Source: http://www.ilcommercialistainrete.com/2011/03/
Timestamp: 2017-08-19 09:15:28+00:00
Document Index: 18100983

Matched Legal Cases: ['art 26', 'art 26', 'art 17', 'art. 2', 'art. 74', 'art. 31', 'art. 5', 'art. 31', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 31', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 74', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 9', 'art. 34', 'art. 53', 'art. 8', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 258', 'arte 3', 'sentenza ', 'art. 52', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 646', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 640', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 154', 'art. 83', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 6', 'art. 72', 'art. 72', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 140', 'art. 1', 'art. 169', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 83', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 82', 'art. 21', 'art. 118', 'sentenza ', 'art. 16', 'sentenza ']

Il Commercialista in Rete: 03/2011
Quesito: dichiarazione compensi collaboratori.
il compenso corrisposto al collaboratore (punto c12 del cud) i ctb dovuti (punto c13) i ctb a carico collaboratore trattenuti (punto c14) e i ctb versati (punto c 15) devono essere indicati nel 730?
Se si con quali modalita e in quali righi?
Quesito: modello 730 o modello UNICO?
Quest'anno, nel mese di gennaio, volendo esercitare la mia professione di psicologa, ho aperto una partita IVA.
Sto preparando, come tutti gli anni, la documentazione per la compilazione del mod. 730. L'addetto al CAF cui mi sono sempre rivolta, mi ha comunicato che quest'anno non posso presentare il mod. 730 in quanto avendo da quest'anno una partita IVA la mia veste fìscale mi obbliga a rivolgermi ad un commercialista. Ho fatto notare che la mia attività con uso della partita IVA è cominciata solo nel mese di febbraio 2011 , mentre i miei redditi per la loro dichiarazione fanno riferimento all'anno 2010. Richiesto di indicarmi la normativa in merito non mi hanno saputo dare risposta. Chiedo gentilmente un vostro parere. E' possibile sapere se è vero quello che mi è stato detto e dove posso documentarmi?
Quesito: errore del commercialista nella liquidazione di una s.n.c.
sono un ex socio di una s.n.c. non operativa ,che è stata sciolta con atto notarile il 25/06/2008 PER VOLONTà DEI SOCI il commercialista che ha seguito la pratica ,per errore ha fatto la cancellazione dalla camera di commercio in data 25/05/2009, prima di adampiere alla liquidazione cioè prima dell'assegnazione dell'immobile,come da piano di riparto.Mi sono rivolto dal notaio per fare l'atto di assegnazione e lo stesso mi dice che l'atto non si può fare perche la società risulta gia cancellata.cosa posso fare adesso per riparare all'errore?
Quesito: marche da bollo es art 26.
Desidererei avere conferma che sulle note di accredito emesse ai sensi dell’art 26 per sconti
(sia finanziari che per premi su fatturato )non debba essere apposta la marca da bollo di eur 1,81
L’azienda per la quale lavoro , tra l’altro, fattura principalmente dal 2010 senza applicazione dell’iva
Ai sensi dell’art 17 –reverse charge
L'ICI per gli immobili di interesse storico o artistico.
La tassazione ai fini ICI degli immobili di interesse storico o artistico, va fatta sulla base della norma che prevede un regime di natura speciale applicabile in via esclusiva, anche se gli immobili stessi siano oggetto degli interventi edilizi di restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia e ristrutturazione urbanistica, in quanto i criteri di determinazione della base imponibile ICI previsti per tali interventi costituiscono un'eccezione (o agevolazione fiscale) interna al regime ordinario di tassazione degli immobili non altrimenti qualificati, che non può avere applicazione in altri regimi di tassazione caratterizzati da specialità propria
La S.C. ha affermato che la tassazione ai fini ICI degli immobili di interesse storico o artistico, va fatta sulla base dell'art. 2, comma 5, D.L. 23 gennaio 1993, n. 16, convertito nella L. 24 marzo 1993, n. 75, come interpretato dall'art. 74, comma 6, L. 21 novembre 2000, n. 342, in quanto tale norma prevede un regime di natura speciale -giustificato dai pesanti oneri manutentivi che il riconoscimento della specifica qualità comporta per tale tipologia di immobili- applicabile in via esclusiva anche se gli immobili stessi siano oggetto degli interventi edilizi indicati dalle lettere c), d) ed e) dell'art. 31, comma 1, L. 5 agosto 1978, n. 457 (restauro, risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia e ristrutturazione urbanistica), in quanto i criteri di determinazione della base imponibile ICI previsti per tali interventi dall'art. 5, comma 6, D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, costituiscono un'eccezione (o agevolazione fiscale) interna al regime ordinario di tassazione degli immobili non altrimenti qualificati, che non può avere, per sua natura e collocazione, applicazione in altri regimi di tassazione caratterizzati da specialità propria, connessa ad una qualità specifica (e sostanzialmente intrinseca) dell'immobile oggetto dell'imposta.
La S.C. ha così risposto alla Sezione V che, con le ordinanze interlocutorie n. 14362, n. 14363, n. 14364, n. 14365, n. 14366, n. 14367 del 2010, aveva sollevato la questione della determinazione della base imponibile ICI nel caso di interventi di recupero, a norma dell'art. 31, comma 1, lett. c), d) ed e), L. 5 agosto 1978, n. 457 e successive modificazioni, aventi ad oggetto gli immobili di interesse storico o artistico ai sensi dell'art. 3, L. 1 giugno 1939, n. 1089 e successive modificazioni.
La questione si poneva per la concorrenza di due norme con carattere di specialità rispetto al criterio ordinario fissato dall'art. 5, comma 1, D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504 (valore degli immobili di cui al comma 2 dell'art. 1) e precisamente: l'art. 5, comma 6, D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504, in relazione alla realizzazione di interventi di recupero a norma dell'art. 31, comma 1, lettere c), d) ed e), L. 5 agosto 1978, n. 457, e l'art. 2, comma 5, D.L. 23 gennaio 1993, n. 16 convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 24 marzo 1993, n. 75, relativamente agli immobili di interesse storico o artistico ai sensi dell'art. 3, L. 1 giugno 1939, n. 1089, e successive modificazioni.
La causa è stata quindi assegnata alle Sezioni Unite ed è stata richiesta a questo Ufficio la redazione di una relazione su questione di massima di particolare importanza.
L'art. 2, comma 5, D.L. 23 gennaio 1993, n. 16 convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 24 marzo 1993, n. 75, ritenuto applicabile in via esclusiva dalla S.C., prevede: " Per gli immobili di interesse storico o artistico ai sensi dell'art. 3, L. 1 giugno 1939, n. 1089, e successive modificazioni, la base imponibile, ai fini dell'imposta comunale sugli immobili (ICI), è costituita dal valore che risulta applicando alla rendita catastale, determinata mediante l'applicazione della tariffa d'estimo di minore ammontare tra quelle previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è sito il fabbricato, i moltiplicatori di cui all'art. 5, comma 2, D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 504".
Va precisato che gli immobili di interesse storico o artistico di cui all'art. 3, L. 1 giugno 1939, n. 1089, sono quelli appartenenti a privati proprietari che siano stati riconosciuti particolarmente importanti con apposito provvedimento amministrativo. La L. n. 1089 cit. è stata abrogata dal D.Lgs. 29 ottobre 1999, n. 490, a sua volta abrogato e sostituito dal D.Lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 (Codice dei beni culturali e del paesaggio).
L'art. 74, comma 6, L. 21 novembre 2000, n. 342 ha fornito l'interpretazione autentica dell'intero art. 2 cit. affermando:
"Le disposizioni di cui all'art. 2, D.L. 23 gennaio 1993, n. 16 convertito in legge, con modificazioni, dalla L. 24 marzo 1993, n. 75, si interpretano nel senso che, ai soli fini del medesimo decreto, tra le imposte dirette è inclusa anche l'imposta comunale sugli immobili (ICI)".
Il riferimento, evidentemente, è alle tariffe d'estimo ed alle rendite ed in particolare al comma 1 nella parte in cui prevede: "Le tariffe e le rendite stabilite, per effetto di quanto disposto dai commi 1-bis e 1-ter del presente articolo, con il decreto legislativo di cui all'art. 2 della legge di conversione del presente decreto, si applicano per l'anno 1994; tuttavia, ai soli fini delle imposte dirette, con esclusione delle imposte sostitutive di cui agli artt. 25, comma 3, e 58, comma 2, L. 30 dicembre 1991, n. 413, si applicano dal 1 gennaio 1992 nei casi in cui risultino di importo inferiore rispetto alle tariffe d'estimo, di cui al , pubblicati nel supplemento ordinario n. 70 alla Gazzetta Ufficiale n. 99 del 29 aprile 1992, e alle rendite determinate a seguito della revisione disposta con il predetto D.M. 20 gennaio 1990".
La soluzione delle Sezioni Unite è in linea con l'orientamento giurisprudenziale in tema di imposta sul reddito per gli immobili di interesse storico od artistico.
Per tale imposta, l'art. 11, comma 2, L. 30 dicembre 1991, n. 413, prevede:
" In ogni caso, il reddito degli immobili riconosciuti di interesse storico o artistico, ai sensi dell'art. 3, L. 1 giugno 1939, n. 1089 , e successive modificazioni e integrazioni, è determinato mediante l'applicazione della minore tra le tariffe d'estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato".
La Corte costituzionale, con Sent. n. 346 del 2003, dichiarò non fondata la questione di legittimità costituzionale dell'art. 11, comma 2, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione. Successivamente la Corte, con ordinanza n. 170 del 2004, dichiarò la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 11, comma 2, sollevata in riferimento art. 3 della Costituzione.
La questione di legittimità costituzionale presa in esame dalla prima sentenza era stata sollevata dalla Commissione tributaria provinciale di Torino, in riferimento agli artt. 3 e 53 della Costituzione, sul rilevo dell'esistenza di un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, secondo il quale la regola dettata dalla norma troverebbe applicazione anche nel caso di immobili locati, interpretazione, questa, che "si porrebbe però in contrasto con il principio di capacità contributiva e con quello di "parità di trattamento nell'imposizione fiscale", rappresentando una ingiustificata eccezione ai principi generali in tema di imposizione dei redditi da fabbricato, secondo i quali l'imponibile ai fini delle imposte dirette è rappresentato dal reddito effettivo derivante dalla locazione a terzi, qualora esso sia superiore -pur tenuto conto dei correttivi di legge- a quello catastale. Il locatore di immobile vincolato risulterebbe perciò indebitamente avvantaggiato sia nei confronti dei proprietari di analoghi immobili non locati, sia nei confronti dei locatori di immobili non compresi tra quelli riconosciuti di interesse storico o artistico".
Osservava ancora il rimettente che " le spese sostenute per la manutenzione, la conservazione ed il restauro degli immobili vincolati ai sensi della L. n. 1089 del 1939 sono già detraibili dall'imposta lorda ai sensi dell'art. 13-bis, lett. g), D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), e che in ogni caso tali spese gravano in eguale misura sul proprietario non locatore, il quale anzi deve farsi carico anche delle spese di manutenzione ordinaria (che in caso di locazione sono invece a carico del conduttore), cosicché risulterebbe palese l'irragionevolezza del vantaggio fiscale attribuito ai proprietari locatori".
La Corte costituzionale dichiarò non fondata la questione osservando che " (...) nessun dubbio può sussistere sulla legittimità della concessione di un beneficio fiscale relativo agli immobili di interesse storico o artistico, apparendo tale scelta tutt'altro che arbitraria o irragionevole, in considerazione del complesso di vincoli ed obblighi gravanti per legge sulla proprietà di siffatti beni quale riflesso della tutela costituzionale loro garantita art. 9, comma 2, della Costituzione.
La norma impugnata, d'altro canto, non è nemmeno illegittima, con riferimento sempre al canone di ragionevolezza, nella parte -specificamente oggetto di impugnazione- in cui prevede che il reddito imponibile sia "in ogni caso" determinato mediante l'applicazione della minore tra le tariffe d'estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato, e perciò anche quando l'immobile di interesse storico o artistico sia locato.
Il profilo di irragionevolezza individuato dal rimettente sarebbe rappresentato, in buona sostanza, dalla deroga al principio generale posto dall'art. 34, comma 4-bis, D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917 (Approvazione del testo unico delle imposte sui redditi), in tema di determinazione del reddito imponibile degli immobili locati. E' tuttavia evidente che, una volta esclusa -per le considerazioni svolte- la comparabilità della disciplina fiscale degli immobili di interesse storico o artistico con quella degli altri immobili, la censura di irragionevolezza risulta priva di consistenza, in uno con quella, ad essa connessa, di violazione del principio di eguaglianza, essendo l'una e l'altra basate sull'erroneo presupposto della sostanziale omogeneità delle due categorie di beni.
Né può ritenersi, sotto un diverso aspetto, superato il limite della manifesta irragionevolezza per il fatto che il beneficio fiscale di cui si tratta si sostanzi in un criterio di determinazione del reddito imponibile fissato, con riferimento alle tariffe d'estimo, in modo indifferenziato tanto per gli immobili locati quanto per quelli non locati e perciò, di fatto, più vantaggioso per i primi. In proposito, a prescindere dal carattere generale del sistema catastale di tassazione degli immobili (Sent. n. 362 del 2000), è sufficiente osservare come il riferimento alle tariffe d'estimo censurato dal rimettente trovi una non irragionevole giustificazione nell'obiettiva difficoltà, evidenziata anche dalla più recente giurisprudenza di legittimità, di ricavare per gli immobili di cui si tratta dal reddito locativo il reddito effettivo, per la forte incidenza dei costi di manutenzione e conservazione di tali beni ().
Considerazione quest'ultima che comporta l'infondatezza della questione anche sotto il differente parametro art. 53 della Costituzione.
L'infondatezza della questione di costituzionalità non esclude peraltro l'opportunità di una nuova disciplina della materia che tenga conto non solo, come sottolineato dalla giurisprudenza di legittimità, della evoluzione del mercato immobiliare e locativo nel frattempo intervenuta (v., ancora, ), ma anche dell'esigenza di armonizzare la disciplina impugnata con quella, astrattamente di maggior favore, dettata per i contratti agevolati di locazione ad uso abitativo degli immobili (anche di interesse storico o artistico), che prevede una determinazione del reddito imponibile mediante il riferimento al canone locativo, forfetariamente ridotto del 45%, anziché agli estimi catastali (art. 8, L. 9 dicembre 1998, n. 431)".
Con l'Ord. n. 170 del 2004, la Corte costituzionale riesaminò la stessa questione, dichiarandola manifestamente infondata mediante il richiamo della Sent. n. 346 del 2003 cit. e ribadendo, in particolare, come "a prescindere dal carattere generale del sistema catastale di tassazione degli immobili, (....) il riferimento alle tariffe d'estimo censurato dal rimettente trovi una non irragionevole giustificazione nell'obiettiva difficoltà, evidenziata anche dalla più recente giurisprudenza di legittimità, di ricavare per gli immobili di cui si tratta dal reddito locativo il reddito effettivo, per la forte incidenza dei costi di manutenzione e conservazione di tali beni".
L'orientamento giurisprudenziale della S.C. cui faceva riferimento la Corte costituzionale, è quello espresso, da ultimo, da Cass. Civ., Sez. V, 18 giugno 2009, n. 14149, secondo cui " l'art. 11, comma 2, L. 30 dicembre 1991, n. 413, nel fissare l'imponibile rispetto agli edifici di interesse storico o artistico, prevede che esso va determinato sempre con riferimento alla più bassa delle tariffe d'estimo previste per le abitazioni della zona censuaria nella quale è collocato il fabbricato. Ai fini dell'applicazione di tale regime impositivo, che deve ritenersi di carattere speciale e non meramente agevolativo, non rileva nè la destinazione, abitativa o non abitativa, dell'immobile soggetto a vincolo, nè la circostanza che il medesimo sia locato a terzi, nè la categoria catastale nella quale lo stesso sia classificato" (successivamente, conforme, cfr. Cass. Civ., Sez. V, 30 dicembre 2009, n. 28078).
In precedenza, nella stessa prospettiva, si erano espresse, ex multis:
- Cass. Civ., Sez. V, 15 ottobre 2004, n. 20354, secondo cui: "l'art. 11, comma 2, L. 30 dicembre 1991, n. 413, deve essere inteso come norma contenente l'esclusiva ed esaustiva disciplina per la fissazione dell'imponibile rispetto agli edifici di interesse storico od artistico, da effettuarsi sempre con riferimento alla più bassa delle tariffe d'estimo della zona, a prescindere dalla locazione del bene a canone superiore. In relazione a tale regime fiscale non assumono rilievo le disposizioni di cui agli artt. 1, comma 2, lett. a), 2, comma 3, ed 8, L. 9 dicembre 1998, n. 431, atteso che, da un lato, le agevolazioni fiscali previste dal citato art. 8 si applicano, in particolare agli immobili di interesse storico o artistico, soltanto quando siano stati stipulati appositi contratti conformi ai modelli predisposti con accordi in sede collettiva tra le associazioni economiche della proprietà edilizia e dei conduttori (ipotesi non ricorrente nella fattispecie), e, dall'altro, il comma primo del medesimo art. 8, nel prevedere l'abbattimento del trenta per cento del reddito imponibile, non esclude l'applicazione della norma speciale di cui al suindicato art. 11, comma 2, L. n. 413 del 1991" (successivamente, conforme, Cass. Civ., Sez. V, 16 febbraio 2005, n. 3083 e Sez. V, 30 dicembre 2004, n. 24226);
- Cass. Civ., Sez. V, 12 agosto 2004, n. 15671, secondo cui "l'art. 11, comma 2, L. 30 dicembre 1991, n. 413, deve essere inteso come norma contenente l'esclusiva ed esaustiva disciplina per la fissazione dell'imponibile rispetto agli edifici di interesse storico od artistico, da effettuarsi sempre con riferimento alla più bassa delle tariffe d'estimo della zona, a prescindere dalla locazione del bene a canone superiore. Su tale regime fiscale non esplica alcun effetto il combinato disposto degli artt. 1, comma 2, lett. a), ed 8, L. 9 dicembre 1998, n. 431, non contenendo tale normativa alcuna disposizione cui possa attribuirsi natura abrogativa o interpretativa della suindicata norma speciale, il cui contenuto precettivo non si pone peraltro in contrasto con gli artt. 3 e 53 Cost. (cfr. Corte Cost., Sent. n. 346 del 2003)".
Cass. Civ., Sez. Unite, 9 marzo 2011, n. 5518
Etichette, cosmetici e esperimenti su animali senza reticenze.
A seguito dell'avvio della procedura d'infrazione l'Italia recepisce la direttiva 2008/112/CE recante modifiche a precedenti direttive per adeguarle al regolamento (CE) n. 1272/2008 relativo alla classificazione, all'etichettatura ed all'imballaggio delle sostanze e delle miscele.
Il recepimento della direttiva segue il parere motivato adottato dalla Commissione Europea il 28 ottobre 2008 nel contesto della procedura di infrazione n. 2010/0366 ex art. 258 del TFUE, relativa al mancato recepimento della direttiva 112/2008/CE, il cui termine e' scaduto il 2 gennaio 2011.
Pertanto l'Italia ha recepito con urgenza le modifiche apportate dalla direttiva 112/2008/CE alle direttive del Consiglio 76/768/CEE, 1999/13/CE e alle direttive del Parlamento europeo e del Consiglio 2000/53/CE, 2002/96/CE e 2004/42/CE.
La realizzazione, sul territorio, di sperimentazione animali relative a ingredienti o combinazioni di ingredienti allo scopo di conformarsi alle disposizioni della presente legge, dalla data in cui dette sperimentazioni vanno sostituite da uno o piu' metodi alternativi convalidati che figurano nel regolamento (CE) n. 440/2008 della Commissione, del 30 maggio 2008, che istituisce dei metodi di prova ai sensi del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la registrazione, la valutazione, l'autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (BEACH).
E' vietato l'utilizzo, nei prodotti cosmetici, di sostanze classificate come cancerogene, mutagene sulle cellule germinali o tossiche per la riproduzione, di categoria 1A, 1B e 2, ai sensi dell'allegato VI, parte 3, del regolamento (CE) n. 1272/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, relativo alla classificazione, all'etichettatura e all'imballaggio delle sostanze e delle miscele.
Una sostanza classificata nella categoria 2 puo' essere utilizzata nei cosmetici se e' stata sottoposta alla valutazione del comitato scientifico della sicurezza dei consumatori (CSSC) e dichiarata accettabile per l'utilizzo nei prodotto cosmetici.
Le informazioni quantitative che devono essere messe a disposizione del pubblico sono limitate alle sostanze che corrispondono ai criteri relativi a una delle seguenti classi o categorie di pericolo di cui all'allegato I del regolamento (CE) n. 1272/2008:
2) classi di pericolo da 3.1 a 3.6, 3.7 effetti nocivi sulla funzione sessuale e la fertilita' o sullo sviluppo, 3.8 effetti diversi dagli effetti narcotici, 3.9 e 3.10;
4) classe di pericolo 5.1..
Studio-abitazione del commercialista.
Con la sentenza n. 6908, depositata il 25 marzo 2011, la Corte di Cassazione ha considerato nullo l’avviso di accertamento notificato nei confronti di una società, fondato su documentazione acquisita presso l’abitazione-studio del commercialista, senza l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica.
Il caso esaminato dalla Corte è quella di una società nei confronti della quale era stato notificato un avviso di irrogazione di sanzioni per infedele dichiarazione sulla base di documentazione raccolta presso l’abitazione-studio del commercialista.
Il ricorso proposto dalla società era stato respinto dalla competente Commissione tributaria provinciale, ma accettato da quella regionale, contro la cui decisione l’ufficio aveva proposto ricorso per cassazione, evidenziando che il commercialista non aveva sollevato alcuna obiezione all’ingresso della Guardia di Finanza e che comunque, nello studio egli aveva solamente la residenza anagrafica e non la sua abitazione.
Alla base della sua decisione, la Suprema Corte ha posto il fatto che l’art. 52, D.P.R. n. 633/1972 stabilisce che i verificatori - per poter accedere ai luoghi destinati all’esercizio di attività commerciali, agricole o professionali per eseguire controlli - devono essere muniti di un'apposita autorizzazione del capo dell'ufficio da cui dipendono.
Inoltre, se si tratta di locali adibiti anche ad abitazione, è necessaria l'autorizzazione del Procuratore della Repubblica.
Se, invece, in questi locali non si svolge alcuna attività, l'accesso può essere eseguito solo previa autorizzazione del Procuratore della Repubblica, motivata da gravi indizi di violazioni.
Pertanto, secondo la Suprema Corte il ricorso va rigettato, a nulla rilevando che nel caso di specie si tratti solo di luogo destinato a residenza anagrafica e non anche ad abitazione.
Sul punto peraltro sono intervenute anche le Sezioni Unite, con la sentenza n. 16424/2002, precisando che l'inutilizzabilità delle prove raccolte in caso di illegittimità – e quindi a maggior ragione di assenza – dell'autorizzazione dell'accesso domiciliare “non abbisogna di un'espressa disposizione sanzionatoria, derivando dalla regola generale secondo cui l'assenza di un presupposto del procedimento amministrativo infirma tutti gli atti nei quali si articola”.
(Sentenza Cassazione civile 25/03/2011, n. 6908)
Cellulare in prestito.
La sentenza consente di soffermarsi sul problema della corretta qualificazione della condotta consistente nella mancata restituzione di un bene che l'imputato si e' fatto consegnare dal legittimo proprietario, prospettando l'esigenza di un uso meramente temporaneo dello stesso. Per intendersi, il caso e' tipicamente quello del soggetto che, chiesto in prestito il telefonino per effettuare una telefonata urgente, si rifiuti poi di riconsegnarlo al proprietario.
La sentenza 23/2/2011, n. 6937 consente di soffermarsi sul problema della corretta qualificazione della condotta consistente nella mancata restituzione di un bene che l’imputato si è fatto consegnare dal legittimo proprietario, prospettando l’esigenza di un uso meramente temporaneo dello stesso.
Per intendersi, il caso è tipicamente quello del soggetto che, chiesto in prestito il telefonino per effettuare una telefonata urgente, si rifiuti poi di riconsegnarlo al proprietario.
Con la sentenza in esame, la Corte di Cassazione chiarisce che una tale condotta integra il reato di furto e non quello di appropriazione indebita. Il reato di appropriazione indebita di cui all’art. 646 c.p. presuppone che l’autore del fatto abbia già il possesso del bene e, secondo la Corte, di possesso non può certo parlarsi nel caso di chi detenga il telefonino altrui allo scopo di fare una telefonata alla presenza del legittimo proprietario dello stesso.
Aderendo all’opinione assolutamente dominante in giurisprudenza ed in dottrina, la Corte ritiene infatti che nell’ambito del diritto penale il concetto di “possesso” non debba essere assunto secondo la nozione civilistica, ma in un senso più ampio, comprensivo della detenzione del bene a qualsiasi titolo, che si esplichi però al di fuori della diretta vigilanza del possessore: il possesso in senso penalistico implica cioè un’autonoma disponibilità del bene da parte del suo detentore.
Partendo da tale presupposto, risulta evidente come, nel caso di specie, il detentore del telefonino, avendo solo una relazione materiale con il bene, priva di un’autonoma signoria sullo stesso, non ne abbia il possesso.
Esclusa la configurabilità del reato di appropriazione indebita, la Cassazione ha ritenuto la sussistenza, nel caso di specie, del reato di furto. Se l’esclusione dell’appropriazione indebita in questi casi pare del tutto incontrovertibile, non altrettanto pacifica è la qualificazione del fatto come furto.
Si consideri, infatti, la sentenza della Cassazione 14.2.2006 n. 16315, CED 234425 che, affrontando un caso analogo a quello oggetto della sentenza ora in esame – si trattava di un soggetto che, fingendo di dover telefonare alla madre malata, si era fatto consegnare il telefonino rifiutandosi poi di restituirlo - ha ritenuto la sussistenza del reato di truffa.
Premesso che il furto si caratterizza per lo spossessamento del bene invito domino e la truffa invece per il trasferimento della cosa con il consenso del soggetto passivo viziato da errore, la Corte ha ritenuto che nel caso di specie la detenzione del bene non fosse venuta meno per effetto di una “sottrazione” della materiale disponibilità del legittimo detentore, bensì per effetto di una consegna determinata da un raggiro: secondo la Corte, dunque, la condotta posta in essere dall'imputato rientrava perfettamente nello schema descrittivo tipico della fattispecie incriminatrice di cui all'art. 640 c.p.
Tale soluzione è stata poi, più persuasivamente, sconfessata in successive decisioni della stessa Corte. Così ad esempio nella sentenza 17.6.2008 n. 36905, CED 241588 la Corte ha ritenuto sussistente la sottrazione , e dunque il furto, nel caso di un soggetto che, adducendo un pretesto implicante l’intesa di un’immediata restituzione, si era fatto consegnare un anello di brillanti ed un telefonino ed era poi partito d’improvviso con la propria auto.
Secondo il ragionamento della Corte, il soggetto passivo in casi come questi si priverebbe materialmente del bene in via del tutto provvisoria e senza la volontà di spossessarsene, ma mantenendo anzi con la propria presenza il controllo su di esso: un controllo vanificato solo dall’improvviso dileguarsi dell’autore del reato, dal quale deriverebbe appunto lo spossessamento invito domino che è proprio del reato di furto.
Similmente, nella sentenza 21.1.2009 n. 3710, CED 242678, relativa ad un soggetto che, manifestando interesse all’acquisto di una motocicletta, richieda alla vittima di provarla dandosi poi repentinamente alla fuga a bordo della stessa, la Corte di Cassazione ha ritenuto sussistente uno spossessamento invito domino ed ha quindi ritenuto sussistente il reato di furto.
(Sentenza Cassazione penale 23/02/2011, n. 6937)
Fonti rinnovabili: pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il Decreto che rivede le disposizioni.
È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 71 del 28 marzo 2011 il D. Lgs. n. 28 del 3 marzo 2011, recante nuovi obblighi per le fonti rinnovabili e promozione del risparmio energetico. L’obiettivo dell’intervento normativo è porre le basi per permettere all’Italia di adempiere entro il 2020 all’obbligo di utilizzo di fonti rinnovabili assegnatole in sede comunitaria, che è pari al 17% del consumo finale lordo di energia (inteso come aggregato dei consumi elettrici, dei trasporti e della climatizzazione).
Accertamento induttivo per chi non tiene l’inventario.
La mancata tenuta delle scritture contabili legittima di per sé il ricorso all’accertamento induttivo emesso sulla base di presunzioni prive del requisito della gravità, precisione e concordanza e comporta la conseguente inversione dell’onere della prova a carico del contribuente.
Lo ha affermato a chiare lettere la Corte di cassazione con la sentenza 6623 del 23 marzo.
Una società veniva sottoposta a controllo per più annualità con l’impiego di diverse metodologie di accertamento (interessanti spunti di riflessione possono cogliersi nella vicina sentenza n. 6624, parte la stessa contribuente, che nel decidere sul recupero relativo a fatture per operazioni inesistenti, affronta il tema della non efficacia del giudicato penale).
In relazione all’anno oggetto della sentenza in commento, la mancata istituzione del libro degli inventari costituiva requisito, ai sensi dell’articolo 39, comma 2, lettera c), del Dpr 600/1973, per procedere alla ricostruzione induttiva del reddito.
Tale facoltà era stata inopinatamente disconosciuta dai giudici di secondo grado, i quali rilevavano che la sola mancata tenuta del libro degli inventari non consentiva il ricorso all’accertamento “sintetico” e affermavano che “…il ricorso agli studi di settore e la conseguente applicazione del coefficiente del 75% appare insufficientemente motivato e sotto un certo aspetto arbitrario se non sostenuto dalla certezza di gravi irregolarità contabili…”.
Avverso tale decisione, l’Agenzia delle Entrate, con il motivo di ricorso principale, assumeva la violazione e falsa applicazione del Dpr 600/1973, articoli 14, 15 e 39, poiché la Ctr, pur in assenza del libro degli inventari, aveva ritenuto necessaria, ai fini dell’accertamento, la presenza di elementi gravi, precisi e concordanti.
E’ toccato alla Suprema corte riportare un po’ d’ordine all’interno di una materia che, nonostante sia disciplinata abbastanza linearmente dal richiamato articolo 39, presenta spesso profili di discussione.
Equivoci terminologici e non solo
A differenza dell’accertamento analitico, che è effettuato determinando o rettificando singole componenti (attive o passive) del reddito, l’induttivo (ex articolo 39, comma 2, del Dpr 600/1973) non implica la rettifica analitica delle singole poste, non può applicarsi indiscriminatamente a tutte le fattispecie ma solo in presenza di determinati requisiti e, di contro, può basarsi sulle cosiddette presunzioni semplicissime.
Con riferimento a queste ultime, il primo equivoco da affrontare è quello relativo a un eventuale connotato sanzionatorio del metodo in esame. E’ stato sostenuto da più parti che il poter procedere ad accertamento sulla base di dati comunque raccolti richiamasse l’idea di una procedura sbrigativa e punitiva. Così non è. Non solo perché il risultato plausibile e ragionevole a cui l’Amministrazione tende in ogni tipo di ricostruzione corrisponde, oltre all’interesse del cittadino di subire dei recuperi corretti, anche all’interesse pubblico di emettere avvisi legittimi, ma anche per un’ulteriore coppia di obiezioni.
La prima riguarda il dato di fatto che le disposizioni di cui all’ex articolo 39 si applicano anche a situazioni in cui non sussiste alcuna colpa, ma solo una impossibilità di utilizzare gli strumenti ordinari (una per tutte “scritture contabili non disponibili per forza maggiore”).
La seconda, di ordine sistematico, evidenzia che alla funzione punitiva sono dedicati e congrui gli strumenti del diritto sanzionatorio. Basti richiamare, ad esempio, la norma che sanziona la mancata risposta a inviti e questionari (articolo 11, lettera c, del Dlgs 471/1997).
Altre possibili incomprensioni possono nascere dal fatto che gli accertamenti induttivi (o presuntivi) – anche definiti extracontabili (perché si può prescindere dalla contabilità) – possono, in realtà, essere più o meno analitici a seconda del materiale a disposizione dell’ufficio. Nonostante la lettera della norma indichi la determinazione del reddito di impresa, l’ufficio può ben limitarsi a una determinazione complessiva di alcune voci reddituali o dei soli ricavi o compensi. Per tale ragione, talvolta, è difficile affermare se la quantificazione del reddito sia avvenuta con tale criterio o in base all’articolo 39, comma 1, lettera d), dello stesso Dpr, cioè con il metodo analitico-induttivo, che è caratterizzato dall’avere come scopo naturale l’individuazione in maniera presuntiva dell’“esistenza di attività non dichiarate” o dell’“inesistenza di passività dichiarate”.
Tra un estremo, della ricostruzione presuntiva dell’ammontare del reddito di impresa nel suo complesso, e l’altro, della determinazione del ricavo di una sola operazione, è compresa una serie indefinita di ipotesi intermedie, che a volte si prestano a essere mal interpretate dai giudici di merito. Si pensi a un accertamento effettuato sulla base delle percentuali di ricarico: da un lato, esso è ricostruzione di attività non dichiarate (e per questo potrebbe farsi rientrare nel comma 1 dell’articolo 39), dall’altro, di fatto, può determinare singole voci o tutta la contabilità (quantomeno rispetto alle categorie merceologiche cui si applica la percentuale) e avvicinarsi quindi all’ipotesi di cui al comma 2 dell’articolo 39.
Vademecum induttivo
Non possono invece definirsi ambigue le condizioni che regolano l’accertamento induttivo, per lo meno nel caso in rassegna. Come sopra anticipato, la formulazione dell’articolo 39, comma 2, non lascia dubbi sulla possibilità di determinare il reddito d’impresa sulla base dei dati e delle notizie comunque raccolti o venuti a sua conoscenza, con facoltà di prescindere in tutto o in parte dalle risultanze del bilancio e dalle scritture contabili in quanto esistenti e di avvalersi anche di presunzioni prive dei requisiti di gravità precisione e concordanza nelle ipotesi ivi indicate.
Nel caso in esame, la circostanza legittimante di non aver tenuto il libro degli inventari, nei fatti realmente verificatasi, non può venire in discussione, in quanto in diritto espressamente prevista dal combinato disposto dell’articolo 39, comma 2, lettera c), e dell’articolo 14, comma 1, lettera a).
Recentemente la Cassazione ha deciso nello stesso senso una vicenda incentrata sull’inattendibilità delle scritture contabili a cui si accompagnava l’omessa dichiarazione dei redditi (ordinanza 3651 del 14 febbraio). In quella occasione, la Corte, stabilita la correttezza del ricorso al metodo induttivo, aveva anche osservato come la responsabilità a fini sanzionatori per tali inadempimenti andasse addossata al contribuente e non al depositario delle scritture contabili.
Pertanto, l’errore in cui sono incorsi i giudici d’appello è difficilmente scusabile. Anche il richiamo allo strumento degli studi di settore, che sarebbe applicabile solo in presenza di gravi irregolarità contabili, non coglie nel segno. In primo luogo, perché l’utilizzo degli studi, ancorché come strumento di indagine, non è legato al rinvenimento di particolari casi di irregolarità contabile. In secondo luogo, anche volendo sostenere tale tesi, dai fatti di causa emerge con chiarezza la certezza sull’irregolarità delle scritture contabili.
E’ di facile intuizione che, laddove esistono regole precise, è compito degli addetti ai lavori attenervisi. Specie qualora le stesse appaiono così lineari.
La tendenza a voler forzare a tutti i costi la lettera della legge, in nome di una più alta tutela del contribuente, a volte può nascondere un errore di principio.
Anche con le più buone intenzioni, il governo distorto delle disposizioni può attecchire un valore posto alla base dell’intera materia: la certezza del diritto. E la salvaguardia del contribuente non può prescindere dallo stesso.
Leasing immobiliare: alla cassa per la sostitutiva straordinaria.
Giovedì 31 marzo è l’ultimo giorno utile per versare, in un’unica soluzione, la sostitutiva delle imposte ipotecaria e catastale dovuta sui contratti di leasing immobiliare in corso al 1° gennaio 2011. Il tributo, da pagare esclusivamente on line utilizzando la versione aggiornata, lo scorso 4 marzo, del software “contratti di locazione”, è stato introdotto dalla legge di stabilità 2011 (la 220/2010, articolo 1, commi 15 e 16), che ha modificato il regime fiscale applicabile a tali tipologie di atti. In buona sostanza, il legislatore, fissando il momento del prelievo nella fase di acquisto dell’immobile da parte della società di leasing, ha concesso da un lato la possibilità di regolare, in maniera agevolata, i conti con il Fisco a tutti coloro che a inizio anno si sono trovati con contratti di leasing ancora in corso, dall’altro, come effetto, l’ingresso nelle casse dello Stato di una entrata straordinaria perché riguardante operazioni finanziarie che altrimenti avrebbero portato a un gettito “spalmato” negli anni.
Gli interessati, dunque, potranno chiudere il conto con l’Erario versando, entro il 31 marzo, un importo determinato applicando al valore dell’immobile finanziato l’aliquota del 2%, se si tratta di fabbricati strumentali, ovvero del 3% nell’ipotesi di fabbricati abitativi. Dalla cifra così ottenuta andranno sottratte le somme pagate per il Registro all’inizio per la registrazione dell’atto (dal 1° gennaio l’imposta va assolta solo in caso d’uso). Il risultato sarà, poi, ulteriormente ridotto del 4% moltiplicato per gli anni di durata residua del contratto, che vanno computati a partire dal 1° gennaio 2011 fino alla data di esercizio del riscatto.
Se il periodo di durata residua è inferiore all’anno, la riduzione del 4% deve essere calcolata in proporzione, sulla base del rapporto tra i giorni di durata del contratto nell’anno e 365. Dunque, per determinare lo sconto spettante per le annualità residue si deve tener conto, fino alla data prevista per l’esercizio del riscatto, del numero di anni completi e, per l’eventuale ultima frazione di anno, del numero di giorni residui diviso 365.
Le nuove regole valgono anche per i contratti di locazione finanziaria di immobili da costruire o in costruzione.
La ragione delle operazioni appena descritte va ricercata nel recente passato, quando cioè le imposte ipocatastali erano dovute (in caso di acquisizione di immobili da parte di società di leasing), nella misura complessiva del 4%, da versare in due diversi momenti: il 2% all’acquisto del bene finanziato, mentre il restante 2% al riscatto. In seguito alle modifiche introdotte dalla legge di stabilità, a decorrere dal 1° gennaio 2011, le imposte in questione vanno assolte solo all’acquisto dell’immobile da parte della società di leasing, mentre al momento del riscatto le stesse spettano in misura fissa.
In seguito all’emanazione delle modifiche legislative, è intervenuta l’Agenzia delle Entrate con due provvedimenti (del 14 gennaio e del 4 marzo) e con la circolare 12/E dell’11 marzo (vedi articolo “Tassazione leasing immobiliari. Facciamo il punto della situazione”), chiarendo gli aspetti più complessi della norma e facendo luce su procedure e modalità da seguire per essere in linea con quanto dettato dalla legge di stabilità, secondo la quale, inoltre, in sintesi:
•i contratti di locazione finanziaria di immobili, non formati per atto pubblico o scrittura privata autenticata, sono soggetti a imposta di registro in misura fissa solo in caso d’uso
•il Registro non è più dovuto in relazione ai contratti in corso di esecuzione alla data del 1° gennaio 2011
•tutte le parti contraenti (utilizzatore e società di leasing) sono solidalmente responsabili per il versamento della sostitutiva.
Per finire, si ricorda che la sostitutiva non è dovuta per i contratti di leasing immobiliare che, al 31 dicembre 2010, non si sono risolti con l’acquisto del fabbricato da parte della società di leasing.
Traguardo in vista per il “730-4”: richieste dei sostituti entro il 31.
Chi invia la comunicazione
Il modello 730 deve essere presentato da lavoratori dipendenti e pensionati al proprio sostituto d’imposta che ha scelto di prestare assistenza fiscale, a un centro di assistenza fiscale o a un professionista abilitato iscritto negli albi dei consulenti del lavoro e dei dottori commercialisti e esperti contabili.
I sostituti d’imposta che richiedono di essere inseriti nel flusso telematico dei modelli 730-4 dovranno compilare e inviare il modello, approvato con provvedimento del 25 febbraio, indicando la propria sede telematica (Fisconline o Entratel) o quella dell’intermediario presso cui saranno resi disponibili i dati contabili del modello 730-4.
La sola eccezione è costituita dai “grandi sostituti” - Inps, Mef (personale centrale e periferico gestito dal Service Personale Tesoro), Inpdap, Ferrovie dello Stato, Poste italiane - che già ricevono telematicamente sui propri siti la comunicazione del risultato contabile.
La richiesta va ripresentata anche da parte dei sostituti che hanno già partecipato, negli scorsi anni, alla fase di sperimentazione del flusso telematico dei modelli 730-4.
La procedura messa a punto della’Amministrazione finanziaria semplifica gli adempimenti a carico dei sostituti, dà loro la garanzia della sicurezza della provenienza dei dati ricevuti e permette una integrazione dei dati da conguagliare con quelli delle retribuzioni dei propri dipendenti.
Il modulo di richiesta è disponibile gratuitamente in formato elettronico sul sito dell’Agenzia delle Entrate e sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze.
Il prospetto è costituito da un’unica facciata, suddivisa in due riquadri, in cui devono essere indicati gli elementi identificativi del sostituto d’imposta e il codice della sede telematica presso la quale le Entrate renderanno disponibili i dati riguardanti i risultati contabili del modello 730-4 pervenuti dai Caf o dai professionisti abilitati.
Quest’anno c’è una novità: i sostituti che hanno più sedi operative, indicate nei Cud rilasciati ai propri dipendenti, non dovranno riportare i codici sede in questo modello di comunicazione. Tale codice verrà riportato nel modello730-4 al solo scopo di agevolare l’impresa nelle sue diverse articolazioni.
Nella prima parte, va indicato il codice fiscale e il numero di protocollo attribuito dall’Agenzia delle Entrate alla dichiarazione modello 770 Semplificato, presentata nel 2010; nel caso in cui il modello non sia stato presentato, va barrata la relativa casella. Nello stesso riquadro vanno indicati un numero di cellulare e, in alternativa (almeno uno degli elementi è obbligatorio), una casella e-mail per permettere all’Amministrazione finanziaria di comunicare direttamente con gli interessati.
Nel caso di “Comunicazione sostitutiva” di altra già presentata, nell’apposita casella va indicato il numero di protocollo attribuito alla prima.
Nel modulo di comunicazione sono previsti due quadri (A e B) la cui compilazione è alternativa.
Il quadro A va compilato dai sostituti che richiedono di ricevere i dati dei modelli 730-4 presso la propria utenza telematica, ed è, a sua volta, suddiviso in due sezioni, anch’esse alternative tra loro.
La sezione I è riservata agli utenti abilitati al servizio Fisconline; si tratta, perciò, dei sostituti che hanno un numero di dipendenti non superiore a 20. Barrando la casella loro riservata, chiedono che i dati derivanti dai modelli 730-4, comunicati da Caf e professionisti abilitati, siano resi disponibili presso la propria utenza telematica Fisconline.
La sezione II è utilizzabile dagli utenti Entratel, che dovranno barrare l’apposita casella di richiesta e indicare nello spazio riservato a questo scopo il “codice sede Entratel”.
Il quadro B è indirizzato ai sostituti d’imposta che richiedono che i dati provenienti dai modelli 730-4 siano resi disponibili presso l’utenza telematica di un intermediario abilitato e da ciascuna società appartenente a un gruppo societario che richieda di far pervenire i dati presso l’utenza telematica di un’altra società appartenente al gruppo. La richiesta è effettuata barrando l’apposita casella, così da permettere l’invio del “flusso telematico” all’indirizzo dell’intermediario abilitato prescelto.
Nella colonna 1 va riportato il codice fiscale dell’intermediario incaricato della ricezione dei modelli 730-4 resi disponibili dalle Entrate, nella 2 il corrispondente codice sede Entratel. In colonna 3 e in colonna 4 vanno, rispettivamente, il numero di cellulare dell’intermediario e un suo indirizzo e-mail (l’indicazione di almeno uno dei due è obbligatoria).
Una sezione del modello è riservata alla revoca della comunicazione precedentemente inviata. Questa parte va compilata esclusivamente nel caso di cessazione di attività che dà luogo alla perdita della qualifica di sostituto d’imposta. Si effettua barrando la casella predisposta a tale scopo e indicando la “data di cessazione attività” nel formato “gg/mm/aaaa”.
La comunicazione va firmata da parte del sostituto nell’apposito spazio riservato.
E’ prevista una sezione riservata all’intermediario abilitato riguardante l’impegno alla presentazione telematica della comunicazione, in cui vanno riportati il codice fiscale, la firma e la data dell’incarico. L’intermediario deve conservare copia cartacea della comunicazione sottoscritta e della delega all’incarico conferita dal sostituto.
L’ultima parte del modello è destinata ai sostituti che hanno compilato il quadro B, incaricando un intermediario alla ricezione dei dati relativi ai modelli 730-4 dei propri dipendenti. La delega, con indicazione del codice fiscale del sostituto e quello dell’intermediario, va firmata del sostituto.
I sostituti d’imposta devono trasmettere le comunicazione tramite i servizi telematici, direttamente o tramite un intermediario, inderogabilmente entro il prossimo 31 marzo. Tutte le comunicazioni che arriveranno dopo tale data non avranno effetto per il 2011, mentre quelle inviate entro i termini, ma scartate dal servizio telematico, verranno considerate valide a condizione che vengano ritrasmesse entro i cinque giorni lavorativi successivi alla ricezione della comunicazione che attesta il motivo dello scarto.
Infine una precisazione: la scadenza del 31 marzo riguarda anche l’invio delle comunicazioni sostitutive, che se inviate entro tale termine, mantengono la loro efficacia per l’anno 2011.
Europa 2020: Energy Efficiency Plan 2011.
Lo scorso 8 marzo a Bruxelles la Commissione europea ha adottato la Comunicazione Piano Efficienza Energetica 2011 [COM (2011) 109 def] contenente una serie di nuove misure volte a migliorare la sicurezza dell'approvvigionamento energetico e a ridurre le emissioni di gas serra e degli altri inquinanti. Tra i settori interessati si segnalano quello delle ristrutturazioni degli edifici con criteri di efficienza energetica, quello del rendimento energetico delle apparecchiature nonche' quello delle reti e contatori piu' intelligenti. L'efficienza energetica è un obiettivo chiave della strategia “Europa 2020” per una crescita intelligente, sostenibile e solidale dell’Unione Europea al fine di imboccare concretamente la strada di un'economia efficiente delle risorse. L’importanza di tale aspetto, prima ancora dell’adozione della Comunicazione “ era stata ribadita dal Consiglio europeo Energia.
Le conclusioni sull’energia del Consiglio europeo del 28 febbraio 2010
Nell’ambito dell’ultima seduta del Consiglio europeo “Energia”, tenutasi lo scorso 28 febbraio, il Consiglio ha adottato le conclusioni sul tema "Energia 2020: Una strategia per un'energia competitiva, sostenibile e sicura", riportate nel documento 6207/1/11. In tali conclusioni - in cui vengono definiti gli orientamenti politici su due comunicazioni della Commissione (Strategia Energia 2020 16096/10 e Priorità per le infrastrutture energetiche 16302/10), anche ad integrazione delle conclusioni sull'energia adottate dal Consiglio europeo il 4 febbraio 2011 (EUCO 2/11 punti da 2 a 15) - sono state indicate le priorità a breve, medio e lungo termine della strategia energetica dell'Unione per il periodo 2011-2020 specie in materia di mercato interno dell'energia, efficienza energetica, infrastrutture, ricerca e innovazione nella tecnologia energetica a basse emissioni di carbonio, fonti e produzione locali di energia nonché relazioni esterne nel settore energetico.
In particolare, poi, il Consiglio del 28 febbraio ha anche proceduto a un dibattito pubblico di orientamento sul suo contributo al semestre europeo alla luce dell'analisi annuale della crescita per il 2011, affrontando due degli obiettivi principali di Europa 2020 connessi all'energia e cioè migliorare del 20% l'efficienza energetica e portare al 20% la quota delle fonti di energia rinnovabile nel consumo finale di energia.
Questi alcuni dei punti del dibattito sintetizzati a cura della stessa presidenza (3072ª sessione del Consiglio Trasporti, telecomunicazioni e energia ENERGIA, Bruxelles, 28 febbraio 2011 Reference: PRES/11/35 - Date: 28/02/2011):
- “Per quanto riguarda l'efficienza energetica, abbiamo convenuto che gli investimenti in questo settore stimolano la crescita economica e la competitività all'interno dell'Unione e ci aiutano a ridurre la nostra dipendenza dalle importazioni di energia da paesi terzi”;
- “Le conclusioni del Consiglio sulla strategia Energia 2020 hanno messo in evidenza che gli edifici, i trasporti, la mobilità virtuale e l'industria hanno ancora un potenziale di grandi risparmi energetici.
Il settore pubblico deve dare l'esempio: nei trasporti, nei servizi pubblici e negli appalti pubblici si devono scegliere soluzioni efficienti sul piano energetico.
Dobbiamo accelerare la nostra azione e compiere progressi per quanto concerne la progettazione ecocompatibile così come l'etichettatura relativa al consumo energetico”;
- “I programmi nazionali di riforma e gli ambiziosi piani d'azione nazionali in materia di efficienza energetica contengono obiettivi indicativi di efficienza energetica a livello nazionale, il che può imprimere un forte slancio politico alle misure volte a migliorare l'efficienza energetica. Numerose delegazioni hanno sottolineato che all'azione si deve accompagnare un'informazione appropriata dei consumatori.
Dobbiamo disporre di misure favorevoli ai consumatori ed efficienti in termini di costi. Dobbiamo sfruttare pienamente i meccanismi di mercato, rafforzandoli con opportuni incentivi di mercato allo scopo di sostenere tali investimenti”;
- “L'imminente comunicazione della Commissione su un piano per l'efficienza energetica dovrebbe proporre un quadro abbastanza ambizioso da garantire che l'UE resti sulla buona strada per realizzare il suo obiettivo di un risparmio di energia del 20%”.
Il “Piano Efficienza Energetica 2011” [COM (2011) 109 def]
Secondo la “visione” della Commissione, l'efficienza energetica è certamente uno dei modi più convenienti per migliorare la sicurezza dell'approvvigionamento energetico, e ridurre le emissioni di gas serra e altri inquinanti. Sotto più punti di vista, l'efficienza energetica può essere intesa quale la risorsa energetica più grande d'Europa e per tale motivo l'UE ha fissato l’obiettivo per il 2020 di ridurre del 20% il suo consumo di energia primaria.
Come ha anche spiegato il Commissario per l'Energia, Günther Oettinger, nonostante i progressi sostanziali sino ad ora realizzati, si stima che col trend attuale l'UE riesca a realizzare solo la metà dell’obiettivo del 20% e che per ovviare a ciò debba agire subito.
Il nuovo Piano UE sull’efficienza energetica, perciò, rispondendo direttamente all’appello del Consiglio europeo del 4 febbraio 2011, propone azioni decise capaci di sfruttare il notevole potenziale per un maggiore risparmio energetico degli edifici, trasporto e dei prodotti e processi.
Il Piano dovrà essere perseguito coerentemente con le altre azioni strategiche della Strategia Europa 2020 ed in particolare con l’Iniziativa faro per un Europa efficiente delle risorse e con la tabella di marcia per una “low carbon economy” entro il 2050.
Nelle intenzioni della Commissione l’applicazione del Piano porterà notevoli benefici non solo alle imprese ma anche alle famiglie ed alle stesse autorità pubbliche, con l'obiettivo dichiarato, da un lato, di trasformare gli stili di vita e di creare un risparmio per ogni singola famiglia che arrivi sino ai 1000 euro annui e, dall’altro, di migliorare la competitività delle imprese europee grazie alla creazione di 2 milioni di posti di lavoro.
In tale contesto, il Piano d'azione propone una serie di nuove misure, e in particolare:
- spinge affinché il settore pubblico rivesta un ruolo esemplare in tali politiche, proponendo un obiettivo vincolante per accelerare il tasso di rinnovamento del patrimonio pubblico nel settore dell'edilizia, naturalmente nell’ottica della efficienza energetica.
Alle stregua di ciò, richiede che le autorità pubbliche siano tenute a ristrutturare almeno il 3% dei loro edifici ogni anno. Inoltre, introduce criteri di efficienza energetica negli appalti pubblici;
- mira a innescare un processo virtuoso di ristrutturazione degli edifici privati (si veda, il portale europeo per l’efficienza energetica degli edifici http://www.buildup.eu/);
- richiede un miglioramento del rendimento energetico degli elettrodomestici;
- aspira ad un miglioramento dell'efficienza nella generazione di elettricità e calore, nell'industria e nelle PMI;
- prevede requisiti di rendimento energetico per le apparecchiature industriali, migliori informazioni per le PMI nonchè diagnosi energetiche e sistemi di gestione dell'energia per le imprese di grandi dimensioni;
- punta sulla diffusione di reti intelligenti (smart grids) e di contatori intelligenti (smart meters) che forniscano ai consumatori le informazioni e i servizi necessari per ottimizzare il consumo energetico e calcolare il loro risparmio energetico.
La Commissione dovrà ora controllare l'attuazione del nuovo Piano d'azione e, nei prossimi mesi, tradurre le sue misure in una proposta legislativa.
In vigore il D.L. antiscalate.
E’ in vigore dal 27 marzo 2011 il c.d. decreto legge “anti-scalate”, licenziato dal Consiglio dei Ministri del 23 marzo scorso, che dispone “misure urgenti per garantire l'ordinato svolgimento delle assemblee societarie annuali”: le società alle quali si applica l'art. 154-ter, D.Lgs. n. 58/1998 possano pertanto convocare l'assemblea nel termine di 180 giorni dalla chiusura dell'esercizio 2010, anche nel caso in cui tale possibilità non sia prevista dallo statuto della società. Il consiglio di amministrazione o il consiglio di sorveglianza delle società quotate hanno quindi la possibilità di prorogare di ulteriori 60 giorni (il termine passa da 120 a 180 giorni, come detto) la convocazione delle assemblee.
Secondo quanto previsto dal decreto, le società che - alla data del 27 marzo 2011 - abbiano già pubblicato l'avviso di convocazione dell'assemblea annuale, possono convocare l'assemblea, in prima o unica convocazione, a nuova data, purchè non sia ancora decorso, con riferimento alla assemblea originariamente convocata, il termine indicato all'art. 83-sexies, comma 2, D.Lgs. n. 58 citato.
Qualora l'assemblea sia stata convocata anche per la nomina dei componenti degli organi societari, le liste eventualmente già depositate presso l'emittente sono considerate valide anche in relazione alla nuova convocazione.
Qualora, infine, sia stata convocata con il medesimo avviso anche l'assemblea straordinaria, questa può essere parimenti rinviata alla nuova data.
(D.L. 25/03/2011, n. 26, G.U. 26/03/2011, n. 70)
Nel calcolo del limite reddituale anche l’abitazione principale e sue pertinenze.
Per la verifica del rispetto del limite di 500 euro previsto nella specifica ipotesi di esclusione della dichiarazione per chi ha solo redditi di terreni e fabbricati, il reddito derivante dall’abitazione principale e dalle sue pertinenze deve essere sempre incluso nei redditi dei fabbricati, in quanto esso costituisce a tutti gli effetti un reddito di natura fondiaria. L’importante precisazione è contenuta nella risoluzione 25 marzo 2011, n. 35/E con la quale l’Agenzia delle Entrate ha chiarito i dubbi sorti in merito all’interpretazione delle nuove tabelle esemplificative introdotte nelle istruzioni al modello 730 di quest’anno.
Pertanto, se un contribuente possiede un terreno con reddito imponibile di 450 euro ed un immobile adibito ad abitazione principale con reddito imponibile pari a 800 euro, è obbligato a presentare la dichiarazione.
Infatti, in tale ipotesi il reddito complessivo, pur risultando formato esclusivamente da redditi fondiari, ammonta a 1.250 euro (valore superiore al limite di esclusione pari a 500 euro).
(Risoluzione Agenzia delle Entrate 25/03/2011, n. 35/E)
Impianti di captazione del biogas - Aliquota agevolata.
Gli impianti di captazione del biogas sono riconducibili tra quelli di smaltimento dei rifiuti e ne costituiscono parte integrante e conclusiva del processo; agli stessi, pertanto, è applicabile l’aliquota Iva agevolata del 10 per cento. Così ha precisato l’Agenzia delle Entrate.
RISOLUZIONE N. 34/E DEL 15 MARZO 2011
Successione o donazione con più eredi o donatari.
In caso di falsa dichiarazione decade dal beneficio fiscale per la prima casa, previsto dalla Legge n. 342 del 2000, non solo il dichiarante ma anche tutti i soggetti coinvolti nella successione o nella donazione. Le sanzioni, invece, si applicano soltanto a chi ha erroneamente dichiarato il possesso dei requisiti.
RISOLUZIONE N. 33/E DEL 15 MARZO 2011
Compilazione del modello 730/2011 - Esonero dalla presentazione della dichiarazione.
Il contribuente che possiede solo redditi fondiari (terreni e fabbricati) fino a 500 euro non ha l’obbligo di presentare la dichiarazione. Il limite va verificato considerando anche l’abitazione principale e le relative pertinenze. Lo ha precisato l’Agenzia delle Entrate.
RISOLUZIONE N. 35/E DEL 25 MARZO 2011
Federalismo fiscale municipale.
E’ stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 23 marzo il decreto legislativo n. 23 del 14 marzo 2011, in materia di federalismo fiscale municipale. Il provvedimento entrerà in vigore dal 7 aprile p.v.
DLGS 23/2011 (GU N. 67 DEL 23 MARZO 2011)
Reverse charge per telefonini e dispositivi circuito integrato dal 1° aprile 2011.
Dal 1° aprile 2011 partano le nuove regole per le cessioni di telefoni cellulari e microprocessori con l’applicazione del meccanismo del “reverse charge”, che comporta lo spostamento degli obblighi fiscali in capo al cessionario e non al cedente come avviene normalmente. Le nuove regole dovranno essere applicate per le sole cessioni dei beni effettuate nella fase distributiva che precede il commercio al dettaglio. La norma, prevista in origine dalla Finanziaria 2007, entra in vigore grazie all’autorizzazione comunitaria, arrivata con la Decisione del Consiglio Ue n. 710/2010/Ue del 22.11.2010.
Entra in vigore la mediazione obbligatoria, finalizzata alla conciliazione delle controversie civili e commerciali, così come disposta dall’art. 5, comma 1 del D. Lgs. 28/2010. A partire da oggi, 21 marzo 2011, il tentativo di raggiungere un accordo bonario, per sottrarre la controversia al circuito giudiziario ordinario, diventa “condizione di procedibilità” per alcune materie, come le locazioni, le successioni o i contratti bancari, finanziari e assicurativi. Tra un anno scatterà l’obbligo anche per le liti condominiali e per la RC auto.
Iva: dal prossimo 1° luglio regole più omogenee.
Le norme contenute nel regolamento sull’Iva, in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della UE, approvato lo scorso 15 marzo dal Consiglio Ecofin saranno vincolanti dal 1° luglio 2011. Il nuovo regolamento vuole garantire l’applicazione uniforme delle disposizioni contenute nella direttiva Iva 2006/112/Ce. Ciò, in particolare, dopo le modifiche apportate dalla direttiva sulla territorialità dei servizi 2008/8/Ce, che in diversi casi è stata soggetta ad interpretazione da parte dei singoli Stati membri, con rischio di discordanze incompatibili con il corretto funzionamento del mercato Unico Europeo.
Quesito:ICI su appartamento cointestato.
io e mio marito siamo cointestatari di un appartamento di cui io ho la residenza, mio marito, invece, è proprietario di una casa, dove abitiamo, in un altro comune. Vorrei saper se mio marito all'appartamento cointestato deve pagare l'ICI.
Quesito: deducibilità riscatto laurea.
lavoro all’estero e sono iscritto all’AIRE.
e ho attuato il piano riscatto laurea.
Faccio la dichiarazione dei redditi in Italia dove ho beni immobili.
Posso portare a detrazione il riscatto laurea?
L'assistenza a disabili proroga il congedo di maternità.
Per il Ministero del Lavoro, l’assistenza a soggetti con grave disabilità psico-fisica rientra nei lavori faticosi, pericolosi ed insalubri che comportano l’astensione fino a 7 mesi dopo il parto. La Direzione Generale della Tutela delle Condizioni di lavoro, rispondendo ad un quesito della DPL di Perugia, conferma che l’assistenza a soggetti con grave disabilità psico-fisica rientra nei lavori faticosi, pericolosi ed insalubri che comportano l’astensione fino a 7 mesi dopo il parto. Infatti, nonostante la lett. L) dell’Allegato A al D.Lgs. n. 151/2001 prevede la proroga in caso di “lavori di assistenza e cura degli infermi nei sanatori e nei reparti per le malattie infettive e per malattie nervose e mentali”, anche se non dipendenti di una struttura ospedaliera, tutte le donne che hanno contatto quotidiano con i soggetti con grave disabilità psico-fisica sono esposte agli stessi rischi che la citata lett. L) dell’allegato A vuole evitare.
(Nota Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali 16/03/2011, n. 6165)
Revisione della disciplina delle insolvenze.
Il testo del decreto di recepimento della Direttiva 2009/44, approvato nella seduta del Consiglio dei ministri del 10 marzo, prevede nuove regole in materia di immissione ed irrevocabilita' degli ordini di trasferimento, una semplificazione procedurale in materia di cessione dei crediti, nonche' una revisione della disciplina delle insolvenze.Nella seduta del 10 marzo scorso, il Governo, stante l'imminente scadenza delle deleghe ad adempiere agli obblighi comunitari, ha approvato lo di recepimento della Direttiva 2009/44 sul livello di responsabilità degli operatori dei sistemi di pagamento e di regolamento titoli dei contratti di garanzia finanziaria.
Il testo prevede nuove regole in materia di immissione ed irrevocabilità degli ordini di trasferimento, una semplificazione procedurale in materia di cessione dei crediti, nonché una revisione della disciplina delle insolvenze.
In merito alle modifiche al D.Lgs. 210/2001 “Attuazione della direttiva 98/26/CE sulla definitività degli ordini immessi in un sistema di pagamento o di regolamento titoli”, si introduce un regime speciale per la realizzazione delle garanzie relative ai crediti derivanti da operazioni eseguite nell’ambito di un sistema di regolamento o di pagamento (cfr. art. 8 - “Realizzazione delle garanzie finanziarie nella procedura d’insolvenza”).
In particolare, tale disposizione si applica nel caso in cui sia avviata una procedura d’insolvenza nei confronti di un partecipante diretto ad un sistema (di pagamento o di regolamento) oppure di un intermediario, partecipante indiretto ad un sistema di regolamento titoli (per effetto del richiamo all’art. 6 d.lgs. 210/2001). In questi casi le garanzie costituite dai soggetti sopra individuati devono essere utilizzate esclusivamente per il soddisfacimento dei crediti garantiti. Inoltre, il sesto comma dell’articolo in esame stabilisce che “Nessuna azione, compresa quella di nullità, può pregiudicare nei confronti del sistema la realizzazione della garanzia di cui al comma 1”.
Pertanto, le azioni invalidanti esercitate da terzi contro interessati – si pensi in particolare all’azione revocatoria fallimentare promossa dagli organi della procedura concorsuale – non producono effetti sulla realizzazione delle garanzie. Il testo della disposizione impedisce espressamente la produzione degli effetti delle azioni di terzi “nei confronti del sistema”.
Secondo alcuni, il riferimento esclusivo al sistema e non ai partecipanti sembra ammettere la revocabilità delle garanzie costituite dall’intermediario insolvente a favore dei partecipanti al sistema, in particolare dei settlement agents, tanto che si erano avanzate proposte di modifica, onde sancire l’irrevocabilità delle garanzie prestate anche nei confronti dei partecipanti al sistema.
Il nuovo testo dell’art. 72 TUF è frutto dell’adeguamento della disciplina delle insolvenze di mercato al mutato contesto operativo a seguito del recepimento della Direttiva MIFID.
Ciò è evidente nella previsione che pone a carico della società di gestione dei mercati gli oneri connessi alla gestione della procedura di insolvenza di mercato.
Lo schema attribuisce alle singole società di gestione del mercato regolamentato, ai gestori MTF e alle clearing house la liquidazione dell’ insolvenza di mercato secondo i criteri che saranno definiti dal regolamento della Consob emanato d’intesa con la Banca d’Italia.
La nuova disciplina rivede anche le competenze demandate alla Consob in merito al potere di dichiarazione dell’insolvenza, statuendo “La Consob, d’intesa con la Banca d’Italia, disciplina con regolamento l'insolvenza di mercato dei soggetti ammessi alle negoziazioni nei mercati regolamentati e nei sistemi multilaterali di negoziazione e dei partecipanti ai sistemi previsti dall'articolo 70, stabilendone i presupposti, l’ambito di applicazione e le modalità di accertamento e di liquidazione.
L’insolvenza di mercato è dichiarata dalla Consob, d’intesa con la Banca d’Italia.
Al contempo,l’attribuzione dei compiti di liquidazione dell’insolvenza di mercato alle società di gestione di mercati, agli MTF e ai sistemi di compensazione e garanzia italiani, rappresenta un elemento di efficienza operativa.
Tuttavia, sarebbe stato auspicabile un maggiore dettaglio legislativo dell’ambito operativo di detti soggetti. In tema di più ampia salvaguardia delle clausole contrattuali di close-out netting, l’art. 72 dispone che le società di gestione previste dall’articolo 61, comma 1, e i gestori dei sistemi previsti dall’articolo 70 e 77-bis possano prevedere clausole di close-out netting nei propri regolamenti in relazione alle negoziazioni che concludono sui sistemi da essi gestiti nell’ambito della liquidazione di un’insolvenza di mercato.
Tali clausole sono valide e hanno effetto in conformità di quanto dalle stesse previsto, anche in caso di apertura di una procedura di risanamento o di una procedura di liquidazione nei confronti dell’insolvente di mercato.
Certificato medico, nel privato formalizzata la fase transitoria.
Fino al 17 giugno 2011 i datori di lavoro privati potranno chiedere ai propri dipendenti, nei due giorni successivi al rilascio del certificato medico, l’invio del documento in forma cartacea. Poi la procedura cambierà: i datori di lavoro potranno entrare in possesso dell’attestazione della malattia attraverso i canali informatici messi a disposizione dall’Inps. Questo è quanto chiarito con la Circolare n. 4/2011 dell’Inps che dà attuazione alle disposizioni contenute nell’art. 25 della L. 183/2010.
730: reddito da soli terreni o fabbricati.
Il contribuente che possiede solo redditi fondiari (terreni e fabbricati) fino a 500 euro non ha l’obbligo di presentare la dichiarazione. Il limite va verificato considerando anche l’abitazione principale e le relative pertinenze. La regola è stata ribadita dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 35/E del 25 marzo, allo scopo di evitare errate interpretazioni di una delle tabelle inserite quest’anno nelle istruzioni al 730/2011 per semplificare il linguaggio della modulistica.
La tabella in questione è quella denominata “Casi di esonero con limite di reddito”, nella cui intestazione c’è l’indicazione generale in base alla quale “il reddito complessivo deve essere calcolato senza tener conto del reddito derivante dall’abitazione principale e dalle sue pertinenze”. Un’indicazione che, quindi, potrebbe anche condurre a “fraintendimenti”. Lo si ribadisce: se si è in possesso soltanto di redditi fondiari, nel calcolo del limite di reddito che esonera dall’obbligo di dichiarazione (500 euro) occorre tener conto anche di quello prodotto dall’abitazione principale e dalle sue pertinenze.
La risoluzione fa l’esempio di un contribuente che possiede esclusivamente redditi fondiari, derivanti da un terreno (reddito imponibile di 450 euro) e dall’abitazione principale (reddito di 800 euro). In questo caso, il reddito da considerare è la somma dei due, compresi, cioè, anche gli 800 euro prodotti dall’abitazione principale. Dal momento che l’importo totale - 1.250 – supera il limite di 500 euro, quel contribuente deve presentare la dichiarazione.
Notifica a contribuente irreperibile. Basta affissione all'albo comunale.
La notificazione dell'accertamento eseguita con la "procedura degli irreperibili" è ritualmente effettuata mediante l'affissione dell'avviso del deposito prescritto dall'articolo 140 cpc nell'albo comunale, senza necessità di spedizione di alcuna raccomandata informativa, e si considera perfezionata per il destinatario nell'ottavo giorno successivo a quello dell'affissione.
Questo il verdetto finale della sentenza n. 6102 del 16 marzo, con la quale la Cassazione ha confermato i propri precedenti in tema di interpretazione del primo comma, lettera e), dell'articolo 60 del Dpr 600/1973.
Le fasi di merito
Un contribuente impugnava dinanzi alla Commissione tributaria provinciale di Caserta l'avviso di accertamento emesso dall'ufficio di Aversa relativamente a Irpef e Ilor per l'anno 1995.
L'adito giudice dichiarava inammissibile il ricorso per tardività.
L'appello della parte privata veniva rigettato dalla Commissione tributaria regionale della Campania, con sentenza n. 145/2005, che confermava la tardività dell'originario gravame sul rilievo che, ai sensi del primo comma, lettera e), dell'articolo 60 del Dpr 600/1973, il termine per la proposizione del ricorso in caso di notificazione eseguita secondo la procedura ivi disciplinata ("rito degli irreperibili") decorre dall'ottavo giorno successivo a quello dell'affissione dell'avviso del deposito dell'atto nell'albo comunale.
Nella specie, poiché il termine per l'impugnazione, calcolato ai sensi della predetta norma, era iniziato a decorrere il 27 dicembre 2002 e i sessanta giorni utili per il gravame erano spirati il successivo 25 febbraio 2003, doveva ritenersi tardivo il ricorso proposto il 1° aprile 2003.
Il ricorso in Cassazione e la sentenza della Corte suprema
Avverso la sentenza di merito di secondo grado, l'interessato proponeva ricorso alla Corte di cassazione, al quale resisteva con controricorso l'Agenzia delle entrate.
Nel gravame veniva lamentata la violazione del combinato disposto degli articoli 140 cpc e 48 delle disposizioni di attuazione dello stesso codice, nonché falsa applicazione dell'articolo 60 del Dpr 600/1973, affermandosi che, ai sensi del citato articolo 140, per il perfezionamento della notificazione, occorre che siano adempiute tutte e tre le formalità previste dalla norma (deposito dell'atto nella casa comunale, affissione dell'avviso del deposito e spedizione della raccomandata informativa dell'avvenuto deposito).
La Corte ha peraltro respinto le doglianze del ricorrente, confermando la costante giurisprudenza di legittimità, secondo la quale la notificazione dell'avviso di accertamento eseguita ai sensi del primo comma, lettera e), dell'articolo 60 del Dpr 600/1973, è ritualmente effettuata - quando nel comune nel quale la notifica deve eseguirsi non v'è abitazione, ufficio o azienda del contribuente - mediante l'affissione dell'avviso del deposito prescritto dall'articolo 140 cpc nell'albo comunale, "senza necessità di spedizione mediante raccomandata, e la notificazione stessa si ha per eseguita nell'ottavo giorno successivo a quello di affissione, senza, peraltro, che ciò dia adito a dubbi di legittimità costituzionale (cfr. Cass. nn. 8363 del 1993, 7120 e 9922 del 2003, 7773 del 2006)".
La disciplina delle notificazioni degli atti tributari, contenuta nell'articolo 60 del Dpr 600/1973, opera un rinvio alle regole fissate dagli articoli 137 e seguenti del cpc, stabilendo peraltro alcune regole particolari per la materia fiscale.
Laddove, all'atto dell'esecuzione della notifica, l'interessato (o altro soggetto idoneo a ricevere l'atto per suo conto) non venga momentaneamente reperito nel luogo (esattamente individuato) in cui la notifica stessa deve essere effettuata, viene attivato il procedimento di cui all'articolo 140 cpc.
In questi casi, piuttosto frequenti nella pratica, nei quali il destinatario dell'atto è soltanto "temporaneamente" assente (si pensi a chi, per motivi di lavoro, è assente per buona parte della giornata dalla propria abitazione) e pertanto si verifica una situazione di irreperibilità "relativa", l'agente notificatore, in ossequio al citato articolo 140, "deposita la copia nella casa del comune dove la notificazione deve eseguirsi, affigge avviso del deposito in busta chiusa e sigillata alla porta dell'abitazione o dell'ufficio o dell'azienda del destinatario, e gliene dà notizia per raccomandata con avviso di ricevimento".
In sostanza, la notifica ex 140 presuppone che, pur essendo conosciuti la residenza e l'indirizzo del destinatario, non si sia potuta eseguire la consegna dell'atto perché questi (o altro possibile consegnatario) non è stato rinvenuto in detto indirizzo da dove, tuttavia, non risulti trasferito: in breve, il luogo di residenza, dimora o domicilio del destinatario è stato esattamente individuato, ma la copia da notificare non può essere consegnata per mere difficoltà di ordine materiale (quali, come detto, la momentanea assenza del destinatario medesimo, ovvero l'incapacità o il rifiuto di ricevere l'atto da parte di altri possibili consegnatari).
Il concetto di irreperibilità - di cui alla rubrica dell'articolo 140 cpc - va, pertanto, inteso in senso "relativo", dovendo a esso attribuirsi il significato di "assenza temporanea" dal luogo in cui il destinatario comunque risiede.
Di contro, quando - come nella fattispecie esaminata dalla sentenza 6102/2011 - l'ufficiale notificatore non reperisca il contribuente che, dalle notizie acquisite all'atto della notifica, risulti trasferito in luogo sconosciuto, si verifica una situazione di irreperibilità "assoluta" e la notifica può essere eseguita ai sensi del primo comma, lettera e), dell'articolo 60 del Dpr 600/1973.
Questa norma - che costituisce l'equivalente dell'articolo 143 cpc ("Notificazione a persona di residenza, dimora o domicilio sconosciuti"), disposizione inapplicabile in materia tributaria, stante quanto previsto dalla lettera f) del primo comma dell'articolo 60 in questione - prevede che "quando nel comune nel quale deve eseguirsi la notificazione non vi è abitazione, ufficio o azienda del contribuente, l'avviso del deposito prescritto dall'art. 140 del codice di procedura civile, in busta chiusa e sigillata, si affigge nell'albo del comune e la notificazione, ai fini della decorrenza del termine per ricorrere, si ha per eseguita nell'ottavo giorno successivo a quello di affissione".
La procedura in parola, cosiddetta "degli irreperibili", risulta applicabile soltanto laddove il destinatario della notifica risulti trasferito dal luogo indicato nei registri anagrafici, e pertanto la sua residenza, dimora o domicilio siano sconosciuti e tale ignoranza non possa essere superata con le ricerche e le richieste di informazioni suggerite, in relazione al caso concreto, dall'ordinaria diligenza.
In particolare, il procedimento ex articolo 60, primo comma, lettera e), secondo quanto confermato anche dall'odierna sentenza, non prevede la spedizione dell'avviso dell'avvenuto deposito mediante raccomandata con avviso di ricevimento di cui all'articolo 140 cpc, trattandosi di formalità non prescritta dalla norma (e, comunque, inutile, perché per quanto detto non esiste un recapito cui indirizzare la comunicazione).
Nel caso di utilizzo del procedimento "degli irreperibili", la notificazione, nei confronti del destinatario, e "ai soli fini della decorrenza del termine per ricorrere", si ha per eseguita nell'ottavo giorno successivo a quello dell'affissione nell'albo comunale dell'avviso del deposito prescritto dall'articolo 140 cpc in busta chiusa e sigillata (v. Cassazione, sentenze 14664/2006, 9922/2003, 3140/1998, 8363/1993).
Bonus tessile: percentuale del risparmio d'imposta.
Definita, con provvedimento del direttore dell'Agenzia, la taglia della detassazione a favore delle imprese tessili che hanno effettuato investimenti in attività di ricerca e sviluppo. La percentuale, pari al 25,1903 per cento, è stata calcolata sulla base del rapporto fra le risorse stanziate, corrispondenti a 70 milioni di euro, e il risparmio d'imposta complessivamente richiesto, in modalità telematica, dai contribuenti.
La deduzione dal reddito d'impresa dell'ammontare corrispondente agli investimenti agevolabili non dovrà comportare un risparmio d'imposta effettivo (comprese le addizionali regionale e comunale, quando applicabili) superiore all'importo risultante dall'applicazione della percentuale stabilita dal provvedimento.
Potranno beneficiare del bonus "Tremonti-quater" (articolo 4, Dl 40/2010) tutte le imprese tessili che hanno trasmesso alle Entrate, entro il termine stabilito, il modello "Crt" con i costi sostenuti per la realizzazione di prototipi e campionari.
L'importo del risparmio d'imposta complessivamente richiesto al 31 dicembre 2010, data di scadenza delle domande, è di 277.884.229 euro, al netto delle rinunce pervenute entro il 22 marzo.
Si ricorda che l'agevolazione riguarda esclusivamente le imprese che operano nei settori di cui alle divisioni 13 (industrie tessili), 14 (confezione di articoli di abbigliamento; confezione di articoli in pelle e pelliccia) e 15 (fabbricazione di articoli in pelle e simili) della tabella Ateco 2007, e alla sottocategoria 32.99.20, in relazione alla sola fabbricazione di bottoni.
L'incentivo, come accennato, si concretizza in una deduzione valida ai fini Ires e Irpef da utilizzare nella dichiarazione dei redditi, fruibile pertanto in sede di versamento del saldo d'imposta per l'anno 2010.
Fonet: Agenzia Entrate
730: esonero per i redditi fondiari, rileva anche l'abitazione principale
Il contribuente che possiede solo redditi fondiari (terreni e fabbricati) fino a 500 euro non ha l’obbligo di presentare la dichiarazione. Il limite va verificato considerando anche l’abitazione principale e le relative pertinenze. La regola è stata ribadita dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 35/E del 25 marzo.
Rateazione del debito tributario: la competenza è delle Commissioni Tributarie
La controversia sulla spettanza o meno della dilazione di un debito di natura fiscale riguarda la fase della riscossione e non dell’esecuzione. Di conseguenza, anche le controversie concernenti il diniego alla rateazione del carico fiscale rientrano nella giurisdizione tributaria. Questo è quanto stabilito con l’ordinanza n. 5928 del 14 marzo 2011 dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che ribadiscono il principio secondo cui la giurisdizione tributaria si estende a qualunque controversia in materia di imposte e tasse che non attenga al momento della esecuzione in senso stretto o alla restituzione di somme per le quali non residui più alcuna questione sull’an, il quantum o le modalità di esecuzione del rimborso
Quesito: bonifici per la Svizzera.
Mi appresto ad aprire un conto su una banca svizzera per poter fare
tradingonline sul mercato delle valute.
Volevo però capire se quando farò il bonifico dovrò dichiarare nulla
vorrei capire se c'è una legge specifica da parte del fisco oppure no.
Quesito: borsa di studio percepita in Olanda.
Mia figlia che fin'ora è stata a mio carico, percepirà i prossimi 2 anni una borsa di post dottorato in Olanda. Potrà essere sempre a mio carico? Oppure, se dovrà presentare la denuncia dei redditi, dovrà farlo in Olanda o in Italia? (la residenza è in Italia).
Spese di manutenzione in caso di beni gratuitamente devolvibili.
Il trattamento fiscale delle spese di manutenzione in caso di beni gratuitamente devolvibili - ai sensi dell'articolo 107, comma 2, T.U.I.R. è identico sia per i beni realizzati dalla società concedente che per i beni realizzati dalla società concessionaria?
Si ritiene che dovrebbe essere garantito un trattamento fiscale omogeneo delle spese di manutenzione a carico del concessionario e, quindi, un identico regime di deducibilità, sia quando quest'ultimo realizzi integralmente il bene da devolvere gratuitamente, sia quando il bene in questione sia realizzato parzialmente dal concedente.
Sotto il profilo contabile, "i costi relativi alla quota parte dei beni già realizzata dal concedente dovrebbero essere iscritti nell'attivo dello stato patrimoniale del concessionario unitamente alle successive quote realizzate a cura di quest'ultimo". In tale ipotesi, infatti, la "soluzione contabile più aderente ai principi contabili nazionali", sembra essere "quella di rilevare tutti i lotti quali beni gratuitamente devolvibili nella voce B.II.4. " Altri beni " dell'attivo dello stato patrimoniale, con contestuale iscrizione, per quanto concerne i lotti realizzati dal concedente, di un fondo rettificativo di pari importo.
Sul piano civilistico, occorre tener conto del fatto che il rapporto di concessione ha ad oggetto tutti i lotti di cui si compone il collegamento autostradale sul quale la società concessionaria svolgerà la sua attività d'impresa. In relazione ad esso, infatti, il concessionario assume l'impegno verso il concedente ad un obbligazione di fare che consiste "non solo nella costruzione e nel completamento del bene oggetto della concessione, ma anche nella sua gestione a finalità produttive e nel suo mantenimento in perfetta efficienza ai fini della sua devoluzione gratuita.
In ragione di ciò, si ritiene che il concessionario assuma una posizione omogenea ed unitaria in relazione a tutti i lotti sia per quanto concerne i poteri gestori sia, soprattutto, per i doveri di manutenzione, di conservazione in perfetto stato di efficienza dei beni e di realizzazione delle opere additive di miglioramento. E' indubbio, infatti, che sotto questo aspetto il concessionario assume obblighi di facere, in termini di manutenzione, conservazione e miglioramento dei beni in concessione perfettamente omogenei ed unitari in relazione a tutti i lotti (sia quelli costruiti da lui medesimo che quelli realizzati dal concedente) così come unitaria ed indistinta è la responsabilità che su di lui ricade, per il perimento o il deterioramento dei lotti in questione.
Infine la rilevazione distinta dei lotti realizzati dal concedente e di quelli costruiti dal concessionario comporta delle difficoltà operative circa la corretta individuazione della quota parte di spese di manutenzione riferibili all'una e all'altra categoria di lotti, posto che generalmente dette "spese sono oggetto di appalti unitari affidati ad imprese terze.
Rateazione del debito tributario.
Rientrano nella giurisdizione tributaria le controversie concernenti il diniego di rateizzazione di un debito avente natura tributaria.
Con l’ordinanza n. 5928 del 14 marzo, le sezioni unite della Corte di cassazione tornano a pronunciarsi sull’oggetto della giurisdizione tributaria (articolo 2 del Dlgs 546/1992) secondo cui “Appartengono alla giurisdizione tributaria tutte le controversie aventi ad oggetto i tributi di ogni genere e specie comunque denominati (…). Restano escluse dalla giurisdizione tributaria soltanto le controversie riguardanti gli atti della esecuzione forzata tributaria successivi alla notifica della cartella di pagamento…”.
Con la pronuncia in commento, la Suprema corte ribadisce il principio secondo cui la giurisdizione tributaria si estende a qualunque controversia in materia di imposte e tasse che non attenga al momento della esecuzione in senso stretto o alla restituzione di somme per le quali non residui più alcuna questione sull’an, il quantum o le modalità di esecuzione del rimborso. Sulla base del predetto principio, la Corte di cassazione, a seguito di ricorso per regolamento preventivo di giurisdizione, ha pertanto chiarito che anche le controversie concernenti il diniego alla rateazione del carico fiscale rientrano nella giurisdizione tributaria.
L’interpretazione della Corte si fonda sulla natura giuridica dell’istituto della “rateazione” disciplinato nell’ordinamento tributario dall’articolo 19 del Dpr 602/1973, secondo cui “L’agente della riscossione, su richiesta del contribuente, può concedere, nelle ipotesi di temporanea situazione di obiettiva difficoltà dello stesso, la ripartizione del pagamento delle somme iscritte a ruolo”.
Secondo la Suprema corte, il provvedimento di rateazione ha natura di “agevolazione fiscale”, soggetta a decadenza come ogni altra, in caso di inadempimento alle regole che ne disciplinano la concessione. Come è noto, infatti, la disciplina in materia di rateazione prevede espressamente, tra l’altro, che il debitore decade automaticamente dal beneficio in caso di mancato pagamento della prima rata o, successivamente, di due rate (articolo 19, comma 3, del Dpr 602/1973).
La Cassazione, quindi, sostiene che la domanda di rateizzazione di un debito avente natura tributaria implica “una questione sulla spettanza o meno di un’agevolazione attinente alla fase della riscossione precedente a quella dell’esecuzione vera e propria”, l’unica che la disposizione prevista dall’articolo 2 del Dlgs 546/1992, escluda dalla giurisdizione tributaria, allorché si tratti di controversie concernenti tributi di ogni genere e specie, comunque denominati.
In ultimo, per fugare ogni dubbio sulla sussistenza della giurisdizione tributaria in materia di controversie concernenti il rigetto dell’istanza di rateazione di un debito avente natura tributaria, la Corte di cassazione ribadisce che “a prescindere dal concetto di “agevolazione”, è fuor di dubbio che la controversia avverso il diniego di rateazione riguarda la fase della riscossione (e non dell’esecuzione) del tributo, concernendo in particolare una “modalità” di riscossione che la legge predispone per l’ipotesi di contribuenti che si trovino in determinate condizioni economicamente sensibili”.
Adempimento finale da parte dei datori di lavoro ammessi a usufruire dell’agevolazione prevista per l’incremento dei livelli occupazionali nelle aree svantaggiate negli anni 2008, 2009 e 2010 (“bonus assunzioni”). Entro giovedì 31 marzo dovranno inviare, per via telematica, la prevista comunicazione C/IAL per l’ultima volta. Se non rispetta la scadenza, il datore di lavoro decade dall’agevolazione a partire dall’anno in cui il modello deve essere inviato.
La Finanziaria del 2008 ha previsto un beneficio fiscale per gli anni 2008, 2009 e 2010 a favore dei datori di lavoro che, nel corso del 2008, hanno incrementato, nelle aree svantaggiate del Paese, il numero dei dipendenti con contratto di lavoro a tempo indeterminato rispetto a quelli esistenti nel corso del 2007. L’agevolazione fiscale si è tradotta in un credito d’imposta di 333 euro mensili per ciascun lavoratore “neoassunto”, che passa a 416 euro se si tratta di una lavoratrice che rientra nella definizione comunitaria di “lavoratore svantaggiato”.
Il “bonus assunzioni” è stato riconosciuto ai datori di lavoro - siano essi liberi professionisti, lavoratori autonomi, società di persone, di capitali, cooperative ma anche persone fisiche residenti nelle regioni Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Basilicata, Sardegna, Abruzzo e Molise - che ne hanno fatto richiesta entro il 31 gennaio 2009 e ne abbiano ottenuto l’attribuzione, anche parziale, per gli anni 2008, 2009 e 2010.
L’utilizzo del beneficio è subordinato al mantenimento del livello occupazionale per il triennio e i datori di lavoro sono obbligati a trasmettere all’Agenzia delle Entrate, dal 1° febbraio al 31 marzo degli anni 2009, 2010 e 2011, una comunicazione in cui attestano che il numero complessivo dei dipendenti, con contratti di lavoro a tempo indeterminato, determinato, part-time o di formazione lavoro è superiore a quello mediamente esistente nel periodo dal 1° gennaio al 31 dicembre 2007.
Per effettuare la comunicazione annuale il datore di lavoro si può avvalere del prodotto informatico, reperibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate, “Comunicazione C/IAL”.
Il mancato inoltro della comunicazione comporta la decadenza dal diritto al credito d’imposta a partire dall’anno in cui la comunicazione deve essere inviata, mentre il decremento dei lavoratori impiegati, rispetto a quelli presenti nel 2007, comporta la decadenza dall’anno successivo a quello in cui si è verificato.
Come utilizzare il “bonus assunzioni”
Il credito d’imposta derivante dall’accoglimento delle istanze va riportato nel quadro RU della dichiarazione dei redditi dell’anno d’imposta per il quale viene concesso e può essere utilizzato in compensazione di altri tributi indicando il codice 6807 - credito d’imposta per le nuove assunzioni nelle aree svantaggiate - art. 1, commi da 539 a 547, della legge 244/2007 - nel modello F24.
Attenzione, però, il credito d’imposta non può essere richiesto a rimborso, non concorre alla formazione del reddito né della base imponibile Irap e non influenza l’importo degli interessi passivi né quello delle spese generali deducibili dal reddito d’impresa.
Un ultimo avvertimento: il “bonus assunzioni” non è cumulabile con altri aiuti di Stato né con altre misure di sostegno comunitario all’occupazione e ne è vietato il cumulo con gli aiuti di Stato a finalità regionale sotto forma di aiuti all’occupazione legati all’investimento. L’eventuale cumulo illegittimo è sanzionato sia con il recupero dell’aiuto sia con l’irrogazione di sanzioni.
Dati personali, incaricati del trattamento in formazione.
Il contributo-schema si occupa dell¿adempimento relativo alla programmazione degli interventi di formazione per gli incaricati del trattamento
Fra i vari adempimenti - posti dal disciplinare tecnico dell’allegato B al Codice Privacy, d. lgs. n. 196/2003, v’è quello della programmazione di interventi di formazione per gli incaricati del trattamento.
Precisamente, ciò è previsto dal punto 19.6 dell’allegato: “la previsione di interventi formativi degli incaricati del trattamento, per renderli edotti dei rischi che incombono sui dati, delle misure disponibili per prevenire eventi dannosi, dei profili della disciplina sulla protezione dei dati personali più rilevanti in rapporto alle relative attività, delle responsabilità che ne derivano e delle modalità per aggiornarsi sulle misure minime adottate dal titolare.
La formazione è programmata già al momento dell'ingresso in servizio, nonchè in occasione di cambiamenti di mansioni, o di introduzione di nuovi significativi strumenti, rilevanti rispetto al trattamento di dati personali.
Ciò - oltre che parte integrante del contenuto informativo del Documento programmatico sulla sicurezza da redigere entro il 31 marzo di ogni anno - rientra nelle misure “minime” di sicurezza, attualmente disciplinate, in via generale, dal Codice Privacy (d. lgs. n. 196/2003), precisamente dagli artt. 33 ss. dall’allegato B: “Nel quadro dei più generali obblighi di sicurezza di cui all'articolo 31 […] i titolari del trattamento sono comunque tenuti ad adottare le misure minime individuate nel presente capo […] volte ad assicurare un livello minimo di protezione dei dati personali.” Va evidenziato che, proprio in quanto misure “minime”, il mancato o inadeguato aggiornamento implica per il titolare il rischio che gli sia imputato un illecito trattamento dei dati.
I soggetti tenuti ai due adempimenti in questione sotto l’aspetto formale-giuridico sono i titolari del trattamento.
Inoltre, va considerato che: La formazione è programmata già al momento dell'ingresso in servizio, nonché in occasione di cambiamenti di mansioni, o di introduzione di nuovi significativi strumenti, rilevanti rispetto al trattamento di dati personali.
NB Il termine effettivo va collocato non prima dei mesi di febbraio/marzo, dato che un eventuale accertamento ispettivo dell’istituzione competente, Garante Privacy, probabilmente verrebbe attuato solo qualche mese dopo la scadenza formale, dando un termine ragionevole di tempo alle imprese per svolgere un adempimento di natura tecnica, richiedente competenze tecniche specifiche.
Si precisa che è scadenza che non comporta adempimenti “esterni” (come comunicazioni o notificazioni al Garante Privacy), ma comunque da osservare, anzitutto ai fini della tutela dei dati personali in rilievo e anche, in ottica di tutela aziendale, perché un’eventuale ispezione effettuata dall’Autorità possa avere esito negativo, senza incorrere dunque in sanzioni amministrative e anche penali, qual è l’art. 169 del Codice Privacy, sull’inosservanza delle misure di sicurezza, secondo cui: “Chiunque, essendovi tenuto, omette di adottare le misure minime previste dall’articolo 33 è punito con l’arresto sino a due anni.”
L'intervento si attua mediante interventi formativi degli incaricati del trattamento, per renderli edotti dei seguenti elementi:
- rischi che incombono sui dati, - misure disponibili per prevenire eventi dannosi,
- profili della disciplina e responsabilità in materia di protezione dei dati personali più rilevanti in rapporto alle relative attività,
- modalità per aggiornarsi sulle misure minime adottate dal titolare.
Gare d'appalto. Il ribasso percentuale unico in sede d'offerta.
Nella lunga tradizione delle gare d'appalto, due sono fondamentalmente i metodi con i quali l'impresa concorrente puo' esprimere la propria offerta: tali criteri sono oggi alternativamente previsti dall'art. 82 Codice Appalti.
Nella lunga tradizione delle gare d'appalto, due sono fondamentalmente i metodi con i quali l'impresa concorrente può esprimere la propria offerta: tali criteri sono oggi alternativamente previsti dall'art. 82 Codice Appalti (e, come tra poco vedremo, ripresi dal Regolamento):
- attraverso un ribasso percentuale rispetto all'importo posto a base di gara;
- attraverso un'offerta a prezzi unitari.
Per prima cosa, notiamo che tale distinzione non deve essere confusa con quella tra criterio del prezzo più basso e offerta economicamente più vantaggiosa, prevista dallo stesso art. 82 nonché dall'art. 83.
Quest'ultima distinzione attiene infatti il criterio di valutazione dell'offerta, mentre la distinzione di cui ora dobbiamo occuparci attiene le modalità di formulazione.
Come si nota, è lo stesso art. 82 a regolare da un lato il caso del criterio del prezzo più basso e, dall'altro, prevedere l'alternativa tra ribasso percentuale e prezzi unitari. Ciò non è affatto casuale: tale alternativa sussiste infatti soltanto nel caso del criterio del prezzo più basso; nel caso dell'offerta economicamente più vantaggiosa, i prezzi unitari non vengono mai utilizzati.
Ciò posto, dobbiamo notare che i molti dubbi che su questo punto troppo spesso affliggono gli addetti ai lavori derivano soprattutto da una piccola dimenticanza del legislatore. Il quale, scrivendo l'art. 82, ha usato una formula leggermente diversa da quella tipica di bandi di gara e lettere d'invito.
Nell'art. 82, si parla infatti di «ribasso percentuale rispetto all'importo posto a base di gara»; in bandi di gara e lettere di invito, invece, si parla sempre di ribasso percentuale unico.
Davvero un peccato che il legislatore, nel cristalizzare la prassi più comune, abbia trascurato tale fondamentale aggettivo (che, del resto, non compariva neanche nell'art. 21 D.Lgs. 109/94, antesignano del Codice degli Appalti). Si tratta, infatti, della chiave di volta che consente di percepire appieno il profondo solco che divide le due possibili modalità di formulazione di un'offerta da valutarsi – come visto – con il criterio del prezzo più basso:
- con il ribasso percentuale, si esprime un ribasso – per l'appunto – unico sull'importo a base di gara, non potendosi esprimere ribassi diversi sulle varie tranches dell'importo.
Il ribasso unico investe pertanto l'intero importo a base di gara, con la sola eccezione degli importi che la legge considera non soggetti a ribasso d'asta (vale a dire gli oneri per la sicurezza);
- con l'offerta a prezzi unitari, non si fa altro che compilare il proprio personale "listino prezzi" relativo alla distinta dei materiali in gara. Sfortunamente, il fondamentale aggettivo «unico» non è stato recuperato neanche dal Regolamento Appalti: il quale, all'art. 118, parla di «massimo ribasso» senza ulteriomente specificare.
Simile discrasia tra il dato legislativo e la prassi seguita dalle stazioni appaltanti è dunque destinata a continuare a generare qualche malinteso: più precisamente, qualche possibile sovvertimento, da parte dei giudici, delle esclusioni dalla gara decretate dalle stazioni appaltanti – o, come stiamo per vedere, dai giudici di primo grado – a fronte della mancata osservanza della regola dell'unicità del ribasso percentuale. In teoria, il problema si può porre sotto due distinti profili:
1) Da un lato, è possibile che venga espresso un ribasso percentuale «multiplo»;
2) Dall'altro, è possibile che il ribasso percentuale sia sostituito dalla puntuale elencazione dei prezzi praticati per le singoli voci di tariffa. In altre parole, che il criterio del ribasso percentuale (unico) sia arbitrariamente sostituito, da parte del concorrente, con il criterio dell'offerta a prezzi unitari.
Passando dalla teoria alla pratica, la prima ipotesi appare di difficile attuazione: l'espressione del ribasso percentuale non unico, infatti, chiamerebbe in causa il concetto matematico della c.d. «media ponderata»: poiché infatti i ribassi non insisterebbero tutti sullo stesso importo, il ribasso totale non coinciderebbe con la media dei singoli ribassi, con tutte le complicazioni che ne derivano. Crediamo, del resto, sia questa la ragione per la quale il legislatore non ha mai sentito la necessità di precisare che il ribasso percentuale deve essere unico. Nondimeno, l'assenza di tale aggettivo – come visto – apre talora il campo a modalità non «uniche» di espressione del prezzo offerto.
A fronte di ciò, si tratta di capire se la violazione delle prescrizioni relative alle modalità di formulazione dell'offerta possano essere causa di esclusione, oppure no. Cominciamo con il notare che le lettere di invito e i bandi di gara non sempre contemplano tale possibilità tra le cause di esclusione esplicitamente indicate; ma tale dato ha ormai solo il valore di un indizio: sempre più spesso, infatti, l'elenco delle cause di esclusione si conclude con una generale previsione in nome della quale possono essere escluse le offerte che presentino una qualsivoglia difformità rispetto a quanto prescritto dalla documentazione posta a base di gara. Da ciò (e non solo da ciò) deriva che, non di rado, un'offerta formulata in maniera diversa da quella indicata venga senz'altro esclusa. Ma tale esclusione – fin troppo facile, a questo punto, immaginarlo – non è certo oggetto di pacifico avvallo da parte del giudice amministrativo adito dal concorrente in questione.
Poiché – come visto – il Regolamento in nulla ha innovato su tale punto, la pietra di paragone del più recente atteggiamento giurisprudenziale resta la sentenza del Consiglio di Stato (sez. VI) n. 3383 del 15 giugno 2009. In essa, i giudici si schierano decisamente contro quel formalismo di gara che – come abbiamo più e più volte avuto modo di notare – rappresenta una delle più robuste e ingombranti eredita dell'antica legislazione sugli appalti pubblici. Sarà assai significativo riportare per esteso il passaggio nodale della decisione: È vero che l'art. 16 del Capitolato d'appalto chiarisce che nella busta 3 deve essere inserita, a pena di esclusione "la dichiarazione .... contenente l'indicazione del ribasso unico percentuale (in cifre e in lettere) rispetto all'importo a base di gara" e che, invece, nelle offerte economiche presentate dal RTI [...] è sempre indicato il prezzo complessivo in Euro.
Tuttavia, tale mero errore materiale non è in alcun modo idoneo a rendere indeterminata l'offerta, in quanto l'importo indicato in euro lascia agevolmente comprendere che non si tratta di una percentuale di ribasso, ma del prezzo offerto; l'entità dell'importo esclude anche che si possa trattare del valore in euro del ribasso.
Emerge, quindi, in modo obiettivo che la cifra indicata corrisponde al prezzo offerto e ciò si ricava non in base ad una interpretazione dell'offerta da parte della Commissione, che avrebbe interpretato una offerta che si prestava a tre possibili alternative, ma dell'obiettiva e unica lettura del dato indicato dalla Eurosoggiorni [...]. Accertato che si è trattato di un errore e che tale errore non ha inciso sulla determinatezza dell'offerta, si osserva che l'irregolarità commessa non comporta l'esclusione dalla gara, in quanto il contenuto sostanziale della dichiarazione richiesta a pena di esclusione è presente nell'offerta e la Commissione ha correttamente proceduto, con una mera operazione aritmetica, a riportare il valore espresso in euro in termini percentuali, senza alcuna lesione del principio della par condicio ed anzi in conformità con il principio del favore per la massima partecipazione alle gare.
La commissione di gara ha, infatti, correttamente inteso il valore riportato dalla aggiudicataria come il prezzo già ribassato in euro sul prezzo omnicomprensivo posto a base di gara ed ha quindi determinato la corrispondente percentuale di ribasso con un'operazione matematica. Deve, quindi, ritenersi che l'irregolarità nella compilazione del modulo dell'offerta non costituisce motivo idoneo ad invalidare l'aggiudicazione.
L'esposizione contenuta in sentenza è sufficientemente chiara e non necessita, quindi, di uleriori commenti. Ci resta, invece, un'osservazione circa rapporti tra procedura di gara e relativo ricorso.
Da un lato, abbiamo detto poc'anzi che non sempre le stazioni appaltanti indicano come causa di esclusione la difforme formulazione dell'offerta. Nel caso di specie, sono gli stessi giudici a notare che la forma del ribasso percentuale unico era esplicitamente prevista a pena di esclusione. Attenzione, però. Nonostante tale previsione, l'offerta difformemente formulata non era stata esclusa. Era stato poi uno dei concorrenti non aggiudicatari a proporre ricorso al TAR, invocando l'applicazione della causa di esclusione. Da ciò emergono tre distinte attitudini in procedura di gara, primo grado di giudizio e secondo grado di giudizio:
1) La stazione appaltante ha previsto una clausola a pena di esclusione e, a fronte della mancata osservanza di tale clausola, non ha escluso l'offerta;
2) Il TAR ha accolto il ricorso del concorrente non aggiudicatario, ristabilendo la piena operatività del meccanismo di esclusione previsto dalla richiesta d'offerta;
3) Il Consiglio di Stato ha rovesciato la decisione del TAR, recuperando il criterio sostanziale e non formale applicato dalla stazione appaltante.
Da tutto ciò, un'importante lezione: la comminatoria di esclusione contenuta nei documeni di gara non sempre viene poi senz'altro applicata. Essa viene spesso prevista con grande abbondanza, a mo' di deterrente per le stazioni appaltanti: salvo poi, in sede di gara, recuperare i criteri del buon senso e del significato sostanziale quali provvidenziali contrappessi al bieco formalismo procedurale.
Un formalismo procedurale che, però, può poi essere recuperato dai soggetti non aggiudicatari, i quali – in questo caso come in moltissimi altri – si appigliano a ogni clausola di gara per cercare di demolire l'offerta che li ha battuti.
Sarebbe ovviamente tutto molto più semplice se tale formalismo sparisse non solo dalle commissioni, ma anche da bandi e lettere di invito, ponendo fine a tale destabilizzante forbice tra teoria e pratica di gara.
Non resta, per ora, che prender atto di un atteggiamento giurisprudenziale provvidenzialmente incline al criterio sostanziale. Atteggiamento che, per chi dovrà resistere a ricorsi fondati sul formalismo di gara, potrà naturalmente essere citato come precedente anche in relazione a singole questioni diverse da quella oggetto della decisione stessa e del presente contributo.
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