Source: https://sistemaproprietaintellettuale.it/normativa-europea/notizie/angolo-del-professionista/14870-diritto-d-autore-nessun-esonero-di-responsabilita-per-gli-hosting-provider-attivi.html
Timestamp: 2019-05-27 14:31:23+00:00
Document Index: 108745255

Matched Legal Cases: ['art. 12', '§ 13', 'art. 14', '§ 16', 'art. 3', 'art. 14', '§ 16', 'art. 3', 'art. 14', '§ 16', '§ 81', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 14', '§ 81', 'art. 8', 'art. 14', 'CGUE ']

Diritto d’autore: nessun esonero di responsabilità per gli hosting provider "attivi"? | SPRINT - Sistema Proprietà Intellettuale
Dal punto di vista terminologico esistono molti provider diversi: Internet service provider, network provider, platform provider, social media provider e application service provider. Dal punto di vista giuridico, tuttavia, esistono soltanto tre tipologie: gli access provider, che forniscono l’accesso a una rete di comunicazione o trasmettono informazioni in tale rete di comunicazione; gli hosting provider, che forniscono spazi di memorizzazione per contenuti di terzi; e i content provider, che forniscono contenuti propri.
Ciascuno di questi provider, così come qualsiasi altro provider, deve – a seconda della funzione concretamente svolta – essere inquadrato in una di queste tre categorie (concetto funzionale di provider)[1], in ragione delle conseguenze giuridiche associate a ciascuna di esse, soprattutto in materia di commercio elettronico: ai sensi dell’art. 12 della Direttiva sul commercio elettronico (§ 13 della Legge austriaca sul commercio elettronico, cd. E-Commerce-Gesetz, ECG), gli access provider sono generalmente esonerati da qualsiasi responsabilità per i contenuti trasmessi o forniti. Per gli hosting provider, tale esonero di responsabilità, avente quindi portata orizzontale e pertanto applicabile a tutti i settori del diritto[2], si applica generalmente laddove gli stessi non siano al corrente che i contenuti di terzi memorizzati sono illeciti o nel caso siano venuti a conoscenza che i contenuti di terzi memorizzati sono illeciti – agiscano immediatamente dopo esserne venuti a conoscenza al fine di rimuovere le informazioni illecite o di disabilitarne l’accesso (art. 14 della Direttiva sul commercio elettronico, § 16 della Legge austriaca sul commercio elettronico). Per i contenuti propri (content provider) non è invece previsto alcun esonero di responsabilità[3].Secondo recenti interpretazioni, tuttavia, l’esonero di responsabilità non si dovrebbe applicare quando l’hosting provider non si comporti in modo neutrale, ma «svolge un ruolo attivo che gli consentirebbe di venire a conoscenza dei dati di terzi memorizzati o di esercitare un controllo su tali dati»[4].
Quest’ultimo caso, tuttavia, non riflette il modello operativo di YouTube, perché – in accordo con quanto affermato dal Tribunale commerciale di Vienna – oggigiorno può considerarsi come “notorio” il fatto che i provider come YouTube non forniscano alcun contenuto proprio, ma solo lo spazio di memorizzazione per i contenuti. Oppure – come afferma la Corte d’appello di Amburgo: «Nella fattispecie si tratta – come ogni utente di YouTube ben sa – di contenuti di terzi». Si tratta di hosting provider, e non di content provider – a cui si giunge basandosi sul “modello operativo”, a prescindere da qualsiasi «nuovo concetto di responsabilità europeo»[29]. Su questo si basa l’Avv. Boesch (difensore della parte attrice nel giudizio) riferendosi alle sentenze della Corte di giustizia dell’Unione europea C160/15 (GS Media), C-527/15 (Filmspeler) e C-610/15 (Pirate Bay). In queste sentenze la Corte aveva qualificato diversi comportamenti come comunicazione al pubblico ai sensi dell’art. 3, c. 1, della Direttiva sul diritto d’autore (2001/29 CE), sebbene gli atti di per sé non fossero stati posti in essere dalla piattaforma. A prescindere dal fatto che si tratti di fattispecie diverse dal caso in discussione – ad esempio, a causa della cd. “illegittimità strutturale” (si veda di seguito) e del pagamento per l’upload in caso di piattaforme di sharehosting[30] – questo concetto di responsabilità del diritto d’autore non pregiudica, a mio avviso, l’esonero di responsabilità di cui all’art. 14 della Direttiva sul commercio elettronico (§ 16 Legge sul commercio elettronico), perché tali norme si applicano anche al diritto d’autore[31]. In altre parole: anche se si dovesse qualificare il comportamento di un provider come comunicazione al pubblico ai sensi dell’art. 3 della Direttiva sul diritto d’autore (cosa che viene respinta dalla pertinente ordinanza di rinvio della Corte Suprema Federale tedesca [si veda di seguito], in relazione a YouTube, nella misura in cui dopo aver preso conoscenza della disponibilità di contenuti che violano il diritto d’autore questi vengano immediatamente cancellati), non ne consegue eo ipso che il provider debba esser considerato content provider. Piuttosto, il suo comportamento (tranne nel caso di appropriazione del contenuto), nonostante la comunicazione al pubblico, dovrebbe essere qualificato come hosting provider, qualora la riproduzione – come ad esempio nel caso di YouTube – si riferisca a contenuti di terzi. La responsabilità (relativa al diritto d’autore) dell’hosting provider va pertanto presa in considerazione, in merito alla riproduzione, ai sensi dell’art. 14 della Direttiva sul commercio elettronico (§ 16 Legge sul commercio elettronico) quando l’hosting provider – ad esempio dopo aver ricevuto diffide o contestazioni dal titolare del diritto (si veda § 81, c. 1(a), della Legge austriaca sul diritto d’autore (Urheberrechtsgesetz, UrhG) – sia concretamente a conoscenza della violazione della legge, ovvero del fatto che determinati contenuti di terzi sono stati caricati senza il consenso del titolare del diritto e non agisce immediatamente per rimuovere tali contenuti o per disabilitarne l’accesso. Finora la Corte di giustizia dell’Unione europea non si è occupata nel dettaglio di questo rapporto concreto tra violazioni del diritto d’autore in connessione con l’art. 3, c. 1, della Direttiva sul diritto d’autore e l’esonero di responsabilità dell’hosting provider ai sensi dell’art. 14 della Direttiva sul commercio elettronico. Esattamente di questo si tratta, tuttavia, nelle domande che la Corte Suprema Federale tedesca con ordinanza di rinvio del 13 settembre 2018[32] ha rivolto alla Corte di giustizia dell’Unione europea, e alle quali si attende con impazienza la risposta. In ogni caso, la Corte suprema federale tedesca ha già statuito nella propria ordinanza di rinvio, anche se con riferimento solo parziale per i temi che interessano in questa sede, che
nel caso di applicabilità dell’art. 14 della Direttiva sul commercio elettronico, non nuoce all’hosting provider il fatto che egli fosse genericamente al corrente o consapevole che i suoi servizi venissero utilizzati per attività illegittime. «Piuttosto, la conoscenza dei fatti e la consapevolezza dell’illegittimità devono riferirsi ad attività o contenuti concreti». Il riferimento a violazioni di legge dovrebbe essere dunque tanto concreto da permettere all’hosting provider di «stabilire senza difficoltà e senza verifica giuridica o fattuale approfondita la violazione di legge» (cosa che di principio corrisponde alla diffida qualificata di cui al § 81, c. 1(a), della Legge austriaca sul diritto d’autore); e (malgrado l’art. 8, c. 3 della Direttiva sul diritto d’autore) ai sensi degli artt. 14 e 15 della Direttiva sul commercio elettronico un provvedimento di condanna (o di inibitoria) nei confronti di un hosting provider è previsto solo nel caso in cui lo stesso abbia conoscenza effettiva di specifica illegittimità.
N.B.: Il presente articolo è stato originariamente pubblicato con il titolo Urheberrecht: Kein Haftungsprivileg für „aktive“ Host-Provider? sulla rivista austriaca Ecolex, 2019, 18-21 e la traduzione italiana è stata curata da Chiara Garofoli su cortese autorizzazione dell’editore MANZ (www.manz.at).
Successivamente all’originaria pubblicazione dell’articolo su Ecolex (1/2019), la decisione del Tribunale commerciale di Vienna del 4 giugno 2018 qui oggetto di analisi è stata riformata dalla corte d’appello con decisione del 31 gennaio 2019 (Oberlandesgericht Wien, 31 Jänner 2019, 4 R 119/18a) che ha applicato a YouTube l’esonero di responsabilità di cui all’art. 14 della Direttiva sul Commercio elettronico, come suggerito dall’autore.
[4] CGCE, cause riunite da C-236/08 a C-238/08, Google France e Google (2010); C-324/09, l’Oreal/eBay (2011); cfr. analogamenteanche CEDU, Delfi c. Estonia, ric. 64569/09 (2016).
[6] In un procedimento simile contro YouTube la Corte Suprema Federale si è recentemente rivolta alla CGUE (13 settembre 2018, I ZR140/15). Cfr. a tal proposito e per l’ordinanza di rinvio della Corte Suprema Federale per la responsabilità di un servizio di share-hosting (20 settembre 2018, I ZR 53/17) più avanti nel testo.
[16] Cfr. C-324/09, l’Oreal/eBay, cit., dove eBay ha promosso in proprio inserzioni di prodotti che violano il diritto, attirando gli utenti versouna determinata offerta illegittima.
[19] F. Walter, op. cit., 183, sottolinea a tal proposito e ai sensi dell’interpretazione qui sostenuta, che non è tanto la distinzione traintermediari attivi e neutrali a fare la differenza, ma l’appropriazione dei contenuti (si veda a tal proposito quanto esposto supra nel testo). Tuttavia, è proprio del modello operativo di piattaforme come YouTube, fare propri contenuti che terzi caricano in violazione del diritto d’autore. Di contro vi è il fatto che l’appropriazione fa sì che il comportamento dell’hosting provider induce l’impressione che il contenuto di terzi sia il suo, cosa che è stata giustamente negata dalla giurisprudenza tedesca relativa a YouTube (v. nota 22, 23 e 24 sulla giurisprudenza austriaca in tal senso).