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Timestamp: 2020-02-23 20:20:49+00:00
Document Index: 131391371

Matched Legal Cases: ['art. 1193', 'art. 1194', 'art. 1196', 'art. 1194', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1193', 'art. 1194', 'sentenza ', 'art. 1193', 'art. 1193', 'art. 1194', 'art. 1282', 'art. 1194', 'art. 1194', 'art. 1194', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 1194', 'art. 1194', 'art. 1194', 'art. 1194', 'art. 1194']

Articolo del 04/09/2006 Autore Avv. Vittorio Mirra Altri articoli dell'autore
In materia di obbligazioni non di rara verificazione è la possibilità che un soggetto abbia più debiti nei confronti della stessa persona.
Ovviamente per una tale circostanza vi è una regola di diritto che detti i comportamenti da tenersi e la soluzione di eventuali controversie.
Nel caso di un pagamento parziale, ad esempio, bisognerà dichiarare quale debito si intenda estinguere: per la risoluzione di tale problema ci viene in soccorso il codice civile, che all'articolo 1193 detta una disciplina generica, la quale stabilisce che “chi ha più debiti della medesima specie verso la stessa persona può dichiarare, quando paga, quale debito intende soddisfare.
In mancanza di tale dichiarazione, il pagamento deve essere imputato al debito scaduto; tra più debiti scaduti, a quello meno garantito; tra più debiti ugualmente garantiti, al più oneroso per il debitore; tra i più debiti ugualmente onerosi, al più antico. Se tali criteri non soccorrono, l'imputazione è fatta proporzionalmente ai vari debiti”.
Il criterio dell'art. 1193 c.c. riguarda solo le obbligazioni per le quali il creditore possa pretendere l'adempimento e non si riferisce anche ai debiti prescritti ( Cass. sent. 7686/90 ).
Tale criterio, inoltre, si applicherà solo ai pagamenti eseguiti volontariamente e non anche a quelli coattivi, per i quali le parti non possono che adeguarsi alla predeterminazione giudiziale ( Cass. sent. 176/66 ).
La possibilità di imputare il pagamento ad una piuttosto che ad un'altra ragione creditoria, presuppone la loro simultanea esistenza ed esigibilità ( Cass. sent. 2930/69 ).
La facoltà d'imputare il pagamento ad uno fra più debiti va esercitata e si consuma all'atto del pagamento; una successiva dichiarazione del debitore è inefficace senza l'adesione del creditore ( Cass. sent. 6605/88 ).
La volontà di una determinata imputazione può essere desunta anche da facta concludentia e da elementi presuntivi (rispettivamente si vedano Cass. sent. 1347/78 nonché Cass. sent. 489/75 ).
Inoltre, in tema di imputazione del pagamento degli interessi, l'art. 1194, comma I, c.c. stabilisce che “ il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore.
Il pagamento fatto in conto di capitale e d'interessi deve essere imputato prima agli interessi ”; l'unica deroga è, quindi, rappresentata dal consenso del creditore ad un diverso ordine del pagamento.
L'imputazione della somma capitale deve essere necessariamente preceduta dal versamento dei relativi interessi per impedire un inevitabile pregiudizio per il patrimonio del creditore.
Infatti, la parte obbligata alla prestazione pecuniaria, prima deve eliminare gli accessori – che fanno carico al debitore ai sensi dell'art. 1196 c.c. – e successivamente estinguere il debito relativo al capitale.
Qualora il debitore convenga in giudizio il creditore per l'accertamento dell'estinzione del credito a seguito di pagamenti pretendendo di imputarli prima al capitale e poi agli interessi ed alle spese, ha l'onere di provare il consenso del creditore a siffatta imputazione, trattandosi di condizione dell'azione la cui esistenza o meno deve essere accertata d'ufficio dal giudice, e con riguardo alla quale la deduzione del convenuto creditore circa la mancanza del suo consenso, configura una mera difesa a sollecitare il potere-dovere da parte del giudice ( Cass. sent. 14.03.1988, n. 2434 ).
A ciò aggiungasi che la prova del consenso del creditore all'imputazione della sorte capitale prima e degli accessori poi, deve essere chiara e certa; di ciò se ne può rinvenire una conferma attraverso una lettura ed una analisi ermeneutica della pronuncia n. 17661 del 11.12.2002 della Corte di Cassazione secondo la quale “ nell'ipotesi di pagamento parziale, il versamento va imputato agli interessi e non al debito capitale, a meno che non ci sia la prova del consenso del creditore ad una diversa imputazione; non costituisce prova sufficiente, nel caso di pagamento effettuato da una Pubblica Amministrazione, il fatto che il privato creditore, tenuto a rilasciare ricevuta di pagamento, abbia sottoscritto per quietanza il titolo di spesa in cui l'Amministrazione stessa abbia imputato a deconto del capitale la somma erogata a parziale pagamento del debito ”.
Le norme degli artt. 1193 ss c.c. hanno trovato numerose applicazioni specifiche, con riguardo a varie tipologie di crediti; di ciò ne è prova la copiosa giurisprudenza in tal senso.
Ad esempio a livello di credito previdenziale si sancisce che “ poiché l'art. 1194 cod. civ. contiene un criterio legale di imputazione per cui il debitore - senza il consenso del creditore - non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi ed alle spese, nel caso di credito previdenziale (sul quale, a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n. 156 del 1991, maturano interessi e rivalutazione monetaria) non è possibile, senza la prova di detto consenso, imputare il pagamento alla sorte capitale, precludendo la rivendicazione di interessi e rivalutazione monetaria, ma è compito del giudice accertare l'ammontare degli accessori maturati imputando la somma pagata prima agli interessi e poi alla sorte capitale ” ( Cass. sent. n. 9441/99 ) (Nel caso specifico in questione la Suprema Corte ha cassato la sentenza di merito che aveva dichiarato inammissibile la domanda di indennità di malattia per il fatto che il relativo credito, limitatamente alla sorte, era già stato pagato prima dell'inizio del giudizio di merito e che l'inammissibilità della domanda principale non poteva conferire autonomia alla domanda degli accessori).
Sempre la Suprema Corte ha ribadito che in ipotesi di adempimento parziale del datore di lavoro che abbia nei confronti dell'INPS più debiti, per omissioni contributive, non è possibile l'imputazione proporzionale del pagamento ai vari debiti, giacché questi ultimi sono tutti datati nella scadenza e precisi nel relativo ammontare; pertanto trova applicazione il principio generale posto dall'art. 1193 comma II c.c. secondo cui “ in caso di più debiti scaduti che siano ugualmente garantiti per il creditore e parimenti onerosi per il debitore, il pagamento va imputato al debito più antico " (si veda Cass. Civ. sent. n. 194/1986 ).
In materia tributaria, invece, si è stabilito che qualora l'Amministrazione esegua separatamente il pagamento prima dell'imposta e successivamente degli interessi, il contribuente non può chiedere l'applicazione dell'art. 1194 del codice civile (secondo la quale i primi pagamenti vanno imputati agli interessi e quelli successivi al capitale), in quanto a differenza della disciplina codicistica, le leggi tributarie, in tema di rimborso delle imposte non dovute (sia dirette che indirette) e di corresponsione degli interessi in ragione della ritardata restituzione del capitale, non contengono regole espresse sulla imputazione, al capitale e agli interessi, del "rimborso parziale" ( Corte di Cassazione , sez. tributaria; sentenza 3 agosto 2001, n. 10653 ).
Più in particolare, risulta evidente che - allorquando l'Amministrazione finanziaria, nei casi previsti dalla legge, sia costretta, nei confronti del contribuente, dai distinti obblighi di restituzione dell'imposta e di corresponsione degli interessi per il suo ritardato rimborso, ed il loro adempimento non sia integrale e contestuale - parrebbe porsi, analogamente a quanto previsto nella disciplina codicistica, il problema dell'individuazione dell'obbligo cui si riferisce il "rimborso parziale", ovvero della sua imputazione al capitale e/o agli interessi, tenuto conto che, in tal caso, l'Amministrazione stessa avrebbe " più debiti della medesima specie (debiti pecuniari) verso la stessa persona (contribuente-creditore) (art. 1193, comma 1, del codice civile).
Si è già evidenziato infatti come nella disciplina codicistica dell'imputazione del pagamento, la regola generale - che attribuisce al debitore, conformemente all'antico principio del favor debitoris , la facoltà di "dichiarare, quando paga, quale debito intende soddisfare" (art. 1193, comma 1, citato; in mancanza di tale dichiarazione, e, ancor prima, di imputazione "convenzionale", si applica la disciplina suppletiva contenuta nel comma 2 del medesimo articolo) - è derogata, quando i distinti obblighi hanno ad oggetto capitale ed interessi, dal criterio legale di imputazione, esclusiva o prioritaria, del relativo pagamento agli interessi, a meno che il creditore non abbia previamente consentito all'imputazione del pagamento parziale al capitale. È noto, infatti, che "il debitore non può imputare il pagamento al capitale, piuttosto che agli interessi e alle spese, senza il consenso del creditore" (art. 1194, comma 1, del codice civile): consenso, questo, ritenuto indispensabile, perché, con la sua manifestazione, il creditore stesso rinuncia sia all'esercizio del potere di rifiutare l'offerta del debitore che non comprenda "la totalità della somma dovuta, degli interessi e delle spese" [cfr. artt. 1181 e 1208, comma 1, n. 3) del codice civile], sia al beneficio della "naturale" fecondità del denaro (cfr. art. 1282, comma 1, del codice civile).
Ed è, altresì, noto che, comunque, "il pagamento fatto in conto di capitale e di interessi ("pagamento parziale") deve essere imputato prima agli interessi" (art. 1194, comma 2, del codice civile): criterio, questo, stabilito ad evidente tutela della posizione del creditore, garantita dal predetto beneficio (si veda, in tal senso, Cass., sent. n. 8063/1993).
Si può, dunque, concludere, con la prevalente dottrina, che, in presenza di distinti debiti per capitale ed interessi, l' "ordine delle imputazioni", stabilito dalla disciplina codicistica, prevede, al vertice, l'imputazione "convenzionale" (art. 1194, comma 1) e, in difetto, nell'ipotesi di pagamento parziale, l'applicazione del criterio legale dettato dal comma 2 dello stesso art. 1194. Ed è anche opportuno precisare - conformemente al consolidato orientamento della Corte di Cassazione (cfr. sentenze nn. 2850 del 1966, 2352 del 1988, 10149 e 11014 del 1991) - che, in tanto siffatto criterio legale è applicabile, in quanto entrambi i crediti, per capitale ed interessi, siano liquidi ed esigibili; sicché, ad esempio, sino a quando sia incerto o illiquido il credito accessorio, il debitore non è soggetto al divieto di imputare il pagamento al capitale.
A differenza della disciplina codicistica, le leggi tributarie - in tema di rimborso delle imposte non dovute (sia dirette che indirette) e di corresponsione degli interessi relativi in ragione della ritardata restituzione del capitale - non contengono regole espresse sulla imputazione, al capitale o agli interessi, del "rimborso parziale" (è prevista, invece, una speciale disciplina sull'imputazione dei pagamenti, dettata dall'art. 31 del D.P.R. n. 602 del 1973 per l'ipotesi inversa - che qui non rileva - in cui il contribuente sia debitore, a vari titoli da imposizione diretta, nei confronti dell'Amministrazione: disposizione, che, al comma 5, per quanto da essa non previsto, rinvia materialmente alle norme degli artt. 1193 e 1994 del codice civile).
La predilezione dell'Amministrazione statale nei rimborsi parziali all'imputazione prima del capitale e, poi, degli interessi, abbiamo visto che ha trovato un avallo in una sentenza della Cassazione (si veda Cass., sez. trib., del 3/8/2001 n. 10653 ), secondo cui " la disciplina tributaria “ […] deve ritenersi speciale rispetto a quella civilistica... .", sicché " anche il potere di imputazione del pagamento, al capitale e agli interessi, è attribuito dalla legge esclusivamente all'Amministrazione Finanziaria ".
La motivazione pretende di dar conto delle "specialità" della normativa tributaria rispetto a quella civilistica, ma, secondo molti, non convince. Ad esempio, è ben vero che l'art. 44 del DPR n. 602/73 fissa la misura dell'aliquota, la modalità di computo, la decorrenza del calcolo degli interessi, ma nulla dice circa l'imputazione del pagamento.
Ne consegue che " la peculiarità costituita dalla riferibilità alla Pubblica Amministrazione della titolarità giuridica soggettiva attiva o passiva di un rapporto obbligatorio non introduce, in se stessa, alcuna modificazione nella struttura sostanziale del rapporto stesso, onde le correlative situazioni di debito o credito si pongono, sul piano del diritto sostanziale, in termini paritari, quand'anche il rapporto tragga origine da una fattispecie regolata dal diritto pubblico, come tale caratterizzata dalla posizione di supremazia dell'Amministrazione rispetto al soggetto privato " e, pertanto, " il contenuto del rapporto giuridico non si sottrae […] alla disciplina di diritto comune dettata dal codice civile " ( Cassazione sentenza del 3/9/1999 n. 9273 ).
La deroga al codice civile potrebbe provenire da alcune norme di contabilità pubblica, che consentono al debitore PA quella imputazione del pagamento al capitale che l'art. 1194 del codice civile invece vieta.
La ratio dell'art. 1194 è comprensibile, perchè altrimenti il debitore potrebbe imporre un finanziamento forzoso al creditore pari all'importo degli interessi maturati, rimborsandogli il capitale e differendo sine die il rimborso degli interessi.
Sempre in tema di imposte, poi, ed in particolare per quel che riguarda l'imposta sul valore aggiunto, non è possibile, a differenza di quanto previsto in materia civilistica, l'imputazione del pagamento parziale di un rimborso I.V.A. agli interessi e, per la parte eccedente, al capitale ( Cass. Sentenza 09/03/2004, n. 4767 ).
Molto dibattuto, per di più, è stato il fenomeno dei ritardati pagamenti nel settore degli appalti pubblici.
In particolare In ordine alla problematica concernente l'applicabilità del disposto di cui all'art. 1194 c.c. in materia di "imputazione del pagamento" nei casi di pagamento effettuato con ritardo dalla pubblica amministrazione,
si ritiene che la disciplina della tardiva emissione dei certificati di pagamento e dei titoli di spesa è da ricondursi nell'ambito delle previsioni codicistiche, nella scia del riconoscimento, già effettuato dalla giurisprudenza, di una sostanziale parità fra pubblica amministrazione e soggetti privati nei rapporti contrattuali. Ne discende che, ove non diversamente e pattiziamente statuito, trova applicazione il disposto di cui all'articolo 1194 c.c., che prevede che il pagamento stesso non possa essere imputato al capitale senza il consenso del creditore e che il pagamento fatto in conto di capitale ed interessi debba essere imputato prima agli interessi ( amplius nella determinazione dell'Autorità di vigilanza sui lavori pubblici in data 27/03/2002).
L'applicabilità della norma in questione presuppone chiaramente la contemporanea esigibilità del credito sia per il capitale che per gli interessi e le spese, nel senso di infruttuoso decorso dei termini fissati per l'amministrazione per provvedere ai pagamenti stessi.
Ergo , ove non diversamente pattuito, l'art. 1194 c.c. si applica in caso di ritardo nei pagamenti da parte delle stazioni appaltanti con la conseguenza che gli stessi non possano essere imputati al capitale senza il consenso del creditore e che il pagamento fatto in conto di capitale ed interessi debba essere imputato prima agli interessi.
La regola consacrata nell'art. 1194 c.c., secondo cui – ripetesi – il pagamento di somme effettuato dalla parte debitrice di un'obbligazione pecuniaria va imputato prima agli interessi e poi al capitale – fatta salva un'espressa pattuizione in senso diverso che fosse intervenuta tra le parti -, ha carattere generale e vale per ogni tipo di obbligazione pecuniaria, derivi essa da un rapporto di natura privatistica o da uno di natura pubblicistica quale quelli, che qui interessano, scaturenti dall'espropriazione per pubblica utilità e dall'occupazione d'urgenza ( Tar Lombardia- Milano, sez. II, 23 ottobre 2000, n. 6118 ).