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Matched Legal Cases: ['art. 64', 'art. 64', 'art. 64', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 3']

[ANCI] Razionalizzazione del sistema scolastico – Scuola in Comune
[ANCI] Razionalizzazione del sistema scolastico
13 novembre 2008 di Redazione·0 commenti
Nota ANCI 13 novembre 2008
Punto 2 – Elenco B) all’ordine del giorno
PARERE SULLO SCHEMA DI “PIANO PROGRAMMATICO
DI INTERVENTI VOLTI ALLA RAZIONALIZZAZIONE DELL’UTILIZZO DELLE RISORSE UMANE E STRUMENTALI DEL SISTEMA SCOLASTICO DI CUI ALL’ART. 64, DELLA LEGGE 6 AGOSTO 2008, N. 133”
Il Piano Programmatico, predisposto in esecuzione dell’art. 64 della legge 133/08 di conversione del d.l. 112/98, intende individuare interventi finalizzati ad una maggiore razionalizzazione dell’utilizzo delle risorse umane e strumentali disponibili e a conferire maggiore efficacia ed efficienza al sistema scolastico.
Attraverso tali interventi, come previsto al comma 6 dell’art. 64 della legge n. 133 del 6 agosto 2008, dovranno derivare economie di spesa pari a circa 8 miliardi di euro nel triennio. (456 MEURO per il 2009; 1.650 MEURO 2010; 2.538 MEURO per il 2011; 3.188 MEURO a decorrere dall’anno 2012).
L’art. 64 della suindicata legge individua una serie di criteri per ottenere tali economie che il Piano Programmatico individua in tre macro aree:
1) revisione degli ordinamenti scolastici;
2) riorganizzazione della rete scolastica, ivi compresi i centri territoriali per l’educazione degli adulti e i corsi serali;
3) razionale ed efficace utilizzo delle risorse umane delle scuole.
In riferimento all’esame dell’intero Piano Programmatico, va innanzitutto precisato che deve essere rivista la parte relativa alla macro area n. 2, riorganizzazione della rete scolastica, poiché la riformulazione dell’art. 3 del d.l. 154/08, ha apportato importanti modifiche, eliminando la nomina del commissario ad acta e prevedendo, per il prossimo anno scolastico, entro il 31/12/2008, l’avvio del piano di dimensionamento come previsto dall’art. 2 del DPR 233/98 mantenendo il numero delle scuole non superiore a quello relativo all’anno scolastico 2008/2009. Pertanto, il numero di scuole funzionanti potrà restare invariato, mentre il Miur potrà procedere all’accorpamento di direzioni e/o presidenze.
Infine, è prevista per gli anni scolastici 2010-2011 e 2011-2012 la stipula di una intesa in Conferenza Unificata, per disciplinare l’attività di dimensionamento della rete scolastica, prevedendo appositi protocolli d’intesa tra Regioni ed uffici scolastici.
La riformulazione dell’art. 3 del DL 154 giunge a seguito delle forti preoccupazioni espresse dall’ANCI, nei documenti presentati nelle audizioni al Senato e alla Camera, nell’o.d.g. approvato all’unanimità nel Consiglio nazionale tenutosi in Ottobre a Trieste e nella pregiudiziale posta nell’ultima Conferenza Unificata del 16 ottobre, da Regioni, Comuni e Province.
Le iniziative e la determinazione manifestata sui provvedimenti in oggetto, hanno convinto il Governo della necessità di incontrare i rappresentati di Comuni, Province e Regioni e a riformulare il suddetto articolo.
Pertanto l’ANCI prende atto positivamente dell’apertura manifestata ed auspica che il metodo della concertazione sia adottato per riformulare l’intero Piano Programmatico, attraverso la convocazione di un Tavolo Interistituzionale, garantendo la qualità ed il diritto all’istruzione anche nel perseguire la razionalizzazione della spesa pubblica. Il documento di Piano dovrà essere rivisto per intero, previa concertazione con le autonomie locali coinvolte, nel rispetto dei ruoli e delle competenze dei soggetti istituzionali, come previsto nel Titolo V della Costituzione.
Passando al merito delle previsioni contenute nel Piano, l’ANCI, pur condividendo alcune osservazioni della premessa quali la centralità della scuola, sede privilegiata di formazione della persona, e la necessità di rendere pienamente efficienti i servizi scolastici, tuttavia ritiene che il nuovo assetto e organizzazione delle scuole dovrà necessariamente tener conto delle competenze previste dalle norme per gli Enti Locali in alcuni ambiti specifici, come il dimensionamento e l’educazione degli adulti, per i quali deve essere acquisita l’intesa con Comuni, Province e Regioni.
Al tempo stesso dovrà esserne esaminato l’impatto sui bisogni dei cittadini, alunni e famiglie, a cui sia la scuola che i Comuni sono chiamati a rispondere. Conseguenze che l’attuale predisposizione del Piano Programmatico sembra non aver tenuto in considerazione, come dimostrano le osservazioni che di seguito si riportano.
La proposta di introduzione di un orario obbligatorio anche solamente nella fascia antimeridiana confligge, nella nostra esperienza di amministratori, con le richieste delle famiglie, soprattutto nelle regioni del centro-nord a maggiore diffusione della scuola infanzia e dell’occupazione femminile; se la scuola statale, già gravemente carente nella copertura prevista dai parametri europei, diminuisce il tempo scuola è evidente che le famiglie si rivolgeranno ad altri gestori per avere risposte alle loro esigenze, dal privato alle scuole paritarie comunali, per le quali peraltro la legge finanziaria prevede una diminuzione di contributi statali.
E’ noto l’ingente investimento dei Comuni in questo campo, sia dal punto di vista della qualità educativa che dell’entità dell’offerta, come pure dello sforzo per ridurre al minimo il contributo economico delle famiglie; con quali risorse i Comuni, già duramente provati dalle passate e presenti scelte economiche dei Governi nazionali, potranno far fronte ad un aumento delle richieste ?
Si aggiunga un dubbio legato al sapere accumulato da decenni dalle scuole infanzia comunali, internazionalmente apprezzate, sulla validità pedagogica ed educativa di un tempo scuola così ridotto per bambini molto piccoli come anche dell’ipotesi di un insegnante unico.
Si rischia che, anche a fronte dei profondi mutamenti delle capacità di apprendimento in questa fascia di età e della tipologia e dei bisogni delle famiglie, la scuola per l’infanzia torni ad essere un servizio di custodia, nemmeno tanto efficace visto il tempo ridotto.
Inoltre aprire le sezioni tradizionali anche ad alunni sotto i tre anni, introducendo un anticipo fuori da ogni contesto pedagogico, comporterebbe una minor qualità del servizio e un aumento di spesa per i Comuni che dovrebbero garantire spazi per usi diversificati (zona riposo, cambio, etc.), senza trascurare la dequalificazione didattica che si verrebbe a produrre dovendo gestire bambini troppo piccoli insieme a quelli previsti dall’attuale normativa e senza alcun accordo, tra Ministero ed Enti Locali come avvenuto in precedenti occasioni, nelle quali sono state concordate le condizioni indispensabili per procedere in via sperimentale.
Proprio sulla base di tali sperimentazioni è stata attivata dal Ministero una forma di ampliamento del servizio della scuola dell’infanzia realizzato con le Sezioni Primavera che accolgono i bambini dai due ai tre anni in contesto fortemente protetto e concordato, il cui finanziamento i Comuni ritengono tuttora necessario, affinché sia garantita la prosecuzione dell’iniziativa e il finanziamento per la costruzione e gestione di asili nido.
Per quanto attiene al docente unico cui affidare classi a 24 ore, si confermano le preoccupazioni già espresse dall’ANCI negli emendamenti presentati al decreto Gelmini, convertito nella l. 169 del 30 ottobre 2008.
Si ribadisce la convinzione che un tema del genere non può essere trattato con un provvedimento d’urgenza destinato al contenimento della spesa pubblica, senza gli approfondimenti ed i confronti dovuti. In ogni caso, la definizione dei piani di studio, orari e limiti di flessibilità interni nell’organizzazione delle discipline, è demandata dall’art. 7, c.1, lett.a), della legge 28/3/2003, n. 53, a regolamenti di delegificazione che- c. 2 dello stesso articolo- devono essere definiti “previa intesa con la Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome”.
Inoltre si rileva l’ambiguità della formulazione adottata:“le istituzione scolastiche costituiscono”, è un obbligo o una facoltà?. Mentre non appare per nulla certo che, laddove le famiglie chiedano classi funzionanti per 24 ore settimanali, si affiancheranno le classi funzionanti a tempo prolungato e a tempo pieno e si assegneranno i necessari docenti per gli alunni con disabilità.
E’ evidente che l’orario di 24 ore settimanali con docente unico mette in crisi un modello di scuola che, con il sostegno fondamentale degli interventi per il diritto allo studio comunali, assicura una offerta formativa adeguata sia nella declinazione temporale che soprattutto nell’articolazione pedagogica a bisogni di apprendimento estremamente complessi e diversificati.
Come eserciteranno le scuole l’autonomia organizzativa se viene già predefinita per legge? In tutto il Paese cresce la richiesta di tempo pieno, come verrà garantito?.
E’ evidente che non potrà essere richiesto ai Comuni di supplire, senza risorse aggiuntive, a carenze e ad attività pomeridiane ed integrative e che in ogni modo non potranno richiamare passate forme di doposcuola.
Non è poi accettabile senza una concertazione sulle risorse la formulazione prevista al punto 2) del Piano, relativo alla “Riorganizzazione scolastica” dove si dice che gli Enti Locali provvederanno con azioni mirate a trasporti, adeguamento delle strutture edilizie, ecc..
Come già accennato in premessa, poiché nella scuola dell’infanzia, nella primaria e nella secondaria di primo grado è previsto un aumento degli alunni per classe, va ricordato che i Comuni stanno provvedendo alla messa a norma degli edifici scolastici secondo i parametri oggi vigenti e le classi sono già al limite della capienza. Se il numero massimo deve essere raggiunto al momento delle iscrizioni, le zone ad alta densità migratoria avranno il problema dell’accoglienza, degli alunni in arrivo ad anno scolastico iniziato, che andranno a gravare su classi già al limite e spesso con presenza di 2-3 alunni disabili.
3. Educazione e istruzione degli adulti
Negli ultimi anni le sempre più ampie esigenze della popolazione di recupero nell’età adulta di saperi e competenze è stata soddisfatta esclusivamente dai Comuni che sotto la forma di Educazione degli Adulti hanno sopperito alla carenza della legislazione nazionale, assicurando anche una integrazione e una inclusione sociale, con la scolarizzazione degli stranieri adulti. Solo recentemente il Ministero con l’Istruzione degli adulti ha aggiunto un tassello all’ordinamento, che però non può essere utilizzato per scardinare l’esistente.
Sembra infatti in questo campo particolarmente necessaria la concertazione con i Comuni cui è in capo l’Educazione degli Adulti, affinché i criteri per la determinazione degli organici previsti dal Piano programmatico non si trasformino nella chiusura generalizzata dell’apprendimento non formale, lasciando in essere soltanto l’istruzione formale.
Si evidenzia pertanto la opportunità di chiarire il proseguimento dell’attività dei moduli e dei corsi non finalizzati al conseguimento di un diploma che rispondono a bisogni sociali estremamente importanti, come l’alfabetizzazione dei lavoratori stranieri, che vanno invece sostenuti con la certificazione delle competenze acquisite.
Non è soltanto l’istruzione formale infatti che influisce a tempi medio/lunghi sul sistema generale dell’economia e su quelli specifici sia dell’occupazione che della coesione e integrazione sociale. Accanto alle prospettive immediate di occupazione derivanti dall’istruzione, va ricordato e rispettato quel corredo di capacità e potenzialità che rendano possibile gestire positivamente la variabile e imprevedibile mutazione della società derivante sia dalla perdita di lavoro di un numero sempre più ampio di individui che dalla massiccia immigrazione cui sono sottoposti i nostri territori.
A seguito delle osservazioni riportate, l’ANCI chiede lo stralcio dallo schema di Piano Programmatico della parte relativa alla riorganizzazione della rete scolastica e l’attivazione, in tempi rapidi, di un tavolo interistituzionale che elabori, entro il 15 giugno 2009, l’Intesa da raggiungere in Conferenza Unificata, come previsto nel riformulato art. 3 del decreto legge n. 154/08 approvato l’11 novembre in aula al Senato.
Pertanto, sulla restante parte del Piano Programmatico, l’ANCI esprime parere negativo.
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