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Timestamp: 2013-12-10 08:29:22+00:00
Document Index: 491860

Matched Legal Cases: ['§ 335', '§ 335', '§ 376', '§ 380', '§ 367', '§ 174', '§ 380', '§ 382', '§ 383']

Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell'ing. Giovanni Milani - Wikisource
Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell'ing. Giovanni Milani
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1841 R Indice:Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell’ing Giovanni Milani.djvu Ferrovie Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell’ing Giovanni Milani Intestazione 8 settembre 2011 100% ferrovie
<dc:title>Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell’ing Giovanni Milani</dc:title> <dc:creator opt:role="aut">Carlo Cattaneo</dc:creator> <dc:date>1841</dc:date> <dc:subject>Ferrovie</dc:subject> <dc:rights>CC BY-SA 3.0</dc:rights> <dc:rights>GFDL</dc:rights> <dc:relation>Indice:Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell’ing Giovanni Milani.djvu</dc:relation> <dc:identifier>//it.wikisource.org/w/index.php?title=Replica_del_dottor_C._Cattaneo_alla_Risposta_dell%27ing._Giovanni_Milani&oldid=1302368</dc:identifier> <dc:revisiondatestamp>20130712210537</dc:revisiondatestamp> //it.wikisource.org/w/index.php?title=Replica_del_dottor_C._Cattaneo_alla_Risposta_dell%27ing._Giovanni_Milani&oldid=1302368 20130712210537
Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell’ing Giovanni Milani Carlo Cattaneo
Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell’ing Giovanni Milani.djvu Il Politecnico Milano 1841 1801 1869
Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta dell’ing Giovanni Milani
[p. 273].
Replica del dottor C. Cattaneo alla Risposta
dell'ingegnere Giovanni Milani.
La libera discussione, ch’erasi aperta su quest’impresa fino da suoi primordj, le aveva tosto sommamente giovato nella vitalissima questione della scelta della linea, rimovendo la proposta irreparabilmente ruinosa di seguire la traccia materiale delle pendenze, lasciare in disparte le città e frapporre tra loro una costosa sopradistanza artificiale. Ma l’interesse privato, che agognava a traviare il corso dell’opera e divorarne i prematuri frutti, non omise artificio alcuno per sottrarla tosto alla soggezione della publica vigilanza. L’effetto si fu che quando, dopo alcuni tentativi fatti indarno, noi cogliemmo, alla fine dello scorso aprile, la propizia congiuntura di rianimare l’abbandonata discussione, l’impresa, dopo aver giaciuto quattro unni nell’aria sepolcrale del secreto, poteva dirsi sull’orlo d’una vergognosa liquidazione. Milano rifiutava sdegnosamente di prendervi parte, perchè temeva di [p. 274]mettere il collo entro il laccio bancario. Venezia guarda con inappetenza l’ottenuta facoltà di dar mano ai lavori; e accoglieva già da un anno indugi e pretesti, per non essere astretta a una serie di rapidi versamenti, troppo sproporzionata alle sue forze. Trieste e Vienna si trovavano involte in gravissimi infortunj, dei quali il malgoverno di quest’opera non era l’ultima delle cagioni; e già un terzo degli azionisti abbandonava questa nostra nave, e i milioni che le aveva confidati.
Ecco dove si erano ridutte le cose, quando noi, nella nostra Rivista facevamo un ardito richiamo ai nostri concittadini; additavamo come nell’impresa si era insinuato il principio del male, ma v’erano i germi d’un immenso commun bene; e accusavamo la funesta loro indolenza. Ma il tempo stringeva; e prima che il publico potesse appurare un giudizio, e venire a qualche risoluzione, scadeva la fine di maggio; si chiudevano con tristi auspicj i registri, e si preparava per la fine di giugno un congresso d’azionisti, al quale la nostra cittadinanza omai non poteva onorevolmente partecipare.
Una fortuita dilazione di quaranta giorni bastò perchè la discussione maturasse l’immancabile suo frutto, e i nostri concittadini rispondessero nobilmente ai nostri rimproveri, mettendo mano alla cosa per la cosa, e salvandola dall’urgente ruina. Non diremo ancora che tutto sia salvo; nè questo un peso a cui bastino le forze d’una sola città; ma intanto abbiamo superato il peggior momento della crisi; quelli che avevano disperato, possono riprender animo e tornare con noi; e le mani stanche e i nomi logori possono sgombrare, e far largo al principio della forza e della vita.
Dopo ciò possiamo giustamente lagnarci di coloro che giudicarono pericoloso quel nostro scritto, e predissero che avrebbe al tutto alienato gli animi dall’impresa. Di coloro poi, che altro non vollero vedervi che il linguaggio della malevolenza privata, non ci degniamo parlare. E per tutto ciò riprendiamo tranquillamente la discussione, lasciando al tempo e al fatto la cura di giustificare, come al solito, le nostre intenzioni.
In quella Rivista avevamo dedicato 28 pagine, ossia fogli di stampa uno e trequarti, all’esame del progetto Milani. La [p. 275]semente non fu sparsa in terra ingrata; tre stamperíe ci hanno già versato fogli quarantuno e mezzo di risposta. Pare che la verità questa volta compaja piuttosto vestita che nuda.
Da ogni parte ci si annunciavano cose grandi, grandi mentite, dovizia di lettere e documenti. Noi ridevamo; dicevamo a tutti che le mentite sarebbero poi state confessioni, e la risposta sarebbe infine una ricevuta.
Nel giorno 28 luglio comparve il formidabile in-quarto; e non neghiamo che quella massa fece un senso di sgomento e d’oppressione ai nostri benévoli; e per poco non conquise anche la nostra fermezza. Prima di leggerne il contesto, l’abbiamo scorso materialmente in cerca di mentite; e vi abbiamo infatti notato più di sessanta volte il verbo mentire, o il nome menzogna, o altri vituperosi equivalenti. Ma in quella operazione ci siamo tosto persuasi, che la voce mentire non ha per il sig. Giovanni Milani quel senso tremendo e sacramentale, che suole avere nella nostra società; essa non è altro che un modo violento di dire: un frémito forse di vergogna: una specie di bestemmia sociale.
Tuttavia si poteva credere ch’egli ne avrebbe almeno fatto uso nei casi più gravi. E siccome dei quaranta e più errori fondamentali che avevamo notati nel suo progetto, i più enormi ci stavano ben presenti al pensiero, così abbiamo cercato tosto le corrispondenti mentite. Per esempio:
Ad imitazione del sig. ingegnere Bruschetti, che ne 1836 prometteva nella Biblioteca Italiana di servire con due sole locomotive i 4 miriámetri della strada di Como, il sig. ingegnere Milani aveva calcolato che quattordici locomotive sarebbero state sufficienti per i 29 miriámetri della strada lombardo-véneta, e sua laterale. Noi non avevamo mancato di dire due volte agli azionisti, che questo errore era stato corretto in alto, e che, per virtù di questa ch’essi chiamano approvazione le 14 locomotive, calcolate dai sig. Milani erano già divenute 60; e s’avviavano a raddoppiarsi per lo meno un’altra volta. Questa nostra asserzione ci pareva un punto degno, che il sig. Milani vi spendesse intorno una delle sue mentite. — Abbiamo cercato il volume da capo a fondo; l’abbiamo fatto frugare anche dagli amici; lo frughino ora i nostri nemici, poiché la mentita non vi si trova. Dunque per questo primo punto [p. 276]la risposta del sig. Milani si risolve in una ricevuta. Ed è già un affare di cinque o sei milioni; perchè ogni ventina di machine costa più d’un milione. Aggiungiamo in proporzione i carri e le vetture.
V’è di più. Al § 335 della Risposta, il sig. Milani, quasi per aggravare il suo torto, espone con dottrinale apparato, che: «la corsa continua d’una locomotiva non deve superare i 60, od al più i 70 mila metri: e che, dopo una corsa simile, convien fermare la machina, visitarla, pulirla, sgombrare il focolajo, vuotare la caldaja, se occorre; insomma BISOGNA CAMBIARLA CON UN’ALTRA». Perlochè sulla nostra strada le locomotive, secondo lui, dovranno, in buona regola, essere mutate ad ogni due sezioni, o ciò che vale lo stesso, percorrere una sezione sola per andata e ritorno. E siccome tutta la linea, compreso il braccio di Treviglio, forma 12 di codeste sue sezioni di circa 25 mila metri ciascuna, e ogni movimento d’andata e ritorno porterebbe il cambio di 12 machine; e supposto che 2 altre si trovassero in riparazione, le 14 machine dell’originale calcolo Milani appena basterebbero ad un solo andirivieni al giorno. E perciò questo numero è da moltiplicarsi cinque, o sei, o più volte, secondo il numero giornaliero delle partenze, e il successivo sviluppo che nel corso di cinquant’anni avrà luogo, e il successivo logoramento delle machine, che dapprincipio sono tutte nuove. E poi rimane ancora di raddoppiare all’incirca la partita nel trasporto dei bestiami e delle merci. Se questa dottrina venne adottate dal Sig. Milani al § 335, egli era tanto più in dovere di darci una mentita sul punto delle 14 machine; e ne lo avremmo quasi pregato, e per la sua gigantesca riputazione, e pe’ suoi famosi viaggi su tutte le strade ferrate d’Europa; poichè dopo l’esperimento della strada di Monza, tutti hanno aperto gli occhi alla nuova luce, e devono dire che il signor ingegnere in capo non ne sapeva nulla.
Avremmo osato sperare anche un’altra mentita. Nella Rivista si era affermato che il signor Milani aveva proposto, per le rotaje, lastre di granito, lunghe tre metri, larghe mezzo metro, e grosse, o ben piuttosto sottili, 9 decimetri; e che riunite le pietre di ambedue le rotaje, si sarebbe potuto farne da Milano a Venezia, (e aggiungi: da [p. 277]Treviglio a Bergamo) un selciato continuo di granito, largo cinque braccia; ma che l’ingegnere aveva valutato ogni lastra al decimo del suo valore.
Nella sua risposta (§ 376 e seguenti) il signor Milani afferma che non si trattava di granito bensì di pietra scempia calcarea di Verona; ma confessa d’aver fallato il moltiplicatore, cioè, per dirlo alla buona, il prezzo della pietra: «Nel moltiplicare il numero dei metri quadrati di lastra scempia calcarea di Verona (§ 380) ho preso per moltiplicatore, NON SO COME, in luogo di lire 6,54 — lire 2,76».
Anche noi non sappiamo come un esperto ingegnere, debba sbagliare quasi del triplo nel valore dei materiali più communi, in un caso di sì enorme importanza come una selciatura larga cinque braccia e lunga 150 miglia. E non sappiamo come non dovesse avvedersene sulla sua sedia curule nell’Officio Tecnico a Verona, dove tutti sanno il prezzo di questa trivialissima merce, e in mezzo a venti ingegneri, che, com’esso narra, avevano facoltà di consiglio e di discussione (§ 367), e non erano niente affatto sotto il giogo di discipline umilianti (§ 174); e poi se ne dovesse accorgere, dopo molti mesi, a Vienna: «Di questo errore mi accorsi io stesso… in Vienna, nel novembre 1838 (§ 380)».
Ma vedete sventura! «Allorchè mi accorsi in Vienna di quell’errore, il progetto era già stato spedito in Italia; e propriamente a Milano» (§ 382). Povero ingegnere in capo! In Italia e propriamente a Milano! Ecco dunque l’ingegnere in capo, che prende la posta, e galoppa dietro al suo sproposito, e alla sua pietra scempia, in Italia e a Milano; e vi giunge. «Anch’io giunsi a Milano: attesi che la Commissione esaminatrice fosse nominata e raccolta; e tosto che seppi che faceva parte di essa... il signor cav. Donegani, gli esposi in una Memoria in iscritto, rimessagli negli ultimi giorni del gennajo 1839, l’errore occorsomi, pregandolo a permettermi d’emendarlo… concludendo anche che non mi scolpava pel fallo fatto, perchè egli era tanto materiale (dite tanto grosso), che si scolpava da sè. Quanto ho chiesto dalla gentilezza del cav. Donegani, mi fu da lui accordato, e così terminò quest’affare (§ 383).
Senonchè quest’affare non è terminato ancora, come qui si vede; e non avrà finito così nemmeno allora, perché [p. 278]il fatto sta che no