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Timestamp: 2018-01-17 20:06:51+00:00
Document Index: 150921702

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 25', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 6', 'sentenza ']

Bilancio di Sostenibilità IES | Pagina 2 di 2 | Impresa Equa Sostenibile
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ORIENTAMENTI FORNITI DALLA COMMISSIONE EUROPEA
Le Imprese e i Gruppi di grandi dimensioni devono evidenziare un comportamento commerciale trasparente e responsabile ed un’attività compatibile con una crescita sostenibile ed inclusiva al fine di promuovere gli interessi della società; dare l’esempio e guidare le imprese minori; diffondere la cultura della sostenibilità.
La comunicazione di informazioni di carattere non finanziario e sulla diversità contribuisce a misurare, monitorare e gestire i risultati delle imprese e il relativo impatto sulla società. É necessario portare la trasparenza delle informazioni sociali e ambientali fornite dalle Imprese al fine di individuare i rischi per la sostenibilità e accrescere la fiducia degli investitori e dei consumatori, coniugando redditività a lungo termine, giustizia sociale e protezione dell’ambiente.
In generale occorre che un Bilancio di Sostenibilità debba:
• rendere più utili, coerenti e pertinenti le informazioni contenute, sopratutto per quegli stakeholder che vogliamo ritenere primari come i Consumatori (che sono poi Cittadini),
• prioritariamente soddisfare le esigenze dei Consumatori anche riservando particolare attenzione agli effetti sulla sicurezza dei Consumatori stessi,
• assicurare ai Consumatori un facile accesso alle informazioni,
• accrescere la fiducia dei Consumatori,
• garantire il dialogo con le Comunità locali e le azioni intraprese per garantire lo sviluppo di tali Comunità,
• non dare l’impressione di comunicare informazioni non rilevanti di natura promozionale,
• migliorare la comparabilità,
• evitare di fornire informazioni generiche o standardizzate,
• indicare obiettivi misurabili specifici,
• divulgare ai Consumatori l’impatto dell’attività e le ripercussioni positive e negative in maniera chiara ed equilibrata,
• concentrarsi sulle necessità delle parti interessate come gruppo collettivo prioritariamente esterne rispetto a quelle interne all’Impresa.
Il documento (Orientamenti sulla Comunicazione di Informazioni di Carattere non Finanziario e sulla Diversità – Gazzetta Ufficiale Dell’unione Europea Del 5.7.2017 ) è stato redatto a norma dell’articolo 2 della direttiva 2014/95/UE per aiutare le imprese interessate a comunicare le informazioni di carattere non finanziario in maniera rilevante, utile, coerente e comparabile.
INNOVAZIONE SOCIALE CON IL PRINCIPIO DI PRECAUZIONE
Le tecnologie che entrano ogni giorno la nostra vita producono una innovazione sociale con risvolti talvolta subdoli, che potrebbero coglierci impreparati. Le Imprese hanno il compito di rendere consapevoli i Consumatori delle innovazioni introdotte, dei loro effetti palesi e occulti non solo nel breve periodo.
Il principio di precauzione diventa sovrano per caratterizzare le nuove proposte con maggiore attenzione e responsabilità, per garantire un futuro effettivamente migliore.
Un’innovazione collaterale a quella tecnologica è la incredibile quantità di dati che le nostre attività lasciano sul campo. L’era digitale, l’era dell conoscenza, si basa sulla combinazione contestualizzata dei dati raccolti in diversi contesti, in modo da interpretarli e comprenderli per ottimizzare le prestazioni e quindi la soddisfazione dei Consumatori.
L’analisi di dati si fa complessa e riesce ad estrarre intuizioni capaci di orientare con crescente precisione l’evoluzione delle attività produttive. Nasce il rischio di abusi, ben oltre la privacy, perché la manipolazione del futuro potrebbe proprio manifestarsi dal perverso utilizzo dei dati.
Stiamo generando una società sempre più interconnessa, piena di opportunità ma anche imprevedibilmente vulnerabile. La sostenibilità è anche prevedere e prevenire le minacce che caratterizzano l’era di “Internet delle cose”, una delle prime tappe d’arrivo di questa era digitale; la seconda è l’interazione con l’intelligenza artificiale.
L’eccellenza della sostenibilità per una Impresa è costruire intorno a sé una cultura, costruttiva e positiva, ponendo anche la trasformazione digitale come pilastro per migliorare continuamente il proprio valore e per adattare le idee imprenditoriali allo sviluppo delle esigenze del mercato, senza alterarlo egoisticamente e senza forzarne i tempi.
Alla base della cultura specifica di ogni Impresa è l’impegno alla prevenzione, rispettando il principio di precauzione; l’impegno a non proporre e divulgare consumi al buio, correndo rischi, ignorando contraccolpi potenzialmente prevedibili, sorvolando sui ipotetici malfunzionamenti o effetti collaterali possibili. Occorrono verifiche coscienziose sull’efficacia degli obiettivi in una visione responsabile.
Il Risk Management è strutturato in tre categorie:
1. Rischi esterni
Rischi che possono provenire da entità non partecipanti direttamente all’attività produttiva, cioè da eventi politici o macroeconomici, dal Mercato (sistema Consumatori-Aziende), dalla Società (sistema Comunità-Istituzioni), dal Territorio (sistema Ambiente-Biodiversità).
2. Rischi strategici
Rischi che possono provenire dal proprio ambiente d’affari, come l’innovazione di prodotto e di processo, la competizione, la volatilità finanziari e/o delle materie prime, la formazione delle risorse umane
3. Rischi operativi
Rischi che possono provenire da entità partecipanti direttamente all’attività produttiva (in particolare conseguenti ad innovazioni tanto di processo quanto di prodotto), dall’organizzazione aziendale, dalla sicurezza, dalle tecnologie applicate, dalle vicende legali e giudiziarie.
Pervade trasversalmente nei tre gruppi di rischio la legalità e la responsabilità sociale, la cui evidenza costituisce il motore della sostenibilità.
L’attenzione alla sostenibilità e la governance improntata alla sostenibilità attenua molta parte dei rischi indicati.
La gestione dei rischi garantisce, oltre la reputazione, la prevenzione dei danni che dai rischi stessi possono derivare e che hanno influenza sulla stabilità e sullo sviluppo dell’Azienda; proteggono i Consumatori da effetti negativi che possono talvolta divenire irreparabili.
SOSTENIBILITÀ E RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA
Un modello di sviluppo sostenibile individua e neutralizza gli squilibri, materiali e immateriali, che genera; lega gli obiettivi economici con quelli del benessere diffuso; un modello di sviluppo e gestione, corretto e leale, genera una maggiore consapevolezza da parte di tutti gli stakeholder in modo da ottimizzarne il ruolo dell’Impresa in maniera positiva e costruttiva.
Una componente qualificante del Bilancio di Sostenibilità è la connessione strategica con un modello di gestione analogo ed integrato a quello ex D. Lgs. 231/01.
Il D. Lgs. 8 giugno 2001, n. 231, “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica” ha introdotto nel nostro ordinamento una responsabilità “diretta” degli enti come conseguenza della commissione di specifici reati da parte di persone che rivestono funzioni di rappresentanza, amministrazione o direzione della persona giuridica o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale, o che esercitano, anche di fatto, l’attività di gestione e controllo dell’ente, ma anche da parte di semplici dipendenti o collaboratori che agiscono in nome e per conto dell’Impresa.
Ebbene, se inizialmente l’ambito di applicazione del decreto riguardava solo pochi reati quali, a titolo esemplificativo, l’indebita percezione di erogazioni, la truffa in danno dello Stato o di un ente pubblico o per il conseguimento di erogazioni pubbliche, la concussione e la corruzione, con l’incessante susseguirsi di modifiche ed integrazioni al testo del decreto l’elenco dei reati-presupposto è stato nel tempo notevolmente ampliato.
L’ente, infatti, se vuole evitare una eventuale condanna penale per gli illeciti commessi nel suo interesse o a suo vantaggio da suoi organi o dipendenti, è oramai tenuto a prevenire la commissione al suo interno di numerosissimi reati, tra i quali l’omicidio colposo o le lesioni gravi o gravissime commesse con violazione delle norme sulla tutela della salute e sicurezza sul lavoro (in buona sostanza, è sufficiente che dalla violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute negli ambienti di lavoro consegua una lesione grave o gravissima o una “malattia professionale” per un proprio dipendente, per vedere l’ente al banco degli imputati in un processo penale), la ricettazione, il riciclaggio, l’impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita.
Nel mese di luglio 2009, poi, il legislatore ha apportato altre importanti novità al D.lgs. 231/2001.
In particolare, con l’introduzione dell’art. 24-ter sono stati inseriti i delitti di criminalità organizzata, e, con modifica dell’art. 25 bis, sono stati inseriti i delitti contro l’industria ed il commercio, nonché, con l’introduzione dell’art. 25 novies, tra gli altri i delitti in materia di violazioni del diritto d’autore.
L’impatto di tale decreto sull’attività delle Imprese è assolutamente rilevante: un eventuale coinvolgimento dell’Impresa a seguito di un reato commesso dalle persone a vario titolo in essa operanti può avere conseguenze che, oltre ad arrecare un rilevante danno d’immagine di difficile quantificazione, consentono la comminazione, anche in via cautelare e, dunque, antecedentemente ad una eventuale sentenza di condanna, di rilevanti sanzioni interdittive, quali l’interdizione dall’esercizio dell’attività, la sospensione o la revoca delle autorizzazioni, licenze o concessioni funzionali alla commissione dell’illecito, il divieto di contrattare con la pubblica amministrazione, l’esclusione da agevolazioni, finanziamenti, contributi o sussidi e l’eventuale revoca di quelli già concessi, il divieto di pubblicizzare beni o servizi, ma anche la nomina da parte del giudice di un commissario giudiziale per la prosecuzione dell’attività dell’ente.
Diviene, dunque, indispensabile, per le Imprese:
– adottare ed attuare efficacemente un modello di organizzazione, gestione e controllo che preveda, in relazione alla natura e alla dimensione dell’Organizzazione, nonché al tipo di attività svolta, misure idonee a garantire lo svolgimento dell’attività nel rispetto della legge ed a scoprire ed eliminare tempestivamente situazioni di rischio;
– dotarsi di un organismo di vigilanza con autonomi poteri di iniziativa e di controllo al quale affidare il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli e di provvedere al loro continuo aggiornamento attraverso l’indispensabile apporto tecnico di specialisti legali di settore.
Gli obblighi per le Imprese derivanti dalla nuova normativa, dunque, sono numerosissimi.
A tal fine, l’ente deve individuare le attività nel cui ambito possono essere commessi reati, prevedere specifici protocolli diretti a programmare la formazione e l’attuazione delle decisioni dello stesso in relazione ai reati da prevenire, individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee ad impedire la commissione dei reati, prevedere obblighi di informazione nei confronti dell’organismo deputato a vigilare sul funzionamento e l’osservanza dei modelli, introdurre un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello e tanto altro ancora, senza dimenticare, poi, una sempre necessaria verifica periodica per la valutazione della opportunità di una eventuale modifica del modello quando sono scoperte significative violazioni delle prescrizioni ovvero quando intervengono mutamenti nell’organizzazione o nell’attività dell’Impresa tali da rendere lo stesso non più efficace in termine di prevenzione del rischio di commissione dei reati di cui al decreto.
“La mancata adozione di un modello, in presenza dei presupposti oggettivi e soggettivi di cui all’art. 5 D. Lgs. 231/01 (reato commesso nell’interesse o vantaggio della società e posizione apicale dell’autore del reato) è sufficiente costituire quella “rimproverabilità”, di cui alla Relazione ministeriale al Decreto Legislativo costituita dall’omissione delle previste doverose cautele organizzative e gestionali idonee a prevenire talune tipologie criminose, e ad integrare la fattispecie sanzionatoria.
In tale concetto di “rimproverabilità” è implicata una forma nuova, normativa, di colpevolezza per omissione organizzativa e gestionale, avendo il legislatore ragionevolmente tratto dalle concrete vicende occorse in questi decenni, in ambito economico e imprenditoriale, la legittima e fondata convinzione della necessità che qualsiasi complesso organizzativo costituente un ente ai sensi del D.Lgs., art. 1, comma 2, adotti modelli organizzativi e gestionali idonei a prevenire la commissione di determinati reati, che l’esperienza ha dimostrato funzionali ad interessi strutturati e consistenti, giacché le “principali e più pericolose manifestazioni di reato sono poste in essere da soggetti a struttura organizzativa complessa” (Rel. ministeriale cit.).” (Cass. Pen. n. 36083/09)
La mancata adozione di un modello consente anche la condanna al risarcimento del danno dell’amministratore di una società in favore di quest’ultima per la mancata adozione di un adeguato modello organizzativo ex art. 6 del D. Lgs. 231/01 (Trib. Milano, sentenza n. 1774 del 13/02/2008). Pertanto, la conseguenza è implicita: l’omessa adozione dei modelli previsti è causa di responsabilità dell’ente, ente che ovviamente, potrà rivalersi sull’Amministratore che, nello svolgimento del suo ruolo dirigenziale, non è riuscito a governare correttamente omettendo di porre in essere un sistema che fosse in grado di evitare il verificarsi dei reati previsti dal D. lgs. 231/01.