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Timestamp: 2018-07-18 12:24:03+00:00
Document Index: 103128789

Matched Legal Cases: ['§ 102', '§ 131', '§ 133', '§ 323', '§ 106', '§ 107', '§ 95', '§ 131', '§ 37', '§ 1', '§ 64', '§ 148', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3']

Processo Penale e Giustizia - azione/indagini preliminari
Azione/Indagini preliminari - divieto di tortura – reati commessi dalle forze dell'ordine
Qualora pervenga una denuncia credibile, afferente ad una violazione dell’articolo 3 Cedu, perpetuata da agenti dello stato, grava sull’autorità nazionale un implicito obbligo di indagine effettiva, determinato anche dal principio generale di cui all’articolo 1 Cedu, che impone agli Stati di “garantire a tutti i cittadini i diritti e le libertà definiti dalla Convenzione” (così in Assenov e altri c. Bulgaria , 28 Ottobre 1998, § 102; Labita c. Italia [GC], n. 26772/95, § 131, ECHR 2000-IV). Qualunque sia il metodo d’indagine, le Autorità devono agire in modo tempestivo, avendo anche riguardo della particolare vulnerabilità della vittima e della reticenza dei soggetti maltrattati ed abusati nello sporgere denuncia (così in Batı e altri c. Turchia , nn. 33097/96 e 57834/00 , § 133, CEDU 2004-IV). Pur essendo il dovere di indagine un’obbligazione di mezzi, la Corte elenca precisi criteri per valutare la conformità di tale vincolo procedurale agli articoli 2 e 3 della Convenzione (si veda, mutatis mutandis , Ramsahai e altri contro Paesi Bassi [GC], 52391/99 , §§ 323-346, ECHR 2007-II): 1) efficienza e adeguatezza dell’indagine astrattamente in grado di condurre all'identificazione e alla punizione dei responsabili; 2) indipendenza pratica, funzionale, gerarchica e istituzionale degli organi inquirenti dagli indagati; 3) approfondito grado d’investigazione; 4) celerità e prontezza nell’indagine anche in mancanza di una formale denuncia, purché vi sia un fondato sospetto in ordine alla sussistenza del fatto; 5) pubblicità dell’indagine. [Siffatti principi e criteri sono stati disattesi dallo stato serbo per quel che attiene alla conduzione delle indagini relative ad asseriti maltrattamenti, ampiamente documentati, posti in essere dalle forze dell’ordine, in stato d’emergenza civile, a seguito dell’assassinio del primo ministro].
Azione/Indagini preliminari - reati commessi dalle forze dell'ordine - accuratezza e completezza investigative
Preliminarmente, la Corte osserva che il termine di 6 mesi per la proposizione del ricorso decorre dalla data di irrevocabilità della decisione emessa a seguito dell’ultimo rimedio interno disponibile. Tuttavia, se il ricorrente non dispone di un rimedio efficace, il termine decorre dalla data degli atti o delle misure contestati, dalla conoscenza o conoscibilità di tali atti o dei loro effetti pregiudizievoli. Se il richiedente si avvale di un istituto apparentemente efficace e, solo successivamente, sopravvengono circostanze che rendono ingiustificato il ricorso all’istituto medesimo, il termine semestrale decorre dalla data di conoscenza o conoscibilità tali circostanze (così anche. Blokhin v. Russia [GC] n. 47152/06, § 106, CEDU 2016). In caso di lamentate violazioni, attendibili e circostanziate, dell’articolo 3 Cedu, perpetuate da pubblici agenti, grava sullo stato l’obbligo di condurre un’indagine approfondita ed accurata. Tale onere non si configura come un’obbligazione di risultato bensì di mezzi, la quale dovrebbe condurre ad un più possibile e dettagliato accertamento dei fatti (così anche in Mikheyev c. Russia, n. 77617/01, § 107, 26 gennaio 2006). Qualsiasi carenza nell’indagine, pregiudizievole al predetto accertamento o all’identificazione dei colpevoli, può integrare una violazione dell’articolo de quo, ivi comprese la lentezza e le lungaggini investigative e processuali.[Principi disattesi dallo stato lettone a causa di carenze consistenti nella mancata assunzione di riprese video e della testimonianza medica circa i maltrattamenti compiuti da agenti di polizia penitenziaria ai danni di imputati minorenni ai fini dell’ottenimento di una confessione].
Azione/Indagini preliminari - diritto alla vita - durata del procedimento
L’articolo 2 Cedu, nel tutelare il diritto alla vita, prescrive un obbligo concreto di indagine qualora si verifichino lesioni al diritto de quo anche se commesse da cittadini privati o sconosciuti. L’obiettivo è quello di garantire l’effettiva e concreta applicazione delle norme nazionali a tutela del diritto alla vita. Tale adempimento configura un’obbligazione di mezzi, e non di risultato, posto che, per essere efficaci, le indagini svolte devono essere idonee all’individuazione del colpevole. L’obbligo predetto, tuttavia, non fa sorgere in capo alla persona offesa un diritto assoluto alla condanna [sulla stessa linea Mutatis mutandis, Öneryıldız contro Turchia [GC], n. 48939/99, §§ 95-96, CEDU 2004].
La Corte, pur ammettendo che possano sussistere ostacoli e difficolta nello svolgimento dell’ iter processuale, ritiene che una pronta e tempestiva attività di indagine integri il sicuro rispetto dei principi sanciti dall’articolo 2. Il decorrere eccessivo del tempo, al contrario, compromette in modo inesorabile l’efficacia e la concretezza delle indagini e rileva, in un atteggiamento passivo e lento delle autorità, una palese violazioni dei principi espressi dalla Convenzione. È fatta salva, in ogni caso, la possibilità per lo stato membro di motivare adeguatamente il rallentamento e la lentezza delle indagini .[Principi disattesi dallo stato montenegrino a causa della durata eccessiva della fase investigativa e del processo per accertare i responsabili di un tragedia marittima. Le indagini svolte si sono prolungate in un tempo eccessivamente dilatato - dopo 18 anni il processo era ancora pendente innanzi la Corte di secondo grado - integrando così una manifesta violazione dell’articolo 2 Cedu].
Azione/Indagini preliminari - responsabilità delle autorità statali - concreti ed effettivi accertamenti
Se taluno solleva credibili argomentazioni circa maltrattamenti subiti da agenti appartenenti alle forze dello stato, in violazione dell’articolo 3 Cedu letto in combinato disposto con il generale obbligo di cui all’articolo 1 di «assicurare a tutti coloro che rientrano nella loro giurisdizione i diritti e le libertà definiti nella [...] Convenzione», grava sullo stato membro l’obbligo di compiere un’efficace e concreta indagine ufficiale [così anche in Labita v. Italia [GC], n. 26772/95, § 131, ECHR 2000-IV]. Questo, tuttavia, non si configura come obbligazione di risultati bensì di mezzi in quanto non deve giungere all’imprescindibile condanna di un colpevole ma ad una ricostruzione dell’accaduto il più possibile aderente alla realtà. Requisiti necessari sono la profondità e l’accuratezza delle ricerche e degli accertamenti oltre all’indipendenza delle autorità inquirenti rispetto agli indagati declinata sia in termini gerarchico-istituzionali che pratici [così anche in Mehmet Emin Yüksel v. Turchia, n. 40154/98, § 37 del 20 luglio 2004]. I principi suddetti risultano violati nel caso di specie a fronte di indagini lacunose ed incomplete riguardanti le percosse subite ed i metodi di tortura applicati dagli indagati (tutti appartenenti al corpo militare dello stato) al fine di estorcere una confessione alle vittime.
Azione/Indagini preliminari - responsabilità medica - concreto ed effettivo accertamento
L’articolo 2 § 1 della Convenzione impone non solamente un esplicito obbligo di protezione della vita degli individui, ma anche un implicito dovere di adottare misure idonee per la salvaguardia della stessa. Tali principi si estendono all’ambito della sanità pubblica [così anche in Valerio Fuklev contro Ucraina, 6318/03, §§ 64-65, 16 gennaio 2014]. Tra queste misure è ricompreso il procedimento penale. È più volte evidenziato dalla Corte, difatti, come l’articolo de quo preveda la necessità di un adeguato sistema medico-giudiziario in grado di accertare, sine dubbio, gli addebiti in tema di responsabilità medica. Tuttavia, in determinati casi, tale obbligo procedurale non implica necessariamente l’esercizio dell’azione penale come rimedio al danno subito. In tema di responsabilità medica l’obbligo sancito dall’articolo 2 può essere soddisfatto anche attraverso la predisposizione di rimedi civilistici o disciplinari. Compito della Corte è valutare se i rimedi predisposti dallo stato membro siano dotati di efficacia concreta, e non solamente teorica, concretizzandosi in un rapido e dettagliato esame del caso.[I principi espressi non risultavano violati nel caso di specie avendo lo stato estone, in un episodio di decesso a seguito di ricovero ed intervento medico, predisposto adeguati ed effettivi strumenti giuridici atti ad accertare eventuali responsabilità in capo al personale medico e sanitario].
Azione/Indagini preliminari - uso legittimo della forza - precisi e dettagliati accertamenti
L’articolo 2 Cedu, complessivamente considerato, elenca situazioni tipizzate in cui è consentito l’uso della forza da parte delle autorità statali. Da tali casi può derivare, come conseguenza non voluta, il decesso di taluno. L’ utilizzo della vis deve essere “assolutamente necessario”, requisito che indica un grado di necessità e imprescindibilità, ed un conseguente onere probatorio, più rigoroso rispetto a quello sancito degli articoli 8 e 11 della Convenzione. In ogni caso, deve essere strettamente proporzionato al raggiungimento degli obbiettivi espressamente indicati dall’articolo 2 [così anche in McCann e altri c. Regno Unito, 27 settembre 1995, §§ 148-149].
Compito della Corte è la verifica della adeguatezza e della concretezza delle indagini compiute al fine di valutare tale necessità ed adeguatezza. Pur non sussistendo l’obbligo di soddisfare ogni richiesta di indagine proveniente dalle parti, tuttavia, a fronte di prove diametralmente discordanti, grava sulle autorità un onere probatorio ancora maggiore ed esteso a tutte le possibili fonti di prova.
Le autorità, infine, devono garantire ai famigliari della vittima l’accesso agli atti d’indagine oltre che un adeguato controllo pubblico. [Principi disattesi dalle autorità turche a nel caso di specie. Nonostante un certo grado di accuratezza delle indagini, la Corte rileva come le lacune investigative consistenti nella non assunzione di testimonianze rilevanti, nella mancata tempestività nell’assicurazione di fonti di prova, oltre ad una forte collusione tra inquirenti ed inquisiti, integrino una violazione sostanziale dei principi espressi dall’articolo 2].
Corte edu, 16 maggio 2017, Romanescu v. Romania
Giusto processo - indagini - accuratezza ed efficacia
Qualora pervenga all’autorità giudiziaria una notizia di reato, non manifestamente infondata, concernente un’ipotesi di abuso commesso da pubblici agenti, suscettibile di rientrare nella previsione dell’art. 3 della CEDU, detta norma, in combinato disposto con l’art. 1 della Convenzione medesima, sancisce l’obbligo di porre in essere un’indagine accurata e completa con riferimento al caso concreto. Tale indagine deve essere in grado di condurre alla ricostruzione del fatto, all’identificazione ed alla punizione dei responsabili. Se così non fosse, il divieto generale di tortura e di trattamenti inumani e degradanti, risulterebbe inefficace ed inattuabile nella pratica. [tali principi sono stati disattesi dalle autorità rumene le quali avevano compiuto indagini lacunose, eccessivamente dilatate nel tempo, caratterizzate da lunghi periodi di inattività, nonché dall’assenza di coinvolgimento delle vittime nell’inchiesta, oltre che dalla mancanza di informazioni a beneficio di costoro circa gli sviluppi investigativi.]
Corte edu, 7 marzo 2017, V.K. c. Russia
Azione/indagini preliminari – Maltrattamenti sui minori – Completezza delle indagini.
La Corte e.d.u. ha dichiarato in molte occasioni che il reato di maltrattamenti deve raggiungere un livello minimo di gravità per rientrare nell'ambito di applicazione dell'articolo 3 della Convenzione. Le accuse di maltrattamenti devono essere supportate da prove adeguate. Nel valutare le prove, la Corte ha generalmente applicato il criterio della prova "oltre ogni ragionevole dubbio". Tuttavia, tale prova può seguire dalla coesistenza di deduzioni sufficientemente forti, chiare e concordanti o da simili presunzioni non confutate: il collegamento con la disciplina nostrana sugli indizi è evidente. D'altro canto, occorre che le indagini svolte siano state "efficaci", ossia in grado di condurre alla ricostruzione dei fatti da identificare e alla punizione dei responsabili. Questo non è un obbligo di risultato, ma di mezzi. Le autorità devono aver posto in essere le procedure per acquisire le prove riguardanti il caso, tra cui, testimonianze oculari e prove forensi. Qualsiasi deficit nell'inchiesta che mina seriamente la sua capacità di stabilire la causa delle lesioni o l'identità delle persone responsabili rischierà di infrangere questo standard, e l'obbligo di tempestività e di speditezza è implicito in questo contesto. La valutazione è stata fatta considerando l'apertura di indagini, ritardi nelle dichiarazioni che prendono, la durata del tempo necessario per le ricerche e il protrarsi ingiustificato del procedimento penale. Il richiamo al principio, nostrano, di completezza investigativa è evidente.
In definitiva, è compatibile con i parametri convenzionali l'ipotesi di un processo per maltrattamenti condotto sulla scorta di indizi, purché gravi, precisi e concordanti, acquisiti ad esito di indagini complete e, quindi, secondo i dicta dei giudici europei, effettive.
Corte edu, 2 marzo 2017, Talpis c. Italia
Indagini preliminari - Completezza delle indagini - Diritto alla vita - Violenza domestica.
Affinché possa dirsi sussistente un obbligo positivo di attivazione da parte dell’autorità per realizzare misure finalizzate ad impedire il potenziale nocumento del diritto alla vita, deve dimostrarsi, da un lato, che la medesima autorità sapeva o avrebbe dovuto sapere che un dato individuo aveva subito una minaccia, derivante dall’attività criminale di un terzo, reale ed immediata per il diritto in parola, dall’altro, che non siano state adottate misure che, ragionevolmente, avrebbero potuto scongiurare il summenzionato rischio.
Come ribadito dalla Corte, dunque, non tutte le presunte minacce al diritto alla vita, tutelato dall’art. 2 della Convenzione, obbligano l’autorità ad impedirne la realizzazione attraverso misure concrete.
Infatti, la portata dell’obbligo positivo testé citato deve essere interpretata in modo da non imporre alle autorità un onere impossibile od eccessivo, tenuto conto delle difficoltà che ha la polizia di esercitare le proprie funzioni nelle società contemporanee, l'imprevedibilità del comportamento umano e le scelte operative da effettuare in termini di priorità e di risorse. [Il principio, sancito dall’art. 2 della Convenzione, è stato ritenuto vulnerato, nell’ambito di un caso di violenza domestica, dal comportamento delle autorità nazionali le quali, malgrado la denuncia della ricorrente, non hanno condotto alcuna investigazione, salva l’audizione della stessa interessata, avvenuta, peraltro, soltanto sette mesi dopo la denuncia. Inoltre, nonostante le predette autorità conoscessero o fossero nella condizione di conoscere già da tempo le precedenti violenze domestiche subite dalla vittima, non hanno emesso alcun ordine di protezione, o posto in essere altre specifiche misure per tutelare la stessa e la sua famiglia dal marito il quale, a seguito dell’ennesima lite, ha infine ucciso il figlio e cagionato lesioni da accoltellamento alla moglie].
Corte edu, 7 febbraio 2017, Dinu c. Romania
Indagini preliminari – (Ab)uso della forza da parte degli agenti di polizia - Incompletezza delle indagini preliminari
Il principio per cui nessuno può essere sottoposto a torture o a comportamenti degradanti ed inumani è violato anche nei contesti di uso eccessivo e sproporzionato della forza da parte degli agenti di polizia durante le fasi di arresto. Inoltre, tali comportamenti, posti in essere dalle forze dell’ordine, non possono essere risolti esclusivamente con l’assegnazione di un risarcimento alla vittima, perché tale rimedio non permetterebbe di identificare e punire i responsabili in sede penale: occorrono - come ribadito a più riprese dalla Corte strasburghese - approfondite indagini circa l'esatto svolgimento dei fatti e i rapporti tra il pericolo costituito dall'arrestato e il grado di forza impiegato dalla polizia nelle operazioni di cattura [Tale principio è stato ribadito dai giudici europei a seguito della decisione di un pubblico ministero rumeno di non esercitare l’azione penale nei confronti di due agenti di polizia che, durante le fasi di arresto di un uomo, gli avevano arrecato seri problemi fisici che lo avevano reso inabile al lavoro. È stata riscontrata una carenza dell’attività investigativa, in quanto non è stata approfondita la questione della proporzionalità dell’uso della forza da parte degli agenti rispetto al pericolo dagli stessi corso, e non è stata concessa un’ulteriore perizia medica per dissipare tutti i dubbi relativi alle reali cause dei traumi riportati dal soggetto arrestato. Le attività investigative non si sono rivelate sufficientemente approfondite ed efficaci, in quanto la vicenda è stata ricostruita in modo troppo generico, e ciò ha determinato una violazione dell’art. 3 della Convenzione, sia sotto il profilo procedurale che sul piano sostanziale].