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Timestamp: 2020-04-04 09:07:24+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 2']

Ritenute fiscali negli appalti: alcuni problemi da risolvere [E.Massi]
Un approfondimento sull’art.4 del D.L. n. 124/2019 convertito, con modificazioni, nella legge n. 157 e delle questioni da risolvere nel più breve tempo possibile da parte della Agenzia delle Entrate
14/02/2020 Eufranio Massi 2014
L’art. 4 del D.L. n. 124/2019 convertito, con modificazioni, nella legge n. 157, sta creando una serie di grattacapi operativi alle imprese interessate: appaltatori, subappaltatori, affidatari e committenti si trovano ad affrontare una serie di questioni senza che (mentre scrivo questa breve riflessione è l’8 febbraio) vi siano stati chiarimenti amministrativi da parte della Agenzia delle Entrate rispetto ad una norma di per sé abbastanza complessa.
È sufficiente pensare al campo di applicazione (200.000 euro, cosa che riguarda anche appalti in corso al 31 dicembre 2019 o raggiungibili, attraverso più appalti conferiti dal committente alla stessa impresa), alla definizione di “utilizzo prevalente di manodopera”, all’utilizzo dei mezzi del committente o ad esso, comunque, riferibili (con una serie di casi “al limite”), alla definizione precisa del luogo ove si svolgono i beni ed i servizi commissionati. Si tratta di ipotesi nelle quali, con un certo ragionamento, si possono trovare anche soluzioni equilibrate, ma sarebbe opportuno che ciò avvenisse, presto, con un chiaro pronunciamento amministrativo, atteso che il 17 febbraio 2020, ultimo giorno per il versamento delle ritenute IRPEF è alle porte.
Va, comunque, dato atto all’Agenzia che con provvedimento n. 54730 del 6 febbraio u.s.(che contiene due allegati A e B), si è aperto l’iter per poter ottenere da parte delle imprese appaltatrici il c.d. “certificato fiscale”, la cui validità, rinnovabile, è di quattro mesi dalla data del rilascio: esso, presentato al committente, consente di effettuare i versamenti IRPEF come prima e, quindi, al di fuori delle complesse regole fissate dalla nuova disciplina.
I requisiti necessari per l’ottenimento del certificato sono delineati al comma 5.
Le imprese interessate debbono essere in possesso di alcuni requisiti essenziali che fanno riferimento:
Al fatto che risultino in attività da almeno tre anni, che siano in regola con gli obblighi dichiarativi e che abbiano eseguito nel corso dei periodi di imposta alle quali si riferiscono le dichiarazioni dei redditi presentate nell’ultimo triennio (l’allegato B menziona soltanto queste), complessivi versamenti registrati nel conto fiscale per un importo non inferiore al 10% dell’ammontare dei ricavi o dei compensi risultanti dalle dichiarazioni;
Al fatto che non abbiano iscrizioni a ruolo o accertamenti esecutivi o avvisi di addebito affidati agli agenti della riscossione relativi all’IRPEF, all’IRAP, ed alle ritenute ed ai contributi previdenziali non superiori a 50.000 euro, per i quali i termini di pagamento siano scaduti e siano ancora dovuti o non vi siano provvedimenti di sospensione, con la sola eccezione di somme oggetto di piani di rateazione in corso. Su questo punto l’allegato B chiarisce che la verifica dell’Agenzia andrà effettuata sul totale delle imposte dovute con esclusione delle sanzioni, degli interessi e degli altri oneri
In questa primissima fase, a ridosso della scadenza del 17 febbraio, avremo, probabilmente, un intasamento degli sportelli dedicati a livello provinciale e regionale al rilascio delle certificazioni che, in questa prima fase, prevedono la presenza fisica presso le sedi dei soggetti interessati, pur essendo possibile, a regime, seguire la strada telematica. In mancanza della circolare esplicativa dei requisiti per essere considerati o meno all’interno del campo di applicazione, molti soggetti, proprio per rimanere fuori e “non mettere in gioco” nuove modalità gestionali, potrebbero richiedere il c.d. “DURC fiscale”. Quest’ultimo certificato, come risulta da una breve indagine effettuata presso gli “addetti ai lavori”, sembra essere richiesto da qualche committente, pur se, da un primo esame della normativa, risulta fuori dalle previsioni dell’art. 4.
L’analisi odierna, sia pure in maniera coincisa, vuole sottolineare soltanto alcuni problemi che le imprese della filiera (appaltatori, subappaltatori, affidatari, ecc.) si trovano ad affrontare ed a risolvere prima entro il 17 febbraio p.v., giorno di versamento delle deleghe riferite ai lavoratori (subordinati od autonomi) che sono stati impiegati direttamente sugli appalti.
L’art. 4 appare “scarno” su alcuni punti e tale da far sì che si pongano alcune domande:
Le retribuzioni maturate a gennaio 2020 ma erogate nel successivo mese di febbraio quando fanno scattare le nuove regole? Esse, a mio avviso, ed in attesa di chiarimenti scritti dell’Amministrazione, successivi a quelli orali del 13 gennaio in occasione del “Forum dei Commercialisti”, si applicano con il modello F24 del 16 marzo;
Come vanno gestite le ritenute sulle retribuzioni che non riguardano direttamente l’attività prestata dai lavoratori negli appalti, ma sono frutto di altri istituti legali e contrattuali come la malattia, le ferie ed i permessi, nel caso in cui, nel mese di riferimento, gli stessi siano stati impiegati su più appalti (cosa abbastanza frequente nel settore della logistica, della installazione, della vigilanza, ecc.)? Una soluzione tecnica potrebbe essere quella di dividere le ritenute fiscali che sono state complessivamente operate in modo proporzionale tra i singoli appalti: si tratta di una soluzione empirica che dovrebbe trovare l’avallo dell’Agenzia delle Entrate per evitare che il committente, al quale il Legislatore ha affidato (con sanzioni abbastanza pesanti) oneri di controllo, si trovi a valutare la congruità di ritenute che non paiono direttamente correlate all’opera od al servizio commissionati.
Ma anche dal lato del committente le questioni non appaiono molto semplici, atteso che la norma richiede un impegno di verifica diretto e puntuale e non pare assolutamente ammissibile un semplice comportamento burocratico che si limiti alla sola ricezione delle deleghe di versamento.
Dico questo perché, in caso di inottemperanza, lo stesso sarà gravato di una sanzione uguale a quella irrogata alla impresa della filiera che non ha fatto versamenti regolari o che non li ha versati puntualmente alla scadenza, senza la possibilità di alcuna compensazione fiscale o contributiva.
Le domande che mi pongo sono queste:
Il committente è in possesso di tutti gli elementi per la valutazione?
Sono sufficienti quelli che richiama espressa mente il Legislatore come gli elenchi nominativi dei lavoratori interessati, il codice fiscale, il dettaglio delle ore lavorate e l’ammontare delle retribuzioni corrisposte collegate alle loro prestazioni ed il dettaglio delle ritenute fiscali?
La risposta che, indirettamente, si correla anche alle responsabilità economiche nei confronti dei lavoratori (senza possibilità di escussione) entro i due anni dalla cessazione dell’appalto, e contributive, in maniera solidale, come previsto dall’art. 29 del D.L. vo n. 276/2003, è che, non tutti gli elementi sono a sua disposizione. Ovviamente, in presenza di un contratto applicato non particolarmente rappresentativo, o del riconoscimento di “una indennità di trasferta” erogata per sfuggire agli oneri fiscali e contributivi ha, forse, i mezzi per intervenire sull’appaltatore per i prossimi versamenti, ma su altre informazioni come il reddito complessivo o i familiari a carico, che sono necessari nella elaborazione dei cedolini, non credo che il committente sia in grado di intervenire.
E’ quest’ultima, una questione rilevante che potrebbe portare, in caso di irrogazione di sanzioni, ad un contenzioso giudiziario.
Tutto questo, ma non solo questo, porta ad una conclusione: non era meglio prevedere un periodo transitorio durante il quale anche con chiarimenti amministrativi, si poteva far luce su aspetti essenziali della normativa?
In un Paese ove, attraverso il c.d. “Decreto Mille proroghe” ogni anno si spostano, in avanti, termini di applicazione di norme che riguardano i più svariati settori, non era possibile spostare di qualche mese l’entrata in vigore di una disposizione pubblicata, in via telematica, sulla Gazzetta Ufficiale nel tardo pomeriggio del 24 dicembre 2019 ed entrata in vigore il successivo 1° gennaio?
Di ciò non si fa colpa, assolutamente, alla Agenzia delle Entrate che si è trovata a gestire, da subito, una normativa complessa che comporta rilevanti cambiamenti gestionali nelle imprese.
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