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Timestamp: 2017-11-24 03:56:06+00:00
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la vita ci appartiene: novembre 2008
La Repubblica - ed. Roma del 14 novembre 2008, pag. 9
Sarà i1X Municipio il primo a Roma a dotarsi di un registro che raccolga i testamenti biologici dei cittadini. La decisione è stata annunciata ieri dal presidente Sandro Medici. Il registro certificherà il desiderio di chi firma questo testamento di esercitare il proprio diritto all’autodeterminazione sul trattamento sanitario di fine vita. In particolare servirà come prova, contro eventuali contestazioni, della volontà di chi si è registrato di non essere sottoposto a ventilazione o alimentazione forzata nel caso di una malattia o di un incidente che comporti lo stato vegetativo.
Spiega Sandro Medici: «L’idea è nata circa una settimana fa durante un convegno organizzato da Mina Welby e al quale ha partecipato anche il senatore del Pd Ignazio Marino, primo firmatario del disegno di legge sul testamento biologico, attualmente fermo in parlamento. Ci siamo chiesti come si potesse riuscire a prevenire, in mancanza di una legge dello Stato, situazioni terribili come quella in cui si sono trovati Eluana Engaro e la sua famiglia». Mina Welby, moglie di Piergiorgio Welby, al quale fu staccata la macchina che lo teneva invita dopo unalunga battaglia, è delegata dei diritti civili al X Municipio. Ed è stata lei che ha avanzato l’idea di un registro municipale.
«Abbiamo pensato», continua Medici, «che sarebbe stato utile un registro in cui venissero raccolte, su base volontaria, le intenzioni di chi non vuole essere tenuto in vita a forza. Ho cercato di controllare se ci fosse l’opportunità di crearlo. Non ho trovato nessun impedimento. E allora, in base al principio che quello che non è proibito è consentito, abbiamo deciso di creare questo registro». Il valore del registro dei testamenti biologici, spiega Medici, è che si tratta di una certificazione provata della volontà del malato, un atto che ha valore pubblico. «Nel caso Englaro, ad esempio, qualcuno ha messo in dubbio la validità della motivazione portata dai familiari, e cioè che Eluana non voleva essere tenuta in vita attraverso la ventilazione e l’alimentazione forzata, perché non c’era un documento che provasse la sua volontà. Col registro dei testamenti biologici questo non potrà accadere».
Nel testo che rappresenterà le volontà di chi lo sottoscrive di esercitare il diritto all’autodeterminazione sul trattamento sanitario sarà specificato che non si intende essere sottoposti a tutte quelle forme di assistenza sanitaria, come appunto la ventilazione e l’alimentazione forzata, che permettono di tenere in vita il paziente oltre i limiti naturali. Si tratta quindi di un documento molto esplicito, che non lascia spazio a dubbi e che avrà valore di certificazione.
L’iter per l’attuazione di questo nuovo strumento amministrativo prevede la presentazione di una delibera su questa materia, che sarà sottoposta al voto del consiglio municipale. «È lo stesso iter», spiega Medici, «che abbiamo percorso per l’altro registro che abbiamo creato nei nostri uffici anagrafici, quello delle unioni civili. Anche in questo caso il X Municipio è un apripista». Perché Medici ha, come dice, « una piccola ambizione», quella cioè che quest’idea divenga un modello e possa essere applicata anche in altri Municipi del territorio. «Il registro», conclude Medici, «non nasce per alimentare contrapposizioni politiche, ma più semplicemente per mettere a disposizione del territorio un nuovo servizio sociale e offrire a chi desidera utilizzarlo un piccolo ambito di democrazia».
La Stampa del 14 novembre 2008, pag. 1
Caso Englaro, dalla Cassazione sentenza di civiltà: staccate la spina
Liberazione del 14 novembre 2008, pag. 20
Ha vinto l'autodeterminazione, la laicità dello Stato, il rispetto della volontà della persona. C'è tutto questo nella sentenza numero 27145/08 delle sezioni unite della Cassazione, sul caso della giovane Eluana Englaro, che ha dichiarato «inammissibile per difetto di legittimazione all'impugnazione il ricorso presentato dal pubblico ministero presso la procura generale della corte d'Appello di Milano» che aveva invece autorizzato «il distacco del sondino della paziente, in stato vegetativo permanente». Da questo momento la famiglia Englaro può portare a compimento il desiderio della figlia: smettere l'alimentazione forzata e porre fine al coma vegetativo permanente in cui sta da sedici anni.
Una decisione clamorosa che, come era ovvio, ha scatenato una serie di reazioni a catena, pro e contro. Tanti i commenti positivi. Il padre della ragazza, Beppino - in prima fila in questa lunga battaglia cominciata nel 1999 quando chiese, otto anni dopo l'incidente che rese invalida Eluana, al tribunale di Lecco l'interruzione dell'alimentazione artificiale - ha gridato alla vittoria dello Stato di diritto. Mina Welby, moglie di Piergiorgio, ha detto: «Oggi finisce il lutto di Beppino Englaro». Per gli esponenti radicali, dall'anestesista Tommaso Ciacca alla senatrice Donatella Poretti, si tratta di una vittoria del concetto di autodeterminazione che rende ora necessaria una legge adeguata. Il segretario di Rifondazione comunista Paolo Ferrero ha sottolineato che siamo di fronte ad «una sentenza di civiltà che raccoglie e rispetta lo spirito di umanità e il rispetto del diritto e delle volontà delle persone che anima l'intera nostra Costituzione».
Anche dal mondo della chiesa non ufficiale sono arrivati giudizi positivi. L'associazione cattolica "Noi siamo chiesa" invita tutti ad «accettare la sentenza sul caso Englaro, come richiede il messaggio di libertà, di umanità e di rispetto della vita e della morte contenuto nel Vangelo». Ma tutte le altre reazioni, provenienti dalle file della destra e dagli ambienti cattolici, hanno tutt'altro tono. Prima fra tutte, quella dell'associazione Scienza&Vita, che equiparando l'interruzione dell'alimentazione alla pena di morte chiede che, come avviene in tanti paesi, l'«esecuzione venga resa pubblica con testimoni e video». «Così i nostri figli e i nostri nipoti - conclude Scienza&Vita - potranno scoprire come un cittadino italiano possa essere condannato da un giudice di uno Stato civile e democratico a morire di fame e di sete». Affermazioni che richiamano quelle di monsignor Rino Fisichella, presidente della Pontificia accademia della vita: «Si manda a morte una ragazza di 37 anni».
Non sono da meno le reazioni dei tanti esponenti del Pdl: per il vicepresidente della Camera Maurizio Lupi la Cassazione ha deciso di ucciderla; la ministra delle pari opportunità Mara Carfagna ha affermato dal canto suo che «togliere l'alimentazione equivale ad ucciderla», mentre il sottosegretario all'interno Alfredo Mantovano attacca la magistratura, sostenendo che «rifiuta la tutela della vita umana», un'accusa stigmatizzata dall'Associazione nazionale magistrati e dallo stesso Csm. E la lista potrebbe continuare.
La verità è che, dietro l'angolo, potrebbe esserci ancora qualche sorpresa tesa ad ostacolare una decisione che potrebbe concretizzarsi ad Udine fra alcuni giorni. Non è un caso che proprio Benedetto Della Vedova, un parlamentare del Pdl, presidente dei Riformatori Liberali, in controtendenza con il parere dei suoi, abbia ammonito il Parlamento a non cercare una rivincita che sarebbe «insensata e irresponsabile». E a proposito di Parlamento, proprio le Camere ora dovrebbero sentirsi in obbligo di formulare una legge che accolga le indicazioni della magistratura. Ma il rischio è grosso. Come ha sottolineato la deputata radicale Maria Antonietta Coscioni «il fatto che il centrodestra si dica quasi pronto a legiferare in materia proprio oggi, dopo che questo caso va avanti da sedici anni, rappresenta un atto di disonestà intellettuale e di ipocrisia nei confronti delle 2.500 "vittime" che si trovano nel suo stesso stato». Tanta fretta del resto non è casuale e trova d'accordo anche le gerarchie vaticane. Sempre Fisichella ha infatti auspicato che si arrivi al più presto «a formulare una legge, il più possibile condivisa perché venga evitata qualsiasi esperienza di eutanasia passiva o attiva nel nostro Paese». L'altra carta che la destra e il Vaticano possono giocare è quella mediatica. Lo si evince dalle parole del sottosegretario al Welfare con delega ai temi etici, Eugenia Roccella: «Nessun obbligo di applicazione della sentenza e nessuna possibilità di intervento da parte del governo» ha detto, sostenendo che, di fatto, la scelta ora ricade sulle spalle del padre e delle altre persone coinvolte in questa vicenda. Come dire che se deciderannno di mettere in pratica la sentenza si renderanno insomma colpevoli di un assassinio, sia pure legale. Già immaginiamo il linciaggio morale del quale potrebbero essere vittime. Come la donna di Napoli, colpevole solo, come tutti ricorderanno, di aver praticato un aborto legale. A proposito, a gridare "assassini" manca proprio Giuliano Ferrara. Lo ammettiamo, ci manca tanto.
L'Unità del 14 novembre 2008, pag. 4
Dopo più di 10 anni, ha vinto Beppino Englaro. E ha vinto, soprattutto, sua figlia Eluana, la sua «straordinaria tensione verso la libertà», come hanno scritto i giudici della Cassazione nella storica sentenza di ieri in cui hanno riconosciuto che si può staccare il sondino che da 16 anni la tiene in vita in uno stato vegetativo. Dopo due giorni di camera di consiglio, i giudici hanno bocciato il ricorso della procura generale di Milano, che aveva impugnato il decreto con cui la Corte d’appello del capoluogo lombardo, nel luglio scorso, aveva dato il primo via libera a interrompere l’alimentazione artificiale. Il primo presidente della Suprema Corte, Vincenzo Carbone, ha spiegato in un comunicato che il ricorso è stato respinto «per difetto di legittimazione all’impugnazione», come aveva chiesto martedì durante l’udienza pubblica il Pg Domenico Iannelli. La sentenza, numero 27145, è lunga 21 pagine nelle quali il relatore Mario Rosario Morelli spiega il perché del rigetto: la vicenda in questione non riguarda un «interesse generale e pubblico ma una tutela soggettiva e individuale» di Eluana. L’intervento del pm, nelle cause civili, si giustifica solo se il caso riguarda un interesse pubblico, ma stavolta si trattava di un «diritto personalissimo del soggetto, di. spessore costituzionale come il diritto di autodeterminazione terapeutica in tutte le fasi della vita, anche in quella terminale». Soddisfatti i legali della famiglia Englaro. «È quello che ci aspettavamo e non poteva andare diversamente. La Cassazione ha fatto giustizia», dice Franca Alessio, curatrice special le di Eluana. «Hanno vinto la giustizia e le regole del diritto», dice Vittorio Angiolini. «Ora il decreto di luglio può essere eseguito, e il padre può autorizzare lo stop ai trattamenti». Il relatore Morelli ricostruisce nelle motivazioni la lunga vicenda giudiziaria di Eluana. Le sezioni unite evidenziano come la Corte d’Appello di Milano, il 9 luglio scorso, sia giunta alla decisione di dare l’ok a staccare il sondino «in considerazione sia della straordinaria durata dello stato vegetativo permanente (e quindi irreversibile), sia della, altrettanto straordinaria, tensione del suo carattere verso la libertà, nonché della inconciliabilità della sua concezione sulla dignità della vita con la perdita totale ed irrecuperabile delle facoltà motorie e psichiche e con la sopravvivenza solo biologica del suo corpo in uno stato di assoluta soggezione all’altrui volere». «Tutti fattori si legge nelle motivazioni - che appaiono prevalenti su una necessità di tutela della vita biologica in sé e per sé considerata». Secondo le Sezioni unite della Cassazione, i giudici d’appello di Milano, a luglio, avevano valutato «analiticamente e approfonditamente» la documentazione sulle condizioni cliniche di Eluana. In sostanza la sentenza di ieri ha confermato quanto stabilito dalla stessa Cassazione nell’ottobre 2007, e cioè che si può "staccare la spina" solo in presenza concomitante di due circostanze: lo stato vegetativo del paziente apprezzata clinicamente come irreversibile e l’accertamento, sulla base di elementi tratti dal vissuto del paziente, che questi, se cosciente, non avrebbe prestato il suo consenso alla continuazione del trattamento. E tuttavia la polemica, politica e clericale, contro la Cassazione è durissima. Al punto che tutti i membri togati del Csm hanno firmato per avviare una pratica a tutela dei giudici della Cassazione. Nel documento si sottolinea che la funzione «delicatissima» che spetta alla Cassazione di «mantenere l’unità del diritto nazionale», «richiede una puntuale presa di posizione da parte dell’organo di autogoverno», di fronte agli attacchi ricevuti. L’intervento del Csm servirà a «rammentare al Paese che la Cassazione non si è inventata nulla ma ha applicato la legge», spiega il consigliere Giuseppe Maria Berruti, tra i promotori dell’iniziativa. «Mai prima d’ora ci sono stati attacchi così virulenti nei confronti dell’organo supremo della giustizia italiana», aggiunge il togato Mario Fresa. Un netto stop «agli insulti e alle aggressioni contro una istituzione fondamentale del sistema giudiziario italiano» arriva dai vertici dell’Anm.
Dunque in caso di malattia invalidante, nello specifico, sarà la moglie, nominata con atto notorio amministratrice di sostegno, a decidere quali terapie salvavita adottare per conto del marito. In sostanza, siccome le volontà dell’uomo sono quelle di non essere sottoposto a terapie che in ogni caso non porterebbero alla propria guarigione, sarà la moglie, decreto alla mano, ad intimare lo “stop”� alle cure e a negare il consenso ai sanitari a praticare alla persona trattamento terapeutico alcuno e, in specifico - precisa il giudice Stanzani - “rianimazione cardiopolmonare, dialisi, trasfusioni di sangue, terapie antibiotiche, ventilazione”.