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Timestamp: 2020-02-29 08:49:01+00:00
Document Index: 8400263

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 1176', 'art. 2050', 'art. 2043', 'art. 32', 'art. 5', 'art. 2', 'art.50', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 2050']

Bologna, 4 gennaio 2001
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di Massimiliano Jovino
1. Sport e Costituzione. 2. L’ordinamento sportivo. 3. Il Comitato Olimpico Nazionale Italiano. 4. Le federazioni sportive nazionali. 5. Le società e le associazioni sportive. 6. Altri soggetti dell’ordinamento sportivo: atleti, dirigenti, tecnici sportivi ed ufficiali di gara.
Lo sport, inteso come competizione sportiva, tesa ad ottenere un risultato particolare, nel rispetto di regole prestabilite, è attività già conosciuta anche nelle epoche antiche e certamente ha trovato ampio spazio e riconoscimento in epoca classica. E’ comunque fuori di dubbio che gare sportive si tenessero anche prima dell’epoca greca e romana, ma è con l’avvento dei giochi olimpici antichi che si rinvengono ampi reperti documentali di gare e competizioni sportive, così come è noto che proprio in coincidenza dello svolgimento delle olimpiadi dell’antichità fosse invalso l’uso fra gli atleti di sostanze dopanti che migliorassero le prestazioni e soprattutto la capacità individuale di sopportare lo sforzo fisico.
Si può dire, quindi, che lo sport esiste da quando esiste l’uomo1, mutano i contenuti ed i significati che all’attività sportiva vengono assimilati: così in epoca greco-romana è certamente evidenziabile il carattere religioso ed etico che accompagna la prestazione sportiva dell’atleta, mentre in epoca medioevale è ravvisabile il prevalere del carattere agonistico – aggressivo tipico dei tornei e della battute di caccia, mentre in epoca moderna può certamente essere messo in rilevo, tra i tanti, anche l’aspetto ludico dello sport in contrapposizione al professionismo.
A prescindere dal contesto temporale che si intenda esaminare, si possono isolare, all’interno dello sport, alcune peculiarità sempre ricorrenti.
In primo luogo vi sono le regole: non vi può essere sport se non vi sono regole, anche elementari, che dettano i limiti all’interno dei quali si deve svolgere la prestazione.
Così un individuo che corre, senza dover raggiungere una meta precisa, senza un tempo da stabilire, senza un perimetro in cui stare, è un soggetto che non sta svolgendo uno sport, ma sta semplicemente eseguendo attività fisica.
Da tale elemento nasce la prima caratteristica dello sport che è rappresentata dall’agonismo inteso come volontà dell’individuo di affermarsi al di sopra degli avversari, il quale, per esempio cerca di ottenere un tempo migliore dei propri avversari o di giungere primo al traguardo.
Altro elemento caratteristico dello sport è la specialità intesa nel senso di diversità delle forme in cui l’attività sportiva può realizzarsi.
Per quanto il concetto di sport presenti evidenti elementi di “trasversalità”2 dovuti alle discipline che si interessano del fenomeno - si pensi agli aspetti filosofici3, storici, sociologici4 del fenomeno sportivo che per l’appunto interessano le scienze appena richiamate – dovremo cercare di esaminare il fenomeno sportivo sotto un profilo squisitamente giuridico, individuando gli elementi essenziali che interessano il nostro studio.
E’ innegabile che fra i diritti espressamente richiamati dalla Costituzione, non vi sia lo sport, tuttavia nell’ambito di alcuni principi richiamati dalla Carta Fondamentale possono rinvenirsi richiami riferibili all’attività sportiva.
Così lo sport, inteso come attività motoria, è certamente presente nell’ambito dell’articolo 2 Cost., poiché non può essere negato che le attività motorie contribuiscono in maniera rilevante all’affermazione della personalità dell’individuo sia come singolo sia come partecipante a formazioni sociali, proprio come affermato dall’art. 2 Cost.5, nel senso che l’attività sportiva favorisce la crescita e lo sviluppo dell’individuo oltre al suo inserimento all’interno della comunità.6
Il binomio, ormai inscindibile, sport – salute7, richiama necessariamente l’articolo 32 Cost. che al primo comma recita testualmente: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti”.
Tale binomio impone la tutela diretta da parte dello Stato nei confronti dell’attività sportiva, che si estrinseca sotto varie forme che vanno dal diritto al risarcimento del danno da impedimento di svolgimento dell’attività sportiva, quale forma di danno esistenziale8, alla repressione del doping9.
La Costituzione si interessa ancora di sport con riferimento alla legislazione concorrente di stato e regioni, così come stabilito dall’articolo 117 comma 4° Cost..
In particolare secondo quanto previsto in tema di legislazione concorrente lo stato individua i principi generali e fondamentali della materia “ordinamento sportivo” mentre le regioni hanno il compito di regolare nello specifico la materia.10
Altri riferimenti che si possono certamente fare con i principi costituzionali sono all’articolo 13 in tema di libertà del singolo allo svolgimento della pratica sportiva, all’articolo 18 riferibile all’associazionismo sportivo, agli articoli 24 e 113 in tema di diritto di difesa e di giustiziabilità delle situazioni giuridiche soggettive – che costituiscono il fondamento dell’impianto giuridico della giustizia sportiva – e agli articoli 33 con riferimento alla libertà di insegnamento dello sport e 35 relativamente al lavoro sportivo.
Il tema dell’origine dell’ordinamento sportivo rientra nel più ampio tema degli ordinamenti speciali ed è stato oggetto di dibattito da parte degli studiosi di diritto pubblico già a partire dalla fine dell’ottocento sino ai tempi più moderni.
La più antica concezione, di impronta statalistica, era propensa a ritenere che non esistevano altri ordinamenti giuridici ad eccezione dello Stato e dell’ordinamento internazionale, mentre tutti gli altri ordinamenti in realtà non erano altro che semplici complementi direttamente o indirettamente collegati con gli ordinamenti statali ed internazionale; sulla base di tale assunto lo stato ricopriva una vera e propria posizione di supremazia nell’ambito delle fonti del diritto in quanto unico ordinamento esistente; da ciò la logica conseguenza che tutta la normazione di fonte extra-statale, nella quale rientra anche quella sportiva, non poteva avere altra natura se non quella convenzionale.
Tale impostazione tuttavia è stata oggetto da parte degli studiosi più moderni di ampia critica e revisione, che ha portato all’affermazione di una teoria diametralmente opposta a quella originariamente accettata: la teoria della pluralità degli ordinamenti giuridici11.
La nuova impostazione si fonda sull’idea che anche lo sport, quale fenomeno sociale, rappresenti un ordinamento proprio, dotato di proprie regole ed organizzazione, di una propria autorità normativa completamente autonoma rispetto all’ordinamento statale in quanto ordinamento dotato di originarietà.
Ma quando nasce l’ordinamento sportivo?
E’ ormai certo che la nascita dell’ordinamento sportivo può collocarsi alla metà del ottocento, periodo nel quale si assiste al primo processo di autonormazione e disciplina dello sport, inteso come attività volta a migliorare l’attività ludico – sportiva ed il risultato agonistico degli atleti, ed in particolare si può certamente parlare di ordinamento sportivo con il passaggio dall’agonismo occasionale all’agonismo programmatico12,che impone la definizione di regole per lo svolgimento delle competizioni sportive.
Anche la giurisprudenza si riferisce all’ordinamento sportivo come “ordinamento giuridico”13, potendosi concludere che l’ordinamento sportivo è certamente qualificabile come ordinamento giuridico14.
Come tale l’ordinamento sportivo presenta tutte le caratteristiche proprie degli ordinamenti giuridici: plurisoggettività, potere normativo, autonomia organizzativa.
Soggetti, norme ed organizzazione dell’ordinamento sportivo saranno oggetto di esame successivo, per il momento si può affermare che l’ordinamento sportivo è costituito da un’insieme di soggetti, persone fisiche e giuridiche che liberamente decidono di partecipare all’organizzazione sportiva e di sottoporsi al rispetto delle regole che l’ordinamento detta, nell’ambito del settore di appartenenza.
Pertanto, l’ordinamento sportivo è certamente dotato di potere normativo, inteso come il potere che viene riconosciuto, nell’ambito del settore sportivo, ad un organo prestabilito, di emanare regole vincolanti per i soggetti dell’ordinamento, norme che, sebbene limitatamente al settore sportivo, hanno comunque effetto cogente nei confronti dei consociati (si pensi, per esempio, al vincolo di giustizia ed agli effetti negativi nei confronti del tesserato che non lo rispetti), ed è dotato di propria organizzazione, effettivamente operativa, con i suoi organi e la sua struttura stabile, costituita per permettere all’ordinamento di perseguire concretamente gli scopi che si è prefissata.
I soggetti dell’ordinamento sportivo sono gli enti sportivi, gli atleti, i dirigenti, i tecnici
sportivi e gli ufficiali di gara.
Con riferimento ai principali enti sportivi si devono ricordare: il CONI, le Federazioni sportive e le società sportive. Inoltre vi sono anche altri enti sportivi che sono le Discipline sportive e gli enti di promozione sportiva.
Il Comitato Olimpico Nazionale Italiano (CONI) fu costituito nel 1907: a tale data si suole fare riferimento anche per quanto riguarda la nascita dell’ordinamento sportivo italiano.
Il CONI al momento della sua costituzione aveva lo scopo di assicurare e migliorare la partecipazione degli atleti italiani ai giochi olimpici, successivamente venne trasformato in associazione privata per la promozione dello sport.
Con la legge 16 febbraio 1942, n. 426 il CONI fu trasformato in ente pubblico con la finalità di soddisfare l’esigenza della collettività nazionale di sviluppo ed incremento della pratica sportiva. Fra i compiti che lo Stato riconobbe al CONI devono essere ricordati quello di coordinamento e disciplina dell’attività sportiva, di sorveglianza e tutela di tutte le organizzazioni che operavano in ambito sportivo, di conservazione, controllo ed incremento del patrimonio sportivo italiano, ed il potere di imporre a tutti i soggetti del mondo sportivo comportamenti, regole tecniche e disciplinari.
Il decreto legislativo 23 luglio 1999 n. 242, che ha abrogato e sostituito la legge 426/42, ha provveduto al riordino del CONI: oggi il CONI deve curare l’organizzazione ed il potenziamento dello sport nazionale, mediante la preparazione degli atleti e l’approntamento di mezzi idonei per le olimpiadi e per le altre manifestazioni sportive nazionali ed internazionali finalizzate alla preparazione olimpica.
Per quanto concerne la natura giuridica il CONI rientra tra gli enti pubblici autarchici non territoriali (caratterizzati da autarchia, autogoverno, autonomia e autotutela) in quanto ente idoneo ad emanare provvedimenti amministrativi.
Nell’ambito del CONI si inseriscono le singole Federazioni sportive nazionali le quali dettano le regole tecnico-sportive per lo svolgimento delle varie attività sportive, esercitano i poteri disciplinari connessi alla violazione di tali regole, decidono sull’affiliazione delle diverse associazioni sportive.
Il d.lg. 242/1999 stabilisce l’organizzazione interna del CONI, che ha quali propri organi il Consiglio nazionale, la giunta esecutiva, il presidente, il segretario generale il comitato Nazionale per lo sport per tutti ed il collegio dei revisori dei conti.
Il Consiglio nazionale è l’organo di indirizzo politico del CONI; ne fanno parte tutti i residenti delle Federazioni sportive nazionali, il Presidente del CONI, i membri italiani che fanno parte del CIO, i rappresentanti degli atleti e dei tecnici sportivi in rappresentanza delle federazioni sportive nazionali e un membro in rappresentanza dei presidenti degli organi periferici di livello provinciale del CONI.
adotta la statuto e gli atti normativi;
fissa i principi generali ai quali devono uniformarsi gli statuti delle Federazioni sportive nazionali, delle società ed associazioni sportive, degli enti di promozione sportiva, delle associazioni benemerite;
stabilisce per ciascuna Federazione sportiva nazionale i criteri distintivi tra l’attività sportiva professionistica e quella dilettantistica;
fissa i criteri e le modalità per lo svolgimento dei controlli sulle federazioni sportive nazionali e sul controllo da parte di queste sulle società sportive;
formula indirizzi generali sull’attività dell’ente e sui criteri di formazione del bilancio preventivo;
formula pareri su richiesta della giunta.
La giunta esecutiva è composta dal Presidente del CONI, dai membri italiani del CIO e da dieci rappresentanti delle Federazioni sportive nazionali di cui almeno tre eletti tra gli atleti ed i tecnici sportivi, svolge compiti di gestione amministrativa dell’ente in esecuzione delle direttive impartite dal consiglio. Nello svolgimento di tale funzione si possono ricordare:
il potere di controllo sulle federazioni sportive nazionali;
approvazione dei bilanci delle federazioni;
fissazione dei contributi da erogare alle singole federazioni;
proposta di commissariamento delle federazioni sportive in caso di gravi irregolarità nella gestione o di gravi violazioni dell’ordinamento sportivo da parte degli organi federali, o in caso di acclarata impossibilità da parte degli organi di funzionamento;
potere di proposta di statuto dell’ente.
Il Presidente del CONI, nominato con decreto del Ministero per i beni e le attività culturali, rappresenta l’ente nell’ambito dell’organizzazione internazionale, con importanti compiti di amministrazione.
Il segretario generale in qualità di direttore generale sovrintende ai diversi uffici del CONI e ne coordina le attività collaborando con il presidente nell’attuazione delle delibere della giunta esecutiva e del consiglio nazionale.
Il Comitato Nazionale per lo Sport per Tutti svolge l’importante funzione di diffusione della pratica sportiva e di supporto alle iniziative di promozione e propaganda a livello nazionale dell’attività sportiva, mediante la collaborazione con i soggetti competenti in materia come per esempio le istituzioni scolastiche ed universitarie.
Infine il collegio dei revisori contabili ha il compito di controllare la gestione finanziaria dell’ente, verificando la regolare tenuta dei libri e delle scritture contabili e vigilando sul rispetto delle leggi e dei regolamenti da parte dell’ente.
La posizione di supremazia che l’ordinamento riconosce al CONI fa si che l’ente in esame si pone in posizione di supremazia nell’ambito dell’ordinamento sportivo; tale supremazia si esplica essenzialmente nel potere normativo riconosciuto al CONI con riferimento all’introduzione di direttive e principi cui le Federazioni sportive nazionali devono uniformarsi nell’ambito dell’esercizio dei propri poteri, nella definizione dei limiti che intercorrono tra l’attività sportiva agonistica e quella dilettantistica, e di controllo vero e proprio sulle Federazioni stesse attraverso il potere di approvazione degli statuti e dei regolamenti delle stesse.
Le Federazioni sportive nazionali sono organi del CONI “…relativamente all’esercizio delle attività sportive ricadenti nell’ambito delle rispettive competenze” (art. 2 d.p.r. 157/86).
Ciò significa che ciascuna federazione sportiva è delegata dal CONI con riferimento alla disciplina delle singole specialità. In forza della delega la federazione sportiva detta le regole, attua i poteri disciplinari, gestisce l’attività amministrativa degli impianti sportivi.
Le federazioni nazionali sportive svolgono anche la fondamentale funzione di riconoscimento delle società sportive, che si attua mediante l’atto di affiliazione delle stesse alla federazione. Mediante l’affiliazione le società sportive ricevono la formale autorizzazione ad offrire al cittadino l’organizzazione di particolari discipline sportive.
Inoltre le federazioni sportive concorrono, con il CONI, all’organizzazione ed al potenziamento dello sport nazionale ed all’approntamento delle delegazioni degli atleti per le olimpiadi e per le altre manifestazioni internazionali.
Con riferimento al tema delle federazioni sportive, non può essere dimenticato l’ampio dibattito che nel corso degli anni si è sviluppato in merito alla natura giuridica di tali soggetti.
Seppure brevemente ed in estrema sintesi si possono individuare tre fondamentali correnti di pensiero:
quella che attribuisce alle federazioni sportive natura privatistica (Caprioli, Quaranta);
quella che riconosce nelle federazioni sportive natura pubblicistica (Trivellato);
quella che attribuisce alle federazioni sportive natura mista (Morbidelli).
Gli studiosi che hanno ritenuto di rinvenire nelle federazioni sportive una natura giuridica essenzialmente privatistica, traggono il proprio convincimento essenzialmente sul dato normativo contenuto nella legge n. 91 del 23 marzo 1981, che ha riconosciuto alle federazioni sportive autonomia soggettiva giuridica sia con riferimento alla necessità delle società sportive di affiliarsi alla federazione sportiva riconosciuta dal CONI sia con riferimento all’autonomia tecnica, organizzativa e di gestione, sia infine, con riferimento al potere delle federazioni di assumere personale per lo svolgimento delle proprie attività tecniche e sportive presso gli organi periferici in base a rapporti di diritto privato.
Al contrario coloro che ritengono che le federazioni sportive rivestano essenzialmente natura pubblicistica argomentano il proprio convincimento richiamando la legge istitutiva del CONI (l. 426/1942), che ha qualificato le federazioni come organi del CONI; inoltre i controlli da parte del CONI cui le federazioni devono soggiacere (approvazione del bilancio, dello statuto, dei regolamenti interni, scioglimento degli organi di amministrazione e nomina dei commissari straordinari), la possibilità per le federazioni di avvalersi del personale del CONI inquadrato in rapporto di pubblico impiego, il potere di affiliazione delle società sportive, i fini coincidenti con quelli del CONI, e la legge 29 ottobre 1984 n. 720 costitutiva del sistema di tesoreria unica per enti ed organismi pubblici, che prevede nella tabella B allegata alla legge, tra gli enti interessati anche le federazioni sportive nazionali, l’obbligo di conferimento al CONI dei proventi delle manifestazioni sportive e dei tesseramenti e l’erogazione di fondi da parte del CONI a sostentamento delle federazioni, inducono tali autori a sostenere la tesi che le federazioni sportive nazionali abbiano una natura giuridica prevalentemente pubblicistica.
Infine vi sono Autori che propendono per una posizione intermedia, ovvero che hanno ritenuto di individuare nelle federazioni sportive una natura mista.
Tale orientamento, oggi condiviso anche dalla giurisprudenza maggioritaria che in precedenza si era divisa fra le due teorie sopra descritte, afferma che le federazioni sportive seguirebbero contemporaneamente sia il regime privatistico, in quanto associazioni costituite da soggetti privati con potere di autoregolamentazione interna, sia pubblicistico, in quanto soggetti che partecipano della natura pubblicistica del CONI, in relazione a tutte quelle attività che coincidono con interessi primari dell’ente pubblico.
Tale orientamento si fonda sul contenuto del d.lg. n. 242/1999 che prospetta l’eventualità che soggetti di diritto privato –le federazioni sportive appunto- esercitino funzioni e compiti amministrativi restando assoggettati alla disciplina pubblicistica senza mutare, per ciò, la natura o la struttura privatistica (c.d. teoria dell’organo indiretto di amministrazione pubblica, applicata in relazione alla figura dei concessionari).
In forza del decreto 242/1999 le federazioni possono esercitare attività a valenza pubblicistica in vista di finalità coincidenti con quelle CONI, sulla base di poteri pubblici e mediante l’adozione di atti amministrativi. Al contempo le stesse possono esplicare attività di diritto comune ed essere assoggettate alla disciplina privatistica, senza che tali attività siano funzionalizzate rispetto ai fini istituzionali del CONI cui le federazioni sono affiliate.
5. Le società e le associazioni sportive
Le società e le associazioni sportive sono tutti quegli enti a base associativa che operano nel sistema sportivo e dai quali dipende la diffusione della pratica sportiva ai diversi livelli.
Le società e le associazioni sportive possono essere di tipo dilettantistico o professionistico.
Sino al 1981 la normativa di riferimento per le società e associazioni sportive era la legge 426 del 1942. L’articolo 10 di tale legge stabiliva per gli enti in esame il necessario riconoscimento da parte delle federazioni sportive mediante l’affiliazione, che permetteva alle società di essere assoggettate all’attività tecnica e disciplinare della federazione di riferimento.
La legge 426/1942 non imponeva forme giuridiche particolari ai sodalizi sportivi, contrariamente a quanto disposto dalla successiva legge 23 marzo 1981 n.91 che ha operato una netta distinzione fra i sodalizi che intendono sottoscrivere con i propri atleti contratti professionistici e le società che al contrario operano nel settore dilettantistico anche se con finalità agonistiche.
In particolare per le prime la legge 91/1981 ha imposto l’adozione della forma di società a responsabilità limitata o per azioni.
La legge 91/1981 è stata successivamente modificata con l’entrata in vigore prima della legge 16 dicembre 1991 n. 389 in materia di agevolazioni fiscali e tributarie e successivamente, ed in maniera decisamente più radicale, dalla legge 18 novembre 1996, n. 586, che ha convertito in legge il decreto legge 20 settembre 1996 n. 485 recante disposizioni urgenti per le società sportive professionistiche.
Quest’ultima legge ha introdotto importanti innovazioni con riferimento alle società professionistiche in quanto ha stabilito la possibilità di procedere alla distribuzione degli utili ai soci con eccezione di una quota minima del dieci per cento da destinare alle scuole giovanili di addestramento ed alla formazione tecnico sportiva. Con la legge 485/1996 si è aperta per le società professionistiche la possibilità di reperire risorse finanziarie mediante l’azionato popolare o la quotazione in borsa. La normativa precedente alla legge 485 in deroga alla normativa generale prevista dal diritto commerciale, stabiliva regole speciali per le società sportive, ed in particolare pur imponendo agli enti che stipulavano contratti professionistici la forma della società per azione o della società a responsabilità limitata, ne vietava la distribuzione degli utili fra i soci, utili che invece dovevano essere interamente reinvestiti nella società per il perseguimento esclusivo dell’attività sportiva.
Il nuovo schema normativo, richiede, comunque, quale conditio sine qua non per la regolare costituzione della società sportiva, l’affiliazione alla federazione sportiva nazionale riconosciuta dal CONI.
Viene così in rilievo il tema dell’affiliazione della società sportiva alla federazione di riferimento. Come efficacemente scritto da un autorevole Autore: “L’affiliazione, risultando decisiva per la costituzione della società e determinando così quello che è stato efficacemente chiamato il fenomeno della emersione a livello di diritto statuale dell’ordinamento sportivo per effetto di un vero e proprio procedimento di statalizzazione di poteri esplicati da detto ordinamento, attiene all’aspetto pubblicistico delle federazioni sportive che, seppure nate come soggetti di diritto privato (associazioni non riconosciute) e seppure in tale qualità svolgono buona parte della loro attività, continuano –come proprio di recente ha statuito la Suprema Corte- a conservare la loro natura pubblica, quali organi del CONI” (G. Vidiri, Le società sportive: natura e disciplina, in Giur.It., 1987, IV, p.55).
Da quanto efficacemente sostenuto dall’Autore, si può affermare che l’affiliazione rientra in un vero e proprio procedimento amministrativo, nell’ambito del quale la federazione valuta se la società richiedente sia in grado di assicurare un corretto svolgimento dell’attività sportiva professionistica, in relazione al settore disciplinare di riferimento ed alle caratteristiche tecniche e finanziarie presentate l’ente istante.
Altri soggetti dell’ordinamento sportivo: atleti, dirigenti,
tecnici sportivi ed ufficiali di gara.
Le persone fisiche che partecipano alla realizzazione delle prestazioni sportive, anche se a vario titolo, sono gli atleti, i tecnici sportivi e gli ufficiali di gara.
Tra queste figure, nell’ambito sportivo gli atleti ricoprono un ruolo centrale. Con riferimento agli atleti la distinzione fondamentale che deve essere fatta è quella tra atleti professionisti e dilettanti.
La differenza sostanziale tra l’atleta professionista ed il dilettante risiede principalmente nelle norme dettate in tema di rapporto di lavoro e di tutela sanitaria.
Con riferimento al rapporto di lavoro secondo la definizione dell’articolo 2 della legge 91/1981 è atleta professionista colui il quale esercita l’attività sportiva a titolo oneroso, con carattere di continuità nell’ambito delle discipline regolamentate dal CONI.
Pertanto onerosità e continuità della prestazione sportiva sono gli elementi caratterizzanti l’attività sportiva di tipo professionistico, ma non solo questi: ulteriore condizione essenziale perché ricorra un rapporto sportivo di natura professionistica è rappresentato dalla qualificazione da parte della federazione di appartenenza che l’attività svolta è di tipo professionistico15.
Per quanto riguarda il rapporto che lega l’atleta con la società sportiva è configurabile come rapporto di lavoro subordinato, regolato da un contratto che deve avere la forma scritta ad substantiam, predisposto nel rispetto degli accordi che ogni tre anni vengono sottoscritti dalle federazioni e dai rappresentanti degli atleti delle categorie interessate.
Il contratto sottoscritto dall’atleta e dal rappresentante della società sportiva deve essere depositato presso la federazione sportiva nazionale per l’approvazione.
Per quanto riguarda l’attività sportiva dell’atleta dilettante non esiste una disciplina uniforme; in particolare non è necessaria la sottoscrizione del contratto, né la retribuzione per l’attività sportiva svolta dall’atleta.
La seconda differenza sostanziale tra l’atleta professionista e atleta dilettante risiede nella normativa vigente in materia di trattamento sanitario.
L’articolo 7 della legge 91/1981 prevede infatti che l’attività sportiva del professionista sia svolta sotto controlli medici secondo i regolamenti delle federazioni sportive nazionali approvate con decreto ministeriale della sanità sentito il Consiglio sanitario nazionale16.
Lo svolgimento dell’attività sportiva professionistica è subordinata al rilascio del certificato medico di idoneità all’attività sportiva agonistica, rilasciato da un medico specialista in medicina dello sport autorizzato dalla regione.
Caratteristica comune a tutti gli atleti è il tesseramento alla società sportiva. Il tesseramento comporta come conseguenza l’affiliazione dell’atleta alla federazione sportiva. Mediante l’atto di tesseramento l’atleta diviene titolare di una serie di diritti ed obblighi nei confronti di tutti i soggetti che fanno parte dell’ordinamento sportivo.
Con riferimento alla natura giuridica dell’atto di tesseramento si può affermare che esso abbia natura provvedimentale, in quanto atto amplificativo della sfera giuridica dell’atleta, perché fonte di diritti ed obblighi, inquadrabile nell’ambito delle licenze amministrative17.
1.L’illecito sportivo, l’illecito civile e l’illecito penale. 2.La responsabilità dell’atleta: 2.1 Le competizioni su strada. 2.2. Lo sci. 2.2.1. Gli obblighi dei gestori delle aree riservato allo sci. 2.2.2. Gli obblighi degli sciatori 2.3. La caccia. 3. La responsabilità dell’organizzatore di una competizione sportiva. 4. La responsabilità del gestore di un impianto sportivo. 5. La responsabilità degli istruttori, dei precettori, dei genitori.
1. L’illecito sportivo, l’illecito civile e l’illecito penale.
Lo svolgimento della pratica sportiva comporta l’accadimento di eventi che in alcuni casi si presentano come dannosi per gli atleti stessi. Esistono sport, che per la loro stessa natura, sono fonte di pericolo, basti pensare alla boxe, al motociclismo, all’automobilismo ecc.
Di fronte a condotte che pongono a rischio l’incolumità delle persone l’ordinamento giuridico potrebbe assumere diversi atteggiamenti:
l’ordinamento potrebbe considerare lo sport alla stregua di qualsiasi altra attività umana, assoggettandolo alle regole di diritto civile e di diritto penale;
l’ordinamento potrebbe considerare lo sport come sistema giuridico autonomo, disciplinato da regole proprie, escludendo perciò l’applicazione delle norme civili e penali agli eventi verificati nello svolgimento dell’attività sportiva;
l’ordinamento potrebbe accettare alcune forme di violenza in quanto necessarie e funzionali allo svolgimento di determinate attività sportive.
La prima ipotesi, che teorizza il totale assoggettamento dell’attività sportiva alla disciplina ordinaria, ha trovato un certo seguito nei primi anni del novecento, ma oggi può considerarsi superata, così come la seconda ipotesi, di mera scuola, che teorizza l’assoluta indifferenza da parte dell’ordinamento statale rispetto agli eventi lesivi accaduti durante lo svolgimento della pratica sportiva.
L’ipotesi che oggi la dottrina tende a privilegiare è quindi la terza sopra menzionata, che ritiene siano legittimi quei fatti lesivi che si verifichino durante l’attività sportiva, purchè ricorrano due circostanze essenziali:
le lesioni devono risultare funzionali alla pratica sportiva;
le lesioni devono essere commesse nel pieno rispetto delle regole del gioco.
Su questo punto si sono sviluppate diverse teorie18 che hanno via via individuato il fondamento della non punibilità degli eventi lesivi o di pericolo presenti nell’attività sportiva ora nella scriminante del consenso dell’avente diritto di cui all’articolo 50 del codice penale, ora nell’esercizio del diritto o nell’adempimento di un dovere di cui all’articolo 51 del codice penale ora in cause di giustificazione non codificate.
La giurisprudenza ha individuato l’elemento scriminante nella circostanza che la lesione si trovi in relazione occasionale con l’attività sportiva oppure la lesione nasca proprio dallo svolgimento dell’attività sportiva.
Che cosa si intende per illecito sportivo? L’illecito sportivo o disciplinare è stato definito come la condotta posta in essere da un soggetto “…che viola una norma dello statuto o del regolamento federale o altra disposizione vigente ed a cui l’ordinamento stesso ricollega una sanzione di carattere disciplinare”19.
L’ordinamento sportivo per disciplinare l’attività sportiva pone una serie di regole allo scopo di assicurare il regolare svolgimento dell’attività sportiva e per prevenire eventi dannosi a carico degli sportivi.
La violazione di tali regole configura l’illecito sportivo, comportando la reazione dell’ordinamento che si esplica con i procedimenti disciplinari e l’irrogazione delle conseguenti sanzioni.
La violazione delle regole imposte dalle federazioni ai tesserati non coinvolge l’ordinamento statale, che rimane indifferente in caso di illecito sportivo.
Tuttavia può accadere che un fatto che costituisce il presupposto dell’illecito sportivo, può per la sua particolare natura, rivestire interesse anche per l’ordinamento statale, sia assumendo al forma dell’illecito civile, sia assumendo la forma dell’illecito penale. In questi casi l’illecito sportivo dà luogo alla reazione dell’ordinamento sportivo (da qui consegue la responsabilità disciplinare) ma può essere fonte di responsabilità civile (contrattuale o extracontrattuale) o penale con l’applicazione da parte dell’ordinamento statale della sanzione civile sotto la forma dell’obbligazione di risarcire il danno o della sanzione penale.
In particolare appare utile ai fini della trattazione dell’illecito sportivo, individuarne le differenze con l’illecito penale.
La prima differenza sostanziale che esiste fra l’illecito sportivo e l’illecito penale riguarda l’istituto della responsabilità oggettiva non contemplata dal sistema delle norme penali ed al contrario espressamente prevista dal diritto sportivo, seppure solo nei confronti delle società.
La ratio che sta alla base della responsabilità oggettiva in capo alla società risiede nell’esigenza di assicurare il regolare svolgimento delle attività sportive attraverso il coinvolgimento delle società per fatti non attribuibili alle stesse. In tale maniera l’ordinamento stimola il massimo impegno delle società affinché si attivino per prevenire eventi che turbino l’ordine pubblico.
In ragione di quanto sopra i regolamenti federali distinguono fra sanzioni applicabili alle società e sanzioni applicabili ai tesserati.
Le norme federali di regola sono costituite da una parte precettiva che descrive la condotta da osservare dello svolgimento della singola disciplina sportiva, e la sanzione, conseguenza della violazione del precetto, in altri casi descrivono in termini generali soltanto il comportamento che lo sportivo deve tenere, senza contenere la sanzione ed il precetto.
Tali norme impongono al tesserato il dovere generico di lealtà, probità e rettitudine, lasciando al giudice sportivo il potere di dare concreto contenuto alla violazione di tale dovere.
L’ordinamento sportivo, contemplando un illecito sportivo non sempre compiutamente tipizzato, ha inteso introdurre sistema di giustizia sportiva più rapido ed efficace, a scapito del principio della certezza del diritto, a differenza dell’illecito penale che riserva alla legge il potere di determinare i fatti che costituiscono reato e le relative sanzioni.
Quando un medesimo fatto realizza sia un illecito sportivo sia un illecito civile o penale i relativi procedimenti si presentano autonomi, per cui il giudice sportivo ed il giudice ordinario raggiungeranno autonomamente la propria decisione.
Premesso quanto spora, si possono esaminare alcuni casi di responsabilità, con particolare riferimento agli atleti, agli organizzatori di competizioni sportive, ai gestori degli impianti sportivi, degli ufficiali di gara, agli istruttori, ai precettori e genitori.
2. La responsabilità dell’atleta
2.1 Le competizioni sportive su strada
Analizzeremo in maniera sintetica alcune attività sportive nelle quali viene messa in rilievo la responsabilità civile dell’atleta.
La prima ipotesi riguarda le competizioni sportive su strada.
Tali competizioni possono svolgersi su circuiti appositamente costruiti, o su strade ed aree pubbliche, solo se autorizzate dall’autorità competente.
Si suole distinguere tra gare di velocità –sempre vietate- e competizioni sportive; il criterio che differenziale risiede nell’esistenza o meno di una organizzazione della competizione, che consiste nella disciplina delle modalità di svolgimento della gara, di ammissione dei partecipanti, di scelta del percorso e dei giudici preposti alla sorveglianza della regolarità della gare. Quando ricorre l’organizzazione come sopra descritta la responsabilità dei partecipanti è disciplinata dai canoni propri del diritto sportivo; se invece manca l’organizzazione, si è in presenza di una semplice gara di velocità, e troverà applicazione la normativa di diritto comune.
Altra distinzione che deve essere fatta in tema di competizioni su strada è quella tra competizioni che si svolgono su strade chiuse al traffico e quelle su strade aperte al traffico: nel secondo caso, infatti, i concorrenti pur gareggiando tra loro, hanno l’obbligo di osservare tutte le norme ordinarie sulla circolazione stradale (limiti di velocità, ecc.).
Con riferimento alle gare che si svolgono su circuito chiuso, invece, i partecipanti non hanno l’obbligo di rispettare le norme che regolano la circolazione stradale; tuttavia in base al generale principio del neminem laedere essi sono però tenuti ad osservare i fondamentali criteri di prudenza posti a tutela dell’incolumità individuale, criteri che di regola coincidono con il rispetto delle norme che disciplinano lo svolgimento della gara.
n caso di violazione di tali criteri, il partecipante che provoca un incidente con danno altrui, ne risponde a titolo di colpa.
In particolare l’elaborazione giurisprudenziale ha inquadrato i sinistri verificatisi in occasione di gare automobilistiche svolte in circuito chiuso nell’alveo dell’articolo 2043 c.c., escludendo l’applicabilità dell’articolo 2054 c.c. che regola il risarcimento dl danno conseguenza della circolazione di veicoli.
Conseguenza di tale impostazione è che l’onere della prova della responsabilità incombe sul danneggiato, non essendo applicabile la presunzione di responsabilità –seppure concorrente- prevista dal comma 2° dell’articolo 2054 c.c..
2.2 Lo sci
Nello svolgimento degli sport invernali ed in particolare dello sci, nelle sue varie forme (sci alpino, da tavola ecc.) spesso si verificano eventi negativi che possono costituire fonte di obbligazioni risarcitoria in capo al responsabile del danno.
Proprio perché sono frequenti le situazioni che possono generare controversie, il settore degli sport invernali da discesa e da fondo è stato recentemente regolamentato con la legge 24 Dicembre 2003, n. 363, che ha dettato norme in materia di sicurezza per la pratica degli sport invernali da discesa e da fondo.
La legge appena richiamata riguarda la responsabilità degli utenti e dei gestori delle aree riservate alla pratica degli sport invernali ed è applicabile alla attività sportiva non agonistica, comprese tutte le pratiche sportive che si svolgono sulla neve: sci, nelle sue varie articolazioni, tavola da neve, sci di fondo, slitta e slittino ed altri sport la cui individuazione viene riservata dalla legge alle singole normative regionali.
La novità della legge 363/03 risiede nel fatto che per la prima volta il legislatore ha inteso affrontare il tema dell’attività sciistica, fino ad oggi oggetto solo di regolamentazione regionale, imponendo una serie di regole in materia di sicurezza sia ai gestori delle aree destinate alla pratica sciistica sia comportamentali con riferimento agli utenti delle aree stesse.
2.2.1. Gli obblighi dei gestori delle aree riservate allo sci
I gestori delle aree riservate allo svolgimento degli sport invernali hanno l’obbligo di mettere in sicurezza le aree stesse, secondo le prescrizioni delle regioni, e comunque, hanno l’espresso obbligo di proteggere gli utenti da ostacoli che possono essere presenti sulle piste, mediante la predisposizione di protezioni adeguate e segnalazioni del pericolo, oltre a predisporre un idoneo sistema di soccorso in caso di infortunio e di trasporto delle persone eventualmente infortunatesi lungo le piste nei più vicini luoghi di assistenza sanitaria e di pronto soccorso.
I gestori delle piste devono provvedere alla manutenzione ordinaria e straordinaria delle piste, devono segnalare le cattive condizioni del fondo, provvedendo se possibile alla rimozione del pericolo o alla interdizione agli utenti dell’area in caso di pericolo.
Inoltre, ad esclusione dei gestori di piste riservate allo sci di fondo, tutti gli altri gestori di impianti e piste non possono ottenere l’autorizzazione amministrativa alla gestione dell’impianto né possono aprire al pubblico l’impianto in assenza di sottoscrizione di assicurazione ai fini della responsabilità civile per danni derivanti agli utenti e ai terzi per fatti ascrivibili a responsabilità del gestore per l’uso delle aree.
Ulteriori obblighi in capo al gestore di un’area sciabile sono costituiti dall’obbligo di predisporre e di rendere visibili la segnaletica, i documenti relativi alle classificazioni delle piste, le regole di condotta.
La violazione degli obblighi di cui sopra comporta la responsabilità civile del gestore dell’impianto, responsabilità peraltro già riconosciuta dalla giurisprudenza formatasi precedentemente all’entrata in vigore della legge 363/03.
2.2.2. Gli obblighi degli sciatori
La legge impone alcune regole di comportamento anche per gli utenti delle aree sciabili, come l’obbligo dell’uso del casco protettivo per i minori di quattordici anni nell’esercizio dello sci alpino e dello snowboard; inoltre gli sciatori devono tenere una condotta che non costituisca pericolo per l’incolumità altrui, condotta da valutarsi in considerazione delle caratteristiche della pista e delle situazioni ambientali; in particolare la velocità in pista deve essere particolarmente moderata nei tratti nei quali non vi è una visibilità libera, in prossimità dei fabbricati o di ostacoli, negli incroci, nelle biforcazioni, in caso di nebbia, di foschia, di scarsa visibilità o di affollamento, nelle strettoie ed in presenza di principianti.
Lo sciatore a monte deve mantenere sempre una direzione che gli consenta di evitare collisioni o interferenze con gli sciatori che si trovano a valle, i quali, pertanto, hanno sempre la precedenza e se intende superare un altro sciatore, deve assicurarsi di avere lo spazio sufficiente per la manovra oltre ad idonea visibilità: il sorpasso può essere eseguito sia a monte sia a valle, sulla destra o sulla sinistra purché avvenga ad una distanza tale da evitare intralci allo sciatore sorpassato.
Negli incroci gli sciatori devono dare la precedenza a chi proviene da destra, ad eccezione di indicazioni diverse presenti sulla pista, mentre quando uno sciatore intende fermarsi, deve portarsi a bordo della pista, e comunque non può fermarsi nei passaggi obbligati, in prossimità di dossi o in luoghi senza visibilità ed in caso di caduta deve comunque liberare tempestivamente la pista portandosi ai margini, cercando, in ipotesi di infortunio, di segnalare l’incidente con mezzi idonei.
La legge punisce anche l’ipotesi di omissione di soccorso, per cui, lo sciatore che non presti aiuto ad una persona in difficoltà, o non comunichi al gestore dell’impianto l’incidente, è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da € 250,00, ad € 1.000, salvo che non ricorra l’ipotesi di reato prevista dall’articolo 593 del codice penale.
Infine il legislatore ha previsto alcune regole che vietano il transito a piedi sulle piste, durante lo svolgimento di competizioni, la risalita con gli sci ai piedi, che è ammessa solo in caso di necessità urgente, e, comunque, al bordo della pista, mentre è ammessa la discesa a piedi, ma sempre avendo cura di stare al lato della pista, per non intralciare la discesa degli altri utenti e non costituire comunque un pericolo.
La legge inibisce il transito ai mezzi meccanici, salvo quelli adibiti al servizio ed alla manutenzione delle piste e degli impianti che possono circolare sulle piste solo fuori l’orario di apertura, salvo i casi di necessità e urgenza, e comunque con l’utilizzo di appositi segnalatori luminosi ed acustici.
Nel caso di transito dei mezzi meccanici per le ipotesi sopra richiamate gli sciatori devono permettere la loro agevole e rapida circolazione.
Infine deve essere ricordata l’ipotesi contemplata dalla legge nel caso di scontro tra sciatori che presume il concorso uguale di colpa per i danni cagionati, salvo prova contraria, che incombe sulle parti coinvolte nell’incidente.
Ciò significa che in caso di incidente fra due sciatori che abbia causato per entrambi danni, ciascuno, per ottenere l’integrale risarcimento, dovrà dimostrare che il sinistro è avvenuto per fatto e colpa esclusiva dell’altro sciatore.
L’introduzione ad opera del legislatore della presunzione del concorso di colpa in caso di sinistro fra sciatori riprende quella che era stata l’elaborazione di parte della giurisprudenza che in passato aveva inquadrato l’ipotesi di scontro fra sciatori nell’alveo dell’articolo 2054 c.c. (circolazione dei veicoli), sul presupposto che gli sci fossero veicoli di trasporto ed ritenendo conseguentemente applicabile la presunzione di responsabilità di cui all’articolo 2054 comma 2° c.c., secondo il quale in caso di scontro tra veicoli, si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli.
2.3. La caccia
La caccia viene inquadrata nello schema delle attività pericolose. Come regolato dall’articolo 2050 c.c., in quanto attività che richiede l’uso delle armi da fuoco, ossia di mezzi destinati all’offesa, e, come tali, pericolosi per l’incolumità pubblica.
La norma dispone che chiunque cagiona danno ad altri nello svolgimento di una attività pericolosa, per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati, è tenuto al risarcimento se non prova di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. La norma pone una presunzione di responsabilità a carico dell’esercente un’attività pericolosa. La presunzione può essere vinta solo mediante la prova, rigorosa, consistente nella dimostrazione di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il danno. Il cacciatore non potrà liberarsi da responsabilità dimostrando di non avere commesso alcuna violazione di norme di legge o di comune di prudenza, dovrà al contrario provare di avere impiegato con ogni cura o misura idonea ad impedire l’evento dannoso.
Il fatto del terzo e dello stesso danneggiato possono avere effetto liberatorio solo quando, nell’ambito del rapporto di causalità materiale, abbia operato in modo tale da rendere, per la sua efficienza, giuridicamente irrilevante il fatto di chi esercita tale attività, non quando abbia semplicemente concorso nella produzione del danno per essersi inserito in una situazione già di per sé pericolosa, a causa dell’inidoneità delle misure preventive adottate, senza la quale l’evento non si sarebbe verificato.
Pertanto il cacciatore che danneggia altri nello svolgimento della caccia è tenuto a risarcire il danno se non prova di avere adottato tutte le misure idonee ad evitarlo.
3. La responsabilità dell’organizzatore di una competizione sportiva.
Si intende per organizzatore di una competizione sportiva la persona fisica, la persona giuridica, l’associazione non riconosciuta, il comitato che assumendosi tutte le responsabilità nell’ambito dell’ordinamento giuridico dello stato (in sede penale, civile e amministrativa), promuove l’incontro di uno o più atleti con lo scopo di raggiungere un risultato in una o più discipline sportive indipendentemente dalla presenza o meno di spettatori, e, quindi, indipendentemente dal pubblico spettacolo20.
Nessuna rilevanza assume il riconoscimento da parte degli organismi sportivi ufficiali in merito alla responsabilità di diritto comune dell’organizzatore, rilevando tale mancanza solo in riferimento alla omologabilità del risultato ottenuto dagli atleti durante la manifestazione.
L’organizzatore di una manifestazione sportiva di regola è passibile di responsabilità nei confronti degli spettatori e dei gareggianti.
Per quanto riguarda la responsabilità nei confronti degli spettatori l’organizzatore di una manifestazione sportiva deve predisporre tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza e l’incolumità degli spettatori.
Quindi l’organizzatore deve rispettare tutte le cautele previste dalle disposizioni legislative e regolamentari, premurandosi di ottenere il rilascio delle autorizzazioni amministrative che la legge richiede per lo svolgimento di talune manifestazioni sportive.
Peraltro il rilascio dell’autorizzazione amministrativa, tutte le volte che la legge lo richieda, non elimina l’eventuale responsabilità civile e penale dell’organizzatore.
Il principio è testualmente sancito dall’articolo 11 del r.d. 6 maggio 1940 n. 635 (regolamento di esecuzione del T.U.L.P.S.) secondo cui “le autorizzazioni di polizia sono concesse esclusivamente ai fini di polizia e non possono essere invocate per escludere o diminuire la responsabilità civile o penale di cui i concessionari possano essere incorsi nell’esercizio concreto della loro attività”. Allo stesso modo la mancanza dell’autorizzazione non è sufficiente a rendere l’organizzatore responsabile dei danni subiti dagli spettatori, ma solo della conseguente sanzione amministrativa.
Come detto l’organizzatore di una manifestazione sportiva deve apprestare ed adottare le misure idonee a salvaguardare l’incolumità degli spettatori, rispondendo, in caso contrario per responsabilità da fatto illecito ai sensi dell’articolo 2043 c.c..
L’organizzatore oltre per responsabilità extra contrattuale può essere chiamato a rispondere anche per responsabilità contrattuale, che discende dal rapporto che si instaura tra l’organizzatore e lo spettatore in seguito all’acquisto di quest’ultimo del biglietto per la manifestazione.
Pertanto in seguito alla vendita del biglietto l’organizzatore di una manifestazione sportiva assume l’obbligo contrattuale di far godere lo spettacolo sportivo con le modalità stabilite nel biglietto stesso, oltre all’ulteriore obbligo di garantire allo spettatore un ambiente privo di pericolo per la sua incolumità personale.
L’organizzatore deve quindi adottare tutte le misure idonee a prevenire i danni agli spettatori, secondo il criterio di diligenza stabilito dall’art. 1176 c.c., in forza del quale l’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, deve essere valutato con riguardo alla natura dell’attività esercitata.
La prassi giurisprudenziale ha avuto modo di occuparsi dell’ipotesi di responsabilità dello sponsor e del C.O.N.I.
Nel primo caso la giurisprudenza ha escluso la configurabilità di responsabilità a carico dello sponsor per i danni subiti dagli spettatori perché di norma estraneo all’organizzazione della manifestazione: non partecipando né direttamente né indirettamente alle scelte relative all’organizzazione e allo svolgimento della manifestazione, né alla progettazione ed esecuzione del sistema di protezione del pubblico, lo sponsor non può rispondere ad alcun titolo per i danni subiti dagli spettatori.
Anche il C.O.N.I. rimane immune da responsabilità per i danni subiti dagli spettatori, perché soggetto estraneo all’attività di organizzazione della manifestazione sportiva, limitandosi a fissare le regole tecniche che disciplinano i singoli sport ed a controllarne l’osservanza.
Con riferimento alla responsabilità dell’organizzatore nei confronti degli atleti si può affermare che l’organizzatore ha l’obbligo di predisporre tutti i mezzi idonei a salvaguardare l’incolumità dei partecipanti alla manifestazione sportiva.
Per tale ragione deve adottare tutte le cautele previste dalle normative vigenti e dai regolamenti sportivi, ed in genere quelle suggerite dalla miglior scienza ed esperienza, tenendo conto anche dei pericoli insiti nello specifico sport oggetto della gara organizzata.
L’organizzatore deve quindi controllare ed assicurarsi dell’idoneità del luogo ove si svolge la manifestazione, a controllare la sicurezza degli attrezzi utilizzati dagli atleti, eccetto il caso in cui gli stessi non siano forniti da lui in quanto attrezzi di proprietà esclusiva dell’atleta.
Inoltre l’organizzatore deve evitare che la competizione si svolga tra atleti di diversa esperienza e capacità, poiché, in caso di danno subito dall’atleta più debole a causa della sproporzione tra i gareggianti, l’organizzatore dovrà rispondere del risarcimento dei danni.
Inoltre l’organizzatore della manifestazione sportiva deve assicurarsi dell’idoneità fisica degli atleti mediante accertamenti sanitari, avvalendosi di medici federali o di personale specializzato, quando si tratti di competizioni sportive che comportano un particolare impegno fisico, eccezion fatta all’ipotesi che l’atleta partecipante alla competizione sia ritenuto idoneo dalla competente federazione sportiva.
Deve peraltro essere ricordato che la responsabilità dell’organizzatore per i danni subiti dall’atleta partecipante alla manifestazione è comunque contemperata al principio dell’accettazione del rischio da parte dell’atleta agonista. Pertanto i danni sofferti dall’atleta, se rientrano nell’alea normale della disciplina sportiva, ricadono sullo sportivo, mentre l’organizzatore si libererà da responsabilità dimostrando di aver predisposto le normali cautele atte a contenere il rischio nei limiti confacenti alla singola attività sportiva, nel rispetto di eventuali regolamenti sportivi21.
In tema di responsabilità dell’organizzatore di una manifestazione sportiva per i danni subiti dall’atleta, viene in rilievo anche la responsabilità del giudice di gara.
Il compito del giudice è quello di far rispettare le regole del gioco: se fra le regole ve ne sono alcune poste a tutela dei partecipanti, l’omissione del giudice di gara è fonte di responsabilità civile e penale.
Per determinare quali compiti spettino all’organizzatore e quali al giudice di gara è necessario riferirsi ai regolamenti sportivi nella parte in cui disciplinano i doveri di quest’ultimo.
I poteri conferiti dai regolamenti sportivi ai giudici di gara sono vari, e possono consistere nell’obbligo di verifica della regolarità degli attrezzi o lo stato psico-fisico dell’atleta durante la gara (ad esempio nel pugilato l’arbitro che deve interrompere l’incontro di pugilato quando uno dei contendenti non sia più in grado di continuare l’incontro).
4. La responsabilità del gestore di impianti sportivi
Anche l’attività di gestione degli impianti sportivi può dare luogo a profili di responsabilità a carico del gestore cui incombe l’obbligo di garantire la idoneità e della sicurezza degli impianti al fine di garantire l’incolumità dei partecipanti alla gara e degli spettatori.
Spesso la gestione dell’impianto è funzionalizzata all’organizzazione di una competizione sportiva; in questa ipotesi la figura del gestore e dell’organizzatore vengono a coincidere nella stessa persona, con conseguente applicazione dei principi già esaminati in merito alla responsabilità dell’organizzatore di una manifestazione sportiva.
Spesso accade che l’attività di gestione non sia collegata all’organizzazione di una competizione. In tali ipotesi l’attività comporta la messa a disposizione dei locali e degli impianti a terzi per lo svolgimento di attività sportiva, con il conseguente obbligo in capo al gestore di vigilare sulla sicurezza delle attrezzature e degli impianti, e di adottare tutte le misure di sicurezza idonee ad evitare danni agli utenti.
La giurisprudenza, nell’affrontare le ipotesi di danno imputabili ai gestori ha nella maggioranza dei casi affrontati ricondotto tale forma di responsabilità all’interno dello schema della responsabilità per l’esercizio di attività pericolosa di cui all’art. 2050 c.c.
In tal senso la giurisprudenza si è espressa a proposito della gestione delle piste di gokarts, di piscine, di maneggi, del tiro a segno22.
Particolare attenzione, per la casistica che via via si è proposta all’esame dei giudici ordinari, è stata riservata alla gestione degli impianti di risalita e delle piste di sci.
La giurisprudenza prevalente si è orientata per la responsabilità contrattuale del gestore dell’impianto di risalita, senza tuttavia escludere la concorrente responsabilità aquiliana di cui all’art. 2043 c.c.
La responsabilità degli istruttori, dei precettori, dei genitori.
Altra categoria di soggetti responsabili (civilmente e penalmente) nell’ambito dello svolgimento della pratica sportiva è quella degli istruttori, i quali hanno potere direttivo e di controllo, oltre che di avviamento ed insegnamento di una determinata disciplina sportiva.
Il comportamento dell’istruttore deve essere tanto più cauto e previdente quanto maggiore è la pericolosità dello sport insegnato e quanto minori sono le capacità e facoltà di apprendimento dell’allievo, trovando applicazione la presunzione di responsabilità prevista dall’articolo 2048 c.c per i genitori, i tutori, i precettori ed i maestri d’arte.
Così il precettore per superare la presunzione di responsabilità per il fatto illecito commesso dall’allievo durante il tempo in cui si trovava sotto la sua vigilanza, oltre a dimostrare di non essere stato in grado di spiegare un intervento correttivo e repressivo, dovrà altresì dimostrare di aver preventivamente adottato tutte le misure organizzative e disciplinari idonee ad evitare una situazione di pericolo favorevole all’insorgere del fatto.
Il genitore per liberarsi della responsabilità da fatto illecito commesso dal minore, deve provare di aver impartito allo stesso una sana educazione, che è stata svolta una vigilanza adeguata all’età, al carattere e all’indole del ragazzo. Tale prova liberatoria, cui consegue l’esonero dal risarcimento del danno cagionato, è fornita se il genitore dimostra di aver correttamente avviato il minore all’attività sportiva e di averlo adeguatamente vigilato in occasione del fatto illecito.
Con il termine doping si suole fare riferimento alla somministrazione o all’assunzione da parte degli atleti di farmaci, di sostanze o di pratiche mediche che modificano la condizione psicofisica dell’organismo dell’assuntore migliorandone la prestazione.
Si ritiene che la parola doping derivi da dop, che sarebbe una sostanza stimolante utilizzata da una tribù africana dell’Africa Sud Orientale nelle cerimonie religiose; tale termine sarebbe stato importato in Europa dagli inglesi alla fine del ‘800 ed utilizzato nel corso delle competizioni ippiche23 come verbo to dop, proprio per indicare i cavalli sottoposti a trattamenti stimolanti per migliorarne le prestazioni in gara.
Il fenomeno del doping nelle manifestazioni sportive, sebbene nei tempi moderni abbia acquistato una rilevanza eccezionale, non era sconosciuto neppure nei tempi antichi, poiché è stato scoperto da alcuni studiosi che già all’epoca delle olimpiadi antiche gli atleti, prima delle gare, erano soliti cibarsi di carni di animali nutrite con erbe droganti, tale “dieta” particolare aveva l’effetto di migliorare la resistenza allo sforzo fisico degli atleti, e conseguentemente di migliorare le performance in gara.
Risalenti nel tempo sono anche le prime vittime accertate a causa del doping, come il ciclista Inglese Luiton, morto nel 1866 durante la Parigi – Bordeaux per abuso di stimolanti, o più di recente il ciclista danese Jansen, morto nel 1960 alle Olimpiadi di Roma per abuso di anfetamine.
Anche il nostro ordinamento si è occupata del fenomeno doping, la prima legge che si è occupata del fenomeno è stata 26 Ottobre 1971 n.1099, per la tutela sanitaria nelle attività sportive, che puniva gli atleti che nell’ambito di competizioni sportive avessero fatto uso di sostanze nocive per la loro salute, oltre a punire tutti coloro che avessero somministrato le sostanze vietate o fossero stati trovati, all’interno degli spazi riservasti agli atleti nel corso di manifestazioni sportive in possesso delle sostanze vietate.
Tale legge, pur rappresentando storicamente la prima risposta al fenomeno in esame da parte dello stato, di fatto non ebbe mai concreta applicazione, anche perché l’elenco delle sostanze vietate fu emanato solo nel 1975, e non fu mai aggiornato, risultando ben presto inidoneo e superato dai ritrovati della ricerca scientifica, all’avanguardia nello studio e nell’individuazione di farmaci sempre più sofisticati, per il miglioramento delle prestazioni sportive.
A tale legge ha fatto seguito la legge 13 Dicembre 1989, n. 401, adottata per la tutela della correttezza dello svolgimento delle competizioni agonistiche ed in contrasto alle scommesse clandestine.
Tuttavia anche tale legge mostrò, nel corso del tempo, i propri limiti proprio nei confronti dei casi di doping, essendo in realtà stata ideata dal legislatore per altre fattispecie.
Alcune Procure hanno cercato a più riprese di applicare la legge 401/89 ai casi di doping, senza peraltro riuscire ad ottenere la condanna degli atleti incriminati.
Per arginare il dilagante fenomeno del doping, che, come scritto nella relazione accompagnatoria alla legge era oramai andato oltre i confini del mondo sportivo per diventare tema di politica di interesse pubblico, il legislatore, dopo una lunga gestazione, ha emanato, la legge 14 Dicembre 2000, n. 376, recante la disciplina della tutela sanitaria dell’attività sportiva e della lotta contro il doping.
La legge 376/2000 definisce il concetto di doping, e soprattutto punisce, con sanzioni penali, tutti coloro che violino i precetti contenuti nella norma.
E’ importante, quindi, individuare le condotte che si pongono in contrasto con la legge, anche c.d. antidoping, e che generano l’intervento punitivo dello stato con l’emanazione della sanzione penale.
L’articolo 9 della legge 376/2000 individua tre nuove ipotesi di reato in tema di doping:
chiunque procura, somministra, assume o favorisce l’utilizzazione di farmaci o di sostanze biologicamente attive idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo al fine di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti, o comunque siano dirette a modificare i risultati dei controlli sull’uso di tali farmaci o sostanze;
chiunque si sottoponga a pratiche mediche non giustificate da una situazione patologica in atto e che siano idonee a modificare le condizioni psicofisiche o biologiche dell’organismo allo scopo di alterare le prestazioni agonistiche degli atleti o siano dirette a modificare i risultati dei controlli medici;
chiunque commerci farmaci o sostanze farmacologicamente o biologicamente attive fuori dai luoghi legalmente adibiti a ciò (farmacie aperte al pubblico ed altri luoghi equiparati).
Le prime due ipotesi hanno ad oggetto l’assunzione e la somministrazione di farmaci e di sostanze biologicamente attive fra le quali rientrano i c.d. integratori alimentari e le pratiche mediche fra le quali è ricompresso il c.d. doping ematico o autoemotrasfusione.
La terza ipotesi, invece, riguarda il commercio di sostanze dopanti.
Si deve ricordare che le sostanze e le pratiche vietate sono quelle che vengono espressamente individuate con decreto dal Ministero della Sanità, che stila una tabella apposita d’intesa con il Ministro per i Beni e le Attività culturali, su proposta della Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping per la tutela della salute nelle attività sportive.
Nell’individuazione delle sostanze e delle pratiche mediche vietate, la legge ha previsto che vi sia relazione tra l’attività del Ministero della Sanità ed il CIO e gli organismi internazionali preposti al settore sportivo, in modo tale da mantenere uniformità per ciò che riguarda le sostanze e le pratiche vietate.
Dall’esame dell’articolo 9 della legge 376/2000 emerge chiaramente che lo scopo del legislatore è stato quello di tutelare la salute dei partecipanti a qualsiasi tipo di attività sportiva, come peraltro affermato all’articolo 1 della legge che testualmente recita: “L’attività sportiva è diretta alla promozione della salute individuale e collettiva…Ad essa si applicano i controlli previsti dalle vigenti norme in tema di tutela della salute…”
Tale principio si pone in perfetta armonia con quanto previsto dall’art. 32 della Costituzione in tema di diritto alla salute; ma la legge se direttamente si pone come obbiettivo quello di salvaguardare la salute dello sportivo, inteso in senso generale, e quindi non solo in quanto partecipante ad attività sportiva agonistica o gara comunque organizzata, è certamente innegabile che si ponga anche un secondo obbiettivo, certamente meno evidente della tutela della salute dell’atleta, rappresentato dalla tutela del bene “lealtà sportiva”, che pure costituisce bene di interesse pubblico, e degno, conseguentemente, di tutela giuridica da parte dell’ordinamento.
Una delle particolarità della legge è la punizione, con sanzioni più gravi riservata a chi commerci sostanze vietate al di fuori di canali legali (pena da un minimo di due anni ad un massimo di sei anni di reclusione): occorre, perché ricorra l’ipotesi in esame, che l’attività di commercio sia attività stabile, e non permanente casuale, ipotesi quest’ultima che al contrario ricadrebbe nella semplice “procurare” sostanza vietate, regolata dall’ipotesi n. 1.
La legge, infine, ha previsto un aggravamento delle pene, sino al massimo di un terzo, se in conseguenza della somministrazione, utilizzazione, procacciamento o cessione di sostanze o pratiche mediche vietate sia derivato un danno alla salute dell’atleta, se il fatto sia stato commesso nei confronti di un atleta minorenne, se il fatto sia stato commesso da un componente o da un dipendente del Coni o di una Federazione sportiva nazionale, di una società, di una associazione o di un ente riconosciuto dal Coni.
1 T. MARTINES, Diritto costituzionale, V, Milano, 1989, 38.
2 S. CANGELLI, L’ordinamento giuridico sportivo, Foggia, 1998, 9.
3 Particolarmente suggestiva la definizione di sport offerta da J. ORTEGA Y GASSET, Il tema del nostro tempo, Milano, 1947, 78, il quale parla di sport come “…sforzo che non nasce da un’imposizione, ma rappresenta un impulso liberissimo e generoso della potenza vitale, …uno sforzo lussuoso che si profonde a piene mani senza speranza di ricompensa…l’attività sportiva come la primaria delle creature, come la più elevata, seria ed importante della vita”.
4 G. MAGNANE, Sociologie du sport, Paris, 1964, 81, che definisce lo sport come « l’attività di tempo libero la cui peculiarità dominante è lo sforzo fisico, partecipe insieme del giuoco e del lavoro, svolta in maniera competitiva, che comporta regolamenti e istituzioni specifiche ed è suscettibile di trasformarsi in attività professionale ».
5 Recita testualemente l’art. 5 Cost. :”La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…”.
6 P. D’ONOFRIO, Sport e giustizia, Rimini, 2004, 51.
7 C. BOTTARI, La tutela della salute nelle attività motorie: doping e problematiche giuridiche, Rimini, 2004, 2, 19 e ss..
8 Trib. Ravenna, sez. lavoro, 4 febbraio 2003, che ha affermato che l’impedimento alla prosecuzione dell’attività sportiva configura la lesione del diritto fondamentale sancito dall’art. 2 Cost. poiché ha conseguenze immediate sul benessere, sulla felicità e sulla realizzazione della dimensione di vita dell’individuo, oltre che incidere negativamente sulla vita di relazione dell’individuo stesso.
9 In tema di doping si esaminerà nel seguito della presente trattazione anche la legge 14 Dicembre 2000, n. 376, c.c. legge antidoping.
10 Si ricordano la legge regionale del Lazio, 20 giugno 2002 n. 15, recante il titolo “Testo unico in materia di sport”, la legge regionale Lombardia, 8 ottobre 2002, n. 8, con titolo “Norme per lo sviluppo dello sport e delle professioni sportive in Lombardia”, la legge regionale Friuli Venezia Giulia, con titolo “Testo unico in materia di sport e tempo libero”, la legge regionale Liguria, 5 febbraio 2002, n. 6, recante “Norme per lo sviluppo degli impianti e delle attività sportive e fisico – motorie”.
11 Devono essere ricordati, tra i maggiori studiosi in tema di pluralità degli ordinamenti giuridici M.S. GIANNINI, Prime osservazioni sugli ordinamenti giuridici sportivi, in Riv. dir. sport., 1949, 10; M.S. GIANNINI, Gli elementi degli ordinamenti, in Riv. trim. dir. pubbl., 1958, 219; W. CESARINI SFORZA, Il diritto dei privati, in Coll. Civiltà del diritto ,Milano, 1963; F. MODUGNO, Pluralità degli ordinamenti, in Enc. dir. , XXXIV, Milano, 1985.
12 A. MARANI TORO, Sport, in Nss. Dig. It., XVIII, Torino, 1971, 44, Secondo l’Autore, infatti, con il passaggio dall’attività sportiva in senso isolato, il cui risultato del singolo atleta non è comparato con quello degli altri partecipanti alla competizione, al momento invece, in cui le prestazioni sportive vengono comparate tra loro secondo regole fissate precedentemente, si avrebbe la nascita dell’ordinamento sportivo.
13 Cass. civ., sez. III, 11 febbraio 1978, n. 625, in Giust. Civ., 1978, I, 897; la pronuncia richiamata, infatti, ancorché datata, è emblematica con riferimento alla consapevolezza che l’ordinamento sportivo sia qualificabile come ordinamento giuridico, là dove testualmente la Suprema Corte afferma che: “Il fenomeno sportivo, quale attività disciplinata sia in astratto che in concreto, visto indipendentemente dal suo inserimento nell’ordinamento statale, si presenta come organizzazione a base plurisoggettiva per il conseguimento di un interesse generale. E’ un complesso organizzato di persone che si struttura in organi cui è demandato il potere – dovere, ciascuno nella sua sfera di competenza, di svolgere l’attività disciplinatrice, sia concreta che astratta, per il conseguimento dell’interesse generale. E’, dunque, un ordinamento giuridico”.
14 P. D’ONOFRIO, op. cit., 38.
15 Le federazioni nazionali individuano quali sono le attività sportive professionistiche e quali dilettantistiche, in base alle direttive impartite dal CONI.
16 Si tratta di regolamenti emanati dalle federazioni sportive nazionali nell’ambito della potestà amministrativa riconosciuta dall’ordinamento. La natura regolamentare discende dal particolare procedimento che ne regola l’adozione e che prevede l’approvazione con decreto del Ministero della sanità del regolamento federale oltre che dalla natura propria dell’interesse tutelato.
17 M.Tortora, C.G. Izzo, L.Ghia, Diritto sportivo, Torino, 1998, p.58. Conforme Cass. S.U. n. 3091/1986.
 Delogu, La teoria del delitto sportivo, in Ann. Dir. Proc. Pen.., 1932, p.1297. Secondo l’Autore il fondamento della non punibilità deve rinvenirsi nella efficacia scriminante del consenso dell’avente diritto previsto dall’art.50 codice penale, secondo il quale non è punibile chi lede o pone in pericolo un diritto con il consenso della persona che può validamente disporne. Chi decide di partecipare ad una gara sportiva di un certo tipo, è cosciente di esporre a rischio la propria incolumità, così che non può poi dolersi di un danno di cui era a conoscenza e che aveva consapevolmente e volontariamente accettato. Secondo il Delongu la partecipazione al gioco implica necessariamente l’accettazione del rischio ad esso inerente entro i limiti del regolamento di gioco. Negli sport ove la violenza è una componente necessaria le lesioni prodotte intenzionalmente del rispetto delle regole sono irrilevanti. Negli sport a violenza eventuale sono irrilevanti le lesioni prodotte senza intenzione e senza la violazione delle regole del gioco.
Per Saltelli, Disponibilità del diritto e consenso all ’avente diritto, 1934, p.8, la validità del consenso dell’avente diritto è riconosciuta dal particolare valore sociale che la morale ed il diritto attribuiscono allo sport.
Secondo Riz, Il consenso dell’ avente diritto, 1979,p.245, il consenso dell’avente diritto non scrimina solo le lesioni arrecate con il rispetto delle regole di gioco, ma anche quelle commesse in loro violazione, purché ricorrano due condizioni: che il gareggiante non esorbiti dalla condotta media normalmente attuata nello specifico sport, che comprende inevitabilmente la commissione di alcuni falli, e che le lesioni dell’integrità fisica rientrino nei limiti di rischio inerenti alla specifica attività sportiva esercitata.
Secondo altri autori, invece, il fondamento della non punibilità delle lesioni sportive risiede in una causa di giustificazione non codificata: l’Antolisei sostiene che: … “L’esercizio di un’attività autorizzato dallo Stato perché rispondente all’interesse della comunità sociale, importa l’impunità dei fatti lesivi o pericolosi che eventualmente ne derivino quando tutte le regole che disciplinano l’attività sportiva siano osservate”. Posto che l’attività sportiva è permessa e favorita dallo Stato, in forza della legge n.426 del 1942 istitutiva del CONI, ne consegue che essa costituisce allo stesso tempo una causa di giustificazione non codificata, desunta mediante ragionamento analogico, per cui divengono leciti fatti lesivi dell’integrità fisica commessi con l’osservanza delle regole in gioco.
Della stessa opinione sono Vassalli, I limiti del divieto di analogia in materia penale, 1942, p. 95; Cordero, Appunti in tema di violenza sportiva, in Giur.it., 1951, II, 313; Bettiol, Diritto penale, 1978, p.122 e 358.
Altri autori ravvisano il fondamento della non punibilità delle lesioni nell’articolo 51 del codice penale, secondo il quale l’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità, rapportandolo alla legge n.426 del 1942 istitutiva del CONI. In particolare Granata, L’omicidio nel diritto penale, 1949, p.11, e Presupposti giuridici della colpa punibile nei giochi sportivi, in Riv. dir. sport., 1950, p.1 sostiene che la non punibilità delle lesioni o la morte di un pugile avvenuta malgrado l’osservanza delle regole della boxe risieda nella coerenza dell’ordinamento giuridico per cui non è ammissibile che lo Stato permetta ed incoraggi un’attività sportiva il cui svolgimento comporta lesioni all’integrità fisica e contemporaneamente punisca la stessa attività quando essa si è svolta secondo le regole del gioco. Per De Marsico, Diritto penale, 1969, 146, le lesioni inferte con l’osservanza delle regole del gioco non sono punibili perché non può ritenersi penalmente illecito ciò che è conforme alla legge.
Prugnola, La violenza sportiva, in Riv. dir. sport., 1960, p. 73, Caianiello, L’attività sportiva nel diritto penale, in Riv. dir. sport., 1975, 273, Zaganelli, L’illecito penale nell’attività sportiva, in Riv. dir. sport., 1963, 207,Vidiri, Violenza sportiva e responsabilità penale dell’atleta, in Cass. Penale, 1992, 3157, sostengono che anche alla stregua del diritto alla salute tutelato dall’articolo 32 della Costituzione lo sport costituisce uno dei fini dello Stato, come diritto fondamentale dell’individuo; ne consegue che non è ammissibile ritenere illecito un evento realizzatosi durante lo svolgimento dell’attività sportiva. Infine va ricordato anche Albeggiani, voce Sport, diritto penale, in Enc. Dir., LXIII, 1990, 538, che fa espresso riferimento alla scriminante dell’esercizio del diritto di cui all’art. 51 c.p.
19 R. Frascaroli, Sport, in Dir. pubbl. e priv. , in Enc. Dir., XLIII, 1990, p. 532 e ss.
20 Dini, l’organizzatore e le competizioni: limiti della responsabilità, in Riv. dir. sport., 1971, p.416.
21 In questo senso si è espressa la Suprema Corte con la sentenza 20 febbraio 1997, n. 1564, in Resp. civ. e prev., 1997, p.699.
22 Sulla responsabilità del gestore di una pista di gokarts: trib. Roma, 31/1/67, in RGI, 1967; Pret. Bologna, 4/2/64; sulla gestione di piscine: trib. Milano, 5/9/66, in Riv. dir.sport., 1966, 372; contra C.App. Roma, 23/6/62, Riv. dir. sport, 1963, 243; sulla gestione di maneggi: Cass. 22/10/79, n. 1155; C.App. Catania, 26/3/82, in Riv. dir. sport., 1982, 192; contra trib. Perugia, 5/9/89; Trib. Asti, 31712/92, in Riv. dir. sport., 1993, 746, con nota di Catalano, Vecchio e nuovo sull’art. 2050 c.c.; sul tiro a segno: C.App. Firenze, 9/5/1967, in Giur.It., 1967, 49.
23 S.CALIFANO, Doping: istruzioni per l’uso, in Profili attuali di diritto sportivo, a cura di G. GAMBOGI, Milano, 2002, 68 e ss.
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