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Timestamp: 2020-02-27 13:50:51+00:00
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Categoria: Legge pinto Pubblicato Lunedì, 22 Aprile 2013 10:33
Il TAR Brescia, con sentenza n. 214 del 9 febbraio 2012, richiamando le sentenze della Corte di Giustizia nei casi Cocchiarella e Gaglione ha deciso che deve essere interpretato restrittivamente l’art. 3, comma 7, della legge n. 89/2001, ove subordina il pagamento degli indennizzi statuiti in sentenza ex "legge Pinto" alla sussistenza di risorse disponibili. Conclusione: l’amministrazione deverealizzare le variazioni di bilancio necessarie a reperire i fondi sufficienti al pagamento degli indennizzi ex "legge Pinto". Si legge, tra l'altro in sentenza: "... l’esecuzione della condanna relativa all’indennizzo fa parte del termine complessivo del processo, e dunque rileva ai fini del rispetto dell'art. 6 par. 1 della Convenzione (v. sentenza Cocchiarella punto 87; sentenza Gaglione punto 32). È ammissibile un periodo di tolleranza tra la data in cui il provvedimento del giudice diventa esecutivo e quella del pagamento, ma non può esservi normalmente un intervallo superiore a 6 mesi (v. sentenza Cocchiarella punto 89; sentenza Gaglione punto 34). In ogni caso la mancanza di risorse finanziarie non può costituire un pretesto per non onorare un debito riconosciuto giudizialmente (v. sentenza Cocchiarella punto 90; sentenza Gaglione punto 35). Pertanto deve essere interpretato restrittivamente, e in definitiva disapplicato, l’art. 3 comma 7 della legge 89/2001, che pone il vincolo delle risorse disponibili: l’amministrazione è in realtà obbligata a operare le necessarie variazioni di bilancio per reperire fondi sufficienti al pagamento degli indennizzi (v. sentenza Cocchiarella punto 101; sentenza Gaglione punto 59)".
SENTENZA DEL TAR LOMBARDIA, BRESCIA, N. 214 DEL 9 FEBBRAIO 2012
sul ricorso numero di registro generale 1381 del 2011, proposto da: ..., in proprio e quale legale rappresentante di ... (in liquidazione), rappresentati e difesi dagli avv.ti ..., con domicilio eletto presso il secondo in Brescia, via ...;
MINISTERO DELL'ECONOMIA E DELLE FINANZE, MINISTERO DELLA GIUSTIZIA, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, con domicilio in Brescia, via S. Caterina 6;
- al decreto della Corte d’Appello di Brescia Sez. II civ. del 7 dicembre 2010, con il quale il Ministero della Giustizia è stato condannato a versare ad ... e a ... la somma di € 5.600 ciascuno (oltre agli interessi legali dalla domanda al saldo e alle spese di giudizio) per superamento della ragionevole durata del processo civile ai sensi dell’art. 2 della legge 24 marzo 2001 n. 89;
Visto l 'art. 114 cpa;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 12 gennaio 2012 il dott. Mauro Pedron;
1. I ricorrenti ... e ..., di cui il primo è legale rappresentante, hanno chiesto il riconoscimento dell’indennizzo previsto dall’art. 2 della legge 24 marzo 2001 n. 89 (legge Pinto) per il superamento della ragionevole durata di un giudizio civile promosso nei confronti di ... e altri (il suddetto giudizio è pendente dal 23 ottobre 1997, data di notifica dell’atto di citazione, e non risulta ancora concluso).
2. La Corte d’Appello di Brescia Sez. II civ. con decreto del 7 dicembre 2010 ha condannato il Ministero della Giustizia a versare ai ricorrenti la somma di € 5.600 ciascuno, oltre agli interessi legali dalla domanda al saldo e alle spese di giudizio (quantificate in € 1.132,46 a cui si aggiungono IVA e CPA). La Corte ha ritenuto eccessiva sia durata del primo grado (2 anni oltre il termine ragionevole) e sia la durata del giudizio (peraltro ancora pendente) davanti alla Cassazione (2 anni e 8 mesi oltre il termine ragionevole).
3. Il decreto della Corte d’Appello è passato in giudicato il 7 giugno 2011 (v. annotazione della cancelleria). Ancora prima che il decreto diventasse irrevocabile i ricorrenti, con nota presentata alla stessa Corte d’Appello il 18 febbraio 2011, hanno chiesto il pagamento attraverso la Tesoreria provinciale della Banca d’Italia. L’amministrazione non ha tuttavia provveduto.
4. Di conseguenza i ricorrenti, con atto notificato il 2 novembre 2011 e depositato il 4 novembre 2011, hanno proposto ricorso per ottemperanza ai sensi dell’art. 114 cpa. In aggiunta al pagamento delle somme stabilite dalla Corte d’Appello i ricorrenti hanno chiesto un risarcimento pari a € 50 per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione del giudicato.
5. Il ricorso per ottemperanza è stato proposto sia nei confronti del Ministero della Giustizia (controparte dei ricorrenti nel giudizio davanti alla Corte d’Appello) sia nei confronti del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
6. L’amministrazione si è costituita in giudizio chiedendo la reiezione delle domande dei ricorrenti.
7. Per quanto riguarda la legittimazione passiva, il coinvolgimento del Ministero dell’Economia e delle Finanze appare corretto. Tale struttura è infatti individuata (v. art. 1 comma 1225 della legge 27 dicembre 2006 n. 296) quale responsabile in forma centralizzata dei pagamenti di cui alla legge Pinto. La contemporanea presenza del Ministero della Giustizia (controparte indicata nel decreto della Corte d’Appello) e del Ministero dell’Economia e delle Finanze (controparte ex lege per gli aspetti finanziari) garantisce la pienezza del contraddittorio (v. TAR Umbria Sez. I 3 ottobre 2011 n. 320).
8. Sulle questioni rilevanti ai fini della pronuncia si possono formulare le seguenti considerazioni:
(a) il decreto ex art. 3 della legge 89/2001 con il quale la Corte d’Appello accerta il mancato rispetto del termine ragionevole di conclusione del processo e dichiara la conseguente violazione dell'art. 6 par. 1 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, fissando contestualmente un’equa riparazione, costituisce un provvedimento giudiziario per il quale è esperibile l’azione di ottemperanza davanti al giudice amministrativo. Pur non avendo la forma di sentenza, il decreto è comunque un provvedimento decisorio (essendo immediatamente esecutivo e impugnabile per Cassazione) ed è idoneo ad assumere efficacia di giudicato (v. CS Sez. IV 23 agosto 2010 n. 5915). Ricade dunque tra i provvedimenti equiparabili alle sentenze del giudice ordinario ex art. 112 comma 2-(c) cpa;
(b) la legge Pinto ha dato esecuzione nell’ordinamento interno alle pronunce della CEDU sul termine ragionevole di conclusione del processo e sulle misure riparatorie necessarie per il caso di ritardo irragionevole. La CEDU, pur riconoscendo che il meccanismo indennitario della legge Pinto è accessibile ed effettivo, ha elaborato alcune linee interpretative che rendono più rigorosa la disciplina, in particolare per l’ipotesi in cui le autorità nazionali rimangano inerti dopo l’emissione dei provvedimenti giudiziari che riconoscono e liquidano l’indennizzo. Tra le varie pronunce è possibile fare riferimento a CEDU Grande Camera 29 marzo 2006 Cocchiarella c. Italia (sentenza Cocchiarella) e a CEDU Sez. II 21 dicembre 2010 Gaglione c. Italia (sentenza Gaglione);
(c) occorre innanzitutto sottolineare che l’esecuzione della condanna relativa all’indennizzo fa parte del termine complessivo del processo, e dunque rileva ai fini del rispetto dell'art. 6 par. 1 della Convenzione (v. sentenza Cocchiarella punto 87; sentenza Gaglione punto 32). È ammissibile un periodo di tolleranza tra la data in cui il provvedimento del giudice diventa esecutivo e quella del pagamento, ma non può esservi normalmente un intervallo superiore a 6 mesi (v. sentenza Cocchiarella punto 89; sentenza Gaglione punto 34). In ogni caso la mancanza di risorse finanziarie non può costituire un pretesto per non onorare un debito riconosciuto giudizialmente (v. sentenza Cocchiarella punto 90; sentenza Gaglione punto 35). Pertanto deve essere interpretato restrittivamente, e in definitiva disapplicato, l’art. 3 comma 7 della legge 89/2001, che pone il vincolo delle risorse disponibili: l’amministrazione è in realtà obbligata a operare le necessarie variazioni di bilancio per reperire fondi sufficienti al pagamento degli indennizzi (v. sentenza Cocchiarella punto 101; sentenza Gaglione punto 59);
(d) nello specifico il termine di tolleranza di 6 mesi è scaduto il 7 giugno 2011, in coincidenza con il passaggio in giudicato del decreto. A partire da tale data non vi sono esimenti di alcun genere;
(e) l’azione di ottemperanza appare fondata anche sotto il profilo del risarcimento del danno da ritardo, sia pure entro limiti più ridotti rispetto a quanto prospettato nel ricorso;
(f) sul piano processuale si osserva che in base all’art. 114 comma 4-(e) cpa esiste la possibilità di unire alla pronuncia sull’ottemperanza una condanna riferita al ritardo nell’esecuzione del giudicato o alle violazioni e inosservanze successive (intese come successive tanto al giudicato quanto alla stessa sentenza che decide il ricorso per ottemperanza);
(g) sul piano sostanziale il risarcimento del danno da ritardo, classificato come una forma di danno morale, è riconosciuto dalla CEDU dopo il decorso del semestre di tolleranza. La quantificazione di tale danno è equitativa, ma i criteri applicati non sono costanti: inizialmente veniva attribuita una somma pari a € 100 per ogni mese di ritardo (v. sentenza Cocchiarella punto 146), in seguito è stata scelta la strada del forfait pari a € 200 indipendentemente dalla durata del ritardo (v. sentenza Gaglione punti 65-66-70, con opinione dissenziente di due giudici);
(h) nel caso in esame si ritiene preferibile il primo orientamento, essendo la seconda soluzione fondata su considerazioni proprie della CEDU (in particolare l’esigenza di non alimentare ricorsi seriali). La proporzionalità del risarcimento rispetto alla durata del ritardo appare il criterio più vicino al canone di equità, ma anche il più utile ai fini dell’ottemperanza, in quanto crea per l’amministrazione un chiaro incentivo al pagamento dell’indennizzo rendendo significativamente oneroso il mantenimento dell’inerzia;
(i) sempre in via equitativa, nel caso in esame appare preferibile disciplinare il risarcimento unicamente come sanzione per l’ipotesi di futuro ulteriore ritardo. Nessun risarcimento sarà quindi dovuto se il pagamento avverrà entro 30 giorni dal deposito della presente sentenza. Verificandosi il superamento di tale termine è invece dovuto a ciascuno dei ricorrenti un risarcimento pari a € 300 per ogni mese (o frazione di mese) fino al saldo;
(j) tenuto conto del tempo già trascorso, è necessario disporre immediatamente la nomina di un ausiliario del giudice con le funzioni di commissario ad acta, che provvederà al pagamento dell’indennizzo, degli interessi legali dalla domanda (29 luglio 2010) al saldo, nonché delle spese di giudizio (quelle stabilite dalla Corte d’Appello di Brescia e quelle liquidate nella presente sentenza). A tali somme sarà aggiunto l’importo eventualmente dovuto per il danno da ritardo, da determinare come stabilito sopra al punto (i);
(k) essendo opportuno che il commissario ad acta abbia una conoscenza diretta della gestione del bilancio del Ministero dell’Economia e delle Finanze, viene individuato e nominato per tale incarico il dirigente dell’Ufficio IX della Direzione Centrale dei Servizi del Tesoro (considerata la competenza in materia di riparazioni pecuniarie, risarcimenti per responsabilità civile, spese di lite). In caso di impedimenti personali l’incarico passa automaticamente al responsabile della medesima Direzione Centrale;
(l) poiché le funzioni di commissario ad acta sono assegnate a un dipendente pubblico già inserito nella struttura competente per i pagamenti della legge Pinto, l’onere per le prestazioni svolte rimane interamente a carico del Ministero dell’Economia e delle Finanze (che conserva, in base al proprio ordinamento interno, il potere di qualificare le suddette prestazioni come normale attività di servizio o di attribuire con proprie risorse un compenso collegato alla durata oraria dell’attività);
(m) il commissario ad acta dovrà adottare e trasmettere i mandati di pagamento a favore dei ricorrenti nel termine di 30 giorni dal deposito della presente sentenza, dandone tempestiva comunicazione al TAR Brescia. Superato tale termine rimane l’obbligo di provvedere senza ritardo e in aggiunta è dovuto il risarcimento indicato sopra al punto (i).
9. In conclusione il ricorso deve essere accolto come stabilito ai punti che precedono. Le spese di giudizio seguono la soccombenza e possono essere liquidate complessivamente in € 1.500 oltre agli oneri di legge. Il contributo unificato deve essere posto a carico dell’amministrazione ai sensi dell’art. 13 comma 6-bis.1 del DPR 30 maggio 2002 n. 115.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia sezione staccata di Brescia (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso e dispone quanto precisato in motivazione.
Condanna l’amministrazione a versare ai ricorrenti, a titolo di spese di giudizio, l’importo complessivo di € 1.500 oltre agli oneri di legge e al contributo unificato.
Così deciso in Brescia nella camera di consiglio del giorno 12 gennaio 2012 con l'intervento dei magistrati: