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Timestamp: 2020-06-03 09:30:48+00:00
Document Index: 64141586

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Sentenza Cassazione Civile n. 12611 del 19/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12611 del 19/05/2017
Cassazione civile, sez. III, 19/05/2017, (ud. 21/03/2017, dep.19/05/2017), n. 12611
sul ricorso 25866-2015 proposto da:
MASSIMI 148, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO FRANCESCO
D’ANTINO, rappresentata e difesa dall’avvocato OTTAVIO ANTONIO
BALDUCCI giusta procura in calce al ricorso;
P.M., elettivamente domiciliata in ROMA, LUNGOTEVERE
MELLINI 24, presso lo studio dell’avvocato GIOVANNI GIACOBBE, che la
B.R., B.E.;
avverso la sentenza n. 16824/2015 della CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
di ROMA, depositata il 13/08/2015;
SOLDI ANNA MARIA che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
udito l’Avvocato OTTAVIO ANTONIO BALDUCCI;
udito l’Avvocato CARLO ACQUAVIVA per delega.
1. La domanda di riscatto agrario proposta da P.M. nel 1988 nei confronti di M.G., che aveva acquistato l’anno prima un terreno agricolo da B.R., E., A. ed El., fu finalmente accolta – in riforma del rigetto del tribunale di Larino – dalla corte di appello di Campobasso, che rigettò l’eccezione di nullità dell’appello per mancata notifica dell’atto introduttivo a due degli alienanti interventori adesivi B. e, nel merito, ritenne provata dalla P. l’esistenza di tutti i requisiti del riscatto e, al contempo, non provate le circostanze che il M. fosse insediato sul fondo come affittuario o in forza di contratto agrario e che egli fosse proprietario di altro terreno confinante.
2. La sentenza della corte di appello di Campobasso – pubblicata il 6.9.12 – fu impugnata da M.M.G., figlia ed erede dell’acquirente, con unitario motivo di ricorso principale, nonchè da B.E. e R. con ricorso incidentale, mentre la P. resistette ad entrambi con distinti controricorsi: ma questa Corte li rigettò e condannò i ricorrenti, principale ed incidentale, in solido, alle spese di lite in favore della controricorrente.
3. Per la revocazione di tale sentenza, pubblicata il 13.8.15 col n. 16824, ricorre oggi la M.; resiste con controricorso la sola P., la quale, per la pubblica udienza del 21.3.17, deposita altresì memoria ai sensi dell’art. 378 cod. proc. civ..
2. La ricorrente M.M.G. prospetta cinque errori materiali o di fatto in cui sarebbe incorsa questa Corte, esposti alle pagine 20 e 21 del ricorso: titolarità, in capo al M., di terreno al confine con quello acquistato; statuizione della contiguità del fondo P. con altri di proprietà eredi M.; riconoscimento da parte della P. fin dalla citazione del 1988 della proprietà in capo al M. del fondo confinante con quello oggetto di prelazione; desumibilità del pregresso acquisto di fondo confinante anche da altro rogito, del 9.9.87; corrispondenza della numerazione delle particelle in planimetria con quella indicata nell’atto pubblico del 1987.
3. E’ evidente peraltro che in tal modo ella si duole sostanzialmente dell’erronea percezione dei fatti consistenti nella sussistenza dei requisiti legittimanti l’azione proposta dalla P., avuto riguardo anche alla posizione sostanziale di M.G. con riferimento al fondo confinante dei B., tanto da configurare come errore in cui è incorsa questa Corte l’affermazione secondo cui “non risultano provati, da parte del M., i presupposti di un suo ipotetico concorrente diritto di prelazione etc.” (v. pag. 21 del ricorso per revocazione).
4. Tuttavia, in primo luogo quello che la ricorrente ritiene un errore di questa Corte è un errore a sua volta della stessa ricorrente: non è infatti questa Corte, nella gravata sentenza, a ritenere che non risultano provati, da parte del M., i presupposti del suo ipotetico diritto di prelazione, ma la corte territoriale, come è reso evidente dal fatto che la gravata sentenza di questa Corte riporta il relativo passaggio motivazionale della corte territoriale perfino tra virgolette (ultime tre righe di pag. 7 e prima riga di pag. 8 della sentenza n. 16824/15 di questa Corte) e quindi riferito appunto alla conclusione del giudice del merito.
5. In via dirimente, poi, l’odierna ricorrente in revocazione invoca quale errore revocatorio quella che, già nella sua stessa prospettazione, è una diversa valutazione di risultanze istruttorie in cui sarebbe incorsa la corte di merito e che avrebbe dovuto fare valere – e che, per la verità, ha fatto valere, ma con esito infausto e proprio per questo senza potersene ulteriormente dolere – come motivi di ricorso per cassazione: mentre la considerazione di quest’ultimo integra a sua volta un giudizio e quindi, a tutto concedere ed in estrema ipotesi, un errore di diritto e giammai un errore su di un fatto che possa avere compiuto questa Corte.
6. E’ noto infatti che l’errore revocatorio non si configura mai neppure quando ha ad oggetto il mero recepimento della valutazione del giudice del merito (Cass. ord. 02/10/2013, n. 22569) o il sindacato sui motivi mossi a quest’ultimo (Cass. 09/12/2013, n. 27451) e meno che mai quando ha ad oggetto pretesi errori compiuti da quest’ultimo (tra moltissime: Cass. 20/05/2002, n. 7334; Cass. Sez. U. 01/03/2012, n. 3184; Cass. 19/03/2012, n. 4353): perchè allora non sarebbe un errore di fatto commesso dalla Corte di cassazione, ma semmai – a tutto concedere, cosa che neppure è poi accaduta nella fattispecie – un errore di diritto nella disamina del motivo di censura con cui il ricorrente si è doluto di quella valutazione operata dai giudici del merito.
7. E tanto a prescindere pure dal fatto che, nella specie, non solo un errore di fatto diretto da parte di questa Corte, ma neppure un errore di diritto sarebbe configurabile, nella parte in cui la qui gravata sentenza si è limitata a riconoscere riservata alla corte territoriale, oltretutto in applicazione dell’ineccepibile principio di acquisizione delle prove, la valutazione di queste ultime, conformemente del resto ad una giurisprudenza a dir poco consolidata (su cui, per tutte, v.: Cass. Sez. U. 12/10/2015, n. 20412; Cass. 27/10/2015, nn. 21776 e 21779; Cass. 19/10/2015, n. 21091; Cass. 16/12/2011, n. 27197; Cass. 26/03/2010, n. 7394; Cass. 23/12/2009, n. 27162; Cass. Sez. U. 21/12/2009, n. 26825; Cass. 06/03/2008, n. 6064; e così via).
8. Il ricorso per revocazione va quindi dichiarato senz’altro inammissibile e la soccombente ricorrente condannata al pagamento delle spese.
9. La conclamata e manifesta ragione di inammissibilità della revocazione impone poi – anche di ufficio, per le ragioni già esposte nei precedenti di cui subito appresso – la condanna dell’odierna ricorrente per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3 (applicabile ratione temporis per il tempo in cui è iniziato il presente giudizio, che integra un’impugnazione straordinaria), potendo valere i presupposti elaborati al riguardo, se non altro per il giudizio di legittimità, da questa Corte fin da Cass.. 07/10/2013, n. 22812, ma soprattutto da Cass. ord. 22/02/2016, n. 3376 (a mente della quale “ai fini della condanna… ex art. 96 c.p.c., comma 3, l’infondatezza in iure delle tesi prospettate in sede di legittimità, in quanto contrastanti con il diritto vivente e con la giurisprudenza consolidata, costituisce indizio di colpa grave così valutabile in coerenza con il progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia della Suprema Corte, nonchè con il mutato quadro ordinamentale, quale desumibile dai principi di ragionevole durata del processo (art. 111 Cost.), di illiceità dell’abuso del processo e di necessità di una interpretazione delle norme processuali che non comporti spreco di energie giurisdizionali”), ovvero da Cass. 21/07/2016, n. 15017, ovvero ancora da Cass. 14/10/2016, n. 20732, per una somma che stimasi equa nella misura indicata in dispositivo.
10. E’ invero macroscopicamente ed ingiustificabilmente priva di qualsiasi fondamento – tanto appunto da integrare un contrasto immediato ed evidente con il diritto vivente, percepibile come radicale infondatezza in iure delle tesi prospettate e per di più in punto di ammissibilità della domanda – la pretesa di fare valere come errore revocatorio, cioè di percezione di fatti interni al giudizio di legittimità – ciò in cui soltanto può risolversi, per pluridecennale elaborazione pacifica e incontrastata della giurisprudenza di questa Corte, l’errore revocatorio rilevante ai fini dell’art. 391-bis cod. proc. civ. – e quindi come commesso dalla Corte di cassazione, quello che affliggerebbe la lettura e la valutazione del materiale istruttorio, visto che, anche solo da un punto di vista logico, essendo a questa Corte sempre precluse l’una e l’altra, a maggior ragione non potrebbero costituire a loro volta oggetto di un errore di fatto revocatorio e quindi di una revocazione ai sensi dell’art. 391-bis cod. proc. civ..
11. Infine, va dato atto della non sussistenza dei presupposti per l’applicazione del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 in tema di contributo unificato per i gradi o i giudizi di impugnazione e per il caso di reiezione integrale, in rito o nel merito, trattandosi di materia esente.
Dichiara inammissibile il ricorso. Condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 3.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.
Condanna altresì la ricorrente al pagamento dell’ulteriore somma, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, di Euro 3.000,00 (tremila/00).