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Timestamp: 2020-07-11 13:36:17+00:00
Document Index: 128330613

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 16', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ']

IL SINDACATO DI RAGIONEVOLEZZA DELLE LEGGI PENALI
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | SABATO 11 LUGLIO AGGIORNATO ALLE 15:36
nella sua veste di sindacato di proporzionalità
SPECIALITÀ TRA FATTISPECIE E RAGIONEVOLEZZA
DELLE SCELTE LEGISLATIVE SANZIONATORIE
Il controllo sulla ragionevolezza delle scelte legislative in tema di sanzioni penali è demandato ad una “particolare” tipologia di sindacato di costituzionalità: il c.d. giudizio di ragionevolezza delle leggi e, più precisamente, nella sua veste di sindacato di proporzionalità. In tale ambito, la Corte nell’arco degli anni si è spinta a censurare le scelte compiute dal legislatore, dichiarando l’incostituzionalità “intrinseca” di norme impositive di sanzioni penali ritenute eccessive o meglio sproporzionate rispetto al fine repressivo da conseguire; altre volte, su sollecitazione dei giudici remittenti, ha operato un raffronto tra fattispecie normative omogenee, al fine di pervenire ad una valutazione di parità o disparità di trattamento sanzionatorio. A prescindere dal più generale problema circa la stessa legittimazione della Corte costituzionale a sindacare scelte di politica criminale ampiamente discrezionali – per stessa ammissione dei giudici costituzionali –, la giurisprudenza sul controllo di proporzionalità delle pene presenta profili problematici in quanto appare ancora magmatica e spesso confusa, non rendendo certo prevedibili gli esiti in ordine alla legittimità costituzionale o meno delle norme sanzionatorie. Ciononostante, è possibile scorgere in alcune pronunce della Corte un tentativo di razionalizzazione nella misura in cui essa irrobustisce il proprio iter motivazionale, onde evitare uno sconfinamento del proprio ruolo lesivo della sovranità dell’organo legislativo. In particolare, ciò avviene nelle ipotesi in cui il Giudice delle leggi giustifica un trattamento sanzionatorio più severo – salvando dall’incostituzionalità le norme penali censurate – in ragione della specialità della fattispecie oggetto di giudizio posta a raffronto con la rispettiva ipotesi generale. Caso emblematico in tal senso è quello affrontato recentemente dalla Corte nell’ord. 253/2011 in ordine alla disciplina penale dell’incenerimento dei rifiuti, in cui è stata ritenuta manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento all’art. 19 D.lgs. 133/2005 nella parte in cui contempla una sanzione più grave rispetto all’ipotesi generale prevista dall’art. 16 D.lgs. 59/2005. Il caso, puntualmente esaminato dall’A., sembra fare chiarezza circa le condizioni necessarie affinché le scelte sanzionatorie possano essere considerate ragionevoli quando poste a confronto siano fattispecie in rapporto di “species” a “genus”: in tale ipotesi, infatti, la specialità della fattispecie penale implicherebbe – ragionevolmente – la sottoposizione ad una pena più grave.
SOMMARIO 1.- Premessa. Il sindacato di ragionevolezza delle leggi. 2.- Il controllo di proporzionalità delle pene. 2.1.- Le ipotesi di intrinseca irragionevolezza delle norme incriminatrici e sanzionatorie. 2.2.- Il raffronto tra fattispecie penali omogenee. 3.- Il caso della disciplina penale dell’incenerimento dei rifiuti (ord. 27 luglio 2011, n. 253) . 4.- Conclusioni.
1.2 Premessa. Il sindacato di ragionevolezza delle leggi.
A partire dalla seconda metà degli anni ‘50, le decisioni della Corte costituzionale italiana, relative al giudizio di costituzionale ex art. 3 Cost., si imperniano in modi sempre più insistiti sull’applicazione di criteri quali la giustificatezza, la logicità, la coerenza, l’adeguatezza, la congruenza, la proporzionalità, la non arbitrarietà delle discipline legislative impugnate, onde poter stabilire se si tratti di leggi ragionevolmente fondate.
Più precisamente, in alcune pronunce del ‘59 e del ‘60 si introdusse il riferimento alla valutazione di ragionevolezza delle discriminazioni legislative. Così, se nella sent. 46/59 la Corte continuava ad autolimitare il proprio sindacato non ritenendo necessario domandarsi “se la legge sia giusta, equa, opportuna, completa, tecnicamente ben fatta”[1], nella successiva pronuncia 15/60, i giudici costituzionali si spingono ad affermare che “non basta accertare che la norma non sia in contrasto con i precetti inderogabili posti dal primo comma dell’art. 3”, perchè questa disposizione deve considerarsi violata “anche quando la legge, senza un ragionevole motivo, faccia un trattamento diverso ai cittadini che si trovino in eguali situazioni”.
L’eguaglianza diventava in tal modo canone generale di controllo dell’esercizio della funzione legislativa e nasceva così il sindacato di ragionevolezza delle leggi[2].
Ne derivava poi la difficoltà in dottrina di delimitare i confini di tale controllo onde distinguerlo anche dall’altro tipo di giudizio tradizionalmente imperniato sull’art. 3 Cost. ovvero il giudizio ternario di eguaglianza.
In proposito, occorre rilevare che il giudizio di eguaglianza-disparità implica un confronto tra qualificazioni discriminatorie giuridicamente rilevanti ed è calibrato sullo schema formale del tertium comparationis, ossia di un termine di raffronto individuato dal giudice a quo in una norma diversa da quella impugnata – e tuttavia appropriata, adeguata e omogenea rispetto a questa – al fine di valutare se la disciplina elevata ad oggetto del giudizio implichi o meno una irragionevole disparità di trattamento.
Il giudizio di ragionevolezza, invece, è diretto a sanzionare le oggettive irrazionalità dell’ordinamento che non si traducono necessariamente in privilegi soggettivi e dunque non rendono logicamente obbligato il ricorso allo schema di giudizio trilaterale, ma implicano verifiche di coerenza, adeguatezza strumentale, congruità delle scelte legislative rispetto alle fattispecie regolate.
Illuminanti al fine di distinguere i due tipi di giudizio appaiono le parole dell’ex Presidente della Corte costituzionale Casavola: “Il primo comporta un controllo volto a stabilire se tra le varie manifestazioni normative nella stessa materia (tertia comparationis) e quella denunziata esista una congruità dispositiva o, invece, vi siano contraddizioni insanabili. Il secondo prescinde da raffronti con termini di paragone (i quali al più assumono solo un valore sintomatico), per esaminare la rispondenza degli interessi tutelati dalla legge ai valori ricavabili dalla tavola costituzionale o al bilanciamento tra gli stessi, inferendo una contrarietà a Costituzione solo quando non sia possibile ricondurre la disciplina ad alcuna esigenza protetta in via primaria o vi sia una evidente sproporzione tra i mezzi approntati e il fine asseritamente perseguito”[3].
Per quanto rileva in tale sede, è quindi opportuno ribadire che il controllo di ragionevolezza stricto sensu è rivolto a rilevare le oggettive irrazionalità delle leggi, implicando verifiche di coerenza, di congruità o di proporzionalità di scelte legislative, come si evince dalle stesse parole dei giudici delle Leggi: “il giudizio di ragionevolezza, lungi dal comportare il ricorso a criteri di valutazione assoluti e astrattamente prefissati, si svolge attraverso ponderazioni relative alla proporzionalità dei mezzi prescelti dal legislatore nella sua insindacabile discrezionalità rispetto alle esigenze obiettive da soddisfare o alle finalità che intende perseguire, tenuto conto delle circostanze e delle limitazioni concretamente sussistenti” (sent. 1130/1988).
Infine, occorre ricordare che tale tipo di giudizio non è stato certo esente da critiche già nelle prime voci della dottrina costituzionalistica che lamentavano un’indebita intromissione della Corte costituzionale nelle scelte sovrane dell’organo legislativo: la Corte, invero, “affermando in astratto il proprio potere a sindacare l’arbitrio o l’inconsequenzialità del legislatore” ha finito per “aprire a se stessa la via a giudicare liberamente o a proprio piacimento della costituzionalità di molte leggi”[4].
A prescindere da tali rilievi di ordine sistematico, involgenti riflessioni sui rapporti tra gli organi del nostro ordinamento costituzionale, la ragionevolezza è apparsa comunque un canone “problematico” il quale “sembra irradiarsi come una luce più facile da percepire che non da spiegare”[5]. Ne è derivata una giurisprudenza “magmatica e spesso confusa”[6], con conseguente incertezza circa l’esito del giudizio di legittimità delle leggi impugnate. In altri termini, dati i rischi di un uso pervasivo del canone in questione, ci si domanda come evitare che le decisione della Corte costituzionale risultino imprevedibili nei loro dispositivi ed eccessivamente libere nelle loro motivazioni[7].
[1] Cfr. a commento di tale sentenza le osservazioni di CRISAFULLI, Ancora in tema di eguaglianza, in Giur. cost., 1959, 747 ss.
[2] Sul punto la letteratura è vastissima; ci si limita a ricordare LUTHER, Ragionevolezza (delle leggi), in Dig. disc. pubbl., 341 ss.; PALADIN, Ragionevolezza (principio di), in Enc. dir., Agg., I, Milano, 1997, 899 ss.; CERRI, Ragionevolezza delle leggi, in Enc. giur., XXV, Roma, 1991, 1 ss.; SCACCIA, in Diz. giur. dir. pubbl. (a cura di CASSESE), Milano, 2006, 4805 ss.; CELOTTO, Art. 3, in CELOTTO-BIFULCO-OLIVETTI, Commentario alla Costituzione, Torino, 2006, 65 ss.; MODUGNO, La ragionevolezza nella giustizia costituzionale, Napoli, 2007.
[3] CASAVOLA, La giustizia costituzionale nel 1994, testo pubblicato ad opera della Corte costituzionale, Roma, 1995, 10 ss.
[4] Cfr. le ormai note parole di Carlo Esposito, La Corte costituzionale come giudice della «non arbitrarietà» delle leggi (nota a Corte cost. n. 7/62), in Giur. cost., 1962, 82.
[5] La felice espressione è di LUTHER, Ragionevolezza (delle leggi), cit., 341.
[6] In tal senso, PALADIN, Ragionevolezza (principio di), cit., 902.
[7] Il rischio è paventato da PALADIN, Ragionevolezza (principio di), cit., 908.