Source: http://www.edscuola.eu/wordpress/?p=123491
Timestamp: 2020-02-25 15:23:40+00:00
Document Index: 124597992

Matched Legal Cases: ['art. 572', 'art. 571', 'art. 40', 'art. 331', 'art. 571', 'art.28', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 572', 'art. 571']

Presunti maltrattamenti a scuola: aumentano di 14 volte in 6 anni, legame con età docenti. Soluzione è nel dirigente | Edscuola
Il fenomeno dei presunti maltrattamenti a scuola (PMS) non è ancora stato studiato nel tempo e necessita di una riflessione critica almeno nel medio periodo. Disponendo oggi di una serie di dati, relativi agli ultimi sei anni, possiamo approfondirne la natura e le caratteristiche dei PMS proponendo un ragionamento strutturato, prodromico alla soluzione del problema.
Sono stati analizzati i casi di PMS, nel periodo 2014-2019, occorsi a livello prescolare e scolastico negli asili nido comunali, nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole primarie statali. Sono state invece escluse dal conteggio tutte le strutture private non paritarie in quanto adottanti sistemi di selezione, assunzione e formazione del personale affatto differenti. Si sono così potuti valutarenell’ordine: i casi di PMS; i docenti coinvolti stratificati per sesso ed età; la tipologia dei denuncianti; l’appartenenza degli inquirenti; il tipo di reato ipotizzato; i tempi medi di posizionamento delle telecamere per le audiovideointercettazioni (AVI); la sede geografica della scuola e il suo decentramento; la media dell’anzianità di servizio dei docenti. Per i tempi lunghi dei procedimenti penali non si sono potuti ancora raccogliere e valutare dati significativi riguardanti gli esiti dei processi in quanto solo un numero esiguo ha ultimato l’iter giudiziario (si ricordi a titolo di esempio che i più famosi processi alle maestre di Brescia e di Rignano Flaminio sono giunti a conclusione – con assoluzione in Cassazione – dopo 8 anni di giudizio e imponenti spese). Da ultimo è stata effettuata la medesima analisi, con motori di ricerca, utilizzando specifiche parole chiave inglesi (pupils, children, student, mistreatment at school) per valutare l’incidenza del fenomeno negli altri Paesi UE ed extra-UE.
Complessivamente i casi di PMS individuati nel periodo in esame sono stati 137 per un totale di 255 docenti indagati (249 F e 6 M) ripartiti nel seguente ordine di scuola: 16 nidi comunali; 85 scuole dell’infanzia; 36 scuole primarie. Dal 2014 a oggi, le indagini di PMS aumentano di 14 volte.
Nel Nord del Paese si sono verificati 41 casi di PMS (30%), mentre 35 (25%) hanno avuto origine al Centro, infine 61 (45%) al Sud e nelle Isole. La maggior parte dei casi (97) si è verificata nei paesi di provincia, mentre la restante ha avuto luogo all’interno dei centri urbani (40).
In 125 casi (92%) sono stati i genitori a sporgere denuncia direttamente all’Autorità Giudiziaria (A.G.), mentre in 12 casi (8%) sono stati i colleghi, i collaboratori scolastici e il dirigente scolastico (4 casi per ciascuna delle tre tipologie di denuncianti).
Il reato ipotizzato risulta essere per 125 casi (92%) quello di maltrattamenti (art. 572 cp) e 12 volte (8%) quello di abuso dei mezzi di correzione (art. 571 cp). La durata media dei tempi di AVI con telecamere è di 45 giorni con un minimo di 15 giorni fino a un massimo di 3 mesi. Le Forze dell’Ordine che hanno raccolto le denunce ed eseguito le indagini appartengono all’Arma dei Carabinieri (64%) e alla Polizia di Stato (28%), mentre in misura del tutto trascurabile alla Guardia di Finanza (4%), alla Polizia Municipale (3%) e alla Polizia Postale (1%).
Tra i dati più significativi rientra l’età media dei docenti inquisiti che rimane stabile tra i 54 e i 57 anni per tutti i sei anni di osservazione.
Dei 137 casi di indagine per PMS, 71 (52%) hanno visto contemporaneamente coinvolta più di una maestra, mentre 66 (48%) sono stati gli interventi su di un singolo docente. Mentre non è dato sapere
– sempre che ve ne siano – quante sono le indagini che vengono archiviate pur essendo stata disposta e autorizzata l’attività di AVI, possiamo tranquillamente affermare che il ricorso alle telecamere nascoste aumenta sensibilmente il rischio di coinvolgere altri docenti (sui quali spesso non grava peraltro alcuna denuncia) che lavorano a contatto con quelli denunciati. In altre parole, appare del tutto evidente l’influenza della “pesca a strascico” realizzata con le intercettazioni.
Distribuzione dei PMS. La scuola dell’infanzia risulta essere la realtà in cui si ha il maggior numero di PMS (62%), mentre nella primaria il numero è sensibilmente minore (26%) nonostante il più alto numero di istituti e il ciclo scolastico più lungo (5 anni vs 2/3). Mentre conosciamo i dati dei PMS che danno origine a un procedimento giudiziario, non ci è dato di sapere – come detto – il numero di denunce complessivo dei procedimenti archiviati. I casi di PMS sembrano essere distribuiti nel Paese con una netta prevalenza nel Sud e Isole soprattutto col trascorrere degli anni: 30% al Nord; 24% al Centro; 46% al Sud e Isole. Il fenomeno sembra inoltre prediligere la realtà di provincia (65%) rispetto a quella urbana (35%).
Nel periodo in esame il numero di casi d’indagine per PMS è raddoppiato dal 2014 al 2015 ed addirittura triplicato dal 2015 al 2016 mentre, nel biennio successivo (2017-2018), è risultato sostanzialmente stabile mantenendosi sui valori di picco raggiunti proprio nel 2016. Dal 2018 al 2019 si è invece registrato un’esplosione del fenomeno superiore al 100%. Diverso è l’andamento del numero delle maestre coinvolte (248 in totale): nel primo biennio stabile (2014-2015), nel secondo (2016-2017) quasi triplicato, nel 2018 presenza di un ulteriore aumento del 30% del numero degli indagati. Nonostante il 2018 avesse fatto registrare il record assoluto di maestre inquisite, nel 2019 si è avuto un’impennata dei casi col raddoppio delle maestre indagate. Dispiace constatare che, nonostante il fenomeno sia in vertiginosa crescita (+ 104% rispetto all’anno precedente), la risposta istituzionale è ancora ferma all’inutile diatriba sull’introduzione delle telecamere nelle scuole.
Autori delle denunce di PMS. Discussione a parte meritano le tipologie di persone che sporgono denuncia di PMS all’A.G. Se i genitori ne rappresentano la maggior parte (92%), assolutamente
irrisoria è la percentuale dei colleghi (docenti 4%) o dei collaboratori scolastici (personale ATA 2%) o del dirigente scolastico (2%) che effettuano le denunce. È forse questo il dato più sorprendente in assoluto che occorre spiegare compiutamente. Se un genitore avesse di che lamentarsi per un qualche motivo (tanto più se riguardante l’incolumità del figlio piccolo) potrebbe in prima istanza rivolgersi al docente stesso e, se insoddisfatto, in seconda battuta, al dirigente scolastico tra le cui incombenze rientrano la vigilanza e la tutela dell’incolumità della piccola utenza. Non possiamo sapere se i tanti genitori che hanno denunciato i docenti sono prima passati dall’ufficio del dirigente, ma possiamo affermare che, se così fosse avvenuto, a giudicare dai risultati, costoro non avrebbero trovato soddisfazione. Che il dirigente scolastico costituisca il nodo nevralgico del sistema lo testimoniano due circostanze aggiuntive inoppugnabili: 1) nessuno meglio del dirigente stesso conosce il sistema educativo-scolastico-pedagogico in cui la scuola opera; 2) nel sistema inglese una qualsiasi denuncia contro i docenti deve essere sempre accompagnata da un verbale di colloquio col dirigente, recante i tentativi esperiti dal preside per porre rimedio alla situazione. Del tutto unica, e fortunatamente minoritaria, è infine la situazione in cui lo stesso dirigente si reca all’A.G. a sporgere denuncia in caso di PMS, non ritenendo di propria competenza nemmeno l’effettuazione di una verifica e sottraendosi alle proprie mansioni (2° c art. 40 cp), rifugiandosi altresì nell’obbligo di legge che lo costringerebbe a denunciare una notizia di reato (art. 331 cpp). Considerato che le ipotesi di reato (maltrattamenti nell’85% dei casi e abuso dei mezzi di correzione nel 15%) non hanno mai riguardato ferite gravi o fatti di sangue, non è peregrino ritenere che la scelta dell’ipotesi di reato da parte del PM sia in buona parte dettata dal fatto che l’attività di AVI è consentita dalla legge unicamente qualora vi siano gravi indizi di reato. Se infatti il massimo edittale del reato ipotizzato supera i cinque anni di reclusione, il PM può chiedere al GIP l’autorizzazione per ricorrere all’uso delle intercettazioni, mentre il solo abuso dei mezzi di correzione (art. 571 c.p.) non sufficiente. Dal canto loro i dirigenti avrebbero sempre dovuto esercitare il loro mandato a vigilare, verificare, controllare e, se del caso, intervenire per cercare di trovare una soluzione, evitando cosìalla piccola utenza di rimanere esposta a eventuali e ulteriori angherie a causa dei necessariamente lunghi tempi d’indagine1. A fronte di detta situazione, nei 137 casi d’indagine per PMS, il dirigente scolastico è stato sorprendentemente chiamato a rispondere per inadempienza per sole 11 volte (8%), a riprova del fatto che l’Autorità Giudiziaria non sembra comprendere le reali responsabilità in capo al dirigente. È pur vero che molti dirigenti scolastici possiedono numerosi plessi, sparsi sul territorio e difficili da seguire, e spesso sono anche titolari di una o più reggenze, tuttavia la vigilanza sull’incolumità dei minori non può venire mai meno e può essere espletata avvalendosi dell’aiuto di vicari, vicepresidi o collaboratori del dirigente stesso.
Età anagrafica e anzianità di servizio degli indagati. Vale ora la pena affrontare la questione dell’età dei docenti denunciati, rammentando che è da poco stata riconosciuta come “usurante” la professione delle maestre della scuola dell’infanzia. La loro età media è decisamente alta (56,4 anni), mentre sono 3% i casi sotto i 40 anni, 15% i casi sotto i 50 anni, rispettivamente 48% e 34% i casi sotto e sopra i 60 anni. È evidente la progressione dei casi di PMS con l’aumentare dell’età e del numero delle cosiddette maestre-nonne. Il fenomeno va di pari passo con l’anzianità di servizio di cui però non sono disponibili i dati (comunque facilmente desumibili) tenendo in considerazione, tra le numerose variabili, anche i precedenti meccanismi di assunzione che non prevedevano l’obbligo della laurea per la scuola dell’infanzia. I suddetti accorgimenti inducono a ritenere, come cauta stima, un’anzianità di servizio media di 33 anni circa.
L’usura psicofisica del lavoratore aumenta progressivamente col trascorrere degli anni lavorati e deve essere monitorata nonché prevenuta a norma di legge (art.28 DL 81/08). Ancora una volta è chiamato in causa il dirigente scolastico che è, a tutti gli effetti, equiparato al datore di lavoro nonché responsabile di monitoraggio e prevenzione dello Stress Lavoro Correlato dei docenti. Il DL 81/08 però non è stato finanziato dall’Istituzione, né la stessa ha attivato forme di controllo e verifica circa la sua applicazione, pertanto la prevenzione della salute professionale a scuola resta lettera morta. Anziché porre riparo alle suddette (gravi) inadempienze (si pensi inoltre che il T.U. per la tutela della salute dei lavoratori ha superato i 12 anni di vita restando inapplicato a scuola), il legislatore ha riformato la previdenza “al buio”, prescindendo cioè dai dati di salute professionale della categoria docente. Il grafico soprastante sembra indicare inequivocabilmente che le denunce per PMS aumentano col progredire dell’età e dell’anzianità di servizio. Viene così definitivamente a cadere l’ipotesi che i PMS hanno luogo per una innata “indole malvagia” delle maestre anziché per sfinimento e logorio psicofisico professionale. Se la causa di tutto fosse infatti “l’indole malvagia” del docente, avremmo un’età media molto più bassa perché l’insegnante sarebbe “cattivo” coi bimbi fin dall’inizio della sua attività e per tutto il tempo restante. Anche nel caso che il PMS traesse origine da problemi di natura medico-sanitaria, il dirigente è dotato di appositi strumenti d’intervento sul singolo docente quali l’affiancamento, l’indagine ispettiva, l’accertamento medico d’ufficio nonché il ricorso all’immediata sospensione cautelare, in caso di imminente pericolo, a tutela del lavoratore e della stessa utenza (DPR 171/11). Tuttavia, la totale assenza di formazione dei dirigenti sulle loro incombenze medico-legali – fin dalla fase del concorso per entrare in ruolo – tende a vanificare l’utilità dei suddetti strumenti. In nessuno dei 248 docenti indagati, il dirigente scolastico ha adottato un provvedimento urgente e immediato di sospensione cautelare in vista di un accertamento medico d’ufficio (DPR 171/11). Questo dato–di per sé inaudito–può essere statodeterminato prevalentemente da quattro ragioni: 1) il preside non era a conoscenza dei fatti (elemento di per sé grave per mancata o insufficiente vigilanza); 2) ha gestito la situazione prediligendo una “insabbiatura” della questione, magari “a tutela del buon nome della scuola”; 3) non ricorre ai succitati provvedimenti per timore di denunce per mobbing; 4) non conosce i propri compiti medico-legali, né gli strumenti per farvi fronte. Ricordiamo infine che il legislatore, affida al dirigente scolastico (Art. 3 DPR 171/11) il difficile compito di riconoscere “quelle situazioni in cui il lavoratore presenti disturbi del comportamento gravi, evidenti e ripetuti ovvero condizioni fisiche che fanno fondatamente presumere l’esistenza dell’inidoneità psicofisica al servizio”.
Telecamere e audiovideointercettazioni (AVI). Pur essendo invocate da molti (inclusa la maggioranza assoluta dei docenti) le telecamere sono uno strumento di prevenzione secondaria e presentano numerosi limiti. La prima questione riguarda i tempi di registrazione: questi non sono né contingentati, né predefiniti, quasi che la “pesca a strascico” fosse lo strumento principe per la ricerca di prove che vanno trovate a ogni costo. La durata media delle intercettazioni si attesta intorno ai 45 giorni. L’utilizzo delle AVI presenta numerosi altri limiti: la sola selezione avversa delle immagini; la realizzazione di trailer a senso unico con “progressivi” negativi; la decontestualizzazione degli episodi; la drammatizzazione delle trascrizioni da parte di non-addetti-ai-lavori che nulla sanno e conoscono di educazione-insegnamento-pedagogia-sostegno alla disabilità in ambiente scolastico.
Ricerca dei PMS negli altri Paesi (parole chiave usate nella ricerca: “pupil, children, student mistreatment at school”). Per verificare la consistenza del fenomeno dei PMS nel mondo è stataeffettuata una ricerca analoga alla presente per individuare articoli, studi e pubblicazioni sull’argomento. Il motore di ricerca ha dapprima curiosamente ribaltato i termini della questione, evidenziando come il vero problema sia costituito dal fenomeno opposto (cioè la violenza degli studenti nei confronti degli insegnanti). In seconda battuta ha individuato veri e propri studi scientifici sui PMS solamente in alcuni Paesi in Via di Sviluppo (Uganda-2018, Cambogia-2017, India 2019). Tra gli articoli evidenziati si trovano due soli link relativi ad altrettanti episodi di PMS: in Nuova Guinea a Auckland e nel New Jersey (US). Spicca invero l’assenza di articoli e studi nei Paesi della UE. Va tuttavia ricordato, come anzidetto, che vi sono Paesi che hanno adottato accorgimenti snelli e funzionali per poter tutelare tempestivamente la piccola utenza senza dover attendere i tempi farraginosi di un’azione legale. Per sporgere una denuncia all’Autorità Giudiziaria (AG) in UK occorre infatti prima presentare un verbale di colloquio attestante l’investitura del dirigente scolastico del problema, e le relative contromisure per farvi fronte con i risultati conseguiti. Il metodo utilizzato in UK è affatto identico a quello ante 2014 seguito in Italia quando il dirigente scolastico rispondeva della tutela della incolumità degli alunni. Anni in cui, a differenza di oggi, il preside non veniva cortocircuitato dai genitori attraverso il ricorso diretto all’AG. Appare pertanto indispensabile che i dicasteri di Istruzione e Giustizia ristabiliscano un modus operandi risolutivo, efficace e tempestivo che eviti di amplificare il problema e accrescere la sfiducia delle famiglie nell’Istituzione scolastica. La Scuola ha tutta la conoscenza e gli strumenti per risolvere in proprio (come ha fatto negli anni precedenti a questa ricerca) il fenomeno dei PMS, in modo che la Giustizia possa liberare persone e risorse per altri interventi irrinunciabili.
Il fenomeno dei PMS in Italia è in evidente crescita ed è verosimilmente legato anche all’elevata età anagrafica dei docenti italiani (forse un primo effetto Monti-Fornero?), nonché alla loro anzianità di servizio. Le riforme previdenziali “al buio”, operate negli ultimi 28 anni, hanno ribaltato radicalmente la situazione e le timide contromosse (vedi “APE social”, “opzione donna”, “Quota 100”) non sono sufficienti a tamponare gli effetti di una professione riconosciuta psicofisicamente usurante solo a chi insegna nella scuola dell’infanzia, negando immotivatamente lo stesso riconoscimento a tutti gli altri docenti.
Contrariamente a quanto si poteva immaginare, la risposta giudiziaria non sembra essere la soluzione adeguata al problema – che ha semmai contribuito a ingigantire – per i tempi troppo lunghi che richiedono le indagini e per i metodi (AVI) utilizzati da inquirenti non-addetti-ai-lavori, che si trovano per giunta a operare in un ambiente particolare e delicato quale quello scolastico.
Si provvede a stilare di seguito una lunga lista – che sarà discussa in altra sede – contenente la sintesi dei limiti dell’intervento giudiziario nella scuola.
Inquirenti-non-addetti-ai-lavori (la giustizia non si intende di scuola)
Privazione del diritto alla riservatezza sul posto di lavoro (art. 4 Statuto dei Lavoratori) poichési tratta a tutti gli effetti di un’indagine professionale
Cortocircuitazione del Dirigente Scolastico da parte di genitori e A.G.
Ricerca della prova privilegiata rispetto a prevenzione primaria del reato
Tempi di indagine lunghi (mesi) prima di intervenire e costi altissimi per la comunità
Pochissime indagini (4%) sono state effettuate senza telecamere e l’unico caso andato a sentenza si è risolto con un’assoluzione
Non è previsto alcun contingentamento a priori dei tempi per le AVI (modalità nota come “pesca a strascico”) e questo sistema, attraverso i continui rinnovi di autorizzazioni del GIP alle intercettazioni, influisce grandemente sull’esito delle indagini
Intervento intempestivo dell’A.G. vs possibile azione immediata del Dirigente Scolastico (DS)
Prolungata esposizione minori a eventuali vessazioni, intimidazioni, violenze maestra
Selezione avversa ed estrapolazione degli episodi dalle AVI
Decontestualizzazione degli agiti contestati che non hanno né un “prima”, né un “dopo”
Drammatizzazione trascrizioni degli episodi contestati da inquirenti non-addetti-ai-lavori
AVI contestate sempre inferiori allo 0,1-0,4% delle intercettazioni totali
Nessun peso attribuito al restante 99,9-99,6% ritenuto professionalmente appropriato
Nessun giudice visiona mai per intero le AVI nonostante esplicite sentenze Suprema Corte
Criteri di sistematicità e abitualità dei maltrattamenti arbitrari e senza visione totale delle AVI
Denunce genitori su de relato figli minori non scolarizzati la cui attendibilità è da verificare
Ricorso ad audizioni protette di minori con rischio di far rivivere loro un trauma, sapendo di dover saggiare attendibilità e condizionamento di genitori suggestionati da gruppi WA e mass-media
Gogna mediatica per indagato (sempre incensurato) e famiglia con rischio salute, vita etentati suicidi (a oggi si riconoscono due decessi prematuri e alcuni tentati suicidi di maestre)
Costituzione di parte civile di genitori, Comuni e associazioni alla ricerca di elevati (in talunicasi di alcune centinaia di migliaia di euro) quanto improbabili indennizzi da parte di maestre che vivono del solo stipendio, spesso dimezzato per la sospensione dall’incarico.
Il cosiddetto “reato di violenza assistita”, i cui eventuali effetti sul minore non devono essere dimostrati, né certificati, offre a tutti i genitori degli alunni della classe di ottenere un risarcimento anche se il loro figlio non è stato fatto oggetto di maltrattamenti.
Frequente dimenticanza delle responsabilità medico-legali del DS (tutela salute docenti e incolumità alunni) nella vicenda.
Spettacolarizzazione dei casi attraverso i mass-media (spesso con ricorso a immaginiestrapolate o di repertorio) finalizzata al clamore e conseguente gogna mediatica
Nessuna distinzione, da parte dell’art. 572, tra educazione in ambito familiare ed educazione impartita a scuola che è considerato ambiente parafamiliare (di gruppo anziché individuale, con diversa educazione, provenienza, etnia, religione, abitudini, condizioni sociali, abilità individuali…)
Di fronte a un’ipotesi di reato di abuso dei mezzi di correzione (art. 571 cp) non risulta tuttavia esplicitamente codificato un elenco ufficiale e condiviso dei mezzi di correzione leciti e legittimi. Pertanto, in assenza di una lista bianca e una lista nera dei mezzi di correzione, lo spaesamento di inquirenti e giudici non-addetti-ai-lavori non può che essere generale ed esitare in sentenze tra loro fortemente disomogenee.
Le sentenze di condanna a oggi emesse in primo grado o in appello oscillano tra un minimo di 20 giorni di condanna e un massimo di 4 anni e 8 mesi, con una media di 1 anno e due mesi. Siamo ben lungi dal massimo edittale di 7 anni del reato per maltrattamenti e sempre al di sotto dei anni che inducono a definire “grave” un reato consentendo al PM di ricorrere all’uso delle AVI previa autorizzazione del GIP.
La tutela della piccola utenza necessita di risposte tempestive che solo un dirigente scolastico preparato può garantire, senza dover attendere i tempi lunghi di una denuncia, lo svolgimento di indagini o l’adozione di un provvedimento interdittivo. Se in tutti questi anni non si è verificato, finora, un fatto “gravissimo o di sangue” a danno dei piccoli (come quelli che avvengono in famiglia tanto per essere espliciti), lo dobbiamo più alla buona sorte che alla tempestività dei nostri interventi, all’irrilevanza del problema o all’attività di prevenzione svolta a tutela della salute professionale dei docenti.
Se quindi il problema non risiede nell’indole perversa di pochi insegnanti, ma piuttosto nell’usura psicofisica professionale, occorre che il legislatore riveda tutti i punti fin qui trascurati quali la previdenza, il riconoscimento e la prevenzione delle malattie professionali degli insegnanti infineun’adeguata formazione dei dirigenti sui loro doveri. Perché invece, di fronte al problema serio e crescente dei PMS, le istituzioni tacciono anziché attivare immediatamente un tavolo interministeriale MPI-MGG e adottare soluzioni efficaci? La soluzione giudiziaria non solo si è rivelata fallimentare ma – come detto e dimostrato – ha ingigantito a dismisura il fenomeno dei PMS (le indagini sono aumentate 14 volte in 6 anni e sono state del tutto intempestive rispetto all’eventuale urgenza nella tutela dei piccoli). La scuola non necessita di interventi esterni, ma deve riguadagnare autorevolezza al suo interno. Questa promana da dirigenti scolastici preparati e competenti su quelle incombenze medico-legali ignorate dalle stesse istituzioni persino in sede concorsuale. Un MPI che trascura la formazione dei propri dipendenti, che assiste in pavido silenzio all’invasione della giustizia nelle scuole e che abbandona le maestre a un’opinione pubblica forcaiola, non può che raccogliere a piene mani la sfiducia delle famiglie oggi sempre più inadeguate e sole nel difficile compito di crescere le nuove generazioni.
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