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Timestamp: 2018-11-18 04:49:51+00:00
Document Index: 28518617

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'sentenza ', 'art. 30', 'art. 11', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 59', 'art. 11', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 23', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 3']

Pubblicato il 09/10/2018N. 00001/2018 REG.RIC.
N. 00211/2018 REG.PROV.COLL.
sul ricorso numero di registro generale 1 del 2018, proposto da
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall'avvocato Zeno Perinelli, presso lo stesso elettivamente domiciliato in Trento, via Grazioli n. 11 e con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia n. 11;
Ministero dell'interno, in persona del ministro in carica, rappresentato e difeso dall'Avvocatura distrettuale dello Stato, domiciliataria in Trento, largo Porta Nuova, 9;
Questura di Trento, in persona del questore in carica, rappresentata e difesa dall’Avvocatura distrettuale dello Stato, domicilitataria in Trento, largo Porta Nuova, n. 9
della nota del Ministero dell'interno - dipartimento di pubblica sicurezza richiamata nella comunicazione del servizio lavoro della Provincia autonoma di Trento (prot. n. 996 di data 11.1.2008)
per la condanna della questura di Trento e del Ministero dell’interno a risarcire in solido il danno patrimoniale a titolo di lucro cessante/mancato guadagno nella misura di Euro 40.000, ovvero di quell’importo maggiore o minore che risulterà di giustizia, con aggiunta di interessi e rivalutazione monetaria dal giorno del dovuto al saldo;
Visti gli atti di costituzione in giudizio del Ministero dell’interno- Questura di Trento ;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 27 settembre 2018 il consigliere Paolo Devigili e uditi l’avvocato Zeno Perinelli per il ricorrente e l’avvocato Dario Bellisario per l’amministrazione resistente;
Il ricorrente -OMISSIS-, nato in Brasile e discendente diretto del signor -OMISSIS-, nato in provincia di Trento nel 1852 ed emigrato in Brasile prima del 1920, espone di essere entrato in Italia il 6 giugno 2005, usufruendo del permesso di soggiorno per attesa di cittadinanza previsto dall’art. 11 del d.p.r. 3 novembre 1999, n. 394, rilasciato il 14 giugno 2005 e avviato ai sensi della legge 14 dicembre 2000, n. 379.
Ottenuta la residenza in Levico Terme, il ricorrente si è sempre impegnato in varie occupazioni a tempo determinato presso aziende locali, fino a quando l’ultima occupazione in qualità di bracciante agricolo è stata interrotta in data 15 novembre 2008 per effetto della nota dell’11 gennaio 2008 della Provincia di Trento che, recependo quanto rappresentato dal Ministero dell’interno il 12 settembre 2007 in risposta al quesito posto dalla locale Questura, concludeva nel senso che “sulla base della legislazione attuale i cittadini di origine italiana titolari di permesso di soggiorno per attesa cittadinanza non sono abilitati a svolgere attività lavorativa”.
Con il ricorso oggi in esame il signor-OMISSIS-ripropone quindi la domanda di risarcimento del danno patito per la forzosa inattività e la mancata percezione di qualsiasi reddito, nella misura di 40.000 euro, con interessi e rivalutazione monetaria.
I) Per quanto riguarda il primo aspetto, va sottolineato che l’ammissibilità della domanda rivolta al giudice amministrativo per ottenere il risarcimento della lesione dell’interesse legittimo senza la previa richiesta di annullamento della determinazione causativa di tale lesione (qui rappresentata dalle note ministeriale e provinciale richiamate in fatto) è stata da tempo riconosciuta dalla giurisprudenza, a partire dalla sentenza dell’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato 23 marzo 2011, n. 3, e ha trovato oggi codificazione nell’art. 30 del codice del processo amministrativo. Non può quindi essere revocato in dubbio che questo giudice possa conoscere della domanda risarcitoria posta con il ricorso.
II) Quanto al (connesso) secondo aspetto, che coinvolge profili attinenti alla tempestività della domanda, vale innanzitutto rilevare come la salvezza delle preclusioni e delle decadenze sancita dall’art. 11 del codice del processo in caso di traslatio iudicii non vale ad attribuire, nella fattispecie in esame, effetto preclusivo al citato art. 30 comma 3, contrariamente a quanto sostiene la difesa resistente. È principio consolidato, e condiviso dal Collegio, (per tutte, Cons. di Stato sez. III n. 297/2014 e sez. V n. 6296/2011), che il termine di decadenza di 120 giorni per la proposizione della domanda risarcitoria, ora previsto dalla suddetta norma, non è applicabile a cause, ancorché proposte nella vigenza del c.p.a., che assumano a loro presupposto vicende (come nel caso di specie: 12 settembre 2007, nota negativa del Ministero; 11 gennaio 2008, nota della Provincia) antecedenti all’entrata in vigore del codice: in tali casi l’azione risarcitoria viene espressamente assoggettata solo al termine di prescrizione quinquennale, fatta peraltro salva, come già previsto dalla giurisprudenza formatasi pre-codice, ossia prima dell’introduzione dell’art. 30, il principio della congrua valutazione, da parte del giudice, della rilevanza del comportamento negligente dell’interessato che non ha provveduto ad impugnare il provvedimento negativo né ha attuato rimedi stragiudiziali protesi ad evitare il danno o comunque a limitarne le conseguenze. Comportamento negligente che qui non è dato riscontare, avendo l’interessato tempestivamente proposto, sia pure al diverso giudice, la domanda risarcitoria.
III) Essendo, quindi, l’azione risarcitoria assoggettata solo al termine di prescrizione quinquennale, l’azione qui in esame mantiene la propria attualità, essendosi interrotta la prescrizione quinquennale (unico termine applicabile) per effetto della notificazione (18 luglio 2014) dell’atto di citazione introduttivo del giudizio civile, contenente la domanda risarcitoria formulata in via autonoma. Tale interruzione ha conservato effetti con la riassunzione, avvenuta rispettando le modalità ed i termini già indicati dall’art. 59 della legge 18 giugno 2009, n. 69, riprodotto dall’art. 11 del codice, posta la salvezza degli effetti che la domanda avrebbe prodotto se il giudice di cui è stata dichiarata la giurisdizione fosse stato adito fin dall’instaurazione del primo giudizio, (in contrario non vale l’ulteriore locuzione “ferme restando le preclusioni e le decadenze intervenute”, dato che, come si è detto, nessuna decadenza può ritenersi collegata alla mancata tempestiva impugnazione dei provvedimenti lesivi, come sopra si è detto).
IV) Il ricorso è riferito ai danni patiti dal 12 gennaio 2008 (data in cui il ricorrente ha perso il lavoro, per effetto della nota negativa del Ministero e della comunicazione della conseguente inoperatività del protocollo d’intesa in precedenza stipulato tra la Provincia e la Questura) fino al 2012, anno in cui, ottenuta la cittadinanza, il signor-OMISSIS-ha potuto riprendere a lavorare, come da lui stesso riferito. Per il periodo fino al 18 luglio 2009 (considerata l’interruzione al 18 luglio 2014) il diritto al risarcimento incorre nella prescrizione quinquennale (eccepita in via subordinata dall’Avvocatura resistente), mentre rimane vivo per il periodo successivo, e quindi dal 2008 fino al 2012.
Il Ministero dell’interno, su precisa richiesta della Questura di Trento, che rappresentava come “non si rinviene alcuna normativa che disciplini” il titolo di soggiorno per l’acquisto della cittadinanza italiana iure sanguinis “relativamente allo svolgimento di attività lavorativa da parte dei titolari e che i tempi per la concessione della cittadinanza si sono notevolmente allungati”, e chiedeva conseguentemente se il permesso in argomento consenta lo svolgimento di tali attività, ha risposto nel senso che l’art. 14 del d.p.r. n. 394 del 1999, “nel disciplinare le ipotesi di conversione del permesso di soggiorno da altra tipologia a quella per lavoro, non contempla quello per attesa cittadinanza. Pertanto, per poter autorizzare i cittadini di origine italiana in possesso di tale tipologia di permesso di soggiorno a svolgere attività lavorativa sarà necessario attendere una modifica normativa in tal senso”.
Nessuna delle specifiche disposizioni dedicate all’ambito delle attività consentite dai vari tipi di permesso di soggiorno, ovvero convertibili in una diversa fattispecie che consenta attività lavorativa, si occupa del permesso per attesa cittadinanza italiana iure sanguinis di cui alla legge n. 379 del 2000, come ha rilevato il Ministero con la nota del 12 settembre 2007, recepita dalla Provincia. Né, d’altra parte, è possibile colmare tale aporia del sistema ricorrendo allo strumento dell’analogia: il Collegio condivide quanto ha puntualizzato il Consiglio di Stato (sez. III, 12 ottobre 2017, n. 4738), secondo cui l’ordinamento giuridico italiano non conosce alcun principio di generale convertibilità delle varie tipologie di titolo di soggiorno, che va considerata piuttosto come eccezione alla regola, applicabile nei soli casi tassativamente previsti, che costituiscono un numero chiuso. E d’altra parte l’applicazione dell’analogia nella determinazione dello status dei cittadini extracomunitari si risolverebbe in una innovazione del sistema, non consentita al Giudice (Corte costituzionale, sentenza 12 dicembre 2014, n. 277)
I) Occorre innanzi tutto considerare che, in generale, per coloro che attendono il rilascio della cittadinanza il problema della convertibilità del relativo permesso non si pone: l’art. 11 comma 1 lett. c) dpr n. 394 del 1999 ne prevede il rilascio, per la durata del procedimento di concessione, “a favore dello straniero già in possesso del permesso di soggiorno per altri motivi”. Ciò significa che, costituendo tale diverso e già posseduto permesso di soggiorno presupposto imprescindibile per ottenere quello per attesa di cittadinanza, il problema (che in questa sede non rileva) si sposta, semmai, sulla convertibilità di tale diverso permesso, ovvero sull’ambito delle attività consentite da tale diverso permesso.
È appena il caso di sottolineare che non si tratta, qui, di evocare o di postulare una soluzione creativa, in una materia, quale quella della regolamentazione dell’ingresso e del soggiorno dello straniero nel territorio nazionale, nella quale pacificamente spetta al legislatore ampia discrezionalità, come nel caso esaminato e risolto dalla sentenza della Corte Costituzionale 12 dicembre 2014, n. 277. Qui e ora, invece, si tratta di denunciare il diverso, immotivato trattamento riservato dal legislatore a due situazioni analoghe, ambedue tutelate attraverso il permesso in attesa del rilascio della cittadinanza, ma con un ambito di facoltà e diritti del tutto divergenti, in assenza di ragioni giustificativa, sicché la riconduzione ai parametri costituzionali, se postula una pronuncia additiva da parte della Corte costituzionale, dovrebbe ritenersi consentita dal momento che la soluzione è logicamente necessitata ed implicita nello stesso contesto normativo (cfr., ex plurimis, sentenza 9 ottobre 2013, n. 279).
III) Il dubbio di legittimità costituzionale non è, in conclusione, manifestamente infondato; esso è inoltre rilevante al fine della decisione del ricorso in esame, alla luce delle considerazioni che precedono
Esso investe l’art. 1 della legge n. 379 del 2000 e l’art. 6 d.lgs. n. 286 del 1998 nella parte in cui non prevedono l’utilizzazione dello speciale permesso per attesa di cittadinanza ai fini dello svolgimento di attività lavorativa, per violazione dell’art. 3 della Costituzione e del principio di ragionevolezza che, quale che ne sia la sedes materiae, permea di sé tutto il sistema costituzionale.
Il Tribunale Regionale di Giustizia Amministrativa di Trento, visto l’art. 23 della legge 11 marzo 1953, n. 87,
- dichiara rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 14 dicembre 2000, n. 379 e dell’art. 6 del decreto legislativo 25 luglio 1998, n. 286 in relazione all’art. 3 della Costituzione e del principio di ragionevolezza, secondo quanto indicato in motivazione;
- sospende il giudizio, rinviando ogni definitiva decisione all’esito del giudizio incidentale davanti alla Corte costituzionale;
- dispone che questa ordinanza sia notificata, a cura della Segreteria del Tribunale, alle parti in causa e al Presidente del Consiglio dei ministri, e che sia comunicata ai Presidenti della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica.
Così deciso in Trento nella camera di consiglio del giorno 27 settembre 2018 con l'intervento dei magistrati:
Roberta Vigotti,	Presidente, Estensore