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Timestamp: 2020-04-08 11:59:05+00:00
Document Index: 48231071

Matched Legal Cases: ['art. 117', 'art. 34', 'art. 8', 'art. 14', 'art. 43', 'art. 8', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 3']

DPC | A proposito dell'ordinanza n. 150 del 2012 della Corte ...
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Corte cost., ord. 22 maggio 2012 (dep. 7 giugno 2012), n. 150, Pres. Quaranta, Est. Tesauro (giudizio di legittimità costituzionale in via incidentale)
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Un seminario di studi svoltosi nei giorni scorsi presso l'Università degli Studi di Milano, al quale hanno partecipato esperti di giustizia costituzionale e penalisti, intitolato "La restituzione degli atti in materia di procreazione eterologa: quali scenari futuri nell'ambito dei rapporti fra Corte costituzionale, Corte EDU e giudici comuni", ha discusso nel dettaglio i problemi sollevati dall'ordinanza pronunciata il 22 maggio 2012 n. 150 (e depositata il successivo 7 giugno)[1], con la quale la Corte costituzionale, esaminando la questione di legittimità costituzionale sollevata dai Tribunali di Firenze, Catania e Milano relativamente al divieto assoluto di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo contenuto nella legge 19 febbraio 2004, n. 40 contenente norme in materia di procreazione medicalmente assistita, ha restituito gli atti ai giudici rimettenti per una nuova valutazione della questione.
Questi, in estrema sintesi, i fatti all'origine della vicenda. Il Tribunale ordinario di Firenze, quello di Catania e quello di Milano, rispettivamente con ordinanze del 6 settembre, del 21 ottobre 2010 e del 2 febbraio 2011[2], avevano sollevato, in riferimento agli articoli 117, primo comma, e 3[3] della Costituzione - in relazione agli articoli 8 e 14 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali -nonché agli articoli 2, 3, 31 e 32 della Costituzione (la seconda e la terza ordinanza) ed all'articolo 29 della Costituzione (la terza ordinanza), questione di legittimità costituzionale dell'articolo 4, comma 3, della legge 19 febbraio 2004, n. 40[4] (tutte le ordinanze), e degli articoli 9, commi 1 e 3, limitatamente all'inciso «in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3», e 12, comma 1, di detta legge (la seconda e la terza ordinanza).
Tutte e tre le ordinanze che avevano sollevato questione di legittimità costituzionale, sebbene in direzioni non sempre coincidenti[5], avevano richiamato, quale parametro interposto da far valere per il tramite dell'art. 117 Cost., la pronuncia del 1° aprile 2010 della prima sezione Corte europea (S.H. e altri contro Austria), con la quale quest'ultima, sulla base di un ricorso proposto nel maggio del 2000 da quattro cittadini austriaci ai sensi dell'art. 34 CEDU, aveva stabilito che le disposizioni della legge sulla procreazione artificiale[6] violano il diritto al rispetto della vita privata e familiare previsto dall'art. 8 CEDU, nonché il divieto di discriminazione contenuto nell'art. 14 della stessa Convenzione.
nelle more del giudizio di costituzionalità, tuttavia, tale decisione era stata tuttavia ribaltata da una successiva pronuncia del 3 novembre 2011 della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - alla quale, ai sensi dell'art. 43 della CEDU, era stato deferito il caso già deciso dalla Prima Sezione della stessa Corte[7]. La Grande Chambre, esaminando il caso in una prospettiva per così dire negativa, aveva ritenuto che il divieto contenuto nella legge austriaca in tema di fecondazione eterologa costituisse un'interferenza, necessaria e proporzionata ex art. 8. 2 CEDU, in riferimento al diritto al rispetto della vita privata e familiare contenuto nella stessa norma al primo paragrafo[8], e aveva escluso ogni profilo di violazione dell'art. 14 CEDU.
La Corte costituzionale ha pertanto preso atto di tale pronuncia e ha ritenuto con l'ordinanza n. 150 di restituire gli atti ai giudici a quibus per consentir loro un rinnovato esame dei termini della questione.
A tale riguardo la Consulta cita la propria giurisprudenza costituzionale, ricordando come debba essere ordinata la restituzione allorché «all'ordinanza di rimessione sopravvenga una modificazione della norma costituzionale invocata come parametro di giudizio, ovvero della disposizione che integra il parametro costituzionale, oppure qualora il quadro normativo subisca considerevoli modifiche, pur restando immutata la disposizione censurata». La Corte ricorda, infatti, come la questione dell'eventuale contrasto della disposizione interna con la norme della CEDU vada risolta in base al principio in virtù del quale il giudice comune, al fine di verificarne la sussistenza, deve avere riguardo alle «norme della CEDU, come interpretate dalla Corte di Strasburgo» che è stata «specificamente istituita per dare ad esse interpretazione e applicazione» poiché il «contenuto della Convenzione (e degli obblighi che da essa derivano) è essenzialmente quello che si trae dalla giurisprudenza che nel corso degli anni essa ha elaborato» occorrendo rispettare «la sostanza» di tale giurisprudenza.
In questa ottica, secondo la Corte Costituzionale, la diversa pronuncia della Grande Camera in ordine all'interpretazione accolta dalla sentenza della Prima Sezione - espressamente richiamata dai giudici rimettenti ed intervenuta all'interno dello stesso giudizio nel quale è stata resa quest'ultima decisione - incide sul significato delle norme convenzionali, così come interpretate dalla Corte di Strasburgo, considerate dai giudici a quibus, andando a costituire un "novum" che influisce direttamente sulla questione di legittimità costituzionale così come proposta: di qui la necessità di restituire gli atti ai giudici rimettenti affinché procedano ad un rinnovato esame dei termini delle questioni.
Addirittura, secondo la stessa Corte costituzionale, la restituzione degli atti ai tre tribunali ordinari si imporrebbe per i seguenti motivi: «in primo luogo, perché costituisce l'ineludibile corollario logico-giuridico della configurazione offerta da questa Corte in ordine al valore ed all'efficacia delle sentenze del giudice europeo nell'interpretazione delle norme della CEDU che, come sopra precisato, i rimettenti hanno correttamente considerato, al fine di formulare le censure in esame; in secondo luogo, in quanto una valutazione dell'incidenza sulle questioni di legittimità costituzionale del novum costituito dalla sentenza della Grande Camera (la cui rilevanza è, peraltro, resa palese anche dall'approfondita lettura, significativamente divergente, offertane dalle parti nelle memorie depositate in prossimità dell'udienza pubblica) svolta per la prima volta da questa Corte, senza che su di essa abbiano potuto interloquire i giudici a quibus, comporterebbe un'alterazione dello schema dell'incidentalità del giudizio di costituzionalità, spettando anzitutto ai rimettenti accertare, alla luce della nuova esegesi fornita dalla Corte di Strasburgo, se ed entro quali termini permanga il denunciato contrasto[9]».
Ora, dal momento che il giudice ordinario deve considerare la giurisprudenza della Corte «con un margine di apprezzamento e di adeguamento che le consenta di tener conto delle peculiarità dell'ordinamento giuridico in cui la norma convenzionale è destinata a inserirsi», spetta ai giudici dei tribunali civili fissare una nuova udienza per accertare, alla luce della nuova esegesi fornita dalla Corte di Strasburgo con la decisione della Grande Chambre, se ed entro quali termini permanga il denunciato contrasto.
Va segnalato, peraltro, come sia la prima volta nella giurisprudenza costituzionale che la sopravvenienza di una sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo è alla base di un'ordinanza di restituzione degli atti ai giudici remittenti.
[1] Pubblicazione in G. U. 13/06/2012.
[2] Tutte e tre le ordinanza di rimessione sono già state pubblicate su questa Rivista con rispettive note di E. Dolcini, Strasburgo- Firenze- Roma: il divieto di fecondazione eterologa si avvia al capolinea?; Id., Fecondazione eterologa: ancora un'ordinanza di rimessione alla Corte costituzionale; Id., Stretto d'assedio il divieto di fecondazione assistita di tipo eterologo.
[3] Essendo priva di ragionevolezza, secondo i ricorrenti, una totale esclusione dei soggetti completamente sterili da ogni accesso alle tecniche di procreazione assistita.
[4] La legge n. 40 del 2004 disciplina la procreazione medicalmente assistita e, in particolare: l'art. 4, comma 3, stabilisce che «è vietato il ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo»; l'art. 9, commi 1 e 3, dispone che, «qualora si ricorra a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3, il coniuge o il convivente il cui consenso è ricavabile da atti concludenti non può esercitare l'azione di disconoscimento della paternità nei casi previsti dall'articolo 235, primo comma, numeri 1) e 2), del codice civile, né l'impugnazione di cui all'articolo 263 dello stesso codice» e che, «in caso di applicazione di tecniche di tipo eterologo in violazione del divieto di cui all'articolo 4, comma 3, il donatore di gameti non acquisisce alcuna relazione giuridica parentale con il nato e non può far valere nei suoi confronti alcun diritto né essere titolare di obblighi»; l'art. 12, comma 1, stabilisce che «chiunque a qualsiasi titolo utilizza a fini procreativi gameti di soggetti estranei alla coppia richiedente, in violazione di quanto previsto dall'articolo 4, comma 3, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 300.000 a 600.000 euro»;
[5] Le suddette ordinanze hanno identificato nella sentenza del 1 aprile 2010 della prima sezione della Corte europea il parametro interposto da far valere per il tramite dell'art. 117, comma 1, Cost., e hanno altresì rinvenuto in essa molti degli argomenti idonei a dare corpo alle censure fondate sui restanti parametri costituzionali di cui agli artt. 2, 3, 31 e 32 Cost.
[6] La legislazione austriaca in tema di fecondazione eterologa prevede, da un lato, il divieto della donazione di gameti maschili da parte di terzi ove diretta alla realizzazione di un procedimento di fecondazione in vitro (ritenendo invece, consentita quella in vivo) e, dall'altro lato, un divieto assoluto della donazione di gameti femminili (ovuli). Si noti che la legislazione italiana contiene un divieto tassativo sia relativamente alla fecondazione in vitro, sia a quella in vivo.
[7][7] Per un commento analitico a tale pronuncia cfr. L. Beduschi-A. Colella, La Corte EDU salva (per ora) la legislazione austriaca in materia di procreazione medicalmente assistita, in questa Rivista.
[8] In particolare la Grande Camera, dopo aver osservato che ad essa non spetta «considerare se il divieto della donazione di sperma e ovuli in questione sarebbe o meno giustificato dalla Convenzione», ma spetta invece decidere «se tali divieti fossero giustificati», ha affermato che « il legislatore austriaco non ha all'epoca ecceduto il margine di discrezionalità concessogli né per quanto riguarda il divieto di donazione di ovuli ai fini della procreazione artificiale né per quanto riguarda il divieto di donazione di sperma per la fecondazione in vitro ».
[9] In relazione all'ordinanza di rimessione del Tribunale di Firenze, l'imprescindibilità di tale conclusione è resa palese dalla constatazione che questo ha sollevato questione di legittimità costituzionale esclusivamente in riferimento all'art. 117, primo comma, Cost., limitandosi ad osservare, in ordine all'ulteriore parametro costituzionale evocato, che «le stesse considerazioni esposte dalla Corte EDU in ordine alla irragionevolezza della norma in questione paiono pertinenti per il rilievo della questione di legittimità costituzionale anche sotto il profilo dell'art. 3 Cost.».