Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-12192-del-16-05-2017
Timestamp: 2020-03-29 03:58:03+00:00
Document Index: 114871187

Matched Legal Cases: ['art. 378', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 510', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 92', 'art. 13', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 12192 del 16/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12192 del 16/05/2017
Cassazione civile, sez. II, 16/05/2017, (ud. 23/03/2017, dep.16/05/2017), n. 12192
sul ricorso 12459/2016 proposto da:
M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE MAZZINI
lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato FERDINANDO EMILIO
12/11/2015 n. cronol. 449/2015 relativo al ricorso R.G.n. 566/2015
M.G. propone ricorso per cassazione, con due motivi, illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c., avverso il decreto emesso su opposizione L. n. 89 del 2001, ex art. 5 ter, dalla Corte d’Appello di Firenze, con il quale è stato respinto il ricorso L. n. 89 del 2001, ex artt. 2 e 3, per inosservanza del termine di durata ragionevole di un procedimento ex L. n. 89 del 2001, comprensivo della fase esecutiva, con condanna della ricorrente al pagamento delle spese di lite.
Ad avviso della Corte chi agisce lamentando l’irragionevole durata del procedimento giudiziario ha l’onere di allegare e dimostrare, ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 2 bis, comma 1, che il procedimento ha avuto una durata eccedente di almeno 6 mesi il periodo di complessivi 2 anni 6 mesi e 5 gg. di ragionevole durata, al netto dei periodi di quiescenza estranei all’amministrazione giudiziaria.
Di qui la insussistenza della irragionevole durata del procedimento, in quanto sommando la durata del processo di cognizione e di quello esecutivo la durata complessiva del procedimento era inferiore al termine ragionevole di anni 2 mesi 6 e gg. 5.
Nel caso dunque in cui il ricorrente faccia valere il diritto ad un processo ex lege n. 89 del 2001, di durata ragionevole, deducendo la non ragionevole durata anche della promossa ed esaurita fase di esecuzione forzata, la stessa deve considerarsi fase di un unico processo, che ha inizio con la domanda di equa riparazione e fine con la conclusione di tale seconda fase e la durata complessiva sarà costituita dalla somma della durata delle due fasi di cognizione ed esecuzione.
La fase esecutiva inizia dunque con la notifica del pignoramento e si conclude con il deposito dell’ordinanza ex art. 510 c.p.c. e la sua durata complessiva si somma a quella del processo di cognizione.
Non vi è alcuna ragione per derogare, nel caso di specie, al generale principio di non computabilità, nel periodo di durata ragionevole, del tempo in cui il processo è sospeso e di quello intercorso tra il giorno in cui inizia a decorrere il termine per proporre l’impugnazione e la proposizione della stessa. Ed invero, laddove, come nel caso di specie, la fase di cognizione del processo per violazione della L. n. 89 del 2001, si sia conclusa in senso favorevole al ricorrente, l’Amministrazione è tenuta a corrispondere la somma corrispondente nel termine di sei mesi e cinque giorni dalla data in cui il provvedimento che la accorda è divenuto definitivo.
Da ciò consegue, come chiarito dalle sezioni unite di questa Corte, che, ove la parte si sia attivata per l’esecuzione nel termine di sei mesi dalla definizione del procedimento di cognizione, ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 4, essa può esigere la valutazione unitaria dei procedimenti, finalisticamente considerati come “unicum”, mentre, ove abbia lasciato spirare quel termine, essa non può più far valere l’irragionevole durata del procedimento di cognizione, essendovi soluzione di continuità rispetto al successivo procedimento di esecuzione (Cass. Ss.Uu. 9142/2016). Ciò però non comporta che il periodo decorrente tra l’esecutività del provvedimento e l’inizio della(eventuale) fase esecutiva, vada incluso nel complessivo periodo di ragionevole durata, costituito, secondo la generale regola di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2 quater, dalla somma delle due fasi (così la cit. Cass. Ss.Uu. n. 6312/2014), senza che debbano computarsi i periodi intermedi.
Si osserva infatti che la condanna alle spese costituisce corretta applicazione del principio di soccombenza, non risultando ravvisabile, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., comma 2, come modificato dal D.L. n. 132 del 2014, art. 13, comma 1, applicabile ratione temporis, nè l’assoluta novità della questione, nè il mutamento della giurisprudenza, dovendo al contrario ritenersi che il precedente orientamento della giurisprudenza di legittimità fosse conforme alla decisione impugnata.
Poichè il presente ricorso ha ad oggetto materia esente dal contributo unificato non vi è luogo a provvedere in ordine al raddoppio del pagamento del medesimo D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13.
Condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio in favore del Ministero della Giustizia, che liquida in complessivi 500,00 Euro oltre a rimborso spese prenotate a debito ed accessori di legge.