Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/02-2010
Timestamp: 2020-03-31 09:59:45+00:00
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02-2010 | comitatopaulrougeau
Numero 177 - Febbraio 2010
Stefania e Kevin
!!! PARTECIPA ALLA PETIZIONE PER KEVIN !!!
1) Pena di morte al cardiopalmo: un altro mese di vita per Hank
2) Negati i test del DNA chiesti da Larry Swearingen
3) La difesa gioca le ultime carte in favore di Gaile Owens
4) Cadono una dopo l’altra le moratorie in atto negli Stati Uniti
5) In Virginia sta andando assai meglio di come si temesse
6) Innocenti che ‘confessano’ e vengono condannati
7) Harris County: importanza ‘capitale’ di un buon avvocato
8) C’è un’altra pena di morte: che cosa ne pensate?
9) Un autentico manuale di tortura
10) Intermezzo artistico
11) Un vasto congresso contro la pena di morte
12) Fernando descrive la popolazione del braccio della morte morte
13) Partecipa alla petizione per Kevin Varga!
14) Notiziario: Arizona, California, Giappone, Globale, Kansas, Ohio
Il 17 febbraio ad Hank Skinner, giunto ad una settimana dall’iniezione letale, è stata notificata una sospensione dell’esecuzione. Credeva che gli fossero stati concessi i richiesti test del DNA, invece si trattava solo di un errore formale nell’ordine di esecuzione, che è stato subito riscritto per il 24 marzo
I lettori che partecipano alla nostra mailing list sanno che ad Henry Watkins Skinner, detto “Hank”, una delle personalità più notevoli nel braccio della morte del Texas, era stata fissata la data di esecuzione per il 24 febbraio. Molti di noi hanno anche partecipato ad una petizione (1) per chiedere la grazia per Hank cui non è stata concessa la possibilità di far eseguire dei test del DNA che potrebbero scagionarlo dell’omicidio di tre persone avvenuto alla fine del 1993.
Giunto ad una settimana dell’iniezione letale, il 17 febbraio, Hank Skinner si è visto annullare la data dell’esecuzione. In un primo momento egli stesso e i suoi avvocati hanno pensato che finalmente fosse stato consentito lo svolgimento dei test richiesti. Appena tirato un sospiro di sollievo Hank ha appreso che la data di esecuzione era stata di nuovo fissata, ad un mese esatto dalla precedente: il 24 marzo.
Il giudice che ha spostato l’esecuzione di un mese ha spiegato di averlo fatto solo per ragioni formali, a causa un’irregolarità nella compilazione del primitivo ordine di esecuzione. Una spiegazione che ha lasciato tutti esterrefatti.
Il collegio di difesa di Hank Skinner ha ovviamente sfruttato la proroga per ripetere e intensificare i tentativi legali ad ogni livello per ottenere i test del DNA che potrebbero scagionare il condannato.
Col passare dei giorni la stampa sta diventando sempre più a favore della concessione dei test del DNA ad Hank Skinner, e cresce il numero di articoli sul suo caso. Questo è senz’altro un fatto positivo, che può giocare a favore del condannato se non altro facilitando la concessone della grazia da parte del governatore del Texas Rick Perry. Infatti Perry è molto sensibile alla posizione dei media e agli umori dell’opinione pubblica in un momento delicato che precede elezioni dall’esito incerto in cui lui cerca di essere rieletto per un altro mandato.
Aspettiamo con ansia quello che avverrà nei prossimi giorni e fino al 24 marzo (senza essere capaci di immagine il livello di ansia dello stesso Hank Skinner).
(1) È ancora possibile partecipare alla petizione all’indirizzo: http://www.change.org/actions/view/hey_texas_please_dont_execute_an_innocent_man
Dopo la sconfitta legale a livello statale del 10 febbraio, le aspettative di Larry Swearingen riguardano la Corte federale d’Appello del Quinto Circuito presso la quale è tuttora pendente il suo caso.
Il 10 febbraio la Corte Criminale d’Appello del Texas ha respinto definitivamente un ricorso del nostro amico Larry Swearingen a livello statale teso alla concessione di test del DNA su numerosi reperti. Si tratta soprattutto di materiali prelevati dal corpo di Melissa Trotter, la ragazza che Swearingen è accusato di aver ucciso alla fine del 1998, e dai suoi vestiti. La richiesta era stata presentata inizialmente alla corte di contea nella quale si svolse il processo a carico di Larry. La stessa corte che aveva già rigettato tre richieste simili nel passato.
I motivi addotti dalla Corte Criminale d’Appello per respingere la richiesta attuale è che “non vi sono prove concrete che esistano materiali biologici sui reperti che si è richiesto di sottoporre ad analisi" e che se si fosse accolta la richiesta di Swearingen, le nuove eventuali prove, aggiunte alle precedenti “sovrabbondanti prove della sua colpevolezza”, non avrebbero probabilmente consentito di cambiare l’esito del processo.
Quella del 10 febbraio è una sconfitta di secondaria importanza per Larry Swearingen, il cui caso è ancora pendente davanti alla Corte federale d’Appello del Quinto Circuito la quale deve esprimere un parere definitivo su un altro genere di prove, quelle che indicano che la morte di Melissa Trotter avvenne nel periodo in cui Larry si trovava già in carcere (v. n 174). Secondo l’avvocato difensore James Rytting, nel peggiore dei casi un data di esecuzione per Larry (la terza) non potrà essere fissata prima di sei mesi o un anno.
Gaile Owens, uxoricida vittima della battered woman’s syndrome (sindrome della donna maltrattata), è giunta alla soglia dell’esecuzione. Casi del tutto simili hanno dato luogo a miti sanzioni in Tennessee.
Il 5 febbraio i difensori di Gaile Owens hanno inviato una memoria alla Corte Suprema del Tennessee chiedendo la commutazione della condanna a morte della donna accusata di aver fatto uccidere il marito nel 1985. I legali ritengono di avere posto fondati motivi alla base della richiesta.
Intanto la Owens è l’unica donna entrata nel braccio della morte del Tennessee nonostante avesse patteggiato con l’accusa una pena detentiva in cambio della confessione.
Poi la giuria che condannò a morte Gaile Owens non aveva ascoltato la descrizione degli abusi fisici, psicologici e sessuali che ella subì dal marito. La battered woman’s syndrome (sindrome della donna maltrattata) di cui ella soffriva non fu presentata dalla difesa al processo e lei declinò di testimoniare.
Se confrontato con casi del tutto simili finiti con sanzioni miti o irrisorie, il caso Owens in effetti costituisce una grave ingiustizia (v. n. 176, “Due storie…”)
Per Gaile Owens, giunta al termine dell’iter giudiziario alla fine dello scorso anno, fino ad ora non è stata fissata la data di esecuzione per l’impegno dei suoi attuali avvocati e per il grande scalpore che ha suscitato recentemente la sua vicenda. Si ritiene che il suo caso avrà una svolta in un senso o nell’altro entro 4 o 6 settimane. E’ probabile che la Corte Suprema del Tennessee debba decidere sia sulla richiesta di commutazione fatta dalla difesa della donna, sia sulla richiesta di una data di esecuzione fatta dall’accusa.
Dopo di che, in caso di risposta negativa della massima corte, a Gaile Owens rimarrà la possibilità di chiedere la grazia al governatore Phil Bredesen.
L’avvocato difensore George Barrett ha annunciato: “Abbiamo pronta una petizione per chiedere al governatore una commutazione, da utilizzare dopo che la Corte Suprema del Tennessee avrà risposto alla domanda dell’Attorney General di fissare una data di esecuzione. Altrimenti si tratterebbe dell’esecuzione di una donna maltratta. La prima del genere in Tennessee.”
Anche la più nota e importante associazione di donne giovani, la YWCA, ha preso a cuore il caso di Gaile Owens ed ha preparato un documento per sostenere la domanda di grazia.
Negli Stati Uniti d’America la discussione sull’ammissibilità costituzionale dell’iniezione letale si è esaurita. Dopo la sentenza Baze v. Rees della Corte Suprema federale crollano le ultime moratorie.
Negli Stati Uniti d’America dopo la sentenza Baze v. Rees della Corte Suprema federale del 16 aprile 2008, che ha affermato la liceità costituzionale del metodo di esecuzione vigente in Kentucky (v. n. 159), cadono facilmente, una dopo l’altra, le moratorie conseguenti alle discussioni sulla ammissibilità dell’iniezione letale.
La moratoria conseguita in Ohio alla disastrosa ‘esecuzione mancata’ di Romell Broom il 15 settembre è durata solo fino 30 novembre, data in cui lo stato ha deciso di riprendere ad uccidere seguendo un nuovo protocollo, e pochi giorni dopo, l’8 dicembre, è stato ucciso Kenneth Biros. Non vi è stata alcuna opposizione da parte delle corti nonostante il fatto che in Ohio siano state apportate variazioni sostanziali al modello classico dell’iniezione letale in vigore dal 1982 ed adottato in Kentucky (v. n. 175).
Temiamo che entro l’anno si sblocchino le esecuzioni anche in California (v. n. 176) e successivamente nel Nebraska, stato che ha introdotto l’anno scorso l’iniezione letale al posto dell’elettrocuzione dichiarata incostituzionale (v. nn. 157, 169). Qui il governatore Dave Heineman ha firmato il nuovo protocollo per uccidere il 10 febbraio.
Dopo tre anni di moratoria, il 1° febbraio il Delaware ha ricevuto il via libera alla ripresa delle esecuzioni ed è pronto a ricominciare ad uccidere.
Con una sentenza di ben 47 pagine, la Corte federale d’Appello del Terzo Circuito ha respinto il class-action lawsuit (ricorso civile collettivo) fatto da tutti i 18 condannati a morte del piccolo stato contro il metodo dell’iniezione letale. Pur consentendo la ripresa delle esecuzioni capitali con il nuovo protocollo, ricalcato sul modello del Kentucky, il giudice D. Michael Fisher ha stigmatizzato il Delaware per “la strada preoccupante che ha imboccato di quando in quando.” Fisher ha scritto: “La documentazione che abbiamo rispecchia una saltuaria superficialità da parte del Delaware, cosa che, anche se forse non è anticostituzionale, ci rende molto esitanti. Ricordi il Delaware che non solo è suo obbligo costituzionale […] ma anche suo dovere morale effettuare le esecuzioni con la serietà e il rispetto richiesti quando una vita umana viene terminata dallo stato.”
Nel ricorso collettivo i condannati a morte del Delaware contestavano vari problemi verificatisi nel corso delle esecuzioni, la inadeguata qualificazione e preparazione dei membri della squadra di esecuzione, l’improprio dosaggio dei farmaci letali e procedure bizzarre come quella che prevedeva la preparazione dei farmaci al buio. I ricorrenti sostenevano che, data la storia di errori e il fatto che il Delaware non aveva nemmeno seguito le sue proprie regole nella passate esecuzioni, vi era il dubbio che lo stato non fosse in grado di attuare le nove regole (quelle copiate dal Kentucky) senza causare ai condannati sofferenze non necessarie.
La class-action contro l’iniezione letale trovava un punto di forza nella cronaca dell’ultima esecuzione portata a termine in Delaware. Nel 2005 la linea endovenosa utilizzata per somministrare i farmaci letali a Brian Steckel si bloccò causando imprevisti a catena. Ad un certo punto Steckel si rivolse ai membri della squadra di esecuzione osservando: “Non pensavo che sarebbe durata così a lungo.” Invece di cadere quietamente nell’incoscienza egli cominciò ad ansimare e fu preda di convulsioni.
Anche se turbato dagli argomenti contenuti nella class-action dei condannati, il panel di tre giudici della Corte federale d’Appello del Terzo Circuito ha definito i problemi verificatisi in passato con l’iniezione letale in Delaware “una serie di esempi isolati di cattiva amministrazione”.
In Virginia, nonostante l’avvento di un nuovo governatore che la sostiene, una proposta di legge che estendeva la pena di morte ai complici di un omicida che non uccidono si è arenata in Senato.
Inaspettatamente, due proposte di legge che tendevano ad espandere in maniera considerevole le fattispecie di reato capitale sono state bloccate nella Commissione Giustizia del Senato della Virginia il 5 febbraio.
Il voto in commissione era stato preceduto da una dozzina di audizioni, tutte, ad eccezione di una, costituite da convincenti testimonianze contro la pena di morte. Tra di esse quella di Jerry Givens, ex capo della squadra di esecuzione in Virginia, che ha partecipato a 62 esecuzioni tra il 1982 e il 1999. Givens ha detto di aver maturato la convinzione che né lui, né altri hanno il diritto di decidere chi deve vivere e chi deve morire.
Con una votazione 9 a 6, la Commissione ha respinto la legge che avrebbe cancellato la ‘triggerman rule’ (1), la norma che consente di condannare a morte solo gli autori materiali di un omicidio (e non i complici). Legge da tempo richiesta dai conservatori, approvata negli scorsi tre anni dai due rami del Parlamento e sempre annullata dal veto del precedente governatore Thimoty M. Kaine.
Il nuovo governatore Bob McDonnell si apprestava molto volentieri a firmare tale legge (v. n. 176) che invece quest’anno, con tutta probabilità, non arriverà mai sul suo tavolo (2).
Contro la legge che tendeva ad abolire la triggerman rule aveva parlato anche un accusatore, Michael Herring, avvertendo – in disaccordo con la maggioranza dei colleghi - che questa farebbe inevitabilmente condannare a morte persone che non condividono l’intenzione omicida di un complice.
E’ stata parimenti respinta una legge che estendeva la pena di morte agli assassini di persone che intervengono in situazioni di pubblica necessità, come ad es. i vigili del fuoco (3).
Soddisfazione per l’esito delle votazione è stato espresso dagli abolizionisti. Di segno contrario è stata la reazione di più conservatori. Deluso, Richard L. Saslaw – leader di maggioranza in Senato - ha osservato: “Eppure avevamo incluso tutti in questa legge, ad eccezione del mio giardiniere!”
L’unica proposta di legge che la commissione senatoriale ha lasciato proseguire è quella che prevede la pena di morte per chi uccide poliziotti ausiliari in servizio (4).
(1)Triggerman è colui che tira il grilletto. In Virginia la pena di morte per complicità è già prevista per i mandanti di un omicidio, nei casi di terrorismo o di criminalità organizzata.
(2) La Camera ha passato una proposta di legge simile all’inizio di febbraio, ma è quasi scontato che anche questa si arenerà in Commissione Giustizia al Senato.
(3) Occorre tener presente che la pena di morte è prevista solo per omicidio ‘aggravato’ e che queste leggi tendono ad allargare lo spettro delle aggravanti riconosciute come tali.
(4) Era già prevista la pena di morte per chi uccide poliziotti di ruolo in servizio.
Le confessioni false indotte dalla polizia costituiscono una delle maggiori cause delle condanne a morte o a pene detentive di innocenti negli USA. Le analizzano i professori Richard A. Leo e Steven A. Drizin
Tra le prove - false anche se a prima vista estremamente convincenti - con cui vengono condannati a morte (o a pene detentive) degli innocenti - identificazioni di testimoni oculari, testimonianze di esperti forensi, testimonianze di detenuti su confidenze ricevute in carcere… - le confessioni indotte dalla polizia costituiscono una delle maggiori e perduranti cause di errori giudiziari (1).
Per prevenire ingiuste condanne, occorrono una maggiore consapevolezza e una conoscenza approfondita di come nasca all’interno di un caso giudiziario una falsa confessione e di come questa si propaghi in tutto lo svolgimento del caso.
I professori statunitensi Richard A. Leo e Steven A. Drizin in un articolo pubblicato il 27 gennaio (2) mettono in evidenza errori di tre tipi che conducono dalla confessione falsa alla condanna di un innocente: ‘errore da cattiva classificazione’, ‘errore da coercizione’, ‘errore da contaminazione’ (3).
I tre errori vengono compiuti uno di seguito all’altro: 1) prima di tutto gli investigatori etichettano erroneamente un innocente come colpevole, 2) poi lo sottopongono ad interrogatorio da presunto colpevole facendogli delle domande contenenti menzogne riguardo alle prove già raccolte, spesso con l’uso ripetuto di minacce più o meno esplicite o di false promesse (ad esempio: ‘se confessi verrai ricoverato per un po’ in ospedale e poi liberato’); 3) una volta ottenuta la confessione, gli inquisitori esercitano pressioni sull’innocente affinché fornisca una narrazione organica e coerente degli avvenimenti, fornendogli particolari del crimine, sia tra quelli di pubblico dominio, sia tra quelli mantenuti riservati.
Per giunta, almeno altri tre fenomeni – ‘conoscenze specifiche fuorvianti,’ ‘visione a tunnel’, e ‘tendenza alla conferma’(4) – di solito spianano la strada ad un’errata condanna inducendo tutti gli attori del sistema di giustizia criminale ad ignorare la possibilità che la confessione sia falsa.
L’origine delle ‘conoscenze specifiche’ sui fatti delittuosi - che sono state suggerite dagli inquisitori al sospettato - viene attribuita, a volte anche sotto giuramento, al sospettato stesso, dando luogo a vere e proprie prove false. Molte condanne di innocenti conseguono dalla sequenza perversa: per rafforzare la credibilità di una confessione la polizia si basa su ‘conoscenze specifiche’ indotte; gli accusatori, persuasi dalla polizia, si basano sulle ‘conoscenze specifiche’ per convincere giudici e giurie che la confessione è vera; gli avvocati difensori si basano sulle ‘conoscenze specifiche’ per convincere il loro cliente ad accettare patteggiamenti con l’accusa; oppure il giudice (o la giuria) si basa sulle ‘conoscenze specifiche’ per condannare l’autore della confessione falsa; le corti d’appello si basano sulle ‘conoscenze specifiche’ per confermare la condanna.
La ‘visione a tunnel’ e la ‘tendenza alla conferma’ sono fenomeni psicologici che si sovrappongono alle altre cause di errore.
Per ‘visione a tunnel’ in psicologia si intende il processo che porta un individuo a focalizzarsi esclusivamente su una delle possibilità o delle evoluzioni possibili. Nel sistema di giustizia penale la visione a tunnel porta a focalizzarsi unicamente sugli aspetti incriminanti escludendo dall’attenzione e dalla considerazione tutte le prove che allontanerebbero dalla colpevolezza.
Infine la “tendenza alla conferma” è la tendenza psicologica a ricercare e ad interpretare elementi in modo che rafforzino convinzioni, percezioni ed aspettative preesistenti.
I fenomeni della visione a tunnel e della tendenza alla conferma si verificano praticamente in tutti i casi in cui si arriva a condanne ingiuste, condanne a morte di innocenti incluse. Si riscontrano in ognuno dei percorsi attraverso i quali la polizia estorce e modella confessioni false.
(1) v. ad es. n. 158, Notiziario, n. 164, Notiziario, n. 166, Notiziario.
(2) L’articolo “The three errors: pathways to false confession and wrongful conviction”di Richard A. Leo (University of San Francisco - School of Law) e Steven A. Drizin (Northwestern University - School of Law, Bluhm Legal Clinic), ci può essere richiesto per e-mail.
(3) In inglese: ‘misclassification error’, ‘coercion error’ e ‘contamination error’.
(4) In inglese: ‘misleading specialized knowledge,’ ‘tunnel vision,’ e ‘confirmation bias’.
Nella perdurante arbitrarietà con cui viene amministrata la pena di morte negli USA, ha un ruolo cruciale la qualità della difesa legale degli imputati. Gli esperti sono d’accordo nel sottolineare che per scampare la condanna a morte l’imputato di reato capitale deve disporre di una buona difesa legale, che in genere gli avvocati d’ufficio non riescono ad assicurare. Da una ricerca condotta su tutti i 504 casi di ‘omicidio capitale’ verificatisi in Texas nella Contea di Harris dal 1992 al 1999, risulta che gli avvocati di fiducia assunti da una minoranza di imputati hanno ottenuto risultati assai migliori di quelli ottenuti dagli avvocati nominati d’ufficio dalle corti.
Negli Stati Uniti viene usata enfaticamente la locuzione ‘giustizia estrema’ (ultimate justice) come sinonimo di pena di morte.
Nella pratica vediamo che la pena capitale viene applicata in modo arbitrario e quindi con ‘estrema ingiustizia’. Infatti non di rado tale pena viene inflitta per delitti meno gravi di quelli compiuti da altri criminali che ricevono una pena detentiva. Anche a parità di delitto, l’accusato scamperà l’esecuzione se giocheranno a suo favore eventi del tutto casuali e fattori sociali, come ad esempio la razza delle vittime e il loro ceto sociale; la razza, il ceto, le capacità personali dell’accusato, della sua famiglia e dei suoi amici. Sia da eventi casuali che dalle capacità dell’accusato, della sua famiglia e dei suoi amici, dipende la possibilità di assumere avvocati difensori di fiducia, fattore di importanza critica per evitare l’esecuzione.
L’utilizzo ‘capriccioso ed arbitrario’ della pena di morte era stato rilevato nel 1972 dalla Corte Suprema degli Stati Uniti che, nella sentenza Furman v. Georgia, aveva dichiarato incostituzionale tale sanzione per come veniva allora amministrata.
Quattro anni più tardi la stessa corte, con la sentenza Gregg v. Georgia, riammise la pena di morte a condizione che vi fossero determinate garanzie nella sua applicazione (1), adottando per la ‘nuova’ pena di morte il quadro di riferimento tracciato dall’American Law Institute nel 1962 (v. n. 176).
Nonostante ciò la pena di morte continuò ad essere applicata in modo capriccioso ed arbitrario, tanto è vero che nel 1994 il giudice della Corte Suprema Harry Blackmun scrisse in una storica sentenza (2): “Da oggi in poi non mi gingillerò più nel tentativo di riparare il macchinario della morte. Per più di 20 anni ho cercato [… di ottenere] qualcosa di più di una mera apparenza di equità nell’applicazione della pena di morte. […] La domanda di base: - il sistema determina accuratamente e coerentemente quale accusato “merita” di morire? – non può avere una risposta affermativa.”
Lo stesso American Law Institute ha ripudiato nell’ottobre scorso il quadro di riferimento da esso tracciato (v. n. 176) “alla luce degli attuali insuperabili ostacoli istituzionali e strutturali nell’assicurare un sistema minimamente adeguato per amministrare la pena capitale.”
Nella perdurante arbitrarietà con cui viene amministrata la pena di morte negli USA - a parere di tutti gli esperti - gioca un ruolo decisivo la qualità della difesa legale prestata agli imputati. Una buona difesa legale è essenziale sia per evitare la condanna a morte, sia per evitare l’esecuzione una volta che la sentenza di morte sia stata comunque pronunciata.
Ciò anche se gli abolizionisti si illudono che le pressioni da loro esercitate in extremis sulle autorità possano salvare i condannati a morte dall’esecuzione: purtroppo manifestazioni, petizioni e campagne mediatiche risultano ininfluenti nel 99% dei casi (3).
L’importanza primaria della difesa legale dovrebbe essere sempre tenuta presente dagli abolizionisti e in particolare da coloro che si adoperano per sostenete i detenuti nei bracci della morte degli Stati Uniti.
Sulle categorie di avvocati che assicurano una più o meno efficace difesa legale, ha fatto una ricerca approfondita Scott Phillips, docente nel Dipartimento di Sociologia e Criminologia dell’Università di Denver in Colorado. Il professor Phillips ha studiato i risultati ottenuti dagli avvocati difensori della contea texana di Harris nella prima parte dell’iter giudiziario degli imputati di reato capitale: la fase che va dall’incriminazione al processo, che di solito si conclude in uno o due anni.
Tutti gli abolizionisti dovrebbero leggere attentamente le dieci pagine che sintetizzano i risultati della ricerca condotta da Phillips sui 504 casi di ‘omicidio capitale’ verificatisi nella Contea di Harris dal 1992 al 1999 (4). La sintesi porta il titolo “Se assumi un avvocato, scampi la pena di morte?” (5) Si tratta di una domanda ben scelta per suscitare l’attenzione, la cui risposta è un netto ‘sì’.
Sappiamo che l’accusa ha chiesto la pena capitale in 129 dei 504 casi, ottenendo 98 condanne a morte (41 delle quali sono state già eseguite). L’accusa ha perseguito la condanna a vita in 218 casi ed ha patteggiato una pena detentiva con la difesa, senza andare al processo, nei rimanenti 157 casi.
Per quanto riguarda la difesa legale, i casi sono stati divisi preliminarmente in tre categorie: imputati con avvocato d’ufficio (si tratta di avvocato privato nominato dalla corte) per l’intero caso (369 imputati), con avvocato di fiducia (assunto dall’imputato) per l’intero caso (31 imputati), con difesa mista - cioè in parte di fiducia, in parte d’ufficio - (104 imputati) (6).
Scott Phillips, dopo aver messo in relazione gli esiti dei casi con il tipo di difesa legale, ha concluso:
“I risultati suggeriscono che il tipo di difensore è d’importanza cruciale per l’imputato. Consideriamo le decisioni degli accusatori: l’accusa ha chiesto la pena di morte contro il 3% degli imputati con avvocato di fiducia, in confronto con il 26% degli imputati con difesa mista e con il 27% degli imputati con difesa d’ufficio. Concentrandoci solamente sui casi in cui fu chiesta la pena di morte, vediamo che la giuria non ha condannato a morte nessuno degli imputati con avvocato di fiducia, ha imposto una sentenza di morte al 56% degli imputati con difesa mista e all’82% degli imputati con avvocato d’ufficio. Combinando i due stadi del processo otteniamo i seguenti risultati per i 504 casi esaminati: nessun imputato con avvocati di fiducia è stato condannato a morte, lo sono stati il 14% degli imputati con difesa mista, come il 23% degli imputati con avvocato d’ufficio. Questo panorama è stupefacente: assumere un avvocato per l’intero caso elimina la probabilità di una sentenza di morte, assumerlo per una parte del caso riduce sostanzialmente le probabilità di una sentenza di morte.”
Data la nettezza dei risultati, è plausibile che la situazione rilevata nella contea di Harris si estenda in qualche misura a tutto il Texas e agli Stati Uniti in generale. Ovviamente, tale ipotesi sarebbe da verificare con apposite ricerche sia perché i numeri su cui Phillips ha fatto la sua statistica sono piuttosto piccoli, sia perché riguardano una regione limitata con proprie caratteristiche giudiziarie.
Il prof. Phillips si è domandato poi se gli imputati con avvocati di fiducia (a pagamento) siano significativamente più ricchi degli altri (che si giovano di una difesa d’ufficio gratuita) come sostengono gli abolizionisti che ripetono la famosa frase “la pena capitale è riservata agli imputati senza capitale”. Scott Phillips conclude che tutti gli imputati di omicidio capitale sono poveri e coloro che hanno avvocati di fiducia non sono apprezzabilmente più ricchi degli altri. Ipotizza che questi ultimi vengano aiutati da parenti ed amici a pagare le parcelle degli avvocati da loro assunti.
Tuttavia, anche se non lo si è potuto rilevare con il tipo di indice utilizzato in questa ricerca - il reddito familiare medio nella zona da cui proveniva ciascun condannato (average household income) - risulta da altri sudi che agisce comunque il fattore ‘censo’. Da uno studio dettagliato risulterebbe che gli imputati con avvocati di fiducia sono effettivamente un poco più ricchi e soprattutto appartenenti ad un ceto sociale più elevato rispetto agli altri. Il nettissimo vantaggio degli avvocati di fiducia non si può spiegare solo con la loro bravura, con il loro impegno e con gli altri fattori discussi nella ricerca (per esempio il conflitto di interesse degli avvocati d’ufficio, attenti a non contrariare, durante i processi, i giudici loro datori di lavoro). (7)
Sta di fatto che coloro che hanno avvocati difensori privati nominati d’ufficio dalle corti ricevono una tutela disastrosa. Per ovviare a questa ingiustizia che rende vieppiù ‘capriccioso e arbitrario’ il sistema della pena di morte, Scott Phillips propone di istituire nella grande contea di Harris un servizio di pubblici difensori (Public Defender Office) a cui attingere per assicurare una difesa legale agli imputati indigenti nei casi capitali. Phillips sostiene la sua proposta argomentando che nelle contee dov’è disponibile un servizio del genere molti dei problemi inerenti alla nomina di difensori privati d’ufficio – a cominciare dai conflitti di interesse – risultano ridimensionati.
(1) Come ad esempio la scissione dei processi capitali in due fasi distinte e separate, la prima dedicata all’affermazione della colpevolezza, la seconda all’inflizione della pena dopo una accurata disanima delle attenuanti e delle aggravanti.
(2) Opinione dissenziente nella sentenza Callins v. Collin del 1994
(3) Le pressioni per ottenere clemenza hanno avuto effetto in rarissimi casi, soprattutto quando sono riuscite a rendere l’opinione pubblica dello stato favorevole ai condannati.
(4) Si tratta della contea, che comprende la città di Houston, nella quale si verificano più condanne ed esecuzioni capitali. Con oltre 110 esecuzioni dopo il ripristino della pena di morte, la contea di Harris supera tutti gli stati USA (tranne il Texas) per numero di esecuzioni. In tale contea non esiste un servizio di ‘pubblici difensori’ e così le corti nominano difensori d’ufficio scegliendo – anche in base a conoscenze personali e a favoritismi politici – difensori privati inseriti in apposite liste di avvocati che abbiano dei requisiti minimi, ad esempio il superamento di un apposito esame, otto anni di pratica forense e il patrocinio di 15 casi criminali.
(5) v. http://www.acslaw.org/pdf/Phillips%20-%20Hire%20a%20Lawyer.pdf
(6) Per lo più si è trattato di imputati che hanno cominciato l’iter processuale con un avvocato di fiducia e successivamente, per mancanza di fondi, si sono dovuti accontentare di avvocati d’ufficio.
(7) Anche se questa ricerca non lo ha potuto evidenziare, è presumibile che coloro che assumono gli avvocati si avvantaggino più spesso di un pregiudizio positivo, in quanto appartenenti alle classi medie, formate da persone considerate a priori rispettose della legge.
“La morte data dallo stato, sia per iniezione letale sia per imprigionamento letale, è pena di morte,” scrive il gruppo The Other Death Penalty Project formato da detenuti statunitensi condannati all’ergastolo. E’ l’occasione per riflettere su un dogma accettato dagli abolizionisti: l’abolizione della pena di morte passa attraverso l’introduzione della condanna a vita senza possibilità di liberazione, negli ordinamenti in cui tale pena non è prevista. Invitiamo i lettori a discutere tale diffuso convincimento.
Gli abolizionisti statunitensi – quasi senza eccezione - accettano come un dogma che l’abolizione della pena di morte presupponga l’esistenza dell’ergastolo senza possibilità di liberazione. Spesso arrivano addirittura a mobilitarsi per favorire l’approvazione di leggi che introducono un tal tipo di ergastolo negli stati dove non c’è.
Crediamo che i tempi siano maturi per un’approfondita riflessione su questo argomento. Lo dovrebbero fare – sicuramente – le grandi organizzazioni per i diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch, ma lo devono fare anche i piccoli gruppi e i singoli abolizionisti, individualmente.
Per quanto ci riguarda vogliamo sottolineare che l’ergastolo irrevocabile assume il significato della vendetta, come la pena di morte. Risponde infatti alla pulsione ad infliggere il più grave danno e la più grave sofferenza possibile agli autori dei peggiori delitti.
E non ha solo questo aspetto in comune con la pena di morte.
Intanto esso viola il principio riabilitativo della pena, affermato per esempio nella Costituzione Italiana all’art. 27, lo stesso che vieta la pena di morte: “[…] Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte.”
Sul piano utilitaristico, come la pena di morte, l’ergastolo irrevocabile attribuisce erroneamente alla prospettiva della pena una funzione deterrente mitica ed estrema, che nessuna pena potrà mai avere, e risponde in maniera sbagliata alla giusta esigenza di proteggere la società dai criminali. Infatti esso decreta per una parte dei rei l’impossibilità perpetua di rientrare nella società, non in base alla loro effettiva pericolosità nel futuro ma in base alla gravità del delitto che commisero nel passato.
Si potrebbe sostenere che l’ergastolo irrevocabile è da preferirsi alla pena di morte in quanto non viola pienamente il diritto alla vita e che, sul piano pratico, se non vi fosse alternativa al passaggio attraverso di esso per ottenere l’abolizione della pena di morte, occorrerebbe perseguirlo. Magari riservandosi di mettere in discussione la liceità dell’ergastolo medesimo in una fase susseguente.
Certo, si tratta di una materia che presenta diverse questioni impegnative, sia sul piano etico sia riguardo alle strategie abolizioniste, ma crediamo che sia necessario affrontarla con coraggio.
Una originale e provocatoria iniziativa del gruppo denominato The Other Death Penalty Project (Progetto riguardante l’altra pena di morte) costituisce un forte invito a riflettere. Il 22 febbraio questo gruppo, formato da numerosi condannati alla reclusione a vita senza possibilità di liberazione sulla parola in tutti gli Stati Uniti, ha lanciato una campagna di lettere indirizzate ai gruppi abolizionisti in cui si chiede di finirla col sostenere l’ergastolo irrevocabile quale supposta alternativa umana alla pena di morte.
In un comunicato diffuso in rete (1) The Other Death Penalty Project scrive:
“[Affermiamo che] la morte data dallo stato, sia per iniezione letale sia per imprigionamento letale, è pena di morte. Inoltre [respingiamo] il concetto che la condanna a vita senza possibilità di liberazione sulla parola sia un necessario primo passo verso l’abolizione definitiva della pena di morte. La distinzione è nel metodo non nel tipo di pena. Invece di accelerare l’eliminazione delle sentenze di morte, la tattica di barattare esecuzioni lente contro esecuzioni veloci ha finito col far crescere in maniera esplosiva il numero di uomini e di donne condannate al metodo di esecuzione lento.
“Come conclude uno studio intitolato ‘Una questione di vita e di morte’ pubblicato nel 2006 nella Harvard Law Review, ‘Il proposito di questa nota... è di argomentare che le leggi [che prevedono la condanna a vita senza possibilità di liberazione sulla parola] non sono un passo necessario né particolarmente utile verso l’eliminazione della pena di morte.’ Gli abolizionisti che chiedono la condanna a vita senza possibilità di uscita sulla parola si sbagliano, sia sul versante morale sia nelle loro tattiche.
“The Other Death Penalty Project fa appello a questi gruppi abolizionisti affinché si assumano pubblicamente la responsabilità di parlare a nome dei quasi 40 mila uomini e donne condannati ad una pena “peggiore della morte” come l’ha definita il governatore del New Mexico, Bill Richardson. Questi prigionieri vivono nel più grande e meno pubblicizzato braccio della morte di tutto il paese. E’ giunto il momento di por fine ad ogni forma di pena di morte.”
Per parte nostra aggiungiamo che la mostruosità che si cela dietro il sostegno ad una pena irreversibile è dimostrata dal fatto che la condanna a vita senza possibilità di liberazione sulla parola viene attualmente scontata negli USA da oltre 2.000 minorenni all’epoca del crimine, 109 dei quali non omicidi, alcuni dei quali avevano 13 anni al momento della carcerazione.
Invitiamo i lettori a riflettere sulla questione posta da The Other Death Penalty Project e, possibilmente, a scriverci in proposito (2).
(1) V. http://theotherdeathpenalty.org/
(2) Per posta ordinaria o per e-mail all’indirizzo prougeau@tiscali.it
Shirin Alamhoei (alias Shirin Alam Hooli), accusata di appartenere al movimento di opposizione curdo PJAK, è stata condannata alla pena capitale in Iran all’inizio dell’anno. Riportiamo la versione italiana di una lettera che la prigioniera avrebbe fatto uscire dalla prigione pochi giorni dopo la sentenza di morte. La lettera è stata segnalata dalla lista abolizionista ABOLISH e compare tradotta in Inglese e in Francese, con pochissime variazioni, in diversi siti di opposizione al regime iraniano, tra cui Persian2English. Vi fa cenno anche Nessuno Tocchi Caino. La missiva descrive le torture e gli interrogatori che la Alamhoei avrebbe patito in prigione nel 2008. Usiamo il condizionale a proposito di questa lettera perché non siamo riusciti a verificarne con sicurezza l’autenticità, sotto due aspetti: 1) È stata scritta veramente da Shirin Alamhoei? 2) Se è stata scritta da lei, corrisponde esattamente a verità il suo contenuto?
Pubblichiamo la lettera anche in seguito al parere favorevole della nostra socia Lucia Squillace, esperta di comunicazione:
“Lo stile è asciutto, quasi meccanico nella descrizione delle torture, ma anche accurato. Forse mi aspetterei un maggior coinvolgimento emotivo dalla testimonianza di una donna ripetutamente e brutalmente torturata così a lungo. Quando si scrive una lettera tanto drammatica che si spera di poter far arrivare all’esterno, credo sia più naturale inframmezzare la descrizione delle torture con pensieri meno “controllati”, più “gridati” diciamo. Tuttavia, data l’impossibilità assoluta di verificare, credo sia bene farla conoscere ai nostri lettori. Non farlo mi sembrerebbe quasi un’ulteriore “violenza”: come a dire, siccome non posso verificare l’autenticità della testimonianza che reca il tuo nome, scusa tanto ma io ti devo togliere anche la voce/penna con cui hai raccontato quello che hai passato. E’ importante l’aspetto che documenta la tortura, tra le altre cose.”
La lettera fa cenno a un gran numero di forme di coercizione e di tortura che, con fantasiose variazioni sul tema, sono contenute nei classici ‘manuali di tortura’ adottati in tutte le parti del mondo (in Sud e in Centro America, in Medio ed Estremo Oriente, nei Balcani, in Africa,… alcune di esse anche in Nord America ed in Europa Occidentale): percosse immotivate, oscurità (bendaggio), scariche elettriche, colpi con cavi elettrici, alimentazione forzata (Guantanamo), medico aguzzino, ‘siero della verità’, costrizione nella posizione eretta, Falaka (battitura delle piante dei piedi), urla di altri prigionieri presumibilmente sotto tortura (registrate), esecuzione simulata (pistola alla tempia), bruciatura di sigaretta, perdita della cognizione del ciclo giorno/notte, torturatore buono/torturatore cattivo, …
Da Shirin Alamhoei, carcere di Evin, Tehran, 18 gennaio 2010
Fui arrestata nel maggio del 2008 a Tehran da forze di sicurezza in uniforme e non. Venni trasferita direttamente al centro di detenzione della Sepah [sezione d’élite dei Guardiani della Rivoluzione], dove fui tenuta prigioniera per 25 giorni. Nello stesso istante in cui misi piede nella prigione, cominciarono a picchiarmi senza farmi domande, né attendere le mie risposte.
Trascorsi 22 giorni su 25 in sciopero della fame. Durante quel periodo, sopportai torture sia fisiche che psicologiche.
I miei carcerieri erano tutti uomini, ero legata al letto. Mi picchiavano con un manganello elettrico, cavi, mi prendevano a calci e pugni. A quel tempo avevo ancora difficoltà nel parlare e capire il Farsi. Quando non ero in grado di rispondere alle loro domande, continuavano a percuotermi finché non perdevo i sensi.
Giunto il tempo della preghiera si ritiravano, raccomandandomi di riflettere nel frattempo. Una volta tornati, ancora colpi, svenimento, acqua fredda.
Quando videro che non avrei interrotto il mio sciopero della fame, provarono ad alimentarmi con la forza, attraverso dei tubi che passavano nel naso per arrivare nello stomaco. Opposi resistenza strappandomeli. Ciò mi provocò grande dolore e sanguinamento. Anche ora, a distanza di due anni, continua a farmi male.
Un giorno, durante gli interrogatori, mi dettero un calcio nello stomaco tanto forte che ebbi un’emorragia. Un’altra volta, un carceriere (l’unico che vidi veramente in faccia: ero sempre bendata alla presenza degli altri) cominciò a farmi domande insignificanti. Quando mi rifiutai di rispondere, mi diede uno schiaffo, tirò fuori una pistola e me la puntò alla testa. Disse, “Rispondi alle domande. So che fai parte del PJAK, sei una terrorista. Ascoltami ragazza, non importa se parli o meno. In ogni caso, lieti di aver catturato un membro del PJAK”.
Una volta un medico venne a dare un’occhiata alle mie ferite. Mi trovavo in stato di semi-incoscienza. Il dottore richiese che venissi trasferita all’ospedale. Il carceriere rispose, “Perché deve andare all’ospedale? Non può riceverlo qui il trattamento?”. Il medico puntualizzò, “Non è per il trattamento. In ospedale posso farle qualcosa che la farà parlare”.
Il giorno successivo fui portata, bendata e ammanettata, in ospedale. Il dottore mi inserì un ago. Persi ogni controllo e, apparentemente, cominciai a parlare e a rispondere a tutte le loro domande, esattamente nel modo che volevano. Ripresero la scena con una telecamera. Una volta che riuscii a recuperare il controllo della mia mente, chiesi loro dove mi trovavo e mi resi conto che ero ancora sdraiata su un letto d’ospedale. Poi, fui riportata in cella.
Sembrava che neppure quello che avevo detto sotto l’effetto della droga fosse abbastanza per i miei carcerieri; volevano che soffrissi di più. Mi obbligarono a stare in piedi – piedi che avevano colpito così forte che ora erano completamente gonfi. Potevo sentire le urla degli altri prigionieri giorno e notte, cosa che mi sconvolgeva davvero. Più tardi appresi che quelle urla erano state registrate al fine di torturarmi psicologicamente. A volte rimanevo seduta nella sala degli interrogatori per ore, mentre gocce di acqua fredda mi cadevano in testa.
In un’altra occasione, un carceriere mi bruciò una mano con la sigaretta. […]
A volte mi costringevano a stare tutto il giorno in piedi nella stanza degli interrogatori […]
Qualunque cosa pur di farmi soffrire.
Dopo essere stata rilasciata dall’ospedale decisero di trasferirmi alla Sezione 209 della prigione di Evin. Ad ogni modo, a causa del mio stato, non ero in grado di camminare, così rifiutarono di accettarmi. Mi tennero di fronte alla sezione per un giorno intero, prima di vedersi costretti a portarmi alla clinica della prigione.
Avevo perso ogni percezione temporale, non capivo se fosse giorno o notte. Non so quanto a lungo rimasi nella clinica della prigione. Appena mi sentii un po’ meglio, fui trasferita alla Sezione 209: lì ricominciarono gli interrogatori.
In questa sezione avevano le loro speciali tecniche di interrogatorio: giocavano sempre al “poliziotto buono/poliziotto cattivo”.
Prima veniva un carceriere “cattivo”, che mi sottoponeva a tortura e mi diceva che non era soggetto a alcuna legge, quindi avrebbe potuto fare qualunque cosa volesse con me. Dopo era la volta di un carceriere “buono”, che chiedeva al “cattivo” di smettere di torturarmi e mi offriva una sigaretta. Poi l’intera procedura si ripeteva.
Nella Sezione 209, soprattutto all’inizio quando ero costantemente sotto interrogatorio, se mi sentivo male o mi usciva il sangue dal naso, il solo tipo di trattamento che ricevevo erano iniezioni di un antidolorifico. Allora dormivo per un’intera giornata. Non mi permisero mai di uscire dalla mia cella o di andare in infermeria.
A volte i detenuti, con scarsi mezzi e molta creatività, riescono a mettere in pratica nuove idee, soprattutto per far piacere a coloro che amano. Autore dell’opera che vi mostriamo è William J. Moore, detenuto nella Central Prison di Raleigh in North Carolina. Si tratta del ritratto della sua amica e corrispondente, Lucia, dipinto su un fazzoletto di 35x35 cm: uno dei pochi oggetti reperibili laddove persino fogli di carta adatti al disegno sono preclusi. William, inizialmente condannato a morte, è in attesa di un nuovo processo. Ha scoperto il suo talento per il disegno quando si trovava nel braccio, desideroso di associare il proprio nome a “cose belle e che facessero felici le persone che ama”.
Nel Quarto Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte svoltosi a fine febbraio a Ginevra si sono rafforzati i legami tra gli abolizionisti di tutto il mondo, si sono discusse tematiche di importanza strategica nel cammino abolizionista e si sono messi a fuoco i diversi filoni di impegno nelle attività abolizioniste, a livello locale, regionale e internazionale. Attenzione ed assistenza particolari verranno prestate alle organizzazioni abolizioniste operanti nei paesi che ancora usano la pena di morte.
Si è svolto a Ginevra tra il 24 e il 26 febbraio il Quarto Congresso Mondiale Contro la Pena di Morte, con più di mille partecipanti tra cui delegati di decine di organizzazioni abolizioniste di tutto il mondo, piccole, o grandi come Amnesty International e la Comunità di Sant’Egidio. Il Congresso è stato organizzato dall’associazione francese Ensemble Contre la Peine de Mort (Insieme Contro la Pena di Morte) e sponsorizzato dalla Confederazione Svizzera in collaborazione con la Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte.
Nel Centro Internazionale delle Conferenze di Ginevra vi sono stati innumerevoli contatti diretti e informali tra abolizionisti e riunioni tematiche su questioni focali come il ruolo degli avvocati, la discriminazione nell’applicazione della pena capitale, la situazione in paesi chiave da cui dovrà necessariamente passare l’abolizione universale (Iran, Cina, Stati Uniti, Giappone), le dinamiche regionali in Asia, Africa, Medio Oriente, Caraibi …, l’utilizzo di Internet e delle nuove tecnologie da parte degli abolizionisti.
Durante il Congresso si è esaminato l’andamento della pena di morte nel mondo. Con poche eccezioni si nota una tendenza alla diminuzione delle sentenze capitali, ovunque e perfino nei paesi in cui questa macabra istituzione è più radicata, come la Cina e gli Stati Uniti. Si è sottolineato il cammino verso l’abolizione in Africa e in Asia centrale.
Particolare emozione e incoraggiamento hanno prodotto gli incontri con figure mitiche del fronte abolizionista come l’ex ministro della giustizia Robert Badinter, cui va buona parte del merito dell’abolizione della pena di morte in Francia, l’avvocatessa iraniana Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace, Rebiya Kadeer, indomita dissidente cinese e leader in esilio della minoranza uigura, suor Helen Prejean, autrice di “Dead Man Walking”, infaticabile testimone e promotrice dell’abolizione della pena di morte negli USA.
Il Congresso è stata un’occasione per rafforzare e coordinare gli sforzi internazionali tesi ad ottenere la moratoria delle esecuzioni e l’abolizione della pena di morte in tutto il pianeta. Particolare assistenza sarà data alle organizzazioni locali per i diritti umani nei paesi che ancora usano la pena capitale. E’ stata concordata una strategia comune da proporre ai paesi abolizionisti per la prossima Assemblea Generale delle Nazioni Unite che si terrà in dicembre e che dovrà fare il punto sulla moratoria mondiale delle esecuzioni e discutere una nuova risoluzione in proposito.
Il Primo Ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, presidente di turno dell’Unione Europea, ha aperto il Congresso annunciando che il suo governo è impegnato per istituire una Commissione Internazionale Contro la Pena di Morte che dovrebbe avere lo scopo di assicurare una effettiva moratoria mondiale nel 2015, anno limite per il raggiungimento degli Obiettivi Mondiali di Sviluppo stabiliti nel 2000 dall’ONU, tra i quali ci sono la drastica riduzione della fame, della povertà, delle malattie, e la promozione dell’istruzione, della salute, dell’eguaglianza e della protezione dell’ambiente.
Nella dichiarazione finale i partecipanti “notano con soddisfazione la realizzazione di diverse raccomandazioni fatte alla fine del precedente Terzo Congresso Mondiale di Parigi nel 2007, il numero crescente di paesi che hanno ratificato il Secondo Protocollo Opzionale al Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, passati da 62 a 72; la risoluzione per la moratoria sulla pena di morte approvata due volte nell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con più di 100 voti a favore; la creazione di nuove coalizioni regionali contro la pena di morte; l’incremento dei membri della Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte che ora sono 104.” Nella medesima dichiarazione finale si sottolinea l’urgenza di intensificare gli sforzi nei riguardi delle corti di giustizia, delle associazioni di avvocati, dei media, di scuole e università, organizzazioni per i diritti umani, parlamenti, governi, organizzazioni internazionali e regionali, affinché stimolino i paesi ritenzionisti alla massima trasparenza nell’applicazione della pena di morte e alla riduzione delle fattispecie di reato capitale nella prospettiva dell’abolizione.
La dichiarazione finale si conclude con quattro appelli:
- agli stati abolizionisti di fatto, affinché aboliscano la pena di morte per legge;
- agli stati abolizionisti, affinché inseriscano la questione dell’abolizione universale della pena di morte nelle loro relazioni internazionali rendendola una questione centrale della loro politica internazionale di promozione dei diritti umani;
- alle organizzazioni internazionali e regionali, affinché sostengano l’abolizione universale della pena di morte anche mediante l’adozione di risoluzioni per la moratoria delle esecuzioni, il sostegno ad attività educative, l’incremento della collaborazione con le organizzazioni non governative locali;
- alle organizzazioni abolizioniste e agli attivisti che operano negli stati ritenzionisti, affinché uniscano i loro sforzi e le loro volontà creando e sviluppando coalizioni nazionali e regionali, con lo scopo di promuovere localmente l’abolizione universale della pena di morte.
12) FERNANDO DESCRIVE LA POPOLAZIONE DEL BRACCIO DELLA MORTE
In questa lettera, speditaci alla fine di gennaio, il nostro amico Fernando Eros Caro ci ringrazia di un piccolo regalo che gli abbiamo fatto in occasione delle festività natalizie e indugia a descrivere la varia umanità che popola il braccio della morte di San Quentin in California. “E’ sbalorditivo notare le diverse personalità di questi uomini,” dice Fernando. (La traduzione della lettera è di Grazia Guaschino)
Prego che tutti voi stiate bene. Io sono sempre qui, in attesa. Grazie ancora del regalo che il Comitato Paul Rougeau mi ha spedito. Ho usato un po’ di quel denaro per acquistare una confezione extra di alimentari. Ci è concesso di comprare queste confezioni al massimo quattro volte l’anno.
Sono qui nel braccio della morte da molti anni e ho incontrato alcuni, anche se non tutti, dei condannati a morte qui rinchiusi. Ce ne sono circa 700 al momento, e, di questi, ne ho conosciuti circa 200.
E’ sbalorditivo notare le diverse personalità di questi uomini. Alcuni sono passivi, alcuni aggressivi, alcuni si limitano semplicemente a cercare di vivere ogni giorno mantenendosi nel miglior equilibrio possibile, adeguandosi alle circostanze di volta in volta. Naturalmente ognuno di noi cerca di trovare un modo suo proprio per fronteggiare la nostra terribile condizione.
Alcuni cercano la salvezza nella religione. Questa è una cosa buona, ma per tanto che uno si dedichi al proprio credo, resta il problema che egli si trova comunque in contatto con prigionieri aggressivi e pericolosi! E, per questo, a volte è necessario cedere alla violenza per difendersi! Questo è un problema di vita presente in tutte le prigioni.
Qui, nel mio reparto, c’è Bob. Gli piace giocare a carte e cantare canzoni degli anni ’50 e ’60. Poi c’è Tom, che è ossessionato dalla pulizia della sua cella e la ripulisce diverse volte al giorno. John invece preferisce camminare avanti e indietro per un paio di ore al giorno. Alex esce dalla sua cella, ogni tanto, per verificare se c’è qualcuno appostato per aggredirlo. In realtà nessuno vuole fargli del male. E’ una vita triste, la sua. Alcuni invece rimangono nelle loro celle ed escono solo quando è necessario. Io esco dalla cella per parlare, giocare a carte, usare il telefono, fare la doccia e/o andare in cortile a fare un po’ di movimento. Essendo cresciuto in campagna, provo assoluta necessità a muovermi ogni tanto.
Riassumendo, ciascuno di noi si adatta alle situazioni in cui viene a trovarsi. Da un punto di vista mentale, la vita diventa a volte priva di colori e noiosa. Ma la nostra naturale esigenza di muoverci, di esprimere noi stessi, emerge ancora e ancora! Fernando
13) PARTECIPA ALLA PETIZIONE PER PER KEVIN VARGA!
“Purtroppo ci risiamo, e' stata assegnata una data di esecuzione per il 12 maggio. Questa volta la cosa mi tocca da vicino, avendo conosciuto Kevin Varga personalmente in Texas. Con lui ho sviluppato una sorprendente vicinanza. In fondo nel suo sguardo, nella sua redenta rassegnazione mi sono riconosciuto, forse sarebbe stata la mia stessa reazione in una circostanza del genere. Non una lotta eroica, ma quasi una fatalistica accettazione. Questo rende per me necessario firmare la petizione a questo link:
http://www.ipetitions.com/petition/save_kevin_varga
Necessario per l’impotenza di Kevin, che rende questa presa di coscienza un semplice e chiaro gesto di aiuto a una persona sconfitta, come potrebbe essere ciascuno di noi in quelle circostanze.”
Questo è il messaggio con cui Carlo ha chiesto di firmare la petizione per Kevin Varga, mio amico di penna da quasi sette anni.
Lo riporto, perché io stessa non avrei saputo trovare parole migliori per descrivere Kevin, i suoi occhi, la sua voglia di non pensare mai alla fine; la ferrea volontà di evadere, chiedendomi in continuazione di raccontargli i fatti più insignificanti della mia vita, attraverso i quali ha avuto l’illusione di non trovarsi in quel “buco d’inferno”.
Sono convinta che a Kevin nove anni nel braccio della morte abbiano dato modo di ripensare alla sua vita e ai suoi errori; penso che abbia rivisto la sua scala di valori e che si sia reso conto che la vita è importante sopra ogni altra cosa; lo testimonia il fatto che si sia impegnato per riprendere i contatti con i figli e la madre, che lei stessa si sia molto ravvicinata a lui, e che abbia in qualche modo perdonato Kevin per averle dato un dolore terribile.
Kevin è il secondo figlio di una coppia disastrata; il padre che va via di casa, la madre che cade in depressione e comincia a bere. Il fratello maggiore che per Kevin rappresenta l’unico vero affetto morto in una sparatoria con la polizia; il fratello più piccolo morto di cancro a soli cinque anni.
Kevin, nella sua infanzia è passato da un istituto all’altro, dai quali regolarmente scappava per tornare a casa; ogni volta che lo riprendevano, lo portavano in un istituto più lontano e più severo.
Mi sono sempre chiesta se un’infanzia dura e disaffettiva come questa, possa minarti a tal punto da renderti incapace di provare veri sentimenti; quella incapacità di immedesimarti nell’altro, di provare empatia, che penso possa essere alla base di un omicidio.
Sono convinta che l’amore sia qualcosa che si insegna e che si impara, e generalmente l’amore per la vita del prossimo, passa dall’amore per la propria vita.
Ma appunto, a Kevin chi ha insegnato che la sua vita aveva un valore?
In una lettera mi ha scritto “ho imparato presto che nella vita o sei carnefice o sei vittima. Tu pensi che a qualcuno piaccia essere vittima? Io ho dovuto imparare a difendermi”.
Oggi, a 41 anni, Kevin è un uomo che ha vissuto la maggior parte della sua vita in carcere, ha due figli che ha visto poche volte e che a loro volta sono cresciuti senza un padre, con un peso terribile da sopportare.
Ebbene, cari amici, partecipate alla petizione per chiedere la grazia per Kevin! Compilate il modulo che trovate in fondo a questo numero – riportando con precisione tutti i dati dei sottoscrittori della petizione – e inviatecelo all’indirizzo prougeau@tiscali.it
Come minimo, sottoscrivete la petizione on-line utilizzando il link indicato da Carlo qui sopra.
Arizona. Muore il più anziano condannato a morte. Viva Leroy Nash con i suoi 94 anni era il più anziano condannato a morte negli Stati Uniti. Sordo, quasi cieco, immobilizzato su una a sedia rotelle, soffriva di una malattia mentale e di demenza. E’ morto per cause naturali nel braccio della morte dell’Arizona il 12 febbraio.
California. Più suicidi che esecuzioni tra i condannati a morte. Joseph Musselwhite è stato trovato esanime il 2 febbraio nella sua cella singola del braccio della morte di San Quentin in California. Se il decesso di Musselwhite, come sembra, non è dovuto a suicidio, sale a 51 il numero dei condannati a morte californiani deceduti per cause naturali a partire dal 1978. Da quella data 17 condannati si sono suicidati e 13 sono stati messi a morte. Un Californiano è stato ‘giustiziato’ in Missouri. Per altre cause sono deceduti altri 5 condannati alla pena capitale. Dopo il decesso di Joseph Musselwhite, rimangono nel braccio della morte della California 698 detenuti.
Giappone. Massiccio sostegno popolare alla pena di morte. La criminalità violenta in Giappone rimane sempre molto contenuta ma da un sondaggio governativo reso noto il 6 febbraio apprendiamo che l’ 85,6% dei Giapponesi giudica la pena capitale ‘inevitabile’. Si tratta della percentuale più alta dal 1994, anno in cui cominciarono i sondaggi del governo in proposito. E’ attribuita anche ad alcuni recenti fatti di cronaca che suscitarono forti emozioni nel pubblico. Solo il 5,7% degli intervistati ritiene che la pena di morte debba essere abolita. La percentuale di favorevoli all’impiccagione è sempre cresciuta a partire dal 73,8% registrato nel 1994, con un guadagno di 4,2 punti dal 2004. Oggi il 55% degli intervistati ritiene che l’estensione da 15 a 25 anni del termine di prescrizione per gli omicidi, avvenuta nel 2005, sia insufficiente. Quasi tutti costoro vorrebbero che non fosse prevista alcuna prescrizione. In questo clima il governo sembra orientato a favorire l’abolizione della prescrizione per i reati passibili di pena capitale.
Globale. Dati provvisori sulle esecuzioni nel 2009. Non è stato ancora reso noto il bilancio organico di Amnesty International relativo alle condanne a morte e alle esecuzioni verificatesi nel 2009. Per ora Amnesty fornisce dati provvisori sulle esecuzioni: Arabia Saudita: almeno 67 (tra cui almeno 2 di minorenni all’epoca del reato), Cina: dato non disponibile (almeno 9 in Xinjiang e 2 in Tibet), Egitto: almeno 10, Giappone: 7, Iran: almeno 389 (tra cui almeno 5 di minorenni all’epoca del reato), Iraq: almeno 120, Singapore: almeno 1, Siria: 2, Stati Uniti: 52, Sudan: 9, Tailandia: 2, Yemen: almeno 9
Kansas. Per un solo voto si arena la legge che avrebbe abolito la pena di morte. Il 19 febbraio il Senato del Kansas ha votato 20 voti contro 20 una legge che avrebbe abolito la pena di morte sostituendola con la condanna al carcere a vita senza possibilità di uscita sulla parola. Si è trattato del quarto tentativo di abolire la pena di morte in 6 anni. Sarebbe bastato un solo voto a favore in più per far passare il provvedimento ed inviarlo alla Camera. L’appassionato dibattito che ha preceduto la votazione ha dimostrato che il sostegno per la pena di morte è diminuito in confronto a quello che si aveva nel 1994 quando la pena capitale fu reintrodotta in Kansas sia pure con una votazione di misura in Senato: 22 voti contro 18. In teoria una legge di abolizione potrebbe ora partire dalla Camera ma si ritiene che nella corrente sessione legislativa ciò non accadrà. Se ne riparlerà tra un anno.
Ohio. Esecuzioni a raffica con la nuova procedura per l’iniezione letale. La mattina del 4 febbraio Mark Brown, di 37 anni, è stato ucciso nello Stabilimento di Correzione del Sud dell’Ohio. Si è trattato del terzo detenuto ucciso con la nuova procedura, divenuta operativa il 30 novembre, che consiste nell’iniezione di una sola sostanza letale. Non sono stati riferiti imprevisti durante l’esecuzione. Il 28 gennaio del 1994, Brown e il minorenne Allen "Boonie" Thomas, bevvero abbondante vino drogato con Valium e fumarono sigari svuotati e poi riempiti di marijuana. Quindi, ispirandosi ad un film d’azione, uccisero due commessi di un negozio, di punto in bianco. Brown ha dichiarato di non avere una memoria chiara dei fatti. I suoi avvocati difensori sostengono che a commettere l’omicidio di tale Hayder Al-Turk, per cui Brown ricevette la sentenza di morte, fu Thomas, e che l’iter giudiziario di Mark Brown fu caratterizzato da numerose testimonianze false e ritrattate e dalla soppressione di prove.
L’Ohio si avvia a compiere un gran numero di esecuzioni nel corso dell’anno e potrebbe addirittura insidiare il primo posto in classifica del Texas. Dopo quella di Mark Brown sono programmate altre 8 esecuzioni in Ohio ed è stata già chiesta dagli accusatori la fissazione delle date di altre 5 esecuzioni.
Questo numero è aggiornato con le informazioni disponibili fino al 28 febbraio 2010
Dear Governor Perry, Dear Members of Texas Board of Pardons and Paroles,
We the undersigned are deeply concerned about the execution date set for Mr. Kevin Varga on May 12th 2010 and are appealing to you to do everything in your power to ensure that clemency is granted to Kevin Varga.
Mr. Kevin Varga was sentenced to death in 2001 for his part in the robbery and murder of Mr. Logie in Greenville, Texas. We firmly condemn this act and believe that the death of Mr. Logie was an extremely tragic event, and we in no way seek to downplay the amount of suffering and pain caused to his family and loved ones.
Yet we are particularly concerned because we believe that in a matter of life and death, all possi­ble avenues should be explored, all potential doubts removed; it is the only civilized thing to do.
We are ethically against Mr. Varga’s execution for the following reasons:
We believe that the death penalty only perpetrates violence and creates new victims. Mr. Varga’s sons will never learn the meaning of forgiveness and will be innocent victims because of their fa­ther’s faults. By executing Varga, his sons will never understand the extremely high value of life.
A famous quotation from the Bible is “an eye for an eye”, but another one says, ”The son will not bear the punishment for the father's iniquity”. We therefore believe that commuting Varga’s death sentence would be an important step to take in order to stop this circle of violence and suf­ferings.
Moreover, we believe that by executing Kevin Varga, our society will not be safer, but that, again, there will only be more victims. Since Kevin Varga’s life is precious to us, we consider ourselves to be victims in this situation, as Mr. Logie’s family and loved ones have been.
We know perfectly well that Kevin Varga committed a brutal act and a fatal mistake, and he him­self is aware of it. Nevertheless, we believe he is a different person today and should deserve a chance to prove it.
Dear Governor, Dear Members of Texas Board of Pardons and Paroles, bearing in mind the above arguments, we respectfully urge you to take all the aforementioned factors into account and to exer­cise all powers vested in your office and to demonstrate your respect for justice and human life.
We urge you to take this important matter into consideration, to spare Kevin Varga’s life and to commute his death sentence into sentence to life imprisonment.
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Versione italiana della petizione: Caro Governatore Perry, Cari Membri della Commissione per le Grazie, noi sottoscritti, siamo profondamente preoccupati per la data di esecuzione fissata al Sig. Kevin Varga il 12 maggio 2010, e ci appelliamo a voi affinché compiate tutto ciò che è in vostro potere per far sì che a Kevin Varga sia accordata clemenza. Il Sig. Kevin Varga fu condannato a morte nel 2001 per il ruolo che ebbe nella rapina e nell’omicidio del Sig. Logie a Greenville, in Texas. Noi condanniamo fermamente questo gesto e riteniamo che la morte del Sig. Logie sia stata un evento estremamente tragico, e non tentiamo in alcun modo di sminuire la sofferenza e il dolore provocati alla sua famiglia ed ai suoi cari. Siamo tuttavia particolarmente preoccupati in quanto ri­teniamo che, quando si tratta di una questione di vita o di morte, si dovrebbero analizzare tutti i pos­sibili segnali di errore, si dovrebbero ri­muovere tutti i potenziali dubbi; fare tutto ciò è l’unico modo per dimostrarsi civili. Noi siamo etica­mente contrari all’esecuzione del Sig. Varga per le seguenti ragioni. Siamo convinti che la pena di morte sia solo un ulteriore atto di violenza e crei nuove vit­time. I figli del Sig.Varga non impareranno mai il significato della parola perdono e saranno vittime innocenti a causa delle colpe del loro padre. Giustiziando il Sig.Varga, i suoi figli non comprende­ranno mai appieno il prezioso valore della vita. Una famosa citazione delle Bibbia dice “un occhio per un occhio”, tuttavia un’altra recita, “Il figlio non dovrà sopportare la punizione a causa della malvagità di suo padre”. Noi riteniamo pertanto che la commutazione della condanna di Varga in ergastolo costituirebbe un passo importante da intraprendere per fermare questa spirale di violenza e sofferenza. Noi crediamo inoltre che, giustiziando il Sig.Varga, la nostra società non risulterà più sicura, ma anzi che, ancora una volta, ci saranno soltanto ulteriori vit­time. Dal momento che la vita di Kevin Varga è per noi preziosa, ci consideriamo a nostra volta vittime di questa situazione, come lo sono stati i familiari e gli amici del Sig. Logie. Siamo perfettamente co­scienti che Kevin Varga commise un gesto brutale ed un errore fatale, e anche lui ne è perfettamente convinto. Crediamo ciononostante che oggi egli sia una persona diversa e che meriterebbe una possibi­lità di dimostrarlo. Caro Governatore, Cari Membri della Commissione per le Grazie, tenendo presenti gli argomenti suddetti, vi esortiamo rispettosamente a tener conto di tutti i fattori succitati e ad eserci­tare tutti i poteri a cui il vostro incarico vi dà diritto e di dimostrare il vostro rispetto per la giustizia e per la vita umana. Vi esortiamo a prendere in seria considerazione tale questione così importante, a ri­sparmiare la vita di Kevin Varga e a commutare la sua sentenza in ergastolo. Grazie per il tempo che ci avete dedicato e per aver preso in considerazione questa faccenda così seria. Sinceramente