Source: http://docplayer.it/1059715-R-u-r-a-l-e-s-v-i-l-u-p-p-o-commissione-europea-piano-strategico-nazionale-per-lo-sviluppo-rurale-art-11-reg-ce-1698-2005-ottobre-2009.html
Timestamp: 2018-04-20 07:01:14+00:00
Document Index: 162063188

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 11']

R U R A L E S V I L U P P O. Commissione Europea. Piano Strategico Nazionale per lo Sviluppo Rurale. [art. 11 Reg. Ce 1698/2005] ottobre PDF
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1 S V I L U P P O R U R A L E Commissione Europea Piano Strategico Nazionale per lo Sviluppo Rurale [art. 11 Reg. Ce 1698/2005] ottobre 2009
2 INDICE Capitolo 1 - Analisi della situazione socio-economica e ambientale Il sistema agro-industriale e forestale Le condizioni socio-economiche del territorio rurale italiano I fabbisogni per Asse Capitolo 2 - La strategia generale del Piano Gli obiettivi generali Gli Assi del Piano Le priorità territoriali Le tipologie di azioni integrate La strategia per il settore del tabacco Il contributo dello sviluppo rurale alla strategia di Lisbona ra gli Assi del Piano Capitolo 3 - La strategia per Asse Identificazione degli indicatori Il monitoraggio e valutazione della strategia Capitolo Capitolo 5 - Coerenza e complementarità La coerenza interna La coerenza e complementarità con le altre politiche: le politiche nazionali La coerenza e complementarità con le altre politiche: il primo pilastro della PAC La coerenza e complementarità con le altre politiche: la politica di Coesione La coerenza e complementarità con le altre politiche: la politica europea per la pesca La coerenza e complementarità con le altre politiche: le altre strategie comunitarie Capitolo 6 - La costruzione della Rete Rurale Nazionale italiana Gli obiettivi e la strategia della Rete Rurale Nazionale Gli attori beneficiari della Rete Rurale Nazionale Le dotazioni finanziarie della Rete Rurale Nazionale Allegato 1 Le Regioni Obiettivo Convergenza e Obiettivo Competitività in Italia Allegato 2 Le principali filiere agricole Allegato 3 Baseline Indicators Allegato 5 Schemi su Coerenza e complementarità con le altre strategie comunitarie Allegato 6 Metodo di costruzione del PSN e ruolo del partenariato Allegato 7 Attuazione delle direttive ambientali Allegato 8 Documentazione di riferimento per la programmazione dello sviluppo rurale Allegato 9 COERENZA TRA DUSS, PSN e QSN Allegato 10 Quantificazione a livello regionale degli indicatori di prodotto, risultato e impatto
3 Elenco degli acronimi AdG: Autorità di Gestione BCAA: Buone Condizioni Agronomiche e izionalità CGO della Condizionalità DOC: Denominazione di Origine Controllata DOCG: Denominazione di Origine Controllata e Garantita DOP: Denominazione di Origine Protetta EDI: Electronic Data Interchange ENPI: European Nieghbourhood and Partnership Instrument FAS: Fondo Aree Sottoutilizzate FEAGA: Fondo Europeo Agricolo di Garanzia FEASR: Fondo Europeo Agricolo per lo Sviluppo Rurale FEP: Fondo Europeo della Pesca FESR: Fondo Europeo di Sviluppo Regionale FSE: Fondo Sociale Europeo GAL Leader GDO: Grande Distribuzione Organizzata ICT: Information and Communication Technology IGP: Indicazione Geografica Protetta IPA: Instrument of Pre-Accession Assistance LIM: Livello di Inquinamento da Macrodescrittori (indice) OCM: Organizzazione Comune di Mercato OGM: Organismo Geneticamente Modificato OP: Organizzazione di Produttori OSC: Orientamenti Strategici Comunitari OTE: Orientamento Tecnico Economico PAC: Politica Agricola Comune PICO: Programma Integrato Competitività e Occupazione PIL: Prodotto Interno Lordo PLV: Produzione Lorda Vendibile PMI: Piccole e Medie Imprese PPS: Parità Potere di Acquisto PSL Leader PSN: Piano Strategico Nazionale PSR: Programma di Sviluppo Rurale regionale QCMV: Quadro Comune di Monitoraggio e Valutazione QCS: Quadro Comunitario di Sostegno QSN: Quadro Strategico Nazionale relativo alla Politica di Coesione RLS: Reddito Lordo Standard RRN: Rete Rurale Nazionale SAT: Superficie Agricola Totale SAU: Superficie Agricola Utilizzata SIC: Siti di Interesse Comunitario SM: Sistema Nazionale di Monitoraggio per lo Sviluppo Rurale SV: Sistema Nazionale di Valutazione per lo Sviluppo Rurale STG: Specialità Tipica Garantita UDE: Unità di Dimensione Economica ULA: Unità di Lavoro Agricolo VA: Valore Aggiunto VAA: Valore Aggiunto Agricolo VQPRD: Vini di Qualità Prodotti in Regioni Determinate WTO: World Trade Organization ZPS: Zone di Protezione Speciale
4 CAPITOLO 1 - ANALISI DELLA SITUAZIONE SOCIO-ECONOMICA E AMBIENTALE 1.1 Il sistema agro-industriale e forestale rallentamento, evidenzia i primi segnali di stagnazione, con un aumento del PIL pro-capite pari solo al 0,35%. In valore assoluto, il PIL pro-capite italiano risulta essere pari a circa euro (pps) rispetto a una media comunitaria di euro (baseline indicator n. 1). Va evidenziato, tuttavia, un sostanziale divario tra le phasing out), che registrano un PIL pro- capite pari a circa euro. Il tasso di occupazione è cresciuto a livello nazionale di 4 punti percentuali nel corso dell'ultimo decennio (dal 53,1% al 57,5%) e il tasso di disoccupazione si è attestato nel 2003, sull'8,4%. Nel 2004 i due indicatori baseline indicator n. 2 e n. 3). Il settore primario nazionale, pur con le dovute differenziazioni tra Regioni e circoscrizioni amministrative, si caratterizza per una scarsa dinamicità del valore aggiunto crescente negli ultimi 25 anni. Tuttavia, rispetto alla media comunitaria (UE-15), il tasso di crescita medio annuo del valore aggiunto agricolo nel periodo risulta leggermente superiore (+0,7 versus +0,3). produttivi e per la scarsa produttività della terra, che contraddistingue numerose aree rurali italiane, e del progresso tecnico, nel periodo , il valore aggiunto per unità di lavoro aumenta a un tasso medio esso (+1,6%), mentre la redditività della terra ioni in Convergenza si distingue la Basilicata che presenta percentuali di incremento simili e talvolta superiori alle Regioni in Competitività, così come il Molise, a testimonianza del processo di convergenza economica in atto. Tutto ciò contribuisce a una produttività del lavoro in agricoltura superiore alla media comunitaria (baseline indicator n. 6: numero indice pari a 148); tuttavia, il valore aggiunto per occupato costituisce ancora solo il 63% della media nazionale (2002), scendendo al di sotto del 50% nel caso delle Regioni della Convergenza, evidente indice di una debolezza strutturale del settore primario, determinata da: ridotta dimensione media baseline indicator n. 5: percentuale di agricoltori con età inferiore a 35 anni/ età superiore a 55 anni, pari al 6% contro una media comunitaria del 18%) e da un suo livello di istruzione e preparazione spesso non adeguato ad assecondare le dinamiche dei mercati e a sviluppare idonee strategie di marketing e commerciali (baseline indicator n. 4: percentuale di agricoltori e la loro incapacità di organizzarsi e integrarsi in senso sia orizzontale che verticale. Inoltre, la più spinta regolamentazione, rispetto al passato, sia della gestione della manodopera, in termini di maggiore punto di vista igienico-sanitario (non solo quelli per la trasformazione dei prodotti agricoli in azienda), pur rappresentando un segnale di modernizzazione del settore, hanno comportato un forte aggravio dei costi, a fronte di prezzi alla produzione sempre più allineati a quelli mondiali e di una sostanziale riduzione del sostegno 3
5 del lavoro degli altri settori economici. In termini assoluti, nel 2003 il valore aggiunto per occupato è pari a circa 52 mila euro (baseline indicator n. 10); tuttavia, tale valore è sostanzialmente più contenuto nelle za del sistema agro-industriale de del settore agricolo nel 2002 è pari a circa 25 miliardi di euro (baseline indicator n. 9), mentre quello è pari a circa 26 miliardi di euro (baseline indicator n. 13). Regioni, con realtà che presentano tassi di crescita medi annui superiori al 2% e Regioni con variazioni negative. In particolare, nelle Regioni in Convergenza, solo la Calabria e la Basilicata presentano un discreto grado di crescita, mentre risultano allo stato attuale in controtendenza Regioni la cui agricoltura ha storicamente rappresentato un contributo rilevante all'economia regionale, come la Sicilia, la Campania e la Puglia. Nelle Regioni in Competività, quelle del Nord Est del Paese confermano dinamiche positive, mentre una parte di agricoltura "forte" presenta segnali di difficoltà, come nel caso dell'emilia Romagna, della Toscana, della Lombardia e del Piemonte. -alimentare nazionale presenta un saldo negativo, più marcato per la produzione prima Regioni della Competitività collocano sui mercati esteri soprattutto prodotti trasformati, mentre quelle della Convergenza prodotti agricoli, sebbene alcune Regioni meridionali mostrino dei timidi segnali di crescita delle sempre minore competitività sui mercati esteri, dove le esportazioni, pari a 16 miliardi di euro, rappresentano solo il 14% del fatturato, e anche sensibili rallentamenti nei tassi di crescita del saldo commerciale relativo ai prodotti di punta. Si consideri, inoltre, che il 60% delle esportazioni italiane riguarda solo 10 prodotti e, soprattutto, vino, frutta fresca, pasta, olio di oliva, formaggi. oltre il 4%, il settore primario, come già anticipato, perde unità dal 1995 al 2002, attestandosi a circa 1 milione di occupati (baseline indicator alimentare ne guadagna circa , portandosi a 504 mila occupati (baseline indicator n. 12). La crescita della redditività della terra e in modo particolare del lavoro, che caratterizza soprattutto il degli investime baseline indicator n. 7: circa 10,037 miliardi di euro e baseline indicator n. 11: circa 6,2 miliardi di euro), più evidente a partire dalla seconda metà degli anni novanta, in connessione con il secondo periodo di programmazione dei Fondi strutturali, sia a livello nazionale che delle Regioni della Convergenza. Tale evoluzione è accompagnata anche da cambiamenti gricoltura a fronte di un maggior ricorso al credito a tassi ordinari. Per quanto riguarda la composizione della PLV, infine, questa non subisce forti variazioni nel corso degli ultimi termini in PLV, infatti, si attesta sempre intorno al 35%, mentre aumenta leggermente quella delle coltivazioni legnose a scapito delle coltivazioni erbacee. In questo ambito la realtà delle singole Regioni è ovviamente molto differenziata, con Regioni che Romagna ma anche la Sardegna, con un incidenza del comparto superiore al 40%) ovvero per le coltivazioni legnose (in particolare Trentino Alto Adige e Calabria). 4
6 EVOLUZIONE DEI CONSUMI ALIMENTARI IN ITALIA Negli ultimi anni si sta assistendo a una contrazione dei consumi alimentari in termini di volume, soprattutto una minore incidenza numero di famiglie povere e una riallocazione dei consumi tra le diverse voci di spesa. Profonde trasformazioni hanno riguardato anche i comportamenti e gli stili di consumo. Tra i primi, dovuti soprattutto a fenomeni socio-demografici, si rileva un aumento dei pasti consumati fuori casa, la monodose, la ricerca di prodotti a maggiore valore aggiunto (quarta e quinta gamma). Riguardo agli stili di consumo, negli ultimi due decenni sono emerse delle nuove tendenze, che si stanno sempre più rafforzando, -industriali. Numerosi - con forti legami con il territorio, ovvero quelli con DOP, IGP, DOC, DOCG, IGT e VQPRD prodotti locali senza riconoscimento comunitario o nazionale e prodotti etnici; - prodotti locali che devono percorrere brevi distanze per arrivare al consumatore finale, con benefici a - con spiccate caratteristiche di salubrità e sicurezza o ottenuti con processi produttivi a basso impatto ambientale (prodotti biologici, di agricoltura integrata e OGM free); - a forte contenuto etico, per i quali si assicura che i lavoratori impiegati nel processo produttivo o di trasformazione non sono sfruttati, non operano in condizioni di scarsa sicurezza e che gli animali siano rispettati; - se forme di svantaggio o disagio danno un senso alle proprie capacità e realizzano percorsi di autonomia. La domanda di prodotti alimentari, tuttavia, si presenta piuttosto segmentata, in funzione non solo del prezzo ma anche delle occasioni e dei contesti di consumo. Di conseguenza, le strategie di marketing delle imprese, soprattutto di quelle di trasformazione, sono improntate a soddisfare determinati segmenti della domanda o a differenziare fortemente la produzione. della produzione costituisce una scelta obbligata per le imprese, che, operando in un mercato globalizzato, non possono competere con i Paesi dove la manodopera incide in misura minore sui costi di produzione, se non realizzando dei prodotti alimentari con specifiche caratteristiche qualitative. Grazie allo sviluppo di nuove tecnologie di produzione, alla capacità di maggiore affinamento delle tecniche di comunicazione, quindi, anche le imprese hanno contribuito a modificare le abitudini alimentari dei consumatori. 5
7 LA SITUAZIONE SOCIO-STRUTTURALE DEL SISTEMA AGRO-INDUSTRIALE ITALIANO Le aziende agricole in Italia sono circa 2,6 milioni, con una SAU di circa 13,2 milioni di ettari (ISTAT, 2000). Il settore agricolo italiano si caratterizza per un forte dualismo, dal momento che le aziende professionali, ossia 0% della SAU e producono il 73% del RLS, concentrandosi soprattutto nelle Regioni della Competitività e in alcuni comparti produttivi (riso, orto-floricolo e bovini da latte), mentre quelle con dimensione economica inferiore alle 4 UDE rappresentano il 72% delle imprese totali, coprendo il 24% della SAU e realizzando il 12% del RLS. Come già anticipato, i fattori che ostacolano un riequilibrio del settore dipendono soprattutto dalla ridotta iù evidente nelle Regioni della generazionale, che si traduce in una bassa percentuale di imprenditori agricoli al di sotto dei 40 anni (10%) e in i capi azienda con almeno il diploma di scuola media superiore rappresentano una quota (19%) rispetto al Nel 90% dei casi, le imprese agricole si configurano come familiari, a conduzione diretta del titolare. Prevalgono le imprese individua della Competitività. Le aziende zootecniche, invece, nel decennio intercorso tra gli ultimi due censimenti, si riducono fortemente, -sanitario, che hanno determinato un notevole aggravio dei costi a carico delle aziende, sia dei cambiamenti avvenuti Nonostante la ridotta dimensione della maggior parte delle aziende, numerose di queste hanno attivato processi più o meno spinti di diversificazione, realizzando attività commerciali, di lavorazione e trasformazione dei prodotti, contoterzismo, attività turistiche e, in generale, attività legate al territorio, alla cultura e al contesto socio- termini sia quantitativi che dei servizi offerti, a fronte, però, di una domanda che vede diminuire il numero di presenze, anche per la concorrenza da parte di altri Paesi in termini di prezzi e servizi offerti. Meno sviluppate prodotti forestali, ecc.. Il 61% commercializza in proprio la produzione, nella maggior parte dei casi per valori inferiori ai Euro. Poche, inoltre, sono le aziende inserite in circuiti di filiera, che consentirebbero di indirizzare più agevolmente il processo produttivo in funzione della domanda di mercato e ancor meno (1.700 unità complessivamente) - si è assistito a un aumento delle unità locali (+7%), a fronte di una riduzione della dimensione media in termini di addetti, soprattutto nelle Regioni Convergenza, dando luogo a una crescente diffusione di piccole imprese a carattere artigianale, che spesso privilegiano scelte produttive legate alla qualità e alla tradizione. Un accenno particolare merita il sistema cooperativo agroalimentare, rappresentato da oltre 5 mila cooperative con oltre 69 mila occupati, attraverso il quale numerose aziende agricole di piccole dimensioni masse critiche. Circa il 7% delle cooperative presenta dimensioni medio grandi (oltre 10 milioni di fatturato). quali il lattiero-caesario e la lavorazione delle granaglie. 6
8 Tranne che i comparti della lavorazione di frutta e ortaggi e degli oli, le imprese agro-industriali si concentrano soprattutto nelle Regioni Centro-settentrionali. frammentazione aziendale, che frena enormemente la capacità di posizionarsi sui mercati esteri, na finanza inadeguata ad assecondare i processi di internazionalizzazione delle imprese, dalla forte concorrenza da parte di Paesi comunitari e non, dalle difficoltà di approvvigionarsi presso il mercato nazionale, a causa della scarsa organizzazione delle aziende agricole, che non consente il raggiungimento di una certa massa critica e di determinati standard qualitativi, e dalla cattiva situazione finanziaria in cui versano soprattutto alcune grandi imprese. FORESTE E ATTIVITÀ FORESTALI I primi risultati del secondo Inventario Forestale Nazionale e del Carbonio 1 (IFNC, stimano nel nostro Paese una superficie complessiva delle risorse forestali pari a 10,7 milioni di ettari, concentrati per oltre il 50% nelle Regioni del Nord. La superficie forestale italiana rappresenta il 5% della superficie forestale totale europea ed è, essenzialmente arbusteti in evoluzione, macchia mediterranea e impianti di arboricoltura da legno. La pioppicoltura e le latifoglie nobili (ciliegio, noce, frassino, rovere) contano 218 mila ettari. a superficie forestale del 7,2%, aumento della produttività delle foreste (3 m 3 /anno/ettaro prodotti - FRA2005) e le limitate utilizzazioni legnose (circa 10 milioni di metri cubi), relegano è in parte determinata dalla ridotta dimensione media delle aziende forestali, che non favorisce una gestione ottimale delle stesse. La proprietà forestale a livello regionale è per lo più privata, soprattutto in quelle Regioni dove da tempo si è sviluppata una tendenza alla valorizzazione in chiave economica delle aree boschive. Fanno eccezione le Regioni delle Alpi centro orientali (Lombardia, Trentino, Veneto, Friuli Venezia Giulia) e quelle in cui sono aree rurali e montane si registra una scarsa gestione attiva del patrimonio forestale. In media la dimensione delle aziende agricolo-forestali private è inferiore ai 7 ettari. Ciò sicuramente non favorisce una gestione ottimale delle risorse forestali. Le operazioni forestali sono ostacolate viaria ogni caso svantaggiata e più costosa. La qualità merceologica della produzione di legno nazionale è abbastanza scarsa. Il 65% della produzione nazionale, infatti, è destinata a fini energetici (legna da ardere). Il ruolo delle foreste e delle produzioni forestali nel settore primario rimane quindi estremamente marginale. La produzione forestale primaria (materie prime legnose) conta, com -legno e sono caratterizzate da una media di 3-4 addetti per impresa. La produttività del lavoro nel settore forestale è contenuta e pari a 7 mila euro (baseline indicator n. 14) Le imprese di prima trasformazione (segherie) rappresentano il 3,2% delle imprese del quelle di seconda trasformazione della materia prima legnosa (produzione di mobili, carta e cartoni, pasta di cellulosa ed energia) rappresentano il 93% del totale. Le imprese della sotto filiera legno-arredamento raggiungono il 15% collegamento tra i diversi anelli della filiera produttiva e la scarsa qualità del materiale legnoso nazionale 1 INFC, progetto realizzato dal Corpo Forestale dello Stato in collaborazi sono ancora in fase di rielaborazione. 7
9 di prodotto finito (mobili). La produzione di energia rinnovabile da biomasse di legna e assimila rinnovabile prodotta a livello nazionale (2004), dato comunque sotto stimato, in quanto non comprensivo del quanto a quota del fabbisogno energetico complessivo coperto da produzione di energia da biomasse, pari al 2,5%, contro la media europea del 3,5%. Oltre alla rilevanza economico-produttiva, le risorse forestali hanno un ruolo strategico nella protezione del funzioni svolte dalle foreste, difficilmente valutabili in termini economici, definiscono la multifunzionalità del patrimonio forestale. L'uso delle superfici forestali assume quindi molteplici funzioni che possono garantire, attraverso un utilizzo consapevole e attivo del patrimonio forestale, vantaggi economici ed occupazionali non rtuna valorizzazione del ruolo ambientale, storico-culturale e sociale che le foreste svolgono. La gestione delle foreste è dunque sempre più orientata verso la produzione di servizi senza prezzo, indirizzando anche la produzione legnosa sempre più verso i I dati più recenti del programma di monitoraggio sullo stato di salute delle foreste del CONECOFOR evidenziano una situazione preoccupante delle foreste italiane. Nei 255 punti di osservazione monitorati (circa alberi) si rileva una defoliazione nel 40% dei casi. I dati degli ultimi 10 anni evidenziano un andamento altalenante, con un trend che passa dal 18% di alberi fortemente defolianti nel 1993 al 36% nel La serie storica degli incendi dal 1980 evidenzia come, malgrado le forti fluttuazioni legate agli andamenti climatici, si sia verificata una lenta diminuzione nei dati di superficie percorsa dal fuoco. A questo dato si contrappone però un costante aumento del numero di incendi, che sembra essersi arrestato solo negli ultimi anni. Nel solo 2005, la superficie percorsa dal fuoco è di circa ettari, con un numero di incendi di poco inferiore agli (fonte: Corpo Forestale dello Stato, 2006). LA QUALITÀ NEL SISTEMA AGROALIMENTARE E FORESTALE Negli ultimi anni si è assistito a un forte aumento del numero di prodotti italiani con DOP e IGP, che raggiungono quota 155, rappresentando il 21% dei prodotti comunitari con denominazione di origine e ponend Regioni in Convergenza. Per quanto riguarda il consumo di prodotti con denominazione di origine, il 2004, dopo due anni di sensibile contrazione, mostra segnali di ripresa, soprattutto nel comparto dei formaggi, a discapito di quello dei salumi (-4,1%) e degli oli di oliva (-11,2%). Il consumo di tali prodotti, pari complessivamente a 8,7 miliardi di euro, si presenta estremamente concentrato in termini sia di prodotto (65% relativo a Prosciutto di Parma, Grana Padano, Parmigiano Reggiano e Prosciutto di San Daniele) che di zona geografica (il 76% delle aree interessa le sole Regioni Emilia ei prodotti più consumati). Analogamente, il 60% delle esportazioni, pari a 1,5 miliardi di euro, riguarda tre prodotti, quali Prosciutto di Parma, Parmigiano Reggiano e il Prosciutto di San Daniele. Numerosi sono, inoltre, i VQPRD italiani, che contano 23 DOCG e 310 DOC, rappresentando il 33% della superficie complessiva a vite (ISTAT, 2000) e il 31% della produzione nazionale in termini di volume. Circa il 23% dei VQPRD italiani è prodotto nelle Regioni in Convergenza. Il consumo di vino delle famiglie italiane ha termini sia di volume che di valore. A ciò hanno contribuito diversi fattori, come la tendenza, da parte benefiche del vino dal punto di vista salutistico, la percezione di valori culturali e paesaggistico-territoriali 8
10 prezzi dei vini italiani nei primi anni del 2000, che ha portato anche a una contrazione delle esportazioni di VQPRD (-18% nel periodo ), e la mancanza di una diffusa cultura del vino. Nel complesso, il 2004 evidenzia una ripresa anche delle esportazioni di vino, che ha portato, oltre che a un consolidamento delle o Paese al Mondo per estensione della superficie a biologico, con 1,15 milioni di ettari. Tuttavia, il tasso di crescita relativo a questo indicatore, negli ultimi anni, è abbastanza contenuto e soprattutto se posto a confronto con quello relativo ai consumi, che nel biennio sono aumentati considerevolmente. Spesso, infatti, la fine del sostegno a titolo della misura agro-ambientale e il mancato riconoscimento di un maggiore valore aggiunto rispetto ai prodotti convenzionali concorrono fortemente alla contrazione della superficie a biologico, cui si uniscono le difficoltà di integrazione orizzontale e verticale degli agricoltori e, quindi, la mancanza di una filiera ben strutturata, che ne diminuiscono anche il potere contrattuale nei confronti delle imprese di trasformazione e dei distributori. Non sempre, inoltre, gli agricoltori riescono ad attivare i canali commerciali più adeguati ai diversi comparti e situazioni di produzione. Nonostante la crisi economica e finanziaria che si sta attraversando, in Italia il valore dei consumi di prodotti sumi è più contenuto, ma pur sempre sensibilmente positivo. Sebbene in misura diversa, pertanto, si accresce vendita diretta in azienda, con unità, di cui 924 aziende bio e bioagriturismi che, oltre -commerce (+39%) con 110 siti specializzati e dalle mense (+20%), che si portano a 791 servendo oltre un milione di pasti al giorno. Crescono, infine, i ristoranti (+12%, raggiungendo le 199 unità), da cui sono esclusi gli agriturismi, i mercatini (+8%; 208 nel 2008) e i negozi specializzati (+2%, con unità). La GDO copre il 20% del mercato e le vendite di prodotti confezionati aumentano del 10% nel linee di prodotti biologici di alcune catene, come Esselunga, Conad, Gruppo Pam, mentre COOP Italia lo mantiene invariato. Ancora, presso le botteghe del commercio equo, oltre il 40% del fatturato deriva dalla mondiale di prodotti da agricoltura biologica, diretti soprattutto verso USA, Giappone e resto di Europa. Cresce, inoltre, la domanda di prodotti biologici in diversi Paesi europei ed extraeuropei, che rendono favorevoli le prospettive di mercato. Benché agricoltori alla relativa misura agroambientale. la qualità e ambientali è in forte aumento il numero di certificazioni, sia delle aziende agricole, che delle re, secondo le norme ISO 9001 e ISO Negli ultimi anni, in Italia, ha incominciato a svilupparsi anche la certificazione forestale, assumendo sempre r sia pubblici che privati (Amministrazioni regionali, Proprietari boschivi, Industriali della prima, seconda e terza trasformazione del legno, Cooperative, Liberi professionisti e Aziende, Associazioni di Categoria). Per il settore forestale, gli schemi d presenta come carattere distintivo la certificazione regionale. Del patrimonio forestale nazionale risultano iscritti a questi due sistemi di certificazione forestale circa ettari, rispettivamente ettari con FSC e ettari di boschi con PEFC. 9
11 LA SALUTE E SICUREZZA SUL LAVORO Nonostante una leggera flessione registrata negli ultimi anni, il fenomeno infortunistico nel settore agro- ed a quello dei servizi, specialmente considerando il numero di infortuni occorsi per numero di occupati. settore agricolo-forestale valori generalmente superiori rispetto alla media registrata dal se e Servizi. Infatti, secondo i dati ufficiali nel triennio si è registrata una media di oltre incidenti annui nel settore agricolo-forestale, di cui oltre 120 mortali. Tra questi dati, poi, risulta essere rilevante ed in aumento la percentuale di infortuni occorsi ai lavoratori stranieri impiegati nel settore agroforestale (INAIL, 2009 considerano gli infortuni mortali e quelli che maggiormente rappresentata e tra queste una notevole incidenza è legata ad incidenti verificatisi durante 8 sono stati registrati 168 casi di incidenti causati dal ribaltamento e investimento di trattori, con 126 decessi (gli eventi presi in considerazione si riferiscono non solo ad incidenti occorsi durante le attività lavorative, ma anche a quelli verificatisi al di fuori di esse) (ISPESL,DTS, 2009). anni e dovuto principalmente al diffuso impiego di prodotti fitosanitari: le cause di tale incremento possono essere individuate nel non corretto impiego delle attrezzature necessarie alla distribuzione di fitofarmaci (es. atomizzatori, irroratrici, impolveratrici, ecc.); nelle operazioni di manutenzione e magazzinaggio che spesso vengono svolte senza rispettare quanto stabilito dai requisiti di legge; nella insufficiente formazione ed informazione degli operatori. I fattori che maggiormente influiscono sulla sicurezza degli operatori sono legati: - alla peculiare caratterizzazione delle aziende agricole e forestali, principalmente di dimensioni piccole o piccolissime, che hanno difficoltà a reperire le opportune risorse per una corretta gestione delle buone prassi in materia di salute e sicurezza sul lavoro; - alla presenza diffusa di macchine ed attrezzature vetuste(secondo stime del 2008, il parco trattrici (UNACOMA, 2008); - alla diffusa presenza di operatori anziani e alla carenza di formazione ed informazione dei lavoratori addetti, sia riguardo le misure generali di tutela, che riguardo istruzioni specifiche per Inoltre, si deve tener conto anche del fatto che la recente modifica della legislazione italiana in materia di del settore, richiedendo maggiori sforzi per il mantenimento della conformità ai nuovi requisiti. Tra tali nuovi obblighi nel settore agricolo e forestale si segnala, in particolare, la necessità di adeguare i trattori agricoli o decreto. settore hanno portato ad un trend positivo del fenomeno infortunistico registrato negli ultimi anni, con una riduzione del 4% degli infortun LA LOGISTICA PER IL SISTEMA AGRO-INDUSTRIALE La logistica non afferisce semplicemente al trasferimento di una merce da un luogo a un altro del territorio, te quelle tecniche e funzioni organizzative - concentrazione dell'offerta in piattaforma, stoccaggio, rottura e manipolazione del carico, tecniche di magazzinaggio, preparazione degli ordini, gestione della catena del freddo - che costituiscono lo strumento essenziale per garantire la consegna 10
12 -industriale la logistica si stia sempre più affermando come un fattore competitivo a tutti i livelli della catena produttiva, commerciale e distributiva. Da una recente indagine ISMEA (2006), emergono alcuni aspetti importanti su cui riflettere per la definizione delle strategie di intervento: - è mediamente elevato il numero degli attori commerciali coinvolti nei processi di commercializzazione; i canali di commercializzazione eccessivamente lunghi portano a inefficienze commerciali e logistiche che ricadono sul prezzo finale di vendita; - riguardo ai trasporti, risultano particolarmente elevati i trasporti sotto i 50 Km, a dimostrazione della necessità di una forte razionalizzazione dei traffici anche a livello di sistemi territoriali locali; - à di gestione dei carichi e dei viaggi di ritorno, determina costi di trasporto elevati; - difficoltà delle imprese nella gestione diretta della catena del trasporto; - - sono importanti i problemi legati alla corretta gestione della catena del freddo, al rispetto dei tempi di trasporto, alla non conformità delle merci in ingresso; - la dotazione informatica delle imprese (ICT) non è soddisfacente, così come sono insufficienti i prestatori -to- - è assai generalizzata la domanda di nuove e specifiche professionalità sui temi della logistica. comprensoriale, esistono forti difficoltà a reperire specifici fattori di produzione come, ad esempio, i mangimi e i sementi certificati, che determinano un allungamento della filiera e, quindi, un aumento dei costi. LE PROBLEMATICHE GENERALI DELLE FILIERE PRODUTTIVE Le filiere analizzate nel PSN sono quelle che incidono maggiormente in termini di PLV del settore agricolo dal 5% del comparto vitivinicolo al 24% di quello ortofrutticolo. Dal punto di vista del fatturato delle imprese -caseario. Le filiere tabacco e bieticolo-saccarifere sono state incluse in quanto, a seguito della riforma delle relative OCM, n potranno essere evidenziati i fabbisogni delle principali filiere regionali. In generale, le diverse filiere agroalimentari italiane sono caratterizzate da numerosi aspetti comuni sia positivi che negativi. Tra i primi si richiama soprattutto la diffusa presenza sul territorio di prodotti di qualità, con riguardo sia alle denominazioni di origine che ai prodotti agricoli biologici, specialmente vegetali. Più numerosi, invece, i secondi, che si identificano con la ridotta dimensione delle aziende agricole, in termini di superficie e di capi allevati, e delle imprese di trasformazione, con riguardo al fatturato e al numero di addetti; la riduzion caseario, anche di quelli trasformati, a fronte di un aumento dei costi di produzione; gli elevati margini di intermediazione a scapito dei produttori di base e dei consumatori; le difficoltà di coordinamento orizzontale e verticale; la perdita di competitività sui mercati esteri, tranne nel caso del vino, dove si stanno recuperando quote di mercato e se ne conquistano di nuove nei mercati emergenti, e del florovivaismo. 11
13 tabacchicolo, la ristrutturazione e modernizzazione degli impianti di trasformazione (soprattutto nel caso di vino, olio, carni e lattiero- getico. Tali carenze comportano anche un abbassamento del livello qualitativo delle produzioni agricole e delle produzioni di origine animale, il miglioramento della qualità passa anche attraverso una di origine vegetale, è carente la valorizzazione delle cultivar autoctone, soprattutto con riguardo a olio, ortofrutta e florovivaismo. La realizzazione di attività di ricerca, sperimentazione e trasferimento di know-how è particolarmente carente -casearia. a razionalizzazione e un miglioramento della logistica è legata alla maggiore efficienza della rete distributiva e al rafforzamento dei sistemi intermodali, indispensabili per migliorare la competitività di tutte le produzioni italiane. LE PROBLEMATICHE SPECIFICHE DEL SETTORE LATTIERO CASEARIO A seguito dell è L una maggiorazione del, considerando che tale quota viene oggi già prodotta nel nostro Paese, si è ritenuto che non possa portare ad un ulteriore accelerazione del processo di concentrazione produttiva già in atto. Inoltre, gnare le imprese di produzione e trasformazione del latte verso il mercato libero, attraverso misure specifiche per il settore. Il settore lattiero caseario italiano è caratterizzato da una forte eterogeneità sia intermini di tipologie di allevamenti sia di produzioni. Inoltre vi è una notevole diversità rispetto ai rapporti ed al ruolo che tività di produzione e trasformazione del latte colturali molto diversificate. te studio ne ha individuate ben 8 sulla base del carico di animali per ettaro di SAU, della tipologia di stabulazione e per le modalità di alimentazione. La tendenza è quella di una polarizzazione verso due tipologie quella degli allevamenti intensivi, in cui la concentrati, ed una estensiva con ricorso al pascolamento estivo ed alimentazione basata principalmente sui foraggi. Nel periodo , sempre secondo stime INEA alla prima tipologia appartenevano oltre il 78% degli allevamenti nazionali. Complessivamente in Italia nel 2008 hanno prodotto latte bovino allevamenti titolari di quote. La prima tipologia è quella più diffusa, non solo nella Pianura Padana, dove si concentra il 70% della produzione di latte bovino italiano, ma anche nelle arre di pianura e collina del centro e sud Italia (13% circa della produzione) La seconda tipologia è presente quasi esclusivamente nelle aree montane latte, solamente vengono portate al pascolo e solo circa (il 17%) rimangono al pascolo per più mesi. In tutti i casi il pascolamento avviene in allevamenti che nel periodo di stabulazione utilizzano ancora tecniche tradizionali basate sulla stabulazione fissa ( Istat Indagine sulle strutture agricole del 2005) 12
14 vole processo di concentrazione che trova attualmente i seguenti limiti: a) per la prima tipologia, quella intensiva al chiuso, gli ostacoli al perseguimento di ulteriori economie di scala sono riferibili alla scarsa disponibilità e alti costi della terra che risulta indispensabile per un aumento delle dimensioni degli allevamenti, compatibile con le normative ambientali, in particolare con quelle relative alle acque; b) per la seconda tipologia quella estensiva con il ricorso al pascolo, il fattore critico è la necessità di da una forte specializzazione produttiva che ha favorito la razionalizzazione delle tecniche di allevamento ed un più veloce ammodernamento delle strutture, con conseguente miglioramento qualitativo della produzione. Su questo processo ha contribuito anch qualitativi sia del latte sia dei servizi collegati alle consegne per farle corrispondere alle richieste della trasformazione con conseguente aumento del latte destinato alle produzioni lattiero casearie di qualità ed al Più lento e meno diffuso il processo di ammodernamento delle strutture e delle tecniche di allevamento nelle aree montane e soprattutto nelle aree svantaggiate interne dove permangono allevamenti di piccole e medie dimensioni che conferiscono il latte principalmente a cooperative di trasformazione locali. Il mantenimento di questi allevamenti assume oggi grande rilievo per la valenza ambientale che questi hanno, ma rende necessari adeguamenti volti al miglioramento soprattutto alle strutture e alle caratteristiche qualitative delle produzioni. INEA, per valutare scenario soft- produzione di latte, che nel 2015 dovrebbe raggiungere circa il 7% in più rispetto allo scenario base di mantenimento delle quote per quello destinato al settore delle DOP e il del 4% circa per il latte indifferenziato. In termini di prezzi alla stalla lo scenario prevede una diminuzione progressiva a partire dal 2009 con una riduzione percentuale complessiva alla fine del periodo transitorio, nel 2015, di circa il 5% per il latte destinato alle DOP, e del 6% per quello destinato alle produzioni indifferenziate. mercato dei prodotti derivati dovrebbe esser più contenuto sia in termini di aumenti della produzione (5% per le produzioni DOP, 6% per le altre) sia in termini di prezzi (2,8% per le DOP, 3,5% per le altre produzioni). Un tale scenario trova il suo limit confermano che sul mercato italiano permane un trend di minore sviluppo della domanda di prodotti propulsione verso le produzioni DOP conseguente allo smantellamento delle quote deve quindi essere assolutamente accompagnata da un riassetto organizza volte soprattutto alla qualificazione e innovazione dei processi e dei servizi con particolare attenzione ai mercati esteri per quanto concerne le produzione tradizionali DOP. Vi è quindi la necessità di un adeguamento strutturale, gestionale e organizzativo per migliorare le performance in materia di igiene, sanità, benessere animale e sicurezza, qualità delle produzioni che sono entrate a pieno titolo nella definizione delle performance economiche e quindi della competitività delle imprese agricole. La riduzione dei prezzi, già in atto, ha conseguenze rilevanti sulla redditività degli allevamenti sia quelli intensivi sia quelli posti nelle aree montane dove il costo di produzione è stimabile del 20% più alto rispetto alle aree di pianura ( CRPA 2008). Il margine lordo di produzione del latte tra il 2003 ed il 2007 si è ridotto in media del 30 % circa con punte più elevate per quello destinato alla produzione di Parmigiano reggiano, rispetto a quello destinato a latte alimentare (CRPA 2008), riducendo drasticamente il reddito familiare che diviene negativo al di sotto di un 13
15 alimentare e destinato a produzioni industriali (Stime CRPA 2008). Un elemento centrale di criticità del settore lattiero italiano è quindi rappresentato dai maggiori costi di produzione del latte alla stalla che caratterizza gli allevamenti italiani rispetto a quelli dei partners europei. 14
16 Confronto tra costi di produzione del latte in alcuni paesi europei (Media anni ) Fonte: elaborazioni su dati CRPA -EDF Il principale responsabile della minor competitività dei nostri allevamenti è il costo di alimentazione che risulta più elevato rispetto a tutti gli altri Paesi fatta eccezione per la Spagna. Il differenziale tra Italia e partners europei è dovuto sia al maggior costo di produzione dei foraggi, sia al maggior ricorso da parte degli allevatori a concentrati a base di cereali acquistati tal quali o prodotti in azienda sempre a partire da materie totale di produzione ed è inoltre soggetto a fluttuazioni dovute alla crescente volatilità del prezzo delle commodities. Incidenza percentuale delle principali voci di costo per Paese (Media anni ) Fonte: elaborazioni su dati CRPA -EDF Un ulteriore elemento di minore competitività è rappresentato dal costo dei carburanti e dai costi di tipo della meccanizzazione risulta invece più basso sia in termini assoluti sia percentuali nel nostro Paese rispetto ai partners comunitari denotando una minor consistenza ed ammodernamento del parco macchine. Solo negli ultimi anni, in particolare nelle aree delle Pianura Padana, la spinta alla meccanizzazione sembra 15
17 costo totale del 14% circa. ne è stata effettuata con riferimento ad un campione di stalle per la produzione di latte destinato al consumo fresco od produzione denota una notevole diversità a livello nazionale, legata alle condizioni pedoclimatiche e ad altri fattori: in particolare, nelle aree montane, dove vi è un notevole incremento dei costi legati alla produzione di foraggi, alle strutture e soprattutto a quelli del lavoro legati a maggior impegno di manodopera nel periodo di pascolamento. Costi di produzione del latte: confronto tra areali nazionali. Media anni ) Fonte: elaborazione su dati ISMEA n tutte le aree di produzione la principale voce di costo, cresce man mano che ci si allontana dalle aree della pianura padana, dove vi è possibilità di produrre mais ceroso che costituisce la base della razione alimentare delle bovine da latte. Nelle aree meridionali, infatti, il costo pianura padana di circa 5 euro per 100 kg. I costi di alimentazione sono anche per queste aree la principale vo comparativa della struttura dei costi di produzione sembra indicare per le aree meridionali la possibilità di una riduzione legata anche qui a inn migliore organizzazione del lavoro. Le particolari condizioni degli allevamenti nelle aree montane e nvece strategie di valorizzazione delle produzioni attraverso una loro qualificazione con conseguenti interventi sulle strutture al fine di migliorare la qualità igienico-sanitaria ed organolettica del latte anche nel periodo di stabulazione invernale. Questi fattori, che costituiscono elementi differenziali importanti rispetto ai principali produttori europei rendono necessarie negli allevamenti italiani strategie volte ad aumentare il valore aggiunto attraverso attività connesse a quella della produzione di latte. In alcune aree specializzate come quelle del nord Italia questi processi di diversificazione o di integrazione verticale sono già in atto (produzione di energia da reflui, izzazione di nuovi circuiti di commercializzazione: es. distribuzione di latte crudo), mentre nelle aree montane tali attività di supporto al realizzazione di attività ricettive e didattiche. Nelle regioni centrali e meridionali, la diversificazione produttiva verso la produzione di carne può essere unita in alcuni casi alla vendita diretta che trova tuttavia un forte limite nei notevoli costi di investimento per il punto vendita in presenza di un mercato caratterizzato da una riduzione dei consumi e dei prezzi delle carni bovine. 16
18 Questi fenomeni, anche se a carattere congiunturale assumono una notevole importanza nel percorso di ristrutturazione del settore, in quanto consentono agli allevamenti intensivi specializzati di far fronte estensivi di far fronte alla necessità di risorse per affrontare gli investimenti necessari al miglioramento dei fattori strutturali che influiscono sulla qualità delle produzioni e ad una loro diversificazione. La diminuzione del prezzo della materia prima rende quindi indispensabile prevedere la possibilità di di soprattutto nelle aree interne e montane, il maggior numero di aziende agricole con conseguente mantenimento di occupazione e di presidio del territorio. to nella fase di trasformazione. Anche in questo caso lo scenario appare differenziato per le diverse tipologie di produzione che caratterizzano i comparto lattiero caseario nazionale. La tendenza alla riduzione dei consumi delle produzioni tradizionali DOP comporta una riduzione dei prezzi del prodotto al consumo, soprattutto nei importazioni di questi prodotti e quindi alla necessità per la filiera nazionale ed in particolare per il segmento della trasformazione industriale di una differenziazione delle produzioni attraverso strategie di innovazione basate sul contenuto salutistico e nutrizionale dei derivati del latte. Un forte coordinamento ed integrazione contrattuale tra le fasi di produzione e trasformazione risulta indispensabile per la redistribuzione del valore aggiunto a livello nazionale. Un fattore chiave è quello della logi fase di raccolta e concentrazione del latte sia di commercializzazione del latte alimentare di Alta qualità e dei derivati freschi e freschissimi legati alla gestione della catena del freddo. 1.2 La situaz BIODIVERSITÀ La penisola italiana è caratterizzata da un consistente patrimonio di biodiversità dovuto alla grande varietà di Le aree agricole ad alto valore naturale interessano una SAU pari a circa 6 milioni ettari (baseline indicator n. 18), circa il 32% della superficie agricola; queste, insieme alle aree forestali ad alto valore naturale, si concentrano soprattutto nelle aree protette (incluso la rete Natura 2000) arrivando a coprire nel loro insieme ,37 km 2, pari a circa il 20,5% della superficie territoriale. Di questo, il 20- legata alle aree agro-forestali ad alto valore naturale, con particolare attenzione alle aree Natura 2000, riveste pertanto un ruolo di grande importanza: per la conservazione della biodiversità naturale; per la struttura del paesaggio tradizionale italiano; per le produzioni tradizionali; per la diversificazione nel settore turisticoricreativo. (diversità genetica, diversità delle specie e diversità degli ecosistemi). Lo stato preoccupante della biodiversità nelle aree agricole, segnalato anche dal fatto che ad esse è legato circa il 47% (o il 63% se si considerano anche le risaie e i pascoli alpini) delle specie di uccelli minacciate o in declino, con un agricola, aggiornato al 2005, di 90,4 (baseline indicator n. 17) dovuta principalmente ai seguenti fattori ag L'erosione genetica che si osserva negli ultimi decenni è, come accennato, principalmente collegata alla marginalizzazione, se non al completo abbandono, di molte specie agrarie coltivate (riduzione della variabilità 17
19 interspecifica) e alla sostituzione di molteplici varietà locali e ecotipi ad alta variabilità genetica con un numero molto limitato di varietà e razze a stretta base genetica (riduzione della variabilità intraspecifica). La conversione verso forme di coltivazione e di allevamento altamente specializzate è la principale causa di questa semplificazione, sebbene manchi una quantificazione dettagliata dell'evoluzione per patrimonio genetico delle specie agrarie negli ultimi decenni. Secondo le più recenti stime disponibili, in Italia si coltivano attualmente ancora 665 specie, di cui 551 sono coltivate nel centro-nord della penisola, 521 nel sud e in Sicilia e 371 in Sardegna. Sulla base del riproduttrici inferiore alla soglia stabilita dal regolamento di attuazione per lo sviluppo rurale, sotto la quale una razza locale è da considerarsi minacciata di estinzione, risulta che il maggior numero di razze minacciate (71) si riferisce agli ovini e ai caprini, anche se per 13 di queste non si hanno valori certi. Seguono i bovini (26), gli equini (23) e i suini(6) secondo i dati Eurostat. considerazione anche quella che ha colpito negli ultimi anni la popolazione di insetti pronubi, che svolgono un ruolo cruciale nella conservazione della biodiversità. Nel periodo compreso tra il 1970 e il 2000 i prati e i pascoli sono diminuiti del 38%, passando da 5.5 milioni di onseguente aumento della copertura forestale a spese degli ambienti aperti in gran parte dei territori di montagna e collina; la conversione in seminativi o aree urbanizzate dei prati e pascoli di pianura. Attualmente un gran numero di specie é minacciato dalla scomparsa degli ambienti prativi di montagna e di collina. Le formazioni erbose seminaturali utilizzate come pascolo permanente nelle regioni mediterranee rappresentano una delle tipologie di ambienti più ricche di biodiversità ma anche più minacciate. In Italia negli di irrigazione ha distrutto la maggior parte di questi ambienti con catastrofiche conseguenze su molte specie selvatiche. La popolazione di una specie ombrello tipica di questi ambienti, la Gallina prataiola, è dimezzata nel corso degli ultimi 15 anni e la situazione in Sardegna (unica regione dove è rimasta dopo essersi estinta sul stima che le aree a pascolo permanente (steppe) siano passate Oltre ai benefici per la biodiversità, i pascoli permanenti svolgono altre indispensabili funzioni depurazione delle acque e la regolazione degli equilibri idrogeologici. Nelle aree forestali, invece, i problemi di conservazione della biodiversità sono attribuibili principalmente a fattori quali: la mancanza di una adeguata pianificazione forestale strategica; la difficoltà ad attivare e mantenere una gestione forestale attiva ed ecologicamente compatibile; gli incendi; la frammentazione della proprietà (inclusa la difficoltà di realizzare forme di gestione compatibili in assenza della proprietà) e, in alcuni -pastorali dovuto allo spopolamento delle aree montane. Se da un lato si rileva la grande delle misure di conservazione specifiche. In particolare, questa carenza ha spesso comportato la non attivazione e attuazione delle misure dello sviluppo rurale, che rappresentano una delle principali fonti di finanziamento per la gestione dei siti stessi. Attualmente i la definizione di misure di conservazione relative a zone speciali di conservazione (ZSC) e a zone di protezione 2000, rappresenta una base giuridica che fornisce una risposta alle lacune pre-esistenti e che tuttavia deve essere declinato a livello regionale. Al fine di non prorogare ulteriormente occorrerà prevedere la corretta gestione dei siti legati ad habitat agricoli e forestali, sulla base di quanto fatto per le ZPS con il DM 17 ottobre 2007, tenendo presente che entro il 2009 dovranno essere designate le ZSC della regione biogeografica alpina, entro il 2010 quelle della regione biogeografica continentale ed entro il 2012 quelle della regione biogeografica mediterranea. 18
20 Il recupero delle zone umide sia in termini di superficie che in termini di diversificazione e rinaturalizzazione rappresenta una priorità assoluta per la conservazione della biodiversità. Le zone umide sono infatti ambienti lungo la rotta migratoria del Mar Mediterraneo centrale che collega i continenti europeo ed africano. Le zone inquinanti di origine agricola (principalmente i fertilizzanti) sugli ambienti lacustri e costieri nonché sui sistemi lagunari, t nella regolazione del ciclo delle acque e nella mitigazione degli eventi estremi (alluvioni e magre eccezionali). Anche le risaie assolvono a ruoli ecologici importanti in alternativa alle zone umide naturali, soprattutto quali a frazione importante delle risaie attuali. Negli ultimi cinquanta anni, in Italia la maggior parte dei fiumi è stata oggetto di un'intensa attività da parte dell'uomo che ne ha modificato radicalmente assetti e dinamiche. In termini complessivi si è registrata una perdita considerevole sotto il profilo della biodiversità e sotto quello della riconoscibilità e qualità del situazione sono tre. La di pianura tramite la creazione di argini e difese spondali di vario tipo. Confrontando gli alvei fluviali rappresentati nelle cartografie del con quelli restituiti dalle cartografie odierne la percentuale degli alvei pluricursali ricondotti alla monocursalità è elevatissima, e le aree di pertinenza fluviale sono più che dimezzate. La seconda dinamica antropica che ha modificato profondamente i regimi fluviali è la progressiva e diffusa urbanizzazione del territorio, con conseguente impermeabilizzazione. Le aree urbanizzate hanno, rispetto al idraulico. Un ulteriore contributo alla diminuzione dei tempi di corrivazione è dato dalle coltivazioni, soprattutto se con orientamento monoculturale, che lasciano il suolo totalmente privo di vegetazione (ovvero nelle sue condizioni minime di capacità di intercetta soprattutto quelli mediamente più piovosi. italiani presenta una situazione ambientale buona, un terzo ha mantenuto un certo grado di qualità ed un terzo è inquinato oppure fortemente inquinato 2. La Direttiva quadro nel settore delle acque (2000/60/CE) mette la rinaturalizzazione degli ambienti fluviali al centro di una nuova logica di gestione delle risorse idriche basata sulla funzionalità ecologica e non più delle acque e mitigare gli impatti idrologici (alluvioni, carenza idrica, ecc.), rappresenta anche una preziosa opportunità per recuperare la biodiversità legata a tali ambienti. Inoltre i fiumi, oltre che fornire habitat a spostarsi in un territorio sempre più antropizzato. RISORSE IDRICHE si è assistito ad un marcato decremento delle precipitazioni invernali e ad una crescente frequenza ed intensità delle ondate di calore primaverili - estive, nonché ad una maggiore frequenza di precipitazioni temporalesche brevi ed intense, tutti fenomeni che accrescono la suscettibilità del territorio Esaminando il territorio italiano, si può osservare che le regioni 2 19
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