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Matched Legal Cases: ['art.100', 'art.107', 'art.101', 'art. 102', 'art.105', 'art. 100']

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La disciplina internazionale della lotta alla pirateria ai tempi del caso Enrica Lexie
di Gabriele Vargiu - 3 Aprile 2013
Indaffarata nel prodigarsi a esprimere interrogativi, valutazioni e giudizi sull’operato della diplomazia nostrana o sulle ambiguità della politica adottata dalle autorità indiane fin dal 15 febbraio di un anno fa, la stampa nazionale sembra prestare poca attenzione alla ragione ultima dello sciagurato incidente della Enrica Lexie, e dunque, della stessa crisi diplomatica italo-indiana.
Se, scomodando la logica aristotelica, è senza dubbio possibile individuare la causa efficiente degli eventi nella sparatoria che ha portato alla morte dei pescatori avvicinatisi al cargo italiano, appare altrettanto immediato constatare nel – malriposto – timore di un attacco di pirateria la causa finale che ha spinto i due fucilieri di marina ad aprire il fuoco. La precisazione, pur se scontata, non è di poco conto. La vertenza tra Roma e Nuova Delhi è il frutto del mancato coordinamento nelle strategie di prevenzione del fenomeno piratesco, un obbligo assunto da entrambi i Paesi con la sottoscrizione della Convenzione Onu sul Diritto del Mare 1982, nonché dell’impiego su navi civili di scorte armate private o militari, una pratica sotto diversi aspetti necessitata proprio della mancanza di cooperazione interstatale sulla materia.
Al pari della minaccia terroristica, la pirateria, vero fulcro del problema in analisi, costituisce uno dei fenomeni criminali transnazionali affermatisi – o meglio riaffermatisi – sul palcoscenico internazionale a partire dalla fine della Guerra Fredda. Non diversamente da quanto accaduto fino alle soglie del XIX secolo, la problematica appare connessa all’esistenza sul planisfero di aree costiere prive di un’autorità statale sovrana capace di imporre misure autoritative su tali acque territoriali, pattugliandone gli attracchi navali e reprimendo gli assalti ai mercantili nazionali e stranieri. Se tuttavia in passato ciò poteva essere spiegato dall’ancora incompleta suddivisione dello spazio terrestre tra unità statali propriamente dette, nella contemporaneità le ragioni del fenomeno vanno ricercate prevalentemente nella presenza dei cosiddetti “Stati falliti”, di cui la Somalia costituisce suo malgrado da venti anni l’esempio più evidente. Il fallimento delle missioni di peacekeeping terrestre e la completa assenza di quelle marittime nella regione del Corno d’Africa hanno conseguentemente messo a rischio il consistente volume di traffici commerciali passanti sulla rotta che, varcando il canale di Suez e lo stretto di Babel el Mandeb, connette i Paesi europei ai porti dell’Oceano indiano. Fenomeno dunque relativamente recente, la pirateria si configura al giorni d’oggi come un pericolo crescente cui la comunità internazionale è stata chiamata a far fronte attraverso misure politiche e giuridiche.
Per quanto concerne il piano del diritto internazionale è necessario in primo luogo rilevare la scarsità del relativo quadro di riferimento normativo, al momento costituito prevalentemente dalle disposizioni della Convenzione di Ginevra sull’alto mare 1958 e da quelle della Convenzione Onu sul diritto del mare, sottoscritta a Montego Bay nel 1982. Quest’ultima affronta la problematica dal all’art.100 all’art.107 disciplinando la definizione del fenomeno (art.101, atto di violenza commesso da una nave ai danni di un secondo navigli e perpetrato per fini privi privati), le tipologie di soggetti che possono essere coinvolte nell’illecito (art. 102, atto che deve essere compiuto da navi private e mai militari, salvo ipotesi di ammutinamenti), nonché la facoltà per qualsivoglia nave militare di controllare e sequestrare imbarcazioni sospettate di pirateria, salvo garantire il risarcimento per la stessa in caso l’operazione sia stata effettuata sulla base di prove insufficienti (art.105, 106, 107). A fronte di tali disposizioni la convenzione dispone nell’art. 100 anche un’esortazione alla cooperazione tra Stati per contrastare tale crimine. Si tratta tuttavia di una norma volutamente generica cui non ha fatto seguito, come già accennato, una concreta attivazione di meccanismi di consultazione e cooperazione in tema tra gli attori statali.
Perché ciò si verificasse si è dovuto attendere il più incisivo intervento delle Nazioni Unite attraverso l’approvazione delle risoluzioni 1816 e successive, emanate dal CdS a partire dal 2008. Scopo primario perseguito dall’organo Onu è stata la definizione di regole procedurali a chiarimento del comparto normativo della Convenzione del 1982, dove al ribadimento del carattere di crimen juris gentium della pirateria (dunque perseguibile da tutti gli Stati), non facevano seguito istruzioni sulle modalità di uso della forza né sull’esercizio della giurisdizione. A riguardo di quest’ultimo comparto si è provveduto in primo luogo a delineare alcuni criteri per la repressione penale nei confronti dei pirati catturati, riempiendo la lacuna lasciata aperta dai trattati multilaterali in materia. Dando applicazione al principio del Aut Dedere Aut Judicare la prima delle diverse risoluzioni anti-pirateria ha confermato un appello agli Stati di bandiera, dei porti o rivieraschi, così come agli Stati della nazionalità delle vittime o dei responsabili della atto piratesco, di cooperare nel determinare la giurisdizione sugli attacchi. Benché anche questa formulazione presenti un carattere sostanzialmente generico, la sua affermazione è stata sufficiente per la realizzazione di un accordo tra Unione Europea, Kenya, Seichelles e Mauritius per il trasferimento extragiudiziale (dunque senza procedure di estradizione) dei pirati catturati. Si tratta a ben vedere di un modus operandi provvisorio di cui appare auspicabile una rapida sostituzione con un più specifico sistema di giurisdizione regionale in materia, ma certamente in grado di garantire una maggiore effettività e funzionalità di quella finora offerta dalle corti somale, dove l’alto numero di procedimento penali avviati non si accompagna ad una reale applicazione delle pene.
L’integrazione del quadro normativo promossa dall’Onu è stata dunque foriera del marcato impegno per la cooperazione anti-pirateria dispiegato da diversi soggetti internazionali nell’ultimo quinquennio. Nel contesto europeo i riflessi della risoluzioni sono stati riscontrati con il varo della missione “Atalanta”, che nel quadro della Politica di Sicurezza e Difesa Comune provvede a proteggere le navi noleggiate dal Programma Alimentare Mondiale dirette a Mogadiscio, scortare caso per caso i navigli locali più vulnerabili, monitorare le attività di pesca nella zona, nonché reprimere coercitivamente gli atti di pirateria. Finalità non dissimili hanno motivato anche le missioni Nato “Allied Protector” ed “Ocean Shield”, nel cui ambito è stato condotto il blitz che ha portato alla cattura dei pirati responsabili del sequestro del mercantile italiano Montecristo, nonché l’operazione multinazionale nota come Combined Task Force 151, inquadrabile come una “coalizione di volenterosi” svincolata da riferimenti a istituzioni o alleanze strutturate. Benché a un simile sforzo si siano aggiunti gli interventi condotti in via unilaterale dagli Stati direttamente interessati alla sicurezza delle acque oceaniche tra Asia e Pacifico, tra i quali è possibile citare la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, il Giappone, la Corea del Sud e la stessa Italia (prima nazione a dislocare una propria unità navale al largo della Somalia nel 2005), la crescita costante nel numero di navi attaccate da pirati negli ultimi anni ha imposto la ricerca di soluzioni alternative e meno dispendiose.
Si inserisce a pieno tra questi tentativi la pratica dell’inclusione tra il personale delle navi commerciali di militari in servizio nello Stato di bandiera dell’imbarcazione, come anche l’ingaggio di compagnie di sicurezza private (contractors) in funzione antipirateria. Pur se a lungo avversato da enti quali l’Imo, contraria all’impiego di forze armate sul naviglio civile, tale soluzione non risulta contraria alle norme pattizie e consuetudinarie del diritto internazionale ed è ad oggi adottata da Paesi come la Francia, la Spagna e l’Italia. Nello specifico il legislatore italiano ha espressamente disciplinato la possibilità di imbarcare team militari o privati sulle navi battenti la bandiera nazionale con la Legge n.130/2011, chiarendo le finalità, le modalità e le regole d’ingaggio cui tali scorte armate sarebbero state sottoposte. Con la qualifica di “agenti di polizia giudiziaria in relazione ai reati di pirateria” i team sono inclusi tra i membri dell’equipaggio con il limitato scopo di proteggere la nave nel corso del suo tragitto, astenendosi da interventi preventivi e offensivi e restando vincolati al rispetto del Codice Penale Militare di Pace. Se tuttavia sotto un profilo economico una simile accorgimento ha il pregio di ridurre sensibilmente i costi del contrasto coercitivo della pirateria, sotto un profilo organizzativo presenta una serie di rischi e ambiguità tutt’altro che minimizzabili.
Il riferimento corre in primo luogo all’eventualità che i team armati si trovino costretti a catturare i pirati responsabili di attacchi alle navi scortate: si renderebbe in tal caso necessario mantenere in custodia su navi civili i criminali fino alla loro consegna ad autorità giudiziarie competenti, sottoponendo così i civili a bordo a disagi e nuovi pericoli. Non di meno, va sottolineata la difficoltà di porre sullo stesso piano la protezione garantita da operazioni militari tout court con i servizi offerti da ristretti team armati e il rischio che gli stessi possano a loro volta rendersi responsabili di illeciti internazionali nell’espletamento delle proprie funzioni, come appunto accaduto il 15 febbraio scorso a largo delle coste del Kerala. È dunque a questo punto che cerchio dell’analisi deve chiudersi. Quale che sia la conclusione di una vicenda dai significativi costi umani e d’immagine tanto per l’Italia quanto per l’India, la comunità internazionale ed i primo luogo i Paesi coinvolti sono oggi esortati a un intervento politico e giuridico volto a estirpare o quantomeno contenere la pirateria, incolpevole nelle circostanze del tragico evento, ma pur sempre vero motore inziale degli stessi. La soluzione più immediata sembrerebbe chiamare in causa un’armonizzazione delle legislazioni nazionali in tema di impiego di forze armate sulle flotte commerciali e la costruzione di strumenti permanenti di consultazione e coordinamento tra le operazioni antipirateria su scala nazionale. Una seconda strategia, complementare piuttosto che alternativa alla prima, suggerirebbe di procedere per mezzo di un ancor più consistente dispiegamento di forze navali internazionali capace di imporre con la forza la sicurezza della navigazione oceanica.
Si tratta tuttavia di un percorso difficilmente percorribile in una stagione di forte e generalizzato ridimensionamento budgetario e, al pari del primo, difettoso nella misura in cui impossibilitato di risolvere il problema della pirateria alla sua profonda radice. È di fatti in ultima analisi nel completamento del processo di state-building dell’Africa Orientale che sembra risiedere la chiave di volta del complesso rompicapo. Privando i pirati delle ragioni e degli strumenti alla base delle loro attività criminali, il superamento dei fallimenti degli anni Novanta e l’affermazione di realtà statali pienamente sovrane su tutto il bacino dell’Oceano Indiano impedirà, ancor più del controllo e della coercizione, il ripresentarsi di nuovo caso Enrica Lexie.
Il mondo in 60 righe – ma chi sostiene l’agenda Monti?
di Giuseppe Sacco - 10 Ottobre 2012
Il governo Monti non avrà risolto tutti i problemi dell’Italia, ed avrà pure tollerato che l’Agenzia delle Entrate facesse la faccia feroce sempre con gli stessi, i contribuenti più poveri e tartassati. Ed avrà pure dimostrato incapacità diplomatica nel caso dei nostri marò che languiscono dimenticati da tutti in un carcere indiano. Insomma, il governo Monti non può essere completamente immune da critiche.
Eppure Monti, con il suo governo – ma Monti ancor più che il suo governo – piace agli Italiani. E piace perché, anche se in maniera improvvisata e sotto la pressione di avvenimenti gravissimi in campo internazionale, egli ha dato ad una società spaventata e scoraggiata l’indicazione di una via da seguire, quella che nel linguaggio corrente si chiama ormai l’Agenda Monti.
Ancora una volta, nulla è perfetto. E non è una via esente da critiche, l’Agenda Monti. Non è frutto di un approccio nuovo e rivoluzionario in campo economico e amministrativo. E non è neanche tanto differente da impegni e da misure che già erano stati tentati da Tremonti, e che erano esplicitamente richiesti dalle autorità europee.
Insomma, come tutte le strategie serie nel difficile campo della gestione della cosa pubblica, l’Agenda Monti è frutto dell’arte del possibile. E non a caso ha ottenuto persino l’approvazione del Cardinal Bagnasco, che ha invitato l’irrequieto mondo della politica a non bruciare “alcun ponte dietro di se”: un’espressione che tutti hanno interpretato come un invito a un governo Monti bis dopo le elezioni che si terranno alla loro naturale scadenza.
Il consenso delle vittime
L’Agenda Monti è semplicemente dettata dal buon senso, ed è figlia – per ora – della necessità impellente di salvare l’Italia da una fallimento che – diciamolo chiaramente – la struttura economica e sociale della Nazione, assai migliore della casta politica, non avrebbero meritato. E come tale, non ha potuto ancora aggiungere alla lunga lista dei problemi da affrontare la questione che, a più lungo termine, è invece essenziale. E cioè la questione se – una volta evitato un catastrofico naufragio “a caldo” dell’Euro, cioè un naufragio in condizioni in cui sull’Italia verrebbero fatti ricadere sia la presunta responsabilità che la maggior parte del costo – non convenga una riflessione “a freddo” sull’intero progetto della moneta unica. Anche a rischio – come Monti ha già dato segno di saper fare – di andare contro gli interessi e i privilegi tedeschi tanti gelosamente tutelati dalla Signora Merkel.
Né quella larga parte della pubblica opinione che sostiene l’Agenda Monti può vantare di essere un’eroica ed illuminata avanguardia, che brillerebbe per passione civile, e si distinguerebbe così in un paese di ciechi meschinamente attaccati ai loro risparmi. No. Non è così. Anche se a prima vista proprio così sembrerebbe, perché, presso i cittadini che non traggono alcun profitto dalla politica, l’Agenda Monti piace – caso veramente straordinario – soprattutto a coloro che dalla sua appena iniziata applicazione sono stati più dolosamente colpiti.
Ma non si tratta di eroi; si tratta di persone dal doloroso buon senso. Se le cose stanno così è perché la parte dell’opinione pubblica che sostiene Monti è quella che ha sempre pagato le tasse, anche perché priva degli strumenti tecnici per evaderle; che sa che, nel caso di un’uscita catastrofica dell’Italia dall’Euro sarà ancora lei a pagare il conto: e che spera che finalmente l’Agenzia delle Entrate sia costretta a prendere nel mirino anche il proprietario della pizzeria sotto casa, il cinese del cui negozio non ha mai capito l’attività, ed il dentista che abita all’attico. C’è certo un’aspirazione a vedere realizzato un minimo di giustizia nel sostegno che i più tartassati portano all’Agenda Monti. Ma c’è anche la speranza che grazie ad essa lo Stato mantenga le risorse necessarie a pagare le pensioni e la Sanità pubblica.
E magari la speranza che – come ha osato ipotizzare il Corriere della Sera, e come è parso per un momento di poter sperare – vengano aboliti non solo le Province, ma anche quegli inutili centri di ladrocinio e di pura distruzione di ricchezza che agli occhi di tutti sono negli ultimi tempi apparse essere le amministrazioni regionali.
L’Agenda Monti – anzi un’Agenda Monti “accresciuta”, da completare con più ambiziosi obiettivi – gode insomma di un largo e ragionato consenso, un consenso maggioritario e più che maggioritario, nell’opinione pubblica. Anche perché con l’avvento a Palazzo Chigi – per un’imposizione da parte del Presidente della Repubblica – dell’uomo che all’Agenda conferisce il nome, sono un po’ diminuiti le beffe e gli insulti con cui, da parte dei cosiddetti “partners comunitari” venivano accompagnati i danni che essi disonestamente ci facevano, e ci fanno, quotidianamente subire in sede UE. E che i potenti della finanza e del mondo bancario moltiplicano, trattandoci in campo economico finanziario internazionale come sell’Italia fosse una specie della Spagna, che è invece un paese in disfacimento, e che non ha ancora risolto i problemi sociali “sospesi” dall’insurrezione militare del 1936.
Un’agenda da completare
L’avvento di Monti ha posto termine a questa umiliante situazione. E ciò non dispiace agli Italiani. Perché è vero che questi – non è una novità – non sono molto patriottici. Ma ciò non significa che fossero disposti ad accettare l’aperto disprezzo per l’Italia e gli Italiani che accompagnava il vero e proprio linciaggio internazionale cui è stato sottoposto Silvio Berlusconi, talora per aver fatto troppo lo spiritoso ed irresponsabilmente prestato il fianco ai suoi nemici, ma più spesso perché l’ENI aveva osato ottenere il Progetto South Stream e perché in Libia le imprese italiane avevano troppo successo.
Monti e la sua”Agenda” godono dunque del consenso degli Italiani. E ciò significa che, in un paese in cui le decisioni politiche venissero prese dalla maggioranza degli elettori, toccherebbe a lui, dopo la regolare scadenza elettorale, tornare a Palazzo Chigi e scegliere, col consenso del Presidente Giorgio Napolitano, i nuovi Ministri, tra personalità elette nei due rami del Parlamento, o anche o non elette.
Ciò, nel caso dell’Italia odierna, presenta però una difficoltà non piccola. Perché, una volta entrata nella cabina elettorale, la maggioranza che sostiene l’Agenda Monti rischia di non trovare – o almeno non troverebbe oggi – il modo di esprimere questo consenso. Indipendentemente dalla legge elettorale – che sia quella immonda oggi in vigore, o un’altra – non c’è infatti nello spettro dei partiti quello di cui questa maggioranza andrà alla ricerca: il partito, o il movimento, che sostiene l’Agenda Monti.
Esiste – si – un gruppo di circa quindici personalità provenienti dal PD che a suo favore si sono esplicitamente pronunciate per iscritto, e che hanno di recente riaffermato questo impegno in una manifestazione pubblica che ha visto un certo ampliamento delle adesioni. Ma non è un gruppo abbastanza numeroso per pesare nella “casta” politica, e non è per niente sicuro che l’elettore troverà sulla scheda un simbolo che si riferisca inequivocabilmente ad essi. D’altro canto, ancor meno chiaro è come dovrebbe votare chi voglia dare consenso e forza a quegli elementi che, provenendo dal centro-destra, intendono onestamente sostenere l’Agenda Monti. Per questi, si fa per ora un solo nome, quello dell’ex-Ministro Frattini.
Questi però usa come fossero sinonimi le espressioni “Agenda Monti”, “Agenda per l’Europa” ed addirittura “Agenda Europea”. Ebbene, come è facile intuire, non si tratta della stessa cosa. Identificare l’Agenda Monti con una linea politica “eterodiretta” da Bruxelles – e in definitiva da Berlino – significa renderla molto meno flessibile ed audace di quanto essa può essere, e dare per accettabile il profilo di un’Italia assai più remissiva alle prepotenze e all’arroganza altrui di quanto a nessun paese può convenire di essere. Significa, in altre parole, dimenticare che la popolarità di Mario Monti è in gran parte dovuta all’aver posto termine al burlesque, ed all’averci fatto ritrovare un minimo di dignità internazionale.
Per di più, negli strati meglio informati dell’opinione pubblica, è presente e vivo il ricordo dell’audacia con cui il Commissario Europeo Mario Monti osò in passato sfidare poteri economici mondiali che è assai pericoloso, nel senso letterale del termine, avere contro di se. E pensare che l’Agenda Monti possa essere la stessa che sarebbe seguita da un qualche Plenipotenziario nominato da Bruxelles, significa non tenere conto che, nel futuro delle relazioni tra i partners dell’Eurozona, sono inevitabili ed imminenti scontri assai duri, che richiederanno da parte dell’Italia altrettanto coraggio e fermezza di quella mostrata in passato dal Commissario alla Concorrenza.
Tra i simboli che l’elettore favorevole all’Agenda Monti troverà sulla scheda c’è poi quello di un partito – l’UDC – che in questi ultimi tempi ha provato, con varie capriole, a posizionarsi per tentare di raccogliere il consenso di questa larga fascia di elettorato. Ma più che all’Agenda Monti – a quanto il governo tecnico ha già fatto o messo in cantiere, e a quanto sa di dover fare nel prossimo futuro – questa forrza, erede della Democrazia Cristiana, pensa ad un GovernoMonti 2, non più tecnico, ma politico, in cui spera di inserire i propri uomini.Un’operazione intelligente, perché in politica ogni cambiamento – anche un cambiamento piuttosto radicale, quale sarebbe passaggio dal mondo del Trota e di Fiorito a quello di Mario Monti – deve inevitabilmente passare attraverso strutture che facciano da passerella tra il vecchio e il nuovo.
A condizione naturalmente che si tratti di una passerella leggera, e non di un ponte che rischia ad ogni momento di crollare sotto il peso di strutture decrepite e di vecchie cariatidi in cerca di un ennesimo riciclaggio. Perché quella della UDC è infatti un’operazione che – almeno per ora – sembra suscitare principalmente quello che gli Americani chiamano un “effetto band wagon”. Sembra cioè raccogliere soprattutto i tentativi di arrembaggio di ambizioni politiche ripetutamente frustrate, e di molti personaggi della vecchia politica ormai senza fissa dimora, e soprattutto senza seguito né voti. E’ perciò assai probabile che Monti tenterà di non lasciarsi identificare con questa composita armata.
Largo ai giovani ?
C’è infine, ancora una volta in provenienza da quella “nebulosa” che gravita attorno al PD, un’iniziativa – quella del Sindaco di Firenze Matteo Renzi – che sembra sposare a fastidiosi toni “giovanilisti” una sostanziale adesione alle grandi linee dell’Agenda Monti. Ed è questa iniziativa – per aver sfidato alle primarie il segretario del PD e quindi aver messo in gioco addirittura la premiership – il fenomeno più interessante, anche se, per il momento, quello meno definito. La dinamica innescata dal Sindaco di Firenze può rivelarsi risolutiva. Ma non perché metta “giovani” contro “vecchi”.
Si può infatti sorridere sullo slogan stantio del “largo ai giovani”, al termine di una ventennale fase politica in cui – tra figli, nipoti, veline e igieniste dentali – e non è stato il numero dei “giovani” a far difetto, ma la loro qualità. Cioè al termine di una fase politica ventennale (e per i “vecchi partiti” molto più lunga) in cui i giovani sono stati selezionati ed ammessi nella casta politica sulla base del principio che fossero incapaci di fare ombra ai pochi manovratori, quegli stessi che alla fine si sono garantiti con il cosiddetto porcellum”. Ed infatti, lo slogan del “largo ai giovani” rischia di essere altrettanto catastrofico quanto è stato, vent’anni, fa la cosiddetta “apertura alla società civile”. Tanto più se si tien conto del fatto che una situazione di generale umiliazione, che si sarebbe altrimenti trascinata chi sa per quanto, e con quali effetti, è stata salvata da un’iniziativa di Giorgio Napolitano. il quale è – purtroppo – meno giovane di quanto sarebbe storicamente opportuno per l’Italia.
Il fenomeno Renzi va però preso in attenta considerazione. Ponendo la propria candidatura a leader del partito cui molti attribuiscono la possibilità di uscire primo alle prossime elezioni, e mettendo l’accento sull’Agenda Monti, cioè sugli aspetti programmatici, Renzi spariglia infatti le carte della complessa strategia di Bersani, che prevede due fasi. Dapprima una fase tendente a ottenere consensi, e un eventuale premio di maggioranza, tramite un’alleanza con Ventola. E poi una seconda fase, di alleanze finalizzate a governare, con Casini e con chi sa chi altro.
Ovviamente, se per differenziarsi dalla linea Bersani-Vendola, il Sindaco di Firenze si schiera tra i sostenitori dell’Agenda Monti, la sua candidatura a premier finisce per essere una mossa sostanzialmente contraddittoria. Ci vuole infatti una certa audacia per assumere che questa “Agenda” possa già da domani essere portata avanti anche da una persona diversa dall’ex Commissario Europeo alla Concorrenza,.
L’Agendo Monti avrà ancora bisogno , per un periodo difficile da determinare, dell’uomo da cui prende il nome. E ciò non solo all’interno dell’Italia, ma anche e soprattutto a livello internazionale. Dove, ci sia consentito dirlo, Monti conquista per l’Italia e gli Italiani un rispetto ed una considerazione che pochi altri riuscirebbero a strappare.