Source: https://massimomagliocchetti.com/fine-vita-leotta-no-diritto-alla-more-si-diritto-a-non-soffrire/
Timestamp: 2020-08-15 08:45:44+00:00
Document Index: 173503519

Matched Legal Cases: ['art. 580', 'art. 580', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 2', 'e contrario', 'art. 3', 'art. 580', 'art. 580', 'art. 580']

Fine vita, Leotta: «no diritto alla more, si diritto a non soffrire» - Massimo Magliocchetti
La questione del fine vita, specialmente quando sono previste modifiche legislative, interroga anche il mondo dei giuristi. Non solo perché le leggi fanno cultura, ma soprattutto perché ogni norma poi regola la vita dei consociati.
Più di altre volte, in questo caso gli interessi e diritti in gioco sono delicatissimi.
Per questo motivo, abbiamo incontrato il Prof. Avv. Domenico Leotta, professore associato di diritto penale all’Università Europea di Roma e avvocato del Foro di Torino.
Ultimamente è stato audito dalle Commissioni riunite Giustizia e Affari Sociali lo scorso 25 giugno sulle proposte di modifica all’art. 580 c.p., in tema di aiuto e istigazione al suicidio.
«La Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità dell’art. 580 c.p. che punisce la commissione di due fatti tra loro alternativi: l’aiuto al suicidio e l’istigazione al suicidio.
Lo ha fatto con l’ordinanza n. 207/2018. Prima di indicare brevemente i contenuti del provvedimento, occorre segnalare che la decisione presenta un profilo critico anzitutto quanto alla tecnica decisoria utilizzata.
Infatti, per la prima volta nella nostra giurisprudenza costituzionale, la Corte dà un termine, che è il 24 settembre 2019, alla Camera e al Senato e sospende il giudizio di costituzionalità affinché entro quella data il Parlamento recepisca le proprie indicazioni.
Questo tipo di intervento – se lo si dovesse ritenere vincolante in senso stretto – si rivelerebbe fortemente invasivo della rappresentanza politica perché imporrebbe agli eletti che siedono in Parlamento di praticare una scelta normativa preconfezionata, senza un adeguato dibattito né in aula né nell’opinione pubblica.
Venendo ora ai contenuti, l’ordinanza si compone di due parti essenziali. Nella prima parte, la Corte Costituzionale ritiene che l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non sia contraria né alla Costituzione né alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU).
Infatti, punendo tali condotte «il legislatore penale – così si legge nell’ordinanza – intende nella sostanza proteggere il soggetto da decisioni in suo danno: non ritenendo, tuttavia, di poter colpire direttamente l’interessato, gli crea intorno una “cintura protettiva”, inibendo ai terzi di cooperare in qualsiasi modo con lui».
Una simile opzione normativa non contrasta né con l’art. 2 Cost. né con l’art. 2 CEDU, poiché da questi articoli deriva un dovere dello Stato di tutelare la vita dell’individuo e non il diritto individuale di ottenere dallo Stato e da soggetti terzi la morte.
Così pure l’incriminazione dell’aiuto e dell’istigazione al suicidio, afferma ancora la Corte, non contrasta con gli artt. 2 e 13, 1° comma, Cost. che sanciscono un diritto all’autodeterminazione individuale.
Anzi, «l’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio – rinvenibile anche in numerosi altri ordinamenti contemporanei – è, in effetti, funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio».
Infine, la Corte non ravvisa un contrasto neppure tra l’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio e l’art. 8 CEDU che tutela il diritto alla c.d. “vita privata”, posto che anche rispetto a tale diritto, la punizione di queste condotte risponde ad un’esigenza di protezione delle persone più deboli.
Nei confronti di queste persone che facciano richiesta di un atto causativo della propria morte, la Corte Costituzionale ritiene che «il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce per limitare la libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, 2° comma, Cost.».
Infatti, queste persone, alla luce della L. n. 219/2017 hanno già ora la possibilità di rifiutare la prosecuzione delle cure e dell’alimentazione e dell’idratazione anche quando da tale interruzione deriva la morte, ma non possono richiedere che la morte sia loro cagionata direttamente, con un atto positivo.
Questo divieto sarebbe, secondo la Corte, non compatibile con l’art. 2 Cost., specificamente con il principio di dignità personale perché imporrebbe al malato di morire a poco a poco, anche quando egli ritenga una simile sorte non conforme alla propria dignità.
Così pure, sempre per la Corte Costituzionale, la preclusione del malato ad ottenere che la morte gli sia data con un atto positivo di terzi sarebbe contrario all’art. 3 Cost., per violazione del principio di eguaglianza e di ragionevolezza.
A questo punto, vi è da chiedersi: perché la Corte non è intervenuta direttamente dichiarando l’incostituzionalità dell’art. 580 c.p. nella parte in cui punisce l’aiuto al suicidio delle persone che si trovano nelle condizioni di irreversibilità della malattia, sofferenza intollerabile, pratica del sostegno vitale e capacità di intendere e di volere?
La Corte stessa risponde alla domanda, affermando che, se fosse intervenuta con una pronuncia di incostituzionalità, sarebbe derivato un vuoto di tutela, essendo invece necessaria una regolazione organica della materia.
Da qui la decisione di dare un anno di tempo al legislatore per provvedere.
L’intervento di quest’ultimo, ancora secondo la Corte Costituzionale, dovrà tenere conto di una serie di profili: ad esempio, le modalità di verifica medica sui presupposti che consentono al malato di chiedere l’aiuto al suicidio; la disciplina di una procedura medicalizzata; l’eventuale riserva al servizio sanitario nazionale della pratica dei trattamenti di fine vita; l’obiezione di coscienza del personale sanitario coinvolto.
Questo è il contenuto essenziale dell’ordinanza, che presenta molteplici aspetti critici.
Oltre a quanto già detto a proposito della grave interferenza tra i poteri dello Stato che si verrebbe a creare qualora si ritenesse che il Parlamento, a seguito dell’ordinanza, sia vincolato a depenalizzare l’aiuto al suicidio del malato irreversibile e gravemente sofferente perché “così ha detto la Corte Costituzionale”, desidero soffermarmi brevemente sul merito della decisione per evidenziare come l’introduzione del suicidio assistito comporterebbe un rovesciamento dell’intera tradizione costituzionale italiana, oltre che del fondamento ultimo dello stato di diritto che poggia sul riconoscimento dell’uguale dignità di ogni persona.
A tal proposito non si può non mettere in evidenza, per cominciare, il contrasto che vi è tra la prima e la seconda parte dell’ordinanza: prima la Corte afferma che «l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non può essere ritenuta incompatibile con la Costituzione» e che anzi tutela proprio le persone vulnerabili, poi ammette che i malati che si trovano in certe condizioni molto gravi, se chiedono di morire, devono essere accontentati, con la conseguenza che chi li abbia aiutati a morire non potrebbe essere punito.
Questa seconda affermazione, se viene letta alla luce della prima, tenendo cioè conto che, come dice la Corte, l’art. 580 c.p. tutela anzitutto le persone particolarmente degne di tutela perché vulnerabili, ha una portata gravissima perché corrisponde ad affermare che tale genere di malati, legittimati a chiedere il suicidio assistito, fuoriesce dalla categoria delle persone vulnerabili meritevoli della tutela accordata a tutti i consociati dall’art. 580 c.p.
Una simile soluzione comporta una violazione palese del diritto di eguaglianza perché si fonda sull’idea che l’oggetto della tutela non è la vita in sé, ma la vita che il suo titolare ritiene degna di essere vissuta.
Anche per questo motivo, oltre ai profili formali di cui ho detto prima a proposito del rapporto Corte-Parlamento, l’indicazione dei giudici delle leggi non può essere recepita dal legislatore come un’indicazione vincolante alla depenalizzazione dell’aiuto al suicidio e all’introduzione dell’eutanasia.
L’unico modo ragionevole in cui può essere letta l’ordinanza è quella per cui essa inviti il legislatore a valutare l’opportunità di un eventuale alleggerimento, in certe situazioni, della sanzione penale a fronte della commissione di una condotta integrante un’agevolazione dell’altrui suicidio, quando sussistano le condizioni di irreversibilità della malattia, di sofferenza intollerabile, di trattamento in atto di sostegno vitale e di capacità intellettiva del malato.
Alleggerire la sanzione penale, tuttavia, non significa non punire più, ma intervenire eventualmente sul fronte delle circostanze del reato, cioè su elementi accidentali del fatto punito, i quali meritano di essere considerati per variare, attraverso una diminuzione della pena, la rimproverabilità dell’autore per il fatto commesso.
Una simile scelta normativa non comporta quindi la variazione del valore della vittima del fatto di reato, ma solo – sussistendo certi presupposti – la variazione in minus della meritevolezza della pena in capo all’agevolatore dell’altrui suicidio, similmente a quanto avviene ad esempio nel nostro ordinamento penale per l’infanticidio, che non è l’omicidio di una persona che “vale” meno, ma un omicidio punito in modo più blando per le condizioni in cui si trova la madre quando uccide il proprio figlio».
Personalmente ritengo che questo tipo di intervento sia praticabile perché, senza modificare il giudizio di responsabilità penale nei confronti di chi aiuta altri a porre fine alla propria esistenza, riesce a modulare, attraverso la variazione della pena, il giudizio di colpevolezza, fornendo al giudice uno strumento per rendere il giudizio più adeguato al caso concreto.
La circostanza che si vorrebbe introdurre, infatti, serve a distinguere la situazione di chi con il malato non ha rapporti e che merita di essere punito “senza riduzioni” di pena, dalla situazione di chi, condividendo con il malato la vita di tutti i giorni e partecipando delle sue sofferenze, ne rimane così turbato da accogliere, seppure comunque illecitamente, la richiesta di morte.
Si tratta di due situazioni “di vita” diversissime tra loro; il fatto che il diritto ne tenga conto non significa né privare di tutela il malato né affermare che la sua vita vale meno, ma semplicemente riconoscere, ponendosi dal lato del soggetto che aiuta l’altrui suicidio, che la meritevolezza di pena nei confronti di quest’ultimo può essere inferiore rispetto all’ipotesi in cui il fatto sia commesso da chi con il malato non ha rapporti e dunque non è turbato dall’altrui dolore».
Il diritto corrisponde, infatti, ad una posizione soggettiva ritenuta meritevole di tutela da parte dell’ordinamento in vista del bene della persona. Pensiamo al diritto alla salute, che è essenzialmente il diritto di accesso alla cura; al diritto all’istruzione, che è il diritto di studiare; al diritto al lavoro, che è il diritto di poter lavorare.
Ci sono poi diritti ancora più importanti: il diritto alla libertà religiosa, che non è solo il diritto di non essere obbligati a credere, ma innanzitutto il diritto a credere liberamente in privato e in pubblico; il diritto alla libertà di manifestare il pensiero; il diritto a costituire liberamente una famiglia, scegliendo senza coercizione il proprio coniuge, ecc.
Tutti questi diritti sono in vista della persona, “servono” cioè alla persona per il suo compimento nella dimensione spirituale, intellettuale e corporea. Il diritto, inteso qui come pretesa riconosciuta meritevole di tutela, si realizza nel suo godimento ed è nel suo godimento che il titolare del diritto “cresce” in una delle dimensioni protette dall’ordinamento.
Recentemente, il Prof. Mauro Ronco, che ha curato un volume intitolato “Il diritto di essere uccisi: verso la morte del diritto?” (Torino, 2019), ha messo bene in evidenza come affermare che esiste un diritto di ottenere la morte comporta l’implosione dello stesso ordinamento giuridico che si fonda sulla relazione intersoggettiva.
Spiega Ronco che la pretesa di affermare un diritto alla morte, giuridicizzando il suicidio come “diritto” al suicidio assistito e facendolo entrare nell’universo dell’intersoggettività, sfocia inevitabilmente in un fallimento, perché con l’atto stesso che dà attuazione alla pretesa si dissolve la relazione intersoggettiva, con la scomparsa inevitabile di uno dei due soggetti.
Sarebbe dunque un diritto in vista della distruzione della stessa relazione intersoggettiva, che è, invece, il fondamento dell’esperienza giuridica».
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