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Timestamp: 2019-02-23 04:20:44+00:00
Document Index: 81011634

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 143']

REPUBBLICA.IT - 30 novembre 2018
L'ultima impostazione della Cassazione sta trovando declinazione concreta nelle sentenze dei Tribunali. I principi della sentenza 18287/18, con la quale, in materia di assegno divorzile, le Sezioni [...]
L'ultima impostazione della Cassazione sta trovando declinazione concreta nelle sentenze dei Tribunali.
I principi della sentenza 18287/18, con la quale, in materia di assegno divorzile, le Sezioni Unite Civili della Cassazione hanno corretto il tiro rispetto alla storica pronuncia 11504/17, hanno già trovato applicazione in due recenti sentenze, rispettivamente emesse dal Tribunale di Pescara e da quello di Perugia. La Suprema Corte, risolvendo un contrasto di giurisprudenza, ha infatti precisato che l'assegno di divorzio ha una funzione non solo assistenziale (come affermato nel 2017), ma anche compensativa e perequativa.
È appurato che, ai fini del riconoscimento dell'assegno, non rileva più il tenore di vita goduto durante le nozze, ma contano l'indipendenza e l'autosufficienza economica del coniuge. Tuttavia, attraverso la pronuncia n. 18287, la Cassazione ha precisato che sono necessarie ulteriori considerazioni: il contributo fornito dall'ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, le potenzialità reddituali future e l'età dell'avente diritto.
I principi che hanno attenuato lo storico revirement della Suprema Corte hanno trovato una delle prime applicazione nella sentenza 1248/18, pubblicata il 29 agosto dalla sezione civile del Tribunale di Pescara. È stato infatti riconosciuto il diritto della ex a percepire l'assegno divorzile, nella misura massima di un terzo del reddito mensile del coniuge. A sessant'anni, la moglie che ha rinunciato a un'occupazione e ha seguito il marito in tutte le sedi di lavoro, supportandolo nella relativa crescita professionale, non potrebbe trovare un impiego perché priva di professionalità e di lavoro.
Nella stessa prospettiva si è inserita la sentenza 1089, pubblicata il 17 ottobre scorso dalla sezione civile del Tribunale di Perugia. Anche in questo caso: via libera all'assegno divorzile chiesto dalla ex, nonostante la signora abbia notevoli doti culturali, intellettuali e professionali. Secondo il giudice di merito, il fatto che la parte si sia dedicata alle attività casalinghe di supporto alla crescita e all'educazione dei figli, sacrificando le proprie aspettative professionali, giustifica la permanenza di un vincolo di solidarietà economico-patrimoniale fra ex coniugi. L'assenza dal mondo del lavoro per oltre un decennio rende infatti difficoltosa, per la donna di sessant'anni, la ricerca di un'occupazione stabile, soprattutto considerando le condizioni del mercato lavorativo italiano odierno.
In entrambi i casi, il giudice ha constatato, in linea con l'orientamento espresso dalla Suprema Corte, che l'impegno profuso dalla moglie nel ménage familiare è frutto di una decisione assunta di comune accordo tra i coniugi ed è la causa della loro disparità economica dopo la fine dell'unione.
Si tratta di correttivi al principio dell'esclusiva funzione assistenziale dell'assegno, stabilita dalla Cassazione nel 2017: l'obiettivo è, in questo caso, quello di tutelare non il raggiungimento dell'indipendenza economica della parte "debole", ma il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi.
Certo non mancano i casi di applicazione più rigorosa del principio di autosufficienza economica. Il Tribunale di Trieste, con la sentenza 52/18, ha infatti negato l'assegno alla ex che lavora part time: tale scelta è stata adottata non dall'interessata per dedicarsi soprattutto alla famiglia, ma dal suo datore di lavoro per esigenze aziendali. In questo caso la disparità patrimoniale tra i coniugi non è quindi conseguenza di una scelta comune. A ciò si aggiunge, inoltre, che la signora è già strutturata nel mondo del lavoro, e, considerata anche l'età, ha modo di trovare un posto più adeguato.
Emerge, in sostanza, un quadro variegato, nel quale è però possibile trovare una costante: la capacità del giudice di merito di adattare le pronunce della Cassazione ai singoli casi.
Il principio della autoresponsabilità, che ha scalzato quello del "tenore di vita", trova quindi deroghe alla sua applicazione, le quali, come dimostrano i casi esaminati, dipendono soprattutto dall'età e dalle doti professionali del coniuge richiedente l'assegno divorzile.
REPUBBLICA.IT - 29 novembre 2018
Alcuni studi hanno evidenziato come anche una corretta alimentazione possa influire sui comportamenti, limitando a volte quelli violenti. Sono tante le chiavi attraverso le quali si cerca di [...]
Alcuni studi hanno evidenziato come anche una corretta alimentazione possa influire sui comportamenti, limitando a volte quelli violenti.
Sono tante le chiavi attraverso le quali si cerca di leggere e di interpretare l'origine e il perché della violenza, anche di quella di genere. C'è la lettura di tipo PSICOLOGICO, nella quale la violenza viene imputata alla difficoltà del controllo degli impulsi e del contenimento delle frustrazioni da parte di uomini emotivamente labili che superano, in tempi brevi, la soglia massima di sopportazione delle frustrazioni, incapaci di reggere il confronto con l'altro, di gestire i conflitti, di negoziare o di mediare. C'è la lettura di tipo SOCIOLOGICO, dove la violenza viene interpretata come il risultato del contesto socio-culturale di appartenenza, nel quale il soggetto violento ha incontrato molto presto la violenza come modalità di gestione e di risoluzione dei problemi.
C'è poi la lettura di tipo CULTURALE, che fa discendere la violenza, in particolare quella di genere, da un modello di società patriarcale, dove gli uomini hanno da sempre privilegi che le donne non hanno e dove il dominio maschile sul genere femminile la fa ancora da padrone. C'è altresì la lettura di tipo FEMMINISTA, quella di tipo GEOGRAFICA, quella STORICA. Ma ce n'è un'altra di lettura, sicuramente stravagante, certamente nuova e interessante, elaborata da Alberico Lemme, il farmacista più discusso d'Italia, che ha individuato la possibile causa della violenza in uno scompenso ORMONALE provocato dal disordine ALIMENTARE.
Le ultime scoperte scientifiche sulla fisiologia dell'apparato digerente, portano infatti a confermare la tanto vessata teoria di Lemme secondo la quale, essendo gli ormoni a gestire il pensiero ed il comportamento umano, molte delle nostre reazioni comportamentali sono riconducibili a come ci nutriamo. Le persone pensano e si comportano in base ai loro livelli ormonali ed è proprio nell'apparato digerente che si ha la produzione di alcuni ormoni quali la serotonina (l'ormone del buonumore e antistress) e la dopamina (l'ormone del piacere e della ricompensa). Questi due ormoni, serotonina e dopamina, in sinergia con altri, influiscono sull'umore e sulle reazioni comportamentali dell'essere umano. Pertanto è come se l'individuo venisse sempre governato anche da un secondo cervello, quello intestinale. Ma cosa attiva o inibisce la produzione, per la percentuale di competenza dell'apparato digerente, di dopamina e di serotonina così da influenzare, in maniera determinante, i comportamenti umani e, dunque, anche la violenza?
Alberico Lemme sostiene (dopo 30 anni di ricerca e di sperimentazione sul campo) che un'alimentazione in chiave biochimica in funzione ormonale possa realmente ridurre i comportamenti violenti. Emblematico è il progetto di introdurre nelle carceri una corretta alimentazione per gestire l'ansia e l'aggressività dei detenuti. La stimolazione della produzione ormonale che il cibo, una volta ingerito, attiva e scatena, porta alla logica conclusione che, anche attraverso una sana e corretta alimentazione, si può controllare lo squilibrio ormonale che induce e provoca il comportamento violento. Esempio assoluto è quello dell'alcol, un deprimente primario del sistema nervoso centrale che, in misura maggiore nel sesso maschile, ostacola l'azione di controllo della corteccia prefrontale disinibendo e favorendo i comportamenti aggressivi. Da queste considerazioni si ricava che ogni strada, ogni proposta, ogni nuova teoria o nuovo studio dovrebbero essere attentamente analizzati e considerati, nel tentativo di arginare un fenomeno - quello della violenza, non solo di genere - che dilaga e contamina di sé tutti i territori sociali. Del resto, non è Feuerbach ad averci insegnato che "l'uomo è ciò che mangia"?
FORBES - 1 novembre 2018
Patti chiari, matrimonio lungo
Il quadro legislativo sugli accordi prematrimoniali non è ancora adeguatamente regolamentato in Italia, a differenza di altri Paesi, come gli Stati Uniti, Germania e Spagna. Parla Annamaria Bernardini [...]
Il quadro legislativo sugli accordi prematrimoniali non è ancora adeguatamente regolamentato in Italia, a differenza di altri Paesi, come gli Stati Uniti, Germania e Spagna. Parla Annamaria Bernardini de Pace, avvocato della persona e matrimonialista, uno dei massimi esperti in materia.
REPUBBLICA.IT - 31 agosto 2018
Il disegno di legge introduce nuove figure ma replica uno schema fallimentare che già si è consolidato nella prassi, con il ricorso sempre più frequente a consulenti tecnici. Serve invece un [...]
Il disegno di legge introduce nuove figure ma replica uno schema fallimentare che già si è consolidato nella prassi, con il ricorso sempre più frequente a consulenti tecnici. Serve invece un intervento legislativo che restituisca il primato degli operatore del settore, giudici e avvocati in primis.
Ma c'è davvero bisogno della "legge Pillon"? La domanda nasce dalla considerazione che nel nostro ordinamento vige, da oltre 12 anni, in tema di affidamento dei minori, la legge n. 54/06, meglio conosciuta come "legge sull'affido condiviso": un'ottima legge, che, nella sua illuminata formulazione, realizza già' pienamente quel "best interest of child" richiamato più volte (con inutile espressione anglosassone) dai legislatori (ruspanti) di nuovo conio.
E' però la sua applicazione ad aver prodotto, negli anni, soluzioni sterili - e in certi casi pure dannose - al superamento della conflittualità genitoriale. Accade, infatti, che i giudici, forse troppo oberati dal moltiplicarsi del contenzioso familiare, deleghino la "decisione" delle cause ai consulenti tecnici (i cosiddetti CTU), psicologi o psichiatri che siano. Il consulente tecnico viene nominato dal giudice non solo per la descrizione clinica delle vicende, ma anche per trovare la soluzione sul regime di affidamento, sul collocamento e sui ritmi della vita del minore. Ovvero sullo stesso oggetto della decisione giudiziaria.
Si è così arrivati all'assurdo di CTU che durano anni e che propongono soluzioni il più delle volte inapplicabili, non risolutive, se non addirittura fuorvianti, che il magistrato recepisce (spesso acriticamente) in sentenza. Si ha, in questo modo, una decisione che, nei fatti, viene emessa da un soggetto che non è il giudice e che, in sede giudiziaria, è inevitabilmente suscettibile di critica, con conseguente aumento del conflitto. Non possono infatti essere i soli test di personalità e le indagini cliniche a dire al giudice, salvo che si sia in presenza di una conclamata patologia, come decidere sulle esigenze quotidiane delle famiglie separate, rispetto alle quali è invece necessaria la definizione, da parte del giudice, di regole chiare per quel singolo nucleo.
Ed ecco allora fare ingresso, in questo stato di cose, il ddl Pillon che, senza minimamente analizzare gli "errori applicativi" che hanno snaturato il senso e l'obbiettivo della legge sull'affido condiviso, ripropone il medesimo schema fallimentare: inserisce tra la famiglia e il suo giudice nuove figure professionali (i mediatori e i coordinatori) e li investe di funzioni e di ruoli potenzialmente assai confusivi, tali da rendere ancora più lungo, faticoso e costoso un iter che si vorrebbe giustamente abbreviare.
Dagli psicologi e dagli psichiatri qualificati, iscritti nell'albo dei CTU, si passa, dunque, a figure di area anche socio-pedagogica se non addirittura giuridica (il mediatore e il coordinatore), alle quali si attribuisce un ruolo assoluto, svincolandole persino da ogni verifica e spazio di contraddittorio. Esattamente come accade oggi con il servizio sociale incaricato dal Tribunale per i Minorenni. Dunque potenzialmente foriero di gravi storture. Basti pensare al diritto del mediatore di "cacciare" dalle sue sedute i difensori (art. 3.5), come se il diritto delle persone alla difesa fosse un inutile ornamento, e all'art. 6.7, che impone ai difensori e ai genitori di "collaborare lealmente" con il mediatore, secondo quella nozione di "collaboratività" pelosa propria dell'attività del servizio sociale. E' anche terribilmente fastidiosa l'idea che sia "libera" la scelta dei genitori di avvalersi del coordinatore genitoriale: ma dov'è la libertà quando i genitori, grazie a Pillon, sono già giocoforza inseriti in questo sistema di "mediazione", "collaborazione, coordinazione"? Addirittura poi, il coordinatore (figura del tutto da definire), avrebbe precisi compiti terapeutici, quale la garanzia del rapporto tra figli e genitori.
Le CTU sono costose e non risolutive? La "soluzione Pillon" è ancora peggio. Perché non dovrebbero decidere direttamente gli stessi giudici (che hanno l'esperienza di centinaia di cause l'anno) e invece soluzioni strepitose, immediate ed equilibrate dovrebbero uscire dal cilindro di figure non specializzate quali mediatori, coordinatori e avvocati con più di dieci cause all'anno di diritto familiare? Ma hanno senso gli automatismi nella suddivisione dei giorni del bambino con l'uno e con l'altro genitore? Non è meglio che sia il giudice a fare un lavoro sartoriale su ogni famiglia che è diversa da ogni altra? O meglio ancora negli studi degli avvocati super specializzati che possono più dei mediatori, dei coordinatori e degli avvocati con 10 cause all'anno, trovare soluzioni nell'interesse dei minori e non dei genitori?
Le famiglie in difficoltà, in conclusione, non hanno bisogno di nuove e diverse figure socio  pedagogiche  assistenziali; necessitano, invece, della certezza del diritto e della immediatezza della decisione: ci vogliono vere e automatiche sanzioni, anche economiche, quando ci sono comportamenti scorretti, alienanti e inadempienti. La certezza del diritto, anche nell'isola comunque lambita dal diritto stesso (quale è la famiglia secondo Iemolo) è garanzia di legalità e disincentiva i comportamenti scorretti che, invece, proliferano in un sistema confusivo e segmentato.
Il mediatore "Superman", disegnato dal ddl Pillon, che con il suo intervento sbaraglia conflitti insanabili, cancella storiche e radicate suddivisioni dei ruoli genitoriali e divide perfettamente a metà figli, case e mantenimento, sembra più il personaggio fantastico di un videogame creato da Disney che la ponderata riflessione di una classe politica responsabilmente legiferante. Che, more solito, fa dell'interesse del minore un mezzo e non il fine.
Forse, più che del "ddl Pillon", si avverte forte, nella società civile, l'esigenza di un serio e composto intervento legislativo che qualifichi meglio le figure professionali che si occupano dell' "isola famiglia": solo la specializzazione degli operatori del settore  primi fra tutti giudici e avvocati  potrà concretamente realizzare quel "contenimento del conflitto genitoriale" in funzione del "superiore interesse dei minori" che pare ancora molto lontano dall'essere raggiunto. Soprattutto con il ddl Pillon.
REPUBBLICA.IT - 24 agosto 2018
Il disegno di legge porta un'idea di famiglia separata totalmente fuori luogo e fuori tema che rischia di rivelarsi un disastro Questo disegno di legge "non s'ha da fare". Decenni di giurisprudenza [...]
Il disegno di legge porta un'idea di famiglia separata totalmente fuori luogo e fuori tema che rischia di rivelarsi un disastro
Questo disegno di legge "non s'ha da fare". Decenni di giurisprudenza saggia, intelligente, consapevole dei bisogni emotivi e sociali dei minori, vengono buttati nel cassonetto predisposto dai lamentosi papà separati. Sì, perché sono loro le idee "rivoluzionarie" proposte in questo imbarazzante disegno di legge Pillon e compagnia cantanti. Sono loro i principi che lo dovrebbero reggere e dovrebbero rimettere al centro la famiglia e i genitori, degiurisdizionalizzando così, a dire di Pillon & co., le problematiche familiari. Ma il risultato sarà un disastro, contro tutto e tutti. Credete a Cassandra. Vediamo perché.
Dunque, al grido a) mediazione obbligatoria; b) tempi paritari ed equilibrio tra i genitori; c) eliminazione dell'assegno di mantenimento; d) lotta all'alienazione genitoriale, in piena estate un manipolo di uomini quarantenni, in buona parte avvocati e in buona parte leghisti, ha portato un'idea di famiglia separata totalmente fuori luogo e fuori tema. In pratica fuori.
Il lessico che condisce questa ipotesi di legge è fatto di frasi tipo: "piano parentale", "antiquata idea dell'assegno", "tempi equipollenti del minore con ciascuno dei genitori", "il bambino potrà finalmente fare conto su due case", "il monstrum dell'assegnazione". Quando in Italia le mamme, per la maggior parte, non lavorano o non guadagnano come il partner, perché devono (non solo scelgono di) occuparsi dei figli. I papà, per la maggior parte, sono tranquilli e felici se le mamme si dedicano ai figli. Quando i bimbi, vere vittime del trauma della separazione, amano la loro casa e la loro cameretta a volte di più dei genitori. Quando il mantenimento diretto (nei tempi "equipollenti") non risolve certo il problema di pagare abbigliamento, utenze, spese abitative di uno, due o tre figli, di automobile e via dicendo.
Senza trascurare che, così ragionando, o i genitori dovranno lavorare entrambi molto e molto di più, o avranno il costo suppletivo di una tata a tempo pieno o di due mezze tate, o dovranno disporre di nonni non interessati alle spa, ai chirurghi plastici o alle ventenni arrampicatrici sociali. Sempre che ci siano nonni pensionati, Fornero permettendo, in età compatibile con l'energia dei ragazzini. Ci sarà sempre il piano B: non separarsi e far vivere i figli nel farwest dei sentimenti. Ma proseguiamo l'analisi del piano A secondo le nove competentissime persone che vogliono cambiare la separazione e la morale familiare. Dimenticandosi, soprattutto, che la maggior parte dei padri sente l'onere prepotente di mantenere la famiglia separata allo stesso livello di quando era unita.
Dunque, il disegno di legge Pillon impone ai genitori, e al giudice, di valutare prioritariamente la possibilità di individuare un calendario secondo il quale i figli trascorrano lo stesso tempo con la mamma e con il papà ("tempi paritetici o equipollenti"). I genitori, tuttavia, possono concordare diversi tempi di permanenza del minore (e, quindi, non del 50% ciascuno), ma devono farlo nel rispetto del nuovo limite che il disegno di legge impone. Ossia la prole ha il diritto (e mamma e papà il dovere), comunque sia, di trascorrere con ciascun genitore "non meno di 12 giorni al mese compresi i pernottamenti".
I figli, quindi, trascorrendo la metà (o quasi) del proprio tempo presso ciascun genitore avranno "due case" e un doppio domicilio (uno presso l'abitazione della mamma e uno presso quella del papà). Entrambi gli indirizzi saranno tenuti in considerazione per le comunicazioni scolastiche, amministrative e relative alla salute. Fermo il doppio domicilio, poi, il giudice può stabilire - nell'interesse dei minori - che questi mantengano la residenza in una sola delle case. Ma saranno contenti i bambini di saltellare con la valigia per metà mese da una casa all'altra? A noi adulti farebbe piacere o lo troveremmo stancante? Visto che i disastri coniugali siano noi grandi a crearli, non sarebbe più giusto che in casa rimanessero i figli e noi ci alternassimo ad accudirli nell'abitazione familiare?
Nell'individuazione di un calendario paritetico sono fatte salve, naturalmente, le ipotesi nelle quali i tempi di permanenza presso il padre o presso la madre possono essere pregiudizievoli per il minore (per es. in caso di violenza, di abuso sessuale, di evidente inadeguatezza del genitore e così via). E ci mancherebbe pure!
In questo nuovo quadro organizzativo dei tempi che i figli trascorreranno con mamma e papà (che il disegno di legge chiama "piano genitoriale"), prendono piede due ulteriori novità. La prima è quella relativa alle modalità di mantenimento dei bambini che sarà di regola quella diretta, nei rispettivi periodi di permanenza presso di sé dei minori. In altre parole, ciascun genitore provvederà - personalmente - alle spese di mantenimento ordinario dei figli durante i periodi che i bambini trascorreranno con loro. Solo quando clamorosamente necessario, e quindi come ipotesi residuale, il giudice potrà stabilire - continuando a tenere in considerazione quali parametri le esigenze dei figli e le rispettive risorse economiche - che un genitore corrisponda un assegno periodico all'altro a titolo di contributo di mantenimento per la prole.
L'ulteriore devastante (e maschilista) novità sancita dal disegno di legge riguarda il principio dell'assegnazione della casa coniugale. Oggi l'assegnazione avviene a favore del genitore collocatario dei minori in via prevalente. Quasi sempre la madre, giacché è in linea di massima lei il genitore di riferimento. Tale principio, pertanto, perde la sua ragion d'essere con la previsione di un calendario di affidamento paritetico e, conseguentemente, l'obiettivo di "due case" per i bambini. Pertanto, fatta salva l'ipotesi nella quale sia il giudice a precisare chi può continuare a vivere nella casa coniugale, tutte le questioni relative alla proprietà o alla locazione saranno risolte in base alle norme civilistiche vigenti in materia di proprietà e comunione.
Infine, altra preoccupante novità, è quella di prevedere la mediazione civile come obbligatoria - e, perciò, pregiudiziale alla causa in Tribunale - per tutte le questioni in cui siano coinvolti figli minorenni. Al fine di evitare la lite giudiziaria e fornire alle famiglie uno strumento capace di incidere positivamente e dirimere le controversie familiari. Ma è meglio affidarsi a un mediatore familiare, di incerta competenza e fuori controllo, o a un giudice e magari a un consulente psicologo?
Dimenticavo: viene abolita la separazione per colpa e scompare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare. Chi va a spiegare questo disegno di legge, di avanguardia astrattistica, a quelle mamme che hanno rinunciato al lavoro per crescere i figli, a quelle mamme che non hanno genitori vicini e disponibili, a quelle mamme che non hanno preteso l'intestazione della casa familiare? Chi va a spiegare ai papà in carriera, che per almeno 12 giorni al mese, non posso essere più pronti al richiamo del capo? Chi dice agli imprenditori che, per una decina di giorni al mese, dovranno portarsi i loro pargoli in azienda? Chi spiega ai lavoratori costretti al trasferimento, per la qualità del loro impiego, che dovranno cambiare lavoro? Ragazze, organizzatevi: se proprio volete affidarvi a un uomo e fare i figli, pretendete i patti prematrimoniali! Ci penso io a farli valere contro la sconclusionatezza di questi disegni di legge! Uomini, pensateci bene prima di procreare: sappiate che da voi si pretende molto di più di un'affettuosa e normativa paternità.
SONO - 27 luglio 2018
Assegno divorzile: la Cassazione ha cambiato tutto
Finalmente le Sezione Unite della Corte di Cassazione, con una sentenza equilibrata e a tutela della famiglia (né del solo marito, né della sola moglie), si sono pronunciate sulla dibattuta questione [...]
Finalmente le Sezione Unite della Corte di Cassazione, con una sentenza equilibrata e a tutela della famiglia (né del solo marito, né della sola moglie), si sono pronunciate sulla dibattuta questione dellassegno divorzile.
Sposarsi, sì, è un atto di libertà e autoresponsabilità, ma il matrimonio impone anche una definizione dei ruoli da ricoprire allinterno della famiglia e il compimento di determinate scelte, a volte irreversibili. È per tale ragione che il divorzio non può azzerare, automaticamente, il patrimonio affettivo ed economico che, faticosamente, i coniugi hanno costruito.
Questa sentenza, è bene specificarlo subito, non riabilita in alcun modo quelle rendite parassitarie che erano determinate dallapplicazione del criterio del tenore di vita. Valorizza, piuttosto, le scelte di conduzione della vita familiare adottate e condivise dai coniugi in costanza di matrimonio  molte volte con il sacrificio delle aspettative professionali e reddituali di una delle parti , la durata del matrimonio, ritenuta dai giudici fattore di cruciale importanza soprattutto nella valutazione del contributo fornito da ciascun coniuge alla formazione del patrimonio comune e personale e, infine, letà e il sesso del richiedente. Non può trascurarsi, infatti, spiegano i giudici della Corte, che esiste ancora, nel nostro paese, una situazione di oggettivo squilibrio di genere (ovvero tra uomo e donna) nellaccesso al lavoro, tanto più se aggravata dalletà.
Tutti questi criteri devono essere dunque calati nel contesto sociale del richiedente, con riferimento alla varietà di situazioni che sono conseguenza della relazione coniugale.
I giudici hanno correttamente osservato che i ruoli che ciascun coniuge ricopre allinterno della famiglia costituiscono un fattore decisivo nella definizione dei singoli profili economico/patrimoniali post- matrimonio. Pensiamo, da una parte, a chi, magari pur laureata/o, per oltre 20 anni si è dedicato alla famiglia rinunciando alla carriera e a chi, dallaltra parte, per gli stessi 20 anni, si è dedicato invece alla propria carriera, ai guadagni e ai risparmi, delegando allaltro/a la cura della famiglia e dei figli.
Prima di questa pronuncia, il coniuge che aveva sacrificato le proprie aspettative, rischiava di veder vanificati, con il divorzio, tutti i propri sacrifici e tutte quelle decisioni  concordate, condivise o comunque avallate  assunte durante il matrimonio.
Il principio, seguito da questa preziosa sentenza, è quindi duplice: da un lato, evitare di creare casi di deresponsabilizzazione dei coniugi (come avverrebbe se il diritto allassegno divorzile scaturisse dalla sola divergenza economica tra le due parti) e rendite di posizione totalmente disancorate dal contributo personale ed effettivo dellex coniuge nella formazione del patrimonio dellaltro; dallaltro lato, evitare che lo scioglimento del matrimonio porti a una netta frattura tra il prima e il dopo, come invece accadeva con lapplicazione asettica della nota sentenza Grilli del maggio 2017 che aveva riservato allassegno divorzile carattere eccezionale, solo assistenziale e rigidamente ancorato alla mancanza di autosufficienza economica.
Questa sentenza, dunque, rappresenta una conquista perché valorizza la diversità di ogni famiglia, di ogni vita, di ogni scelta, onorando così la dignità dei ruoli.
Agli avvocati larduo compito di provare tutto questo in giudizio; ai giudici della famiglia quello di valutare ed esplorare ogni storia, anche utilizzando i poteri officiosi che sono loro riconosciuti in questi procedimenti, per giudicare davvero secondo giustizia la determinazione del nuovo assegno divorzile.
REPUBBLICA.IT - 27 maggio 2018
La Corte Europea ha affermato che rientra tra i legami familiari "protetti" non solo il rapporto tra genitori e figli, ma anche quello tra nonni e nipoti. I nonni sono figure indispensabili: aiutano [...]
La Corte Europea ha affermato che rientra tra i legami familiari "protetti" non solo il rapporto tra genitori e figli, ma anche quello tra nonni e nipoti.
I nonni sono figure indispensabili: aiutano i loro figli nell'accudimento dei nipoti e sono proprio loro, il più delle volte, ad assicurare cura, comprensione, sostegno e protezione ai bambini.
REPUBBLICA.IT - 24 maggio 2018
Il giudice per la prima volta ha fissato un'età oltre la quale i figli devono essere considerati "maturi" e formati. Quando due persone decidono di mettere al mondo un figlio, sono consapevoli (o [...]
Il giudice per la prima volta ha fissato un'età oltre la quale i figli devono essere considerati "maturi" e formati.
Quando due persone decidono di mettere al mondo un figlio, sono consapevoli (o almeno dovrebbero esserlo) di addentrarsi in una selva di responsabilità, diritti, doveri strettamente legati alla qualità di genitori e al, legislativamente tutelato, rapporto di filiazione.
REPUBBLICA.IT - 17 maggio 2018
I giudici di legittimità hanno confermato la sentenza di secondo grado e ritenuto che la frequentazione di siti di incontri online e la chiara ricerca di contatti con persone sconosciute, in una [...]
I giudici di legittimità hanno confermato la sentenza di secondo grado e ritenuto che la frequentazione di siti di incontri online e la chiara ricerca di contatti con persone sconosciute, in una chiave erotico-relazionale, devono essere considerate quale manifesta violazione dellobbligo di fedeltà previsto dallart. 143.
REPUBBLICA.IT - 23 aprile 2018
Il Tribunale di Vicenza nel corso di un procedimento penale riguardante il caso di un uomo morto dopo essere stato investito da un'automobile, ha ammesso non solo la domanda di risarcimento della [...]
Il Tribunale di Vicenza nel corso di un procedimento penale riguardante il caso di un uomo morto dopo essere stato investito da un'automobile, ha ammesso non solo la domanda di risarcimento della moglie della vittima, ma anche quella della novella fidanzata/amante.
REPUBBLICA.IT - 13 aprile 2018
La circonvenzione dei sentimenti è un rimedio giuridico dagli indubbi profili di somiglianza col nostro istituto della revoca della donazione per ingratitudine, previsto dall'articolo 802 del Codice [...]
La circonvenzione dei sentimenti è un rimedio giuridico dagli indubbi profili di somiglianza col nostro istituto della revoca della donazione per ingratitudine, previsto dall'articolo 802 del Codice Civile, che colpisce, per esempio, il coniuge adultero quando abbia tradito la fiducia del partner.
REPUBBLICA.IT - 11 aprile 2018
La questione non è stata sottovalutata dai giudici, che l'hanno recentemente affrontata in prospettiva garantista del minore. Infatti, si è scelto di punire il genitore che non si preoccupa, nel [...]
La questione non è stata sottovalutata dai giudici, che l'hanno recentemente affrontata in prospettiva garantista del minore.
Infatti, si è scelto di punire il genitore che non si preoccupa, nel postare le fotografie sui portali più seguiti, della lesione del diritto alla riservatezza e all'immagine personale del figlio.