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Timestamp: 2020-08-13 21:01:22+00:00
Document Index: 56318722

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Sentenza Cassazione Civile n. 20339 del 10/10/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 20339 del 10/10/2016
Cassazione civile sez. lav., 10/10/2016, (ud. 14/07/2016, dep. 10/10/2016), n.20339
sul ricorso 5508-2014 proposto da:
E.S. S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale
ANTONIO MORDINI 14, presso lo studio dell’avvocato MANLIO ABATI, che
la rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARCO MANCINI,
A.F., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
lo rappresenta o difende giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 1018/2013 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 08/08/2013, R.G. N. 3453/2011;
udito l’Avvocato MASSIMO MIRAGLIA per delega MANLIO ABATI;
udito l’Avvocato STEFANO MUGGIA;
La Corte d’Appello di Roma, con sentenza resa pubblica in data 8/3/13, in riforma della pronuncia di primo grado, dichiarava la illegittimità del licenziamento intimato per giustificato motivo soggettivo dalla E.S. s.r.l. nei confronti di A.F., ne ordinava la reintegra nel posto di lavoro e condannava la parte datoriale al risarcimento del danno L. 20 maggio 1970, n. 300, ex art. 18.
Nel pervenire a tali conclusioni la Corte distrettuale osservava, in estrema sintesi, che il provvedimento espulsivo era stato irrogato tardivamente, In violazione dei dettami di cui all’art. 47 c.c.n.l. di settore, secondo cui i provvedimenti disciplinari possono essere intimati entro il termine di sei giorni dalle giustificazioni fornite dal lavoratore, termine da ritenersi di natura perentoria ed insuscettibile di proroga.
Per la cassazione di tale decisione ricorre la EcosSistem s.p.a. (già E.S. s.r.l.) con due motivi. Resiste con controricorso l’intimato.
Con due motivi la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. e segg., degli artt. 2094, 2106 e 2119 c.c., e dell’art. 47 c.c.n.l. imprese di pulizia in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 nonchè omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Si duole che la Corte, nei suoi approdi, abbia omesso di considerare che il licenziamento era stato irrogato all’esito della valutazione complessiva del comportamento assunto dal lavoratore, nella costante, reiterata ed assoluta inosservanza dei doveri di diligenza posti a carico del prestatore di lavoro, tradotti nella indebita sottrazione di documentazione aziendale, in una serie di assenze ingiustificate, nell’abbandono del posto di lavoro.
Lamenta altresì l’erronea interpretazione della lettera di licenziamento nella quale era stata rimarcata la contrarietà del comportamento assunto dall’Ametiste, ai doveri di collaborazione scaturenti dalla obbligazione lavorativa.
I motivi, che possono congiuntamente trattarsi siccome connessi, vanno disattesi. Essi sono affetti da plurimi, concorrenti profili di inammissibilità.
S’impone infatti l’evidenza che con la contemporanea proposizione di censure aventi ad oggetto violazione di legge e vizi della motivazione, si realizza una negazione della regola di chiarezza posta dall’art. 366 c.p.c. giacchè si affida alla Corte di cassazione il compito di enucleare dalla mescolanza dei motivi la parte concernente il vizio di motivazione, che invece deve avere una autonoma collocazione (vedi fra le tante, Cass. Sez. Lav. 26/3/2010 n. 7394 cui adde Cass.8/6/2012 n.9341, Cass. 20/9/2013 n. 21611).
La mescolanza e la sovrapposizione di mezzi d’impugnazione intrinsecamente eterogenei, facenti riferimento alle diverse ipotesi contemplate sotto l’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5 mostra infatti di non tener conto dell’impossibilità della prospettazione di una medesima questione sotto profili incompatibili, quali quello della violazione di norme di diritto, che suppone accertati gli elementi del fatto in relazione al quale si deve decidere della violazione o della falsa applicazione della norma, e del vizio di motivazione, che quegli elementi di fatto intende precisamente rimettere in discussione; o quale l’omessa motivazione, che richiede l’assenza di motivazione su un punto decisivo della causa rilevabile d’ufficio.
A sua volta, l’esposizione diretta e cumulativa delle questioni concernenti l’apprezzamento delle risultanze acquisite al processo e il merito della causa intende rimettere alla Corte decidente il compito di isolare le singole censure teoricamente suscettibili di valutazione in sede di legittimità, onde ricondurle poi ad uno dei mezzi d’impugnazione enunciati in rubrica.
Una tale impostazione, che assegna al giudice di legittimità il compito di dare forma e contenuto giuridici alle lagnanze del ricorrente al fine di decidere successivamente su di esse, è inammissibile, perchè sovverte i ruoli dei diversi soggetti del processo, conferendo al giudicante compiti estranei alla funzione di legittimità (vedi in motivazione Cass. 23/9/2011 n. 19443 cui adde Cass. cit. n. 9431/2012).
Non può mancarsi di sottolineare, poi, che le formulate censure – interamente modulate sulla legittimità del provvedimento espulsivo irrogato, in quanto volto a sanzionare una condotta del prestatore posta in essere in aperta violazione del doveri minimi di collaborazione nascenti dal rapporto di lavoro – si palesano eccentriche rispetto all’iter motivazionale che sorregge la pronuncia impugnata.
Come già riferito in sede di storico di lite, l’iter argomentativo di cui era innervata l’impugnata sentenza, era orientato esclusivamente all’accertamento della inosservanza, da parte datoriale, dei termini che scandiscono il procedimento disciplinare come disciplinati dall’art. 47 c.c.n.l. di settore, per essere stato il provvedimento espulsivo irrogato oltre il termine di sei giorni successivi alle giustificazioni rese dal lavoratore.
Detta statuizione non risulta in alcun modo censurata dalla società ricorrente, che ha modulato le proprie critiche esclusivamente in relazione alla legittimità del licenziamento intimato all’esito di numerosi procedimenti disciplinari – ed alla violazione delle norme sulla interpretazione degli atti negoziali, oltre che della stessa norma collettiva di cui all’art. 47 cit., ritenuta, tuttavia, inapplicabile alla fattispecie scrutinata.
I motivi, come formulati, vulnerano, quindi, il principio affermato da questa Corte, e che va qui ribadito, secondo cui la proposizione, mediante il ricorso per cassazione, di censure prive di specifica attinenza al decisum della sentenza impugnata comporta l’inammissibilità del ricorso per mancanza di motivi che possono rientrare nel paradigma normativo di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4. Il ricorso per cassazione, infatti, deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi carattere di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, il che comporta l’esatta individuazione del capo di pronunzia impugnata e l’esposizione di ragioni che illustrino in modo intelligibile ed esauriente le dedotte violazioni di norme o principi di diritto, ovvero le carenze della motivazione (vedi Cass. 3/8/2007 n. 17125, Cass. 18/2/2011 n. 4036).
Esigenze di completezza espositiva inducono, poi, a rimarcare che il ricorso si espone comunque ad ulteriore giudizio di improcedibilità laddove, sia pure esclusivamente in sede di intestazione del primo motivo, si deduce la violazione dell’art. 47 c.c.n.l. dipendenti imprese di pulizie, omettendosi di riportarne il contenuto e di produrre integralmente il contratto.
Non può prescindersi, sul punto, dal richiamo all’orientamento espresso da questa Corte, in base al quale, ai fini del rituale adempimento dell’onere imposto al ricorrente dalla disposizione di cui all’art. 366 c.p.c., è necessario indicare specificamente nel ricorso anche gli atti processuali su cui si fonda e di trascriverli nella loro completezza con riferimento alle parti oggetto di doglianza, provvedendo anche alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (vedi ex plurimis, Cass. 6/3/2012 n. 4220, Cass. 9/4/2013 n. 8569, cui acide Cass. 24/10/2014 n. 22607, Cass. 2/12/2015 n. 24540).
Nello specifico, il ricorso è del tutto carente sotto tale profilo, non avendo la società assolto al duplice onere – imposto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 – di produrre il contratto collettivo integralmente agli atti indicando esattamente in quale fase processuale e in quale fascicolo di parte si trovi il contratto in questione, e di indicarne il contenuto trascrivendo o riassumendo nel ricorso il contenuto dello stesso.
In definitiva, alla luce delle superiori argomentazioni, il ricorso va disatteso.
Per il principio della soccombenza, le spese del presente giudizio si pongono a carico della ricorrente nella misura in dispositivo liquidata.