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Timestamp: 2020-08-09 18:02:19+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 12535 del 17/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12535 del 17/06/2016
Cassazione civile sez. III, 17/06/2016, (ud. 17/03/2016, dep. 17/06/2016), n.12535
sul ricorso 24176-2012 proposto da:
F.N. (OMISSIS), domiciliato in ROMA, VIA S.
TOMMASO D’AQUINO 116, presso lo studio dell’avvocato CARLO
BORELLO, che lo rappresenta e difende giusta procura notarile;
F.R., elettivamentedomiciliata in ROMA, VIA CARLO
POMA 4, presso lo studio dell’avvocato EDOARDO TORALDO,
rappresentato e difeso dall’avvocato ALESSANDRO PALASCIANO giusta
avverso la sentenza n. 910/2011 della CORTE D’APPELLO di CATANZARO,
udito l’Avvocato DELLOMONACO DOMENICO per delega;
F.A. ricorre per cassazione, articolando tre motivi, avverso la sentenza n. 910 del 19.09.2011 con la quale la Corte di appello di Catanzaro ha confermato la sentenza del Tribunale di Catanzaro in data 25.03.2006 di rigetto della domanda di riscatto ex L. n. 392 del 1978, artt. 38 e 39 proposta dall’odierno ricorrente nei confronti di F.R. relativamente all’immobile, locale di 28 mq, sito in (OMISSIS), che la convenuta aveva acquistato da Vincenzo F. con atto per notar M. del 8 maggio 1978.
Ha resistito F.R., depositando controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.
1. La Corte di appello – premesso che sin dagli anni cinquanta, in cui era di proprietà comune dei fratelli F., il locale contestato era utilizzato da F.A. per l’esercizio della sua attività di bar-sala biliardo – ha escluso che fosse stata raggiunta la prova dei presupposti per l’esercizio da parte dell’odierno ricorrente del diritto di prelazione e di quello, succedaneo, di riscatto. In particolare ha osservato che non risultava dimostrato che, successivamente alla divisione e all’assegnazione del locale in proprietà esclusiva a F. V. giusta atto per notar Stanizzi del 20 agosto 1974, fosse intercorso un rapporto di locazione tra i due fratelli A. e V. e che, al momento dell’acquisto da parte di F. R., il primo detenesse in locazione l’immobile.
1.1. Con il primo motivo di ricorso si denuncia omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, delle prove testimoniali e dei documenti ed omessa illegittima ammissione di mezzi di prova (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5). Secondo parte ricorrente la Corte di appello non avrebbe spiegato per quale motivo il rifiuto immotivato del canone da parte di F.V. valeva ad escludere la prova dell’esistenza del rapporto di locazione; inoltre la decisione sarebbe contraddittoria per avere rinvenuto nella deposizione di M.R.A. la conferma dell’esistenza del rapporto di locazione nell’anno 1975 senza trarne le logiche conseguenze per gli anni successivi.
1.2. Con il secondo motivo di ricorso si denuncia violazione della L. n. 392 del 1978, artt. 38 e 39 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3), sul presupposto che la ricostruzione delle risultanze istruttorie avrebbe dovuto comportare il riconoscimento dell’esistenza del rapporto di locazione, non essendo intervenuta alcuna risoluzione dal contratto, confermato, quantomeno per l’anno 1975, dalla teste M..
2. I suddetti motivi, da esaminarsi congiuntamente per la stretta connessione delle censure, sono sostanzialmente ripetitivi di argomentazioni già adeguatamente esaminate dai giudici di appello, risultando, peraltro, prospettati sulla base di uno (strumentale) travisamento delle valutazioni espresse dagli stessi giudici.
Va qui ribadito che in materia di prova il sindacato di legittimità non può investire il risultato ricostruttivo in sè, affidato al libero apprezzamento del giudice del merito, al quale sono riservate l’individuazione delle fonti del proprio convincimento e, all’uopo, la valutazione delle prove, il controllo della relativa attendibilità e concludenza, nonchè la scelta, tra le risultanze probatorie, di quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (ex plurimis, Cass. Sez. Unite, 22 maggio 2013, n. 13175), risultando la cognizione della Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 (nel testo qui applicabile ratione temporis anteriore alla novella di cui al D.L. n. 83 del 2012 conv.
in L. n. 134 del 2012) circoscritta alla coerenza e congruità logica delle argomentazioni poste dal decidente a fondamento della pronuncia (ex plurimis Cass. 13 settembre 2013, n. 20973).
Ne consegue che non può dirsi sussistente un vizio di motivazione solo perchè il giudice non abbia preso in esame, nella motivazione della sentenza, alcune fonti di prova: infatti il giudice di merito, al fine di adempiere all’obbligo della motivazione, non è tenuto a valutare singolarmente tutte le risultanze processuali e a confutare tutte le argomentazioni prospettate dalle parti, ma è invece sufficiente che, dopo avere vagliato le une e le altre nel loro complesso, indichi gli elementi sui quali intende fondare il proprio convincimento, dovendosi ritenere disattesi, per implicito, tutti gli altri rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata. Ove il giudice di merito faccia ciò, la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione del giudice del merito.
In particolare, ai fini della adeguata motivazione della sentenza, secondo le indicazioni desumibili dal combinato disposto dell’art. 132 c.p.c., coma 2, n. 5, degli artt. 115 e 116 c.p.c., è necessario che il raggiunto convincimento del giudice risulti da un esame logico e coerente di quelle che, tra le prospettazioni delle parti e le emergenze istruttorie, siano state ritenute di per sè sole idonee e sufficienti a giustificarlo, mentre non si deve dare conto dell’esito dell’esame di tutte le prove prospettate o comunque acquisite (in termini, ad esempio, Cass. 4 marzo 2011, n. 5241 nonchè Cass. 12 aprile 2011, n. 8294; Cass. 28 ottobre 2009, n. 22801; Cass. 27 luglio 2006, n. 17145).
In definitiva è necessario (e sufficiente) che il Giudice fornisca una motivazione logica dell’adottata decisione, evidenziando le prove ritenute idonee a suffragare la decisione assunta. Tali aspetti del giudizio, infatti, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi dell’iter formativo di tale convincimento, rilevanti in sede di ricorso ex art. 360 c.p.c.. Diversamente il motivo di ricorso per cassazione si risolverebbe in un’inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, id est di una nuova pronunzia sul fatto, estranea alla natura e alle finalità del giudizio di legittimità (Cass. 27 ottobre 2006, n. 23087).
2.1. Orbene, nel caso di specie, la Corte territoriale peraltro, confermando valutazioni già espresse in prime cure ha dato conto in termini più che adeguati delle conclusioni cui è pervenuta in ordine al difetto di prova di un rapporto di locazione anteriore all’acquisto, che avrebbe legittimato l’esercizio del retratto, segnatamente evidenziando:
vuoi l’inconferenza delle numerose distinte di invio di somme a F.R. prodotte dal retraente, così come degli attestati di versamenti in conto cointestato alla medesima, eseguiti a partire dal momento in cui l’acquirente aveva cominciato a rifiutare i pagamenti; e ciò in quanto siffatti pagamenti si riferivano al periodo successivo all’acquisto (1979) per cui era stato esercitato il retratto, risultando assolutamente inidonei a documentare l’esistenza, prima di tale data, di un rapporto di locazione tra F.A. e F.V., l’unico rilevante ai fini dell’esercizio del diritto in questione;
vuoi l’inesistenza di elementi da cui desumere la conclusione anche tacita del rapporto di locazione nel periodo antecedente all’acquisto oggetto del retratto e, in definitiva, l’assenza di prove del pagamento dei canoni di locazione nel periodo 1975/1979, stante l’inidoneità a tali effetti delle poche distinte di vaglia postali, riferibili a tale periodo, indirizzate dall’odierno ricorrente al fratello V., perchè detti vaglia risultavano tutti rifiutati e rimessi al mittente;
vuoi l’insufficienza degli elementi desumibili dalla deposizione della teste M., secondo cui il cognato F.A. “pagava l’affitto al fratello F.V. che era proprietario del vano”; e ciò perchè – a prescindere dalla circostanza che la testimone aveva ammesso di aver lavorato nel bar del cognato sino all’anno 1975 e non aveva spiegato quale fosse la fonte delle proprie conoscenze per i fatti successivi a tale data –
l’affermazione, secondo cui F.A. “pagava l’affitto al fratello”, era oggettivamente smentita dal rifiuto da parte del destinatario delle somme inviate a tale titolo, di tal chè la deposizione testimoniale si prestava al più ad essere intesa nel senso che l’occupante inviava i versamenti al fratello, tentando di farli accettare, senza fornire alcun apporto ai fini della prova dell’esistenza del rapporto locativo.
La decisione censurata appare, così, affidata ad una coordinata e selettiva valorizzazione delle risultanze procedimentali complessivamente considerate, costituente frutto di un’operazione riservata al giudice di merito, che, in quanto esente da aspetti di devianza da norme e da principi di diritto – ed anzi pienamente aderente al criterio del prudente apprezzamento di cui all’art. 116 c.p.c. – ed immune altresì da vizi di illogicità o contraddittorietà, si sottrae a sindacato nella presente sede, nella quale non può trovare ingresso l’aspirazione della parte ricorrente a vederla sostituita con altra fondata su diverso risultato ritenuto più rispondente all’interesse della medesima.
3. Con il terzo motivo di ricorso si denuncia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 omessa pronuncia in motivazione sulla divergenza tra quanto dichiarato dal GOA e altra sentenza pronunciata tra le parti (la n. 1288 del 2006 del Tribunale di Catanzaro) che aveva definito un giudizio di divisione tra le stesse parti. Al riguardo parte ricorrente lamenta che la Corte territoriale non abbia motivato sul terzo motivo di appello con cui si deduceva che, nella sentenza pronunciata in sede di divisione, si dava atto che “risulta(va) essere stato stipulato un contratto di locazione commerciale che non risulta(va) risolto, annullato o estinto” relativamente al locale E);
in tal modo, aderendo ad un diverso avviso, i Giudici di appello avrebbero creato le premesse per un contrasto di giudicati.
3.1. Il motivo è inammissibile sotto vari profili: innanzitutto per l’erronea tipologia di vizio, giacchè, risolvendosi, la censura nella deduzione del vizio di omessa pronuncia, la questione andava denunciata con apposito motivo in relazione all’art. 112 c.p.c. e art. 360 c.p.c., n. 4 o comunque con univoco riferimento alla nullità della decisione derivante dalla relativa omissione (cfr.
Cass. Sez. Un. 24 luglio 2013, n. 17931); inoltre, per violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 4, quale espressione del principio dell’autosufficienza, giacchè il ricorrente non indica gli esatti termini con cui formulò la censura e, in particolare, se si concretò in un’eccezione di giudicato; infine – e in via assolutamente dirimente – perchè dalle scarne indicazione fornite dal ricorrente non risulta nè che l’immobile di cui si parla nella sentenza di divisione del 2006 è lo stesso assegnato (nel 1974) in proprietà esclusiva a F.V., nè tantomeno se la questione dell’esistenza del rapporto di locazione abbia costituito un punto della decisione (di divisione) su cui si è formato il giudicato.
La Corte rigetta il ricorso e condanna parte ricorrente al rimborso delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in Euro 7.800,00 (di cui Euro 200,00 per esborsi) oltre accessori come per legge e contributo spese generali.