Source: http://errorisanita.it/danni-al-neonato/nascita-indesiderata/
Timestamp: 2018-03-20 21:32:36+00:00
Document Index: 4402917

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 2727', 'art. 6', 'art. 6']

Nascita indesiderata « IUSmed Malasanità
Casa / Danni al neonato / Nascita indesiderata
La condotta colposa fonte di danno da nascita indesiderata presenta le seguenti caratteristiche:
l’art. 33, co. 1 e 5, l. 23.12.1978, n. 833 (Istituzione del servizio sanitario nazionale), in base al quale «gli accertamenti ed i trattamenti sanitari … devono essere accompagnati da iniziative rivolte ad assicurare il consenso e la partecipazione da parte di chi vi è obbligato»;
l’art. 14 l. 22.5.1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), in base al quale «in presenza di processi patologici, fra cui quelli relativi ad anomalie o malformazioni del nascituro, il medico che esegue l’interruzione della gravidanza deve fornire alla donna i ragguagli necessari per la prevenzione di tali processi».
Da questo blocco normativo la giurisprudenza ha tratto la conclusione che la volontà del paziente di consentire l’intervento medico può dirsi liberamente formatasi solo se questi abbia ricevuto una informazione completa e dettagliata. L’informazione fornita deve comprendere, in particolare: a) la natura dell’intervento o dell’esame (se sia cioè distruttivo, invasivo, doloroso, farmacologico strumentale, manuale, ecc.); b) la portata e l’estensione dell’intervento o dell’esame (quali distretti corporei interessi); c) i rischi che comporta, anche se ridotti (come effetti collaterali, indebolimento di altri sensi od organi, ecc.); d) la percentuale verosimile di successo; e) le eventuali inadeguatezze della struttura ove l’intervento dovrà essere eseguito3.
Innanzitutto, qualunque medico che visiti la gestante (sebbene non gli siano richieste indagini diagnostiche sul feto), se riscontri l’esistenza di patologie della donna tali da nuocere alla salute del nascituro, è tenuto ad informarla della possibilità di sottoporsi ad indagini prenatali, quantunque rischiose per la sopravvivenza del feto (Cass., 2.2.2010, n. 2354, in Danno e resp., 2011, 384).
In secondo luogo, il medico ha l’obbligo di informare la gestante dell’utilità concreta del test prescelto per la diagnosi prenatale: così, se la gestante sceglie di eseguire un esame ecografico, il medico ha l’obbligo di informarla dell’esistenza di esami più efficaci, che consentano anche l’accertamento dell’esistenza di malformazioni congenite (Cass., 2.10.2012, n. 16754, cit.).
Prima di tale data, l’interruzione volontaria della gravidanza è sempre possibile a condizione che la gestante «accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un “serio pericolo” per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito».
In questo caso pertanto l’interruzione della gravidanza costituisce un intervento profilattico nei confronti di un danno temuto per la salute della gestante, intesa in senso molto lato come benessere anche psicologico. Da ciò consegue che quando la malformazione era oggettivamente rilevabile già nei primi 90 giorni di gestazione, il nesso causale tra omessa informazione alla madre e perdita del diritto di abortire (a prescindere dal diverso problema se tal diritto sarebbe stato concretamente esercitato nel caso di specie) è pressoché sempre sussistente.
Dopo il 90° giorno dall’inizio della gravidanza, l’art. 6, l. 22.5.1978, n. 194 stabilisce che «l’interruzione volontaria della gravidanza … può essere praticata: a) quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna; b) quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna». A tale regola si fa eccezione ove sussista la possibilità di vita autonoma del feto, nel qual caso l’interruzione della gravidanza può essere praticata solo quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna (art. 7 l. n. 194/1978, cit.).
Tale rigoroso onere della prova tuttavia, solennemente affermato in teoria, nella pratica viene notevolmente attenuato dalla facilità con la quale la giurisprudenza in subiecta materia ricorre alla prova presuntiva. In virtù di essa, partendo dal fatto noto della sola gravità delle malformazioni del feto, si ritiene possibile risalire ex art. 2727 c.c. al fatto ignorato che, se la madre ne fosse stata informata, avrebbe corso il rischio (“serio” o “grave”, a seconda che la malformazione fosse emersa prima o dopo il 90° giorno dall’inizio della gestazione) di una malattia psichica, e ciò in quanto ‒ si afferma ‒ ben pochi genitori sono disposti a dare alla luce un figlio che corra il rischio di essere gravemente ritardato o costretto a vivere una vita di dolore ed infelicità. Tale orientamento è avallato dalla S.C., secondo cui è «legittimo per il giudice assumere come normale e corrispondente a regolarità causale che la gestante interrompa la gravidanza se informata di gravi malformazioni del feto», e di conseguenza è «legittimo … ricondurre al difetto di informazione, come alla sua causa, il mancato esercizio di quella facoltà»5.
Quanto alla pericolosità del processo patologico, richiesto dall’art. 6 l. n. 194/1978, per la salute fisica o psichica della gestante, anche in questo caso si registra un certo rigore nelle affermazioni di principio, attenuato dalla larghezza con cui nella pratica si ricorre alla prova presuntiva. Secondo la S.C., infatti, per i fini qui in esame «non ogni pericolo per la salute fisica o psichica della donna è rilevante, tanto da assimilarlo ad ogni forma di danno biologico (tra cui lo stress o l’affaticamento o lo stesso danno alla vita di relazione compromessa), ma solo quello che abbia carattere patologico grave per la salute fisica o psichica della donna stessa», in quanto «l’art. 6 [l. n. 194/1978 fa] riferimento ad un concetto di salute ristretto, espresso in termini negativi, come assenza di malattia»6.
Dall’altro lato si soggiunge che la prova della possibilità legale di ricorrere all’aborto deve ritenersi sussistente quando, sulla base di «dati di comune esperienza evincibili dall’osservazione dei fenomeni sociali» possa affermarsi che se la madre fosse stata informata delle malformazioni del feto sarebbe insorto uno stato depressivo suscettibile di essere qualificato come grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna, anche solo sulla base del criterio del «più probabile che non» (Cass., 10.11.2010, n. 22837; Cass., 2.2.2010, n. 2354).
In essa la Corte in primo luogo esordisce affermando che il problema del nesso di causa in tema di danno da nascita indesiderata va affrontato e risolto «all’infuori degli schematismi e degli stereotipi di soluzioni fortemente condizionate da implicazioni emotive e da opzioni ideologiche»: monito non superfluo, se è vero quanto scriveva Piero Calamandrei sulla inconscia propensione del giudice a correre in soccorso del soggetto ritenuto più debole, quand’anche abbia torto.
b) dalla lesione del diritto o dell’interesse sia derivata, per consequenzialità diretta, «la lesione dell’interesse al bene della vita al quale l’interesse [o il diritto], secondo il concreto atteggiarsi del suo contenuto, effettivamente si collega» (così Cass., S.U., 22.7.1999, n. 500, dalla quale sono stati tratti i due passi che precedono).