Source: https://sulleormedidongallo-genova.blogautore.repubblica.it/page/4/
Timestamp: 2020-08-13 11:39:45+00:00
Document Index: 97420931

Matched Legal Cases: ['art. 51', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 1', 'art.4', 'art. 36', 'art. 48', 'art. 2', 'art. 3']

Nella culla dei diritti la parità resta un tabù
di MATTEO COSULICH
* costituzionalista
Come liguri, siamo abituati a pensare alla nostra Regione come a una terra da sempre all'avanguardia nella costruzione della democrazia e delle condizioni di eguaglianza sostanziale che ne rendono possibile l'effettivo esercizio. In Liguria, è stato fondato il Partito socialista (a Genova, per la precisione, nel 1892); in Liguria, è stato eletto il primo Sindaco socialista d'Italia (a Sestri Ponente, nel 1903); in Liguria l'opposizione al fascismo prima e la scelta repubblicana poi si sono manifestate con nettezza.
Se però rivolgiamo lo sguardo non al passato, ma al futuro, la Liguria sembra essere rimasta indietro rispetto alle sfide della democrazia contemporanea che va intesa anche come democrazia paritaria, tra donne e uomini. Non possiamo limitarci a constatare la bassa percentuale di donne elette negli organi rappresentativi. Occorre leggere questo dato come sintomo d'ineguaglianze tuttora presenti nella società italiana, che vanno rimosse, come richiede l'articolo 3, secondo comma della Costituzione. rafforzato da due riforme costituzionali dei primi anni 2000.
Riforme che hanno espressamente previsto la promozione delle pari opportunità tra donne e uomini nell'accesso alle cariche elettive in generale (art. 51 Cost.), e con specifico riferimento a quelle regionali (art. 117 Cost.).
A fronte di tale disciplina costituzionale, la Liguria è l'unica Regione italiana il cui Statuto non contenga alcuna previsione in materia di democrazia paritaria; lo Statuto ligure si limita a menzionare, tra i suoi "principi", quello delle pari opportunità tra donne e uomini, senza però riferirlo espressamente all'accesso alle cariche elettive. Così, a differenza di altri Consigli regionali, il nostro è stato finora eletto senza prevedere alcun incentivo al riequilibrio tra i due generi.
Il silenzio dello Statuto ligure e della corrispondente legislazione elettorale in materia di pari opportunità elettorali tra donne e uomini pone dunque, purtroppo, la Liguria in fondo a un'ipotetica classifica di Regioni, redatta in base al criterio della democrazia paritaria. Tuttavia possiamo facilmente risalire la classifica. Basta volerlo.
Nell'ultimo decennio molte Regioni, a differenza della nostra, hanno introdotto nella loro legislazione elettorale vari istituti volti a favorire il riequilibrio tra donne e uomini nei Consigli regionali. La circostanza di essere rimasto tra gli ultimi a intervenire, consentirebbe al legislatore regionale ligure, se volesse introdurre la democrazia paritaria nella nostra Regione, di tener conto dell'esperienza altrove maturata. A questo proposito, appare particolarmente interessante l'istituto della preferenza di genere, introdotto dalla Campania nel 2009 (legge regionale n. 4) e avallato dalla Corte costituzionale (sentenza n. 4 del 2010).
In base alla preferenza di genere, l'elettore può esprimere una seconda preferenza, valida soltanto se attribuita a un candidato di genere diverso rispetto a quello che ha ottenuto la prima preferenza. In altre parole, se la prima preferenza va a un uomo, la seconda preferenza dev'essere attribuita a una donna; e viceversa. L'esperienza campana ha avuto successo, determinando un aumento delle consigliere elette. Tanto è vero che è stata ripresa dal legislatore statale: la preferenza di genere è oggi prevista per i Consigli dei Comuni con più di 5.000 abitanti, mentre la legge approvata la settimana scorsa l'ha introdotta per le elezioni europee.
In questi mesi, che corrispondono all'ultimo anno della legislatura, il Consiglio regionale della Liguria dovrebbe raccogliere gli appelli provenienti dalla società ligure, soprattutto dal mondo dell'associazionismo, e adottare una legge elettorale che introduca anche nella nostra Regione la preferenza di genere. In tal modo, potremo tornare a essere una Regione capofila nella costruzione della democrazia.
Pubblico-privato, un patto sociale per il welfare
di SERGIO REVELLO
* social club Genova
Viviamo in un'epoca in cui la coesione sociale è minata dalla spregiudicatezza di molte volpi che hanno banchettato con le risorse naturali ed economiche, pensando che fossero infinite. La crisi ha messo in difficoltà milioni di persone, ma Genova è difficile da schiacciare. Anzi, come operatori sociali, vogliamo rilanciare la riflessione sull'importanza dei servizi alla persona, del welfare a regia pubblica, per tenere insieme i legami sociali che uniscono la comunità cittadina. Le relazioni tra persone, organizzazioni sociali, istituzioni sono cambiate e ancora cambieranno, saranno diverse da quello che abbiamo conosciuto negli ultimi 30 anni.
Saltano i patti tra generazioni, tra categorie sociali, tra italiani e stranieri che hanno garantito il benessere in questa città, ma noi sappiamo che la società del rancore, degli individui gli uni contro gli altri, non porta da nessuna parte. In quanto operatori dei servizi di aiuto alle persone, sappiamo che la mutualità è la risposta più efficace nei momenti di crisi, momenti in cui i sistemi politici ed economici, sistemi basati sull'esasperazione della competizione e sulla mercificazione di bisogni essenziali e valori, mostrano tutti i loro limiti. Questa è la "cosa grande" che sappiamo e che Andrea Gallo non mancava mai di ricordarci.
Gli operatori sociali stanno riorganizzando la loro mutualità attraverso una rete che si chiama Social Club. Un'esperienza che ha l'ambizione di invertire la rotta dell'individualismo, a partire dall'interno della nostra comunità professionale: nato nel 2008 a Torino su intuizione delconsorzio Abele Lavoro, per sostenere il potere d'acquisto e più in generale la qualità di vita di quanti praticano il lavoro sociale, dal 2012 è attivo anche a Genova.
Il Social Club Genova rappresenta l'impegno di 20 organizzazioni non profit, associazioni e cooperative sociali, per rispondere ai bisogni concreti degli operatori sociali e per promuovere la consapevolezza dell'importanza del welfare nella tutela del benessere dei cittadini di ogni età e condizione. Il Social Club stipula convenzioni, che mette a disposizione dei propri soci, facendo attenzione alla ricerca del miglior rapporto qualità/prezzo perché negli ultimi tempi il reddito di chi assiste si sta pericolosamente avvicinando a quello di chi è assistito. Alcune convenzioni sono stipulate fra enti aderenti al Social Club, molte altre con fornitori esterni di beni e servizi.
Cibo, salute, casa, lavoro, vita sociale sono i temi su cui si impegna l'associazione, animata dai referenti nominati da ciascuna organizzazione aderente, che lavorano gratuitamente per costruire un catalogo di offerte da mettere a disposizione dei colleghi e delle loro famiglie. Per raccontare quest'Italia, i Social Club di Genova e Torino stanno organizzando la prima edizione di un Festival chiamato "Biennale della Prossimità", in cui raccontare queste storie di cittadinanza positiva, un appuntamento nazionale dedicato alle comunità locali, alle persone e ai loro bisogni guardati in ottica di "prossimità.
Il festival, previsto nel Centro Storico di Genova dal 10 al 12 ottobre, presenterà, con laboratori, mostre, performance artistiche e culturali, tante idee ed esperienze della società civile che oggi stanno partecipando a ricostruire la speranza e a scrivere un pezzo della società di domani. Sarà un momento di riflessione e confronto che avrà per oggetto sia il senso, sia la pratica della mutualità. Speriamo che sia anche un momento per rinnovare un'alleanza strategica tra impresa sociale, politica, economia, alleanza che ha garantito il modello di sviluppo europeo preso a modello e invidiato da gran parte del mondo e che in questa fase storica stiamo smantellando sulla base di ricette finanziarie spacciate come indiscutibili, che invece si sono dimostrate fallimentari o inutili in diverse nazioni. Vi aspettiamo, sia come organizzazioni che mettono a disposizione la loro esperienza, sia come cittadini che vogliono ribellarsi alla rassegnazione provocata da una crisi, che rischia di schiacciarci tutti. Aderite sul sito www. prossimita. net e venite a trovarci ad ottobre nel meraviglioso cuore della nostra città.
Il servizio sanitario e le risposte a chi soffre per le droghe
della Comunità Antonio Canepa
I servizi per le tossicodipendenze vivono da anni uno stato di stallo e di sofferenza. Risentono della crisi economica nazionale e di conseguenza hanno a disposizione limitate risorse per far fronte alle richieste sempre più impellenti dei cittadini. Questo si traduce in una difficoltà nel dare risposte, diversificate, concrete, con le liste di attesa intasate e a volte con indicazioni che non corrispondono idoneamente alle caratteristiche e ai bisogni individuali, ma dettate dai posti disponibili nelle varie strutture.
Oggi giorno le strutture sanitarie hanno subito molti tagli del personale. Ci sono meno soldi, molti più tossicodipendenti ed il personale medico, paramedico, educativo e gli assistenti sociali che lavorano nei servizi sono sottoposti a forti pressioni professionali ed enormi carichi di lavoro, con strumenti a volte inadeguati, che rischiano di rendere poco efficace l'intervento di prevenzione, di presa in carico, di cura, di monitoraggio e reinserimento sociale. Il diffondersi di sostanze sempre più tagliate con sostanze chimiche psichedeliche e varie porta il tossico, oltre che a star male, per le varie crisi di astinenza, anche a star male di testa e a sviluppare patologie come depressione ansia e psicosi. Invece servirebbe un intervento farmaceutico che solo un medico può dare. Ma come si può fare se non ci sono dottori a sufficienza?
Ci vorrebbero più dottori! Alcune persone sottovalutano il problema dei farmaci e ne chiedono sempre di più. E se non si ha il tempo per ascoltarle, queste sviluppano dipendenza agli psicofarmaci come con le altre droghe. Se non si interviene bene ci si può trovare con 3 dipendenze: droga, metadone, psicofarmaci. Tutti e tre illegali per la legge se trovati in possesso senza alcuna prescrizione medica.
A nostro avviso, un ulteriore punto critico sono le farmacie che ora come ora, per non avere il tossicodipendente come cliente sono sempre più sprovviste di siringhe soprattutto nelle zone dove ce ne sarebbe più bisogno. Ci si dimentica che il tossicodipendente si può ammalare avendo comportamenti a rischio, come ad esempio nel migliore dei casi, usare più volte la stessa siringa o addirittura scambiandosela.
Per non parlare dell'emergenza carceri dove già le esplicitate difficoltà si traducono in una quasi impossibilità dei detenuti di accedere alle cure, dove l'unico intervento rischia di essere solo la sedazione farmacologica, senza intraprendere forme e percorsi alternativi alla detenzione. Per quanto riguarda l'immigrazione, c'è molta ignoranza, i servizi sono pochi dove è in gioco tutta una questione burocratica e politica. Come per gli italiani i tempi per le liste d'attesa sono lunghi e i soldi pochi, ma in più un extra-comunitario non ha il diritto al reinserimento nella società, e peggio ancora, non può usufruire di borse lavoro corsi e tutto ciò che un italiano e una persona con permesso di soggiorno può avere.
Dopo una cura con Metadone, Subotex, psicofarmaci o un percorso in comunità, alla fine ci si ritrova senza niente e tutto lo sforzo fatto diventa inutile e la piccola speranza creata viene distrutta, se una volta fuori non si ha l'aiuto o l'appoggio dei servizi. Non si può continuare ad affrontare le tematiche delle dipendenze e del disagio, contando solo sullo sforzo degli operatori pubblici del privato sociale e del mondo del volontariato per garantire il diritto alla salute. Ci vogliono nuove politiche sanitarie e sociali leggi che abbiano come obiettivo fondamentale l'inclusione o l'esclusione. Bisognerebbe che tutti convergessero nel provare a fare sì che la cittadinanza prenda coscienza delle problematiche e diventi promotore e parte attiva dei percorsi di cura che ci veda protagonisti e non solo assistiti. Bisognerebbe venissero fatte leggi per aiutare strutture sociali come Sert e comunità di aiuto, per permettere alle persone di non "perdersi"la vita, ma di cercare attraverso queste la speranza di migliorare la qualità della vita. Lo stato permetterà questo?
Io, la malattia e la cannabis
di STEFANO BASTE
Sono un ragazzo di 30 anni, ligure. Vorrei cogliere quest'occasione per portare la mia testimonianza e quindi far comprendere l'odissea che ogni giorno devo affrontare poiché, malato di sclerosi multipla, mi sto curando attraverso l'uso di cannabis. Tutto ebbe inizio circa 2 anni fa, quando mi fu diagnosticata, a seguito di un grave ricovero al quale accedetti in sedia a rotelle, la sclerosi multipla! Già durante il ricovero iniziai a far ricerche sul web, poiché non sapevo nulla di questa malattia e da subito scoprii che per combattere gli spasmi (dolorosissimi tremori) la cannabis era una cura formidabile; andai immediatamente dalla neurologa dell'ospedale e le parlai a riguardo di questa terapia.
Lei confermò quanto avevo letto e cosi, conoscendo i lunghi tempi d'attesa e non sopportando più l'imbarazzo di sentirmi osservato a causa dei tremori alle gambe, chiesi a qualcuno di recuperarmi della cannabis. Pochi minuti dopo l'assunzione i miei tremori incontrollati erano completamente spariti. Avevo già assunto cannabis in passato ma non potevo immaginare come potesse essere essenziale per un malato con la mia stessa patologia.
Purtroppo, dopo ormai più di 2 anni e pur avendo una prescrizione rilasciata dalla terapia del dolore, non riesco ad accedere al farmaco in maniera legale perché i suoi costi sono insensatamente alti, fino a 1400 euro ogni 3 mesi e la mia pensione di invalidità e di circa 280 euro al mese. Il farmaco in Olanda costerebbe circa 720 euro, il rincaro è dovuto ai costi del trasporto "speciale". Scoperto che il farmaco legale (ad esempio il "Bedrocan") è composto da nient'altro che normali infiorescenze di cannabis ricche di thc (19% thc 1% cbd) prodotte da semi di una specifica genetica, subito mi chiesi perché dovessi spendere tutti quei soldi per un farmaco che potevo farmi da solo.
Decisi così di autoprodurre il farmaco, poiché di facile realizzazione ed unica possibile soluzione al mio problema fisico, e quindi economico! Così facendo ho smesso di rifornirmi da mercati illeciti, eliminando oltre che il mio sostegno economico agli stessi, la possibilità assai diffusa di acquistare cannabis o derivati di scarsa qualità e o tagliati e alterati con chissà quali altre sostanze. Questo mi ha portato ad eliminare la possibilità di essere sorpreso nel momento dell'acquisto, ma purtroppo rimango sempre soggetto, seppure per uso medico, a reati penali o amministrativi relativi alla coltivazione di cannabis, con rischi per la libertà personale anche molto gravi.
In tutto ciò sono stato sostenuto ed aiutato dai ragazzi del centro sociale "Terra di nessuno", che mi hanno messo in contatto altri pazienti liguri, che come me, hanno problemi ad avere accesso al farmaco poiché la Asl della mia regione non ne copre i costi, e con cui approfondisco l'argomento. Trovo che sia una grave mancanza di rispetto da parte delle istituzioni il fatto di non permettere, quanto meno ad un malato, il diritto di poter delegare e/o produrre, in questo specifico caso, il farmaco a costo pressoché nullo! Bisognerebbe regolamentare l'autoproduzione e, per chi non riuscisse a sostenerla, rilasciare autorizzazioni per la condivisione del raccolto come già accade nei cannabis club in Spagna e altri paesi europei. In questo modo si metterebbe in regola un mercato che tuttora permane nell'illegalità e che influisce negativamente su ogni fronte. Oltre che consentire l'accesso a chi ne ha bisogno e monitorare la situazione meglio di quanto sia possibile oggi. Vi aspetto sabato alla festa della semina al "Terra di nessuno", per discutere di questi argomenti e provare a trovarne la soluzione!
di MARIANNA PEDERZOLLI*
*Consigliere comunale, Lista Doria
L'uso di sostanze stupefacenti e l'aumento dei comportamenti a rischio all'interno delle scuole è un argomento che merita grande attenzione e che dovrebbe portare ad un maggiore investimento di risorse nella scuola pubblica oltre che ad un ripensamento del ruolo che questa dovrebbe ricoprire per far fronte a tali disagi, considerato che ad oggi gli insegnanti devono fronteggiare situazioni sempre più a rischio con classi numerosissime, un minor numero di insegnati di sostegno e di mediatori culturali, mentre i presidi ricoprono sempre meno il ruolo di leader educativo a causa della progressiva burocratizzazione della professione e del numero elevato di istituti che si trovano a dover gestire. Ma di fronte ai blitz antidroga nelle scuole superiori di questi giorni è importante che altri pensieri e visioni in città trovino spazio e voce per dire che non deve e non può essere questo il modo per fronteggiare il tema dell'uso e abuso di sostanze stupefacenti tra gli adolescenti.
Quello che più lascia basiti infatti di fronte all'ennesima iniziativa repressiva dei militari che hanno fatto irruzione nelle scuole della nostra città, è il tentativo di far passare questa modalità di approccio al tema delle dipendenze come "azione di tipo preventivo". Chiariamoci quindi sul termine prevenzione: prevenzione vuol dire informare i ragazzi sui rischi e gli effetti dell'uso di sostanze, ancor prima dell'età sensibile, prevedere incontri con persone uscite da percorsi di disintossicazione, offrire un reale servizio di ascolto e supporto psicologico, strutturare dialogo con le famiglie incapaci di aiutare figli che mostrano segnali di disagio, fare corsi di formazione agli insegnanti sulle nuove sostanze diffuse e sul riconoscimento dei comportamenti sintomatici e sintomi somatici.
Se questo è per me l'unico tipo di prevenzione ad avere cittadinanza, a maggior ragione in un istituto di minorenni, cosa sono allora questi blitz antidroga? Altro non sono che una spettacolarizzazione dell'inutile guerra alla droga e ai drogati in atto da anni nel nostro paese, strascico della Fini-Giovanardi, una legge illegittima che in questi anni ha causato morti, i tanti Stefano Cucchi e Aldo Bianzino, il sovraffollamento delle carceri e ha rafforzato e favorito mafie e narcotraffico. Allora chiamiamoli con il loro nome: questi sono interventi punitivi e repressivi, "una vasta operazione antidroga ", come è stato spiegato dai militari; ma se si voleva aggredire la vendita di sostanze illegali, entrare nelle scuole e beccare al massimo una manciata di ragazzini con qualche grammo, che sono l'ultimo anello della catena, è un'operazione che non va ad intaccare in nessun modo problema, ovvero il narcotraffico e le mafie locali, su cui sì che bisognerebbe intervenire con così tanta solerzia.
Gli effetti di questa operazione saranno invece due: serviranno a ghettizzare ed etichettare ancora di più i ragazzi problematici, sottoposti ad una perquisizione e inquisizione pubblica davanti ai compagni e, paradossalmente, ad incrementare il fascino del proibito. In tanti crediamo che vada invertita rotta in materia di droghe, che vada restituito alle scuole un sistema pedagogico di informazione e prevenzione (da fresca ex liceale posso dire di aver assistito sporadicamente o non aver proprio assistito a tali attività), che vada investito nell'integrazione sociosanitaria e nei servizi sociali, tutti settori sacrificati sull'altare della spending review ma che portano ad un miglioramento della qualità della vita e ad un risparmio economico esponenziale. Oggi più che mai è importante affermare che certi approcci puntivi e inquisitori non devono varcare la soglia dei portoni scolastici, ma che invece l'educazione alla vita deve entrare con convinzione all'interno delle attività curriculari ed extracurriculari.
di MATTEO COSULICH*
*docente di Diritto Costituzionale
A poco più di un anno dalle elezioni politiche del febbraio 2013, il ritmo sincopato che ha finora caratterizzato le vicende istituzionali dell'attuale XVII legislatura repubblicana, rende più difficile l'individuazione degli orientamenti espressi e delle finalità perseguite dalle forze politiche. Difficile, ma non impossibile. In particolare, può cogliersi un orientamento volto a fare della modifica della Costituzione repubblicana uno fra i tanti oggetti degli accordi che danno vita alla maggioranza governativa, di larghe o piccole intese che sia.
Tanto è vero che, a differenza dei governi delle due precedenti legislature, sia il governo Letta, sia il governo Renzi, annoverano tra i loro ministri quello preposto alle "Riforme costituzionali". In tal modo, l'esecutivo diventa il motore della modifica della Costituzione, sottraendo così di fatto, almeno in parte, al Parlamento una funzione che gli è propria, quella di revisione costituzionale (articolo 138 Cost.). La modifica della Costituzione spetta invece al Parlamento, in quanto esso è direttamente legittimato dal voto popolare, a differenza del governo che trae la propria legittimazione dalla fiducia del Parlamento stesso.
All'orientamento che porta la revisione costituzionale all'interno dell'azione digGoverno, corrisponde una finalità che può essere schematicamente definita in termini di verticalizzazione e centralizzazione del potere, a tutto vantaggio del governo stesso. Le ipotizzate modifiche della Costituzione, pur variamente declinate, mirano comunque: da un lato, a rafforzare il Presidente del Consiglio rispetto al governo e quest'ultimo rispetto al Parlamento (verticalizzazione); dall'altro, a rafforzare lo Stato rispetto alle Regioni e agli enti locali (centralizzazione).
Occorrerebbe in proposito domandarsi se le risposte alla crisi economica e sociale che attanaglia il nostro Paese, vadano davvero ricercate in riforme costituzionali di tal fatta. Personalmente, ne dubito. Prima di pensare a modificare la Costituzione, bisognerebbe attuarla e rispettarla.
Attuare la Costituzione, ad esempio riportando all'attenzione delle istituzioni il valore del lavoro, sul quale la Repubblica è "fondata" (art. 1 Cost.); attuando politiche che "rendano effettivo" il diritto al lavoro, riconosciuto "a tutti i cittadini" (art.4 Cost.); assicurando ad ogni lavoratore il diritto a una retribuzione "in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa" (art. 36 Cost.). Si tratta certo di interventi non agevolmente realizzabili, ma proprio per questo ad essi andrebbero dedicate molte più riflessioni e risorse di quanto oggi non avvenga.
Rispettare la Costituzione, ad esempio in materia elettorale, dov'è stato necessario l'intervento della Corte costituzionale (sent. n. 1 di quest'anno) per rammentarci che la legge n. 270 del 2005 (il cosiddetto porcellum) violava sia la libertà, sia l'eguaglianza del voto, espressamente garantite dall'art. 48 della Costituzione.
Accanto all'attuazione e al rispetto della Costituzione vigente, alcuni interventi puntuali di revisione costituzionale potrebbero certo essere immaginati, ad esempio l'abolizione del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL), della cui utilità nel panorama istituzionale italiano si può oggi dubitare. Ma le modifiche debbono essere appunto puntuali e limitate, tali da non compromettere l'essenza e il valore della Costituzione repubblicana, tutt'ora identificabili nella promessa di una società più libera (art. 2 Cost.) e più eguale (art. 3 Cost.); e nell'indicazione degli strumenti adeguati per realizzarla.
Si tratta dunque di richiamare quei valori di libertà ed eguaglianza che mi sono stati insegnati oramai tanti anni fa dal fratello maggiore di don Andrea, Dino Gallo, comandante partigiano e riferimento fondamentale durante la mia formazione culturale.
La politica delle droghe
di FABIO SCALTRITTI
Domani e il 1° marzo si svolgerà a Genova, tra Palazzo Ducale e Palazzo Tursi, un importante convegno nazionale dal titolo "Nel solco di Don Gallo: per una diversa politica sulle droghe". Don Andrea Gallo amava l'appellativo "L'inganno Droga". L'inganno di un sistema che invece di comprenderne le cause, prendersi cura le vittime insiste in un atteggiamento proibizionista e in malafede che dimentica la storia (il proibizionismo americano sull'alcol) e nega le evidenze.
In nome di questo ottuso atteggiamento la Legislazione Italiana ha perseguito per anni la repressione e la carcerazione come unico deterrente per contenere una domanda che è invece esplosa così come si sono moltiplicate le sostanze illegali in circolazione. Attenzione al significato delle parole, ricordava Don Gallo, la liberalizzazione è già ed è ora. È la legalizzazione, la regolamentazione che dobbiamo perseguire in nome di un atteggiamento laico che abbia l'informazione, la prevenzione, la riduzione dei danni e la cura tra i suoi quattro pilastri. Con la repressione puntuale del narcotraffico e delle connessioni mafiose che ne traggono profitto.
E quindi proprio da Genova l'avvocato Giovanni Maria Flick in un procedimento penale lancia l'eccezione di costituzionalità della Fini-Giovanardi. La Corte Costituzionale la accoglie e lo scorso 12 febbraio in Camera di Consiglio sancisce la nullità di quella legge frutto di un colpo di mano a scapito del Parlamento e della Carta Costituzionale. Per questo già a ottobre, con una visione profetica, una decina di Reti e Associazioni propongono alla Comunità San Benedetto di raccogliersi a Genova "nel solco di don Gallo" per tentare di modificare quell'impianto legislativo così obsoleto e impregnato di furore ideologico che nel frattempo ha contribuito a riempire le carceri del nostro Paese senza intaccare minimamente né la domanda né l'offerta di droghe in Italia.
Genova inoltre riveste un doppio valore simbolico in quanto è proprio a Genova nel 2000 che si riunisce l'ultima "vera" Conferenza governativa sulle droghe in Italia, la lotta alla droga si è puntualmente realizzata con una vera e propria guerra ai drogati e alle loro famiglie. Vogliamo ricordare Stefano Cucchi, Aldo Bianzino e tanti altri che hanno perso la vita a causa di tutto questo.
Fino a che punto siamo disposti a spenderci in questa follia? A Genova poi si affronterà la questione della fragilità del sistema dei Servizi pubblici che stanno subendo l'attacco più insidioso vittime, di un modello di Sanità pubblica sempre meno universale e sempre più improntato a dimensioni e risultati da Azienda privatistica. O si ricomincia a pensare alla spesa pubblica come a un investimento sul futuro del nostro Paese o continueremo a sentircela imporre come spesa da tagliare nelle innumerevoli spendig review che i prossimi governi sapranno proporre, come ricette magiche senza risultati. La riduzione dei danni è ormai quasi scomparsa e ricomincia in Italia la conta della diffusione delle infezioni (Aids ed epatiti).
A Genova invece ridaremo voce ai consumatori, a noi stessi e a chi ha saputo con lungimiranza proseguire studi, ricerche, sperimentazioni e servizi non arrendendosi alla logica di un Dipartimento nazionale antidroga che va urgentemente riformato ridando spazio e protagonismo ai territori, agli Operatori. Senza continuare a umiliare i Comuni e riprendendo un dialogo interrotto da troppo tempo con le Regioni.
Ci auguriamo che gli enti locali sapranno accogliere la proposta di un garante dei detenuti che si proponga come figura laica e di tutela in un quadro di funzioni che consentano al carcere di non rimanere isolato dentro il suo mondo. Ci auguriamo inoltre che i partecipanti a questo convegno, sappiano proporre alla politica nazionale non un indulto o una amnistia senza risorse ma procedimenti legislativi immediati di indulti selettivi su tutte le tipologie di reati senza vittime. Sarebbe un modo saggio e lungimirante di avviare un processo di riforme legislative che cancelli una volta per tutte le conseguenze più nefaste delle leggi sugli stupefacenti e sull'immigrazione. Superando così le tentazioni di nascondere all'Europa, sotto il tappeto di alchimie organizzative e "creative", l'orrore insopportabile delle attuali
condizioni carcerarie.
Tempo fa ero un giovane ricercatore dell'università, ateo e sedicente comunista, incontrai per caso una strana persona, un prete che militava nelle strade e in una comunità nata da poco a San Benedetto al molo: Andrea Gallo. Allora noi (alcuni compagni medici e studenti) stavamo facendo esperienze di avanguardia all'interno della facoltà: c'erano le 150 ore, i corsi interfacoltà. Ne ricordo uno "uso e significato dei termini psichiatrici" gestito insieme alla facoltà di filosofia. Nelle molte ore di riunione nacque l'idea di valutare come e quanto fossero devianti le risposte al dilagante disagio sociale, che ogni giovane cercava in solitudine.
L'incapacità di socializzare il malessere, la necessità di competere a livelli spesso troppo alti portano le persone a cercare risposte, che noi ritenevamo sbagliate e false, nelle sostanze chimiche in grado di alterare il funzionamento del cervello. Tra queste, due erano banalmente alla portata di tutti: alcol e psicofarmaci. La nostra attenzione si concentrò proprio su questi e così, nel febbraio 1979, decidemmo di condurre un'inchiesta nelle scuole genovesi sull'uso di psicofarmaci nella popolazione studentesca.
Molti presidi ci impedirono di entrare nella loro scuola. In ogni caso arrivammo al traguardo ed il dato ci sembrò impressionante in quanto il 13,9% circa degli intervistati aveva utilizzato psicofarmaci nell'ultimo anno per una qualsiasi ragione; io ero convinto che quanto trovato fosse solo la punta dell'iceberg e che il ricorso alla "chimica" per superare un qualsiasi disagio o difficoltà fosse una prassi per molti ragazzi. Fu semplice, allora, legare questo uso degli psicofarmaci assurdo e difficilmente legato a "questioni mediche" a quello delle cosiddette sostanze illegali. Di queste la cannabis divenne oggetto di studio "scientifico"; cercammo di comprenderne i possibili danni, scoprimmo che per dimostrare quanto potesse far male al cervello, il principio attivo era stato iniettato per via endovenosa, e che queste evidenze scientifiche venivano citate come la verità per convincere tutti a mantenere la marijuana nelle mani dei trafficanti di tutto il mondo.
E così che mi imbattei in Andrea Gallo; rimasi affascinato ma anche impaurito. Se un prete poteva schierarsi contro il potere, sfidare le autorità costituite e prima fra tutte quella ecclesiastica, allora Andrea avrebbe potuto generare una grande confusione sotto il cielo e noi avremmo potuto smarrire la "retta" via. Cominciammo a parlare, alcuni pomeriggi quando finivo di lavorare ma più spesso la sera in comunità. Mi chiese se avessi voluto tenere un corso ai "suoi" ragazzi. Si discuteva di tutto, le domande sul cervello erano tantissime, sicuramente, le mie risposte lacunose come erano allora le mie conoscenze. Ma si leggeva insieme e ci si chiariva.
Era lui il vero centro, con lui i ragazzi parlavano e si affidavano per ritrovarsi. La mia vita lavorativa mi portò lontano; donai i proventi del corso della comunità europea ad Andrea che con quelli avviò un ristorante. Rimanemmo sempre in contatto fino all'ultimo giorno. Scrivemmo qualcosa insieme e una volta mi invitò a fumare uno spinello in pubblico a palazzo Tursi. Oggi che la Corte Costituzionale boccia la legge Fini-Giovanardi sento tanto la mancanza di Andrea; oggi Andrea sarebbe vicino ai molti, più o meno giovani, che potranno chiedere la revisione della condanna per il carcere inflitto loro da uno stato cieco e retrivo che ha usato solo la clava del proibizionismo senza comprendere il disastro sociale che si veniva a costruire. Oggi, che il presidente degli Stati Uniti d'America Obama dice che la marijuana fa meno male dell'alcol, vorrei che fosse la voce di Andrea a gridare questa verità che i "benpensanti" vogliono ancora ignorare per lucrare su entrambi.
Quei seminari per vivere meglio
* Oltre il Giardino Circolo di studi sul lavoro sociale
È bello seguire le orme di Don Gallo, camminare con gli ultimi. Andrea stava con gli emarginati, i tossici, i poveri, tante immagini evangeliche di Cristo. Voleva portarli nella Costituzione, per renderli liberi e uguali nella fraternità dell'aiuto, nel meraviglioso articolo 3: "la Repubblica rimuove gli ostacoli di natura economica e sociale che limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale dell'Italia". Per questo si proclamava laico.
Fa parte della condizione umana avere bisogno dell'aiuto degli altri. A questa domanda universale la società ha risposto prima con le famiglie e la tribù, poi le religioni, gli stati, poi le classi dominanti e le subalterne. Dopo la seconda Guerra Mondiale gran parte dell'Europa ha messo in campo il Welfare State e anche l'Italia, a partire dagli anni '70, ha cominciato a garantire le finalità indicate dalla Costituzione. Quanto ancora resta da fare, e quanto è stato fatto male!
Ecco il servizio che Don Gallo ha reso alla città: allargare il campo dei diritti e dell'intervento senza mettersi in concorrenza o in alternativa al servizio pubblico, senza sostituire ai valori della Costituzione quelli della sua fede. Seguire le sue orme vuol dire dunque lottare per la piena realizzazione della Costituzione. Che cosa lo impedisce?
Non solo i tagli alla spesa pubblica. È la nostra cultura che educa a mettere fuori dalla normalità le situazioni di dipendenza, infanzia, malattia, invalidità, solitudine, vecchiaia, relegandole in tanti mondi speciali separati e contrapposti alla vita "normale" del produttore- consumatore. La frammentazione in categorie di bisognosi ha spezzato la consapevolezza della complessità e fragilità dell'interezza della nostra vita.
Con il Concilio Vaticano II si era creata la possibilità di una collaborazione, resa vana da partiti e governi, rendendo emblematiche presenze religiose come quelle di Don Gallo. I governi guidati da Berlusconi hanno spinto verso il neo liberismo anglosassone: meno stato più mercato, nonostante l'esempio degli USA dove ciò si è dimostrato inefficace e distruttivo nei confronti della coesione sociale e della crescita delle relazioni.
I tagli alla spesa pubblica hanno dissipato diritti e servizi pubblici per lasciare spazio a volontariato, carità e "voucher" offerti dai Comuni. L'assistenza della quarta età è stata quasi completamente scaricata su famiglia e "badanti": un ritorno al privato domestico, al lavoro servile di donne straniere, che ci ha riportato ben prima del femminismo.
È importante avere consapevolezza di quello che sta succedendo contro la nostra umanità, contro la moralità e la modernità del welfare pubblico, contro la Costituzione.
Il Circolo Oltre il Giardino da tempo mette a disposizione di operatori e amministratori pubblici le proprie riflessioni. Ora Luca Borzani ci ha proposto di mettere al centro della cultura della città questi temi, offrendo gli spazi e l'organizzazione di Palazzo Ducale, per i genovesi che avranno desiderio di approfondirli. Insieme ad esperti proveremo a dare una lettura dei servizi alle persone come beni comuni, cioè di come attraverso l'aiuto si trasferiscano valori e visioni antropologiche. Inoltre cercheremo di avviare un'analisi attraversando le età della vita, per pensare insieme al miglioramento dei nostri servizi pubblici. I seminari si svolgeranno in quattro incontri a partire da sabato 22 febbraio dalle ore 10 alle ore 16, con relazioni di Laura Pennacchi, Antonio Guerci, Duccio Demetrio, Rocco Ronchi e gruppi di lavoro di apprendimento e confronto. (Per iscrizioni rivolgersi alla biglietteria di Palazzo Ducale). Vi aspettiamo
Noi musulmani mai stranieri
di ALFREDO MAIOLESE*
*Presidente della European Muslims League
Quest'anno ho trascorso il Natale in Kuwait, e mi è capitato di essere invitato dalla Tv Nazionale e di porgere gli auguri di Buon Natale ai tanti Cristiani immigrati, che lavorano nello Stato. Gli addobbi, le luci, le Chiese piene, mi hanno ricordato un paese occidentale e constatare che la minoranza dei Cristiani celebra in libertà e rispetto, la sua festa religiosa, ha cancellato i dubbi che molti sostengono, ovvero, che in paesi arabo- islamici, non sono tollerate le altre religioni. Scrivo questo articolo, dal ritorno di un lungo viaggio a Johannesbourg in Sud Africa, invitato per un incontro internazionale della pace.
In questi ultimi tempi non si corre più il rischio di assistere ad una collisione di civiltà contro altre culture, ma il pericolo di cavalcare un vero e proprio scontro di religione. Arrivato a Genova, vengo informato che una donna italiana, ha accoltellato in moschea un immigrato marocchino musulmano. La notizia è di quelle che mi lasciano esterrefatto, ed incredulo. Inizio a pensare e mi vengono mille riflessioni. Ma questo è un atto isolato o un'azione cercata e voluta? Ma quale sarà la ragione? Il movente?
Il fatto è successo due giorni prima del mio arrivo in Italia. Non ho letto i giornali, ma facendo una ricerca su internet la stampa titolava: "Genova, tentato omicidio in Moschea. Accoltellato nel bagno un uomo di 55 anni da parte di una donna italiana. I due non si conoscevano ecc.... ". Dal modo in cui viene presentato l'episodio ai lettori non ci sono dubbi. Atto di islamofobia. Se una donna entra liberamente in moschea e colpisce alle spalle un immigrato inerme, cosa accadrà in avvenire?
Non possiamo oggi fare un processo alle intenzioni, solo perché diverso nella cultura, nella razza o religione. Tutti i cittadini che regolarmente risiedono su di un territorio, rispettando le leggi e la pacifica convivenza, godono degli stessi diritti e doveri di un cittadino autoctono. Sento dire: "non mi fai costruire una Chiesa in Arabia e allora non ti faccio costruire una Moschea." In Arabia comunque non ci sono Cristiani, come in Italia non ci sono musulmani-sauditi a parte quelli dell'Ambasciata di Roma.
E' pur vero che nei diritti fondamentali dell'uomo, proprio, perché viviamo in uno stato democratico e di diritto, non ci devono essere delle rappresaglie. Da musulmano non trovo nessuna difficoltà ad affermare il diritto per i Cristiani ad avere una Chiesa in qualsiasi paese islamico ed a condannare qualsiasi atto terroristico nei confronti di chicchessia.
Sono musulmano da più di venti anni, nato e cresciuto a Genova ritengo che la nostra città sia aperta ed accogliente ed in generale i genovesi e gli italiani un popolo altruista e generoso. Genova è stata la seconda città in Italia, dopo Roma, a fondare la consulta delle religioni di cui sono onorato farne parte. Solo la conoscenza reciproca, il rispetto per il diverso e per le minoranze, sono le battaglie sociali che tutti noi dobbiamo intraprendere per convivere in pace e in serenità.
Il comportamento pacifico e civile della maggior parte dei musulmani è la prova che l'Islam non è violento e sanguinario come lo descrivono i media che influiscono negativamente sulla popolazione. Per queste ragioni, oggi assistiamo al cammino di molti italiani che scelgono la religione Islamica, appunto, religione di pace e di rispetto, senza tentennamenti. La costruzione di veri e propri ponti di amicizia e di deferenza passano anche da Genova città il cui slogan è: "Per non sentirsi stranieri."