Source: http://web.tiscalinet.it/medicinademocratica/bollettino2/marage.htm
Timestamp: 2020-06-05 12:59:36+00:00
Document Index: 76122035

Matched Legal Cases: ['art.32', 'art.35', 'art.41', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 2087', 'art. 20']

intervento di mara
La prevenzione si attua con l'impiantistica
I crimini di Porto Marghera
di Luigi Mara
Preliminarmente mi preme sottolineare che questo Convegno si svolge a 30 anni dalla promulgazione dello Statuto dei Diritti delle Lavoratrici e dei Lavoratori, la Legge n. 300 del 20 maggio 1970.
Ricordiamo a tutti che questa legge della Repubblica, non è un grazioso regalo fatto alla classe operaia ma, viceversa, essa rappresenta lo sbocco - positivo, seppur tardivo – delle lotte operaie che hanno caratterizzato così profondamente quel poderoso movimento di massa che ha interessato la vita di fabbrica così come il mondo della scuola e ogni altro dove della società, soprattutto a partire dal 1968.
Al riguardo, diciamo subito, che si tratta di una Legge più che mai attuale, da non manomettere ma al contrario da estendere a tutte le realtà lavorative, private e pubbliche con meno di 15 dipendenti.
Come Movimento di Lotta per la Salute siamo pertanto nettamente contrari alla messa in mora (si legga non applicazione) dello Statuto, al Sud come in ogni altra realtà del paese, scelleratamente avanzata da sindacalisti e politici. In altri termini, non ci si limita a denunciare i pericoli di non applicazione e manomissione dello Statuto, ma siamo impegnati (l’odierna iniziativa è anche un momento tangibile di questa lotta) nel movimento più generale, in fabbrica come nel territorio nonché a livello istituzionale, per contrastare e impedire la realizzazione di tali obiettivi antioperai (leggi le nefande proposte parlamentari di esponenti dell’Ulivo come Michele Salvati, Pietro Ichino, Franco De Benedetti, Gino Giugni, e altri dello schieramento padronale).
Non sfuggirà ad alcuno che se si dà mano libera al padronato di licenziare a sua discrezione ovvero anche in assenza di “giusta causa”, l’affermazione dei diritti alla salute, alla sicurezza, all’ambiente salubre, al rispetto dei diritti umani - già così gravemente calpestati per le difficoltà nelle quali versa il movimento operaio e, di converso, per lo strapotere padronale - diventa una chimera.
Proprio per questo, anche a partire dall’analisi, dal dibattito e dalle proposte che scaturiranno da questo Convegno, si renderà necessario riscoprire - da parte di tutti - e mettere al centro dell’iniziativa in fabbrica l’Articolo 9 dello Statuto, uno strumento legale di fondamentale importanza per tutelare e promuovere la salute, che le burocrazie sindacali hanno sempre cercato di “sterilizzare”, impedendone l’utilizzo diretto da parte del Gruppo operaio di fabbrica.
In questo quadro, come Medicina Democratica, mi limito ad accennare ad altri due principii ben noti e che da sempre sono al centro della nostra iniziativa, ma tutt’altro che scontati soprattutto di questi tempi: mi riferisco alla “non delega” e all’affermazione del “rischio zero”, principii fondamentali per promuovere le nuove culture della salute, della sicurezza e dell’ambiente salubre dentro e fuori la fabbrica.
Separatamente, presento alla presidenza del Convegno una mozione da porre al centro di questo dibattito con obiettivi finalizzati appunto ad affermare i diritti suddetti in fabbrica come nel territorio; mozione alla quale rimando.
Di seguito si affronta nei suoi diversi aspetti la problematica del polo chimico di Porto Marghera; in particolare, queste note mirano a far conoscere le cause principali che hanno determinato effetti disastrosi, una strage di operai (di questo parla il PM Dott. Felice Casson nel capo d’imputazione del procedimento penale in corso dal 13 marzo 1998 presso il Tribunale di Venezia, contro Eugenio Cefis e altri trenta dirigenti delle società Montedison/ENI/Enimont/Enichem/Montefibre) presso il Petrolchimico di Porto Marghera perché esposti, loro malgrado, a sostanze tossiche, cancerogene e mutagene quali sono il Cloruro e il Policloruro di Vinile (CVM/PVC), il 1,2- Dicloroetano (1,2-DCE) e altre sostanze utilizzate nelle diverse fasi del processo di questa filiera produttiva.
Questo intervento vuole (ri)portare al centro del dibattito e dell’iniziativa per affermare la salute nei luoghi di lavoro il tema dell’impiantistica : se si elude questo nodo, la prevenzione e la salute divengono vuote parole.
In estrema sintesi, queste note si articolano e documentano i seguenti fatti :
1. Le società che hanno gestito questa filiera produttiva erano a conoscenza, da molti anni, delle proprietà tossiche del Cloruro di Vinile Monomero (CVM), così come della tossicità degli altri composti chimici usati e originati nello stesso processo produttivo, ma non hanno informato i lavoratori di tali rischi e tanto meno sono intervenute per prevenire gli stessi.
2. Presso il Petrolchimico di Porto Marghera sono stati installati impianti e attivati processi obsoleti; di più, gli stessi sono stati progettati per essere eserciti a ciclo aperto ovvero per scaricare direttamente nell’ambiente, interno ed esterno ai reparti di lavoro, i loro effluenti tossici, in primis il CVM. Inoltre, la filiera produttiva 1,2-DCE/CVM/PVC è (stata) inserita in un polo chimico caratterizzato da un parco impiantistico vecchio e obsoleto : la vita media degli impianti attivi è di circa 30 anni, ma non sono infrequenti gli impianti in marcia da più di 40 anni.
3. Le società in questione hanno deliberatamente deciso di “non manutenere” gli impianti o, se impossibilitate, di manutenerli “il più raramente possibile”.
4. Le citate società hanno fatto (e fanno) effettuare ai lavoratori della filiera produttiva in questione, operazioni discontinue ma frequenti, all’interno di apparecchiature (autoclavi, essiccatoi, serbatoi, filtri, colonne di stripping e altre apparecchiature), in condizioni fisiche e ambientali gravose, esponendoli ad elevatissime concentrazioni di CVM, polveri di PVC, Cicloesanone, Trielina e altri composti tossici.
I punti qui richiamati rappresentano solo alcune delle cause, non secondarie, fra quelle che hanno determinato al Petrolchimico di Porto Marghera una immane tragedia umana contrassegnata da sofferenza, malattia e morte operaia.
Di fronte a questa tragedia operaia, le anime belle del mercato, prima hanno rozzamente negato i fatti, poi, in sintonia con le posizioni aziendali, quando la semplice negazione dei fatti non è stata più possibile, hanno (aziende, CGIL-CISL-UIL/FULC, Confindustria, Ministri, Sindaci, istituzioni varie comprese quelle sanitarie, mass media del “palazzo”) cercato in ogni modo di accreditare, presso la pubblica opinione, che gli impianti del polo chimico di Porto Marghera “ora sono sicuri e non inquinano” e che quelle morti operaie derivano (ma bisogna dimostrarlo !) da situazioni remote oramai superate della prima metà degli anni ’70.
Nulla di più errato, come abbiamo avuto modo di documentare nel corso delle nostre audizioni (16 e 18 giugno e 21 settembre 1999) davanti al Tribunale di Venezia (1).
1. L’informazione e la prevenzione negate
Le aziende in questione, dagli anni ’40, erano a conoscenza delle proprietà tossiche del Cloruro di Vinile, come risulta dalla lettera 19 agosto 1975 e dall’allegato documento inviati dall’allora Presidente della società Montedison, Dott. Eugenio Cefis, al Presidente del Consiglio della Regione Veneto (2). Inoltre, le stesse aziende, mentre già dal 1970 finanziavano le ricerche sugli effetti oncogeni del Cloruro di Vinile Monomero presso l’Istituto di Oncologia dell’Università degli Studi di Bologna, diretto dal Prof. Maltoni, si guardavano bene dall’informare i lavoratori esposti al tossico delle sue proprietà cancerogene e mutagene. Sul punto, merita sottolineare che anche nelle schede di sicurezza predisposte dalle stesse aziende veniva colpevolmente ignorata la grave problematica della tossicità del CVM e dei suoi nefasti effetti sulla salute degli esposti (a riprova, si ricorda, a titolo di esempio, che tale informazione veniva omessa nelle schede concernenti l’arrivo e la movimentazione all’interno del Petrolchimico e lo scarico presso i reparti delle ferrocisterne contenenti Cloruro di Vinile, mentre nella scheda Montedison n. 58 relativa ai “Dati fondamentali per l’igiene industriale e la sicurezza” del CVM, si leggeva, fino alla fine degli anni ’70, che sono ammesse anche esposizioni dei lavoratori a concentrazioni di CVM nell’aria da 6.000 a 16.000 ppm !).
Per non dire del fatto che le stesse aziende non solo erano a conoscenza delle proprietà tossiche del Cloruro di Vinile fin dall’inizio della sua produzione e impiego nel polo chimico di Porto Marghera (e nelle altre unità produttive), ma, in quanto soggetti finanziatori delle ricerche, ne hanno conosciuto, controllato, e forse anche condizionato i risultati e sicuramente hanno differito la loro diffusione ai lavoratori esposti (3).
2. Impianti tecnologicamente obsoleti, progettati e realizzati per essere eserciti a ciclo aperto
Gli impianti del Petrolchimico e della Montefibre di Porto Marghera sono obsoleti e sono stati progettati, realizzati e gestiti a ciclo aperto ovvero sversando negli ambienti di lavoro e in quello esterno i reflui di processo, esponendo gravemente i lavoratori agli stessi agenti tossico-nocivi ivi compresi quelli mutageni e cancerogeni (in primis si leggano 1,2-DCE/CVM/PVC).
Chi scrive ha già affrontato diffusamente questa problematica per ogni impianto del Petrolchimico. In questa sede, per ragioni di spazio, la trattazione sarà limitata ad alcuni impianti; anche se sarebbe interessante delineare una visione di insieme del polo chimico in questione nel quale la “filiera” 1,2-DCE/CVM/PVC è inserita, per una più esaustiva valutazione dello stato degli impianti, presente e passato (materie prime, intermedi e additivi), si rimanda a quanto scritto da questi relatori in altra sede (4). Qui ci si limita a riportare nella tabella 1 che segue, per il polo chimico in questione, il tempo di vita media di funzionamento degli impianti, fermati e attivi, per le diverse filiere produttive.
TABELLA 1. – Tempo di vita medio di funzionamento degli impianti, fermati e attivi, del Petrolchimico di Porto Marghera
Tempo di attività alla fermata degli impianti
Tempo di attività degli impianti in produzione
Cloro: ciclo del cloruro e policloruro di vinile
Acido acetico e acetati
Cianuri, metacrilati e acrilonitrile
Caprolattame, nylon 6 e tereftalati
Isocianati e impianti vari (*)
(*) = Aria liquida, Azoto, Ossigeno, Ossido di carbonio, Butadiene e altri.
Al di là di ogni altra considerazione, non c’è dubbio che il Petrolchimico di Porto Marghera è caratterizzato da un parco impiantistico vecchio che interessa tutti i cicli produttivi ivi compresi quelli dell’1,2-DCE, del CVM e dei PVC. (Per esempio, gli impianti adibiti alla produzione di plastificanti per i PVC, reparti PA2 – PA3, sono stati fermati solo nel 1998, dopo ben 41 anni).
Un altro dato di un certo interesse è rappresentato dal fatto che, generalmente, gli impianti in produzione sono in marcia da un tempo maggiore rispetto agli analoghi impianti fermati a suo tempo.
Ancora, gli impianti dei diversi cicli produttivi sono in attività (ad eccezione del “Sicron 1” e del “HFA”, rispettivamente delle società E.V.C. ed Ausimont) mediamente da un minimo di 26,3 a un massimo di 43,5 anni! (Dati peraltro riferiti al giugno 1999).
Non sfuggirà ad alcuno che le caratteristiche e gli standard produttivi, ambientali e di sicurezza di un impianto chimico (capacità produttiva installata, rese di processo e suoi effluenti, tipo e tempo di vita del catalizzatore, scelta dei materiali e dimensionamento delle apparecchiature e delle linee, tipologia delle valvole e della strumentazione per il controllo dei parametri di processo, sistemi di prevenzione, di protezione ambientale e depurazione dei reflui, di sicurezza, allarme, emergenza; ore annue di funzionamento degli impianti e tempi di fermata per effettuare gli interventi manutentivi, numero degli addetti diretti e indiretti, ect. ect.), così come il suo tempo di vita, vengono definiti al momento della progettazione e della costruzione sulla base dell’entità del capitale investito e del ritorno economico.
In altri termini, fissate le caratteristiche e gli standard di funzionamento di un impianto il suo tempo di vita diviene una conseguenza. È appena il caso di osservare che per garantire, durante l’arco di vita dell’impianto, gli standard di funzionamento originariamente definiti, si devono via via incrementare e adeguare nel tempo sia il volume che la qualità degli interventi manutentivi (preventivi, conservativi, programmati, straordinari) nonchè quelli relativi alle analisi di controllo dei materiali e delle apparecchiature impiantistiche (analisi diagnostica e test di collaudo). In altre parole, il mantenimento degli standard originari di funzionamento, con l’aumentare del tempo di vita degli impianti, comporta l’aumento dei costi di gestione (lo si sottolinea, già preventivati in fase di progetto), e, quando tale gestione diviene diseconomica rispetto alla installazione di un nuovo impianto, si opta per quest’ultima soluzione.
Si tratta di una questione su cui il vertice di un'azienda è chiamato a decidere. Infatti, per restare al tema che ci occupa, il problema del rinnovo di un impianto (di un macchinario o di un'apparecchiatura) si pone per ragioni di sicurezza, di igiene del lavoro e di igiene industriale, di impatti sanitari e ambientali e, quindi, di rispetto dei diritti umani, nonché per la sua obsolescenza; quest'ultima è causa non secondaria di tali impatti. (Nella realtà produttiva del Polo chimico di Porto Marghera non va taciuto che i costi umani, sociali ed economici, sono stati per decenni esternalizzati, ovvero scaricati sulla Collettività da parte delle società che hanno gestito e che gestiscono il Petrolchimico e la Montefibre di Porto Marghera).
In altri termini, in presenza delle condizioni suddette, la direzione di un'azienda è chiamata da ragioni etiche ancor prima che di stretta economia aziendale, a decidere per la sostituzione del vecchio e pericoloso impianto con uno nuovo intrinsecamente sicuro e affidabile realizzato attraverso il ricorso alle migliori soluzioni tecnico-scientifiche.
Rinnovo degli impianti che è stato colpevolmente escluso - come vedremo nello specifico per i cicli produttivi della filiera DCE/CVM/PVC - dalle società che gestivano e gestiscono il Polo chimico in questione (5).
Nell'analizzare l'opportunità di sostituire un vecchio impianto con un nuovo impianto, ci si trova di fronte ad una scelta: mantenendo in servizio il vecchio impianto manteniamo basso il costo di ammortamento, ma accettiamo un più elevato costo di esercizio; se invece operiamo la sostituzione si ottiene un funzionamento migliore e in sicurezza dell'impianto ( si legga: a impatto ambientale “zero”) con una più elevata qualità delle produzioni, ma a prezzo di aumento del costo di ammortamento del capitale.
Nella realtà produttiva in esame, caratterizzata da una generale obsolescenza degli impianti come è stato precedentemente illustrato e come diremo oltre, le società in questione hanno by-passato la scelta suddetta con le aberranti modalità che seguono:
- Il mantenimento in esercizio dei vecchi impianti contestualmente alla drastica riduzione del loro costo di esercizio attraverso una riduzione degli interventi manutentivi;
- La mancata installazione degli indispensabili sistemi di prevenzione, controllo, sicurezza, depurazione, allarme ed emergenza sugli impianti;
- Il mancato rispetto delle leggi anti-infortunistiche e di tutela della salute degli addetti nonché di protezione ambientale;
- Il funzionamento dei vecchi impianti con standard di sicurezza e ambientali molto meno protettivi di quelli dei nuovi impianti disponibili sul mercato, ovvero il mancato rispetto delle norme di buona tecnica e delle leggi che impongono al datore l'adozione - permanente - delle migliori soluzioni tecnico-scientifiche per eliminare ogni rischio lavorativo per gli addetti, per la popolazione a rischio e per l'ambiente. Infatti, limitandoci alla sicurezza e all’igiene del lavoro, non è superfluo accennare che secondo gli articoli 32, 35 e 41 della Costituzione, la salute e sicurezza dei lavoratori costituiscono beni cardine di rango costituzionale prioritario rispetto ai quali ogni altro valore o interesse in contrasto deve cedere il passo.
Ciò consegue dal combinato disposto dell’art.32, comma 1 Cost. che recita: <<La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività...>>, dell’art.35, comma 1, Cost. che afferma: <<La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni>> ed, in particolare, dell’art.41 Cost. secondo cui: <<L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana>>.
Alla stregua di tali principi vanno interpretate e applicate le norme generali e speciali dettate a tutela della salute, sicurezza e igiene del lavoro. In altri termini, nell’ambito della generale garanzia assicurata a tutti i cittadini, una tutela privilegiata spetta ai lavoratori e alle lavoratrici, nei cui confronti essa si svolge primariamente sotto il profilo sanitario (disposizioni volte a garantire in generale l’igiene e la sicurezza degli ambienti di lavoro, imposizione all’imprenditore di un rigoroso dovere di garantire la sicurezza dei lavoratori; attribuzione ai lavoratori di un potere di controllo e prevenzione delle misure idonee a garantire la loro salute e integrità psico-fisica).
In questo orizzonte, assume particolare rilievo l’art. 2087 c.c. che recita appunto: <<L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro>>.
L’importanza dell’art. 2087, è unanimemente ravvisata nella funzione di chiusura del sistema di sicurezza sul lavoro: infatti l’art. 2087 afferma che il debito di sicurezza, gravante il datore di lavoro, non è circoscritto alla mera osservanza delle prescrizioni imposte da disposizioni legislative o regolamentari, ma comprende l’adozione di tutte le misure necessarie per conseguire pienamente le finalità protettive, anche al di là di quanto sia espressamente previsto dalla legislazione speciale in materia. Insomma l’art. 2087 è inteso a ricomprendere ipotesi e situazioni non espressamente previste: per questo il contenuto del debito di sicurezza scaturente dall’art. 2087 varia contemporaneamente al mutare delle acquisizioni tecnologiche, scientifiche e di esperienza capaci di scongiurare il verificarsi di infortuni, danni e malattie professionali, incidenti e situazioni di rischio sul lavoro. Pertanto, l’art. 2087 c.c. impone al datore di lavoro l’applicazione di tutte quelle misure considerate acquisite dalla tecnica e dall’esperienza, a prescindere dal fatto che siano contemplate e previste nei testi di legge.
Alla luce di quanto precede, se possibile, il comportamento delle Aziende presso il Petrolchimico (e la Montefibre) è ancor più aggravato dal fatto che le società in questione hanno installato e tenuto in marcia impianti obsoleti, insicuri e fortemente inquinanti, pur avendoli ammortizzati, quanto meno dalla metà degli anni ’60; infatti, adottando con una certa approssimazione la formula di calcolo M.A.P.I. (v. nota 5), questi impianti dovevano essere fermati e sostituiti da quest’ultima data con dei nuovi e sicuri impianti.
Circa la necessità della sostituzione dei vecchi impianti con quelli nuovi, moderni, affidabili e sicuri non vi sono dubbi.
La stessa società Montedison è giunta – tardivamente – a queste conclusioni nel gennaio 1975 con la motivazione che la tenuta in marcia dei vecchi impianti era anti-economica rispetto al conseguimento dell’obiettivo – peraltro inaccettabile per una sostanza tossica, cancerogena e mutagena - di 10 ppm di CVM nell’ambiente di lavoro. Conclusioni irresponsabilmente ribaltate sei mesi dopo dalla stessa società. Infatti il Gruppo di Lavoro E sul cloruro di vinile della Montedison S.p.a., coordinato dall’ing. Mozzana, nel giugno 1975 giungeva a conclusioni diametralmente opposte rispetto a quelle assunte dallo stesso Gruppo nel gennaio 1975, e cioè che la <<…Novità emersa recentemente è che i costi previsti da TCM per i nuovi impianti sono così elevati da rendere opportuno un totale riesame del problema, facendo ritornare di attualità quelle alternative che sei mesi fa sembravano non valide a confronto della costruzione delle nuove unità>> (6). Si tratta di affermazioni “ad usum delphini” o quantomeno risibili.
La verità è più cruda, all’ordine del giorno della società Montedison c’erano tre soluzioni e precisamente:
a) <<La prima alternativa non prevede capacità aggiuntiva in sostituzione delle sezioni fermate (CV14/16 per 50 kton/anno – e P 18/A per 20 kton/anno) e quindi capacità ridotta da 398 a 326 kton/anno).
b) Nella seconda alternativa si fermano le stesse sezioni di cui sopra e si spendono 2,4 MML per una autoclave da 65 m3 a Brindisi ed una sperimentale da 100 m3 a Porto Marghera. La capacità produttiva viene ridotta da 398 a 338 kton/anno.
c) La terza alternativa prevede una possibilità proiettata nel futuro. Si fermano sia il CV14/16 di Porto Marghera sia il P 18/A di Brindisi, sostituendoli con una autoclave a Brindisi e con un impianto da 100 kton/anno a Porto Marghera, da costruire con K.H. Shin Etsu (resta da vedere se esso sia esercibile nella realtà sociale di Porto Marghera). La capacità globale è ancora di 338 kton/anno e la spesa di circa 26 MML. Si concorda sulla maggiore validità della seconda alternativa (quella da 2,4 MML, che prevede la tenuta in marcia degli esistenti impianti obsoleti per ottenere la stessa capacità produttiva, ndr), per cui saranno subito ordinate le autoclavi: la continuità dei lavori sarà assicurata con uno stanziamento di 2 MML per il quale verrà immediatamente formalizzata una RDA (richiesta di autorizzazione, ndr) specificando le motivazioni precise (azione RT/LAI/PIA)(7) >>.
E’ appena il caso di osservare che la Società ha scelto la “seconda alternativa” per mere ragioni economiche: continuare a produrre 338.000 ton/anno di polimero PVC con impianti vecchi ma con una spesa di un decimo di quella richiesta per produrre la stessa quantità di prodotto con l’installazione di nuovi impianti.
Non va poi taciuto che nonostante il poderoso sviluppo scientifico e tecnologico, soprattutto a partire dagli anni ’70, che ha permeato ogni settore delle attività umane ivi comprese la produzione, possiamo dire, senza forzature, che questo non ha interessato il Petrolchimico di Porto Marghera; perlomeno esso non trova riscontro su questi cicli produttivi in termini di tutela della salute e della sicurezza degli addetti, delle popolazioni a rischio e dell’ambiente. Infatti, un polo chimico con impianti in funzione, mediamente, da 26,3 a 38,4 anni rappresenta inevitabilmente un complesso produttivo tecnologicamente superato e intrinsecamente caratterizzato da gravi e cronici impatti sanitari e ambientali, che, purtroppo, ciclicamente colpiscono e preoccupano la popolazione locale e l’opinione pubblica (8).
Gli impianti a ciclo aperto
E’ ben noto che un impianto progettato e realizzato, come il Petrolchimico di Porto Marghera, con tecnologia e processo superati nonché per funzionare a ciclo aperto – ovvero per scaricare nell’ambiente di lavoro e in quello esterno al sito produttivo i suoi reflui venefici – non potrà raggiungere gli standard di processo, quelli di tutela della salute degli addetti e delle popolazioni limitrofe agli impianti nonché di protezione ambientale propri di un nuovo impianto/processo concepito e realizzato con le più avanzate soluzioni tecnico-scientifiche e per funzionare a zero impatto ambientale e sanitario. Quanto qui sottolineato diviene ancor più evidente, anche limitandoci ad illustrare alcuni – fra i molteplici ! – eventi inquinanti e pericolosi per la salute e la vita delle persone esposte, che hanno via via caratterizzato l’esistenza di questo Petrolchimico.
Valga per tutti ciò che è avvenuto l’8 giugno 1999, quando si è sprigionata all’atmosfera l’ennesima nube tossica dagli impianti “CV22” del Petrolchimico, costituita da migliaia di chilogrammi del cancerogeno Cloruro di Vinile monomero (5.000 kg secondo una stima prudenziale dei consulenti tecnici del PM).
Ovviamente i rischi e i relativi impatti ambientali e sanitari insiti in un “ciclo produttivo aperto” sono ancor più aggravati da modalità di gestione dell’impianto/processo fortemente inadeguate come avveniva ed avviene al Petrolchimico di Porto Marghera (leggi mancati interventi manutentivi degli impianti, mancata installazione di appropriati sistemi di controllo dei parametri di processo e dei reflui originati dagli stessi, mancata installazione dei sistemi di prevenzione, sicurezza, depurazione, allarme, emergenza, etc.), come si può subito vedere esaminando, per esempio, la gestione e i potenziamenti produttivi degli impianti CV10 e CV11 in oltre un decennio.
La capacità produttiva installata degli impianti CV11 adibiti alla produzione di Cloruro di Vinile monomero da cracking del 1,2-Dicloroetano, è passata dalle 26.350 ton/anno del 1958 alle 110.000 ton/anno del 1972 e cioè il potenziamento produttivo intercorso è stato di oltre il 400 % !
Sul punto va osservato che gli investimenti effettuati nel periodo suddetto – lo si ripete su un impianto funzionante a “ciclo aperto” – hanno interessato esclusivamente il potenziamento delle produzioni e hanno ignorato il parallelo incremento dei reflui di processo scaricati nell’ambiente dal medesimo impianto; infatti tali investimenti hanno interessato sostanzialmente l’installazione di altri quattro forni di cracking del 1,2-DCE e altri interventi minori finalizzati all’aumento produttivo.
Di più, nonostante il pessimo stato nel quale versavano gli impianti in questione, gli stessi funzionavano con punte produttive che andavano ben oltre la capacità installata. Ancora, il potenziamento produttivo sopra descritto, relativo all’impianto CV11 non rappresenta una eccezione nella gestione degli impianti presso il Petrolchimico di Porto Marghera, anzi.
Infatti, per restare agli impianti citati, l’impianto CV10 adibito alla produzione di CVM da sintesi con Acetilene, entrato in produzione nel 1957 con una capacità installata di circa 26.000 ton/anno raggiungeva nel 1970 la capacità produttiva di 100.000 ton/anno. (Discorso analogo vale anche per gli impianti delle altre filiere produttive del Petrolchimico; per esempio, l’impianto per la produzione del Toluendiisocianato – TDI è passato dalle 20.000 ton/anno del 1970 alle 110.000 ton/anno del 1992, ovvero la produzione è aumentata del 550 %).
Anche in questo caso gli investimenti sono stati esclusivamente finalizzati al potenziamento della produzione ignorando che lo stesso impianto funzionava a “ciclo aperto” con l’inevitabile aumento dei reflui venefici scaricati nell’ambiente a seguito di tale potenziamento. Al riguardo, si cita una fonte insospettabile, il rapporto TECNECO del 1974 commissionato dalla stessa Montedison (9), che recita testualmente :
<< Le varie unità (del reparto CV10, ndr) sono state installate in tempo necessario secondo il seguente prospetto :
numero 3 convertitori nel 1956
numero 2 convertitori nel 1958
numero 1 convertitore nel 1964
numero 1 convertitore nel 1970
Non sono state finora realizzate modifiche agli impianti aventi lo scopo di ridurre le emissioni all’atmosfera >>.
Non si pensi che solo gli impianti attualmente dismessi siano stati concepiti, progettati, realizzati e gestiti a “ciclo aperto”. Al riguardo, basti ricordare che anche gli impianti del reparto CV22, entrati in produzione nel 1971 e adibiti, come quelli del reparto CV11, alla produzione del Cloruro di Vinile da cracking del 1,2-Dicloroetano, sono stati fatti funzionare non solo a “ciclo aperto”, ma anche “sprovvisti di tutte le sicurezze”.
A riprova, nella documentazione aziendale (v. R.d.A. Montedison n. 73315 del 5.12.1973) avente ad oggetto l’installazione di sistemi di sicurezza sui forni cracking del reparto CV22, si legge testualmente :
<< I forni di cracking sono sprovvisti di tutte le sicurezze di cui sono dotati comunemente i forni >>.
In altre parole l’impianto è stato messo in marcia nel 1971 (quando, da diversi anni, erano note all’azienda le proprietà cancerogene del CVM !) in violazione delle più elementari norme di sicurezza. Per non dire del fatto che, secondo l’art. 20 del D.M. 22.11.1972 (10), questo impianto così come quello analogo del reparto CV11 che era entrato in produzione nel 1958, dovevano essere dismessi rispettivamente nel 1983 e nel 1970. Purtroppo, gli impianti del reparto CV22 sono ancora in marcia (mentre quelli del CV11 sono stati fermati solo nel 1985) e, come già ricordato, sono causa di gravi eventi inquinanti, come quello dell’8 giugno 1999. In proposito, così scrive il Ministro dell’Ambiente nella sua ordinanza (GAB/DEC/932/99) del 22 giugno 1999 che ha comportato la sospensione immediata delle attività produttive (11).
Considerato che in data 8 giugno 1999, secondo quanto risulta dalla nota/verbale di sopralluogo ai sensi del d.P.R. 10 settembre 1988 n. 203, del Settore Politiche Ambientali della Provincia di Venezia (…), sulle verifiche eseguite in loco dalla Commissione istituita con verbale n. 134 in data 22 aprile 1999 dal Comitato tecnico Regionale per il Veneto, dalla nota prot. 10/D/02/GAB PC/99 in data 16 giugno 1999 del Prefetto di Venezia, si è verificata presso il reparto CV22 dello stabilimento EVC di Porto Marghera la fuoriuscita di una quantità stimata di 4 tonnellate di cloruro di vinile monomero (…)
Considerato che, secondo quanto precisato nella suindicata nota del Prefetto di Venezia, l’intensità e la direzione del vento avrebbero trasportato e disperso il CVM in direzione dell’abitato di Malcontenta, a circa 2,5 km di distanza dall’incidente;
Considerato che, secondo quanto affermato nella nota prot. 44653/TOA22-TOC-IA in data 29 gennaio 1999 del Direttore dell’Istituto Superiore di Sanità, i risultati di uno studio effettuato «evidenziano che il rischio cancerogeno per una singola esposizione accidentale può ragionevolmente essere considerato …apprezzabile per il cloruro di vinile…»;
Considerato che in detto verbale (verbale della seduta in data 18 giugno 1999 del Comitato Tecnico Regionale della Regione Veneto; ndr), tra l’altro, vengono individuate le cause dell’evento – riconducibili a limiti tecnologici dell’impianto, alla mancata manutenzione di parti dell’impianto ed all’inadeguata conduzione dell’impianto da parte degli operatori, viene evidenziato come il rapporto di sicurezza (edizione dicembre 1996), pur considerando eventi comportanti perdite di CVM per cause diverse da quella verificatasi, non identifica tra gli scenari incidentali quello realmente accaduto e mostra che lo scarico in atmosfera, a seguito del rilascio dalle valvole di sicurezza, viene ritenuto una ordinaria misura di emergenza;
Considerato che in detto verbale viene affermato, tra le considerazioni finali, che «lo stato di efficienza ed affidabilità degli impianti, ai fini di una loro sicura gestione, si stia sempre più fortemente avvicinando ad un punto di criticità estrema»;
Considerato che la fuoriuscita di cloruro di vinile monomero rappresenta un incidente rilevante, ai sensi dell’art. 1 del d.P.R.. 175/1988, e che detto incidente è l’ultimo ed il più grave di una serie di quindici eventi incidentali verificatisi nell’ultimo anno negli impianti CV22, CV23, CV24, CV25;
Considerato che la situazione in atto – caratterizzata, come risulta inequivocabilmente dagli accertamenti summenzionati, da una diffusa inefficienza ed inaffidabilità degli impianti e della loro gestione …”.
Come si vede, quanto precedentemente documentato circa la progettazione, la realizzazione e la gestione "a ciclo aperto" degli impianti della filiera produttiva 1,2-DCE/CVM/PVC, presso il Petrolchimico di Porto Marghera, trova qui una puntuale conferma.
Alcuni dati relativi alle emissioni all’atmosfera dagli impianti della filiera CVM/PVC
Nel 1974 la società Montedison incaricava la società TECNECO di effettuare uno “Studio del sistema di rilevamento dello stato atmosferico negli stabilimenti Montefibre e Petrolchimico Montedison di Marghera” (12).
Le risultanze di questo studio sono state riportate in un rapporto generale datato 25 maggio 1974; esse costituiscono una ulteriore ed emblematica conferma in tema di progettazione, realizzazione e gestione degli impianti a "ciclo aperto" presso il polo chimico di Porto Marghera.
Al riguardo, riportiamo per alcuni punti di emissione all'atmosfera degli impianti CV6, CV24/25, CV14/16, CV15 e CV5, le quantità di polveri di PVC, di vapori di CVM, di Piombo sotto forma di particolato e di plastificanti (ftalati) emesse giornalmente.
Precisiamo subito, che non si tratta della totalità delle emissioni dei reparti anzidetti, ma solo di quei punti di emissione ove nel rapporto Tecneco sono indicate le portate delle emissioni e le concentrazioni degli inquinanti.
In altre parole, i dati che seguono (Tabelle 2, 3, 4, 5, 6) hanno lo scopo di evidenziare in modo inequivoco che gli impianti in questione sono stati concepiti, progettati, realizzati e gestiti a ciclo aperto, ovvero sversando direttamente nell'ambiente i reflui dei rispettivi processi.
Tabella 2. - Alcune emissioni atmosferiche del Reparto CV6
Numero del punto di emissione continua
Polveri di PVC
(kg/die)
(*) Il punto di emissione n. 6 è di tipo discontinuo e da esso, secondo l'Azienda, una volta all'anno per 10-30 minuti vengono scaricati all'atmosfera 1.000 kg di CVM.
Tabella 3. - Alcune emissioni atmosferiche del Reparto CV24/25
400,2 - 1.209,6
(*) Emissione discontinua non meglio precisata.
Tabella 4. - Alcune emissioni atmosferiche del Reparto CV14/CV16
Tabella 5. - Alcune emissioni atmosferiche del Reparto CV15
11,9 - 89,9
0,36 - 2,30
21,9 - 101,7
(*) Viene indicato come identico alle emissioni del punto 8.
N.B. Le emissioni n. 2, n. 4, n. 7 di questo reparto non indicano la portata ed hanno la dicitura : "aria con polveri di caolino" (mancano anche i rilievi analitici). Per le emissioni n. 5, n. 12. n. 13, n. 14, n. 15 - non vengono indicati nè la portata nè le analisi e viene solo riportata la dicitura: "aria con polveri di CPV"; portata "non nota" (il punto di emissione n. 16 riporta solo la portata).
Tabella 6. - Alcune emissioni atmosferiche del Reparto CV5
0,47 - 3,90
8,7 - 10,2
(*) Nella tabella del rapporto in questione viene detto: "aria con CPV e Pb come 7".
N.B. Per gli impianti CV5 e CV15 nel citato rapporto della TECNECO, a pag. V-169 si dice : "Il reparto presenta uno strato di polvere permanente, anche se trascurabile rispetto al volume di prodotto che circola giornalmente nei reparti".
Per cogliere il significato del termine "trascurabile" bisogna aver presente che in questi due reparti si producono 100.000 t/a di PVC corrispondenti a circa 274 t/die. Ogni ulteriore commento è superfluo.
3. La scelta aziendale di non manutenere gli impianti
A questo punto attiriamo l'attenzione dei lettori su un documento della società Montedison (DIMP/PRO/MAN) avente ad oggetto: "NOTA SULLA FORMULAZIONE DEL BUDGET DI MANUTENZIONE PER GLI ANNI 1978-1980" recante la data 1° giugno 1977, il quale al suo punto 1.2, rimanda ai << punti 3 e 4 della "nota" allegata alla c.i. (comunicazione interna, ndr) DIMP-DIPE/TDR in data 10.06.1976 >>.
Il contenuto di questo documento meriterebbe di per sè una memoria. In questa sede ci limitiamo ad evidenziare alcuni dei suoi passi e in particolare : ".... 1.2 Il Responsabile di MAN (manutenzione, ndr), per parte sua, e giusto lo spirito della "nota suddetta" svilupperà un esame critico della manutenzione richiesta e accenderà una discussione ogni qualvolta non concordi sulla quantità o sui criteri".
Queste "quantità" e questi "criteri" per l'esecuzione delle manutenzioni sono ben esplicitati al punto 2.2 del medesimo documento laddove si afferma : "Nel 1977 e negli anni precedenti si sono avute campagne per il risparmio, azioni di squeezing (spremitura, ndr) dei costi, imposizioni di plafond (soglie massime, ndr), etc....
La Direzione è stata estremamente esplicita in proposito : le iniziative tendenti alle riduzioni dei costi non possono e non devono avere un carattere saltuario o temporaneo. L'obiettivo primario e costante di tutta la Divisione è la competitività. Per la manutenzione esso si traduce in un trend energicamente decrescente dei costi e delle perdite di produzione. (...) E' necessario cambiare completamente l'ottica e porsi sul piano di chi, rinunciando realisticamente ad attendere un prossimo ritorno di tempi facili, di fronte alla necessità di far quadrare il bilancio, imposta i propri programmi sul rigido criterio di spendere solo quando è assolutamente e comprovatamente indispensabile."
Quest'ultimo "rigido criterio" è a sua volta sviluppato e chiarito nei successivi punti del documento in questione. Al punto 2.3 si legge:
"2.3 E' piuttosto diffuso il criterio di effettuare certi lavori di manutenzione, ed in particolare le grandi fermate, secondo una frequenza di interventi stabilitasi nel tempo oppure con criteri precauzionali ("giacchè si ferma facciamo anche questi lavori altrimenti si corrono dei rischi"). Questi sistemi possono dare una maggiore tranquillità, ma sicuramente incidono sui costi e sulle perdite di produzione".
Circa l'ostilità contro i "criteri precauzionali" che trasuda da questo documento, valga per tutti la presente affermazione: "2.4 .... bisogna correre dei ragionevoli rischi: non ha senso infatti affrontare oggi perdite di produzione e costi sicuri per evitare conseguenze possibili in futuro ..."
"Questa nuova impostazione nell'affrontare la manutenzione deve essere implementata da subito perchè non vi è ragione di non applicarla anche a quanto rimane del 1977 oltre che ai prossimi budget".
"2.6 Ma soprattutto i responsabili di produzione e manutenzione devono cambiare mentalità nel senso di sentirsi inseriti in un grande complesso. Ognuno di noi paga un premio ad una Società Assicuratrice per cautelarsi dai rischi derivanti dall'uso dell'automobile che, considerati nell'ambito individuale, possono essere gravissimi.
Nell'insieme di una comunità peraltro, gli assicuratori prosperano perchè la somma dei danni è sempre inferiore alla somma dei premi pagati dagli individui.
Analogamente rischi di affidabilità che potrebbero essere giudicati non accettabili se considerati nell'ambito di un singolo impianto, diventano accettabili se sono frutto di una mentalità estesa ad un intero Stabilimento o ad una Divisione (insieme di più stabilimenti del gruppo Montedison, ndr). E' questo un punto da non sottovalutare e può essere la ragione di sensibili benefici economici nella misura in cui sia realmente applicato".
"3.1. ... Produzione , Manutenzione e soprattutto l'Ingegneria (fra gli altri, si collocano in quest'ultimo settore gli impegni facenti capo all'ing. Mozzana di cui abbiamo detto sopra) devono farsi promotori dall'interno di questa opera di distruzione dei dogmi (i predetti criteri precauzionali, ndr) che in certi casi ci è stata imposta da circostanze esterne.
L'obiettivo è non manutenere e, dovendo assicurare la capacità produttiva oggi e domani, se non si può farne a meno, manutenere il più raramente possibile."
Ci preme osservare che la pratica applicazione di questi comandi impartiti dall'alta direzione Montedison l'hanno subito sperimentata sulla propria pelle i lavoratori del Petrolchimico di Brindisi a seguito dell'esplosione dell'impianto di cracking avvenuta l'8 dicembre 1977 che provocò la morte di tre operai e il ferimento di altri 52 lavoratori. Esplosione accaduta proprio in fase di avvio degli impianti dopo un frettoloso intervento di manutenzione.
4. Le attività discontinue fortemente gravose e inquinanti per i lavoratori
Le aziende in questione hanno continuato ad ordinare ai lavoratori l’ingresso nelle autoclavi di polimerizzazione del CVM a PVC per effettuare manualmente la pulizia interna delle stesse anche dopo il 1974 : in particolare predisponevano per la prima volta le modalità di effettuazione di tale pulizia all’interno delle autoclavi nell’agosto 1978 e sicuramente i lavoratori sono stati costretti ad entrare nelle autoclavi fino al 1989 e solo successivamente tali interventi estremamente gravosi e tossici sono stati “ridotti” (13).
Si tratta di fatti di per sé molto gravi, che hanno esposto grandemente al cancerogeno CVM gli operai autoclavisti, portando a morte per cancro diversi di loro. Fatti in parte ammessi dalle aziende, seppur a denti stretti. Viceversa, le stesse si ostinano a tacere che non solo hanno costretto i lavoratori a entrare nelle suddette autoclavi per effettuare le operazioni di pulizia, ma da sempre li costringono ad entrare in altre apparecchiature fortemente inquinate da CVM, polveri di PVC, Trielina, Cicloesanone e altri tossici (si tratta di colonne di stripping del CVM dal suo polimero, di serbatoi di stoccaggio di CVM e della torbida del polimero in sospensione, di essiccatoi del polimero PVC, di filtri e di altre apparecchiature fortemente contaminate da agenti tossici).
Superfluo dire che le aziende in questione non sono le sole a tacere : contro ogni evidenza dei fatti si sono chiusi in un ostinato silenzio anche i Consulenti Tecnici e i Difensori degli Imputati.
Al riguardo, ci si limita a una succinta descrizione di alcune di queste attività estremamente inquinanti e gravose svolte dagli addetti presso i reparti CV14-CV16, e precisamente (14):
a) – Pulizia interna manuale degli essiccatoi del polimero (PVC)
Gli operai dovevano entrare nell’essiccatoio sempre, a ogni cambio di produzione ovvero ogni volta che cambiava il tipo di resina (“Sicron”) prodotta, nonché ogni volta che vi era la necessità di fermare una delle quattro linee (ognuna dotata di due essiccatoi) degli impianti di essiccamento del polimero; per esempio, a causa della prolungata produzione del prodotto “fuori standard”, per contaminazione.
In particolare, l’operaio doveva entrare nell’essiccatoio attraverso un “foro” (“passo d’uomo”) e, con il badile, scaricare dall’interno verso l’esterno le polveri di polimero accumulate nell’apparecchiatura al momento della fermata della linea. In seguito, veniva effettuato il lavaggio delle pareti interne dell’essiccatoio con l’acqua trasportata con “manichette” mobili – del tipo idranti per pompieri.
L’elevatissima esposizione degli operai alle polveri di PVC si commenta da sé; qui merita ancora sottolineare :
- l’anzidetta esposizione era ancor più aggravata dal fatto che gli operai dovevano svolgere un lavoro pesante e manuale, con il badile, all’interno di una apparecchiatura;
- quando gli operai entravano nell’essiccatoio, lo stesso non era raffreddato completamente e al suo interno oltre alle grandi quantità di polveri di PVC da asportare con il badile, vi erano anche elevate concentrazioni di CVM e di altri sottoprodotti tossici e volatili rilasciati dal polimero durante la fase della sua essiccazione.
b) – La pulizia manuale all’interno del “flash-dryer” delle linee di essiccamento del polimero (PVC)
L’operaio effettuava la pulizia manuale nonché le ispezioni all’interno del “ flash-dryer” ovvero del tratto di tubazione orizzontale, della lunghezza di circa 20-25 metri e del diametro di circa 90-100 cm, di ognuna delle quattro linee di questi impianti.
Si tratta di mansioni lavorative estremamente pesanti, difficoltose e inquinanti, analoghe - ma peggiori ! – a quelle svolte per la pulizia interna degli essiccatoi del polimero.
In particolare, nel tratto di tubazione orizzontale del “flash-dryer” vi erano dei “passi per uomo” rettangolari attraverso i quali l’operaio doveva entrare per ispezionare e controllare la formazione dell’eventuale deposito del polimero sulle pareti. Se ciò si verificava – e si verificava ! - , occorreva estrarre le polveri del polimero impaccate smuovendole con un “attrezzo”, una specie di zappa.
Va ancora sottolineata l’estrema difficoltà di queste operazioni intrinsecamente inquinanti : chi eseguiva il lavoro doveva avanzare, in ginocchio nel flash-dryer come una “talpa” , in quanto il diametro della tubazione imbrattata dai depositi delle polveri del polimero variava dai 90 ai 100 cm !
c) – La pulizia manuale dei “filtri dell’aria”
Si tratta di filtri di grandi dimensioni, costituiti da una camera chiusa dotata di due “passi per uomo” – uno a livello del pavimento e uno ad altezza superiore.
Una serranda mobile, si spostava verticalmente ad intermittenza, di circa 20 cm ogni 10 minuti primi, e la stessa era posta sul lato attraverso il quale entrava nel filtro l’aria aspirata, dopo la serranda, disposti su telai, vi erano dei pannelli in – materiale sintetico – “Viledon” che avevano la funzione di trattenere eventuali gocce di olio e/o di acqua.
La serranda nella sua parte inferiore era immersa in una “vaschetta” aperta della capacità di circa 300 litri, ripiena di olio.
Questo olio minerale, periodicamente (circa una volta al mese) doveva essere sostituito dato che nello stesso vi si depositavano le polveri trattenute. Successivamente si rendeva necessario pulire manualmente la serranda e l’intero filtro, queste operazioni di pulizia duravano almeno due giorni.
In particolare, l’operaio doveva entrare nella “camera” del filtro e pulire le sue pareti interne con degli strofinacci imbevuti di solvente, la Trielina ! Inoltre, doveva smontare e sostituire i pannelli in “Viledon” e “strofinare” manualmente con delle spazzole le “tapparelle” dell’anzidetta serranda che veniva messa in movimento facendola passare in continuazione nei 300 litri di Trielina posti nella suddetta “vaschetta” aperta, dove precedentemente era stato asportato l’olio contaminato dalle polveri.
Queste operazioni venivano svolte nell’ambiente di lavoro, senza alcun sistema di aspirazione, nonostante che le stesse comportavano la sostituzione manuale, effettuata più volte, dei 300 litri di Trielina nella “vaschetta” , fino a quando il solvente dopo l’ultima pulizia delle suddette “tapparelle” risultava limpido.
L’estrema tossicità e pericolosità per la salute degli operai addetti di questo insieme di attività non necessitano anch'esse di commenti.
d) – La pulizia manuale interna di altre apparecchiature degli impianti della filiera produttiva 1,2-DCE/CVM/PVC
Per brevità qui ci si limita a ricordare che gli operai di questa filiera produttiva (e delle imprese appaltatrici), oltre alla pulizia manuale interna delle autoclavi di polimerizzazione del CVM a PVC e delle apparecchiature prima illustrate, venivano (e vengono !), loro malgrado, adibiti anche alla pulizia manuale interna di molteplici serbatoi di stoccaggio del CVM, della torbida del polimero in sospensione (“slurry”), del Cicloesanone di recupero; delle colonne di stripping del CVM residuo presente nel polimero di PVC in sospensione, e questo per restare alle principali e fortemente inquinanti attività discontinue svolte dai lavoratori all’interno delle apparecchiature di questo ciclo produttivo.
Le notevolissime esposizioni dei lavoratori ai tossici e cancerogeni in questione, insite in queste - inumane - attività lavorative, evidenziate e documentate da chi scrive nonché confermate in aula dai testi interrogati dal PM dottor Felice Casson, nel corso del citato procedimento penale presso il Tribunale di Venezia, sono state completamente ignorate dai ricercatori, pubblici e privati, che hanno condotto le indagini ambientali, sanitarie, epidemiologiche, dagli anni '70 a oggi.
Tutte queste attività lavorative inumane, più di tante parole, illuminano le cause e le responsabilità che hanno determinato (e purtroppo continuano a determinare stante i tempi di latenza delle patologie neoplastiche e non neoplastiche) la sofferenza, la malattia e la morte di centinaia di operai del Petrolchimico e della Montefibre di Porto Marghera.
Al di là di ogni possibile dubbio, ecco un esempio delle condizioni di lavoro di questi operai, codificate dall'azienda per la prima volta nell'agosto del 1978 (15) :
<< Mezzi di lavoro: Scala in legno, chiavi, mazze in materiale antiscintilla (legno, alluminio o piombo), raschietti in legno o PVC, n. 10 dischi ciechi con cartello non rimuovere, scalpello in ferro”.
“2. – Esecuzione lavori
§ Introdurre (nell’autoclave, ndr) una scala in legno, appoggiandola alle pale dell’agitatore, con una corda fissata ad un punto esterno fisso e legata alla parte superiore del montante.
§ L’operatore, dopo aver indossato il casco da ciclista, la visiera, il corpetto salvagente con fune di trattenuta ed aver assicurato il capocorda ad un punto fisso esterno, toglie momentaneamente la ventilazione ed entra nell’autoclave.
§ L’aiutante esterno rimette la ventilazione mantenendola per tutta la durata delle operazioni e impugnando la fune, alla quale è fissato l’operatore interno, la mantiene leggermente in tensione controllando dal passo d’uomo l’operatore interno.
§ Sia l’operatore interno che esterno devono tenere a portata di mano l’apparecchiatura di isolamento (DAC70 e carrello BC 16.000).
§ L’operatore non potrà rimanere all’interno dell’autoclave ininterrottamente per oltre 1 ora (in altre parole, è possibile operare più volte all’interno dell’autoclave durante il proprio turno di lavoro per tempi uguali o inferiori a 1 ora; per non dire del fatto che l'operaio il più delle volte era costretto a rimanere nell'autoclave per più ore per ultimare il lavoro, come ci hanno detto gli operai da noi interpellati, ndr).
§ Visto il capo Turno …”.
“3. – Ripristino apparecchiatura per l’esercizio
§ Controllare che all’interno dell’autoclave non siano rimasti oggetti estranei.
§ Togliere i dischi ciechi inseriti durante la fase preparatoria …” ecc. ecc.
Sull’ingresso dei lavoratori nelle autoclavi per effettuare la loro pulizia manuale va detto a chiare lettere che chi ha sostenuto che ciò non avviene più dal 1974, mente sapendo di mentire. Infatti, l’ingresso nelle autoclavi è proseguito ininterrottamente e avviene tutt’oggi anche se con frequenze inferiori rispetto a ieri e ancora minori rispetto all’altro ieri. Infatti, va segnalato che a fronte della corposa documentazione prodotta da chi scrive nel procedimento penale in questione, il consulente tecnico degli imputati Enichem, ha dovuto ammettere a denti stretti che “la periodicità (sottostimata !, ndr) dell’ingresso degli operatori nelle autoclavi di polimerizzazione (CV24)” è proseguita e prosegue negli anni, a suo dire con la seguente frequenza :
- dal 1987 al 1988 : “circa un ingresso ogni 4 giorni per operatore”;
- nel 1990 : “circa un ingresso al mese per operatore”;
- dal 1992 in poi : “un ingresso all’anno per autoclave” (16) ovvero circa una autoclave da pulire ogni 20-30 giorni. In altre parole e al di là di ogni fumisteria, l’azienda ha dovuto ammettere che, nel 2000, ci sono operai che continuano ad entrare nelle autoclavi di polimerizzazione del CVM per effettuare la pulizia manuale.
a) Sul ciclo aperto
Al di là dei dati ufficiali, di per sé gravissimi, sull’inquinamento causato da decenni di sversamenti nell’ambiente interno ed esterno ai luoghi di lavoro, degli scarichi tossici dagli impianti di questa filiera produttiva (es. v. tabelle 2-6), la realtà è purtroppo ben peggiore.
Per tutti, si ricorda l’entità delle perdite quotidiane di Cloruro di Vinile monomero riscontrate nei soli impianti di produzione CV14-CV16, adibiti alla polimerizzazione in sospensione del CVM : la produzione giornaliera del polimero (PVC) ammontava a circa 320-340 tonnellate, mentre la relativa perdita di CVM nell’ambiente ammontava ad oltre 15 tonnellate al giorno ! (17).
b) Sulla obsolescenza, la mancata manutenzione e il mancato rinnovo degli impianti
Nel merito di questa problematica va sottolineato:
- che, nonostante tali impianti fossero usurati e funzionanti con una tecnologia obsoleta (es. v. Tabella 1), le Aziende non facevano effettuare gli indispensabili e adeguati interventi manutentivi, né di tipo preventivo né di tipo conservativo (v. Cap. 3);
- che, nonostante tali impianti fossero nelle anzidette condizioni, le Aziende effettuavano sugli stessi rilevanti potenziamenti produttivi rispetto all’originaria capacità installata (con aumenti anche del 400 % come, per esempio, sugli impianti di produzione del Cloruro di Vinile CV10 e CV11), senza effettuare investimenti adeguati per ridurre o meglio azzerare l’inquinamento degli ambienti di lavoro e gli impatti sanitari e ambientali determinati dalle emissioni degli impianti medesimi; tanto è vero che il carico inquinante globale determinato da un impianto aumentava nel tempo invece di diminuire;
- che, nonostante tali impianti fossero gestiti come anzidetto, le Aziende realizzavano sugli stessi produzioni ben superiori alla capacità installata (v. es. impianto CV11);
- che le Aziende, nonostante tali impianti fossero tecnologicamente superati, usurati ed obsoleti, nonché del tutto ammortizzati, decidevano di non rinnovare gli impianti, aggravandone quindi ancor più i già pesanti impatti sanitari e ambientali ed in particolare i danni per la salute dei lavoratori, nonostante fossero da molto tempo note e disponibili sia le conoscenze che le soluzioni tecnologiche appropriate per realizzare cicli produttivi a impatto zero (18).
d) Sulla esposizione dei lavoratori agli agenti tossici, mutageni e cancerogeni della filiera produttiva 1,2-DCE/CVM/PVC
I livelli di esposizione degli addetti agli impianti e ai servizi (a quest’ultimo riguardo, in primis i lavoratori delle manutenzioni, dei laboratori analisi e delle imprese appaltatrici) di questa filiera produttiva, dichiarati dalle Aziende e riportati dai ricercatori nelle loro indagini ambientali ed epidemiologiche (e ripetuti dai Consulenti Tecnici e dai Difensori degli Imputati nel citato procedimento penale in corso presso il Tribunale di Venezia), risultano inattendibili e sottostimano di gran lunga le reali esposizioni sopportate, sia per l’inattendibilità dei sistemi di monitoraggio del CVM adottati al Petrolchimico di Porto Marghera (19), sia per la documentata esposizione plurima degli stessi addetti agli agenti tossico-nocivi ivi compresi quelli cancerogeni e mutageni (es. si vedano le molteplici attività discontinue con elevatissime esposizioni per gli addetti illustrate al Cap. 4); esposizioni lavorative scientemente non monitorate dalle Aziende, ancorchè le stesse violassero palesemente ogni normativa in tema di igiene e sicurezza del lavoro, anche la più blanda. Infatti, gli stessi lavoratori nello svolgimento delle loro usuali mansioni, sono (stati) esposti, oltre che a 1,2-DCE/CVM/PVC, anche a una molteplicità di agenti tossico-nocivi : dai solventi (es. Cicloesanone, Trielina, Acetone, Alcool etilico e metilico, altri) ai sottoprodotti (in particolare i composti organici clorurati costituenti le frazioni alto e bassobollenti) che si sviluppano durante la produzione e la purificazione dei reagenti, e i prodotti di degradazione termica e presenti nelle formulazioni dei PVC quali i metalli (Piombo, Cadmio, Antimonio, altri), i coloranti benzidinici, i plastificanti, gli stabilizzanti, gli antimuffa e antifiamma, etc.
Risulta pertanto molto scorretto oltre che odioso e inaccettabile il comportamento di quei ricercatori (e dei Consulenti Tecnici degli Imputati nel suddetto procedimento penale) che, da una parte ignorano colpevolmente entità, qualità e pluralità delle esposizioni lavorative qui richiamate, dall’altro cercano di “giustificare” le patologie neoplastiche e non neoplastiche che hanno colpito – a livello epidemico ! – centinaia di operai di questa filiera produttiva con il loro stile di vita (alimentazione, alcool, fumo di sigaretta).
Sia chiaro, chi scrive si guarda bene dal sottovalutare le possibili patologie indotte dal fumo di sigaretta o dall’alcool o da una alimentazione sbagliata, ma altra è la problematica qui sollevata.
Insomma, non è affatto credibile chi ignora le reali condizioni di lavoro e le relative esposizioni, ivi comprese quelle derivanti dal lavoro fisico pesante (es. insaccatori), da quello notturno e a turni che interessa gran parte degli addetti i quali, peraltro, in passato, per molti anni, sono stati addirittura costretti a consumare il pasto – fornito dall’Azienda ! – all’interno di reparti fortemente inquinati e, ora, come se nulla fosse, “scopre” - post e a usum delphini - che il nesso di causalità di quelle patologie sarebbe dovuto allo “stile di vita” di quei lavoratori ammalatisi o deceduti e non al lavoro e agli ambienti fortemente inquinati e inquinanti che qui abbiamo documentato.
e) Sulla mancata informazione dei lavoratori sui rischi ai quali erano esposti e a come prevenirli
Le Aziende in questione, dagli anni ’40, erano a conoscenza delle proprietà tossiche del Cloruro di Vinile (v. Cap. 1) e, sicuramente, dal 1970 finanziavano le ricerche sui suoi effetti oncogeni presso l’Istituto di Oncologia dell’Università di Bologna diretto dal Prof. Maltoni, ma non informavano i lavoratori esposti delle proprietà tossiche, mutagene e oncogene del CVM.
La cosa di per sé grave, in quanto viola profondamente la Carta fondamentale della Repubblica (ex artt. 32, 35, 41) nonché le norme generali e speciali dettate a tutela della salute, sicurezza e igiene del lavoro (in particolare si vedano gli artt. 4 del DPR n. 547/55 e del DPR n. 303/56 nonché l’art. 2087 c.c.), è anche gravida di nefaste conseguenze per la salute e la vita dei lavoratori esposti inconsapevolmente ai tossici e ai cancerogeni in questione.
Questo comportamento aziendale che, non va taciuto, si è avvalso ad usum delphini di ricercatori e istituzioni pubbliche e private, è certamente colpevole ed esecrabile, ma, purtroppo, non costituisce una eccezione nel panorama delle imprese come ci ha recentemente ricordato su queste pagine Barry Castleman (20) :
<< Negli ultimi quindici anni le pressioni dell’industria dell’amianto hanno rappresentato una minaccia per l’obiettività delle organizzazioni scientifiche internazionali. In special modo negli anni più recenti sono stati compiuti ingenti sforzi da parte dell’industria dell’amianto per fare in modo che documenti favorevoli ai propri interessi fossero pubblicati come rapporti ufficiali dall’International Program on Chemical Safety, dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’International Labor Office. …. >>.
Analogo comportamento è stato messo in atto nella seconda metà degli anni ’90 dall’industria del CVM/PVC. Infatti, l’industria chimica per dare maggiore efficacia alla sua tradizionale azione lobbystica sui sistemi della informazione e della ricerca tossicologica, medica ed epidemiologica, per limitarci a questi, nel 1995 ha dato vita - in Italia, negli altri paesi e a livello comunitario - prima ai “Gruppi di Sostegno del PVC” e poi al “Centro Informazioni sul PVC” che, da allora, costantemente tranquillizzano con articoli, riviste, libri e convegni ad hoc l’opinione pubblica attraverso il sistema dei mass media, il mondo della ricerca e le stesse istituzioni.
In questo panorama, suonano sinistre le dichiarazioni dell’epidemiologo Richard Doll al 15° Simposio dell’Associazione Internazionale di Epidemiologia (Firenze, agosto 1999) secondo cui, riferendosi al problema cruciale della valutazione degli studi epidemiologici in rapporto alle conseguenti decisioni di ordine normativo, egli affermava che sarebbe stato opportuno tenere separate le conclusioni degli studi dalla definizione delle conseguenze che da questi derivano. Ciò sottintende questo ragionamento : meno l’epidemiologo si fa “fuorviare” da dati non strettamente indispensabili allo studio, più lo studio è “affidabile”, come se, nella società attuale, fosse possibile effettuare studi di epidemiologia ambientale tipo “doppio cieco” clinico, dove chi sperimenta un nuovo farmaco non dovrebbe conoscere cosa “somministra”, e proprio per questo non ne dovrebbe essere influenzato nella valutazione degli effetti – in questo caso l’epidemiologo dovrebbe conoscere l’esposizione ma non il “valore” della sua valutazione come contributo ai “decisori” politici.
Il problema è esattamente l’opposto, infatti un grave limite di molti studi epidemiologici che vengono svolti in campo ambientale derivano proprio dalla eccessiva settorialità dell’epidemiologo che lo porta ad essere “fuorviato” non solo dalla sua concreta ignoranza degli attuali mezzi di intervento della pubblica amministrazione in campo sanitario nei reali contesti economici, sociali e politici ma, addirittura, ad essere incapace di valutare correttamente proprio la natura e l’entità dell’esposizione, venendo quindi meno proprio alla funzione conoscitiva sulla natura e sulle cause delle malattie che è lo scopo principale dell’epidemiologia (21).
Da ultimo ci preme sottolineare di condividere quanto affermano e chiedono da oltre 30 anni le lavoratrici e i lavoratori, e cioè che l’unica soglia di esposizione ai cancerogeni, ai mutageni e ai teratogeni accettabile e scientificamente valida è quella corrispondente alla soglia uguale a zero (22). Così scriveva lucidamente Giulio Maccacaro : << si deve dire che per un cancerogeno, c’è un solo MAC scientificamente accettabile ed è quello zero >> (23). Condividiamo altresì la scelta del Governo svedese che, sulla base delle risultanze del Chemicals Policy Committee, ha assunto la decisione di cessare, non oltre il 2007, le produzioni e i consumi dei materiali plastici al PVC.
In questa prospettiva di chiusura delle produzioni di morte, per affermare la salute, è fondamentale sconfiggere la falsa alternativa (un vero e proprio ricatto !) : << O lavoro o salute ! >>. Infatti, non è mai esistito, né mai esisterà, un posto di lavoro sicuro perché nocivo ed inquinante. Dove non si affermano sicurezza e protezione dell’uomo, come della donna e dell’ambiente, non si costruiscono certezze occupazionali. In ogni caso, le produzioni di morte devono essere bandite ed eliminate, essendo, oltre che pericolosissime, anche prive di giustificazioni economiche, sociali e morali per una qualsiasi società civile (24).
Infatti, “L’uomo va, sempre e comunque difeso …. (e) la vita dell’uomo va difesa non solo dai danni ma anche dai rischi, va riparata dai colpi ma anche dalle ombre se queste proiettano una minaccia di malattia o di morte” (25).
(*) Questo testo, con una versione parzialmente diversa e ridotta, è stato pubblicato a nome di Luigi Mara e di Roberto Carrara sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione del maggio-giugno 2000.
1. Questi relatori hanno documentato al Tribunale di Venezia, la Prima Sezione Penale, una pluralità di eventi fortemente inquinanti degli ambienti di lavoro e di quello esterno al sito produttivo, avvenuti fino alla fine degli anni ’90 che hanno evidenziato come, purtroppo, continui una gestione degli impianti presso il Petrolchimico di Porto Marghera, assolutamente inquinante e pericolosa per la salute delle persone esposte nonché per l’ambiente. Uno spaccato di questi eventi è offerto dai “Diari” pubblicati nei fascicoli 111-113 e 119-121 della rivista Medicina Democratica.
2. Lettera 19.08.1975, a firma Eugenio Cefis, trasmessa con il Rapporto fatto preparare dallo stesso Presidente della Montedison S.p.a. ed entrambi inviati al Presidente dell’epoca del Consiglio della Regione Veneto.
3. Le aziende colpevolmente non hanno informato i lavoratori della tossicità, cancerogenicità e mutagenicità del Cloruro di Vinile e men che meno hanno attuato interventi preventivi per non esporre gli stessi a tali rischi. Di più, i lavoratori e le lavoratrici attraverso i loro Consigli di Fabbrica e Sindacati hanno dovuto cercare, direttamente, tali informazioni acquisendole tardivamente e frammentariamente nel tempo, e comunque dopo la Conferenza stampa tenuta negli USA dal Prof. Maltoni nel 1974. Conferenza nella quale veniva reso noto che tre operai della società Goodrich, addetti alla produzione dei PVC, erano deceduti perché colpiti da cancro, ovvero dall’angiosarcoma del fegato causato dall’esposizione a CVM. Su questi inaccettabili comportamenti aziendali, letteralmente tossici, si veda anche la denuncia di Barry Castleman, cfr. nota 20.
4. In proposito, si veda la Relazione tecnica del 24.10.1999 dei consulenti delle parti civili Medicina Democratica, A.LL.C.A. Federazione di Venezia, A.LL.C.A. Nazionale, Confederazione Unitaria di Base – (C.U.B.), Associazione Salvaguardia Malcontenta, Ing. Roberto Carrara, Dr. Luigi Mara, Ing. Bruno Thieme, concernente “Impianti e processi produttivi del Petrolchimico e della Montefibre di Porto Marghera”. Relazione depositata nel Procedimento Penale n. 3340/96 R.G.N.R. e n. 115/98 R.G.N.R., davanti alla Prima Sezione Penale del Tribunale di Venezia.
5. Sul punto, non va taciuto che il problema del rinnovo di un impianto si pone anche sul semplice terreno economico (sempre che l'azienda internalizzi i costi ambientali e sociali e rispetti le leggi), ovvero, quando comincia a diventare economicamente conveniente sostituire un impianto esistente con uno più moderno, affidabile e sicuro (si veda, D. Nunes Vais, “Formula MAPI”, Rivista di Ingegneria, Vol. IV, n° 10, pagg. 1177-1183, 1954. Tra i vantaggi della formula M.A.P.I. possiamo indicare : il momento più opportuno per procedere al rinnovo del macchinario o dell’impianto; l’accertamento del costo del mancato rinnovo; lo stato di obsolescenza e di invecchiamento del macchinario e i relativi costi di gestione).
Il problema è di quelli che, in matematica, vanno sotto il nome di ricerca del minimo.
Nel caso specifico, si tratta di determinare il “minimo” di una curva ad U, di cui il ramo di sinistra è rappresentato dall’elevato costo di esercizio di un’azienda che si ostini a lavorare con impianti, apparecchiature e macchinari oramai vecchi e sorpassati, mentre il ramo di destra costituisce l’elevato costo di un’azienda ipotetica che proceda a troppo frequenti rinnovi di impianti e macchinari.
Chi si affida più alla propria intuizione che a dati ragionamenti analitici, tende a situare il minimo della curva ad U in una posizione più o meno spostata a sinistra rispetto al valore “vero”, che solo una razionale impostazione, che non esternalizzi i costi sociali e ambientali e che non violi le leggi, permette di determinare con buona attendibilità.
Il tema del rinnovo degli impianti, dei macchinari e delle attrezzature, è stato studiato organicamente presso il reparto studi del Machinery & Allied Productions Institute (M.A.P.I.) di Chicago (U.S.A.) con la collaborazione di una commissione di esperti.
In proposito, vanno ricordati dei noti fenomeni, tutt’altro che scontati: ogni impianto (o macchina o apparecchiatura) è soggetto all’usura materiale e, generalmente, a divenire sorpassato come concezione (obsolescenza) via via che gli anni passano.
Per inciso, si ricorda che per “vita residua” di un componente, si intende l’intervallo di tempo per cui il componente stesso può essere mantenuto ancora in esercizio con gli stessi parametri di funzionamento, prima di perdere totalmente la sua funzionalità in condizioni di sicurezza. I principali fenomeni che possono limitare la durata di esercizio (per esempio di un generatore di vapore o di un recipiente a pressione) dei componenti possono essere riassunti in tre cause principali:
- l’usura, dovuta a erosione e/o corrosione
- il creep, un componente funzionante in regime di creep è destinato a rompersi in un tempo più o meno lungo per quanto possa essere la sollecitazione di lavoro (Il creep si manifesta con due aspetti principali a livelli macroscopico:
- la progressiva diminuzione del tempo del carico di rottura;
- l’aumento del tempo delle deformazioni anche sotto carico costante.
Il primo fenomeno, cioè la progressiva diminuzione nel tempo del carico di rottura, specialmente per temperature elevate e anche con sollecitazioni modeste, determina la rottura, dato che, inevitabilmente, il carico di rottura del materiale scenderà al di sotto della sollecitazione di lavoro.
Il secondo fenomeno del creep, cioè l’aumento nel tempo delle deformazioni anche sotto carico costante, consiste nel fatto che la deformazione cresce nel tempo anche se la sollecitazione è costante. Nella letteratura tecnica si usano distinguere tre fasi:
- la prima, di durata breve (creep primario) in cui la velocità di deformazione si assesta su un valore praticamente costante nel tempo;
- la seconda, che comprende la maggior parte della vita del componente, in cui la velocità di deformazione si assesta su un valore praticamente costante nel tempo;
- la terza, di durata relativamente breve, in cui la velocità di deformazione cresce continuamente nel tempo fino a giungere a rottura.
La deformazione in regime di creep è di carattere permanente e progressiva e consiste in un aumento di dimensione tale da risultare in genere sufficientemente grande da poter essere misurata).
Questo varrà anche per il nuovo impianto/processo: è, infatti, noto che si verrà man mano determinando una differenza fra le prestazioni dell'impianto in servizio e quelle che si potrebbero ottenere da nuovi e migliori impianti/processi che si renderanno via via disponibili sul mercato.
La differenza potrebbe essere dovuta alla semplice usura materiale dell'impianto in funzione, ovvero ai perfezionamenti tecnico-scientifici dei corrispondenti impianti che saranno prodotti in futuro.
Questa differenza di prestazioni tra l'impianto/processo di cui disponiamo e quello migliore che possiamo acquistare, viene definita inferiorità operativa.
6. Verbale della riunione 30 giugno 1975 tenuto presso la sede Montedison di Milano, avente ad oggetto <<Problematica del CVM>>.
8.. Una sintesi, seppur parziale, di questi negativi impatti ambientali relativa agli anni 1988-1998, si può leggere sui numeri 111-113 e 119-121 della rivista Medicina Democratica.
9. “TECNECO – Relazione generale sullo studio del sistema di rilevamento dello stato atmosferico degli stabilimenti Montefibre e Petrolchimico Montedison di Marghera di cui alla scrittura privata Montedison P95897/4GC del 8.1.1974. Volume V°. S. Ippolito. 25.5.1974 – Impianto produzione cloruro di vinile per sintesi – Reparto CV10”, pag. V – 119.
10. Sul punto non va taciuto che questi impianti, così come quelli del reparto CV11 per restare ai casi qui affrontati, per poter essere eserciti devono sottostare fra l’altro alla specifica normativa tecnica relativa ai generatori di vapori e agli apparecchi a pressione aventi membranature funzionanti in regime di scorrimento viscoso. Infatti, l’art. 20 del D.M. 22.11.1972 stabilisce che nei calcoli di verifica di stabilità va introdotto il valore tabellare di carico unitario di rottura per scorrimento viscoso dopo le 100.000 ore alla temperatura media di parete dichiarata in progetto (si ricorda che i forni di cracking del 1,2-Dicloroetano installati sugli impianti CV11 e CV22 funzionavano e funzionano a temperature comprese fra i 450 e i 500 °C). Pertanto, “allo stato attuale, la normativa vigente disciplina esclusivamente l’esercizio di tali apparecchi fino alle 100.000 ore di effettivo funzionamento” (Fogli di informazione ISPEL 1-1994). Ponendo mente che i due impianti sono andati in produzione rispettivamente nel 1958 e nel 1971, considerando 8.040 ore annue di funzionamento (335 giorni), le 100.000 ore di funzionamento si raggiungono dopo circa 12,4 anni dalla loro messa in produzione.
11. Questa ordinanza è stata pubblicata nel 1999, sul fascicolo 122-124, pp. 69-72, della rivista Medicina Democratica.
12. Ibidem alla nota 9.
13. Sul punto si vedano le motivazioni riportate nella commessa di lavoro n. 7109-09, aperta dalla società E.V.C. nel novembre del 1988 e chiusa nel 1992; si tratta della società che tuttora gestisce questa filiera produttiva presso il Petrolchimico di Porto Marghera.
14. Le attività discontinue qui descritte sono state documentate da questi relatori, al riguardo si veda la loro Relazione tecnica di cui alla nota 4; inoltre, le stesse sono state confermate dal teste nonché capo reparto degli impianti CV14-CV16 di polimerizzazione in sospensione del CVM, durante il suo interrogatorio in aula il 18 aprile 2000, davanti alla Prima Sezione Penale del Tribunale di Venezia. Va ancora precisato che gli impianti in questione sono stati chiusi solo nel 1987, nonostante che per gli stessi fosse stata decretata la chiusura nel gennaio 1975 dai vertici della società Montedison di Milano.
15. Montedison S.p.A. - DIPE Porto Marghera, "Scheda lavori n. 1/CV14-16. Edizione : Agosto 1978".
16. Prof. Ing. F. Foraboschi. Relazione tecnica sugli impianti CVM e PVC dello stabilimento Petrolchimico di Porto Marghera – II del 5.02.2000, p. 62.
17. Deposizione in aula del 18 aprile 2000, del teste nonché capo reparto degli impianti CV14-CV16, davanti alla Prima Sezione Penale del Tribunale di Venezia nel procedimento contro Eugenio Cefis e altri 30 dirigenti delle società Montedison/ENI/Enimont/Enichem/Montefibre e società a queste collegate.
18. Cfr. nota 4 – Relazione tecnica di R. Carrra, L. Mara, B. Thieme; si vedano in particolare i capitoli 4.2 e 6.3 relativi alle tecnologie alternative in essa focalizzate che, in questa sede, per comprensive ragioni di spazio non sono state illustrate.
19. Ibidem, capitolo 16.4.
20. Barry Castleman, Epidemiologia & Prevenzione, gennaio-febbraio 2000, p. 7.
21. Questa problematica è stata recentemente affrontata da Michelangiolo Bolognini su Medicina Democratica n. 127, novembre-dicembre 1999, pp. 33-40.
22. La richiesta operaia dell’affermazione, dentro e fuori la fabbrica, del rischio zero (detto anche MAC zero) risale alla seconda metà degli anni ’60. Essa costituisce il frutto di una ricerca, elaborazione originale e lotta di avanguardie operaie come quelle della Montedison di Castellanza che via via, assieme a molti altri, hanno contribuito a generalizzare l’obiettivo fino a farne una rivendicazione sindacale di carattere aziendale, territoriale e nazionale. Senza fare la storia, ricordiamo, per limitarci al cancerogeno Cloruro di Vinile, che la richiesta del MAC zero per il CVM costituiva uno dei punti fondamentali delle piattaforme sindacali aziendali a Porto Marghera come a Villadossola e altrove. Per non dire della Piattaforma sindacale nazionale del Gruppo Montedison del 22 gennaio 1977, dove << Si richiede la garanzia del MAC zero per il CVM >>.
23. Giulio A. Maccacaro, “L’onere della prova di cancerogenicità : sulle cose o sugli uomini ?” in Epidemiologia & Prevenzione, numero zero, p. 5, gennaio 1977. Per non dire del fatto che tutte le Agenzie internazionali (EPA, UNEP, FAO, OMS, UNIDO, UNITAR, OECD) hanno assunto per i cancerogeni l’assenza di soglia (ICPS Environmental Health Criteria, 210. Principles of the assessment of risk to human health from the exposure to chemicals. OMS 1994, 4.4, pp. 23-33).
24. Luigi Mara, Da Bhopal alla Farmoplant, Ecoapuano editore, p. 133, 1996.
25. Ibidem alla nota 23, p. 6.