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Timestamp: 2019-02-16 14:00:40+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 102', 'art. 16', 'art. 3', 'art. 16', 'art. 36', 'sentenza ', 'art.3', 'art. 1', 'art. 36', 'art. 7', 'art. 102', 'art. 3', 'art. 102', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 102', 'art.3', 'art. 2', 'art.12']

Non c’è pace per il lavoro nero: la competenza va al giudice ordinario | Commercialista Telematico
Non c’è pace per il lavoro nero: la competenza va al giudice ordinario
La sanzione per il lavoro nero va ancora in prima pagina, per effetto della sentenza n. 130 del 5 maggio 2008 (dep. il 14 maggio 2008) della Corte Costituzionale che ha dichiarato fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1, del D.Lgs. n. 546/92, sollevata in riferimento all’art. 102, secondo comma, ed alla VI disposizione transitoria della Costituzione, in quanto la norma si pone in contrasto con il divieto costituzionale di istituzione di giudici speciali, laddove devolve alla giurisdizione tributaria le controversie relative all’irrogazione di sanzioni in materia estranea alla disciplina dei rapporti tributari, in virtù di un mero criterio soggettivo associato all’appartenenza all’Amministrazione finanziaria dell’ufficio competente all’irrogazione delle dette sanzioni.<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Facciamo il punto sull’intricata vicenda, anche per tentare di fare chiarezza, attendendo, comunque le necessarie istruzioni operative per cristallizzare tutta una serie di problematiche che l’intervento della Corte Costituzionale porta con sé (atti già impugnati davanti ai giudici tributari, atti definiti per omessa impugnazione, atti per i quali sono pendenti i termini per ricorrere, etc.).
Si anticipa, comunque, che la devoluzione al giudice ordinario dovrebbe permettere per queste controversie da lavoro nero di utilizzare la prova testimoniale, preclusa, invece, in campo tributario.
Il tortuoso iter legislativo e amministrativo
Il procedimento di irrogazione delle sanzioni, disciplinato dall’art. 16 del D.Lgs 18.12.1997, n. <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />472 ha subito un tortuoso iter legislativo e amministrativo.
Infatti, dapprima, per effetto del D.L n. 12 del 22.2.2002, convertito dalla L. 23.4.2002, n. 73, è stato introdotto l’art. 3, commi 3, 4 e 5, secondo cui ferma restando l’applicazione delle sanzioni previste, l’impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o altra documentazione obbligatorie, è altresì punito con la sanzione amministrativa dal 200 al 400 per cento dell’importo, per ciascun lavoratore irregolare, del costo del lavoro calcolato sulla base dei vigenti contratti collettivi nazionali, per il periodo compreso tra l’inizio dell’anno e la data di constatazione della violazione. Alla constatazione della violazione procedono gli organi preposti ai controlli in materia fiscale, contributiva e del lavoro. Competente alla irrogazione della sanzione amministrativa di cui al comma 3 è l’Agenzia delle Entrate. Si applicano le disposizioni del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 472, e successive modificazioni, ad eccezione del comma 2 dell’art. 16 (così impedendo le memorie difensive).
Successivamente, l’art. 36-bis, del D.L. n. 223/2006, inserito dalla legge di conversione, n. 248/2006, al comma 7, lettere a) e b), ha modificato, a far data dal 12 agosto 2006, rispettivamente i commi 3 e 5 dell’originaria disposizione normativa, incidendo sulle sanzioni in materia di utilizzazione di lavoratori irregolari e sugli organi competenti alla loro applicazione: la misura della sanzione non è più fissata in misura proporzionale ma quantificata in un una somma fissa che varia da euro 1.500 a euro 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorata di euro 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo (adeguandosi così al principio stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza del 12 aprile 2005, n. 144 che ha dichiarato incostituzionale l’art.3, comma 3, del D.L. n. 12 del 2002, nella parte in cui non ammetteva la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare avesse avuto inizio successivamente al 1° gennaio dell’anno nel quale è stata constatata la violazione); la competenza all’irrogazione della sanzione viene devoluta alle Direzioni provinciali del Lavoro, mentre alla constatazione della violazione procedono gli organi preposti ai controlli in materia fiscale, contributiva e del lavoro.
La circolare n. 35 del 30 maggio 2007, diramata dall’Agenzia delle Entrate ha dato tutta una serie di indicazioni (1) che non trovato hanno l’avallo del Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale che, con nota prot. n. 25/I/0006980 del 1° giugno 2007, non le ha condivise (2).
E’ quindi intervenuto il legislatore con l’art. 1, comma 54, della legge n. 247 del 24 dicembre 2007, modificando l’art. 36-bis del D.L. n. 223/2006, conv. in L, n. 248/2006, e inserendo il comma 7-bis, attribuendo la competenza ad irrogare la sanzione per lavoro nero all’Agenzia delle Entrate, per le violazioni constatate fino all’11 agosto 2006, ponendo così fine al contrasto creatosi.
Da ultimo, l’art. 7, comma 1, del D.L. n. 248 del 31 dicembre 2007 ha prorogato al 30 giugno 2008 il termine per la notifica dei provvedimenti di sanzione relative alle violazioni constatate fino al 31 dicembre 2002, per le quali il termine sarebbe scaduto il 31 dicembre 2007. Quindi, saranno gli uffici delle Entrate a dover notificare i relativi provvedimenti sanzionatori.
Pochi mesi fa, con ordinanza n. 3171 del 18 dicembre 2007 (dep. l’11 febbraio 2008) la Corte di Cassazione a SS.UU. ha riconosciuto la natura tributaria a tutte quelle prestazioni che non trovino giustificazione o in una finalità punitiva perseguita dal soggetto pubblico, o in un rapporto sinallagmatico tra la prestazione stessa ed il beneficio che il singolo riceve: rientrano pertanto nel sistema fiscale le entrate pubbliche che mirano a fronteggiare una spesa di interesse generale, ripartendone l’onere sulle categorie sociali che da questa spesa traggono vantaggio, o che comunque determinano l’esigenza per la “mano pubblica” di provvedere.
La previdenza obbligatoria rientra, quindi nell’ambito fiscale perché si concreta nell’obbligatorio esborso da parte di lavoratori e datori di lavoro di somme che verranno nel loro insieme utilizzate nell’interesse dei lavoratori, e per garantire il rispetto da parte dei datori di lavoro dei principi di solidarietà sociale, ma senza che questo beneficio collettivo si rifletta necessariamente in un vantaggio per i singoli; ai quali, peraltro, non è consentito (neppure se lavoratori autonomi) di sottrarsi ai conseguenti oneri rinunciando ai diritti che il sistema assicura, o assumendo di non poter in concreto trarre alcun beneficio dal sistema stesso. Da ciò discende, per la Corte di Cassazione, che il legislatore ben ha potuto, senza violare l’art. 102 della Costituzione, attribuire al giudice tributario le controversie relative all’opposizione avverso atti irrogativi delle sanzioni amministrative emessi dall’Amministrazione finanziaria per violazione dell’art. 3, comma terzo, del d.l. 22 febbraio 2002, n. 12, convertito nella legge n. 23 aprile 2002, n. 73, relativo all’omessa registrazione di lavoratore dipendente nelle scritture obbligatorie.
“Al giudice tributario possono cioè essere attribuite tutte le controversie che rientrano nella materia tributaria latamente intesa, ivi comprese quelle che derivino dalla applicazione di sanzioni conseguenti a violazioni di carattere tributario”.
Del pari non sono fondati – ad avviso della Corte – “ eventuali dubbi di costituzionalità circa il fatto che, attraverso la disposizione che attribuisce al giudice tributario la giurisdizione relativa alle sanzioni inflitte da uffici finanziari, ricada nella giurisdizione tributaria la controversia su cui qui le Sezioni Unite sono chiamate a pronunciarsi. E ciò anche ove si ritenga presupposto indispensabile affinché la previsione della giurisdizione tributaria appaia conforme a Costituzione (art. 102, secondo comma) che la cognizione attenga a controversie connesse a tributi, dal momento che la sanzione di cui all’art. 3 del decreto-legge n. 12 del 2002 ha – a giudizio di questa Corte – valenza tributaria, concernendo l’elusione degli oneri contributivi e la violazione di nonne previdenziali, aventi – come già si è esposto – natura latu sensu tributaria. Parimenti nessun profilo di incostituzionalità si delineerebbe ove si ritenesse che questa materia è stata sottratta alla giurisdizione tributaria dal decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223….. ed ha demandati le sanzioni di cui ci andiamo occupando alle cure della Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente (3)” .
Come abbiamo già anticipato, con sentenza n. 130 del 5 maggio 2008 (dep. il 14 maggio 2008) la Corte Costituzionale ha dichiarato fondata l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1, del D.Lgs. n. 546/92, nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria.
La Corte Costituzionale, dopo aver preliminarmente disatteso la richiesta di restituzione degli atti ai rimettenti formulata dall’Avvocatura dello Stato in ragione del sopravvenuto mutamento del quadro normativo di riferimento, afferma che ai sensi dell’art. 5 del c.p.c., la giurisdizione si determina “con riguardo alla legge vigente (…) al momento della proposizione della domanda e non hanno rilevanza rispetto ad esse i successivi mutamenti della legge”…. “Conseguentemente, la perpetuatio jurisdictionis impedisce che la modifica normativa in base alla quale, secondo l’Avvocatura, si determina l’effetto di attribuire al giudice ordinario la giurisdizione sulle controversie in questione, incida sui giudizi a quibus, in quanto al momento della proposizione della domanda sussisteva – secondo la prospettazione del rimettente – la giurisdizione del giudice tributario (ordinanza n. 297 del 2007)”.
La stessa Corte Costituzionale, ha, anche di recente, ribadito che “la giurisdizione tributaria deve essere considerata un organo speciale di giurisdizione preesistente alla Costituzione“ (sentenza n. 64 del 2008), e riconosciuto che l’oggetto di tale giurisdizione, così come la disciplina degli organi speciali, ben possano essere modificati dal legislatore ordinario, il quale, tuttavia, incontra precisi limiti costituzionali consistenti nel “non snaturare (come elemento essenziale e caratterizzante la giurisprudenza speciale) le materie attribuite” a dette giurisdizioni speciali e nell’ “assicurare la conformità a Costituzione» delle medesime giurisdizioni (ordinanza n. 144 del 1998)”.
Con specifico riguardo alla giurisdizione tributaria, la Corte ha poi precisato con riguardo a questioni di legittimità analoghe a quelle in esame, che essa “deve ritenersi imprescindibilmente collegata alla natura tributaria del rapporto e che la medesima non può essere ancorata al solo dato formale e soggettivo, relativo all’ufficio competente ad irrogare la sanzione (ordinanza n. 34 del 2006)”.
Sulla base di tali considerazioni, la Corte richiama ancora la sentenza n. 64 del 2008 ove si è affermato che “l’attribuzione alla giurisdizione tributaria di controversie non aventi natura tributaria comporta la violazione del divieto costituzionale di istituire giudici speciali. Tale illegittima attribuzione può derivare, direttamente, da una espressa disposizione legislativa che ampli la giurisdizione tributaria a materie non tributarie ovvero, indirettamente, dall’erronea qualificazione di tributaria data dal legislatore (o dall’interprete) ad una particolare materia (come avviene, ad esempio, allorché si riconducano indebitamente alla materia tributaria prestazioni patrimoniali imposte di natura non tributaria)”.
Per la Corte Costituzionale, “la lettura che dell’art. 2, comma 1, del d.lgs. n. 546 del 1992, dà il diritto vivente, finisce per attribuire alla giurisdizione tributaria le controversie relative a sanzioni unicamente sulla base del mero criterio soggettivo costituito dalla natura finanziaria dell’organo competente ad irrogarle e, dunque, a prescindere dalla natura tributaria del rapporto cui tali sanzioni ineriscono. Essa, dunque, si pone in contrasto con l’art. 102, secondo comma, e con la VI disposizione transitoria della Costituzione, risolvendosi nella creazione di un nuovo giudice speciale”.
(1) Fra l’altro, per quanto concerne le violazioni constatate anteriormente alla data di entrata in vigore della legge di conversione n. 248 del 2006 – ossia prima del 12 agosto 2006 – la competenza ad irrogare la sanzione in argomento è stata assegnata alla Direzione provinciale del lavoro, non rilevando al riguardo la provenienza né la data della constatazione. Appare evidente la volontà del legislatore di intervenire esclusivamente, per effetto della nuova normativa, sull’organo competente all’irrogazione della sanzione e non anche su quello competente alla constatazione della violazione, che, in base al predetto comma 4, è tuttora attribuita agli “organi preposti ai controlli in materia fiscale, contributiva e del lavoro”. In altri termini, dal combinato disposto del comma 4 e del nuovo comma 5 dell’art.3 del D.L. n. 12 del 2002, risulta che, a decorrere dal 12 agosto 2006, alla Direzione provinciale del lavoro è demandato il compito di contestare la violazione e di irrogare la sanzione, senza che, tuttavia, le sia riservato in esclusiva il compito di constatare il fatto suscettibile di integrare gli estremi della violazione. Alle Entrate spetta ancora la constatazione dei fatti illeciti. Sulla base di quanto espresso normativamente, e confermato dalla prassi, gli uffici dell’Agenzia erano stati invitati a trasmettere gli esiti dell’attività di constatazione delle violazioni in esame alle competenti Direzioni provinciali del lavoro.
(2) Il Ministero del Lavoro e della Previdenza sociale ha declinato la competenza per l’irrogazione della sanzione, ritenendo che per le violazioni consumate anteriormente al 12 agosto 2006 e non ancora notificate ai trasgressori “ ricadono integralmente nell’ambito della previgente disciplina del D.L.12/2002, continuando per le stesse a trovare applicazione il regime procedimentale e sanzionatorio che individua nell’Agenzia delle Entrate il soggetto competente alla irrogazione della sanzione, commisurata al costo del lavoro e assoggettato al regime procedimentale del D.Lgs.n.472/1997”, sulla base del principio del tempus regit actum.
(3) Cfr. ordinanza n. 2888 del 12 gennaio 2006 della Corte di Cassazione, e depositata in data 10 febbraio 2006, che poneva fine ad alcune incertezze manifestatesi fra i giudici tributari, secondo cui la giurisdizione tributaria non incontra limiti di carattere costituzionale, fatto salvo il principio di ragionevolezza e, quindi, tale giurisdizione, in materia di sanzioni, è correlata dalla legge vigente non solo alla natura della norma violata, ma anche all’organo che irroga la sanzione, in quanto l’art. 2 del D.Lvo. n. 546 del 1992 (come sostituito dall’art.12, comma 2, della L. n. 448 del 28 dicembre 2001), attribuisce alla giurisdizione tributaria tutte le controversie aventi ad oggetto le sanzioni amministrative irrogate dagli uffici finanziari. Alla stregua di tale principio, deve essere dichiarata la giurisdizione del giudice tributario in ordine all’opposizione ad ordinanza di ingiunzione pagamento, emessa dall’Agenzia delle Entrate, in relazione alla violazione, accertata da un ufficio provinciale del lavoro, da parte dell’imprenditore, dell’obbligo di registrazione dei lavoratori impiegati.