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Timestamp: 2019-06-26 22:54:45+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 19', 'art. 25', 'art. 2']

Manovra correttiva di aprile 2017: quali novità? – Studio Mesaroli Dottori Commercialisti Consulenti d'impresa
ESTENSIONE DELLO SPLIT PAYMENT ALLE PRESTAZIONI SOGGETTE A RITENUTA D’ACCONTO
Articolo 1, decreto legge n. 50 del 24/04/2017
Il primo articolo del decreto prevede l’estensione dell’ambito soggettivo dello Split Payment a tutti i soggetti che risultano inclusi nel conto consolidato della Pubblica Amministrazione, ovvero degli enti e delle società, di qualsiasi natura giuridica, nei confronti dei quali è già in vigore l’obbligo di fatturazione elettronica. Ai fini pratici, significa che le prestazioni soggette a ritenute alla fonte, in precedenza escluse dall’applicazione dello split payment, saranno ora obbligate sia ad emettere fattura elettronica sia ad applicare la “scissione dei pagamenti”, in inglese split payment.
Si troveranno quindi a dover applicare la nuova disposizione gli esercenti arti e professioni, gli agenti ed i soggetti che si occupano di intermediazione, che normalmente emettono fattura con ritenuta alla fonte e che quando avranno come cliente un’amministrazione pubblica dovranno emettere fattura elettronica e saranno da ora soggetti anche al meccanismo dello split payment.
Fino ad oggi tale meccanismo non era applicato, come espressamente previsto dalla Circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 15/E del 13 aprile 2015: “Il meccanismo della scissione dei pagamenti non si applica alle prestazioni di servizi rese alle PA i cui compensi siano assoggettati a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito ovvero a ritenuta a titolo di acconto di cui all’art. 25 del DPR n. 600 del 1973”.
La nuova norma decorre a partire dalle operazioni per le quali è emessa fattura a partire dal 1 luglio 2017. E’ prevista quanto prima l’emanazione di un decreto ministeriale attuativo che spieghi nel dettaglio le modalità operative.
Nella relazione tecnica collegata al decreto n. 50/2017 si legge che il maggior gettito d’IVA atteso, al netto dei rimborsi e delle compensazioni, sarà pari a € 1.046 milioni nel 2017 e € 1.555 milioni negli anni successivi.
Lo split payment è stato introdotto in Italia con la Legge di Stabilità 2015, riguarda il pagamento dell’IVA e prevede che l’IVA relativa alle cessioni di beni ed alle prestazioni di servizi effettuata nei confronti delle Amministrazioni Pubbliche sia versata direttamente dal cessionario/committente e non dal cedente. In altre parole, normalmente l’IVA applicata in fattura viene pagata dal cliente al fornitore e quest’ultimo dovrà poi riversarla all’amministrazione finanziaria; con l’applicazione dello split payment il cliente paga al fornitore la fattura al netto dell’IVA, che verrà quindi trattenuta e versata poi direttamente da quest’ultimo. Il vantaggio per lo stato è che il debitore d’imposta sarà un ente della pubblica amministrazione e non più un soggetto che magari ritarderà oppure ometterà di versare l’IVA allo Stato. Lo svantaggio per il soggetto fornitore è che dal punto di vista finanziario incasserà meno; ricordiamo che l’IVA è solo una “partita di giro”, ma comunque concede una temporanea liquidità al soggetto che la incassa e che a scadenza dovrà poi versarla. Per coloro, inoltre, che sono normalmente a credito d’imposta, incassare l’IVA aiuta ad anticipare il recupero dell’IVA a credito.
I soggetti passivi IVA che pongono in essere operazioni rientranti nell’ambito di applicazione dello split payment devono emettere la fattura avendo, però, cura di riportare l’annotazione “scissione dei pagamenti”. Gli stessi sono inoltre tenuti ad annotare le fatture emesse nel registro IVA vendite o in quello dei corrispettivi, senza però computare l’imposta ivi indicata nella liquidazione periodica.
Articolo 2, decreto legge n. 50 del 24/04/2017
Il secondo articolo della manovra correttiva di primavera è strettamente correlato alla necessità di ridurre le frodi IVA e di recuperare gettito fiscale IVA così come individuato nel primo articolo.
La nuova norma modifica, a decorrere dal 24 aprile 2017, gli articoli 19 e 25 del DPR n. 633/72, la cosiddetta (impropriamente) “legge IVA”:
Art. 19, comma 1, secondo periodo, DPR 633/72 vecchia norma Il diritto alla detrazione dell’imposta relativa ai beni e servizi acquistati o importati sorge nel momento in cui l’imposta diviene esigibile e può essere esercitato, al più tardi, con la dichiarazione IVA relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto alla detrazione è sorto ed alle condizioni esistenti al momento della nascita del diritto medesimo.
nuova norma Il diritto alla detrazione dell’imposta relativa ai beni e servizi acquistati o importati sorge nel momento in cui l’imposta diviene esigibile e può essere esercitato, al più tardi, con la dichiarazione IVA relativa all’anno in cui il diritto alla detrazione è sorto ed alle condizioni esistenti al momento della nascita del diritto medesimo.
Art. 25, comma 1, primo periodo, DPR 633/72 vecchia norma Il contribuente deve numerare in ordine progressivo le fatture e le bollette doganali relative ai beni e ai servizi acquistati o importati nell’esercizio dell’impresa, arte o professione, comprese quelle emesse a norma del secondo comma dell’art. 17 e deve annotarle in apposito registro anteriormente alla liquidazione periodica, ovvero alla dichiarazione annuale, nella quale è esercitato il diritto alla detrazione della relativa imposta.
nuova norma Il contribuente deve numerare in ordine progressivo le fatture e le bollette doganali relative ai beni e ai servizi acquistati o importati nell’esercizio dell’impresa, arte o professione, comprese quelle emesse a norma del secondo comma dell’art. 17 e deve annotarle in apposito registro anteriormente alla liquidazione periodica nella quale è esercitato il diritto alla detrazione della relativa imposta e comunque entro il termine di presentazione della dichiarazione annuale relativa all’anno di ricezione della fattura e con riferimento al medesimo anno.
La nuova norma modifica due articoli del DPR n. 633 del 26 ottobre 197 che disciplina la normativa IVA, nello specifico il secondo periodo del primo comma dell’art. 19, rubricato “Detrazione” ed il primo comma del’art. 25 rubricato “Registrazione degli acquisti” che disciplina modalità e termini di registrazione delle fatture di acquisto per poter correttamente detrarre l’imposta. Viene ridotta di due anni la possibilità di detrarre l’IVA sugli acquisti.
Cerchiamo di capire meglio cosa cambia operativamente.
Fino al 23 aprile 2017, giorno antecedente l’entrata in vigore delle novità, era possibile detrarre l’IVA relativa ad una fattura d’acquisto inserendola in contabilità in modo che venisse inclusa nella dichiarazione IVA del secondo anno successivo rispetto a quello in cui era sorto il diritto alla detrazione. Nel concreto: per poterne detrarre l’IVA, una fattura di acquisto emessa dal fornitore nel 2017 poteva essere contabilizzata (attenzione!: ai fini della detrazione IVA, non stiamo parlando di competenza contabile ai fini dei redditi) entro la data di presentazione della dichiarazione IVA 2020, quindi entro il 30/04/2020. Con l’entrata in vigore delle modifiche, la stessa fattura, emessa dal fornitore nel 2017, potrà essere contabilizzata al massimo entro il 30/04/2018. Sarà quindi importante richiedere e sollecitare immediatamente al fornitore l’emissione della fattura.
La relazione tecnica ministeriale motiva in questo modo la riduzione dei termini di registrazione: “Dal rigo VF20 della dichiarazione IVA, relativa all’anno d’imposta 2015, risulta che la base imponibile degli acquisti registrati negli anni precedenti, ma con imposta esigibile nell’anno in corso, ammonta a 1,5 miliardi di euro. Se a quest’ultimo dato si applica l’aliquota media sugli acquisti, calcolata sull’insieme dei contribuenti e pari al 17%, si ottiene un’imposta pari a 255 milioni di euro. Considerato che il tasso di evasione IVA, calcolato in rapporto all’ammontare dell’imposta effettivamente versata, si attesta su un valore pari al 41%, si può stimare un potenziale gap, afferente alle fatture acquisite negli anni precedenti e registrate nell’anno in corso, pari a circa 100 milioni”.
Articolo 3, decreto legge n. 50 del 24/04/2017
L’articolo 3 della manovra correttiva mira a contrastare l’uso improprio delle compensazioni andando a ridurre la possibilità di utilizzare liberamente crediti tributari maturati nei confronti dell’amministrazione finanziaria per compensare debiti d’imposta.
Dal 24 aprile 2017 viene ridotta da 15.000 euro a 5.000 euro la soglia entro la quale può essere effettuata la compensazione orizzontale di un credito tributario senza dover richiedere l’apposizione del visto di conformità sulla dichiarazione nella quale emerge il credito tributario utilizzato.
In caso di violazione della norma, l’amministrazione provvederà al recupero dei crediti, dei relativi utilizzi ed all’irrogazione delle relative sanzioni.
Viene poi previsto per i soggetti titolari di partita IVA l’utilizzo obbligatorio ed esclusivo dei servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Entratel o Fisconline) per le compensazioni IRES, IRAP e dei crediti agevolativi indicati nel quadro RU della dichiarazione. Nella pratica, d’ora in avanti, qualsiasi delega di pagamento F24 presentata da un soggetto titolare di partita IVA che presenta un importo in compensazione dovrà essere trasmessa tramite Fisconline o Entratel.
A partire dal gennaio 2010 erano già state introdotte delle limitazioni alle cosiddette “compensazioni orizzontali” dei crediti IVA, ossia all’utilizzo dei crediti IVA per ridurre il versamento mediante il modello F24 di altre imposte, contributi INPS, premi INAIL ed altri tributi locali. L’articolo 8 del decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, aveva poi ridotto da 10.000 euro a 5000 euro l’ammontare del credito IVA che può essere utilizzato in compensazione solo a partire dal giorno sedici del mese successivo a quello di presentazione della dichiarazione da cui emerge e avvalendosi esclusivamente dei servizi telematici resi disponibili dall’Agenzia delle Entrate.
Il visto di conformità si concretizza in un’attestazione di esistenza/regolarità formale del credito resa dal CAF o da un professionista mediante l’indicazione del suo codice fiscale e l’apposizione della sua firma negli appositi spazi dei modelli delle dichiarazioni fiscali. L’apposizione del visto di conformità implica (art. 2 del decreto ministeriale n. 164/1999) il riscontro della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze della relativa documentazione e alle disposizioni che disciplinano gli oneri deducibili e detraibili, le detrazioni e i crediti d’imposta, lo scomputo delle ritenute d’acconto. Il rilascio del visto di conformità implica inoltre: a) la verifica della regolare tenuta e conservazione delle scritture contabili obbligatorie ai fini delle imposte sui redditi e delle imposte su l valore aggiunto; b) la verifica della corrispondenza dei dati esposti nella dichiarazione alle risultanze delle scritture contabili e di queste ultime alla relativa documentazione. La verifica non comporta valutazioni di merito, ma il solo riscontro formale della corrispondenza, in ordine all’ammontare dei componenti positivi e negativi riguardanti l’attività dell’impresa e rilevanti ai fini delle imposte sui redditi, dell’imposta sul valore aggiunto e dell’imposta regionale sulle attività produttive, nonché dei dati riguardanti le somme e i compensi corrisposti dal contribuente in qualità di sostituto di imposta.
Oltre ai responsabili dell’assistenza fiscale (RAF) dei Centri di Assistenza Fiscale (CAF),sono legittimati a rilasciare il visto di conformità:
i professionisti iscritti nell’albo dei consulenti del 6 lavoro;
i soggetti iscritti, alla data del 30 settembre 1993, nei ruoli di periti ed esperti tenuti dalle camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura per la sub categoria tributi, in possesso di diploma di laurea in giurisprudenza o in economia e commercio o equipollenti o diploma di ragioneria (questi soggetti non sono legittimati ad apporre il visto di conformità sulle dichiarazioni modello 730).
Articolo 4, decreto legge n. 50 del 24/04/2017
A decorrere dal 1° giugno 2017, ai redditi derivanti dai contratti di locazione breve stipulati a partire da tale data si applica la normativa della cedolare secca con aliquota del 21%.
Per locazione breve si intendono i contratti di locazione di immobili ad uso abitativo di durata non superiore a 30 giorni, ivi inclusi quelli che prevedono la prestazione dei servizi di fornitura di biancheria e di pulizia dei locali, stipulati da persone fisiche al di fuori dell’esercizio di attività d’impresa, direttamente o tramite soggetti che esercitano attività di intermediazione immobiliare, anche attraverso la gestione di portali online.
Nel caso di locazione effettuata attraverso soggetti che effettuano l’attività di intermediazione immobiliare, la norma prevede che l’onere di tali adempimenti ricada su quest’ultimi e non sul proprietario immobiliare se prevedono l’intervento diretto nell’incasso dei canoni.
La ritenuta del 21% verrà operata a titolo d’imposta nel caso in cui il locatore abbia optato per la cedolare secca; in caso contrario sarà da ritenersi a titolo d’acconto.
RIDETERMINAZIONE DELLA BASE IMPONIBILE ACE
Articolo 7, decreto legge n. 50 del 24/04/2017
A decorrere dal periodo d’imposta 2017, dunque dalla dichiarazione dei redditi 2018 relativa al 2017, vengono introdotte alcune modifiche alla normativa ACE.
Ricordiamo che l’agevolazione ACE, acronimo di aiuto alla crescita economica, è stata introdotta dal decreto “Salva Italia” di Mario Monti nel 2011 e prevede la deducibilità di una quota dell’incremento di capitale proprio dell’impresa, calcolato rispetto al patrimonio netto esistente alla chiusura dell’esercizio in corso alla data del 31 dicembre 2010 e moltiplicato per un coefficiente fissato annualmente dal governo.
Il fine dell’agevolazione è quello di premiare i soggetti che incrementano il patrimonio netto delle imprese ed interessa principalmente i soggetti che svolgono un’attività d’impresa in regime di contabilità ordinaria.
Le novità introdotte dalla manovra correttiva 2017 per i soggetti IRES riguardano l’applicazione dell’aliquota agevolativa alla variazione in aumento del capitale proprio rispetto a quello esistente al quinto periodo precedente. Viene quindi sostituito il riferimento a quello esistente alla chiusura dell’esercizio in corso al 31/12/2010 con il più generico “quinto esercizio precedente”. Viene di fatto introdotto un periodo mobile di cinque come riferimento per la determinazione della variazione di patrimonio netto.
Tali disposizioni si applicano a partire dal periodo d’imposta successivo in corso alla data del 31 dicembre 2016.
Per i soggetti IRES, quindi, ad esempio, la base agevolata del periodo d’imposta 2017 sarà calcolata come differenza positiva tra il capitale proprio al 31/12/2017 e quello al 31/12/2012, non più quindi quello al 31/12/2010.
Per i soggetti IRPEF, per il periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31/12/2015 rileva come incremento del capitale proprio anche la differenza tra il patrimonio netto al 31/12/2015 e quello al 31/12/2010. A partire dal periodo d’imposta successivo al 2016 e fino a quello in corso al 31/12/2019 rileva come incremento di capitale proprio anche la differenza tra il patrimonio netto al 31/12/2015 e quello al 31/12 del quinto esercizio successivo.
Nel concreto, per un soggetto IRPEF, il calcolo dell’ACE relativa al 2016 deve considerare la differenza tra l’incremento patrimoniale tra il 31/12/2015 ed il 31/12/2012 a cui si somma l’incremento del periodo d’imposta 2016. Per il triennio 2017-2019, ad esempio per il 2017, si dovrà considerare l’incremento patrimoniale tra il 31/12/2015 ed il 31/12/2012 (quinto esercizio successivo), più gli incrementi del 2016 e 2017.
I soggetti IRES dovranno determinare l’acconto dovuto per il 2017 tenendo conto delle nuove disposizioni e applicando in via anticipata la nuova agevolazione.
MODIFICHE ALLA DISCIPLINA DELL’IMPOSTA SUL REDDITO D’IMPRESA (IRI)
Articolo n. 58, decreto legge n. 50 del 27/04/2017
La disposizione chiarisce il trattamento tributario spettante alle somme prelevate da riserve IRI in caso di fuoriuscita dal regime, stabilendo che le stesse concorrono alla formazione del reddito complessivo dell’imprenditore, dei collaboratori o dei soci ma con riconoscimento di un credito di imposta del 24% (aliquota IRI). In tal modo, in sostanza, si ripristina l’originario trattamento tributario delle stesse, quale sarebbe stato in mancanza dell’opzione IRI, con la previsione del riconoscimento di un credito di imposta per quanto già versato, onde evitare una doppia imposizione.
ACE, aiuto alla crescita economica, compensazione IVA, DL 50/2017, IRI, locazione breve, manovra di primavera 2017, split payment, visto di confromità