Source: https://www.stefaniavilla.it/news/page/4/
Timestamp: 2020-08-13 05:17:38+00:00
Document Index: 171334031

Matched Legal Cases: ['art. 37', 'art. 2', 'art. 12', 'art. 38', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art.3', 'art. 4', 'art. 193', 'art.77']

News - Pagina 4 di 4 - SV - Stefania Villa
Pubblicato il Gennaio 15, 2020 Marzo 16, 2020
Verifica delle competenze ed efficacia della formazione
“Formare, formare, formare!“, questo l’imperativo della salute e sicurezza sul lavoro che nasce dall’idea, condivisibile, che chi più sa meno sbaglia. Eppure sapere, quindi avere conoscenze e competenze, non sempre equivale a fare, ossia mettere in atto i comportamenti e le soluzioni richieste o conformi a quanto appreso. Detto in altre parole, verificare le competenze non equivale ad accertare l’efficacia della formazione.
Ma perché preoccuparsene? È un obbligo di legge?
La formazione è concepita dal legislatore come lo strumento attraverso il quale i lavoratori acquisiscono “le conoscenze e competenze necessarie in materia di salute e sicurezza sul lavoro” (art. 37, comma 13).
Per chi avesse italicamente pensato di risolvere la questione in modo solo formale, il legislatore ha esplicitato tramite gli Accordi Stato- Regioni che i percorsi formativi si devono concludere con una prova di verifica obbligatoria, orale o scritta (colloquio o test), “finalizzata a verificare le conoscenze relative alla normativa vigente e le competenze tecnico- professionali acquisite in base ai contenuti del percorso formativo” (Accordo Stato Regioni del 21/12/2011). Cioè al legislatore non interessa tanto l’attestato, che è comunque un documento obbligatorio di registrazione della formazione, quanto che chi è stato formato abbia imparato quel che doveva.
Quindi la verifica delle competenze, che deve essere effettuata al termine del percorso di formazione attraverso un colloquio o un test scritto, è un obbligo di legge ed è lo strumento con cui si verifica che i lavoratori abbiano imparato la teoria.
L’idea che sapere non equivalga a saper fare è chiara già nel Testo Unico della sicurezza, che accompagna l’attività di formazione con quella di addestramento e ne prevede anche la definizione (art. 2, comma 1, lettera cc)).
La verifica dell’efficacia della formazione
Sono stati i sistemi di gestione prima e l’INAIL poi, tramite l’OT24 ora OT23, a far sorgere il problema dell’efficacia della formazione, concetto che supera la differenza tra sapere e saper fare e introduce la differenza tra sapere (teorico e pratico) e la sua attuazione effettiva e conforme.
INAIL di fatto risolve la questione proponendo la ripetizione del test di verifica delle competenze a distanza di almeno 2 mesi dalla chiusura del corso di formazione quale strumento di verifica dell’efficacia. Come a dire che se ti ricordi la teoria dopo un certo periodo di tempo, allora conosci la materia e sai come comportarti. A questa conclusione si arriva analizzando l’intervento C-7:
“L’azienda con meno di 50 lavoratori ha adottato o mantenuto una procedura per la verifica dell’efficacia della formazione, in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, che comprenda test di verifica in forma scritta sia al termine di ciascun intervento formativo sia successivamente secondo una tempistica prestabilita dalla procedura in modo tale che la verifica successiva sia svolta non prima di 2 mesi rispetto alla verifica di fine corso“.
Nell’ambito dei sistemi di gestione (non solo quelli per la salute e la sicurezza), invece, la questione viene osservata da un altro punto di vista, partendo dal presupposto che una formazione è efficace se ha come risultato comportamenti adeguati dei lavoratori. Quindi non conta soltanto ricordarsi quel che i corsi hanno insegnato, ma anche che gli insegnamenti vengano messi in pratica.
La differenza tra l’approccio di INAIL e quello dei sistemi di gestione non è un dettaglio trascurabile, in quanto si traduce in attenzioni e azioni diverse. Nel primo caso si parte del presupposto che un lavoratore che sa poi fa, quindi se un lavoratore, sottoposto a nuovo test di verifica delle competenze, non lo supera, lo si deve sottoporre a una nuova azione formativa, a prescindere dall’adeguatezza della sua operatività. Nel secondo caso, invece, ci si ritiene che la priorità siano i comportamenti adeguati e si considera l’ipotesi che comportamenti non adeguati di un lavoratore possano essere determinati non solo da insufficienza o inadeguatezza delle sue competenze.
In pratica la verifica dell’efficacia della formazione sicurezza nell’ambito dei sistemi di gestione prevede di effettuare delle verifiche sul campo e di indagare la causa di eventuali anomalie: e se al lavoratore non venissero messe a disposizione le attrezzature adeguate per mettere in atto quanto ha imparato? E se il lavoratore conoscesse la teoria ma avesse fatto propri i principi su cui questa si basa? Del resto la sicurezza non è fatta solo di formazione, ma anche di organizzazione e di cultura.
L’approccio di INAlL ha il grande vantaggio dell’univocità, quindi riduce i tempi decisionali e fornisce una soluzione certa al problema, anche se non sono certa sia la più… efficace! Sul versante opposto l’approccio dei sistemi di gestione, che sottolinea l’importanza di una costante “dedizione alla causa”. L’osservazione che questo approccio richiede molto più tempo e risorse potrebbe essere un pregiudizio o persino una scusa: se non fossero tempo e risorse a mancare, ma solo la volontà? La tutela della vita umana è un obiettivo ambizioso e l’ambizione richiede impegno.
Pubblicato il Dicembre 18, 2019 Dicembre 16, 2019
La gestione delle telecamere in azienda
Ti ho già parlato della necessità di richiedere specifica autorizzazione per l’installazione e l’utilizzo dei sistemi di videosorveglianza nel caso in cui sia presente in azienda anche un solo lavoratore e la loro presenza possa determinare, seppur solo indirettamente, il controllo a distanza dell’attività lavorativa. Ma la gestione delle telecamere in azienda deve rispettare anche altri requisiti che il Garante della privacy ha dettagliato nel Provvedimento dell’8 aprile 2010. Il provvedimento, nonostante sia antecedente all’entrata in vigore del Regolamento europeo 2016/679 (GDPR), continua a mantenere la sua validità.
Vediamo insieme quali sono gli elementi da verificare per una corretta gestione delle telecamere in azienda.
Dovendo rispettare il divieto di controllo a distanza dell’attività lavorativa, è vietata l’installazione di telecamere in azienda che abbiano unicamente tale finalità. In altre parole, nei luoghi come le aree ristoro o le mense e i punti di accesso con badge, ove la presenza delle apparecchiature di videosorveglianza avrebbe come unica ragion d’essere il controllo dei lavoratori (ex. la verifica del rispetto dell’orario di lavoro), è vietata l’installazione delle apparecchiature. L’unica eccezione è quella in cui si possa dimostrare che la localizzazione in tale aree sia essenziale al fine di garantire la tutela del patrimonio aziendale o la sicurezza del personale. In quest’ultimo caso è evidente la necessità di richiedere autorizzazione del sistema di videosorveglianza ai soggetti competenti, tenendo conto anche degli altri requisiti riportati di seguito.
L’adeguatezza di un sistema di videosorveglianza rispetto alla gestione dei dati personali parte dalla scelta delle componenti fisiche e dei programmi informatici che devono presentare caratteristiche e configurazione tali da ridurre al minimo la raccolta e l’utilizzo di dati personali. Per esempio la scelta di un sistema che consenta di effettuare degli zoom oppure di modificare l’angolo di ripresa deve essere valutata e motivata e non deve essere ritenuta una scelta scontata e incontestabile. Allo stesso modo si dovrebbe valutare il posizionamento fisico dei dispositivi di registrazione e/o di accesso ai dati, che è preferibile si trovino fuori dalla portata di tutti.
Inoltre, i dati raccolti devono essere protetti per ridurre al minimo i rischi di distruzione, di perdita anche accidentale, di accesso non autorizzato, di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta (come per esempio la trasmissione delle immagini). Questo significa:
che il titolare del trattamento deve essere in grado di verificare chi può accedere alle immagini e controllarne gli accessi;
che i soggetti incaricati del trattamento o i responsabili del trattamento devono essere in possesso di credenziali di autenticazione che permettano di effettuare esclusivamente le operazioni di competenza;
che nel caso di sistemi configurati per la registrazione e conservazione delle immagini rilevate, deve essere esclusa la possibilità dei soggetti abilitati di visionare la ripresa e le immagini registrate e di effettuare operazioni di cancellazione o duplicazione;
che il sistema deve essere in grado di cancellare le registrazioni, in forma automatica o per mezzo di precise misure organizzative, allo scadere del termine previsto.
La conservazione deve essere limitata a poche ore o, al massimo, alle ventiquattro ore successive alla rilevazione. Sono ammesse deroghe in relazione a:
chiusura di uffici;
necessità di rispondere a una specifica richiesta investigativa dell’autorità giudiziaria o di polizia giudiziaria.
In realtà il Garante ha previsto che si possano prevedere proroghe a tale termine sino al limite della settimana per casi specifici e motivati da ragioni tecniche o di sicurezza (ex. i mezzi di trasporto o le banche). Qualora si ritenesse di dover procedere a un ulteriore allungamento dei tempi di conservazione oltre la settimana, si deve infine sottoporre specifica richiesta di verifica preliminare al Garante stesso. Per quanto tale possibilità sia prevista, i casi in cui è stata a oggi presentata richiesta di verifica preliminare sono tutti riconducibili a realtà di grandi dimensioni e caratterizzate da un’utenza di larga scala (ex. compagnie di navigazione, brand di lusso e gestori autostradali).
Addetti e responsabili al trattamento
Il titolare o il responsabile devono nominare per iscritto tutte le persone fisiche incaricate del trattamento in quanto
autorizzate ad accedere ai locali dove sono situate le postazioni di controllo;
autorizzate a utilizzare gli impianti;
autorizzate, nei casi in cui sia indispensabile per gli scopi perseguiti, a visionare le immagini.
In relazione agli addetti al trattamento dei dati, il Garante ha previsto che:
si debba trattare di un numero limitato di soggetti, soprattutto in caso di collaboratori esterni;
si debbano individuare e definire diversi livelli di accesso in funzione delle specifiche mansioni attribuite ai singoli operatori, distinguendo per esempio chi può unicamente visionare le immagini da chi può effettuare ulteriori operazioni.
Gli interessati devono essere sempre informati che stanno per accedere in una zona videosorvegliata, quindi il cartello recante l’indicazione di “area videosorvegliata”:
deve avere un formato e un posizionamento tali da essere chiaramente visibile in ogni condizione di illuminazione, anche quando il sistema di videosorveglianza sia eventualmente attivo in orario notturno;
può inglobare un simbolo che consenta di informare se le immagini sono solo visionate o anche registrate.
Il Garante ritiene auspicabile che l’informativa semplificata rappresentata dal cartello sia seguita da un testo completo di tutti gli elementi previsti dall’art. 12 del GDPR, disponibile agevolmente e senza oneri per gli interessati. In ogni caso il titolare, eventualmente per il tramite di un incaricato, è tenuto a fornire anche solo oralmente un’informativa adeguata.
Alcune risorse di approfondimento
Oltre al link diretto al Provvedimento del Garante dell’8 aprile 2010, riporto di seguito il link alle recenti linee guida del Comitato europeo per la protezione dei dati. Si tratta di un documento che affronta la questione della videosorveglianza in termini generali, quindi non solo in riferimento all’installazione di telecamere in azienda. Può essere utile a chi fosse interessato ad approfondire gli aspetti interpretativi sull’argomento della videosorveglianza nel suo complesso. Purtroppo sono disponibili solo in inglese…
Linea guida n.3/2019 del Comitato europeo per la protezione dei dati (in inglese
Pubblicato il Dicembre 11, 2019 Dicembre 15, 2019
Cosa significa rilevare le esigenze formative e come farlo
La rilevazione delle esigenze formative è diventato il ritornello di molti, consulenti e organismi di controllo. La convinzione alla base di questa insistenza è che una persona formata sappia svolgere la propria attività in modo consapevole e responsabile, il che, soprattutto quando si parla di salute e sicurezza sul lavoro, significa che sa prevenire ogni possibile conseguenza negativa. In realtà formazione e consapevolezza non sono sinonimi, ma la prima è indubbiamente una via per poter raggiungere la seconda.
Che cosa significa rilevare le esigenze formative?
Significa individuare i percorsi di formazione e addestramento necessari per garantire la competenza di una data persona nello svolgimento della sua attività e per mantenerla nel tempo.
conoscere la formazione di cui sono in possesso i candidati/lavoratori;
individuare gli obblighi di legge che si applicano alla mansione specifica in termini di tipologia di corsi (ex. un diploma professionale, il cosiddetto patentino frigoristi o la comune formazione generale e specifica in materia di salute e sicurezza sul lavoro) e relativa frequenza di aggiornamento (triennale? Quinquennale? Non sono previsti obblighi di aggiornamento?);
individuare eventuali obblighi aggiuntivi definiti dall’azienda (ex. un’impresa può definire durata e frequenza di aggiornamento dei corsi di formazione più stringenti di quelli di legge ma, soprattutto, lo può fare nei casi in cui la normativa non definisce obblighi specifici o non fornisce indicazioni in merito);
verificare la corrispondenza tra la formazione dei candidati/ lavoratori e i requisiti di legge, tenendo conto anche della frequenza di aggiornamento prevista per legge;
definire un programma di formazione, quindi un documento che definisca quale personale deve frequentare un dato corso entro una scadenza definita.
Si devono seguire solo 3 regole:
archiviare la documentazione che prova di quale formazione sia in possesso un dato lavoratore;
tenere sotto controllo le scadenze;
mettere nero su bianco la programmazione dei corsi da effettuare.
Il modo più efficace di archiviazione della documentazione di formazione prevede di procedere per singolo lavoratore, suddividendo la stessa per tipologia di corso e in ordine cronologico. Questo metodo richiede più impegno in fase iniziale, rispetto a una scansione cumulativa per tipologia di corso o solo per lavoratore, ma semplifica la consultazione da parte dell’azienda e anche di soggetti esterni (ex. i coordinatori per la sicurezza nei cantieri edili, gli organismi di controllo, i consulenti).
Non esiste un metodo infallibile e universale per gestire le scadenze. Tutto dipende dal numero di scadenze da monitorare e dalle preferenze di chi le deve tenere sotto controllo. Per esperienza posso dire che l’automatismo della gestione aumenta con la dimensione aziendale, così le piccole realtà tendono a usare carta e penna e, di anno in anno, riportano le scadenze sul calendario da scrivania; le realtà di medie dimensioni iniziano a caricare i dati su file Excel che consultano periodicamente; le realtà più grandi sfruttano gestionali aziendali o piattaforme online predisposte allo scopo, che possono anche inviare mail di avviso delle scadenze. Il mio consiglio è di partire da subito con uno strumento che sia facilmente migliorabile, quindi salterei la versione su carta e partirei direttamente da una versione informatizzata.
Il programma di formazione, infine, deve avere alcuni elementi essenziali, ossia un elenco dei corsi a cui devono partecipare i lavoratori con associati i nominativi degli interessati, la data limite di erogazione del corso e, man mano che i corsi vengono effettuati, la data di effettiva esecuzione. Alcune imprese ritengono pratico specificare anche il soggetto presso il quale è stata fatta l’iscrizione e lo stato di avanzamento della formazione (ex. iscrizione da completare, iscrizione effettuata, data programmata). Altre lo suddividono per anno solare, per esempio predisponendo diversi fogli Excel, mentre altre procedono aggiungendo righe successive a una tabella inserita in un file di testo (Word o simili). Essenziale è conservare il documento che attesti l’avvenuta iscrizione al corso.
Tutte e tre queste attività devono essere effettuate con continuità, procedendo ad aggiornamenti continui, o comunque in funzione della variazione del personale, dell’approssimarsi delle scadenze e dell’erogazione dei corsi. La rilevazione delle esigenze formative accompagna l’attività aziendale nella sua quotidianità.
Le difficoltà e come affrontarle
Le difficoltà che si possono incontrare nella rilevazione delle esigenze formative sono essenzialmente tre:
un lavoratore nuovo assunto dichiara di avere fatto un corso ma non consegna la documentazione;
si dispone dell’attestato relativo all’aggiornamento di un dato corso, ma non di quello relativo al corso di formazione iniziale (ex. attestato di partecipazione al corso di aggiornamento di primo soccorso e non quello di partecipazione al corso iniziale);
i soggetti che erogano la formazione e quelli che la verificano interpretano i contenuti dei corsi e gli obblighi di legge in modo diverso, con differenze a volte notevoli a livello territoriale.
Sono difficoltà oggettive che si può cercare di gestire ma che non si ha mai garanzia di risolvere positivamente.
Mai accontentarsi di quanto viene dichiarato. Se quanto viene riferito non è supportato dalla documentazione necessaria (almeno un attestato di formazione con indicazione del contenuto del corso, durata e data del corso di formazione e nominativo del soggetto che l’ha tenuto) non si può considerare attendibile e si deve ripartire da zero, quindi far frequentare nuovamente il corso o il suo aggiornamento. Questo vale sia se non si riceve nessun attestato, sia se dispone dell’attestato di un corso di aggiornamento senza disporre dell’attestato di frequenza al corso iniziale. Prima di pensare al peggio, però, valutate di fare richiesta all’impresa presso la quale il lavoratore era occupato in precedenza oppure agli enti di formazione di riferimento o quelli indicati dal lavoratore stesso. A volte non si recupera l’attestato di partecipazione al corso ma una dichiarazione comprensiva di tutti i dati necessari e si ha così la prova della formazione di interesse.
La questione dell’interpretazione degli obblighi di legge prevede invece soluzioni meno standardizzabili. Il punto di partenza deve essere quello della convinzione: se si è consapevoli degli obblighi di legge e dei criteri di definizione delle frequenze di aggiornamento della formazione, allora bisogna essere disposti a sostenere e motivare la propria posizione. In questo caso un confronto diretto tra il soggetto che contesta la formazione o il suo aggiornamento e il consulente aziendale può consentire di appianare le divergenze o di individuare la soluzione operativa. Il secondo passo è quello di imparare dal confronto, dando per assodato che se più soggetti iniziano a seguire la stessa linea interpretativa, presto quella potrebbe prendere piede nel territorio e diventare una prassi riconosciuta, a prescindere da disposizioni di legge esplicite e definitive sull’argomento. In altre parole, una volta incontrato un ostacolo, valuta se non valga la pena aggiustare la tua linea interpretativa e avviare l’adeguamento della formazione aziendale.
Un approccio positivo resta la chiave del successo sul lungo termine.
Pubblicato il Dicembre 4, 2019 Dicembre 8, 2019
Sai che con l’OT23 puoi chiedere lo sconto INAIL?
Ma procediamo un passo alla volta e cerchiamo di capire che cos’è lo sconto INAIL e come si può richiedere.
Il tasso medio di tariffa INAIL
Si tratta di un valore numerico che contribuisce al calcolo del premio INAIL, ossia del costo dell’assicurazione per infortuni e malattia, obbligatoria per datori di lavoro e artigiani senza dipendenti. In particolare il tasso medio di tariffa è rappresentativo della rischiosità a livello nazionale delle diverse lavorazioni associate a una PAT (Posizione Assicurativa Territoriale), ma può subire oscillazioni in relazione all’andamento degli infortuni e delle malattie professionali dell’impresa (più precisamente della singola PAT) oppure in caso di interventi migliorativi (quindi ulteriori rispetto a quelli previsti per dare attuazione agli obblighi di legge) in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro.
Il tasso elaborato dall’INAIL per la singola impresa (tasso medio nazionale aumentato o ridotto) è il cosiddetto tasso applicato. Viene comunicato dall’INAIL al datore di lavoro/artigiano entro il 31 dicembre di ogni anno e ha effetto dal 1° gennaio successivo a quello della comunicazione.
Il datore di lavoro/artigiano paga ogni anno il premio mediante l’autoliquidazione. L’autoliquidazione è l’operazione che deve essere effettuata ogni anno entro il 16 febbraio per calcolare il premio dovuto e procedere al pagamento (che può essere effettuato anche in 4 rate distribuite nel corso dell’anno). In questa fase deve utilizzare il tasso applicato.
Lo sconto INAIL per prevenzione
Mentre l’oscillazione del tasso medio di tariffa per andamento infortunistico e malattie professionali non è direttamente controllabile dall’impresa, quello per prevenzione, ossia legato alla realizzazione di interventi migliorativi in materia di salute e sicurezza sul lavoro, è un’opportunità a disposizione del datore di lavoro.
Se l’azienda è in regola con il pagamento dei contributi e dei premi assicurativi (DURC regolare) e rispetta le disposizioni di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro, attuando uno o più degli interventi che INAIL ha previsto in apposita modulistica (modello OT23) può richiedere ogni anno, entro la fine di febbraio, la riduzione del tasso medio di tariffa.
L’entità della riduzione è la seguente:
8% per PAT che hanno un massimo di 2 anni di attività;
per PAT con più di due anni di attività varia a seconda del numero di lavoratori, come riportato nella tabella seguente.
è valido solo per un anno solare;
si somma all’oscillazione del tasso per infortuni-malattie professionali.
L’applicazione dello sconto non è automatica, ma prevede la presentazione di documentazione che attesti l’esecuzione degli interventi dichiarati e il riscontro (positivo o negativo) di INAIL entro 120 giorni dalla presentazione della domanda e della documentazione. Dato che i requisiti degli interventi e della documentazione sono specificati nelle istruzioni di compilazione della domanda, si tratta essenzialmente di prestare attenzione ai dettagli.
Come richiedere lo sconto INAIL
Verificare di essere in regola con il pagamento dei contributi e dei premi assicurativi (DURC regolare).
Verificare di rispettare le disposizioni di legge in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Verificare di disporre delle credenziali di accesso ai servizi online del sito INAIL, perché la domanda deve essere presentata solo in modalità telematica. Si deve selezionare il menù “Servizi per te”, quindi “Datore di lavoro” e “Premio assicurativo”, poi “Denunce”.
Realizzare uno o più degli interventi migliorativi elencati nel modello OT23, verificandone i requisiti di punteggio e ripetibilità.
Il modello OT23 contiene l’elenco degli interventi per i quali si può richiedere la riduzione del tasso medio di tariffa e associa a ciascuno un punteggio. Per presentare la domanda è necessario che la somma dei punteggi associati agli interventi realizzati sia almeno pari a 100. Inoltre, mentre alcuni interventi possono essere dichiarati anche per più anni (ex. possesso di certificazioni di sistemi di gestione per la salute e la sicurezza o per la responsabilità sociale), altri possono essere dichiarati solo una volta.
Entro l’ultimo giorno di febbraio (per il 2020 sarà il 29 febbraio) dell’anno solare successivo a quello di realizzazione degli interventi descritti al punto 4, accedere ai servizi online e procedere alla compilazione della richiesta di sconto INAIL, allegando la documentazione probante, ossia quella richiesta a dimostrazione dell’effettiva esecuzione degli interventi.
Si potrebbe pensare di poter procedere alla domanda in qualunque momento dell’anno compreso tra una fine di febbraio e l’altra, in pratica si deve mantenere monitorato il sito di INAIL all’inizio di ogni anno per capire quando il servizio diventa attivo. In questo momento, per esempio, seguendo il percorso indicato al punto 1 non risulta ancora disponibile l’opzione “Denuncia OT23 2020”.
Il 1° agosto 2019 sul sito dell’INAIL è stato pubblicato il nuovo modello (OT23) per presentare la domanda di riduzione del tasso medio di tariffa per prevenzione, che sostituisce i precedenti OT24 e OT20. Puoi prendere visione del modello e delle istruzioni di compilazione in fondo a QUESTA pagina del sito INAIL.
Al di là del fattore numerico e di denominazione, la variazione sostanziale è il superamento della differenza nei requisiti di presentazione della domanda per le PAT con un massimo di due anni di attività e per quelle attive da più di due anni.
Ma quanto tempo passa prima di ottenere lo sconto?
La riduzione del premio INAIL non è immediata. Ecco un esempio pratico per capire i tempi effettivi.
Il datore di lavoro sceglie di realizzare uno degli interventi previsti dal modello OT23 nel corso dell’anno (ipotizziamo il 2019).
Entro l’ultimi giorno di febbraio dell’anno successivo (29.02.2020) presenta richiesta di riduzione del tasso medio di tariffa a INAIL.
Entro 120 giorni dalla presentazione della domanda INAIL fornisce riscontro di accettazione o meno della domanda.
Entro il 31 dicembre (del 2020) INAIL comunica il nuovo tasso di tariffa.
Il datore di lavoro applica il nuovo tasso di tariffa in fase di autoliquidazione entro il 16 febbraio successivo (2021).
Allora sei in ritardo?
Vuoi capire se sei pronto per presentare la domanda di sconto INAIL entro febbraio 2020 o se, invece, è il caso che inizi a metterti all’opera per riuscire a sfruttare l’opportunità a partire dal 2021? Sono qui proprio per questo.
Pubblicato il Novembre 27, 2019 Novembre 17, 2019
Autorizzazione sistemi di videosorveglianza e satellitari
Telecamere nella sede aziendale per proteggere il patrimonio dell’impresa e GPS installati sui mezzi per prevenirne il furto, per proteggere il personale che svolge lavori isolati o a rischio rapina, oppure per questioni logistiche. A volte sono i clienti, soprattutto le stazioni appaltanti, a premiare chi ha dotato il proprio parco mezzi di un sistema satellitare. Quindi viene naturale pensare che non serva alcuna autorizzazione dei sistemi di videosorveglianza (impianti audiovisivi) e satellitari. In realtà bisogna verificare una condizione, ossia la presenza o meno di lavoratori in azienda: nel caso sia presente anche un solo lavoratore, per installare telecamere e GPS, il titolare dell’impresa deve ottenere specifica autorizzazione prima della loro installazione.
Le strade percorribili sono due.
La sottoscrizione di un accordo sindacale. Questa strada è percorribile se sono presenti rappresentanze sindacali aziendali (RSA) o unitarie (RSU), oppure facendo riferimento alle rappresentanze sindacali territoriali (tra le più rappresentative a livello nazionale).
La presentazione di una domanda di autorizzazione alla sede territorialmente competente dell’Ispettorato del lavoro, invece, è percorribile nel caso in cui
– non siano stati eletti RSA o RSU;
– sia stato sottoscritto un verbale di mancato accordo con le rappresentanze sindacali (anche quelle territoriali) in relazione all’utilizzo dell’impianto di localizzazione satellitare e/o delle apparecchiature di videosorveglianza.
Come funziona l’iter autorizzativo?
L’accordo sindacale altro non è che un documento scritto nel quale vengono dettagliate le condizioni alle quali il titolare dell’impresa e le rappresentanze sindacali hanno convenuto che le attrezzature di videosorveglianza e satellitari potranno essere utilizzate al fine di consentire il raggiungimento degli obiettivi di tutela del patrimonio, di organizzazione logistica o di sicurezza dei lavoratori, senza costituire una possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori e garantendo la tutela dei dati personali.
La tempistica richiesta per giungere all’accordo dipende dalla complessità del sistema da autorizzare e dalla complessità della trattativa.
Dato che l’accordo non è obbligatorio, ossia una delle due parti potrebbe non ritenere accettabili le condizioni imposte dalla controparte, la trattativa potrebbe concludersi senza nulla di fatto, imponendo di procederecon la richiesta di autorizzazione all’Ispettorato del lavoro.
La domanda all’Ispettorato del lavoro
Il titolare dell’impresa deve procedere alla predisposizione di specifica modulistica, scaricabile dal sito dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, che comprende
modulo d’istanza di autorizzazione all’installazione (a cui bisogna applicare n. 1 marca da bollo da € 16,00);
autocertificazione di dichiarazione sostitutiva per marca da bollo (a cui bisogna applicare n.2 marche da bollo da € 16,00).
Inoltre l’impresa deve predisporre una relazione di dettaglio che illustri le ragioni dell’installazione e le modalità di funzionamento.
Le tempistiche di rilascio dell’autorizzazione variano a seconda della sede territoriale di riferimento e l’Ispettorato può procedere all’esecuzione di un sopralluogo a sorpresa per verificare quanto dichiarato nella domanda e che la tecnologia non sia già stata installata. La sola installazione e/o la messa in esercizio dei sistemi prima del rilascio dell’autorizzazione comporta infatti l’applicazione delle sanzioni penali previste dall’art. 38 dello Statuto dei lavoratori (L. 300/1970) :
ammenda da € 154 a € 1.549 o arresto da 15 giorni a 1 anno;
nei casi più gravi (ex. l’installazione degli impianti a totale insaputa del lavoratore; l’installazione di telecamere fisse che inquadrino esclusivamente l’attività svolta dai lavoratori o i luoghi di pausa o di mensa; l’assenza di esigenze organizzative, produttive, di sicurezza del lavoro e di tutela del patrimonio aziendale che giustifichino l’installazione degli impianti) le pene dell’arresto e dell’ammenda sono applicate congiuntamente;
quando, per le condizioni economiche del titolare dell’impresa, l’ammenda sopra riportata si presume inefficace anche se applicata nel massimo, il giudice ha facoltà di aumentarla fino al quintuplo.
Perché bisogna richiedere l’autorizzazione?
Perché l’art. 4, comma 1 dello Statuto dei lavoratori prevede che gli impianti audiovisivi o altri strumenti da cui possa derivare “la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori” possono essere impiegati esclusivamente:
se rispondono a “esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale“;
previo accordo sindacale o autorizzazione da parte dell’Ispettorato del lavoro, antecedenti la loro installazione.
L’art. 4, comma 1 dello Statuto dei lavoratori stabilisce che i provvedimenti autorizzativi sono definitivi, tuttavia la prassi operativa (i modelli autorizzativi dell’Ispettorato del lavoro e la formulazione degli accordi sindacali) prevedono la necessità di dare comunicazione e quindi di richiedere autorizzazione per modifiche rilevanti dei sistemi già autorizzati.
Serve “solo” l’autorizzazione?
Non proprio. Sempre l’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, al comma 3, precisa anche che le informazioni raccolte mediante i sistemi di videosorveglianza e satellitari “sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro a condizione che sia data al lavoratore adeguata informazione delle modalità d’uso degli strumenti e di effettuazione dei controlli e nel rispetto di quanto disposto dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196“, quindi, oltre al possesso dell’autorizzazione, il titolare dell’impresa deve essere in grado di dimostrare:
di aver adeguatamente informato i lavoratori sul funzionamento dei sistemi installati e sull’esecuzione dei controlli;
di trattare i dati raccolti mediante i sistemi di videosorveglianza e satellitari nel rispetto dei requisti di privacy.
Pubblicato il Novembre 20, 2019 Novembre 23, 2019
Segnaletica stradale: le novità della formazione
Il 13 febbraio 2019 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto interministeriale del 22 gennaio 2019, contenente i “criteri generali di sicurezza relativi alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare“.
Entrato in vigore a marzo, a trenta giorni dalla pubblicazione, ha abrogato il Decreto interministeriale del 4 marzo 2013 di cui ha però mantenuto l’impianto:
l’allegato 1 definisce i criteri minimi di sicurezza per la posa, il mantenimento e la rimozione della segnaletica di delimitazione e di segnalazione delle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare;
l’art.3 prevede che i datori di lavoro assicurino che gli addetti all’attività di apposizione, integrazione e rimozione della segnaletica ricevano una informazione, formazione e addestramento specifici;
l’allegato 2 disciplina la formazione, individuando i soggetti formatori, i requisiti dei docenti, i criteri di organizzazione dei percorsi formativi e i relativi articolazione, contenuti, metodologie didattiche e valutazione e verifica dell’apprendimento;
l’art. 4 fornisce dettagli in merito ai requisiti dei dispositivi di protezione individuale, dei veicoli operativi e della segnaletica della zona di intervento (rinviando al decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti del 10 luglio 2002).
Le novità della formazione sulla segnaletica stradale
Di seguito una tabella riassuntiva delle principali differenze in merito alla disciplina della formazione prevista dai due decreti.
Interpello n. 5/2019: validità e aggiornamento della formazione precedente
L’assenza all’interno del nuovo decreto di riferimenti alla formazione pregressa e di indicazioni in merito alla scadenza della “vecchia” formazione rispetto alle indicazioni contenute nel decreto del gennaio 2019 ha portato in una fase iniziale a orientamenti differenti da parte dei soggetti formatori.
La questione si è però risolta in modo definitivo a luglio 2019 grazie all’Interpello n.5/2019 della Commissione per gli interpelli in materia di salute e sicurezza sul lavoro, che fornisce un riscontro a un quesito presentato dall’Associazione Nazionale Costruttori Edili (ANCE) sull’argomento.
La risposta della Commissione è chiara: “ gli attestati conseguiti precedentemente all’entrata in vigore del decreto interministeriale del 22 gennaio 2019 manterranno la loro validità fino alla scadenza prevista dalla previgente normativa“.
la formazione erogata ai sensi del decreto del 4 marzo 2013 è valida e non richiede integrazioni/ adeguamenti al decreto del 22 gennaio 2019;
la sua scadenza resta però quadriennale e diverrà quinquennale solo a seguito di erogazione del corso di aggiornamento (che deve seguire le regole previste dal nuovo decreto).
Schema di confronto requisiti di formazione 2013-2019
Pubblicato il Novembre 13, 2019 Novembre 10, 2019
Il nuovo applicativo CIVA di INAIL: 5 consigli di utilizzo
Dal 27 maggio 2019 INAIL ha messo a disposizione l’applicativo CIVA per la gestione informatizzata di pratiche relative alla gestione di impianti e attrezzature, pagamenti compresi.
Le pratiche che si possono presentare e gestire attraverso CIVA sono :
la messa in servizio e immatricolazione di attrezzature di sollevamento;
la messa in servizio e immatricolazione di ascensori e montacarichi da cantiere;
la messa in servizio e immatricolazione di apparecchi a pressione singoli e degli insiemi;
l’approvazione del progetto e verifica primo impianto di riscaldamento;
La Circolare n.12 del 13 maggio 2019 ha dichiarato la sospensione della gestione delle pratiche con posta ordinaria o attraverso PEC, vincolando all’utilizzo dell’applicativo CIVA attraverso la sezione dei servizi online del sito dell’ente assicurativo.
La combinazione tra la novità dell’applicativo e il grande numero di utenti ha determinato alcuni disservizi in fase di avvio e, ancora adesso, a distanza di 5 mesi dalla messa in funzione, si riscontrano anomalie operative che richiedono di abbandonare l’area riservata e di ricompilare pratiche che si pensava di avere completato. A questo si aggiunge che, nell’epoca delle app, le modalità di utilizzo di CIVA non sono del tutto intuitive. È però possibile migliorare l’esperienza di utilizzo seguendo qualche consiglio.
Consiglio n.1: fare riferimento al manuale utente
INAIL ha messo a disposizione un Manuale utente ben strutturato. Non è necessario leggerlo tutto d’un fiato ma è utile tenerlo sotto mano durante la compilazione della pratica, almeno le prime volte.
In questo modo, per esempio, si può scoprire come riuscire a visualizzare le pratiche presentate prima dell’entrata in esercizio dell’applicativo CIVA che non risultano associate automaticamente al profilo utente selezionato: il capitolo 16 del Manuale parla della funzione di richiesta di visualizzazione apparecchi/ pratiche, che risolve il problema.
Consiglio n.2: verificare credenziali e profilo di accesso
Chi già accede all’area dei servizi online del sito INAIL non avrà difficoltà, ma è importante che selezioni il profilo corretto (per esempio, all’applicativo si accede come legale rappresentante e non come datore di lavoro). Inoltre è stata introdotta la figura del consulente per le attrezzature e impianti, che un’azienda potrebbe scegliere di sfruttare per delegare l’incarico di presentazione delle pratiche a uno specifico soggetto interno all’azienda. Infine, le modalità di accesso cambiano a seconda del soggetto che deve utilizzare CIVA. Quindi una verifica iniziale di credenziali e profilo di accesso (eventualmente scorrendo il capitolo 2 del Manuale utente) è un buon modo per evitare la frustrazione ancora prima della compilazione della prima pratica.
Consiglio n.3: avvisi di fuori servizio
Come tutti gli applicativi online, anche CIVA è soggetto a manutenzioni e verifiche, per cui capitano sospensioni programmate del servizio che vengono comunicate da INAIL sulla home page del suo sito. Se stai programmando il tuo lavoro e prevedi di dover utilizzare il portale, allora è il caso che verifichi che non ci siano giornate o fasce orarie di temporanea indisponibilità del servizio all’orizzonte.
Consiglio n.4: lungimiranza
Il passaggio ai servizi informatizzati genera l’aspettativa dell’efficienza e della rapidità, per cui si pensa di poter procedere alla compilazione delle pratiche sotto scadenza, “tanto che cosa vuoi che succeda?“. L’esperienza racconta di connessioni internet altalenanti, misteriosi messaggi di errore o inspiegabili logout dai servizi online proprio dopo aver cliccato sul bottone di invio della pratica. Quindi sii lungimirante e procedi alla gestione della pratica con qualche giorno di margine sulle scadenze: se qualcosa andasse storto, avrai un altro paio di giorni per ritentare.
Consiglio n.5: organizzazione
Anche l’idea che CIVA offra il grande vantaggio di una visione sintetica di mezzi, attrezzature e pratiche in gestione da parte del singolo utente è fuorviante, soprattutto perché le pratiche vengono identificate attraverso numeri di protocollo irriconoscibili a colpo d’occhio, difficoltà che si presenta anche per distinguere le comunicazioni inviate dell’utente da quelle trasmesse da INAIL. Quindi sii ordinato e archivia la copia pdf delle ricevute create dall’applicativo CIVA in modo che sia immediato ricollegare i numeri di protocollo ai codici dell’attrezzatura o dell’impianto utilizzati in azienda. Inoltre creati uno scadenzario delle pratiche che stai gestendo che ti consenta di avere sempre chiaro a che punto del processo sei arrivato (ex. immatricolazione completata e prima verifica in scadenza tra un anno; in attesa di rilascio di matricola da INAIL).
A questo punto non ti resta che iniziare a fare un po’ di pratica.
Consenso e periodo di conservazione dei dati per attività di marketing
Il piano ispettivo del Garante della privacy per il secondo semestre 2019 prevede circa un centinaio di controlli ai soggetti pubblici e privati, con riferimento ad attività specifiche:
alle banche, in riferimento ai flussi verso l’anagrafe dei conti;
agli intermediari del servizio di fatturazione elettronica;
alle società, per attività di marketing;
agli enti pubblici, con riferimento a banche dati di notevoli dimensioni, per le attività di profilazione e fidelizzazione;
alle società del food delivery;
Quattro gli aspetti oggetto di controllo:
la regolarità di consensi e informative;
i trattamenti collegati alla fatturazione elettronica;
i dati trasmessi dalle banche all’anagrafe dei conti tenuta dal Fisco.
Consenso e periodo di conservazione dei dati per le attività di marketing: che cosa dice il GDPR?
Al fine di consentire una verifica della compliance in ambito privacy, concentriamoci su
periodo di conservazione dei dati (che spesso induce a errori sostanziali nella modalità e in merito alla necessità).
Il consenso per le attività di marketing
Marketing diretto (in assenza di intermediari)
La tutela dei dati personali degli utenti è rappresentata dal consenso che non può essere mai proposto con caselle già contrassegnate e non può costituire condizione legata all’ottenimento del servizio principale.
Non è lecito ricorrere a dati estratti da registri pubblici, elenchi, siti web, atti o documenti pubblici.
L’interessato ha il diritto di opporsi in qualsiasi momento al trattamento dei suoi dati a fini di marketing, pur avendo originariamente manifestato il consenso.
Non è necessario chiedere consensi distinti per ogni canale comunicativo; un consenso rilasciato per l’invio di mail, sms, mms, telefonate automatizzate, copre anche quello per altre forme di comunicazione (ex. posta cartacea, telefonate tramite operatore).
Il non consenso, quando proposto in modo unico, non permetterà al titolare di inviare alcuna comunicazione.
Il GDPR prevede che, se il trattamento è basato sui legittimi interessi, non occorre il consenso. Significa che i legittimi interessi del titolare del trattamento possono rendere lecito il trattamento, a condizione che non prevalgano gli interessi o i diritti e le libertà fondamentali dell’interessato.
Esempio 1 – Quando esiste una relazione pertinente e appropriata tra l’interessato e il titolare del trattamento: l’interessato è alle dipendenze del titolare del trattamento.
Esempio 2 – Quando si è in presenza di un cliente acquisito, si può far leva sul “bilanciamento degli interessi” e quindi la base giuridica può consistere nei legittimi interessi del titolare evitando il consenso, purché si rispettino i seguenti requisiti dimostrabili al Garante
la trasmissione del messaggio avviene per posta elettronica (non sono ammesse comunicazioni telefoniche);
la mail deve essere quella indicata nel contesto della vendita di un prodotto o servizio;
i messaggi devono essere inviati a fini di vendita diretta di prodotti e/o servizi forniti dal titolare, mai da terzi;
il prodotto o il servizio devono essere analoghi a quelli già acquistati dall’interessato;
il destinatario non deve aver rifiutato all’inizio o nel corso di ulteriori comunicazioni tale invio di comunicazioni promozionali;
il destinatario deve avere la possibilità di opporsi al trattamento dei dati in ogni momento, gratuitamente e in maniera semplice.
L’identificazione dell’utente può avvenire solo previo consenso manifestato sulla base di una informativa che espliciti tale finalità.
Il termine di conservazione dei dati
Il Regolamento stabilisce che i dati devono essere “conservati in una forma che consenta l’identificazione degli interessati per un arco di tempo non superiore al conseguimento delle finalità per le quali sono trattati; i dati personali possono essere conservati per periodi più lunghi a condizione che siano trattati esclusivamente a fini di archiviazione nel pubblico interesse, di ricerca scientifica o storica o a fini statistici”.
L’articolo 13 del GDPR prevede che il titolare del trattamento debba informare gli interessati circa il periodo di conservazione dei dati personali e, se ciò non è possibile, almeno dei “criteri utilizzati per determinare tale periodo”.
Il tempo di conservazione in taluni trattamenti è preciso (per esempio se legato a obblighi contrattuali, normative, la garanzia del prodotto, termini di prescrizioni per far fronte a futuri contenziosi). In caso contrario viene stabilito direttamente dal titolare e talvolta non è di facile individuazione, in quanto non è immediato valutare la proporzionalità rispetto alla finalità del trattamento come richiesto dal GDPR. In ogni caso un tempo di conservazione illimitato non è mai consentito.
Una volta terminato tale periodo il dato va cancellato (da tutti i supporti, compresi i backup) oppure, in alternativa, anonimizzato.
Pubblicato il Ottobre 21, 2019 Dicembre 8, 2019
Gli otoprotettori sono DPI di III categoria
Il 21 aprile 2018 è entrato in vigore il Regolamento 2016/425 del Parlamento Europeo e del Consiglio del 9 marzo 2016 sui dispositivi di protezione individuale (DPI). Il Regolamento ha abrogato la direttiva 89/686/CEE.
Con il nuovo Regolamento, un DPI conforme alla precedente direttiva può cambiare categoria di appartenenza. Esemplare il caso degli otoprettori (tappi e cuffie) che diventano DPI di III categoria.
La nuova definizione delle tre categorie dei DPI è contenuta nell’Allegato I del Regolamento e li distingue sulla base dei rischi da cui proteggono chi ne fa uso.
DPI di I categoria
I dispositivi che proteggono da:
Sono i DPI che non rientrano né nella I né nella III categoria.
Sono i DPI che proteggono da rischi che possono causare morte o danni alla salute irreversibili e che sono connessi a
L’ultimo dei casi elencati è quello che riguarda gli otoprotettori, la cui funzione è quella di proteggere i lavoratori dal rumore. La nocività di questo fattore di rischio è determinata dal livello di esposizione: secondo l’art. 193 del D. L.vo 81/08, l’utilizzo deve essere previsto a partire da un livello di esposizione giornaliera pari a 80 dB(A) o, per i rumori che presentano brusche variazioni, un valore di pressione acustica istantanea di 135 dB(C). Questi dati si ricavano dalle valutazioni dell’esposizione al rumore, parte integrante del documento di valutazione dei rischi aziendale.
Il Testo Unico Sicurezza (D. L.vo 81/08 e ss.mm.ii.) impone all’art.77 comma 5 che il datore di lavoro provveda all’addestramento del personale che deve fare uso di DPI di III categoria.
L’addestramento non equivale alla formazione: addestrare significa dimostrare le modalità operative di utilizzo. Non esiste quindi un obbligo di frequenza a un corso di formazione per DPI di III categoria né una frequenza obbligatoria di aggiornamento, ma il percorso di formazione diviene la base per rendere comprensibili gli aspetti pratici. Il percorso formativo per i DPI di III categoria è quindi adeguato se comprende anche una parte pratica, operativa.
Alla luce della nuova classificazione dei DPI e, quindi, dal 21 aprile 2018, il datore di lavoro deve essere in grado di dimostrare di aver addestrato il personale anche all’utilizzo degli otoprotettori.