Source: http://astratto.info/corte-di-appello-di-venezia-sez.html
Timestamp: 2020-02-16 22:16:02+00:00
Document Index: 59531435

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 3', 'sentenza ']

Corte di Appello di Venezia, sez. IV- penale,
sentenza n. 186 dd. 30.01-02.04.2007, Pres. Zampetti, est. Apostoli Cappello
Il processo ha per oggetto episodi che riguardano un gruppo di persone esponenti di un partito politico - condannate in primo grado ed oggi appellanti - le quali hanno fatto affiggere in Verona e nei comuni limitrofi manifesti il cui contenuto, posto anche graficamente in risalto, recita in particolare: “No ai campi nomadi. Firma anche tu per mandare via gli zingari: no ai campi nomadi”.
Attraverso questi manifesti e con volantini dal tenore simile (riportato in atti) gli imputati - secondo l’accusa - hanno diffuso idee razziste e, promuovendo la raccolta di firme per indurre le autorità politico-amministrative del comune di Verona a “cacciare gli zingari dalla città”, hanno incitato a commettere atti di discriminazione, con un’iniziativa accompagnata anche da una conferenza stampa di presentazione e da una nutrita serie di dichiarazioni rilasciate a quotidiani locali. (1)
- Quelle di rappresentanti di movimenti ed associazioni che avevano presentato esposti dopo aver preso visione dei manifesti (tra questi Elisa Favè del locale Osservatorio sulle discriminazioni; Lorenzo Monasta di un Coordinamento antirazzista; Renzo Fior (2) di una Comunità di religione).
Conseguente analisi dell’esistenza di un razzismo non più legato ad affermazioni relative alla “conformazione razziale” o comunque a parametri di natura biologica, ma che è correlato a posizioni definite “differenzialiste” in quanto sostenitrici di una incoercibile differenza di culture; (3)
g) rilievo - con specifico riguardo alla vicenda in esame - della circostanza che il complessivo atteggiamento segnalato in Verona in relazione ai fatti per i quali è processo si inserisce in cc.dd. iniziative di vigilanza ed autodifesa corrispondenti a quanto teorizzato dai sostenitori della visione
differenzialista ed affermazione - in qualche misura conclusiva rispetto alla vicenda presa in considerazione - che il comportamento contestato agli imputati si inscrive a tutto tondo in un percorso che vede, appunto da molto tempo, gli zingari oggetto di atteggiamenti e pratiche discriminatorie.
a) 2.2 Nell’esame della normativa contestata (4) il Tribunale - richiamando pronunce del S.C. (5) - ha ritenuto l’assenza di contrasto con la normativa costituzionale. Il precetto sarebbe sufficientemente concretizzato e tipizzato in ragione della presenza di uno scopo finale che va oltre quello, mediato, di natura discriminatoria e che consisterebbe, in definitiva, nell’intendimento di limitare l’esercizio dei diritti civili e politici. Non vi sarebbe nemmeno contrasto con la libertà di manifestazione del pensiero (art. 21 della Carta) posto che l’incitamento, in particolare, presenta un contenuto fattivo d’istigazione e dunque un quid pluris rispetto ad una mera manifestazione di idee, opinioni, convinzioni.
La discriminazione in base al dato della razza costituisce dunque solamente una delle possibili forme di razzismo e solo una delle diverse possibili forme di discriminazione sanzionate penalmente. Tale ampliamento, insieme concettuale e di sostanza, non può essere disconosciuto - secondo il Tribunale - allorquando si affronta l’esame delle teorie differenzialiste. Tutto va poi inquadrato nell’attuale contesto storico-culturale in cui “si è verificato un fenomeno di slittamento dal concetto di razza al concetto di etnia, intesa come fondamento di specificità culturali ben definite e stabili che regolano l’interazione tra gruppi”. Non va trascurato, in particolare, il dato comune che entrambe le forme di discriminazione prese in esame presentano e cioè “la tendenza ad attribuire ad un gruppo dei caratteri che ne definiscono una sorta di statuto ontologico”. Oggi il razzismo - ha osservato il Tribunale - non compare quasi mai nella sua forma originaria di manifestazione e non si presenta sotto forma di una teoria esplicita od accompagnato da attività palesemente rivendicanti tale carattere, ma “la norma penale italiana consente di annoverare nell’interdetto antirazzista anche fenomeni di c.d. razzismo implicito”. In definitiva - ha concluso il Tribunale - il razzismo ed ogni forma di discriminazione verso gruppi operano oggi indipendentemente dal riferimento alla razza in senso biologico e come tale è sanzionato. (6)
a) 2.6 In ordine all’estremo della diffusione il Tribunale - dopo aver ribadito che la manifestazione del pensiero “ove espressiva di un atto di discriminazione… diviene di per sé penalmente rilevante” - ha affermato che nel caso di specie vi è stata “diffusione nell’accezione propria del termine” dato che, lungi dal trovarsi in presenza di semplici opinioni di foro interno, “i pensieri diffusi sono quelli
contenuti nei manifesti fatti appendere”.
Per altro verso ciò che è stato ritenuto decisivo è il significato obiettivo di quanto si esprime, il senso che l’espressione presenta nell’ambiente in cui il fatto si è svolto, secondo la generale opinione. Se il valore offensivo di un’espressione è dunque un concetto relativo, ciò che viene comunque imposto dalla normativa in questione è il rispetto dell’ “altro”, pur diverso per le caratteristiche menzionate. (7)
a) 2.7 Premesso poi che l’incitamento - diversamente dall’istigazione - non stimolerebbe all’azione, ma “alla formazione di un certo tipo di pensiero dal quale poi, nell’intenzione di chi stimola e sprona, ci si auspica che discenda un certo tipo di condotta” e premesso che “l’incitamento alla discriminazione insito nell’invito alla popolazione veronese a firmare una petizione indirizzata ai politici presenti nell’assemblea e nel governo locale è stato chiaramente appuntato contro tutti gli appartenenti alla comunità etnica zingara veronese”, il Tribunale ha ritenuto che tale incitamento si fosse rivolto in definitiva ai pubblici amministratori . (8)
a) 2.8 Presa in esame la prospettazione sottesa alle dichiarazioni dell’imputato Tosi - sopra ricordate - il Tribunale ha concluso che la tesi della “battaglia per la legalità” appariva inaccoglibile perché il dato testuale chiarisce al di là di ogni ragionevole dubbio il senso reale del pensato. (9)
a) 2.9 Ribadita, infine, l’esclusione di ogni possibilità d’applicazione del diritto di critica, il Tribunale ha affermato che esternare il pensiero con frasi come quelle menzionate (rivolte in modo indiscriminato a tutti i componenti di una collettività) sarebbe “un modo non consentito… in quanto evidenzia nei fatti un pensato in sé chiaramente preconcetto” (10). Anche se è vero che il differenzialismo politico rifiuta l’etichetta di teoria razzista - osserva il Tribunale - “tale ideologia è razzista di per sé dal momento che può essere usata come forma di travestimento tattico del razzismo inegualitario mediante una sua riformulazione socialmente più accettabile”.
• Si sarebbe isolato un frammento della condotta complessiva degli imputati (quello riversato nel contenuto dei manifesti) dal più generale contesto nel quale la vicenda va invece collocata; si sarebbe, in particolare, operata una separazione di tale frammento dalla finalità dell’iniziativa di raccolta di firme, rappresentata dal testo della petizione.
• Si sarebbe qualificata l’ideologia degli imputati come “differenzialismo culturale e politico” ritenendola - ingiustificatamente - come razzista.
In definitiva - osservano gli appellanti - la sentenza privilegerebbe la “sola frazione di condotta rappresentata dai manifesti, rifiutando qualsiasi confronto con le finalità dell’azione manifestate dal testo del quesito”, mentre lo stesso capo d’imputazione fa in realtà riferimento, ed anzi s’incentra, sull’iniziativa di raccolta delle firme, individuata come lo strumento della consumazione del reato.
Anche a limitare l’esame delle condotte tenute dagli imputati al solo contenuto dei manifesti il contesto dell’iniziativa e lo scopo avuto realmente di mira dovrebbero essere “egualmente scandagliati ai fini di verificare la sussistenza dell’elemento psicologico del reato”. Andrebbe operato, in altri termini, un inquadramento dei fatti e comportamenti in una cornice unitaria che tutti li salda ed a tutti fornisce interpretazione “superando il tentativo di isolare singole frasi - poco felici - dal contesto in cui sono state pronunciate e scritte;… non si possono ritenere discriminatori nei confronti dell’etnia zingara comportamenti diretti a pretendere nei confronti di detto gruppo il rispetto delle regole”. Verrebbe in tal modo superata ogni possibile confusione - che, secondo gli appellanti, affligge invece la motivazione del Tribunale - tra richiesta di legalità ed ideologie razziste.
L’istruttoria avrebbe dimostrato che la petizione era effettivamente finalizzata allo sgombero di insediamenti abusivi ed alla non realizzazione di nuovi insediamenti in ottemperanza, del resto, ad una mozione approvata dal Consiglio comunale il 21.12.1995. La frase “firma anche tu per mandare via gli zingari” - come frasi analoghe - si riferirebbe esclusivamente agli insediamenti abusivi e quella “no ai campi nomadi” alla non realizzazione di nuovi ed ulteriori campi di sosta. Anche gli articoli di stampa presenti agli atti dimostrerebbero la reale finalità della petizione il cui contenuto (11) sarebbe del resto inequivocabile.
b) 3 In conseguenza delle argomentazioni svolte e delle richieste formulate in punto di responsabilità gli appellanti chiedono anche la revoca delle condanne al risarcimento dei danni in favore delle parti civili che sarebbero “oltretutto carenti di legittimazione attiva” quanto a quelle presentatesi come singole persone, (12) tenendo anche presente la mancanza di prova in ordine all’entità dei danni, in ogni caso determinati in maniera eccessiva da parte del Tribunale.
Maggior sviluppo richiede invece - quantomeno a fini di precisazione - la considerazione di alcune tematiche generali che stanno alla base della complessiva operazione ermeneutica sulle fattispecie contestate. Ciò appare necessario nonostante l’ampiezza che caratterizza anche tale parte della motivazione del Tribunale e la circostanza che le doglianze degli appellanti non si dirigano (perlomeno espressamente) a tutti i diversi aspetti presi in considerazione da parte dei primi giudici ed a ciascuna delle opzioni interpretative adottate. (13)
Ciò nonostante la preponderanza che risulta aver avuto il ruolo del Tosi (il quale è anche l’unico imputato che ha specificamente contestato le accuse e reso palese la propria versione difensiva, seguito dalle spontanee dichiarazioni del Corsi) ed anche se, in situazioni come quella in esame, è doveroso non trascurare il dubbio se solidarietà di idee e ragioni di sostegno politico non possano far premio nelle scelte, anche processuali, operate dai singoli imputati. Tutti i dati che emergono dal
processo - confermati dalla considerazione che diffusione di manifesti e raccolta di firme sono state opera di un gruppo organizzato di cui tutti gli imputati facevano attivamente parte - mettono in luce l’ambito di persone cui i comportamenti vanno attribuiti, secondo indici di consapevole adesione e di materiale collaborazione, e dunque secondo canoni rispettosi di criteri basilari in tema di responsabilità penale.
A riprova di quanto affermato si può, ad esempio, considerare che tutti gli imputati sono rappresentati nella videoripresa della conferenza stampa che servì per pubblicizzare la petizione, per altra via reclamizzata anche dai manifesti. (14)
c) 2 La norma di cui è stata complessivamente mossa contestazione agli imputati trova uno dei suoi presupposti interpretativi, ed anzi per certi versi s’incentra, sui concetti di razzismo e di discriminazione. L’analisi compiuta al riguardo dal Tribunale - anche attraverso i riferimenti esposti dalla consulente e fatti propri dai primi giudici - appare, in buona sostanza, del tutto esauriente e condivisibile. Risulta opportuno aver dato spazio a riferimenti metagiuridici proprio in considerazione del fatto che tali concetti servono anche a delineare - con una precisione che supera ogni possibile dubbio relativo alla sua costruzione ed al suo ambito - la norma incriminatrice. (15)
In ordine al punto evidenziato - richiamando la consulenza - sub b) (la circostanza che gli zingari, in quanto tali, siano stati oggetto di forme di esclusione, discriminazione, persecuzione) la Corte osserva che tale dato - storicamente accertato - fa parte ormai del patrimonio culturale non solo della comunità degli storici, ma della totalità dei consociati. (16) Sotto altro profilo appaiono accertati - anche perché corroborati da considerazioni comunemente accettate in ambito scientifico - i dati riportati sub e) (matrice culturale e non biologica del concetto di etnia) e sub d) (il fatto che gli zingari costituiscano una minoranza etnica). Anche il profilo evidenziato sub c) (il fatto, cioè, che il termine “zingaro” possa presentare - come tutte le parole, ma in particolare come quelle che servono, nei modi più vari e diversi, a “distinguere alcuni da [tutti gli] altri” - un uso non innocuo ed abbia finito con l’assumere anche una connotazione paradigmatica di intendimenti razzisti) risulta conforme a quanto evidenziato da consolidati indirizzi giurisprudenziali in ordine a termini che possono - in determinate occasioni ed in certi contesti - manifestare precisi ed indiscutibili profili di offensività. (17)
Osservato che quanto esposto sub g) (rapporto tra comportamento degli imputati ed attività di discriminazione) si inserisce nel punto più individualizzante e specificamente contestato dagli appellanti - e verrà richiamato anche in successivo frangente espositivo - rimane da considerare quanto riferito nei punti sub a) e sub f) in ordine al significato, in ambito storico-culturale ed anche giuridico, dei termini “razzismo” e “discriminazione” con particolare attenzione al quesito (ben rilevante nel caso in esame) se le posizioni “differenzialiste” (18) rientrino nel concetto di razzismo e possano essere correlate a fenomeni di discriminazione.
In ordine al profilo che amor di sintesi fa definire storico-sociologico la Corte compie convinta adesione a quanto richiamato nell’impugnata decisione soprattutto in riferimento alla condivisibile esposizione compiuta dalla consulente citata. L’abbandono di riferimenti biologico-naturalistici al fine di evidenziare le differenze tra ambiti di persone e la “massimizzazione” del dato culturale per
ricavare l’affermazione di “differenze insuperabili” tra detti ambiti è - si può ben dire - “sotto gli occhi di tutti”.
Al riguardo i riferimenti agli studi storici e sociologici compiuti dalla consulente (si tratta di precisi ed autorevoli dati culturali che - si ripete - non hanno trovato confutazione e nemmeno effettiva contrapposizione da parte degli appellanti) appaiono dunque particolarmente convincenti anche perché rispondenti alla continua percezione delle concrete forme di manifestazione di tale fenomeno. (19) Risulta, in definitiva, fondato affermare che le modalità di estrinsecazione delle
ideologie che predicano l’irriducibile diversità tra gruppi di persone ed i fenomeni di discriminazione che ne derivano sono oggi modificate rispetto al passato, ma non per ciò fuoriescono da intenti razzistici.
Con profilo certamente utilizzabile nell’operazione ermeneutica diretta a mettere in luce il preciso significato - in campo giuridico ed in particolare nel settore penale - dei termini “razzismo” e “discriminazione” la Convenzione di New York sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione razziale appare significativa, ai fini che qui interessano, già nella formulazione ad ampio spettro
dell’intitolazione. (20) Il suo primo articolo indica, del resto, che costituisce discriminazione razziale “ogni distinzione esclusione, restrizione o preferenza basata sulla razza ecc. che abbia lo scopo o l’effetto di distruggere o compromettere il riconoscimento, il godimento o l’esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell’uomo e dei diritti fondamentali”. (21)
Condivisibile (22) è anche l’affermazione dei primi giudici (pag. 73 sent.) secondo cui, in mancanza di una specifica definizione del termine “discriminazione” nella vigente legislazione, il significato non può che essere rapportato a quello lessicale.
In definitiva la nozione di razzismo, utilizzabile ai fini dell’applicazione delle norme contro le manifestazioni di discriminazione, è attualmente ravvisabile anche nei casi in cui l’argomento della disuguaglianza biologica sia stato sostituito da quello di un’assoluta ed insopprimibile differenziazione tra ambiti di individui appartenenti a diverse etnicità. (23) Tale conclusione è apprezzabile sulla base di ben individuati dati culturali prima ancora che per precisi riferimenti normativi (sia di indirizzo generale sia d’ordine applicativo-sanzionatorio). Secondo un’interpretazione letterale confortata dagli esiti del tutto consonanti di un’operazione teleologicamente orientata. In base alla considerazione delle ragioni che sottendono l’intervento legislativo non meno che per motivi di tenore testuale.
Tutti gli elementi ricavabili da tali elementi servono nello stesso tempo - ed il dato non è certo trascurabile - a delimitare coerentemente e razionalmente l’ambito di applicabilità della fattispecie incriminatrice e ad impedire il sorgere di alcun problema di tassatività e, più in generale, di costruzione della norma, facendo perdere ogni rilievo anche alla circostanza che attualmente la parola ed il concetto stesso di razzismo vengono adoperati in senso più vasto ed “improprio” se
confrontati con il loro significato originale. L’affermazione dei primi giudici secondo cui “la norma penale consente di annoverare nell’interdetto antirazzista anche fenomeni di c.d. razzismo implicito” (pag. 95) è pertanto esatta.
c) 4 Le problematiche affrontate inducono a considerare un ulteriore aspetto, in ordine al quale le valutazioni della Corte non sono collimanti con quelle espresse dal Tribunale anche se va subito osservato che ciò non porta affatto - come si vedrà - a difformità d’individuazione delle responsabilità. Il reato (24) ora specificamente in considerazione non rientra tra quelli definiti plurioffensivi.
Il riferimento compiuto da parte del Tribunale all’“ordine pubblico in senso stretto.. inteso quale buon assetto e regolare andamento del vivere civile cui corrispondono nella collettività… il senso della tranquillità e della sicurezza” (25) appare più un riferimento agli effetti che la norma incriminatrice (in maniera non dissimile da altre) intende favorire che l’individuazione di un preciso bene giuridico. Ciò risulta tanto più vero se si considera che il Tribunale riassume il concetto in quello - generico e ravvisabile con difficoltà in una visione concreta - di pace sociale.
Questa considerazione non toglie, per altro verso, che anche tale circostanza - lungi dall’essere alla base di un vizio per difetto di correlazione tra contestazione e decisione (26) - rappresenti un elemento opportunamente portato alla conoscenza ed all’esame delle parti private (ed in primis degli imputati).
La Corte avverte - quantomeno in relazione alla fattispecie di propaganda di idee Razziste (27) - il rischio di artificiosità insito in costruzioni che dalla concreta possibilità che fatti del tipo di quello ora in esame arrivino a portare (come nei fatti è ben naturale - v. quanto sopra affermato) a reali perturbamenti della vita sociale, ricavano conclusioni d’ineludibilità del reale accadimento di tale evenienza.
Va invece sottolineata - ad avviso della Corte - proprio alla luce della variegata, ma convergente normativa soprannazionale e costituzionale sopra menzionata - la dimensione concreta e personalistica del bene protetto consistente nella dignità di ciascun uomo come sopra individuata. (28) (29)
Tale conclusione fa fuoriuscire, ancor più radicalmente, dagli elementi necessari per integrare la fattispecie ogni aspetto - pur rilevante ad altri fini - relativo agli effetti dei comportamenti incriminati. Collega direttamente la norma a beni giuridici reali e concreti, previsti dalla Costituzione ed assolutamente fondanti dell’ordinamento giuridico e della stessa vita consociata contribuendo a palesare la “meritevolezza di tutela” di tali beni. Supera ogni dubbio relativo a requisiti di materialità ed offensività della fattispecie e denota la concretezza della lesione che una propaganda del tipo considerato (30) è in grado di realizzare. Indirizza più correttamente gli aspetti relativi all’individuazione dei soggetti offesi (compresi quelli relativi alle collettività di persone ed alle forme di rappresentanza con il particolare rilievo attribuibile già alla mera appartenenza di un soggetto ad un gruppo fatto oggetto di discriminazione) rivelando che l’offesa può riguardare singole persone e collettività di individui. Contribuisce a definire le problematiche relative al risarcimento dei danni (31) (nel caso in esame supera ogni contestazione degli appellanti in ordine alla legittimazione dei soggetti costituitisi Parti civili). (32)
Quanto considerato in ordine al fulcro dell’incriminazione non è privo di rilievo anche rispetto ad altri profili nel caso in esame. Concorre, in particolare, a chiarire che la mancanza di prova di collegamento diretto (33) tra l’attività contestata agli appellanti ed i comportamenti - di disturbo se non di vera e propria minaccia - posti in essere da ignoti nei confronti del campo nomadi non presenta alcun rilievo al fine di escludere la loro responsabilità in ordine alle contestazioni che sono state concretamente mosse.
L’analisi compiuta conferma anche che ogni dubbio di legittimità deve cedere in presenza non di una semplice manifestazione del pensiero, ma di una “propaganda”. (34) Una corretta delimitazione dell’ambito della libertà di manifestazione del pensiero trova, del resto, adeguata esposizione in indirizzi - da cui non vi è ragione di discostarsi - consolidati a partire dalla sent. 65/1970 della Corte costituzionale in tema di apologia ed è stata esaurientemente ripresa, per aspetti che qui più direttamente rilevano, da decisioni del S.C. (35) Le conclusioni cui è pervenuto su quest’ultimo punto il Tribunale - neppure specificamente contrastate dagli appellanti - trovano dunque il consenso della Corte.
Va ripresa - ora - la considerazione del mutamento del dato normativo, (36) introdotto dalla l. 85/2006, derivante dall’indubbia diversità terminologica tra “diffusione” e “propaganda”. La circostanza che quest’ultima sia qualcosa di diverso dalla mera diffusione risalta, del resto, anche dall’art. 4 della Convenzione di New York che ne prevede distintamente le condotte. Se è confermato che la propaganda realizza un quid pluris rispetto alla mera manifestazione d’idee ed è dunque con tale termine - più restrittivo - che è adesso necessario confrontarsi, appare agevole osservare (richiamando quanto sopra menzionato in ordine alle problematiche che il concetto di manifestazione del pensiero, inteso nella più ampia accezione, presenta e le decisioni assunte al riguardo dalla Corte delle leggi) che ciò che è decisivo nel caso in esame - anche in ordine al dato della successione di norme incriminatrici - è che il comportamento posto in essere dagli imputati rientra (non solo nel concetto di diffusione, ma anche) a pieno titolo nel concetto di propaganda e ne costituisce anzi un caso addirittura emblematico.
c) 5 Un altro profilo considerato dal Tribunale merita precisazione. Riguardo alla prima delle previsioni incriminatrici contenute nella norma (37) l’elemento soggettivo richiesto è il dolo nella sua forma generica. Se la formulazione lessicale adottata in ordine alla fattispecie di incitamento -ponendo in rilievo i motivi dell’azione - presenta un’indubbia configurazione causale e non finalistica (indica cioè le ragioni poste a base dell’azione che nell’azione stessa si manifestano e si realizzano integralmente e non un intendimento ulteriore rispetto al momento della consumazione, un dolo specifico come correttamente inteso), l’affermazione presenta ancor maggiore evidenza per la fattispecie di propaganda che richiede che le idee in tal modo manifestate siano “fondate sulla superiorità o sull’odio ecc.” e non una connotazione psicologica dell’agente corrispondente ad un dolo specifico. Per la decisività del rapporto di derivazione dal dato “culturale” v. la cit. sent. Gregorat (nota 29).
In altri termini: è sufficiente che il soggetto agente si rappresenti il contenuto delle idee che volontariamente propaganda e sia consapevole della loro “formazione” (“fondate sulla superiorità o sull’odio razziale”) nonché della loro intrinseca ed oggettiva idoneità a stimolare al riguardo altre persone. (38)
c) 6 La Difesa ha argomentato in sede di discussione circa il fatto che mancherebbe nella vicenda in esame l’estremo della derivazione di quanto propagandato dagli appellanti da costruzioni ideologiche fondate sulla superiorità o sull’odio razziale, come invece richiesto dalla norma. Il dubbio sollevato riguarda cioè la circostanza che - pur ipotizzato come differenzialista l’apparato ideologico espresso dagli imputati (39) - le caratteristiche di tale costruzione (che si incentrerebbe su un’idea di separazione e di rifiuto del “meticciato” e non su un’espressa affermazione di superiorità o su un sentimento di odio verso i “diversi”) non si presenterebbero in linea con quanto richiesto dalla norma incriminatrice.
Si tratta di considerazioni che - come già si è avuto modo di considerare - non hanno trovato specifiche ed argomentate contrapposizioni da parte degli appellanti e che, soprattutto, hanno già avuto la ragionata adesione di questa Corte che ha confermato che il “sentimento” posto a base delle forme odierne di razzismo non è dissimile da quello sotteso a manifestazioni espresse in passato, pur in forme marcatamente dissimili. S’impone al riguardo solo una precisazione: la circostanza che le forme di razzismo del passato abbiano dato luogo a fenomeni di gravità molto maggiore e per certi versi incomparabile a quelli in genere provocati attualmente è una circostanza che – pur pacifica - non risulta decisiva rispetto alla costruzione della norma in discussione e, più in generale, ai fini che qui rilevano.
L’attuale previsione incriminatrice - che si può dire tragga origine proprio dalla maturata percezione delle conseguenze cui è stato possibile arrivare muovendo da ideologie razziste - prescinde sia dalla necessità di una propensione dei dati psicologici in considerazione40 ad arrivare a conseguenze così estreme nella loro estrinsecazione sia dall’esigenza che di tali sentimenti venga fatta applicazione “pratica” in forme diverse e più marcate rispetto a quanto previsto dalla norma.
Anche quanto appena osservato in ordine alla ratio della normativa antirazzista e la non trascurabile considerazione della “capacità di trasformazione” del fenomeno razzista - unitamente all’attenta valutazione del contenuto e dell’importanza dei dati normativi sovraordinati di riferimento (in primis art. 3 Cost.) - induce a ritenere che non sia affatto necessario che le idee propagandate ed il comportamento concretamente posto in atto siano ricollegabili a situazioni
che si basano su estremizzazioni assolute di sentimenti negativi. (41)
c) 7 Ribadito - ed il dato non è certo di scarso rilievo - che la norma incriminatrice richiede non tanto una connotazione psicologica interna dell’agente quanto un tratto, di per sé esterno, caratteristico dell’idea (melius: ideologia) propagandata e ritenuto, di conseguenza, che ciò che assume importanza decisiva non è il vissuto psicologico degli imputati,42 la Corte osserva che, in ogni caso, emergono dagli atti processuali dati ben evidenti e concreti che confermano la presenza di una consapevole propaganda di “idee fondate ecc.”.43
Tutti gli elementi che derivano da un’analisi correttamente compiuta denotano la fondatezza dell’affermazione che non viene affatto sminuita dall’esame del contesto in cui i fatti si sono svolti ed in particolare dal confronto - ripetutamente invocato dagli appellanti - con il tenore della petizione. Tale confronto è certo necessario ed il suo significato va sicuramente preso in considerazione, ma - come ogni dato ulteriore rispetto alla condotta - non può rappresentare un elemento per interpretare il comportamento degli imputati prescindendo addirittura dal significato reso manifesto dalla condotta stessa.44 Non può neppure rappresentare il solo dato
esterno alla condotta utilizzabile per la ricostruzione dell’elemento soggettivo.
Proprio l’esclusivo confronto tra contenuto dei manifesti e tenore della petizione - sostenuto dagli appellanti - porterebbe a trascurare elementi di non poco momento. In primis le affermazioni compiute dagli imputati nel contesto della vicenda (nelle interviste e negli slogan lanciati dai “banchetti”) e tutti i dati di specifico rilievo relativi ai manifesti stessi, quali il raffronto del loro contenuto con quello dei volantini distribuiti o la loro collocazione sul territorio. Tale più ampio approccio interpretativo risulta, del resto, corretto anche alla luce di alcune considerazioni svolte dagli appellanti che ex post (es. pag. 9 app.) offrono chiavi d’interpretazione che venivano semmai fornite (v. le stesse testimonianze introdotte dalla Difesa), solo a chi si accostava ai banchetti perché già sollecitato dalla propaganda di idee - espresse dai manifesti o dagli slogan - che manifestavano un indubbio connotato razzista. Anche l’ “ammissione” degli appellanti in ordine all’ “infelicità” di frasi contenute nei manifesti,45 alla luce di quanto appena esposto, va in realtà interpretata (o perlomeno tradotta) come precisa consapevolezza del significato autonomo e ben pregnante da attribuire agli slogan (scritti ed orali).
Gli appellanti - compiendo un riferimento del tutto selettivo alla proposta di sistemazione dei nomadi presso immobili della Curia46 - cercano di offrire un’interpretazione del contenuto di manifesti e volantini, di slogan lanciati e di affermazioni compiute nel corso della complessiva attività di propaganda che prende in considerazione esclusivamente elementi desumibili al di fuori di manifesti e slogan, trascurando sia l’inequivoco significato direttamente desumibile dagli elementi sopra citati sia la più ampia gamma di dati esterni da esaminare.
Le dichiarazioni del teste Fior, ad esempio, (chiare ed inequivoche, del tutto credibili oltre che incontestate, supportate da documentazione fotografica relativa proprio ai manifesti) non lasciano margini di dubbio al riguardo: quella propaganda veniva svolta anche al di fuori del comune di Verona. Sarebbe arduo non scorgere in quanto da lui menzionato una significativa conferma del fatto che attraverso la collocazione dei manifesti gli imputati si prefiggevano non solo uno scopo “propedeutico” all’oggetto della petizione, ma anche quello, più vasto, di propagandare idee dirette a mandar via “gli” zingari, in quanto tali e, comunque, a “discriminarli” nei termini previsti dalla norma. (47)
La teste Bragaia, ad esempio, menziona la circostanza che gli slogan pronunciati dai “banchetti” non erano diretti tanto a proporre ragioni di ripristino della legalità ed a far riferimento alla specifica situazione oggetto della petizione, ma erano del tutto aderenti al contenuto dei manifesti, compiendo espresso invito a firmare “per mandare via gli zingari” 48. La teste ha altresì riferito che anche in occasione di una riunione in cui “tutti gli interventi si riferivano agli zingari…” il Tosi “ribadì ancora una volta che gli zingari dovevano essere mandati via, che la città doveva essere inospitale con loro perché dove arrivavano c’erano furti”. Ciò denota la presenza di un’innegabile idea di superiorità (= dato che gli zingari rubano e dato che non è pensabile ritenere che il pensiero dell’imputato sia che anche tutti i non zingari rubano, l’idea di superiorità, pur non espressamente affermata, ciò non di meno era del tutto esplicita) e di sentimenti di odio (dato che il proclamare la necessità e l’intento di essere “inospitali” verso qualcuno non può che essere correlato ad un sentimento di non superficiale avversione nei suoi confronti).
Più in generale i diversi profili in base ai quali i tratti caratteristici delle idee propagandate dagli imputati risultano indiscutibilmente fondati sui presupposti previsti dalla norma emergono con chiarezza anche dalla lettura dell’esame del Tosi e dal contenuto delle sue interviste. Essi sono stati adeguatamente riportati nell’impugnata decisione né l’affermazione dell’imputato - sopra menzionata - in ordine alla “formalità” della residenza dei nomadi serve a mutare i termini della
questione. (49)
Il fatto che tutti i testi citati abbiano interpretato i manifesti (e gli slogan) nel senso di un indistinto riferimento agli zingari denota che non si può nemmeno ipotizzare di essere in presenza di una particolare “sensibilità” individuale od addirittura di un travisamento di fatti operato da singole persone. Conferma al contrario - a ben vedere - che quello che “attirava” o “respingeva” gli ascoltatori - il vero nucleo della propaganda dunque - corrispondeva a quanto previsto dalla fattispecie (la teste Favè ricorda, ad esempio, che i manifesti furono solo l’ultimo elemento “la goccia che fece traboccare il vaso”; la teste Bragaia la circostanza che ciò che “attirava” i firmatari erano proprio gli slogan, ecc.). (50)
c) 9 Con riferimento a quanto riportato a pag. 72 della sentenza del Tribunale, la Corte ritiene di dover puntualizzare che - come ogni precetto penale - la norma in questione non impone o vieta una qualità od una caratteristica personale, un pensiero e tanto meno un credo od un’ideologia, ma sanziona un comportamento, una condotta, un’attività. Non prescrive un “essere”, ma un modo di comportarsi, non colpisce l’intolleranza di per sé sola intesa (e probabilmente nemmeno la mera manifestazione di idee intolleranti (51)), ma punisce - legittimamente - un comportamento intollerante diretto ad esplicare i suoi effetti sul mondo esterno.
La considerazione che quanto della complessiva iniziativa era “destinato” agli amministratori si deve ritenere limitato alla petizione, nel suo significato letterale ed oggettivo, (mentre corrisponde solamente ad un sospetto, pur qualificato, la circostanza della relativa “pressione” politica che si sarebbe intesa compiere, nei sensi riportati in contestazione e ritenuti da parte dei primi giudici) fa sì che non si possa considerare integrata - contrariamente a quanto ritenuto in primo grado - la fattispecie d’incitamento. (52)
c) 11 In definitiva: gli imputati hanno agito nella vicenda presa in esame al fine di ottenere - mediante un’intensa e variegata attività di propaganda connotata dalle caratteristiche sinora esaminate - adesioni a sostegno di un’iniziativa di segno politico specificamente diretta ad uno scopo di per sé non rientrante in un divieto penalmente sanzionato. (53) La complessiva opera di propaganda posta in essere consapevolmente da parte degli attuali appellanti non era peraltro diretta esclusivamente a questo scopo e, in ogni caso, nel concreto svolgimento di tale attività gli imputati hanno, senza alcun dubbio, posto in essere consapevolmente quanto previsto, vietato e sanzionato dalla lett. a della norma contestata propagandando idee “fondate su ecc.”. Per tali ragioni e nei limiti appena considerati, va dunque ribadita la loro responsabilità.
Parallelamente - richiamando quanto sopra (c 3) espresso in ordine a fondamenti e ragioni della posizione dei soggetti offesi-danneggiati - va confermata la condanna e ridotta l’entità delle somme liquidate come risarcimento dei danni. Esse vanno indicate in 8.000 euro per l’Opera nomadi ed in 2.500 euro per ciascuna singola persona fisica, seguendo criteri già apprezzabilmente adottati in prime cure.
Le somme appaiono adeguate alla luce di tutto quanto sinora esposto in ordine a configurazione della fattispecie e ratio dell’incriminazione, ripetuta commissione del fatto, particolare ruolo dei soggetti agenti, ampia diffusione dell’attività di propaganda e coinvolgimento di numerosissime persone in tale manifestazione.
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