Source: https://analisiaziendale.it/piano_aziendale_quale_strumento_governance_comunicazione_sociale_codice_crisi_2000195.html
Timestamp: 2020-04-10 20:03:39+00:00
Document Index: 42181024

Matched Legal Cases: ['art. 2086', 'art. 2257', 'art. 2381', 'art. 3', 'art. 2621', 'art. 2381', 'art. 2428', 'art. 377', 'art. 2475', 'art. 2381']

Il piano aziendale quale strumento di governance e comunicazione sociale alla luce del nuovo Codice sulla crisi e l'insolvenza
di Massimo Talone (Vicepresidente Commissione Finanza Aziendale e Controllo di Gestione ODCEC di Milano e membro presso il CNDCEC del Gruppo di Lavoro sui Programma di valutazione del rischio di crisi aziendale delle società a partecipazione pubblica e indicatori di valutazione)
Pubblicato sul sito www.linkedin.com in data 20 gennaio 2019.
«L'attività propria dell'impresa è, per definizione, caratterizzata da incertezza per la presenza di rischi esterni ed interni alla struttura aziendale: solo con adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili è possibile ricondurre l'incertezza ad un sistema di rischi accettabili».
Con queste chiare ed illuminanti parole i miei colleghi ed amici, Luca Asvisio, Presidente dell'ODCEC di Torino e Roberto Frascinelli, Presidente della Fondazione Dottori Commercialisti di Torino, introducono il bel libro, promosso dalla stessa Fondazione dal titolo "Predisposizione e ruolo del business plan nell'ambito della gestione delle PMI – Guida operativa per commercialisti e imprenditori" (Eutekne Editore, Torino 2018).
L'attenta ed illuminante lettura di questo lavoro mi ha indotto a tracciare qualche riflessione concretamente operativa sul ruolo assunto dalla pianificazione aziendale e dal controllo strategico (nell'accezione anglosassone di "direzione", "guida verso il raggiungimento degli obiettivi prefissati") nel contesto dell'attuale riforma normativa introdotta dal nuovo Codice sulla Crisi d'impresa e l'insolvenza.
La questione non è meramente esegetica ma presenta concrete ricadute operative per tutte quelle società non quotate che si apprestano a rivedere i loro "assetti organizzativi, amministrativi e contabili" alla luce del novellato testo dell'art. 2086 codice civile e soprattutto dei richiami agli art. 2257, 2380-bis, 2409-novies e 2475 del codice civile (quest'ultimo come proverò ad argomentare a breve, di fondamentale importanza per il rinvio all'art. 2381 c.c.).
La tesi che proverò a dimostrare è la seguente.
Alla luce del combinato disposto degli art. 3, 2° comma, degli articoli 14, 375 e 378 del decreto legislativo in attesa di promulgazione da parte del Presidente della Repubblica, il piano aziendale, inteso quale documento sociale di corporate governance e gestione integrata dei rischi d'imprese (di cui, non si finirà mai di sottolinearlo, il rischi di insolvenza e di interruzione della continuità aziendale sono delle mere componenti seppur qualificate) è, al pari del bilancio, considerato parte integrante della comunicazione sociale.
Se la risposta è positiva, che effetto esimente sulla responsabilità degli organi sociali (in primis, gli amministratori ma anche degli organi di controllo interni ed esterni) esso può avere alla luce delle nuove norme introdotte dal Codice?
La questione è di straordinaria importanza anche per i risvolti negativi (nel senso di possibile responsabilità penale e civile degli organi sociali) in caso di "mandacio societario".
Ma andiamo per ordine ed esaminiamo, innanzitutto, la preesistente normativa e interpretazione dottrinale in materia di pianificazione aziendale e gestione dei rischi d'impresa.
La prima questione da considerare è se, allo stato della normativa ante Codice, il piano aziendale possa essere considerato un documento sociale e come tale soggetto, ad esempio, alla normativa penale in caso false comunicazioni sociali ex art. 2621, 2621-bis, 2621-ter e 2622 c.c.
A tal riguardo, la giurisprudenza e la dottrina concordano nel ritenere che "[nella definizione di comunicazione sociale] si debbano ritenere ricomprese non solo quelle meramente interne, quali i bilanci, le relazioni sugli stessi, etc., destinati ai soci, ma ogni comunicazione anche esterna, diretta sia ai soci che ai creditori, presenti e futuri e, in genere, ai terzi interessati" (Cassazione Penale, 1 giugno 1999, n. 6881).
Volendo generalizzare, allo stato, il piano aziendale assume rilevanza esterna e quindi andrà considerato documento sociale foriero di responsabilità o di esimenza se espressamente richiesto da una norma di legge.
Nel nostro caso, il codice civile in più occasioni prevede la necessità di questo documento di pianificazione aziendale.
In particolare, l'articolo 2381 c.c., nel disciplinare le prerogative degli organi amministrativi delle spa, nella seconda parte del 1° comma, stabilisce che "[il consiglio di amministrazione] sulla base delle informazioni ricevute valuta l'adeguatezza dell'assetto organizzativo, amministrativo e contabili della società; quando elaborati, esamina i piani strategici, industriali e finanziari della società; valuta sulla base della relazione degli organi delegati, il generale andamento della gestione".
Inoltre, "gli organi delegati (...) riferiscono al consiglio di amministrazione e al collegio sindacale, con periodicità fissata dallo statuto e in ogni caso almeno ogni sei mesi, sul generale andamento della gestione e sulla prevedibile evoluzione" (art. 2381 c.c., 5° comma).
Altra modifica di rilievo è quella che è stata introdotta dal d.lgs. 32/2007 all'art. 2428 del codice civile con l'inserimento, nella relazione sulla gestione, della descrizione dei principali rischi e incertezze a cui la società è esposta.
In particolare, sino all'entrata in vigore del d.lgs. 32/2007, il problema della risk governance era rimasto relegato essenzialmente ai rapporti interni degli organi sociali.
Con il nuovo intervento normativo, si sono invece dettati i presupposti "per un ampliamento dell'informativa a tutti i fattori di rischio ed alle condizioni d'incertezza che caratterizzano la gestione dell'azienda nella sua globalità e che possono produrre un effetto negativo sui risultati economici, finanziari e patrimoniali futuri della combinazione produttiva" (G. D'Onza, A. Guerrini, "Il risk reporting. Analisi della letteratura e inquadramento normativo per lo sviluppo di un modello di reporting", Rivista Italiana di Ragioneria e di Economia Aziendale, 2010, pag. 791).
Ma cosa cambia con l'entrata in vigore del nuovo Codice sulla crisi d'impresa e l'insolvenza?
Un'ultima riflessione prima di affrontare la questione centrale della necessità di introdurre questo importante documento di corporate governance anche nelle società non quotate.
Sia alla luce della normativa attualmente in vigore che della best practices in materia di gestione integrata dei rischi d'impresa (Enterprise Risk Management Framework – CoSo 2017) i due processi, quello di pianificazione aziendale (definizione dello sviluppo strategico e degli obiettivi da raggiungere in termini di risultati economici) e quello di gestione integrata dei rischi (definizione del perimetro di propensione e tolleranza al rischio (RAF - Risk Appetite Framework), identificazione, misurazione e monitoraggio dei rischi) sono "due facce della stessa medaglia".
Corollario: devono essere trattati e sviluppati dallo stesso report, il piano aziendale.
Ma torniamo alla nostra domanda.
Perché tutto questo complicato e formalizzato processo decisionale (pianificazione aziendale e risk governance) dovrebbe interessare le 175.000 srl che, presumibilmente dall'anno in corso, dovranno ingegnerizzare i loro processi interni di pianificazione e controllo, adeguare i modelli di corporate governance, introdurre sistemi d'allerta per la tempestiva rilevazione degli stati di crisi e nominare revisori e sindaci?
Per il semplice fatto che, l'art. 377 del nuovo Codice (Assetti organizzativi societari) al punto 5 prevede espressamente che "All'art. 2475 del codice civile [Amministrazione della società a responsabilità limitata, ndr], dopo il quinto comma è aggiunto il seguente: Si applica, in quanto compatibile, l'art. 2381".
Se ne deduce che, nel rispetto del principio di proporzionalità e rilevanza, sempre applicabile in funzione della natura e dimensione aziendale, anche le srl ovvero tutte le società non quotate dovranno predisporre un piano aziendale e gestire in modo formalizzato i rischio d'impresa definendone propensione, rilevanza, misura, tolleranza e KPI da monitorare.
L'ODCEC di Milano, dopo un lungo lavoro multidisciplinare a cui hanno preso parte tutte le commissioni di studio interessate, i responsabili RAF di primarie banche e una importante società di revisione, ha elaborato, sotto il mio coordinamento, le "Linee guida sulla Risk Governance per le società non quotate" che saranno prossimamente pubblicate con tre Quaderni SAF: Corporate Governance, Controlli Interni e Enterprise Risk Management a cura della Fondazione Dottori Commercialisti di Milano.
Come si dice a Napoli, "il pacco è servito". Scusate se è poco!