Source: http://www.storiadc.it/doc/formazione_dc_04.html
Timestamp: 2017-11-22 20:18:51+00:00
Document Index: 86825207

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 49', 'art. 18', 'art. 17', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 18', 'art. 22', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 32']

LA FORMAZIONE NELLA DC DI AMINTORE FANFANI: L'OPUSCOLO "VITA INTERNA DEL PARTITO E IMPEGNI DEL SOCIO" DELL'UFFICIO CENTRALE FORMAZIONE
(Roma, anni Cinquanta)
Una delle principali attività del partito è la formazione ideale e politica dei propri tesserati e dirigenti. L'Ufficio Centrale Formazione della Democrazia Cristiana pubblica, negli anni della Segreteria Fanfani, alcuni opuscoli dedicati alle sezioni ed agli iscritti. Il quarto opuscolo è intitolato "Vita interna del Partito e impegni del socio".
Con la decadenza e la disintegrazione graduale ma fatale dei ristretti gruppi di potere cui restò affidato per lungo tempo il compito di contribuire alla scelta della classe dirigente attraverso l'investitura elettorale di notabili, cui si concedeva fiducia non per un chiaro impegno ideologico che li tenesse responsabili della loro azione davanti agli elettori, ma per ragioni di prestigio derivanti da capacità e meriti personali, l'istituto della rappresentanza politica attraverso il mandato elettorale, anche per l'estensione del suffragio universale, viene ad acquistare significati che saranno decisivi per lo sviluppo dello Stato democratico moderno.
Da questo momento, perchè si abbia un'effettiva partecipazione popolare alla determinazione degli indirizzi della attività statale, è necessario che il popolo «si trasformi da massa indifferenziata in organismo capace di volontà consapevole, ordinandosi secondo precisi orientamenti politici. Lo strumento che nello Stato contemporaneo è rivolto a dare al popolo una siffatta ossatura politica è il Partito». (C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, III. Ed., pp. 459 e sgg.).
Il partito politico viene così ad assumere grande rilievo nello Stato moderno proprio col manifestarsi nel corpo elettorale dell'esigenza dì collegare a programmi politici predeterminati i candidati alle Camere rappresentative.
Ora, trascurando l'analisi storica sull'evoluzione del concetto di Partito, che non rientra nel nostro tema, ci sforzeremo di dare una definizione del Partito stesso secondo gli elementi di giudizio che ci riuscirà di ricavare dal dettato costituzionale e dalla posizione concreta che i partiti hanno assunto in Italia in questi ultimi anni.
La costituzione italiana dà una definizione molto generica di Partito. All'art. 49 ne fissa indirettamente i compiti, delineando in un breve enunciato la sua posizione nello Stato democratico. L'art. 49 infatti proclama che «tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». E all'art. 18 precisa che «i cittadini hanno diritto d'associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati dalla legge penale» aggiungendo che «sono proibite le associazioni che perseguono, anche indirettamente, scopi politici, mediante organizzazioni di carattere militare».
Salvo qualche altro accenno ai Partiti a proposito di questioni particolari, nella Costituzione non troviamo altri elementi da considerare per una «costruzione» del concetto di Partito. Ma è pur chiaro che la Costituzione non poteva andare oltre la semplice indicazione dei compiti e la precisazione dei limiti se non voleva invadere un campo che è lasciato, per i principi stessi che la ispirano, al diritto del «libero associarsi dei cittadini». Spingersi a dettare delle forme d'associazione particolari avrebbe significato negare il principio di libertà.
Per avere un'idea meno generica della posizione dei partiti nello Stato democratico italiano dobbiamo affidarci a un esame concreto di quello che «è» il Partito nella società democratica italiana d'oggi, dopo che, per moti spontanei nel rispetto della norma costituzionale, esso è venuto assumendo una fisionomia ben individuabile.
Nell'esaminare le strutture di un Partito democratico moderno, la prima cosa che balza all'occhio è il carattere della volontarietà dell'atto associativo.
E' logico che detto atto associativo presuppone una struttura sociale ed individuale di libertà nello Stato, perchè non può esserci volontarietà se i cittadini non possono disporre liberamente di loro stessi.
L'atto associativo presenta inoltre un altro aspetto: coloro che decidono di associarsi lo fanno in nome di un determinato oggetto che hanno in comune; nel nostro caso: i principi ideali, cioè alcune idee fondamentali relative alla visione politica della realtà. Questi principi ideali, che rappresentano il motivo primario dell'associazione non bastano però da soli per dare concretezza al particolare tipo di società politica che noi chiamiamo Partito. Occorre che siano sostanziati in un programma e in un piano d'azione.
V'è anche da tener presente lo scopo mediato, il motivo finale se così può dirsi, che giustifica concretamente l'esistenza dell'associazione. E qui prendiamo a modello l'enunciato della Costituzione, concludendo che questo scopo può essere individuato nella volontà di «concorrere con metodo democratico e determinare la politica nazionale».
Il concetto di metodo democratico fa sorgere il problema della democraticità interna dei Partiti, che noi esamineremo oltre non sotto il profilo giuridico generale ma soltanto in rapporto alla situazione reale della D.C. e alla sua missione storica.
Vi è infine da tener conto che un partito politico, per poter esprimersi ed agire, ha necessità di darsi degli organi che agiscano in nome di tutti gli associati, in conformità alle norme del Regolamento interno. Nasce qui il concetto di autorità e di Statuto.
Il rapporto tra principio di autorità e principio di libertà cercheremo di delinearlo più avanti, considerando il problema della vita interna del Partito.
Possiamo a questo punto, però tentare una configurazione del concetto di Partito democratico meno teorica, tenendo sott'occhio le seguenti caratteristiche, or ora esaminate:
a) libertà della struttura sociale e individuale dello Stato;
b) volontarietà dell'atto associativo;
c) oggetto dell'associazione: i principi ispiratori;
d) concretezza dell'associazione: programma e piano d'azione politica. (Nella mancanza di tale requisito si ha puramente e semplicemente un Movimento politico d'opinione e non un Partito);
e) democraticità interna;
f) motivo finale dell'atto associativo: concorrere a determinare la politica nazionale;
g) elezione di «un'autorità» che agisca responsabilmente per tutti gli associati;
h) regolamento interno: Statuto, perché ogni deliberazione sia presa in libertà ma nel rispetto di norme che tutelino i diritti e disciplinino i doveri dei singoli associati.
La composizione dei suddetti elementi ci permette di dare una definizione del concetto di partito democratico che tenga conto contemporaneamente della norma costituzionale e dell'esperíenza storica recente: un partito democratico è un'associazione di uomini liberi, i quali, accomunati da rnedesimi principi ispiratori, realizzano nell'azione politica la vocazione comune; per concorrere con metodo democratico allo sviluppo della società civile.
Sappiamo che la politica non riesce a contenere e a esprimere tutti i valori di una società. Se così facesse assorbirebbe tutti gli interessi umani dando origine a un fenomeno di violazione del diritto naturale, poichè imporrebbe l'elemento dell'autorità anche a quelle espressioni dello spirito umano che costituiscono il geloso patrimonio dell'autonomia del singolo.
Tale patrimonio riguarda particolarmente:
a) l'atteggiamento religioso;
b) l'atteggiamento culturale, comprendendo in tale atteggiamento la ricerca filosofica, letteraria, scientifica e le altre espressioni intellettuali della persona umana.
Tali atteggiamenti ci sembrano riassumere le essenziali vocazioni d'ordine spirituale poichè danno un fondamentale contributo per l'avvento e l'affermazione di una retta società.
Tuttavia, la politica, con la varietà dei suoi interessi, se interpretata come attività tendente per natura ad ordinare la società, ha un'importanza non secondaria nel processo di sviluppo della società stessa.
In quale maniera influiscano la vocazione religiosa e la vocazione culturale sulla storia civile dell'umanità, non è compito nostro considerarlo: a noi interessa, in questa sede, puntualizzare quello che la politica riesce a fare per il consolidamento del costume civile della Nazione.
Quando noi diciamo «Stato democratico» non ci figuriamo un'entità astratta: ci riferiamo a delle precise istituzioni e a delle norme costituzionali, ma anche, e non in sott'ordine, a una serie di rapporti giuridici, di relazioni private, di comportamenti personali che, nell'ambito sociale, costituiscono per così dire l'anima stessa della democrazia.
Ora, questo costume democratico all'interno dello Stato è influenzato sotto l'aspetto politico dai Partiti che agiscono nello Stato stesso e dal loro modo di strutturarsi in organismi più o meno democratici.
Così, l'essenza democratica dello Stato è legata alla dimensione e alla natura più o meno democratica dei Partiti che concorrono a determinare la sua politica.
CONSIDERAZIONI SULLA VITA INTERNA DELLA D.C.
Ogni partito, per il fatto stesso di trovarsi ad agire sul terreno politico, possiede l'aspirazione a farsi guida del popolo.
Per la D.C. questa ideale aspirazione si è tradotta in impegno concreto, trovandosi storicamente a reggere le sorti della Nazione da oltre dieci anni.
Questa sua posizione storica presenta i vantaggi e gli svantaggi che cercheremo di delineare.
La responsabilità politica di governo è un privilegio ma anche un peso. Chi si pone a guida del popolo, assume l'impegno di condurre la società a un superamento dei suoi difetti. Sarebbe assurdo quindi invocare i difetti della società a giustificazione dei propri limiti.
La D.C. non può considerare con leggerezza le sue eventuali lacune interne facendole risalire soltanto ai mali presenti nella società che si trova a governare perchè, così facendo, non si mostrerebbe all'altezza di quel primato politico che l'elettorato gli ha affidato.
La funzione di guida comporta necessariamente un dovere di crescita interna del Partito, affinchè la società italiana riceva da noi una spinta verso il progresso civile e morale, e non si verifichi che il Partito attenda supinamente le ragioni della sua crescita da un moto spontaneo di sviluppo della società italiana stessa.
Non si può pienamente sostenere che il .nostro partito migliorerà.e si evolverà più dinamicamente in senso democratico soltanto col progredire del costume civile del Paese, perchè, in tal caso, la sua presenza al potere risulterebbe un dono gratuito e casuale concessogli da una particolare situazione di disagio del Paese, e non la conseguenza di una sua precisa dignità e volontà di assumersi il peso dei mali della Nazione per porvi rimedio e sanarli.
Ma la funzione di guida non limita le nostre respcnsabilità ad una generica assunzione di doveri storici, cosa che si risolve in una dichiarazione di principi espressi nei documenti ufficiali del Partito. Se vogliamo dare concretezza alla nostra missione è necessario che tutti noi, come iscritti, partecipiamo dignitosamente allo sforzo di portare il Partito all'altezza dei suoi compiti. La Democrazia Cristiana, infatti, non può dare al Paese niente di più di quello che noi iscritti possiamo dare ad essa.
Premesso che l'equilibrio interno del Partito non è soltanto un'esigenza di opportunità o di disciplinata economia delle idee, ma anche di moralità politica, noi diremo che esso non costituisce un dato d'ordine organizzativo, meccanico — lo diventa dopo — ma appartiene alla sfera degli elementi fondamentali dell'associazione che è il Partito.
Si ha equilibrio quando gli iscritti hanno tutti una benché minima capacità di esprimere le proprie idee attorno ai problemi della società.
Lo sviluppo della democrazia italiana sarà favorito anche da quello che saprà fare la D.C. per raggiungere un'effettiva democraticità interna che contenga le garanzie di questo equilibrio e le risposte ai seguenti ordini di esigenze:
a) fare in modo che alla nostra azione politica, sul piano sezionale, partecipi un sempre maggior numero di iscritti, perchè in tale azione politica riconoscano la giustificazione morale della loro presenza in Sezione. E l'esercizio di tale partecipazione non diventi per gli iscritti più restii o più incapaci un'occasione di umiliazione e di sudditanza intellettuale, ma uno strumento di elevazione e di formazione. Il partito, in tutte le sue strutture, deve diventare una scuola di democrazia e non uno strumento di potere.
Non un programma di strategia psicologica, dunque, ma un impegno a moltiplicare le occasioni per favorire la maturità politica dei soci tutti, affinché essi siano in sezione un potenziale di dignità e di buona volontà, che è in loro anche quando non ha trovato ancora le forme per esprimersi.
b) rispetto delle regole interne della vita del Partito — Statuto e Regolamenti — perchè a ciascun iscritto sia garantito il suo diritto.
Se v'è un eccessivo divario di formazione e di capacità politica tra la classe dirigente e gli iscritti, si crea quel pericoloso stato di separazione «umana» tra vertici e base che può trovare il suo equivalente tra i ceti apartitici nei loro atteggiamenti verso lo Stato in genere.
Se è compito della D.C. chiamare allo Stato coloro che ne sono fuori, è pur vero che è necessario infrangere quella barriera di diffidenze e di repulsioni che le diverse vicende storiche dei vari stati italiani dell'800 hanno creato tra due ordini di cittadini: quelli che sentono lo Stato come una espressione della propria volontà politica e quelli che lo subiscono come qualcosa di esterno, di imposto, di nemico.
Se la D.C. deve assolvere a questo compito di comunicare a tutti i cittadini il senso dello Stato, — primo impegno per la realizzazione di una società più cristianamente solidale — è necessario che al suo interno vengano resi più continui ed efficienti, su un piano di capace e matura collaborazione, i rapporti tra tutti i suoi iscritti e la sua classe dirigente.
Poste le premesse per il raggiungimento di un equilibrio interno sezionale, ci diventa ora più facile considerare i diritti e i doveri politici del socio.
I doveri del socio non possono naturalmente esaurirsi in un sommario approfondimento ideologico.
Conoscere gli elementi dottrinali del partito e il suo programma può bastare per giustificare la decisione di farvi parte, ma la politica non è fine a se stessa, non si arresta al momento culturale, ma si traduce in azione.
La politica, infatti, ogni giorno «non fa altro che storia». Anche le sue pagine più modeste di cronaca diventano oggetto di valutazioni fondamentali che trascendono le ragioni contingenti che le hanno generate.
La politica non è che storia che si forma a contatto con il reale, con situazioni concrete che possono mutare e mutano sotto la spinta di mille cause di natura economica, sociale, culturale.
La politica è dunque un fatto dinamico che impone un aggiornamento continuo e ininterrotto.
I contenuti di questo aggiornamento riguardano:
1) L'impegno per l'iscritto a seguire le vicende interne del Partito perchè il socio ha il diritto e il dovere di esercitare una funzione critica che gli consenta di dare un senso alla sua libertà all'interno della Sezione.
L'iscritto può rinunciare a questa sua funzione per varie ragioni:
a) perchè non ha sufficiente capacità di rendersi partecipe del discorso politico interno;
b) per pigrizia;
c) perchè non crede all'utilità di esercitare questo suo dovere-diritto.
Nel primo caso l'iscritto risulta un elemento disponibile per qualsiasi compromesso, persino a sua insaputa; fa numero: diventa forza anonima pronta ad assumere tutte le etichette.
Nel secondo caso, pur essendovi una intrinseca capacità, manca la volontà. Tale stato di inettitudine contribuisce a diffondere tra i soci la sfiducia nel Partito. Il pigro è un elemento negativo per la vita democratica: è un libero che non ha coscienza della sua libertà.
Nel terzo caso l'iscritto non è sostanzialmente un democratico. E' un ospite occasionale della Sezione, uno che si pone di proposito, fuori della storia del Partito e che non crede di essere obbligato verso la società.
Abbiamo parlato di un atteggiamento di assenteismo nei riguardi della Sezione come uno dei mali più seri per il partito. Tuttavia è da considerare come estremamente dannoso anche il comportamento del socio che volge la sua presenza nel Partito in un bene soggettivo, in uno strumento di opportunismo per il soddisfacimento di personali ambizioni.
Una Sezione fatta di simili soci non ha né peso politico né dimensioni morali. E' una bottega in cui la merce di tutti è comprata e venduta all'insegna del qualunquismo più degenere. Il sistema democratico in tali circostanze si inceppa, diventa una formalità priva di ogni contenuto. Il ricambio dei dirigenti si riduce sostanzialmente a una rotazione di persone indipendentemente da qualsiasi valutazione dei contenuti politici che esse esprimono. La Sezione si trasforma in un pacchetto azionario di tessere, uno strumento di manovra e nient'altro. Dov'è più la funzione di guida dell'ambiente?
2) Una maggiore attenzione ai problemi locali.
Se ammettiamo che il Partito è soprattutto il mezzo per consentire ai cittadini di partecipare alla vita politica locale, è chiaro che l'iscritto che non si pone in condizione di conoscere e di approfondire i problemi della propria comunità, in Sezione si troverà come un estraneo.
3) Una maggiore attenzione ai problemi nazionali e internazionali.
A tale proposito dobbiamo rilevare che molto spesso gli atteggiamenti di tanta parte del nostro elettorato in rapporto a taluni fatti nazionali e mondiali, sono quanto di più eterogeneo si possa immaginare: approssimativi, generici, sembrano scaturire non da una unica impostazione politica ma da un'epidermica e impersonale partecipazione sentimentale ai fatti politici della società, che debbono essere meditati come fatti e idee che incidono sul destino di tutti.
Per un cattolico che milita attivamente nella vita politica non basta una superficiale informazione sulla politica interna e internazionale. Ciò che accade intorno a noi, anche al di fuori dei nostri immediati interessi, anche oltre la portata delle nostre possibilità dirette di influenza, ci riguarda molto più di quello che solitamente si ritiene.
Se si considerasse che come cresce il livello culturale e politico dei cittadini — cioè la loro capacità di «sentire», di valutare, di «conoscersi», di conoscere — così si sviluppa il livello politico e culturale della società, si avrebbe una visione più ottimistica del mondo: è la statura morale e civile dei popoli che finisce, in ultima analisi, col determinare la politica, anche se ciò avviene per processi lunghissimi, inavvertibili.
Per concludere questa prima parte, diremo che il Partito deve mettersi in condizioni di ricevere da tutti i soci la loro operante vocazione alla libertà per il fine che si propone.
Dare un senso a questa libertà, esprimerla in impegni idonei, legarla alla storia del Paese, sostanziarla di doveri e di diritti che facciano di ciascun iscritto un uomo cosciente della sua posizione politica, affinché i cittadini, coi quali il Partito entra in contatto, al di sopra di tutte le difficoltà, le amarezze, i motivi di sfiducia, abbiano la possibilità di «familiarizzare» con lo Stato, di contribuire alle sue fortune, di entrare attraverso una effettiva presenza nella storia locale, nella storia nazionale.
Votare sarà allora una testimonianza di maturità. Votare, infatti, non significa saper esprimere un «sì» e un «no», ma capire i «sì» e i «no», il loro valore politico, il significato delle determinazioni che portano per sé e per gli altri.
I Partiti politici italiani, che nel periodo pre-fascista si presentano in genere come semplici movimenti d'opinione, dopo il secondo conflitto mondiale mostrano la tendenza a strutturarsi in organismi permanenti con il chiaro programma di allargare a tutto il corpo elettorale il dibattito politico nazionale.
Col processo di rapida democratizzazione del Paese — con tutti gli squilibri, le improvvisazioni, le insufficienze conseguenti ad un accelerato fenomeno di politicizzazione di masse non sempre capaci di cogliere il senso storico di questo sforzo di maturazione civile, spesso propense a sottolinearne le contraddizioni, e talora in posizione di mero rivendicazionismo verso il nuovo Stato che veniva sorgendo — col processo di rapida democratizzazione del Paese, dicevamo, era necessario che anche un Partito come la Democrazia Cristiana, che si accingeva ad assumere responsabilmente la guida della Nazione, si preoccupasse di darsi un'ossatura organizzativa che le permettesse di mantenere costante il dialogo con l'elettorato.
L'organizzazione della Democrazia Cristiana, che nelle prime consultazioni nazionali sembra esaurirsi in una funzione tipicamente elettorale, via via va assumendo, negli anni successivi, i caratteri specifici di una struttura permanente, con finalità ben chiare di fare del Partito il tramite tra il potere politico e il Paese.
Se quest'opera di mediazione non sempre è riuscita nel suo intento né ha potuto eliminare tutti i malintesi e le diffidenze, su un piano più vasto ha però dato i suoi frutti. Ai nostri giorni infatti l'atteggiamento delle masse verso lo Stato appare meno aspro che nel recente passato: molti dei punti di frizione sono caduti; le idee circolano con più rapidità e il rapporto Stato-cittadino si svolge in un'atmosfera meno tesa. E' vero che non tutto questo può essere ascritto a esclusivo merito della D.C., poichè tanti fattori hanno contribuito al superamento degli iniziali disagi, talvolta drammatici, della giovane democrazia italiana. Ma sono certo tangibili gli effetti positivi derivati da una intensificazione del dialogo politico, tra l'elettorato e la classe dirigente, incoraggiato dalla D.C.
Questo dialogo è ancora pieno di incomprensioni e di difficoltà, ma esistono oggi tuttavia le premesse per sradicalizzare del tutto la lotta politica in Italia.
Quest'opera potrà essere portata a termine se la D.C.:
a) intensificherà il giusto rapporto con il corpo elettorale su tutti i problemi che costituiscono tuttora i punti di tensione;
b) darà all'elettorato la testimonianza più genuina della sua volontà di servire la società italiana;
c) perfezionerà la sua organizzazione di Partito strumento insostituibile per il raggiungimento cui ai punti delineati.
Le strutture periferiche
Sulle strutture periferiche del Partito esistono numerose pubblicazioni della Segreteria Organizzativa Centrale, per cui non è qui il caso di soffermarsi a lungo sull'argomento sotto il profilo strettamente statutario.
A noi preme comunque sottolineare l'intimo rapporto organico che corre tra una struttura e l'altra con un esame rapido delle reciproche funzioni, le quali mirano, tra l'altro, ad assicurare una coordinazione del lavoro e un'interna disciplina della vita di Partito, nel rispetto del principio di libertà.
Fondamentale struttura del Partito è la Sezione, non soltanto perchè è la prima sotto il profilo strettamente statutario, ma perchè si ha il Partito «democratico» solo in quanto esiste un organo di base nel cui ambito l'iscritto esercita i suoi diritti e i suoi doveri politici.
Non è qui il caso di illustrare i vari tipi di sezione — comunale e non comunale — perchè questo esorbita dal nostro compito. A noi basta esaminare la posizione del socio nei vari organismi sezionali.
All'art. 17 lo Statuto precisa che «l'Assemblea sezionale è l'organo deliberativo della Sezione». E all'art. 18 aggiunge che «spetta all'assemblea discutere e deliberare sulla linea generale e sull'indirizzo politico locale del Partito e fissarne localmente le direttive organizzative».
Nello stesso articolo specifica che in particolare spetta all'assemblea:
1) «approvare la relazione annuale della Direzione Sezionale;
2) deliberare sulle questioni ad essa sottoposte dagli organi superiori o dalla direzione sezionale o dai soci;
3) discutere e deliberare preventivamente sui temi posti all'O.d.G. dei Congressi provinciali e provvedere alla nomina dei delegati ai Congressi stessi;
4) fare proposte al Comitato Provinciale sul programma, gli atteggiamenti, i candidati per le elezioni amministrative provinciali».
Come può facilmente desumersi dal testo degli articoli suddetti, l'Assemblea è l'organo sovrano della Sezione.
E' vero che chi agisce è il Segretario con la collaborazione della Direzione Sezionale, ma chi detta le linee d'azione organizzativa, chi esprime l'orientamento politico è proprio l'assemblea degli iscritti.
Possiamo dire che tale organismo assolva seriamente e dovunque a questa sua importante funzione che lo Statuto gli assegna?
Queste assemblee si svolgono nel rispetto dello spirito statutario? Quanti soci si presentano in sezione con il proposito di dare al proprio voto il significato di un consenso a una condotta politica inequivocabile? Quante assemblee vengono convocate per dibattere temi politici? Quante volte le assemblee sono sollecitate dai soci?
Spesso il voto dell'assemblea consiste in un procedimento formale di tacita accettazione delle dichiarazioni di buone intenzioni espresse dai dirigenti più volenterosi, senza che queste dichiarazioni si sostanzino di un impegno preciso d'azione e di programmi politici.
Molti iscritti giustificano tale atteggiamento: «a che serve esprimere la propria opinione in assemblea? Nessuno ci ascolta».
E' la considerazione più amara che è possibile ascoltare dagli iscritti e costituisce l'indizio di uno stato d'animo deleterio per il partito.
E' un errore abbandonare le proprie idee solo perché esse non hanno la possibilità di entrare immediatamente nei consensi delle assemblee. In democrazia l'importante non è tanto il successo delle proprie idee, ma l'impegno a tenerle vive tutte, le maggioritarie e le minoritarie, dove queste ultime possano rappresentare un necessario aspetto critico. E' nelle assemblee che la democrazia si afferma. Finché ciascun iscritto non si renderà conto di questa verità, la sua protesta per «le cose che non vanno» non ha senso e pertanto è ingiustificata.
Bisogna rendersi conto che nell'assemblea sezionale si producono le sostanziali scelte che daranno poi contenuto politico ai Congressi provinciali e ai Congressi nazionali. Se dalle assemblee partono atteggiamenti qualunquistici, come si può pretendere che essi si trasformino, nel loro iter politico, in chiari indirizzi?
L'iscritto nell'assemblea rappresenta una parte di quella sovranità che è assegnata alla Sezione. Tale sovranità gli è concessa come diritto ma anche come dovere. Egli, proprio perché socio, non ha la facoltà di sottrarsi e all'uno e all'altro, perché l'essere nel Partito significa proprio «scegliere insieme», «decidere insieme». Anche l'indifferenza, si badi, ha un suo peso politico, perché anche il non esprimere un voto ha il valore di una sottoscrizione a una politica di cui non si è chiesto di conoscere i termini. Lasciare agli altri decidere vuol dire abdicare ai propri poteri. L'uomo che rinuncia alla sua parte di autogoverno non vive responsabilmente.
b) Norme tecniche per la convocazione dell'assemblea
Riteniamo opportuno riportare alcune norme tecniche per la convocazione delle assemblee, in parte desunte dallo Statuto e in parte dalla prassi.
L'assemblea dei soci dovrebbe essere tenuta almeno una volta al mese.
La convocazione va fatta mediante avviso scritto, da inviare personalmente ad ogni socio in regola con la tessera. L'invito deve essere diramato almeno cinque giorni prima di quello fissato per la riunione. Dove è possibile, si avvisino i soci anche con un manifesto e con un avviso sulla stampa locale. L'invito di convocazione deve portare ben chiara la data, l'ora, l'o.d.g. e il luogo della riunione.
Della convocazione dell'assemblea il Segretario deve dare preavviso alla Segreteria Provinciale.
L'assemblea si svolgerà secondo il seguente o.d.g.:
1) Nomina di un Presidente che diriga e regoli la discussione e di un Segretario che prenda nota degli interventi e provveda a redigere il verbale;
2) svolgimento delle relazioni sugli argomenti da trattare di cui si è dato notizia ai soci attraverso l'avviso di convocazione. Queste relazioni saranno fatte dal Segretario della Sezione o dai dirigenti sezionali o anche da qualche iscritto, incaricato dalla Direzione Sezionale. In occasioni straordinarie potranno tenere relazioni gli inviati sia della Direzione Centrale del Partito che del Comitato Provinciale;
3) discussione sulle relazioni;
4) presentazione eventuale di ordini del giorno e di mozioni conclusive.
Se l'assemblea deve procedere a qualche elezione, si provvede anche alla nomina di un seggio elettorale, composto di almeno tre membri, che sorvegli le elezioni stesse e sia responsabile della loro regolarità.
La discussione dovrà essere diretta con energia e imparzialità dal Presidente, il quale concederà la parola a chi l'abbia richiesta o per alzata di mano, o mediante richiesta scritta.
L'o.d.g. dei lavori non può essere cambiato senza l'approvazione dell'assemblea, che decide su una eventuale mozione di ordine presentata da uno dei soci partecipanti; non è consentito discutere e decidere su argomenti, che non siano stati messi all'o.d.g.
I dibattiti e le conclusioni dell'assemblea devono figurare nel verbale delle riunioni.
c) La Direzione Sezionale
La Direzione Sezionale a termini dell'art. 19 dello Statuto, viene definita come «l'organo esecutivo cui spetta coordinare e sviluppare l'attività della Sezione e dei suoi soci in conformità delle direttive di principio fissate dall'assemblea».
La Direzione Sezionale ha dunque il compito di attuare le determinazioni dell'assemblea. E' un organo collegiale — anche se in pratica a ciascun componente della Direzione viene affidata una responsabilità di settore - il quale risponde solidalmente all'assemblea delle proprie iniziative e attività, se è vero che l'assemblea stessa, in base all'art. 18, ha il compito di approvare la relazione annuale della Direzione.
In realtà una delle cause di maggiore squilibrio della vita sezionale deriva o dalla disfunzionalità della Direzione o dalla sua «eccessiva» funzionalità, nel senso che la Direzione finisce talora con l'arrogarsi anche i poteri che spettano all'assemblea.
Causa di squilibrio interno sono però anche gli abusi di potere che possono verificarsi all'interno della Direzione tutte le volte che il Segretario si addossa anche la responsabilità che dovrebbe condividere coi suoi colleghi.
d) Composizione della Direzione
La Direzione, una volta eletta, si raduna e procede alla elezione del Segretario Politico ed alla designazione dei vari incaricati. E' buona norma che ogni componente della Direzione abbia un incarico specifico, anche se, come abbiamo detto, sul piane politico essa decide collegialmente.
Gli incarichi fondamentali nella Direzione Sezionale, oltre a quelli del Segretario di Sezione e del Segretario Amministrativo previsti dallo Statuto, sono i seguenti:
1) dirigente organizzativo sezionale che in genere funziona anche da Vice Segretario;
2) dirigente SPES;
3) dirigente elettorale.
E' chiaro, però, che laddove se ne presenta la necessità e la possibilità, potranno essere assegnati altri incarichi alla responsabilità diretta di un componente della Direzione per la maggiore efficienza della Sezione.
e) Il Segretario di Sezione
Lo Statuto, all'art. 22, a proposito del Segretario di Sezione, parla di «organo propulsivo ed esecutivo permanente della Sezione».
Interpretiamo la parola «permanente» nel senso che il Segretario è l'unico organo sezionale cui è richiesto un impegno continuo, che non si svolge al di fuori di ogni controllo, poiché, per lo stesso articolo 22: «ad esso (al Segretario) compete stimolare l'attività della Direzione ed "eseguirne" le decisioni».
Sotto questo aspetto il Segretario è nei riguardi della Direzione nella stessa posizione in cui si trova la Direzione nei riguardi dell'assemblea. Rapporto non di natura gerarchica, ma d'ordine democratico che si propone di rendere operante ed effettiva la relazione di rappresentanza che corre tra gli organi direttivi sezionali e l'assemblea.
Il grosso equivoco in cui si trascinano alcune sezioni del Partito che interpretano la posizione del Segretario come quella di un «factotum» che viene lasciato solo ai grattacapi e ai fastidi, è uno dei più dannosi per il Partito, poiché snatura la funzione degli organi statutari e disabitua dalle responsabilità.
f) I nuclei di seggio
Benché la struttura incentrata nei seggi rappresenti la forma di organizzazione più capillare e più periferica del Partito, preferiamo parlarne dopo aver esaminato gli organi sezionali a responsabilità politica, poiché i nuclei di seggio sono da considerarsi piuttosto come un aspetto dell'articolazione organizzativa sezionale che come una struttura con carattere autonomo.
Lo Statuto all'art. 13 stabilisce: «La Sezione si articola in Nuclei di seggio sulla base dei seggi elettorali compresi nel territorio di competenza della Sezione stessa».
E all'art. 14 aggiunge: «il Nucleo coordina l'azione di tutti gli iscritti appartenenti ad un medesimo seggio elettorale ai fini propagandistici, organizzativi, elettorali.
Ad ogni nucleo di seggio è preposto un responsabile, nominato dalla Direzione Sezionale e coadiuvato da un'Incaricata Femminile e da un Incaricato giovanile di seggio, designati da i rispettivi delegati e ratificati dalla Direzione Sezionale».
Come può rilevarsi dai citati articoli, i Nuclei di seggio sono istituiti per garantire alla Sezione una presenza effettiva nell'elettorato. E' chiaro che le direttive di tale lavoro non promanano dalla struttura stessa, ma partono dagli organi politici responsabili della Sezione.
Ciascun iscritto è dunque chiamato a un concreto impegno di lavoro nell'ambito delle strutture di seggio, allo scopo di rendere possibile un contatto ininterrotto della Sezione con i vari ambienti e assicurare quel dialogo politico con la base elettorale che si pone come prima esigenza organizzativa del Partito.
g) Il tesseramento
Riteniamo opportuno fare alcune considerazioni sul tesseramento, perché ci pare che esso costituisca la più delicata operazione affidata alla responsabilità delle Sezioni.
Su questo argomento molto si è scritto e molto si è detto, per cui parrebbe superfluo insistervi oltre. Tuttavia seguitiamo a riscontrare che il punto di debolezza della convivenza democratica sezionale, la stagione più nevralgica dell'anno sociale seguita ad essere costituita dalla campagna per il tesseramento.
Sul piano teorico, l'azione tesserativa dovrebbe rappresentare un'occasione per rinvigorire le forze sezionali, per saldarle a nuovi impegni, per allargare numericamente e qualitativamente la base democratica del Partito con la conferma dei vecchi soci, con l'ampliamento delle adesioni verso nuove zone di conquista, con l'apertura più volenterosa, in una parola, verso l'ambiente.
Dovrebbe dunque costituire un pretesto di speranza per il Partito. In realtà, all'aprirsi della campagna per il tesseramento, non possiamo celare certe trepidazioni, certe perplessità e certi timori vaghi ma ostinati di vedere molte sezioni dilatarsi oltre la realtà dei consensi effettivi, oppure contrarsi, come per una gelosa e diffidente vigilanza, in schiere sparute di iscritti, che sempre più si assottigliano e si arroccano nelle loro posizioni di partenza quasi timorose di guadagnare terreno ed energie nuove.
Forse i casi di tesseramenti snaturati da motivi apolitici sono meno numerosi che nel passato, anche per il progredire della coscienza civile che pur abbiamo sottolineato.
Ma resta il nostro dovere di ricordare a noi stessi che tutto il discorso sulla libertà come spirito vivificatore del Partito e sull'equilibrio interno cade se non siamo ben sicuri che in tutte le sezioni il tesseramento viene condotto con criteri di rispetto delle norme che lo regolano.
Quest'anno, con tale intendimento, è stato approntato dalla Segreteria Organizzativa Centrale e approvato dalla Direzione Centrale un Regolamento per la campagna del tesseramento, col proposito di rendere di facile interpretazione le norme statutarie che disciplinano la materia. Il Regolamento si compone di 17 articoli e prevede, tra l'altro, l'istituzione di una Commissione Centrale, di una Commissione Provinciale e di una Commissione Sezionale per la vigilanza sulle operazioni di tesseramento.
Tale Regolamento dovrebbe essere portato a conoscenza di tutti gli iscritti. Siamo però persuasi che non tutto potremo aspettarci dall'applicazione delle norme previste. Possiamo però molto sperare da un maggior senso di responsabilità e da un maggiore impegno di coscienza dei dirigenti periferici. Dobbiamo comprendere che il tesseramento è anche una reale indicazione politica per il Partito. Pertanto non è solo un atto organizzativo, ma un atto politico nel significato più elevato.
Dovrebbero bastare queste considerazioni per spingerci a impegnarci nella campagna per il tesseramento con il massimo di fedeltà ai principii democratici di cui tutti, nessuno escluso, dobbiamo essere assertori. Il modo con il quale viene svolto il tesseramento interessa tutti i soci nell'insieme ed ogni socio individualmente: se la famiglia democratica viene composta male, chi può più viverci con profitto, con passione e con dedizione? Ne va del Partito e anche della stessa espansione politica della personalità dei soci.
Il Comitato comunale e il Comitato di Zona
Il Comitato Comunale, a termini statutari, è costituito in ogni comune dove operino più sezioni.
Ad esso sono demandati i compiti previsti dall'art. 32 dello Statuto che attribuisce al Comitato Comunale la funzione di «organo di rappresentanza unitaria delle Sezioni del Comune».
Senza stare ad esaminare particolarmente i poteri conferiti all'organismo in questione, diremo che esso assume una grande importanza nei grandi centri, dove l'azione politica si disperde spesso in iniziative isolate delle sezioni che non sempre riescono a garantire un contatto efficace col corpo elettorale e a interpretare in maniera il più possibile univoca i problemi reali della comunità, per poter collaborare con proposte concrete con i rappresentanti d.c. nei vari organismi amministrativi.
Il Comitato di Zona è istituito con funzione di collegamento e di propulsione al fine di rendere omogenea l'azione politico-organizzativa tra le Sezioni che presentano analogia di interessi e di problemi. E' vero che lo Statuto non parla di questa esigenza di omogeneità come motivo che giustifica la ripartizione zonale, ma lo Statuto, nel fissare che «il Comitato Provinciale divide la Provincia in zone normalmente mandamentali», si prefigge evidentemente di assicurare un possibile coordinamento organizzativo tra Sezioni che, essendo territorialmente contigue, operano in ambienti con caratteristiche sociologiche ed economiche della stessa natura.
Il Segretario di Zona, a seguito della perdita del voto deliberativo in seno al Comitato Provinciale, sanzionata da una recente riforma dello Statuto, può sembrare apparentemente sprovvisto di prestigio politico. In realtà, sottraendo il Segretario zonale alla responsabilità del voto politico in seno al Comitato Provinciale, si è voluto restituirlo alla sua funzione tipicamente organizzativa.
Il discorso fatto per la Sezione è applicabile in parte al Comitato Provinciale, poiché il massimo organo provinciale del Partito ripete, anche se con ben più ampi e responsabili poteri, le strutture sezionali, avendo nel Segretario Provinciale l'equivalente del Segretario di Sezione, nella Giunta Esecutiva l'equivalente della Direzione Sezionale, nel Comitato Provinciale vero e proprio l'equivalente dell'assemblea dei soci.
A quest'ultimo proposito c'è da sottolineare una differenza che pare formale ma è sostanziale.
Mentre in assemblea i soci portano la «loro» personale opinione, nel Comitato Provinciale i componenti rappresentano un gruppo di soci che li ha eletti: per il rispetto dell'istituto della rappresentanza si presume quindi che nelle riunioni essi siano tenuti a portare le valutazioni politiche e gli orientamenti dei loro elettori. L'istituto della rappresentanza è la chiave di volta della democrazia moderna, ma il suo uso non è facile in politica.
Il componente del Comitato Provinciale da una parte è tenuto a tener conto del mandato politico espresso dai suoi elettori all'atto della sua elezione in Congresso, e da un'altra parte a inserirsi in una politica provinciale che non riguarda esclusivamente i suoi «elettori» e che amplia la sfera della sua responsabilità per farla diventare responsabilità del Partito.
Tutto questo impone la necessità di una fedeltà agli impegni assunti ma anche doti di dinamicità e di equibrio.
Se tali doti non sono ben armonizzate e arricchite dalla coscienza della propria responsabilità, si corre il rischio di trasformare la fedeltà congressuale in rigore di schematizzazioni locali, la dinamicità in improvvisazione e in trasformismo, e l'equilibrio in astuzia o in superficiale duttilità.
Tutto questo comporterebbe il distacco graduale della politica provinciale dalla politica sezionale, riducendo le strutture in compartimenti incomunicabili. Il Comitato Provinciale, quasi a sua insaputa, verrebbe ad assumere di conseguenza gli atteggiamenti di un paterno protettorato politico sulla sezioni, alle quali non resterebbe che rifugiarsi nei problemi locali, per tener vivo in qualche modo un libero dibattito politico interno.
Questo processo degenerativo, nella situazione ipotizzata, può diventare la causa prima dell'impoverimento e della sclerosi politica del Partito perché porta le strutture a separare ciò che è fatto per essere unito.
Il Comitato Provinciale, nella sua composizione, è l'organo sovrano che esprime l'unità del Partito nella provincia, non unità personale dei suoi componenti, ma unità di sezioni, di zone, di iscritti.
Tuttavia, unità non significa sottomissione ideologica delle minoranze alle maggioranze, ma soltanto ordine, cioè rispetto delle decisioni della maggioranza da parte delle minoranze. L'azione che è stata decisa impegna statutariamente e moralmente anche quei componenti che non l'hanno votata, ma non li costringe né può costringerli mai a rinunciare al diritto di sostenere le proprie opinioni.
E' questo il senso più profondo della convivenza democratica. E' il più difficile a realizzarsi ma è l'unico che può garantire ardine e vitalità al Partito. Come in tutte le società, è necessario che l'ordine interno sia regolato da norme. Per noi tali norne sono lo Statuto e i Regolamenti. Nessuno afferma che esse non siano in parte superate dalle esperienze. Nessuno afferma che siano l'optimum. Quello che conta è sforzarsi tutti insieme per migliorare e per adeguare le norme interne: nella sede e a tempo debito.
Fino a quando però questi adeguamenti non sono avvenuti, la norma fa testo per ogni iscritto: dal Segretario Nazionale al semplice iscritto.
A questo punto il discorso dovrebbe allargarsi ai Movimenti del Partito, ai Comitati Regionali, agli organi della Direzione Centrale, ma per lo scopo che ci eravamo proposti ci pare sufficiente aver offerto degli spunti di discussione su quegli elementi statutari e politici, morali e umani, che sembrano costituire la base indispensabile di una sana vita interna di Partito. Ché poi, a pensarci bene, questi elementi sono le regole fondamentali del «vivere insieme», della convivenza democratica in tutte le sue espressioni, di base e di vertice.
Siamo partiti dalla premessa che alla D.C. è assegnata la missione di comporre quelle antitesi storiche economiche e sociali che il Paese ha ereditato dal passato.
Quello che ciascuno di noi può fare per collaborare in questa opera di alto significato civile consiste nell'impegnarsi a dare a quelli che ci vivono vicini la prova che la vita delle nostre sezioni è saldamente ancorata a quel sano costume democratico che noi poniamo a fondamento della crescita civile di tutto il Paese.
La formazione nella DC di Amintore Fanfani
L'opuscolo "Vita interna del Partito e impegni del socio" dell'Ufficio Centrale Formazione
Roma, anni Cinquanta