Source: https://studiolegaleramelli.it/2020/03/11/diffamazione-a-mezzo-facebook-la-paternita-degli-scritti-pubblicati-non-richiede-una-rogatoria-in-usa-se-e-ricavabile-da-altre-prove-acquisite-al-processo/
Timestamp: 2020-07-04 04:30:40+00:00
Document Index: 30391897

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 595', 'art. 13', 'art. 595', 'art. 13', 'art. 595']

Diffamazione a mezzo Facebook: la paternità degli scritti pubblicati non richiede una rogatoria in USA se è ricavabile da altre prove acquisite al processo. – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Diffamazione a mezzo Facebook: la paternità degli scritti pubblicati non richiede una rogatoria in USA se è ricavabile da altre prove acquisite al processo.
Si segnala ai lettori del blog la sentenza 9105.2020, depositata il 6 marzo 2020, resa dalla V Sezione penale della Corte di Cassazione, con la quale il Collegio del diritto si esprime in merito alla prova sulla identificazione dell’autore del delitto di diffamazione aggravata consumata tramite pubblicazione su siti internet e social networks di scritti lesivi dell’altrui onorabilità.
Segnatamente, la Corte di appello di Catanzaro confermava la pronuncia del locale Tribunale di condanna dell’imputata per il delitto di diffamazione aggravata continuata, per aver la stessa compromesso la reputazione della persona offesa, attraverso la pubblicazione su siti internet e su Facebook di affermazioni denigratorie.
Avverso la predetta decisione la difesa della giudicabile proponeva ricorso per cassazione, adducendo, per quel che qui più interessa, inosservanza delle norme processuali, con riguardo al rigetto della richiesta di rogatoria volta a verificare la titolarità del profilo Facebook.
Secondo il ricorrente, invero, l’onere di provare la paternità degli scritti spettava alla pubblica accusa che non l’aveva debitamente assolto nel giudizio di merito.
I Giudici di legittimità, nel ritenere inammissibile il motivo di ricorso, chiariscono che la richiesta di rogatoria internazionale presso la sede di Facebook negli Stati Uniti è stata correttamente rigettata in ragione della sua ritenuta superfluità condividendo quanto statuito dalla Corte territoriale che aveva motivatamente evidenziato come la prova della paternità degli scritti diffamatori fosse aliunde ricavabile dalla firma agli stessi apposti dall’imputata e dalla circostanza che la medesima li aveva rimossi dal social network e dai siti ove erano stati pubblicati: fatti questi incompatibili con la prova liberatoria che avrebbe dovuto fornire dimostrando di essere soggetto passivo di frode informatica o di furto di identità.
Giurisprudenza di legittimità in materia di diffamazione tramite Facebook:
Cassazione penale sez. V, 22/11/2017, n.5352
Nell’ambito della diffamazione via web, e in particolare tramite social network, qualora non sia stato individuato l’indirizzo IP di provenienza, la penale responsabilità dell’imputato deve essere soggetta a una più stringente allegazione probatoria – e ad un più approfondito percorso motivazionale – relativamente agli altri elementi di prova oggetto dell’istruzione dibattimentale, aventi ad oggetto l’attribuzione all’imputato del contenuto diffamatorio.
Cassazione penale sez. V, 23/01/2017, n.8482
Cassazione penale sez. I, 02/12/2016, n.50
Cassazione penale sez. V, 14/11/2016, n.4873
La pubblicazione di un messaggio diffamatorio sulla bacheca Facebook con l’attribuzione di un fatto determinato configura il reato di cui all’art. 595, commi 2 e 3,c.p. ed è inclusa nella tipologia di qualsiasi altro mezzo di pubblicità e non nella diversa ipotesi del mezzo della stampa giustapposta dal Legislatore nel medesimo comma. Deve, infatti, tenersi distinta l’area dell’informazione di tipo professionale, diffusa per il tramite di una testata giornalistica online, dall’ambito – più vasto ed eterogeneo – della diffusione di notizie ed informazioni da parte di singoli soggetti in modo spontaneo. In caso di diffamazione mediante l’utilizzo di un social network, non è dunque applicabile la disciplina prevista dalla l. n. 47/1948, ed in particolare, l’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 13. L’uso dei social network, e quindi la diffusione di messaggi veicolati a mezzo internet, integra un’ipotesi di diffamazione aggravata con altro mezzo di pubblicità – anziché con il mezzo della stampa – ai sensi dell’art. 595, comma 3,c.p. in quanto rientrante in una categoria più ampia, comprensiva di tutti quei sistemi di comunicazione e, quindi, di diffusione – dai fax ai social media – che, grazie all’evoluzione tecnologica, rendono possibile la trasmissione di dati e notizie ad un consistente numero di persone. In caso di diffamazione mediante l’utilizzo di un social network, non è dunque applicabile la disciplina prevista dalla l. n. 47/1948, ed in particolare, l’aggravante ad effetto speciale di cui all’art. 13.
Cassazione penale sez. V, 07/10/2016, n.2723
Cassazione penale sez. V, 21/09/2015, n.3981
Chi abbia inserito su Facebook un messaggio privo di intrinseca portata offensiva non può rispondere del reato di diffamazione per il solo fatto che tale messaggio era stato pubblicato nel contesto di una discussione telematica durante la quale altri partecipanti avevano in precedenza inviato messaggi contenenti espressioni offensive, ove risulti che egli, pur condividendo la critica alla persona offesa, non abbia condiviso le forme illecite attraverso cui gli altri soggetti l’avevano promossa.
Cassazione penale sez. I, 28/04/2015, n.24431
Appartiene al tribunale, e non al giudice di pace, la competenza a giudicare sul reato di diffamazione, qualora la condotta contestata all’imputato sia consistita nella pubblicazione di un commento ingiurioso sulla bacheca Facebook della persona offesa, in quanto il mezzo utilizzato è idoneo a determinare la circolazione del messaggio tra un gruppo di persone apprezzabile per composizione numerica, rendendo così configurabile l’aggravante dell’aver recato offesa col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità.
Cassazione penale sez. I, 22/01/2014, n.16712
In tema di diffamazione, sussiste l’aggravante dell’utilizzo del mezzo di pubblicità (art. 595 comma 3 c.p.) allorquando il fatto sia commesso mediante la pubblicizzazione su un profilo di Facebook, perché l’inserimento della frase che si assume diffamatoria su tale social network la rende accessibile a una moltitudine indeterminata di soggetti con la sola registrazione al social network e, comunque, a una cerchia ampia di soggetti nel caso di notizia riservata agli amici. (Fattispecie in cui la frase diffamatoria era ampiamente accessibile perché direttamente indicata nel cosiddetto profilo dell’imputato).
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