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Timestamp: 2020-02-20 14:34:21+00:00
Document Index: 181543696

Matched Legal Cases: ['art. 1348', 'art. 1348', 'art. 1348', 'art. 1348', 'art. 1323', 'art. 1324', 'art. 1348', 'art. 1348', 'art. 1348', 'art. 1348', 'art. 1472', 'art. 1348', 'art. 1348', 'art. 810', 'art. 810', 'art. 810', 'art. 813', 'art. 1348', 'art. 810', 'art. 810', 'art. 1348', 'art. 1348', 'art. 1346', 'art. 1372']

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CAPITOLO I – LA NOZIONE DI CREDITO FUTURO
CAPITOLO II – PARTICOLARI FATTISPECIE DI ATTI SU CREDITI FUTURI
CAPITOLO III – I CREDITI FUTURI TRA VALIDITÀ ED EFFICACIA DELL’ATTO
La prestazione di cosa futura. Cosa futura e diritto futuro
Diritto futuro e credito futuro. La nozione di credito futuro e i confini del fenomeno. Il confine “prossimo” e quello “remoto”. Introduzione
Ipotesi controverse: a) i crediti derivanti da fattispecie sospensivamente condizionate
Dottorato di ricerca in diritto civil-romanistico
(Sezione Civilistica)
CREDITI FUTURI E DETERMINABILITÀ DELL’OGGETTO
Dottorando: Donato Salomone (Matr. 1082938)
Tutor: Chiar.mo Prof. Antonio Masi
L’art. 1348 cod. civ. e l’efficacia del negozio su bene futuro in generale............................................................................................pag. 5
La prestazione di cosa futura. Cosa futura e diritto futuro............pag. 12
Diritto futuro e credito futuro. La nozione di credito futuro e i confini del fenomeno. Il confine “prossimo” e quello “remoto”. Introduzione...................................................................................pag. 20
Ipotesi controverse: a) i crediti derivanti da fattispecie sospensivamente condizionate...................................................................................pag. 26
Segue: b) i crediti derivanti da fattispecie a termine.....................pag. 36
Segue: c) i crediti derivanti da fattispecie ad esecuzione durevole.........................................................................................pag. 46
Segue: d) i crediti altrui.................................................................pag. 65
2.1 L’evoluzione giurisprudenziale in tema di cessione di crediti futuri............................................................................................pag. 72
2.2 Segue: il factoring e la legge italiana sulla cessione dei crediti d’impresa.....................................................................................pag. 82
2.3 La fideiussione per crediti futuri e la fideiussione omnibus........pag. 95
2.4 Delegazione, accollo ed espromissione di crediti futuri. Differenza delle soluzioni prospettate.........................................................pag. 108
2.5 Transazione e diritti futuri. L’obbligazione per il risarcimento dei danni futuri................................................................................pag. 117
3.1 Oggetto del contratto e requisito della determinatezza. Premesse generali e introduzione............................................................pag. 125
3.2 La determinatezza dell’oggetto quale requisito logico-formale dell’atto...................................................................................pag. 133
3.3 La determinatezza dell’oggetto quale presidio a tutela delle parti contraenti.................................................................................pag. 141
3.4 La determinabilità del negozio su credito futuro alla luce dei dati derivanti dai diversi ambiti di fattispecie. Riconduzione a unità delle soluzioni elaborate..................................................................pag. 150
3.5 Conclusioni sul confine “remoto” del fenomeno credito futuro: la validità e l’efficacia del negozio su credito futuro nell’ottica della determinatezza quale requisito logico-formale.......................pag. 168
BIBLIOGRAFIA...............................................................................pag. 174
LA NOZIONE DI CREDITO FUTURO
L’art. 1348 cod. civ. e l’efficacia del negozio su bene futuro in generale
L’indagine su di un fenomeno giuridico che si rivolge al futuro, e dell’incidenza del medesimo rispetto al negozio che lo ha ad oggetto, non può che prendere le mosse dalla analisi della norma di cui all’art. 1348 cod. civ.1, nella duplice ottica inerente alla collocazione sistematica della stessa ed all’efficacia generalmente riconosciuta al negozio su cosa futura.
Sotto il primo punto di vista, si ritiene di potere focalizzare l’attenzione sulla collocazione della disposizione codicistica in parola nell’ambito della disciplina generale del contratto di cui al titolo II del libro IV del codice civile, per rilevare che, se da un lato non mancano opinioni tese, sulla scorta della presenza di una tendenziale frammentazione della disciplina del contratto suscettibile di fondare articolazioni basate su caratteristiche oggettive del regolamento negoziale ovvero inerenti alle qualità soggettive delle parti contraenti, a negare la centralità della disciplina generale alla quale la ratio dell’art. 1348 cod. civ. è ascrivibile2, e che appare sottesa anche alla disposizione di cui all’art. 1323 cod. civ.3, dall’altro, sono state ribadite, in diversi momenti storici, le perduranti utilità e validità della distinzione tra parte generale e parte speciale e, per tale guisa, della costruzione di una categoria generale del contratto4. Di qui, l’esaltazione del ruolo generale quale corollario della centralità rivestita dai principi sottesi a ciascuna delle norme considerate e idonei, come tali, ad assicurare la robustezza e la tenuta in punto di stabilità dell’intero impianto codicistico5, piuttosto che l’affermazione secondo cui alle norme generali regolatrici dei contratti bisogna avere riguardo ai fini della disciplina degli atti unilaterali tra vivi aventi contenuto patrimoniale ex all’art. 1324 cod. civ.6.
Delineata nei termini che precedono la rilevanza di una parte generale di disciplina del contratto, quantomeno agli effetti della previsione e della comprensione dei principi informatori del sottosistema privatistico qui considerato, e ricompresa nell’ambito di quest’ultima la disposizione di cui all’art. 1348 cod. civ., appare di assoluta importanza spostare l’attenzione sugli aspetti caratterizzanti tale norma, al fine precipuo di descrivere l’efficacia giuridica propria del negozio avente a oggetto un bene futuro. In questo senso, vale la pena di puntualizzare, fin da questo momento, che il riferimento ai risultati ricostruttivi raggiunti in materia di compravendita di cosa futura appaia certamente imprescindibile, attesa la rilevanza pratica preponderante che siffatto tipo contrattuale riveste nel quadro più ampio dell’esplicarsi dei negozi su oggetto futuro. Tuttavia – ed è questo un aspetto essenziale – ciò non deve indurre né a confondere il piano, beninteso generale, sul quale la norma di cui all’art. 1348 si muove con quello delle singole tipicità contrattuali in cui la futurità dell’oggetto appare suscettibile di esplicarsi7; né, parimenti, a favorire l’emersione di una soluzione ermeneutica volta a limitare il riferimento alla «prestazione di cose future» al solo ambito della materialità delle cose, con tutte le conseguenze, evidentemente restrittive, che ne deriverebbero quanto alla soluzione esegetica da ritenere preferibile agli effetti della definizione della portata applicativa dell’anzidetta disposizione codicistica generale. Ciò significa, in altri termini, che le elaborazioni maturate dalla scienza del diritto, con particolare riguardo alla fattispecie della vendita di cosa futura, paiono influenzate più dalla rilevanza pratica del tipo considerato, che da una qualche preclusione concettuale alla costruzione, sulla scorta della strada tracciata dal più volte ricordato art. 1348, di una categoria generale di negozio con oggetto futuro caratterizzato dalla omogeneità in termini di efficacia giuridica e nel quale il credito futuro, rectius l’atto avente a oggetto un credito futuro, può a giusto titolo essere ricompreso.
Sulla base delle considerazioni che precedono, è di sicura utilità spostare l’attenzione sull’analisi della problematica concernente la elaborazione dogmatica condotta intorno alla figura dei negozi su cosa futura, per notare, preliminarmente, come la medesima sia stata al centro di un nutrito dibattito dottrinale, sviluppatosi già sotto la vigenza del precedente codice civile8.
Ora, senza volere nella presente sede proporre una lettura analitica di ciascun indirizzo, si impone tuttavia di sottolineare che, seppure sulla base di differenti punti di partenza, essi muovano intorno alla necessità di definire la questione concernente la distinzione temporale tra il piano del consenso in ordine alla formazione dell’atto su bene futuro e quello dell’efficacia del medesimo, inteso alla stregua di idoneità alla produzione dei relativi effetti giuridici. In questa direzione, si segnalano, innanzitutto, quegli indirizzi che, nel quadro di una ricostruzione dogmatica del negozio su cosa futura in termini di incompletezza dal lato oggettivo della fattispecie9, ne postulano una struttura procedimentale sugli schemi del negozio a formazione progressiva, ove l’elemento completante è proprio la venuta a esistenza del bene dedotto e che si caratterizza, ulteriormente, per l’anticipazione del consenso, attualmente prestato nonostante la natura futura del diritto della cui disposizione si tratta10.
Altra posizione dottrinale spiega la natura del negozio su cosa futura sulla scorta del meccanismo della condizione sospensiva e, segnatamente, della condicio juris, ove, quindi, la venuta a esistenza del bene (ovvero la costituzione del diritto oggetto di disposizione) rappresenta proprio l’evento futuro che le parti deducono in contratto al fine di condizionarne sospensivamente l’efficacia giuridica11. Sempre sul piano della sospensione dell’efficacia si muove quella tesi che preferisce descrivere il meccanismo sotteso al negozio su bene futuro facendo leva sui cosiddetti coelementi necessari dell’effetto, nel senso, più precisamente, che tali sono da considerare i fatti costitutivi del bene futuro di cui si tratta, poiché «incidono sulla struttura intrinseca dell’effetto, costituendo le fonti di determinazione degli elementi strutturali della conseguenza giuridica, cioè del soggetto e dell’oggetto»12.
Vale la pena, infine, di dare conto dell’ulteriore indirizzo che, sempre nel solco dell’analisi dell’incidenza che il carattere futuro del bene oggetto spiega sull’efficacia del negozio che lo riguarda, sposta l’attenzione sulla utilità di tenere distinti i diversi piani del contratto, da un lato, e del rapporto che ne deriva, dall’altro. In altri termini, l’ipotesi ricostruttiva ora in commento sottolinea come si debba rifuggire da qualsivoglia soluzione incentrata intorno al presupposto della incompletezza del negozio su bene futuro, il quale, di converso, deve essere considerato completo, sebbene diverso sul piano dell’oggetto rispetto al contratto suscettibile di produrre tutti gli effetti che gli sono propri, ivi compresi quelli di natura reale, con la conseguenza che, sulla scorta delle premesse che precedono, il requisito della attualità del bene assume portata essenziale agli effetti della produzione di una data situazione effettuale, ma non anche ai fini di integrare il negozio dal punto di vista costitutivo13.
Assunta la norma di cui all’art. 1348 cod. civ. a punto di partenza ai fini della ricostruzione del negozio su bene futuro, con particolare riguardo ai crediti futuri, si impone, tuttavia, di prendere in considerazione altresì gli elementi che, nonostante il riferimento testuale alla «prestazione di cose future», consentono, in via del tutto pacifica in dottrina, di fondare un’interpretazione suscettibile di ricomprendervi ogni negozio su diritto futuro14, salvo, come si avrà occasione di meglio rilevare in appresso15, interrogarsi sui confini propri della nozione di diritto futuro e, agli effetti che qui interessano maggiormente, di credito futuro.
Appare utile puntualizzare, in via di prima approssimazione, che, fermo quanto si dirà nel corso del presente paragrafo in ordine al rapporto tra le nozioni di cosa e bene, il riferimento codicistico alla mera prestazione non sembri proprio legittimare una soluzione ermeneutica tesa a limitare la portata applicativa della norma generale qui esaminata ai soli negozi a effetti obbligatori, laddove è agevole rilevare il contrario, ossia la possibilità di ricomprendervi anche le ipotesi di contratti a efficacia reale, atteso, peraltro, l’importante ruolo svolto dal connesso art. 1472 cod. civ.16.
Sotto un differente angolo visuale, è anche al rapporto tra i concetti di cosa futura e bene futuro che bisogna avere riguardo, per non limitare la previsione della norma di cui all’art. 1348 alla sola sfera della “materialità”, rectius ai soli negozi aventi a oggetto un dato fisico, con l’esclusione di ogni altra entità, tra cui finirebbero per ricadere i medesimi diritti.
La soluzione estensiva, della cui bontà nessuno oggi dubita, pare, a ben vedere, ugualmente meritevole di accoglimento e sostegno a prescindere dalla posizione di partenza che l’interprete intenda assumere sulla complessa tematica riguardante le nozioni di cosa e bene, con la conseguenza che la costruzione dogmatica di un negozio su bene futuro, che rintraccia nella previsione della più volte ricordata disposizione contenuta nell’art. 1348 la propria valvola generale d’ingresso nel nostro ordinamento, non sembra passare necessariamente attraverso il superamento dell’accennata dicotomia, pur prospettandone, come si avrà modo di notare subito oltre, un certo stemperamento, quantomeno nel momento del passaggio da un piano di indagine di tipo materiale a un altro di carattere più squisitamente giuridico.
È, comunque, dalla disposizione di cui all’art. 810 cod. civ.17 che bisogna muovere al fine di affrontare l’accennata indagine, atteso che una interpretazione rigida e letterale della medesima potrebbe parimenti legittimare una soluzione ben più stringente, in quanto basata sul sostanziale accostamento delle nozioni di cui qui si tratta o, meglio, assorbimento dell’una nell’altra, nel senso della limitazione della categoria dei beni giuridici alle sole cose, con esclusione di entità che cose in senso stretto non sono18.
Ora, vale la pena, innanzitutto, di rilevare come di scarsissimo ausilio, al fine di sciogliere la problematica di cui qui si tratta, sia un approccio di tipo rigidamente normativo, volto, più precisamente, alla considerazione dei significati in cui i più volte ricordati termini di “bene” e “cosa” sono stati utilizzati nell’ambito dei vari libri del codice civile. Il panorama che se ne trae, infatti, è connotato dai tratti della evidente disomogeneità, stante l’utilizzo promiscuo di detti termini riscontrabile in più parti del codice civile, dal che deriva l’impossibilità di ricavare i rispettivi significati specifici e, come tali, non intercambiabili19.
Il superamento della dicotomia cosa-bene è stato prospettato da quell’indirizzo che, sulla base del riconoscimento del carattere della giuridicità anche al primo degli anzidetti termini, propone una lettura dell’art. 810 nel segno di una tendenzialmente completa corrispondenza tra le due nozioni20, al punto da potere affermare che «cosa è qualunque entità, materiale od immateriale, che sia giuridicamente rilevante, cioè sia presa in considerazione dalla legge, in quanto forma o può formare obietto di rapporti giuridici. Cosa è il riferimento oggettivo del diritto soggettivo»21. Siffatto accomunamento dei termini sul piano dei rispettivi significati, a ben vedere, prende le mosse dalla considerazione della disposizione di cui all’art. 810 quale norma idonea a delineare una corrispondenza pressoché perfetta tra beni e cose, nella misura in cui alla norma ivi contenuta venga riconosciuto un ruolo limitato alla definizione del concetto di bene, senza, tuttavia, potere fondare una dicotomia di carattere ontologico, in quanto basata sulla natura stessa delle entità suscettibili di essere oggetto di diritti e, a tale stregua, centri di imputazione di utilità e interessi soggettivi. Ciò, in una con la presa in esame della norma contenuta nel successivo art. 813, che, attraverso l’accostamento tra beni e relativi diritti, segnerebbe una generale comprensione nel concetto di bene, rectius di cosa, di qualsivoglia entità, materiale ovvero immateriale che sia, rilevante per il diritto in quanto possibile oggetto di situazioni giuridiche soggettive22.
Sennonché, la soluzione prospettata nella presente indagine in ordine alla considerazione della norma di cui all’art. 1348 quale “canale” generale di ingresso nel nostro ordinamento del negozio su diritti futuri, e quindi anche su crediti che abbiano tale carattere, non passa necessariamente attraverso il superamento della dicotomia tra le nozioni di “cosa” e “bene”, dato che, come si avrà modo di rilevare subito appresso, a medesime conclusioni si ritiene di potere giungere anche salvaguardando una sfera di autonomia a ciascuna di esse.
Il riferimento è alla tradizionale definizione del bene quale nozione prettamente giuridica e, quindi, ideale e formale, giacché queste sono le caratteristiche principali del relativo criterio di qualificazione, a mezzo del quale si può finalmente affermare di essere di fronte a un’entità che abbia i connotati del bene giuridico in senso proprio. In altri termini, se la cosa in senso stretto vale a individuare un elemento della realtà di tipo materiale, la trasformazione del medesimo in bene giuridico postula il passaggio dall’anzidetto piano materiale, pre-giuridico ed extra-giuridico allo stesso tempo, a quello prettamente formale del diritto, attraverso un processo di qualificazione come interesse sotteso a una posizione giuridicamente rilevante e, come tale, tutelata23. Ne deriva, sulla scorta di quanto precede, che, da un lato, il tratto della materialità, proprio della cosa in senso stretto, non vale a esaurire il novero dei possibili presupposti della qualificazione giuridica di bene, poiché tale ultima qualità può essere riconosciuta anche in capo a entità che cose certamente non sono, e che, dall’altro lato, intervenuta la qualificazione giuridica di bene, l’eventuale substrato naturalistico perde di rilevanza specifica24.
Il punto di vista ora accennato produce rilevanti effetti anche sulla interpretazione della disposizione di cui all’art. 810 e sulla portata generale da riconoscere alla norma che la medesima esprime. Segnatamente, appare evidente come l’eccessiva esaltazione del ruolo di essa possa condurre alla conseguenza di limitare il novero dei beni giuridici all’ambito della materialità, laddove siffatta conclusione, da ritenere insufficiente di fronte a un panorama di beni giuridici ben più ampio e articolato, è agevolmente superabile attraverso l’attribuzione alla descritta formula legislativa di quello che sembra il significato suo proprio, il quale, ben lungi dall’esaurire il criterio di definizione dei beni in senso giuridico complessivamente considerati, vale a indicarne uno soltanto, in quanto limitato a quei beni dotati di un substrato fisico, qualora si sposti il punto di vista dal piano giuridico a quello materiale25.
Corollario dell’insieme delle esposte considerazioni è che, atteso l’utilizzo promiscuo dei termini “bene” e “cosa” da parte del legislatore, segnatamente codicistico ma non solo, non si ritiene di potere appesantire di eccessivo significato la norma di cui al’art. 810, sino ad esaurire suo tramite il panorama dei beni giuridici nel nostro ordinamento, con la conseguenza che la nozione di «prestazione di cose future» di cui all’art. 1348, per un verso, è da ritenere suscettibile di ricomprendere anche i crediti futuri, e non soltanto quelli aventi a oggetto un bene materiale, e, per altro verso, è da ritenersi suscettibile di consentire l’ingresso nel nostro ordinamento del negozio su bene futuro generalmente inteso, categoria nell’ambito della quale va ricompreso anche il negozio su diritto futuro26.
Ebbene, a prescindere per un solo momento dalla definizione generale di diritto futuro e di credito futuro nello specifico, di cui si dirà in appresso, si impone, fin da subito, di puntualizzare che una considerazione del tutto giuridica e, quindi, ideale del concetto di bene, quale è quella sottolineata nelle pagine che precedono, portato di un processo di qualificazione delle entità, materiali ovvero immateriali che siano, verso le quali si indirizza l’interesse del soggetto, sembra postulare decisamente la comprensione dei diritti nel quadro di siffatte entità. Segnatamente, di diritto alla stregua di bene giuridico, ovvero di diritto sul diritto, potrà parlarsi nelle sole ipotesi in cui si assista a una forma di sovrapposizione a un primo diritto avente ad oggetto un bene, di un secondo diritto che ha ad oggetto il primo, senza, tuttavia, incidere in alcun modo sul relativo contenuto27.
Il dato meramente materiale, di cui è stata già sottolineata l’insufficienza sul piano della qualificazione della cosa alla stregua di bene giuridico in senso proprio, retrocede in maniera ancora più netta qualora si sposti il punto di vista dal piano delle cose-beni a quello del diritto-bene, atteso che, fermo restando il carattere in ogni caso necessario di un approccio prettamente giuridico, e quindi ideale, è il substrato materiale quale centro di imputazione dell’interesse del soggetto titolare che viene meno nel secondo dei casi indicati, quantomeno in via diretta e non mediata.
È stato ulteriormente rilevato come l’art. 1348 cod. civ. possa essere inteso quale valvola di ingresso generale nel nostro ordinamento giusprivatistico della figura del negozio su diritti futuri e, quindi, anche su crediti che abbiano il tratto della futurità, ove, più precisamente, come tali debbono intendersi i «diritti derivanti da fattispecie negoziali o legali non ancora perfezionate»28.
L’anzidetta definizione, certamente condivisibile nella misura in cui appare intuitivamente generale e onnicomprensiva, impone, tuttavia, ulteriori puntualizzazioni e consente l’emersione di taluni interrogativi in ordine alla figura del credito futuro, ai quali, nel corso della presente trattazione, si tenterà di dare una risposta.
In questo senso, il riferimento al mancato perfezionamento della fattispecie costitutiva del credito futuro suggerisce di avere riguardo al titolo da cui deriva l’effetto, per l’appunto costitutivo, dell’obbligo.
Sennonché – ed è questo il punto – il riferimento alla incompletezza della fattispecie costitutiva dell’obbligo giuridico se, da un lato, soddisfa l’esigenza di una definizione quanto più elastica possibile del credito futuro, dall’altro, non esaurisce la relativa indagine, poiché non consente ancora di prendere posizione sui confini del fenomeno in esame. Più precisamente, la figura del credito futuro, alla luce della definizione generalissima di diritto futuro dalla quale si è ritenuto di potere prendere le mosse, pare muoversi all’interno di due termini che valgono a tracciarne i relativi confini di rilevanza giuridica autonoma, l’uno certamente “prossimo” all’esistenza attuale, l’altro “remoto” in quanto suscettibile di individuare quel minimum in mancanza del quale alcuna rilevanza può essere attribuita al fenomeno a causa delle conseguenze invalidanti che siffatto stato produrrebbe sul negozio avente a oggetto il credito di cui si tratta.
Ma, è bene procedere con ordine e sintetizzare, beninteso in via del tutto introduttiva, i due poli all’interno dei quali il fenomeno del credito futuro può essere fatto fluttuare.
Quanto al cosiddetto “confine prossimo” della nozione in esame, il problema della corretta individuazione del margine suscettibile di separare l’esistenza attuale dalla futurità del credito, se, in un senso, appare agevolmente risolvibile per quelle obbligazioni derivanti da fattispecie in corso di perfezionamento e il cui stato di completamento, in quanto non abbia ancora prodotto alcun effetto giuridico di natura per così dire preliminare, non consente di revocare in dubbio il carattere propriamente futuro della situazione giuridica soggettiva considerata, sottopone, in altro senso, all’attenzione del giurista elementi di ben maggiore complessità nel momento stesso in cui si rivolga l’attenzione a quelle peculiari ipotesi nelle quali il grado di particolare avanzamento della fattispecie costitutiva del credito importa una più spiccata rilevanza giuridica, testimoniata dalla possibilità di isolare la produzione già di taluni effetti giuridici, seppure generalmente intesi alla stregua di dati strumentali alla nascita del diritto nella sua interezza. Ci si riferisce, nello specifico, ai casi di diritti di credito derivanti da fattispecie sottoposte a condizione sospensiva o a termine iniziale di efficacia29; ovvero derivanti da rapporti di durata caratterizzati dalla continuità o periodicità delle prestazioni oggetto dei medesimi30. La parziale integrazione della fattispecie costitutiva del rapporto obbligatorio, o, meglio, il particolare stato di formazione della stessa, vale ad accomunare talune delle ipotesi succitate, dato che l’insorgenza medio tempore di cosiddetti effetti giuridici preliminari importa la difficoltà di delineare la natura e il ruolo di questi ultimi, autonomamente considerati e anche in relazione all’effetto finale della fattispecie costitutiva, al fine precipuo di fondare attorno alla presa in esame dei medesimi l’esistenza di una situazione giuridica attuale diversa rispetto al diritto di credito della cui costituzione si tratta e della cui futurità allora non dovrebbe dubitarsi. Ovvero di escludere tale ultima conclusione sulla scorta di un più restrittivo approccio in ordine ai primi31.
Di converso, se, sul piano strettamente descrittivo, il carattere futuro non può essere messo in discussione in ordine ai crediti derivanti da fattispecie che oltre il presente si collocano per intero32, su quello più propriamente pratico-giuridico la tematica appare tutt’altro che esente dal suscitare spunti di riflessione dotati di importanti riflessi pratici. La rilevanza del fenomeno credito futuro, infatti, pare proprio passare attraverso l’analisi dell’incidenza di esso sulla validità del negozio che lo ha a oggetto, ad esempio perché attraverso quest’ultimo se ne dispone. L’attenzione, in altri termini, deve essere rivolta ai requisiti previsti dall’art. 1346 cod. civ. in capo all’oggetto del contratto33, al fine specifico di verificare se la futurità del credito oggetto del negozio incida sul requisito della determinabilità di esso oppure su quello della possibilità.
Il nodo da sciogliere non è di secondaria importanza neppure alla luce delle conseguenze suscettibili di derivarne sul piano pratico. Vale la pena di notare, infatti, che, qualora si prendano le mosse da un approccio che consideri la futurità del credito dedotto in negozio quale carattere idoneo a incidere sulla determinabilità dell’oggetto di esso, il problema da affrontare sarà quello dei requisiti minimi che la fattispecie costitutiva del credito medesimo deve rivestire agli effetti di sfuggire dalla conseguenza dell’invalidità, nella forma della nullità, dell’atto avente a oggetto il credito futuro. Diversamente, sulla scorta di un più elastico punto di vista, teso a mettere in relazione la futurità del credito dedotto in contratto col differente requisito della possibilità dell’oggetto del negozio, si giunge alla conclusione di potere prescindere dal grado di perfezionamento eventualmente raggiunto dal titolo costitutivo del credito, attesa la minore rigidità del requisito di validità del contratto utilizzato quale parametro di riferimento in questo secondo caso.
È questa la problematica inerente a quello che si è ritenuto di potere definire alla stregua di confine “remoto” del fenomeno credito futuro, in quanto la rilevanza giuridica dello stesso non può che essere fatta dipendere dalla sua valida deducibilità in negozio e, quindi, non si ritiene di potere rivolgere l’attenzione a crediti la cui futurità sia eventualmente intesa quale idonea a precludere la validità degli atti che li abbiano a oggetto.
Atteso che, come sopra accennato, la tematica inerente al cosiddetto confine “prossimo” della nozione di credito futuro ruota intorno alla corretta delimitazione della linea discretiva tra l’oggetto della presente trattazione e una serie di ipotesi in cui lo stato di particolare avanzamento della fattispecie costitutiva del rapporto obbligatorio, in una con la produzione di taluni effetti giuridici in ispecie preliminari, consente di dubitare in ordine alla effettiva futurità del credito che ne deriva, la prima attenzione non può che essere riservata ai casi di crediti suscettibili di sorgere da fattispecie condizionali, segnatamente ai crediti la cui costituzione è subordinata a condizione sospensiva di efficacia.
Problematica, quest’ultima, che giocoforza finisce per investire la valutazione del significato da attribuire alla produzione di effetti giuridici, segnatamente preliminari in quanto antecedenti e indipendenti dall’avveramento dell’evento futuro ed incerto dedotto in condizione, anche al fine di fondare eventualmente intorno ad essi la costruzione di una situazione giuridica soggettiva autonoma e distinta dal diritto condizionato, id est l’aspettativa, che, se del caso, non finisca per ridursi a mera formula descrittiva dell’insieme degli anzidetti effetti giuridici preliminari, i quali, si noti bene, nel contesto delle fattispecie condizionali assumono particolare rilevanza e portata.
Premesso quanto precede, vale la pena di rilevare subito, in via ancora introduttiva, che la problematica generale del rapporto tra diritto futuro e diritto sospensivamente condizionato è stata affrontata dalla dottrina con particolare riguardo all’ipotesi della cessione del credito e ha visto l’emersione di due correnti generali che, è il caso di anticipare, per quanto prendano le mosse da presupposti teorici differenti, non appaiono risolutive al fine che qui interessa, impegnate, come sono, a prendere posizione in ordine all’eventuale dignità autonoma da riconoscere in capo all’aspettativa di diritto nel panorama delle situazioni giuridiche soggettive.
Sotto questo punto di vista, infatti, appare di assoluta importanza sottolineare come la prima corrente dottrinaria di cui si accennava sopra se, da un lato, pare escludere che il diritto condizionato sia configurabile alla stregua di vero e proprio diritto futuro, dall’altro, giunge a siffatta conclusione non sulla base di valutazioni che investono direttamente il primo, bensì attraverso un’esaltazione di quella situazione prodromica, che, come detto, ruota intorno agli effetti preliminari della fattispecie condizionale e prende il nome di aspettativa di diritto. Così, si afferma che «la vendita del c.d. diritto condizionato, non è vendita di un diritto futuro, ma di un diritto presente ad attuale, di natura provvisoria e strumentale, inteso come diritto al diritto»34.
Alla base di una simile impostazione è possibile individuare, in estrema sintesi, un triplice ordine di considerazioni35.
Un primo ambito di notazioni inerisce alla descrizione delle fattispecie sospensivamente condizionate alla stregua di ipotesi in cui, a fronte della completezza delle medesime sul piano della presenza degli elementi costitutivi essenziali, l’evento condizionante vale ad incidere solo ed esclusivamente sull’efficacia finale di esse, con la conseguenza che già nel momento antecedente all’eventuale verificazione della condizione sospensiva sono ricollegabili alla fattispecie costitutiva considerata taluni effetti, preliminari o prodromici nella misura in cui vengano considerati funzionali alla produzione di quelli definitivi, suscettibili di consentire l’emersione di una specifica situazione giuridica soggettiva autonoma definibile in termini di aspettativa di diritto.
In secondo luogo, è da ritenere che l’anzidetta situazione sia suscettibile di essere fatta oggetto di negozi traslativi che, proprio in quanto riguardino una posizione distinta e, sia consentito ripetere, autonoma rispetto al diritto finale, il cui sorgere dipenderà dall’eventuale avveramento dell’evento dedotto in condizione, appaiono idonei a produrre effetti diversi rispetto al trasferimento della situazione finale e definitiva.
Infine, e si giunge così al terzo gruppo delle accennate considerazioni, quale conseguenza delle premesse cui si accennava appena sopra è stato affermato che il trasferimento del diritto condizionato si risolve in ogni caso, o quantomeno in via assolutamente prevalente, nell’alienazione della situazione preliminare di aspettativa, considerata quale attuale e in questo senso distinta dal diritto condizionato (inteso come futuro poiché condizionato ad un evento futuro), con la conseguenza di ritenere che siffatta fattispecie non possa essere in nessun caso, o comunque nella maggior parte delle ipotesi, considerata alla stregua di cessione di credito futuro.
Di converso, la seconda corrente dottrinaria accennata postula un accostamento dei diritti condizionali a quelli futuri, con tutto quanto ne deriva in ordine alla qualificazione dei negozi che ne realizzano la disposizione, i quali, a tale stregua, andrebbero considerati atti aventi a oggetto diritti futuri36.
È ora il caso di sottolineare come il confronto tra i due indirizzi appena individuati si giochi sul terreno della qualificazione e della presa di posizione più generale in ordine al problema dell’aspettativa, ossia, segnatamente, se la medesima sia o meno suscettibile di essere considerata un’autonoma ed attuale situazione giuridica soggettiva, distinta come tale rispetto al diritto condizionato, e, per tale via, idonea ad essere oggetto di negozi giuridici che prescindano da quest’ultimo per riferire i propri effetti immediatamente alla prima.
Così, quale presupposto della tesi che esclude che il negozio dispositivo di un credito derivante da fattispecie condizionale possa essere considerato, in ogni caso o comunque nella maggior parte delle ipotesi, quale atto avente ad oggetto un diritto futuro, non può che esservi l’impostazione che esalta l’autonoma rilevanza giuridica dell’aspettativa di diritto37, a prescindere poi dall’inserimento di essa nel novero dei diritti soggettivi38 ovvero dal ricostruire intorno alla medesima una specifica e concettualmente autonoma posizione giuridica di vantaggio, senza, tuttavia e anche in quest’ultimo caso, che vi sia unanimità di vedute intorno alla portata di siffatta pretesa posizione di vantaggio e ai rapporti tra questa e il diritto subiettivo in senso stretto39.
A una più attenta analisi del problema, tuttavia, appare evidente come i risultati raggiunti dalla dottrina in ordine alla tematica inerente alla qualificazione del negozio dispositivo di un diritto sospensivamente condizionato non consentano di sciogliere in maniera risolutiva il nodo afferente la natura futura o meno del credito derivante da fattispecie condizionale.
Più precisamente, infatti, e come si è già avuto occasione di accennare appena sopra, se il punto nodale della illustrata contrapposizione di orientamenti ruota intorno all’influenza che viene comunemente riferita alla produzione di effetti giuridici preliminari rispetto ad una fattispecie che porterà alla costituzione del diritto definitivo solo qualora l’evento condizionante si verifichi effettivamente, ne deriva, allora, che l’esclusione del negozio dispositivo del credito condizionato dal novero degli atti su diritti futuri non presuppone necessariamente una presa di posizione diretta e specifica in ordine alla qualificazione del credito medesimo, quanto, soprattutto, la portata assorbente eventualmente riconosciuta alla situazione preliminare, che taluno ritiene di individuare nella cosiddetta aspettativa di diritto40. Analizzata la questione secondo tale ultimo angolo prospettico, la conclusione cui è dato di pervenire appare tutt’altro che risolutiva in riguardo alla tematica che qui occupa. Infatti, anche qualora si escluda che il negozio avente a oggetto la disposizione di un diritto derivante da fattispecie condizionale rientri nel novero degli atti su diritti futuri, ad una più attenta analisi delle argomentazioni poste a fondamento di siffatta conclusione – vale la pena di ripetere – appare di tutta evidenza come la relativa presa di posizione non sia dettata da una esclusione del carattere futuro del credito condizionato fondata su elementi giuridici intrinseci al medesimo ovvero al meccanismo condizionale in sé e per sé considerato, bensì dal ruolo assorbente che, nel caso di specie, viene ricondotto alla produzione di effetti preliminari e alla situazione giuridica di aspettativa di diritto che intorno ad essi è stata costruita41.
Di qui si genera la posizione di chi, sulla scorta delle considerazioni che precedono, ha sottolineato come, pur potendo rientrare il credito condizionato nel quadro dei diritti futuri in senso lato in quanto posizione giuridica non ancora presente nella titolarità di alcuno, la produzione di effetti giuridici preliminari pone il problema della effettiva utilità di accogliere un accostamento tra le due categorie accennate42.
I termini della questione, tuttavia, possono essere invertiti là dove si prescinda dal punto di vista, tutt’altro che pacifico come si è già avuto modo di rilevare, secondo il quale il complesso dei cosiddetti effetti preliminari varrebbe a qualificare sul piano giuridico, fino a consentirne l’isolamento, una specifica e autonoma posizione soggettiva (ci si riferisce, come è evidente, all’aspettativa di diritto). Qualora, infatti, si prendano le mosse da quell’orientamento che nega all’aspettativa di diritto dignità di autonoma posizione giuridica soggettiva, sembra venire meno non solo e non tanto il principale argomento per prendere posizione sulla qualificazione del negozio dispositivo di un credito derivante da fattispecie condizionale rispetto alla figura dell’atto su diritto futuro, ma, anche e soprattutto ai fini che qui interessano, un presupposto essenziale per respingere il credito condizionato nell’alveo della futurità.
Segnatamente, se si rivolge l’attenzione ai singoli effetti giuridici cosiddetti preliminari, è dato di rilevare che il tratto della propedeuticità, rectius della strumentalità, rispetto alla costituzione del diritto definitivo sembra sfumare a favore di una ricostruzione fondata sulla anticipazione di taluni effetti che, sotto questo punto di vista, sono del tutto idonei a espandere la loro portata ben oltre la fase della pendenza e a prescindere da questa. Così è da affermare per il cosiddetto effetto della irrevocabilità del consenso manifestato, che si ricollega direttamente al vincolo negoziale in quanto derivante dal principio generale di cui all’art. 1372 cod. civ., in base al quale il contratto ha forza di legge tra le parti. Analoga impostazione pare sottesa all’effetto costitutivo dell’obbligo di non impedire il completamento della fattispecie e, più in generale, di comportarsi secondo buone fede, atteso che siffatto principio vale a permeare la disciplina del contratto ben oltre i limiti segnati dal momento della formazione, seppure inteso in senso ampio43. Di qui, si comprende la posizione di chi, sempre nell’ottica della negazione all’aspettativa della dignità di autonoma situazione giuridica soggettiva, segnatamente di diritto soggettivo, attribuisce alla medesima la rilevanza, prettamente descrittiva, di designare il complesso degli effetti giuridici preliminari disposti in capo a un determinato soggetto44.
Alla luce del complesso delle considerazioni che precedono, pare quindi preferibile limitare il connotato della futurità a quelle situazioni rispetto alle quali non si possano riscontrare, già nel momento attuale, posizioni funzionali ovvero strumentali45.
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