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Timestamp: 2020-06-02 13:52:39+00:00
Document Index: 161316747

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da Sergio Armaroli | Ago 16, 2015 | incidenti mortali risarcimento danni
RAVENNA ,COTIGNOLA, LUGO, FAENZA,
GRAVE INCIDENTE-INCIDENTE MORTALE
DANNO BIOLOGICO DANNO AI CONGIUNTI
PURTROPPO RAVENNA E’ SEDE DI GRAVISSIMI
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INCIDENTI MORTALI, LA STATALE E’ UN PERICOLO CONTINUO
Incidente mortale quali danni chiedere ?
Il primo tipo (ovvero quello patrimoniale) si rivolge ai superstiti: in caso di incidente stradale, da cui deriva la morte di una persona, il danno riguarda i superstiti che avevano rapporti economici attivi con la persona deceduta. Questo avviene indipendentemente dal fatto che essi siano (o meno) gli eredi, e purchè il danno sussista effettivamente.
Il danno morale, invece, spetta per diritto ai parenti prossimi del defunto, e viene valutato in base ad alcune tabelle che sono state pubblicate dai tribunali italiani. Inoltre, il risarcimento viene valutato in base all’età del defunto, al tipo e grado di parentela, in base ad un’eventuale convivenza o sulla presenza di parenti in vita o meno.
evidenziato in modo lineare la differenza tra il bene “salute” e il bene “vita”,
In particolare, l’arresto delle Sezioni Unite, in motivazione, afferma che l’unica distinzione evincibile dagli orientamenti giurisprudenziali concerne la qualificazione, ai fini della liquidazione, del danno risarcibile, nel senso che un orientamento, con “mera sintesi descrittiva”, lo indica come “danno biologico terminale”, mentre un altro come “danno catastrofale”, “con riferimento alla sofferenza provata dalla vittima nella cosciente attesa della morte seguita dopo apprezzabile lasso di tempo dalle lesioni”; e quando intervennero le Sezioni Unite, alcune sentenze di sezioni semplici avevano attribuito al danno catastrofale “natura di danno morale soggettivo”, e altre natura di “danno biologico psichico”; peraltro le Sezioni Unite hanno rimarcato che “da tali incertezze” (solo formali, quindi) non deriva effettiva diversità nelle liquidazioni.
Invero – chiarisce il supremo giudice nomofilattico – se la morte è immediata o segue alle lesioni “entro brevissimo tempo” non sussiste diritto al risarcimento jure hereditatis alla luce di un orientamento risalente che in questo intervento le Sezioni Unite hanno confermato, osservando altresì che l’attuale impostazione pone “il danno al centro” del sistema della responsabilità civile, sempre più oggettiva; danno che deve identificarsi (come si evince dalla sentenza n. 372/1994 della Consulta) in “perdita cagionata da una lesione di una situazione giuridicamente soggettiva”.
Nel caso di morte per atto illecito – rilevano ancora le Sezioni Unite – il conseguente danno è la perdita del bene giuridico “vita”, che è “bene autonomo”, fruibile solo dal titolare e non reintegrabile per equivalente. “La morte, quindi, non rappresenta la massima offesa possibile del diverso bene “salute”… E poichè una perdita, per rappresentare un danno risarcibile, è necessario che sia rapportata a un soggetto che sia legittimato a far valere il credito risarcitorio, nel caso di morte verificatasi immediatamente o dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali, l’irrisarcibilità deriva (non dalla natura personalissima del diritto leso… poiché… ciò di cui si discute è il credito risarcitorio, certamente trasmissibile, ma) dalla assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito, ovvero dalla mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”. Richiamato il c.d. argomento epicureo come fondante questa soluzione, tra le ulteriori argomentazioni le Sezioni Unite hanno pure inserito l’autonomia del sistema civile da quello penale: tale “progressiva autonomia” della disciplina della responsabilità civile dalla responsabilità penale “ha comportato l’obliterazione della funzione sanzionatoria e di deterrenza… e l’affermarsi della funzione reintegratoria e riparatoria (oltreché consolatoria), tanto che si è ritenuto non delibabile, per contrarietà all’ordine pubblico interno, la sentenza statunitense di condanna al risarcimento dei danni “punitivi”…i quali si caratterizzano per un’ingiustificata sproporzione tra l’importo liquidato ed il danno effettivamente subito”.
Questo importante intervento delle Sezioni Unite, non si può rilevare perviene ad un chiaro risultato – che naturalmente si riverbera, in genere, nelle successive pronunce delle sezioni semplici, come si vedrà infra attraverso una ricostruzione argomentativo-dogmatica peraltro non scevra da una qualche oscillazione.
In particolare, dopo avere evidenziato in modo lineare la differenza tra il bene “salute” e il bene “vita”, per dedurne logicamente la irrisarcibilità della perdita del bene “vita” per l’assenza di un soggetto giuridico che subisca tale perdita (l'”assenza di un soggetto al quale, nel momento in cui si verifica, sia collegabile la perdita stessa e nel cui patrimonio possa essere acquisito il relativo credito”), la pronuncia si pone subito su un altro piano, passando dalla inesistenza del titolare della perdita alla irrilevanza in sè della perdita per mancanza di una sufficiente entità quantitativa che esonda nell’entità sostanziale. E, in effetti, le due ipotesi vengono disegnate come interscambiabili, perchè accanto alla irrisarcibilità della perdita dei bene “vita” come morte immediata (per implicita ma ovvia coincidenza tra morte e perdita di capacità giuridica) viene accolta la irrisarcibilità – già affermata da precedenti delle sezioni semplici – per quando la morte avviene “dopo brevissimo tempo dalle lesioni”, e ciò per “mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo”. A ben guardare, peraltro, in questo secondo caso non si tratta di lesione al bene “vita”, bensì di lesione al bene “salute”, in quanto la persona che ha subito le lesioni biologiche rimane in vita per un certo tempo, anche se questo è “brevissimo”. “Mettendo da parte”, allora, il bene “salute”, si afferma la irrisarcibilità sulla base di una valutazione di inutilità della vita quando è temporalmente brevissima. Seguendo fino in fondo tale ragionamento, tuttavia, si dovrebbe ritenere che ogni volta in cui vi è una lesione biologica è compromesso anche il bene “vita”, il quale però assume rilevanza giuridica soltanto quando, in ultima analisi, sulla base di un minimum temporale, si converte nel bene “salute”, ovvero acquisisce utilità giuridicamente rilevante. E allora si configura una sorta di esimente della civile responsabilità per carenza di una effettiva offensività al bene coinvolto, sia questo definito bene “vita” sia definito bene “salute”. Una conferma si rinviene nel riferimento ai c.d. danni punitivi, dei quali queste Sezioni Unite, seguendo l’impostazione coeva, affermano l’incompatibilità con l’ordine pubblico, e la motivano attribuendo a tale fattispecie “un’ingiustificata sproporzione tra l’importo liquidato ed il danno effettivamente subito”. Il che significa che, nell’ipotesi di sopravvivenza per tempo brevissimo, il danno è talmente infimo che qualunque risarcimento sarebbe con esso quantitativamente sproporzionato, per cui la lesione, alla fin fine, non è giuridicamente rilevante.
3.4.5 Tra gli arresti massimati, conforme in toto a S.U. 15350/2015 è Cass. sez. 3, 23 marzo 2016 n. 5684 (che tra l’altro segnala un sostanziale parallelismo già rinvenibile in S.U. 11 novembre 2008 nn. 26772 e 26773), e, pur non menzionando un’ingiustificata sproporzione tra l’importo liquidato ed il danno effettivamente subito, prossima alla sua tematica è poi Cass. sez. 3, 19 ottobre 2016 n. 21060, che peraltro effettua una distinzione tra il danno biologico e il danno psicologico-morale propri della fase terminale della vita: discrimen, questo, che non è così netto in S.U. 15350/2015, ove, come si è visto, viene valorizzata in sostanza l’ontologica unitarietà propria del danno non patrimoniale, per negare che dalle “incertezze” della pregressa giurisprudenza delle sezioni semplici (in cui alcune precedenti pronunce avevano considerato il danno terminale come biologico e altre come species del danno morale) possa derivare una diversa liquidazione.
Afferma infatti Cass. 21060/2016 che il diritto al risarcimento del “danno biologico terminale” è configurabile – e quindi trasmissibile jure hereditatis ove intercorra “un apprezzabile lasso di tempo” tra la lesione e la morte, essendo irrilevante che durante tale periodo la vittima abbia mantenuto lucidità, presupposto invece del diverso danno morale terminale, configurabile danno tanatologico come danno morale terminale o da lucida agonia o catastrofale o catastrofico, già rinvenibile, appunto, in S.U. 11 novembre 2008 nn. 26772 e 26773 come consistente nella sofferenza che si prova per la consapevole percezione dell’ineluttabile approssimarsi della morte. E quindi per quest’ultimo danno – secondo la sentenza in esame – rileva il criterio dell’intensità della sofferenza patita “a prescindere dall’apprezzabile intervallo di tempo tra lesioni e decesso”. Invece, se sussiste “l’ipotesi di morte cagionata dalla lesione” è risarcibile il “danno biologico terminale” qualora le lesioni siano separate dalla morte da un “apprezzabile lasso di tempo”, danno questo che la vittima subisce anche se non è cosciente e che è trasmissibile jure hereditatis.
In forza della netta scissione – tendente alla contrapposizione – tra danno biologico terminale e danno morale terminale, questa pronuncia in qualche misura diverge rispetto all’insegnamento “unitarista” di S.U. 15350/2015 in quanto esige, per la risarcibilità del danno biologico terminale appunto come autonomamente configurato, un “apprezzabile lasso di tempo”, laddove le Sezioni Unite pongono come esimente dalla relativa responsabilità risarcitoria – accanto alla immediatezza e quindi logicamente approssimabile a quest’ultima – il decorso di un “brevissimo tempo” (che definisce, chiaramente, un’entità cronologica inferiore).
Da ultimo Cass. sez. 3, 27 settembre 2017 n. 22541, non massimata, ha affrontato un caso in cui un incidente stradale era avvenuto di mattina alle ore 9:30 e la persona che ne era rimasta lesa era deceduta alle ore 13 dello stesso giorno. Dall’intervento delle Sezioni Unite del 2015 questa sentenza desume che alla vittima è risarcibile la perdita di bene non patrimoniale “nella misura in cui la stessa sia ancora in vita, presupponendo la vicenda acquisitiva del diritto alla reintegrazione della perdita subita la capacità giuridica riconoscibile soltanto ad un soggetto esistente” ai sensi dell’art. 2 c.c., comma 1; sono pertanto trasmissibili jure hereditatis il danno biologico cosiddetto terminale – nel senso dei postumi invalidanti che hanno caratterizzato il periodo di vita intercorso tra la lesione e l’exitus, periodo che deve costituire un “apprezzabile lasso temporale” (sulla scorta, tra l’altro, di Cass. sez. 3, 31 ottobre 2014 n. 23183, Cass. sez. 3, 28 ottobre 2014 n. 22228 e Cass. sez. 3, 8 luglio 2014 n. 15491) -, e il danno morale cosiddetto soggettivo cioè il danno catastrofale, ovvero lo “stato di sofferenza spirituale od intima (paura o patema d’animo) sopportato dalla vittima nell’assistere al progressivo svolgimento della propria condizione esistenziale verso l’ineluttabile fine vita”: anche in questo caso, trattandosi ovviamente di danno -conseguenza, l’accertamento dell'”an” presuppone la prova della “coerente e lucida percezione dell’ineluttabilità della propria fine” (viene invocata, quale esempio, Cass. sez. 3, 13 giugno 2014 n. 13537). Esclusa è invece la risarcibilità del danno da perdita del bene “vita” qualora il decesso si verifichi immediatamente – venendo meno allora il soggetto cui sia collegabile la perdita del bene e nel cui patrimonio può essere acquisito il relativo credito risarcitorio – o “dopo brevissimo tempo dalle lesioni personali” – in tal caso sussistendo la mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissimo, in base appunto a S.U. 15350/2015 -.
Pur comparendo, nel suo percorso motivazionale, un riferimento ancora ad un “apprezzabile lasso temporale” sulla base di giurisprudenza antecedente a S.U. 15350/2015, questa pronuncia giunge ad una effettiva conformità all’insegnamento delle suddette Sezioni Unite nelle sue conclusioni, ed anzi favorisce il superamento di alcune residue ambiguità.
3.4.6 Se, infatti, è indiscutibile che – non occorrendo in fondo neppure avvalersi di argomenti extragiuridici come il c.d. argomento epicureo, sussistendo il principio della capacità giuridica – qualora cronologicamente coincidano l’evento dannoso e la perdita del bene “vita” non si realizza alcun danno-conseguenza (ovvero alcuna perdita di un bene la quale sia giuridicamente rilevante) perché la perdita del bene “vita” coincide con la perdita della capacità giuridica, da ciò discende che la perdita della vita non può mai costituire un danno risarcibile alla persona stessa che la perde. E tantomeno, proprio per tale caratteristica del bene “vita” nessun danno in relazione ad esso è risarcibile, rectius trasmissibile, jure hereditatis. Al riguardo, assai significativa è Cass. sez. L, 20 luglio 2016 n. 14940 che, dinanzi alla invocazione – da parte di ricorrenti eredi che chiedevano il risarcimento della praticamente immediata perdita da parte di un loro congiunto del bene “vita” – della normativa sovranazionale, e in particolare dell’art. 2 CEDU (che, rubricato proprio come “Diritto alla vita”, così introduce il comma 1: “Il diritto alla vita di ogni persona è protetto dalla legge”), ha affermato che il danno non patrimoniale da perdita della vita non è indennizzabile ex se, non potendosi appunto richiamare il “diritto alla vita” dell’art. 2 CEDU, norma che, pur generale e diretta a tutelare ogni possibile componente del bene “vita”, non detta specifiche prescrizioni sull’ambito e sui modi della sua tutela, e nel caso di decesso immediatamente conseguente a lesioni da fatto illecito non impone necessariamente una tutela risarcitoria, il cui riconoscimento effettuato in certe disposizioni normative presenta comunque un carattere di specialità e non modifica il vigente sistema della responsabilità civile, fondato sul concetto di perdita-conseguenza e non sull’evento lesivo in sè.
Altro invece – come già sopra si osservava a proposito del tessuto motivazionale di S.U. 15350/2015 – è il caso in cui una persona subisce delle lesioni mortali che però producono l’effetto esiziale a una distanza di tempo da quando si verificano: e allora, rimanendo durante quel tempo la persona inserita nel sistema giuridico come “capace” di essere titolare di diritti (mantenendo la capacità giuridica, appunto), sussiste criticità nell’escludere che non insorga alcun danno sulla base della durata del tempo che separa lesione – inferita a soggetto titolare di capacità giuridica – da morte – evento che, giuridicamente, sopprime la capacità giuridica; e pertanto, a ben guardare, quel che in S.U. 15350/2015 viene escluso non è il danno in sè, bensì la concreta rilevanza giuridica del danno.
D’altronde – si è già accennato – uno degli argomenti sulla base dei quali fonda la decisione il giudice nomofilattico del 2015 è stato, seppure entro certi limiti, superato da S.U. 5 luglio 2017 n. 16601: ed è proprio quello che più espressamente sorregge il mancato riconoscimento di risarcimento nel caso di un lasso di tempo insignificante – ovvero privo di “utilità”, il che esclude che sia stato “effettivamente subito” un danno – tra le lesioni e la morte.
Richiamando infatti l’esclusione dei danni punitivi, nella sentenza n. 15350/2015 le Sezioni Unite ravvisano contrarietà all’ordine pubblico interno del loro riconoscimento in quanto “si caratterizzano per un’ingiustificata sproporzione tra l’importo liquidato ed il danno effettivamente subito”: argomento che si correla, logicamente, all’asserto della “mancanza di utilità di uno spazio di vita brevissima” che ne giustifica il mancato risarcimento. Tra le righe, quindi, si annida il concetto che l’ordinaria tipologia di risarcimento deve sempre essere equivalente al danno risarcito, e non può pertanto includere alcun surplus né in termini di punizione del danneggiante né in termini di arricchimento del danneggiato. Il ricorso a questo concetto, peraltro, affermando che la brevità della vita la rende insignificante, è da inquadrarsi, evidentemente, in una impostazione pragmatica al punto di prescindere dal dato che la capacità giuridica non è stata persa in coincidenza con l’evento dannoso, id est che l’evento dannoso non è stato immediatamente mortale. Questa pretermissione rimane, comunque, problematica, dal momento che l’intervento nomofilattico non fornisce una completa individuazione del parametro che rende concretamente irrilevante il pur esistente danno-conseguenza, ovvero quel che significa “spazio di vita brevissima”; parametro adottato, peraltro, dalle Sezioni Unite in evidente restrizione correttiva di quello, ancor più ampio, id est ambiguo e dunque maggiormente esposto a criticità, del c.d. “apprezzabile lasso temporale”.
3.4.7 Invero, quel che sempre ricorre nel periodo di tempo interposto tra la lesione mortale e la morte è il danno biologico stricto sensu (ovvero danno al bene “salute”), come rileva Cass. 22541/2017, già citata; e a questo, peraltro, nell’unitarietà del genus del danno non patrimoniale, può aggiungersi un danno morale peculiare improntato alla fattispecie, ovvero il danno da percezione, concretizzabile sia nella sofferenza fisica derivante dalle lesioni, sia nella sofferenza psicologica – questa condizione è infatti, con evidente significatività etimologica, definita agonia – derivante dall’avvertita imminenza dell’exitus. Se, infatti, nel tempo che si dispiega tra la lesione e il decesso la persona non è in grado di percepire la sua situazione e in particolare la imminenza della morte, il danno non patrimoniale sussistente è riconducibile soltanto alla species biologica; se, per di più, la persona si trova in una condizione di lucidità agonica, si aggiunge, sostanzialmente quale ineludibile accessorio della devastazione biologica stricto sensu, un peculiare danno morale che ben può definirsi danno morale terminale (l’espressione semanticamente più chiara e quindi più congrua tra le varie che, come si è visto più sopra, sono state utilizzate).
La decisione delle Sezioni Unite del 2015, peraltro, come già si accennava non è del tutto risolutiva nell’individuare il significato di quella sorta di esimente dall’obbligo risarcitorio che estrae dalla misura della durata temporale intercorrente in base ad una assoluta mancanza di utilità del bene leso, che non è, ovviamente, se si segue il tradizionale inquadramento dogmatico, il bene della vita bensì il “classico” bene non patrimoniale nelle due species biologica e lato sensu morale. E non appare agevole non riconoscere che l’introduzione del canone della mancanza di utilità di un risarcimento di un danno però esistente per eliderne la debenza (a monte, una specie di “inoffensività” traslata all’illecito civile proprio da quel settore penale di cui le Sezioni Unite del 2015 hanno ribadito l’autonomia) potrebbe dare adito, in generale, a certe criticità, perchè – tanto più in difetto di una piena specificazione del suo presupposto, nel caso in esame un presupposto temporale – ben può generare il rischio di una valutazione soggettiva, affidata al giudice di merito, del caso concreto ai fini dell’esistenza o meno del diritto risarcitorio.
Queste criticità strutturali sono, tuttavia, agevolmente superabili nella fattispecie in cui la persona sia rimasta manifestamente lucida nello spatium temporis tra la lesione e la morte, dal momento che, se la sua lucidità viene manifestata, non si vede sulla base di quale fondamento possa negarsi, senza violare pure il diritto alla dignità della persona umana (art. 2 Cost.), la risarcibilità del danno non patrimoniale, che sussiste allora ineludibilmente sia sotto il profilo stricto sensu biologico sia sotto il profilo psicologico “morale”. Non è infatti giammai sostenibile che la sofferenza umana possa essere un elemento giuridicamente irrilevante, vale a dire che l’assenza di sofferenza umana sia un elemento privo di utilità.
3.4.8 Nel caso in esame, la lucidità di Dario B. si è manifestata inequivocamente: anche a prescindere, quindi, dal fatto che lo spatium temporis emerge essere stato tutt’altro che il “brevissimo tempo” cui non può disconoscersi che, pur ancora con una certa rapida cripticità, si riferiscono le Sezioni Unite nell’intervento del 2015 per escluderne il rilievo ai fini risarcitori, trattandosi qui di ore, deve constatarsi che essa è stata intrinsecamente asseverata dalla stessa sentenza impugnata, laddove – come già visto più sopra -, a pagina 9 della motivazione, nell’ambito della ricostruzione della dinamica del sinistro così si esprime: “La cronologia degli urti è del resto confermata dalle dichiarazioni della povera vittima, riferita dal teste B. che lo ebbe a soccorrere in ospedale”. Ora, è evidente che, se si trovava al pronto soccorso in ospedale, il B. era in una situazione biologica di lesioni causatagli dal sinistro, il che già di per sè è incompatibile con la repentinità del decesso (si veda la sentenza impugnata a pagina 11 della motivazione, quanto al già richiamato riferimento alla relazione S.); e se egli rispondeva ai sanitari ricostruendo con “dichiarazioni” (e quindi neppure con meri segni corporei di assenso o di diniego) la “cronologia degli urti”, è evidente che era lucido, e quindi percepiva la sua tremenda situazione, tale da non poter non indurre quantomeno il forte timore della morte imminente e lo strazio per l’abbandono dei congiunti (si ricordi che il B. era sposato e aveva due figlie bambine). E tutto ciò, poi, anche qualora si potesse – il che è ictu culi impossibile – prescindere dal fatto che, essendo egli medico, la sua consapevolezza della morte imminente non poteva non essere particolarmente intensa. Elementi, questi – non può non rilevarsi -, che dovranno essere tutti specificamente tenuti in conto nella determinazione del quantum risarcitorio.
La corte territoriale, dunque, ha realmente violato – come denuncia il motivo in esame – l’art. 2043 c.c. nell’escludere il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale rappresentato dall’agonia del B. – sia sotto il profilo strettamente biologico sia sotto il profilo psicologico-morale – come diritto insorto in capo a quest’ultimo quando era dotato di capacità giuridica, e pertanto trasmesso jure hereditatis alla moglie e alle figlie.
3.5 Il quinto motivo denuncia, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1224, 1226 e 2056 c.c. per mancato riconoscimento della rivalutazione.
La corte territoriale afferma che, applicando i criteri di liquidazione delle tabelle del Tribunale di Milano del 2013, vigenti all’epoca, il giudice di prime cure avrebbe considerato voci già annualmente attualizzate, e quindi da rivalutare solo dopo la data della pronuncia. Secondo le ricorrenti, se il giudice avesse reputato la somma già includente la rivalutazione, avrebbe dovuto indicare i calcoli effettuati per consentirne il controllo. Avrebbe poi errato la corte territoriale nel ritenere che siano state applicate le tabelle milanesi del 2013, in quanto sarebbero state applicate, invece, quelle del 2011, aggiornate solo al gennaio 2011 e non quindi all’epoca della sentenza del Tribunale emessa il 18 marzo 2013. Il giudice di prime cure non avrebbe ritenuto i valori aggiornati al costo della vita del gennaio 2011, visti i criteri di determinazione dei danni non patrimoniali e patrimoniali in riferimento ai coefficienti riguardanti l’età del de cuius al momento del sinistro. L’obbligazione risarcitoria, anche extracontrattuale, ha per oggetto comunque un debito di valore, pur se liquidato equitativamente, per cui occorre tenere in conto interessi e rivalutazione, onde la somma riconosciuta non avrebbe dovuto essere devalutata e non si sarebbero dovuti determinare gli interessi seguendo S.U. 17 febbraio 1995 n.1712, celebre arresto invocato dal giudice d’appello.
Questo motivo non gode di autosufficienza in ossequio dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, nulla essendo stato indicato nel ricorso, nè nella premessa (ove si riporta solo il dispositivo della sentenza di primo grado), nè in modo specifico nell’illustrazione del motivo in esame, in ordine all’applicazione delle tabelle da parte del Tribunale, cui ora si imputa – sulla base pertanto solo di un generico asserto – l’applicazione delle tabelle del Tribunale di Milano del 2011 anzichè delle tabelle del Tribunale di Milano del 2013.
In particolare, in favore del soggetto attinto dalle lesioni (nonché, per successione, in favore degli eredi) è stato riconosciuto sia il risarcimento del danno biologico, qualora la vittima abbia trascorso un apprezzabile lasso di tempo in condizione di lucida agonia (subendo, quindi, un notevole grado di sofferenza fisica), sia il (solo) danno morale allorché – pur in mancanza di un intervallo di tempo apprezzabile tra le lesioni e la morte – la vittima abbia assistito lucidamente allo spegnersi della propria vita (c.d. danno morale catastrofale).
Non si è, invece, ritenuto configurabile alcun danno risarcibile nel caso in cui la morte intervenga istantaneamente o repentinamente, in modo tale da non consentire alla vittima di rendersene conto, ovvero, qualora quest’ultima, a causa della gravità delle lesioni, abbia trascorso l’intero periodo di agonia (eventualmente anche lungo) in totale stato d’incoscienza o in coma.
La pronuncia in commento si colloca apparentemente nell’ambito del citato consolidato orientamento che disconosce la risarcibilità autonoma del danno tanatologico, attribuendo alla vittima (ancora in vita) ed agli eredi (dopo la morte del de cuius),
8 DOMANDA COSA E’ IL DANNO TANATOLOGICO ?
risposta Come la Suprema Corte ha anche di recente ribadito (v. Cass. n. 23183/2014), laddove la liquidazione del danno biologico terminale può essere effettuata sulla base delle tabelle relative all’invalidità temporanea, in relazione al danno cd. catastrofale la natura peculiare del pregiudizio comporta la necessità di una liquidazione che si affidi ad un criterio equitativo puro, che tenga conto della “enormità” del pregiudizio, giacché tale danno, sebbene temporaneo, è massimo nella sua entità ed intensità, tanto da esitare nella morte. Secondo gli approdi giurisprudenziali citati il danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. è connotato da tipicità, in quanto risarcibile solo nei casi determinati dalla legge e nei casi di lesione di un interesse costituzionalmente tutelato. La distinzione tra le varie voci di danno (biologico, morale ed esistenziale) adottata dalle su menzionate sentenze gemelle del 2003 e dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 233/2003 deve dunque essere intesa come mera sintesi descrittiva. Il catalogo dei diritti risarcibili non costituisce numero chiuso e la tutela non è ristretta ai casi di diritti inviolabili della persona espressamente riconosciuti dalla Costituzione nel presente momento storico, ma, in virtù dell’apertura dell’art. 2 cost. ad un processo evolutivo, deve ritenersi consentito all’interprete rinvenire nel complesso sistema costituzionale indici che siano idonei a valutare se nuovi interessi emersi nella realtà sociale siano, non genericamente rilevanti per l’ordinamento, ma di rango costituzionale attenendo a posizioni inviolabili della persona umana. Ne consegue, secondo le parole della Suprema Corte, che “il danno non patrimoniale da lesione della salute costituisce una categoria ampia ed omnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tenere conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima, ma senza duplicare il risarcimento attraverso l’attribuzione di nomi diversi a pregiudizi identici. Ne consegue che è inammissibile, perché costituisce una duplicazione risarcitoria, la congiunta attribuzione alla vittima di lesioni personali, ove derivanti da reato, del risarcimento sia per il danno biologico, sia per il danno morale, inteso quale sofferenza soggettiva, il quale costituisce necessariamente una componente del primo (posto che qualsiasi lesione della salute implica necessariamente una sofferenza fisica o psichica), come pure la liquidazione del danno biologico separatamente da quello c.d. estetico, da quello alla vita di relazione e da quello cosiddetto esistenziale” (C. Cass. n. 26972/2008).
DOMANDA :QUALI ELEMENTI PER IL CALCOLO MORTE DEL CONGIUNTO?
Il fattore più significativo è certamente il grado di parentela con la vittima; più è stretto tale rapporto maggiore sarà il risarcimento.
Vengono considerati pe ril calcolo anche l’età della vittima e del congiunto. In questo caso quanto è minore l’età, maggiore sarà l’entità del danno parentale, in quanto tale danno è destinato a protrarsi per un lasso di tempo maggiore.
RISARCIMENTO DANNI-INCIDENTE STRADALE-DANNO PATRIMONIALE DANNO NON PATRIMONIALE –DANNO ESISTENZIALE
La prima questione è inammissibile, risolvendosi nella prospettazione di una diversa interpretazione di un fatto ritenuto provato, con congrua motivazione, dal Tribunale. 1.2.- Anche la seconda questione è inammissibile. Secondo il Tribunale (pag. 6) il contratto abilitava Aurora a svolgere tentativi di bonario componimento. Di tale ratio decidendi non vi è traccia nel motivo. 2.- Con il secondo motivo, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente prospetta un difetto di interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni generali di polizza. 2.1.- Il secondo motivo è inammissibile, in quanto si risolve in una diversa interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni Generali di polizza piuttosto che in un errore nei criteri di interpretazione. Comunque il ricorrente non dimostra che l’art. 45, lett. b), delle condizioni di polizza gli desse la facoltà, nella specie, di gestire il sinistro. 3.- Con il terzo motivo, sotto i profili della violazione di legge, della nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole del rigetto della domanda di risarcimento dei danni morali, assumendo che egli «(…) meglio avrebbe dovuto indicarli quali danni esistenziali (…)». 3.1.- Il terzo motivo è infondato. Le Sezioni Unite di questa Corte, nella sentenza n. 26972 del 2008, hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi “previsti dalla legge”, e cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ.: (a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; (b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato (ad es., nel caso di illecito trattamento dei dati personali o di violazione delle norme che vietano la discriminazione razziale); in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento dei danno non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento (quali, rispettivamente, quello alla riservatezza od a non subire discriminazioni); (c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati caso per caso dal giudice. I pregiudizi lamentati dal ricorrente non rientrano in alcuna di tali categorie, e quindi non potevano essere risarciti. 4.- Con il quarto motivo, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole della omessa condanna della controparte ex art. 89 cod. proc. civ. 4.1.- Il quarto motivo è inammissibile. Questa Corte ha infatti più volte affermato che il risarcimento del danno ex art. 89 cod. proc. civ. costituisce esercizio di un potere discrezionale non censurabile in cassazione. 5.- Il ricorso va quindi rigettato, con la condanna del ricorrente alle spese, liquidate in € 1.800, di cui € 1.600 per compenso, oltre accessori di legge.
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F.P. convenne in giudizio dinanzi al Giudice di Pace di Roma l’Aurora Assicurazioni deducendo che era stato assicurato per la RCA presso la convenuta; che era stato collocato nella classe di merito 15ma, come da sentenza del G.d.P. di Roma n. 18618/04; che, al 31/12/04, la Compagnia non aveva rinnovato il contratto per eccessiva sinistrosità e che pertanto egli era stato costretto a stipulare un nuovo contratto con la Duomo S.p.A., che lo aveva collocato nella 18ma classe di merito, giusta l’attestato di rischio rilasciatogli dall’Aurora, in conseguenza di un sinistro avvenuto nel 2004 con tale D.R.; che egli aveva contestato la sua responsabilità e negato anche i danni lamentati dal D., chiedendo alla Compagnia di gestire il sinistro a proprio carico e rischio, secondo la previsione dell’art. 45, lett. b), delle condizioni di contratto; che aveva subito un danno dal declassamento pari ad € 751,75, corrispondente alla differenza tra il premio pagato a Duomo S.p.A. per la prima semestralità del 2005 e quanto avrebbe pagato se fosse stato assegnato alla 14ma classe di merito, non essendo stati risarciti altri danni nel 2004; che inoltre aveva riportato danni morali, poiché molte Compagnie di Assicurazione si erano rifiutate di stipulare un contratto con un soggetto assegnato alla 18ma classe di merito e a causa del comportamento irriguardoso della Compagnia nel giudizio dinanzi al G.d.P. conclusosi con la sentenza 18618/04. Tutto ciò premesso il P. svolgeva domanda risarcitoria nei confronti dell’Aurora. Il G.d.P. disponeva la collocazione del P. nella 17ma classe e condannava l’Aurora al pagamento della differenza di premio ma rigettava le ulteriori domande attrici ed il Tribunale rigettava l’appello del P.. Avverso la sentenza di appello il P. propone ricorso per cassazione, affidato a quattro motivi. L’Aurora Assicurazioni resiste con controricorso.
1.- Con il primo, complesso, motivo, il ricorrente prospetta due vizi di motivazione: l’avere il Tribunale affermato, contrariamente al vero, che esso ricorrente avrebbe riconosciuto la sua responsabilità nella causazione del sinistro con il D.; l’avere affidato il proprio convincimento circa l’esistenza del danno lamentato dal D. alla perizia fatta dalla società assicuratrice. 1.1.- La prima questione è inammissibile, risolvendosi nella prospettazione di una diversa interpretazione di un fatto ritenuto provato, con congrua motivazione, dal Tribunale. 1.2.- Anche la seconda questione è inammissibile. Secondo il Tribunale (pag. 6) il contratto abilitava Aurora a svolgere tentativi di bonario componimento. Di tale ratio decidendi non vi è traccia nel motivo. 2.- Con il secondo motivo, sotto il profilo della violazione di legge, il ricorrente prospetta un difetto di interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni generali di polizza. 2.1.- Il secondo motivo è inammissibile, in quanto si risolve in una diversa interpretazione dell’art. 45 delle Condizioni Generali di polizza piuttosto che in un errore nei criteri di interpretazione. Comunque il ricorrente non dimostra che l’art. 45, lett. b), delle condizioni di polizza gli desse la facoltà, nella specie, di gestire il sinistro. 3.- Con il terzo motivo, sotto i profili della violazione di legge, della nullità della sentenza per violazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole del rigetto della domanda di risarcimento dei danni morali, assumendo che egli «(…) meglio avrebbe dovuto indicarli quali danni esistenziali (…)». 3.1.- Il terzo motivo è infondato. Le Sezioni Unite di questa Corte, nella sentenza n. 26972 del 2008, hanno affermato che il danno non patrimoniale è risarcibile nei soli casi “previsti dalla legge”, e cioè, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 cod. civ.: (a) quando il fatto illecito sia astrattamente configurabile come reato; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di qualsiasi interesse della persona tutelato dall’ordinamento, ancorché privo di rilevanza costituzionale; (b) quando ricorra una delle fattispecie in cui la legge espressamente consente il ristoro del danno non patrimoniale anche al di fuori di una ipotesi di reato (ad es., nel caso di illecito trattamento dei dati personali o di violazione delle norme che vietano la discriminazione razziale); in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento dei danno non patrimoniale scaturente dalla lesione dei soli interessi della persona che il legislatore ha inteso tutelare attraverso la norma attributiva del diritto al risarcimento (quali, rispettivamente, quello alla riservatezza od a non subire discriminazioni); (c) quando il fatto illecito abbia violato in modo grave diritti inviolabili della persona, come tali oggetto di tutela costituzionale; in tal caso la vittima avrà diritto al risarcimento del danno non patrimoniale scaturente dalla lesione di tali interessi, che, al contrario delle prime due ipotesi, non sono individuati ex ante dalla legge, ma dovranno essere selezionati caso per caso dal giudice. I pregiudizi lamentati dal ricorrente non rientrano in alcuna di tali categorie, e quindi non potevano essere risarciti. 4.- Con il quarto motivo, sotto i profili della violazione di legge e del vizio di motivazione, il ricorrente si duole della omessa condanna della controparte ex art. 89 cod. proc. civ. 4.1.- Il quarto motivo è inammissibile. Questa Corte ha infatti più volte affermato che il risarcimento del danno ex art. 89 cod. proc. civ. costituisce esercizio di un potere discrezionale non censurabile in cassazione. 5.- Il ricorso va quindi rigettato, con la condanna del ricorrente alle spese, liquidate in € 1.800, di cui € 1.600 per compenso, oltre accessori di legge.
La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese, che liquida in € 1.800, di cui € 1.600 per compenso, oltre accessori di legge. Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile, il 23 aprile 2014.
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MORTE INCIDENTE DANNO CATASTROFALE
Nel caso di morte immediata o che segua entro brevissimo lasso di tempo alle lesioni, invece, si ritiene che non possa essere invocato un diritto al risarcimento dei danno iure hereditatis.
Tale orientamento risalente (Cass. sez. un. 22 dicembre 1925, n. 3475: “se è alla lesione che si rapportano i danni, questi entrano e possono logicamente entrare nel patrimonio del lesionato solo in quanto e fin quando il medesimo sia in vita. Questo spentosi, cessa anche la capacità di acquistare, che presuppone appunto e necessariamente l’esistenza di un subbietto di diritto”) ha trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 372 del 1994 e, come rilevato, anche nella più recente sentenza delle sezioni unite n. 26972 del 2008 (che ne ha tratto la conseguenza dell’impossibilità di una rimeditazione della soluzione condivisa) e si è mantenuto costante nella giurisprudenza di questa Corte (tra le più recenti, successivamente alla citata sentenza della Corte costituzionale: Cass. n. 11169 del 1994, n. 10628 del 1995, n. 12299 del 1995, n. 4991 del 1996, n. 3592 del 1997, n. 1704 del 1997, n. 9470 del 1997, n. 11439 del 1997, n. 5136 del 1998, n. 6408 del 1998, n. 12083 del 1998, n. 491 del 1999, n. 1633 del 2000, n. 2134 del 2000, n. 4729 del 2001, 4783 del 2001, n. 887 del 2002, n. 7632 del 2003, n. 9620 del 2003, n. 517 del 2006, n. 3760 del 2007, n. 12253 del 2007, n. 26972 del 2008, n. 15706 del 2010, n. 6754 del 2011, n. 2654 del 2012, n. 12236 del 2012, n. 17320 del 2012).
A tale risalente e costante orientamento le sezioni unite intendono dare continuità non essendo state dedotte ragioni convincenti che ne giustifichino il superamento. Certamente tali ragioni non sono state neppure articolate con la sentenza n. 15760 del 2006 (pronunciata su ricorso avente ad oggetto la domanda di risarcimento dei danni da morte di congiunto avanzata iure proprio) che, con affermazione avente dichiarata natura di obiter “sistematico”si è limitata ad auspicare che, in conformità con orientamenti dottrinari italiani ed Europei, sia riconosciuto quale momento costitutivo del credito risarcitorio quello della lesione, indipendentemente dall’intervallo di tempo con l’evento morte causalmente collegato alla lesione stessa.
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