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Timestamp: 2019-05-23 11:53:11+00:00
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Ddl Scuola. Le analogie con il regio decreto 6 maggio 1923.
3 maggio 2015 antologiadeifattiquotidiani lavoro, politica	DDL SCUOLA, REGIO DECRETO 6 MAGGIO 1923
A ben vedere la riforma Giannini sulla scuola ricorda qualcosa…,fattemi pensare, dunque…, ah, si, ecco, appunto volevo dire che mi ricorda il regio decreto n. 1054 del 6 maggio 1923 relativo all’istruzione media e ai conviti nazionali – pubblicato il gazzetta ufficiale il 2 giugno 1923 . “La più fascista» delle riforme”, come la definì lo stesso Mussolini, all’articolo 27 prevedeva che – “Le supplenze ai posti di ruolo e gli incarichi di insegnamento di qualunque specie sono conferiti dal preside, che sceglierà, tenendo conto, anzitutto, del servizio militare in reparti combattenti e dei risultati conseguiti in pubblici concorsi a cattedre di scuole medie. Contro il conferimento delle supplenze e degli incarichi è ammesso il ricorso al provveditore agli studi, la cui decisione ha carattere definitivo. La misura della retribuzione per le supplenze e gli incarichi di qualunque specie è stabilita nell’annessa tabella n. 6. In nessun caso l’orario del supplente e dell’incaricato può superare le ventiquattro ore settimanali di lezione.” –http://www.edscuola.it/archivio/norme/decreti/rd1054_23.pdf – Per comprendere meglio – http://it.wikipedia.org/wiki/Riforma_Gentile . Ma, vediamo se il DDL Giannini è simile – CAPO III ORGANICO, ASSUNZIONI E ASSEGNAZIONE DEI DOCENTI . Comma 2 – “Il dirigente sceglie i docenti che risultano più adatti a soddisfare le esigenze delle scuole e propone, sulla base dei piani triennali dell’offerta formativa di cui all’articolo 2, incarichi ai docenti iscritti negli albi territoriali e al personale di ruolo già in servizio presso altre istituzioni scolastiche. La copertura dei posti assegnati all’istituzione scolastica coincide con gli incarichi proposti dal dirigente scolastico.” E ancora al Comma 3 – “ Il dirigente scolastico attribuisce gli incarichi di docenza nel rispetto dei seguenti princìpi e criteri: a) attribuzione di incarichi di durata triennale rinnovabile, coordinata con il ciclo triennale di definizione degli organici dell’autonomia; b) pubblicità dei criteri adottati dal dirigente per selezionare i docenti cui proporre un incarico, tenuto conto dei relativi curricula;” Diciamo che si accosta parecchio, consiglio vivamente di trarre ulteriori conclusioni previa lettura anche ed in particola della lettera d) del comma 3…, qua tutto il testo del DDL Giannini – http://2.flcgil.stgy.it/…/disegno-di-legge-c-2994-riforma-d… – regio decreto del 1923. Ops! Scusate, 27 marzo 2015.
Corte Costituzionale. Sentenza 70/2015.
3 maggio 2015 antologiadeifattiquotidiani ecconomia, politica	Corte Costituzionale sentenza n.70/2015, legge fornero
Udienza Pubblica del 10/03/2015 Decisione del 10/03/2015
Deposito del 30/04/2015 Pubblicazione in G. U.
Norme impugnate: Art. 24, c. 25°, del decreto legge 06/12/2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, c. 1°, della legge 22/12/2011, n. 214.
Atti decisi: ordd. 35, 158, 159 e 192/2014
Anche Tito Boeri smentisce Renzi, Poletti e Boschi.
3 maggio 2015 antologiadeifattiquotidiani ecconomia, politica	Decreto Poletti, Disoccupazione, Jobs Act, Tito Boeri
Tito Boeri a smentisce Renzi e Boschi e Poletti – “I dati sui risultati del Jobs Act non hanno conferma. Da maggio a Giugno la curva dei disoccupati è piatta”. In poche parole quel che è avvenuto, e che tutti abbiamo compreso fin da subito, è solo una sostituzione tra contratti a termine e a tempo indeterminato” . Cioè, “ti licenzio e ti riassumo a condizioni più agevolate”. Più esplicita e più preoccupante, direi, la sua ovvia deduzione nel merito – “ il Jobs Act renderà molto difficile introdurre con successo in Italia quelli a tutele progressive: le aziende non avranno interesse a usarli”. Nello specifico il Professor Boeri fa notare che si – “effettivamente tra Febbraio a Luglio 2014 gli occupati sono saliti di 44 mila unità ma – continua – in questo senso occorre fare una distinzione. Intanto da febbraio a maggio l’occupazione è aumentata perché c’è stato un miglioramento del processo produttivo industriale, mentre da maggio a luglio l’incremento occupazionale è modesto. La curva è piatta.” Ma vediamo i numeri nello specifico ( N.b. si possono verificare su – http://passodopopasso.italia.it/…/istat-occupati-in-aumento…
– portale delle attività del Governo che riporta anche dati Istat ) – Da febbraio a luglio 2014, gli occupati in Italia sono passati da 22.316.331 a 22.360.459, facendo registrare un aumento dello 0,2% . Secondo l’analisi di Tito Boeri aumentano i contratti a tempo determinato e diminuiscono quelli indeterminati. Una sorta di sostituzione. Probabilmente i datori di lavoro hanno scelto di estendere la durata dei contratti a tempo già aperti piuttosto che cessarli o stabilizzarli. Altro particolare di non poca rilevanza, anche questo emerso dai dati Istat, l’incremento riguarda “esclusivamente” gli uomini. Tra febbraio e luglio il numero di donne occupate è sceso da 9. 316.000 a 9.303.000. Nel contesto Boeri fa notare che è certamente troppo presto per trarre conclusioni, che si tratta comunque di casi di occupazione temporanea. Concludendo, ebbene sottolineate che la prossima settimana torna in commissione lavoro del Senato la discussione di quello che è il vero testo del Jobs Act, quindi il Disegno Di Legge vero e proprio quello che annovera il contratto a tutele crescenti. Una riforma complessiva del mercato del lavoro. Quello attuale, lo ricordiamo è solo un decreto che porta il nome del Ministro e che forse per fretta si è preferito varare prima. Insomma, non è certo con un decreto legge che si crea lavoro se non ci sono le condizioni di mercato e non si fa nulla per ridurre il costo del lavoro
La Corte Costituzionale boccia una parte della norma Fornero sul blocco dell’adeguamento delle pensioni al costo della vita.
3 maggio 2015 antologiadeifattiquotidiani attualità, politica	legge fornero, sentenza corte costituzionale legge fornero
Con la sentenza depositata oggi, la Corte Costituzionale ha bocciato una parte norma Fornero del 2011 contenuta nel “salva Italia”. In particolare la norma aveva bloccato l’adeguamento delle pensioni al costo della vita. Secondo la Consulta, quella norma ha violato il principio della costituzione “della giusta retribuzione”, che sono espressione dei principi fondamentali di solidarietà e uguaglianza. Relatrice della Sentenza la Professoressa Silvana Sciarra eletta alla Corte Costituzionale al posto di Luciano Violante. La sentenza della Consulta avrà certamente effetti rilevanti sul bilancio pubblico, come afferma lo stesso Vice Ministro all’ Economia Morando. Infatti, l’impatto sui conti pubblici stimato dall’ Avvocatura dello Stato è considerevole, circa 1, 8 miliardi per il 2012, e circa 3 miliardi per il 2013. Tutti soldi che a seguito della sentenza dovranno esser restituiti. Per intenderci, con le disposizioni della norma Fornero contenuta nel provvedimento “salva Italia”, furono bloccati gli aumenti di tutti i trattamenti delle pensioni non minime, o meglio, che superavano di tre volte il minimo Inps. Secondo la Consulta, anche se il blocco allora fu motivato dalla situazione finanziaria, dalla crisi del paese, è incostituzionale. Sulla sentenza arrivano a caldo anche le prime dichiarazione dell’ ex Ministro Elsa Fornero : “Il blocco della perequazione per le pensioni oltre tre volte il minimo non fu scelta mia, fu una decisione di tutto il Governo presa per fare risparmi in tempi brevi. Vengo rimproverata per molte cose – dice la Fornero – ma quella non fu una scelta mia, fu la cosa che mi costò di più. Fu ritenuta dal governo nel suo insieme, soprattutto da quelli che guardano ai conti, una scelta necessaria perché dava risparmi nell’immediato”. Fornero ha poi aggiunto: ”la Corte avrà avuto le sue buone ragioni” – specificando anche che quello fu il motivo del suo pianto in pubblico. Insomma, con questa sentenza tutti qui pensionati privati del diritto all’adeguamento delle pensioni al costo della vita, hanno oggi il diritto di avere anche tutti gli arretrati – “valuteremo il da farsi previa lettura delle motivazioni della sentenza”, ha poi dichiarato il Vice Ministro Morando, sottolineando l’aspetto del significativo onere sul bilancio dello Stato. Altroché tesoretto da 1,6 miliardi che – “valuteremo a cosa destinare”. La cifra stimata per rimborsare tutti ammonta a quasi 5 miliardi di euro. E’ chiaro questo?
Professor Felice Besostri in Commissione Affari Costituzionali
25 aprile 2015 antologiadeifattiquotidiani politica	Camera dei deputati, Felice Besostri, Italicum, premio di maggioranza, riforma elettorale
La Commissione Affari costituzionali, presso la Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, ha svolto audizioni di esperti nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’esame del progetto di legge approvato, in un testo unificato, dalla Camera e modificato dal Senato, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati (Italicum). 15/04/2015http://webtv.camera.it/archivio?id=7781&position=0 Audizione del Professor Besostri – «Signora Presidente, onorevoli deputati e deputate commissari, ringrazio per l’opportunità datami di intervenire sul testo della legge elettorale. Le audizioni di ieri, in particolare quella della prof. Lara Trucco, mi consentono di concentrarmi su questioni di fondo ad esclusione di quella sulla necessità, quale che sia il sistema elettorale prescelto, di una legge organica sui Partirti politici in attuazione dell’art. 49 Cost.: in mancanza di una tale legge non ci sarà una procedura trasparente di selezione delle candidature. Una selezione trasparente è, a mio avviso, più importate dell’alternativa tra liste bloccate e preferenze, se avviene, con largo anticipo sulla data dei comizi elettorali, con procedure congressuali o primariali regolate da norme di legge. Sulla legge elettorale sono stato ascoltato dalle competenti Commissioni della Camera, il 14 gennaio 2014, e del Senato, il 20 novembre 2014 e rinvio ai testi rassegnati in quelle occasioni, che mantengono la loro validità a prescindere dalle modifiche a prescindere dalle modifiche introdotte dal Senato. La legge che ritorna alla Camera dei Deputati è stata modificata in punti non secondari, come l’attribuzione del premio di maggioranza ad una lista e non più ad una coalizione, l’eliminazione di soglie elevate interne alla coalizione ( di fatto attributive del premio alla lista egemone della coalizione) con la traslazione di voti (appropriazione indebita e non furto) di sospetta costituzionalità, l’introduzione di preferenze con effetti di fatto limitati vista l’esclusione dei capilista, gli unici sicuramente eleggibili salvo che per la lista beneficiaria del premio di maggioranza ed eventualmente della seconda ammessa al ballottaggio. L’elevazione della soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza al 40% non ha, nella mia opinione, un particolare significato, semplicemente perché aumenta la probabilità che il premio sia attribuito con il ballottaggio, eventualità che rappresenta la maggiore criticità della legge in relazione ai principi enunciati nella “storica” sentenza della Corte Costituzionale n. 1/2014. Si ha l’impressione che, piuttosto che adeguarsi a quella pronuncia, il legislatore cerchi di eluderla e soprattutto, viste le sostituzioni di giudici scaduti o di imminente scadenza, di intervenire sulla composizione della Corte Costituzionale nella speranza di un giudice delle leggi più comprensivo delle esigenze dell’esecutivo. Di contro assume un particolare significato la reintroduzione di un programma della lista e l’indicazione di un capo politico della stessa mediante quanto dispone l’articolo 14-bis del decreto del Presidente della Repubblica n. 361 del 1957 come sostituito dal seguente: «ART. 14-bis. — 1. Contestualmente al deposito del contrassegno di cui all’articolo 14, i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare depositano il programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come capo della forza politica. Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione. 2. Gli adempimenti di cui al comma 1 sono effettuati dai soggetti di cui all’articolo 15, primo comma». Nella legge n.270/2005 la norma ha rappresentato il tentativo meglio riuscito, ancorché fosse previsto anche per la singola lista, di dare una dignità politica alle coalizioni e di contrastare, per tale via, l’obiezione più forte ad un sistema elettorale proporzionale: i partiti si presentavano singolarmente agli elettori per raccogliere il massimo dei consensi sui loro programmi, ma mantenendosi le mani libere dopo la proclamazione degli eletti per coalizzarsi non importa con chi e per la realizzazione di un nuovo programma comune, che poteva o non poteva avere punti di contatto con le proposte programmatiche presentate agli elettori. Era una norma che si adattava alle coalizioni, che, in quanto destinatarie del premio di maggioranza, indicavano preventivamente il perimetro delle alleanze, il programma e il capo politico una formulazione ipocrita per indicare il candidato a presiedere il Consiglio dei Ministri: formulazione ipocrita altrimenti non ci sarebbe stato bisogno di precisare, nell’ultimo periodo del comma 1 del novellato art. 14.bis del D.P.R. 361/1957 che “Restano ferme le prerogative spettanti al Presidente della Repubblica previste dall’articolo 92, secondo comma, della Costituzione”. Del tutto contraddittoriamente o equivocamente, una volta escluse le coalizioni di liste, viene mantenuta l’espressione al plurale “i partiti o i gruppi politici organizzati che si candidano a governare”. In presenza di coalizioni l’indicazione del capo politico rappresentava una sorta di anticipazione delle indicazioni che le forze politiche presenti in Parlamento avrebbero dato al capo dello Stato nelle consultazioni che precedono il conferimento dell’incarico di formare un governo, che disponga della maggioranza per ottenere la fiducia. Con una sola lista destinataria del premio di maggioranza le consultazioni e le prerogative del Capo dello Stato sono ridotte ad una cerimonia degradante nella farsa. Dopo l’invenzione di un sistema elettorale proporzionale con premio di maggioranza -un evidente ossimoro- abbiamo una forma intermedia di designazione del primo ministro, sconosciuta ai paesi dove il Premierato forte è consolidato da anni, per esempio il Prime Minister britannico, d frutto di prassi consolidate del costume politico, ma il Premier in pectore è un candidato come gli altri in un collegio uninominale e l’elezione diretta del Primo Ministro, come è stato sperimentato negativamente in Israele per un numero limitato di consultazioni. Sarebbe opportuno che si riflettesse sul fatto che una forma di governo di premierato forte, non prevista dalla nostra Costituzione, nasca indebolendo di fatto il ruolo del Capo dello Stato in una delle sue più importanti funzioni, la nomina del presidente del Consiglio, e, come dirò in seguito, dell’autorità e del prestigio della Corte costituzionale: cioè dei due massimi organi di garanzia. La forma di governo viene modificata mediante l’approvazione di una legge ordinaria, adottata da un Parlamento eletto con una legge dichiarata in punti fondamentali contraria alla Costituzione, anche se senza effetti pratici atteso l’art. 66 Cost., che colpevolmente non si è voluto modificare nel parallelo processo di revisione costituzionale. Nella nuova legge elettorale sono ignorate le indicazioni di principio date dalla Corte Costituzionale nella sentenza n. 1/2014, che pure lascia la più ampia libertà al legislatore, che non è formalmente vincolato ad un determinato sistema elettorale. Quindi non è vincolato al principio “che ciascun voto contribuisca potenzialmente e con pari efficacia alla formazione degli organi elettivi (sentenza n. 43 del 1961) ed assume sfumature diverse in funzione del sistema elettorale prescelto. In ordinamenti costituzionali omogenei a quello italiano, nei quali pure è contemplato detto principio e non è costituzionalizzata la formula elettorale, il giudice costituzionale ha espressamente riconosciuto, da tempo, che, qualora il legislatore adotti il sistema proporzionale, anche solo in modo parziale, esso genera nell’elettore la legittima aspettativa che non si determini uno squilibrio sugli effetti del voto, e cioè una diseguale valutazione del “peso” del voto “in uscita”, ai fini dell’attribuzione dei seggi, che non sia necessaria ad evitare un pregiudizio per la funzionalità dell’organo parlamentare (BVerfGE), sentenza 3/11 del 25 luglio 2012; ma v. già la sentenza n. 197 del 22 maggio 1979” e la sentenza n. 1 del 5 aprile 1952)”. Se il legislatore nella sua libertà non vuol essere condizionato dalla sua stessa scelta ne compia una diversa, opti cioè per un sistema elettorale maggioritario, anche il più estremo, quello vigente in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, per il quale first past the post, il primo arrivato con la maggioranza relativa conquista il seggio, quale che sia la sua percentuale sui voti validi o la percentuale dei votanti rispetto agli aventi diritto. Una logica brutale ma coerente, per avere la maggioranza devi conquistare la maggioranza assoluta dei seggi, attribuiti in collegi uninominali, uno per uno. Ovvero il legislatore, tenendo conto dell’articolazione politica risultante dalle percentuali del voto del maggio 2008, potrebbe optare per un maggioritario con ballottaggio eventuale, nel caso che il candidato al primo turno non ottenga la maggioranza assoluta dei voti validi espressi, pari almeno ad un quarto degli elettori iscritti: un significativo particolare questo del maggioritario francese, che si tende a dimenticare e a ragion veduta quando si parla di ballottaggio nel nostro paese: ballottaggio sì, ma all’italiana!
L’elevazione della soglia per l’attribuzione del premio di maggioranza solo apparentemente si adegua alle sentenze della Corte Costituzionale nn. 15 e 16 del 2008, 13 del 2012 ed infine 1 del 2014, perché non ha come conseguenza, che in caso di mancato raggiungimento, si distribuiscano i seggi in modo proporzionale tenendo conto di un’eventuale soglia di accesso, che scattasse in caso di mancata attribuzione del premio di maggioranza. La coesistenza di premio di maggioranza e soglia di accesso è a mio avviso distorsiva ed illogica. Nel caso di attribuzione di un premio di maggioranza, tra l’altro superiore (340) alla maggioranza assoluta dei seggi(316), per l’obiettivo della governabilità, l’unico che lo giustifichi, è indifferente che l’opposizione sia fortemente articolata. Il premio di maggioranza consistente in un numero fisso di seggi è a rischio di incostituzionalità per violazione dell’art. 48 Cost. in quanto è tanto più elevato quanto minore è il consenso elettorale. Chi abbia il 40% dei seggi ottiene un premio del 14% dei seggi in più, mentre una lista con il 45% si deve accontentare di un 9%. In pura teoria sarebbe più logico un premio in seggi commisurato al consenso elettorale o in misura fissa di seggi, tale da consentire di conquistare la maggioranza assoluta. Un premio di maggioranza superiore alla metà più 1 dei seggi poteva avere un senso se attribuito a coalizioni per mettere al riparo il partito egemone dagli umori degli alleati, ma in caso di lista unica con un leader chiaramente individuato non è necessario dilatarlo eccessivamente, come è ormai abitudine nelle leggi elettorali regionali dove si sta attestando sul 60% dei seggi e più se si conta anche il seggio del Presidente della Regione. In realtà l’elevazione della soglia minima dal 37 al 40% potrebbe essere inteso come un espediente per sottrarsi con il ballottaggio eventuale proprio al requisito di una soglia minima per l’attribuzione del premio di maggioranza. Al ballottaggio sono ammesse le due liste più votate a prescindere dalla loro percentuale di voto su quelli validamente espressi e sugli aventi diritto. Non per caso nel sistema francese gioca un ruolo anche quest’ultimo dato: il ballottaggio eventuale ammette tutte le liste che abbiano raggiunto il 12,50% degli aventi diritto, cosicché sono possibili triangolari, nel 2012 nell’8% dei casi, e più eccezionalmente delle quadrangolari. Nella nuova legge elettorale –e ciò costituisce il suo maggiore ed ineliminabile difetto- gli elettori, sia individualmente come cittadini, che come percentuale di votanti rispetto agli aventi diritto al voto, sono i grandi assenti. La governabilità è un obiettivo costituzionalmente legittimo, la sentenza n. 1/2014 della nostra Corte Costituzionale è chiara sul punto, ma dobbiamo consentire che in una democrazia parlamentare rappresentativa siano i cittadini a scegliere da chi farsi governare? E anche se vogliono farsi governare da un solo patito o da una coalizione? Una percentuale del 40% dei voti validi ha un peso ed un significato molto diversi in tema di rappresentatività dei cittadini se partecipano al voto il 66% degli aventi diritto o meno del 50%. Nelle ultime elezioni regionali in Emilia Romagna la percentuale di partecipazione al voto è stata inferiore al 40%. Le liste ammesse al ballottaggio devono rappresentare al primo turno ciascuna di esse una percentuale minima del voto valido o sommate degli aventi diritto per dare un significato al ballottaggio, che ben potrebbe avere una percentuale di votanti sensibilmente inferiore a quella del primo turno. Se ad un ballottaggio partecipasse meno del 50% sarebbe chiaro il significato di rifiuto della complessiva proposta politica e di candidati, capilista compresi, delle liste in competizione e in particolare delle due ammesse al ballottaggio o no? Unico rimedio in assenza di requisiti minimi di partecipazione -non inferiori al 50% degli aventi diritto- sarebbe la facoltà di modificare l’offerta politica tra il primo e il secondo turno in analogia a quanto previsto dalla legge per elezione dei sindaci. Così come è ora il ballottaggio tra liste, senza requisiti di effettiva rappresentatività e di radicamento politico e sociale è soltanto un modo surrettizio ed implicito di scegliere il Capo del Governo, capo di una maggioranza parlamentare del 55% in grado di eleggere gli stessi organi di garanzia. Una scelta ordinamentale che richiederebbe di essere esplicita e di cui, invece non vi è traccia nella parallela revisione costituzionale, che tra l’altro procede con norme dei regolamenti parlamentari di cui dubito che siano in consonanza con l’art. 138 Cost, come da nota che consegno alla Commissione.
on. avv. Felice C. Besostri
L’intervento di Anna Falcone in Commissione Affari Costituzionali
25 aprile 2015 antologiadeifattiquotidiani politica	Anna Falcone, Italicum, riforma elttorale
La Commissione Affari costituzionali, presso la Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio, ha svolto audizioni di esperti nell’ambito dell’indagine conoscitiva sull’esame del progetto di legge approvato, in un testo unificato, dalla Camera e modificato dal Senato, recante disposizioni in materia di elezione della Camera dei deputati (Italicum). 15/04/2015http://webtv.camera.it/archivio?id=7781&position=0 Audizione di Anna Falcone – La proposta di legge elettorale che dovrà esser discussa, a breve, dalla Camera, si presta a una serie di eccezioni sia nel merito che nel metodo. Noi abbiamo dei parametri peraltro molto chiari che non è soltanto la Costituzione ma sono le indicazioni che ci vengono dalla Sentenza della Corte Costituzionale n. 1 del 2014 –http://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do… – e anche dalle esperienze dei sistemi elettorali del passato. Da questo punto di vista vorrei evidenziare alcuni punti che tecnicamente non reggerebbero con grande probabilità a un sindacato di Costituzionalità. Innanzitutto l’assenza di una soglia di sbarramento per accedere al secondo turno qualunque sia l’interpretazione che si voglia dare a questa scelta è una violazione della Sentenza della Corte Costituzionale, uno dei suoi punti essenziali, ovvero, proprio la violazione del principio di ragionevolezza. Questo premio di maggioranza che verrebbe attribuito al secondo turno, infatti, sarebbe un premio di maggioranza estremamente elastico che in un sistema pluripartitico, come rimane quello italiano, potrebbe dar luogo ad alcuni paradossi. Immaginiamo l’attribuzione del premio, a una lista che non abbia raggiunto il 15% o anche il 20%. L’attribuzione dei parlamentari, grazie al premio, potrebbe esser superiore all’attribuzione dei parlamentari che quella lista avrebbe ottenuto al primo turno. Il divieto di coalizione al secondo turno non fa che aggravare questa situazione, quindi, ne consegue anche una violazione del principio di uguaglianza del voto e anche del principio di proporzionalità tra voto in entrata e voto in uscita. Un argomento che sollevava il Professor Buzzetta e che credo vada ripreso riguarda proprio il valore che il cittadino elettore da al voto e che effettivamente cambia dal primo al secondo turno. Proprio in ragione del fatto che l’elettore consapevole al secondo turno va a votare per il Governo e non si aspetta più una rappresentanza, soprattutto che abbia votato per una lista diversa, il ballottaggio dovrebbe riequilibrare questa prospettiva garantendo quantomeno una soglia di accesso per poter accedere al secondo turno. Un altro aspetto critico riguarda i capilista bloccati. Qui bisogna richiamare quanto diceva prima l’ Avvocato Besostri; noi abbiamo un problema che prima ancora della scelta sul sistema elettorale riguarda la scelta sulla selezione delle candidature. E’ un problema che permane sia in caso di liste bloccate sia in caso dei candidati che si andranno a eleggere con le preferenze. Da questo punto di vista, analizzando anche come hanno funzionato i previgenti sistemi elettorali, pare che questa proposta di legge assuma il peggio delle due formule. Per quale motivo ? Perché i capilista bloccati non sono suffragati, necessariamente con dei sistemi che valgano per tutti i partiti e movimenti politici che partecipano a elezioni di sistemi di selezione democratici. Noi non abbiamo una legge sulle primarie, i partiti e i movimenti politici che partecipano alle elezioni hanno dei meccanismi interni di organizzazione che sono più o meno democratici. Ma le ultime esperienze ci hanno dimostrato come la selezione delle candidature rimanga una selezione delle candidature praticamente opaca, quindi, di fatto, gli elettori si troveranno a partecipare a delle elezioni il cui il capolista è bloccato , può esser candidato, per come è adesso il testo, fino a dieci collegi, quindi c’è anche una violazione del voto diretto, perché io fino all’ultimo, fino a quando non saprò quale sarà il collegio per la quale opterà il candidato eletto, non saprò neanche a chi effettivamente andrà il mio voto, quindi con ulteriore violazione di uno degli aspetti centrali della sentenza n. 1 del 2014 , anche per l’elezione dei candidati potenzialmente eleggibili con le preferenze non si supera il problema delle preferenze fiume o comunque del voto clientelare che aveva determinato in passato, appunto, l’eliminazione del sistema delle preferenze. Rimane centrale nel nostro sistema a prescindere dalla scelta del meccanismo elettorale, una attuazione dell’articolo 49 – “ Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.” – una garanzia del metodo democratico all’interno dei partiti che continua ad essere il nodo sul quale il parlamento continua a non volersi pronunciare. Noi abbiamo un accenno, nella normativa che ha eliminato il finanziamento pubblico ai partiti, la numero 13 del 2014, che però è una misura assolutamente eventuale, perché impone ai partiti politici e ai movimenti che vogliano accedere al finanziamento tramite il 2 per mille, di avere al loro interno uno statuto democratico, ma l’indicazione che da legge dei contenuti di democrazia che devono essere nello statuto sono ancora molto vaghi e sicuramente la garanzia della democrazia organizzativa, e quindi anche del metodo di partecipazione alla politica tramite i partiti non può esser lasciato una legge che stabilisca i criteri di accesso al finanziamento piuttosto che a una legge che finalmente garantisca i diritti politici e di rappresentanza politica dei cittadini prima e a prescindere dalle elezioni, prima e a prescindere dal finanziamento alle attività politiche dei partiti e dei movimenti politici. C’è un problema che ovviamente riguarda anche il modo in cui noi intendiamo il principio democratico . Chiunque di noi abbia studiato diritto costituzionale o abbia avuto la fortuna e l’onore di insegnare diritto costituzionale nelle università sa che il principio democratico impone che una democrazia è tale se una maggioranza, auspicabilmente reale, Governa il paese, e la minoranza esercita i poteri di controllo e le funzioni di garanzia, no se il cittadino sa, la sera delle elezioni, o quella prima a volte, chi vince e chi perde. Il premio di maggioranza, non solo e non tanto quello che viene attribuito al primo turno ma soprattutto quello che viene attribuito al secondo turno falsa questi equilibri e di fatto finisce per introdurre un premierato, quindi per modificare la forma di Governo a Costituzione invariata. Questo distorce anche il senso e il significato delle maggioranze che erano state richieste per l’elezione degli organismi di garanzia. Voglio fare un esempio che non è stato fatto fin’ ora; anche per modificare i regolamenti parlamentari. E mi richiamo ad una violazione di metodo, ma di rilievo costituzionale, che è stata fatta durante la votazione di questo testo al Senato. Tutti conosciamo la vicenda del super emendamento presentato dal Senatore Esposito che conteneva in se gli aspetti essenziali di questa proposta di legge e che ha determinato un effetto caducatorio di tutta una serie di emendamenti non solo dell’opposizione ma anche della maggioranza. Io ritengo che questa sia una procedura assolutamente da evitare anche alla Camera perché viola nella sua sostanza , non solo nell’aspetto formale, l’articolo 72 quarto comma . Ma se questa legge dovesse passare e, mettiamo il caso, dovesse arrivare al Governo una maggioranza espressione di una sola lista quindi fondamentalmente al ballottaggio, quindi di una minoranza del paese che rappresenti in quel momento la maggioranza relativa, la maggioranza espressione del Parlamento avrebbe la possibilità di modificare anche i regolamenti parlamentari. Fissando, cristallizzando questa procedura anche in violazione, eventualmente, dell’articolo 72 quarto comma. E’ un rischio lontano? Io che nel momento in cui si analizza con tanta attenzione una legge elettorale bisognerebbe evitare certi rischi e fare in modo che venga impedito quello che è un malcostume che molto spesso si realizza nel nostro ordinamento. Cioè che nel passaggio da le fonti principali, dalla Costituzione alla legge ordinaria alle fonti attuative, le fonti attuative e anche una fonte di primo gradi quali sono i regolamenti parlamentari, finiscano per svuotare di significato quelli che sono i principi democratici del nostro ordinamento.
ENRICO LETTA A CAGLIARI A PRESENTARE IL SUO LIBRO
25 aprile 2015 antologiadeifattiquotidiani attualità, politica	Enrico Letta
Poteva essere campagna elettorale. Anche in Sardegna si vota per le comunali. Non lo è stata. Poteva esser un’occasione per togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Non lo è stata. Infondo, in quella sala gremita di gente venuta ad ascoltarlo, ha confermato tutte le attese di chi ieri, a Cagliari, ha avuto modo di assistere alla prima nazionale del libro di Enrico Letta -“Andare insieme, andare lontano”. Poi leggi un trafiletto che come sottotitolo dell’opera – “Se vuoi andare veloce vai da solo, se vuoi andare lontano, devi farlo insieme”. Un vecchio proverbio africano che ti riporta alla realtà e, per coloro che hanno occhio e pensiero politico certamente non può che apparire chiaro un sottile riferimento al suo successore. Ma Enrico Letta, e questo certo non si può negare, ha ancora tutto il carattere del buon politico il cui ingrediente principale è la diplomazia, dialettica pacata e rispetto per l’avversario – che in questo caso non ha nel capo condominio Pd. Dicevo, Enrico Letta, con quel suo fare signorile, ha risposto a tutte le domande anche quelle sull’attuale premier Renzi, con classe. E’ tornato a dire –“ma no, con Renzi i rapporti son sereni”. Certo, tra il termine “sereni” e quel trafiletto non possiamo non pensare ai fatti degli ultimi mesi, a partire da quel famoso cambio di guardia funestato da un frettoloso, freddo passaggio di consegne dal professore, all’alunno col ghigno sotto il naso – “hai visto, ti avevo detto di star sereno!”. Presidente, come mai ha scelto la Sardegna per la prima nazionale della presentazione del suo libro – “Ho concluso i capitoli del mio libro proprio ricordando “la saggezza dei contadini della Gallura”, perché ho origini sarde e da queste voglio ripartire. Mia nonna materna era di Porto Torres. L’ex Presidente del Consiglio ed esponente del Pd è dunque tornato a dire la sua a un anno dalla fine del suo mandato, l’ha fatto, appunto, scegliendo la Sardegna e precisa- “il senso di quei muretti non è l’elogio alla lentezza ma alla necessità di fare le cose fatte bene”. Letta si sofferma sui tanti temi caldi di questi giorni; il superamento del bicameralismo perfetto, la legge elettorale, mare nostrum, Jobs Act, economia, sociale, etc; la chiacchierata che vien fuori, denota tutta la sua capacità diplomatica. “Resto ancora convinto che sia necessario superare il bicameralismo era nel programma della Commissione ai tempi del mio Governo e lavoro affinché possa esserci una buona riforma in quella direzione ma – dice – non si può usare lo stesso metodo usato per usato per altri atti di Governo per fare le riforme istituzionali.” Certo, se di velocità si deve parlare ebbene usarla, seppur in maniera controllata, su temi come economia, sociale, istruzione – “a un certo punto mettere fine a ogni discussione e decidere, l’ho fatto anch’io quando ero premier, ma non su temi importanti come le riforme. Occorre soffermarsi e riflettere ricordando che quelle fatte nel 2001 e nel 2005, da centro sinistra e da centro destra poi, sono state entrambe un fallimento”. Sulla legge elettorale e sulle sostituzioni dei 10 parlamentari della minoranza Dem sostituiti sull’evidenza che la stessa passerà con la sola maggioranza del Pd, Enrico Letta, augura che si trovi una soluzione perché si evitino spaccature preoccupanti che potrebbero lasciare strascichi difficili da ricucire. “Per me – dice – la miglior legge elettorale è il Mattarellum.” L’Italia può farcela afferma Letta, deve solo saper cogliere gli effetti del “quantitative easing” di Mario Draghi –“Con il calo del cambio euro/dollaro, tassi d’interesse al minimo, expo, giubileo, tutte occasioni da non perdere, possiamo farcela”. Una leggera smorfia si scorge sul suo viso quando gli è posta la domanda sul Jobs Act – aiuterà la ripresa? “Vediamo gli effetti concreti. Certo, è un primo passo ma dobbiamo anche migliorare, aggiungere le riforme sulla contrattazione e al rappresentanza, riformare i centri per l’impiego, qualcosa di più concreto mirato a favorire l’occupazione giovanile.”. A chi gli fa notare la contraddizione a proposito della notizia diramata dalla società Manpower secondo cui 1500 giovani hanno rifiutato un posto di lavoro all’ expo, che poteva vale uno stipendio dai 1000 ai 1200 euro, e la risposta di tanti giovani e non disoccupati che hanno risposto di aver inviato il curriculum e di non aver avuto risposte, nemmeno per un primo colloquio, Letta risponde che – “occorre creare le azioni corrette che se intersechino tra la domanda e l’offerta, quindi una riforma che passi dai CSL gestiti dalle Province, all’agenzia nazionale del lavoro.” Si mostra concorde sul fatto che Garanzia Giovani non stia dando gli effetti sperati – “Una scelta infelice a partire dal nome – garanzia – che facesse sperare in qualcosa di sicuro, cosi non è”. Sulle polemiche seguite al naufragio sulle coste libiche – “serve un Mare Nostrum europeo, pattugliamento e salvamento a mare e per farlo serve un intervento dell’ Onu, e spero che il Consiglio europeo straordinario assuma decisioni concrete.” Insomma Letta può esser l’anti Renzi? “Non mi sto candidando a niente, ho fatto una scelta di vita e credo che dopo 15 anni di parlamento sia giusto cosi. Ho voluto scrivere questo libro sotto la logica del superamento delle vicende di un anno fa, non cerco rivincite personali. Vede, è importante capire che ciò possa anche fare al paese e allo stesso Pd. Non servono, non sono utili a nessuno i personalismi e le contrapposizioni tra i singoli. Il mio non è un addio alla politica, anzi, è una scelta compatibile con la politica”. Concludendo, abbiamo trascorso una bella serata con Letta. Letta chi? Quel signore con stile e, forse, con tanto carattere più di quanto ci si potesse aspettare.