Source: http://dirittodifamiglia.diritto.it/docs/38934-cognome-materno-ai-figli-via-libera-della-corte-costituzionale?page=3
Timestamp: 2017-02-27 04:21:36+00:00
Document Index: 130966658

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 262', 'art. 27', 'art. 299', 'sentenza ']

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[...] dei coniugi, non trovano alcuna giustificazione né nell’art. 3 Cost., né nella finalità di salvaguardia dell’unità familiare, di cui all’art. 29, secondo comma, Cost.». Ed invero, come già osservato dai giudici costituzionali sin da epoca risalente, «è proprio l’eguaglianza che garantisce quella unità e, viceversa, è la diseguaglianza a metterla in pericolo», poiché l’unità «si rafforza nella misura in cui i reciproci rapporti fra i coniugi sono governati dalla solidarietà e dalla parità» (sentenza n. 133 del 1970). Ad avviso della Consulta, la perdurante violazione del principio di uguaglianza “morale e giuridica” dei coniugi, realizzata attraverso la mortificazione del diritto della madre a che il figlio acquisti anche il suo cognome, contraddice, ora come allora, quella finalità di garanzia dell’unità familiare, individuata quale ratio giustificatrice, in generale, di eventuali deroghe alla parità dei coniugi, ed in particolare, della norma sulla prevalenza del cognome paterno. Tale diversità di trattamento dei coniugi nell’attribuzione del cognome ai figli – ha concluso la Corte- «in quanto espressione di una superata concezione patriarcale della famiglia e dei rapporti fra coniugi, non è compatibile né con il principio di uguaglianza, né con il principio della loro pari dignità morale e giuridica». Sulla scorta del delineato iter motivazionale, la Corte Costituzionale ha dichiarato: 1) l’illegittimità costituzionale della norma desumibile dagli artt. 237, 262 e 299 del codice civile; 72, primo comma, del regio decreto 9 luglio 1939, n. 1238 (Ordinamento dello stato civile); e 33 e 34 del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127), nella parte in cui non consente ai coniugi, di comune accordo, di trasmettere ai figli, al momento della nascita, anche il cognome materno; 2) in via consequenziale, ai sensi dell’art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87 (Norme sulla costituzione e sul funzionamento della Corte costituzionale), l’illegittimità costituzionale dell’art. 262, primo comma, cod. civ., nella parte in cui non consente ai genitori, di comune accordo, di trasmettere al figlio, al momento della nascita, anche il cognome materno; 3) in via consequenziale, ai sensi
sensi dell’art. 27 della legge n. 87 del 1953, l’illegittimità costituzionale dell’art. 299, terzo comma, cod. civ., nella parte in cui non consente ai coniugi, in caso di adozione compiuta da entrambi, di attribuire, di comune accordo, anche il cognome materno al momento dell’adozione. L’affermazione del “diritto al cognome materno” arriva dopo anni di accesi dibattiti, sentenze-monito della stessa Consulta e della Cassazione, una condanna del nostro paese da parte della Corte di Strasburgo del 2014 per violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e un ddl approvato dalla Camera nell’estate 2014 e tuttora impantanato in Commissione Giustizia al Senato. Nel vuoto normativo lasciato dal Legislatore si attendeva una svolta, puntualmente arrivata per il tramite di una sentenza dei giudici costituzionali destinata a passare alla storia.
GRILLO AVV. VITO STUDIO LEGALE