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Timestamp: 2018-06-25 04:08:51+00:00
Document Index: 135135761

Matched Legal Cases: ['art. 62', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 133', 'Cass. Sez. ', 'art. 62', 'art. 133', 'art. 133', 'art. 133', 'art. 133', 'art. 407', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 133', 'art. 62', 'art. 62', 'art. 62', 'art. 133']

Art. 62 bis codice penale: Attenuanti generiche
Codice penale Art. 62-bis codice penale: Attenuanti generiche
Il giudice, indipendentemente dalle circostanze prevedute nell’art. 62 [1] [2], può prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Esse sono considerate, in ogni caso, ai fini della applicazione di questo capo, come una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate nel predetto articolo 62.
Ai fini dell’applicazione del primo comma non si tiene conto dei criteri di cui all’articolo 133, primo comma, numero 3), e secondo comma, nei casi previsti dall’articolo 99, quarto comma, in relazione ai delitti previsti dall’articolo 407, comma 2, lettera a), del codice di procedura penale, nel caso in cui siano puniticon la pena della reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni (3).
In ogni caso, l’assenza di precedenti condanne per altri reati a carico del condannato non può essere, per ciò solo, posta a fondamento della concessione delle circostanze di cui al primo comma (4).
Articolo aggiunto dal D.Lgs.Lgt. 14 settembre 1944, n. 288.
(1) Art. aggiunto ex d.lgs.lgt. 14-9-1944, n. 288 (art. 2), e successivamente così sostituito ex l. 5-12-2005, n. 251 (art. 1). Il testo previgente così disponeva: «62bis. Attenuanti generiche. — Il giudice, indipendentemente dalle circostanze prevedute nell’articolo 62, può prendere in considerazione altre circostanze diverse, qualora le ritenga tali da giustificare una diminuzione della pena. Esse sono considerate in ogni caso, ai fini dell’applicazione di questo capo, come una sola circostanza, la quale può anche concorrere con una o più delle circostanze indicate nel predetto articolo 62».
(2) Nonostante la legge denominata comunemente «ex Cirielli», come evidenziato nella nota precedente, abbia operato la sostituzione dell’intero articolo in commento, dal raffronto delle due previsioni emerge «ictu oculi» che il primo comma del nuovo testo riproduce letteralmente (salvo un piccolo correttivo meramente formale) la previgente disposizione (costituita da un singolo comma). Da tale opzione normativa traspare l’intenzione del legislatore di lasciare immutati i caratteri ontologico-strutturali dell’istituto, il quale era, quando fu introdotto nel ’44, e resta, dopo la riforma del 2005 (secondo la definizione fornita dalla relazione ministeriale che accompagnava il progetto di riforma del ’44), uno strumento finalizzato a mitigare, in relazione a circostanze non contemplate specificamente dalla legge, le pene, giudicate troppo aspre e di formale e rigida applicazione, previste per i singoli reati. La creazione di tale istituto, dunque, ha costituito una importante tappa nel cammino legislativo teso alla individualizzazione della sanzione, attraverso l’attribuzione al giudice della facoltà di adeguare e meglio graduare, in concreto, la risposta dell’ordinamento sia alle specifiche, irripetibili modalità, obiettive e soggettive, del fatto storico costituito dal singolo reato, che alle peculiari caratteristiche della personalità del suo autore.
Il legislatore del ’44 (come detto, non smentito da quello del 2005) ha, dunque, dato al giudice la possibilità di valorizzare circostanze non specificamente previste come attenuanti, ovvero elementi compresi tra quelli indicati nell’art. 133 del codice penale, quando si presentino con connotazioni, positivamente valutate, tanto peculiari e di tale rilevante peso da incidere in maniera particolare ed esclusiva sulla «quantità», oggettiva e soggettiva, del reato e, quindi, tali da giustificare l’attribuzione ad essi della potenzialità di concorrere, quali circostanze attenuanti generiche, alla determinazione della pena nella misura meglio adeguata ai parametri di legge.
A titolo esemplificativo, possono dar luogo all’applicazione delle attenuanti generiche la spontanea confessione dell’imputato, l’assenza di precedenti penali o un positivo comportamento successivo alla commissione del reato.
Per converso, la negativa condotta processuale del reo può incidere negativamente nelle valutazioni concernenti la concessione di tali attenuanti.
In tal senso, si è affermato che il pieno esercizio del diritto di difesa, se faculta l’imputato al silenzio e persino alla menzogna, non lo autorizza, per ciò solo, a tenere comportamenti processualmente obliqui e fuorvianti, in violazione del fondamentale principio di lealtà processuale che deve comunque improntare la condotta di tutti i soggetti del procedimento, e la cui violazione è indubbiamente valutabile da parte del giudice di merito (Cass. Sez. Un. 20- 9-2012, n. 36258).
Inoltre, mentre la confessione dell’imputato, tanto più se spontanea e indicativa di uno stato di resipiscenza, può essere valutata come elemento favorevole, ai fini della concessione del predetto beneficio, per contro la protesta d’innocenza, pur di fronte all’evidenza delle prove di colpevolezza, non può essere assunta, da sola, come elemento decisivo sfavorevole alla concessione stessa, non esistendo nel vigente ordinamento un principio giuridico per cui le attenuanti generiche debbano essere negate all’imputato che non confessi di aver commesso il fatto, quale che sia l’efficacia delle prove di reità (Cass. 28-12-2015, n. 50565). Sempre in tema di diniego delle attenuanti generiche, la «ratio» della disposizione di cui all’art. 62 bis cod. pen. non impone al giudice di merito di esprimere una valutazione circa ogni singola deduzione difensiva, essendo, invece, sufficiente l’indicazione degli elementi di preponderante rilevanza ritenuti ostativi alla concessione delle attenuanti; ne deriva che queste ultime possono essere negate anche soltanto in base ai precedenti penali dell’imputato, perché in tal modo viene formulato comunque, sia pure implicitamente, un giudizio di disvalore sulla sua personalità (Cass. 28-1-2016, n. 3896).
(3) In tale comma si concentrano tutte le innovazioni disciplinari connesse alla riscrittura dell’articolo in commento, ad opera della l. 251/2005, mutando, la neointrodotta previsione, il regime di utilizzabilità, a beneficio di determinati soggetti ed a determinate condizioni, di taluni degli elementi che il giudice ha la facoltà di prendere in considerazione nel valutare l’applicabilità delle attenuanti generiche. In particolare, tra gli elementi a disposizione del giudice ai fini anzidetti, vi sono quelli relativi alla gravità del reato ed alla capacità a delinquere del reo, indicati dall’art. 133 del codice penale, pur se si ritiene comunemente che, a tali criteri «tipizzati», il giudice possa affiancare ulteriori elementi di fatto soggettivi ed oggettivi «atipici» di valutazione, non rientranti nella previsione di tale articolo. In proposito, si afferma in giurisprudenza che, ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 c.p., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicché anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso (Cass. 1-2-2011, n. 3609).
Ciò premesso, l’innovazione introdotta tramite il presente comma si traduce nell’imposizione al giudice, chiamato a valutare l’applicabilità delle attenuanti generiche, di non tener conto dei criteri da cui desumere la gravità del reato previsti dal n. 3) del primo comma dell’art. 133 (in particolare, l’intensità del dolo, intesa fra l’altro, come il grado di consapevolezza, da parte del reo, dell’antigiuridicità e/o antisocialità del fatto posto in essere; nonostante sia escluso espressamente, il grado della colpa non rileverebbe comunque, concernendo, la «nuova» recidiva, solo i delitti non colposi), nonché di quelli da cui dedurre la capacità a delinquere del colpevole (trattasi degli elementi elencati nel secondo comma dell’art. 133, fra i quali i motivi a delinquere, il carattere del reo, i precedenti penali e giudiziari, la sua condotta antecedente, contemporanea e susseguente al reato), nel caso in cui colui che deve essere condannato appartenga alla categoria dei cd. recidivi reiterati «speciali» (così FLORA ), nel senso che abbia, già da recidivo, commesso taluno dei gravi delitti elencati nell’art. 407, comma 2, lett. a) del codice di procedura penale, purché siano punibili con la reclusione non inferiore nel minimo a cinque anni (a titolo esemplificativo, l’omicidio, la strage, la banda armata, il sequestro di persona a fini estorsivi). Su tale impianto disciplinare ha, tuttavia, inciso la Corte Costituzionale, dichiarando, con sentenza 10-6- 2011, n. 183, la parziale illegittimità del secondo comma della disposizione in esame. In particolare, si è censurata la scelta normativa (operata, come appena visto, dalla l. 251/2005) di sottrarre al giudice, in sede di applicazione di tale tipologia di attenuanti, il potere di valutare ed apprezzare la condotta tenuta dal colpevole nel periodo successivo alla commissione del reato (cd. condotta susseguente al reato, di cui si è detto sopra), ove tale valutazione concerna un recidivo del tipo anzidetto. Secondo la Corte, tale opzione contrasta, in primis, con il principio di ragionevolezza, in quanto privilegia il parametro della precedente attività delittuosa del reo, come sintomatico della capacità a delinquere rispetto agli altri, ed in particolare proprio rispetto alla condotta successiva alla commissione del reato, benché questa possa essere in concreto ugualmente, o addirittura prevalentemente, indicativa dell’attuale capacità criminale del reo e della sua complessiva personalità. Inoltre, escludere che possa assumere rilevanza, ai fini delle attenuanti generiche, la condotta successiva al reato, indicativa di una positiva evoluzione in atto della personalità del condannato significa anche porsi in contrasto con l’art. 27, terzo comma, della Costituzione. L’obiettivo della rieducazione del condannato, posto da questa norma costituzionale, non può, infatti, essere efficacemente perseguito negando valore a quei comportamenti che manifestano una riconsiderazione critica del proprio operato e l’accettazione di quei valori di ordinata e pacifica convivenza, nella quale si esprime l’oggetto della rieducazione. E ciò vale anche per i recidivi, in quanto mentre la recidiva rinviene nel fatto di reato il suo termine di riferimento, la condotta susseguente si proietta nel futuro e può segnare una radicale discontinuità negli atteggiamenti della persona e nei suoi rapporti sociali, assumendo grande significato per valutare l’attualità della capacità a delinquere del reo.
(4) Comma aggiunto ex art. 1, c. 1, lett. f-bis), d.l. 23-5-2008, n. 92, conv. in l. 24-7-2008, n. 125. Mentre, come appena visto, l’introduzione del secondo comma della disposizione in commento ad opera della l. 251/2005 (cd. ex Cirielli) ha prodotto un sostanziale restringimento del potere discrezionale del giudice di adeguare la pena al fatto concreto ed alla personalità dell’imputato, la previsione neointrodotta mira ad imporre allo stesso un adeguato percorso giustificativo della sua decisione, impedendo applicazioni praticamente automatiche dell’istituto, largamente diffuse nella prassi, fondate sull’incensuratezza del reo. Questa, dunque, anche dopo i correttivi del decreto sicurezza, continua a costituire elemento suscettibile di esame da parte del giudice, che dovrà peraltro tenerne conto esplicitando il modo in cui essa incida sulla capacità a delinquere dell’imputato, congiuntamente agli altri elementi di cui all’art. 133, comma 2, c.p., e nell’ambito di una valutazione complessiva degli elementi presi in considerazione da entrambi i commi di tale norma, che, come è noto, rappresentano quelli sui quali deve essere parametrata la decisione sulla concessione delle attenuanti generiche. A ben vedere, tuttavia, entrambe i correttivi (quello della ex Cirielli e quello del cd. decreto sicurezza) hanno l’obiettivo di impedire che la minaccia della sanzione penale effettuata in sede di redazione delle fattispecie criminose ad opera del legislatore (sanzione determinata non casualmente entro precisi limiti edittali) perda di effettività, vanificando il duplice ruolo di orientamento delle scelte del cittadino e di disincentivo al crimine rivestito dalle norme penali, obiettivo perseguito dal legislatore con previsioni finalizzate a porre un freno all’indiscriminata «benevolenza» giudiziaria nel concedere, come detto, in modo quasi automatico taluni benefici. La perdita di rilevo esclusivo dell’assenza di precedenti penali, peraltro, non significa, come detto, che essa non debba avere ancora un ruolo «concorrente» determinante nella concessione delle attenuanti generiche. Se, infatti, è vero, come sostenuto da taluni, che le attenuanti generiche dovrebbero fondarsi non sull’assenza di elementi negativi concernenti la personalità del reo, bensì sulla presenza di elementi positivi, e fra questi è dubbio che rientri l’incensuratezza, visto che l’osservanza delle leggi costituisce un dovere (non un merito) per ciascun cittadino, è anche vero che la mancanza di precedenti penali merita di essere apprezzata quantomeno quale potenziale sintomo dell’occasionalità nel ricorso al crimine.
Le attenuanti generiche non vanno intese come oggetto di una benevole e discrezionale concessione da parte del giudice, ma come il riconoscimento di situazioni che, pur non contemplate specificamente (come nel caso dell’art. 62 c.p.), presentano connotazioni tanto rilevanti e speciali da esigere una più incisiva considerazione. Ove il giudice ritenga di concederle o di negarle, deve dare ragione del corretto esercizio di tale rilevante potere discrezionale con una adeguata motivazione, atta a giustificare la riduzione di pena sulla base di indicazioni che non siano vaghe e generiche.
Deve essere cassata la decisione dei giudici di appello che, a fronte della specifica, dettagliata e motivata richiesta di concessione delle attenuanti generiche ed in mancanza di una norma che ne vieti l'applicazione nella specie (fattispecie anteriore all'introduzione dell'art. 62 bis c.p.), danno per scontata o presunta la non meritevolezza delle attenuanti generiche, non esaminando le circostanze che possono essere rilevanti a tal fine e specialmente gli specifici elementi e ragioni indicate con l'atto di appello.
Cassazione penale sez. III 27 gennaio 2015 n. 7914
Le attenuanti generiche previste dall'art. 62 bis c.p. sono state introdotte con la funzione di mitigare la rigidità dell'originario sistema di calcolo della pena nell'ipotesi di concorso di circostanze di specie diversa e tale funzione, ridotta a seguito della modifica del giudizio di comparazione delle circostanze concorrenti, ha modo di esplicarsi efficacemente solo per rimuovere il limite posto al giudice con la fissazione del minimo edittale, allorché questi intenda determinare la pena al di sotto di tale limite, con la conseguenza che, ove questa situazione non ricorra, perché il giudice valuta la pena da applicare al di sopra del limite, il diniego della prevalenza delle generiche diviene solo elemento di calcolo e non costituisce mezzo di determinazione della sanzione e non può, quindi, dar luogo né a violazione di legge, né al corrispondente difetto di motivazione. (Rigetta, Trib. Ferrara, 26/07/2013 )
Cassazione penale sez. III 18 luglio 2014 n. 44883
In tema di circostanze attenuanti generiche, posto che la ragion d'essere della relativa previsione normativa è quella di consentire al giudice un adeguamento, in senso più favorevole all'imputato, della sanzione prevista dalla legge, in considerazione di peculiari e non codificabili connotazioni tanto del fatto quanto del soggetto che di esso si è reso responsabile, ne deriva che la meritevolezza di detto adeguamento non può mai essere data per scontata o per presunta, sì da dar luogo all'obbligo, per il giudice, ove questi ritenga di escluderla, di giustificarne sotto ogni possibile profilo, l'affermata insussistenza. Al contrario, è la suindicata meritevolezza che necessita, essa stessa, quando se ne affermi l'esistenza, di apposita motivazione dalla quale emergano, in positivo, gli elementi che sono stati ritenuti atti a giustificare la mitigazione del trattamento sanzionatorio; trattamento la cui esclusione risulta, per converso, adeguatamente motivata alla sola condizione che il giudice, a fronte di specifica richiesta dell'imputato volta all'ottenimento delle attenuanti in questione, indichi delle plausibili ragioni a sostegno del rigetto di detta richiesta, senza che ciò comporti tuttavia la stretta necessità della contestazione o della invalidazione degli elementi sui quali la richiesta stessa si fonda. In questa prospettiva, anche uno solo degli elementi indicati nell'art. 133 c.p., attinente alla personalità del colpevole o all'entità del reato e alle modalità di esecuzione di esso, può essere sufficiente per negare o concedere le attenuanti generiche, derivandone così che, esemplificando, queste ben possono essere negate anche soltanto in base ai precedenti penali dell'imputato.
El hari ha detto:
10/06/2017 alle 00:59
Bona sera…. qualcuno puo informarmi per piacere sono stato preso dall carabinieri nel 2009 ero senza documente (clandistino) e mi hanno messo in carcere per 2 giorni e sono presentato dal giudici e mi hanno rilasciato…libero!!!! Ma nel 2013 mi hanno condannato a 8 mesi di reclusione ma da quel tempo sono in marocco ma per la clandistinita e reato grazie
abdelkhalek hari ha detto:
05/08/2017 alle 14:43