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Timestamp: 2019-09-19 12:58:14+00:00
Document Index: 25633180

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1722', 'sentenza ', 'art. 384']

EREDE TESTAMENTO BOLOGNA AVVOCATO ESPERTO :L’erede può prelevare le somme presenti sul conto del genitore defunto, senza il consenso degli altri coeredi. - Studio Legale Bologna
da Sergio Armaroli | Ago 11, 2018
Sui crediti de cuius, così ha pronunciato la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 27417 del 20 novembre 2017. Tale sentenza si inserisce nel panorama delle successioni mortis causa.Occorre premettere che al momento del decesso di un individuo si apre automaticamente la successione di tutti i suoi beni fra i coeredi, i quali ricordiamo devono effettuare un’esatta ricognizione dell’asse ereditarioindividuando sia i beni mobili che immobili appartenenti al de cuius che eventuali crediti su conti correnti, depositi etc..
La controversia, oggetto della sentenza in premessa, riguardava proprio l’azione per il recupero delle somme depositate su un conto corrente e su un conto deposito. Nello specifico l’azione è stata esperita da 2 figlie del de cuius assieme alla moglie di quest’ultimo nei confronti dell’altro coerede e della Banca X per il recupero delle somme sul conto corrente del de cuius cointestato con la moglie e dei titoli giacenti su un conto deposito intestato al solo de cuius.
il mancato riconoscimento da parte della Corte d’Appello di una effettiva responsabilità in capo alla Banca, nonostante quest’ultima deliberatamente aveva reinvestito le somme del de cuius anche in assenza del consenso della cointestataria – coerede, sulla base di una circostanza ritenuta quindi irrilevante (il diniego da parte del coerede C.C.).
I crediti del de cuius, a differenza dei debiti ( 752 c.c.), non si dividono automaticamente tra i coeredi in ragione delle rispettive quote, ma entrano a far parte della comunione ereditaria, come è dato desumere dalle disposizioni degli artt. 727 e 757 c.c.”.
La vicenda sottesa a detto pronunciamento era stata la seguente: un soggetto, nella sua qualità di erede testamentario di un terzo dell’eredità, allo scopo di ottenere dalla banca il pagamento – nei limiti della quota spettantegli – del saldo attivo di alcuni conti correnti di cui era titolare il de cuius, aveva
proposto ricorso per ingiunzione di pagamento ai sensi dell’ 633 c.p.c. ed anche ottenuto il relativo decreto nei confronti della banca stessa per l’importo corrispondente.
Le argomentazioni attraverso le quali la Cassazione è giunta ad affermare la non automatica divisione dei crediti ereditari e la loro conseguente inclusione nella comunione ereditaria risultavano fondate, in particolar modo, sulla disciplina di cui agli artt. 727 e 757 c.
L’ 727 c.c., infatti, annoverando anche i crediti tra gli elementi di cui si compongono i lotti divisionali confermerebbe implicitamente la inclusione degli stessi nella comunione ereditaria e quindi la circostanza della loro non automatica divisione.
La Suprema Corte ha escluso un liticonsosrzio nell’azione per il pagamento di somme. Inoltre, ha ribadito che anche i crediti del de cuius cadevano in comunione.
La lettura delle motivazioni della sentenza dellaSezioni Unite n. 24657/2007, alla quale pur dichiara di volersi conformare la sentenza impugnata, consente di avvedersi che la Corte riconosce a ciascun coerede di poter agire nei confronti del debitore del de cuius per la riscossione dell’intero credito ovvero della quota proporzionale a quella ereditaria vantata, senza la necessità del coinvolgimento degli altri coeredi, e soprattutto senza che venga in alcun modo precisato che l’iniziativa del coerede sia ammessa solo allorquando avvenga nell’interesse della comunione.
L’accoglimento del primo motivo determina poi l’assorbimento del secondo motivo, con il quale si deduce la violazione degli artt. 112 e 113 c.p.c. e degli artt. 1852, 1854, 1766, 1771, 1772, 1175, 1375, 1218, 1223 e 1224 c.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, in relazione al fatto che il conto era in realtà cointestato alla T., la quale quindi avrebbe potuto immediatamente ottenere la restituzione dell’intero saldo del rapporto bancario, nonchè del terzo motivo che lamenta la violazione degli artt. 112 e 132 c.p.c. e degli artt. 456, 459, 1854, 1856 e 1710, art. 1722, n. 4 e artt. 1223 e 1224, nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, nella parte in cui la sentenza d’appello ha escluso la responsabilità della banca per avere provveduto autonomamente a reinvestire le somme appartenenti al de cuius, sebbene fosse stata informata della morte del titolare e della contraria volontà di alcune delle coeredi e della cointestataria.
In definitiva, in tema di crediti facenti parte di una comunione ereditaria, i singoli coeredi non possono pretendere il pagamento di quella che assumono essere la loro quota, con la conseguenza che la stessa cessa di far parte di tale comunione, per la decisiva considerazione che non sono titolari del relativo diritto, non trovando applicazione il principio nomina et debita ipso iure dividuntur, su questo esatto presupposto quindi Cass. 11128/1992 cit. ha ritenuto corretto il rigetto della domanda.
Ne consegue che la decisione impugnata appare conforme a diritto, pur dovendo essere corretta la motivazione ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ.; infatti, la necessità di integrazione del contraddittorio con gli altri coeredi è stata esclusa esattamente, ma sull’erroneo presupposto che ogni erede possa agire soltanto nei limiti della propria quota. La statuizione relativa all’ammontare del credito spettante alla sig. Tizio non costituisce d’altro canto oggetto di impugnazione.
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