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Timestamp: 2019-12-06 17:33:05+00:00
Document Index: 174885426

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 368', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 595', 'art. 2059', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 185', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 366', 'art. 287', 'art. 41', 'sentenza ', 'art-2']

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Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 20 marzo 2014, n. 6554.
La denuncia di un reato perseguibile dufficio non fonte di responsabilit per danni a carico del denunciante, ai sensi dellart. 2043 c.c., anche in caso di proscioglimento o di assoluzione, se non quando essa possa considerarsi calunniosa, poich, al di fuori di tale ipotesi, lattivit pubblicistica dellorgano titolare dellazione penale si sovrappone alliniziativa del denunciante, interrompendo cos ogni nesso causale tra tale iniziativa ed il danno eventualmente subito dal denunciato
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE SEZIONE I SENTENZA 20 MARZO 2014, N. 6554 Svolgimento del processo 1. Con atto di citazione notificato il 21.3.1999, S.G. conveniva in giudizio davanti al Tribunale di Velletri B.M. chiedendone la condanna al risarcimento dei danni subiti per effetto della presentazione, da parte del B. , di denuncia alla Procura della Repubblica per eventuali reati connessi ad una richiesta di risarcimento danni inoltratagli dal S. , e per la produzione della stessa denuncia nellambito di un giudizio pendente tra gli stessi ed altre parti Si costituiva in giudizio B.M. contestando il fondamento della domanda, di cui chiedeva il rigetto. Avverso la sentenza di primo grado, depositata il 18.3.2004, che rigettava la domanda con condanna alle spese, non ravvisando nella produzione della lettera in giudizio intenti calunniatori o diffamatori, proponeva appello S.G. 2. Con sentenza depositata il 12.5.2008 la Corte dappello di Roma rigettava lappello: nella presentazione della denuncia alla Procura della Repubblica non era ravvisabile calunnia, essendovi stata semplice richiesta allautorit inquirente di accertare se nei fatti potessero ravvisarsi estremi di reato; la produzione in giudizio della denuncia non appariva illecita poich, a parte lo scopo delliniziativa, il B. non sapeva che al momento della produzione la denuncia era stata archiviata, e dunque non era ravvisabile dolo n colpa grave. Riguardo alla spese di primo grado labnorme richiesta di risarcimento (Lire 500.000.000) comportava lapplicazione dello scaglione relativo.
Motivi della decisione 1.1. Con il primo motivo di ricorso, S.G. , denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto art. 360 n. 3 c.p.c. in relazione agli art. 368 c.p., censura la sentenza impugnata per aver escluso il reato di calunnia, con conseguente responsabilit risarcitoria, nella proposizione della denuncia alla Procura della Repubblica da parte del B. , relativa allinoltro da parte del S. di una richiesta di risarcimento con frasi sibilline. 1.2. Con il secondo motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto art. 360 n. 3 c.p.c. omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia prospettato dalle parti; violazione della norma di che allart. 2059 c.c., censura la sentenza impugnata per aver escluso lobbligo risarcitorio quale conseguenza della non ravvisabilit del reato di calunnia, senza tener conto che la semplice proposizione di denuncia senza la minima diligenza comunque idonea a determinare un danno morale per lingiusta lesione di un valore alla persona costituzionalmente garantito. 1.3. Con il terzo motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto art. 360 n. 3 c.p.c. art. 595 c.p.; art. 2059 c.c., censura la sentenza impugnata per aver ritenuto lantigiuridicit della condotta del B. per la produzione ingiuriosa in altro giudizio di copia della denuncia per tentativo di estorsione senza minima attinenza alla causa, escludendo per la responsabilit risarcitoria per lasserita ignoranza che la denuncia era stata archiviata. 1.4. Con il quarto motivo il ricorrente, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto art. 360 n. 3 c.p.c. in relazione agli art. 91 e segg. c.p.c. d.m. n. 127 dell8.4.2004, censura la sentenza impugnata per non aver esaminato le questioni sollevate in merito alla incongruit della liquidazione delle spese di causa operata dal primo giudice, e inoltre per aver commisurato le spese del giudizio di appello ritenendo il valore della causa pari a L. 500.000.000, e ugualmente le spese vive liquidate con pura fantasia. 2.1. Il primo motivo infondato. Il giudice dappello ha fatto corretta applicazione del principio, pacifico in giurisprudenza, secondo cui la denuncia di un reato perseguibile dufficio non fonte di responsabilit per danni a carico del denunciante, ai sensi dellart. 2043 c.c., anche in caso di proscioglimento o di assoluzione, se non quando 2
essa possa considerarsi calunniosa, poich, al di fuori di tale ipotesi, lattivit pubblicistica dellorgano titolare dellazione penale si sovrappone alliniziativa del denunciante, interrompendo cos ogni nesso causale tra tale iniziativa ed il danno eventualmente subito dal denunciato (Cass. 20.10.2003, n. 15646; 25.5.2004, n. 10033; Cass. 26.1.2010, n. 1542; 7.11.2005 n. 21498; 19.10.2007, n. 22020). La sentenza impugnata, inoltre, assume che nessuna figura di reato il B. aveva evidenziato nella denuncia, limitandosi a riferire che il S. aveva loro richiesto con frasi sibilline il risarcimento danni per presunti comportamenti illeciti in materia consortile. noto che il reato di calunnia non ravvisabile ove venga attribuita una condotta non corrispondente ad alcuna fattispecie legale di reato (Cass. pen. 27.3.1985, Spada; 27.10.1977, Piscopo; 7.11.2002, n. 1638; 1.7.2009, n. 34825). Lattuale ricorrente assume, nella parte narrativa dellattuale impugnazione, che la denuncia del B. avrebbe ascritto al S. il reato di tentata estorsione, ma poi, nella formulazione del quesito conclusivo del primo motivo, fa cenno a generiche frasi sibilline, sicch, non essendo sollevato con la specifica doglianza un vizio di motivazione (il ricorso non contiene neppure la trascrizione della pretesa denuncia calunniosa n della lettera che laveva indotta), la sentenza impugnata va esente da censura. 2.2. Anche il secondo motivo infondato. La censura si riferisce allo stesso fatto delle presentazione della denuncia (la propalazione della stessa in altro giudizio oggetto del terzo motivo), giacch essa, a parere del ricorrente, sarebbe comunque lesiva, siccome presentata senza la dovuta diligenza, e quindi comunque ingiustamente lesiva di un interesse inerente alla persona, costituzionalmente garantito. Si osservato, poco sopra, che al di fuori dellipotesi di calunnia non ravvisabile responsabilit risarcitoria per la proposizione di una denuncia penale, in quanto lattivit pubblicistica dellorgano titolare dellazione penale si sovrappone alliniziativa del denunciante, togliendole ogni efficacia causale e cos interrompendo ogni nesso causale tra tale iniziativa e il danno eventualmente subito dal denunciato. Il ricorrente, nel reclamare la lesione di un diritto costituzionalmente rilevante che la presentazione della denuncia avrebbe leso, indipendentemente dalla qualificazione calunniosa della condotta, non specifica di quale diritto si tratti: egli si limita a riportarle massime di alcune sentenze di questa Corte in cui si enunciato il principio della risarcibilit del danno morale anche al di fuori dellambito dellart. 185 c.p. Posto che nella repressione della calunnia, che un reato plurioffensivo, si tutela, oltre che linteresse dello Stato alla corretta 3
amministrazione della giustizia, anche lonore dellincolpato, la sua libert, e linteresse a non essere sottoposto ingiustamente ad un processo penale (Cass. pen. 21.2.2007, n. 10535; 28.4.2010, n. 21789), la doglianza del ricorrente pretenderebbe unestensione di tale tutela anche oltre lipotesi del comportamento calunnioso, evidentemente a tutela degli stessi interessi ora delineati. Il principio sopra enunciato evidenzia linteresse dellordinamento alla promozione dellazione penale mediante linformazione dellautorit inquirente di fatti rilevanti da parte di chi ne sia a conoscenza, con lunico limite della consapevolezza, da parte del denunciante, dellinnocenza dellincolpato: non anche allorch i fatti esposti possano avere agli occhi del denunciante qualche rilevanza penale, del che viene investita lautorit giudiziaria con unattivit che, quale che ne sia lesito, diviene autonoma rispetto alla notitia criminis che lha originata, prevalendo linteresse pubblico dellamministrazione della giustizia sullinteresse del denunciato a che non vengano compiute attivit di accertamento relative alla propria condotta, salvo lipotesi in cui la sollecitazione stessa allesercizio dellazione penale non sia oggettivamente e consapevolmente falsa. Nellambito di uno Stato di diritto liberaldemocratico, in cui si attribuisce valore civico e sociale alliniziativa del privato nellattivare la riposta giudiziaria dinanzi alla violazione della legge penale, ragionevole che nessuna responsabilit consegua ad una denuncia penale fuori dallipotesi di calunnia, autocalunnia e simulazione di reato(Cass. pen. 11.6.2010, n. 29237). Consequenzialmente si ritenuto che non integra la fattispecie di diffamazione la denuncia di un reato e quindi, pur quando il denunciato sia assolto con la formula pi ampia, non configurabile in capo al denunciante una responsabilit per danni (Cass. pen. 7.3.2006, n. 18090). 2.3. Il terzo motivo inammissibile . La doglianza parte dal presupposto secondo cui il giudice di merito avrebbe comunque ritenuto lantigiuridicit della condotta quella di produzione in giudizio della copia della denuncia in nessun modo pertinente loggetto di quel giudizio escludendone per lilliceit per aver ignorato che il S. era nel frattempo stato prosciolto in sede penale, non versando dunque in ipotesi di dolo n di colpa. Nel quesito poi, definendo di nuovo quella denuncia come diretta a rappresentare unestorsione, si prospetta il carattere ingiurioso della sua produzione in un giudizio civile.
In primo luogo, non risulta dalla lettura della sentenza impugnata, quello che il ricorrente, nel formulare il quesito, da come presupposto, lantigiuridicit della condotta. Anzi, lo stesso ricorrente, a pag. 9 del ricorso, criticando in generale il giudizio della Corte dappello, riferisce che secondo questo giudice denunciare tentativo di estorsionediffondere la notizia dellavvenuta denunciacostituiscono atti legittimi . In realt, ci che rileva nel presente giudizio, che decidendo sul motivo di appello secondo cui la produzione in giudizio di quella denuncia sarebbe stata comunque illecita, quale che fosse la sua qualificazione, come ingiuria o diffamazione, la Corte territoriale sceglie la ragione pi liquida per il rigetto del gravame, osservando che in quelloccasione il producente non conosceva ancora lavvenuto proscioglimento del S. in sede penale, e dunque non versava in dolo n in colpa. Il ricorrente non censura il ragionamento in base al quale la Corte esclude il dolo e la colpa nella produzione del documento, ma insiste nel sostenere la sua antigiuridicit quale fonte di responsabilit per danni: sicch la doglianza non si rivolge alla ratio decidendi, basata sullassenza dellelemento soggettivo dellillecito. noto che la proposizione di censure prive di specifiche attinenze al decisum della sentenza impugnata assimilabile alla mancata enunciazione dei motivi richiesti dallart. 366 numero 4 c.p.c., con conseguente inammissibilit del ricorso, rilevabile anche dufficio (Cass. 7.11.2005, n. 21490; 26.3.2010, n. 7375). 2.4. Venendo al quarto motivo, che solleva diversi profili inerenti la liquidazione delle spese di causa, esso appare in ogni sua parte inammissibile. Il ricorrente si duole della liquidazione delle spese processuali in entrambi i gradi di merito, riassumendo poi la censura nei confronti del giudice del riesame riguardo alle spese vive processuali in misura difforme dalle indicazioni risultanti dagli atti processuali e sempre allo stesso giudice riguardo agli onorari in misura difforme alle tabelle allegate al d.m. n. 127 dell8.4.2004 senza adeguata motivazione della sua mancata applicazione e se la causa non fosse da sussumere nello scaglione 3 di dette tabelle . Va rammentato che in caso di proposizione di motivi di ricorso per cassazione formalmente unici, ma in effetti articolati in profili autonomi e differenziati di violazioni di legge diverse, affinch non risulti elusa la ratio dellart. 366-bis c.p.c., deve ritenersi che ove il quesito o i quesiti formulati rispecchino solo parzialmente le censure proposte, devono qualificarsi come ammissibili solo 5
quelle che abbiano trovato idoneo riscontro nel quesito o nei quesiti prospettati, dovendo la decisione della Corte di cassazione essere limitata alloggetto del quesito o dei quesiti idoneamente formulati, rispetto ai quali il motivo costituisce lillustrazione (Cass. 9.3.2009, n. 5624). La censura dunque ammissibile limitatamente ai due punti che il quesito riassuntivo ha formulato: liquidazione spese vive; misura degli onorari senza adeguata motivazione riguardo allidentificazione dello scaglione. In particolare vanno escluse le doglianze illustrazione del motivo, attinenti ai diritti genericamente esposte in
Sul primo punto (spese vive), linammissibilit della censura deriva dal fatto che leventuale errore del giudice nella determinazione della misura delle spese vive sostenute dalla parte vittoriosa, pu essere emendato o con il procedimento di correzione di cui allart. 287 c.p.c., ovvero per mezzo del procedimento di revocazione del provvedimento che le ha liquidate, ma non col ricorso per cassazione (Cass. 1.12.2000, n. 15373; 12.10.2010, n. 21012). Sul secondo punto (onorari) la censura pu essere esaminata solo in relazione alla liquidazione degli onorari compiuta dal giudice dappello per il processo davanti a s: non dato sindacare la decisione da questo assunta riguardo agli onorari liquidati dal Tribunale nel giudizio di primo grado, per il semplice fatto che il ricorrente non ottempera allonere di autosufficienza del ricorso per cassazione, perch omette di indicare limporto liquidato dal primo giudice (ritenuto adeguato dalla Corte dappello), se non osservando, genericamente a pag. 19, che lammontare corrispondente a quasi il massimo delle tariffe professionali sicch questo giudice di legittimit non posto in grado di verificare il rispetto delle tabelle allegate al d.m. 8.4.2004 n. 127 . Va premesso che la determinazione degli onorari di avvocato costituisce esercizio di un potere discrezionale del giudice che, se contenuto tra il minimo ed il massimo della tariffa, non richiede specifica motivazione e non pu formare oggetto di sindacato in sede di legittimit, se non quando linteressato specifichi le singole voci della tariffa che assume essere state violate (Cass. 23.5.2002, n. 7527). Inoltre, il giudice che deve liquidare le spese processuali relative ad unattivit difensiva ormai esaurita, deve applicare la normativa vigente al tempo in cui lattivit stessa stata compiuta, sicch, per lattivit conclusa nella vigenza del d.m. 8.4.2004 n. 127, deve applicare le tariffe da questo previste e non i parametri sopravvenuti ai sensi dellart. 41 del d.m. 20.7.2012 n. 140 (Cass. 18.12.2012, n. 23318). Limporto degli onorari liquidati per il giudizio di secondo grado, si ricava dalla 6
sentenza nella misura di Euro 3.000. La somma risulta conforme alle tariffe, quale che sia lipotesi di scaglione applicabile, prospettata dal ricorrente: ben inferiore al minimo dello scaglione fino a Euro 250.300, che il ricorrente assume essere stato indebitamente applicato dal giudice (lire 500.000.000 corrispondono a Euro 250.228); rientra nellimporto medio del terzo scaglione, che lo stesso ricorrente ritiene applicabile; in realt, avendo egli precisato nelle conclusioni in appello la domanda di risarcimento nella misura ritenuta di giustizia, essa di valore indeterminabile (Cass. 11.6.2012, n. 9432), e dunque, limporto degli onorari si attesta in prossimit del minimo del corrispondente scaglione della tariffa. In nessun caso, dunque, si configura linteresse allimpugnazione . 3. Al rigetto del ricorso segue la condanna alle spese, come da dispositivo. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 7.200, di cui Euro 7.000 per compensi.
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