Source: https://bergamo.legal/category/news
Timestamp: 2020-02-24 08:29:49+00:00
Document Index: 122312328

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 21', 'art. 10', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 570', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1423', 'sentenza ', 'sentenza ']

News | Bergamo Legal
Il Tribunale di Lecce, con sentenza 16 gennaio 2020, n. 88, rileva come, nell’ipotesi di scontro tra veicoli, “la presunzione di pari responsabilità prevista dall’art. 2054 cod. civ. abbia carattere sussidiario“.
L’art. 2054 prevede, al comma II, che “Nel caso di scontro tra veicoli si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subìto dai singoli veicoli“.
Il predetto Tribunale, nel caso esaminato, osservava come la presunzione de quo operasse soltanto “nel caso in cui le risultanze probatorie non consentano di accertare in modo concreto in quale misura la condotta dei due conducenti abbia cagionato l’evento dannoso“.
La natura sussidiaria di tale norma rileva ai fini dell’istruzione probatoria: il Giudice deve adottare un criterio rigoroso per escludere la responsabilità di una delle parti o per “distribuire la colpa” del sinistro tra le parti coinvolte.
Ciò significa che se il Giudice accerta la colpa di uno dei conducenti, deve comunque vagliare la posizione dell’altro (o degli altri) per verificare l’ipotesi del concorso di colpa.
Assegno divorzile: natura assistenziale e perequativo-compensativa
Con una recentissima ordinanza del 16 gennaio 2020, la n. 765, la VI Sezione Civile della Corte di Cassazione (richiamata la nota pronuncia del 2018, n. 18287, delle Sezioni Unite) ha ribadito il principio per cui “all’assegno divorzile in favore dell’ex coniuge deve riconoscersi, oltre alla natura assistenziale, anche quella perequativo-compensativa, la quale discende, in modo diretto, dalla declinazione del principio costituzionale di solidarietà, e conduce al riconoscimento di un contributo volto a consentire al coniuge istante, non il conseguimento dell’autosufficienza economica sulla base di un parametro astratto, ma il raggiungimento, in concreto, di un livello reddituale adeguato al contributo fornito nella realizzazione della vita familiare, in particolare tenendo conto delle aspettative professionali sacrificate”.
Nel contesto del giudizio di scioglimento di un matrimonio il giudice dell’appello confermava la decisione assunta in primo grado, relativamente alle statuizioni economiche poste a carico dell’ex marito e consistenti in:
– un assegno divorzile di €. 350,00 mensili in favore della ex moglie;
– un contributo al mantenimento per il figlio minorenne per €. 850,00= mensili e partecipazione alle spese straordinarie nella misura del 70%.
Nel caso di specie, il giudice di seconde cure, nel riconoscere il diritto all’assegno e nel determinarne l’ammontare, aveva tenuto conto delle risorse sia economiche che reddituali di entrambi gli ex coniugi, non perseguendo una diversificazione reddituale, ma valutando il caso concreto e le vicende, per perseguire la finalità assistenziale, perequativa, compensativa, attribuita a tale assegno.
Ed ancora, secondo gli ermellini, il giudice di seconde cure ha riconosciuto il diritto all’assegno divorzile in misura pari a €. 350,00= mensili non per assicurare il pregresso tenore di vita, ma soltanto per mantenere le condizioni di vita adeguate al progetto familiare e sociale, che in seguito era stato interrotto con l’insorgere della crisi familiare, dando conto:
dell’attività lavorativa svolta sia dalla moglie che dal marito,
dalla circostanza che la ex moglie aveva lasciato la sua terra natia (Su America) nel 1999, al fine di trasferirsi in Italia col marito,
che la donna si era dedicata alla famiglia, nei primi anni di matrimonio, in ragione della nascita del figlio, fino a quando, in occasione della separazione, aveva intrapreso un’attività professionale,
che la medesima donna aveva reperito un alloggio dove vivere col figlio, non potendo più beneficiare dell’alloggio di servizio che era assegnato al coniuge provvedendo a versare, in prima battuta un canone locatizio di euro 630 mensili e, in seguito, avendo acquistato un’abitazione propria, si era accollata la rata di mutuo di pari importo,
che anche la donna provvedeva al mantenimento del figlio.
Tanto considerato, per i giudici la decisione resa dai colleghi di merito non risulta inficiata dal vizio di violazione di legge come invece invocato dal rincorrente.
Prosecuzione del giudizio dopo l’opposizione al decreto ingiuntivo Europeo
Il procedimento per decreto ingiuntivo europeo (rectius ingiunzione di pagamento europea) è disciplinato dal Regolamento CE n. 1896/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 12 dicembre 2006.
Ai sensi di tale norma, a fronte del deposito dell’atto di opposizione “il procedimento prosegue dinanzi ai giu- dici competenti dello Stato membro d’origine applicando le norme di procedura civile ordinaria“.
La Suprema Corte di Cassazione ha precisato che l’ingiunzione di pagamento europeo non è assimilabile al decreto ingiuntivo Italiano e, conseguentemente, non è applicabile la normativa relativa all’opposizione al decreto ingiuntivo.
Prosegue la Suprema Corte: “il giudice italiano che ha emesso l’IPE, una volta proposta l’opposizione deve limitarsi ad adottare un provvedimento con cui, essendo pendente un procedimento dinanzi al suo ufficio, dispone che esso prosegua secondo le regole di ordinaria procedura civile”, senza indicare quale sia la normativa di riferimento.
Spetterà quindi al creditore scegliere quale procedura applicare, a seconda della natura della situazione giuridica creditoria azionata con la domanda ingiuntiva.
In ambito di responsabilità professionale dell’Avvocato per omesso svolgimento di un’attività da cui sarebbe potuto derivare un vantaggio personale o patrimoniale per il cliente, una recente pronuncia della Corte di Cassazione, l’ordinanza 21 gennaio 2020, n. 1169, rileva come la regola della “preponderanza dell’evidenza” o del “più probabile che non” si applichi all’accertamento del nesso di causalità fra omissione ed evento dannoso ed all’accertamento del nesso di causalità tra l’evento dannoso e le conseguenze del danno.dannose risarcibili.
Infatti, il predetto criterio va tenuto fermo anche nei casi di responsabilità professionale per condotta omissiva: il giudice, accertata l’omissione di un’attività invece dovuta in base alle regole della professione praticata, nonché l’esistenza di un danno che probabilmente ne è la conseguenza, può ritenere, in assenza di fattori alternativi, che tale omissione abbia avuto efficacia causale diretta nella determinazione del danno.
La responsabilità genitoriale e il compito di educare i figli al corretto utilizzo dei mezzi di comunicazione
Il sempre maggior ricorso ad internet e ad altri mezzi di comunicazione telematica, per quanto costituisca l’esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, espone i minori al pericolo di abusi da parte di terzi, concretizzandosi altresì il rischio che, l’utilizzo di detti strumenti, possa ledere la sfera giuridica di altre persone.
Per questo, secondo il Tribunale per i Minorenni di Caltanissetta, i genitori sono tenuti ad impartire ai propri figli un’educazione idonea ad assicurare un corretto uso di queste tecnologie e vigilare sulle concrete forme di utilizzo.
In particolare, la Corte si è pronunciata su un caso riguardante il comportamento di un minore che, attraverso l’uso dell’applicazione di “Whatsapp”, aveva molestato una sua coetanea minorenne, al punto da indurla a mutare le proprie abitudini di vita a causa del timore per l’incolumità propria e dei propri cari in essa ingenerato dalle sopra menzionate molestie.
Il Tribunale è partito dalla preliminare considerazione che l’utilizzo degli strumenti di comunicazione telematica, da parte di minori, al fine di acquisire notizie ed esprimere opinioni, costituisce per essi stessi l’esercizio di un diritto, riconducibile alla libertà di comunicazione e di espressione, che non solo è prevista dall’art. 21 della nostra Costituzione, ma che è tutelata, a livello internazionale, dall’art. 10 della Convenzione di Roma del 1950 e dall’art. 11 della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea del 7 dicembre 2000.
Fatta la suddetta e doverosa premessa, i giudici hanno però aggiunto che tale diritto trova un limite nella tutela della dignità della persona umana, soprattutto ove essa sia minore d’età, perché i minori, in quanto soggetti deboli, necessitano di un’apposita tutela rifacendosi alla posizione della giurisprudenza di legittimità (cfr. Cass., 5 settembre 2006, n. 19069) secondo la quale in sede di bilanciamento con altri valori costituzionali, quali il diritto all’informazione e alla libertà di espressione degli altri individui, deve prevalere l’interesse del minore.
Anche se non enunciato a chiare lettere, dalla sentenza in esame si desume facilmente il principio di diritto per cui i minorenni possono liberamente utilizzare Internet e i mezzi affini, perché in questo modo essi esercitano il loro diritto di espressione e informazione, purché lo facciano in maniera responsabile, cioè non solo senza recare pregiudizi a terzi ma essendo stati preventivamente messi in condizione di non cadere vittima di azioni illecite perpetrate in loro danno dagli altri utenti.
Per far fronte ai pericoli derivanti da un uso improprio delle moderne tecnologie, la responsabilità genitoriale gravante sui genitori impone quindi che essi si attivino:
a) impartendo ai propri figli un’educazione adeguata ad assicurare che i predetti utilizzino la rete e gli strumenti ad essa collegati senza cadere vittima di abusi commessi nei loro confronti da altre persone e senza ledere la sfera giuridica di terzi (così anche Trib. Caltanissetta, 16 luglio 2018);
b) esercitando un controllo sul modus di detto utilizzo che si sostanzi in una limitazione quantitativa e qualitativa dello stesso (in questo senso già Trib. Teramo, 16 gennaio 2012).
In presenza di un anomalo utilizzo delle moderne tecnologie da parte del minore potrebbe quindi fondatamente presumersi che i genitori non abbiano adempiuto ai sopra citati doveri (conforme Cass., 7 agosto 2000, n. 10357).
Il Tribunale pertanto, nel caso di specie, in applicazione dei principi menzionati, ha ritenuto opportuno disporre un’attività di monitoraggio volta, tra l’altro, ad accertare che la madre del ragazzo fosse dotata di adeguate capacità educative e di vigilanza.
Generalmente il c.d. abbandono del tetto coniugale non viene più considerato un reato, salvo che non risulti integrata la fattispecie dell’art. 570 c.p. (“Chiunque, abbandonando il domicilio domestico […] si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla responsabilità genitoriale o alla qualità di coniuge è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da Euro 103,00 a Euro 1.032,00“).
Tuttavia tale condotta, allorquando consista in una decisione arbitratria, improvvisa ed unilaterale di allontanarsi dalla residenza familiare, senza che sia dimostrata l’intollerabilità della convivenza, potrebbe costituire motivo di addebito della separazione.
In tal senso una pronuncia del Tribunale di Sassari, confermata in Corte d’Appello ed in Cassazione (Ordinanza n.509/2020).
Quanto sin qui, tuttavia, deve essere necessariamente correlato al caso di specie: difatti, allorquando sussistono ragioni per affermare che la convivenza è divenuta intollerabile (pressioni, minacce, litigi o anche semplicemente il deterioramento del rapporto), la condotta del coniuge che si allontana dalla casa coniugale risulta difficilmente sindacabile.
Il mancato esperimento della mediazione obbligatoria e preclusioni in appello
Conformemente ai suoi precedenti giurisprudenziali (cfr. Cass. 13.11.2018, n. 29017; Cass. 30.10.2018 n. 27433; Cass. 13.04.2017, n. 9557; Cass. 2.02.2017, n. 2703) la Suprema Corte con la recente sentenza del 13 dicembre 2019, n. 32797, ha ribadito che “l’improcedibilità della domanda per mancato preventivo esperimento del tentativo di conciliazione deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza del giudizio di primo grado. In mancanza della tempestiva eccezione del convenuto, ove il giudice di primo grado non abbia provveduto al relativo rilievo d’ufficio, è, pertanto, precluso al giudice di appello rilevare l’improcedibilità della domanda.
Gli ermellini in accoglimento del ricorso hanno richiamato il disposto di cui all’art. 5 comma 1 bis, D.lgs. n. 28/2010, per cui “chi intende esercitare in giudizio un’azione relativa a una controversia in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari, è tenuto, assistito dall’avvocato, preliminarmente a esperire il procedimento di mediazione ai sensi del presente decreto ovvero i procedimenti previsti dal decreto legislativo 8 ottobre 2007, n. 179 , e dai rispettivi regolamenti di attuazione ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’articolo 128-bis del testo unico delle leggi in 4 materia bancaria e creditizia di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, e successive modificazioni, ovvero il procedimento istituito in attuazione dell’articolo 187-ter del Codice delle assicurazioni private di cui al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, per le materie ivi regolate. L’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale. A decorrere dall’anno 2018, il Ministro della giustizia riferisce annualmente alle Camere sugli effetti prodotti e sui risultati conseguiti dall’applicazione delle disposizioni del presente comma. L’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza. Il giudice ove rilevi che la mediazione è già iniziata, ma non si è conclusa, fissa la successiva udienza dopo la scadenza del termine di cui all’articolo 6. Allo stesso modo provvede quando la mediazione non è stata esperita, assegnando contestualmente alle parti il termine di quindici giorni per la presentazione della domanda di mediazione. Il presente comma non si applica alle azioni previste dagli articoli 37, 140 e 140-bis del codice del consumo di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, e successive modificazioni».
Come risulta evidente dalla disposizione, l’improcedibilità deve essere eccepita dal convenuto, a pena di decadenza, o rilevata d’ufficio dal giudice, non oltre la prima udienza del giudizio di primo grado.
Nello stadio d’appello è prevista solo una facoltà del giudice di creare la condizione di procedibilità alla luce di una valutazione discrezionale: infatti l’art. 5, comma 2 stabilisce che “il giudice, anche in sede di giudizio di appello, valutata la natura della causa, lo stato dell’istruzione e il comportamento delle parti, può disporre l’esperimento del procedimento di mediazione; in tal caso, l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale anche in sede di appello”.
Eredi e polizza vita
Come noto, la polizza vita non entra a far parte dell’asse ereditario: gli indennizzi derivati da una polizza vita sono acquisiti dal beneficiario come un diritto proprio.
Ciononostante, le somme di cui alla polizza vita possono assumere rilevanza ai fini dell’eventualità di lesione della legittima.
Si pensi alla polizza vita, stipulata poco tempo prima del decesso, nella quale il premio e l’indennizzo più o meno si equivalgono, con beneficiario uno solo degli eredi…
In casi analoghi, allorquando gli altri eredi non hanno copia del contratto e debbono richiederlo alla Compagnia di Assicurazione, quest’ultima spesso oppone una generica “privacy” del terzo beneficiario, per negare agli eredi la possibilità di conoscerne il nominativo.
In tal senso, avviene che la Compagni di Assicurazione citi la sentenza n. 17790 dell’8 settembre 2015, con la quale veniva cassata una sentenza del Tribunale di Verona che ordinava ad una Compagnia di Assicurazione di esibire agli eredi del contraente di una polizza il nome del beneficiario della stessa.
Tuttavia tale sentenza deve essere letta integralmente per comprenderne le motivazioni: nel caso di specie, gli eredi agivano per ottenere l’annullamento del contratto di assicurazione in quanto stipulato da persona (il de cuius) asseritamente incapace di intendere e volere.
In tale ottica, il nominativo del beneficiario è irrilevante, giacché per richiedere l’annullamento è sufficiente convenire in giudizio la Compagnia di Assicurazione e non già il terzo beneficiario.
Diverso è il caso in cui con un contratto di assicurazione sulla vita il defunto abbia leso il diritto dei legittimari a conseguire la loro quota di legittima.
In tal caso i legittimari hanno diritto di conoscere il nominativo beneficiario, al fine di convenirlo in giudizio e far valere i propri diritti.
Non dimentichiamo che il diritto alla riservatezza è sempre secondario rispetto al diritto alla difesa (art. 24 Cost).
La registrazione tardiva può sanare la nullità del contratto di locazione
La suprema Corte di Cassazione, con la sentenza n. 34156 del 20 dicembre 2019 ha confermato il principio per cui “il contratto di locazione di immobili, sia ad uso abitativo che ad uso diverso, contenente sin dall’origine l’indicazione del canone realmente pattuito (e, dunque, in assenza di qualsivoglia fenomeno simulatorio), ove non registrato nei termini di legge, è nullo ai sensi dell’art. 1, comma 346, della l. n. 311 del 2004, ma, in caso di tardiva registrazione, da ritenersi consentita in base alle norme tributarie, può comunque produrre i suoi effetti con decorrenza “ex tunc”, atteso che il riconoscimento di una sanatoria “per adempimento” è coerente con l’introduzione nell’ordinamento di una nullità (funzionale) “per inadempimento” all’obbligo di registrazione”.
La pronuncia giunge a conclusione della causa instaurata da Tizio nei confronti di Caio convenuto in giudizio dinanzi al Tribunale di Milano, il quale riferiva di aver preso in locazione un immobile, ma di non averne mai ottenuto la disponibilità, chiedendo che il giudice pronunciasse la risoluzione del contratto e condannasse il locatore, alla restituzione di euro 25.000,00 corrisposti a titolo di anticipo sui canoni, ed al pagamento di euro 4.849,50 per le spese sostenute per soggiornare in un Hotel.
Impugnata la sentenza emessa in Appello, la Cassazione – in accoglimento dell’unico motivo – ha osservato che la controversa questione degli effetti sananti della registrazione tardiva del contratto che è stata risolta dalle Sezioni unite, le quali hanno sancito il principio di diritto secondo cui il contratto di locazione di immobili urbani, sia ad uso abitativo che ad uso diverso, contenente fin dal principio il canone realmente pattuito, e quindi esulando dalle ipotesi nelle quali ricorra il cosiddetto “accordo simulatorio”, ove non registrato nel termine, è nullo ai sensi dell’art. 1, comma 346, della I. n. 311/2004; tuttavia, la registrazione tardiva lo sana.
Infatti, il riconoscimento di una sanatoria per adempimento appare coerente con l’introduzione nell’ordinamento di una nullità (funzionale) per inadempimento.
Tale registrazione rimessa all’iniziativa di entrambe le parti (locatore e/o conduttore) sana il contratto, con decorrenza ex tunc degli effetti giuridici del medesimo, giacché una soluzione diversa si risolverebbe in una inaccettabile “novazione del contratto originario (indirettamente) per factum principis inficiando la “disciplina legale della durata del contratto”.
La giurisprudenza di legittimità, sviluppatasi prima dell’intervento delle Sezioni Unite, già si era cimentata nello sforzo di chiarire il significato del termine nullità, ammettendo la sanabilità del contratto, giacché, se è vero che l’art. 1423 c.c. richiede a tal fine una previsione di legge ad hoc, e benché manchi una disposizione espressa in questo senso, dal complessivo esame della normativa tributaria emerge con certezza la possibilità di una tardiva registrazione, giustificata dal carattere “improprio o atipico” di tale nullità, che si caratterizza per il mancato compimento di un’attività “esterna” al negozio stesso, il quale, di per sé, risulta perfezionato e privo di difetti strutturali.
La registrazione provoca un effetto sanante che retro agisce alla data di conclusione del negozio, considerata l’evidente anomalia della vicenda, che alterna una fase di piena validità ed efficacia del rapporto ad una in cui subentra la totale invalidità ed inefficacia proprie della disciplina della nullità e la stabilizzazione definitiva degli effetti del contratto che può dare l’efficacia sanante retroattiva.
Smarrimento del bagaglio: chi tra il vettore aereo e la società di handling è responsabile?
La Corte di Cassazione con la recente ordinanza n. 18320/2019 del 9 luglio 2019, si è pronunciata sul punto.
Il caso trae origine nel 2006 allorquando con atto di citazione innanzi al giudice di pace, l’attore convenne in giudizio la Compagnia aerea per sentire dichiarare la responsabilità e la conseguente condanna al risarcimento del danno causato dallo smarrimento e dal danneggiamento del proprio bagaglio avvenuto nel dicembre 2015 sulla tratta Roma – Bari.
La Compagnia, costituitasi in giudizio, eccepì la propria legittimazione passiva, adducendo che la responsabilità fosse da rinvenire in capo alla società di Handling dell’aeroporto.
Il Tribunale, adito in sede di appello contro la sentenza emessa dal giudice di pace, decidendo nel merito, ne rigettò l’impugnazione ritenendo che non fosse stata raggiunta la prova della responsabilità della Compagnia del primo vettore per i danni derivati dallo smarrimento e dal danneggiamento del bagaglio. Il bene, infatti, era stato affidato alla società incaricata della custodia dei bagagli presso l’aeroporto di Brindisi, successivamente alla handling di Roma e poi, ancora, ad altro vettore che lo aveva preso in consegna fino ad Olbia, di talché era impossibile stabilire chi fosse stato a smarrire il bagaglio in esame.
La Corte ritenne che il quadro probatorio fosse del tutto inadeguato a fornire la prova della responsabilità dei danni subiti in capo ad una delle compagnie aeree o, piuttosto, che ad altri soggetti coinvolti nella vicenda.
Veniva, quindi, proposto ricorso in Cassazione, affidato ad un unico motivo: ovvero per aver omesso la sentenza di considerare che il bagaglio fu smarrito nella prima tratta del viaggio da Brindisi a Roma sicché l’unico soggetto responsabile era certamente la compagnia aerea.
La suprema Corte, pur dichiarando inammissibile il ricorso, in astratto ha ritenuto il motivo fondato ed infatti:
– la responsabilità del vettore per ritardata consegna del bagaglio avrebbe dovuto essere affermata dal giudice, in conformità alla giurisprudenza della Corte di Giustizia sul danno da vacanza rovinata, in base alla Convenzione di Varsavia, secondo la quale il vettore è responsabile del danno risultante dal ritardo, ed anche in base alla Carta dei Diritti del passeggero che riconosce la responsabilità al vettore e non anche alla società di handling;
– se in base all’articolo 1218 del Codice civile, esiste un rapporto contrattuale tra il viaggiatore e il vettore, sarà quest’ultimo l’unico responsabile degli eventuali danni salvo che, annota la Convenzione di Montreal, provi di aver adottato tutte le misure ragionevolmente richieste per evitarli;
– il danno è di tipo esistenziale, trattandosi di pregiudizio che “altera le abitudini di vita e gli assetti relazionali della persona, sconvolgendo la sua quotidianità e privandola di occasioni per l’espressione e la realizzazione della sua personalità nel mondo esterno”.