Source: https://www.primoarticolo.it/costituzione-e-immigrazione-una-riflessione/
Timestamp: 2019-08-21 05:32:30+00:00
Document Index: 72528112

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 10', 'art. 13', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 10']

Costituzione e immigrazione. Una riflessione – primoarticolo.it
In questi giorni si parla tantissimo di #immigrazione, e si stigmatizzano le decisioni politiche dell’attuale Ministro dell’interno, Matteo Salvini, per la sua decisione di chiudere i porti ai natanti delle ONG che scaricano gli immigrati provenienti dall’Africa sul nostro suolo. Il concetto espresso nelle posizioni critiche – spesso violente e assolutamente carenti di argomentazioni – è il sempreverde razzismo. L’idea è semplice: siccome il Ministro chiude i porti, assumerebbe comportamenti contrari ai doveri umanitari. C’è chi, erratamente (e direi impropriamente), evoca persino l’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che recita questo:
Non voglio però fare una disamina sociologica sulla questione, né esprimere una posizione politica. Non è questo il luogo adatto. Cercherò semmai di dare una lettura costituzionale non tanto delle decisioni politiche dell’attuale Ministro (che richiederebbe anche valutazioni di carattere politico), quanto l’approccio adottato dalla nostra Carta Costituzionale nei confronti del fenomeno immigratorio. Per farlo, è necessario prendere in esame l’art. 10 Cost.:
Orbene, se è vero che tutti – almeno per il principio sancito all’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo – hanno il diritto di muoversi liberamente, è anche vero che questa libertà di movimento comunque è soggetta alle regole costituzionali e alle leggi del paese in cui ci si muove; se così non fosse, non ci sarebbero frontiere, né dogane, né passaporti e leggi sull’immigrazione; e non ci sarebbe l’art. 10 che tutto afferma tranne che si possano varcare le frontiere della Repubblica senza nemmeno presentare un documento di identità.
Limitandoci dunque al fenomeno migratorio che interessa il nostro paese, si contestano sicuramente le ragioni che fonderebbero il diritto a un’immigrazione senza regole nel nostro paese, sulla vigenza della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (e di ogni altra convenzione simile), sicché, ogni Uomo avrebbe il diritto di entrare e uscire da uno Stato, senza che vi possano essere leggi che regolino il flusso in entrata. Alimentando peraltro l’idea del #razzismo qualora si ritenesse invece di impedirlo.
Ragioni destituite di fondamento. Se è incontestabile, costituzionalmente, la tutela dei diritti inviolabili dell’Uomo (v. art. 2 Cost.), questa non è da intendersi come valore assoluto che prescinde dalle leggi della Repubblica (comprese le leggi sull’immigrazione); tale tutela, infatti, si esplica soprattutto nei termini in cui le leggi della Repubblica siano rispettose della dignità della persona, stabilendo regole che non violino la dignità umana e che anzi rimuovano gli ostacoli economici e politici che impediscano la sua concreta realizzazione (v. art. 3). Ma non può certo ricomprendersi nel concetto di dignità umana l’assoluta libertà di varcare le frontiere della Repubblica, senza rispettare le leggi che stabiliscono le condizioni e le modalità per varcarle. Entrano in gioco, in quest’ultimo caso, beni ulteriori come l’interesse nazionale, la #sovranità, gli equilibri sociali e culturali, e quelli naturalmente economici: tutti principi costituzionalmente protetti, i quali, in nome di un supposto quanto fittizio #umanitarismo, non possono essere ignorati né ridotti a un flatus vocis.
Se chiaramente quanto detto vale di meno e in alcuni casi non vale per chi fugge dalle guerre o dalle dittature (e il dovere umanitario è qui incontestabile), vale invece con maggior forza per chi cerca di aggirare le leggi sull’immigrazione onde penetrare nel paese per ragioni meramente economiche. Infatti la nostra Carta se da una parte non rinnega (né potrebbe farlo) la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, e in particolare non potrebbe negare il diritto d’asilo allo #straniero che fugga da un paese nel quale non gli vengano riconosciuti i diritti e le libertà politiche (art. 10, comma 3), dall’altra non asserisce in alcun modo che lo straniero abbia il diritto di varcare sempre e comunque le frontiere e stabilirsi nel territorio della Repubblica, invocando le convenzioni internazionali come un passepartout idoneo ad aggirare le leggi nazionali sull’immigrazione.
La nostra Costituzione, in altre parole, non nega allo straniero i diritti propri del fuggiasco. Come ho asserito poco più su: egli ha il diritto di richiedere #asilo qualora fugga dalle guerre o dalle dittature (secondo le condizioni stabilite dalla legge); ed egli ha diritto altresì a non essere estradato nel paese dal quale è fuggito per reati politici (salvo alcune eccezioni). Insomma, la nostra Carta delinea perfettamente il contesto nel quale lo straniero può legittimamente varcare la frontiera senza essere soggetto alle rigide leggi sull’immigrazione economica 1. Ma qualora queste ragioni non sussistano, è più che legittimo che la Repubblica, e precisamente chi è responsabile del controllo del territorio e delle frontiere esterne, adoperi tutte quelle misure idonee per impedirlo, nel rispetto dei diritti inviolabili dell’uomo, ex-art. 2 Cost.
Perciò, se l’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (che prendo a paradigma) asserisce un principio di carattere generale e astratto, è altresì vero che tale principio debba essere contestualizzato e debba essere coordinato con i principi inderogabili e fondamentali della Repubblica cristallizzati nella Carta costituzionale, la quale, invero, non asserisce l’assoluta libertà di movimento né di stabilimento per lo straniero, ma asserisce le precise condizioni entro le quali questa libertà e il diritto di stabilimento anzidetto possono concretamente attuarsi. E certo non soccorre, per chi afferma il contrario, quanto viene recitato al comma 2 dell’art. 10: “La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.” Questo perché il comma anzidetto in realtà fa riferimento alle condizioni dello straniero che legittimamente risiede nel territorio dello Stato, stabilendo una riserva di legge per disciplinarne lo status; ma qualora si riferisse alle modalità di ingresso dello straniero nel territorio, tale norma non potrebbe in alcun modo essere invocata per aggirare le leggi sull’immigrazione economica (il famoso passepartout), sul solo e unico presupposto che alcune norme e alcuni trattati asseriscano la libertà di movimento tra i paesi. Questa libertà – ripeto – è un’asserzione di principio, che deve essere letta nel senso che è illegittima qualsiasi norma che impedisca a una persona di lasciare il proprio paese o che impedisca in assoluto a una persona di fare ingresso in un paese; certo è che non è un principio utilizzabile per affermare un divieto per gli Stati nazionali di stabilire regole, condizioni e criteri per regolare i flussi migratori, soprattutto quelli economici (che se massificati sono altamente destabilizzanti e dannosi). Ne lo è per limitare o vanificare la sovranità in tal senso.
Anche in virtù – ricordo – dell’adesione del nostro paese alle varie convenzioni sui rifugiati, tra le quali la Convenzione sullo status dei rifugiati, siglata a Ginevra il 28 luglio 1951 e ratificata dall’Italia con L. 24 luglio 1954, n. 722, e il Protocollo relativo allo status di rifugiati, adottato a New York il 31 gennaio 1967 e ratificato dall’Italia con L. 14 febbraio 1970, n. 95. Infine, pure la Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950 e adottata con L. 4 agosto 1955, n. 848. ↵
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