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Timestamp: 2017-05-27 13:46:34+00:00
Document Index: 67616631

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 13', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 63', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 15', 'art. 6', 'art. 69', 'art. 35']

Consumatori: CORTE DI GIUSTIZIA U.E., Sez. IV– causa C – 190/11, depositata il 06 settembre 2012 – Nuove Frontiere del Diritto
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CORTE DI GIUSTIZIA U.E., Sez. IV– causa C – 190/11, depositata il 06 settembre 2012
– pregiudiziale proposta da: Oberster Gerichtshof – Austria;
– nel procedimento: Daniela Mühlleitner contro Ahmad Yusufi e Wadat Yusufi;
– ad oggetto: risoluzione per vizi occulti di un contratto di vendita di un’autovettura, rimborso del prezzo nonché risarcimento danni.
Qualora il consumatore acquisti direttamente sottoscrivendo il contratto in altro Stato membro, il contratto concluso non esclude la competenza dei giudici dello Stato membro di residenza del consumatore. -Nota a cura di Alvise Divari-
“La possibilità per un consumatore di convenire in giudizio un commerciante straniero dinanzi ai giudici nazionali non richiede che il contratto controverso sia concluso a distanza. Pertanto, il fatto che il consumatore si sia recato nello Stato membro del commerciante per sottoscrivere il contratto non esclude la competenza dei giudici dello Stato membro del consumatore. Il consumatore può convenire dinanzi ai giudici nazionali il commerciante con il quale ha concluso un contratto, malgrado quest’ultimo risieda in altro Stato membro, e ciò, qualora due condizioni risultino soddisfatte: occorre, in primo luogo, che il commerciante eserciti la propria attività commerciale o professionale nello Stato membro di residenza del consumatore ovvero che, con qualsiasi mezzo (ad esempio attraverso l’utilizzo di Internet), egli diriga le sue attività verso tale Stato membro ed, in secondo luogo, che il contratto oggetto della controversia rientri nell’ambito di tale attività”.
I. La sig.ra Mühlleitner, residente in Austria, interrogava la rete Internet alla ricerca di una particolare autovettura di marca tedesca per uso privato. Dopo aver designato un veicolo attraverso un portale tedesco, la consumatrice veniva reindirizzata verso l’offerta presentata dai sigg.ri Yusufi, i quali, anche attraverso codesto c.d. sito-vetrina (d.n. “www.mobi[e].de”), svolgevano un’attività di vendita al dettaglio di automobili, per il tramite della società semplice d.n. “Autohaus Yusufi Gbr”, con sede in Amburgo (Germania).
II. Di poi, a fronte delle più ampie garanzie ricevute dai venditori, ora telefonicamente ora per iscritto, la sig.ra Mühlleitner si recava in Germania laddove, con contratto di vendita sottoscritto di proprio pugno in Amburgo, acquistava il veicolo prendendolo immediatamente in consegna.
III. Rientrata in Austria, l’autovettura presentava sin da subito alcuni vizi sostanziali quindi l’acquirente chiedeva ai sigg.ri Yusufi la riparazione in garanzia del mezzo.
IV. Al diniego palesato dai venditori, la consumatrice austriaca adiva il giudice di prossimità del luogo della propria residenza, il Landesgericht Wels (Austria), per la risoluzione del contratto di vendita ai sensi dell’art. 15, par. 1, lett. c) del regolamento di Bruxelles I, nonché per il rimborso del prezzo ed il risarcimento dei danni.
V. Dapprima il giudice austriaco, pur non dubitando dello status di consumatrice, negava giurisdizione ritenendo che la mera possibilità di consultare un sito internet dall’Austria non fosse sufficiente a fondarne la competenza e, viepiù, che il contatto telefonico fosse all’origine della conclusione del contratto.
VI. Devoluto il dictum al giudice di secondo grado austriaco, l’Oberlandesgericht Linz confermava la decisione del giudice di Wels, ivi contestualmente richiamando la differenza tra sito internet passivo, quello dei sigg.ri Yusufi, e sito “attivo”, distinzione segnatamente presente nella dichiarazione congiunta del Consiglio e della Commissione in relazione agli artt. 15 e 73 del regolamento di Bruxelles I.
VIII. Indi la tenace sig.ra Mühlleitner interponeva ricorso in cassazione (“Revision”) dinanzi all’Oberster Gerichsthof. Tuttavia, al contempo, la medesima Corte esitava per la decisione della Corte di Giustizia nelle cause Pammer e Hotel Alpenhof (C- 585/08 e C – 144/09), la quale avrebbe dovuto fornire precisazioni in merito alla nozione di ”attività diretta verso lo Stato in cui è domiciliato il consumatore”; detta pronuncia, successivamente, avvalorerà le convinzioni dell’Obster Gerichsthof sulla base delle quali i sigg.ri Yusufi avrebbero diretto le loro attività professionali o commerciali verso l’Austria.
IX. Quindi il medesimo giudice di cassazione austriaca decideva di sottoporre alla Corte di Giustizia la questione pregiudiziale: “Se l’applicazione dell’art. 15, par. 1, lett. c), del regolamento di Bruxelles I presupponga che il contratto tra consumatore ed imprenditore sia stato concluso a distanza”, cioè, se la possibilità di adire i giudici nazionali presupponga, in aggiunta, che il contratto tra consumatore e professionista sia concluso a distanza. Detto in altri termini: se il fatto che il consumatore si sia recato nello Stato membro del commerciante per sottoscrivere il contratto non escluda la competenza dei giudici dello Stato membro del consumatore.
Dispositivo: “L’art. 15, paragrafo 1, lett. c), del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale dev’essere interpretato nel senso che non richiede che il contratto tra il consumatore ed il professionista sia stato concluso a distanza”.
– art. 13, I° co., p.to III, Convenzione di Bruxelles del 27 settembre 1968;
– considerando 13 del regolamento di Bruxelles I;
– art. 2, par. 1, regolamento di Bruxelles I;
– art. 5, p.to 1, regolamento di Bruxelles I;
– art. 5, p.to 3, regolamento di Bruxelles I;
– art. 15, par. 1, lett. c), regolamento Bruxelles I;
– art. 16, parr. 1 e 2, regolamento Bruxelles I;
– considerando 7 del regolamento (CE) n. 593/2008 del Parlamento Europeo e del Consiglio, del 17 giugno 2008, sulla legge applicabile alle obbligazioni contrattuali (Roma I);
– considerando 24 del regolamento Roma I;
– articolo 6, par. 1, regolamento Roma I;
– dichiarazione congiunta del Consiglio e della Commissione in relazione agli artt. 15 e 23 del regolamento di Bruxelles I fatti a margine;
– motivi della proposta di regolamento (CE) del Consiglio presentata dalla Commissione a Bruxelles il 14 luglio 1999 [COM (1999) 348 def.];
– relazione del 18 settembre 2000 della commissione giuridica e del mercato interno del Parlamento europeo sulla proposta del futuro regolamento di Bruxelles I (documento definitivo A5-0253/2000, emendamento 23 e motivazione);
– risoluzione del Parlamento europeo su una nuova strategia per la politica dei consumatori, altri atti P6_ TA – PROV (2011) 0491 del 15 novembre 2011;
– proposta di regolamento del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo ad un diritto comune europeo della vendita, dell’11 ottobre 2011 (COM(2011) 635 def.);
– art. 5 Trattato Unione Europea;
– art. 6:101 PECL;
– artt. 69 e 100 CESL;
– artt. 35 CISG;
– art. 63 Codice del Consumo.
Precedenti e pronunce di rilevo:
– Corte di Giustizia U.E., cause riunite Peter Pammer e Hotel Alpenhof, sentenza del 7 dicembre 2010, C- 585/08 e C – 144/09, pp. tti 55, 60, 70, 86, 87;
– Corte di Giustizia U.E., causa Engler, sentenza del 20 gennaio 2005, C – 27/02, p.to 33;
– Corte di Giustizia U.E., causa Ilsinger, sentenza del 14 maggio 2009, C – 180/06, p.to 41;
– Corte di Giustizia U.E., causa Gonzàles Alonso, sentenza del 01 marzo 2012, C – 166/11;
– Corte di Giustizia U.E., causa Fritz, sentenza del 15 aprile 2010, C- 215/08;
– Corte di Giustizia U.E., causa Shevill, sentenza del 7 marzo 1995, C – 68/93, pp.tti 20-21;
– Corte di Giustizia U.E., causa Zuid Chemie, sentenza del 16 luglio 2009, C- 189/09, pp.tti 17 -18;
– Corte di Giustizia U.E., cause eDate Advertising Gmbh e Olivier e Robert Martinez, sentenza 25 ottobre 2011, C- 509/09 e C – 161/10.
La Corte di Giustizia aggiunge l’ennesimo tassello alle fondamenta di uno “statuto europeo dei diritti del consumatore” al preciso scopo di rafforzare la fiducia nel mercato, ed, al contempo, galvanizzare gli scambi concorrenziali nell’ottica di un mercato comune.
Tale pronuncia si inserisce all’indomani della Direttiva 2001/83/UE del Parlamento europeo e del Consiglio del 25 ottobre 2011, nel più ampio quadro di armonizzazione dei diritti dei consumatori nei contratti di vendita.
La sentenza di cui infra fa il paio con un’importante precedente del 2010 (procedimenti riuniti Pammer e Hotel Alpenhof, nelle cause C- 585/08 e C-144/09) ed introduce nell’ordinamento europeo una forma di sindacato giurisdizionale, cela va sans dire “diffuso”, sui diritti dei consumatori nel mercato degli acquisti transfrontalieri.
Nel panorama giurisprudenziale la pronuncia in commento precede l’ attesa sentenza sulla domanda pregiudiziale proposta dalla Corte ungherese, (Fövárosi Biróság –domanda pregiudiziale del 27 luglio 2011, causa C – 397/11) in materia di dichiarazione d’ufficio della nullità della clausola abusiva, e segue la recente pronuncia sulla giurisdizione dello Stato membro in cui il soggetto residente sia leso diffamazione attraverso Web (Corte di Giustizia U.E., Sez. Grande, sentenza del 25.10.2011, causa C-509/09).
La pronuncia, più segnatamente, verte sulla interpretazione dell’art. 15, par. 1, lett. c) del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio del 22 dicembre 2000, noto come Bruxelles I, nella sua formulazione meno restrittiva, il quale radica la giurisdizione dello Stato membro in cui è domiciliato il consumatore: “qualora il contratto sia stato concluso con una persona le cui attività commerciali o professionali si svolgono nello Stato membro in cui è domiciliato il consumatore o sono dirette, con qualsiasi mezzo, verso tale Stato membro o verso una pluralità di Stati che comprende tale Stato membro, purchè il contratto rientri nell’ambito di dette attività”.
La fattispecie in oggetto tuttavia, non riguarda un acquisto transfrontaliero in senso stretto, giacchè la conclusione del contratto e la dazione del bene avvenivano in Germania.
La locuzione acquisto transfrontaliero, infatti, designa lo scambio di beni e la loro esportazione tra Stati membri conclusasi a distanza (anche on line).
Vero è, invece, che la sig.ra Mühlleitner si recava ad Amburgo per sottoscrivere il contratto ed ivi prendeva in carico la vettura poi trasportata in Austria, sebbene la fase delle c.d. trattative si svolgeva in larga parte a mezzo di comunicazioni a distanza (telefonate, e-mail).
Il caso in oggetto attiene, ad una particolare vis abtractiva della giurisdizione dello Stato membro all’interno del quale è svolta attività commerciale ( pre-contractual statement).
Ciò, necessariamente, comporta una interpretazione sistematica dell’art. articolo 6, par. 1, regolamento Roma I con l’art. 15, par 1 lett. c) del regolamento di Bruxelles I, come suggerito dal considerando 24 del regolamento di Roma I in un’ottica di: “interpretazione armoniosa” tra le due fonti ed, altresi, al fine di: “garantire l’uniforme applicazione in tutti gli Stati membri” (v.d. p.to 28 sentenza in commento).
Come noto l’art. 6, par. 1, del Regolamento di Roma I, sancisce che, fatti salvi gli artt. 5 e 7, il contratto concluso tra un consumatore e un professionista è disciplinato dalla legge del paese nel quale il consumatore ha la residenza abituale, a condizione che si verifichino, in via alternativa, almeno uno dei due presupposti, vale a dire: a) che il professionista”svolga le sue attività commerciali o professionali nel paese in cui il consumatore ha la residenza abituale” (pursuing activities); b) il medesimo:”diriga tali attività, con qualsiasi mezzo, verso tale paese o vari paesi tra cui quest’ultimo” (directing activities).
Se il primo requisito non può alimentare alcun dubbio (presenza fisica ed attività in loco), al contrario, le caratteristiche delle c.d. “directing activities” risultano oggetto di accesi dibattiti in dottrina e giurisprudenza.
Basti per ciò solo ricordare che sulla scorta di un orientamento dottrinale, il regolamento di Roma I ha scarsa importanza applicativa a proposito dei contratti stipulati nei locali commerciali del venditore ma rileva, piuttosto, nelle vendite a distanza (in quanto diano luogo a transazioni transfrontaliere) (v.d. Pietro Sirena, Diritto comune europeo della vendita vs. Regolamento di Roma I: quale futuro per il diritto europeo dei contratti ?, in Riv. I contratti n. 7/2012).
A tale impasse la Corte ha cercato di porre soluzione, come anticipato, con pronuncia del 2010 (nei procedimenti riuniti C- 585/08 e C- 144/09), con la quale: “Al fine di stabilire se l’attività di un commerciante, presentata sul suo sito internet o su quello di un intermediario, possa essere considerata “diretta” verso lo Stato membro sul territorio del quale il consumatore è domiciliato, ai sensi dell’art. 15, n. 1, lett. c), del regolamento n. 44/2001, occorre verificare se, prima dell’eventuale conclusione di un contratto con il consumatore, risulti da tali siti Internet e dall’attività complessiva del commerciante che quest’ultimo intendeva commerciare con consumatori domiciliati in uno o più Stati membri, tra i quali quello di domicilio del consumatore stesso, nel senso che era disposto a concludere contratti con il medesimo”.
Al riguardo non basta la semplice accessibilità del sito (c.d. sito internet “passivo” o vetrina), ma devono sussistere degli indici sintomatici e presuntivi (v.d. sent. Pammer e Hotel Alpenhof, pp.tti 86-87), compendiati ad esempio da:
1. mappe o piantine di itinerari per raggiungere in loco l’attività da altro Stato membro;
2. utilizzazione di moneta o lingue diverse ed appartenenti ad altri Stati membri;
3. indicazione di recapiti unitamente a ad un prefisso internazionale;
4. nome a dominio di primo livello diverso da quello dello Stato membro in cui il commerciante è stabilito;
5. menzione di clientela internazionale composta da clienti domiciliati in Stati membri diversi.
Frattanto, al ricorrere di una o più di queste situazioni, il consumatore verrà tutelato dalla legge del proprio domicilio.
Fermo quanto sopra, la Corte, nella pronuncia in commento, con un’interpretazione ortopedica della norma, si spinge ben oltre dichiarando la superfluità della conclusione a distanza.
Orbene, nè il regolamento di Roma I né il regolamento di Bruxelles I, al fine di individuare la legge applicabile o la giurisdizione, dicono che il contratto debba essere concluso a distanza.
In buona sostanza per la Corte di Giustizia, all’occorrenza di uno dei due presupposti in questione, vale a dire:
a) che il commerciante eserciti la propria attività commerciale o professionale nello Stato membro di residenza del consumatore ovvero che, con qualsiasi mezzo (ad esempio attraverso l’utilizzo di Internet), egli diriga le sue attività verso tale Stato membro;
b) che il contratto oggetto della controversia rientri nell’ambito di tale attività,
il consumatore potrà opzionare la giurisdizione del luogo della propria residenza.
A parere della Corte assume rilevo assorbente il luogo di svolgimento delle attività commerciali della convenuta (“una proposta specifica o una pubblicità”, v.d. p.to 39), non già la residenza del convenuto o la modalità di conclusione del contratto.
A sommesso giudizio di chi scrive, le conclusioni dei giudici di Lussemburgo potrebbe riservare delle conseguenze niente affatto virtuose.
Si dia il caso, analogamente a quanto in esame, che un commerciante al dettaglio pubblicizzi la propria mercanzia in internet, con un sito anche in lingua inglese, english domain name e recapito telefonico con prefisso internazionale, ma ponga in vendita la merce o la prestazione esclusivamente in loco.
Accedendo alla tesi della Corte di Giustizia, chiunque chieda delle informazioni commerciali in ordine ad alcuni oggetti pubblicizzati oppure ne percepisca l’offerta profusa nel proprio Stato di residenza per il tramite della rete Internet, potrebbe, se successivamente acquista l’oggetto fisicamente (scambio consenso e prestazioni) nell’altro Stato membro, convenire presso il giudice del proprio Stato di residenza il venditore, o prestatore di servizi, di altro Stato membro.
Ciò per la semplice ragione che la lingua inglese e la rete web rappresentano, a tutt’oggi, i principali veicoli del mercato globalizzato accessibili e comprensibili alla più parte degli utenti.
Pensiamo, ad esempio, agli effetti che la pronuncia potrebbe riservare con riguardo all’attività di servizi professionali.
Qualora uno studio professionale pubblicizzi i propri servizi in internet, ma stipuli il contratto d’opera professionale in Italia e renda la prestazione professionale nello Stato del proprio domicilio, il cliente consumatore potrebbe, in un’eventuale causa di responsabilità professionale, citarlo presso il giudice dello Stato membro di propria residenza.
E’ ben vero che ad oggi i gruppi di studio in seno alla U.E. ritengono che le dichiarazioni pre-contrattuali possano divenir parte integrante del contratto in quanto incorporate.
In tal senso depone l’art. 6:101 PECL secondo il quale, la parte che sia un professional supplier, atto a fornire informazioni sulla qualità o sull’uso dei beni, o servizi o altro di cui sia titolare, all’atto di metterli in commercio o pubblicizzarli before the contract is concluded, resti vincolato contrattualmente alle dichiarazioni all’uopo rese, salvo che si provi che l’altra parte sapeva o non avrebbe potuto non sapere che la dichiarazione era inesatta (v.d. Alessandra Benedetto, Gli effetti delle dichiarazioni precontrattuali nelle relazioni commerciali internazionali: rilievi critici sul diritto nazionale e transnazionale, in www.comparazionedirittocivile.it).
Sullo stesso solco viene dato registrare pure l’art. 69 e 100 CESD con riguardo alle dichiarazioni del trader e l’art. 35 CISG.
E’ altrettanto vero, d’altronde, che non sono ancora chiare le conseguenze cui il negozio parrebbe affetto in ipotesi di mancata conformità (nullità – annullabilità – inesistenza ?).
Orbene, tutto ciò rappresentato, è apprezzabile l’intervento della Corte nel senso di rafforzare la tutela del consumatore contraente debole (uomo senza veste), ma, de jure condendo, si auspica in un intervento del legislatore comunitario che sappia maglio bilanciare le sproporzioni insite nei mercati B2C (business to consumer), anche con riguardo alle competenze giurisdizionali.
Sentenza 6 settembre 2012
No Comment	«DIRITTO DI CRITICA SINDACALE – Cass. Civ., sez. IV, 14 maggio 2012, n. 7471
Riparte l’attività processuale… Buon lavoro a tutti!»