Source: https://www.laleggepertutti.it/276661_caduta-sulla-scalinata-della-chiesa-chi-e-responsabile
Timestamp: 2019-03-19 02:44:54+00:00
Document Index: 154677809

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 116', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 2051', 'art. 116', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 2051', 'art. 825', 'art. 116', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 15', 'art. 18']

Caduta sulla scalinata della chiesa: chi è responsabile?
Comune, diocesi o parrocchia: chi deve risarcire i danni a chi scivola su un gradino rotto del duomo o della chiesa di quartiere?
Ci sono alcuni eventi che il buon Signore non evita neanche a chi lo va a trovare. Così può capitare di cadere proprio su un gradino di una parrocchia o dello stesso Duomo. E visto che le gradinate delle chiese sono spesso alte, il rischio di farsi male è elevato. Ora, quando la caduta è determinata da una distrazione del fedele, magari per un laccio della scarpa allentato o per una storta al piede, dei danni non risponde nessuno. Diversamente va nel caso in cui lo scivolone è stato causato da un gradino pericolante, da una lastra di ghiaccio non visibile, da una macchia d’olio o dai residui di riso e confetti lanciati poco prima in occasione di un matrimonio. In questi ultimi casi, l’infortunato non starà a pensarci due volte e chiamerà in causa qualcuno affinché gli risarcisca i danni. Ebbene, per la caduta sulla scalinata della chiesa chi è responsabile? Il Comune, la diocesi o la parrocchia?
Premesso che laddove l’insidia è visibile e non c’è stato il tempo per rimuoverla (come nel caso dei festeggiamenti per le nozze che, di solito, spolverano di bianco le scalinate in pochi secondi), nelle altre ipotesi si può citare il proprietario o il “custode” del bene. Ed è qui che sorgono i principali dubbi visto che la parrocchia è sì proprietà della chiesa cattolica, ma insiste su un territorio di un ente locale dello Stato italiano. La scalinata, peraltro, è proprio a metà tra i due mondi: una terra di confine che potrebbe far sorgere il dubbio sull’individuazione del soggetto chiamato a risponderne.
I chiarimenti su chi è responsabile per la caduta sulla scalinata della chiesa sono stati forniti, di recente da una sentenza della Cassazione [1]. La corte ha deciso il caso di un uomo scivolato su un gradino del duomo di Cefalù che, pur avendo richiesto un ristoro economico, non era stato ascoltato da nessuno dei soggetti appena citati. Ecco cosa è stato detto in questa occasione.
1 Di chi è la proprietà della scalinata della chiesa?
2 Il Comune è responsabile per la caduta scalinata della chiesa?
3 A chi appartiene la scalinata della chiesa o del duomo?
Di chi è la proprietà della scalinata della chiesa?
La corte comincia l’analisi nell’individuare il soggetto proprietario della scalinata della chiesa che, in fin dei conti, è anche il responsabile per tutti i danni che, su di essa, si verificano (a meno che determinati dall’imprudenza o dalla distrazione dell’infortunato – il cosiddetto «caso fortuito»).
Per la Suprema corte: «la responsabilità da omessa custodia di un bene destinato all’attività di culto, anche se per consuetudine asservito ad un uso pubblico [e quindi frequentato dalla collettività dei concittadini], grava sul proprietario del bene [ossia la parrocchia o la diocesi] e non sull’ente territoriale su cui insiste il bene [il Comune], a meno che non sia dimostrata una detenzione o un potere di fatto dell’ente territoriale sulla cosa». In altri termini, l’infortunato che intenda chiedere il risarcimento al Comune, perché ritiene che sia quest’ultimo il soggetto responsabile, deve però dimostrare che l’amministrazione locale esercita di fatto un controllo sulla scalinata, provvedendo magari alla sua polizia, ad opere di abbellimento o di restauro, ecc. L’ipotesi è davvero residuale.
Prima di andare in tribunale e chiedere, dunque, il risarcimento per la caduta sulla scalinata di una chiesa a causa di un gradino rotto, il malcapitato deve – seguendo le regole del diritto canonico – accertare se sia responsabile la diocesi oppure la parrocchia. E – in base agli “usi pubblici” – verificare se invece ricorre la responsabilità del comune.
Il Comune è responsabile per la caduta scalinata della chiesa?
La Cassazione ritiene non sufficientemente provata la detenzione del Comune sui gradini antistanti la chiesa solo per via dell’invito, rivolto dal primo cittadino al parroco subito dopo l’incidente, «a porre la scalinata di ingresso al duomo in sicurezza». «La semplice imposizione di un vincolo di uso pubblico – spiega la decisione -, pur permettendo alla collettività di esercitarvi il diritto di servitù di passaggio, non altera il diritto di proprietà sulla medesima, che rimane privata». Tale uso, dunque, «non è di per sé in grado di trasferire il potere di fatto sulla cosa (ovvero gli oneri di custodia) sull’ente territoriale preposto alla gestione e manutenzione delle adiacenti pubbliche vie».
A chi appartiene la scalinata della chiesa o del duomo?
Detto ciò, a chi appartiene in definitiva la scalinata della chiesa o del duomo? La Cassazione, nel caso di specie, ha rigettato anche la domanda nei confronti della Diocesi perché non era stato dimostrato che la scala fosse sotto la sua responsabilità.
La legge 222/85 che disciplina la successione dei beni tra diversi enti ecclesiastici, non basta «a dimostrare che la Diocesi sia proprietaria o detentrice di fatto del Duomo e delle sue pertinenze, posto che tale normativa contempla la possibilità di assegnazione di detti beni agli enti parrocchiali».
A questo punto bisogna trovare la risposta al quesito nei Patti lateranensi [2] in base ai quali «le chiese sono giuridicamente rappresentate dall’ordinario diocesano, dal parroco, dal rettore o dal sacerdote che, sotto qualsiasi denominazione o titolo, sia legittimamente ad esse preposto, non precisa in quali casi la rappresentanza spetti all’ordinario, al parroco, al rettore od ad altro sacerdote».
Una legge del 1866 [3] ancora in vigore esclude poi dal demanio pubblico tutti i beni delle corporazioni religiose soppresse; la norma ha usato l’espressione «edifici di culto» in senso empio, «sì da comprendersi non solo gli edifici destinati a chiesa, ma anche i sagrati, consistenti in un’area di distacco tra le chiese e le strade o piazze su cui prospettano».
[1] Cass. sent. n. 5841/2019 del 28.02.2019.
[2] Art. 15 15 legge 27 maggio 1929 n. 848.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, ordinanza 23 gennaio – 28 febbraio 2019, n. 5841
Presidente Spirito – Relatore Fiecconi
1. Con atto di citazione in data 14/2/2006, B.S. introduceva giudizio dinanzi al Tribunale di Termini Imerese, Sezione Distaccata di (…), lamentando la sussistenza di un’insidia nella rottura, non adeguatamente segnalata, di un gradino della scalinata di accesso al Duomo, a causa della quale la stessa parte attrice era rovinata a terra in data 16/4/2004. Nel giudizio di primo grado si costituivano le parti convenute ossia la Diocesi di (…), nonché il Comune di (…), il quale svolgeva chiamata di terzo nei confronti dell’allora Fondiaria SAI s.p.a., quale assicuratrice della Pubblica Amministrazione così convenuta. Con sentenza n. 263/2009, il Tribunale di Termini Imerese, Sezione distaccata di (…), condannava la Diocesi di (…) a risarcire B.S. dei danni subiti in occasione del sinistro avvenuto sulla scalinata di accesso al Duomo di (…), mentre rigettava la domanda nei confronti del Comune di (…).
2. Con atto notificato in data 25/3/2010, la Diocesi di (…) proponeva appello innanzi alla Corte d’Appello di Palermo per reiterare l’eccezione di carenza di legittimazione non accolta in primo grado. Con sentenza n. 2178/2016, depositata in data 22/11/2016, la Corte d’Appello accoglieva il gravame e riformava parzialmente la sentenza di primo grado, rigettando la domanda svolta in prime cura da B.S. nei confronti della Diocesi di (…), in quanto “l’attore avrebbe dovuto dare prova del fatto che Diocesi comunque mar teneva una disponibilità giuridica e materiale della scala di accesso del Duomo e solo successivamente dar prova del nesso causale tra cosa in custodia e danno”. Rigettava, inoltre, appello incidentale svolto da B.S. nei confronti del Comune di (…), in quanto “le scale su cui si è verificato il sinistro non ricadono nella proprietà del Comune”, nonché era da escludersi qualsiasi responsabilità ex art. 2051 c.c. in quanto non era stata fornita alcuna “prova di una disponibilità giuridica e materiale da parte del Comune della scala di accesso al Duomo”.
3. Con ricorso notificato in data 13/2/2017, B.S. chiedeva la cassazione della sentenza n. 2178/2016, notificata telematicamente il 13 dicembre 2016; della Corte d’Appello di Palermo, deducendo cinque motivi di gravame. Le parti intimate hanno notificato separati controricorsi. Il ricorrente e la Diocesi producevano memorie.
1. Con il primo motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt. 75 e 112 c.p.c., e dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 116 c.p.c., laddove la Corte d’Appello non ha rilevato la mancata tempestiva allegazione da parte della Diocesi, fatta so o nella fase di appello, del provvedimento che stabiliva che la proprietà della Cattedrale passava alla rispettiva parrocchia, nonché il fatto che tale tardività abbia di fatto provocato la preclusione sul punto. Con il secondo motivo, il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ex art. 360 c.p.c., n. 5, laddove la Corte d’Appello ha omesso qualsiasi motivazione sul motivo per cui abbia ritenuto che la convenuta Diocesi avesse in primo grado dedotto solo mere difese e non specifiche eccezioni difensive. Con il terzo motivo, ex art. 360, comma 1, n. 3, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., anche in relazione agli artt. 817 e 2697 c.c., e art. 116 c.p.c., laddove la Corte Territoriale ha ritenuto che la scalinata di accesso al Duomo non era nella disponibilità della Diocesi di (…) e, quindi, che quest’ultima non era tenuta alla custodia e/o manutenzione.
1.2. I primi due motivi sono diretti ad affermare che la Diocesi in primo grado non aveva svolto sul punto una mera difesa, bensì un’eccezione che essa stessa doveva corredare di prova. L’assunto di fondo è nel senso che la parte convenuta abbia formulato un’eccezione basata sul fatto che l’ente ecclesiastico, essendo ente riconosciuto mediante D.M. n. 31 gennaio 1987, avrebbe dovuto provare che il bene in questione (la cattedrale di (…)), era stato assegnato alla parrocchia con provvedimento del Vescovo, secondo quanto indicato dalla L. n. 222 del 1985, art. 29. Tale fatto, costitutivo dell’eccezione sollevata dalla Diocesi ai fini dell’affermazione della propria carenza di legittimazione passiva, sarebbe stato allegato provato solo tardivamente dalla convenuta appellante nel giudizio di appello.
1.3. I motivi non tengono conto della ratio decidendi, laddove la sentenza ha affermato che l’azione era stata proposta ex art. 2051 c.c., e che l’onere di provare I rapporto di custodia tra la convenuta e la res causativa dell’infortunio (la scalinata del sagrato della chiesa, teatro e causa delle lesioni), gravasse sulla parte attrice.
1.4. La questione da esaminare logicamente per prima, in via preliminare e assorbente, è pertanto di natura sostanziale, e non processuale come ritenuto dal ricorrente, concernente la titolarità del rapporto di custodia da cui trae titolo la domanda di chiamata in responsabilità della convenuta. In merito, deve essere condivisa la distinzione tra legittimazione al processo e titolarità della posizione soggettiva oggetto dell’azione e deve essere altrettanto condivisa l’affermazione dei giudici di merito secondo cui il problema della titolarità, non solo attiva ma anche passiva, della posizione soggettiva attiene al merito della decisione. Il fatto che la questione attenga al merito significa che rientra nel problema della fondatezza della domanda, della verifica della sussistenza del diritto fatto valere in giudizio, e che spetti all’attore allegarla e provarla, salvo il riconoscimento, o lo svolgimento di difese Incompatibili con la negazione della titolarità del rapporto da parte del convenuto. Anche l’eventuale contumacia o tardiva cosituzione o allegazione in merito alla carenza di titolarità non potrebbero assumere valore di non contestazione o alterare la ripartizione degli oneri probatori, ferme le eventuali preclusioni maturate per l’allegazione e la prova di fatti impeditivi, modificativi od estintivi della titolarità del diritto non rilevabili dagli atti, tra i quali non rientra l’eccezione de qua, rilevabile di ufficio dal giudice se risultante dagli atti di causa (Cass., Sez. U, Sentenza n. 2951 del 16/02/2016, Rv. 638371, 638372 e 638373 – 01; conf.: Sez. 3, Sentenza n. 14652 del 13/07/2016, Rv. 640517 – 01; Sez. 1, Sentenza n. 15037 del 21/07/2016, Rv. 640745 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 30545 del 20/12/2017, Rv. 647184 – 01; Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 22525 del 24/09/2018).
1.5. Quanto al terzo motivo, il mero riferimento alla L. n. 222 del 1985, che disciplina la successione dei beni tra diversi enti ecclesiastici, non è idoneo a dimostrare che la Diocesi sia proprietaria o detentrice di fatto del Duomo e delle sue pertinenze, posto che tale normativa contempla la possibilità di assegnazione di detti beni agli enti parrocchiali, e l’attore avrebbe dovuto comunque dimostrare in concreto il rapporto di fatto, ovvero una disponibilità giuridica e materiale, tra la convenuta in giudizio e la scalinata su cui si è verificato l’occorso, ai sensi dell’art. 2051 c.c.: “la responsabilità ex art. 2051 c.c., postula la sussistenza di un rapporto di custodia della cosa e una relazione di fatto tra un soggetto e la cosa stessa, tale da consentire il potere di controllarla, di eliminare le situazioni di pericolo che siano insorte e di escludere i terzi dal contatto con la cosa” (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 27724 del 30/10/2018; Cass., sez. 3, sentenza n. 15761/2016). Atteso che l’onere della prova sul potere di controllo del bene incombeva, sotto ogni profilo, a carico dell’attore, solo dopo tale dimostrazione avrebbe potuto discutersi del nesso causale tra fatto ed evento lesivo; sicché, tutto il discorso in via generale svolto dal ricorrente non ha alcuna attinenza con la motivazione in concreto adottata. Esso risulta oltretutto tautologico, laddove sostiene che “non è davvero contestabile che… la scalinata… era nella disponibilità materiale della Diocesi”.
2. Con il quarto motivo, il ricorrente denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, ex art. 360 c.p.c., n. 5, laddove la Corte d’Appello ha omesso qualsiasi motivazione sulla ragione per cui abbia ritenuto che la convenuta Diocesi, pacificamente nella disponibilità materiale della scalinata, non fosse custode della chiesa e della sua scalinata d’accesso.
2.1. L’argomento ripone su affermazioni non dimostrate e resta assorbito da quanto sopra detto; in generale tende, in via del tutto inammissibile, a sostenere la responsabilità della Diocesi (già esclusa dal primo giudice), esplicitamente su un argomento riferito alla valutazione della prova (cfr. il 1 cpv. a pag. 20 del ricorso), in questa sede insindacabile.
3. Con il quinto motivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, il ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2051 c.c., anche in relazione all’art. 825 c.c., e art. 116 c.p.c., laddove la Corte d’Appello ha dubitato della responsabilità del Comune di (…), proprietario dell’area limitrofa alla scalinata e, quindi, del fatto che il Comune era tenuto all’obbligo di manutenzione della stessa, potendo derivare pericolo per gli utenti dato l’uso pubblico generalizzato, a nulla rilevando l’obbligo di manutenzione incombente sul proprietario della scalinata.
3.1. Il motivo si dimostra infondato, e comunque non considera la ragione per cui la Corte d’appello ha ritenuto non provata la responsabilità del Comune, anche sotto il profilo della responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.p.c., e – quanto al rapporto di custodia generato da un uso pubblico del bene – non equiparabile la scalinata di accesso al duomo a una strada privata determinante un diritto di uso pubblico (che può identificarsi nella protrazione dell’uso da tempo indeterminabile), e ciò al fine di indicare che anche il Comune convenuto non sia anch’esso “titolare passivo” della pretesa, in quanto non è stata dimostrata, anche in questo caso, la disponibilità giuridica o materiale della scalinata della cattedrale ai fini della affermazione di una responsabilità ex art. 2051 c.c. (v. sopra punto 1).
3.2. In parziale correzione della motivazione della sentenza, occorre precisare che l’eventuale sussistenza di un uso pubblico della scalinata della chiesa, che potrebbe sussistere come nel caso di una strada privata lasciata al pubblico accesso, non può di per sé porsi a fondamento della responsabilità dell’ente territoriale in termini di omessa custodia.
3.3. Le leggi che storicamente sono intervenute per regolare i rapporti tra Stato e Chiesa cattolica non consentono di svolgere ragionamenti diversi quanto alla natura privata del sagrato e di ogni area pertinenziale di un bene appartenente a un ente ecclesiastico. La L. 27 maggio 1929, n. 848, art. 15, stabilendo che le chiese sono giuridicamente rappresentate dall’ordinario diocesano, dal parroco, dal rettore o dal sacerdote che, sotto qualsiasi denominazione o titolo, sia legittimamente ad esse preposto, non precisa in quali casi la rappresentanza spetti all’ordinario, al parroco, al rettore od ad altro sacerdote, onde deve ritenersi implicito, in detto articolo, il richiamo alle norme di diritto canonico. E pertanto, poichè la chiesa succursale di una parrocchia, che è destinata, come la Chiesa parrocchiale, all’esercizio delle funzioni inerenti all’ufficio di parroco, ha come rettore lo stesso parroco, versandosi non in ipotesi di cumulo di uffici incompatibili (can.156 C.i.C.) ma di Unione di uffici minus principalis (can.1419 C.i.C.), nella quale la provvista canonica dell’ufficio principale importa ipso iure il conferimento di quello accessorio. La L. 7 luglio 1866, n. 3036, art. 18, inoltre, escludendo gli edifici di culto dalla devoluzione al demanio di tutti i beni delle corporazioni religiose soppresse, in quanto appariva necessario conservare la loro destinazione a soddisfare effettive e concrete esigenze spirituali della popolazione, ha usato l’espressione edifici di culto in senso ampio, sì da comprendersi non solo gli edifici destinati a chiesa, ma anche i sagrati, consistenti in un’area di distacco tra le chiese e le strade o piazze su cui prospettano, i quali sono destinati esclusivamente ai fini di una migliore esplicazione dell’attività di culto che vengono esercitate nelle chiese e dello svolgimento di cerimonie religiose ed altri atti di culto che si svolgono all’aperto (cfr. Sez. 2, Sentenza n. 4362 del 12/11/1957).
3.4. L’uso pubblico è in genere riferito al transito che può interessare una strada o un altro bene di proprietà privata e, in merito, è stato sancito che la semplice imposizione di un vincolo di uso pubblico su strada vicinale, pur permettendo alla collettività di esercitarvi il diritto di servitù di passaggio con le modalità consentite dalla conformazione della strada stessa, non altera il diritto di proprietà sulla medesima, che rimane privata (Sez. 2 – Sentenza n. 15618 del 14/06/2018; Cass., Sez. 6 – 2, n. 11028 del 19 maggio 2011). Pertanto, per quanto la dicatio ad patriam sorga in presenza di un comportamento ab immemorabile di destinazione ad uso pubblico da parte del proprietario che, seppur non intenzionalmente diretto a dar vita al relativo diritto, metta volontariamente, con carattere di continuità, un proprio bene a disposizione della collettività, assoggettandolo al relativo uso (Cass., Sez. 1, n. 4207 del 16 marzo 2012), tale uso, tuttavia, eventualmente concorrente con la precipua destinazione dell’area stessa all’attività di culto, non è di per sé in grado di trasferire il potere di fatto sulla cosa (ovvero gli oneri di custodia) sull’ente territoriale preposto alla gestione e manutenzione delle adiacenti pubbliche vie.
3.5. Pertanto, deve affermarsi il seguente principio: “la responsabilità da omessa custodia di un bene destinato all’attività di culto, anche se per consuetudine asservito a un uso pubblico, grava sul proprietario del bene e non sull’ente territoriale su cui insiste il bene, a meno che non sia dimostrata una detenzione o un potere di fatto dell’ente territoriale sulla cosa”, circostanza – quest’ultima – che la Corte di merito, nell’ambito della discrezionalità di valutazione “in fatto” che le è propria, ha ritenuto non essere provata dal solo rilievo che, dopo l’incidente occorso in danno del ricorrente, il dirigente del servizio comunale competente abbia rivolto all’ente ecclesiastico un invito a porre la scalinata di ingresso al duomo in sicurezza.