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Timestamp: 2020-02-17 13:13:23+00:00
Document Index: 94352082

Matched Legal Cases: ['art.323', 'art. 97', 'art. 25', 'art. 117', 'art. 323', 'art. 6', 'art. 6', 'art 98', 'art. 97', 'art. 323']

Art. 323 Codice Penale: Abuso d'Ufficio - Scena Criminis
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28 Giugno 2016 da Webmaster Leave a Comment
Il reato di abuso d’ ufficio, ex 323 c.p., è un delitto contro la Pubblica Amministrazione che nel tempo ha subito numerose modifiche, dovute a scelte di politica criminale, sia sul versante del trattamento sanzionatorio che sul quello della tipizzazione della condotta.
Nel 1930 tale reato era punito con la reclusione fino a due anni (per cui il minimo edittale era di appena 15 giorni di reclusione), senza alcuna previsione di aggravanti specifiche.
Con la riforma del 1990, pur lasciando invariata la pena nel massimo di due anni di reclusione, per la nuova ipotesi aggravata ex Comma 2 art.323 c.p., il legislatore ha introdotto il limite massimo di 5 anni di reclusione (nel caso di vantaggio patrimoniale per l’agente abusante) e al contempo ha elevato la pena edittale minima a due anni di reclusione.
Un’ulteriore modifica è stata introdotta nel 1997. Con tale novella la pena base è stata aumentata nel minimo di 6 mesi e nel massimo di 3 anni, con un aumento fino a 1/3 nel caso di caso di danno patrimoniale che sia di particolare gravità .
Con l’attuale trattamento sanzionatorio – introdotto nel 2012 – è stata, infine, prevista la reclusione fino a 4 anni, salvo l’ipotesi aggravata, aumentata fino a 1/3 in caso di danno di particolare gravità.
Da questi continui cambiamenti, si può comprendere la sforzo repressivo del legislatore che ha voluto così garantire il fine del buon andamento della Pubblica Amministrazione (art. 97 Costituzione).
Nel 1990 un intervento di riforma ha modificato il testo normativo, al fine di delineare in modo più chiaro i confini della condotta criminale, in osservanza del principio di determinatezza e precisione della legge ex art. 25/2 Cost.
L’esigenza di sopperire all’indeterminatezza originaria del 323 c.p. era dovuto alla labilità del termine “abuso”, che “autorizzava” il giudice penale ad effettuare veri e propri controlli sugli atti della pubblica amministrazione per riscontrare le ipotesi concrete di abuso.
Per cui, con la riforma del 1990, la condotta diventava penalmente rilevante nel caso in cui l’agente perseguiva un ingiusto vantaggio non patrimoniale per sé o per altri, ovvero quando dalla condotta scaturiva un danno ingiusto per un terzo, con un aggravamento della pena se il vantaggio perseguito era di natura patrimoniale.
La riforma del ’90 quindi puniva il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio per la volontà di prevaricare la sfera privata del terzo, nonché di deviare il potere pubblico per interessi privati (patrimoniali e non).
Nel 1997 si è assistito ad un’ulteriore modifica sostanziale della norma, che ha espunto dall’area del penalmente rilevante il perseguimento del vantaggio non patrimoniale, specificando le modalità di commissione dell’abuso.
Va precisato che il testo in vigore dal 2012 è mutato solo sul piano sanzionatorio, mentre sul piano della condotta nulla è cambiato dal 1997 ad oggi.
Il reato di abuso di ufficio è un reato proprio, il cui soggetto attivo può essere il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio, rispettivamente tipizzati agli artt. 357 e 358 c.p. Nonostante il reato sia proprio, è stata ammessa dalla giurisprudenza la possibilità del concorso del privato in questo reato ex art. 117 c.p. (nel ruolo del cd. Extranues), che cooperi con l’agente nell’emanazione dell’atto amministrativo con cui si perpetua l’illecito (ipotesi classica di collusione). Ovviamente il contributo causale del privato deve essere effettivo e rilevante, non bastando la semplice “richiesta”.
L’atto penalmente rilevante può essere di qualsiasi tipo (provvedimento amministrativo, atti endoprocedimentali, pareri, valutazioni, autorizzazioni, concessioni), purché sia adottato nell’esercizio delle proprie mansioni, come afferma il testo normativo.
E’ un reato di evento in quanto la condotta si consuma nel momento in cui vi è l’ingiusto danno per il privato, oppure quando l’ingiusto vantaggio si realizza. Occorre precisare che dal 1997 deve essere necessariamente patrimoniale. La giurisprudenza ha chiarito anche il significato dell’aggettivo patrimoniale, dato che in prima facie lo si potrebbe interpretare come “prestazione economicamente fungibile”. In realtà con il riferimento al carattere patrimoniale del vantaggio, si è inteso circoscrivere la rilevanza del fatto alle ipotesi in cui l’agente guadagni dall’abuso un vantaggio che può consistere nell’attribuzione di diritti soggettivi a carattere patrimoniale (es. permesso di costruire in zona non edificabile secondo il piano regolatore).
Ulteriore profilo oggettivo richiesto dalla norma è che il vantaggio dell’agente (o lo svantaggio del privato) sia ingiusto, ovvero indebito in quanto senza alcun fondamento giuridico, o perché l’ atto emanato è illegittimo ( 21 octies l. 241/90).
Per cui la condotta dell’abuso di ufficio è connotata da una doppia ingiustizia, in quanto il danno/vantaggio ingiusto è conseguenza di una condotta di per sé contra ius, che viola norme di legge ( anche procedimentali come la 241 del 1990) o di regolamento .
Altra ipotesi rilevante prevista dall’art. 323 c.p. è la violazione dell’obbligo di astensione da parte del pubblico ufficiale, in caso di conflitto di interessi (art. 6 bis l. 241/90, introdotto nel 2012). Il conflitto di interessi si verifica nel momento in cui il pubblico ufficiale (o l’incaricato di pubblico servizio), nell’esercizio delle proprie funzioni, si trovi in una situazione di fatto che lo pone in contrasto con i suoi interessi privati.
La legge 241/90 (legge sul procedimento amministrativo) all’art. 6 bis impone al pubblico ufficiale (o incaricato di pubblico servizio) di astenersi e di segnalare al dirigente ogni situazione di conflitto di interesse, anche potenziale. La ratio di questa norma la si ritrova nel dettato costituzionale all’art 98, secondo cui i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione, in quanto devono garantire un agere imparziale e giusto della P.A. (art. 97 Cost.).
Il reato previsto dal 323 c.p., tuttavia, si consuma con il conseguimento dell’ingiusto vantaggio patrimoniale, che deve essere la vera forza motrice della voluntas criminis. Sicché l’art. 323 è un reato a dolo generico qualificato come “intenzionale” sotto il profilo volitivo. Ciò significa che il privato deve prevedere, volere e compiere atti idonei diretti in modo non equivoco a perseguire il vantaggio patrimoniale ingiusto sanzionato dalla norma.
Per cui è esclusa la configurabilità di questo reato sotto il profilo del dolo eventuale, l’interesse intenzionalmente perseguito deve essere privato e non pubblico (Cassazione sez. III 22/1/13 n.13735).
Su quest’ultimo punto la giurisprudenza ha dibattuto a lungo, ravvisando che spesso vi sono casi limite in cui, oltre all’interesse pubblico, vi è il perseguimento di un interesse privato. Tuttavia, si è affermato che con la locuzione “intenzionalmente” si vuole indicare che una condotta, connotata dalla compresenza di interesse pubblico e privato, difetta del dolo intenzionale, sicché il fatto sarebbe penalmente rilevante solo nel caso in cui si riesca a provare che l’interesse privato sia stato prevalente nelle finalità del comportamento dell’agente, tale da spingerlo a compiere l’abuso ed eclissare il pubblico fine predeterminato dalla legge. ( Cassazione sez. II 5/5/ 2015 n 230199).