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Timestamp: 2019-09-23 00:58:32+00:00
Document Index: 85382761

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 81', 'sentenza ', 'art. 494', 'art. 494', 'art. 494', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 494', 'art. 188', 'art. 81', 'art. 494', 'art. 188', 'art. 183', 'art. 494', 'art. 18', 'art. 204', 'art. 48']

Pass invalidi e sostituzione di persona – Sentenza n. 4490 del 2 febbraio 2012 – Confederazione Giudici di Pace
Procedimento: Sentenza n. 4490 del 2 febbraio 2012
Pass invalidi e sostituzione di persona
Con la sentenza n. 4490 depositata il 2 febbraio 2012 la Corte di Cassazione torna a pronunciarsi sulla non configurabilità del delitto di sostituzione di persona quando la condotta dell’agente è limitata alla mera esposizione del contrassegno per invalidi sul parabrezza dell’auto.
Nella fattispecie veniva contestato all’imputata il reato di cui all’art. 81 cpv. e 494 c.p. per avere indebitamente utilizzato in più occasioni il permesso per invalidi rilasciato dal Comune in favore di un’altra persona e telepass abbinato, tramite l’esposizione sul parabrezza dell’automobile anche in assenza dell’invalida. Il Gup di Firenze – emanando sentenza di non luogo a procedere – riteneva il reato di cui all’art. 494 c.p. insussistente proprio sotto il profilo oggettivo dal momento che, il solo fatto di esporre il contrassegno ed utilizzare il telepass, quando l’auto non venga realmente utilizzata per trasportare la persona titolare, non equivale in alcun modo ad una dichiarazione di avere generalità diverse da quelle reali o ad attribuire al conducente una qualifica o una qualità soggettiva né di essere il titolare del contrassegno.
Il P. M. proponeva dunque ricorso in Cassazione adducendo come motivo principale proprio la violazione dell’art. 494 c.p. ritenendo ravvisabile, con riferimento alla condotta, la sostituzione di persona, essendosi l’imputata attribuita una falsa qualità alla quale l’ordinamento attribuisce determinati effetti giuridici.
Il ricorso tuttavia è stato rigettato poiché a giudizio della Corte l’esposizione sul parabrezza di un’auto di una semplice autorizzazione vale ad attestare che sul veicolo viaggia una persona invalida ma non attribuisce, neppure implicitamente od indirettamente, qualifiche soggettive al proprietario o al conducente.
E’ il veicolo che, in quanto al servizio della persona invalida, gode di specifiche autorizzazioni amministrative. L’autorizzazione dunque non indica che al conducente debba essere attribuita la qualità di invalido perché, ad esempio, ben potrebbe essere un semplice autista che accompagna, ha accompagnato o si reca a prelevare l’invalido titolare dell’autorizzazione. Ne consegue che, poiché l’art. 494 c.p. presuppone un comportamento attivo del soggetto agente preordinato a trarre in inganno i soggetti deputati all’accertamento e al controllo dello status di invalido, solo nel caso in cui il soggetto si spacci per il titolare del permesso per invalidi, il reato può ritenersi integrato nella forma tentata o consumata.
Già sentenza n. 35004 del 2010 la Suprema Corte si era espressa affermando “non integra né il delitto di sostituzione di persona, né quello di truffa ai danni dell’ente territoriale che esercita la vigilanza della viabilità la condotta di colui che esponga sul parabrezza dell’auto un contrassegno per invalidi, rilasciato ad altra persona che non si trova a bordo del veicolo, al fine di accedere all’interno di una zona a traffico limitato e percorrere le corsie preferenziali di un centro urbano”; così come con la sentenza n. 10203 del 2011 si era ritenuto, invece, che “integra il delitto di cui all’art. 494 c.p. il conducente del veicolo che circoli, in contrasto con il codice della strada, in zona vietata qualora esponga il contrassegno di autorizzazione rilasciato a persona disabile che non si trovi sul veicolo, in quanto, in tal caso, egli simula la qualità di titolare o di guidatore autorizzato anche al trasporto occasionale del titolare; tale fatto è diverso da quello sanzionato in via amministrativa dall’art. 188 comma quarto c.d.s, che concerne la condotta di chi non sia munito del detto contrassegno o dello stesso disabile che non rispetti le condizioni ed i limiti prescritti”.
In conclusione, il principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte è il seguente: “non integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di colui che si limiti ad esporre sul parabrezza dell’auto un contrassegno per invalidi, rilasciato ad altra persona che non si trova a bordo del veicolo, al fine di accedere all’interno di una zona a traffico limitato e percorrere le corsie preferenziali di un centro urbano, in assenza di comportamenti idonei a trarre in errore, sul suo stato di falso invalido, il personale preposto all’accertamento e controllo”.
a) del reato di cui all’art. 81 cpv e 494 c.p. per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, indebitamente utilizzato in più occasioni (non meno di 50) il permesso per invalidi n. (…) rilasciato dal Comune di Firenze in favore di C.A.R. e telepass abbinato n. (omissis), esponendoli sul veicolo nella sua disponibilità targato (OMISSIS), salvo se altri, in assenza dell’invalida: permesso grazie al quale, accedeva tramite corsie preferenziali e porte telematiche alla ZTL ove parcheggiava senza pagare alcunché e ciò anche per recarsi al CEPU di via (…), nei giorni di martedì, mercoledì e venerdì.
– “Il solo fatto di esporre il contrassegno ed utilizzare il telepass quando l’auto non venga realmente utilizzata per trasportare la persona titolare non equivale in alcun modo ad una dichiarazione di avere generalità diverse da quelle reali o ad attribuire al conducente una qualifica o una qualità soggettiva né di essere il titolare del contrassegno e la condotta non può dunque neppure astrattamente essere ricondotta a quella sanzionata dall’art. 494 c.p.. Le uniche qualifiche soggettive desumibili dal contrassegno sono quelle relative al soggetto che ne è titolare, ovvero al suo stato di invalidità. La semplice esposizione sul parabrezza del contrassegno è, invece, un comportamento che vale ad attestare che sul veicolo viaggia una persona invalida ma non attribuisce, neppure implicitamente od indirettamente, qualifiche soggettive al proprietario o al conducente. E’ il veicolo, infatti, che, in quanto al servizio della persona invalida, gode di specifiche autorizzazioni amministrative (transito in ZTL, parcheggio senza vincoli di tempo, in zone vietate agli altri utenti ecc), autorizzazioni tra l’altro fruibili nei modi più disparati, perché l’invalido può guidare da solo in quanto abile alla guida, può necessitare di un autista, può necessitare di persone che lo accompagnano per scendere dall’autovettura, può essere il proprietario o meno dell’autovettura, circostanze tutte assolutamente non desumibili dalla semplice esposizione del permesso sul parabrezza.
Importante ed ulteriore conseguenza è che la condotta di colui che espone il contrassegno sull’autovettura non può essere ritenuta implicitamente e univocamente indicativa dello “stato o della qualità di accompagnatore”;
1) l’attribuzione di una qualità (nella specie, invalida) a cui la legge attribuisce effetti giuridici;
2) l’induzione in errore di un terzo.
– l’art. 188/3 cit., dispone che “i veicoli al servizio di persone invalide autorizzate a norma del comma 2 non sono tenuti all’obbligo del rispetto dei limiti di tempo se lasciati in sosta nelle aree di parcheggio a tempo determinato”;
– l’art. 183/4 sanziona, infine, amministrativamente, “Chiunque usufruisce delle strutture di cui al comma 1, senza avere l’autorizzazione prescritta dal comma 2 o ne faccia uso improprio”. Dalla suddetta normativa si evince, quindi, che:
– Cass. 12753/1998 riguarda il caso di un soggetto che, avendo esibito una paletta della Polizia di Stato allo scopo di evitare la contestazione di sosta del proprio veicolo in zona vietata, fu ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 494 cod. pen..
– Cass. 35004/2010 Rv. 248249 che ha ribadito che “non integra né il delitto di sostituzione di persona, né quello di truffa ai danni dell’ente territoriale che esercita la vigilanza della viabilità la condotta di colui che esponga sul parabrezza dell’auto un contrassegno per invalidi, rilasciato ad altra persona che non si trova a bordo del veicolo, al fine di accedere all’interno di una zona a traffico limitato e percorrere le corsie preferenziali dì un centro urbano”;
Di conseguenza, la condotta del reato non è configurabile nell’ipotesi in cui l’agente si limiti alla semplice esibizione, sul parabrezza di un’autovettura, del contrassegno invalidi, proprio perché la suddetta condotta “non implica una “dichiarazione” di attestazione della presenza del titolare del permesso a bordo dell’autovettura medesima, come presupposto dell’auto-attribuzione della qualità di “accompagnatore” da parte del conducente” (Cass. 35004/2010 cit). Il principio di diritto che, pertanto, si deve ribadire è il seguente “non integra il delitto di sostituzione di persona la condotta di colui che si limiti ad esporre sul parabrezza dell’auto un contrassegno per invalidi, rilasciato ad altra persona che non si trova a bordo del veicolo, al fine di accedere all’interno di una zona a traffico limitato e percorrere le corsie preferenziali di un centro urbano, in assenza di comportamenti idonei a trarre in errore, sul suo stato di falso invalido, il personale preposto all’accertamento e controllo”.
Il reato in argomento mira a tutelare i beni patrimoniali del soggetto passivo e la sua libertà di determinazione negoziale in modo che gli atti di disposizione siano compiuti in assenza di qualsiasi elemento perturbatore, quale la frode altrui, e quindi, in definitiva, a salvaguardare la volontà degli atti giuridici aventi riflesso sulla sfera patrimoniale in modo che essa stessa volontà sia libera di determinarsi.
L’errore derivante dalla frode, dunque, deve avere la conseguenza di indurre il soggetto passivo a compiere un atto di disposizione patrimoniale, di natura privatistica, che viene a configurarsi, secondo una consolidata dottrina, quale requisito implicito indispensabile per la consumazione del reato. Al di fuori di questo schema non può esservi truffa. E si è completamente al di fuori di tale schema quando la frode sia destinata a incidere sull’autorità amministrativa tenuta ad accertare una violazione amministrativa nell’ambito di un procedimento destinato alla verifica della sussistenza delle condizioni per l’emanazione dell’ordinanza-ingiunzione di cui all’art. 18 della 1.24 novembre 1981, n. 689, quale che sia il tipo procedimentale adottato dal legislatore in relazione alla molteplicità delle violazioni costituenti illeciti amministrativi previste dall’ordinamento, ivi compreso, ovviamente, quello delineato negli artt. 203 e 204 c.d.s., tipologia la quale prevede che, prima della emanazione della ordinanza – ingiunzione, il trasgressore (o gli altri soggetti indicati nell’alt. 196 del c.d.s.) possano proporre ricorso al prefetto, avverso il verbale di contestazione, entro sessanta giorni dalla contestazione o dalla notificazione. Non può, dunque, sussistere il reato contestato nella specie, neppure sotto la forma del tentativo.
Nel procedimento volto all’accertamento della infrazione amministrativa l’autorità che irroga la sanzione, quando consegua la emanazione della ordinanza – ingiunzione, in nessun modo compie un atto che possa essere riguardato come un atto di libera disposizione negoziale incidente sul patrimonio della pubblica amministrazione rappresentata né, tanto meno, sul patrimonio del trasgressore, ma pone in essere un atto autoritativo, di tipo ablatorio, che, anche se noti avente carattere giurisdizionale, costituisce manifestazione tipica dei pubblici poteri sanzionatori. Ugualmente il prefetto non compie alcun atto negoziale nel caso in cui emetta ordinanza motivata di archiviazione ai sensi dell’art. 204, primo comma, ultimo periodo c.d.s., ipotesi nella quale, pure, compie attività tipicamente inerente all’esercizio di una pubblica funzione. Il P.M., tuttavia, si riferisce ad una induzione in errore in ordine alla “non debenza del pagamento di ogni tipo di parcheggio”. L’imputazione non è chiara, ma sembra riferirsi alla possibilità che l’autovettura entrata nella ZTL attraverso la porta telematica abbia potuto fermarsi in qualche parcheggio a pagamento senza alcun pagamento di ticket da parte del conducente. In realtà il mero ingresso (legittimo o meno) nella zona a traffico limitato di un’autovettura non costituisce affatto prova – e nemmeno indizio – che l’autovettura, successivamente all’ingresso, si sia fermata in un parcheggio pubblico a pagamento e che il suo conducente abbia approfittato del contrassegno per invalidi esposto (come si è detto: anche questa circostanza niente affatto provata) per non pagare il canone del parcheggio: l’autovettura avrebbe potuto, ad esempio, non fermarsi (usando il centro storico solo per attraversamento per giungere alla parte opposta della città) o fermarsi in parcheggio non a pagamento”.
p. 3. violazione dell’art. 48 C.P.: la censura è infondata in quanto, come si è detto, in punto di fatto, il g.i.p. ha accertato che “manca il soggetto che sarebbe stato “indotto in errore”, in quanto in nessuna occasione la C. fu fermata dai Vigili Urbani.