Source: http://www.andreasironi.it/la-costituzione-italiana.html
Timestamp: 2015-05-24 13:02:17+00:00
Document Index: 68728443

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 19', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 138', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 612', 'sentenza ']

La Costituzione Italiana - Riflessioni sparse a Sinistra
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Si sente spesso parlare di “Costituzione”, specialmente in questa epoca di disordine politico e sociale.
Questo termine cosa rappresenta? Cos’è di preciso la “Costituzione”? Cosa significa?
Impariamola, di seguito, periodicamente, verranno pubblicati tutti gli articoli che compongono la nostra Carta Costituzionale.
COMMENTO: Il principio democratico e il principio lavorista – Con il referendum del 2 giugno 1946, il popolo italiano ha scelto la forma di governo repubblicana, facendo cadere la Monarchia Sabauda. I membri dell’Assemblea costituente, intenzionati a lasciarsi alle spalle l’esperienza dello Stato autoritario fascista, hanno immediatamente affermato la centralità dell’uomo e del principio democratico, riconoscendo a ogni individuo l’eguale diritto di prendere parte, in condizione di parità con gli altri, alla vita politica, economica e sociale. 22 Dicembre 1947.
Una Repubblica democratica. L’espressione «Repubblica democratica» indica una forma di governo in cui, a differenza della Monarchia, tutte le cariche pubbliche, compresa quella del Capo dello Stato, sono espressione – diretta o indiretta – del consenso del popolo che è l’esclusivo titolare del potere sociale di solito denominato «sovranità». La Costituzione prevede due forme attraverso cui realizzare la partecipazione del popolo al governo dello Stato e rendere, così, operante il principio della sovranità popolare: – la democrazia rappresentativa, in cui il corpo elettorale – i cittadini maggiorenni – la democrazia diretta, che consente un coinvolgimento più immediato dei cittadini nelle decisioni che riguardano tutta la collettività, come nel caso del referendum abrogativo, tramite il quale gli elettori si pronunciano direttamente sull’eventuale abrogazione di una legge vigente o di una parte di essa.
Una Repubblica fondata sul lavoro. L’altro principio distintivo della nostra forma di Stato è quello lavorista: il lavoro è il fondamento sociale della Repubblica, è il valore basilare della vita collettiva. Affermare che la nostra è una Repubblica fondata sul lavoro significa che è compito dello Stato perseguire una politica di promozione e tutela di ogni attività lavorativa. Il lavoro rappresenta, dunque, non solo un mezzo di affermazione del singolo e della sua personalità, ma anche uno strumento di progresso materiale e sociale, un diritto-dovere dell’individuo.
Uno Stato di diritto. In un’espressione riportata nell’ultimo comma dell’articolo 1 si afferma che il popolo deve esercitare la sovranità, intesa quale potere supremo di governo, «nelle forme e nei limiti della Costituzione». Questa regola connota il nostro ordinamento come Stato di diritto, in cui sia i cittadini sia i pubblici poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario) anche se eletti dal popolo sono sempre tenuti al rispetto della Costituzione, ai suoi principi e ai diritti inviolabili da essa sanciti. Con il superamento dello Stato assoluto e il riconoscimento dei diritti dell’uomo e del cittadino, nasce lo Stato di diritto, caratterizzato dall’assoggettamento alle norme giuridiche di tutti gli individui che vivono sul suo territorio e di tutti gli organi dell’ordinamento, compreso il monarca. Tutti i poteri sono attribuiti, regolati e limitati dal diritto (principio di legalità), la cui fonte primaria è rappresentata dalla legge votata dal Parlamento; anche il governo e i giudici devono sempre rispettare le leggi emanate dai diretti rappresentanti del popolo. Nello Stato di diritto si realizza il famoso principio della divisione dei poteri, con il potere legislativo (Parlamento) chiamato a formulare le regole della civile convivenza, il potere esecutivo (Governo) ad attuarle in concreto e quello giudiziario (Magistratura) a valutare la conformità ad esse dei comportamenti effettivi dei consociati e dei pubblici poteri.
COMMENTO: La tutela della dignità della persona – L’articolo 2 garantisce la copertura costituzionale dei diritti inviolabili dell’uomo, attraverso i quali la persona umana può affermare la propria libertà e autonomia. Tali diritti sono connaturati alla persona, preesistono allo Stato, che non li concede ma ne riconosce l’essenzialità e la preminenza su tutti gli altri diritti e si impegna ad assicurarne un’efficace protezione. Per il loro carattere di appartenenza originaria alla sfera più intima e personale dell’uomo, i diritti fondamentali sono definiti «inviolabili» perché: – sono irrinunciabili, inalienabili, intrasmissibili e imprescrivibili, rappresentando quasi una «seconda pelle» per l’individuo; – sono insopprimibili, ed il loro esercizio non può essere limitato dai pubblici poteri se non temporaneamente e con il rispetto di precise garanzie enunciate dalla Costituzione; – riguardano non solo i cittadini ma, in molti casi, anche gli stranieri, considerati prima come individui e poi come non-cittadini.
La stessa Costituzione usa l’espressione «tutti» con riferimento a molte delle libertà fondamentali, senza distinzione di razza o di cittadinanza. Non dimentichiamo, infatti, che l’Italia ha aderito a numerosi trattati internazionali che riconoscono e tutelano i diritti fondamentali di tutti gli esseri umani, a prescindere dalla loro nazionalità. Si noti, comunque, che le Costituzioni contemporanee – pur ispirandosi ai principi liberali, che riconoscevano l’inviolabilità della sfera delle libertà individuali – promuovono un’immagine nuova dell’individuo, più consona ai progressi sociali. Pensiamo al diritto di proprietà. Nelle Costituzioni degli Stati liberali era considerato, al pari della libertà individuale, un diritto innato della persona, mentre nell’ordinamento vigente ha perso la qualità di diritto inviolabile e riceve una tutela secondaria rispetto alle libertà civili. In compenso, accanto ai diritti dell’individuo che tendono ad assicurare condizioni minime e decorose di esistenza (ad esempio, il diritto al lavoro o alla salute), nascono altri diritti rivolti all’affermazione di una persona più emancipata e libera dal bisogno materiale (come il diritto alla casa, alla privacy, alla tutela dell’ambiente, all’identità sessuale) che pur non espressamente previsti dalla Costituzione disegnano una nuova e più avanzata tutela della «persona umana» che non può più essere ignorata (cd. nuovi diritti).
La persona, dunque, si colloca al vertice dei valori riconosciuti dall’ordinamento giuridico: è questo il principio personalista, presente in tutte le Costituzioni dei Paesi democratici. Proseguendo nella lettura dell’articolo 2 riscontriamo la volontà dei Costituenti di tutelare la persona non solo nella sua dimensione individuale, ma anche in quella sociale. La Costituzione, cancellando ogni retaggio del passato, non considera più l’individuo separato dalla comunità o suddito dell’onnipotenza dello Stato (come affermavano il pensiero politico liberale e l’ideologia fascista), ma lo inserisce nella rete dei rapporti sociali, al cui interno debbono maturare le condizioni per lo sviluppo della sua personalità.
Alle formazioni sociali (composte da individui liberamente aggregati) è riconosciuto un ruolo essenziale nella crescita dell’individuo: famiglia, scuola, partiti politici, sindacati, comunità religiose e tutte quelle strutture di tipo associativo (dette anche «corpi intermedi») impegnate nella tutela della sfera sociale dell’individuo.
Nella parte finale dell’articolo 2 viene affermato il principio solidarista, che impone ai cittadini una serie di prestazioni e comportamenti il cui adempimento è necessario per il benessere della comunità e che costituiscono la categoria dei «doveri inderogabili» dell’individuo. Si tratta di una serie di doveri di natura politica, economica e sociale, alla cui attuazione nessuno può sottrarsi, come il dovere di difendere la patria o di contribuire alle spese pubbliche.
COMMENTO: L’uguaglianza dei cittadini – L’articolo 3 può essere definito il nucleo della Costituzione, in quanto sancisce il fondamentale principio di uguaglianza. In particolare, l’art. 3, al primo comma afferma il principio della pari dignità sociale intesa quale diritto di ognuno a essere trattato e riconosciuto come uomo, da uomini suoi pari, in ogni rapporto sociale in cui si viene a trovare.
La dignità costituisce un valore costituzionale primario, a prescindere da qualsivoglia condizione economica e sociale, in virtù del primato riconosciuto all’essere umano di fronte allo Stato e alle istituzioni. In questo senso, si comprende il principio di uguaglianza davanti alla legge che impone a tutti, compresi coloro che detengono il potere, di osservare la legge, vietando qualsiasi forma di discriminazione e dettando le principali «cause discriminatrici» (sesso, razza, lingua etc.). Tale principio fondamentale, che costituisce la pietra miliare di ogni democrazia, è stato minacciato con la presentazione del cd. «lodo Alfano» (L. 124/2008) che sancisce per le Alte cariche dello Stato (Presidente della Repubblica, del Senato, della Camera, del Consiglio), finché dura il loro mandato, la sospensione temporanea dei processi penali e di qualsiasi azione giudiziaria. La Corte costituzionale il 7 ottobre 2009 ha dichiarato l’incostituzionalità della L. 124/2008, facendo cadere quel privilegio e facendo venir meno il pericoloso principio che «chi governa è intoccabile».
Il principio di uguaglianza non si traduce in assoluta parità di trattamento: trattare allo stesso modo situazioni obiettivamente differenti significherebbe creare discriminazioni nei confronti di quei soggetti che hanno bisogno di una maggiore tutela rispetto ad altri. Pensiamo a persone in condizioni economiche disagiate, con un minor grado di istruzione, con handicap fisici o psichici. Se lo Stato non interviene con apposite norme per correggere tali disuguaglianze, alcuni soggetti saranno posti in una situazione di inferiorità e si genereranno forme di discriminazione lesive del pieno sviluppo della persona umana. Il compito di diversificare le norme in certi casi e riguardo ad alcune categorie di persone spetta al legislatore, il quale, però, nel valutare la diversità delle situazioni, deve attenersi al criterio della ragionevolezza delle leggi, cioè fornire logiche giustificazioni alla disparità di trattamento fra i cittadini. Ad esempio, la legge non consente alle donne e ai minori di lavorare in miniera: questa prescrizione apparentemente limita la loro capacità lavorativa, creando una disuguaglianza rispetto ai lavoratori di sesso maschile. In realtà, trova piena e ragionevole giustificazione nella tutela della potenziale maternità e della salubre crescita dei fanciulli, impedendo l’assunzione delle donne e dei minori per i lavori considerati insalubri.
In conclusione, l’art. 3 sancisce un principio di uguaglianza formale, inteso nella duplice accezione dell’uguaglianza dinanzi alla legge, per cui nessuno può ergersi al di sopra della legge facendo valere presunte superiorità o differenze sociali, e dell’uguaglianza nella legge, per cui al legislatore è posto il divieto di emanare leggi che contengano discriminazioni fondate su diverse qualificazioni personali espressamente previste dalla Costituzione: sesso, razza, lingua, religione, opinione politica, condizione sociale. Al tempo stesso, per non far cadere nel vuoto il principio di eguaglianza formale, viene sancito e auspicato l’impegno dello Stato a creare la condizione di uguaglianza sostanziale, giacché la Costituzione affida alla Repubblica il compito di intervenire per rimuovere ostacoli e disparità, affinché tutti i cittadini siano posti nelle condizioni di realizzare pienamente se stessi e le proprie aspirazioni nella vita politica, economica e sociale del paese. A ciò tendono alcune misure, come le borse di studio che lo Stato mette a disposizione dei giovani, capaci e meritevoli, privi di mezzi economici sufficienti per proseguire negli studi.
COMMENTO: Il diritto al lavoro – Il lavoro costituisce la fonte di sostentamento dell’individuo ed è perciò il mezzo indispensabile per consentire a ciascuno di affermare la propria indipendenza e autonomia. L’articolo 4 riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e sancisce l’impegno della Repubblica nel creare le condizioni per renderlo effettivo.
Il diritto al lavoro, tuttavia, non va inteso quale pretesa dell’individuo a ottenere dallo Stato un posto di lavoro, ma come divieto per lo Stato di prevedere norme che limitino la libertà di esercitare qualsiasi attività lavorativa. Allo stesso tempo lo Stato assume l’impegno di farsi carico di una serie di obiettivi che devono caratterizzare la sua politica (massima occupazione, politiche di sviluppo etc.) per favorire la crescita di tutti i lavoratori (dipendenti, autonomi) in tutti i campi.
Il diritto al lavoro, però, corrisponde anche al «dovere» di lavorare, il che non significa che la Costituzione costringe il cittadino a lavorare, né restringe la libertà di scegliere l’attività da svolgere, ma esprime il monito agli individui a non ricorrere a forme di «parassitismo economico e sociale» vivendo, ad esempio, di rendita. Incontriamo anche in questo articolo il principio di solidarietà, che impone a tutti coloro che ne hanno la possibilità o i mezzi di dare il loro contributo lavorativo per la crescita della collettività in qualsiasi modo. Per rendere effettivo questo diritto che va incontro anche a coloro che non possono svolgere attività lavorative (per raggiunti limiti di età, menomazioni psico-fisiche) sono sorti, a carico dello Stato, gli istituti di assistenza e previdenza sociale, per la tutela di coloro che siano privi di mezzi per potersi sostenere o inabili al lavoro.
Lo Stato provvede all’assistenza sociale di tutti coloro che dispongono di un reddito inferiore a un limite prefissato e che, a causa dell’età avanzata, di problemi fisici o mentali, non sono in grado di svolgere un’attività lavorativa. Tale tutela viene attuata soprattutto attraverso prestazioni periodiche di tipo pensionistico, come, ad esempio, le pensioni ai cittadini mutilati o invalidi civili. Il sistema della previdenza sociale, al contrario dell’assistenza, si rivolge ai soli lavoratori e si basa su un meccanismo obbligatorio di accantonamenti di una parte del loro reddito, in «previsione» di determinate necessità future (vecchiaia, invalidità totale o parziale, mantenimento del coniuge e dei figli minori in caso di morte). Nella pratica, i datori di lavoro versano, per i lavoratori alle loro dipendenze, determinate somme di danaro — il cui importo è stabilito dalla legge — presso gli istituti previdenziali, che sono tenuti a corrispondere ai lavoratori prestazioni economiche (indennità e pensioni) e sanitarie, nel momento in cui si verificano eventi che impediscano loro di provvedere a sé e alla propria famiglia.
COMMENTO: Unità nazionale e autonomie locali – Tra le varie forme di Stato, tradizionalmente, si distingue lo Stato unitario dallo Stato federale. Il primo è uno Stato in cui un unico governo sovrano prende le decisioni a livello centrale e non esistono enti territoriali dotati di autonomia. Lo Stato federale è, invece, un’unione di Stati nella quale vi è uno Stato centrale o federale che esercita il potere in determinate materie di interesse generale, come la difesa o la politica estera, la tutela dell’ordine pubblico etc., lasciando ai singoli Stati membri le altre competenze (gli Stati Uniti d’America e la Germania sono, ad esempio, Stati federali).
Diverso da queste due forme di Stato è il modello italiano di Stato regionale, in cui alle comunità territoriali (Comuni, Province, Città metropolitane, Regioni) vengono riconosciute sfere di autonomia nel campo normativo, dell’amministrazione, Nell’articolo 5 l’Assemblea costituente, nel sancire prioritariamente il principio dell’unità e indivisibilità della Repubblica, ha affermato il principio autonomista, in base al quale le comunità locali (Comuni, Province, Regioni) hanno il diritto di regolamentare in maniera autonoma determinate materie più vicine agli interessi dei cittadini locali.
Negli ultimi anni il modello regionalistico è stato messo fortemente in discussione principalmente da alcuni movimenti autonomistici dell’Italia del Nord (la Lega) che auspicano la trasformazione dell’Italia in Stato federale talvolta fino a parlare di una secessione vera e propria del Nord. Per contenere le aspirazioni separatiste e, soprattutto, per permettere alle collettività locali di autogovernarsi e di soddisfare in maniera più snella ed efficiente interessi specifici locali, dal 1997, con le cosiddette leggi Bassanini (dal nome del ministro proponente), sono state attribuite alle Regioni e agli enti locali funzioni più ampie, anche in via esclusiva, che riguardano il territorio di loro competenza, ridimensionando notevolmente la sfera d’azione delle strutture statali centrali. Con le leggi Bassanini è stato introdotto nel nostro ordinamento il massimo grado di decentramento realizzabile con le leggi ordinarie, senza modifiche costituzionali (cosiddetto federalismo a Costituzione invariata). Successivamente al fine di accentuare ulteriormente le aspirazioni autonomistiche delle istituzioni locali nel 2001 è stato completamente modificato l’intero titolo V, parte II, della Costituzione (articoli 114-133), dedicato, appunto, a Regioni, Province e Comuni. La riforma ha riconosciuto più ampie competenze ai poteri locali e, fra l’altro, l’originaria sovranità delle Regioni, aprendo di fatto la via del federalismo.
COMMENTO: La tutela delle minoranze linguisitche – In Italia da anni cresce la presenza di comunità etniche di diversa provenienza. Si tratta di popolazioni stabilmente insediate sul nostro territorio da molti secoli e stimate intorno ai tre milioni e mezzo di abitanti: un numero considerevole di individui di cui la Costituzione si preoccupa allo scopo di conservarne e difenderne le tradizioni culturali e linguistiche.
L’articolo 6, in linea con il principio di uguaglianza sancito nell’articolo 3 e il principio pluralista stabilito nell’articolo 2, vieta qualsiasi discriminazione basata sulla diversità linguistica e tutela il patrimonio linguistico e culturale delle minoranze. L’impegno di tutelare le minoranze è un obbligo che ricade non soltanto sugli organi dello Stato centrale ma anche sugli enti territoriali (Regioni, Province e Comuni) in cui queste comunità risiedono.
In particolare, sono stati gli statuti delle Regioni speciali (Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Sicilia) i primi documenti ufficiali a predisporre una specifica disciplina a protezione di queste minoranze linguistiche, utilizzando due modelli: 1) il bilinguismo, con la possibilità di insegnare e utilizzare sia l’italiano sia la lingua materna. 2) il separatismo linguistico, con scuole differenziate e con l’utilizzo della propria lingua nei rapporti con l’autorità pubblica (ad esempio, nella redazione degli atti di un processo).
C’è da dire che, nonostante le affermazioni di principio, questi due modelli sono stati utilizzati solo per le minoranze più numerose, e cioè quella francofona presente in Valle d’Aosta e quella tedesca situata in Alto Adige.
Tuttavia la legge n. 482 del 1999 ha delineato i principi e i criteri per la tutela della lingua delle minoranze storiche (albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano e il sardo) a livello di scuole, università, amministrazioni pubbliche, favorendone la conoscenza, l’uso, la conservazione.
Nel febbraio 2001 è stata poi approvata una legge (L. 38/2001) per la tutela della lingua della minoranza slovena in Italia. Nelle città di Trieste, Gorizia e nella parte orientale della provincia di Udine, i circa ottantamila sloveni possono usare la loro lingua a scuola e, attraverso appositi sportelli e uffici, nei rapporti con la Pubblica amministrazione. Da tempo il problema si è ampliato anche in relazione alla crescita degli immigrati che, al contrario delle minoranze da tempo consolidate nel nostro paese, non sono cittadini italiani.
COMMENTO: I rapporti tra lo Stato e le confessioni religiose – La Costituzione configura espressamente Stato e Chiesa Cattolica come due ordinamenti autonomi e sovrani, relativamente ai fini che ciascuno di essi persegue, sebbene le norme delle due autorità tendano ad intersecarsi per la stessa identità che lega la comunità politica (civile) e quella religiosa. I rapporti fra i due ordinamenti sono regolati da accordi bilaterali, secondo il modello delle relazioni internazionali fra Stati, riconoscendo alla Chiesa sopranazionalità e universalità. I Patti Lateranensi e le successive modifiche I rapporti fra i due ordinamenti sono regolati attualmente dai Patti Lateranensi, sottoscritti l’11 febbraio 1929, e articolati in 3 distinti documenti: 1) il Trattato, che riconosceva soggettività internazionale allo Stato della Città del Vaticano e affermava il principio della religione cattolica quale religione ufficiale di Stato; 2) il Concordato, che riconosceva alla Chiesa il libero esercizio del potere spirituale e della giurisdizione ecclesiastica, regolava il matrimonio canonico cui si riconosceva automaticamente rilevanza civile, disciplinava gli edifici di culto e degli enti ecclesiastici; 3) la Convenzione finanziaria, che prevedeva un risarcimento (mai corrisposto) al Papa per la perdita dei territori dello Stato Pontificio occupati dal Regno d’Italia. Il 18 febbraio 1984 è stato sottoscritto un nuovo Accordo che prevedeva alcune modifiche ai patti Lateranensi: a) abrogazione del principio della religione di Stato (in contrasto con l’art. 3 Cost.) e affermazione della piena laicità dello Stato italiano; b) autonomia dell’organizzazione ecclesiastica (considerata una «formazione sociale», art. 2); c) abrogazione dei privilegi per gli enti ecclesiastici; d) nuova disciplina del matrimonio cattolico; e) superamento del principio in base al quale l’insegnamento della religione cattolica rappresenta il fondamento e il coronamento dell’istruzione pubblica, in ossequio al principio di laicità. Le «altre» confessioni religiose La Costituzione non ammette discriminazioni fondate sulla diversità di fede religiosa, né discipline di favore verso la Chiesa cattolica che, contrarie al principio di uguaglianza, si porrebbero in contrasto con il principio di laicità dello Stato. In altri termini, la Repubblica italiana, ispirandosi a un atteggiamento di neutralità, si impegna a tutelare senza distinzioni tutte le confessioni religiose. In questo senso, a partire dal 1984, fino al ’93, lo Stato italiano ha dato attuazione al principio del pluralismo confessionale, stipulando intese con differenti culti religiosi (Tavola valdese, Assemblee di Dio in Italia, Unione delle Chiese Cristiane Avventiste del 7° giorno, Unione Ebraiche italiane, Unione Cristiana Evangelica Battista, Chiesa evangelica Luterana in Italia).
COMMENTO: La tutela della cultura, della ricerca, del paesaggio e dell’ambiente – La Costituzione garantisce la massima libertà nella formazione della cultura e nella divulgazione del sapere, così come nello svolgimento dell’attività di ricerca, in contrapposizione alla politica seguita dal fascismo, che – attraverso l’imposizione della cultura di regime – tendeva all’appiattimento intellettuale dei sudditi. Innanzitutto è attribuita autonomia alle strutture sia pubbliche che private che lavorano per la crescita del patrimonio culturale e della ricerca: ad esempio, le Università godono di piena autonomia regolamentare, didattica e scientifica. In secondo luogo, è assicurata la libertà di espressione di coloro che promuovono a tutti i livelli la cultura (letterati, filosofi, autori di cinema e di teatro ecc.) nonché la libertà di insegnamento dei docenti riguardo agli indirizzi e agli orientamenti culturali che intendono seguire. Grande importanza riveste poi l’intervento dello Stato in favore della ricerca scientifica per conservare la competitività con i Paesi più avanzati a livello tecnologico. A tal fine è stato istituito il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca che gestisce appositi fondi. Il secondo comma dell’articolo 9 contiene un concetto – quello di «paesaggio» – che ha subìto nel corso del tempo una profonda evoluzione. Mentre nel recente passato tale termine indicava unicamente le «bellezze naturali», oggi tale nozione va interpretata nell’accezione molto più ampia di ambiente naturale così come modificato dall’opera non sempre positiva dell’uomo, che lo ha adattato alle proprie esigenze operando su di esso una serie di interventi (cd. antropizzazione) che molto spesso hanno profondamente minato la capacità rigenerativa dell’intero pianeta anche a causa della scarsa sensibilità verso i problemi ambientali da parte dello Stato e dei cittadini. I maggiori danni all’ambiente sono stati arrecati, nel nostro Paese, quando un’edificazione selvaggia, spesso abusiva o troppo permissiva, ha fatto scempio di un patrimonio naturale di inestimabili valore e bellezza: si è costruito senza tener conto di un efficace sistema di depurazione delle acque, le industrie hanno usato mari e fiumi come fogne in cui riversare i loro scarichi, l’agricoltura ha fatto un uso massiccio di pesticidi e fertilizzanti chimici inquinando l’atmosfera e il suolo. Il Parlamento italiano ha affrontato con molto ritardo il problema dell’inquinamento e della tutela ambientale, attraverso leggi che di volta in volta disciplinavano singoli settori (acqua, aria, rifiuti etc.) e spesso erano in contrasto tra loro. Soltanto con l’approvazione del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152 recante norme in materia ambientale (cd. Codice dell’ambiente, modif. dal D.Lgs. 4/2008 e dal D.Lgs. 128/2010) si è messo ordine nella disciplina. L’obiettivo principale di questo provvedimento è la promozione di un elevato livello di qualità della vita umana, da realizzare attraverso la salvaguardia ed il miglioramento delle condizioni dell’ambiente e l’utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali. Il Codice dell’Ambiente, composto da 318 articoli, è diviso in sei parti:
- la prima, dedicata alle disposizioni comuni e alle norme di principio;
- la seconda, relativa alle procedure per la valutazione ambientale strategica, per la valutazione di impatto ambientale e per l’autorizzazione ambientale integrata;
- la terza parte si incentra sulla difesa del suolo, sulla lotta alla desertificazione, sulla tutela delle acque e gestione delle risorse idriche;
- nella quarta viene esposta la disciplina riguardante la gestione dei rifiuti e la bonifica dei siti inquinati;
- nella quinta si affronta il tema della tutela dell’aria e della riduzione delle emissioni in atmosfera;
- nell’ultima, infine, trova regolamentazione la tutela risarcitoria contro i danni all’ambiente.
L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalle legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.
COMMENTO: L’Italia e la Comunità internazionale. Diritto di asilo ed estradizione – Il primo comma dell’articolo esprime la volontà della Repubblica di «aprirsi» alla Comunità internazionale, impegnandosi a rispettare le norme del diritto internazionale sia scritte che non scritte.
Il secondo comma, invece, detta le norme a tutela dello straniero residente in Italia, il cui trattamento può essere fissato soltanto dalla legge e non può essere meno favorevole di quanto previsto nelle norme di diritto internazionale, a garanzia dei principi umanitari e di solidarietà a tutela di tutti gli esseri umani.
Attualmente esistono nel nostro ordinamento due categorie di stranieri: 1) i cittadini di Stati appartenenti all’Unione europea, che godono di una tutela quasi del tutto parificata a quella dei cittadini italiani; 2) i cittadini di Stati non appartenenti all’Unione europea, che possono, invece, essere soggetti a restrizioni riguardanti il diritto di ingresso, soggiorno e permanenza nel nostro territorio. Con l’espressione norme del diritto internazionale generalmente riconosciute si fa riferimento alle norme consuetudinarie, cioè a regole di condotta non scritte, originate da comportamenti costantemente ripetuti nel tempo e accettati dai membri della Comunità internazionale (Stati e Organizzazioni internazionali). È importante distinguere tra diritto internazionale consuetudinario o generale, basato su norme non scritte, riconosciute e accettate in modo spontaneo dai membri della Comunità internazionale, che entrano a far parte dell’ordinamento nazionale automaticamente, e diritto internazionale o convenzionale particolare, basato su trattati tra Stati, detti anche convenzioni o accordi o patti, attraverso i quali i Paesi firmatari assumono e riconoscono reciprocamente obblighi o diritti. Tali norme, cosiddette «pattizie», si trasformano in norme di diritto interno solo in seguito all’approvazione di una legge nazionale che vi dia esecuzione.
Nell’ultima parte dell’articolo 10 si riafferma l’universalità di valori come la libertà, l’eguaglianza e la giustizia. Infatti, tali valori vengono estesi anche agli stranieri che non abbiano la possibilità di goderne nei loro Paesi. Ciò spiega il riconoscimento del diritto d’asilo, cioè del diritto dello straniero di soggiornare nel territorio italiano per sfuggire alle persecuzioni politiche del Paese di origine ed esercitare i diritti e le libertà sancite dalla Costituzione italiana e negate dallo Stato di appartenenza.
Negli ultimi tempi il governo italiano ha adottato la pratica di respingere gli immigrati, in virtù del diritto di presidiare e difendere il proprio territorio. Tuttavia, le modalità di respingimento adottate dal governo sollevano qualche dubbio di legittimità, sia in relazione all’art. 9quater del D.Lgs. 286/1998 modif. dalla L. 189/2002, che prevede che tali operazioni debbano avvenire «fuori dalle acque territoriali» ignorando così la condizione umana delle «persone» immigrate, sia in relazione all’art. 19 comma 2, che stabilisce il divieto di respingimento per «le donne in stato di gravidanza o nei sei mesi successivi alla nascita del figlio cui provvedono e i minori di anni di 18».
Un’altra forma di solidarietà di carattere umanitario a favore dei perseguitati politici è l’esclusione dell’estradizione per chi si è reso colpevole di reati politici, cioè quei reati commessi per opporsi a un regime non democratico. Uno straniero può essere estradato, vale a dire consegnato allo Stato di appartenenza, solo quando, anche se per motivi politici, si è macchiato del grave reato di genocidio che costituisce un grave «crimine contro l’umanità».
COMMENTO: Il ripudio della guerra - Questa norma sancisce il principio pacifista, solidarista e di giustizia universale che propugna il ripudio della guerra come strumento di offesa agli altri popoli e come modo di risolvere qualunque disaccordo, sia sul piano politico che su quello giuridico, tra gli Stati.
Non dimentichiamo che alla fine del 1945 l’Italia usciva stremata da una guerra in cui era stata trascinata dall’esasperato nazionalismo fascista e dall’alleanza con il regime nazista. Aspirazione comune a tutte le forze politiche rappresentate in Assemblea costituente era, quindi, la volontà che il nostro paese per il futuro non ripeterà i tragici errori del passato.
L’articolo 11 vieta, dunque, le guerre di aggressione, cioè quelle con le quali si lede l’indipendenza o l’integrità di un altro Stato, o si vuole imporre con la forza un ordinamento a un’altra popolazione. Ma si riferisce anche al divieto di intervenire militarmente in aiuto di un altro Stato che lotti, nel proprio territorio, contro un movimento di liberazione nazionale.
L’unico tipo di guerra ammesso è la legittima difesa per respingere un attacco armato che minacci l’esistenza e l’indipendenza politica di un popolo.
L’ultima parte della norma, nella quale si afferma che l’Italia promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte ad assicurare la pace tra le nazioni, fu pensata e scritta per consentire l’adesione dell’Italia alle Nazioni Unite, poiché si richiedeva, come condizione di ammissione, che lo Stato si fosse dichiarato «amante della pace».
La principale applicazione di tale disposizione è stata la legittimazione dell’adesione italiana alle Comunità europee, prima, e all’Unione europea, dopo.
A differenza di quanto avvenuto per altre Costituzioni di paesi europei (ad es. quella francese), però, l’art. 11 non ha subìto alcuna modifica per introdurre nel nostro ordinamento costituzionale una esplicita e specifica clausola europea. In pratica, l’art. 11 fornisce la copertura costituzionale alle leggi ordinarie di ratifica ed esecuzione dei trattati anche quando, invece, per la peculiarità e significatività dei contenuti, gli stessi meriterebbero il recepimento attraverso una legge costituzionale (art. 138 Cost.) o una più incisiva partecipazione diretta.
Il territorio, la sovranità e il popolo sono i tre elementi costitutivi dello Stato. Il territorio è lo spazio fisico su cui lo Stato esercita la sua sovranità. È costituito dalla terraferma e dalle acque interne (fiumi, laghi, mari interni) comprese entro i confini, dallo spazio aereo sovrastante, dal sottosuolo e da quel tratto di mare adiacente alle coste denominato «mare territoriale». La sovranità consiste nel diritto di ogni Stato di applicare le leggi nel proprio territorio e di farle osservare, escludendo qualsiasi ingerenza da parte di altri Stati. Il popolo è l’insieme dei cittadini dello Stato.
La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni. COMMENTO: La bandiera della Repubblica – In linea con le altre Carte costituzionali europee (Francia, Germania, Spagna), anche la Costituzione italiana contiene un articolo che descrive la bandiera e ne fissa gli elementi essenziali.
Con l’avvento della Costituzione repubblicana, infatti, la bandiera acquisisce una valenza simbolica differente da quella assunta nel regime fascista nel quale si identificava come simbolo esclusivo della sovranità nazionale di uno Stato che non riconosceva altri valori oltre quelli dei quali si faceva detentore e impositore, tanto che la legge n. 1085 del 1929 vietava l’esposizione di bandiere estere senza preventiva autorizzazione.
Il vessillo adottato dal Costituente (cd. tricolore italiano), ispirato al modello francese del 1790, è caratterizzato da tre fasce di uguali dimensioni che rappresentano i tre cardini (libertà, uguaglianza, solidarietà) costituenti la matrice comune degli Stati democratici.
Con la creazione dell’Unione europea, ciascun Stato membro espone oltre al vessillo nazionale la bandiera blu a stelle gialle dell’Unione europea.
In particolare, l’art. 2 della Legge 5 febbraio 1998, n. 22 dispone che la bandiera della Repubblica italiana e quella dell’Unione europea devono essere esposte all’esterno degli edifici ove hanno sede centrale gli organismi di diritto pubblico di seguito indicati, per il tempo in cui questi esercitano le rispettive funzioni e attività: a) gli organi costituzionali e di rilievo costituzionale, e comunque la sede del Governo allorché il Consiglio dei Ministri è riunito; b) i Ministeri; c) i consigli regionali, provinciali e comunali, in occasione delle riunioni degli stessi; d) gli uffici giudiziari; e) le scuole e le università statali.
La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dall’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.
COMMENTO: La libertà personale - È emblematico e significativo che la libertà personale apra la prima parte della Costituzione, dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini.
La possibilità di disporre della propria persona è storicamente la condizione indispensabile per poter godere di qualsiasi altra libertà. Come potrebbe un individuo ricattato dall’incubo di arresti arbitrari, percosse e torture, liberamente riunirsi, votare, corrispondere, comunicare il proprio pensiero? La libertà personale, come tutti i diritti di libertà, è un diritto inviolabile dell’individuo, nasce con la persona e pertanto non è concessa, ma soltanto riconosciuta e tutelata dallo Stato. Essa deve essere intesa come il diritto di ogni persona a non subire imposizioni che impediscano o limitino le sue azioni o i suoi movimenti ma va interpretata anche come libertà morale, vale a dire come il diritto del singolo all’integrità della propria coscienza, che non può essere condizionata da minacce o intimidazioni che ne annientino la volontà.
Il regime fascista aveva annullato il rispetto dei diritti di libertà. Perciò l’Assemblea costituente non si è voluta fermare ad una generica enunciazione di principio, ma ha specificato i singoli diritti di libertà e i casi e i modi in cui possono essere limitati, per impedire che in futuro venisse data un’interpretazione della norma diversa e contrastante rispetto agli intenti originari del legislatore.
La Costituzione stabilisce con estremo rigore le modalità concesse allo Stato per limitare la libertà personale:
- i casi e i modi in cui è possibile procedere a restrizioni della libertà personale devono essere indicati in apposite leggi, le quali, a loro volta, devono sempre attenersi ai principi indicati nella Costituzione. Si parla a tal proposito di riserva di legge assoluta e rinforzata: solo le leggi del Parlamento, cioè di un organo che rappresenta il popolo, possono limitare la libertà personale, e le stesse devono rispettare le regole contenute nella Costituzione, alla quale sono gerarchicamente subordinate;
- solo i giudici (autorità giudiziaria), che agiscono liberi da condizionamenti politici e valutano i fatti sottoposti al loro giudizio con imparzialità e obiettività, hanno il potere di adottare misure restrittive della libertà personale: nessun altro soggetto o organo dello Stato può ordinare l’arresto di una persona. È questo il principio della riserva di giurisdizione;
- i giudici sono inoltre sottoposti all’obbligo di motivazione dei provvedimenti che emettono, vale a dire sono tenuti a spiegare nelle sentenze le ragioni che hanno portato a valutare i fatti in un certo modo e ad applicare una determinata legge.
La Costituzione, però, afferma che — in casi eccezionali di necessità e di urgenza — l’autorità di pubblica sicurezza, cioè gli organi incaricati di garantire l’ordine pubblico (polizia, carabinieri ecc.), può adottare provvedimenti provvisori che limitano la libertà personale. Se, ad esempio, una persona viene colta nel tentativo di ammazzarne un’altra, non si può aspettare l’intervento del giudice, ma l’autorità di Pubblica Sicurezza deve immediatamente evitare che costui metta in atto il suo proposito, trattenendola in arresto. I provvedimenti adottati dall’autorità di pubblica sicurezza devono, però, essere comunicati al giudice entro quarantotto ore e da questi convalidati entro le successive quarantotto ore. Se l’autorità giudiziaria non si pronuncia o nega la convalida, i provvedimenti restrittivi non hanno alcun effetto nei confronti dell’individuo che deve essere immediatamente rilasciato.
I Costituenti hanno voluto assicurare il rispetto della dignità delle persone sottoposte a restrizioni della propria libertà (imputati o detenuti dichiarati colpevoli), vietando l’uso della violenza fisica e qualsiasi forma di condizionamento psichico, attuata con minacce e ricatti che ne mortifichino lo spirito e ne annullino o limitino la volontà. Si pensi, ad esempio, a tutte le forme di tortura esercitate per estorcere confessioni, alla sottoposizione al siero della verità che impedisce alla persona il minimo autocontrollo nel rendere le proprie dichiarazioni.
L’ultimo comma dell’articolo 13 impone un limite massimo alla durata della carcerazione preventiva, che è il periodo di restrizione della libertà di un individuo in attesa che venga svolto il processo. Si tratta di un provvedimento provvisorio che solo un magistrato può disporre nei confronti di una persona indiziata di aver commesso un reato e prima che sia sottoposta a processo. Il giudice si avvale di questa misura quando sussistano particolari esigenze: la salvaguardia delle prove, il pericolo di fuga dell’indiziato, motivi di sicurezza diretti ad evitare la commissione di altri delitti da parte del «presunto» colpevole (indagato, imputato, processato etc.). La carcerazione preventiva non può superare determinati limiti temporali rispetto al presunto reato commesso: non si può, ad esempio, tenere dieci anni in attesa di giudizio l’autore di un furto.
Nel vigente codice di procedura penale la dizione «carcerazione preventiva» è stata sostituita con quella di custodia cautelare. Questo istituto è soggetto a continue modifiche, oscillando tra politiche di rigore e maggiori garanzie per l’imputato. Nato per salvaguardare i diritti di chi è in attesa di processo, spesso è avversato dalla pubblica opinione che assiste, sempre più frequentemente, a scarcerazioni clamorose, attribuibili alla estrema lentezza del nostro sistema giudiziario che, non riuscendo a garantire nei tempi dovuti un processo agli imputati, rimette gli imputati non ancora processati temporaneamente in libertà «per decorrenza dei termini di custodia cautelare». Nell’ottica di una più efficace tutela della libertà personale, l’art. 7 del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, conv. con mod. in L. 23 aprile 2009 n. 38, ha introdotto nel codice penale l’art. 612bis che prevede la fattispecie di reato degli atti persecutori (cd. stalking), ovvero punisce chi, in modo reiterato, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesi mo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.
COMMENTO: La libertà di domicilio – Il domicilio è l’ambiente privilegiato in cui il singolo esercita la sua libertà personale, è considerato inviolabile e gode delle stesse garanzie previste dall’articolo 13: riserva di legge (solo la legge può stabilire come limitare la libertà), di giurisdizione (solo il giudice può limitare tale libertà emettendo un provvedimento motivato) e motivazione dei provvedimenti.
Per domicilio non si intende solo l’abitazione, ma qualsiasi luogo in cui l’individuo esplica la propria vita privata e professionale escludendo la presenza di estranei. Sono tali: un ufficio, una roulotte, una camera d’albergo, una tenda da campeggio, un camper, la cabina di una nave o di un vagone letto, la sede di un’associazione privata e così via.
Le limitazioni alla libertà di domicilio sono determinate in maniera tassativa e riguardano: — motivi di sanità: nel caso sia necessario verificare le condizioni igieniche di un’abitazione o di un luogo di lavoro; — motivi di incolumità pubblica: per accertare le condizioni di sicurezza di un luogo di lavoro o di un luogo aperto al pubblico; — fini economici e fiscali: per verificare il rispetto della legge o il regolare adempimento di obblighi tributari.
COMMENTO: La libertà di corrispondenza e di comunicazione – I concetti di libertà e di segretezza della corrispondenza sono strettamente interconnessi, poiché un’effettiva libertà di comunicazione deve necessariamente accompagnarsi alla garanzia della riservatezza del suo contenuto.
La segretezza di ogni forma di corrispondenza (scritta, telegrafica ecc.) e di comunicazione (telefonica, informatica, telematica) che si instaura tra due soggetti è ampiamente tutelata per consentire ad ogni persona di trasmettere il proprio pensiero solo a chi desidera, senza che estranei possano venirne a conoscenza. Tale libertà è espressione del più ampio diritto alla riservatezza, in base al quale l’individuo non deve subire alcuna interferenza esterna nella sua vita di relazione. Per questi motivi solo i giudici possono adottare provvedimenti restrittivi, a differenza di quanto previsto per la libertà personale e di domicilio che, in casi eccezionali, possono essere limitate dall’autorità di pubblica sicurezza.
Il Codice della Privacy (il D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196) disciplina il trattamento dei dati personali, vale a dire le operazioni concernenti la raccolta, la registrazione, la modificazione, la selezione, l’estrazione, il raffronto, l’utilizzo, l’interconnessione, il blocco, la comunicazione, la diffusione, la cancellazione e la distruzione dei dati personali. La materia coinvolge valori costituzionali contrapposti (quali il diritto alla riservatezza e alla propria identità personale, l’iniziativa economica, il diritto di cronaca, il buon andamento della pubblica amministrazione) e impone un adeguato bilanciamento degli stessi. Per poter effettuare tale trattamento, la persona fisica o giuridica, pubblica o privata cui competono le decisioni in ordine alle finalità e modalità dello stesso (denominata titolare del trattamento) deve darne notificazione al Garante per la protezione dei dati personali e richiedere il consenso espresso e documentato per iscritto dell’interessato, che deve essere informato delle finalità e delle modalità del trattamento; della natura, obbligatoria o facoltativa, del conferimento dei dati e delle conseguenze di un eventuale rifiuto a rispondere; dei soggetti o delle categorie di soggetti ai quali i dati possono essere comunicati e il loro ambito di diffusione; dei dati identificativi del titolare del trattamento e del responsabile preposto allo stesso; dei diritti spettanti all’interessato.
Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata per ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.
COMMENTO: La libertà di circolazione e di soggiorno – L’abrogazione delle restrizioni per i discendenti dei Savoia – La libertà di circolazione e soggiorno rientra nel più ampio concetto di libertà personale e rappresenta una novità rispetto allo Statuto albertino, che non ne faceva menzione. La Costituzione riconosce la libertà di circolare sul territorio nazionale ai soli cittadini, ma, in seguito all’adesione dell’Italia alla Comunità europea, tale norma va intesa nel senso che ogni cittadino comunitario può spostarsi liberamente e stabilirsi sul territorio di uno Stato membro.
Per uscire dal territorio nazionale o entrarvi è necessario possedere un valido documento di riconoscimento: il passaporto per la maggior parte dei Paesi, la carta di identità valida per l’espatrio per alcuni Paesi che hanno firmato un accordo con l’Italia. Per la circolazione all’interno dell’Area Schengen relativa principalmente ai paesi dell’Unione europea non è previsto ormai alcun tipo di formalità.
Gli accordi di Schengen sono stati conclusi il 14 giugno 1985 tra Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo. Successivamente vi hanno aderito tutti gli Stati membri dell’Unione europea (ad eccezione del Regno Unito, dell’Irlanda, di Cipro, della Romania e della Bulgaria), nonché l’Islanda, la Norvegia e la Svizzera. I principi fondamentali sanciti dagli accordi prevedono, tra l’altro, che i cittadini degli Stati aderenti possano liberamente attraversare i confini di uno Stato membro senza dover sottostare ad alcun controllo (se non giustificato da motivi di ordine pubblico o sicurezza nazionale).
È importante ricordare, infine, che la libertà di circolazione e soggiorno è stata recentemente estesa anche ai membri di Casa Savoia. La legge costituzionale 23 ottobre 2002 n. 1 ha, infatti, abrogato i commi primo e secondo della XIII disposizione transitoria che impediva il rientro nel territorio nazionale anche ai discendenti del sovrano esiliato, perché in base al principio della personalità della pena, questi ultimi non possono essere a nessun titolo considerati responsabili delle colpe degli antenati.
La libertà di circolazione e soggiorno può subire limitazioni esclusivamente per motivi di sanità e di sicurezza, motivi che comunque devono essere legati a un pericolo immediato e diretto, mai a ragioni politiche. Può verificarsi, ad esempio, la necessità di imporre dei limiti di circolazione a soggetti portatori di malattie contagiose o a individui socialmente pericolosi. Ma è inammissibile applicare misure restrittive di tale diritto al solo fine di discriminare oppositori politici etc. La Costituzione ha, in tal modo, ripudiato qualsiasi forma di limitazione che potesse essere utilizzata come mezzo di repressione politica.
I cittadini sono tutti gli individui legati allo Stato cui appartengono dalla cittadinanza, vincolo che conferisce una serie di diritti e di doveri. La cittadinanza si può acquistare al momento della nascita:
- Per diritto di sangue: è cittadino italiano chi nasce da padre o madre italiani;- Per diritto di suolo: è cittadino italiano chi nasce sul suolo italiano; oppure in un momento successivo alla nascita;
- Per adozione: nel caso di un minore straniero adottato da un cittadino italiano;
- Per beneficio di legge: ad esempio, il figlio di stranieri nato e vissuto in Italia può chiedere, una volta maggiorenne, di diventare cittadino italiano;
- Per naturalizzazione: il Presidente della Repubblica può concedere la cittadinanza a stranieri o apolidi che abbiano reso particolari servizi all’Italia. Gli apolidi sono persone che hanno perso la cittadinanza originaria e non posseggono i requisiti per acquistare quella di un altro Stato.
COMMENTO: La libertà di riunione e la libertà di associazione – Tali libertà sono strumentali e propedeutiche per l’esercizio di altre garantite dalla Costituzione. In particolare, a differenza dello Statuto albertino, che disciplinava la libertà di riunione in modo molto restrittivo, la Costituzione riconosce questo diritto in tutte le sue manifestazioni: dal corteo all’assemblea, dalla processione alla conferenza, dallo spettacolo al comizio elettorale, con l’unico limite che tali riunioni si svolgano pacificamente e senza armi.
Le riunioni sono raggruppamenti di più persone che si incontrano in un determinato luogo — concordato precedentemente — per soddisfare un interesse individuale di qualsiasi natura (politico, economico, religioso, culturale ecc.). Non hanno un carattere stabile ma neppure occasionale. Per questo motivo si distinguono sia dagli assembramenti, che sono incontri casuali e spontanei tra persone, sia dalle associazioni, che invece hanno un carattere stabile e non necessitano della costante presenza fisica dei partecipanti.
I cittadini possono riunirsi liberamente e per i più vari motivi sia in luoghi privati (una casa, un circolo privato), sia in luoghi aperti al pubblico (un cinema, un teatro), sia in luoghi pubblici (una strada, una piazza). Solo per queste ultime riunioni la Costituzione richiede che sia dato un preavviso alle autorità di pubblica sicurezza. I cittadini però, una volta assolto l’obbligo del preavviso, cioè della comunicazione, non necessitano di alcuna autorizzazione da parte dell’autorità di P.S. La pubblica autorità potrà vietare la riunione nel caso la stessa possa compromettere la sicurezza o l’incolumità pubblica. Si pensi ad un corteo di protesta organizzato in una zona a rischio per la salute dei partecipanti: l’autorità di pubblica sicurezza può vietare che abbia luogo, ma non potrebbe addurre a motivazione del divieto l’intralcio del traffico automobilistico.
Il diritto di associazione si differenzia da quello di riunione per il carattere stabile e duraturo e per l’esistenza di un vincolo ideale che lega gli associati. Per creare un’associazione non è necessaria alcuna autorizzazione purché vengano rispettati i limiti della legalità e della non-violenza.
L’articolo 18 infatti vieta la costituzione di:
- Associazioni dirette a commettere reati o i cui scopi possono essere raggiunti mediante reati; si pensi alle associazioni che intendono sovvertire l’ordine costituzionale, a quelle dirette a stabilire con la violenza il predominio di una classe sulle altre, alle associazioni per delinquere;- Associazioni segrete: sono quelle che non rendono noti i nomi dei propri associati, la sede in cui svolgono le riunioni e i fini che intendono perseguire. Operando segretamente, si presume che tali associazioni possono interferire illegalmente e illecitamente nell’esercizio delle funzioni degli organi dello Stato;- Organizzazioni di carattere militare: sono vietate se intendono perseguire fini politici avvalendosi di metodi violenti; si pensi ai gruppi squadristi attraverso i quali il partito fascista assicurava con la violenza il consenso al regime.
COMMENTO: L’ateismo e l’obiezione di coscienza, la libertà e il pluralismo religioso – Gli articoli 19 e 20 riconoscono a ognuno il diritto di professare liberamente la propria fede religiosa, sia individualmente sia costituendo associazioni religiose, garantendo così a tutte le religioni la libertà di culto, nonché il pluralismo religioso. Da ciò si evince il carattere laico del nostro Stato, che riconosce la libertà di religione e delle confessioni religiose senza esprimere preferenze a nessuna di esse.
Lo Stato confessionale, invece, riconosce un culto come sola religione dello Stato e assume atteggiamenti di repressione o, al più, di semplice tolleranza verso gli altri culti. Il Regno d’Italia era uno Stato confessionale; nell’articolo 1 dello Statuto albertino si leggeva infatti: «La Religione Cattolica, Apostolica e Romana è la sola Religione dello Stato. Gli altri culti ora esistenti sono tollerati conformemente alle leggi». Nei Patti lateranensi, firmati dallo Stato italiano e dalla Chiesa cattolica nel 1929, veniva ribadito lo stesso concetto. Soltanto con il nuovo Concordato del 1984 si è abbandonato questo principio e si è affermata l’eguale libertà di tutte le confessioni religiose, in linea con i principi espressi dalla Costituzione.
La libertà religiosa è riconosciuta a tutti coloro che risiedono nel territorio nazionale, sia cittadini sia stranieri. Gli aspetti e le modalità nei quali può realizzarsi sono molteplici sia positivi che negativi: dal manifestare pubblicamente il proprio culto (ad esempio, partecipando alle funzioni religiose) al compiere attività dirette ad acquisire nuovi seguaci, dal non rivelare le proprie convinzioni religiose al non professare alcuna fede religiosa (cd. libertà di ateismo). Un aspetto importante della libertà religiosa su cui porre attenzione è il diritto all’obiezione di coscienza, vale a dire il diritto a non compiere attività o a non tenere comportamenti che siano in contrasto con il proprio credo religioso.
L’obiezione del medico all’aborto indica una scelta in sintonia con le proprie convinzioni religiose.
L’articolo 20 contiene ulteriori garanzie a tutela del principio dell’eguale libertà di fede religiosa. Vi si afferma, infatti, che la legge non può introdurre trattamenti sfavorevoli o discriminatori a carico degli enti religiosi, cattolici e non, rispetto ad altre associazioni che perseguono scopi diversi. Allo stesso modo non si può ricorrere all’imposizione di tasse e tributi che ne rendano impossibile la costituzione o il funzionamento.
Unico limite in materia è costituito dal fatto che i riti religiosi non devono essere contrari al buon costume. La nozione di buon costume non riguarda, come normalmente si crede, il solo rispetto del pudore sessuale, ma si estende ai principi etici della decenza a cui si uniforma la generalità delle persone. Di conseguenza, questo concetto varia a seconda del momento e dell’ambiente in cui viene preso in considerazione.
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denuncia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro si intende revocato e privo d’ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.
COMMENTO: La libertà di manifestazione del pensiero, la stampa, la televisione - La libertà di manifestare il proprio pensiero è il fondamento di ogni sistema democratico che sia basato sul pluralismo ideologico: garantire ad ognuno di esprimere le proprie opinioni, di diffonderle e di farne propaganda è l’unico modo per dar vita a un confronto dialettico tra individui portatori di idee diverse: ciò rende concreta la dimensione democratica di un Paese.
La libertà di manifestazione del pensiero, sancita dall’articolo 21, non va intesa solo come riconoscimento del diritto di esprimere liberamente le proprie opinioni (positivo), ma anche come diritto al silenzio (ossia diritto negativo: di non esternare ciò che si pensa), come diritto di utilizzare ogni mezzo tecnico per diffondere il proprio pensiero e come libertà di informare (cioè di diffondere liberamente notizie) e di essere informati.
Pur presentando una notevole ampiezza, tale libertà incontra dei limiti fissati non solo nell’articolo 21, che impone il rispetto del buon costume, ma anche in altre norme costituzionali, volte a tutelare determinati diritti che possono venire in conflitto con il concreto esercizio della libertà di manifestazione del pensiero. Tali limiti sono: – la riservatezza e l’onorabilità della persona: in base agli articoli 2 e 3 della Costituzione il diritto di ciascuno a manifestare il proprio pensiero non deve essere esercitato in modo tale da ledere la dignità, l’onore, la privacy altrui; – Il segreto giudiziario: è vietata la pubblicazione di atti destinati a rimanere segreti per garantire l’efficace andamento della giustizia e proteggere la reputazione degli imputati prima della condanna definitiva;- Il dovere di difendere la Patria: se necessario apponendo il segreto militare a notizie riguardanti la difesa nazionale o il segreto di Stato per salvaguardare la Repubblica.
La libertà di manifestazione del pensiero viene esercitata concretamente attraverso una pluralità di mezzi: la stampa, la telediffusione e la radiodiffusione, la pubblica affissione, gli spettacoli pubblici, le nuove tecnologie applicate alla comunicazione (ad esempio, Internet). L’utilizzo di tali strumenti divulgativi consente la realizzazione di un aspetto particolare del diritto sancito dall’articolo 21: la libertà di informazione, che a sua volta si articola nel diritto di informare, di informarsi e di essere informati.
Purtroppo all’epoca in cui l’Assemblea costituente formulò la norma che stiamo esaminando, i mezzi di comunicazione di massa non avevano ancora raggiunto lo sviluppo, la rapidità e l’incidenza che oggi li caratterizza. L’articolo 21, infatti, disciplina nello specifico solo la stampa, non fornendo risposte esaurienti ai problemi che le grandi strutture che gestiscono l’informazione in una società moderna determinano. Ad esempio, gravi e reiterate violazioni di tale libertà si verificano in occasione dei referendum, dei quali in genere nei media in possesso del potere «costituito» si parla pochissimo e solo nei giorni immediatamente precedenti alla consultazione, senza lasciare all’opinione pubblica il tempo necessario per «conoscere» e «scegliere» la soluzione più adeguata che viene sottoposta al giudizio del popolo.
Sarebbe, dunque, opportuno predisporre anticipatamente specifiche «trasmissioni d’accesso» al fine di garantire uno spazio adeguato ai Comitati promotori dei referendum per dare la corretta visibilità alle loro ragioni.
L’articolo 21 tende innanzitutto ad abolire i controlli di polizia introdotti dal fascismo: viene, così, escluso ogni consenso preventivo alla pubblicazione degli stampati, mentre il sequestro degli stessi (che può intervenire solo dopo la pubblicazione) è ammesso soltanto nel caso di delitti per i quali la legge sulla stampa lo autorizzi o nel caso in cui siano violate le norme relative all’indicazione dei responsabili delle pubblicazioni. La Costituzione, inoltre, si preoccupa di garantire la trasparenza dei mezzi di finanziamento della stampa periodica (cioè la stampa pubblicata in periodi prestabiliti, ad esempio ogni giorno, come i quotidiani, oppure ogni mese, come alcune riviste).
I proprietari delle testate giornalistiche, influenzando inevitabilmente gli orientamenti che le stesse assumono nell’interpretare e commentare la realtà, devono essere noti e, per motivi di trasparenza, possono essere solo delle persone fisiche. È quindi indispensabile, in una moderna democrazia, conoscere le fonti di finanziamento della stampa periodica, affinché il cittadino-lettore sappia quali interessi (economici, politici o di altra natura) sostengono il giornale che egli acquista.
Il diritto del singolo ad essere pienamente e correttamente informato su tutto quanto accade nel Paese e nel mondo è senza dubbio ampiamente riconosciuto dalla Costituzione, ma, affinché ciò possa realizzarsi, è indispensabile che gli operatori dell’informazione e della comunicazione possano svolgere il loro lavoro senza condizionamenti del potere politico o di quello economico. Deve, inoltre, essere garantito un effettivo pluralismo dei mezzi di comunicazione: il cittadino deve conoscere idee e opinioni diverse, anche quelle non gradite a chi detiene temporaneamente il potere.
Il settore editoriale è stato compiutamente disciplinato soltanto nel 1981, quando si è istituita un’autorità garante con il potere di impedire la concentrazione di testate giornalistiche nelle mani di un solo proprietario, al fine di salvaguardare la libertà e il pluralismo dell’informazione. Gli stessi problemi sono stati affrontati nel settore delle comunicazioni radiotelevisive, dominato fino agli anni settanta dal monopolio del servizio pubblico gestito dalla RAI. Negli anni successivi si è consolidata la presenza, a livello nazionale, di un servizio pubblico (RAI) e di un servizio privato (in prevalenza Fininvest, poi Mediaset), due colossi alla cui concorrenza sono incapaci di resistere le emittenti locali.
Nel 1997 è stata istituita l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni con compiti di regolazione nel settore delle radiotelecomunicazioni, che ha assunto anche le funzioni in precedenza svolte dal Garante per l’editoria. La disciplina della proprietà e dell’accesso ai mezzi di comunicazione è un problema di scottante attualità al quale, nonostante l’emanazione di numerose leggi, non si è ancora data una giusta soluzione. In questo mercato strategico deve essere garantito l’ingresso di altri soggetti, al fine di mettere il cittadino in grado di compiere le sue valutazioni e di formarsi una libera opinione, avendo presenti punti di vista diversi e orientamenti culturali contrastanti. In questo senso, la normativa italiana di settore, più volte modificata, non è stata ritenuta rispondente ai principi sanciti dall’Unione europea in materia di libera prestazione dei servizi per quanto riguarda le reti e servizi di comunicazione elettronica.
COMMENTO: Il divieto di discriminazione per ragioni politiche - Con questo articolo i Costituenti intendevano impedire che nell’ordinamento repubblicano si ripetessero le odiose esperienze e gli abusi del regime fascista che, al fine di disfarsi dei suoi oppositori, ne calpestò anche i diritti più elementari.
L’articolo 22 fa dunque riferimento alle qualità che definiscono la personalità giuridica del cittadino e che gli consentono di essere identificato (nome), di operare nel mondo del diritto (capacità giuridica) e di esercitare i diritti e i doveri che scaturiscono dall’appartenenza alla comunità statale italiana (cittadinanza).
Ogni individuo, fin dalla nascita, acquista la capacità giuridica, cioè la possibilità di diventare titolare di diritti e di doveri. Fin dal momento in cui si viene al mondo si è titolari dei diritti fondamentali della persona, che sono inalienabili e intrasmissibili e si estinguono solo con la morte. La capacità d’agire, ossia l’attitudine a porre in essere manifestazioni di volontà idonee a modificare la propria situazione giuridica, si acquista invece con il raggiungimento della maggiore età. Un neonato – o un minore – può essere proprietario di una casa ed essere tenuto a versare imposte allo Stato ma non potrà agire da solo nel mondo giuridico: qualcuno, per suo conto, dovrà curarne gli interessi.
L’incapacità di agire non riguarda solo i minori – che generalmente si avvalgono della «rappresentanza» dei genitori – ma anche soggetti maggiorenni ritenuti dalla legge incapaci di intendere e di volere e che sono rappresentati da un «tutore».
COMMENTO: Gli obblighi dei cittadini verso lo Stato: le imposizioni tributarie – Il Parlamento è l’organo rappresentativo della volontà di tutto il popolo a livello nazionale e come tale è l’unica istituzione a poter stabilire i criteri in base ai quali imporre determinate prestazioni (prevalentemente imposte e tasse) ai cittadini. In termini più strettamente giuridici, l’articolo contiene una riserva di legge: lo Stato non può imporre determinati sacrifici se non in base alla legge del Parlamento o delle altre assemblee (Consiglio Regionale, Provinciale, Comunale).
Si noti, infine, che il numero e la quantità di tali prestazioni crescono in parallelo con lo sviluppo dello «Stato sociale». Le prestazioni personali sono tutte quelle attività che lo Stato può esigere dai cittadini nell’interesse pubblico: l’obbligo di difendere la Patria, se necessario, l’obbligo di rendere testimonianza in un processo, l’obbligo di assistenza per i medici e così via. Le prestazioni patrimoniali consistono, invece, nell’obbligo per i cittadini di versare determinate somme di denaro (tributi) allo Stato per contribuire alle spese pubbliche.
COMMENTO: Il diritto di tutela giurisdizionale. Il gratuito patrocinio. La riparazione degli errori giudiziari – Secondo l’articolo 24, in rispetto del principio di uguaglianza, è riconosciuta a tutti, sia cittadini sia stranieri, la possibilità di ricorrere al sistema giudiziario a tutela delle proprie ragioni: è questo il diritto alla tutela giurisdizionale, per impedire che i singoli si facciano giustizia da sé. L’accesso alla giustizia è garantito attraverso: – L’inviolabilità del diritto alla difesa, che implica la possibilità di farsi assistere durante il processo da un avvocato e il diritto ad un’effettiva partecipazione al giudizio attraverso l’esposizione delle proprie ragioni e delle prove a loro sostegno, nonché attraverso la conoscenza di tutte le vicende che riguardano il processo e in particolare delle argomentazioni esposte dalla parte avversa; – Il diritto alla difesa gratuita dei non abbienti, cioè per chi non è economicamente in grado di sostenere le spese del processo; – Il diritto al risarcimento in caso di errore giudiziario, in base al quale a un soggetto, giudicato colpevole in seguito a una condanna, poi ritenuta ingiusta e quindi annullata, viene corrisposta una somma in un’unica soluzione o una rendita vitalizia, commisurata alla durata della pena espiata o alle precedenti condizioni personali del condannato.
Il termine diritto assume vari significati a seconda del contesto in cui viene utilizzato. Quando ci riferiamo all’insieme delle regole che organizzano la vita dello Stato la denominazione appropriata è diritto oggettivo. Costituiscono il diritto oggettivo, cioè l’ordinamento giuridico di uno Stato, la Costituzione, le leggi, i regolamenti e tutte le norme che regolano i comportamenti dei membri della collettività.
Quando invece utilizziamo la parola «diritto» con riferimento alla possibilità, tutelata dalla legge, di compiere un’azione («ho il diritto di»), stiamo prendendo in considerazione il diritto soggettivo, cioè un interesse del singolo, riconosciuto da una norma giuridica, che egli ha il potere di far valere nei confronti degli altri soggetti. Il diritto di credito, ad esempio, comporta che un soggetto possa pretendere da un altro soggetto un determinato comportamento, ricorrendo eventualmente anche al diritto oggettivo, cioè alla forza delle norme giuridiche, per ottenerne il soddisfacimento.
In inglese si usano due parole diverse per le due diverse nozioni: con law si intende il diritto oggettivo, con right il diritto soggettivo. Gli interessi legittimi riguardano, invece, i rapporti tra soggetti privati e Pubblica amministrazione e si caratterizzano per il fatto di essere tutelati dall’ordinamento perché corrispondono a un interesse pubblico. In questo caso, non si ha un diritto soggettivo da far valere, ma la pretesa che la legge venga applicata correttamente.
COMMENTO: La garanzia del giudice naturale. Il principio di legalità - La garanzia dell’imparzialità del giudice è un principio molto antico, già affermato nello Statuto albertino. Tale garanzia venne meno con il fascismo che istituì i «Tribunali speciali per la difesa dello Stato», la cui composizione era organizzata dopo la commissione del reato ed era finalizzata alla condanna degli oppositori al regime.
La Costituzione conferma la garanzia del giudice naturale: è la legge, infatti, che individua il giudice, secondo criteri certi e oggettivi, relativi alla materia cui si riferisce il fatto, al suo valore, al territorio in cui si è svolto. Tali criteri sono prestabiliti rispetto alla controversia da giudicare, al fine di garantire una scelta imparziale del giudice e per consentire ai soggetti interessati di conoscere, in anticipo, il giudice che li giudicherà.
Nella seconda parte dell’articolo 25 viene enunciato il principio di legalità, volto a garantire ogni individuo contro gli abusi dei pubblici poteri in un settore estremamente delicato come quello penale, che può comportare la privazione della libertà personale. Spetta solo al Parlamento, organo rappresentativo della volontà popolare, individuare i comportamenti da considerare reati.
I comportamenti penalmente rilevanti devono essere descritti in modo dettagliato e specifico per non lasciare margine di discrezionalità ai giudici nel decidere se punire o meno come reato il fatto in esame. D’altro canto, soltanto conoscendo con precisione gli atteggiamenti vietati, i cittadini sono in grado di rispettare la legge. È questo il principio di tassatività.
Infine, il sistema si completa con il principio di irretroattività, che vieta di applicare la legge penale a fatti commessi prima della sua entrata in vigore. Se fosse applicabile anche ai comportamenti tenuti in precedenza e originariamente considerati leciti, il cittadino verrebbe condannato per un fatto che egli non poteva sapere che sarebbe diventato reato in un periodo successivo.
Il principio di legalità riguarda anche le misure di sicurezza, che vengono applicate a soggetti considerati «socialmente pericolosi», indipendentemente da una loro eventuale responsabilità penale. Solo la legge che determina chi può essere sottoposto a tali misure. Ciò al fine di impedire la loro trasformazione in «pene arbitrarie», come avvenne in epoca fascista, durante la quale si fece abuso di tali mezzi di correzione nei confronti degli oppositori del regime.
Le misure di sicurezza si distinguono in misure personali detentive (colonia agricola, casa di lavoro, casa di cura e di custodia, ospedale psichiatrico giudiziario, riformatorio giudiziario), non detentive (libertà vigilata, divieto di soggiorno, divieto di frequentare osterie, espulsione dello straniero dallo Stato) e patrimoniali (cauzione di buona condotta, confisca).
COMMENTO: L’estradizione - A conferma dell’inviolabilità dei diritti dell’uomo affermati dalla Costituzione repubblicana, questo articolo tutela l’individuo difendendo le sue scelte di libertà contro regimi dispotici, anche se comportano il compimento di reati per fini politici.
Le persone accusate di reati politici nel proprio Paese, che cioè non hanno commesso crimini, ma soltanto reati d’opinione, esprimendo il proprio dissenso ideologico alle forze di governo, non possono essere consegnati (estradati) al Paese di appartenenza perché li possa perseguire. L’estradizione — che non è mai ammessa per reati politici — può essere concessa solo quando lo Stato italiano si sia accordato con uno Stato estero.
L’estradizione può essere: attiva, quando è lo Stato italiano che richiede a uno Stato estero la consegna di un individuo imputato e condannato in Italia; passiva, quando, invece, è lo Stato italiano che riceve la richiesta di consegna da uno Stato estero.
Infine, è importante tener presente che l’articolo 26 va coordinato con l’articolo 27 che vieta la pena di morte. Di conseguenza non è ammissibile l’estradizione verso Paesi che prevedono la pena capitale se il reato commesso potrebbe portare a tale sanzione, a tutela del bene supremo della vita, garantito dal Costituente. –
COMMENTO: La responsabilità penale – Questo articolo disciplina i principi cardine del nostro sistema penale, frutto di una scelta democratica e liberale e di una lunga tradizione di civiltà giuridica.
Il principio della personalità della responsabilità penale. In base a tale principio, ognuno è responsabile solo delle proprie azioni e nessuno può essere punito per un fatto commesso da altri.
Sono quindi vietate le pene trasmissibili (ad esempio, agli eredi, che non possono essere considerati responsabili per i reati commessi dai loro genitori) e quelle collettive, come ad esempio i massacri di rappresaglia perpetrati dai nazifascisti contro atti di guerriglia partigiana. Si pensi al massacro delle Fosse Ardeatine a Roma nel 1944, quando per un attentato contro 33 soldati tedeschi furono uccisi 335 prigionieri politici.
La responsabilità penale si distingue nettamente dalla responsabilità civile, le cui conseguenze (ad esempio, il risarcimento dei danni provocati da un incidente stradale) possono, invece, trasmettersi anche agli eredi del responsabile.
Il secondo comma dell’articolo 27 sancisce la presunzione di non colpevolezza dell’imputato fino alla condanna definitiva: finché non sia stata accertata la responsabilità penale di un soggetto, questi non può essere considerato colpevole né assoggettato a pena.
Tale principio, teorizzato da Montesquieu, ha avuto piena attuazione in Italia solo col nuovo codice di procedura penale del 1988, che ha ampliato le garanzie delle persone sottoposte a processo. I codici sono raccolte di norme giuridiche o di leggi, organizzate in maniera sistematica, al fine di disciplinare determinate materie. La più antica raccolta di norme risale al XVIII secolo a.C. ed è il Codice di Hammurabi, che contiene le leggi relative all’organizzazione della società babilonese.
Il codice più famoso dell’epoca moderna è, invece, quello napoleonico del 1804. I codici attualmente in vigore in Italia sono: il codice civile, che comprende le norme riguardanti i rapporti familiari ed economici tra le persone; il codice di procedura civile, che contiene le norme che disciplinano lo svolgimento del processo civile; il codice penale, che identifica i reati e le sanzioni previste per chi li commette; il codice di procedura penale, che raccoglie le norme riguardanti lo svolgimento del processo penale; il codice della navigazione, che disciplina la navigazione aerea e marittima; il codice della strada, che disciplina la circolazione stradale; il codice penale militare di pace, che contiene le norme penali relative all’attività delle forze armate in tempo di pace; il codice penale militare di guerra, che contiene le norme penali relative all’attività delle forze armate in tempo di guerra.
La Costituzione vieta di adottare pene disumane, come le pene corporali o la tortura, e obbliga a garantire il rispetto della persona umana. La pena che segue alla violazione di una norma penale può consistere nella restrizione della libertà personale, come la reclusione, nel pagamento di una somma di danaro, ad esempio la multa, nella proibizione (interdizione) ad esercitare determinate funzioni o professioni. I criteri utilizzati per individuare e applicare le pene devono rispondere al senso di umanità e tendere alla rieducazione del condannato al fine di evitare la successiva commissione di nuovi reati e favorire il reinserimento e il recupero sociale del condannato.
In sintonia con il principio di umanità e rieducatività delle pene, la Costituzione non prevede la pena di morte, nel rispetto del diritto alla vita.
COMMENTO: La responsabilità dei pubblici poteri - L’articolo 28 afferma la responsabilità personale dei funzionari e dei pubblici dipendenti, i cui comportamenti illeciti, che ledono cioè un diritto altrui, sono puniti da sanzioni civili, penali o amministrative. Le persone danneggiate da un impiegato dello Stato o di un ente pubblico possono ottenere il risarcimento dei danni rivolgendosi direttamente alla Pubblica amministrazione.
Questa norma rappresenta una conquista per la tutela dei diritti del cittadino contro gli abusi perpetrati dai pubblici poteri: per tale motivo è stata collocata nella parte della Costituzione dedicata alle libertà civili. La Pubblica amministrazione è l’insieme degli organi e delle attività diretti al concreto perseguimento degli scopi considerati di pubblico interesse in uno Stato: istruzione, sanità, lavoro, ambiente, ordine pubblico e così via. I ministeri costituiscono la principale articolazione della Pubblica amministrazione, i quali, per poter svolgere le loro funzioni, si avvalgono di strutture disseminate su tutto il territorio nazionale.
COMMENTO: La famiglia, il matrimonio, le unioni di fatto, il divorzio – La famiglia è la forma primaria di convivenza umana, basata su principi naturali ancor prima che giuridici: l’assistenza, la protezione e la cura dei figli, il rispetto e l’obbedienza di essi verso i genitori sono sentimenti spontanei prima ancora che obblighi imposti dalla legge. La famiglia è, dunque, una società naturale, preesistente allo Stato e costituisce il nucleo basilare dell’ordinamento sociale, di fondamentale importanza non solo per lo sviluppo degli appartenenti ad essa, ma anche per l’organizzazione sociale ed economica della comunità.
La famiglia ha subìto nel corso dei secoli varie trasformazioni. Il passaggio dal modello familiare di tipo «esteso», con più generazioni di consaguinei sotto lo stesso tetto, al modello «nucleare», composto da marito, moglie e figli, è avvenuto in maniera graduale e con modalità diverse nei vari Paesi, sebbene gli studiosi siano concordi nel ritenere che le maggiori trasformazioni dell’organismo familiare si siano svolte parallelamente al processo di industrializzazione. Il modello familiare delle società preindustriali era prevalentemente finalizzato all’assistenza economica dei numerosi membri del gruppo. Le esigenze dei soggetti più deboli venivano assunte e soddisfatte dall’intero gruppo familiare, la cui ampiezza era direttamente proporzionale alla tutela che poteva offrire ai suoi componenti. Nella società industriale, invece, l’assistenza comincia a diventare pubblica o è affidata alle associazioni operaie. Inoltre, la possibilità di trovare lavoro non dipende dalla famiglia d’origine ma dalle capacità individuali. Il sorgere delle imprese industriali, agricole e commerciali priva il gruppo familiare delle funzioni economiche, l’ambiente di lavoro non coincide più con l’ambiente familiare: i singoli se ne allontanano, dando vita alla famiglia nucleare, costituita da coniugi e figli, e basata maggiormente sui vincoli affettivi.
La famiglia costituisce la prima cellula della società, preesistente allo Stato, fondata su principi insiti nella natura umana che lo Stato ha riconosciuto e ha ritenuto di dover tutelare.
Ai diritti della famiglia riconosciuti dallo Stato corrispondono altrettanti doveri di solidarietà familiare, come l’obbligo di assistenza reciproca tra i coniugi, il dovere di collaborazione per la soddisfazione dei bisogni comuni, l’obbligo di fedeltà reciproca, il dovere di contribuire, ciascuno con il proprio lavoro, anche domestico, alle necessità familiari. Alla pari dei diritti fondamentali dell’individuo, i diritti familiari sono strettamente personali, perché diretti a tutelare interessi morali o materiali di una persona, e perciò intrasmissibili, irrinunciabili e imprescrittibili.
- Il matrimonio – La famiglia ottiene riconoscimento giuridico tramite il matrimonio, che è, per l’appunto, un atto giuridico solenne, mediante il quale un uomo e una donna si impegnano a condividere le proprie vite e ad assumere reciproci obblighi. Le forme di matrimonio riconosciute dall’ordinamento giuridico italiano sono due: quello civile, celebrato in municipio davanti al sindaco o ad un suo delegato e regolato dal diritto privato italiano; quello concordatario, cioè il matrimonio religioso celebrato da un sacerdote secondo il rito cattolico e rispettando i requisiti richiesti dal diritto canonico (il diritto interno della Chiesa cattolica). È valido anche per la legge italiana una volta trascritto nei registri dello stato civile del Comune.
I requisiti per contrarre matrimonio sono: il raggiungimento dell’età minima, che è di 18 anni; la capacità di intendere e di volere, per cui, ad esempio, l’infermo di mente non può contrarre matrimonio; la mancanza di un vincolo matrimoniale precedente, salvo che il precedente matrimonio sia stato sciolto, sia nullo o sia stato annullato; la mancanza di determinati vincoli di parentela o affinità tra gli sposi; la mancanza del cosiddetto impedimentum criminis: è vietato, cioè, il matrimonio tra chi è stato condannato per omicidio o tentato omicidio e il coniuge della persona offesa dal delitto; il decorso del tempo che va sotto il nome di lutto vedovile: la donna che vuol risposarsi non può farlo se non siano trascorsi almeno trecento giorni dall’annullamento, scioglimento, o cessazione degli effetti civili del precedente matrimonio.
- Il divorzio – La Costituzione non sancisce l’indissolubilità del vincolo matrimoniale: ciò ha permesso che dal 1970 nel nostro ordinamento fosse introdotto il divorzio. Lo scioglimento del matrimonio può verificarsi quando: il matrimonio non è stato consumato; un coniuge sia stato condannato – anche per fatti commessi prima del matrimonio – all’ergastolo o a qualsiasi pena detentiva per reati di particolare gravità (incesto, violenza carnale, costrizione o sfruttamento della prostituzione, omicidio volontario di un figlio o tentato omicidio del coniuge e così via); uno dei coniugi, cittadino straniero, abbia ottenuto all’estero l’annullamento o lo scioglimento del matrimonio o abbia contratto all’estero nuovo matrimonio; in caso di separazione legale (su accordo dei coniugi o stabilita dal giudice) ininterrotta per tre anni.
È il tribunale a disporre a quale dei due coniugi devono essere affidati i figli, sancendo a carico dell’altro l’obbligo di contribuire al mantenimento. Una volta ottenuta la sentenza di divorzio, i coniugi possono risposarsi, celebrando il matrimonio in forma solo civile.
- L’uguaglianza dei coniugi e la riforma del diritto di famiglia – Nella seconda parte dell’articolo 29 viene sancita l’«uguaglianza morale e giuridica dei coniugi». Tale principio ha trovato un effettivo riconoscimento solo con la riforma del diritto di famiglia del 1975, che ha modificato sostanzialmente il codice civile del 1942, nel quale si delineava un modello familiare incentrato sull’autorità del capofamiglia nei confronti della moglie e dei figli. Con tale riforma è scomparsa ogni forma di predominio giuridico del marito sulla moglie. In particolare: l’abolizione della potestà maritale: spetta, infatti, ad entrambi i coniugi, in egual misura, la determinazione dell’indirizzo della vita familiare e la fissazione della residenza della famiglia, secondo le esigenze di entrambi e quelle preminenti della famiglia; entrambi i coniugi sono tenuti all’obbligo (morale e giuridico) di reciproca fedeltà; entrambi i coniugi devono collaborare ai bisogni della famiglia, ciascuno in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo; non esiste più l’istituto della «dote»; la moglie conserva, infatti, il proprio cognome e vi aggiunge quello del marito; conserva la cittadinanza italiana, a meno che non vi rinunci espressamente, anche se per effetto del matrimonio assume una cittadinanza straniera; è stata sostituita alla patria potestà la potestà parentale sui figli, che spetta in egual misura al padre e alla madre.
- La famiglia di fatto – Negli ultimi decenni, accanto alla famiglia legittima, creata con il matrimonio, è emerso un nuovo modello di convivenza: la famiglia di fatto, basata sulla convivenza di due persone di sesso diverso e sulla eventuale presenza di figli naturali riconosciuti. Queste famiglie, pur non godendo della stessa tutela di quelle legittime, ricevono sotto alcuni profili una protezione giuridica, rientrando anch’esse nell’ambito delle «formazioni sociali» (di cui all’articolo 2 della Costituzione) in cui si svolge la personalità dell’individuo. Tale tutela riguarda i rapporti tra i conviventi (ad esempio, le prestazioni relative agli alimenti sono considerate un dovere sociale), i rapporti fra genitori e figli (equiparati a quelli che ricorrono nella famiglia legittima), i rapporti con i terzi (ad esempio, è prevista la successione nel contratto di locazione a favore del convivente di fatto). Affinché si realizzi tale tutela giuridica è necessario che la convivenza abbia un carattere di stabilità, che sia improntata alla solidarietà reciproca, al riconoscimento dei figli naturali nati dall’unione, alla loro educazione e istruzione. Il dibattito si è recentemente allargato al riconoscimento delle unioni tra omosessuali, che, attualmente, nel nostro paese non ricevono una reale tutela giuridica: sono ancora troppo severi i giudizi di ordine morale attribuiti a questi legami e troppo diffusa la riprovazione sociale che li accompagna. Il vuoto normativo che caratterizza l’ordinamento italiano relativamente alla famiglia di fatto non ha impedito ad alcuni Comuni di dotarsi di un registro anagrafico delle unioni civili che seppure hanno un significato meramente simbolico, dimostrano l’urgente sentimento che la società avverte in merito a tale problematica. Da un punto di vista cronologico, Empoli è stato il primo Comune a dotarsi di un registro delle unioni civili, con delibera del 21 ottobre 1993, cui sono seguiti altri Comuni.
È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme ed i limiti per la ricerca della paternità.
COMMENTO: L’istruzione e l’educazione dei figli – L’articolo 30 disciplina la relazione genitori-figli enunciando i poteri-doveri dei genitori per la crescita morale ed intellettuale di questi ultimi. Con il termine «figli» la Costituzione intende sia i figli procreati durante il matrimonio, sia quelli adottati, sia quelli nati fuori dal matrimonio. Questi ultimi sono i «figli naturali riconosciuti», cioè i figli nati da persone non sposate o unite in matrimonio con terzi all’epoca del concepimento.
Lo status di figlio naturale e i relativi diritti si acquistano con il riconoscimento di uno o entrambi i genitori, che può avvenire o al momento della nascita o successivamente. In passato, i figli naturali erano definiti «illegittimi», a testimonianza del giudizio morale negativo a cui erano esposte le persone che non fondavano il loro legame sul vincolo del matrimonio. Oggi, in ossequio al principio di uguaglianza, i figli nati fuori dal matrimonio hanno il diritto di inserirsi nella vita sociale in condizioni di pari dignità con gli altri. La legge, perciò, assicura ai figli naturali ogni tutela giuridica e morale compatibilmente con i diritti dei componenti la famiglia legittima. I genitori sono tenuti a fare quanto loro possibile per soddisfare i bisogni materiali, morali e affettivi dei figli. Nello stesso tempo, hanno la più ampia libertà di scegliere l’indirizzo educativo da impartire loro.
Quando i genitori non adempiono anche ad uno solo dei tre doveri di mantenere, educare e istruire i figli, possono incorrere nella decadenza dalla potestà e nell’allontanamento del figlio dalla residenza familiare. Tali provvedimenti sono sempre disposti dal giudice. In particolare esso enuncia tre principi fondamentali: 1. il dovere e il diritto dei genitori di occuparsi dei figli, con riferimento non solo all’adempimento dell’obbligo alimentare, ma anche ai profili riguardanti la loro crescita; 2. il dovere dello Stato di integrare, qualora se ne ravvisi la necessità, l’azione del genitore; 3. l’uguaglianza dei diritti dei figli, senza distinguere fra i nati in costanza di matrimonio e i nati fuori dal matrimonio.
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