Source: https://giuricivile.it/nullita-fideiussione-su-moduli-bancari/
Timestamp: 2019-05-24 22:55:32+00:00
Document Index: 99160726

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art 85', 'art. 101', 'e contrario', 'art. 85', 'art. 101', 'art. 2697', 'art. 1957', 'art. 2', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 2']

Nullità fideiussione su moduli bancari: sentenza rivoluzionaria
Home Diritto Civile Bancario Nullità fideiussione rilasciata su moduli bancari: sentenza rivoluzionaria della Cassazione
In particolare, è stato chiarito che la nullità dei contratti fideiussori “a valle”, ai sensi della legge cd. antitrust, discenderebbe direttamente dalla nullità comminata nei confronti dell’intesa “a monte”[2]. Per meglio comprendere la portata innovativa di questo dictum è necessario ripercorrere le principali fasi del dibattito che ha visto gli interpreti confrontarsi sul tema.
Per lungo tempo si è ritenuto che la censura dell’intesa non producesse effetti diversi dalla nullità dell’intesa stessa[3]. Ciò perché l’art. 2 comma 3 della legge antitrust afferma che le intese sono nulle ad ogni effetto, senza, peraltro, accennare alla sorte dei contratti eventualmente conclusi in attuazione dell’intesa.
Del resto, anche a parere della Commissione Europea[4] “non vi è alcuna base giuridica nel regolamento n. 17/62 per affermare che la nullità delle intese anticoncorrenziali a monte comport[i] automaticamente una nullità e per di più una nullità di diritto nazionale dei contratti, o di alcune clausole di questi, stipulati tra le imprese partecipanti all’intesa con i propri clienti in applicazione dell’intesa stessa”. In altra occasione, la Commissione Europea ha anche affermato che i contratti stipulati a seguito di un’intesa vietata “non rientrano nel campo d’applicazione dell’art 85 del Trattato (ora art. 101 TFUE) unicamente a causa dei loro collegamenti con gli accordi orizzontali restrittivi”[5].
La soluzione che riconosce il prodursi di effetti anche sul contratto a valle rende necessario determinare la natura di queste conseguenze: se siano, cioè, soltanto risarcitorie[6] o tali da determinare l’inefficacia/invalidità del contratto stipulato in attuazione dell’intesa contra legem[7]. La Cassazione ha finalmente risolto questo interrogativo.
Negli ultimi anni, al consumatore[8] leso dall’intesa è stata progressivamente riconosciuta una tutela sempre più estesa: anzitutto al consumatore è stata riconosciuta la legittimazione ad agire in sede civile per ottenere la repressione delle condotte antitrust, poi è stato riconosciuto il suo diritto al risarcimento del danno da illecito anticoncorrenziale e, con la pronuncia in commento, addirittura il diritto di domandare la dichiarazione di nullità del contratto attuativo dell’intesa anticoncorrenziale. Ciò si deve sia alla elaborazione dottrinale[9] sia, soprattutto, all’apporto della giurisprudenza di legittimità[10].
Ad onore del vero, neppure quest’ultimo intervento della Cassazione ha risolto tutte le problematiche che pone la materia. Per comprendere adeguatamente la forza e l’innovatività del principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte bisognerà risolvere alcuni interrogativi relativi alla qualificazione della nullità che colpisce il singolo contratto di fideiussione: sul fronte della legittimazione, non è stato, infatti, chiarito se si tratti di nullità assoluta o relativa; quanto all’estensione della invalidità, si pone l’alternativa fra nullità totale o parziale. In questo dibattito si innesta la suggestiva proposta, accolta con particolare entusiasmo in dottrina, di qualificare questa invalidità come “nullità di protezione”[11].
L’applicazione di questa fattispecie troverebbe giustificazione nella eadem ratio di tutela che ispira sia la disciplina a tutela della concorrenza quanto la disciplina consumeristica. Però, secondo parte della dottrina, tale fattispecie appare difficilmente applicabile ai contratti a valle dell’intesa, in quanto all’invalidità che li colpisce dovrà applicarsi il medesimo statuto applicabile alla nullità prevista per l’intesa a monte[12].
E dunque, se è pacifico che la nullità a monte è una nullità assoluta, lo stesso dovrà dirsi della nullità del contratto a valle[13]. A questa impostazione si contrappone l’opinione di chi, considerando in modo più accorto la struttura della nullità, circoscrive l’estensione del “contagio” alle sole clausole frutto dell’intesa vietata, escludendo che l’invalidità possa travolgere integralmente il contratto a valle[14].
Inoltre, è opportuno tenere a mente che, mentre la nullità assoluta è rilevabile da chiunque ne abbia interesse, la nullità relativa[15] prevede una legittimazione limitata ad alcuni soggetti[16]. Qualificare la nullità come relativa significherebbe attribuire la valutazione sull’opportunità di esercitare l’azione di nullità nelle mani del solo garante.
Di norma, ciò che giustifica il riconoscimento della legittimazione in via generalizzata, anche in capo al giudice, all’esercizio dell’azione di nullità è l’esigenza di tutela di un interesse generale; e non c’è dubbio che il diritto alla concorrenza debba essere così qualificato. Eppure, gli interpreti sono concordi, ormai da tempo, nell’escludere che si possa qualificare come assoluta la nullità in oggetto[17]: il riconoscimento di una legittimazione generalizzata non sarebbe in linea con la ratio delle norme antitrust, ma al contrario ne frustrerebbe le finalità.
Quindi, l’unico soggetto legittimato ad agire in giudizio per domandare la dichiarazione di nullità sarà il fideiussore[18].
Problema diverso è quello attinente all’estensione della nullità. La nullità totale travolge integralmente il regolamento contrattuale; la nullità parziale comporta l’eliminazione delle sole clausole viziate da una causa di invalidità, facendo salve le restanti clausole del contratto. Il testo contrattuale depurato delle clausole invalide sarà successivamente integrato in sede giudiziale, mediante inserzione automatica. Qualora ciò non risulti possibile, ne risulterà travolto l’intero contratto[19].
Secondo alcuni interpreti, nel caso di specie potrebbe invocarsi una “nullità relativa necessaria”[20]: in tal modo, si scongiurerebbe il rischio di una caducazione dell’intero regolamento contrattuale. La nullità totale produce effetti dirompenti: rilevando la nullità, il fideiussore potrebbe opporsi a decreti ingiuntivi ed esecuzioni[21] e, addirittura, avrebbe la possibilità di lucrare sul risarcimento del danno per illegittima segnalazione in Centrale dei Rischi[22].
La Cassazione non prende posizione su quale sia la base giuridica della nullità che ritiene integrata, lasciando spazio alle opinioni più disparate degli interpreti. La nullità derivante da violazione della disciplina a tutela della concorrenza è stata tradizionalmente ricondotta a diverse categorie: nullità per violazione di norme imperative[24] (nullità virtuale o letterale), nullità per illiceità dell’oggetto, nullità per illiceità della causa, nullità derivata. In mancanza di una norma che espressamente preveda la nullità del contratto conseguente ad un’intesa anticoncorrenziale[25] si deve sicuramente escludere che si possa parlare di una nullità letterale. Potrebbe, invece, trattarsi di una nullità virtuale, in quanto il contratto sarebbe contrario ai principi generali dell’ordinamento (ad es. la libertà di concorrenza)[26].
La tesi della illiceità della causa si fonda sulla qualificazione della causa del contratto a valle come contraria al principio della libertà di concorrenza, che è un principio afferente all’ordine pubblico economico. Altri interpreti (molto pochi per la verità) ritengono che la causa dei contratti consisterebbe nel frodare la legge e pertanto sarebbe illecita[27].
Altra soluzione che gode di scarso seguito e ad oggi si può dire superata dalla giurisprudenza della Cassazione, ritiene inefficace, anziché nullo, il contratto applicativo dell’intesa restrittiva: in tal modo verrebbero meno soltanto gli effetti del contratto, con salvezza della validità[28]. Si potrebbe addirittura prospettare, in astratto, l’applicazione della sanzione dell’annullabilità, risolvendo in radice il problema della legittimazione all’impugnazione. Ma tale soluzione non appare sostenibile, perché lascerebbe il consumatore finale-fideiussore del tutto sfornito di tutela nelle more della pronuncia della sentenza, posto che gli effetti della pronuncia di annullamento si producono soltanto ex nunc.
La soluzione più accreditata e più sostenibile consiste nel ricondurre direttamente alla nullità dei contratti a monte la nullità dei contratti a valle. Pertanto, è necessario un collegamento negoziale fra i due atti, tale da giustificare la trasmissione della invalidità. L’intesa e il contratto sono funzionalmente collegati, reciprocamente interdipendenti e dunque la nullità prevista per l’intesa travolge automaticamente anche i contratti che a questa danno attuazione[29]. Per salvare la fideiussione a valle dalla censura di invalidità dovrebbe dimostrarsi l’inesistenza di questo collegamento.
In passato, si era sostenuto che tale collegamento negoziale venisse interrotto dalla prestazione di volontà delle parti al momento della concessione della fideiussione; il che appare poco coerente con la struttura della fideiussione rilasciata su moduli bancari[30]. L’espressione della volontà del fideiussore consiste, infatti, nella mera sottoscrizione di un modulo unilateralmente predisposto dalla banca, da cui non può di certo inferirsi una piena ponderazione della dichiarazione di volontà, sufficiente a recidere ogni legame con l’intesa restrittiva.
Un’impostazione ancora più risalente affermava che, per potersi giungere alla dichiarazione di nullità del negozio accessorio non fosse sufficiente un nesso teleologico-funzionale con l’intesa anticoncorrenziale, essendo necessaria anche una specifica espressione di volontà delle parti in ordine al vincolo di subordinazione intercorrente fra i due contratti[31]. La ricostruzione adottata all’epoca, ad oggi decisamente superata, riteneva di fatto configurabile il collegamento negoziale nelle sole ipotesi di intese restrittive della concorrenza verticali[32]. D’altro canto, già allora vi era chi considerava l’intesa a monte e i contratti stipulati fra le banche e i clienti finali come “parte di un unico grande accordo anticoncorrenziale illecito e quindi direttamente nullo ex art. 85 (ora art. 101 TFUE)”[33].
Va ribadito che gli interpreti avvertivano, ormai da tempo, la necessità di riconoscere che la nullità dell’intesa producesse effetti a cascata sui singoli contratti[34], in quanto altrimenti verrebbe meno l’effettività della sanzione. A tal proposito, la Cassazione, richiamando alcuni precedenti[35], ha chiarito che i destinatari della disciplina volta a reprimere le pratiche anticoncorrenziali non sono soltanto gli imprenditori “ma anche gli altri soggetti del mercato”[36]. I contratti a valle costituiscono lo strumento con cui l’intesa entra sul mercato e sono essenziali per l’effettiva realizzazione dell’effetto limitativo della concorrenza.
Secondo la giurisprudenza della Suprema Corte, ai fini del risarcimento del danno, l’accertamento effettuato dall’autorità garante della concorrenza costituisce “prova privilegiata”[37]. Più precisamente, dal provvedimento dell’autorità garante della concorrenza discenderà non soltanto la prova della condotta anticoncorrenziale[38] e dell’idoneità di questa a cagionare un pregiudizio ai consumatori, ma anche una presunzione che “tale danno sia stato concretamente arrecato ai consumatori”. Di conseguenza, l’impresa dovrà “offrir prova contraria a dimostrazione della interruzione del nesso causale tra l’illecito antitrust e il danno patito tanto dalla generalità dei consumatori quanto dal singolo”[39].
ovvero che i modelli utilizzati si discostano da quelli generalmente utilizzati nel mercato di riferimento[40].
È stato osservato che questa impostazione risentirebbe di una eccessiva semplificazione, che porrebbe le sue basi nel considerare il danno subito dalla generalità dei consumatori come una mera somma aritmetica dei danni subiti dai singoli consumatori. Si rischierebbe addirittura di riconoscere l’esistenza di un danno in re ipsa[41]. Peraltro, a livello logico, il provvedimento dell’AGCM che accerta la violazione non comporta necessariamente che un danno si sia effettivamente prodotto.
Nell’ordinanza in epigrafe, la Cassazione attribuisce la natura di prova privilegiata al provvedimento adottato dalla Banca d’Italia in qualità di autorità antitrust[42]. È necessario, però, contestualizzare questa affermazione e mettere in evidenza una specificità della controversia decisa: era fatto pacifico che il testo della fideiussione adottato riproduceva clausole che erano state oggetto del provvedimento dell’autorità antitrust. Fra i primi commentatori della pronuncia, taluni ritengono che, al di fuori di questo caso specifico, l’onere della prova della illiceità del contenuto del contratto graverebbe sull’attore[43], in modo del tutto coerente con la regola generale dell’art. 2697 c.c.
All’esito di una prima valutazione furono segnalate come contrarie alla disciplina antimonopolistica, se adottate in modo uniforme, alcune disposizioni degli schemi predisposti dall’ABI, segnatamente: la clausola di reviviscenza[44], la clausola di sopravvivenza[45] nonché la clausola di rinuncia al termine decadenziale previsto dall’art. 1957 c.c.[46] (di cui agli art. 2, 6 e 8 del testo predisposto dall’ABI e dalle associazioni dei consumatori). Tali clausole, giudicate come contrarie agli articoli 2 e 14 della legge 287 del 1990, furono prontamente eliminate dal modello ABI.
Il procedimento instaurato dalla Banca d’Italia si concluse con un provvedimento[47], che seguiva, a stretto giro, il parere reso dall’AGCM[48]. Quest’ultima sdoganò le restanti clausole previste dai moduli predisposti dall’ABI, mettendo addirittura in evidenza il loro potenziale effetto benefico per la concorrenza: l’esistenza di condizioni contrattuali, perlopiù omogenee, avrebbe permesso di confrontare in modo più semplice e immediato le condizioni economiche offerte. La Banca d’Italia, d’altra parte, precisò che questa uniformità avrebbe dovuto limitarsi alle clausole caratterizzanti il tipo contrattuale e non avrebbe dovuto avere l’effetto di restringere le opportunità accessibili ai clienti.
Astrattamente, non sarebbe da condannare ogni intesa volta a fissare in modo uniforme il contenuto di uno specifico tipo contrattuale. È pienamente condivisibile l’affermazione secondo cui l’utilizzo di moduli uniformi non costituisce di per sé una violazione delle regole sulla concorrenza, anzi potrebbe addirittura rappresentare un’opportunità: contratti con la medesima struttura permettono una più facile comparazione delle condizioni economiche applicate[49]. Anche la giurisprudenza della Corte di Giustizia sosteneva la tesi per cui non tutte le intese vadano censurate[50].
La materia di cui ci si sta occupando si caratterizza per una difficile convivenza fra private e public enforcement ed in particolare, tradizionalmente si era escluso che il privato potesse far valere alcun diritto per violazione antitrust in mancanza di una precedente pronuncia dell’autorità amministrativa preposta[52]. Siffatte difficoltà possono ormai dirsi superate a fronte del riconoscimento in capo al consumatore di un’azione volta ad ottenere la dichiarazione di nullità del contratto attuativo dell’intesa restrittiva e – in virtù del D.lgs. n. 3/2017, che recepisce la Direttiva 2014/104/UE – il risarcimento del danno subito a causa della violazione di norme sulla concorrenza.
Un punto che la Suprema Corte ha sottolineato in modo particolare è quello della irrilevanza, ai fini della declaratoria di invalidità del contratto, del provvedimento della Banca d’Italia[53]: anche i contratti a valle frutto dell’intesa vietata, stipulati precedentemente all’intervento della Banca d’Italia, sono egualmente nulli. Ciò perché l’elemento qualificante è l’antigiuridicità sostanziale della condotta rilevata[54]. Saranno, invece, salvi quei contratti fideiussori che siano stati stipulati precedentemente alla stessa intesa, anche se il loro contenuto dovesse coincidere esattamente con quello delle Condizioni generali per la fideiussione a garanzia delle operazioni bancarie.
Vige un principio di doppio binario[55] fra la giurisdizione civile e le pronunce dell’autorità antitrust: queste sono fra loro del tutto autonome, non alternative ma concorrenti, secondo le regole fissate dall’art. 33 della legge 287 del 1990[56]. Se il principio di piena autonomia della giurisdizione civile dal public enforcement è stato l’indirizzo maggioritario della giurisprudenza per molto tempo, ad oggi potrebbe essere definitivamente messo in crisi da quanto previsto dalla D.lgs. n. 3/2017, che espressamente prevede la vincolatività[57] del provvedimento dell’autorità antitrust che dichiara anticoncorrenziale un certo comportamento, ai fini della successiva azione di danno civilistica.
Il giudice civile non potrà negare l’esistenza dell’intesa né la sua qualificazione come anticoncorrenziale, ma potrà soltanto intervenire sulla ricostruzione del nesso causale. Ne risulterà un giudice civile non pienamente autonomo, bensì imbrigliato dalla valutazione fatta in sede amministrativa[58]. Di certo, questa disciplina si applicherà ai soli procedimenti follow on e non anche a quelli stand alone, rispetto ai quali manca una precedente valutazione dell’autorità amministrativa. Nulla quaestio, invece, sulla piena legittimità di una sentenza resa dal giudice civile che riconosca una intesa come anticoncorrenziale, anche prima o in mancanza di un provvedimento dell’autorità antitrust.
[36]Castronovo, Antitrust e abuso di responsabilità civile, in Danno e Responsabilità, 2004, 469 ss.; Libertini, Ancora sui rimedi civili conseguenti a violazioni di norme antitrust, in Danno e Responsabilità, 2004, 933 ss. La disciplina antitrust tutela non soltanto gli imprenditori, ma ogni operatore del mercato, in quanto ciascuno di questi potrebbe subire pregiudizio da un’intesa restrittiva della concorrenza. La sent. Cass. Civ., S.U., 4 febbraio 2005, n. 2207 affermava che “la legge antitrust non è la legge degli imprenditori soltanto, ma è la legge dei soggetti del mercato”.
[44]In forza della clausola di reviviscenza, originariamente prevista all’art. 2 delle Condizioni generali per la fideiussione a garanzia delle operazioni bancarie, il fideiussore è tenuto “a rimborsare alla banca le somme che dalla banca stessa fossero state incassate in pagamento di obbligazioni garantite e che dovessero essere restituite a seguito di annullamento, inefficacia o revoca dei pagamenti stessi, o per qualsiasi altro motivo”.