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Timestamp: 2019-08-21 00:01:36+00:00
Document Index: 48139331

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', '§ 3', 'art. 138']

Il diritto al risarcimento del c.d. danno catastrofale si distingue dal danno biologico temporaneo e può trasmettersi iure hereditatis - Obiettivo Magistrato - Corso Caringella
Il diritto al risarcimento del c.d. danno catastrofale si distingue dal danno biologico temporaneo e può trasmettersi iure hereditatis
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Cass. Civ., Sez. III, ord. 5 luglio 2019, n. 18056
Il Tribunale di Milano attribuiva la responsabilità di un sinistro stradale con esiti mortali ad una tra i comproprietari e conducente di uno degli autoveicoli coinvolti.
La sentenza veniva appellata dalla società che assicurava l’autoveicolo contro i rischi della responsabilità civile, che si dolse sia dell’attribuzione alla propria assicurata dell’intera responsabilità per l’accaduto, sia della stima dei danni, ritenuta eccessiva.
La sentenza di prime cure veniva gravata altresì dell’appello incidentale proposto anche dall’altro comproprietario dell’autoveicolo, congiunto delle vittime.
Riuniti i due gravami, la Corte di Appello di Milano negava, tra l’altro, il riconoscimento in capo al ricorrente incidentale del diritto, dedotto come acquistato iure hereditatis, al risarcimento del danno non patrimoniale sorto in capo alla di lui figlia, atteso il periodo di sopravvivenza al sinistro della piccola vittima, ritenuto troppo breve.
Con uno dei motivi di ricorso, il ricorrente censurava pertanto la sentenza della Corte distrettuale, ai sensi dell’art. 360, n. 3, c.p.c., per la violazione degli articoli 1226, 1227, 2043, 2056, 2059 c.c..
Sulla scorta di una premessa di metodo, il giudice di legittimità richiama il solo valore descrittivo, e giammai perspicuo, che possono assumere espressioni quali danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno catastrofale”, coniate “dalla troppo fervida fantasia di taluni interpreti” e che non corrispondono ad alcuna categoria giuridica.
Il Collegio precisa come il danno da invalidità temporanea patito da chi sopravviva quodam tempore ad una lesione personale mortale sia un danno biologico, suscettibile di accertamento con gli ordinari criteri della medicina legale. Di norma, esso sarà dovuto se la sopravvivenza supera le 24 ore ed andrà comunque liquidato avendo riguardo alle specificità del caso concreto.
La sofferenza patita da chi, cosciente e consapevole, percepisca la morte imminente è un danno non patrimoniale, da accertare invece con gli ordinari mezzi di prova e da liquidare in via equitativa con riguardo alle specificità del caso concreto.
La persona che, ferita, non muoia immediatamente, può acquistare e trasmettere agli eredi, pertanto, il diritto al risarcimento di due pregiudizi: il danno biologico temporaneo, che di norma sussisterà solo per sopravvivenze superiori alle 24 ore (tale essendo la durata minima, per convenzione medico-legale, di apprezzabilità dell’invalidità temporanea), che andrà accertato senza riguardo alla circostanza se la vittima sia rimasta cosciente; ed il danno non patrimoniale consistito nella formido mortis, che andrà accertato caso per caso, e potrà sussistere solo nel caso in cui la vittima abbia avuto la consapevolezza della propria sorte e della morte imminente.
6. Il quarto motivo di ricorso.
6.1. Il quarto motivo di ricorso è riferibile al solo Corneliu Ghinea.
Con esso il ricorrente lamenta, ai sensi dell’articolo 360, n. 3, c.p.c.,
la violazione degli articoli 1226, 1227, 2043, 2056, 2059 c.c..
Sostiene che erroneamente la Corte d’appello avrebbe rigettato la sua
domanda di risarcimento del danno non patrimoniale patito dalla
propria figlia Beatrice nei tre giorni di sopravvivenza intercorsi fra il
sinistro e la morte, danno il cui credito risarcitorio, sorto in capo alla
piccola vittima, sarebbe stato da lui acquistato jure haereditario.
Assume che la Corte d’appello non avrebbe “fornito alcuna seria
risposta” alla relativa domanda; che il risarcimento del danno in
esame spetta alla vittima – e, per essa, ai suoi eredi – in tutte i casi in
cui vi sia stato un apprezzabile lasso di tempo tra il ferimento e la
morte; che nel caso di specie una sopravvivenza di tre giorni doveva
ritenersi “apprezzabile”.
6.1.1. La controricorrente società Allianz ha eccepito l’inammissibilità
del motivo, per novità della questione in essa prospettata.
L’eccezione è infondata: avendo infatti la Corte d’appello deciso su
tale domanda (p. 8 della sentenza d’appello), non si vede come essa
possa ritenersi “nuova” e formulata in questa sede per la prima volta.
Ove, poi, la Allianz a p. 27 del proprio controricorso avesse inteso
dolersi (il controricorso non è del tutto chiaro su questo punto) che la
domanda di risarcimento del danno patito da Beatrice Ghinea, ed il
cui credito fu acquisito jure haereditario dal padre, non era stata
prospettata nemmeno in primo grado, essa avrebbe dovuto proporre
un ricorso incidentale condizionato, inteso a censurare l’ultrapetizione
in cui, in tesi, sarebbe incorsa la Corte d’appello.
Corte di Cassazione – copia non ufficialeR.G.N. 16907/17
Udienza del 21 febbraio 2019
6.2. Nel merito, il quarto motivo di ricorso è fondato, ma l’esame di
esso impone una premessa di metodo.
La tragica eventualità in cui una persona venga dapprima ferita in
conseguenza d’un fatto illecito, ed in seguito muoia a causa delle
lesioni, è stata in passato designata con varie espressioni, coniate
dalla troppo fervida fantasia di taluni interpreti, e talora non rifiutate
da questa Corte (“danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno
catastrofale”, “danno esistenziale”).
Queste espressioni non hanno alcuna dignità scientifica; sono usate in
modo polisemico; sono talora anche etimologicamente scorrette
(come l’espressione “danno tanatologico”).
L’impiego di lemmi dal contenuto così ambiguo ingenera somma
confusione ed impedisce qualsiasi seria dialettica, dal momento che
ogni discussione scientifica è impossibile in assenza d’un lessico
L’esigenza del rigore linguistico come metodo indefettibile nella
ricostruzione degli istituti è stata già segnalata dalle Sezioni Unite di
questa Corte, allorché hanno indicato, come precondizione necessaria
per l’interpretazione della legge, la necessità di “sgombrare il campo
di analisi da (…) espressioni sfuggenti ed abusate che hanno finito per
divenire dei “mantra” ripetuti all’infinito senza una preventiva
ricognizione e condivisione di significato (…), [che] resta oscuro e
serve solo ad aumentare la confusione ed a favorire l’ambiguità
concettuale nonché la pigrizia esegetica” (sono parole di Sez. U,
Sentenza n. 12310 del 15/06/2015).
L’esame del quarto motivo di ricorso esige dunque, preliminarmente,
la messa a fuoco di alcuni concetti fondamentali nella materia del
danno non patrimoniale da uccisione.
6.3. La persona che, ferita, sopravviva quodam tempore, e poi muoia
a causa delle lesioni sofferte, può patire un danno non patrimoniale.
Questo danno può teoricamente manifestarsi in due modi, ferma
restando la sua unitarietà quale concetto giuridico.
Il primo è il pregiudizio derivante dalla lesione della salute; il secondo
è costituito dal turbamento e dallo spavento derivanti dalla
consapevolezza della morte imminente.
Ambedue questi pregiudizi hanno natura non patrimoniale, come non
patrimoniali sono tutti i pregiudizi che investono la persona in sé e
non il suo patrimonio.
Quel che li differenzia non è la natura giuridica, ma la consistenza
reale: infatti il primo (lesione della salute):
– ) ha fondamento medico legale;
– ) consiste nella forzosa rinuncia alle attività quotidiane durante il
periodo della invalidità;
– ) sussiste anche quando la vittima sia stata incosciente.
– ) non ha fondamento medico legale;
– ) consiste in un moto dell’animo;
– ) sussiste solo quando la vittima sia stata cosciente e
6.4. Il danno alla salute che può patire la vittima di lesioni personali,
la quale sopravviva quodam tempore e poi deceda a causa della
gravità delle lesioni, dal punto di vista medico-legale può consistere
solo in una invalidità temporanea, mai in una invalidità permanente.
Il lemma “invalidità”, infatti, per secolare elaborazione medico-legale,
designa uno stato menomativo che può essere transeunte (invalidità
temporanea) o permanente (invalidità permanente). L’espressione
“invalidità temporanea” designa lo stato menomativo causato da una
malattia, durante il decorso di questa. L’espressione “invalidità
permanente” designa invece lo stato menomativo che residua dopo la
cessazione d’una malattia.
L’esistenza d’una malattia in atto e l’esistenza di uno stato di
invalidità permanente non sono tra loro compatibili: sinché durerà la
malattia, permarrà uno stato di invalidità temporanea, ma non v’è
ancora invalidità permanente; se la malattia guarisce con postumi
permanenti si avrà uno stato di invalidità permanente, ma non vi sarà
più invalidità temporanea; se la malattia dovesse condurre a morte
l’ammalato, essa avrà causato solo un periodo di invalidità
temporanea (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018; Sez. 3,
Sentenza n. 5197 del 17/03/2015, Rv. 634697 – 01; così pure Sez. 3
Sentenza n. 7632 del 16/05/2003, Rv. 563159, § 3.3 dei “Motivi della
decisione”).
6.5. Il danno biologico causato dall’invalidità temporanea consiste
nella forzosa rinuncia, durante il periodo di malattia, alle ordinarie
attività non spiacevoli cui la vittima si sarebbe altrimenti dedicata, se
fosse rimasta sana.
Per risalente convenzione medico-legale, il danno alla salute da
invalidità temporanea si apprezza in giorni, mai in frazioni di giorni:
sarebbe, infatti, un esercizio puramente teorico pretendere di dare un
peso monetario alle attività di cui la vittima è stata privata, durante
un periodo di sopravvivenza protrattosi per poche ore o per pochi
Da quanto esposto consegue che in tanto la vittima di lesioni potrà
acquistare il diritto al risarcimento del danno alla salute, in quanto
abbia sofferto un danno alla salute medico legalmente apprezzabile,
dal momento che per espressa definizione normativa, oltre che per
risalente insegnamento della dottrina, il danno biologico è solo quello
“suscettibile di accertamento medico legale” (così l’art. 138 cod. ass.;
conforme è la dottrina e l’ormai pluridecennale giurisprudenza di
questa Corte).
Ciò sul presupposto che il danno biologico non consiste nella mera
lesione dell’integrità psicofisica, ma presuppone che tale lesione abbia
compromesso l’esplicazione piena ed ottimale delle attività
realizzatrici dell’individuo nel suo ambiente di vita, sicché “una
concreta perdita o riduzione di tali potenzialità può concretizzarsi
soltanto nell’eventualità della prosecuzione della vita, in condizioni
menomate, per un apprezzabile periodo di tempo successivamente
alle lesioni.
Consegue che, in difetto di una apprezzabile protrazione della vita
successivamente alle lesioni, pur risultando lesa l’integrità fisica del
soggetto offeso, non è configurabile un danno biologico risarcibile, in
assenza di una perdita delle potenziali utilità connesse al bene salute
suscettiva di essere valutata in termini economici” (così già, tra le
prime, Sez. 3, Sentenza n. 1704 del 25/02/1997, Rv. 502664 – 01).
La conclusione è che nel caso di morte causata da lesioni personali, e
sopravvenuta a distanza di tempo da queste, un danno biologico
permanente è inconcepibile.
Quanto al ‘ danno biologico temporaneo, per potersene predicare
l’esistenza sarà necessario Che la lesione della salute si sia protratta
per un tempo apprezzabile, perché solo un tempo apprezzabile
consente quell’ “accertabilità medico legale” che costituisce il
fondamento del danno biologico temporaneo.
Normalmente tale “lasso apprezzabile di tempo” dovrà essere
superiore alle 24 ore, giacché come accennato è il “giorno” l’unità di
misura medico legale della invalidità temporanea; ma in astratto non
potrebbe escludersi a priori l’apprezzabilità del danno in esame anche
per periodi inferiori.
Nell’uno, come nell’altro caso, lo stabilire se la vittima abbia patito un
danno biologico “suscettibile di accertamento medico legale” è un
giudizio di fatto riservato al giudice di merito, e non sindacabile in
Naturalmente, una volta accertata la sussistenza di un danno
biologico temporaneo provocato da una lesione mortale, esso sarà
risarcibile a prescindere dalla consapevolezza che la vittima ne abbia
avuto, dal momento che quel pregiudizio consiste nella oggettiva
perdita delle attività quotidiane (Sez. 3 – , Sentenza n. 21060 del
19/10/2016, Rv. 642934 – 01; Sez. 3, Sentenza n. 2564 del
22/02/2012, Rv. 621706 – 01).
6.6. La vittima di lesioni che, a causa di esse, deceda dopo una
sopravvivenza quodam tempore, può poi patire, come accennato, un
pregiudizio non patrimoniale di tipo diverso: la sofferenza provocata
dalla consapevolezza di dovere morire.
Questa sofferenza potrà essere multiforme, e potrà consistere nel
provare – ad esempio – la paura della morte; l’agonia provocata dalle
lesioni; il dispiacere di lasciar sole le persone care; la disperazione
per dover abbandonare le gioie della vita; il tormento di non sapere
chi si prenderà cura dei propri familiari, e così via, secondo le
purtroppo infinite combinazioni di dolore che il destino può riservare
al genere umano. Si tratta, insomma, di quel tipo di sofferenza che
più e meglio d’ogni giurista seppe descrivere Luigi Pirandello nella
celebre novella Il marito di mia moglie.
L’esistenza stessa, e non la risarcibilità, del pregiudizio in esame, al
contrario del danno alla salute, presuppone che la vittima sia
Se la vittima non sia consapevole della fine imminente, infatti, non è
nemmeno concepibile che possa prefigurarsela, e addolorarsi per essa
Corte di Cassazione – copia non ufficialeIn questa seconda ipotesi, poiché il danno risarcibile è rappresentato
non dalla perdita delle attività cui la vittima si sarebbe dedicata, se
fosse rimasta sana, ma da una sensazione dolorosa, la durata della
sopravvivenza non è un elemento costitutivo del danno, né incide
necessariamente sulla sua gravità.
Anche una sopravvivenza di pochi minuti, infatti, può consentire alla
vittima di percepire la propria fine imminente, mentre – al contrario –
una lunga sopravvivenza in totale stato di incoscienza non
consentirebbe di affermare che la vittima abbia avuto consapevolezza
della propria morte (Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 32372 del 13.12.2018;
nonché Sez. U, Sentenza n. 26972 del 11/11/2008, Rv. 605494 – 01).
Così, ad esempio, i passeggeri del volo GermanWings, che il
24.3.2015 la lucida follia d’un pilota condusse a schiantarsi sui Pirenei,
trascorsero solo sei minuti in cui ebbero la chiara percezione che il
velivolo su cui si trovavano stava precipitando, e non v’era scampo:
ma nessuno oserebbe negare che il timor panìco da essi provato in
quella manciata di minuti non costituisca, per il nostro ordinamento,
un danno risarcibile.
6.7. In conclusione:
-) le espressioni “danno terminale”, “danno tanatologico”, “danno
catastrofale” non corrispondono ad alcuna categoria giuridica, ma
possono avere al massimo un valore descrittivo, e neanche preciso;
– ) il danno da invalidità temporanea patito da chi sopravviva quodam
tempore ad una lesione personale mortale è un danno biologico, da
accertare con gli ordinari criteri della medicina legale. Di norma, esso
sarà dovuto se la sopravvivenza supera le 24 ore, ed andrà
comunque liquidato avendo riguardo alle specificità del caso concreto;
– ) la sofferenza patita da chi, cosciente e consapevole, percepisca la
morte imminente, è un danno non patrimoniale, da accertare con gli
ordinari mezzi di prova, e da liquidare in via equitativa avendo
riguardo alle specificità del caso concreto.
6.8. E’ alla luce di questi princìpi che può ora scrutinarsi il fondo del
quarto motivo di ricorso.
La Corte d’appello ha rigettato la domanda di risarcimento proposta
da Corneliu Ghinea, ed avente ad oggetto il ristoro del pregiudizio
patito dalla figlia nei tre giorni di sopravvivenza trascorsi tra il sinistro
e la morte, con la seguente motivazione: “nulla va riconosciuto [a
Corneliu Ghinea] per la morte della minore Beatrice, figlia, dato il
breve periodo di sopravvivenza della stessa post evento, di circa tre
Siffatta decisione viola effettivamente gli artt. 1223, 1226 e 2059 c.c..
6.8.1. In primo luogo, infatti, essa àncora la sussistenza del danno
alla durata della sopravvivenza. Ma nella giurisprudenza di questa
Corte, per quanto sopra esposto, la durata della sopravvivenza non è
elemento costitutivo del danno consistente nell’aver provato la
formido mortis. La paura di morire può provarla anche chi sopravviva
pochi minuti alla lesione; così come può restarne immune chi sia
sopravvissuto per lungo tempo.
La durata della sopravvivenza può essere un elemento indiziario dal
quale desumere l’esistenza del pregiudizio (in base al rilievo che una
sopravvivenza di pochi istanti, ad esempio, difficilmente lascia alla
vittima la consapevolezza della propria sorte); e costituisce
certamente un parametro di valutazione del quantum debeatur. Non
costituisce, invece, elemento costitutivo dell’an debeatur.
6.8.2. In secondo luogo, per escludere l’esistenza del danno patito da
Beatrice Ghinea il giudice di merito avrebbe dovuto accertare non già
Corte di Cassazione – copia non ufficialee non solo per quanto tempo sopravvisse, ma avrebbe dovuto
– ) se la sopravvivenza superò le 24 ore, al fine di stabilire se si era
prodotto un danno biologico da invalidità temporanea;
– ) se la vittima conservò coscienza e consapevolezza della propria
sorte, al fine di stabilire se vi fosse stato un danno non patrimoniale
da lucida agonia.