Source: http://www.caffedunant.it/index2.php?option=com_content&task=view&id=592&pop=1&page=0&Itemid=1
Timestamp: 2019-08-17 17:00:33+00:00
Document Index: 137915092

Matched Legal Cases: ['§ 1', '§ 1', '§ 2', '§ 3', '§ 5', '§ 15', '§ 16', '§ 18', '§ 20', '§ 21', '§ 22', '§ 24', '§ 25', '§ 26', '§ 27', '§ 28', '§ 29', '§ 30', '§ 31', '§ 32', '§ 33', '§ 34', '§ 35', '§ 36', '§ 37', '§ 38', '§ 41', '§ 43', '§ 44', '§ 45', '§ 46', '§ 47', '§ 42', '§ 50', '§ 16', '§ 18', '§ 21', '§ 22', '§ 25', '§ 27', '§ 32', '§ 36', '§ 41', '§ 43', '§ 47', '§ 42', '§ 4', '§ 12', '§ 2', '§ 13', '§ 55', '§ 58', '§ 60', '§ 51', '§ 52', '§ 53', '§ 56', '§ 57', '§ 54', '§ 14', '§ 61', '§ 70', '§ 68', '§ 67', '§ 66', '§ 71', '§ 76', '§ 81', '§ 82', '§ 86', '§ 88', '§ 90', '§ 91', '§ 92', '§ 94', '§ 95', '§ 96', '§ 97', '§ 98', '§ 99', '§ 101', '§ 102', '§ 103', '§ 105', '§ 107', '§ 108', '§ 109', '§ 110', '§ 111', '§ 83', '§ 120', '§ 121', '§ 124', '§ 125', '§ 126', '§ 127', '§ 128', '§ 118', '§ 119']

Caffè Dunant - n° 456 del 8 marzo 2011
n° 456 del 8 marzo 2011
Barbara, Elena, M.Grazia Ianniello e Serena sono Donne della Redazione del Caffè che, con il loro lavoro di traduzione, hanno voluto “dare voce” ad altre Donne, quelle che vivono quotidianamente sofferenze, soprusi, violenze solo per il fatto di essere Donne. A tutte le Donne immerse nella condizione creata dal conflitto armato, alle Donne dall’animo forte nonostante tutto, è dedicato questo numero del Caffè.
1 - 07-03-2011 Comunicato stampa n. 11/46
Giornata Internazionale della Donna: la lotta contro le violenze sessuali non può vacillare
2 - 02.03.2011 Intervista
La violenza sessuale nei conflitti armati: crudele, inaccettabile e prevenibile
3 - 03-11-2010 Dichiarazione
La violenza contro le donne in tempi di guerra: gli Stati devono fare di più per mettervi fine
4 - 29-10-2010
Donne sotto la protezione del diritto internazionale umanitario
Traduzione non ufficiale di Barbara Demartin
5 - Dati e Cifre su Pace e Sicurezza (UNIFEM*)
*dal 1 gennaio 2011 UN WOMEN
6 - “Gender equality must become a lived reality.” Michelle Bachelet
DONNE, GUERRA E PACE
7 - DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO CONSUETUDINARIO
Articolo 134. Le Donne
Articolo 134. La specifica protezione, l’assistenza sanitaria e le esigenze delle donne colpite dal conflitto armato devono essere rispettate.
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Ginevra (CICR) – La percezione diffusa delle violenze sessuali contro le donne come inevitabile in un conflitto armato è sbagliata, ha dichiarato oggi il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR). Nel periodo che precede la Giornata Internazionale della Donna, l’8 marzo, il CICR sta chiedendo agli Stati e alle altre istituzioni di non diminuire gli sforzi per prevenire gli stupri e altre forme di violenza che nuocciono alla vita e alla dignità di innumerevoli donne nelle zone di conflitto in tutto il mondo ogni anno.
«Le violenze sessuali in tempo di conflitto non sono automatiche e possono essere evitate», ha dichiarato Nadine Puechguirbal, il consigliere del CICR sulle tematiche relative alle donne e alla guerra. «La violenza sessuale, come sappiamo tutti, è un atto orribile e illegale che deve essere perseguito. Gli aspiranti colpevoli potrebbero trattenersi se sapessero che saranno puniti».
Le violenze sessuali commesse in relazione a conflitti armati sono un crimine di guerra proibito dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, dai due Protocolli Addizionali del 1977 e dallo Statuto della Corte Penale Internazionale. Gli Stati hanno il dovere di prevenire e perseguire le violenze sessuali e di punire i colpevoli. Per farlo, hanno bisogno di avere una legislazione nazionale appropriate e altre misure ad hoc.
I portatori di armi, sia che appartengano alle forze armate governative, a gruppi armati non statali o a forze di peacekeeping, devono astenersi dal commettere dei crimini sessuali. Essi devono inoltre prevenire questi atti attraverso un’adeguata formazione, ordini severi e sanzioni per i trasgressori.
«Deplorevolmente, capita troppo spesso che le regole che proteggono le donne non siano osservate», ha osservato Puechguirbal. «Frequentemente, ciò conduce a un clima di impunità e questo è proprio quello che deve cambiare».
Oltre a promuovere il rispetto del diritto internazionale umanitario, il CICR ha allestito vari programmi in supporto delle vittime di violenze sessuali che coprono gli aspetti medici, psicologici, sociali ed economici del problema. Nella Repubblica Democratica del Congo, per esempio, il CICR supporta i centri di aiuto (“case d’ascolto”) per le vittime di violenza sessuale. In Colombia, il CICR coopera con l’organizzazione Profamilia, che fornisce cure sanitarie, supporto psicologico e consulenza legale. Ogni anno, in tutto il mondo, il CICR aiuta decine di migliaia di donne sfollate, incluse le vittime di violenze sessuali, con aiuti di vario genere, che vanno da oggetti essenziali per la casa a piccole sovvenzioni.
http://www.icrc.org/web/fre/sitefre0.nsf/htmlall/women-news-2011-03-07?opendocument
In prossimità della Giornata Internazionale della donna, il CICR sta evidenziando la violenza sessuale nei conflitti armati. Il fenomeno è fin troppo comune, ma non è inevitabile. Nadine Puechguirbal, consigliere del CICR sulle donne e la guerra, riferisce sul tema della violenza sessuale nei conflitti, come può essere ridotta e ciò che il CICR sta facendo per aiutare le vittime a ricostruire le loro vite.
La violenza sessuale si verifica in tutti i conflitti?
Storie orribili di stupri e altre forme di violenza sessuale emergono da quasi tutti i conflitti armati. Infatti, la portata del problema è stato a lungo sottovalutata. Questo soprattutto perché spesso le donne tacciono su quello che hanno vissuto, per paura che le loro famiglie e le comunità le rifiutino. Di conseguenza, è difficile dire se la violenza sessuale sia comune ad ogni conflitto. Quello che sappiamo è che la violenza sessuale è molto diffusa e che in alcuni conflitti è utilizzata come metodo di guerra.
Quando le forze armate o i gruppi usano violenza sessuale per dominare le comunità, per spaventarli o per costringerli a trasferirsi, ciò costituisce un metodo di guerra. Violando le donne, coloro che portano le armi umiliano e demoralizzano gli uomini che non sono stati in grado di proteggerle. I danni alla vita culturale della comunità possono persistere per generazioni. Uno dei casi più tragici è accaduto nei Balcani nel 1990, quando lo stupro sistematico e le gravidanze forzate sono stati utilizzati con l'intento di distruggere l'identità di particolari gruppi etnici. Sia lì che in Ruanda, queste pratiche sono state utilizzate come strumenti di pulizia etnica, come abbiamo assistito presso i Tribunali per crimini di guerra dell'Aia e di Arusha.
Non tutti i casi di stupro in un conflitto rientrano in questa categoria. Soldati insubordinati come altri uomini armati possono commettere atti di stupro perché lo considerano un “bottino” di guerra. Tuttavia, le autorità non possono utilizzare questo come una scusa per non agire. Qualunque sia la motivazione della violenza sessuale, è un atto terribile e inaccettabile che provoca sofferenze indicibili, e i responsabili devono essere perseguiti.
E' possibile prevenire la violenza sessuale che si verifica nei conflitti armati?
Sì, sicuramente. E' molto importante non considerare la violenza sessuale come un aspetto inevitabile dei conflitti armati. Gli Stati hanno la responsabilità primaria di prevenire la violenza sessuale, gli stupri e le altre forme di violenza sessuale che si sviluppano in un clima di impunità. I potenziali autori ci penserebbe due volte se sapessero che i loro atti di crudeltà indicibili non rimarrebbero impuniti. Purtroppo, lo sanno fin troppo spesso che è possibile "farla franca".
La violenza sessuale commessa in relazione ai conflitti armati è un crimine di guerra vietata dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1949, dai due Protocolli Aggiuntivi del 1977 e dello Statuto della Corte Penale Internazionale. Gli Stati hanno l'obbligo di perseguire chiunque sia accusato di violenza sessuale e di punire i colpevoli. Per fare ciò, essi devono adottare adeguate legislazioni nazionali ed altre misure in vigore.
Coloro che portano le armi devono obbedire alle regole, sia che appartengano alle forze armate governative, sia a gruppi armati organizzati non statali o a forze di pace.
Le agenzie umanitarie possono anche aiutare a prevenire la violenza sessuale. Per esempio, le donne sono spesso attaccate mentre raccolgono l’acqua o la legna da ardere fuori dai loro villaggi. Meno legna da ardere è necessaria, meno sono esposte ad attacchi mentre la raccolgono. Quindi, se le agenzie forniscono cibo che hanno bisogno di poca cottura, e stufe che bruciano meno legna, possono ridurre immediatamente l’esposizione delle donne. L’ubicazione di punti di raccolta delle acque in luoghi sicuri, vicino agli utenti, è un altro modo di proteggere le donne. Ma qualunque cosa facciamo, è indispensabile consultare le donne sulle misure per la loro protezione e per quella dei loro figli.
Come fa la violenza sessuale ad incidere sulla vita della vittima?
Lo stupro può avere gravi conseguenze fisiche, come la sterilità, l’incontinenza e malattie a trasmissione sessuale come l'HIV/Aids. Le vittime soffrono anche psicologicamente, possono provare vergogna, umiliazione e senso di colpa, che portano ad una grave depressione e perfino al suicidio.
Un peso ulteriore è la paura della stigmatizzazione. Molte donne vengono respinte dalle loro famiglie e dalle comunità dopo essere state violentate. La colpa per la percepita perdita dell’ onore spesso ricade sulla donna invece che sullo stupratore, soprattutto se la donna ha già raggiunto la pubertà. La situazione è anche peggiore per le donne che rimangono incinte a seguito di stupro, non solo lo stupro può essere considerato una “macchia” nella linea di discendenza, un bambino nato da uno stupro può essere abbandonato o ucciso, e in molti casi la vittima o la sua famiglia cercherà un aborto con metodi che comportano gravi rischi per la sua salute.
Nonostante le difficoltà, molte donne decidono di tenere un figlio nato da uno stupro. Sabrine, una giovane donna dalla Repubblica Centrafricana, è stata rapita da un gruppo armato nel 2008 all'età di 12 anni. E’ rimasta incinta dopo uno dei suoi rapitori l'ha violentata. Eppure lei ha chiamato il suo bambino "Dieu Merci" o "Grazie Dio," ci ha detto che ha accettato il bambino, perché ogni bambino è un dono di Dio.
Di che tipo di aiuto hanno più bisogno le vittime di violenza sessuale
Esse hanno bisogno di adeguate cure mediche il più presto possibile, sia per curare le loro ferite e per impedire loro di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, compresa l'HIV. Ma la risposta più efficace va oltre le cure mediche, e comprende l'assistenza psicologica e il sostegno economico.
Il sostegno da parte della famiglia della vittima è determinante per il recupero, e le famiglie devono fornire un ambiente sicuro e comprensione. Le comunità inoltre hanno un ruolo fondamentale a seguito di violenza sessuale. I leader della comunità dovrebbero fare la loro parte nel promuovere l'accettazione delle vittime e di far presente ai membri della comunità che la vittima non è colpevole di quanto è successo e, soprattutto, che non deve essere stigmatizzata.
Nelle province del Nord e Sud Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo, il CICR ha visto di recente un declino nel numero delle vittime di violenza sessuale respinte dalle loro famiglie o dalle comunità, con una netta maggioranza in esame che non hanno subito conseguenze di tal genere. Probabilmente ciò è dovuto agli sforzi degli assistenti sociali che incoraggiano le famiglie e le comunità ad accettare le vittime, il programma di sensibilizzazione e il coinvolgimento dei leader della comunità.
Ciò che si osserva in molte zone di conflitto è che spesso le donne mostrano resistenza tremenda nell'affrontare le conseguenze della violenza sessuale.
Cosa sta facendo il CICR ?
Il CICR cerca di prevenire la violenza sessuale insegnando alle forze armate e ai gruppi armati il diritto internazionale umanitario (DIU), con particolare attenzione al divieto di stupro e alle altre forme di violenza sessuale. Il CICR promuove inoltre l'inclusione di tale divieto nella legislazione nazionale e nel regolamento interno e dei manuali delle forze armate e dei gruppi.
Per aiutare gli Stati al rispetto dei loro obblighi ai sensi del DIU, il CICR interviene presso le autorità (con l’accordo delle vittime), fornendo i dettagli di presunte violazioni e sollecitando un'adeguata indagine e il perseguimento dei colpevoli.
Il CICR ha inoltre istituito programmi di sostegno alle vittime di violenza sessuale, che copre aspetti medici, psicologici, sociali ed economici.
Il passo più innovativo è probabilmente stato quello di stabilire nella Repubblica Democratica del Congo, centri di consulenza (case d'ascolto) con il sostegno del CICR, dove le vittime di violenza sessuale possono incontrare i membri della comunità preparati dal CICR per il sostegno psicosociale. Questo dà loro la possibilità di parlare del loro trauma, di esprimere le loro esigenze e trovare il modo di migliorare la loro situazione. I consiglieri possono anche fare riferimento a strutture mediche e possono mediare tra loro e le loro famiglie per ridurre il rischio di rifiuto.
In Colombia, molti degli oltre 3 milioni di sfollati sono donne, che sono particolarmente vulnerabili alla violenza sessuale sia dei gruppi armati non governativi che dell'esercito. Il CICR rimanda queste donne a Profamilia, un'organizzazione il cui ruolo consiste nel fornire assistenza sanitaria, sostegno psico-sociale e la consulenza legale.
http://www.icrc.org/eng/resources/documents/interview/2011/women-interview-2011-03-02.htm
Particolarmente esposte alla violenza sessuale e ad altre sevizie, milioni di donne e di giovani ragazze pagano un tributo pesante alle guerre del giorno d’oggi. In occasione del decimo anniversario della risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle donne, la pace e la sicurezza, Christine Beerli, vice presidente del CICR, lancia un appello affinché le donne beneficino di una migliore protezione in tempo di guerra.
Dieci anni fa, le speranze e le aspirazioni intorno all’avvento del nuovo millennio hanno trovato espressione in diverse iniziative a scala mondiale che miravano essenzialmente a risolvere qualcuna delle peggiori ingiustizie che conosceva allora il pianeta. La risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulle donne, la pace e la sicurezza era una di queste iniziative. Attirava l’attenzione della comunità internazionale sull’ampiezza e la specificità dell’impatto che i conflitti armati hanno sulle donne e chiedeva che esse fossero pienamente associate agli sforzi di regolamentazione dei conflitti e di consolidamento della pace. Sottolineava anche il riconoscimento politico della cruciale importanza delle donne e di una prospettiva di genere per la pace e la sicurezza internazionale.
Il decimo anniversario della risoluzione, nel mese di ottobre [2010, n.d.t.], è un’occasione ideale non solo per celebrarne senza riserve l’adozione, ma anche per avviare una riflessione su ciò che deve e può essere ancora fatto per tradurre delle buone intenzioni in misure concrete e delle parole in azioni significative.
Nella Repubblica Democratica del Congo, in Colombia, in Afghanistan o in Iraq, per citare solo qualche esempio, milioni di donne e di giovani ragazze pagano un tributo pesante alle guerre di oggi e questo perché spesso sono il bersaglio di violenze esercitate deliberatamente contro di esse come metodo di guerra. Sono particolarmente esposte alla violenza sessuale e ad altre sevizie. Spesso, la guerra le obbliga a spostarsi, le separa dai loro cari e ostacola l’accesso al cibo, all’acqua potabile e alle cure sanitarie. Succede anche che si ritrovino sole a capo di una famiglia, con la responsabilità di provvedere senza altro sostegno ai bisogni dei loro famigliari.
Il diritto internazionale umanitario costituisce una solida base per la protezione delle donne in tempo di guerra, grazie, essenzialmente, alle Convenzioni di Ginevra e ai loro Protocolli Addizionali. La violenza sessuale, per fare un esempio, costituisce senza dubbio un crimine di guerra sia nei conflitti armati internazionali che non internazionali.
Tuttavia, le atrocità di cui le donne sono vittime permanenti dell’est della Repubblica Democratica del Congo non sono che un duro promemoria fra altri del fatto che le regole in vigore sono apertamente violate e spesso nell’impunità più totale. Fare rispettare le regole è una sfida perenne ed è un compito la cui responsabilità primaria spetta agli Stati, che hanno universalmente ratificato le Convenzioni di Ginevra. Non devono solamente fare in modo che le regole del diritto siano attuate, ma anche che esse siano pienamente rispettate.
Vero è che un certo numero di progressi sono stati fatti, alcuni Stati hanno ormai riconosciuto nella loro legislazione la responsabilità penale degli autori delle violazioni del diritto internazionale umanitario e esigono realmente che essi rendano conto dei loro crimini. Diversi tribunali internazionali, nonché la Corte Penale Internazionale hanno contribuito a che gli autori dei crimini di guerra siano perseguiti.
Ciononostante, resta ancora molto da fare. Le forze armate, così come i gruppi armati, devono comprendere che gli atti di violenza sessuale sono un crimine di guerra e che i loro autori sono passibili di sanzioni. È qui che interviene il Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR), in particolare grazie alle sue attività di formazione e di diffusione del diritto internazionale umanitario. Ma gli Stati e i loro apparati giuridici devono anche assumersi il loro ruolo. Come meglio dissuadere i potenziali criminali di guerra che facendo vedere loro che il diritto è realmente applicato?
Non vi sono dubbi che è meglio prevenire che curare. Le conseguenze della violenza sessuale come arma di guerra vanno ben oltre alle terribili ferite e all’enorme trauma che subiscono le vittime dirette: intere società rischiano di esserne destabilizzate in profondità, anche molto tempo dopo la fine dei conflitti. La stigmatizzazione e il rifiuto delle vittime, il crollo delle norme sociali e culturali e l’instabilità economica possono essere altre conseguenze.
Rimediare a queste conseguenze esige un approccio multidimensionale che, è fondamentale, associ direttamente le vittime della violenza sessuale e le altre donne coinvolte. Le donne devono partecipare pienamente alla ricerca di soluzioni ai loro problemi, se si vuole che queste soluzioni abbiano una possibilità di essere efficaci. Le organizzazioni umanitarie e i donatori, in particolare gli Stati, devono sforzarsi di assicurare ciò nei loro programmi, in tutte le fasi di un conflitto armato, dalla prevenzione alla protezione fino alla ripresa post-conflitto. Relegare le donne alla categoria di vittime passive le deresponsabilizza ed è contro produttivo, poiché le esclude ancora di più dagli sforzi umanitari e dalle attività di mantenimento della pace.
Come donna, spero ardentemente che questo decimo anniversario della risoluzione delle Nazioni Unite sulle donne, la pace e la sicurezza venga ricordato come l’inizio di un altro grande passo avanti. Il giorno in cui gli Stati avranno preso delle misure concrete per criminalizzare la violenza sessuale nella loro legislazione nazionale e in cui gli autori di questi crimini saranno processati, allora le donne del mondo intero avranno un vero motivo per festeggiare.
Tratto da sito del Comitato Internazionale della Croce Rossa:
http://www.icrc.org/Web/fre/sitefre0.nsf/html/women-statement-2010-10-31
Il diritto internazionale umanitario (DIU) ha lo scopo di prevenire ed alleviare le sofferenze umane in guerra senza fare discriminazioni basate sul sesso. Ma ammette che le donne incorrono anche in specifici problemi nei conflitti armati, come la violenza sessuale e il rischio per la loro salute.
La guerra non è solo un business tra uomini. Nei conflitti odierni, l’impatto degli scontri sulle donne può essere molto pesante. Il diritto umanitario riconosce tale impatto nella protezione generale rivolta sia alle donne, sia agli uomini, così come in alcuni specifici provvedimenti che prevedono una protezione aggiuntiva per le donne.
In generale, il DIU richiede un trattamento umano per i feriti, malati, prigionieri e civili coinvolti in un conflitto, senza alcuna distinzione basata su sesso, razza, nazionalità, religione, opinioni politiche o altri simili criteri. Questa protezione generale è prevista dalle quattro Convenzioni di Ginevra (1949) e dai due Protocolli Aggiuntivi (1977), così come dalle leggi umanitarie consuetudinarie.
Le disposizioni generali del DIU proibiscono anche la presa in ostaggio e l’uso di scudi umani. Nei conflitti recenti ci sono stati abusi di questo tipo: in particolare l’uso, da parte dei combattenti, di donne e bambini come scudo contro gli attacchi.
Le donne devono, inoltre, essere protette in particolar modo dalla violenza sessuale. Ciò include lo stupro, la prostituzione forzata ed ogni altra forma di aggressione oscena: tutti questi reati sono considerati crimini di guerra. La minaccia di violenza sessuale contro le donne è anch’essa proibita. Le donne prigioniere devono essere alloggiate separatamente dagli uomini per evitare, in particolare, gli abusi sessuali.
Il DIU richiede, inoltre, che le donne incinte o le madri di bambini piccoli, in particolare le madri che allattano, devono essere trattate con cura particolare. Questa attenzione si applica, per esempio, per l’approvvigionamento di cibo, la fornitura di vestiti, l’assistenza medica, l’evacuazione e il trasporto.
Le donne sono particolarmente vulnerabili nella separazione dai familiari e per le sofferenze causate dalla scomparsa di un parente, sia durante, sia dopo il conflitto armato.
Il diritto umanitario consente alle famiglie di conoscere il destino dei parenti scomparsi ed obbliga le parti coinvolte nel conflitto a prendere tutte le misure possibili per rispondere delle persone che risultano disperse.
Negli anni recenti, il CICR si è impegnato in una campagna specifica per trattare il problema dei mariti o bambini dispersi. Poiché nelle famiglie la maggioranza dei dispersi sono gli uomini, è tipico che le donne debbano interfacciarsi con l’angoscia dell’attesa di notizie dei propri cari dispersi; quindi sono sempre le donne che devono farsi carico di rintracciare i propri parenti separati dal conflitto. Il CICR gioca un ruolo guida in tutto il mondo nel ripristinare i legami familiari sia durante, sia dopo i conflitti armati.
Le donne della popolazione civile si prendono anche la maggiore responsabilità nel fronteggiare le altre conseguenze del conflitto armato. La guerra interrompe e distrugge gli approvvigionamenti di cibo e la produzione. I servizi sanitari, essenziali per le madri e i bambini, sono distrutti. I trasporti, le forniture di acqua e di carburante possono essere danneggiati.
Alle parti in conflitto viene richiesto di proteggere col diritto umanitario la sicurezza sanitaria, economica e fisica della popolazione civile. Se ciò non avviene, le donne devono spesso far fronte alle conseguenze. In assenza dell’uomo, che è spesso colui che mantiene tutta la famiglia, le donne devono assicurare la quotidiana sopravvivenza di questa: devono spesso viaggiare per lunghe distanze per cercare acqua, cibo, legna per il fuoco, medicine ed altri beni di prima necessità, esponendosi così a rischi per la propria sicurezza fisica. Inoltre, devono spesso prendersi cura dei familiari o membri della comunità ammalati.
Il CICR interviene perciò per supportarle, fornendo servizi sanitari e beni di prima necessità per la sopravvivenza come cibo, vettovaglie e ricoveri. Cerca inoltre di convincere le parti in conflitto a permettere adeguati approvvigionamenti per i civili. Inoltre, il DIU obbliga le parti in conflitto a permettere e a facilitare passaggi rapidi e senza ostacoli di aiuti umanitari per i civili in stato di necessità; aiuti che devono essere imparziali nel carattere e forniti senza alcuna distinzione.
Dopo un conflitto armato, le donne giocano spesso un ruolo chiave nel ricostruire le comunità. Nelle aree rurali, sono le più frequenti beneficiarie degli approvvigionamenti di sementi, attrezzi e bestiame per ripristinare l’economia danneggiata dal conflitto. Le donne fungono anche da perno nell’azione del CICR ed altri nel diffondere la prevenzione dai rischi di incorrere nelle mine anti-uomo, che continuano a causare ferite e morte di bambini al termine delle ostilità.
Testo originale dal sito: http://www.icrc.org/eng/war-and-law/protected-persons/women/overview-women-protected.htm
- La partecipazione delle donne ai negoziati di pace rimane ad hoc e non regolare – negli 11 processi di pace nei quali sono disponibili tali informazioni la media è inferiore all'8 percento (1). Meno del 3 percento dei firmatari degli accordi di pace sono donne (1).
- Nessuna donna è stata nominata a capo, o alla dirigenza, dei colloqui di pace condotti sotto l'egida delle Nazioni Unite, ma in alcuni colloqui sponsorizzati dall'Unione Africana o da altre istituzioni le donne hanno aderito a un team di mediatori. Un caso recente positivo è quello di Graça Machel, una dei tre mediatori della Crisi del Kenya nel 2008.
- La violenza sessuale aggrava i conflitti e nell'immediato del dopoguerra perpetua l'insicurezza. Tiene in ostaggio intere comunità e ha un impatto economico, sociale, culturale e intergenerazionale: le donne non possono accedere alle riserve d'acqua e ai mercati; i bambini non possono andare in modo sicuro a scuola; e i “bambini soldato” vengono ostracizzati.
- 250.000 – 500.000 donne e ragazze sono state stuprate durante il genocidio in Rwanda nel 1994 (2).
- 20.000 – 50.000 donne e ragazze sono state stuprate durante la guerra in Bosnia-Erzegovina agli inizi degli anni novanta (3).
- 50.000 – 64.000 donne sfollate interne in Sierra Leone sono state attaccate sessualmente dai combattenti (4).
- Una media di 40 donne e ragazze sono ogni giorno state violentate nel Sud Kivu RDC (5). È stato stimato che durante il decennio di conflitto nel paese più di 200.000 di donne e bambini sono stati violentati (6).
- I civili rappresentano la stragrande maggioranza delle vittime delle guerre contemporanee; le categorie più deboli sono quelle che soffrono di più.
- Le donne e le ragazze sono un obiettivo di tattica militare per umiliare, dominare, diffondere la paura, punire, disperdere e/o trasferire forzatamente i membri di una comunità o di un gruppo etnico.
- Su 300 accordi di pace conclusi per 45 situazioni di conflitto, in vent'anni dalla fine della Guerra Fredda, 18 erano indirizzati alla violenza sessuale in 10 situazioni di conflitto (Burundi, Aceh, RDC, Montagne di Nuba/Sudan, Sudan/Darfur, Filippine, Nepal, Uganda, Guatemala e Ciapas).
- Le donne hanno il diritto legale di essere protette dalla violenza sessuale anche durante la guerra e le vittime hanno diritto al risarcimento. L'amnistia per la violenza sessuale quale crimine di guerra è contraria al diritto internazionale (Art. 7 CEDAW; Rome Statute Statute 8(2)(b)(xxii)).
- La pace non sarà duratura se l'accordo è considerato ingiusto o se l'accordo non tiene conto di tutte le misure per ricostruire le fondamenta della società.
- Per quanto riguarda i processi di violenza sessuale come crimine di guerra, crimine contro l'umanità, crimine associato al genocidio e uso della tortura, la violenza sessuale è stato “il crimine meno condannato in tempo di guerra”.
- Al Tribunale Penale Internazionale per la ex-Yugoslavia, 18 decisioni derivanti da sentenze di condanna sono correlate alla violenza sessuale. Il numero è ancora più basso in altri tribunali: 8 nel Tribunale Internazionale per il Ruanda e 6 per la Corte Speciale della Sierra Leone.
- L'UNIFEM (oggi UN Women) ha analizzato il modo in cui il “genere” è stato tradizionalmente trattato in 8 Valutazioni dei bisogni nella fase post-conflittuale (Post-Conflict Needs Assessments, PCNAs), e ha rilevato come le questioni di genere siano menzionate nelle rassegne sotto-settoriali, ma spesso non indicate nelle voci di costi per le priorità della spesa. Su un budget totale di 77 bilioni di dollari americani, stanziati per gli 8 PCNAs, il 36 percento circa è stato utilizzato nelle rassegne di genere menzionate nei sotto-settori, ma solo il 16 percento è stato associato a obiettivi, uscite o indicatori collegati specificatamente ai bisogni delle donne, e meno del 8 percento degli attuali budget è indirizzato ai bisogni delle donne.
- L'UNIFEM (oggi UN Women) ha analizzato 5 Strategie per la riduzione della povertà (Poverty Reduction Strategy Papers PRSPs) di paesi all'ordine del giorno nel 2009 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e ha scoperto che l'inclusione dei delle questioni e dei bisogni delle donne era estremamente scarsa sia a livello di risultati (meno del 3 percento), che di attività e indicatori (circa il 6 percento) e budget (meno del 2 percento).
“La violenza sessuale in tempo di guerra è stata uno dei più grandi silenzi storici”, Elisabeth Rehn e Ellen Johnson Sirleaf in Donne, Guerra, Pace, 2002.
“In nessuna altra area c'è un fallimento collettivo nel garantire una protezione effettiva più che apparente...che in termini di masse di donne e ragazze, ma anche di ragazzi e uomini, le cui vite vengono distrutte ogni anno dalla violenza sessuale perpetrata nei conflitti” Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, 2007.
“Nei conflitti moderni è più pericoloso essere una donna piuttosto che un soldato”, Magg. Gen. Patrick Cammaert, 2008.
“La violenza sessuale è la mostruosità del nostro secolo”, Dott. Mukwege, Ospedale Panzi, RDC.
“Sono indignato per la nostra quasi completa incapacità di affrontare questo flagello”, Sottosegretario delle Nazioni Unite Jan Egeland, 2006.
“Se osserviamo la gamma di interventi necessari per affrontare la violenza sessuale nelle situazioni di conflitto e di post-conflitto, risulta evidente come sia urgente e necessario un approccio interessato e integrato”, Sottosegretario delle Nazioni Unite Jean-Marie Guehenno.
1. UNIFEM’s research on women’s participation in peace processes (forthcoming, 2010).
2. UN Special Rapporteur to the Commission on Human Rights, ‘Report on the Situation of Human Rights in Rwanda’ (E/CN.4/1996/68) para 16.
3. Ward, Jeanne on behalf of the RHRC, ‘Bosnia and Herzegovina’, If not Now, When?: Addressing Gender-based Violence in Refugee, Internally Displaced, and Post-Conflict Settings, 2002, p.81.
4. Physicians for Human Rights, ‘Executive Summary’ War-Related Sexual Violence in Sierra Leone: A Population-based Assessment (2002) 3.
5. Rodriguez, Claudia, ‘Sexual Violence in South Kivu’, Forced Migration Review, 2007 (27), p.45.
6. Statement of Hilde F. Johnson, Co-Chair of UN Action Against Sexual Violence in Conflict, 5 March 2009.
Facts & Figures on Peace & Security (UNIFEM)
http://www.unifem.org/gender_issues/women_war_peace/facts_figures.p
La guerra ha sempre avuto un impatto diverso sugli uomini e le donne, ma forse non così tanto come nei conflitti contemporanei. Mentre le donne sono una minoranza tra i combattenti e gli artefici della guerra, esse ne subiscono sempre più i maggiori danni.
Nei conflitti contemporanei, fino al 90 per cento delle vittime sono civili, la maggior parte dei quali sono donne e bambini. Le donne in società lacerate dalla guerra sono sottoposte a specifiche forme devastanti di violenza sessuale, atti che sono talvolta sistematicamente perpetrati per raggiungere obiettivi militari o politici. Le donne sono le prime ad essere colpite dai danni alle infrastrutture, mentre lottano per tenere unite le famiglie e per curare i feriti. E le donne possono anche essere costrette a piegarsi allo sfruttamento sessuale, al fine di sopravvivere e sostenere le loro famiglie.
Anche dopo che il conflitto si è concluso, gli effetti della violenza sessuale persistono, tra cui le gravidanze indesiderate, le malattie sessualmente trasmissibili e la stigmatizzazione cui le donne vanno incontro. La violenza sessuale può proseguire o addirittura incrementarsi in conseguenza del conflitto, come effetto dell’ insicurezza e dell’impunità. Unita a leggi discriminatorie e inique, la violenza sessuale può impedire alle donne di accedere all'istruzione, di diventare finanziariamente indipendente e di partecipare alla governance e alla costruzione della pace.
Inoltre, le donne continuano ad essere poco rappresentate nei processi formali di pace, anche se esse contribuiscono in molti modi informali alla risoluzione dei conflitti. In recenti negoziati di pace, per i quali tali informazione è disponibile, le donne hanno rappresentato meno dell’ 8 per cento dei partecipanti e meno del 3 per cento dei firmatari, e nessuna donna è mai stata nominata capo o leader dei mediatori ai colloqui di pace sponsorizzati dall'ONU. Tale esclusione porta inevitabilmente ad una incapacità di affrontare adeguatamente le questioni femminili, come la violenza sessuale e di genere, i diritti delle donne e la responsabilità post-conflitto.
Tuttavia, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU riconosce oggi che l'esclusione delle donne dai processi di pace è in contrasto con i loro diritti, e che l’inclusione delle donne, come delle prospettive di genere nei processi decisionali può rafforzare le prospettive di una pace sostenibile. Questo riconoscimento è stato formalizzato nell’Ottobre 2000 con l'adozione all'unanimità della risoluzione 1325 sulle donne, la pace e la sicurezza. Punto focale della risoluzione è specificamente la situazione delle donne nei conflitti armati e l’invito alla loro partecipazione a tutti i livelli del processo decisionale in materia di risoluzione dei conflitti e costruzione della pace.
Dato che l'ordine del giorno è stato istituito con riferimento ai principi fondamentali della risoluzione 1325, sono state adottate dal Consiglio di Sicurezza tre risoluzioni di supporto – la 1820, 1888 e 1889. Le quattro risoluzioni si concentrano su due obiettivi fondamentali:
• Rafforzare la partecipazione delle donne nei processi decisionali – La Risoluzione 1325 (2000) chiede il rafforzamento dell'agenzia delle donne come operatrici e costruttrici di pace, compresa la loro partecipazione nella prevenzione dei conflitti e ai processi di pace, e di governance nelle operazioni di pace. La Risoluzione 1889 (2009) integra la 1325 con l’ invito a determinare degli indicatori globali atti a misurare i progressi nella sua attuazione.
• Porre fine alla violenza sessuale e all'impunità – La Risoluzione 1820 (2008) invita a porre fine alla violenza sessuale collegata ai conflitti e a determinare le responsabilità, al fine di porre fine all'impunità. La Risoluzione 1888 (2009) si concentra sul rafforzamento della leadership, le competenze e le altre capacità istituzionali in seno alle Nazioni Unite e negli Stati membri per contribuire a porre fine alla violenza sessuale legata ai conflitti.
Insieme, queste risoluzioni forniscono forza e mandato per l'attuazione e per misurare i cambiamenti nella vita delle donne nei paesi interessati da conflitti. Una serie di altre risoluzioni tematiche, politiche e strumenti legali anche sovrapposizione e integrare questo ordine del giorno.
L’Approccio dell’Agenzia N.U. Donne
Dopo l'adozione della risoluzione 1325 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il lavoro delle donne delle Nazioni Unite sulle questioni della pace e della sicurezza è stato guidato dai suoi obiettivi. Le Nazioni Unite sostengono i progetti concentrati sul rafforzamento della partecipazione delle donne nei processi decisionali, promuovendo l’uso delle prospettive di genere nell’elaborazione delle politiche, rafforzare la protezione delle donne colpite da conflitti, contrastando i conflitti legati alla violenza sessuale, amplificando le chiamate di responsabilità e portando avanti lo stato delle donne in contesti post conflitto
La programmazione delle N.U. Donne si concentra su quattro aree tematiche:
• Costruzione della pace
• Sicurezza e giustizia
• Violenza sessuale e basata sul genere
• Programma Post-Conflitto e Umanitario
*Agenzia delle Nazioni Unite per l’Uguaglianza di Genere e l’Empowerment delle Donne creata dall’Assemblea generale dell’ONU il 2 luglio 2010.
Tratto dal sito web delle N.U. Women* al link: http://www.unifem.org/gender_issues/women_war_peace/
7 - CUSTOMARY IHL
DIRITTO INTERNAZIONALE UMANITARIO CONSUETUDINARIO
Nota: il Diritto Internazionale Umanitario offre la stessa protezione alle donne come agli uomini - siano essi combattenti, civili o persone fuori combattimento. Tutte le regole stabilite nel presente studio, pertanto si applicano sia agli uomini che alle donne senza alcuna discriminazione. Tuttavia, riconoscendo le loro esigenze specifiche e le vulnerabilità, il diritto internazionale umanitario concede alle donne una serie di ulteriori specifiche protezioni e dei diritti. La norma seguente individua alcune di queste protezioni aggiuntive e i diritti [1].
La prassi dello Stato definisce tale norma come norma di diritto internazionale consuetudinario applicabile sia nei conflitti armati internazionali che non internazionali. La prassi riconosciuta per quanto riguarda le esigenze specifiche delle donne è rinforzata alla luce della considerazione delle specifiche norme consuetudinarie relative al divieto di violenza sessuale (cfr. Articolo 99) e l'obbligo di separare le donne private della libertà dagli uomini (cfr. Articolo 119), così come in relazione all’eminente rilevo a cui assurgono i diritti delle donne in materia di diritti umani.
Conflitti armati internazionali
La regola secondo cui le esigenze specifiche delle donne colpite dal conflitto armato devono essere rispettate deriva dalle disposizioni che si trovano in ognuna delle quattro Convenzioni di Ginevra. [2] La prima Convenzione di Ginevra, per esempio, richiede che "le donne devono essere trattate con tutti i riguardi in considerazione del loro sesso ". Il I Protocollo Aggiuntivo prevede che "Le donne saranno oggetto di un particolare rispetto e saranno protette, specialmente contro la violenza carnale, la prostituzione forzata e ogni altra forma di offesa al pudore”. [3].
Numerosi manuali militari prevedono l'obbligo di rispettare le esigenze specifiche delle donne colpite da conflitti armati. [4] La violazione di tale obbligo costituisce reato secondo la legislazione di alcuni Stati. [5] Tale obbligo trova riscontro anche in dichiarazioni ufficiali. [6] Ispirata dalla terminologia utilizzata nelle Convenzioni di Ginevra e dal I Protocollo Aggiuntivo, questa prassi è spesso formulata in termini di protezione speciale o di particolare rispetto da concedere alle donne, o in termini di trattamento da riservare al "rispetto al loro sesso" o "con tutti i riguardi dovuti al loro sesso" o altre espressioni simili. La formulazione utilizzata nella presente norma, cioè che le esigenze specifiche delle donne devono essere rispettate, si basa sul significato di queste frasi.
Conflitti armati non internazionali
Mentre l'Articolo 3 comune alle Convenzioni di Ginevra e al II Protocollo Aggiuntivo non contengono da un lato una regola generale secondo cui le esigenze specifiche delle donne devono essere rispettate, dall’altro, fanno riferimento ad aspetti specifici di questa norma, laddove richiedono il rispetto della persona e dell'onore di ognuno, vietando la violenza alla vita, alla salute e al benessere fisico e mentale, vietando gli oltraggi alla dignità personale, compresi i trattamenti umilianti e degradanti, lo stupro, la prostituzione forzata e ogni forma di offesa al pudore, e richiedendo la separazione tra uomini e donne in stato di detenzione. [7] Queste norme specifiche indicano una analoga preoccupazione per la sorte delle donne nei conflitti armati non internazionali.
L'obbligo di rispettare le esigenze specifiche delle donne è incluso in vari manuali militari che sono applicabili o sono stati applicati nei conflitti armati non internazionali. [8] La violazione di tale obbligo è un reato secondo la legislazione di alcuni Stati [9]. Inoltre, la necessità di un particolare rispetto per le donne si rinviene in altri strumenti relativi anche ai conflitti armati non internazionali [10].
Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, l'ECOSOC e la Commissione ONU per i Diritti Umani non fanno distinzione tra conflitti armati internazionali e non internazionali con riguardo alla protezione delle donne nei conflitti armati [11]. Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, ad esempio, ha invitato al rispetto delle esigenze specifiche delle donne nel contesto di particolari conflitti, come in Afghanistan, ma anche in generale. [12] In una risoluzione adottata nel 2000 sulla protezione dei civili nei conflitti armati, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ha espresso la sua preoccupazione per il "particolare impatto che i conflitti armati hanno sulle donne" e ha ribadito "l'importanza di dedicarsi completamente alla loro protezione speciale e all’assistenza dei loro bisogni". [13] Il Bollettino del Segretario Generale sul rispetto da parte delle forze delle Nazioni Unite del diritto umanitario internazionale stabilisce che "le donne saranno specialmente protette nei confronti di qualsiasi attacco". [14] Il Relatore Speciale dell'ONU sulla Violenza contro le Donne, le sue Cause e Conseguenze e il Comitato per l'Eliminazione della Discriminazione contro le donne hanno espresso preoccupazione per la violazione dei diritti delle donne nei conflitti armati internazionali e non internazionali. [15] Nel 1992, il Comitato ha affermato che la violenza di genere compromette o annulla il "diritto ad una eguale tutela in base alle norme umanitarie in tempo di conflitto armato internazionale o interno" [16].
Il Piano d'Azione per il periodo 2000-2003, adottato dalla 27^ Conferenza Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa nel 1999, ha invocato "particolari misure di protezione per le donne e le ragazze" [17].
Le esigenze specifiche delle donne possono variare a seconda della situazione in cui si trovano - a casa, in stato di detenzione o sfollate a seguito del conflitto - ma devono essere rispettate in tutte le situazioni. La prassi contiene numerosi riferimenti alle necessità specifiche delle donne che devono essere protette contro ogni forma di violenza sessuale, anche attraverso la separazione dagli uomini, quando sono private della libertà (cfr. articolo 119). Mentre il divieto di violenza sessuale si applica ugualmente a uomini e donne, di fatto le donne sono molto più colpite dalla violenza sessuale durante i conflitti armati (vedi anche il commento dell'articolo 93).
La 26^ Conferenza Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa ha indicato altre esigenze specifiche, quando ha chiesto misure "per garantire che le donne vittime di conflitti ricevano assistenza medica, psicologica e sociale". [18] Allo stesso modo, nel 1999, in una relazione all’ Assemblea generale dell'ONU, il Comitato per l'Eliminazione della Discriminazione contro le Donne ha chiesto agli Stati di garantire che "una protezione adeguata e dei servizi sanitari, compresa la cura dei traumi e la consulenza, siano previsti per le donne in condizioni particolarmente difficili, come quelle costrette in situazioni di conflitto armato" [19].
Particolare attenzione per le donne incinte e le madri di neonati
Un esempio concreto di rispetto per le esigenze specifiche delle donne è la condizione che le donne incinte e le madri di neonati, in particolare le madri che allattano, devono essere trattate con particolare cura. Questo requisito si trova in tutta la Quarta Convenzione di Ginevra, come pure nel I Protocollo Aggiuntivo. [20] Tali disposizioni richiedono particolare cura per le donne incinte e le madri di neonati, con riguardo alla fornitura di cibo, vestiario, assistenza medica, l'evacuazione e il trasporto. Tali requisiti sono stabiliti in molti manuali militari. [21] Si trovano anche nella legislazione di alcuni Stati [22].
Il I Protocollo Aggiuntivo prevede che la tutela e la cura per i feriti e malati è dovuta anche in caso di maternità e di "altre persone che possono aver bisogno di immediata assistenza medica o di cure, come le madri incinte" [23]. A queste persone sono così riconosciuti i diritti individuati nel Capitolo 34, comprese le adeguate cure mediche e la priorità di trattamento basata sui motivi di salute (cfr. articolo 110).
Pena di morte a donne incinte e alle madri di neonati
Il I Protocollo Aggiuntivo prevede che le parti di un conflitto, si impegnino nella misura massima possibile, al fine di evitare la pronuncia di pena di morte a carico delle donne incinte o madri di neonati per un reato connesso al conflitto armato. Inoltre, la pena di morte per tali reati non può essere eseguita su queste donne. [24] Il II Protocollo Aggiuntivo vieta del tutto l'imposizione della pena di morte su donne incinte o madri di neonati. [25] Queste regole sono stabilite in alcuni manuali militari [26].
Il divieto di eseguire la pena di morte su donne in gravidanza è anche enunciato nel Patto Internazionale sui diritti civili e politici e dalla Convenzione Americana sui Diritti Umani [27].
[1] Per uno studio esaustivo dell'impatto dei conflitti armati sulle donne, vedi Charlotte Lindsey, Donne di fronte alla guerra, CICR, Ginevra, 2001.
[2] Prima Convenzione di Ginevra, Articolo 12, paragrafo quarto (cit. Vol. II, Cap. 39, § 1); Seconda Convenzione di Ginevra, Articolo 12, paragrafo quarto (ibid., § 1); Terza Convenzione di Ginevra, Articolo 14, paragrafo secondo (ibid., § 2); Quarta Convenzione di Ginevra, Articolo 27, paragrafo secondo (ibid., § 3).
[3] Primo Protocollo Aggiuntivo, Articolo 76 (1) (adottato all’unanimità) (ibid., § 5).
[4] Cfr., ad esempio, i manuali militari dell’Argentina (ibid., § 15), Australia (ibid., § § 16-17), Benin (ibid., § 18), Canada (ibid., § 20), Ecuador (ibid., § 21), El Salvador (ibid., § § 22-23), Francia (ibid., § 24), India (ibid., § 25), Indonesia (ibid., § 26), Madagascar (ibid., § 27), Marocco (ibid., § 28), Paesi Bassi (ibid., § 29), Nuova Zelanda (ibid., § 30), Nigeria (ibid., § 31), Filippine (ibid., § 32), Spagna (ibid., § 33), Svezia (ibid., § 34), Svizzera (ibid., § 35), Togo (ibid., § 36), Regno Unito (ibid., § 37), Stati Uniti (ivi, § § 38-40) e la Jugoslavia (ibid., § 41).
[5] Cfr., ad esempio, la legislazione dell’ Azerbaigian (ibid., § 43), Bangladesh (ibid., § 44), Irlanda (ibid., § 45), Norvegia (ibid., § 46) e Venezuela (ibid. , § 47), vedi anche il progetto di legge dell’ Argentina (ibid., § 42).
[6] Si veda, ad esempio, la dichiarazione degli Stati Uniti (ibid., § 50).
[7] Convenzioni di Ginevra, Articolo 3 comune; Secondo Protocollo Aggiuntivo, Articoli 4-5 (adottato per consenso).
[8] Cfr., ad esempio, i manuali militari dell’ Australia (citata nel vol. II, cap. 39, § 16), Benin (ibid., § 18), Ecuador (ibid., § 21), El Salvador (ibid. , § § 22-23), India (ibid., § 25), Madagascar (ibid., § 27), Filippine (ibid., § 32), Togo (ibid., § 36) e Jugoslavia (ibid., § 41).
[9] Cfr., ad esempio, la legislazione dell’ Azerbaigian (ibid., § 43) e del Venezuela (ibid., § 47), vedi anche il progetto di legge dell’ Argentina (ibid., § 42).
[10] Cfr., ad esempio, il memorandum d'intesa concernente l'applicazione del diritto internazionale umanitario tra la Croazia e la Repubblica socialista federativa di Jugoslavia, § 4 (ibid., § 12); accordo sull'applicazione del diritto internazionale umanitario tra le parti in conflitto in Bosnia e Erzegovina, § 2.3 (2) (ibid., § 13).
[11] Cfr., ad esempio, Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Ris. 1325 (ibid., § 55); ECOSOC, Ris. 1998 / 9 (ibid., § 58); Commissione ONU per i Diritti Umani, Ris. 1998-1970 (ibid., § 60).
[12] Cfr., ad esempio, Consiglio di Sicurezza dell'ONU, Ris. 1076 (ibid., § 51), Ris. 1193 e 1214 (ibid., § 52), Ris. 1261 (ibid., § 53), Ris. 1333 (ibid., § 56) e Dichiarazione del Presidente (ibid., § 57).
[13] Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, Ris. 1296 (ibid., § 54).
[14] Bollettino del Segretario generale dell'ONU, Sezione 7.3 (ivi, § 14).
[15] Cfr., ad esempio, della Commissione ONU per i diritti umani, il rapporto del Relatore speciale sulla violenza contro le donne, sue cause e conseguenze (ibid., § § 61-62), Comitato per l'Eliminazione della Discriminazione contro le Donne, riferisce al generale delle Nazioni Unite (ibid., § § 70-72).
[16] Comitato per l'Eliminazione della Discriminazione contro le Donne, raccomandazione generale n. 19 (La violenza contro le donne) (ibid., § 68).
[17] 27^ Conferenza Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, Ris. I (adottata all'unanimità) (ibid., § 67).
[18] 26^ Conferenza Internazionale della Croce Rossa e Mezzaluna Rossa, Ris. II (ibid., § 66).
[19] Comitato per l'Eliminazione della Discriminazione contro le Donne, Relazione generale delle Nazioni Unite (ibid., § 71).
[20] Cfr. Quarta Convenzione di Ginevra, articoli 16-18, 21-23, 38, 50, 89, 91 e 127 (ibid., § § 76-80); Primo Protocollo aggiuntivo, articolo 70 (1) (adottato all’unanimità) (ibid., § 81) articolo 76 (2) (adottato all’unanimità) (ibid., § 82).
[21] Cfr., ad esempio, i manuali militari di Argentina (ibid., § § 86-87), Australia (ibid., § 88), Canada (ibid., § 90), Colombia (ibid., § 91), Francia (ibid., § § 92-93), Germania (ibid., § 94), Kenya (ibid., § 95), Madagascar (ibid., § 96), Paesi Bassi (ibid., § 97), Nuova Zelanda (ibid., § 98), Nigeria (ibid., § § 99-100), Spagna (ibid., § 101), Svizzera (ivi, § 102), Regno Unito (ibid., § § 103-104) e Stati Uniti (ibid., § § 105-106).
[22] Cfr., ad esempio, la legislazione dell’Azerbaigian (ivi, § 107), Bangladesh (ivi, § 108), Irlanda (ivi, § 109), Norvegia (ivi, § 110) e Filippine (ibid. , § 111).
[[23] Primo Protocollo Aggiuntivo, Articolo 8 (a) (adottato all'unanimità) (ibid., § 83).
[[24] Primo Protocollo Aggiuntivo, Articolo 76 (3) (adottato all'unanimità) (ibid., § 120).
[25] Secondo Protocollo aggiuntivo, Articolo 6 (4) (adottato all’unanimità) (ivi, § 121).
[26] Cfr., ad esempio, i manuali militari dell’ Argentina (ivi, § 124), Canada (ivi, § 125), Nuova Zelanda (ivi, § 126), Nigeria (ivi, § 127) e Spagna ( ibid., § 128).
[27] Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, Articolo 6 (5) (ivi, § 118), la Convenzione Americana sui Diritti Umani, articolo 4 (5) (ivi, § 119).
http://www.icrc.org/customary-ihl/eng/docs/v1_rul_rule134