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Timestamp: 2020-08-13 00:47:46+00:00
Document Index: 54881156

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 143', 'art. 360', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366']

Sentenza Cassazione Civile n. 3117 del 07/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3117 del 07/02/2017
Cassazione civile, sez. III, 07/02/2017, (ud. 06/06/2016, dep.07/02/2017), n. 3117
sul ricorso 12901-2013 proposto da:
B.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
rappresentato e difeso dall’avvocato ANNA DONDI giusta procura
avverso la sentenza n. 483/2012 del TRIBUNALE di ALESSANDRIA,
depositata il 26/06/2012;
Con sentenza del 26/6/2012 la Corte d’Appello di Torino ha dichiarato inammissibile il gravame interposto dal sig. B.F. in relazione alla pronunzia Trib. Alessandria n. 9171/09 di rigetto della domanda in via incidentale dal medesimo spiegata nei confronti della sig. Z.S. e di accoglimento della domanda da quest’ultima nei suoi confronti proposta di pagamento di somma a titolo di canoni di locazione, di spese condominiali, di tassa di registrazione per l’anticipata risoluzione del contratto di locazione tra essi intercorso nonchè per la ritardata riconsegna dell’immobile.
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il B. propone ora ricorso per cassazione, affidato ad unico complesso motivo.
Con unico complesso motivo il ricorrente denunzia “violazione, falsa e mancata applicazione” dell’art. 143 c.p.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Il ricorso è per plurimi profili inammissibile.
Va anzitutto osservato che esso risulta formulato in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, atteso che gli atti e documenti del giudizio di merito dal ricorrente posti a base delle censure (es., alla sentenza del giudice di prime cure, al riconoscimento operato da controparte “che la serratura è stata cambiata dal locatore alla fine di giugno del 2009 e i mobili della cucina sono stati rimossi nel febbraio 2001”) risultano meramente (altresì del tutto genericamente) richiamati e non anche (per la parte strettamente d’interesse in questa sede) debitamente riportati nel ricorso ovvero, laddove riprodotti (es., le dichiarazioni dei testi C., Z., T.), senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti anche in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).
Non può d’altro canto sottacersi che laddove si duole che la corte di merito l’abbia ritenuto tenuto al pagamento “dell’indennità di occupazione pari al canone dal giugno 2009 sino al 5/02/11 (data in cui il sig. B. è rientrato in possesso dei suoi beni mobili) sull’unica base dell’occupazione con tre mobili dell’alloggio precedentemente locato, alloggio di cui sin dal giugno 2009 la proprietà aveva cambiato la serratura impedendo al ricorrente di completare il ritiro”, non risulta invero idoneamente censurata la ratio decidendi dell’impugnata sentenza secondo cui “non essendo stato liberato l’immobile, la Z. non poteva liberamente disporne” e che “a nulla rileva… la circostanza che la Z. avesse cambiato la serratura, essendosi dimostrata disponibile a recarsi nell’immobile affinchè il conduttore potesse ritirare i proprio beni mobili”.
Risulta a tale stregua dal ricorrente non osservato il consolidato principio secondo cui allorquando la sentenza di merito impugnata si fondi su più ragioni autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente idonea a sorreggere la decisione, l’omessa impugnazione, con ricorso per cassazione, anche di una soltanto di tali ragioni determina l’inammissibilità anche del gravame proposto avverso le altre, non potendo le singole ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, quand’anche fondate, comunque condurre all’annullamento della decisione stessa (v. Cass., 11/1/2007, n. 389) in quanto l’eventuale relativo accoglimento non incide sulla ratio decidendi non censurata, su cui la sentenza impugnata resta pur sempre fondata (v. Cass., 23/4/2002, n. 5902).
E’ dunque sufficiente che, come nel caso, anche una sola delle rationes decidendi su cui si fonda la decisione impugnata non abbia formato oggetto di censura ovvero sia stata respinta) perchè il ricorso (o il motivo di impugnazione avverso il singolo capo di essa) debba essere rigettato nella sua interezza (v. Cass., 14/7/2011, n. 15449; Cass., Sez. Un., 8/8/2005, n. 16602).
Emerge dunque evidente come, lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni del ricorrente, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in realtà si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).
Per tale via in realtà sollecita, cercando di superare limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).