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Timestamp: 2020-05-27 09:35:11+00:00
Document Index: 41448629

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1342', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 100', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 6', 'art. 24', 'art. 329']

Sentenza Cassazione Civile n. 1565 del 20/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1565 del 20/01/2017
Cassazione civile, sez. VI, 20/01/2017, (ud. 13/12/2016, dep.20/01/2017), n. 1565
sul ricorso 23930-2014 proposto da:
L.E., NELLA QUALITA’ DI EREDE DI A.A.,
avverso la sentenza n. 1234/2014 del 16/04/2014 del TRIBUNALE di
p.1. Telecom Italia s.p.a. ha proposto ricorso per Cassazione, contro L.E., nella qualità di erede di A.A., avverso la sentenza n. 1234/2014, con cui il Tribunale di Benevento in data 18 maggio 2014, ha dichiarato inammissibile l’appello proposto dall’odierna ricorrente contro la sentenza n. 161 del 2012 del Giudice di Pace di Vitulano, con cui la Telecom Italia s.p.a. era stata condannata alla restituzione, in favore dell’intimata, dell’importo di Euro 0,11, pari all’IVA applicata sulle spese postali di spedizione di una fattura, relativa al rapporto di utenza inter partes, assumendo tale importo come non dovuto e l’IVA come erroneamente applicata.
p.4. Con l’unico motivo di ricorso, la ricorrente deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 1342 c.c., nonchè degli artt. 113 e 339 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3” e “violazione e falsa applicazione degli artt. 324 e 343 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3″.
La ricorrente deduce, per un verso – evocando giurisprudenza della Corte (Cass. nn. 4948 del 2013, 4949 del 2013, 4950 del 2013, 4951 del 2013, 4953 del 2013, 4955 del 2013) – che sarebbe fatto notorio quello che il contratto concluso con una società di fornitura di servizi sarebbe contratto per adesione e, per altro verso, che il giudice di pace aveva espressamente asserito di decidere secondo diritto, di modo che solo tramite un appello incidentale la qualificazione della controversia ai fini della regola di decisione avrebbe potuto essere ridiscussa in appello dal Tribunale.
Il Collegio potrà valutare la richiesta.”.
Senonchè, in disparte ogni valutazione sulla condivisibilità del detto precedente, si deve rilevare in primo luogo che esso viene invocato in modo non pertinente, perchè ha avuto ad oggetto l’interesse a promuovere l’espropriazione forzata. Infatti, il principio di diritto enucleato dalla decisione dall’Ufficio del Massimario e del Ruolo è stato il seguente: “In tema di procedimento esecutivo, qualora il credito, di natura esclusivamente patrimoniale, sia di entità economica oggettivamente minima, difetta, ex art. 100 cod. proc. civ., l’interesse a promuovere l’espropriazione forzata, dovendosi escludere che ne derivi la violazione dell’art. 24 Cost. in quanto la tutela del diritto di azione va contemperata, per esplicita od anche implicita disposizione di legge, con le regole di correttezza e buona fede, nonchè con i principi del giusto processo e della durata ragionevole dei giudizi ex art. 111 Cost. e art. 6 CEDU. (Nella specie, il creditore, dopo aver ricevuto il pagamento della complessiva somma portata in precetto, pari ad Euro 17.854,94, aveva ugualmente avviato la procedura esecutiva, nelle forme del pignoramento presso terzi, per l’intero importo, deducendo, nel corso della procedura stessa, l’esistenza di un residuo credito di Euro 12,00 a titolo di interessi maturati tra la data di notifica del precetto e la data del pagamento)”.
Ove, tuttavia, il riferimento all’art. 24 Cost. si intendesse suggerire un principio applicabile all’esercizio dell’azione di cognizione, come parrebbe emergere dalla lettura della motivazione, la quale fa riferimento anche all’interesse ad agire in sede cognitiva, si dovrebbe rilevare che la sua applicazione comporterebbe, in modo paradossale per chi l’ha invocato, che l’esclusione del diritto di azione per lo scarso valore economico della pretesa ridondi a danno dello stesso resistente, in quanto è lui che ha agito in giudizio introducendo una domanda di valore economico infimo.
Nè potrebbe pensarsi che la preclusione operi solo per chi eserciti il diritto di azione per un infimo importo economico in sede di impugnazione, tanto allorquando, come nella specie, il valore della causa anche in sede di impugnazione è rimasto il medesimo e non si è ridotto per fenomeni di acquiescenza ai sensi dell’art. 329 c.p.c. rispetto a quello originario.
Poichè l’azione di classe non è obbligatoria e il consumatore o utente può agire singolarmente, è palese che l’assenza di limitazioni di valore economico della pretesa noli può non operare anche in sede di esercizi di azione individuale.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio della Sesta Sezione Civile-3, il 13 dicembre 2016.