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Timestamp: 2020-02-18 04:53:43+00:00
Document Index: 154209206

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 17', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 27', 'art. 28', 'art. 29', 'art. 33', 'art. 15', 'art. 15']

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Legge di stabilità: ecco il quadro dei tagli agli enti di ricerca e i provvedimenti per le università
La legge di stabilità, come già scritto nei giorni passati, è un provvedimento complesso e incide sulle singole amministrazioni pubbliche in modo diverso, attraverso diversi articoli e tabelle del provvedimento. Non è quindi facile dipanare per una singola amministrazione o per un settore, il quadro di sintesi delle conseguenze.
Focalizzandosi su enti di ricerca e università, si possono così riassumere i principali provvedimenti:
Il piano di assunzione di 500 professori universitari – art. 15 – prevede lo stanziamento ad hoc di 38 milioni per il 2016 e di 75 milioni per il 2017. Interessante che i criteri di ripartizione di queste risorse e la procedura di selezione (si menzionano commissioni di valutazione) e chiamata (si menziona un eventuale partecipazione dell’Università chiamante agli oneri), nonché il trattamento economico, saranno oggetto di un successivo provvedimento del Governo, in particolare un DPCM. Si precisa che il meccanismo sarà diverso da quello stabilito dalla legge Gelmini (abilitazione e chiamata).
Il piano di assunzione di 1000 ricercatori universitari a tempo determinato di tipo B – art. 17 – vede uno stanziamento di 55 milioni per il 2016 e 60 milioni per il 2017. In questo caso al termine dei tre anni è previsto (dalla legge Gelmini) l’inquadramento come professori associati, qualora i candidati siano in possesso dell’abilitazione scientifica nazionale. In questo caso la ripartizione tra Università verrà fatta con decreto ministeriale, sulla base dei risultati della VQR. Su quanto effettivamente andranno a pesare sui bilanci delle università si rimanda direttamente alla relazione tecnica qui estratta.
Lo svincolo dai vincoli del turnover (per l’anno 2016) dei ricercatori di tipo A (non tenured), a carico dei bilanci delle università.
Passando dalle università agli enti di ricerca, si passa dalle nuove assunzioni ai tagli.
Innanzi tutto va sottolineato come vengono del tutto esclusi dal piano straordinario di reclutamento.
Al contrario, vengono assoggettati, al pari di tutte le altre amministrazioni dello stato con dipendenti in regime privatistico, ad un’inasprimento della limitazione del turn over, dal 60% (che sarebbe poi diventato 80% e poi passato al 100%) al 25%. La relazione tecnica quantifica il risparmio per le casse dello Stato di un tale taglio per gli anni 2016, 2017 e 2018, e la conseguente riduzione del finanziamento. Gli enti di ricerca vengono tagliati di oltre 20 milioni di euro nel triennio. Da sottolineare il titolo beffardo dell’art. 16 in oggetto: “Merito e giovani eccellenze nella Pubblica Amministrazione“. Non è affatto chiaro l’impatto effettivo della deroga (evidentemente introdotta last minute, dal momento che non è contemplata nella relazione tecnica) per i ricercatori e tecnologi.
Minacciosa, anche se è difficile prevedere come verrà utilizzata, la previsione del comma 3 del medesimo art. 16 che prevede una ricognizione – l’ennesima – delle dotazioni organiche, anche per gli enti di ricerca. Una bella coerenza del Legislatore rispetto alla delega concessa al Governo per semplificare e rendere più autonomi gli enti di ricerca stessa (contenuta nella legge cosiddetta Madia sulla pubblica amministrazione). Staremo a vedere.
Continuando sulle dolenti note, l’art. 27 dispone che le risorse per il rinnovo dei contratti pubblici (ovvero gli aumenti degli stipendi dei dipendenti, sostanzialmente per il recupero dell’inflazione, fermi dal 2010) andranno trovate nei bilanci dei singoli enti, senza aumentarne il finanziamento. Una conseguenza del fatto che i bilanci sono fermi (o peggio vengono tagliati) mentre la dinamica dei prezzi e (ora) degli stipendi invece continua.
L’art. 28 riguarda il rafforzamento del ricorso di Consip e del mercato elettronico per tutte le pubbliche amministrazioni, e mette in preventivo una serie di risparmi. A fronte di questa presunta riduzione dei costi per acquisti di bene e servizi, i bilanci delle amministrazioni vengono però immediatamente ridotti in modo proporzionale. La norma si traduce – di fatto – in un taglio lineare ai consumi intermedi delle amministrazioni. Per gli enti MIUR vengono freddamente riassunti dalla seguente tabella:
Tabella invero poco leggibile ma che dice che il taglio al FOE degli enti di ricerca (1.7 miliardi) è di 14 milioni all’anno per il 2016, 2017 e 2018, mentre per il FFO delle università (7 miliardi circa) è in proporzione meno pesante e ammonta a 20 milioni all’anno.
Proseguiamo… il successivo art. 29 stabilisce che le amministrazioni pubbliche (tutte) programmino la propria “spesa informatica” per conseguire un risparmio del 50%.
Infine, l’art. 33 (e le tabelle allegate) dispone una serie di riduzioni di spese e conseguentemente di tagli ai bilanci dei ministeri.
L’allegato 1 stabilisce le autorizzazioni a finanziamenti “a legislazione vigente”, e qui scopriamo un ulteriore taglio, pari a 4 milioni all’anno, al FOE
Per quanto riguarda la riduzione di spesa pari a 200 milioni sulla missione 33 – fondi da ripartire – del MIUR, non fanno riferimento alle missioni relative a università (missione 23) e enti di ricerca (missione 17)
In conclusione, i tagli alla ricerca ci sono, e sono tagli lineari, e saranno di entità tale da mettere in seria difficoltà gli enti di ricerca, molti dei quali presumibilmente non riusciranno a pareggiare i conti, anche considerato lo scandaloso ritardo con cui viene distribuito il 7% del fondo, su base premiale. Certo non un buon viatico per la tanto sbandierata autonomia e rilancio del sistema della ricerca e dell’innovazione. Certo, il Parlamento può ancora mettere rimedio a questa situazione, restiamo in fiduciosa attesa di un’inversione di rotta da parte del Governo.
caliano 11 Novembre 2015 at 13:16
mi permetto di farle qualche piccola osservazione. Mi riferisco alla parte relativa all’assunzione dei 500 professori da parte delle Università. Lei riporta che “Il piano di assunzione di 500 professori universitari – art. 15…. Si precisa che il meccanismo sarà diverso da quello stabilito dalla legge Gelmini (abilitazione e chiamata)”.
E in effetti è vero, senonchè, l’art. 15 della legge di stabilità parla di chiamata di professori per “chiara fama”, che la Legge definisce “chiamate dirette per elevato merito scientifico” e quindi CERTAMENTE il meccanismo è diverso da quello stabilito dalla Gelmini (abilitazione e chiamata), non potrebbe essere il contrario ! e non è una deroga alla legge Gelmini, cosa che traspare dal suo testo.
fausto_proietti 11 Novembre 2015 at 16:52
E cosa sarebbe, se non una deroga alla forma unica di reclutamento istituita dalla legge 240/2010? Aggiungo che mi pare contraddittorio che possano essere chiamati per “chiara fama” studiosi che non sono stati in grado di ottenere l’abilitazione scientifica per le vie ordinarie… Ma si sa che il nostro è un paese straordinario!
flashrandom 15 Novembre 2015 at 01:27
Sono d’accordo, la definizione di “chiara fama” è ridicola.
Lucio Chiappetti 11 Novembre 2015 at 17:57
Paese straordinario che a suo tempo ci aveva datp un “matematico straordinario” http://www.zanichelli.it/ricerca/prodotti/vito-volterra che ha fondato il CNR (ed e’ stato tra i 12 a non giurare fedelta’ al fascismo) e che sappiamo che fine ha fatto
Guido Danieli 11 Novembre 2015 at 21:11
Scusate se ritorno sull’argomento, ma credo sia importante. Premesso che sono un P.O. che l’anno prossimo va in pensione, per cui, teoricamente, non potrebbe fregarmene di meno, voglio puntualizzare qualche cosetta che mi sembra errata:
1. La distribuzione dei posti avverrà in base alla VQR. Bravi! Così le Università del Nord che già stanno meglio, riceveranno altra linfa vitale, mentre quelle del Sud se la prenderanno in saccoccia! Io sono un piemontese venuto al Sud, e mi son reso conto che il sistema, dal 1860 in poi, ha facilitato il Nord in maniera spudorata. Vogliamo smetterla? E’ chiaro che chi ha intorno un’economia più ricca fa anche migliore ricerca, più tasse, magnifici giri attraverso le fondazioni per far sparire ciò che non conviene, etc. A parte che la VQR per come è attualmente concepita (complimenti a chi è riuscito a generare un simile mostro) ad esempio non considera Brevetti e terza missione, in cui io lavoro pesantemente (Cicero pro domo sua? Tra meno di un anno me ne vado, quindi di che Cicero parliamo?)
2. Personalmente ritengo che dopo aver dichiarato grazie alla nostra amatissima Gelmini, che i ricercatori sono dei “minus habens”, sarebbe logico promuovere ad Associati tutti coloro che hanno ricevuto l’abilitazione nazionale essendo già Ricercatori T.I., il che, in scarsità di risorse, permetterebbe anche alle università del Sud a partecipare al “banchetto” dei 500 posti per “chiara fama”. A parte che nella mia università per un errore di battitura era uscita la “chiara fame”!
Al di la delle facezie, sarebbe bello se la nostra Ministra leggesse ROARS, e si rendesse conto che la VQR, così come è ora, al di la dello sciopero cui partecipo, non può essere usata per punire ulteriormente le Università del Sud. E che caspita, fanno i programmi per “aiutare” il Sud, e poi gli tagliano le Università per favorire quelle del Nord? Ma MISE e MIUR non si parlano? O pensano che l’industria e l’occupazione non abbiano nulla a che fare con la cultura?
Grazie e scusate la lunghezza, ma ogni tanto tocca dirle le cose.
caliano 12 Novembre 2015 at 10:03
Vabbè, se la mettete su questo piano, allora è vero, siamo meno del Burundi (con tutto il rispetto di quel paese), le nostre leggi sono quelle “della giungla” e così via. Lo “sfascismo” non ha mai pagato. Il problema è che ci sono delle regole, e se non ci piacciono vuol dire che non siamo con la maggioranza di chi le ha votate, ma bisogna adeguarsi al volere della maggioranza, in un paese democratico (o no ?).
La “chiara fama” non prevede l’Abilitazione (punto), checché ne pensi lei. Cosa vuole che se ne freghi uno scienziato di “chiara fama” delle nostre beghe sulle soglie per l’abilitazione ? se è di chiara fama, le supera certamente ! tutto il resto è politica, e di livello pure basso. Resta il fatto che l’art. della legge di stabilità dice questo e non altro ! o almeno non quello che si vuole interpretare per denigrare.
fausto_proietti 12 Novembre 2015 at 12:59
“tutto il resto è politica, e di livello pure basso”
concordo in pieno, e penso che ne avremo una bella dimostrazione quando questi cosiddetti studiosi di “chiara fama” verranno chiamati.
flashrandom 15 Novembre 2015 at 01:29
Caliano,
se hanno fatto tutto il casino dell’abilitazione, spendendo milioni, che senso ha poi fregarsene altamente e usare il vago “chiara fama”?
Una definizione, in se, ridicola.
mz74 12 Novembre 2015 at 10:11
Grazie per il contributo. Avrei bisogno di un chiarimento: per i contratti RTDa, è quindi previsto lo svincolo dai vincoli del turnover per le posizioni che insistono direttamente sui bilanci degli atenei: si intende che tali posizioni non peseranno in termini di P.O., o che i P.O. impegnati potranno essere recuperati totalmente alla conclusione del contratto? Immagino (e spero) sia la prima ipotesi, ma vorrei avere conferma.
fausto_proietti 12 Novembre 2015 at 13:01
Per quel che capisco, mi pare la seconda.
Angel 12 Novembre 2015 at 22:12
I p.o. degli attuali rtda sono già recuperabili a fine contratto e dal 1 gennaio 2015 lo sono al 100%.