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Timestamp: 2018-05-27 05:11:40+00:00
Document Index: 153484873

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 7', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sono indizi le dichiarazioni di terzi
Con sentenza n. 14290 del 19 giugno 2009 (ud. del 4 marzo 2009), la Corte di Cassazione ha affermato che il divieto relativo all’acquisizione della prova testimoniale nel processo tributario, di cui all’art. 7, del D.Lgs. n. 546/1992, trova fondamento nell’esigenza di celerità e speditezza del rito. Tuttavia, le dichiarazioni rese da terzi e raccolte dalla polizia tributaria possono assumere valenza di indizi utilizzabili dal giudice non essendo annoverabili fra le prove testimoniali per difetto dei presupposti di sostanza e di forma.
Infatti, “l’esclusione della prova testimoniale è dettata da un’esigenza di speditezza del processo tributario (cfr. Cassazione civile, sez. 1^, n. 12854 del 19 dicembre 1997) e non comporta l’inutilizzabilità delle dichiarazioni di terzi rese ai verbalizzanti, secondo quanto chiarito dalla stessa giurisprudenza richiamata dalla società ricorrente (si veda in particolare Cassazione civile, sezione 5^, n. 19114 del 29 settembre 2005 secondo la quale le dichiarazioni di terzi raccolte dalla Polizia tributaria ed inserite nel processo verbale di constatazione non hanno natura di testimonianza bensì di mere informazioni acquisite nell’ambito di indagini amministrative, sfornite, pertanto, ex se, di efficacia probatoria, con la conseguenza che esse risultano del tutto inidonee, di per sè, a fondare un’affermazione di responsabilità del contribuente in termine di imposta, potendo soltanto (come nella specie) fornire un ulteriore riscontro a quanto già accertato e provato aliunde in sede di procedimento tributario)”.
Osserva, quindi, la Corte che “coerentemente a questa giurisprudenza la motivazione della C.T.R. non fonda affatto la decisione su tali dichiarazioni dei terzi ma si limita a rilevare che, contrariamente a quanto affermato nella motivazione della C.T.P., le affermazioni della Guardia di Finanza trovano invece riscontro nella quasi totalità delle dichiarazioni rese dai terzi”. La ricorrente censura proprio questa espressione, sotto il profilo del difetto di motivazione, ritenendo che la C.T.R. avesse l’obbligo di analizzare dettagliatamente il contenuto di quella parte minoritaria delle dichiarazioni non in conformità con le affermazioni della Guardia di Finanza.
La censura – per i Massimi giudici – “si dimostra palesemente generica e indeterminata dato che non indica quali dichiarazioni smentirebbero le affermazioni dei verbalizzatori nè argomenta le ragioni per cui esse dovrebbero inficiare la credibilità del processo verbale”. Di fronte a una concisa espressione della motivazione della C.T.R., che vuole solamente affermare il generale riscontro delle affermazioni dei verbalizzatori da parte dei terzi sentiti in sommarie informazioni, la ricorrente attribuisce alla stessa espressione un significato niente affatto univoco e diretto a riaprire il giudizio di merito, sopravvalutando il significato da attribuire nel contesto della motivazione, all’espressione “quasi totalità“. Sul punto viene richiamata la giurisprudenza della Corte, secondo cui il vizio di motivazione su un punto decisivo della controversia, denunziabile per cassazione ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, “postula che il giudice di merito abbia formulato un apprezzamento, nel senso che, dopo avere percepito un fatto di causa negli esatti termini materiali in cui è stato prospettato dalla parte, abbia omesso di valutarlo in modo che l’omissione venga a risolversi in un implicito accertamento negativo sulla rilevanza del fatto stesso, ovvero lo abbia valutato in modo insufficiente o illogico (Cassazione civile sezione 3^ n. 19298 dell’8 settembre 2006)”.
In ordine alla mancata considerazione della sentenza di proscioglimento la Corte osserva che la stessa ha natura di provvedimento di non luogo a procedere, “inidoneo ad acquisire l’efficacia di cosa giudicata. La C.T.R. ha richiamato altresì il principio di piena autonomia del giudice tributario nella valutazione degli elementi probatori emergenti in sede di processo penale. Ed è implicito in tale richiamo il riferimento del giudice per le indagini preliminari al difetto degli elementi probatori necessari per la prosecuzione del procedimento penale a carico dell’amministratore della società contribuente per i reati di omessa contabilizzazione di corrispettivi e di frode fiscale ma senza pregiudizio per la legittimità dell’accertamento tributario”.
Infine, in merito alla presunta mancata disamina della prova contraria alla pretesa impositiva (si riferisce specificamente alla voluminosa ed esaustiva perizia depositata in atti), per la Corte questo motivo “pecca di indeterminatezza perchè non specifica in quali punti le risultanze della perizia contraddirebbero l’ampia motivazione della C.T.R. basata su una serie cospicua di elementi pertinenti e rilevanti rispetto ai quali non viene portato dalla ricorrente alcun elemento di concreto confronto idoneo a far ritenere l’insufficienza o la incongruità della motivazione. Vi è solo l’affermazione, oscura e generica, per cui la perizia contabile era volta a dimostrare che i flussi di cassa rinvenuti dai verificatori con lo strumento dell’accertamento bancario non avevano rilevanza ai fini del tributo in questione. Il raggiungimento di tale finalità doveva però essere dimostrato dalla ricorrente nell’illustrazione del motivo di ricorso mentre rimane del tutto apodittica l’affermazione per cui sarebbe stato misconosciuto lo sforzo incredibile della perizia di documentare e giustificare l’irrilevanza di centinaia di operazioni bancarie sui conti personali dei soci. Il ricorso va pertanto ritenuto generico e privo del requisito di autosufficienza. È infine palesemente illogico sostenere che i giudici di appello avrebbero disconosciuto senza una congrua motivazione una capacità reddituale autonoma dei soci persone fisiche rispetto alla società non tenendo conto delle vincite al casinò realizzate in anni successivi a quello cui si riferisce l’accertamento IVA”.
La prova testimoniale richiamata dal citato art. 7 del D.Lgs. n. 546/1992 – ed esclusa – è esclusivamente quella che si forma in sede processuale, restando possibile la formalizzazione di dichiarazioni verbali rese agli organi operanti, le quali pur non essendo prove immediatamente fruibili hanno valenza indiziaria.
Siamo in presenza, quindi, di elementi indiziari, che possono concorrere a formare il convincimento del giudice, ma non sono, da soli, idonei a fondare la decisione, se non supportate da riscontri oggettivi.
Anche al contribuente è data la possibilità di utilizzare in suo favore eventuali dichiarazioni a lui rese da terzi al di fuori del giudizio, nell’ottica di attuazione dei principi del “giusto processo“.
Naturalmente anche per il contribuente le dichiarazioni in questione non potranno avere pieno valore probatorio, ma solo il valore di “elementi“, che non possono costituire da soli il fondamento della decisione.
Il valore probatorio delle verbalizzazioni è quindi rimesso al libero apprezzamento del giudice.
Si segnalano le sentenze di maggiore interesse rese, in quest’ultimo periodo, dalla Corte di Cassazione:
sentenza n. 16418 del 23 gennaio 2008 (dep. il 18 giugno 2008) confermativa dell’avviso di accertamento fondato su dichiarazioni rese da terzi. “Le dichiarazioni di terzi, nel caso di specie clienti, ben possono costituire la base di un ragionamento induttivo circa il reddito presumibile del contribuente. E tale utilizzazione non contrasta con il divieto di assunzioni di prove testimoniali nel processo tributario. Né è priva di supporto la supposizione secondo cui la ditta praticasse a tutta la clientela condizioni analoghe a quelle accertate in ordine ai clienti le cui dichiarazioni sono state assunte”;
sentenza n. 6548 del 18 marzo 2009 (ud. del 6 febbraio 2009) secondo cui “l’insufficienza della motivazione consiste principalmente nell’omessa disamina degl’indizi forniti dai verbalizzanti, nel quadro complessivo del materiale raccolto (Cass. nn. 3390/2005, 16831/2003, 15399/2002 ed altre), al fine di valutare, con giudizio di merito non censurabile in questa sede se correttamente motivato, la possibilità o l’impossibilità di pervenire, con un grado di approssimazione ragionevole, all’accertamento dell’evasione fiscale: è invero sufficiente che il fatto ignoto da provare (evasione fiscale) sia desumibile dal fatto noto non in termini di assoluta certezza, ma come conseguenza ragionevolmente possibile o probabile, secondo regole di esperienza (Cass. nn. 16993/2007, 13546/2006, 12802/2006 ed altre); purché di tale deduzione probabilistica il giudice di merito dia adeguato conto in motivazione”. Inoltre, “sono giuridicamente (e logicamente) errate le seguenti affermazioni: che il giudice tributario non debba tenere in alcun conto le dichiarazioni di terzi alla guardia di finanza, per non violare il divieto di prove testimoniali; che quindi non possa darsi valida presunzione se gli unici indizi raccolti provengano da dichiarazioni orali, non suffragate da prove documentali“. Per la Corte, “ le dichiarazioni rese da terzi nel corso della procedura di accertamento sono utilizzabili nel contenzioso tributario, pur caratterizzato dal divieto di prova testimoniale, quali indizi a supporto della pretesa dell’ufficio (C. cost. sent. n. 18/2000; Cass. nn. 9402/2007, 14774/2000); e che la presunzione ha valore autonomo di prova della pretesa fiscale, senza necessità di riscontri documentali, se fondata, con criterio probabilistico e non di assoluta necessità (Cass. nn. 16993/2007, 13546/2006, 12802/2006 ed altre), su indizi che, valutati singolarmente e nel complesso delle acquisizioni processuali (Cass. nn. 3390/2005, 16831/2003, 15399/2002 ed altre), siano ritenuti dal giudice di merito gravi, precisi e concordanti, con giudizio non suscettibile di riesame in sede di legittimità se congruamente motivato. Tale presunzione sposta sul contribuente l’onere della prova contraria (Cass. nn. 9203/2008,1575/2007)”.
La sentenza che si annota, inoltre, rivendica, ancora una volta, l’autonomia del processo tributario rispetto al processo penale e non prende in considerazione la perizia di parte – oscura e generica – in una parola, vaga.