Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-8312-del-25-03-2019
Timestamp: 2020-06-06 15:38:43+00:00
Document Index: 159478240

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 402', 'art. 405', 'art. 402', 'art. 405', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 23', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 369', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 372', 'sentenza ', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 2719', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 9', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 369', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 47', 'art. 19', 'art. 6', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 365', 'art. 369', 'art. 23', 'art. 2719', 'art. 23', 'art. 9', 'art. 369', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 365', 'art. 369', 'art. 372', 'art. 369', 'sentenza ', 'art. 369', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 369', 'art. 365', 'art. 369', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 47', 'art. 19', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 2719', 'art. 2719', 'art. 23', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 369', 'art. 16', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 9']

Sentenza Cassazione Civile n. 8312 del 25/03/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 8312 del 25/03/2019
Cassazione civile sez. un., 25/03/2019, (ud. 26/02/2019, dep. 25/03/2019), n.8312
K.L.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato JURGEN
KOLLENSPERGER;
CASSA RAIFFEISEN OLTRADIGE SOCIETA’ COOPERATIVA, in persona del
ROMA, VIA CIOCIARIA 16, presso lo studio dell’avvocato MONICA DE
PASCALI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato PETER
PAUL MARSEILER;
R.P., K.L.C., M.E.,
K.L.V., K.L.R.,
KO.LU.CH., K.L.K.;
avverso la sentenza n. 85/2017 della CORTE D’APPELLO di TRENTO
SEZIONE DISTACCATA DI BOLZANO, depositata il 24/06/2017.
26/02/2019 dal Consigliere Dott. LUCIA TRIA;
FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per la procedibilità del
uditi gli avvocati Gianluca Calderara per delega dell’avvocato Luigi
Manzi e Monica De Pascali.
1. La Corte d’appello di Trento – Sezione distaccata di Bolzano con sentenza n. 85/2017 in data 24 giugno 2017 ha dichiarato inammissibile l’opposizione di terzo ordinaria proposta, dalla Cassa Raiffeisen Oltradige Società Cooperativa nei confronti di K.L.M. in R., avverso la sentenza del medesimo Tribunale n. 952 del 2014, passata in giudicato, ma ha accolto però l’opposizione di terzo revocatoria, cui aveva fatto riferimento la Cassa.
2. Avverso tale pronuncia propone ricorso per cassazione K.M. sulla base di quattro motivi, di cui tre afferenti al merito della controversia – e, in particolare, ai presupposti di applicabilità dell’opposizione di terzo revocatoria – e il quarto relativo alla contestazione della conferma della condanna dei convenuti in solido alla rifusione delle spese del grado, pronunciata dalla Corte d’appello.
1.2. Con il secondo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 402, comma 2, e dell’art. 405 c.p.c., per omessa indicazione della scoperta del dolo o della collusione, nonchè della relativa prova.
1.3. Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 402, comma 2, e dell’art. 405 c.p.c., nonchè della L. Provinciale n. 17 del 2001, art. 32.
4. Pertanto, nell’ordinanza di rimessione, si sottolinea che il problema centrale da risolvere resta comunque quello di stabilire se, in assenza nel fascicolo di copia autentica della sentenza impugnata, che risulti essere stata notificata a mezzo PEC e tempestivamente depositata agli atti appunto priva dell’attestazione di conformità, senza il disconoscimento da parte del controricorrente della conformità della suddetta copia all’originale telematico, il ricorso debba essere dichiarato improcedibile, in conformità con il suddetto orientamento espresso da Cass. n. 30765 del 2017o se, invece, debba pervenirsi ad una diversa soluzione sulla base della successiva Cass. SU 24 settembre 2018, n. 22438, ove sono stati indicati i presupposti per la dichiarazione di improcedibilità del ricorso per cassazione notificato come documento informatico nativo digitale e depositato in copia non autenticata, affermandosi importanti principi innovativi al riguardo.
“se in mancanza del deposito della copia autentica della sentenza, da parte del ricorrente o dello stesso controricorrente, nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso, il deposito in cancelleria nel suddetto termine di copia analogica della sentenza notificata telematicamente, senza attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, comporti l’improcedibilità del ricorso anche se il controricorrente non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale notificato o intervenga l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio”.
a) “se il deposito in cancelleria nel termine di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso di copia analogica della relazione di notifica telematica della sentenza, senza attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9,commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa, comporti l’improcedibilità del ricorso anche se il controricorrente non abbia disconosciuto la conformità della copia informale della relazione di notificazione o intervenga l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio”;
a) nella sentenza n. 22438 cit. l’attribuzione alla copia analogica del ricorso per cassazione nativo digitale notificato a mezzo PEC privo di attestazione di conformità della stessa efficacia dell’originale è stata disposta sulla base del mancato espresso disconoscimento del controricorrente, in applicazione del D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, art. 23, comma 2, (Codice dell’Amministrazione Digitale – CAD). E tale norma, riguardante la disciplina della prova, prevede che, attraverso l’idoneità del documento, si possa provare un “fatto processuale” – cioè l’avvenuta effettuazione della notifica e la sua data – il cui accertamento condiziona la procedibilità del ricorso, come risulterebbe confermato anche dall’asseverazione “ora per allora” fino alla trattazione della causa, nelle ipotesi di espresso disconoscimento ovvero di mancato deposito di controricorso da parte dell’intimato (di cui alla sentenza SU n. 22438 del 2018 cit.);
d) tale condizione – secondo il Collegio rimettente – è ravvisabile anche rispetto al deposito della relata di notificazione della sentenza impugnata, quale requisito che attiene parimenti all’esigenza di verificare la tempestività dell’impugnazione e per il quale la norma processuale (art. 369 c.p.c., comma 2), non richiede il deposito in copia autentica. Pertanto, anche per la relata di notifica, il tempestivo deposito in copia semplice sarebbe idoneo a consentire l’operatività del meccanismo del non disconoscimento ovvero della successiva asseverazione “ora per allora” elaborato nella sentenza SU n. 22438 del 2018 cit.;
e) diversamente, il principio di raggiungimento dello scopo non potrebbe trovare applicazione con riferimento al requisito di procedibilità costituito dal tempestivo deposito di copia autentica della decisione impugnata perchè si tratta di un requisito che non inerisce all’accertamento di un “fatto processuale” da provare dall’interessato, come l’attività di notificazione;
i) la differenza fra “fatto processuale” (da accertare) e “documento” (in copia autentica) troverebbe la propria ratio nella circostanza che il (mancato) disconoscimento – che presuppone la disponibilità del relativo effetto da parte dell’interessato – è configurabile solo con riferimento alla notificazione perchè solo per essa la conformità dell’atto all’originale è rimessa al destinatario, cui viene riconosciuto il potere di disconoscere o non disconoscere;
I) con riferimento alla sentenza una simile disponibilità non è invece configurabile, perchè la verifica di autenticità in questa ipotesi non può essere rimessa alla parte mediante il mancato disconoscimento, visto che diversamente dalla relazione di notificazione qui non ricorre la caratteristica della destinazione dell’atto alla parte, la quale giustifica l’effetto riconducibile al mancato disconoscimento.
b) l’improcedibilità può essere evitata se il deposito del documento mancante avviene in un momento successivo, purchè entro il termine di venti giorni dalla notifica del ricorso per cassazione;
c) invece, l’improcedibilità non può invece essere evitata qualora il deposito avvenga oltre detto termine, in quanto “consentire il recupero dell’omissione mediante la produzione a tempo indeterminato con lo strumento dell’art. 372 c.p.c. vanificherebbe il senso del duplice adempimento del meccanismo processuale;
d) la sanzione della improcedibilità non è applicabile quando il documento mancante sia nella disponibilità del giudice perchè prodotto dalla controparte o perchè presente nel fascicolo d’ufficio acquisito su istanza della parte (Cass. SU 2 maggio 2017, n. 10648);
e) l’improcedibilità non sussiste quando il ricorso per cassazione risulta notificato prima della scadenza dei sessanta giorni dalla pubblicazione della sentenza e quindi nel rispetto del termine breve per l’impugnazione, perchè in tal caso perde rilievo la data della notifica del provvedimento impugnato (Cass. 10 luglio 2013, n. 17066).
11.2. Con riguardo ai problemi specifici posti dall’applicazione dell’art. 369 c.p.c. quando nel processo di merito la notifica della sentenza di appello sia avvenuta con modalità telematiche, la Corte ha, in primo luogo, confermato il prevalente indirizzo secondo cui, stante l’impossibilità di procedere al deposito telematico nel giudizio in cassazione, è necessario che il difensore provveda ad autenticare la copia del messaggio PEC ricevuto e del provvedimento allegato avvalendosi del potere di autentica di cui alla L. n. 53 del 1994, art. 9, comma 1-bis, applicabile “in tutti i casi in cui l’avvocato debba fornire prova della notificazione e non sia possibile fornirla con modalità telematiche”, a norma del comma 1-ter del medesimo art. 9.
E’ stata, invece, esclusa l’inapplicabilità della sanzione dell’improcedibilità per effetto della non contestazione della controparte, in base al tradizionale indirizzo secondo cui “la materia non è nella disponibilità delle parti e l’omissione del deposito deve essere rilevata d’ufficio, come costantemente affermato dalla giurisprudenza della Corte”, non trovando applicazione l’art. 2719 c.c. (visto che “tale regola si applica quando si tratta di attribuire ad un documento efficacia probatoria, da valere tra le parti, mentre non vale quando si devono operare verifiche, quali la tempestività di un atto di impugnazione rispetto ad un termine perentorio e quindi correlativamente la formazione del giudicato, che hanno implicazioni pubblicistiche e non sono nella disponibilità delle parti”) nè il comma 2 dell’art. 23 del CAD, in tema di copia analogica di documento informatico.
11.3. E’ stato quindi enunciato il seguente principio di diritto: “in tema di ricorso per cassazione, qualora la notificazione della sentenza impugnata sia stata eseguita con modalità telematiche, per soddisfare l’onere di deposito della copia autentica della decisione con la relazione di notificazione, il difensore del ricorrente, destinatario della suddetta notifica, deve estrarre copia cartacea del messaggio di posta elettronica certificata pervenutogli e dei suoi allegati (relazione di notifica e provvedimento impugnato), attestare con propria sottoscrizione autografa la conformità agli originali digitali della copia formata su supporto analogico, ai sensi della L. n. 53 del 1994, art. 9, commi 1-bis e 1ter, e depositare nei termini quest’ultima presso la cancelleria della Corte di cassazione, mentre non è necessario provvedere anche al deposito di copia autenticata della sentenza estratta dal fascicolo informatico”.
11.4. A tale ultimo riguardo, la Corte, reputando sufficiente l’attestazione di conformità del messaggio PEC e del provvedimento allegato che è stato notificato, ha espressamente disatteso l’indirizzo espresso da Cass. n. 26520 del 2017 (rimasto peraltro isolato, ma richiamato nel terzo quesito posto con la presente ordinanza di rimessione), inteso a configurare un “duplice onere di certificazione” a carico del difensore, costituito oltre che dal deposito della copia autenticata di messaggio di trasmissione, relazione di notifica e provvedimento impugnato – pervenuti dalla controparte vittoriosa in appello – anche dall’ulteriore onere di estrazione diretta di una copia analogica della sentenza impugnata ai sensi del D.L. 18 ottobre 2012, n. 179, art. 16-bis, comma 9-bis, convertito dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221.
12. Nella sentenza n. 22438 del 2018 le Sezioni Unite hanno rimeditato, sia pure parzialmente, il principio enunciato nell’ordinanza del 22 dicembre 2017, n. 30918 della Sesta Sezione civile (nella speciale composizione di cui al par. 41.2. delle tabelle della Corte di cassazione) – secondo cui va dichiarato improcedibile il ricorso predisposto in originale telematico, notificato a mezzo PEC e depositato in cancelleria in copia analogica priva di attestazione di conformità, L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, a nulla rilevando la mancata contestazione della controparte ovvero il deposito di copia del ricorso ritualmente autenticata oltre il termine perentorio di cui all’art. 369 c.p.c. – per accedere ad un’interpretazione maggiormente improntata a salvaguardare il “diritto fondamentale di azione (e, quindi, anche di impugnazione) e difesa in giudizio (art. 24 Cost.), che guarda come obiettivo al principio dell’effettività della tutela giurisdizionale, alla cui realizzazione coopera, in quanto principio “mezzo”, il giusto processo dalla durata ragionevole (art. 111 Cost.), in una dimensione complessiva di garanzie che rappresentano patrimonio comune di tradizioni giuridiche condivise a livello sovranazionale (art. 47 della Carta di Nizza, art. 19 del Trattato sull’Unione Europea, art. 6 CEDU)”.
12.2. Sulla base di tali premesse, le Sezioni Unite hanno ritenuto di dover compiere un ulteriore intervento nomofilattico, in senso ancor più avanzato, nel solco della strada tracciata da Cass. SU 2 maggio 2017, n. 10648 – che ha escluso la possibilità di applicazione della sanzione della improcedibilità, ex art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, al ricorso contro una sentenza notificata di cui il ricorrente non abbia depositato, unitamente al ricorso, la relata di notifica, ove quest’ultima risulti comunque nella disponibilità del giudice perchè prodotta dalla parte controricorrente ovvero acquisita mediante l’istanza di trasmissione del fascicolo di ufficio – in applicazione del principio di “strumentalità delle forme” degli atti del processo, siccome prescritte dalla legge non per la realizzazione di un valore in sè o per il perseguimento di un fine proprio ed autonomo, ma in quanto strumento più idoneo per la realizzazione di un certo risultato, il quale si pone come il traguardo che la norma disciplinante la forma dell’atto intende conseguire (in tal senso: Cass. 12 maggio 2016, n. 9772).
E’ stato, infatti, rilevato che l’applicazione di tale principio consente di effettuare un ragionevole bilanciamento dei molteplici principi e valori in gioco che sono immanenti al “giusto processo” e non possono certamente essere recessivi rispetto alle forme e modalità con le quali viene configurato il processo da parte del legislatore nell’esercizio dell’ampia discrezionalità che gli compete in materia (tra le tante: Corte Cost., sentenze n. 216 del 2013 e n. 243 del 2014).
D’altra parte – è stato precisato – la ratio decidendi dell’orientamento tradizionale, richiamato da Cass. n. 30918 del 2017cit., per negare rilievo alla mancata contestazione della controparte è rappresentata dall’esigenza di escludere dubbi sulla conformità della copia semplice depositata agli atti rispetto all’originale, con la specificazione che a tale esigenza risponde l’accertamento in capo alla Corte e indisponibile per le parti dell’esistenza, o meno, di un ricorso redatto nelle forme previste dall’art. 365 c.p.c. e ciò, dunque, “a prescindere dalla mancata espressa contestazione della controparte che, non essendo mai stata in possesso dell’atto originale, non è in grado di valutare la conformità all’originale della fotocopia”.
Ciò vuol dire che è stato escluso che la certezza della conformità della copia all’originale – che consente “alla Corte la preliminare verifica, senza possibilità di contestazioni, sulla regolarità della costituzione del contraddittorio, nonchè sulla sussistenza delle condizioni di ammissibilità e procedibilità dell’impugnazione” (Cass. SU n. 323 del 1976) – possa essere data dalla mancata contestazione di controparte, nella premessa che si tratta di verifica ad essa sottratta (indisponibile), perchè riservata (stante la rilevanza pubblicistica degli interessi) alla Corte di cassazione e che comunque la controparte sarebbe impossibilitata ad operare detta valutazione di conformità non essendo in possesso dell’originale del ricorso.
13.2. Le Sezioni Unite hanno rilevato come tali solidi principi formatisi in ambiente di ricorso analogico – non si attaglino al caso esaminato, visto che il destinatario della notifica telematica del ricorso per cassazione predisposto in forma di documento informatico e sottoscritto con firma digitale è in grado di effettuare direttamente la suindicata verifica di conformità.
13.3. E’ stato comunque sottolineato che – diversamente da quanto affermato da Cass. 28 giugno 2018, n. 17020 – non si può ammettere la notificazione di un ricorso in originale informatico privo di firma digitale perchè questo comporterebbe che verrebbe, addirittura, a mancare un originale sottoscritto e a tanto non potrebbe sopperire l’attestazione di conformità della copia analogica del ricorso depositata in luogo dell’originale digitale, visto che tale attestazione postula che l’originale digitale sia stato, a sua volta, ritualmente sottoscritto.
Le Sezioni Unite hanno espressamente rilevato che nel descritto contesto – nel quale la regola di verifica della procedibilità del ricorso nativo digitale notificato via PEC non risponde al paradigma originario della disciplina del codice di rito e deve, quindi, misurarsi con la radicalità della sanzione, dell’improcedibilità recata dall’art. 369 c.p.c. secondo i principi di ragionevolezza e proporzionalità che governano la configurazione di impedimenti all’accesso alla tutela giurisdizionale nella sua effettività e, d’altra parte, la Corte di cassazione non può operare le conseguenti verifiche – va superata la configurazione tradizionale sia del suddetto art. 23, comma 2, sia dell’art. 2719 c.c., quali norme ritenute applicabili solo al fine di attribuire ad un documento efficacia di prova, da valere tra le parti, senza potervi ricorrere al di fuori dell’ambito probatorio e quando si devono operare verifiche, come quelle relative alla procedibilità del ricorso, che hanno implicazioni pubblicistiche e non sono nella disponibilità delle parti (vedi: Cass. n. 30918 del 2017 e n. 30765 del 2017).
13.8. Le Sezioni Unite hanno aggiunto, infine, che il recupero della condizione di procedibilità della sola copia analogica del ricorso (notificato come documento informatico nativo digitale) tramite l’asseverazione “ora per allora” (secondo l’espressione utilizzata nella presente ordinanza interlocutoria) può intervenire sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio, purchè almeno la copia semplice sia stata tempestivamente depositata.
Inoltre, le Sezioni Unite hanno aggiunto che è stata così configurata “una fattispecie a formazione progressiva”,, che si esaurisce in un lasso temporale reputato proporzionato e ragionevole, senza “ritardi apprezzabili” nell’attivazione della sequenza procedimentale (vedi: Cass. SU n. 10648 del 2017 alla quale si può fare ricorso anche in altri casi, ove se ne presenti l’eventualità.
d) se vi siano più destinatari della notificazione a mezzo PEC del ricorso nativo digitale e non tutti depositino controricorso, in assenza di disconoscimento ex art. 23, comma 2, CAD, il ricorrente – posto che detto comportamento concludente ex lege impegna solo la parte che lo pone in essere – sarà onerato di depositare (ove abbia già tempestivamente depositato la copia analogica informe del ricorso), nei termini sopra precisati (sino all’udienza pubblica o all’adunanza di camera di consiglio), l’asseverazione di cui alla L. n. 53 del 1994, art. 9; in difetto, il ricorso sarà dichiarato improcedibile.
In sintesi, le Sezioni Unite hanno stabilito che, ove il destinatario della notifica del ricorso rimanga solo intimato (ovvero, nell’ipotesi di più destinatari, allorchè anche uno solo rimanga intimato), il ricorrente potrà depositare l’attestazione di conformità sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio, così come il medesimo ricorrente sarà tenuto a fare anche nell’ipotesi di disconoscimento della conformità da parte del controricorrente. Di conseguenza, in tali ipotesi, per evitare l’improcedibilità il ricorrente dovrà attivarsi e depositare l’attestazione di conformità entro i predetti termini.
13.10. In esito all’esposto percorso motivazionale, nel cui ambito sono stati valorizzati anche i precedenti arresti in tema di deposito del ricorso in copia semplice (Cass. SU 2 febbraio 1976, n. 323 e Cass. 26 giugno 2008, n. 17534), è stato attribuito specifico rilievo al presupposto, indefettibile, della iniziale tempestività (nei venti giorni stabiliti dall’art. 369 c.p.c.) del deposito del ricorso, seppure in copia semplice purchè l’originale sia ritualmente sottoscritto (fatta salva la possibilità di ascriverne comunque la paternità certa, in applicazione del principio del raggiungimento dello scopo), visto che solo tale tempestività può consentire che il procedimento inteso ad acquisire certezza circa la conformità della copia all’originale possa intervenire anche oltre il termine anzidetto.
In definitiva, le Sezioni Unite hanno inteso adottare un’interpretazione ispirata ad esigenze di effettività della tutela, attribuendo rilievo al comportamento delle parti – quantunque successivo alla scadenza del termine di cui all’art. 369 c.p.c. – onde escludere la sanzione dell’improcedibilità o comunque limitarne l’ambito applicativo, per le suindicate finalità.
15. Quanto poi alla configurazione proposta nell’ordinanza di rimessione, va osservato che, nella sentenza n. 22438 cit., a proposito della formazione digitale del ricorso e del suo deposito in copia analogica non autenticata, si afferma che si tratta di “atto ed attività processuali che, di certo, non trovano immediata corrispondenza nel paradigma segnato dal combinato disposto dell’art. 365 c.p.c. e art. 369 c.p.c., comma 1, ossia di norme la cui originaria formulazione non è stata mai interessata da modifiche legislative dall’epoca, ormai risalente, della promulgazione del codice di rito”.
b) la copia della decisione impugnata – richiesta con l’attestazione di autenticità “a disciplina e salvaguardia della fedeltà documentale” (Cass. 16 dicembre 2002) – è da comprendere fra gli “allegati” al ricorso e può essere depositata anche separatamente ex art. 372 c.p.c. (che consente il deposito autonomo di documenti riguardanti l’ammissibilità del ricorso e può applicarsi estensivamente anche ai documenti concernenti la procedibilità del ricorso stesso), purchè nel termine perentorio di venti giorni dall’ultima notificazione del ricorso stesso (fra le tante: Cass. 30 marzo 2004, n. 6350);
c) deve escludersi la possibilità di applicazione della sanzione della improcedibilità di cui all’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, al ricorso contro una sentenza notificata di cui il ricorrente non abbia depositato, unitamente al ricorso, la relata di notifica, ove quest’ultima risulti comunque nella disponibilità del giudice perchè prodotta dalla parte controricorrente ovvero acquisita mediante l’istanza di trasmissione del fascicolo di ufficio (Cass. SU n. 10648 del 2017 cit.);
d) infatti, il tenore letterale dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, che prescrive a pena di improcedibilità il deposito unitamente al ricorso della “copia autentica della sentenza o della decisione impugnata con la relazione di notificazione, se questa è avvenuta” non consente di distinguere tra deposito della sentenza impugnata e deposito della relazione di notificazione (Cass. SU n. 10648 del 2017 cit.);
18. Deve essere, inoltre, sottolineato che se la decisione censurata è l’oggetto della impugnazione, il ricorso è l’atto indefettibile – che dà impulso al giudizio di cassazione tanto che è il giorno in cui viene depositato il ricorso ad essere registrato, mentre la sentenza può essere depositata anche dopo (purchè nel termine di venti giorni dall’ultima notifica) o addirittura non essere depositata da parte del ricorrente se si tratta di sentenza notificata prodotta dal controricorrente, come si è detto.
21. I medesimi principi sono applicabili – mutatis mutandis – per la valutazione della procedibilità, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., degli atti processuali (a partire dal ricorso per cassazione) nativi digitali, notificati a mezzo posta elettronica certificata, benchè si tratti di una fattispecie che – quanto alle caratteristiche degli atti e alle attività processuali conseguenti – di certo, non trova immediata corrispondenza nel paradigma segnato dal combinato disposto dell’art. 365 c.p.c. e art. 369 c.p.c., comma 1, (vedi: Cass. SU n. 22438 del 2018 cit.).
Va anche considerato che la suddetta fattispecie è assoggettata ad una peculiare disciplina perchè il processo telematico non è stato (ancora) esteso dal legislatore al giudizio di cassazione che è tuttora un processo analogico, con la sola eccezione delle comunicazioni e notificazioni da parte delle Cancellerie delle Sezioni civili secondo quanto previsto dal D.M. Giustizia 19 gennaio 2016, emesso ai sensi del D.L. n. 179 del 2012, art. 16, comma 10, convertito dalla L. n. 221 del 2012 (vedi, per tutte: Cass. n. 30765 del 2017 e Cass. SU n. 22438 del 2018).
22. Le Sezioni Unite nella sentenza n. 22438 del 2018 muovendo da tali premesse – hanno espressamente affermato di voler proseguire sulla strada tracciata da Cass. n. 30918 del 2017 e Cass. SU n. 10266 del 2018 con la finalità di dare una ancora più intensa applicazione ai principi del giusto processo e, in particolare, dalla durata ragionevole (art. 111 Cost.), “in una dimensione complessiva di garanzie che rappresentano patrimonio comune di tradizioni giuridiche condivise a livello sovranazionale (art. 47 della Carta di Nizza, art. 19 del Trattato sull’Unione Europea)” nonchè all’art. 6 CEDU, secondo l’indirizzo della giurisprudenza della Corte di Strasburgo, in base al quale il diritto di accesso ad un tribunale (e alla Corte di cassazione), pur prestandosi a limitazioni implicitamente ammesse in particolare per quanto riguarda le condizioni di ammissibilità di un ricorso, viene leso quando la sua regolamentazione cessa di essere utile agli scopi della certezza del diritto e della buona amministrazione della giustizia e costituisce una sorta di barriera che impedisce alla parte in causa di vedere la sostanza della sua lite esaminata dall’autorità giudiziaria competente (vedi, per tutte: Corte EDU, 16 giugno 2015, Mazzoni c. Italia e 15 settembre 2016, Trevisanato c. Italia).
E, in particolare, hanno precisato come le argomentazioni poste a sostegno della tradizionale giurisprudenza di legittimità in materia di procedibilità del ricorso si siano formate “in ambiente di ricorso analogico” sicchè non sono del tutto compatibili “in ambiente di ricorso nativo digitale”.
Nella sentenza n. 22438 cit. è stato, in particolare, evidenziato l’anzidetta incompatibilità è in particolare evidenziata dal fatto che, diversamente da quel che accade in ambiente analogico, nel caso di specie il destinatario della notifica telematica del ricorso per cassazione predisposto in forma di documento informatico e sottoscritto con firma digitale è in grado di effettuare direttamente tale verifica di conformità perchè viene in possesso dell’originale dell’atto.
E va sottolineato che se – per dare rilievo al mancato disconoscimento, da parte del controricorrente destinatario della notificazione, della conformità di detta copia all’originale telematico si è fatta applicazione dell’art. 23, comma 2, del CAD, lo si è fatto intendendo tale disposizione – al pari dell’art. 2719 c.c. – nel modo innovativo descritto, sulla premessa che – in applicazione del principio di “strumentalità delle forme” degli atti del processo – le regole di accesso al giudizio applicabili al ricorso e gli atti processuali nativi digitali non coincidono con quelle tradizionalmente applicate in ambiente di ricorso analogico.
E’ stata così trovata una soluzione idonea a favorire la semplificazione e l’efficienza del sistema giudiziario, nel rispetto dei principi costituzionali, UE e CEDU superando, da un lato, inutili formalismi, ma allo stesso tempo tenendo in considerazione l’esigenza funzionale di porre regole di accesso al giudizio di cassazione.
27. Anche per la verifica di conformità all’originale della decisione impugnata la rilevanza della “non contestazione” del controricorrente è stata tradizionalmente esclusa sul principale assunto secondo cui la materia non è nella disponibilità delle parti e comunque in materia non potessero trovare applicazione nè l’art. 2719 c.c. nè il comma 2 dell’art. 23 del CAD (in tema di copia analogica di documento informatico), che si è sempre ritenuto che siano riferibili ad ipotesi in cui si tratta di attribuire ad un documento efficacia probatoria, da valere tra le parti, ma non valgono “quando si devono operare verifiche, quali la tempestività di un atto di impugnazione rispetto ad un termine perentorio e quindi correlativamente la formazione del giudicato, che hanno implicazioni pubblicistiche e non sono nella disponibilità delle parti” (come ricordato da Cass. n. 30765 del 2017 cit., vedi sopra 11.2).
Ebbene, così come è stato rilevato da Cass. SU n. 22438 cit. per la procedibilità del ricorso, tali solidi principi – formatisi in ambiente di ricorso analogico – non si attagliano al caso qui esaminato, visto che in modo analogo a quanto accade per il ricorso nativo digitale notificato via PEC, anche nel caso della sentenza non autenticata notificata per via telematica e poi depositata (in termini) il coinvolgimento del controricorrente – anche sotto forma di “non contestazione” – della conformità della copia notificata all’originale appare del tutto rispondente ai principi del giusto processo perseguiti dalla sentenza n. 22428 del 2018 cit., perchè è proprio il controricorrente ad effettuare la notifica.
Nè possono nutrirsi dubbi sulla diretta applicabilità del potere di attestazione, ai sensi della L. n. 54 del 1993, art. 9, commi 1-bis e 1-ter, visto che tali disposizioni sono state originariamente intese come dirette al mittente della notificazione e la possibilità di estenderne l’ambito applicativo anche al destinatario della notifica è stata affermata successivamente, valorizzando l’incipit del comma Iter dell’art. 9 cit., secondo cui il potere di attestazione sussiste “in tutti i casi in cui l’avvocato debba fornire prova della notificazione e non sia possibile fornirla con modalità telematiche”.
28. A ciò può aggiungersi che poichè uno degli interessi prevalenti perseguiti dal legislatore in materia di deposito del ricorso e dei suoi allegati – insieme con la tempestività della relativa procedura – è la salvaguardia della fedeltà documentale e che questo obiettivo ha un ruolo centrale anche con riguardo alla procedura telematica, non può esservi dubbio sul fatto che, essendo la sentenza un atto pubblico, la verifica di conformità – diretta al rispetto del vincolo della cosa giudicata formale, insieme con la tempestività che, in questo caso, viene ad essere affidata alla collaborazione del depositante dell’atto e del controricorrente è da un lato facilitata rispetto al caso del ricorso ma è, d’altra parte, presidiata da incisive sanzioni anche penali.
VIII – Applicabilità dei medesimi principi ad altre fattispecie “in ambiente digitale”.
Infatti, ai fini del deposito della decisione in copia autentica, ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2, il difensore può giovarsi del potere di autentica a lui espressamente conferito dal D.L. n. 179 del 2012, art. 16-bis, comma 9-bis, cit., purchè sia rispettata la condizione ivi prevista, vale a dire che egli attesti trattarsi di atto contenuto nel fascicolo informatico di ufficio, perchè originariamente digitale ovvero perchè digitalizzato dal cancelliere.
31. A proposito del potere di autenticazione degli avvocati difensori, Cass. 8 novembre 2017, n. 26479 ha affermato che l’ambito del potere di autentica conferito ai difensori ed agli altri soggetti ivi indicati si estende a tutti gli atti e provvedimenti contenuti nel fascicolo informatico, sia perchè originariamente depositati in formato digitale sia perchè depositati in formato cartaceo e successivamente digitalizzati dal cancelliere, ai sensi del D.M. 21 febbraio 2011, n. 44, art. 15, comma 4, senza che l’applicabilità della norma sia da limitare ai soli procedimenti iscritti successivamente al 30 giugno 2014.
Infatti, anche in questo caso, ove la decisione impugnata sia stata predisposta e sottoscritta digitalmente, la Corte di cassazione non potrebbe che prenderne cognizione attraverso il deposito di copia analogica, stante l’impossibilità del deposito telematico, senza che possa predicarsi la necessità che l’attestazione provenga dal cancelliere, poichè l’ordinamento ha espressamente conferito anche al difensore il potere di asseverazione, in aggiunta a quello del cancelliere.
Va precisato che la stampa di una sentenza firmata digitalmente normalmente non consente la verifica circa l’effettiva sottoscrizione dell’atto; sicchè anche in questo caso – come nel caso del ricorso predisposto in formato digitale e depositato in copia stampata, analizzato da Cass. SU n. 22438 del 2018 – l’attività di collaborazione delle parti diventa decisiva, visto che alla Corte è precluso l’esame dell’atto originale e la conoscenza è mediata necessariamente dall’attività delle parti, a meno di ricorrere alla certificazione di cancelleria, cui però ormai supplisce il potere di attestazione appositamente conferito al difensore e che non può quindi essere imposta;
Quanto al primo aspetto, poichè nella specie non trattasi di iniziativa della parte, la circostanza può essere verificata ed acquisita di ufficio (vedi: Cass. SU 15 maggio 2018, n. 11850).
2) i medesimi principi si applicano all’ipotesi di tempestivo deposito della copia della relata della notificazione telematica della decisione impugnata – e del corrispondente messaggio PEC con annesse ricevute – senza attestazione di conformità del difensore L. n. 53 del 1994, ex art. 9, commi 1-bis e 1-ter, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa;
La Corte, a Sezioni Unite, dichiara il ricorso procedibile; rinvia alla Terza Sezione Civile per l’esame dei motivi del ricorso nonchè per le spese processuali.