Source: http://www.larepubblicadellestragi.it/una-repubblica-fondata-sulle-stragi-il-reportage-da-ancona-16-novembre-2018/
Timestamp: 2019-03-25 12:03:55+00:00
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Una Repubblica fondata sulle stragi - Il reportage da Ancona (16 novembre 2018) - La Repubblica delle stragi
di Lorenzo Baldo – “Tanti fili che collegano tra loro tante storie”. E’ così che esordisce Alessandra Antonelli, coordinatrice del gruppo “Agende Rosse – Ancona e Provincia”, alla presentazione del libro “La Repubblica delle stragi” che si è tenuta ieri ad Ancona. Un libro prezioso, quello curato da Salvatore Borsellino, fratello del giudice assassinato assieme alla scorta in via D’Amelio. Che era già stato presentato con successo lo scorso 13 settembre alla Camera dei Deputati grazie alla volontà della presidente della Commissione Giustizia Giulia Sarti. Una mole di informazioni decisamente fondamentali per conoscere e collegare tra loro fatti e circostanze rimbalzano in questo volume scritto a più mani. Al tavolo siedono alcuni degli autori: l’avvocato Fabio Repici, il Presidente del Tribunale di Ancona Giovanni Spinosa, Marco Bertelli del Direttivo del Movimento Agende Rosse, la giornalista Antonella Beccaria e il fratello di Umberto Mormile, Stefano Mormile. “La Repubblica delle stragi – si legge nell’introduzione di Marco Travaglio – affronta anche il thriller dell’ex poliziotto ribattezzato ‘faccia da mostro’, scomparso di recente prima che si riuscisse a capire di più dei molti sospetti che gravavano sul suo capo. Ma la vera ‘faccia da mostro’ è quella del doppio Stato e dei suoi troppi apparati ‘deviati’ (sempre che i deviati non siano quelli fedeli alla Costituzione, alla Legge e al Popolo) che da decenni lavorano sottotraccia, nel doppiofondo delle istituzioni, per trasformare la nostra democrazia in un guscio vuoto”. Ed è proprio facendo luce su questo Giano bifronte che si entra nelle stanze proibite, chiuse a chiave a doppia mandata da uno Stato connivente e colpevole.
Gli autori del libro si chiedono chi fosse quell’uomo, non di Cosa Nostra, ignoto all’ex boss Gaspare Spatuzza, impegnato, insieme ai mafiosi, nella fase di imbottitura di esplosivo della Fiat 126 destinata a provocare l’inferno in via D’Amelio. A fornire una possibile risposta è lo stesso Spatuzza: “… Per come si presume e per come… che possa appartenere alle forze dell’ordine e quindi, a maggior ragione, siccome a me la vita la gestisce lo Stato e le forze dell’ordine, a questo punto avrei più interesse io di vederlo in carcere che altri… Io sono convinto che non sia una persona riconducibile a Cosa nostra perché in nove soggetti, otto soggetti di cui erano lì presenti c’è questa anomalia di cui per me è inspiegabile”.
Da sinistra: Marco Bertelli, Fabio Repici, Antonella Beccaria, Alessandra Antonelli, Giovanni Spinosa e Stefano Mormile
Salvatore Borsellino e le Agende Rosse
Il libro incrocia il percorso del movimento delle Agende Rosse che da anni è impegnato a cercare la verità sulla strage di via D’Amelio. A spiegarlo è lo stesso Marco Bertelli che evidenzia come una parte della storia del gruppo sia proprio racchiusa in queste pagine. L’obiettivo è quello di dare una visione di insieme sui tanti crimini accaduti in Italia dal ‘78 al ‘94.
Raggiunto telefonicamente Salvatore Borsellino sottolinea che questo libro rappresenta “un punto di arrivo e di partenza per una nuova battaglia”. La consapevolezza di Salvatore, maturata negli anni, che la strage di via d’Amelio non sia da attribuire solamente alla mafia, vibra forte nelle parole di quest’uomo consumato da anni di battaglie per la verità. Di contraltare troviamo uno Stato condannato pesantemente nelle sentenze sulla Trattativa e al Borsellino quater. “Non è più una ‘presunta’ trattativa – afferma Salvatore Borsellino –. Oggi c’è una sentenza che conferma che c’è stata e che proprio quella è stata la causa scatenante dell’omicidio di mio fratello e degli agenti di scorta. C’è una strada da percorrere, lunga e irta di ostacoli posti dalle istituzioni, non so se ci sarò fino alla fine, ma so che ci saranno tanti giovani che pretenderanno la verità”. Una verità che è indubbiamente racchiusa nell’agenda rossa sottratta a Paolo Borsellino subito dopo la strage. Nel libro si ipotizza che sia stata fatta sparire “forse perché, se il contenuto di quel prezioso diario un giorno riemergesse, gli italiani potrebbero conoscere le dinamiche criminali che hanno retto lo Stato in questi venticinque anni”. Una tesi più che realistica.
Nelle 300 pagine si evidenzia che non tutto è stato ancora scoperto su quella trattativa tra potere “legale” e poteri criminali. “E così sarà – scrivono gli autori – probabilmente, come ha sostenuto poco dopo la sentenza il principale pubblico ministero di quel processo, Nino Di Matteo, fino a quando non dovesse intervenire una novità clamorosa: «ci vorrebbe ‘un pentito di Stato’, uno delle istituzioni che faccia chiarezza e disegni in modo ancora più completo cosa avvenne negli anni delle stragi»”.
Stefano Mormile © Emanuele Di Stefano
Da Umberto Mormile alla ‘Ndrangheta stragista
Parla di “una pace sancita dalla Trattativa”, Stefano Mormile. Il suo racconto attraversa la storia tragica di suo fratello, Umberto Mormile, l’educatore carcerario ucciso l’11 aprile 1990, in quanto testimone scomodo di quell’ignobile “protocollo farfalla” posto in essere dallo Stato per mano dei Servizi, in combutta con mafia e ‘Ndrangheta.
Quello stesso protocollo probabilmente utilizzato con il condannato in appello per mafia Rosario Pio Cattafi, passato miracolosamente dal 41bis alla piena libertà.
Ed è una storia che si intreccia con la “faccia da mostro” del nostro Stato corresponsabile di stragi e delitti eccellenti quella di cui si parla anche nel processo calabrese “’Ndrangheta stragista”. La spinta “a mettere assieme storie apparentemente diverse il cui filo conduttore ci è stato indicato da qualcuno più esperto” è quella che ha animato Stefano Mormile e sua sorella Nunzia a unire i tanti pezzi scomposti della storia del loro fratello. Una storia di calunnie e depistaggi istituzionali: una costante nei misteri d’Italia.
Giovanni Spinosa © Emanuele Di Stefano
L’Italia della Uno bianca e delle stragi di Stato
“Perché il boss mafioso Pippo Calò organizza la strage del Rapido 904?”. A riprendere la domanda del presidente della Corte di Assise di Firenze è Giovanni Spinosa. Che evidenzia come nella sentenza che condanna all’ergastolo il boss vi sia una risposta illuminante: Perché c’è un progetto politico. “Le stragi sono figlie di un progetto politico”, rimarca Spinosa. Che sottolinea un dato oggettivo: “Il contesto che ha accompagnato lo stragismo fino al 1975 rientra nella strategia della tensione”. Per il magistrato in quel caso si trattava di un “fenomeno internazionale” che vedeva contrapposte le due superpotenze. “Le bombe, dal 1969 fino al 1974, sono mosse dall’ossessione della possibilità della devianza dell’Italia” da una specifica superpotenza “e di una sua adesione allo schieramento opposto”. “Quelle bombe – evidenzia ancora Spinosa – sono il tentativo di fermare l’ascesa delle forze di sinistra e timore che il Pci potesse ribaltare assetti democratici. Un timore infondato”. Il presidente del Tribunale di Ancona spiega inoltre che con la fine della strategia della tensione “non cessano le bombe”. La fase successiva ha una finalità diversa: “Destabilizzazione delle istituzioni dall’interno”. La strategia di Licio Gelli prende sempre più forma. Il racconto di Spinosa lega i depistaggi della strage di Bologna a quelli della banda della Uno bianca, fino a quelli su via D’Amelio. Certo è che nel libro è lo stesso Spinosa a sintetizzarlo in maniera esaustiva: “In realtà, la Uno bianca fu un momento organico nella evoluzione di un coerente cammino eversivo gestito da un consorzio criminale che, nell’aprile 1990, assunse il nome di Falange Armata. E lo fu fino in fondo, quando, nell’ultimo periodo, i fratelli Savi divennero gli attori protagonisti, quasi esclusivi, della Uno bianca. La terza fase della Uno bianca costituisce, infatti, una delle intuizioni più raffinate della ‘Falange Armata’”. A sovrastare quegli anni è proprio l’ombra della famigerata sigla “Falange Armata” le cui rivendicazioni, si scoprirà anni dopo, spesso partivano dalle sedi periferiche del Sismi.
Ed è esattamente quel “progetto generale unitario” (citato nelle rivendicazioni degli attentati) il filo conduttore di uno stragismo targato “Falange Armata”. Per Spinosa è fondamentale collegare la “fase terroristica della Uno bianca”, l’indagine “Sistemi criminali” con il progetto di dividere l’Italia in 3 macro regioni e le stragi del ’93.
La citazione finale riportata dal magistrato riguarda il dispositivo della sentenza di I° grado che condanna i fratelli Savi per gli omicidi della Uno bianca. Spinosa legge testualmente: “Escluso il concorso con persone non identificate”. Per il magistrato il dato è palese: “Se noi assolviamo gli ignoti, significa voler cedere la partita. Con questo libro abbiamo cercato di tracciare una storia d’Italia per dire che in questo Paese ci sono persone che non sono disposte ad assolvere gli ignoti”.
Da Sindona alla strage di Bologna
Il racconto di Antonella Beccaria parte dalla perquisizione della Guardia di Finanza del 17 marzo 1981 alla villa e alla fabbrica di Licio Gelli dove venne rinvenuta la lista della P2. Quegli stessi luoghi che tutt’oggi racchiudono segreti e misteri. Nel libro viene infatti evidenziato che a ridosso della strage di Capaci, tra le auto segnalate ad Arezzo “nei pressi della villa di Gelli”, ne fosse risultata una intestata a “tale Ferrante, residente a Capaci”.
Nella minuziosa e articolata ricostruzione della giornalista emerge prepotentemente la figura di Michele Sindona che “tratta con la mafia, fa pressioni a Roma alla corrente andreottiana e cerca di salvare il suo impero finanziario”. Uno dopo l’altro scorrono come in un film le immagini dei progetti eversivi di quegli anni bui: il golpe separatista della Sicilia, i traffici tra Cosa nostra e poteri occulti, con i vertici dello Stato inseriti nella lista della P2. “La strage di Bologna è il 2° tempo di una partita iniziata col caso Moro – spiega Beccaria –. La strage di Bologna ha avuto un’ulteriore vittima: il movimento sindacale, uno degli obiettivi di Licio Gelli. In questo Paese la progressiva limitazione della libertà è passata sempre attraverso le stragi”. “Qui non c’è un grande vecchio – rimarca con convinzione la giornalista – ci sono bensì una serie di progetti che si sono adattati ai contesti e alle mutazioni politiche con l’obiettivo di stabilizzare il potere passando sul sangue delle vittime”. Dal leghismo di Gianfranco Miglio a quello meridionale il passo è breve, e lo scopo è sempre lo stesso. Attraverso la citazione della sentenza del 2015 per la strage di Piazza della Loggia Antonella Beccaria ricorda come al suo interno vengano biasimate le tante persone delle istituzioni che hanno avuto ruoli nei depistaggi. Depistaggi “che hanno provocato un vulnus alla dignità di questo Stato”. “Abbiamo quindi voluto raccontare come queste ferite, che hanno continuato a ledere la dignità dello Stato, si sono ripetute spesso passando attraverso le stesse strutture e gli stessi nomi”.
Fabio Repici © Imagoeconomica
Un libro figlio di due patologie
Riprendendo il libro di Spinosa “L’Italia della Uno bianca”, l’avvocato Fabio Repici esordisce rimarcando l’importanza di collegare i fatti tra loro per avere una visione completa. “Ciò che emergeva da quel libro era: esistono magistrati liberi capaci di andare contro corrente al servizio della verità e della giustizia”. Il legale di tanti familiari di vittime di mafia racconta che sull’omicidio – rimasto impunito – dell’avvocato Fabrizio Fabrizi, rivendicato dalla Falange Armata il 6 ottobre del 1991, è stata riaperta un’indagine dopo l’uscita del libro “La Repubblica delle stragi”. “Abbiamo portato elementi nuovi grazie alla DDA di Reggio Calabria per individuare i mandanti dell’omicidio Mormile”, sottolinea Repici. Che evidenzia lo stato delle attuali inchieste aperte sul fronte stragi impunite. Dal processo Cavallini per l’eccidio di Bologna, all’indagine della procura generale bolognese sui mandanti del massacro, passando per l’omicidio Agostino-Castelluccio, fino ad arrivare al processo per i tre poliziotti accusati di depistaggio nella strage di via D’Amelio. “Questo libro è figlio di due patologie: un cattivo funzionamento dell’apparato giudiziario e un cattivo funzionamento degli organi informazione”. Per Repici la sentenza che riassume il senso del libro è proprio quella del Borsellino quater. Che sancisce due verità sconvolgenti: la strage del 19 luglio ‘92 è stata commessa da Cosa Nostra assieme a soggetti esterni “plausibilmente da individuare in esponenti degli apparati Stato. C’è stato un depistaggio ed è stato compiuto da appartenenti dello Stato”. Seguendo il ragionamento dell’avv. Repici si arriva a comprendere quella che definisce “una propaganda mistificatoria” imposta all’opinione pubblica per tanti anni e cioè che da una parte c’erano gli assassini e dall’altra i depistatori. “No! Facevano parte dello stesso mondo depistatori e stragisti. Erano la stessa entità. La necessità di depistare era finalizzata a nascondere le responsabilità dei delitti di soggetti che appartenevano al potere legale”. La conclusione è tranciante: “Qui siamo di fronte a dati documentali. Non c’è nessuna congettura da parte degli autori di questo libro. Che si sono adoperati per dare un contributo di verità. Finché la verità su questi delitti non sarà emersa avremo solo una finta democrazia”. “Il tramonto della prima Repubblica” ha portato ad una precisa conseguenza: un sistema criminale che “dopo aver compiuto le stragi si è impadronito del potere”.
Quello stesso sistema criminale che ritroviamo nelle parole del fondatore della Brigate Rosse, Renato Curcio, intervistato dal periodico “Frigidaire” nel ‘94, riportate fedelmente nel libro. “Perché ci sono tante cose in questo paese che vengono taciute e che non potranno essere chiarite per una specie di sortilegio? Come Piazza Fontana, come Calabresi, che sono andate in un certo modo e che per ventura della vita nessuno può dire come sono veramente andate. Sorta di complicità tra noi e i poteri, che impediscono ai poteri e a noi di dire cosa è veramente successo […] in quella parte degli anni Settanta, quella parte di storia che tutti ci lega e tutti ci disunisce”.
Salvatore Borsellino © Imagoeconomica
Per gli autori del libro “la lezione cinica di Tomasi di Lampedusa (“Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”) al volgere della Seconda Repubblica trova l’ennesima attuazione”. “I veri Gattopardi di questo tempo, però, non molto diversi poi da iene e sciacalli, coloro che faranno da traghettatori nell’eterno presente delle strutture del potere, non saranno più gli esponenti del ceto politico. Il potere reale passerà molto di più dalle mani degli uomini degli apparati di Polizia, dei servizi segreti, delle banche, del mondo finanziario, delle compagnie telefoniche, del settore della sicurezza della grande industria privata, del controllo degli appalti pubblici, dell’industria di Stato e, forse, alle volte perfino di esponenti dell’ordine giudiziario”. Il quadro che emerge è sconfortante. “Molti esemplari di questa nuova antropologia (che da consiglieri del principe si sono fatti prìncipi essi stessi e hanno ormai sottoposto i politici al loro comando) passeranno negli anni da un ruolo all’altro, in una sorta di giostra del potere, sempre ottenendo (più correttamente, imponendo) il consenso della politica e il favore di stampa e televisioni. In un sistema istituzionale sempre più simile a una ‘repubblica del ricatto’, del resto, quali strumenti esistono più formidabili dei segreti su stragi, depistaggi e trattative?”.
Lorenzo Baldo – fonte AntimafiaDuemila
Info: larepubblicadellestragi.it
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