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Timestamp: 2018-02-20 21:17:45+00:00
Document Index: 8275820

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 363', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 7']

Il condono TARSU proposto dal Comune di Lecce è illegittimo
Il Consiglio Comunale di Lecce con la deliberazione n. 56 dell’1 agosto 2012 ha approvato il regolamento per la definizione agevolata della TARSU riferita agli anni dal 2006 al 2011.
In merito al suddetto regolamento il Presidente della X Commissione di Controllo, On. Antonio Rotundo, mi ha chiesto di redigere il presente parere, alla luce della recente sentenza della Corte Suprema di Cassazione – Sez. Tributaria Civile – n. 12679 del 30/05/2012, depositata in cancelleria il 20/07/2012.
2. Le medesime agevolazioni di cui al comma 1 possono essere previste anche per i casi in cui siano già in corso procedure di accertamento o procedimenti contenziosi in sede giurisdizionale”.
Tenuto conto che la L. n. 289/2002 riguardava una serie di condoni fiscali di natura erariale (i.e. Irpef, Irpeg, Iva…), per i quali il termine di presentazione delle domande di condono scadeva il 1° giugno 2004, il legislatore, invece, solo per i tributi locali non aveva previsto il termine ultimo di presentazione delle domande di condono, lasciando agli enti locali la possibilità di stabilire diversi termini di presentazione, logicamente successivi al 1° giugno 2004, ma sempre riferiti ad obblighi tributari “precedentemente in tutto o in parte non adempiuti”, cioè riferiti agli anni sino al 2002, in quanto la L. n. 289 citata entrava in vigore il 1° gennaio 2003.
Il preciso riferimento normativo era chiaro, in quanto l’avverbio “precedentemente” doveva logicamente essere riferito ai periodi di imposta oggetto della definizione condonistica e non poteva certo riferirsi alla pubblicazione dell’atto del Comune, in quanto quel riferimento la normativa lo indicava soltanto per precisare che il termine per la presentazione delle domande di condono non doveva assolutamente essere inferiore a sessanta giorni (art. 13, c. 1 cit.).
Innanzitutto, va osservato al riguardo che l’art. 13, primo comma, citato, con riferimento ai tributi propri del Comune, ovvero quelli la cui titolarietà giuridica ed il cui gettito siano integralmente attribuiti al suddetto ente, consente la definizione in via amministrativa, mediante la riduzione dell’ammontare delle imposte e tasse dovute all’ente medesimo, nonché dei relativi interessi e sanzioni, di quelle situazioni pendenti con i contribuenti che non abbiano dato luogo all’emissione di atti impositivi od a controversie in sede giurisdizionale. Sempre che, a tenore del medesimo articolo, nel termine fissato da ciascun ente “i contribuenti adempiano ad obblighi tributari precedentemente in tutto o in parte non adempiuti”.
che si tratti di obblighi tributari precedenti l’entrata in vigore della legge in questione;
che, alla data di entrata in vigore della predetta legge, le procedure di accertamento o i procedimenti contenziosi in sede giurisdizionale fossero già stati instaurati”.
Di conseguenza, proprio alla luce dei suddetti, corretti principi, la Corte di Cassazione ha dichiarato l’illegittimità del condono del Comune di Roma perché adottato in violazione dell’art. 13 cit., “che delimitava temporalmente – mediante il visto riferimento agli obblighi non adempiuti dal contribuente prima dell’entrata in vigore di detta legge, ed alla necessità che, a tale data, fossero già pendenti i procedimenti contenziosi in sede giurisdizionale – il potere dei Comuni di stabilire condoni sui tributi propri, potere non esercitabile, dunque, sine die dall’amministrazione comunale”.
I giudici di legittimità continuano nel ribadire che “Non può revocarsi in dubbio, infatti, che le potestà concesse dalla legge alle amministrazioni locali in materia di tributi – siano esse relative all’imposizione fiscale, o piuttosto, come nella specie, all’esenzione o alla riduzione del carico tributario gravante sui contribuenti – non possono che essere esercitate nei limiti, anche temporali, imposti dalla norma primaria alle amministrazioni medesime. Le esigenze di omogeneità di funzionamento dell’intero sistema tributario, evidenziate dal disposto degli articoli 3 (uguaglianza di trattamento dei debitori di tributi diversi da quelli locali), 23 (riserva di legge in materia di prestazioni obbligatorie) e 119, comma 2, Costituzione (coordinamento della finanza pubblica locale con quella nazionale), comportano, invero, la necessità che il legislatore nazionale intervenga a fissare le grandi linee di detto sistema, definendo gli spazi ed i limiti entro i quali possono essere esercitati le potestà attribuite, in materia fiscale, anche agli enti locali territoriali (confronta Corte Costituzionale n. 37/2004)”.
Da tutti i principi sopra esposti i giudici di legittimità precisano che: “Ne discende che l’esercizio di un potere in materia tributaria, da parte dell’ente locale, una volta che sia spirato il termine, previsto dalla legge statale autorizzativa, entro il quale tale potestà poteva essere esercitata, comporta la carenza del potere medesimo e la conseguente disapplicazione da parte del giudice ordinario dell’atto assunto in violazione della norma attributiva della potestà esercitata, nonostante il decorso del termine su indicato (Cassazione, Sezioni Unite, sentenza n. 2097/75)”.
In conclusione, nel caso concreto, la Corte di Cassazione ha deciso nel modo seguente:
che si tratti di obblighi tributari precedenti l’entrata in vigore della Legge n. 289/2002 (cioè 31-12-2002);
che, alla data di entrata in vigore della predetta legge, la procedura di accertamento od i procedimenti contenziosi in sede giurisdizionale fossero già stati instaurati.
Infatti, secondo i giudici di legittimità, come in precedenza precisato, il potere dei Comuni di stabilire condoni non può essere esercitato sine die, ma il suddetto potere deve sempre essere esercitato nei limiti anche temporali imposti dalla norma primaria, cioè entro il 31-12-2002. Questo principio deve rispettarsi per esigenze di omogeneità di funzionamento dell’intero sistema tributario, evidenziate dagli articoli 3, 23 e 119, comma 2, della Costituzione, che comportano la necessità che il legislatore nazionale intervenga sempre a fissare le grandi linee di detto sistema, definendo gli spazi ed i limiti entro i quali possono essere esercitate le potestà attribuite, in materia fiscale, anche agli Enti locali territoriali (come più volte stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 37/2004).
E) PARERE DI LEGITTIMITA’ DEL SEGRETARIO GENERALE DEL COMUNE DI LECCE, DOTT. VINCENZO SPECCHIA, DEL 29/08/2012 (PROT. GEN. 96852/12)
La nota n. 2195/04 del Dipartimento delle Politiche Fiscali non autorizzava assolutamente i Comuni a fare i condoni per i periodi di imposta successivi al 2002 ma indicava semplicemente la facoltà di disciplinare i termini di presentazione dei condoni, sempre limitatamente ai periodi di imposta precedenti il 2002 e mai ai periodi d’imposta successivi.
L’importante sentenza della Corte di Cassazione n. 12679 del 20-07-2012 è stata pronunciata ai sensi dell’art. 363 del codice di procedura civile, che testualmente prevede: “Principio di diritto nell’interesse della legge”. Questo vuol dire che i giudici di legittimità hanno chiarito come tutti devono interpretare l’art. 13 della Legge n. 289/2002 ed a questa interpretazione sono vincolati tutti gli operatori del diritto, sia contribuenti sia enti locali.
Da quanto sopra esposto non c’è alcun contrasto tra la circolare ministeriale e la sentenza della Corte di Cassazione, e qualora fosse evidenziato questo contrasto non c’è dubbio che si deve seguire sempre l’interpretazione data dalla Corte di Cassazione, quale massimo organo di legittimità giurisdizionale.
L’art. 13 della Legge n. 289/2002 non ha bisogno di alcuna modifica, perché l’interpretazione corretta è quella data dalla Corte di Cassazione, precedente alla delibera del Comune di Lecce. Non è necessaria alcuna ulteriore circolare ministeriale perché i giudici di legittimità si sono espressi in modo chiaro e tassativo.
molti contribuenti difficilmente utilizzeranno il condono in mancanza di certezze, con il rischio di doversi trovare nella stessa situazione del contribuente di Roma che, pur avendo fatto il condono per l’imposta di pubblicità relativa all’anno 2003, in Cassazione ha perso la causa ed ha dovuto pagare tutta l’imposta con le relative sanzioni;
i giudici tributari non possono sospendere i giudizi in corso e devono scrupolosamente rispettare l’interpretazione di diritto data dalla Corte di Cassazione; di conseguenza, viene meno la definizione agevolata delle liti pendenti prevista dall’art. 7 del regolamento comunale;
il Comune di Lecce rischia, in ogni caso, di non incamerare la somma prevista di due milioni di euro con il condono TARSU;
infine, il Comune di Lecce può essere oggetto di giudizio dinanzi alla Corte dei Conti per danno erariale, per non aver incassato le sanzioni amministrative della TARSU per gli anni dal 2006 al 2011 utilizzando un regolamento totalmente illegittimo ed in contrasto con i principi più volte ribaditi dalla Corte di Cassazione.