Source: https://www.fiscomania.com/2017/08/matrimonio-estero-monitoraggio-fiscale/
Timestamp: 2017-12-15 21:44:27+00:00
Document Index: 63080145

Matched Legal Cases: ['art. 210', 'art. 29', 'art. 4', 'art. 29', 'art. 30', 'art. 4', 'art. 4']

Matrimonio estero e monitoraggio fiscale - Fiscomania
Validità del matrimonio estero effettuato da soggetti fiscalmente residenti in Italia. Conseguenze e adempimenti ai fini della disciplina sul monitoraggio fiscale delle attività patrimoniali e finanziarie detenute all’estero. Validità del matrimonio estero in Italia, documenti per il riconoscimento e la registrazione del matrimonio contratto all’estero.
In questo contributo vogliamo parlare di un particolare aspetto legato alle conseguenze che si hanno in caso di matrimonio contratto all’estero, da parte di soggetti fiscalmente residenti in Italia, per quanto riguarda la disciplina sul monitoraggio fiscale.
L’articolo 4 del DPR n. 917/86, al comma 1, lettera a), prevede che “i redditi dei beni che formano oggetto della comunione legale di cui agli artt. 177 e seguenti del Codice civile sono imputati a ciascuno dei coniugi per metà del loro ammontare netto o per la diversa quota stabilita ai sensi dell’art. 210 dello stesso Codice”.
Questa previsione implica che i coniugi devono indicare, in dichiarazione annuale, i redditi derivanti dai beni ricadenti nella comunione legale nella misura del 50% ciascuno (o della differente quota da essi stabilita), indipendentemente dalla titolarità formale sugli stessi.
La comunione legale è regolata nel Codice civile agli artt. 177 e seguenti. Si tratta del naturale regime patrimoniale dei soggetti che abbiano stipulato un contratto di matrimonio, salvo la manifestazione, da parte loro, di voler regolare i rispettivi rapporti patrimoniali secondo il regime della separazione dei beni o secondo una comunione che non preveda una suddivisione della stessa in parti uguali, ma secondo percentuali differenti.
Questa scelta deve essere manifestata attraverso la stipula di una c.d. convenzione matrimoniale, la quale deve assumere la forma dell’atto pubblico. Pertanto, qualora i coniugi non abbiano optato diversamente, i loro rapporti patrimoniali sono regolati dalla comunione legale dei beni.
La sussistenza della comunione legale è pubblicizzata attraverso la trascrizione dell’atto di matrimonio nei registri dello stato civile; qualora, invece, i coniugi abbiano eventualmente stipulato una convenzione per derogare alla comunione legale, essa deve essere annotata sull’atto di matrimonio trascritto.
Una delle difficoltà derivanti da queste previsioni può sorgere in ipotesi di soggetti che abbiano contratto matrimonio estero al di fuori dell’Italia, benché siano ivi residenti.
Quello che vogliamo capire è se in caso di matrimonio estero sia possibile beneficiare della previsione recata dall’articolo 4, lettera a), del DPR n. 917/86? Quali potrebbero essere le corrette modalità di compilazione della dichiarazione dei redditi qualora detengano all’estero attività o investimenti ricadenti in comunione?
La prima questione che occorre porsi concerne il riconoscimento e la validità del loro atto di matrimonio formato all’estero e, in secondo luogo, qualora esso sia riconosciuto, quale sia la legge che lo sottende.
Trascrizione del matrimonio estero
Regime dell’atto pubblico proveniente dall’estero
Matrimonio estero: riflessi fiscali
Per trattare del sistema pubblicitario in Italia, occorre premettere che con il vocabolo “trascrizione” si vuole spesso indicare, generalizzando, diverse attività che hanno, nello specifico, termini propri in quanto indicanti diversi effetti in relazione all’opponibilità a terzi dell’atto registrato.
Si tratta della “iscrizione”, “trascrizione” (vera e propria) e della “annotazione”. Tra l’altro essi sono utilizzati differentemente a seconda che ci si riferisca, per esempio, ai registri immobiliari o a quelli dello stato civile. In linea di teorica generale (che prende le mosse dalla normativa immobiliare), ognuno di essi è ricollegabile a differenti tipi di pubblicità:
Pubblicità costitutiva: si tratta della pubblicità, normalmente scaturente da “iscrizione”, che rappresenta un requisito necessario per l’efficacia dell’atto (per esempio: l’iscrizione di ipoteca nei registri immobiliari);
Pubblicità dichiarativa: si tratta della pubblicità, normalmente scaturente da “trascrizione” (vera e propria), che ha la specifica funzione di rendere l’atto opponibile a terzi (indipendentemente dalla circostanza che i terzi ne abbiano avuto effettiva conoscenza: si tratta, insomma della presunzione di conoscenza legale di un atto). Questo mezzo pubblicitario, in relazione allo scopo dell’opponibilità a terzi dell’atto, può essere:
Sufficiente, ma non necessario (per esempio: trascrizione della revoca dell’amministratore nel registro delle imprese); in questa ipotesi: se l’atto è trascritto, ciò è sufficiente a renderlo opponibile a terzi; se non trascritto, l’atto può comunque essere opposto a terzi provandone la loro conoscenza;
Sufficiente e necessario (per esempio: la trascrizione dell’atto di trasferimento della proprietà nel registro immobiliare): in questo caso la trascrizione rende l’atto opponibile a terzi, mentre la mancata trascrizione lo rende inopponibile;
Pubblicità notizia: si tratta della pubblicità scaturente da “annotazione”, che ha la funzione (comune anche alle due precedenti) di rendere conoscibili a chiunque ne abbia interesse gli atti (e i relativi fatti) pubblicizzati (per esempio: trascrizione del contratto di matrimonio nei registri dello stato civile). In questa ipotesi, differentemente dalle precedenti, l’atto produce nell’ordinamento le medesime conseguenze sia qualora sia stato annotato, sia qualora non lo sia stato.
Da quanto esposto se ne può ricavare che la trascrizione del matrimonio estero del registro dello stato civile, ordinariamente (a differenza di quella nei registri immobiliari, la quale ha soprattutto funzione dichiarativa), ha funzione di pubblicità notizia.
Per quanto attiene alla “circolazione” in Italia dell’atto formato all’estero, occorre distinguere tra il suo riconoscimento e la sua attuazione (termine in uso nel diritto internazionale privato).
Con quest’ultimo termine si suole indicare, nel campo del diritto internazionale privato, ciò che nella materia fiscale viene definito quale “uso”. L’attuazione avviene attraverso la legalizzazione dell’atto davanti a un notaio e il successivo deposito presso l’archivio notarile. Una volta depositato, l’atto può essere attuato, come per esempio trascritto.
Nel caso dell’atto di matrimonio, trascritto nel registro dello stato civile. Questa attuazione, come brevemente inquadrata, non ha niente a che spartire con il riconoscimento dell’atto. Con detto termine ci si riferisce ai casi nei quali un atto estero (formato, compiuto e perfezionato all’estero) viene ammesso a produrre i suoi propri effetti in Italia, sia come atto appartenente a un altro ordinamento sia come atto sostituto dell’atto italiano.
Che l’ordinamento italiano sia aperto ad atti stranieri (principio del riconoscimento dell’atto estero) è un dato rinvenibile sia nella normativa sia nella giurisprudenza.
Da quanto finora esposto, in merito al matrimonio estero, ne consegue che:
Se i coniugi residenti in Italia hanno diversa cittadinanza o più cittadinanze comuni, dal momento che la legge che sottende la loro unione è quella italiana (ai sensi della DIP, art. 29, comma 2), e che essa stabilisce che il naturale regime patrimoniale sia la comunione legale, essi dovranno applicare l’art. 4 del DPR n. 917/86 e dichiarare i redditi, in essa rientranti, nella misura del 50% ciascuno. In questa ipotesi, in linea teorica, se i coniugi non vogliono derogare al naturale regime patrimoniale previsto dal Codice civile, non risulta necessario (benché lo si possa considerare più che opportuno) trascrivere l’atto di matrimonio. Esso, infatti, è riconosciuto valido dall’ordinamento indipendentemente dalla sua registrazione e, in quanto tale, opponibile a terzi senza particolari formalità.
Qualora i coniugi, viceversa, abbiano la medesima cittadinanza straniera, il loro regime patrimoniale sarà regolato secondo quanto previsto dalla loro comune legge estera (ex art. 29, comma 1, DIP), il quale, per essere opposto a terzi (ai sensi della DIP, art. 30, comma 3) dovrà essere annotato nel registro dello stato civile attraverso la trascrizione dell’atto di matrimonio. Viceversa, in caso di mancata registrazione, il matrimonio è comunque riconosciuto valido, ma il relativo regime patrimoniale è difficilmente opponibile a terzi.
Appurata l’applicabilità dell’articolo 4 del DPR n. 917/86 – in un caso automaticamente, qualora i coniugi abbiano diverse cittadinanze o più di una di esse in comune (poiché è prevista l’applicazione della legge italiana); nell’altro caso indirettamente, qualora i loro rapporti patrimoniali siano regolati da legge straniera (ricordando l’opportunità della registrazione in Italia dell’atto) -, è possibile chiedersi in merito a un particolare aspetto del regime dichiarativo e valutare le implicazioni derivanti dall’adempimento agli obblighi di monitoraggio fiscale.
Se, sulla base dell’articolo 4, i coniugi stranieri residenti in Italia devono dichiarare i redditi dei beni ricadenti in comunione secondo la rispettiva ripartizione legale o convenzionale, della medesima ripartizione si dovrebbe tener conto ai fini della compilazione del quadro RW. Le difficoltà sorgono a causa della mancanza di una espressa indicazione in tal senso.
Nella Circolare n. 38/E/2013, difatti, è specificato al paragrafo 1.1 che: “Se le attività finanziarie o patrimoniali sono in comunione o cointestate, l’obbligo di compilazione del quadro RW è a carico di ciascun soggetto intestatario con riferimento all’intero valore delle attività e con l’indicazione della percentuale di possesso”.
Orbene, è pur vero che la circolare non si esprime nello specifico in merito alla eventuale sussistenza del regime di comunione legale tra i coniugi, ma esso parrebbe essere ricompreso nel richiamo effettuato dall’amministrazione alle generale “comunione”.
Un’ulteriore difficoltà potrebbe emergere in relazione alla locuzione “soggetto intestatario”, in quanto essa sembrerebbe riferirsi solamente al titolare formale. In realtà detta locuzione sta a indicare non solo quest’ultimo, ma anche il titolare effettivo, ossia, nello specifico, il coniuge non titolare formale degli investimenti e/o delle attività.
Nella circolare n. 45/E/2010 della medesima Agenzia, inoltre, quest’ultimo aspetto sembrerebbe trattato più nello specifico. In detto documento, infatti, gli obblighi di monitoraggio sono estesi, attraverso un richiamo della giurisprudenza di legittimità, a chi ha la disponibilità o la possibilità di movimentazione delle attività estere.
In particolare nella circolare si accenna al conto corrente cointestato ad entrambi i coniugi, al conto corrente intestato a un soggetto residente, sul quale vi è delega di firma a un altro soggetto residente e, infine, al caso in cui la titolarità formale dei beni sia in capo a un trust interposto.
Non è possibile riscontrarvi esplicite indicazioni in ordine alla comunione tra i coniugi. A partire da detti elementi sembrerebbe però potersi concludere – anche considerando il dato normativo ex D.L. n. 167/1990, art. 4, comma 1, per cui soggiacciono agli obblighi di monitoraggio coloro “che detengano investimenti all’estero ovvero attività estere di natura finanziaria” e coloro che “pur non essendo possessori diretti” ne “siano titolari effettivi” – che, in ipotesi di comunione tra i coniugi, debbano entrambi in dicare nel quadro RW l’intero valore dei beni e, inoltre, la relativa quota di detenzione a prescindere dalla titolarità formale.
Nel rispetto delle nuove modalità di compilazione del quadro RW, occorrerà segnalare altresì il codice corrispondente ai quadri reddituali (ossia, a seconda della tipologia di reddito, RL, RM, RT) in cui sono stati inseriti gli eventuali redditi derivanti dai cespiti oggetto del monitoraggio. Detti redditi derivanti dagli attivi esteri ricadenti nella comunione tra i coniugi, ai sensi dell’art. 4 del T.U.I.R., qualora ne ricorrano le condizioni per l’applicabilità, dovranno essere dichiarati secondo la medesima quota percentuale legale o convenzionale della comunione stessa, indicata, per l’appunto, anche nel quadro RW.