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Timestamp: 2019-01-18 09:43:53+00:00
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La falsità commessa su un assegno bancario munito della clausola di non trasferibilità - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezioni unite penali, Sentenza 10 settembre 2018, n. 40256.
Sentenza 10 settembre 2018, n. 40256
La falsità commessa su un assegno bancario munito della clausola di non trasferibilità configura la fattispecie di cui all’articolo 485 cod. pen, abrogato dal Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, articolo 1, comma 1, lettera a), e trasformato in illecito civile.
Rimane, invece, la persistente rilevanza penale degli assegni trasmissibili mediante girata, senza che cio’ determini alcuna ingiustificata disparita’ di trattamento, in ragione della rilevata peculiarita’ della odierna disciplina sulla clausola di trasmissibilita’ degli assegni, qualificata da particolari limiti quantitativi e dalla soddisfazione di specifiche ragioni dell’emittente, tali da rendere non irragionevole la scelta del legislatore di conservarne la rilevanza penale
avverso la sentenza del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Avezzano del 06/07/2016;
letta le richieste del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Dott. MAZZOTTA Gabriele, che ha concluso chiedendo il rigetto del ricorso.
1. Con sentenza in data 6 luglio 2016 il Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Avezzano applicava ex articolo 444 cod. proc. pen. a (OMISSIS) la pena concordata tra le parti di mesi tre di reclusione ed Euro trecento di multa per i reati di ricettazione (capo a) e falsificazione di assegno bancario non trasferibile (capo b).
2. L’imputato, tramite il proprio difensore, propone ricorso articolando un unico motivo con il quale lamenta che il giudice avrebbe dovuto rigettare la richiesta di applicazione della pena, perche’ il falso contestato al capo b) ai sensi degli articoli 485 e 491 cod. pen.) era stato, alla data della pronuncia, abrogato dal Decreto Legislativo n. 7 del 2016.
3. Con ordinanza del 7 marzo 2016, la Seconda Sezione penale ha rimesso il ricorso alle Sezioni unite, rilevando l’esistenza di un contrasto interpretativo sulla questione relativa alla depenalizzazione della falsita’ in assegno bancario contenente la clausola di non trasferibilita’, la cui risoluzione e’ determinante per la decisione.
1. La questione di diritto per la quale il ricorso e’ stato rimesso alle Sezioni unite, sul rilievo di un persistente contrasto giurisprudenziale, e’ la seguente:
“Se la falsita’ commessa sull’assegno bancario, munito della clausola di non trasferibilita’, rientri nella fattispecie di cui all’articolo 485 cod. pen., abrogato dal Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, articolo 1, comma 1, lettera a) e trasformato in illecito civile, ovvero configuri il reato di falsita’ in testamento olografo, cambiale o titoli di credito previsto dall’articolo 491 cod. pen., come riformulato dal medesimo Decreto Legislativo n. 7 del 2016”.
2. Secondo un primo orientamento, fatto proprio dalla Quinta Sezione penale, in tema di falso in scrittura privata, a seguito dell’abrogazione dell’articolo 485 cod. pen. e della nuova formulazione dell’articolo 491 cod. pen., la condotta di falsificazione di un assegno bancario munito di clausola di “non trasferibilita'” non e’ piu’ sottoposta a sanzione penale, applicandosi l’articolo 491 cod. pen. soltanto alle falsita’ commesse su titoli di credito “trasmissibili per girata”, tra i quali non possono includersi gli assegni bancari non trasferibili (Sez. 5, n. 32972 del 04/04/2017, Valentini, Rv. 270677; Sez. 5, n. 11999 del 17/01/2017, Toma, Rv. 269710; Sez. 5, n. 3422 del 22/11/2016 (dep.2017), Merolla).
Tale soluzione e’ stata adottata alla luce della risalente pronuncia delle Sez. U, n.4 del 20/02/2007, Guarracino, Rv. 11812, la quale ha affermato che la falsita’ commessa in assegno bancario munito della clausola di non trasferibilita’ non e’ punibile a norma dell’articolo 491 cod. pen., ma dell’articolo 485 cod. pen..
Secondo la citata sentenza la ragione della piu’ rigorosa tutela accordata dall’articolo 491 cod. pen. a titoli di credito al portatore o trasmissibili per girata, nella equiparazione quoad poenam di tali titoli agli “atti pubblici”, non risiede nella loro natura giuridica ne’ nella loro attitudine alla circolazione illimitata, comuni a tutti i titoli di credito, ma e’ determinata dal maggior pericolo di falsificazione insito nel regime di circolazione proprio del titolo al portatore o trasmissibile per girata rispetto al regime di circolazione dei titoli nominativi.
Ne deriva, secondo le Sezioni Unite Guarracino, che la circolabilita’ propria dei titoli di credito presi in considerazione dalla norma citata deve esistere in concreto, come requisito essenziale ai fini dell’inquadramento dell’illecito nell’articolo 491 cod. pen. e che non si possa prescindere dalle clausole che in concreto ostacolino la circolazione dei titoli anzidetti.
La clausola di non trasferibilita’ apponibile all’assegno bancario o all’assegno circolare (Regio Decreto 21 dicembre 1933, n. 1736, articoli 43 e 86) immobilizzando il titolo nelle mani del prenditore, ne esclude la trasmissibilita’ per girata, tale non potendo considerarsi la girata ad un banchiere per l’incasso, che ha natura di mandato a riscuotere ed e’ priva di effetti traslativi del diritto inerente al titolo.
2.1. A tale indirizzo si contrappone il diverso orientamento della Seconda Sezione, cui l’ordinanza mostra chiaramente di aderire, secondo cui la falsita’ commessa su un assegno bancario munito della clausola di non trasferibilita’ risulta ancora oggi penalmente rilevante, nonostante l’abrogazione dell’articolo 485 cod. pen., rientrando nel raggio applicativo del reato di falsita’ in testamento olografo, cambiale o titoli di credito (Sez. 2, n.13086 del 01/03/2018, Solla, Rv. 272540; Sez. 2, n. 36670 del 22/06/2017, Milani, Rv. 271111; Sez. 2, n. 12599 del 24/11/2017, Grassi, Rv. 272368).
In tal senso e’ stato dato rilievo al fatto che la nuova disposizione dell’articolo 491 cod. pen., per effetto del Decreto Legislativo n. 7 del 2016, non distingue le varie tipologie di girate rilevanti, sicche’ anche l’assegno bancario non trasferibile trasmissibile mediante girata per l’incasso – rientrerebbe nella fattispecie di cui all’articolo 491 cod. pen..
Tale conclusione e’ fondata sul rilievo che la “girata” in senso tecnico e’ anche quella effettuata al banchiere per l’incasso, posto che l’assegno contraffatto, anche se non trasferibile, e’ girabile per l’incasso (c.d. girata impropria) ed in tale momento e’ ancora possibile che esso eserciti una funzione dissimulatoria, almeno nei confronti dell’impiegato di banca e dell’istituto di credito.
Si rileva, inoltre, come non si rinvenga alcuna traccia nei lavori preparatori del Decreto Legislativo n. 7 del 2016 della volonta’ del legislatore di depenalizzare la maggior parte dei piu’ gravi falsi in assegni: infatti, gli assegni di importo pari o superiore a mille Euro devono essere dotati anche della clausola di non trasferibilita’, dopo l’entrata in vigore del Decreto Legge 6 dicembre 2011, convertito con modificazioni, dalla L. 22 dicembre 2011, n. 214 (il cui articolo 12 ha modificato il Decreto Legislativo 21 novembre 2007, n. 231, articolo 49, comma 5).
Nella motivazione della citata sentenza n. 13086 del 2018 si evidenzia altresi’ come seguendo la contraria interpretazione si avrebbe la paradossale conseguenza, censurabile anche sotto il profilo della illegittimita’ costituzionale, che il falso in titolo di credito sarebbe ancora reato solo qualora lo stesso sia privo di detta clausola (il che e’ possibile, per la citata disposizione normativa, per un titolo di credito di importo inferiore a mille Euro), vale a dire per condotte espressione di un minore disvalore e con piu’ limitati effetti pregiudizievoli.
Si sottolinea, infine, che nessun valido argomento puo’ trarsi della sentenza delle Sezioni unite Guarracino, in quanto la decisione si riferiva ad un assetto normativo nel quale tutte le falsificazioni su assegni erano penalmente rilevanti.
3. Le Sezioni Unite ritengono debba essere condiviso il primo orientamento interpretativo. Una pluralita’ di ragioni confermano tale soluzione.
In via preliminare e’ opportuno ricordare il quadro normativo di riferimento. La L. 28 aprile 2014, n. 67, articolo 2, comma 3, lettera a), ha conferito delega al Governo per procedere all’abrogazione dei reati previsti da specifiche disposizioni del codice penale e, specificamente, al numero I) all’abrogazione dei delitti in materia di falsita’ in atti, “limitatamente alle condotte private, ad esclusione delle fattispecie previste dall’articolo 491”; la successiva lettera c) della disposizione, “fermo il diritto al risarcimento del danno”, ha dato mandato al Governo di “istituire adeguate sanzioni pecuniarie civili in relazione ai reati di cui alla lettera a)”.
Il Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, articoli 1 e 2, individuano l’ambito operativo dell’intervento di abrogazione e apportano i necessari adattamenti per adeguare il codice penale alle modifiche introdotte.
Ed invero, si puo’ affermare che l’ingresso nell’ordinamento dei nuovi illeciti civili sia stato strutturato dal decreto in esame in due fasi.
Alla prima fase, di carattere demolitorio, concretizzantesi in una abolitio criminis totale (articolo 1) o parziale (articolo 2) di una serie di reati, e’ seguita l’introduzione di corrispondenti fattispecie di illecito civile (articolo 4). Con particolare riferimento all’articolo 1, vengono abrogati cinque reati, perseguibili a querela, di competenza del tribunale in composizione monocratica (i primi tre sotto elencati) o del giudice di pace (le ulteriori due fattispecie):
1) articolo 485 cod. pen. (Falsita’ in scrittura privata); 2) articolo 486 cod. pen. (Falsita’ in foglio firmato in bianco. Atto privato); 3) articolo 594 cod. pen. (Ingiuria); 4) articolo 627 cod. pen. (Sottrazione di cose comuni); 5) articolo 647 cod. pen. (Appropriazione di cose smarrite).
Per ragioni di coordinamento formale e di rispetto del principio di tassativita’ e determinatezza, il legislatore delegato ha riscritto numerose norme del codice penale che facevano riferimento o presupponevano i reati abrogati, con l’obiettivo di espungere definitivamente il richiamo alle disposizioni abrogate e di consentire l’operativita’ (esattamente come nel regime previgente) dei reati non toccati dall’intervento, come esplicitato nella relazione governativa di accompagnamento al decreto ove si fa riferimento agli adattamenti resisi necessari dall’abrogazione di cui all’articolo 1 del decreto.
In conseguenza della soppressione degli articoli 485 e 486, alcune modifiche espungono semplicemente il riferimento ai predetti reati negli articoli 488 (Altre falsita’ in foglio firmato in bianco), 489 (Uso di atto falso), 490 (Soppressione, distruzione o occultamento di atti veri), 491-bis (Documenti informatici), 493-bis (Casi di perseguibilita’ a querela).
Si e’ provveduto altresi’ a riscrivere l’articolo 491 cod. pen. (la cui originaria rubrica “Documenti equiparati agli atti pubblici agli effetti della pena” e’ stata modificata in “Falsita’ in testamento, olografo, cambiale o titolo di credito”), lasciando inalterato il rilievo penale delle condotte di falsificazione “del testamento olografo ovvero una cambiale o un altro titolo di credito trasmissibile per girata o al portatore”.
La disposizione attua quanto disposto dall’articolo 2, comma 3, lettera a), n.1) della legge delega che, nel prescrivere l’abrogazione dei delitti di cui al libro secondo, titolo VII, capo III, limitatamente alle condotte relative a scritture private, disponeva che dalla depenalizzazione fossero escluse le scritture di cui all’articolo 491 cod. pen., ossia i documenti privati equiparati agli atti pubblici agli effetti della pena.
Come posto in rilievo dalla stessa relazione di accompagnamento al decreto, e’ mutata la natura giuridica della fattispecie di cui all’articolo 491 cod. pen., comma 1, in quanto, se prima costituiva una circostanza aggravante applicabile all’articolo 485 cod. pen., in seguito all’abrogazione della ipotesi base e’ divenuta una nuova fattispecie autonoma.
Il nuovo articolo, al comma 1, richiede che il fatto sia commesso “al fine di recare a se’ o ad altri un vantaggio o di recare al altri un danno”, richiamando il dolo specifico quale elemento soggettivo della condotta, come gia’ previsto dall’articolo 485 cod. pen..
Contrariamente a quanto previsto prima della riforma, il primo comma della norma vigente punisce la sola falsificazione (intesa nelle sue tradizionali forme della alterazione o della contraffazione) a prescindere dall’uso del documento non genuino, che ormai rileva solo nel comma 2, in riferimento alla diversa condotta di colui che non ha partecipato alla falsita’ (v., in tal senso, Sez. 5, n. 12599 del 20/12/2016 (dep. 2017), Bevilacqua, Rv. 269708).
In base alla ratio delle modifiche introdotte ed al dato testuale, il reato continua a punire le falsita’ aventi ad oggetto i medesimi documenti indicati nel testo previgente, ovvero “un testamento olografo ovvero una cambiale o un altro titolo di credito trasmissibile per girata o al portatore”.
Va poi richiamato, dal punto di vista normativo, con riferimento alla falsificazione di titoli di credito che “non sono trasmissibili per girata” ovvero “non trasferibili”, il Regio Decreto 21 dicembre 1933, n. 1736, articolo 43, secondo il quale l’assegno bancario emesso con la clausola di non trasferibilita’ puo’ essere pagato solo al prenditore ovvero, su richiesta del medesimo, essere accreditato sul conto corrente; e’ prevista, inoltre, la possibilita’ che lo stesso assegno venga girato ad un banchiere per l’incasso, il quale non e’ abilitato a girarlo ulteriormente.
Va rimarcato innanzitutto che la clausola di non trasferibilita’ dell’assegno bancario, circolare, postale, nel corso del tempo ha cambiato la propria posizione a seguito di una serie di specifici interventi normativi sulla cd. disciplina antiriciclaggio, a cominciare dal Decreto Legge 3 maggio 1991, n. 143 convertito dalla L. 5 luglio 1991, n. 197, aventi ad oggetto assegni di importi via via minori.
Nell’attuale contesto normativo, dal 4 luglio 2017 (entrata in vigore del Decreto Legislativo 25 maggio 2017, n. 90, di attuazione della IV direttiva antiriciclaggio) e’ confermato il divieto di utilizzo di denaro contante (o di titoli al portatore) per gli importi pari o superiori ad Euro 3.000,00 (L. 28 dicembre 2015, n. 208, articolo 1, comma 898). Resta il limite di 999,99 per l’emissione di assegni senza causa di non trasferibilita’.
In sostanza, la clausola risulta imposta dalla legge in via automatica per gli assegni di importi pari o superiore a 1.000,00 Euro, posto il dovere delle banche di confezionare e rilasciare solamente assegni gia’ muniti della clausola in prestampato. Lo e’ in pratica anche per gli assegni destinati a recepire importi inferiori, dati i termini dell’alternativa lasciata aperta dalla legge: il rilascio di assegni “puliti” della clausola (in forma libera) segue ad un’apposita richiesta del cliente, nonche’ al previo versamento di una somma misurata su ciascuno dei moduli che vengono nel concreto consegnati al cliente (imposta di bollo).
Si puo’ pertanto concludere nel senso che la clausola di non trasferibilita’ risulta, ad oggi, essere un elemento inevitabile degli assegni che posseggano sostanziale riscontro economico, ma quasi inevitabile anche per gli altri in ragione della richiesta espressa necessaria al fine di ottenere assegni cd. liberi.
Non e’ piu’ possibile, pertanto, affermare che scopo della clausola e’ dare un’assoluta sicurezza del pagamento al prenditore evitandogli i pericoli dello smarrimento e della distruzione del titolo, giacche’ scopo di questa e’ piuttosto quella di impedire la libera circolazione dell’assegno nel quadro di riferimento delineato dalla normativa sulla prevenzione del riciclaggio.
4. Occorre chiedersi se tale diversa considerazione normativa della clausola di non trasferibilita’, divenuta parte integrante dell’assegno, con dichiarata finalita’ antiriciclaggio, e non piu’ apposta nell’interesse del traente o del girante, abbia apportato indirettamente un mutamento del significato da attribuire al termine “girata” di cui al citato Regio Decreto n. 1736 del 1933, articolo 43 ed alla locuzione “titoli di credito trasmissibili per girata” di cui all’articolo 491 cod. pen. nonche’ al concetto di “concreta circolazione” enunciato dalle Sezioni Unite Guarracino e dalla recente giurisprudenza della Sez. 5 di questa Corte che ne mutua le argomentazioni.
Anche nella diversa prospettiva antiriciclaggio, gli effetti della clausola di non trasferibilita’ sono sempre gli stessi: preclusione alla circolazione dell’assegno, con l’eccezionale previsione della girata per l’incasso a favore di un banchiere, spiegabile con la necessita’ di non imporre al portatore l’onere di una riscossione diretta.
Rimane attuale il principio espresso dalle Sezioni Unite Guarracino, secondo cui l’apposizione della clausola di non trasferibilita’ immobilizza il titolo nelle mani del prenditore, tale non potendo considerarsi la girata ad un banchiere per l’incasso, che ha natura di semplice mandato a riscuotere ed e’ priva di effetti traslativi del diritto inerente al titolo.
Non puo’ essere posto in dubbio che anche oggi la clausola di non trasferibilita’ modifica “in concreto” il regime della circolazione del titolo, cosi’ facendo venire meno il requisito della maggiore esposizione al pericolo della falsificazione che giustifica la piu’ rigorosa tutela penale.
Ed e’ proprio la non trasferibilita’ del titolo che impone di ricondurne l’uso nell’ambito della ipotesi di cui all’articolo 485 cod. pen., fattispecie ormai abrogata.
La ratio della tutela dell’articolo 491 cod. pen. e’ rimasta invariata rispetto alla sentenza Guarracino, essendo strettamente connessa al maggior pericolo di falsificazione insito nel regime di circolazione dei titoli trasmissibili in proprieta’ mediante girata, trattandosi di un meccanismo circolatorio particolarmente esposto per le sue caratteristiche a condotte insidiose ed idonee a pregiudicare l’affidamento di una pluralita’ di soggetti sulla correttezza degli elementi indicati nel titolo.
E’ stato sostenuto che tale orientamento porterebbe al risultato irragionevole, censurabile evidentemente anche sotto il profilo della legittimita’ costituzionale, di ricondurre nell’ambito della tutela penalistica la falsita’ in assegni solo qualora il titolo di credito sia privo di detta clausola (il che e’ possibile, per la citata disposizione normativa, per importi inferiori a 1.000 Euro), vale a dire per condotte espressione di un minore disvalore e con piu’ limitati effetti pregiudizievoli.
Al contrario, sarebbero da ricondurre nell’ambito dell’illiceita’ solo civile la falsita’ in assegni per importi a quella soglia superiore con un rovesciamento dello stesso principio di offensivita’.
Va innanzitutto richiamato il dato oggettivo, sopra evidenziato, che, alla luce della recente disciplina antiriciclaggio, la clausola di non trasferibilita’ risulta essere un elemento inevitabile degli assegni che posseggano sostanziale riscontro economico, ma quasi inevitabile anche per gli altri in ragione della richiesta espressa, necessaria al fine di ottenere assegni c.d. liberi.
In questa prospettiva, la regola dell’apposizione indifferenziata della clausola di non trasferibilita’ agli assegni, se perseguita stabilmente dagli istituti di credito, consentirebbe di trasformare tutti i falsi in assegni bancari in illeciti civili.
La ratio di maggior tutela dell’articolo 491 cod. pen., inoltre, non risiede nel maggiore o minore importo dell’assegno, ma, come gia’ evidenziato nella sentenza Guarracino, va rinvenuta in quegli aspetti del regime di circolazione propri dei titoli al portatore o trasmissibili per girata che, per certe caratteristiche comuni di libera trasferibilita’ a piu’ soggetti, determinano, rispetto al regime di circolazione dei titoli nominativi, un piu’ frequente pericolo di falsificazione.
Va, altresi’, disattesa l’affermazione secondo cui i principi espressi dalle Sezioni Unite Guarracino non dovrebbero continuare a valere anche nell’attuale assetto normativo, in quanto la decisione si riferiva ad una situazione in cui tutte le falsificazioni su assegni erano comunque penalmente rilevanti.
Va rimarcato, invero, come tale pronuncia abbia preso posizione su elementi costitutivi dell’ipotesi di cui all’articolo 491 cod. pen. e sul fondamento giustificativo della tutela offerta da siffatta previsione, i quali risultano a tutt’oggi immutati.
Ne’ puo’ ritenersi, come l’opposto orientamento, che il tenore letterale dell’articolo 491 cod. pen., come sostituito dal Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, articolo 2, comma 1, lettera d), non distinguerebbe tra le varie tipologie di girata rilevanti.
Sul punto va evidenziato che la girata cui fa riferimento l’articolo 491 cod. pen. alla luce di una imprescindibile lettura teleologica della norma – la tutela dei titoli che per il regime di circolazione sono esposti a piu’ frequenti rischi di falsificazione – va necessariamente riferita al negozio giuridico che determini una “concreta circolazione” del titolo.
La soluzione proposta e’, del resto, coerente con una lettura civilistica degli effetti della girata.
Ai sensi dell’articolo 2011 cod. civ. “la girata trasferisce tutti i diritti inerenti al titolo”.
La girata al banchiere per l’incasso, che implica un semplice mandato a riscuotere, non trasferisce, invece, al giratario ne’ la proprieta’ del titolo ne’ una legittimazione propria, ma solo una legittimazione nell’interesse altrui quale effetto del mandato.
Va aggiunto che la girata per l’incasso al banchiere e’ evidentemente una eccezione alla regola della esclusione della circolazione del titolo non trasferibile, ma tale eccezione, come sottolineato dalla dottrina, e’ finalizzata esclusivamente a rapportare la disciplina dell’assegno non trasferibile all’interesse concreto del portatore di svincolarsi dall’onere di una riscossione diretta, ed eventualmente ad incassare il titolo anche presso una banca diversa dalla trattaria, deroga ammissibile in considerazione della responsabilita’ professionale e della tendenziale funzione di pubblico interesse degli istituti di credito.
Ne’ e’ possibile individuare tra gli scopi di tutela dell’articolo 491 cod. pen. anche la mera circolazione intra-bancaria del titolo, unica forma di “transito” legale ipotizzabile per gli assegni non trasferibili.
Tale soluzione non si concilia con la finalita’ perseguita con la mantenuta punizione penale del reato di falsita’ in testamenti olografi, cambiali e altri titoli di credito.
A ben vedere, da un lato, il bene tutelato dalla norma e’ in primo luogo quello della fede pubblica, richiedendosi la messa in pericolo della fiducia di un numero indeterminato di persone sulla genuinita’ del documento; dall’altro, come correttamente rilevato gia’ dalle Sezioni Unite Guarracino, la ratio di tutela dell’articolo 491 cod. pen. e’ strettamente connessa al maggior pericolo di falsificazione insito nel regime di circolazione dei titoli trasmissibili in proprieta’ mediante girata, trattandosi di un meccanismo circolatorio particolarmente esposto (per le sue stesse caratteristiche) a condotte insidiose e idonee a pregiudicare l’affidamento di una pluralita’ di soggetti sulla correttezza degli elementi indicati nel titolo.
La libera trasferibilita’ in proprieta’ del titolo mediante semplice trasmissione del possesso dello stesso o apposizione di girata sull’assegno si configura, pertanto, come elemento essenziale del reato ex articolo 491 cod. pen. e, per converso, la clausola che limiti la circolazione del titolo esclude la rilevanza penale del fatto.
Insomma, e’ alla libera e corretta circolazione del diritto cartolare tra il pubblico che il legislatore sembra aver rivolto la sua attenzione, e non gia’ al (limitato) “transito” del titolo tra istituti di credito, ne’ tantomeno a forme irregolari di circolazione di assegni non trasferibili che, a norma del Regio Decreto n. 1736 del 1933, possono essere validamente incassati soltanto da soggetti determinati, circostanza, quest’ultima, che, secondo certa risalente dottrina, potrebbe addirittura escludere la stessa natura di titolo di credito del documento: il che, chiaramente, escluderebbe in radice la configurabilita’ dell’articolo 491 cod. pen..
Una diversa conclusione non e’ consentita dalla rigorosa applicazione del principio di legalita’.
6. In conclusione, puo’ affermarsi, in linea con una parte della dottrina, che con l’entrata in vigore del Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, la politica di decriminalizzazione ha intrapreso una nuova strada di arretramento del diritto penale che ha comportato la trasformazione di taluni reati (a tutela della fede pubblica, dell’onore e de patrimonio) in illeciti civili a cui applicare sanzioni pecuniarie punitive irrogate dal giudice civile che si aggiungono alla sanzione riparatoria del risarcimento del danno.
Nella relazione al disegno di legge AS n.110, presentato nel corso della XVII Legislatura, che ha rappresentato la base per l’adozione dell’articolo 2, comma 3, della legge delega n. 67 del 2014, le “sanzioni pecuniarie civili” vengono ricondotte al concetto di pena privata e si afferma in particolare che “mentre il risarcimento ha una funzione riparatoria, la pena privata ha una funzione sanzionatoria e preventiva e si giustifica allorquando l’illecito, oltre a determinare un danno patrimoniale, consente di ottenere un arricchimento ingiustificato. In tali casi se il legislatore si limitasse alla eliminazione della illiceita’ penale, gli autori – a prescindere dal risarcimento dovuto alla persona danneggiata – si gioverebbero del vantaggio patrimoniale provocato dal fatto illecito”.
In questo senso, la sanzione pecuniaria civile assume le veci della sanzione penale in precedenza comminata ed e’, al pari di questa, di carattere punitivo, volta cioe’ alla prevenzione generale di comportamenti lesivi di determinati interessi e alla repressione conseguente alla inosservanza del relativo precetto.
Tuttavia, non puo’ non sottolinearsi come la differenza fondamentale di tale nuova sanzione civile rispetto a quella pecuniaria penale attenga alla circostanza che, in caso di inadempimento, la prima non e’ mai convertibile in una sanzione incidente sulla liberta’ personale, pur restando, peraltro, inconfondibili i tratti di un rigoroso carattere “personale” (non e’, infatti, trasmissibile agli eredi).
“La falsita’ commessa su un assegno bancario munito della clausola di non trasferibilita’ configura la fattispecie di cui all’articolo 485 cod. pen, abrogato dal Decreto Legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, articolo 1, comma 1, lettera a), e trasformato in illecito civile”.
Rimane, invece, la persistente rilevanza penale degli assegni trasmissibili mediante girata, senza che cio’ determini alcuna ingiustificata disparita’ di trattamento, in ragione della rilevata peculiarita’ della odierna disciplina sulla clausola di trasmissibilita’ degli assegni, qualificata da particolari limiti quantitativi e dalla soddisfazione di specifiche ragioni dell’emittente, tali da rendere non irragionevole la scelta del legislatore di conservarne la rilevanza penale.
8. Nel caso di specie, dalla sentenza impugnata e dal ricorso risulta che l’assegno, tratto con firma apocrifa dal ricorrente per l’importo di Euro 10.000, reca la clausola di non trasferibilita’, che, in conformita’ al Decreto Legislativo n. 231 del 2007, articolo 49, commi 5 e 6 deve accedere a tutti gli assegni emessi per un importo superiore ad Euro 1.000,00.
Ne consegue che, trattandosi di falso in titolo non trasmissibile per girata, l’impugnata sentenza va annullata senza rinvio, limitatamente al fatto di cui al capo b), perche’ il fatto non e’ previsto dalla legge come reato.
9. Il venir meno di uno dei termini essenziali del contenuto dell’accordo pone l’ulteriore questione se sia necessario annullare la sentenza nella sua interezza per consentire una nuova riformulazione dell’accordo sulla pena o se questo giudice possa espungere, dall’accordo complessivo, la parte di pena afferente al delitto abrogato, essendo questa perfettamente individuabile e non comportando la sua elisione una necessaria revisione dell’intero accordo (la pena per il delitto abolito non e’, infatti, la pena base, ma costituisce solo una frazione dell’aumento per la continuazione).
Nella giurisprudenza di legittimita’ si registra sul tema un primo orientamento interpretativo (Sez. 2, n. 40259 del 14/07/2017, Ndiaye, Rv. 271035, Sez. 5, n. 33888 del 18/05/2017, Filisetti, Rv. 271631; Sez. 5, n. 41676 del 04/05/2016, Carletti, Rv. 268454; Sez. 5, n. 40282 del 14/04/2016, Montemurno, Rv. 268204; Sez. 1, n. 42407 del 19/10/2007, Melandro, Rv. 237969; Sez. 6, n. 356 del 15/12/1999 (dep. 2000), El Quaret, Rv. 215286) che ammette la cennata eliminazione, anche nel caso in cui la frazione di pena non sia stata precisata nell’accordo. Sul punto e’ stato affermato che, in tema di applicazione di pena su richiesta relativa a reati unificati dalla continuazione, a seguito di ricorso per cassazione, qualora per uno dei reati in continuazione sia sopraggiunta l’abolitio criminis e il giudice che ha pronunciato la sentenza non abbia determinato la relativa pena, allo scomputo di essa deve provvedere la stessa Corte di cassazione.
Da un lato, infatti, l’annullamento in parte qua della sentenza non comporta un effetto rescissorio dell’accordo intervenuto ex articolo 444 cod. proc. pen., posto che, in via di principio, le parti, nel concordare sul trattamento sanzionatorio da applicare in relazione a determinate fattispecie, sono in grado di prospettarsi l’eventualita’ che alcune di queste possano, in itinere, venire meno, per effetto di cause di estinzione del reato o, appunto, di abolitio, e, dunque, presuntivamente accettano, per tale eventualita’, che l’accordo sanzionatorio si concentri, previa detrazione della pena sine titulo, sulle imputazioni residue. Dall’altro, spetta al giudice che dichiara l’abolitio criminis procedere allo scomputo della pena riferibile al reato non piu’ previsto come reato. A tale ultimo riguardo si e’, infatti, osservato che non puo’ essere investito di detta statuizione il giudice a quo, il quale si e’ limitato a prendere atto della pena concordata tra le parti, sicche’ questa, anche se valutata congrua, non e’ stata dal medesimo determinata. Non ha nemmeno titolo per decidere in proposito il giudice della esecuzione, se non quando sia egli stesso a dichiarare l’abolitio criminis ex articolo 673 cod. proc. pen. Ha invece pieno titolo a farlo il giudice che dichiara l’abolitio criminis, compresa la Corte di cassazione, non ostandovi la normale estraneita’ alle funzioni di legittimita’ delle valutazioni discrezionali connesse a siffatta materia; e cio’ in quanto si tratta di potere del tutto marginale e, comunque, inquadrabile nella generale previsione dell’articolo 619 cod. proc. pen., comma 3, che abilita appunto la Suprema Corte a rettificare la specie o la quantita’ della pena quando cio’ derivi dall’applicazione “di legge piu’ favorevole all’imputato, anche se sopravvenuta dopo la proposizione del ricorso, qualora non siano necessari nuovi accertamenti di fatto”.
9.1. L’opposto orientamento sostiene, invece, che, in tema di patteggiamento, la sopravvenuta abolitio criminis su alcune delle fattispecie che abbiano formato oggetto della sentenza di applicazione della pena su richiesta, comporta che tale patto debba essere sciolto non potendo superare indenne, nella sua globalita’, il vaglio del giudice di legittimita’ (Sez. 3, n. 40522 del 30/04/2015, Carcano, Rv. 265499; Sez. 5, n. 9651 del 31/01/2011, Nembri, Rv. 249716; Sez. 1, n. 4592 del 26/09/1995, Abdraim, Rv. 202606): tanto in applicazione del principio di inscindibilita’ dell’accordo raggiunto fra le parti, che ne impone la rivisitazione per intero una volta che ne sia caduta una parte.
Anche tale orientamento condivide il principio di diritto secondo il quale, in tema di esecuzione, qualora, per effetto di abolitio criminis, sia parzialmente revocata la sentenza di patteggiamento per il reato base e per alcuni di quelli posti a fondamento del vincolo della continuazione che venga cosi’ ad essere risolto, rendendosi necessaria la nuova determinazione della sanzione per un residuo reato (gia’ satellite), la’ dove l’originario aumento computato a titolo di continuazione non corrisponda – per genere, per specie o per quantita’ di pena alla sanzione prevista astrattamente dalla legge, la relativa quantificazione puo’ essere operata direttamente dalla Corte di cassazione avendo riguardo alla massima riduzione consentita per le circostanze attenuanti ed alla diminuzione per l’eventuale rito alternativo richiesto dall’imputato (Sez. 1, n. 7857 del 09/01/2015, Ndiaye, Rv. 262465), con la conseguenza che il principio di intangibilita’ e inscindibilita’ del patteggiamento finisce per soffrire di una rilevante eccezione, perche’ non solo tocca l’accordo raggiunto dalle parti, ma addirittura lo supera.
9.2. Si osserva che se l’anzidetto principio soffre di una cosi’ marcata eccezione non si comprende allora la ragione per la quale, abolito un reato, posto, dall’accordo fra le parti, in continuazione e fissata dalle stesse l’esatta porzione di pena ritenuta equa per tale violazione di legge, questa Corte non possa provvedere a quella eliminazione che sarebbe di sua certa competenza qualora ci si trovasse gia’ nella fase di esecuzione della pena. Tanto piu’ che si tratta di una decisione favorevole all’imputato, comportando una riduzione della pena da lui stesso accettata come conseguenza delle sue condotte di rilievo penale: una volta che una di tali condotte non ha piu’ rilievo penale, non vi e’ motivo di ritenere che l’accordo raggiunto fra le parti sulle residue condotte sarebbe stato diverso.
10. In conclusione, la sentenza impugnata va annullata senza rinvio solo in riferimento al delitto di cui all’articolo 485 cod. pen. abrogato, e la relativa pena, applicata per la continuazione e calcolata, prima della riduzione del terzo per la scelta del rito, nella misura di un mese e cinque giorni di reclusione ed Euro 200,00 di multa, va eliminata, con la conseguente rideterminazione della pena finale nella misura di due mesi e sette giorni di reclusione ed Euro 167,00 di multa.
Annulla senza rinvio l’impugnata sentenza limitatamente al reato di cui al capo b) perche’, qualificato ai sensi dell’articolo 485 cod. pen., il fatto non e’ piu’ previsto dalla legge come reato e, per l’effetto, riduce la pena a due mesi e sette giorni di reclusione ed Euro 167,00 di multa.