Source: http://blog.uniecampus.it/appunti-di-diritto-privato-la-responsabilita-precontrattuale/
Timestamp: 2017-12-12 06:28:34+00:00
Document Index: 127630065

Matched Legal Cases: ['art. 1337', 'art. 1337', 'art. 1337', 'art. 1418', 'art. 1337', 'art. 1337', 'art. 2043', 'art. 1337', 'art. 1225', 'art. 1337', 'art. 2043', 'art. 1375', 'art. 1337', 'art. 1337', 'art. 1175', 'art. 1175', 'art. 1375', 'art. 1338', 'art. 1338', 'art. 1338', 'art. 1338', 'art. 1338', 'art. 1137', 'art. 1338', 'art. 1338', 'art. 1440']

Il codice civile vigente ha disciplinato la responsabilità precontrattuale agli artt. 1337 e 1338 c.c., che rispettivamente prendono in esame la violazione del canone di buona fede e l’omessa comunicazione di una causa di invalidità conosciuta o conoscibile.
L’interesse tutelato è all’evidenza l’interesse del soggetto a non essere coinvolto in trattative inutili, a non subire coartazione e comportamenti sleali che inquinino il regolare svolgimento dei traffici negoziali. Tra le norme che si riferiscono all’accordo, particolare rilievo riveste l’art. 1337 c.c. che, rubricato «trattative e responsabilità contrattuale» statuisce che «le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede».
Si deve cercare, cioè, un bilanciamento tra le opposte esigenze immanenti alla stipula dell’atto. Da una parte, infatti, è fisiologico che ciascuno dei soggetti persegua il proprio interesse, cercando di stipulare il contratto nel modo che più gli conviene.
Dall’altra, è necessario che le trattative e la conclusione dell’accordo avvengano in modo corretto, secondo buona fede. Questa funge, ad un tempo, da limite e mezzo di tutela degli interessi privati. Così, il concetto di buona fede, se da un lato “comprime” il perseguimento dei legittimi interessi privatistici, dall’altro protegge proprio detti interessi, poiché garantisce ai contraenti la reciproca correttezza nelle trattative. La buona fede ex art. 1337 c.c. comporta il divieto per il contraente di interrompere ingiustificatamente le trattative, quando l’altra parte abbia riposto un ragionevole affidamento nella conclusione del contratto.
Si considera attratta nella norma anche l’ipotesi in cui, sebbene la stipula vi sia stata, la mala fede abbia determinato un contenuto pregiudizievole per la vittima.
«La responsabilità precontrattuale può conseguire tanto in relazione al processo formativo del contratto, quanto alle semplici trattative, considerate come quella fase anteriore in cui le parti si limitano a manifestare la loro tendenza verso la stipulazione del contratto, senza ancora porre in essere alcuno di quegli atti di proposta e di accettazione che integrano il vero e proprio processo formativo» (Cass. civ., sez. III, 18 luglio 2003, n. 11243).
«Non costituisce ipotesi di responsabilità precontrattuale la fattispecie in cui l’accordo tra le parti si é formato, ma a condizioni diverse da quelle che si sarebbero avute se la parte venditrice non avesse tenuto nei confronti degli acquirenti un comportamento contrario alla buona fede, in quanto la configurabilità della responsabilità precontrattuale è preclusa dalla intervenuta conclusione del contratto» (Cass. civ., sez. II, 5 febbraio 2007, n. 2479).
La responsabilità precontrattuale ha conosciuto un processo evolutivo importante quale tecnica dei contraenti deboli. In tale direzione viene valorizzato il ruolo del così detto “dovere di protezione”, che è quello di stabilire un principio generale in tema di diritti spettanti al contraente debole che costituisce il fondamento ispiratore della normativa consumieristica. Con la locuzione “doveri di protezione” si fa riferimento all’obbligo dei contraenti di comportarsi secondo buona fede. In quest’ottica, la buona fede in senso oggettivo viene elevata dalle più recenti pronunce della Cassazione ad un principio di giustizia superiore, cioè ad un principio di solidarietà contrattuale che trascende il regolamento negoziale imponendo a ciascuna parte di salvaguardare l’utilità dell’altra a prescindere da obblighi contrattuali o extracontrattuali. L’equità delimita diritti e doveri delle parti. La buona fede richiede un impegno di solidarietà che obbliga ciascuna parte a tener conto dell’interesse dell’altra pur se si tratta di un interesse che non trova specifica tutela nella pretesa contrattuale o in altri diritti.
«Il principio di buona fede oggettiva, intesa come reciproca lealtà di condotta delle parti, deve accompagnare il contratto in tutte le sue fasi, da quella della formazione a quella della interpretazione e della esecuzione, comportando, quale ineludibile corollario, il divieto, per ciascun contraente, di esercitare verso l’altro i diritti che gli derivano dalla legge o dal contratto per realizzare uno scopo diverso da quello cui questi diritti sono preordinati nonché, il dovere di agire, anche nella fase della patologia del rapporto, in modo da preservare, per quanto possibile, gli interessi della controparte e quindi, primo tra tutti, l’interesse alla conservazione del vincolo. L’apprezzamento della slealtà del comportamento della parte che invochi la risoluzione del contratto per inadempimento pur avendo altre vie per tutelare i propri interessi, deve necessariamente ripercuotersi sulla valutazione della gravità dell’inadempimento stesso, che dell’abuso del creditore della prestazione costituisce l’interfaccia» (Cass. civ., sez. III, 31 maggio 2010, n. 13208).
Ed è in questo contesto che si colloca l’istituto dell’abuso del diritto, che sta ricevendo sempre maggiore applicazione pratica. Infatti, la Cassazione tende a creare un legame indissolubile tra la nozione di buona fede in senso oggettivo e la figura dell’abuso del diritto, nel senso che il recupero dell’abuso del diritto è avvenuto attraverso la valorizzazione della clausola di buona fede. Poiché, infatti, l’obbligo di buona fede oggettiva costituisce un autonomo dovere giuridico, espressione del generale principio di solidarietà sociale, essa diventa strumento di controllo dell’esercizio del diritto, nel senso che le parti, tenendo comportamenti consentiti dal regolamento contrattuale, sono tenute a salvaguardare reciprocamente l’interesse altrui. Naturalmente nei limiti del sacrificio apprezzabile.
«Criterio rivelatore della violazione dell’obbligo di buona fede oggettiva è quello dell’abuso del diritto. Gli elementi costitutivi dell’abuso del diritto sono i seguenti: 1) la titolarità di un diritto soggettivo in capo ad un soggetto; 2) la possibilità che il concreto esercizio di quel diritto possa essere effettuato secondo una pluralità di modalità non rigidamente predeterminate; 3) la circostanza che tale esercizio concreto, anche se formalmente rispettoso della cornice attributiva di quel diritto, sia svolto secondo modalità censurabili rispetto ad un criterio di valutazione, giuridico o extragiuridico; 4) la circostanza che, a causa di una tale modalità di esercizio, si verifichi una sproporzione ingiustificata tra il beneficio del titolare del diritto ed il sacrificio cui è soggetta la controparte. L’abuso del diritto, quindi, lungi dal presupporre una violazione in senso formale, delinea l’utilizzazione alterata dello schema formale del diritto, finalizzata al conseguimento di obiettivi ulteriori e diversi rispetto a quelli indicati dal legislatore. È ravvisabile, in sostanza, quando nel collegamento tra il potere di autonomia conferito al soggetto ed il suo atto di esercizio, risulti alterata la funzione obiettiva dell’atto rispetto al potere che lo prevede» (Cass. civ., sez. III, 18 settembre 2009, n. 20106).
In tal senso milita la dilatazione della responsabilità in esame dai casi classici delle trattative infruttuose in cui viene in rilievo il danno da lesione dell’interesse negativo a non essere coinvolto in trattative inutili, ai casi in cui le trattative, per effetto dell’altrui comportamento scorretto sfocino in un contratto valido ma iniquo. In quest’ultimo caso il danno risarcibile è dato dall’interesse positivo differenziale, legato al vantaggio che sarebbe stato conseguito in caso di stipula di un contratto non influenzato nel suo contenuto dall’altrui condotta abusiva.
In particolare, lo sviluppo di forme di responsabilità precontrattuale ulteriori rispetto al recesso ingiustificato dalle trattative – specie per il difetto o la falsità delle informazioni che sfoci in un contratto dannoso –, comporta che la responsabilità concerna anche contratti senza trattativa, che si formino con l’incontro tra proposta e accettazione. Si pensi al caso di una proposta accettata immediatamente, contenente informazioni erronee, che abbia violato il canone di buona fede.
Secondo l’opinione prevalente, ribadita dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (sent. 19 dicembre 2007, n. 26724), il contraente che ometta di fornire alla controparte le informazioni dovute oppure comunichi informazioni false o reticenti viola la regola della correttezza comportamentale ed è responsabile ai sensi dell’art. 1337 c.c. per i danni eventualmente cagionati, fermo restando la validità del contratto concluso.
«La violazione dei doveri di informazione del cliente e di corretta esecuzione delle operazioni che la legge pone a carico dei soggetti autorizzati alla prestazione dei servizi di investimento finanziario può dar luogo a responsabilità precontrattuale, con conseguente obbligo di risarcimento dei danni, ove tali violazioni avvengano nella fase precedente o coincidente con la stipulazione del contratto d’intermediazione destinato a regolare i successivi rapporti tra le parti; può invece, dar luogo a responsabilità contrattuale, ed eventualmente condurre alla risoluzione del predetto contratto, ove si tratti di violazioni riguardanti le operazioni di investimento o di disinvestimento compiute in esecuzione del contratto di intermediazione finanziaria in questione. In nessun caso, in difetto di previsione normativa in tal senso, la violazione dei suaccennati doveri di comportamento può però determinare la nullità del contratto di intermediazione, o dei singoli atti negoziali conseguenti, a norma dell’art. 1418, comma 1, c.c.» (Cass. civ., sez. un., 19 dicembre 2007, n. 26724).
«In presenza di un prospetto di offerta pubblica di sottoscrizione di azioni societarie che contenga informazioni fuorvianti in ordine alla situazione patrimoniale della società, l’emittente (nella specie l’istituto bancario) al quale le errate informazioni siano imputabili, anche solo a titolo di colpa, risponde a titolo di responsabilità precontrattuale ex art. 1337 c.c. verso chi ha sottoscritto le azioni del danno subito per aver acquistato titoli di valore inferiore a quello che il prospetto avrebbe lasciato supporre, dovendosi presumere, in difetto di prova contraria, che la non veridicità del prospetto medesimo abbia influenzato le scelte di investimento del sottoscrittore» (Cass. civ., sez. I, 11 giugno 2010, n. 14056).
Sulla natura giuridica della responsabilità precontrattuale, da tempo si fronteggiano due opposti orientamenti. L’orientamento dottrinario, prevalente in giurisprudenza, sostiene che la violazione dell’art. 1337 c.c. costituisca una forma di responsabilità extracontrattuale, che si riconnette alla violazione della regola di condotta stabilita erga omnes a tutela di un interesse superiore, che si collega al corretto svolgimento dell’iter di formazione del contratto e che attesta, se violato, l’esistenza dell’ingiustizia del danno ai sensi dell’art. 2043 c.c.
Detto orientamento afferma che non vi può essere responsabilità contrattuale se un contratto non sia stato concluso. Pertanto, in assenza degli artt. 1337 e 1338 c.c., l’illecita lesione degli altrui interessi troverebbe tutela nel 2043 c.c. Dalla premessa della non equipollenza al contratto del mero contatto sociale precontrattuale, il corollario secondo cui gli artt. 1337 e 1338 c.c. vanno intesi come specificazione del principio del neminem laedere. Questo orientamento è stato accolto dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione secondo cui «la responsabilità precontrattuale, configurabile per la violazione del precetto posto dall’art. 1337 c.c. costituisce una forma di responsabilità extracontrattuale che si collega alla violazione della regola di condotta stabilita a tutela del corretto svolgimento dell’iter di formazione del contratto» (Cass., sez. un., 16 luglio 2001, n. 9645, in “Foro it”, 2002, I, 806).
Sul piano disciplinatorio la tesi in esame comporta evidenti conseguenze proprio del modello aquiliano, dalla prescrizione quinquennale, all’iscrizione dell’onere della prova in capo al danneggiato, in merito alla colpevolezza ed alla condotta illecita, alla non operatività dei limiti posti al risarcimento dall’art. 1225 c.c., al diverso regime della mora.
Altra parte della dottrina, invece, sotto l’influsso della scuola tedesca, propende per la natura contrattuale della responsabilità di cui agli artt. 1337 e 1338 c.c., argomentando dal dato letterale dell’art. 1337 c.c. che usa l’espressione “parte”, facendo chiaro riferimento alla violazione di un rapporto tra soggetti determinati.
La fonte della responsabilità, secondo tale tesi, non è il generico dovere del neminem laedere di cui all’art. 2043 c.c., ma la violazione del vincolo che si instaura tra le parti, a seguito del “contatto sociale qualificato” derivante dalle trattative instaurate. La responsabilità precontrattuale sarebbe quindi una responsabilità per inadempimento dell’obbligazione di comportarsi secondo buona fede nel corso delle trattative, riconducibile alla buona fede relativa ai rapporti tra soggetti determinati ai sensi dell’art. 1375 c.c., nella fase di formazione del contratto. Ne consegue, la secondarietà della responsabilità aquiliana applicabile ai soli casi di violazione del precetto del neminem laedere da parte della generalità dei consociati, che si sostanzia nel generale obbligo negativo di non introdursi senza titolo nell’altrui sfera giuridico-patrimoniale.
La natura aquiliana dell’art. 1337 c.c. risulta essere la soluzione più convincente. Questo, anche in considerazione della moderna dinamica dei mercati, che ci conferma come il dovere di buona fede non nasce con l’instaurarsi delle trattative (come sostiene la tesi contrattualistica), ma preesiste alle stesse, rappresentando un interesse superindividuale diretto a regolare un rapporto intersoggettivo non ancora vincolante secondo lo schema del rapporto giuridico. Diversamente opinando si lascerebbe fuori dalla tutela dell’art. 1337 c.c. tutta una serie di ipotesi che si inseriscono nella fase che precede la con clusione del contratto ma che non sono trattative. Si pensi all’imprenditore che instaura una trattativa emulativa o per carpire nella trattativa il segreto commerciale o industriale, o che si inserisca nella fase della trattativa mediante l’indicazione di informazioni false.
La dottrina, seguita poi dalla giurisprudenza, ha sottolineato l’innovatività della scelta del legislatore del 1942 tesa a reprimere qualunque violazione del canone di buona fede oggettiva costituente un limite all’autonomia negoziale. Buona fede che, riportandosi al precetto generale di cui all’art. 1175 c.c., si sostanzia in una serie di regole comportamentali volte a tutelare la libertà negoziale altrui suscettibile di essere messa a repentaglio da trattative superficiali o scorrette.
«In tema di contratti, il principio di buona fede, cioè di reciproca lealtà di condotta, deve presistere all’esecuzione del contratto, così come alla sua formazione ed alla sua interpretazione e, in definitiva, accompagnarlo in ogni sua fase, sicché la clausola generale di buona fede e correttezza è operante tanto sul piano dei comportamenti del debitore e del creditore nell’ambito del singolo rapporto obbligatorio (art. 1175 c.c.), quanto sul piano del complessivo assetto degli interessi sottostanti all’esecuzione di un contratto (art. 1375 c.c.), concretizzandosi nel dovere di ciascun contraente di cooperare alla realizzazione dell’interesse della controparte e ponendosi come limite di ogni situazione, attiva o passiva, negozialmente attribuita, determinando così integrativamente il contenuto e gli effetti del contratto. La buona fede, pertanto, si atteggia come un impegno od un obbligo di solidarietà, che impone a ciascuna parte di tenere quei comportamenti che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali e dal dovere del “neminem laedere”, senza rappresentare un apprezzabile sacrificio a suo carico, siano idonei a preservare gli interessi dell’altra parte» (Cass. civ., sez. III, 7 giugno 2006, n. 13345).
La giurisprudenza è costante nell’affermare che non è necessario, ai fini della culpa in contrahendo, che sussista un atteggiamento soggettivo di mala fede, determinato dall’intenzione di uno dei contraenti di arrecare un pregiudizio all’altro, essendo sufficiente anche il comportamento non intenzionale o meramente colposo della parte (Cass., civ., sez. I, 30 agosto 1995, n. 9157).
La buona fede incorpora, quindi, anche la diligenza nel corso delle trattative. Tale precetto è chiarito dall’equiparazione che l’art. 1338 c.c. introduce tra conoscenza e conoscibilità delle cause di invalidità. In virtù di tale disposizione «la parte che conoscendo o dovendo conoscere l’esistenza di una causa di invalidità del contratto, non ne ha dato notizia all’altra parte è tenuta a risarcire il danno da questa risentito per avere confidato, senza sua colpa, nella validità del contratto».
Innanzitutto, occorre rilevare l’equiparazione legislativa tra conoscenza e conoscibilità.
La norma sancisce la responsabilità sia di colui che conoscendo la causa di invalidità del contratto abbia taciuto, pervenendo comunque alla stipula del medesimo, sia di colui che avrebbe dovuto esserne a conoscenza, ma che di fatto è ignaro. In quest’ultimo caso la responsabilità si fonda su un comportamento colposo (omessa verifica dell’esistenza di cause di invalidità del contratto da parte del soggetto che avrebbe dovuto effettuare il controllo). Peraltro, perché sussista la responsabilità di cui all’art. 1338 c.c. occorre analizzare le nozioni di “cause di invalidità” e di “assenza di colpa”.
Circa la prima nozione, la dottrina prevalente, contrastata dalla giurisprudenza (Cass. civ., 1204/2005), opta per una nozione più ampia, comprensiva, oltre che della nullità, della annullabilità e della rescindibilità, nonché, stante la chiara identità di ratio, anche dell’inefficacia del contratto derivante, ad esempio, dalla mancanza di un’autorizzazione amministrativa o dal difetto di legittimazione negoziale del contraente.
Per quanto attiene alla seconda nozione, “assenza di colpa del danneggiato”, si rileva che il danno non è risarcibile ove la causa di invalidità sia conosciuta o conoscibile dalla controparte. La giurisprudenza ha interpretato quest’ultimo inciso in modo rigoroso, escludendo a priori la responsabilità precontrattuale ex art. 1338 c.c. ogni qualvolta il contratto sia inficiato da una causa di invalidità prevista direttamente dalla legge.
Il rigore giurisprudenziale sulla necessaria assenza di colpa a carico del soggetto leso, ha condannato l’art. 1338 c.c. ad una sostanziale marginalizzazione operativa. Così si è affermato che ove l’invalidità del contratto derivi da una norma di legge non sia configurabile una ignoranza incolpevole (Cass. civ., 2 marzo 2006, n. 4635), poiché il deceptus adottando l’ordinaria diligenza sarebbe agevolmente venuto a conoscenza della norma di legge e quindi della causa di invalidità del contratto.
«La responsabilità ex art. 1338 c.c., che costituisce una specificazione della responsabilità precontrattuale di cui all’art. 1137 c.c., presuppone non solo la colpa di una parte nell’ignorare la causa di invalidità del contratto, ma anche la mancanza di colpa dell’altra parte nel confidare nella sua validità» (Cass. civ., sez. lav., 21 agosto 2004, n. 16508).
«Integra un’ipotesi tipica di responsabilità precontrattuale, ai sensi dell’art. 1338, c.c., il comportamento dell’Amministrazione (concretizzatosi in apposito provvedimento dichiarato illegittimo) che ha illegittimamente arrestato il procedimento di definitivo perfezionamento dei contratti di locazione futura, già stipulati, impedendo ad essi di conseguire il necessario visto e la necessaria registrazione ai fini della loro completa efficacia, violando così l’interesse delle società costruttrici e locatrici all’efficacia e validità dei contratti (già stipulati), attraverso un comportamento caratterizzato dalla violazione dei principi di imparzialità e buon andamento dell’azione amministrativa» (Consiglio Stato, sez. IV, 15 novembre 2004, n. 7449).
«La mancata comunicazione del difetto di iscrizione nell’albo da parte dell’intermediario, costituendo una causa di invalidità derivante da una norma di legge, è inidonea a fondare la pretesa risarcitoria ex artt. 1337 e 1338 c.c. posto che tali norme mirano a tutelare nella fase precontrattuale il contraente di buona fede, ingannato o fuorviato dall’ignoranza della causa di invalidità del contratto che gli è stata sottaciuta e che non era nei suoi poteri conoscere, e tale non è l’omesso accertamento dell’iscrizione dell’intermediario nell’albo previsto dalla legge, che avrebbe potuto agevolmente conseguirsi e che l’altro contraente aveva l’onere, con l’esercizio dell’ordinaria diligenza, di conseguire a fronte di operazioni finanziarie di rilievo» (Cass. civ., sez. I, 7 marzo 2001, n. 3272).
In sintesi, come la rottura arbitraria delle trattative, dunque, è sanzionabile la mala fede che abbia causato la stipula di un contratto invalido o inefficace. La portata della clausola generale è tale da colpire non solo le trattative infruttuose, ma anche le trattative inquinate da un comportamento scorretto che porti ad un contratto valido ma dannoso per essere stato squilibrato nei suoi contenuti dalla condotta pregiudizievole altrui.
Risulta così come con le due disposizioni precedentemente analizzate si imponga alle parti un dovere di cooperazione ed informazione. Non è sufficiente, infatti, che i contraenti evitino comportamenti maliziosi o volutamente ingannatori, ma è necessario che interagiscano, ad esempio, comunicandosi notizie che possano influire sul contenuto del contratto. Tanto è importante che vi sia una collaborazione attiva tra le parti, che la legge sanziona la violazione anche solo colposa dell’obbligo di buona fede. L’interruzione ingiustificata delle trattative, infatti, è illegittima anche se dovuta a semplice leggerezza, e l’art. 1338 c.c., quando parla di cause di invalidità che la parte “avrebbe dovuto conoscere”, si riferisce ad ipotesi di condotta evidentemente colposa. Quindi, già nelle fasi di trattativa, esistono in capo alle parti un dovere di informazione (dovere di informare l’altra parte di elementi che sono a quest’ultima ignoti e che potrebbero essere determinanti per il suo consenso) ed un dovere di protezione (dovere di adottare le necessarie cautele per proteggere le prerogative ed i diritti dell’altra parte). Perché sia riscontrata una responsabilità precontrattuale (che rientra nel genus della responsabilità extracontrattuale), si devono ritrovare questi presupposti:
• comportamento doloso o colposo di una parte;
• danno ingiusto alla controparte;
• nesso di causalità tra comportamento e danno.
Parte della dottrina, riprendendo la tradizionale ripartizione tra norme sull’atto e norme sul comportamento, ritiene che le norme ex artt. 1337 e 1338 c.c. siano norme di comportamento la cui violazione comporti naturalmente ed esclusivamente la tutela risarcitoria anche laddove il contratto sia intervenuto senza essere invalido o seguito dall’azione volta a stigmatizzare l’invalidità.
Il danno lamentato dalla vittima consisterà in tal caso non nella lesione dell’interesse all’esecuzione del rapporto contrattuale (c.d. interesse positivo), ma nel c.d. interesse negativo, consistente nel pregiudizio subito per aver inutilmente confidato nella conclusione o nella validità del contratto, ovvero, per aver stipulato un contratto che, senza l’altrui ingerenza, non avrebbe stipulato o avrebbe stipulato a condizioni diverse.
La tesi oggi più accreditata dalla giurisprudenza afferma che la responsabilità precontrattuale si estenda non solo ai casi di trattative infruttuose o di stipula di contratti invalidi, ma anche ai casi in cui la trattativa abbia per esito la conclusione di un contratto valido ed efficace, ma pregiudizievole per la vittima del comportamento scorretto. E ciò, estendendo il paradigma del dolo incidente di cui all’art. 1440 c.c., in cui la legge scinde la sorte del contratto da quella del comportamento stigmatizzato sul piano contrattuale.
Da “Contratti d’impresa” di Damiano Marinelli, Patrizia Cipriano, Elisabetta Spinarelli, CESI Multimedia s.r.l. (2012)
master criminologia tutor ecampus musica sport convegno ecampus stage università online orientamento ecampus orientamento convegno università ecampus ecampus roma convegno studente ecampus eCampus Cafè impresa dibattito professori ecampus ecampus orientamento università eCampus tutor online ecampus evento universita ecampus giurisprudenza cinecampus economia torino seminario tutor on line opinione eCampus roma psicologia uniecampus lavoro uniecampus roma università film poesia università on-line eCampus Università eCampus Roma Novedrate opinioni eCampus eCampus Novedrate ingegneria e-Campus università online ecampus ecampus ecampus tutor eCampus Psicologia laurea presentazione