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Timestamp: 2020-07-09 11:13:30+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 276', 'e contrario', 'art. 276', 'art. 274', 'sentenza ', 'art. 274', 'art. 24', 'art. 274', 'art. 274', 'sentenza ', 'art. 276', 'art.276', 'art. 276', 'e contrario', 'art. 276', 'art. 276', 'art. 276', 'art. 1', 'art. 276']

Cassazione I civile del 16 maggio 2014, n.10783 - testo integrale Sentenza
Cassazione I civile del 16 maggio 2014, n.10783
Filiazione · paternita · costituzionale · giudiziale · incostituzionalita · eredi · successioni · costituzione
fonte:http://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=10495
"È pertinente e condivisibile il principio di diritto secondo cui contraddittori necessari, passivamente legittimati in ordine all'azione per la dichiarazione giudiziale di paternita' naturale, sono, aisensi dell'art. 276 c.c., in caso di morte del preteso genitore, esclusivamente i suoi eredi, e non anche gli eredi degli eredi di lui, o altri soggetti,comunque portatori di un interesse contrario all'accoglimento della domanda, aiquali e' invece riconosciuta la sola facolta' di intervenire in giudizio a tutela dei rispettivi interessi (Cass., sez. un., n. 21287/2005)."
"La lettura sistematica dell'art. 276 conferma ulteriormentel'impossibilita' di ampliamento dell'area della legittimazione passivanell'azione in questione, atteso che la facolta' di contraddire, riconosciuta dal capoverso della stessa norma a chiunque abbia interesse all'esito dellalite, inevitabilmente comporta che detti altri soggetti - eredi degli eredi,aventi causa dal presunto genitore titolari di posizioni personali opatrimoniali comunque suscettibili di essere incise dal diverso status reclamato dall'attore - possono bensi' intervenire nel giudizio ex artt. 269 ss.c.c., ma non assumono, appunto, in questo la veste di legittimati passivi'."
1.-Dev'essere esaminata la preliminare eccezione di giudicato, sollevata dal PG inudienza, con riferimento al decreto del Tribunale di Milano del 21 ottobre 2003che, nel giudizio di ammissibilita' dell'azione per la dichiarazione giudizialedi paternita' di cui all'art. 274 c.c., ha affermato la legittimazione passivadel convenuto L.P. , nella qualita' di erede dell'erede del presunto padre.
1.1.-L'eccezione e' infondata.
Questa corte non ignora che, secondo una giurisprudenza risalente (v. Cass. n.5427/1998, n. 5644/1980), la decisione sull'ammissibilita' dell'azione per la dichiarazione giudiziale di paternita' o maternita' precluderebbe il successivo riesame della questione, coperta dal giudicato, della legittimazione del soggettoche ha chiesto o nei cui confronti e' stato chiesto di esercitare l'azione stessa. Tale affermazione si basava sull'implicito presupposto che il giudiziodi ammissibilita' fosse autonomo seppur strettamente collegato a quello dimerito (v. Cass. n. 8037/2003): cio' consentiva di configurare il decreto conclusivo della fase preliminare come un presupposto processuale (e non unacondizione) dell'azione di merito (v. Cass. n. 9505/1997; sez. un., n.1398/1990) e di ritenere che il giudice chiamato a pronunciarsi sull'ammissibilita' dell'azione dovesse esaminare sia le questioni pregiudizialidi rito, sia quelle preliminari di merito tra cui i motivi di improponibilita'della domanda (v. Cass. n. 7644/1995; sez. un., n. 7447/1993).
Taleorientamento, che tra l'altro mal si conciliava con altre decisioni cheescludevano il potere del giudice della fase preliminare di esaminare e decidere le questioni inerenti alla competenza, alle condizioni e allaproponibilita' della domanda (v. Cass. n. 10657/1993, n. 1571/1983, n.1111/1979), non e' piu' attuale.
Sideve premettere che, con sentenza n. 50 del 2006, la Corte costituzionale hadichiarato l'illegittimita' costituzionale dell'art. 274 c.c. per violazionedegli artt. 3, comma 2, 24 e 111, comma 2, Cost., ravvisando l'intrinseca emanifesta irragionevolezza della norma per effetto della quale il giudizio diammissibilita', in essa contemplato, si risolveva in un grave ostacolo all'esercizio dei diritto di azione, garantito dall'art. 24 Cost., e cio' inrelazione ad azioni volte alla tutela di diritti fondamentali, attinenti allostatus ed alla identita' biologica; da tale manifesta irragionevolezzadiscendeva la violazione del precetto sulla ragionevole durata del processo,gravato di un'autonoma fase articolata in piu' gradi di giudizio, prodromica al giudizio di merito e tuttavia priva di qualsiasi funzione; senza dire chel'evoluzione della tecnica consente ormai di pervenire alla decisione di meritoin termini di certezza pressoche' assoluta ed in tempi molto concentrati.
Orbene,come la giurisprudenza di legittimita' ha chiarito proprio a proposito degli effetti della declaratoria di incostituzionalita' dell'art. 274 c.c. (v. Cass.n. 15981/2006), le pronunce di accoglimento del giudice delle leggi -dichiarative di illegittimita' costituzionale eliminano la norma con effetto extunc, con la conseguenza che questa non e' piu' applicabile prescindendo dalla circostanza che la fattispecie sia sorta in epoca anteriore o successiva allapubblicazione della pronuncia, perche' l'illegittimita' costituzionale ha perpresupposto l'invalidita' originaria della legge - sia essa di naturasostanziale, procedimentale o processuale - per contrasto con il precettocostituzionale. Pertanto non e' possibile distinguere tra applicazione diretta, cioe'riferita ad atti formati successivamente alla norma dichiarata illegittima, eapplicazione indiretta, cioe' riferita ad atti formati prima della pubblicazionedella pronuncia d'incostituzionalita', perche' anche in tale ultimo caso il giudice non puo' ritenere legittima un'attivita' svoltasi in conformita' di una norma poi dichiarata incostituzionale. Infatti in materia vige il principio chegli effetti dell'incostituzionalita' non si estendono ai rapporti (e solo aquelli) ormai esauriti in modo definitivo, per avvenuta formazione delgiudicato o per essersi verificato altro evento cui l'ordinamento collega il consolidamento del rapporto medesimo, ovvero per essersi verificate preclusioniprocessuali o decadenze e prescrizioni non direttamente investite, nei loropresupposti normativi, dalla pronuncia d'incostituzionalita' (tra le tante,Cass. n. 9329/2010, n. 113/2004, n. 13839/2002).
Attribuire(oggi) alla decisione del giudice dell'ammissibilita' dell'azione il valore di giudicato sulla legittimazione passiva del convenuto significherebbe dareulteriore applicazione a una norma (l'art. 274 c.c.) incostituzionale,nell'ambito di un rapporto non ancora esaurito, qual e' quello in esame che e' tuttora in discussione in un giudizio introdotto davanti al giudice di meritoche e' l'unico competente, secondo le regole ordinarie, a giudicare dell'azione per la dichiarazione giudiziale di paternita' e di ogni questione pregiudizialeo preliminare che e' ad essa strumentale. Ritenere vincolante per detto giudice(e quindi per questa Corte di legittimita') quella decisione sullalegittimazione passiva si porrebbe anche in contrasto con la natura delgiudizio di ammissibilita' che non costituiva una anticipazione del giudizio dimerito, essendo rivolto alla semplice delibazione della non avventatezza e nonmanifesta infondatezza della domanda e dunque all'accertamento dell'utilita' di un giudizio di merito (v. Cass. n. 13767/2002).
Questa conclusione e', da un lato, coerente con il principio secondo cui l'attitudine al giudicato del decreto di ammissibilita' (in quanto tale opponibile nellasuccessiva fase di merito) non riguarda le statuizioni eccedenti i limiti delladichiarazione di ammissibilita', con la conseguenza che la pronuncia sulla giurisdizione eventualmente contenuta nel decreto di ammissibilita' non haefficacia vincolante per il giudice della fase di merito e non preclude lasuccessiva proposizione di analoga questione (v. Cass. n., sez. un., n.7572/2006); e, dall'altro, non si pone in contrasto con altre decisioni che hanno ritenuto sussistente il giudicato per mancata impugnazione del decreto di inammissibilita' che, concludendo la prima fase, comportava l'esaurimento delrelativo rapporto, con conseguente esclusione dell'operativita' dell'effettoretroattivo della dichiarazione di incostituzionalita' (v. Cass. n. 5051/2007,n. 1573/2009).
2.-Venendo all'esame del motivo proposto dalla ricorrente, la sentenza impugnata e' censurata per violazione e falsa applicazione dell'art. 276 c.c., poiche' non avrebbe riconosciuto la diversita' tra la fattispecie in esame, avente adoggetto la domanda di accertamento giudiziale della paternita' promossa in mancanza sia del presunto padre sia dei suoi eredi, e quella regolata dall'art.276 c.c. e delibata dalle Sezioni Unite (n. 21287/2005), avente ad oggetto ladomanda di accertamento giudiziale di paternita' proposta contro il presuntopadre o (in sua mancanza) contro un suo erede.
2.1.-Il motivo e' infondato. È pertinente e condivisibile il principio di diritto secondo cui contraddittori necessari, passivamente legittimati in ordine all'azione per la dichiarazione giudiziale di paternita' naturale, sono, aisensi dell'art. 276 c.c., in caso di morte del preteso genitore, esclusivamente i suoi eredi, e non anche gli eredi degli eredi di lui, o altri soggetti,comunque portatori di un interesse contrario all'accoglimento della domanda, aiquali e' invece riconosciuta la sola facolta' di intervenire in giudizio a tutela dei rispettivi interessi (Cass., sez. un., n. 21287/2005).
Ladiversita' dedotta dalla ricorrente tra la fattispecie in esame e quellaesaminata nella citata decisione non sussiste, stante l'affermata esclusione della possibilita' di agire in ogni caso contro l'erede dell'erede del pretesopadre. Come ritenuto dalle Sezioni Unite, sono infatti 'insuperabili [...]innanzitutto le indicazioni fornite dal dato testuale dell'art. 276 c.c. (la domanda deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o, in mancanzadi lui, nei confronti dei suoi eredi) nel contesto del quale il verbo deve,riferito all'azione in esame, sottolinea l'obbligatorieta' di indirizzarlaesclusivamente nei confronti dei soggetti all'uopo indicati (con l'implicita impossibilita' di proporla nei confronti di soggetti da questi diversi), el'aggettivo suoi, riferito agli eredi, identifica, senza alcun margine di dubbio, nei soli eredi, diretti ed immediati, del preteso genitore (appunto isuoi eredi) i legittimati passivi all'azione stessa, nel caso di mancanza dilui. La lettura sistematica dell'art. 276 conferma ulteriormentel'impossibilita' di ampliamento dell'area della legittimazione passivanell'azione in questione, atteso che la facolta' di contraddire, riconosciuta dal capoverso della stessa norma a chiunque abbia interesse all'esito dellalite, inevitabilmente comporta che detti altri soggetti - eredi degli eredi,aventi causa dal presunto genitore titolari di posizioni personali opatrimoniali comunque suscettibili di essere incise dal diverso status reclamato dall'attore - possono bensi' intervenire nel giudizio ex artt. 269 ss.c.c., ma non assumono, appunto, in questo la veste di legittimati passivi'.
La suddetta limitazione e' confermata nella nuova versione dell'art. 276, comma 1,c.c., per effetto della sostituzione operata dall'art. 1, comma 5, della legge10 dicembre 2012 n. 219, che ha solo aggiunto la possibilita', nel caso dimancanza di eredi ('In loro mancanza...'), di proporre la domanda'nei confronti di un curatore nominato dal giudice davanti al quale ilgiudizio deve essere promosso'. Tale intervento normativo fornisceulteriore argomento per ritenere infondato il tentativo della ricorrente didimostrare la non conformita' a Costituzione dell'interpretazione fornita dalleSezioni Unite, alla luce delle decisioni della Corte costituzionale (v. n. 80/2009,n. 379/2008) che hanno giudicato inammissibili le proposte questioni dilegittimita' costituzionale dell'art. 276 c.c. (perche' richiedenti una pronunciaadditiva non costituzionalmente obbligata, ma rientrante nella discrezionalita'del legislatore ordinario), laddove la citata disposizione non prevedeva lapossibilita' di nominare un curatore speciale nel caso di azione per ladichiarazione giudiziale di paternita' o maternita' promossa in mancanza delpresunto padre o di un suo erede. In conclusione il ricorso e' rigettato perche'infondato. Le spese del giudizio seguono la soccombenza e si liquidano indispositivo.
LaCorte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alle spese del giudizio,liquidate in Euro 4200,00 di cui Euro 4000,00 per competenze, oltre accessoridi legge.
Incaso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalita' e glialtri dati identificativi.
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