Source: https://giurisprudenzaamministrativa.com/2018/01/30/diniego-porto-darmi-illegittimo-se-basato-su-condanne-risalenti-nel-tempo/
Timestamp: 2020-02-17 14:12:24+00:00
Document Index: 33525410

Matched Legal Cases: ['art 624', 'art. 43', 'art. 60', 'art. 43', 'art. 43', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 43', 'art 43', 'art 43', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 11', 'art. 178', 'art. 445']

Diniego porto d’armi illegittimo se basato su condanne risalenti nel tempo. – Giurisprudenza amministrativa
Il Tar Piemonte, sent. 84/2018, ha affermato che è illegittimo il diniego di porto d’armi per la presenza di alcune condanne penali a carico del richiedente risalenti a molti anni prima. L’Amministrazione, infatti, deve svolgere un giudizio prognostico di affidabilità del soggetto alla luce del lungo periodo trascorso dalle condanne ( nel caso di specie oltre 30 anni), nonchè tenere in considerazione l’intervenuta riabilitazione del richiedente.
N. 00084/2018 REG.PROV.COLL.
N. 01204/2017 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 1204 del 2017, proposto da:
Pietro Giorgino, rappresentato e difeso dagli avvocati Stefano Cresta, Mara Fosforo, con domicilio eletto presso lo studio dell’avv. Stefano Cresta in Torino, via Principi D’Acaja, 47;
Ministero dell’Interno, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliato in Torino, via Arsenale 21;
– del provvedimento del Questore di Cuneo del 7 novembre 2017, notificato al ricorrente il 10 novembre 2017, di rigetto della domanda di rinnovo della licenza di porto di fucile ad uso tiro a volo;
nonché di ogni altro atto presupposto, antecedente, consequenziale e comunque connesso al procedimento, anche se non conosciuto, tra cui, occorrendo:
– la comunicazione della Questura di Cuneo – Divisione Pasi prot. n. 0020813 del 21.07.2017 di “Comunicazione di preavviso di revoca della licenza di porto d’armi uso sportivo” (doc. 2);
– il provvedimento della Prefettura – Ufficio Territoriale del Governo di Cuneo prot. n. 0069460 del 24.11.2017 di “Comunicazione di avvio del procedimento amministrativo ai sensi degli artt. 7, 8 e 10 della Legge 7 agosto 1990, n. 241, relativo alla verifica delle condizioni soggettive per la detenzione armi”, trasmesso al ricorrente il 30 novembre 2017 (doc. 3).
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’Interno e di Ufficio Territoriale del Governo Torino;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 10 gennaio 2018 la dott.ssa Silvana Bini e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Sentiti sul punto i difensori delle parti, che non hanno manifestato osservazioni oppositive;
I) Con il ricorso in epigrafe, notificato e depositato in data 19.12. 2017, il ricorrente ha gravato il decreto con cui il Questore di Cuneo gli ha negato il rinnovo della licenza di porto d’armi per uso tiro a volo, richiamando le due pregresse condanne, una del 15.12.1982 del Tribunale Militare di La Spezia, per omessa presentazione in servizio e l’altra della Corte di Appello di Torino, del 15.10.1985 a cinque mesi di reclusione e 500.000 di multa, per un furto ex art 624 c.p.
Nella motivazione del decreto si precisa che, nonostante la pronuncia di estinzione del reato disposta nel 1997 dal Tribunale di Sorveglianza di Torino, la condanna per i reati indicati all’art. 43 T.U.L.P.S. è ostativa ex lege al rilascio della licenza di porto d’armi, senza lasciare all’amministrazione alcuna possibilità di deroga o di valutazione discrezionale.
Il ricorrente contesta l’interpretazione contenuta nel decreto per vari profili di violazione di legge e di eccesso di potere, deducendo l’illogicità e la contraddittorietà del provvedimento rispetto a precedenti determinazioni della stessa amministrazione, sostenendo che dalla condanna episodica e risalente a più di 30 anni prima non possa farsi derivare un automatico giudizio di inaffidabilità del richiedente la licenza, senza considerare il provvedimento di riabilitazione e la successiva condotta irreprensibile del ricorrente, elementi questi che escludono una sua attuale pericolosità sociale e inaffidabilità nell’uso delle armi.
Il Ministero dell’Interno si è costituito in giudizio, chiedendo il rigetto del ricorso.
In data 9.1.2018, ha depositato una relazione della Questura e ulteriore documentazione; la difesa del ricorrente si è opposta al deposito tardivi degli atti.
Alla camera di consiglio del 10 gennaio 2018 il ricorso è stato trattenuto in decisione ai sensi dell’art. 60 c.p.a.
II) Il ricorso è fondato e merita accoglimento.
Il diniego si fonda sulla preclusione assoluta in presenza della condanna per uno dei reati indicati all’art. 43 primo comma lettere a) b) c).
La questione interpretativa, che ha dato vita a due contrapposti orientamenti, in tema di interpretazione dell’art. 43 T.U.L.P.S. del giudice di appello (nella sentenza Cons. St, sez. III, 14 febbraio 2017 n. 658, resa in riforma della sentenza n. 484/2016 di questo T.A.R. e nella sentenza della stessa Terza Sezione 17 novembre 2017 n. 5313, resa a conferma della sentenza di questo T.A.R. n. 839/2016), è stata esaminata nella sentenza breve n. 1349 del 12.12.2017 di questa Sezione, che si ritiene utile riportare nei passaggi principali.
Nella prima pronuncia (cioè la n. 658/2017), il Consiglio di Stato ha affermato che la condanna per uno dei reati indicati all’art. 43 primo comma lettere a) b) c) genera una preclusione assoluta a essere titolare di un’autorizzazione al porto di arma e vincola l’Amministrazione a negare o revocare il porto dell’arma. Si tratta di speciale incapacità ex lege al rilascio o al rinnovo, tale da non poter essere superata sic et simpliciter dalla mera riabilitazione dell’interessato, da cui discende l’impossibilità indefettibile e non modificabile che il futuro comportamento dell’interessato superi la inaffidabilità sull’uso dell’arma in possesso.
Nella pronuncia successiva, il Giudice di appello ha sostenuto che l’applicazione dell’art 43 TULPS non possa avvenire in violazione dei principi di ragionevolezza e di proporzione di rango costituzionale e che debba essere privilegiata un’interpretazione teleologica della norma conforme ai principi costituzionali, con la conseguenza che l’Amministrazione, nel compiere la propria complessiva valutazione in ordine alla affidabilità nel possesso di armi, non possa non tener conto anche della sussistenza di altri elementi, che denotano favorevolmente la personalità dell’interessato con carattere di attualità. Ciò comporta che la preclusione prevista dall’art 43 TULPS per il possesso di armi e munizioni in capo ai soggetti, che abbiano subito le indicate tipologie di condanne, non possa essere automatica, ove ragionevolmente altri elementi attuali della personalità dell’interessato, quale il lungo tempo intercorso rispetto all’epoca del commesso reato senza la commissione di ulteriori illeciti penali (corroborato nelle sue positive implicazioni dalla intervenuta riabilitazione), depongano per lo stabile ripristino in capo al soggetto medesimo delle richieste condizioni di affidabilità nel possesso di armi in corrispondenza ad una rinnovata e consolidata integrazione nel sano contesto socio economico in presenza di indizi univoci e concordanti in tale senso.
Il Collegio, in continuità con l’orientamento espresso nelle proprie pronunce sopra richiamate, ha ritenuto di non poter condividere l’interpretazione che nega alla riabilitazione intervenuta per i reati indicati all’art. 43 TULPS l’effetto caducante della “incapacità ex lege” ad essere titolare di un’autorizzazione al porto di arma e di dover ribadire il proprio convincimento che la P.A. non può considerare le condanne a guisa di fatto preclusivo immodificabile, giacché siffatta soggezione perpetua appare, in questo come in altri campi dell’esperienza giuridica, estranea all’ordinamento positivo. Ove fosse consentita alla P.A., sempre e comunque (e, dunque, senza badare all’evoluzione d’ogni singola vicenda), una motivazione di rigetto completamente avulsa dalla realtà attuale e condizionata da condotte risalenti ad un passato ormai remoto e non più riprodotto, la norma risulterebbe, nella sua irragionevolezza, di dubbia legittimità costituzionale.
Infatti, la tipologia dei fatti per cui sono intervenute le condanne (mancata presentazione in caserma e furto), la risalenza e l’episodicità della condotta, la giovane età del ricorrente al tempo dell’accaduto, la tenuità delle conseguenze penali, sono tutte circostanze che non appaiono ragionevolmente suscettibili di incrinare indefinitamente l’immagine di affidabilità dell’istante.
Anche qualora si volesse ritenere (insieme con il Consiglio Stato, n. 658/17 cit.) che l’art. 43, in deroga a quanto stabilisce l’art. 11, non abbia voluto far salvi gli effetti della riabilitazione, ad avviso del Collegio la norma, adottata in un contesto ordinamentale ed istituzionale assolutamente distante dal quadro di valori democratici, personalistici e di rieducazione del condannato consacrati nella Carta Costituzionale, si imponga una lettura evolutiva.
Pur concedendo che la riabilitazione non escluda, di per sè, la possibilità per l’Autorità di sicurezza di apprezzare la condotta del ricorrente in relazione al precedente fatto di reato, la stessa non può considerarsi un fatto irrilevante ai fini della prognosi di affidabilità dell’istante. Difatti, in sede di pronuncia di una domanda di riabilitazione, la prova della buona condotta comporta per il Giudice penale l’acquisizione di indici che abbiano un significato univoco di recupero del condannato ad un corretto modello di vita.
La coerenza dell’ordinamento, allora, impone all’amministrazione quanto meno di procedere ad una prognosi concreta che tenga conto del tempo trascorso e della condotta tenuta successivamente al fatto di reato con l’onere di motivare specificatamente i fatti che essa ritenga espressivi di non avvenuto completamento dell’emenda, fermo restando che in linea generale non possono compiersi apprezzamenti negativi in presenza di un solo episodio ostativo mai più ripetuto. Urta finanche la sensibilità comune che, dopo 30 anni di buona condotta (attestata dalla riabilitazione), un cittadino non possa presentarsi dinnanzi all’Amministrazione in condizioni di parità con gli altri cittadini incensurati, sia pure per accedere ad un titolo abilitativo al porto d’armi.
In definitiva, quantomeno allo stato, i fatti allegati dall’amministrazione non paiono denotare alcun indice sintomatico di scarso equilibrio caratteriale e di indole incline alla violenza ed idoneo a supportare un giudizio di pericolosità sociale dell’interessato per l’ordine e la sicurezza pubblica; la condanna risalente al 1985, per un fatto compiuto quando il ricorrente era giovane e per il quale è intervenuta riabilitazione, nella sua isolatezza, non rende verosimile un giudizio prognostico circa la perdurante inaffidabilità del ricorrente.
Come giustamente osservato da questi, non è, dunque, sufficiente per l’Amministrazione invocare il dato fattuale della sua remota condanna, occorrendo, piuttosto, procedere ad una concreta prognosi che tenga conto di tale evento, ma pure della condotta tenuta dall’interessato nell’ampio lasso di tempo successivo al fatto (ormai nel caso di specie risalente a più di quindici anni fa), nonché della circostanza che in tutti questi anni non si sono verificati episodi che possono costituire indici concreti ed accertati d’attuale pericolosità ed inaffidabilità del ricorrente.
Ai fini in discorso giova anche considerare la sostanziale analogia fra gli effetti della riabilitazione – quali previsti dall’art. 178 c.p. – e quelli di estinzione del reato per positivo decorso dell’arco temporale previsto dall’art. 445, comma 2, c.p.p., nei casi di applicazione della pena su richiesta.
D’altra parte, è pur vero che la condanna, per quanto remota e superata dal provvedimento ricognitivo dell’estinzione del reato, non perde la sua rilevanza in senso assoluto, ma proprio per effetto della riabilitazione essa non innesca alcun automatismo preclusivo, potendo semmai essere posta a base di una valutazione discrezionale, che tuttavia deve tenere conto di ulteriori elementi, come la condotta successiva alla commissione del reato.
Le spese possono compensarsi tra le parti, tenuto conto del non univoco orientamento della giurisprudenza in materia.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Piemonte (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e per l’effetto annulla il decreto del Questore di Cuneo del 7 novembre 2017, di rigetto della domanda di rinnovo della licenza di porto di fucile ad uso tiro a volo.
Così deciso in Torino nella camera di consiglio del giorno 10 gennaio 2018 con l’intervento dei magistrati:
Scritto il 30 gennaio 2018 20 gennaio 2018 Autore Giurisprudenza amministrativaCategorie Porto d'armiTag Attualità dell'inaffidabilità,Condanna,Condanna penale,Condanne penali,Condanne penali risalenti,Diniego,Motivazione,Motivazione insufficiente,Porto d'armi,Revoca porto d'armi,Rigetto,TAR Piemonte,TULPS
Precedente Articolo precedente: Ammissione a Medicina: omessa sottoscrizione della scheda anagrafica non legittima l’esclusione dei candidati.
Avanti Articolo successivo: Licenza NCC: è necessaria la disponibilità di una rimessa.