Source: http://www.francescoisola.it/commento_a_SU_8312_2019.html
Timestamp: 2019-05-20 04:23:51+00:00
Document Index: 66222556

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 47', 'art. 19', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 374', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 23', '§ 16', 'sentenza ']

le_sezioni_unite_rispondono_a_22438_2018
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Notifiche a mezzo posta elettronica certificata e giudizio in Cassazione:
la risposta delle Sezioni Unite (sentenza 8312/2019) e il superamento di ogni vuoto formalismo
1. La produzione di documenti informatici nel giudizio avanti la Corte di Cassazione
2. I principi di diritto enunciati dalle Sezioni Unite con la sentenza n. 22438 del 24-09-2018
3. Il tentativo di "restaurazione" operato dalla successiva decisione (sez. VI) n. 28844/2018
4. La decisione a Sezioni Unite n. 8312/2019
1. Mentre i fascicoli dei giudizio di merito (avanti i Tribunali e le Corti d'Appello) sono tutti - quanto meno parzialmente - telematici, a seguito dell'entrata in vigore del PCT (processo civile telematico), il giudizio avanti la Suprema Corte di Cassazione è invece ancora - seppure temporaneamente - esclusivamente cartaceo.
E se la produzione dei nostri atti e documenti depositati telematicamente in primo e secondo grado non sembra costituire un problema (bastando estrarre quei documenti dal fascicolo telematico e stamparli su carta, attestandone la conformità agli originali) abbiamo assistito ad una vera e propria strage di ricorsi, allorquando si è trattato di produrre:
A) la prova della notificazione del ricorso, ove effettuata a mezzo PEC;
B) la prova della notificazione della decisione impugnata (necessaria per dimostrare la tempestività del ricorso), ove ricevuta a mezzo PEC;
C) la copia conforme della decisione impugnata, quando contenuta nel messaggio di PEC con il quale si è ricevuta la notifica della sentenza.
2. Con buona pace dei molti poveri ricorrenti, che avevano dovuto in precedenza subire la declaratoria di improcedibilità per questioni meramente formalistiche (se non frutto di equivoco), le Sezioni Unite - con la decisione n. 22438/2018 - avevano affrontato seriamente il problema relativo alla produzione della prova di notifica del ricorso: escludendo la improcedibilità - a tutela del diritto di difesa, e di "Ragioni che muovono da una prospettiva convergente con l'esigenza di consentire la più ampia espansione, nel perimetro di tenuta del sistema processuale, del diritto fondamentale di azione (e, quindi, anche di impugnazione) e difesa in giudizio (art. 24 Cost.), che guarda come obiettivo al principio dell'effettività della tutela giurisdizionale, alla cui realizzazione coopera, in quanto principio "mezzo", il giusto processo dalla durata ragionevole (art. 111 Cost.), in una dimensione complessiva di garanzie che rappresentano patrimonio comune di tradizioni giuridiche condivise a livello sovranazionale (art. 47 della Carta di Nizza, art. 19 del Trattato sull'Unione Europea, art. 6 CEDU)." - :
La sentenza, altresì, stabiliva che il riconoscimento tacito delle copie non attestate riguarda anche la tempestività della notificazione del ricorso: essendo onere del controricorrente che eccepisce la tardività della notifica del ricorso procedere al disconoscimento della relativa produzione..
Tale decisione, che raccoglieva il plauso dei molti che avevano stigmatizzato l'ingiustificato massacro dei ricorsi, conteneva però un limite: giacché specificava di non voler affrontare il diverso problema «della improcedibilità dell'impugnazione in difetto di attestazione di conformità della copia analogica della sentenza notificata con modalità telematiche (...). Sebbene possano ravvisarsi punti di contatto, trattasi di fattispecie differente da quella in esame».
La sentenza, si badi, non spendeva alcuna motivazione, ancorché succinta o perfino implicita, della accennata differenza tra le due ipotesi.
3. Tale limite, della pur coraggiosa decisione delle Sezioni Unite, induceva la sez. VI - di evidente tutt'altro avviso -ad un moto di ribellione: tradottosi nella discussa ordinanza n. 28844/2018, con la quale viene rimessa alle Sezioni Unite la decisione del ricorso n. 21085/2017, con una modalità sconosciuta all'art. 374 cpc: secondo il quale (co. 3) la sezione semplice rimette la decisione alle Sezioni Unite quando ritenga di non condividere un principio di diritto enunciato dalle Sezioni Unite.
L'ordinanza n. 28844/2018, invece, si atteggia in tutt'altro modo: elaborando una complicata trattazione degli argomenti, sottoponendo alle Sezioni Unite dei quesiti di diritto (uno dei quali del tutto estraneo al merito del procedimento de quo) e - infine - predisponendo forbite argomentazioni a favore di un rigoroso formalismo.
L'ordinanza, infatti;
A) ritenendo inapplicabili alla copia autentica della decisione impugnata i principi affermati dal Cass. S.U. 22438/2018, essendo tale copia richiesta non già ai fini dell'accertamento di un fatto processuale (ossia la notifica del ricorso) bensì quale documentazione - in termini di certezza giuridica - dell'oggetto dell'impugnazione, e suggerendo diffusamente i motivi in base ai quali si sarebbe dovuto rispondere negativamente al quesito posto, formulava il seguente quesito di diritto (il primo dei tre enunciati a pag. 14/15 dell'ordinanza):
«se in mancanza del deposito della copia autentica della sentenza, da parte del ricorrente o dello stesso controricorrente, nel termine di venti giorni dall'ultima notificazione del ricorso, il deposito in cancelleria nel suddetto termine di copia analogica della sentenza notificata telematicamente, senza attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1 bis e 1 ter, o con attestazione priva di sottoscrizione autografa, comporti l'improcedibilità del ricorso anche se il controricorrente non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all'originale notificato o intervenga l'asseverazione di conformità all'originale della copia analogica sino all'udienza di discussione o all'adunanza in camera di consiglio»;
B) richiamando la isolata Cass. 26520/2017 (prontamente smentita da Cass. 30765/2017), suggeriva - quale causa di improcedibilità - la insufficienza della produzione di copia del messaggio PEC, contenente la notifica della decisione impugnata (ed al suo interno, ovviamente, la copia della decisione impugnata); poiché tale produzione non integrerebbe il deposito della copia conforme della decisione impugnata, non potendo il destinatario della notifica attestare la conformità della copia alla copia a sua volta autenticata dal notificante (giacché il suo potere certificativo gli consente di attestare la conformità di una copia cartacea di una sentenza formata digitalmente soltanto estraendola dal fascicolo telematico e non anche prelevandola dal messaggio di notifica inviatogli dal difensore avversario), formulava un ulteriore quesito di diritto (il terzo dei tre enunciati a pag. 14/15 dell'ordinanza):
«se ai fini dell'assolvimento dell'onere di deposito della copia autentica della decisione notificata telematicamente nel termine di venti giorni dall'ultima notificazione del ricorso, sia sufficiente per il difensore del ricorrente, destinatario della suddetta notifica, estrarre copia cartacea del messaggio di posta elettronica certificata pervenutogli e dei suoi allegati (relazione di notifica e provvedimento impugnato), ed attestare con propria sottoscrizione autografa la conformità agli originali digitali della copia formata su supporto analogico, o sia necessario provvedere anche al deposito di copia autenticata della sentenza estratta direttamente dal fascicolo informatico».
C) pur rilevando che il ricorso al suo esame era stato comunque proposto nel termine di sessanta giorni dalla pubblicazione della decisione impugnata, e ritenendo quindi superata la c.d. prova positiva di resistenza (e la conseguente irrilevanza della mancata prova della notifica del provvedimento impugnato), e quindi per solo amore di scienza (all'evidente fine di rafforzare la proposta distinzione tra prova di un fatto processuale e produzione documentale), ha demandato alle Sezioni Unite la risoluzione del seguente quesito (il secondo dei tre enunciati a pag. 14/15 dell'ordinanza):
«se il deposito in cancelleria nel termine di venti giorni dall'ultima notificazione del ricorso di copia analogica della relazione di notifica telematica della sentenza, senza attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1 bis e 1 ter, della I. n. 53 del 1994 o con attestazione priva di sottoscrizione autografa, comporti l'improcedibilità del ricorso anche se il controricorrente non abbia disconosciuto la conformità della copia informale della relazione di notificazione o intervenga l'asseverazione di conformità all'originale della copia analogica sino all'udienza di discussione o all'adunanza in camera di consiglio».
La sentenza (vedi) merita di essere letta, rischiando ogni commento di risultare riduttivo e parziale: ed è lettura interessante ed istruttiva, perché dimostra una (rara) conoscenza dei concetti relativi al documento informatico, ed una capacità di ragionamento ed una chiarezza espositiva di gran lunga superiore a quella della ordinanza di rimessione:
- richiamando (pagg. 12-16) i principi espressi da Cass. 30765/17 (che escludeva l'onere, imposto dalla solitaria 26520/2017) di una doppia produzione, avente ad oggetto sia il messaggio di PEC relativo alla notificazione della sentenza, che una ulteriore copia conforme della decisione impugnata);
- ricordando (pagg. 16-26) i concetti espressi da S.U. 22438/2018, anche in relazione all'art. 23 del CAD ed alla originalità del "documento informatico", nonché alla irragionevolezza e sproporzione delle pronuncie di improcedibilità basate sull'applicazione di norme contenute nell'originaria formulazione del codice di rito, senza adattarne i principi al nuovo processo telematico ed al meccanismo di collaborazione che - nella temporanea inapplicabilità del PCT in Cassazione - consente ai Giudici di legittimità di venire in possesso di copie cartacee di documenti informatici;
- contestando (al § 16) l'assunto fondamentale, su cui poggiano le complesse argomentazioni dell'ordinanza di rimessione, rappresentato dalla ritenuta differenza - per natura e funzione - del requisito di procedibilità costituito dal deposito di copia autentica della sentenza rispetto al deposito del ricorso notificato in via telematica;
- respingendo quindi tutte le argomentazioni suggerite dalla ordinanza di rimessione.
La Suprema Corte, infine, enuncia i principi di diritto che estendono anche ad altre fattispecie i rimedi volti ad evitare una facile (e profondamente ingiusta) pronuncia di improcedibilità, troppe volte ripetutasi in passato:
Per inciso: il ricorso viene, in conclusione, dichiarato procedibile e rimesso alla terza sezione.
Purtroppo, pur dopo la illuminata pronuncia a S.U. n. 22438/2018, alcune decisioni a sezioni semplici hanno continuato, imperterrite, ad ignorare i nuovi principi di diritto;
c'è da augurarsi che adesso tutti i collegi della Corte di Cassazione tengano ben presente la pronuncia in esame, volta ad assicurare che il giusto processo non venga ostacolato da pedanti formalismi.
(rev. 1.0.00 del 29-04-2019)