Source: http://www.rivistadirittosocietario.com/Article/Archive/index_html?ida=724&idn=53&idi=-1&idu=-1
Timestamp: 2020-07-04 16:22:24+00:00
Document Index: 60955127

Matched Legal Cases: ['art. 2598', 'art. 2479', 'art. 1418', 'art. 2393', 'art. 2393', 'art. 2323', 'art. 2320']

L´informazione del socio
La nozione di controllo congiunto nelle cosiddette società pubbliche
Il termine per l´esercizio del diritto di recesso nella società a responsabilità limitata
Cancellazione di società e sorte dell´attivo sopravvissuto
Le “particolari esigenze” che giustificano la convocazione tardiva del­l´assemblea e le conseguenze sulla delibera di approvazione del bilancio
Doveri fiduciari degli amministratori designati dai fondi attivisti e conflitto di interessi: alcune considerazioni in una prospettiva transatlantica
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Ignazio Cerasa, Marco Mercuri, Emanuele Stabile, Antonio Trillò
PAROLE CHIAVE: società di capitali - trasferimento d - società di persone
TRIBUNALE DI ROMA, 17 gennaio 2020
Pedrelli, Presidente – Basile, Giudice – Martucci, Relatore
R.G. n. 79016/2016
Società – Società di capitali – Atti di concorrenza sleale – Legittimazione all’esercizio – Diritto al risarcimento dei danni
(Artt. 2598, 2599, 2600 c.c.)
Società – Società di capitali – Atti di concorrenza sleale – Storno dei dipendenti – Requisiti
La legittimazione all’ordinaria azione di concorrenza sleale di cui all’art. 2598 c.c. spetta unicamente all’imprenditore concorrente e, nel caso in cui gli atti di concorrenza sleale vengano compiuti in danno di una società, soltanto questa, in persona dell’organo che la rappresenta, è la parte legittimata all’esercizio della relativa azione; pertanto il diritto al risarcimento compete solo alla società e non anche a ciascuno dei soci, in quanto l’illecito colpisce direttamente la società e il suo patrimonio, obbligando il responsabile al relativo risarcimento, mentre l’in­cidenza negativa sui diritti del socio, nascenti dalla partecipazione sociale, costituisce soltanto un effetto indiretto di detto pregiudizio e non conseguenza immediata e diretta dell’illecito.
Lo storno dei dipendenti di una impresa concorrente costituisce atto di concorrenza sleale quando concorrono sia la consapevolezza nel soggetto agente dell’ido­neità dell’atto a danneggiare l’altrui impresa, sia l’animus nocendi, cioè l’inten­zione di conseguire tale risultato, il quale deve ritenersi sussistente ogni volta che lo storno sia stato posto in essere con modalità tali da non poter essere giustificato in rapporto ai principi di correttezza professionale, come in ipotesi di violazione della disciplina gius-lavoristica oppure con modalità non fisiologiche, in quanto potenzialmente rischiose per la continuità aziendale dell’imprenditore che subisce lo storno e, non prevedibili, in grado cioè di provocare alterazioni non immediatamente riassorbibili. (mm)
TRIBUNALE DI ROMA, 22 gennaio 2020
La Marra, Giudice Monocratico
R.G. n. 31600/2019
Azienda – Trasferimento d’azienda – Successione nei contratti – Prosecuzione del rapporto di lavoro con il cessionario – Debiti di lavoro
(Artt. 2558, 2560, 2112 c.c.)
In relazione al trasferimento di azienda, la circostanza che il cessionario sia obbligato a mantenere il precedente rapporto di lavoro alle medesime condizioni e che non sia obbligato in solido con il cedente rispetto ai debiti di lavoro su questi gravanti, non esclude che il rapporto di lavoro con il cedente sia cessato e si costituisca un nuovo rapporto di lavoro con il cessionario. Ne deriva che nei confronti del cedente il lavoratore matura il diritto al trattamento di fine rapporto dal momento della cessione e potrebbe richiederne il pagamento al cedente sin da tale momento. (mm)
TRIBUNALE DI ROMA, 27 gennaio 2020
Di Salvo, Presidente – Cardinali, Giudice – Romano, Relatore
R.G. n. 43207/2017
Società – Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Atto costitutivo – Conferimenti – Cessione d’azienda – Modifica oggetto sociale e diritti dei soci – Invalidità – Nullità
(Artt. 1418, comma 1, 2479, 2° comma, n. 5, c.c.)
Ebbene, come riconosciuto da una parte della dottrina e dalla prevalente giurisprudenza di merito, la cessione d’azienda, trasformando l’attività dell’impresa cedente da produttiva a finanziaria, rientra tra gli atti che certamente modificano l’oggetto sociale stabilito nell’atto costitutivo e modificano in maniera rilevante i diritti dei soci. Ciò posto, a nulla vale la considerazione che l’art. 2479 comma 2 n. 5 c.c. non prevede il rimedio della nullità, quale conseguenza della sua violazione, in quanto, come ribadito dalla giurisprudenza di legittimità, in presenza di un negozio contrario a norme imperative, la mancanza di un’espressa sanzione di nullità non è rilevante ai fini della nullità dell’atto negoziale in conflitto con il divieto, in quanto vi sopperisce l’art. 1418 comma 1 c.c., che rappresenta un principio generale rivolto a prevedere e disciplinare proprio quei casi in cui alla violazione dei precetti imperativi non si accompagna una previsione di nullità … In conclusione, la cessione dell’azienda che esaurisce il patrimonio sociale della società a responsabilità limitata deve essere dichiarata nulla ove posta in essere in assenza di deliberazione da parte dei soci. Ebbene, ritiene questo Collegio che i principi ora menzionati debbano essere applicati (non solo al caso di compravendita della azienda, ma anche) al caso di conferimento di azienda o di beni che esauriscano il patrimonio della società. E, infatti, il conferimento di un bene implica quello stesso effetto traslativo (dal conferente alla società) che si realizza con la cessione in favore di terzi del bene medesimo. (es)
TRIBUNALE DI ROMA, 4 febbraio 2020 (ord.)
Romano, Giudice Designato
R.G. n. 67133/2019
Società – Società di capitali – Società per azioni – Holding di partecipazioni – Azione di responsabilità promossa dal socio – Assemblea – Rinunzia della società – Genericità dell’ordine del giorno – Ricorso cautelare – Sospensione del­l’efficacia della delibera – Ammissibilità – Reclamo – Rigetto
(Artt. 2366, 2377, 2378, 2393, 2393-bis c.c.)
La rinunzia e la transazione dell’azione sociale di responsabilità – segnatamente promossa da una minoranza qualificata ai sensi dell’art. 2393-bis c.c. – sono subordinate ad un espresso pronunciamento dell’assemblea ed alla mancata opposizione dei soci titolari di una determinata aliquota del capitale sociale in forza dell’art. 2393, u.c., c.c., tal che l’opposizione può manifestarsi nel solo contesto assembleare con l’esercizio del diritto di voto. Ne consegue l’imprescindibile necessità che la votazione in ordine alla eventuale rinuncia alla azione sociale di responsabilità esercitata dalla minoranza qualificata sia chiaramente esplicitata nell’ordine del giorno delle materie che verranno trattate dall’assemblea medesima, allo scopo di rendere il socio consapevole della necessità che solo con la sua partecipazione in assemblea potrà impedire l’approvazione della delibera di rinuncia all’azione di responsabilità, e di evitare di trarlo in inganno.
La previsione di legge che attribuisce un determinato potere all’organo assembleare – quale la deliberazione di rinunzia all’azione sociale di responsabilità – non può viceversa supplire alle carenze dell’ordine del giorno contenuto nell’av­viso di convocazione e, in particolare, alla sua erronea, implicita o generica formulazione che non ne faccia espresso richiamo: il potere dell’assemblea di deliberare su un dato argomento è comunque condizionato dalla sua previsione nell’or­dine del giorno, tale da legittimare l’assemblea ad assumere una determinata decisione.
Ogni proposta di deliberazione che verrà discussa in assemblea e poi posta ai voti deve trovare riscontro nell’ordine del giorno, senza che possa avere rilievo una ripartizione di competenze tra gli organi, assembleare e gestorio, societari. (at)
TRIBUNALE DI ROMA, 13 febbraio 2020
Romano, Giudice del Registro delle Imprese
R.G. n. 12352/2020
Società – Società di persone – Società in accomandita semplice – Socio accomandante – Amministratore provvisorio – Nomina – Registro delle imprese – Iscrizione – Cancellazione – Giudice del Registro
(Artt. 2191, 2323 c.c.)
Società – Società di persone – Società in accomandita semplice – Socio accomandante – Amministratore provvisorio – Divieto di immistione
(Artt. 2191, 2320 c.c.)
La norma di cui all’art. 2323 c.c. non esclude esplicitamente che l’accoman­dante possa essere nominato amministratore provvisorio, ciò potendo rispondere ad una reale esigenza operativa della società. D’altra parte, come osservato in dottrina, la stessa affermazione che l’amministratore provvisorio non assume la qualità di accomandatario ha un senso soltanto con riferimento all’accomandante che è nominato a tale carica. … Ebbene, la nomina ad amministratore provvisorio dell’acco­man­dante si rende possibile in ragione della doppia limitazione che la legge pone all’amministratore provvisorio medesimo: limitazione temporale, in primo luogo, essendo la sua attività destinata a concludersi in un periodo predefinito entro l’orizzonte del semestre e limitazione dei poteri, sotto altro profilo, essendo l’am­ministrazione provvisoria destinata ad avere ad oggetto esclusivamente l’ordinaria amministrazione della società. … L’iscrizione … è intervenuta nel concorso delle condizioni di legge.
E va da sé che, ove l’accomandante-amministratore provvisorio non limitasse la propria attività alla sola ordinaria amministrazione, tornerebbe ad applicarsi la norma generale secondo la quale il socio accomandante che contravviene al divieto di immistione assume la responsabilità illimitata e solidale per tutte le obbligazioni sociali e può essere finanche escluso dalla società (art. 2320 c.c.). (es)
TRIBUNALE DI ROMA, 18 febbraio 2020 (ord.)
R.G. n. 61479/2019-1
Società – Società di capitali – Società a responsabilità limitata – Deliberazione assemblea – Mutamento organo amministrativo – Successiva sostituzione della delibera impugnata – Ammissibilità – Aumento scindibile del capitale sociale – Obbligo di conferimento in natura – Illegittimità – Patto parasociale – Inefficacia – Ricorso cautelare – Sospensione dell’efficacia della delibera – Accoglimento
(Artt. 2378, 2464, 2479-ter, 2481, 2481-bis c.c.)
L’annullamento – e così la sospensione – della deliberazione assembleare non può aver luogo qualora la deliberazione impugnata sia sostituita con altra presa in conformità della legge e dello statuto. Ai fini del consolidamento dell’effetto sostitutivo, i soci devono manifestare espressamente un chiaro intento soppressivo del vizio da cui era affetta la precedente deliberazione, e la volontà di sostituirla con un’altra esente da vizi: è essenziale che il rapporto tra le due delibere riveli che lo scopo sostitutivo perseguito dai soci sia stato effettivamente raggiunto, mentre non può escludersi che la seconda delibera abbia un contenuto o un oggetto più ampio di quello della delibera sanata.
Sotto il profilo processuale, al giudice spetta lo scrutinio sulla validità della deliberazione sostitutiva: solo dopo avere incidentalmente valutato l’assenza di vizi afferenti alla seconda deliberazione potrà ritenere esistente l’effetto sostitutivo, e dichiarare la cessazione della materia del contendere – e soprassedere sulla richiesta di sospensiva.
In linea generale il socio può partecipare all’aumento di capitale mediante conferimento di beni in natura o crediti: nulla osta a che un determinato conferimento in natura sia previsto nella stessa deliberazione di aumento di capitale. Tuttavia la delibera non può obbligare un socio ad uno specifico conferimento di un bene di sua proprietà, risolvendosi diversamente essa in una sorta di “espropriazione” del bene del socio o della facoltà di scelta. È illegittima l’operazione che ponga il socio dinanzi all’alternativa tra perdere la proprietà sul bene e mantenere “intatta” la propria partecipazione al capitale sociale della società, ovvero perdere o vedersi diluita la partecipazione al capitale e mantenere la proprietà sul bene che la società gli chiede di conferire.
Il limite all’operazione di aumento del capitale consiste nell’impossibilità di disporre un aumento di capitale scindibile, e con la possibilità per gli altri soci di esercitare la prelazione sull’inoptato. È ammissibile disporre che un determinato socio possa partecipare all’aumento mediante conferimento di uno specifico bene di sua proprietà, ma a condizione che a tale operazione non si ricolleghi la possibilità per gli altri soci di acquistare l’inoptato mediante versamenti in denaro e, più in generale, in caso di diniego del socio a conferire quello specifico bene, non si preveda l’efficacia dell’intera operazione, tal che, al rifiuto del socio, non conseguirebbe nessuno svantaggio, poiché l’intera operazione sarebbe posta nel nulla.
I patti parasociali – segnatamente i sindacati di voto – costituiscono convenzioni atipiche, volte a disciplinare, in via meramente obbligatoria tra i soci contraenti, il modo in cui dovrà atteggiarsi il loro diritto di voto in assemblea su vari oggetti. Non possono determinare il comportamento dei soci nei confronti della società, ancorché prevedano obblighi disattesi in sede assembleare. Il “piano parasociale”, sul quale sono destinati ad operare, è difatti distinto dal “piano sociale”, concernente l’organizzazione della società e non direttamente investito da quei patti. Al socio stipulante è consentito di determinarsi autonomamente all’esercizio del voto in assemblea, né il patto stesso può porre in discussione il corretto funzionamento dell’organo assembleare: al socio non può in alcun modo essere impedito di optare per il non rispetto del patto di sindacato ogni qualvolta l’interesse ad un certo esito della votazione assembleare prevalga sul rischio di dover rispondere dell’inadempimento del patto. (at)