Source: http://www.migrantitorino.it/?p=16950
Timestamp: 2020-04-07 20:57:01+00:00
Document Index: 22612465

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 15', '§ 1', 'art. 35', 'sentenza ', '§ 61', 'art. 13']

La nuova disciplina delle espulsioni dopo la legge 129/2011 | Migranti Torino
di Redazione · Pubblicato 31 agosto 2011 · Aggiornato 31 agosto 2011
se la prima condizione pare ovvia, sulla seconda è lecito nutrire dubbi se, come pare, per “frontiere esterne” si debbano intendere le frontiere “esterne dell’Unione europea”. Infatti, la semplice uscita dalle frontiere interne, verso altro Paese dell’Unione (magari al fine di raggiungere una frontiera esterna non italiana) non consentirebbe di beneficiare delle disposizioni del comma 2 ter del citato art. 13. Che questa soluzione possa essere conforme allo spirito della direttiva rimpatri, è assai probabile, poiché l’irregolarità del soggiorno – che deve cessare – riguarda il territorio dell’Unione e non solo il singolo Stato membro, ma allora sarebbe stato opportuno precisare che condizione per beneficiare del trattamento in esame, fosse l’identificazione in uscita da parte di qualsiasi polizia di frontiera dell’Unione e, conseguentemente, non limitare il concetto di uscita al solo territorio nazionale, ma estenderlo a qualsiasi paese membro dell’U.E. Invece, la disposizione così costruita pare consentire il trattamento più favorevole solo nei casi di straniero irregolare in uscita attraverso una frontiera esterna italiana, mentre analogo trattamento non è previsto nei confronti di chi lasci l’Italia attraverso una frontiera interna dell’U.E.
pertanto, la legge presume la sussistenza del rischio di fuga, una volta accertata – con riferimento ad ogni singolo caso – la sussistenza di almeno una delle circostanze sopra indicate, che assurgono ad elementi sintomatici del rischio stesso, con la conseguenza che si procede all’esecuzione coattiva dell’espulsione, senza il riconoscimento di un termine per la partenza volontaria.
In caso di concessione del termine per la partenza volontaria, l’art. 13, co. 5.2 di nuovo conio impone all’interessato ulteriori oneri. In primo luogo “il questore chiede allo straniero la disponibilità di risorse economiche sufficienti derivanti da fonti lecite, per un importo proporzionato al termine concesso, compresa tra una e tre mensilità dell’assegno sociale annuo”. La legge non chiarisce ragioni e finalità di tale richiesta, posto che il termine per la partenza volontaria è già stato concesso dal prefetto con il provvedimento di espulsione adottato e quindi l’indagine sulle disponibilità economiche dell’espellendo non influisce sulla sua determinazione, né si dice quali siano le conseguenze nel caso in cui lo straniero non disponga delle risorse economiche indicate dalla legge. Non resta pertanto che ritenere la richiesta di disponibilità economica finalizzata alla successiva adozione di una o più delle misure che il questore deve adottare nella pendenza del termine per la partenza:
Qual è allora la differenza tra le ipotesi di cui all’art. 13, co. 5.2 e quelle di cui all’art. 14, co. 1 bis? In entrambi i casi le misure sono identiche, l’elemento differenziale sta nel presupposto applicativo: mentre nel primo caso, difettando il pericolo di fuga, le misure vengono imposte a seguito della richiesta e della concessione del termine per la partenza volontaria in funzione di garanzia dell’adempimento, nel caso in esame le stesse misure vengono applicate al posto del trattenimento, ove lo straniero sia in possesso di passaporto valido e l’espulsione non sia disposta per ragioni di pericolosità sociale, e sono funzionali a garantire che l’espulsione potrà essere eseguita coattivamente non appena cesseranno le “situazioni transitorie” che si frappongono alla sua esecuzione immediata. Tuttavia, mentre nelle more del termine per la partenza volontaria il questore è obbligato a disporre una o più delle predette misure, l’imposizione delle stesse è meramente facoltativa, “in luogo del trattenimento”. Risulta pertanto un ampio margine di discrezionalità del questore nelle ipotesi in esame, cui dovrà corrispondere un onere motivazionale adeguato, ove – pur in presenza delle condizioni di cui al comma 1 bis citato – cionondimeno venga disposto il trattenimento. Nella prassi questo strumento troverà applicazione ove non sia possibile operare il trattenimento, ad esempio per carenza di disponibilità nei C.I.E., privilegiando chi è in possesso di passaporto (dunque non necessita di indagini volte alla sua identificazione) e non è persona socialmente pericolosa. Il nuovo istituto pare costituire attuazione del disposto di cui all’art. 15, § 1, della direttiva rimpatri.
L’istituto del riesame è certamente volto a sottoporre all’attenzione del giudice, prima della scadenza del termine di fase del trattenimento, situazioni o condizioni che non giustificano più il permanere della misura sì da ritenere svanita la prospettiva del rimpatrio sia per ragioni giuridiche ( la nascita di un figlio di cittadinanza italiana, o l’annullamento giudiziale dell’espulsione, oppure la sospensione della sua efficacia esecutiva, l’accertamento della minore età, per es.), che per “altri motivi”, quali l’insorgenza di patologie per cui sia necessaria l’erogazione di cure essenziali ed urgenti, ai sensi dell’art. 35, co. 3 T.U. Queste situazioni – assai ricorrenti nella prassi dei C.I.E. – sono oggi “gestite” dalle singole questure che spesse volte dismettono trattenuti portatori di patologie potenzialmente contagiose, ma, senza una normativa chiara e agevolmente attivabile dall’interessato, le singole vicende sono lasciate alla discrezionalità e professionalità del singolo funzionario o dell’ente gestore che ha in appalto il centro e la gestione della sanità al suo interno. Il fatto che con la novella di cui alla legge 129/11 non si sia voluto dare attuazione normativa alle previsioni sopra citate, pur espressamente indicate nella direttiva rimpatri, è – a parere di chi scrive- sintomo di una volontà politica di escludere il più possibile la giurisdizione dal controllo della gestione dei C.I.E , preferendo riservarla all’amministrazione in via esclusiva, mantenendo così una gestione separata dei centri di detenzione amministrativa italiani. Tuttavia, la situazione descritta può essere agevolmente superata se solo iniziasse a diffondersi nella prassi e nella giurisprudenza dei giudici di pace – con il fondamentale ausilio degli avvocati – la piena consapevolezza che il giudice nazionale è il primo giudice cui è devoluta l’applicazione del diritto U.E., infatti come rammenta la CGE con la citata sentenza El Dridi del 28.4 scorso (§ 61) al giudice che è “incaricato di applicare, nell’ambito della propria competenza, le disposizioni del diritto dell’Unione e di assicurarne la piena efficacia, spetterà disapplicare ogni disposizione del decreto legislativo 286/98 contraria al risultato della direttiva 2008/115”.
Con la multa da 6.000 a 15.000 € se l’espulsione è stata disposta in forza dell’art. 13, co. 5 (cioè se se lo straniero non ha rispettato il termine – richiesto e concesso – per la partenza volontaria) e, pertanto, l’espulsione deve essere eseguita coattivamente, ma ciò non è stato possibile, né è stato possibile operare il trattenimento, ovvero questo non ha prodotto gli effetti desiderati dal legislatore.
“Servizio civile? Ammessi anche gli stranieri regolari”
Minori stranieri, ”poco applicate le misure alternative”. Denunce in calo
Articolo successivo Il mondo di sopra e il mondo di sotto – uno scritore peruviano
Articolo precedente Report dal Centro di Soccorso e Prima Accoglienza di Lampedusa, isola di illegalità ai confini di uno Stato di diritto