Source: http://www.italiaintesta.it/category/approfondimenti/
Timestamp: 2019-04-20 06:23:17+00:00
Document Index: 131253315

Matched Legal Cases: ['art. 9', 'sentenza ', 'art. 2598', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 101', 'art. 102', 'art. 17', 'art. 2', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 171']

Approfondimenti Archivi | Italia in TestaItalia in Testa
18 novembre 2018by webmaster in Approfondimenti
Design*ARE Italia
Tavolo di confronto sulle problematiche internazionali del design
Mercoledì 21 novembre ore 10 IULM; Via Carlo Bo 1
Annaluce Licheri, presidente dell’Osservatorio Italia in Testa
Mauro Ferraresi – Docente Sociologia dei Consumi IULM
Carlo Urbinati – Presidente Foscarini
Roberto Ziliani – A.D. Slamp
Massimiliano Barile – Direttore Commerciale Hyuman
Carlo Morfini – Direttore Generale La Triennale di Milano
Pierpaolo Donati – Presidente Federpreziosi
On. Massimiliano De Toma – Commissione Attività Produttive Camera dei Deputati
Gen. Ivano Maccani – Responsabile Nucleo Anticontraffazione Guardia di Finanza
Andrea Carlo Gallo – Titolare Pollo Design Factory
Cosa vuol dire “Design” oggi: innovazione dei prodotti, tutela dei materiali.
Modelli, Marchi di forma, i rapporti con la concorrenza sleale e l’imitazione servile
Strategie di tutela sul web e nei rapporti internazionali, il contributo della Guardia di Finanza e del SIAC
L’art. 9 del Codice della proprietà industriale, illustra inequivocabilmente cosa si intende per marchio di forma. Non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa i segni costituiti esclusivamente dalla forma imposta dalla natura stessa del prodotto, dalla forma del prodotto necessaria per ottenere un risultato tecnico, o dalla forma che da’ un valore sostanziale al prodotto.
Il marchio serve a contraddistinguere i prodotti o i servizi che un’impresa produce o mette in commercio: possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa tutti i segni suscettibili di essere rappresentati graficamente, in particolare le parole, compresi i nomi di persone, i disegni, le lettere, le cifre, i suoni, la forma del prodotto o della confezione dello stesso, le combinazioni o le tonalità cromatiche, purché siano atti a distinguere i prodotti o i servizi di un’impresa da quelli di altre imprese.
La normativa sui marchi, oltre alla protezione delle parole e dei loghi, prevede anche una specifica tutela per i cosiddetti marchi di forma o marchi tridimensionali, cioè quelli che hanno ad oggetto la forma del prodotto o parte di esso o la sua confezione. Ci si può riferire anche a rappresentazioni bidimensionali costituite da disegni e motivi riprodotti o ripetuti sulla superficie esterna del prodotto, come, a titolo del tutto esplicativo, la trama che contraddistingue i prodotti di Louis Vuitton.
La legge stabilisce che non possono costituire oggetto di registrazione come marchio d’impresa i segni privi di carattere distintivo. Tuttavia giova ricordare che viene anche prevista la possibilità di registrare come marchio d’impresa i segni che prima della domanda di registrazione, a seguito dell’uso che ne sia stato fatto, abbiano acquisito carattere distintivo. Questa norma, per la sua natura, deve considerarsi applicabile anche ai marchi costituiti dalla forma del prodotto o dalla sua confezione.
La legge tutela il titolare del marchio dall’uso contraffattorio mediante il giudizio di confondibilità. In prima istanza, bisogna individuare la parte tutelabile del marchio, in altre parole quegli elementi sostanziali che caratterizzano e assolvono la funzione identificativa del marchio. Il secondo passo prevede il verificare la confondibilità tra prodotti, cioè se identici o affini a quelli per i quali è utilizzato il marchio registrato.
A confermare quanto appena asserito è la sentenza della Cassazione, Sez. I civ. del 13 dicembre 1999 n. 13918, che così stabilisce in tema di concorrenza sleale sotto il profilo della cosiddetta “imitazione servile”: integra gli estremi dell’illecito sanzionato dal’art. 2598, n. 1 c.c. il comportamento dell’imprenditore che imiti un prodotto la cui forma abbia un valore individualizzabile e distintivo tale da renderlo originale in modo tale da creare confusione con quello messo in commercio dal concorrente.
A titolo meramente esplicativo per comprendere maggiormente di quale impatto possa avere un marchio di forma nell’ambito del commercio e della pubblicità, è il caso Coca-Cola vs Pepsi Cola. Quest’ultima veniva accusata dalla prima di aver immesso sul mercato un prodotto che potesse essere confuso con la Coca-Cola, per via della bottiglietta. La società Coca-Cola accusava il suo rivale Pepsi Cola di violazione del marchio e condotta fraudolenta. Di fatto, da oltre 100 anni Coca Cola vende la bibita nella tipica bottiglia, chiamata contour, con la forma sinuosa e sottile. Il prototipo fu brevettato da Coca-Cola nel 1916 e nel 1960 l’Ufficio Brevetti americano considerò il contour un vero e proprio trademark di proprietà della Coca-Cola Company. Un’accusa di plagio ritenuta infondata dalla Corte federale di Adelaide che ha anche condannato Coca-Cola a pagare le spese legali affrontate da Pepsi. Per il giudice non vi è alcuna violazione del marchio in quanto «il design delle due bottiglie ha differenze significative e i marchi sono chiaramente indicati». Il consumatore può quindi facilmente identificare l’origine del prodotto senza «alcuna possibilità di inganno».
Con sentenza dello scorso 6 aprile (n. 1900/2017 del 6.4.2017 il Tribunale di Torino (caso Zhejiang Zhongneng Industry Group contro Piaggio & C. S.P.A), ha dichiarato la validità del marchio tridimensionale della storica due ruote della Piaggio, la nota Vespa, alla quale è stato riconosciuto quel carattere creativo e quel valore artistico in grado di accordare al design anche la tutela autoriale: ai sensi dell’art. 2, punto 10, L.D.A., sono comprese nella protezione del diritto d’autore le opere del disegno industriale che presentino di per sé carattere creativo e valore artistico. La forma della Vespa, caratterizzata dagli elementi sopra accertati, è senz’altro nata come oggetto di design industriale. Tuttavia, nel corso dei decenni, ha acquisito talmente tanti riconoscimenti dall’ambiente artistico (e non meramente industriale), che ne ha celebrato grandemente le qualità creative e artistiche, da diventare un’icona simbolo del costume e del design artistico italiano”.
9 ottobre 2018by webmaster in Approfondimenti
Una parte rilevante dei casi sottoposti all’attenzione dei giudici Europei hanno riguardato l’accertamento della similarità fonetica delle designazioni di vendita dei prodotti che incorporavano parte delle denominazioni protette e/o ne utilizzavano una parte e/o molto somiglianti tra loro. A tale proposito è utile evidenziare come il problema dell’evocazione fonetica assuma riflessi particolarissimi allorquando il prodotto tutelato è tradotto in lingua cinese. Nella lingua cinese, infatti, l’adattamento di una parola straniera risulta particolarmente complesso e spesso non è basato sul significato del termine, ma sulla sonorità del nome che più si avvicina a quello originale. Essendo le lingue occidentali polisillabiche e dovendo trascrivere ogni sillaba con un ideogramma, si hanno infatti nomi di quattro o più caratteri spesso totalmente privi di significato ma che permettono in successione di mantenere quasi invariata l’identità fonetica del nome ovvero il “sounding”. Alcuni esempi, presi da siti web cinesi, possono aiutare a comprendere la questione. Il Parmigiano ovvero “parmesan” si trova tradotto sul web in lingua cinese con i termini 帕马森 (Pà mǎ sēn) i cui significati corrispondono a : 帕fazzoletto马cavallo -森foresta. Tuttavia il medesimo prodotto, il Parmigiano Reggiano (parmesan), può anche essere tradotto con altri tre caratteri simili nella pronuncia al termine originale ma diversi semanticamente ovvero 巴马臣 (pā mǎ chén) che letteralmente significa: 巴 pakistan-马cavallo -臣ministro. Oppure, essendo la sillaba ma corrispondente sia a cavallo che a mamma (mǎ 玛mamma) anche scritto : 帕玛森(Pà mǎ sēn). Commercialmente sono tutti modi validi di tradurre il Parmigiano o il parmesan e sono tutti utilizzati nelle più comuni piattaforme web cinesi. Tuttavia solo il primo è il marchio registrato dal consorzio. La translitterazione fonetica è il criterio più comune utilizzato dalla maggior parte delle imprese occidentali per registrare i propri marchi in Cina. E’ il caso anche di Prosecco (普罗塞克Puluō sài kè) traduzione adottata dal consorzio il cui contenuto non ha alcun significato compiuto ma il cui suono orecchiabile è simile all’originale pronunciato in lingua italiana. Anche il Grana Padano ha una traduzione ufficiale accettata dal sistema giuridico cinese di derivazione fonetica scelta dal consorzio (哥瑞纳Gē ruì nà, 帕達 諾Pà dá nuò), ma l’anomalia del sistema lessicale cinese lascia al mercato la possibilità di trovare alternative valide ad associare al suono “Grana” ideogrammi diversi come 格拉娜 (Gélā nà) sotto i quali troviamo sul web un’enormità di offerte del prodotto Grana Padano sia originale che non. Ci sono poi imprese che usano un sistema misto di traduzione tra quello fonetico e quello letterale. È il caso del Prosciutto di Parma 帕尔玛火腿, dove 火腿 (Huǒtuǐ) significa prosciutto o letteralmente cosciotto al fuoco e 帕尔玛(Pà ěr mǎ) è il risultato fonetico di Parma. Un esempio interessante di criterio misto di traduzione di un marchio in cinese è dato della Coca Cola (Kekou Kele 可口可樂) che è riuscita a trasformare una difficoltà linguistica in opportunità commerciale. La prima traduzione del nome, Kekou Kela, sicuramente non contribuiva positivamente alla sua diffusione: mentre la prima parte del nome, Kekou(可) ha il significato di delizioso o gustoso e quindi compatibile con il prodotto, la traduzione di Cola, basata su criteri esclusivamente fonetici, risultava kela (potere-affumicato), combinazione di caratteri non solo priva di senso, ma non stimolante dall’utilizzo di un ideogramma il cui significato “affumicato” male si associa al nome di una bevanda. venne quindi, in seguito, sostituito Kelacon l’attuale Kele(可樂potere-divertire/divertente): perfetto compromesso tra l’esigenza di riconoscibilità fonetica del prodotto e l’associazione del nome ad un messaggio pubblicitario come quello di una bevanda “deliziosa” che si consuma in momenti di “divertimento” affermando il prodotto definitivamente sul mercato orientale. Il meccanismo di traslitterazione sopra descritto offre un gran numero di possibilità di evocazione: prodotti evocanti il nome protetto possono apparire sui siti web con nomi il cui significato è assolutamente lontano da quello del nome protetto, ma la cui fonetica è evocativa. Si tratta di uno scenario in rapida evoluzione e dal grande impatto economico in cui l’esperienza diretta delle fattispecie concrete potrà fornire reali soluzioni82. Nel 2015, il governo Cinese è intervenuto pubblicando una guida ufficiale (“Norm of Terminology Transation of Imported Wines”) sulle terminologie adottate nel mercato internazionale del vino e sui nomi dei principali vini e vitigni stranieri traducendoli in lingua cinese. Il testo include anche una lista dei nomi delle più importanti regioni di produzione dei vini. Recentemente il China Trademarket Office(CTMO) ha contestato l’uso improprio del termine “蒙蒂普尔 查诺” (“Meng Di Pu Er Cha Nuo”) perché simile alla Indicazione Geografica “Montepulciano di Abruzzo”. Ma la stessa traduzione del nome “Montepulciano” nel testo della norma “Norm of Terminology Translation of Imported Wines”, non è univoco. Infatti, mentre il termine del vino Montepulciano è tradotto 蒙帕塞诺(Meng Pa Sai Nuo), quello relativo alla zona geografica è tradotto 蒙特普齐亚诺 (Meng Te Pu Qi Ya Nuo).
Dr.ssa Barbara Catizzone
fonte Rivista di Diritto Alimentare
17 settembre 2018by webmaster in Approfondimenti
Per registrare un marchio ci sono tre vie principali: quella nazionale, quella europea e quella internazionale. Il marchio nazionale consente di ottenere protezione in un solo Paese. Mediante il marchio internazionale è possibile ottenere con un’unica procedura un serie di marchi nazionali. Il marchio comunitario o europeo consente invece di ottenere un titolo unico, avente valore in tutta l’Unione Europea.
Dove si registra il marchio comunitario?
Quanto costa registrare un marchio comunitario?
Infine, prima di registrare è indispensabile effettuare una ricerca di anteriorità e valutare eventuali ipotesi di conflitto con marchi precedenti. In mancanza di questo, non si rischia soltanto di perdere i soldi della registrazione. Il conflitto con marchi precedenti può essere scoperto anche dopo anni dalla registrazione. Si rischia pertanto di buttare al vento tutti gli investimenti fatti sul brand e subire azioni legali anche molto costose.
Avv. Massimo Bacci
www.iprights.it
9 settembre 2018by webmaster in Approfondimenti
La legge europea sulla concorrenza promuove il mantenimento della concorrenza all’interno dell’Unione europea regolando la condotta anticoncorrenziale delle imprese per garantire che non creino cartelli e monopoli che danneggino gli interessi della società.
La legge sulla concorrenza è regolata dall’art. 101-106 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.
Le regole di concorrenza sono rivolte alle imprese e ai professionisti indipendenti che desiderano trarre vantaggio dal mercato unito, ma per garantire un mercato libero è necessario garantire la loro partecipazione. L’Articolo 101 TFUE elenca le pratiche che sono vietate nel diritto della concorrenza: Gli Accordi tra imprese. Il motivo di questo divieto risiede nel garantire la libera partecipazione al mercato dell’ Unione. “Tutti gli accordi tra imprese, le decisioni di associazioni di imprese e le pratiche concordate che possono pregiudicare il commercio tra Stati membri e che hanno come oggetto o effetto la prevenzione, la restrizione o la distorsione della concorrenza all’interno del mercato interno. “
La Corte di giustizia ha definito il termine “pratica concordata” come: “una forma di coordinamento tra imprese che, senza aver raggiunto la fase in cui è stato concluso un accordo propriamente detto, sostituisce consapevolmente la cooperazione pratica tra loro per i rischi della concorrenza”. Una pratica concordata è difficile da provare e il semplice fatto di aumenti paralleli dei prezzi non è decisivo. Ci deve essere un corpus di prove precise e coerenti per giustificare l’accertamento di una pratica concordata. Cases 40/73 Suiker Unie and others v Commission (the Sugar Cartel case) afferma che una pratica concordata non deve necessariamente essere verbale o scritta e può essere diretta o indiretta. La corte ha dichiarato che non è necessario prendere in considerazione l’effetto concreto di un accordo una volta che sembra avere come oggetto la prevenzione, la restrizione o la distorsione della concorrenza.
L’elenco non esaustivo dell’articolo 101, paragrafo 3 consente alla Commissione di rimanere libera di identificare altri accordi o pratiche che operano in modo anticoncorrenziale, garantendo un certo grado di flessibilità. . Tuttavia, le eccezioni sono interpretate nel modo più stretto possibile. In generale, qualsiasi contatto tra concorrenti solleverà sospetti e la Commissione inizierà a prestare attenzione.
Secondo quanto previsto dall’art. 102 TFUE “è incompatibile con il mercato comune ed è vietata, nella misura in cui possa pregiudicare il commercio tra Stati membri, qualsiasi abuso da parte di una o più imprese di una posizione dominante nel mercato comune o in una parte sostanziale di esso“.
Sebbene possa non sembrare evidente, l’ottenimento di una posizione dominante sul mercato non è illegale di per sé; invece è un abuso di tale posizione che è perseguito integralmente dalla legge dell’UE. Secondo la giurisprudenza della Corte, una posizione dominante dovrebbe essere identificata come una posizione di forza economica che consente alla società di ostacolare la prosecuzione di una concorrenza effettiva nel mercato in questione e di mantenere un comportamento indipendente da parte di concorrenti, clienti e consumatori (United Brands , Causa 27/76).
Articolo 102 TFUE non si limita a determinati casi di abuso di posizione dominante: l’imposizione di prezzi di vendita (articolo 102 lettera a), la limitazione della produzione o il pregiudizio dei consumatori (articolo 102 lettera B), l’applicazione di condizioni dissimili a prestazioni equivalenti (articolo 102 lettera c), l’introduzione di servizi aggiuntivi che non hanno alcun legame con l’oggetto dei contratti (articolo 102 lettera d).
L’abuso può consistere in un comportamento inteso ad escludere dal mercato o emarginare un concorrente o in una politica commerciale che riguarda direttamente i consumatori. Vi sono forti ragioni per il controllo degli aiuti di Stato nell’Unione europea, tuttavia il suo uso deve essere limitato per evitare il suo abuso e proteggere i giocatori nazionali. L’abuso di aiuti di Stato può comportare la bancarotta delle imprese, distorcere la concorrenza e contribuire artificialmente a mantenere mercati frammentati e costosi. D’altra parte, un corretto utilizzo delle politiche sugli aiuti di stato contribuisce ad abbracciare la globalizzazione indirizzando i fondi pubblici verso la crescita economica e le posizioni lavorative in mercati aperti e competitivi, sostenendo le riforme economiche per offrire competitività a lungo termine.
Gli articoli pertinenti sono 106 e 107 del TFUE.
La prima afferma che se gli Stati membri concedono diritti speciali o esclusivi solo a determinate imprese, queste saranno consentite dalla legislazione dell’UE solo se non contrarie alle norme contenute nei trattati pertinenti, in particolare a quelle di cui all’articolo 18 e agli articoli da 101 a 109. Quest’ultimo afferma che qualsiasi aiuto concesso da uno Stato membro che falsi o minacci di falsare la concorrenza favorendo determinate imprese è incompatibile con il mercato interno se incide sugli scambi tra Stati membri. È di fondamentale importanza che i concorrenti operino su una base di parità a vantaggio della competitività europea e che le imprese non accumulino un potere di mercato che potrebbe portare a prezzi più elevati e ad una qualità inferiore. Di fronte al libero commercio tra UE e SM e all’apertura dei servizi pubblici alla concorrenza, le autorità nazionali a volte vogliono utilizzare risorse pubbliche per promuovere determinate attività economiche o per proteggere le industrie nazionali. La concessione di queste risorse è nota come aiuto di Stato. La ragione più importante per imporre il controllo dell’UE sugli aiuti di Stato è impedire che i paesi utilizzino deliberatamente e / o involontariamente aiuti di Stato a vantaggio delle proprie imprese a scapito degli altri concorrenti.
31 maggio 2018by webmaster in Approfondimenti
L’art. 17 dir. 98/71/CE prevede che i disegni e modelli protetti come disegni o modelli registrati in uno Stato membro o con effetti in uno Stato membro a norma della direttiva, siano ammessi a beneficiare della protezione della legge sul diritto d’autore vigente in tale Stato fin dal momento in cui il disegno o modello è stato creato o stabilito in una qualsiasi forma; prevede, altresì, che ciascuno Stato membro determini l’estensione della protezione e le condizioni alle quali essa è concessa, compreso il grado di originalità che il disegno o modello deve possedere. In altri termini, la direttiva obbliga gli Stati membri a tutelare l’industrial design con la disciplina in tema di diritto d’autore, ma riserva agli stessi Stati membri l’individuazione delle condizioni di applicabilità della disciplina e la definizione dei contenuti della protezione in base alla legge del diritto d’autore.
Si tratta di una disciplina minima di armonizzazione che è stata studiata per assicurare efficacia al nuovo sistema comunitario dei disegni e dei modelli e che ha inteso escludere, in ambito comunitario, proprio l’applicazione della clausola di trattamento nazionale di cui all’art. 2.7 della Convenzione di Berna (La Convenzione di Berna per la protezione delle opere letterarie e artistiche, adottata a Berna nel 1886, è un accordo internazionale che stabilisce per la prima volta il riconoscimento reciproco del diritto d’autore tra le nazioni aderenti) , secondo cui è riservata alle legislazioni dei Paesi dell’Unione di determinare sia la sfera di applicazione delle leggi relative alle opere delle arti applicate ed ai disegni e modelli industriali, sia le condizioni di protezione di tali opere, disegni e modelli, e ciò tenendo conto di quanto disposto dall’art. 7.4 (che attribuisce alle legislazioni dei Paesi dell’Unione la facoltà di stabilire la durata della protezione delle opere fotografiche e di quelle delle arti applicate). Non per questo la disciplina nazionale di recepimento della direttiva comunitaria si pone però in contrasto con quella convenzionale, dal momento che costituisce pur sempre espressione dell’esercizio di un potere normativo riconosciuto ai singoli ordinamenti nazionali dalla Convenzione di Berna: potere che presenta, nel caso di specie, la particolarità di attuare le linee programmatiche dettate, in ambito comunitario, dalla nominata direttiva. A sua volta, quest’ultima non predetermina, come si è detto, le condizioni di proteggibilità del disegno o del modello in base alla legge sul diritto d’autore, sicchè la disciplina introdotta con il D.Lgs. n. 95 del 2001, che richiede contenuto creativo e contenuto artistico, costituisce coerente recepimento della normativa comunitaria.
Per ottenere la tutela del diritto d’autore su modelli industriali è necessario che questi abbiano valore artistico. Esso non può essere escluso dalla serialità della produzione degli articoli concepiti progettualmente, che è connotazione propria di tutte le opere di tale natura, ma va ricavato da indicatori oggettivi, non necessariamente concorrenti, quali il riconoscimento, da parte degli ambienti culturali ed istituzionali, circa la sussistenza di qualità estetiche ed artistiche, l’esposizione in mostre o musei, la pubblicazione su riviste specializzate, l’attribuzione di premi, l’acquisto di un valore di mercato così elevato da trascendere quello legato soltanto alla sua funzionalità ovvero la creazione da parte di un noto artista. (Corte di Cassazione, sez. I civ, sentenza n. 7477 del 18 gennaio 2017).
La tutela delle opere di industrial design trova invece collocazione nella fase progettuale di un oggetto destinato a una produzione seriale.
La recente pronuncia emessa dalla Corte di Cassazione, sez. I civ, sentenza n. 2039 del 26 gennaio 2018, è stata l’occasione per puntualizzare i principi, ormai consolidati, che devono guidare il giudizio di fatto di comparazione tra le opere in caso di plagio, previsto dall’art. 171 della legge 22 aprile 1941 n. 633, Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio .
Pagima 1 di 212»