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Timestamp: 2018-02-19 17:29:53+00:00
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Espropriazioni per pubblica utilita' - Provvedimento di acquisizione - Dichiarazione e decreto di esproprio
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Consiglio di Stato sez.IV 26/11/2009 n. 7446 -
sul ricorso in appello n. 9150 del 2008, proposto da
Giorgio Brilli e Maria Mercorella, rappresentati e difesi dagli avv.ti Lucio Crisci e Fabrizio Crisci, ed elettivamente domiciliati presso i difensori in Roma, via Nicastro n. 3, come da mandato a margine del ricorso introduttivo;
Comune di Montefalcone Val Fortore, in persona del sindaco legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall’avv. Andrea Abbamonte, ed elettivamente domiciliato presso quest’ultimo in Roma, via degli Avignonesi n. 5, come da mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta;
I.V.P.C. s.r.l., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dagli avv.ti Federico Tedeschini e Giovanna Fucci, ed elettivamente domiciliata presso i difensori in Roma, largo Messico n. 7, come da mandato a margine della comparsa di costituzione e risposta;
della sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione quinta, n. 8840 del 3 ottobre 2007;
relatore all’udienza pubblica del giorno 20 ottobre 2009 il consigliere Diego Sabatino;
uditi per le parti gli avvocati Abbamonte, Tedeschini e Lucio Crisci;
Con ricorso iscritto al n. 9150 del 2008, Giorgio Brilli e Maria Mercorella proponevano appello avverso la sentenza del Tribunale amministrativo regionale per la Campania, sezione quinta, n. 8840 del 3 ottobre 2007 con la quale era stato dichiarato irricevibile il ricorso proposto contro il Comune di Montefalcone Val Fortore per l’annullamento del provvedimento prot. n. 896 del 1 marzo 2007 con cui il Comune di Montefalcone di Val Fortore, ai sensi dell’art. 43 d.p.r. n. 327/01, ha imposto la servitù coattiva sul fondo di proprietà dei ricorrenti.
A sostegno delle doglianze proposte dinanzi al giudice di prime cure, le parti ricorrenti avevano evidenziato l’illegittimità del provvedimento gravato, sottolineando come l’atto espropriativo si fosse inserito cronologicamente in una vertenza giudiziaria in corso dinanzi al giudice civile in materia di risarcimento del danno per l’imposizione de facto della servitù in questione.
Costituitosi il Comune di Montefalcone Val Fortore e la controinteressata I.V.P.C. s.r.l., il ricorso veniva deciso con la sentenza appellata. In essa, il T.A.R. riteneva irricevibile il ricorso per non aver rispettato il termine di deposito dimezzato a norma dell’art. 23 bis della legge T.A.R., applicabile alla situazione in quanto trattandosi di impugnazione di atto avente natura espropriativa.
Contestando le statuizioni del primo giudice, la parte appellante evidenziava l’inesistenza dei presupposti per la decisione di rito adottata in prime cure e riproponeva le censure in merito già sollevate dinanzi al T.A.R..
Nel giudizio di appello, si costituiva il Comune di Montefalcone Val Fortore e la I.V.P.C. s.r.l., chiedendo di dichiarare inammissibile o, in via gradata, rigettare il ricorso.
All’udienza del 9 dicembre 2008, l’istanza cautelare veniva respinta con ordinanza n. 6534/2008.
Alla pubblica udienza del 20 ottobre 2009, il ricorso è stato discusso ed assunto in decisione.
2. - In via preliminare, occorre evidenziare come, contrariamente a quanto sostenuto dalla parte appellante, il provvedimento di acquisizione disciplinato dall’art. 43 del d.P.R. 8 giugno 2001, n. 327 “Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità” abbia un’effettiva valenza espropriativa.
Come recita il comma 1 della citata disposizione, l’effetto principale del provvedimento è l’acquisizione al patrimonio indisponibile dell’ente del bene su cui interviene l’atto di acquisizione, con la precisazione che, oltre alla possibilità di incidere su beni immobili, secondo la previsione dell’originaria formulazione del testo di legge, è altresì possibile ottenere anche “l`eventuale acquisizione del diritto di servitù al patrimonio di soggetti, privati o pubblici, titolari di concessioni, autorizzazioni o licenze o che svolgono, anche in base alla legge, servizi di interesse pubblico nei settori dei trasporti, telecomunicazioni, acqua, energia”, come disposto dal comma 6-bis, introdotto dall`articolo 1 del D.Lgs. del 27 dicembre 2002, n. 302.
Appare quindi palese l’esistenza dell’effetto privativo in capo al privato e del contestuale esito acquisitivo in capo all’amministrazione, ossia si è dinanzi al tipico meccanismo effettuale in cui si sostanzia l’espropriazione. Peraltro, come evidenzia la giurisprudenza di questa sezione (da ultimo Consiglio di Stato, sez. IV, 17 febbraio 2009, n. 915) il provvedimento di acquisizione assorbe in sé sia la dichiarazione di pubblica utilità che il decreto di esproprio e quindi sintetizza uno actu lo svolgimento dell’intero procedimento, in presenza dei presupposti di legge che devono essere valutati in maniera estremamente analitica dall’amministrazione nell’esercizio del proprio potere discrezionale.
Si ricade quindi pienamente nell’ambito applicativo dell’art. 23 bis della legge T.A.R., che espressamente indica tra gli atti soggetti a quel regime disciplinare “i provvedimenti relativi alle procedure di aggiudicazione, affidamento ed esecuzione di opere pubbliche o di pubblica utilità, ivi compresi i bandi di gara e gli atti di esclusione dei concorrenti, nonché quelli relativi alle procedure di occupazione e di espropriazione delle aree destinate alle predette opere”.
3. - Assodato che l’atto gravato rientra nel regime accelerato di cui all’art. 23 bis della legge T.A.R., introdotto dall`art. 4, comma 2, della legge 205 del 2000, non può che ricordarsi come sia del tutto pacifico in giurisprudenza che nei giudizi relativi alle procedure di occupazione e di espropriazione delle aree destinate alle opere pubbliche i termini processuali sono ridotti alla metà, salvo quelli per la proposizione del ricorso: tale dimidiazione trova applicazione generalizzata e le eventuali eccezioni debbono essere espressamente previste nella stessa normativa che richiami quel rito (da ultimo, in termini, Consiglio di Stato, sez. IV, 23 settembre 2004, n. 6239).
In questo senso, la ragione posta a fondamento della sentenza gravata appare del tutto condivisibile, in quanto il ricorso, notificato in data 5 giugno 2007, è stato depositato il 22 giugno 2007, ovvero diciassette giorni dopo l’ultima notifica e quindi dopo la scadenza del termine ultimo di quindici giorni.
Il ricorso in primo grado è stato quindi correttamente ritenuto tardivo.
4. - L’appello va pertanto respinto. Sussistono tuttavia giusti motivi per compensare integralmente tra le parti le spese processuali.
1. Respinge l’appello n. 9150 del 2008;
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del giorno 20 ottobre 2009, dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale – Sezione Quarta - con la partecipazione dei signori:
Pier Luigi Lodi, Presidente FF
Il 26/11/2009