Source: http://www.sicurezzacgs.it/la-costituzione-italiana-e-il-reato-di-tortura-prof-andrea-pugiotto/
Timestamp: 2017-10-21 10:33:01+00:00
Document Index: 55485871

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 27', 'art. 32', 'art. 117', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 185', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art.13']

La nostra Associazione ha inteso continuare a prestare particolare attenzione riguardo al reato di tortura, recentemente introdotto nell’ordinamento penale nazionale, interpellando quelle personalità che da tempo si sono impegnate sulla specifica tematica, nella libera espressione dei propri contributi intellettuali.
Il tema è delicatissimo. La distorta comunicazione e la relativa strumentalizzazione di questi anni, non ha permesso di aprire un sereno dibattito su una scelta di civiltà giuridica, propria di quelle democrazie evolute.
Tra gli illustri studiosi del reato di tortura abbiamo chiesto al Prof. Andrea Pugiotto, ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Ferrara, di fornire un proprio contributo, considerando che il predetto tema è tra gli interessi scientifici dell’accademico. Poiché il Prof. Pugiotto è stato invitato a svolgere due relazioni aventi ad oggetto il recente testo legislativo approvato dal Parlamento: in ottobre 2017 a Roma (in occasione dell’assemblea annuale dell’Associazione Giuristi Democratici) e nel marzo 2018 a Ferrara (nell’ambito del convegno annuale dell’Associazione degli Studiosi di Diritto e Procedura Penale), restiamo in attesa di conoscere il testo degli interventi che terrà in quelle sedi.
Appare comunque interessante ripercorrere alcuni interventi del Prof. Pugiotto, come quello già tenuto dal docente nel corso del convegno organizzato lo scorso novembre 2016 a Roma, dal Comitato Interministeriale dei Diritti Umani e dall’Università degli Studi di Firenze, con il patrocinio della Camera dei Deputati, avente come titolo: “Reato di tortura e Commissione nazionale indipendente. L’Italia è ancora credibile in materia di diritti umani?”
Al predetto evento hanno partecipato illustri docenti universitari, personalità pubbliche e private, nonché responsabili di associazioni a difesa dei diritti umani, sia a livello nazionale che internazionale, le cui posizioni sono rinvenibili al link: http://www.radioradicale.it/scheda/491398/reato-di-tortura-e-commissione-nazionale-indipendente-litalia-e-ancora-credibile-in
Ringraziando il Prof. Andrea Pugiotto per la sua cortese collaborazione, pubblichiamo di seguito la trascrizione del suo intervento orale tenuto nel convegno sopra indicato.
All’interno di uno Stato di diritto l’unico quattrino avente corso legale è quello che da un lato vieta incondizionatamente la tortura e dall’altro lato obbliga a punirne penalmente ogni pratica. Sono le classiche due facce della stessa moneta.
Guardiamo la prima: della legalizzazione della tortura il costituzionalista semplicemente deve rifiutarsi di discutere. Mi e vi domando: accetteremo mai di dibattere in pubblico sulla possibilità di legittimare giuridicamente la violenza carnale?
Non diversamente, la tortura è come uno stupro: il corpo del carnefice entra a forza nel corpo della vittima che il torturatore tratta come una cassaforte da scassinare.
Di più, parlare di tortura legalizzata è adoperare un ossimoro, cioè un significante che esprime un significato contraddittorio con se stesso. La legalità è violenza domata, la tortura è violenza illimitata; la legalità è regola previa, la tortura è imprevedibile nel come e nel quando; la legalità è misura, mentre la tortura è arbitrio perché la sofferenza inflitta alla vittima è abbandonata alla soggettiva volontà del torturatore.
La legalità in uno stato di diritto è strumentale rispetto della dignità umana, che della tortura invece è il bene giuridico leso.
Del resto è lo stesso etimo della parola a metterci sull’avviso: tortura viene da torcere, forma verbale che esprime l’atto di piegare con la forza, deformandolo, un corpo, come accade nella tortura quale punizione, o una volontà, accade nella tortura come pratica giudiziaria. Addirittura, nel nomen tortura, compare il concetto di torto che è alla lettera l’opposto di diritto.
Ecco perché nel diritto positivo interno, ma anche internazionale, la tortura non ha mai cittadinanza, né può ambire ad averla.
Per avere corso legale però, la mia moneta deve avere anche l’altra faccia, cioè l’ obbligo di penalizzare la tortura attraverso un effettivo sistema di sanzioni repressive e di misure preventive.
Senza, il divieto di tortura non è più incondizionato. Senza, è solo questione di tempo. Prima o poi, omissivamente tollerata, la tortura riaffiora in superficie.
Ecco perché legalizzare la tortura o eludere l’obbligo di reprimerla penalmente, per uno Stato di diritto è rinnegare se stesso, cioè è spacciare moneta falsa.
Il conio della moneta avente corso legale è nel testo costituzionale. La Costituzione infatti ammette l’uso legittimo della forza, di cui lo Stato ha il monopolio, ma vieta il ricorso alla violenza da parte dei soggetti dell’apparato statale: in sede cautelare (art. 13, quarto comma), in sede detentiva (art. 27, terzo comma), in sede di trattamenti sanitari (art. 32, secondo comma).
Ecco perché per un costituzionalista l’adesione dell’Italia alle tante pertinenti convenzioni internazionali che prescrivono il diritto di tortura e i conseguenti obblighi procedurali, è, né più né meno, un atto dovuto. Dovuto perché imposto dalla nostra stessa legalità costituzionale, anche in ragione dei vincoli egualmente costituzionali di rispettare gli obblighi internazionali pattizi (art. 117, primo comma), e di adeguare il nostro ordinamento alle consuetudini internazionali (art. 10 primo comma).
Un atto dovuto, vorrei dire, che però va svolto diligentemente. Ratificare una convenzione non vuol dire solo ratificare una convenzione, ma anche provvedere agli adempimenti necessari affinchè i suoi effetti siano operativi nell’ordinamento interno, senza incertezze o scaltre elusioni.
La Costituzione però va oltre, non si limita a vietare la tortura, impone espressamente l’obbligo di reprimerla esigendo anche l’altro lato della mia moneta. Cito dall’articolo 13, quarto comma: è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà.
E così scopriamo che in una Carta costituzionale dove non esistono altri obblighi di penalizzazione, il reato di tortura è l’unico a essere imposto e preteso.
Cioè, il principio costituzionale del ricorso allo strumento penale quale extrema ratio, da riservare a garanzia di beni essenziali non altrimenti tutelabili, trova la sola eccezione nel reato di tortura. Perché?
Perché la tortura non è un delitto qualsiasi. Nella sua dinamica, nei suoi effetti, nelle sue connivenze istituzionali, la tortura è un totalitarismo in miniatura, alieno dunque dal genoma della Repubblica italiana.
Eppure, questo rapporto tra regole ed eccezione da tempo si è capovolto. Da anni il legislatore preme sull’acceleratore dell’incremento dei delitti e delle pene.
Solo nell’attuale XVII legislatura, il Parlamento ha introdotto reati o inasprito pene nei confronti delle più svariate categorie.
Esemplifico? Terroristi e loro ruolo arruolatori, piromani di rifiuti, falsari di sementi vietate, riciclatori di beni di provenienza illecita, frodatori informatici o di competizioni sportive, schiavisti, disertori insubordinati di equipaggio navale, guidatori in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di droghe, negazionisti.
L’elenco peraltro, pecca per difetto. Molti altri vagoni si possono aggiungere a questo treno perennemente in corso, salvo uno: il reato di tortura, fermo sul binario morto oramai da sessantotto anni.
Tanti ne sono passati dall’entrata in vigore della Costituzione. Ora, come insegna la psicanalisi la rimozione è sempre il sintomo di un problema irrisolto.
Analogamente, il silenzio del nostro legislatore penale rivela il rifiuto di accettare che la tortura è tra noi e ci riguarda tutti. Eppure casi di tortura in Italia avvengono e sono avvenuti.
Lo certifica per la prima volta la sentenza 15 luglio 1983 del Tribunale di Padova, per le torture praticate a danno di cinque terroristi rossi sospettati del sequestro Dozier, lo attesta da ultimo il Tribunale civile di Genova del 7 ottobre scorso, sentenza che ha già citato Flavia Lattanzi [1] prima.
Ma vorrei anche ricordare le sentenze con cui la Corte di Strasburgo ha condannato l’Italia più volte per violazione dell’articolo 3 della CEDU, in ragione della nostra passata politica dei respingimenti, del nostro sovraffollamento carcerario, ma più recentemente anche per la collaborazione ad operazione di extraordinary renditions.
La denuncia di tortura è anche in sede parlamentare.
Lo ha fatto, con riferimento all’internamento dei folli rei negli OPG, la relazione finale della Commissione senatoriale d’inchiesta svolta nella scorsa legislatura sul servizio sanitario nazionale o, con riferimento al regime detentivo del carcere duro, il rapporto reso noto nell’aprile scorso della commissione straordinaria diritti umani del Senato, a conclusione della sua indagine conoscitiva sulla condizione dei detenuti in 41 bis.
Quanto al trattenimento dei migranti nei CIE, lo sa bene il sottosegretario Migliore [2] che ne è stato Presidente per un breve tratto, la Camera ha addirittura istituito un’apposita commissione d’inchiesta, prolungandone i lavori fino al termine della legislatura in corso.
Dunque, nel quotidiano scorrere della realtà delle nostre istituzioni la tortura è un fatto non episodico.
La causa di ciò, secondo me, sta proprio nell’esserci accontentati di niente per un tempo troppo lungo, perché quanto più risalente è il buco legislativo tanto maggiore è il danno ordinamentale.
“Il carattere strutturale del problema sembra quindi innegabile”: sto citando le parole giustificate della Corte di Strasburgo nel caso Cestaro v. Italia, con riferimento alla mancata introduzione del reato di tortura nel nostro Codice penale.
In realtà a mancare non è il reato, è la sanzione.
Infatti la definizione pattizia di ciò che costituisce reato di tortura sul piano dell’elemento materiale e psicologico della condotta, è norma interna sufficientemente determinata. Basta ricordare che l’art. 185 bis del codice penale militare di guerra, punisce con la reclusione da uno a cinque anni chi compie atti di tortura, definendoli attraverso un implicito rinvio mobile all’articolo 1 della convenzione ONU del 1984.
Ciò che il legislatore ha già fatto con legge numero 6 del 2002 per l’ordinamento penale militare, potrebbe agevolmente essere fatto anche per il Codice penale comune.
A una soluzione così semplice si è preferito invece il percorso tutto in salita di una domestica definizione della fattispecie di tortura.
La ragione ormai è sotto gli occhi di tutti: erodere la normativa standard internazionale fino a ridurne l’incidenza pratica e simbolica, attraverso il gioco incrociato di emendamenti che oserei definire causidici.
Oltre che condannare lo stallo parlamentare, il legislatore presta così il fianco alle censure anche costituzionali per violazione degli obblighi internazionali, perché il margine di apprezzamento di ogni Stato parte va esercitato per reprimere maggiormente gli atti di tortura, non per allargare i margini di impunità di chi l’ha esercitata.
In attesa della sanzione che non c’è, va comunque eliminato un equivoco: quello secondo il quale l’attuale divieto di tortura, operando nelle relazioni tra Stati, sarebbe un’arma spuntata nell’ ordinamento interno. Non è così. Se non si può ancora condannare per tortura chi abusa della forza legittima dello Stato, è invece possibile condannare per incostituzionalità pene o regimi penitenziari che rientrino nella fattispecie pattizia di tortura. Come pure l’assenza di norme penali sostanziali e processuali finalizzate a renderne effettivo il divieto.
Voglio dire che la definizione di tortura e correlati obblighi procedurali, già ora integrano il parametro di costituzionalità che i giudici a quibus possono invocare e la Consulta adoperare. Ci hanno provato senza successo il Tribunale di Sorveglianza di Venezia e Milano nella quaestio sul sovraffollamento carcerario risolto dalla Corte con sentenza 279 del 2013.
Potrà accadere di nuovo con esiti positivi. Inerte il legislatore, è dal raccordo Corte e giudici che è lecito attendersi qualcosa di inedito e di significativo. Se invece il legislatore uscirà dalla sua apatia, disincagliando il disegno di legge arenatosi al Senato, sarà opportuno che guardi all’art. 13 quarto comma della Costituzione, come a un manuale di istruzioni per l’uso.
Basta leggerlo con la dovuta attenzione per smontare e rimontare diversamente l’attuale articolato legislativo. Così è, innanzitutto, per la natura propria e non comune del reato. L’obbligo costituzionale di penalizzare la tortura è inserito nell’articolo 13 che disciplina l’habeas corpus, cioè l’ordine emesso da un giudice di portare il ristretto al proprio cospetto per verificarne la legittimità dell’arresto e per evitarne una detenzione ingiustificata.
Ciò che l’art. 13 tutela cioè, non è una generica libertà personale, bensì la indisponibilità e inviolabilità del corpo del cittadino dalla pretesa di controllo degli apparati coercitivi statali.
Di più: il quarto comma dell’art. 13 esige la punizione di ogni violenza fisica e morale su persone comunque sottoposte a restrizione di libertà. Scusatemi, “comunque” non è sinonimo di “ovunque”, come invece ha frainteso il disegno di legge in discussione, che intende punire la tortura consumata in qualsiasi rapporto asimmetrico tra un forte e un debole, quindi non solo nei luoghi di detenzione ma anche altrove, ad esempio: in un ospizio, in un asilo, in una scuola, addirittura tra le mura domestiche.
Quel “comunque”, adoperato dall’art. 13 quarto comma, semmai rinvia alla formula massimamente inclusiva del secondo comma dell’art. 13, dove si vieta qualsiasi illegale restrizione statale della libertà personale. E così anche l’interpretazione sistematica ci conferma che la Costituzione colloca la tortura all’ interno del rapporto fra individuo autorità pubblica.
Quanto, poi, al requisito delle reiterate violenze e minacce, che compaiono e scompaiono nei lavori parlamentari, vorrei ricordare che l’art.13 quarto comma parla di “ogni” violenza e l’articolo 1 della convenzione ONU dice “qualsiasi” atto di tortura. “Mirabili, singolari”, ha detto il senatore Manconi [3], che bastano a smontare il sofisma per cui un atto di tortura non è tortura, un sofisma che fa dipendere la consumazione del reato dal grado di resistenza al dolore da parte della vittima.
Si coglie, dietro le criticate scelte legislative, una comune matrice: la riduzione della tortura al rapporto tra carnefice e vittima calcolabile algebricamente. La Costituzione, invece, va oltre al rapporto fra torturatore e torturato. Ciò che intende ripudiare non è tanto o non solo la quantità di sofferenza subita, ma le ragioni e le fonti di essa, perché la catastrofe emotiva e cognitiva provocata dalla tortura deriva dalla perdita di fiducia nell’altro.
Ma quando a far terra bruciata attorno al torturato è lo Stato per mano di un suo rappresentante, non c’è solo un aggravio, c’è un salto di qualità.
Perché, come insegnano tutti i casi giurisprudenziali che Flavia Lattanzi ha ricordato, la tortura non è mai improvvisata e quando affiora rivela sempre complicità ambientali e istituzionali.
È per questo che il divieto di tortura traina con sé, come il camion con il rimorchio, l’impossibilità di invocare l’ordine superiore come scriminante, l’imprescrittibilità del reato, la non concedibilità di attenuanti o di clemenza, l’inutilizzabilità probatoria, il divieto di allontanamento verso Paesi che torturano, la procedibilità d’ufficio, la giurisdizione universale, aggiungerei il numero di matricola sul casco degli agenti impegnati in operazioni di ordine pubblico e il divieto di tortura come parte integrante nella formazione delle forze dell’ordine.
Molte di queste cose mancano nel disegno di legge in esame, nel timore che tutto ciò sia una spada di Damocle che pende sulla testa delle forze dell’ordine inibendone l’azione.
Eppure, ci ha ricordato Flavia Lattanzi, il reato di tortura è presente in quasi tutti i codici penali europei e ciò non impedisce che la polizia di questi Paesi svolga con efficacia i propri compiti di prevenzione e di repressione.
In Italia invece, paradossalmente e incredibilmente, l’interdizione della tortura si è rovesciata in una interdizione del reato di tortura.
Di questo capovolgimento e delle sue conseguenze tutti i Parlamenti della Repubblica sono egualmente responsabili per omissione.
Perché non impedire un evento che sia l’obbligo costituzionale di evitare, equivale a cagionarlo.
È ora di rimediare approvando non una qualsiasi legge sulla tortura, ma una legge sulla tortura costituzionalmente orientata.
[1] membro permanente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani
[2] on. Gennaro Migliore, ex sottosegretario alla Giustizia con delega per le carceri
[3] sen. Luigi Manconi, presidente della Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei diritti umani
(Ordinario di diritto costituzionale presso l’Università di Ferrara)
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