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Timestamp: 2019-10-17 12:35:50+00:00
Document Index: 113300590

Matched Legal Cases: ['art. 106', 'art. 35', 'art. 2560', 'art. 2558', 'art. 2369', 'art. 2364']

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04/10/2018 /in Newsletter
Con un recentissimo arresto in ambito di società con titoli ammessi alla negoziazione in mercati regolamentati la Corte di Cassazione ha affermato il principio secondo cui il pregiudizio patito dall’azionista a causa del mancato lancio di OPA totalitaria, ai sensi dell’art. 106 T.U.F., è configurabile come danno da perdita di chance, precisamente nella perdita della possibilità di disinvestimento.
Nello specifico, la S.C. inquadra il danno come un lucro cessante ipotetico che non potrà “coincidere in modo necessario ed automatico con il risultato economico della vendita azionaria che si sarebbe verificata se l’offerta vi fosse stata e fosse stata accettata” (Cass, n. 14392/2012).
È, peraltro, onere dell’azionista provare la presenza del danno, attraverso l’attestazione del valore economico dell’opzione d’acquisto, tenendo conto dell’andamento della quotazione di borsa delle azioni nell’arco temporale intercorrente tra il giorno in cui si è consumata la violazione dell’obbligo di OPA e quello del disinvestimento, considerando oltremodo i criteri di determinazione del prezzo dell’offerta obbligatoria che avrebbe dovuto essere promossa.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Gaia Arturi https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Gaia Arturi2018-10-04 10:57:372018-10-04 10:57:37Danno da mancato lancio di OPA
La devoluzione in arbitrato, se così previsto da statuto, di una controversia proposta da o contro una società avente ad oggetto l’impugnazione di delibera assembleare, non osta alla proposizione di una domanda di tutela cautelare innanzi al giudice ordinario. Tale competenza, ai sensi dell’art. 35 comma 5, del Dlgs 5/2003, resta ferma anche quando il giudizio arbitrale abbia già avuto inizio per effetto dell’attivazione della clausola compromissoria.
Così si è espresso il Tribunale di Roma in una recente ordinanza di segno interpretativo opposto rispetto a quello della Giurisprudenza maggioritaria. La pronuncia in questione, in particolare, origina dalla revoca dell’amministratore di una S.p.A. deliberata dall’Assemblea e dalla contestuale decisione di muovere nei suoi confronti azione di responsabilità. Uno dei soci, oppostosi dapprima alla decisione in sede assembleare, promuoveva l’impugnativa della delibera avanti ad un arbitro unico secondo norma statutaria. Successivamente incardinava il relativo procedimento cautelare dinanzi al Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia di imprese, avente ad oggetto la sospensione dell’efficacia della delibera.
La società, di contro, eccepiva che la pronuncia sulla revoca cautelare spettasse in esclusiva all’arbitro già nominato, ciò per effetto della applicazione dell’articolo 35 comma 5 del Dlgs 5/2003 che prevede testualmente che “La devoluzione in arbitrato, anche non rituale, di una controversia non preclude il ricorso alla tutela cautelare a norma dell’articolo 669-quinquies del codice di procedura civile, ma se la clausola compromissoria consente la devoluzione in arbitrato di controversie aventi ad oggetto la validita’ di delibere assembleari agli arbitri compete sempre il potere di disporre, con ordinanza non reclamabile, la sospensione dell’efficacia della delibera.”
Il Tribunale rigettava tale eccezione.
Ed è proprio sul significato dell’avverbio “sempre” che il giudice romano, nel respingere l’eccezione della società, si è posto contro la giurisprudenza prevalente, non attribuendo alla locuzione “sempre” il significato di “esclusivo”, bensì quello di inderogabilità dell’attribuzione del potere stesso. Cioè, gli arbitri sarebbero, per il Tribunale Romano, – inderogabilmente – titolari del potere, accessorio rispetto a quello di pronunciare sul merito della causa, di disporre la sospensione della decisione sociale oggetto di impugnazione, “mentre il giudice dello Stato resta depositario del potere di accordare la «tutela cautelare» tout court, ciò al fine di garantire l’ effettività della tutela giurisdizionale dei diritti”, così deve interpretarsi la norma, chiosa il tribunale, secondo una lettura costituzionalmente orientata della norma societaria in questione.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Gaia Arturi https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Gaia Arturi2018-10-04 10:56:042018-10-04 10:56:04Impugnativa di delibere assembleari: competenza tout cour del Giudice Ordinario in ambito cautelare
La Corte di Cassazione torna a pronunciarsi in materia di cessione di ramo di azienda, nello specifico esaminando il rapporto tra gli articoli 2558 del codice civile, relativo alla successione dei contratti pendenti al momento del trasferimento d’azienda e l’articolo 2560, comma 2, del codice civile che, invece, disciplina i profili successori dei debiti originariamente contratti dall’alienante.
Come noto, il primo articolo prevede che, salvo diverso accordo tra le parti, chi acquista un’azienda subentri in tutti i contratti stipulati nell’esercizio dell’impresa, con la sola esclusione di quelli strettamente personali. In tema di debiti invece, la seconda disposizione del codice civile, prevede un principio più restrittivo, imputando in capo all’acquirente d’azienda una responsabilità (solidale con il venditore od esclusiva) per i debiti risultanti dai libri contabili obbligatori.
Se tale distinzione è pacifica laddove da una parte esistano contratti le cui prestazioni siano già state esattamente corrisposte al momento della cessione del ramo di azienda e dall’altra debiti consolidati, così non è laddove i rapporti contrattuali ancora in essere abbiamo generato o stiano generando, pendenze economiche in favore dei creditori dell’impresa, non ancora suscettibili di definizione.
In tale contesto Giudici della Sezione Seconda sono intervenuti con la Sentenza 6 Aprile 2018 n. 8539 , precisando che vada “riaffermato” il principio per cui “ in tema di cessione di azienda, il regime fissato dall’art. 2560 c.c., comma 2, con riferimento ai debiti relativi all’azienda ceduta, secondo cui dei debiti suddetti risponde anche l’acquirente dell’azienda, allorché essi risultino dai libri contabili obbligatori, è destinato a trovare applicazione quando si tratti di debiti in sè soli considerati, e non anche quando, viceversa, essi si ricolleghino a posizioni contrattuali non ancora definite in cui il cessionario sia subentrato a norma del precedente art. 2558 c.c.
In tal caso, la responsabilità si inserisce nell’ambito della più generale sorte del contratto (purché, beninteso, non già del tutto esaurito), anche se in fase contenziosa al tempo della cessione dell’azienda”.
L’arresto in esame sottolinea e conferma quanto sia importante mantenere criteri certi nelle operazioni di cessione di ramo di azienda, ove i molteplici interessi contrapposti, facenti capo a soggetti differenti, devono essere cristallizzati secondo principi che garantiscano i diritti delle parti e l’affidamento dei terzi.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Gaia Arturi https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Gaia Arturi2018-06-14 10:50:362018-06-14 11:00:07Cessione Ramo di Azienda: profili successori dei debiti e dei contratti in corso
Nel quadro della controversia relativa alla tutela dei dati personali portata avanti dal giurista austriaco Maximilian Schrems contro Facebook Ireland Ltd, l’avvocato generale della Corte di Giustizia ha chiarito incidentalmente un importante punto relativo alla possibilità di qualificare come consumatore un soggetto che utilizzi un social network per la propria attività professionale o anche semplicemente per promuoverla.
Schrems utilizza ormai da anni il proprio account Facebook per promuovere le proprie conferenze ed i propri libri sulla tutela del diritto alla privacy e ha da ultimo intentato una causa nei confronti di Facebook di fronte ai giudici austriaci, raccogliendo l’adesione di circa 25.000 altri utenti attraverso un appello pubblicato proprio sulla piattaforma social. Facebook ha sostenuto che, vista l’attività di attore “professionista” (in senso giudiziale) di Schrems e l’utilizzo che questi ha fatto del social network per promuovere la propria persona, attività e campagna, questi non potesse essere di fatto più considerato un consumatore e quindi intentare una causa di fronte ai tribunali austriaci. Sul punto, l’avvocato generale Bobek, nel negare la legittimazione di Schrems a rappresentare gli utenti che hanno aderito al suo appello (le regole per la class action in Austria ricalcano quelle stabilite al riguardo in Italia con conseguente legittimazione attiva affidata ad associazioni e non persone fisiche), ha stabilito come lo stesso possa tuttavia procedere contro Facebook in proprio conto rimanendo a tutti gli effetti un consumatore ed essendo tale qualifica indipendentemente dall’utilizzo fatto del mezzo social.01
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Gaia Arturi https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Gaia Arturi2017-12-01 14:52:462017-11-30 15:17:31Chi lavori tramite il proprio account social resta un consumatore
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La Commissione Finanze della Camera ha approvato la proposta che prevede un’estensione dei Piani Individuali di Risparmio (PIR) agli investimenti in società startup e PMI innovative. Il testo, ora in mano al Governo, potrà, con ogni auspicio, essere inserito già nella prossima Legge di bilancio.
I PIR, introdotti lo scorso anno dalla L. 232/2106, rappresentano una forma di risparmio fiscalmente incentivato e sono stati intesi come uno strumento volto a slegare il sistema economico italiano da un’ottica “bancocentrica” per liberare ed indirizzare i consistenti risparmi dei cittadini verso forme di investimento di cui beneficino in primis le PMI italiane, aggirando così il persistente immobilismo conseguenza del c.d. credit crunch. I PIR sono infatti riservati a piccoli investitori persone fisiche, i quali, a fronte di un investimento che deve essere mantenuto per almeno 5 anni – e che non può superare i 30mila euro annui e i 150mila nei 5 anni – ottengono in cambio un abbattimento del carico fiscale divenendo esenti dal pagamento di imposte su capital gain, dividendi, successione e donazioni. Le risorse raccolte da un PIR possono essere investite in diversi strumenti finanziari come azioni, obbligazioni e fondi di investimento e anche conti correnti bancari con un vincolo di diversificazione che impone che il 70% di quanto investito sia destinato ad strumenti emessi da imprese italiane (o imprese europee con stabile organizzazione in Italia). Il 30% di questo 70% deve inoltre essere investito in strumenti emessi da imprese diverse da quelle incluse nel catalogo FTSE Mib e cioè verso imprese di dimensioni minori come quelle quotate nei segmenti MidCap (che raccoglie i titoli a media capitalizzazione), Star (Segmento Titoli con Alti Requisiti) o sul mercato AIM (Alternative Investment Market) con un ulteriore vincolo di concentrazione, il quale impone che non più del 10% del portafoglio possa essere destinato a strumenti emessi dallo stesso emittente.
Ora, laddove il testo approvato dalla Commissione Bilancio dovesse effettivamente tradursi in un emendamento alla prossima Legge di Bilancio potranno definirsi PIR solamente i fondi che, oltre a tutte le condizioni sopra elencate, rispetteranno un ulteriore requisito e cioè investano il 3% delle risorse raccolte in fondi che investono in start-up e/o PMI innovative.
https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png 0 0 Gaia Arturi https://www.previti.it/wp-content/uploads/2016/02/logo-previti-1030x204.png Gaia Arturi2017-12-01 12:11:212017-11-30 12:47:17Nuova “benzina” per startup e PMI innovative dai fondi PIR
Il 7 novembre scorso, il Consiglio Notarile di Milano ha emanato sei massime che analizzano diversi aspetti caratteristici degli Strumenti Finanziari Partecipativi (SFP) regolati dall’articolo 2346, comma 6 codice civile in materia di società per azione. Il Consiglio è intervenuto con chiarimenti ed approfondimenti anche alla luce dell’incremento dell’utilizzo degli SFP avuto nell’ambito delle start up e PMI innovative per l’implementazione dei piani di work for equity ed incentivazione del personale. Le massime che vanno dalla 163 alla 168 sono un’occasione per evidenziare la duttilità degli SFP e la loro importanza come strumenti di finanziamento alternativo delle società di capitale.
Gli Strumenti Finanziari Partecipativi, meglio noti come SFP, sono strumenti finanziari, quindi fisiologicamente destinati ad apporti di finanza, che si pongono in una posizione ibrida fra le obbligazione e le azioni. Il codice civile ne detta una sintetica disciplina all’articolo 2346, comma 6 che, tuttavia, consente una importante flessibilità anche dovuta alla possibilità di disciplinarle la natura e le caratteristiche con clausole statutarie o, in alternativa, mediante un apposito regolamento. La commissione societaria del Consiglio Notarile di Milano ha pubblicato sei massime (dalla 163 alla 168) che chiariscono alcuni aspetti salienti degli SFP aprendo, indirettamente, a nuove possibili loro applicazioni.
In tema di competenza, i notai milanesi con la massima 163 hanno chiarito come l’emissione degli SFP e l’approvazione delle clausole statutarie che li disciplinano, rientrano nella competenza inderogabile dell’assemblea straordinaria, non delegabile, quindi, all’organo amministrativo che si occupa, invece, della fase esecutiva con la assegnazione effettiva degli strumenti ai beneficiari, sempre secondo quanto stabilito o dallo statuto o dal regolamento.
Con riferimento ai diritti patrimoniali nascenti dagli SFP, la massima n. 164 ha evidenziato come gli strumenti finanziari partecipativi possono anche non prevedere, a carico della società, l’obbligo di rimborso dell’apporto o del suo valore versato dal titolare dello strumento. Il che significa che un apporto di danaro a fronte della emissione di un SFP da parte di un socio o di un terzo consente una forma di finanziamento che non è iscrivibile al passivo come una obbligazione o un mutuo rimborsabile ma all’attivo del patrimonio in una apposita riserva non distribuibile; questo effetto ha una sua portata molto importante sui conti della società che in questo modo a fronte di una iniezione di danaro non vede appesantito il proprio asset debitorio. Resta il fatto, in ogni caso, che agli stessi strumenti, sia con sia senza diritto al rimborso, possono essere attribuiti uno o più dei diritti patrimoniali spettanti comunemente alle azioni, come nel caso del diritto all’utile, del diritto alla distribuzione delle riserve, diritto al riparto del residuo attivo di liquidazione e/o altri diritti patrimoniali di diversa natura come interessi fissi, variabili o come diritto alla conversione in partecipazione sociale.
Altro elemento di rilievo delle recenti massime è rappresentato dal principio enunciato dalla massima n. 165 secondo il quale gli SFP possono essere emessi a fronte di qualsiasi prestazione avente contenuto economico e di apporti che possono essere non solo precedenti e contestuali ma anche successivi, potendo effettuarsi con tutte le modalità consentite dalla legge, compresa la compensazione di crediti vantati verso la società emittente. E’ anche possibile, peraltro, l’emissione di strumenti senza apporto ma solo nei casi espressamente previsti dalla legge e nel caso di emissione di strumenti finanziari partecipativi a favore di tutti i soci in via proporzionale tra loro. La precisazione apre il campo ad apporti quali ad esempio diritti di proprietà intellettuale come brevetti in corso di registrazione.
Con riferimento, poi, al diritto di voto attribuito i titolari di SFP « su argomenti specificamente indicati», i notai milanesi ritengono che si tratti di un voto non cumulabile con quello degli azionisti nella formazione di un’unica delibera assembleare e che deve essere considerato separatamente. Alla luce di ciò viene ribadito come il voto dei titolari di questi strumenti deve essere esercitato in un’assemblea separata da quella degli azionisti o, quanto meno, “deve dar luogo a una deliberazione formata con un conteggio separato dei voti degli strumenti finanziari partecipativi”. La massima n. 167 fa, poi, luce su quali possano essere gli “argomenti specificamente indicati” sui quali può essere previsto il voto dei titolari di SFP, indicandoli: “(i) nell’esercizio di diritti e prerogative autonomamente concessi alla collettività degli strumenti finanziari partecipativi (come ad esempio la nomina di un componente degli organi sociali); (ii) nell’approvazione di determinate deliberazioni di competenza dell’assemblea ordinaria o straordinaria degli azionisti, fatta eccezione per le materie per le quali la legge non consente la previsione di maggioranze più elevate (ossia l’approvazione del bilancio e la nomina e la revoca delle cariche sociali, ai sensi dell’art. 2369, comma 4, c.c.); (iii) nell’autorizzazione al compimento di determinati atti da parte degli amministratori, a prescindere dal fatto che lo statuto preveda o meno l’autorizzazione dell’assemblea ordinaria ai sensi dell’art. 2364, comma 1, n. 5, c.c., in riferimento ai medesimi atti di amministrazione”.
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