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Timestamp: 2020-08-08 09:47:34+00:00
Document Index: 181286156

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 938', 'sentenza ', 'art. 331', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 1102', 'art. 938', 'art. 1102', 'art. 1102']

Sentenza Cassazione Civile n. 12692 del 19/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12692 del 19/05/2017
Cassazione civile, sez. II, 19/05/2017, (ud. 12/04/2017, dep.19/05/2017), n. 12692
sul ricorso R.G.N. 7017/2012 proposto da:
S. (o S.) V. e A.A. (o A.M.),
rappresentati e difesi dall’avvocato Valerio Ricciardi in forza di
procura speciale rilasciata a margine del ricorso, elettivamente
domiciliati in Roma, Via Machiavelli n. 25, presso lo studio
dell’avvocato Pio Centro;
St.La., rappresentata e difesa dall’avvocato Alfredo Sguanci in
forza di procura speciale rilasciata a a margine del controricorso
ed elettivamente domiciliato in Roma, Via San Tommaso D’Aquino n.
116, presso lo studio dell’avvocato Carlo Milardi;
avverso la sentenza n. 442/2011 della Corte d’appello di Napoli,
depositata il 16 febbraio 2011;
viste le memorie ex art. 380 bis c.p.c., comma 1, depositate dalle
parti costituite.
Ritenuto che con ricorso depositato il 29 settembre 1987 presso la Pretura di Sorrento, St.La. e F.A. chiedevano al Pretore adito di disporre la sospensione dei lavori intrapresi da S.V. e A.A., proprietari di un locale contiguo alla loro proprietà, con ordine di demolizione delle opere arbitrariamente realizzate, e di risarcire i danni;
che il Pretore di Sorrento, costituitisi in giudizio i resistenti, con ordinanza del 9 novembre 1987, ordinava in via cautelare la sospensione delle opere, subordinandola alla prestazione di una cauzione da parte delle ricorrenti, e dichiarava la propria incompetenza per valore, rimettendo le parti davanti al Tribunale di Napoli;
che il Tribunale di Napoli, ammessa la chiamata in giudizio, da parte dei convenuti, della precedente proprietaria S.L., istruiva la causa con l’ammissione di consulenza tecnica d’ufficio e l’esame di testimoni;
che il processo era trasferito per competenza territoriale al Tribunale di Torre Annunziata, istituito con L. n. 126 del 1992, e assegnato alla sezione stralcio;
che il Tribunale di Torre Annunziata, con sentenza depositata il 21 gennaio 2004, accoglieva le domande attrici di demolizione dell’ampliamento, di ripristino dello stato dei luoghi, di rilascio dei vani terranei occupati dalle controparti, di condanna alla riapertura del finestrino esistente all’epoca nel muro perimetrale della stalla e di risarcimento del danno mentre rigettava la domanda riconvenzionale volta all’acquisizione per accessione invertita ex art. 938 c.c., e la domanda di garanzia formulata nei confronti dei precedenti venditori;
che la Corte d’appello di Napoli, con sentenza depositata il 16 febbraio 2011, accoglieva in parte il gravame proposto da S.V. e A.A., rigettando la domanda di rilascio dei vani terranei e riducendo l’entità del danno risarcito;
che S.V. e A.A. hanno proposto ricorso per cassazione sulla base di tre motivi;
che St.La. ha resistito con controricorso;
che gli eredi di S.L. non hanno svolto attività difensiva.
Considerato che con il primo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione dell’art. 331 c.p.c., in quanto il processo di secondo grado e la sentenza impugnata sarebbero nulli per omessa integrazione del contraddittorio nei confronti degli eredi di C.G.. I ricorrenti sostengono che l’atto di appello era stato notificato agli eredi di S.L., originaria chiamata in garanzia, e che la notifica in questione non si era perfezionata poichè uno di questi eredi, C.G., era deceduto. La Corte di Appello di Napoli, pertanto, avrebbe errato nel non rilevare che il loro precedente difensore aveva omesso di ripetere la notifica nei confronti degli eredi di C.G. e nel non disporre l’integrazione del contraddittorio;
che – al di là della questione riguardante la mancata impugnazione del capo della sentenza del Tribunale di Torre Annunziata che aveva rigettato la domanda di manleva nei confronti di S.L., cui fa cenno il giudice del gravame e che non risulta essere oggetto di specifica doglianza, evidenziando in tal senso un difetto di interesse a contestare la mancata integrazione del contraddittorio con riferimento agli eredi della stessa S. – nel caso di specie, con la citazione in appello, il precedente difensore degli attuali ricorrenti ha provveduto a convenire in giudizio, dopo la dichiarazione di decesso contenuta nella relata, gli eredi di C.G., integrando il contraddittorio in sede di impugnazione nei confronti degli eredi medesimi (Cass. 5 febbraio 2010, n. 2699);
che con il secondo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli artt. 1168 e 2697 c.c. e art. 112 c.p.c., nonchè l’errata qualificazione della domanda, l’erroneo rigetto dell’eccezione di inammissibilità della domanda possessoria e l’insufficiente motivazione circa il fatto controverso decisivo per il giudizio dell’epoca di realizzazione dell’ampliamento del fabbricato. Essi sostengono, principalmente, che la corte territoriale avrebbe errato nel ritenere petitorio e non possessorio il giudizio in esame, con conseguente decadenza dall’azione esercitata. Contestano, soprattutto, il fatto che la Corte d’appello di Napoli avrebbe dovuto fondare la sua valutazione sulla qualificazione della domanda esclusivamente sulla base del ricorso introduttivo del processo di primo grado e non degli atti successivi;
che il procedimento di denuncia di nuova opera si articola in una prima fase, di natura cautelare, che si esaurisce con l’ordine di sospensione (o il suo diniego) dell’opera iniziata, e in una seconda che si svolge secondo le regole di un ordinario giudizio di cognizione, avente natura petitoria o possessoria, a seconda che l’istante abbia fatto valere il proprio diritto di proprietà (o altro diritto reale), oppure il possesso (Cass. 8 agosto 2003, n. 11944; Cass. 10 giugno 1998, n. 5719);
che, in particolare, all’epoca di introduzione del giudizio, la prima fase era affidata alla competenza esclusiva del pretore, mentre la seconda era devoluta allo stesso giudice, se la questione involgeva il possesso, e seguiva, invece, la regola della competenza per valore nell’ipotesi in cui venisse in rilievo un accertamento petitorio;
che il ricorrente, il quale non abbia dedotto fin dal principio il proprio intendimento di agire nella veste esclusiva di possessore o di proprietario, ben può effettuare tale precisazione anche nella seconda fase del giudizio;
che, pertanto, l’identificazione della natura possessoria o petitoria della controversia va fatta dando preminente rilievo alle deduzioni e chiarificazioni fornite dall’attore nella fase di cognizione ordinaria, che segue a quella preliminare e sommaria (Cass. 10 giugno 1998, n. 5719);
che, secondo l’insegnamento di questa Corte, l’interpretazione della domanda giudiziale costituisce operazione riservata al giudice del merito, il cui giudizio, risolvendosi in un accertamento di fatto, non è censurabile in sede di legittimità quando sia motivato in maniera congrua e adeguata, avendo riguardo all’intero contesto dell’atto, senza che ne risulti alterato il senso letterale e tenendo conto della sua formulazione letterale nonchè del contenuto sostanziale, in relazione alle finalità che la parte intende perseguire, senza essere condizionato al riguardo dalla formula adottata dalla parte stessa (Cass. 6 maggio 2015, n. 9011; Cass. 26 giugno 2007, n. 14751);
che, nella presente controversia, la Corte d’appello di Napoli ha chiarito, con congrua motivazione di avere qualificato come petitoria e non possessoria la domanda proposta sulla base degli atti del giudizio di primo grado, dando rilievo non solo alla qualificazione di proprietarie da parte delle ricorrenti, ma anche all’atto di riassunzione del giudizio del 2 febbraio 1988, ove si è censurato l’illegittimo uso della comproprietà del cortile in relazione all’art. 1102 c.c. e si è proposta azione di rilascio dell’immobile detenuto sine titulo;
che la Corte d’appello di Napoli ha sottolineato che gli attuali ricorrenti, nel costituirsi in sede di riassunzione, avevano contestato la dedotta comproprietà dei luoghi, senza dedurre alcunchè in ordine al possesso vulnerato, e che pure la chiamata in garanzia e la domanda riconvenzionale ex art. 938 c.c. “si coniugano a domanda “petitoria” (e non possessoria) attorea”;
che con il terzo motivo i ricorrenti lamentano la violazione e falsa applicazione degli artt. 948 e 1102 c.c., l’errata qualificazione della domanda, la violazione dei principi in tema di onere della prova nell’azione di rivendica, l’omessa dimostrazione dell’appartenenza in comunione del cortile, e la violazione dell’art. 1102 c.c., in quanto la domanda era stata accolta nonostante l’esistenza di un titolo di detenzione del cortile e benchè non si vertesse in un caso di illegittimo uso della cosa comune, ma venisse in rilievo una azione di rivendica. I ricorrenti contestano, altresì, la mancanza di prova della comproprietà di St.La., in quanto avevano obiettato da subito di essere proprietari esclusivi dell’area occupata;
che le doglianze sono infondate;
che l’interpretazione della domanda giudiziale costituisce operazione riservata al giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità quando sia motivata in maniera congrua ed adeguata (Cass. 6 maggio 2015, n. 9011; 26 giugno 2007, n. 14751);
che l’azione di rivendica e quella di restituzione, pur essendo rivolte allo stesso risultato pratico di far recuperare il possesso della cosa, hanno natura e presupposti differenti. Infatti, mentre con la prima l’attore tende al riconoscimento del suo diritto di proprietà e a conseguire il possesso del bene sottrattogli contro o senza la sua volontà, nel giudizio di restituzione, invece, la controversia, sul presupposto che vi sia stata consegna del bene conteso dall’attore all’attuale detentore, è circoscritta alla validità o alla perdurante efficacia del titolo giustificativo di detta consegna e, quindi, alla sussistenza a carico del detentore, dell’obbligazione di restituire la cosa consegnatagli a seguito della originaria nullità, ovvero del successivo venir meno del suddetto titolo (Cass. 26 febbraio 2007, n. 4416; Cass. 10 dicembre 2004, n. 23086; Cass. 12 dicembre 2000, n. 13605);
che nella specie la corte d’appello ha escluso che le ricorrenti avessero agito in rivendica con riferimento all’area cortilizia, evidenziando la censura dell’illegittimo uso del bene in relazione all’art. 1102 c.c.;
che St.La. e F.A., a differenza di quanto sarebbe avvenuto se avessero esercitato l’azione di rivendicazione, benchè fossero sempre tenute a fornire la prova del diritto di proprietà, non erano gravate dall’onere della c.d. probatio diabolica, ma potevano avvalersi di qualsiasi mezzo di prova, comprese le presunzioni, poichè, nei giudizi che hanno ad oggetto l’uso della cosa comune, il diritto di comproprietà, vantato da chi ha promosso l’azione, costituisce soltanto un presupposto di questa, da esaminarsi in via incidentale (Cass. 4 aprile 2008, n. 8831; Cass. 16 febbraio 2005, n. 3098);
che la pronuncia impugnata ha esplicitato gli elementi di fatto che hanno indotto la corte a ritenere infondati i motivi doglianza in ordine alla realizzazione dell’ampliamento e dello sconfinamento in epoca successiva all’acquisto del bene (risultanze della consulenza d’ufficio; sopralluogo dell’autorità comunale del 4 agosto 1987, che aveva condotto all’emissione dell’ordinanza sindacale di demolizione n. 345);
che le spese di lite seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido al rimborso delle spese processuali sostenute dalla controricorrente, che si liquidano in complessivi Euro 3.200, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre a spese generali e ad accessori di legge.