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Timestamp: 2019-09-23 03:14:26+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 48', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 481', 'sentenza ', 'art. 597', 'art. 6', 'art. 609', 'art. 48', 'art. 479', 'art. 483', 'art. 483', 'art. 133', 'art. 131', 'art. 131', 'sentenza ', 'art. 133', 'art. 131', 'art. 479', 'art. 48', 'art. 480']

Falsa rappresentazione documentale del privato per ottenere il permesso a costruire: è reato di falso ideologico
28 maggio 2019 23 maggio 2019 Avv. Alessandro ZucoGiurisprudenza
Cass. Pen., Sez. III, sent. n. 15011 del 5 aprile 2019 (ud. dell’11 dicembre 2018)
Pres. Cervadoro, Est. Reyanud
Urbanistica. Falso ideologico in autorizzazioni amministrative. Art. 48, 479, 480, 481 c.p. .
Risponde del delitto di falso ideologico in autorizzazioni amministrative il privato che alleghi, a corredo della richiesta di rilascio di un permesso di costruire (in sanatoria o no), atto avente natura di autorizzazione amministrativa, documentazione non veritiera attestante una falsa rappresentazione dello stato dei luoghi, così inducendo in errore il pubblico ufficiale destinatario della richiesta.
Tutte le volte in cui il pubblico ufficiale adotti un provvedimento, a contenuto sia descrittivo sia dispositivo, dando atto in premessa, anche implicitamente, della esistenza delle condizioni richieste per la sua adozione, desunte da atti o attestazioni non veri prodotti dal privato, si è in presenza di un falso del pubblico ufficiale del quale risponde, ai sensi dell’art. 48 c.p., colui che ha posto in essere l’atto o l’attestazione non vera. Va riconfermato, al riguardo, che il falso ideologico in documenti a contenuto dispositivo ben può investire le attestazioni anche soltanto implicite contenute nell’atto e quei fatti, giuridicamente rilevanti, connessi indiscutibilmente, quali presupposti, con la parte dispositiva dell’atto medesimo (si veda già, in tal senso, Cass., Sez. Unite, 30 giugno 1984, Nirella), sia che concernano fatti compiuti o conosciuti direttamente dal pubblico ufficiale sia che concernano altri “fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità […] La falsa premessa deve concernere un fatto del quale l’atto del pubblico ufficiale è destinato a provare la verità e ciò va inteso anche quale “immutatio veri” circa l’esistenza di un presupposto in assenza del quale il provvedimento non avrebbe potuto essere adottato.
1. Con sentenza del 18 dicembre 2017, la Corte d’appello di Lecce ha parzialmente accolto il gravame proposto dall’odierno ricorrente, dichiarando non doversi procedere in ordine alla contravvenzione urbanistica ritenuta in primo grado per essere il reato estinto per intervenuta sanatoria. La sentenza di primo grado è stata invece confermata nella parte in cui ha giudicato Accogli Cristian responsabile del reato di falso per induzione, commesso in concorso con il tecnico da lui incaricato per la pratica edilizia, per aver determinato con l’inganno il responsabile dell’ufficio tecnico comunale – mediante false attestazioni ed una falsa rappresentazione dello stato dei luoghi – a rilasciare il permesso di costruire del 4 ottobre 2010, da considerarsi ideologicamente falso in quanto fondato su presupposti insussistenti. Il fatto, in primo grado ricondotto al delitto, contestato in imputazione, di cui agli artt. 48 e 479 cod. pen., è stato tuttavia riqualificato nel reato di cui agli artt. 48 e 480 cod. pen., con conseguente riduzione della pena inflitta.
Si rleva, in primo luogo, come in ipotesi come quella sub iudice sarebbe ravvisabile – sia per il privato, sia per il tecnico – il solo reato di cui all’art. 481 cod. pen., il quale richiede però, non trattandosi nella specie di documentazione e attestazione aventi valore probatorio e fidefaciente assoluto, l’obbligo per il giudice di merito di valutare se l’ufficio comunale abbia esercitato il potere-dovere di espletare attività istruttoria, ciò che non è avvenuto.
Premesso che non sussiste violazione del principio di correlazione fra accusa e sentenza quando non muta il fatto storico sussunto nell’ambito della contestazione (Sez. 3, n. 5463 del 05/12/2013, Diouf, Rv. 258975), il giudice d’appello, senza immutare il fatto, si è limitato a riqualificare il reato non superando la competenza del giudice di primo grado e senza aggravare il trattamento sanzionatorio – anzi, conseguentemente riducendolo – né arrecando in altro modo pregiudizio alla posizione dell’imputato appellante, così pienamente rispettando il dettato di cui all’art. 597, comma 3, cod. proc. pen., che tale facoltà espressamente prevede.
Quanto alla compatibilità di detto potere con la C.E.D.U., è consolidato il principio secondo cui il giudice di appello può procedere alla riqualificazione giuridica del fatto nel rispetto del principio del giusto processo previsto dall’art. 6 C.E.D.U., come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, anche senza disporre una rinnovazione totale o parziale dell’istruttoria dibattimentale, sempre che sia sufficientemente prevedibile la ridefinizione dell’accusa inizialmente formulata, che il condannato sia in condizione di far valere le proprie ragioni in merito alla nuova definizione giuridica del fatto e che questa non comporti una modifica “in peius” del trattamento sanzionatorio e del computo della prescrizione (Sez. 4, n. 23186 del 13/04/2016, Suffer, Rv. 268995; Sez. 2, n. 2884 del 16/01/2015, Peverello e a., Rv. 262285; Sez. 2, n. 38049 del 18/07/2014, De Vuono, Rv. 260585). Essendo certamente prevedibile tale riqualificazione – che il permesso di costruire sia provvedimento avente natura di autorizzazione amministrativa, con le ovvie conseguenze anche in tema di ipotesi di reato ravvisabile nel caso di falso, è conclusione sostanzialmente pacifica a far tempo dalla sent. Sez. U, n. 673 del 20/11/1996, dep. 1997, Botta, Rv. 206661 – tra le menzionate condizioni il ricorrente contesta unicamente il difetto di contraddittorio sulla riqualificazione e la conseguente violazione del diritto di difesa. La doglianza, tuttavia, è infondata alla luce del principio, ripetutamente affermato, anche nel giudizio successivo alla pronuncia della Corte EDU evocata in ricorso, secondo cui, qualora il fatto venga diversamente qualificato dal giudice di appello senza che l’imputato abbia preventivamente avuto modo di interloquire sul punto, la garanzia del contraddittorio resta comunque assicurata dalla possibilità di contestare la diversa definizione mediante il ricorso per cassazione (Sez. 2, n. 37413 del 15/05/2013, Drassich, Rv. 256652; Sez. 2, n. 21170 del 07/05/2013, Maiuri, Rv. 255735; Sez. 2, n. 45795 del 13/11/2012, Tirenna, Rv. 254357). Questo orientamento, consolidatosi nella giurisprudenza di questa Corte (v., di recente, Sez. 3, 02/10/2018, Peluso, non massimata) e che il Collegio condivide, ha superato il minoritario, più risalente, orientamento citato in ricorso, di cui è espressione Sez. 1, n. 18590 del 29/04/2011, Corsi, Rv. 250275, sicché non v’è ragione di investire della questione le Sezioni Unite.
Sotto altro profilo, osserva il Collegio come la possibilità di invocare istituti sostanziali di favor nel giudizio di legittimità, a seguito della riqualificazione operata in grado d’appello, sia certamente consentita, come più oltre si avrà modo di vedere con riguardo all’unico aspetto nella specie rilevante, vale a dire la richiesta di applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto (v. infra, sub §. 5). Gli altri istituti evocati a pag. 8 del ricorso non sono invece nella specie applicabili – né sono stati invocati – sicché sul punto difetta in radice l’interesse ad avanzare doglianze.
Deve ribadirsi, al proposito, che laddove si deduca con il ricorso per cassazione il mancato esame da parte del giudice di secondo grado di un motivo dedotto con l’atto d’appello, occorre procedere alla specifica contestazione del riepilogo dei motivi di gravame, contenuto nel provvedimento impugnato, che non menzioni la doglianza proposta in sede di impugnazione di merito, in quanto, in mancanza della predetta contestazione, il motivo deve ritenersi proposto per la prima volta in cassazione (Sez. 2, n. 31650 del 03/04/2017, Ciccarelli e a., Rv. 270627; Sez. 2, n. 9028/2014 del 05/11/2013, Carrieri, Rv. 259066). Nella specie ciò non è stato fatto e per ciò solo – in questa parte – il ricorso sarebbe inammissibile per genericità.
Per contro, sul piano della violazione di legge, la doglianza è ammissibile, poiché la questione sulla qualificazione giuridica del fatto rientra tra quelle su cui la Corte di cassazione può decidere ex art. 609 cod. proc. pen. e, pertanto, può essere dedotta per la prima volta in sede di giudizio di legittimità purché l’impugnazione non sia inammissibile e per la sua soluzione non siano necessari accertamenti di fatto (Sez. 2, n. 17235 del 17/01/2018, Tucci, Rv. 272651; Sez. 1, n. 13387 del 16/05/2013, dep. 2014, Rossi, Rv. 259730).
Ed invero, nel confermare un più risalente arresto (Sez. U, n. 1827 del 03/02/1995, Proietti e aa., Rv. 200117), e richiamando ulteriore precedente, le Sezioni unite – che nella specie esaminavano un falso ideologico in atto pubblico e non in certificati o autorizzazioni amministrative, ma le valutazioni ovviamente non cambiano – hanno ribadito che «tutte le volte in cui il pubblico ufficiale adotti un provvedimento, a contenuto sia descrittivo sia dispositivo, dando atto in premessa, anche implicitamente, della esistenza delle condizioni richieste per la sua adozione, desunte da atti o attestazioni non veri prodotti dal privato, si è in presenza di un falso del pubblico ufficiale del quale risponde, ai sensi dell’art. 48 c.p., colui che ha posto in essere l’atto o l’attestazione non vera. Va riconfermato, al riguardo, che il falso ideologico in documenti a contenuto dispositivo ben può investire le attestazioni anche soltanto implicite contenute nell’atto e quei fatti, giuridicamente rilevanti, connessi indiscutibilmente, quali presupposti, con la parte dispositiva dell’atto medesimo (si veda già, in tal senso, Cass., Sez. Unite, 30 giugno 1984, Nirella), sia che concernano fatti compiuti o conosciuti direttamente dal pubblico ufficiale sia che concernano altri “fatti dei quali l’atto è destinato a provare la verità” (art. 479 c.p., ultima parte) […] La falsa premessa deve concernere un fatto del quale l’atto del pubblico ufficiale è destinato a provare la verità e ciò va inteso anche quale “immutatio veri” circa l’esistenza di un presupposto in assenza del quale il provvedimento non avrebbe potuto essere adottato» (Sez. U, n. 35488 del 28/06/2007, Scelsi e a., in motivazione).
Con riferimento ai rapporti tra il delitto di falso ideologico in atto pubblico per induzione (artt. 48-479 o 48-480 cod. pen.) ed il reato di falsità ideologica in atto pubblico commesso da privati (art. 483 cod. pen.), la citata decisione ha affermato che, «stante il rapporto di causa-effetto tra il fatto attestato dal privato, quale presupposto dell’emanazione dell’atto del pubblico ufficiale, ed il contenuto dispositivo di quest’ultimo e stante, altresì, la stretta connessione logica tra l’uno e l’altro, la falsità del primo si riverbera sul secondo e diventa essa stessa falsità di questo, sicché la recepita falsa attestazione del decipiens acquista la ulteriore veste di falsa attestazione del pubblico ufficiale deceptus sui fatti falsamente dichiarati dal primo e dei quali l’atto pubblico è destinato a provare la verità. Si configurano perciò, anche sotto il profilo naturalistico, due condotte riconducibili al decipiens: una prima condotta consistente nella redazione della falsa attestazione ed una seconda concretatasi nell’induzione in errore del pubblico ufficiale mediante la produzione della stessa ai fini dell’integrazione di un presupposto dell’atto pubblico emanando, con conseguente configurabilità del concorso materiale tra i due reati, legati anche da connessione teleologica» (Sez. U, n. 35488 del 28/06/2007, Scelsi e a., in motivazione). Si è, pertanto, tratta la conclusione secondo cui il delitto di falsa attestazione del privato di cui all’art. 483 cod. pen. può concorrere – quando la falsa dichiarazione sia prevista di per sé come reato – con quello della falsità per induzione in errore del pubblico ufficiale nella redazione dell’atto al quale la attestazione inerisca (artt. 48 e 479 cod. pen.), sempre che la dichiarazione non veridica del privato concerna fatti dei quali l’atto del pubblico ufficiale è destinato a provare la verità (Sez. U, n. 35488 del 28/06/2007, Scelsi e aa., Rv. 236868 – 01).
4. Posto che l’ultimo motivo di ricorso è inammissibile, giusta il principio secondo cui, in tema di determinazione della pena, nel caso in cui venga irrogata una pena al di sotto della media edittale – e vi è più quando, come nella specie, la pena sia di pochissimo superiore al minimo edittale – non è necessaria una specifica e dettagliata motivazione da parte del giudice, essendo sufficiente il richiamo al criterio di adeguatezza della pena, nel quale sono impliciti gli elementi di cui all’art. 133 cod. pen. (Sez. 4, n. 46412 del 05/11/2015, Scaramozzino, Rv. 265283; Sez. 4, n. 21294 del 20/03/2013, Serratore, Rv. 256197), deve invece ritenersi fondato il terzo motivo di ricorso, con cui si lamenta la mancata applicazione della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto.
Proprio la possibilità – riconosciuta in base ai principi sopra affermati sub §. 1 – di instaurare il contraddittorio sull’intervenuta riqualificazione nella presente fase di legittimità induce il Collegio a ritenere ammissibile la doglianza, resa appunto proponibile dalla decisione assunta dalla corte territoriale, dovendo affermarsi il principio secondo cui, qualora il fatto venga diversamente qualificato dal giudice di appello senza che l’imputato abbia preventivamente avuto modo di interloquire sul punto, la garanzia del contraddittorio assicurata mediante la possibilità di proporre il ricorso per cassazione implica che possa in tale sede essere per la prima volta invocata la causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto, resa astrattamente applicabile in base agli inferiori limiti edittali di pena fissati per la diversa ipotesi criminosa ex officio ritenuta.
4.1. Dalle sentenze di merito si apprende che l’imputato è incensurato e la condotta non risulta abituale, non rilevando al proposito la declaratoria di estinzione per prescrizione della contravvenzione urbanistica ritenuta in primo grado, giusta il principio secondo cui il quale ai fini del presupposto ostativo alla configurabilità della causa di non punibilità prevista dall’art. 131 bis cod. pen., il comportamento è abituale quando l’autore, anche successivamente al reato per cui si procede, ha commesso almeno due illeciti, oltre quello preso in esame (Sez. U, n. 13681 del 25/02/2016 Ud., Tushaj, Rv. 266591). Non essendo nella specie ravvisabile alcuna delle condizioni ostative di cui all’art. 131 bis, secondo comma, cod. pen., nella motivazione della sentenza impugnata non è neppure rintracciabile un’implicita motivazione che escluda la particolare tenuità del fatto, non essendo al proposito univoca la determinazione della pena base in termini di pochissimo superiore al minimo edittale (mesi 4 e giorni 15 di reclusione), e ciò anche per la mancata indicazione dei parametri nella specie utilizzati, ed in particolare se soltanto quelli di cui all’art. 133, primo comma, cod. pen., ovvero anche quelli di cui al secondo comma della disposizione. Deve inoltre considerarsi come all’imputato siano state concesse le circostanze attenuanti generiche nella massima estensione.
Proprio il carattere equivoco della determinazione della pena base non consente, per contro, di poter fare qui applicazione del principio secondo cui la causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto prevista dall’art. 131-bis cod. pen., nel giudizio di legittimità, può essere ritenuta, senza rinvio del processo nella sede di merito, in presenza di un ricorso ammissibile, a condizione che i presupposti per la sua applicazione siano immediatamente rilevabili dagli atti e non siano necessari ulteriori accertamenti fattuali a tal fine (Sez. 1, sent. n. 27752 del 09/05/2017, Menegotti, Rv. 270271). S’impone, pertanto, un completo giudizio di merito sul punto.
Scarica in pdf il testo della sentenza: cass. pen., sez. 3, sent. n. 15011-2019
Taggato art. 479 c.p., art. 48 c.p., art. 480 c.p., autorizzazione amministrativa, cass. pen. n. 15011/2019, cassazione penale, certificati amministrativi, falso ideologico, giurisprudenza, permesso di costruire, pubblico ufficiale, urbanistica