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Timestamp: 2018-08-17 09:31:24+00:00
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Banca Unicredit condannata a risarcire il cliente di euro 238.494,69
Avv. Elio Michele Gnocato e Avv. Serafino Di Loreto ottengono giustizia dal Tribunale di Torino
È con viva soddisfazione che Vi inoltriamo la sentenza positiva ottenuta dall’Avv. Elio Michele Gnocato sul Tribunale di Torino, che ha portato grande giovamento al comune cliente.
Vi invitiamo a leggere con attenzione anche il commento esplicativo del collega qui di seguito:
Spett.le SDL, allego sentenza ottenuta presso il Tribunale di Torino nei confronti della Banca Unicredit S.p.a. La sentenza è positiva. Il dispositivo prevede la condanna dell’istituto bancario al pagamento di Euro 238.494,69. La non debenza per i garanti/fideiussori dell’importo di Euro 189.223,07. Il pagamento delle spese di mediazione oltre al rimborso delle spese legali. La parte motiva merita approfondita valutazione. Precisando che l’ammontare della condanna suddetta deriva da illecite appostazioni a titolo di CMS ed usura. Su tale ultimo punto vi è una presa di posizione netta in contrasto con quanto di recente statuito dalla Suprema Corte con la sentenza n. 12965/16, tanto cara agli istituti di credito. Nel merito si illustra l’iter procedurale nel quale il Giudicante, all’esito dell’udienza ex art. 281 sexies ha rimesso in istruttoria la causa con ammissione della CTU, previo accoglimento di quanto dedotto nell’istanza ex art. 177 c.p.c. formulata, nella quale, a fronte dell’assunto per il quale la consulenza tecnica di parte risulta infondata poiché considera gli interessi legittimamente capitalizzati ai fini del calcolo dell’usura, si è dimostrato che tale addendo risulta ininfluente nel calcolo del superamento del tasso soglia visto l’ammontare degli ulteriori addendi, quale CMS, spese, che necessariamente devono essere inseriti nel TEG. La CTU è stata svolta secondo un doppio criterio. La formula è quella utilizzata dalla Banca d’Italia. La variante risale nell’utilizzo delle istruzioni tempo per tempo vigenti e quella secondo la formula agosto 2009 anche per il periodo pregresso. La differenza è sostanziale. Posto che nel primo caso si escludono le CMS nel computo del TEG, nel secondo no. Quindi anche per il periodo pregresso al 2009 (e quindi discostandosi dalla indicazioni tempo per tempo emesse dalla Banca d’Italia) devono essere computate nel calcolo del TEG le CMS oltre oneri ecc con espresso riferimento alla norma penale 644 c.p. Il doppio conteggio è stato ulteriormente duplicato secondo una valutazione che prevedeva nel caso di trimestri “usurati” la riconduzione la tasso soglia degli stesso, ovvero lo storno complessivo ex art. 1815 c.c. Dopo ampio dibattito la modalità di conteggio adottata prevede l’applicazione della formula Banca d’Italia con inserimento CMS e oneri ex art. 644 c.p. per tutto il periodo di indagine e l’applicazione dell’art. 1815 c.c. Da ultimo occorre valutare la motivazione di “critica” rispetto al principio espresso nella sentenza Cassazione 12965/16. Sulla base di ciò è stato formulato giusto motivo d’appello. *** Abstract: L’art. 2bis, comma 2 D.Ln. 185/2008, introdotto con Legge di conversione n.2 del 2009, è norma di interpretazione autentica dell’art. 644, comma 4 c.p. L’esclusione delle CMS nel computo del TEG, trova giustificazione nel principio non condivisibile che la Legge n. 2/2009 abbia portata innovativa, e dunque non sia applicabile retroattivamente. A tal fine viene richiamata la sentenza della Cassazione n. 12965 del 22.06.2016. Sul punto il Tribunale di Torino con la sentenza n. 2129 del 20.04.2017, confuta l’orientamento della Corte di Cassazione sentenza n. 12965 del 22.06.2016 a tenore del quale , allo scopo di valutare il superamento del tasso soglia , non debba tenersi conto delle CMS, deducendo come: “La predetta sentenza non possa costituire un punto di svolta….” . In particolare, il Giudice Torinese evidenzia come la tesi della Corte, richiamata nella sentenza appellata, contrasti con altra nota pronuncia della Cassazione Penale n. 12038 del 2010, laddove si dispone che il tenore letterale dell’art. 644, comma 4 c.p. impone di considerare, ai fini della verifica dell’usurarietà, tutti gli oneri connessi all’utilizzo del credito. Tra cui deve essere, senza ombra di dubbio, compresa la “commissione di massimo scoperto”. Per l’effetto, il Tribunale di Torino conclude affermando che: “anche la CMS deve essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti ai fini della determinazione del tasso usurario tutti gli oneri che l’utente supporta in relazione all’utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d’Italia (circolare della Banca d’Italia 30.09.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari” (Tribunale di Torino, sentenza n. 2129 del 20 aprile 2017). *** Emergono i seguenti principi: 1) Le CMS sono nulle per indeterminatezza se non prevedono la base di calcolo su cui calcolarle. N.B. Tutto ciò emerge dalla lettura del contratto di conto corrente. Il problema (per le banche) è riscontrabile nel 50% minimo dei contratti analizzati; 2) Ai fini del calcolo dell’usura le CMS devono essere computate per tutto il periodo di indagine, unitamente alle spese e oneri ex art. 644 c.p.; 3) In caso di usura si applica l’art. 1815 c.c. per i trimestri in cui è riscontrata e non solo in caso di usura Ab origine; 4) Ai garanti e fideiussori si estendono i relativi benefici ottenuti nella fase di accertamento. A disposizione porgo cordiali saluti. Avv. Elio Michele Gnocato.
Tribunale di Torino – 4 maggio
Con la sentenza del 23 febbraio 2016 il Tribunale di Mantova accoglie la domanda attorea finalizzata a conseguire una sentenza di accertamento che acclari la pattuizione e l’applicazione di interessi usurari, da parte della banca convenuta, sui conti corrente dell’attrice e quindi che ridetermini il dare e avere tra le parti.
Nel caso di specie, la controversia muove dalla rilevazione di un rapporto bancario viziato nonché, in particolare, dal mancato rispetto, da parte della banca presso cui la società attrice – difesa dall’Avv. Monica Pagano – ha aperto due conti corrente, della normativa antiusura.
Specificamente, dall’elaborato peritale commissionato dalla società per rivalutare la correttezza di uno dei rapporti intercorsi con l’Istituto di Credito e sviluppato alla luce della legge 108/96, del T.U.B., del D.lgs. 385/93 e dell’art. 1283 c.c., è emersa l’applicazione di interessi usurari.
Idem per quanto concerne l’altro rapporto, come rilevato e provato dall’ulteriore documentazione prodotta dalla società in sede di citazione.
Con tale primo atto, quindi, la società chiede, tra l’altro, che il Giudice dichiari la nullità delle clausole contrattuali ai sensi dell’ art. 1815 secondo comma c.c. (“Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”) e accerti, quindi il saldo effettivo dei conti corrente (rideterminazione del rapporto dare e avere) ordinando il ricalcolo sull’intero rapporto secondo legge, senza anatocismo (in subordine su base annuale), con esclusione del conteggio trimestrale degli interessi e del tasso ultralegale e usurario, della commissione di massimo scoperto e della valuta.
Ancora la società chiede, in via istruttoria l’ammissione di Consulenza Tecnica d’Ufficio affinché il perito confermi, se del caso, le risultanze peritali.
In materia bancaria, la consulenza tecnica d’ufficio (C.T.U.) è da considerare un passaggio obbligato dell’iter che porta il Giudice ad emettere la sentenza perché si tratta di analizzare fondamentalmente dati che emergono dalle c.d. perizie econometriche
Nella controversia de quo il Giudice ha ammesso, come richiesto dalla parte attrice, l’espletamento della CTU.
Analizzando la sentenza, il giusdicente, relativamente a uno dei due contratti di conto corrente, evidenzia come non sia stata dedotta e provata documentalmente una valida pattuizione di tassi e capitalizzazione prima di una formalizzazione avvenuta molti anni dopo con un nuovo contratto e per questo ritiene fondate le eccezioni di parte attrice sulla mancata pattuizione degli interessi ultralegali e delle spese.
Ancora, in punto di indeterminatezza delle condizioni contrattuali la sentenza aggiunge che: “Quanto al tasso ordinario, deve ribadirsi quanto costantemente sostenuto in giurisprudenza sulla mancanza di determinatezza del rinvio alle norme bancarie uniformi codificanti gli interessi per c.d. “uso piazza”, peraltro in pieno regime della legge 154/92 e successivamente, dell’art. 117 del TUB”.
Per tali motivi, dunque, conferma il quesito rivolto al CTU, con il quale gli veniva chiesto di “depurare il conto dalle somme trattenute a titolo di CMS e di spese di tenuta conto, in quanto pattuite solo genericamente nel contratto del (omissis) (più risalente; n.d.r.), nonché di ricalcolare l’interesse secondo le previsioni di cui all’art. 117/7 TUB1 (..)”.
Così sull’anatocismo: “Il conto è altresì stato depurato dell’anatocismo in quanto illegittimo (vv. da ultimo Cass. SSUU 24418/2010) nella fase precedente il d. lgs. 342/99 e la delibera CICR 9/2/2000, ma non sanato dall’adeguamento spontaneo della banca a decorrere dal giugno 2000”.
Il comma 7 dell’art. 117 del Testo Unico Bancario dispone: “In caso di inosservanza del comma 4 e nelle ipotesi di nullità indicate nel comma 6, si applicano: a) il tasso nominale minimo e quello massimo, rispettivamente per le operazioni attive e per quelle passive, dei buoni ordinari del tesoro annuali o di altri titoli similari eventualmente indicati dal Ministro dell’economia e delle finanze, emessi nei dodici mesi precedenti la conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, emessi nei dodici mesi precedenti lo svolgimento dell’operazione; b) gli altri prezzi e condizioni pubblicizzati per le corrispondenti categorie di operazioni e servizi al momento della conclusione del contratto o, se più favorevoli per il cliente, al momento in cui l’operazione è effettuata o il servizio viene reso; in mancanza di pubblicità nulla è dovuto”.
È opportuno a questo punto considerare che la legge di stabilità 2014 (Legge n. 147/2013) interviene a modificare sensibilmente la disciplina dell’anatocismo bancario con il nuovo art. 120, comma 2 del TUB2.
Già molto tempo prima, comunque, la Giurisprudenza di legittimità, era intervenuta in questa materia, assestandosi sull’illegittimità dell’istituto e, in particolare, con due sentenze a Sezioni Unite, ha dapprima sancito la nullità dell’anatocismo trimestrale (Cassazione civile, sez. un., sentenza n. 21095/2004), per poi giungere a dichiarare la nullità dell’anatocismo annuale in favore della banca e la legittimità di quello annuale in favore del cliente (Cassazione civile, sez. un., sentenza n. 24418/2010).
E’ noto che l’anatocismo, ovvero la produzione indefinita di interessi sugli interessi degli interessi, in mancanza di usi contrari, è consentito esclusivamente nel caso in cui a tal fine sia stata presentata specifica domanda giudiziale oppure sia stata stipulata idonea convenzione posteriore di almeno sei mesi alla loro scadenza (art. 1283 c.c.).
Ciò posto, il formulario base del contratto adottato dalla maggior parte degli istituti di credito per regolare il rapporto di apertura di credito con affidamento mediante scoperto su conto corrente, stabilisce l’addebito di interessi composti o anatocistici sugli interessi primari (art. 7, 3 co: “gli interessi dovuti dal correntista … producono a loro volta interessi nella stessa misura”), capitalizzati nei singoli periodi trimestrali di contabilizzazione del rapporto (art. 7, 2 co: “i conti che risultino, anche saltuariamente, debitori vengono chiusi contabilmente, in via normale, trimestralmente e cioè a fine marzo, giugno, settembre dicembre”).
Tale pattuizione, per violazione del combinato disposto degli articoli 1283 e 1418, 2 co, è nulla e improduttiva di ogni effetto (cfr. ex multis Cass. Civ. 18 settembre 2003, n. 13739; Corte di Cassazione, Sezione I, 28 marzo 2002 n. 4498; Corte di Cassazione, Sezione I, 28 marzo 2002 n. 4490;Corte di Cassazione, Sezione I, 1° febbraio 2002 n. 1281; Corte di Cassazione, Sezione I, 11 novembre 1999 n. 12507; Corte di Cassazione, Sezione III, 30 marzo 1999 n. 3096; Trib. Monza 21 febbraio 1999).
2 Ecco il testo: «Il CICR stabilisce modalità e criteri per la produzione di interessi nelle operazioni poste in essere nell’esercizio dell’attività bancaria, prevedendo in ogni caso che:
b) gli interessi periodicamente capitalizzati (contabilizzati) non possano produrre interessi ulteriori che, nelle successive operazioni di capitalizzazione, sono calcolati esclusivamente sulla sorte capitale».
15 giugno 1998; Trib. Vercelli 21 luglio 1994; Pret. Roma 11 novembre 1996 e Cassazione Civile, Sez. I, 1 ottobre 2002, n. 14091 la quale ha, specificamente statuito che: “La clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente di una banca è nulla in quanto essa non risponde ad un uso negoziale (e non normativo), ancorché la clausola stessa sia nello specifico contratto, dichiarata conforme alle “norme bancarie uniformi” (giacché anche queste costituiscono usi negoziali”).
Gli orientamenti giurisprudenziali maggioritari affermano, dunque, l’inesistenza di un uso normativo idoneo a derogare ai limiti di ammissibilità dell’anatocismo previsti dall’art. 1283 c.c.: non esiste un uso normativo, anteriore all’entrata in vigore del vigente codice civile del 1942 e neppure successivo (non possono essersi formati validamente altri usi normativi rispetto a quelli già esistenti al momento di entrata in vigore del codice), il cui contenuto consenta la pattuizione preventiva della capitalizzazione trimestrale degli interessi non ancora scaduti.
La Suprema Corte, nel tempo, ha vietato ogni forma di anatocismo (e non solo quella trimestrale): con la sentenza 2 dicembre 2010, n. 24418, già citata e riportata dal Giudice nella sentenza in commento, in particolare, è stato stabilito che né la banca, né il giudice possono applicare una capitalizzazione con una diversa periodicità, in questo modo dichiarando illegittima anche la capitalizzazione annuale del servizio del credito, ovvero gli interessi.
Per il resto, la società attrice, difesa dall’Avv. Monica Pagano, ritiene di dover contestare in alcune parti il disposto del Giudice, in particolare laddove dispone che il saldo a favore del correntista (parte attrice) ammonta, quanto anuno dei due conti corrente, alla somma di € 44.592,14.
Il Consulente, rispondendo al quesito, aveva in realtà elaborato due distinte ipotesi: la prima prevedeva rielaborazione con applicazione della capitalizzazione dal 30.09.2006; mentre, la seconda rielaborazione con applicazione della capitalizzazione per il periodo successivo alla delibera CICR 9.2.2000.
Nelle due ipotesi elaborate dal CTU il credito del correntista è ben superiore alle somme riconosciute in sentenza dal Giudice.
Egli, in particolare, ritiene che il ricalcolo effettuato dal Consulente sia stato eseguito correttamente fino a una certa data, reputando che da tale termine, fosse intervenuta una corretta pattuizione delle clausole del conto con conseguente legittimità degli addebiti.
A ben vedere, l’organo giudicante non tiene conto della circostanza che per il periodo successivo (a partire da tale data) il saldo del conto corrente era positivo, circostanza che era stata rilevata dal CTU nella sua relazione: “Si osserva che il quesito richiede, letteralmente, la rielaborazione del conto corrente alla data del (omissis). In realtà i risultati della rielaborazione alla data indicata producono effetti significativi anche sul periodo successivo: ad esempio risultando a tale data, e per l’intero periodo successivo, un saldo ricalcolato positivo (ovvero creditore per il correntista), non risultano più dovuti gli interessi debitori e le c.m.s. addebitate dalla banca; anzi maturano interessi creditori, da calcolarsi al tasso banca, in quanto pattuito per il periodo successivo al (omissis)”.
Invero, inspiegabilmente, il Giudice ha ignorato l’illegittimo addebito da parte della banca di somme superiori a 20.000 € a partire da un periodo nel quale il saldo correntista non era negativo e l’istituto di credito non avrebbe potuto, conseguentemente, addebitargli interessi debitori e c.ms.
Di converso, da tale periodo, sono maturati interessi creditori a favore del correntista!
Ci si permette, altresì, di dissentire perché, come già rilevato dalla scrivente difesa in sede di osservazioni alla CTU, il saldo più favorevole per il correntista, risultante dal ricalcolo effettuato dal Consulente (€ 68.236,93), era addirittura il frutto della ricostruzione del saldo/conto secondo le indicazioni e le precisazioni richieste dalla Banca.
Laddove, a differenza di quanto sostenuto da parte attrice, il Tribunale ritiene, in merito all’usura sopravvenuta, che il riferimento alle c.d. Istruzioni della Banca d’Italia “sia imprescindibile nel calcolo dell’usura atteso che, pur non essendovi dubbio come non si tratti di fonti del diritto in senso proprio, nemmeno le stesse possono essere degradate al rango di semplici circolari” e ancora che “Le stesse si collocano poi in posizione peculiare nella normativa antiusura e, in particolare, nella determinazione del c.d. tasso soglia”.
Più correttamente, a parere della difesa dell’attrice, il Giudice avrebbe dovuto fare esclusivo riferimento alla normativa di cui alla Legge 108/1996.
Infatti, più volte la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata in ordine alla non vincolatività delle indicazioni della Banca d’Italia oltre al fatto che, come è chiaro, tali circolari o istruzioni non possano in nessun modo essere considerate fonte di legge tale da derogare alla normativa posta in materia di usura (ex multis C. Cass. n.46669/11, conforme anche Tribunale di Brindisi 09.08.2012 – Tribunale di Pordenone 07.03.2012 – Corte d’Appello di Torino 20.12.2013).
Tali statuizioni incidono in modo particolare sul metodo di calcolo delle CMS e parte attrice, in sede di osservazioni alla CTU, redatte dopo l’invio della bozza, aveva richiesto al Consulente, in merito alla verifica dell’eventuale superamento della soglia di usura, di effettuare un calcolo alternativo comprendendo tra la voce “costi e oneri” anche la CMS ante 2009.
Lo stesso ha ritenuto di non provvedervi e il Giudice ha condiviso tale scelta sulla base del rilievo che “le Istruzioni della Banca d’Italia vigenti fino al 2010 prevedono il suo calcolo (delle CMS; n.d.r.) secondo il criterio della cms-soglia”.
In realtà, l’art. 644, 4 comma c.p. stabilisce che “…per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”.
Inoltre la legge d’interpretazione autentica nr. 24/2001 (che ha convertito l’originario decreto legge) ha chiarito all’art. 1 che “…ai fini dell’applicazione dell’articolo 644 del codice penale e dell’articolo 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal momento del loro pagamento.”
Anche la Cassazione Penale più volte ha ribadito come: “anche la CMS dev’essere tenuta in considerazione quale fattore potenzialmente produttivo di usura, essendo rilevanti, ai fini della determinazione del tasso usurario, tutti gli oneri che l’utente sopporta in relazione all’utilizzo del credito, indipendentemente dalle istruzioni o direttive della Banca d’Italia (circolare della Banca d’Italia 30.9.1996 e successive) in cui si prevedeva che la CMS non dovesse essere valutata ai fini della determinazione del tasso effettivo globale degli interessi, traducendosi in un aggiramento della norma penale che impone alla legge di stabilire il limite oltre il quale gli interessi sono sempre usurari” (cfr. Cass. Pen. Sez. II, sent. 22 luglio 2010, n. 28743; Cass. Pen. Sez. sent. 26 marzo 2010, n. 12028 e, già citata, Cass. Pen. Sez. II nr. 46669/2011).
L’ultimo punto affrontato dalla sentenza in commento riguarda l’esito negativo della procedura di mediazione attivata da parte attrice, per mancata adesione da parte dell’istituto di credito.
Il Giudice, in particolare, condanna quest’ultimo al pagamento di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio a favore dell’entrata del bilancio dello stato, come previsto dall’art. 8, comma IV bis del D.lgs. 828/2013, per non aver partecipato, senza giustificato motivo, alla procedura suddetta, come dimostrato da parte attrice.
La sentenza pronunziata dal Tribunale di Mantova il 23 febbraio 2016 ha, quindi, accolto la domanda attorea acclarando, di conseguenza, la pattuizione e l’applicazione di interessi ultra-legali e usurari, commissioni e spese non dovute, da parte della banca convenuta, sui conti corrente dell’attrice e rideterminando, quindi, il dare e avere tra le parti.
Ha, infine, condannato l’istituto di credito alle spese processuali nonché per non aver partecipato alla procedura di mediazione.