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Timestamp: 2020-03-28 14:36:40+00:00
Document Index: 35134783

Matched Legal Cases: ['art. 256', 'sentenza ', 'art. 81', 'sentenza ', 'art 173', 'art. 255', 'art. 157', 'sentenza ', 'art. 131', 'art. 131', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 256', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 131', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 129', 'sentenza ', 'art 616']

Cass. Pen. Sez. III 02/03/2020 n. 8360 - Attività di gestione rifiuti non autorizzata, sufficiente una sola condotta non occasionale - Tuttoambiente.it
Attività di gestione rifiuti non autorizzata, sufficiente una sola condotta non occasionale
Ai fini della configurabilità del reato di cui dell'art. 256, comma primo, D.L.vo n.152/2006, trattandosi di illecito istantaneo, è sufficiente anche una sola condotta integrante una delle ipotesi alternative previste dalla norma, purché costituisca un'attività di gestione di rifiuti e non sia assolutamente occasionale. (Nel caso in giudizio, il ricorrente aveva depositato sul suo terreno veicoli o parti di veicoli con materiali edili e nel corso del tempo aveva smontato i veicoli, prelevando dei pezzi, così trattando i rifiuti senza alcuna autorizzazione).
La Corte di appello di Venezia con sentenza del 16 ottobre 2017, ha confermato la decisione del Tribunale di Venezia del 10 febbraio 2016 che aveva condannato B. T. alla pena di mesi 8 di arresto ed C 10.000,00 di ammenda relativamente al reato contestatogli di cui agli art. 81 cod. pen. e 256, comma 1, lettera A e B, d. Igs. 152/2006, perché con più atti costituenti attuazione di un unitario disegno criminoso, su area ubicata in [...] in assenza di qualsivoglia autorizzazione / comunicazione nonché in carenza dei presidi ambientali idonei ad evitare l'inquinamento del terreno, eseguiva attività di gestione di rifiuti costituiti da veicoli fuori uso e parti di veicoli fuori uso, sia pericolose, sia non pericolose (portiere, paraurti, cerchioni, pneumatici, motori ecc.) derivate dal disassemblaggio di mezzi a motore. Accertato il 21 febbraio 2013. La Corte di appello in parziale riforma della sentenza impugnata revocava la confisca del terreno in sequestro.
L'imputato ha proposto ricorso in cassazione per i motivi di seguito enunciati, nei limiti strettamente necessari per la motivazione, come disposto dall'art 173, comma 1, disp. att., cod. proc. pen.
1. Mancanza e manifesta illogicità della motivazione relativamente alla qualificazione del fatto nell'attività di gestione di rifiuti non autorizzata invece che nella fattispecie di abbandono di rifiuti di cui all'art. 255, comma 1, d. Igs. 152 del 2006. Nei fatti in giudizio si configura l'ipotesi di abbandono di rifiuti e non quella di gestione degli stessi. Infatti, sul terreno di proprietà del ricorrente insistevano (da tempo) alcuni veicoli privi di taluni componenti, e altri pezzi non meglio precisati. È mancato qualsiasi accertamento e prova sulla effettiva gestione dei rifiuti, gli stessi erano stati accumulati alla rinfusa. La Corte di appello ha, con motivazione carente, rilevato come il prelievo nel corso del tempo di pezzi delle carcasse di vetture configurasse l'attività di gestione di rifiuti. Il prelievo potrebbe essere avvenuto in tempi imprecisati e - teoricamente - anche prima del deposito delle carcasse nel terreno in oggetto. L'inquinamento del terreno (in maniera elevata, 150 volte del valore consentito per le aree urbane) non poteva derivare dalle tre sole vetture rinvenute sul posto. Si è trattato di un semplice accumulo di rifiuti ma non di una gestione degli stessi.
2. Violazione di legge (art. 157 e 161 cod. pen.); prescrizione del reato prima della decisione di appello. La gestione dei rifiuti si sarebbe verificata con lo smontaggio dei pezzi degli autoveicoli in demolizione. L'eventuale smontaggio è, comunque, avvenuta in data anteriore a quella dell'accertamento del reato. L'imputato, ritenuto peraltro credibile dalla sentenza impugnata, aveva dichiarato che i veicoli erano nel terreno già dal 2011. Il teste Quattrocchi aveva dichiarato che i veicoli erano stati radiati per demolizione sin dal 2011 / 2012. L'illecito istantaneo contestato all'imputato pertanto è stato commesso in epoca anteriore e prossima al 1/01/2012 (principio del favor rei, che opera anche in relazione alla prescrizione).
3. Mancanza della motivazione in relazione alla mancata applicazione della particolare tenuità del fatto (art. 131 bis cod. pen.), richiesta al giudice di merito. La Corte di appello ha respinto la richiesta di applicazione dell'art. 131 bis cod. pen. in quanto la condotta del ricorrente è stata ritenuta abituale. La motivazione è carente poiché non è chiaro se l'abitualità della condotta fosse riferita ai due precedenti penali del ricorrente o al reato continuato in giudizio. La Corte di appello non ha, comunque, valutato se le condotte del ricorrente sono avvenute con distinte azioni nelle medesime circostanze senza ripetizioni nel tempo. La sentenza sul punto risulta apodittica. Ha chiesto, quindi, l'annullamento della sentenza impugnata.
Il ricorso è inammissibile, per manifesta infondatezza dei motivi, genericità e perché articolato in fatto, senza critiche specifiche di legittimità alla motivazione della decisione impugnata. Reitera acriticamente i motivi dell'appello, senza confrontarsi con le motivazioni della sentenza impugnata. Il motivo sull'accertamento della data del commesso reato, per la prescrizione, non risulta proposto in appello; lo stesso coinvolge comunque accertamenti di merito. Ai fini della configurabilità del reato di cui dell'art. 256, comma primo, d.lgs. 3 aprile 2006, n. 152, trattandosi di illecito istantaneo, è sufficiente anche una sola condotta integrante una delle ipotesi alternative previste dalla norma, purché costituisca un'attività di gestione di rifiuti e non sia assolutamente occasionale. (Vedi Sez. 3, n. 8193 del 11/02/2016 - dep. 29/02/2016, P.M. in proc. Revello, Rv. 266305; cfr. anche, nello stesso senso, Sez. 3, n. 8979 del 02/10/2014 - dep. 02/03/2015, Pmt in proc. Cristinzio e altro, Rv. 26251401). Nel caso in giudizio, come adeguatamente motivato nelle decisioni di merito, il ricorrente aveva depositato sul suo terreno veicoli o parti di veicoli con materiali edili e nel corso del tempo aveva smontato i veicoli, prelevando dei pezzi, così trattando i rifiuti senza alcuna autorizzazione. Si tratta di un accertamento in fatto insindacabile in sede di legittimità se adeguatamente motivato come nel caso in giudizio.
1. Relativamente alla prospettata incertezza sulla reale commissione della condotta di cui all'imputazione, deve anzitutto rilevarsi che sul punto il ricorso risulta estremamente generico, e che comunque «Ai fini della configurabilità del reato di gestione abusiva di rifiuti, non rileva la qualifica soggettiva del soggetto agente bensì la concreta attività posta in essere in assenza dei prescritti titoli abilitativi, che può essere svolta anche di fatto o in modo secondario» Sez. 3, n. 5716 del 07/01/2016 - dep. 11/02/2016, P.M. in proc. Isoardi, Rv. 26583601. La sentenza infatti rileva come il ricorrente sapesse dell'attività di scarico dei rifiuti sul terreno e pacificamente la aveva permessa.
La sentenza impugnata, inoltre, risulta adeguatamente motivata, senza contraddizioni e senza manifeste illogicità, relativamente alla particolare tenuità del fatto, rilevando come non può applicarsi l'art. 131 bis, cod. pen. "atteso che si tratta di condotta abituale con reiterazione della condotta tipica". La condotta è riferita chiaramente al reato in contestazione. Inoltre, non risulta irrogata nemmeno una pena nel minimo edittale (Sez. 5, n. 39806 del 24/06/2015 - dep. 01/10/2015, Lembo, Rv. 26531701). Il ricorso, sul punto, risulta estremamente generico, senza critiche specifiche di legittimità alla motivazione della sentenza impugnata.
Estremamente generico anche il motivo sulla prescrizione, peraltro non proposto in appello, riguardando lo stesso comunque accertamenti di fatto, sulla data del commesso reato. Con il ricorso in cassazione si esprimono dubbi soggettivi, ipotesi non rilevanti scollegati da qualsiasi atto processuale (le attività erano riferibili sicuramente ad una data anteriore a quella Corte di Cassazione - copia non ufficiale dell'accertamento, prima del 1/01/2012), non dimostrati davanti al giudice di merito e , quindi, non possono essere considerati dalla Corte di legittimità, in assenza di elementi probatori, non indicati nel ricorso e riferibili ad atti del processo (vedi espressamente Cassazione, Sez. 5, n. 18999 del 19/02/2014 - dep. 08/05/2014, C e altro, Rv. 260409: «La regola dell' al di là di ogni ragionevole dubbio, secondo cui il giudice pronuncia sentenza di condanna solo se è possibile escludere ipotesi alternative dotate di razionalità e plausibilità, impone all'imputato che, deducendo il vizio di motivazione della decisione impugnata, intenda prospettare, in sede di legittimità, attraverso una diversa ricostruzione dei fatti, l'esistenza di un ragionevole dubbio sulla colpevolezza, di fare riferimento ad elementi sostenibili, cioè desunti dai dati acquisiti al processo, e non meramente ipotetici o congetturali»). Inoltre, "In tema di cause di estinzione del reato, il principio del "favor rei", in base al quale, nel dubbio sulla data di decorrenza del termine di prescrizione, il momento iniziale va fissato in modo che risulti più favorevole all'imputato, opera solo in caso di incertezza assoluta sulla data di commissione del reato o, comunque, sull'inizio del termine di prescrizione, ma non quando sia possibile eliminare tale incertezza, anche se attraverso deduzioni logiche, del tutto ammissibili. (Sez. 3, n. 46467 del 16/06/2017 - dep. 10/10/2017, V, Rv. 27114601, vedi anche Sez. 3, n. 1182 del 17/10/2007 - dep. 11/01/2008, Cilia e altro, Rv. 23885001). Nel nostro caso l'incertezza della data di commissione del reato può ritenersi superata dalla data dell'accertamento del reato e dal sequestro dell'area, nell'assenza di qualsiasi prospettazione o allegazione diversa al giudice di merito; pertanto il reato non risultava prescritto al momento della decisione impugnata.
1. L'inammissibilità del riscorso esclude la valutazione della prescrizione maturata dopo la sentenza impugnata. L'inammissibilità del ricorso per cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto di impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di rilevare e dichiarare le cause di non punibilità a norma dell'art. 129 cod. proc. pen. (Nella specie la prescrizione del reato maturata successivamente alla sentenza impugnata con il ricorso). (Sez. U, n. 32 del 22/11/2000 - dep. 21/12/2000, D. L, Rv. 217266). Alla dichiarazione di inammissibilità consegue il pagamento in favore della cassa delle ammende della somma di C 2.000,00, e delle spese del procedimento, ex art 616 cod. proc. pen.