Source: http://www.professionisti.it/enciclopedia/voce/656/Violenza-sessuale
Timestamp: 2017-08-18 14:37:14+00:00
Document Index: 139206582

Matched Legal Cases: ['art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 609', 'sentenza ', 'art. 444', 'art. 609', 'art. 656', 'art. 4', 'art. 609', 'sentenza ', 'art.609', 'art. 609', 'art. 609', 'art. 398']

Violenza sessuale: definizione
Il caso previsto dal primo comma
Secondo l’art. 609 bis comma 1 del codice penale (formalmente rubricato “violenza sessuale”) “chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o a subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni”.
Con l’entrata in vigore della legge n. 66 del 15 febbraio 1996, le vecchie fattispecie di violenza carnale e di atti di libidine violenti (che erano previste dagli abrogati artt. 519-521 c.p.) sono state ridefinite nell’unico concetto di “violenza sessuale” e collocate -per una scelta di principio del legislatore- tra i “delitti contro la libertà personale”.
Secondo una diffusa interpretazione gli atti sessuali presi in considerazione dal codice penale non sarebbero solo quelli che involgono la sfera propriamente genitale, ma anche quelli che riguardano le zone del corpo considerate erogene.
Dal punto di vista dell’elemento soggettivo, il reato è a dolo generico essendo sufficiente la sola coscienza e volontà di costringere la vittima a subire atti sessuali mediante violenza o minaccia: ne deriva che è irrilevante il fine dell’agente.
Il caso previsto dal secondo comma
Peraltro la complessiva disciplina della “violenza sessuale” non si esaurisce nella previsione e conseguente repressione della costrizione all’atto sessuale prevista dall’art. 609 bis comma 1 c.p. perché il reato viene commesso anche tramite due tipi di “induzione” ritenute rilevanti dal legislatore nel secondo comma dell’art. 609bis c.p..
Occorre intendersi sul significato di induzione (che di norma andrebbe intesa come attività di pressione psicologica o più semplicemente, di persuasione) nello specifico ambito dell’art. 609 bis c.p. .
Infatti il delitto (ulteriore e diverso da quello descritto al primo comma) è commesso da chi “induce” taluno a compiere o subire atti sessuali, purchè ciò avvenga attraverso due (e solo due) modalità descritte dalla stessa norma (nel comma 2): 1) l’autore del fatto deve avere abusato delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della vittima; 2) deve essersi sostituito ad altra persona traendo così in inganno la persona offesa.
In tali casi, si noti, il consenso della vittima è viziato da una oggettiva situazione di “minorata difesa” o dall’inganno perpetrato dal soggetto agente.
La pena è assai elevata (da 5 a 10 anni per la fattispecie-base) e, per le vicende di basso profilo delinquenziale (si pensi alla “manomorta”, al bacio, alle palpazioni, a taluni approcci maleducati), sembra palesemente sproporzionata.
Unico elemento d’equilibrio è nell’ultimo comma dell’art. 609bis c.p. ove si prevede che: “nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi” (sicchè il minimo della pena sarà pur sempre di un anno e otto mesi di reclusione).
Per contro, il reato è caratterizzato da una serie di aggravanti specifiche (art. 609ter c.p.): la pena è della reclusione da sei a dodici anni se il fatto descritto nell’art. 609bis c.p. è commesso - nei confronti di persona minore di 14 anni; - nei confronti di persona minore di 16 anni quando l’autore del fatto sia l’ascendente, il genitore (anche adottivo) o il tutore; - all’interno o nelle vicinanze della scuola frequentata dalla persona offesa; - con l’uso di armi, alcool o sostanze stupefacenti; - da persona travisata o che simuli la qualità di pubblico ufficiale; - su persona sottoposta a limitazioni della libertà personale.
La più incisiva delle circostanze aggravanti (per cui la reclusione è da sette a quattordici anni) opera nel caso in cui la vittima non abbia ancora compiuto 10 anni.
La scelta repressiva del legislatore nei confronti di questo tipo di reati è resa particolarmente evidente da due previsioni introdotte nel codice di procedura penale. In primo luogo, l’imputato di violenza sessuale non può ottenere una sentenza di patteggiamento (art. 444 ss. c.p.p.), “qualora la pena superi due anni soli o congiunti a pena pecuniaria” (soluzione impossibile con una pena minima di 5 anni di reclusione per la fattispecie-base).
Inoltre, il condannato per il delitto previsto dall’art. 609bis c.p. è fortemente ostacolato anche nella possibilità di ottenere misure alternative alla detenzione.
Egli infatti non può beneficiare della sospensione dell’esecuzione della condanna (si veda art. 656 co. 9 lett. a che rinvia all’art. 4bis legge ordinamento penitenziario), sospensione comunemente prevista dal codice di procedura penale in tutti i casi in cui la pena detentiva da eseguire non sia superiore a tre anni: quanto sopra significa che il condannato per violenza sessuale dovrà necessariamente subire l’esecuzione (con traduzione, dunque, in carcere) prima di potere formulare istanze per scontare la pena tramite una delle note misure alternative (affidamento in prova e detenzione domiciliare).
La tutela della persona offesa dal reato previsto dall’art. 609bis c.p. e, in generale, dai reati contro la libertà sessuale, è dunque particolarmente intensa. Ciò si riflette anche sul piano della prova, dal momento che la giurisprudenza è costante nell’ammettere che la sentenza di condanna possa essere fondata sulla sola testimonianza della parte offesa: non v’è dubbio che l’estrema durezza del legislatore nei confronti dell’autore (o anche solo del supposto autore) di questo genere di reati non è del tutto compensata dalla presenza di garanzie per l’imputato proprio nel più delicato settore della ricostruzione del fatto e della valutazione della responsabilità.
Il delitto è procedibile su querela da presentarsi entro sei mesi dalla data del fatto. In questa particolare materia, non è neppure ammessa la remissione della querela: infatti, per evitare mercanteggiamenti o pressioni sulla vittima, il legislatore ha stabilito che la querela per le violazioni previste dagli artt. 609bis e 609quater c.p. sia irrevocabile. Si procede d’ufficio se la persona offesa è minorenne, se il reato è connesso ad altro per cui si deve comunque procedere d’ufficio (per esempio, maltrattamenti in famiglia) oppure se il fatto è commesso da pubblico ufficiale. In tali casi il fatto è denunciabile da chiunque ne abbia avuto notizia o dalla stessa vittima, presentandosi in Questura, ad una Stazione dei Carabinieri o alla Procura della Repubblica. Nelle fattispecie procedibili su querela, invece, sarà la vittima a presentare l’atto ovvero, in alternativa, a farne redigere verbale dalla polizia giudiziaria.
Chi ritiene di presentare querela per il reato di violenza sessuale (salvo i casi di procedibilità d’ufficio) non deve necessariamente rivolgersi ad un professionista, essendo sufficiente recarsi in Questura o ad una Stazione dei Carabinieri, dove potrà anche fare redigere un verbale dell’atto e sottoscriverlo. Chi è accusato del reato non potrà che rivolgersi all’avvocato penalista.
Il reato può essere commesso anche con semplice palpazione?
Si. La nozione di atti sessuali è talmente ampia da includere una qualunque attività di molestia fisica su una zona oggettivamente erogena del corpo della vittima sicchè la palpazione rientra pacificamente nella tipologia “atti sessuali”.
Anche il bacio può integrare il reato?
La questione è abbastanza controversa. In linea di principio la giurisprudenza ammette anche il “bacio sulla bocca” (qualora, ovviamente, sia coartato così come richiesto dall’art.609bis c.p.) tra gli atti sessuali, escludendone la rilevanza quando –per il particolare contesto sociale, culturale o familiare in cui si verifica- il fatto sia privo di valenza erotica.
Quali sono le differenze tra la querela comune e quella riferita al delitto di violenza sessuale?
Il termine per la presentazione della querela è normalmente di 3 mesi ma, nel caso della violenza sessuale, il legislatore ha dato più tempo alla vittima che può presentare la querela entro 6 mesi dal fatto. La querela per il reato previsto dall’art. 609bis c.p., inoltre, contrariamente alla disciplina generale, non può essere rimessa tramite accordo tra le parti.
Si procede sempre su querela ?
No. Vi sono situazioni –elencate all’art. 609septies c.p.- in cui la legge ha sottratto alla persona offesa la facoltà di presentare la querela; il più importante caso di procedibilità d’ufficio si ha quando la persona offesa è minorenne.
Oltre alle norme incriminatrici del codice penale, vi sono regole processuali che rafforzano la tutela delle vittime del reato?
Si. In primo luogo la persona offesa può chiedere che il dibattimento si svolga a porte chiuse, senza consentire accesso al pubblico. Inoltre la stessa testimonianza della persona offesa può essere resa con incidente probatorio al di fuori degli ordinari casi previsti dal codice di procedura penale; se si tratta di minorenne l’audizione potrà avvenire con modalità protette (art. 398 co. 5bis c.p.p.). Nel corso della testimonianza non sono ammesse le domande (se non risultano necessarie alla ricostruzione del fatto) sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa. La persona offesa dai reati contro la libertà sessuale ha diritto ad ottenere l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato senza dovere produrre la documentazione fiscale.