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Associazione Culturale Apartitica-"IlCovo" :: DOTTRINA DEL FASCISMO
Inviato: Gio Nov 10, 2011 1:55 pm Oggetto: DOTTRINA DEL FASCISMO
La Dottrina del Fascismo è un documento ufficiale del P.N.F. nel quale vengono tracciati i principi politici fondamentali del Fascismo. Sebbene ufficialmente risulti firmato da Benito Mussolini, esso fu redatto insieme al filosofo Giovanni Gentile, che ne compilò la prima parte definita “Idee Fondamentali”, la seconda, "Dottrina politica e sociale", fu scritta interamente dal DUCE. Comparve per la prima volta nel 1932 all’interno dell’Enciclopedia Italiana inserita nella voce “Fascismo”, essa ebbe numerose ristampe (anche all’estero!) ma rimase invariata nei contenuti, come mostra la tarda edizione curata dalla Hoepli per gli istituti superiori ( era infatti insegnata nelle scuole pubbliche italiane nei licei classici, scientifici e negli istituti magistrali) datata 1942 che di seguito riportiamo (1). Lo stesso Partito Nazionale Fascista produsse anche svariate sintesi della Dottrina, si badi bene però, non alternative al primo documento ma, casomai, ad esso propedeutiche poiché, come mostra infatti chiaramente la stessa versione pubblicata nelle pagine seguenti, ne ricalcavano in maniera invariata idee e principi politici, anche se con parole differenti.
(1) Benito Mussolini, "La Dottrina del Fascismo", Milano, 1942, Enrico Hoepli editore
Cap. I - IDEE FONDAMENTALI
Come ogni salda concezione politica, il Fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina, e dottrina che, sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita e vi opera dal di dentro. (1) Ha quindi una forma correlativa alle contingenze di luogo e di tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella storia superiore del pensiero. (2) Non si agisce spiritualmente nel mondo come volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui la prima ha il suo essere e la sua vita. Per conoscere gli uomini bisogna conoscere l'uomo; e per conoscere l'uomo bisogna conoscere la realtà e le sue leggi. Non c'è concetto dello Stato che non sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di idee che si svolge in una costruzione logica o si raccoglie in una visione o in una fede, ma è sempre, almeno virtualmente, una concezione organica del mondo.
Così il Fascismo non si intenderebbe in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. (3) Il mondo per il Fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l'uomo è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da una legge naturale, che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere egoistico e momentaneo. L'uomo del Fascismo è individuo che è nazione e patria, legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in una missione, che sopprime l'istinto della vita chiusa nel breve giro del piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo e di spazio: una vita in cui l’individuo, attraverso l'abnegazione di sé, il sacrificio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo.
Dunque concezione spiritualistica, sorta anche essa dalla generale reazione del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell'Ottocento. Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né passivamente ottimistica, come sono in generale le dottrine (tutte negative) che pongono il centro della vita fuori dell'uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. Il Fascismo vuole l'uomo attivo e impegnato nell'azione con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta pensando che spetti all'uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando prima di tutto in sé stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per edificarla. Così per l'individuo singolo, così per la nazione, così per l'umanità. (4) Quindi l'alto valore della cultura in tutte le sue forme - arte, religione, scienza – (5) e l'importanza grandissima dell'educazione. Quindi anche il valore essenziale del lavoro, con cui l'uomo vince la natura e crea il mondo umano (economico, politico, morale, intellettuale).
Questa concezione positiva della vita è evidentemente una concezione etica. E investe tutta la realtà, nonché l'attività umana che la signoreggia. Nessuna azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita perciò quale la concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito. Il fascista disdegna la vita “comoda”. (6)
Il Fascismo è una concezione religiosa, (7) in cui l'uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una legge superiore, con una Volontà obiettiva che trascende l'individuo particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di mera opportunità, non ha inteso che il Fascismo, oltre a essere un sistema di governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero.
Il Fascismo è una concezione storica, nella quale l'uomo non è quello che è se non in funzione del processo spirituale a cui concorre, nel gruppo familiare e sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni collaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie, nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. ( 8 ) Fuori della storia l'uomo è nulla. Perciò il Fascismo è contro tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo sec. XVIII; ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede possibile la “felicità” sulla terra come fu nel desiderio della letteratura economicistica del `700, e quindi respinge tutte le concezioni teleologiche secondo cui per un certo periodo della storia ci sarebbe una sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il Fascismo politicamente vuol essere una dottrina realistica; praticamente, aspira a risolvere solo i problemi che si pongono storicamente da sé e che da sé trovano o suggeriscono la propria soluzione. (9) Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna entrare nel processo della realtà e impadronirsi delle forze in atto. (10)
Antiindividualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per l'individuo in quanto esso coincide con lo Stato, coscienza e volontà universale dell'uomo nella sua esistenza storica. (11) E' contro il liberalismo classico, che sorse dal bisogno di reagire all'assolutismo e ha esaurito la sua funzione storica da quando lo Stato si è trasformato nella stessa coscienza e volontà popolare. Il liberalismo negava lo Stato nell'interesse dell'individuo particolare; il Fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell'individuo. (12) E se la libertà deve essere l’attributo dell'uomo reale, e non di quell'astratto fantoccio a cui pensava il liberalismo individualistico, il Fascismo è per la libertà. E' per la sola libertà che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell'individuo nello Stato. (13) Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso il Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore, interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo. (14)
Né individui fuori dello Stato, né gruppi (partiti politici, associazioni, sindacati, classi). (15) Perciò il Fascismo è contro il socialismo che irrigidisce il movimento storico nella lotta di classe e ignora l'unità statale che le classi fonde in una sola realtà economica e morale; e analogamente, è contro il sindacalismo classista. Ma nell'orbita dello Stato ordinatore, le reali esigenze da cui trasse origine il movimento socialista e sindacalista, il Fascismo le vuole riconosciute e le fa valere nel sistema corporativo degli interessi conciliati nell'unità dello Stato. (16)
Gli individui sono classi secondo le categorie degli interessi; sono sindacati secondo le differenziate attività economiche cointeressate; ma sono prima di tutto e soprattutto Stato. Il quale non è numero, come somma d'individui formanti la maggioranza di un popolo. E perciò il Fascismo è contro la democrazia che ragguaglia il popolo al maggior numero abbassandolo al livello dei più; (17) ma è la forma più schietta di democrazia se il popolo è concepito, come deve essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l'idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. ( 18 ) Di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola. Non razza, né regione geograficamente individuata, ma schiatta storicamente perpetuantesi, moltitudine unificata da un'idea, che è volontà di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità.
Questa personalità superiore è bensì nazione in quanto è Stato. Non è la nazione a generare lo Stato, secondo il vieto concetto naturalistico che servì di base alla pubblicistica degli Stati nazionali nel secolo XIX. Anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi un'effettiva esistenza. Il diritto di una nazione all'indipendenza deriva non da una letteraria e ideale coscienza del proprio essere, e tanto meno da una situazione di fatto più o meno inconsapevole e inerte, ma da una coscienza attiva, da una volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da una sorta di Stato già in fieri. Lo Stato infatti, come volontà etica universale, è creatore del diritto. (19)
La nazione come Stato è una realtà etica che esiste e vive in quanto si sviluppa. Il suo arresto è la sua morte. Perciò lo Stato non solo è autorità che governa e dà forma di legge e valore di vita spirituale alle volontà individuali, ma è anche potenza che fa valere la sua volontà all'esterno, facendola riconoscere e rispettare, ossia dimostrandone col fatto l'universalità in tutte le determinazioni necessarie del suo svolgimento. (20) E’ perciò organizzazione ed espansione, almeno virtuale. Così può adeguarsi alla natura dell'umana volontà, che nel suo sviluppo non conosce barriere, e che si realizza provando la propria infinità. (21)
1 ) Ora, il Fascismo italiano, pena la morte o, peggio, il suicidio, deve darsi un "corpo di dottrine". Non saranno, non devono essere delle camicie di Nesso che ci vincolino per l'eternità — poiché il domani è misterioso e impensato — ma devono costituire una norma orientatrice della nostra quotidiana attività politica e individuale. Io stesso, che le ho dettate, sono il primo a riconoscere che le nostre modeste tavole programmatiche — gli orientamenti teorici e pratici del Fascismo — devono essere rivedute, corrette, ampliate, corroborate, perché qua e là hanno subito le ingiurie del tempo. Credo che il nocciolo essenziale sia sempre nei suoi postulati, che per due anni hanno servito come segnale di raccolta per le schiere del Fascismo italiano; ma, pur prendendo l'avvio da quel nucleo primigenio, è tempo di procedere ad una ulteriore, piú ampia elaborazione dello stesso programma. A quest'opera di vita per il Fascismo dovrebbero con particolare fervore concorrere tutti i fascisti d'Italia, specialmente in quelle zone, dove, col patto o senza, si è pervenuti ad una pacifica convivenza dei due movimenti antagonistici. La parola è un po' grossa; ma io vorrei che nei due mesi che ci separano dall'Adunata Nazionale si creasse la filosofia del Fascismo italiano. Milano con la sua prima scuola di propaganda e cultura concorre a questo scopo. Non si tratta soltanto di preparare gli elementi programmatici sui quali poggiare solidamente la organizzazione di quel partito nel quale dovrà sfociare ineluttabilmente il movimento fascista; si tratta anche di smentire la stupida fola, secondo la quale nel Fascismo ci sarebbero soltanto dei violenti e non anche, com'è in realtà, degli spiriti inquieti e meditativi. Questo indirizzo nuovo dell'attività fascista non danneggia — ne sono certissimo — quel magnifico spirito e temperamento di bellicosità, caratteristica peculiare del Fascismo. Attrezzare il cervello di dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irrobustire, rendere sempre piú cosciente l'azione. I soldati che si battono con cognizione di causa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il binomio mazziniano: Pensiero e Azione. [Lettera a M. Bianchi, 27 agosto 1921, in occasione dell'apertura della Scuola di propaganda e cultura fascista in Milano; v.: MESSAGGI E PROCLAMI, Milano, Libreria d'Italia, 1929, pag. 39.]
Bisogna mettere in contatto i fascisti, far si che la loro attività sia anche una attività di dottrina, una attività spirituale e di pensiero... Ora, sei nostri avversari fossero stati presenti alla nostra riunione, si sarebbero convinti che il Fascismo non è soltanto azione, è anche pensiero... [SCRITTI E DISCORSI: 1924, edizione definitiva; Hoepli, Milano, vol. IV, pag. 243. Nelle note seguenti sarà indicata con "S. E D." la edizione definitiva degli SCRITTI E DISCORSI di BENITO MUSSOLINI.]
3 ) Questo processo politico è affiancato da un processo filosofico: se è vero che la materia è rimasta per un secolo sugli altari, oggi è lo spirito che ne prende il posto. Conseguentemente vengono ripudiate tutte le manifestazioni peculiari dello spirito democratico: il facilonismo, l'improvvisazione, la mancanza di senso personale di responsabilità, l'esaltazione del numero e di quella misteriosa divinità che si chiama "popolo". Tutte le creazioni dello spirito — a cominciare da quelle religiose — vengono al primo piano, mentre nessuno osa piú attardarsi nelle posizioni di quell'anticlericalismo ché fu, per molti decenni, nel mondo occidentale, l'occupazione preferita della democrazia. Quando si dice che Dio ritorna, s'intende affermare che i valori dello spirito ritornano. [S. E D. : 1922; vol. II, pag. 264.]
Vi è una zona riservata, piú che alla ricerca, alla meditazione dei supremi fini della vita. Quindi, la scienza parte dall'esperienza ma sbocca fatalmente nella filosofia e, a mio avviso, solo la filosofia può illuminare la scienza e portarla sul terreno dell'idea universale. [S. E D.: vol. V, pagina 464.]
Il movimento fascista per essere compreso deve essere considerato in tutta la sua vastità e profondità di fenomeno spirituale. Le sue manifestazioni sono state le piú potenti e le piú decisive, ma non bisogna fermarsi ad esse. Il Fascismo italiano non è stato infatti solamente una rivolta politica contro governi fiacchi e incapaci che avevano lasciato decadere l'autorità dello Stato e minacciavano di arrestare l'Italia sulla via del suo maggiore sviluppo, ma è stato una rivolta spirituale contro vecchie ideologie che corrompevano i sacri principi della religione, della patria e della famiglia. Rivolta spirituale dunque, il Fascismo è stato espresso direttamente dal Popolo. [Un messaggio al pubblico inglese, 5 gennaio 1924; v.: MESSAGGI E PROCLAMI, Milano, Libreria d'Italia. 1929, p. 107.]
4 ) La lotta è l'origine di tutte le cose perché la vita è tutta piena di contrasti: c'è l'amore e l'odio, il bianco e il nero, il giorno e la notte, il bene e il male, e finché questi contrasti non si assommano in equilibrio, la lotta sarà sempre nel fondo della natura umana, come suprema fatalità. E del resto è bene che sia cosí. Oggi può essere la lotta di guerra economica, di idee, ma il giorno in cui piú non si lottasse, sarebbe giorno di malinconia, di fine, di rovina. Ora, questo giorno non verrà. Appunto perché la storia si presenta sempre come un panorama cangiante. Se si pretendesse di ritornare alla calma, alla pace, alla tranquillità, si combatterebbero le odierne tendenze dell'attuale periodo dinamico. Bisogna prepararsi ad altre sorprese, ad altre lotte. Non ci sarà un periodo di pace sino a quando i popoli si abbandoneranno ad un sogno cristiano di fratellanza universale e potranno stendersi la mano oltre gli oceani e le montagne. Io, per mio conto, non credo troppo a questi ideali, ma non li escludo perché io non escludo niente... [S. E D.: 1921; vol. II, pag. 99-100.]
5 ) Intendo l'onore delle nazioni nel contributo che hanno dato alla cultura dell'umanità. [E. LUDWIG, Colloqui con Mussolini, 1932, pag. 199.]
6 ) Chiamai invece questa organizzazione: " Fasci italiani di combattimento" . In questa parola dura e metallica c'era tutto il programma del Fascismo, cosí come io lo sognavo, cosi come io lo volevo, cosi come io l'ho fatto! Ancora questo è il programma, o camerati: combattere. Per noi fascisti la vita è un combattimento continuo, incessante che noi accettiamo con grande disinvoltura, con grande coraggio, con la intrepidezza necessaria. [S. E D.: 1926; vol. V, pagg. 297-98.]
Eccoci persino di nuovo al nocciolo della filosofia fascista. Quando un filosofo finlandese mi pregò recentemente di dargli il senso del Fa¬scismo in una frase, io scrissi in lingua tedesca: " Noi siamo contro la vita comoda! " LUDWIG, l. c., pag. 190.]
9 ) Il nostro temperamento ci porta a valutare l'aspetto concreto dei problemi, non già le loro sublimazioni ideologiche o mistiche. Per questo ritroviamo facilmente l'equilibrio [S. E D.: 1917; vol. I, pag. 272.]
La nostra battaglia è piú ingrata ma è piú bella, perché ci impone di contare soltanto sulle nostre forze. Noi abbiamo stracciato tutte le verità rivelate, abbiamo sputato su tutti i dogmi, respinto tutti i paradisi, schernito tutti i ciarlatani — bianchi, rossi, neri — che mettono in commercio le droghe miracolose per dare Ia "felicità" al genere umano. Non crediamo ai programmi, agli schemi, ai santi, agli apostoli: non crediamo soprattutto alla felicità, alla salvazione, alla terra promessa. Non crediamo a una soluzione unica — sia essa di specie economica o politica o morale — a una soluzione lineare dei problemi della vita, perché — o illustri cantastorie di tutte le sacristie — la vita non è lineare e non la ridurrete mai a un segmento chiuso fra bisogni primordiali. [S. E D.: 1920; vol. Il, pagine 53-4.]
Davanti alle parole ed ai concetti che vi si riannodano, di destra e di sinistra, di conservazione e di rinnovazione, di tradizione e di progresso, noi non ci aggrappiamo disperatamente al passato, come a tavola suprema di salvezza, né ci lanciamo a capofitto fra le nebbie seducenti dell'avvenire. [S. E D.: 1922; vol. II, pag. 236.]
Il negativo, l'eterno immobile, è dannazione. lo sono per il movimento. Io sono un marciatore. [LUDWIG, l. c., pag. 204.]
11 ) Siamo i primi ad avere affermato, di fronte all' individualismo demoliberale, che l'individuo non esiste, se non in quanto è nello Stato e subordinato alle necessità dello Stato, e che, man mano che la civiltà assume forme sempre piú complesse, la libertà dell'individuo sempre piú si restringe. [S. E D.: 1929; vol. VII, pag. 147.]
Il senso dello Stato grandeggia nella coscienza degli Italiani, i quali sentono che solo lo Stato è la insostituibile garanzia della loro unità e della loro indipendenza; che solo lo Stato rappresenta la continuità nell'avvenire della loro stirpe e della loro storia! [Id., pag. 152.]
Se negli ottanta anni trascorsi abbiamo realizzalo dei progressi cosi imponenti, voi pensate e potete supporre e prevedere che nei prossimi cinquanta od ottanta anni il cammino dell'Italia, di questa Italia che noi sentiamo così potente, cosi percorsa da linfe vitali, sarà veramente grandioso specialmente se durerà la concordia di tutti i cittadini, se lo Stato continuerà ed essere l'arbitro nelle contese politiche e sociali, se tutto sarà nello Stato e niente fuori dello Stato, perché oggi non si concepisce un individuo fuori dello Stato se non sia l'individuo selvaggio che non può rivendicare per sé che la solitudine e la sabbia del deserto. [S. E D.: 1928; vol. VI, pag. 173.]
Il Fascismo ha restituito allo Stato la sua attività sovrana — rivendicandone, contro tutti i particolarismi di classe e di categoria, l'assoluto valore etico; ha restituito al governo dello Stato, ridotto a strumento esecutivo dell'assemblea elettiva, la sua dignità di rappresentante della perso-nalità dello Stato e la pienezza della sua potestà di imperio; ha sottratto l'amministrazione alle pressioni di tutte le faziosità e di lutti gli interessi. [S. E D.: 1928; vol. VI, pag. 292.]
... Lo Stato fascista rivendica in pieno il suo carattere di eticità: e cattolico, ma è fascista, anzi soprattutto, esclusivamente, essenzialmente fascista. Il Cattolicismo lo integra, e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica e metafisica, di cambiarci le carte in favola. [S. E D.: 1929; vol. VII, pag. 104-5.]
... uno Stato che è conscio della sua missione e che rappresenta un popolo che cammina, uno Stato che trasforma questo popolo continuamente, anche nel suo aspetto fisico. A questo popolo lo Stato deve dire delle grandi parole, agitare delle grandi idee e dei grandi problemi non fare soltanto dell'ordinaria amministrazione. [Id., pag. 105.]
13 ) Il concetto di libertà non è assoluto perché nella vita nulla vi è di assoluto. La libertà non è un diritto, è un dovere. Non è una elargizione: è una conquista; non è un'eguaglianza: è un privilegio. Il concetto di libertà muta col passare del tempo. C'è una libertà in tempo di pace che non è piú la libertà in tempo di guerra. C'è una libertà in tempo di ricchezza che non può essere concessa in tempo di miseria. [S. E D. : 1924; volume IV, pag. 77.]
... nel nostro Stato la libertà all'individuo non manca. Egli la possiede piú che l'uomo isolato: poiché lo Stato lo protegge, egli è una parte dello Stato. L'uomo isolalo invece resta indifeso. [LUDWIG, l. c., pagina 129.]
14 ) Oggi preannunziamo al mondo la creazione del potente Stato unitario italiano, dall'Alpi alla Sicilia, e questo Stato si esprime in una democrazia accentrata, organizzata, unitaria, nella quale democrazia il popolo circola a suo agio, perché, o signori, o voi immettete il popolo nella cittadella dello Stato, ed egli la difenderà, o sarà al di fuori, ed egli l'assalterà. [S. E D.: 1927; vol. VI, pag. 77.]
Nel regime fascista l'unità di tutte le classi, l'unità politica, sociale e morale del popolo italiano si realizza nello Stato e soltanto nello Stato fascista. [S. E D.: 1928; vol. VI, pag. 282.]
15 ) Abbiamo creato lo Stato unitario italiano. Pensate che dall'Impero in poi, l'Italia non fu piú uno Stato unitario. Noi qui riaffermiamo solennemente la nostra dottrina concernente lo Stato; qui riaffermo non meno energicamente la mia formula del discorso alla Scala di Milano "tutto nello Stato, niente contro lo Stato, nulla al di fuori dello Stato". [S. E D.: 1927: vol. VI, pag. 76]
16 ) ...siamo cioè in uno Stato che controlla tutte le forze che agiscono in seno alla nazione. Controlliamo le forze politiche, controlliamo le forze morali, controlliamo le forze economiche, siamo quindi in pieno Stato corporativo fascista...
Noi rappresentiamo un principio nuovo nel mondo, noi rappresentiamo la antitesi netta, categorica, definitiva di lutto il mondo della democrazia, della plutocrazia, della massoneria, di tutto il mondo, per dire in una parola, degli immortali principi dell'89. [S. E D.: 1926; vol. V, pagine 310-11.]
Il Ministero delle Corporazioni non è un organo burocratico e nemmeno vuole sostituirsi alle organizzazioni sindacali nella loro azione necessariamente autonoma, diretta ad inquadrare, selezionare, migliorare i loro aderenti. Il Ministero delle Corporazioni è l'organo per cui, al centro o alla periferia, si realizza la corporazione integrale, si attuano gli equilibri fra gli interessi e le forze del mondo economico. Attuazione possibile, sul terreno dello Stato, perché solo lo Stato trascende gli interessi contrastanti dei singoli e dei gruppi, per coordinarli ad un fine superiore, attuazione resa piú spedita dal fatto che tutte le organizzazioni economiche riconosciute, garantite, tutelate nello Stato corporativo, vivono nell'orbita comune del Fascismo: accettano cioè la concezione dottrinale e pratica del Fascismo. [S. E D.: 1926; vol. V, pagg. 371-72.]
... abbiamo sostituito lo Stato corporativo e fascista, lo Stato della società nazionale, lo Stato che raccoglie, controlla, armonizza e contempera gli interessi di tutte le classi sociali, le quali si vedono egualmente tutelate. E mentre prima, durante gli anni del regime demo-liberale, le masse laboriose guardavano con diffidenza lo Stato, erano al di fuori dello Stato, erano contro lo Stato, consideravano lo Stato come un nemico d'ogni giorno e di ogni ora, oggi non c'è Italiano che lavori, che non cerchi il suo posto nelle Corporazioni, nelle federazioni, che non voglia essere una molecola vivente di quel grande, immenso organismo vivente che è lo Stato nazionale corporativo fascista. [S. E D.: 1926: vol. V, pag. 449.]
17 ) La guerra è stata "rivoluzionaria" nel senso che ha liquidato —tra fiumi di sangue — il secolo della democrazia, il secolo del numero, delle maggioranze, della quantità. [S. E D.: 1922; vol. II, pag. 265.]
Per noi la nazione è soprattutto spirito e non soltanto territorio. Ci sono Stati che hanno avuto immensi territori e che non lasciarono traccia alcuna nella storia umana. Non è soltanto numero, perché si ebbero, nella storia, degli Stati piccolissimi, microscopici, che hanno lasciato documenti memorabili, imperituri nell'arte e nella filosofia. La grandezza della nazione è il complesso di tutte queste virtú, di tutte queste condizioni. Una nazione è grande quando traduce nella realtà la forza del suo spirito. [Id., pag. 346.]
Noi vogliamo unificare la nazione nello Stato sovrano, che è sopra di tutti e può essere contro tutti perché rappresenta la continuità morale della nazione nella storia. Senza lo Stato non c'è nazione. Ci sono soltanto degli aggregati umani, suscettibili di tutte le disintegrazioni che la storia può infliggere loro. [S. E D.: 1924; vol. IV, pagg. 244-5.]
20 ) Io credo che i popoli... se vogliono vivere, debbono sviluppare una certa volontà di potenza; altrimenti vegetano e vivacchiano e saranno preda di un popolo piú forte che questa volontà di potenza ha maggiormente sviluppata. [Discorso al Senato, 28 maggio 1926.]
21 ) E' il Fascismo che ha rifoggiato il carattere degli Italiani, scrostando dalle nostre anime ogni scoria impura, temprandolo a tutti i sacrifici, dando al volto italiano il suo vero aspetto di forza e di bellezza. [S. E D.: 1926; vol. V, pag. 346.]
Non è fuor di luogo illustrare il carattere intrinseco, la significazione profonda della Leva fascista. Non si tratta soltanto di una cerimonia, ma di un momento importantissimo di quel sistema di educazione e preparazione totalitaria e integrale dell'uomo italiano che la Rivoluzione fascista considera come uno dei compiti fondamentali e pregiudiziali dello Stato, anzi il fondamentale. Qualora lo Stato non lo assolva o accetti comunque di discuterne, esso mette in gioco puramente e semplicemente il suo diritto di esistere. [S. E D.: 1928; vol. VI, pag. 156.]
Ultima modifica di Marcus il Ven Gen 31, 2014 1:18 pm, modificato 8 volte in totale
Inviato: Gio Nov 10, 2011 2:14 pm Oggetto:
Cap. II - DOTTRINA POLITICA E SOCIALE
Quando, nell'ormai lontano marzo del 1919, dalle colonne del Popolo d’Italia io convocai a Milano i superstiti interventisti-intervenuti, che mi avevano seguito sin dalla costituzione dei Fasci d'azione rivoluzionaria - avvenuta nel gennaio del 1915 - non c'era nessuno specifico piano dottrinale nel mio spirito. Di una sola dottrina io recavo l'esperienza vissuta: quella del socialismo dal 1903-04 sino all'inverno del 1914: circa un decennio. Esperienza di gregario e di capo, ma non esperienza dottrinale. La mia dottrina, anche in quel periodo, era stata la dottrina dell'azione. (1) Una dottrina univoca, universalmente accettata, del socialismo non esisteva più sin dal 1905, quando comincia in Germania il movimento revisionista facente capo al Bernstein (2) e per contro si formò, nell'altalena delle tendenze, un movimento di sinistra rivoluzionario, che in Italia non uscì mai dal campo delle frasi, mentre, nel socialismo russo, fu il preludio del bolscevismo. (3) Riformismo, rivoluzionarismo, centrismo, (4) di questa terminologia anche gli echi sono spenti, mentre nel grande fiume del fascismo troverete i filoni che si dipartirono dal Sorel, (5) dal Péguy, (6) dal Lagardelle (7) del Mouvement Socialiste e dalla coorte dei sindacalisti italiani, che tra il 1904 e il 1914 portarono una nota di novità nell'ambiente socialistico italiano, già svirilizzato e cloroformizzato dalla fornicazione giolittiana, ( 8 ) con le Pagine libere di Olivetti, La Lupa di Orano, il Divenire sociale di Enrico Leone. (9) Nel 1919, finita la guerra, il socialismo era già morto come dottrina: esisteva solo come rancore, aveva ancora una sola possibilità, specialmente in Italia, la rappresaglia contro coloro che avevano voluto la guerra e che dovevano espiarla. Il Popolo d’Italia recava nel sottotitolo quotidiano dei combattenti e dei produttori. La parola produttori era già l'espressione di un indirizzo mentale. Il Fascismo non fu tenuto a balia da una dottrina elaborata in precedenza, a tavolino: nacque da un bisogno di azione e fu azione; non fu partito, ma, nei primi due anni, antipartito e movimento. Il nome che io diedi all'organizzazione, ne fissava i caratteri. Eppure chi rilegga, nei fogli oramai gualciti dell'epoca, il resoconto dell'adunata costitutiva dei Fasci italiani di combattimento, non troverà una dottrina, ma una serie di spunti, di anticipazioni, di accenni, che, liberati dall'inevitabile ganga delle contingenze, dovevano poi, dopo alcuni anni, svilupparsi in una serie di posizioni dottrinali, che facevano del Fascismo una dottrina politica a sé stante, (10) in confronto di tutte le altre e passate e contemporanee. Se la borghesia, dicevo allora, crede di trovare in noi dei parafulmini si inganna. Noi dobbiamo andare incontro al lavoro... Vogliamo abituare le classi operaie alla capacità direttiva, anche per convincerle che non è facile mandare avanti una industria o un commercio... Combatteremo il retroguardismo tecnico e spirituale... Aperta la successione del regime noi non dobbiamo essere degli imbelli. Dobbiamo correre; se il regime sarà superato saremo noi che dovremo occupare il suo posto. Il diritto di successione ci viene perché spingemmo il paese alla guerra e lo conducemmo alla vittoria. L'attuale rappresentanza politica non ci può bastare, vogliamo una rappresentanza diretta dei singoli interessi... (11) Si potrebbe dire contro questo programma che si ritorna alle corporazioni. Non importa ! ...Vorrei perciò che l'assemblea accettasse le rivendicazioni del sindacalismo nazionale dal punto di vista economico... Non è singolare che sin dalla prima giornata di Piazza San Sepolcro (12) risuoni la parola corporazione che doveva, nel corso della Rivoluzione, significare una delle creazioni legislative e sociali alla base del regime?
Gli anni che precedettero la marcia su Roma, (13) furono anni durante i quali le necessità dell'azione non tollerarono indagini o complete elaborazioni dottrinali. Si battagliava nelle città e nei villaggi. (14) Si discuteva, ma - quel che è più sacro e importante - si moriva. Si sapeva morire. La dottrina – bella e formata, con divisione di capitoli e paragrafi e contorno di elucubrazioni - poteva mancare; ma c'era a sostituirla qualche cosa di più decisivo: la fede. Purtuttavia, a chi rimemori sulla scorta dei libri, degli articoli, dei voti dei congressi, dei discorsi maggiori e minori, chi sappia indagare e scegliere, troverà che i fondamenti della dottrina furono gettati mentre infuriava la battaglia. È precisamente in quegli anni, che anche il pensiero fascista si arma, si raffina, procede verso una sua organizzazione. I problemi dell'individuo e dello Stato; i problemi dell'autorità e della libertà; i problemi politici e sociali e quelli più specificatamente nazionali; la lotta contro le dottrine liberali, democratiche, socialistiche, massoniche, popolaresche (15) fu condotta contemporaneamente alle spedizioni punitive. Ma poiché mancò il sistema si negò dagli avversari in malafede al Fascismo ogni capacità di dottrina, mentre la dottrina veniva sorgendo, sia pure tumultuosamente dapprima sotto l'aspetto di una negazione violenta e dogmatica come accade di tutte le idee che esordiscono, poi sotto l’aspetto positivo di una costruzione che trovava, successivamente negli anni 1926, `27 e `28, la sua realizzazione nelle leggi e negli istituti del regime. Il Fascismo è oggi nettamente individuato non solo come regime ma come dottrina. Questa parola va interpretata nel senso che oggi il fascismo esercitando la sua critica su se stesso e sugli altri, ha un suo proprio inconfondibile punto di vista, di riferimento - e quindi di direzione - dinnanzi a tutti i problemi che angustiano, nelle cose o nelle intelligenze, i popoli del mondo.
Anzitutto il Fascismo, per quanto riguarda, in generale, l'avvenire e lo sviluppo dell'umanità, e a parte ogni considerazione di politica attuale, non crede alla possibilità né all'utilità della pace perpetua. Respinge quindi il pacifismo che nasconde una rinuncia alla lotta e una viltà - di fronte al sacrificio. Solo la guerra porta al massimo di tensione tutte le energie umane e imprime un sigillo di nobiltà ai popoli che hanno la virtù di affrontarla. Tutte le altre prove sono dei sostituti, che non pongono mai l'uomo di fronte a se stesso, nell'alternativa della vita e della morte. Una dottrina, quindi, che parta dal postulato pregiudiziale della pace, è estranea al Fascismo cosi come estranee allo spirito del Fascismo, anche se accettate per quel tanto di utilità che possano avere in determinate situazioni politiche, sono tutte le costruzioni internazionalistiche e societarie, (16) le quali, come la storia dimostra, si possono disperdere al vento quando elementi sentimentali, ideali e pratici muovono a tempesta il cuore dei popoli. Questo spirito anti-pacifista, il Fascismo lo trasporta anche nella vita degli individui. L'orgoglioso motto squadrista (17) “me ne frego”, scritto sulle bende di una ferita, è un atto di filosofia non soltanto stoica, è il sunto di una dottrina non soltanto politica: è l'educazione al combattimento, l'accettazione dei rischi che esso comporta; è un nuovo stile di vita italiano. ( 18 ) Così il fascista accetta, ama la vita, ignora e ritiene vile il suicidio; comprende la vita come dovere, elevazione, conquista: la vita che deve essere alta e piena: vissuta per se, ma soprattutto per gli altri, vicini e lontani, presenti e futuri. (19)
La politica demografica (20) del regime è la conseguenza di queste premesse. Anche il fascista ama infatti il suo prossimo, ma questo prossimo non è per lui un concetto vago e inafferrabile: l'amore per il prossimo non impedisce le necessarie educatrici severità, e ancora meno le differenziazioni e le distanze. Il Fascismo respinge gli abbracciamenti universali e, pur vivendo nella comunità dei popoli civili, li guarda vigilante e diffidente negli occhi, li segue nei loro stati d'animo e nella trasformazione dei loro interessi né si lascia ingannare da apparenze mutevoli e fallaci.
Una siffatta concezione della vita porta il Fascismo a essere la negazione recisa di quella dottrina che costituì la base del socialismo cosiddetto scientifico o marxiano: (21) la dottrina del materialismo storico secondo il quale la storia delle civiltà umane si spiegherebbe soltanto con la lotta d'interessi fra i diversi gruppi sociali e col cambiamento dei mezzi e strumenti di produzione. Che le vicende dell'economia - scoperte di materie prime, nuovi metodi di lavoro, invenzioni scientifiche - abbiano una loro importanza, nessuno nega; ma che esse bastino a spiegare la storia umana escludendone tutti gli altri fattori, è assurdo: il Fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell'eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico - lontano o vicino - agisce. Negato il materialismo storico, per cui gli uomini non sarebbero che comparse della storia, che appaiono e scompaiono alla superficie dei flutti, mentre nel profondo si agitano e lavorano le vere forze direttrici, è negata anche la lotta di classe, immutabile e irreparabile, che di questa concezione economicistica della storia è la naturale figliazione, e soprattutto è negato che la lotta di classe sia l'agente preponderante delle trasformazioni sociali. Colpito il socialismo in questi due capisaldi della sua dottrina, di esso non resta allora che l'aspirazione sentimentale - antica come l'umanità - a una convivenza sociale nella quale siano alleviate le sofferenze e i dolori della più umile gente. Ma qui il Fascismo respinge il concetto di felicità economica, che si realizzerebbe socialisticamente e quasi automaticamente a un dato momento dell'evoluzione dell'economia, con l'assicurare a tutti il massimo di benessere. Il Fascismo nega il concetto materialistico di felicità come possibile e lo abbandona agli economisti della prima metà del `700; (22) nega cioè l'equazione benessere = felicità che convertirebbe gli uomini in animali di una cosa sola pensosi: quella di essere pasciuti e ingrassati, ridotti, quindi, alla pura e semplice vita vegetativa.
Dopo il socialismo, il Fascismo batte in breccia tutto il complesso delle ideologie democratiche e le respinge, sia nelle loro premesse teoriche, sia nelle loro applicazioni o strumentazioni pratiche. (23) Il Fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; (24) afferma la disuguaglianza irrimediabile e feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico ed estrinseco com'è il suffragio universale. Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi, tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. (25) Questo spiega perché il Fascismo, pur avendo prima del 1922 - per ragioni di contingenza - assunto un atteggiamento di tendenzialità repubblicana, vi rinunciò prima della marcia su Roma, convinto che la questione delle forme politiche di uno Stato non è, oggi, preminente e che studiando nel campionario delle monarchie passate e presenti, delle repubbliche passate e presenti, risulta che monarchia e repubblica non sono da giudicare sotto la specie dell'eternità, (26) ma rappresentano forme nelle quali si estrinseca l'evoluzione politica, la storia, la tradizione, la psicologia di un determinato paese. Ora il Fascismo supera l'antitesi monarchia-repubblica sulla quale si attarda il democraticismo, caricando la prima di tutte le insufficienze, e apologizzando l'ultima come regime di perfezione. Ora s’è visto che ci sono repubbliche intimamente reazionarie o assolutistiche, e monarchie che accolgono le più ardite esperienze politiche e sociali. (27)
La ragione, la scienza - diceva Renan, ( 28 ) che ebbe delle illuminazioni prefasciste, in una delle sue Meditazioni filosofiche - sono dei prodotti dell'umanità, ma volere la ragione direttamente per il popolo e attraverso il popolo è una chimera. Non è necessario per l'esistenza della ragione che tutto il mondo la conosca. In ogni caso se tale iniziazione dovesse farsi non si farebbe attraverso la bassa democrazia, che sembra dover condurre all'estinzione di ogni cultura difficile, e di ogni più alta disciplina. Il principio che la società esiste solo per il benessere e la libertà degli individui che la compongono non sembra essere conforme ai piani della natura, piani nei quali la specie sola è presa in considerazione e l'individuo sembra sacrificato. E’ da fortemente temere che l'ultima parola della democrazia così intesa (mi affretto a dire che si può intendere anche diversamente) non sia uno stato sociale nel quale una massa degenerata non avrebbe altra preoccupazione che godere i piaceri ignobili dell'uomo volgare. Fin qui Renan. Il Fascismo respinge nella democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e l'abito dell'irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello Stato, il Fascismo poté da chi scrive essere definito una “democrazia organizzata, centralizzata, autoritaria”.
Di fronte alle dottrine liberali, (29) il Fascismo è in atteggiamento di assoluta opposizione, e nel campo della politica e in quello dell'economia. Non bisogna esagerare - a scopi semplicemente di polemica attuale - l'importanza del liberalismo nel secolo scorso, e fare di quella che fu una delle numerose dottrine sbocciate in quel secolo, una religione dell'umanità per tutti i tempi presenti e futuri. Il liberalismo non fiorì che per un quindicennio. Nacque nel 1830 come reazione alla Santa Alleanza che voleva respingere l'Europa al pre-'89, ed ebbe il suo anno di splendore nel 1848 quando anche Pio IX fu liberale. (30) Subito dopo cominciò la decadenza. Se il `48 fu un anno di luce e di poesia, il `49 fu un anno di tenebre e di tragedia. (31) La repubblica di Roma fu uccisa da un'altra repubblica, quella di Francia. Nello stesso anno, Marx lanciava il vangelo della religione del socialismo, col famoso Manifesto dei comunisti. (32) Nel 1851 Napoleone III fa il suo illiberale colpo di Stato e regna sulla Francia fino al 1870, quando fu rovesciato da un moto di popolo, ma in seguito a una disfatta militare fra le più grandi che conti la storia. Il vittorioso è Bismarck, il quale non seppe mai dove stesse di casa la religione della libertà e di quali profeti si servisse. E’ sintomatico che un popolo di alta civiltà, come il popolo tedesco, abbia ignorato in pieno, per tutto il sec. XIX, la religione della libertà. Non c'è che una parentesi. Rappresentata da quello che è stato chiamato il ridicolo parlamento di Francoforte, che durò una stagione. (33) La Germania ha raggiunto la sua unità nazionale al di fuori del liberalismo, contro il liberalismo, dottrina che sembra estranea all'anima tedesca, anima essenzialmente monarchica, mentre il liberalismo è l'anticamera storica e logica dell'anarchia. Le tappe dell'unità tedesca sono le tre guerre del `64, `66, `70, guidate da liberali come Moltke e Bismarck. (34) Quanto all'unità italiana, il liberalismo vi ha avuto una parte assolutamente inferiore all'apporto dato da Mazzini e da Garibaldi che liberali non furono. Senza l'intervento dell'illiberale Napoleone, non avremmo avuto la Lombardia, (35) e senza l'aiuto (36) dell'illiberale Bismarck a Sadowa e a Sedan, molto probabilmente non avremmo avuto, nel `66, la Venezia; e nel 1870 non saremmo entrati a Roma. Dal 1870 al 1915, corre il periodo nel quale gli stessi sacerdoti del nuovo credo accusano il crepuscolo della loro religione: battuta in breccia dal decadentismo nella letteratura, dall'attivismo nella pratica. Attivismo: cioè nazionalismo, futurismo, Fascismo. (37) Il secolo liberale dopo aver accumulato un'infinità di nodi gordiani, cerca di scioglierli con l'ecatombe della guerra mondiale. Mai nessuna religione impose così immane sacrificio. Gli dei del liberalismo avevano sete di sangue? Ora il liberalismo sta per chiudere le porte dei suoi templi deserti perché i popoli sentono che il suo agnosticismo nell'economia, il suo indifferentismo nella politica e nella morale condurrebbe, come ha condotto, a sicura rovina gli Stati. ( 38 )Si spiega con ciò che tutte le esperienze politiche del mondo contemporaneo sono antiliberali ed è supremamente ridicolo volerle perciò classificare fuori della storia; come se la storia fosse una bandita di caccia riservata al liberalismo e ai suoi professori, come se il liberalismo fosse la parola definitiva e non più superabile della civiltà.
Le negazioni fasciste del socialismo, della democrazia, del liberalismo, non devono tuttavia far credere che il fascismo voglia respingere il mondo a quello che esso era prima di quel 1789, che viene indicato come l'anno di apertura del secolo demo -liberale. Non si torna indietro. La dottrina fascista non ha eletto a suo profeta De Maistre. (39) L'assolutismo monarchico fu, e così pure ogni ecclesiolatria. Cosi “furono” i privilegi feudali e la divisione in caste impenetrabili e non comunicabili fra di loro. (40) Il concetto di autorità fascista non ha niente a che vedere con lo stato di polizia. (41) Un partito che governa totalitariamente una nazione, è un fatto nuovo nella storia. Non sono possibili riferimenti e confronti. Il Fascismo dalle macerie delle dottrine liberali, socialistiche, democratiche, trae quegli elementi che hanno ancora un valore di vita. Mantiene quelli che si potrebbero dire i fatti acquisiti della storia, respinge tutto il resto, cioè il concetto di una dottrina buona per tutti i tempi e per tutti i popoli. Ammesso che il sec. XIX sia stato il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia, non è detto che anche il sec. XX debba essere il secolo del socialismo, del liberalismo, della democrazia. Le dottrine politiche passano, i popoli restano. Si può pensare che questo sia il secolo dell'autorità, un secolo di “destra”, (42) un secolo fascista; se il XIX fu il secolo dell'individuo (liberalismo significa individualismo), si può pensare che questo sia il secolo “collettivo” e quindi il secolo dello Stato. Che una nuova dottrina possa utilizzare gli elementi ancora vitali di altre dottrine è perfettamente logico. Nessuna dottrina nacque tutta nuova, lucente, mai vista. Nessuna dottrina può vantare una “originalità” assoluta. Essa è legata, non fosse che storicamente, alle altre dottrine che furono, alle altre dottrine che saranno. Così il socialismo scientifico di Marx è legato al socialismo utopistico dei Fourier, (43) degli Owen, (44) dei Saint-Simon; (45) cosi il liberalismo dell'800 si riattacca a tutto il movimento illuministico del `700. (46) Così le dottrine democratiche sono legate all'Enciclopedia. Ogni dottrina tende a indirizzare l'attività degli uomini verso un determinato obiettivo; ma l'attività degli uomini reagisce sulla dottrina, la trasforma, l'adatta alle nuove necessità o la supera. La dottrina, quindi dev'essere essa stessa non un'esercitazione di parole, ma un atto di vita. In ciò le venature pragmatistiche (47) del Fascismo, la sua volontà di potenza, il suo volere essere, la sua posizione di fronte al fatto violenza e al suo valore.
Caposaldo della dottrina fascista è la concezione dello Stato, della sua essenza, dei suoi compiti, delle sue finalità. Per il Fascismo lo Stato è un assoluto, davanti al quale individui e gruppi sono il relativo. Individui e gruppi sono pensabili in quanto siano nello Stato. ( 48 ) Lo Stato liberale non dirige il giuoco e lo sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ma si limita a registrare i risultati; lo Stato fascista ha una sua consapevolezza, una sua volontà, per questo si chiama Stato “etico”. Nel 1929 alla prima assemblea quinquennale del regime io dicevo: “Per il Fascismo lo Stato non è il guardiano notturno che si occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini; non è nemmeno una organizzazione a fini puramente materiali, come quello di garantire un certo benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso a realizzarlo basterebbe un consiglio di amministrazione; non è nemmeno una creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà materiale e complessa della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato così come il Fascismo lo concepisce e attua è un fatto spirituale e morale, poiché concreta l'organizzazione politica, giuridica, economica della nazione, e tale organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello spirito. Lo Stato è garante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu nei secoli elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è soltanto presente, ma è anche passato e soprattutto futuro. E' lo Stato che trascendendo il limite breve delle vite individuali rappresenta la coscienza immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la necessità rimane. E' lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile, li rende consapevoli della loro missione, li sollecita all'unità; armonizza i loro interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze, nelle arti, nel diritto, nell'umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita elementare della tribù alla più alta espressione umana di potenza che è l'impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la sua integrità o per obbedire alle sue leggi; addita come esempio e raccomanda alle generazioni che verranno, i capitani che lo accrebbero di territorio e i geni che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono le tendenze dissociatrici e centrifughe degli individui o dei gruppi, le società nazionali volgono al tramonto”.
Dal 1929 a oggi, l'evoluzione economica politica universale ha ancora rafforzato queste posizioni dottrinali. Chi giganteggia è lo Stato. Chi può risolvere le drammatiche contraddizioni del capitalismo è lo Stato. Quella che si chiama crisi, non si può risolvere se non dallo Stato, entro lo Stato. Dove sono le ombre dei Jules Simon, (49) che agli albori del liberalismo proclamavano che “lo Stato deve lavorare a rendersi inutile e a preparare le sue dimissioni”? Dei Mac Culloch, (50) che nella seconda metà del secolo scorso affermavano che lo Stato deve astenersi dal troppo governare? E che cosa direbbe mai dinnanzi ai continui, sollecitati, inevitabili interventi dello Stato nelle vicende economiche, l'inglese Bentham, (51) secondo il quale l'industria avrebbe dovuto chiedere allo Stato soltanto di essere lasciata in pace, o il tedesco Humboldt, (52) secondo il quale lo Stato “ozioso” doveva essere considerato il migliore? Vero è che la seconda ondata degli economisti liberali (53) fa meno estremista della prima e già lo stesso Smith (54) apriva - sia pure cautamente - la porta agli interventi dello Stato nell'economia. Se chi dice liberalismo dice individuo, chi dice Fascismo dice Stato. Ma lo Stato fascista è unico ed è una creazione originale. Non è reazionario, ma rivoluzionario, in quanto anticipa le soluzioni di determinati problemi universali quali sono posti altrove nel campo politico dal frazionamento dei partiti, dal prepotere del parlamentarismo, dall'irresponsabilità delle assemblee, nel campo economico dalle funzioni sindacali sempre più numerose e potenti sia nel settore operaio come in quello industriale, dai loro conflitti e dalle loro intese; nel campo morale dalla necessità dell'ordine, della disciplina, dell'obbedienza a quelli che sono i dettami morali della patria. Il Fascismo vuole lo Stato forte, organico e al tempo stesso poggiato su una larga base popolare. Lo Stato fascista ha rivendicato a sé anche il campo dell'economia e, attraverso le istituzioni corporative, sociali, educative da lui create, (55) il senso dello Stato arriva sino alle estreme propaggini, e nello Stato circolano, inquadrate nelle rispettive organizzazioni, tutte le forze politiche, economiche, spirituali della nazione. Uno Stato che poggia su milioni d'individui che lo riconoscono, lo sentono, sono pronti a servirlo, non è lo Stato tirannico del signore medievale. Non ha niente di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l'89. L'individuo nello Stato fascista non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, cosi come in un reggimento un soldato non è diminuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Lo Stato fascista organizza la nazione, ma lascia poi agli individui margini sufficienti; esso ha limitato le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere l'individuo, ma soltanto lo Stato.
Lo Stato fascista è una volontà di potenza e d'imperio. La tradizione romana è qui un'idea di forza. Nella dottrina del Fascismo l'impero non è soltanto un'espressione territoriale o militare o mercantile, ma spirituale o morale. Si può pensare a un impero, cioè a una nazione che direttamente o indirettamente guida altre nazioni, senza bisogno di conquistare un solo chilometro quadrato di territorio. Per il Fascismo la tendenza all'impero, cioè all'espansione delle nazioni, è una manifestazione di vitalità; il suo contrario, o il piede di casa, è un segno di decadenza: popoli che sorgono o risorgono sono imperialisti, popoli che muoiono sono rinunciatari. (60) Il Fascismo è la dottrina più adeguata a rappresentare le tendenze, gli stati d'animo di un popolo come l'italiano che risorge dopo molti secoli di abbandono o di servitù straniera. Ma l'impero richiede disciplina, coordinazione degli sforzi, dovere e sacrificio; questo spiega molti aspetti dell'azione pratica del regime e l'indirizzo di molte forze dello Stato e la severità necessaria contro coloro che vorrebbero opporsi a questo moto spontaneo e fatale dell’Italia nel secolo XX, e opporsi agitando le ideologie superate del secolo XIX, ripudiate dovunque si siano osati grandi esperimenti di trasformazioni politiche e sociali: non mai come in questo momento i popoli hanno avuto sete di autorità, di direttive, di ordine. Se ogni secolo ha una sua dottrina, da mille indizi appare che quella del secolo attuale è il Fascismo. Che sia una dottrina di vita, lo mostra il fatto che ha suscitato una fede: che la fede abbia conquistato le anime, lo dimostra il fatto che il Fascismo ha avuto i suoi caduti e i suoi martiri. Il Fascismo ha oramai nel mondo l'universalità di tutte le dottrine che, realizzandosi, rappresentano un momento nella storia dello spirito umano.
1 Azione consapevole, che portava Mussolini a una continua revisione critica dei principi, dei metodi e del valore effettivo del partito socialista e degli altri partiti politici; da qui il suo ascendente sulle masse lavoratrici del partito; da qui il progressivo accentuarsi della sua capacità di comprendere la realtà del momento e l'affinarsi dell'intuito delle possibilità di sviluppo d'una situazione. Cosi si temprò in lui una volontà duttile e insieme salda e audace. Nell'azione combattuta, più ancora che per interna crisi spirituale, maturò in lui quel superamento delle ideologie socialiste, che nel 1914, durante la tragedia europea, gli fece abbandonare la direzione del giornale socialista Avanti!, condannare la pregiudiziale neutralista del socialismo e dello stesso liberalismo, che teneva il potere, e fondare, il 15 novembre, 11 Popolo d'Italia, con deciso programma interventista.
3 Il vocabolo bolscevismo significa “massimalismo” e si contrappone a “menscevismo”, che significa " minimalismo”. L'origine di questi nomi va cercata nel congresso socialista russo del 1903, quando la corrente rivoluzionaria, che faceva capo al Lenin, ottenne la maggioranza dei voti. L'opposizione menscevica era di tendenze moderate e sostenitrice di graduali riforme. Lenin diresse poi, nel 1917, la rivoluzione, che travolse lo zarismo e instaurò il regime dei Soviet.
4 Il riformismo del Bernstein fu combattuto, nel 1903, dal partito socialista ufficiale di Germania, ma nel 1905 si affermò e si diffuse, venendo a patti coi governi liberali e resistendo vigorosamente al socialismo rivoluzionario e massimalista. “Centrismo” erano detti la teoria e l'atteggiamento intermedi.
5 Georges Sorel (1847-1922), storico e sociologo francese, critico del marxismo e sostenitore, fra i primi, del sindacalismo operaio. Non accettò la teoria marxista del materialismo storico, ripugnandogli di dover considerare il fattore economico l'unico o il principale fattore della storia umana, ma fece suo l'altro principio marxista della lotta di classe, da combattersi dal proletariato mediante istituzioni proprie (sindacati). Mezzo efficacissimo lo sciopero, elevato a mito. Criterio costante doveva essere la violenza, intesa nel senso programmatico di azione generatrice di valori umani nuovi e piú alti. E’ noto il suo libro “Riflessioni sulla violenza”. Mussolini subì notevolmente l'influsso di questo teorico francese della lotta sociale.
7 Hubert Lagardelle, seguace del Sorel, fu direttore, in principio del secolo, della più importante rivista dottrinale del sindacalismo, “Le Mouvement Socialiste”, e autore, fra l'altro, d'una “Storia del socialismo francese”.
10 Dopo aver ribadito il concetto che dapprima il Fascismo fu soprattutto azione, anzi “reazione” a idee, istituti e partiti dominanti, Mussolini afferma la presenza, in quell'azione, di elementi dottrinali, rinnovati o nuovi, già ben delineati e concorrenti a formare una dottrina politica per sé stante. Cfr. Cap. I, § 1.
11 L'attuazione si è avuta nel 1939: sostituzione della Camera dei Deputati con la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
12 Piazza S. Sepolcro, a Milano, dove è la casa in cui, il 23 marzo 1919, venne tenuta da Mussolini l'adunanza costitutiva del Fascismo.
15 Dottrine popolaresche: quelle del “Partito Popolare", democratico cristiano, costituitosi subito dopo la fine della guerra europea.
16 Si allude specialmente all'Internazionale Socialista e alla ginevrina Società delle Nazioni, costituita nel 1919 e ormai finita.
17 Squadristi: le squadre di fascisti, che, com'è stato detto piú indietro, “battagliavano nelle città e nei villaggi” e facevano le “spedizioni punitive” Il motto significa: "non me ne importa", "non conta nulla".
19 Cfr. Cap. I, §§ 2 - 4.
20 Demografica è detta l'azione politica vòlta a ottenere un maggior numero di nascite. All'aumento quantitativo della popolazione deve accompagnarsi l'accentuazione del sentimento di patria solidarietà e di fierezza nazionale.
21 Carlo Marx (1818-1883), teorico del socialismo scientifico, autore del “Capitale” e compilatore, nel 1848, insieme con Federico Engels, del “Manifesto dei comunisti”, in cui si rivolgeva agli operai di tutto il mondo, incitandoli a unirsi e a combattere contro il capitalismo. Poiché il capitalismo della borghesia costituiva un sistema oppressivo internazionale, così il proletariato doveva tendere alla fusione dei vari partiti socialisti nazionali in un'organizzazione mondiale, avente comuni principi e analoghi metodi d'azione. Lo spirito informatore della dottrina del Marx è dunque la lotta di classe, che, nella mente del Marx, era destinata a divenire sempre piú acuta, col risultato di avere, da una parte, la concentrazione del potere economico in poche mani (sia pel progresso tecnico della produzione che pel gioco della concorrenza, giovevole ai più forti), dall'altra parte l'esasperazione della miseria, finché la società, quasi tutta proletarizzata, reagendo per forza naturale di cose, avrebbe tolto di mezzo la ristretta classe sfruttatrice, realizzando uno stato sociale senza classi, cioè il socialismo integrale o comunismo. Tutto ciò per effetto dell'azione e reazione di forze economiche e materiali, naturali e sociali, antagonistiche, secondo la teoria del “materialismo storico”, di derivazione hegeliana. Il materialismo storico è retaggio comune del liberalismo economico e del socialismo, e come ha la sua confutazione teorica nell'arbitraria e falsa riduzione dell'uomo a puro essere economico e naturale, cosi trova la sua condanna storica nei frutti che ha prodotti e sta ancora producendo in alcuni Paesi.
22 Come il Marx e gli altri teorici del socialismo allettano le masse col miraggio	della felicità sociale, conseguente, per forza di natura, alla vittoria comunista, cosí anche prima del Marx la scuola fisiocratica, fiorita specialmente in Francia nel Settecento, con a capo il medico Quesnay (1694-1774), aveva affermato che vi è nella natura un ordine provvidenziale, seguendo il quale gli uomini raggiungono la felicità. Cfr. Cap. 1, § 6.
23 Le ideologie democratiche hanno il loro fondamento nei principi della sovranità popolare e dell'uguaglianza sociale, proclamati soprattutto dai regimi repubblicani. Grande teorico della democrazia moderna fu il Rousseau nel “Contratto Sociale”. Una delle piú note “strumentazioni pratiche” sono le elezioni, da parte del popolo (suffragio elettorale), degli amministratori della cosa pubblica e di chi deve esercitare il potere legislativo alla Camera dei Deputati e al Senato e, indirettamente (cioè per il tramite del Consiglio dei Ministri, la cui composizione ne dipende), il potere esecutivo.
26 Giudicare “sotto la specie dell'eternità”, significa considerare certe cose come se avessero un valore ideale e immutabile.
27 Ad esempio, attualmente, la repubblica sovietica, per l'un rispetto, e la monarchia di Savoia, per l'altro.
28 Hernest Renan (1823-1892), filosofo e storico francese, noto per i suoi studi di storia della religione, di carattere positivistico e razionalistico, con tendenze idealistiche. Si occupò anche di questioni sociali e politiche, mostrandosi contrario alla democrazia imperante, che riteneva troppo rivolta a fini puramente utilitari, incurante dei valori morali e culturali, bassa come il popolo ancora ineducato di cui era l'espressione.
29 Liberalismo e democrazia si richiamano; comune è il principio dell'individualismo; comune è la teoria della libertà politica, concepita spesso in astratto. Collegato vi è il liberalismo economico.
30 Com'è noto, la Santa Alleanza fra Russia, Prussia e Austria, cui accedettero poi altre Potenze, fu proposta dallo zar Alessandro I e costituita nel 1815, dopo il Congresso di Vienna, col proposito di assicurare all'Europa una convivenza sociale e politica fondata sui principi cristiani. In realtà persegui lo scopo di mantenere la sistemazione politico-territoriale europea stabilita nel Congresso, combattere le idee della rivoluzione del 1789 e sostenere l'assolutismo. Si formarono contro di essa le Società segrete liberali, come la Carboneria. Nel 1830 ci fu a Parigi la rivoluzione di Luglio, che abbatté il reazionario Carlo X di Borbone e pose sul trono di Francia Luigi Filippo di Orléans, che s'era posto coi liberali. La spinta al trionfo del liberalismo politico era, cosí, stata data e, nonostante le resistenze e le manovre della Santa Alleanza e i ripiegamenti dello stesso Luigi Filippo, il liberalismo si diffuse largamente e ebbe il suo anno di successi irresistibili nel 1848. In Francia si proclamò la repubblica; in Germania si ebbero moti liberali vittoriosi, almeno per qualche tempo; in Austria insorsero Praga, Budapest e la stessa Vienna, dove il principale esponente della Santa Alleanza, il principe di Metternich, fu dei primi a esserne travolto; in Italia si ebbe la concessione degli Statuti liberali a Napoli, a Firenze, a Torino, a Roma medesima; ed ecco, poi le rivoluzioni antiaustriache di Milano e di Venezia, mentre tutta la Penisola era percorsa da entusiasmo patriottico incontenibile.
31 Fra le tenebre e le tragedie del 1849: la sconfitta di Novara, la soffocazione della rivolta di Brescia, la soppressione dell'appena sorta repubblica romana per opera delle truppe repubblicane francesi, la capitolazione di Venezia, le vendette dell'Austria ritornata e dei sovrani italiani a lei devoti.
32 Vedi la nota 21. Col sorgere del socialismo, si affermava una forza in contrasto col liberalismo e capitalismo borghese. Come è facile osservare, il quadro dei fattori storici, nella seconda metà del secolo, si arricchisce e diventa assai complesso. Restando nell'ambito della storia d'Italia, vediamo dominarvi il grande fatto del risorgimento nazionale e dell'unificazione politica, al quale concorrono elementi di differente natura, talora contrastanti, cosicché è possibile parlare, in proposito, di liberalismo politico e di non-liberalismo. Piú accentuata è la funzione del secondo in certi fatti capitali delle vicende europee della seconda metà del secolo, come il colpo di Stato di Napoleone III nel 1851 e l'azione politica di Bismarck nel '64, '66 e '70.
33 Il Parlamento di Francoforte si ebbe durante la rivoluzione liberale del 1848. Nel marzo si radunò a Francoforte un'assemblea nazionale costituente, che prima elesse il < vicario > d'un nuovo Impero germanico nella persona dell'arciduca Giovanni d'Austria, poi ne offerse la corona al re di Prussia, Federico Guglielmo IV, che rifiutò, cosicché il Parlamento di Francoforte si trovò esautorato, privo di appoggi, osteggiato dal Governo di Vienna e, infine, disperso con le armi.
34 Nel 1864 la guerra alla Danimarca per i ducati (Schleswig e Holstein), nel 1866 la guerra all'Austria, nel 1870 la guerra alla Francia. Moltke ne fu il generale vittorioso e Bismarck l'uomo politico, il fondatore dell'impero tedesco, durato dal 1871 al 1918.
35 Nel 1859, con l'intervento di Napoleone III nella guerra contro l'Austria.
36 Indiretto; perché nel 1866 eravamo alleati della Prussia, vittoriosa dell'Austria a Sadowa, e perché nel 1870 la stessa Prussia, col vincere a Sedan la Francia di Napoleone III, ci facilitò l'entrata in Roma capitale, sgombrata dalle truppe francesi.
37 Nell'ultimo trentennio del secolo scorso, e prima della Grande Guerra, il liberalismo era già in crisi, come erano in crisi la cultura naturalistico-scientifica, che n'era espressione, e la vita pubblica dominante. Vi agirono, in diverso modo, la scuola dei cosiddetti “decadenti” e dei simbolisti, le correnti spiritualistiche, le idealistiche, e pur quelle esaltatrici della volontà, il pragmatismo filosofico, il futurismo nell'arte, il nazionalismo nella politica: tutte tendenze che, pure uscendo per buona parte dal seno del liberalismo, contribuivano ad alterarlo e a minarlo.
38 E' dottrina liberale (del liberalismo puro) che i Poteri costituiti dello Stato debbano disinteressarsi della lotta economica di classe, limitandosi a mantenere l'ordine pubblico e a punire i reati di violenza contemplati dal codice penale, e che non debbano professare né cercar di attuare nessun credo politico di positiva rinnovazione, né avere un compito di moralità sociale da assolvere. La conseguenza è che popoli e individui, abbandonati a sé stessi, sono esposti piú facilmente a rovina. Si spiega, pertanto, l'affermarsi dei regimi antiliberali.
39 Joseph De Maistre (1753-1821). Scrittore e uomo politico savoiardo, ambasciatore di Casa Savoia in Russia, professò e diffuse, con libri d'un certo nome, come “Le serate di Pietroburgo” e “Considerazioni sulla Francia”, idee nettamente reazionarie e assolutistiche.
41 Si allude agli Stati del dispotismo illuminato del Settecento e soprattutto a quelli formanti, nella prima metà dell'Ottocento, la Santa Alleanza o a questa aderenti.
42 Formano la “destra”, nelle assemblee parlamentari a piú partiti, quei deputati che hanno accentuata tendenza conservatrice e vogliono fermo il principio dell'autorità dello Stato e della disciplina; la parte antagonista è la “sinistra”, con tendenza rivoluzionaria; tra l'una e l'altra parte, “estreme”, sono le varie gradazioni, di cui quella mediana è il “centro”. I nomi vengono dal posto occupato. Si noti che, qui, il Fascismo è detto di “destra” per marcarne il carattere di opposizione non solo al socialismo, sempre proclamatosi di “sinistra”, ma anche alla democrazia e allo stesso liberalismo, che non è affatto estraneo alla «destra», ma in confronto del quale il Fascismo è rivoluzionario. E l'accento piú forte, come si comprende dall'affermazione che segue, è posto sulla distinzione tra il Fascismo, quale regime statale autoritario e gerarchico, e l'individualismo liberale, Cfr Cap. I, § 7.
43 Charles Fourier (1772-1837), sociologo francese, precursore del socialismo e sostenitore d'una riforma sociale, fondata sulla divisione della popolazione in comunità, dette “falansteri”, da costituirsi per affinità elettive e secondo la legge naturale d'associazione.
46 Si chiama “illuminismo” quel profondo e vasto movimento culturale e morale che: nato in Inghilterra nel Seicento, si sviluppò dipoi in piú parti d'Europa, specialmente in Francia, e contribuì a preparare menti e animi alla rivoluzione francese.
47 Di pragmatismo è piena tutta la storia umana. Verso la fine del secolo scorso se ne volle fare anche una teoria filosofica in piena regola e forma, per opera specialmente dei pensatori americani Charles Peirce e William James. Principio fondamentale è questo: il valore di verità d'una dottrina sta nella sua efficacia pratica. È la filosofia dell'azione, in opposizione alla filosofia del pensiero puro: aspetti astratti e unilaterali ambedue. Opportunamente quindi si parla, qui, soltanto di “venature” pragmatistiche del Fascismo.
48 L'affermazione è illustrata dal brano di discorso riportato subito dopo.
49 Jules Simon, detto Suisse (1814-1896), filosofo e uomo di Stato francese, uno dei campioni del liberalismo politico, in generale, e della piena libertà dell'individuo, in particolare.
50 John Ramsay Mac Culloch (1789-1864), inglese, seguace di David Ricardo e uno dei maestri della politica e dell'economia liberale classica.
52 Wilhelm Humboldt (1767-1835), filosofo, filologo e uomo politico tedesco, autore del “Saggio sui limiti dell'azione dello Stato”, il cui titolo è già un programma.
56 Ne sono prova i Patti Lateranensi dell'11 febbraio 1929, coi quali venne finalmente risolta l'annosa Questione Romana, che dal 1870 era una ferita aperta nell'animo dei cattolici italiani, e vennero stabiliti, su base di reciproco favore, i rapporti fra la Chiesa cattolica e lo Stato.
58 Robespierre, durante il periodo piú tragico della rivoluzione francese, inspirandosi al deismo del Rousseau, istituì il culto dell' “Ente Supremo”, dopo aver abolito quello, instaurato dallo Hébert, della “Dea Ragione”.
59 Oltre la feroce persecuzione diretta, è nota la deleteria azione dei "Senza-Dio", che promuovono un'educazione pagana e materialistica della gioventú. Il morbo si diffonde anche in altre Nazioni.
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Inviato: Dom Nov 13, 2011 5:50 pm Oggetto:
Inviato: Mar Mag 29, 2012 6:35 pm Oggetto:
...visto che la chiarezza non sembra mai essere troppa, invito cordialmente i nostri utenti a leggere le note dichiarative presenti nella stesura della Dottrina datata 1942 e che abbiamo inserito per rendere ancor più esplicito il senso delle parole contenute nel testo.
Le seguenti note dichiarative, presenti nella edizione Hoepli del 1942 per le scuole superiori italiane, esplicitano ufficialmente e in modo chiaro, paragrafo per paragrafo, il senso delle affermazioni contenute nel testo dottrinario mussoliniano-gentiliano. Esse ci confermano, ancora una volta, come il senso dell’interpretazione che la nostra associazione da sempre gli attribuisce è logicamente l’unico possibile nel segno della più assoluta ed intransigente ortodossia fascista.
NOTE DICHIARATIVE AL CAPITOLO 1
Nella Prefazione l'Editore ha messo brevemente in rilievo l'importanza di questo Scritto mussoliniano. Con lo stesso criterio di brevità, occorre preparare i giovani a intenderlo. Le note ufficiali, che accompagnano il capitolo primo, giovano alla comprensione del testo, confermandolo e illustrandolo, ma suppongono l'adeguata intelligenza di concetti e termini, non sempre ben noti ai giovani.
Lo Scritto ha carattere dottrinale, ed è conciso e rapido. Talvolta affiora la punta polemica. Chi si attarda a farne lunghe analisi corre il rischio di perdere il senso vivo dell'incalzante argomentare e di attribuire valore di principio essenziale anche a ciò che serve soprattutto a mettere in rilievo la tesi sostenuta.
Neppure è possibile cogliere lo spirito della Dottrina, né rendersi conto, là dove occorre, delle forti esigenze della tesi, con schemi astratti d'interpretazione e di valutazione, perché il pensiero di Mussolini ha la concretezza della realtà in atto: d'una realtà politica e sociale nuova, che si afferma e si svolge.
Primo intento è di rivendicare all'azione del Fascismo un contenuto dottrinale, sorto dal contrasto delle forze culturali, economiche, sociali del tempo, delle quali bisogna tener conto, perché si agisce con esse e su di esse, ma inspirandosi a un ideale superiore alle contingenze, che segna il criterio morale da seguire. Quest'ideale risulta dalla concezione che si ha della realtà e della vita: concezione che è necessaria anche in una dottrina politica, perché sia da essa giustificata e si possa riconoscerne lo spirito e apprezzarne il valore. (§ 1).
Ora, la concezione del mondo e dell'uomo, che il Fascismo fa sua, è una concezione spiritualistica. Vero valore ha, per esso, la realtà spirituale, propria dell'uomo; non il mondo materiale e nemmeno l'uomo, considerato come puro essere naturale. Per il Fascismo il mondo conta solo per la vita dello spirito, cioè per la coscienza e la volontà umana, e l'uomo singolo ha valore soltanto per il concorso che porta all'attuazione degli ideali eterni e universali dello spirito. In tale vita dello spirito, che non è divisa materialmente, come lo è l'esistenza delle cose della natura, ma condivisa, l'individuo, che vi partecipa, è come se vivesse, moralmente, tutta quella vita: qui, pertanto, l'uomo del Fascismo è inteso quale « nazione e patria, legge morale che stringe individui e generazioni in una tradizione e in una missione... ». (§ 2).
Non era questa la concezione naturalistica della vita umana, invalsa nella seconda metà dell'Ottocento e che, culturalmente, aveva avuto la sua principale espressione nel Positivismo: filosofia scientifica, che poteva contribuire ad appagare la mente, ma non valeva a soddisfare i profondi bisogni dell'animo; poneva, infatti, nella natura il centro di gravità dei valori, cioè fuori dello spirito umano. Da qui le conseguenze funeste per la vita morale dell'individuo e della società, non compensate dal progresso delle condizioni materiali della vita. Antipositivistico per la sua concezione della realtà, il Fascismo è, però, positivo al sommo grado. Anche lo spiritualismo, male inteso e male praticato, può generare fiacchezza e passività di vita; ma lo spiritualismo del fascista vuol essere attività, lotta, conquista, attuazione a oltranza di quegli ideali di bene, di giustizia, di grandezza, di ordine, di solidarietà sociale, ecc., che sono, appunto, i valori dello spirito. Mezzi capitali: cultura e lavoro. (§ 3).
Posto in tal modo il criterio di giudizio, risulta evidente il carattere etico della concezione fascista della vita e ne deriva in pieno la conseguenza che ogni atto umano, sia pensiero che opera esteriore, rientra nell'ambito della valutazione morale. Siamo lontani dall'intendere la vita come godimento egoistico o come ozio e indifferenza. (§ 4).
Portato in questa sfera di valori, il senso fascista della vita diventa religione: una religione del dovere, non però fondata in un'orgogliosa e illusoria autonomia umana, ma su una giustificazione di carattere oggettivo e di riferimento trascendente. Qui soccorre la concretezza della concezione spiritualistica mussoliniana, fatta di pensiero italico e cristiano, per il quale la realtà dello spirito, nella sua assolutezza, è realtà trascendente e, come principio di dovere, è Volontà oggettiva.Per questo motivo il Fascismo attua una politica religiosa, non inspirata a sole esigenze di governo, ma rispondente, in primo luogo, al proprio sistema di pensiero.. (§ 5).
Quanto precede spiega facilmente ciò che è detto in seguito, dove alcune espressioni, che possono avere, prese per sé, un significato troppo esclusivo, ricevono conveniente interpretazione, viste alla luce delle affermazioni già fatte. Il dire, ad es., che « fuori della storia l'uomo è nulla » è ribadire, con formula energica, la già affermata esigenza unitaria, solidale e progressiva della vita dello spirito. Poi è messa maggiormente in rilievo la concezione storicistica della vita umana, individuale e sociale; come pure è messa in rilievo la non accettazione, pragmatica, del concetto teleologico, ossia finali-stico, della storia, e si ripete la norma che il Fascismo trae la determinazione de' suoi propositi e del suo metodo d'azione dalla storia e dalla realtà sociale in atto. (§ 6).
La già affermata « coincidenza » morale dell'individuo col tutto nazionale, di cui fa parte, porta ora Mussolini all'altra affermazione categorica che « per il fascista tutto è nello Stato, e nulla di umano o spirituale esiste e tanto meno ha valore, fuori dello Stato ». La trattazione conduce Mussolini a riferimenti interessanti e precisi, come quello all'individualismo proprio del liberalismo, alla conseguente concezione della libertà in astratto, all'opposta concezione fascista della libertà in concreto, perché sorretta e potenziata dallo Stato, il quale dà all'esistenza naturale dell'individuo la nuova e superiore realtà dell'uomo civile. (§ 7).
Il paragrafo ottavo illustra ancor meglio il rapporto fra Stato e individuo, con la motivata condanna del socialismo, fautore della lotta di classe, con la condanna, in particolare, del sindacalismo classista, e con l'accettazione del sistema corporativo, che, conciliando gli interessi economici delle classi o, per meglio dire, delle categorie di cittadini nell'unità dello Stato, conduce all'attuazione anche di quegli scopi morali, che sono voluti dalla concezione spiritualistica della vita umana. ( § 8 ).
Il Fascismo è, dunque, avverso tanto al « lasciar fare » dell'individualismo liberale quanto alla lotta di classe del socialismo, fondati entrambi sopra una teoria materialistica della vita. Se non vuole l'« atomismo » liberalistico, non vuole nemmeno l'assorbimento dell'individuo in un ingranaggio meccanico statale. Però, anche qui ritorna, per la solita esigenza etica pur della vita politica, il concetto della necessaria convergenza in una volontà unitaria statale delle volontà singole di quanti « dalla natura e dalla storia, etnicamente, traggono ragione di formare una nazione ». (§ 9). Per se stessa, la nazione costituisce già un'unità morale, ma solo lo Stato aggiunge alla consapevolezza (che può essere inerte o solo letteraria e ideale) dell'unità una volontà effettiva. Mussolini dice Stato, e preferisce questo concetto a quello di nazione, perché « non è la nazione a generare lo Stato », ma viceversa. E ciò si comprende, se si tiene presente la concezione della vita come attività, affermazione, positivo sviluppo. E' lo Stato che dà alla nazione un'esistenza effettiva, una volontà. Da ciò deriva anche la spiegazione della frase «Lo Stato, come volontà etica universale, è creatore del diritto». (§ 10).
Ne nasce una coscienza nazionale, che informa il pensiero e l'azione dei cittadini, così da risultarne una sola e potente forza spirituale, che è la vera « anima » dello Stato e il fondamento della sua « personalità » etico-giuridica e della sua storia. Il carattere di primato, anzi di assolutezza, della vita spirituale conduce Mussolini a usare le parole « universalità » e « infinità », a proposito della vita dello Stato, poiché questo, oltre ad avere il carattere, già da gran tempo riconosciutogli, dell'autonomia sovrana, deve tendere, per sua natura, a esercitare influenza nel mondo, facendo opera di civiltà; la qual civiltà non ha limitazione di termini, ma l'infinità e l'universalità dei valori morali. (§§ 11-13).
NOTE DICHIARATIVE AL CAPITOLO II
Il movimento fascista non è derivato da una dottrina elaborata in precedenza, ma dalla coscienza della necessità d'un rinnovamento sociale e nazionale, maturata in Mussolini per lunga esperienza di lotte economiche e politiche. (§ 1). Principi dottrinali, tuttavia, si son delineati e accentuati fin dal periodo di violenta reazione ai sistemi di governo del tempo e di opposizione agli altri partiti politici. Prevalsa, poi, l'azione positiva e di rinnovamento, si sono andate rapidamente chiarendo e formando in corpo di dottrine anche le direttive di pensiero. (§ 2).
Le linee fondamentali di tale sistema di pensiero abbiam viste nell'esame del capitolo primo. In questo secondo, esse si ripresentano come criterio d'azione, come teoria in atto. Il Fascismo vi appare come forza combattiva e affermatrice, tendente al continuo superamento delle posizioni raggiunte. (§ 3). Vi si dimostra che il Fascismo svolge una politica demografica, perché il numero è forza, e perché molta forza occorre pel combattimento, che ha molteplici aspetti: bellico, economico, culturale. (§ 4). Perciò è anche necessario che la nazione sia un solo fascio di volontà e di opere, e che sia nettamente rivendicata la potenza creatrice dello spirito: quindi il Fascismo è contro la lotta di classe, contro il materialismo storico, contro la risoluzione del concetto di felicità in quello di benessere materiale: ciò che significa che il Fascismo è contro il socialismo. (§ 5). Ed è anche contro l'ideologia democratica, egualitaria, parlamentaristica; afferma l'esigenza che il governo della cosa pubblica sia affidato alla competenza, all'onestà, al merito; non fa questione di superiorità di monarchia o di repubblica, pronto però a riconoscere che esistono monarchie, che (come la Sabauda) sanno accogliere le più ardite esperienze politiche e sociali. (§ 6).
La democrazia, che il Fascismo nega, è quella sorta dalla rivoluzione francese; non nega un sano regime di popolo, una democrazia organizzata, disciplinata, e raccolta intorno a un indispensabile Governo avente un'autorità piena e sicura. (§ 7). Per conseguenza, il Fascismo è contro le dottrine liberali, sia in economia, che in politica e in morale. ( § 8 ). Ciò non vuol dire che il Fascismo voglia ritornare all'assolutismo, anteriore alla rivoluzione francese; si vale, anzi, di quegli elementi delle dottrine e delle istituzioni socialistiche o liberali, che hanno ancora valore di vita. (§ 9).
Ma ciò che il Fascismo vuol mettere bene in rilievo è il suo concetto dello Stato etico, gerarchico, totalitario, corporativo, atto a svolgere una vita piena e feconda di bene nel tempo presente e a porre sicure basi per un più grande avvenire. (§ 10). Deriva allo Stato, nel concetto fascista, una somma di compiti, che riguardano tutte le forme di attività nazionale e che solo esso ha potere adeguato, ed efficace, per adempiere. (§ 11). Anche nel campo della religione lo Stato fascista interviene, per sostenerla e difenderla, riconoscendone l'alto valore. (§ 12).
Nella concezione fascista lo Stato è, dunque, volontà di potenza e d'imperio , secondo la tradizione romana e secondo la concezione spiritualistica del mondo e della vita, che Mussolini ha affermata nelle linee fondamentali della Dottrina. Così l'impero, oltre a essere inteso come realtà territoriale, militare, mercantile, è anche inteso come espressione di forza spirituale e morale. (§ 13).
...cari utenti, come spero avrete notato, nelle pagine precedenti ho apportato delle significative modifiche rispetto alla precedente stesura del post, inserendovi stavolta l'intera versione pubblicata dalla Hoepli nel 1942 che comprende oltre alle interessantissime note al testo anche quelle dichiarative del curatore. suggerisco vivamente all'utenza di leggere (o rileggere nel caso di chi già la conoscesse). Di seguito invece reinserisco l'ottima sintesi curata dal PNF pubblicata nel 1941 per la ricorrenza del ventennale della Marcia su Roma nel doppio volume intitolato "VENTI ANNI".
Estratto da “Venti anni” ,volume primo, Roma, 1941, a cura dell'ufficio stampa del P.N.F. pp. 7 - 32
La Dottrina Fascista e la realtà.
"Il Fascismo Italiano, pena la morte, o peggio, il suicidio, deve darsi un ' corpo di dottrina. Non saranno, non devono essere delle camicie di Nesso che ci vincolino per l'eternità - poiché il domani è misterioso e impensato - ma devono costituire una norma orientatrice della nostra quotidiana attività politica e individuale". Mussolini, Lettera a Michele Bianchi 27 Agosto 1921.
La dottrina Fascista, poiché tende ad offrire l'essenza di una civiltà nuova, non può essere espressa soltanto attraverso una serie di astratte affermazioni programmatiche. Oltre che da un complesso di ragioni ideali, una civiltà sorge infatti dalla vita e dall'esperienza;si svolge e s’innalza con la lentezza grandiosa dei fenomeni cosmici; talvolta, accrescendosi nella mole, modifica contemporaneamente il suo profilo, e, sebbene sia portata ad utilizzare tutti i materiali che concorrono alla sua costituzione, da alcuni trae esclusivamente la forma esteriore, mentre su altri fonda la propria struttura sostanziale. La realtà della storia, che si crea giorno per giorno e si stratifica inesorabilmente senza nulla consumare, non ha mai l’andamento matematico di un sillogisma; ma scorre come un fiume tumultuoso, volgendo le acque, trascinando verso l'oceano quanto entra nel suo flusso. Una dottrina, destinata a sospingere un corso così denso di energie e di avvenimenti, pur conservando sempre una funzione animatrice, non può non accogliere quanto la realtà stessa le offre gradatamente e non può non fare di tale offerta un elemento vivo del suo sviluppo, non per raggiungere ad un temperamento, ma per effettuare una progressiva integrazione di valori.
"La nostra dottrina prima di essere consegnata in ponderosi volumi è stata vissuta come passione ardente ed operante di tutto il popolo italiano e per questa dottrina sono morti migliaia di fascisti". Mussolini, al popolo di Reggio Emilia 30 ottobre 1926
Proprio questa integrazione, alla quale concorrono contingenze di eventi,incontri di uomini e di cose,vicende di eroi e di folle,tendenze ideali e condizioni reali, determina l'effettivo risultato della dottrina cioè il clima della sua civiltà, nel quale le idee, s'illuminano nel tempo di una luce viva assumendo un concreto valore. Le idee in sé, cioè prive di riferimento con i fatti, non hanno alcuna consistenza; sono semplici geroglifici, oppure fantasie razionali; intanto esse pesano ed incidono in quanto divengono, pur con transazioni temporanee e con parziali modifiche, i segni rappresentativi di una esistenza appassionata ed urgente. Che cosa importa che in una società tutti sostengano razionalmente l'infamia dell'omicidio o del furto, se poi tutti al tempo stesso uccidono o rubano? Quella condanna non è che una forma vana, una dizione oziosa, un immagine inutile. Occorre che la formula si accompagni alla vita; anzi ché essa scaturisca spontaneamente dalla vita come una sua voce, oppure pieghi energicamente la vita a se stessa, senza però spezzarla nella sua necessità e nel suo equilibrio. Dal bisogno di conservare la vita, pur nella sua inesauribile e insoddisfatta perfettibilità, nasce l'esigenza dell'integrazione. Così ad esempio, quando si determina l'ineluttabilità della guerra, l'idea dell'uccisione si integra con altre esigenze espresse dall'esperienza concreta e soggiace per una parte a valori nuovi, quali sono la supremazia della Patria, lo sprezzo del pericolo, l'istinto di difesa, il senso dell'onore. Si giunge in tal modo all'idea umana e vera della guerra. Se l'integrazione non avvenisse risulterebbe deformata la vita stessa, la quale rimarrebbe intralciata nel suo moto necessario e fatale dalla prigionia imposta da un’idea astratta. La civiltà è invece continuo movimento, ricchezza di vita, molteplicità di esperienze, esplicazione dei sentimenti; ed alle sue esigenze, pur senza lasciarsene mai travolgere incontrollatamente, deve rendersi sensibile una dottrina quando intenda esercitare nella storia una funzione creatrice.
L'evoluzione ideale.
“Ogni dottrina tende a indirizzare l'attività degli uomini verso un determinato obiettivo; ma l'attività degli uomini reagisce sulla dottrina, la trasforma, la adatta alle nuove necessità o la supera. La dottrina quindi, deve essere essa stessa non un'esercitazione di parole, ma un atto di vita”. Mussolini, la Dottrina del Fascismo, giugno 1932
Al di sopra di ogni contingenza e di ogni opportunismo, queste considerazioni spiegano perché la dottrina fascista, pur fondandosi su alcune premesse inderogabili fissate lapidariamente dal Duce, abbia sempre rifuggito da una catalogazione definitiva, valevole per tutti i problemi e non più suscettibile di svolgimento. Il Fascismo in tanto è una Rivoluzione intimamente rinnovatrice, che si tramanderà in maniera sempre più viva di generazione in generazione, in quanto è motore di civiltà, in quanto tende a determinare un clima spirituale, sociale e politico nel quale alcuni valori essenziali fruttificano come una semente ed alcune idee fondamentali divengono fermento di azione. Se gli avvenimenti assolutamente lo impongono, non importa che queste idee nel processo di realizzazione si evolvano; importa che esse non rimangano come enunciati formali o come schemi avulsi dalla realtà e che invece questa realtà improntino nelle sue linee essenziali, pur accordandosi con essa. Importa che le idee, tradotte in materia viva di esistenza, siano per un radicato costume l'impegno più sacro degli uomini e la loro legge quotidiana.
La Dottrina e il costume.
“Il Fascismo deve insegnare agli italiani non la coerenza formale e artificiosa, ma la coerenza profonda e fondamentale”. Mussolini, Discorso di Asti, 24 settembre 1925
La dottrina di un movimento politico, che non voglia essere esclusivamente un patto strategico per la conquista materiale delle leve di comando, si scopre anzitutto sulla indicazione delle idee che la esprimono in sintesi, ma può leggersi più distesamente soltanto nelle azioni di quegli uomini che l'attuano giorno per giorno, poiché solo gli uomini con la loro opera continua e coerente possono fondare la vita, la realtà, l'atmosfera e quindi il risultato di un'epoca. La storia di una dottrina veramente feconda è una storia di uomini e di azioni, è una storia di conquiste raggiunte attraverso la quotidiana dedizione all'idea. Prima ancora della sua forza di persuasione razionale e dalla sua perfezione estetica, la solidità di una dottrina è dimostrata dall'accordo profondo che essa riesce a suscitare con la fede e con il costume dei suoi banditori. Gli avvenimenti e gli insegnamenti che scaturiscono immediatamente dall'esempio umano sono i grandi capitoli nei quali una dottrina politica trova la sua esposizione più evidente. La temperatura raggiunta da un'idea è data dall'intensità del fervore con il quale i suoi seguaci l'applicano. Nessun argomento filosofico supera l'evidenza dei fatti.
Il valore fondamentale delle origini.
“….. credo che il nocciolo essenziale sia sempre nei suoi postulati, che per due anni hanno servito come segnale di raccolta per le schiere del Fascismo italiano; ma, pur prendendo l'avvio da quel nucleo primigenio, è tempo di procedere ad un ulteriore, più ampia elaborazione dello stesso programma”. Mussolini, lettera a Michele Bianchi, 27 agosto 1921
Un'esposizione della dottrina fascista non può dunque consistere in altro se non nella definizione di alcuni principi generali, posti chiaramente fin dall'inizio del movimento, e nella ricerca delle idee e degli orientamenti che tali principi generali hanno determinato per germinazione spontanea nel corso della loro attuazione. Molto spesso queste idee e questi orientamenti sono consegnati non in documenti scritti, ma in documenti vissuti sono l'espressione di una concreta esperienza e la meditazione ha nei loro confronti solo la funzione di rappresentarli secondo un ordine concettuale schematico.
L'uomo e la civiltà.
“Solo creando un modo di vita, cioè un modo di vivere, noi potremo segnare delle pagine nella storia e non soltanto nella cronaca”. Mussolini, Intransigenza assoluta, 22 giugno 1925
Posta la premessa che la dottrina fascista vuole costituire l'essenza di una civiltà nuova, è naturale che alla sua base sia una particolare valutazione dell'uomo e del suo modo di vivere, poiché l'uomo, con la sua morale e con la sua azione, è il vero creatore della civiltà, il protagonista primo della storia. In questa valutazione dell'uomo la dottrina fascista è in eguale misura distante dal liberalismo e dal comunismo che rivelano sotto questo aspetto una significativa coincidenza di principi.
La negazione del liberalismo.
“Il Fascismo nega che il numero, per il semplice fatto di essere numero, possa dirigere le società umane; nega che questo numero possa governare attraverso una consultazione periodica; afferma la disuguaglianza irrimediabile feconda e benefica degli uomini che non si possono livellare attraverso un fatto meccanico estrinseco come il suffragio universale”. Mussolini, La Dottrina del Fascismo, giugno 1932
Per il liberalismo l'uomo dovrebbe essere il glorificatore della propria libertà; ma in realtà è un numero perché può esprimersi liberamente solo nella proporzione in cui sta rispetto alla totalità degli uomini, cioè dentro il limite di una legge di convivenza con gli altri individui che sono considerati eguali alla stregua di entità materiali simili. Egli non può conferire alla sua volontà il peso che essa merita di ricevere nell'ordine sociale, perché le sue determinazioni vanno sommate, come altrettanti numeri, a tutte le altre determinazioni legalmente manifestate; e quel che conta è soltanto la somma e non il singolo individuo. Il rispetto della libertà individuale assicurato dal liberalismo è dunque un rispetto procedurale, ma non sostanziale. Al fine di attuare tale rispetto, il liberalismo distrugge ogni spiritualità nella vita collettiva, poiché attribuisce ad ogni individuo non il posto adeguato al suo valore umano e alle sue capacità creative, ma il posto che gli spetta in quanto è l'elemento anonimo e indifferenziato di una serie. Proprio il liberalismo, che riconosce nell'individualismo un suo fondamento essenziale si risolve dunque in un abbassamento del livello morale dell'individuo.
La negazione del bolscevismo.
“… E' questa Russia che noi vediamo sprofondare nel baratro delle sue utopie assurde, del suo super capitalistico caos sociale, della sua miseria infinita, dei suoi crimini atroci e innumerevoli, che disonorano il genere umano, anche quello approssimativo e arretrato che li vede compiere”. Mussolini, Crepuscolo, 13 giugno 1937
Nonostante la profonda diversità del punto di partenza, anche per il bolscevismo l'uomo è un numero: numero cieco, al quale la sovrastante macchina statale assegna un valore secondo l'arbitrio dei suoi governanti. Il bolscevismo non postula alcun rispetto per la libertà; ed a maggior ragione giunge ad una conclusione simile a quella del liberalismo. Infatti l'individuo è per il bolscevismo non la sorgente delle energie ideali, che lo Stato accoglie in se stesso per alimentare la propria vita, non il portatore di una volontà che lo Stato vaglia e fa sua per darsi un contenuto umano; ma è soltanto lo strumento passivo dell'azione che lo Stato svolge per attuare i suoi programmi secondo le imposizioni di una dittatura oligarchica. L'individuo obbedisce ai comandi che lasciano il suo spirito assente, poiché egli non è chiamato a partecipare intimamente alla esistenza dello Stato.
La posizione dell'uomo.
“Ritorniamo all'individuo. Appoggeremo tutto ciò che esalta, amplifica l'individuo, gli dà maggiore libertà, maggiore benessere, maggiore latitudine di vita; combatteremo tutto ciò che deprime, mortifica l’individuo”. Mussolini, navigare necesse, 2 gennaio 1920
Negando recisamente la coincidente posizione del liberalismo e del bolscevismo, la dottrina fascista restituisce l'uomo alla sua funzione di creatore di civiltà, di generatore di azioni, di interprete vivo delle idee, cioè al respiro di una umanità piena. Senza gli uomini non esisterebbe la società, non esisterebbe la storia, non esisterebbe concretamente un mondo ideale, non esisterebbero soprattutto i valori di cui una dottrina si sostanzia. Non è possibile concepire l'onestà senza gli uomini onesti. Non è possibile concepire il disinteresse senza gli uomini disinteressati. Un'idea senza interpreti è una designazione insignificante. Dunque l'uomo è la condizione di ogni realtà. La dottrina fascista pone il centro della vita nell'uomo, che con la sua libera volontà può e deve crearsi il suo mondo. L'uomo non è l'elemento di un meccanismo estraneo al suo potere, non è lo strumento passivo di una volontà superiore, non è lo schiavo della storia che lo domina; ma è il fondamento operante della vita sociale.
La gerarchia dei valori.
“Chi dice gerarchia dice scala dei valori umani; chi dice scala di valori umani, dice scala di responsabilità e di doveri; chi dice gerarchia prende di fatto una posizione di battaglia contro tutto ciò che tende - nello spirito o nella vita - ad abbassare o distruggere le necessarie gerarchie” . Mussolini, Breve preludio, 25 gennaio 1922
Per questo la dottrina fascista esalta l'uomo; ma lo esalta quando esso tiene veramente fede alla sua umana destinazione e diventa parte attiva della società nella quale è chiamato a svolgere la propria missione, mentre invece lo condanna inesorabilmente quando si sottrae ai propri compiti e vive inerte nella società. Non tutti gli individui assumono dunque il medesimo peso nella valutazione che ne fa la dottrina fascista: ogni individuo ha il peso che ha saputo conquistarsi con la sua volontà e la sua forza creativa. La vita è concepita dal fascismo come una gerarchia di valori umani, commisurati alle capacità di partecipare utilmente alla vita sociale dimostrate da ogni individuo. Quanto maggiori sono queste capacità, tanto più è elevato il posto che ad esse consegue, poiché prendere parte attivamente alla vita sociale significa assumersi dei compiti ed impegnarsi ad assolverli. Prima ancora di conferire un onore, ogni grado comporta un onere di compiti attivi e di responsabilità morali correlativo alla sua importanza.
Doveri e diritti.
“La grande parola che il Fascismo ha detto agli italiani è questa: non vi è diritto senza che prima sia compiuto un dovere”. Mussolini, Al popolo di Reggio Emilia, 30 ottobre 1926
Rispondere pienamente e disinteressatamente alle responsabilità che derivano dalla propria funzione sociale o dal proprio grado gerarchico non è un merito, ma un preciso dovere. Sull'assolvimento integrale di tale dovere si fondano tutti i diritti dell'uomo, non esclusi quelli immediatamente inerenti alla sua funzione sociale e al suo grado gerarchico. La dottrina fascista respinge i formalismi per tendere alla sostanza delle azioni umane e delle posizioni sociali, e fra tutti i formalismi ancor più decisamente respinge il conformismo inteso come ossequio vile e falso ad ogni ordine esteriore che non corrisponda ad un sistema di energie effettive, di capacità vere, di sentimenti profondamente vissuti e concretamente professati. E se combattere è necessario per adempire il proprio dovere, per offrire intero il tributo delle proprie forze alla collettività, la battaglia non deve essere evitata; ma risolutamente affrontata, poiché vivere è la lotta, il rischio, la tenacia.
La vita come elevazione.
“Il Fascista… comprende la vita come dovere, elevazione, conquista; la vita deve essere alta e piena: vissuta per se, ma soprattutto per gli altri vicini e lontani, presenti e futuri”. Mussolini, La Dottrina del Fascismo, giugno 1932
In tal modo la dottrina fascista vuole promuovere e moltiplicare tutte le energie dell'individuo, obbligandolo moralmente a non dichiararsi mai vinto, a superare le difficoltà, a perfezionare le proprie capacità e a considerare le posizioni raggiunte non come punti di arrivo, ma come punti di partenza. Se il riconoscimento del diritto ha la sua base nell'adempimento del dovere, il fascista è sollecitato ad adempiere sempre meglio e sempre più il suo dovere, perché più perfetto e compiuto sia il suo diritto nella collettività; ma così egli accresce spontaneamente il suo contributo sociale di fede, di opere e di creazione; egli si immedesima con gli organismi nei quali vive ed agisce, egli supera il proprio individualismo sentendosi profondamente se stesso. Nel rapporto necessario e indissolubile tra dovere e diritto, fra dedizione e riconoscimento, fra merito e ricompensa, riposa la coincidenza sostanziale fra individuo e collettività, sulla base di un principio di equivalenza che è quello della giustizia sociale.
“Il Regime Fascista è un regime di giustizia, e, come premia quelli che lavorano, disprezza i parassiti e castiga i malvagi”. Mussolini, Ai coloni dell'Agro Pontino, 18 dicembre 1933
Se fra l'individuo e la collettività non esiste un contrasto ma un concorso vitale ed operante di interessi, tale concorso è assicurato appunto dal principio della giustizia sociale, che non è inteso in maniera ristretta e materialistica come distribuzione egualitaria di beni, secondo la dottrina comunista, o come assicurazione dei mezzi alimentari, secondo la dottrina socialista, ma come garanzia di un vigile, dinamico e continuo equilibrio fra doveri e diritti. La dottrina fascista non solo non riconosce all'individuo un appannaggio di diritti naturali e imprescrittibili, i quali debbano ad ogni modo sopravvivere qualunque possa essere il suo apporto alla società, ma ritiene che un riconoscimento incondizionato di diritti costituisca un'ingiustizia concreta, sia perché si risolve in un immeritato privilegio per chi non sente di adempiere ai doveri sociali, sia perché rende la posizione dei migliori ingiustamente uguale a quella dei peggiori. L'uomo invece deve avere ciò che ha donato alla società, deve ricevere secondo il suo apporto di fede, di capacità e di azione. Questo principio, che non ha nulla in comune con il generico e inconcludente pietismo ostentato dalle democrazie nei riguardi del popolo, ha avuto i suoi riflessi concreti nella politica virilmente attuata dal Regime fascista, il quale in relazione a tale premessa ha affidato senza esitazioni la gestione dei fondi rustici agli enti pubblici quando i proprietari si rivelavano manifestamente inetti alla propria funzione sociale ed ha per conto assegnato case e terre ai lavoratori che attraverso un volgere coerente di generazioni e di opere, avevano dimostrato di essere elementi vivi ed efficienti della ricchezza nazionale. Il comando di andare verso il popolo, che costituisce uno dei motivi dominanti nella dottrina fascista, appare rivolto a favore del popolo che offre tutto se stesso alla collettività in una dedizione la quale, ignorando limitazioni e riserve, sconosce l'egoismo accaparratore ed instaura un costume profondamente sociale. Sotto questo aspetto la direttiva di andare verso il popolo è animata dallo stesso spirito che pervade il principio secondo il quale tutto ritorna all'uomo. Popolo infatti vuol dire non massa indifferenziata e grigia, ma complesso ordinato di uomini che si sentono chiamati ad agire, e che nel patrimonio del proprio valore creativo si riconoscono forze vive dell'ordine sociale.
La esaltazione del lavoro.
“Il Fascismo vuole che nella Patria rinnovata, redenta, il lavoro abbia il primo posto, i lavoratori siano all'avanguardia, abbiano rivendicato tutti i loro diritti quando essi abbiano compiuto i loro doveri”. Mussolini, Bissolati, 29ottobre 1924
Dall'esaltazione dell'uomo deriva nella dottrina fascista quella del lavoro, dell'eroismo, del comando e dell'intelligenza che sono le forme di partecipazione attiva alla vita sociale attraverso le quali si esplica il valore umano. Chi lavora e perciò costruisce nuove ricchezze le quali riempiono la vita, chi si sacrifica nel combattimento e perciò spende se stesso nella difesa della collettività, chi fa impiego di intelligenza e perciò offre un contributo di chiara iniziativa, chi comanda e perciò estrae l'ordine dal caos, supera la propria individualità mediante un'opera che si riversa nella società e perciò deve essere considerato come un fattore determinante della vita civile. La sua attività deve essere protetta moralmente e politicamente remunerata; deve essere posta al vertice dei valori umani. In questa concezione la interpretazione classista del problema sociale, sia essa proletaria o padronale, è nettamente superata. Il lavoro non è difeso esclusivamente contro il capitale; ne si tenta fra il lavoro e il capitale un accomodamento che, contemperando le esigenze dell'uno con quelle dell'altro, determini le condizioni per la coesistenza tollerabile.
L'anticlassismo.
“…I proletari riconoscono che la proprietà non è più soltanto un diritto, ma un dovere; non è un bene egoistico, ma è piuttosto un bene che bisogna impiegare e sviluppare in senso umano e sociale”. Mussolini, Corporativismo agricolo, 21 febbraio 1924
La soluzione della convivenza pacifica, ottenuta mediante una tregua d'armi tra le opposte forze, è una posizione tipicamente borghese che la dottrina fascista respinge; è la posizione del capitale imbastardito dall'opulenza, il quale, pur di non essere schiantato dall'ascesa proletaria e di non perdere i vantaggi già acquisiti, si rassegna a pagare con una serie di concessioni parziali la temporanea rinunzia del lavoro alla lotta. La dottrina fascista è invece risolutamente anticlassista, in quanto dopo aver respinto la impostazione che deriva dal problema della contrapposizione delle classi, lo trasferisce su un piano superiore ed oggettivo. Il lavoro, in quanto è partecipazione attiva dell'uomo alla società, deve essere esaltato e tutelato, così come lo stesso capitale è tutelato, quando non costituisca un accaparramento di beni ed una accumulazione passiva di ricchezze, ma sia pur esso lavoro, cioè risponda effettivamente ad una utile ed insostituibile funzione sociale. Il capitale, che sia possibilità di vita comoda, manifestazione di inerzia, godimento di riposo non meritato, è condannato dalla dottrina fascista senza pietà, al pari di ogni forma di parassitismo e di assenza dalla vita collettiva. L'uomo deve lavorare e nel lavoro, che lo rende partecipe dell'organismo sociale e gli conferisce un rango, conquista la sua vera nobiltà.
Il principio corporativo.
“L'errore del marxismo è quello di credere che vi siano due classi soltanto. Errore maggiore di credere che queste due classi siano in perenne contrasto fra di loro. Il contrasto vi può essere, ma è di un momento e non è sistematico”. Mussolini, prime basi dello stato corporativo, 20 dicembre 1923
Dalla rivalutazione del lavoro, inteso come fondamento della società e della gerarchia degli individui nella vita collettiva, deriva lo spirito corporativo che pervade la dottrina fascista e la sua attuazione in un ventennio di Regime rivoluzionario. Se attraverso il lavoro si manifesta la partecipazione attiva dell'uomo alla società e non solo nel proprio interesse individuale, ma soprattutto nell'interesse collettivo, è logico che la società preordini lo svolgimento del lavoro perché esso avvenga nella maniera più redditizia e cioè con il minore spreco di energie possibili e nel senso veramente utile alla collettività. Se la società - la quale deve essere intesa nel suo significato più ampio come personificazione attuale delle generazioni che, unite dai medesimi vincoli materiali e spirituali, si susseguono nel corso della storia - non attuasse questa disciplina del lavoro tradirebbe la dedizione che l'individuo le offre, poiché ne sminuirebbe il lavoro e il rendimento. In difesa dell'uomo, cioè della sua operante funzione collettiva, la società preordina lo svolgimento delle diverse forme di lavoro e le fa concorrere al processo creativo secondo un principio unitario che, assicurando la produzione più elevata o più tempestiva o più utile, garantisce il miglior risultato alla prestazione dei singoli. L'organo che realizza questo processo di disciplina della partecipazione dell'individuo alla società, è la Corporazione. La dottrina fascista non vede dunque nella Corporazione uno strumento per la soluzione dei conflitti di classe. La concordia delle categorie per il raggiungimento dell'interesse sociale è una premessa e non una meta della Corporazione, che è l'espressione viva e operante di una società ordinata gerarchicamente e consapevole dei suoi fini. Corporazione e società sono due diversi aspetti funzionali di una medesima realtà. Ed in questo senso la dottrina fascista si rivela nel suo significato rivoluzionario affermando una concezione assolutamente nuova dell’uomo, del lavoro e della società. L'uomo, il lavoro, la società sono i tre momenti attraverso i quali si giunge dall'individualismo atomico al collettivismo corporativo, nel quale l'uomo si identifica nella società perché questa tende ad elevare il suo lavoro, i suoi sacrifici, la sua passione, la sua volontà sul piano dei valori oggettivi ed eterni. Ridurre la funzione corporativa ad un componimento di interessi contrastanti secondo un criterio equitativo significa rimanere nell'ambito della concezione classista: la funzione corporativa, secondo un principio superiore e indipendente, mira invece a rendere utili nel massimo grado il lavoro e il capitale per tutte le manifestazioni di partecipazione individuale alla vita sociale e, in relazione a questo fine, ordina le energie umane sulla base di una gerarchia di valori effettivi.
L'intelligenza e il comando.
“La disciplina deve essere accettata. Quando non è accettata deve essere imposta”. Mussolini, Il discorso di Udine, 20 settembre 1922
Anche l'intelligenza ed il comando hanno un preciso riconoscimento nella dottrina fascista in quanto sono, come il capitale, forme di lavoro socialmente indispensabili. Senza l'intervento dell'intelligenza si verificano i più paurosi dispendi di energia, poiché non esiste la comprensione umana e lungimirante dei problemi, non esiste la chiara definizione delle idee e dei principi, non esiste il moto propulsore dell'iniziativa, non esiste la determinazione limpida ed evidente dei programmi, non esiste la consapevolezza delle vie migliori che è necessario percorrere per realizzarli adeguatamente. L'intelligenza, in quanto si applica e si traduce in indicazioni intelligenti,è un elemento fondamentale per il progresso della civiltà. A sua volta il comando impone il rispetto dei valori sociali, rende immediato il suo ristabilimento tutte le volte che esso sia infranto, assicura il dominio di un'esigenza collettiva su tutte le esigenze contrarie. Dove il comando non è sicuro ed energico, come lo richiede la dottrina fascista, insorgono le forze della disgregazione sociale: i profittatori conquistano le posizioni di privilegio, i parassiti si assicurano la “vita comoda”, i capitalisti si considerano i padroni della collettività, cosicché le forze sane si ribellano, determinando la lotta interna.
Valore sociale dell'eroismo.
“Il Fascismo crede ancora e sempre nella santità e nell'eroismo, cioè in atti nei quali nessun motivo economico - lontano o vicino – agisce”. Mussolini, La Dottrina del Fascismo, giugno 1932
Accanto a queste forme di lavoro, le quali concorrono particolarmente ad assicurare un ritmo creativo alla vita collettiva, l'eroismo è esaltato non per un motivo estetico e sentimentale come fine a sé stesso; ma perché è l'espressione più alta della dedizione alla vita collettiva: chi tutto ha rischiato combattendo, ha offerto il meglio della propria esistenza per la difesa della società alla quale appartiene e dei suoi valori produttivi. L'eroismo è anche esso una forma nobilissima di esistenza sociale: il fascino, del quale la dottrina fascista circonda l'eroe, è il fascino dell'altruismo. E nei paurosi che durante il tempo della guerra si sottraggono alla prova del combattimento, la dottrina fascista condanna l'incapacità a sentire la partecipazione sociale fino al sacrificio più alto. Chi, sottoposto alla prova, si rivela sordo a questo sentimento, prima ancora di essere un vigliacco o un incapace, è un sordo e un assente, un uomo irrimediabilmente imprigionato nel proprio egoismo. Il lavoratore, l'intellettuale ( cioè il possessore di un'intelligenza socialmente funzionante ), il capo e l'eroe sono invece gli uomini, che superano generosamente i confini dell'individualismo per affermare la propria umanità in una abbondanza di partecipazione sociale. E così appunto la dottrina fascista vuole l'uomo perché possa essere esaltato senza riserve nella sua partecipazione quotidiana alla sua vita sociale.
La società come Nazione.
“…di tutti coloro che dalla natura e dalla storia, etnicamente traggono ragione di formare una Nazione, avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una coscienza e una volontà sola”. Mussolini, La Dottrina del Fascismo, giugno 1932
Ma a quale società la dottrina fascista intende riferire l'individuo ? Esiste una numerosa serie di comunità, in parte naturali e spontanee come la famiglia, in parte artificiali e volute come la classe, le quali possono tutte offrire all'individuo la ragione concreta per una più o meno completa partecipazione sociale. Lo stesso concetto di classe ha la sua base essenziale nella premessa di un rapporto operante fra il singolo lavoratore e la categoria dei lavoratori che si pone appunto dinanzi al singolo come una comunità dotata di volontà e di autonomia, in quanto si contrappone alla comunità del capitale. La dottrina fascista nega così a queste come ad altre comunità particolari, il valore di elementi di riferimento esclusivo per la definizione del destino politico dell'uomo e riconosce invece la realtà della nazione quale fattore determinante dei doveri e dei diritti individuali nel sistema delle relazioni.
Tradizione e civiltà.
“La tradizione è certamente una delle più grandi forze spirituali dei popoli in quanto che è una creazione successiva e costante della loro anima”. Mussolini, Breve preludio, 25 gennaio 1922
In questo senso si rivela anche l'alto posto riconosciuto alla tradizione nella scala dei valori civili. Infatti la nazione è anzi tutto la risultante di una tradizione che si individua storicamente per il fatto di essere portatrice di una civiltà. La civiltà, anzi una civiltà è sempre la forza animatrice di ogni fenomeno nazionale, costituisce l'elemento che ne suscita lo svolgimento nel tempo e che ne stabilisce l'interiore unità. La dottrina fascista non crede alla civiltà intesa esclusivamente come progresso tecnico e come benessere economico secondo la concezione materialistica del pensiero anglosassone; ma afferma il senso spirituale della civiltà, rappresentandola come la cosciente e orgogliosa tradizione di una comunità che sa di essere unita non da ragioni contingenti, ma dalla totalità delle forze che influiscono permanentemente sui rapporti possibili nella vita sociale. La comunità dei lavoratori, suscitata dalla prepotenza del capitale non è, ad esempio, prescelta dalla dottrina fascista quale punto di riferimento dei doveri e dei diritti sociali dell'individuo, perché è ristretta nel suo motivo animatore per il fatto di essere provocata dall'esigenza parziale della lotta di classe e perché è limitata nel tempo per avere la sua condizione risolutiva nella sconfitta del capitale. In tutto o in parte gli stessi argomenti possono ripetersi per ogni altra comunità particolare. Soltanto la società nazionale si rivela completa nei suoi motivi unificatori ed eterna nel suo sviluppo vitale.
Necessità della Nazione.
“Per noi la Nazione è soprattutto spirito e non soltanto territorio. Ci sono Stati che hanno avuto immensi territori e che non lasciarono traccia alcuna nella storia umana. Non soltanto numero, perché si ebbero nella storia Stati piccolissimi, microscopici che hanno lasciato documenti memorabili, imperituri nell'arte e nella filosofia. La grandezza della Nazione è il complesso di tutte queste virtù, di tutte queste condizioni. Una Nazione è grande quando traduce nella realtà la forza del suo spirito”. Mussolini, Discorso di Napoli, 24 ottobre 1922
La Nazione è la comunità spontaneamente costituita da una tradizione storicamente affermata la quale perciò investe necessariamente i valori della razza, della cultura, dell'azione, della religione, della morale, del costume e della politica. La funzione della tradizione, che compendia tutti questi fattori in una unità indissolubile, costituisce una garanzia di stabilità e di persistenza per la vita della Nazione. I gruppi umani, che dalla non modificabile spinta degli elementi secolari sono stati portati ad incontrarsi nel vincolo nazionale, avvertono questo legame come una necessità inderogabile connaturata alla propria esistenza: essi non possono rinnegare la propria cultura poiché questa è ormai il portato di un'attitudine costituzionale verso specifiche forme di intelligenza; essi non possono modificare il proprio temperamento poiché questo è la loro naturale maniera di porsi dinanzi ai fatti della vita; essi non possono distaccarsi dalla propria morale, poiché questa scaturisce da una forma spontanea di sensibilità e di reazione consolidata dalla esperienza; essi non possono infine rinunciare alla struttura essenziale della propria organizzazione poiché questa sorge da una fede atavica in ben determinati tipi di convivenza politica. Di tali legami insostituibili, che dalla tradizione sono fusi in un unico complesso di valori, nasce la Nazione, la quale, sebbene richieda un elevato grado di coesione materiale e morale nella condotta dei componenti, risulta da tutti i punti di vista superiore ai singoli uniti e raggruppati in quanto è tradizione millenaria. La Nazione è una comunità fondamentale e necessaria, la quale, anche quando con un atto di ribellione, sia respinta dall'individuo, pur tuttavia rimane a lui superiore come una realtà oggettiva. Mentre il lavoratore o il capitalista possono rinunciare alla propria qualifica, il membro di una comunità nazionale, per esempio l'italiano, non può mai concretamente rinunziare ad essere tale, poiché anche quando assumesse formalmente un'altra nazionalità rimarrebbe egualmente legato a quella originaria e naturale nel suo modo di agire e di pensare.
L'interesse superiore della Nazione.
“Il nostro mito è la Nazione, il nostro mito è la grandezza della Nazione! E a questo mito, a questa grandezza, che noi vogliamo tradurre in una realtà completa, noi subordiniamo tutto il resto”. Mussolini, Il Discorso di Napoli, 24 ottobre 1922
La Nazione è dunque una realtà che si svolge con una indipendenza assicurata dalle tradizioni: essa è esteriormente definita dal complesso di valori spirituali, morali e politici che la storia nel suo corso lega indissolubilmente a determinate condizioni materiali e ideali, come il territorio, la razza, la lingua, il costume, gli ordinamenti, i quali divengono anche essi parti integranti della coscienza collettiva. Questa comunità nazionale la dottrina fascista designa come l'unità che, in relazione alla storia presente e avvenire, stabilisce il modo e la misura della partecipazione sociale dell'uomo. Il lavoro è cosi riconosciuto in quanto sia attività intesa a promuovere l'interesse nazionale; l'intelligenza è riconosciuta in quanto operi per l'arricchimento del patrimonio nazionale; l'eroe è riconosciuto in quanto si sacrifichi per difendere l'organismo nazionale; il capo è riconosciuto in quanto comandi per l'affermazione dell'unità nazionale. In tutti questi rapporti la Nazione è assunta sempre come società che la tradizione ha elevato a civiltà, rendendola depositaria di quella serie di valori umani che rappresentano per la relativa collettività il complesso degli interessi storici permanenti. Quindi Nazione, prima ancora che folla di uomini cioè comunità etnica, prima ancora che raggruppamento di interessi materiali cioè comunità economica, prima ancora che affermazione di principi di convivenza, cioè comunità politica, significa unità armonica di valori storicamente provati, visione della vita concretamente realizzata attraverso un'esperienza.
Il Fascismo e la storia italiana.
“Celebrare il Natale di Roma significa celebrare il nostro tipo di civiltà, significa esaltare la nostra storia e la nostra razza, significa poggiare fermamente sul passato per meglio slanciarsi verso l'avvenire”. Mussolini, Passato e avvenire, 21 aprile 1922
Per i motivi esposti la dottrina fascista, pur partendo da alcune premesse tipicamente sue, come la valutazione dell'uomo in base al lavoro, l'elezione della società nazionale a suo fattore di riferimento fondamentale, l'affermazione del principio corporativo, accoglie nel quadro di tali premesse l'ingente patrimonio della storia italiana e lo fa integralmente suo, riallacciandosi saldamente ai precedenti più antichi della vita nazionale. Rivoluzionario è dunque il movimento fascista in quanto opera secondo principi inconfondibilmente propri; ma è anche tradizionale in quanto l'attuazione di tali principi - che sono profondamente innovatori - riconduce egualmente all'accoglimento della tradizione. La sopravvivenza di questa tradizione si avverte per infiniti segni. Tipicamente romano nello sviluppo del movimento fascista è il senso del diritto, cioè l'esigenza di esprimere le conquiste rivoluzionarie non soltanto mediante una condizione di fatto, ma anche attraverso istituti giuridici saldamente costruiti. Dalla tradizione cattolica discende l'altissimo senso della vita familiare intesa come fondamento morale e pratico dell'incontro dell'uomo con la società, poiché nella famiglia l'uomo, moltiplicandosi, crea appunto la sua ragione sociale, cioè sente, come una esigenza insopprimibile, la necessità di vivere oltre la sua persona individuale. Riconoscibilmente desunta dal Rinascimento è invece l'esigenza di veder l'uomo sollecito non solo ai motivi particolari del suo lavoro e della sua competenza, ma anche alle istanze della società intera e della sua vita politica e spirituale. Dal Risorgimento infine la dottrina fascista deriva l'idea della Nazione non solo come concetto razionalmente conquistato, ma come sentimento immediatamente vissuto cioè come Patria. Aspetti ideali nuovi, immessi dalla dottrina fascista nella tradizione italiana, sono invece quelli riflettenti il lavoro e la sua funzione di misura fondamentale dell'uomo, non solo nell'ambito dell'economia, ma nell'intero ordine sociale. Da tale funzione, oltre che una nuova definizione del rapporto tra l'individuo e la collettività ed alla designazione della Nazione quale comunità fondamentale, deriva logicamente una tipica concezione dello Stato.
Dalla Nazione allo Stato.
“Noi vogliamo unificare la nazione nello Stato sovrano, che è sopra di tutti e può essere contro tutti, perché rappresenta la continuità morale della nazione nella storia”. Mussolini, al Consiglio Nazionale del P.N.F ,7 agosto 1924
Secondo la dottrina fascista lo Stato è l'ordinamento giuridico che conferisce alla società nazionale una personificazione ed un potere sovrano, consentendole la realizzazione autoritaria dei suoi fini. Fra lo Stato e l'individuo si stabilisce dunque il medesimo rapporto esistente fra la società e l'individuo; ogni diritto ha il suo fondamento in un dovere attivo di partecipazione alla vita dello Stato, che è poi la medesima vita della società intesa nella sua disciplina legale e nel suo valore obbligatorio, cioè sotto l'aspetto giuridico. E mentre nell'ordine sociale l'opera dell'uomo,essendo destinata ad un fine che la trascende per potenza e per durata, si eleva ad una funzione collettiva, nello Stato l'individuo non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, così come in un reggimento un soldato non è diminuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Ma l'individuo, che nello Stato afferma la sua coscienza universale e che dallo Stato stesso è riconosciuto quale fattore determinante di vita, è quello che compie un'attiva adesione ai fini collettivi, che realizza la sua esistenza secondo un principio di produttività sociale, mentre l'individuo che si isola nel proprio egoismo, è dallo Stato respinto e dominato con la forza affinché l'attuazione dei fini collettivi non sia impedita. In tal senso appunto lo Stato diviene " autoritario " ed impone i suoi fini, anche quando essi non siano accettati dall'individuo, per realizzarli egualmente mediante un'affermazione del suo potere sovrano che manifesta in una forma concreta operante il volere perenne della società nazionale. Pertanto lo Stato, nel quale l'individuo afferma la sua universalità solo quando sia mosso da un impulso sociale, diviene un assoluto dinanzi al quale individui e gruppi sono il relativo ed esprime una propria consapevolezza morale, ponendosi come Stato “etico”.
La funzione rivoluzionaria della dottrina fascista.
“Il processo di liquidazione della vecchia Europa è incominciato e deve finire”. Mussolini, Battisti, 12 luglio 1917
Con la concezione dello Stato, che è un suo caposaldo la dottrina fascista giunge al vertice dei propri valori e suscita anche essa l'interrogativo che ogni nuova visione della vita comporta. Quale è la sua funzione nella storia? Quali sono le mete alle quali essa tende? È indubbio che ogni affermazione della dottrina fascista, ove sia riferita alla civiltà contemporanea, contiene la precisa negazione ideale e politica di un particolare aspetto del suo contenuto spirituale e della sua struttura sociale. La valutazione dell'uomo, espressa dalla dottrina fascista, svuota i concetti di individuo e di libertà affermati dal liberalismo, per stabilire un più sostanziale e fecondo rapporto fra la società e gli elementi che la compongono. Il principio corporativo, mentre contiene un superamento organico del mito della lotta di classe e dell'intera ideologia socialista, nel medesimo tempo soddisfa, secondo un criterio di rispetto per i valori tradizionali e per la dignità umana, alle esigenze collettive che hanno prodotto altrove il fenomeno bolscevico. Al modello dello Stato liberale, che passivamente si limita a registrare i risultati dello sviluppo materiale e spirituale delle collettività, ed al modello dello Stato di polizia, che comprime le energie vive della società dentro le rigide formule di un ordine esternamente voluto, la dottrina fascista sostituisce infine un tipo di Stato nel quale l'individuo, interamente restituito al suo naturale e insopprimibile sentimento sociale, diviene una forza operante della collettività per la conquista di un più alto destino civile. Dunque meta della dottrina fascista non può essere se non la volontà di instaurare un'altra civiltà sulle rovine di quella che essa demolisce con il proprio sistema: una civiltà nella quale, riconciliato concretamente l'individuo con la collettività, le forze tradizionali, riprese negli elementi ancora suscettibili di svolgimento, assumono una vitalità rivoluzionaria, affermando i valori di un ordine nuovo.
La dottrina fascista nell'ordine nuovo.
“Ce n’é per voi e per coloro che verranno dopo di voi. Il secolo nel quale vivete è il secolo del Fascismo. È vostro”. Mussolini, messaggio ai Giovani Fascisti, 8 ottobre 1931
Quest’ordine si annunzia veramente saldo perché non vuole costruirsi dall'esterno attraverso l'imposizione di una serie di norme formali; ma dall'interno mediante un affrancamento dell'uomo dalle schiavitù spirituali e politiche del materialismo moderno: in tal modo la dottrina fascista ha origine dall'uomo, sul quale innalza l'edificio della civiltà, e nell'uomo si conclude facendolo non prigioniero, ma abitatore e signore dell'edificio nel quale sono celebrate le leggi corrispondenti alle aspirazioni più profondamente umane, come quella della verità esaltata, della giustizia attuata, del lavoro premiato e della gerarchia rispettata. In questa visione della vita si incontrano e si fondano in un medesimo principio due comandamenti che, nella loro recisa intransigenza, costituiscono una espressione fedele del più schietto spirito romano: “Salus reipublicae suprema lex esto” e “unicuique suum”. Ambedue i comandamenti, mentre stabiliscono la più sicura base per la società e per lo Stato, si rivolgono immediatamente all'uomo, parlano della sua personalità, impegnano il suo onore: e sono perciò degni di vivere in una comunità retta da quelle massime soltanto gli uomini che effettivamente ne sentono la forza morale ed il peso politico. Per funzionare pienamente la società del Fascismo non può essere dunque popolata se non da uomini che posseggano la coscienza assoluta di quei principi, respingendo in qualsiasi circostanza la tentazione di trasgredirli. Ed appunto per tale necessità di avere al suo servizio soltanto uomini spiritualmente compiuti, la dottrina fascista è anche una dottrina educativa ed umana: rendendosi conto che accanto agli uomini migliori esistono anche gli uomini peggiori, essa ritiene necessario perfezionare ed elevare questi, perché possano essere integralmente preparati a vivere nell'ordine nuovo. Dal suo continuo e insopprimibile impulso educativo, la dottrina fascista è cosi spinta a realizzare sempre più completamente una civiltà densa di sostanza morale, la quale non nasconda nulla dietro la facciata: una civiltà senza illusioni e senza inganni, una civiltà di uomini veri. È certamente un'opera lunga; ma è e sarà tanto più duratura quanto più sarà costata di sincerità e di coraggio ai suoi operai.
Ultima modifica di Marcus il Mar Ago 14, 2012 10:51 am, modificato 1 volta in totale
Inviato: Mar Ago 14, 2012 7:57 am Oggetto:
Per rendere più leggibile il testo, con le rispettive note, quelle ufficiali e quelle dichiarative dell'edizione per le scuole, ho separato queste ultime inserendole nel messaggio di Marco che ne annunciava la pubblicazione . In questo modo la lettura è più fluida.
Che dire? Sicuramente che la Dottrina Fascista è già chiara e scritta in un italiano più che comprensibile. La sua interpretazione emerge dai concetti stessi espressi, che hanno la loro chiave ermeneutica (chiarificatrice) già ben evidente.
Infatti, le note stesse, quelle ufficiali e quelle dichiarative, non fanno altro che DESCRIVERE, o eventualmente approfondire i concetti. Più che SPIEGARE o INTEPRETARE. Cosa che avviene davvero raramente.
Infatti, se è vero che ogni cosa nella Vita ha bisogno di una interpretazione, per "applicarla nel concreto", è anche vero che questa "interpretazione" non è detto non sia presente già negli assunti espressi, e soprattutto che tali assunti non abbiano un legame diretto e coerente con l'interpretazione stessa, quando essa sia necessaria .
Insomma: nulla di più chiaro. Ciò che è utile per esporre meglio il concetto, ma che non cambia di una virgola sia le affermazioni che la sostanza.