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Timestamp: 2020-05-27 23:00:05+00:00
Document Index: 159755322

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 2043', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 22832 del 29/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22832 del 29/09/2017
Cassazione civile, sez. III, 29/09/2017, (ud. 07/06/2017, dep.29/09/2017), n. 22832
sul ricorso 19090-2014 proposto da:
S.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE
MILIZIE 48, presso lo studio dell’avvocato PERRI VINCENZO,
rappresentato e difeso dall’avvocato CESARE FORMATO giusta procura
avverso la sentenza n. 1935/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
07/06/2017 dal Consigliere Dott. IRENE AMBROSI.
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il Ministero della Salute propone ricorso per cassazione affidato ad un unico articolato motivo. Resiste con controricorso S.G..
Va rilevato che il Collegio ha disposto la redazione della presente sentenza in forma semplificata mediante “la concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione” in osservanza dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, nel testo vigente, applicabile ratione temporis, anteriore alle modifiche dettate dalla L. n. 18 giugno 2009, n. 69.
1. Con un unico composito motivo (“Violazione e falsa applicazione dell’art. 2043 c.c. nonchè degli artt. 115 e 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3. Difetto di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. Erroneità della sentenza che ha dato per scontata la sussistenza del nesso di causalità tra patologia epatica del sig. S. e le trasfusioni subite. Difetto del nesso di causalità ed in ogni caso, difetto di qualunque comportamento colpevole imputabile al Ministero”) il Ministero ricorrente lamenta, sotto un primo profilo, l’erroneità della sentenza impugnata con la quale la Corte di merito ha ritenuto la sussistenza del nesso di causalità tra le trasfusioni subite da S. e la patologia epatica dallo stesso sofferta. In particolare, osserva che “dei quattro classici criteri utilizzati dalla scienza medico-legale per la dimostrazione del nesso di casualità, se i primi tre (compatibilità del luogo, del tempo ed efficacia dell’agente causale) sono certamente presenti nel caso in esame, risulta tuttavia carente il quarto e cioè la convincente dimostrazione della mancanza di altre cause efficienti che bene sarebbero potute insorgere nel lungo periodo tra il fatto indicato come fonte di contagio e la diagnosi certa della patologia”.
E’ principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che il Ministero della salute è tenuto ad esercitare un’attività di controllo e di vigilanza in ordine, tra l’altro, alla pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati e risponde ex art. 2043 c.c. per omessa vigilanza, dei danni conseguenti ad epatite e ad infezione da HIV contratte da soggetti emotrasfusi (v. Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 576; Cass., Sez. Un., 11/1/2008, n. 584. Da ultimo v. Cass., 29/8/2011, n. 17685).
E’ stato affermato, inoltre, che gli obblighi di prevenzione, programmazione, vigilanza e controllo gli derivano da una pluralità di fonti normative, ma ancor prima dall’obbligo di buona fede o correttezza, generale principio di solidarietà sociale – che trova applicazione anche in tema di responsabilità extracontrattuale – in base al quale il soggetto è tenuto a mantenere nei rapporti della vita di relazione un comportamento leale, specificantesi in obblighi di informazione e di avviso nonchè volto alla salvaguardia dell’utilità altrui – nei limiti dell’apprezzabile sacrificio -, dalla cui violazione conseguono profili di responsabilità in ordine ai falsi affidamenti anche solo colposamente ingenerati nei terzi (cfr. Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., Sez. Un., 25/11/2008, n. 28056; Cass., 23/1/2014, n. 1355; Cass. 12/12/2014 n. 26152; Cass. 16/10/2015, n. 20933).
Fermo il richiamato principio, espresso in tema di nesso causale da comportamento omissivo, le Sezioni unite hanno pure chiarito che il criterio per la delimitazione temporale della responsabilità del Ministero è quello di ritenere sussistente la responsabilità del Ministero a decorrere dal 1978 (data di conoscenza dell’epatite B) anche per gli altri due virus (HIV e HCV epatite C), tenuto conto che essi non costituiscono eventi autonomi e diversi, ma solo forme di manifestazioni patogene dello stesso evento lesivo dell’integrità fisica da virus veicolati dal sangue infetto, che il Ministero non aveva controllato, come pure era obbligato per legge; pertanto, “di fronte ad obblighi di prevenzione, programmazione, vigilanza e controllo imposti dalla legge, deve inoltre sottolinearsi che si arresta la discrezionalità amministrativa, ove invocata per giustificare le scelte operate nel peculiare settore della plasmaferesi. Il dovere del Ministero di vigilare attentamente sulla preparazione ed utilizzazione del sangue e degli emoderivati postula un dovere particolarmente pregnante di diligenza nell’impiego delle misure necessarie a verificarne la sicurezza, che comprende il dovere di adoperarsi per evitare o ridurre un rischio che è antico quanto la necessità della trasfusione” (così test. Cass. S.U. 11/01/2008, n. 581).
E’ inoltre stato chiarito che, già a partire dalla data di conoscenza del rischio del contagio dell’epatite B, comunque risalente ad epoca precedente al 1978 (anno in cui questo virus fu definitivamente identificato in sede scientifica), sussiste la responsabilità del Ministero della salute, che era tenuto a vigilare sulla sicurezza del sangue e ad adottare le misure necessarie per evitare i rischi per la salute umana, anche per il contagio degli altri due virus (cfr. Cass., 29/8/2011, n. 17685 con cui è stata cassata la sentenza impugnata che aveva escluso la responsabilità del Ministero della salute per i danni provocati dal contagio dell’epatite C in occasione di trasfusioni di sangue infetto eseguite nell’anno 1973).
La corte di merito nell’impugnata sentenza ha fatto piena e corretta applicazione dei principi soprarichiamati in tema di nesso causale. In particolare là dove ha affermato che “non può allora non ritenersi il Ministero della salute tenuto, anche anteriormente alle date di individuazione dei singoli virus (…) a controllare che il sangue utilizzato per le trasfusioni o per gli emoderivati fosse esente dai virus de quibus e che i donatori non presentassero alterazione alle transaminasi, in adempimento di obblighi specifici posti dalle fonti normative speciali già all’epoca in vigore”. Inoltre ove, in relazione alla fattispecie concreta esaminata, ha rilevato che “il contagio è derivato dall’emostrasfusione del 1982 ed il Ministero non ha dimostrato di aver assolto ai doveri di vigilanza che la legge gli imponeva, nè presso la struttura ospedaliera sono stati reperiti dal CTU nominato in primo grado i registri del 1982 sull’erogazione del sangue ai pazienti (tra cui l’appellante).”. Ha ritenuto, quindi, coerentemente, che unico responsabile del contagio fosse il Ministero “poichè nessuna responsabilità è emersa a carico della facoltà di chirurgia della Università Federico II, risultando pacifica la provenienza delle sacche di sangue dal Ministero anche in assenza di documentazione attualmente reperibile e non essendo contestata all’Università alcuna ulteriore negligenza.”.
Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, trattandosi di controversia promossa da ente statale, esso risulta esente dall’obbligo di versamento di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale (cfr. Sez. 3, 14/03/2014 n. 5955 Rv. 630550 – 01).
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 7 giugno 2017.