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Timestamp: 2020-07-13 13:52:43+00:00
Document Index: 4821126

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 319', 'art. 318', 'art. 2', 'art. 318', 'art. 597', 'art. 318', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 533', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 319', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 133', 'art. 453', 'sentenza ', 'art. 574', 'art. 318', 'art. 318', 'art. 2', 'art. 318', 'art. 319', 'art. 318', 'sentenza ', 'art. 318', 'art. 319', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 453', 'art. 309', 'art. 309', 'art. 311', 'art. 581', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ']

Corruzione - Cassazione Penale 27/09/2016 N° 40237 - Legge semplice
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Corruzione – Cassazione Penale 27/09/2016 N° 40237
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Numero: 40237
Testo completo della Sentenza Corruzione – Cassazione penale 27/09/2016 n° 40237:
Tuttavia, mentre in relazione agli specifici fatti sub 2), 3), 4) e 5) – al di là della intervenuta prescrizione del solo episodio di cui al capo 3) – era tenuta ferma la originaria qualificazione giuridica di corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, ai sensi dell’art. 319 c.p. (nella più favorevole formulazione, dal punto di vista del trattamento sanzionatorio, risultante dal testo pregresso della norma, quale vigente all’epoca), quanto alla vicenda sub 1), involgente il mercimonio relativo a ben 68 pratiche edilizie, nel periodo compreso fra (OMISSIS) e (OMISSIS), e parimenti ritenuta dal Tribunale integrare la violazione degli artt. 319 e 81 c.p. , la Corte territoriale assumeva essersi in presenza di una tipica ipotesi di corruzione delle funzioni, giusta la fattispecie di cui all’art. 318 c.p. , come riscritto dalla legge di riforma n. 190/2012, non essendo stata provata la contrarietà ai doveri d’ufficio dell’anzidetto mercimonio; sennonché, nella ritenuta impossibilità di applicare la nuova fattispecie per il divieto sancito dall’art. 2 c.p. , la vicenda medesima era ricondotta nell’alveo del pregresso art. 318 del codice sostanziale, con conseguente declaratoria parziale di prescrizione, limitatamente alle condotte poste in essere in epoca anteriore al (OMISSIS).
2.1 Con il primo lamenta violazione di legge, in rapporto all’art. 597 c.p.p. , commi 3 e 4, per aver applicato un aumento di pena, con riferimento al reato satellite di cui al capo d’imputazione sub 4), maggiore di quello stabilito dal primo giudice, in quanto pari a mesi quattro di reclusione in luogo degli originari due, con conseguente inosservanza del divieto di reformatio in peius.
2.2 Con il secondo motivo denuncia ulteriore violazione di legge, per via dell’erronea qualificazione giuridica dei fatti ascritti, espressione tutti – e quindi non solo quelli oggetto del primo capo d’accusa – della fattispecie di “corruzione per l’esercizio della funzione”, quale prevista dal vigente art. 318 c.p. , non essendovi stati nel giudizio in esame “atti contrari da parte del dipendente comunale” e, comunque, dovendo ricondursi la sua complessiva condotta ad un generale asservimento delle proprie funzioni all’interesse del privato corruttore.
2.3 Il terzo profilo di doglianza è incentrato sulla dedotta violazione dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e) e d) in relazione all’imputazione sub 1): quanto al primo profilo, per avere la Corte distrettuale, al di là della disposta riqualificazione in senso favorevole all’imputato, recepito acriticamente i fatti ascritti all’imputato, “senza motivare adeguatamente le ragioni per le quali le pur dettagliate doglianze difensive non meritano accoglimento”, assegnando indebitamente valenza preponderante “a circostanze meramente indiziarie”, tratte dalla posizione di imputati diversi, “a fronte di elementi certi posti a confutazione”, dedotti dalla “documentazione ufficiale ricevuta dal comune di Venezia”, dalle dichiarazioni dei vari testi escussi nel corso dell’istruttoria dibattimentale e, infine, “dall’analisi comparata del prospetto prodotto dalla Guardia di Finanza con quello analitico predisposto dalla difesa”; quanto al secondo profilo, per avere la Corte medesima malamente disatteso la richiesta di acquisizione “della relazione predisposta dalla Commissione istituita dal comune di Venezia per verificare la regolarità delle pratiche presentate all’Edilizia Privata dal geom. B. o a lui riferibili”, da ritenersi prova dotata di valenza decisiva, poichè, non avendo trovato la stessa Pubblica Amministrazione alcunché di anomalo in dette pratiche, “non si comprende come le stesse potessero essere contestate all’istruttore tecnico”, a fortiori “in ragione di una lettura complessiva” del dato, “insieme alle statistiche dei dipendenti prodotte e messe a disposizione dal Comune, a seguito di espressa richiesta”.
2.4 Il quarto motivo di censura ha ad oggetto l’imputazione di cui al capo 2) della rubrica, in ordine alla quale pure si assume essere la sentenza impugnata inficiata da vizio alternativo della motivazione, per essersi il giudice d’appello limitato a riprodurre l’identico argomentare del Tribunale, nonostante le precise censure formalizzate con i motivi di gravame, che la Corte si sarebbe limitata a screditare puramente e semplicemente, così violando anche la regola di giudizio consacrata nell’art. 533 c.p.p. , senza tenere nel debito conto che il nucleo centrale dell’accusa mossa al G. – ossia di aver consentito al B., dietro corrispettivo, l’indebito frazionamento di un’unità immobiliare – è costituito dalla falsificazione della pianta catastale, “che però si dà atto in sentenza essere stata effettuata presso altro ufficio e da persone diverse”, per il resto passandosi in rassegna e confutandosi i presunti elementi di anomalia indicati dalla Corte territoriale.
2.5 Con il quinto motivo del ricorso si sottopone a critica, sempre ai sensi dell’art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e), la statuizione adottata in ordine alla imputazione di cui al capo 3) dalla Corte di appello, che ha dichiarato improcedibile il reato di corruzione ex art. 319 c.p. per intervenuta prescrizione, confermando le relative statuizioni civili a beneficio del comune di Venezia. Ciò pur in assenza di qualsivoglia prova di pagamenti o dazioni di altre utilità a favore del G., non rinvenibile negli atti del processo malgrado il difforme assunto della sentenza impugnata, peraltro neppure pienamente sovrapponibile alle affermazioni in proposito del giudice di prima istanza.
2.7 Con il settimo motivo di ricorso – ancora una volta formalizzato ex art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. e) – si contesta la mancata concessione delle attenuanti generiche al G., nonostante l’insegnamento della giurisprudenza di legittimità, che ha escluso che l’unico parametro a tale riguardo valutabile sia costituito dall’elencazione contenuta nell’art. 133 c.p. , ben potendo fondarsi il loro riconoscimento su “qualsiasi elemento di giudizio dal quale trarre la meritevolezza di una diminuzione”, che qui avrebbe senz’altro consentito di adeguare l’entità della pena ai fatti ascritti.
2.9 Con il nono motivo il ricorrente reitera la già eccepita violazione dell’art. 453 c.p. , oltre che la mancanza di adeguata motivazione sul punto, per essere stato emesso il decreto di giudizio immediato quando ancora era pendente in sede di legittimità il ricorso avverso l’ordinanza del Tribunale di Venezia, di rigetto della richiesta di revoca della misura cautelare allora in atto nei confronti del prevenuto. Ciò pur nella dichiarata consapevolezza del difforme orientamento in materia della giurisprudenza di legittimità, in forza della nullità assoluta asseritamente ravvisabile nella fattispecie, con il conforto di quanto affermato dalla sentenza n. 14341/2010 di questa Corte.
2.10 Infine, il decimo motivo deduce, ai sensi dell’art. 574 c.p.p. , violazione di legge in relazione alle statuizioni civili di cui all’impugnata sentenza, stante l’asserita assenza di prova del preteso danno patito dalla parte civile.
Osserva in proposito il ricorrente che, giusta la consolidata interpretazione affermatasi nella giurisprudenza già a partire dai primi anni ‘90, “ricadeva nel reato di corruzione propria non solo l’accordo illecito che prevedesse lo scambio tra il denaro o altra utilità e un determinato o ben determinabile atto contrario ai doveri d’ufficio, ma anche l’accordo avente per oggetto una pluralità di atti, non preventivamente fissati, ma sempre determinabili per genus mediante il riferimento alla sfera di competenza o all’ambito di intervento del pubblico ufficiale o, più semplicemente, i pagamenti eseguiti in ragione delle funzioni esercitate dal pubblico ufficiale per retribuirne i favori, così da ricomprendervi l’ipotesi del c.d. asservimento della funzione pubblica agli interessi privati: vale a dire l’ipotesi del pubblico ufficiale che finisce a libro paga del privato, mettendosi a completa disposizione dei suoi interessi”. Di qui, stante l’assenza di cesure di sorta nella determinazione della sfera della rilevanza penale con l’entrata in vigore dell’attuale art. 318 c.p. (come riscritto dalla legge di riforma del 2012) – posto che, al contrario, detta norma ha determinato un’estensione dell’area della punibilità – l’errore di diritto in cui si assume essere incorso il giudice distrettuale, che avrebbe dovuto inquadrare i fatti sub 1) in seno all’ipotesi di reato di cui al vigente art. 318 c.p. , quale norma più favorevole, in ossequio alla regola sancita dall’art. 2 c.p. , comma 4, per via della più contenuta misura della pena edittale minima, essendo in effetti coincidente quella massima nella previsione dell’attuale art. 318 c.p. e del pregresso art. 319 c.p.. Laddove, per effetto della soluzione “distorta” adottata dalla Corte d’appello, “il mercimonio della funzione pubblica, costituente pacificamente condotta contraria ai doveri d’ufficio, viene ad essere snaturato e trattato in maniera equipollente alla vecchia “corruzione impropria” o per atto d’ufficio”.
– ribadisce la correttezza della qualificazione giuridica dei fatti di cui al capo 1) in termini di corruzione impropria, ai sensi del pregresso art. 318 c.p. , quale operata dalla Corte distrettuale, e, per altro verso, sviluppando ulteriormente le argomentazioni già svolte con il secondo motivo dell’originario ricorso, contesta la tesi della progressione criminosa, già proposta nel corso del processo d’appello ed asseritamente elaborata dal P.G. ricorrente sulla scorta di una sentenza di legittimità – la n. 49226/2014 – rimasta isolata nel panorama giurisprudenziale e comunque afferente ad una fattispecie ritenuta non sovrapponibile a quella per cui è processo, per le ragioni appositamente esplicitate. Tesi – si afferma ancora – che finisce con il comportare “l’introduzione di una nuova figura di reato, non prevista dal legislatore e di fatto (…) elimina la fattispecie di cui all’art. 318 c.p. intesa nella sua accezione di corruzione impropria”, peraltro indebitamente dilatando a “qualsiasi tipo di azione, ancorchè non tipizzata”, il concetto di atto contrario ai doveri d’ufficio, così da estendere “in maniera abnorme l’ambito di operatività dell’art. 319 c.p. “;
Contrariamente a quanto opinato in prima battuta dalla evocata sentenza di legittimità n. 14341 dell’11.03.2010, Rv. 246610, rimasta infatti del tutto isolata, la giurisprudenza immediatamente successiva di questa Corte e quella ancora susseguente risultano consolidate nell’affermazione – che si attaglia pienamente al caso di specie – secondo cui “La richiesta di giudizio immediato può essere presentata dal pubblico ministero nei confronti dell’imputato in stato di custodia cautelare dopo la conclusione del procedimento dinanzi al tribunale del riesame e prima ancora che la decisione sia divenuta definitiva” (così, da ultimo e per tutte, Cass. Sez. 6, sent. n. 47722 del 06.10.2015, Rv. 265877). Il che trova la propria ragion d’essere nella constatazione che il dettato normativo dell’art. 453 c.p.p. , comma 1 ter – a mente del quale la richiesta di giudizio immediato è formulata dal p.m. “dopo la definizione del procedimento di cui all’art. 309 c.p.p. , ovvero dopo il decorso dei termini per la proposizione della richiesta di riesame” – concerne, appunto, la sola “definizione” del riesame ex art. 309 c.p.p. , e non anche la “definitività” del provvedimento con cui si conclude la procedura anzidetta; allo stesso modo in cui il successivo richiamo normativo ha ad oggetto unicamente la decorrenza dei termini per la formalizzazione dell’istanza di riesame, non già quelli inerenti alla proposizione di altra impugnazione, in tal senso essendo sintomatica anche l’assenza di riferimenti di sorta all’art. 311 c.p.p. : il tutto in coerenza con la ratio connaturata alla stessa tipologia del peculiare rito di cui trattasi, ossia con l’esigenza di non procrastinare la celebrazione di un giudizio che si è voluto e definito “immediato”.
3.1 A fronte di tanto, la denuncia del vizio di motivazione, basato sulla mera reiterazione di tali doglianze – le uniche enunciate nel contesto del ricorso, ancorchè in forma generica – non può sfuggire ad un preliminare giudizio di inammissibilità, posto che l’impugnazione proposta elude così un reale confronto con la pur censurata pronuncia, venendo meno il profilo di critica che costituisce l’essenza irrinunciabile di ogni impugnazione, con conseguente inevitabile violazione del disposto di cui all’art. 581 c.p.p. , lett. c).
3.2 Anche con riferimento alla denunciata violazione dell’art. 606 c.p.p. , lett. d), che concorre ad integrare il terzo motivo di ricorso, vale il giudizio d’inammissibilità: ciò in ragione della totale assenza d’indicazioni in ordine alle ragioni che dovrebbero concorrere ad assegnare carattere di decisività ad un elemento di prova – gli esiti dell’indagine amministrativa svolta dal Comune di Venezia circa la “regolarità delle pratiche di interesse del B.” – relativo ad un accertamento compiuto dal Comune, senza la pienezza di poteri propri dell’indagine penale.
4. Il capo d’imputazione sub 2) attiene alla pratica che il B. aveva avviato nell’interesse della società DANDOLO s.r.l. (avente quale legale rappresentante B.C.G.), proprietaria dell’immobile ubicato in (OMISSIS), in funzione del frazionamento della detta unità in regime di D.I.A.
La circostanza che connota, a monte, la vicenda è che il B., grazie alla corruzione di altri e imprecisati dipendenti che gli avevano consentito di entrare indebitamente in possesso dell’originale, aveva falsificato le relative planimetrie catastali, così da far apparire fraudolentemente l’attività oggetto di D.I.A. coerente allo stato di fatto antecedente e quindi conforme alle previsioni di piano ed alla normativa urbanistica ed edilizia vigente (al di là del successivo annullamento della D.I.A. in questione, allorché gli accertamenti eseguiti dall’Agenzia delle Entrate fecero emergere la contraffazione di cui sopra si è detto). La contestazione mossa al G. – e ritenuta provata nei due gradi di giudizio di merito – ascrive all’imputato di aver assicurato la realizzazione di tale illecito scopo, percependo il corrispettivo di Euro 1.000,00 all’esito di condotte indebite consistite: nell’aver assegnato a sè la pratica in questione; nell’aver garantito al B. e concretamente eseguito, “in via preventiva ed in itinere”, una consulenza tecnica favorevole, “allo scopo di consentirgli la predisposizione e l’integrazione della pratica” medesima; nell’aver trattato “in via prioritaria e preferenziale” la pratica suddetta (risulta in atti l’attestazione in data 20.06.2008, a firma del G. quale tecnico istruttore, relativa alla conformità degli interventi indicati alla normativa di settore vigente).
4.2 In contrario, si sostiene dalla difesa che la Corte veneta si sarebbe limitata a riprodurre le argomentazioni del Tribunale, nonostante la “precisa censura” formalizzata con l’atto di appello, “da cui emergeva l’esistenza di molteplici contraddizioni nelle dichiarazioni testimoniali e nelle produzioni documentali, che non consentivano una ricostruzione univoca del fatto e l’affermazione di responsabilità “oltre il ragionevole dubbio””. Ciò poiché, ferma la riconosciuta estraneità del G. alla falsificazione delle planimetrie catastali: non vi sarebbe stata alcuna auto-assegnazione della pratica da parte dell’imputato; del tutto lecita era da considerarsi la mail inviata dal G. medesimo, con l’indicazione dell’oggetto da inserire nella richiesta; la D.I.A., in quanto atto di parte, impegna solo il suo firmatario ed il progettista alla veridicità di quanto ivi affermato; erroneamente sarebbe stata valorizzata l’assenza del visto del responsabile del procedimento, poichè all’epoca non richiesta, tale obbligo essendo stato reintrodotto solo in prosieguo di tempo, come documentalmente comprovato dalla comunicazione recante la data del 03.06.2009; sì che da tali circostanze si sarebbe dovuti pervenire alla conclusione dell’assenza di prova certa della ipotizzata complicità del G. nel progetto illecito attuato dal B.
4.3 Palese è l’inammissibilità del motivo di ricorso testé sintetizzato.
Duplici sono le considerazioni che conducono alla conclusione appena formulata: la prima si ricollega alla genericità che contraddistingue la doglianza in esame, nella parte in cui reitera pedissequamente profili già espressamente vagliati e disattesi dal giudice d’appello – il riferimento è al mancato visto del responsabile del procedimento, alla luce della comunicazione del giugno 2009 – e, soprattutto, nella parte in cui omette di fatto di confrontarsi con la motivazione della Corte di Venezia, isolatamente valutando singoli segmenti del complessivo iter sviluppato dal giudice di merito, indebitamente svalutandone altri – si pensi alla mail di cui sopra si è detto, ridotta alla pur significativa sollecitazione all’indicazione dell’oggetto della richiesta, prescindendo dalla contestuale comunicazione di atti della pratica – infine, non casualmente eludendo i passaggi più eloquenti della motivazione, primo fra tutti la percezione della somma di Euro 1.000.00 da parte dell’imputato, per il “contributo” apportato alla pratica in questione. Contributo, peraltro, correttamente “letto” dalla sentenza impugnata, in aggiunta alla oggettiva significatività probatoria sua propria, nel contesto di un collaudato sistema di prostituzione della funzione pubblica esercitata dal G., di cui pure si sottolinea l’altrettanto sintomatico silenzio – del pari ignorato dalla difesa – nei confronti del B., pur dopo l’eclatante scoperta dell’avvenuta falsificazione delle planimetrie catastali dallo stesso allegate alla pratica (e malgrado i frenetici contatti telefonici accertati fra i due). La seconda considerazione inerisce, invece, alla non consentita difforme valutazione che, in ogni caso, il ricorrente intende proporre degli elementi acquisiti nel processo, a fronte di un percorso argomentativo quale quello in precedenza tratteggiato, assolutamente completo e lineare, scevro da aporie e incongruenze di sorta: dunque, tutt’altro che illogico e, men che meno, manifestamente illogico, così come richiede l’art. 606 c.p.p. , lett. e), perchè il vizio di motivazione possa essere censurato in sede di legittimità.
Al fine della migliore intelligenza dell’episodio, la sentenza impugnata dà atto che il B., onde accreditare nuovi interventi edilizi sullo stesso immobile, in regime di D.I.A., aveva corrotto altro funzionario, in persona del già citato geom. Z.R., tecnico istruttore in servizio presso il competente Sportello Unico Attività Produttive del Comune di Venezia, il quale aveva gestito la pratica, garantendo al B., dietro corresponsione di una somma di denaro, il risultato da questi perseguito. Sennonchè successivi controlli eseguiti sulla detta unità immobiliare avevano fatto emergere che le allegazioni fotografiche a supporto della D.I.A. afferivano, in realtà, a tutt’altro immobile; e che le opere indicate da eseguire all’atto della presentazione della dichiarazione, erano state già realizzate, con conseguente falsità anche della relazione parimenti allegata. Donde la riassegnazione della pratica, in funzione di un eventuale annullamento in autotutela, allo Z., il quale aveva redatto una relazione tutta tesa a sminuire gli esiti degli anzidetti accertamenti, provvedendo altresì a far scomparire dal fascicolo, sempre per denaro, l’ormai compromettente falsa dichiarazione BE., di cui aveva peraltro provveduto a conservare copia – non a caso sequestrata presso la sua abitazione – al confessato scopo di ricattare in prosieguo di tempo il B.
5.3 E’ noto l’insegnamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, giusta il quale, ove sia dedotto il vizio di manifesta illogicità o contraddittorietà della motivazione per travisamento della prova, grava sull’interessato, a pena di inammissibilità del ricorso per genericità, l’onere di fornire dimostrazione piena del proprio assunto, mediante l’allegazione della prova fraintesa, ovvero riproducendola integralmente, ovvero ancora indicandone con esattezza la collocazione nel fascicolo trasmesso innanzi alla Suprema Corte (cfr., in termini, Cass. Sez. 4, sent. n. 46979 del 10.11.2015, Rv. 265053, nonché Sez. 3, sent. n. 43322 del 02.07.2014, Rv. 260994).
6. Il quarto e quinto capo d’imputazione concernono due distinti episodi corruttivi, maturati tuttavia con riferimento alla medesima pratica: dapprima si contesta al G. di aver ricevuto la somma di Euro 500,00, in cambio dell’auto-assegnazione, previamente concertata, dell’istanza avente ad oggetto la domanda di permesso di costruire una “altana lignea con modifica di abbaino”, in relazione all’immobile ubicato in (OMISSIS), nonché della sua evasione in tempi particolarmente rapidi (rilascio del permesso di costruire dopo 3 mesi, avendo l’imputato reso il parere tecnico di competenza a distanza di soli 10 giorni dalla presentazione dell’istanza, avvenuta il 17.04.2009); quindi, si ascrive all’imputato, a seguito di complicazioni sopravvenute e riconducibili al mancato ritiro del provvedimento richiesto entro il termine di decadenza, di aver concordato con il B., per il corrispettivo di Euro 150,00 (quota-parte della maggior somma di Euro 1.500,00), l’auto-assegnazione della pratica pertinente alla domanda di rinnovo del permesso di costruire di cui sopra (essendo stati già eseguiti, di fatto, i lavori in questione); il deposito di un documento contenente la falsa comunicazione di un’erronea data di inizio dei lavori di cui al precedente provvedimento autorizzatorio; la favorevole evasione, in tempi rapidissimi, della pratica in questione, conclusasi con il rilascio del permesso richiesto il 25 gennaio 2010, a fronte di un’istanza depositata il 16.12.2009 e istruita con il parere favorevole del G. in data 18.01.2010.