Source: https://www.feliceraimondo.it/brexit-lo-stato-dellarte-e-le-implicazioni-per-il-mondo-del-calcio/
Timestamp: 2020-04-05 16:59:45+00:00
Document Index: 67858920

Matched Legal Cases: ['art. 50', 'art. 50', 'art. 50', 'e contrario', 'art. 50', 'sentenza ', 'art. 50', 'art. 19']

Brexit: lo stato dell’arte e le implicazioni per il mondo del calcio. – Avvocato Felice Raimondo
Brexit: lo stato dell’arte e le implicazioni per il mondo del calcio.
10 Novembre 2019 In Diritto Sportivo, News
Sentiamo parlare spesso di “Brexit”, ossia dell’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, ma qual è lo stato dell’arte e quali possono essere le conseguenze nel mondo del calcio? Scopriamolo insieme, grazie anche alle informazioni apprese sul sito della Camera dei Deputati.
Quadro fattuale e stato dell’arte.
Possibili esiti della Brexit.
Conseguenze di una eventuale uscita del Regno Unito senza accordo (c.d. hard brexit o no deal).
Cosa cambierà nel mondo del calcio dopo la Brexit.
Il Consiglio europeo, sulla base della richiesta del Regno Unito, ha approvato il 28 ottobre 2019, con procedura scritta, la decisione con la quale si proroga ulteriormente il periodo ex art. 50 del Trattato sull’Unione europea (TUE) dal 31 ottobre 2019 al 31 gennaio 2020 per consentire maggior tempo per la ratifica dell’Accordo di recesso da parte del Regno Unito. La decisione prevede che nel caso in cui l’Accordo di recesso sia stato ratificato da entrambe le parti, il recesso del Regno Unito possa anche avvenire prima del 1° febbraio 2020, nelle date del 1° dicembre 2019 o del 1° gennaio 2020.
Sempre il 28 ottobre, il Consiglio europeo ha approvato una dichiarazione che:
esclude la riapertura di negoziati sull’Accordo di recesso in futuro;
indica che fino alla data di recesso il Regno Unito rimane uno Stato membro dell’UE, con tutti i diritti e le obbligazioni, compresa quella di indicare un candidato per la carica di membro della Commissione europea (la Presidente eletta, Ursula von der Leyen, ha inviato il 6 novembre scorso una lettera al Primo ministro, Boris Johnson, nella quale si invita il Governo del Regno Unito a designare un candidato alla carica di membro della Commissione europea, possibilmente donna, per rispettare l’equilibrio di genere nella composizione della Commissione. Si ricorda che il Governo del Regno Unito aveva rinunciato a designare un candidato per la Commissione europea, nella convinzione di poter perfezionare il recesso dall’UE entro il 31 ottobre 2019, prima dell’insediamento della nuova Commissione europea, previsto il 1° novembre, ma attualmente slittato almeno al 1° dicembre 2019, per il rigetto dei candidati di Francia, Romania e Ungheria da parte del Parlamento europeo);
impegna il Regno Unito ad astenersi da misure che potrebbero mettere in pericolo raggiungimento dei compiti dell’UE, in particolare nel processo decisionale dell’UE;
Si ricorda che i nuovi testi dell’ Accordo di recesso del Regno Unito dall’UE e della dichiarazione politica che definisce il quadro delle future relazioni tra l’Unione europea e il Regno Unito sono stati approvati – in esito alla riapertura di negoziati sui testi già in precedenza negoziati dal Governo del Regno Unito, presieduto da Theresa May, e dall’UE, il 14 novembre 2018 – dal Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre 2019. Il Primo Ministro del Regno Unito, Boris Johnson, aveva infatti presentato il 2 ottobre 2019 delle nuove proposte volte a sostituire la clausola di backstop relativa al confine tra Irlanda e Irlanda del Nord (che era stata concordata nell’Accordo di recesso del novembre 2018), che però presentavano vari profili problematici per l’UE, con particolare riferimento alla questione del confine doganale tra Irlanda e Irlanda del Nord ed al diritto di vero da parte dell’Assemblea dell’Irlanda del Nord sull’entrata in vigore e sul mantenimento delle norme volte a sostituire la clausola di backstop. I negoziati, dopo un iniziale stallo, si sono poi riaperti grazie ad una ulteriore modifica delle posizioni negoziali del Regno Unito ed al raggiungimento di un compromesso tra le parti. Si ricorda che, in precedenza, la House of Commons ha respinto tre volte il testo dell’Accordo di recesso che era stato negoziato dal Governo presieduto da Theresa May (il 15 gennaio, 12 e 29 marzo 2019).
Il testo dell’Accordo di recesso e della dichiarazione politica da ultimo negoziati dovranno essere approvati dal Parlamento del Regno Unito e, successivamente, dal Consiglio dell’UE, a maggioranza qualificata rafforzata (almeno il 72% dei membri del Consiglio dell’UE che rappresentino almeno il 65 % della popolazione dell’UE) e dal Parlamento europeo.
La House of Commons il 19 ottobre 2019 ha sospeso l’approvazione dell’Accordo di recesso fintanto che non sia stato adottato il Withdrawal bill, che è il disegno di legge volto rendere efficace l’Accordo di recesso nell’ordinamento del Regno Unito e, successivamente, il 22 ottobre, ha approvato in seconda lettura il Withdrawal Bill, ma immediatamente dopo ha respinto la mozione del Governo volto ad accelerarne l’esame parlamentare in vista della scadenza del 31 ottobre. Il Governo del Regno Unito, valutata l’impossibilità di concludere l’esame parlamentare del Withdrawal Bill entro il 31 ottobre, ne ha chiesto la sospensione. Infine, il 29 ottobre 2019 House of Commons ha approvato la mozione presentata dal Governo volta a indire le elezioni generali il 12 dicembre 2019.
Si ricorda che l’Accordo di recesso contiene norme volte a garantire una uscita ordinata del Regno Unito dall’UE, e richiede per la sua entrata in vigore esclusivamente l’approvazione da parte dell’UE (da parte del Consiglio dell’UE, che delibera a maggioranza qualificata, previa approvazione del Parlamento europeo) e del Regno Unito.
La Dichiarazione sul quadro delle future relazioni è volta, invece, ad impegnare le parti nell’ambito dei negoziati di un futuro accordo sulle relazioni tra UE e Regno Unito, che potranno essere avviati solo dopo che il Regno Unito sarà diventato un Paese terzo e per la cui entrata in vigore, trattandosi di un accordo di natura mista, che riguarda non solo competenze dell’UE, ma anche degli Stati membri dell’UE, sarà necessaria, a differenza dell’accordo di recesso, la ratifica di ciascuno Stato membro secondo le rispettive norme costituzionali.
Michel Barnier è stato invitato a presiedere anche la task force della Commissione europea incaricata di coordinare i negoziati per il futuro accordo tra UE e Regno Unito in quando Stato terzo. Ai sensi dell’art. 50 del Trattato sull’Unione europea (TUE), il processo di uscita del Regno Unito dall’UE si sarebbe dovuto concludere entro due anni dalla notifica formale del processo di recesso dall’UE del Regno Unito avvenuta il 29 marzo 2017 e, quindi, il 29 marzo 2019. L’articolo 50 del TUE prevede che, trascorso il periodo di due anni dalla notifica del recesso ovvero il periodo della proroga senza che un accordo di recesso sia entrato in vigore e in mancanza di un’ulteriore proroga, i Trattati cessino di essere applicati allo Stato recedente (scenario cd. no deal).
Il Consiglio europeo, avvalendosi della possibilità prevista dall’art. 50 del TUE, che non prevede limiti al numero e alla durata delle proroghe, aveva già concesso, su richiesta del Regno Unito, due proroghe del termine di due anni previsto dal sopracitato articolo. In particolare, il 21 marzo 2019 ha prorogato tale termine fino al 22 maggio 2019, e poi il successivo 11 aprile 2019 ha concesso un’ulteriore proroga fino al 31 ottobre 2019.
Le modifiche all’Accordo di recesso firmate in data 17 e 18 ottobre 2019, rispetto al testo dell’Accordo di recesso negoziato da UE e Regno Unito il 14 novembre 2018 ed approvato dal Consiglio europeo il 25 novembre 2018, hanno riguardato esclusivamente il Protocollo relativo all’Irlanda e l’Irlanda del Nord, che prevede una soluzione giuridicamente operativa volta ad evitare una frontiera fisica sull’isola d’Irlanda, tutelando l’economia dell’intera isola e l’accordo del Venerdì santo (accordo di Belfast) e al tempo stesso salvaguardando l’integrità del mercato unico dell’UE. Gli altri elementi dell’Accordo di recesso (in particolare le disposizioni sui diritti dei cittadini, la liquidazione finanziaria dovuta dal Regno Unito e quelle relative al periodo transitorio fino al 31 dicembre 2020) restano inalterati, riprendendo le disposizioni dell’Accordo di recesso già concordato tra UE e Regno Unito nel novembre 2018.
Al momento si prospettano i seguenti scenari:
approvazione dell’Accordo di recesso e della Dichiarazione politica sul quadro delle future relazioni tra UE e Regno Unito, approvati dal Consiglio europeo del 17 e 18 ottobre 2019, da parte del nuovo Parlamento che si insedierà successivamente alle elezioni generali del 12 dicembre 2019;
uscita del Regno Unito dall’UE senza accordo entro il 31 gennaio 2020. Michel Barnier – che presiederà anche la task force incaricata di negoziare il futuro accordo di libero scambio tra UE e Regno Unito – ha indicato lo scorso 30 ottobre che, anche nell’eventualità della ratifica dell’Accordo di recesso del Regno Unito entro il prossimo 31 gennaio, il periodo transitorio (previsto dall’entrata in vigore dell’Accordo di recesso fino al 31 dicembre 2020) potrebbe essere insufficiente per negoziare un accordo di libero scambio tra UE e Regno Unito e – nel caso in cui il Governo del Regno Unito fosse contrario ad sua una estensione (possibile con accordo tra le parti una sola volta, per un periodo massimo di altri due anni) si potrebbe riproporre allo scadere del periodo transitorio il 31 dicembre 2020 una situazione sostanzialmente analoga a quella di una uscita del Regno Unito senza accordo;
eventuale ulteriore proroga del termine ex art. 50, da parte del Consiglio europeo ( da conseguire all’unanimità) rispetto alla scadenza del 31 gennaio 2020, per consentire eventuale convocazione di un secondo referendum nel Regno Unito (per il quale è stimato un tempo minimo di 12 settimane per la sua organizzazione);
revoca unilaterale da parte del Regno Unito della decisione di recedere dall’UE in caso di esito del referendum favorevole al remain.
La Corte di giustizia dell’UE, nell’ambito del procedimento C-621/18, ha emesso il 10 dicembre 2018 una sentenza con la quale ha stabilito che il Regno Unito può decidere, unilateralmente, di revocare la sua decisione di recedere dall’Unione europea, prima dell’entrata in vigore dell’accordo di recesso o prima della scadenza dei due anni prevista dall’art. 50 del Trattato sull’Unione europea o di una sua eventuale proroga. La Corte ha previsto che tale revoca deve essere decisa sulla base di un processo democratico e in accordo con le norme costituzionali nazionali.
Preparativi dell’UE per una eventuale uscita del Regno Unito senza accordo (c.d. hard brexit o no deal).
La Commissione europea ha promosso preparativi per adeguarsi a tutte le implicazioni possibili a livello di Istituzioni dell’UE, Istituzioni nazionali, regionali e locali e soprattutto da parte degli operatori economici e dei soggetti privati. Su proposta della Commissione europea, l’UE ha già adottato una serie di proposte legislative volte a fare fronte ad una eventuale uscita senza accordo nelle seguenti aree prioritarie: disposizioni relativi ai diritti di residenza dei cittadini e agli obblighi di visto; servizi finanziari; trasporti aerei; dogane e regolamentazione sanitaria e fitosanitaria; clima. La Commissione ha indicato che, in caso di uscita senza accordo, il Regno Unito diventerà un paese terzo senza regime transitorio. Da quel momento tutto il diritto primario e derivato dell’UE cesserà di applicarsi al Regno Unito e non vi sarà il periodo di transizione previsto dall’accordo di recesso, il che ovviamente causerà notevoli disagi ai cittadini e alle imprese. In questo scenario, le relazioni del Regno Unito con l’UE saranno disciplinate dal diritto pubblico internazionale generale, che comprende le norme dell’Organizzazione mondiale del commercio. L’UE sarà tenuta ad applicare immediatamente la propria normativa e le proprie tariffe alle frontiere con il Regno Unito, inclusi i controlli e le verifiche del rispetto delle norme doganali, sanitarie e fitosanitarie e la verifica di conformità alle norme dell’UE. Nonostante i preparativi delle autorità doganali degli Stati membri, i controlli potrebbero causare importanti ritardi alla frontiera. Inoltre, i soggetti del Regno Unito non potranno più essere ammessi a beneficiare delle sovvenzioni dell’UE e a partecipare alle procedure di aggiudicazione degli appalti dell’UE secondo le attuali modalità. Analogamente, i cittadini britannici non saranno più cittadini dell’Unione europea, e saranno sottoposti a controlli supplementari quando attraversano le frontiere nell’UE. Anche in questo ambito gli Stati membri hanno effettuato importanti preparativi nei porti e negli aeroporti per garantire la maggiore efficienza possibile dei controlli, ma potranno comunque verificarsi dei ritardi.
Alla luce di quanto affermato, gli impatti della Brexit nel mondo del calcio potrebbero essere devastanti. L’uscita dall’Unione Europea (UE) e dall’Area Economica Europea (EEA), infatti, causerà delle conseguenze pesantissime nei rapporti commerciali con gli altri Stati ed anche il mondo del lavoro ne risulterà penalizzato dato che la libera circolazione dei lavoratori, principio cardine della UE, non si applicherà al Regno Unito. Già, perché la Gran Bretagna diventerà a tutti gli effetti un territorio extracomunitario al pari di Brasile o Argentina. Quindi il trasferimento dei lavoratori in Inghilterra, inclusi i calciatori, salvo accordi particolari ad oggi non previsti, verrà disciplinato dalle norme riguardanti i permessi di lavoro che seguono regole rigide. Assodato che, se si escludono altre proroghe, il periodo transitorio salverà la finestra estiva di mercato 2020/2021, a partire dalla finestra invernale del 2021 potrebbero esserci le seguenti novità.
Il mercato in entrata verrà stravolto in quanto ogni club calcistico della Gran Bretagna, quindi anche la Premier League, non potrà più acquistare giocatori minorenni tra i 16 ed i 18 anni. L’art. 19 del regolamento FIFA sui trasferimenti internazionali, che consente lo spostamento dei minorenni solo a condizioni precise che ne tutelino l’educazione e i rapporti con la famiglia, ammette simili acquisti soltanto da parte di club che facciano parte dell’UE o dell’EEA. Quindi la Gran Bretagna, che diventerà territorio extracomunitario, verrà tagliata fuori dal mercato delle giovani stelle minorenni d’oltremanica che fino ad oggi hanno fatto le fortune delle academy inglesi.
Ma i problemi riguarderanno anche gli over 18 non inglesi. Infatti i calciatori maggiorenni che vorranno giocare in Premier League, dovranno ottenere un permesso di lavoro secondo specifiche regole che si basano sul rapporto tra il ranking FIFA della nazione d’origine e le percentuali di partite nella propria nazionale. In particolare tale procedura, meglio conosciuta come “Governing Body Endorsement” (GBE), prevede che nei due anni antecedenti alla richiesta di permesso di lavoro, il giocatore debba aver partecipato ad almeno:
il 30% delle partite della propria nazionale, se la stessa è nelle prime 10 posizioni nel ranking FIFA;
il 45% delle partite della propria nazionale, se la stessa è tra l’11ma e la 20ma posizione nel ranking FIFA;
il 60% delle partite della propria nazionale, se la stessa è tra la 21ma e la 30ma posizione nel ranking FIFA;
il 75% delle partite della propria nazionale, se la stessa è tra la 31ma e la 50ma posizione nel ranking FIFA;
Bisognerà indicare le partite in cui il giocatore ha preso parte, quelle in cui non ha preso parte e quelle in cui era indisponibile. Solo queste ultime non verranno prese in considerazione. Quindi ai fini della percentuale sarà sufficiente la convocazione e la regolare disponibilità atletica.
(N.B. le amichevoli si conteggiano solo se nei due anni precedenti la nazionale ha giocato meno del 30% di partite in competizioni ufficiali)
Trattasi chiaramente di una deroga in favore di quei calciatori extracomunitari (in futuro tutti quelli non inglesi) che possono offrire un notevole contributo per migliorare il livello del calcio locale.
Secondo uno studio recente del CIES, sulla base di tali regole oltre 300 giocatori non sarebbero in regola e tra questi leggiamo nomi noti come Kante o Mahrez, solo dirne un paio. Ed anche se volessimo dare per scontata la tutela dei diritti pregressi per i lavoratori che già risiedono in Gran Bretagna (per gli italiani c’è già un accordo simile), dal giorno dopo l’entrata in vigore della Brexit la Premier League cesserebbe di essere un paradiso dorato e diventerebbe una sorta di “circolo” dorato a beneficio soltanto di campioni già affermati che abbiano un solido background nella loro nazionale. Ad esempio Sandro Tonali con queste regole non potrebbe trasferirsi in Inghilterra. E in passato non avrebbe potuto farlo Cesc Fabregas.
A meno che i club inglesi non riescano a convincere l’UK Home Office (organismo governativo responsabile dell’immigrazione) che quel trasferimento meriti un trattamento particolare a causa del valore dell’affare, dello stipendio o della recente storia sportiva del giocatore: in questi casi si prescinderà dal rapporto ranking FIFA/partecipazione in nazionale e si otterrà un permesso di lavoro straordinario basato su criteri oggettivi e, in seconda battuta, anche su un giudizio soggettivo a totale discrezione dell’Exceptions Panel (collegio che valuta le eccezioni descritte).
Ovviamente tali ragionamenti si basano sulle discipline normative vigenti, ma nulla toglie che il Parlamento inglese in futuro possa varare un provvedimento ad hoc che agevoli il trasferimento dei giocatori in Inghilterra e quindi semplifichi le procedure per l’ottenimento del permesso di lavoro per talune categorie professionali. Certo sarebbe un’agevolazione non da poco rispetto all’impiegato o al pizzaiolo che volessero lavorare a Londra (e se sarà così è presumibile immaginare ricorsi alle corti giudiziarie inglesi) ma in questi casi si è soliti affermare “business is business” ed attorno al calcio inglese circolano miliardi di euro anche grazie ai diritti TV che, senza adeguate soluzioni, in futuro potrebbero fortemente ridursi.
La Premier League è sul piede di guerra, essendosi dichiarata contraria alla Brexit fin dall’inizio. Non a caso le maggiori società stanno già trattando con la Football Association (Federcalcio inglese) un accordo che, se recepito dal governo, consentirebbe un trattamento di riguardo per la concessione dei GBE a tutti i club della massima divisione in cambio di una riduzione del limite di giocatori stranieri, che passerebbero da 17 a 12, con un beneficio diretto per gli atleti inglesi che aumenterebbero in tutte le squadre (oggi la Premier è il campionato col maggior numero di stranieri al mondo).
Anche il mercato in uscita subirà dei cambiamenti, seppur marginali, dato che ogni giocatore di nazionalità appartenente ad uno dei paesi della Gran Bretagna verrà considerato extracomunitario. Con tutte le conseguenze del caso per chi ne volesse acquistare i diritti alle prestazioni sportive.
Se a ciò aggiungiamo la possibile svalutazione della sterlina, i possibili scenari post Brexit sono tutt’altro che positivi. E di ciò ne potrebbe giovare quella concorrenza che fino ad oggi è rimasta indietro, Italia in primis che con una politica accorta di Lega, federazione e principali clubs, potrebbe provare a ridurre il gap con il ricco campionato d’oltremanica.
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