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Timestamp: 2017-08-16 15:14:37+00:00
Document Index: 135274697

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 70', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

862.- Legge elettorale: Dopo il Porcellum che fare? | Mario Donnini in Associazione Europa Libera
862.- Legge elettorale: Dopo il Porcellum che fare?
19 dicembre 2016 Costituzionegendiemme
Alessandro Pace, Professore emerito di diritto costituzionale all’Università La Sapienza di Roma, presidente del Comitato per il No nel referendum sulle modifiche alla Costituzione.
1.La ragione che già di per sé sola avrebbe dovuto indurre gli elettori a votare No nel referendum costituzionale, è la seguente: essendo stata dichiarata, con la sentenza n. 1 del 2014, l’illegittimità del c.d. Porcellum in considerazione dell’«eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa» (il PD anziché 165 seggi ne aveva ottenuti 292, il PdL anziché 148 seggi ne aveva ottenuti solo 97 e il M5S anziché 166 ne aveva ottenuti solo 108), le Camere avrebbero dovuto essere immediatamente sciolte dal Presidente della Repubblica con conseguente convocazione dei comizi elettorali per un nuovo Parlamento.
Il risultato di questo duplice errore è stato una riforma pasticciata e incostituzionale che, come accennerò qui di seguito, violava l’elettività diretta del Senato e il principio di eguaglianza/razionalità nella composizione del Senato; che non prevede efficaci contro-poteri al Governo (così agevolando il premierato assoluto previsto dall’Italicum) e contraddice la “promozione” delle autonomie locali, con la seguente conseguenza: che qualora l’esito del prossimo referendum fosse positivo, la riforma Renzi-Boschi avrebbe costituito un “fatto eversivo” della vigente Costituzione.
Un fatto “eversivo” che, con la forza fattuale del “potere costituente”, avrebbe inciso sulla forma di governo, sulla forma di Stato, sulle forme di esercizio della sovranità popolare, sul principio di eguaglianza, sulla libertà di voto e indirettamente sugli stessi diritti sociali.
… da Bene comune.net, venerdì 28 Ottobre 2016
Sembrerebbe che le istituzioni parlamentari abbiano dimenticato di essere state delegittimate dalla dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum. Dal canto suo, il Presidente del consiglio, non essendo stato eletto e quindi non essendo personalmente coinvolto dagli effetti della sentenza n. 1 del 2014, non ne tiene affatto conto tant’è vero che il Ministro per i rapporti col Parlamento ha dichiarato che i programmi del Governo Renzi coprono l’intera legislatura. Ora è bensì vero che nella sentenza è scritto che l’incostituzionalità delle varie norme del Porcellum «non tocca in alcun modo gli atti posti in essere in conseguenza di quanto stabilito durante il vigore delle norme annullate, compresi gli esiti delle elezioni svoltesi e gli atti adottati dal Parlamento eletto», ma questo non significa che la sentenza non coinvolga la legittimità dell’attuale Parlamento. Se la Consulta, grazie al principio della necessaria continuità delle istituzioni, ha “delimitato” gli effetti “retroattivi” della pronuncia d’incostituzionalità e, quanto al futuro, ha esplicitamente previsto che le Camere elette nel 2013 possano approvare una nuova legge elettorale, non ha però detto che esse possano continuare ad operare come se nulla sia successo. Mi rendo conto che la situazione politica, economica e finanziaria richiede che un governo ci sia, ma questo non significa che l’attuale Parlamento possa far tutto senza limiti modali, di contenuto e di tempo. Tento di spiegarmi meglio con un paio di esempi di ciò che un Parlamento delegittimato non potrebbe né dovrebbe mai fare. Limiti modali. La Corte costituzionale ha detto chiaramente, nella citata sentenza, che una legge elettorale, per essere costituzionalmente legittima, pur perseguendo l’obiettivo della stabilità e dell’efficienza del Governo, non deve però determinare una compressione della funzione rappresentativa e dell’eguale diritto di OSSERVATORIO DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI COSTITUZIONALISTI voto. Per contro il d.d.l. 1385 attualmente all’esame del Senato prevede un sistema elettorale avente una base proporzionale con una pluralità irrazionale di soglie per l’accesso dei partiti (4,5 per cento, 8 per cento, 12 per cento) che premia le coalizioni senza tener conto dell’apporto dei partiti che non superino il 4,5 per cento; prevede un premio di maggioranza che tale non è, essendo la soglia del 37 per cento troppo lontana dal 50,1 per cento (che è il valore cui commisurare la legittimità del “premio”); prevede la possibilità di ciascun candidato di presentarsi fino ad un massimo di otto collegi (un vero e proprio specchietto per gli allocchi); prevede, tra l’altro, un artificioso sistema di trasformazione dei voti in seggi che, essendo effettuato in sede nazionale, fa sì che dei voti espressi in sede locale in favore di una data lista si gioverà, in definitiva, una lista votata in una sede diversa. Limiti di contenuto. In un articolo pubblicato su queste pagine all’indomani del comunicato della Consulta che annunciava l’incostituzionalità del Porcellum, scrissi che le attuali Camere, ancorché politicamente delegittimate, ferma restando l’attività di controllo e quella legislativa “ordinaria” politicamente rilevante, avrebbero potuto impegnarsi in talune “necessarie” revisioni costituzionali (come la diminuzione del numero dei parlamentari e la revisione dell’art. 117 Cost. per ciò che riguarda le competenze legislative regionali). Non però le revisioni che avrebbero potuto modificare la forma di governo. Se infatti è discutibile – lo ammetto – che un Parlamento delegittimato possa approvare talune leggi di revisione costituzionale, come io stesso ho scritto (e me ne pento), è però assolutamente inconcepibile che un Parlamento delegittimato possa incidere sulle strutture portanti della nostra democrazia parlamentare. Per contro il Governo Renzi si appresta a presentare un disegno di legge costituzionale che elimina il Senato e lo sostituisce con un’Assemblea delle autonomie, composta da presidenti delle regioni e delle province autonome di Trento e Bolzano, da due membri eletti dai Consigli regionali e da tre sindaci per ogni Regione. Con ciò non voglio sostenere che il bicameralismo paritario non possa o non debba essere superato. Non però da “questo” Parlamento e in maniera così poco meditata. Non intendo entrare nel merito di tale preannunciata riforma perché ciò significherebbe in qualche modo prenderla sul serio. Ciò non di meno non posso non osservare che se l’obiettivo perseguito dal Governo Renzi è di eliminare dal bilancio OSSERVATORIO DELL’ASSOCIAZIONE ITALIANA DEI COSTITUZIONALISTI dello Stato la spesa costituita dall’indennità dei 315 senatori, sarebbe preferibile ridurre a 100 il numero dei senatori e a 500 il numero dei deputati, ma mantenere l’elezione diretta dei senatori. Quale legittimità democratica, senza l’elezione popolare, avrebbe infatti l’Assemblea delle autonomie per partecipare col suo voto all’approvazione delle leggi di revisione costituzionale? E poi, pur tenendo conto delle attribuzioni assegnate all’Assemblea delle autonomie in materia legislativa dal “nuovo” art. 70 della Costituzione, se essa, come previsto, dovrà esprimere un mero “parere” su tutti i disegni di legge approvati dalla Camera dei deputati, quanto tempo rimarrebbe ai suoi componenti per svolgere, nel contempo, anche i compiti di presidente regionale, di consigliere regionale e di sindaco? E infine, nel ridurre l’apporto della seconda Camera a mera funzione consultiva, non si dimentica che il bicameralismo “legislativo” ci ha ripetutamente salvati, e non solo nelle ultime legislature, da modifiche esiziali del nostro ordinamento? Limiti temporali. E’ assolutamente disdicevole che il Governo Renzi ritenga di poter programmare l’attività del Governo per tutta la legislatura. Non si rende conto che il solo affermarlo implica una violazione del giudicato costituzionale contenuto nella sentenza n. 1 del 2014 e la conseguente menomazione delle attribuzioni costituzionali della Corte costituzionale?
Dopo il Porcellum che fare?
Dice il prof. Paolo Veronesi: “Non è vero che il Parlamento è stato delegittimato o, peggio messo fuori legge, dalla sentenza della corte costituzionale. Si può parlare di un indebolimento politico, dell’attuale parlamento, ma non certa di una sua delegittimazione giuridica”.
Al centro, Paolo Veronesi, docente di diritto costituzionale dell’Università di Ferrara
Su questo punto, il prof. Paolo Veronesi è molto chiaro: le sentenze della corte costituzionale non travolgono i rapporti giuridici già esauriti. Quindi, sebbene la Consulta si sia pronunciata ieri per l’incostituzionalità di due aspetti centrali della legge elettorale in vigore, con cui abbiamo eletto il parlamento attuale, quella sentenza non rende il palamento illegittimo: “A patto però – aggiunge Veronesi – che le elezioni siano tutte convalidate entro il giorno in cui la sentenza, probabilmente a gennaio, sarà pubblicata in gazzetta ufficiale e diverrà quindi operativa”
Certo, ammette Veronesi, le valutazioni politiche possono essere diverse, ma questa è un’altra faccenda.
Sulle ragioni per cui la consulta ha emesso quella sentenza, è per ora difficile pronunciarsi: le motivazioni ufficiali verranno diffuse più avanti, ora07 dopo il porcellum c’è solo un comunicato stampa: “Un fatto è certo – dice Veronesi – il premio di maggioranza alla camera dei deputati era già stato oggetto di critica da parte degli studiosi, perché considerato irrazionale”
In pratica, permette alla coalizione vincitrice di ottenere la maggioranza assoluta dei seggi anche in presenza di una vittoria risicata. Un po’ quello che è accaduto al PD alle scorse elezioni.
Ora quali scenari si aprono? “Sicuramente – spiega Veronesi – la consulta si è preoccupata di non creare vuoti normativi in tema di elezione del parlamento. In pratica, dopo le correzioni apportate (eliminazione del premio di maggioranza, forse reintroduzione delle preferenze) il risultato sarà ancora una legge elettorale applicabile”.
Una legge molto simile al proporzionale in vigore in Italia fino ai primi anni ’90. Naturalmente, la politica conserva la propria libertà di modificarla ulteriormente: ma ne sarà capace?
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