Source: https://www.personaedanno.it/articolo/rapporti-sessuali-per-affermare-la-propria-supremazia-marito-condannato-cass-pen-29255-18
Timestamp: 2019-02-22 03:51:26+00:00
Document Index: 186404092

Matched Legal Cases: ['art. 572', 'art. 131', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 572', 'art. 173', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 192', 'Cass. Sez. ']

Diritto, procedura, esecuzione penale - Reato - Annalisa Gasparre - 10/10/2018
Inizialmente l’uomo, marito della persona offesa, era stato imputato per i reati di maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e mancato adempimento degli obblighi di assistenza familiare. La condanna però riguardava solo il reato di maltrattamenti in famiglia.
In particolare il Tribunale, assolvendo l’imputato dal reato di violenza sessuale, aveva ritenuto che l’uomo avesse costretto la moglie ad avere rapporti sessuali unicamente per affermare la propria supremazia e umiliarla, condotta che veniva ritenuta sussumibile nel reato di cui all'art. 572 cod. pen.
Per il resto la vicenda si caratterizzata per ripetute ingiurie da parte dell'imputato, intollerabili e continue manifestazioni di disprezzo nei confronti della moglie, lesioni cagionate alla stessa mentre le imponeva di avere rapporti sessuali.
La Corte di cassazione ha ricordato, inoltre, che per ritenere sussistente il dolo del reato di maltrattamenti in famiglia “non è necessario che l’agente abbia perseguito particolari finalità né il proposito di infliggere alla vittima sofferenze fisiche o morali senza plausibile motivo, essendo invece sufficiente il dolo generico cioè la coscienza e volontà di sottoporre il soggetto passivo a tali sofferenze in modo continuo ed abituale”; pertanto non è richiesto “un comportamento vessatorio continuo ed ininterrotto; essendo l’elemento unificatore dei singoli episodi costituito da un dolo unitario, e pressoché programmatico, che abbraccia e fonde le diverse azioni; esso consiste nell’inclinazione della volontà ad una condotta oppressiva e prevaricatrice che, nella reiterazione dei maltrattamenti, si va via via realizzando e confermando, in modo che il colpevole accetta di compiere le singole sopraffazioni con la consapevolezza di persistere in una attività illecita, posta in essere già altre volte”. È dunque sufficiente “una condotta abituale che si estrinseca con più atti, delittuosi o no, che determinano sofferenze fisiche o morali, realizzati in momenti successivi ma collegati da un nesso di abitualità ed avvinti nel loro svolgimento dall’unica intenzione criminosa di ledere l’integrità fisica o il patrimonio morale del soggetto passivo, cioè, in sintesi, di infliggere abitualmente tali sofferenze.
Reato abituale per eccellenza, come il reato di atti persecutori (stalking), il reato di maltrattamenti in famiglia è ontologicamente incompatibile con l’ipotesi della particolare tenuità del fatto (art. 131 bis c.p.). Sul tema, volendo, Gasparre, Il reato di stalking tra profili teorici e applicazioni pratiche, Key editore, 2018, II edizione.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 5 aprile – 26 giugno 2018, n. 29255
Presidente Paoloni – Relatore Vigna
1. Con la sentenza impugnata, la Corte di appello di Lecce ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Lecce in data 20 aprile 2015 che condannava Is. Fe. in relazione al reato di cui all'art. 572 cod. pen. nei confronti della moglie e lo assolveva dei reati di cui agli artt. 570 cod. pen, e 609 bis cod. pen. commessi sempre nei confronti della predetta.
2. Il ricorrente, con motivi affidati al difensore di fiducia e di seguito sintetizzati ai sensi dell'art. 173 disp. att. cod. proc. pen. chiede l'annullamento della sentenza impugnata perché inficiata da plurimi vizi di violazione di legge e motivazionali. Denuncia, in particolare:
La parte offesa si è rivelata inattendibile in ordine alle dichiarazioni rese sull'asserita violenza sessuale e sul mancato adempimento degli obblighi di assistenza familiare da parte dell'imputato.
on può essere ritenuta conseguentemente attendibile solo con riferimento al reato di maltrattamenti.
1. Il primo motivo di ricorso è inammissibile, poiché fondato su motivi che ripropongono acriticamente le stesse ragioni già discusse e ritenute infondate dai giudici del gravame, dovendosi lo stesso considerare non specifico, ed anzi, meramente apparente, in quanto non assolve la funzione tipica di critica puntuale avverso la sentenza oggetto di ricorso.
2. Non sfugge ad una censura di inammissibilità anche il secondo motivo di ricorso che si traduce in una confutazione delle argomentate valutazioni dei giudici di merito e quindi nella prospettazione di una delibazione alternativa delle emergenze dell'istruttoria dibattimentale.
2.2. Ed invero, i giudici di merito hanno esplicitato le ragioni per le quali le dichiarazioni di D. A. si debbano ritenere credibili, in quanto intrinsecamente attendibili e confortate da riscontri esterni. Le considerazioni svolte sul punto si accordano perfettamente all'insegnamento espresso da questo giudice di legittimità a Sezioni Unite, secondo cui le regole dettate dall'art. 192, comma 3, cod. proc. pen. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell'affermazione di penale responsabilità dell'imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell'attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Cass. Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell'Arte ed altri, Rv. 253214).
3. Alla declaratoria di inammissibilità consegue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.