Source: http://www.pensioniscuola.it/pavarie/realta.htm
Timestamp: 2019-11-22 05:16:49+00:00
Document Index: 128815629

Matched Legal Cases: ['art. 72', 'art. 17', 'art. 72', 'art. 12', 'art. 59', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 2', 'e contrario']

A volte la realtà supera ogni fantasia nel creare situazioni incredibili. La normativa riesce a fare miracoli.
Una legge è come l'abito di un sarto. Se è un buon sarto la legge è buona.
Ma poi intervengono altri sarti, buoni e cattivi: quel taschino lo spostiamo più in basso, il colletto si può allungare, via questa tasca, e i bottoni? non vanno bene.
E nasce il mostro. Così funziona la normativa in Italia. La normativa pensionistica è ormai un rattoppo rattoppato.
E si finisce per creare situazioni incredibili. Vorrei cercare di raccoglierle in queste pagine. Man mano che mi capita di osservarle.
6/2/2011 40 ANNI, MA NON LI DIMOSTRA - Incongruenze delle disposizioni sui pensionamenti d'ufficio
9/2/2011 L' AMBIGUITA' GIURIDICA DEI DIRIGENTI SCOLASTICI
30/4/2011 PREPARIAMOCI AL SORPASSO
3/5/2011 IL REBUS DELLA RICONGIUNZIONE LEGGE 29/79
23/8/2011 TORNANO DI ATTUALITA' LE BABY PENSIONI
25/11/2011 SE PIRANDELLO FOSSE VIVO ...
23/11/2012 PIRANDELLO E' VIVO!
8/6/2014 EFFETTI IMPREVISTI DEL BLOCCO DEI CONTRATTI
C'era una volta (anzi c'é ancora) un ministro di nome Brunetta.
E' convinto di aver capito i difetti della pubblica amministrazione e quindi si è sentito in dovere di eliminarli. Finora i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Pochi.
Un giorno fa una bella pensata: ci sono dipendenti pubblici assenteisti, malandati di salute, con scarso rendimento, con scarsa professionalità. E pensa: modifichiamo le norme garantiste che danno loro la possibilità di lavorare oltre i 40 anni oppure oltre i 65 anni età. Non più il diritto, ma deve essere l'amministrazione a decidere se ha convenienza a servirsi di loro.
Il ragionamento è corretto e non fa una grinza. E nasce il comma 11 dell'art. 72 della legge 133/08 (conversione in legge del decreto 78/08).
Il comma 35-novies dell'art. 17 del decreto n. 78/2009, convertito nella legge 102/09 ha modificato il comma 11 dell'art. 72, limitandone l'applicazione al 31 dicembre 2011.
Pertanto se non sarà prorogata, questa norma non sarà applicabile nel 2012. E sarebbe cosa giusta dal momento che ha effetti negativi sul contenimento della spesa pubblica.
Nel settore scuola il ministro Gelmini ha interpretato parte della norma in questo modo: verificato che il dipendente, in regola con i decreti di computo o riscatto, ha maturato i 40 anni al 31 agosto, i dirigenti scolastici devono emettere il decreto di cessazione dal servizio (Direttiva n. 94 del 4/12/09, valida anche per il 2011, di cui si riporta lo stralcio).
" ... Qualora da più puntuali accertamenti attivati, da parte dei Dirigenti Scolastici, si verifichi l’esistenza di tale condizione sarà inoltrato, dagli stessi, il dovuto preavviso di risoluzione del rapporto di lavoro, da comunicare entro il 28 febbraio 2010. Qualora, nel periodo di vigenza della legge, l’interessato abbia titolo al raggiungimento di un ulteriore scatto stipendiale, fermo restando l’obbligo del preavviso, potrà essere differita la decorrenza della risoluzione unilaterale del contratto che avrà luogo dopo il conseguimento del miglioramento retributivo sempre che, naturalmente, l’adozione dei suddetti provvedimenti ricada nell’ambito temporale di applicazione della legge."
Il ministro nega al DS la facoltà di valutare se l'amministrazione ha interesse ad avvalersi dell'operato del dipendente. Interpretazione che stravolve la norma.
Si è presentata da me giorni fa (ma non è il solo caso simile) un'insegnante elementare che al 31 agosto 2011 avrà maturato i 40 anni di servizio.
Mi chiede se può fare qualcosa per restare in servizio un altro anno per portare a termine un progetto già avviato. Si capisce da come parla che è una di quelle persone che amano il loro lavoro.
Le faccio notare che non ha alcuna convenienza a restare in servizio, essendo irrisoria la differenza tra lo stipendio e la pensione.
La cosa non cambia i suoi propositi.
Si offre di lavorare gratis per un anno, il DS vorrebbe mantenerla in servizio, la legge glielo permetterebbe, la circolare del ministro no.
Si offre di lavorare gratis per un anno, è brava, ha un eccellente curriculim, ma sarà cacciata via.
Certo il Ds avrebbe potuto applicare la legge ed ignorare la circolare ministeriale, ma sarebbe incorso in sanzioni da parte dell'amministrazione e avrebbe dovuto ricorrere al magistratura per ottenere ragione, ma per quale motivo dovrebbe procurarsi tutti questi guai, ha diritto alla nostra comprensione.
L' AMBIGUITA' GIURIDICA DEI DIRIGENTI SCOLASTICI
E' ormai nota la situazione giuridica dei dirigenti scolatici che potremmo definire "con i piedi in due scarpe".
Fanno parte del personale della scuola e sono soggetti alla normativa che riguarda questo personale, ma hanno un CCNL proprio nell'ambito della dirigenza statale per cui sono oggetto di norme che non sempre attengono alla specificità della funzione.
Un pasticcetto all'italiana creato per mera opportunità economica che ha fatto piovere su questo personale aumenti retributivi non ottenibili diversamente e una struttura retributiva con ulteriori vantaggi dal punto di vista della pensione e della buonuscita. E tutto questo li colloca contrattualmente in una posizione privilegiata nella panoramica del personale della scuola. Anche la scuola ha la sua "casta".
Tutto ciò è stato corretto dal punto di vista sindacale? Non tocca a me dirlo. Sono molto perplesso.
Fra le tante ambiguità create da questa situazione, vorrei soffermarmi su quella delle dimissioni.
Come personale della scuola il dirigente può lasciare il servizio solo al 1 settembre, rassegnando le dimissioni entro il 28 febbraio.
Ma il contratto dell'area della dirigenza gli consente di lasciare il servizio per recesso quando vuole con tre mesi di preavviso.
E su questo voglio fare una considerazione, mettendoci quel poco di cattiveria per la quale sono ormai noto.
Il personale della scuola può lasciare il servizio per dimissioni solo al 1 settembre e la causa è comprensibile: farlo nel corso dell'anno scolastico produrrebbe danno al servizio.
Il dirigente scolastico può, però, lasciare il servizio al 31 dicembre... al 31 maggio ...; allora delle due l'una:
1) lasciando il servizio al 31 maggio non crea disagi perché nella gestione è una figura ben pagata, ma non indispensabile e le complesse operazioni di chiusura dell'anno scolastico possono essere svolte senza danni al servizio da un reggente;
2) è una figura indispensabile e cessando al 31 maggio crea disagi al servizio scolastico, ma la tutela di un suo diritto prevale sulla tutela dei diritti dell'amministrazione, del servizio scolastico, delle famiglie ...
In entrambi i casi c'è qualcosa che non va sulla quale chi ha responsabilità sindacali ci dovrebbe fare un pensierino.
Su questa ambiguità si è venuta a creare ora una situazione pirandelliana.
La C.M. n. 100 del 29/12/2010, impartendo disposizioni sui pensionamenti 2011, a proposito dei dirigenti dice:
La cessazione dal servizio dei dirigenti scolastici è disciplinata dal C.C.N.L. 15 luglio 2010 dell’area V della dirigenza e, in particolare, dall’art. 12, che fissa al 28 febbraio la data di presentazione delle istanze di dimissioni. La previsione contrattuale di specifici termini di preavviso, in caso di recesso, fa sì che ad essi non sia più applicabile l’art. 59 comma 9 della legge 449/97, nella parte in cui consente di maturare entro il 31 dicembre dell’anno di cessazione i prescritti requisiti per accedere al pensionamento dal 1° settembre.
- compimento del 65° anno di età: la risoluzione del rapporto di lavoro avviene automaticamente al verificarsi della condizione del limite massimo di età e viene comunicata per iscritto dall’Ufficio scolastico regionale. La cessazione opera a decorrere dal 1° settembre successivo al verificarsi della succitata condizione, tranne i casi in cui sia stata valutata positivamente la domanda di trattenimento in servizio fino a 67 anni secondo i criteri contenuti nella direttiva n. 94 del 4 dicembre 2009;
- recesso del dirigente: nel caso di specie è richiesto il preavviso. L’Ufficio territoriale competente accerterà la sussistenza del diritto a percepire il trattamento pensionistico e comunicherà agli interessati l’eventuale mancata maturazione di tale diritto entro trenta giorni dalla data di ricevimento della domanda. In tale ultimo caso gli stessi hanno facoltà di ritirare la domanda di dimissioni entro e non oltre cinque giorni dalla data di ricevimento della comunicazione stessa.
Quindi ribadisce che se il dirigente scolastico non usufruisce del recesso si applica la normativa vigente per il personale della scuola: cessazione e pensione dal 1 settembre, requisiti entro il 31 dicembre.
In caso di recesso, la normativa per la dirigenza prevede: pensione 12 mesi dopo aver maturato i requisiti.
Ma pare che l'INPDAP non sia dello stesso parere e intenda erogare la pensione sempre e comunque come avviene per la dirigenza: 12 mesi dopo aver maturato i requisiti.
A questo punto, in mancanza di ulteriore chiarezza, potrebbe verificarsi la seguente situazione pirandelliana:
Il dirigente scolastico Pinco Palla matura i 40 anni di servizio e quindi il requisito per andare in pensione al 31/10/2011. E' l'unico requisito maturato.
Presenta le dimissioni dal servizio avvalendosi della circolare ministeriale n. 100 del 29/12/2010.
Poi invia all'INPDAP la documentazione con la domanda di pensione a partire dal 1 settembre.
L'INPDAP risponde che non può applicare il comma 9, riguardante il personale della scuola; pertanto corrisponderà la pensione dal 1 novembre 2012 (12 mesi dopo aver maturato il diritto). Come avviene per tutti i dirigenti statali di cui contrattualmente fa parte.
Il dirigente va al CSA e chiede di ritirare le dimissioni, come previsto entro il 31 marzo, per quanti non possiedono i requisiti per ricevere la pensione dal 1 settembre.
Il solerte funzionario del CSA gli fa presente che non può fargli ritirare la domanda perché egli deve attenersi alla CM del ministro secondo la quale il dirigente ha i requisiti per ricevere la pensione dal 1 settembre. E la domanda può essere ritirata solo nel caso contrario.
Il dirigente scolastico può solo andare da un avvocato e presentare un ricorso, anzi due: uno all'ammininistrazione e uno all'INPDAP. E attendere un po' per sapere se ha ragione.
Penso che arriveranno in tempo ulteriori chiarimenti, probabilmente io ho esagerato! Ho volutamente esasperato il caso.
Ma non si sa mai, a volte la realtà riesce a superare la più fervida fantasia.
18/2/2011: Aggiornamento
Come previsto, dopo l'intervento della Cisl Scuola, il MIUR ha chiesto chiarimenti all'INPDAP che con la nota 2632 del 15/2/11 ha risposto facendo marcia indietro.
Eppure, se andiamo a vedere, l'interpretazione dell'INPDAP ha una sua logica per due motivi.
1 - Un dirigente statale non della scuola che matura i 40 di servizio a novembre 2011 potrà andare in pensione a novembre 2012. Un dirigente scolastico invece può andare può andare a settembre 2011.
Un privilegio ingiusto e ingiustificato.
2 - Il comma 9 dell'art. 9 della legge 449, applicato anche alla dirigenza, è una stortura giuridica: al personale della scuola è imposto, ai DS è dato come opportunità. Quindi diventa un privilegio.
Ma tutto rientra nella politica "piratesca" di chi nel sindacato gestisce da anni la contrattazione della dirigenza scolastica, in combutta con un'associazione corporativa come ANP che continua a ottenere privilegi discriminatori. L'ultimo della serie con il nuovo CCNL.
PREPARIAMOCI AL SORPASSO
Impensabile una decina di anni fa, ma ora ci siamo!
Il DPR 503/92 ha introdotto una novità che allora fu seguita con molta apprensione: il calcolo della pensione dei pubblici dipendenti, limitatamente al servizio maturato a partire dal 1/1/93 in poi, si deve calcolare non più sull'ultimo stipendio, bensì sulla media retributiva degli ultimi 10 anni.
Ovviamente la norma fu introdotta per portare un vantaggio agli enti previdenziali abbassando l'importo della pensione.
Da allora dobbiamo tener conto di:
1) due anzianità (a. fino al 31/12/92 - b. dal 93 alla cessazione)
2) due retribuzioni pensionabili (a.quella alla cessazione - b.la media degli ultimi 10 anni)
da cui deriva che la pensione è la somma di due quote (quota A e quota B).
Voi direte: è naturale che il calcolo della quota A, rapportata all'ultimo stipendio,è più favorevole!
E qui sta la sorpresa!
Normalmente la media degli ultimi 10 anni è di poco inferiore all'ultimo stipendio.
Nel 2012 in taluni casi la media decennale supera l'ultimo stipendio.
Voi state pensando che non è possibile. Invece è così. E questo dovrebbe far riflettere quanti hanno a cuore la tutela sindacale dei lavoratori.
La media decennale non è calcolata sulle nude retribuzioni, ma quelle ottenute applicando l'indice ISTAT di inflazione.
Così possiamo scoprire che nel 2012 la retribuzione del 2002, rivalutata del coefficiente di inflazione, si rivela superiore a quella in godimento nel 2012 nonostante gli scatti di anzianità maturati.
Tutto questo sta ad indicare quindi che la retribuzione pensionabile in godimento alla cessazione, pur tenendo conto degli scatti di anzianità, col blocco triennale della legge 122/2010 ha seguito un trend inferiore all'inflazione.
Questo per quanto riguarda la retribuzione pensionabile!
E la retribuzione reale?
Il discorso cambia, ma di poco: nella retribuzione reale bisogna tener conto che che una parte degli aumenti è confluita nella retribuzione accessoria (compenso individuale accessorio, retribuzione professionale docenti ... ) che di norma non affluiscono nella retribuzione pensionabile perché sotto la soglia della maggiorazione del 18% dello stipendio.
Nel momento in cui si parla insistentemente dell'abolizione degli automatismi, una riflessione su questi numeri va fatta.
La matematica, senza manipolazioni di cifre, non chiede elucubrazioni filosofiche, ma risposte concrete.
IL REBUS DELLA RICONGIUNZIONE LEGGE 29/79
La famigerata legge 122/2010 continua a colpire!
Una situazione insostenibile si è venuta a creare dal combinato della disposizione che abroga la legge 322/58 e da quella che rende onerosa la ricongiunzione dei contributi dall'INPDAP all'INPS.
Chi ha una posizione pensionistica con l'INPS e una seconda con l'INPDAP, ma le deve unificare con la ricongiunzione per poter andare in pensione, non è in condizione di sapere quale scelta ha convenienza a fare.
Prima era tutto chiaro, il passaggio dall'INPS all'INPDAP era oneroso, quello dall'INPDAP all'INPS no.
Ora che sono entrambi onerosi, con la stessa procedura per il calcolo dell'onere, ma con risultati differenti, quale percorso è più favorevole?
Impossibile poter fare una valutazione: unica possibilità un salto al buio sperando di aver indovinato.
a. il calcolo dell'onere ricongiungendo tutto all'INPS ha un'incognita: il montante contributivo esistente all'INPDAP
b. il calcolo dell'onere ricongiungendo tutto all'INPDAP ha un'incognita: il montante contributivo esistente all'INPS
A tutto ciò bisogna aggiungere che mentre l'INPS dispone di un archivio informatico iniziato oltre 40 anni fa ed è in grado di ricavare questo dato in pochi secondi, l'archivio dell'INPDAP è incompleto quindi per il personale della scuola deve a volte reperire le informazioni rivolgendosi all'Amministrazione scolastica.
E questo non potrà che allungare i tempi necessari il trattamento della pratica.
E come se non bastasse diventa un ostacolo quella norma che prima era comprensibile ed ora potrebbe diventare un vero capestro se interpretata in modo restrittivo: mi riferisco alla norma che prevede che se una determina di ricongiunzione non viene accettata, non possa essere ripresentata una nuova richiesta prima che siano intercorsi 10 anni dalla data di presentazione di quella respinta oppure con decorrenza l'ultimo giorno di servizio se sono in corso le dimissioni.
Attualmente gli enti previdenziali non comunicano, neppure su richiesta, il montante contributivo all'utente. Non so per quali motivi, per quale recondita disposizione, lo comunicano solo all'altro ente previdenziale che ha avviato una pratica di ricongiunzione, prendendo come riferimento la data di presentazione della domanda.
Se prima questo comportamento provocava a volte un danno all'utente, adesso lo priva di un diritto per cui è inaccettabile.
E a mio parere illegittimo perché lede gli interessi dell'utente che non viene messo in condizione di valutare ciò che ritiene più conveniente.
Per ovviare sono praticabili soluzioni differenti:
a. Gli enti previdenziali forniscono ai patronati gli elementi indispensabili per calcolare l'onere di ricongiunzione, sia in applicazione dell'art. 1 che dell'art. 2.
b. Gli enti previdenziali forniscono all'utente, a domanda, il montante contributivo esistente a quella data; questo permetterebbe all'utente stesso di calcolare l'onere.
c. Permettere di chiedere contestualmente la ricongiunzione sia da A verso B che da B verso A, in modo da ricevere l'importo dei due oneri contemporaneamente e poter valutare se conviene accettare l'uno o l'altro.
Io mi aspetterei che sul problema le OO.SS. ci facessero un pensierino ...
E' un problema che attiene alla tutela degli interessi dei lavoratori. Non aspettiamoci che siano gli enti previdenziali a porsi un problema che non li riguarda e comporta un carico supplementare di lavoro.
TORNANO DI ATTUALITA' LE BABY PENSIONI
In un momento in cui le pensioni sono ancora nel mirino del Governo e non sappiamo ancora come andrà a finire, qualcuno ha voluto infilare la lama nella piaga rispolverando il discorso delle pensioni baby. Lo ha fatto il Corriere della Sera del 22/8/2011.
Poiché seguo queste problematiche da 35 anni, ho vissuto queste "periodo nero" dalle sue origini da un osservatorio privilegiato.
Ho combattuto questo triste fenomeno alla mia maniera, facendo allora come oggi il contestatore all'interno del sindacato.
E allora come oggi la risposta è stata: non tocca al sindacato promuovere iniziative peggiorative nei confronti dei lavoratori.
E allora come ora io rispondo: principio immorale perché se dai a una persona qualcosa che non è giusto le sia data, stai derubando un'altra persona.
Ho voluto dire questo per dimostrare che ho le carte in regola per dire quanto sto per affermare.
Non ho nulla contro i baby pensionati; hanno esercitato un diritto consentito dalle leggi dello Stato.
Le responsabilità ricadono fondamentalmente sulla politica, sulla degenerazione della democrazia che era ed è malata di un morbo pernicioso: non approvare provvedimenti legislativi sacrosanti se l'impatto potrà far perdere dei voti. Il consenso del popolo bue innanzitutto!
Il problema delle baby pensioni è sorto alla fine degli anni 60 quando la crescita economica sostenuta era accompagnata da un'inflazione sopra il 15% annuo e quindi ad un aumento continuo della parte di retribuzione legata all'inflazione. Il calcolo delle pensioni era basato su un sistema vecchio per cui, per fare un esempio, una donna che andava in pensione con 15 anni di anzianità (di cui magari 10 da lavoro, uno da maternità e 4 dal riscatto della laurea), all'inizio degli anni 80 si ritrovava una pensione pari al 70% della retribuzione.
Non era difficile comprendere che ci trovavamo davanti ad una degenerazione del sistema, infatti in tanti provarono a mettere una pezza, ma senza riuscirci.
Si deve al ministro Goria il primo colpo di mano: per non farsi imbragare dai politicanti, invece di far chiacchiere agì e le sue intenzioni furono note solo quando entrò in vigore il decreto legge che abbatteva l'indennità integrativa in funzione dell'anzianità. Era il 28 gennaio 1983.
Ma nonostante fosse un provvedimento tampone e quindi non definivo, si dovette aspettare la riforma Amato del 92, la cui gradualità vedeva ancora nel 1997 pensionamenti con meno di 25 anni di anzianità, per affrontare il nodo.
Ora il Corriere propone un prelievo speciale su quanti ebbero la fortuna di approfittare di leggi permissive. E' giusto?
Il mio parere è sì, lo trovo giusto, per questo sono sicuro che non sarà mai preso in considerazione.
Un prelievo legato al reddito e non applicato in modo indiscriminato sarebbe giusto e sacrosanto.
Chiedere un sacrificio in più a chi ieri ha avuto con troppa generosità è certamente condivisibile.
Ho seguito da vicino molte decine di pensionamenti baby e la mia esperienza mi permette di affermare che si trattava di persone che andavano in pensione per intraprendere una nuova attività oppure di donne il cui coniuge esercitava un'attività professionale o comunque con buon reddito
Quindi siamo quasi sempre di fronte a persone che godono di una situazione reddituale molto tranquilla.
SE PIRANDELLO FOSSE VIVO ...
... sicuramente avrebbe tratto lo spunto per ricavarne un racconto o magari un atto unico.
Se vi accontentate, ci provo io. Intendiamoci, io non sono Pirandello.
Il professore continuava a girare e rigirare tra le mani la comunicazione appena ricevuta e non riusciva a nascondere la sua soddisfazione, gli avevano appena comunicato che, ai sensi di quello e di quell'altro, dal prossimo 1° settembre il liceo nel quale aveva trascorso buona parte della sua vita lavorativa non aveva più bisogno di lui che stava per maturare i 40 anni di anzianità pensionistica. Si era preparato da tempo a questo momento e aveva in mente tanti bei progettini per riempire il vuoto, ma a guastare i suoi programmi era intervenuto un decreto che spostava di un anno i pensionamenti.
"Adesso neanche dopo 40 anni ti danno la pensione! Inaudito!" aveva commentato con sgomento la notizia.
E piano piano, con pazienza aveva ingoiato il rospo, insomma si era rassegnato.
Ma adesso questa comunicazione che gli aveva messo sotto il naso con aria trionfante la segretaria, gli aveva dato una scossa elettrica che lo aveva mandato in fibrillazione.
Subito al lavoro per preparare i documenti che furono rapidamente presentati in segreteria, su tutti campeggiava la richiesta di pensione per l'INPDAP.
Quando ormai tutti in famiglia si erano rallegrati, gli amici del club dello scopone scientifico si erano complimentati, i colleghi lo guardavano con un misto di invidia e di benevolenza, quando ... insomma avete capito bene, tutto è pronto per festeggiare, arrivò la comunicazione dell'INPDAP: " --- ai sensi della tal circolare, la sua pensione decorre dal 1° settembre 2013 ..."
"Ma come, urlò il professore inviperito, questi vogliono farmi fare una cura dimagrante."
E si rivolse al giudice.
Così un bel giorno tutte le parti in causa si ritrovarono in aula.
Giudice: Ascoltiamo per prima la parte lesa.
Professore: Signor Giudice, la scuola mi deve dimettere dal servizio dal prossimo 1° settembre, ma il funzionario dell'INPDAP si rifiuta di corrispondermi la pensione dalla stessa data. Eppure la normativa dispone che non posso restare senza stipendio e senza pensione.
Giudice: E' evidente che lei ha ragione. Non comprendo come può succedere.
Dirigente: Signor Giudice non potevo fare altrimenti. Il comma 16 mi impone di applicare le disposizioni che prevedono la cessazione d'ufficio per chi matura i 40 anni.
Pausa e lettura attenta della normativa.
Giudice: E' evidente che lei ha ragione. Però bisogna corrispondere anche la pensione.
Funzionario: Io devo attenermi scrupolosamente alle circolari dell'istituto, la n. 16 del 9 novembre dice chiaramente che la pensione può essere corrisposta dal 1° settembre dell'anno successivo, quindi dal 2013.
Pausa e lettura della normativa.
Giudice: E' evidente che anche lei ha ragione.
Il cancelliere si avvicina al giudice e gli sussurra qualcosa nell'orecchio.
Cancelliere: Signor Giudice, non è possibile dare ragione a tutti e tre.
Giudice: Hai ragione anche tu. Avete ragione tutti e quattro. La seduta è tolta.
Il giudice batté il martello, si alzò ed uscì dall'aula.
PIRANDELLO E' VIVO!
Pirandello è sempre vivo. Troppi, specialmente in Sicilia, fanno di tutto per mantenere vivo il ricordo dei suoi personaggi.
Qualche anno fa scoprimmo che in Sicila un dipendente comunale (di uno dei comuni più dissestati per l'irrazionalità degli sprechi) percepiva da anni regolare stipendio senza mai andare al lavoro, era addetto alla manutenzione e alla custodia della barca da diporto del sindaco.
Nessuno ci ha poi raccontato come sia finita la storia, ma presumo che i furbetti abbiano trionfato e tutto sia finito a tarallucci e vino.
Un altro personaggio pirandelliano trova gli onori della cronaca sul Giornale di Sicilia di venerdì 23 novembre 2011.
Pensare a chi oggi perde il lavoro, a chi non riesce a trovarne uno, a chi è rimasto vittima della Fornero... e poi leggere storie come queste, mette addosso una grande rabbia.
Ma come è possibile che succedano queste cose e chi è responsabile del controllo non si accorga di nulla.
Distrazione? Complicità? Imperdonabile comunque!
Pensate: se il nostro personaggio non avesse avuto la disgrazia di essere immesso in ruolo, sarebbe andato avanti per altri 40 anni e nessuno si sarebbe accorto.
Mi auguro che non finisca anche questa volta con il trionfo dei furbetti e degli azzeccagarbugli.
E che i responsabili paghino. Sto chiedendo troppo?
EFFETTI IMPREVISTI DEL BLOCCO DEI CONTRATTI DEL PUBBLICO IMPIEGO
QUANDO SI MIRA ALLA LEPRE E SI COLPISCE IL CACCIATORE
Il blocco dei contratti con le conseguenti retribuzioni congelate al 1 gennaio 2009, ha prodotto non solo una perdita consistente nel potere d'acquisto dei pubblici dipendenti, ma anche effetti imprevisti sulle pensioni e sulle buonuscite.
E siccome questa situazione si protrarrà ancora per anni, é opportuno farci qualche riflessione.
Quota A e quota B della pensione
La norma fu introdotta con la riforma Amato del 1992 e prevedeva:
1) calcolo della quota A della pensione sull'anzianità maturata al 31/12/92 prendendo come base la retribuzione pensionabile in godimento alla cessazione;
2) calcolo della quota B della pensione sull'anzianità maturata dal 1/1/93 alla cessazione (fino alla riforma Fornero, poi sino al 2011) prendendo come base la retribuzione pensionabile media degli ultimi 10 anni.
E' evidente lo scopo: penalizzare il calcolo della pensione a partire dal 1/1/93, salvaguardando il diritto acquisito, ovvero l'anzianità maturata al 31/12/92.
Effetto imprevisto: mentre la retribuzione alla cessazione, salvo scatti di anzianità o cambi di qualifica professionale, è ferma dal 2009 e lo resterà ancora per un po', la media decennale retributiva è calcolata con retribuzioni adeguate al tasso ISTAT di inflazione.
La conseguenza è che da qualche anno di norma la media decennale é più elevata della retribuzione alla cessazione.
Pertanto l'anzianità dal 93 alla cessazione ha un trattamento migliore di quella precedente.
L'effetto esattamente contrario di quello che si poneva come obiettivo il legislatore.
Quota C della pensione
La norma fu introdotta con la riforma Fornero e prevede il calcolo contributivo per tutti dal 1/1/2012 (quota C).
Anche questa norma fu introdotta per penalizzare il calcolo relativo all'anzianità maturata dal 1/1/2012 in poi.
Spesso si ottiene l'effetto contrario, sia perché anche nel calcolo retributivo le retribuzioni non sono statiche, ma sono rivalutate annualmente dell'indice PIL, ma anche in considerazione del fatto che è stata elevata l'età per accedere alla pensione.
Il calcolo contributivo è basato su due parametri: il montante (valore dei contributi adeguato con indici annuali) e l'età.
Usando i coefficienti vigenti fino al 31/12/2015, possiamo constatare che con un montante di 100 mila euro, un pensionato di 58 anni riceve una quota annua lorda di € 4.076, a 60 anni la quota diventa € 4.560, a 65 anni è di € 5.017 e per finire a 70 anni é pari ad € 6.038.
Se poi aggiungiamo che con la riforma Fornero la quota C riceve un forte incremento per il fatto che col calcolo contributivo non è applicabile il limite dell'anzianità utile che nel calcolo retributivo resta a 40 anni, appare evidente che questa novità inserita nel complesso della normativa vigente, attualmente rende il calcolo della quota C più vantaggioso di quello retributivo.
Su questo modello di calcolo se ne sono dette di tutti i colori, spesso inesatte, anche perché c'era in ballo l'interesse di molti a spingere verso la pensione integrativa. E molte proiezioni erano volutamente fuorvianti.
Il vecchio calcolo retributivo è squilibrato, finora ha sempre dato al pensionato molto di più di quanto lo stesso avesse versato in contribuzione, caricando sui lavoratori attivi il peso di questo squilibrio.
Come tutte le catene di S. Antonio, ad un certo punto il filo si spezza.
Le future pensioni calcolate col sistema contributivo daranno ad ognuno il dovuto, senza regali.
Saranno certamente pensioni inferiori di quelle attuali, ma non saranno disastrose come si propina, o almeno non lo saranno per il fatto di essere contributive, anche perché l'età pensionabile è stata aumentata e questo processo è irreversibile.
Dovranno prima o poi rivedere la legge Fornero, capolavoro di follia e di incompetenza, ma l'età media dovrà essere necessariamente più elevata del passato tutto da dimenticare.
E l'età più elevata alla cessazione valorizza il calcolo contributivo.
Se le pensioni future devono destare qualche preoccupazione, non é certo per il fatto che saranno contributive, quanto per quello che i giovani non trovano lavoro e non possono versare regolari contributi.
E' questo il vero dramma delle future pensioni. Non il calcolo contributivo.
Abbiamo sempre detto, sostenuti dall'esperienza, che la buonuscita viene calcolata con un criterio più vantaggioso del TFR.
Ma anche questo pilastro da un po' di tempo scricchiola per effetto delle retribuzioni bloccate.
Col blocco delle retribuzioni il TFR prende il sopravvento e in questi anni quanti hanno aderito ad Espero trasferendo la buonuscita nel TFR ne hanno tratto dei vantaggi.
Chi va in pensione nel 2014, salvo scatti di anzianità o cambio di qualifica, a parità di anni utili riceve la stessa buonuscita di chi è andato in pensione nel 2009.
Lo stesso importo, riversato nel TFR, ogni anno viene rivalutato di una percentuale pari al 75% dell'inflazione maggiorata dell'1,50%.
Un TFR di 50.000 euro nel 2009, al 31/12/2013 è diventato pari a 56.460.
Lo stesso importo maturato nel 2009 come buonuscita, normalmente nel 2014 è invariato.