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Timestamp: 2019-03-20 03:55:08+00:00
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Processo Black Monkey: sentenza storica
Sofia Nardacchione il 25 febbraio 2017 . Emilia-Romagna
Possiamo finalmente togliere quel “presunta” che abbiamo scritto tante volte nel raccontare dell’associazione mafiosa di stampo ‘ndranghetistico guidata da Nicola Femia detto ‘Rocco’.
Quella non più solo presunta associazione che si occupava di gioco d’azzardo legale e illegale, quell’associazione le cui minacce intercettate hanno portato la scorta a Giovanni Tizian, giornalista che nel 2011 lavorava per la Gazzetta di Modena e aveva approfondito e scritto anche dell’impero del gioco d’azzardo di Femia. Quell’associazione che, seppur occupandosi di un campo ad altissimo livello tecnologico – quello del gioco d’azzardo on-line, delle slot machine e delle schede contraffatte – non aveva mai messo da parte la violenza, quell’associazione la cui forza di intimidazione era evidente nei tantissimi “non ricordo” pronunciati da diversi testimoni durante le udienze di questi tre anni.
Possiamo, finalmente, togliere quel “presunta” perché giovedì 22 febbraio nel Tribunale di Bologna è stata letta dal Presidente della Corte Michele Leoni una sentenza storica: una sentenza che ha riconosciuto come mafiosa l’associazione alla sbarra e ha quindi ribadito la presenza della mafia anche qua in Emilia Romagna e a Bologna.
“a, b, c, d, e, f, g, h, i, k, l, m, n, o, p, q, r, s, t, u, v, w, x, y, dd, ee, ff, gg, ii, ll, oo, pp, qq”: tutto l’alfabeto e non solo è stato pronunciato nel leggere i capi di imputazione per i quali Nicola ‘Rocco’ Femia è stato condannato a 26 anni e 10 mesi, rispetto ai 24 anni e 6 mesi richiesti dall’accusa: 416bis, gioco d’azzardo non autorizzato, poker on line non autorizzato, intestazione fittizia di beni, minacce e intimidazioni, pestaggi, estorsioni, corruzione.
Insieme a lui, considerato a capo dell’associazione mafiosa, sono stati condannati per 416 bis anche Cagliuso Domenico (15 anni); Campagna Giannalberto (12 anni e 2 mesi); Condelli Luigi (8 anni e 2 mesi); i due figli di ‘Rocco’, Femia Guendalina (10 anni e 3 mesi) e Femia Rocco Maria Nicola (15 anni); il commercialista di Massa Lombarda Negrini Ettore, che era stato chiamato dal suo avvocato durante l’arringa uno “sconsiderato inibito dal clima vischioso di provincia” (7 anni e 2 mesi); Trifilio Valentino (8 anni e 9 mesi); Virzì Salvatore (7 anni e 3 mesi).
In totale, gli anni di condanne sono 175.
Guido Torello, che aveva tranquillizzato Femia riguardo al giornalista fastidioso che aveva scritto su di lui e che gli dice nella telefonata “se non la smette gli sparo in bocca”, è stato condannato a 9 anni; per poker on-line non autorizzato è stato condannato Massimiliano Rizzo a 3 anni e 6 mesi; Agostino Francesco a 7 anni per estorsione con aggravante del metodo mafioso; Cappiello Manuele a 3 anni per frode informatica; Chiaradia Daniele, ingegnere informatico che si occupava della gestione del gioco on-line in Calabria, a 3 anni; Colangelo Massimiliano a 4 anni; Crusco Filippo a 3 anni; Cucchi Letizia a 2 anni per la commercializzazione di schede contraffatte; Khmelevskaya Viktoriya a 2 anni per intestazione fittizia; Lupo Calogero a 5 anni; Maccari Giuliano a 4 anni per l’organizzazione di piattaforme estere di gioco d’azzardo on-line in Inghilterra e Romania che permettevano di giocare con modalità difformi da quelle lecite in Italia; Petrolo Virgilio a 7 anni per minacce e intimidazioni; Romeo Rosario, ispettore della Squadra Mobile di Reggio Calabria che forniva all’associazione informazioni coperte da segreto d’ufficio relative ad attività investigative a carico di Femia e di altri accusati, è stato condannato a 9 anni; a 2 anni e 6 mesi è stata infine condannata Tommasi Teresa, dipendente della Corte di Cassazione intervenuta per l’assoluzione senza rinvio di Nicola Femia in un processo in Cassazione in cambio della promessa di 400mila euro se ci fosse stata effettivamente l’assoluzione (in realtà poi la Corte di Cassazione annullò solo parzialmente la sentenza della corte di appello di Catanzaro, con rinvio ad altra sezione della stessa corte territoriale).
Oltre i 175 anni totali di condanne, non da meno sono i risarcimenti riconosciuti alle parti civili: in tutto 3 milioni e 850 mila euro.
100mila euro a Giovanni Tizian, 50mila euro all’Ordine dei Giornalisti, 1 milione alla Regione Emilia Romagna, 50 mila euro al Comune di Modena, 50mila euro alla Provincia di Modena, 100mila euro al Comune di Massa Lombarda, 300mila euro al Comune di Imola, 300mila euro alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e la stessa somma al Ministero della Giustizia e al Ministero dell’Interno, 500mila euro all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, 200mila euro all’associazione Libera.
In aula, insieme a tanti ragazzi e cittadini, era presente anche Don Luigi Ciotti, che ha affermato essere necessaria la presenza per stare vicino a un giornalista che ha scavato con le sue inchieste, Giovanni Tizian, anche lui presente in Tribunale a fianco dell’avvocato Enza Rando.
Tizian, dopo la sentenza, è uscito con un post su Facebook con queste parole: “Di questo processo non dimenticherò mai i volti degli studenti e dei ragazzi. Ogni udienza, ogni settimana, per tre anni hanno presidiato e assistito al dibattimento. A loro grazie per il coraggio.
E grazie a tutti gli altri colleghi che ogni giorno lavorano nei territori. Spesso intimiditi dai poteri criminali e dal precariato. Spero che questa sentenza che riconosce l’informazione come un valore da tutelare possa servire anche a loro in futuro”.
Tantissimi, quasi ottocento, sono i ragazzi che, grazie al lavoro di Libera Emilia Romagna, hanno partecipato alle udienze del processo in questi tre anni. Ragazzi da tutto il territorio regionale che hanno aperto gli occhi, si sono resi conto di quello che realmente stava avvenendo intorno a loro. Quella che è avvenuta grazie alla partecipazione al processo è una presa di coscienza fondamentale che, dopo questa sentenza, sarà ancora più forte e lo dovrà essere per tutte le fasce della cittadinanza, in particolare per coloro che fino ad ora hanno fatto finta di niente.
Proccesso Black Monkey, verso la sentenza