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Timestamp: 2017-08-18 18:22:40+00:00
Document Index: 42073664

Matched Legal Cases: ['art.4', 'sentenza ', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 15', 'art. 22', 'art. 25', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 15', 'art. 24']

Diritto E Giustizia | Blog Civicum
Incalcolabile il vero costo di Istruzione e Giustiziadi GIANNI DE FELICE
dic 4th, 2008 • Categoria: Conti pubblici, Diritto e giustizia, Istruzione, Newsletter, Primo piano, Stato
Sono 42.000 gli edifici scolastici a carico di Comuni e Province, sono 850 i Comuni sedi di uffici giudiziari: praticamente impossibile sommarne gli oneri ai budget per gli stipendi
A prima vista si constata che, essendo tutt’altro che semplice calcolare costi e oneri dei 42.000 immobili di tutta l’edilizia scolastica, diventa praticamente impossibile stabilire quanto ancora debba essere aggiunto a quel 97% del budget ministeriale assorbito dalle retribuzioni, per arrivare al vero totale che l’Italia spende ogni anno per la voce “Istruzione”. E’ una situazione analoga a quella della voce “Giustizia”, per la quale bisogna aggiungere, al budget assorbito dalle retribuzioni al personale dipendente dal ministero, gli oneri e i costi dell’edilizia giudiziaria e penitenziale gravanti sulle tasche dei contribuenti attraverso altre amministrazioni. Anche in questo caso alla domanda “quanto ci costa fare giustizia?” è praticamente impossibile dare risposta.
Ufficialmente, la ragione per la quale quasi tutti gli edifici scolastici non gravano sul ministero dell’Istruzione e gran parte di quelli giudiziari non gravano sul ministero della Giustizia è attribuita a un criterio di decentramento e di territorialità. Un criterio che tuttavia – come le cronache troppo spesso confermano – non garantisce né uniformità né efficienza e comunque impedisce un effettivo controllo della spesa pubblica per i settori interessati. Purtroppo anche decentramento e territorialità – due modalità che dovrebbero portare chiarezza – finiscono per contribuire drammaticamente alla opacità della spesa pubblica. Vale la pena di capire come e perché accada.
Nel gennaio 1996 la legge n.23/96 fissa nuove norme per l’edilizia scolastica, stabilendo che: “In attuazione dell’articolo 14, comma 1, lettera i), della legge 8 giugno 1990, n.142, provvedono alla realizzazione, alla fornitura e alla manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici scolastici: a) i comuni, per quelli da destinare a scuole materne, elementari e medie; b) le province, per quelli da destinare a sede di istituti e scuole di istruzione secondaria superiore, compresi i licei artistici e gli istituti d’arte, di conservatori di musica, di accademie, di istituti superiori per le industrie artistiche, nonché di convitti e di istituzioni educative statali. Comma 2. In relazione agli obblighi per essi stabiliti al comma 1, i comuni e le province provvedono altresì alle spese varie di ufficio e per l’arredamento e a quelle per le utenze elettriche e telefoniche, per la provvista dell’acqua e del gas, per il riscaldamento ed ai relativi impianti”.
E se comuni e province non lo fanno? Niente di grave, nessuna denuncia: si scala semplicemente di responsabilità. All’art.4, comma 9, la legge chiarisce: “Qualora gli enti territoriali non provvedano agli adempimenti di loro competenza, provvedono automaticamente in via sostitutiva le regioni o le province autonome di Trento e Bolzano, in conformità alla legislazione vigente. Decorsi 30 giorni, in caso di inadempienza delle regioni o delle province autonome di Trento e Bolzano, provvede automaticamente in via sostitutiva il commissario del Governo”. Ecco un esempio classico di deresponsabilizzazione legale delle istituzioni: in caso d’inadempienza, provvede in sostituzione il grado superiore o, nella peggiore delle ipotesi, c’è il commissariamento. E’ la tecnica del potere a rischio zero.
La vecchia legge degli enti locali n.142/90 viene sostituita nell’estate del 2000 dalla n.267 intitolata “Testo Unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali”, ma la legge sull’edilizia scolastica n.23/96 rimane intatta. Fra i suoi buoni propositi è andata avanti, intanto, la realizzazione di una “Anagrafe dell’Edilizia Scolastica”, depositata presso il ministero competente. Opera preziosa, ma non risolutiva. Sapere che ci sono migliaia di edifici scolastici non a norma, non significa stanziare subito i fondi per metterceli. E sapere che a Rivoli (Torino) un vecchio seminario è stato adibito a sede del liceo Darwin non significa essere al corrente che certi suoi controsoffitti sono in laterizi e qualcuno contiene un pesante tubo in ghisa.
Impegnati sul fronte della trasparenza della spesa pubblica non solo come cittadini contribuenti, ma anche come operatori specifici della chiarezza, anche gli addetti ai lavori giudiziari hanno qualcosa da dire su un assetto – i palazzi di giustizia appartenenti in gran parte ai comuni – che risale addirittura al 1941, quando l’Italia era un regno e il governo fascista l’aveva portata in guerra al fianco di Hitler. Il tema dell’edilizia giudiziaria è stato affrontato ben prima che calcinacci e lastre crollassero, per fortuna di notte, all’interno del palazzo di Giustizia di Milano.
Il sito ministeriale www.giustizia.it riporta un intervento di Gabriella Pergola, direttore generale delle Risorse Materiali, dei Beni e Servizi, in cui si legge tra l’altro: “La maggioranza dei Palazzi di Giustizia italiani sono di proprietà comunale, mentre sono demaniali gli edifici giudiziari di Roma e i Palazzi ‘storici’ di alcune città come Palermo, Milano, Catania, Bari, Cagliari, Firenze, Messina, Trento, Salerno, Reggio Calabria. Pertanto, visto il numero esiguo di edifici demaniali rispetto agli oltre 2000 immobili sedi giudiziarie, l’attività in materia di edilizia giudiziaria si svolge principalmente in collaborazione con i Comuni. Infatti dal 1941 in poi sono i Comuni ad essere direttamente responsabili delle sedi giudiziarie, nel senso che debbono fornire locali idonei dove amministrare la Giustizia. Cosicché una tipica funzione dello Stato centrale viene svolta all’interno di strutture messe a disposizione dai Comuni e sono i Comuni, sede dell’Ufficio giudiziario, ad anticipare le spese di gestione e funzionamento dei locali; spese che vengono rimborsate successivamente in percentuale a seconda dello stanziamento del bilancio statale”.
A parte la nebulosità di questo rimborso parziale e variabile, sia sui tempi di quel vago “successivamente”, sia sull’entità di quello “a seconda dello stanziamento”, sembra opportuno ricordare che sono 850 i comuni italiani sedi di uffici giudiziari. E che il dissesto finanziario del comune di Napoli era così inquietante fin dal 1994, che il ministero di Giustizia – anche su sollecitazione del procuratore generale Agostino Cordova, che non gradiva sentirsi inquilino dell’amministrazione comunale partenopea – sollecitò la legge n.102/94 per l’istituzione di un “Ufficio Speciale” che assumesse direttamente la gestione dell’edilizia giudiziaria napoletana.
Bastano questi pochi flash sull’assetto dell’edilizia scolastica e giudiziaria per capire che, nei molto confusi conti del nostro Stato, non siamo in grado di stabilire con ragionevole approssimazione quale sia l’effettivo costo “tutto compreso” dell’Istruzione e della Giustizia. Per di più, ogni confronto con gli altri paesi europei è reso impossibile dalla sostanziale eterogeneità dei nostri schemi. Per confrontarci, e avere dunque una misura dei nostri sperperi, o della nostra miseria, dovremmo omologare certi nostri servizi fondamentali, come istruzione e giustizia, a quelli dei più vicini partner Ue. Ma è dubbio che il “sistema Italia” voglia rinunciare a certe sue redditizie “specificità”. Forse non è un caso che il coinvolgimento delle Province nell’edilizia scolastica avvenga proprio quando, a metà degli anni Novanta, si comincia a metterne in dubbio l’utilità, visto che a presidiare il territorio sono arrivate da oltre vent’anni le Regioni. Honny soit qui mal y pense…
La “tassa” sulle impostedi VITTORIA FERRARIS
set 22nd, 2008 • Categoria: Costume e Cultura, Diritto e giustizia, Fisco, Newsletter, Primo piano
Troppo pesanti in Italia gli adempimenti fiscali
In tempi di crisi economiche profonde come quelli che stiamo vivendo, numerosi governi europei hanno tentato di contrastare la difficile congiuntura internazionale e la drammatica debolezza del dollaro statunitense con pacchetti di misure fiscali espansive mirati a sostenere le imprese dei rispettivi paesi nella loro sfida in difesa della competitività.
I margini di manovra sulla politica fiscale dipendono dalla congiuntura (problema di tutti), dalla solidità della finanze pubbliche (problema che in Europa un tempo accumunava Belgio e Italia, ora siamo rimasti soli), e dalla capacità di combattere l’evasione in modo preventivo (trasformando il reato fiscale in reato contro la morale, come avviene negli Stati Uniti): tre elementi che condannano il nostro paese a decenni di politica fiscale tutt’altro che accomodante. Le prospettive delle imprese italiane di recuperare competitività grazie a manovre sulla fiscalità sono dunque scarse.
- La Confindustria solleva però un altro problema, non meno importante: il costo generato dalla massa di adempimenti fiscali che grava sulle imprese italiane, conseguenza di una pubblica amministrazione inefficiente.
Le fa eco il risultato di un interessante e autorevole rapporto della Banca Mondiale, intitolato ‘Paying taxes 2007’. Secondo questo rapporto, le imprese italiane sopportano il tasso d’imposizione totale più elevato del gruppo dei paesi EU 25, confermando sostanzialmente ciò che Confindutria sostiene da anni: che tra gli ostacoli alla competitività delle imprese italiane, lo Stato si colloca in prima linea. Considerando che il tasso d’imposizione totale rilevato nel rapporto comprende, oltre alla tassazione del profitto d’impresa, i contributi sul lavoro, la tassazione dei dividendi, delle transazioni finanziarie, dei capital gain, della proprietà, l’Italia ha un tasso d’imposizione totale del 76%, contro il 29% dell’Irlanda, il 36% del Regno Unito, 51% della Germania, il 66% della Francia (penultima in posizione).
- Il dato la dice lunga sulla capacità di ogni singolo membro dell’Unione di attrarre investimenti produttivi provenienti da paesi extra-europei ed offrire nuovi sbocchi al mercato del lavoro nazionale. Ma, se è difficile attrarre nuove imprese interessate a stabilire nel nostro paese insediamenti produttivi, che cosa viene fatto per sostenere – come sarebbe opportuno – le imprese esistenti? Secondo lo stesso rapporto, vien fatto ben poco sotto il profilo della politica fiscale. In un confronto mondiale, all’Italia è assegnato il penultimo posto (prima della Russia) nella graduatoria riguardante la facilità di pagamento delle tasse. L’indicatore cattura, oltre al tasso d’imposizione totale, il numero di pagamenti necessari ad una nostra impresa per chiudere i propri conti con il fisco e il numero di ore necessario per il pagamento delle imposte.
Sotto il profilo del numero dei pagamenti, l’Italia si difende bene con “soli” 15 pagamenti, contro i 16 della Germania e i 23 della Francia, ancorché sia distanziata notevolmente dalla Spagna (8) e dalla Svezia (2). Ma decisamente peggiore è il nostro posizionamento rispetto al numero di ore necessarie per l’assolvimento degli adempimenti fiscali: l’Italia è terz’ultima nell’area EU25, seguita soltanto da Polonia e Bulgaria, e penultima prima della Russia in un confronto mondiale. Secondo il rapporto, un’impresa italiana “spende” più di 350 ore per regolare i propri rapporti con il fisco. Siccome il tempo è danaro, l’eccessiva burocratizzazione dell’adempimento fiscale genera un costo occulto, che potremmo definire “tassa sulle imposte”.
- Se non è possibile avere politiche fiscali espansive in Italia, si può ragionevolmente attendere – a beneficio delle imprese – almeno una semplificazione dei processi di pagamento delle imposte? Il governo in carica ha fatto della semplificazione della macchina amministrativa uno dei suoi più reclamizzati impegni. Bene, aspettiamo di vederlo realizzato con un sensibile miglioramento della posizione dell’Italia nella classifica FPI (Facilità Pagamento Imposte) nei rapporti della Banca Mondiale dei prossimi anni.
FARMACI SENZA PREZZO
lug 10th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Costume e Cultura, Diritto e giustizia, Sanità
STORIA DI UNA LEGGE SILENZIOSA Possiamo leggere sulla confezione quanto costano i cetrioli, ma non quanto costano i medicinali senza prescrizione. Bizzarria italiana frutto di normative frettolose, libere interpretazioni e soprattutto pubblico disinteresse. di Gianni de Felice Possiamo leggere sulla confezione dei cetrioli al supermercato il prezzo del “pezzo” e il prezzo riferito al chilo, ma non possiamo più leggere in farmacia sulle loro scatole il prezzo del lassativo Ducofrax o dell’antitosse Frugolin (nomi di fantasia). In Italia, naturalmente. Perché in Francia, per esempio, le confezioni dei farmaci senza prescrizione conservano il regolamentare adesivo col prezzo indicato sia in codice a barre per il lettore ottico del registratore di mani avanti contro le eventuali maniere equivoche, le difficili riconoscibilità e le poco chiare leggibilità. Più di così! Ma da noi le norme non si applicano, si interpretano. E quindi, entrato in vigore il comma 801, c’è chi osserva che, con quella esplicita indicazione “mediante listini o altre equivalenti modalità”, il legislatore ha voluto implicitamente escludere che i prezzi debbano essere ancora resi noti sulle confezioni. Qualcuno aggiunge, senza intenzioni ironiche, che l’abolizione del prezzo sulla scatola va a vantaggio del consumatore, perché serve a stimolare la concorrenza. Un po’ di confusione Evidentemente si fa un po’ di confusione: prezzo libero non significa prezzo taciuto. Anche i supermercati e gli ortolani sono liberi di vendere i cetrioli al prezzo che vogliono, e qui sta la concorrenza. Ma devono indicarlo sul prodotto, e qui sta invece la trasparenza, che vuol dire rispetto per il cittadino. Ma torniamo alla nostra storia. A gennaio 2008 spariscono – in Italia – i prezzi dalle confezioni dei farmaci non soggetti a prescrizione medica. Al loro posto non compaiono, però, quei listini (e neanche quelle “modalità equivalenti”) che il comma 801 comunque prescrive per indicare a chi entra “nel punto vendita” a quale prezzo il titolare ha liberamente deciso di vendere i farmaci senza prescrizione che offre. Ovvia conseguenza della opacità del comma 801: un testo che appare impreciso, vago, frettoloso. Una non-legge. Se ne accorge, in ritardo, anche il ministero della Salute che forse teme di perdere il controllo del settore. Infatti, poco tempo dopo, il ministro Livia Turco si aggancia al decreto “milleproroghe” per emanare l’11/4/2008, praticamente in scadenza di mandato, un decreto-legge pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale appena poche settimane fa, il 24/6/2008. E’ il decreto che obbliga le case farmaceutiche “a comunicare al Ministero della salute e all’agenzia italiana del farmaco il prezzo massimo ex factory con il quale ciascun medicinale è offerto in vendita” e ogni sua successiva eventuale variazione. Cinque articoli E’ un testo emblematico. Lungo più di sessanta righe, scandito in cinque articoli, il decreto detta minuziosamente le regole del come e quando le case farmaceutiche devono comunicare le variazioni al ministero della Salute e all’Agenzia italiana del farmaco, esibisce in un ardito slancio buro-manageriale l’esotica espressione mezza latina e mezza inglese ex factory (disturba una ministro italiana, nata in Piemonte, usare in un atto ufficiale della Repubblica la vecchia espressione in madrelingua “franco fabbrica”?), ma curiosamente non si domanda in nessun punto se, da chi e come questo prezzo massimo viene comunicato “anche” agli interessati cittadini. Un irrilevante dettaglio. Tenerne conto sarebbe stato eccesso di trasparenza. Avremmo mortificato i farmaci abbassandoli al livello dei cetrioli. Ci saremmo ridotti come la Francia, che – sciocchina! – senza acrobazie fra commi e decreti, continua semplicemente a indicare con la pecetta incollata sulla scatola anche il prezzo dei medicinali senza prescrizione.
FISCO Nomina i giudici e perde i processi
giu 12th, 2008 • Categoria: Diritto e giustizia, Fisco, Istruzione, Servizi generali
LA SCONOSCIUTA ANOMALIA DELLE COMMISSIONI TRIBUTARIE La Direzione Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate ha dovuto recentemente emanare una circolare per ribadire la necessità di svolgere in modo più professionale la difesa degli interessi erariali in Commissione Tributaria, data la troppo elevata percentuale di soccombenze della Pubblica Amministrazione nelle liti di Alberto Arrigoni La battaglia per la trasparenza può essere combattuta anche andando a caccia di curiosità, anomalie, asimmetrie che appaiono “normali” agli addetti ai lavori, ma sono sconosciute ai cittadini comuni. Esiste, per esempio, un ordinamento giudiziario parallelo nel sistema italiano che presenta indubbie peculiarità: quello del contenzioso tributario. Si tratta di Corti speciali (le Commissioni Tributarie), di giudici speciali (i magistrati tributari), di ordinamenti speciali (una legge di rito che in parte sostituisce il codice di procedura civile) e che confluiscono nell’alveo giudiziario consueto solo in terzo grado. Cioè, in Cassazione. Dove, per altro, è stata costituita la sezione tributaria. Le liti tributarie hanno, almeno nel primo grado, uno schema obbligato. L’ente impositore – diciamo per chiarezza: il Fisco – chiede un tributo e il cittadino, se ritiene di non dover pagare, ricorre contro questa richiesta. Dunque, tutto chiaro: nel processo tributario le Parti sono il contribuente e il fisco. Ma chi è il giudice? Sentenze a cottimo E’ la Commissione Tributaria costituita da giudici designati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze, cioè dal Fisco, cioè da una delle due parti contrapposte nel processo. Per quanto sorprendente sembri al cittadino, è dunque il ministero di Economia e Finanza – diciamo per chiarezza: il Fisco – che gestisce l’ordinamento attraverso il Consiglio Superiore della Giustizia Tributaria; stabilisce la misura e provvede al pagamento dei compensi a tutto l’apparato della giustizia fiscale, sia di carriera (segretari e commessi), sia nella posizione dei giudici tributari, remunerati a cottimo – un tanto a sentenza - senza che tale incarico costituisca uno specifico rapporto di lavoro dipendente. Insomma, una Parte processuale designa, gestisce e mantiene il giudice delle proprie controversie! La distinzione fra giustizia ordinaria e giustizia tributaria è così scrupolosamente definita e lo steccato tanto invalicabile, che la lite tributaria non è soggetta a contributo unificato per le vertenze ordinarie– gestito dal ministero di Giustizia – ma solo ad imposta di bollo, che è gestita dal ministero di Economia e Finanze. Ci sarebbe già di che sorprendersi, ma non basta: In questa situazione anomala si potrebbe temere una palese o larvata sudditanza del giudice alla struttura che lo designa e mantiene. E invece, nulla di più sbagliato! Le liti tributarie hanno infatti la caratteristica di vedere nella maggior parte dei casi la Parte privata ricorrente prevalere contro la Parte Pubblica Amministrazione. Cioè, l’apparato di giustizia tributaria dà torto nella maggioranza dei casi proprio a quel ministero di Economia e Finanza, che lo ha in carico e lo designa. Al riguardo, la Direzione Contenzioso dell’Agenzia delle Entrate ha dovuto recentemente emanare una circolare per ribadire la necessità di svolgere in modo più professionale la difesa degli interessi erariali in Commissione Tributaria, data la troppo elevata percentuale di soccombenze della Pubblica Amministrazione nelle liti.
Parleremo di infanzia il 18 giugno a Napoli. Parleremo di Anziani il 26 giugno a Torino
mag 19th, 2008 • Categoria: Diritto e giustizia, Varie
I CRUSCOTTI DEL POLITECNICO In collaborazione con la Fondazione Mezzogiorno Europa e Cittadinanzattiva, che cureranno l’organizzazione dell’evento, Civicum presenterà il 18 giugno prossimo a Napoli il primo dei quattro “cruscotti gestionali”: riguarderà il tema della Infanzia. I “cruscotti” sono un approfondimento in chiave locale (e comparativa) dello studio sulla trasparenza dei bilanci dei Comuni di Roma, Milano, Napoli e Torino eseguito dal Politecnico di Milano. Relatore del “cruscotto” sull’Infanzia a Napoli sarà il prof. Giovanni Azzone, pro-rettore del Politecnico di Milano. Il 26 giugno Civicum presenterà a Torino, in un meeting organizzato da Cittadinanzattiva Piemonte, il secondo dei “cruscotti gestionali”, dedicato all’approfondimento del tema degli Anziani. Ulteriori informazioni su questi eventi saranno fornite nelle prossime newsletter.
La trasparenza? Sì, certo, ma in…“ambiente protetto”
mag 19th, 2008 • Categoria: Diritto e giustizia, Primo piano
PARLA IL GARANTE PIZZETTI Sottile precisazione: “Il blocco della diffusione dei dati fiscali è dipeso dalla pericolosità dello strumento usato”. Sincera ammissione: “Non siamo pronti per passare da una amministrazione tradizionale a una telematica”. Impossibili i confronti con l’Europa: “Soltanto in Italia c’è il Garante della privacy”. Confusione: “Spetta ai Comuni gestire la diffusione dei diari fiscali”. Ma ogni Comune fa come vuole di Vittoria Ferraris Privacy e Transparency: un matrimonio difficile, insidiato da discussioni, incertezze, sospetti. Ad un a prima lettura dei fatti della settimana pare che la privacy entri in conflitto con la trasparenza? Risponde Francesco Pizzetti, 62 anni, costituzionalista, presidente dell’Autorità Garante dal 18 aprile 2005: “L’autorità per la privacy si schiera apertamente a favore della trasparenza. La sospensione della diffusione online da parte dell’Agenzia delle entrate dei dati fiscali 2005 dei contribuenti, richiesta dall’Autorità che presiedo, riguarda non il merito della diffusione dell’informazione ma lo strumento utilizzato per attuarla.” Può spiegarci meglio cosa intende? “La trasparenza va assicurata in un ambiente protetto. Nel caso specifico, i diari fiscali 2005 erano non solo consultabili ma anche scaricabili e modificabili, col rischio di innescare contenziosi tra i contribuenti e il Fisco per la loro rettifica. Il problema non riguarda dunque la riservatezza dei dati, bensì l’abuso possibile legato allo strumento.” Per lei internet non è un o strumento sicuro? “Ritengo che l’amministrazione non sia pronta per passare da un’amministrazione ordinaria ad una trasmissione telematica. La consultazione online pone il problema della rintracciabilità di chi desidera venire a conoscenza di questi dati.” Le sovvengono casi simili in Europa relativamente alla pubblicazione spontanea da parte del Fisco dei diari fiscali? “A mio parere non vi sono precedenti in Europa. Nei paesi nordici, il diario fiscale è pubblicato e consultabile dietro una richiesta precisa, che consente la rintracciabilità del richiedente. Per quanto riguarda l’adeguatezza dello strumento mi viene in mente il caso britannico dello smarrimento dei dati fiscali, caricati su dischetti, relativa tuttavia ad una cerchia di contribuenti limitata.” Quale è stata la reazione del suo omologo di fronte ad un caso palese di rischio di utilizzo improprio dei dati? “Non esiste in Europa l’equivalente del Garante della privacy italiano.” In Italia, nei Comuni medio-piccoli, la pubblicazione nel giornale locale dei diari fiscali dei contribuenti è una consuetudine datata. “Confermo. Sono i Comuni che hanno il diritto–dovere di rendere accessibili i diari fiscali a chi ne faccia richiesta e di scegliere il mezzo che ne consente la diffusione senza danni all’informazione stessa.” Il diritto-dovere in capo ai Comuni è sancito dal Dpr 600/73 che impone di rendere i dati accessibili e consente la rintracciabilità del richiedente tramite la denuncia da parte di quest’ultimo dei propri dati e desiderata. Otterrà in cambio accesso a nome, cognome, codice fiscale, sigla della tipologia dei redditi e totale imponibile. Grande discrezionalità Come si comportano i Comuni? Pare in modo estremamente difforme: Bologna consente l’accesso ai dati relativi ai redditi 2005 sulla base di elenchi approvati dal Fisco presso l’ufficio entrate del Comune vincendo l’opposizione dei commercialisti che avevano bloccato la diffusione dei diari fiscali l’anno scorso. Al Comune di Milano secondo quanto racconta il Sole 24 Ore (6 maggio 2008) i dati non sono invece più accessibili dopo il passaggio dai voluminosi documenti cartacei al supporto informatico. Per togliersi lo sfizio di conoscere il reddito imponibile di alcuni illustri milanesi o del vicino di casa è necessario recarsi presso una sede dell’Agenzia delle entrate dove i dati sono consultabili da un terminale di sala. Siamo in un caso in cui pur in presenza di una legge, vi è grande discrezionalità nella pratica seguita. Forse anche troppa. Chi dovrebbe non fa e chi non dovrebbe, invece, fa. Forse l’ostacolo alla trasparenza non dipende da mancanza di regole ma piuttosto dalla loro proliferazione incontrollata che, tra leggi, codici e regole interne agli enti, getta ombra sul reale problema: di chi è la competenza? La domanda che ci poniamo è la seguente: anche in presenza di una legge sulla trasparenza degli atti pubblici, quale autorità si incarica di verificarne la corretta applicazione e sanziona l’ente inadempiente?
Un nuovo rapporto tra stato e cittadini: semplici regole per conti chiari
mag 5th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Diritto e giustizia, Fisco, Primo piano
Sotto questo aspetto la realtà normativa del nostro Paese appare carente ed arretrata, così come la cultura e la sensibilità alla trasparenza dei conti da parte degli Assessorati preposti a questa funzione. di Mario CAMOZZI Co-fondatore CIVICUM I bilanci degli Enti pubblici devono rispondere all’obiettivo di comunicare in maniera chiara e sintetica i dati storici (bilanci consuntivi) e prospettici (bilanci preventivi). Solo così si possono chiarire politiche perseguite e risorse allocate. Devono inoltre essere immediati e chiari i confronti da un anno all’altro e tra le diverse città. Solo operando con questi criteri e con una precisa metodologia è possibile misurare anno per anno i risultati raggiunti rispetto agli obiettivi che erano stati prefissati (il programma politico). Sotto questo aspetto la realtà normativa del nostro Paese appare carente ed arretrata, così come la cultura e la sensibilità alla trasparenza dei conti da parte degli Assessorati preposti a questa funzione. Quello che CIVICUM si è proposta di perseguire con la propria attività su questo tema specifico, può essere riassunto nei seguenti punti : 1) Verificare la rispondenza dei bilanci dei principali Comuni italiani agli obiettivi di chiarezza e trasparenza rispetto allo standard delle migliori esperienze internazionali. 2) Evidenziare le carenze a livello di “sistema paese” e proporre le soluzioni su cui lavorare. 3) Fornire indicazioni concrete agli amministratori e ai tecnici sugli aspetti da migliorare. 4) Creare una prima base di riferimento per monitorare i miglioramenti che si realizzeranno nei prossimi anni. Gli obiettivi che si devono raggiungere con riferimento alla chiarezza e trasparenza dei conti si possono così sintetizzare: a) Esplicitazione delle politiche perseguite e dei risultati raggiunti b) Efficacia della grafica c) Chiarezza delle informazioni trasmesse d) Accessibilità per tutti dei documenti di bilancio con la tempestiva e dinamica pubblicazione su Internet
Accesso agli atti, un diritto finto
apr 22nd, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Diritto e giustizia, Primo piano
di Gregorio Arena - Ordinario di Diritto Amministrativo all’Università di Trento Sono stati introdotti tanti limiti che neanche la stampa, in Italia, sa cosa farsene. Uno di essi vieta esattamente ciò che l’originario disegno di legge prevedeva come una delle utilizzazioni normali del diritto di accesso Il diritto di accesso è uno degli istituti giuridici, forse il principale, mediante il quale si può realizzare la trasparenza amministrativa. Ne è sempre stato convinto anche il legislatore, sia quello della legge n. 241/1990, sia quello della legge 11 febbraio 2005, n. 15. Disponeva infatti l’art. 22 della legge n. 241/1990 che l’accesso è riconosciuto a chiunque… “al fine di assicurare la trasparenza dell’attività amministrativa e di favorirne lo svolgimento imparziale”. Il nuovo art. 22 (art. 15 della legge n. 15/2005) è ancora più esplicito, laddove al comma 2 afferma che: “L’accesso ai documenti amministrativi, attese le sue rilevanti finalità di pubblico interesse, costituisce principio generale dell’attività amministrativa al fine di favorire la partecipazione e di assicurarne l’imparzialità e la trasparenza, ed attiene ai livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali….”. L’accesso, la comunicazione di avvio del procedimento, la partecipazione al procedimento medesimo, la motivazione del provvedimento, la pubblicità delle sedute degli organi collegiali e molti altri istituti ancora sono come i rami di un grande albero, rappresentato dalla trasparenza amministrativa: quanto più i rami sono fitti e pieni di foglie, tanto più sarà ricca e rigogliosa la chioma dell’albero. Fuor di metafora, poiché la trasparenza amministrativa è un modo di essere dell'amministrazione, non si può incidere direttamente su di essa per ampliarne o ridurne la portata, ma si può farlo indirettamente, agendo sugli istituti giuridici che contribuiscono a dare concretezza al valore della trasparenza.
Carattere soggettivo
Il diritto di accesso ai documenti amministrativi è uno di questi; anzi, è uno dei rami principali dell’albero della trasparenza amministrativa e dunque qualunque intervento su di esso si riflette inevitabilmente, in positivo o in negativo, sull’ampiezza e la qualità della trasparenza dell’amministrazione. Le radici concettuali delle nuove disposizioni sul diritto di accesso di cui alla legge n. 15/2005 risalgono indietro nel tempo di molti anni, quando in fase di discussione parlamentare il testo originario del disegno di legge fu modificato per introdurre un limite di carattere soggettivo al diritto di accesso, che venne riconosciuto non più a “chiunque”, ma soltanto “a chiunque vi abbia interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti” (art. 22, co. 1, legge n. 241/1990). E di conseguenza si introdusse all’art. 25, co. 2 la previsione secondo la quale “La richiesta di accesso ai documenti deve essere motivata”, così da offrire la dimostrazione del rapporto esistente fra la richiesta e la situazione giuridicamente rilevante per la cui tutela il richiedente chiede di prendere visione di determinati documenti. Il riferimento all’interesse all’accesso del richiedente doveva avere solo un modesto ruolo di filtro alle richieste, che altrimenti si temeva avrebbero potuto essere troppo numerose, ma invece introdusse inconsapevolmente nella legge una concezione del segreto, inteso come limite alla trasparenza, alternativa a quella che la commissione Nigro, che aveva elaborato il testo del disegno di legge originario, aveva invece scelto come asse teorico portante dell’intero Capo V della legge sul procedimento.
Informazioni e interessi
La commissione Nigro aveva infatti scelto una concezione reale, oggettiva, del segreto, fondata sul rapporto fra determinate informazioni e determinati interessi, la cui tutela poteva essere assicurata soltanto imponendo il segreto su quelle informazioni, da chiunque fossero detenute e chiunque ne richiedesse la visione. Tale scelta fu consapevole e risulta esplicitamente dalla modalità di individuazione delle eccezioni all’accesso di cui all’art. 24 della legge 241/1990. Si sarebbe potuta adottare la tecnica della legge francese sull’accesso del 1978, fondata su una elencazione di documenti sottratti all’accesso; ma come tutti gli elenchi, anche questo avrebbe potuto rivelarsi incompleto oppure al contrario eccessivamente ampio e, comunque, sarebbe stato inevitabilmente soggetto ad obsolescenza, costringendo a periodici aggiornamenti. La commissione Nigro scelse invece un’altra strada, che fondandosi appunto sulla concezione oggettiva del segreto portava all’individuazione di alcune grandi sfere di interessi, pubblici e privati, da tutelare mediante l’imposizione del segreto sulle informazioni la cui diffusione avrebbe potuto pregiudicare tali interessi. E furono così sottratti all’accesso i documenti, da qualunque amministrazione pubblica fossero detenuti, contenenti informazioni riguardanti la difesa nazionale e le relazioni internazionali, la politica monetaria e valutaria, l’ordine pubblico e la repressione della criminalità e, infine, la riservatezza di persone, gruppi e imprese.
Commissione Nigro
Questa impostazione presupponeva che tali informazioni dovessero rimanere escluse dall’accesso, quindi segrete, a prescindere dalle caratteristiche soggettive del richiedente l’accesso ai documenti in cui esse erano contenute. E infatti coerentemente l’accesso veniva riconosciuto a chiunque, senza che il richiedente dovesse dimostrare di avere un particolare interesse alla conoscenza di determinate informazioni. Nella prospettiva della commissione Nigro, di fronte ad una richiesta di accesso a documenti detenuti da una pubblica amministrazione, questa ultima avrebbe dovuto limitarsi a verificare se in tali documenti fossero contenute informazioni la cui diffusione avrebbe potuto ledere gli interessi di cui alle eccezioni dell’art. 24 e, in tal caso, avrebbe dovuto rifiutare l’accesso; altrimenti, avrebbe dovuto concederlo.
Teoria del segreto
Tale impostazione si fondava dunque su una teoria del segreto secondo la quale le informazioni segrete sono tali perché la loro conoscenza danneggerebbe interessi che l’ordinamento ritiene prevalenti rispetto al diritto all’informazione, non perché il soggetto che chiede di conoscerle non è legittimato a conoscerle. Nella concezione personale e soggettiva del segreto, le informazioni sono segrete in quanto fanno parte del patrimonio informativo di un determinato soggetto: è il caso del segreto del confessionale e dei suoi omologhi segreti laici, i segreti delle professioni liberali. Al contrario, nella concezione oggettiva del segreto le informazioni sono segrete di per sé, in quanto tali, perché il segreto imposto su di esse è l’unico modo per proteggere determinati interessi pubblici e privati. Il rapporto è fra informazioni e interessi, non fra informazioni e soggetti, siano essi i detentori delle informazioni o i richiedenti l’accesso ad esse. E se le informazioni sono segrete, lo sono per tutti, indipendentemente dai requisiti soggettivi di chi vorrebbe conoscerle. Ebbene, accanto a questa concezione oggettiva del segreto, consapevole ed esplicita nella legge n. 241/1990, la previsione del legislatore di cui all’art. 22 della medesima legge, che siano cioè legittimati all’accesso soltanto i soggetti che “… vi abbiano interesse per la tutela di situazioni giuridicamente rilevanti” introduce invece la concezione soggettiva del segreto, ad essa alternativa.
Introduzione del filtro
In tal modo infatti il problema che si pone all’amministrazione non è più quello del rapporto fra le informazioni richieste e gli interessi protetti mediante il segreto su di esse, ma quello fra le informazioni richieste e gli interessi del soggetto richiedente. Nell’impostazione del disegno di legge originario l’amministrazione nell’applicare le norme sull’accesso aveva di fronte a sé una sola strada, quella appunto tracciata dalla concezione oggettiva del segreto, consistente nel mettere a confronto il diritto all’informazione con gli interessi protetti mediante il segreto. L’introduzione del filtro rappresentato dall’esigenza di legittimazione soggettiva del richiedente ha di fatto offerto alla amministrazione (ed alla giurisprudenza) la possibilità di percorrere un’altra strada, diversa e alternativa, nonché assai più in sintonia con la cultura della nostra amministrazione. Una cosa, infatti, è valutare il rapporto fra determinate informazioni e alcuni interessi protetti, individuati dal legislatore; tutt’altra è valutare il rapporto fra le medesime informazioni e l’interesse che un privato sostiene di poter tutelare soltanto grazie alla conoscenza di quelle informazioni. Nel primo caso l’amministrazione deve operare all’interno di una logica puramente funzionale, in cui ciò che conta è la qualità delle informazioni che l’amministrazione utilizza per perseguire i propri obiettivi. Il loro essere segrete o pubbliche è un dato oggettivo, da cui derivano diverse modalità di utilizzazione delle medesime. In questa prospettiva funzionale del segreto la richiesta di accesso acquista anch’essa una valenza oggettiva, quasi asettica, in cui prevale l’esigenza di tutelare gli interessi pubblici e privati connessi con le informazioni cui si chiede di accedere e dunque, insieme con essi, anche l’interesse pubblico di cui quella amministrazione è titolare.
Ben diverso è il caso in cui, grazie alla norma che consente di valutare la legittimazione soggettiva del richiedente, l’amministrazione può confrontare fra loro due interessi, da un lato quello del richiedente a conoscere informazioni di cui l’amministrazione è detentrice, dall’altro il proprio interesse alla segretezza sui propri atti, scelte, processi decisionali. Non bisogna dimenticare infatti che il principio generale della pubblicità dell’azione amministrativa è stato introdotto nel nostro ordinamento soltanto nel 1990, dopo che per oltre un secolo e mezzo i nostri apparati e i nostri dipendenti pubblici sono stati sottoposti ad un generalizzato e rigido (almeno in teoria…) segreto d’ufficio. La resistenza burocratica nei confronti della pretesa degli amministrati di conoscere le informazioni in base alle quali l’amministrazione adotta le proprie decisioni per poterle valutare è quindi proseguita negli anni seguenti all’entrata in vigore della legge sul procedimento e la trasparenza amministrativa, con il sostegno di una giurisprudenza culturalmente orientata ad assimilare il nuovo istituto dell’accesso all’interno del tradizionale paradigma bipolare. L’accesso, pensato in origine come uno dei “nuovi diritti” non solo egoistici, come diritto ad essere informati non solo nel proprio interesse, ma nel più generale interesse alla trasparenza dell’azione amministrativa, ha finito così con il diventare nel corso degli anni semplicemente un’arma in più degli amministrati da usare contro l’amministrazione, in una prospettiva di tutela individuale di interessi di singoli privati, il cui bisogno di conoscenza non è motivato anche dal desiderio di rendere l’amministrazione più trasparente, bensì unicamente dall’esigenza di tutelare più efficacemente i propri interessi, anche in sede giurisdizionale, grazie allo sguardo gettato oltre la barriera burocratica. Questa riduzione del diritto di accesso a strumento dei privati da usare contro l’amministrazione per tutelare i propri interessi all’interno di un rapporto bilaterale e conflittuale, spiega fra l’altro perché in Italia i mezzi di comunicazione, a differenza di quanto accade ormai da decenni negli Stati Uniti grazie al Freedom of Information Act, non hanno potuto utilizzare l’accesso ai documenti amministrativi nell’ambito dell’esercizio della libertà di informazione, aumentando così la trasparenza complessiva delle istituzioni. Ma spiega anche perché, quindici anni dopo l’entrata in vigore della legge sul procedimento, in sede di revisione delle disposizioni sul diritto di accesso, anziché eliminare la limitazione soggettiva all’accesso introdotta nel 1990, limitazione certamente non più giustificata dai motivi organizzativi addotti allora, si è invece scelto di limitare ulteriormente l’accesso sul piano della legittimazione soggettiva del richiedente, introducendo una definizione di soggetti “interessati” all’accesso che restringe ancor più i legittimati all’accesso.
Eccezioni all’accesso
Secondo il nuovo art. 22, co. 1, lett. b) della legge n. 241/1990, così come sostituito dall’art. 15 della legge n. 15/2005, si intendono infatti per “interessati, tutti i soggetti privati, compresi quelli portatori di interessi pubblici o diffusi, che abbiano un interesse diretto, concreto e attuale, corrispondente ad una situazione giuridicamente tutelata e collegata al documento al quale è richiesto l’accesso”. L’interesse deve essere dunque non solo “diretto, concreto e attuale”, secondo quanto dispone la nuova norma, ma anche “personale”, secondo quanto previsto dal d.P.R. n. 352/1992 tuttora in vigore. A questo interesse deve addirittura “corrispondere” non una situazione giuridicamente “rilevante”, come nella precedente disposizione, ma una situazione giuridicamente “tutelata”, introducendo un vincolo ancora più stringente. Ed infine tale situazione deve essere “collegata al documento” del quale è richiesto l’accesso (e non si può fare a meno di chiedersi come possa il richiedente conoscere in precedenza, prima ancora di averne presa visione, quale sia il documento cui è collegata la sua situazione giuridicamente tutelata). Alle restrizioni riguardanti i profili soggettivi dell’accesso si sommano quelle riguardanti le eccezioni all’accesso. Fra queste, in particolare, la disposizione di cui all’art. 24, co. 3, secondo la quale “Non sono ammissibili istanze di accesso preordinate ad un controllo generalizzato dell’operato delle pubbliche amministrazioni”. Viene così recepito e cristallizzato in norma di legge un orientamento giurisprudenziale che, per quanto autorevole e consolidato, avrebbe però potuto evolvere, come sempre può evolvere la giurisprudenza.
Limitazioni significative
Inoltre in tal modo il legislatore riconosce e legittima definitivamente l’orientamento delle amministrazioni e, appunto, della giurisprudenza mirante a non consentire un uso del diritto di accesso diverso da quello strettamente finalizzato alla tutela di interessi di singoli, nell’ambito di un rapporto conflittuale con l’amministrazione. Ciò che la nuova disposizione vieta è esattamente ciò che l’originario disegno di legge sul procedimento riteneva dovesse essere una delle utilizzazioni normali del diritto di accesso, inteso come strumento per conoscere e valutare l’operato delle pubbliche amministrazioni e non solo, come di fatto è diventato, come strumento di tutela di interessi individuali. In conclusione, non c'è dubbio che le limitazioni ulteriori introdotte all’accesso dalla legge n. 15/2005 incidono in maniera significativa sul diritto di accesso inteso come strumento di tutela dei privati nei confronti dell’amministrazione, sia pure nell’ambito di una interpretazione di tale istituto tutta interna al tradizionale paradigma bipolare. Anche da questo punto di vista le nuove disposizioni rendono più difficile l’uso dell’accesso, limitando la platea dei suoi potenziali utilizzatori grazie alla griglia, molto fitta, di condizioni legittimanti richieste dalla nuova legge.
C’è una legge “scoperta” dopo 4 mesi
mar 19th, 2008 • Categoria: Comunicazione pubblica, Diritto e giustizia, Primo piano
Trasparenza? Dal 30 aprile si pagherà una tassa di 1,50 euro sugli assegni “trasferibile”. Deciso a novembre scorso, gli italiani se ne accorgono adesso. E nessuno se ne meraviglia di GIANNI DE FELICE E’ stata pubblicata qualche giorno fa, nelle pagine economiche, la notizia che dal 30 aprile prossimo ogni assegno bancario, circolare, postale e ogni vaglia postale o cambiario lasciato “trasferibile” sarà soggetto a una tassa di 1,50 euro e dovrà riportare il codice fiscale di ogni “girante”. Per evitare questo nuovo balzello, bisognerà ricordarsi di scriverci “non trasferibile”. La norma risale a una direttiva europea, impartita per scoraggiare l’impiego del sistema finanziario “a scopi di riciclaggio e di terrorismo”, che non prevedeva alcuna tassa: il balzello per mantenere la “trasferibilità” dell’assegno – tutto italiano – è stato una pensata del governo. Evidentemente impegnato non solo a combattere riciclaggio e terrorismo, ma anche a raccattare spiccioli ovunque possibile. Basterebbe questo a far arricciare il naso a tanti, ma c’è un altro piccolo dettaglio che lascia ancora più sconcertati. Il provvedimento risale a un decreto legislativo approvato il 21 novembre 2007. Era conosciuto (forse) dai commercialisti e dai bancari, non dai milioni di italiani che usano quotidianamente assegni e vaglia ma non sono tutti commercialisti e bancari. Infatti, dopo quattro mesi di gestazione nel segreto grembo degli addetti ai lavori, la notizia della “tassa sull’assegno” ha visto la luce a livello popolare soltanto qualche giorno fa. E non per iniziativa dell’Amministrazione pubblica, ma per merito di un’associazione di consumatori. Per la serie: l’Italia è una Repubblica fondata sul volontariato. Può considerarsi evoluto, moderno, democratico, per non dire civile, un paese in cui lo Stato fa così poco per informare, tempestivamente ed efficacemente, i cittadini anche su questioni di grande rilevanza popolare, come l’uso di assegni e vaglia? Non sono in molti a domandarselo, perché la cultura della trasparenza e del diritto alla trasparenza non ha in Italia le antiche e solide basi che vanta altrove. Se ne ha conferma da un interessante "Focus” pubblicato di recente dal “Corriere della Sera” sul tema: Stato digitale, rivoluzione a metà – Burocrazia, fisco, sanità: vantaggi e occasioni mancate”. Vi si ricordano i meriti dell’ex ministro Franco Bassanini, che introdusse il “registro digitale delle imprese” e quelli della ministra Linda Lanzillotta (moglie di Bassanini) che “ha concentrato le risorse su pochi progetti innovativi, come la infomobilità (?) e la misurazione della customer satisfaction”. Si ricorda che il progetto di aggregazioni multi-comunali dell’ex ministro Stanca ebbe “risultati modesti perché pochi Comuni creano innovazione”. Si segnala che “se l’e-government non decolla, non è soltanto per inadeguatezza di fondi, ma anche per la “frammentazione delle competenze” e la riluttanza delle quattro scuole di formazione per manager pubblici a unificarsi. Si calcola, infine, che il “cartaceo” nella pubblica amministrazione (10 miliardi di pagine ogni anno) ci costa il 2 per cento del Pil. C’era quasi tutto, nell’ottima inchiesta di Edoardo Segantini: ma solo nell’ottica del risparmio e dell’efficienza. Il lato trasparenza amministrativa e quotidiana, facile, chiara, accessibile informazione a cittadini, non vi è stato esplorato. Omissione del tutto coerente con la imbarazzante tradizione di un paese in cui il diritto dei cittadini a sapere, a capire, a controllare non ha, in pratica, alcun peso. Un valore astratto, inconsistente ancorché esistente, che non mette conto di considerare. Perciò trasparenza e informazione non sono aspetti contemplati – neanche da un giornale – in una ricognizione sul tardivo e avversato sviluppo dello “Stato digitale”. Osservate, del resto, i temi della campagna elettorale: non c’è un leader che non dico ne faccia un cavallo di battaglia, ma almeno ne parli, gli dedichi un sia pur fuggevole accenno. Ricordo che solo a Walter Veltroni, a “Porta a Porta”, è sfuggito un “tutto pubblico, bisogna che tutto sia pubblico”. Tutto, che cosa? Pubblico, come? Campagna elettorale Si accolgono, anzi: si invocano chiarimenti. Si chiedono segnalazioni documentate di leader che abbiano toccato in questa campagna elettorale il tema della trasparenza della pubblica amministrazione, dal piccolissimo Comune allo Stato, e del diritto dei cittadini ad accedere facilmente a documenti che li informino con documenti chiari certi univoci su come vengono spesi i loro soldi. Pubblicheremo su questa newsletter chiarimenti e segnalazioni. Trarrebbe grande vantaggio elettorale chiunque annunciasse il varo di una Legge, non bisognosa di onerose coperture finanziarie, semplicissima, essenzialmente espressa – dopo adattamento ai limiti costituzionali – in queste poche righe: “Tutti i soggetti di diritto pubblico o di diritto privato ma finanziati con fondi di provenienza pubblica sono obbligati a mettere in rete (internet) entro 48 ore dopo l’approvazione i bilanci redatti secondo le norme Ipsas. L’inadempimento costituisce reato”. A chi, spaventato, dovesse obiettare che non si può fare, rispondete che non ha gran senso “rappresentare il popolo” in un paese che non mette a disposizione del popolo, su internet, neanche il bilancio dello Stato.
Questione taxi: tre ipotesi per trovare una soluzione
dic 5th, 2007 • Categoria: Costume e Cultura, Diritto e giustizia, Istituzioni
Compromessi e provvedimenti occasionali non bastano. I cittadini non possono essere paralizzati da blocchi inaccettabili e i tassisti hanno bisogno di certezze a lungo termine. Gli scioperi nel settore dei trasporti pubblici non sono una pratica esclusivamente italiana: anche la Francia ha dovuto sopportarne uno, molto pesante, nelle settimane scorse. Rappresentano invece un’anomalia quasi esclusivamente italiana gli scioperi dei taxi, improvvisi e paralizzanti: come l’ultimo imposto alla città di Roma. In quanto diritto costituzionalmente garantito, lo sciopero non dovrebbe essere considerato una anomalia. Ma lo appare, quando risulta effetto di soluzioni, prassi e interventi manifestamente estranei a ogni logica normalità. Come, per esempio, la pretesa di normare a livello nazionale una materia che è tuttora di esclusiva pertinenza municipale: la concessione delle licenze. Come la rassegnata accettazione di scioperi senza impegni di preavviso e salvaguardia di servizio minimo, assunti da qualificati e responsabili rappresentanti della categoria.
Come il blocco della circolazione nei centri cittadini e il picchettaggio violento, reati perseguibili a norma di legge ma quasi mai perseguiti (l’azione penale è obbligatoria?) per un senso di indulgenza sociale che di fatto trasferisce la sanzione dal reo alla vittima.
Anomalo è anche il sistema di trascinare all’infinito un problema senza risolverlo, ma solo arginandone al momento le falle con misure temporanee, provvedimenti spot e compromessi di dubbia efficacia. Si avverte una mancanza di proposte per soluzioni di fondo, più attuabili di quelle formulate dal ministro Bersani nella prima “lenzuolata” di riforme.
Qualche esempio. Primo: lasciare le competenze municipali sul servizio taxi per quanto riguarda turni, tariffe e altre norme di specificità locale, ma vincolarle a un “quadro di indirizzi” nazionale per quanto riguarda le garanzie dovute al passeggero (caratteristiche dell’auto usata, obblighi di servizio, modalità di sciopero eccetera). Secondo: vendita all’asta con valorebase prefissato delle licenze di nuova emissione, prevedendo la devoluzione dei ricavi in quota ai titolari di licenze già in servizio. Sarebbe una forma di parziale indennizzo ai tassisti in servizio per l’eventuale riduzione di ricavi inizialmente provocata dall’arrivo dei nuovi concorrenti. Terzo: se si ritiene che si va – anche per effetto della integrazione europea – verso una liberalizzazione completa del servizio taxi e quindi verso un’abolizione delle licenze, potrebbe essere studiato un piano, preannunciando la fine del regime licenze per il 2017 o 2020 (esempio). Annunciando con largo anticip provvedimenti che favoriscono, sì, la collettività, ma danneggiano anche alcune categorie, si permette a queste ultime di prendere decisioni che, ammortizzando il danno su un tempo lungo, lo rende più accettabile. Naturalmente, non sono che tre esempi. Tecnici e politici potrebbero trovarne di migliori, ma dovrebbero cominciare a pensarci. Sarebbe anche questo un contributo alla cultura della trasparenza e delle regole chiare. Sennò anche questo dei taxi, come tanti problemi italiani, non potendo essere risolto da un giorno all’altro, finisce per non essere risolto mai.