Source: http://www.deconflict.eu/notizie/note-inmerito-alle-nuove-disposizioni-in-tema-di-soluzioni-alternative-al-processo-adr.php
Timestamp: 2018-12-15 22:35:20+00:00
Document Index: 53407756

Matched Legal Cases: ['art.3', 'sentenza ', 'art.3', 'art. 5', 'art. 3', 'art.3', 'art.2']

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NOTE INMERITO ALLE NUOVE DISPOSIZIONI IN TEMA DI SOLUZIONI ALTERNATIVE AL #PROCESSO – #ADR
adr, mediazione, processo
NOTE INMERITO ALLE NUOVE DISPOSIZIONI IN TEMA DI SOLUZIONI ALTERNATIVE AL PROCESSO
Le presenti note si basano su un primo esame della bozza fornite dal CNF del seguente documento: SCHEMA DI DECRETO LEGGE RECANTE MISURE URGENTI DI DEGIURISDIZIONALIZZAZIONE ED ALTRI INTERVENTI PER LA DEFINIZIONE DELL’ARRETRATO IN MATERIA DI PROCESSO CIVILE. Un altro documento, SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE DELEGA PER LA RIFORMA DEL PROCESSO CIVILE, non viene qui esaminato.
Trattasi quindi di documenti provvisori, in attesa di perfezionamento e soprattutto di pubblicazione. Essi hanno tempi e finalità diverse, il primo attiene all’emergenza, che giustificherebbe l’adozione della decretazione d’urgenza (sempre che di emergenza possa parlarsi in relazione all’esistenza del problema irrisolto da alcuni decenni), il secondo invece attierne alla stabilizzazione del c.d. “pianeta giustizia”.
Per quanto riguarda i tempi, il decreto legge in parola entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione. Tuttavia si deve tener conto che una delle sue norme più importanti ed innovative ( art.3 – improcedibilità dell’azione nel quadro della negoziazione assistita) entrerà in vigore decorso il novantesimo giorno dalla data di pubblicazione della legge di conversione.
Presumibilmente quindi la norma in parola dovrebbe intervenire decorsi 5 mesi dalla pubblicazione del decreto legge, quindi non prima della primavera del 2015.
Per quanto riguarda la legge delega, il Governo ha un anno e mezzo di tempo dalla data di entrata in vigore della medesima (da 1 a 15 giorni dalla sua pubblicazione) per: a) emanare uno o più decreti legislativi in materia di implementazione del tribunale delle imprese (e del mercato) e di istituzione del tribunale della famiglia e della persona; b) emanare uno o più decreti legislativi in materia di riforma (novellazione) del codice di procedura civile e delle leggi processuali speciali.
Anche ipotizzando che la legge delega sia emanata nel tardo autunno, i suddetti provvedimenti difficilmente vedranno la luce prima della metà del 2016.
Esaminiamo pertanto la portata del decreto legge, per quanto possa interessare lo sviluppo delle prossime attività di DECONFLICT nel nuovo contesto organizzativo, allargato a tutte le attività alternative al processo.
La nuova normativa nulla innova in tema di arbitrato, visto che fa riferimento al titolo VIII del libro IV del codice di procedura civile; stabilisce peraltro che la disciplina di questo istituto, nel contesto dell’abbattimento dell’arretrato, si applica unicamente ai processi pendenti in primo grado ed in appello alla data dell’entrata in vigore del decreto legge, e quindi non ha alcuna funzione preventiva della lite, come pure dovrebbe essere istituzionalmente (arbitrato come alternativo alla lite).
Ovviamente le liti trasferibili in arbitrato sono solo quelle in materia di diritti disponibili e non ancora assunte in decisione.
Il giudice se il caso lo consente ordina la trasmissione del fascicolo al Consiglio dell’Ordine competente (tribunale, CdA) per la nomina del collegio arbitrale (non vi è quindi arbitro unico).
Gli arbitri sono individuati concordemente tra le parti, ovviamente scegliendoli dall’elenco degli arbitri che sarà predisposto dal Consiglio dell’Ordine sulla base delle dichiarazioni di disponibilità fatte al Consiglio da ciascuno di essi, dietro verifica dell’ iscrizione all’albo non inferiore ai tre anni ed alla mancata condanna disciplinare definitiva (non meglio identificata). Presumibilmente, anche se non è detto, le parti possono scegliere ciascuna il proprio arbitro e costoro possono scegliere il terzo arbitro con funzioni presidenziali; in alternativa, come espresso dalla legge con la disgiunzione “o” tale scelta spetterà al Presidente dell’ Ordine.
La legge non specifica affatto quale sia la sede dell’arbitrato, presumibilmente lo studio del Presidente del collegio arbitrale per il dovuto riguardo, ma la scelta potrebbe essere diversa, purchè ovviamente idonea allo scopo. Ancora una volta si conferma l’assenza di ipotesi di arbitro unico, in quanto è stabilito che “il procedimento prosegue davanti agli arbitri”.
Questi, in assenza di un qualsivoglia regolamento (non si tratta di arbitrato organizzato da un Ente autonomo) debbono attenersi strettamente alle norme del codice di procedura in materia, con l’avvertenza che, se l’arbitrato è effettuato su causa pendente in appello, ed il lodo non venga pronunciato entro 120 giorni dall’accettazione della nomina, il processo deve essere riassunto entro il termine perentorio di 60 giorni. Pertanto il “blocco” complessivo del processo può durare un semestre, oltre la fissazione dell’udienza. La legge nulla dice in tema di sanzioni agli arbitri per il mancato completamento della procedura arbitrale, tranne il fatto che “dopo la riassunzione il lodo non può più essere pronunciato”, il che potrebbe far pensare che gli arbitri possano ancora farlo, non solo prima che venga depositato il relativo ricorso, ma eventualmente anche prima che venga fissata l’udienza di riassunzione, il che potrebbe avvenire anche a distanza di diversi mesi,completamente persi ai fini deflattivi.
Laddove il lodo venga impugnato per nullità (830 c.p.c.) il processo deve essere riassunto entro sessanta giorni dalla data di passaggio in giudicato della sentenza di nullità. Il processo comunque non riassunto nei termini di decadenza viene dichiarato estinto (338 c,p.c.).
Ci si domanda quanti lodi possano venire impugnati per nullità a causa della impreparazione di molti arbitri (nessuna preparazione professionale è richiesta, oltre il decorso del triennio dalla data di iscrizione all’albo, a prescindere dal dovere deontologico di conoscere la materia del contendere). Per motivi di ovvia cautela, si sarebbe dovuto stabilire che almeno il Presidente del collegio debba avere almeno dieci anni di iscrizione all’albo, ma ciò non è stato indicato, per venire incontro alle istanze dei giovani avvocati.
Data l’entrata in vigore della norma sull’assicurazione obbligatoria della responsabilità professionale (agosto 2014) appare indispensabile che gli avvocati che aspirino alla funzione arbitrale dimostrino, prima di assumere l’incarico, di essere adeguatamente coperti nei confronti dei terzi.
Per quanto riguarda DECONFLICT, evidentemente essa può mettere a disposizione la propria sede per l’esperimento di arbitrati, tanto per quelli disciplinati dalla nuova legge, quanto per quelli “preventivi” che siano decisi autonomamente dalle parti, in base ad una apposita clausola compromissoria, anche magari mista (c.d. clausola “med-arb”), con l’unica avvertenza che chi ha agito come mediatore nella medesima controversia non può ovviamente fare l’arbitro. Sarebbe ovviamente opportuno che nel collegio arbitrale non vengano nominati più di un socio di DECONFLICT, mentre analogo divieto assoluto non lo vedrei nei confronti di semplici mediatori appartenenti allo stesso organismo, purchè la circostanza venga eventualmente posta a conoscenza delle parti, che possono all’uopo confermare la loro scelta. Il divieto invece dovrebbe permanere necessariamente se gli avvocati appartengano, associati o no, allo stesso studio legale.
Interessante è la disposizione che lascia al Ministero della Giustizia una funzione regolatrice dei compensi degli arbitri, che sicuramente verrà esercitata, in funzione deflattiva dei “costi della giustizia”.
Per quanto riguarda la nuova disciplina della Negoziazione Assistita dagli Avvocati, ovviamente bene accetta dalla classe forense, a differenza della disciplina precedente dell’arbitrato su liti pendenti, essa è tipicamente in funzione preventiva. Nella convenzione di negoziazione deve essere indicato il termine massimo di gestione, lasciato alla libera volontà delle parti, mentre la legge si limita a determinare il limite minimo, non inferiore ad un mese. La formulazione della legge appare costituzionalmente a rischio, per la sua genericità (“per un periodo di tempo determinato dalle parti”) visto che le parti potrebbero ad libitum ritardare l’accesso alla giustizia. Sotto questo profilo, sarebbe stato più utile uniformare la disciplina di questo istituto con la durata (trimestrale) del tentativo di mediazione, anche se una durata eccessiva della negoziazione non potrebbe mai incidere sulla “irragionevole durata del processo”. Oltretutto appare singolare che la legge abbia previsto un termine massimo per lo svolgimento dell’arbitrato nelle liti in appello (120 giorni, più l’eventuale tempo immediatamente successivo prima della presentazione del ricorso per riassunzione), e non abbia previsto almeno un’analoga misura per la durata della negoziazione assistita. Parimenti singolare appare l’assenza totale di norme che stabiliscano un tetto massimo agli emolumenti degli avvocati in negoziazione assistita, specialmente nei casi in cui questa viene ad avere una connotazione di obbligatorietà (controversie in materia disciplinata dal codice del consumo, risarcimento del danno derivante dalla circolazione di veicoli a motori o natanti – stranamente sottratta alla disciplina della nuova mediazione e qui riproposta- domanda di pagamento di somma di danaro a qualsiasi titolo per importi fino a 50.000,00 euro) per cui le parti dovranno pagare sicuramente onorari crescenti sia in funzione del valore della controversia che della durata della procedura, senza alcun limite se non concordato preventivamente per iscritto.
La cosa appare tanto più incongruente, se si tiene conto del fatto che la norma in esame prevede esplicitamente un parallelismo (art.3.1) con i casi di cui all’art. 5 comma 1-bis del decreto legislativo n. 28/2010, che naturalmente vengono trattati a parte (“fuori dai casi..”) e così pure quanto disposto dal successivo art. 3.5 (“restano ferme le disposizioni che prevedono speciali procedimenti obbligatori di conciliazione o di mediazione comunque denominati”), per i quali come noto, quanto meno ove disciplinati dal già citato d. lgs. 28/2010, le determinate tariffe sono prestabilite e calmierate.
Similmente alla disciplina (non condivisibile) della verifica della condizione di procedibilità per la mediazione c.d. obbligatoria, per cui basta la non adesione all’ invito ovvero la decisione di non proseguire dopo il primo incontro informativo ( quindi sostanzialmente senza nemmeno tentare un embrione di negoziazione, con nessun impatto sulla possibilità effettiva di deflazionare i processi), la normativa in esame prevede che la condizione di procedibilità è verificata (art.3.2) se l’invito non è seguito da adesione ovvero da rifiuto entro i trenta giorni dalla sua ricezione, ovvero quando è decorso il periodo di tempo previsto dall’art.2 comma 2 lett. a, ossia il termine minimo previsto dalla convenzione, in ogni caso non inferiore ad un mese. Tale ultima disposizione appare del tutto incomprensibile ed irragionevole, in quanto se è decorso il termine minimo, ma le parti stanno ancora legittimamente negoziando, non si vede perché la condizione di procedibilità sia ritenuta verificata, e quindi si possa introdurre legittimamente l’azione.