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Timestamp: 2020-08-03 21:45:14+00:00
Document Index: 15095485

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Sentenza Cassazione Civile n. 26117 del 19/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26117 del 19/12/2016
Cassazione civile, sez. III, 19/12/2016, (ud. 11/11/2016, dep.19/12/2016), n. 26117
sul ricorso 19772/2014 proposto da:
CAMAR SRL, in persona dell’Amministratore Unico e legale
rappresentante C.M., elettivamente domiciliata in ROMA,
VIA GIAN GIACOMO PORRO 15, presso lo studio dell’avvocato DANIELE
UMBERTO SANTOSUOSSO, che la rappresenta e difende giusta procura
AZIENDA UNITA SANITARIA LOCALE ROMA (OMISSIS), in persona del
Direttore Generale e legale rappresentante p.t. Dott. T.A.,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LIVORNO 6, presso lo studio
dell’avvocato GUIDO DE SANTIS, che la rappresenta e difende giusta
avverso la sentenza n. 1273/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA;
11/11/2016 dal Consigliere Dott. MARCO DELL’UTRI;
udito l’Avvocato LUCIANO SANTONE per delega;
udito l’Avvocato DAVIDE TEDESCO per delega;
IACOVIELLO Francesco Mauro, che ha concluso per il rigetto.
1. Con sentenza resa in data 25/2/2014, la Corte d’appello di Roma, in riforma della sentenza di primo grado e in accoglimento della domanda originariamente proposta in via riconvenzionale dalla Asl Roma (OMISSIS), ha pronunciato la risoluzione, per inadempimento della locatrice Camar s.r.1., del contratto di locazione ad uso diverso da abitazione intercorso tra le parti, per avere la società locatrice trascurato di ottenere la variazione di destinazione d’uso dei locali concessi in godimento, nonchè la consegna, in favore dell’amministrazione sanitaria conduttrice, della documentazione amministrativa indispensabile per l’esercizio della propria attività.
2. Avverso la sentenza d’appello, ha proposto ricorso per cassazione la Camar s.r.l. affidato a cinque motivi di censura illustrati da successiva memoria.
3. Resiste con controricorso la Asl Roma (OMISSIS), concludendo per il rigetto dell’impugnazione.
4. Con il primo motivo, la società ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione dell’art. 345 c.p.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente ammesso la produzione in appello del contratto di locazione mai precedentemente depositato nel corso del giudizio e, dunque, tardivamente offerto in chiave probatoria dalla controparte in violazione della norma richiamata in epigrafe.
Secondo l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità, nel rito del lavoro (applicabile ratione materiae alle controversie di natura locatizia), l’acquisizione di nuovi documenti o l’ammissione di nuove prove da parte del giudice d’appello rientra tra i poteri discrezionali allo stesso riconosciuti dagli artt. 421 e 437 c.p.c., e tale esercizio è insindacabile in sede di legittimità anche quando manchi un’espressa motivazione in ordine all’indispensabilità o necessità del mezzo istruttorio ammesso ai fini della decisione, dovendosi la motivazione ritenere implicita nel provvedimento adottato (cfr. Sez. 3, Sentenza n. 209 del 09/01/2007, Rv. 594193).
Ciò posto, essendosi la corte territoriale allineata a detto principio (cui il collegio ritiene di dover assicurare continuità), nè avendo la società ricorrente offerto alcun diverso e decisivo argomento in senso contrario, il motivo di censura in esame dev’essere disatteso.
5. Con il secondo motivo, la società ricorrente censura la sentenza impugnata per omesso esame di un fatto decisivo controverso (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5), avendo la corte territoriale trascurato la considerazione della circostanza per cui la società locatrice non avrebbe potuto richiedere il mutamento della destinazione catastale dell’immobile, non essendo detta società in possesso del contratto di locazione registrato (da allegare necessariamente ai fini della variazione catastale) per fatto integralmente imputabile all’amministrazione avversaria, che non provvide mai a restituire il contratto di locazione munito di sottoscrizione ai fini della registrazione, nonostante le reiterate richieste della società locatrice.
5.1. Il motivo è infondato.Osserva il collegio come la società ricorrente non abbia adeguatamente argomentato e approfondito in chiave critica gli aspetti relativi all’asserita decisività connessa alla mancata valutazione, ad opera della corte territoriale, della circostanza della mancata restituzione, da parte della Asl, del contratto di locazione debitamente sottoscritto ai fini della registrazione.
Al riguardo, premesso il carattere incontestato della circostanza secondo cui il contratto di locazione in esame fu effettivamente registrato, converrà rilevare come la stessa società ricorrente, nel riportare i passaggi della nota emessa dall’Agenzia del territorio in data 9/10/2012, abbia dato atto che la variazione catastale dell’immobile de quo (per consentirne l’utilizzazione da parte dell’amministrazione conduttrice) ben avrebbe potuto essere ottenuta anche attraverso la consegna del contratto di locazione registrato direttamente all’amministrazione pubblica competente da parte della stessa Asl, attraverso una delega autenticata del proprietario: opportunità alternativa di cui non risulta trasmessa, all’amministrazione conduttrice, da parte della società locatrice, la possibilità di avvalersi.
Peraltro, neppure risultano precisate, dalla società ricorrente, le ragioni per le quali la disponibilità della copia del contratto registrato e debitamente sottoscritto da entrambe le parti non sarebbe stata reperibile direttamente dalla società locatrice, attraverso un’apposita richiesta all’autorità che provvide alla registrazione del contratto, senza alcuna necessità di attenderne la trasmissione da parte della Asl conduttrice.
Da ultimo, la società ricorrente non risulta aver neppure chiarito i termini dell’asserita decisività dell’omissione denunciata in relazione alla complessiva valutazione dei restanti inadempimenti della medesima società descritti nella sentenza impugnata (cfr. pagg. 3 e 4), sì da indurre ragionevolmente a ritenere che la denuncia della ridetta omissione – più che la segnalazione di una circostanza di fatto realmente ed effettivamente decisiva ai fini del giudizio – altro non integrasse se non un’inammissibile sollecitazione del giudice di legittimità al riesame nel merito complessivo della controversia, come tale inammissibile in questa sede di legittimità.
6. Con il terzo motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1362, 1363 e 1366 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale violato le norme sull’interpretazione dei contratti, con particolare riferimento alle questioni concernenti le previsioni relative agli effetti della mancata consegna alla parte conduttrice della documentazione necessaria per l’esercizio in loco dell’attività sanitaria, oltre alla certificazione di abitabilità, a quella relativa alla destinazione d’uso concordato, etc., non avendo le parti mai espressamente dedotto l’adempimento di dette obbligazioni quale causa di risoluzione del contratto, nè quale clausola risolutiva espressa, nè quale condizione di per sè risolutiva dell’accordo.
Osserva il collegio come la società ricorrente – lungi dall’evidenziare le modalità con le quali la corte territoriale si sarebbe discostata dalla corretta applicazione dei canoni di ermeneutica contrattuale – si sia limitata, attraverso la doglianza in esame, a prospettare una diversa interpretazione della documentazione negoziale richiamata, in dissenso rispetto a quella fatta propria dal giudice d’appello sulla base di una motivazione corretta sul piano giuridico e del tutto congrua in chiave logica.
Tale doglianza deve ritenersi pertanto sostanzialmente diretta, non già alla contestazione dell’effettiva violazione di norme di diritto, quanto alla denuncia di un prospettabile vizio di motivazione della sentenza impugnata, come tale non rilevabile attraverso il motivo d’impugnazione di cui all’art. 360 n. 3 c.p.c., come nella specie viceversa verificatosi.
7. Con il quarto e il quinto motivo, la ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione degli artt. 1453 e 1455 c.c., nonchè per violazione degli artt. 1175, 1227 e 1375 (in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), per avere la corte territoriale erroneamente ritenuto che gli inadempimenti contestati alla ricorrente integrassero i canoni della gravità, o della non scarsa importanza, idonea a determinare la risoluzione del contratto, ai sensi dell’art. 1455 c.c., nonchè per avere la corte d’appello trascurato di valutare il comportamento dell’amministrazione sanitaria conduttrice sotto il profilo della violazione dei relativi obblighi contrattuali di correttezza e buona fede, il cui corretto adempimento, ad opera di controparte, avrebbe consentito di evitare le conseguenze del contestato inadempimento della locatrice.
7.1. Entrambi i motivi sono inammissibili.Con i motivi in esame, la società ricorrente – lungi dal denunciare l’erronea ricognizione, da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge – allega un’erronea ricognizione, da parte del giudice a quo, della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa: operazione che non attiene all’esatta interpretazione della norma di legge, inerendo bensì alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, unicamente sotto l’aspetto del vizio di motivazione (cfr., ex plurimis, Sez. L, Sentenza n. 7394 del 26/03/2010, Rv. 612745; Sez. 5, Sentenza n. 26110 del 30/12/2015, Rv. 638171).
Nel caso di specie, al di là del formale richiamo, contenuto nell’epigrafe dei motivi d’impugnazione in esame, al vizio di violazione e falsa applicazione di legge, l’ubi consistam delle censure sollevate dall’odierna ricorrente deve piuttosto individuarsi nella negata congruità dell’interpretazione fornita dalla corte territoriale del contenuto rappresentativo degli elementi di prova complessivamente acquisiti, dei fatti di causa o dei rapporti tra le parti ritenuti rilevanti in relazione alla verifica della non scarsa importanza dell’inadempimento riscontrato ai fini della risoluzione del contratto ex art. 1455 c.c., ovvero del rispetto, da parte dell’amministrazione sanitaria resistente, dei canoni della correttezza e della buona fede nell’esecuzione del contratto.
Si tratta, come appare manifesto, di argomentazioni critiche con evidenza dirette a censurare una (tipica) erronea ricognizione della fattispecie concreta, di necessità mediata dalla contestata valutazione delle risultanze probatorie di causa; e pertanto di tipiche censura dirette a denunciare il vizio di motivazione in cui sarebbe incorso il provvedimento impugnato.
Ciò posto, i motivi d’impugnazione così formulati devono ritenersi inammissibili, non essendo consentito alla parte censurare come violazione di norma di diritto, e non come vizio di motivazione, un errore in cui si assume che sia incorso il giudice di merito nella ricostruzione di un fatto giuridicamente rilevante, sul quale la sentenza doveva pronunciarsi (Sez. 3, Sentenza n. 10385 del 18/05/2005, Rv. 581564; Sez. 5, Sentenza n. 9185 del 21/04/2011, Rv. 616892).
8. Le argomentazioni che precedono impongono la pronuncia del rigetto del ricorso, con la conseguente condanna della società ricorrente al rimborso delle spese del presente giudizio di legittimità in favore dell’amministrazione contro-ricorrente, secondo la liquidazione di cui al dispositivo.
Rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di legittimità in favore della controricorrente, liquidate in Euro 13.200,00, di cui Euro 200,00 per spese, oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 11 novembre 2016.