Source: http://www.gadit.it/articolo/8621
Timestamp: 2019-10-16 08:15:13+00:00
Document Index: 52737688

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CORTE DI CASSAZIONE- Sentenza 20 giugno 2011, n. 13482 Professioni liberali – Avvocato e procuratore – Spese legali – Parte soccombente – Voci tariffarie – Gadit
1. (…) è condannato alle spese di un giudizio relativo ad un contratto di locazione stipulato dalla sua defunta consorte con (…), con sentenza del Tribunale di Torino – sez. dist. di Susa n. 61/06 del 17-20,10.06, recante tra l’altro condanna alle spese in danno del (…) per €.124,32 per esborsi, € 1.100,60 per diritti ed €. 1.100,00 per onorari, oltre rimborso forfetario, CPA e IVA (sentenza che risulta confermata dalla Corte di Appello di Torino con sentenza 25.2.08 n. 203) .
Ricevuto in data 20.10.06 un "deconto" da parte dei legali del (…) con concessione di un termine di sette giorni per il pagamento spontaneo, il (…) spedisce, in data 26.10.06, un assegno circolare per la minore somma ritenuta effettivamente dovuta, ma il (…) procede a notificare alla controparte, contestualmente, il 9.11.06 il titolo esecutivo ed il relativo precetto per la somma ritenuta ancora dovuta, pari ad € 668,92 (o, secondo altri atti, € 671,34).
2. Avverso tale precetto si oppone il (…), dapprima al giudice di pace di Susa e poi, da questi dichiarata la propria incompetenza, al Tribunale di Torino – sez. dist. di Susa: il quale peraltro rigetta l’opposizione con sentenza n. 122/08 pubbl. il 27.10.08, con cui:
– riconosce doversi remunerare anche tutta l’attività professionale successiva all’emanazione della sentenza, comprese le "spese successive occorrende";
– ritiene irrilevante che le prestazioni siano anteriori o successive all’invio del “deconto", la debenza del quale comunque conferma;
– in dispositivo, oltre a rigettare l’opposizione al precetto, dichiara in separato capo l’opponente tenuto al pagamento delle somme da detto atto recate (quantificate in €. 668,92) e lo condanna alle spese di quel giudizio.
Avverso tale sentenza, che si deduce notificata il 17.11.08 sia pure in forma incompleta per la carenza di una pagina, propone ricorso per cassazione (…) al quale resiste con controricorso.
3. Il ricorrente censura la gravata sentenza mediante: 3.1. un primo motivo (rubricato come "1-2"), di "violazione dell’art. 360 comma 1 n. 3) c.p.c. in relazione agli artt. 91 e 474 c.p.c, anche in relazione al D.M. 8 aprile 2004 n. 127 (regolamento recante determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali in materia civile …) , nonché in relazione agli artt. 1175, 1176 comma 1, 1184 e 1187 cc, in relazione anche all’art. 2963 cc"; motivo concluso con i seguenti tre quesiti: 1) è legittima la pretesa della parte vincitrice di ripetere, nei confronti della parte soccombente, il rimborso di spese di lite non ancora effettuate all’atto del pagamento o comunque non liquidate dal Giudice? 2) Nell’eventualità di adempimento dell’obbligazione di pagamento effettuata a mezzo assegno circolare, inviato tramite lettera raccomandata, in quale termine può dirsi perfezionato l’adempimento? 3) Viola il principio di cui all’art. 1375 cc, secondo cui le obbligazioni devono essere adempiute secondo buona fede, la parte che, in epoca anteriore al termine concesso al debitore per effettuare il pagamento, pone in essere attività, nella specie richiesta di copia della sentenza, richiesta di notifica e cosi via, destinate ad incrementare il quantum dell’obbligazione in onere del debitore?;
3.2 un secondo motivo (rubricato come “3"), di "violazione dell’art. 360 comma 1 n. 3) c.p.c. in relazione agli artt. 91 c.p.c. e al D.M. 8 aprile 2004 n. 127, tabella B I e B II (regolamento recante determinazione degli onorari, dei diritti e delle indennità spettanti agli avvocati per le prestazioni giudiziali in materia civile …)"; motivo concluso con il seguente quesito: è legittima la pretesa della parte vincitrice di ripetere, successivamente alla sentenza definitiva, nei confronti della parte soccombente, il rimborso di spese di lite relative alle seguenti prestazioni professionali: sessione cliente, corrispondenza informativa?;
3.3 un terzo motivo (rubricato come “4"), di "violazione dell’art. 360 comma 1 n. 5) c.p.c. per avere omesso la motivazione circa il seguente punto decisivo della controversia: la ripetibilità o meno nei confronti del soccombente delle prestazioni professionali non ancora eseguite"; motivo che non risulta però concluso con una sintesi ex art. 366-bis, comma secondo, cod. proc. civ.;
3.4. un quarto motivo (rubricato come “5"), di "violazione dell’art. 360 comma 1 n. 3) c.p.c. in relazione agli artt. 615, comma 1, 616 c.p.c. in relazione agli artt. 474 e 481 comma 2 c.p.c."; motivo concluso con il seguente quesito: costituisce duplicazione del titolo esecutivo la sentenza che, nella causa instaurata con atto di citazione in opposizione a precetto, statuisce la condanna dell’opponente al pagamento della somma portata dal precetto, anziché semplicemente confermare, in caso di rigetto dell’ opposizione, l’efficacia del precetto opposto?.
4. L’intimato (…) replica che vanno tenute distinte le attività collegate all’emanazione della sentenza da quelle prodromiche all’inizio dell’esecuzione; deduce avere il suo legale chiesto le copie autentiche solo il 27.10.06, decorso il termine di cortesia concesso per l’adempimento spontaneo, anche in vista di una notificazione da avviare il successivo lunedì 30; sostiene la correttezza della motivazione sull’irrilevanza del compimento delle attività professionali prima o dopo l’invio del "deconto"; contesta la giurisprudenza di merito addotta da controparte e la tesi del perfezionamento del pagamento al momento della spedizione dell’assegno circolare; nega la prospettata mancanza di buona fede; argomenta per la spettanza dei compensi per corrispondenza informativa e sessione col cliente nel vigore della tariffa forense 2004 (che modifica quella del 1994 sul punto della non spettanza dopo le sentenze definitive); adduce la spettanza delle voci per precetto, nonostante la facoltà del precettante di formarlo di persona; contesta ampiamente nel merito il penultimo motivo; sull’ultimo esclude la pratica reiterabilità della condanna, comunque esclusa dal fatto che nella gravata sentenza ci si riferisce al precetto l’opposizione al quale viene rigettata, ma rimettendosi alle valutazioni di questa Corte.
5. I motivi di ricorso vanno esaminati separatamente, per tutti peraltro preliminarmente ricordando che il singolo motivo di cassazione, nel regime dei quesiti di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ. (tuttora applicabile alla fattispecie, nonostante la sua applicazione, in ragione della disciplina transitoria di cui all’art. 58 della legge 18 giugno 2009, n. 69, essendo il provvedimento oggetto del presente ricorso stato pubblicato tra il 2.3.06 ed il 4.7.09), è delimitato dalla concreta formulazione del quesito stesso.
6.1. il primo dei tre quesiti (rubricato come “1-2") in cui esso si articola (è legittima la pretesa della parte vincitrice di ripetere, nei confronti della parte soccombente, il rimborso di spese di lite non ancora effettuate all’atto del pagamento o comunque non liquidate dal Giudice?) è manifestamente incongruente con il thema decidendum e comunque tale da qualificare infondata la censura:
6.1.1. in primo luogo, è in astratto pienamente legittimo pretendere spese e competenze non liquidate dal giudice, rispondendo questo a generali principi in tema di cd. autoliquidazione in sede di precetto, quando esse riguardano attività normalmente connesse alla sua predisposizione o comunque abitualmente comprese nell’intervallo tra la liquidazione contenuta nel titolo e le successive legittime iniziative del creditore per conseguire quanto in suo favore in quest’ultimo statuito; il difetto di specificazione, nel quesito, delle voci che esulerebbero sia dalla previa liquidazione che da tale normale serie causale impedisce poi, in concreto, di valutare lai congruità del motivo e la sua pertinenza alla fattispecie, ovvero la sua idoneità a determinare una diversa soluzione della medesima;
6.1.2. la comunicazione in cui si risolve il "deconto" pare consistere in un atto stragiudiziale volto a favorire lo spontaneo adempimento del debitore, il quale potrà certamente ritenersi in tutto o – come poi è successo nel caso in esame – solo in parte obbligato e determinarsi di conseguenza;
6.1.4. nel caso di specie, se non altro nel quesito il debitore non si duole dell’inserimento nel precetto di spese successive o non liquidate e comunque l’intero suo impianto difensivo contesta la correttezza dell’ inserimento in quello di alcune voci e non già l’effettivo espletamento delle relative attività, sia pure in tempo successivo: circostanza quest’ultima che resta, nonostante il suo carattere invece decisivo, del tutto incontestata;
6.1.5 comunque, bene può il creditore prospettare nel "deconto" – che è certamente cosa diversa dal precetto – anche attività future e meramente eventuali, che si rendessero necessarie in relazione alla condotta del debitore, salvo poi a non esigerle ove, in dipendenza di quest’ultima, si rendessero superflue;
6.1.6. anche nel precetto, d’altro canto, possono ammettersi spese o competenze per attività non ancora espletate, purché normalmente riconducibili allo sviluppo procedimentale, a condizione poi che esse siano effettivamente poste in essere e potendo contestare l’intimato la loro debenza appunto con la prospettazione del loro mancato espletamento;
6.2. anche il secondo dei tre quesiti in cui il primo motivo (rubricato come "1-2") si articola (nell’eventualità di adempimento dell’ obbligazione di pagamento effettuata a mezzo assegno circolare, inviato tramite lettera raccomandata, in quale termine può dirsi perfezionato l’adempimento?) merita risposta tale da qualificare, se non inammissibile per le incongrue modalità di formulazione (meramente esplorative e cioè non tali da individuare una soluzione quale che sia, ponendo un autentico interpello a questa Corte, anziché prospettare la fondatezza di almeno una tesi), infondato il motivo
6.2.1. a parte il caso – che qui non ricorre e neppure viene prospettato – in cui tale modalità di pagamento sia in qualche modo riconducibile alla volontà espressa o presunta (ad esempio, per una reiterata prassi intercorrente tra solvens ed accipiens, ovvero in base ad altri elementi di fatto che consentano di qualificare seria l’offerta) delle parti, nelle obbligazioni pecuniarie, il cui importo sia inferiore ad € 12.500 o per le quali non sia imposta per legge una diversa modalità di pagamento, il debitore ha facoltà di pagare, a sua scelta, in moneta avente corso legale nello Stato (ed al domicilio del creditore) o mediante consegna dì assegno circolare: nel primo caso il creditore non può rifiutare il pagamento, come, invece, può nel secondo solo per giustificato motivo, da valutare secondo le regole della correttezza e della buona fede oggettiva; l’estinzione dell’obbligazione con l’effetto liberatorio per il debitore si verifica nel primo caso con la consegna della moneta e nel secondo quando il creditore acquista concretamente la disponibilità giuridica della somma di denaro, ricadendo sul debitore il rischio dell’inconvertibilità dell’assegno (Cass. Sez. Un., 18 dicembre 2007, n. 26617; sulla prima affermazione, vedi anche Cass. 1 dicembre 2010, n. 24402; sulla seconda, vedi anche Cass. 10 marzo 2008, n. 6291);
6.3. Anche il terzo dei tre quesiti (rubricato come "1-2") in cui il primo motivo si articola (Viola il principio di cui all’art. 1375 cc, secondo cui le obbligazioni devono essere adempiute secondo buona fede, la parte che, in epoca anteriore al termine concesso al debitore per effettuare il pagamento, pone in essere attività, nella specie richiesta di copia della sentenza, richiesta di notifica e cosi via, destinate ad incrementare il quantum dell’obbligazione in onere del debitore?) è formulato in termini tali da comportare l’infondatezza della censura:
6.3.2 più radicalmente, peraltro, dette attività prescindono del tutto dall’adempimento (spontaneo o provocato con l’invito in cui il "deconto" pare consistere) di controparte, in difetto di elementi concreti (quali ad es. una dichiarazione di rinuncia all’impugnazione, che invece nel caso di specie l’animosità tra le parti riferita alla fase precedente alla formazione del titolo giudiziale può bene escludersi) che possano fare legittimamente presumere la totale superfluità di detti adempimenti, che invece normalmente attengono alla fase successiva alla pronuncia di un titolo giudiziale;
7. A non diversa conclusione, sia pure previa adeguata integrazione o correzione della motivazione dell’impugnata sentenza, deve giungersi per il secondo motivo (di cui sopra al punto 4.2, è legittima la pretesa della parte vincitrice di ripetere,- successivamente alla sentenza definitiva, nei confronti della parte soccombente, il rimborso di spese di lite relative alle seguenti prestazioni professionali: sessione cliente, corrispondenza informativa?);
7.2 tale pronuncia è relativa alla tariffa forense precedente quella attualmente in vigore, cioè quella recata dal d.m. 5.10.94, n. 585 (in G.U. n. 247 del 21.10.94), ma dal ricorrente è ritenuta applicabile anche al caso di specie, regolato invece, ratione temporis, dalla successiva tariffa;
7.3 detta pronuncia si basa su diversi ordini di argomentazioni :
7.3.1. un primo, testuale, per il quale nella previgente tariffa non era prevista (e precisamente in conclusione della parte I della tabella B, dopo la voce 45, con la formula "i diritti di cui alle voci 2, 17, 20, 21 e 39 sono dovuti anche dopo ogni sentenza non definitiva, dopo ogni ordinanza collegiale, dopo ogni riassunzione del processo e fissazione di nuova udienza") la sentenza definitiva quale evento dopo il quale spettavano le voci in questione ("… così chiaramente indicando eventi che implicano attività di impulso processuale prima della sentenza che chiude definitivamente il processo. Detta norma di chiusura non menziona la "sentenza definitiva" il che implica che la indicazione delle attività successive alla stessa cui conseguono diritti ed onorari deve intendersi tassativa poiché proprio dalla natura degli eventi processuali in precedenza indicati si evince come, una volta emessa la sentenza definitiva ed escluse alcune attività necessarie e consequenziali (come la registrazione), la fase di cognizione si intende chiusa e i diritti e gli onorari spettanti sono (eventualmente e solo) quelli indicati nella parte 2a della Tabella. Non si scorge, altrimenti, la ragione per cui, accanto alla sentenza non definitiva, l’organo deliberante tariffe, se avesse voluto seguire la ratio condivisa dal Tribunale, non abbia elencato anche la sentenza definitiva …") ;
7.3.2. un secondo, sistematico, per il quale "… esiste … una cesura netta tra il procedimento di cognizione (capo 1) e quello di esecuzione (capo 2) che processualmente ha inizio col pignoramento (art. 491 c.p.c.) e rispetto al quale il precetto è atto estrinseco e meramente preliminare avente, come è noto, natura sostanziale tanto da poter essere sottoscritto anche dalla parte personalmente o da un suo procuratore ad negotia piuttosto che da un difensore tecnico. Ciò spiega ancora la non necessità di una attività difensiva remunerata e preordinata, dopo la sentenza, alla intimazione del precetto. Questa succede alla formazione del titolo esecutivo e le prime attività difensive al riguardo contemplate sono la richiesta del titolo esecutivo e la sua disamina (voci 46 e 47 tab. 2, collocate nel processo di esecuzione) …";
7.4.1. rilevando la mancata riproduzione, nella tariffa vigente al momento della pronuncia della sentenza che costituisce titolo esecutivo e della formulazione del precetto (quella tuttora in vigore, recata dal d.m. 8.4.04 n. 127, in G.U. n. 115, suppl. ord. 18.5.04), della norma di chiusura della tab. B – parte I, con conseguente possibilità di riconoscere le voci senza alcuna limitazione;
8.1. effettivamente è venuta meno, nella parte dispositiva della tab. B – parte II allegata alla tariffa, la specificazione “i diritti di cui alle voci 2, 17, 20, 21 e 39 sono dovuti anche dopo ogni sentenza non definitiva, dopo ogni ordinanza collegiale, dopo ogni riassunzione del processo e fissazione di nuova udienza": il preteso supporto testuale della tesi della non spettanza – che peraltro pure poteva ritenersi assai gracile, in quanto la congiunzione "anche" sembrava più che altro ampliare (con effetti esemplificativi e non tassativi od esclusivi) e non invece restringere l’ambito di operatività della previsione delle voci 20 e 21 (attuali 21 e 22) – più non sussiste;
8.2 il principio generale della tariffa, riferito espressamente agli onorari ma facilmente estensibile anche ai diritti, è espresso nell’art. 5, comma sesto, del testo normativo premesso alla tariffa, a mente del quale "la liquidazione … deve essere fatta in relazione a tutte le prestazioni effettivamente occorse ogni volta che vi sia stata una decisione anche se espressa con ordinanza collegiale o con sentenza non definitiva": ed è evidente che "decisione" è, a maggior ragione, anche la sentenza definitiva;
8.3 non può negarsi che, proprio dopo la sentenza definitiva ed in base a nozioni di comune esperienza, l’avvocato della parte vittoriosa normalmente (ed anzi ove voglia diligentemente e con scrupolo adempiere il suo mandato professionale) consulta il cliente sull’opportunità e meno di porla in esecuzione o di notificarla ai fini dell’attivazione del termine breve per l’impugnazione: sicché non può negarsi che una specifica attività professionale possa essere legittimamente posta in essere proprio nella fase di transizione tra la quella dì cognizione, culminata nella pronuncia del titolo, e quella di esecuzione, che inizierà solo dopo il vano decorso del termine del precetto;
8.7. ancora, per la fase di esecuzione la tariffa stessa prevede, al punto 74 della parte II della tabella B, che "per ogni altra prestazione concernente il processo di esecuzione ed i procedimenti concorsuali, non prevista nel presente paragrafo e per i giudizi a cui diano luogo i processi medesimi, sono dovuti gli onorari e i diritti stabiliti nel paragrafo concernente le corrispondenti prestazioni": cosa che fonda, anche dal punto di vista testuale e ad avviso del collegio, l’astratta ammissibilità delle voci "consultazioni con il cliente" e "corrispondenza informativa" ;
9. Al contrario, il terzo motivo dì ricorso (di cui sopra al punto 4.3: "violazione dell’art. 360 comma 1 n. 5) c.p.c. per avere omesso la motivazione circa il seguente punto decisivo della controversia: la ripetibilità o meno nei confronti del soccombente delle prestazioni professionali non ancora eseguite") è inammissibile per mancata formulazione del momento di sintesi, ai sensi dell’art. 366-bis cpv. cod. proc. civ. :
9.1. il quesito è imposto anche per tale tipologia di motivo (come puntualizza già Cass. 18 luglio 2007, ord. n. 16002, con indirizzo ormai consolidato, a partire da Cass. Sez. Un., 1 ottobre 2007, n. 20603: v. , tra le ultime, Cass. 30 dicembre 2009, ord. n. 27680) dalla norma appena richiamata (come introdotta dall’art. 6 del decreto legislativo 2 febbraio 2006, n. 40, applicabile – in virtù del comma 2 dell’art. 27 del medesimo decreto – ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri provvedimenti pubblicati a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto, cioè dal 2 marzo 2006, senza che possa rilevare la sua abrogazione ad opera dell’art. 47, comma lett. D)della legge 18 giugno 2009, n. 69, in virtù della disciplina transitoria dell’art. 58 della medesima legge);
9.3. per mera completezza può peraltro rilevarsi che, ad ogni buon conto, la gravata sentenza ha espressamente affermato che vi è stata attività successiva anche al "deconto" e non ha comunque statuito che spettano spese o competenze per attività non ancora espletate, dichiarando dovuta la somma di cui al precetto: e comunque si è visto che le voci successive, prospettate come eventuali nel "deconto", sono legittimamente incluse nel precetto in quanto effettivamente e legittimamente – con la sola puntualizzazione della voce per sessioni e corrispondenza, qui ritenuta dovuta in mutamento della pregressa giurisprudenza – intervenute nelle more tra formazione del titolo giudiziale e intimazione del precetto.
10. È infine infondato anche l’ultimo motivo di ricorso (di "violazione dell’art. 360 comma 1 n. 3) c.p.c. in relazione agli artt. 615, comma 1, 616 c.p.c. in relazione agli artt. 474 e 481 comma 2 c.p.c"; motivo concluso con il seguente quesito: costituisce duplicazione del titolo esecutivo la sentenza che, nella causa instaurata con atto di citazione in opposizione a precetto, statuisce la condanna dell’ opponente al pagamento della somma portata dal precetto, anziché semplicemente confermare, in caso di rigetto dell’opposizione, l’efficacia del precetto opposto?) :
10.1. in primo luogo, la sentenza così recita in dispositivo: "respinge in toto le domande proposte dalla parte opponente; conseguentemente dichiara tenuto il sig. (…) al pagamento di Euro 668,92 in favore della parte convenuta in opposizione di cui al precetto indicato in atti";
10.2. la formulazione letterale del titolo esclude quindi un autonomo titolo di condanna, perché "dichiarare tenuto" potrebbe già di per sé non equivalere a "condannare", per l’etimologia stessa delle due espressioni, a meno che la condanna non sì possa ricavare per implicito;
10.3. una tale ricavabilità per implicito va esclusa, attesa la stretta connessione letterale tra il rigetto della opposizione al precetto e la declaratoria dell’obbligo dì pagamento delle somme da quello recate: sicché è solo quest’ultimo obbligo che viene definitivamente riconosciuto – e, con tutta evidenza – una sola volta come sussistente;
Rigetta il ricorso e condanna (…) al pagamento, in favore di (…) delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in € 500,00, di cui € 200,00 per esborsi.