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Timestamp: 2019-06-18 03:12:03+00:00
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Bancarotta fraudolenta Concessione pegno in favore di società infragruppo
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Bancarotta fraudolenta Concessione di pegno in favore di società infragruppo
la distrazione, rilevante ai fini della configurabilita’ del reato di cui all’articolo 216 L. fall. (bancarotta fraudolenta patrimoniale), la condotta di colui che, in qualita’ di presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato di una societa’ finanziaria successivamente fallita, costituisca in pegno titoli di stato, poiche’ il pegno, in caso di mancato pagamento della somma data in prestito nella quantita’, nei tempi e nei modi pattuiti, puo’ essere escusso dal creditore, con perdita del patrimonio societario che costituisce la garanzia per i creditori
Corte di Cassazione, Sezione 5 penale Sentenza 16 giugno 2017, n. 30212
avverso la sentenza del 13/01/2016 della CORTE APPELLO di MILANO;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 11/04/2017, la relazione svolta dal Consigliere GIUSEPPE RICCARDI;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale SPINACI SANTE, che ha concluso chiedendo il rigetto dei ricorsi;
udito il difensore, Avv. (OMISSIS), che ha concluso chiedendo l’accoglimento dei ricorsi e l’annullamento con rinvio.
1. Con sentenza del 13/01/2016 la Corte di Appello di Milano, in parziale riforma della sentenza di primo grado, riconosceva le attenuanti generiche a (OMISSIS), rideterminando la pena, e confermava la sentenza di condanna alle pene ritenute di giustizia emessa dal Tribunale di Milano nei confronti di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), per i reati loro rispettivamente ascritti di’ cui agli articoli 223 e 216 L.f., per avere: (OMISSIS) in qualita’ di amministratore unico, (OMISSIS) e (OMISSIS) quali coamministratori di fatto della (OMISSIS) s.r.l., fallita il (OMISSIS), dissipato il patrimonio sociale, stipulando con (OMISSIS) (societa’ della quale erano soci) una serie di accordi in esito ai quali erogavano Euro 132.337,00 in favore della stessa societa’ (capo A); (OMISSIS), quale amministratore unico della (OMISSIS) s.r.l., fallita il (OMISSIS), dissipato il patrimonio sociale effettuando rimb(OMISSIS) ai soci per l’importo complessivo di Euro 41.977,86 (capo B); (OMISSIS) e (OMISSIS), quali membri del CdA della (OMISSIS) s.r.l., fallita il (OMISSIS), dissipato il patrimonio sociale, concedendo pegno sulle quote possedute delle societa’ Iniziative Editoriali Locali, (OMISSIS) e (OMISSIS), per garantire il finanziamento concesso da (OMISSIS) e poi da (OMISSIS) alla controllante (OMISSIS) s.r.l. (capo C); (OMISSIS), quale amministratore unico della (OMISSIS) s.r.l., fallita il (OMISSIS), tenuto i libri contabili in guisa da non consentire la ricostruzione del patrimonio e del movimento degli affari, dissipato il patrimonio sociale, rinunciando al credito di un miliardo di lire nei confronti di (OMISSIS) s.r.l., e finanziando per L. 5.424.463.174 le societa’ (OMISSIS) s.r.l. e (OMISSIS) (capo D); (OMISSIS) e (OMISSIS), quali membri del CdA della (OMISSIS) s.r.l., dichiarata fallita il (OMISSIS), cagionato il dissesto per effetto di operazioni dolose, mediante il sistematico inadempimento dei debiti erariali e previdenziali (capo E).
2. Avverso tale provvedimento ricorrono per cassazione i difensori di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), Avv. (OMISSIS) e (OMISSIS), deducendo i seguenti motivi di ricorso, qui enunciati, ai sensi dell’articolo 173 disp. att. cod. proc. pen., nei limiti strettamente necessari per la motivazione.
2.1. Violazione di legge in relazione all’articolo 81 cpv. cod. pen., per l’omessa quantificazione degli aumenti di pena per i reati in continuazione: con riferimento a (OMISSIS), si lamenta l’omessa indicazione della pena per il reato ritenuto piu’ grave (capo C), e dell’aumento per il capo A, per il quale sarebbe applicabile il condono di cui alla L. n. 241 del 2006, essendo il fallimento del (OMISSIS); con riferimento a (OMISSIS), l’omessa indicazione degli aumenti per i reati satellite di cui ai capi A e C non consentirebbe la scissione per il capo A, in ordine al quale sarebbe applicabile il condono; con riferimento a (OMISSIS), si lamenta l’omessa indicazione della pena per il reato ritenuto piu’ grave (capo E), e dell’aumento per il capo A, per il quale sarebbe applicabile il condono di cui alla L. n. 241 del 2006, essendo il fallimento del (OMISSIS).
2.2. Vizio di motivazione in relazione al capo C (fallimento (OMISSIS)): si lamenta, limitatamente ai ricorrenti (OMISSIS) e (OMISSIS), l’omessa motivazione sul carattere distrattivo della cessione di pegno negoziata il 30/05/2004 tra (OMISSIS) e (OMISSIS), affermato sulla base di un richiamo giurisprudenziale (Sez. 5, n. 36595 del 16/04/2009, Bossio, Rv. 245132) ritenuto non pertinente; si deduce che la cessione di pegno delle quote sociali di proprieta’ di (OMISSIS) era stata pattuita nell’ambito di un piu’ ampio contratto di ristrutturazione dei debiti del gruppo, di cui faceva parte anche la controllante (OMISSIS); l’iscrizione di pegno non ha arrecato alcun danno ai creditori sociali, in quanto il credito della (OMISSIS). garantito dal pegno non e’ stato ammesso nella procedura fallimentare; inoltre, l’affermazione della natura distrattiva e’ contraddetta dalla sentenza di assoluzione pronunciata dal Tribunale di Milano il 15/10/2013 (passata in giudicato) nei confronti di due sindaci della societa’, secondo cui la concessione del pegno in favore della controllante non poteva definirsi azzardata, poiche’ stipulata in una fase non ancora critica, e nell’ambito di un progetto di fusione tra le due societa’.
Sotto altro profilo, si lamenta il vizio di motivazione sul dolo, essendo la cessione di pegno stata deliberata il 30/05/2004, ben tre anni prima del fallimento, e sul nesso causale con il dissesto.
2.3. Violazione di legge in relazione all’articolo 223 l.f. con riferimento al capo E (fallimento (OMISSIS)): si deduce che la condotta omissiva del mancato versamento di contributi ed oneri previdenziali nel 2004 sia stata equiparata ad una condotta commissiva sistematica, qualificabile come operazione dolosa, e che erroneamente sia stato affermato il nesso causale tra l’omissione del 2004 ed il fallimento dichiarato il (OMISSIS); in particolare, le “operazioni” possono essere integrate solo da condotte attive, non omissive, mentre le omissioni tributarie e contributive possono essere ricondotte alla norma di cui all’articolo 224, n. 2, l.f..
Va premesso che, in tema di determinazione della pena nel reato continuato, non sussiste obbligo di specifica motivazione per gli aumenti relativi ai reati satellite, essendo sufficienti a questi fini le ragioni a sostegno della quantificazione della pena-base (Sez. 2, n. 50987 del 06/10/2016, Aquila, Rv. 268731; Sez. 5, n. 29847 del 30/04/2015, Del Gaudio, Rv. 264551; Sez. 5, n. 25751 del 05/02/2015, Bornice, Rv. 264993), essendo il giudice tenuto a fornire una congrua motivazione non solo in ordine alla individuazione della pena base, ma anche all’entita’ dell’aumento ex articolo 81 cod. pen., quando questo, pur contenuto nel limite massimo stabilito dalla legge, determini una sperequazione nel trattamento sanzionatorio per medesime fattispecie di reato (Sez. 6, n. 48009 del 28/09/2016, Cocomazzi, Rv. 268131; Sez. 1, n. 21641 del 08/01/2016, Lendano, Rv. 266885).
Tanto premesso, la doglianza relativa all’omessa indicazione del quantum di pena inflitto per i reati-satellite e’ manifestamente infondata, in quanto, contrariamente a quanto dedotto dai ricorrenti, la sentenza impugnata, richiamando sul punto la sentenza di primo grado confermata, ha espressamente determinato gli aumenti per i reati in continuazione.
Quanto a (OMISSIS), invero, ha determinato la pena base per il piu’ grave reato di cui al capo C in anni 3 e mesi 6 di reclusione, diminuita per le attenuanti ad anni 2 e mesi 4, ed aumentata per la continuazione con il capo A di 8 mesi, condannandolo alla pena finale di 3 anni di reclusione.
In relazione alla posizione di (OMISSIS), ha determinato la pena base per il piu’ grave reato di cui al capo E in anni 3 e mesi 6 di reclusione, diminuita per le attenuanti ad anni 2 e mesi 4, ed aumentata per la continuazione con il capo A di 8 mesi, condannandolo alla pena finale di 3 anni di reclusione.
Quanto a (OMISSIS), riformando sul punto la sentenza di primo grado, e riconoscendo le attenuanti generiche, ha determinato la pena base per il piu’ grave reato di cui al capo D in anni 4 e mesi 6 di reclusione, diminuita per le attenuanti generiche ad anni 3 e mesi 8, ed aumentata per la continuazione con i capi A e C di 5 mesi per ciascun reato-satellite, condannandolo alla pena finale di 4 anni e 6 mesi di reclusione.
In relazione a tutti gli imputati, dunque, l’aumento per la continuazione con i reati-satellite e’ stato precisamente quantificato, ed il cumulo e’ eventualmente suscettibile di scissione in sede di esecuzione.
3. Il secondo motivo, concernente il carattere distrattivo della concessione del pegno contestata al capo C, e’ infondato.
La sentenza impugnata ha, infatti, motivato in ordine alla rilevanza penale della condotta contestata a (OMISSIS) e (OMISSIS), rilevando che la (OMISSIS) s.r.l. aveva concesso pegno sulle quote possedute in altre societa’ per garantire un finanziamento di Euro 8.300.000,00 concesso alla societa’ controllante (OMISSIS) s.r.l. dalla (OMISSIS) e da (OMISSIS); il finanziamento era soltanto parzialmente destinato al rimborso di un debito della (OMISSIS) nei confronti dei due istituti bancari, per un importo di Euro 2.253.671,00, ma il carattere distrattivo dell’atto e’ stato affermato sul rilievo che la societa’, che nel 2004 gia’ aveva una situazione finanziaria non florida, ha in tal modo sostituito un debito nei confronti dei due istituti, che ben poteva garantire con i propri beni, con un debito di pari importo verso la controllante, assumendosi contestualmente, tuttavia, la posizione di garante di un debito complessivo di importo ben maggiore, superiore ad 8 milioni di euro, costituendo una garanzia reale con la quale impegnava i propri beni maggiormente significativi.
La sentenza ha, inoltre, evidenziato l’irrilevanza del diniego del giudice delegato all’insinuazione al passivo dell’istituto di credito, per il debito della garantita ( (OMISSIS)), in quanto fondato sulla conclusione di una transazione con la (OMISSIS) per un importo di Euro 2.385.000,00.
Tanto premesso, la sentenza impugnata appare immune da censure, essendo la motivazione conforme ai principi di diritto ripetutamente affermati da questa Corte.
Invero, premesso che il reato di bancarotta fraudolenta per distrazione sussiste anche nel caso di imprese collegate tra loro, qualora gli atti di disposizione patrimoniale, privi di seria contropartita, siano eseguiti a favore di una societa’ del medesimo gruppo, poiche’ il collegamento societario ha natura meramente economica e non scalfisce il principio di autonomia della singola persona giuridica (Sez. 5, n. 29896 del 01/07/2002, Arienti, Rv. 222387), e’ stato costantemente affermato che integra la distrazione rilevante ai fini della bancarotta fraudolenta patrimoniale il trasferimento di risorse tra societa’ appartenenti allo stesso gruppo, effettuato, senza alcuna contropartita economica, da societa’ che versi in gravi difficolta’ finanziarie a vantaggio di societa’ in difficolta’ economiche, posto che, in tal caso, nessuna prognosi fausta dell’operazione puo’ essere consentita (Sez. 5, n. 37370 del 07/06/2011, Bianchi, Rv. 250492; Sez. 5, n. 20039 del 21/02/2013, Turchi, Rv. 255646, a proposito della condotta di finanziamento di ingenti somme in favore di societa’ dello stesso gruppo, effettuato dalla societa’ fallita quando gia’ si trovava in situazione di difficolta’ finanziaria, in mancanza di garanzie e senza vantaggi compensativi sia per il gruppo nel suo complesso che per la stessa societa’ fallita); al riguardo, per escludere la natura distrattiva di un’operazione infragruppo non e’ sufficiente allegare tale natura intrinseca, dovendo invece l’interessato fornire l’ulteriore dimostrazione del vantaggio compensativo ritratto dalla societa’ che subisce il depauperamento in favore degli interessi complessivi del gruppo societario cui essa appartiene (Sez. 5, n. 48518 del 06/10/2011, Plebani, Rv. 251536; Sez. 5, n. 29036 del 09/05/2012, Cecchi Gori, Rv. 253031, secondo cui, qualora il fatto si riferisca a rapporti intercorsi fra societa’ appartenenti al medesimo gruppo, solo il saldo finale positivo delle operazioni compiute nella logica e nell’interesse del gruppo, puo’ consentire di ritenere legittima l’operazione temporaneamente svantaggiosa per la societa’ sacrificata, nel qual caso e’ l’interessato a dover fornire la prova di tale circostanza).
La concessione del pegno nei confronti dei due istituti bancari, in favore della societa’ controllante, per un importo notevolmente superiore a quello del debito gravante sulla (OMISSIS), dunque, integra senz’altro natura distrattiva, configurando un trasferimento di risorse tra societa’ appartenenti allo stesso gruppo, effettuato, senza alcuna contropartita economica o vantaggi compensativi, da societa’ che gia’ versava in difficolta’ finanziarie.
Al riguardo, e’ stato altresi’ chiarito che integra la distrazione, rilevante ai fini della configurabilita’ del reato di cui all’articolo 216 L. fall. (bancarotta fraudolenta patrimoniale), la condotta di colui che, in qualita’ di presidente del consiglio di amministrazione e amministratore delegato di una societa’ finanziaria successivamente fallita, costituisca in pegno titoli di stato, poiche’ il pegno, in caso di mancato pagamento della somma data in prestito nella quantita’, nei tempi e nei modi pattuiti, puo’ essere escusso dal creditore, con perdita del patrimonio societario che costituisce la garanzia per i creditori (Sez. 5, n. 36595 del 16/04/2009, Bossio, Rv. 245132; Sez. 5, n. 26083 del 06/05/2008, Turci, Rv. 242323, in una fattispecie di concessione da parte dell’amministratore della societa’ fallita di un’ipoteca su un bene sociale a garanzia del mutuo erogato ad altra societa’ per consentire a quest’ultima il pagamento delle quote della fallita; Sez. 5, n. 6462 del 04/11/2004, dep. 2005, Garattoni, Rv. 231393, secondo cui integra la distrazione rilevante ai sensi dell’articolo 216, comma 1, n. 1, legge fall. la prestazione di fideiussioni che costituiscano uno strumento anomalo ai fini dell’attivita’ sociale, con il quale l’amministratore della societa’ determina, senza alcun utile per il patrimonio sociale, un effettivo depauperamento di questo ai danni dei creditori).
3.1. Generiche, inoltre, appaiono le doglianze relative all’assenza di motivazione sul dolo e sul nesso causale tra la cessione di pegno ed il dissesto della societa’; va al riguardo rilevato che, mentre in ordine al nesso causale, la sentenza ha evidenziato che l’operazione distrattiva e’ stata posta in essere allorquando la situazione finanziaria della (OMISSIS) era ormai sbilanciata, mediante costituzione di una garanzia reale particolarmente onerosa, in ordine al dolo, la contestazione concerne il cagionamento del dissesto per effetto di operazioni dolose, sicche’ il dolo non deve concernere, come nell’assunto dei ricorrenti, il danno ai creditori sociali, bensi’ l’operazione economica posta in essere, che ha cagionato, o contribuito a farlo, il dissesto (Sez. 5, n. 35093 del 04/06/2014, Sistro, Rv. 261446: “L’elemento soggettivo del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale impropria, di cui all’articolo 216 e articolo 223, comma 1, L.F., non comprende la previsione ed accettazione del fallimento, ma solo la consapevole volonta’ di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa rispetto alla finalita’ dell’impresa e di compiere atti che cagionino, o possano cagionare, danno ai creditori”).
3.2. Infondata appare, infine, la doglianza concernente l’asserita contraddittorieta’ tra la sentenza impugnata e la sentenza del Tribunale di Milano del 15/10/2013, che ha assolto due componenti del collegio sindacale ( (OMISSIS) e (OMISSIS)) della (OMISSIS) s.r.l. dal medesimo reato; invero, alcuna contraddizione appare rinvenibile tra le due pronunce, atteso che la sentenza del Tribunale di Milano invocata dai ricorrenti ha assolto gli imputati non gia’ perche’ il fatto non sussiste, ma per non averlo commesso, poiche’ assenti alla riunione del C.d.A. del 27/05/2004 che aveva deciso la concessione del pegno da parte della societa’ fallita a garanzia del contratto di ristrutturazione del finanziamento stipulato il 31/05/2004; e, come si evince dalla lettura della motivazione della sentenza, l’estratto richiamato dai ricorrenti, a proposito della situazione finanziaria “non facile”, ma non ancora “critica”, non contiene una valutazione della situazione economica oggettiva della societa’ al momento della concessione del pegno, bensi’ una valutazione soggettiva (verosimilmente formulata dai due imputati) del contesto che li ha indotti a non far rilevare la falsita’ del verbale del C.d.A. attestante la loro presenza alla deliberazione.
4. Il terzo motivo, concernente la natura di operazione dolosa dell’omesso versamento di contributi ed oneri previdenziali nel 2004 contestata a (OMISSIS) e (OMISSIS) al capo E, e’ infondato.
La giurisprudenza di questa Corte ha affermato che, in tema di bancarotta fraudolenta, le operazioni dolose di cui all’articolo 223, comma 2, n. 2, l. fall., attengono alla commissione di abusi di gestione o di infedelta’ ai doveri imposti dalla legge all’organo amministrativo nell’esercizio della carica ricoperta, ovvero ad atti intrinsecamente pericolosi per la “salute” economico-finanziaria della impresa e postulano una modalita’ di pregiudizio patrimoniale discendente non gia’ direttamente dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensi’ da un fatto di maggiore complessita’ strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralita’ di atti coordinati all’esito divisato (Sez. 5, n. 47621 del 25/09/2014, Prandini, Rv. 261684, che, in applicazione del principio, ha ritenuto corretta la qualificazione di operazione dolosa data nella sentenza impugnata al protratto, esteso e sistematico inadempimento delle obbligazioni contributive, che, aumentando ingiustificatamente l’esposizione nei confronti degli enti previdenziali, rendeva prevedibile il conseguente dissesto della societa’); integra il reato di fallimento cagionato per effetto di operazioni dolose la condotta dell’amministratore che ometta il versamento delle imposte dovute, gravando cosi’ la societa’ da ingenti debiti nei confronti dell’erario, e successivamente proceda alla distribuzione dei predetti utili a favore dei soci, in quanto allorche’ l’assegnazione dell’utile avvenga senza la pre-deduzione dell’onere tributario e della conseguente penalita’ tributaria – che sorge al momento dell’erogazione della ricchezza – si concreta una manomissione della ricchezza sociale, trattandosi di distribuzione che eccede quanto di pertinenza dei soci (Sez. 5, n. 17355 del 12/03/2015, Casale, Rv. 264080).
Nel caso in esame, contrariamente a quanto dedotto dai ricorrenti, a proposito di una condotta omissiva circoscritta al 2004, la sentenza impugnata ha compiutamente ricostruito le vicende finanziarie della (OMISSIS) s.r.l., evidenziando che l’inadempimento delle obbligazioni contributive e previdenziali era stato il frutto di una consapevole scelta gestionale degli amministratori (come ammesso dallo stesso (OMISSIS)), e che l’omissione, iniziata sin dal 2003 (o addirittura dal 2002), fu protratta fino al fallimento, connotandosi, dunque, come estesa e sistematica.
Infondata, per quanto suggestiva, appare dunque la doglianza secondo cui la condotta di inadempimento delle obbligazioni contributive non puo’ integrare la nozione di “operazione” dolosa, in ragione della natura omissiva, e va qualificata come bancarotta semplice, ai sensi dell’articolo 224, n. 2, l.f..
4.1. Quanto ai confini della nozione di “operazioni” dolose, va rilevato che essa va individuata in qualsiasi atto o complesso di atti, implicanti una disposizione patrimoniale, compiuti da persone preposte all’amministrazione della societa’, con abuso dei poteri o violazione dei doveri inerenti alla loro qualita’, che rechi pregiudizio ai legittimi interessi dell’ente, dei soci, dei creditori e dei terzi interessati; in altri termini, le “operazioni dolose”, in quanto collocate nell’area della bancarotta fraudolenta patrimoniale, suppongono sempre una indebita diminuzione dell’asse attivo, ossia un depauperamento non giustificabile in termini di interesse per l’impresa.
In altri termini, la fattispecie di cui all’articolo 223, comma 2, n. 2, l.f., postula una modalita’ di pregiudizio patrimoniale discendente non gia’ direttamente dall’azione dannosa del soggetto attivo (distrazione, dissipazione, occultamento, distruzione), bensi’ da un fatto di maggiore complessita’ strutturale, quale e’ dato riscontrare in qualsiasi iniziativa societaria che implichi un procedimento o, comunque, una pluralita’ di atti coordinati all’esito divisato (Sez. 5, n. 17690 del 18/02/2010, (OMISSIS) s.p.a., Rv. 247316).
Da tali premesse discende che la pluralita’ di condotte sono sussumibili nella fattispecie contestata allorquando si traducano in un abuso gestionale o in una infedelta’ alla quale si accompagni l’indebita diminuzione dell’asse attivo e la prevedibilita’ del dissesto.
Nella specie, correttamente la Corte territoriale ha colto nel protratto inadempimento delle obbligazioni contributive un comportamento che, andando ad aumentare ingiustificatamente l’esposizione della societa’ nei confronti degli enti previdenziali, anche in ragione dell’inevitabile carico sanzionatorio, rendeva prevedibile, proprio per l’ampiezza del fenomeno e per la sua sistematicita’, il conseguente dissesto.
L’ “operazione”, infatti, e’ termine semanticamente piu’ ampio dell’ “azione”, intesa come mera condotta attiva, e ricomprende l’insieme delle condotte, attive od omissive, coordinate alla realizzazione di un piano; sicche’ puo’ ben essere integrata dalla violazione – deliberata, sistematica e protratta nel tempo – dei doveri degli amministratori concernenti il versamento degli obblighi contributivi e previdenziali, con prevedibile aumento dell’esposizione debitoria della societa’.
4.2. Quanto alla fattispecie di bancarotta semplice di cui all’articolo 224, n. 2, l.f., invocata dai ricorrenti, va evidenziato che la norma individua la condotta rilevante per il cagionamento (o aggravamento) del dissesto nella “inosservanza” degli obblighi imposti dalla legge; laddove la nozione di inosservanza evoca un connotato di colpa specifica, un concetto estraneo al perimetro del dolo, suscettibile di differenziare la fattispecie incriminatrice in oggetto dalla violazione dolosa degli obblighi, rientrante nella bancarotta fraudolenta impropria di cui all’articolo 223, comma 2, n. 2, l.f..
umberto davide - 5 Giugno 2017