Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-14120-del-07-06-2017
Timestamp: 2020-01-22 10:21:21+00:00
Document Index: 146191455

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Sentenza Cassazione Civile n. 14120 del 07/06/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 14120 del 07/06/2017
Cassazione civile, sez. trib., 07/06/2017, (ud. 24/05/2017, dep.07/06/2017), n. 14120
sul ricorso 28029/2013 proposto da:
G.M.S., elettivamente domiciliata in ROMA VIA MONTE
rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE SIMEONE;
COMUNE DI GINOSA, elettivamente domiciliato in ROMA VIA DI VILA
avverso la sentenza n. 83/2013 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di
1. Con sentenza n. 83 emessa in data 19.02.2013, depositata in data 15.04.2013, la Commissione tributaria regionale della Puglia, sez. staccata di Taranto, respingeva l’appello proposto dalla contribuente G.M.S., confermando la sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale di Taranto, compensando le spese tra le parti. La controversia ha ad oggetto l’avviso di accertamento ICI n. 217/06 emesso dal Comune di Ginosa che aveva considerato come area fabbricabile, ai fini della tassazione ICI, i terreni della contribuente; più specificatamente, a seguito dell’adozione del PRG da parte del Comune, i terreni di proprietà della G. erano stati ricompresi della zona di espansione a carattere turistico, divenendo pertanto aree edificabili.
2. La CTP originariamente adita aveva rigettato il ricorso, in particolare: a) ritenendo infondata l’eccezione relativa alla violazione della L. n. 212 del 2000, art. 7, comma 1, per la mancata allegazione nell’atto di accertamento dei documenti in esso richiamati; b) riteneva, ancora, infondata l’eccezione relativa all’insussistenza della natura edificatoria dell’area in assenza dei piani attuativi, atteso il disposto del D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 2.
3. La CTR adita a seguito di appello proposto dalla società contribuente, condivideva integralmente la decisione di prime cure, rigettando l’appello per le seguenti ragioni: a) quanto all’eccezione relativa alla mancata allegazione del regolamento e della delibera consiliare, trattandosi di atti generali sottoposti a pubblicità legale, non sussiste l’obbligo di allegazione imposto dall’art. 7 St. contrib., che riguarda atti non conosciuti e non altrimenti conoscibili (si aggiunge, ancora, che la pubblicità legale imposta agli atti di valenza generale, una volta attuata nelle forme di legge, fa scattare la presunzione di conoscibilità da parte del cittadino; l’obbligo motivazionale in materia di accertamenti ICI è da ritenersi assolto ogniqualvolta il contribuente è stato posto in condizioni di conoscere la pretesa tributaria nei suoi elementi essenziali, sì da potersi difendere, come avvenuto nel caso di specie, contenendo gli avvisi impugnati l’indicazione dei criteri adottati, la maggiore imposta accertata, sanzioni ed interessi; infine, la Delib. n. 135 del 2002, non impugnata dalla contribuente davanti al TAR è esecutiva, non disapplicabile dunque in via incidentale non sussistendo alcuna violazione di legge nè essendo stato dimostrato l’eccesso di potere, con la conclusione dunque che i valori e i criteri indicati devono ritenersi definitivi); b) quanto alla mancanza di piani attuativi, la CTR richiama l’applicabilità dell’art. 36 citato, che ha stabilito che un’area si considera fabbricabile se utilizzabile a scopo edificatorio in base allo strumento urbanistico generale, adottato dal Comune, indipendentemente dall’adozione di strumenti attuativi e dall’approvazione regionale (si sostiene che il Comune di Ginosa ha applicato correttamente la legge laddove ha considerato area fabbricabile ai fini della tassazione ICI i terreni della contribuente, attribuendo valori congrui e correlati alla destinazione di piano e delle zone assegnate in cui i terreni ricadono in funzione della loro concreta edificabilità).
4. Il Comune di Ginosa si è costituito nei termini di legge mediante controricorso.
5. All’udienza in Camera di consiglio del 24.05.2017, esauritasi la relazione da parte del consigliere designato, il ricorso è stato trattenuto in decisione, non essendo peraltro state rassegnate conclusioni scritte da parte della P.G. presso questa S.C..
6. Contro la prefata sentenza della Commissione tributaria Regionale ha proposto ricorso la contribuente, impugnando la decisione con cui deduce un unico articolato motivo, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione.
6.1. Deduce, con tale unico motivo, il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, sotto il profilo della motivazione apparente quanto al vizio del procedimento.
In sintesi, la censura attinge l’impugnata sentenza in quanto, sostiene la contribuente, da una sommaria lettura della sentenza impugnata si evincerebbe come la stessa sia la fotocopia di quella resa nel giudizio di primo grado, avendo utilizzato parole e frasi identiche; non vi sarebbe stato da parte del giudice di appello nemmeno lo sforzo ermeneutico di modificare le locuzioni utilizzate ovvero il costrutto fraseologico; il recepimento acritico della motivazione di primo grado in quella d’appello appare dunque censurabile ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, in quanto la sentenza impugnata non esamina e, conseguentemente, non decide relativamente ai motivi di impugnazione, analiticamente svolti nel giudizio di appello, risolvendosi in un vizio del procedimento che trascende ed inficia la sentenza impugnata, costituente un mero esercizio di stile che non permette di cogliere quale sia stato il percorso argomentativo logico – giuridico seguito, rendendo così impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento.
In secondo luogo, poi, la sentenza sarebbe censurabile laddove non consente di cogliere quale sia stato il ragionamento posto in essere dal giudice di appello che ha sospeso l’esecutorietà della prima sentenza, ritenendo sussistere il fumus ed il periculum; in disparte la questione sul periculum, sostiene la contribuente come la qualificazione operata dal primo giudice del fumus assumerebbe una rilevanza primaria laddove si dovrebbe comprendere le ragioni per cui la Commissione collegialmente dapprima aveva rilevato la fondatezza della pretesa del ricorrente, sospendendo l’atto impugnato, per poi invece rigettare l’appello; non vi sarebbe correlazione pur a fronte della parzialità del vaglio svolto nella fase di delibazione del fumus ai fini della sospensione dell’esecutorietà della sentenza – nè alcuna spiegazione del percorso logico-giuridico che ha portato il giudice tributario d’appello a sospendere dapprima l’atto impugnato e, successivamente, a dichiarare pienamente legittimo l’operato dell’Ente locale, ricopiando le motivazioni della prima sentenza che aveva precedentemente sospeso.
7. Il Comune di Ginosa, in sede di controricorso, in via preliminare ha chiesto dichiararsi inammissibile il ricorso per violazione dell’art. 366 c.p.c.; il ricorso non presenterebbe il carattere di autonomia che questa Corte ha chiarito essere necessario ai fini della sua ammissibilità, difettando in particolare di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata; nel ricorso non è mai indicato il preciso richiamo agli atti difensivi dei gradi di merito, semplicemente riassunti nel loro contenuto senza fornire alla Cassazione la possibilità di verificare che quanto riportato corrisponda effettivamente a quanto eccepito a suo tempo; difetterebbero, inoltre, i caratteri di specificità e di completezza, mancando il ricorso degli elementi necessari a costituire le ragioni per le quali si è chiesta la cassazione della sentenza di merito, non consentendo al giudice di legittimità di valutare la fondatezza delle ragioni addotte a sostegno del motivo di ricorso, se non accedendo a fonti estranee allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi attinenti al pregresso giudizio di merito; il difetto di autosufficienza del ricorso, pertanto, ne determinerebbe l’inammissibilità.
7.1. Si aggiunge, ancora, in sede di controricorso che, quand’anche si ritenesse ammissibile il ricorso della contribuente, lo stesso sarebbe sotto diverso profilo inammissibile, atteso che la ricorrente lamenta l’omessa pronuncia su tutti i motivi di appello e, dunque, un vizio di attività del giudice di appello; detto motivo sarebbe inammissibile in quanto la ricorrente non da conto dei singoli motivi di appello che lamenta non essere stati presi in esame da parte del giudice di merito, nè riporta gli esatti confini, in maniera testuale e circoscritta, delle doglianze rispetto alle quali intravede profili di omessa pronuncia; in tal modo, dunque, risulterebbe impossibile per questa Corte rilevare la violazione presunta dell’art. 112 c.p.c., non potendo prendere conoscenza della domanda attorea in relazione alla quale sussisterebbe la mancata corrispondenza con il pronunciato, come del resto affermato anche dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 15781 del 2005; in definitiva, il ricorso sarebbe inammissibile non avendo riportato puntualmente, nei loro esatti termini, i motivi di appello devoluti al giudice del merito, nè avendo contemplato la specifica indicazione dell’atto difensivo in cui detta eccezione è stata sollevata.
7.2. Proseguendo, in sede di controricorso, si sostiene comunque l’infondatezza del motivo di ricorso della contribuente, atteso che l’esame della sentenza impugnata renderebbe evidente come il giudice di appello siasi pronunciato su ciascun motivo di appello devoluto al suo riesame, argomentando specificatamente e criticamente il rigetto del ricorso su tutti i punti devoluti (presunta violazione dell’obbligo di allegazione ex art. 7, St. contrib.; presunta carenza di motivazione dell’atto impugnato; omessa contestazione al TAR del valore attribuito all’area edificabile; presunta erronea qualificazione del terreno come area edificabile in mancanza dei piani attuativi); solo una sommaria lettura della sentenza impugnata, come quella offerta dalla contribuente, può condurre a ritenere che si sia trattato di una fotocopia della sentenza di primo grado, laddove, diversamente, la condivisione delle considerazioni svolte dal primo giudice nasce dalla assoluta infondatezza dei motivi di ricorso e di appello, che la contribuente in sede di ricorso per cassazione, tenta pretestuosamente di rimettere in discussione nel merito.
7.3. Ancora, in sede di controricorso, sostiene il Comune che il motivo sarebbe comunque infondato anche laddove la sentenza impugnata si fosse limitata a pronunciarsi sulla mera condivisione di quanto affermato dal primo giudice; ed invero, si osserva, l’atto di appello si è risolto nella materiale trasposizione e reiterazione delle argomentazioni già svolte in primo grado, senza che la contribuente abbia aggiunto nulla in termini di specificità, ai motivi di appello; il giudice di appello può motivare la sentenza anche aderendo alle motivazioni del primo giudice, esprimendo le ragioni sottese alla conferma della prima decisione, sicchè nessuna lacuna motivazionale sarebbe ravvisabile nel caso in esame.
7.4. Infine, quanto alle osservazioni della contribuente circa la mancata comprensione del percorso argomentativo che ha condotto il giudice di appello prima a sospendere l’esecutorietà della sentenza di primo grado e, poi, a rigettare l’appello della contribuente, il Comune impositore evidenzia come la ragione fondante la sospensione era stata determinata dal periculum in mora, dimostrato in appello, avendo prodotto l’atto di pignoramento presso terzi delle somme medio tempore ritenute dovute; detta decisione proprio perchè assunta in una fase sommaria, non ha alcuna decisiva influenza rispetto alla sentenza che definisce il grado di giudizio; anche tale profilo di doglianza, pertanto, sarebbe infondato.
8. Il ricorso è manifestamente infondato e dev’essere dichiarato inammissibile.
9. Ed invero, colgono anzitutto nel segno le doglianze mosse in via preliminare in sede di controricorso, non presentendo il ricorso della contribuente quel carattere di autonomia che questa Corte ha chiarito essere necessario ai fini della sua ammissibilità, difettando in particolare di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata.
Dalla semplice lettura del ricorso, infatti, emerge come non sia mai indicato il preciso richiamo agli atti difensivi dei gradi di merito, semplicemente riassunti nel loro contenuto, senza fornire a questa Corte la possibilità di verificare che quanto riportato corrisponda effettivamente a quanto eccepito a suo tempo. Difettando, poi, i caratteri di specificità e di completezza, mancando il ricorso degli elementi necessari a costituire le ragioni per le quali si è chiesta la cassazione della sentenza di merito, non consentendo a questo giudice di legittimità di valutare la fondatezza delle ragioni addotte a sostegno del motivo di ricorso, se non accedendo a fonti estranee allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi attinenti al pregresso giudizio di merito.
E’ ormai principio pacifico nella giurisprudenza di questa Corte che il ricorso per cassazione – per il principio di autosufficienza – deve contenere in sè tutti gli elementi necessari a costituire le ragioni per cui si chiede la cassazione della sentenza di merito e, altresì, a permettere la valutazione della fondatezza di tali ragioni, senza la necessità di far rinvio ed accedere a fonti esterne allo stesso ricorso e, quindi, ad elementi o atti attinenti al pregresso giudizio di merito, sicchè il ricorrente ha l’onere di indicarne specificamente, a pena di inammissibilità, oltre al luogo in cui ne è avvenuta la produzione, gli atti processuali ed i documenti su cui il ricorso è fondato mediante la riproduzione diretta del contenuto che sorregge la censura oppure attraverso la riproduzione indiretta di esso con specificazione della parte del documento cui corrisponde l’indiretta riproduzione (v., da ultimo: Sez. 5, Sentenza n. 14784 del 15/07/2015, Rv. 636120). Peraltro, in base al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, sancito dall’art. 366 c.p.c., qualora il ricorrente censuri la sentenza di una commissione tributaria regionale sotto il profilo della congruità del giudizio espresso in ordine alla motivazione di un avviso di accertamento – il quale non è atto processuale, bensì amministrativo, la cui motivazione, comprensiva dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che lo giustificano, costituisce imprescindibile requisito di legittimità dell’atto stesso -, è necessario, a pena di inammissibilità, che il ricorso riporti testualmente i passi della motivazione di detto atto che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi dal giudice di merito, al fine di consentire alla Corte di Cassazione di esprimere il suo giudizio sulla suddetta congruità esclusivamente in base al ricorso medesimo (Sez. 5, Sentenza n. 15867 del 13/08/2004, Rv. 575601; da ultimo, v. Sez. 5, Sentenza n. 9536 del 19/04/2013, Rv. 626383).
10. L’inammissibilità del ricorso della contribuente, peraltro, è ravvisabile anche sotto il diverso profilo evidenziato in sede di controricorso.
Ed invero, la ricorrente non da conto dei singoli motivi di appello che lamenta non essere stati presi in esame da parte del giudice di merito, nè riporta gli esatti confini, in maniera testuale e circoscritta, delle doglianze rispetto alle quali intravede profili di omessa pronuncia. In tal modo, dunque, risulta impossibile per questa Corte rilevare la violazione presunta dell’art. 112 c.p.c., non potendo prendere conoscenza della domanda attorea in relazione alla quale sussisterebbe la mancata corrispondenza con il pronunciato.
Come affermato da questa Suprema Corte a Sezioni Unite, infatti, affinchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronuncia, è necessario, da un lato, che al giudice di merito fossero state rivolte una domanda o un’eccezione autonomamente apprezzabili, e, dall’altro, che tali domande o eccezioni siano state riportate puntualmente, nei loro esatti termini, nel ricorso per cassazione, per il principio dell’autosufficienza, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo o del verbale di udienza nei quali le une o le altre erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, in primo luogo, la ritualità e la tempestività, e, in secondo luogo, la decisività (Sez. U, Sentenza n. 15781 del 28/07/2005, Rv. 583090; in senso conforme, da ultimo: Sez. 6-5, Ordinanza n. 5344 del 04/03/2013, Rv. 625408).
11. Il ricorso, in ogni caso, sarebbe comunque infondato.
Ed invero, l’esame della sentenza impugnata rende evidente come il giudice di appello siasi pronunciato su ciascun motivo di appello devoluto al suo riesame, argomentando specificatamente e criticamente il rigetto del ricorso su tutti i punti devoluti (presunta violazione dell’obbligo di allegazione ex art. 7, St. contrib.; presunta carenza di motivazione dell’atto impugnato; omessa contestazione al TAR del valore attribuito all’area edificabile; presunta erronea qualificazione del terreno come area edificabile in mancanza dei piani attuativi).
Come già affermato da questa Corte, la sentenza è nulla ai sensi dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, ove risulti del tutto priva dell’esposizione dei motivi sui quali la decisione si fonda ovvero la motivazione sia solo apparente, estrinsecandosi in argomentazioni non idonee a rivelare la “ratio decidendi”. Ne consegue che non può ritenersi affetta da nullità la sentenza per il solo fatto che si limiti a recepire, trascrivendola, la motivazione di un altro provvedimento giudiziale adottato sulla medesima questione, ferma la necessità che la motivazione trascritta non presenti, essa stessa, i vizi della motivazione apparente (Sez. L, Sentenza n. 161 del 08/01/2009, Rv. 606377).
E, come esposto in sede di illustrazione (v. amplius, il precedente p. 3, cui si rinvia), la motivazione della sentenza impugnata non può certo ritenersi affetta dal vizio di motivazione apparente.
12. A ciò va aggiunto, poi, il condivisibile rilievo esposto in sede di controricorso dell’Ente impositore, laddove osserva che l’atto di appello si è risolto nella materiale trasposizione e reiterazione delle argomentazioni già svolte in primo grado, senza che la contribuente abbia aggiunto nulla in termini di specificità, ai motivi di appello.
Sul punto, è stato già affermato da questa Corte che allorchè l’atto di appello si risolva nella reiterazione di argomentazioni già motivatamente disattese in primo grado, anche la semplice condivisione delle osservazioni del primo giudice da parte del giudice del gravame vale a soddisfare il requisito della motivazione di cui all’art. 132 c.p.c., nn. 4 e 5 (Sez. 2, Sentenza n. 13292 del 05/10/2000, Rv. 540790; Sez. 5, Sentenza n. 11139 del 15/05/2006, Rv. 589118). E’ infatti legittima la motivazione “per relationem” della sentenza pronunciata in sede di gravame, purchè il giudice d’appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto. Solo quando la sentenza d’appello, attesa la laconicità della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che alla affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame, la stessa dev’essere viceversa essere cassata (Sez. 3, Sentenza n. 2268 del 02/02/2006, Rv. 586571; da ultimo, in senso conforme: Sez. 5, Sentenza n. 7347 del 11/05/2012, Rv. 622892).
Nella vicenda sottoposta all’esame di questa Corte, non si è assistito ad un mero rinvio della sentenza d’appello a quella di primo grado, ma le doglianze difensive di cui all’atto di appello sono state confutate in modo tale da rendere possibile ed agevole il controllo della motivazione, essendosi dato conto delle argomentazioni delle parti e dell’identità di tali argomentazioni con quelle esaminate nella pronuncia oggetto del rinvio. D’altronde, di recente, le Sezioni Unite di questa Corte hanno ribadito che ove la sentenza di appello sia motivata “per relationem” alla pronuncia di primo grado, al fine ritenere assolto l’onere ex art. 366 c.p.c., n. 6, occorre che la censura identifichi il tenore della motivazione del primo giudice specificamente condivisa dal giudice di appello, nonchè le critiche ad essa mosse con l’atto di gravame, che è necessario individuare per evidenziare che, con la resa motivazione, il giudice di secondo grado ha, in realtà, eluso i suoi doveri motivazionali (Sez. U., Sentenza n. 7074 del 20/03/201, Rv. 643334).
E la sentenza d’appello si sottrae, sotto tale profilo, a qualsiasi censura.
13. Infine, quanto alla censura relativa alla mancata comprensione del percorso argomentativo che ha condotto il giudice di appello prima a sospendere l’esecutorietà della sentenza di primo grado e, poi, a rigettare l’appello della contribuente – in disparte gli opportuni rilievi svolte dal Comune impositore circa la ragione fondante la sospensione, determinata dal periculum in mora -, osserva questa Corte come la decisione di sospendere l’esecutorietà della sentenza di primo grado, proprio perchè assunta in una fase sommaria, non ha alcuna decisiva influenza rispetto alla sentenza che definisce il grado di giudizio, da cui la stessa è autonoma, essendo adottata all’esito della piena cognitio.
Trattasi, infatti, di decisione adottata con ordinanza che, ai sensi dell’art. 373 c.p.c. (ratione temporis applicabile), accoglie l’istanza di sospensione dell’esecuzione della sentenza impugnata per cassazione, che riveste natura ordinatoria e non contiene alcuna decisione in senso tecnico-processuale. Proprio per tale ragione, del resto, è stata ritenuta da questa stessa Corte manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 373 c.p.c., sollevata in riferimento agli artt. 24 e 111 Cost., nella parte in cui esclude la ricorribilità per cassazione della predetta ordinanza, attesa l’assoluta ininfluenza del provvedimento cautelare, quale è quello in parola, nel successivo giudizio di merito e restando comunque impregiudicati i mezzi e le ragioni di difesa della parte in tale giudizio (Sez. L, Sentenza n. 17647 del 29/07/2009, Rv. 610432).
14. Per le motivazioni suesposte ed ogni altra eccezione disattesa restando assorbita da quanto prefato, il ricorso della contribuente dev’essere dichiarato inammissibile, con conseguente conferma dell’impugnata sentenza.
15. Alla soccombenza deve seguire la condanna della contribuente al pagamento delle spese di giudizio che vengono liquidate come da dispositivo in misura media, in base ai parametri disciplinati dal D.M. n. 55 del 2014, recante “Determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense ai sensi della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 13, comma 6”, complessivamente in Euro 1.405,00 per compensi in ragione del valore della causa (scaglione da Euro 1.101 a 5.200), oltre spese generali ed accessori di legge.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in Euro 1.400,00 per compensi, oltre rimborso spese forfettarie nella misura del 15% ed accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella sede della Suprema Corte di Cassazione, il 24 maggio 2017.