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Timestamp: 2019-04-25 19:48:00+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 38', 'art. 3']

ITER: Crisi della Chiesa: l'art. 1 della Dichiar. Conc. Nostra Aetate sulle religioni non-cristiane
Crisi della Chiesa: l'art. 1 della Dichiar. Conc. Nostra Aetate sulle religioni non-cristiane
Crisi della Chiesa: Commento all’art. 1 della Dichiar. Conc. Nostra Aetate , sulle religioni non-cristiane
“Gesù Cristo fu il primo che distintamente additò agli uomini quel lodatore e precettore di tutte le virtù finte, detrattore e persecutore di tutte le vere; quell’avversario di ogni grandezza intrinseca e veramente propria dell’uomo; derisore d’ogni sentimento alto, se non lo crede falso, d’ogni affetto dolce, se lo crede intimo; quello schiavo dei forti, tiranno dei deboli, odiatore degl’infelici; il quale esso Gesù Cristo dinotò col nome di m o n d o , che gli dura in tutte le lingue colte insino al presente”[1].
Ora, il testo conciliare afferma che, a causa del processo di unificazione del genere umano, “la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane”: attentius considerat quae sit sua habitudo ad religiones non-christianas (N Aet 1.1).
“Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente e cresce l’interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggior attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non-cristiane”(N Aet 1.1). Dunque, la “maggior attenzione” nel valutare le religioni non-cristiane dipenderebbe dal processo di “unificazione del genere umano”, cioè da un fatto esterno alle religioni non-cristiane, rimaste come tali immutate (tutte ostili, si noti bene, alla nostra, unica vera). Poiché tra i popoli “cresce l’interdipendenza”, la Chiesa deve cambiare il modo di considerare le loro religioni. Il testo non dice espressamente così ma questo è quello che si può legittimamente dedurre da questo art. 1, introduttivo.
1. Non risulta che tale fine sia stato mai indicato da Nostro Signore né dagli Apostoli. Egli pone sempre l’accento sul significato e sul valore dell’unità di coloro che credono e crederanno in Lui, l’unità dei suoi fedeli, dei cristiani, non quella del genere umano. Nella grande Preghiera al Padre subito prima della Passione, riportata da san Giovanni, Egli afferma di pregare per i discepoli non per il mondo in generale; di pregare affinché il Padre li custodisca dopo la sua morte, ormai imminente: “Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per quelli che mi hai donati, perché sono tuoi” (Gv 17, 9). E specifica di pregare anche “per quelli che crederanno in Me, per la loro parola” cioè per merito della predicazione dei Discepoli, che li avrà per l’appunto convertiti a Cristo; di pregare, “affinché siano tutti una cosa sola, come tu sei in me, o Padre, ed io in te; che siano anch’essi una cosa sola in noi, affinché il mondo creda che tu mi hai mandato”(Gv 17, 20-21). Alla vigilia della Croce, Nostro Signore pregò dunque il Padre affinché proteggesse, mantenendoli uniti, i Discepoli e i fedeli da loro convertiti con la predicazione, cioè con la loro opera missionaria, e tutti quelli che avrebbero in futuro creduto in lui per opera loro, dei Discepoli. Non c’è né ci potrebbe essere qui spazio per l’unità del genere umano, non meglio specificata ed indipendente dalla conversione.
2. Che la missione della Chiesa dovesse essere quella di convertire il genere umano sino a realizzarne l’unità in Cristo, nemmeno si può dire. Infatti, secondo quanto ci è stato rivelato, il mondo e la sua storia finiranno all’improvviso, così come si troveranno, dal momento che il Ritorno o Parousia del Signore come Cristo Giudice, alla fine dei tempi, sarà istantaneo come il lampo (Mt 24, 27). E molti non si salveranno, ci ha detto più volte il Signore (“di due che si troveranno in un campo, l’uno sarà preso e l’altro lasciato”, Mt 24, 40). E se non si salveranno, ciò vuol dire che non ci sarà m a i l’unità del genere umano, nemmeno nella conversione. Anzi, il Cristo Giudice, separando alla fine dei tempi per sempre gli Eletti dai Reprobi (Mt 25, 31 ss.), dimostrerà che l’unità del genere umano non c’era mai stata, mentre il loglio cresceva assieme al buon grano (le agostiniane Due Città, celeste e terrena, intrecciate in questo mondo ma intimamente separate). Né mai ci sarà, dato che la divisione incolmabile in Eletti e Reprobi durerà in eterno (Lc 16, 26, parabola del Ricco Epulone).
Essendo “progenie” di Dio non possiamo considerarci “lontani” da Lui. Per scoprire la vera presenza di Dio in noi e nel mondo, dobbiamo però liberarci delle false rappresentazioni di Dio, che sono quelle offerteci dal politeismo e dal culto degli idoli, impestato dal Demonio . Le dispute di san Paolo con gli Ateniesi vertevano proprio sul loro culto sbagliato a Dio, compreso l’altare “Al Dio Ignoto”, che l’Apostolo prese a spunto del suo intervento, peraltro sollecitato dagli stessi ateniesi, desiderosi di capire quale fosse veramente la sua dottrina (At 17, 16 ss).
Il versetto della Lettera ai Romani, costituente la terza citazione riportata in nota dalla Nostra Aetate, ci insegna che ciascuno sarà giudicato secondo le sue opere, “nel Giorno dell’Ira e della manifestazione del Giudizio di Dio”. In quel giorno, ci rivela l’Apostolo, “Egli darà a ciascuno secondo le sue opere: a coloro che, con la perseveranza nel bene, cercarono l’onore, la gloria e l’immortalità – la vita eterna”(Rm 2, 6-7). Qui si ferma la citazione, come indicata in nota dal testo conciliare, che non ha voluto riferirsi anche alla continuazione: “ma per coloro che sono ostinati, che si ribellano alla verità e credono invece all’iniquità – è riservata ira ed indignazione”(Rm 2, 7-8). Perché questa troncatura? Perché il Concilio non ha voluto ricordare che la divina Giustizia inevitabilmente separerà per l’eternità gli Eletti dai Reprobi?
4.d L’incompleta rappresentazione della vera escatologia cristiana si conclude con la citazione del famoso passo della Lettera a Timoteo, nel quale, lodando la pratica della preghiera dei fedeli “per tutti gli uomini” anche “per i re e per tutti quelli che sono costituiti in dignità”, l’Apostolo spiega: “È cosa buona questa e gradita al cospetto di Dio, nostro Salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità. Non vi è, infatti che un Dio solo, e uno solo è il mediatore fra Dio e gli uomini, Gesù Cristo, uomo anche lui, che ha dato se stesso in riscatto per tutti. Questa è la testimonianza resa a suo tempo da Dio, per la quale io sono stato costituito banditore e apostolo…”(1 Tm 2, 4 ma in realtà: 1-5).
E che, dal punto di vista di Dio, l’unità del genere umano non abbia mai rappresentato un valore, e quindi un fine in sé, lo capiamo già dal fatto che Egli ha inizialmente scelto un solo popolo, l’ebraico, per iniziare da esso il disegno di salvezza. Con l’Incarnazione del Verbo e la sua missione, tale disegno si sarebbe poi esteso a tutti i popoli, diventando, in tal modo, progressivamente universale. Ai culti pagani dei vari popoli, peraltro tra loro piuttosto differenziati, si contrapponeva il rigido e chiuso monoteismo degli ebrei. Se presso il paganesimo, anche presso popoli primitivi, troviamo diffusa l’intuizione di un Essere Supremo onnisciente, ossia un’intuizione in senso monoteistico, la salvezza per loro dipendeva pur sempre dal giudizio della coscienza individuale, dalla sua capacità di ascoltare e seguire i dettami della legge di natura posta da Dio nei loro cuori, capacità sicuramente sorretta in modo misterioso dallo Spirito Santo (Rm 2, 12 ss)[2]. La percezione diffusa dell’esistenza di un Essere Supremo non dimostrava, comunque, l’esistenza dell’unità del genere umano. Le differenze tra le varie religioni e società persistevano immutabili.
Il disegno di salvezza del Padre operava dunque in modo differenziato, non unitario, muovendo in modo esplicito da un solo popolo, contrapposto a tutti gli altri. Questo popolo ha poi rinnegato il Messia atteso, anche se pro tempore (Rm 11, 25), rinchiudendosi in se stesso e frapponendo ostacolo al disegno di salvezza del Padre, attuatosi pertanto in contrapposizione all’Israele post-cristiano oltre che in antitesi al mondo, che non amava e non ama esser convertito : “les hommes ont mépris pour la religion; ils en ont haine, et peur qu’elle soit vraie”[3]. In realtà, il disegno di salvezza del Padre si attua nella contrapposizione e nella lotta (“Credete che io sia venuto a mettere la pace sulla terra? No, io vi dico, ma la divisione”, Mt 12, 51); esso mira all’unità in questo mondo dei convertiti, dei cristiani (Gv 17, 6 ss), non all’unità del genere umano in quanto tale, la cui realtà resta invece, anche e soprattutto dal punto di vista religioso, quella della scissione e della divisione, della lotta perenne; lotta che per noi lo è contro noi stessi (in interiore homine) in quanto parte del mondo e contro il mondo regno del Principe di questo mondo (Lc 11, 23), sino al giorno della Parousia.
Il nesso tra unità del genere umano e salvezza voluta dalla Provvidenza in modo per l’appunto unitario agli “eletti”, nesso che il testo (per come è formulato) autorizza a scorgere, appare pertanto frutto dell’intrusione di una concezione della salvezza non conforme a quanto sempre insegnato dalla Chiesa, dal momento che vi viene del tutto obliata la verità di fede del Giudizio universale. Il testo, infatti, fa apparire il finale esser “riuniti nella Città Santa” quale risultato lineare della bontà di Dio che si attua nel suo “disegno di salvezza”. Questo disegno “si estende a tutti finché gli eletti non saranno riuniti” in Paradiso, senza evidentemente esser passati al vaglio di alcun Giudizio, visto che esso non viene nominato quale indispensabile cerniera tra l’essersi esteso del Disegno Salvifico del Padre e l’esser entrati quali Eletti nella Città Santa (tra “l’estendersi” e “l’entrare” interviene la Parousia di Nostro Signore, che perfeziona “l’estendersi” con la dovuta, sovrannaturale cernita finale e defintiva del genere umano). Del resto, quest’omissione è perfettamente comprensibile: il Giudizio assolve e condanna e quindi divide, facendo venir meno la pensabilità stessa di una qualsiasi unità intrinseca al genere umano, tale, per di più, da mantenerlo tutto unito sino alla salvezza.
Consideriamo la nozione della grazia attuale, che è la grazia in atto, che ci spinge ad un comportamento valido per la salvezza, ma agendo in modo non continuativo (come invece quella abituale, santificante, segno di predestinazione alla Gloria). Essa è “un’azione di Dio sovrannaturale e temporanea sulle forze dell’anima umana, con l’intento di spingere l’uomo a compiere un’azione salvifica”[4].
Ora, è sentenza certa (contro Lutero ed accoliti) che “la grazia attuale illumina l’intelligenza e fortifica la volontà interiormente e direttamente”. È invece dottrina della Chiesa, e quindi verità di fede dogmaticamente definita, che “è assolutamente necessaria la grazia interiore sovrannaturale divina (gratia elevans) ad ogni atto salvifico” prodotto dall’uomo. Quest’atto, ossia ogni atto conforme ai Dieci Comandamenti, ogni atto moralmente valido, insomma ogni atto gradito a Dio non può aver luogo con le sole forze umane, che pur devono concorrervi. Contro l’errore pelagiano e razionalista, la Chiesa ha sempre ribadito che senza l’aiuto, il concorso indispensabile della Grazia noi non possiamo né avere la fede né fare il bene[5].
È verità di fede che “esiste un’azione sovrannaturale di Dio sulle forze dell’anima, precedente la libera decisione della volontà”. Nella circostanza, Dio agisce da solo (in nobis sine nobis), producendo un atto spontaneo nostro di conoscenza e volontà. Questo è l’agire della grazia preveniente (gratia praeveniens, antecedens, excitans, vocans, operans). Forse, aggiungo, l’azione della grazia preveniente la riscontriamo in certe improvvise illuminazioni interiori sul vero significato delle nostre o altrui azioni, nel sopravvenire di certi improvvisi rimorsi, nell’ispirazione subitanea a compiere una buona azione, a fuggirne una cattiva…Immagine classica di questo operare della Grazia si ha in Ap 3, 20: “Ecco, io sto alla porta e busso: se uno sente la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui, e lui con me”[6].
Tornando alla grazia attuale: qual è il ruolo svolto dalla grazia susseguente? È articolo di fede che: “esiste un’azione divina sovrannaturale sulle forze dell’anima, temporaneamente coincidente con l’azione della volontà libera dell’uomo”. Questa grazia “sostiene ed accompagna la libera attività della volontà umana e viene chiamata gratia subsequens perché in rapporto all’effetto della grazia preveniente, o gratia adiuvans, concomitans, cooperans”. Un testo classico per determinare quest’azione concomitante della Grazia si ha in san Paolo, 1 Cr 15, 10: “Ma per la grazia di Dio sono quello che sono, e la grazia, che Egli mi ha data, non fu vana, ma ho lavorato più di tutti loro; non io, ma la grazia di Dio insieme a me [gratia Dei mecum]”[8].
6. Non chiara la posizione del Cattolicesimo rispetto alle “varie religioni”
Ma ora, ciò che gli uomini si attendono dalle “varie religioni” non trova più risposta nell’unica e vera, ossia nella religione cattolica, l’unica rimasta fedele nei secoli all’insegnamento del Divino Maestro? Di frone a questo testo conciliare bisogna infatti chiedersi: tra le “varie religioni”, che non hanno ancora dato all’uomo la risposta che il dramma dell’esistenza richiede, bisogna includere anche la cattolica? In altre parole: tra le “varie religioni”, dalle quali gli uomini si attenderebbero ancora le risposte vitali per la loro anima, c’è anche quella cattolica oppure no? Se c’è anche quella cattolica, essa allora si deve intendere (come usano dire oggi) “in ricerca”, “in cammino”, “in ascolto”, come lo sarebbero le “varie religioni”; come se essa non possedesse già, per divina rivelazione, mantenuta dalla Tradizione e dall’insegnamento costante della Chiesa, una risposta più che soddisfacente alle domande fondamentali sul perché della nostra esistenza, sulla natura dell’uomo, sul problema del male, sul significato della nostra vita, che è ultraterreno, essendo la vera felicità solo quella eterna della Visione Beatifica, per gli Eletti che ne saranno trovati degni, alla fine dei tempi.
Improprio appare poi rappresentare le “varie religioni” come se esse non avessero dato risposte dal loro punto di vista definitivo alle domande essenziali sulla condizione umana. Pensiamo all’Islam, per esempio, al suo Dio concepito come un assoluto dominatore, che tutto ha già predisposto nel migliore dei modi per i suoi seguaci, in senso sia morale che materiale: un determinismo assoluto, un predestinazionismo ancora più assoluto, se così posso dire, che lascia assai poco spazio ai drammi esistenziali del singolo, alle risposte agli “enigmi della condizione umana”, enigmi che per i musulmani non esistono.
Paolo Pasqualucci, domenica 6 agosto 2017
[1] Giacomo Leopardi, Pensieri, n. LXXXIV (84), da: Tutte le opere di Giacomo Leopardi, a cura di Francesco Flora, Mondadori, 19493, p. 52. (La Sacra Bibbia in italiano è citata qui secondo l’edizione della CEI delle Edizioni Poline anteriore al Concilio e quella della Salani, coordinata dall’abate Ricciotti; per i testi originali, secondo il Nestle-Aland. Per i testi del Concilio Vaticano II in italiano, l’edizione curata dalle Edizioni Paoline; per l’originale latino, quella curata da Desclée ac Socii, Romae, 1967, curante Florentio Romita, perito conciliari).
[2] Sulla presenza di una nozione dell’Essere Supremo onnisciente nella religiosità primitiva, vedi: Raffaele Pettazzoni, L’Essere Supremo nelle religioni primitive, Einaudi, Torino, 1957, rist. 1965; da intendersi, tale nozione, in modo più sfumato rispetto al “monoteismo primordiale”, affermato invece dall’importante e rivoluzionario studio del P. Wilhelm Schmidt nel 1912 e dalla sua scuola (vedi, op. cit., Introduzione, pp. 15-24).
[3] Blaise Pascal, Pensées, in ID., Oeuvres complètes, a cura di J. Chevalier, Pléiade, Paris, 1954, p. 1089.
[4] Louis Ott, Précis de théologie dogmatique, tr. fr. dall’originale tedesco del 1954 dell’Abbé Marcel Grandclaudon, Salvator, Mulhouse-Casterman, Paris, 1955, p. 320. Il termine “attuale” qui applicato deriva dalla tarda Scolastica e divenne di uso comune dopo il Concilio di Trento (op. cit., ivi).
[5] Ott, op. cit., pp. 320-321; p. 324 ss.
[6] Ott, op. cit., p. 322. L’Autore fornisce naturalmente tutti i necessari rinvii alla Scrittura, nello spiegare i vari significati della Grazia, e ai relativi canoni del Concilio di Trento in materia.
[7] Op. cit., p. 338. La volontà di salvezza particolare di Dio, invece, tenendo conto della situazione morale definitiva di ogni uomo, vuole senza condizione la salvezza di coloro che lasciano questa vita in stato di grazia. Questa è la voluntas consequens et absoluta, coincidente con la predestinazione (op. cit., pp. 338-339). Della grazia santificante e della predestinazione non ci occupiamo qui. Il Concilio, dato il suo taglio pastorale, non si preccupò di trattare specificamente della Grazia. L’indice analitico del Concilio edito in italiano per le Edizioni Paoline, sotto la voce grazia registra 26 entrate. In gran parte si tratta di riferimenti generici alla necessità dell’aiuto della grazia. La grazia attuale è comunque richiamata dalla costituzine Dei Verbum sulla divina rivelazione, all’art. 5 (perché si possa avere la fede “sono necessari la grazia di Dio che previene e soccorre e gli aiuti interiori dello Spirito Santo”). Spiccano tuttavia in senso negativo: 1. Il significato che l’Indice crede di attribuire all’art. 38 della costituzione Gaudium et Spes sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, intitolato in modo peraltro singolare: L’attività umana elevata a perfezione nel mistero pasquale: “la grazia salva tutti”. 2. L’attribuzione della “vita di grazia” anche alle comunità dei c.d. “fratelli separati” in quanto tali, giusta l’art. 3 del decreto Unitatis Redintegratio sull’Ecumenismo. 3. L’assenza, salvo errore, di ogni riferimento alla grazia santificante e alla predestinazione.
[8] Op. cit., pp. 322-323.
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