Source: http://questionegiustizia.it/rivista/2015/3/carcere_droga-e-intervento-penale-in-usa_un-dibattito-aperto_271.php
Timestamp: 2019-12-09 00:01:05+00:00
Document Index: 126365659

Matched Legal Cases: ['e contrario', 'art. 113', 'art. 5', 'art. 101', 'art. 104', 'art. 111']

QUESTIONE GIUSTIZIA - Rivista trimestrale - Carcere, droga e intervento penale in Usa. Un dibattito aperto
di Luigi Marini *
Le politiche criminali seguite a partire dagli anni '80 e, soprattutto, la cd Â«Guerra alla drogaÂ» hanno portato nelle carceri Usa milioni di persone, per la gran parte giovani appartenenti alle classi e ai gruppi marginali.
I costi economici e sociali sono oggi considerati insostenibili da rappresentanti di entrambi gli schieramenti politici e a livello federale si registrano progetti di legge e scelte di gestione dei reati che intendono invertire la tendenza.
1. Sono due milioni e duecentomila circa le persone detenute negli Usa nell’estate del 2015; e 207.600 di queste lo sono nelle prigioni federali.
Forse sorprenderà che il numero delle persone scarcerate in media ogni anno ammonti a 700.000, sorprenderà assai meno che il tasso medio di recidivanza (nel triennio) sfiori il 40%.
È con questi numeri che da pochi anni la politica americana sta facendoi conti, nel senso letterale del termine, visto che i costi sopportati dal sistema carcerario sono fuori controllo e ormai condivisibilmente ritenuti insostenibili.
Molto probabilmente è questa la ragione del cambio di prospettiva che ha condotto una parte significativa degli esponenti Repubblicani a proporre soluzioni vicine a quelle sostenute da una larga fetta dei Democratici e a dare ascolto a ricerche sociologiche importanti, come quella rilasciata nel 2013 dalla Rand Corporation al termine di un esame di 30 anni di politiche criminali e di soluzioni carcerarie, ivi comprese le misure educative fornite “dietro le sbarre”.
Se negli anni ’50 il sistema americano vedeva una quota di concittadini detenuti certamente alta, 170 per 100.000 abitanti, ma non troppo lontana da quella di altri Paesi occidentali, oggi esso deve confrontarsi con una quota di 750 per 100.000, incomparabilmente maggiore. Il primo cambio di paradigma viene ormai chiaramente individuato dai commentatori nella legge del 1986 che, per la prima volta e con ampio e trasversale consenso delle forze politiche, intese limitare la discrezionalità dei giudici e introdurre i minimi edittali di pena. Un secondo passaggio decisivo viene individuato nella legge del 1994 che innalzò ancora i livelli di pena sull’onda di un spinta securitaria che mirava a neutralizzare i colpevoli isolandoli il più a lungo possibile dalla vita civile.
Non sarà male ricordare che la riforma del 1986 si inseriva a pieno titolo nella politica di dichiarata «guerra alla droga» e che non a caso la grandissima parte dei destinatari delle nuove pene si erano resi responsabili di reati connessi all’uso di droghe. Ancora attualmente quasi la metà di coloro che occupano le prigioni federali sono detenuti per questa tipologia di crimini. Sarà bene non dimenticare, poi, che costoro sono per la maggior parte persone provenienti dalle classi sociali e dalle aree marginali, più facilmente vittime della spinta all’illegalità, mal assistite nei processi, prive di sostegno al termine della pena.
2. Questo sistema viene adesso valutato assieme alle politiche sui registri penali, che conservano a vita una traccia anche dei reati minori, e alle prassi che in caso di domanda di lavoro legittimano il datore e far firmare una dichiarazione sui precedenti penali. L’insieme di queste misure ha condotto a un ben noto e studiato circolo vizioso di emarginazione che ostacola il reinserimento sociale, impedisce la ricerca di lavoro ed esclude i condannati dalle politiche di “social housing”. Nulla di sorprendente, dunque, quanto all’elevatissimo tasso di recidivanza che abbiamo ricordato.
3. Ma come la guerra alle droghe è stato un elemento scatenante le durissime politiche criminali avviate negli anni ’80 e la conseguente bancarotta del sistema carcerario, il cambio di approccio cui si assiste in tema di droghe sta aprendo spazi impensati.
Da pochissimi anni, infatti, ampi settori dell’opinione americana considerano fallimentari quelle politiche e tale cambiamento di prospettiva sta facendo breccia anche nella parte meno conservatrice del mondo repubblicano. Non solo alcuni Stati, cinque per la precisione, hanno modificato la propria legislazione in tema di cannabis, regolamentandone la coltivazione e l’uso, in primis terapeutico, ma lo stesso Procuratore generale federale e molti procuratori a livello statale hanno impartito linee guida e istruzioni per un approccio morbido verso chi viene trovato con modeste quantità di sostanza, fino a indicare la strada della mancata incriminazione per i casi di detenzione di cannabis.
Questa nuova tendenza ha assunto ampio rilievo internazionale nel momento in cui viene rappresentata e sostenuta dai rappresentanti statunitensi presso gli organismi internazionali, dalla Commissione sulle droghe di Vienna ai dibattiti che stanno avendo luogo presso la sede newyorkese dell’Onu in vista della UNGASS 2016 (Sessione speciale dell’Assemblea generale dedicata al tema droga che si terrà nel prossimo mese di Aprile 2016). Il fatto che gli Usa si esprimano con nettezza in favore di sanzioni penali comunque proporzionate ai fatti e in favore di misure alternative al carcere rafforza in modo significativo la posizione degli Stati che si pongono come punto di equilibrio fra le spinte marcatamente repressive di una parte della comunità internazionale (si pensi, ad esempio, a Cina, Russia, Singapore e Paesi africani e orientali) e le spinte di altra parte (in primis alcuni dei Paesi centro e sud-americani) che mirano alla dichiarazione di fallimento delle politiche repressive e al cambio radicale degli investimenti internazionali in favore della riduzione del danno, della tutela della salute, del progresso sociale.
Non è questa la sede per esaminare la collocazione dell’Italia, che oscilla fra le posizioni “mediane” e momenti di apertura verso politiche “nuove”. Mi limito qui a segnalare che nel dibattito newyorkese la nostra legislazione viene considerata con interesse a fronte di un numero elevato di Paesi che ancora adottano politiche puramente e severamente repressive, ivi compresa la previsione della pena di morte, effettivamente eseguita; interessano della nostra legislazione, in sintesi: la non legalizzazione e la contemporanea non criminalizzazione del consumo; la dichiarata e praticata proporzionalità delle pene; l’esistenza di effettive misure alternative al carcere; il contrasto netto ai fenomeni di crimine organizzato.
4. Tornando al tema iniziale, le proposte che mirano a un cambiamento di politica in Usa coinvolgono sia gli strumenti puntivi sia le modalità di espiazione della pena.
Sul primo versante, lo sforzo è quello di modificare le leggi federali in materia di “sentencing” e di farlo unificando le diverse proposte sul tappeto in un’unica previsione legislativa. La prospettiva è quella di eliminare i minimi legali di pena ed espandere quella che viene definita “safety valve” (valvola di sicurezza), consentendo ai giudici di trattare in modo proporzionato i reati di droga di minore gravità che vengono mandati a giudizio. In particolare, vengono all’attenzione i «reati di droga non violenti», che rappresentano una categoria finora punita con sanzioni molto pesanti e oggi avvertite come una criticità del sistema. Da questo punto di vista anche molti rappresentanti Repubblicani parlano apertamente di “overcriminalization” e non negano che negli scorsi decenni la discrezionalità dei giudici si è spesso trasformata in fonte di disparità di trattamento dal carattere discriminatorio. È proprio sul carattere non violento dei reati di droga minori che fanno leva, da un lato, le nuove linee guida del Procuratore generale federale e di molti procuratori e, dall’altro, i progetti di legge di modifica delle regole del “sentencing” di cui si è detto.
Sul secondo versante, l’approssimarsi fra loro della posizioni repubblicane e democratiche muove dalla constatazione, riconosciuta con toni peraltro diversificati, che l’aggravamento del sistema complessivo delle pene in materia di droga si è rivelato improduttivo.
Tre sono le conseguenze negative che molti richiamano: a) un accrescimento dei costi del sistema penitenziario fino ai livelli di bancarotta; b) una diffusa perdita di fiducia nella giustizia; c) una “decimazione” di intere comunità, con esclusione dei più giovani e del loro indispensabile contributo produttivo ed economico alla vita sociale. Questo richiede che a una diversa politica di incriminazione e “sentencing” si aggiunga un forte investimento sulle “Federal PellGrants”, che offrono ai detenuti la possibilità di studiare e di raggiungere un titolo che favoriranno il loro reinserimento. Come ha verificato anche la ricerca della “Rand Corporation”, un’analisi dei risultati della “Bard Prison Initiative”, lanciata nel 2001, dimostra che coloro che hanno frequentato i corsi di studio hanno sofferto di un tasso di recidivanza pari al 4% (contro il 40% di cui si è detto), tasso che scende al 2,5% fra coloro che hanno ottenuto un diploma di laurea. Risultati importanti sono stati ottenuti anche dai “Recidivism Programs” che, a fronte di una possibile riduzione del 25% della pena da scontare, hanno spinto molti detenuti a partecipare alle iniziative carcerarie messe a disposizione per fatti di contenuta gravità. I dati statistici valorizzati dai sostenitori di questa prospettiva mettono in evidenza come «per ogni dollaro investito nei programmi educativi carcerari si realizzi per i cittadini (“taxpayers”) un risparmio medio di cinque dollari».
5. Le impostazioni favorevoli al cambiamento trovano ampio spazio sui siti specializzati, o comunque dedicati ai temi sociali, e sulla parte della carta stampata più sensibile alle questioni della criminalizzazione e della pena. Il New York Times, ad esempio, presenta ai lettori le disfunzioni del sistema in modo quasi martellante.
Da un lato denuncia o rilancia i casi di cattiva amministrazione delle carceri, a partire dalle indagini sulle violenze nel carcere della citta di New York, e i casi di errore giudiziario; dall’altro ospita frequentemente interventi di esperti e uomini politici che spingono in favore di nuove soluzioni legislative e amministrative. Merita di essere segnalato, fra i tanti, l’articolo di poche settimane fa dedicato a New Orleans, una città che al momento dell’inondazione del 28 Agosto 2005 causata dall’uragano Katrina aveva nelle carceri più di 6.000 persone (la percentuale più alta del Paese in rapporto alla popolazione) e che dopo la distruzione delle strutture decise, bloccando i progetti di ricostruzione, di limitare a 1.400 i posti letto delle carceri rispetto ai 5.800 inizialmente previsti. Dieci anni dopo l’uragano i detenuti di New Orleans non superano i 1.800. La limitazione della capienza ha generato sul piano giudiziario e amministrativo una serie di cambiamenti significativi: una nuova politica della polizia, che privilegia i procedimenti a piede libero rispetto all’arresto; la decisione della Città di non riconoscere più all’ufficio dello Sceriffo la “Orleans Parish Sheriff”, e cioè una somma giornaliera per ogni persona detenuta (così rimuovendo un tradizionale incentivo al ricorso all’arresto); la creazione di un sistema di gestione della fase pre-processuale che non penalizza coloro che non possono pagare una cauzione (tema, questo, di grande attualità anche nella città di New York grazie all’iniziativa del sindaco De Blasio).
6. Se queste sono le tendenze in atto, non va dimenticato che lo sforzo bipartisan in atto dovrà fare i conti non solo con la diffidenza di una parte consistente dell’opinione pubblica, ma anche con la cultura di molti Procuratore generali, procuratori e giudici fortemente radicata nell’idea che le pene debbano essere severe e scontate per intero. Come ho già avuto modo di scrivere, negli Usa rimane diffusa tra procuratori e giudici l’idea che pene ridotte e misure alternative costituiscano un segnale di debolezza dello Stato e, insieme, un fattore diseducativo, oltre che un messaggio errato diretto alle comunità. Questo rende evidente che la semplice eliminazione dei minimi di pena obbligatori non inciderà su una parte delle decisioni e che anche la individuazione di misure alternative potrà trovare in parte del giudiziario un approccio pregiudizialmente contrario a riconoscere la sussistenza in concreto delle condizioni per la loro applicazione.
Queste ultime considerazioni non tolgono che, le nuove politiche statunitensi aprono importanti prospettive sia sul piano interno sia sul piano degli equilibri sovranazionali. Così come non va sottovalutato il fatto che più di un commentatore e giurista statunitense evidenzi oggi come la “overcriminalization” vada vista anche con riguardo ai costi umani e come l’“imperativo finanziario” sia ormai diventato un “imperativo morale”.
È, dunque, probabile che il percorso che conduce alla sessione speciale 2016 sulle droghe sará occasione per gli Usa di nuove riflessioni non limitate alla risposta al problema delle droghe e indirizzate alle scelte più generali in materia di ricorso alla sanzione penale.
* L’Autore esprime in questo articolo opinioni esclusivamente personali.
Le riforme complessivamente note come Jobs Act non realizzano quel modello di flexicurity a cui si dichiarava di volersi ispirare, e al contempo determinano un forte spostamento degli equilibri contrattuali, tutto e solo a favore dellâ€™imprenditore e delle sue ragioni. Il disegno non poteva non completarsi con la voluta marginalizzazione dellâ€™ambito del sindacato di legittimitÃ del giudice. Ci sono ancora spazi per riaffermare tutele che costituiscano un baluardo per la civiltÃ del lavoro?
Allâ€™indomani della legge Fornero, quando venne formulata la teoria del fatto materiale (ovvero che si potesse estinguere un rapporto di lavoro semplicemente contestando un nudo fatto materiale), avevamo scritto che si trattasse di una vera e propria aberrazione sul piano intellettuale. Tanto sembrava assurda ed ingiusta. Ed invece la nuova disciplina dei licenziamenti delineata dal cd Jobs act ha accolto testualmente proprio la tesi del â€œfatto materialeâ€. Ma non solo: la frantumazione delle tutele a seconda della data di assunzione, la proclamata irrilevanza del principio di proporzionalitÃ , il deferimento dellâ€™onere della prova a carico del lavoratore, hanno in realtÃ prodotto una piÃ¹ ampia rottura del principio di eguaglianza e di solidarietÃ nei luoghi di lavoro, che non aveva avuto ancora eguali.
Con il decreto legislativo n. 23 del 2015 il legislatore ha elevato a regola la tutela indennitaria, prevedendo, in caso di accertata illegittimitÃ del licenziamento per assenza di un giustificato motivo oggettivo, il pagamento a carico del datore di lavoro di un costo fisso e predeterminato. La restrizione delle tutele cosÃ¬ attuata non impedisce, tuttavia, il ricorso ai principi generali di diritto civile, e in particolare alle categorie civilistiche della nullitÃ , a fronte di licenziamenti che risultino pretestuosi e che segnino un abuso del potere riconosciuto a parte datoriale e causalmente vincolato alla sussistenza di una giusta causa o di un giustificato motivo.
Proprio sul fronte della disciplina del licenziamento collettivo la controriforma attuata nelle due tappe del 2012 e del 2015 finisce per scaricare le sue piÃ¹ evidenti contraddizioni e incoerenze sistematiche. Lo sdoppiamento del regime delle conseguenze della ritenuta illegittimitÃ del licenziamento, a seconda della data di assunzione dei lavoratori coinvolti, secondo lâ€™alternativa fra reintegra e tutela meramente indennitaria, presenta un evidente deficit di razionalitÃ e solleva legittimi dubbi di incostituzionalitÃ .
Gli strumenti internazionali pongono vari principi rilevanti in materia di tutela del lavoratore avverso i licenziamenti illegittimi, imponendo da un lato il rispetto del principio di paritÃ di trattamento, dallâ€™altro lato il principio di adeguatezza ed effettivitÃ della tutela, aspetti questi che implicano una valutazione di proporzionalitÃ della sanzione rispetto ai fatti in relazione alla situazione concreta, tenuto conto di situazioni comparabili.
Il saggio esamina la compatibilitÃ delle novitÃ normative dettate dal Jobs Act con le varie fonti internazionali e verifica le conseguenze ipotizzabili di un contrasto tra norme, sia in termini di legittimitÃ costituzionale delle norme interne sia in relazione alla loro (dis)applicazione.
Lâ€™insieme delle disposizioni del Jobs act dÃ vita ad un disegno cui Ã¨ sottesa una idea piuttosto precisa del ruolo da attribuire alle â€œparti socialiâ€ ed alla autonomia collettiva, che per un verso vedrÃ ridimensionato il suo ruolo, per altro sarÃ piuttosto â€œutilizzataâ€, nelle fattispecie di rinvio ancora rimaste, allâ€™interno di operazioni eminentemente connesse alla introduzione di deroghe in pejus. La stessa funzione derogatoria sembra in buona parte indebolita proprio dalle dosi giÃ massicce di flessibilitÃ assicurate direttamente dal legislatore: il quale comincia quindi a non lasciare piÃ¹ spazi, giuridici o comunque politico-sindacali, neanche per interventi in pejus. CiÃ² che rivela un disegno generale che punta alla marginalizzazione dellâ€™autonomia collettiva: ed in particolare, alla riduzione dellâ€™importanza del contratto collettivo nazionale.
Il superamento del lavoro a progetto da parte del d.lgs n. 81 del 2015 non comporta il venir meno delle collaborazioni coordinate e continuative, che escono da questa riforma rivitalizzate quanto alla possibilitÃ di instaurazione e ridimensionate sul versante delle tutele.
Nel contempo, a far data dal 1Â° Gennaio 2016, viene disposta lâ€™applicazione della disciplina del lavoro subordinato alle collaborazioni organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro. La distinzione tra etero-organizzazione della prestazione lavorativa e coordinamento rischia di rivelarsi quanto mai evanescente nella pratica, a scapito della certezza del diritto.
Lâ€™intervento legislativo sugli ammortizzatori sociali, dichiaratamente volto a realizzare quellâ€™obiettivo di â€œflessicurezzaâ€ in grado di compensare lâ€™indebolimento della condizione del lavoratore nel mercato del lavoro, non solo non annulla gli squilibri che caratterizzano il sistema pregresso, ma mette in ancora maggiore evidenza la sua piÃ¹ evidente lacuna: la mancanza di strumenti di tutela non a base occupazionale, destinati a tutti i cittadini che si trovino in condizioni di bisogno economico.
Il Jobs Act non Ã¨ la riforma strutturale di cui lâ€™Italia ha bisogno, ma rappresenta il completamento di quel percorso di trasferimento di potere contrattuale dai lavoratori alle imprese giÃ in corso da almeno due decenni. La flessibilizzazione del mercato del lavoro si completa a prescindere dalla pochezza dei risultati precedenti, rendendo strutturale la precarietÃ del rapporto. Lâ€™esperienza ha smentito ogni legame fra flessibilitÃ e creazione netta di posti di lavoro, e la letteratura economica ha in gran parte sottaciuto questo dato: in realtÃ , i flussi sempre piÃ¹ ingenti di persone in entrata e uscita dalle imprese permettono ora di sostituire lavoratori costosi con lavoratori meno costosi, perchÃ© il salario medio dei nuovi assunti Ã¨ piÃ¹ basso e le loro tutele (anchâ€™esse un costo) sono sempre inferiori, ciÃ² che rende sempre piÃ¹ lontano lâ€™obiettivo del lavoro dignitoso.
Nonostante sia pacifico che la Carta dei diritti dellâ€™Ue si applica ad ogni atto, anche nazionale, che Ã¨ il prodotto di unâ€™azione dellâ€™Unione e dei suoi organi, la Corte di giustizia in una serie di decisioni "pilatesche" si Ã¨ sinora rifiutata di esaminare nel merito le misure nazionali di austerity. Anzi in alcune sentenze sono state giudicate "proporzionate e necessarie" le durissime misure adottate da Grecia, Portogallo, Romania. Solo la Corte costituzionale portoghese in passato aveva giudicato iniqui e lesivi del contenuto essenziale dei diritti sociali fondamentali alcuni provvedimenti di risanamento del bilancio nazionale (inducendo cosÃ¬ il Governo a reperire in altro modo i fondi per rispettare gli impegni europei). Con le recenti sentenze sul blocco dellâ€™indicizzazione delle pensioni e del rinnovo dei contratti nel pubblico impiego la nostra Corte costituzionale sembra essersi allineata a quella portoghese. Tuttavia, lâ€™azione dellâ€™Unione che incide su diritti sociali fondamentali continua a necessitare di una verifica giurisdizionale "europea" che si saldi ed integri con i rimedi interni, se si vuole salvare il cosiddetto modello della "tutela multilivello".
Il modello sociale delineato dalla Costituzione ha faticato molto a realizzarsi, tra interpretazioni riduttive e inerzia legislativa; la dimensione soggettiva dei diritti sociali, pur chiaramente scritta nel testo della Carta, ha potuto affermarsi soprattutto grazie al ruolo propulsivo della Corte costituzionale e della giurisdizione.
I vincoli di bilancio e la crisi economica hanno rimesso duramente in discussione il livello di protezione raggiunto dai diritti sociali, riducendone significativamente la consistenza e orientando le tutele sociali sempre piÃ¹ verso la monetizzazione dei bisogni, piuttosto che verso la loro â€œpresa in caricoâ€. Il difficile rapporto fra Stato e Regioni amplifica il problema, aumentando le disuguaglianze territoriali.
La domanda su quale sia il limite costituzionale alla comprimibilitÃ dei diritti sociali si pone con forza crescente e, ancora una volta, la risposta viene dalla giurisprudenza, che fa assumere alla Costituzione (almeno) una funzione difensiva.
Lâ€™Autore passa in rassegna e sottopone a critica gli argomenti solitamente addotti a favore della persistenza della separazione tra giurisdizione ordinaria e giurisdizione amministrativa. Tale opera si basa sulla premessa che il giudice amministrativo Ã¨ il portato della componente autoritaria del pensiero liberale, nonchÃ© di unâ€™interpretazione meccanica e superata del principio di separazione dei poteri.
In particolare. Lâ€™A. contesta la capacitÃ del giudice amministrativo di offrire una risposta di giustizia pronta, efficace e particolarmente adeguata alla natura degli interessi coinvolti nel processo, e conclude osservando che i principi costituzionali, se colti nella loro dimensione programmatica, depongono a favore del raggiungimento della piena unitÃ della giurisdizione.
Lâ€™Autrice riflette sulle modalitÃ con cui gli atti della pubblicazione amministrazione sono soggetti a controllo giurisdizionale in alcuni sistemi giuridici stranieri, partendo dal presupposto che la nozione di public law storicamente si lega ad un regime di prerogative speciali del soggetto pubblico, e vada poi evolvendo verso forme di rispetto delle libertÃ .
Lâ€™A. osserva che i tratti autoritari del processo amministrativo francese sono temperati dallâ€™azione del diritto europeo, mentre il giudice amministrativo tedesco ha sempre abbracciato il punto di vista della tutela soggettiva.
Lâ€™emersione delle agencies statunitensi e delle Corti amministrative inglesi, prosegue lâ€™A., segna un irrobustimento delle garanzie procedurali, ma non il declino della tutela giurisdizionale in sede di judicial review.
Lâ€™A. conclude individuando una comune tendenza ad una uniformazione delle garanzie giurisdizionali.
Ciclicamente negli studi di giustizia amministrativa si ripropone lâ€™interrogativo se possa ancora giustificarsi la sopravvivenza della â€œgiurisdizione specialeâ€ del giudice amministrativo ovvero, ma si tratta dello stesso interrogativo, se non sia venuto il tempo di procedere in direzione della unificazione della giurisdizione per tutte le controversie nei confronti delle Pubbliche amministrazioni.
Di recente, sollecitate da convegni e da incontri di studio, non sono mancate meditate riflessioni di studiosi del diritto amministrativo e del diritto costituzionale che si sono nuovamente concentrate sulle â€œragioni di attualitÃ di tale giudiceâ€. Queste rinnovate riflessioni sono significativamente concomitanti, occorre averne piena consapevolezza, con una serie di interventi di autorevoli personalitÃ politiche che, per ragioni affatto diverse da quelle che muovono gli studiosi di diritto, hanno di recente ripetutamente posto in dubbio lâ€™utilitÃ della giurisdizione amministrativa ed anzi ne hanno contestato la stessa esistenza, considerando il sindacato di legittimitÃ che questo giudice esercita da oltre un secolo come un insopportabile ostacolo allo sviluppo economico del Paese e come un freno alla sua crescita.
Tre paiono i punti di indagine piÃ¹ significativi: un primo attiene allâ€™esigenza da piÃ¹ parti rappresentata di dare piena realizzazione al principio costituzionale di unitÃ della giurisdizione, sullâ€™assunto della ingiustificata specialitÃ del giudice amministrativo (assunto sempre accompagnato dal sospetto, piÃ¹ o meno esplicitato, della insufficienza delle garanzie di indipendenza assicurate a questo giudice e da questâ€™ultimo offerte agli utenti del servizio giustizia); un secondo riguarda la verifica circa il superamento o meno delle ragioni storiche che hanno per un certo tempo giustificato -nel nostro ordinamento costituzionale- la sussistenza di una giurisdizione speciale e che, anche alla stregua delle disposizioni transitorie della nostra Carta fondamentale, sarebbero le sole ragioni che giustificano questa temporanea deroga a tale giurisdizione speciale; un terzo, infine, riguarda la verifica circa lâ€™attualitÃ del sistema di tutele contro la Pubblica amministrazione che lâ€™ordinamento assegna al (solo) giudice amministrativo, ovvero circa la sua incompatibilitÃ con le esigenze di una moderna societÃ civile e di una economia post-industiale in un contesto globale.
Nelle pagine del lavoro ci si sofferma su questi punti e, diffidando da mitologie giuridiche o dalla ricerca di nuove albe accorrenti e scomparenti, lâ€™indagine non dimentica mai di confrontarsi con il quadro costituzionale, il diritto positivo e lâ€™evoluzione della giurisprudenza costituzionale.
Alla domanda sul perchÃ© debbano coesistere due giurisdizioni diverse nello stesso ordinamento, vista la quasi assoluta sovrapponibilitÃ delle stesse quanto allâ€™oggetto (concernente la interpretazione e applicazione delle medesime norme di diritto comune e di diritto pubblico), ai poteri e alle modalitÃ di esercizio del sindacato giurisdizionale, lâ€™Autore risponde lucidamente che non vi sono ragioni che giustifichino una simile coesistenza, essendovi invece ragioni, di coerenza e di efficienza del sistema, che giustificano lâ€™unificazione della giurisdizione mediante lâ€™articolazione di sezioni specializzate (civile, penale, amministrativa) nellâ€™ambito di unâ€™unica giurisdizione con unâ€™unica Corte suprema di ultima istanza, competente a decidere anche nelle controversie nei confronti dellâ€™Amministrazione pubblica.
Lâ€™Autore evidenzia i rischi e le anomalie di un sistema giurisdizionale nel quale due diverse autoritÃ giurisdizionali esercitano un sindacato che ha progressivamente raggiunto un identico oggetto, sebbene con limitazione ratione materiae, stante il crescente ampliamento della giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo, che ha modificato lâ€™equilibrio tra le giurisdizioni su cui si reggeva originariamente lâ€™art. 113 Cost. Infatti, sui diritti soggettivi possono sindacare, oggi, quali giudici di ultima istanza, sia la Corte di cassazione sia il Consiglio di Stato (nellâ€™ambito della sua giurisdizione esclusiva), con possibilitÃ di divergenze interpretative che non Ã¨ possibile comporre per la mancanza di strumenti istituzionali che consentano il coordinamento tra le due giurisprudenze, vista la limitata ricorribilitÃ in Cassazione (alle sole questioni di giurisdizione) delle sentenze del Consiglio di Stato nelle controversie sui diritti soggettivi nei confronti dellâ€™Amministrazione pubblica.
Lâ€™Autrice affronta il tema della responsabilitÃ civile dei magistrati alla luce della legge n. 18 del 2015, che sottopone ad esame esegetico. Si osserva che il diritto dellâ€™Unione imponeva di superare la legge n. 117 del 1988, dimostratasi del tutto inefficace. Il giudizio sulla nuova normativa Ã¨ favorevole, in particolare per il fatto che si Ã¨ posto fine al parallelismo tra responsabilitÃ dello Stato e responsabilitÃ personale del magistrato. Anche per tale ultima ragione, Lâ€™A. ritiene che lâ€™eliminazione del filtro di ammissibilitÃ dellâ€™azione sia conforme a Costituzione, e si interroga sui rapporti tra responsabilitÃ civile e altre forme di responsabilitÃ del magistrato.
La riforma della fattispecie di responsabilitÃ per colpa grave Ã¨ affetta da una contraddizione fondamentale: lâ€™interpretazione di norme di diritto e la valutazione del fatto o delle prove, che sono il fatto costitutivo della responsabilitÃ euro-unitaria, non possono esserlo per il comune illecito giudiziario. Il lavoro dellâ€™interprete deve mirare, per ciÃ² che concerne il comune illecito giudiziario, a svuotare le diverse figure di colpa grave di ogni possibile riferimento allâ€™interpretazione del diritto o alla valutazione del fatto. Lâ€™eliminazione poi della â€œnegligenza inescusabileâ€ dalla fattispecie di responsabilitÃ incide, per ciÃ² che concerne lâ€™accertamento del fatto, sulla stessa legittimazione, sociale ancor prima che istituzionale, della funzione giudiziaria.
La recente riforma della responsabilitÃ dei magistrati ha, tra lâ€™altro, eliminato il cd â€œfiltroâ€ giÃ previsto dallâ€™art. 5 della legge n. 118 del 1988, ora abrogato, che prescriveva, in via preliminare e con rito camerale, la previa verifica dellâ€™ammissibilitÃ della domanda risarcitoria. Ci si interroga in ordine alla legittimitÃ costituzionale di tale abrogazione esprimendo dubbi - alla luce della giurisprudenza costituzionale in materia - in ordine alla compatibilitÃ con le garanzie della giurisdizione: soggezione del giudice soltanto alla legge (art. 101, secondo comma, Cost.), indipendenza della magistratura (art. 104, primo comma, e 108, secondo comma, Cost.) e terzietÃ ed imparzialitÃ del giudice (art. 111, secondo comma, Cost.).
Lâ€™Autore affronta il tema della responsabilitÃ civile dei magistrati alla luce della legge n. 18 del 2015, che sottopone ad esame esegetico. Si osserva che tale disciplina deve rispondere ad una finalitÃ sia riparatoria, sia preventiva, da porsi in bilanciamento con il principio di indipendenza del giudice. La precedente legge n. 117 del 1988, secondo lâ€™A., meritava di essere superata, poichÃ© si era rivelata del tutto inefficace. In questa direzione viene largamente circoscritta la clausola di salvaguardia e sono ridefinite in senso piÃ¹ ampio le ipotesi di colpa grave. La nuova normativa si segnala per avere distinto tra i casi di responsabilitÃ dello Stato e quelli di responsabilitÃ personale del giudice, ma, a parere dellâ€™A., si presta a rilievi di incostituzionalitÃ per la parte relativa alla soppressione del filtro di ammissibilitÃ dellâ€™azione.
Abolizione del filtro e allargamento al travisamento del fatto e delle prove delle ipotesi di responsabilitÃ sono i punti piÃ¹ criticabili della nuova legge sulla responsabilitÃ .
Sullâ€™abolizione del filtro lâ€™equilibrio potrebbe essere ristabilito da un tempestivo intervento della Corte costituzionale. Le deroghe introdotte alla clausola di salvaguardia mettono alla prova la capacitÃ dellâ€™interprete di recuperare una lettura costituzionalmente compatibile della norma, e sarebbe meglio che un intervento della Corte fosse sollecitato dopo aver sperimentato in concreto i limiti della legge.
Lâ€™estensione della responsabilitÃ in aree prima riservate in via esclusiva alla valutazione disciplinare, corre poi il rischio di modificare la natura stessa di tale giudizio, che esaurisce i suoi effetti nel rapporto tra il magistrato e lâ€™ordine di appartenenza, per farne un volano di azioni risarcitorie da parte dei privati. Esiste perciÃ² anche un problema di rapporti tra azione disciplinare e indirette conseguenze civilistiche di tale iniziativa e non solo quello del rapporto tra azione civile e promozione obbligatoria dellâ€™azione disciplinare, anche perchÃ© a ben vedere questa non puÃ² superare la tipicizzazione degli illeciti in vigore dal 2006.
Lâ€™azione disciplinare dovrÃ o potrÃ perciÃ² essere promossa solo nellâ€™ipotesi in cui il fatto oggetto dellâ€™azione civile, quando venga a conoscenza del titolare dellâ€™azione disciplinare, presenti le caratteristiche di notizia circostanziata dâ€™illecito, come previsto dal d.lgs 109/06.