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Timestamp: 2019-09-23 17:28:43+00:00
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Inquinamento, Dura Sentenza
02/11/2006 Inquinamento, Dura Sentenza (www.lanuovaecologia.it)
Il Tribunale di Vicenza: carcere per il titolare di una ditta che ha versato cromo esavalente in una falda. Riconosciuto avvelenamento ai danni della collettività e risarcimento per cittadini
Un imprenditore, Paolo Zampierin, titolare della fallita Pm Galvanica di Tezze sul Brenta (Vicenza), è stato condannato dal tribunale di Padova per l'inquinamento, avvenuto in anni di attività, di una falda acquifera con il cromo esavalente risultato da scarti di produzione. Si tratta di una sentenza rara nel suo genere - rileva l'avvocato Schiesaro commentando la sentenza - perché viene riconosciuto l'avvelenamento e il valore che l'acqua di falda rappresenta per i cittadini che la utilizzano a scopo alimentare, diventando, di fatto, un avvelenamento ai danni della collettività.. Zampierin è stato condannato dal giudice Paola Cameran, l'accusa era sostenuta dal Pm Renza Cescon, a due anni e sei mesi di carcere, pena coperta da indulto e al risarcimento del danno complessivo in sede civile.
Il giudice ha però stabilito delle provvisionali da 1,5 milioni di euro per il ministero dell'ambiente e di centinaia di migliaia di euro, a seconda delle dimensioni, per i comuni vittime dell'inquinamento, oltre a 50 mila euro per i cittadini che sono stati riconosciuti nel procedimento come parte civile. La Pm Galvanica di Tezze sul Brenta negli anni scorsi era andata fallita, ma non era venuta meno la posizione dell'amministratore delegato che era stato quindi rinviato a giudizio con una serie di ipotesi di reato legati al danno ambientale da inquinamento. Il giudice, nella sentenza le cui motivazioni verrano rese note tra 90 giorni, ha anche rinviato gli atti al Pubblico ministero per ulteriori indagini per l'eventuale accertamento se vi siano coinvolte altre persone "in concorso di reato".
La vicenda, inoltre, potrebbe avere un ulteriore sviluppo perché da qualche tempo si stanno valutando gli effetti sull'inquinamento di cromo esavalente sul territorio, per il quale sono state avviate le prime bonifiche. Non si escludono, infatti, casi di avvelenamento anche alla luce di fenomeni sull'ambiente che hanno portato, alla luce dell'andamento delle falde, oltre che nel territorio del comune di Tezze nella zona di Bassano del Grappa (Vicenza), ad esempio, a far spuntare fiori, a cominciare da una specie di margherita gialla ribatezzta "pratolina mutante", con caratteristiche considerate del tutto innaturali quanto a numero di petali e dimensioni giganti.
L'inquinamento era emerso nel 2002 quando erano stati segnalati livelli abnormi di cromo esavalente nell'acqua di alcuni pozzi serviti dalla falda distanti anche 10-15 chilometri da Tezze. I successivi accertamenti hanno condotto ad ipotizzare che la fonte dell'inquinamento fosse proprio la Pm Galvanica, azienda che operava da decenni. A produzione sospesa, erano iniziati gli accertamenti sul terreno sottostante lo stabilimento, le cui vasche di lavorazione avrebbero avuto delle perdite. L'ipotesi è appunto che il cromo, per la sua alta solubilità, sia finito nella falda, diffondendosi poi in un'area molto più ampia seguendo i percorsi sotterranei dei corsi d'acqua. Il cromo era stato riscontrato in pozzi privati di Fontanive e Cittadella, nel padovano, di cui all'epoca dei fatti era stato interdetto l'uso.
Inquinamento, Pecoraro: «Bene così» (www.lanuovaecologia.it)
Tribunal di Vicenza che condanna un imprnditore a due anni e mezzo di carcedre per aver sversato cromo esavalente in una falda acquifera: «Soddisfatto per il riconoscimento dell'avvelenamento e non semplice inquinamento»
Con la sentenza del tribunale di Padova «viene riconosciuto l'avvelenamento e non semplicemente l'inquinamento». Così il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, commentando con "soddisfazione" la sentenza che ha condannato il titolare della fallita Pm Galvanica di Tezze sul Brenta (Vicenza), per l'inquinamento, avvenuto in anni di attività, di una falda acquifera con il cromo esavalente risultato da scarti di produzione.
«La sentenza – ha rilevato Pecoraro Scanio – contiene due elementi importanti. Primo viene riconosciuto infatti l'avvelenamento e non il semplice inquinamento. Il secondo aspetto riguarda la provvisionale al ministero dell'Ambiente di ben un milione e mezzo di euro. Questo - ha aggiunto il ministro dell'Ambiente - conferma il principio del chi inquina paga in una misura particolarmente onerosa per chi ha provocato il danno».
Il lago nucleare (www.lanuovaecologia.it)
Col profondo azzurro delle sue acque, è senz'altro uno dei più bei laghi degli Urali: ma quel fascino, inquietante, deriva anche da un livello radioattivo superiore a quello registrato nelle zone "calde" attorno alla centrale di Cernobyl. Sulle carte geografiche non ha nome, per gli abitanti del villaggio di Iaksha, che sorge non lontano dalle sue rive, è semplicemente "il lago nucleare". È il prodotto di un progetto degli anni Settanta, ideato dal Comitato centrale e sottoscritto dall'allora leader sovietico Leonid Brezhnev. L'obiettivo era spostare il corso dei fiumi degli Urali verso sud a colpi di bombe atomiche.
Secondo il quotidiano Komsomolskaia Pravda, quel piano - oggetto di una direttiva ancora coperta dal segreto di stato - ha lasciato in eredità non solo la grande discarica radioattiva del lago, ma anche da uno a tre ordigni nucleari inesplosi, dimenticati nella zona. Forse rimasti sepolti in un bosco vicino o sotto la superficie delle acque, dalle quali sporge una specie d'isoletta che ne indicherebbe in qualche modo la presenza. Nessuno, d'altro canto, osa avventurarsi in quelle acque per indagare. Nel "lago nucleare" non c'è vita: neanche la più piccola alga potrebbe sopravvivere con una dose di 1.000 microroentgen l'ora (il limite è 19), che a distanza di trent'anni continua a sprigionarsi. Le sue rive non sono frequentate dagli uccelli e dagli animali del bosco, che hanno imparato a non abbeverarsi nella zona.
Il progetto di Brezhnev prevedeva di creare, a colpi di bombe atomiche, un canale che unisse i fiumi Peciora e Kama per aumentare il flusso verso il Mar Caspio, afflitto da un preoccupante abbassamento del livello dell'acqua. Furono scavati pozzi profondi circa 120 metri per collocare gli ordigni. Il 25 marzo 1971 fu dato il via alle prime esplosioni, ma subito dopo l'esperimento venne interrotto senza spiegazioni. I dieci anni successivi hanno spiegato in parte il perché: la deflagrazione aveva creato un enorme cratere dove si riversarono le acque, accumulando una quantità tale di cobalto e altre sostanze radioattive da rendere la zona inadatta alla sopravvivenza.
Allarme petrolio sul Danubio (www.lanuovaecologia.it)
Forse nata in Serbia, la chiazza di combustibile lunga 60 Km e spessa un centimetro galleggia nel tratto bulgaro. Superati 100 volte i limiti di tossicità dell'acqua. Allerta per la centrale nucleare di Kozlodui
L'enorme chiazza di prodotti petroliferi lunga una sessantina di chilometri e larga circa 300 metri, che da due giorni sta scendendo lungo il tratto romeno-bulgaro del Danubio, originata, sembra, nel tratto serbo, rischia di essere un disastro ecologico senza precedenti. Le autorità competenti, subito dopo avere dato l'allarme, hanno constatato che lo strato galleggiante di “mazut” (combustibile minerale derivante dalla lavorazione dei petroli russi) è di grande densità e di spessore superiore ad un centimetro. Parametri, questi, che rendono assai difficili eventuali interventi di depurazione delle acque. Secondo gli ultimi rapporti delle equipe del ministero bulgaro delle calamità naturalim la macchia si sta gradualmente dividendo in chiazze più piccole e il mazut tende a sedimentarsi sulle rive del Danubio.
Il Servizio di protezione civile bulgaro intanto ha lanciato un avvertimento alla popolazione perché non utilizzi per nessuna ragione le acque del fiume. È stata proibita sia la pesca, sia l'abbeveraggio del bestiame lungo la riva bulgara del Danubio. L'esame dei campioni ha accertato che l'inquinamento dell'acqua supera di cento volte il tetto massimo di concentrazione ammesso. La chiazza di “mazut” sembra non rappresentare per adesso un pericolo per il funzionamento della centrale nucleare di Kozlodui, in Bulgaria, costruita nei pressi del Danubio, che utilizza l'acqua del fiume per il raffreddamento, e non sarà necessario interrompere il funzionamento dei reattori, secondo quanto dichiarato dal direttore di produzione della centrale, Kiril Nikolov. La Protezione civile bulgara ha comunque già preso tutte le misure necessarie per impedire la penetrazione di inquinanti nei canali che portano acqua al sistema di raffreddamento della centrale di Kozlodui. Secondo gli esperti, la presenza di “mazut” potrebbe essere pericolosa a causa della alte temperature che raggiunge l'acqua che circola nelle tubazioni di raffreddamento disposte intorno ai reattori nucleari.
Quella di Kozlodui è l'unica centrale nucleare, di costruzione sovietica, di cui dispone la Bulgaria e da sola genera il 40% dell'elettricità di cui necessita il Paese. Nel 2002 sono stati chiusi i reattori 1 e 2, ritenuti obsoleti. Su richiesta della Commissione Europea, verranno spenti in anticipo, entro la fine di quest'anno, anche i reattori 3 e 4 e continueranno a funzionare soltanto le ultime due piccole unità, 5 e 6. Finora non è stata ancora chiarita la causa e la provenienza dell'inquinamento: circolano soltanto supposizioni. Il Direttore generale della Commissione del Danubio bulgara, capitano Danail
Nedialkov, ha oggi reso noto che nella sede della centrale della Commissione a Budapest è arrivata una dichiarazione ufficiale della Romania nella quale è detto che l'inquinamento non è partito dal territorio rumeno. Secondo Nedialkov probabilmente un nave in avaria nei pressi del porto serbo Prahovo avrebbe provocato la chiazza di mazut. Il sindaco della città di Vidin (situata nella parte più a monte del tratto bulgaro del Danubio, dove per la prima volta la macchia è stata avvistata dalla Guardia di frontiera), Ivan Tsenov, aveva ieri avanzato l'ipotesi che l'inquinamento potesse essere stato provocato da un'avaria nella centrale idroelettrica serba di Zhelesni Vrata.
Fonti serbe invece hanno subito smentito questa ipotesi. Il Ministro dell'Ambiente e delle Acque bulgaro, Gevdet Chakarov, ha chiesto al Ministero degli Esteri di inviare note a tutti Paesi firmatari della Convenzione sul Danubio per chiedere eventuali informazioni circa le fonti e le cause dell'inquinamento. La Bulgaria potrà ricevere un indennizzo a patto che venga stabilito in maniera categorica il colpevole della fuoriuscita del prodotto inquinante.
(Ananas Tsenov)
L'Australia apre all'energia nucleare (www.lanuovaecologia.it)