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Timestamp: 2019-02-20 16:40:27+00:00
Document Index: 115455572

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Penale | Studio Legale Gennaro Orlando
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Interessante quanto deciso dalla Corte di Cassazione, Sez VI Penale sentenza n. 39341/2017: la resistenza a più di un pubblico ufficiale, anche se accompagnata da minacce, configura un singolo reato e non tanti reati quanti sono gli ufficiali aggrediti. Questo, per lo meno, se le minacce non sono accompagnate da violenza fisica. La questione, però, è più complessa di quanto possa sembrare a prima vista: vediamo cosa ha deciso nel dettaglio la Suprema Corte. Secondo l’art. 337 del Codice Penale, la violenza o minaccia in opposizione a pubblico ufficiale, mentre questi sta compiendo il suo servizio, deve essere punita con la reclusione da 6 mesi a 5 anni. Ma cosa succede nel caso, non infrequente, in cui sia coinvolto più di un pubblico ufficiale? L’orientamento tradizionale della giurisprudenza ha propeso per l’interpretazione che va maggiormente a svantaggio dell’accusato: i reati sono tanti quanti sono i pubblici ufficiali a cui si è fatto resistenza, anche se il tutto avviene nello stesso momento. Questo perché il colpevole offende il libero espletamento dell’attività di potere di ogni pubblico ufficiale coinvolto. Questo argomento è stato confermato anche dalla recente sentenza della Cassazione n. 35277/2017, che ha affermato in particolare che l’opposizione violenta e la minaccia alla persona sono nella pratica tipici di ogni caso di resistenza a pubblico ufficiale. Molte delle sentenze della Suprema Corte degli ultimi anni hanno invece optato per un’interpretazione meno stringente della legge, asserendo che il reato di resistenza a più pubblici ufficiali è uno solo in quanto a essere tutelato dalla norma è –in astratto– il regolare svolgimento della funzione pubblica e non i diritti dei singoli ufficiali. Al limite, si legge nelle sentenze, potrebbe esserci più di un reato se l’accusato si rendesse colpevole di percosse contro gli ufficiali che sta già ostacolando nelle loro funzioni. Nel caso di specie, quello riportato dalla sentenza della Suprema Corte, il cittadino che ha minacciato i pubblici ufficiali è stato dichiarato colpevole di un solo reato. L’uomo, gestore di un bar, aveva “proferito delle espressioni minacciose” nei confronti di due agenti della Polizia, intimando loro di abbandonare il locale: ebbene, secondo la Corte la minaccia per sua natura si può risolvere “in un’unica azione con plurimi destinatari”. Il comportamento è stato quindi adottato con un’unica condotta e costituisce un singolo reato. Diverso sarebbe, specificano gli Ermellini, il caso della violenza fisica, che normalmente presuppone una condotta più articolata in relazione ai suoi destinatari.
A prescindere dalla volontà della vittima, per le fattispecie in cui la querela è revocabile, il reato ex art. 612-bis del codice penale potrà essere cancellato con la mera riparazione del danno. Pagando un risarcimento e col placet del giudice (quello della vittima non serve) se l’offerta è congrua gli stalker potranno veder decadere il reato. Questo è previsto, nei casi senza ‘aggravanti’, dopo la riforma del processo penale appena entrata in vigore che introduce, tra l’altro, la possibilità di estinguere i reati, nelle fattispecie soggette a remissione della querela, in seguito alla riparazione del danno. Si amplia con la riforma del processo penale la portata delle condotte riparatorie: in cambio della restituzione, del risarcimento del danno o dell’eliminazione delle conseguenze dannose o pericolose di un reato, il giudice ha ora il potere di dichiarare quest’ultimo estinto. E inoltre la norma non subordina l’efficacia della condotta riparatoria all’accettazione dell’offerta da parte della vittima: basta anche la sola offerta reale di una somma che, aldilà di ciò che pensa la persona offesa dal reato, è dal giudice reputata congrua. In ogni caso la riparazione integrale (anche mediante risarcimento del danno in seguito a offerta reale) deve avvenire entro il termine massimo della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado. Il giudice potrà fissare un ulteriore termine per il pagamento di quanto dovuto a titolo di risarcimento, anche in forma rateale, comunque non superiore a sei mesi: se l’imputato dimostri di non aver potuto adempiere nel termine ordinario per fatto a lui non addebitabile. In questo caso, il processo è sospeso, come è sospesa la prescrizione e l’udienza successiva è fissata alla scadenza del nuovo termine stabilito e, comunque, non oltre novanta giorni dalla stessa. Contro questa conseguenza, una volta sollevato il problema, è stato lo stesso ministro della giustizia Orlando a promettere modifiche della norma, probabilmente facendo leva sulla procedibilità a querela. Risposte che certamente non hanno allentato la presa dei sindacati e delle associazioni che cercano di arginare violenze nei confronti delle donne. La richiesta è da più parti che venga eliminata proprio la norma dalla riforma del processo penale che fa sì che i cosiddetti reati a querela remissibile (tra cui appunto le forme “meno gravi” di stalking) possano essere estinti tramite un risarcimento e senza il consenso delle vittime. I rappresentanti della Triplice, una volta sollevato l’allarme, avevano chiesto un incontro al ministro della giustizia che in più occasioni ha dichiarato il proprio impegno per evitare le possibili conseguenze della riforma. Ma, intanto la stessa è entrata in vigore e ad oggi purtroppo, dichiarano le dirigenti sindacali della Cgil, Cisl e Uil, Taddei, Ocmin e Menelao, in una nota “non ci sono riscontri positivi di nessun tipo”. Ciò significa, scrivono le sindacaliste, che “dal prossimo settembre, alla ripresa dei processi, per molti stalker si aprirà la possibilità di estinguere il reato pagando una congrua cifrra”, cioè un risarcimento, “anche in comode rate e senza interpellare la persona offesa”. E’ chiara dunque l’urgenza di “un intervento chiarificatore sull’articolo 162-ter affinchè nessuna denuncia per il reato di stalking possa in alcun modo rientrare in una sanzione riparatoria” concludono le tre sindacaliste. In ogni caso, per qualsiasi intervento su questo fronte, si dovrà attendere ormai settembre.
Dalla prescrizione alla giustizia riparativa. Dalle nuove e più gravi sanzioni per alcuni reati di “microcriminalità” alla revisione delle impugnazioni, passando per l’irrigidimento sul rispetto dei termini per le indagini preliminari. Da oggi è in vigore un nutrito pacchetto di modifiche che investe tutto il settore penale, sia sostanziale sia procedurale. Non solo, però. Un’altra tranche di interventi è affidata al consueto sistema delle deleghe, peraltro già in (parziale) fase di esecuzione. La riforma accoglie in parte le conclusioni di commissioni ministeriali, come quella guidata dall’attuale presidente della Corte di cassazione Giovanni Canzio, e prova comunque ad affrontare temi che agitano da tempo il dibattito sulla giustizia penale. È il caso della stretta sui reati, almeno i principali, contro la pubblica amministrazione. Con uno spicchio della manovra sulla prescrizione ora il Pm avrà a disposizione più tempo per perseguire le principali forme di corruzione, l’induzione indebita e la truffa ai danni dello Stato. Come pure, per questa categoria di reati, viene espressamente istituita una corsia preferenziale nella formazione dei ruoli, accelerandone quindi la definizione. E, sempre sul piano del diritto penale sostanziale, da oggi sono previsti aumenti di pena per il voto di scambio, per il furto in abitazione e con strappo, per la rapina e l’estorsione. Si applica poi anche ai processi in corso oggi la nuova causa di estinzione del reato per effetto delle condotte riparatorie: in buona sostanza, nei soli casi di procedibilità a querela con remissione, il giudice dichiara estinto il reato, dopo avere sentito parti e persona offesa, quando l’imputaato ha riparato il danno provocato. A riprova della finalità di riduzione dei carichi di lavoro degli uffici giudiziari, il termine ordinario per la presentazione della richiesta è quello della dichiarazione di apertura del dibattimento. Tuttavia, la domanda può essere avanzata nella prima udienza utile a partire da oggi, con la determinazione di una finestra di tempo non superiore a 60 giorni per la realizzazione delle misure riparatorie. Molto ampio il perimetro di applicazione della causa di estinzione; dopo le polemiche delle settimane scorse però il ministro Andrea Orlando ha assicurato che vi verrà comunque escluso lo stalking. Sul versante delle procedure il mosaico è ancora più composito. Una delle misure più contestate soprattutto dagli avvocati, quella che aumenta le possibilità di utilizzo della partecipazione a distanza sarà operativa solo tra un anno, Viene messa in campo, infatti, una pluralità di misure. È il caso dell’intervento della procura generale in caso di mancato rispetto del termine per la conclusione delle indagini preliminari: scatterà cioè l’avocazione in tutti i casi in cui il pm non eserciterà l’azione penale o chiederà l’archiviazione entro 3 mesi dalla scadenza del tempo a disposizione per lo svolgimento delle indagini preliminari. Ritorna poi l’istituto del concordato in appello, con la possibilità d’intesa tra Pm e imputato sull’accoglimento di alcuni dei motivi d’impugnazione con rinuncia agli altri e l’indicaizone, in caso di rideterminazione della pena, della nuova sanzione da infliggere. Spazio poi alla limitazione dell’impugnazione delle pronunce in regime di patteggiamento e alla riforma del giudizio abbreviato. Quanto alle deleghe, il ministero della Giustizia ha messo per ora in campo 3 commissione per dare attuazione alla revisione dell’ordinamento penitenziario e delle misure di sicurezza, mentre resta ancora in lista d’attesa la formalizzazione dei nomi che dovranno procedere a dare attuazione alla delega sui limiti alla diffusone delle intercettazioni.
Sul concetto di malattia, rilevante nell’ambito del diritto penale, si sono delineati nel corso del tempo, in Dottrina ed in Giurisprudenza, due contrastanti posizioni. Tuttavia, prima di addentrarci nel merito della questione, occorre innanzitutto precisare in questa sede, da un punto di vista squisitamente pratico, che la malattia penalmente rilevante, integrante il delitto di lesioni personali, ex art. 582 c.p., deve essere accertata da un apposito referto medico, in mancanza del quale si configurerà la fattispecie di percosse, p. e p. dall’art 581 c.p. Fatta questa breve precisazione, è opportuno ora riportare i due orientamenti che si sono formati in merito appunto al concetto di malattia. Infatti, un primo indirizzo, di tipo esclusivamente Giurisprudenziale, definiva la malattia “qualsiasi alterazione anatomica o funzionale dell’organismo, ancorché localizzata e non impegnativa delle condizioni organiche generali”; per converso, altro filone, prettamente Dottrinario, riportandosi a quanto statuito sul punto dalla scienza medica, definiva espressamente la malattia penalmente rilevante “quel processo patologico, acuto o cronico, localizzato o diffuso, che determina una apprezzabile menomazione funzionale”. Pertanto, alla stregua di ciò, l’elemento di discrimen tra i due concetti di malattia sopra riportati, è quello della effettiva menomazione funzionale del corpo del soggetto passivo. Ne consegue che, ad esempio, un mero ematoma ad un arto, cagionato al soggetto passivo dall’agente, tale da non impedire nella maniera più assoluta la concreta funzionalità del medesimo, per la Giurisprudenza rappresenta una malattia, sanzionata nell’ambito del diritto penale, per la Dottrina, per contro, no ! Sul punto la Corte di Cassazione è intervenuta, delineando il concetto di malattia ed operando, nell’ambito della medesima, la distinzione tra “malattia del corpo” e “malattia della mente”. In particolare, la c.d. “malattia del corpo”, giuridicamente rilevante, si configura allorquando le alterazioni anatomiche del soggetto passivo sono accompagnate da una riduzione apprezzabile della funzionalità dell’arto (ad esempio: una lesione cagionata da Tizio alla mano di Caio tale da impedire a quest’ultimo di scrivere); la c.d. “malattia della mente”, invece, consiste in una alterazione del sistema nervoso, seppur per un brevissimo lasso temporale, quale può risultare, ad esempio, lo shock. Dunque, il sopra menzionato orientamento della Suprema Corte si è oramai pacificamente affermato da anni nelle aule di Giustizia Italiane (rectius: in quasi tutte le aule di Giustizia) e da ultimo nella sentenza oggetto di commento la quale ha annullato la pronuncia della Corte di Appello di Catanzaro, ritenendo che il Collegio di secondo grado si fosse discostato dal concetto di malattia così come attualmente inteso. Gli Ermellini, infatti, nella sentenza in commento, affermano che sussiste la malattia penalmente rilevante allorquando dall’azione posta in essere dall’agente nei confronti della persona offesa discenda una limitazione funzionale, un significativo processo patologico ovvero una compromissione della funzione dell’organismo. Ebbene, prima di avviarci alla conclusione ed una volta chiarito al lettore cosa si intende per malattia, nell’ambito di un processo penale, occorre rappresentare brevemente a chi legge cosa si intende per “durata della malattia”. Infatti, da un lato vi è chi ritiene che la malattia dura fino a che non si completi la restitutio in integrum anatomica (del corpo ovvero della mente), dall’altro, per converso, vi è chi sostiene che la malattia cessi nel momento in cui alla persona offesa vengono meno i disturbi funzionali. L’indirizzo oramai pacificamente affermato è quello secondo cui la malattia termina quando avviene la c.d. “guarigione clinica”, ossia quella accertata alla luce di rigorosi parametri medico-legali.
Tema molto discusso quello della sentenza in commento: il reato di spaccio di sostanze stupefacenti. Ma quando, in effetti, può ritenersi la gravità indiziaria per il possesso di un certo quantitativo di droga? Quando si può parlare di uso non esclusivamente personale della sostanza? È questa la questione cui risponde la Corte, precisando, ancora una volta, non solo le condizioni di configurabilità di tale reato, ma anche su chi ricade l’onere di provarne la sussistenza. Ed infatti, nel caso di specie, l’indagato veniva sottoposto alla misura degli arresti domiciliari per aver detenuto un certo quantitativo di hashish e un grammo di cocaina. Tuttavia, avverso l’ordinanza applicativa della misura proponeva ricorso per cassazione, lamentando principalmente che il solo dato relativo alla quantità, in assenza di altri elementi indicativi, non può costituire una presunzione assoluta di uso non personale. Sul punto deve ricordarsi che la norma di cui all’art. 73, comma 1-bis, D.p.r. 309/1990 (T.U. Sostanze stupefacenti) punisce la detenzione di sostanze stupefacenti quando “appare destinata ad un uso non esclusivamente personale”. Tuttavia, spesso, la lettura di tale norma viene stravolta nel senso di voler pretendere una dimostrazione della destinazione ad un uso esclusivamente personale della sostanza stupefacente da parte dell’indagato. Invece, è l’uso non esclusivamente personale della sostanza, al contrario, che costituisce elemento costitutivo del delitto di che trattasi e che va provato dalla pubblica accusa. Secondo la Corte, infatti, solo ove venga data tale prova si potrà pervenire ad un giudizio di gravità indiziaria tale da richiedere l’applicazione di una misura cautelare personale. Pertanto, in presenza di un quantitativo anche non minimo di droga, non è la difesa a dover dimostrare l’uso esclusivamente personale della sostanza stupefacente, rilevando l’assenza di strumenti o comunque di ulteriori elementi indicativi dell’uso stesso, spettando al Pubblico ministero fornire tali elementi al giudice il quale poi dovrà motivare circa la loro congruità a provare l’uso non esclusivamente personale della sostanza detenuta.
Corte di Cassazione, Sezione Sesta Penale, sentenza n. 35965/2017
Informazioni provvisorie su Sequestri e Termini
Le Sezioni Unite, con l’Informazione provvisoria n. 18, hanno affermato che è da ritenersi ammissibile il ricorso per cassazione avverso l’ordinanza del Tribunale del Riesame di conferma del sequestro probatorio di un pc – o più in generale di un supporto informatico – «nel caso in cui ne risulti la restituzione previa estrazione di copia dei dati ivi contenuti». La Cassazione precisa, inoltre, che tale ricorso è ammissibile «sempre che sia dedotto l’interesse, concreto e attuale, alla esclusiva disponibilità dei dati». Restituzione incidente di esecuzione? L’Informazione provvisoria n. 19, sempre in materia di sequestro, si occupa però del sequestro preventivo e della conseguente confisca. In sostanza, la questione controversa era: «Se il terzo rimasto estraneo al giudizio di cognizione, proprietario del bene oggetto di sequestro preventivo del quale sia stata disposta con sentenza la confisca, possa chiederne la restituzione e, in caso di diniego, proporre incidente di esecuzione prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile». La Cassazione ha risolto precisando che il terzo, prima che la sentenza sia divenuta irrevocabile, può chiedere al giudice della cognizione la restituzione del bene sequestrato e, in caso di diniego, proporre appello dinanzi al Tribunale del riesame. «Qualora sia stata erroneamente proposta opposizione mediante incidente di esecuzione, questa va qualificata come appello e trasmessa al Tribunale del Riesame». Termini e misura coercitiva. Con l’Informazione provvisoria n. 20, la Cassazione ha precisato che il Tribunale del Riesame, nel giudizio di rinvio a seguito di annullamento dell’ordinanza che ha disposto o confermato la misura coercitiva, non può disporre, anche in caso di particolare complessità della motivazione, il deposito dell’ordinanza in un termine superiore ai 30 giorni (exart. 311, comma 5-bis, c.p.p.) anche se entro il termine di 45 giorni previsto dall’art. 309, comma 10, c.p.p.. La conseguenza è la perdita di efficacia dell’ordinanza che ha disposto la misura coercitiva. Termini per la redazione della sentenza. L’ultima Informativa provvisoria pubblicata il 20 luglio è la n. 20. Nello specifico, Le Sezioni Unite Penali si sono occupate dei termini per la redazione della sentenza e se questi siano o meno soggetti alla sospensione nel periodo feriale, a seguito della riduzione del periodo annuale di ferie dei magistrati da 45 a 30 giorni stabilita dal d.l. n. 132/2014, convertito dalla legge n. 162/2014. La risposta delle SSUU è negativa.
Una delle novità più importanti introdotte dalla recentissima riforma penale (Legge 103/2017) riguarda la nuova disciplina della prescrizione del reato. La riforma modifica completamente la tanto criticata Legge ex Cirielli del 2005 e stabilisce che d’ora in avanti la prescrizione venga sospesa per un periodo massimo di 18 mesi sia dopo la condanna in primo grado sia dopo la condanna in appello. Cambia inoltre il periodo di prescrizione per chi commette reati gravi contro i minori. Vediamo allora di fare chiarezza e stabilire cosa cambierà nella pratica per tutti i processi penali. La riforma della prescrizione del reato va a modificare e integrare gli articoli dal 158 al 161 del Codice penale. In particolare, la novità più importante è l’introduzione dei commi 2 e 3 all’articolo 159, che regolano la nuova sospensione della prescrizione dopo le sentenze di condanna. La Legge ex Cirielli stabiliva che il termine di prescrizione fosse pari al massimo della pena edittale prevista per il tipo di reato, con aumento di solo un quarto del termine in presenza di causa interruttive. Questo ha fatto sì che negli ultimi anni migliaia di processi siano stati interrotti per scadenza dei termini. I nuovi commi 2 e 3 dell’art. 159 c.p. stabiliscono invece che il corso della prescrizione sia sospeso: nel giudizio di primo grado, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di appello; nel giudizio di appello, dal termine per il deposito delle motivazioni della sentenza di condanna sino alla pronuncia del dispositivo della sentenza di Cassazione. In entrambi i casi, comunque, il periodo di sospensione della prescrizione non può essere superiore a un anno e sei mesi. Poniamo quindi che un imputato sia condannato in primo grado. La novità rispetto alla precedente Legge ex Cirielli sta nel fatto che a partire dalla scadenza del termine per il deposito delle motivazioni (e quindi non oltre 90 giorni dopo il dispositivo) scatta un periodo di sospensione della prescrizione che dura fino alla lettura del dispositivo della sentenza che definisce il grado successivo di giudizio (e quindi la sentenza di appello). In caso di ritardi, il periodo di prescrizione comincia a scorrere nuovamente dopo 18 mesi dal termine per il deposito, anche se non viene pronunciato il dispositivo della sentenza. In caso di proscioglimento dell’imputato, invece, non cambia nulla: la prescrizione continua a decorrere nell’eventuale giudizio di appello. Il procedimento è del tutto simile in caso di condanna in appello. Il decorso della prescrizione viene sospeso dalla scadenza del termine fissato per il deposito delle motivazioni d’appello fino alla lettura del dispositivo della sentenza di Cassazione, o in alternativa fino allo scadere dei 18 mesi. Attenzione, però: nel caso invece in cui l’imputato sia prosciolto, o nel caso vi sia dichiarazione di nullità con rinvio al giudice di primo grado, non solo non si ha una seconda sospensione della prescrizione, ma si annulla anche la sospensione precedentemente maturata. Il giudizio definitivo di Cassazione, in ultimo, non viene interessato dalla sospensione dei termini di prescrizione. Analogamente a quanto accade per il giudizio di appello, tuttavia, in caso di sentenza favorevole all’imputato viene annullato anche la sospensione precedentemente maturata. La riforma penale introduce un’altra importante novità in tema di prescrizione. Attraverso l’aggiunta di un comma all’art. 158 c.p., la riforma stabilisce che nel caso di reati gravi nei confronti di minorenni e vittime vulnerabili, come i maltrattamenti in famiglia, la riduzione in schiavitù e la prostituzione e pornografia minorile, il termine della prescrizione decorra non da quando il fatto è stato presumibilmente commesso ma solo dal compimento del diciottesimo anno di età della persona offesa. In questo caso, dunque, la possibilità di prescrizione viene fortemente ridotta e limitata.
Concetto di privata dimora
Con la sentenza numero 31345/2017, la Corte di Cassazione ha definito con più precisione il concetto di privata dimora. Nel caso di specie preso in esame dai giudici, un uomo si era introdotto nel ristorante in orario di chiusura, portando via diversi oggetti. Lo stesso è stato quindi condannato ai sensi dell’articolo 624-bis del codice penale, ma l’uomo ha deciso – ritenendo ingiusta la condanna- di fare ricorso per Cassazione, poiché la difesa lamentava che non si trattava di luogo di propria dimora, oltretutto in orario di esercizio chiuso al pubblico. I giudici incaricati di valutare il caso si sono trovati dinanzi a una fattispecie complicata, poiché su tale problematica sono molti gli orientamenti divergenti. Per dirimere i contrasti emersi è stato quindi necessario ricorrere alle Sezioni Unite. In particolare, la V Sezione ha richiesto delucidazioni sul concetto di privata dimora relativamente ai seguenti luoghi: esercizi commerciali, studi professionali, stabilimenti industriali e, in genere, luoghi di lavoro nella specie in cui l’azione si compia non in orario di lavoro e in assenza di addetti al lavoro nell’orario di chiusura. Le Sezioni Unite hanno deciso di rifarsi a quello che è l’orientamento prevalente, secondo cui il concetto di privata dimora implica un’idea più estensiva di abitazione, ovvero un luogo in cui il soggetto possa esercitare il cosiddetto ius excludendi. Ciò significa che si tratta di un luogo in cui il soggetto può inibire l’accesso al pubblico, anche in determinati orari e che vengano compiuti al suo interno atti della vita privata, facendoci rientrare anche attività di carattere commerciale ed imprenditoriale. Questo orientamento, però, contrasta con l’interpretazione della norma ex articolo 624 bis del codice penale. Le Sezioni Unite hanno inoltre specificato che la privata dimora deve avere delle specifiche caratteristiche, poiché si tratta di una proiezione parziale della persona, vale a dire di un ambito primario e imprescindibile alla libera estrinsecazione della personalità individuale. Tale concetto trova inoltre riscontro anche in ambito costituzionale ai sensi dell’articolo 14 della Carta Costituzionale, così come si ritrova nella pronuncia 26795/2006. In particolare, è importante sottolineare che il concetto di privata dimora si riconduce a tre aspetti: luogo di manifestazione della vita privata, riparato da intrusioni esterne; rapporto di stabilità tra persona e luogo; necessario consenso del proprietario per l’accessibilità sul luogo. Alla luce di questi tre elementi, i giudici hanno gettato le basi per definire il concetto di luogo di privata dimora nel caso in cui tale luogo sia un esercizio commerciale. Per gli Ermellini, infatti, il compiere atti della vita privata non è elemento sufficiente per qualificarli luoghi di privata dimora, poiché trattasi di luoghi accessibili a tutti senza il previo consenso del titolare. Sulla scorta di questi elementi, i giudici hanno perciò stabilito che la fattispecie in esame non rientra nella norma 624 bis del codice penale, bensì nella fattispecie di furto semplice, 624 c.p., aggravato ex articolo 625 1° comma, numero 2 del Codice penale.
È stata pubblicata sulla Gazzetta ufficiale di ieri come legge n. 103/2017, la legge di riforma del processo penale. Dopo un lungo e travagliato iter in Parlamento e varie modifiche al testo, il testo ha ricevuto l’ok definitivo circa 2 settimane fa ed entrerà in vigore dal prossimo 3 agosto. Vediamo in breve tutte le novità introdotte dalla legge di riforma penale. Aumento delle pene minime: per scippo e furto in abitazione la pena passa da 1 a 3 anni, per la rapina sale da 3 a 4 anni come reclusione minima. Il voto di scambio politico-mafioso, può prevedere una pena che va tra i 6 e 12 anni. Reati contro i minori, prescrizione dal compimento del diciottesimo anno: per tutelare lo status dei soggetti minori vittime di reati gravi, che non sempre denunciano con tempestività il fatto, la nuova legge prevede che la prescrizione decorrerà dal compimento del diciottesimo anno. Intercettazioni, tocca al pm stralciare le comunicazioni: con l’obiettivo di cercare un equilibrio tra obbligo dell’azione investigativa e tutela della riservatezza dei dati, la legge incarica il pubblico ministero del compito di stralciare le intercettazioni ritenute inutili ai fini processuali o con comunicazioni non relative all’oggetto del fascicolo. Previsto un decreto legislativo in merito alle modalità di utilizzo specifiche di questo delicato strumento. Tempi di Prescrizione più lunghi per i reati di corruzione: la nuova legge n. 103/2017 stabilisce che dopo la sentenza di condanna in primo grado la clessidra della non punibilità di arresti per 18 mesi e lo stesso a seguito della sentenza di appello. Raddoppiati i tempi di prescrizione per il reato di corruzione. Ricorsi: sanzioni pecuniarie in aumento per i ricorsi valutati inammissibili per alleggerire il carico negli uffici della Corte di Cassazione. Poteri di Gup e Gip: la nuova legge di riforma del processo penale prevede che nell’udienza preliminare il potere del giudice non possa più esercitare la supplenza dei poteri-doveri di indagine del pm. Resta salva la facoltà del giudice di disporre l’acquisizione di prove decisive ai fini del proscioglimento dell’imputato. Avocazione del pm: il pubblico ministero rischia di essere sollevato dalla procura generale, se entro 3 mesi dalla chiusura delle indagini non ha proseguito con archiviazione o rinvio a giudizio.
Paziente condannato per molestie
Viene condannato per molestie, il paziente ipocondriaco che non accetta di essere guarito, occorrendo, tuttavia, verificare l’effettiva petulanza e la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato. E’quanto ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 31467/2017. Il paziente è un uomo che dopo essere stato visitato da un dermatologo ed essere stato dichiarato guarito, non aveva accettato la diagnosi del sanitario e aveva dato in escandescenza, pretendendo di essere sottoposto ad ulteriori accertamenti, secondo modalità e tempistiche ben stabilite. E’ ovvio che la salute dei pazienti vada sempre garantita, a prescindere dalla gravità della patologia, ma è pur vero che la gravità della stessa incida sulle priorità assistenziali. Tale circostanza, però, non era stata accettata dal protagonista della storia, causando appunto la denuncia per molestie a suo carico. La Corte, pronunciandosi sulla questione, ha in particolare chiarito che è sì vero che il reato di molestie non è necessariamente abituale e, quindi, può essere realizzato anche con una sola azione di disturbo o violenza, tuttavia è altrettanto vero che tale azione deve essere ispirata da un motivo biasimevole o deve avere carattere di petulanza, ovverosia manifestarsi in maniera pressante, indiscreta e idonea a interferire nella sfera privata altrui sgradevolmente. Nel caso di specie, invece, dalla sentenza del giudice del merito non era emerso che il paziente, dopo la dichiarata guarigione, avesse preteso un determinato trattamento in maniera petulante. Di conseguenza, secondo i giudici di Piazza Cavour, il Tribunale avrebbe dovuto valutare con maggiore attenzione il comportamento tenuto complessivamente dall’imputato, soprattutto in relazione all’effettiva qualificazione dello stesso come molestia e all’elemento soggettivo che aveva sorretto le azioni dell’uomo. Per il nostro preoccupato paziente, quindi, c’è ancora una possibilità, poiché la sua condanna è cassata con rinvio e, ora, sarà il giudice del merito a verificare se i comportamenti da lui complessivamente tenuti siano stati ispirati da petulanza e portati avanti con la consapevolezza della loro idoneità a molestare o disturbare i medici e gli infermieri dell’ospedale, interferendo inopportunamente nella loro sfera di libertà e solo in caso di esito affermativo di tali accertamenti, la condanna per molestie potrà essere “ratificata”.