Source: http://www.fotografi.org/aiuto/diritto_autore_soci.htm
Timestamp: 2019-02-22 06:09:53+00:00
Document Index: 137621698

Matched Legal Cases: ['art. 88', 'art. 88', 'art. 20', 'art. 22', 'art. 19', 'art. 88', 'art. 89', 'art. 12']

NOTE DETTAGLIATE SUL DIRITTO DI AUTORE IN FOTOGRAFIA
NOTE DETTAGLIATE SUL DIRITTO D'AUTORE
Testo riservato ai soci TAU Visual
Riassunto operativo ad uso del Socio TAU Visual
Schemino molto concreto e molto riassuntivo
3.3 Cosa posso fare per proteggere le mie foto?
7 Privacy e fotografia
7.1 In genere cosa è cambiato con la legge sulla privacy
7.2 Privacy ed archivi fotografici
Molti fotografi paiono concentrare l'interesse su di un aspetto del problema - appunto, la proprietà del negativo - che è in realtà un aspetto secondario, solo derivato da quello che è il punto determinante: il tipo di cessione di diritti di sfruttamento economico.
Tuttavia, in alcuni casi il cliente può giungere ad ottenere la cessione di tutti i diritti di utilizzo, praticamente senza che il fotografo se ne renda conto. La situazione è simile a quella nella quale un proprietario sprovveduto firmi l'atto di cessione di proprietà dell'appartamento, facendosi pagare l'equivalente di un solo anno di affitto. A quel punto, il cliente ha acquistato l'appartamento ed il diritto di usarlo, e anche in questo caso il problema non è tanto il fatto di possedere o meno le chiavi di quella casa, quanto piuttosto il fatto di essersi fatti imbrogliare vendendo a poco prezzo qualcosa di maggior valore.
Tutti questi temi sono trattati in forma rapida e chiara in appositi tutorial video, che trovi catalogati a:
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Per le opere commissionate e non realizzate spontaneamente, ci si rammenti che la procedura è alquanto differente rispetto a quella vista negli altri casi. Infatti, desiderando conservare dei diritti sulle fotografie realizzate, è indispensabile porre in qualche modo per iscritto una limitazione all'uso dell'immagine.
Diversamente, dopo aver percepito il pagamento da parte del cliente, tutti i diritti dell'immagine realizzata su commissione passano automaticamente al cliente (art. 88); e questo significa che il cliente diviene anche "proprietario" del negativo.
Stessa situazione si verifica quando il fotografo esegue spontaneamente una ripresa su oggetti di proprietà del futuro cliente (art. 88); ad esempio, quando il fotografo effettua la ripresa di un'automobile d'epoca e poi riesce a vendere la fotografia al proprietario dell'automobile.
L'affermazione, è evidente, ha un peso significativo. Infatti, pur trattandosi di norma in esplicito riferita alle "semplici fotografie" (foto non creative) consente di ottenere tutti i diritti di un'immagine semplicemente dimostrando di aver ricevuto dal fotografo i negativi o gli originali; unico modo per evitare l'applicazione dell'articolo è la presenza di un "patto contrario", cioè di un diverso accordo scritto.
Questa disposizione, unita a quelle dell'articolo precedente, fanno sì che, nel caso di semplici fotografie ed in assenza di particolari accordi scritti, l'originale e tutti i diritti siano automaticamente del cliente pagante, quando:
Vedi una trattazione specifica a www.fotografi.org/originali
NON E' QUINDI VERO, che i negativi debbano essere sempre - per legge - consegnati alla coppia di sposi.
(I negativi restano invece al committente - in mancanza di patti scritti - negli ALTRI casi, ma NON nel caso di fotografia di ritratto del committente).
Concretamente, come risaputo, la legge (n.633/1941, Dpr 19/79 e Dlgs 154/97) prevede la distinzione delle immagini fotografiche dividendole in “immagini creative” e “semplici fotografie.
E stato con l'aggiornamento della Legge (di per sé datata 1941) che, nel 1979, si è conferita una maggiore dignità all'opera fotografica.
Così, grazie all'articolo 20 della Legge nella sua attuale forma, l'utente dell'immagine è tenuto ad indicare sempre l'autore di immagini creative nelle forme di utilizzo.
Non solo. All'articolo 21 troviamo un'affermazione che dà particolare forza alla posizione dell'autore; vi si sancisce, infatti, che anche a dispetto di un differente precedente accordo, l'utente della fotografia è obbligato alla citazione dell'autore, quando questi lo desideri.
L'autore ha anche il diritto di impedire modifiche ed alterazioni all'opera (art. 20).
Una puntualizzazione in questo senso. Molti fotografi suppongono di poter intervenire, in nome di questo articolo, contestando anche le minime varianti e le modifiche minori: un riquadro dell'immagine rifilandone i bordi, la cattiva stampa, il passaggio in B&N di una foto a colori, l'inserimento di un titolo.
Dunque, non contestazioni in semplici fatti minori di gusto o sensibilità: il testo parla di modifiche che possano essere lesive dell'onore o della reputazione del fotografo, non di variazioni che egli possa non gradire appieno.
Quando, invece, si sia accettata (per iscritto) la realizzazione di una modifica alla propria fotografia, non è più possibile ritrattare la concessione (art. 22).
Certamente, è giusto lamentare con l’utilizzatore la mancata citazione del nome dell’autore, ai sensi degli articoli 20 e seguenti della Legge 22 aprile 1941. n.633 (e relative modifiche apportate dal Decreto del Presidente della Repubblica n.19 del 8/1/1979, pubblicato su Gazzetta Ufficiale del 30/1/1979, n.29 e, successivamente, Dlgs n. 154 del 26 maggio 1997 (attuazione direttiva 93/98/Cee), su Gazzetta Ufficiale n. 136 del 13 giugno 1997.
Va ricordato che tale obbligo di legge alla menzione del nome dell’autore sussiste solo per le fotografie di carattere interpretativo e creativo.
Al di là della formale lamentela, va valutata con attenzione quanto questo comportamento abbia potuto ledere gli interessi del fotografo. In diversi casi analoghi, il giudice si è trovato infatti nell’imbarazzo di appurare se effettivamente si potesse sostenere l’esistenza di un danno economico e – se sì – come questo potesse essere quantificato. Per essere equo, essendo il danno non accertabile nella sua esistenza e non quantificabile, il giudice tende ad imporre al cliente la pubblicazione di un “errata corrige” o comunque di una nota che rettifichi l’errore, ottenendo così a favore del fotografo un vantaggio non certo e non quantificabile, come pure non certo e non quantificabile era il danno da lui subito.
Tutti questi aspetti, su cui torneremo diffusamente nel corso della sezione, sono aspetti del diritto d'autore fra loro completamente indipendenti (art. 19), che vengono ceduti in blocco spesso solo per disinformazione. Attenzione, però: nel caso di lavori eseguiti su commissione la cessione completa dei diritti può avvenire automaticamente e senza che il fotografo intenda attivamente fare ciò.
Si leggano con attenzione i capitoli seguenti.
1) In assenza di accordi scritti, i diritti di utilizzo delle immagini commissionate passano automaticamente e completamente al cliente, che ha diritto anche al possesso del negativo (art. 88).2) Sempre in assenza di diversi accordi scritti, è sufficiente cedere il negativo al cliente perché questi acquisisca per Legge tutti i diritti di sfruttamento economico dell'immagine (art. 89). Due esempi che si commentano da soli: al di fuori della sfera di protezione particolare riservata alle immagini "opere creative", la Legge è di ben scarso aiuto al fotografo, a cui invece tende pericolosi tranelli in caso di disinformazione.
Le possibilità di protezione delle immagini sono oggettivamente poche. Potremmo dividerle in
Al di là di questo, comunque, occorre evidenziare che la maggior facilità con cui vengono “rubate” le immagini NON è legata al digitale in se, ma alla diffusione enorme che si fa delle immagini digitali, perché (altro vantaggio) costa molto poco farne delle copie da far vedere a tutti.
Capiamoci. Un fotografo che abbia digitalizzato il suo portfolio, e che tenga nel cassetto i suoi files, ovviamente non corre un rischio maggiore di quanto non lo corresse prima, con le foto su diapositiva – sempre tenute nel cassetto.
Per limitare i “furti” di immagini in rete e da CD, abbiamo i “watermark”, cioè i marchi “trasparenti”, inavvertibili, che siglano le immagini come soggette ad una paternità morale ed economica.
Anche se questi sistemi non impediscono fisicamente la riproduzione delle immagini, forniscono uno strumento utilissimo: alle persone in buona fede danno la possibilità di assolvere i diritti; contro quelle in malafede, invece, consentono di opporre la prova evidente della sottrazione indebita, che altrimenti, paradossalmente, potrebbe spesso non essere dimostrabile (quale file è la copia dell’altro…?)
In questo ambito, ovviamente, va citato il sistema della Digimarc, il PictureMarc. Si tratta del sistema di “watermark” forse più diffuso in assoluto, anche perché il relativo programma è diffuso in “bundle” con programmi come Photoshop (dal 4.0 in su), Corel Draw, Photopaint, ed altri.
In verità, sono molti gli utenti di tali programmi che nemmeno sanno di avere (nel menù filtri od effetti) anche questa possibilità.
Digimarc modifica i pixel dell’immagine in maniera visivamente assai poco avvertibile, agendo particolarmente sui contorni di maggior contrasto.
Il codice è “diffuso” su tutta la superficie del fotogramma, in maniera da essere riconosciuto dal lettore anche se la foto viene tagliata, od alterata, o compressa. La numerazione di identificazione viene conservata anche nell’immagine retinata e stampata ad inchiostro, e torna ad essere identificabile semplicemente riscansendo la stampa, e passando il file al “lettore” Digimarc.
Le informazioni si perdono solo a seguito di pesanti modifiche, di stampa in bianco e nero a getto d’inchiostro, oppure… grazie ad alcuni accorgimenti, vedi più avanti.
Va però fatta un'osservazione di fondo: il watermark sostanzialmente non impedisce in nessun modo l'uso della foto, ma semplicemente consente di "tracciare" la paternità del file in un secondo momento. Per fare un esempio, è un po' come se mettessimo una targhetta con il nostro nome nascosta sotto il sellino di una bicicletta, lasciata senza lucchetto. Nulla impedisce di rubare la bicicletta, anche se - una volta ritrovata - potremmo dimostrare che si tratta della nostra bici.
Alla stessa stregua, un watermark non impedisce il furto della foto, ma la "traccia".
Per impedire fisicamente l'uso di un'immagine digitale il deterrente più efficace (non assoluto, ma certamente quello con maggior effetto statistico) è lo scrivere nel centro della foto, con un ingombro di circa un terzo della larghezza dell'immagine, il proprio nome e cognome, oppure l'indirizzo del proprio sito, con caratteri semi trasparenti, od effetto bassorilievo, eccetera (usando i livelli e poi unendo in unico livello è possibile automatizzare in Photoshop l'azione di marchiatura delle foto).
Il sistema è deturpante, ma ragionevolmente sicuro. E' vero che è possibile cancellare la scritta e ricostruire l'immagine sottostante, ma il lavoro necessario è lungo e, e sposta l'attenzione del cliente in malafede su altre immagini da "rubacchiare".
I sistemi di protezione dell’immagine digitale – probabilmente – seguiranno una sorte simile. Saranno utili per ridurre la copia “di massa”, fatta dal grosso degli utenti inesperti, come anche permetteranno alle persone oneste di restare tali.
Per chi vuole e vorrà aggirare i sistemi di protezione, non ci saranno mai grandi problemi.
Ad esempio: il laboratorio di informatica dell’università di Cambridge – per dimostrare che i sistemi commerciali di “watermarking” sono insicuri, ha sviluppato un software in grado di alterare automaticamente i codici di sicurezza della maggior parte dei sistemi commerciali di marchiatura, compreso Digimarc, Signum, Eikonamark, ed altri. Il programma (volutamente rallentato, per evitare che venga usato in maniera “conveniente” dai pirati dell’immagine) è denominato StirMark, e si trova gratuitamente in rete.
Ancora: se si vuole aggirare il blocco previsto da soluzioni come SafeImage (che impediscono il salvataggio delle immagini lette dai browser), basta ricercare la fotografia nella cache del browser, e scaricarla da lì. Se il nome dell’immagine è dato in forma casuale dal browser, e quindi l’immagine appare non reperibile, ci si può servire di un programma di ricerca (ad esempio Cache Explorer di Matthias Wolf).
Ancora: alcuni sistemi di “ricerca automatica” nel web di immagini marchiate possono essere messi in crisi da programmini (come il “2mosaic”) che spezza le immagini in sub-unità, per poi giuntarle come se fossero apparentemente un’immagine sola, mettendo in scacco il “web-spider” di ricerca del watermark.
Infine, un’ultima considerazione provocatoria. I sistemi di protezione del digitale si sono dimostrati, fino ad ora, non sicurissimi, nel senso che possono essere aggirati da chi sia davvero in malafede.
Ma la fotografia tradizionale, che garanzie di irriproducibilità darebbe? Coma mai si sarebbe difesa dai furti una diapositiva od una stampa?
Come già accennato, il vero nocciolo della questione sta nella grande diffusione che il digitale permette. E chi non vuole esporsi al vantaggio ed al rischio della diffusione, può semplicemente astenersi dal diffondere...
Esistono, come è evidente, dei casi effettivamente di non semplice soluzione, ma per ogni caso incerto se ne verificano centinaia molto ben identificabili, nel senso che è possibile definire a priori e con ragionevole certezza se l'ispirazione tratta da un'altra opera è cosa lecita o meno.
Questo ultimo caso determina, chiaramente, tutti i casi di possibili contenziosi. L'oggetto del contendere resta indefinito, e resterà sempre tale: per tutte le situazioni non immediatamente distinguibili, finisce per pronunciarsi un giudice, se non si perviene ad un accordo in caso di contestazione.
Un criterio abbastanza valido per individuare - a grandi linee - se si tratti o meno di plagio è quello di valutare la riconoscibilità dell'opera o fotografia originaria in quella derivata. Se la maggior parte delle persone, non influenzate a parte, riconoscono nella seconda immagine i tratti essenziali della prima immagine, con ogni probabilità (ma non certezza) si tratta di plagio. Normalmente, tuttavia, in questi casi finisce con l'avere ragione... chi può pagare l'avvocato migliore.
Un esempio di bozza di lettera di sollecito, suggerita da TAU Visual, è questa:
I servizi riservati ai Soci per il sollecito dei crediti sono riassunti alla pagina www.fotografi.org/aiuto
Vedi una trattazione specifica a www.fotografi.org/ritratti
Quando, come già accennato, questo "ritratto" non è un primo piano, ma un'immagine di un momento pubblico, all'interno della quale sia riconoscibile una persona, la fotografia diviene anche pubblicabile senza il consenso del ritratto. In sostanza, se il soggetto della fotografia è l'avvenimento e non la persona, come, ad esempio, la manifestazione studentesca, o un momento delle corse dei cavalli all'Ippodromo, ed - all'interno dell'immagine - sono riconoscibili delle persone, costoro non possono accampare alcun diritto in nome della Legge sul diritto d'autore.
(Firme dei contraenti)
Dall’entrata in vigore della legge sulla tutela della privacy n. 675/96, molti fotografi hanno dimostrato interesse (o preoccupazione) in relazione alle nuove norme che vincolerebbero l’attività di reporter e, in generale, quella di fotografo.
Come capita in questi casi, hanno cominciato a diffondersi “leggende metropolitane” sulle proibizioni che la nuova legge avrebbe introdotto, e sull’impossibilità di svolgere il proprio lavoro, dato che serpeggia il timore che sia divenuto impossibile fotografare chiunque senza il suo consenso.
Oltre a ricordare, in margine, che la raccolta di indirizzi e la cessione a terzi di tali indirizzi è regolamentata ora da tale legge, per quello che riguarda in specifico il fotogiornalismo, l’unico articolo della legge che solleva realmente la questione è l’articolo 25, che recita: “ Art. 25. Salvo che per i dati idonei a rivelare lo stato di salute e la vita sessuale, il consenso dell’interessato non è richiesto quando il trattamento dei dati è effettuato nell’esercizio della professione giornalistica e per l’esclusivo perseguimento delle relative finalità, nei limiti del diritto di cronaca, ed in particolare dell’essenzialità dell’informazione riguardo a fatti di interesse pubblico”.
Ora, per quello che riguarda il fotoreporter, questa norma significa che la pubblicazione delle immagini (in senso lato, il “trattamento” di dati personali) NON è subordinata ad assenso se essa avviene per finalità giornalistiche, e per fare davvero informazione.
Negli altri casi (cioè se non viene usata per giornalismo, o se è relativa ad elementi come la salute e la vita sessuale), occorre sempre il consenso.
In pratica, dal punto di vista specifico del fotografo la nuova legge sulla privacy non ha aggiunto proprio nulla. La 675/96 ha istituito regole molto più stringenti e severe sui dati personali che può gestire la società di marketing, la banca, l’azienda, il partito, il giornalista di penna, ma ha di fatto lasciato le cose più o meno come stavano per quello che riguarda la fotografia.
Tuttavia, l’immaginario collettivo spinge un numero sempre maggiore di persone a fare pressioni sul fotografo che ha in archivio immagini che lo ritraggano, come se il fatto che il fotografo detenga queste immagini sia – in sé – una situazione che sia lesiva dei suoi diritti.
Ovviamente, oggetto dell’attività di una notevole parte degli operatori fotografici consiste nella gestione di un archivio di immagini, nel quale si conservano le foto prodotte dal fotografo stesso (singoli professionisti) o dai fotografi rappresentati (agenzie fotografiche). La consistenza numerica varia da alcune migliaia di immagini nel caso dei piccoli operatori a numerosi milioni di diapositive, nel caso delle maggiori agenzie d’archivio (ad esempio Grazia Neri, Granata, Olympia, eccetera).
Sull’onda emozionale che la 675/96 ha portato con se, è sempre più frequente il caso in cui i personaggi ritratti si rivolgono a fotografi ed alle agenzie con la convinzione che le immagini fotografiche che li ritraggono siano da considerarsi alla stregua di “dati personali” e che sia quindi dovuto loro, ai sensi dell’articolo 13 della legge 675, il diritto di conoscere nel dettaglio quali e quante immagini siano detenute, come vengano utilizzate e anche - su richiesta – che tali immagini vengano rimosse dall’archivio.
Appurato dunque che il diritto di privacy del cittadino in relazione alla pubblicazione di immagini è comunque difeso da questa norma di legge (633/41), la detenzione, l’archiviazione e la disponibilità in archivio di immagini fotografiche non ricade in sé nei casi previsti dalla legge 675/96, non potendosi assimilare l’immagine fotografica ad un “dato personale” del singolo.
I singoli fotogrammi o le loro riproduzioni su qualsiasi supporto, infatti, sono semmai assimilabili a fonti di notizie giornalistiche – se la detenzione in archivio avviene con lo scopo di porre tali immagini a disposizione della stampa per i consueti usi di informazione – o al supporto della propria attività professionale, quando tali immagini rappresentino l’archivio professionale di un autore fotografo, ricadendo così nei casi di esclusione previsti dall’art. 12, lettere e) ed f), della legge 675/96.
Il detentore di archivio fotografico, quindi, non è tenuto a comunicare alle persone ritratte il numero, la natura e la modalità di detenzione delle immagini in esso contenuto, né a porre a disposizione del ritratto le immagini per la loro rimozione dall’archivio, fatti salvi i diritti già previsti dalla legge 633/41 in merito alla pubblicazione (e non già alla archiviazione) di immagini ritraenti persone.