Source: http://imesipalermo.blogspot.it/2016/02/
Timestamp: 2017-06-29 08:53:56+00:00
Document Index: 167715055

Matched Legal Cases: ['art. 42', 'art. 42', '§2', 'art. 43', 'art. 208', 'art. 50', 'art. 12']

Istituto Mediterraneo studi internazionali: febbraio 2016
Not about defence, not about common: le difficoltà dell'UE nei confronti della politica di sicurezza e difesa comune
Nel corso della riunione del 24 febbraio 2015 la Commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo(AFET) ha sottolineato la necessità di rendere la politica estera dell’Unione europea più ambiziosa, proattiva, credibile e strategica. Di fronte ai limiti fissati dai trattati, dalla capacità degli Stati membri e dei loro interessi nazionali, l'istituzione di una sicurezza comune e di una politica di difesa rimane molto difficile. Procedendo in tre tappe, questo articolo si propone di mostrare, in un primo momento, le priorità definite dai programmi di politica estera soprattutto dopo l’avvento di nuove sfide presenti nell'agenda dell'Unione, in particolare la crisi migratoria nel Mediterraneo. In in secondo momento ci sarà un approfondimento dei limiti della PSDC, imposti dal trattato sull'Unione europea (TUE). Infine, analizzeremo l'operazione EUNAVFOR MED, mettendo in evidenza l'impatto dei limiti nel caso specifico.
Le nuove priorità della politica di sicurezza e di difesa comune
La politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) dell'Unione europea è parte integrante della sua politica estera e di sicurezza comune (PESC). Essa comprende la definizione progressiva di una politica europea di difesa comune che mira a consentire all'UE di sviluppare le sue capacità militari e portare avanti delle missioni al di fuori dei suoi confini ai fini del mantenimento della pace, della prevenzione dei conflitti e il rafforzamento della sicurezza internazionale, conformemente ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Nel 1992, fu il Trattato di Maastricht a prevedere per la prima volta una politica di difesa propria dell’unione. Tuttavia, lo sviluppo di quest’ultima è stato rallentato dal Regno Unito, il quale vedeva nell’ipotetica politica di difesa comune una perfetta concorrente della NATO (e dei suoi interessi). È stato solo dopo il vertice franco-britannico di Saint-Malo il 4 dicembre 1998 che la situazione si sblocca e nasce la PESC: la "Politica europea di sicurezza e di difesa". Nei primi mesi del 2015, la commissione per gli affari esteri del Parlamento europeo ha sostenuto che la PESC avrebbe dovuto basarsi su tre punti fondamentali:
-Sostenere i vicini orientali e contenere la Russia: lo scopo era quello di investirsi sui programmi d'indipendenza, di sovranità, di democratizzazione dei paesi che desideravano avvicinarsi all'Unione.
-Rafforzare la sicurezza e la stabilizzazione dei paesi del sud con l'obiettivo di promuovere la sicurezza, la democrazia, i diritti umani e la protezione delle minoranze etniche e religiose.
-Migliorare la difesa e sicurezza: lo scopo era quello di sollecitare tutti gli Stati membri a impegnarsi di più per la realizzazione di una politica estera efficiente ed efficace.
Al fine di rispondere ai nuovi scenari geopolitici, alle minacce e le sfide globali, pochi mesi dopo gli eurodeputati avevano chiesto l'adozione di una strategia comune per affrontare le nuove sfide della sicurezza dell'UE. Infatti la commissione per gli affari esteri aveva sottolineato due questioni fondamentali. Da un lato, la capacità dell'Unione di intervenire nella gestione dell'intero spettro di una crisi, e non solo concentrarsi negli strumenti post-conflitto, e dall'altro lato, la capacità degli Stati membri di dimostrare un impegno, e solidarietà al fine di fornire una maggiore forza al livello economico e militare. Di fronte alle nuove sfide, il Consiglio europeo ha deciso di pronunciarsi. In effetti, il 23 aprile 2015, in nome dei principi dell'Unione europea, il Consiglio europeo, in una riunione speciale, ha affermato che la priorità era la gestione della crisi nel Mediterraneo, e che bisognava impegnarsi a:
-Rafforzare la presenza in mare migliorando le operazioni Triton e Poseidon
-Lottare contro la tratta conformemente al diritto internazionale esortando gli Stati membri a collaborare con Europol, Frontex, l’uffucio europeo di sostegno per l'asilo (UESA), e Eurojust,
-Prevenire l'immigrazione irregolare intensificando la cooperazione con i partner africani, e con la Turchia,
-Rafforzare la solidarietà e la responsabilità interne a vari livelli per garantire la sicurezza dell'Unione.
Le dichiarazioni sono diventati delle conclusioni ufficiali il 18 maggio 2015. Il Consiglio era ben consapevole del fatto che bisognava fissare obiettivi precisi per la PESD. Quel giorno infatti aveva sottolineato l'importante contributo che le missioni PSDC portavano per le operazioni di pace e per la stabilità internazionale, ma aveva anche affermato la necessità di migliorare l'efficacia, l'impatto e visibilità. Alla fine, si può dire che durante la prima metà del 2015, le istituzioni hanno voluto migliorare la politica estera dell'UE in termini pratici. Per questo motivo, le commissioni parlamentari, il Consiglio europeo e il Consiglio d'Europa hanno deciso di intraprendere un modo per rendere la politica di sicurezza e di difesa davvero "comune". Tuttavia, sembra importante chiarire i limiti imposti dal trattato sull'Unione europea (TUE), che ostacolano ogni tipo di iniziativa che potrebbe rendere l'Unione europea una potenza in grado di garantire la sicurezza, non solo all'interno ma anche al di fuori dei suoi confini stessi.
Not about defence, not about common: i limiti imposti dal Trattato sull’Unione europea (TUE)
La PSDC nasce a causa di tensioni diverse: la tensione tra la Francia e il Regno Unito sulla direzione della politica estera, la tensione tra l'UE e gli Stati Uniti sulle misure da adottare durante un conflitto, tra i paesi pro-NATO e i paesi dell'Est. L'istituzione di una politica di difesa era necessaria al fine di poter creare un programma per mettere d’accordo tutti i paesi dell'UE. Tuttavia, anche dopo le Saint Malo le tensioni non hanno visto la loro fine. Le cause delle debolezze dell'azione esterna sono rintracciabili negli art. 42 e 43 del trattato sull'Unione europea, già leggendo l'art. 42§2 il concetto di difesa è già in questione:
Questo dimostra che gli Stati membri vogliono che la PSDC non cambi le loro politiche estere, o i rapporti già instaurati con la NATO. Così la PSDC è percepita come una politica di supporto alla NATO o degli Stati membri, in quanto li aiuta in missioni che risultano troppo costose, o per le quali un singolo paese non possiede i mezzi. Quindi è chiaro che nessuno vuole che la PSDC sia considerata una minaccia per gli interessi nazionali. Inoltre, art. 43 stabilisce che l’UE può impegnarsi in missioni che:
[…] comprendono le azioni congiunte in materia di disarmo, le missioni umanitarie e di soccorso, le missioni di consulenza e assistenza in materia militare, le missioni di prevenzione dei conflitti e di mantenimento della pace e le missioni di unità di combattimento per la gestione delle crisi, comprese le missioni tese al ristabilimento della pace e le operazioni di stabilizzazione al termine dei conflitti. Tutte queste missioni possono contribuire alla lotta contro il terrorismo, anche tramite il sostegno a paesi terzi per combattere il terrorismo sul loro territorio.
Tuttavia, dobbiamo considerare che la PDSC non ha i mezzi e le capacità per gestire un conflitto su larga scala per i motivi sopra citati. Di conseguenza, tutte le operazioni intraprese dall'UE hanno bisogno di un sostegno "esterno". Ciò significa che le operazioni richiedono la cooperazione dell'ONU o la NATO. Per quanto riguarda il concetto di comune, bisogna considerare tre punti fondamentali:
-Secondo il TUE gli Stati membri contribuiscono alle operazioni volontariamente
-La Danimarca ha espresso fin dall'inizio che non avrebbe partecipato all'elaborazione e attuazione delle azioni della PSDC,
-Gli Stati membri hanno differenti capacità militari, e inoltre mettono a disposizione della PDSC dei mezzi che non sono realmente proporzionati alle loro capacità.
Questo dimostra che, alla fine la PSDC ha bisogno di essere ristrutturata, armonizzata, e considerata come vero potenziale da tutti gli Stati membri al fine di garantire la sicurezza dell'Unione.
Il caso EUNAVFOR MED
L’operazione EUNAVFOR MED è una missione condotta dall’Unione europea nel Mediterraneo centrale, istaurata dopo i naufragi che hanno fatto centinaia di vittime. Il 18 maggio 2015 i ministri degli affari esteri e della difesa degli Stati membri hanno deciso di mobilizzare una operazione navale volta a smantellare le reti di trafficanti nel Mediterraneo, al fine di salvare vite umane in mare. Lo scopo era anche quello di testare l'efficacia della PSDC davanti le nuove minacce. Il 23 aprile 2015, il Consiglio ha annunciato che l'UE ha mobilitato tutti gli sforzi per evitare naufragi futuri, e che l'operazione avrebbe avuto inizio nel mese di giugno. L'operazione è stata composta da tre fasi:
-La prima fase si concentra sul monitoraggio e il contrasto della tratta umana nel Mediterraneo centrale (dal 22 giugno al 7 ottobre 2015).
-La seconda fase dell'operazione ha come obiettivo il controllo e la tracciabilità delle navi sospette (fase in corso).
-La terza fase, ancora da painificare, permetterebbe la rimozione delle navi e delle risorse correlate, e la cattura dei contrabbandieri e trafficanti.
All'inizio dell’operazione 22 di 28 Stati membri hanno contribuito con assistenza logistica ed economica. Il budget del progetto è 11.820.000 milioni di euro, previsto per un periodo di 12 mesi. Durante la prima fase 7 paesi su 22 partecipanti hanno mobilitato dei mezzi navali militari: l’Italia (con la porta-aerei Cavour), il Belgio (con la Fregata Karel Doorman), la Francia (con la fregata La Fayette), la Slovenia (con la nave da pattuglia Svetlyak), la Spagna (con la fregata Santa Maria), la Germania (con nave Berlin), e il Regno Unito (con la fregata tipo 23). Durante la seconda fase dell'operazione, iniziata l’8 Ottobre, 2 Stati si sono aggiunti all’operazione in mare aperto, e sono stati dispiegati 7 mezzi aerei in più. Come detto in precedenza l'Unione europea non ha creato questa operazione come "Unione"; gli Stati che partecipano sono stati che vogliono, più di altri, contenere i flussi migratori nei loro territori. Inoltre, i mezzi utilizzati non sono dello stesso livello: alcuni stati membri hanno fornito le navi, altri forze aeree, altre forze navali e aeree, e altri hanno contribuito finanziariamente. Ora l'operazione è bloccata tra due limiti: da un lato, da Roma (centro operativo dell'operazione) attendono l'autorizzazione del Consiglio di sicurezza per iniziare la terza fase della missione, d'altra parte, il 16 febbraio 2016 le navi della Nato sono entrate nell’Egeo sotto richiesta di Grecia,Germania e Turchia (la quale beneficierà di 3 miliardi di euro, stanziati dai fondi dell’Unione e dagli Stati membri) e fino ad ora non vi è alcun livello di cooperazione tra le due operazioni, anche se l'obiettivo è lo stesso. La necessità di un intervento NATO non è un evento eccezionale, dal momento che a causa delle limitazioni poste dagli articoli 42 e 43 del TUE ancora si ha il bisogno di aiuto "militare". A questo punto non resta che chiedersi che tipo di potere è l'Unione europea, e in particolare quali sono gli sviluppi per migliorare la PSDC.
· Stephan Keukeleire, Tom Delreux, The Foreign Policy of the European Union, “The common security and defence policy”, Palgrave Macmillan, The European Union Series, 2014, pp. 172-195
· Commission des affaires étrangères «L’UE doit libérer son potentiel interne pour façonner les politiques internationales»: http://www.europarl.europa.eu/news/fr/news-room/20150223IPR24718/Lib%C3%A9rer-le-potentiel-interne-de-l’UE-pour-fa%C3%A7onner-la-politique-internationale
· Commission des affaires étrangères «L’UE doit s’adapter sans plus tarder aux nouveaux défis de sécurité»: http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+IMPRESS+20150309IPR32555+0+DOC+XML+V0//FR
· Conseil de l’Union européenne «Conclusions du Conseil sur la PSDC» : http://data.consilium.europa.eu/doc/document/ST-8971-2015-INIT/fr/pdf
· Conseil européen et Conseil de l’Union européenne «Réunion extraordinaire du Conseil européen – déclarations»: http://www.consilium.europa.eu/fr/press/press-releases/2015/04/23-special-euco-statement/
· Articles de Nea say de Eulogos sur EUNAVFOR MED http://www.eu-logos.org/eu-logos_nea-say.php?idr=4&idnl=3720&nea=170&lang=fra&arch=0&term=0
· Site de l’EEAS «Lutte contre le trafic de clandestins en Méditerranée : l’UE décide de mener une opération navale»:http://eeas.europa.eu/top_stories/2015/190515_fac_defence_fr.htm
L'Iran del dopo elezioni: un paese destinato a cambiare volto o illusione di un sogno mai realizzato?
Da venerdì 26 febbraio l'Iran si tinge di un colore mite: quello della
moderazione. Sembra infatti che il paese
stia respirando l'humus di un cambiamento sul quale la politica iraniana ha
gettato i semi già da diversi anni. E profuma di nuovo anche l'Assemblea degli
Esperti che, nell'obiettivo di rinnovare i suoi candidati, introduce ora la
componente femminile. Secondo quanto riportato da fonti interne e ufficiali
sembrano ammontare già a tredici le donne iraniane elette. Il dato per lo più
fondamentale è che buona parte di tali risultati andrebbero a incidere anche
sul piano dei rapporti internazionali - soprattutto con riguardo alla questione
delle sanzioni imposte al paese per il suo contestato programma nucleare - ,
sul futuro delle libertà personali e sociali dei cittadini iraniani, di
movimento e di espressione, ormai notoriamente monopolizzate dai principali
uomini politici che non permettono nemmeno il più semplice accesso ai social
networks, nonché sull'esito della prigionia di Hasan Karroubi e Mir Hossein
Mousavi, i leader del movimento Onda Verde costretti ai domiciliari dal 2011
per aver protestato contro un apparato legislativo decisamente obsoleto, seppur
in attesa di una liberazione tanto promessa dal Presidente Rouhani. Ma prima di avviare qualsiasi pronostico, può
risultare utile approfondire alcuni concetti - chiave nel quadro delle presenti
elezioni, specialmente in vista di un esito parzialmente definitivo previsto
solo per lunedì.
Majiles, cos'è?
Per quanto rappresenti l'organo del
potere legislativo, il Parlamento iraniano condivide la sua funzione con il Consiglio dei guardiani. Quest'ultimo è
un organo costituzionale composto per metà da teologi e per metà da giuristi ed
ha il compito di vegliare sulla conformità delle norme prodotte dal Parlamento
alla Costituzione e all'Islam. Con riguardo alle elezioni presidenziali, il
Consiglio vaglia la validità delle candidature. Tutto ciò lascia presagire
dunque quale ruolo preponderante occupi all'interno degli automatismi politici
iraniani; e come tale "condivisione delle funzioni" segni, secondo
diversi studiosi, il destino di un'istituzione quasi priva di utilità. Si badi
a non dimenticare, comunque, che il Parlamento deve approvare la nomina e
l'operato dei ministri e che può altresì costringerli alle dimissioni. In altri
termini, può ostacolare (cosa che ha fatto negli ultimi anni) o favorire la
politica del governo dell'attuale presidente. Nelle elezioni correnti, i voti
raccolti durante l'affollamento della popolazione iraniana alle urne sembrano
propendere per la formazione di una compagine moderato - riformista (con buona
pace del fronte conservatore, spalleggiato dall'ayatollah Ali Khamenei, nel
ruolo di Guida Suprema) laddove dei 290 seggi parlamentari 96 sono ormai di
proprietà riformista contro i 91 rimasti ai fondamentalisti. Agli indipendenti
sono andati invece 25 seggi. Tuttavia, per i restanti 52 si dovrà aspettare di
andare al ballottaggio alla fine di aprile. Non sorprenderà scoprire che il ruolo dei riformisti resta abbastanza
marginale: la vera partita si giocherà tra l'asse Rouhani-Rafsanjani e quello
Khamenei-Pasdaran, dunque tra moderati e conservatori o, per dirla in termini
europei, tra centro e destra. Il centro - sinistra resterà un sogno non
completamente irrealizzabile ma certo ben lontano per un paese ancora confuso
sulla direzione del proprio futuro politico. Prova ne è il fatto che dei
tremila candidati di stampo riformista che hanno fatto domanda - compresi entro
i totali dodicimila, insieme ai rivali dell'area moderata - soltanto 50 sono
sopravvissuti alla scure del Consiglio dei guardiani riuscendo ad ottenere la
"qualificazione". Come se non bastasse, i conservatori partivano già
da una posizione di netto vantaggio grazie ad un maggior numero di candidati
nell'area elettorale, oltre a dichiararsi irremovibili nell'obiettivo di
mantenere la maggioranza in Parlamento così da poter esercitare la loro
superiorità politica anche all'interno dell'Assemblea degli Esperti.
degli Esperti, quale ruolo?
Formata da 88 mujtahids (teologi
dell’Islam) nei prossimi otto anni, ovvero la naturale durata del loro incarico,
potrebbe essere chiamata ad eleggere una nuova Guida Suprema. E ne sarebbe ben lieta la popolazione iraniana. Ma
al di là di qualsiasi preferenza politica di massa, sembra vera la malaugurata
notizia che riporta gravi condizioni di salute per la Guida della Rivoluzione
Il ruolo della Guida Suprema è centrale
in Iran, molto più di quanto lo sia quello dei presidenti o dei primi ministri di qualsiasi democrazia occidentale,
tanto da rimanere in carica a vita salvo per particolari eccezioni. Fin dalla fondazione della Repubblica
islamica dell'Iran, il paese ha annoverato solo due Guide Supreme, ormai
passate alla storia quasi fossero delle istituzioni: l'Ayatollah Ruhollah
Khomeini e Ali Khamanei, attualmente in carica dal 1989. Ma
cosa succede durante le elezioni del 2016? Quali sono i meccanismi politici e
sociali che scattano e, last but not least, quali saranno le conseguenze del
dopo elezioni sul piano internazionale per l'Iran?
femminili e stop al conservatorismo, le due grandi novità
Attualmente tredici donne risultano
elette nel nuovo Parlamento. Erano circa 500 le candidate su un totale di quasi
cinquemila aspiranti deputati. Per l'Assemblea
degli Esperti invece, il Consiglio dei Guardiani aveva bocciato tutte le domande
presentate da una ventina di religiose. Ma la novità delle quote rosa, nella
Repubblica orientale non proprio avulsa da atteggiamenti sessisti, è talmente
dirompente che il Presidente ha twittato così: "Avete creato una nuova atmosfera con il vostro voto". In una considerazione più generale
Rouhani intende rivolgersi agli elettori iraniani, spiegando come il paese
sembra avviarsi sul sentiero di un rinnovamento senza precedenti: donne che
prendono decisioni in Assemblea, un futuro di riforme per il decimo Majalis,
che sia ora un Parlamento dal volto nuovo e ben lontano dal precedente di
stampo ultraconservatore, e maggiori libertà nel paese per quanto riguarda
l'espressione, non ultimo l'accesso alla rete e la libertà di stampa sembrano
gli ingredienti - base della nuova ricetta iraniana. Rouhani gioisce soprattutto per
l'indiretta umiliazione inferta agli ultraconservatori di cui non dimenticherà
mai gli ostruzionismi ricevuti per tutto l'arco del nono Majalis sulla
questione del programma nucleare, nonostante l'Iran avesse correttamente
adempiuto ai suoi obblighi di responsabilità internazionale. La direzione verso
cui si vuol muovere il Presidente - appoggiato dai cittadini, a ben vedere
dalle stime elettorali - è quella di una maggiore apertura verso l'Occidente al
fine di permettere futuri negoziati e di poter assorbire quei valori di libertà
e democrazia che ancora mancano all'Iran. Inoltre, l'alleanza tra i due primi vincitori
nell'Assemblea degli Esperti, Rafsajani - ex candidato alla corsa per le
presidenziali nel 2013, nonchè noto discepolo dell'Ayatollah Khomeini - e
Rohani, potrebbe dar luogo a degli scenari inediti nel caso si dovesse eleggere
una nuova Guida Suprema, in un'era post-Khamenei. “E’ finito il tempo dello scontro, ora è
il momento della cooperazione”, in questo commento si può riassumere la linea politica che vuole
intraprendere Rafsanjani.
comportato l'accordo sulla revisione del programma nucleare?
Con l’accordo, l’Iran aveva accettato di
ridurre sensibilmente le sue capacità in campo nucleare fino al punto che oggi
avrebbe bisogno di almeno un anno per ottenere abbastanza materiale radioattivo
con cui costruire un'eventuale bomba atomica. Gli accordi hanno sensibilmente
cambiato lo scenario in quanto, prima di questi, il tempo necessario era di
qualche mese. In cambio, il paese aveva ottenuto un allentamento delle sanzioni
che dal 2006 gli avevano imposto Unione Europea e Stati Uniti. Ma diverse erano le attese sul fronte
della crescita economica iraniana del dopo sanzioni: si pensava che da allora
il paese avrebbe potuto aumentare le sue esportazioni di petrolio e portare ad
una consistente riduzione del greggio, attirare gli altri attori
internazionali, primo fra tutti l'Italia, nel quadro di investimenti di capitali
e altri affari commerciali, oltre ad attirare potenziali viaggiatori
incuriositi dalla scoperta di un paese che è rimasto l' unico visitabile in
quello che è oggi un Medio Oriente in fiamme. Eppure non mancano intellettuali,
sostenitori di diritti umani e oppositori di varia natura che alternano il
ritornello "In Iran cambierà tutto,
in Iran non cambierà nulla". Come dar loro torto, se si considera che
il metodo con cui sono avvenute le elezioni sembra uscito da un'asta
d'antiquariato: il Consiglio dei Guardiani ha posto il veto sulla candidatura
di migliaia di riformisti proprio per evitare che la collaudata rotta politica
dell’Iran potesse essere dirottata. Ciò ha rafforzato il sentimento scetticista
sul possibile rinnovamento iraniano non tanto nei rapporti del paese con
l'estero, quanto più al suo interno dove, in aggiunta alla già poca fiducia
concessa agli effetti degli accordi sul nucleare, serpeggia la convinzione che
andare alle urne sia inutile.
Il motivetto ricorrente circa un presunto
cambiamento dell'Iran trova la sua ragion d'essere in tutte le contraddizioni -
ed eventuali controindicazioni - sopra indicate. Non siamo ancora di fronte a
un paese che ha delle Istituzioni stabili a supporto di un cambiamento e, se
pure questo dovesse verificarsi, sarebbe caratterizzato da una certa
gradualità. Oltre al ristabilimento sul piano politico, l'elettorato è in
attesa di vedersi riconosciuta la piena libertà personale e sociale all'interno
di un territorio che dovrebbe rappresentare "casa". Il riconoscimento delle libertà personali
e sociali deve prescindere da qualsiasi orientamento politico di governo, siano
esse nella forma della pacifica protesta e/o nella possibilità di accedere alla
rete globale come ogni cittadino di qualsiasi Repubblica democratica fa al
giorno d'oggi. La contraddizione per cui tale accesso è negato al comune
cittadino mentre i principali politici, tra i quali anche la Guida Suprema, si
servono dei social networks per impartire direttive è aberrante. Ma l’Iran è
terra di paradossi: raggiunto il 16 gennaio scorso l’Implementation Day
dell’accordo sul nucleare, che sanciva la pace con gli Stati Uniti, l’11
febbraio il paese celebrava il 37° anniversario della costituzione della
Repubblica Islamica ancora con manifestazioni in chiave anti statunitense. La
spiegazione è qui semplice: la legittimità del sistema iraniano si è appoggiata
per più di trent'anni sul confronto con gli Usa, un valido motivo che ha fornito ora una certa
coesione interna a dispetto delle tensioni tra le varie fazioni della stessa
ala. Non esistendo più un nemico comune
esterno, adesso la leadership dovrà concentrarsi sull'impegnativa costruzione
di una unità nazionale.
Tuttavia, non è ancora chiaro chi avrà la
maggioranza più uno dei 290 seggi parlamentari. Molto resterà a lungo incerto
poiché per avere un quadro definitivo, secondo il ministero degli Interni,
bisognerà aspettare lunedì se non addirittura martedì prossimo, quando tutti i
milioni di voti deposti nei 52 mila seggi del paese saranno stati scrutinati
dal Consiglio dei Guardiani. E neanche allora la partita sarà finita, in quanto
in alcuni collegi elettorali per il raggiungimento del quorum, ovvero il 25%
dei voti, sarà necessario andare al ballottaggio, previsto per fine aprile. É abbastanza chiaro come riforme e
cambiamento verso un sistema meno ideologico, ma più trasparente ed efficace,
richiedano tempi lunghi. A ciò dovrà unirsi la pazienza della popolazione
iraniana, benché ormai da tempo depositaria di importanti valori quali
http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/02/26/elezioni-in-iran-aperti-i-seggi_ea4d75d2-8a33-4428-9e42-19c6256becaf.html
http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/complessi-meccanismi-nelle-urne-iraniane-14720
http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/dopo-le-sanzioni-un-iran-piu-forte-14721
L'Unione europea promotrice di sviluppo nel post 2015
Nelle relazioni interstatali mondiali, l’Unione europea è
umani e della solidarietà reciproca
tra i popoli, cosi come enunciato nei trattati istitutivi dell’Unione
stessa nonché nelle disposizioni in materia di cooperazione allo sviluppo.
L’art. 208 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) inserisce
la politica di cooperazione allo sviluppo all’interno della più generale azione
esterna dell’Unione, prevendendo inoltre il riconoscimento degli obiettivi faro
definiti dalle Nazioni Unite, quali l’eliminazione della povertà estrema e
l’attuazione di un partenariato globale per lo sviluppo. A tal proposito, gli Stati
si sono impegnati a raggiungere tali obiettivi entro il 2015. Sotto l’egida
della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, alcuni paesi poveri,
americani e africani, fortemente indebitati (Heavily Indebted Poor Country, HIPC) hanno così ottenuto l’annullamento
del loro debito estero. Malgrado l’Unione europea sia il primo donatore
mondiale per gli aiuti allo sviluppo, non tutti gli Stati membri hanno
raggiunto l’obiettivo comune dei Paesi OCSE di destinare almeno lo 0,7% del
loro Prodotto Interno Lordo (PIL) all’aiuto pubblico allo sviluppo (APS). Per
fare fronte a tali divergenze e definire una visione comune delle sfide
socio-economiche odierne, il 2015 è
stato dichiarato l’Anno europeo per lo sviluppo, concentrandosi dunque
sull’importanza dell’azione esterna dell’Unione europea e in particolare nella
promozione dello sviluppo globale. Il quadro finanziario pluriennale dell’UE-28
stabilisce che le spese relative al “ruolo mondiale dell’Europa” (nello
sviluppo economico e sociale, ma anche nella mediazione e prevenzione dei
conflitti, nella promozione della democrazia partecipativa etc.) ammonterà a 2
154 milioni di euro nel 2016, per un totale di 61 629 milioni di euro nel periodo 2014-2020 (Regolamento UE, EURATOM
n.1311/2013). Si aggiunge la quota
rilevante di finanziamenti umanitari, che ogni anno l’Unione europea eroga a
favore delle vittime di catastrofi naturali e/o umane. Nel 2014, l’Ufficio per
gli aiuti umanitari dell’Unione europea ha cosi distribuito 1 273 miliardi
di euro in assistenza umanitaria (Parlamento europeo).
Per mantenere il livello di impegno tenuto negli ultimi 15
anni, a partire dalla firma della Dichiarazione del Millennio nel 2000, la
Commissione europea istituisce il “Partenariato
mondiale per l’eliminazione della povertà e lo sviluppo sostenibile dopo il
2015”. Quali sono le novità di quest’ultima strategia, comune ed europea,
in materia di solidarietà internazionale? Il nuovo partenariato prevede una
serie di misure collettive e a livello dell’Unione, tra cui: 1) il sostegno
allo sviluppo e il rafforzamento, da parte dell’Unione, di politiche e contesti
istituzionali abilitanti in altri paesi, compresi quelli in situazioni di
fragilità, 2) la destinazione dello 0,7% del PIL all’APS (i paesi a reddito medio-alto
si impegnano inoltre ad aumentare il proprio contributo al finanziamento
pubblico internazionale), 3) l’UE come promotrice del cambiamento attraverso un
maggiore accesso all’istruzione e alla formazione nei paesi in via di sviluppo,
al fine di favorire l’acquisizione di competenze necessarie per l’innovazione,
la crescita e l’occupazione. Nello scenario europeo, l’Italia si colloca lontana
dalla media di paesi come Svezia e Danimarca, destinando soltanto lo 0,16% del proprio
PIL all’APS. Tuttavia, dal punto di vista normativo, il 29 agosto 2014 è
entrata in vigore la nuova legge 125/2014 “Disciplina Generale sulla cooperazione internazionale per lo
sviluppo” che prevede la collaborazione tra
l’Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo e il Ministero degli
Esteri, al fine di elaborare un documento triennale indicante “la visione strategica, gli obiettivi di
azione e i criteri di intervento, la scelta delle priorità delle aree geografiche e dei singoli Paesi, nonché dei
diversi settori nel cui ambito dovrà essere attuata la cooperazione allo
sviluppo” (Art.12). Un ruolo importante è infine
attribuito alle organizzazioni della società civile e ai soggetti senza
finalità di lucro, che potranno usufruire di contributi da parte dell’Agenzia
al fine di realizzare i programmi di cooperazione. Il settore del non-profit
italiano è in constante evoluzione e secondo i dati ISTAT,
più di 300 000 organizzazioni sono presenti nel territorio nazionale. La cooperazione allo sviluppo si conferma tutt’oggi una delle
priorità della politica estera europea per il post-2015, rafforzando dunque l’impegno internazionale dell’Unione
come garante dello sviluppo e della sicurezza. Tuttavia, la destabilizzazione
dei paesi vicini, del Sud e dell’Est, impone all’Unione non soltanto una revisione
del proprio sistema interno (in materia di cooperazione), ma anche della sua
politica di vicinato, attraverso nuovi modelli di cooperazione euro-mediterranei
più inclusivi, sulla scia del Processo di Barcellona lanciato nel 1995.
Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea: Regolamento UE
EURATOM n 1311/2013 - quadro finanziario pluriennale
Repubblica italiana: legge 11 agosto 2014, n.125 - disciplina generale sulla
cooperazione internazionale per lo sviluppo.
Parlamento europeo - dati sugli
aiuti umanitari, http://www.europarl.europa.eu
Il nuovo Sacro Romano Impero della nazione germanica LA PAROLA ALL’ESPERTOLa rubrica mensile di IMESI che riporta la voce degli esperti sulle maggiori tematiche di politica internazionale
Il nuovo Sacro Romano Impero della nazione germanica a cura di Rosario Fiore Cultore di diritto pubblico comparato Unipa e Segretario generale I.Me.Si
L'ultimo tormentone andato in scena al
Consiglio Europeo di Febbraio - l'affaire Brexit, di cui ha già parlato e brillantemente in questo
blog il nostro giovane ricercatore Davide Daidone (http://imesipalermo.blogspot.it/2016/02/la-guerra-in-casa-nostra-brexit-e-il.html) offre lo spunto per una ulteriore riflessione sull'Unione Europea, cosa oggi
rappresenta e cosa potrà rappresentare nel prossimo futuro. E' noto che il 23
giugno prossimo il Regno Unito sarà chiamato ad esprimersi su un delicato
referendum popolare: restare o meno nell' Unione Europea, sciogliendo,
finalmente, un nodo che gli inglesi si portano dietro sin dai tempi di Margaret Thatcher, il cui antieuropeismo,
oggi reinterpretato da Cameron, raggiunse l’acme nel celebre discorso di Bruges
nel 1988, quando la Lady di Ferro,
rivolgendosi alla platea del Collegio d’Europa - istituto indipendente di studi
europei post-universitari - nella
cittadina belga, definì lo’allora Comunità europea «un club che si guarda
l’ombelico, ossificato in una mania da iperregolamentazione», e aggiunse: «non
abbiamo fatto arretrare i confini dello Stato in Gran Bretagna per vederli
riespandere a livello europeo con un super-Stato che esercita una nuova forma
di dominio da Bruxelles». L'antieuropeismo inglese, pertanto, non rappresenta
affatto una novità e la posizione assunta da Cameron, che in ogni caso ha
portato a casa un buon risultato, è perfettamente in linea con il
nazionalismo thatcheriano e con
l'avversione degli inglesi verso i tedeschi, che, non dimentichiamo, furono
loro acerrimi nemici durante gli ultimi due conflitti mondiali. Ciò premesso,
tuttavia, non voglio occuparmi di Brexit, ma vorrei condividere con i lettori
una breve riflessione, faziosa ovviamente, sull'Unione Europea. Non credo di
dire una cosa nuova quando affermo che, giuridicamente e tecnicamente, uscire dall'Unione Europea si può: basta
leggere la procedura di recesso prevista e disciplinata dall'art. 50 del
Trattato sull'Unione Europea, per come rivista col Trattato di Lisbona. Questa
premessa, ovvia ripeto, mi è tuttavia utile per potere consequenzialmente
affermare che, al di là di ogni demagogica ed ideologica retorica sul valore e
sui valori comuni (???) dell'Unione Europea, quest'ultima è e rimane una
semplice organizzazione internazionale, sui generis per carità, ma pur sempre
una normale organizzazione internazionale soggetta alle norme di diritto
internazionale sui trattati e sui rapporti tra gli Stati e le organizzazioni
internazionali; per dirla con Benedetto Conforti, “una organizzazione internazionale altamente
sofisticata”. Se, infatti, la presenza di organi con ampi poteri decisionali
nonché il principio della prevalenza del diritto “comunitario” sul diritto
interno fanno propendere per una sorta di embrionale Stato federale, tuttavia,
l'immutata e non scemata sovranità di ciascuno Stato membro, anche in quelle
materie che sono di esclusiva competenza dell'Unione, alla fine ci portano
sempre allo stesso risultato: trattasi di una organizzazione internazionale e
non di uno Stato federale. Non può, infatti, passare inosservato che dei
quattro organismi decisionali più importanti, il Consiglio Europeo e il
Consiglio dell'Unione Europea – quest'utimo vero legislatore “comunitario”-
sono organi di Stati, cioè organi in cui ciascun componente rappresenta non
gli interessi generali dell'Unione ma gli interessi particolari dello Stato che
rappresenta; sono organi, pertanto, le cui decisioni sono frutto di una
mediazione politica tra gli opposti interessi e le cui decisioni, relativamente
al Consiglio dell'Unione in materie delicate quali la politica estera e la
fiscalità, sono tutt'oggi deliberate all'unanimità. Sottolineare questo
dato è importante in quanto mette in
evidenza, ancora una volta, la fragilità intrinseca dell'Unione Europea, di cui
l'affaire Brexit altro non è se non la prova del nove. Questa fragilità, che
spiace constatare non è stata superata dalla nuova impalcatura istituzionale di
Lisbona, è resa evidente per almeno quattro considerazioni: in primo luogo, pur
essendoci una moneta unica – mi riferisco ovviamente ai soli Paesi
dell'Eurozona – non vi è tuttavia una
politica monetaria unica; in secondo luogo, pur essendoci un mercato comune di
libero scambio del lavoro, delle merci e dei servizi, non vi è una politica comune in materia fiscale;
in terzo luogo, pur esistendo un'area di libera circolazione delle
persone, tuttavia, in presenza di eventi
di eccezionale gravità ( atti terroristici ad esempio) lo Spazio Schengen può
essere derogato e sospeso; in quarto luogo, non vi è una politica estera e di sicurezza realmente
comune, atteso che l'Alto Rappresentante per la Politica Estera gode di poteri
più onorifici e celebrativi che veri ( ricordo ancora vividamente che il 6
febbraio dell'anno scorso, durante la crisi russo-ucraina, la politica estera
dell'Unione fu assolutamente assente e addirittura scavalcata dall'asse franco
-tedesco con Hollande e la Merkel che si precipitarono a Kiev per sottoporre a
Putin un piano di pace). Bisogna allora chiedersi che senso ha questa Unione
Europea, in cui non vi è una governance politica reale e in cui i singoli Stati
rimangono tutt'ora pienamente e giustamente sovrani di fare ciò che vogliono. Personalmente
sono contrario all'uscita del Regno Unito dall'Unione Europea ma non perché
ritengo che questo sia il primo passo per una definitiva estinzione dell'Unione;
sono contrario perché il Regno Unito ha rappresentato e può continuare a
rappresentare l'unico contrappeso serio e credibile alla Germania e al
pangermanesimo, sempre strisciante e sempre pericoloso; ma soprattutto sono
contrario perché una Unione Europea senza il Regno Unito finirebbe per diventare una sorta di moderno Sacro Romano
Impero della Nazione Germanica, con l'Italia ancora una volta ridotta a ruolo
di vassallo. Per cui, se il 23 Giugno il Regno Unito dovesse decidere per un
recesso unilaterale dall'Unione Europea, occorrerà seriamente iniziare ad
interrogarsi se sia ancora utile, politicamente ed economicamente, farne parte,
ben sapendo che recedere si può.
Nuovi venti di guerra in Libia: il ruolo dell'Ue e dell'Italia
situazione politica in Libia
Da quando il regime di Gheddafi
è stato rovesciato nel 2011, il paese nordafricano è sprofondato nel caos, dove
due governi rivali, ognuno sostenuto da frange di ex ribelli, rivendicano la
propria autorità: uno è il governo scaturito dalle elezioni del giugno 2014 situato nella città orientale di Tobruk,
braccio politico del Generale Haftar, l'ex generale dei tempi di Gheddafi che,
sconfitto in Ciad nel 1987, si ritirò poi in America e tornò in Libia per
combattere il dittatore nel 2011. La sua autorevolezza garantisce l’appoggio
militare di due partner
internazionali di peso come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti i quali, in
passato, hanno condotto raid aerei contro obiettivi dell’ISIL e di Alba Libica,
una formazione di milizie originarie di Tripoli e Misurata vicini ai Fratelli
Musulmani. L’altro è il governo di Tripoli sostenuto dal Nuovo Congresso
Nazionale Generale e dalla stessa coalizione Alba Libica che a sua volta gode
di un appoggio non troppo nascosto di Qatar e Turchia. Inoltre dal 2014, dopo
la conquista della città di Derna e quella più recente di Sirte, lo Stato
Islamico, per la prima volta fuoriuscito dai confini di Siria e Iraq,
rappresenta la terza forza all’interno della Libia. Per ovviare alla piaga
dell’indeterminatezza politica, che di fatto rende la Libia uno “Stato
fallito”, il 23 dicembre 2015, con la risoluzione ONU n°2259, si è adottato
ufficialmente l’ “Accordo Politico Libico” che prevede un governo di unità
nazionale e la condivisione del potere tra il parlamento di Tobruk e quello di
Tripoli e intima agli Stati membri di relazionarsi esclusivamente con il
governo di unità nazionale e, all'articolo 12, stabilisce che si può
intervenire militarmente contro l’ISIL solo "previa richiesta del governo
libico." Tuttavia questo governo, con a capo Faiez Serraj accompagnato da
un Consiglio Presidenziale di 9 membri, non svolge le proprie funzioni nella
capitale Tripoli (sede dell’intera macchina statale libica, dei Ministeri,
della Banca Centrale e della Società del Petrolio) la quale è ancora controllata
dalle milizie di Alba Libica, bensì da un albergo di Tunisi, inoltre, il
Parlamento formatosi non riesce a funzionare a causa delle difficoltà a
riunirsi raggiungendo il quorum legale. Questa situazione di empasse va a tutto vantaggio
dell’avanzata nel Paese dell’ISIL e degli affari illeciti condotti dai
trafficanti di esseri umani. Per far fronte a questi problemi, che tanto
preoccupano la comunità internazionale tanto da far figurare la loro
risoluzione in cima alle agende di politica estera delle principali cancellerie
europee e d’oltre oceano, è in corso un
negoziato ONU, guidato dal generale italiano Paolo Serra, finalizzato ad un
accordo che consenta al governo di unità nazionale di operare nella Capitale. I recenti bombardamenti effettuati da droni
statunitensi partiti dalle basi militari siciliane su territorio libico, l’aumento
del numero di aerei e navi da guerra britanniche nell’isola di Cipro, congiuntamente
all’offensiva dell’esercito fedele al Parlamento di Tobruk condotta nella città
di Bengasi contro lo Stato Islamico
costretto a ripiegare e le ultime notizie non ufficialmente smentite della
presenza entro i confini libici di 180 militari francesi impegnati in
operazioni segrete, hanno riacceso l’attenzione dei media su quella che viene
definita da tempo la seconda guerra civile libica, anche se, come si può
intuire, sarebbe più opportuno identificarla per ciò che realmente è:
l’ennesimo conflitto interno internazionalizzato. Infine, il parlamento di
Tobruk ha rinviato alla prossima settimana il voto sul governo unitario
sponsorizzato dall’Onu, allontanando con ciò la soluzione politica della crisi.
Di fatto la Libia continua ad avere tre governi: quello di Serraj e quelli di
Tripoli e di Tobruk. Il
ruolo dell’Unione Europea e l’Operazione Sophia
Secondo un documento scritto
dall'ufficiale italiano Credendino, il quale è a comando dell' “Operazione Sophia”,
indirizzato alla Comitato Militare dell'Unione Europea e al Comitato Politico e
di Sicurezza, catalogato come “riservato” e rilasciato da un’anonima fonte
autorevole di uno dei Paesi dell’UE a Wikileaks, l’Unione Europea avrebbe in
programma di attuare la volontà militare, espressa dall’ European Union Military Committee (Eumc - un dipartimento in
cui siedono i Capi di Stato Maggiore dell'Europa), di prepararsi ad un
intervento militare diretto in Libia. L’ Op. Sophia (EUNAVFOR MED) avviata nel
giugno 2015, con il sostegno di 22 nazioni europee su 28 ( e l’indicazione di
partner potenziali come l’Unione
Africana, l’Onu, la Nato, la Lega Araba e altri collaboratori come
Egitto, Tunisia e, quando ci sarà un governo legittimo, la Libia), nasce, in
coordinamento con l’agenzia FRONTEX, come contrasto alla crisi migratoria e il
relativo sfruttamento economico della situazione da parte dei trafficanti di
esseri umani nell’area del Mediterraneo centrale e si articola in 3 fasi
principali. 1)La
prima fase sarebbe già stata completata il 7 ottobre scorso e riguardava
operazioni di intelligence volte a
dispiegare le forze e raccogliere informazioni sul modus operandi dei
trafficanti e contrabbandieri di esseri umani tramite l’uso di droni.
2)La seconda
fase, attualmente in corso, prevede che la Task Force possa eseguire, nel
rispetto del diritto internazionale, fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti
di imbarcazioni sospettate di essere usate per il traffico o la tratta di
esseri umani. Tale fase è stata a sua volta suddivisa in una sotto-fase detta
“2A” che comporta l'uso di 16 navi e velivoli di diversi paesi dell'UE per
fermare i trafficanti in acque internazionali, attualmente in corso, ed una in
acque territoriali libiche, che potrà iniziare a seguito di una Risoluzione del
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e dell’invito del governo libico. Nel
rapporto l’ufficiale Credendino scrive: “Da un punto di vista militare, sono
pronto a passare alla fase 2B in Acque Territoriali libiche, […] ma ci sono una
serie di ostacoli politici e legali che devono essere affrontati prima che io
possa raccomandare questa transizione". Infatti è necessario il permesso
del governo libico per entrare nelle proprie acque territoriali, inoltre
bisogna avere la sicurezza su chi avrà la competenza di giudicare i sospetti
trafficanti arrestati. 3)La
terza fase, volta a neutralizzare le imbarcazioni e le strutture logistiche
usate dai trafficanti, fa riferimento ad una eventuale presenza di truppe dell’Unione
Europea in Libia, il Ministero degli esteri italiano fa sapere che “anche
questa Fase necessita di Risoluzione del’ONU e del consenso e cooperazione da
parte del corrispondente Stato costiero”. Inoltre il rapporto non esclude di
attuare operazioni anche contro le milizie dello Stato Islamico in conformità
con l’art. 12 della risoluzione ONU n° 2259 sopracitata.
Dal rapporto dell’ufficiale
Credendino si evince però anche la consapevolezza di dover fronteggiare
numerosi problemi: uno tra tutti il fatto che le due autorità locali rivali (quella di Tripoli e quella di Tobruk) hanno dichiarato che non possono tollerare una
possibile operazione europea su suolo libico, inoltre mancherebbe anche
l’avallo del governo di unità nazionale di Serraj, il quale, per paura di
perdere ulteriormente la sua fragile legittimazione popolare, sarebbe restio
nel chiedere un intervento diretto sul territorio per non veicolare l’idea di
essere un “governo fantoccio” in mano agli occidentali. Come contropartita è
stato quindi proposto nel rapporto di offrire alle varie compagini
l’addestramento della marina e della guardia costiera, ma con il rischio
concreto che questo possa rivelarsi un boomerang nel lungo periodo. Il documento avverte anche le
istituzioni politiche dell’UE di non pubblicizzare la missione per evitare che
l’operazione venga percepita dai migranti come una “missione di salvataggio”
che li incentiverebbe ad intraprendere il viaggio della speranza. Questo
“errore” sarebbe stato commesso con l’operazione dell’Agenzia Frontex, perciò
viene suggerito che “la strategia d’informazione deve evitare di suggerire che
il focus dell’intervento sia il salvataggio dei migranti, ma enfatizzare al
contrario che lo scopo dell’operazione è ostacolare il giro d’affari del
traffico dei migranti”. Alla luce di ciò non è realistico domandarsi SE e con
quali modalità ci sarà un intervento militare in Libia bensì QUANDO avverrà.
Viene naturale chiedersi quale sia l’immagine che l’Unione Europea vuole dare
di sé e quale sia la sua reale volontà riguardo il problema dell’immigrazione,
il quale, solo nell’ultimo anno, ha provocato un numero di vittime stimato
superiore a 1800, vale a dire 20 volte in più rispetto al 2014. Dato che fermare
l’immigrazione è impossibile, è necessario gestirla.
«Il 2016 si annuncia molto
complicato a livello internazionale, con tensioni diffuse anche vicino a casa
nostra. L’Italia c’è e farà la sua parte, con la professionalità delle proprie
donne e dei propri uomini e insieme all’impegno degli alleati». Queste sono le
parole pronunciate dal Primo Ministro italiano Matteo Renzi all’inizio di
quest’anno alle quali sono seguite numerose altre dichiarazioni del Ministro degli
Esteri Paolo Gentiloni e del Ministro della Difesa Roberta Pinotti, anche nei
giorni scorsi, che facevano riferimento alla possibilità di un intervento
militare italiano in Libia all’interno di un quadro internazionale di legalità.
Cioè a condizione che vi sia l’avallo dell’ONU e del governo libico. Inoltre
non si è evitato, anche all’estero, di sbilanciarsi a favore di una possibile
guida italiana in caso di intervento militare, il quale sarà ovviamente
presentato come “operazione di peacekeeping
e umanitaria”, proprio come l’esperienza fallita del 2011 a guida francese.
Ma quale governo libico?
L’italia svolge un ruolo di primo piano da lungo tempo affinchè si arrivi alla
definizione di un governo libico stabile, questo perché all'Italia conviene
avere un processo politico che funzioni in Libia per poter tutelare i propri
interessi: prima di tutto, per poter lavorare sull'immigrazione, uno degli
argomenti più controversi su cui si giocano molte battaglie della politica
interna italiana. In secondo luogo l'Italia ha bisogno di un governo per
gestire i suoi interessi energetici ed economici, basti ricordare infatti che
ENI è stata, e lo è tutt’ora, la maggiore azienda estera che opera in Libia
proprio a danno dei concorrenti francesi e inglesi. Per l’Italia quindi lo
Stato fallito libico preoccupa quasi quanto lo Stato Islamico. Guerra
all’ISIL
Ed è proprio lo Stato Islamico
che possiede una consistente quota dei problemi relativi alla Libia. La sua
presenza su questo territorio, infatti, fa “gola” a molti Stati ansiosi di
proiettare nell’opinione pubblica dei propri cittadini, un’immagine di sé molto
attiva nei confronti del contrasto all’ISIL. Il riferimento è rivolto
soprattutto a Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Nei palazzi della diplomazia,
molti rappresentanti di paesi occidentali hanno confermato la possibilità di
effettuare incursioni aeree e operazioni delle forze speciali, in aggiunta al
piano di "stabilizzazione della sicurezza" guidato dall'Italia,
pronta, dal canto suo, ad assicurare consulenza e addestramento.
conclusione una stabilizzazione politica della Libia è certamente auspicabile,
sia per assicurare la sicurezza internazionale, sia soprattutto per ridare
dignità e speranza di sviluppo al popolo libico esausto, come sempre, infatti, sono
i civili a pagare maggiormente le conseguenze degli errori politici e militari.
Per questo motivo è necessario favorire la soluzione politica rispetto a quella
militare e fare tesoro delle esperienze passate, soprattutto quelle recenti, e
quelle in corso (es. guerra in Siria), i cui risultati sono molto discutibili
per non dire disastrosi. Lorenzo Gagliano
Sembrerebbe che un'intesa sia stata raggiunta tra il segretario di stato di Washington, John Kerry, ed il corrispettivo ministro degli esteri di Mosca, Sergey Lavrov, per una tregua in Siria. Diversi erano stati gli incontri nel corso della scorsa settimana ed anche se alla fine l'accordo è stato siglato, l'aria che si respira in territorio siriano resta comunque tutt'altro che serena. Alto è infatti lo scetticismo che circola tra gli analisti di geopolitica ed allo stesso tempo tra i piani alti degli stati coinvolti in questo interminabile conflitto. Un conflitto che fino ad oggi ha visto schierate due diverse coalizioni, le quali divergono in primo luogo rispetto ad uno specifico tema: il destino di Bashar Assad. Da una parte i primi nemici schierati sul campo il presidente siriano ce li ha sempre avuti in casa, per questioni principalmente religiose (Assad è fedele alla minoranza alauita, corrente sciita), a sostegno dei ribelli troviamo poi gli Stati Uniti, che non godono di buoni rapporti col presidente siriano, seguiti dalla Turchia, coinvolta oltre che per i pessimi rapporti con Assad anche per la costante fobia delle mire indipendentiste dei curdi siriani, e l'Arabia Saudita, con l'ambizione di elevare il proprio status di “potenza regionale” sopratutto in funzione anti-iraniana. Dall'altra parte abbiamo visto la Russia, che da sempre vanta buoni rapporti con la famiglia Assad, l'Iran, in funzione anti-saudita e, anche se non ufficialmente, il popolo curdo, che difende il primis la propria autonomia raggiunta nel nord della Siria. In questo contesto del tutto instabile trovano spazio, anche se ultimamente hanno perso terreno, anche il gruppo Stato Islamico ed il Fronte Al Nusra.
Il suddetto scetticismo nei suddetti ambienti pare sia dovuto, in primo luogo, per alcuni controversi punti focali di questa intesa che stabilirebbe un termine fissato per mezzogiorno di Venerdì 26 Febbraio entro il quale i ribelli siriani, primi protagonisti contro il governo di Bashar Assad, dovrebbero annunciare ufficialmente di aderire alla tregua, con la promessa messa su carta, che l'aviazione di Damasco smetterà di bombardare quegli stessi gruppi che aderiranno all'accordo. Restano però esclusi dalla tregua il gruppo Stato Islamico ed il Fronte Al Nusra, il gemello siriano di Al Qaeda, che non potranno esprimersi in questo senso. Esclusioni coerenti con la linea portata avanti fino ad oggi dalle due coalizioni presenti in Siria (eccezion fatta per la controversa posizione della Turchia) rispetto al non riconoscimento di questi gruppi come entità politiche con cui provare a dialogare. Anche se d'altra parte si potrebbe pensare a questo accordo nei termini di una dichiarazione di resa per quelle forze che da tempo hanno provato ad eliminare la scottante figura del presidente alauita e che inizialmente avevano visto dalla loro l'ala protettiva statunitense. Ora però sembra che ai ribelli non resti che accettare una tregua che non hanno mai voluto, o acquisire lo status di “gruppi terroristici” ed essere trattati alla stregua di Isis ed Al Nusra. Causando così una possibile reazione a catena che potrebbe addirittura riportare gli effetti opposti rispetto a quelli che, almeno formalmente, le due grandi potenze dichiarano di voler perseguire, elevando di fatto il livello di conflittualità nell'intera area. A questo si aggiungono poi le dichiarazioni del ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, il quale ha affermato che la Turchia, aldilà di ogni sorta di tregua, considera e continuerà a considerare i curdi siriani alla stregua di terroristi ed andranno avanti a colpirli con tutti i mezzi a loro disposizione. Considerando tali premesse, aldilà dell'accordo raggiunto, sembra allora che il conflitto siriano possa essere destinato a rimanere nelle prime pagine delle diverse testate del globo ancora per diverso tempo, almeno fino a che le volontà messe sul piatto degli accordi resteranno le suddette.
Isis: il modus operandi della "guerra terrestre" in Europa
Relazioni Internazionali contemporanea fornisce tutti gli elementi essenziali
per trarre la teoria che gli Stati mondiali stiano vivendo la loro Terza Guerra
Globale. Analizzata dal punto di vista della strategia di attacco dell’attore
principale, l’IS, essa si presenta come una Guerra anomala nei suoi vari
aspetti; una Guerra che cambia e modula le sue tattiche in base al
Soggetto-Stato che si vuole colpire. Contrariamente alle due grandi guerre
della storia mondiale, che gli storici
hanno definito “Guerre Anfibie”, poiché combattute per terra, per aria e per
acqua, la Guerra condotta dall’IS è una “Guerra Terrestre”, in quanto ciascuna
loro offensiva prende luogo solo in uno spazio ben definito, ossia il
territorio: ora attraverso cinture esplosive, ora attraverso sparatorie di
massa. Il 13 novembre
2015 è stata la volta dell’Europa, di Parigi. Un complesso di uomini armati di
fucili AK 47 (meglio conosciuti come
kalašnikov) sferrano attacchi coordinati in uno stadio, in un teatro, in due cafè e in due ristoranti nella capitale
francese, uccidendo, ferendo e prendendo in ostaggio civili indifesi. È proprio
partendo da questo ultimo caso che l’Europol [1]
con la collaborazione di alcuni Esperti di ciascun Stato membro, decide di
definire, grossomodo, non solo le principali caratteristiche dei “modi di
attacco” del sedicente Stato Islamico contro l’Europa, ma allo stesso tempo
tenta di disegnare il profilo psicologico e morale degli attentatori. Da un’attenta
disamina, risulta che gli attentati di Parigi si siano svolti secondo il c.d.
“Mumbai style”. Il modus operandi
degli assalti a Mumbai nel 2008 è simile a quello di Parigi 2015: dieci
attentatori (o poco più) dotati di AK 47; spedizioni coordinate in cafè,
ristoranti e teatri; 164 vittime cadute a Mumbai, 130 morti e 352 feriti a
Parigi. Ecco che pian
piano scompare la figura del terrorista come “lupo solitario” e comincia ad
emergere “il branco” che cerca di colpire il cuore della vita di una città. Sono
attacchi ben pianificati e preparati eseguiti con strumenti di combattimento
facilmente reperibili, da persone accuratamente addestrate, quasi sempre figli
della stessa Nazione che si vuole ferire, che hanno in comune il fattore età
(giovane età) e legami sociali (comune etnia, background e lingua) e quindi non
esclusivamente fattori religiosi o uguali credenze ideologiche. Alcune ricerche
testimoniano che circa il 20% di loro soffre di patologie mentali, e che circa
l’80% ha precedenti penali per reati minori e che il loro avvicinamento al IS
sia stata la giusta opportunità per dare sfogo agli impulsi violenti che vivono
silenti in ognuno di loro.
L’Europol mette
in allerta l’intera Europa, ricordando che la minaccia terrorismo è pronta a
bussare alla nostra porta in qualsiasi momento. A tal proposito
si intercettano quattro possibili scenari dove essa può palesarsi. Questi
ultimi sono individuati grazie alla mescolanza di quattro fattori: attacchi
sofisticati (cioè pianificati, ben organizzati che hanno come oggetto un
determinato target) e attacchi non sofisticati (frutto di un personale ed
improvviso impulso), da una parte; hard
target (forze armate, persone di spicco o semplicemente luoghi protetti) e soft target (persone e luoghi non
protetti in caso di attacco), dall’altra [2]. Certo è che oggi
l’IS punta, in Europa, la sua attenzione
soprattutto al target da colpire piuttosto che al tipo di attacco da sferrare. È la tattica più astuta
per creare paura, panico ma soprattutto spettacolarità, una sorta di finestra
da dove sventolare i loro fatti per aumentare la credibilità nel mondo europeo
Ganci Note:
[1] https://www.europol.europa.eu/content/ectc
[2] Parigi 2015:
attacco sofisticato + soft target.