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Timestamp: 2019-11-17 12:42:43+00:00
Document Index: 50566796

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 10', 'art. 34', 'art. 3', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 81', 'art. 388', 'art. 81', 'sentenza ', 'art. 574', 'art. 178', 'art. 420', 'art. 169', 'art. 169', 'art. 6', 'art. 420', 'art. 420', 'art. 574', 'art. 388', 'art. 337', 'art. 570', 'art. 133', 'art. 62', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 3', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 169', 'art. 169', 'sentenza ', 'art. 420', 'art. 6', 'art. 420', 'art. 420', 'art. 420', 'art. 574', 'art. 34', 'art. 27', 'art. 10', 'art. 574', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 38', 'art. 316', 'sentenza ', 'art. 569', 'art. 567', 'art. 3', 'art. 567', 'art. 574', 'art. 3', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 574', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 574', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 58', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 216', 'art. 27', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 27', 'art. 10']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 21 giugno 2019, n.27705
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | DOMENICA 17 NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 13:42
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 21 giugno 2019, n.27705MASSIMA
La Corte di Cassazione dichiara rilevante e non manifestamente infondata in relazione agli artt. 2 e 3 Cost., art. 27 Cost., comma 3, artt. 30 e 31 Cost., nonché all’art. 10 Cost., in relazione alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata a resa esecutiva in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176, la questione relativa alla conformità a Costituzione degli artt. 34 e 574 bis c.p., nella parte in cui impongono che alla condanna per i fatti previsti dalla norma penale da ultimo citata commessi dal genitore in danno del figlio minore consegua automaticamente e per un periodo predeterminato dalla legge la sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale.
Viene richiesto di sollevare questione di costituzionalità dell’art. 34 c.p., comma 2, e degli artt. 388 e 574 bis c.p., per contrasto con gli artt. 2, 3, 10, 27, 30 e 117 Cost., in relazione all’art. 3, della convenzione di New York del 20 novembre 1989 e all’art. 24 par. 2 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dovendosi considerare la legittimità della norma non solo dall’angolazione di chi subisce la pena accessoria, ma anche da quella di coloro (i figli minorenni) su cui si irradiano le conseguenze delle restrizioni imposte al condannato.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 21 giugno 2019, n.27705 - Pres. Fidelbo – est. Costanzo
1. Con sentenza del 30 aprile 2016 il Tribunale di Grosseto condannava F.A. alla pena di due anni e un mese di reclusione, per avere eluso, in più occasioni, il provvedimento del Tribunale dei minorenni di Firenze in ordine all’affidamento condiviso dei figli minori N.E. e D. (art. 81 c.p., comma 2, e art. 388 c.p., comma 2) e per avere sottratto i medesimi figli minori al padre, N.R. , portandoli in Austria contro la volontà di quest’ultimo, al quale veniva così impedito l’esercizio della potestà genitoriale (art. 81 cpv. e 574-bis c.p.); l’imputata, assolta da altri due reati, veniva condannata anche al risarcimento dei danni in favore della parte civile e nei suoi confronti era applicata la pena accessoria della sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale.
La Corte di appello di Firenze, con la sentenza in epigrafe indicata, ha rigettato l’impugnazione proposta dall’imputata, confermando la sua responsabilità per i reati ritenuti dal primo giudice e, in accoglimento dell’appello del pubblico ministero, ha rideterminando la pena in complessivi due anni e sei mesi di reclusione, operando gli aumenti sia sul reato più grave (art. 574 bis c.p.) che sulla continuazione; inoltre, ha parzialmente accolto l’appello della parte civile ponendo a carico della F. la somma di Euro 5.000,00 a titolo di provvisionale.
2. L’avvocato Cecilia Turco, nell’interesse dell’imputata, ha proposto ricorso per cassazione, deducendo i motivi di seguito indicati.
2.1. Con il primo motivo, si deduce violazione dell’art. 178 c.p.p., lett. c), art. 420 bis c.p.p., comma 2, e art. 169 c.p.p., perché le notifiche al difensore di ufficio del decreto di citazione diretta a giudizio, pur formalmente regolari, si sono rivelate inidonee al raggiungimento dello scopo; l’assenza dell’imputata alla prima udienza del dibattimento non è stata dovuta a una opzione volontaria ma alla sua incolpevole ignoranza del decreto di citazione a giudizio comunicatole dal difensore di ufficio, anche perché le indicazioni e l’invito previsti dall’art. 169 c.p.p., non contengono le garanzie previste dall’art. 6 CEDU.
Su questa base viene riproposta la questione di legittimità costituzionale, già ritenuta manifestamente infondata dalla Corte di appello, concernente l’art. 420 bis c.p.p., comma 2, nella parte in cui, affermando che la dichiarazione di assenza sia pronunciata quando 'risulti con certezza' la 'conoscenza del procedimento', esaurisce la conoscenza del processo nella conoscenza del procedimento. Evidenzia la rilevanza della questione perché dal suo accoglimento deriverebbe la rimessione in termini dell’imputata con conseguente possibilità di accedere ai riti alternativi o di indicare testimoni.
2.2. Con il secondo motivo, si censura l’ordinanza con cui il Tribunale di Grosseto ha respinto la richiesta di remissione in termini ex art. 420 bis c.p.p., sul presupposto della mancata prova della non conoscenza del processo.
2.3. Con il terzo motivo si deduce l’erronea applicazione dell’art. 574 bis c.p., per non avere considerato il consenso dei figli minorenni al trasferimento in Austria, rilevante ai fini della sussistenza del reato; si sostiene, inoltre, che il consenso dei due minorenni avrebbe giustificato anche l’esclusione della sussistenza del reato di cui all’art. 388 c.p., avendo l’imputata eluso il provvedimento del giudice civile in quanto ritenuto in contrasto con l’interesse dei minori.
2.4. Con il quarto motivo di ricorso, si deduce contraddittorietà della motivazione mediante travisamento per omissione (da parte di entrambi i giudici di merito) in relazione agli artt. 574 bis, 388, 54 e 59 c.p., per avere disconosciuto la scriminante dello stato di necessità, anche solo putativo, con il trascurare le testimonianze che mostrano come il rifiuto dei figli di incontrare il padre precedette e non seguì il loro trasferimento in Austria, i documenti, prodotti dall’imputata, relativi ai provvedimenti giurisdizionali austriaci (ritenuti privi di efficacia nel nostro ordinamento e inidonei nell’escludere la vigenza degli obblighi nascenti da decreti adottati dal giudice) e la consulenza tecnica di ufficio svolta nel procedimento di modifica della regolazione dei rapporti con i figli ex art. 337 bis c.c. e ss., instaurato davanti al Tribunale di Grosseto.
2.5. Con il quinto motivo si deduce violazione degli art. 570, 581 e 593 c.p.p., per non aver ritenuto l’inammissibilità dell’appello del pubblico ministero, in cui si è sostenuta l’incongruità della pena senza chiarire perché quella determinata dal Tribunale dovesse considerarsi inadeguata.
2.6. Con il sesto motivo di ricorso, si deduce violazione dell’art. 133 c.p., per avere innalzato la pena-base senza adeguata motivazione.
2.7. Con il settimo motivo di ricorso, si deduce violazione dell’art. 62 bis c.p., per avere disconosciuto le circostanze attenuanti generiche pur non avendo mai l’imputata negato alla parte civile le informazioni relative alla località in cui i figli si erano trasferiti e la possibilità di contattarli.
2.8. Con l’ottavo motivo di ricorso, si deduce omessa motivazione nell’applicazione dell’art. 34 c.p., assumendo che la norma esclude un automatismo fra il diniego della sospensione condizionale della pena e la sospensione dall’esercizio della potestà genitoriale e perché è stato trascurato di considerare l’interesse del minorenne, tanto più che nel caso in esame le sentenze del giudice civile hanno statuito l’affido condiviso del minorenne. Su questa base, nel caso di rigetto del motivo di ricorso, viene richiesto di sollevare questione di costituzionalità dell’art. 34 c.p., comma 2, e degli artt. 388 e 574 bis c.p., per contrasto con gli artt. 2, 3, 10, 27, 30 e 117 Cost., in relazione all’art. 3, della convenzione di New York del 20 novembre 1989 e all’art. 24 par. 2 Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, dovendosi considerare la legittimità della norma non solo dall’angolazione di chi subisce la pena accessoria, ma anche da quella di coloro (i figli minorenni) su cui si irradiano le conseguenze delle restrizioni imposte al condannato.
3. Nella memoria depositata dal difensore di N.R. si chiede che il ricorso sia dichiarato inammissibile o, comunque, rigettato.
1. Il primo e il secondo di ricorso, che possono essere esaminati preliminarmente e trattati unitariamente, sono infondati.
Nella sentenza impugnata si precisa (p. 4). che l’imputata ha ricevuto personalmente la raccomandata con avviso di ricevimento inviatale, come previsto dall’art. 169 c.p.p., comma 1, ('notificazioni all’imputato all’estero'), per informarla dell’esistenza di un procedimento nei suoi confronti, dell’autorità procedente, del titolo, della data e del luogo del reato e con l’invito a dichiarare o eleggere domicilio nel territorio italiano. Poiché la F. non ha, nel termine di trenta giorni previsto dalla norma, dichiarato o eletto domicilio, le notificazioni sono state eseguite presso il difensore.
L’art. 169 c.p.p., dispiega i suoi effetti per tutto il processo, dal momento che la sua ratio e il contenuto del suo testo non comportano che la sua portata sia circoscritta alla fase procedimentale.
Nella fattispecie l’imputata, dopo essersi disinteressata del procedimento penale in corso, ha nominato un difensore di fiducia che ha partecipato al processo e ha proposto appello contro la sentenza del Tribunale.
Correttamente la Corte di appello ha considerato che la volontaria rinuncia dell’imputata a presenziare al processo costituisce una sua libera scelta difensiva (Corte Cost., n. 301 del 1994) e ha osservato che il successivo mancato attivarsi è manifestazione di disinteresse, che ha correttamente condotto ad applicare l’art. 420-bis c.p.p., dichiarandone l’assenza e nominandole un difensore di ufficio, senza che questo violi l’art. 6 CEDU, poiché la mancata previsione della notifica personale all’imputato dell’atto introduttivo del giudizio penale non rende dubbia la costituzionalità dell’art. 420 bis c.p.p., comma 2; infatti, la norma comunque richiede che risulti con certezza che - come è avvenuto nella fattispecie - l’imputato sia a conoscenza del procedimento. Né dalla giurisprudenza della Corte EDU discende l’obbligo della notifica personale della vocatio in iudicium, ma soltanto la necessità che gli Stati membri predispongano regole alla cui stregua stabilire che l’assenza dell’imputato al processo possa ritenersi espressione di una consapevole rinuncia a parteciparvi, per cui l’individuazione degli strumenti attraverso cui consentire al giudice tale verifica resta affidata alla discrezionalità del legislatore, comportando scelte che investono la disciplina degli istituti processuali (Corte Cost., n. 31 del 2017).
Su queste basi, condivisibilmente, la Corte di appello ha ritenuto manifestamente infondata la questione della legittimità costituzionale dell’art. 420 bis c.p.p., comma 2, posta con il primo motivo di ricorso e ha coerentemente osservato che mancano i presupposti per una rimessione in termini ex art. 420 bis c.p.p., comma 4, perché l’imputata non ha provato che la sua assenza sia stata dovuta a una incolpevole mancata conoscenza della celebrazione del processo.
2. Il terzo motivo di ricorso è manifestamente infondato.
Il contenuto dei dati normativi non permette di assumere che la sussistenza dei reati ascritti ex artt. 388 e 574 bis c.p., sia esclusa dalla presenza di un consenso dei figli minorenni alla condotta addebitata all’imputata.
Nel caso di mancata esecuzione di un provvedimento del giudice civile, concernente l’affidamento di un figlio minore, il motivo plausibile e giustificato che può costituire valida causa di esclusione della colpevolezza, è solo quello che, pur senza configurare l’esimente dello stato di necessità, è stato determinato dalla volontà di esercitare il diritto-dovere di tutela dell’interesse del minore, in situazioni, transitorie e sopravvenute, non ancora devolute al giudice per l’eventuale modifica del provvedimento di affidamento, ma integranti i presupposti di fatto per ottenerla (Sez. 6, n. 7611 del 11/12/2014, dep. 2015, Rv. 262494; Sez. 6, n. 27613 del 19/06/2006, Rv. 235130; Sez. 6, n. 17691 del 09/01/2004, Rv. 228490).
3. Il quarto motivo di ricorso è anch’esso manifestamente infondato.
La Corte di appello ha considerato i documenti prodotti dalla difesa della ricorrente, rilevando che questi provano al più che 'la F. , in totale spregio di quanto disposto dal Tribunale per i minorenni di Firenze' ha adito l’autorità giudiziaria straniera, i cui provvedimenti non valgono a escludere la vigenza dei provvedimenti adottati dal giudice italiano, peraltro disattesi dalla F. prima ancora che si pronunciasse l’autorità giudiziaria austriaca. Ha rimarcato che non è stato contestato quanto dichiarato da N.R. circa le condotte con cui l’imputata ostacolò i suoi rapporti con i figli, mentre non è provato che questi abbiano voluto interrompere i rapporti con il padre, così mancando ogni base per la configurabilità della scriminate putativa richiamata nell’atto di appello.
4. Il quinto, il sesto e il settimo motivo di ricorso possono essere trattati congiuntamente e sono manifestamente infondati.
La Corte ha disconosciuto le circostanze attenuanti generiche non ravvisando elementi di valutazione favorevoli e rimarcando, per altro verso, la 'intensità del dolo che ha sorretto l’azione dell’imputata, preordinata nel suo disegno criminoso, perdurante nel tempo', così adeguatamente chiarendo la sua valutazione discrezionale circa l’adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato e alla personalità del reo (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010, Rv. 248737; Sez. 1, n. 46954 del 4/11/2004, Rv. 230591).
Per le stesse ragioni la Corte ha rigettato la richiesta di riduzione della pena e, correlativamente, ha accolto la richiesta di aumento della pena avanzata dal pubblico ministero.
Ha determinato, comunque, in misura contenuta (due anni di reclusione nell’arco edittale che va da uno a quattro) la pena-base e in proporzione a questa gli aumenti per i quattro reati-satellite (complessivi 6 mesi).
5. Sulla base delle conclusioni raggiunte in relazione agli altri motivi di ricorso, le questioni poste con l’ottavo motivo di ricorso risultano rilevanti perché l’art. 574 bis c.p., comma 3, prevede che, nel caso in cui il delitto sia stato commesso 'da un genitore in danno del figlio minore' sia automatica l’applicazione della 'sospensione dalla responsabilità genitoriale' e, sempre automaticamente, l’art. 34 c.p., comma 2, determina la misura della sospensione 'per un periodo di tempo pari al doppio della pena inflitta' nel caso di 'delitti commessi con abuso della responsabilità genitoriale'.
Pertanto, il presente giudizio non può essere definito indipendentemente dalla soluzione della questione concernente la legittimità costituzionale dell’applicazione automatica della pena accessoria costituita dalla sospensione della responsabilità genitoriale prevista dalla normativa vigente e della determinazione automatica della sua misura.
Infatti, se la questione che viene sollevata dovesse risultare non fondata, l’ottavo motivo del ricorso in esame andrebbe respinto e la pena accessoria verrebbe determinata nella specie e nella misura indicata dalla legge.
6. Quanto alla non manifesta infondatezza, deve anzitutto considerarsi che non compete al giudice remittente stabilire se la questione sia fondata o infondata, ma unicamente verificare se essa sia o meno manifestamente infondata, limitandosi ad una valutazione sommaria, per rilevare se esista un dubbio di costituzionalità che la renda non meramente plausibile, ma seria e meritevole di vaglio da parte dell’organo giurisdizionale al quale compete il giudizio sulla costituzionalità delle leggi.
Posto questo, risulta non manifestamente infondata - in relazione agli artt. 2 e 3 Cost., art. 27 Cost., comma 3, artt. 30 e 31 Cost., nonché all’art. 10 Cost., in relazione alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176 - la questione relativa alla conformità a Costituzione degli artt. 34 e 574 bis c.p., nella parte in cui impongono che alla condanna per i fatti previsti dalla norma penale da ultimo citata, commessi dal genitore in danno del figlio minore, consegua automaticamente e per un periodo predeterminato dalla legge la sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale.
Analoga questione di legittimità costituzionale dell’art. 574 bis c.p., nella parte in cui prevede l’applicazione automatica della pena accessoria, è già stata prospettata e ritenuta inammissibile da questa Corte (Sez. 6, n. 17679 del 31/03/2016, Rv. 267315), per difetto di rilevanza in quanto, risultando sospesa anche la pena accessoria, vi era una carenza di interesse (condizioni che non ricorrono nella presente fattispecie).
6.1. La questione in esame va valutata non solo dall’angolazione di chi subisce la pena accessoria ma anche da quella di coloro (i figli minorenni) su cui si irradiano le conseguenze delle restrizioni imposte al condannato. Vale considerare che tali conseguenze non si producono semplicemente de facto come può avvenire per qualsiasi provvedimento giudiziario - ma de jure, perché la applicazione della sospensione della responsabilità genitoriale incide, per sua natura, immediatamente sulla sfera giuridica dei figli del condannato.
Dall’art. 2 Cost., (che riconoscendo e tutelando i diritti fondamentali dell’individuo, costituisce fondamento anche per la tutela dei diritti dei minorenni) artt. 3, 29 e 30 Cost., nonché dall’art. 8 della Convenzione sui diritti del fanciullo (che impegna gli Stati parti di essa a rispettare il diritto dei minori alla propria identità, compresi la nazionalità, il nome, le relazioni familiari), è desumibile il principio secondo cui in tutte le decisioni relative ai minorenni deve considerarsi il preminente interesse degli stessi.
Inoltre, nella Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, adottata a Strasburgo il 25 gennaio 1996 (ratificata e resa esecutiva con L. 20 marzo 2003, n. 77), è riconosciuto il diritto dei fanciulli di essere rappresentati e ascoltati nei procedimenti che toccano i loro interessi giuridicamente tutelati.
Su queste basi, i provvedimenti che incidono sulla responsabilità genitoriale possono giustificarsi solo se non contrastano l’esigenza di tutelare i minorenni.
I provvedimenti di sospensione o decadenza dalla potestà genitoriale ex artt. 330 e 333 c.c., sono adottati all’esito di una adeguata analisi della situazione che ne vagli l’opportunità in relazione alla fattispecie concreta e sono dall’art. 38 disp. att. c.c., (come modificato dalla L. 10 dicembre 2012, n. 219) ordinariamente attribuiti alla competenza di giudici specializzati: 'la competenza appartiene in via generale al tribunale per i minorenni, ma, quando sia in corso un giudizio di separazione, divorzio o un giudizio ai sensi dell’art. 316 c.c. - anche in pendenza dei termini per le impugnazioni e nelle altre fasi di quiescenza, fino al passaggio in giudicato - e le azioni siano proposte successivamente e richieste con un unico atto introduttivo dalle parti, in deroga a tale attribuzione, spetta al giudice del conflitto familiare', ovvero al Tribunale ordinario e Corte d’Appello (Cass. civ. Sez. 6, ord. n. 1349 del 26/01/2015, Rv. 633988; Cass. civ. Sez. 6, ord. n. 2833 del 12/02/2015, Rv. 634420).
Pertanto, può dubitarsi della ragionevolezza dell’automaticità della applicazione della pena accessoria della sospensione dell’esercizio della potestà genitoriale prevista dalle norme penali in oggetto, se si considera che ciò impedisce al giudice di valutare la corrispondenza tra la sospensione della responsabilità genitoriale e i diritti e gli interessi dei minorenni, così negando la possibilità di effettuare un diverso bilanciamento tra i diritti di quest’ultimi e le esigenze punitive dello Stato verso i genitori.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 31 del 2012, ha giudicato costituzionalmente illegittimo l’art. 569 c.p., nella parte in cui stabilisce che, alla condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato previsto dall’art. 567 c.p., comma 2, consegua automaticamente la perdita della responsabilità genitoriale, perché preclude al giudice la possibilità di valutare l’interesse del minorenne nel caso concreto. Ha ravvisato un contrasto con l’art. 3 Cost., perché l’automatismo non consente di effettuare alcun bilanciamento degli interessi rilevanti nella situazione: quello dello Stato all’esercizio della potestà punitiva e quello dei minorenni a crescere nella propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, da loro ricevendo educazione e cura. Ha rimarcato che sia nell’ordinamento internazionale che in quello interno, è principio acquisito che in ogni atto, comunque riguardante un minorenne, deve considerarsi il suo preminente interesse morale e materiale, il che contrasta con ogni automatismo che precluda al giudice di valutare e bilanciare nel caso concreto tale interesse per la necessità di applicare una pena accessoria. Soprattutto, ha evidenziato che la violazione del principio di ragionevolezza connessa all’automatismo previsto dalla norma censurata, emerge anche alla luce dei caratteri propri del delitto di cui all’art. 567 c.p., comma 2, che, diversamente da altre fattispecie criminose, non comporta una presunzione assoluta di pregiudizio per gli interessi morali e materiali del minorenne, per cui è ragionevole che il giudice debba potere valutare, in relazione al caso concreto, la inidoneità del genitore all’esercizio della responsabilità genitoriale.
6.2. Analogo ordine di considerazioni può valere anche per l’automatica applicazione della pena accessoria della sospensione della potestà genitoriale prevista dall’art. 574 bis c.p., comma 3, perché, escludendosi qualsiasi valutazione discrezionale da parte del giudice in ordine all’interesse del minorenne nel caso concreto e, quindi, la possibilità del bilanciamento dei diversi interessi implicati nel processo può compromettere la tutela del diritti inviolabili dei fanciulli, quale sarebbe quello di crescere con i genitori e di essere educati da questi, salvo che ciò comporti un grave pregiudizio
Questo esito appare in contrasto con gli artt. 2, 30 e 31 Cost., e con l’art. 3, comma 1, della Convenzione sui diritti del fanciullo (stipulata New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176) per il quale 'in tutte le decisioni relative ai fanciulli, di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente'. In linea con questo principio la Convenzione Europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli (adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996, ratificata e resa esecutiva con L. 20 marzo 2003, n. 77) disciplina il processo decisionale nei procedimenti riguardanti un minorenne, detta le modalità cui l’autorità giudiziaria deve conformarsi 'prima di giungere a qualunque decisione', stabilendo che essa deve acquisire 'informazioni sufficienti al fine di prendere una decisione nell’interesse superiore del minore'.
Allo stesso modo, anche nell’ordinamento interno l’interesse morale e materiale del minore ha assunto valore preminente dopo la riforma attuata con L. 19 maggio 1975, n. 151, (Riforma del diritto di famiglia), e dopo la riforma dell’adozione realizzata con la L. 4 maggio 1983, n. 184 (Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori), come modificata dalla L. 28 marzo 2001, n. 149, alle quali sono seguite diverse leggi speciali che hanno introdotto forme di tutela sempre più incisiva dei diritti del minorenne.
Questo insieme di dati normativi - posteriore al codice penale e aderente ai principi veicolati dalle norme costituzionali richiamate (oltre che, nella sua componente di origine internazionale, rilevante in relazione all’art. 10 Cost.) suscita la questione se il legislatore penale, nel perseguire le sue finalità possa (stabilendo una pena accessoria automatica nell’an e nel quantum) accantonare ogni forma di bilanciamento con un interesse costituzionalmente rilevante quale quello (superiore) del minorenne, considerando che (come nel caso deciso dalla sentenza della Corte costituzionale n. 31 del 2012 prima ricordata) il delitto ex art. 574 bis c.p., non comporta una presunzione assoluta di pregiudizio per gli interessi morali e materiali del minorenne, per cui è ragionevole che il giudice debba potere valutare, in relazione al caso concreto, la inidoneità del genitore all’esercizio della responsabilità genitoriale.
7. Le pene accessorie hanno una funzione orientata alla prevenzione speciale che risulta compatibile con l’art. 27 Cost., comma 3, a condizione che esse non siano sproporzionate per eccesso rispetto al concreto disvalore del fatto di reato (Corte Cost., n. 222 del 2018) o, comunque, non scollegate da tale disvalore.
Pertanto, l’applicazione automatica di una pena accessoria contrasta con il menzionato art. 27 Cost. - per il quale le pene devono tendere alla rieducazione del condannato - nei casi in cui il delitto ex art. 574 bis c.p., sia stato motivato dalla finalità di preservare il figlio da pregiudizi che potrebbero essergli arrecati dall’altro genitore; infatti, in tale situazione il condannato non potrebbe ricavare una rieducazione dalla sospensione della sua potestà genitoriale.
7.1. Già in altri casi la Corte costituzionale ha corretto o eliminato automatismi sanzionatori in considerazione della funzione rieducativa della pena. Con la sentenza n. 186 del 1995, ha dichiarato costituzionalmente illegittima la previsione, contenuta nella L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 54, comma 3, della automatica revoca della liberazione anticipata in caso di condanna per delitto non colposo commesso successivamente alla concessione del benefico, perché eclissa la funzione di stimolo a collaborare nel trattamento rieducativo insita nell’istituto. Con le sentenze n. 504 del 1995 e n. 445 del 1997, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo la L. 26 luglio 1975, n. 354, art. 4 bis, comma 1, nella parte in cui non prevede che il beneficio della semilibertà possa concedersi ai condannati che (prima della vigenza del D.L. 8 giugno 1992, n. 306, art. 15, comma 1, convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 1992, n. 356) abbiano raggiunto un adeguato grado di rieducazione e per i quali non siano accertati collegamenti attuali con la criminalità organizzata - perché lede il principio di uguaglianza e, al contempo, frustra la funzione rieducativa della pena se il condannato è inserito in un valido programma di rieducazione - e nella parte in cui prevede che ulteriori permessi-premio siano negati ai condannati per i delitti indicati nel primo periodo del comma 1, dello stesso articolo, i quali, non avendo collaborato con l’autorità giudiziaria, non si trovino nelle condizioni per l’applicazione della L. n. 354 del 1975, art. 58 ter, anche se hanno precedentemente fruito di permessi-premio e non siano accertati collegamenti attuali con la criminalità organizzata, perché il permesso-premio è strumento essenziale per rieducazione del condannato.
In altri casi la Corte costituzionale ha caducato norme che prevedevano automatiche applicazioni di pene accessorie, come la decadenza dalla potestà genitoriale (sentenze n. 7 del 2013 e n. 31 del 2012) o la revoca della patente di guida (sentenza n. 22 del 2018), valorizzando i principi di adeguatezza e proporzionalità della pene ai fatti di reato, della loro individualizzazione in rapporto alla personalità del reo, della loro funzionalizzazione anche a finalità rieducative, oltre che di prevenzione speciale. Nella medesima direzione si muove la giurisprudenza della Corte EDU, che ha più volte dichiarato contrarie alla CEDU sanzioni accessorie o comunque misure limitative di diritti che discendono automaticamente da una condanna penale, senza una verifica giurisdizionale nel caso concreto sull’effettiva necessità di tali sanzioni o misure.
La sentenza della Corte costituzionale n. 134 del 2012 - pur affermando che 'l’addizione normativa richiesta dai giudici a quibus eccede i poteri di intervento della Corte, perché comporta scelte affidate alla discrezionalità del legislatore' - ha sollecitato il legislatore a riformare il sistema delle pene accessorie per renderlo pienamente compatibile con i principi della Costituzione e, in particolare, con l’art. 27 Cost., comma 3.
Da ultimo, la sentenza n. 222 del 2018 della Corte costituzionale ha ribadito che la durata fissa delle pene accessorie previste dal R.D. 16 marzo 1942, n. 267, art. 216, u.c.(Disciplina del fallimento, del concordato preventivo e della liquidazione coatta amministrativa) 'non appare, in linea di principio, compatibile con i principi costituzionali in materia di pena, e segnatamente con i principi di proporzionalità e necessaria individualizzazione del trattamento sanzionatorio, osservando che, la discrezionalità del legislatore incontra il proprio limite nella manifesta irragionevolezza delle scelte legislative, limite che viene superato quando le pene inflitte risultino manifestamente sproporzionate rispetto alla gravità del fatto previsto come reato. Infatti, in questo caso sono violati congiuntamente gli artt. 3 e 27 Cost., perché una pena non proporzionata alla gravità del fatto (e non percepita come tale dal condannato) si risolve in un ostacolo alla sua funzione rieducativa (ex multis, Corte Cost. nn. 236 del 2016, 68 del 2012 e 341 del 1994), mentre, ordinariamente, il legislatore stabilisce che la pena va commisurata tra un minimo e un massimo per proporzionarla alla concreta gravità del fatto, valutando, in particolare, le circostanze indicate negli artt. 133 e 133 bis c.p., e personalizzarla nel rispetto dell’art. 27 Cost., comma 1, (Corte Cost. nn. 67 del 1963, 104 del 1968, 50 del 1980)'.
La Corte costituzionale dopo avere sottolineato che la delega rilasciata al Governo con la L. 23 giugno 2017, n. 103 (art. 5, comma 85, lett. u) - delega non esercitata - di procedere alla 'revisione del sistema delle pene accessorie improntata al principio della rimozione degli ostacoli al reinserimento sociale del condannato', conteneva tra i criteri quello di escludere che la durata della pena accessoria fosse superiore alla durata della pena principale', ha rivisitato il principio seguito nella sentenza n. 134 del 2012, tenendo conto anche dell’evoluzione in atto nella sua stessa giurisprudenza in materia di sindacato sulla misura delle pene, e ha ricordato che la sentenza n. 236 del 2016 della Corte costituzionale ha stabilito che, quando una sanzione si rivela manifestamente irragionevole, un intervento correttivo della Corte costituzionale è possibile se essa può essere sostituita ancorandosi a 'precisi punti di riferimento, già rinvenibili nel sistema legislativo', anche se il sistema non offre un’unica soluzione costituzionalmente vincolata in grado di sostituirsi a quella dichiarata illegittima senza provocare vuoti di tutela degli interessi toccati dalla norma oggetto della pronuncia (ferma restando la possibilità che il legislatore intervenga introducendo, nell’ambito della propria discrezionalità, altra soluzione purché compatibile con i principi costituzionali).
7.2. Anche la previsione di una durata fissa della pena accessoria presenta profili di dubbia costituzionalità perché contrasta con il principio di proporzionalità della pena - come riaffermato dalla sentenza n. 236 del 2016 della Corte costituzionale - e con il principio di necessaria individualizzazione della pene, che esige che le sanzioni siano adeguate ai casi concreti e non rigide, a meno che la rigidità risulti 'ragionevolmente proporzionata rispetto all’intera gamma di comportamenti riconducibili allo specifico tipo di reato' (Corte Cost., n. 50 del 1980).
Né pare trascurabile che nel caso in esame la automaticità nell’an e nel quantum della sospensione della responsabilità genitoriale incide su un diritto che, sebbene non possieda il valore preminente assegnato all’interesse del minorenne, costituisce, comunque, un diritto costituzionalmente riconosciuto (art. 30 Cost., comma 1), ordinariamente comprimibile o elidibile solo mediante specifiche procedure. Pertanto, l’esigenza di una adeguata calibrazione della applicazione e della durata di una pena accessoria produttiva di un tale esito richiede il rispetto del limite della non irragionevolezza della scelta legislativa in conformità agli artt. 3 e 27 Cost., secondo la costante giurisprudenza della Corte costituzionale, ultimamente ribadita dalla sua sentenza n. 222/2018.
Visto la L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 23;
dichiara rilevante e non manifestamente infondata in relazione agli artt. 2 e 3 Cost., art. 27 Cost., comma 3, artt. 30 e 31 Cost., nonché all’art. 10 Cost., in relazione alla Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata a resa esecutiva in Italia con L. 27 maggio 1991, n. 176, la questione relativa alla conformità a Costituzione degli artt. 34 e 574 bis c.p., nella parte in cui impongono che alla condanna per i fatti previsti dalla norma penale da ultimo citata commessi dal genitore in danno del figlio minore consegua automaticamente e per un periodo predeterminato dalla legge la sospensione dall’esercizio della responsabilità genitoriale;
sospende il giudizio in corso sino all’esito del giudizio incidentale di legittimità costituzionale;
dispone che, a cura della cancelleria, gli atti siano immediatamente trasmessi alla Corte costituzionale, e che la presente ordinanza sia notificata alle parti in causa ed al Pubblico ministero nonché al Presidente del Consiglio dei Ministri, e che sia anche comunicata ai Presidenti delle due Camere del Parlamento.