Source: http://ildirittopenale.blogspot.com/2012/02/le-sezioni-unite-sullaccesso-abusivo.html
Timestamp: 2017-07-28 12:45:09+00:00
Document Index: 166017362

Matched Legal Cases: ['art. 615', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 615', 'art. 326', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 326', 'art. 599', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 326', 'sentenza ', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 615', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 615', 'art. 319', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 615', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 326', 'art. 599', 'sentenza ', 'art. 599', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 599', 'sentenza ', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'sentenza ', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 69', 'sentenza ']

Il diritto penale: Le Sezioni Unite sull’accesso abusivo a sistema informatico (art. 615 ter c.p.).
“1. La Corte di appello di Roma, con sentenza del 19 maggio 2009, in parziale riforma della sentenza emessa il 16 ottobre 2007, all'esito di giudizio abbreviato, dal Giudice della udienza preliminare del Tribunale in sede:
a) ribadiva l'affermazione della responsabilità penale di S. G. in ordine al delitto di cui all'art. 81 c.p., comma 2, e art. 615-ter c.p., comma 2, n. 1, e comma 3, perchè, quale maresciallo in servizio presso la stazione dei Carabinieri di Roma - Flaminio, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, abusivamente si introduceva nel sistema informatico denominato S.D.I. (Sistema di Indagine), in dotazione alle forze di polizia, sistema protetto da misure di sicurezza, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti la funzione di ufficiale di p.g. e con violazione delle direttive concernenti l'accesso allo S.D.I. da parte di appartenenti alle forze dell'ordine e all'Arma dei Carabinieri: in particolare, accedendo a tale sistema informatico nonostante fosse fuori dal servizio e, comunque, non dovesse; svolgere alcuna indagine sul conto di M.C. ed T.A., si impossessava di notizie afferenti la sfera privata e te vicende giudiziarie di entrambi, nonchè di altre otto persone legate a vario titolo al M.
S.G., C.G. ed T.A. in ordine al delitto di cui all'art. 326 cod. pen., perchè: il S., violando i doveri inerenti la sua funzione e comunque abusando della sua qualità, rilevava al C. le notizie di ufficio, illecitamente acquisite e che dovevano rimanere segrete o riservate, riguardanti M.C. e T.A.;
il C., venuto in possesso dei documenti contenenti le anzidette notizie di ufficio sul conto del M., coniuge separato della T., sua convivente, li consegnava alla donna al fine di procurarle un ingiusto profitto e comunque di arrecare al M. un danno ingiusto; la T., al fine di procurarsi un ingiusto profitto e comunque di arrecare al coniuge separato un danno ingiusto, inviava per posta al M. i tabulati dell'interrogazione al S.D.I.;
c) confermava le statuizioni risarcitorie in favore del M., costituitosi parte civile, 2. Secondo la ricostruzione dei fatti operata dai giudici del merito, il S. si era introdotto nel sistema informatico S.D.I., protetto da misure di sicurezza e relativo all'ordine pubblico e alla sicurezza pubblica, usando il proprio codice di identificazione per finalità diverse da quelle che gli consentivano l'accesso: precisamente, per compiere accertamenti su M.C. (coniuge separato della T., divenuta successivamente convivente del C.), non per ragioni di ufficio, bensì ci seguito della richiesta a lui rivolta dal C., per motivi personali ricollegabili ai contrasti tra la T. e il M. nel procedimento di separazione in corso.
Il S. aveva quindi (acquisito una serie di informative relative alla persona del M. ed ai procedimenti penali in cui quello era coinvolto e le aveva consegnate al C., che, insieme alla T., aveva spedito la documentazione più imbarazzante al M., con la scritta "io so", quale: elemento di pressione ai fini dei procedimento di separazione quanto alla qualificazione giuridica del fatto ascritto al S., la Corte di appello specificava di condividere l'orientamento espresso dalla Corte di cassazione, Sez. 5, n. 1727 del 30/09/2008, dep. 2009, Romano, secondo il quale l'ipotesi di reato prevista dall'art. 615-ter c.p., comma 2, n. 1, sanziona anche la condotta del pubblico ufficiale che, puri; essendo specificamente abilitato a consultare il sistema informatico, vi abbia però fatto accesso "con abuso dei poteri o con violazione dei doveri inerenti la funzione o il servizio ... o con abuso della qualità di operatore del sistema". 3. Avverso la suddetta sentenza hanno proposto separati ricorsi per cassazione il C. e la T., i quali, con doglianze sostanzialmente comuni, hanno dedotto violazione di legge e difetto di motivazione in relazione al delitto di rivelazione di segreti di ufficio (art. 326 cod. pen.) ad essi ascritto, che resterebbe escluso dalla pregressa conoscenza delle vicende giudiziari del M. da parte di quest'ultimo e della T. (la quale le aveva apprese nel corso della convivenza matrimoniale), tenuto conto dell'orientamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui presupposto della condotta illecita è che il destinatario della rivelazione non conosca già l'oggetto della stessa. In caso contrario, si verterebbe in ipotesi di reato impossibile, in quanto non si può "rivelare" una notizia a chi già la conosca.
a) erronea applicazione dell'art. 599 c.p.p., comma 2, con conseguente nullità del giudizio e della successiva sentenza, a causa dell'illegittimo diniego del differimento dell'udienza nel giudizio di appello, chiesto per infermità del ricorrente documentata da certificato medico, che sarebbe stato disatteso dalla Corte di appello senza esplicitazione delle ragioni pur cui la malattia non sarebbe stata idonea a legittimare l'impedimento dell'imputato;
b) erronea interpretazione dell'art. 615-ter cod. pen., nonchè mancanza e manifesta illogicità della motivazione in ordine alla sussistenza del reato di accesso abusivo a un sistema informatico.
Le condotte indicate nell'art. 615-ter c.p., comma 2, n. 1, non integrano fattispecie delittuose distinte ed autonome rispetto a quelle descritte nel primo comma, costituendo invece ipotesi aggravate finalizzate ad innalzare la sanzione da applicare a quei soggetti che in ragione della loro funzione - e purchè non legittimati ab initio - sono facilitati ad attingere informazioni sensibili;
c) mancanza, illogicità e manifesta contraddittorietà della motivazione in ordine al reato di cui all'art. 326 c.p., comma 2, rilevandosi una frattura logica nel ragionamento volto a riconnettere all'interesse: del C. ad avere determinate informazioni la prova certa di una condotta dolosa (invece che colposa) del S. al momento della diffusione delle stesse informazioni;
d) manifesta illogicità del trattamento sanzionatorio posto che la Corte di appello ha limitato l'efficacia delle riconosciute attenuanti genetiche e operato un consistente aumento a titolo di continuazione in ragione di un tornaconto personale del S., che risulta meramente affermato a fronte dell'esclusione di ogni interesse economico del medesimo soggetto.
Detto orientamento era stato già espresso dalla stessa Quinta Sezione con la sentenza n. 12732 del 07/11/2000, Zara, ove era stato argomentato che "l'analogia con la fattispecie della violazione di domicilio deve indurre a concludere che integri la fattispecie criminosa prevista dall'art. 615-ter cod. pen. anche chi, autorizzato all'accesso per una determinata finalità, utilizzi il titolo di legittimazione per una finalità diversa e, quindi, non rispetti le condizioni alle quali era subordinato l'accesso. Infatti, se l'accesso richiede un'autorizzazione e questa è destinata a un determinato scopo, l'utilizzazione dell'autorizzazione per uno scopo diverso non può non considerarsi abusiva".
L'enunciata interpretazione era stata ribadita, sempre dalla Quinta Sezione, con le sentenze: n. 37322 del 08/07/2008, Bassani, n. 1727 del 30/09/2008, Romano, n. 18006 dei 13/02/2009, Russo, n. 2987 del 10/12/ 2009, Matassich, n. 19463 del 16/02/2010, Jovanovic, n. 39620 del 22/09/2010, Lesce
In particolare, nelle sentenze Bassani e Lesce, era stato espressamente enunciato che l'art. 615-ter c.p., comma 1 sanziona non soltanto l'introduzione abusiva in un sistema informatico protetto, ma anche il mantenersi al suo interno - contro la volontà espressa o tacita di chi abbia il diritto di escluderlo - da parte di soggetto abilitato, il cui accesso, di per sè legittimo, diviene abusivo, e perciò illecito, per il suo protrarsi all'interno del sistema per fini e ragioni estranee a quelle d'istituto
Un orientamento diverso e contrastante era stato espresso, invece, dalle sentenze Migliazzo (Sez. 5, n. 2534 del 20/12/2007), Scimia (Sez. 5, n. 26797 del 29/05/2008), Peparalo (Sez. 6, n. 3290 del 08/10/2008), Genchi (Sez. 5, n. 40078 del 25/06/2009), che avevano valorizzato il dettato della prima parte del primo comma dell'art. 615-ter cod. pen., e avevano ritenuto perciò illecito il solo accesso abusivo, e cioè quello effettuato da soggetto non abilitato, mentre sempre e comunque lecito consideravano l'accesso del soggetto abilitato, ancorchè effettuato per finalità estranee a quelle d'ufficio (espressamente sul punto la sentenza Peparalo) e perfino illecite (cosi la sentenza Scimia).
1. La questione di diritto per la quale i ricorsi sono stati rimessi alle Sezioni Unite è la seguente; "se integri la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto abilitato ma per scopi o finalità estranei a quelli peri quali la facoltà di accesso gli è stata attribuita"
2. Il quesito inerisce alla fattispecie criminosa, introdotta dalla L. 23 dicembre 1993, n. 547 e prevista dall'art. 615-ter cod. pen., che sanziona (comma 1) il fatto di "Chiunque abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misure di sicurezza ovvero ivi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo".
Se il titolo di legittimazione all'accesso viene utilizzato dall'agente per finalità diverse da quelle consentite, dovrebbe ritenersi che la permanenza nel sistema informatico avvenga contro la volontà dei titolare del diritto di esclusione. Pertanto commette reato anche chi, dopo essere; entrato legittimamente in un sistema, continui ad operare o a servirsi di esso oltre i limiti prefissati dal titolare; in tale Ipotesi ciò che si punisce è l'uso dell'elaboratore avvenuto con modalità non consentite, più che l'accesso ad esso.
In questo senso ha argomentato, per la prima volta la Quinta Sezione, con la sentenza n. 12732 del 07/11/2000, Zara, concernente una vicenda in cui un soggetto, essendo autorizzato solo all'acceso "per controllare la funzionalità del programma informatico", si era indebitamente avvalso di tale autorizzazione "per copiare i dati in quel programma inseriti", rilevando che; "il delitto di violazione di domicilio è stato notoriamente il modello di questa nuova fattispecie penale, tanto da indurre molti a individuarvi, talora anche criticamente, la tutela di un domicilio informatica".
Analoghe considerazioni sono state svolte dalla Seconda Sezione, con la sentenza n. 30663 del 04/05/2006, Grimoldi, ed ulteriormente sviluppate dalla Quinta Sezione con la sentenza n. 37322 del 08/07/2008, Bassani, dove è stato posto in evidenza che "la norma in esame tutela, secondo la più accreditata dottrina, motti beni giuridici ed interessi eterogenei, quali il diritto alla riservatezza, diritti di carattere patrimoniale, come il diritto all'uso indisturbato dell'elaboratore per perseguire fini di carattere economico e produttivo, interessi pubblici rilevanti, come quelli di carattere militare, sanitario nonchè quelli inerenti all'ordine pubblico ed alla sicurezza, che potrebbero essere compromessi da intrusioni o manomissioni non autorizzate. Tra i beni e gli interessi tutelati non vi è alcun dubbio ... che particolare rilievo assume la tutela del diritto alla riservatezza e, quindi, la protezione del domicilio informatico, visto quale estensione del domicilio materiale. Tanto si desume dalla lettera della norma che non si limita soltanto a tutelare i contenuti personalissimi dei dati raccolti nei sistemi informatici, ma prevede uno ius excludendi alios quale che sia il contenuto dei dati .... D'altro canto il reato di accesso abusivo ai sistemi informatici è stato collocato dalla L. 23 dicembre 1993, n. 547, che ha introdotto nel codice penale i cd. computer's crimes, nella sezione concernente i delitti contro la inviolabilità del domicilio e nella relazione al disegno di legge i sistemi informatici sono stati disfiniti un'espansione ideale dell'area di rispetto pertinente al soggetto interessato, garantite dall'art. 14 Cost., e penalmente tutelata nei suoi aspetti più essenziali e tradizionali dagli artt. 614 e 615 cod. pen.".
La sentenza n. 37322 del 2008 ha ribadito che "la violazione dei dispositivi di protezione del sistema informatico non assume rilevanza di per sè, perchè non si tratta di un illecito caratterizzato dalla effrazione dei sistemi protettivi, bensì solo come manifestazione di una volontà contraria a quella di chi del sistema legittimamente dispone. ... L'accesso al sistema è consentito dal titolare per determinate finalità, cosicchè se il titolo di legittimazione all'accesso viene dall'agente utilizzato per finalità diverse da quelle consentite non vi è dubbio che si configuri il delitto in discussione, dovendosi ritenere che il permanere nel sistema per scopi diversi da quelli previsti avvenga contro la volontà, che può, per disposizione di legge, anche essere tacita, del titolare del diritto di esclusione".
La sentenza n. 19463 del 16/02/2010, Jovanovic, ha ravvisato la configurabilità del reato di cui all'art. 615-ter cod. pen. per "il pubblico ufficiale che, pur avendo titolo e formale legittimazione per accedere ad un sistema informatico o telematico, vi si introduca su altrui istigazione criminosa nel contesto di un accordo di corruzione propria". In tal caso già l'accesso del pubblico ufficiale - che, in seno ad un reato plurisoggettivo finalizzato alla commissione di atti contrari ai doveri d'ufficio (art. 319 cod. pen.), diventi la longa manus del promotore del disegno delittuoso - è stato ritenuto in sè "abusivo" e integrativo della fattispecie incriminatrice di cui all'art. 615-ter cod. pen., in quanto "effettuato al di fuori dei compiti d'ufficio e preordinato all'adempimento dell'illecito accordo con il terzo, indipendentemente dalla permanenza nel sistema contro la volontà di chi ha il diritto di escluderlo".
Secondo tale pronuncia, "tanto sposta l'attenzione dal momento della permanenza nel sistema contro la volontà di chi ha il diritto di escluderlo, a quello dell'accesso ed è lo stesso atto di accesso a qualificarsi come integrativo del reato, a prescindere dal prosieguo della condotta".
La sentenza n. 39620 del 22/09/2010, dep. 2010, Lesce, ha ritenuto integrato il delitto di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico dalla "condotta di colui che, in qualità di agente della Polstrada, addetto al terminale del centro operativo sezionale, effettui un'interrogazione al CED banca dati del Ministero dell'Interno, relativa ad una vettura, usando la sua password e l'artifizio della richiesta di un organo di Polizia in realtà inesistente, necessaria per accedere a tale informazione" (per accedere alla banca dati del Ministero dell'Interno è necessario, infatti, che l'operatore utilizzi una password che lo abiliti alla richiesta e che indichi l'organo di Polizia Giudiziaria richiedente;
laddove nella fattispecie concreta l'imputato aveva indicato un organo richiedente, che, invece, non aveva richiesto assolutamente nulla ed aveva altresì omesso di annotare la fittizia operazione sull'apposito registro della sala operativa, documento destinato a provare i fatti e le attività del servizio).
Un ulteriore argomento viene tratto dalla formula normativa "abusivamente si introduce", la quale, per la sua ambiguità, potrebbe dare luogo ad imprevedibili e pericolose dilatazioni della fattispecie penale se non fosse intesa nel senso di "accesso non autorizzato", secondo la più corretta espressione di cui alla cd. "lista minima" della Raccomandazione R(89)9 del Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa, sulla criminalità informatica, approvata il 13 settembre 1989 ed attuata in Italia con la L. n. 547 del 1993, e, quindi, della locuzione "accesso senza diritto" (access ... without right) impiegata nell'art. 2 della Convenzione del Consiglio d'Europa sulla criminalità informatica (cyber crime) fatta a Budapest il 23 novembre 2001 e ratificata con la L. 18 marzo 2008, n. 48. Peraltro, come per ogni norma me rappresenta la trasposizione o l'attuazione di disposizioni sovranazionali, anche per l'art. 615-ter cod. pen. va privilegiata, tra più possibili letture, quella di senso più conforme a tali disposizioni.
Questo orientamento è stato illustrato dalla Quinta Sezione con la sentenza n. 2534 del 20/12/2007, dep. 2008, Migliazzo, ove si è affermato che "non integra il reato di accesso abusivo ad un sistema informatico (art. 615-ter cod. pen.) la condotta di coloro che, in qualità rispettivamente di ispettore della Polizia di Stato e di appartenente all'Arma dei Carabinieri, si introducano nel sistema denominato S.D.I. (banca dati interforze degli organi di polizia), considerato che si tratta di soggetti autorizzati all'accesso e, in virtù del medesimo titolo, a prendere cognizione dei dati riservati contenuti nel sistema, anche se i dati acquisiti siano stati trasmessi ad una agenzia investigativa, condotta quest'ultima ipoteticamente sanzionarle per altro e diverso titolo di reato" (nella fattispecie è stata considerata altresì ininfluente fa circostanza che detto uso fosse stato già previsto dall'agente all'atto dell'acquisizione e ne avesse costituito la motivazione esclusiva).
Secondo le argomentazioni svolte nella sentenza Migliazzo, "se dovesse ritenersi che, ai fini della consumazione del reato, basti l'intenzione, da parte del soggetto autorizzato all'accesso al sistema informatico ed alla conoscenza dei dati ivi contenuti, di fare peni un uso illecito di tali dati, ne deriverebbe l'aberrante conseguenza che il reato non sarebbe escluso neppure se poi quell'uso, di fatto, magari per un ripensamento da parte del medesimo soggetto agente, non vi fosse più stato".
In tale decisione è stato escluso che l'imputato avesse effettuato un accesso non consentito o si fosse indebitamente trattenuto, oltre modi o tempi permessi, nei registri informatizzati dell'amministrazione della giustizia, poichè l'interrogazione era stata effettuata con lei utilizzazione della chiave logica (o password) legittimamente in suo possesso. E' stato altresì evidenziato che non solo non esiste norma o disposizione interna organizzativa che inibisca al cancelliere addetto alla singoli sezione di consultane i dati del registro generale e le assegnazioni ai diversi uffici (giacchè nessuna limitazione di tal genere è prevista per la lettura dei dati ad opera degli utilizzatori del sistema), ma una inibizione siffatta sarebbe contraria ad ogni buona regola organizzativa, attese le necessità di consultazione di un ufficio giudiziario
Alle stesse conclusioni è pervenuta pure la Sesia Sezione, con la sentenza n. 39290 del 08/10/2008, Peparalo, secondo cui "nella fattispecie di cui all'art. 615-ter cod. pen. sono delineate due diverse condotte integratici del delitto; la prima consiste nel fatto di "chi abusivamente si introduce in un sistema informatico o telematico protetto da misura di sicurezza", la seconda nel fatto di chi "vi si mantiene contro la volontà espressa o tacita di chi ha il diritto di escluderlo". La qualificazione di abusività va intesa in senso oggettivo, con riferimento al momento dell'accesso ed alle modalità utilizzate dall'autore per neutralizzare e superare le misure di sicurezza (chiavi fisiche o elettroniche, password, etc.) apprestate dal titolare dello ius exdudendi, al fine di selezionare gli ammessi al sistema ed impedire accessi indiscriminati. Il reato è integrato dall'accesso non autorizzato nel sistema informatico, ciò che di per sè mette a rischio la riservatezza del domicilio informatico, indipendentemente dallo scopo che si propone l'autore dell'accesso abusivo. La finalità dell'accesso, se illecita, integrerà eventualmente un diverso titolo di reato. Non può, pertanto, condividersi l'interpretazione della norma che individua l'abusività della condotta nel fatto del pubblico ufficiale o dell'incaricato di pubblico servizio che, abilitato ad accedere al sistema informatico, usi tale facoltà per finalità estranee "all'ufficio e, quindi, non rispetti le condizioni alle quali era subordinato l'accesso. Tale lettura della norma finisce con l'intrecciare le due condotte descritte dall'art. 615-ter cod. pen., che sono differenti e alternative, disgiuntamente considerate dal legislatore. Sarebbe stata pleonastica la descrizione della seconda condotta se la prima fosse integrata anche da chi usa la legittimazione all'accesso per fini diversi da quelli a cui è stato legittimato dal titolare del sistema".
4. A fronte del contrastante quadro interpretativo dianzi delineato, queste Sezioni Unite ritengono che la questione di diritto controversa non debba essere riguardata sotto il profilo delle finalità perseguite da colui che accede o si mantiene nel sistema, in quanto la volontà del titolare del diritto di escluderlo si connette soltanto al dato oggettivo della permanenza (per così dire "fisica") dell'agente in esso. Ciò significa che la volontà contraria dell'avente diritto deve essere verificata solo con riferimento al risultato immediato detta condotta posta in essere, non già ai fatti successivi.
Il dissenso tacito del dominus loci non viene desunto dalla finalità (quale che sia) che anima la condotta dell'agente, bensì dall'oggettiva violazione delle disposizioni del titolare in ordine all'uso del sistema. Irrilevanti devono considerarsi gli eventuali fatti successivi: questi, se seguiranno" saranno frutto di nuovi atti volitivi e pertanto, se illeciti, saranno sanzionati con riguardo ad altro titolo di reato (rientrando, ad esempio, nelle previsioni di cui agli artt. 326, 618, 621 e 622 cod. pen.)
Ne deriva che, nei casi in cui l'agente compia sul sistema un'operazione pienamente assentita dall'autorizzazione ricevuta, ed agisca nei limiti di questa, il reato di cui all'art. 615-ter cod. pen. non è configurabile, a prescindere dallo scopo eventualmente perseguito; sicchè qualora l'attività autorizzata consista anche nella acquisizione di dati informatici, e l'operatore la esegua nei limiti e nelle forme consentiti dal titolare dello ius exdudendi, il delitto in esame non può essere individuato anche se degli stessi dati egli si dovesse poi servire per finalità illecite
5. Va affermato, in conclusione, il principio di diritto secondo il quale "integra la fattispecie criminosa di accesso abusivo ad un sistema informatico o telematico protetto, prevista dall'art. 615-ter cod. pen., la condotta di accesso o di mantenimento nel sistema posta in essere da soggetto che, pure essendo abilitato, violi le condizioni ed i limiti risultanti dal complesso delle prescrizioni impartite dal titolare del sistema per delimitarne oggettivamente l'accesso. Non hanno rilievo, invece, per la configurazione del resto, gli scopi e te finalità che soggettivamente hanno motivato l'ingresso al sistema".
6. Alla stregua di tale principio deve essere esaminata, dunque, la vicenda oggetto del processo, caratterizzata - secondo gli accertamenti di fritto e le acquisizioni dibattimentali - dalla circostanza che il maresciallo S. era stato autorizzato ad accedere al sistema informatico interforze ed a consultare lo stesso soltanto per ragioni "di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica e di prevenzione e repressione dei reati", con espresso divieto di stampare il risultato delle interrogazioni "se non nei casi di effettiva necessità e comunque previa autorizzazione da parte del comandante diretto"
La condotta è stata posta in essere con la consapevolezza della contrarietà alle disposizioni ricevute e, quindi, del carattere invito domino dell'accesso e della permanenza fisica nel sistema, e ciò integra ad evidenza il dolo generico richiesto dalla norma, che non prevede alcuna finalità speciale nè lo scopo di trarre profitto, per sè o per altri, ovvero di cagionare ad altri un danno ingiusto
Le doglianze riferite, nei ricorso del S., alla configurabilità del delitto di cui all'art. 615-ter cod. pen. devono essere conseguentemente rigettate, perchè infondate
La giurisprudenza di Questa Corte, che il Collegio condivide e ribadisce, configura il delitto di cui all'art. 326 cod. pen. quale reato di pericolo effettiva (e non meramente presunto) per gli interessi tutelati, nel senso che la rivelazione del segreto è punibile, non già in sè e per sè, ma in quanto suscettibile di produrre nocumento, alla pubblica amministrazione o ad un terzo, a mozzo della notizia da tenere segreta. Ne consegue che il reato non sussiste, oltre che nella generale ipotesi della notizia divenuta di dominio pubblico, qualora notizie d'ufficio ancora segrete siano rivelate a persone autorizzate a riceverle (e cioè che debbono necessariamente esserne informate per la realizzazione dei fini istituzionali connessi di segreto di cui si tratta) ovvero a soggetti che, ancorchè estranei di meccanismi istituzionali pubblici, le abbiano già conosciute, fermo restando per tali ultime persone il limite della non conoscibilità dell'evoluzione della notizia oltre i termini dell'apporto da esse fornito (vedi Sez. 6, n. 9306 del 06/06/1994, Bandiera; Sez. 5, n. 30070 del 20/03/2009, C)
- gli interessi tutelati dalla fattispecie incriminatrice in oggetto si intendono lesi allorchè la divulgazione della notizia sia anche soltanto suscettibile di arrecare pregiudizio alla pubblica amministrazione o ad un terzo (Sez. 5, n. 46174 del 05/10/2004, Esposto; Sez. 1, n. 1265 del 29/11/2006, dep. 2007, Bria; Sez. 6, n. 5141 del 18/12/2007, dep. 2008, Cincavalli);
- quando è la legge a prevedere l'obbligo del segreto in relazione ad un determinato atto o in relazione ad un determinato fatto, il reato sussiste senza che possa sorgere questione circa l'esistenza o la potenzialità del pregiudizio richiesto, in quanto la fonte normativa ha già effettuato la valutazione circa l'esistenza del pencolo, ritenendola conseguente alla violazione dell'obbligo del segreto (Sez. 6, n. 42726 dell'11/10/2005, De Carolis)
Ora, nella fattispecie in esame non risulti dimostrato che il C. e lo stesso M. avessero conoscenza del contenuto specifico ed integrale delle informative redatte da ufficiali della polizia giudiziaria in relazione ai comportamenti posti in essere da quest'ultimo considerati illeciti; e, in relazione ai fatti divulgati, poichè l'obbligo del segreto è precipuamente previsto dalla legge, non può sorgere questione circa l'esistenza o la potenzialità di produrre nocumento, a mezzo della notizia da tenere segreta, alla pubblica amministrazione o ad un terzo, proprio perchè la fonte normativa ha già effettuato la valutazione circa l'esistenza di un pericolo siffatto, ritenendola conseguente già alla mera violazione dell'obbligo del segreto.
8. Priva di fondamento deve ritenersi pure I eccezione svolta nel ricorso dell'imputato S., con cui ai prospetta l'erronea applicazione dell'art. 599 c.p.p., comma 2, (dalla quale si fa discendere la conseguente nullità del giudizio e della sentenza impugnata), a cagione della pretesa illegittimità del diniego del differimento dell'udienza camerale davanti alla Corte di appello, chiesto dal ricorrente per infermità documentata da certificato medico.
L'art. 599 c.p.p., comma 2, dispone che, per il giudizio camerale d'appello avverso la sentenza pronunciata con il rito abbreviato, il legittimo impedimento dell'imputato comporta il rinvio dell'udienza soltanto allorchè l'imputato stesso abbia manifestato in qualsiasi modo la volontà di comparire (cfr. Sez. U, n, 35399 del 24/6/2010, F.).
A fronte, però, di un indirizzo interpretativo secondo il quale "nel giudizio di appello contro la sentenza pronunciata all'esito del giudizio abbreviato non trova applicazione l'istituto dulia contumacia dell'imputato, sicchè il legittimo impedimento dello stesso impone il rinvio dell'udienza solo se egli abbia direttamente e tempestivamente manifestato la volontà di comparire, non essendo sufficiente a tale fine la mera istanza di rinvio avanzata dal difensore allegante l'impedimento" (così da ultimo, Sez. 2, n. 8040 del 09/02/2010, Fiorito), il Collegio ritiene maggiormente conforme al compiuto esercizio dei diritti della difesa il diverso orientamento secondo il quale "la richiesta di partecipazione da parte dell'imputato di cui all'art. 599 c.p.p., comma 2, può essere tratta anche da facta concludentia (quale la produzione, da parte del difensore, di una certificazione medica attestante l'impedimento a comparire dell'imputato con espressa istanza di rinvio) da cui possa desumersi la inequivoca manifestazione della volontà dell'imputato medesimo di comparire all'udienza camerale" (vedi Sez. 6, n. 1320 del 14/10/1996, Surace; Sez. 6, n. 43201 dell'11/10/2004, Viti; Sez. 6, n. 2811 del 18/12/2006, dep. 2007, Ramelli).
Quanto ai poteri valutativi del giudici rispetto alle ragioni di salute documentate in un certificato medico prodotto a sostegno della richiesta di rinvio dell'udienza, le Sezioni Unite - con la sentenza n. 36635 del 27/09/2005, Gagliardi - si sono pronunciate nel senso che "in tema di impedimento a comparire dell'imputato, il giudice, nel disattendere un certificato medico ai fini della dichiarazione di contumacia, deve attenersi alla natura dell'infermità e valutarne il carattere impeditivo, potendo pervenire ad un giudizio negativo circa l'assoluta impossibilità a comparire solo disattendendo, con adeguata valutazione del referto, la rilevanza della patologia da cui si afferma colpito l'imputato". Con riferimento a tale necessaria valutazione, comunque, va ribadito che:
- "il legittimo impedimento a comparire dell'imputato, oltre che grave e assoluto, deve presentare il carattere dell'attualità e cioè deve sussistere in relazione all'udienza per la quale egli è stato citato, in quanto l'impossibilità a presenziare alla stessa deve risultare dagli elementi addotti, come non altrimenti superabile" (così Sez. 5, n. 3392 del 14/12/2004, dep. 2005, Curaba; Sez. 4, n. 5901 del 15/03/1995, Maciocchi);
- "il giudice di merito non ha alcun obbligo di disporre accertamenti fiscali per accertare l'impedimento dell'imputato a comparire al dibattimento, al fine di completare la insufficiente documentazione prodotta, purchè dia ragione del suo convincimento di non assolutezza dell'impedimento con motivazione logica e corretta" (Sez. 1, n. 6241 del 02/04/1990, Sforza).
- ad attestare l'infermità di per sè non invalidante (nella specie, colica renale) e la prognosi, senza nulla affermare in ordine alla determinazione dell'impossibilità fisica assoluta di comparire (Sez. 6, n. 24398 de4 26/02/2008, De Macceis).
9. L'unico motivo di ricorso che deve ritenersi fondato è quello riferito al trattamento sanzionatorio nell'atto di gravarne proposto nell'interesse del S., ove (sta pure con diversa doglianza) si prospetta che le condotte indicate nel comma 2, n. 1, dell'art. 615-ter cod. pen. non integrano fattispecie delittuose distinte ed autonome rispetto a quelle descritte nel comma 1, costituendo invece ipotesi aggravate finalizzate ad innalzare la sanzione da applicare a quei soggetti che in ragione della loro funzione - e purchè non legittimati ab initio - sono facilitati ad attingere informazioni sensibili.
9.1. Va rilevato, sul punto, che la sezione 5, con la sentenza n. 1727 del 30/09/2008, dep. 2009, Ramano, ha differenziato nettamente la portata applicativa delle fattispecie rispettivamente contemplate dal comma 1 e dal comma 2, n. 1, dell'art. 615-ter cod. pen., affermando che "l'accesso abusivo ad un sistema informatico (art. 615- ter c.p., comma 1) e l'accesso commesso da un pubblico ufficiale o da un incaricato di pubblico servizio, con abuso dei poteri o con violazione dei doveri o con abuso della qualità di operatore del sistema (art. 615-ter, comma 2, n. 1) configurano due distinte ipotesi di reato, l'applicabilità di una delle quali esclude l'altra secondo il principio di specialità; concernendo il comma 1 l'accesso abusivo ovvero l'intrusione da parte di colui che non sia in alcun modo abilitato, mentre il comma 2 - non costituisce una mera aggravante - ma concerne il caso in cui soggetti abilitati all'accesso abusino di detta abilitazione".
Tale impostazione risulta ribadita, sempre dalla Quinta Sezione, nella recente sentenza n. 24583 del 18/01/2011, Tosinvest, secondo la quale il comma 2, n. 1, dell'art. 615-ter cod. pen. non costituisce un'aggravante del fatto descritto nel comma 1, ma un'ipotesi diversa di reato, perchè la disposizione si riferisce evidentemente a soggetti ordinariamente abilitati ad entrare nei sistema, il cui accesso sarebbe, pertanto, di regola legittimo, ma diviene penalmente rilevante quando i predetti abbiano fatto abuso di tale loro abilitazione.
a) "circostanze del risata" sono quegli elementi che, non richiesti per l'esistenza del reato stesso, laddove sussistono incidono sulla sua maggiore o minore gravità, così comportando modifiche quantitative o qualitative all'entità della pena: trattasi di elementi che si pongono in rapporto di species a genus (e non come fatti giuridici modificativi) con i corrispondenti demeriti della fattispecie semplice in modo da costituirne, come evidenziato da autorevole dottrina, "una specificazione, un particolare modo d'essere, una variante di intensità di corrispondenti elementi generali";
c) nei casi previsti dall'art. 615-ter c.p., comma 2, n. 1, non vi è immutazione degli elementi essenziali delle condotte illecite descritte dal comma 1, in quanto il riferimento è pur sempre a quei fatti-reato, i quali vengono soltanto integrati da qualità peculiari dei soggetti attivi delle condotte, con specificazioni meramente dipendenti dalle fattispecie di base.
La configurata aggravante si riferisce a soggetti che possono legittimamente contattare il sistema informatico (secondo le prescrizioni e le limitazioni imposte dal dominus loci), stante il collegamento funzionale con lo stesso per ragioni inerenti i propri compiti professionali, ma che accedono ad esso e vi si trattengono in violazione dei doveri inerenti allo loro funzione nonchè dei limiti dell'uso legittimo loro riconosciuti.
9.3 Deve affermarsi pertanto l'ulteriore principio di diritto (conforme peraltro al concorde orientamento della dottrina) secondo il quale "l'ipotesi dell'abuso delle qualità specificate dall'art. 615-ter c.p., comma 2, n. 1, costituisce una circostanza aggravante delle condotte illecite descritte al comma 1 e non un'ipotesi autonoma di reato". 9.4 Nella vicenda in esame la responsabilità del S. è stata ravvisata in ordine al delitto di cui all'art. 615-ter c.p., comma 2, n. 1, e comma 3, sicchè la Corte di merito avrebbe dovuto operare il giudizio di bilanciamento delle riconosciute attenuanti genetiche con le due circostanze aggravanti (ex art. 69 cod. pen.).
Ne consegue che la sentenza impugnata deve essere annullata, nei confronti di S.G., li mi talmente al trattamento sanzionatorio", con rinvio, per una nuova effettuazione del giudizio di comparazione tra le circostanze e per la determinazione della pena, ad altra sezione della Corte di appello di Roma.