Source: https://www.leggioggi.it/2012/07/10/la-precarieta-della-disciplina-lavoristica-italiana/
Timestamp: 2019-05-25 14:52:34+00:00
Document Index: 12214334

Matched Legal Cases: ['art. 409', 'art. 61', 'art. 1', 'art.1', 'art.1', 'art.1', 'art.1', 'art.2222', 'art.69', 'art.1', 'art.1', 'art.1', 'art. 69']

Precari "nel lavoro o "per diritto del lavoro"?
Home GoogleNewsDallaRedazione Precari “nel lavoro” o “per diritto del lavoro”?
La riforma Fornero, approvata dopo poco più di 3 mesi di discussioni, soprattutto al Senato, ha oggettivamente distrutto i punti più nevralgici del dibattito politico degli ultimi 15 anni, creandone di nuovi e, possibilmente, più interessanti ancora.
Il Pacchetto Treu, cioè quegli interventi normativi fatti per svecchiare (per la prima volta) il nostro mercato del lavoro, risalgono al 1995, scritti per il Governo Dini, la cui afferenza a qualsivoglia schieramento ideologico è difficile da dimostrare. Poco meno di 10 anni fa il nostro Paese ha vissuto un altro momento topico, con l’approvazione, nel 2002, della Legge 30 (legge-delega) e con l’emanazione del famosissimo D.lgs 276/03, altrimenti detto Legge Biagi. Come è noto il pacchetto Treu aveva investito l’art. 409 comma 3 del c.p.c. della responsabilità di fare da via di ingresso nel mercato del lavoro, oppure di quella di dare un nome a tutti i rapporti di lavoro di bassa qualità.
Una norma procedurale non può definire la sostanza di un’obbligazione. Cosa che fece, invece, la Legge Biagi nel 2003, quando sostanziò il lavoro che non era a tempo indeterminato di regole che ne assicurassero la forza, soprattutto dando alla “collaborazione coordinata e continuativa” del c.p.c. una dimensione sostanziale nella quale tanto i prestatori che i datori di lavoro potessero inquadrare un rapporto di lavoro, che sarebbe stato, altrimenti, privo di direzioni ed avrebbe continuato a lasciare nell’indeterminatezza migliaia di prestazioni lavorative.
Le intenzioni, si sa, non qualificano gli effetti di una legge, non sono sufficienti, ed allora proprio il contratto a progetto (art. 61 e ss. della Legge Biagi) è stato utilizzato in maniera distorta, facendo sì che venissero assunti con contratto a progetto lavoratori che nulla avevano a che fare con il risultato richiesto dalla legge, già nella sua prima versione, per definire la collaborazione a progetto.
La riforma Fornero, L. 92/2012, al comma 23 del suo articolo 1, interviene proprio per dipanare tutto il fumus mali iuris che la debolezza contrattuale individuale dei prestatori – ed a volte la malafede dei datori – aveva creato. Adesso non sarà più possibile scrivere con vaghezza (a volte si scriveva nel contratto solo l’oggetto sociale della società datrice) il progetto della collaborazione – melius: il risultato finale – al quale il prestatore deve arrivare per definire esaurita la sua missione contrattuale.
Molta attenzione viene prestata, però, a ricondurre il rapporto di lavoro nell’alveo della diligenza, visto che, tanto la retribuzione della novellata obbligazione a progetto che quella delle altre prestazioni di lavoro rese con partita IVA, è stata caricata di regole proprie dei rapporti di diligenza (orario di lavoro, retribuzione), cosa che non impiegherà troppo tempo per essere tradotta, nella fattualità dei contratti individuali, come la simulazione per nascondere rapporti di struttura diversa e meno autonomi rispetto a ciò che era contenuto già nella versione originaria della Legge Biagi.
È il comma 24 della Riforma Fornero a chiarire, a scanso di equivoci, che “l’individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto” di lavoro. In parole povere, viene richiesto ai datori di lavoro di definire con precisione lo scopo (il risultato finale) a cui devono tendere i collaboratori a progetto nella conduzione del proprio rapporto di lavoro. Questa norma, appare come il primo timido affacciarsi, nel nostro diritto, di un processo atto a creare una obbligazione di lavoro di risultato, tenuto conto del fatto che le “fasi di programma” che menzionava l’articolo 61 della legge Biagi, forse per non generare la confusione che si era riscontrata nei contratti a progetto per mansioni di sportellista, sono state eliminate per lasciare solo il progetto specifico ed il risultato finale come elementi essenziali del contratto. Il lato aspro di queste due norme è, invece, quello di lasciare ancora intatto il tema di cui si interessa con parole molto chiare, trattando le obbligazioni che si distinguono nella maniera stessa nella quale Marco Biagi le aveva lasciate (pur determinando l’insorgere del dubbio, sospendendo, cioè, il giudizio in merito alla dicotomia tra lavoro per un risultato e lavoro secondo diligenza). I commentatori sono stati sicuri, infatti, della valenza risultista della legge che si stava discutendo, fino a quando la discussione stessa non ha generato la teoria della retribuzione meritoria, per timore che il prestatore individuale potesse trovarsi in posizione di soggezione rispetto al datore. Teoria che, di fatto, ha portato ad imporre un corrispettivo basato sull’ orario di lavoro e non sul risultato finale conseguito. Anche il Governo Berlusconi era stato cauto sulla materia, visto che, nel D.L. 135/2011, all’articolo 8 lett. e), aveva invitato la contrattazione collettiva a segnare i bordi entro i quali la contrattazione individuale a progetto dovesse muoversi. La speranza non taciuta era che la contrattazione di prossimità inducesse a chiarire i caratteri ontologici della contrattazione a progetto.
Ci si trova in una fase storica, non solo italiana, in cui il c.d. civil law deve distinguere se nell’obbligazione di lavoro possa essere considerato, oltre alle mansioni, che caratterizzano i rapporti di lavoro di diligenza, anche un risultato che il prestatore possa conseguire, atteso che il diritto civile francese ha messo in un testo normativo sia le obbligazioni di mezzi che quelle di risultato (aggiungendovi anche l’obbligazione di garanzia, da noi rimasta finora solo nella dottrina di alcuni autori). La nostra giurisprudenza ha dovuto, giusto in questi tempi, sanzionare un cardiochirurgo che eseguiva, in un’obbligazione di diligenza, (come deve per forza essere quella del medico che non può sapere se dalla prescrizione o dalla esecuzione di una cura possa giungere il risultato della guarigione), grazie ad una clausola premiale del proprio rapporto di lavoro con la clinica, gli interventi sul cuore secondo una retribuzione che molto aveva in comune con il cottimo.
Il tema del risultato del rapporto di lavoro viene al momento assorbito tutto nella parte di campo che contraddistingue le obbligazioni di mezzi (o,come Mengoni le chiamava, di diligenza) visto che, storicamente, la prestazione di lavoro, salvo eccezioni (come quella del tassista proprietario), è sempre stata inquadrata nei rapporti di diligenza. Prove dalla esistenza di un processo tutto ancora da definire è quanto viene chiarito subito dopo nel testo normativo: queste nuove regole non intaccano i rapporti di collaborazione a progetto sorti prima dell’entrata in vigore del testo normativo in questione (art. 1, c. 25), a differenza delle Legge Biagi che, invece, modificava ex lege tutte le collaborazioni coordinate e continuative al momento esistenti, quasi a statuire che questo contratto a progetto è appunto un nuovo e diverso contratto a progetto.
La stagione che comincia per il diritto del lavoro, non solo per ciò che recitano le norme analizzate, ma per tutto il resto della Riforma Fornero, è una stagione di riflessione profondissima sulla rescindibilità (più) leggera del rapporto di lavoro, per vedere se è vero che l’economia e la produttività dei lavoratori migliorerebbero nella maggiore leggerezza dei gravami del licenziamento, sulla sostanza dell’obbligazione da Marco Biagi pensata e chiamata “contratto a progetto”, sulla tenuta del nuovo sistema di ammortizzatori sociali, sulla ulteriore maggiore rapidità che viene assicurata al processo del lavoro, sul modo principe di ingresso nel mercato del lavoro, che dovrebbe quello del contratto di apprendistato. Questo carotaggio della riforma Fornero basti per comprendere la provvisorietà che lo stesso Ministro ha dato, attraverso dichiarazioni ai mass-media, a questa legge; provvisorietà che può essere spiegata, da un lato, come si ritiene, nella necessità di pensare la natura del lavoro nel nostro Paese, reso ottuso da anni di ideologia analitica che ha trasformato in flaccida qualunque disciplina, e dall’altro, nella stima che sembra trasparire da tutti gli atti fortissimi compiuti dal Governo in carica per superare una crisi che, almeno per l’Italia, appare più grave e lunga di quanto non appaia per gli altri Paesi europei e del mondo.
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[…] può lavorare col contratto a progetto fino alla fine dei propri giorni. In parole povere, la precarietà sarà una compagna di viaggio fedele e dalla quale non ci si libererà […]
Gregorio 31 luglio 2012 at 18:03
Non ci sono commi con problemi come lei dice: esiste un regime di perfettibiilità a cui tendere ed il dibattito politico e sociale sta tendendo senza barricate ideologiche a migliorare la disciplina che è di fatto, finito il tempo degli scontri, migliorabile appieno….presunzione assoluta o relativa appartengono aL vecchio regime, che non riguarda questa nuova disciplina, ma se lei è così interessato a tutto ciò le posso consigliare gli ultimi articoli del Ghera (o anche il suo manuale)…per quanto mi riguarda, tenuto conto della contingenza econonmica e della necessità di svecchiare il mdl, penso proprio che nessuno di questi ragionamenti che lei dice entreranno neanche da lontano nelle menti dei giudici…(purtroppo e per fortuna) ed ora godiamoci le vacanze visto che a settembre ci saranno aspetti molto più importanti da definire (l’ontologia della prestazione di lavoro ad esempio)
omar 24 luglio 2012 at 19:42
nuovo link per il documento Camera 5256-A
http://www.camera.it/_dati/leg16/lavori/schedela/apriTelecomando_wai.asp?codice=16PDL0060760
omar 24 luglio 2012 at 19:39
Rieccomi solo per completare, in effetti i commi 24 e 25 dell’art.1 non sono gli unici ad avere problemi. Qui i pareri della Comitato per la Legislazione, etc. (Damiano-Cazzola, Camera 5256-A):
http://www.camera.it/camera/browse/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=16&codice=16PDL0060760&back_to=
Mi sembra di capire che per loro l’art.1 co.24 è una modifica non testuale (quindi non è interpretazione ma “novella”) e suggeriscono un cambiamento del testo-Fornero nei prossimi atti.
Rimane la questione: con l’art.1 co 25, o con le possibili modifiche suggerite, tutte le sentenze sugli attuali cocopro emanate con presunzione assoluta (la maggioranza) andranno quindi riviste in Appello e Cassazione applicandogli la presunzione relativa? Vedremo…
omar 18 luglio 2012 at 13:16
Beh, il corretto rapporto lavoratore-datore riguarda di conseguenza la “concorrenza leale” datore-datore, e quindi la società sana. Nel caso “scuola statale” contro “scuola privata”, non saprei.
Comunque in ultimo, gentilmente e mi scusi, può dirmi se secondo lei l’art.1 co24 della Riforma si può ancora definire “interpretazione autentica” (vincolante per i giudici)?
Se sì, è legalmente possibile renderla “NON retroattiva” con il comma 25?
Grazie ancora per l’attenzione e per avermi fatto conoscere leggioggi.it
Gregorio 16 luglio 2012 at 18:33
Sono stato frainteso: ciò che io o Lei possiamo ritenere debba essere l’interpretazione delle norme, ai fini dell’interpretazione degli organi giudicanti non rileva, e quand’anche aggiungessimo, alle nostre interpretazioni garantiste delle aspettative del lavoratore che spera nella conversione in tempo indeterminato, Lodovico Barassi, il giudice non potrà non riflettere sul fatto che le sue responsabilità insistono su questa società, con tutti i propri deficit, debiti ed inoccupati. Leggevo preprio oggi su queste pagine un articolo che illustrava la novità nella riflessione della Corte di Cassazione, che, pur essendo sembrata finora abbastanza pronta ad accettare la conversione dei rapporti dei supplenti della scuola, adesso sembra aver cambiato percorso, visto che sembra indisponibile a considerare solo i diritti dei ricorrenti, ma vada a cercare l’equilibrio con le necessità di risanamento dello Stato, negando l’immissione in ruolo dei supplenti, E’ per questo che dubito che i ragionamenti dei magistrati possano considerare l’assolutezza di un diritto alla conversione…
omar 16 luglio 2012 at 16:21
La ringrazio e sono d’accordo con lei sull’interpretazione sanzionatoria (ma sono “di parte”! :) Nel mio caso contratti ripetuti e pluriennali che l’azienda ha definito art.2222 non cococo). Rimane però il “secondo me” e tutti i dubbi su cosa i giudici debbano applicare a noi vecchi cocopro: presunzione relativa o assoluta?
Mi auguro che voi del settore riusciate a far chiarire la questione, nel senso della maggioranza di giurisprudenza e dell’interpretazione autentica (non innovativa); per me rimane strano che ci siano vecchi cocopro in appello e Cassazione con interpretazioni di “minoranza” che ora, secondo logica, saranno confermate: essendo la presunzione assoluta “solo” per i nuovi.
Gregorio 11 luglio 2012 at 02:55
ho capito meglio l’intervento precedente…secondo me l’imperfetto vecchio contratto a progetto deve essere sempre convertito in rapporto strutturato…lo dico anche perché questa forma di intervento del giudice è sanzionatoria della imperfetta contrattazione. Come dire all’azienda: non vuoi essere costretta a riassumerlo? Allora prepara meglio i contratti!
La fase che stiamo attraversando, però, induce facilmente il giudice alla responsabilità di non dare all’azienda opposta responsabilità che possano pregiudicare la sua capacità di produrre. e, se arrivasse in cassazione prima di altri 5 anni, dubito che la cassazione accetterebbe di acconsentire alla strutturazione del rapporto di lavoro, soprattutto se l’azienda in questione è una piccola impresa che non ha variato la sue dimensioni nel frattempo.
In tempo di crisi è il diritto che, per rimanere forte, deve adeguarsi alla società ed alla sua economia.
omar 10 luglio 2012 at 23:58
@gregorio: Grazie per la risposta.
mi sono spiegato male, ad esempio: ho un vecchio cocopro “senza progetto e senza programma” per ammissione dell’azienda. I giudici di prime cure ritengono che, pur in assenza di progetto, ci sono elementi di autonomia; mi viene applicata la “presunzione relativa” sull’art.69co1 e vengo riconosciuto “autonomo”.
Un altro lavoratore, identico a me, trova un giudice che applica quella sopra ma con la presunzione assoluta (prevalente in giurisprudenza) e, senza investigare la reale natura del rapporto, lo trasforma in subordinato.
L’interpretazione autentica della Fornero, se si applicasse come sembra dall’art.1 co.25 “solo” ai nuovi, obbligherà i miei giudici e quelli del “collega” ad affrontare i successivi gradi di giudizio con “presunzione relativa”: proprio il contrario dell’intento legislativo di Biagi (e/o dell’interprete Fornero).
Infine, il punto è: possibile che una norma di interpretazione(!) autentica di un articolo di legge (non è infatti norma innovativa, novità) possa essere “NON” retroattiva?
Grazie ancora, mi basterebbe un sì/no :) .
Giovanni 10 luglio 2012 at 23:02
Premesso che il mondo del lavoro è eterogeneo e, pertanto, è necessario distinguere tra lavori ove può valere l’obbligazione di risultato e lavori ove non occorre, va comunque evidenziata la necessità di rafforzare in qualche modo tali obbligazioni, perché ormai il mercato del lavoro interno si scontra con una concorrenza internazionale che punta alla riduzione dei costi, mentre l’Italia può uscire dalla crisi economica solo promuovendo un “made in Italy” fatto di qualità e grandi competenze. Ecco che, in questo quadro, l’obbligazione di risultato trova il suo sbocco naturale, perché, per esempio, io fabbro non posso chiedere al mio dipendente di produrre solo una lampada, ma di produrre una lampada con certe caratteristiche qualitative. Se il dipendente non è in grado di eseguire tale lavoro, allora non posso continuare la collaborazione, perché ne va della mia reputazione sul mercato.
In questo contesto va comunque capito lo strumento contrattuale da utilizzare. Purtroppo la rigidità del vecchio diritto del lavoro non consente alle imprese di essere competitive sul mercato. Occorre allora uno strumento in grado di favorire non tanto la flessibilità, quanto l’economicità del lavoro. Siamo sinceri…alle imprese servono i lavoratori, ma ne devono fare a meno perché costano tanto, non in termini di retribuzione, ma in termini di tasse, imposte e contributi…
Gregorio 10 luglio 2012 at 18:10
Queste regole riguardano i contratti stipulati dopo l’entrata in vigore della Legge Fornero. Il commentatore ultimo tenga presente che la sua domanda insiste proprio sulla novità di questo contratto a progetto. E sulla vecchiaia del contratto a progetto con le fasi di programma. Il giudice non potrà tenere conto del nuovo modello contrattuale a fini della comprensione di vecchi contratti a progetto.
omar 10 luglio 2012 at 16:02
Viene specificato (art.1 co25) che la legge Fornero si applica ai nuovi contratti cocopro, ma come è possibile che lo sia anche l’art.1 co 24, un’interpretazione autentica del noto art. 69 co 1 legge Biagi? Questa interpretazione autentica pone fine ad una diatriba (presunzione semplice o assoluta di subordinazione, in mancanza del progetto) definendo giusta la presunzione assoluta, maggioritaria in giurisprudenza. Cosa accadrà alle vecchie collaborazioni in vertenza, si andrà a fortuna di come interpreta il giudice? Grazie per la risposta-opinione.