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Timestamp: 2020-05-31 21:44:42+00:00
Document Index: 58683515

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 129', 'art. 72', 'art. 43', 'art. 73', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il reato di prescrizione abusiva del medico
Articolo Pubblicato il 21 aprile, 2020 alle 11:32.
Commette il reato di prescrizione abusiva il medico che somministri ai suoi pazienti obesi sostanze stupefacenti solo per finalità estetiche finalizzate a dimagrimento, e non terapeutiche, le uniche a essere ammesse.
Ribadendo con forza questo principio la Cassazione, con la sentenza n. 12198/20 depositata il 15 aprile, ha confermato la condanna di un sanitario, accusato appunto di prescrizione abusiva di sostanze stupefacenti per scopi non terapeutici, respingendone il ricorso.
Medico accusato e condannato per aver prescritto sostanze stupefacenti per fini estetici
Il sanitario ricorre per Cassazione
La somministrazione di sostanze stupefacenti consentita solo per finalità terapeutiche
Più precisamente, il medico era accusato, in violazione delle modalità previste dal D. M. 18 settembre 1997, di aver somministrato medicinali già inseriti della Tabella II sezione B (fendimetrazina e clorazepato di potassio) a tre pazienti per finalità non terapeutiche ma eminentemente estetiche, senza interrompere la somministrazione a due di essi dalla fendimetrazina, nonostante fossero trascorsi tre mesi consecutivi dall’iniziale assunzione.
Gli erano state contestate condotte analoghe anche per altri due pazienti, ma qui il sanitario è stato assolto perché il fatto non sussiste.
Per gli altri tre casi, invece, il Tribunale aveva condannato l’imputato alla pena di tre anni e due mesi di reclusione e a 16mila euro di multa e la Corte d’Appello di Roma aveva riqualificato il reato nei delitti di cui agli artt. 81, comma secondo, 83 (prescrizioni abusive) e 73 comma 5 (che punisce con la pena della reclusione da sei mesi a quattro anni e con la multa da 1032 a 10.329 euro chi produce, traffica, detiene illecitamente sostanze stupefacenti o psicotrope) di cui al d.P.R n. 309/1990 , disponendo tuttavia il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione del reato.
Contro quest’ultima sentenza il medico ha proposto appello per Cassazione, contestando il contrasto di giudicato tra la sentenza impugnata e quella di un processo parallelo per fatti analoghi nel quale era stato assolto. Il ricorrente ha asserito che la somministrazione dei farmaci era stata effettuata per trattare, con finalità terapeutiche, soggetti obesi, mentre per l’accusa si sarebbe trattato di una prescrizione abusiva a sole tre persone, corrispondente all’1 per cento dei pazienti solo per finalità estetiche.
Dalle dichiarazioni di uno dei pazienti, inoltre, sarebbe emerso che il medico aveva operato sempre nel rispetto della legge, non avendo mai somministrato per più di tre mesi continuativi fendimetrazina, che tra l’altro non avrebbe mai prescritto a un soggetto con un indice di massa corporea inferiore a 30, tenuto conto che tale indice assume rilevanza solo nella fase iniziale della cura, a nulla rilevando un eventuale successivo abbassamento.
Solo per uno dei pazienti, che aveva un Imc superiore a 35, il trattamento sarebbe avvenuto per sette mesi ininterrotti, ma questa protrazione si sarebbe resa necessaria in ragione di un quadro clinico estremamente grave.
La difesa del ricorrente, infine, lamentava la mancata valutazione delle opinioni dei consulenti di parte che avevano escluso come la fendimetrazina possa qualificarsi come una sostanza stupefacente, anche se inserita nella Tabella degli stupefacenti. E a sostegno della liceità delle condotte dell’imputato, il difensore aveva fatto presente che nessuno dei suoi pazienti era tossicodipendente.
Per la Suprema Corte, il ricorso è inammissibile
Per la Cassazione, però, il ricorso è inammissibile. Secondo la Suprema Corte, è pertinente il richiamo giurisprudenziale effettuato nella sentenza impugnata ai limiti del giudizio in ipotesi di prescrizione dei reati. “Il giudice, secondo quanto chiaramente enunciato dall’art. 129, comma 2, del codice di procedura penale – spiegano gli Ermellini – si esprime nel merito della questione allorché risulta evidente che il fatto non sussiste, o che l’imputato non lo ha commesso (che era ciò a cui mirava il medico, ndr), il fatto non costituisce reato o non è previsto dalla legge come reato, mentre, in caso contrario, deve dichiararne la prescrizione”.
Premesso questo, la Cassazione ribadisce che “per giurisprudenza pacifica di questa Corte, la somministrazione di preparati medicinali a base di sostanze stupefacenti è consentita, ai sensi dell’art. 72, comma secondo, d.P.R. n. 309 del 1990, solo qualora il medico agisca effettivamente per finalità terapeutiche, praticando un trattamento debitamente prescritto ai sensi dell’art. 43 del testo unico e coerente, secondo le conoscenze scientifiche del momento, con gli obiettivi clinici perseguiti”.
Fermo questo parametro di riferimento, per i giudici del Palazzaccio risulta logico il percorso che ha portato la Corte territoriale a ritenere che non vi fosse l’evidenza dell’innocenza del sanitario. “La decisione, infatti – prosegue la Cassazione – ha analizzato correttamente la disciplina in materia di sostanze stupefacenti (…): normativa che non prevede procedure o protocolli legali, ma affida la diagnosi e la specifica articolazione terapeutica al singolo medico, con il solo limite delle conoscenze scientifiche del momento.
E ha ritenuto che la condotta del ricorrente fosse penalmente rilevante (…), anche se sussumibile nella “ipotesi lieve” di cui all’art. 73, comma 5 d.P.R. 9 ottobre 1990, 309, a cagione della limitata offensività sia per le caratteristiche della sostanza sia per il ridotto numero di pazienti interessati alla prescrizione (3 su un totale di 231)”.
Secondo gli Ermellini, la Corte d’Appello ha correttamente rilevato “l’assenza dei presupposti per ritenere che le prescrizioni avessero natura terapeutica, sia per le condizioni di salute dei pazienti sia per l’eccessiva durata delle prescrizioni, “dando così adeguatamente conto del perché difettasse l’evidenza della prova dell’innocenza dell’imputato”.
Respinta anche la doglianza relativa al contrasto di giudicato tra la sentenza impugnata e quella del processo “gemello”, considerato che i fatti trattati erano diversi. Ergo, ricorso respinto e sentenza d’Appello confermata.
Nicola De Rossi2020-04-21T10:57:03+00:00
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