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Timestamp: 2019-04-24 16:26:52+00:00
Document Index: 74042838

Matched Legal Cases: ['art. 63', 'art. 63', 'art.1', 'art. 64', 'art. 3', 'art. 63', 'art. 63', 'art. 64']

L’imposta sui money transfer contrasta sia con l’art. 63 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea sia con l’orientamento della Corte di Giustizia
L’imposta sui money transfer contrasta sia con l’art. 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea sia con l’orientamento della Corte di Giustizia
Di Ilenia Sala - 05 aprile 2019
L’articolo 25-novies del decreto-legge 23 ottobre 2018, n. 119 “Disposizioni urgenti in materia fiscale e finanziaria”, convertito nella legge 17 dicembre 2019, n. 136, ha previsto che, a decorrere dall’1.1.2019, venga applicata, dai cd money transfer, un’imposta sui trasferimenti di denaro effettuati, verso Paesi extraUE, da istituti di pagamento che offrono servizi di rimessa di somme di denaro. Rimangono escluse da tale imposta le operazioni commerciali, cioè i pagamenti per acquisti di beni o prestazioni di servizi, i trasferimenti effettuati da banche o Poste italiane e i trasferimenti verso beneficiari situati in Italia o in altri Stati membri UE.
L’imposta, dovuta in misura pari all’1,5% del valore di ogni singola operazione effettuata a partire da un importo minimo di 10 euro, si applica sui trasferimenti effettuati dagli istituti di pagamento, disciplinati dall’articolo 114-decies del Testo unico bancario (TUB), che offrono il servizio di rimessa di somme di denaro, come definiti dall’art.1, comma 1, lettera b) ed n) del D.lgs. n. 11 del 2010.
Per rimessa di denaro o money transfer, si intende il servizio di trasferimento effettuato senza far transitare i fondi su rapporti di conto intestati all’ordinante o al beneficiario. La richiamata lettera n) chiarisce, in particolare, che la rimessa di denaro consiste nel servizio di pagamento reso, senza l’apertura di conti di pagamento a nome del pagatore o del beneficiario, da un istituto di pagamento che riceve fondi da un pagatore con l’unico scopo di trasferirne un ammontare corrispondente, espresso in moneta e avente corso legale, al beneficiario o ad altro prestatore di servizi di pagamento che agisce per conto del beneficiario. Nel pieno rispetto delle vigenti normative antiriciclaggio, tali trasferimenti di denaro sono perfezionati esclusivamente su canali di operatori finanziari che consentono la piena tracciabilità dei flussi.
Il costo complessivo della rimessa è costituito da due componenti: la commissione diretta, che può essere di ammontare fisso oppure percentuale sulla somma inviata (di solito con una cifra minima e con valori diversi a seconda delle fasce di denaro trasferito), e il costo per lo spread tra tasso di cambio applicato al cliente e quello sostenuto dall’operatore.
Si ritiene che l’imposta debba essere calcolata sul denaro da trasferire al netto della commissione diretta che viene addebitata dall’istituto di pagamento. Il MEF, d’intesa con l’Agenzia delle Entrate sentita la Banca di Italia, entro 60 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto avrebbe dovuto emanare uno o più provvedimenti per determinare le modalità di riscossione e di versamento dell’imposta sulle rimesse di denaro. Tale termine, tuttavia, è inutilmente decorso alla data del 18 febbraio 2019 e quindi, fino a quando non saranno emanati i provvedimenti sulla riscossione, la tassa sui money transfer non potrà essere applicata.
Nel silenzio delle disposizioni che rimettono a un provvedimento di rango secondario l’individuazione delle modalità di versamento e riscossione dell’imposta, non appare peraltro chiaro se soggetto passivo dell’imposta sia l’istituto di pagamento che effettua il servizio ovvero il cliente dell’istituto di pagamento. Si ritiene, tra l’altro, che gli istituti di pagamento non siano, nel caso di specie, né agenti della riscossione né sostituti di imposta in base all’art. 64 del Dpr n. 600/1973 e quindi non siano obbligati alla rivalsa e al successivo versamento all’Erario dell’imposta trattenuta.
La disciplina dei money transfer presenta alcune perplessità. Già nel 2011 il legislatore all’articolo 2, comma 35-octies del D.L. n. 138/2011, aveva tentato di introdurre un analogo tributo sulle rimesse. In particolare, la citata norma stabiliva: “è istituita un’imposta di bollo sui trasferimenti di denaro all’estero attraverso gli istituti bancari, le agenzie «money transfer» ed altri agenti in attività finanziaria. L’imposta è dovuta in misura pari al 2 per cento dell’importo trasferito con ogni singola operazione, con un minimo di prelievo pari a 3 euro. L’imposta non è dovuta per i trasferimenti effettuati dai cittadini dell’Unione europea nonché per quelli effettuati verso i Paesi dell’Unione europea. Sono esentati i trasferimenti effettuati da soggetti muniti di matricola INPS e codice fiscale.” Il legislatore aveva pertanto configurato un’imposta di bollo del 2% sulle somme trasferite, con un minimo di prelievo di 3 euro (e una completa esenzione per i trasferimenti effettuati da persone fisiche munite di matricola Inps e codice fiscale); tra i sostituti di imposta erano inclusi anche gli istituti bancari e gli altri agenti di attività finanziaria oltre che le agenzie di money transfer.
Tale norma è stata poi abrogata dall’art. 3, comma 15, del decreto-legge n. 16/2012, convertito con legge 26 aprile 2012, n. 44, per vari motivi come si evince dalla Relazione al disegno di legge di conversione del decreto-legge (A.S. 3184). In particolare, l’abrogazione è stata motivata dall’esigenza di evitare una contrazione del volume delle rimesse verso i Paesi extracomunitari, che avrebbe potuto comportare una migrazione di flussi monetari dai canali di trasferimento ufficiali a quelli non autorizzati, privi di forme di controllo, tracciabilità, protezione e tassazione. Secondo quanto evidenziato in tale Relazione, la disposizione abrogata avrebbe determinato un aumento dei costi di transazione delle rimesse, pregiudicando il raggiungimento dell’obiettivo – adottato formalmente nel vertice G20 di Cannes del novembre 2011 su proposta dell’Italia – della riduzione del costo medio globale di trasferimento delle rimesse dal 10% al 5% in 5 anni.
Pur ritenendo che il legislatore a distanza di sei anni abbia fatto valutazioni diverse, la nuova norma si mostra in chiaro contrasto con l’art. 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (non derogato nel caso di specie dai successivi articoli 64 e 65 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) che, al Titolo IV, Capo 4, comma 1, Capitali e Pagamenti, vieta “tutte le restrizioni ai movimenti di capitali tra Stati membri, nonché tra Stati membri e paesi terzi”. Il comma 2 dello stesso articolo prevede inoltre, che “sono vietate tutte le restrizioni sui pagamenti tra Stati membri, nonché tra Stati membri e Paesi terzi” (si vedano sul punto le pronunce della Corte di Giustizia del 14 dicembre 1995, cause riunite C-163/94, C-165/94 e C-250/94 e cause riunite C-52/16 e C-113/16). Già dal dettato dell’articolo può evidenziarsi una differenza tra i due commi, relativamente all’oggetto della libertà esaminata: infatti, mentre i pagamenti sono “trasferimenti di valuta che costituiscono una controprestazione nell’ambito di un negozio sottostante”, i movimenti di capitale sono “operazioni finanziarie che riguardano essenzialmente la collocazione o l’investimento di cui trattasi e non il corrispettivo di una prestazione”. (cfr.: Corte di Giustizia, 30 gennaio 1984, cause riunite 286/82 e 26/83).
Tale precisazione è rilevante per definire l’ambito di applicazione della libertà in esame, in quanto per la libera circolazione dei capitali non è mai stata attuata una liberalizzazione assoluta e incondizionata come per le altre libertà, ma solo “nella misura necessaria al buon funzionamento del mercato comune”. Si tratta senza dubbio di una formulazione più prudente e meno liberale, in virtù di un settore che andava ad investire la politica economica e monetaria degli Stati membri. Tutto ciò, fino all’inizio degli anni ’80, era guardato con molta cautela, poiché si riteneva che una liberalizzazione assoluta dei movimenti di capitali avrebbe potuto provocare uno squilibrio nella bilancia dei pagamenti di uno o più Stati, pregiudicando il buon funzionamento del mercato comune (Corte di Giustizia, 11 novembre 1981, C- 203/80).
La liberalizzazione dei movimenti di capitali è stata attuata attraverso l’emanazione di tre direttive (rispettivamente nel 1960, nel 1962 e nel 1986) che, tuttavia, non avevano rimosso tutti i vincoli ancora esistenti. Soltanto con la direttiva n. 361/88 del 24 giugno 1988 è stata introdotta in ambito comunitario la completa liberalizzazione dei movimenti di capitali, con la soppressione di tutti i controlli e le restrizioni in materia di cambi. Fra tutte le libertà sancite dai trattati, la libera circolazione dei capitali, oltre a essere quella di più recente introduzione, è anche la più ampia in virtù della sua peculiare dimensione extra-UE. La liberalizzazione dei flussi di capitale è progredita gradualmente. A partire dal trattato di Maastricht sono state eliminate tutte le restrizioni ai movimenti di capitali e ai pagamenti, sia tra gli Stati membri che tra questi ultimi e i paesi terzi. Il principio ha efficacia diretta, ovvero non richiede ulteriori interventi normativi né a livello europeo né a livello di Stati membri. La libera circolazione dei capitali sostiene il mercato unico, integra le altre tre libertà e contribuisce alla crescita economica, grazie alla possibilità di investire i capitali in maniera efficiente sostenendo così il ruolo dell’UE sulla scena globale.
Alla luce di queste considerazioni si ritiene pertanto che l’imposta sui trasferimenti di denaro effettuati verso Paesi extra-UE da istituti di pagamento che offrono servizi di rimessa di somme di denaro sia in evidente contrasto non solo con l’art. 63 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea ma sollevi questioni pregiudiziali sull’esistenza di una restrizione alla libera circolazione dei capitali nonché sull’applicabilità della clausola di salvaguardia di cui all’art. 64 del Trattato per giustificare una simile restrizione e sull’esistenza di una giustificazione alla restrizione dell’esercizio della suddetta libertà fondamentale.
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