Source: https://spacepress.it/2016/06/11/bail-in-una-misura-che-presenta-indiscutibili-caratteri-di-incostituzionalita/
Timestamp: 2020-05-30 17:57:41+00:00
Document Index: 539191

Matched Legal Cases: ['art. 20', 'art. 42', 'art. 17', 'art. 42', 'art. 47', 'art. 44', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 10', 'art. 17', 'art. 1', 'art. 117']

Bail in: una misura che presenta indiscutibili caratteri di incostituzionalità – S P A C E P R E S S
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I PROFILI DI CRITICITA’ DEL BAIL IN: UNA MISURA CHE PRESENTA INDISCUTIBILI CARATTERI DI INCOSTITUZIONALITA’
Fonte e link: http://www.filodiritto.com/articoli/2016/06/i-profili-di-criticit-del-bail-in-una-misura-che-presenta-indiscutibili-caratteri-di-incostituzionalit.html
Infatti, a seguito dell’entrata in vigore della norma di recepimento (D.Lgs 16.11.2015 n°180) della su ricordata direttiva europea, in caso di dissesto della singola banca non si determina il fallimento della stessa, ovvero la sua liquidazione coatta amministrativa così come previsto dalla disciplina codicistica, bensì quella propria del bail in, i cui soggetti individuati e coinvolti nella invero impropria, per quanto in seguito si dirà, operazione disciplinare sono:
in primo luogo gli azionisti;
in secondo luogo i detentori di altri titoli di capitale
poi i titolari di obbligazioni subordinate;
successivamente i creditori chirografari, ossia quelli non assisititi da alcuna causa di prelazione;
infine i conti correnti ed i conti di deposito con somme superiori a centomila euro.
Tale delineata disciplina del salvataggio interno, entrato in vigore il 16.1.2016, appare agli occhi ed al sentire del giurista profondamente ingiusta e contraria a qualsiasi principio di diritto in considerazione dell’obiettiva evidenza che del tutto illecite, in quanto palesemente violative dell’obbligo di non ledere l’altrui sfera giuridica, appaiono le disposizioni che la prevedono, a partire dalla già menzionata direttiva comunitaria BRDD (Bank Recovery and resolution Directive) 2014/59/UE del 15 maggio 2014 per finire alla già ricordata normazione interna di recepimento (D.Lgs 16.11.2015 n°180) emanata dal Governo in attuazione della delega legislativa ex lege 9.7.2015 n°114.
Fra l’altro l’esperienza internazionale, al contrario di quanto non riesca ad immaginare l’ottuso e non duttile intendere teutonico – che per di più, a causa della sua congenita protervia, di recente, ha portato la Germania ad uscire dalla top ten dei paesi più competitivi del mondo, giusta la classifica stilata dalla business school svizzera Imd – ha, a più riprese, dimostrato che, nelle ipotesi di crisi o di fallimento dei mercati, un intervento pubblico tempestivo e coerente costituisce l’unico rimedio alla inutile ed illogica distruzione di ricchezza, atteso che l’operare della mano pubblica non necessariamente determina perdite per lo Stato, ma, al contrario, in forza delle opportune ed intelligenti azioni correttive che essa è geneticamente in condizioni di imprimere, riesce, il più delle volte, a produrre, e non pochi, risultati positivi in termini di guadagni.
A ben vedere, infatti, la normazione in parola e, segnatamente nell’art. 20 del D.Lgs n°180/15, appare indiscutibilmente irragionevole, sproporzionata ed illegittima in considerazione dell’obiettiva e non razionalmente contestabile evidenza che infelicemente la salvezza della banca viene – peraltro senza alcun motivato e dimostrato interesse generale, ma addirittura all’unico dichiarato e non commendevole fine di soccorrere tout court essa banca in sofferenza – posta a carico di alcune figure particolari di creditori, ai quali, sciaguratamente, non viene assicurato e garantito indennizzo di sorta, neppure in prospettiva futura, con conseguente più che palese violazione dell’art. 42 della Costituzione.
A siffatta non contestabile paradigmatica illegittimità se ne aggiunge una seconda, altrettanto macroscopica, rappresentata dall’obiettiva evidenza che l’art. 17 del decreto n°180/15 dispone, altrettanto illegittimamente, la possibilità di ridurre o convertire i diritti soggettivi, in particolare degli obbligazionisti e dei depositanti, non soltanto in caso di dissesto, bensì – e ciò è pretesa di gravità inaudita – anche a fronte di mero rischio di dissesto della banca.
Va ancora rilevato che non si riesce a comprendere, perché mai non sia stato normativamente fatto obbligo all’Autorità di risoluzione di accertare – ancor prima dell’applicazione del regime di bail in – la reale sussistenza della possibilità di procedere al recupero delle sofferenze, attraverso il normale ricorso alle ingiunzioni di pagamento dirette ai debitori inadempienti ed al pignoramento dei loro beni.
E’ ancora di difficile spiegazione, perché mai la normativa in parola non abbia previsto la fisiologica utlizzazione del c.d. sistema delle riserve (frazionaria, obbligatoria, a garanzia dei conti correnti, legale e statutaria), al commendevole scopo di utilizzare, ai fini di salvataggio, quella porzione di depositi che le banche raccolgono ma non impiegano per concedere prestiti.
Ancora, la conseguenza della descritta, infelice operazione legislativa in forza della quale, in caso di dissesto, correntisti, obbligazionisti e depositanti sono esposti alla perdita dei propri diritti, non è situazione giuridica di contenuto inapprezzabile, giacché, fra l’altro, appare del tutto evidente che non soltanto è il dissesto tecnicamente inteso a determinare l’attivazione della misura del bail in – che, peraltro, come si è visto, già di per se viola la garanzia posta a tutela del diritto di proprietà ex art. 42 della Carta – ma, addirittura, il semplice rischio di dissesto che quale fattore indiscutibilmente determinante, altera il consolidato indirizzo di corretta garanzia costituzionale che involve nel suo seno l’insieme dei diritti patrimoniali imputabili a ciascuna sfera soggettiva privata.
Orbene, poiché nella cornice concettuale delineata dalla Carta, rientrano senza dubbio alcuno tanto i diritti di partecipazione societaria (le azioni) che i diritti di credito (obbligazioni subordinate, prestiti e depositi), non appare revocabile in dubbio che l’assurda procedura di bail in viola, altresì, in modo altrettanto palese e marchiano anche l’art. 47 della Carta il cui contenuto programmatico incoraggia e “tutela il risparmio in tutte le sue forme”, viepiù in considerazione del fatto oggettivo che la conversione forzosa della azioni e delle obbligazioni in titoli di minor valore ed il prelievo forzoso dei conti correnti sopra i centomila euro – come si è visto senza contropartita alcuna – di certo, non contribuisce ad incoraggiare né a tutelare il risparmio.
In costanza di regime di bail in, invece, l’Autorità impone la conversione anche contro la volontà dell’intero gruppo creditorio con l’ulteriore aggravante che la determinazione della stessa resta affidata – e ciò è particolarmente grave – interamente ed esclusivamente al giudizio di un esperto (l’autorità di risoluzione) che, comunque, non decide mai nell’interesse dei creditori, ma nell’interesse impropriamente e suppostamente generale a che la banca rimanga operativa al fine di poter meglio essere posizionata sul mercato.
Così dogmaticamente delineato non appare revocabile in dubbio che l’istituto della conversione tratteggiato dalla normazione del bail in non può, in alcun modo, essere inquadrato nel contesto delle procedure concorsuali previste dal nostro ordinamento, viepiù che nel provvedimento di risoluzione previsto dalle norme del salvataggio interno non è ravvisabile la figura del concorso, per l’assoluta, indiscutibiile assenza della c.d. par condicio creditorum, atteso, fra l’altro, che il provvedimento di risoluzione delineato cancella, si ribadisce, in maniera del tutto inelegante e tranchant, i diritti dei soggetti incisi la cui entità quantitativa, in termini numerici, non è mai in ogni caso, possibile determinare a priori, soprattutto con riferimento alle passività da considerare escluse dal bail in, ovviamente eccezion fatta per quelle descritte come obbligatorie e permanenti (depositi protetti, passività garantite, passività detenute dalla banca quale depositario, passività a breve verso altre banche), ovvero derivanti dalla partecipazione a sistemi di pagamento (debiti verso il fisco o verso dipendenti, se privilegiati), ma con espresso riguardo anche alle c.d. esclusioni facoltative afferenti a circostanze eccezionali, in ogni caso soltanto genericamente previste ed espresse dall’art. 44, pgf. 3, della direttiva Bank Recovery and Resolution Directive, c.d. BRRD del 2014.
La normativa del salvataggio interno è, poi, ulteriormente illegittima atteso il suo evidente, aperto contrasto con i principi di proporzionalità, di ragionevolezza e di eguaglianza postulati come indefettibili dall’art. 3 della Carta, in ragione del fatto che essa genera, immotivatamente, una disparità di trattamento tra depositanti, azionisti ed obbligazionisti, atteso che per risanare la banca e, quindi, per pagare qualsiasi altro creditore si utilizzano due particolari categorie di creditori obbligazionisti subordinati e depositanti determinati (oltre i centomila euro).
L’assurdità dell’impianto normativo del bail in e la sua palese confliggenza con il sistema costituzionale italiano avrebbe dovuta essere ben nota al legislatore interno, considerata l’eclatanza del precedente giustiziale fornito dallo ordinamento austriaco, il cui organo di giustizia costituzionale, con la sentenza G.239/14 UA, pubblicata il 3 luglio del 2015 (afferente alla complicata e discussa crisi della Hypo Alpe Adria), – appena sei mesi prima della sciagurata assunzione del D.Lgs n°180/15 da parte dello Stato italiano – ha provveduto a dichiarare come incostituzionale la strutturalmente omologa a quella oggi introdotta in Italia, normativa austriaca di recepimento del bail in, ed evidenziato: la sproporzionata, ingiustificata e non commendevole disparità di trattamento tra le diverse categorie di creditori della banca; la violazione del diritto fondamentale di protezione della proprietà dei beni, che si sarebbe determinata cancellando unilateralmente le garanzie del credito in precenza pattuite; il, fra l’altro, palese, accertato contrasto di essa normativa sul bail in con l’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE.
Infatti la Corte costituzionale (cfr. n°238/2014) ha sempre ed a più riprese sancito che “i principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale ed i diritti inalienabili della persona costituiscono un limite esplicito ed implicito all’ingresso delle norme internazionali generalmente riconosciute alle quali l’ordinamento giuridico italiano si conforma ex art. 10, primo comma della Carta” (cfr. ex multis Corte Cost. n°48/1979 e n°73/2001) ed operano addirittura quali controlimiti all’ingresso delle norme dell’UE (cfr. ex plurimis Corte Cost. n°183/1973, n°170/1984, n°232/89, n°168/1991 e n°284/2007.
Detti principi, infatti rappresentano, indiscutibilmente gli elementi identificativi ed irrinunciabili dell’ordinamento costituzionale che, per ciò stesso, come poco sopra ricordato, sono sottratti anche al processo di revisione costituzionale (cfr. Corte Cost. n°1146/1988).
Va ancora ad abundantiam sottolineato che la normativa del salvataggio interno di cui qui si discute, oltre che costituzionalmente illegittima, per quanto sin qui evidenziato, appare altresì in più che lapalissiano contrasto con l’art. 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE; con l’art. 1 del protocollo addizionale alla CEDU atteso che a mente dell’art. 117, 1° comma della nostra Carta, così come modificato a seguito della riforma costituzionale del 2001, la CEDU ha vincolato il legislatore italiano ad ampliare in maniera esponenziale e significativa il livello di tutela del diritto di proprietà (cfr. in tale senso i decisa della Corte costituzionale n°181/2011 e n°338/2011) assicurando, nella materia ablativa al soggetto inciso, che l’indennizzo riconosciuto dall’ordinamento interno, non vada a sostanziarsi come meramente figurativo, bensì quale ineludibile paradigma di riferimento per il sacrificio imposto e, pertanto ragguagliato al valore venale di mercato.
Infine, ed anche quest’ultima rilevazione non è cosa di poco momento, ulteriore elemento ostativo ad una applicazione nel nostro ordinamento del bail in, va ravvisato nella conclamata necessità di un fondo di garanzia per i depositanti, e nella non risolta presenza di oggettivamente plurime e diversificate – sotto il profilo della permissività e/o della eventuale loro gradualità – legislazioni all’interno dei vari Paesi dell’UE, nonché nell’assenza di un codice identificativo di una disciplina unica anche per ciò che attiene ai profili di regolazione giuspenalistica, delle fattispecie da considerare.
IL NOSTRO COMMENTO: Caro Luciano! Ottimo intervento! Denso di riferimenti legislativi ed utili proposte. Ci auguriamo che queste censure di incostituzionalità possano sollecitare il Governo a fare un passo indietro e ricondurre nel giusto alveo una mostruosità legislativa allucinante che si chiama “Bail in”. Complimenti anche a tutti gli altri relatori partecipanti al Convegno.
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