Source: https://osservatoriomediterraneosullamafia.blogspot.com/2019/07/focus-criminalita-organizzata-nigeriana.html
Timestamp: 2020-01-19 12:58:01+00:00
Document Index: 18111919

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 3', 'art 416', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 416', 'art. 416', 'sentenza ', 'art. 416', 'art. 416', 'art. 416', 'art.416']

FOCUS: CRIMINALITÀ ORGANIZZATA NIGERIANA IN ITALIA DIA 2° SEM. 2018
13. FOCUS: CRIMINALITÀ ORGANIZZATA NIGERIANA IN ITALIA
Nella complessiva analisi dei fenomeni criminali, mission di primaria importanza per la DIA, il presente Focus si propone - dopo quello sulla criminalità nella città di Roma, pubblicato nella precedente Relazione - di fornire una chiave di lettura seppur sintetica della criminalità nigeriana presente nel nostro Paese, in stretta aderenza alle risultanze investigative degli ultimi anni. Questo lavoro si pone l’obiettivo di concatenare tutta una serie di eventi per conoscere al meglio il fenomeno e valutarne compiutamente la complessiva capacità criminale. Sul campo, oramai da circa tre decenni, gli Uffici investigativi centrali e territoriali della DIA, della Polizia di Stato, dell’Arma dei Carabinieri, della Guardia di finanza e le Procure Distrettuali, coordinate dalla Direzione Nazionale Antimafia ed Antiterrorismo, hanno progressivamente affinato le tecniche di contrasto ad un fenomeno come quello in esame, che dovrà nel tempo richiedere ulteriori sforzi investigativi analoghi a quelli dedicati alla lotta alle mafie tradizionali. Nel 2001, alla luce delle analisi emergenti, il I Reparto della DIA aveva già realizzato il progetto investigativo e di prevenzione denominato “Ju-Ju”, un monitoraggio specifico sulla criminalità nigeriana che produsse utili spunti, poi partecipati agli Uffici investigativi centrali delle Forze di Polizia ed alla Direzione Nazionale Antimafia. Tuttavia, le difficoltà incontrate in tali investigazioni si sono rivelate tendenzialmente superiori se si considera, ad esempio, quanto possa incidere, in termini di speditezza nelle indagini, la traduzione di una lingua straniera che si declina attraverso una miriade di dialetti diversi tra loro, non di rado reciprocamente incomprensibili. Anche in questo caso di grande rilievo è l’attenta e precomprensione di una delittuosità, come quella nigeriana, che, se letta per casi singoli, è destinata ad incidere unicamente sulla percezione della sicurezza di una delimitata area territoriale. È necessario, invece, saper leggere il fenomeno nel suo insieme, conoscerlo dal suo interno - ed in questo un grande apporto è pervenuto, negli ultimi anni, da alcuni collaboratori di giustizia nigeriani, oltre che dalle attività tecniche - collegando talvolta gli eventi a realtà territoriali tra loro anche molto distanti. Saperlo comprendere, quindi, come un vero e proprio macrofenomeno, la cui analisi non può prescindere dalla conoscenza delle sue origini e delle sue proiezioni internazionali: esattamente nello stesso modo in cui abbiamo imparato a comprendere e ad affrontare la ‘ndrangheta e le altre mafie storiche autoctone, forti di un know how investigativo consolidato nel tempo e particolarmente competitivo a livello internazionale.
L’arrivo di cittadini nigeriani in Italia risale agli anni ’80, perlopiù attraverso flussi migratori irregolari che si diressero, in prima battuta, nel nord Italia (Veneto, Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna). A fianco ad una comunità nigeriana operosa e desiderosa di integrarsi, iniziarono progressivamente a manifestarsi sacche di illegalità. Espressioni criminali qualificate si verificarono quando vennero intercettati i primi “corrieri” di droga: in Italia, il primo arresto di un narcotrafficante nigeriano risale al 1987. L’operatività dei primi gruppi “organizzati” venne ad evidenziarsi nei primi anni ’90 anche nel centro-sud, in particolar modo in Campania, nella provincia di Caserta e sul litorale domitio. Spesso irregolari, i cittadini nigeriani sono oggi stanziati su tutto il territorio nazionale dal nord fino al sud, con una presenza importante anche nelle isole maggiori, in particolare a Palermo e Cagliari. Per meglio comprendere l’entità della loro presenza sul territorio nazionale è utile l’esame di alcuni dati tratti dal “Rapporto Annuale” elaborato per il 2018 dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Nel Rapporto viene dato conto del numero dei nigeriani regolarmente soggiornanti nel nostro Paese, risultati, nel 2018, 103.985, in prevalenza uomini. Il Nord Italia rappresenta la prima meta di destinazione, accogliendone il 57,9%: Veneto, Lombardia ed EmiliaRomagna sono le prime Regioni di insediamento, mentre la richiesta di asilo rappresenta la prima motivazione per il soggiorno (21.422 titoli1399). I nigeriani di sesso maschile titolari di imprese individuali, sono 13.656 pari al 3,7% degli imprenditori non comunitari presenti nel nostro Paese. La comunità, invece, risulta al terzo posto per quanto concerne l’imprenditoria femminile: 5.949 pari al 7,4% delle imprenditrici non comunitarie. Tra le principali nazionalità non comunitarie, quella nigeriana rileva il più basso tasso di occupazione (il 45,1% a fronte del 59,1% dei non comunitari) ed il più alto tasso di disoccupazione, (il 34,2%, a fronte di una media del 14,9% dei non comunitari). Sul punto, si legge nel Rapporto, “…Gli indicatori analizzati restituiscono il quadro di un’integrazione dei cittadini nigeriani nel mercato del lavoro italiano non del tutto compiuta. Tali dati sono probabilmente da collegare alle caratteristiche socio-demografiche della comunità ed alla sua storia migratoria...si tratta infatti di una delle nazionalità con una maggiore incidenza di titolari di protezione internazionale...”.
Un interessante spunto si ricava anche dalla lettura dei dati concernenti le rimesse di denaro dall’Italia verso la Nigeria, nelle quali oltre alla quota, sicuramente preponderante, di natura lecita, che attesta l’operosità della comunità nigeriana, si celano sicuramente anche i proventi di attività illegali. Nel 2018, le rimesse, pari a 74,79 milioni di euro, sono risultate il doppio di quelle del 2016. In tale contesto, tratteggiato senza alcuna pretesa di completezza, il presente elaborato, passerà in rassegna l’operatività delle consorterie criminali di matrice nigeriana prendendo a riferimento le attività di indagine concluse negli ultimi anni, grazie anche al contributo di collaboratori di giustizia che hanno deciso di rompere il muro di omertà, fornendo importanti indicazioni sulla struttura e sul modus operandi dei sodalizi, dal reclutamento degli affiliati fino alla realizzazione delle attività illecite. Uomini e donne che, per ragioni diverse, hanno deciso di rendere un servizio alla Giustizia, affrancandosi dalle maglie delle organizzazioni criminali, di cui avevano fatto parte condividendone il progetto delinquenziale. Uomini e donne, spesso vittime di reati, che si affidano alla Legge italiana per ottenere una prospettiva di vita diversa, tra cui la possibile integrazione sociale. In tale contesto assume particolare importanza l’art. 18 del Decreto Legislativo n. 286/1998 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) che consente alle donne vittime di tratta di poter ottenere un permesso di soggiorno per motivi umanitari. Si tratta di forme di garanzie e tutela che necessitano, ancora oggi, della massima diffusione, anche mediatica, e che si rivelano già di grande utilità ai fini investigativi. A tal riguardo assume sicuramente rilievo un’importante iniziativa, presa il 9 marzo 2018, a Benin City (Stato di Edo) dall’ Oba (“re”) Eware II, massima autorità religiosa in Nigeria (un re spirituale secondo la popolazione nigeriana), il quale, per arginare il fenomeno delle donne sfruttate sessualmente in Europa ed assoggettate ai riti voodoo e juju, ha emesso un editto in cui vieta tutti i riti di giuramento che vincolano con maledizioni terribili le ragazze che accettano o cadono nella rete dei trafficanti di esseri umani.
L’editto ha imposto ai native doctors dello Stato di Edo di annullare tutte le maledizioni e i giuramenti posti sulle vittime di tratta, lanciando, nel contempo una maledizione su coloro che costringessero ancora le vittime a prestare giuramento. Il 23 maggio successivo, come conseguenza, il governatore dello Stato di Edo, Godwin OBASEKI, ha firmato una legge per il divieto, la prevenzione e la punizione del traffico di esseri umani. È un’iniziativa che assume una rilevanza ancora maggiore se si tiene anche conto dei dati raccolti dall’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (O.I.M.) nel recente Rapporto realizzato presso i luoghi di sbarco in Italia, nell’ambito dei progetti Assistance e Aditus, finanziati dal Ministero dell’Interno tramite il Fondo Asilo Migrazione e Integrazione (FAMI). Nel 2016 l’OIM ha fornito nei Paesi dell’Unione Europea, in Svizzera e in Norvegia assistenza diretta a 768 casi di vittime di tratta, di cui 390 donne, 116 uomini e 262 minori. Si tratta di un dato molto significativo, in quanto evidenzia come la maggior parte delle vittime assistite siano proprio di nazionalità nigeriana (pari al 59%), seguite da Bulgaria (11%), Romania (8%), Ungheria (3%) e Thailandia (2%). Per quanto concerne, invece, il traffico di sostanze stupefacenti, va tenuto conto della sempre maggiore importanza assunta dai Paesi del Centro Africa nelle rotte del narcotraffico, con la presenza di fidati referenti nei luoghi di produzione e/o di transito delle varie droghe. In tale contesto i gruppi criminali potrebbero conseguire una sempre più ampia operatività. Per agevolare l’esposizione, l’elaborato presenta un paragrafo dedicato alla genesi dei cults, alla loro manifestazione nel nostro Paese ed alle attività illecite tipiche. Un altro paragrafo è dedicato ai quattro gruppi cultisti più rappresentativi in Italia, mentre nelle “Conclusioni” si propongono elementi di valutazione sui possibili profili evolutivi, nel cui ambito deve realizzarsi un’efficace azione di contrasto delle mafie nigeriane.
b. I CULTS: LA LORO GENESI E L’OPERATIVITÀ SUL TERRITORIO ITALIANO
Le organizzazioni criminali nigeriane traggono la loro origine da una vera e propria degenerazione delle confraternite (cults), fondate, sul modello americano, nelle Università della regione del Delta del Niger, fin dagli anni ’50 dello scorso secolo, con lo scopo di diffondere messaggi di pace e di rispetto, condannando qualsiasi azione e forma di razzismo e di apartheid. In tempi molto brevi, tuttavia, le confraternite si evolvevano in organizzazioni criminali espandendosi anche fuori i confini delle stesse Università. La prima confraternita censita fu quella che prese il nome di PYRATES, che a seguito di una scissione diede vita, negli anni ’70, a due gruppi distinti i SEA DOGS e i BUCCANEERS. Successivamente tali gruppi diedero vita al NEO BLACK MOVIMENT OF AFRICA trasformatosi poi in un altro che, ben presto, divenne egemone all’interno dell’Università di Benin City (Stato di Edo), dal nome di BLACK AXE CONFRATERNITY. Anche questi ultimi, poi, vennero interessati da una scissione interna, da cui prese origine la EIYE CONFRATERNITY. Negli anni ‘80 le confraternite si diffusero nelle Università nigeriane e, nel 1984, un ex-membro della confraternita dei BUCCANEERS fondò la SUPREME VIKINGS CONFRATERNITY (conosciuta come ADVENTURERS o DE NORSEMEN CLUB OF NIGERIA). Nel 1999, con l’avvento della democrazia, la Nigeria fu colpita da lotte interne tra i vari partiti politici, ognuno dei quali, pur di affermarsi in occasione delle tornate elettorali coinvolse anche le confraternite universitarie, non solo per ottenere consensi ma utilizzandone i componenti come guardie del corpo, spesso integrate nelle Forze di polizia locali. Con il passare del tempo le confraternite uscirono dal mondo universitario acquisendo sempre maggior forza e potere imponendo le proprie regole anche con l’uso della violenza, riuscendo, in breve tempo, anche ad infiltrare il mondo economico, politico e sociale del Paese. Tale espansione, e soprattutto i metodi violenti usati, indussero il legislatore nigeriano a vietare la costituzione di simili associazioni. Infatti, grazie anche alle pressioni interna zionali, nel 2001 il Governo Federale della Nigeria ha emanato il “Secret cult and Secret Society Prohibition Bill che ha introdotto il “reato costituzionale” di creazione o partecipazione a qualsiasi attività dei secret cults. Ciò nonostante, ancora oggi in Nigeria i cult e le confraternite sono molto presenti e ben radicate. Acquisita ormai una vera e propria connotazione criminale, i cult hanno dimostrato sin da subito la capacità di fare affari con altre consorterie al di fuori della Nigeria, espandendosi all’estero, in quasi tutti i Paesi europei, in Italia, nel Nord e nel Sud America, in Giappone e in Sud Africa. In considerazione della spiccata vocazione transnazionale delle organizzazioni criminali nigeriane, l’Italia, anche per la posizione strategica che riveste nel bacino del Mediterraneo, è ovviamente interessata dalle attività illecite stanziali o di transito nei settori illeciti nei quali risulta coinvolta tale organizzazione criminale. Permeata da uno spiccato associazionismo, in cui interagiscono diversificati centri di interesse, la criminalità nigeriana si è sviluppata al di fuori della madrepatria, sfruttando i flussi migratori. La documentazione giudiziaria ed informativa degli ultimi anni evidenzia gli ampi margini di operatività dei sodalizi nigeriani attivi in Italia, dal traffico internazionale e lo spaccio al minuto di sostanze stupefacenti alle estorsioni soprattutto in danno di cittadini africani gestori di attività commerciali, all’induzione ed allo sfruttamento della prostituzione, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, alla falsificazione di documenti, alla contraffazione monetaria, alla tratta di esseri umani e riduzione in schiavitù, alle truffe e frodi informatiche, ai reati contro la persona e contro il patrimonio. Le modalità di azione criminale, i collegamenti transnazionali, il vincolo omertoso che caratterizza gli associati e il timore infuso nelle vittime, hanno peraltro fatto luce, nel tempo, su un agire sotto molti versi simile alle metodiche mafiose. Tutti questi gruppi sono, infatti, organizzati in maniera verticistica al cui interno ognuno riveste il proprio ruolo. L’accesso al gruppo, gestito e disciplinato dai vertici, prevede un vero e proprio rito di affiliazione e l’obbligo alla partecipazione (mediante il pagamento di una sorta di “tassa di iscrizione”), al finanziamento della confraternita chiamata a provvedere, come tutte le organizzazioni criminali di spessore, al sostentamento delle famiglie degli affiliati detenuti, secondo un vincolo di assistenza previdenziale.
Costituiscono un fattore di coesione molto elevato le ritualità magiche e fideistiche, che, unite al vincolo etnico e alla forte influenza nella gestione da parte delle lobby in madrepatria, produce una forma di assoggettamento psicologico molto forte. È sempre presente il ricorso alla violenza per assicurare la tenuta associativa, strumentale allo scoraggiamento di eventuali spinte centrifughe di coloro che ricercassero posizioni autonomiste o che non volessero più far parte dell’organizzazione. L’uso della violenza fisica è la principale forma di punizione per le violazioni delle regole interne: non a caso un ruolo importante, come si vedrà dalle indagini di seguito illustrate, viene rivestito, nel cult EIYE, dalle figure dell’EAGLE (“aquila”, capo dei picchiatori), nei BLACK AXE, dai BUTCHERS o SLUGGERS. La violenza è generalmente indirizzata verso connazionali - di solito donne costrette all’esercizio della prostituzione e uomini restii a farsi affiliare o adepti inottemperanti alle regole interne - che difficilmente ricorrono alla giustizia, anche perché quasi mai riescono a percepirsi come vittime di reato. Tra le organizzazioni criminali nigeriane operanti in Italia è emerso, negli anni, un violento contrasto tra gruppi più strutturati, operanti all’interno di sistemi impermeabili e autoreferenziali, rispetto ad altri improntati su modelli di tipo banditesco, rendendo talvolta di difficile interpretazione anche taluni episodi di violenza registrati nelle strade delle nostre città. Ovviamente esiste un legame tra il fenomeno migratorio irregolare, la tratta di persone e lo sfruttamento sessuale. In tale ambito l’organizzazione criminale controlla l’attività delittuosa in tutte le sue fasi, dal reclutamento fino all’invio delle donne nei Paesi al di fuori del territorio africano e alla messa su strada. Un processo criminale attuato attraverso modalità e fasi ben precise. L’immigrazione irregolare si è rivelata, pertanto, un’occasione propizia per il compimento di gravissimi reati come la tratta di persone prevalentemente a scopo di sfruttamento sessuale, commessa nella maggior parte dei casi in danno di ragazze in giovanissima età. La tratta di esseri umani costituisce un crimine transnazionale, in tal senso definito dall’art. 3 del “Protocollo addizionale della Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale per prevenire, reprimere e punire la tratta di persone, in particolare di donne e bambini”. La sua definizione comprende il reclutamento, trasporto, trasferimento, l’ospitare o accogliere persone, tramite l’impiego o la minaccia di impiego della forza o di altre forme di coercizione, di rapimento, frode, inganno, abuso di potere o di una posizione di vulnerabilità o tramite il dare o ricevere somme di denaro o vantaggi per ottenere il consenso di una persona che ha autorità su un’altra a scopo di sfruttamento, sessuale o lavorativo. Stando a quanto emerso nel corso di recenti inchieste, coordinate da diverse Procure Distrettuali nazionali, il “trafficante” delle vittime di tratta è parte di una “rete” criminale transnazionale radicata nei Paesi di origine dei flussi migratori, ove realtà caratterizzate da estrema povertà o da contesti socio-politici instabili diventano fattori di attrazione per le organizzazioni criminali dedite a tali attività illecite. Si tratta di sodalizi strutturati in “cellule” operanti nei singoli Paesi interessati dalla “filiera” criminale, ognuna delle quali interviene all’occorrenza, occupandosi di una determinata “fase” che caratterizza la tratta. Il reclutamento avviene normalmente nel Paese di origine. Le giovani donne - reclutate in buona parte nello Stato di Edo, intorno alla capitale Benin City, ove sarebbero presenti articolate strutture operative e logistiche - risentono della situazione di assoluta precarietà economica unita alla speranza di trovare all’estero migliori condizioni di vita, inducendo spesso le proprie famiglie a rivolgersi a persone collegate con le organizzazioni criminali che gestiscono il traffico. Il contatto e l’avvicinamento nonché l’opera di convincimento avvengono attraverso una figura femminile, la madame o maman che ha la funzione di reclutatrice nel prendere contatto, convincere le ragazze interessate all’espatrio, con false promesse di lavoro, per poi consegnarle a chi materialmente le porterà in Europa e, quindi anche in Italia. La madame assume così un ruolo centrale, stabilendo un legame molto stretto con le giovani donne, basato su riti di iniziazione chiamati “juju”, simili al voodoo, propri della cultura yoruba con vero e proprio giuramento di fedeltà all’organizzazione e alla madame di riferimento pena la morte anche dei propri cari. La durata media del viaggio effettuato via terra risulta essersi allungata a causa delle lunghe rotte africane che si concludono nei Paesi rivieraschi. Da lì le vittime sono poi introdotte clandestinamente in Italia e costrette, con minacce e violenze fisiche e psicologiche, ad esercitare il meretricio lungo le strade delle nostre città, sotto lo stretto controllo dei membri delle organizzazioni. Il sistema criminale nigeriano si fonda sulla schiavitù da debito (debt bondage) che obbliga le vittime a sottostare a gravi forme di sfruttamento per poter saldare cifre molto alte di denaro in cambio della loro libertà. Nella maggior parte dei casi, poi, il debito continua ad aumentare a causa dell’obbligo di sostenere costi inizialmente non pattuiti (per l’affitto del posto letto, per le bollette, per il cibo, per i vestiti). Le malcapitate sono costrette a pagare il prezzo, alla madame di riferimento, anche per l’utilizzo del luogo pubblico di meretricio, in gergo chiamato joint. Il ricavato consente alla madame di ricevere velocemente il plusvalore dell’investimento effettuato con l’acquisto delle donne e di reinvestire nuovamente il capitale, attraverso anche un ricambio continuo di ragazze ampliando cosi il proprio raggio di azione. Le ragazze in sostanza dipendono in tutto dalla madame, che costituisce l’universo intorno al quale gira il loro mondo, dalla possibilità di permanere nel nostro Paese a quella di riscattarsi dalla schiavitù e di intraprendere l’attività di sfruttamento in concorso con la carnefice, fino alle necessità quotidiane di vitto e alloggio. Contrariamente a quanto accaduto per altri gruppi etnici, a distanza di 20 anni dal loro primo arrivo le donne nigeriane continuano ad essere tra le principali vittime di tratta sfruttate in Italia. Per esse, poi, il meccanismo di denuncia e protezione sociale previsto dalla legge non sempre risulta attrattivo, nella convinzione che il loro sfruttamento è a tempo (il tempo cioè di saldare il debito) e che, quindi, non è conveniente denunciare i propri aguzzini e rischiare, conseguentemente, la propria vita. Tuttavia, nel nostro Paese molte donne, negli ultimi anni, hanno avuto il coraggio di denunciare gli abusi e le costrizioni subite grazie all’applicazione del già richiamato articolo 18 del Decreto Legislativo n. 286/1998 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) che prevede il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale al fine di “consentire allo straniero di sottrarsi alla violenza ed ai condizionamenti dell’organizzazione criminale e di partecipare ad un programma di assistenza ed integrazione sociale”. Dal 2014 al 2019 sono stati rilasciati, complessivamente, 580 titoli di soggiorno per motivi umanitari. Nel corso degli anni, numerose sono state le attività di indagine che hanno dato conto di questo turpe fenomeno, molte delle quali saranno descritte nel paragrafo dedicato ai singoli cults. In questa sede si richiama l’operazione “Trafficking”, eseguita dalla Polizia di Stato, a Palermo, nel marzo 2018, che ha permesso di disarticolare una organizzazione, composta da 4 cittadini nigeriani e 2 mamam, dedita allo sfruttamento della prostituzione di giovani donne, schiavizzate e costrette a prostituirsi. Ancora, si segnala l’operazione “Mommy” , conclusa nel mese di maggio 2018 dalla Polizia di Stato di Napoli con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di un’organizzazione composta da 5 cittadini nigeriani ed un napoletano, accusati di associazione per delinquere finalizzata allo sfruttamento della prostituzione, anche minorile, al favoreggiamento all’ingresso clandestino di cittadini stranieri, nonché alla riduzione in schiavitù, con l’aggravante della transnazionalità. Le indagini, coordinate dalla DDA di Napoli, sono state avviate nell’aprile del 2016 in seguito a una denuncia sporta da una minorenne nigeriana, la quale aveva raccontato, agli inquirenti, di essere arrivata in Italia con un barcone, insieme ad altri 140 connazionali, transitando per la Libia. Sbarcata sulle coste siciliane, era stata prelevata e accompagnata, con una sua amica, a Giugliano (NA), dove entrambe erano state consegnate a una madame e costrette a prostituirsi per pagare un debito di 30 mila euro, per riscattare la propria libertà. Anche in questo caso, la vittima ha raccontato come, prima di lasciare il suo villaggio a Benin City, fosse stata sottoposta al rito ju-ju. Tali forme rituali continuano ad essere riscontrate anche nel nord del Paese. L’operazione “Voodoo Girls”, infatti, conclusa nel mese di aprile del 2018 dalla Polizia di Stato di Cuneo con l’arresto di sei cittadini nigeriani (4 donne e 2 uomini), ha disarticolato un sodalizio composto perlopiù al femminile, stanziato a Torino, impegnato nel reclutamento di giovani connazionali direttamente nei villaggi rurali della Nigeria, esercitando su di loro, mediante riti voodoo, poteri corrispondenti a quelli del diritto di proprietà. In questo modo le ragazze venivano mantenute in uno stato di soggezione continua, costringendole a prestazioni sessuali con clienti occasionali. Ancora, a titolo esemplificativo, si segnala la più recente operazione “Maman”, conclusa il 13 giugno 2019 tra Palermo, Napoli, Dervio (LC) e Bergamo, dalla Guardia di Finanza palermitana con l’esecuzione del fermo di indiziato di delitto di 4 soggetti di nazionalità nigeriana, liberiana ed italiana, tra i quali una donna 35enne, la cd. maman, stanziata nel capoluogo siciliano. Gli arrestati erano i componenti di un’associazione per delinquere a carattere transnazionale, operante tra la Libia e l’Italia, dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, alla tratta di esseri umani ed allo sfruttamento della prostituzione di giovani donne provenienti dalla Nigeria. Anche in questo caso le ragazze, reclutate nel Paese di origine e sottoposte a riti esoterici, venivano trasferite in Libia, ove permanevano presso strutture di detenzione nella disponibilità dell’associazione criminale per essere definitivamente imbarcate verso l’Italia. Una volta giunte sul territorio nazionale venivano avviate alla prostituzione e costrette a riscattare progressivamente la somma concordata (30 mila euro) per riottenere la libertà ed evitare ritorsioni anche nei confronti dei familiari in Nigeria. Gli illeciti proventi dell’attività di sfruttamento della prostituzione venivano infine trasferiti in contanti verso la Nigeria, attraverso il sistema cd. “euro to euro”, con la complicità di altri due cittadini nigeriani, stanziati a Palermo, anche loro denunciati. Il settore del trafficking risulta strettamente connesso con quello degli stupefacenti: la criminalità nigeriana sembra utilizzare opportunisticamente gli stessi canali e le medesime strutture per i diversi “servizi” criminali, operando, ormai da tempo, come fornitrice, mediatrice ed organizzatrice dei traffici di droga anche in molti Paesi europei ed extraeuropei. Nel nostro Paese, da tempo “la criminalità straniera ha assorbito spazi territoriali e interessi illeciti non occupati dalla criminalità autoctona”. In tale contesto, tra le altre, si sono imposte le “organizzazioni nigeriane (in grado di impiegare corrieri ovulatori o bodypackers), la cui strutturazione interna e le crescenti disponibilità finanziarie si stanno connotando di una sempre più crescente capacità operativa”. Le attività d’indagine hanno permesso, nel corso degli anni, di accertare che i cittadini nigeriani si riforniscono della sostanza stupefacente, a seconda della tipologia, da vari continenti. Infatti, grazie ad una struttura reticolare distribuita in moltissimi Paesi, i nigeriani riescono a garantirsi l’acquisto degli stupefacenti nei luoghi di produzione. Le stesse ramificazioni consentono poi di far pervenire la droga nei laboratori di stoccaggio, in Nigeria, in Togo e negli altri Paesi limitrofi, per raggiungere poi l’Italia attraverso varie direttrici marittime, aeree o terrestri. La criminalità nigeriana adotta una particolare tecnica di trasporto, c.d. “a grappolo” o “a pioggia”, che coinvolge un gran numero di corrieri incaricati di trasportare quantità relativamente piccole di stupefacenti. Questi, spesso ingoiatori di ovuli contenenti la droga o occidentali incensurati (meno soggetti a controlli), utilizzano differenziate rotte d’ingresso, aeree, marittime e terrestri, anche attraverso autobus privati di linea diretti verso il nord Europa (in tal ultimo caso l’occultamento avviene all’interno di bagagli privi di ogni elementi identificativo). In questo modo l’eventuale arresto di un corriere consente comunque all’organizzazione criminale di limitare al massimo le perdite, pur mantenendo alto il livello complessivo dei quantitativi di droga trafficata. L’individuazione da parte delle Forze di polizia dei canali di transito, generalmente aeroportuali, ha evidenziato nella criminalità nigeriana una particolare duttilità e capacità di adattamento che ha portato l’immediata variazione delle rotte o l’avvicendamento nel trasporto con corrieri di altre etnie. Spesso, infatti, le organizzazioni si avvalgono anche di corrieri provenienti dall’Est Europa, mentre i viaggi di corrieri dall’Italia verso il Sud America, l’Asia e naturalmente l’Africa e viceversa possono avvenire anche attraverso tappe intermedie in altre nazioni europee. Nel nostro Paese le aree maggiormente interessate dai flussi di stupefacente gestiti dai gruppi nigeriani sono la provincia di Caserta e Palermo, mentre, nel nord, il Veneto, la Lombardia, il Piemonte e l’Emilia Romagna. Per la gestione dei traffici di stupefacenti, la criminalità nigeriana si è ritagliata, nel nostro Paese, un proprio “microcosmo”, tendenzialmente avulso da contrapposizioni con la criminalità organizzata autoctona, instaurando una sorta di “convivenza” reciprocamente accettata. L’area di Castel Volturno, nel casertano, fortemente inquinata dalla presenza del clan dei CASALESI, può essere sicuramente considerata, da almeno tre decenni, proprio l’espressione della coesistenza tra gruppi camorristici e criminalità nigeriana, Quest’ultima è riuscita ad imprimere a quel territorio - già di per sé connotato da forti criticità - l’immagine, anche a livello mediatico, di una sorta di free zone - quale punto nevralgico dei traffici internazionali di droga e della massiva gestione della prostituzione su strada - favorita, nel tempo, anche dalla disponibilità alloggiativa, talvolta abusiva, da parte di proprietari del posto senza scrupoli. La coesistenza tra i clan della camorra casertana e i nigeriani (o comunque i cittadini africani stanziati sul litorale domitio) non è stata mai, tuttavia, indolore. Già nel 1986 erano stati registrati ferimenti di cittadini centro africani sulla via Domitiana. Le conflittualità culminarono nella cd. “Strage di Pescopagano”, frazione del Comune di Castel Volturno (CE), avvenuta il 24 aprile 1990, quando, sotto i colpi del clan mondragonese dei LA TORRE rimasero uccise 5 persone (un italiano e 4 cittadini extracomunitari), nel corso di un assalto armato eseguito all’interno ed in prossimità del bar “Centro” di quella località; altre 7 persone rimasero gravemente ferite. Le indagini hanno evidenziato come l’efferato delitto fosse stato deciso dal citato clan mondragonese, per conto dei BARDELLINO, al fine di eliminare la presenza di extracomunitari dediti allo spaccio di stupefacenti sul litorale domitio. In tale contesto, l’operazione “Restore freedom” (aprile 2003), coordinata dalla DDA di Napoli, costituisce un caposaldo dell’azione di contrasto, atteso che per la prima volta è stata giudiziariamente individuata l’esistenza di un’organizzazione di matrice mafiosa nigeriana sul territorio nazionale. Nell’occasione vennero arrestati 32 soggetti (nigeriani e ghanesi), appartenenti ad una struttura criminale che, con metodi di tipo mafioso, provvedeva all’ingresso clandestino in Italia ed in altri Paesi europei di giovani nigeriane, anche minorenni, da avviare al mercato della prostituzione, su tutto il litorale domitio sino a Giugliano in Campania (NA). Tra gli arrestati, ben 19 erano donne, le c.d. madame, risultate riunite in associazioni (SWEET MOTHER A., SUPREME LADIES A., GREAT BINIS A.), mentre gli uomini rivestivano, spesso, mansioni di autist. Sul punto, in proposito, è utile riportare il seguente passaggio del GIP di Napoli, il quale descriveva così la pericolosità della struttura criminale in argomento, estesa “…non solo su tutto il Territorio Nazionale, ma anche in altri paesi europei ed extra europei, pur avendo la sua base in provincia di Caserta. Tale organizzazione può contare sull’uso di molteplici abitazioni, numerose autovetture per il controllo delle ragazze sulla strada, nonché di un numero pressoché indefinito di utenze cellulari. L’uso della violenza è finalizzato all’assoggettamento delle parti lese (le ragazze da destinare alla prostituzione) e di coloro che costituiscono in qualche modo un ostacolo alla realizzazione degli scopi dell’organizzazione, così da mantenere la posizione di supremazia del gruppo nell’ambiente nel quale opera. L’altra faccia della medaglia è dato dal clima di diffusa omertà conseguente a tale intimidazione; pur avendo documentato un numero altissimo di episodi solo in pochissimi casi, dinanzi esposti, le persone offese, cioè le ragazze che dovevano prostituirsi, hanno denunciato le vessazioni subite. Dunque un generale e diffuso rifiuto di collaborare con gli organi dello Stato che integra la nozione di omertà. Intimidazione ed omertà che nella fattispecie in esame assumono caratteri peculiari in quanto connotati anche da un carattere di credenza religiosa comune a carnefici e vittime che rende le predette intimidazioni tanto più efficaci quanto assoluta è la fede dei soggetti che ricevono tali minacce nei riti religiosi praticati (vedi voodoo). L’associazione risulta avere lo scopo di accumulare risorse economiche attraverso lo sfruttamento della prostituzione delle ragazze, sfruttamento che avviene in alcune zone, come quella presa in considerazione, in regime di quasi assoluto monopolio…”. A proposito delle risorse economiche derivanti dallo sfruttamento della prostituzione lo stesso GIP del 2003 sosteneva che “…a testimonianza della rilevanza economica del fenomeno in esame, si sottolinea che l’analisi condotta attraverso il monitoraggio di una sola delle agenzie della Western Union di Castel Volturno, tramite la quale vengono effettuate le rimesse di denaro verso la Nigeria ed il Ghana, per i pagamenti delle ragazze, nonché per il trasporto delle stesse in Europa e, anche, per il finanziamento delle famiglie originarie in Nigeria, ha consentito di accertare, nell’arco di due anni, il 2000 ed il 2001, un flusso economico pari a 250 milioni di lire per l’anno 2000 e di lire 750 milioni per l’anno 2001, che, ovviamente, costituisce solo uno spaccato del complessivo volume d’affari della citata organizzazione mafiosa”. Venendo ai nostri giorni si può affermare, per l’area domitiana, che il ridimensionamento del clan BIDOGNETTI su quel territorio ha lasciato spazi di manovra alle organizzazioni mafiose di matrice nigeriana che non solo gestiscono il traffico di stupefacenti, ma anche la tratta di esseri umani, da avviare alla prostituzione, mediante gravissime forme di intimidazione, esercitate con l’agire tipicamente mafioso, peraltro sancito da condanne definitive. “Ma a prescindere da tale riconoscimento formale, ciò che rileva è come detti sodalizi, che hanno acquisito il controllo di alcuni tratti del litorale domitio, alla pari delle mafie locali, alle quali non sono legate più da alcun rapporto di sottomissione, operino in settori non più limitati al traffico di stupefacenti ma estendano la loro attività alle estorsioni, allo sfruttamento della prostituzione, al favoreggiamento della immigrazione clandestina ed al traffico di esseri umani, iniziando anche ad esercitare la loro capacità di intimidazione e di assoggettamento anche verso soggetti autoctoni…..Ma, soprattutto, ciò che deve essere compreso, è che, nel caso della mafia nigeriana, ci troviamo di fronte ad organizzazione unitaria e piramidale, che opera su scala internazionale con proprie stabili proiezioni in vari paesi di più continenti. Dunque si tratta di una minaccia criminale molto alta che può essere adeguatamente fronteggiata solo attraverso una adeguata cooperazione giudiziaria internazionale. Un recente esempio di (almeno apparente) coesistenza tra matrici mafiose autoctone e nigeriane si rinviene - come si evidenzierà nella trattazione – anche nell’area palermitana, dove le storiche famiglie mafiose manterrebbero il controllo delle attività nelle zone di rispettiva competenza, tollerando la presenza di gruppi organizzati stranieri in ruoli marginali di cooperazione. In tale contesto, la criminalità organizzata nigeriana, mostrando molteplici elementi propri delle associazioni di tipo mafioso, ha saputo progressivamente insediarsi anche nel territorio palermitano, organizzandosi per la gestione e il controllo stabile di attività illegali, quali lo sfruttamento della prostituzione e il traffico di sostanze stupefacenti. Cosa nostra, pressata da esigenze contingenti, e da sempre caratterizzata da un’opportunistica flessibilità, potrebbe essersi adattata alla nuova realtà evitando conflitti. Un’ulteriore conferma di quanto assunto si rinviene nella recentissima operazione “No fly zone” – più avanti descritta nel dettaglio - laddove il Pubblico Ministero della DDA palermitana scrive:“….fermo restando il parametro imprescindibile della ricerca dell’egemonia, anche e soprattutto mediante l’intimidazione e la violenza, nell’ambito della comunità nigeriana, per quel che riguarda specificamente le attività illecite con finalità di lucro (quali spaccio di stupefacenti e sfruttamento della prostituzione), si può affermare che i singoli NEST possono attuare modalità operative eterogenee, gestendo direttamente le predette attività (come emerso, ad esempio, a Torino) o, diversamente, fornendo il supporto a ciascuno degli associati dediti alle stesse (come emerso in Sicilia e in Sardegna). È del resto evidente che la scelta delle modalità operative dipende anche dalle caratteristiche sociali e criminali del territorio in cui il cult si è radicato e che con riferimento alla città di Palermo, assume un ruolo decisivo la presenza sul territorio e, in particolare nel quartiere Ballarò di Cosa nostra con la quale il cult ha sempre evitato qualunque contrasto. In entrambi i casi per le ragioni già ampiamente esposte devono ritenersi integrati i presupposti per la configurabilità della fattispecie di cui all’art 416 bis c.p.”. È importante sottolineare come non di rado la criminalità nigeriana si sia avvalsa di quella comune italiana, sfruttata come manovalanza con il compito di tagliare e spacciare al minuto la droga importata dall’estero oppure come corrieri nell’ambito dei territori cittadini. Negli anni, è emersa anche una sostanziale non belligeranza - a volte con tratti di sinergia - da parte delle organizzazioni criminali nigeriane ed albanesi nel campo dello sfruttamento della prostituzione, particolarmente nel Triveneto ed in Campania, ove si è rilevata, sullo stesso territorio, la presenza di giovani donne appartenenti ad entrambe le nazionalità. I proventi delle attività illecite vengono tendenzialmente utilizzati per finanziare l’acquisto dello stupefacente da rivendere al minuto sulle piazze delle città italiane o reinvestiti per acquisire attività economiche dedite all’importazione e al commercio di prodotti etnici, funzionali alla copertura dei traffici criminali. Vengono anche inviati in Nigeria per favorire il sostentamento dei familiari e per finanziare le organizzazioni criminali in madrepatria. Il trasferimento avviene attraverso corrieri o canali di money-transfer e/o hawala, largamente utilizzati per finanziare altre attività illegali. La consistenza dei rendimenti derivanti dalle attività criminali si può desumere anche dagli indicatori delle rimesse di denaro verso l’estero, come emerge dai dati della Banca d’Italia segnalati in premessa, che non comprendono, tuttavia, le somme di denaro che vengono trasferite attraverso metodi alternativi non ufficiali.
c. I PRINCIPALI CULTS ATTIVI IN ITALIA
Per avere un quadro più chiaro del fenomeno si procederà ora alla descrizione della struttura e dell’operatività dei principali cults a connotazione mafiosa, interessati, negli ultimi anni, da plurime inchieste giudiziarie sul territorio nazionale: -THE SUPREME EIYE CONFRATERNITY; -i BLACK AXE; -i MAPHITE; -i VIKINGS. Ad essi si affianca una serie di gruppi cultisti minori (BUCCANEERS, AYE ed altri), la cui presenza è stata delineata nel nostro Paese, oltre che dalle indagini, anche dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia.
– THE SUPREME EIYE CONFRATERNITY La EIYE CONFRATERNITY
nasce in Nigeria nell’Università di Ibadan, nello Stato di Oyo (Nigeria), in seguito ad una scissione interna alla BLACK AXE CONFRATERNITY, assumendo la denominazione di THE SUPREME EIYE CONFRATERNITY (SEC) o più semplicemente EIYE (uccello nel dialetto Yoruba), ma è conosciuta anche come NATIONAL ASSOCIATION OF AIR LORDS. Il simbolo degli EIYE (“uccello” nel dialetto “yoruba”) è l’Akalamagbo, un volatile mitologico raffigurato su uno sfondo azzurro nell’atto di catturare una preda, oppure come un rapace con un cranio umano tra gli artigli. Fondata con l’intento di promuovere lo sviluppo e la cultura africana in contrapposizione alla politica del colonialismo imperiale, come le altre confraternite abbandonò presto i campus universitari e gli iniziali scopi a sfondo sociale per trasformarsi, sin dagli anni ‘70/’80 dello scorso secolo, in un’organizzazione segreta e criminale. Con i flussi migratori, i cd. Pioneers (affiliati che avevano frequentato i college in Nigeria, ove erano stati “battezzati”) iniziarono a stabilirsi all’estero e a fare proselitismo, replicando, prima a livello locale e poi anche nazionale, riti, usanze e strutture gerarchiche proprie della confraternita. Gli EIYE, così come accaduto per le altre confraternite, sono stati banditi in Nigeria, ed attualmente sono considerati tra i 7 secret cults più pericolosi di quella nazione, in particolare negli Stati di Edo e Delta. Le indagini degli ultimi anni hanno evidenziato la diffusione degli EIYE nel Veneto, in Emilia Romagna, nel Lazio ed in Sardegna, mentre gli esiti della recentissima operazione “No fly Zone” della DDA di Palermo (aprile 2019) hanno fornito i dettagli dell’attuale organizzazione interna. La struttura nazionale (AVIARY, cioè “voliera”) è dotata un’organizzazione verticistica rappresentata da un WORLD IBAKA (o EBAKA), un vero e proprio boss, il vertice del potere esecutivo che gode spesso anche di prestigio internazionale ed è in contatto con l’organismo madre in Nigeria. L’AVIARY è suddivisa in sezioni provinciali o locali chiamate NEST (nidi), a loro volta guidati da un FLYING IBAKA. La compagine associativa è ben strutturata e gerarchicamente organizzata, con proprie regole interne, sanzioni, propri riti di affiliazione per l’avanzamento nelle cariche e per le investiture. A differenza dell’altro importante cult, la BLACK AXE, l’organizzazione del gruppo è meno strutturata (più orizzontale che verticale); non in tutte le citta è presente un NEST; il gruppo è segreto, pertanto i suoi affiliati (bird) non pubblicizzano la loro appartenenza se non per necessità. Essi si riuniscono periodicamente e, come nella BLACK AXE, i capi vengono eletti ogni due/tre anni in base ad una votazione cui partecipano i membri più importanti del cult (gli ex IBAKA e gli OSTRICH). Gli uomini più forti, con un maggiore seguito ed autorevolezza, spesso al centro di traffici illeciti di maggiore spessore, sono quelli che assumeranno le cariche più prestigiose. Otto sono le cariche più importanti rivestite all’interno di un NEST, ognuna con un ruolo ben definito. Oltre al FLYING IBAKA, capo del NEST, vi sono: -l’OSTRICH: lo struzzo, vice dell’IBAKA, di cui fa eseguire le direttive; -il NIGHTINGALE: l’usignolo, detto anche ENGINE INFANTRY, che svolge il ruolo di segretario durante le riunioni del consiglio degli IBAKA e si occupa della difesa degli associati, proprio come farebbe un responsabile della sicurezza; -l’EAGLE: l’aquila, che è il capo dei picchiatori (i cd. BUTCHERS nei BLACK AXE); il WOODPECKER: il picchio, il tesoriere, si preoccupa di raccogliere le quote associative versate dai BIRD per il NEST; -il PARROT: il pappagallo, partecipa a tutte le cerimonie del direttivo, informando tutti i BIRD delle riunioni dell’ESXO, cioè l’assemblea generale di tutti i membri del NEST o del gruppo direttivo (composto solo dagli otto), cantando durante i rituali di affiliazione; -la DOVE: la colomba, ha il compito di osservare quello che accade all’interno e all’esterno del proprio NEST, riferendo direttamente all’IBAKA, svolgendo una sorta di attività di intelligence nel gruppo; -il FLYING COMMANDANT: il comandante di volo, responsabile dell’organizzazione degli eventi del direttivo e della logistica e della verbalizzazione delle riunioni. L’accesso al gruppo non è sempre frutto di una libera scelta, ma spesso deriva da una vera e propria imposizione; è gestito e disciplinato dai vertici; è sancito da un vero e proprio rito di affiliazione che prevede, oltre al ricorso alla violenza, l’utilizzo di bevande a base di sangue miscelato ad acqua ed altre sostanze alcoliche, come gin miscelato ad acqua e peperoncino o pepe, con porzioni di riso e tapioca; vige l’obbligo di partecipazione attiva, attraverso il pagamento di una tassa di ingresso per il finanziamento della cult, che provvede, proprio come accade nelle organizzazioni mafiose italiane, al sostentamento delle famiglie dei propri affiliati detenuti, secondo un vincolo di assistenza previdenziale.
In Italia l’organizzazione si è radicata nel Nord (a Torino, Brescia, Verona, Padova), a Roma e nel Sud, in particolare, a Napoli e Castel Volturno (CE), località, quest’ultima, emersa in numerose indagini, quale luogo legato a membri dell’organizzazione EIYE per dimora, transito, legami familiari, episodi delittuosi e altro. Per la sua struttura gerarchica e per il suo modus operandi, l’organizzazione ha assunto le caratteristiche di un’associazione di tipo mafioso. Gli appartenenti alla confraternita, per differenziarsi dagli altri cult, indossano un berretto e/o una sciarpa di colore azzurro, utilizzati soprattutto durante gli incontri di gruppo; sono soliti utilizzare un linguaggio incomprensibile per gli estranei, creato ed utilizzato per distinguersi e per individuare eventuali persone ostili. Numerose sono le indagini conclusesi con condanne definitive - prime, in ordine di tempo, in Piemonte ed in Lombardia - che hanno sancito la connotazione mafiosa del cult in argomento: ne è esempio l’operazione “Eiye” , conclusa nel 2006 dalla Polizia di Stato di Brescia con l’arresto di 23 cittadini nigeriani, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso finalizzata ai reati contro la persona, al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione, spaccio di sostanze stupefacenti, falsificazione di documenti, falsità monetaria, nonché clonazione e uso fraudolento di carte di credito, reati aggravati dall’uso delle armi e commessi con l’obbiettivo di imporsi nel controllo del territorio in danno di altri gruppi criminali attivi a Brescia. Sempre nel 2006, a maggio, nell’ambito dell’operazione “Niger”, i Carabinieri di Torino eseguivano un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 23 cittadini nigeriani, ritenuti responsabili del delitto di associazione di tipo mafioso ed altro. Le indagini, iniziate nel dicembre 2003, avevano fatto emergere l’aspra conflittualità in corso per il controllo del territorio tra due bande nigeriane contrapposte, quella degli EIYE e quella dei BLACK AXE, facendo luce su una serie di delitti, dal tentato omicidio alla rapina ed alla clonazione di carte di credito, commessi con il vincolo associativo presente nelle due organizzazioni che, al pari di altre associazioni mafiose, si avvaleva della forza di intimidazione, di assoggettamento e di omertà, nell’osservanza di rigorose regole interne, di rispetto ed obbedienza alle direttive dei vertici, prevedendo sanzioni anche corporali in caso di inosservanza. La Corte d’Appello di Torino, con sentenza divenuta irrevocabile nell’ottobre 2014, ha condannato la maggior parte degli imputati anche per associazione di tipo mafioso.
Nel medesimo contesto investigativo, nel successivo dicembre 2006 la Guardia di finanza di Torino eseguiva un’ulteriore ordinanza di custodia cautelare in carcere che riguardava un gruppo di cittadini nigeriani, anche loro appartenenti agli EIYE ed ai BLACK AXE, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, detenzione abusiva di armi, produzione e traffico di stupefacenti, rapina e tentato omicidio. Le indagini erano state avviate sempre nel 2003, nello stesso contesto di conflittualità, a seguito di una violenta aggressione in cui furono feriti due cittadini nigeriani da un gruppo di loro connazionali. La Corte d’Appello di Torino, con sentenza definitiva del maggio 2009, ha condannato i componenti delle due organizzazioni per associazione di tipo mafioso, favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione non minorile. Ancora, nell’ottobre 2007, nell’ambito dell’operazione “Eiye 2”, la Polizia di Stato di Brescia, aveva tratto in arresto 40 cittadini nigeriani appartenenti all’associazione mafiosa del gruppo cultista omonimo, dediti alla commissione di reati contro la persona (funzionali per l’affermazione della propria egemonia nel controllo del territorio in danno di altri gruppi criminali), nonché al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, della prostituzione, traffici di stupefacenti, falso documentale e monetario, clonazione ed uso fraudolento di carte di credito. Le indagini consentivano di acclarare, anche in questo caso, la connotazione mafiosa del sodalizio, dotato di una elevata capacità intimidatoria, con peculiarità tipicamente «militari», in relazione all’inquadramento degli associati e all’ordinamento gerarchico interno, con collegamenti sul territorio nazionale. Si è potuto appurare che l’intimidazione, realizzata all’interno e all’esterno del gruppo, ed il conseguente assoggettamento della locale comunità nigeriana, era finalizzata a realizzare vantaggi ingiusti o delitti di varia natura, tra i quali è emersa la commissione di estorsioni ai danni di connazionali. È emerso, inoltre, che la forza intimidatrice esercitata dall’associazione era favorita dalla diffusione, tra gli immigrati nigeriani, di un atteggiamento di totale omertà, aggravato dal timore che le ritorsioni potessero riguardare anche le famiglie d’origine. Durante le indagini gli investigatori hanno verificato la riconducibilità dei cruenti scontri a regole non scritte ma attentamente osservate dagli affiliati. Gli scontri e le intimidazioni, perpetrati anche con l’utilizzo di colli di bottiglie rotte, coltelli e, talvolta, di pistole, sono spesso scaturiti dal rifiuto opposto dai connazionali alla proposta di affiliazione al gruppo in parola. Nel lasso di tempo intercorso dalle inchieste appena citate (primi anni 2000) ai nostri giorni numerose sono state le attività di indagine che, a “macchia di leopardo” sul territorio nazionale, hanno ulteriormente interessato il cult in esame. Ciò dà conto non solo della tendenza dei sodalizi nigeriani di radicarsi sul territorio, occupando i “vuoti” lasciati da altri gruppi, autoctoni o stranieri, ma anche della pervicace capacità di rigenerarsi nonostante la puntuale azione giudiziaria, al pari delle organizzazione mafiose tradizionali. Infatti, sempre nell’area di Torino e a distanza di molti anni dalle appena citate inchieste giudiziarie, la recente azione di contrasto ha dato conto ancora una volta conto delle aggressive modalità operative. Un elemento importante perviene dalla decisione assunta da alcuni cittadini nigeriani di denunciare le violenze subite, consentendo così l’avvio di indagini, concluse alla fine del 2018, nell’ambito dell’operazione “Snoopy”, con l’esecuzione di un provvedimento restrittivo che ha interessato 15 cittadini nigeriani, componenti del cult EIYE, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso finalizzata alla tratta di esseri umani, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, sfruttamento della prostituzione anche minorile, falso documentale, traffico di sostanze stupefacenti, estorsioni e truffe. Gli investigatori hanno potuto accertare, tra le altre cose, la pianificazione per uomini e donne migranti di viaggi dalla Nigeria all’Italia effettuati con la collaborazione di connazionali presenti sul territorio libico, i quali si occupavano del passaggio dei migranti sui barconi per la traversata finale del Mar Mediterraneo. Una volta giunti a destinazione l’organizzazione mafiosa pensava a regolare i documenti e a prelevare le giovani donne, che venivano affidate alle maman per essere avviate alla prostituzione su strada. Come già detto anche il Veneto non è immune dalla presenza del cult in esame. A Venezia, l’operazione “San Michele” del luglio 2018, ha dato conto della spiccata operatività di una cellula degli EIYE nello spaccio degli stupefacenti e nel successivo riciclaggio dei proventi illeciti. Le indagini hanno coinvolto oltre 30 cittadini nigeriani, colpiti da provvedimenti cautelari, e sono state avviate a seguito di diversi decessi e di numerosi ricoveri ospedalieri avvenuti nella città veneta a causa della cosiddetta “eroina gialla”, la nuova droga proveniente dall’Afghanistan, diffusa soprattutto tra gli adolescenti, che può risultare letale poiché confezionata con un principio attivo elevatissimo. Il gruppo di pusher nigeriani era riuscito ad insediarsi nel quartiere Piave di Venezia Mestre, in prossimità della locale stazione ferroviaria, subentrando ad una banda di spacciatori maghrebini. Le indagini hanno consentito di documentare oltre all’attività di spaccio, con il sequestro di numerose dosi di stupefacenti, anche il riciclaggio del relativo provento, atteso che, nel corso delle indagini, è stata rinvenuta e sottoposta a sequestro anche la somma di duecentocinquantamila euro in contanti, contenuta nelle valigie di alcune donne nigeriane in procinto di partire dall’aeroporto veneziano «Marco Polo» dirette in Nigeria. La raccolta delle somme avveniva all’interno di un negozio di vendita di merce varia, sottoposto a sequestro preventivo, ubicato nell’area di interesse e gestito da un cittadino nigeriano destinatario del provvedimento restrittivo: dal sistema di intercettazione video ambientale installato nel locale è stato documentato il continuo flusso di spacciatori nigeriani che depositavano somme di denaro al titolare del negozio, il quale annotava ogni versamento su alcuni quaderni/registri, oggetto di sequestro unitamente al negozio stesso e alle somme di denaro, circa 10.000,00 euro. Il capo dell’organizzazione, resosi irreperibile all’atto della cattura, è stato localizzato in Germania, da dove è stato estradato il 10 maggio 2019. Sempre nel mese di luglio, questa volta a Perugia, l’operazione «Nigerian Cultism» ha ripercorso il classico cliché operativo dei gruppi cultisti, per il quale sono stati tratti in arresto 8 cittadini nigeriani, (tra i quali l’IBAKA della locale confraternita cultista degli EIYE), dediti ad organizzare e finanziare l’ingresso clandestino in Italia di una pluralità di donne africane, condotte sino alle coste libiche in vista del successivo attraversamento del Mar Mediterraneo per essere destinate alla prostituzione. Il ricavato veniva, come sempre, intrattenuto a titolo di rimborso delle spese di trasporto e di alloggio in Italia, ingenerando in queste donne uno stato di soggezione assoluta attraverso la minaccia di conseguenze magico-religiose sfavorevoli nel caso in cui non avessero versato regolarmente agli sfruttatori i proventi della loro attività. Peraltro, alcuni degli indagati hanno falsamente attestato l’esistenza di rapporti lavorativi con dei connazionali loro sodali per favorirne l’indebita permanenza in Italia, consentendo loro, in tal modo, di conseguire indebitamente il permesso di soggiorno o il rinnovo di tale titolo autorizzativo. Anche la Sardegna non è immune dalla presenza dei gruppi organizzati nigeriani. Il 21 novembre 2018 gli esiti dell’operazione “Calypso Nest”, eseguita dalla Polizia di Stato hanno fatto luce sull’operatività, nella provincia di Cagliari, dell’omonima cellula criminale nigeriana di tipo mafioso, dedita principalmente al traffico di droga, oltreché allo sfruttamento della prostituzione ed alla tratta di esseri umani. L’organizzazione è risultata essere una propaggine della struttura nigeriana denominata VATICAN AVIARY, a sua volta appartenente alla EIYE SUPREME CONFRATERNITY, la cui presenza è registrata in diverse località della penisola. Tra gli arrestati, rispettivamente a Padova e a Treviso, figurano anche il GRAND IBAKA ed il WORLD IBAKA, figure apicali dell’organizzazione italiana della SUPREME EIYE CONFRATERNITY. L’operazione ha permesso di identificare, all’interno di un capannone ubicato a Selargius (CA), tutti i componenti della cellula sarda della confraternita nigeriana, ricostruendo così l’intero organigramma del sodalizio con la distinzione dei ruoli e degli incarichi ricoperti all’interno del gruppo criminale da ciascun affiliato. Durante le indagini sono stati identificati e arrestati alcuni dei corrieri e sono stati sequestrati circa kg. 7,5 tra eroina e cocaina, proveniente dal Sud Africa, dal Mozambico e dall’Olanda, attraverso anche l’intermediazione di altri nigeriani residenti a Como, a Napoli ed a Castel Volturno (CE), raggiunti anche questi dal provvedimento di fermo. Tra i vari filoni investigativi sono stati acquisiti, inoltre, significativi elementi di reato a carico di due donne, anche queste nigeriane, domiciliate in provincia di Cagliari, ritenute responsabili di tratta di esseri umani in danno di due connazionali, reclutate nel paese di origine con l’inganno e la falsa promessa di un lavoro stabile, ma destinate al circuito della prostituzione su strada e presso l’abitazione di una delle due mamam. Come già detto, il cult in esame è presente anche in aree interessate da una presenza mafiosa endemica come quella palermitana e Cosa nostra, pressata da esigenze contingenti e da sempre caratterizzata da un’opportunistica flessibilità, potrebbe essersi adattata alla nuova realtà per evitare conflitti. Un’ulteriore conferma si rinviene nella già citata, recentissima operazione “No fly zone”, conclusa dalla Polizia di Stato di Palermo il 4 aprile 2019. Le indagini, coordinate dalla DDA palermitana e corroborate da attività tecniche, dichiarazioni di collaboratori e testimoniali, hanno riguardato 13 cittadini nigeriani, esponenti di vertice degli EIYE, attivi a Palermo ed anche a Catania, accusati di associazione di tipo mafioso con l’aggravante della transnazionalità. Esse hanno preso spunto dalla denuncia di una ragazza nigeriana vittima di tratta e di sfruttamento della prostituzione, che ha fornito significativi elementi in ordine all’appartenenza agli EIYE del suo sfruttatore. È stata quindi individuata la casa di prostituzione all’interno del quartiere storico di Ballarò ed avviata una capillare attività investigativa che ha consentito di ricostruire l’organigramma dell’associazione a livello locale, fino a giungere all’identificazione dei suoi vertici, in collegamento con la struttura nazionale di stanza in Padova. Le indagini vedono coinvolti altri soggetti di vertice dell’organizzazione, a livello nazionale, già interessati dalle recenti indagini delle DDA di Cagliari e Torino. Le attività tecniche, infatti, hanno dato conto dei frequenti spostamenti dei nigeriani “palermitani” su buona parte del territorio nazionale per partecipare ad incontri e riunioni. Le attività hanno documentato anche numerosi scontri con gruppi rivali variamente denominati (in primo luogo BLACK AXE, VIKINGS/ ARUBAGA e MAPHITE), funzionali al conseguimento dell’egemonia sul territorio, con l’uso di armi bianche e da sparo, nonché diverse attività delittuose connesse allo spaccio di stupefacenti e alla prostituzione, principalmente localizzate nel citato quartiere palermitano. Numerose anche le riunioni tra i sodali documentate nel corso delle indagini, tra cui, in particolare, una relativa al “battesimo” di un nuovo BIRD, con la captazione dell’intero rito da parte degli investigatori.
– BLACK AXE CONFRATERNITY La BLACK AXE CONFRATERNITY,
conosciuta anche come NEO BLACK MOVEMENT OF AFRICA (N.B.M.), nasce in Nigeria, a Benin City, presso un Campus universitario, nella sessione accademica 1976/77. Il simbolo dei BLACK AXE è caratterizzato da un’ascia - dal termine inglese axe - che simbolicamente si riferisce allo strumento che ha reciso le catene della schiavitù. Sono soliti indossare pantaloni neri, camicia bianca, cravatta gialla o rossa, calze gialle, scarpe nere e basco nero, che a volte ha una striscia gialla. Il colore nero rappresenta l’identificazione con la razza nera, il colore bianco interpreta la pace e la purezza della mente e dell’animo, mentre il giallo rappresenta l’intelletto. I membri del cult, tra i segni distintivi d’appartenenza, ostentano tatuaggi sulle braccia e\o sul corpo raffiguranti asce e si salutano tra loro utilizzano l’espressione gergale “aye”, oppure incrociano gli avambracci per simulare le catene dell’oppressione. Celebrano la loro festa ogni 7 luglio e il numero 7 viene utilizzato anche per rappresentare l’ascia, simbolo della confraternita. Infine, gli appartenenti al cult utilizzano un linguaggio criptico, anche nei social network, per individuare persone estranee alla loro organizzazione, o parole d’ordine. Nata con intenti caritatevoli e per diffondere messaggi positivi (pace, rispetto, tolleranza e condanna di ogni forma di razzismo) per accedervi era necessaria un’istruzione medio-alta, un buon carattere e rispetto della legge. Tuttavia, così come accaduto per le altre confraternite, le originarie, positive finalità finirono per cedere ai dettami di un vero e proprio cult segreto, trasformatosi poi in un’organizzazione criminale che ha travalicato i confini della Nigeria. Le indagini degli ultimi anni hanno evidenziato la diffusione dei BLACK AXE soprattutto in Piemonte, Campania, Puglia e Sicilia. Pur mantenendo i tipici elementi della confraternita, con aspetti religiosi e magici legati alla cultura tribale di appartenenza, la BLACK AXE si è anche dotata di una struttura fortemente gerarchizzata e piramidale, basata su precise regole per l’elezione dei propri capi, una tassa da pagare per farvi ingresso, complessi cerimoniali di affiliazione con tanto di giuramento di obbedienza ai valori della congregazione, formali e rigide regole di interrelazione tra i soci, tra loro appellati quali BROTHERS (“fratelli”), con l’uso di un linguaggio fortemente criptico e simbolico. È anche dotata di “autorità” legislative ed esecutive, di organi giurisdizionali, specie di tribunali chiamati a dirimere le controversie al suo interno, di guardie cui è demandato il compito di tenere l’ordine e di ristabilirlo (eseguendo inesorabilmente le punizioni decise). Ogni organizzazione BLACK AXE che ha sede in uno Stato estero viene chiamata ZONE, alla quale sono subordinati i FORUM che, invece, sono le cellule di riferimento delle varie città. A capo di ogni ZONE vi è un NATIONAL HEAD, un vero e proprio capo di governo per ciascuna nazione di proiezione (Italia, Spagna, Francia etc.) nominato direttamente dal capo supremo del cult in Nigeria. All’interno del cult sono previsti oltre a “capi nazionali” anche i “capi locali”, detti anche LORD, da cui dipendono i “picchiatori”, detti BUTCHERS o SLUGGERS, incaricati di spedizioni punitive particolarmente violente. Ai lord sarebbe demandato l’incarico di reclutare nuovi affiliati, se necessario anche coattivamente, minacciando i dubbiosi o i riottosi di violente ritorsioni anche nei confronti delle famiglie rimaste in patria. In ogni caso, per affiliarsi ai BLACK AXE è necessario essere presentati da qualcuno che già ne fa parte. La cerimonia di affiliazione, prevista solo per gli uomini, è uno dei momenti fondamentali che sancisce il legame con il cult, questa è preceduta dalla fase di ORIENTATION, ossia una sorta di apprendistato, nel corso del quale vengono insegnate le principali regole dell’organizzazione.
Durante questo periodo vengono effettuati anche dei pestaggi, tra cui il primo chiamato FIRST MATCH, nel corso del quale gli affiliandi vengono duramente picchiati dai BUTCHERS alla presenza del cosiddetto MINISTRO DELLA DIFESA, che decreta chi è ritenuto adeguato a passare al cospetto del CHAMA BLACK AXE. Quest’ultimo, terza carica nazionale e capo del consiglio detto SCIOI, è colui che decide, in autonomia, se gli affiliandi siano pronti per l’ulteriore livello successivo o se, diversamente, debbano tornare dal MINISTRO DELLA DIFESA. Una volta idonei, i candidati possono passare alla cerimonia di affiliazione vera e propria. Questa si svolge attraverso un rituale antico, celebrato in gran segreto, analogo in tutto il mondo, in cui vengono posizionate sette candele in terra a formare il perimetro di una bara; inoltre, viene collocato, nel luogo designato, un tempio con al centro un’ascia e una coppa colma di liquido - contenente una bevanda a base di droghe che dovrà essere bevuto dai nuovi affiliati, cosiddetti IGNORANTS, al cospetto del PRIEST (il prete). Mentre quest’ultimo, recita formule sacrali gli affiliandi devono giurare, pronunciando la seguente frase di obbedienza: “Se io dovessi tradire l’organizzazione BLACK AXE, ciò che sto bevendo in questo momento mi ucciderà”. A questo punto, i nuovi associati abbandonano il loro vero nome (JEW NAME) e vengono battezzati con uno STRONG NAME, nome riferito a soggetti della storia africana, con cui saranno riconoscibili all’interno del cult. Gli adepti vengono, poi, frustati con il kebobo/kobobo (un frustino) da quattro saggi, mentre percorrono in ginocchio un tragitto per verificare la capacità del nuovo affiliato di affrontare con coraggio e fermezza la sofferenza. Infine, vengono portati al cospetto dell’HEAD che dichiara la avvenuta affiliazione. In Italia la BLACK AXE è, per numero di aderenti, la seconda organizzazione cultista nigeriana operante su territorio nazionale. È presente in quasi tutte le regioni, con un’importante “cellula” operativa in Piemonte e in Sicilia, principalmente a Palermo. Numerose sono state le indagini svolte sul territorio nazionale che hanno coinvolto l’organizzazione BLACK AXE, grazie alle quali, talvolta corroborate dalle dichiarazioni di collaboratori e confermate da alcune sentenze, è stato possibile comprendere e ricostruire la struttura, le attività criminali e le modalità organizzativo-comportamentali del cult.
Una importante conferma della pericolosità delle compagini criminali nigeriane si rinviene nella complessa inchiesta della Polizia di Stato di Palermo del 2016, denominata appunto “Black Axe”. L’indagine ha colpito proprio una cellula italiana della struttura criminale BLACK AXE CONFRATERNITY, il cui HEAD ZONE (capo della dimensione nazionale dell’organizzazione) aveva un FORUM (base operativa) a Palermo, nel popolare quartiere di Ballarò, territorio storicamente controllato in maniera capillare da Cosa nostra. Agli imputati, come si legge nel provvedimento cautelare, è stato contestato di aver promosso, diretto e organizzato le relative illecite attività ... e per essersi avvalsi della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e omertà che ne deriva, per commettere delitti contro la vita, l’incolumità individuale, la libertà personale, il patrimonio, per acquisire in modo diretto e indiretto la gestione o, comunque, il controllo di attività economiche ..., per realizzare profitti e vantaggi ingiusti per sé ed altri …, riconoscendone così gli elementi costitutivi propri dell’associazione mafiosa. La relativa sentenza di condanna emessa il 21 maggio 2018 dal GUP del Tribunale di Palermo, ha evidenziato le straordinaria affinità tra il cult in argomento ed il modello mafioso tradizionale di Cosa nostra, condannando gli imputati nigeriani per associazione di tipo mafioso, atteso che alla BLACK AXE si può attribuire “…la ‘qualifica’ di associazione mafiosa poiché la differenza tra la norma di cui all’art. 416 c.p. e la norma di cui all’art. 416 bis sta proprio nel fatto che, nel primo caso, l’associazione deve essere finalizzata alla commissione di delitti, mentre l’associazione di tipo mafioso è caratterizzata, tra l’altro, dalla condizione di assoggettamento ed omertà che ne deriva, in dipendenza della sua capacità di incutere timore e subordinazione psicologica”; ed ancora “…Con una straordinaria affinità rispetto al modello mafioso tradizionale di Cosa nostra ormai tante volte analizzato nel territorio palermitano deve osservarsi che l’associazione in oggetto ha in primo luogo replicato non in piccolo ma addirittura a livello mondiale l’organizzazione di uno Stato anzi di uno Stato confederato, essa è dotata di elaborati statuti di autorità legislative ed esecutive di organi giurisdizionali una sorta di tribunali chiamati a dirimere le controversie al suo interno di proprie Forze dell’Ordine ovvero di guardie cui è demandato il compito di tenere l’ordine e di ristabilirlo eseguendo inesorabilmente le punizioni decise di National Heads ovvero di capi del governo per ciascuna nazione Italia Spagna Francia etc nella quale si trovano le cellule figliate chiamati a riunirsi in una sorta di direttorio chiamato EXCO di un sistema addirittura di elezioni attraverso le quali i vari affiliati possono esprimere la propria preferenze per la progressione in carriera degli altri di un sistema di tassazione interna attraverso il quale si deve contribuire ad una cassa comune che faccia fronte alle spese dell’organizzazione. Si tratta cioè di un vero e proprio ordinamento in sé finito ed autosufficiente del tutto analogo a quello lecito statuale, sì che la BLACK AXE, anche denominata NEW BLACK AXE MOVEMENT può senz’altro definirsi un Anti Stato il cui scopo è affermare il proprio predominio nella comunità etnica di appartenenza e realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”. Nel caso specifico, la capacità di intimidazione di cui si avvale il cult è proporzionale alla fama di violenza acquisita nel Paese di origine, per mezzo della quale è riuscita a condizionare la comunità nigeriana locale. A conferma delle analogie tra i cult nigeriani e le mafie tradizionali, si richiama anche la sentenza n. 24803 emessa dalla Suprema Corte di Cassazione il 5 maggio 2010 in relazione a due procedimenti penali delle Procure della Repubblica di Torino, in cui sono stati coinvolti, nel capoluogo piemontese, il gruppo degli EIYE e quello dei BLACK AXE1464. Nel respingere i ricorsi presentati dagli imputati avverso i capi di imputazione, primo fra tutti quello relativo all’art. 416 bis c.p., i magistrati della Suprema Corte scrivono: “…Ed invero non è contestabile il giudizio in fatto che i due gruppi, oggetto di indagine, BLACK AXE ed EIYE, si caratterizzassero, per la loro struttura e nelle modalità operative, in maniera corrispondente ai requisiti previsti dall’art. 416 bis cp: forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo; condizione di assoggettamento ed omertà che ne consegue; gestione e controllo delle attività economiche; il tutto commettendo delitti finalizzati agli intenti comuni, in particolare diretti a conservare e rafforzare l’imposto predominio socio-territoriale (ambientale) e, con ciò, la vitalità dell’associazione stessa. …Non c’è dubbio poi che il reato di cui all’art. 416 bis cp possa essere commesso anche da partecipi ad associazioni criminali, anche a matrice non locale, diverse da quella storicamente inverata in una regione d’Italia (che ne costituisce solo il prototipo)”.
– MAPHITE
Confraternita fondata nel 1978 nelle Università nigeriane, il termine che la distingue è l’acronimo di MAXIMO ACADEMYC PERFORMANCE HIGHLY INTELECTUAL EMPIRE, governato dal SUPRIME MAPHITE COUNCIL, che ha sede in Nigeria. Ad esso sono sottoposti i cult presenti nei Paesi di proiezione. La confraternita si caratterizza per l’utilizzo, da parte dei suoi appartenenti, di un linguaggio che utilizza una terminologia estranea ad un contesto tipicamente criminale: è una cautela, talvolta utilizzata anche dalle organizzazioni criminali italiane, nel tentativo di rendere incomprensibile le conversazioni nel corso di attività tecniche. Il cult affilia solamente persone di sesso maschile, senza discriminazioni religiose. La sua festa viene celebrata ogni anno, l’11 maggio, giorno in cui si ricordano i defunti caduti “in azione”. Nell’occasione, i MAPHITE sono soliti indossare un cappello di colore verde, mentre il loro simbolo è costituito da due palmi della mano, uniti e rivolti verso l’alto, e una fiamma nel mezzo che arde. Le indagini degli ultimi anni hanno evidenziato la diffusione dei MAPHITE soprattutto in Emilia Romagna e in Piemonte. Negli anni passati, come già illustrato, la DDA di Torino si era ampiamente occupata dai cults nigeriani, pervenendo ad importanti condanne definitive che hanno riguardato la connotazione mafiosa degli EIYE ed i BLACK AXE, in contrasto tra loro per la supremazia all’interno della comunità nigeriana. Tuttavia, “dopo un periodo di calma e di attenta mimetizzazione, si sono riattivati sul territorio alcuni cults dediti al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina soprattutto di donne da destinare all’esercizio della prostituzione”. In tale contesto, è stata in dividuata l’operatività di un nuovo gruppo criminale, proprio quello dei MAPHITE, struttura criminale transnazionale sostenuta da una fortissima omertà interna, dedita alle intimidazioni ed alle minacce degli appartenerti al cult pronti a punire, anche sul territorio africano, le famiglie di chi si dissocia o tradisce l’organizzazione. Contestualmente è stata rilevata anche la presenza di ulteriori soggetti facenti capo al gruppo degli EIYE non ancora interessati dalle inchieste precedenti. Di quanto sopra si trova riscontro nell’inchiesta “Athenaeum”, conclusa, il 13 settembre 2016, dall’Arma dei Carabinieri, coadiuvata dalla Polizia Locale di Torino, con l’esecuzione di una misura restrittiva nei confronti di 44 cittadini nigeriani, componenti di entrambe le citate organizzazioni criminali, attive nella provincia di Torino, a Novara ed Alessandria, ai quali è stata contestata l’appartenenza ad un’associazione di tipo mafioso, oltre ad altri reati quali spaccio di stupefacenti, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e lesioni gravi. Le indagini della magistratura torinese hanno anche individuato le proiezioni internazionali del cult, con presenze in Canada, Regno Unito, Olanda, Germania, Malesia e Ghana. Determinante è stato il contributo fornito da un soggetto nigeriano che ha deciso di collaborare con l’Autorità giudiziaria torinese, svelando regole e relative punizioni in caso di trasgressione, struttura gerarchica, riti di affiliazione, ruoli e cariche interne all’organizzazione. Analogamente agli altri cult, i MAPHITE possono quindi essere considerati a tutti gli effetti un sodalizio mafioso, operante sul territorio nazionale e presente in quasi tutti gli Stati europei. Gli appartenenti al cult si occupano principalmente di traffico e spaccio di sostanze stupefacenti, estorsioni, omicidi, falsificazione di denaro, clonazione di carte di credito armi prostituzione e tratta di esseri umani. Per aderire all’organizzazione si deve pagare una somma in denaro e sottostare a un rito di affiliazione tribale molto cruento, una sorta di prova di resistenza, al termine del quale si viene battezzati con un nuovo nome che identifica il soggetto come appartenente al cult. Anche per i MAPHITE, a volte l’affiliazione è imposta e non costituisce una scelta libera, passa per la selezione di persone che servono all’organizzazione, come i giovani nigeriani appena sbarcati che vengono destinati allo spaccio. Si può entrare nel cult sia in Nigeria che nei vari Stati in cui si risiede e in cui è presente l’organizzazione, ma occorre essere “presentati” da qualcuno che già ne faccia parte e che ne ricopra un ruolo di vertice. L’affiliazione avvenuta in Nigeria conferisce, invece, una maggiore importanza al nuovo membro, il quale, in caso di espatrio, sarà indirizzato agli appartenenti al cult del Paese di arrivo. Una volta entrati a far parte si acquisiscono benefici e privilegi. Si possono commettere reati anche individualmente, ma gli altri appartenenti al cult devono averne comunicazione. In Italia i MAPHITE sono territorialmente suddivisi in quattro famiglie: la FAMIGLIA VATICANA, con sede principale in Emilia Romagna, e “controlla” anche la Toscana e le Marche; la FAMIGLIA LATINO, “competente” sul Piemonte, Liguria e Lombardia; la FAMIGLIA ROMA EMPIRE, attiva nella Capitale e su Lazio, Campania, Abruzzo e Calabria; la FAMIGLIA LIGHT HOUSE OF SICILY, attiva in Sicilia e Sardegna. Per quanto noto, la FAMIGLIA VATICANA è l’unica espressione dei MAPHITE ad essere considerata ufficialmente dal SUPREME MAPHITE COUNCIL per aver versato in Patria la somma necessaria per farsi “riconoscere”. Il cult in parola è anch’esso organizzato in maniera verticistica. A livello nazionale vi è un unico capo, il DON nazionale ed un vice. Ogni famiglia è guidata da un organo decisionale, detto DON IN COUNCIL (D.I.C., Consiglio dei Capi), mentre in ogni regione (ad eccezione per il Piemonte e Lombardia, dove tale organismo sarebbe unico), è presente un COORDINATOR IN COUNCIL (C.I.C., Consiglio dei Coordinatori), braccio operativo del D.I.C. che coordina tutte le attività illecite sulle aree di competenza, svolgendo anche una funzione di intelligence (raccolta informazioni). A livello nazionale è presente il COUNCIL OF PROFESSOR (C.O.P., Consiglio dei Professori), guidato da un CHAIRMAN (“presidente”) e composto da “saggi”, che monitora e supervisiona l’attività dei D.I.C., determinando, all’occorrenza, punizioni per gli affiliati che non si adeguano alle regole del cult. Le attività illecite svolte dalle suddette famiglie sono gestite da apposite Sezioni - con a capo una persona nominata dal DON e sette collaboratori che restano in carica per due anni - distinte per tipologia di attività illecita, così denominate: TYRUS, per gli stupefacenti; JAZIBEL-RHABA, per la prostituzione; MARIO MONTI, per il trasferimento di denaro; OPERATION SANYO-SANYO, per le armi; OPERATION CANALAND, per le estorsioni. I vertici dell’organizzazione riceverebbero un compenso mensile dalla sede centrale in Nigeria, attraverso circuiti bancari legali, nella valuta dello Stato in cui operano.
Il cult è stato costituito nel 1984, presso l’Università di Port Harcourt (Nigeria), da un fuoriuscito dei BUCCANEERS, che creò una nuova confraternita chiamandola SUPREME VIKINGS CONFRATERNITY (conosciuta anche come AROBAGA o ADVENTURERS o, in alternativa, DE NORSEMEN CLUB OF NIGERIA). Una volta approdato in Italia il cult ha ulteriormente abbreviato il suo nome semplificandolo in VIKINGS. Esattamente come accaduto per le altre confraternite, anche quest’ultima era nata con finalità e scopi sociali, ben presto accantonati, caratterizzandosi, rispetto alle altre, per la massiccia presenza di soggetti maschili molto giovani e particolarmente aggressivi. Al pari di altre confraternite anche i VIKINGS sono stati oggetto di contrasto da parte delle Autorità nigeriane, le quali, per cercare di arginare il fenomeno, sono talvolta intervenute durante la celebrazione di alcuni cruenti riti di affiliazione. Nel nostro Paese la presenza dei VIKINGS, in chiara contrapposizione agli EIYE ed ai BLACK AXE, è stata riscontrata solo di recente, in misura più consistente in Piemonte, Marche, Emilia Romagna (a Ferrara e a Reggio Emilia, in particolare), nella provincia di Bari, in Sicilia ed in Sardegna. Taluni contatti con connazionali stanziati in altri Paesi europei sono risultati funzionali all’importazione di stupefacenti anche mediante l’impiego di corrieri reclutati tra giovani nigeriani anche di sesso femminile. Tra le attività illecite d’interesse figurano lo spaccio di sostanze stupefacenti, il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, lo sfruttamento della prostituzione, i cui proventi è verosimile che vengano trasferiti in madrepatria. Proprio la gestione delle attività illecite sul territorio costituisce l’occasione per azioni violente foriere di allarme sociale, come rilevato soprattutto nella città di Torino e Ferrara. Nella scorsa estate, infatti, hanno destato preoccupazione, anche nel profilo mediatico, alcuni episodi di cronaca che hanno visto, a Ferrara, il coinvolgimento di soggetti di nazionalità nigeriana in violenti scontri di strada tra tale contesto, il 3 agosto 2018, i Carabinieri di Ferrara hanno tratto in arresto due pregiudicati nigeriani, armati di spranghe, che dopo aver opposto violenza, tentavano la fuga; mentre il 31 agosto successivo la Squadra Mobile estense ha eseguito il fermo di indiziato di delitto di altri tre pregiudicati nigeriani, appartenenti ai gruppi contrapposti VIKINGS ed AIYE. Non si esclude che l’immediata reazione delle Forze di polizia abbia convinto i contendenti a cercare un punto di equilibrio, funzionale, nell’immediatezza, ad abbassare il livello dello scontro, allontanando l’attenzione mediatica ed investigativa, ed a riattivare l’ordinaria gestione delle attività illecite. Come le altre organizzazioni nigeriane, i VIKINGS sfruttano i flussi migratori utilizzando spesso i centri di accoglienza come luoghi di primo insediamento e, a volte, di vero e proprio arruolamento. Tale assunto ha trovato una recente conferma nell’ambito dell’operazione “Catacata-Norsemen”, coordinata dalla DDA di Catania e confluita in un decreto di fermo di indiziato di delitto, eseguito dalla Polizia di Stato nei confronti di 26 componenti della cellula «Catacata M.P. (Italy Sicily) - De Norsemen Kclub International», attiva a Catania e provincia, con base operativa presso il C.A.R.A. di Mineo (CT). Gli stessi dovranno rispondere, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico illecito di droga, violenza sessuale e violenza sessuale di gruppo. Alcuni degli indagati, resisi irreperibili, sono stati catturati, nei giorni successivi, in Francia ed in Germania. Le indagini hanno fatto luce sulla fitta rete di affiliati alla confraternita dei VIKINGS in diverse strutture di accoglienza nazionali, dove imponevano la propria supremazia, con pratiche violente ed intimidatorie, nei confronti dei connazionali ospitati. Il più delle volte le sopraffazioni venivano effettuate per estorcere l’affiliazione al cult, altre per stabilire le gerarchie e il potere, altre per recuperare il denaro anticipato per sostenere il viaggio dei migranti dalla Libia all’Italia. Il tutto approfittando della vulnerabilità dei connazionali da poco giunti in Italia.
Il cult, strutturato in modo verticistico, basa la sua operatività sul rispetto di rigide regole comportamentali e sull’immancabile osservanza dei riti di affiliazione. Proprio nel corso dell’indagine catanese “Catacata-Norsemen” è stato registrato un rituale caratterizzato da canti tribali inneggianti alla forza della confraternita, durante i quali i nuovi adepti ripetevano continuamente “voglio essere Norseman” e “per scandire la liturgia, simulavano spari di arma da fuoco, sbattendo degli oggetti”. È prevista la figura di un capo e di propri luogotenenti, che hanno il compito di gestire le attività illecite nelle aree di competenza e di reclutare nuovi adepti, anche sottraendoli ai gruppi contrapposti; scendendo nella scala gerarchica, ad altri soggetti sottoposti è demandato lo smercio dello stupefacente ed il controllo del racket dell’accattonaggio (funzionale anche al controllo del territorio). Ancora una volta si evidenzia il ruolo delle maman, cui è affidata la gestione delle ragazze da avviare alla prostituzione. Il cult non disdegna l’apparizione sui social, ove è presente con un profilo facebook dedicato. Durante le feste sono soliti indossare un cappello di colore rosso.
L’analisi proposta nei paragrafi precedenti restituisce l’immagine di una criminalità nigeriana che nonostante la pluralità dei gruppi (cults) che la compongono, si presenta compatta e con una fisionomia del tutto peculiare. Si tratta di cults che nel tempo sono stati in grado non solo di avviare importanti sinergie criminali con le organizzazioni mafiose autoctone, ma di diventare essi stessi associazioni di stampo mafioso perseguibili ai sensi dell’art.416 bis c.p.. E la Corte di Cassazione non ha mancato di sottolineare, in più occasioni, i tratti tipici di quella che giudiziariamente è stata qualificata come “mafia nigeriana”: il vincolo associativo, la forza di intimidazione, il controllo di parti del territorio e la realizzazione di profitti illeciti. Il tutto, sommato ad una componente mistico-religiosa, a codici di comportamento ancestrali e ad un uso indiscriminato della violenza, che in molti casi ha addirittura impressionato gli stessi mafiosi italiani.
In tale ambito, non si potrà prescindere dal riservare la massima attenzione verso gli istituti penitenziari, per evitare che si alimentino percorsi di radicalizzazione. In ogni caso, il potenziamento dell’azione di contrasto non potrà fare a meno della cooperazione internazionale tra gli organismi giudiziari e di polizia, che hanno nella Convenzione di Palermo il principale modello di riferimento per la comunità internazionale. A tal riguardo, la Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo ha attivato e consolidato un canale di collegamento con la Magistratura nigeriana per un costante scambio di informazioni, che certamente sarà foriero di investigazioni giudiziarie più mirate e quindi maggiormente efficaci. Una cooperazione, da sviluppare ulteriormente a cominciare dall’Unione Europea, in cui deve stratificarsi la consapevolezza che, per contrastare efficacemente le proiezioni criminali ed economico-finanziarie delle mafie, occorre comprendere anzitutto l’importanza del crimine transnazionale, da qualsiasi Paese provenga, inteso come una vera e propria “priorità”.