Source: http://www.creditofinanzanews.it/2015/02/13/newsletter-del-13-febbraio-2015/
Timestamp: 2019-10-17 14:35:41+00:00
Document Index: 154564981

Matched Legal Cases: ['arto\n8', 'art. 2952', 'art. 17', 'art. 23', 'art. 31', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 29', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1815', 'sentenza ', 'art. 1815', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 56', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 5']

﻿ Newsletter del 13 febbraio 2015 - Credito Finanza News
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1) Fondo di garanzia per le piccole e medie imprese: pubblicate in Gazzetta le modalità operative
2) Nuovi principi di revisione ISA Italia e abrogazione di precedenti provvedimenti Consob
3) Recepimento della direttiva AIFM: modifiche al Regolamento congiunto 29 ottobre 2007
4) Voto plurimo e voto maggiorato: no a proroga per quorum ridotto
5) Assicurazione: obbligatorio informare il cliente del termine di prescrizione del diritto alla riscossione del capitale
6) Responsabilità dell’intermediario in caso di acquisto di BTP con simultanea vendita di opzioni put
7) Lo stato passivo esecutivo è assimilabile al titolo esecutivo giudiziale nell’esecuzione individuale e determina la misura del credito da soddisfarsi con il riparto
8) Contratto di finanziamento e cedibilità del TFR
9) Contratto di appalto, responsabilità dell’appaltatore per crediti da lavoro e pagamento del TFR
10) Usura nei contratti di finanziamento ed esclusione dei tassi di mora dal calcolo del TEG
11) Ripetizione di indebito, incompletezza della documentazione e applicazione del criterio del saldo zero
12) Obbligazioni Lehman Brothers: clausola che impone all’intermediario di informare il cliente sulle variazioni significative del livello di rischio
13) Mutuo usurario e penale d’estinzione anticipata
14) Usura: sommatoria tra tasso corrispettivo e tasso moratorio
15) Obbligazioni Lehman: nullo l’ordine di acquisto sottoscritto fuori sede
16) Segnalazione di una posizione in “sofferenza” alla Centrale dei rischi: è sufficiente il rischio di insolvenza
Qui di seguito, trovate le più rilevanti novità intervenute nel settore Credito & Finanza, nel periodo 06-12/02/2015. Registratevi QUI per ricevere sulla vostra e-mail queste comunicazioni periodiche.
G.U. Serie Generale 11 febbraio 2015
G.U. Unione Europea 11 febbraio 2015
Nuovi principi di revisione ISA Italia e abrogazione di precedenti provvedimenti Consob
Consob – Delibera n. 19113 del 4 febbraio 2015 – Adozione dei principi di revisione (ISA Italia) e conseguente abrogazione di precedenti delibere e comunicazioni Consob
A seguito dell’entrata in vigore dei principi di revisione internazionali ISA Italia (International Standards on Auditing) e del principio internazionale sul controllo della qualità Isqc1 Italia, (International Standard on Quality Control) la Commissione ha disposto l’abrogazione di tutte le delibere e le comunicazioni in materia di principi di revisione già emanate da Consob precedentemente all’entrata in vigore del decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 39.
I provvedimenti abrogati sono i seguenti:
– Comunicazione n. 94011557 del 15 dicembre 1994 – Documentazione del lavoro di revisione;
– Comunicazione n. 99023932 del 29 marzo 1999 – Controllo contabile nel corso dell’esercizio;
– Comunicazione n. 99088450 del 1° dicembre 1999 – Modalità di redazione della relazione di revisione;
– Comunicazione n. 1058048 del 27 luglio 2001 – Revisione dei bilanci degli intermediari;
– Delibera n. 13809 del 30 ottobre 2002 – Principi di revisione: Documenti n. 220, 250, 320, 402, 501, 505, 510, 530, 540, 550, 560, 580, 610, 620;
– Delibera n. 14186 del 30 luglio 2003 – Principio di revisione Documento n. 600;
– Delibera n. 14352 del 17 dicembre 2003 – Principio di revisione Documento n. 260;
– Delibera n. 14768 del 4 novembre 2004 – Revisione dei bilanci delle banche;
– Delibera n. 15665 del 6 dicembre 2006 – Principi di revisione: Documenti nn. 200, 240, 300, 315, 330, 500, 520;
– Delibera n. 16137 del 2 ottobre 2007 – Principio di revisione Documento n. 230;
– Delibera n. 16231 del 21 novembre 2007 – Principio di revisione Documento n. 570;
– Comunicazione n. 9012559 del 6 febbraio 2009 – Procedure di revisione e relazione di revisione in presenza di problematiche connesse alla continuità aziendale;
– Delibera n. 16801 del 24 febbraio 2009 – Giudizio sulla coerenza della relazione sulla gestione con il bilancio.
Il provvedimento complessivo di abrogazione è stato adottato a seguito dell’emanazione della determina del Ragioniere generale dello Stato (Rgs) del 23 dicembre 2014 che ha sancito l’adozione dei principi di revisione internazionali ISA Italia.
In particolare, tale determina stabilisce che i principi in questione si applicano a decorrere dalla revisione dei bilanci relativi agli esercizi:
a) che iniziano dal 1° gennaio 2015 o
b) nel corso del 2015.
Ciò ad eccezione del principio di revisione (Sa Italia) 250 B relativo alle verifiche periodiche in materia di regolare tenuta della contabilità sociale, e del principio internazionale sul controllo della qualità (Isqc1 Italia), che sono già entrati in vigore il 1° gennaio 2015.
La determina, adottata dal Mef anche con il parere favorevole di Consob, stabilisce che i revisori legali e le società di revisione iscritti al Registro di cui all’articolo 6 del decreto legislativo n. 39/2010 applicano, nello svolgimento degli incarichi di revisione disciplinati dagli articoli 9 e seguenti del medesimo decreto, i principi di revisione internazionali ISA Italia, elaborati ai sensi dell’articolo 11, comma 3, dello stesso decreto. Essi sono costituti da:
a) principi di revisione internazionali (Isa) – versione Clarified 2009, dal principio 200 al 720, integrati al fine di agevolarne l’applicazione nell’ordinamento italiano e nel rispetto dei termini e delle condizioni richiesti dall’Ifac (International Federation of Accountants);
b) principi di revisione appositamente predisposti al fine di rispettare precise disposizioni normative e regolamentari dell’ordinamento italiano ed aventi ad oggetto le verifiche periodiche in materia di regolare tenuta della contabilità sociale (Sa Italia) 250 B e la formulazione del giudizio sulla coerenza delle informazioni contenute nella relazione sulla gestione e su altre informazioni (Sa Italia) 720 B.
Inoltre, ai fini del corretto svolgimento degli incarichi di revisione ai sensi del d.lgs. n. 39/2010, i revisori e le società di revisione sono tenuti ad applicare il principio internazionale sul controllo della qualità (Isqc1 Italia), risultante dal principio internazionale Isqc1 integrato al fine di agevolarne l’applicazione nell’ordinamento italiano.
Recepimento della direttiva AIFM: modifiche al Regolamento congiunto 29 ottobre 2007
Banca d’Italia – Consob – Atto 19 gennaio 2015 – Atto di modifica del regolamento della Banca d’Italia e della Consob ai sensi dell’articolo 6, comma 2-bis, del Testo Unico della Finanza
Consob e Banca d’Italia hanno approvato le modifiche regolamentari necessarie al recepimento della direttiva europea 2011/61/Ue sui gestori di fondi alternativi (“Aifmd”).
Al Regolamento congiunto Consob – Banca d’Italia in materia di organizzazione e controlli degli intermediari che prestano servizi di investimento e di gestione collettiva, sono state introdotte semplificazioni con riferimento ai gestori sotto-soglia. In alcuni casi, è stata, infatti, prevista una opportuna graduazione degli obblighi applicabili in funzione:
a) della dimensione dell’intermediario gestore e
b) dell’ampiezza della sua operatività, ai sensi dell’articolo 35-undecies del TUF.
Tutto ciò in ossequio al principio di proporzionalità e in riferimento alla natura organizzativo-procedurale delle modifiche necessarie.
Sono, inoltre, state recepite alcune osservazioni sulla disciplina del conflitto di interessi. Innanzitutto è stato previsto che nel caso di oicvm l’obbligo di disclosure nei confronti dei clienti si riferisce solo ai conflitti che il gestore ha giudicato non gestibili, come già previsto dalla normativa sovranazionale in materia.
Inoltre, sempre nel caso dei conflitti di interessi, si è tenuto conto dell’impianto generale della direttiva e del regolamento delegato. Questi ultimi, coerentemente con altre direttive settoriali, non prescrivono particolari limiti o misure di gestione dei conflitti di interessi. Si è, quindi, deciso di lasciare all’autonomia decisionale del gestore l’identificazione delle situazioni di conflitto e la loro migliore ed efficace gestione.
Allo scopo di recepire la disciplina sulle remunerazioni contenuta nell’Aifmd, nel Regolamento congiunto Consob – Banca d’Italia sono state introdotte norme strettamente aderenti alle regole e agli indirizzi applicativi stabiliti a livello europeo, cioè la direttiva e le linee guida ESMA n. 2013/232 del 3 luglio 2013 in materia di sane politiche di remunerazione dei gestori di fondi di investimento alternativi (FIA). Le disposizioni sono applicabili esclusivamente ai gestori di fondi FIA.
Non sono state sottoposte a consultazione pubblica, per via dell’urgenza connessa al recepimento della direttiva europea, della stretta aderenza della normativa nazionale ai principi e indirizzi europei già richiamati, della consultazione già svolta dall’ESMA sulle guidelines e, infine, del prevalente interesse a definire un quadro normativo completo e unitario di recepimento della direttiva per le esigenze di operatività dell’industria italiana.
Voto plurimo e voto maggiorato: no a proroga per quorum ridotto
Ministero dell’Economia e delle Finanze – Lettera 5 febbraio 2015
Il 2 febbraio scorso il Ministro dell’Economia e delle Finanze ha ricevuto una lettera, firmata da investitori istituzionali italiani ed esteri, accademici e amministratori, imprese di consulenza sul tema dell’introduzione delle azioni a voto plurimo e a voto maggiorato nelle società quotate.
I sottoscrittori della missiva si dicevano contrari all’eventualità di una proroga del termine – scaduto il 31 gennaio 2015 – per poter approvare le relative modifiche statutarie con la maggioranza semplice anziché dei due terzi, come avviene per l’adozione delle delibere nelle assemblee straordinarie.
Nella lettera in commento, di risposta, il Ministro Padoan ha ribadito che il Governo non è intenzionato a introdurre proroghe.
Ricorda il Ministro che in sede di conversione del decreto Competitività (D.L. n. 91/2014) è stata introdotta una disposizione che consentiva alle società con azioni quotate, per un periodo di tempo limitato esclusivamente alla prima applicazione della nuova disciplina, di adottare le modifiche statutarie per l’introduzione delle azioni a voto maggiorato con un quorum deliberativo inferiore a quello previsto dal Codice civile per l’assemblea straordinaria.
Questo periodo è terminato il 31 gennaio 2015, sottolinea Padoan nella lettera di risposta, e il Governo non intende proporre ovvero dare parere favorevole a proposte di proroga del suddetto periodo, considerando il periodo transitorio concluso e ritenendo necessario preservale la certezza delle regole, elemento imprescindibile per la fiducia degli investitori.
Assicurazione: obbligatorio informare il cliente del termine di prescrizione del diritto alla riscossione del capitale
Tribunale di Palermo – Sentenza 4 dicembre 2013
Assicurazione – Obbligo per l’assicuratore di informare il contraente del termine di prescrizione del diritto alla riscossione del capitale – Sussiste
In materia di assicurazione, un comportamento improntato a correttezza e buona fede impone alla società di assicurazioni, una volta venuta a scadenza la polizza, di avvisare i contraenti che l’esercizio del diritto alla riscossione del capitale è soggetto al termine di prescrizione sancito dall’art. 2952 c.c..
Un siffatto obbligo informativo è oggi espressamente previsto dall’art. 17 del Regolamento ISVAP n. 35/2010 (“Disciplina degli obblighi di informazione e della pubblicità dei prodotti assicurativi, di cui al titolo XIII del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 – Codice delle assicurazioni private”), che impone alle imprese assicuratrici di inviare al contraente, almeno trenta giorni prima della scadenza del contratto, una comunicazione scritta contenente, oltre all’indicazione del termine di scadenza ed alla documentazione da trasmettere per la liquidazione della prestazione, una specifica avvertenza sui termini di prescrizione previsti dalla normativa vigente e sulle conseguenze in caso di omessa richiesta entro detti termini (anche avuto riguardo a quanto previsto in materia di rapporti dormienti dalla L. n. 266/2005 e successive modificazioni ed integrazioni).
Tribunale di Perugia – Sentenza 22 dicembre 2014, n. 2915
L’operazione con cui il cliente sottoscrive titoli di Stato e contemporaneamente cede alla banca, dietro corrispettivo di un premio, la facoltà di acquistare un certo quantitativo di titoli ad un prezzo prefissato, è strumento finanziario complesso che presenta una componente derivativa, il cui funzionamento è di difficile comprensione per l’operatore inesperto e la cui stessa denominazione (BTP Online o Index o Tel) è ingannevole poiché ingloba la sigla dei titoli di Stato, facendo così intendere al soggetto non avvezzo che si tratti di titoli garantiti e sicuri quali appunto le obbligazioni dello Stato italiano. In presenza di tale componente derivativa e altamente rischiosa, la banca è tenuta ad assolvere gli obblighi informativi con particolari attenzione, cautela e pregnanza di contenuti, fornendo al cliente inesperto tutte le indicazioni utili ad attuare un investimento voluto e consapevole. Il relativo onere probatorio incombe sull’intermediario ai sensi dell’art. 23 D.Lgs. n. 58/1998.
In materia di intermediazione finanziaria, il mancato assolvimento da parte dell’intermediario del dovere di fornire all’operatore inesperto informazioni adeguate sulla natura rischiosa e speculativa del prodotto finanziario complesso denominato BTP Online o Index o Tel e di avvertirlo circa la sua inadeguatezza non determina la nullità del contratto con cui tale operazione si attui bensì la responsabilità da inadempimento precontrattuale dell’intermediario, col conseguente obbligo di risarcire il danno patito dal cliente, parametrato alle perdite che egli non avrebbe subito se non avesse concluso l’operazione di cui si tratta.
In materia di intermediazione finanziaria, allorché si imputi al promotore finanziario di essersi appropriato del denaro contante consegnatogli a più riprese dal cliente, approfittando del rapporto fiduciario col medesimo, con la prospettiva di impiegarlo nell’acquisto di strumento finanziario rivelatosi inesistente, la consegna delle dette somme può ritenersi provata in base ad una serie di circostanze gravi, precise e concordanti quali:
1) una missiva riferibile al promotore e diretta al deceptus contenente l’esplicito riferimento all’inesistente strumento finanziario e l’indicazione delle modalità con cui le consegne di contante sarebbero dovute avvenire;
2) una serie di documentati prelievi di denaro da parte del cliente presso gli sportelli di un istituto di credito;
3) una serie di ricevute di versamento redatte sui moduli intestati alla banca, sottoscritte dal promotore e rilasciate al cliente, recanti date e importi pressoché coincidenti con le date e gli importi dei prelievi effettuati;
4) falsi rendiconti verosimilmente predisposti dal promotore infedele che affermano esser stato sottoscritto l’inesistente strumento finanziario per un valore nominale pressoché coincidente con l’ammontare dei prelievi e delle ricevute predetti;
5) una delibera Consob che dispone la radiazione del medesimo promotore finanziario dal relativo albo per fatti precedenti e analoghi e quelli descritti in citazione;
6) il non essersi presentato il promotore finanziario a rendere l’interrogatorio formale deferitogli sui fatti addebitatigli.
Il tono confidenziale usato dal promotore infedele in una missiva dal medesimo indirizzata al cliente danneggiato non può essere interpretato come prova dell’esistenza di un vero e proprio mandato, conferito dal cliente al promotore per la gestione globale e autonoma dei propri rapporti finanziari, tale da far venire meno la responsabilità solidale che l’art. 31 D.Lgs. n. 58/98 pone in capo all’istituto bancario preponente per i danni procurati al terzo dal promotore finanziario preposto, poiché per legge l’attività di promotore finanziario è svolta nell’esclusivo interesse di una banca e, di conseguenza, il promotore, stante il legame contrattuale con l’istituto, non potrebbe assumere alcun incarico diretto dal cliente investitore.
Lo stato passivo esecutivo è assimilabile al titolo esecutivo giudiziale nell’esecuzione individuale e determina la misura del credito da soddisfarsi con il riparto
Cassazione Civile – Sentenza 20 gennaio 2015, n. 892
Espropriazione individuale – Interpretazione del titolo esecutivo – Sentenza passata in giudicato – Apprezzamento di fatto incensurabile in sede di legittimità
Fallimento – Stato passivo – Interpretazione – Controversie in sede di ripartizione dell’attivo del fallimento – Decreto di esecutività dello stato passivo – Assimilabilità al titolo esecutivo dell’esecuzione individuale – Interpretazione del decreto di esecutività dello stato passivo – Apprezzamento di fatto incensurabile in sede di legittimità
In tema di azione individuale, l’interpretazione del titolo esecutivo consistente in una sentenza passata in giudicato, compiuta dal giudice dell’opposizione a precetto o all’esecuzione, si risolve nell’apprezzamento di un fatto, come tale incensurabile in sede di legittimità sé esente da vizi logici e giuridici, senza che possa diversamente opinarsi alla luce dei poteri di rilievo ufficioso e di diretta interpretazione del giudicato esterno da parte del giudice di legittimità, atteso che, in sede di esecuzione, la sentenza passata in giudicato, pur ponendosi come “giudicato esterno” (in quanto decisione assunta fuori del processo esecutivo), non opera come decisione della controversia, bensì come titolo esecutivo e, pertanto, al pari degli altri titoli esecutivi, non va intesa come momento terminale della funzione cognitiva del giudice, bensì come presupposto fattuale dell’esecuzione, ossia come condizione necessaria e sufficiente per procedere ad essa.
In sede di ripartizione dell’attivo del fallimento, oggetto della cognizione del giudice delegato sono solo le questioni relative alla graduazione dei crediti ed all’ammontare della somma distribuita, restando esclusa la proponibilità, in tale sede, di ogni altra questione relativa all’esistenza, qualità e quantità dei crediti e dei privilegi, in quanto riservata in via esclusiva al procedimento dell’accertamento del passivo. Pertanto ancorché non possa parlarsi propriamente di titolo esecutivo, il decreto di esecutività dello stato passivo svolge nella procedura fallimentare la stessa funzione svolta dal titolo esecutivo giudiziale nell’esecuzione individuale e cioè determina la misura del credito che può essere soddisfatta coattivamente. Ne consegue che anche l’interpretazione del decreto di esecutività dello stato passivo, come quella del titolo esecutivo giudiziale nell’esecuzione individuale, si risolve nell’apprezzamento di un fatto, come tale incensurabile in sede di legittimità se esente da vizi logici o giuridici, e non consiste in una interpretazione che si risolve nella ricerca del significato oggettivo della regola o del comando di cui il provvedimento è portatore e che richiede l’applicazione, in via analogica, dei canoni ermeneutici prescritti dall’articolo 12 e seguenti d.p.c.c., in ragione dell’assimilabilità per natura ed effetti dei provvedimenti giurisdizionali agli atti normativi.
Contratto di finanziamento e cedibilità del TFR
Tribunale di Palermo – Sentenza 30 ottobre 2014
TFR – Carattere personale del credito – Esclusione
Trattamento di fine rapporto – Cedibilità delle somme di fine rapporto – Ammissibilità
Rapporto di lavoro privato – Trattamento di fine rapporto – Cessione nel limite del quinto – Esclusione
Se nel contratto di finanziamento è prevista la cedibilità per intero del TFR, questa trova applicazione anche nei rapporti di lavoro del settore privato senza limite del quinto.
Contratto di appalto, responsabilità dell’appaltatore per crediti da lavoro e pagamento del TFR
Tribunale di Milano – Sentenza 30 ottobre 2014, n. 3215
Contratto di appalto – Responsabilità dell’appaltatore per crediti da lavoro – Pagamento del TFR – Solidarietà ex art. 29, comma 2, D.Lgs. n. 276/2003 – Sussistenza – Irrilevanza della riforma del TFR
Contratto di appalto – Responsabilità dell’appaltatore per crediti da lavoro – Pagamento del TFR – Solidarietà ex art. 29, comma 2, D.Lgs. n. 276/2003 – Sussistenza – Limitatamente alle pretese correlate al contratto di appalto non investito da decadenza
L’obbligazione del datore di lavoro relativa al pagamento del TFR e la correlata obbligazione solidale del committente non vengono meno per effetto della riforma del TFR, introdotta dall’art. 1, commi 755, e ss., Legge 22 dicembre 2006, n. 296 (legge finanziaria per il 2007) e successivi decreti ministeriali attuativi.
Secondo tali norme, a decorrere dal 1.1.2007 tutti i lavoratori sono chiamati a scegliere se mantenere il TFR in azienda o versare lo stesso a forme previdenziali, ma queste disposizioni non incidono sulla titolarità passiva del rapporto obbligatorio, secondo quanto si evince in particolare dall’art. 2 D.M. 30.1.2007: ne deriva che la nuova disciplina non porta a una riconsiderazione dell’art. 29, comma 2, D.Lgs. n. 276/2003, azionato nel presente giudizio.
In presenza di negozi giuridici formalmente distinti, il decorso di due anni dalla cessazione del primo appalto, determina senz’altro la decadenza dal diritto di far valere la responsabilità solidale del committente, con riguardo alle pretese economiche correlate al primo contratto.
Tribunale di Padova – Sentenza 27 gennaio 2015
Ai fini della verifica del mancato superamento del tasso soglia dell’usura non è corretta l’operazione di sommatoria dei tassi d’interesse corrispettivo e moratorio previsti contrattualmente, o in un certo momento applicati, al fine di confrontare il risultato con il tasso soglia vigente, né simile operazione ha mai ricevuto l’avallo della Cassazione, nella sentenza 9 gennaio 2013, n. 350.
Il tasso soglia previsto per gli interessi corrispettivi non trova applicazione per gli interessi di mora, in quanto i tassi di mora sono esclusi dal calcolo del Tasso Effettivo Globale.
I TEGM pubblicati trimestralmente per ciascuna categoria di operazioni debbono essere maggiorati di punti 2,10 allorché vengano utilizzati ai fini della verifica della pretesa usurarietà del tasso moratorio convenuto.
Ripetizione di indebito, incompletezza della documentazione e applicazione del criterio del saldo zero
Tribunale di Ancona – Sentenza 28 gennaio 2015
Azione di ripetizione dell’indebito – Promossa dal cliente – Incompletezza della documentazione di c/c – Applicazione del criterio del c.d. saldo zero – Affermazione – Utilizzo del saldo negativo riportato dal primo degli estratti continuativi disponibili – Esclusione – Principio di vicinanza della prova – Applicabilità in materia bancaria – Affermazione
Il Tribunale di Ancona, con la sentenza in commento, si è pronunciato in materia di azione di ripetizione dell’indebito statuendo che, posta un’azione di ripetizione dell’indebito promossa da un cliente contro la propria banca, nel caso in cui la produzione della documentazione di conto sia incompleta si deve fare applicazione del criterio del saldo zero, invece di ricorrere al saldo negativo risultante dal più risalente degli estratti consecutivamente disponibili.
Tale soluzione è da ritenere preferibile in ossequio al principio espresso dalla Suprema Corte in relazione alla vicinanza della prova, applicabile anche in materia bancaria.
Obbligazioni Lehman Brothers: clausola che impone all’intermediario di informare il cliente sulle variazioni significative del livello di rischio
accolla alla banca un ulteriore e distinto obbligo informativo, rispetto a quelli di cui alla normativa di settore ed alla “Guida Patti Chiari”, avente ad oggetto la comunicazione al cliente di “ogni” significativa variazione del livello di rischio del titolo, successivo all’acquisto del medesimo.
Tribunale di Pescara – Ordinanza 28 novembre 2014
Con l’ordinanza, non impugnabile, in commento, particolarmente interessante in quanto rappresenta il primo provvedimento sul tema, il Tribunale di Pescara, in composizione collegiale, ha sancito che anche la penale di estinzione anticipata può rendere il mutuo usurario.
Nel gennaio del 2011 un cliente stipulava con la banca un finanziamento di 1 milione e 650mila euro. Iniziando però a non versare le rate dal giugno del 2012, l’istituto di credito procede a richiedere i pagamenti in via esecutiva.
Il cliente, tuttavia, fa eseguire una perizia dalla quale emerge che il tasso contrattuale è usurario fin dall’origine (5,47% a fronte di una soglia del 4,02%) se:
1) si ipotizza l’estinzione anticipata alla scadenza della prima rata di preammortamento;
2) se si tiene conto della clausola d’estinzione anticipata che dà al cliente il diritto di recedere dal finanziamento con il pagamento di un compenso dello 0,5% del capitale rimborsato in anticipo.
Il cliente si oppone, quindi, all’esecuzione ma il giudice di Pescara respinge il ricorso mentre il collegio (una sorta di appello su questi temi a cui il cliente è ricorso in seconda istanza) dichiara inammissibile il reclamo perché proposto tardivamente. Nonostante l’inammissibilità del ricorso, il collegio ha però affrontato l’eccezione di usurarietà. Secondo il Tribunale la mora e la penale per estinzione anticipata, seppur in termini elastici, sono accomunabili in quanto costituenti un costo puramente eventuale. Non solo. I giudici osservano anche che, per legge, è sufficiente la sola promessa di un tasso usurario e vanno considerati rilevanti a questo fine tutti i costi connessi all’erogazione del credito, quindi anche quelli potenziali.
In sintesi, il Collegio pescarese concorda sul fatto che:
1. non solo gli interessi convenzionali o moratori debbono sottostare al vaglio della normativa anti-usura, ma anche qualsiasi altro costo (escluse imposte e tasse) connesso al finanziamento che il cliente ha promesso di pagare e quindi anche il costo pattuito per l’estinzione anticipata del finanziamento;
2. poiché la legge punisce anche la sola promessa di pagare costi usurari, è sufficiente la semplice stipula della clausola di estinzione anticipata senza necessità che il cliente chieda detta estinzione e quindi senza necessità che ne paghi il costo;
3. trattandosi di promessa usuraria, è sufficiente la sola potenzialità che il costo usurario si verifichi sulla scorta delle condizioni contrattuali: pertanto è lecito calcolare il TAEG del finanziamento nella ipotesi che il cliente voglia estinguerlo già alla scadenza della prima rata di preammortamento, per verificare se il costo da pagare è usurario;
4. qualora il costo potenziale dell’estinzione anticipata si riveli usurario, il cliente è tenuto alla restituzione della sola somma ricevuta a prestito e non deve più pagare gli interessi del finanziamento (e se li ha pagati, anche in parte, ha diritto alla restituzione): tanto è legittimo dedurre dal fatto che il Collegio pescarese, trascrivendo la nota sentenza della Corte di Cassazione n. 350/2013, richiama espressamente l’art. 1815, 2° comma, codice civile, il quale sancisce come conseguenza dell’usura la non debenza di alcun interesse dal cliente alla banca, ponendosi in linea con altra giurisprudenza fra cui Corte di Appello Venezia, sentenza del 18 febbraio 2013, per la quale “L’art. 1815, comma 2, c.c. esprime un principio giuridico valido per tutte le obbligazioni pecuniarie e, a seguito della revisione legislativa operata dall’art. 4 della legge 7 marzo 1996, n. 108 e dalla legge 28 febbraio 2001, n. 24 – di conversione del decreto legge 29 dicembre 2000, n. 394 – esso prevede la conversione forzosa del mutuo usurario in mutuo gratuito”.
L’ordinanza in commento segna un passo particolarmente rilevante a tutela della clientela bancaria: considerando che il TAEG deve comprendere tutti i costi accessori del credito (es.: spese di istruttoria; polizze assicurative; spese di intermediazione, etc.), è ben difficile che il costo dell’estinzione anticipata, alla scadenza della prima rata di preammortamento, sia contenuto al di sotto del tasso soglia usurario.
Usura: sommatoria tra tasso corrispettivo e tasso moratorio
Obbligazioni Lehman: nullo l’ordine di acquisto sottoscritto fuori sede
Tribunale di Rimini – Sentenza 9 gennaio 2015
Il Tribunale di Rimini, con la sentenza in commento, ha sancito la nullità dell’ordine d’acquisto di obbligazioni Lehman Brothers sottoscritto fuori dalla sede della banca (nel caso di specie presso un casello autostradale) e privo dell’indicazione scritta del diritto di recesso. La banca, nello specifico Banca Fideuram, è stata, dunque, condannata a restituire ad un suo cliente l’intera somma investita.
Il 15 ottobre 2007, P.R., cliente di Banca Fideuram, acquista obbligazioni Lehman per 173mila euro. Nel 2012, il cliente fa causa alla banca.
Il Tribunale di Rimini, nella persona del Dott. Bernardi, richiamando la sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 13905/2013, ha risolto la controversia applicando l’art. 30 del Testo unico della finanza e, dunque, ha dichiarato la nullità dell’ordine di acquisto in quanto stipulato fuori dalla sede della banca senza indicazione scritta del diritto del cliente di recedere entro sette giorni (commi 6 e 7 Tuf).
Il giudice adito, inoltre, a fronte dell’eccezione della banca, richiamando un’altra importante sentenza della Corte di Cassazione, la n. 7776/2014, ha precisato che la recente modifica alla norma, introdotta con l’art. 56-quater del decreto-legge n. 69/2013 (cosiddetto decreto del fare, il quale ha stabilito che il diritto di recesso si applica ai contratti di negoziazione stipulati dopo il 1° settembre 2013), non ha carattere interpretativo e non è quindi retroattiva. Il diritto di recesso si applica, dunque, anche ai contratti stipulati prima del 1° settembre 2013. Da ciò discende l’obbligo per la banca di restituire il capitate investito e per il cliente di consegnare alla banca i titoli acquistati.
Cassazione Civile – Sentenza 29 gennaio 2015, n. 1725
Banca d’Italia – Appostazione a sofferenza – Presupposti
Banca d’Italia – Appostazione a sofferenza – Insolvenza ex art. 5 legge fallimentare – Necessità – Esclusione
La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza in commento, ha stabilito che la segnalazione alla Centrale dei rischi della Banca d’Italia di una posizione in “sofferenza” di un proprio cliente, da parte di un istituto di credito, scatta non soltanto di fronte ad una accertata insolvenza, ma anche quando “il rientro non appaia sicuro o, quantomeno, altamente probabile”.
Viene, quindi, respinto il ricorso di una S.r.l. che lamentava di essere stata segnalata pur trovandosi, a suo dire, in una situazione di obiettiva difficoltà, ma temporanea e rimovibile. A dimostrazione di questo, ricordava che solo una delle due banche di cui era cliente avevano allertato la Banca d’Italia.
La Suprema Corte avalla la conclusione dei giudici di merito che avevano ben interpretato la Circolare della Banca d’Italia (Circolare Banca d’Italia n. 139 dell’11 febbraio 1991 – Centrale dei rischi – Istruzioni per gli intermediari creditizi) che inserisce nella categoria “sofferenze” o situazioni a queste equiparabili le posizioni che, pur non potendo essere considerate di totale incapacità economica sono la “spia” di una sensibile difficoltà nel controllo economico, e fanno temere un futuro, anche non immediato dissesto.
Indicazioni che hanno un valore autonomo rispetto all’art. 5 della legge fallimentare. I giudici precisano, infatti, che se le due nozioni fossero sovrapponibili e se il debito potesse essere “catalogato” come sofferenza solo quando il cliente è in stato di decozione, verrebbe meno l’obiettivo della segnalazione, che è quello di mettere sull’avviso gli altri intermediari creditizi perché si tutelino.
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