Source: http://noimagazine.it/2017/09/marco-vitale-riflessioni-sugli-articoli-1-e-47-della-costituzione/
Timestamp: 2019-06-16 13:19:19+00:00
Document Index: 28826344

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art.47', 'art.1', 'art.1', 'art. 47', 'art. 47', 'art.1', 'art.47', 'art. 1', 'art. 47', 'art. 14', 'art.41', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 79', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 1']

Marco Vitale: riflessioni sugli articoli 1 e 47 della Costituzione | NOI Magazine - Movimento NOI - Free Press UA-100774676-3
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L'economista Marco Vitale
Condividiamo ai fini della formazione di tutti coloro i quali compongono le Reti Umane del Movimento NOI, la riflessione pubblicata dal blog del Movimento Sturziano “Servire l’Italia”, a cura di Marco Vitale, economista d’impresa, bresciano di nascita e milanese di residenza, uomo internazionale per cultura e attività, Presidente Onorario dell’Associazione Amici del Monumentale di Milano.
Ciò perchè, come afferma il Presidente di Servire l’Italia, Architetto Giampiero Cardillo, “per prepararsi a governare, bisogna entrare con forza e coraggio nella stanza delle cose cosiddette difficili, che tali non appaiono più dopo una “lezione” chiara di un uomo che ha fatto della formazione una professione di grandissimo successo“.
Il Movimento NOI è consapevole che fare politica è sempre più una vocazione destinata a chi ha la capacità di dedicarsi alla formazione continua per fare bene il bene di tutti.
INTERPRETAZIONE EVOLUTIVA E/O ABROGAZIONE DELLE NORME COSTITUZIONALI
Gli studiosi costituzionalisti conoscono bene il tema dell’interpretazione evolutiva delle norme costituzionali. Il mutamento della struttura socio-economica e del contesto culturale porta a letture evolutive per adattare i principi costituzionali al nuovo contesto. È un approccio prezioso che rende le Costituzioni più flessibili e capaci, quindi, di salvaguardare i loro principi e la loro applicabilità nel tempo.
Ma non è sempre semplice distinguere fra possibile interpretazione evolutiva e sospetto di abrogazione tacita. Mi concentrerò su due norme che sono cardine del pensiero socio-economico sottostante alla nostra Costituzione: l’art.1 e l’art.47.
L’art.1, che tutti conosciamo, dice:
ed è frutto di un complesso travaglio e confronto in sede di commissione, è stato molto criticato sotto il profilo di una vaghezza applicativa. Sosterrò più avanti che mai questo articolo ha avuto una maggiore importanza di oggi, perché siamo di fronte a un enorme conflitto di principi. Ma non vi è dubbio che la situazione della legislazione ordinaria e soprattutto la gestione della politica economica e bancaria, legittima la domanda: non è che siamo di fronte ad una tacita abrogazione dell’art.1?
Analoga domanda si pone di fronte al più complesso e meno conosciuto art. 47. L’art. 47, nella sua parte principale stabilisce:
Anche dietro a questo articolo vi è un grande lavoro della commissione caratterizzato da un vivace confronto tra Luigi Einaudi e Tommaso Zerbi che alla fine prevalse ed è il vero estensore dell’articolo. L’art.1 tutela il lavoro, l’art.47 tutela il risparmio, due pilastri del buon governo. Ma dopo lo tsunami che si è abbattuto sul risparmio e sul credito, dopo la catastrofe della politica bancaria, dopo il prevalere in sede di Banca d’Italia di concetti che lasciano perplessi (“il capitale è la stella polare della banca” ha detto il direttore generale della Banca d’Italia) dopo il servilismo assoluto di fronte alle imposizioni, spesso profondamente errate, che vengono da BCE e da altri sedi europee, anche qui è legittima la domanda: è stato anche questo articolo tacitamente abrogato?
NON È UNA QUESTIONE NAZIONALE
Diciamo che, nell’ipotesi migliore, questi due pilastri della nostra Costituzione economica, soffrono di un incredibile indebolimento, sia sul piano del pensiero che sul piano operativo. Ma sarebbe un grave errore leggere questo indebolimento come un fatto nazionale e come spunto per alimentare le solite inconcludenti baruffe chiozzotte. Si tratta di effetti locali di una gigantesca partita che si è giocata e si gioca a livello globale, un conflitto di pensiero, istituzioni, interessi, in gran parte di una vera e propria lotta di classe, con epicentro negli USA. È il conflitto da un lato tra il pensiero e la politica del liberalismo classico, dell’economia di mercato e imprenditoriale, dell’economia sociale di mercato, di tutti i movimenti e le tradizioni cioè che hanno cercato di conciliare la durezza del confronto economico con le esigenze sociali e umane di una pacifica e costituzionale convivenza, e, dall’altro, dall’insieme di pensiero e politiche, che chiamiamo con l’espressione sintetica e forse impropria di neoliberismo, che dominando da circa trent’anni, hanno portato a un incredibile concentrazione delle ricchezze, a una totale umiliazione del ruolo del lavoro, ad una finanziarizzazione esasperata di ogni aspetto della società, all’esplosione del debito pubblico e privato, alla crisi bancaria. Ne abbiamo parlato a lungo e per tempo(1).
IL FATTO SORPRENDENTE
Ma vi è un punto centrale che voglio sottolineare. E lo posso fare sulla base anche del bellissimo libro di uno studioso inglese, Colin Crouch, dal titolo: “The Strange Non Death of Neo-Liberalism”. Dice Crouch: il neoliberalismo ci ha portato alla gravissima crisi scoppiata nel 2007. Secondo i ritmi della storia, la gravità e la generalità di questa crisi avrebbe dovuto fare giustizia del paradigma neoliberista e dalle sue rovine avrebbe dovuto emergere un nuovo paradigma. Ciò non è successo. Tutto quello che emerge dalla crisi è un neoliberismo rafforzato. Non è mai stato così forte, anzi negli USA è anche apertamente, brutalmente e ostentatamente al governo, senza bisogno di coperture e mascherature alla Clinton. E questo dimostra la forza, la ramificazione, la potenza di questo movimento, che sembra invincibile. È questo il vero fatto sorprendente.
Traggo il titolo di questo paragrafo da un famoso articolo di Caffè, che quando uscì mi colpì molto: “La solitudine del riformista”. E come altrimenti titolare? di fronte:
• allo squagliamento, come neve al sole, di tutta la sinistra (vent’anni fa scrissi che il Luigi Einaudi delle Lezioni Sociali era a sinistra di tutta la sinistra nostrana);
• all’arroccamento del sindacato;
• alla Chiesa di Ruini;
• al servilismo intellettuale della grande maggioranza del mondo accademico;
• alla resa intellettuale incondizionata al neoliberismo dei vertici della Banca d’Italia;
• alla mancanza di dignità della classe di governo (sia quella prerottamazione che quella deludentissima dei quarantenni renziani) sia di fronte alle istituzioni europee che ai loro diktat;
• allo scollamento dell’Europa di fronte ai colpi della crisi e dell’avversario UK;
• alla delusione drammatica di Obama che, nei bellissimi discorsi del 2008, aveva alimentato la speranza che, da una sede autorevole, si alzasse un pensiero capace di contrastare l’ideologia del neoliberismo (“Main Street versus Wall Street”);
• all’amara osservazione del continuo sgretolamento dell’economia italiana e del continuo peggioramento dell’occupazione e della dignità del lavoro, senza una reazione adeguata né sul fronte del pensiero né sul fronte della capacità propositiva.
In questo viaggio nella solitudine ognuno ha avuto i suoi riferimenti, i suoi conforti, i suoi compagni. Personalmente chi mi ha fatto compagnia e conforto sono stati:
• la Costituzione stessa;
• alcuni maestri italiani, come Caffè, Sylos Labini, Giorgio Fuà, Paolo Baffi;
• la Dottrina Sociale della Chiesa (la Dottrina, non la Chiesa di Ruini) che proprio nei momenti più difficili emerge, con la sua forza e attualità di pensiero, e con il suo rispetto per la persona e per il lavoro dell’uomo.
Questi restano anche oggi i compagni che mi confortano in questa minacciosa fase, caratterizzata, da noi, da un incombente governo Renzusconi e, sul piano generale, dai segnali inequivocabili di una nuova crisi finanziaria globale e da una situazione geopolitica sempre più prebellica.
Ma oggi siamo meno soli. La grande novità è rappresentata dalla presenza e scesa in campo di Papa Francesco, speranza per tutti e non solo per i cattolici. Finalmente da un’alta cattedra morale si dicono cose giuste e vere. Un’altra novità, ma che deve essere confermata, è che l’effetto congiunto di Brexit e di Trump può avere il benefico effetto di rinserrare le fila dell’Europa e di chiamarla ad una nuova autonomia. La recente presa di posizione della Merkel in questo senso, se sarà suffragata, come penso, da una grande vittoria elettorale, è un altro tassello di speranza.
Ho detto che buona parte della Costituzione, ed in particolare gli articoli 1 e 47 che sono al centro del mio discorso, sembrano tacitamente abrogati. Ma non lo sono. Per abrogarli sarebbe necessario cancellare il pensiero sul quale gli stessi poggiano. E invece questo pensiero soffre ma resiste e si pone come argine, pur debole, allo tsunami del neoliberismo. L’articolo 1, che sancisce la dignità del lavoro, di tutto il lavoro, da quello dipendente a quello professionale a quello imprenditoriale, non è mai stato così importante come oggi. Il conflitto, infatti, è tra la dignità dell’uomo e del lavoro e l’asservimento alla finanza. Per questo dico che l’art. 1 non è mai stato così importante, come oggi, e mai, come oggi, il suo significato è chiaro e limpido. In questo conflitto dobbiamo schierarci e la Costituzione ci aiuta a schierarci dalla parte giusta. È confortante ma non sorprendente che tra la Costituzione italiana e quella tedesca ci siano potenti vicinanze e che entrambe abbiano profonde coincidenze con la Dottrina Sociale della Chiesa. Entrambe infatti nascono dalla tragedia imposta, ad entrambi i paesi ed all’Europa tutta, dal fascismo e dal nazismo.
Ma soffermiamoci un po’ proprio sulla Costituzione tedesca, sorella della nostra Costituzione.
Il primo articolo della Legge Fondamentale della Repubblica Federale di Germania (Grundgesetze) è rubricatoDifesa della dignità della persona, ed il primo paragrafo recita:
La dignità della persona umana è inviolabile. Rispettarla e proteggerla è dovere di ogni potere statuale(2).
Trovo bellissimo che la Costituzione di un Paese civile esordisca enunciando questo fondamentale principio(3). Dietro questo articolo c’è la rottura con le tradizioni di pensiero illiberale e statalista che tanto a lungo hanno pesato sulla cultura tedesca; c’è la ribellione ed insieme il confiteor contro gli orrori del nazionalsocialismo; ci sono le strazianti immagini dei sopravvissuti dei campi di concentramento, che il generale Eisenhower fece largamente distribuire affinché non se ne perdesse la memoria. Ma c’è sicuramente anche il pensiero dell’Ordoliberalismo, e c’è la DSC che della dignità della persona umana, fatta a immagine di Dio, ha fatto uno dei suoi pilastri, senza mai nutrire la minima incertezza in materia(4).
Come dice il Concilio Vaticano II, è essenziale che la persona conservi sempre «un irrinunciabile desiderio di dignità»(5) perché:
l’uomo è l’autore, il centro e il fine di tutta la vita economico-sociale(6).
È questo un tema dove gli incroci fertilizzanti sono stati tanti(7). Ma certamente siamo qui in presenza di uno dei collegamenti più forti e rilevanti tra Economia Sociale di Mercato e DSC, che possono, forse, proprio unendo le forze, arginare e contrastare quell’ideologia ancora dominante, anche se non più vincente, dell’individualismo radicale e delle democrazie predatorie.
DESTINAZIONE UNIVERSALE DEI BENI E DIFFUSIONE DELLA PROPRIETÀ
Un secondo cardine della DSC è il principio della destinazione universale dei beni. Ed anche qui ci troviamo ad un crocevia dove la Costituzione tedesca, ispirata dall’Ordoliberalismo, si incrocia con un altro principio fondamentale della DSC.
La DSC è sempre stata a favore della proprietà privata, come garanzia della libertà, dignità e responsabilità della persona umana. Ma, al contempo, ha sempre levato il suo monito contro la eccessiva concentrazione della proprietà privata e a favore di una proprietà diffusa; e ha sempre richiesto che la proprietà venga utilizzata non solo con il rispetto degli altri – neminem ledere – ma nella consapevolezza che i beni in proprietà hanno una sorta di ipoteca a favore della loro destinazione universale. Contro la concentrazione della ricchezza si muove anche l’art. 47 della nostra Costituzione, non a caso formulato da gruppi cattolici.
Questa posizione coincide con quella dell’Ordoliberalismo. La differenza è, forse, nel fatto che la Chiesa non ha ben compreso, per lungo tempo, che un’economia basata sulla proprietà privata è anche, necessariamente, un’economia basata sul mercato. Posizione, questa, che sfocia nella Costituzione tedesca, dove nei primi due paragrafi dell’art. 14 si legge:
1) La proprietà e il diritto di successione sono garantiti. Il loro contenuto ed i loro limiti sono fissati dalla legge.
2) La proprietà crea degli obblighi. Il suo uso deve essere utile anche all’insieme della collettività(8).
Qui cogliamo analogie con l’art.41 della nostra Costituzione, soprattutto secondo comma, che qualche tempo fa volevano abolire.
Questa concezione della proprietà, presidio della libertà e dell’iniziativa individuale, ma inserita in una precisa filosofia pubblica della responsabilità e caratterizzata da un’ampia diffusione, è, in realtà, un’idea molto antica, la cui essenza va alle radici del pensiero democratico occidentale. Già Aristotele insegnava:
Ordunque è meglio, come ben si vede, che la proprietà sia privata ma si faccia comune nell’uso: abituare i cittadini a tal modo di pensare è compito particolare del legislatore.
Sul piano della teoria dell’impresa, i migliori studiosi della materia non hanno mai dubitato che la gestione di un’impresa non sia un fatto esclusivo e privato degli azionisti, perché assolve, invece, a una funzione generale di sviluppo. Così P. F. Drucker:
Le imprese […] sono organi della società. Non sono fine a se stesse, ma esistono per svolgere una determinata funzione sociale […] esse sono strumenti per assolvere fini che le trascendono(9).
E il presidente degli USA, Woodrow Wilson, affermava:
Non può dirsi correttamente che una moderna società per azioni basi i suoi diritti ed i suoi poteri sui principi della proprietà privata. I suoi poteri derivano totalmente dall’ordinamento. Le grandi società possono correttamente dirsi un bene comune(10).
E, nello stesso senso, molti altri.
Ma le appassionate parole dei Röpke e degli Einaudi contro la concentrazione della proprietà e della ricchezza, le raccomandazioni della DSC per un uso responsabile della proprietà, le sane teorie sull’impresa come soggetto di sviluppo collettivo, le norme delle nostre due Costituzioni, sono state, specie negli ultimi trent’anni, più che ignorate, irrise e totalmente rovesciate. La concentrazione della ricchezza e del potere economico non solo ha raggiunto livelli mai visti prima, ma è diventata un mito e un obiettivo dichiarato; ed il profitto, anzi, il “capital gain”, è diventato misura di ogni cosa – altro che l’antico detto omnium rerum mensura homo! – Le imprese sono state poste al servizio esclusivo degli interessi degli azionisti, secondo la teoria della maximization of shareholder value, una delle teorie più devastanti degli ultimi 60 anni. La speculazione finanziaria, liberata da tutte le leggi e le regole che la inquadravano e, in parte, giustamente, la imbavagliavano, è diventata selvaggia, ed è diventata ormai, oggi, il vero, anche se negativo, dominus del mondo, facendo fare a tutto il sistema un salto indietro di cento anni, sul piano culturale e ideologico oltre che operativo, dando così nuova legittimazione al giudizio che il presidente USA Woodrow Wilson, nei primi anni del Novecento, aveva pronunciato: «Il grande monopolio di questo Paese è quello del denaro». Fino al punto che i governi occidentali, tanto individualmente – a partire da quello degli USA – che come G20 – embrione di una comunità internazionale –, sono stati spinti in una posizione subalterna rispetto al potere finanziario, e balbettano, impauriti, senza più dignità.
Questo potere finanziario, irresponsabile e diabolico, queste autentiche strutture di peccato, ci porteranno, di crisi in crisi, alla rovina totale. Per questo bisogna unire le forze della ragione, della civiltà, della fede, della democrazia e della cultura contro questo mondo guidato da un oligopolio che impropriamente chiamiamo mercato. Ma ciò che è necessario, prima di tutto, è un mutamento profondo dei paradigmi economici dominanti. Altro che legittimarli e proteggerli, come fa la grande maggioranza degli economisti(11)! E questo passaggio non può realizzarsi se rimaniamo rinchiusi nell’armamentario concettuale economico tradizionale. È necessario uno sguardo e un’ispirazione molto più ampia.
È necessario un salto di civiltà. Dobbiamo mobilitare insieme filosofia e religione, diritto, economia e sociologia, fede e ragione(12), pensiero democratico e pensiero sociale, nella prospettiva di un neoumanesimo globale.
STATO SOCIALE E PRINCIPIO DI SOLIDARIETÀ
Nella Costituzione tedesca troviamo un altro incrocio cruciale tra Economia Sociale di Mercato e DSC. Lo troviamo nell’art. 20, comma 1, che recita:
La repubblica federale tedesca è uno stato democratico e sociale(13).
È questo un altro articolo fondamentale, insieme al già citato art. 1 sulla dignità dell’uomo come valore inalienabile, tanto che entrambi godono, grazie all’art. 79, comma 3, della Costituzione, della c.d. garanzia dell’eternità, «Ewigkeitendgarantie», in quanto i loro principi non possono essere mutati da alcuna maggioranza parlamentare. L’articolo 20, comma 1, contiene i cinque pilastri dell’ordinamento costituzionale della Germania, che è: una repubblica, una democrazia, uno Stato di diritto, uno Stato federale, uno Stato sociale. Ai fini della nostra riflessione mi concentrerò sull’ultimo pilastro: la Germania è costituzionalmente, e senza possibilità di modifiche, uno Stato sociale.
Le radici dello Stato sociale sono molto antiche, in Germania, e non sono state certo inventate dalla dottrina dell’Ordoliberalismo, né dalla Costituzione del 1949. Anche il nazismo pretendeva di essere uno Stato sociale ed, in un certo senso, limitatamente ai suoi membri, lo era. Ma la caratteristica di Stato sociale non va vista isolatamente, bensì insieme agli altri pilastri della Costituzione tedesca: Stato repubblicano, democratico, di diritto, federale. Infatti si sarebbe quasi portati a precisare: e quindi Stato sociale. Molti ordinamenti, possiamo dire la maggioranza in Europa, pur senza definirsi esplicitamente tali, sono concretamente organizzati con una forte impronta di Stato sociale. Naturalmente, le caratteristiche concrete con le quali un ordinamento realizza questa qualità possono essere varie e possono variare nel tempo. Ma che una Costituzione, come quella tedesca, riconosca come caratteristica generale di uno Stato l’essere sociale, non è né comune né senza conseguenze. È una scelta di campo, definitiva, pur nel mutevole atteggiarsi delle soluzioni concrete. Ciò vuol dire che il principio della solidarietà sociale, principio fondamentale della DSC Sollicitudo rei socialis, 38-40 – insieme al connesso principio di sussidiarietà, diventa una direttiva non discutibile per il legislatore ordinario e per i reggitori. Si tratta, in questo caso, di un obiettivo costituzionale rivolto ai reggitori che non fa nascere precisi diritti del singolo. Ma è un obiettivo di grande rilievo che va, come già detto, visto in stretto collegamento con l’art. 1, comma 1, sulla dignità della persona.
Su questa radice costituzionale della solidarietà sono innestate istituzioni tipicamente tedesche, come laMitbestimmung – partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori ai consigli di sorveglianza delle imprese di maggiori dimensioni –, che sono presidio importante della tenuta democratica del Paese. Anche in Germania, negli anni recenti, si è verificato un forte processo di concentrazione della ricchezza, ma in misura più moderata che in altri Stati, come USA, Inghilterra e Italia. Anche in Germania, negli anni recenti della globalizzazione, si sono scatenati forsennati attacchi, soprattutto di matrice internazionale, per distruggere ed eliminare lo Stato sociale. Ma il presidio costituzionale e la tradizione culturale del Paese hanno fatto argine in misura molto più forte e soprattutto in modo molto più fondato ed ordinato, che in altri Paesi pasticcioni come l’Italia, a questo attacco forsennato che, in fondo, null’altro è che un attacco alla democrazia e alla dignità della persona. Come scrive un brillante commentatore tedesco(14), con parole che valgono anche in relazione alla nostra Costituzione:
Secondo la Costituzione, l’economia è al servizio dell’uomo e non il contrario. Concretamente: le banche non devono, in prima linea, spingere sempre più in alto il loro profitto, costi quello che costi, ma piuttosto devono, ad esempio, offrire finanziamenti il più possibile favorevoli, affinché imprese intraprendenti realizzino nuove iniziative. Questo intendiamo con l’espressione economia sociale di mercato nel senso della Costituzione. Anche se questo concetto non è esplicitamente incardinato nella Costituzione, questa economia sociale di mercato corrisponde al disegno della nostra Costituzione. Ciò è stato formulato, in termini generali, dall’arcivescovo di Monaco, Reinhard Marx (che non è un discendente di Carlo Marx): «l’economia sociale di mercato è espressione di una civiltà. Molti l’hanno scordato» […]. L’uomo di chiesa, Marx, rappresentante della Dottrina sociale della Chiesa cattolica, ci ricorda correttamente i fondamenti etici di una buona economia, cioè di un’economia al servizio dell’uomo. Egli induce a riflettere dicendo: «Un capitalismo senza etica e senza un solido ordinamento giuridico è ostile all’uomo». É un‘affermazione che coincide perfettamente con i principi della nostra Costituzione. Purtroppo non si può negare l’impressione che, nei piani alti di banche e grandi imprese, anche tedesche, si è, nel tempo, diffuso un pensiero che chiaramente ignora del tutto questa configurazione della Costituzione. Naturalmente l’economia non può e non deve farsi carico dei compiti propri della politica. Ma le imprese non esistono solo per assolvere scopi propri e per servire gli interessi di manager ed azionisti. «La proprietà crea degli obblighi. Il suo uso deve anche essere utile all’insieme della collettività». Questi due paragrafi dell’articolo 14 della Costituzione è tutto ciò che sta scritto nel testo costituzionale per illustrare che non è vero che, oltre al profitto, l’economia non deve pensare ad altro. Certamente il profitto è importante, ma come mezzo non come scopo, affinché le imprese siano utili alla collettività […]. Questo è il cuore ragionevole di una economia umana, qui si radica la responsabilità delle imprese in una economia sociale di mercato […]. La Costituzione è un testo giuridico nazionale, ma, se si vuole, con una prospettiva mondiale. La sua validità si limita al territorio della repubblica federale, ma essa contiene indirizzi che possiedono una valenza per costruire un ordine economico internazionale, un capitalismo con regole e con rischi governabili […]. Ogni mercato in ogni città è ancora oggi circondato da altre istituzioni: il comune, l’asilo, la scuola, l’ospedale. E spesso nel mezzo della piazza del mercato, c’è la Chiesa. Questi sono solo alcuni esempi che servono ad illuminare di cosa una comunità ha bisogno, oltre al mercato, per poter durare nel tempo(15). La giustizia sociale non è un lusso che ci possiamo concedere solo nei tempi facili, ma un diretto imperativo costituzionale che resta in vigore anche nei tempi difficili.
La Costituzione è cosciente che non si può, da soli, percorrere questa ardua via, e lo testimonia l’art. 23, comma 1, che recita:
La repubblica federale tedesca è impegnata a collaborare alla realizzazione di un’Europa unita, attraverso l’Unione Europea, che sia fondata sui principi di uno Stato democratico, di diritto, sociale e federale secondo il principio di sussidiarietà e che garantisca, in essenza, diritti simili a quelli garantiti da questa Costituzione. Di conseguenza la repubblica federale con legge approvata dal parlamento federale può trasferire poteri sovrani(16).
Ma si veda anche il preambolo(17).
Certamente sono tante le difficoltà concrete per la realizzazione, corretta ed efficiente, di uno Stato sociale. Ed in primo luogo si pone la necessità di distinguere tra Stato sociale e Stato assistenziale, quale è, in parte, quello italiano. Lo Stato sociale, correttamente inteso, non perde efficienza, come temono sempre molti economisti, perché la socialità e la solidarietà sono componenti necessarie dell’efficienza duratura. Senza solidarietà, l’unica efficienza possibile è a breve termine, ed è quella dei campi di concentramento. Lo Stato assistenziale è altra cosa rispetto allo Stato sociale, ed è comunque estraneo sia all’Economia Sociale di Mercato, che alla DSC, che ad entrambe le Costituzioni, sia quella italiana che quella tedesca. Poiché le fonti della DSC a sostegno di questa affermazione sono talmente tante che diventa perfino difficile citarle, mi rifarò ad una fonte meno nota: i magnifici discorsi che Giovanni Paolo II pronunciò a Napoli nel corso della sua visita pastorale nel novembre 1990. Egli parlò alla cittadinanza, e singolarmente a tutte le principali componenti della stessa. Il centro del suo messaggio, ai fini del tema che ci interessa, è riassunto nei seguenti passaggi(18).
Occorre che la società civile napoletana nel suo insieme, sia protagonista del suo stesso sviluppo; che il popolo di Napoli coltivi una forte coscienza sociale, e quale custode dei ricchi valori della sua tradizione, si faccia promotore di un fecondo rapporto con le istituzioni. Ad ogni diritto corrisponde un dovere. In questo caso ogni istanza sociale è chiamata ad offrire il suo supporto; le strutture politiche ed amministrative, il mondo del commercio e dell’industria, i lavoratori e le associazioni che li rappresentano. In tali impegni consiste la solidarietà che necessariamente deve presiedere la vita sociale.
Lo sviluppo del Mezzogiorno vi sarà, quando si sprigioneranno le energie locali. Voi imprenditori dovete essere in prima fila in questo sforzo.
Ma mi piace anche ricordare la Mater et Magistra di Giovanni XXIII, del 1961, che è tutta un inno all’«attitudine di responsabilità», che si auspica diffusa a tutti i livelli. Lo Stato ha il dovere di favorire lo sviluppo di un sistema solidale, ma secondo un rigoroso principio di sussidiarietà. Riproduco qui una pagina del mio citato scritto, dedicato alle encicliche sociali:
«Anzitutto va affermato che il mondo economico è creazione dell’iniziativa personale dei singoli cittadini». È la frase con cui inizia la parte II. Il mondo economico non è frutto né del capitale, né del proletariato. È frutto dell’iniziativa personale. Dovere dello Stato, dell’ordinamento, della morale, è che il mondo si sviluppi tenendo conto del bene comune. Ma il bene comune è il frutto dell’iniziativa personale, o non è. Mai in un’enciclica, né prima né poi, si esprimerà, con tanta chiarezza, il valore positivo dell’iniziativa personale in campo economico, cioè di quella che io chiamo economia imprenditoriale.
Questo valore non viene radicato su premesse mediocri, ma, a sua volta, su un più elevato valore, quello della libertà, e su quello, connesso, dello sviluppo: «L’esperienza infatti attesta che dove manca l’iniziativa personale dei singoli vi è tirannide politica; ma vi è pure ristagno dei settori economici diretti a produrre soprattutto la gammaindefinita dei beni di consumo e dei servizi che hanno attinenza oltre che ai bisogni materiali, alle esigenze dello spirito: beni e servizi che impegnano, in modo speciale, la creatrice genialità dei singoli».
Non è casuale che Wilhelm Röpke, economista luterano, fosse un grande estimatore della Mater et Magistra.
Altri incroci tra le dottrine dell’Ordoliberalismo, la sua realizzazione nella forma di Economia Sociale di Mercato, e la DSC sono, certamente, identificabili, come scrive Wilhelm Röpke(19). Ma forse è più utile fermarsi ai tre pilastri che abbiamo discusso: dignità della persona, destinazione universale dei beni e diffusione della proprietà, Stato sociale e principio di solidarietà.
In relazione a questi tre pilastri abbiamo identificato importanti coincidenze, sovrapposizioni, unità di ispirazione e di obiettivi, tra le nostre Costituzioni e la DSC.
Ma quale è l’utilità di rilevare tali coincidenze? Alcuni elementi sono già emersi nel corso della nostra analisi. Ma vorrei ora tentare di dare una risposta più organica e più approfondita a questa domanda fondamentale.
Abbiamo vissuto a lungo le profonde incomprensioni che ci sono state tra la Chiesa e il moderno pensiero liberale, sui temi dell’economia. Inutile negarlo. Da parte della Chiesa – nei fatti, negli atteggiamenti informali, ma mai nelle encicliche! – si è a lungo coltivata una forte preferenza per le soluzioni di impronta collettivista e socialista, ed una profonda diffidenza verso il mercato, verso l’impresa e i suoi meccanismi. Da parte dell’economia liberale si è, invece, alimentata una grossolana ignoranza della DSC ed una sorta di disprezzo intellettuale della parola della Chiesa. Solo pochi spiriti veramente laici e liberi, come l’economista luterano Wilhelm Röpke, hanno avuto la forza morale e intellettuale di scrivere parole come queste:
Non sarebbe una cattiva idea quella di scrivere la storia economica della nostra epoca cercandone i riflessi nei messaggi che la Santa Sede ha promulgato al mondo dall’inizio dell’era industriale, per applicare la dottrina sociale della Chiesa cristiana ai problemi posti dalla moderna società industriale. Fondamentalmente questa dottrina sociale è rappresentata da una filosofia dell’uomo e della società immutabile come lo stesso insegnamento cristiano-umano, nato dal singolare connubio della filosofia antica con il cristianesimo. È stata questa dottrina a creare le basi sulle quali si è formata la cultura occidentale e a darci quei principi che non possiamo abbandonare senza rinunciare a questa cultura: cattolici o protestanti, fedeli o agnostici, se non vogliamo macchiarci di tradimento verso il patrimonio spirituale e morale dell’Occidente, dobbiamo considerare quei principi tanto incrollabili da non poterli nemmeno discutere”(20).
Allora perché continuare a insistere su antichi terni, totalmente superati dalla storia? Ma perché non leggete laGaudium et Spes? Ma perché non leggere la Centesimus Annus, e soprattutto il fondamentale paragrafo 42?
Ritornando ora alla domanda iniziale, si può forse dire che, dopo il fallimento del comunismo, il sistema sociale vincente sia il capitalismo, e che verso di esso vadano indirizzati gli sforzi dei Paesi che cercano di ricostruire la loro autonomia e la loro società? È forse questo il modello che bisogna proporre ai Paesi del Terzo Mondo, che cercano la via del vero progresso economico e civile? La risposta è ovviamente complessa. Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positivo dell’impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sarebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa”, di “economia libera”. Ma se con “capitalismo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisamente negativa(21).
Perché non ripartiamo da qui e non cerchiamo, partendo da qui, di affrontare insieme i problemi cruciali del nostro tempo, guardando a ciò che unisce e non a ciò che divide? Non vorrei essere frainteso. Il lavoro storico di recupero dei vecchi testi e il lavoro culturale per interconnetterli tra di loro, e con il nostro tempo, è prezioso. Ma accanto ad esso bisogna guardare al presente e al futuro, perché la casa brucia e i pericoli che incombono su di noi, sui nostri figli e sui nostri nipoti sono gravissimi.
Se il paragrafo 42 rappresenta la definitiva accettazione da parte della DSC dell’economia di impresa “e dell’economia libera” – dopo che grande strada era già stata percorsa, soprattutto dalla Rerum Novarum, dallaMater et Magistra, dalla Gaudium et Spes e, per fortuna, questa acquisizione non è stata messa in dubbio dallaCentesimus Annus – l’ultima parte di questo paragrafo è profetica. In mancanza di un «solido contesto giuridico che la metta al servizio della libertà umana integrale» e di «un centro etico e religioso», allora si fuoriesce dall’economia d’impresa o dall’economa libera e si entra in una giungla “capitalista” – per quel che vuol dire questo termine ambiguo – che impropriamente chiamiamo mercato. Qui DSC ed Economia Sociale di Mercato coincidono. E qui entrambe condannano ciò che è avvenuto negli ultimi venti anni, perché ciò che il papa condanna è esattamente una lettura profetica di ciò che è avvenuto dopo il 1991.
Sarebbe interessante, con questa chiave di lettura, approfondire alcuni interventi legislativi e di governo, per illustrare in concreto come la nostra Costituzione, come del resto quella tedesca, esprimono una barriera contro il dilagare del neoliberismo e dei servi che allo stesso si sono venduti. Ma mi limiterò a leggere le conclusioni che stesi dopo avere ottenuto, con un ricorso di cui sono stato primo firmatario, che la sciagurata legge contro le Banche Popolari, venisse sottoposta all’esame della Corte Costituzionale, per sospetta anticostituzionalità:
“La nostra Costituzione è un grande baluardo per resistere a ulteriori concentrazioni di potere finanziario, per una economia ed una finanza partecipativa dove c’è posto per i grandi e per i piccoli, per un’economia del libero intraprendere ma nel rispetto di diritti sovraordinati, in rapporto a quelli, pur legittimi, della buona finanza; per un’economia, una società, una cultura equilibrate che si oppongono all’uniformità ed omogeneizzazione tecnocratica per le quali solo le grandi dimensioni meritano rispetto. Ecco perché non perdono occasione per tentare di scardinarla. Questa, e semplicemente questa, è la partita in gioco nel tentativo in atto di omogeneizzare e banalizzare tutte le nostre strutture bancarie, per sottoporle al pensiero unico di chi pensa che le banche popolari, e tutto il credito cooperativo, siano un’anomalia del sistema. Ed in effetti si tratta di un’anomalia rispetto al loro sistema. Ma il loro sistema è esattamente quello che i padri costituenti non volevano.
(1) Per quanto mi riguarda il rinvio è ai miei libri: America Punto e a capo, Libri Scheiwiller 2002 e Passaggio al Futuro, Oltre la crisi attraverso la crisi, Egea, 2010.
(2) Il testo completo in tedesco è il seguente: «Die Wiirde des Menschen ist unantastbar. Sie zu achten und zu schiitzen ist Verpflichtung aller staatlichen Gewalt».
(3) Per un confronto con l’Art. 1 della Costituzione della Repubblica Italiana si veda A. QUADRIO CURZIO: «Già nell’art. 1 della Costituzione, affermando che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro” si lasciavano aperte possibili estensioni anche verso concezioni di supremazia della “persona umana” (di cui si parla in successivi articoli) che esprime valori ben superiori e più ampi da comprendere, tra gli altri, anche quello del lavoro». A. QUADRIO CURZIO, Il peccato originale della Costituzione in La Costituzione criticata, ESI, Napoli 1999.
(4) «L’idea di persona: questa è un’idea cristiana, nel complesso estranea alla tradizione islamica e a quella asiatica e africana. L’ideale politico che risulta più congruo al cristianesimo è una democrazia delle persone, non degli individui». Vittorio Possenti, Oltre l’illuminismo pag. 166.
(5) Citato da Karol Wojtyla, nell’intervista di V. POSSENTI, Sulla dottrina sociale della Chiesa (1978), pubblicata in appendice al citato libro di V. POSSENTI, Oltre l’Illuminismo, cit., 258.
(6) Gaudium et Spes, n. 63.
(7) Pensiamo a Kant: «riconosci che gli individui umani sono fini e non usarli come puro mezzo per i tuoi fini». Pensiamo alla Dichiarazione d’Indipendenza delle colonie americane del 1726: «We told these thrust to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by the Creator with unalienable rights». Pensiamo all’Umanesimo integrale di Maritain. Pensiamo a san Tommaso d’Aquino, secondo cui la persona è dal Creatore «propter se quaesita in universo». Tutti citati in V. POSSENTI, Oltre illuminismo, cit.
(8) Artikel 14 (Eigentum, Erbrecht und Enteignung).
1. Das Eigentum und das Erbrecht werden gewärleistet. Inhalt und Schranken werden durch die Gesetze bestimmt.
(9) P. F. DRUCKER, Manuale di Management, Etas Libri, Milano 1978.
(10) W. WILSON, The New Freedom, 1913: «A modern joint stock organization cannot in a proper sense be said to base its rights and powers upon the principles of private property. Its powers are wholly derived from legislation. The large corporation is in a very proper sense everybody’s business».
(11) D. TETTAMANZI, Etica e Capitale. Un’altra economia è davvero possibile? Rizzoli, Milano 2009.
(12) Fides et ratio, Enciclica di Paolo Giovanni II: «Non ha dunque motivo di esistere competitività alcuna tra la ragione e la fede: l’una è nell’altra e ciascuna ha un suo spazio di realizzazione. È sempre il libro dei Proverbi che orienta in questa direzione quando esclama: “È gloria di Dio nascondere le cose, è gloria dei re investigarle” (Pr 25, 2)».
(13) Art. 20, (1): «Die Bundesrepublik Deutschland ist ein demokratiseher und sozialer Bundesstaat».
(14) P. ZOLLNG, Das Grundgesetz. Unsere Verfassung, wie sie entstand und was sie ist, Cari Hanser Verlag, Miinchen 2009. La traduzione è personale.
(15) Si veda la straordinaria analogia con la famosa descrizione della fiera mercato di Luigi Einaudi. Peter Zolling intitola questo paragrafo con l’efficace espressione: “Kein Market ohne Rathaus” (nessun mercato senza il Comune).
(16) Zur Verwirklichung eines vereinten Europas wirkt die Bundesrepublik Deutschland bei der Entwickltmg der Eurogschen Union mit, die demokratischen, rechtsstaatlichen, sozialen und fliderativen GrundsMzen und dem Grundsatz der Subsidiarità verpflichtet ist und einen diesem Grundgesetz im wesentlichen vergleichbaren Grundrechtsschutz gewährleistet. Der Bund kann hierzu durch Gesetz mit Zustimmung des Bundesrates Hoheitsrechte iibertragen».
(17) Preambolo alla Legge Fondamentale per la Repubblica Federale Tedesca: «Nella coscienza della sua responsabilità di fronte a Dio ed agli uomini, con la volontà, come partner paritetico in una Europa unita, di servire la causa della pace nel mondo, il popolo tedesco, per forza dei suoi poteri costituenti, si è dato la presente Costituzione», «Präambel. Im BewuBtsein seiner Verantwortung vor Gott und den Menschen, von dem Willen beseelt, als gleichberechtigtes Glied in einem vereinten Europa dem Frieden der Welt zu dienen, hat sich das Deutsche Volk kraft seiner verfassungsgeben den Gewalt dieses Grundgesetz gegeben”.
(18) Questi discorsi sono riuniti nel fascicolo Giovanni Paolo II a Napoli, EPI (Istituto per ricerche e attività educative), Napoli, dicembre 1990, edizione fuori commercio.
(19) Ne ho già parlato tre anni fa, sostenendo che “l’economia di mercato non è sufficiente”. Dicendo “l’economia di mercato non è sufficiente”, è stato già espresso il concetto della lotta su due fronti; vale a dire l’economia di mercato è una condizione necessaria, ma non sufficiente per un ordinamento economico produttivo, redditizio e degno dell’uomo […] È della massima importanza quanto segue: come base morale dell’economia di mercato è indispensabile quel patrimonio etico che abbiamo raggiunto per effetto dello sviluppo mille-natio dall’Antichità, attraverso il cristianesimo, fino al giorno d’oggi. Questo significa, per dirlo concisamente, che la base etica dell’economia di mercato è costituita dai Dieci Comandamenti. Essi sono indispensabili e allo stesso tempo sufficienti. Sarebbe solo auspicabile che fossero rispettati. È significativo che per il collettivismo i Dieci Comandamenti non bastino più, ma che le più svariate azioni – che secondo il decalogo sono eticamente neutrali o forse anche negative – sono giudicate positivamente, mentre d’altro canto vengono bollate come criminose, e perseguitate come tali, azioni che secondo la nostra morale non lo sono affatto». Il Vangelo non è socialista, cit., 65, 66.
(20) W. RöPKE, L’enciclica Mater et Magistra, in Il Vangelo non è socialista, cit., 87.
(21) Centesimus Annus n. 42.
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