Source: https://elysiumpost.com/diritto-alloblio-ecco-lambiguo-volto-della-dimenticanza/
Timestamp: 2020-05-29 06:30:18+00:00
Document Index: 57590160

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art.96', 'art.93', 'art21', 'art. 615', 'art. 616', 'art. 2', 'art. 21', 'art. 11', 'sentenza ']

Diritto all'Oblio: ecco l'ambiguo volto della dimenticanza
Home Economia e Finanza Lavoro e diritti Diritto all’Oblio: ecco l’ambiguo volto della dimenticanza
Il diritto alla riservatezza con particolare riguardo al diritto all’oblio
Quando si parla di Diritto all’Oblio ci riferiamo a un diritto di nuova generazione.
Questo diritto esprime l’esigenza di ogni individuo di escludere dall’altrui conoscenza tutto quanto concerne la propria persona.
Nel codice civile nessuna norma tutela esplicitamente il diritto alla riservatezza in quanto tale. Per questo motivo la sua stessa esistenza è stata a lungo contestata.
Ma sono, comunque, rinvenibili frammenti di tutela:
l’art. 10 c.c. che tutela il diritto all’immagine;
la legge sul diritto d’autore, n. 633/1941, che protegge l’immagine (art.96-97), gli scritti (art.93), la stessa identità (art21);
nel codice penale ricordiamo l’art. 615 bis che punisce le interferenze illecite nella vita privata;
gli art. 616 ss. del codice penale che puniscono gli attentati all’inviolabilità dei segreti.
Il fondamento normativo del diritto alla riservatezza si ricava dall’art. 2 Cost. e dalle sue specificazioni (artt. 13, 14, 15). È necessario citare anche l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Quest’ultima riconosce il diritto di ogni persona al rispetto della sua vita privata e familiare, oltre che del domicilio e della corrispondenza.
Problema fondamentale è quello dell’individuazione dei limiti della tutela del diritto alla riservatezza.
Ciò soprattutto in riferimento al diritto di manifestazione del pensiero (art. 21 Cost.) che comprende il diritto di cronaca e di critica.
Costituiscono limiti alla garanzia di riserbo:
la notorietà pubblica della persona: sul punto, la Cassazione ha recentemente affermato che la divulgazione di informazioni circa la vita di un personaggio noto è legittima solo in alcuni casi. È necessario che ricorrano le seguenti tre condizioni:
utilità sociale dell’informazione, verità oggettiva della notizia, o anche soltanto putativa, perché frutto di una seria e diligente verifica in ordine all’affidabilità della fonte;
la forma civile dell’esposizione, improntata e serena obiettività almeno nel senso di escludere l’intento denigrativo e rispettare quel minimo di dignità cui ha sempre diritto ogni persona;
l’interesse della Pubblica Amministrazione a svolgere indagini per vari motivi; il diritto di cronaca, il consenso dell’interessato.
Di contro, si parla anche di un diritto all’identità personale che tutela positivamente la personalità come complessa identità spirituale e morale. In altri termini: esso garantisce, alle persone note, tutela contro l’attribuzione di idee o fatti non necessariamente screditanti ma che non corrispondono al vero.
Occorre, inoltre, precisare che il diritto alla riservatezza del minore prevale sul diritto di cronaca. Questo salvo che non ricorra l’utilità sociale della notizia e, quindi, con l’unico limite di cui all’articolo 16 della Convenzione sui diritti del fanciullo approvata a New York, alla stregua della quale è sancito che:
“nessun fanciullo può essere oggetto di interferenze arbitrarie o illegali nella sua vita privata, nella sua famiglia, nel suo domicilio o nella sua corrispondenza affinché tutte le decisioni relative ai fanciulli emanate dall’autorità giudiziaria abbiano come considerazione preminente l’interesse superiore del fanciullo”.
Diritto all’Oblio Cassazione
Sul tema dell’illegittimo utilizzo di dati personali e sensibili, nello specifico attinenti alla salute dell’individuo, si è recentemente generato un contrasto giurisprudenziale. Tale contrasto è poi culminato con l’intervento chiarificatore delle S.U.
Da un lato, infatti, la prima sezione della Suprema Corte, nel 2014, aveva ritenuto che il riferimento effettuato dalla P. A. alla normativa predetta e, quindi, alla condizione di salute del beneficiario, contenesse un dato personale sensibile che l’ente pubblico avrebbe dovuto trattare con le cautele indicate dalla normativa di settore.
Al contrario: la terza sezione nel 2015 aveva sposato la soluzione opposta, ritenendo, tra l’altro, che il dato non potesse ritenersi oggetto di diffusione. Questo in quanto non diretto a soggetti indeterminati, ma alla banca designata dal soggetto cui il dato si riferiva.
A fronte di tale contrasto, si è richiesto l’intervento delle Sezioni Unite Cass. n. 30981/2017, le quali hanno sposato l’orientamento espresso dalla prima sezione, ritenuto coerente con la lettera e la ratio della disciplina legislativa in materia di protezione di dati personali.
In particolare, secondo la Cassazione, il rapporto giuridicamente qualificato sussistente tra il soggetto titolare del diritto alla protezione dei propri dati sensibili e titolare del trattamento dei dati stessi è del tutto autonomo rispetto al vincolo legale o contrattuale che avvince i soggetti obbligati e il beneficiario.
In ragione di ciò, concludono le sezioni unite, i soggetti pubblici e le persone giuridiche private, anche quando agiscono rispettivamente in funzione della realizzazione di una finalità di pubblico interesse o in adempimento di un obbligo contrattuale, possono trattare dati idonei a rilevare lo stato di salute mediante modalità organizzative che rendono non identificabile l’interessato.
Per altri versi, la giurisprudenza di legittimità è stata chiamata a prendere posizione sul tema del diritto all’oblio concepito verso la fine dell’ottocento ma emerso, senza dubbio, nell’era precedente al Web a causa dell’impossibilità di accedere ai dati fisici che erano “praticamente oscuri”.
È con il Word Wild Web, i Social Network e la rete che il diritto all’oblio acquista un significato profondo e dirompente.
Nella prospettiva odierna a causa del flusso continuo di informazioni si ha interesse non solo a che le nostre informazioni personali vengano pubblicate dalla fonte originaria ma anche a far eliminare ripubblicazioni delle stesse da parte di terzi.
Premesso quanto precede, va osservato che l’esistenza del “diritto all’oblio” viene affermata, sia nella giurisprudenza Europea che in quella nazionale, con riferimento a fattispecie differenti. In tale contesto si è sempre posta, peraltro, l’esigenza di un contemperamento tra i due diversi diritti fondamentali: il diritto di cronaca, posto al servizio dell’interesse pubblico all’informazione, ed il diritto della persona a che certe vicende della propria vita, che non presentino più i caratteri dell’attualità, non trovino più diffusione da parte dei media.
A seguito del riconoscimento in ambito comunitario, ogni persona deve avere il diritto di rettificare i propri dati personali che la riguardano. Allo stesso tempo deve avere il diritto alla cancellazione e all’oblio se la conservazione di tali dati non è conforme al regolamento.
È doveroso puntualizzare che il diritto all’oblio è particolarmente rilevante se l’interessato ha dato il consenso quando era minore, e, quindi non pienamente consapevole dei rischi derivanti dal trattamento.
La rilevanza subentra se il soggetto volesse, successivamente, eliminare questo tipo di dati personali, in particolare da internet.
Per rafforzare il “diritto all’oblio” nell’ambiente online, è opportuno che il diritto di cancellazione sia esteso in modo da intimare coloro che stanno trattando tali dati affinché cancellino qualsiasi link che indirizzi verso suddette informazioni personali.
Il diritto all’oblio è un concetto tornato prepotentemente alla ribalta in ambito internazionale e principalmente europeo con l’avvento della rete.
Diverse sono le definizioni fornite dalla dottrina.
Secondo alcuni rappresenta la naturale conseguenza di una corretta e logica applicazione dei principi generali del diritto di cronaca, in quanto, come non va divulgato il fatto la cui diffusione (lesiva) non risponde a un reale interesse pubblico, così non va riproposta la vecchia notizia lesiva quando ciò non sia rispondente ad una attuale esigenza informativa.
Secondo dottrina giurisprudenziale più recente, s’intende, invece, che il diritto all’oblio sia il diritto a che nessuno riproponga nel presente un episodio che riguarda la nostra vita passata e che ciascuno di noi vorrebbe, per le ragioni più diverse, rimanesse semplicemente affidato alla storia.
Oggi, quando si parla di diritto all’oblio in rete lo si fa con un’accezione un po’ diversa. Questo è parte del problema anche dal punto di vista giuridico in quanto non si parla più del diritto di ciascuno a che altri non ripropongano fatti del passato. Si tende, invece, a discutere anche della circostanza che ognuno avrebbe il diritto a riprendersi, diciamo così, dei tasselli della propria storia che sono stati pubblicati online.
Come fondamento normativo del diritto all’oblio, il Codice della Privacy prevede che il trattamento non sia legittimo qualora i dati siano conservati in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo di tempo superiore a quello necessario agli scopi per i quali sono stati raccolti o trattati (art. 11 d. lgs. n. 196/2003).
Lo stesso interessato ha il diritto di conoscere in ogni momento chi possiede i suoi dati personali e come li adopera. Ha anche diritto di opporsi al trattamento dei medesimi, ancorché pertinenti allo scopo raccolta.
Esso si distingue dal diritto all’identità personale che può essere definito come l’interesse di ogni persona a non vedere travisato o alterato all’esterno il proprio patrimonio intellettuale, politico, sociale, religioso, a causa dell’attribuzione di idee, opinioni, o comportamenti differenti da quelli che l’interessato ritenga propri.
Nonostante la stretta contiguità tra riservatezza e oblio, i due concetti non coincidono. Il diritto all’oblio può essere considerato in qualche misura speculare rispetto al diritto alla riservatezza. Ciò avviene dal momento che il problema del diritto all’oblio si pone relativamente a situazioni che, per loro natura, nel momento in cui si sono verificate, non rientravano nell’ambito della tutela della riservatezza. Con il diritto all’oblio si tende a impedire che la notizia già pubblicizzata, sfuggita dalla sfera privata del soggetto, venga pubblicizzata nuovamente. Lo stesso avviene anche se la notizia venisse pubblicizzata anche a distanza di un considerevole lasso di tempo.
Il diritto all’oblio, tuttavia, non è rivolto solo a cancellare il passato.
È rivolto anche a proteggere il presente e a preservare il riserbo che il soggetto ha ritrovato.
Il diritto all’oblio è, quindi, il diritto di un soggetto a vedersi per così dire “dimenticato” dalle banche dati e dai mezzi di informazione.
Problema di suddetto diritto nasce storicamente in rapporto all’esercizio del diritto di cronaca giornalistica. Difatti, presupposto perché un fatto possa divenire legittimamente oggetto di cronaca è l’interesse pubblico alla notizia. Una volta che del fatto il pubblico sia stato informato con completezza, cessa l’interesse pubblico in quanto la collettività ha già acquisito il fatto.
Un ulteriore fondamento normativo del diritto all’oblio va rinvenuto nell’articolo 27 comma 3 della costituzione. Secondo tale articolo le pene devono tendere alla rieducazione del condannato, nel rispetto del principio della funzione rieducativa della pena. Quest’ultima, cioè, non deve avere soltanto la funzione di punire, ma soprattutto quella di favorire il reinserimento sociale del condannato.
Ebbene, la pena non potrebbe assolvere alla funzione di restituire il condannato alla società civile se in quest’ultima rimanesse ben saldo il ricordo di quanto quel condannato ha fatto. E ciò dovrebbe valere tanto per i reati minori quanto per i peggiori, ma con dei limiti.
Vi sono, infatti, fatti talmente gravi per i quali l’interesse pubblico alla loro riproposizione non viene mai meno. In questi casi non può parlarsi di diritto all’oblio perché i fatti non diventano mai “privati”.
Al contrario sarebbe proprio la loro mancata riproposizione a porsi in contrasto con l’interesse pubblico.
Essendo il diritto all’oblio subordinato al perdurare della mancanza dell’interesse pubblico, può accadere che a distanza di tempo sorga un interesse pubblico alla riproposizione del fatto medesimo. È il caso di chi, essendo stato condannato di stupro anni prima, commette un’altra violenza sessuale appena uscito dal carcere. Al diritto all’oblio deve, pertanto, contrapporsi il c.d. “diritto alla storia”. In effetti, sulla scorta di quanto affermato in sede di giurisprudenza comunitaria, il diritto all’oblio, in tutto o in parte, va visto con particolare attenzione.
Non sempre è giusto rimuovere dallo spazio pubblico un’informazione reale, veritiera e corretta. Ciò, soprattutto, se quando l’informazione è stata pubblicata era di sicuro interesse di cronaca e di sicuro interesse pubblico. A tale interesse del singolo potrebbe contrapporsi un interesse maggiore di carattere pubblicistico.
La Cassazione con sentenza n. 6919/2018 muovendo dal quadro normativo e giurisprudenziale nazionale e europeo in materia di riservatezza ha stabilito che il diritto all’oblio può subire una compressione, a favore dell’ugualmente fondamentale diritto di cronaca solo in presenza dei seguenti presupposti:
contributo arrecato dalla diffusione dell’immagine o notizia ad un dibattito di interesse pubblico;
interesse effettivo e attuale alla diffusione della notizia, elevato grado di notorietà del soggetto rappresentato;
modalità impiegata;
preventiva informazione circa la pubblicazione o trasmissione della notizia o dell’immagine.
Emerge una forte tensione verso l’adozione di strumenti volti ad assicurare il livello minimo di condivisione dei dati personali.
In particolare quando si tratti di dati sensibili idonei a fornire informazioni relative allo stato di salute del titolare per esempio.
Non solo, le recenti evoluzioni giurisprudenziali in tema di diritto all’oblio pongono nuove sfide nell’individuazione di un punto di equilibrio tra diritto alla riservatezza e diritto all’informazione. Se, da un lato, ogni persona ha la tendenza a voler lasciare il più a lungo possibile memoria di sé o in altri termini il ricordo di ciò che essi sono stati, dall’altro ha anche il timore che ogni atto negativo compiuto nel corso della sua esistenza possa essere ricordato per sempre.
Leggi anche: Debito Pubblico – minaccia o ricchezza?
Articolo precedenteRockefeller: storia e segreti della controversa famiglia
Articolo successivoRiccardo Zanetti media partner del BlockChainTALK.