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Timestamp: 2020-07-04 17:34:55+00:00
Document Index: 122807007

Matched Legal Cases: ['art. 98', 'art. 71', 'art. 60', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 64', 'art. 60', 'art. 71', 'art. 60']

Il licenziamento di un docente: il dovere del Miur è praticare il principio generale della trasparenza assoluta. - Aetnascuola.it
Il licenziamento di un docente: il dovere del Miur è praticare il principio generale della trasparenza assoluta.
Redazione 21 Gennaio 2013 Il licenziamento di un docente: il dovere del Miur è praticare il principio generale della trasparenza assoluta.2013-01-21T15:08:41+02:00 L'opinione Nessun Commento
Il caso Favro: mobbing, licenziamento. Il dovere del Miur è praticare il principio generale della trasparenza assoluta. (di Polibio)…
Si tratta di un caso alquanto complesso. Gianni Favro, docente di clarinetto in una scuola di San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, è stato licenziato senza preavviso dal direttore generale dell’Usr del Friuli-Venezia Giulia.
Il caso Favro: mobbing, licenziamento. Il dovere del Miur
è praticare il principio generale della trasparenza assoluta.
Si tratta di un caso alquanto complesso. Gianni Favro, docente di clarinetto in una scuola di San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone, è stato licenziato senza preavviso dal direttore generale dell’Usr del Friuli-Venezia Giulia. Il caso ha ampia diffusione attraverso i blog e gli articoli di stampa, con particolare riferimento alle storie di mobbing (Egizio Trombetta, Valeria Roscioni, Fabio Frabetti, Adriano Fontani, Siena, Comitato nazionale contro mobbing-bossing scolastico), ed è stato anche oggetto, il 28 giugno 2011 (seduta n. 492 della Camera, “delegato in data 24.06.2011” a rispondere il Miur), di un’interrogazione a risposta scritta (4-12458) presentata dall’on. Pierfelice Zazzera (primo firmatario, il 24 giugno 2011), dell’Italia dei Valori, al Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, e al Ministero del lavoro e delle politiche sociali.
Nell’interrogazione parlamentare – dopo avere riferito che il professore Gianni Favro aveva “denunciato sulla stampa un presunto caso di mobbing ai suoi danni” e precisato che secondo quanto riportato dalla stampa lo stesso professore Favro “sarebbe stato licenziato per aver usufruito del diritto alle centocinquanta ore utili all’aggiornamento professionale, come previsto dal contratto collettivo di lavoro e dal contratto collettivo regionale integrativo”, e altresì che “dopo essere stato licenziato gli sarebbe stata notificata la condanna a quattro mesi e quindici giorni di reclusione, senza processo, per danno all’erario”; che “il professor Favro ha rivelato di aver subito vere e proprie vessazioni psicologiche da parte del dirigente scolastico”; che “il mobbing perpetrato verso il professor Favro sarebbe sia di tipo verticale che orizzontale, in quanto anche i suoi colleghi avrebbero cambiato atteggiamento nei suoi confronti per non esporsi e compromettersi con i dirigenti”, nonché che “vi sarebbero stati altri due licenziamenti illegittimi, secondo il professor Favro”, i quali avrebbe riguardato “un docente napoletano per aver utilizzato il dialetto in aula” e “una professoressa perché disabile al 50 per cento”, ma che “fortunatamente sarebbe stata riassunta immediatamente” – i deputati firmatari chiedevano di sapere, “se quanto riportato in premessa corrisponda al vero, quali iniziative i Ministri intendano assumere al fine di annullare il provvedimento di licenziamento adottato nei confronti del professor Fravo, qualora illegittimo, e per chiarire se vi siano state condotte antisindacali”, nonché “quali iniziative intendano adottare al fine di approfondire il fenomeno del mobbing all’interno della struttura scolastica di cui sopra”.
Polibio non ha conoscenza della risposta all’interrogazione parlamentare presentata, quale primo firmatario, dall’on.le Pierfelice Zazzera dell’Idv. Tra i documenti di cui dispone c’è un circostanziato esposto inviato il 5 settembre 2011 da Gianni Favro al presidente e ai componenti della Commissione cultura, scienza e istruzione e, per conoscenza, al Presidente della Camera dei deputati, avente per oggetto: Austerità scolastica, per risparmiare sulle supplenze è stato violato gravemente il Diritto allo Studio e all’auto-aggiornamento di un Docente di ruolo, egli è stato licenziato con falsità anche in Tribunale delle Autorità scolastiche per sanare tali abusi”. Un esposto avente come immediato seguito: “Non sono stati concessi nemmeno l’aggiornamento dell’orario di servizio previsto dalle 150 ore e la sostituzione per le supplenze offerta gratuitamente dai colleghi per non creare precedenti”. Un “calvario” che sarebbe durato “cinque anni”.
Come ha sempre fatto, avvalendosi di documenti, di fonti primarie e secondarie di particolare rilievo, che fanno parte del suo archivio, inviatigli dai suoi lettori e dai suoi amici, Polibio sottolinea che il suo intento, anche attraverso l’espressione delle sue personali opinioni, è unicamente quello di portare alla conoscenza della pubblica opinione e delle autorità interessate episodi e comportamenti che ritiene lesivi della corretta gestione dell’attività pubblica relativa soprattutto alla gestione delle istituzioni scolastiche interessate. Esercita così, legittimamente e nelle forme appropriate, il diritto, di rango costituzionale, di libera espressione riguardo a fatti e a condotte di pubblico interesse; il diritto di esprimere la propria opinione e di critica nei suoi connotati fondamentali, e talvolta di esprimersi con un pizzico di ironia e di satira.
Nell’esposto del 5 settembre 2011, Gianni Favro espone la serie dei “dinieghi” e, a suo dire, delle “vessazioni” delle “autorità scolastiche” nei suoi confronti. Peraltro, la “gravissima difficoltà” di frequentare i “corsi abilitanti sia speciali che ordinari” avrebbe riguardato “numerosi allievi/docenti” data la “frequenza obbligatoria a 32 materie prevista all’80%”, mentre “numerosi sono stati i ricorsi al Tar”. L’elenco dei “dinieghi” delle 150 ore per il diritto allo studio (che, se risponde al vero, oltre alla violazione della legge, del Ccnl e del Ccri, si potrebbe trattare di comportamento antisindacale e di una forma di abuso d’ufficio, ma anche di mobbing e di vessazioni, che compete alle autorità competenti, e in particolare alla magistratura, accertare), che riguarda gli anni dal 2007 al 2010, è rassegnato nell’esposto e molte volte è seguito dall’espressione perché “il dirigente scolastico voleva risparmiare sulle supplenze” (!).
Tra l’altro, dava informazione che “ora si sta cercando di dichiarare illecitamente … la sua inidoneità all’insegnamento al fine di screditarlo ulteriormente ed escluderlo definitivamente dall’impiego pubblico” (Gianni Favro è, oggi, Presidente del “Movimento nazionale contro il mobbing ai lavoratori”, con sede al San Michele al Tagliamento (Venezia), tel. 0431.511585 cell. 349.8346368) e qualificava con l’aggettivo “emblematica” la “sua condanna penale a 4 mesi e 15 gg di reclusione per danno all’erario senza aver subito alcuna contestazione (impedendogli di difendersi) per sanare una illecita detrazione di quasi 4.000 euro dal suo stipendio perpetrata dal Dirigente Scolastico su assenze ritenute giustificate dal predecessore e comunque in prescrizione da anni”. Il tutto sarebbe stato “aggravato” (oltre che “dalla mancata attuazione già dall’anno 2007 dell’art. 98 del Contratto collettivo nazionale della scuola” e “da gravi falsità procedurali e documentali, anche nei tribunali, per il procedimento di destituzione”) “dal mancato esercizio del Diritto di Difesa con la negazione all’accesso ai fascicoli personali, ai verbali e alla documentazione della Scuola”.
Nell’intervista condotta da Egizio Trombetta, resa pubblica il 27 gennaio 2010 su “il Blog di Egizio”, il professore Gianni Favro, dopo aver fatto riferimento a “una denuncia pubblica da parte della Cgil di Pordenone dove si legge: ‘pressing psicologico per evitare le assenze dei docenti attivato dai dirigenti e dai direttori amministrativi per evitare il problema delle sostituzioni’”, riferisce, per quanto lo riguarda, che “le motivazioni del licenziamento sono complesse. Ci sono sei assenze dall’insegnamento” – dal 22 settembre a dicembre 2009, utilizzate per “motivi di studio, come prevede la legge, per sostenere esami” – “considerate ingiustificate, che non c’entrano con le centocinquanta ore, sono permessi di studio che avevo chiesto per sostenere esami di stato”, corrispondenti a “otto giorni all’anno per sostenere esami riconosciuti dallo Stato”. Lui, che peraltro aveva utilizzato metà delle 150 ore oppure aveva chiesto l’adeguamento dell’orario di servizio, si era presentato nei giorni corrispondenti a quegli esami, ma stranamente all’Università non gli avevano “consentito di sostenerli”, cosicché, rientrando a scuola, aveva “giustificato le assenze come gravi problemi personali”, ma il preside non aveva tenuto conto di quelle giustificazioni e procedeva con la contestazione di addebiti”. Il 4 giugno del 2010 riceveva “una lettera di licenziamento”.
Nel corso della lunga intervista, Ezio Trombetta, a conoscenza delle numerose manifestazioni di protesta messe in atto dal professore Favro a Roma, in Friuli davanti la scuola e in molti altre forme, e quindi della notevole sofferenza psicologica, rivolge a Favro la domanda se “stia rischiando la vita”. La risposta di Gianni Favro è immediata: “Io credo di aver pensato almeno cento volte al suicidio, almeno nei momenti più gravi”. Gianni Favro non si abbatta, perché una puntuale indagine ispettiva tecnica (Polibio darà più avanti indicazioni in tale direzione) potrebbe chiarire l’intera vicenda (vd. versione novellata, dall’art. 71 del d.lgs n. 150/2009, del comma 6 dell’art. 60 del d.lg.s. n. 165/2001).
A Polibio, anche perché la memoria gli è stata rinvigorita da un amico che gli ha ricordato un “fenomeno” della metà degli anni Ottanta del secolo scorso, è ritornato alla mente il “nonnismo” militare in Friuli, proprio a San Vito al Tagliamento, quando la leva militare era obbligatoria; il “nonnismo” perpetrato da parte dei militari “anziani” nel confronti delle giovani reclute, dei militari di leva, e i casi di suicidio che avevano riguardato, quale conseguenza di quel “nonnismo”, proprio le “giovani reclute”, sottoposte a mobbing feroce e vittime innocenti di quella inaudita e scellerata ferocia, di quella crudeltà inaudita e scellerata.
Nell’articolo di Adriano Fontani (Siena), Comitato nazionale contro mobbing-bossing scolastico – nel quale Fontani scrive “denunciamo da anni” che “troppi DS si comportano da feudatari, tronfi dei crescenti poteri che l’Autonomia dà loro, trasformandosi non di rado in autentici e feroci aguzzini” –, si legge che, data la particolare situazione non dipendente dalla volontà del Favro di assentarsi (ma causata dall’Università che non gli aveva di volta in volta consentito di sostenere gli esami), le 6 assenze potevano rientrare nei “permessi retribuiti” (5 per aggiornamento e formazione, eterocertificati; 8 per concorsi ed esami, eterocertificati; 3 per motivi familiari o personali, autocertificati; 6 di ferie durante l’anno, autocertificate), e quindi potevano, in subordine, essere considerate, dato che l’Università non gli aveva consentito di sostenere gli esami, “come ferie” o come “motivi personali-familiari”, complessivamente “9 giorni pagati all’anno cui il docente ha diritto per CCNL, senza alcuna certificazione giustificativa”, bensì per motivi personali o familiari documentati anche mediante autocertificazione, determinata dal fatto che i motivi personali o familiari potrebbero non derivare da presenze in strutture pubbliche o private, ma da qualsiasi altra esigenza.
Quali che siano le ragione in ordine al “caso Fravo”, va segnalato e apprezzato l’impegno di Sonia Alfano con la sua recente interrogazione scritta alla Commissione europea relativa alla “regolamentazione del mobbing a livello europeo”. Alla quale la Commissione ha risposto facendo riferimento all’accordo siglato il 26 aprile 2007 tra le parti sociali a livello europeo “per la realizzazione di una politica di tolleranza zero nei confronti del mobbing sul posto di lavoro” e di “implementazione dell’accordo … al fine di vagliare la necessità o meno di ulteriori misure politiche in tale ambito”. Una sentenza della Corte di cassazione, depositata in cancelleria il 21 dicembre 2010, definisce il “comportamento vessatorio continuo in pregiudizio di un lavoratore … violenza privata continuata aggravata”, ancor più che maltrattamento o mobbing.
Non sono pochi i casi, cosicché sembrerebbe una “prassi consolidata”, di docenti e di personale Ata che, avendo legittimamente e correttamente denunciato l’esistenza di pratiche scorrette nei bilanci e irregolarità anche nei verbali dei consigli di classe e dei collegi dei docenti, che chiedono il rispetto del diritto alle 150 ore e di altre norme dei contratti collettivi, diventano “destinatari” di sanzioni disciplinari, addirittura anche a “raffica”.
In due scuole della Sicilia, due capi d’istituto si sono comportati indecorosamente e con protervia nei confronti di un’insegnante. Ovviamente, Polibio conserva nel suo archivio i documenti, fonti primarie. Documenti che riguardano i due cosi, e con essi i documenti di moltissimi altri casi perpetrati a danno di dicenti e di personale Ata.
Nel primo caso, l’insegnante aveva comunicato per iscritto al capo d’istituto di una delle due scuole che nel plesso in cui prestava servizio, oltre al giornaliero ritardo nell’inizio delle attività didattiche, si svolgeva ogni settimana, in una delle stanze, nel giorno del mercato insediato nelle vicinanze del plesso scolastico, una sorta di “processione” di qualche insegnante che usciva dalla scuola per procurare abiti da far provare alle colleghe o di venditori ambulanti. Portavano abiti da far provare alle insegnanti di quel plesso per farglieli, se risultati di misura adatta e di gradimento, acquistare. Invece di intervenire nei confronti delle insegnanti dal comportamento irregolare, e comunque per rimettere ordine là dove il disordine era parecchio sconveniente, agì contro l’insegnante che gli aveva formalizzato quel sistematico disordine! D’altra parte come poteva comportarsi diversamente – ed è abbastanza facile comprendere perché non poteva agire nei confronti di coloro che abitualmente si comportavano illegalmente – dato che lui a scuola ci stava assai poco, quando ci andava, perché entrava alle undici e andava via a mezzogiorno, per rincasare dopo avere fatto acquisti nei negozi di generi alimentari nei pressi della scuola?
Nel secondo caso, l’insegnante aveva protestato con il capo d’istituto perché alcune colleghe erano solite fare scrivere agli alunni della scuola primaria (e lo facevano da anni), costringendoli per “punizione”, 50 volte (e magari 100 volte) frasi del tipo (e la prima frase la scriveva ciascuna delle insegnanti) “Io non disturberò durante le lezioni”, “Io non pasticcio il libro”, “Io non riderò quando gli altri insultano”. Frasi che gli alunni scrivevano con sgangherata ripetizione. Le “eccellenti” insegnanti del “copiato a ripetizione” si rivolsero formalmente al capo d’istituto, accusando di “interferenze” la collega che aveva osato protestare di fronte a quelle “aberrazioni didattiche”. Peraltro, una delle insegnanti che punivano gli alunni con la “pena” di scrivere 50 o 100 volte la stessa frase si rivolse al capo d’istituto invitandolo a prendere provvedimenti disciplinari nei confronti della collega che si era permessa di protestare. Gli scrisse, decisa e perentoria, che il suo stile di vita, la sua cultura, la sua ideologia, il suo entusiasmo facevano sì che continuasse “ad adottare l’attuale metodologia” che la vedeva “sempre impegnata a non spegnere la libertà di espressione, la vivacità di pensiero e la creatività” dei suoi alunni, “anche nelle situazioni più difficili”. Fortunatamente, oltre a possedere gli originali di quella “creatività” imposta per anni da quelle insegnanti ai loro alunni, l’insegnante “accusata di interferenze” aveva registrato molte conversazioni, altrimenti per lei sarebbero stati guai parecchio gravi”. Registrazioni e documenti e determinanti. (vd. “Telefonini, registrazioni e diffide per difendersi dalle offese e dalle violenze dei presidi-padroni”; “Il registratore per smascherare i dirigenti-padroni”; “Violazioni dei diritti dei lavoratori. Sanzionati dai giudici del lavoro i comportamenti antisindacali
di presidi-padroni”; “Capita che i lavoratori della scuola paghino a caro prezzo per gli assurdi e paradossali errori dei dirigenti scolastici”; “A pagare per gli errori e per le pretese dei dirigenti scolastici sono sempre gli insegnanti e il personale della scuola”; “Il mobbing: gravissima forma di violenza morale o psichica dei presidi-padroni prepotenti nei confronti dei lavoratori”).
Veniamo ad alcuni particolari per quanto concerne i diritti dei lavoratori, sanciti da leggi e/o da contratti collettivi di lavoro. Per quanto concerne le 150 ore del diritto allo studio, coloro, insegnanti o personale Ata, che l’hanno avuto riconosciuto perché rientranti nella quota del 5% del personale in servizio, hanno il dovere di comunicare al d.s., da tre a cinque giorni prima dell’assenza, che in tali ore di tale giorno, o per l’intera giornata di servizio, saranno assenti, autocertificando così il motivo dell’assenza. Gli interessati potranno comunicare (e il dirigente scolastico deve soltanto prenderne atto, e giammai può negare) anche una lista di assenze, articolata nelle settimane o nei mesi successivi, anche per quanto concerne il numero complessivo delle ore, rispetto alle 150, destinate allo studio, alla ricerca, alla stesura della tesi di laurea, da svolgere in qualsiasi altro comune o regione in Italia o in qualsiasi altro Paese.
Il dirigente scolastico deve soltanto prenderne atto, ed eventualmente trovare conferma, per quanto concerne le lezioni e gli esami, nei calendari universitari, dato che l’insegnante può autocertificare (e peraltro il conseguimento di un titolo di studio, di una laurea, rientra a pieno titolo nei motivi personali o familiari) la frequenza delle attività didattiche, la presenza nell’Università o nel determinato istituto, gli esami, anche quando in quel “determinato” giorno non vengono sostenuti perché il professore universitario ha predisposto un calendario d’esami, per cognome dei candidati, articolato in diversi giorni.
Allo stesso modo, soltanto per comunicazione che non può essere oggetto di negazione da parte del d.s., anche per quanto concerne altre assenze: la partecipazione a concorsi o esami (8 giorni complessivi per anno scolastico); i 3 giorni per ciascun lutto; i 3 e i 6 giorni, rispettivamente, di permesso retribuito e di ferie per motivi personali o familiari “documentati anche mediante autocertificazione”; il matrimonio; sempre con riferimento all’art. 15, commi 1 e 2 del vigente CCNL. E particolare attenzione va rivolta all’art. 64 (fruizione del diritto alla formazione”), soprattutto, ma non solo, al comma 5 (diritto degli insegnanti alla fruizione di cinque giorni nel corso dell’anno scolastico per la partecipazione a iniziative di formazione con l’esonero dal servizio e con la sostituzione ai sensi della normativa sulle supplenze brevi vigente nei diversi gradi scolastici”), nonché al diritto all’articolazione flessibile dell’orario di lavoro per consentire la partecipazione a iniziative di formazione anche in aggiunta a quanto stabilito dal comma 5.
Né il dirigente scolastico può affermare di “trovarsi in difficoltà” addirittura ben conoscendo, da tempo antecedente, i giorni di assenza dell’insegnante derivanti da diritti sanciti da leggi e da contratti collettivi di lavoro (il dsga non può intervenire per quanto concerne il personale Ata), e addirittura conoscendo da parecchio tempo il calendario delle assenze per le 150 ore riguardanti il diritto allo studio, nonché quello delle altre assenze programmate. Se avesse “difficoltà” di “programmare” e di “organizzare”, figuriamoci cosa accadrebbe nel caso in cui uno o più insegnanti gli comunicassero, telefonicamente, mezz’ora prima dell’inizio delle attività didattiche generali o individuali, di doversi assentare per motivi di salute! Andrebbe in tilt.
Per quanto concerne l’accesso agli atti, si tratta di un diritto dei lavoratori, ancora più pregnante e urgente qualora insorgessero e fossero già in corso controversie tra il dipendente e l’amministrazione pubblica. Di qui il dovere dell’amministrazione pubblica di praticare il principio generale della trasparenza assoluta, anche, ma non soltanto, per fugare qualsiasi ombra di sospetto che sorge spontanea e che non si riduce facilmente, e che peraltro continua, sia pure affievolita, a permanere. Per quanto concerne l’accesso al fascicolo personale, il dipendente, ma anche da ex dipendente, ha pieno diritto ad accedervi. Sia per quanto concerne la parte non riservata, sia per quanto riguarda la parte riservata, che deve rimanere inaccessibile a chiunque e diventare accessibile soltanto in presenza della persona alla quale il fascicolo si riferisce. Peraltro, nel fascicolo deve essere presente una scheda, ma potrebbe, anzi dovrebbe, altrimenti trattarsi di una delle facciate interne del fascicolo, nella quale va “registrato” ciò che di volta in volta viene depositato nel fascicolo. Cosicché, quando da parte del titolare del fascicolo viene chiesto l’accesso, il richiedente (al quale l’accesso deve essere sollecitamente consentito soprattutto in casi di particolare rilevanza, qual è, per esempio, un procedimento disciplinare o comunque di contenzioso) deve essere presente ed eventualmente, se per personale decisione insindacabile lo ritiene opportuno e necessario, accompagnato da un avvocato o dal rappresentante del sindacato al quale ha conferito mandato), e non può essergli inviato per posta o con qualsiasi altro mezzo “quanto” nel fascicolo “contenuto”, perché, magari per semplice “svista”, potrebbe risultare “omesso” qualche documento alquanto importante e pertinente alle ragioni avanzate o da avanzare nelle sedi opportune da parte dello stesso titolare del fascicolo personale.
Per quanto concerne l’accesso agli atti e le copie degli stessi, se negati da qualsiasi dirigente dello Stato, il ricorso, con richiesta di decisione e/o di parere, va prontamente rivolto alla Commissione per l’accesso ai documenti amministrativi, Presidenza del Consiglio dei ministri, la quale è sempre tempestivamente intervenuta con decisioni appropriate e corrispondenti all’applicazione delle norme di legge vigenti.
A proposito del d.lgs. n. 150/2009, Polibio evidenzia che il comma 6 dell’art. 60 del d.lgs. n. 165/2001, così come sostituito dall’articolo 71 (“ampliamento dei poteri ispettivi”) del d.lgs. n. 150/2009, è entrato in vigore. Differentemente dai procedimenti e dalle sanzioni disciplinari, nonché di chi viene indicato come competente a promuoverli e a infliggerle, contenuti nella “legge Brunetta”, il d.lgs. n. 150/2009 non può entrare in vigore, poiché sono tuttora vigenti sia il Ccnl del comparto scuola, sia il Ccnl del comparto dirigenti scolastici, per quanto “commesso”, e oggetto di procedimento disciplinare nonché di conseguente sanzione, prima del 16 novembre 2009, data della sua entrata in vigore. Pertanto, non sono tuttora possibili le violazioni, addirittura con conseguenze molto gravi nei confronti del personale docente e del personale amministrativo, tecnico e ausiliario, del Ccnl del comparto scuola tuttora vigente; con riferimento agli articoli 91, 94, 96, 97, 98 (quest’ultimo articolo per quanto concerne il mobbing: per il quale “si intende una forma di violenza morale o psichica nell’ambito del contesto lavorativo attuato dal datore di lavoro o da dipendenti nei confronti di altro personale”).
In ordine alla versione novellata, dall’art. 71 del d.lgs n. 150/2009, del comma 6 dell’art. 60 del d.lg.s. n. 165/2001, il testo ci mette a conoscenza che “presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri-Dipartimento della funzione pubblica è istituito l’Ispettorato per la funzione pubblica, che opera alle dirette dipendenze del Ministro delegato. Ad esso può rivolgersi chiunque.
L’Ispettorato vigila e svolge verifiche sulla conformità dell’azione amministrativa ai principi di imparzialità e di buon andamento dell’azione amministrativa, sull’efficacia della sua attività con particolare riferimento alle riforme volte alla semplificazione delle procedure, sul corretto conferimento degli incarichi, sull’esercizio dei poteri disciplinari, sull’osservanza delle disposizioni vigenti in materia di controllo dei costi, dei rendimenti, dei risultati, di verifica dei carichi di lavoro. Collabora alle verifiche di cui al comma 5” (si tratta del “Ministero del tesoro” che, “anche su espressa richiesta del Ministro per la funzione pubblica, dispone visite ispettive, a cura dei servizi ispettivi di finanza del Dipartimento della ragioneria generale dello Stato, coordinate anche con altri analoghi servizi, sulla valutazione delle spese, con particolare riferimento agli oneri dei contratti collettivi nazionali e decentrati, denunciando alla Corte dei conti le irregolarità riscontrate”).
Inoltre, l’Ispettorato, “al fine di corrispondere a segnalazioni da parte di cittadini o pubblici dipendenti circa presunte irregolarità, ritardi o inadempienze delle amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, può richiedere chiarimenti e riscontri in relazione ai quali l’amministrazione interessata ha l’obbligo di rispondere, anche per via telematica, entro quindici giorni. A conclusione degli accertamenti, gli esiti delle verifiche svolte dall’ispettorato costituiscono obbligo di valutazione, ai fini dell’individuazione delle responsabilità e delle eventuali sanzioni disciplinari di cui all’articolo 55, per l’amministrazione medesima. Gli ispettori, nell’esercizio delle loro funzioni, hanno piena autonomia funzionale ed hanno l’obbligo, ove ne ricorrano le condizioni, di denunciare alla Procura generale della Corte dei conti le irregolarità riscontrate”.
In conclusione, chi, da cittadino o da pubblico dipendente, ha segnalato, soprattutto se ha corredato di documenti di riferimento la segnalazione, “presunte irregolarità, ritardi o inadempienze delle amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2”, può da parte sua, e in via del tutto riservata, avanzare richiesta in ordine alla segnalazione. Soprattutto se i fatti a suo tempo “segnalati” persistono.
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