Source: https://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_14611.asp
Timestamp: 2018-07-22 06:49:50+00:00
Document Index: 12227810

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 433', 'art. 2', 'art. 433', 'art. 438', 'art. 433']

Anziani in stato di bisogno e soggetti tenuti alla retta alberghiera. Analisi dei c.D. “contratti d'inserimento”.
Un interessante articolo scritto da Massimiliano Gioncada e Simonetta Carboni (“Rette RSA, contratti d'inserimento e Comuni dopo le recenti pronunce del giudice amministrativo”, Servizi Sociali Oggi, 14/3, 2009, ppgg 45-48), offre lo spunto per approfondire una tematica di estremo interesse, nella considerazione di quanto si ricorra con maggiore frequenza, soprattutto negli ultimi anni, a forme di assistenza che escludano la permanenza nel loro domicilio degli anziani, ovverosia presso residenze socio-assistenziali o socio-sanitarie.
Per esemplificare la casistica afferente gli argomenti che in seguito verranno affrontati, possiamo dire che spesso i parenti stretti, non essendo nella possibilità di assicurare un'assistenza adeguata nel proprio domicilio ad un anziano congiunto, optano per una sua sistemazione alternativa, e poiché costui, a causa dell'età avanzata, potrebbe soffrire una delle tante patologie senili ricorrenti (alzheimer, parkinson, ecc.), sottoscrivono per conto di costui, senza magari nemmeno averne titolo legale (sentenza di interdizione o di amministrazione di sostegno), un contratto di c.d. “inserimento” con la struttura residenziale ospitante, concernente, per parte privata, l'accredito di un canone mensile, che nel caso qui trattato ha valore di retta per la sola ospitalità alberghiera, senza alcun coinvolgimento dell'Azienda Sanitaria Locale.
Non sono stati valutati i profili di annullabilità/nullità scaturiti dal mero aspetto psicologico dei sottoscriventi, i quali sovente ignorano le opzioni alternative quali l'assistenza domiciliare, benché il “beneficiario” sia esente da trattamenti sanitari obbligatori; nella semplice convinzione che la permanenza nel domicilio di un anziano “solo”, possa configurare ipotesi di responsabilità per mancata sorveglianza. Gli autori hanno richiamato, invece, quei profili di annullabilità/nullità scaturiti dalla normativa.
Laddove si manifesti la suddetta evenienza, i Comuni invocano la responsabilità dei sottoscriventi in virtù dell'art. 433 c.c., che dispone l'obbligo degli alimenti nei confronti del beneficiario, per quanto figli o nipoti non debbano surrogarsi nel pagamento della retta per conto del Comune, essendo costoro tenuti agli alimenti solo ed esclusivamente nei confronti del diretto interessato. Sarebbe a dire che da un lato abbiamo l'anziano, titolare del diritto, e dall'altro i parenti, titolari dell'obbligo, per cui in astratto costoro potrebbero benissimo restare inerti nell'attesa che l'avente diritto richieda l'esecuzione delle proprie pretese giudizialmente tramite una “causa alimentare”. Ciò, perché il diritto agli alimenti è incedibile, irrinunciabile, intransigibile ed intrasmissibile, sia dal lato attivo che da quello passivo. D'altronde, l'art. 2, comma 6 del d.lgs. 109 del 1998, nel richiamare la disciplina relativa agli alimenti contenuta nell'art. 433, chiarisce che i contenuti di questo non possono essere interpretati nel senso di attribuire le prerogative da esso discendenti agli enti locali, così come previsto dal successivo art. 438 cc comma 1 (“Gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in istato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento”). Ne consegue, a detta dei due autori sopra citati, sia il difetto di legittimazione attiva dei Comuni a livello sostanziale (essendo infatti esclusi dai soggetti titolari ex art. 433 cc), sia la loro legittimazione a livello processuale, non potendo costringere alcuno dei debitori alla concreta erogazione degli alimenti.
L'attività dei Servizi Sociali dei Comuni allora potrebbe avere efficacia nei confronti dei tenuti agli alimenti, solo ove si estrinsecasse nell'intermediazione, cioè in un tentativo condotto in via stragiudiziale, teso a convincere in via bonaria ad effettuare il versamento degli alimenti (alias, retta di degenza alla struttura di accoglienza) oppure, ove i tenuti agli alimenti risultino renitenti, nello spingere l'alendo verso l'esperimento dell'azione giudiziale per ottenere la quota utile ad ovviare al suo stato di bisogno, che si auspica sfoci in una condanna all'erogazione economica. Il Comune insomma in questa vicenda non può che rivestire un ruolo di “catalizzatore”, difettandogli la possibilità di intervenire sui “tenuti agli alimenti” nei confronti dei quali sono carenti di qualsiasi posizione soggettiva attiva. Fatta salva, ovviamente, l'evenienza che costoro trattengano illegittimamente cespiti patrimoniali di cui gli anziani in stato di bisogno siano titolari, e che dunque potrebbero essere utilizzati, in tutto od in parte, per il pagamento della retta medesima. Viceversa, i Comuni debbono in ogni caso intervenire ad integrare la retta, in forza di precise disposizioni legislative, in favore dei soggetti bisognosi, come da ultimo stabilito negli arttt. 6 e 22 della legge 328/2000. Addirittura, secondo il TAR Lombardia, Brescia, 28 novembre 2008 n° 536, “Non sembra sostenibile la tesi che l'integrazione comunale sia dovuta negli ordinari limiti della disponibilità di bilancio”.
(12/11/2013 - Dott.Aldo Di Virgilio)