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Timestamp: 2017-06-23 17:18:30+00:00
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Corte di Cassazione, sezione III civile, sentenza 20 aprile 2017, n. 9950 – Avvocato Renato D'Isa
Corte di Cassazione, sezione III civile, sentenza 20 aprile 2017, n. 9950	By Avv. Renato D'Isa on 22 maggio 2017	• ( Lascia un commento )
Il danno alla salute, temporaneo o permanente, in assenza di criteri legali va liquidato in base alle c. d. tabelle diffuse dal Tribunale di Milano, salvo che il caso concreto presenti specificita’ tali – che il giudice ha l’onere di rilevare, accertare ed esporre in motivazione che consiglino od impongano lo scostamento dai valori standard del risarcimento”;
La liquidazione del danno da ritardato adempimento d’una obbligazione di valore, nel caso in cui il debitore abbia pagato un acconto prima della liquidazione definitiva, deve avvenire: (a) devalutando l’acconto e il credito alla data dell’illecito; (b) detraendo l’acconto dal credito; (c) calcolando gli interessi compensativi individuando un saggio scelto in via equitativa, ed applicandolo sull’intero capitale, rivalutato anno per anno, per il periodo che va dalla data dell’illecito al pagamento dell’acconto; sulla somma che residua dopo la detrazione dell’acconto, rivalutata anno per anno, per il periodo che va dal suo pagamento fino alla liquidazione definitiva.
sentenza 20 aprile 2017, n. 9950
(OMISSIS), considerato domiciliato ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura a margine del ricorso;
avverso la sentenza n. 2158/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 16/04/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 23/02/2017 dal Consigliere Dott. MARCO ROSSETTI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MISTRI Corrado, che ha concluso per l’integrazione del contraddittorio nei confronti del litisconsorte necessario (OMISSIS), nel merito il rigetto del ricorso;
1. Nel 1991 il minore (OMISSIS), mentre attraversava la strada, venne investito e ferito da un autoveicolo condotto da (OMISSIS), di proprieta’ di (OMISSIS) ed assicurato per i rischi della circolazione dalla societa’ (OMISSIS) s.p.a. (che in seguito mutera’ ragione sociale in (OMISSIS) s.p.a.; d’ora innanzi, per brevita’, “la (OMISSIS)”).
2. Dopo che l’investitore fu condannato in sede penale, nel 2003 (OMISSIS) convenne dinanzi al Tribunale di Latina (OMISSIS), (OMISSIS) e la (OMISSIS), chiedendone la condanna al risarcimento del danno.
3. Con sentenza n. 705 del 2009 il Tribunale accolse la domanda, ma attribui’ alla vittima un concorso di colpa del 50%.
La Corte d’appello di Roma, adita da (OMISSIS), con sentenza 16.4.2013 n. 2158 rigetto’ il gravame.
1.1. Il Procuratore Generale, nelle conclusioni pronunciate nella pubblica udienza del 23 febbraio 2017, ha chiesto preliminarmente che fosse ordinata l’integrazione del contraddittorio nei confronti del proprietario del veicolo investitore, (OMISSIS).
Anche la (OMISSIS), nel proprio controricorso, ha eccepito preliminarmente il difetto di integrazione del contraddittorio, per non essere stato notificato il ricorso per cassazione a (OMISSIS).
Il presente giudizio civile trae origine da un precedente giudizio penale, conclusosi con sentenza definitiva sull’an debeatur, ed al quale (OMISSIS) rimase estraneo:
Deve, dunque trovare applicazione il principio gia’ affermato da questa Corte, secondo cui quando il danneggiato da un sinistro stradale abbia esercitato l’azione civile nel processo penale instaurato nei confronti del conducente dell’autoveicolo, proponendo domanda di risarcimento nei confronti della compagnia assicuratrice e non anche del proprietario del veicolo, senza che il giudice abbia ordinato la chiamata in giudizio di quest’ultimo L. n. 990 del 1969, ex articolo 23, il giudicato formatosi sull’an debeatur non e’ opponibile al proprietario del veicolo, il quale, conseguentemente, non e’ litisconsorte Viti necessario nel successivo giudizio civile proposto dal danneggiato nei confronti della compagnia assicuratrice, al fine di ottenere la quantificazione del danno (Sez. 3, Sentenza n. 7182 del 12/05/2003).
2.1. Col primo motivo di ricorso il ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, (si lamenta, in particolare, la violazione dell’articolo 1226 c.c.); sia dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, (nel testo modificato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).
Questa Corte ha gia’ ripetutamente affermato che la liquidazione del danno alla salute, quando avvenga in via equitativa per la mancanza di criteri legali, debba avvenire con modalita’ idonee a garantire la parita’ di trattamento, a parita’ di conseguenze. La parita’ di trattamento, infatti, costituisce uno dei due pilastri – insieme alla valutazione delle specificita’ del caso concreto – su cui poggia la valutazione equitativa di cui all’articolo 1226 c.c..
Nella perdurante mancanza di criteri oggettivi, l’unico metodo ritenuto in grado di soddisfare nel miglior modo possibile la parita’ di trattamento e’ stato individuato il c.d. “criterio a punto variabile”, adottato dal Tribunale di Milano e spontaneamente recepito dalla maggior parte degli altri uffici giudiziari (Sez. 3, Sentenza n. 12408 del 07/06/2011).
Pertanto il giudice che intenda – come pure gli e’ consentito adottare criteri alternativi, ha l’onere di spiegare per quali ragion l’applicazione del criterio c.d. “milanese”, nel caso a lui sottoposto, non sortirebbe risultati equitativi.
Nel caso di specie, e’ incontroverso che il Tribunale non abbia applicato il criterio milanese, senza indicarne le ragioni.
La Corte d’appello ha giustificato tale decisione osservando che e’ facolta’ del giudice discostarsi dai valori indicati dalla c.d. tabella milanese, allo scopo di “personalizzare” il risarcimento, ovvero adattarlo alle specificita’ del caso concreto.
Ma se cio’ e’ esatto in teoria, fu nel caso concreto scorretto in pratica, giacche’ ne’ il Tribunale, ne’ la Corte d’appello hanno accertato alcuna particolarita’ che giustificasse la liquidazione del danno in misura inferiore a quella standard.
3.1. Col secondo motivo di ricorso il ricorrente lamenta che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da un vizio di violazione di legge, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 3, (si lamenta, in particolare, la violazione dell’articolo 1223 c.c.); sia dal vizio di omesso esame d’un fatto decisivo e controverso, ai sensi dell’articolo 360 c.p.c., n. 5, (nel testo modificato dal Decreto Legge 22 giugno 2012, n. 83, articolo 54, convertito nella L. 7 agosto 2012, n. 134).
In questo modo – sostiene il ricorrente – la Corte d’appello ha finito per sottostimare il danno da mora, in quanto per i primi nove anni successivi al sinistro era stato l’intero capitale a produrre “interessi” compensativi, i quali per tale periodo di tempo si sarebbero percio’ dovuti conteggiare sull’intero credito risarcitorio, e no sulla somma residuata dopo la detrazione dell’acconto.
Nel caso di ritardato adempimento delle obbligazioni di valore, non si applicano le norme sulla mora nelle obbligazioni pecuniarie (articolo 1224 c.c.).
Come da tempo stabilito da questa Corte, il ritardato adempimento dell’obbligo di risarcimento del danno (obbligo rispetto al quale il debitore e’ in mora ex re dal giorno dell’illecito: articolo 1219 c.c.) impone al debitore di:
(a) pagare al creditore l’equivalente monetario del bene perduto, espresso in moneta dell’epoca della liquidazione, il che si ottiene con la rivalutazione del credito, salvo che il giudice ovviamente l’abbia gia’ liquidato in moneta attuale;
(b) pagare al creditore il lucro cessante finanziario, ovvero i frutti che il denaro dovutogli a titolo di risarcimento sin dal giorno del sinistro avrebbe prodotto, in caso di tempestivo pagamento; e questo danno si puo’ liquidare anche (ma non solo) applicando un saggio di interessi equitativamente scelto dal giudice sul credito risarcitorio rivalutato anno per anno (Sez. U, Sentenza n. 1712 del 17/02/1995).
3.3. Ai fini della soluzione del problema pratico dello scomputo degli acconti, quel che rileva e’ la ratio della soluzione adottata da Sez. un. 1712/95, cit..
Tale ratio consiste cio’: che la liquidazione del danno da mora nelle obbligazioni di valore deve, per cosi’ dire, simulare quel che il creditore avrebbe potuto ricavare dall’investimento della somma a lui dovuta, se fosse stato tempestivamente soddisfatto.
(a) nel periodo compreso tra il danno e il pagamento dell’acconto, a causa della mora ha perduto la possibilita’ di investire e far fruttare il denaro dovutogli: e dunque il danno da mora deve, per questo periodo, replicare il lucro che gli avrebbe garantito l’investimento dell’intero capitale dovutogli;
(b) solo dopo il pagamento dell’acconto, e per effetto di quest’ultimo, il creditore non puo’ piu’ dolersi di avere perduto i frutti finanziari teoricamente derivanti dall’investimento dell’intero capitale dovutogli; dopo il pagamento dell’acconto, infatti, il lucro cessante del creditore si riduce alla perduta possibilita’ di investire e far fruttare il capitale che residua, dopo il pagamento dell’acconto.
(c”) sulla somma che residua dopo la detrazione dell’acconto, per il periodo che va dal suo pagamento fino alla liquidazione definitiva (cosi’ gia’ Sez. 3, Sentenza n. 6347 del 19/03/2014).
Tale criterio non appare infatti sostenibile, perche’ incoerente con la ratio e lo scopo deli principi che disciplinano la mora nelle obbligazioni di valore, come stabiliti da Cass. sez. un. 1712/95, cit., e conduce di fatto ad una sottostima del danno.
4. La sentenza deve quindi essere cassata con rinvio alla Corte d’appello di Roma, la quale nel liquidare nuovamente il danno si atterra’ ai seguenti principi di diritto:
(a) “il danno alla salute, temporaneo o permanente, in assenza di criteri legali va liquidato in base alle c. d. tabelle diffuse dal Tribunale di Milano, salvo che il caso concreto presenti specificita’ tali – che il giudice ha l’onere di rilevare, accertare ed esporre in motivazione che consiglino od impongano lo scostamento dai valori standard del risarcimento”;
(-) accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa alla Corte d’appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimita’
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