Source: http://www.spagnoloassociati.it/commenti.asp
Timestamp: 2017-07-23 00:54:58+00:00
Document Index: 155336455

Matched Legal Cases: ['art. 139', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 21', 'art. 1341', 'Cass. Sez. ', 'art. 1932', 'art. 1917', 'art. 1341', 'Cass. Sez. ', 'art. 1341', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 1341', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 144', 'art. 144', 'art. 1223', 'art. 617', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 60', 'art. 60', 'art. 23', 'art. 60', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 1372', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 142', 'art. 142', 'art. 142', 'art. 1916', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 1910', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 22', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Gli importi per la liquidazione del danno biologico di lieve entità di cui all'art. 139 del D.Lgs. n. 209/2005 sono stati aggiornati con D.M. 20 giugno 2014, pubblicato in G.U. n. 153 del 4 luglio 2014.
I nuovi importi sono aggiornati, a decorrere dal mese di aprile 2014, nelle seguenti misure:
euro 795,91 per quanto riguarda l'importo relativo al valore del primo punto di invalidità;
euro 46,43 per quanto riguarda l'importo relativo ad ogni giorno di inabilità assoluta.
INAIL - Aumento indennità risarcitoria del danno biologico a decorrere dal 2014
Circolare INAIL n. 26 del 9 maggio 2014
Il decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali e del Ministro delle finanze del 14 febbraio 2014, "Rivalutazione del danno biologico per l'anno 2014", ha disposto, a decorrere dal 2014, l'aumento nella misura del 7,57% delle indennità dovute dall'Inail ai sensi della Tabella di indennizzo danno biologico di cui al decreto ministeriale 12 luglio 2000.
Per espressa previsione del decreto in oggetto, l'aumento in questione si aggiunge a quello del 8,68% di cui al decreto interministeriale del 27 marzo 2009.
Quanto all'ambito di applicazione, detto aumento riguarda i ratei di rendita maturati e gli indennizzi in capitale liquidati dal 1° gennaio 2014 e si applica esclusivamente agli importi effettivamente erogati dall'Istituto.
In particolare, per i ratei di rendita maturati a decorrere dal 1° gennaio 2014 l'incremento si applica agli importi relativi alla quota che ristora il danno biologico.
Per quanto riguarda gli indennizzi in capitale, l'incremento si applica agli importi erogati a seguito di provvedimenti emanati a decorrere dal 1° gennaio 2014.
Nei casi di revisione e aggravamento, l'incremnto si applica solo agli importi erogati a seguito di provvedimento emanato a far data dal 1° gennaio 2014.
Gli importi relativi agli aumenti dovuti ai sensi del decreto in oggetto saranno liquidati d'ufficio tramite procedura informatica, secondo le consuete modalità di pagamento delle prestazioni economiche.
MINISTERO DELLA GIUSTIZIA DECRETO 10 marzo 2014, n. 55 Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai sensi dell'articolo 13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012, n. 247.
(GU Serie Generale n.77 del 2-4-2014) IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA Visti gli articoli 1, comma 3, e 13 comma 6, della legge 31 dicembre 2012, n. 247;
Sulla proposta del Consiglio nazionale forense pervenuta in data 24 maggio 2013; Udito il parere del Consiglio di Stato, espresso dalla Sezione consultiva per gli atti normativi nell'adunanza del 24 ottobre 2013; Vista la trasmissione dello schema di regolamento alle competenti Commissioni della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica; Visto l'articolo 17, comma 3, della legge 23 agosto 1988, n. 400; Vista la nota del 10 marzo 2014, con la quale lo schema di regolamento e' stato comunicato al Presidente del Consiglio dei ministri; Adotta il seguente regolamento: Capo I
Art. 1 Ambito applicativo 1. Il presente regolamento disciplina per le prestazioni professionali i parametri dei compensi all'avvocato quando all'atto dell'incarico o successivamente il compenso non sia stato determinato
in forma scritta, in ogni caso di mancata determinazione consensuale degli stessi, comprese le ipotesi di liquidazione nonche' di prestazione nell'interesse di terzi o prestazioni officiose previste dalla legge, ferma restando - anche in caso di determinazione
contrattuale del compenso - la disciplina del rimborso spese di cui al successivo articolo 2. Art. 2 Compensi e spese 1. Il compenso dell'avvocato e' proporzionato all'importanza dell'opera. 2. Oltre al compenso e al rimborso delle spese documentate in relazione alle singole prestazioni, all'avvocato e' dovuta - in ogni caso ed anche in caso di determinazione contrattuale - una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15 per cento
del compenso totale per la prestazione, fermo restando quanto previsto dai successivi articoli 5, 11 e 27 in materia di rimborso spese per trasferta. Art. 3 Applicazione analogica 1. Nell'ambito dell'applicazione dei precedenti articoli 1 e 2, per i compensi ed i rimborsi non regolati da specifica previsione si ha riguardo alle disposizioni del presente decreto che regolano fattispecie analoghe. Capo II
Disposizioni concernenti l'attività giudiziale
Art. 4 Parametri generali per la determinazione dei compensi in sede giudiziale 1. Ai fini della liquidazione del compenso si tiene conto delle caratteristiche, dell'urgenza e del pregio dell'attivita' prestata, dell'importanza, della natura, della difficolta' e del valore dell'affare, delle condizioni soggettive del cliente, dei risultati
conseguiti, del numero e della complessita' delle questioni giuridiche e di fatto trattate. In ordine alla difficolta' dell'affare si tiene particolare conto dei contrasti giurisprudenziali, e della quantita' e del contenuto della corrispondenza che risulta essere stato necessario intrattenere con il cliente e con altri soggetti. Il giudice tiene conto dei valori medi di cui alle tabelle allegate, che, in applicazione dei parametri generali, possono essere aumentati, di regola, fino all'80 per cento, o diminuiti fino al 50 per cento. Per la fase istruttoria l'aumento
e' di regola fino al 100 per cento e la diminuzione di regola fino al 70 per cento. 2. Quando in una causa l'avvocato assiste piu' soggetti aventi la stessa posizione processuale, il compenso unico puo' di regola essere aumentato per ogni soggetto oltre il primo nella misura del 20 per cento, fino a un massimo di dieci soggetti, e del 5 per cento per ogni soggetto oltre i primi dieci, fino a un massimo di venti. La
disposizione di cui al periodo precedente si applica quando piu' cause vengono riunite, dal momento dell'avvenuta riunione e nel caso in cui l'avvocato assiste un solo soggetto contro piu' soggetti. 3. Quando l'avvocato assiste ambedue i coniugi nel procedimento per separazione consensuale e nel divorzio a istanza congiunta, il compenso e' liquidato di regola con una maggiorazione del 20 per cento su quello altrimenti liquidabile per l'assistenza di un solo
soggetto. 4. Nell'ipotesi in cui, ferma l'identita' di posizione processuale dei vari soggetti, la prestazione professionale nei confronti di questi non comporta l'esame di specifiche e distinte questioni di
fatto e di diritto, il compenso altrimenti liquidabile per l'assistenza di un solo soggetto e' di regola ridotto del 30 per cento. 5. Il compenso e' liquidato per fasi. Con riferimento alle diverse fasi del giudizio si intende semplificativamente: a) per fase di studio della controversia: l'esame e lo studio degli atti a seguito della consultazione con il cliente, le ispezioni dei luoghi, la ricerca dei documenti e la conseguente relazione o parere,
scritti oppure orali, al cliente, precedenti la costituzione in giudizio; b) per fase introduttiva del giudizio: gli atti introduttivi del giudizio e di costituzione in giudizio, e il relativo esame incluso quello degli allegati, quali ricorsi, controricorsi, citazioni, comparse, chiamate di terzo ed esame delle relative autorizzazioni
giudiziali, l'esame di provvedimenti giudiziali di fissazione della prima udienza, memorie iniziali, interventi, istanze, impugnazioni, le relative notificazioni, l'esame delle corrispondenti relate,
l'iscrizione a ruolo, il versamento del contributo unificato, le rinnovazioni o riassunzioni della domanda, le autentiche di firma o l'esame della procura notarile, la formazione del fascicolo e della posizione della pratica in studio, le ulteriori consultazioni con il
cliente; c) per fase istruttoria: le richieste di prova, le memorie illustrative o di precisazione o integrazione delle domande o dei motivi d'impugnazione, eccezioni e conclusioni, l'esame degli scritti o documenti delle altre parti o dei provvedimenti giudiziali
pronunciati nel corso e in funzione dell'istruzione, gli adempimenti o le prestazioni connesse ai suddetti provvedimenti giudiziali, le partecipazioni e assistenze relative ad attivita' istruttorie, gli atti necessari per la formazione della prova o del mezzo istruttorio
anche quando disposto d'ufficio, la designazione di consulenti di parte, l'esame delle corrispondenti attivita' e designazioni delle altre parti, l'esame delle deduzioni dei consulenti d'ufficio o delle
altre parti, la notificazione delle domande nuove o di altri atti nel corso del giudizio compresi quelli al contumace, le relative richieste di copie al cancelliere, le istanze al giudice in qualsiasi
forma, le dichiarazioni rese nei casi previsti dalla legge, le deduzioni a verbale, le intimazioni dei testimoni, comprese le notificazioni e l'esame delle relative relate, i procedimenti comunque incidentali comprese le querele di falso e quelli inerenti alla verificazione delle scritture private. Al fine di valutare il grado di complessita' della fase rilevano, in particolare, le plurime memorie per parte, necessarie o autorizzate dal giudice, comunque denominate ma non meramente illustrative, ovvero le plurime richieste
istruttorie ammesse per ciascuna parte e le plurime prove assunte per ciascuna parte. La fase rileva ai fini della liquidazione del compenso quando effettivamente svolta; d) per fase decisionale: le precisazioni delle conclusioni e l'esame di quelle delle altre parti, le memorie, illustrative o conclusionali anche in replica, compreso il loro deposito ed esame, la discussione orale, sia in camera di consiglio che in udienza pubblica, le note illustrative accessorie a quest'ultima, la
redazione e il deposito delle note spese, l'esame e la registrazione o pubblicazione del provvedimento conclusivo del giudizio, comprese le richieste di copie al cancelliere, il ritiro del fascicolo, l'iscrizione di ipoteca giudiziale del provvedimento conclusivo
stesso; il giudice, nella liquidazione della fase, tiene conto, in ogni caso, di tutte le attivita' successive alla decisione e che non rientrano, in particolare, nella fase di cui alla lettera e); e) per fase di studio e introduttiva del procedimento esecutivo: la disamina del titolo esecutivo, la notificazione dello stesso unitamente al precetto, l'esame delle relative relate, il pignoramento e l'esame del relativo verbale, le iscrizioni,
trascrizioni e annotazioni, gli atti d'intervento, le ispezioni ipotecarie, catastali, l'esame dei relativi atti;
f) per fase istruttoria e di trattazione del procedimento esecutivo: ogni attivita' del procedimento stesso non compresa nella lettera e), quali le assistenze all'udienza o agli atti esecutivi di qualsiasi tipo. 6. Nell'ipotesi di conciliazione giudiziale o transazione della controversia, la liquidazione del compenso e' di regola aumentato fino a un quarto rispetto a quello altrimenti liquidabile per la fase
decisionale fermo quanto maturato per l'attivita' precedentemente svolta. 7. Costituisce elemento di valutazione negativa, in sede di liquidazione giudiziale del compenso, l'adozione di condotte abusive tali da ostacolare la definizione dei procedimenti in tempi ragionevoli.
8. Il compenso da liquidare giudizialmente a carico del soccombente costituito puo' essere aumentato fino a un terzo rispetto a quello altrimenti liquidabile quando le difese della parte vittoriosa sono risultate manifestamente fondate. 9. Nel caso di responsabilita' processuale ai sensi dell'articolo 96 del codice di procedura civile, ovvero, comunque, nei casi d'inammissibilita' o improponibilita' o improcedibilita' della domanda, il compenso dovuto all'avvocato del soccombente e' ridotto,
ove concorrano gravi ed eccezionali ragioni esplicitamente indicate nella motivazione, del 50 per cento rispetto a quello altrimenti liquidabile. 10. Nel caso di controversie a norma dell'articolo 140-bis del decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, il compenso puo' essere aumentato fino al triplo rispetto a quello altrimenti liquidabile. Art. 5 Determinazione del valore della controversia 1. Nella liquidazione dei compensi a carico del soccombente, il valore della causa - salvo quanto diversamente disposto dal presente comma - e' determinato a norma del codice di procedura civile. Nei giudizi per azioni surrogatorie e revocatorie, si ha riguardo
all'entita' economica della ragione di credito alla cui tutela l'azione e' diretta, nei giudizi di divisione alla quota o ai supplementi di quota o all'entita' dei conguagli in contestazione. Quando nei giudizi di divisione la controversia interessa anche la
massa da dividere, si ha riguardo a quest'ultima. Nei giudizi per pagamento di somme o liquidazione di danni, si ha riguardo di norma alla somma attribuita alla parte vincitrice piuttosto che a quella domandata. In ogni caso si ha riguardo al valore effettivo della
controversia, anche in relazione agli interessi perseguiti dalle parti, quando risulta manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile o alla legislazione speciale.
2. Nella liquidazione dei compensi a carico del cliente si ha riguardo al valore corrispondente all'entita' della domanda. Si ha riguardo al valore effettivo della controversia quando risulta
manifestamente diverso da quello presunto anche in relazione agli interessi perseguiti dalle parti. 3. Nelle cause davanti agli organi di giustizia, nella liquidazione a carico del cliente si ha riguardo all'entita' economica dell'interesse sostanziale che il cliente intende perseguire; nella liquidazione a carico del soccombente si ha riguardo all'entita' economica dell'interesse sostanziale che riceve tutela attraverso la
decisione. In relazione alle controversie in materia di pubblici contratti, l'interesse sostanziale perseguito dal cliente privato e' rapportato all'utile effettivo o ai profitti attesi dal soggetto aggiudicatario o dal soggetto escluso. 4. Nelle cause davanti agli organi di giustizia tributaria il valore della controversia e' determinato in conformita' all'importo delle imposte, tasse, contributi e relativi accessori oggetto di contestazione, con il limite di un quinquennio in caso di oneri poliennali.
5. Qualora il valore effettivo della controversia non risulti determinabile mediante l'applicazione dei criteri sopra enunciati, la stessa si considerera' di valore indeterminabile. 6. Le cause di valore indeterminabile si considerano di regola e a questi fini di valore non inferiore a euro 26.000,00 e non superiore a euro 260.000,00, tenuto conto dell'oggetto e della complessita' della controversia. Qualora la causa di valore indeterminabile risulti di particolare importanza per lo specifico oggetto, il numero
e la complessita' delle questioni giuridiche trattate, e la rilevanza degli effetti ovvero dei risultati utili, anche di carattere non patrimoniale, il suo valore si considera di regola e a questi fini entro lo scaglione fino a euro 520.000,00. Art. 6 Cause di valore superiore ad euro 520.000,00
1. Alla liquidazione dei compensi per le controversie di valore superiore a euro 520.000,00 si applica di regola il seguente incremento percentuale: per le controversie da euro 520.000,00 ad euro 1.000.000,00 fino al 30 per cento in piu' dei parametri numerici
previsti per le controversie di valore fino a euro 520.000,00; per le controversie da euro 1.000.000,01 ad euro 2.000.000,00 fino al 30 per cento in piu' dei parametri numerici previsti per le controversie di
valore sino ad euro 1.000.000,00; per le controversie da euro 2.000.000,01 ad euro 4.000.000,00 fino al 30 per cento in piu' dei parametri numerici previsti per le controversie di valore sino ad euro 2.000.000,00; per le controversie da euro 4.000.000,01 ad euro
8.000.000,00 fino al 30 per cento in piu' dei parametri numerici previsti per le controversie di valore sino ad euro 4.000.000,00; per le controversie di valore superiore ad euro 8.000.000,00 fino al 30 per cento in piu' dei parametri numerici previsti per le cause di valore sino ad euro 8.000.000,00; tale ultimo criterio puo' essere
utilizzato per ogni successivo raddoppio del valore della controversia. Art. 7 Giudizi non compiuti 1. Per l'attivita' prestata dall'avvocato nei giudizi iniziati ma non compiuti, si liquidano i compensi maturati per l'opera svolta fino alla cessazione, per qualsiasi causa, del rapporto professionale. Art. 8 Pluralita' di difensori e societa' professionali 1. Quando incaricati della difesa sono piu' avvocati, ciascuno di essi ha diritto nei confronti del cliente ai compensi per l'opera prestata, ma nella liquidazione a carico del soccombente sono computati i compensi per un solo avvocato. 2. All'avvocato incaricato di svolgere funzioni di domiciliatario, spetta di regola un compenso non inferiore al 20 per cento dell'importo previsto dai parametri di cui alle tabelle allegate per le fasi processuali che lo stesso domiciliatario ha effettivamente
seguito e, comunque, rapportato alle prestazioni concretamente svolte. 3. Se l'incarico professionale e' conferito a una societa' di avvocati si applica il compenso spettante a un solo professionista, anche se la prestazione e' svolta da piu' soci. Art. 9 Praticanti avvocati abilitati al patrocinio 1. Ai praticanti avvocati abilitati al patrocinio e' liquidata di regola la meta' dei compensi spettanti all'avvocato. Art. 10 Procedimenti arbitrali rituali e irrituali 1. Per i procedimenti arbitrali rituali ed irrituali, agli arbitri sono di regola dovuti i compensi previsti sulla base dei parametri numerici di cui alla tabella allegata. 2. Agli avvocati chiamati a difendere in arbitrati, rituali o irrituali, sono di regola liquidati i compensi previsti dai parametri di cui alla tabella n. 2. Art. 11 Trasferte 1. Per gli affari e le cause fuori dal luogo ove svolge la professione in modo prevalente, all'avvocato incaricato della difesa e' di regola liquidata 'indennita' di trasferta e il rimborso delle spese a norma dell'articolo 27 della materia stragiudiziale. Capo III
Disposizioni concernenti l'attività penale
Art. 12 Parametri generali per la determinazione dei compensi 1. Ai fini della liquidazione del compenso spettante per l'attivita' penale si tiene conto delle caratteristiche, dell'urgenza e del pregio dell'attivita' prestata, dell'importanza, della natura, della complessita' del procedimento, della gravita' e del numero delle imputazioni, del numero e della complessita' delle questioni giuridiche e di fatto trattate, dei contrasti giurisprudenziali, dell'autorita' giudiziaria dinanzi cui si svolge la prestazione, della rilevanza patrimoniale, del numero dei documenti da esaminare,
della continuita' dell'impegno anche in relazione alla frequenza di trasferimenti fuori dal luogo ove svolge la professione in modo prevalente, nonche' dell'esito ottenuto avuto anche riguardo alle conseguenze civili e alle condizioni finanziarie del cliente. Si tiene altresi' conto del numero di udienze, pubbliche o camerali, diverse da quelle di mero rinvio, e del tempo necessario all'espletamento delle attivita' medesime. Il giudice tiene conto dei valori medi di cui alle tabelle allegate, che, in applicazione dei
parametri generali, possono, di regola, essere aumentati fino all'80 per cento, o diminuiti fino al 50 per cento. 2. Quando l'avvocato assiste piu' soggetti aventi la stessa posizione processuale, il compenso unico puo' di regola essere aumentato per ogni soggetto oltre il primo nella misura del 20 per cento, fino a un massimo di dieci soggetti, e del 5 per cento per
ogni soggetto oltre i primi dieci, fino a un massimo di venti. La disposizione del periodo precedente si applica anche quando il numero delle parti ovvero delle imputazioni e' incrementato per effetto di riunione di piu' procedimenti, dal momento della disposta riunione, e
anche quando il professionista difende una parte contro piu' parti, sempre che la prestazione non comporti l'esame di medesime situazioni di fatto o di diritto. Quando, ferma l'identita' di posizione processuale, la prestazione professionale non comporta l'esame di
specifiche e distinte situazioni di fatto o di diritto in relazione ai diversi imputati e in rapporto alle contestazioni, il compenso altrimenti liquidabile per l'assistenza di un solo soggetto e' di regola ridotto del 30 per cento. Per le liquidazioni delle
prestazioni svolte in favore di soggetti ammessi al patrocinio a spese dello Stato a norma del testo unico delle spese di giustizia di cui al decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, si tiene specifico conto della concreta incidenza degli atti
assunti rispetto alla posizione processuale della persona difesa. 3. Il compenso si liquida per fasi. Con riferimento alle diverse fasi del giudizio si intende esemplificativamente: a) per fase di studio, ivi compresa l'attivita' investigativa:
l'esame e studio degli atti, le ispezioni dei luoghi, la iniziale ricerca di documenti, le consultazioni con il cliente, i colleghi o i consulenti, le relazioni o i pareri, scritti o orali, che esauriscano l'attivita' e sono resi in momento antecedente alla fase
introduttiva; b) per fase introduttiva del giudizio: gli atti introduttivi quali esposti, denunce querele, istanze richieste dichiarazioni, opposizioni, ricorsi, impugnazioni, memorie, intervento del responsabile civile e la citazione del responsabile civile; c) per fase istruttoria o dibattimentale: le richieste, gli scritti, le partecipazioni o assistenze relative ad atti ed attivita' istruttorie procedimentali o processuali anche preliminari, rese anche in udienze pubbliche o in camera di consiglio, che sono
funzionali alla ricerca di mezzi di prova, alla formazione della prova, comprese liste, citazioni e le relative notificazioni, l'esame dei consulenti, testimoni, indagati o imputati di reato connesso o collegato; d) per fase decisionale: le difese orali o scritte, le repliche, l'assistenza alla discussione delle altre parti processuali sia in camera di consiglio che in udienza pubblica. Art. 13 Giudizi non compiuti 1. Se il procedimento o il processo non sono portati a termine per qualsiasi causa o sopravvengono cause estintive del reato, ovvero il cliente o l'avvocato recedono dal mandato, sono liquidati i compensi maturati per l'opera svolta fino alla data di cessazione
dell'incarico ovvero a quella di pronunzia della causa estintiva. Art. 14 Incarico conferito a societa' di avvocati 1. Se l'incarico professionale e' conferito a una societa' di avvocati si applica il compenso spettante a un solo professionista, anche se la prestazione e' svolta da piu' soci. Art. 15 Trasferte 1. Per gli affari e le cause fuori dal luogo ove svolge la professione in modo prevalente, all'avvocato e' liquidata un'indennita' di trasferta e un rimborso delle spese, a norma dell'articolo 27 della materia stragiudiziale. Art. 16 Parte civile 1. All'avvocato della persona offesa, della parte civile, del responsabile civile e del civilmente obbligato si applicano i parametri numerici previsti dalle tabelle allegate. Art. 17 Praticanti avvocati abilitati al patrocinio 1. Ai praticanti avvocati abilitati al patrocinio e' liquidata di regola la meta' dei compensi spettanti all'avvocato. Capo IV
Disposizioni concernenti l'attività stragiudiziale
Compensi per attivita' stragiudiziale 1. I compensi liquidati per prestazioni stragiudiziali sono onnicomprensivi in relazione ad ogni attivita' inerente l'affare. Art. 19 Parametri generali per la determinazione dei compensi 1. Ai fini della liquidazione del compenso si tiene conto delle caratteristiche, dell'urgenza, del pregio dell'attivita' prestata, dell'importanza dell'opera, della natura, della difficolta' e del valore dell'affare, della quantita' e qualita' delle attivita' compiute, delle condizioni soggettive del cliente, dei risultati
conseguiti, del numero e della complessita' delle questioni giuridiche e in fatto trattate. In ordine alla difficolta' dell'affare si tiene particolare conto di contrasti giurisprudenziali rilevanti, della quantita' e del contenuto della corrispondenza che risulta essere stato necessario intrattenere con il cliente e con
altri soggetti. Il giudice tiene conto dei valori medi di cui alla tabella allegata, che, in applicazione dei parametri generali, possono, di regola, essere aumentati fino all'80 per cento, o diminuiti fino al 50 per cento. Art. 20 Prestazioni stragiudiziali svolte precedentemente o in concomitanza con attivita' giudiziali 1. L'attivita' stragiudiziale svolta prima o in concomitanza con l'attivita' giudiziale, che riveste una autonoma rilevanza rispetto a quest'ultima, e' di regola liquidata in base ai parametri numerici di cui alla allegata tabella. Art. 21 Determinazione del valore dell'affare 1. Nella liquidazione dei compensi il valore dell'affare e' determinato - salvo quanto diversamente disposto dal presente comma - a norma del codice di procedura civile. In ogni caso si ha riguardo al valore effettivo dell'affare, anche in relazione agli interessi
perseguiti dalla parte, quando risulta manifestamente diverso da quello presunto a norma del codice di procedura civile o della legislazione speciale. 2. Per l'assistenza in procedure concorsuali giudiziali e stragiudiziali si ha riguardo al valore del credito del cliente creditore o all'entita' del passivo del cliente debitore. 3. Per l'assistenza in affari di successioni, divisioni e liquidazioni si ha riguardo al valore della quota attribuita al cliente. 4. Per l'assistenza in affari amministrativi il compenso si determina secondo i criteri previsti nelle norme dettate per le prestazioni giudiziali, tenendo presente l'interesse sostanziale del cliente. 5. Per l'assistenza in affari in materia tributaria si ha riguardo al valore delle imposte, tasse, contributi e relativi accessori oggetto di contestazione, con il limite di un quinquennio in caso di oneri poliennali. 6. Qualora il valore effettivo dell'affare non risulti determinabile mediante l'applicazione dei criteri sopra enunciati lo stesso si considera di valore indeterminabile. 7. Gli affari di valore indeterminabile si considerano di regola e a questi fini di valore non inferiore a euro 26.000,00 e non superiore a euro 260.000,00, tenuto conto dell'oggetto e della complessita' dell'affare stesso. Qualora il valore effettivo
dell'affare risulti di particolare importanza per l'oggetto, per il numero e la complessita' delle questioni giuridiche trattate, per la rilevanza degli effetti e dei risultati utili di qualsiasi natura,
anche non patrimoniale, il suo valore si considera di regola e a questi fini entro lo scaglione fino a euro 520.000,00. Art. 22 Affari di valore superiore a euro 520.000,00 1. Alla liquidazione dei compensi per gli affari di valore superiore a euro 520.000,00 si applica di regola il seguente incremento percentuale: per gli affari da euro 520.000,00 ad euro 1.000.000,00 fino al 30 per cento dei parametri numerici previsti per le controversie di valore fino a euro 520.000,00; per gli affari da
euro 1.000.000,01 ad euro 2.000.000,00 fino al 30 per cento dei parametri numerici previsti per le controversie di valore sino ad euro 1.000.000,00; per gli affari da euro 2.000.000,01 ad euro 4.000.000,00 fino al 30 per cento dei parametri numerici previsti per le controversie di valore sino ad euro 2.000.000,00; per gli affari da euro 4.000.000,01 ad euro 8.000.000,00 fino al 30 per cento dei parametri numerici previsti per le controversie di valore sino ad euro 4.000.000,00; per gli affari di valore superiore ad euro 8.000.000,00, fino al 30 per cento dei parametri numerici previsti
per gli affari di valore sino ad euro 8.000.000,00; tale ultimo criterio puo' essere utilizzato per ogni successivo raddoppio del valore dell'affare. Art. 23 Pluralita' di difensori e societa' professionali 1. Se piu' avvocati sono stati incaricati di prestare la loro opera nel medesimo affare, a ciascuno di essi si liquidano i compensi per l'opera prestata. 2. Se l'incarico professionale e' conferito a una societa' di avvocati si liquida il compenso spettante a un solo professionista, anche se la prestazione sara' svolta da piu' soci. Art. 24 Praticanti avvocati abilitati al patrocinio 1. Ai praticanti avvocati abilitati al patrocinio e' liquidata di regola la meta' dei compensi spettanti all'avvocato. Art. 25 Incarico non portato a termine 1. Per l'attivita' prestata dall'avvocato negli incarichi iniziati ma non compiuti, si liquidano i compensi maturati per l'opera svolta fino alla cessazione, per qualsiasi causa, del rapporto
professionale. Art. 26 Prestazioni con compenso a percentuale 1. Per le prestazioni in adempimento di un incarico di gestione amministrativa, giudiziaria o convenzionale, il compenso e' di regola liquidato sulla base di una percentuale, fino a un massimo del 5 per cento, computata sul valore dei beni amministrati, tenendo altresi' conto della durata dell'incarico, della sua complessita' e dell'impegno profuso. Art. 27 Trasferte 1. All'avvocato, che per l'esecuzione dell'incarico deve trasferirsi fuori dal luogo ove svolge la professione in modo prevalente, e' liquidato il rimborso delle spese sostenute e
un'indennita' di trasferta. Si tiene conto del costo del soggiorno documentato dal professionista, con il limite di un albergo quattro stelle, unitamente, di regola, a una maggiorazione del 10 per cento quale rimborso delle spese accessorie; per le spese di viaggio, in caso di utilizzo di autoveicolo proprio, e' riconosciuta
un'indennita' chilometrica pari di regola a un quinto del costo del carburante al litro, oltre alle spese documentate di pedaggio autostradale e parcheggio. Art. 28 Disposizione temporale 1. Le disposizioni di cui al presente decreto si applicano alle liquidazioni successive alla sua entrata in vigore. Capo V
Art. 29 Entrata in vigore 1. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana. Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara' inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare. Roma, 10 marzo 2014 <
Il Ministro: Orlando Visto, il Guardasigilli: Orlando Registrato alla Corte dei conti il 31 marzo 2014, n. 928 Avv. Claudia Moretti
La Cassazione interpreta se stessa e delinea i nuovi confini del danno esistenziale e del danno da perdita della vita (Cass. Civ., sez. III, 23 gennaio 2014, n. 1361 - Pres. Russo - Rel. Scarano)
La categoria generale del danno non patrimoniale, che attiene alla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da valore di scambio, è di natura composita e (così come il danno patrimoniale si scandisce in danno emergente e lucro cessante) si articola in una pluralità di aspetti (o voci), con funzione meramente descrittiva, quali il danno morale, il danno biologico e il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. esistenziale.
Il danno morale va inteso a) come patema d'animo o sofferenza interiore o turbamento psichico, nonché b) come lesione alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana.
Il ristoro pecuniario del danno non patrimoniale non può mai corrispondere alla relativa commisurazione, sicché se ne impone la valutazione equitativa.
La valutazione equitativa, che attiene alla quantificazione e non già all'individuazione del danno, deve essere condotta con prudente e ragionevole apprezzamento di tutte le circostanze del caso concreto, considerandosi in particolare la rilevanza economica del danno alla stregua della coscienza sociale e i vari fattori incidenti sulla gravità della lesione.
I criteri di valutazione equitativa, la cui scelta e adozione è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice, devono essere idonei a consentire altresì la c.d. personalizzazione del danno, al fine di addivenirsi ad una liquidazione equa, e cioè congrua, adeguata e proporzionata.
La liquidazione deve corrispondere ai principi dell'integralità del ristoro, e pertanto:
b) deve concernere tutti gli aspetti (o voci) di cui la generale ma composita categoria del danno non patrimoniale si compendia.
Il principio della integralità del ristoro subito dal danneggiato non si pone in termini antitetici ma trova per converso correlazione con il principio in base al quale il danneggiante è tenuto al ristoro solamente dei danni arrecati con il fatto illecito a lui causalmente ascrivibile, l'esigenza della cui tutela impone di evitarsi altresì duplicazioni risarcitorie, le quali si configurano (solo) allorquando lo stesso aspetto (o voce) viene computato due o più volte, sulla base di diverse, meramente formali, denominazioni, laddove non sussistono in presenza della liquidazione di molteplici e diversi aspetti negativi causalmente derivanti dal fatto illecito ed incidenti sulla persona del danneggiato.
Nel liquidare il danno morale il giudice deve dare motivatamente conto del relativo significato al riguardo considerato, e in particolare se lo abbia valutato non solo quale patema d'animo o sofferenza interiore o perturbamento psichico, di natura meramente emotiva e interiore (danno morale soggettivo), ma anche in termini di dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana.
Il danno da perdita del rapporto parentale o c.d. esistenziale * (che consiste nello sconvolgimento dell'esistenza sostanziantesi nello sconvolgimento delle abitudini di vita, con alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell'ambito della comune vita di relazione – sia all'interno che all'esterno del nucleo familiare –; in fondamentali e radicali scelte di vita diversa) risulta integrato in caso di sconvolgimento della vita subito dal coniuge a causa della morte dell'altro coniuge.
Costituisce danno non patrimoniale altresì il danno da perdita della vita, quale bene supremo dell'individuo, oggetto di un diritto assoluto ed inviolabile garantito in via primaria da parte dell'ordinamento, anche sul piano della tutela civilistica.
Il danno da perdita della vita è altro e diverso, in ragione del diverso bene tutelato, dal danno alla salute, e si differenzia dal danno biologico terminale e dal danno morale terminale (o catastrofale o catastrofico) della vittima, rilevando ex se nella sua oggettività di perdita del principale bene dell'uomo costituito dalla vita, a prescindere dalla consapevolezza che il danneggiato ne abbia, e dovendo essere ristorato anche in caso di morte c.d. immediata o istantanea, senza che assumano pertanto al riguardo rilievo la persistenza in vita all'esito del danno evento da cui la morte derivi né l'intensità della sofferenza interiore patita dalla vittima in ragione della cosciente e lucida percezione dell'ineluttabile sopraggiungere della propria fine.
Il diritto al ristoro del danno da perdita della vita si acquisisce dalla vittima istantaneamente al momento della lesione mortale, e quindi anteriormente all'exitus, costituendo ontologica, imprescindibile eccezione al principio della irrisarcibilità del danno-evento e della risarcibilità dei soli danni-conseguenza, giacché la morte ha per conseguenza la perdita non già solo di qualcosa bensì di tutto; non solamente di uno dei molteplici beni, ma del bene supremo della vita; non già di qualche effetto o conseguenza, bensì di tutti gli effetti e conseguenze, di tutto ciò di cui costa(va) la vita della (di quella determinata) vittima e che avrebbe continuato a dispiegarsi in tutti i molteplici effetti suoi propri se l'illecito non ne avesse causato la soppressione.
Il danno da perdita della vita è imprescindibilmente rimesso alla valutazione equitativa del giudice.
Non essendo il danno da perdita della vita della vittima contemplato dalle Tabelle di Milano, è rimessa alla prudente discrezionalità del giudice di merito l'individuazione dei criteri di relativa valutazione che consentano di pervenire alla liquidazione di un ristoro equo, nel significato delineato dalla giurisprudenza di legittimità, non apparendo pertanto idonea una soluzione di carattere meramente soggettivo, né la determinazione di un ammontare uguale per tutti, a prescindere cioè dalla relativa personalizzazione, in considerazione in particolare dell'età, delle condizioni di salute e delle speranze di vita futura, dell'attività svolta, delle condizioni personali e familiari della vittima.
Il Governo dispone lo stralcio delle nuove disposizioni in materia di assicurazione r.c. auto di cui all'art. 8 del decreto Destinazione Italia.
Si attende la conversione del suddetto decreto legge, stralciato dell'art. 8, entro il 21 febbraio 2014. D.L. 145 del 23.12.2013 - Art. 8 Disposizioni in materia di assicurazione r.c. auto
1. Al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209, e successive modificazioni, recante il Codice delle assicurazioni private, sono apportate le seguenti modificazioni: a) al comma 1 dell'articolo 128, dopo la lettera b) è inserita la seguente:
«c) per i veicoli a motore adibiti al trasporto di persone classificati nelle categorie M2 e M3 ai sensi dell'articolo 47 del decreto legislativo 30 aprile 1992, recante il Nuovo codice della strada, i contratti devono essere stipulati per importi non inferiori a dieci milioni di euro per sinistro per i danni alla persona,
indipendentemente dal numero delle vittime, e a un milione di euro per sinistro per i danni alle cose, indipendentemente dal numero dei danneggiati.»;
«1. Le imprese di assicurazione sono tenute ad accettare, secondo le condizioni di polizza e le tariffe che hanno l'obbligo di stabilire preventivamente per ogni rischio derivante dalla
circolazione dei veicoli a motore e dei natanti, le proposte per l'assicurazione obbligatoria che sono loro presentate, fatta salva la necessaria verifica della correttezza dei dati risultanti dall'attestato di rischio, nonché dell'identità del contraente e dell'intestatario del veicolo, se persona diversa. Le imprese richiedono ai soggetti che presentano proposte per l'assicurazione obbligatoria di sottoporre volontariamente il veicolo ad ispezione, prima della stipula del contratto. Qualora si proceda ad ispezione ai
sensi del secondo periodo, le imprese praticano una riduzione rispetto alle tariffe stabilite ai sensi del primo periodo. Le imprese di assicurazione possono proporre la stipula di contratti che prevedono l'installazione di meccanismi elettronici che registrano
l'attività del veicolo, denominati scatola nera o equivalenti, o ulteriori dispositivi, individuati con decreto del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, di concerto con il Ministero dello sviluppo economico del 25 gennaio 2013, n. 5, pubblicato nella
Gazzetta Ufficiale n. 30 del 5 febbraio 2013. Se l'assicurato acconsente all'installazione dei meccanismi di cui al quarto periodo, i costi di installazione, disinstallazione, sostituzione e portabilità sono a carico dell'impresa che deve applicare, all'atto della stipulazione del contratto, una riduzione significativa del premio rispetto ai premi stabiliti ai sensi del primo periodo. Tale riduzione, in caso di contratto stipulato con un nuovo assicurato, non è inferiore al sette per cento dell'importo risultante dalla somma dei premi RCA incassati nella Regione dalla medesima compagnia nell'anno precedente divisa per il numero degli assicurati nella
stessa Regione. In caso di scadenza di un contratto e di stipula di un nuovo contratto di assicurazione tra le stesse parti, l'entità della riduzione del premio come sopra determinata, per la prima volta in cui si realizzano le condizioni previste dal presente comma, non può, comunque, essere inferiore al sette per cento del premio applicato all'assicurato nell'anno precedente. Resta fermo l'obbligo di rispettare i parametri stabiliti dal contratto di assicurazione. 1-bis. Quando uno dei veicoli coinvolti in un incidente risulta dotato di un dispositivo elettronico che presenta le caratteristiche tecniche e funzionali stabilite a norma del presente articolo e dell'articolo 32, commi 1-bis e 1-ter, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, le risultanze del dispositivo formano piena prova, nei procedimenti civili, dei fatti cui esse si riferiscono, salvo che la
parte contro la quale sono state prodotte dimostri il mancato funzionamento del predetto dispositivo. 1-ter. L'interoperabilità dei meccanismi elettronici che registrano l'attività del veicolo di cui all'articolo 32, comma 1, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, è garantita dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, attraverso un servizio unico di raccolta dei dati, anche affidato in concessione, da costituirsi presso le strutture tecniche del centro di
coordinamento delle informazioni sul traffico, sulla viabilità e sulla sicurezza stradale di cui all'articolo 73 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 16 dicembre 1992, n. 495. A tal fine, a decorrere dal 1° ottobre 2014, i dati sull'attività del veicolo sono trasmessi direttamente dai meccanismi elettronici di bordo al suddetto centro, che ne è titolare e responsabile ai fini dell'interoperabilità. Le informazioni sono successivamente trasmesse dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti alle compagnie di assicurazioni competenti per ciascun veicolo assicurato. I dati sono trattati dalla impresa di
assicurazione nel rispetto delle disposizioni del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196. L'impresa di assicurazione è titolare del trattamento dei dati ai sensi dell'articolo 28 del citato decreto legislativo n. 196 del 2003. E' fatto divieto per l'assicurato di
disinstallare, manomettere o comunque rendere non funzionante il dispositivo installato. In caso di violazione da parte dell'assicurato del divieto di cui al terzo periodo la riduzione del premio di cui al presente articolo non è applicata per la durata
residua del contratto. Con provvedimento del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti, da emanarsi entro trenta giorni dalla entrata in vigore delle disposizioni di cui al presente comma, sentito l'IVASS, sono disciplinate le caratteristiche tecniche, le
modalità e i contenuti dei trasferimenti di informazioni disposti al presente comma.».
«3-bis. L'identificazione di eventuali testimoni sul luogo di accadimento dell'incidente deve risultare dalla denuncia di sinistro prevista dall'articolo 143, nonché dalla richiesta di risarcimento presentata all'impresa di assicurazione ai sensi degli articoli 148 e 149. Fatte salve le risultanze contenute in verbali delle autorità
di polizia intervenute sul luogo dell'incidente, l'identificazione dei testimoni avvenuta in un momento successivo comporta l'inammissibilità della prova testimoniale addotta. 3-ter. In caso di giudizio, il giudice, sulla base della documentazione prodotta, non ammette le testimonianze che non risultino acquisite secondo le modalità previste dal comma 3-bis. Il giudice dispone l'audizione dei testimoni che non sono stati indicati nel rispetto del comma 3-bis nei soli casi in cui risulti comprovata l'oggettiva impossibilità della loro tempestiva identificazione. 3-quater. Nei processi attivati per l'accertamento della responsabilità e la quantificazione dei danni, il giudice verifica la eventuale ricorrenza dei medesimi testimoni già chiamati in altre cause nel settore dell'infortunistica stradale e, ove riscontri,
anche avvalendosi dell'archivio integrato informatico di cui all'articolo 21 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, la ricorrenza dei medesimi nominativi in più di tre cause negli ultimi cinque anni, trasmette l'informativa alla Procura della
Repubblica competente per gli ulteriori accertamenti. Il presente comma non si applica agli ufficiali e agli agenti delle autorità di polizia che sono chiamati a testimoniare.».
«Art. 147-bis. Risarcimento in forma specifica 1. In alternativa al risarcimento per equivalente, è facoltà delle imprese di assicurazione, in assenza di responsabilità concorsuale, risarcire in forma specifica danni a cose, fornendo idonea garanzia sulle riparazioni effettuate, con una validità non inferiore a due anni per tutte le parti non soggette a usura
ordinaria. L'impresa di assicurazione che intende avvalersi della facoltà di cui al primo periodo comunica all'IVASS entro il 20 dicembre di ogni anno e, per l'anno 2014, entro il 30 gennaio, l'entità della riduzione del premio prevista in misura non inferiore al cinque per cento dell'importo risultante dalla somma dei premi RCA incassati nella Regione dalla medesima compagnia nell'anno precedente divisa per il numero degli assicurati nella stessa Regione. Con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare entro il
20 gennaio 2014, sentito l'IVASS, sono individuate le aree territoriali nelle quali sono applicate riduzioni del premio non inferiori al dieci per cento dell'importo come calcolato nel secondo periodo. Le aree di cui al terzo periodo sono individuate sulla base dei seguenti criteri, riferiti ai dati dell'anno precedente: numero dei sinistri denunciati, entità dei rimborsi, numero dei casi fraudolenti riscontrati dall'autorità giudiziaria. I dati sono desumibili anche all'archivio integrato informatico di cui all'articolo 21 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221, gestito dall'IVASS. Nelle more dell'adozione del citato decreto del Ministro dello sviluppo economico si applicano le riduzioni del
cinque per cento. Nei casi di cui al presente articolo il danneggiato, anche se diverso dall'assicurato, può comunque rifiutare il risarcimento in forma specifica da parte dell'impresa convenzionata con l'impresa di assicurazione, individuandone una
diversa; la somma corrisposta a titolo di risarcimento, che non può comunque superare il costo che l'impresa di assicurazione avrebbe sostenuto provvedendo alla riparazione delle cose danneggiate mediante impresa convenzionata, è versata direttamente all'impresa che ha svolto l'attività di autoriparazione, ovvero previa presentazione di fattura. Resta comunque fermo il diritto del danneggiato al risarcimento per equivalente nell'ipotesi in cui il costo della riparazione sia pari o superiore al valore di mercato del
bene e, in tali casi, la somma corrisposta a titolo di risarcimento non può comunque superare il medesimo valore di mercato.
2) al comma 2-bis, il quinto periodo è sostituito dai seguenti: «La medesima procedura si applica anche in presenza di altri indicatori di frode acquisiti dall'archivio integrato informatico di cui all'articolo 21 del decreto-legge 18 ottobre 2012, n. 179, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 dicembre 2012, n. 221,
definiti dall'IVASS con apposito provvedimento, dai dispositivi elettronici di cui all'articolo 132, comma 1, o emersi in sede di perizia da cui risulti documentata l'incongruenza del danno dichiarato dal richiedente. Nei predetti casi, l'azione in giudizio
prevista dall'articolo 145 è proponibile solo dopo la ricezione delle determinazioni conclusive dell'impresa o, in sua mancanza, allo spirare del termine di novanta giorni di sospensione della procedura.»;
f) dopo l'articolo 150-bis e' inserito il seguente: «Art. 150-ter. Divieto di cessione del diritto al risarcimento 1. L'impresa di assicurazione ha la facoltà di prevedere, in deroga agli articoli contenuti nel libro quarto, titolo I, capo V, del codice civile, all'atto della stipula del contratto di assicurazione e in occasione delle scadenze successive, che il diritto al risarcimento dei danni derivanti dalla circolazione dei
veicoli a motore e dei natanti non sia cedibile a terzi senza il consenso dell'assicuratore tenuto al risarcimento. Nei casi di cui al presente articolo, l'impresa di assicurazione applica una
significativa riduzione del premio a beneficio dell'assicurato, in misura comunque non inferiore al quattro per cento dell'importo risultante dalla somma dei premi RCA incassati nella Regione dalla medesima compagnia nell'anno precedente divisa per il numero degli
2. Le imprese di assicurazione sono tenute a proporre clausole contrattuali, facoltative per l'assicurato, che prevedono prestazioni di servizi medico-sanitari resi da professionisti individuati e remunerati dalle medesime imprese, che pubblicano i nominativi sul proprio sito internet. Nel caso in cui l'assicurato acconsente all'inserimento di tali clausole, l'impresa applica una significativa riduzione del premio a beneficio dell'assicurato, in misura comunque non inferiore al sette per cento dell'importo risultante dalla somma dei premi RCA incassati nella Regione dalla medesima compagnia nell'anno precedente divisa per il numero degli assicurati nella stessa Regione. 3. All'articolo 32, comma 3-quater, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27, le parole: «visivamente o» sono soppresse. 4. Il mancato rispetto da parte dell'impresa assicuratrice dell'obbligo di riduzione del premio nei casi di cui al comma 1, lettere b), d) ed f), ed al comma 2, comporta l'applicazione alla medesima impresa, da parte dell'IVASS, di una sanzione amministrativa
pecuniaria da 5.000 euro a 40.000 euro e la riduzione automatica del premio di assicurazione relativo al contratto in essere. 5. Le imprese di assicurazione che non si avvalgono delle facoltà di cui al comma 1, lettere b), d) ed f), hanno obbligo di darne comunicazione all'assicurato all'atto della stipulazione del contratto con apposita dichiarazione da allegare al medesimo
contratto. In caso di inadempimento, si applica da parte dell'IVASS una sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 euro a 10.000 euro. 6. Il secondo comma dell'articolo 2947 del Codice civile è sostituito dal seguente:
7. L'IVASS esercita poteri di controllo e di monitoraggio in merito all'osservanza delle disposizioni contenute nel presente articolo, in specie quelle relative alla riduzione dei premi delle polizze assicurative e al rispetto degli obblighi di pubblicità e di comunicazione di cui ai commi 4, 5 e 8. Nella relazione al Parlamento, di cui all'articolo 13, comma 5, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, viene dato specifico conto dell'esito dell'attività svolta. 8. Al fine del conseguimento della massima trasparenza, l'impresa di assicurazione pubblica sul proprio sito internet l'entità della riduzione dei premi effettuata ai sensi del comma 1, lettere b), d) ed f), ed al comma 2, secondo forme di pubblicità che ne rendano efficace e chiara l'applicazione. L'impresa comunica altresì i
medesimi dati al Ministero dello sviluppo economico e all'IVASS, ai fini della loro pubblicazione sui rispettivi siti internet. 9. Il mancato rispetto di una delle disposizioni di cui al comma 8 comporta l'applicazione da parte dell'IVASS di una sanzione amministrativa pecuniaria da 1.000 euro a 10.000 euro. 10. Gli introiti derivanti dall'applicazione delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dai commi 4, 5 e 9 sono destinati ad incrementare il Fondo di garanzia per le vittime della strada, di cui all'articolo 285 del decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209.
12. I massimali di cui al comma 1, lettera a), entrano in vigore a decorrere dal 1° gennaio 2014. 13. All'attuazione del presente articolo le amministrazioni provvedono nell'ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali previste a legislazione vigente. Avv. Claudia Moretti
Una recente pronuncia del Tribunale di Catania del 15 ottobre 2013, n. 3677, in materia di responsabilità medica, analizza la clausola claims made, confermandone la liceità.
Di seguito, un estratto della citata sentenza, a firma del giudice S. Barberi della V sezione civile.
"Va rigettata la domanda di garanzia proposta dall'Azienda Ospedaliera convenuta nei confronti della propria compagnia di assicurazione. Infatti, come correttamente eccepito da quest'ultima, la garanzia assicurativa indicata dall'Azienda Ospedaliera non opera nella fattispecie concreta; in particolare, l'art. 21, lett. a), ultimo comma delle condizioni generali di assicurazioni stabilisce espressamente che "l'assicurazione vale per le richieste di risarcimento conseguenti a comportamenti colposi posti in essere non oltre un anno prima della data di stipula della presente polizza purchè la richiesta di risarcimento sia pervenuta all'Assicurato per la prima volta durante la validità della polizza".
Tale disposizione contrattuale è con evidenza del tipo c.d. claims made.
Dunque, l'assicurato è coperto non già con riferimento ai fatti occorsi nel periodo di vigenza del contratto, ma con riferimento alle richieste di risarcimento pervenutegli nel periodo di vigenza del contratto, indipendentemente dalla data di verificazione del fatto dannoso e/o della condotta colpevole. Nella specie, emerge che la polizza de qua ha cessato la propria efficacia in data 7 maggio 2002, mentre la prima richiesta di risarcimento è coincisa con la notifica dell'atto di citazione del presente giudizio (31 ottobre 2006).
La clausola in esame è certamente consentita dalla legge e non può – in sè e salve specifiche circostanze del caso concreto – essere qualificata come vessatoria ai sensi dell'art. 1341 c.c. (crf. in tal senso Cass. Civ., sez. III, 15 marzo 2005, n. 5624).
Quanto alla liceità della clausola, come fondatamente osservato da Cass. Sez. III, 15 marzo 2005, n. 5624, testè citata, l'art. 1932 c.c. prevede l'inderogabilità del terzo e del quarto comma dell'art. 1917 c.c. e non anche del primo comma di quella norma, che prevede come ipotesi tipica del contratto di assicurazione quella nella quale sono coperti da assicurazione i fatti occorsi nel periodo di vigenza del contratto.
Quanto al fatto che la clausola claims made non può essere ritenuta vessatoria, va detto che, per un verso, essa non pone limitazioni di responsabilità (art. 1341, comma 2, c.c.) in favore dell'assicuratore, ma definisce l'oggetto della copertura assicurativa.
Ed è indirizzo costante della Corte Suprema che "una clausola contrattuale può essere ricompresa tra quelle che stabiliscono limitazioni di responsabilità a favore di colui che l'ha predisposta a condizione che essa restringa l'ambito obiettivo di responsabilità così come fissato, con più estensione, da precetti normativi (o da altre clausole generali): non possono, pertanto, qualificarsi vessatorie quelle clausole che abbiano, per contenuto, una mera determinazione della effettiva estensione delle reciproche prestazioni dedotte in obbligazione" (Cass. Sez. III, 16 giugno 1997, n. 5390) e che "nel contratto di assicurazione sono da considerare clausole limitative della responsabilità, per gli effetti dell'art. 1341 c.c., quelle che limitano le conseguenze della colpa o dell'inadempimento o che escludono il rischio garantito, mentre attengono all'oggetto del contratto le clausole che riguardano il contenuto e i limiti della garanzia assicurativa e, dunque, specificano il rischio garantito" (Cass. Sez. I, 12 dicembre 2008, n. 29198). E tale è certamente la clausola del contratto stipulato fra le odierne controparti con la quale esse hanno convenuto che "l'assicurazione vale per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta all'Assicurato nel corso del periodo di vigenza dell'assicurazione".
Nello stesso senso delle due sentenze della Corte Suprema testè citate, si vedano, fra le tantissime tutte conformi, anche Cass. Sez. III, 2 marzo 2007, n. 4968, Cass. Sez. III, 11 gennaio 2007, n. 395, Cass. Sez. III, 29 maggio 2006, n. 12804, Cass. Sez. III, 9 marzo 2005, n. 5158, Cass. Sez. III, 15 marzo 2005, n. 5624 (in motivazione), Cass. Sez. II, 7 febbraio 2003, n. 1833, Cass. Sez. III, 4 febbraio 2002, n. 1430, Cass. Sez. III, 8 gennaio 1999, n. 102, Cass. Sez. III, 10 marzo 1998, n. 2636, Cass. Sez. III, 20 febbraio 1998, n. 1790, Cass. Sez. III, 7 novembre 1997, n. 10947.
Mentre, per altro verso, la clausola in questione non necessariamente risulta favorevole per l'assicuratore, potendo esserlo, a seconda dei casi concreti, per l'una o l'altra parte del contratto.
Con riferimento alle due più diffuse tipologie di contratti di assicurazione della responsabilità civile, le parti possono convenire di fare oggetto di copertura assicurativa i danni causati dall'assicurato nel periodo di vigenza del contratto (c.d. loss occurence) oppure quelli dei quali viene chiesto all'assicurato il risarcimento durante il periodo di vigenza del contratto (c.d. claims made).
Ognuno dei due tipi di contratto presenta vantaggi e svantaggi per l'una e l'altra parte.
Infatti, stipulando un contratto claims made l'assicurato, durante il periodo di vigenza del contratto, sarà coperto non solo per i danni che causerà in quell'arco di tempo, ma anche per tutti quelli – in ipotesi anche molti di più – causati nei molti anni precedenti, dei quali gli venga richiesto il risarcimento durante il periodo di vigenza del contratto.
E però, se non rinnoverà il contratto negli anni successivi o non stipulerà una c.d. sunset clause ( che estende l'efficiacia del contratto claims made anche a risarcimenti richiesti dopo la sua scadenza), non sarà coperto con riferimento i danni causati nel periodo di vigenza del contratto, ma il cui risarcimento gli venga richiesto dopo.
Per contro, stipulando un contratto loss occurence, l'assicurato sarà certo di ottenere copertura per tutti i fatti causati nel periodo di vigenza del contratto, in qualunque tempo il danneggiato gliene chieda il risarcimento, ma non sarà coperto per eventuali fatti dannosi occorsi prima della stipula del contratto, dei quali non gli sia ancora stato chiesto il risarcimento.
Si comprende con tutta evidenza, come non possa dirsi che l'uno o l'altro contratto sia sempre favorevole all'assicurato o all'assicuratore, mutando questo giudizio in relazione alle esigenze concrete di ciascun assicurato.
I profili di assicurato ipotizzabili sono infiniti.
Se ne illustrano qui solo alcuni, a titolo meramente esemplificativo e in maniera strettamente funzionale alla decisione del caso odierno.
Si immagini che un medico o un avvocato o un ingegnere abbiano esercitato per anni la loro professione senza assicurarsi che un giorno, per l'aumentare della sensibilità della cultura diffusa rispetto alla responsabilità dei professionisti, o per l'aumentare delle cause di risarcimento dell'intero paese, o per il sopravvenire di una giurisprudenza più rigorosa in questo o quel settore della loro attività, o per essersi resi conto di avere seguito in passato prassi comportamentali astrattamente suscettibili di essere giudicate colpevoli e produttive di danno, si rendano conto di essere esposti al rischio di venire chiamati a rispondere di colpe professionali passate e vogliano tutelarsi.
È evidente cha un contratto loss occurence non servirebbe in alcun modo allo scopo, perchè non coprirebbe i fatti occorsi prima della sua stipula.
E d'altra parte è assai frequente che, nel settore delle responsabilità professionali, le condotte colpevoli del professionista si scoprano molto tempo dopo. Si pensi al palazzo che crolla anni dopo la sua costruzione o al cliente dell'avvocato che, cambiando legale, venga reso edotto degli errori del suo precedente patrono, o al paziente del medico che muoia (come nel caso del presente giudizio) anni dopo l'intervento del medico.
In casi come questi il contratto claims made è l'unico strumento che avrà il professionista che si assicuri dopo un certo tempo di esercizio della professione per tutelarsi dalle conseguenze di sue condotte passate.
In questi casi il contratto claims made non è certamente più favorevole per l'assicuratore che per l'assicurato.
Peraltro, poi, stipulando il contratto secondo valori e massimali attuali, l'assicurato sarà coperto per somme ben maggiori di quelle che avrebbe potuto pattuire anni prima e che oggi potrebbero risultare insufficienti per effetto della rivalutazione e degli interessi cc.dd. compensativi frattanto maturati in favore del danneggiato.
D'altra parte tale contratto onererà l'assicurato a rinnovarlo anche negli anni futuri (o a stipulare onerose sunset clauses) per evitare di perdere copertura per gli eventuali danni causati nel periodo di vigenza del contratto dei quali gli venga chiesto il risarcimento successivamente.
Il contratto claims made ha anche il vantaggio di agevolare l'individuazione certa dei sinistri coperti o no da assicurazione.
In molti casi, infatti, non è agevole individuare la data in cui il danno si è verificato (senza dire delle dispute dottrinali sul rilievo da darsi allo scarto temporale – quando vi è e spesso vi è – fra condotta del danneggiante e insorgenza del danno).
Mentre è sempre molto più agevole individuare il momento nel quale il risarcimento viene richiesto.
Si immagini, per contro, l'ipotesi di un professionista che per un breve periodo di tempo affronti dei rischi specifici, a lui noti preventivamente, per i quali intenda avere tutela assicurativa. In questo caso gli converrà certamente un contratto loss occurance stipulato prima di affrontare i rischi in questione, che potrà rinnovare quando cesserà l'attività potenzialmente produttiva di danni.
In questo caso il contratto claims made, con l'esigenza di lunghi rinnovi, sarebbe inutilmente oneroso per l'assicurato.
In ogni caso, in entrambi i tipi di contratto, l'assicuratore risponde senza limiti di responsabilità o per tutti i danni causati dall'assicurato nel periodo di vigenza del contratto o per tutti i danni il cui risarcimento venga chiesto nel periodo di vigenza del contratto. Come già detto sopra, la differenza non è in non sussistenti limiti di responabilità dell'assicuratore, ma nella individuazione dei fatti coperti da assicurazione.
a) ognuna delle parti del contratto di assicurazione può trarre vantaggi o patire svantaggi sia dal tipo contrattuale c.d. loss occurance, che dal tipo contrattuale c.d. claims made;
b) le clausole contrattuali del tipo claims made non introducono (per sè sole e salve specifiche circostanze del caso concreto) limitazioni di responsabilità dell'assicuratore e, dunque, non rientrano nella fattispecie di cui all'art. 1341 c.c.);
c) la scelta – contrattualmente libera e legalmente possibile – dell'uno o dell'altro tipo di contratto deriverà dalle esigenze dell'assicurato e dalla libera volontà negoziale delle parti."
Dematerializzazione contrassegno R.C.A.
Con D.M. 9 agosto 2013 n. 110, il Ministero dello Sviluppo Economico provvede all'emanazione del regolamento per la progressiva dematerializzazione dei contrassegni di assicurazione per la responsabilità civile verso i terzi per danni derivanti dalla circolazione dei veicoli a motore su strada, attraverso la sostituzione degli stessi con sistemi elettronici o telematici, di cui all'art. 31 del d.l. 24 gennaio 2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n. 27.
Il processo di dematerializzazione si concluderà entro due anni dall'entrata in vigore del suddetto regolamento, con conseguente cessazione da quella data dell'obbligo di esposizione del contrassegno.
I dati relativi al veicolo, compresa l'esistenza e la validità della copertura assicurativa obbligatoria, saranno contenuti in una banca dati istituita presso la Direzione Generale per la Motorizzazione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti.
Le informazioni relative alla copertura assicurativa saranno rese disponibili mediante l'accesso telematico gratuito alla banca dati da parte di chiunque ne abbia interesse.
In tal modo sono state riportate in vigore le disposizioni dichiarate incostituzionali con sentenza n. 272/2012 della Corte costituzionale e sono state introdotte altresì nuove norme che si indicano sinteticamente di seguito.
- È stato inserito un criterio di competenza territoriale per la presentazione della domanda.
- La procedura di mediazione può procedere solo a seguito del consenso delle parti raccolto in un incontro preliminare di programmazione.
- Solo lo svolgimento dell'incontro preliminare di programmazione è condizione di procedibilità (per le materie indicate) e deve svolgersi entro 30 giorni dal deposito dell'istanza a costi massimi molto contenuti.
- Gratuità del primo incontro di programmazione in caso di mancato accordo.
- Le controversie di Rc auto sono escluse dalle materie per cui è previsto l'incontro di programmazione, mentre sono state aggiunte le controversie in tema di risarcimento del danno derivante da responsabilità (non solo medica ma più ampiamente) sanitaria.
- Il giudice può ordinare, e non solo invitare, alle parti di procedere alla mediazione.
- La durata massima dell'intera procedura è stata ridotta a 3 mesi.
- Gli avvocati sono mediatori di diritto ed hanno l’obbligo di aggiornamento professionale.
- Gli avvocati assistono le parti durante l’intera procedura di mediazione.
In materia di mediazione civile e commerciale, il Ministero della Giustizia fornisce i seguenti chiarimenti.
facoltativa, cioè scelta dalle parti;
obbligatoria (ex lege o per ordine del giudice), quando per poter procedere davanti al giudice, le parti debbono aver tentato senza successo la mediazione.
Diritto del datore di lavoro al risarcimento del danno da mancata percezione della prestazione lavorativa
IL CASO – Il dirigente medico di un'azienda ospedaliera, a seguito di un infortunio sul lavoro, causato da un incidente stradale, subisce un'inabilità temporanea assoluta, in ragione della quale l'INAIL liquida l'indennità prevista dal D.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124.
Nel periodo di assenza dal lavoro, l'azienda ospedaliera eroga al dipendente-infortunato la retribuzione dovuta, comprensiva di INADEL, IRAP e INAIL.
Il datore di lavoro, quindi, chiede all'assicuratore del responsabile civile la restituzione delle suddette somme.
La fattispecie in esame pone all'attenzione dell'interprete la questione circa il riconoscimento della pretesa risarcitoria in capo al datore di lavoro a seguito dell'infortunio patito dal lavoratore dipendente.
Secondo l'insegnamento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il datore di lavoro ha diritto ad essere risarcito «per la mancata utilizzazione delle prestazioni lavorative di un dipendente dal responsabile delle lesioni personali e dell'invalidità a questo cagionata, considerando che quella mancata utilizzazione integra un ingiusto pregiudizio che – indipendentemente dalla sostituibilità o meno del dipendente – è causalmente ricollegabile al comportamento (doloso o colposo) del detto responsabile» (Cass., S.U., 12 novembre 1988, n. 6132).
La giurisprudenza ravvisa in tale caso una chiara ipotesi di danno patrimoniale da lesione del diritto di credito; in particolare, è stato sostenuto, in modo pressoché pacifico, che «in base al principio dell'applicabilità della tutela aquilana, ai sensi dell'art. 2043 cod.civ., anche al caso di lesione del diritto di credito da parte di soggetto estraneo al rapporto obbligatorio, l'autore del fatto illecito da cui siano derivati a un lavoratore dipendente lesioni personali con invalidità temporanea assoluta è tenuto a risarcire il datore di lavoro del danno sofferto per la corrispondente, cagionata mancanza delle prestazioni lavorative» (Cass., Sez. III, 22 settembre 1986, n. 5699).
Il danno patrimoniale del datore di lavoro è, quindi, dato dalla perdita delle prestazioni lavorative del dipendente infortunato e non dalla corresponsione in sé della retribuzione.
Il quantitativo delle somme erogate dal datore di lavoro al lavoratore non individua in modo diretto la perdita economica subita, costituendo piuttosto «un indice indiziario per la liquidazione patrimoniale del danno» (Cass., Sez. III, 22 settembre 1986, n. 5699).
Sulla risarcibilità dei contributi dovuti dal datore di lavoro agli enti di assicurazione sociale è possibile distinguere due opposti orientamenti.
Secondo una prima lettura, alquanto risalente, le componenti della retribuzione non direttamente connesse al valore della prestazione lavorativa non possono essere risarcite, in quanto somme dovute dal datore di lavoro non come corrispettivo dell'attività di lavoro, ma come oneri accessori non espressivi del valore economico della prestazione lavorativa mancata a causa dell'infortunio.
E tale principio è stato riconosciuto in giurisprudenza, affermando che: l'ammontare del risarcimento del danno cui ha diritto, ex art. 2043 c.c., il datore di lavoro comprende «l'ammontare delle retribuzioni corrisposte, per legge o per contratto, nel periodo di assenza del dipendente, con gli interessi e la rivalutazione monetaria dalla data del verificarsi di tale assenza e della correlativa retribuzione a vuoto, atteso che tale erogazione retributiva, a differenza di quella per contributi previdenziali ed assicurativi (privi di funzione corrispettiva della prestazione lavorativa e dovuti per il solo fatto della esistenza del rapporto di lavoro), si traduce, in difetto dell'attività lavorativa dell'infortunato, in una perdita patrimoniale legata da rapporto di causalità con il fatto del terzo» (Cass., Sez. III, 30 ottobre 1984, n. 5562).
Gli oneri previdenziali e assicurativi, dovuti dal datore di lavoro non in misura corrispettiva dell'attività lavorativa prestata dal lavoratore, vanno esclusi dall'ammontare del danno patrimoniale sofferto dal datore di lavoro e, pertanto, non possono essere oggetto di risarcimento.
Ad avviso di altro orientamento giurisprudenziale, recentemente confermato (Cass., Sez. III, 9 febbraio 2010, n. 2844), i contributi dovuti dal datore di lavoro agli enti di assicurazione sociale costituiscono componente del danno patito dal datore di lavoro a causa della mancata percezione della prestazione lavorativa nel periodo di inabilità temporanea del lavoratore infortunato.
In precedenza la Suprema Corte ha affermato la risarcibilità anche di questa componente di danno così argomentando: «non è riconducibile alla necessaria coerenza logico-giuridica il riconoscimento, da un canto, del danno costituito dall'importo della retribuzione pagata a vuoto e l'esclusione, dall'altro, del pregiudizio per il versamento dei contributi previdenziali a quella retribuzione direttamente connessi. In entrambi i casi l'obbligo del versamento è imposto dalla legge e non giova sottolineare che nell'ipotesi di retribuzione ricorre un rapporto di corrispettività delle prestazioni che non è dato invece riscontrare per il pagamento degli oneri previdenziali. La ordinaria corrispettività fra prestazione lavorativa e retribuzione non può dirsi invero concretamente operante allorquando il dipendente infortunato continui a percepire la retribuzione senza espletare il proprio lavoro e senza mettere a disposizione le proprie energie lavorative. Ma va soprattutto sottolineato che il valore economico della prestazione mancata - cui va rapportato il danno del datore di lavoro - non è dato esclusivamente dallo stipendio versato direttamente al dipendente ma dal costo complessivo di quella prestazione, costo che nell'ambito del rapporto di lavoro, così come complessivamente strutturato dalla vigente normativa, è rappresentato anche dall'importo dei contributi previdenziali ai quali il datore di lavoro non può sottrarsi» (Cass., S.U., 12 novembre 1988, n. 6132).
Nessun riferimento esplicito è fatto in giurisprudenza al recupero dell'IRAP pagata dal datore di lavoro nel periodo di assenza del lavoratore per infortunio.
Sulla questione della rimborsabilità dell'imposta di cui sopra, giova ricordare l'ormai costante orientamento giurisprudenziale in forza del quale unico soggetto passivo risulta essere il datore di lavoro-Azienda ospedaliera.
Si ricordi che presupposto di imposta per l’applicazione dell’Irap è «l'esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata diretta alla produzione o allo scambio di beni ovvero alla prestazione di servizi» (art. 2 del D.Lgs. n. 446/1997).
Sul punto è stato precisato come l'IRAP sia un'imposta reale ad esclusivo carico dell'Azienda sanitaria, non potendo essere traslata sui medici dipendenti della struttura, neanche nell'eventualità in cui questi svolgano attività libero professionale intramuraria (Comm. Trib. Reg. Lombardia, Sez. 18, 26 maggio 2011, n. 66). Ai medici-dipendenti, infatti, è stato riconosciuto il diritto ad ottenere il rimborso dell'IRAP loro trattenuta dall'Azienda ospedaliera sui compensi (Trib. Belluno, Sez. Lav., 26 aprile 2001).
Alla luce del suesposto orientamento giurisprudenziale, sembra possibile affermare che l'IRAP costituisce un costo aggiuntivo per la struttura sanitaria, del tutto scisso dalla prestazione lavorativa del medico. Difficilmente, dunque, essa può rappresentare un onere accessorio del rapporto di lavoro. In altri termini: l'imposta in esame non rientra nel costo complessivo della prestazione lavorativa.
Ne dovrebbe discendere l'esclusione della somma versata a tale titolo dal danno risarcibile all'Azienda ospedaliera per mancata fruizione della prestazione lavorativa del medico infortunato.
A proposito, infine, della questione concernente la possibilità per il datore di lavoro di agire direttamente nei confronti dell'assicuratore del responsabile civile per conseguire il risarcimento del danno patito a causa della mancata utilizzazione della prestazione lavorativa, la Suprema Corte, sotto la vigenza dell'art. 18, comma 1, della Legge n. 990/1969, ha precisato che deve essere riconosciuta legittimazione attiva, anche al datore di lavoro, in quanto l'espressione «danneggiato per sinistro causato dalla circolazione di un veicolo o di un natante» deve essere intesa in senso non restrittivo (Cass., Sez. III, 21 ottobre 1991, n. 11099).
Stessa considerazione vale per l'art. 144, comma 1, D.Lgs. 209/2005, che, avendo riprodotto il contenuto della disciplina previgente, deve essere interpretato in modo analogo alla normativa anteriore (si veda A. Spena, art. 144 D.Lgs. 209/2005, in Aa. Vv., Il codice delle assicurazioni private.Commentario al D.Lgs. 7 settembre 2005, n. 209, diretto da F. Capriglione, II, 467 ss.).
Più precisamente, si deve ritenere legittimato a chiedere i danni, nei limiti del massimale, «chiunque abbia subito un danno, che con quel sinistro si trovi nel descritto rapporto causale a norma dell'art. 1223 cod. civ., cioè quel pregiudizio che, come nel caso del datore di lavoro per la mancata utilizzazione del dipendente infortunato, sia ricollegabile alla condotta del responsabile dell'accidente stradale quale sua conseguenza normale e regolare» (Cass., Sez. III, 21 ottobre 1991, n. 11099. Si veda anche Cass., Sez. Lav., 15 settembre 2003, n. 13549).
Dott. Rosalia Calandrino
Modifiche Legislative - Pignoramento presso terzi – Presunzione di non contestazione del credito in caso di inerzia del terzo
- Legge 24 dicembre 2012, n. 228, “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale della Stato (Legge di Stabilità 2013)”
La legge di Stabilità 2013 modifica in maniera significativa la disciplina dei pignoramenti presso terzi, la quale trova applicazione per i procedimenti di espropriazione instaurati dal 1° gennaio 2013.
La novità più dirompente riguarda la presunzione dell'esistenza del credito in caso di non contestazione da parte del terzo.
In particolare, nelle ipotesi di pignoramento relativo a somme derivanti da rapporto di lavoro, il credito si considera non contestato e viene immediatamente assegnato al creditore procedente in caso di mancata dichiarazione da parte del terzo.
In tutte le altre ipotesi di pignoramento, il Giudice concede al terzo la possibilità di contestare il credito in una nuova udienza; in caso di mancata comparizione, il Giudice assegna il credito pignorato, ritenendo non contestato il relativo obbligo.
In caso di contestazioni, il Giudice dell'esecuzione provvede con ordinanza impugnabile ex art. 617 c.p.c.
Di seguito, il testo con le modifiche di cui alla legge n. 228/2012, art. 1, commi 20 e 21.
Art. 1, comma 20:
“Al codice di procedura civile, libro terzo, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al numero 3), dopo le parole: “tribunale competente” sono inserite le seguenti parole: “nonché l'indicazione dell'indirizzo di posta elettronica certificata del creditore procedente”;
b) al numero 4), dopo le parole: “a mezzo raccomandata” sono inserite le seguenti parole: “ovvero a mezzo posta elettronica certificata”;
2) all'articolo 547, primo comma, dopo le parole: “creditore procedente” sono inserite le seguenti parole: “o trasmessa a mezzo di posta elettronica certificata”;
3) l'articolo 548 è sostituito dal seguente: “Art. 548 – (Mancata dichiarazione del terzo) – Se il pignoramento riguarda i crediti di cui all'articolo 545, terzo e quarto comma, quando il terzo non compare all'udienza stabilita, il credito pignorato, nei termini indicati dal creditore, si considera non contestato ai fini del procedimento in corso e dell'esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione, e il giudice provvede a norma degli articoli 552 o 553.
Fuori dei casi di cui al primo comma, quando all'udienza il creditore dichiara di non avere ricevuto la dichiarazione, il giudice, con ordinanza, fissa un'udienza successiva.
Il terzo può impugnare nelle forme e nei termini di cui all'articolo 617, primo comma, l'ordinanza di assegnazione di crediti fondata a norma del presente articolo, se prova di non averne avuto tempestiva conoscenza per irregolarità della notificazione o per caso fortuito o forza maggiore”;
4) l'articolo 549 è sostituito dal seguente: “Art. 549 – (Contestata dichiarazione del terzo) – Se sulla dichiarazione sorgono contestazioni, il giudice dell'esecuzione le risolve, compiuti i necessari accertamenti, con ordinanza.
L'ordinanza produce effetti ai fini del procedimento in corso e dell'esecuzione fondata sul provvedimento di assegnazione ed è impugnabile nelle forme e ni termini di cui all'articolo 617”.
Art. 1, comma 21:
“Le disposizioni di cui al comma 20 si applicano ai procedimenti di espropriazione presso terzi iniziati successivamente all'entrata in vigore della presente legge”.
“Sussiste eccesso di delega rispetto alle indicazioni e direttive della legge delega, in relazione al carattere obbligatorio dell'istituto di conciliazione ed alla conseguente strutturazione della relativa procedura come condizione di procedibilità della domanda giudiziale nelle controversie di cui all'art. 5, comma 1, del d.lgs. n. 28/2010.”
La Corte Costituzionale dichiara l'incostituzionalità del d.lgs. n. 28/2010 per eccesso di delega, in relazione al carattere obbligatorio dell'istituto di conciliazione ed alla conseguente strutturazione della relativa procedura come condizione di procedibilità della domanda giudiziale
Ciò in quanto l'istituto della mediazione obbligatoria, introdotto dal legislatore delegante con l'art. 5, comma 1, d.lgs. 28/2010, non può considerarsi come un coerente sviluppo e completamento delle scelte espresse dal delegante, perché in realtà l'obbligatorietà della mediazione (in relazione alle controversie elencate nella citata norma) non soltanto è priva di riferimenti ai principi e criteri della delega, ma, almeno in due punti, contrasta con la concezione della mediazione come imposta dalla normativa delegata.
Infatti, la legge delega, n. 69 del 2009, tra i principi e criteri direttivi di cui all'art. 60, comma 3, non esplicita in alcun modo la previsione del carattere obbligatorio della mediazione finalizzata alla conciliazione, né si potrebbe ritenere che il carattere obbligatorio sia implicitamente desumibile dalla citata norma.
In particolare, l'art. 60, comma 3, lettera a), la quale prevede che la mediazione abbia per oggetto controversie su diritti disponibili “senza precludere l'accesso alla giustizia”, contiene una mera affermazione di carattere generale, non necessariamente collegabile alla scelta di un determinato modello procedurale.
Al contrario, la norma di delega contiene spunti ben più espliciti che orientano l'interprete in senso contrario rispetto alla volontà del legislatore delegante di introdurre una procedura a carattere obbligatorio.
Si pensi all'articolo 60, comma 3, lettera c), il quale dispone che la mediazione sia disciplinata “anche attraverso l'estensione delle disposizioni di cui al decreto legislativo 17 gennaio 2003, n. 5”, recante la definizione dei procedimenti in materia di diritto societario e di intermediazione finanziaria, nonché in materia bancaria e creditizia. Gli articoli da 38 a 40 di tale decreto (poi abrogati dall'art. 23, comma 1, del d.lgs. n. 28/2010) prevedevano un procedimento di conciliazione stragiudiziale nel quale il ricorso alla mediazione trovava la propria fonte in un accordo tra le parti (contratto o statuto). Il modulo richiamato dal legislatore delegante è, dunque, di fonte volontaria, e non può conciliarsi con un'opzione a favore della mediazione obbligatoria.
Ancora, l'art. 60, comma 3, lettera n), dispone che nell'esercizio della delega il Governo deve attenersi (tra gli altri) al principio di “prevedere il dovere dell'avvocato di informare il cliente, prima dell'instaurazione del giudizio, della possibilità di avvalersi dell'istituto della conciliazione, nonché di ricorrere agli organismi di conciliazione”. Orbene, la possibilità di avvalersi significa, evidentemente, facoltà e non obbligo di avvalersi (“è tenuto preliminarmente”), cui fa riferimento l'art. 5, comma 1, del decreto delegato.
L'opzione a favore del modello di mediazione obbligatoria non può trovare fondamento nemmeno nella legislazione europea, la quale si rivela anch'essa neutrale in ordine alla scelta del modello di mediazione da adottare, che resta demandata ai singoli stati membri (purché sia garantito il diritto di adire i giudici competenti per la definizione giudiziaria delle controversie).
Infatti, fermo il favor dimostrato verso detto istituto, in quanto ritenuto idoneo a fornire una risoluzione extragiudiziale conveniente e rapida delle controversie in materia civile e commerciale, il diritto dell'unione disciplina le modalità con le quali il procedimento può essere strutturato (“può essere avviato dalle parti, suggerito od ordinato da un organo giurisdizionale o prescritto da uno stato membro”, ai sensi dell'art. 3, lettera a), della direttiva 2008/52/CE del 21 maggio 2008), ma non impone e nemmeno consiglia l'adozione del modello obbligatorio, limitandosi a stabilire che resta impregiudicata la legislazione nazionale che rende il ricorso alla mediazione obbligatorio (art. 5, comma 2, della citata direttiva).
Deve, pertanto, escludersi che il contenuto della legge delega, richiamando la direttiva comunitaria, possa essere interpretato come scelta a favore del modello di mediazione obbligatoria.
Infine, quanto alla finalità ispiratrice dell'istituto della mediazione obbligatoria, consistente nell'esigenza di individuare misure alternative per la definizione delle controversie civili e commerciali, anche al fine di ridurre il contenzioso gravante sui giudici professionali, il carattere obbligatorio della mediazione non può considerarsi intrinseco alla sua ratio, come agevolmente si desume dalla previsione di altri moduli procedimentali (facoltativi o dispositivi su invito del giudice), del pari ritenuti idonei a perseguire effetti deflattivi, volti a semplificare e migliorare l'accesso alla giustizia.
Il D.M. 20 luglio 2012, n. 140, con il quale è stato adottato il "regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione da parte di un organo giurisdizionale dei compensi per le professioni regolarmente vigilate dal Ministero della Giustizia", sembra dare particolare importanza all'accordo raggiunto tra professionista e cliente ai fini della liquidazione delle spese. Pare addirittura, secondo una lettura acritica della norma, che di tale accordo il Giudice debba tenere conto nella liquidazione delle spese poste a carico della controparte.
Tale conclusione, però, contrasta con i principi generali dell'ordinamento e, persino, con alcune norme costituzionali.
Giova ricordare come il contratto avente ad oggetto la prestazione d'opera sia, alla stregua di un qualsiasi contratto, un accordo avente efficacia solo ed esclusivamente tra le parti (art. 1372 c.c.) e, pertanto, inopponibile nei confronti dei terzi.
Ciò posto, la non chiara delimitazione del campo di operatività dei nuovi parametri per la liquidazione delle spese giudiziali ("L'organo giurisdizionale che deve liquidare il compenso dei professionisti di cui ai capi che seguono applica, in difetto di accordo tra le parti in ordine allo steso compenso, le disposizioni del presente decreto") non può condurre a interpretazioni che scardinino uno dei principi generali validi in materia contrattuale, quale quello della relatività degli effetti del contratto.
Una siffatta situazione, ancora, si porrebbe in contrasto con il principio di regolarità del contraddittorio, dal momento che le altre parti del giudizio verrebbero a conoscenza dell'eventuale accordo tra una parte ed il proprio difensore solo alla fine del processo.
La summenzionata lettura della norma, inoltre, si pone in contrasto sia con l'art. 3 della Costituzione, in quanto, a parità di attività svolta, le spese liquidate in favore delle parti potrebbero essere significativamente differenti, a fronte di differenti accordi stipulati con gli avvocati, che con l'art. 24 Cost., poichè l'accordo tra il cliente e la parte, laddove sproporzionato rispetto al valore della lite, potrebbe incidere, persino, sul diritto di difesa inteso come libera determinazione della controparte di resistere in giudizio.
Pertanto, si deve propendere per la seguente lettura del dato normativo in commento.
Secondo un'interpretazione sistematica, volta a salvaguardare la coerenza del sistema normativo, si potrebbe ritenere che la norma in commento debba essere intesa nel senso per cui nel liquidare le spese di soccombenza, il Giudice deve stabilirne l'importo applicando i parametri previsti dal decreto 140/12, rimanendo l'accordo tra le parti efficace esclusivamente tra le stesse.
Ritenendo, invece, rilevante l'accordo intercorso tra avvocato e cliente ai fini della liquidazione delle spese giudiziali si corre il rischio di eludere l'applicazione dei nuovi parametri, dando riconoscimento ad ogni intesa raggiunta sul compenso professionale, dimenticando altresì come la Corte di Cassazione abbia stabilito la netta distinzione tra statuizione del giudice sulle spese giudiziali e determinazione del compenso nel rapporto interno tra avvocato e cliente (cfr. Cass., 22 aprile 2010, n. 9633).
V'è da dire, tuttavia, che l'interpretazione sistematica sopra auspicata non trova alcun appiglio nella lettera della norma.
Perciò, sia concesso osservare che, al fine di superare ogni dubbio interpretativo in tema di applicabilità della nuova normativa, sarebbe auspicabile un intervento di interpretazione autentica da parte del Legislatore.
Surrogazione degli assicuratori sociali (art. 142 D.Lgs., 7 settembre 2005, n. 209)
Lo studio Spagnolo & Associati approfondisce il tema della surrogazione degli assicuratori sociali di cui all'art. 142 del d.lgs. 7 settembre 2005, n. 209.
La legge riconosce all'ente gestore di assicurazione sociale il diritto a surrogarsi nel credito vantato dall'assistito danneggiato verso l'assicuratore del responsabile civile, realizzandosi una modificazione soggettiva attiva del rapporto obbligatorio avente ad oggetto la prestazione risarcitoria
Caso tipico è rappresentato dall'infortunio in itinere occorso al lavoratore.
Diversi gli aspetti problematici, quali : il “quantum” della surrogazione; il danno differenziale; la prescrizione; il concorso di colpa; i rapporti tra surrogazione sociale (art. 142 D.Lgs. 209/2005) e surrogazione “ordinaria” (art. 1916 c.c.); la reversibilità della rendita erogata dall'Inail.
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Mediazione obbligatoria - Incostituzionalità
La Corte Costituzionale ha dichiarato la illegittimità costituzionale, per eccesso di delega, del d.lgs. 4 marzo 2010, n. 28, nella parte in cui ha previsto il carattere obbligatorio della mediazione.
Contributo unificato - Chiarimenti del Ministero della Giustizia
Contributo unificato – Chiarimenti del Ministero della Giustizia
A seguito delle modifiche apportate dalla legge di stabilità al Testo Unico sulle spese di Giustizia, d.p.r. n. 115/2002, sono sorte difficoltà interpretative con riferimento alla previsione di aumento del contributo unificato, pari alla metà per i giudizi di impugnazione e al doppio per i processi in Cassazione, applicabile alle controversie pendenti alla data di entrata in vigore della legge n. 183/2011, nonché con riferimento al contributo unificato da versare nel caso di intervento nelle procedure esecutive.
Il Ministero della Giustizia è intervenuto per gli opportuni chiarimenti con una nota del Dipartimento per gli affari di giustizia del 5 luglio 2012.
In particolare, il Ministero ha precisato che la “pendenza della controversia”, di cui all'art. 28, comma 3, legge n. 183/2011, non è determinata dal momento in cui si instaura l'impugnazione o il ricorso in Cassazione, ma si determina con riferimento alla pendenza del giudizio da cui scaturisce il provvedimento da impugnare, che dovrà, necessariamente, essere stato pubblicato o depositato dopo il 1° gennaio 2012.
Pertanto, solo il giudizio di impugnazione che abbia ad oggetto un provvedimento depositato o pubblicato dopo il 1° gennaio 2012 potrà scontare il pagamento del contributo unificato previsto dal comma 1 bis dell'articolo 13 del D.P.R. n. 115/2002.
Quanto al versamento del contributo unificato nel caso di intervento nelle procedure esecutive, deve ritenersi che il creditore che interviene in una procedura esecutiva sia tenuto al pagamento del contributo unificato solo quando proponga istanza di vendita o di assegnazione dei beni pignorati.
Mediazione obbligatoria - Osservazioni della Commissione Europea
La Commissione Europea ha presentato alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea osservazioni scritte in merito alla mediazione obbligatoria ed alla sua compatibilità con i principi comunitari.
Siffatto intervento è stato necessitato da una domanda di pronuncia pregiudiziale presentata dal Giudice di Pace di Mercato S. Severino (causa C-492/11), vertente sull'interpretazione della direttiva 2008/52/CE, relativa a determinati aspetti della mediazione in materia civile e commerciale, alla luce dell'articolo 47 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea sul diritto alla tutela giurisdizionale effettiva.
Tabella per il risarcimento del danno biologico di lieve entità – Aggiornamento 2012
La mediazione e l'infortunistica stradale: il punto della situazione in vista dell'obbligatorietà a partire dal 21.03.2012
Avv. Lusyana Guccione
Legge 12 novembre 2011 n. 183:Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità)
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Il danno non patrimoniale da perdita parentale. Differenze rispetto al danno biologico e al danno morale
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Eccezione di interruzione della prescrizione
Dott.ssa Giulia La Rocca
Nuovo Codice delle Assicurazioni private: note e schemi
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La disciplina del D.lgs. n. 38/2000: tutela previdenziale del danno biologico. surroga e regresso dell’assicuratore sociale
Efficacia del giudicato penale in sede civile
Danno biologico da morte. note a margine della sentenza nr. 514/02 del Tribunale di Caltanissetta
Applicabilità dell’art. 1910 c.c. all’assicurazione privata contro gli infortuni. note a margine della sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite del 10 aprile 2002 n. 5119
La decorrenza del termine di prescrizione nella responsabilità da fatto illecito. brevi note a margine di Cass. civ., sez. II, 28 gennaio 2004, n. 1547
La ricostruzione del nesso causale tra la cosiddetta ‘omissione impropria colposa’ e l’evento. note a margine della sentenza Corte di Cassazione - Sezioni Unite penali, 10 luglio - 11 settembre 2002
Avv. Alessandro Sandonato
La proponibilità dell’azione giudiziaria di risarcimento danni derivante dalla circolazione stradale. l’art. 22 della legge 24 dicembre 1969 n. 990
Danni subiti dal minore: la transazione e la sentenza di condanna al risarcimento
Avv. Marina Muratore
Avv. Concetta Valeria Patermo
La ricezione del telegramma tra presunzione ed onere della prova
Danni subiti dal cittadino straniero: la condizione di reciprocità
Prescrizione in mancanza di querela. commento alla sentenza Corte di Cassazione, Sezioni Unite penali, 10 aprile 2002, n. 5121
Responsabilità del Ministero della salute per i danni provocati dall’uso di sangue infetto. note a margine della sentenza del Tribunale di Roma, sezione II civile, del 4-15 giugno 2001
Prescrizione e perizia contrattuale. note a margine di Cassazione civile, sezione I, 5 dicembre 2001, n. 15410
Accidentalità dell’assicurazione nella responsabilità civile
Obbligo di avviso e perdita del diritto all’indennizzo
L’inoperatività della garanzia assicurativa r.c.a. in caso di trasporto contra legem su ciclomotore
Competenza penale del giudice di pace: riflessi problematici in materia assicurativa
Avv.ti Recupero - Cammallleri
Onere della prova nell’ambito della responsabilità medica
Bancarotta fraudolenta “impropria”: necessità del nesso eziologico fra la commissione dei reati societari ed il fallimento
Responsabilità civile: vademecum per orientarsi nel mondo della r.c.
Modifiche apportate al c.p.c. (libro I)