Source: https://www.laleggepertutti.it/278159_casa-comprata-con-soldi-di-un-coniuge-va-in-comunione
Timestamp: 2019-06-24 14:36:39+00:00
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Non è detto che tutti gli immobili acquistati dopo il matrimonio, dalla coppia in regime di comunione dei beni, appartengano a entrambi i coniugi. È possibile escludere determinati beni dalla comunione, ma solo ad alcune condizioni. A stabilire come operare in questi casi è una importante sentenza della Cassazione [1]. Il merito della pronuncia è di aver individuato un errore spesso commesso da marito e moglie quando vogliono attribuire la proprietà di una casa solo a uno dei due. Una svista non segnalata a volte neanche dal notaio incaricato del rogito e che finisce per avere gravi ripercussioni sui rapporti patrimoniali futuri delle parti.
Per capire quando la casa comprata con soldi di un coniuge va in comunione e come invece escluderla da tale regime dobbiamo spiegare cosa prevede la legge in caso di acquisti avvenuti dopo il matrimonio.
1 I vantaggi dell’escludere un bene dalla comunione
2 A chi appartengono i soldi messi da parte prima del matrimonio?
3 Gli altri beni che non rientrano nella comunione
4 Beni acquistati con denaro personale: entrano nella comunione?
5 Immobili acquistati con denaro personale: entrano nella comunione?
6 I presupposti per l’esclusione dalla comunione legale di un immobile
I vantaggi dell’escludere un bene dalla comunione
Prima di spiegare come escludere dalla comunione la casa comprata con soldi personali di un coniuge, cerchiamo di capire quali sono i vantaggi di tale opzione.
In generale i beni acquistati durante il matrimonio da ciascuno dei coniugi ricadono immediatamente in comunione. Se i coniugi acquistano insieme, acquisiscono la titolarità congiuntamente e in parità di quote del bene che confluisce nella comunione legale.
Tuttavia sottrarre un bene alla comunione legale non è illecito, ma richiede un esplicito accordo tra le parti. Non può, ad esempio, il marito comprare una casa e farla propria senza dire nulla alla moglie.
Sicuramente il vantaggio principale dell’attribuire la titolarità di un bene a un solo coniuge, nonostante la comunione legale, lo si vede in caso di separazione della coppia: l’immobile non viene diviso ma resta nella proprietà chi lo ha acquistato.
Non c’è tuttavia bisogno di finire al divorzio per apprezzare i vantaggi di tale scelta. Immaginiamo che uno dei due coniugi sia un imprenditore; nel caso in cui questi dovesse fallire, il bene escluso dalla comunione e rimasto nella proprietà dell’altro coniuge non potrà mai essere acquisito dal tribunale e venduto all’asta.
Stesso discorso dicasi in caso di debiti e di pignoramenti da parte dei creditori i quali possono aggredire solo i beni del debitore e, al 50%, quelli della comunione, ma mai quelli personali.
Insomma, ripartire le proprietà serve anche a tutelarsi dai rischi del futuro.
A chi appartengono i soldi messi da parte prima del matrimonio?
Tutti i beni di cui i coniugi erano proprietari prima del matrimonio restano di loro pertinenza e non cadono in comunione. Ciò non vale solo per l’arredo della casa, per gli immobili o per l’auto. Anche il denaro depositato sul conto e non ancora speso prima del giorno delle nozze non rientra nella comunione. È sbagliato quindi pensare di dover intestare il conto a un familiare per non vederselo sottrarre dall’ex coniuge in caso di separazione. In buona sostanza, ciò che prima del matrimonio era del marito o della moglie, resta di questi anche dopo il sì sull’altare. Questo concetto è espresso in modo molto chiaro dal Codice civile [2] secondo cui «Non costituiscono oggetto della comunione e sono beni personali del coniuge i beni di cui, prima del matrimonio, il coniuge era proprietario».
Gli altri beni che non rientrano nella comunione
È sempre la stessa norma del Codice civile ad elencare quali altri beni (oltre a quelli personali, di cui si era proprietari prima del matrimonio) non rientrano nella comunione dei coniugi. Essi sono:
i beni ricevuti in donazione o in eredità dopo il matrimonio, quando nell’atto di donazione o nel testamento non è specificato che essi sono attribuiti a entrambi i coniugi in comunione;
i beni di uso strettamente personale di ciascun coniuge ed i loro accessori (si pensi al vestiario o ai gioielli per la donna);
i beni che servono all’esercizio della professione del coniuge (ad esempio l’auto aziendale), tranne quelli destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione;
il denaro ottenuto come risarcimento del danno e i beni acquistati con tale denaro;
la pensione attinente alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;
i beni comprati con il prezzo della vendita dei beni appena elencati o col loro scambio, purché ciò sia espressamente dichiarato all’atto dell’acquisto.
Beni acquistati con denaro personale: entrano nella comunione?
I soldi sono fatti per essere spesi e non certo per essere stipati nei forzieri. Ci si può chiedere, allora, che fine fanno i beni acquistati con denaro personale (ossia appartenente a un solo coniuge) dopo il matrimonio. La risposta è sempre fornita dal Codice civile [2]: anch’essi non rientrano nella comunione. Un esempio chiarirà meglio la situazione. Immaginiamo che una donna, prima di sposarsi, abbia sul conto in banca 10mila euro e che, dopo un mese dalle nozze, acquisti con tale denaro un’auto intestandola a sé. Il veicolo non entra in comunione perché acquistato con un bene personale, il denaro risparmiato prima del matrimonio.
Immobili acquistati con denaro personale: entrano nella comunione?
La stessa regola appena descritta vale anche per gli immobili – case, terreni, appartamenti, ecc. – acquistati dopo il matrimonio ma con denaro personale (ossia coi soldi depositati sul conto di uno dei coniugi ancor prima delle nozze). Ma qui la legge impone due condizioni:
è innanzitutto necessario che, all’atto della firma della compravendita (quindi davanti al notaio) siano presenti entrambi i coniugi. Se si presenta solo l’acquirente, il bene cade automaticamente in comunione;
in secondo luogo, entrambi i coniugi devono fornire al notaio la dichiarazione espressa – che va riportata nell’atto di acquisto – della volontà di entrambi di escludere tale bene dalla comunione. In tale sede marito e moglie dovranno anche dire per quale ragione il bene non rientra nella comunione (ad esempio perché acquistato con denaro personale di uno dei due).
La Cassazione si allaccia proprio a quest’ultimo discorso e afferma: la sola dichiarazione, contenuta nell’atto di compravendita, relativa all’acquisto di beni immobili da parte di un coniuge dopo il matrimonio, ma con denaro personale, non è sufficiente per escluderne l’inclusione nella comunione legale. Di cos’altro c’è bisogno? Eccolo spiegato.
I presupposti per l’esclusione dalla comunione legale di un immobile
La Cassazione sottolinea che nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei due coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione al rogito notarile dell’altro coniuge non acquirente si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l’esclusione del bene dalla comunione; né basta il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene. È necessario che ricorra una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dal Codice civile.
[1] Cass. ord. n. 7027/19 del 12.03.2019.
Autore immagine casa separata da marito e moglie di Sulovsky
Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza 28 novembre 2018 – 12 marzo 2019, n. 7027
Con atto di citazione ritualmente notificato, S.A. , premesso di aver contratto in data 20.6.1970 matrimonio concordatario con P.R. , esponeva che:
– con atti per notar D.T. dell’8.6.1987 e dell’10.6.1988 la S. aveva acquistato alcuni locali ad uso commerciale siti al piano terra dello stabile ubicato in Casoria, riportati in catasto alla partita (…), F. X, n. (…), sub. (…), sub. X e sub. (…), nonché un appartamento compreso nel medesimo stabile, prevedendo nell’atto di acquisto che i beni su indicati, essendo stati acquistati con denaro personale dell’attrice, fossero esclusi dalla comunione legale ai sensi dell’art. 179 c.c., lett. F).
il Tribunale di Napoli, con sentenza del 3.5.2006 aveva dichiarato il fallimento della (omissis) s.n.c. e del socio unico illimitatamente responsabile P.R. ;
– il curatore del fallimento, previa autorizzazione del giudice delegato, aveva trascritto la sentenza di fallimento sugli immobili di cui sopra, sul presupposto che la partecipazione al contratto del coniuge formalmente non acquirente ed il suo assenso all’acquisto personale in favore dell’altro coniuge non fossero elementi sufficienti ad escludere l’acquisto dalla comunione legale.
Tanto premesso, l’attrice conveniva in giudizio la curatela del fallimento (omissis) s.n.c. e del socio unico illimitatamente responsabile P.R. al fine di sentir dichiarare che gli immobili di cui sopra erano esclusi dalla comunione legale con la conseguente cancellazione della trascrizione della sentenza di fallimento.
Si costituiva la curatela, contestando tutto quanto sostenuto dall’attrice ed eccependo che non ricorreva la fattispecie di cui all’art. 179 c.c., lett. f).
Il Tribunale di Napoli rigettava la domanda di parte attrice e la condannava al pagamento delle spese di lite.
La Corte d’Appello di Napoli, con la sentenza n. 4104/2014 confermava le statuizioni del giudice di primo grado.
Avverso detta sentenza propone ricorso in cassazione, articolato in due motivi, S.A. .
Resiste con controricorso la curatela del fallimento (omissis) s.n.c. e del socio unico illimitatamente responsabile P.R. .
In prossimità dell’odierna adunanza il resistente ha depositato memoria.
Con il primo motivo di ricorso si deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e art. 179 c.c. per avere la Corte territoriale erroneamente interpretato la domanda di parte attrice, volta ad ottenere non già l’accertamento del fatto che il prezzo di acquisto dei cespiti venne ricavato dal trasferimento di beni personali, ma degli effetti prodottisi in conseguenza della dichiarazione riportata negli atti notarili, alla cui stipula aveva partecipato il coniuge non acquirente.
Con il secondo motivo di ricorso si denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. in riferimento agli artt. 38 e 167 c.p.c. per aver la Corte territoriale erroneamente qualificato “domanda riconvenzionale” anziché “eccezione riconvenzionale” quella proposta dalla Curatela del fallimento in merito all’accertamento dell’appartenenza dei su indicati beni alla comunione legale.
I motivi di ricorso, che, in quanto connessi, possono essere trattati congiuntamente, sono inammissibili.
Ed invero, secondo il consolidato indirizzo di questa Corte, occorre distinguere l’ipotesi in cui si lamenti l’omesso esame di una domanda o la pronuncia su una domanda non proposta, dall’ipotesi in cui, come nel caso di specie, si censuri l’interpretazione data dal giudice del merito del contenuto o ampiezza della domanda: in tal caso, essi integrano accertamenti di fatto, riservati al giudice di merito e non sindacabili in sede di legittimità (Cass. 7932/12).
Nel merito, ambedue i motivi sono, in ogni caso, infondati. Quanto alla prima censura, la Corte d’Appello di Napoli, ha rigettato la domanda di parte attrice sulla base del presupposto che, mancando la prova della sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione legale di cui all’art. 179 c.c., lett. c), d) ed f), la mera partecipazione del coniuge non acquirente all’atto di trasferimento e la sua dichiarazione circa la natura dei beni non comportasse l’esclusione de beni medesimi, acquistati in regime di comunione legale, dalla comunione stessa.
Invero, nel caso di acquisto di un immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione all’atto dell’altro coniuge non acquirente, prevista dall’art. 179 c.c., comma 2, si pone come condizione necessaria ma non sufficiente per l’esclusione del bene dalla comunione, occorrendo a tal fine non solo il concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, richiesto esclusivamente in funzione della necessaria documentazione di tale natura, ma anche l’effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione tassativamente indicate dall’art. 179 c.c., comma 1, lett. c), d) ed f), con la conseguenza che l’eventuale inesistenza di tali presupposti può essere fatta valere con una successiva azione di accertamento negativo, non risultando precluso tale accertamento dal fatto che il coniuge non acquirente sia intervenuto nel contratto per aderirvi (Cass. SS.UU. 22755/2009).
La domanda di accertamento formulata dall’odierna ricorrente implicava dunque necessariamente l’accertamento della sussistenza dei presupposti di fatto dell’esclusione dei beni dalla comunione, non essendo all’uopo sufficiente, ai fini di escluderne l’inclusione nella comunione legale, la mera dichiarazione contenuta nell’atto di vendita.
Secondo un accertamento di fatto, effettuato dalla Corte territoriale e non censurabile in questa sede, non sussistevano gli ulteriori presupposti, di natura sostanziale, per poter escludere l’appartenenza dei suddetti beni alla comunione.
Con riferimento alla seconda censura, la stessa si risolve nella sollecitazione al sindacato sull’interpretazione della domanda riconvenzionale della curatela da parte del giudice di merito, inammissibile nel presente giudizio di legittimità.
La Corte, con apprezzamento adeguato, ha infatti qualificato “domanda riconvenzionale”, la domanda ritualmente formulata dalla Curatela del fallimento al fine di ottenere una pronuncia che dichiarasse l’appartenenza degli immobili di cui sopra alla comunione legale, ed il conseguente assoggettamento degli stessi in ragione della metà alla procedura fallimentare, quale conseguenza dell’insussistenza della causa di esclusione di cui all’art. 179 c.c., comma 1, lett. c), d) ed f).
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.
Condanna la ricorrente alla refusione delle spese del presente giudizio, che liquida in complessivi 3.200,00 Euro di cui 200,00 Euro per esborso, oltre a rimborso forfettario per spese generali in misura del 15% ed accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.