Source: https://27esimaora.corriere.it/18_settembre_26/donne-minori-violenza-domestica-quello-che-ddl-pillon-vorrebbe-cancellare-692d47d8-c16b-11e8-bcc0-6fbb0e9f9aa8.shtml
Timestamp: 2019-06-17 10:35:21+00:00
Document Index: 27111889

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'sentenza ', 'art.11', 'art. 12', 'art. 11', 'art. 12', 'art. 337']

Donne, minori e violenza domestica: quello che il Ddl Pillon vorrebbe cancellare - Corriere.it La 27esimaora: il blog femminile di Corriere della Sera
Il disegno di legge sulla riforma del diritto di famiglia compromette i diritti civili conquistati negli ultimi 60 anni. A contestarlo non sono i centri antiviolenza. Critiche anche dalle associazioni dei medici, dall’Unione delle camere minorili, dalle Acli, dal Forum delle famiglie. Verso la manifestazione il 10 novembre a Roma
Il DDL Pillon sulla riforma del diritto di famiglia avrà tempi più lunghi: la commissione giustizia al senato, dove è in discussione in sede redigente, dovrà prendere in esame tutte le audizioni richieste che cominceranno tra un mese. A voler essere ascoltati sono in tanti, soprattutto dopo le critiche arrivate dalla quasi totalità delle associazioni che si occupano di violenza su donne e minori a livello nazionale: prima fra tutti la Rete dei centri antiviolenza di DiRe che hanno lanciato una petizione arrivata a 75.000 firme e unamanifestazione prevista a Roma il 10 novembre per bloccare il DDL Pillon.
A remare contro però non è solo l’associazionismo, perché a esprimere la “viva preoccupazione per le proposte contenute nel DDL 735” ci sono il Cismai (Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia), che lo considera “un pericoloso passo indietro nel percorso di tutela dei minori”, l’Aiaf (Associazione Italiana Avvocati per la famiglia e per i minori) per cui il DDL “si pone in contrasto con uno dei principi fondamentali alla base del diritto di famiglia”, l’Unione Nazionale Camere Minorili, per i quali “la riforma presenta un grave rischio di compromissione delle garanzie di crescita dei minori”, e addirittura l’Anamef (Associazione nazionale avvocati mediatori familiari) – ricordiamo che Pillon pone la mediazione obbligatoria nelle separazioni – che ha espresso “forte preoccupazione” per le “palesi criticità di applicazione”.
Nel governo è lo stesso Ministro Fontana, che appartiene alla Lega come Pillon, a escludere che il ddl “si possa parificare tutto”, così come una parte dei 5 Stelle esprime forti perplessità per cui questa “legge deve assolutamente inglobare i presupposti della Convezione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza contro le donne”.
Anche il mondo cattolico non approva il papista Pillon (come lui stesso si definisce): le donne delle Acli sostengono che “i bambini non sono oggetti” e che le madri non possono essere “penalizzate”, e per il Cnca (Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) si “rischia di ledere alcuni diritti fondamentali dei figli minorenni”, mentre per il Forum Famiglie, che raggruppa la maggior parte dell’associazionismo cattolico, queste proposte “sono destinate a produrre disastri”, in quanto nella stesura è mancato il dibattito nella società civile.
Eppure Pillon ha dichiarato di aver scritto la proposta con 60 associazioni di genitori separati: chi sono?
Ad aver partecipato materialmente alla stesura del disegno di legge ci sono il pediatra Vittorio Vezzetti, che per mesi ha collaborato alla stesura del testo – come riporta Avvenire in una sua intervista – e Giovanni Battista Camerini, neuropsichiatra infantile, che ha contribuito a scrivere gli art. 17 e 18 del DDL.
Ma Verzetti e Camerini sono anche, insieme ad altri, alcune figure di spicco di quella che ormai si può chiamare a pieno titolo lobby pro Pas: gruppi di sostegno per la divulgazione e il riconoscimento della Sindrome di alienazione parentale – poi ribattezzata Alienazione parentale per le polemiche suscitate dalla parola Sindrome.Una lobby che negli primi anni Novanta era già attiva con gruppi come l’Associazione Padri Separati fondata nel ‘91 e la Gesef (Genitori separati dai figli) nata nel ‘94, e che vedrà il fiorire di un numero altissimo di associazioni tra cui Adiantum (Associazione di associazioni nazionali per la tutela del minore) nata nel 2008, una delle più importanti reti di padri separati di cui Vezzetti è stato il primo presidente, o Colibrì (Coordinamento libere iniziative per la bigenitorialità e le ragioni dell’infanzia) fondata nel 2012 sempre da Vezzetti che ha fondato anche Figli per sempre onlus. Lobby che ha provato in questi 30 anni a promuovere l’Alienazione parentale in ogni modo, sia nel mondo politico istituzionale sia in quello giudiziario e accademico: in parte riuscendovi.
Non è la prima volta infatti che viene presentato un disegno di legge che introduce la Pas all’interno del diritto di famiglia: tentativi fatti in maniera trasversale con l’appoggio diversi partiti prima e dopo la legge 54/2006 sull’affido condiviso, in un numero che, tra camera e senato, raggiungevano dalle 5 alle 15 proposte a legislatura nella speranza che qualcosa potesse passare.
Una delle personalità centrali in questo grande disegno è anche Marino Maglietta, un ingegnere che nel ‘93 fonda l’associazione Crescere insieme, e che negli anni collabora – come si legge su uno dei suoi profili – a numerosi testi presentati in parlamento che hanno condotto alla legge 54/2006 sull’affido condiviso: dalla proposta 3598 del ‘94, alle PDL 2231, 2342 e 2360 e i DDL 1344 e 1399 nella XV Legislatura, le PDL 53, 1132 e 1304 e i DDL 957, 2454 e 3289 nella XVI Legislatura, fino al DDL 957 che fu discusso in Commissione giustizia al senato nel 2012 e bocciato, anche qui per la sollevazione delle associazioni (come adesso): un DDL che introduceva più o meno con gli stessi contenuti del DDL Pillon, dalla mediazione obbligatoria fino all’introduzione dell’alienazione parentale.
Maglietta che, pur essendo una figura centrale nella lobby pro Pas, è oggi il grande escluso dal DDL 735 per i suoi contrasti con Vezzetti. Gli obiettivi di questa lobby, già prima del 2006, erano su diversi livelli: uno era quello economico ovvero escludere la possibilità di vedersi portare via la casa con l’assegnazione della stessa al minore, collocato spesso con la madre, e la fine dell’assegno di mantenimento nei confronti del minore e del coniuge più debole (di solito la madre che non lavora per accudire i figli).
Due punti completamente accolti e ben articolati nel DDL Pillon che, rimanendo fedele alle aspettative della lobby, toglie l’assegnazione della casa al minore, che dovrà dividere la sua esistenza tra due dimore e quindi tra due ipotetiche famiglie allargate, e toglie l’assegno di mantenimento separando spese e decisioni inerenti al genitore che in quel momento ospita il piccolo. Provvedimenti decisi non sulla base della migliore formula per i bambini ma per evitare il dissanguamento dei padri separati che purtroppo in Italia lamentano povertà, anche se in realtà i dati Istat ci dicono che con la separazione ad essere economicamente più svantaggiate sono le donne (il 50,9% contro il 40,1%) che di solito non lavorano perché accudiscono i figli nella coppia.
L’altro livello, sicuramente più preoccupante, è quello invece degli affidi dei minori in cui il DDL Pillon non delude le aspettative della lobby pro Pas, che addirittura ha invece partecipato con Camerini alla sua stesura diretta negli articoli 17 e 18, in quanto uno dei punti fondamentali della legge è proprio l’alienazione parentale a cui il DDL 735, se diventasse legge, metterebbe un timbro di costituzionalità che tapperebbe la bocca una volta per tutte a quelle critiche che ne mettono in evidenza le forti ombre. Una teoria rifiutata dalla Federazione nazionale degli Ordini dei medici e dalla Società italiana di pediatria, che è stata dichiarata inesistente dall’Istituto superiore di sanità che non ritiene che “tale costrutto abbia né sufficiente sostegno empirico da dati di ricerca, né rilevanza clinica tali da poter essere considerata una patologia e, dunque, essere inclusa tra i disturbi mentali nei manuali diagnostici”.
Classificata come non scientifica e non utilizzabile da una sentenza di Cassazione (n. 7041 del 20 marzo 2013) per “la mancata verifica dell’attendibilità scientifica”, la teoria dell’alienazione parentale è stata sottoposta a rigorose verifiche e non è presente nel D.S.M. (Diagnostic and Statistical Manual of mental desorders). In Spagna l’Associazione Neuropsichiatrica (AEN) ha raccomandato di non usarla in quanto “non ha alcun fondamento scientifico e presenta gravi rischi nella sua applicazione in tribunale”, e l’Istituto di ricerca dei procuratori americani della National District Attorneys Association, ha scritto che “La Pas è una teoria non verificata che, se non contestata, può provocare conseguenze a lungo termine per il bambino che cerca protezione nei tribunali”.
Alienazione parentale, ex sindrome (Pas), a cui si è cambiato nome – come spiega lo psichiatra Andrea Mazzeo – “per sfuggire ai numerosi rigetti passando da una grave malattia dei bambini a un disturbo relazionale: un tentativo già messo in atto negli USA dai sostenitori della Pas e criticato dalla comunità scientifica statunitense”.
Inventata da Richard Gardner nel 1985, uno psichiatra americano venuto alla ribalta negli Stati Uniti durante lo scandalo delle accuse di Mia Farrow verso Woody Allen per abusi sessuali sulla figlia adottiva Dylan di sette anni, la Pas non solo teorizza che se un bambino rifiuta un genitore la colpa è immancabilmente dell’altro genitore, ma che le eventuali accuse di abuso sono false e frutto di una manipolazione del genitore alienante, e che per guarire il bambini devono stare con il presunto abusante.
Patrizia Romito, psicologa e docente all’Università di Trieste, precisa che Gardner “parla di tre livelli di gravità: lieve, moderato e grave” e che “il trattamento sarebbe applicabile nei primi due livelli, mentre nel terzo sarebbe indispensabile trasferire la custodia del bambino al genitore alienato, ossia al padre denunciato per abuso (Gardner, 1998)”.
“Il terapeuta – spiega Romito – dovrebbe adottare un approccio autoritario, impiegando frequentemente minacce che siano credibili” e per quanto riguarda il rapporto con il bambino “dovrebbe ignorare le sue lamentele” (Gardner, 1999a; p. 201). Una teoria che la lobby pro Pas italiana ha accuratamente fatto entrare in due punti nevralgici per la decisione degli affidi dei minori: gli psicologi che fanno le Ctu (Consulenza tecnica d’ufficio) a cui i giudici si appoggiano per decidere sugli affidi dei minori quando esiste un forte contrasto (sotto cui spesso si cela violenza domestica), e gli assistenti sociali che, incaricati dai tribunali per monitorare la situazione, arrivano a sottrarre il minore a chi, secondo loro, è alienante nei confronti del figlio.
Le fale accuse alle madri
Alla fine di agosto a Ferrara, un’assistente sociale è stata trasferita per aver allontanato il figlio di tre anni dalla mamma in seguito a una telefonata dell’ex coniuge che screditava la donna nella sua capacità genitoriale, per affidare la piccola a un’altra famiglia.Quello che i giornali non raccontano, troppo intenti a descrivere la povertà dei padri separati, è la storia di migliaia di mamme italiane rivittimizzate e punite da quelle stesse istituzioni che dovrebbero proteggere loro e i figli, per aver denunciato e lasciato il marito maltrattante, e per aver raccontato gli abusi al tribunale ordinario o dei minori in sede di separazione.
Donne che, dopo aver lasciato e denunciato l’ex partner per violenza domestica, si vedono giudicate a loro volta per “false accuse” dagli stessi psicologi e assistenti sociali che nelle loro perizie indicano queste donne non vittime di violenza ma alienanti, ovvero donne che vogliono soltanto (non si sa perché) allontanare i figli dal padre. Qualche mese fa il tribunale di Lucca ha revocato l’allontanamento di un bambino che stava per essere spostato in una casa famiglia perché si rifiutava di vedere il padre, in quanto gli assistenti sociali non avevano minimamente calcolato la violenza subita dalla mamma di cui era stato testimone il piccolo, e anzi per loro era lei che alienava il minore impedendogli di vedere il padre.
Un copione che in Italia si ripete puntualmente con affidi condivisi, in realtà coatti, dati anche in presenza di condanne nei confronti di padri maltrattanti, anche quando le violenze sono evidenti. Una situazione nei tribunali italiani di cui è lo stesso Csm a sentirsi preoccupato in quanto “Spesso gli atti relativi al processo penale sono sconosciuti ai giudici civili (…) persino nei casi in cui in sede penale siano state adottate misure cautelari a carico del coniuge violento anche a tutela dei figli, con la conseguenza che il giudice civile può pervenire ad assumere provvedimenti di affido condiviso del minore in tal modo incolpevolmente vanificando le cautele adottate in sede penale”. Ovvero quando per esempio un tribunale penale emette un decreto di allontanamento per un partner violento mentre il tribunale ordinario decide per gli stessi coniugi una separazione con affido condiviso.
Ma che cosa significa che un genitore “aliena” il figlio?
Lo possiamo andare a vedere sul DDL Pillon che non fa che sistematizzare una situazione già esistente: un disegno che, se approvato, legherebbe le mani anche a quei magistrati che invece di basarsi su perizie psicologiche e Ctu, con improbabili profili di donne “malevole e alienanti”, decidono l’affido sulla base di fatti, prove, ricostruzioni, e ascolto del minore, valutando caso per caso.
Ma il DDL Pillon, oltre legittimare l’alienazione parentale, fa un passo in più perché rende automaticamente colpevole di alienazione anche un genitore che non ha aperto bocca, nell’istante in cui il bambino dimostra di aver paura dell’altro e per questo, come già avevano proposto Giulia Bongiorno e Michelle Hunziker nel 2015, la legge lo punirà in maniera esemplare: “Dovrà risarcire il danno e perderà la responsabilità genitoriale”, dice Pillon. Così nessuna madre verrà in mente di separarsi dal proprio offender denunciandolo di violenza domestica o di abuso verso i figli, perché oltre a perderli sarà punita per quelle “false accuse”, che per la lobby sono il 90% delle denunce mentre l’Istat parla di un fenomeno, quello della violenza maschile delle donne, che coinvolge 7 milioni di donne di cui il 93% è sommerso, cioè non denunciato.
Non basta, perché qualcuno potrebbe averla fatta molto grossa e quindi aver perso il diritto all’affido condiviso con l’affido esclusivo all’altro genitore. Ebbene niente paura, perché Pillon e i suoi amici hanno pensato anche a voi: secondo l’articolo 11 e 12, il bambino o la bambina dovranno comunque stare non meno di 12 giorni da soli con il genitore che non ha l’affido per motivi gravi, grazie al diritto di frequentazione. Come spiega Andrea Coffari – avvocato presidente del Movimento infanzia e autore del libro Rompere il silenzio su abusi ai minori e alienazione parentale – “IL DDL 735 risponde esattamente alle istanze di tutela dei padri accusati di violenza o abusi, scoraggia le madri a denunciare e punisce i bambini che parlano e mostrano un legittimo rifiuto verso il genitore maltrattante”. In particolare “il combinato disposto dell’art.11 e dell’art. 12 del DDL 735 porta a conclusioni aberranti e inaccettabili sul piano dei diritti umani: l’art. 11 al 337-ter c.c. – spiega Coffari – stabilisce che in ogni caso deve essere garantita alla prole la permanenza di non meno di dodici giorni al mese, compresi i pernottamenti, presso il padre e presso la madre, salvo in caso di comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore in caso di violenza, abuso sessuale, trascuratezza, indisponibilità di un genitore, inadeguatezza evidente degli spazi predisposti per la vita del minore; ma poi continua al successivo art. 12 il quale dispone che, nei casi di cui all’art. 337-ter, secondo comma, ovvero quelli relativi alla violenza e agli abusi, si debba in ogni caso garantire il diritto del minore alla bigenitorialità, disponendo tempi adeguati di frequentazione dei figli minori col genitore non affidatario”.
Per cui anche in presenza di condanna per violenze o abusi, è necessario che il giudice rilevi un comprovato e motivato pericolo di pregiudizio per la salute psico-fisica del figlio minore, in assenza del quale, anche il genitore maltrattante può frequentare il figlio per almeno dodici giorni al mese da solo.
Per quel 20% di separazioni conflittuali
* Luisa Betti Dakli è autrice della piattaforma d’informazione
26 settembre 2018 (modifica il 26 settembre 2018 | 12:20)