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Timestamp: 2017-10-20 23:13:36+00:00
Document Index: 184270337

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Il dipendente della P.A. non ha diritto al risarcimento | Lavoro Fisso
sabato 21 ottobre 2017 | 00:13
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Il dipendente della P.A. non ha diritto al risarcimento
Il dipendente della P.A. non ha diritto al risarcimento del danno per l’assegnazione a mansioni inferiori a quelle in precedenza svolte. In base all’art.52 del decreto legislativo n.165 del 2001 (Cassazione Sezione Lavoro n.1346 del 22 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. La Terza).
Antonio C. dipendente dell’Agenzia delle Entrate, ha superato il concorso per 999 posti di dirigente bandito nel gennaio 1993. Con decreto ministeriale del luglio 1999, egli è stato inserito nel ruolo della dirigenza, con riserva di attribuzione di funzioni dirigenziali. Dal giugno 1998 al febbraio 2000 ha svolto mansioni dirigenziali come responsabile della sezione distaccata della direzione regionale delle entrate di Milano. Nel febbraio 2000 è stato nominato direttore dell’Ufficio distrettuale imposte dirette di Clusone, con mansioni non dirigenziali. Egli ha chiesto al Tribunale di Milano, Sezione Lavoro, tra l’altro, la condanna dell’Agenzia delle Entrate al risarcimento del danno per il demansionamento subito per effetto dell’assegnazione all’ufficio distrettuale di Clusone con mansioni non dirigenziali, inferiori a quelle in precedenza svolte a Milano. Egli ha fondato la sua domanda sull’art.2103 cod. civ. che vieta ogni dequalificazione. Sia il Tribunale che la Corte d’Appello di Milano hanno ritenuto fondata la domanda di risarcimento del danno professionale per violazione dell’art.2103 cod. civ. L’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione, censurando la sentenza della Corte di Milano per violazione dell’art.2103 cod. civ. e dell’art.52 del decreto legislativo n.165/2001, nonché per difetto di motivazione.
La Suprema Corte (Sezione Lavoro n.1346 del 22 gennaio 2008, Pres. Senese, Rel. La Terza) ha accolto il ricorso, in quanto ha ritenuto inapplicabile, nell’ambito del pubblico impiego, la tutela della professionalità recata dall’art.2103 cod. civ.. Com’è noto – ha osservato la Corte – l’art.2 comma 2 del d.lvo 165/2001 prevede che i rapporti di lavoro delle amministrazioni pubbliche siano disciplinati “dalle disposizioni del capo I, titolo II del libro V del codice civile e dalle leggi sui rapporti di lavoro subordinato, fatte salve le diverse disposizioni contenute nel presente decreto”; tuttavia la riconduzione della disciplina del lavoro alle regole privatistiche del contratto e dell’autonomia privata individuale e collettiva, con conseguente devoluzione alla giurisdizione del giudice ordinario, non elimina la perdurante particolarità del datore di lavoro pubblico che, pur munito nella gestione dei rapporti degli strumenti tipici del lavoro privato, per ciò che riguarda l’organizzazione del lavoro resta pur sempre condizionato da vincoli strutturali di conformazione al pubblico interesse e di compatibilità finanziaria generale. In forza della specialità di tale lavoro e dei principi rinvenibili negli artt.97 e 98 Costituzione – ha rilevato la Corte – il decreto reca, all’art.52, una disciplina delle mansioni articolata ed organica, tale da costituire un sistema normativo conchiuso, che è per intero alternativo alla regolamentazione posta, nel settore privato, dall’art.2103 del codice civile.
L’art.52 dispone in primo luogo che il prestatore di lavoro deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto o alle mansioni considerate equivalenti nell’ambito della qualifica professionale prevista dai CCNL; soggiunge che, “ovvero”, deve essere altre sì adibito a quelle corrispondenti alla qualifica superiore che abbia successivamente acquisito; la disposizione esplicita poi le modalità di tale acquisizione, prevedendo che essa avvenga “per effetto dello sviluppo professionale o di procedure concorsuali o selettive”. Con ciò – ha osservato la Corte –implicitamente già nega che la qualifica superiore sia conseguibile, come avviene nell’impiego privato, in ragione dello svolgimento di fatto delle mansioni superiori per il tempo determinato dalla legge, ai sensi dell’art. 2103 cod. civ.; il che viene poi esplicitata dalla parte successiva, laddove si statuisce che “l’esercizio di fatto di mansioni non corrispondenti alla qualifica di appartenenza non ha effetto, né ai fini dell’inquadramento del lavoratore, né ai fini dell’assegnazione di incarichi di direzione”.
Peraltro, a differenza che nell’impiego privato, l’adibizione a mansioni proprie della qualifica immediatamente superiore, per essere legittima, deve essere necessariamente “causale” dal momento che può avvenire solo “per obiettive esigenze di servizio”, e nei due casi tassativamente elencati, e cioè nel caso di vacanza di posto in organico o nel caso di sostituzione di altro dipendente assente con diritto alla conservazione del posto. In ogni caso, neppure in queste due ipotesi legislativamente contemplate, e quindi legittime, l’espletamento di fatto procura vantaggi diversi da quello del diritto al trattamento retributivo corrispondente (comma quarto dell’art.52). L’assegnazione a mansioni superiori viene quindi concepita, nel pubblico impiego privatizzato, come intrinsecamente temporanea, escludendo quindi il diritto alla acquisizione della qualifica superiore ad esse corrispondente.
Ne consegue – ha affermato la Corte – che l’inquadramento del lavoratore viene reso insensibile allo svolgimento di fatto di mansioni superiori, così impedendo la perpetuazione delle pregresse prassi di sovra inquadramento e di progressivo scivolamento dei dipendenti pubblici nelle qualifiche superiori, come è ulteriormente dimostrato dalla previsione di specifica responsabilità del dirigente pubblico il cui comportamento illegittimo nell’assegnazione di mansioni superiori abbia comportato un aggravio finanziario per l’amministrazione (quinto comma dell’art.52).
Se dunque l’espletamento di fatto di mansioni superiori non conferisce il diritto alla superiore qualifica, di talché il lavoratore rimane in possesso di quella di assunzione – ha concluso la Corte – non può considerarsi illegittima, e quindi passibile di risarcimento, la loro successiva sottrazione con riassegnazione a quelle precedenti, posto che con ciò altro non si fa che ottemperare all’obbligo di cui alla prima parte dell’art. 52, per cui il prestatore deve essere adibito alle mansioni per le quali è stato assunto, e cioè alle mansioni corrispondenti alla qualifica di assunzione o a quelle considerate equivalenti nell’ambito della classificazione professionale prevista dai contratti collettivi.
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