Source: http://www.associazionememoria.it/?page_id=22
Timestamp: 2019-06-19 07:41:18+00:00
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CASO BATTISTI – Associazione Memoria
UN CASO APERTO DA 30 ANNI
Dopo il Caso D’Elia, l’ex brigatista condannato per l’uccisione dell’Agente di Polizia Fausto Dionisi e poi eletto al Parlamento, l’opinione pubblica italiana dal 2008 si è trovata a dover fare i conti con un altro caso di ex terrorista che reclama la sua innocenza-diritto a vivere: Cesare Battisti.
Il 29 gennaio 2009 Mariella Magi Dionisi, vedova dell’agente di PS Fausto Dionisi, assassinato a Firenze il 20 gennaio 1978, da un commando di Prima Linea, e Presidente dell’Associazione Memoria ha scritto una lettera aperta al Presidente brasiliano Luiz Lula, intervenendo cosi ufficialmente, dopo i vertici del governo italiano, sullo spinoso caso dell’ex terrorista Cesare Battisti a cui il governo brasiliano ha concesso asilo politico, negando l’estradizione richiesta dal governo italiano.
Questo il testo integrale della lettera, rimasta senza risposta:
“Gentilissimo Signor Presidente Lula,
Mi permetto di scriverLe anche a nome di tutti gli appartenenti alla associazione – tra i familiari delle vittime delle forze dell’ordine e della magistratura per atti di terrorismo – che abbiamo chiamato “MEMORIA”, perché attraverso essa vogliamo ricordare, far ricordare e diffondere i valori umani, civili e morali in difesa dei quali i nostri cari sono stati uccisi: libertà, legalità, democrazia.
La Memoria sopravvive e si perpetua. Non ci sono sentimenti di vendetta nella memoria. C’è solo la richiesta di verità e di giustizia, perché troppo spesso non abbiamo avuto né l’una né l’altra.
A loro abbiamo insegnato che lo Stato siamo noi, che non si uccide per affermare idee, che il nostro sistema giudiziario è quello a cui affidarci per avere giustizia, l’ unica che possiamo ottenere in questa terra.
L’ Italia, Signor Presidente, non è un paese giustizialista. Lo dimostra il fatto che per anni tangibili iniziative sono state rivolte solo a validare, anche politicamente, uomini che oltre che a ferire altri uomini, hanno fatto sì che tanti bambini restassero senza un padre a cui chiedere e dare affetto.
L’ Italia è quel Paese che per anni ha riservato anche agli ex terroristi pagine intere sui giornali o approfondite trasmissioni televisive.
IL PRESIDENTE ASSOCIAZIONE “MEMORIA”
Dott.ssa Mariella Magi Dionisi
Cesare Battisti, militante dei Pac-Proletari armati per il comunismo, un’organizzazione terroristica, è stato processato e condannato a due ergastoli dalla giustizia italiana, perché ritenuto colpevole di ben 4 omicidi e di una lunga serie di reati minori, come rapine e sequestri di persona.
Fuggì all’estero quando il processo era appena agli inizi.
Prima si rifugiò in Messico, poi in Francia e infine in Brasile.
Il Brasile si è sempre rifiutato di concedere l’estradizione in Italia asserendo che Battisti non avrebbe avuto giustizia dal governo italiano.
Nel corso degli anni artisti ed intellettuali francesi e italiani si sono mobilitati in sua “difesa”, descrivendolo come un libero pensatore, un genio della letteratura, vittima della persecuzione dello Stato Italiano.
Ancora oggi Battisti dichiara: “I responsabili degli omicidi per i quali sono stato condannato sono quattro miei ex compagni dei Proletari armati per il comunismo (Pac). Il colpo che ferì e rese invalido il figlio del gioielliere Torregiani è partito invece dall’arma del padre del ragazzo” (dalla lettera scritta a gennaio 2009 dal carcere di Papuda e resa nota dai suoi avvocati).
“Riaffermo la mia condizione di perseguitato politico”, scriveva ancora Battisti nella lettera scritta a mano, in un portoghese contenente vari errori ortografici.
L’ex terrorista ringraziava la stampa per l’attenzione che gli stava dedicando e si scusava per non poter concedere interviste a tutti.
“Sono certo – disse rivolto agli “amici giornalisti” – che tutti voi vogliate pubblicare la verità dei fatti. Ma adesso – aggiungeva – non mi sento bene per ricevere tutti quelli che mi stanno cercando”.
I quattro chiamati in causa da Battisti sono Gabriele Grimaldi, Sebastiano Masala, Giuseppe Memeo e Sante Fatone, processati con lui per omicidi e banda armata e condannati con sentenze definitive.
Grimaldi è morto nel 2006 dopo essere stato scarcerato già da diversi anni; Memeo, Fatone e Masala sono liberi ormai da tempo. Memeo è ritenuto dagli investigatori il giovane con cappuccio, ritratto in una storica foto degli anni di piombo mentre in via De Amicis a Milano impugna a due mani una pistola nell’atto di sparare ad altezza d’uomo.
L’ex membro dei Pac ringraziava “lo sforzo del senatore Eduardo Suplicy, della mia amica Fred Vargas e dei miei avvocati per avermi messo in contatto con la stampa. Spero che la mia situazione venga compresa e che io possa vivere in libertà con la mia famiglia gli ultimi anni della mia vita”.
Sul caso Battisti sono intervenuti, negli ultimi anni, con atti e passi ufficiali presso lo Stato del Brasile, il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, l’allora Presidente del Consiglio dei Ministri Silvio Berlusconi, con gli allora Ministri degli Esteri e della Giustizia.
Il Ministro brasiliano della Giustizia Tarso Genro invece attaccò l’Italia: “E’ chiusa ancora negli anni di piombo: la differenza è che qui in Brasile siamo più avanzati su questo argomento, tanto che stiamo discutendo sulla nostra legge di amnistia. È molto rispettabile la posizione italiana ma per capire questa reazione dobbiamo ricordarci che quel Paese è ancora chiuso negli anni di piombo. In Brasile siamo a livello di una pacificazione politica, mentre in Italia la ferita non è ancora cicatrizzata. Rispettiamo le ragioni dell’Italia, ma applichiamo la nostra sovranità”.
Il Ministro dichiarò che considerava Battisti come “un militante della lotta armata, come centinaia che abbiamo qui in Brasile”.
“Per esempio Fernando Gabeira – concluse Genro – ha partecipato anche al sequestro dell’ambasciatore degli Stati Uniti, Charles Elbrick, durante la dittatura militare. Eppure oggi Gabeira è un rispettato deputato federale”.
Ferma e pronta fu la risposta del Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini: “Non mi faccio innervosire e non commento espressioni che appartengono alla demagogia e alla retorica del comizio. Sappiamo noi che cosa sono stati gli anni di piombo e saremo noi a decidere come chiudere quella stagione che ancora non conosce il pentimento, al contrario l’arroganza e la sfida di assassini che trovano ancora complici compiacenti”.
Dal canto suo il Presidente del Consiglio italiano Silvio Berlusconi precisò in una nota ufficiale che l’Italia sul fronte giuridico non lascerà nulla di intentato per risolvere il caso Battisti.
Nel frattempo circolarono diffusamente e con dovizia di particolari attendibili, grazie all’intervista rilasciata dallo stesso terrorista Battisti ad un settimanale brasiliano, notizie che confermavano che il suo arrivo finale in Brasile fu possibile grazie alla complicità dei servizi segreti francesi.
“L’idea della mia fuga in Brasile – disse Battisti – è stata di un membro dei servizi segreti francesi”.
Battisti raccontò di essere andato in auto dalla Francia alla Spagna e poi in Portogallo. Da Lisbona all’Isola di Madeira e in nave alle Canarie, dove prese un aereo per Capo Verde e poi per Fortaleza.
Del figlio del gioielliere Pierluigi Torregiani, che è su una sedia a rotelle per colpa di un attentato dei Pac, Battisti disse che “è triste quello che sta facendo Alberto Torregiani: lui sa che io non ho niente a che vedere con tutto questo. Perché ci siamo scambiati delle lettere. Una corrispondenza di amicizia, sincerità e rispetto. Ma lui soffre pressioni da parte del governo italiano… Loro stanno facendo pressioni, visto che possono togliergli la pensione”.
“In Italia è esistita la guerra civile – proseguiva Battisti – come abbiamo denunciato all’orchestratore della repressione all’epoca, l’ex presidente Francesco Cossiga. Lui ha mandato a me una lettera personale, riconoscendomi come militante politico. Parole di Cossiga. Sarà che Berlusconi, il grande mafioso, ha più credibilità di Cossiga?».
Il 15 novembre 2009 Massimo D’Alema incontrò in un albergo romano il Presidente della Repubblica brasiliana, Luiz Ignacio Lula da Silva, a Roma per partecipare ad un vertice della FAO.
Rispondendo alle domande dei cronisti sul caso del terrorista italiano Cesare Battisti, detenuto nelle carceri brasiliane e in attesa di una decisione sulla sua estradizione, D’Alema spiegò: «Non ne abbiamo parlato, perché il presidente mi ha spiegato che la questione è nelle mani della magistratura, quindi sarà la magistratura a decidere entro qualche giorno».
«Io auspico – disse ancora l’ex premier di fronte alle insistenze dei giornalisti – che la magistratura brasiliana lo esamini nel senso richiesto dalle autorità italiane».
A chi gli chiedeva di spiegare perché il Partito Democratico sia favorevole all’estradizione, D’Alema rispose: «Perché è una persona che è stata condannata nel nostro paese per gravi reati contro persone innocenti e non per ragioni politiche. È giusto che sconti la pena nel nostro paese, come è normale che sia, non c’è una ragione particolare».
Il 18 novembre 2009 arrivò la decisione del Tribunale Supremo Brasiliano con l’annuncio del presidente della Corte Gilmar Mendes del nulla osta all’estradizione in Italia di Cesare Battisti.
Il voto decisivo, 5 contro 4, fu proprio quello di Mendes, che ha ritenuto gli omicidi per cui Battisti è stato condannato, «crimini comuni e non politici».
La Corte però stabilì che sulla sentenza si doveva anche esprimere il Presidente Lula.
A Roma, la notizia della prima sentenza della Corte fu accolta con un lungo applauso alla Camera dei Deputati.
Tutti i deputati applaudirono lungamente in tutti i settori dell’emiciclo dopo l’annuncio del deputato Massimo Corsaro.
Olga D’Antona del Pd, vedova del giurista assassinato dalle Br, disse che l’estradizione di Battiti «è una vittoria per l’Italia e per il suo sistema giudiziario».
La deputata richiamò l’Ue a una unità di intervento, stigmatizzando l’operato nella vicenda Battisti della Francia.
Un passaggio particolarmente applaudito da governo e maggioranza.
«I giudici hanno emesso il decreto di estradizione. Quanto fino ad ora deciso è il coronamento di un lavoro di anni e l’affermazione di un principio importante e cioè che Battisti è un assassino e non un detenuto politico».
Il Ministro degli Esteri Frattini espresse «grande soddisfazione perché è stata premiata la linea di responsabilità e di rispetto adottata dal governo italiano», chiedendo «che questa importante decisione sia vincolante e sia eseguita subito».
Il Ministro della Difesa La Russa dichiarò: «questa è la migliore risposta che il Parlamento poteva dare a chi per un attimo aveva immaginato che il Brasile non fosse un Paese amico».
Il Presidente della Camera Fini sperò «in una rapida e positiva conclusione della vicenda», mentre il Presidente del Senato Schifani sottolineò come «è giusto che Battisti sconti la pena in Italia».
«Tiriamo un primo respiro di sollievo» commentò Alberto Torregiani, il figlio del gioielliere ucciso dai Proletari armati per il comunismo il 16 febbraio 1979.
Ma fu cauto: «Sto aspettando la decisione definitiva, non voglio mettere le mani avanti ma dedico la vittoria, se verrà, a tutte le persone oneste. Spero che la gente comune capisca che, al di là delle storie montate da chi delinque, la giustizia a volte vince».
Per Alberto, rimasto paralizzato nell’agguato del commando che uccise suo padre, la pena che Battisti dovrà scontare non è il punto fondamentale: «Io ho sempre detto che si può soprassedere, alla fine 30 anni sono come un ergastolo, sono questioni tecniche. L’importante è aver ottenuto giustizia, che Battisti sia stato riconosciuto colpevole e vada in carcere. Che si sia finalmente riconosciuto che i tribunali italiani che lo hanno giudicato colpevole non sono tribunali di guerra».
A dicembre 2009 La Corte Suprema del Brasile ratificò la richiesta di estradizione di Cesare Battisti, che sfugge alla giustizia italiana da trent’anni, limitando il potere di decisione del Presidente brasiliano Lula che doveva decidere in ultima istanza sull’estradizione.
La Corte confermò la sua decisione del 18 novembre, quando l’estradizione fu decisa da 5 magistrati contro 4, aggiungendo che toccava al Presidente del Brasile decidere in ultima istanza sulla sua applicazione.
Esaminando una questione di diritto sollevata dal Governo italiano, la Corte precisò che il Presidente brasiliano doveva «rispettare l’accordo bilaterale d’estradizione firmato con l’Italia».
Dopo le decisioni della giustizia brasiliana e la lettera della Presidente Mariella Magi Dionisi, rimasta, ovviamente senza risposta, il caso è andato quasi nel limbo fino a quando il Presidente Lula, a dicembre 2010, pochi giorni prima di lasciare la Presidenza del Brasile, nonostante il parere contrario della Corte Costituzionale Brasiliana, ha deciso di non concedere l’estradizione a Battisti.
A dicembre l’Avvocatura Generale del Brasile raccomandò al Presidente di negare l’estradizione in Italia.
Nel parere inviato al capo dello Stato, l’Avvocatura argomentò che Battisti poteva trovarsi in una “grave situazione” se fosse rimandato nel suo paese d’origine.
L’Avvocatura argomentò inoltre che il trattato di estradizione tra Brasile e Italia dà margini al presidente Lula per tenere Battisti nel paese latinoamericano, indipendentemente dalla decisione della Corte Suprema che autorizzò l’estradizione.
La raccomandazione dell’Avvocatura brasiliana rese ancora più verosimile la concessione dell’asilo in Brasile da parte di Lula.
L’Avvocatura spiegò che, secondo l’articolo 3 del trattato bilaterale, per il no all’estradizione al Presidente bastava avere “ragioni per supporre che la persona reclamata (dall’altro Stato) sarà sottoposta ad atti di persecuzione e discriminazione per motivi di razza, religione, sesso, nazionalità, lingua, opinione politica, condizione sociale o personale. Oppure che la situazione possa essere aggravata da uno degli elementi summenzionati”.
Un’argomentazione che tuttavia non potrebbe non avere un serio impatto sulle relazioni bilaterali.
Nella documentazione trasmessa a Lula, l’Avvocatura aggiunse articoli di stampa italiani, che contenevano anche dichiarazioni di esponenti del Governo italiano sul trattamento che sarebbe riservato a Battisti in caso di estradizione.
In un comunicato diffuso immediatamente da Palazzo Chigi si leggeva che “il Governo italiano si è attivato con determinazione e chiarezza durante l’ultimo anno e mezzo, con il consenso unanime di tutte le forze politiche, per ottenere l’estradizione in Italia di Cesare Battisti, il pluriomicida condannato in via definitiva attualmente detenuto in Brasile”.
“Proprio nelle ultime ore il Governo – proseguiva il comunicato – ha continuato a insistere nella richiesta di estradizione, peraltro accolta dal Supremo Tribunale Federale del Brasile e rimessa per l’attuazione al Presidente Lula, e si riserva di esprimere le proprie valutazioni dopo l’annuncio ufficiale della decisione. Tuttavia, in questo momento delicato alcune informazioni fanno ritenere che nella possibile motivazione della decisione del Presidente Lula vi possa essere il riferimento all’articolo 3 comma F del Trattato di estradizione, e quindi al presunto aggravamento della situazione personale di Battisti”.
“In questo caso, il Governo italiano fin d’ora intende dichiarare che considera incomprensibile e inaccettabile nel modo più assoluto siffatto riferimento e la relativa decisione. Il presidente Lula – è la conclusione – dovrebbe allora spiegare tale scelta non solo al Governo, ma agli italiani tutti e in particolare alle famiglie delle vittime e a un uomo ridotto su una sedia a rotelle”.
Precedentemente sempre una nota di Palazzo Chigi aveva sottolineato che “sono destituite di ogni fondamento le indiscrezioni di un senatore brasiliano interpellato dal ‘Riformista’ circa presunte garanzie fornite dal presidente Berlusconi al presidente Lula sul caso Battisti.
In particolare, mai in nessun incontro fra i due leader il Presidente Berlusconi ha mostrato sottovalutazione per la vicenda dell’estradizione, richiamando invece costantemente la linea perseguita dall’Italia a ogni livello perché Cesare Battisti venga riconsegnato alla giustizia italiana”.
L’ultimo atto ufficiale di una lunga serie in questo senso – proseguiva il comunicato – è stata la convocazione, il 21 dicembre scorso a Palazzo Chigi, dell’Ambasciatore del Brasile a Roma, Josè Viegas Filho, da parte del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio On. Letta”.
Intanto il Ministro degli Esteri, Franco Frattini, in una nota diffusa dalla Farnesina, aveva fatto sapere che “il Governo italiano si riserva, sulla base della decisione del presidente brasiliano Lula, di considerare tutte le misure necessarie per ottenere il rispetto del trattato bilaterale di estradizione, in conformità con il diritto brasiliano”.
In relazione alla richiesta di estradizione, proseguiva la nota, ”il Ministro Frattini non si esprimerà pubblicamente se non successivamente al previsto annuncio della decisione del Presidente Lula”, circa la quale è peraltro prevista una presa di posizione ufficiale della Presidenza del Consiglio. Comunque, proseguiva il comunicato, “negli ultimi due anni il Ministro degli Esteri Frattini ha direttamente e personalmente sollevato ad ogni possibile occasione di incontro con le autorità brasiliane il caso Battisti rappresentando la forte aspettativa del governo italiano affinché quest’ultimo possa essere estradato in Italia”.
Sulla vicenda intervenne anche il Ministero della Giustizia: “Il governo italiano ha fatto tutto quanto era nelle proprie possibilità, giuridiche e politiche, perché il Brasile concedesse l’estradizione del pluriomicida Cesare Battisti, già condannato in via definitiva dalla giustizia italiana. Infatti, l’estradizione era stata richiesta esclusivamente per i reati di omicidio per i quali Battisti era stato condannato all’ergastolo”.
“Quando l’allora ministro della Giustizia brasiliano – si leggeva – aveva concesso a Battisti lo status di rifugiato, il ministero della Giustizia italiano aveva prontamente impugnato il provvedimento davanti al Tribunale Supremo Federale brasiliano. La procedura era stata seguita costantemente dal ministero, attraverso il Dipartimento per gli Affari di Giustizia, fino al momento in cui il Tribunale Federale aveva annullato, nel settembre dello scorso anno, il decreto che aveva concesso lo status di rifugiato”.
“Sempre su istanza del ministero della Giustizia italiano – ricordava la nota – quello stesso Tribunale aveva dichiarato che la propria sentenza non era suscettibile di disapplicazione da parte del Presidente del Brasile, Lula, che avrebbe dovuto quindi rendere immediatamente esecutiva quella pronuncia, in osservanza del trattato internazionale, e disporre l’estradizione del pluriomicida”.
“Questi i passaggi che il Governo e il Ministero della Giustizia hanno fatto, muovendosi – concludeva il comunicato – nel quadro delle leggi e dei trattati su cui si reggono le relazioni tra Paesi democratici, dove vige lo stato di diritto”.
Alberto Torregiani, figlio del gioielliere ucciso nel 1979 – per questo omicidio Battisti è stato condannato come mandante – lanciò un appello al governo italiano proponendo la chiusura dell’Ambasciata italiana in Brasile.
“Il governo italiano ha fatto tutto il possibile, rispettando le regole del gioco politico, istituzionali e giuridiche. Adesso però dica basta. Il 4 gennaio saremo al sit-in davanti all’Ambasciata brasiliana: stiamo valutando se chiedere che venga chiusa”.
“L’unica pecca del governo italiano è che avrebbe dovuto avere più fermezza e determinazione in tempi più remoti – precisava Torregiani – Non siamo sorpresi dalla notizia dell’Avvocatura generale del Brasile, ci aspettavamo questa decisione. Ora mi aspetto che il nostro governo faccia qualcosa se è veramente interessato a ottenere giustizia per i suoi cittadini. Valuti anche la chiusura della nostra ambasciata in Brasile. Anche perché, in caso contrario, si creerebbe un precedente pericoloso – sottolineava Torregiani – se il Brasile negherà l’estradizione, chiunque potrebbe sentirsi autorizzato in futuro a fare stragi in Italia per poi scappare in Brasile, Francia o Svizzera. Un governo democratico non può permettersi di cadere in questo tranello”.
Il 27 dicembre 2010 il Presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva dichiarò che, sul caso di Cesare Battisti, seguirà ”prontamente” il parere formulato dall’Ufficio del Procuratore Generale, un parere consegnato al Presidente il 21 scorso favorevole alla concessione dell’asilo politico.
In una colazione con i giornalisti al Palazzo Presidenziale Lula confermò che avrebbe annunciato la sua decisione entro la fine del suo mandato, ovvero cinque giorni dopo.
Il 31 dicembre 2010, Lula decise definitivamente di non estradare in Italia Cesare Battisti. La decisione fu presa dopo una riunione con l’Avvocato Generale dello Stato Luis Inacio Adams.
Lula accolse, come previsto, le argomentazioni contenute in un parere di 70 pagine trasmessogli dalla stessa Avvocatura.
Nel testo si affermava che, secondo l’articolo 3 del trattato bilaterale, per il no all’estradizione al presidente basta avere “ragioni per supporre che la persona reclamata (dall’altro Stato) sarà sottoposta ad atti di persecuzione e discriminazione per motivi di razza, religione, sesso, nazionalita’, lingua, opinione politica, condizione sociale o personale. Oppure che la situazione possa essere aggravata da uno degli elementi summenzionati”.
Nonostante la Farnesina avesse richiamato l’ambasciatore Gherardo La Francesca da Brasilia, il Brasile non temeva ripercussioni sulle relazioni con l’Italia per il no all’estradizione di Battisti.
Lo disse subito dopo la decisione di Lula, il Ministro degli Esteri brasiliano Celso Amorim.
“Non abbiamo alcuna ragione – dichiarò – per stare preoccupati per le relazioni con l’Italia. Il Brasile ha preso una decisione sovrana, entro i termini previsti dal trattato bilaterale di estradizione”.
Il Ministro sottolineò che “il presidente non è tenuto a contattare il governo italiano per comunicargli la decisione”.
Il governo brasiliano espresse irritazione per le dichiarazioni rese in quelle ore da parte dell’esecutivo di Roma sulla vicenda: “Il governo brasiliano – si leggeva – manifesta la sua profonda sorpresa per i termini contenuti nella nota della Presidenza del Consiglio dei ministri italiana del 30 dicembre del 2010, in particolare per l’impertinente riferimento personale al presidente della Repubblica”.
Immediata la diffusione di una nota del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: “Esprimo profonda amarezza e rammarico per la decisione del Presidente Lula di negare l’estradizione del pluriomicida Cesare Battisti nonostante le insistenti richieste e sollecitazioni a ogni livello da parte italiana. Si tratta di una scelta contraria al più elementare senso di giustizia. Esprimo ai familiari delle vittime tutta la mia solidarietà, la mia vicinanza e l’impegno a proseguire la battaglia perché Battisti venga consegnato alla giustizia italiana. Considero la vicenda tutt’altro che chiusa: l’Italia non si arrende e farà valere i propri diritti in tutte le sedi”.
Anche il Ministro della Difesa Ignazio La Russa fu netto: “Nulla resterà intentato sul piano giuridico e su qualunque altro aspetto consentito dalla legge, affinché il Brasile receda da questa decisione, per fortuna non definitiva, che oltre ad essere ingiusta e gravemente offensiva dell’Italia, lo è soprattutto della memoria delle persone assassinate e del dolore dei familiari di tutti coloro che hanno perso la vita per responsabilità dell’assassino Cesare Battisti”.
La mancata estradizione dell’ex terrorista è una “vergogna inspiegabile”. Di più, “una presa in giro”, così si espresse Roberto Torregiani, figlio di Pierluigi , il gioielliere assassinato da Battisti nel 1979, non usò mezzi termini per definire la decisione del Presidente del Brasile.
“Le motivazioni non si comprendono proprio. Resta una grande amarezza – affermò il figlio di Torregiani – A questo punto credo che il boicottaggio del Brasile sia l’unico modo per fare capire che ci siamo e contiamo”.
“L’Italia tutta unita – disse Roberto Torregiani – deve scendere in piazza. Estendo la partecipazione anche ai politici, di destra e di sinistra. Non vogliamo bandiere perché nella nostra manifestazione non si devono creare distinguo politici”. Torregiani bollò la decisione del governo brasiliano come una “colossale presa per i fondelli. Abbiamo sempre agito in maniera pacata, nel rispetto delle regole e ora ci troviamo davanti ad una decisione assurda e incomprensibile. Sarebbe stato più nobile dirlo subito e invece hanno giocato con le nostre vite, con i nostri sentimenti. La misura è colma”.
Tutta la sua indignazione Torregiani l’ha tradusse in una lettera aperta ai nostri Ministri e al Capo dello Stato in cui chiedeva “massima trasparenza” brasiliana. Nei primi giorni del gennaio 2011 numerose manifestazioni contro la decisione di Lula furono organizzate in tutta Italia, in particolare a Roma davanti all’Ambasciata e anche a Firenze, sede nazionale dell’Associazione Memoria, davanti al Consolato Brasiliano, doveci furono due presidi diversi, ad opera di Lorenzo Conti, figlio del Sindaco Lando Conti ucciso dai terroristi nel 1986, e da parte del Segretario Nazionale dei Socialisti, On. Riccardo Nencini.
Il 19 gennaio 2011 arrivò in Italia un altra notizia: secondo Cezar Peluso, Presidente della Corte Suprema brasiliana, era ancora possibile l’estradizione in Italia di Cesare Battisti, qualora fosse accertato che il terrorista entrò illegalmente nel Paese sud-americano: in tal caso, precisò Peluso con i giornalisti a margine del II Congresso Mondiale delle Corti Costituzionali in corso a Rio de Janeiro, “non rientrerebbe nei termini del trattato bilaterale” in materia di estradizione la decisione con cui l’ormai ex Presidente della Repubblica, Luiz Inacio ‘Lula’ da Silva, negò la consegna di Battisti alle autorità italiane nell’ultimo giorno del proprio mandato, il 31 dicembre.
La Corte Suprema di Brasilia affrontò la questione il mese successivo, quando tornò a riunirsi dopo la sospensione dei lavori per le vacanze dell’estate australe.
La stessa Corte nel novembre 2009 approvò l’estradizione ma con una pronuncia non vincolante, e il 6 gennaio 2011 stabilì che il terrorista, condannato in contumacia per quattro omicidi, doveva restare in carcere fino al suo prossimo verdetto.
Lo stesso Peluso qualche giorno dopo affermò di non aver trovato, nel fascicolo processuale relativo a Battisti, nulla che possa giustificare la tesi di una possibile, ingiusta persecuzione a carico dell’estremista una volta che questi tornasse forzatamente in patria; anche sulla base di tale considerazione l’alto magistrato negò la scarcerazione chiesta dagli avvocati difensori di Battisti.
Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a gennaio 2011 scrisse una lettera al suo omologo brasiliano Dilma Rousseff, da pochi giorni entrata nel pieno possesso dei suoi poteri presidenziali, per sottolineare che la mancata estradizione del ”terrorista Cesare Battisti” è ”un motivo di delusione e amarezza per l’Italia”.
Nella lettera, pubblicata dal quotidiano La Repubblica il giorno 21 gennaio 2011, Napolitano aggiunse: ”non è stato forse pienamente compreso il bisogno di giustizia del mio paese e dei familiari delle vittime di brutali e ingiustificabili attacchi armati, nonchè dei feriti in quegli attacchi e a stento sopravvissuti”.
La lettera fu consegnata dall’Ambasciatore d’Italia a Brasilia.
È stata consegnata ai Diplomatici che lavorano con la leader del “Partito dei lavoratori” diventata Presidente dal 1 gennaio.
Alla Rousseff, Napolitano rinnovava i complimenti per la sua elezione, sottolineando con forza il significato innovativo per il popolo e per la Repubblica brasiliana della scelta di una donna alla presidenza, dedicando poi il cuore del messaggio al caso del “terrorista Cesare Battisti”.
Perché la mancata estradizione “è un motivo di delusione e amarezza per l’Italia. Non è stato forse pienamente compreso – scriveva Napolitano – il bisogno di giustizia del mio paese e dei familiari delle vittime di brutali e ingiustificabili attacchi armati, nonché dei feriti in quegli attacchi e a stento sopravvissuti”.
Per Napolitano le istituzioni italiane, la magistratura e le forze di polizia, hanno garantito che l’Italia uscisse dagli anni del terrorismo rispettando la legalità e i dettami costituzionali. Dunque si tratta anche di un “bisogno di giustizia – scriveva ancora il Presidente – legato all’impegno col quale le istituzioni democratiche del mio paese e la collettività nazionale seppero reagire alla minaccia e ai colpi del terrorismo, riuscendo a sconfiggerlo secondo le regole dello Stato di diritto”.
Ed è per queste ragioni che l’Italia – sottolineava Napolitano – con assoluta “fiducia nella magistratura brasiliana”, ha depositato il proprio ricorso al Supremo Tribunal Federal ma, avverte, intende anche perseguire ogni possibile rimedio offerto dal diritto internazionale per ottenere l’estradizione dell’ex terrorista sulla base del trattato bilaterale.
Come dire che il ricorso alla Corte Onu dell’Aja è assolutamente possibile.
Alla fine del 2010, quando Lula aveva annunciato il rifiuto di estradare Battisti senza comunicarlo con una telefonata preventiva a Napolitano – come invece concordato fra le diplomazie dei due paesi – il Presidente aveva fatto avere al collega brasiliano una missiva durissima nei toni e nella sostanza, e poi aveva diffuso un comunicato in cui confermava la sua delusione personale per la scelta.
“La decisione del Presidente ha suscitato in me profonda delusione, amarezza e contrarietà”, spiegava Napolitano. “Gli avevo scritto nel gennaio 2009, illustrandogli ampiamente le circostanze di fatto, e gli argomenti giuridici e politici, che chiaramente militavano per la concessione dell’estradizione di Cesare Battisti”.
La nuova lettera a Dilma Rousseff fu resa nota a Brasilia nel giorno in cui il Parlamento europeo votava, approvandola a larghissima maggioranza, una mozione per chiedere al Brasile di estradare Battisti e per mobilitare la Ue assieme all’Italia. La mozione fu firmata da tutti i partiti italiani a Strasburgo (Pdl/Udc, Pd, Idv, Lega Nord): gli eurodeputati chiesero all’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Catherine Ashton, di condurre “un dialogo” con il Brasile e vigilare affinché ogni decisione presa rispetti pienamente i principi fondamentali della Ue.
Il 20 gennaio 2011 il Parlamento Europeo, riunito in sessione plenaria a Strasburgo,con 83 voti favorevoli, un contrario e due astenuti, votò a favore della risoluzione che chiedeva l’estradizione di Cesare Battisti dal Brasile, presentata con il sostegno dei principali gruppi politici.
La risoluzione fu presentata dagli eurodeputati Roberta Angelilli (Pdl), Mario Mauro (Pdl) e Carlo Casini (Udc) per il gruppo dei popolari europei, da Gianni Pittella e David Sassoli (Pd) per i socialisti, da Niccolò Rinaldi (Idv) per i liberali e da Francesco Speroni (Lega) per il gruppo Efd.
Nel testo gli eurodeputati sottolineavano che “il rispetto della legalità e l’indipendenza del potere giudiziario, compreso l’equo trattamento dei cittadini sottoposti a sentenze, è parte integrante dei valori costitutivi dell’Ue e dei suoi stati membri” e che “il partenariato tra l’Ue e il Brasile è fondato sul riconoscimento reciproco che entrambe le parti rispettano la legalità e i diritti fondamentali, compreso il diritto alla difesa e a un processo equo”.
Auspicando quindi che il nuovo ricorso presentato dall’Italia potesse essere accolto dal Brasile per ottenere l’estradizione di Battisti, l’Europarlamento chiedeva che l’Alto rappresentante Ue per la politica estera e di sicurezza comune Catherine Ashton “conduca il dialogo politico con il Brasile e monitori costantemente che ogni decisione presa rispetti i principi fondanti dell’Ue e delle buone relazioni tra gli stati membri”.
Il Commissario Ue per l’allargamento e la politica di vicinato Stefan Fuele, pur “condividendo la pena” delle famiglie delle vittime, però ribadì che Bruxelles “non ha nessun margine per occuparsi della questione”.
L’Ue, infatti, ricordò Fuele, “non ha un accordo di estradizione con il Brasile e, anche se ci fosse, non potrebbe intervenire in quanto questione di competenza completa dell’autorità giudiziaria”.
Con il voto di Strasburgo comunque, commentarono i deputati del Pdl subito dopo il voto dell’Aula di Strasburgo, “il Parlamento europeo ribadisce che i principi della giustizia non sono negoziabili per i cittadini europei”.
L’Europarlamento, aggiunsero i deputati del Pdl, ha dato “la propria autorevole e credibile testimonianza in favore dell’esigenza di giustizia e legalità che proviene dalle famiglie delle vittime di Cesare Battisti, le quali hanno tenuto ieri una conferenza stampa all’Europarlamento”.
“Non vendetta ma giustizia deve essere fatta come hanno chiesto i familiari delle vittime ieri a Strasburgo, e perché giustizia sia fatta, Cesare Battisti deve essere estradato”, dichiarò il capogruppo del Pdl Mario Mauro a margine del voto, sottolineando che “perchè Battisti venga estradato noi auspichiamo che attraverso questa risoluzione il Parlamento europeo possa fare da cassa di risonanza autorevole e credibile a quello stesso grido: non vendetta ma giustizia deve essere fatta”.
Per il Pd intervenne il capogruppo degli eurodeputati David Sassoli: “Siamo convinti che l’impegno dell’Europa contribuirà ad incoraggiare le autorità brasiliane a rendere finalmente giustizia, in quanto siamo qui per ricordare, come Parlamento europeo e come Europa, che tutte le istituzioni democratiche devono tutelare ed essere vicine a familiari delle vittime del terrorismo”.
“Noi rappresentiamo l’Europa dei diritti di tutti, ed è un diritto delle vittime quello di sapere che i colpevoli di reati cosi gravi scontino la pena in carcere”, sottolineò Sassoli, ricordando che “i rapporti tra Brasile e Ue si basano sul reciproco riconoscimento e sul rispetto dello stato di diritto e dei diritti fondamentali”.
Quindi, per il capogruppo del Pd “non c’è alcuna questione nei rapporti di amicizia con il Brasile, ma il comportamento contraddittorio del Brasile è difficile da capire e la decisione della corte suprema è apparsa incomprensibile ai familiari delle vittime e all’opinione pubblica”.
Il 22 gennaio 2011 il Ministro degli Esteri italiano Franco Frattini rilasciò la seguente dichiarazione: ”Noi pensiamo che Battisti debba tornare in prigione in Italia, dove sarà trattato con assoluta dignità, come tutti gli altri detenuti”. Lo disse al vertice informale di due giorni tra i Ministri degli Esteri europei a Corvara, in Val Badia, Alto Adige.
In quell’occasione l’Alto Rappresentante Ue per la politica Estera Catherine Ashton, presente all’incontro, fece sapere che avrebbe incontrato il Ministro degli Esteri brasiliano.
E dal Brasile non si fece attendere la risposta di Cesare Battisti: La scelta dell’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva “è stato un atto di coraggio”. Per commentare in questi termini la sua mancata estradizione Cesare Battisti rilasciò una intervista al settimanale “Brasil de Fato”.
Nell’intervista l’ex militante dei Proletari armati per il comunismo affermò “che il suo processo è uscito dalla sfera giuridica ed è diventato merce di scambio nella politica internazionale e pretesto per colpire il governo federale brasiliano”.
Un lancio dell’Agenzia Nazionale AGI del 28 gennaio 2011 annunciò che il nuovo Presidente del Brasile, Dilma Roussef, aveva fatto sapere di voler mantenere la decisione presa dal suo predecessore Ignacio Lula da Silva sul caso Battisti, ma sottolineando che sulla legittimità di quella pende l’imminente decisione del Supremo tribunale federale.
La decisione di Brasilia su Cesare Battisti, affermò Dilma in una missiva pubblicata per intero dal quotidiano Folha de S. Paulo, è frutto di “un parere giuridico, basato sull’interpretazione sovrana fornita dall’Avvocatura dello Stato circa il trattato bilaterale di estradizione”.
Il Presidente brasiliano esprimeva “all’amico Presidente italiano il rammarico che l’episodio abbia determinato giudizi ingiusti sul Brasile, sul mio governo e sull’ex presidente Ignacio Lula da Silva”.
La decisione di Lula, sottolineva Dilma nella lettera datata 24 gennaio, “non esprime alcun giudizio di valore sulla giustizia italiana e meno ancora sulla vigenza dello Stato di diritto” in Italia.
Nel frattempo Cesare Battisti, sulle pagine de “il Manifesto”, che tradusse in esclusiva un’intervista del settimanale brasiliano Brasil de Fato, continuava con la sua faccia tosta a prendere in giro l’Italia e gli italiani: “Sono rimasto traumatizzato e ho dovuto ricorrere a uno psichiatra. Quando leggo cose che non hanno molto a vedere con me, resto… mi scoppia il cuore. Mi perseguitano perché sono uno scrittore, perché ho un’immagine pubblica. Sono perseguitato dallo Stato italiano e dalla magistratura brasiliana (…) E quando sono diventato un caso internazionale sono diventato una moneta di scambio per molte cose”.
Battisti era convinto che l’estradizione non sarebbe mai stata concessa: “Fino ad oggi gli italiani non sono stati mai estradati. L’Italia non è abbastanza forte per collocarsi fra i paesi più ricchi del mondo. Se ci sta è per via della Nato e della mafia, che impingua le casse delle banche del mondo. L’Italia è sempre stata un bluff”.
“ L’Italia non è più il mio paese. Io mi sono formato come cittadino del mondo (…) Per me, questa storia della patria non ha senso. Se esiste un angolo di patriottismo, quello sarebbe il Brasile. Può sembrare opportunista, ma sono arrivato qui, non conoscevo nessuno e si è formato un movimento in mio favore”.
Dopo essersi dipinto come un rifugiato politico in buona fede, passò all’attacco, parlando dei suoi nemici con categorie di trent’anni fa: “Governo e opposizione sono gli stessi degli anni di piombo: Democrazia cristiana e Partito comunista italiano”. Non solo: per attaccare gli eredi del Pci non esitò a sposare tesi care al centrodestra, assai critico verso la parte più politicizzata della magistratura: “Era il partito più stalinista ma non aveva il controllo del potere (…) Quando Berlusconi, che sappiamo bene chi è, dice che l’opposizione vuole vincere le elezioni con un golpe giudiziario, dice la verità. Come è già accaduto una volta. Ci sono riusciti, tra i due mandati di Berlusconi, attraverso golpe (…) Perché il Pci controllava i magistrati”.
Se nel frattempo gli dovesse capitare qualcosa, “Berlusconi ne dovrà rispondere”.
In tutta l’intervista non una parola per i familiari delle vittime degli omicidi di cui è ritenuto colpevole, come esecutore e organizzatore: nessuna scusa, nessuna richiesta di perdono.
All’inizio di febbraio il settimanale brasiliano Istoé nella sezione “Brasile confidenziale” firmata dal giornalista Octávio Costa, solitamente bene informato, dava l’estradizione come quasi certa.
“Tutto indica – scriveva Costa – che il Supremo Tribunale Federale (STF) deciderà per l’estradizione dell’ex attivista italiano”.
Secondo Istoé, nel massimo organo giuridico “si dà come certo che la relazione del ministro Gilmar Mendes (relatore sul caso Battisti, ndr) incenerirà il parere dell’AGU, l’Avvocatura Generale dell’Unione, su cui si era basata la decisione dell’ex presidente Lula di mantenere Battisti in Brasile”.
Secondo la rivista, l’unica che sul caso ha mantenuto sempre una posizione a favore di Battisti intervistandolo per prima nel gennaio 2009, “la maggioranza dei giudici del STF sostengono che il trattato di estradizione tra Brasile e Italia ha forza di legge e non può essere violato per motivi ideologici”.
Difficile dire se Istoé pubblicò questa notizia perché realmente sondò i dieci ministri, oppure se lo fece solo per mettere pressione agli stessi giudici o, ancora, se per scaricare Battisti dopo che quest’ultimo aveva deciso nei giorni scorsi di concedere un’intervista esclusiva al minuscolo settimanale della sinistra radicale Brasil de Fato.
Il caso è ancora aperto, da ben 30 anni, e probabilmente non verrà mai chiuso perché per gli ex terroristi c’è sempre più di una seconda opportunità di vita…..per le loro vittime e i loro familiari no!
Il 7 giugno 2011 con una schiacciante maggioranza, 6 voti a 3, fu deciso di convalidare il no all’estradizione imposto da Inacio Lula da Silva il 31 dicembre 2010, durante il suo ultimo giorno nelle vesti di Presidente brasiliano.
La sentenza suscitò subito un enorme scalpore a tutti i livelli della politica italiana.
Queste le principali reazioni:
Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica, commentò esprimendo “disapprovazione per un gesto che tradisce i rapporti di amicizia e consanguineità che da sempre legano Brasile e Italia”.
Il Premier Berlusconi, dal canto suo, espresse “vivo rammarico per una decisione che non tiene conto delle aspettative di giustizia dei familiari delle vittime”.
Frattini, Ministro degli Esteri, appoggiato dalla gran parte della politica italiana, si mostrò “estremamente turbato a causa di una sentenza che tiene maggiormente in conto la politica rispetto alla giustizia, che si prefigura, in questo modo, una netta vittoria del terrorismo che l’Italia non vuole e non può appoggiare e che prevede la più dura condanna e il più duro impegno, passando anche, se necessario, dal Tribunale Penale Internazionale dell’Aja, perché il risultato venga ribaltato al più presto”.
Angelino Alfano, Ministro della Giustizia, sottolineò “la mancanza di rispetto per la sovranità dello Stato Italiano”,
L’ex Guarda Sigilli Castelli, dal canto suo, si disse “favorevole a qualunque forma di boicottaggio l’Italia decidesse di adottare nei confronti del Brasile”.
“Tristezza e rammarico e solidarietà alle vittime” furono invece espresse da Fini, D’Alema e Schifani.
In pantaloni e camicia chiara, con una mano alzata in un saluto, nelle prime ore del mattino successivo alla sentenza, Cesare Battisti uscì dal carcere di Papuda, Brasilia.
L’ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo (Pac) dal giugno 2011 è quindi un uomo libero in Brasile.
Battisti, secondo il suo avvocato Barroso, ha scelto di vivere la sua vita da libero cittadino in Brasile, “probabilmente per lavorare come scrittore, qui ha molti amici”.
Il 2 febbraio 2012 l’ex terrorista è andato in onda su Italia 1 grazie ad un intervista realizzata dalla trasmissione “Le Iene”.
L’ex terrorista ha sparato a zero, come ai vecchi tempi. Stavolta, però non usando proiettili ma dichiarazioni a bruciapelo, scagliate con beffarda impunità.
In tv, l’ex terrorista si è mostrato, furbatamente, come un agnellino, assicurando di non aver mai sparato a nessuno pur avendo assistito a scontri armati.
“Non ho mai pensato di uccidere nessuno” disse.
Lanciò anche un appello al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Signor Presidente, mi dia la possibilità di difendermi. Di presentarmi di fronte ad un tribunale, oggi in Italia, e di potermi difendere, di rispondere ad un interrogatorio vero, come non è mai successo, e così io mi comprometto a rispondere delle mie responsabilità di fronte alla giustizia italiana”.
L’assassino – sono quattro le condanne per omicidio a suo carico – spiegò di non essersi mai messo in contatto di persona con Napolitano perché “era uno dei massimi avversari del movimento rivoluzionario, quindi pare che sia rimasto avversario“.
Da notare il linguaggio da militante utilizzato ancora oggi con spregiudicatezza. E a dispetto delle fragili apparenze, il superlatitante continuò a schiaffeggiare il Presidente della Repubblica: “A me sembra davvero un irriducibile degli anni ‘70, dell’ex P.C. stalinista… A me non sembra che sia la persona adeguata per dire oggi all’Italia: giriamo la pagina, dimentichiamo il passato, riconosciamo le responsabilita’, riconosciamo la storia, riappacifichiamoci”.
Ancora una volta il personaggio ha dimostrato di prendere in giro tutta Italia. “Battisti si presenti nel nostro paese per espiare le pene alle quali è stato condannato a conclusione di processi svoltisi nella piena osservanza delle regole di uno Stato di diritto” replicò immediatamente il Quirinale in una nota ufficiale.