Source: http://isoladellefemminepulita.blogspot.com/2011/09/analisi-e-proposte-riguardanti-i.html
Timestamp: 2017-11-19 12:28:24+00:00
Document Index: 55551653

Matched Legal Cases: ['art.33', 'art.7', 'art.11', 'art.7', 'art.216', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 269', 'art. 269', 'art. 269']

Isola delle Femmine Isola Pulita: analisi e proposte riguardanti i cementifici
Alla cortese attenzione del Dr. Fabrizio Fabbri
Capo Segreteria Tecnica del Ministro dell'Ambiente
Oggetto: analisi e proposte riguardanti i cementifici
Le scriviamo con spirito propositivo e certamente orientato ad un giusto rapporto tra interessi d’impresa e della collettività. Quello che leggerà in seguito sono solo alcune delle principali riflessioni che oggi possiamo fare in merito alla questione ambiente, cementifici e rifiuti. Ci rivolgiamo a lei perché conosce la situazione ed ha la possibilità di interloquire con il nostro Ministro all’Ambiente.
I dati e le analisi che troverà esposti di seguito, fanno principalmente riferimento ai 3 impianti presenti nella zona di Este-Monselice (Padova), realtà che abbiamo studiato più a fondo nei nostri 10 anni di attività. Una situazione però molto simile alle altre decine con le quali siamo in contatto quotidiano, che ci segnalano studi, dati e fenomeni a volte più evidenti di quelli che le esporremo più avanti.
Ci riferiamo ai Comitati presenti attorno ai Cementifici di Merone, Ponte nelle Alpi (BL), Tavernola Bergamasca (BG), Gubbio, Isola delle Femmine (PA), Fumane (VR) etc. che non mancheranno d’integrare questa relazione, qualora risultasse necessario.
La relazione che segue, rende inoltre evidente il ruolo (spesso disatteso), che dovrebbero avere i Sindaci, le Province e le Regioni.
INIZIAMO CERCANDO D’INQUADRARE LA SITUAZIONE…
Le ricordiamo, innanzitutto, che i cementifici sono impianti IPPC ma ad oggi non ci risultano ancora calendarizzate le autorizzazioni integrate ambientali nel Veneto.
Con l’approvazione nel 2005 del Decreto Legislativo n.59 oltre ad essere stata recepita integralmente la Direttiva 96/61 CE sono state recepite anche le modifiche apportate alla direttiva stessa dalla Direttiva 2003/35, allineandosi ai principi fissati dalla Convenzione di Aarhus del 1998 che prevedono:
v Il diritto di accesso del pubblico alle informazioni ambientali
v Il diritto del pubblico di influenzare le decisioni ambientali
v Il diritto del pubblico di accesso alla giustizia.
Pertanto, l’Autorità Competente deve considerare qualsiasi osservazione pervenuta motivando in modo esplicito il loro eventuale non accoglimento.
Il Dlgs 59/05 chiarisce anche quali sono le autorizzazioni ambientali sostituite dall’autorizzazione integrata ambientale detta AIA (vedasi allegato II) tra cui segnaliamo: emissioni in atmosfera, scarichi idrici, rifiuti e comunicazione ex art.33 del DLgs 5 febbraio 1997, n.22.Queste autorizzazioni integrate ambientali dovranno tener conto anche dell’entrata in vigore del nuovo testo unico in materia ambientale 152/06 e il Decreto 5 Aprile 2006, n.186 che ha apportato numerose e rilevanti modifiche alla legislazione previdente.
Pertanto, l’iter che le aziende IPPC seguiranno dovrà consentire una codificata, trasparente ed efficace partecipazione di tutti gli attori che possono avere autorità o anche solo un interesse agli effetti che queste autorizzazioni determineranno. Infatti, le eventuali prescrizioni dovranno tener conto anche delle condizioni ambientali locali e degli obiettivi di qualità ambientale che possono derivare da piani nazionali, regionali, provinciali e locali.
Facciamo presente che la direttiva IPPC ha istituito anche il registro nazionale delle emissioni INES (Inventario Nazionale delle Emissioni e loro Sorgenti) e il registro europeo EPER (European Pollutant Emission Register) proprio nell’ottica di un approccio integrato alla gestione ambientale che coinvolge i governi, le industrie e il pubblico e dà la possibilità a quest'ultimo di esercitare il proprio diritto di accesso ad informazioni ambientali in maniera semplice, acnhe attraverso la moderna tecnologia (http://www.eper.sinanet.apat.it). La partecipazione del pubblico è un aspetto ritenuto così fondamentale che ai sensi del comma 15 dell’articolo 5 del D.lgs 59/05 “copia dell’autorizzazione integrata ambientale e di qualsiasi suo successivo aggiornamento, è messa a disposizione del pubblico” presso gli uffici appositamente individuati dall’autorità competente al fine della consultazione del pubblico”.
Ricordiamo nuovamente che il D.Lgs 59/05 ha per oggetto “la prevenzione e la riduzione integrate dell’inquinamento” proveniente dalle attività IPPC per conseguire “un elevato livello di protezione dell’ambiente nel suo complesso”, facendo modo di evitare oppure, qualora non sia possibile, ridurre le emissioni delle suddette attività nell’ambiente (aria, acqua, etc). La prevenzione e la riduzione hanno ovviamente come aspetto fondamentale l’impatto sull’ambiente e sulla salute e proprio per questo il legislatore è stato attento al coordinamento con la normativa sanitaria. E’ difatti previsto che nell’ambito della conferenza di servizi necessaria per lo svolgimento dell’iter autorizzativo “vengano acquisite le prescrizioni del Sindaco di cui agi articoli 216 e 217 del regio Decreto 27 luglio 1934 n.1265”[1].
Se unitamente a questo si tiene presente quanto previsto dal comma 7 dell’art.7 del D.Lgs 59/05[2] relativo ai momenti più critici e “meno gestibili” di un impianto, è evidente l’importanza dell’introduzione di prescrizioni specifiche a tutela dell’ambiente e della salute. Tant’è che se l’autorità competente ritiene necessario “applicare ad impianti, localizzati in una determinata area, misure più rigorose di quelle ottenibili con le migliori tecnologie disponibili, al fine di assicurare in tale area il rispetto delle norme di qualità ambientale, PUO’ PRESCRIVERE NELLE AUTORIZZAZIONI INTEGRATE AMBIENTALI MISURE SUPPLEMENTARI PIU’ RIGOROSE . . .”.
Facciamo presente che queste prescrizioni possono essere quindi sia tecniche ma anche gestionali, di comunicazione al pubblico e di altro genere. Da sottolineare che eventuali prescrizioni dovrebbe condizionare fortemente il sistema dei controlli previsto dall’art.11 del D.Lgs 59/05.
Da tutto questo ne deriva l’importanza che il Sindaco ha nella formulazione di prescrizioni nell’ambito dell’autorizzazione integrata ambientale e la necessità che il primo tutore della salute faccia proprie tutte le istanze documentate e pertinenti che hanno come obiettivo la tutela della salute attraverso la prevenzione e la riduzione dell’inquinamento.
La normativa IPPC (che prevede l’autorizzazione integrata ambientale) a cui fa riferimento il D.lgs 59/05 applica il principio dell’interconnessione di tutti gli aspetti ambientali derivanti da determinante attività produttive favorendo nell’istruttoria tecnica la valutazione di tutte le istanze presentate dai vari soggetti coinvolti nella conferenza di servizi. Ovviamente questo specifica autorizzazione è stata prevista solo per impianti di elevata potenzialità e di forte impatto ambientale.
Tra gli stabilimenti soogetti alla normativa IPPC della Provincia di Padova (nel 2005 erano 9) ci sono:
v Italcementi di Monselice
v Cementeria di Monselice (Radici)
v Cementeria Zillo di Este
Lo stesso Piano Regionale di Tutela e Risanamento dell’Aria individua come area a rischio, e ancor prima che si verificassero gli odori acri a Monselice, la zona dei cementifici della bassa Padovana indicando chiaramente le cementerie (Italcementi, Radici e Zillo) e relativo traffico indotto come principali responsabili dello stato di inquinamento dell’aria[3]. Siamo quindi difronte ad una area limitata caratterizzata da impianti ad elevato impatto ambientale. Una piccola Marghera.
Ovviamente l’impatto ambientale è particolarmente elevato per la matrice ambientale aria e, quando si parla di impatto ambientale nell’aria e relativo effetto sulla salute delle sostanze inquinanti, bisogna prestare particolare attenzione ai flussi di massa di questi impianti. Quando le aziende dicono di rispettare le concentrazioni omettono di valutare il loro impatto in termini di flussi di massa per essendo a loro sicuramente noti.
Ora. si deve prestare maggiore attenzione alle concentrazioni o ai flussi di massa? Ovviamente sono due aspetti collegati ma indubbiamente il flusso di massa esprime quanto di quelle sostanza esce in un giorno o in un anno.
E’ ovvio, infatti, che l’impatto ambientale deriva dal quantitativo d'inquinanti emessi in un arco temporale, soprattutto se pensiamo a quelli più persistenti (metalli, diossine etc). In sostanza, per valutare l’impatto devo moltiplicare la concentrazione degli inquinanti per la portata (cioè la quantità d’aria) così avrò il flusso di massa (quanto esce in un’ora, mese o anno d'inquinanti.
Lo stesso registro INES (che è il registro italiano degli impianti IPPC) ci dice chiaramente come la zona di Monselice, Este, Baone e Arquà sia caratterizzata da una forte concentrazione di impianti ad elevati flussi di massa quindi di pericolosità significativa. Un cementifico può avere flussi di massa che complessivamente possono superare abbondantemente i 130.000 metri cubi ora per forno presente nello stabilimento.
Spesso i responsabili di queste imprese affermano che non ci sono rischi perchè l’azienda rispetta i limiti di concentrazione (limiti di legge): dicono una mezza verità ma anche una grossa bugia.
Facciamo un esempio per capire meglio: confrontiamo le emissioni di un inceneritore e quelle di un cementificio dell’area dei Colli Eugani che usa pet coke e rifiuti come materia prima (quindi secondo la legge non è nemmeno assimilabile ad un inceneritore). Prendiamo l’Italcementi di Monselice.
In più occasione l’Italcementi afferma di non bruciare rifiuti e quindi è meglio degli inceneritori, di conseguenza dovrebbe avere un minore impatto cioè immettere nell’aria meno inquinanti.
Ecco i limiti di emissione degli inquinanti tradizionali di Italcementi con quelli di alcuni inceneritori.
Limite di concentrazione autorizzato inceneritore di Brescia
Limite di concentrazione autorizzato inceneritore di Bolzano
Limite di concentrazione autorizzato Italcementi di Monselice
150 mg/metrcocubo
50 mg/metrcocubo
600 mg/metrocubo
10 mg/metrocubo
5 mg/metrocubo
30 mg/metrocubo
200 mg/metrocubo
70 mg/metrocubo
1800 mg/metrocubo
100 mg/metrocubo
50 mg/metrocubo
1 mg/metrocubo
Ma facciamo anche il confronto con i valori effettivamente rilevati nel 2004 tra l’Italcementi (che dice di non bruciare rifiuti) e l’inceneritore di Brescia.
Concentrazione rilevata alle emissioni
dell’ inceneritore di Brescia
dell’Italcementi di Monselice
(dati disponibili sul sito internet di Italcementi)
Inferiore a 0,5
L’Italcementi supera abbondantemente le concentrazioni dell’inceneritore. E se andiamo a calcolare i flussi di massa ?(cioè andiamo a moltiplicare la concentrazione per la portata: quante schifezze sono uscite in un giorno o in un anno? E per le altre sostanze non monitorate in continuo, soprattutto le più persistenti (es.diossine)?
Si può facilmente capire come i cementifici siano nella scala del progresso tecnologico per lo smaltimento dei rifiuti come un primitivo lo è per l’evoluzione dell’uomo.
La stessa l’Agenzia Ambientale Austriaca ha affermato che , a parità di concentrazione di mercurio nei rifiuti, le emissioni in aria della fornace di un cementificio sono state molto più elevate di quelle di un inceneritore.
Anche Claudio Sironi, Consigliere REA Rifiuti Energia Ambiente SpA, società che gestisce il termovalorizzatore di Dalmine (BG) ha affermato che “Il vantaggio di termovalorizzare i rifiuti in impianti specifici piuttosto che in impianti produttivi, quali ad esempio i cementifici o le centrali termoelettriche, è costituito dalla maggiore protezione ambientale garantita dai termovalorizzatori.
Questi impianti sono concepiti e progettati appositamente per la combustione del rifiuto, ovvero di un combustibile eterogeneo che cambia nel tempo; sono inoltre dotati di un sistema di trattamento dei fumi della combustione molto complesso e articolato sottoposto a monitoraggio costante.
Al contrario, gli impianti di coincenerimento (cementifici) non sono equipaggiati con analoghi sistemi di abbattimento dei fumi di combustione: la grande quantità d'aria necessaria per bruciare i combustibili fossili agisce diluendo gli inquinanti contenuti nei rifiuti e quindi nelle emissioni al camino.
Nonostante l'assenza di trattamenti specifici, soprattutto nei confronti di diossine e mercurio, si registrano basse concentrazioni di inquinanti, ma la massa immessa nell'ambiente è enorme poiché le portate volumetriche di fumi che vengono scaricati sono elevate.
Inoltre, va notato che i limiti fissati per le emissioni di questi impianti sono più alti rispetto a quelli di un termovalorizzatore e che spesso sono ubicati nella periferia cittadina, quindi in zone residenziali”.
Altro aspetto di particolare rilievo sono quelli indicati dal comma 7 dell’art.7 del D.Lgs 59/05 che apre la strada al possibile intervento nei momenti più critici: “L’autorizzazione integrata ambientale contiene le misure relative alle condizioni diverse da quelle di normale esercizio, in particolare per le fasi di avvio e di arresto dell’impianto, per le emissioni fuggitive, per i malfunzionamenti, e per l’arresto definitivo dell’impianto”.
Spesso sentiamo dire dalle aziende che gli attuali sistemi di abbattimento delle polveri hanno ridotto abbondantemente le emissioni di polveri. Se ciò può essere in linea generale accettabile permangono alcune criticità di rilievo su cui i “tutori della salute” dovrebbero riflettere ed intervenire:
i cosiddetti “elettrofiltri” vengono staccati automaticamente quando ci sono problemi tali per cui il monossido di carbonio (indicatore di cattiva combustione) raggiunge determinate concentrazioni. Questo è un aspetto tecnico confermato sia dalle linee guida ministeriali del 2004 (Bat per la produzione di cemento) che da un recente verbale ARPAV (giugno 2006) relativo ad un sopralluogo presso lo stabilimento Radici di Monselice a seguito di una segnalazione di emissione “anomala” dal camino (CKL3). In sostanza ci sono dei momenti in cui c’è una fuoriuscita incontrollata di “polveri e gas”, cioè nei momenti più critici staccano automaticamente il filtro: è come avere un automobile che stacca automaticamente i freni quando deve frenare. Situazioni similari avvengono nei momenti di fermata e di avvio. Inoltre, il fatto che sia automatica dimostra l’impotenza di gestire tempestivamente ed in maniera efficace le situazioni anomale.
Quindi ci sono momenti incontrollati. Quante volte succedono al mese? Si tenga presente che nelle autorizzazioni alle emissioni di questi impianti è frequente (in alcuni casi è stata dimenticata!) la seguente prescrizione” L’azienda dovrà altresì comunicare al Comune il calendario delle fermate programmate dei forni e informare celermente lo stesso dei motivi delle fermate non programmate e della durata prevista degli inconvenienti causati al fine di permettere agli uffici comunale di avvisare adeguatamente la popolazione”. Ciò conferma la criticità di questi momenti e il ruolo del Comune, anche perché queste situazioni sono caratterizzate da una elevata concentrazione di monossido di carbonio, che significa una cattiva combustione, quindi temperature nettamente inferiore rispetto ai “mitici” 1.400 °C di cui si riempiono la bocca i cementifici quindi un ulteriore peggioramento rispetto alle normali situazioni produttive.
In questi momenti anomali (tecnicamente potremmo anche chiamarli transitori) ci sono valori di legge per le emissioni? Come affermiamo da tempo e conferma lo stesso ARPAV del verbale sopraccitato i limiti valgono solo per le situazioni di normale funzionamento, anche se la normativa vigente e lo stesso D. Lgs 59/2005 consentirebbero l’inserimento di prescrizioni proprio in questi momenti! Purtroppo, le autorizzazioni provinciali vigenti non hanno mai previsto prescrizioni specifiche pur avendo la Commissione Tecnica Provinciale Ambiente la facoltà di inserirle. Lasciamo a Lei valutare se questa mancanza sia una svista, un segnale di profonda incompetenza o altro.
Le polveri sono insieme di sostanze, pertanto, la loro composizione chimica dipende molto anche dal materiale utilizzato per produrre il cemento, dalla tipologia e qualità dei combustibili usati e dalla capacità (possibilità?) di “controllare” il processo produttivo. Se tra i materiali utilizzati ci sono rifiuti è ovvio che questi possono condizionare la composizione e la pericolosità delle polveri.
Come si può capire questi stabilimenti hanno delle criticità notevoli perché caratterizzati da imponenti flussi di massa , concentrati in un’area limitata, considerati industri insalubri sin dal 1934, utilizzatori di rifiuti, posizionati nelle vicinanze dei centri abitati e a ridosso dei rilievi collinari (quest’ultimo aspetto riduce la capacità dispersiva degli inquinanti immessi dai cementifici e presenti nell’aria).
Cerchiamo dunque di approfondire un altro aspetto critico. L’utilizzo di rifiuti determina un peggioramento delle emissioni? Le aziende sostengono di no!
Per non cadere in una sterile discussione vogliamo affrontare la questione facendo parlare i numeri forniti dall’ARPAV, dalle aziende stesse, dal registro INES e da alcuni documenti che abbiamo recuperato faticosamente in Provincia di Padova.
Partiamo dal caso più macroscopico: Prendiamo i valori riscontrati alla Cementeria di Monselice SpA (detta RADICI) a seguito di analisi ARPAV sulle sostanze organiche volatili e più in generale su quelle definite dal DM 12/07/90 (notoriamente inadeguato e datato sia per l’elenco delle sostanze di riferimento che per i valori, basti pensare che la formaldeide ritenuta cancerogena per cancro rinofaringeo solo nel 2004 non lo è per la normativa sulle emissioni):
CONFRONTO PER CLASSI
VALORI IN GRAMMI DI INQUINATI EMESSI IN UN’ORA
(FLUSSO DI MASSA ORARIO espresso in milligrammi)
VALORI TROVATI QUANDO
L’AZIENDA UTILIZZAVA
RIFIUTI COME MATERIA PRIMA
L’AZIENDA NON UTILIZZAVA
DIIFFERENZA
tab. A1 (+ pericolosa)
La classe III della tab.A1 è relativa a sostanze cancerogene e/o teratogene e/o mutagene (e purtroppo con comprende la formaldeide ritenuta cancerogena nel 2004).
Quindi, è sicuramente logico, veritiero e documentato che alla cementeria Radici il divieto di utilizzo come materia prima ha comportato una rilevante diminuzione delle emissioni di sostanze cancerogene e/o teratogene e/o mutagene. Non importa poi dal punto di vista della normativa sanitaria se questo può determinare un aumento di esposizione della popolazione perché dal punto di vista ambientale (cioè prevenzione e riduzione dell’inquinamento come dice la normativa IPPC) il non utilizzo di rifiuti anche come materia prima diminuisce l’inquinamento.
A conferma di quanto “verificato” da queste analisi ufficiali dell’ARPAV, le stesse linee guida ministeriali di Gennaio 2004 (BAT per il cemento) evidenziavano con una semplice tabella come i cementifici che utilizzano rifiuti debbano controllare nuove sostanze, alcune delle quali sono tipo persistente (cioè si accumulano nel tempo).
Nell’arco del triennio 2003-2004-2005 le tre cementerie hanno emesso più di 5.000 kg di benzene (e a ns. caso il dato è un dato per difetto. Secondo le più recenti indicazioni della prestigiosa Environmental Protection Agency statunitense (US-EPA) definiti nelle "Risk based concentrations" ("Concentrazioni basate sul rischio")), che consentono di valutare il rischio cancerogeno comparato tra numerose sostanze chimiche di particolare rilevanza ecologico-sanitaria, ciò corrisponde ad un impatto sanitario pari a quello di 1 grammo di diossina.
A supporto della tesi da noi sostenuta, cioè che l’uso di rifiuti incrementa la quantità e peggiora la qualità degli inquinanti emessi, e contrariamente a quanto asseriscono i cementifici (e i “professori dei cementifici”) c’è anche il registro europeo delle diossine.
Infatti, pur potendoci essere in un certo punto del forno e in condizioni normali una temperatura di 1.450°C, non è vero che un cementificio termodistrugge qualsiasi diossina. Anzi il registro europeo delle diossine evidenzia un incremento significativo con l’uso dei rifiuti.
Fattori di emissione di diossine nei cementifici
(microgrammi per tonnellata di cemento prodotto)
con rifiuti industriali usati come combustibili
Tra gli altri anche il professore di Chimica Generale, Chimica Ambientale e Tossicologia
dell’Università St. Lawrence (Canton, NY) PAUL CONNETT ha dichiarato che “ . . . utilizzare i forni dei cementifici è ancora più pericoloso che incenerire i rifiuti in inceneritori nati per questo scopo. Le sostanze tossiche non possono che percorrere due strade: o vengono immesse in atmosfera, o vengono inglobate nel cemento”
Ad ulteriore conferma un documento della Taiheyo Cement Corporation afferma che “Per il cemento del tipo a rapido indurimento è necessario che ci sia una certa quantità (circa 1%) di cloruro in eccesso rispetto agli alcali ed ai metalli, per consentire la formazione del cloro-alluminato”. . .“, chiarendo poi che “il cromo e lo zinco vengono incorporati nei minerali del clinker, mentre piombo, rame, cadmio ed altri metalli pesanti volatilizzano come cloruri “. In merito allo zinco La invitiamo a vedere il registro INES della cementeria Zillo.
In sostanza in un cementificio può entrare di tutto (anche all’insaputa del cementificio stesso, perché la legge prescrive una analisi del rifiuto al primo conferimento e poi ogni due anni). Alcune sostanze possono restare nel clinker, altre possono fuoriuscire come polveri e/o gas e, poiché le portate dei camini dei cementifici sono imponenti, anche una piccola variazione nella concentrazione porta a variazioni fortissime dei flussi di massa del singolo inquinante.
Infatti i registri INES evidenziano come da un anno all’altro uno stabilimento può avere incrementi notevoli degli inquinanti più volatili. A titolo di esempio basta verificare le variazioni di benzene sia di Italcementi che di Zillo, la diossina emessa dalle cementerie Barbetti di Ravenna, il cloro e l’ammoniaca sempre per l’Italcementi e molti altri casi.
Siccome, poi, si parla anche di utilizzo di rifiuti non possiamo non accennare al fatto che nel mondo dei rifiuti ci sono tanti casi di illeciti e reati ambientali. Ora, se è universalmente riconosciuto che nulla si crea nulla si distrugge ma tutto si trasforma, alle emissioni generalmente si cerca quello che potrebbe entrare: è possibile che in questi stabilimenti che utilizzano rifiuti (il termine tecnico è “recupero di rifiuti”) entrino “schifezze non controllate” e queste poi vengano emesse?
Anche questo rischio è ampiamente documentato e confermato. Merita una attenta lettura e valutazione il “RAPPORTO DELLA COMMISIONE D’INCHIESTA PARLAMENTARE SUL CICLO DEI RIFIUTI” (GIUGNO 2006): “ . .. I tanti traffici che ruotano attorno al ciclo dei rifiuti evidenziano il ruolo chiave svolto dai centri di stoccaggio. Questi siti intermedi, nati per facilitare le attivita` di recupero, si sono trasformati in un vero e proprio serbatoio di illegalita` . I predetti centri, oltre a presentare spesso un’impiantistica inidonea per eseguire quei trattamenti per i quali sono stati autorizzati, sono siti dove si procede con disinvoltura ad attivita` di miscelazioni tout court di rifiuti speciali pericolosi con quelli non pericolosi. L’attivita` illecita, inoltre, e` completata dall’alterazioni e falsificazioni dei documenti di accompagnamento delle tipologie dei rifiuti, che vengono cosı` avviati a forme di smaltimento non corrette ed in dispregio della normativa, consentendo, allo stesso tempo, una forte riduzione di costi per le imprese.
Altro anello debole della catena del ciclo della gestione dei rifiuti e` quello rappresentato dai laboratori di analisi. Infatti, la declassificazione e la conseguente falsificazione delle caratteristiche reali dei rifiuti, si realizza principalmente con l’opera fraudolenta dei laboratori, che, attestando falsamente l’idoneita` analitica dei rifiuti, rendono compatibile il loro smaltimento in siti all’occorrenza individuati. I cosiddetti « colletti bianchi » dell’eco-criminalita` non hanno piu` bisogno di occultare o sversare i rifiuti in aree incustodite lontane dal controllo delle forze dell’ordine, stringendo eventualmente accordi con la locale criminalita` organizzata; sfruttando la complicita` del chimico di turno, che predispone certificati analitici falsi, o con la copertura di funzionari pubblici corrotti, che rendono pressoche´ nulle le possibilita` di un controllo preventivo di natura amministrativa, riescono a « ripulire » interi carichi di rifiuti speciali . . . Non e` la sola criminalita` organizzata ad operare in modo illegale.
Esistono, infatti, societa` commerciali che hanno come « ragione sociale » proprio la gestione illecita di rifiuti, soprattutto di origine industriale”.
A questo punto qualcuno potrebbe tacciarci (è purtroppo successo!) di terrorismo psicologico o di allarmismo ingiustificato perché i nostri stabilimenti sono supercontrollati oppure hanno fornitori altamente selezionati e controllati.
Le segnaliamo solamente quanto detto durante una udienza della Commissione d'inchiesta sui rifiuti del 2003, dall'ispettore del Corpo forestale di Mestre Alberto Spoladori : "Noi abbiamo effettuato un primo controllo sulla seconda attività di bonifica in atto in un sito e abbiamo riscontrato gravissime violazioni in ambito di smaltimento di rifiuti contenenti cenere di pirite e soprattutto concentrazioni di arsenico, superiori a tre ordini di grandezza della classe limite: questi non venivano portati in discarica di seconda categoria, tipo C, ma venivano immessi nel mercato per essere riutilizzati come sottofondo stradale.
Siamo riusciti a bloccare questa attività, anche se il trasporto dei materiali era già avviato; comunque, allo stato attuale, abbiamo bloccato 40 camion. L'attività illecita veniva mascherata attraverso delle certificazioni false, che permettevo così alle ditte incaricate della bonifica un doppio guadagno derivante dal mancato conferimento in discarica e dalla vendite dei rifiuti come materie prime. In particolare 13 partite sono andate a finire all'Italcementi di Monselice dove, da un nostro accertamento (grazie ai gascromatografi dell'impianto) è risultato che dai camini era fuoriuscita una quantità ingente di mercurio puro, presente nei residui industriali" (RAPPORTO ECOMAFIA 2001). La cosa, confermata dalla ditta, evidenzia come non siano state le analisi dell’azienda sui materiali in entrata a prevenire l’utilizzo di schifezze, bensì una attività investigativa. Per prevenire quindi ci vuole un forestale per ogni camion?
Prendiamo un altro caso: dal 27/10/2004 al 23/11/2004 la Cementeria Radici ha ricevuto rifiuti (forme e anime di fonderia) dalla ditta Pellizzari Bruno. Più volte la Cementeria ha affermato di controllare regolarmente tutti i materiali in entrata ma poi scopriamo dalla relazione del prof. Scipioni che: ”le analisi effettuate dai produttori di rifiuti ed effettuate una tantum risultano del tutto insufficienti e nei parametri indagati per poter asserire che il rifiuto non sia imputabile dei fenomeni rilevati a Monselice “ (cioè gli odori acri!). Inoltre lo staff del prof. Scipioni scrive chiaramente che” esiste una carenza normativa importante in merito all’utilizzo dei rifiuti nella produzione. I limiti (alle emissioni!) previsti dal Dm del 12/07/90 risultano del tutto insufficienti nel controllo delle effettive e potenzialmente significative emissioni derivanti dalla combustione degli stessi”.
Noi ci permettiamo, inoltre, di aggiungere una domanda, forse maliziosa: ma perché una fornitura di meno di un mese dalla ditta Pellizzari, sospesa (coincidenza vuole) il giorno successivo al consiglio Comunale speciale sugli odori acri (in cui si chiedeva fortemente di controllare il materiale in entrata), seguita a pochi giorni dalla fornitura dello stesso rifiuto da parte di un’altra ditta?
Ma è lecito dubitare del fornitore Pellizzari Bruno Spa? La risposta è sì. Tale fornitore proprio nel luglio del 2005 è stato coinvolto in una indagine per traffico illecito di rifiuti industriali anche se fortunatamente questa volta la destinazione finale sembrerebbe non essere un cementificio ma alcune cave[4].
Ci sia quindi consentito di dubitare fortemente delle garanzie fino ad ora offerte dalle aziende stesse, visto e considerato il fatto che tutte queste attività di recupero avvengono in procedura semplificata.
Una curiosità che vogliamo far notare è spiegata nella relazione del prof. Scipioni (disponibile sul nostro sito www.lasciatecirespirare.it) quando parla di “emissioni derivanti dalla combustione degli stessi” cioè dei rifiuti utilizzati come materia prima.
Ricordiamo che i rifiuti vengono utilizzati:
•Come COMBUSTIBILI : per definizione vengono bruciati( questo non avviene attualmente a Monselice se si esclude il caso del PET COKE ormai non considerato più rifiuto ma la composizione è sempre la stessa!)
•Come MATERIE PRIME (cioè in aggiunta/sostituzione a calcare ed argilla) per ottenere il clinker => entrano nel forno cioè vengono bruciati!
•Miscelati al clinker per ottenere il cemento (vengono utilizzate soprattutto le ceneri volanti) => non entrano nel forno cioè non vengono bruciati !
Ma cosa significa "Bruciare"? Pur sapendo di suscitare la permalosità dei cementieri, ci sia consentito sottolineare e confermare che nessuna legge definisce in cosa consista “il bruciare rifiuti” ma l'italiano c’è di aiuto!
Nel dizionario della lingua italiana Devoto-Oli bruciare ha il seguente significato: "Sottoporre di proposito o lasciare inavvertitamente o eccessivamente esposto qualcosa all'azione del fuoco o di una sorgente di calore".
Buttare rifiuti in un forno a più di 800 gradi o anche solo preriscladarli 300 °C non è forse sottoporre all'azione del fuoco o di una sorgente di calore? Basterebbe fare un sondaggio chiedendo se bruciare sia più vicino al significato di "incenerire" piuttosto che recuperare per capire come il dizionario dei cementieri non sia in linea con la lingua italiana ufficiale.
La questione terminologica, quindi, appare più un sofismo tecnico e normativo rivolto a non far assoggettare i cementifici alla normativa degli inceneritori anche nel caso del “semplice recupero di rifiuti”, riducendo le garanzie sul materiale in entrata e conseguentemente in uscita.
La si chiami “combustione”, “bruciatura” o “recupero” per capire meglio perché noi chiamiamo i cementieri “cementitori”, ci viene in aiuto la relazione ARPAV sullo stabilimento Radici.
La produzione di cemento per via secca (quella di Radici) prevede oltre alla normale macinazione delle materie prime un pre-riscaldamento della materia prima a temperature inferiori rispetto ai 1.400 °C , temperatura riscontrabile solo all’interno del forno.
Dal mulino di macinazione le materie prime (tra cui rifiuti industriali) passano al preriscladatore per arrivare poi al forno da cui esce il clinker. Quindi, queste materie prime che possono contenere rifiuti vengono sottoposte a temperature inferiori? La risposta è sì! E le sostanze che si generano da questo riscaldamento vengono portate sempre alla temperatura di 1.400 °C? la risposta è no.
La relazione ARPAV sulla cementeria di Radici spiega infatti che: “ …..il processo impiegato recupera calore di gas scaricati dal forno per essiccare e calcinare parzialmente la farina[5] in un preriscaldatore a cicloni (4 stadi), un cui il materiale si sposta in senso contrario ai gas. In un tempo di circa 13 secondi i gas escono dal preriscaldatore ad una temperatura di circa 305-350 °C, mentre la farina impiega circa 1 minuto per percorrere la distanza ed entrare nel forno rotante a circa 800 °C”.
Addirittura “ . . . i gas in uscita dal preriscaldatore vengono utilizzati per essiccare le materie prime introdotte nel mulino di macinazione del crudo (marcia combinata), oppure vengono raffreddati in una torre di condizionamento con iniezione diretta di acqua nella corrente gassosa, prima di passare all’elettrofiltro e successivamente al camino.” Questo punto di emissione è quello CKL3 dove le analisi Arpav hanno trovato il superamento dei limiti di cloruro di vinile, benzene e acrilonitrile.
Inoltre è precisato che” la farina entra nel forno a circa 800 C°” ma ricordatevi che i gas vanno in senso contrario alla materia.
L’ARPAV nelle conclusioni precisa che” è molto probabile che la maggior parte delle Sostanze Organiche Volatili emesse si formino nel preriscaldatore, dove la farina man mano che si sposta verso il basso, si riscalda sempre di più sino ad arrivare a temperature massime di 810-830 °C”.
E quando si verificano delle situazioni critiche (i transitori di cui parlavamo prima) cosa succede?
Altra certezza assoluta dei cementieri da mettere in discussione è quella delle garanzie ottenute dai nuovi filtri come il DeNox SCR di recente utilizzo da parte di Radici. La prima considerazione è che un impianto DeNOX è una tecnologia tipica degli inceneritori. Cioè è stata pensata per altri tipi di impianti.
Infatti, chiedendo garanzie sull’effettiva applicabilità ed efficacia di questo sistema di filtrazione la Provincia di Padova ci ha così risposto nel luglio del 2005 prestando attenzione che il citato Cembureau non è altro che espressione degli interessi e delle esigenze dell’industria cementiera:
La risposta è quindi: non ci sono certezze lasciamoli provare anche se è noto dalla letteratura scientifica che i sistemi Denox ad ammoniaca hanno degli effetti collaterali, in particolar modo hanno.degli effetti secondari da tenere sotto controllo :
la riemissione di Ammoniaca con fumi o slip di ammoniaca (i catalizzatori di tipo Scr che usano ossidi di azoto fanno uso di una corrente di ammoniaca che deve essere accuratamente dosata per evitarne il rilascio nell'atmosfera )
1) la presenza di nitrosammine come produzioni secondarie
2) possibile variazione qualitativa delle polveri a seguito del Pentossido di Vanadio e del Triossido di Tungsteno ecc.
E quando c’è una variazione repentina degli Nox dovuta a malfunzionamenti, è possibile dosare tempestivamente l’ammoniaca? La risposta è tristemente nota.
Ultimo aspetto (non per gravità) è il problema del pet coke. Un combustibile notoriamente tossico-nocivo non considerato rifiuto che la stessa Stazione Sperimentale dei Combustibili (tra l’altro finanziata da alcuni cementifici) ha chiaramente affermato nel dossier “Il coke di petrolio come fonte di energia:valutazione critica “a cura di Giacomo Pinelli (2003) che “ … bisogna inoltre rilevare che proprio la natura stessa del coke di petrolio deve indurre a molta cautela nella sua manipolazione, così come altrettanta attenzione deve essere posta nel bruciarlo. Ferma restando la necessità di rispettare i vigenti limiti di legge sulle emissioni, l’impiego del coke di petrolio come fonte di energia richiede come condizione necessaria il ricorso alle più moderne ed efficienti tecnologie di contenimento delle emissioni inquinanti e rende indispensabile un continuo e rigoroso monitoraggio degli effluenti gassosi nella post-combustione.” Ad oggi nessun controllo rigoroso o impianto specifico di abbattimento è richiesto se si utilizza pet coke.
Potremmo continuare con altre riflessioni e approfondimenti ma, in conclusione, possiamo affermare serenamente che:
v I cementifici sono impianti di elevato impatto ambientale (infatti sono impianti IPPC) e sono per la normativa italiana “industrie insalubri di prima classe”
v Il loro posizionamento era legato alla vicinanza e alla disponibilità di materia prima non a valutazioni ambientali
v Nella ns. zona, ce ne sono tre concentrati (pari a 5 forni) in un’area limitata, caratterizzata inoltre dalla presenza di rilievi che diminuiscono la capacità dispersiva degli inquinanti presenti nell’aria
v Leggere contaminazioni dei rifiuti in entrata fanno sì che anche leggere variazioni nelle concentrazioni alle emissioni possano portare a pesanti cambiamenti dei flussi di massa
v Professori ed esperti (certo non di parte!) lamentano carenze legislative, di controllo e potenziali rischi anche nelle situazioni migliori. Lo stesso direttore generale dell’ARPAV ha dichiarato (Gazzettino del 3 aprile 2007): “Le cementerie devo fare nuovi e consistenti investimenti per ridurre le emissioni in atmosfera. I responsabili degli impianti Italcementi, Cementeria di Monselice e Zillo di Este - precisa Drago - sanno bene che i parametri sulle emissioni in aria sono superati”
v Alcune innovazioni indicate come “migliori tecnologie disponibili” sono in realtà sperimentazioni come testimoniano alcune note dei gruppi di lavoro BREF europei del settore del cemento
Se non in questa, in quale situazione le autorità nazionali e locali dovrebbero imporre significative e preventive prescrizioni nelle autorizzazioni e nell’esercizio di questi impianti, soprattutto con aziende caratterizzate da notevoli introiti?
Inoltre, ci sia permesso fare una considerazione finale e per fare questo lasciamo parlare l’AITEC la principale associazione dei cementieri italiani (Relazione 2004): “ Il numero dei forni attivi nel settore cementiero italiano (80) si è ridotto di oltre la metà rispetto al1980, a riprova di un processo di razionalizzazione del settore che ha interessato, seppur in misura minore, anche il numero delle unità produttive (93) e le società attive nel settore (25); in particolare gli impianti a ciclo completo, pari a 58, sono rimasti invariati rispetto al 2003 (erano 87 nel 1980), mentre quelli adibiti alla sola macinazione del semilavorato clinker (35) sono aumentati di 5 unità per la rilevazione di nuove unità produttive non censite in precedenza, ma comunque già operative. Le unità di macinazione che si sono aggiunte a quelle del 2003 sono state così distribuite: 1 in Toscana, 1 in Puglia, 2 in Calabria ed 1 in Sardegna. Permane comunque la tendenza, comune ad altri Paesi economicamente maturi, alla crescita degli stabilimenti di tale tipologia (15 in più rispetto al 1980), per la più facile trasportabilità del semilavorato rispetto al passato e per la maggiore rigidità delle normative ambientali”.”
In sostanza, quindi, i cementifici con i forni tendono a diventare centri di macinazione (senza forni), non per colpa dei Comitati ma per effetto del mercato internazionale e della normativa ambientale. E da noi perché no?
La ringraziamo per aver portato pazienza fino a questo punto ma ritenevamo che mesi di ricerche, studi e battaglie dovessero diventare patrimonio comune o quanto meno di supporto al Suo prezioso operato.
Ora, non ci resta che appellarci alla Sua coscienza. Visti i dati non ci permettiamo di suggerirle di impedire l’utilizzo di materiali non convenzionali nei cementifici siano esse materie prime o combustibili.
Che siano chiamati materiali alternativi, rifiuti, sottoprodotti o materie prime secondarie cambia solo la forma, ma la sostanza è sempre quella: peggiora l’inquinamento altro che ridurre e prevenire.
La migliore tecnologia disponibile è il non utilizzo di rifiuti o materiali sostanzialmente equivalenti come il pet coke.
A questo punto forse Lei si sta chiedendo: ma io che cosa posso fare oggi, adesso per modificare la situazione?
Ci permettiamo di segnalarLe alcune azioni semplici e concrete:
· Aggiornamento degli inquinanti rientranti tra le sostanze cancerogene della classe III della tab.A1 dek DM 12/07/90 ( sostanze ufficialmente cancerogene e/o teratogene e/o mutagene). Tra queste, ad esempio, non c’è la formaldeide ufficialmente dichiarata nel 2004.
· Piena applicazione della normativa in materia di VIA anche per i cementifici che effettuano recupero di rifiuti e/o che utilizzano pet coke
· Piena applicazione della normativa del coincenerimento anche per i cementifici che effettuano recupero di rifiuti come materia prima (recupero di materia) o utilizzano pet coke
Piena applicazione della normativa Severo Bis per i cementifici che utilizzano Pet Coke
Rivedere i limiti del dm del 90 per gli impianti che effettuano recupero di rifiuti (recupero di materia), introducendo un limite massimo di monossido di carbonio anche per i cementifici.
Prevedere in zone ad alta concentrazione di impianti IPPC l’obbligatorietà dell’applicazione del metodo ExternE per la valutazione dei costi indiretti degli impianti IPPC (costi indiretti)
Sollecitare una indagine delle ricadute anche attraverso matrici alimentari e forestali
Sollecitare una indagine epidemiologica per le aree circostanti i cementifici
Disponibili per un colloquio e/o a partecipare ad un tavolo di approfondimento
Ringraziamo per l’attenzione e auguriamo buon lavoro.
- COMITATO POPOLARE “LASCITECI RESPIRARE” -
Recapito e-mail: info@lasciatecirespirare.it – tel 3498353348 (Francesco Miazzi)
Recapito e mail: isolapulita@gmail.com Pino Ciampolillo Coordinatore
……. (seguono eventuali altri sottoscrittori….)
[1] Sono stati numerosi i Sindaci che utilizzano questa autorità per impedire la continuazione o il tragico evolversi di attività che presentavano i caratteri di insalubrità e pericolosità, anche con riferimento ad attività esistenti. La legittimità del loro operato è stata confermata anche da alcune sentenze del Consiglio di Stato (Cons. Stato Sez. n.67 del 5 febbraio 1985, n.766 del 15 febbraio 2001 e n.212 del 19 febbraio 1996)
[2] Il comma 7 dice: “L’autorizzazione integrata ambientale contiene le misure relative alle condizioni diverse da quelle di normale esercizio, in particolare per le fasi di avvio e di arresto dell’impianto, per le emissioni fuggitive, per i malfunzionamenti, e per l’arresto definitivo dell’impianto”
[3] A tal proposito riteniamo opportuno ricordare a tutti che i cementifici sono “industri insalubri” di prima classe ai sensi dell’art.216 del testo unico delle leggi sanitarie.
[4] Dalla notizia Ansa disponibile sul sito dell’Arma dei Carabinieri è scritto “ …Le cave erano le tappe finali dello smaltimento illecito di rifiuti speciali, pericolosi e non, prodotti da aziende di Veneto, Lombardia, Liguria, Toscana, Lazio e Friuli Venezia Giulia, costituiti da terre di bonifica inquinate da idrocarburi, PCB, catalizzatori esausti, amianto e plastica, fanghi di disoleazione e di cartiera, fanghi di perforazione contaminati da oli, ceneri di acciaieria, di combustione e di termodistruttori, con alte concentrazioni di cromo, cloruro, rame, ammoniaca, piombo, nichel, zinco e mercurio. Due erano le direttive attraverso cui operava l'organizzazione. I rifiuti erano destinati, con l'intermediazione della 'Ris.Eco' di Sesto Fiorentino, alle ditte 'Sofio Elia', 'Pellizzari Bruno' e 'Ecoarena'. Un passaggio necessario per la declassificazione documentale dei rifiuti: simulando il trattamento, i rifiuti perdevano le caratteristiche di pericolosità, divenendo materia prima accompagnata da certificazioni analitiche false.
[5] Miscela di argilla, calcare e rifiuti
Gazzetta Ufficiale prima parte PALERMO - VENERDÌ 6 APRILE 2007 - N. 15
Con decreto del dirigente generale del dipartimento regionale territorio e ambiente n. 48 dell'11 gennaio 2007, l'art. 2 del decreto n. 762 del 19 giugno 2003, con il quale il servizio 3 di questo dipartimento, ai sensi dell'art. 6 del D.P.R. n. 203/88, ha concesso alla ditta Greenstream S.p.A., con stabilimento in contrada Bulala nel comune di Gela (CL), l'autorizzazione alle emissioni in atmosfera derivanti dagli scarichi di tre caldaie di riscaldamento del gas, è stato sostituito.
(2007.9.575)
Con decreto del dirigente generale del dipartimento regionale territorio e ambiente n. 111 del 14 febbraio 2007, è stata concessa, ai sensi dell'art. 269 del decreto legislativo n. 152/2006, alla ditta Sicilfert s.r.l., con sede legale e stabilimento in contrada Maimone nel comune di Marsala (TP), l'autorizzazione alla modifica delle emissioni in atmosfera, consistente nell'installazione di un inceneritore di biomassa a griglia, di potenza nominale di 24973 kW., con produzione di energia elettrica (punto di emissione E3).
All'impianto oggetto del presente provvedimento non potranno essere conferiti rifiuti diversi dalle biomasse combustibili descritte alla sezione 4 della parte II dell'allegato X alla parte quinta del decreto legislativo n. 152/2006.
(2007.9.576)
Con decreto del dirigente generale del dipartimento regionale territorio e ambiente n. 133 del 16 febbraio 2007, è stata concessa, ai sensi dell'art. 269 del decreto legislativo n. 152/2006, alla ditta Vipro s.r.l., con sede legale in via dei Quartieri n. 62 nel comune di Palermo, l'autorizzazione alle emissioni in atmosfera derivanti dall'impianto di incenerimento di biomasse di 6,5 MW. di potenza termica con produzione di energia elettrica presso l'impianto sito in via Padre Puglisi, zona industriale A.S.I., nel comune di Carini (PA).
All'impianto oggetto del presente provvedimento non potranno essere conferiti rifiuti diversi dalle biomasse combustibili descritte alla sezione 4 dell'allegato X alla parte quinta del decreto legislativo n. 152/2006.
(2007.9.574)
Con decreto del dirigente generale del dipartimento regionale territorio e ambiente n. 141 del 20 febbraio 2007, è stata concessa, ai sensi dell'art. 269 del decreto legislativo n. 152/2006, alla ditta Bell Caffè s.n.c., con sede legale e stabilimento in contrada Serrauccelli nel comune di Modica (RG), l'autorizzazione alla modifica delle emissioni in atmosfera derivanti dall'attività di torrefazione e confezionamento di caffè, consistente nell'aggiunta di un impianto di tostatura a quello esistente, con aumento del 50% della capacità produttiva.
(2007.9.572)
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