Source: https://www.studiogiovanelli.org/wordpress/articoli-e-pubblicazioni/?lang=it
Timestamp: 2019-02-17 02:44:42+00:00
Document Index: 50335061

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art.7', 'art.152', 'art.51', 'art.51', 'art.12', 'art.51']

Articoli e pubblicazioni - Studio Legale Giovanelli
11 Febbraio 2019 by studiogiovanelli
Sviluppumbria, incentivi per attività consulenziali per l’internazionalizzazione
PMI UMBRIA – Sviluppumbria pubblica il bollettino con gli incentivi per chi vuole avvalersi di attività consulenziali per l’internazionalizzazione
Sviluppumbria ha pubblicato sul Supplemento ordinario al «Bollettino Ufficiale» – Serie Avvisi e Concorsi – n. 60 dell’11 dicembre 2018 l’avviso pubblico rivolto alle micro, piccole e medie imprese (MPMI), inclusi i liberi professionisti dell’Umbria, che intendono avvalersi di servizi consulenziali per l’internazionalizzazione.
I beneficiari possono presentare la domanda di contributo a partire dalla data di pubblicazione del presente Avviso sul BURU e fino alle ore 13.00 del giorno 1 marzo 2019 salvo esaurimento delle risorse stanziate di cui all’art. 2 del citato Avviso.
Per supporto specialistico all’internazionalizzazione, spiega Sviluppumbria, si intende un’attività di consulenza volta ad assicurare all’impresa un affiancamento durante le fasi del processo di internazionalizzazione a cui sono interessate, dalla crescita nel breve-medio periodo alla fase di apertura a nuovi mercati esteri, avvalendosi anche dei nuovi strumenti digitali, e/o al potenziamento di quelli esistenti.
1) “Supporto all’internazionalizzazione” (50% fino a un max di 7.000,00 euro di contributo pubblico):
2) Servizi per l’internazionalizzazione” (50% fino a un max di 3.500,00 euro di contributo pubblico):
3) “Promozione sui mercati esteri” (50% fino a un max di 3.500,00 euro di contributo pubblico):
4) “Servizi per l’adeguamento tecnico ai mercati internazionali” (50% fino a un max di 3.500,00 euro di contributo pubblico):
Il servizio di cui alla tipologia 1) non è richiedibile per le imprese che hanno già un TEM attivo concesso dal Ministero dello Sviluppo Economico (MISE) a valere sull’Avviso previsto dal Decreto MISE del 7 aprile 2015.
La documentazione relativa alla richiesta di servizi consulenziali per l’internazionalizzazione può essere scaricata dal seguente link .
Sulla base di quanto precede e della esperienza maturata negli anni nel settore, comunico la mia disponibilità per le attività indicate nei punti 2, 3 e 4 del citato avviso pubblico.
Per ogni ulteriore informazione al riguardo potete contattare telefonicamente lo Studio (06-64561826) o visitare il presente sito web.
Nel restare a disposizione per ogni chiarimento ed occorrenza al riguardo, evidenzio che il termine per la presentazione della domanda per la fruizione dei vaucher scade il giorno 1 marzo 2019.
Avv. Giuseppe Maria Giovanelli
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6 Dicembre 2018 7 dicembre 2018 by studiogiovanelli
Internazionalizzazione d’impresa e il settore agroalimentare – Intervista all’Avv. Giuseppe Maria Giovanelli
Leggi l’intervista rilasciata dall’ Avv. Giuseppe Maria Giovanelli al portale webtotale.it sul tema dell’internazionalizzazione di impresa e il settore agroalimentare.
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11 Maggio 2018 14 maggio 2018 by studiogiovanelli
Convegno: le nuove sfide imposte dal regolamento europeo sulla privacy
24 Maggio 2018 alle ore 17.00
presso l’Università Telematica Pegaso – Sede di Roma
via di San Pantaleo n. 66
Alessandro Bianchi – Magnifico rettore dell’Università Pegaso
Carlo Vecchietti – Presidente Previmedical RVB
Prof. Franz Ciminieri – Presidente dell’Associazione Ancislink e della Rete Scelgo Europa
Giuseppe Maria Giovanelli – Avvocato del Foro di Roma
Gabriele Mele – Dottore in Giurisprudenza
Elio Bava – Presidente SIOBEN
Giuseppe Serafini – Avvocato del Foro di Perugia
10 Novembre 2017 10 novembre 2017 by studiogiovanelli
La PMI ed il marchio per l’inizio di un percorso di internazionalizzazione. La creazione di un brand
I temi più studiati intorno al fenomeno dell’internazionalizzazione riguardano i motivi e i fattori propulsivi che spingono le aziende ad intraprendere questo percorso, la selezione dei paesi esteri e i modi d’ingresso.
Per quanto riguarda l’inizio di questo percorso, esso trova nella conoscenza del mercato e nella modalità d’ingresso i presupposti per la successiva graduale espansione. Accanto a queste modalità vi possono essere altri modi di intraprendere l‘internazionalizzazione, ad esempio determinati dalla specificità del settore o dalle caratteristiche del mercato individuato.
In questo tipo di approccio in genere ci si preoccupa da subito di predisporre un “piano operativo per l’export”, con l’individuazione del mercato e dei canali distributivi. Raramente però viene detto all’impresa che vuole approcciare l’estero di analizzare preventivamente il proprio contesto aziendale.
L’urgenza e la fretta di arrivare su un certo mercato fanno trascurare questo fondamentale passaggio, volto a stabilire i propri punti di forza (come l’intuito sul prodotto, la capacità di cogliere ed interpretare i bisogni dei clienti, l’elevata qualità dei prodotti e dei servizi, la dimensione umana della conduzione aziendale, la creatività ed il design italiani, derivanti dalle capacità individuali legate anche alla storia ed alla cultura) e di debolezza (la scarsa propensione alla condivisione, la poca attitudine allo studio e all’analisi dei mercati esteri in cui andare, il limitato sviluppo delle funzioni di supporto, come il marketing, il controllo di gestione, la tecnologia, la scarsa managerialità, una visione di breve durata ed urgente, a scapito del metodo di una attenta programmazione).
Non dare la giusta importanza a questo passaggio significa compromettere da subito la riuscita dell’iniziativa perché la PMI, non essendo strutturata per tale percorso, non è ancora pronta a compiere questo salto.
Nell’analisi del contesto aziendale, la metodologia da sviluppare (in funzione dell’obiettivo finale: il nuovo mercato) non può prescindere da un punto di partenza fermo: il prodotto. Su di esso devono concentrarsi una serie di riflessioni iniziali e da queste devono poi seguire altrettante decisioni sul piano del metodo e della successiva strategia. In altri termini – qui tralasciando le tematiche legate agli altri assets di diritto industriale come i disegni o modelli, le invenzione o i modelli di utilità – se si vuole cercare il successo del proprio prodotto su un nuovo mercato non basta investire in pubblicità o curare nei dettagli la creazione di una rete commerciale. Occorre qualcosa che nella maggior parte dei casi una PMI trascura: l’adozione (preventiva) di un segno distintivo. Solo attraverso esso l’azienda potrà veicolare un prodotto verso i consumatori perché è attraverso un segno distintivo che l’azienda instaura un rapporto con il pubblico dei consumatori; con esso contraddistingue un prodotto sul mercato, senza dimenticare che un segno distintivo ha un suo specifico valore economico.
Più da vicino, si può osservare come i segni distintivi sono lo strumento che permette al consumatore di essere arbitro consapevole nella scelta di un prodotto, premiando con il successo quello ritenuto buono e scartando quello ritenuto cattivo. Ciò è possibile anzitutto attraverso il marchio, che sul mercato assume un rilievo preminente, svolgendo la funzione di distinguere i prodotti o i servizi ai quali è apposto (art.7 Codice Proprietà Industriale). La funzione distintiva del marchio risulta ancora più chiara se si considera che i consumatori identificheranno i prodotti contrassegnati con un certo marchio, al quale collegano le caratteristiche che sono loro proprie.
Sotto il profilo della comunicazione, il marchio si può accompagnare con un claim, capace di trasmettere dei messaggi ulteriori sul prodotto (da aggiungere alla etichetta, con il suo contenuto obbligatorio). Tutti questi strumenti concorrono a creare un brand, da intendersi quale espressione multidimensionale che contiene sia gli aspetti propriamente distintivi sia quelli valoriali dell’azienda, rispetto ai quali il pubblico dei consumatori maturerà la propria esperienza ed aspettativa e, in definitiva, contribuirà alla notorietà del prodotto. Fatta questa premessa e chiarita la funzione del marchio, proviamo a sviluppare alcune considerazioni.
Innanzitutto, sotto un profilo strategico, il prodotto deve essere collegato alla nazione e alla sua azienda. L’importanza di questo collegamento risulta più chiara se si tiene presente l’influenza che il Paese di origine ha a livello conscio ed inconscio sul processo di valutazione (e, quindi, di selezione) del prodotto. Per semplificare, le comunità di oriundi italiani saranno più inclini alla scelta (consapevole) del prodotto di origine italiana perché evoca in loro il legame con il Paese d’origine; mentre per le persone che non hanno un legame di discendenza con l’Italia, l’acquisto di un prodotto italiano avrà una diversa matrice (più emotiva), magari legata ad una generica idea di bontà o, più probabilmente, ad una situazione di benessere sociale, di status conseguito (si pensi a quanto il prodotto alimentare italiano, al pari di quello della moda, sia ricercato all’estero).
In entrambi gli esempi appena fatti – ma per diversi motivi – risulta comunque altamente evocativa la dicitura “made in Italy” per il suo valore simbolico e comunicativo. Un prodotto destinato all’estero, che può fregiarsi correttamente di quella dicitura, permette di collocarsi su quel mercato proprio favorendo l’associazione tra il prodotto, il Paese d’origine e la qualità (che il Paese “garantisce”).
L’apprezzamento del prodotto non riguarda solo la sua struttura fisica ma l’insieme di valori che con esso sono trasmetti al consumatore. Su un piano generale, il marchio è l’elemento idoneo a veicolare significati ed immagini che connotano il prodotto che esso contraddistingue in termini di qualità e provenienza. Di un oggetto conta la struttura, l’uso, il confezionamento, il servizio post-vendita, l’immagine dell’azienda, il prezzo, la pubblicità, l’immagine che il prodotto dà a chi lo usa, ecc. Per questo il collegamento tra il prodotto ed il segno (che quel prodotto contraddistingue) è un fatto ineludibile: il pubblico che consuma più volte lo stesso tipo di prodotto orienta la sua scelta sulla base dell’esperienza o dell’aspettativa. Il consumatore al momento dell’acquisto non deve indagare ogni volta se il prodotto ha le qualità che si aspetta. E’ il marchio, in una simile esperienza, a guidarlo in quanto portatore di qualità e di valori già sperimentati o cercati.
L’importanza di costruire con tempo un percorso internazionale dell’azienda non può prescindere dalla adozione di un segno distintivo che, in una logica di localizzazione del marchio, sia connotato fin dall’inizio con gli opportuni elementi idonei a veicolare significati a livello internazionale. Il nome da registrare come marchio dovrà tener conto di quelle logiche di localizzazione comunque presenti su un mercato internazionale ed il suono, la pronuncia ed il nome non dovranno suscitare immagini negative o significati sfavorevoli. Per questo accanto al nome dell’azienda o del prodotto, se già presente sul mercato domestico, si può valutare l’adozione di un marchio di prodotto ad hoc per un certo mercato, magari facile da pronunciare e memorizzare, in armonia con l’immagine che l’impresa vuole trasmettere e dei diversi orientamenti culturali.
A completamento delle considerazioni svolte, va aggiunto che la registrazione del marchio (e l’adozione delle strategie ad esso collegate, come sopra visto) permette all’azienda di sviluppare sul nuovo mercato i rapporti commerciali necessari alla sua penetrazione: si pensi ai rapporti con i distributori e partner a vario titolo, ma anche alla possibilità di difendere e contrastare i tentativi di concorrenza sleale e, in particolare, di contraffazione del proprio nome (e sul mercato internazionale sono frequenti i casi di imitazione dei segni distintivi altrui, in particolare per il settore alimentare, con il problema del c.d. italian sounding, ovvero l’utilizzo di denominazioni geografiche, immagini e marchi che evocano l’Italia per promuovere e commercializzare prodotti per nulla riconducibili al nostro Paese).
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General Data Protection Regulation (GDPR): così lontano così vicino!
Ancora pochi mesi ed il GDPR (General Data Protection Regulation, il Regolamento generale sulla protezione dei dati personali), concernente la tutela delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali e la libera circolazione dei dati, diventerà direttamente applicabile dal 25 maggio 2018.
Il Regolamento introduce regole più chiare in materia di informativa e consenso, definisce i limiti al trattamento automatizzato dei dati personali, pone le basi per l’esercizio di nuovi diritti, stabilisce criteri rigorosi per il trasferimento di dati al di fuori della UE e per i casi di violazione dei dati personali (data breach).
Tra le novità introdotte dal Regolamento, che impongono alla Pubblica Amministrazione e alle aziende di adeguarsi, si segnalano:
la definizione dei processi di applicazione delle misure di sicurezza commisurate ai rischi per i diritti e le libertà delle persone;
la creazione di un processo di notifica delle violazioni dei dati;
la tenuta di un registro dei trattamenti svolti;
l’ampliamento dei diritti degli interessati, con la formalizzazione del diritto all’oblio e alla portabilità;
​la creazione di una nuova figura di controllo, il Data Protection Officer;
Per chi non si adeguerà, le sanzioni saranno molto pesanti: potranno raggiungere infatti i 20 milioni di Euro oppure il 4% del fatturato annuo.
Per affrontare questo tema complesso e cruciale per una azienda, con immediate ripercussioni sul proprio business (basti pensare alla frequenza degli scambi commerciali con l’estero o ai rapporti con il pubblico dei consumatori ma anche alla creazione e conservazione di banche dati), lo Studio ha creato un pool di professionisti, con comprovata ed eterogenea esperienza nella materia, per fornire un supporto strutturato e completo affinchè i clienti possano:
– rendere trasparente e comprovabile l’attività di protezione dati svolta;
– mantenere il modello organizzativo costantemente aggiornato e adeguato;
– ridurre i costi e gli impatti organizzativi conseguenti al GDPR.
L’attività – calibrata sulla specifica realtà imprenditoriale – viene svolta attraverso due distinte fasi: nella prima viene curata la gap-analisys, attraverso un rapporto diretto con le aree IT, HR e marketing, qualità, ecc., per lo studio delle applicazioni del cliente, con particolare riferimento a quali fra esse trattano dati sensibili; nella seconda viene svolta l’attività di assistenza e consulenza per realizzare il vero e proprio adeguamento normativo.
16 Febbraio 2017 24 ottobre 2017 by studiogiovanelli
Ancora qualche considerazione sul welfare aziendale e la sua difficile diffusione nelle PMI
La mancanza di informazione e di una cultura del welfare impedisce la creazione di appositi piani aziendali, a scapito della competitività e del benessere dei dipendenti
Nel contatto quotidiano con le aziende è facile constatare la mancanza basilare di informazione da parte loro sulle possibilità offerte dal sistema del welfare aziendale così come promosso dalla legge finanziaria del 2015 ed incrementato da quelle successive. La legge di Stabilità 2016, infatti, ha apportato novità importanti nella materia con una serie di disposizioni che ampliano il panorama dei benefit erogabili per facilitare la diffusione del sistema di welfare attraverso beni e servizi detassati; con la legge di bilancio 2017 l’incentivo fiscale per l’incremento della produttività aziendale ha introdotto importi più elevati rispetto al passato.
Tuttavia, alla mancanza di informazione si somma poi la carenza di una cultura aziendale nella materia che invece permetterebbe alle imprese di avere benefici diretti in termini di miglioramento dei parametri di produttività e di competitività mentre ai lavoratori un miglioramento del loro benessere generale. E’ ormai noto come il welfare aziendale sia un fattore determinante per la valorizzazione del capitale umano. Una recente indagine condotta sul benessere e la motivazione dei lavoratori mostra che il cambiamento dei bisogni si realizza su due punti: maggiore potere d’acquisto e più servizi alla persona e alla famiglia. E la risposta a questi bisogni va trovata proprio nel welfare aziendale, che permette un risparmio, rispetto ad una erogazione in denaro (con un costo ben maggiore), sia all’azienda sia al lavoratore.
E’ un dato acquisito che la mancanza di informazione sul tema del welfare aziendale si riscontra prevalentemente nelle PMI, nelle quali – a differenza delle aziende di dimensioni più grandi, dove è presente una più evoluta concezione dei benefit, grazie anche alla presenza di una struttura dedicata alla gestione e sviluppo delle risorse umane – le condizioni per lo sviluppo di un welfare aziendale sono senza dubbio più complesse.
Se è vero che la crescita del welfare aziendale nasce in conseguenza della crisi del welfare state, perché non più in grado da solo di garantire la richiesta di prestazioni sociali, è anche vero che il coinvolgimento del privato (datore di lavoro) nelle piccole e medie imprese lo ha trovato impreparato perché non adeguatamente informato, così da rallentarne la sua diffusione. Sfugge, infatti, al datore di lavoro l’utilità che può derivare dal sistema di welfare, inteso come lo strumento con il quale l’azienda realizza “una più efficace strategia di motivazione dei dipendenti a fronte di una retribuzione non monetaria ma nei tipici servizi del welfare aziendale con forme di sostegno alla genitorialità, al reddito familiare, allo studio, alla salute, al tempo libero, oltre ad agevolazioni varie di tipo commerciale” (Filippo Di Nardo, “E’ cambiato il patto sul lavoro: dallo scambio lavoro-retribuzione allo scambio lavoro-benessere”), con tutti i vantaggi fiscali collegati sia per l’azienda (che risparmia sul costo del lavoro) sia per il lavoratore (che riceve somme al netto).
L’obiettivo deve essere quindi quello del coinvolgimento e della diffusione presso le PMI, che rappresentano oltre il 94% del sistema produttivo italiano, del sistema welfare. Questo obiettivo potrà essere positivamente perseguito se si accresce innanzitutto la cultura del welfare aziendale presso le stesse PMI, per favorire poi la costruzione di piani di welfare aziendale, anche con l’utilizzo di forme di aggregazione, come le reti di impresa, per accedere in modo più facile e meno oneroso a network di servizi.
Certamente, perché la cultura del welfare aziendale possa diffondersi presso le PMI occorre anche un più facile accesso ai servizi di welfare, ad esempio attraverso una gestione più snella che la renda economicamente più fruibile o con la creazione di una aggregazione a livello territoriale che utilizzi questi servizi. E proprio il tessuto locale, magari per il tramite delle associazioni di categoria, dovrebbe favorire la crescita e la diffusione di questa cultura, che avrebbe ricadute positive sull’intero territorio con la fruizione di servizi.
Avv. Giiuseppe Maria Giovanelli
16 Febbraio 2017 10 novembre 2017 by studiogiovanelli
Illecito trattamento di dati personali
La Corte di Cassazione – con una ordinanza innovativa – interviene sulla questione della competenza per territorio quando la tutela contro il trattamento dei dati personali nei confronti del titolare del trattamento viene invocata nell’ambito di un rapporto di consumo, riconoscendo in questo caso la prevalenza del foro del consumatore rispetto a quello indicato dall’art.152 del Codice della Privacy.
Scarica e leggi l’ordinanza
23 Gennaio 2017 10 novembre 2017 by studiogiovanelli
Contributi a fondo perduto per l’internazionalizzazione delle PMI del Lazio
La Regione Lazio con l’Avviso vuole rafforzare la competitività del sistema produttivo del Lazio attraverso la concessione di aiuti a fondo perduto per progetti di internazionalizzazione realizzati da PMI, in forma singola o associata, rappresentative di dei comparti o settori regionali.
I progetti hanno come obiettivo la realizzazione di iniziative di internazionalizzazione che prevedono attività di cooperazione industriale, commerciale e di esportazione, attività promozionali e fieristiche, l’acquisizione di servizi specialistici per l’internazionalizzazione ed interventi di sostegno alla qualità dei prodotti e servizi regionali portati sui mercati esteri.
Scarica sotto la modulistica estratta dalla comunicazione di Lazioinnova s.p.a
Dichiarazione attestante assenza di condanne
Dichiarazione relativa a conflitti di interesse e clausola antipantouflage
Dichiarazione relativa alle dimensioni dell’impresa e degli aiuti
Dichiarazione sugli aiuti de minimis della altre imprese facenti parte dell’impresa unica
Dichiarazione attestante la capacità amministrativa e economico-finanziaria
18 Gennaio 2017 10 novembre 2017 by studiogiovanelli
I vantaggi per il datore di lavoro (che risparmia sul costo del lavoro) e per il lavoratore (che riceve denaro al netto).
Come guadagnare con le novità già introdotte dalla Legge di Stabilità 2016 e ampliate dalla Legge di Bilancio 2017.
La Legge di Bilancio 2017 ha ampliato ed elevato le agevolazioni fiscali rispetto alla legge di Stabilità 2016 per le aziende che concedono servizi e prestazioni di welfare aziendale ai dipendenti (ad esempio asili nido, assistenza integrativa, ecc.); allo stesso tempo ha reintrodotto la detassazione dei premi di produttività e delle altre voci di salario legate agli incrementi di performance.
Il meccanismo adottato permette infatti alle aziende di risparmiare sul costo del lavoro (con l’esenzione dalla tassazione e dalla contribuzione) e ai dipendenti di ricevere una somma netta!
Spieghiamo il meccanismo. Le novità già introdotte dalla Legge di Stabilità 2016 (L. 208/2015) hanno portato rilevanti modifiche al TUIR, nella parte dedicata alla categoria reddituale del lavoro dipendente, con l’obiettivo di favorire l’adozione di piani di welfare da parte di imprese che, sfruttando la leva fiscale, possono rispondere ai bisogni dei dipendenti non in termini monetari ma in termini di utilità.
Il meccanismo adottato è estremamente vantaggioso in termini economici: conviene alle aziende, che, progettando welfare plan aziendali, hanno un ritorno in termini di produttività senza sopportare contributi e tasse; conviene ai dipendenti, che possono fruire di servizi di welfare (ormai ampliati, come le scuole per i figli, i centri estivi, l’assistenza domiciliare ai familiari anziani) in termini monetari netti.
Così riscrivendo l’art.51, comma 2, lett.f) del TUIR, la legge di Stabilità 2016 prevede l’esenzione Irpef per prestazioni e servizi (con fini di educazione, istruzione,ricreazione,assistenza sociale e sanitaria), che da ora in poi potranno essere inserite nelle contrattazioni aziendali con detassazione fiscale e contributiva totale.
La riscrittura della lett.f-bis) comma 2 dell’art.51 TUIR estende l’esenzione Irpef per servizi e prestazioni erogati dal datore di lavoro alla generalità o categorie di dipendenti per la fruizione e la frequentazione da parte dei familiari indicati dall’art.12 TUIR (anche se non fiscalmente a carico) di servizi di educazione ed istruzione anche in età prescolare, ludoteche, borse di studio.
Altra novità è la nuova lett.f-ter) comma 2 dell’art.51 TUIR, che rende esenti anche le somme e le prestazioni erogate per la fruizione dei servizi di assistenza ai familiari anziani o non autosufficienti.
Anche la disciplina regolante gli accordi sui premi di risultato (nel limite di reddito di 50mila euro lordi) per beneficiare della detassazione, pure introdotta dalla legge di Stabilità 2016, è stata innovata. La tassazione agevolata al 10% ed antro il limite di 2.000 euro lordi si applica ai premi di risultato di ammontare variabile, la cui corresponsione sia legata a incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione, misurabili e verificabili in base ai criteri indicati dal decreto 25.3.2016 del Ministero del lavoro (pubblicato il 16 maggio 2016 nella sezione “pubblicità legale” del sito ministeriale).
La soglia dei 2.000 euro lordi è incrementabile sino a 2.500 euro per le aziende che coinvolgono pariteticamente i dipendenti nell’organizzazione del lavoro.
La Legge di Bilancio 2017, mantenendo l’impianto della legge di stabilità 2016, ha innalzato i limiti per gli emolumenti retributivi dei lavoratori dipendenti privati di ammontare variabile, la cui corresponsione sia legata ad incrementi di produttività, redditività, qualità, efficienza ed innovazione, misurabili e verificabili, elevandoli a 3.000 e 4.000 euro lordi per i titolari di reddito da lavoro dipendente privato (nell’anno precedente quello di percezione) non superiore a 80.000 (e non più a 50.000 come nell’anno precedente).
Le innovate politiche di welfare aziendale, come sopra indicate a titolo esemplificativo, hanno la peculiarità di essere validi strumenti sui quali fondare le strategie vincenti per l’azienda, che incrementa la produttività del dipendente e la sua fidelizzazione societaria; per il lavoratore, che ottiene servizi, altrimenti difficilmente accessibili per via del loro costo. Ne deriva, in conclusione, che entrambe le parti ne traggono un diretto beneficiano senza sottostare ad alcuna tassazione ovvero ad una tassazione agevolata.
Perché tali politiche siano effettivamente vincenti ed efficaci, occorre innanzitutto diffondere presso le aziende la conoscenza della novità legislativa e farne emergere le opportunità affinchè – attraverso la progettazione di specifici welfare plan aziendali – le reciproche aspettative trovino una concreta e vantaggiosa realizzazione.
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