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Timestamp: 2019-07-16 18:48:06+00:00
Document Index: 16909772

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 615', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art.1', 'art. 2']

Consiglio di Stato (par.), sez. II, 11/01/2019, n. 199 [Diritti di reimpianto dei vigneti - Legittimità dei provvedimenti con cui la Regione Umbria non ha concesso i richiesti diritti di reimpianto per l’intera superficie asseritamente oggetto di espianto, già assentito in misura ancora più ampia con silenzio assenso - Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica]
Tipo documento: Parere Consiglio di Stato
Data provvedimento: 11-01-2019
Numero provvedimento: 199
Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dall’azienda agricola “Colle San Paolo” contro la Regione Umbria per l'annullamento della determinazione dirigenziale n. 9770 del 17 dicembre 2015 nella parte in cui le attribuisce i diritti di reimpianto per mq. 1696 anziché 8649, pari alla superficie vitata estirpata.
Consiglio di Stato - Sezione Seconda - Adunanza di Sezione del 19 dicembre 2018
NUMERO AFFARE 00237/2017
OGGETTO: Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali.
Ricorso straordinario al Presidente della Repubblica proposto dall’azienda agricola “Colle San Paolo”, in persona del legale rappresentante pro tempore signora Monica Triulzi, contro la Regione Umbria per l’annullamento della determinazione del Dirigente n. 9770 del 17 dicembre 2015 nella parte in cui le attribuisce i diritti di reimpianto per mq. 1696 anziché 8649, pari alla superficie vitata estirpata; del verbale di istruttoria amministrativa del 15 dicembre 2015; della nota del Dirigente prot. n. 222524 del 21 dicembre 2015 di comunicazione dell’entità della superficie di reimpianto autorizzata; nonché di ogni altro atto presupposto, connesso e/o conseguente.
Vista la comunicazione prot. n. 622 del 3 febbraio 2017, con la quale il Ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha trasmesso la relazione e chiesto il parere del Consiglio di Stato sull’affare consultivo in oggetto;
Esaminati gli atti e udito il relatore, consigliere Antonella Manzione;
1. La società ricorrente è un’azienda operante nel settore vitivinicolo. In data 13 novembre 2008 ha presentato alla Regione Umbria, nel cui territorio insistono i propri terreni, richiesta al fine di ottenere il nulla osta all’estirpazione di superfici vitate per complessivi mq. 10.912. Tale nulla osta è stato acquisito con silenzio assenso ai sensi dell’art. 2.6, n. 3 della Delibera di Giunta regionale n. 1931 del 9 dicembre 2004, che ne prevede la formazione in 60 giorni.
2. L’eliminazione effettiva dei ceppi avveniva, secondo quanto riferito dalla ricorrente, nel novembre 2015, per una superficie inferiore a quella assentita, pari a mq. 8649, regolarmente comunicata utilizzando l’apposito modello “C”. Di ciò dava atto la Comunità montana dell’Associazione dei Comuni “Trasimeno-medio Tevere” incaricata dei controlli in loco nel verbale del 4 dicembre 2015, versato in atti.
3. L’azienda contesta la legittimità dei provvedimenti citati in epigrafe in quanto le riconoscono il diritto di reimpianto per una superficie inferiore a quella oggetto di espianto. A seguito di accesso agli atti, acquisiva anche la “lista di controllo” redatta su modello prestampato dal funzionario istruttore della Regione, dalla quale risulta che: «In base alla documentazione presentata ed acquisita al S.I.A.N. (dichiarazione vitivinicola) ed alle verifiche effettuate sullo schedario viticolo regionale, le superfici vitate di cui al foglio 37 part. 615, richieste per 6687 mq, risultano ‘abbandonate’ ai sensi della definizione di cui all’art. 2 lettera c) del Reg. (CE) n. 436/09, in quanto superfici vitate non più regolarmente sottoposte a pratiche culturali destinate ad ottenere un prodotto commerciale». Lamenta violazione degli artt. 85 octies e 85 decies del Reg (CE) n. 1234 del 2007; violazione degli artt. 81 e 62 del Reg. (CE) della Commissione n. 555/2008; violazione dell’art. 2 del Reg. (CE) 436/2009; violazione dell’art. 1 del D.M. 26 luglio 2000, 4 e 10 del D.M. 16 dicembre 2010 e 3 del D.M. 27 marzo 2001; violazione del punto 2 del preambolo, dell’art.1, 2, punto 2.6 e 3 della D.G.R. n. 1931 del 2014; nonché eccesso di potere sotto vari profili, in particolare per difetto di istruttoria e carenza di motivazione.
4. Il Ministero, nella relazione pure citata in epigrafe, insiste per l’infondatezza del ricorso: i controlli obbligatori possono essere effettuati anche dopo l’avvenuta decorrenza dei 60 giorni previsti dalla normativa ai fini della formazione del silenzio assenso sulla richiesta di nulla osta all’espianto; pertanto sarebbe irrilevante il fatto che essi siano stati effettuati solo col menzionato verbale istruttorio del 15 dicembre 2015, del quale rilevano le risultanze oggettive, ovvero la riscontrata presenza di superfici abbandonate corrispondenti ai terreni di cui alla particella 615 del foglio 37 del Catasto, per un totale di mq. 6.687. Del tutto legittimamente, quindi, il diritto di reimpianto sarebbe stato concesso per soli mq. 1962 (erroneamente indicati in 1692 nella determina dirigenziale), pari alla differenza tra quanto dichiarato come concretamente estirpato (mq. 8649) e quanto appurato come non coltivato (mq.6.687).
5. Rileva la Sezione come nel caso di specie la materia del contendere sia la legittimità dei provvedimenti con cui la Regione Umbria non ha concesso all’odierna ricorrente i richiesti diritti di reimpianto per l’intera superficie asseritamente oggetto di espianto, già assentito in misura ancora più ampia con silenzio assenso definitivamente formatosi il 12 gennaio 2009, così come previsto dalla delibera della Giunta regionale dell’Umbria n. 1931 del 2004.
Giova premettere che i diritti di reimpianto dei vigneti si diversificano dai diritti di impianto in quanto solo questi ultimi comportano la creazione di una superficie coltivabile fino ad allora non esistente, mentre i primi sono destinati ad assicurare la manutenzione o la ricostituzione di un vigneto che già c’era. I diritti di reimpianto sembrano riposare pertanto sull’ intuitu fundi. Da ciò consegue che il loro titolare può estirpare e ripiantare la vigna, ma può anche decidere di rivendere il suo diritto di reimpianto. Questa facoltà è stata conservata anche nel passaggio dal Regolamento (CE) n. 1493/1999, al Regolamento (CE) n. 1234/2007 del Consiglio del 22 ottobre 2007, che ha incorporato integralmente il contenuto della sesta OCM vitivinicola, Regolamento (CE) n. 479/2008 del Consiglio del 29 aprile 2008, attuando, come rilevato dalla dottrina, un sostanziale travaso della OCM vitivinicola all’interno dell’OCM unica.
6. A seguito dell’entrata in vigore della nuova disciplina europea contenuta nel Reg. (UE) n.1308/2013, intervenuta medio tempore, ma non applicabile al caso di specie in virtù della specifica disciplina transitoria ivi prevista, dal 1° gennaio 2016 tale sistema dei diritti di impianto dei vigneti è stato sostituito da un vero e proprio regime autorizzatorio. Si tratta comunque di un sistema di gestione del potenziale viticolo (e quindi dell’offerta di vino), ma meno rigido rispetto a quello regolato dai diritti di impianto. Sia diritti che autorizzazioni sono in sostanza le licenze che un produttore deve detenere, insieme alla proprietà del vigneto, per produrre vino. La facoltà di convertire i diritti di reimpianto in autorizzazioni, ancorché non commercializzabili, entro il 31 dicembre 2020, rende agevolmente comprensibile l’attualità dell’interesse della ricorrente.
7. Chiarito quanto sopra, punctum pruriens dell’odierna vicenda è, ad avviso della Sezione, la mancata valutazione della posizione giuridica della ricorrente a seguito dell’avvenuta acquisizione del diritto di espianto nel gennaio 2009 in relazione all’eventuale conseguente insorgere di quello al reimpianto (nel 2015); ovvero della possibilità e della misura in cui esso può essere circoscritto solo sulla base dei dati sulla produzione vitivinicola risultanti dalle immissioni effettuate dalla medesima azienda nell’apposito sistema informatico (il cosiddetto S.I.A.N.).
8. La “lista di controllo” del 15 dicembre 2015 richiama la definizione di cui all’art. 2, lett. c) del Reg (CE) n. 436/2009, recante «Modalità di applicazione del regolamento (CE) n. 479/2008 del Consiglio in ordine allo schedario viticolo, alle dichiarazioni obbligatorie e alle informazioni per il controllo del mercato, ai documenti che scortano il trasporto dei prodotti e alla tenuta dei registri nel settore vitivinicolo», alla stregua della quale per «superficie vitata abbandonata» deve intendersi «l’insieme delle superfici vitate che non sono più regolarmente sottoposte a pratiche colturali destinate ad ottenere un prodotto commerciabile». Occorre tuttavia chiarire come tale previsione, sicuramente essenziale ai fini della formazione del contingente produttivo di settore, impatti sulla disciplina dell’espianto e successivo reimpianto, spezzando l’apparente sinallagma esistente tra le stesse, per lo meno fino a quando le superfici non coltivate non vengano acquisite al patrimonio fondiario vitato della Regione di riferimento, in quanto non più di spettanza dei singoli interessati.
9. Rileva la Sezione come non pare possa dubitarsi, a livello generale, tenuto conto delle formule utilizzate dal legislatore comunitario, che alla base del rilascio dei diritti di reimpianto debba comunque esservi un’effettiva superficie vitata, e dunque un vigneto - e tale non può dirsi un insieme di piante di vite ormai disseccate -, la cui estirpazione costituisce appunto il primo presupposto per l’eventuale riconoscimento di un successivo diritto di reimpianto. Ciò peraltro indipendentemente dalla possibile circostanza che il mancato aggiornamento dello schedario viticolo indichi invece quali superfici vitate aree le quali non abbiano più, in concreto, questa destinazione.
10. Quanto detto tuttavia appare coerente con le finalità del legislatore comunitario laddove la gestione dei procedimenti risulti coerente con le regole sulla loro giusta durata. La peculiarità dell’odierna vicenda, invece, risiede proprio nel lungo tempo trascorso tra l’acquisizione per silentium del richiesto nulla osta (12 gennaio 2009) e l’effettuazione dei controlli sull’espianto, ai fini del suo utilizzo per reimpianti, pur essendo il procedimento finalizzato ab origine agli stessi. A ben guardare, infatti, il legislatore comunitario e regionale si preoccupa di stabilire un tempo massimo entro il quale il reimpianto è consentito, una volta ottenuta la concessione del relativo diritto, pena la sua perdita; ma nulla dice circa quello entro il quale deve avvenire l’espianto, una volta acquisito il relativo nulla osta. Nel caso di specie, peraltro, l’istanza di espianto è stata presentata alla Regione addirittura in data antecedente l’entrata in vigore del Regolamento (CE) che ha introdotto il concetto di superficie vitata abbandonata (13 novembre 2008), senza comunque chiarire gli effetti dello stesso nei casi di manifestata volontà di espianto, che potrebbe implicare ex se una scelta di inattività produttiva per mancanza temporanea di reddittività ovvero semplicemente difficoltà soggettive dell’imprenditore. In sintesi, non appare chiarito se il temporaneo abbandono della coltura in funzione dell’ipotizzato espianto della vite equivalga a perdita del diritto alla sua futura sostituzione, ancorché assentito allo scopo. Tale innegabile aporia del sistema, rileva la Sezione, appare particolarmente stridente laddove, come nel caso di specie, l’Amministrazione rivendichi il proprio diritto ai controlli sine die, purché prima del rilascio della concessione di reimpianto. La totale carenza motivazionale sul punto, pur intervenendo i controlli a distanza di anni, appare tuttavia incontestabile.
11. Ma vi è di più, rileva la Sezione. La determinazione dirigenziale avversata non reca alcuna indicazione, nemmeno attraverso un richiamo per relationem, alla “lista di controllo” del 15 dicembre 2015, se non in relazione all’avvenuto recepimento della proposta di riduzione del metraggio, erroneamente riportato in mq. 1696, anziché 1962. Essa richiama invece, peraltro in maniera collettiva, riferendosi l’atto ad una pluralità di richiedenti, il verbale della Comunità montana del 4 dicembre 2015, ascrivendo allo stesso le risultanze in termini di quantità di terreno assentito, laddove, al contrario, almeno per l’azienda agricola ricorrente, tale verbale attesta l’avvenuta estirpazione delle viti per tanti metri quadrati quanti ne aveva comunicati l’interessata (ovvero 8649). La comunicazione della determina dirigenziale, a sua volta, che proprio in quanto tale non avrebbe dovuto incidere sul contenuto dell’atto, oltre a rettificare l’errore materiale circa l’effettivo metraggio, peraltro senza dirlo in maniera esplicita, riferendo di un avvenuto assenso al reimpianto per mq. 1962, contiene i medesimi richiami in fatto e in diritto, con ciò non rendendo in alcun modo intellegibile né l’istruttoria negativa compiuta, né le ragioni della sua condivisione.
12. Le motivazioni del provvedimento, dunque, paiono risiedere interamente nella “lista di controllo” del 15 dicembre 2015, laddove si dà atto di risultanze S.I.A.N. in contrasto con l’attualità della coltura vinicola. Ma tale atto non è richiamato in nessuno dei provvedimenti avversati. In esso inoltre nulla si dice delle ragioni per le quali i dati S.I.A.N. siano stati ritenuti dirimenti ai fini della riduzione della superficie oggetto di estirpazione di vite attestata dalla Comunità montana senza sollevare alcun rilievo sullo stato di fatto riscontrato, né, più in generale, sulla scelta interpretativa della normativa vigente nel senso sopra prospettato. Ciò a tacere del fatto che comunque, trattandosi di atto endoprocedimentale neppure portato a conoscenza della parte, che ne ha acquisito contezza a seguito di accesso agli atti, esso si palesa estraneo ai contenuti dei provvedimenti avversati.
13. Solo per completezza, infine, la Sezione rileva come risultino egualmente prive di rilievo le indicazioni fornite dall’Amministrazione riferente circa le ulteriori attività istruttorie che sarebbero state effettuate, ivi compresa la produzione di documentazione fotografica risalente alla data dell’avvenuta presentazione dell’istanza di nulla osta all’espianto: trattasi infatti di ipotetiche giustificazioni insuscettibili di integrare ex post la rilevata carenza motivazionale, che oltre tutto evidenziano la possibilità che l’Amministrazione avrebbe avuto, senza neppure effettuare accessi in loco, di effettuare le necessarie verifiche in maniera tempestiva, con ciò evitando possibili affidamenti sulla positiva conclusione del procedimento.
14. Conclusivamente, alla luce di quanto esposto, la Sezione ritiene il ricorso fondato per carenza di istruttoria e contraddittorietà di motivazione. Resta ovviamente salva la facoltà dell’Amministrazione di rieditare i provvedimenti annullati in conformità ai principi di diritto enucleati nel presente parere.
Esprime il parere che il ricorso sia accolto, nei sensi di cui in motivazione.