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Timestamp: 2020-02-19 21:58:02+00:00
Document Index: 35696454

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 16', 'art. 4']

Luigina Santoro, Autore presso Italia4all - Scuola
Autore: Luigina Santoro
Europa: il garante per la protezione dei dati
Privacy e protezione dei dati, anche se connessi, sono generalmente identificati, in tutto il mondo, come due diritti disgiunti. In Europa, sono vagliati come componenti fondamentali per una democrazia sostenibile.
Nell’UE, la dignità umana è riconosciuta come un diritto vitale incondizionato. In questa concezione di dignità, la privacy o il diritto ad una vita privata, di essere autonomo, svolge un ruolo fondamentale. La privacy non è solo un diritto individuale ma anche un valore sociale.
Invece, in altre parti del globo, come gli Stati Uniti, la privacy è stata sovente vagliata come un elemento di libertà, il diritto di essere liberi dalle ingerenze dello stato. Dunque, in quasi tutti i paesi, la privacy è riconosciuta come un diritto umano universale ed è sancito dall’art. 12 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dall’art. 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dall’art. 7 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali.
La protezione dei dati, invece, riguarda la protezione di qualsiasi informazione relativa a una persona fisica identificata o identificabile, compresi nomi, data di nascita, fotografie, riprese video, indirizzi e-mail e numeri di telefono.
Dunque, la privacy e la protezione dei dati sono due diritti legiferati dai trattati dell’UE e dalla Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea. La Carta, all’art. 8, contiene un manifesto diritto alla protezione dei dati personali. L’entrata in vigore del trattato di Lisbona nel 2009 ha attribuito alla Carta dei Diritti Fondamentali lo stesso valore giuridico dei Trattati Costituzionali dell’UE. Pertanto, le istituzioni e gli organi dell’UE e gli Stati membri ne sono assoggettati.
Inoltre, l’art. 16 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE) prescrive all’UE di statuire disposizioni sulla protezione dei dati per il trattamento dei dati personali. L’UE è unica nel prevedere tale obbligo nella sua Costituzione. Infatti, ha mantenuto, per lungo tempo, elevati standard di legge sulla protezione dei dati. Negli ultimi 25 anni, la tecnologia ha trasformato le nostre vite in modi che nessuno avrebbe potuto immaginare, quindi è stata necessaria una revisione delle regole.
La legge concede alle persone di esercitare diritti specifici sulla protezione dei dati e impone alle organizzazioni (pubbliche o private) di elaborare i loro dati al rispetto di tali diritti. Nell’aprile 2016, l’UE ha adottato un nuovo quadro giuridico: il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) e la direttiva sulla protezione dei dati per l’area di applicazione della legge e della polizia. Uno dei suoi più grandi successi negli ultimi anni. Sostituisce la direttiva sulla protezione dei dati del 1995 che è stata adottata in un momento in cui Internet era agli inizi.
Totalmente applicato in tutta Europa dal maggio 2018, il GDPR è la legislazione più completa e progressiva sulla protezione dei dati nel mondo, aggiornata per affrontare le implicazioni dell’era digitale. Il GDPR è una nuova serie di regole progettate per dare ai cittadini europei un maggiore controllo sui propri dati personali. Mira a semplificare il contesto normativo per le imprese, in modo che sia i cittadini che le imprese possano beneficiare appieno dell’economia digitale.
Le riforme sono pensate per rispecchiare il mondo in cui viviamo e promuovono leggi ed obblighi, compresi quelli relativi ai dati personali, alla privacy e al consenso. Fondamentalmente, quasi ogni aspetto della nostra vita ruota intorno ai dati. Dalle società di social media, alle banche, ai rivenditori e ai governi, quasi tutti i servizi che utilizziamo comprendono la raccolta e l’analisi dei nostri dati personali. Il proprio nome, indirizzo, numero di carta di credito e altro ancora, tutti raccolti, analizzati e, forse la cosa più importante, archiviati dalle organizzazioni. Tali organizzazioni dovranno garantire che i dati personali siano raccolti legalmente e in condizioni rigorose, ma coloro che li raccolgono e li gestiscono saranno obbligati a proteggerli da un uso improprio e sfruttamento, nonché a rispettare i diritti dei proprietari dei dati.
A chi si rivolge, dunque, il GDPR? Il regolamento si applica a tutte le organizzazioni che operano all’interno dell’UE, nonché a tutte le organizzazioni al di fuori di essa, che offrono beni o servizi a clienti o imprese. Esistono due diversi tipi di gestori di dati a cui si applica la legislazione: “processori” e “controllori”, le cui definizioni sono stabilite nell’art. 4 del Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati. Un controllore viene definito come “persona, autorità pubblica, agenzia o altro ente che, da solo o in collaborazione con altri, determina gli scopi e i mezzi del trattamento dei dati personali”, mentre il responsabile del trattamento è “persona, autorità pubblica, agenzia o altro organismo che elabora i dati per conto del controllore”.
Come abbiamo già accennato, i tipi di dati considerati personali, ai sensi della legislazione esistente, includono nome, indirizzo e foto. Ma il GDPR estende la definizione di dati personali in modo che anche l’indirizzo IP possa essere un dato personale. Comprende anche dati personali sensibili come dati genetici e dati biometrici che potrebbero essere elaborati per identificare un individuo in modo univoco.
Il GDPR si applica a organizzazioni o società non stabilite in Europa che offrono beni e servizi a persone o ne monitorano il comportamento. Crea nuovi diritti per le persone nell’ambiente digitale e diversi nuovi e dettagliati obblighi di cooperazione. Uno dei principali cambiamenti che il GDPR ha apportato è fornire ai consumatori il diritto di sapere quando i loro dati sono stati violati. Le organizzazioni sono state obbligate a notificare gli organismi nazionali competenti al fine di garantire che i cittadini europei possano adottare misure appropriate per impedire che i loro dati vengano abusati.
Ai consumatori viene inoltre promesso un accesso più semplice ai propri dati personali in termini di modalità di elaborazione, con le organizzazioni che hanno dichiarato di dover dettagliare, in maniera chiara e comprensibile, in che modo utilizzano le informazioni sui clienti. Il GDPR è anche impostato per portare un processo di “diritto all’oblio”, che offre diritti e libertà aggiuntivi a chi non desidera più che i suoi dati personali siano trattati, quindi per cancellarli a condizione che non vi siano motivi per mantenerli.
Il regolamento è un passo essenziale per rafforzare i diritti fondamentali delle persone nell’era digitale e agevolare le imprese chiarendo le regole per le imprese e gli enti pubblici nel mercato unico digitale. Una legge unica eliminerà anche la frammentazione nei diversi sistemi nazionali e gli inutili oneri amministrativi. Leggi tutto “Europa: il garante per la protezione dei dati” →
Luigina Santoro Anno II, Artedo Universo Scuola, Numero 4, Universo Scuola
1 Marzo 2019 27 Febbraio 2019 Lascia un commento
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Il dirigente scolastico: leader e artefice del processo di inclusione?
La società in cui viviamo presenta peculiarità di complessità che non sempre sono facili da decifrare e comprendere. Indiscutibilmente, essa si evolve e trasforma i suoi assetti con un ritmo più convulso rispetto al passato. É rilevante evidenziare le attuali esigenze educative per compararle con le realtà didattiche in atto e le linee di evoluzione presenti. La vera disfida concerne l’abilità del sistema scolastico di riuscire a mantenere il passo con il cambiamento sociale, l’apporto che la formazione scolastica può dare alla costruzione di cittadini attivi e consapevoli, il nesso tra l’istruzione scolastica e i bisogni individuali e sociali: in concreto, il legame tra scuola e realtà. É anche vero che la trasformazione è radicata con l’esperienza umana; il compito educativo è governare tale trasformazione alla luce di un progetto esistenziale e dei valori che lo ispirano.
Nello specifico, il tema dell’inclusione scolastica, in questo momento storico, diventa un argomento rilevante per le istituzioni sociali: la scuola e la famiglia. Il concetto di inclusione, avendo a che fare con le persone, con le diversità e con il superamento delle barriere all’apprendimento e alla partecipazione, sottace un processo dinamico in continua evoluzione. Il suo raggio di azione non si limita alla disabilità e ai bisogni educativi speciali, ma va oltre, abbraccia l’isolamento o le esclusioni derivanti dalla classe sociale, dallo svantaggio socio-economico, dalla razza, dal sesso e da altri fattori. Si occupa di pari opportunità, di diritti umani, di etica e altri concetti spesso difficili da tradurre in fatti concreti. Ed è per questa ragione che negli ultimi decenni l’inclusione è diventata uno dei principali temi di interesse per l’affermazione di diritti civili e sociali.
Le pratiche per l’inclusione degli alunni con Bisogni Educativi Speciali implicano attenzione e impegno da parte dei vari soggetti con funzioni di sostegno e intervento mirato ai più diversi livelli, nell’ottica di un coinvolgimento condiviso e responsabile in politiche educative, scolastiche, sanitarie e sociali coerenti e coordinate fra loro.
Nel mondo della scuola, il lavoro di promozione, di mediazione e di messa in atto di specifiche attività è prerogativa del Dirigente scolastico che, attraverso il coinvolgimento di tutta l’organizzazione-scuola, garantisce o meno la buona riuscita dell’inclusione dell’alunno con bisogni speciali. Il processo di inclusione deve incentrarsi sul progetto educativo da costruire, però, in collaborazione con tutti gli attori della comunità scolastica vista come comunità educante ed inclusiva.
Quanto e cosa può fare un leader educativo di fronte ai Bisogni Educativi Speciali? Emerge, dunque, la consapevolezza di considerare determinante il ruolo del dirigente scolastico nella promozione di una cultura dell’inclusione e della conseguente valutazione della stessa, che dimostri la capacità di riflettere sui dati di contesto e di saperli interpretare per il miglioramento, di coltivare la dimensione di senso delle decisioni e delle azioni per lo sviluppo culturale, pedagogico, gestionale e organizzativo di una scuola che possa dirsi inclusiva.
Alla luce dei più recenti studi psicopedagogici e didattici, i progressi in ambito educativo, la sempre maggiore presenza a scuola di alunni con bisogni educativi speciali, il diritto all’integrazione come valore ormai condiviso, i servizi esistenti sul territorio, l’apertura del mondo del lavoro ai disabili, devono rappresentare una base fondamentale per ulteriori conquiste civili e sociali, legate soprattutto al problema della competenza e della professionalità di coloro che si occupano del bene comune, che lavorano in posti di responsabilità sociale ed educativa, di coloro che soprattutto gestiscono il percorso formativo degli alunni con bisogni educativi speciali.
Con la Legge 59/97, le istituzioni scolastiche hanno acquisito personalità giuridica, ed autonomia organizzativa e didattica, esercitabile nei limiti della legge e nel rispetto dei principi di logicità e congruità in modo da evitare atti caratterizzati da disparità di trattamento quali potrebbero essere, in primo luogo, la mancata partecipazione di tutte le componenti scolastiche al processo di integrazione finalizzato alla costruzione di un progetto di vita che consenta agli alunni con bisogni educativi speciali di “avere un futuro”.
In particolare, i Principi Guida per promuovere la qualità della scuola inclusiva, nel 2009, definiscono le pari opportunità in termini di educazione, come partecipazione concreta e accesso reale alla formazione, non come una semplice “socializzazione in presenza”. Quello che diventa importante, al di là degli interventi e delle risorse, umane e strumentali, di cui una scuola dispone, che potranno essere più o meno vicine agli indicatori di qualità della formazione inclusiva, è la promozione di una cultura, di un atteggiamento inclusivo, delle convinzioni profonde, degli atteggiamenti e della disposizione professionale di quanti operano nella scuola, in primo luogo, del dirigente scolastico.
Per quanto attiene alle caratteristiche di una scuola inclusiva, il documento della European Agency for Development in Special Needs Education, fornisce indicazioni preziose non tutte indirizzate alla sola classe docente. Si tratta di “raccomandazioni politiche”, quindi rivolte a chi deve prendere decisioni di indirizzo e controllo del sistema, non solo agli attori del sistema stesso. In ogni caso, la complessità del progetto di inclusione di una istituzione scolastica pone la necessità di poter contare su squadre multidisciplinari, formate da specialisti di diverse competenze e settori. In queste squadre dovrebbero essere presenti anche i genitori: le sfide complesse si vincono se si è in grado di ampliare gli spazi d’azione e le prospettive di soluzione.
Il decentramento amministrativo, la riforma delle autonomie locali e della Pubblica Amministrazione, il riconoscimento dell’autonomia alle scuole, stanno cambiando le prospettive e chiedono con sempre maggiore urgenza di formare reti locali per la soluzione dei problemi. La necessità di stabilire accordi, intese, reti e, soprattutto, collaborazioni reali con gli enti del territorio e le famiglie rientra nello spazio di azione proprio del dirigente scolastico.
Dal punto di vista organizzativo, le scuole devono dotarsi di strumenti di gestione dell’inclusività, sia per rendere trasparenti le politiche di inclusione adottate, (premessa questa per la collaborazione anche con le risorse esterne), sia per fornire un quadro comune sul quale poi riflettere per migliorare le azioni di intervento. Strumenti di gestione del processo di inclusione, di cui si farà carico il dirigente in prima persona affinchè trovino piena attuazione, sono:
– Sezione del P.T. O.F. che riguarda in modo specifico il Piano Annuale per l’Inclusività;
– Profili di personalizzazione;
– Modalità di gestione del processo di individuazione e segnalazione dei bisogni educativi speciali;
– Modello di PDP in uso nell’istituto.
Facendo riferimento alla dimensione inclusiva dell’istituzione scolastica che si trova a coordinare, il dirigente scolastico dovrebbe:
Promuovere una cultura dell’inclusione: per implementare questo obiettivo si devono sviluppare piani di formazione professionale che siano il più possibile estesi e generalizzati a tutto il personale. Non si potrà pensare di aumentare il grado di diffusione della didattica inclusiva se non si interviene sulle metodologie di insegnamento, se non si convincono i docenti a modificare le prassi didattiche.
Sviluppare sostegni all’inclusione orientati al sistema: l’insegnante può molto, ma da solo non potrà garantire che l’alunno sia effettivamente inserito in modo produttivo in tutta l’esperienza scolastica. Per orientare la scuola verso l’inclusione, l’azione dirigenziale dovrà orientarsi non solo sulle persone, (formazione dei docenti) ma sul sistema tutto, in modo che questo possa essere predisposto per realizzare percorsi diversi in situazioni diverse e per offrire opportunità formative personalizzate organizzando, ad esempio, uno spazio-scuola che preveda attività, laboratori, strumenti e strutture che facciano da sostegno all’inclusione.
Porre al centro dell’attenzione dei docenti il curricolo e la valutazione: aspetti sostanziali di ogni processo inclusivo sono la costruzione di un curricolo capace di dare indicazioni chiare in merito agli elementi essenziali della disciplina e di esprimere una sensibilità valutativa in grado di sostenere realmente lo sviluppo di tutti i soggetti in apprendimento. L’azione del dirigente deve promuovere la costruzione di un curricolo “a più velocità”, portando gli organi collegiali a ripensare le strategie valutative adottate, problematizzando le prassi, dando il giusto rilievo alle decisioni collegiali per far fronte ai problemi dei singoli, assumendo come prioritario l’impegno di rendere i processi collegiali attività sostanziali e vicine alla didattica quotidiana, non pratiche formali e burocratiche.
Porre attenzione alle fasi critiche del percorso scolastico dell’alunno: per tutti i soggetti, ma in particolar modo per quelli più fragili, possono accentuarsi le problematicità nel momento del passaggio da un grado di istruzione al successivo. Sostenere questi processi di transizione è assolutamente indispensabile e deve essere sensibilità del dirigente scolastico preoccuparsi di attuare una adeguata politica di controllo sugli apprendimenti successivi degli alunni BES, soprattutto per rimodulare, se necessario, la dimensione organizzativa e metodologica della propria scuola.
Il sistema di istruzione risponde ai bisogni educativi e formativi dei giovani cittadini fino al compimento del percorso scolastico, favorendo il passaggio al mondo del lavoro e all’attuazione del progetto di vita che riguarda la crescita personale e sociale dell’alunno. Questo passaggio è particolarmente delicato per l’alunno con BES e va condiviso dalla famiglia e dagli altri soggetti coinvolti nel processo di integrazione: «Centrale diviene quindi la dimensione educativa, rivolta al disabile, agli operatori e alla rete parentale e sociale in cui il soggetto è inserito».
A tal fine il dirigente scolastico predispone adeguate misure organizzative per realizzare forme efficaci di relazioni con i soggetti deputati al servizio per l’impiego e con le associazioni.
Per rendere più efficace ed efficiente l’intervento dell’istituzione scuola nel processo di crescita e sviluppo dell’alunno disabile, il dirigente scolastico promuove la costituzione di reti di scuole, per un utilizzo più efficace dei fondi stanziati, una condivisione di risorse umane e strumentali, momenti di aggiornamento; in tal modo si dota il territorio di un punto di riferimento per i rapporti con le famiglie e con l’extrascuola. In questo panorama complesso di azioni, funzioni e buone pratiche da mettere in atto, il ruolo del dirigente scolastico promotore di azioni inclusive prevede che:
«Accanto ad una professionalità tecnica, è necessario associare una professionalità relazionale che sappia accomunare e ibridare modalità operative valide e funzionali alle diverse situazioni scolastiche, con riflessioni individuali e collegiali che valorizzino capacità personali e interazioni significative».
Luigina Santoro Anno I, Numero 3, Universo Scuola