Source: http://rivistaodc.eu/edizioni/2018/1/saggi/consorzi-fidi,-diritti-di-controllo-dei-soci-e-segreto-bancario/
Timestamp: 2018-10-22 01:30:21+00:00
Document Index: 138323503

Matched Legal Cases: ['art. 2476', 'art. 2476', 'art. 13', 'art. 2476', 'art. 2519', 'art. 2519', 'art. 2519', 'art. 2519', 'art. 2519', 'art. 1339', 'art. 2519', 'art. 2476', '§ 2', 'art. 2522', 'art. 2484', 'art. 2545', 'art. 2519', '§ 2', 'art. 36', 'art. 2519', 'art. 2519', 'art. 2522', 'art. 2519', 'art. 36', 'art. 2519', 'art. 2545', 'art. 2422', 'art. 2476', 'art. 2476', 'art. 2476', 'art. 2476', 'art. 41', 'art. 13', 'art. 1374', 'art. 1175', 'art. 2476', 'art. 2393', 'art. 249', 'art. 118', 'art. 210', '§ 3', '§ 2', 'art. 2545', 'art. 2476', '§ 3', 'art. 2519', 'art. 2545', 'art. 2519', 'art. 2476']

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Mutual Credit Guarantee Consortia, Shareholder Inspection Rights and Banking Secret
di Carlo Ibba *
parole chiave: [ Diritti di controllo dei soci ] [ Segreto bancario ] [ Consorzi fidi ] [ Società cooperativa a r.l. ]
Il lavoro trae spunto dall'esercizio dei diritti di controllo da parte di alcuni soci di una cooperativa il cui statuto rinvia alla disciplina della s.r.l.
Ciò induce ad approfondire i problemi posti dalla mancanza, nella cooperativa in questione, dei requisiti ai quali la legge subordina l'applicazione della disciplina della s.r.l.; nonché quelli relativi all'ampiezza dei diritti di controllo dei soci di s.r.l. e infine - soggiacendo la cooperativa in questione alla disciplina prevista per le banche di credito cooperativo - al rapporto fra tali diritti e il segreto bancario.
keywords: [ Mutual Credit Guarantee Consortia ] [ Limited Liability Cooperative Company ] [ Shareholder Inspection Rights ] [ Banking Secret ]
This article examines the provisions granting control and inspection rights to cooperatives' shareholders. The provisions are inserted in the articles of the Italian Civil Code devoted to closely-held corporations (s.r.l.) but they might be applied to a cooperative via by-laws.
A major governance problem arises when application via by-laws seems to be prevented by the lack of prerequisites required by the law. Further problems are examined, including the extent of the control rights and the connection between control rights and banking secrecy.
2. Art. 2519, 2° co., c.c., opzione statutaria per la disciplina della s.r.l. e mancanza dei requisiti necessari
3. I diritti di controllo dei soci secondo l’art. 2476, 2° co., c.c.
In un Consorzio fidi costituito in forma di società cooperativa a responsabilità limitata (d'ora in avanti denominato: Consorzio fidi XY o, per brevità, Consorzio) alcuni soci fanno esercizio dei diritti di controllo previsti dall'art. 2476, 2° co., c.c., richiedendo in particolare la consultazione di numerosi verbali del consiglio di amministrazione e, successivamente, la documentazione specifica (schede di valutazione, ecc.) relativa ad alcuni affidamenti.
Il Consorzio fidi aderisce alle richieste concernenti i verbali (omettendo solo i passaggi concernenti la discussione nel merito di singole pratiche di finanziamento) ma non consente la consultazione della documentazione concernente dati economici, finanziari e personali che potrebbero essere coperti da doveri di riservatezza.
Poiché almeno uno dei soci richiedenti insiste per la consultazione anche di tali documenti e dati, minacciando in caso contrario iniziative giudiziarie, mi si chiede un parere che definisca ammissibilità e contorni dell'esercizio dei diritti di controllo al fine di valutare se la richiesta di consultazione in oggetto debba essere soddisfatta o no.
Il Consorzio fidi XY, intermediario di garanzia istituito ai sensi dell'art. 13 d.l. 269/2003, è una società cooperativa (che dichiara di essere) regolata in via residuale dalle norme sulla s.r.l. (artt. 1 e 36 dello statuto).
Ed è appunto su una norma contenuta nella disciplina della s.r.l. - l'art. 2476, 2° co., c.c. - che si fondano le richieste che hanno originato il presente parere. È dunque necessario affrontare preliminarmente il problema dell'applicabilità di tale norma.
Ciò in quanto, com'è noto, l'art. 2519 c.c. prevede testualmente che "Alle società cooperative, per quanto non previsto dal presente titolo, si applicano in quanto compatibili le disposizioni sulla società per azioni" (1° co.); e che "L'atto costitutivo può prevedere che trovino applicazione, in quanto compatibili, le norme sulla società a responsabilità limitata nelle cooperative con un numero di soci cooperatori inferiore a venti ovvero con un attivo dello stato patrimoniale non superiore ad un milione di euro" (2° co.).
Il regime legale di riferimento previsto nel codice civile per le società cooperative, insomma, è quello della società per azioni (art. 2519, 1° co., c.c.), mentre l'applicazione della disciplina delle s.r.l. richiede una scelta in tal senso nell'atto costitutivo; scelta che peraltro è consentita solamente alle cooperative che abbiano un numero di soci cooperatori inferiore a venti ovvero un attivo dello stato patrimoniale non superiore ad un milione di euro (art. 2519, 2° co.) [1].
Il Consorzio XY, viceversa, supera ampiamente entrambi i parametri indicati, e li superava anche nel momento in cui - con delibera del 2 ottobre 2008 - venne inserita nello statuto l'opzione per la disciplina della s.r.l.: dal bilancio al 31.12.2008, infatti, risulta che i soci erano 2.812 e l'attivo dello stato patrimoniale ammontava a 23.342.131 euro (importo poi rettificato in 27.166.616 euro per adeguamento ai nuovi IAS).
L'opzione per le norme della s.r.l. è avvenuta, dunque, in assenza delle condizioni a tal fine richieste dalla legge; e si pone il problema di verificare quali conseguenze ciò comporti.
2.1. segue: la mancanza dei requisiti sopravvenuta.
In proposito, in assenza di precedenti giurisprudenziali, devono innanzi tutto prendersi in considerazione le conclusioni raggiunte dalla dottrina in relazione al caso in cui i requisiti di cui al 2° co. dell'art. 2519, originariamente presenti, siano successivamente venuti meno; conclusioni di cui dovremo poi vagliare l'applicabilità al nostro caso, in cui tali requisiti in realtà non sussistevano nemmeno nel momento in cui è avvenuta l'opzione statutaria per la disciplina della s.r.l.
a) È stata avanzata, sia pure con formula dubitativa, la tesi secondo cui, in caso di superamento dei parametri di cui all'art. 2519, 2° co., "le clausole statutarie con le quali vengono richiamate le norme sulla società a responsabilità limitata - come pure quelle che disciplinino direttamente aspetti di funzionamento della società sulla base delle norme sulle s.r.l. - divengano automaticamente inefficaci, in base al congegno della sostituzione automatica delle clausole contrattuali ad opera delle norme imperative (art. 1339 e 1419, 2° co., c.c.)", sicché, "in tale ipotesi, troverebbe automaticamente applicazione, a prescindere da quanto disposto dallo statuto, l'art. 2519, 1° co., c.c., e la società sarebbe quindi disciplinata dalle norme sulla società per azioni" [2].
La medesima soluzione, ossia l'immediata applicazione della disciplina azionaria in virtù di un "meccanismo di sostituzione automatica delle clausole contra legem con le corrispondenti norme legali imperative", è accolta da altri autori [3].
Se così fosse, l'art. 2476, 2° co. risulterebbe fin d'ora - anzi: sarebbe risultato ab origine - inapplicabile, e i diritti di controllo dei soci del Consorzio XY sarebbero decisamente minori (v. oltre, § 2.3).
b) L'orientamento sopra esposto, tuttavia, non è incontrastato. Ad esso infatti se ne contrappone un altro che - soprattutto per ragioni di certezza e di tutela dei terzi - reputa imprescindibile, ai fini del mutamento della disciplina originato dal venir meno dei presupposti di legge, una modifica statutaria che elimini il rinvio alle norme sulla s.r.l. [4]
Fino a che questa delibera non venga presa - e, anzi, fino al momento della sua iscrizione nel registro delle imprese (combinato disposto degli artt. 2545-novies; e 2436, ult. co., c.c.) - la cooperativa continuerebbe dunque ad essere regolata dalle norme sulla s.r.l. pur non possedendo più i requisiti di legge.
Non può tacersi che - nella prospettiva appena esposta - la modifica statutaria in questione sarebbe, per la cooperativa che avesse superato i due parametri, un atto dovuto, sicché gli amministratori sarebbero obbligati a convocare l'assemblea e questa a deliberare l'eliminazione del rinvio alle norme sulla s.r.l.
Conseguentemente, qualora ciò non accadesse, si prospetta generalmente la messa in liquidazione della società, in applicazione analogica o estensiva dell'art. 2522, 3° co. [5], dell'art. 2484, n. 3 [6] o dell'art. 2545-septiesdecies [7].
È invece rimasta isolata, ed appare oggettivamente non condivisibile, l'opinione [8] secondo cui le condizioni di cui all'art. 2519, 2° co., sarebbero richieste solamente nella fase genetica, ossia nel momento della stipula dell'atto costitutivo, mentre il successivo superamento dei limiti non sarebbe sanzionato in alcun modo.
2.2. segue: … e quella originaria.
Come si è già accennato nel § 2, la clausola di rinvio alla disciplina della s.r.l. è stata inserita nello statuto del Consorzio XY (art. 36, 2° co.) in una situazione in cui nessuno dei requisiti di cui all'art. 2519, 2° co., era presente.
È allora evidente che ciò è avvenuto in violazione della norma imperativa (appunto il citato 2° co. dell'art. 2519) che consente di optare per il regime della s.r.l. solamente in presenza di almeno una delle due note condizioni.
Non ci troviamo in presenza, dunque, di una clausola inizialmente valida e di cui siano venuti meno successivamente i presupposti (per incremento del numero dei soci e/o dell'attivo dello stato patrimoniale), con conseguente difficoltà di prospettare una nullità sopravvenuta e con l'esigenza - o quanto meno l'opportunità - di assegnare alla società un termine (magari quello annuale di cui all'art. 2522, 3° co.) per "rimettersi in regola"; ragioni, queste, che inducono alcuni degli autori sopra citati a subordinare il passaggio dal regime della s.r.l. a quello della s.p.a. alla previa eliminazione della clausola dallo statuto.
Ci troviamo in presenza, invece, di una clausola che a termini di legge non avrebbe potuto essere inserita nello statuto, in quanto non consentita dall'art. 2519, 2° co., e della quale pare perciò senz'altro prospettabile la nullità o inefficacia ab origine.
In definitiva, nel caso di mancanza originaria delle condizioni alle quali la legge subordina l'opzione per le norme della s.r.l., la tesi della nullità della clausola, con sostituzione automatica della medesima ad opera della disciplina legale, acquista ancora maggior credito.
Essa infatti, fra l'altro, è perfettamente in linea con le soluzioni acquisite in dottrina in ordine al trattamento, nelle società di capitali, delle così dette clausole difformi dal tipo, in relazione alle quali, appunto, concordemente si conclude nel senso della sostituzione delle regole statutarie "atipiche" con le regole legali proprie del tipo [9].
2.3. segue: conclusioni sul punto.
In conclusione, ritengo - pur con qualche margine di dubbio connesso anche alla mancanza di precedenti - che la soluzione più corretta sia quella di considerare la clausola di rinvio contenuta nell'art. 36, 2° co., dello statuto del Consorzio XY priva di effetto.
Disapplicata perciò tale clausola, il regime residuale di riferimento è - ai sensi dell'art. 2519, 1° co. - quello della società per azioni.
Conseguentemente, i diritti di controllo effettivamente spettanti ai soci sono quelli contemplati nell'art. 2545-bis, che regola tali diritti - appunto, "nelle società cooperative cui si applica la disciplina della società per azioni" - prevedendo:
a) che ciascun socio, purché non moroso o comunque inadempiente, ha diritto di consultare il libro soci e il libro delle assemblee (ciò per effetto del rinvio all'art. 2422 c.c. in tema di s.p.a.);
b) che i soci che rappresentino almeno un decimo del numero complessivo (o un ventesimo nelle cooperative con più di tremila soci) hanno diritto di esaminare, tramite un loro rappresentante eventualmente assistito da un professionista di fiducia, il libro delle delibere del consiglio di amministrazione e se esiste il libro delle delibere del comitato esecutivo.
Solo in presenza dei presupposti indicati sub b), dunque, esiste un diritto di consultazione dei verbali del consiglio di amministrazione; mentre in nessun caso esiste in capo ai soci il diritto di consultare altra documentazione sociale.
Aggiungo per completezza che, comunque, non per questo il comportamento sin qui tenuto dal Consorzio di fronte alle richieste d'informazione avanzate dai soci deve ritenersi minimamente censurabile, sia per l'oggettiva complessità e opinabilità della questione sia perché non è certo illegittimo che una società, pur senza esservi obbligata, fornisca ai propri soci le informazioni richieste o parte di esse, ove non lo ritenga pregiudizievole.
Se quanto precede è esatto, la richiesta che ha originato il presente parere - stante l'inapplicabilità dell'art. 2476 c.c. - deve ritenersi già in sé priva di fondamento giuridico.
La non assoluta certezza della soluzione accolta (se non altro in ragione della mancanza di precedenti), tuttavia, induce a procedere nell'esame dell'art. 2476, 2° co., e delle questioni ad esso collegate, per l'eventualità che la norma dovesse essere ritenuta applicabile.
3.1. segue: la nozione di "soci che non partecipano all'amministrazione".
Com'è noto, la norma in questione dispone che "I soci che non partecipano all'amministrazione hanno diritto di avere dagli amministratori notizie sullo svolgimento degli affari sociali e di consultare, anche tramite professionisti di loro fiducia, i libri sociali ed i documenti relativi all'amministrazione".
Un primo punto di qualche rilievo potrebbe essere quello relativo alla nozione di "soci che non partecipano all'amministrazione", posto che i soci chiedono di consultare documenti relativi a un periodo in cui - a quanto mi viene riferito - essi avevano un proprio rappresentante in seno al consiglio di amministrazione del Consorzio.
C'è dunque da chiedersi se la locuzione virgolettata includa anche quei soci che, pur non partecipando direttamente all'amministrazione, abbiano il diritto di nominare uno o più amministratori o siano comunque in qualche modo rappresentati all'interno dell'organo amministrativo.
La risposta più corretta è quella affermativa. Se infatti la norma, com'è attendibile, intende "attribuire un potere informativo a chi sia anche formalmente estraneo alla gestione" [10], e in quanto tale non abbia accesso diretto alla documentazione sociale, deve ritenersi che siano titolari dei diritti individuali di controllo tutti i soci che non rivestono la carica di amministratore (carica che, è ormai generalmente ammesso, può essere assunta anche da una persona giuridica), anche nel caso in cui abbiano nominato o concorso a nominare uno o più amministratori o comunque vi sia un loro rappresentante nell'organo di amministrazione [11].
Nel caso di specie - può aggiungersi - il socio che insiste nella richiesta ex art. 2476 nel momento in cui l'ha effettuata non aveva (così come attualmente non ha) alcun proprio rappresentante in seno all'organo di amministrazione, sicché sussiste pienamente, nei suoi confronti, la ratio che legittima la richiesta stessa.
3.2. segue: il contenuto dei diritti di informazione e di consultazione.
Quanto all'ampiezza ed ai limiti dei poteri di controllo, va preliminarmente precisato che questi hanno un duplice contenuto: da un lato vi è il diritto all'informazione in senso stretto, attraverso la richiesta di notizie sullo svolgimento degli affari, dall'altro il diritto alla consultazione, mediante l'esame diretto della documentazione [12].
Nel nostro caso è in gioco il secondo dei due profili. Al riguardo, si afferma in linea generale che "letteralmente il socio ha diritto di consultare qualsiasi documento relativo all'amministrazione senza che gli possa essere opposto alcun segreto o diritto/dovere di riservatezza" [13], ritenendosi perciò consultabili - secondo l'opinione più diffusa e la prassi giurisprudenziale [14] - le scritture contabili, contratti, programmi, fatture attive e passive, elenchi di clienti e fornitori, corrispondenza, ecc.; e si afferma con grande frequenza che l'unico limite di carattere generale è costituito dal principio di correttezza e buona fede e dal divieto di abuso [15].
Un'analisi più approfondita, tuttavia, induce a temperare l'assolutezza e la perentorietà di alcune affermazioni, individuando con maggior precisione l'ambito e i limiti oggettivi del controllo consentito al socio.
In primo luogo deve osservarsi che, mentre il diritto di informazione riguarda tout court "gli affari sociali", il diritto di consultazione concerne solo "i documenti relativi all'amministrazione".
Già sul piano testuale, dunque, non ogni documento posseduto dalla società dovrebbe essere oggetto del diritto di consultazione, bensì i soli documenti che possano dirsi relativi all'amministrazione. Così, ad esempio, in una società di concia e tintura delle pelli il socio non può pretendere di avere accesso alle ricette chimiche, così come in una società di progettazione non può pretendere di consultare le tavole e i disegni predisposti per il cliente, trattandosi appunto di documenti che non attengono all'amministrazione (bensì alla gestione dell'impresa in senso stretto). S'individua così una prima area di "non consultabilità", riguardo alla quale permane in capo ai soci - ove si tratti comunque di affari sociali - il solo diritto d'informazione [16].
In secondo luogo, anche qualora si tratti propriamente di documenti relativi all'amministrazione, il diritto di consultazione attribuito in via generale dall'art. 2476 "potrà essere compresso ab externo da una sovraordinata, in quanto espressione di valori costituzionalmente protetti quali la dignità della persona, esigenza di privacy"; sicché in una s.r.l. esercente attività sanitaria deve ritenersi precluso l'accesso a documenti da cui possano evincersi dati sensibili come la sottoposizione di un soggetto a determinati trattamenti terapeutici; così come in una s.r.l. che svolge attività d'investigazioni private non potrà accedersi alla reportistica destinata al cliente (ad es. sugli appuntamenti galanti del coniuge); e così come, con riferimento alla legislazione antiriciclaggio, è da escludere che il socio abbia diritto di consultare la documentazione relativa alla segnalazione di operazioni sospette ex art. 41 d. lgs. 231/2007 [17].
La conclusione, del tutto condivisibile pur se ancora non emersa nella casistica giurisprudenziale, è che "il diritto di controllo del socio deve essere inserito nel contesto dell'ordinamento e non può considerarsi un a priori impermeabile agli altri valori protetti dal sistema" [18].
3.3. segue: diritti di controllo e segreto bancario.
Le considerazioni da ultimo svolte aprono la strada all'esame di un profilo non ancora considerato: quello attinente al così detto segreto bancario.
Come detto, infatti, il Consorzio fidi XY è un intermediario istituito ai sensi dell'art. 13 d.l. 269/2003 appartenente al novero delle c.d. "banche confidi"; e come tale soggiace, nei limiti della compatibilità, ad una parte consistente delle regole dettate dallo stesso decreto-legge per i confidi e alle norme del Testo Unico Bancario sulle banche di credito cooperativo [19]. In linea di principio, dunque, parrebbe gravare sul Consorzio, quale parte organica dell'ordinamento di settore, il rispetto di quel dovere di riserbo che si suole individuare come "segreto bancario"; alludendosi con tale espressione a quel "l'insieme delle notizie relative al cliente che la banca non può rivelare se non in presenza di particolari circostanze (…), a meno che non intervenga il consenso del cliente stesso" [20].
In proposito va premesso che - pur non esistendo nell'ordinamento creditizio attuale una disciplina specifica del segreto bancario - giurisprudenza, dottrina e prassi sono consolidate nel senso dell'esistenza del segreto bancario [21]. Ampio è, invece, il dissenso circa il suo fondamento giuridico.
Senza ripercorrere puntualmente le tappe del dibattito che ha visto, e tuttora vede, confrontarsi le più disparate opinioni in proposito, è utile in questa sede ricordare che la tesi che raccoglie maggiori consensi in giurisprudenza - risultando avallata dalla stessa Corte Costituzionale - è quella secondo cui il dovere di riserbo cui le banche devono informare il proprio operato si fonda su di un uso normativo [22].
In questa prospettiva, esisterebbe nella prassi del settore un comportamento tenuto costantemente dagli operatori bancari nel convincimento che si tratti di un comportamento dovuto, caratterizzato dal fatto che gli enti creditizi non rivelano a terzi, se non in particolari circostanze, le notizie relative alla propria clientela. Questa norma consuetudinaria, da un lato, integrerebbe il contratto banca-cliente ai sensi dell'art. 1374 c.c. e, dall'altro lato, sarebbe capace di fondare la responsabilità civile dell'operatore bancario nell'ipotesi di ingiustificata violazione del segreto senza il consenso del cliente [23].
All'opinione appena esposta si contrappone quella, avanzata dalla dottrina più recente e forse preferibile, che fonda l'obbligo di riserbo delle banche nel principio di correttezza cui devono informare il proprio comportamento, ai sensi dell'art. 1175 c.c., le parti di qualunque rapporto contrattuale [24].
Ai fini dell'analisi qui condotta è comunque sufficiente rilevare che - quale che ne sia il fondamento - il vincolo al riserbo gravante sulla banca può venir meno solo quando la rivelazione risulti giustificata da interessi che, rispetto a quello tutelato nell'ambito del rapporto contrattuale banca-cliente, siano meritevoli di una particolare protezione.
Con la precisazione che una siffatta valutazione comparativa deve essere compiuta caso per caso, accertando "se l'interesse perseguito attraverso la rivelazione delle notizie sul cliente sia capace di prevalere, secondo le scelte recepite dall'ordinamento, sull'interesse di quest'ultimo al riserbo" [25], e ciò tenendo conto: a) della natura delle informazioni detenute dall'operatore bancario; b) della loro importanza per il cliente; c) della natura del "controinteresse" alla rivelazione delle informazioni.
Alla stregua di questi elementi, ritengo che il Consorzio fidi XY rimanga vincolato al dovere di riserbo rispetto alla pretesa di consultare e ricevere copia della documentazione concernente dati economici, finanziari e personali dei soci garantiti.
In proposito giova rilevare che la richiesta di consultazione - secondo quanto indicato dagli stessi richiedenti - sarebbe funzionale al possibile esercizio di un'azione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori del Consorzio fidi. L'interesse rispetto al quale il vincolo al riserbo dovrebbe essere sacrificato, dunque, è di natura eminentemente privata e contrattuale, attenendo lo stesso al rapporto intercorrente tra soci ed (ex) amministratori; e ciò a prescindere dalla circostanza che i primi intendano esercitare un'azione "derivativa" ex art. 2476, 3° co., c.c. (ovvero, nella prospettiva di applicazione delle norme sulla s.p.a., ex art. 2393-bis) oppure altro tipo di azione.
Viceversa, le deroghe al segreto bancario - così come individuate dalla più attenta dottrina [26] - si fondano su interessi pubblicistici o comunque di carattere generale, afferendo ai rapporti intercorrenti con l'amministrazione finanziaria, all'esercizio dei poteri di accertamento di reati economici nonché alle così dette informazioni interbancarie (prassi, quest'ultima, peraltro non unanimemente giustificata dall'esigenza di tutelare l'interesse generale alla trasparenza della clientela che accede al credito).
Ne discende che, all'evidenza, l'interesse a rinvenire informazioni utili all'esercizio di un'azione risarcitoria in sede civile non appare di consistenza tale da erodere l'interesse antagonista al riserbo proprio degli imprenditori affidati circa la propria situazione patrimoniale.
La conclusione appena rassegnata risulta rafforzata, del resto, dalla circostanza che il segreto bancario, per unanime convinzione, non ha vigore tale da poter essere opposto alle attività istruttorie dell'autorità giudiziaria sia in sede civile, sia in sede penale [27]. Sul punto è infatti acquisito che l'operatore bancario non potrà astenersi dal testimoniare (ex art. 249 c.p.c.), non potrà sottrarsi all'ordine di ispezione disciplinato dall'art. 118 c.p.c., non potrà rifiutare l'ordine di esibizione ex art. 210 c.p.c. (e principi analoghi valgono in sede di processo penale con riferimento agli ordini di sequestro, esibizione o perquisizione).
Ne consegue allora che l'interesse di alcuni soci del Consorzio a conseguire le informazioni richieste - lungi dall'essere frustrato dal vincolo di riserbo opposto dalla banca - potrà ricevere adeguata soddisfazione nella stessa sede processuale civile, ove essi esercitino le azioni risarcitorie cui siano legittimati.
Quanto precede è avvalorato - là dove i dati richiesti riguardino persone fisiche, sia come soci affidati che come garanti di soci affidati - anche da quanto previsto nelle Linee guida per il trattamento dati relativi al rapporto banca-clientela - 25 ottobre 2007 elaborate dal Garante per la protezione dei dati personali, specie § 3, ove, ribadite in via generale le regole di protezione dei dati ed il segreto bancario, si menziona una serie di ipotesi - tutte ben distinte e distanti da quella qui in esame - in cui la comunicazione dei dati è dovuta o autorizzata.
La soluzione qui avanzata trova dunque conferma; e, fra l'altro, appare in grado di tutelare sia il Consorzio nei rapporti contrattuali intercorrenti con i propri soci-clienti, sia i soci che intendano agire in giudizio a tutela (diretta o indiretta) del proprio investimento.
Riassumo qui di seguito le conclusioni via via raggiunte:
a) per quanto detto nei §§ 2.1, 2.2 e 2.3:
- è attendibile che la clausola statutaria di rinvio alle norme sulla s.r.l. sia priva di effetto, pur essendo certamente opportuno rimuoverla quanto prima dallo statuto con apposita delibera modificativa;
- nonostante l'inserimento di quella clausola, il Consorzio fidi XY è (ed è sempre stato) soggetto alla disciplina dell'art. 2545-bisc.c. e non a quella dell'art. 2476, 2° co., c.c.;
- conseguentemente, la richiesta oggetto del presente parere è per ciò solo priva di fondamento;
b) in ogni caso, per quanto detto nei §§ 3.2. e 3.3:
- le informazioni contenenti dati economici, finanziari e personali dei soci debbono ritenersi coperte dal segreto bancario, né sussistono ragioni che giustifichino una deroga.
* Professore ordinario di Diritto commerciale, Università di Sassari, indirizzo e-mail carloibba1@gmail.com
1) Per la sufficienza anche di uno solo dei due requisiti, ormai pacifica in dottrina, v. Trib. Sassari 20 luglio 2004, in Riv. not., 2005, II, 377.
2) Così G. Petrelli, Le cooperative nella riforma del diritto societario - Analisi di alcuni aspetti controversi, in Studi del Consiglio nazionale del notariato, Studio 5306/I/2004, in www.notariato.it.
3) M. Sciuto, Autonomia ed eteronomia nel modello organizzativo, in La cooperativa-s.r.l. tra legge e autonomia statutaria, a cura di E. Cusa, Padova, Cedam, 2008, 46; che cita nello stesso senso A. Irace, Forma e tipi di cooperative: s.p.a. e s.r.l., in Le cooperative dopo la riforma del diritto societario, a cura di M. Sandulli e P. Valensise, Milano, Franco Angeli, 2005, 73.
4) Così. F. Tassinari, Entrata e uscita dal modello organizzativo e clausole statutarie di chiusura, in La cooperativa-s.r.l. tra legge e autonomia statutaria (nt. 3), 62 ss.; nonché, sia pure implicitamente, E. Tonelli, sub art. 2519, in La riforma delle società, a cura di M. Sandulli e V. Santoro, IV, Torino, Giappichelli, 2003, 56 s.; e P. Marano, Numero minimo di soci nella cooperativa e applicazione della disciplina su s.p.a. o s.r.l., nel Liber amicorum Gian Franco Campobasso, IV, Torino, Utet giuridica, 2007, 757 ss.
5) Così P. Marano, (nt. 4), 759 ss., per il quale, peraltro, nel caso di specie la società dovrebbe essere posta in liquidazione immediatamente e non solo là dove il mancato adeguamento si protragga per un anno.
6) Cfr. F. Tassinari, (nt. 4), specie p. 69 s., che ravvisa nella fattispecie un'ipotesi di impossibilità di funzionamento o di continuata inattività dell'assemblea.
7) E. Tonelli, (nt. 4), 57, così optando per lo scioglimento disposto dall'autorità di vigilanza, salvo che sia possibile, ai sensi dell'art. 2545-sexiesdecies, 2° co., eliminare l'irregolarità di funzionamento sostituendosi il commissario all'assemblea)
8) Di L.F. Paolucci, sub art. 2519, in Il nuovo diritto delle società, a cura di A. Maffei Alberti, Padova, 2005, 2671 s.; peraltro criticato fra gli altri da P. Marano, F. Tassinari e M. Sciuto, (nt. 4).
9) Cfr. per tutti M. Sciuto e P. Spada, Il tipo della società per azioni, nel Trattato delle s.p.a. diretto da G.E. Colombo e G.B. Portale, I, 1, Torino, Utet giuridica, 2004, specie p. 17 s.; G. Zanarone, Il ruolo del tipo societario dopo la riforma, nel Liber amicorum Gian Franco Campobasso, I, Torino, Utet giuridica, 2006, 74 ss.; e nella manualistica G.F. Campobasso, Diritto commerciale, II, Diritto delle società, Torino, Utet giuridica, 2012, 50 s., testo e nota 86, ove ulteriori riferimenti.
10) C. Montagnani, Informazione e controlli nelle nuove società a responsabilità limitata, Padova, Piccin, 2008, 193.
11) In tal senso la dottrina pressoché unanime: cfr. fra gli altri, anche per ulteriori riferimenti, F. Parrella, sub art. 2476, in La riforma delle società, a cura di M. Sandulli e V. Santoro, III, Torino, Giappichelli, 2003, 124 s.; V. Sanna, L'ambito di applicazione dei diritti di controllo spettanti ai «soci che non partecipano all'amministrazione» nella s.r.l., in Giur. comm., 2010, I, specie p. 168; e G. Presti, Il diritto di controllo dei soci non amministratori, in S.r.l. - Commentario dedicato a Portale, Milano, Giuffrè, 2011, 652, che cita in senso conforme Trib. Taranto, 13 luglio 2007; e in senso contrario Trib. Napoli, 13 agosto 2009.
12) Lo chiariscono bene G.M. Buta, I diritti di controllo del socio di s.r.l., nel Liber amicorum Gian Franco Campobasso, III, Torino, Utet giuridica, 2007, 603; e G. Presti, (nt. 11), 653 s.
13) G. Presti, (nt. 11), 654; nonché N. Abriani, Controllo individuale del socio e autonomia contrattuale nella società a responsabilità limitata, in Giur. comm., 2005, I, 157 ss.
14) Entrambe documentate da G. Presti, (nt. 11), 654 s.; ma v. anche N. Abriani, (nt. 13), 158 ss.
15) Cfr., anche per i riferimenti giurisprudenziali, G. Presti, (nt. 11), 655 s.; M. Perrino, Il controllo individuale del socio di società di capitali, in Giur. comm., 2006, I, 658 ss.; e nella manualistica, di recente, M. Cian, Diritto commerciale, a cura dell'a., II, Torino, Giappichelli, 2014, 629; G. Trabucchi, in A. Trabucchi, Istituzioni di diritto civile, II, Diritto commerciale, Padova, Cedam, 2018, 840 ss., testo e note.
16) G. Presti, (nt. 11), 657.
17) Argomentazione ed esempi sono tratti ancora da G. Presti, (nt. 11), 657 s.
18) Parole sempre di G. Presti, (nt. 11), 658.
19) R. Costi, L'ordinamento bancario5, Bologna, il Mulino, 2012, 445.
20) R. Costi, (nt. 19), 688.
21) R. Costi, (nt. 19), 687.
22) Corte cost., 18 febbraio 1992, n. 51, in Foro it., 1992, I, 1038; il riferimento alla consuetudine, quale fondamento del segreto bancario, è altresì contenuto in Cass., 18 luglio 1974, n. 2147, in Banca borsa, 1974, II, 413; Cass, 10 luglio 1974, n. 2197, in Banca borsa, 1974, II, 385; Trib. Napoli, 7 marzo 1996, in Giur. it., 1996, I, 2, 818, secondo cui la violazione del segreto bancario è fonte di responsabilità contrattuale.
23) G. Molle, Il segreto bancario, in Banca borsa, 1937, I, 169 ss.; G. Santini, Note sul segreto bancario, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1949, 647 ss.; C.M. Pratis, Fondamento giuridico del segreto bancario e responsabilità per la sua violazione, in AA.VV., Il segreto bancario, Atti del convegno C.I.D.I.S., Torino, 1978, 41 ss.
24) R. Costi, (nt. 19), 691; V. Calandra Buonaura, in V. Calandra Buonaura-M. Perassi- C. Silvetti, La banca: l'impresa e i contratti, nel Trattato di dir. comm. diretto da G. Cottino, VI, Padova, Cedam, 2001, 466.
25) Così R. Costi, (nt. 19), 691.
26) R. Costi, (nt. 19), 694 ss.; V. Calandra Buonaura, (nt. 24), 470 ss.
27) R. Costi, (nt. 19), 694; V. Calandra Buonaura, (nt. 24), 470 s.