Source: https://www.brocardi.it/codice-di-procedura-penale/libro-terzo/titolo-iii/capo-iv/art266.html
Timestamp: 2020-07-12 16:41:14+00:00
Document Index: 33241129

Matched Legal Cases: ['art. 266', 'art. 609', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 4', 'art. 14', 'art. 31', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 295', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 266', 'art. 266', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 51', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 266', 'art. 14', 'art. 112', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 266', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 266', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 26', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 189', 'art. 68', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 268', 'art. 603', 'art. 266', 'sentenza ', 'art. 256', 'art. 15', 'art. 266', 'art. 268', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 191', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 266', 'sentenza ', 'art. 266', 'art. 268', 'art. 271', 'art. 267', 'art. 267', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 266', 'art. 614', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 242', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 266', 'sentenza ', 'art. 266', 'art. 266', 'art. 614', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 112', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 268', 'art. 328', 'art. 266', 'art. 267', 'art. 328', 'sentenza ', 'art.328', 'art. 266', 'art. 266', 'art. 328', 'art. 266', 'art. 328', 'art. 379', 'art. 266', 'art. 266', 'art. 267', 'art. 328', 'art. 266', 'art. 267', 'art. 372', 'art. 271', 'art. 266', 'art. 267', 'art. 268', 'art. 271', 'art. 372', 'art. 68', 'sentenza ', 'art. 68', 'art. 234', 'art. 191', 'art. 603', 'art. 603', 'art. 585', 'art.368', 'sentenza ', 'art. 368', 'art. 266', 'art. 368', 'art. 266', 'art. 368', 'art. 266', 'art. 271', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 578', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.531', 'art. 157', 'sentenza ', 'art. 129', 'art. 531', 'art. 129', 'art. 129', 'art. 531', 'sentenza ', 'art. 530']

Art. 266 codice di procedura penale - Limiti di ammissibilità - Brocardi.it
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Articolo 266 Codice di procedura penale
Dispositivo dell'art. 266 Codice di procedura penale
1. L'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita [295 3] nei procedimenti relativi ai seguenti reati(1):
f) reati di ingiuria, minaccia, usura, abusiva attività finanziaria, abuso di informazioni privilegiate, manipolazione del mercato(2), molestia o disturbo alle persone col mezzo del telefono;
f-bis) delitti previsti dall'articolo 600 ter, terzo comma, del codice penale(3), anche se relativi al materiale pornografico di cui all'articolo 600 quater 1 del medesimo codice, nonché dall’art. 609 undecies;
f-ter) delitti previsti dagli articoli 444, 473, 474, 515, 516, 517 quater e 633, secondo comma, del codice penale(4);
f-quater) delitto previsto dall'articolo 612 bis del codice penale(5).
f-quinquies) delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dall'articolo 416 bis del codice penale ovvero al fine di agevolare l'attività delle associazioni previste dallo stesso articolo(6).
2. Negli stessi casi è consentita l'intercettazione di comunicazioni tra presenti(7) che può essere eseguita anche mediante l’inserimento di un captatore informatico su un dispositivo elettronico portatile. Tuttavia, qualora queste avvengano nei luoghi indicati dall'articolo 614 del codice penale, l'intercettazione è consentita [295 comma 3-bis] solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l'attività criminosa [103 5; 615 bis c.p.](8)(9).
2-bis. L’intercettazione di comunicazioni tra presenti mediante inserimento di captatore informatico su dispositivo elettronico portatile è sempre consentita nei procedimenti per i delitti di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, e, previa indicazione delle ragioni che ne giustificano l'utilizzo anche nei luoghi indicati dall'articolo 614 del codice penale, per i delitti dei pubblici ufficiali o degli incaricati di pubblico servizio contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, determinata a norma dell'articolo 4(10)(11).
(1) Trattasi di un elenco tassativo dei limiti oggettivi entro i quali deve ritenersi ammissibile l'intercettazione di conversazioni.
(2) Il riferimento all'abuso di informazioni privilegiate e alla manipolazione del mercato è stato inserito dall'art. 9, comma 5, della l. 18 aprile 2005, n. 62.
(3) Tale lettera è stata inserita dall’art. 12, comma 1, della l. 3 agosto 1998, n. 269 e poi modificata dall'art. 13, comma 1, della l. 6 febbraio 2006, n. 38 e dall’art. 4, comma 1, del d.lgs. 4 marzo 2014, n. 39.
(4) Tale lettera è stata inserita dall’art. 14, comma 3, della l. 14 gennaio 2013, n. 9 e successivamente modificata dall'art. 31 comma 1 del D.L. 4 ottobre 2018 n.113 convertito con modificazioni dalla L. 1 dicembre 2018, n. 132.
(5) Tale lettera è stata inserita dall’art. 2, comma 1, lett. b), del D.L. 14 agosto 2013, n. 93, convertito dalla l. 15 ottobre 2013, n. 119.
(6) Tale lettera è stata inserita dall’art. 2, comma 1, lettera b-bis) del D. L. 30 dicembre 2019, n. 161, convertito con modificazioni dalla L. 28 febbraio 2020, n. 7.
(7) Trattasi delle c.d. intercettazioni ambientali.
(8) Ciò vale anche con riguardo alle intercettazioni ambientali consentite allo scopo di agevolare le ricerche dei latitanti in relazione ai suddetti delitti, in quanto richiamati dall'art. 295, comma 3-bis.
(9) Comma modificato dall'art. 4, D.Lgs. 29/12/2017, n. 216 con decorrenza dal 26/01/2018 ed applicazione alle operazioni di intercettazione relative a provvedimenti autorizzativi emessi dopo il 31 marzo 2019.
(10) Comma introdotto dall'art. 4, D.Lgs. 29/12/2017, n. 216 con decorrenza dal 26/01/2018 ed applicazione alle operazioni di intercettazione relative a provvedimenti autorizzativi emessi dopo il 31 marzo 2019.
(11) Il comma 2 bis è stato modificato dall’art. 2, comma 1, lettera c) del D. L. 30 dicembre 2019, n. 161, convertito con modificazioni dalla L. 28 febbraio 2020, n. 7.
Spiegazione dell'art. 266 Codice di procedura penale
Le intercettazioni appartengono ai mezzi di ricerca della prova, caratterizzati dal fatto che sono funzionali a permettere l’acquisizione di tracce, notizie o dichiarazioni idonee ad assumere rilevanza probatoria. I mezzi di ricerca della prova non vanno confusi con i mezzi di prova che offrono invece al giudice dei risultati direttamente utilizzabili ai fini della successiva decisione.
L’ambito delle intercettazioni si presenta assai delicato, in quanto involve la libertà e la segretezza delle comunicazioni, definite inviolabili dall’articolo 15 della Costituzione.
La norma in commento si occupa innanzitutto di definire i limiti oggettivi per l’ammissibilità dell’intercettazione di conversazioni, con riferimento all’elenco dei reati per cui si procede, da ritenersi tassativo e non suscettibile quindi di interpretazione estensiva, ivi compresi i colloqui tra presenti, anche nei luoghi di domicilio, ovvero di comunicazioni di qualsiasi specie (e dunque non solo comunicazioni telefoniche o telegrafiche, ma anche, ad esempio, di tutte le comunicazioni di cui all’articolo 623 bis c.p.). Nello specifico, per effetto dell’introduzione dell’articolo 266 bis viene ammessa anche l’intercettazione del flusso di comunicazioni relativo a sistemi informatici o telematici.
Ad ogni modo, l’intercettazione è ammissibile solo quando vi siano gravi indizi di reato e sia assolutamente indispensabile per la prosecuzione delle indagini, come stabilito dall’articolo 267.
Ai sensi del comma 2 del presente articolo, l’intercettazione di comunicazioni tra presenti può essere eseguita solo qualora si proceda per i reati elencati, anche mediante una “cimice” inserita in un dispositivo elettronico portatile (pc).
Tuttavia, quando l’intercettazione ambientale sia effettuata in uno dei luoghi di cui all’articolo 614 c.p. (abitazione altrui, altro luogo di privata dimora o nelle appartenenze di essi), l’intercettazione è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l’attività criminosa. Sempre consentita senza limiti è invece l’intercettazione ambientale, qualora si proceda per i gravi reati di cui all’articolo 51 commi 3 bis e 3 quater.
Massime relative all'art. 266 Codice di procedura penale
Cass. pen. n. 19200/2017
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 19200 del 21 aprile 2017)
Cass. pen. n. 26889/2016
In tema di intercettazioni di conversazioni o comunicazioni, ai fini dell'applicazione della disciplina derogatoria delle norme codicistiche prevista dall'art. 13 del D.L. n. 152 del 1991, convertito dalla legge n. 203 del 1991, per procedimenti relativi a delitti di criminalità organizzata devono intendersi quelli elencati nell'art. 51, commi 3-bis e 3-quater, cod. proc. pen. nonché quelli comunque facenti capo ad un'associazione per delinquere, con esclusione del mero concorso di persone nel reato.
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 26889 del 1 luglio 2016)
Cass. pen. n. 7634/2015
In tema d'intercettazioni telefoniche, il ricorso alla procedura dell'istradamento, e cioè il convogliamento delle chiamate in partenza dall'estero in un nodo situato in Italia (e a maggior ragione di quelle in partenza dall'Italia verso l'estero, delle quali è certo che vengono convogliate a mezzo di gestore sito nel territorio nazionale) non comporta la violazione delle norme sulle rogatorie internazionali, in quanto in tal modo tutta l'attività d'intercettazione, ricezione e registrazione delle telefonate viene interamente compiuta nel territorio italiano, mentre è necessario il ricorso all'assistenza giudiziaria all'estero unicamente per gli interventi da compiersi all'estero per l'intercettazione di conversazioni captate solo da un gestore straniero.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7634 del 19 febbraio 2015)
Cass. pen. n. 37212/2014
Ai fini dell'acquisizione dei tabulati relativi al traffico telefonico, l'obbligo di motivazione del provvedimento acquisitivo, stante il modesto livello di intrusione nella sfera di riservatezza delle persone, è soddisfatto anche con espressioni sintetiche, nelle quali si sottolinei la necessità dell'investigazione, in relazione al proseguimento delle indagini ovvero all'individuazione dei soggetti coinvolti nel reato, o si richiamino, con espressione indicativa della loro condivisione da parte dell'autorità giudiziaria, le ragioni esposte da quella di polizia. (Fattispecie, nella quale la Corte ha ritenuto sufficientemente motivato il provvedimento acquisitivo con richiamo alla assoluta necessità dell'acquisizione ai fini del proseguimento delle indagini).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 37212 del 5 settembre 2014)
In tema di intercettazioni, la conversazione o comunicazione intercettata costituisce corpo del reato unitamente al supporto che la contiene, in quanto tale utilizzabile nel processo penale, solo allorché essa stessa integri ed esaurisca la condotta criminosa.
Cass. pen. n. 5073/2014
Qualora gli elementi a carico di un soggetto siano costituiti dalle dichiarazioni tra terzi, captate nel corso di operazioni di intercettazione, il giudice è chiamato ad un rigoroso apprezzamento delle risultanze processuali potenzialmente idonee ad invalidare il rilievo accusatorio delle dichiarazioni stesse. (Nella specie, relativa a traffico di stupefacenti, la Corte d'appello aveva identificato nel ricorrente il soggetto evocato da uno dei partecipanti alla conversazione, senza peraltro confutare le risultanze, di natura dichiarativa e documentale, che escludevano qualsiasi contatto o rapporto tra il ricorrente e il soggetto intercettato).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5073 del 31 gennaio 2014)
Cass. pen. n. 28602/2013
In tema di intercettazioni la nozione di "delitti di criminalità organizzata" di cui all'art. 12, d.l. n. 152 del 1991 (conv. in l. 203 del 1991), ricomprende nel suo ambito applicativo attività criminose diverse, purché realizzate da una pluralità di soggetti i quali, per la commissione del reato, abbiano costituito un apposito apparato organizzativo talchè sono ad essa riconducibili non solo i reati di criminalità mafiosa e assimilati, ma tutte le fattispecie criminose di tipo associativo.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 28602 del 3 luglio 2013)
Cass. pen. n. 24219/2013
La rilevazione del numero di una utenza contattata, conservato nella memoria di un apparecchio di telefonia mobile, è una operazione non assimilabile all'acquisizione dei dati di traffico conservati presso il gestore dei servizi telefonici e non necessita, quindi, del decreto di autorizzazione dell'autorità giudiziaria, potendo conseguire ad una mera attività di ispezione del telefono da parte della polizia giudiziaria.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 24219 del 4 giugno 2013)
Cass. pen. n. 21644/2013
È manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 266, comma secondo, c.p.p., sollevata in relazione all'art. 14 della Costituzione, che statuisce il principio dell'inviolabilità del domicilio, perché la collocazione di microspie all'interno di un luogo di privata dimora costituisce una delle naturali modalità di attuazione delle intercettazioni, costituenti mezzo di ricerca della prova funzionale al soddisfacimento dell'interesse pubblico all'accertamento di gravi delitti, tutelato dal principio dell'obbligatorietà dell'azione penale (art. 112 della Costituzione), con il quale il principio di inviolabilità del domicilio deve necessariamente coordinarsi, subendo la necessaria compressione, al pari di quanto previsto dall'art. 15 della Costituzione in tema di libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione. (In motivazione, la S.C. ha osservato altresì che la previa autorizzazione a disporre le operazioni di intercettazione rende superflua l'indicazione da parte del giudice delle modalità da seguire nell'espletamento dell'attività materiale e tecnica da parte della polizia giudiziaria, e che la registrazione delle conversazioni intercettate offre la prova delle operazioni compiute nel luogo e nei tempi indicati dal giudice stesso e dal P.M.).
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 21644 del 21 maggio 2013)
Cass. pen. n. 8365/2013
In tema di intercettazioni ambientali, l'abitacolo di un autoveicolo non può essere considerato luogo di privata dimora, sì che, in tal caso, non può trovare applicazione il disposto di cui all'art. 266, comma secondo, cod. proc. pen.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 8365 del 20 febbraio 2013)
Cass. pen. n. 6339/2013
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6339 del 8 febbraio 2013)
Cass. pen. n. 22276/2012
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 22276 del 8 giugno 2012)
Cass. pen. n. 11189/2012
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 11189 del 22 marzo 2012)
Cass. pen. n. 5956/2012
Sono utilizzabili i risultati delle intercettazioni di comunicazioni tra presenti anche quando nel corso dell'esecuzione intervenga una variazione dei luoghi in cui deve svolgersi la captazione, purché rientrante nella specificità dell'ambiente oggetto dell'intercettazione autorizzata. (Nella specie la captazione ambientale era stata trasferita dalla vettura oggetto di autorizzazione ad altra vettura successivamente acquistata dall'indagato sottoposto ad intercettazione).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5956 del 15 febbraio 2012)
Cass. pen. n. 4243/2012
Nel giudizio abbreviato è utilizzabile la trascrizione/traduzione di intercettazioni di conversazioni (nella specie, "ambientali") depositata successivamente all'ammissione, ma prima del giudizio, poiché la prova processualmente utilizzabile è costituita dai nastri registrati, non già dalla loro trascrizione, che costituisce operazione puramente rappresentativa in forma grafica del contenuto della prova già acquisita attraverso la registrazione fonica; d'altro canto, anche l'attività di traduzione non presenta carattere additivo o manipolativo rispetto alla fonte probatoria originaria.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 4243 del 1 febbraio 2012)
Cass. pen. n. 1707/2012
Sono utilizzabili i risultati delle videoregistrazioni effettuate nel corso delle indagini all'interno di un bar e di una cornetteria, atteso che gli stessi non possono considerarsi luoghi di privata dimora.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 1707 del 17 gennaio 2012)
Cass. pen. n. 13979/2009
Ai fini dell'ammissibilità dell'intercettazione di comunicazioni tra presenti, l'abitacolo di una autovettura non può essere considerato luogo di privata dimora.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 13979 del 31 marzo 2009)
Cass. pen. n. 36359/2008
Condizione necessaria per l'utilizzabilità delle intercettazioni è che l'attività di registrazione che, sulla base delle tecnologie attualmente in uso, consiste nella immissione dei dati captati in una memoria informatica centralizzata avvenga nei locali della Procura della Repubblica mediante l'utilizzo di impianti ivi esistenti, mentre non rileva che negli stessi locali vengano successivamente svolte anche le ulteriori attività di ascolto, verbalizzazione ed eventuale riproduzione dei dati così registrati, che possono dunque essere eseguite «in remoto » presso gli uffici della polizia giudiziaria. (In motivazione la Corte ha precisato, con riguardo all'attività di riproduzione e cioè di trasferimento su supporti informatici di quanto registrato mediante gli impianti presenti nell'ufficio giudiziario, che trattasi di operazione estranea alla nozione di «registrazione » la cui «remotizzazione » non pregiudica le garanzie della difesa, alla quale è sempre consentito l'accesso alle registrazioni originali ).
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 36359 del 23 settembre 2008)
Ai fini dell'ammissibilità ed utilizzabilità delle intercettazioni tra presenti di cui all'art. 266, comma secondo, c.p.p., la cella e gli ambienti penitenziari non sono luoghi di privata dimora, non essendo nel «possesso » dei detenuti, ai quali non compete alcuno ius excludendi alios tali ambienti, infatti, si trovano nella piena e completa disponibilità dell'amministrazione penitenziaria, che ne può farne uso in ogni momento per qualsiasi esigenza d'istituto.
In tema di intercettazioni ambientali, l'abitacolo di un'autovettura non può essere considerato luogo di privata dimora, essendo sfornito dei conforti minimi necessari per potervi risiedere stabilmente per un apprezzabile lasso di tempo.
L'intercettazione di comunicazioni tra presenti eseguita a bordo di una autovettura attraverso una microspia installata nel territorio nazionale, dove si svolge altresì l'attività di captazione, non richiede l'attivazione di una rogatoria per il solo fatto che il suddetto veicolo si sposti anche in territorio straniero ed ivi si svolgano alcune delle conversazioni intercettate.
Cass. pen. n. 15077/2007
In tema di intercettazioni telefoniche, l'omesso deposito del cosiddetto brogliaccio (documento consistente nella sintesi delle conversazioni intercettate eseguita dalla polizia giudiziaria che procede all'operazione) non è sanzionato da alcuna nullità, o inutilizzabilità delle intercettazioni medesime. (Mass. redaz.).
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 15077 del 13 aprile 2007)
Cass. pen. n. 37372/2006
In tema di autorizzazione all'intercettazione di comunicazioni telefoniche disposte ai sensi dell'art. 13 del D.L. 13 maggio 1991 n. 152, conv. con L. 12 luglio 1991 n. 203, l'emissione del decreto da parte di G.i.p. incompetente è priva di effetti sulla validità del provvedimento stesso poiché vale il principio generale, previsto dall'art. 26 comma primo c.p.p., per cui l'inosservanza delle norme sulla competenza non produce l'inefficacia delle prove già acquisite.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 37372 del 10 novembre 2006)
A differenza delle riprese visive in luoghi pubblici, le videoregistrazioni di comportamenti non comunicativi in ambito domiciliare, siccome acquisite in violazione dell'art. 14 Cost., sono illegittime e processualmente inutilizzabili, né esse possono essere a tal fine qualificate come prova atipica ex art. 189 c.p.p., perché tale categoria presuppone comunque la formazione lecita della prova come necessaria condizione della sua ammissibilità.
Le video registrazioni di comportamenti non comunicativi in luoghi (nella specie, i privé di un locale pubblico) che, pur non costituendo domicilio, sono utilizzati per attività che si vogliono mantenere riservate, rientrano nella categoria delle prove atipiche e sono suscettibili di utilizzazione probatoria sempre che siano eseguite sulla base di un provvedimento motivato dell'autorità giudiziaria.
Non è manifestamente infondata, con riferimento agli artt. 3, 24 e 112 della Costituzione, la questione di legittimità costituzionale degli artt. 6, commi 2 e ss., e 7, della legge 30 giugno 2003, n. 140 in base ai quali il contenuto di conversazioni e comunicazioni intercettate nel corso di procedimenti riguardanti terze persone ed alle quali abbia preso parte (anche - deve intendersi - per interposta persona) un membro del Parlamento (c.d. intercettazioni “indirette” da ritenersi, come tali, escluse dall'ambito della tutela apprestata dall'art. 68, comma terzo, della Costituzione), è colpito da inutilizzabilità in mancanza di autorizzazione da parte della Camera cui il parlamentare appartiene.
Cass. pen. n. 16590/2003
Nell'ipotesi in cui si proceda ad intercettazione di conversazioni tra presenti ad opera della polizia giudiziaria è sempre necessaria l'autorizzazione del giudice anche se uno degli interlocutori ne è consapevole, in quanto la sua rinuncia alla riservatezza non rende lecita l'intercettazione ad opera di un terzo che è rimasto estraneo al colloquio.
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 16590 del 8 aprile 2003)
Cass. pen. n. 6962/2003
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6962 del 12 febbraio 2003)
Cass. pen. n. 7724/2002
L'attività posta in essere dall'agente di polizia giudiziaria il quale, subito dopo l'arresto dell'indagato, risponda alle telefonate che pervengono all'apparecchio cellulare di quest'ultimo, non è qualificabile come «intercettazione» e non è, quindi, soggetta alla disciplina di cui agli artt. 266 e seguenti c.p.p., giacché la presenza dell'indagato, comportando la piena consapevolezza, da parte sua, dell'interferenza in atto, esclude che la medesima presenti l'indispensabile requisito della insidiosità.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 7724 del 27 febbraio 2002)
In tema di intercettazione, captazione e registrazione di colloqui telefonici o tra presenti, ovvero di flussi di comunicazioni informatici o telematici, una volta concluso il subprocedimento di ascolto, selezione e acquisizione delle conversazioni e dei flussi con l'esecuzione delle conseguenti operazioni di trascrizione o di stampa, secondo le regole dettate dall'art. 268 c.p.p., non è consentito, salvo eccezionali ipotesi che, per quanto riguarda il giudizio di appello, sono regolate dall'art. 603 stesso codice, chiedere un nuovo ascolto delle conversazioni o una nuova presa di cognizione dei flussi informatici.
Cass. pen. n. 8458/2000
Ai fini dell'acquisizione dei tabulati contenenti i dati esterni identificativi delle comunicazioni telefoniche conservati in archivi informatici del gestore del servizio, è sufficiente il decreto motivato dell'autorità giudiziaria, non essendo necessaria, per il diverso livello di intrusione nella sfera di riservatezza che ne deriva, l'osservanza delle disposizioni relative alla intercettazione di conversazioni o comunicazioni di cui all'art. 266 ss. c.p.p.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8458 del 21 luglio 2000)
Per l'acquisizione dei dati esterni relativi al traffico telefonico - concernenti gli autori, il tempo, il luogo, il volume e la durata della comunicazione, fatta esclusione del contenuto di questa - archiviati dall'ente gestore del servizio di telefonia, è sufficiente, in considerazione della limitata invasività dell'atto, e sulla base dello schema delineato nell'art. 256 c.p.p., eterointegrato dall'art. 15, secondo comma, Cost., il decreto del pubblico ministero con il quale si dia conto delle ragioni che fanno prevalere sul diritto alla privacy l'interesse pubblico di perseguire i reati. E invero, anche se manca la previsione di un immediato controllo giurisdizionale di detto decreto motivato, tuttavia il recupero di tale controllo, che attiene a un mezzo di ricerca della prova, avviene attraverso la rilevabilità, anche di ufficio, dell'eventuale relativa inutilizzabilità, in ogni stato e grado del procedimento, così nelle indagini preliminari nel contesto incidentale relativo all'applicazione di una misura cautelare, come nell'udienza preliminare, ovvero nel dibattimento o nel giudizio di impugnazione.
Cass. pen. n. 3732/2000
Anche in relazione ad intercettazioni cosiddette “ambientali” è necessario il decreto motivato del P.M. che autorizzi, in sede di esecuzione delle operazioni, l'uso di apparecchiature esterne a quelle in dotazione agli uffici giudiziari, in quanto il secondo comma dell'art. 266 c.p.p. fa esplicito riferimento alle “comunicazioni tra presenti”, assimilandole, in tutto e per tutto, a quelle telefoniche e alle altre forme di telecomunicazioni, sicché non v'è ragione per ritenere che il successivo art. 268, dettando regole per l'esecuzione delle operazioni, senza distinzioni di sorta, abbia escluso dalla rigorosa disciplina imposta le comunicazioni di un certo tipo, aprendo un vulnus del tutto ingiustificato nella tutela del diritto garantito dall'art. 15 della Costituzione.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3732 del 26 giugno 2000)
Cass. pen. n. 6/2000
Ai fini dell'acquisizione dei tabulati contenenti i dati esterni identificativi delle comunicazioni telefoniche conservati in archivi informatici dal gestore del servizio è sufficiente il decreto motivato dell'autorita giudiziaria, non essendo necessaria, per il diverso livello di intrusione nella sfera di riservatezza che ne deriva, l'osservanza delle disposizioni relative all'intercettazione di conversazioni o comunicazioni di cui agli articoli 266 e seguenti cos. proc. pen. (Nell'affermare tale principio la Corte ha altresì precisato che il controllo giurisdizionale sul provvedimento acquisitivo, che attiene ad un mezzo di ricerca della prova, si attua mediante la rilevabilità anche d'ufficio, in ogni stato e grado del procedimento, dell'eventuale inutilizzabilità, essendo l'art. 191 c.p.p. applicabile anche alle c.d. prove “incostituzionali” perchè assunte con modalità lesive dei diritti fondamentali).
In tema di intercettazione di conversazioni o comunicazioni, la durata delle operazioni deve calcolarsi, ai fini del controllo del rispetto del termine per il quale è intervenuta l'autorizzazione del giudice, dal momento di inizio effettivo delle intercettazioni. (In applicazione di tale principio la Corte ha ritenuto utilizzabili gli esiti di intercettazioni telefoniche — durate trentasette giorni — le quali, autorizzate dal giudice per quaranta giorni, avevano avuto effettiva esecuzione oltre un mese dopo la data fissata per il loro inizio dal decreto del pubblico ministero che le aveva disposte).
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 6 del 8 maggio 2000)
Cass. pen. n. 4561/1999
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4561 del 27 luglio 1999)
Cass. pen. n. 6302/1999
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6302 del 19 maggio 1999)
Cass. pen. n. 3458/1999
Deve ritenersi assoggettata alla disciplina delle intercettazioni di comunicazioni tra presenti anche l'ipotesi in cui una persona, nell'ambito di una attività collaborativa con le forze di polizia, celi un microfono collegato via radio alla unità centrale, in tal modo consentendo alle Forze di polizia l'ascolto diretto dei colloqui. Anche attraverso tale modalità, infatti, si determina una grave ingerenza nella vita privata dei soggetti interessati, non eliminata e nemmeno attenuata dalla circostanza, meramente accidentale, che uno di essi sia consenziente.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3458 del 17 marzo 1999)
Cass. pen. n. 2486/1999
In tema di intercettazioni di conversazioni, la disciplina degli artt. 266 e ss. c.p.p. è posta a tutela del diritto costituzionalmente garantito al rispetto della vita privata da intromissioni estranee ed in particolare è diretta ad evitare che terzi soggetti possano, attraverso appositi strumenti, captare conversazioni che si svolgono tra altre persone ed in tal modo venirne a conoscenza. Ne consegue che quando la registrazione venga operata senza intervento di estranei, per effetto di apparecchio a disposizione proprio di uno dei presenti, la garanzia prevista dalle menzionate norme non opera: in tal caso invero non può parlarsi di «intercettazione» in senso tecnico. (Fattispecie relativa alla registrazione di frasi ingiuriose rivolte ad un malato, e captate dal registratore posto nella stanza per ragioni terapeutiche).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2486 del 25 febbraio 1999)
Cass. pen. n. 4401/1998
L'art. 266 c.p.p., autorizzando l'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche nel corso di indagini relative a determinati reati, consente il controllo sia delle telefonate in arrivo su utenze italiane, sia delle telefonate che partono dall'Italia verso utenze straniere. Né il ricorso alla procedura del c.d. istradamento — convogliamento delle chiamate partenti da una certa zona all'estero in un «nodo» posto in Italia — comporta la violazione delle norme sulle rogatorie internazionali, in quanto in tal modo tutta l'attività di intercettazione, ricezione e registrazione delle telefonate, viene compiuta completamente sul territorio italiano.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4401 del 21 ottobre 1998)
Cass. pen. n. 21/1998
Poiché la stampa dei tabulati concernenti il flusso informatico relativo ai dati esterni al contenuto delle comunicazioni telefoniche costituisce la documentazione, in forma intelligibile, del flusso medesimo, la relativa acquisizione soggiace alla stessa disciplina delle garanzie di segretezza e libertà delle comunicazioni a mezzo di sistemi informatici di cui alla L. 23 dicembre 1993, n. 547 (che ha introdotto l'art. 266 bis e modificato l'art. 268 c.p.p.,), sicché il divieto di utilizzazione previsto dall'art. 271 c.p.p. è riferibile anche all'acquisizione dei tabulati predetti tutte le volte che avvenga in violazione dell'art. 267, cioé in assenza del prescritto decreto motivato. (In motivazione la Corte ha precisato che la legittima acquisizione dei tabulati in parola può essere disposta nel corso delle indagini preliminari dal pubblico ministero e dal giudice che procede — art. 267 c.p.p. — o dal giudice del dibattimento o di appello, rispettivamente ai sensi degli artt. 507 e 603 c.p.p.
(Cassazione penale, Sez. Unite, sentenza n. 21 del 24 settembre 1998)
Cass. pen. n. 3104/1998
Autorizzata la intercettazione delle conversazioni telefoniche è irrilevante l'oggetto delle registrazioni, purché realizzate con lo specifico mezzo in relazione al quale è stato concesso l'atto autorizzatorio nel rispetto dei presupposti di legge, per cui deve escludersi la inutilizzabilità del contenuto di conversazioni tra presenti, in luogo di quelle tra persone lontane, intercettate in modo anomalo o fortuito.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 3104 del 11 marzo 1998)
Cass. pen. n. 2103/1998
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 2103 del 19 febbraio 1998)
Cass. pen. n. 4533/1998
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 4533 del 17 febbraio 1998)
Cass. pen. n. 3901/1997
In tema di applicazione del disposto del secondo comma dell'art. 266 c.p.p. — secondo il quale l'intercettazione di comunicazione tra presenti, quando avvenga nei luoghi indicati nell'art. 614 c.p., «è consentito solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l'attività criminosa» — il concetto di privata dimora è più ampio di quello di casa di abitazione e comprende ogni luogo che venga adoperato, anche in modo contingente, per lo svolgimento di attività privata di qualsiasi specie: dunque, luogo adibito ad attività che ogni avente diritto ha facoltà di svolgere liberamente e legittimamente, senza turbative da parte di estranei che si ha il diritto di escludere. Alla stregua di tale definizione è evidente che la sala colloqui di un istituto di detenzione, quale pertinenza di questo, ne segue la condizione di luogo (lato sensu) pubblico, sotto il diretto ed immediato controllo dell'autorità carceraria che su essa esercita la vigilanza e cui soltanto compete lo ius excludendi, mentre al singolo detenuto residua soltanto la facoltà, autorizzata, di ricevere determinate visite. Ne consegue che deve escludersi che l'intercettazione ambientale in detta sala colloqui possa essere consentita solo nel caso in cui si abbia fondato motivo di ritenere che in essa si stia svolgendo l'attività criminosa.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3901 del 28 aprile 1997)
Cass. pen. n. 1904/1996
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1904 del 17 febbraio 1996)
Cass. pen. n. 12412/1995
L'adozione del nuovo rito per un procedimento che avrebbe dovuto proseguire, secondo l'art. 242 att. nuovo c.p.p., con quello precedentemente in vigore, non comporta nullità, stante il principio di tassatività delle nullità stesse, sancito da entrambi i codici. Peraltro, ove siano state acquisite prove non previste dall'ordinamento processuale abrogato, esse sono inutilizzabili ai fini della decisione. (Fattispecie in cui la sentenza era basata sui risultati delle intercettazioni ambientali, introdotte dal nuovo codice di procedura).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 12412 del 15 dicembre 1995)
Cass. pen. n. 2164/1995
Il divieto di utilizzabilità a fini probatori delle registrazioni di conversazioni non debitamente autorizzate è posto a tutela del diritto, costituzionalmente garantito, al rispetto della vita privata da intromissioni estranee; l'esercizio di tale diritto postula, tuttavia, che l'accesso ai mezzi di comunicazione e l'uso degli stessi avvengano alle condizioni e con le modalità non vietate dalla legge: conseguentemente non è illegittima ed è perciò utilizzabile anche se effettuata senza l'autorizzazione del giudice, l'intercettazione di conversazioni svoltesi mediante apparecchi rice-trasmittenti non consentiti, il cui uso è penalmente sanzionato.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2164 del 2 marzo 1995)
Cass. pen. n. 1367/1995
L'art. 266, comma 2, c.p.p., nel richiedere, come condizione atta a legittimare le intercettazioni ambientali in luoghi di privata dimora, che vi sia «fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l'attività criminosa», non postula affatto che detta attività risulti, poi, essere stata effettivamente sussistente, essendo invece da considerare sufficiente, sulla base del testuale dettato normativo (oltre che della evidente ratio legis), che dell'attività in questione potesse, con giudizio ex ante, ragionevolmente ritenersi la sussistenza all'atto dell'emanazione del provvedimento di autorizzazione all'effettuazione delle operazioni.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 1367 del 10 febbraio 1995)
La possibile audizione nel corso dell'intercettazione telefonica di frasi pronunciate da persona che si trova nei pressi di chi parla al telefono non trasforma in intercettazione di comunicazioni tra presenti l'operazione in corso che rimane caratterizzata da interferenze attuate esclusivamente sulla rete telefonica e non comporta l'utilizzo di quei diversi dispositivi, per i quali il legislatore ha previsto la disciplina più rigorosa dettata dall'art. 266 c.p.p.
Cass. pen. n. 4141/1992
In tema di applicazione del disposto del secondo comma dell'art. 266 c.p.p. — secondo il quale l'intercettazione di comunicazioni tra presenti, quando avvenga nei luoghi indicati dall'art. 614 c.p., «è consentita solo se vi è fondato motivo di ritenere che ivi si stia svolgendo l'attività criminosa» — per luogo di privata dimora deve intendersi quello adibito ad esercizio di attività che ognuno ha il diritto di svolgere liberamente e legittimamente, senza turbativa da parte di estranei e tale è anche il luogo di esercizio di attività commerciale (nella specie trattavasi di un'agenzia di trasporti). (Nell'affermare il principio di cui in massima, la Cassazione ha anche rilevato che il principio dell'inviolabilità del domicilio — art. 14 Cost. — va correlato con la facoltà attribuita — art. 15 Cost. — alla legge ordinaria di prevedere e regolare intromissioni nel privato anche con la limitazione di ogni forma di comunicazione per atto motivato dell'autorità giudiziaria; limitazione conseguente al privilegio che compete all'interesse pubblico la cui attuazione è demandata al P.M. dalla Costituzione-art. 112).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 4141 del 2 dicembre 1992)
relative all'articolo 266 Codice di procedura penale
Norma di riferimento: Articolo 266 Codice proc. penale - Limiti di ammissibilità | Quesito Q202024988
sabato 22/02/2020 - Basilicata
“Il 21.02.2007 fu operato sequestro di apparati tecnici nel mio comando,con relativo Decreto.Venivo accusato,di essermi rifiutato di compiere gli atti del mio ufficio;non aver annotato sul memoriale,un servizio d'istituto;e di aver occultato elementi indiziari a carico di una persona.Detti elementi indiziari,sarebbero stati occultati,nel mentre si eseguivano dal mio comando,intercettazioni ambientali.Al termine delle indagini svolte dalla p.g.,la stessa,inseriva reati non attinenti le motivazioni per cui era stata autorizzata a sequestrare la sala intercettazione.Questi reati,erano stati enucleati da detta p.g.,a seguito di microspie autorizzate dallo stesso p.m.nel mio comando.Come si suol dire,di tutto quello che erano le ipotesi di reato in relazione al sequestro,nulla era emerso e con la pèesca a strascico,fui rinviato a giudizio.
Quello che vi chiedo è:la pesca a strascico servita per il rinvio a giudizio andava contestato da subito oppure,sicome il processo è ancora in atto,posso evidenziare la pesca innanzi detta oppure è tutto regolare che si indaga per dei reati e poi ne emergono altri?(non è emerso nulla solo calunnie).Come posso evidenziare e se mi conviene evidenziarlo.Per motivi di opportunità non desidero chela mia richiesta venga pubblicizzata.Grazie.”
Consulenza legale i 09/03/2020
Il primo attiene alla possibilità, per gli operatori di polizia giudiziaria e, a valle, per il pubblico ministero, di utilizzare i risultati di alcune intercettazioni telefoniche per fatti di reato diversi da quelli per cui erano state disposte.
Sul punto, in giurisprudenza si sono registrati due orientamenti.
Senza entrare nel tecnicismo delle pronunce (molto complesso), in sintesi:
Un primo orientamento ha risposto positivamente al quesito, purché si constati che per i reati successivamente contestati (e inizialmente non oggetto di intercettazione ), fosse possibile disporre il mezzo di ricerca della prova in questione. Facciamo un esempio: immaginiamo che le intercettazioni, al tempo, fossero consentite solo per reati che prevedevano la pena minima di 4 anni di reclusione e che tali intercettazioni fossero state poste in essere per il reato x, punito dai 4 anni in su. Se poi queste stesse intercettazioni sono state utilizzate per “provare” il reato y, punito con la pena minima di 2 anni, allora non sarebbero utilizzabili. Se al contrario, le intercettazioni fossero state utilizzate per “provare” il reato z, punito con la pena minima di 5 anni, allora sarebbero legittime;
Secondo un altro orientamento, invece, le intercettazioni sarebbero sempre utilizzabili, anche per provare un reato diverso, purché questo sia connesso a quello per il quale furono inizialmente disposte.
Ebbene, il contrasto in questione è stato risolto dalle ultime Sezioni Unite, con la sentenza n. 51 del 2020, la quale ha stabilito che le intercettazioni possono essere utilizzate per provar reati connessi, ma a patto che questi rientrino nei limiti di ammissibilità fissati per le intercettazioni (si veda il primo esempio).
Quanto, invece, all’acquisizione delle intercettazioni, le questioni sulle stesse avrebbero dovuto esser fatte dopo la richiesta del pubblico ministero a che le stesse venissero inserite nel fascicolo delle indagini preliminari, ai sensi del secondo comma dell’art. art. 268 ter del c.p.p. del codice di procedura penale.
Norma di riferimento: Articolo 266 Codice proc. penale - Limiti di ammissibilità | Quesito Q201821724
mercoledì 11/07/2018 - Basilicata
“Preso atto della Vostra consulenza inviatami in data odierna,rappresento:Il P.M. come già riferito con richiesta a seguito,con proprio atto urgente dispose le "famose" intercettazioni ambientali,in dispregio delle leggi in materia.Il tutto per una famosa:"Pesca a Strascico".dopo 15 giorni,al G.P.P. chiese la proroga,autorizzata di altri 15 giorni.Il risultato della pesca,fu formalizzata con propria C.N.R. dei militari operanti,il 18.08.2007.Praticamente riepilogando,le intercettazioni ambientali iniziarono il 19.02.2007 e terminarono un mese dopo.Ora il quesito che vi pongo è:tenuto conto che il mio legale non ha da subito fatto eccezione al Tribunale che il tutto ebbe inizio con un esposto anonimo e con un atto emanato dal P.M. che non era in linea con le leggi vigenti,ora a distanza di 12 anni dall'inizio del processo,posso evidenziare al Tribunale Collegiale che il tutto ebbe inizio con un abuso del P.M.Grazie.”
Riconnettendoci al parere precedente, rimarchiamo quanto nello stesso affermato ovvero che le intercettazioni (ordinarie e/o ambientali che sia) non sono consentite per i reati di cui all’ art. 328 e 379 non possedendo questi limiti edittali di pena tanto alti da rientrare nei parametri di cui all’art. 266 c.p.p. Per le medesime ragioni non è assolutamente consentito al P.M. disporre le intercettazioni d’urgenza sulla base del disposto dell’art. 267 comma 2 c.p.p. per i medesimi reati.
In seguito alla richiesta di chiarimenti in relazione al nuovo quesito posto veniva rimarcato che “La C.N.R. preliminare fu assegnata al p.m. il 14.02.2007,lo stesso p.m. con quelle ipotesi di reato rubricate dalla p.g.,il 17.02.2007,autorizzò le intercettazioni ambientali. Ripeto,solo il 18.08.2007,la stessa p.g. enucleò la C.N.R. conclusiva con l'esito della "PESCA A STRASCICO" da dove venne fuori il capo di imputazione del falso ideologico che a tutt'oggi è sub judice. Saluti”.
La richiesta di chiarimenti e la visione della documentazione affondava le sue radici in un dubbio ovvero sull’errore che sembrava essere stato commesso dal P.M. nella misura in cui questi disponeva le intercettazioni per reati per i quali non sarebbe stato possibile (cosa che praticamente non succede mai visto che il P.M. non ha interesse a porre in essere un atto che non gli sarebbe di alcun aiuto in quanto destinato a perire difronte alle eccezioni del difensore di turno).
Prima di discutere del tema della inutilizzabilità va tuttavia premesso che potrebbe esserci una spiegazione alternativa a ciò che è accaduto e che potrebbe in parte spiegare le ragioni per cui la P.G. abbia citato nella sua CNR delle intercettazioni pur in relazione a reati per i quali astrattamente le intercettazioni non sono previste.
E possibile che il Pubblico Ministero abbia disposto le intercettazioni ab inizio, ovvero nelle primissime fasi d'indagine, in relazione a reati per i quali era possibile effettuare le intercettazioni predette (ipotizziamo ad esempio l’associazione per delinquere) ma che alla fine delle attività investigative abbia deciso di non procedere per il reato in questione (perché non ha ritenuto gli indizi raccolti sufficienti oppure perché ha ritenuto infondata la sua ipotesi accusatoria). E’ possibile però che lo stesso Pubblico Ministero in seguito all’audizione di quelle intercettazioni abbia raccolto indizi sufficienti per i reati di cui all’ art. 328 e 379 e per questi abbia proceduto.
Purtroppo, in questo caso le intercettazioni sarebbero valide.
Sul punto c’è stata infatti un’accesa questione giurisprudenziale (nel cui merito non entriamo) che è stata “risolta” da Cass. pen., sez. VI, 14.6.2011 (dep. 26.9.2011), n. 34735 arrivando alla conclusione che «se l'intercettazione è già ritualmente autorizzata nell'ambito di un procedimento, i suoi esiti possono essere utilizzati anche per i reati diversi ma soggettivamente ed oggettivamente connessi o collegati, che siano emersi dalla medesima attività di intercettazione, anche quando il loro titolo o il loro trattamento sanzionatorio non avrebbero consentito un autonomo provvedimento autorizzativo».
Se così è successo nel caso sottoposto alla nostra attenzione, deve concludersi che le intercettazioni famose citate nella CNR sono valide pur riguardando reati per i quali non sono consentite.
Ipotizzando invece che le intercettazioni siano invalide e dunque inutilizzabili, purtroppo non sembra esistere alcun rimedio azionabile vista la situazione processuale narrata.
L’inutilizzabilità delle intercettazioni infatti va eccepita per forza dal o nel corso delle indagini o immediatamente prima dell’udienza preliminare o immediatamente prima della prima udienza dibattimentale. Del tema se n’è occupata anche la giurisprudenza la quale ha chiarito che il tema dell’inutilizzabilità degli atti d’indagine non può essere eccepita d’ufficio dal giudice in qualsiasi stato e grado del processo ma solo su eccezione di parte (Cass. pen. Sez. VI Sent., 24-10-2017, n. 4694 (rv. 272196).
Se così non è stato fatto al momento opportuno dal difensore deve concludersi che, al momento, non è concretamente azionabile alcun rimedio visto che il “vizio” relativo alle intercettazioni è stato sanato (cosa che è espressamente prevista dal nostro codice di procedura penale ogni volta che chi di dovere non ha eccepito una determinata irregolarità entro il tempo previsto).
Se invece il difensore ha posto la relativa questione a tempo debito, è possibile riproporla in sede di appello alla sentenza di primo grado o in sede di ricorso per cassazione.
Norma di riferimento: Articolo 266 Codice proc. penale - Limiti di ammissibilità | Quesito Q201821706
sabato 07/07/2018 - Basilicata
“Faccio riferimento alla Vostra consulenza n.Q201821665. desidero sapere se con l'ipotesi di reati:art.328-379 c,p, ipotizzati dalla p.g. dopo le indagini preliminari e il contenuto di un'esposto anonimo,il p.m. di urgenza,motu proprio poteva disporre le intercettazioni ambientali.Sono valide?.Grazie.”
L’art. 266 del codice di procedura penale espressamente fissa i limiti di ammissibilità che consentono o meno la possibilità di disporre intercettazioni nell’ambito di un procedimento penale.
Detti parametri sono articolati sulla base dei limiti edittali delle pene previste per ciascun reato. Ciò vuol dire che solo allorché si procede per un reato i cui limiti di pena rientrano in quelli previsti dall’art. 266 c.p.p. possono essere disposte le intercettazioni.
Nel caso di specie rilevano le lettere a) e b) del primo comma dell’articolo 266 non essendo i reati di cui all’art. 328 e 379 bis ricompresi tra quelli per i quali le lettere, c), d), e), f), f bis) e f ter) del medesimo articolo 266 stabiliscono particolari limiti di ammissibilità delle intercettazioni.
Ebbene, l’articolo 266, comma 1, lett. a) e b) stabilisce che «l'intercettazione di conversazioni o comunicazioni telefoniche e di altre forme di telecomunicazione è consentita nei procedimenti relativi ai seguenti reati: a) delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell'ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell'articolo; b) delitti contro la pubblica amministrazione per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell'articolo».
Già dalla lettura dell’art. 266 è facile desumere che per i reati di “rifiuto di atti d’ufficio. Omissione” (art. 328 c.p.) non sono consentite le intercettazioni in quanto, pur trattandosi di un reato contro la PA, è punito con una pena inferiore ai 5 anni (ovvero due anni) e dunque non rientra nei parametri della lettera b). Lo stesso dicasi del reato di “rivelazione di segreti inerenti a un procedimento penale” (art. 379 bis) la cui pena massima è di un solo anno tale per cui non rientra nella lettera a) del primo comma dell’art. 266 che impone una pena massima maggiore di 5 anni per consentire le intercettazioni.
Lo stesso dicasi delle intercettazioni ambientali i cui presupposti per l’applicazione sono i medesimi di quelle ordinarie stante l’espresso rinvio del comma 2 dell’art. 266 c.p.p.
Si fa comunque presente per pura completezza espositiva che la scelta di predisporre le intercettazioni da parte del Pubblico Ministero non è sempre e solo legata ai limiti edittali di pena. Spesso capita infatti che il Procuratore, pur trovandosi ad indagare su reati che consentirebbero le intercettazioni, decide di non fare riferimento a tale mezzo di ricerca della prova in quanto si tratta pur sempre di un’attività investigativa molto dispendiosa per lo Stato e che, spesso, potrebbe rivelarsi inutile o superflua (si pensi ad esempio ai casi in cui il Pubblico Ministero mediante indagini pregresse ha già raccolto prove sufficienti o dalle prove raccolte può ragionevolmente presumere che il soggetto usi particolare accortezza nelle conversazioni telefoniche la cui intercettazione potrebbe rivelarsi inutile).
Circostanze queste che si riconnettono peraltro ai presupposti del decreto col quale il giudice consente al PM di disporre le intercettazioni disciplinati dall’art. 267 c.p.p.
Quanto invece alle intercettazioni disposte d’urgenza dal Pubblico Ministero, le stesse possono essere effettuate solo allorché ci si trovi comunque difronte a reati per i quali è possibile disporre le intercettazioni a norma del citato articolo 266 c.p.p.
In tali casi va detto che l’unico obbligo per il Pubblico Ministero è motivare in modo succinto la richiesta al Giudice sulle ragioni di urgenza che lo hanno spinto a non fare riferimento all’ordinario iter autorizzativo di cui ai commi 1 e 1 bis dell’articolo 267.
In sintesi, le intercettazioni (ordinarie e/o ambientali che sia) non sono consentite per i reati di cui all’art. 328 e 379 bis non possedendo questi limiti edittali di pena tanto alti da rientrare nei parametri di cui all’art. 266 c.p.p. Per le medesime ragioni non è assolutamente consentito al PM disporre le intercettazioni d’urgenza sulla base del disposto dell’art. 267 comma 2 c.p.p. per i medesimi reati.
Norma di riferimento: Articolo 266 Codice proc. penale - Limiti di ammissibilità | Quesito Q201821665
mercoledì 27/06/2018 - Basilicata
“In seguito ad esposto anonimo e dopo un'indagine sommaria,un p.m. autorizzò intercettazioni ambientali.Da dette intercettazioni ambientali,fui rinviato a giudizio.Esaminando gli atti di p.g. degli ufficiali procedenti,accertai svariati reati di omissioni varie favoreggiamenti personali,falsi ideologici e varie.Regolarmente denunciati alla A.G. competente,con 2 denunce separate,dopo anni e nonostante i vari solleciti da parte mia e richiesta di avocazione di indagini alla Corte d'Appello,non accolte,entrambe le mie denunce venivano dichiarate prescritte.Per quanto concerne le intercettazioni ambientali,ove vi è un processo in atto e scaturito dalle stesse intercettazioni,ho accertato che.gli ufficiali di p.g. hanno dichiarato il falso di aver installato le microspie il giorno 20,mentre è accertato che il 19 antecedente erano già funzionanti;hanno dichiarato in centinaia di verbali di trascrizione di averle installate loro,(mentendo sul giorno e orario),mentre durante un'udienza è emerso che furono installate da personale specializzato(S.I.O. di cui si sconoscono le generalità),ove non esiste verbale di nomina di ausiliari di p.g.;non coincidono gli orari della installazione,in quanto i testi dichiarano orari diversi certi dicono che l'installazione avvenne di mattina ed altri di notte.Alla luce di quanto brevemente soprariportato,Vi chiedo:sono valide queste intercettazioni?Se non sono valide,Vi prego di motivare la loro non validità,allegando eventualmente sentenze di Cassazione.Grazie.”
Le tematiche sollevate sono due e riguardano:
- la rilevanza penale delle presunte false dichiarazioni rese dagli operanti di pg nel corso del dibattimento penale;
- il riflesso di dette presunte dichiarazioni false sulla validità delle intercettazioni effettuate nell’ambito del processo stesso.
Quanto al primo profilo, va subito detto che non è assolutamente pertinente il falso ideologico. Il reato in questione ha ad oggetto infatti la punibilità della falsificazione (materiale o nel loro contenuto) di determinati atti aventi funzioni rilevanti nei traffici giuridici posti in essere dai cittadini.
Piuttosto la mendacità delle dichiarazioni rese dagli operanti di PG potrebbe rilevare sotto il profilo del reato di cui all’art. 372 del codice penale che espressamente punisce la testimonianza mendace e/o reticente del testimone chiamato a riferire dinanzi all’autorità giudiziaria.
In tal senso dunque il fatto che gli operanti di pg abbiano dichiarato che sono stati loro ad installare le microspie in data 20 pur essendovi prove che attestino il contrario (ovvero che le microspie sono state installate da altri soggetti e il un giorno diverso) può astrattamente integrare il reato predetto.
Va però specificato un elemento. Si è più volte detto che il reato di falsa testimonianza è molto difficile da provare in quanto occorrerebbe appunto provare che il soggetto dichiarante affermi il falso essendo cosciente di dichiarate il falso. Per tale ragione, spesso anche un semplice “non ricordo” detto dal dichiarante può creare seri dubbi sulla sussistenza del reato.
Nel caso di specie il rischio suddetto è in parte attenuato dall’esistenza di documentazioni che proverebbero la falsità delle dichiarazioni, ma occorre analizzare in modo preciso e puntuale le dichiarazioni degli operanti proprio per valutare l’esistenza di espressioni dubitative che possono seriamente mettere in dubbio l’integrazione del reato.
Va a questo punto stabilito se le presunte dichiarazioni false rese dagli agenti siano idonee ad incidere sulla legittimità delle intercettazioni ambientali predisposte.
Il nostro codice di procedura penale regola infatti in modo molto preciso il tema delle intercettazioni mediante gli articoli 266 e seguenti.
In particolare, l’art. 271 dispone una disciplina molto stretta sui divieti di utilizzazione delle intercettazioni che, in sintesi, si configurano allorché:
le intercettazioni sono state disposte fuori dai casi consentiti dalla legge. Si tratta ad esempio dei casi in cui le intercettazioni siano state disposte per reati le cui pene non rientrano nei limiti edittali previsti dall’art. 266;
Nei casi in cui non sussistano i presupposti di cui all’art. 267 c.p.p. e dunque i gravi indizi di reato e/o le ragioni di urgenza;
Nei casi in cui non vengano rispettate le disposizioni di cui all’art. 268, commi 1 e 3 che regolano e disciplinano l’utilizzo delle apparecchiature preposte all’intercettazione.
L’art. 271 comma 1 bis afferma anche che «non sono in ogni caso utilizzabili i dati acquisiti nel corso delle operazioni preliminari all'inserimento del captatore informatico sul dispositivo elettronico portatile e i dati acquisiti al di fuori dei limiti di tempo e di luogo indicati nel decreto autorizzativo».
Questa disposizione potrebbe effettivamente rilevare nel caso di specie e determinare l’inutilizzabilità di parte delle intercettazioni.
Se infatti ipotizzassimo, sulla base di quanto conosciuto, che il decreto autorizzativo del giudice per le indagini preliminari avesse autorizzato l’intercettazione dal 20 e non dal 19, allora sulla base della disposizione trascritta prima tutto il contenuto delle intercettazioni relative al giorno 19 (in cui pare siano cominciate le registrazioni) sarebbe assolutamente inutilizzabile in quanto non rientrante del perimetro temporale identificato dal decreto autorizzativo del giudice per le indagini preliminari.
È possibile che le presunte false dichiarazioni degli agenti di pg rilevino sotto il profilo del reato di falsa testimonianza previsto e punito dall’art. 372 del codice penale;
Dette dichiarazioni non incidono sull’utilizzabilità delle intercettazioni in quanto, sul punto, potrebbe tuttalpiù rilevare il perimetro temporale indicato dal Giudice per le indagini preliminari per l’esecuzione delle operazioni di intercettazione.
Norma di riferimento: Articolo 266 Codice proc. penale - Limiti di ammissibilità | Quesito Q201617196
Alberto C. chiede
“Durante una indagine penale viene acquisito un video,prelevato da internet dalla pg, in cui un parlamentare che sta facendo un intervento in un incontro elettorale esprime fiducia nei confronti del candidato al consiglio comunale. L'incontro si svolge in un locale pubblico ma è ad inviti. Il video acquisito su internet è' evidentemente taroccato con sovrascrivere ed operazione di taglio e cucito molto chiara. Il giudice acquisisce il video ed utilizza le dichiarazioni del parlamentare in tale video per condannarlo per concorso in voto di scambio con candidato al consiglio comunale. La domanda è': poteva il giudice acquisire un video girato per privati? Poteva acquisire un video taroccato senza pretendere l'originale è dunque verificare l'esattezza delle fonti? Ed in ultimo come è possibile che abbia acquisito il video in cui parla un parlamentare senza avere chiesto nessuna autorizzazione alle Camere?”
Ai sensi degli artt. 266 e seguenti c.p.p., le intercettazioni telefoniche e altre forme di comunicazione sono consentite solo in ristretti ambiti di operatività e con presupposti e autorizzazioni ben precise.
L’art. 68 Cost.implica invece l’autorizzazione della Camera alla quale il parlamentare appartiene per poter essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, per poter essere arrestato o privato altrimenti della libertà personale (salvo che vi sia sentenza irrevocabile di condanna o flagranza di reato) e per poter essere sottoposto a intercettazione di qualsiasi forma di comunicazione o a sequestro di corrispondenza.
Fatta questa necessaria premessa, nessuna autorizzazione era richiesta alla Camera di appartenenza del parlamentare: il video utilizzato nel processo penale era infatti di dominio pubblico su internet, e non frutto di una intercettazione posta in essere dalle Forze dell’ordine. Solo in questo ultimo caso era, infatti, obbligatoria l’autorizzazione di cui all’art. 68 Cost.
A corroborare tale affermazione, una recente pronuncia della Corte di Cassazione ha affermato che “le registrazioni video sono utilizzabili come prova documentale nel processo penale ai sensi dell’art. 234c.p.p., così come i fotogrammi dalle stesse estratti” (C. Cass., sez. II, 4/2/2015 n. 6515), precisando poi che la sanzione dell’inutilizzabilità delle prove(ai sensi dell’art. 191 c.p.p.) riguarda solo le prove illegittimamente acquisite (cosa che sarebbe accaduta per il caso di un video frutto di un’intercettazione priva della necessaria autorizzazione della camera di appartenenza).
Se però – come Lei afferma – tale video è palesemente “aggiustato”, è ben possibile produrre l’originale del video in questione in sede di appello chiedendo la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale ai sensi dell’art. 603 c.p.p.
“Alla rinnovazione dell'istruzione nel giudizio di appello, di cui all'art. 603, comma primo, c.p.p., può ricorrersi solo quando il giudice ritenga di non poter decidere allo stato degli atti, sussistendo tale impossibilità unicamente quando i dati probatori già acquisiti siano incerti, nonché quando l'incombente richiesto sia decisivo, nel senso che lo stesso possa eliminare le eventuali incertezze ovvero sia di per sé oggettivamente idoneo ad inficiare ogni altra risultanza” (C. Cass., sent. n. 20095/2013).
In altre parole, e naturalmente sempre che si sia ancora nei termini per proporre l’appello (si confronti l’art. 585 c.p.p.), è possibile far valere la assoluta “creazione ad hoc” del video in questione, producendo l’originale e chiedendone l’acquisizione.
Norma di riferimento: Articolo 266 Codice proc. penale - Limiti di ammissibilità | Quesito Q201615478
giovedì 11/02/2016 - Puglia
“Sono imputata dell'art.368 del c.p. nell'anno 2012 ottenni dei D.V.D.delle ambientali che la stessa Procura presso quel Tribunale praticarono nella mia abitazione. Dall'ascolto,accertavo che quanto a contestato non risultava vero.Nella udienza successiva,consegnavo al Tribunale sia la trascrizione che i DVD da ove si evinceva la mia innocenza .Su opposizione del P.M. che aveva autorizzato l'installazione delle microspie delle ambientali e della parte civile,il giudice monocratico, con propria ordinanza non le ammetteva e mi restituiva sia i dvd che le trascrizioni.Evidenzio che siamo ancora nel giudizio di 1° grado.A breve,vi sarà la discussione da parte del P.M. e parte civile per poi discutere il processo il mio legale.Desidero sapere:poteva rigettare una prova che al di là di ogni ragionevole dubbio mi scagionava?;In caso di condanna in 1° grado,tenuto conto che il presunto reato si è già prescritto,la parte civile potrà ancora perseguitarmi?.Ancora:tenuto conto che quando si terrà l'udienza,come innanzi detto il reato si è prescritto,il giudice deve per è obbligato ad ascoltare le varie discussioni oppure è obbligato ad emettere subito all'inizio dell'udienza declanatoria di non doversi procedere per avvenuta prescrizione?.E se obbligato a farlo e non lo fa,come si procede.Grazie e a presto.”
Con il presente quesito si richiede l'approfondimento di differenti questioni di diritto penale processuale.
Pertanto, si procederà a trattare in maniera sintetica ciascun aspetto, con riserva di approfondire eventualmente con ulteriori consulenze le diverse questioni sottoposte.
In particolare si richiede di chiarire se:
A) il giudice penale possa dichiarare inammissibile una prova, anche se quest'ultima sarebbe idonea a provare l'innocenza dell'imputato;
B) laddove all'esito del giudizio di primo grado, venisse pronununciata sentenza di condanna per il reato di cui all'art. 368 del c.p. - nonostante la prescrizione del reato - la parte civile abbia titolo per richiedere il risarcimento del danno;
C) in caso di sopravvenuta prescrizione del reato, la fase dibattimentale debba svolgersi in ogni caso oppure il Giudice debba dichiarare la prescrizione prima che inizi lo stesso dibattimento.
A) Il Legislatore prevede che l' intercettazione di conversazioni sia ammissibile solamente per accertare la sussistenza di determinati reati, previsti dall'art. 266 del c.p.p.
Il reato di cui all'art. 368 del c.p. sembra rientrare nell'ipotesi di cui all'art. 266, comma 1, lett. a), del c.p.p., cioé tra i "delitti non colposi per i quali è prevista la pena dell'ergastolo o della reclusione superiore nel massimo a cinque anni determinata a norma dell'articolo 4".
Infatti, il reato di calunnia è punito con la reclusione da due a sei anni poiché "chiunque, con denuncia, querela, richiesta o istanza, anche se anonima o sotto falso nome, diretta all'Autorità giudiziaria o ad un'altra Autorità che a quella abbia obbligo di riferirne o alla Corte penale internazionale, incolpa di un reato taluno che egli sa innocente, ovvero simula a carico di lui le tracce di un reato, è punito con la reclusione da due a sei anni" (cfr. art. 368, comma 1, del c.p.).
Tuttavia, il Legislatore tutela in maniera rigorosa il domicilio poiché, laddove le intercettazioni avvengano nei luoghi indicati dall'articolo 614 del codice penale - appunto, il domicilio - esse sono consentite solo se vi è fondato motivo di ritenere che lì si stia svolgendo l'attività criminosa (cfr. art. 266, comma 2, del c.p.p.).
Infatti, il codice penale prevede che le stesse non siano utilizzabili qualora:
"1. (...) siano state eseguite fuori dei casi consentiti dalla legge o qualora non siano state osservate le disposizioni previste dagli articoli 267 e 268, commi 1 e 3.
2. Non possono essere utilizzate le intercettazioni relative a conversazioni o comunicazioni delle persone indicate nell'articolo 200, comma 1, quando hanno a oggetto fatti conosciuti per ragione del loro ministero, ufficio o professione, salvo che le stesse persone abbiano deposto sugli stessi fatti o li abbiano in altro modo divulgati [1035-7].
3. In ogni stato e grado del processo il giudice dispone che la documentazione delle intercettazioni previste dai commi 1 e 2 sia distrutta, salvo che costituisca corpo del reato" (cfr. art. 271 c.p.p.).
Pertanto, indipendentemente dalle risultanze delle intercettazioni, laddove le stesse non rispettino i limiti richiamati sopra, possono essere dichiarate inammissibili.
B) Qualora all'esito del giudizio di primo grado venisse pronununciata sentenza di condanna - nonostante la prescrizione del reato - l'imputato potrà proporre appello avverso tale sentenza di condanna e, ai sensi dell'art. 578 del c.p.p., il giudice di appello, nel dichiarare estinto il reato, deciderebbe sull'impugnazione con riferimento agli effetti civili della sentenza.
Per completezza, si riporta il dettato dell'articolo 578 del c.p.p. che viene in rilievo:
"1. Quando nei confronti dell'imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull'impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili".
C) Nel caso in cui sopravvenga la prescrizione del reato, "1. Salvo quanto disposto dall'articolo 129 comma 2, il giudice, se il reato è estinto, pronuncia sentenza di non doversi procedere enunciandone la causa nel dispositivo" (cfr. art.531 comma 1, del c.p.p.).
Più precisamente, il Giudice dichiara la prescrizione del reato di cui all'art. 157 del c.p.p., salvo che "dagli atti risulta evidente che il fatto non sussiste o che l'imputato non lo ha commesso o che il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato"; infatti, in quest'ultimo caso, il giudice deve pronunciare la sentenza - più favorevole rispetto a quella di prescrizione - di assoluzione o di non luogo a procedere (cfr. art. 129 comma 2, del c.p.p.), in applicazione del principio della prevalenza del favor innocentiae sul favor rei.
Tra l'altro, la giurisprudenza della Cassazione ha chiarito che: "Il richiamo contenuto nell'art. 531 comma 1 c.p.p. all'art. 129 comma 2 c.p.p. come regola di giudizio nella scelta tra le formule di proscioglimento delle sentenze dibattimentali è indicativo della volontà del legislatore di non restringere la possibilità di un proscioglimento ampio nel merito in presenza di un fenomeno estintivo ai soli casi di prova manifesta. Il concetto di "evidenza" richiamato dall'art. 129 comma 2 c.p.p. non può infatti essere inteso come prova "prima facie" dell'innocenza dell'imputato, immediatamente rilevabile dalla lettura degli atti, perché l'estraneità dell'imputato al fatto può anche costituire la conclusione logico-giuridica del percorso seguito dal giudice nella valutazione della prova. Perciò, in presenza di una prova insufficiente o contraddittoria in merito alla sussistenza del fatto, alla sua attribuibilità all'imputato, alla sua configurabilità come reato, all'imputabilità, deve essere adottata la formula ampiamente liberatoria in luogo della pronuncia estintiva del reato (nella specie, per prescrizione)" (cfr. Cass. Pen., Sez. I, 16 settembre 2004, n. 40386).
Quindi, alla luce del dettato dell'art. 531 del c.p.p., come interpretato altresì dalla giurisprudenza, ed alla luce del fatto che sembrerebbe potersi "ambire", nel caso di specie, alla sentenza di assoluzione di cui all'art. 530 comma 1-2, del c.p.p., la fase dibattimentale potrebbe essere fondamentale al fine di evidenziare, per esempio, che la prova del reato ascritto è insufficiente o contraddittoria.