovvero l‟esigenza di autotutelarsi – e tanto meno l‟assolutezza del giudizio stesso.
Sul punto è illuminante quanto di recente affermato dalla Suprema Corte (Sez. I, 14.7.2015, n. 34102.) riguardo al criterio di distinzione fra nucleo essenziale della chiamata e dettagli secondari della narrazione.
La Corte di legittimità ha, invero, chiarito che, nella valutazione delle dichiarazioni di reità o di correità dei collaboratori aventi ad oggetto fatti assai remoti nel tempo, essendo “ben plausibile che particolari e dettagli secondari possano svanire o confondersi ovvero, addirittura, che neppur siano mai stati fissati nella memoria della fonte al momento della originaria percezione sensoriale”, “ il criterio selettivo tra quanto è trascurabile o ininfluente e quanto, invece, è essenziale e rilevante (scilicet: tale che la confutazione del dato compromette la affidabilità della intera rappresentazione) deve essere modulato e calibrato in funzione del rilievo che l'evento, la condotta o la circostanza assumono intrinsecamente nell'ambito della narrazione alla stregua del valore che il narratore loro assegna nella economia del racconto. Mentre è metodologicamente scorretto, ancorare il discrimen al criterio (estrinseco) della valenza probatoria dei dati, prescindendo dal contesto della relativa rappresentazione”.
Orbene, anche alla luce di tali autorevoli indicazioni, è arduo affermare che le divergenze minuziosamente enumerate nelle due precedenti sentenze di merito intacchino il nucleo essenziale delle dichiarazioni del Digilio, presentandosi, piuttosto come particolari, se non del tutto marginali, comunque attinenti ad aspetti secondari, non solo in assoluto, quanto anche nella rappresentazione, da parte dello stesso collaboratore, della vicenda narrata.
Va, ancora una volta, ricordato che Digilio era l‟armiere di Ordine Nuovo e che maneggiare armi ed esplosivi, nonché confezionare ordigni era per lui attività di routine. E dunque, per quanto - dall‟esterno - possa apparire inaudito, non è affatto incredibile che nella sua memoria non fosse rimasta traccia dei minimi particolari dell‟ordigno trasportato da Soffiati (il materiale di cui erano composti i fili, il loro preciso collegamento, la presenza o meno del fiammifero antivento, il suo posizionamento), ovvero dell‟esatto numero di candelotti prelevati dalla valigetta e delle ragioni per cui si era proceduto a tale operazione.
Così come non va trascurato che le dichiarazioni di Digilio su piazza della Loggia sono intervenute a ventidue anni dai fatti, dieci dei quali trascorsi dallo stesso in una dimensione di vita radicalmente diversa - in un altro continente e in un contesto relazionale nuovo, anche sul piano degli affetti familiari - e quando le sue condizioni di salute, seppure tali da non escludere le sue capacità cognitive, comunque non erano ottimali.
Non solo, ma sugli identici fatti e sui particolari evidenziati dalle Corti bresciane si è insistito per quasi altri sette anni (da gennaio 1996 a dicembre 2002, data di chiusura dell‟incidente probatorio davanti il G.I.P. di Brescia), frapponendosi, in tal modo, un ulteriore, consistente lasso temporale fra le prime dichiarazioni e le ultime.
Ma quel che più rileva è che i giudici bresciani, impegnati nella capillare ricerca di dettagli non coincidenti nelle molteplici dichiarazioni del Digilio, hanno perso di vista quanto invece collima, trascurando la valutazione del peso che, all‟evidenza, il permanere di quel nucleo costante ha, non solo oggettivamente, bensì anche nella rappresentazione del collaboratore.
In realtà, Digilio ha tenuto fermi alcuni punti, la cui ripetizione nei medesimi termini, in tutte le sedi ed anche a distanza di tempo, senza contraddizioni significative, è indice di veridicità e, nel contempo, della valenza di capisaldi loro attribuita dallo stesso all‟interno della propria narrazione. Ovvero:
a) che, nella primavera del 1974 si erano tenute a Rovigo ed a Colognola ai Colli due riunioni, nella prima delle quali – presenti più appartenenti all‟ala dura della destra eversiva, fra cui Maggi e Soffiati – si erano vagliate le possibilità di attacco ai “rossi”, per frenare l‟avanzata della sinistra e nella seconda delle quali – ristretta a pochissimi intimi - Maggi aveva preannunciato un imminente attentato nel Nord Italia;
b) che, dopo alcuni giorni da tale preannuncio e prima della strage di Brescia, Marcello Soffiati, su ordine di Maggi, aveva trasportato da Venezia nell‟appartamento di via Stella, all‟interno di una valigetta, un ordigno composto da una quindicina di candelotti di esplosivo duttile al tatto;
c) che, su richiesta di Soffiati, egli Digilio aveva apportato delle modifiche a tale ordigno per metterlo in sicurezza, dopodichè, nello stesso giorno, Soffiati – come ordinatogli da Maggi - era ripartito con la valigetta e il suo carico per consegnarli a Milano a qualcuno delle S.A.M.
Tale nucleo fondante delle dichiarazioni di Digilio sui fatti di Brescia non può dirsi scalfito dalle pur numerose imprecisioni , incongruenze e difformità in cui lo stesso è incorso su minimi e secondari dettagli, per di più maggiormente nel corso dell‟incidente probatorio ed al termine di lunghi esami che, come si evince dai verbali, mettevano a dura prova la sua resistenza fisica.
Le oscillazioni di natura temporale rispetto alla riunione di Rovigo sono, peraltro, contenute nell‟arco di circa due mesi, in quanto vanno da marzo a due settimane prima dell‟episodio della valigetta, costantemente collocato in epoca precedente la strage del 28 maggio.
Quanto all‟iniziale collocazione della notizia della riunione di Rovigo nell‟estate 1974, essa trova plausibile spiegazione nella necessità di Digilio – ancora preminente alla data delle prime rivelazioni sulla strage di Brescia – di mantenere il più possibile le distanze da tale evento. Con la successiva ammissione della sua partecipazione alla cena di Colognola, ed ancor più, con la narrazione dell‟episodio della valigetta di Soffiati, quella cautela perde di efficacia e, conseguentemente, il dichiarante dà agli accadimenti descritti una successione più coerente col tenore dell‟intero suo racconto.
Alle considerazioni già espresse va aggiunto che le differenze riscontrate fra le dichiarazioni rese nel tempo da Digilio risultano ancora più plausibili ove si tenga conto della sterminata mole di accadimenti sui quali il collaboratore ha riferito, che giustifica, a distanza di tanti anni e specie riguardo a situazioni ripetitive, alcune imprecisioni o sovrapposizioni. Così, ad esempio, l‟inserimento di Persic fra i presenti alla cena di Colognola, circostanza negata da quest‟ultimo.
In merito si impongono, tuttavia, due considerazioni.
La prima è che il teste, incline a ritagliarsi un ruolo defilato che lo ponesse al riparo da ogni sospetto di coinvolgimento nella vicenda, aveva tutto l‟interesse a negare la sua presenza in un contesto assai pericoloso.
La seconda è che è pacifico che egli fosse un abituale frequentatore dell‟abitazione e del ristorante di Soffiati, al quale era molto legato.
Risulta, perciò plausibile tanto che Persic abbia mentito nell‟escludere la sua presenza nel contesto descritto da Digilio, quanto che questi possa essersi confuso nel darlo presente in quella specifica occasione.
Analogo discorso vale per l‟inserimento di militari, americani ed italiani, nella riunione di Rovigo, risultando dagli atti (V. cap. III. ed altresì dichiarazioni di Gaetano Orlando sub § 11.c.1.) sia lo stretto legame, all‟epoca, della Destra eversiva veneta con alcuni apparati militari, italiani ed anche americani, sia il comune interesse dell‟una e degli altri a bloccare, ad ogni costo, l‟avanzata della sinistra. Soffiati, peraltro, era noto per i suoi collegamenti con le forze americane, militari e di intelligence, presenti in misura ragguardevole proprio nel Nord-Est del Paese. Non è, pertanto, inversosimile né che a Rovigo fossero effettivamente presenti militari, anche americani, né che Digilio, nel corso dei suoi tantissimi interrogatori, abbia potuto sovrapporre il ricordo di altre riunioni a quello della cena di Rovigo.
Neppure appare inverosimile che proclami tanto gravi e rischiosi fossero stati fatti da Maggi in circostanze assai poco consone, come quelle descritte dal collaboratore riguardo all‟incontro di Rovigo.
In realtà, è lo stesso Digilio a chiarire che era stata una felice invenzione di Maggi quella di camuffare gli incontri di carattere politico, anche su temi scottanti, sotto apparenti riunioni conviviali fra amici, dando specifiche direttive sui comportamenti da tenere per non destare sospetti nell‟uditorio.
D‟altra parte, il dichiarante non si sofferma sui particolari di quell‟evento, da lui non direttamente vissuto, sicchè non è dato neppure sapere se il locale disponesse di una saletta riservata, né se in quella circostanza fosse aperto al pubblico, ovvero se fossero presenti altri avventori.
Un‟ulteriore puntualizzazione va fatta con riguardo alla natura dell‟esplosivo contenuto nella valigetta, rispetto alla quale non si colgono, nelle dichiarazioni del Digilio, le incertezze evidenziate dalla Corte di Assise. Digilio, invero, ha sostenuto per anni che si trattava di candelotti di dinamite o gelignite. La disgiuntiva non è affatto significativa di una contrapposizione, essendo noto – oltre che accertato in sede dibattimentale attraverso le dichiarazioni dei periti balistici, nuovi e vecchi – che la gelignite è solo una specie della più ampia categoria delle “gelatine dinamiti”.
Solo nell‟incidente probatorio, all‟udienza del 22 maggio 2002, al termine di un estenuante controesame della Difesa di Zorzi, Digilio, palesemente contrariato e reattivo, ha parlato di cheddite e, subito dopo, di “esplosivo plastico”, comunque precisando che si trattava di materiale “duttile al tatto”, il che, di per sé, esclude il tritolo.
La stizza che traspare dalla lettura del verbale porta a ritenere che Digilio – peraltro non nuovo a comportamenti del genere (Si ricorda l‟atteggiamento assunto nei confronti di uno dei periti del collegio Bianchi-Scaglione e la piccata reazione alle conclusioni di tale collegio.)- non abbia inteso interagire col suo controesaminatore (tutt‟altro che interessato a cogliere i suoi segnali di stanchezza), rifiutandosi perfino di controbattere alla contestazione mossagli dallo stesso in ordine alla costante qualificazione e descrizione da lui data dell‟esplosivo in tutti i suoi precedenti, numerosi interrogatori.
La risposta data si pone, dunque, come reazione emotiva ad una situazione di palese stress ed è, in quanto tale, per nulla significativa di incoerenza.
Va, peraltro, sottolineato che la stessa Corte d‟Assise d‟Appello di Brescia ha riconosciuto, con motivazione condivisa da questa Corte e non attinta dalle censure della Cassazione, che “Digilio, in ordine ai componenti dell‟ordigno, non è mai incorso in vere e proprie contraddizioni”, ritenendo che le critiche, in senso contrario, dei periti Egidi-Boffi-Zacchei fossero fondate “non già su effettive e insuperabili incongruenze, ma sovente su una pedante interpretazione del lessico adoperato dal collaborante” o addirittura su un travisamento delle dichiarazioni dello stesso (V. fgg. 404-406 e nota n. 90 in calce a fg. 173 della sentenza annullata.).
Del tutto gratuita appare, infine, la conclusione della prima Corte in ordine a supposti contrasti, all‟interno del racconto di Digilio, fra le finalità attribuite nel tempo alle riunioni di Rovigo e Colognola. In realtà, al di là della terminologia usata, il concetto espresso dal dichiarante è sempre il medesimo: l‟obiettivo perseguito ed esternato in entrambe le riunioni era sempre quello di “dare una risposta ai comunisti” (anche attraverso la “cementificazione” dei rapporti fra civili e militari); risposta che, nel passaggio dalla riunione di Rovigo a quella di Colognola, assume concretamente i connotati dell‟attentato stragista.
In conclusione, ritiene questa Corte che il narrato di Digilio non presenti incongruenze e contraddizioni tali da escluderne in toto la credibilità intrinseca.
Né induce ad un opposto giudizio l‟assoluzione, ormai definitiva, di Delfo Zorzi, cui pure il collaboratore aveva attribuito la piena adesione al progetto stragista di Maggi e la responsabilità della consegna dell‟esplosivo utilizzato in piazza della Loggia.
Innanzi tutto, va sottolineato che Zorzi non è stato assolto perché è stata provata la sua estraneità ai fatti, quanto perché – come si legge nella sentenza di rinvio (pag. 81, p. 73.) – “Venuto meno il (suo) ruolo materiale…., quale procacciatore dell‟esplosivo, tutti i residui indizi sono troppo deboli ed imprecisi per consentire di ritenere sussistente un quadro probatorio sufficiente a sostenere un‟ipotesi di condanna”. Ovvero, se questa Corte ha bene inteso il senso delle affermazioni della Cassazione, per insufficienza del quadro probatorio a suo carico.
Ma, al di là di questo, le posizioni di Maggi e di Zorzi non sono così intimamente e inscindibilmente connesse da precludere, in base ai principi in precedenza esposti, la frazionabilità delle dichiarazioni accusatorie del collaboratore
Digilio, in effetti, aveva uno specifico e pregnante motivo per coinvolgere Zorzi: difendere se stesso, precludendo a monte ogni suo collegamento con l‟ordigno impiegato a Brescia. E la scelta di Zorzi come fornitore era, in quell‟ottica, la più redditizia, perchè coerente con quanto già dichiarato sul ruolo dello stesso in Ordine Nuovo veneto, sullo stretto legame con Maggi, e sulla disponibilità di esplosivi, nell‟ambito del procedimento per la strage di piazza Fontana e, nel contempo, in sintonia con i sentimenti di avversione che nutriva nei suoi confronti, di cui si coglie traccia anche nel colloquio con Maggi presso la Questura di Venezia.
Zorzi, dunque, era la sua controfigura ideale perchè, senza nulla togliere alla fedeltà della sua narrazione a quanto realmente accaduto, lo poneva al riparo dal rischio di ricadute sulla sua persona.
Lo stesso non può dirsi di Maggi.
Il ruolo attribuito a quest‟ultimo, diverso ed autonomo rispetto a quello dell‟ex coimputato, non è, infatti, collegato, né sul piano fattuale, né su quello logico alla provenienza dell‟esplosivo da Zorzi. L‟essersi, tale circostanza, rivelata falsa non comporta, pertanto, alcuna preclusione rispetto ad un‟autonoma e differente valutazione della posizione del Maggi.
Il fatto stesso che la Cassazione - pur avendo ritenuto immune da vizi l‟iter argomentativo che ha portato la Corte di Brescia a confermare l‟assoluzione di Zorzi, e dunque la falsità delle accuse mossegli da Digilio- abbia rinviato a questa Corte per la ri-valutazione della posizione di Maggi anche alla stregua di “una lettura più attenta” delle dichiarazioni del collaboratore conferma la sussistenza dei presupposti per il frazionamento della parte di queste attinente all‟attuale imputato.
Occorrerà, dunque, procedere all‟ultima fase valutativa delle dichiarazioni di Digilio su Maggi, onde verificare l‟eventuale sussistenza di riscontri esterni, che valgano a compensare quelle innegabili manchevolezze che non consentono di esprimere un giudizio di totale ed assoluta affidabilità dello stesso e del suo narrato.
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