Source: http://www.approfondendo.it/gabriele/gabriele_norme_ici_chiesa=19dicembre2011.htm
Timestamp: 2019-01-16 08:06:39+00:00
Document Index: 127474270

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 7', 'art. 87', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 7', 'art.39', 'art.1']

Ici, chiesa, esenzione, imposte
La Chiesa paga l'Ici? Solo un po'
Il 17 dicembre 2011, il presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo Bagnasco, in una intervista al Corriere, ha replicato alle polemiche sull'esenzione ICI in favore della Chiesa Cattolica, che si sono sviluppate negli ultimi mesi, affermando che «la Chiesa già paga l'ICI» ma che è comunque disposta a «valutare la chiarezza delle formule normative vigenti». Il ragionamento mi sembra contraddittorio perché, se questa imposta viene «già» pagata, che bisogno c'è di «valutare la chiarezza» della normativa? Ma l'ICI è davvero pagata dalla Chiesa cattolica?
Per scoprirlo è necessario partire dalle norme: si scopre così che la Chiesa gode di importanti deroghe alcune delle quali irragionevoli.
L'esenzione, infatti, è stata prevista direttamente nel Decreto legislativo istitutivo della Imposta comunale sugli immobili, il 504 del 1992. Le norme in questione sono di difficile lettura perché contengono vari rinvii ad altre leggi (tra le quali il Testo Unico delle imposte sui redditi che è stato successivamente modificato senza che fossero aggiornate le norme che ad esso rinviavano con la complicazione che le numerazioni non coincidono). Per semplicità “traduciamo” il significato dell'art. 7, quello sulle esenzioni. Prevede che l'ICI non venga fatta pagare se concorrono due condizioni: a) che l'immobile appartenga ad un ente che svolge un'attività, esclusivamente o principalmente, non commerciale e b) che sia destinato “esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive” nonché ad attività di religione o di culto1.
La norma è chiara nel non far pagare chi svolge attività di beneficenza (a prescindere alla laicità o meno dell'ente): ad esempio la Caritas è esente. E secondo me è giusto che sia così. Semmai si può criticare lo Stato per il fatto che deleghi un settore fondamentale come l'assistenza sociale ad enti privati (che poi però finanzia con l'8x1000) invece di svolgerla direttamente. Però una volta che la delega sussiste, sarebbe schizofrenico far pagare a chi già spende per gli altri.
In altri casi la regola, però, non è altrettanto chiara ed ovvia: negli anni passati infatti si è creato un contenzioso con alcuni enti ecclesiastici i quali (cerco di interpretare il loro pensiero) sostenevano che essi godevano dell'esenzione per il sol fatto di essere enti ecclesiastici, a prescindere dalla attività, anche commerciale, concretamente svolta. Questo contenzioso sarebbe potuto terminare nel 2004 quando è stata emanata una sentenza della Corte di Cassazione. In quel caso un Istituto religioso (quello delle Suore Zelatrici Sacro Cuore Ferrari!) si vide recapitare la richiesta di pagare l'ICI da parte del comune (quello del L'Aquila) perché svolgeva attività di «gestione di pensionati con il pagamento di rette». Le Suore Zelatrici fecero ricorso, arrivando fino alla Cassazione la quale però stabilì che l'Istituto, l'ICI, lo doveva pagare perché, delle due condizioni sopra esposte, soggettiva ed oggettiva, la seconda, la destinazione, cioè, ai fini di culto e non imprenditoriali, non sussisteva. Questa la motivazione «Ai fini della imposizione I.C.I. tanto gli enti ecclesiastici che quelli con fini di istruzione o di beneficenza sono esentati dall'imposta, limitatamente agli immobili direttamente utilizzati per lo svolgimento delle loro attività istituzionali... non lo sono, invece, per gli immobili destinati ad altro»2.
Proprio per “aggirare” questa sentenza e far prevalere l'interpretazione rifiutata dalla Cassazione, l'anno successivo, il 2005, la maggioranza che sosteneva il Governo Berlusconi (PDL, Lega, AN e UDC) approvò un Decreto che prevedeva che l'esenzione «si intende applicabile alle attività [degli enti no-profit] a prescindere dalla [loro] natura eventualmente commerciale». Dopo le elezioni del 2006 la maggioranza dell'Unione modificò la norma con una sofisticheria arzigogolata prevedendo l'esenzione a favore delle attività che «non abbiano esclusivamente natura commerciale»3.
Dunque, il Governo dell'allora Casa delle Libertà introdusse un'esenzione praticamente totale, visto che finiva per non far pagare l'ICI a tutti i soggetti (anche ecclesiastici) che avessero un fine non commerciale anche se poi, nella pratica, quel commercio fosse stato svolto. La modifica apportata dall'Unione è più di forma che di sostanza, visto che garantisce il nucleo del privilegio: non si paga a meno che l'attività non sia completamente commerciale. Cioè, anche nel caso in cui l'attività sia imprenditoriale, par di capire che, se sia riservato uno spazio anche piccolo o piccolissimo, alle attività di culto, queste ultime prevalgano e determinino l'esenzione per tutto l'immobile. Usiamo il condizionale perché la norma sul punto è vaga. Si può dire con certezza che anche se la regola in questione è, per così dire, neutra, cioè si applica a tutti gli enti che abbiano astrattamente l'esenzione ICI, è cosa nota che l'ente astrattamente no profit che concretamente ha il maggior giro d'affari è la Chiesa Cattolica la quale, quindi, più di altri ne beneficia.
A questo punto possiamo dire che ciò che emerge a colpo d'occhio sono, da una parte, i tentativi, anche maldestri, di creare esenzioni che non siano eccessivamente palesi nella concessione di privilegi e, dall'altra la vaghezza della norma: quanto deve essere rilevante un'attività di culto affinché l'immobile sia non esclusivamente ad uso commerciale? Contano anche attività minime e/o insignificanti? Mi sembra che il Legislatore abbia deciso di non decidere preferendo scaricare sulla magistratura una scelta politica (per poi, magari, indignarsi per invasioni di campo di quest'ultima)
Oltre alla Cassazione è interessante anche l'intervento della Commissione europea che, in adempimento del suo ruolo di tutore della concorrenza, su denuncia dei Radicali, ha avviato una procedura di infrazione nei confronti dell'Italia per aiuti di stato: il dubbio è che queste regole garantiscano «un vantaggio economico che consiste nella riduzione dell'onere fiscale»4. A prescindere dai tecnicismi giuridici, secondo me, sarebbe dignitoso, soprattutto ora che si parla tanto di commissariamento e di sovranità nazionale, agire da soli invece di farci dare l'ennesima lezione di equità ed eguaglianza dall'Unione Europea. In attesa di questi provvedimenti rimane in vigore questa norma, questa gigantesca esenzione per gli edifici che svolgono comunque attività commerciale.
In internet girano varie cifre su quanto lo Stato incasserebbe se riducesse questo esonero alle attività commerciali: si parla di un incasso mancato che va dai 400 ai 500 milioni. Personalmente credo che nessuno sia in grado di dirlo con esattezza, perché dipende prima di tutto dalla destinazione effettiva degli immobili, dalla dichiarazione che il proprietario ne fa, poi dalla solerzia con la quale il comune agisce e, infine, dalla attuazione di questa vaga normativa da parte delle commissioni tributarie provinciali e regionali (i giudici nel settore tributario).
Non è escluso, poi, che molte delle attività commerciali che non pagano l'ICI, ricevano anche finanziamenti dallo Stato o dalle sue articolazioni. Per quanto riguarda gli ospedali, un esempio su tutti è il finanziamento di 15 milioni di euro in favore della fondazione di Don Verzé, prevista nella finanziaria per il 20055. Per quanto riguarda le scuole è cosa nota il dibattito, oramai ultra decennale, sull'elusione dell'art. 33 della Costituzione. Mentre questo afferma che anche se le scuole non statali si possono creare ciò deve avvenire senza oneri per lo Stato, già il Ministro Luigi Berlinguer adottò due discussi decreti che attuavano la ripartizione dello stanziamento di circa 10 miliardi alle scuole non statali, i quali sono stati sostituiti dal Decreto 27 del 2005 del Ministro Moratti6. Senza contare l'opinabilità della scelta di escludere, da sempre, le scuole private dal pagamento dell'ICI. L'esenzione sarebbe doverosa per la didattica svolta gratuitamente, ma se si chiede una retta (spesso alta) vuol dire che c'è attività di impresa e non si capisce perché questa impresa non debba pagare le tasse come tutti.
Quello che è certo è che se si volesse smettere di far “pagare sempre i soliti” come alcune forze politiche vanno in questi giorni ripetendo come un mantra, questo sarebbe un buon punto dal quale cominciare, anche se forse non basterebbe l'abrogazione della norma del 2005/2006 ma andrebbe rivisto tutto il sistema dei privilegi e soprattutto quello del finanziamento delle confessioni religiose (tutte!) riconoscendo che, se Stato e Chiesa sono separati, non si può usare il primo per far finanziare la seconda.
1L'esatta formulazione dell'esenzione in questione, cioè dell'art. 7 lett i) è la seguente:
«Sono esenti dall'imposta: [...]
i) gli immobili utilizzati dai soggetti di cui all'art. 87, comma 1, lettera c), del testo unico delle imposte sui redditi, approvato con DPR 22 diicembre 1986 n. 917, e successive modificazioni, destinati esclusivamente allo svolgimento di attività assistenziali, previdenziali, sanitarie, didattiche, ricettive, culturali, ricreative e sportive, nonché delle attività di cui all'art. 16, lettera a) della Legge 20 maggio 1985, n. 222 [cioè le “ attività di religione o di culto quelle dirette all'esercizio del culto e alla cura delle anime, alla formazione del clero e dei religiosi, a scopi missionari, alla catechesi, all'educazione cristiana”]».
2È la sentenza 4645 del 2004
3Il Decreto Legge del Centro destra è il 203 del 2005 (art. 7) mentre quello dell'Unione è il 223 del 2006 (art.39)
4Il procedimento di avvio dell'indagine è descritto nella Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:C:2010:348:0017:0025:IT:PDF
5Si tratta del comma 186 dell'art.1 della legge 311/2004 (finanziaria del 2005)
6I decreti Berlinguer sono il 261del 1998 e il 279 del 1999 (nel testo coordinato). Il Decreto Moratti è il 27 del 2005