Source: http://invisibili.corriere.it/2012/10/08/il-prezzo-dellhandicap/?pagecomment=4
Timestamp: 2019-05-25 14:51:55+00:00
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8 ottobre 2012 | 19:17
tra chi ha voluto un bambino down, che non merita indennizzo (né ne chiede) e chi forse non lo avrebbe voluto, ma lo ha avuto. posto che è davvero singolare riconoscere alla bambina l’indennizzo, in quanto non siamo in ipotesi in cui una corretta diagnosi prenatale le avrebbe migliorato la qualità della vita, ma come è già stato scritto poteva portare, quale alternativa, solo all’aborto, non vedo perché trattare così diversamente situazioni che dal punto di vista della “meritevolezza” (lo dico in termini giuridici) non si prestano ad un giudizio così facile ed immediato. posto che nessuno può giudicare nessuno, ovviamente.
in realtà, questa sentenza dovrebbe servire ad affermare un principio: chi trova la forza per accettare un bambino con gravi disabilità merita un sostegno serio, che sia 1 M Euro o un’assistenza di alta qualità è un dettaglio. tutti i genitori che affrontano queste dolorose vicende meritano il massimo dell’aiuto, senza paternalismi.
8 ottobre 2012 | 19:07
Se si stabilisce che è legale interrompere una gravidanza in caso di accertata malformazione del feto, la mancata informazione a riguardo priva il genitore dell’esercizio di un suo diritto, che è – piaccia o no – quello di sopprimere il feto. Che tale privazione sia risarcibile è – ripiaccia o no – una conseguenza logica dell’avere riconosciuto quel diritto. Si può discutere su chi vada risarcito, sull’entità del risarcimento, sulla responsibilità oggettiva della mancata informazione. Ma sul principio giuridico, direi proprio di no. In buona sostanza, chi si indigna per la sentenza della Cassazione dovrebbe essere indignato, a maggior ragione, per la legge sull’aborto. Ho l’impressione che per molti non sia così. O sbaglio?
Franco Bomprezzi 8 ottobre 2012 | 19:25
No, le sue conseguenze non sono affatto logiche. Perché qui non viene risarcita la mamma, o la coppia di genitori. Ma proprio la bambina, ora ragazza. Risarcita di essere viva, visto che poteva anche non nascere, ma i genitori non sono stati messi in condizione di deciderlo. Il soggetto è la persona con disabilità, sempre e comunque. E qui non c’entra la legge sull’aborto, ma l’idea che abbiamo della dignità della vita umana, anche in presenza di una disabilità prevista o non prevista che sia. Di questo decide la Cassazione. Vorrei sapere se i giudici hanno avuto almeno la saggezza di chiedere un parere esperto al comitato nazionale di bioetica, ma da quel che ho letto non mi pare proprio.
8 ottobre 2012 | 18:50
Non ci vedo nulla di male nella sentenza; giusto il diritto a far nascere un figlio sano senza problemi, dovrebbe essere un diritto alla felicità e non voi che decidete cosa sia buono o sbagliato !!!
Non riempitevi la bocca di parole religiose tipo blasfemia siete praticamente bigotti, l’unico posto buono per voi sarebbe solamente il vaticano !!
Claudio Arrigoni 8 ottobre 2012 | 19:05
Guardi, qui la religione e il Vaticano non c’entrano nulla. Per una volta, per favore, possiamo lasciarli fuori? E neanche c’entra il diritto a far nascere un figlio sano. Rilegga il post: non si vuole discutere su un risarcimento per i genitori dovuto a mancanza di informazione, ma di quello assegnato alla figlia, cosa ben diversa.
8 ottobre 2012 | 18:44
Il tema scotta e si presta a facilissime strumentalizzazioni.
La sentenza non afferma che una persona che nasca con un “handicap” sia un “minus” che va risarcito ricompensarla da “torto subito”. Afferma che il medico che colpevolmente non abbia eseguito gli esami pre-natali che si era obbligato a (far)eseguire sia tenuto a risarcire il “danno” che la sua condotta ha provocato.
Senza cadere in facili equivoci: ogni individuo gode (o dovrebbe godere) del “Diritto alla Salute”; e nascere “senza handicap” corrisponde ad una idea di “salute” più pieno rispetto al non nascere “con handicap”, senza che in tale affermazione vi sia un dis/valore.
Se l’inadempimento del medico cagiona la nascita di un individuo meno “in salute”, tale condotta deve essere sanzionata.
La sanzione, in sede civile, non può che eessere costituita da una pena pecuniaria ed il valore del “danno” (inteso in questo senso) è stato ritenuto -nel caso di specie- di un 1 milione.
In questi termini non vedo nessuna “china”, “aberrazione”, “pregiudizio” come altri -secondo me – equivocamente hanno inteso.
Poi il mondo è bello perchè vario. Anche nelle opinioni.
Claudio Arrigoni 8 ottobre 2012 | 19:18
Se ho capito bene dal suo commento, “il danno che la sua condotta ha provocato” sarebbe la nascita. In particolare, in questo caso, la nascita di una persona con sindrome di Down. Un danno per la persona stessa. Quindi chi ha permesso che questa nascita avvenisse, non avendo compiuto tutti gli esami necessari per fornire adeguate informazioni ai genitori (anche se in questo caso vi sono due sentenze in senso contrario), deve risarcire non solo la famiglia, ma la stessa persona. Una decisione che apre a scenari molti ampi. Uno fra tutti: quei genitori che hanno comunque fatto nascere un figlio con disabilità, sapendo la condizione del loro figlio oppure non chiedendo esami per conoscerla, sono quindi tenuti a risarcire questa persona, avendo non solo permesso, ma “causato” la sua nascita?
8 ottobre 2012 | 18:37
crea una disparità di trattamento (economico) con altre famiglie accomunate dal medesimo destino.
Però è anche vero che sebbene la sindrome di Down sia una disabilità mediamente ben accettata nella società (anche se non è proprio tutto rose e fiori), ci sono molto aspetti burocratici che dicono che in Italia lo Stato non considera degna una persona Down di un trattamento adeguato all’ottenimento di una vita di benessere.
Poi c’è sempre il problema dei problemi: che fine fanno i figli (adulti) quando non ci saranno più i genitori ?
Bisogna sempre confidare nei familiari di secondo o terzo grado ? Queste sono le domande (molto concrete) che si fanno le persone in attesa di un figlio e che magari pagano circa 1500 € x farsi l’amniocentesi (se la donna non ha 35 anni compiuti)…
In famiglia ho una persona con la sindrome di Down
8 ottobre 2012 | 18:22
incolpare gli altri per un figlio down. Anche perchè esami diagnostici piu specifici e invasivi (villocentesi ecc) non vengono in genere effettuate a donne di 29 anni, età nella quale la signora rimase incinta, a maggior ragione inaspettatamente, quindi l’esame di coscienza se lo dovrebbe fare lei che non ha preso le adeguate precauzioni.
Ma la cosa più agghiacciante è che un genitore possa ricorrere a tante trafile per ottenere un risarcimento economico. Ormai i soldi valgono più dell’amore di un figlio?
8 ottobre 2012 | 18:21
Un giudice, indipendentemente dalla volontà dell’interessata (quindi siamo oltre l’eutanasia), stabilisce che è un danno nascere.
Quindi un giudice, cioè lo Stato, decide chi ha una vita considerata dignitosa e chi no, quindi secodo lo Stato ci sono vite che valgonodi più e vite che valgono di meno.
Quindi se per lo Stato è un danno nascere, il risarcimento più opportuno sarebbe l’eliminazione della vita nata per errore (sempre indipendentemnte dallavolontà dell’interessata).
A quando arriveremo all’operazione T4 con cui Hitler fece eliminare i disabili?
8 ottobre 2012 | 18:20
Già: giusto assegnare un indennizzo a qualcuno perché non si è data la possibilità ai suoi genitori di non farla nascere? Bel dilemma… Capisco che possa far pensare che il messaggio implicito di quella sentenza fosse che era “meglio non nascere”… E che questo “torto” va ripagato. Detto così in effetti mette un po’ i brividi… ma è davvero difficile per me giudicare. Credo che solo chi si è trovato nella stessa situazione possa farlo. Ma tralasciando il dilemma etico, ragionando come un robot, mi sembra del tutto logico che l’indennizzo sia stato assegnato alla persona per cui quell’indennizzo dovrà essere interamente speso. Mi sono sentito di esprimermi solo su questo punto, che credo sia solo tecnico, ma la questione etica ho preferito lasciarla stare… Non credo di essere autorizzato a giudicare, non mi sono mai trovato in quel genere di situazioni e non conosco questa in particolare. Non conosco la situazione di quella famiglia, non conosco la sua situazione economica, non so quanto è facile o difficile per loro soddisfare tutti i bisogni della figlia (ma se hanno trovato i soldi per l’avvocato, probabilmente i soldi non gli mancavano). Non essendo un indovino, non so nemmeno quanto vivranno i suoi genitori e se questa ragazza, senza quell’indennizzo, avrebbe potuto trovarsi in difficoltà un giorno se si fosse trovata da sola… Francamente sono contento per lei, che in questo modo dovrebbe avere un futuro assicurato senza problemi economici. E pensandoci bene sono contento anche per chi non ha voluto fare la diagnosi richiesta: perché non l’ha fatta? Ha forse voluto imporre la sua visione della vita ai genitori? Se non altro questa sentenza dovrebbe scongiurare questo genere di abusi…
Claudio Arrigoni 8 ottobre 2012 | 18:45
Credo che per tutti sia difficile e anche ingiusto giudicare. Non tanto la sentenza, che appare strampalata a dir poco (ma aspettiamo di conoscere le motivazioni), quanto della vita e delle scelte che questa comporta. Ma qui stiamo analizzando la sentenza e questo indennizzo alla ragazza (non ai genitori, non ci stancheremo di ripeterlo) fa passare il messaggio che la sindrome di Down è una condizione per cui, se nasci, qualcuno deve pagare questo fatto, considerato come una “colpa”: si è puniti per una colpa. Inaccettabile e aberrante, per quanto mi riguarda. Va considerato poi che esistono forme di aiuto, discutibili e stramigliorabili, per chi ha disabilità, e comunque quell’indennizzo non è imposto dal giudice come forma di aiuto, ma, appunto, come risarcimento, come se aver permesso la nascita fosse una colpa.
8 ottobre 2012 | 18:19
Mi sfugge la logica della sentenza (almeno per come e’ descritta qui); la sindrome di Down e’ incurabile e quindi una diagnosi precoce avrebbe solo permesso di decidere su un aborto. Quindi, a rigore di logica, la sentenza punisce l’ospedale per non aver permesso ai genitori di sopprimere il feto. Come e’ possibile che il danno (se danno c’e’) venga allora compensato alla bambina?
Il danno e’ inesistente, perche’ non c’e’ stata alcuna diminuzione della potenzial qualita’ di vita possibile per non aver effettuato i test. L’unica differenza e’ che il feto non e’ stato soppresso e quindi semmai c’e’ stato un vantaggio.
Spero di aver capito male la sentenza, senno’ non c’e’ da stare tanto allegri sulle capacita’ dei giudici.
Claudio Arrigoni 8 ottobre 2012 | 18:36
Ha capito bene la sentenza.
8 ottobre 2012 | 18:17
Ci risiamo. Tanti anni fa, in un convegno sulla disabilità, contestai un relatore che parlava delle persone con disabilità come “risorse”; a me la parola risorsa in questo caso fa venire una certa nausea: mi arriva dritta al cuore la sensazione che, se la persona con disabilità in qualche modo “produce” allora sono “comprensibili” le lotte che si fanno e gli ideali che si perseguono (figlie di convenzioni ONU, non di chiacchiere da bar….) di integrazione e inclusione.
E così rimaniamo nel contesto economico, dove quasi tutto si motiva e si giustifica se c’è crescita economica, produzione, ricavi, utili, investimenti e così via.
Senza entrare nel merito, non avendone competenza e non conoscendo il dettaglio del caso in specie, mi piace ricordare qui quanto è definito e stabilito sia a livello ONU che di Organizzazione Mondiale della Sanità, quando più di dieci anni fa furono rivisti i paradigmi che definivano la disabilità (in Italia ci sono giusto alcuni “pionieri visionari” che tentano di far cambiare la cultura in tal senso…).
La disabilità infatti è definita come un qualcosa dove “… qualunque persona in qualunque momento della vita può avere una condizione di salute che in un ambiente sfavorevole diventa disabilità”.
Per quanto retorico possa sembrare, un ambiente che ti “rimborsa” economicamente per il fatto di essere nato con una disabilità, non è ancora un ambiente sfavorevole? ovvero, e provare a pensare che la dignità e la serenità di una persona con disabilità passa in primis da un ambiente UMANO e sociale che lo accoglie e lo accetta integralmente, al di là di se e quanto produce o di se e quanto VALE economicamente?
Scusate, forse è uno sfogo un po’ OT….
Claudio Arrigoni 8 ottobre 2012 | 18:35
No, non è OT. Proprio perché questo ambiente è sfavorevole esistono delle “garanzie sociali”, sulle quali si può discutere se siano sufficienti, che servono a compensare una condizione di svantaggio. La sentenza supera anche questo concetto e va a compensare un danno dato dalla propria nascita, e non dagli svantaggi derivanti da un ambiente sfavorevole esterno e dalla propria condizione.
5 Vicky e la ribellione alla disabilità da audience