Source: https://volerelaluna.it/rimbalzi/2018/07/19/le-ong-in-acque-agitate/
Timestamp: 2019-04-26 09:47:57+00:00
Document Index: 106407014

Matched Legal Cases: ['art. 1158', 'art. 328', 'art. 1158', 'art. 12', 'art. 54', 'art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ']

Le ONG in acque agitate di Stefano Greco
Le ONG in acque agitate
19/07/2018 - di Stefano Greco
La sensazione che si avverte è di una certa difficoltà e fatica nel coniugare insieme il diritto internazionale, in materia di soccorso, il diritto penale, in materia di reati associativi finalizzati al favoreggiamento dell’immigrazione, il diritto umanitario, rappresentato dalla Convenzione di Ginevra, dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, e i principi ordinari del diritto della navigazione.
Il dibattito si è sviluppato necessariamente in Sicilia, ma coinvolge anche altri uffici giudiziari, quali il Tribunale di Roma, responsabile per i fatti svolti fuori dalle acque territoriali; il Tribunale militare di Roma per i fatti commessi dai militari; il Tribunale di Milano, che eccezionalmente si è occupato di Libia e dei luoghi di detenzione.
La richiesta di archiviazione formulata dalla Procura di Palermo sicuramente rappresenta un tentativo encomiabile di ricostruzione della materia, meritevole di mettere ordine tra i vari istituti e individuare dei criteri guida per orientarsi. Così come aveva già fatto a metà aprile il gip di Ragusa rigettando le istanze della propria Procura e il Tribunale del riesame, in sede, respingendo l’appello contro quella decisione.
La Procura di Catania, nel convegno recentemente svoltosi nella medesima città, osserva che da quando sono intervenute nel Mediterraneo centrale le ONG le indagini sui traffici di esseri umani hanno registrato un repentino arresto, dovuto anche alle difficoltà (nonostante il codice di condotta lo preveda) di imbarcare UPG a bordo delle navi private. Mentre la Procura di Trapani, che ancora indaga sui rapporti tra ONG e libici, ha posto l’attenzione sulla presenza in mare di soggetti terzi, la cui attività di sciacallaggio sui motori, sui battelli abbandonati e le modalità di navigazione dei migranti impongono di fare chiarezza, ma senza ancora giungere a una parola definitiva.
Nel frattempo due commissioni conoscitive parlamentari e un ministro della Repubblica hanno introdotto uno strumento di ambigua collocazione tra le fonti del diritto e di poca chiarezza, il cd. “codice di condotta delle ONG”.
Oggi dopo le elezioni politiche e il cambio di passo del nuovo Governo la materia rischia di arricchirsi di nuovi e interessanti capitoli, registrando spot e colpi di scena quotidiani.
A ciò si aggiunga una certa inclinazione del mondo politico a confondere, a volte volutamente, realtà molto diverse tra loro: “asilanti”, aventi diritto alla protezione, migranti economici, persone in difficoltà divenute irregolari sul territorio, come anche ONG, onlus, cooperative e associazioni senza distinguere in nessun modo tra situazioni patologiche e realtà efficaci e sane.
La sua natura è probabilmente di diritto amministrativo promanando da un organo amministrativo, il quale lo ha posto alla firma delle ONG, senza possibilità di modificarne il contenuto. Si potrebbe avvicinarlo a un “atto di impegno” con cui si impongono dei pesi e oneri all’attività del privato. L’unico organo giurisdizionale che ha provato a darne una ricostruzione sistemica è il gip di Catania, in sede di convalida di sequestro della Open Arms, che ha sostanzialmente detto che la violazione del codice integrerebbe l’elemento soggettivo del reato, rappresentando la volontà dell’indagato di non volersi conformare alle nostre leggi. Così accostando le prescrizioni del codice a delle figure sintomatiche che danno contenuto all’elemento soggettivo del reato evidenziandone la volontà criminale.
Il codice di condotta peraltro cade nell’ambiguità del voler disegnare il soccorso come una attività di esclusiva competenza dello Stato. Ciò in contrasto con la nostra tradizione giuridica di diritto della navigazione che ha sempre fatto riferimento a un soccorso alle persone di natura mista (privato e/o pubblico), mentre alle cose prevalentemente di natura privata.
Questo articolo si pone come norma primaria per la tutela della vita umana in mare nel nostro ordinamento interno e si accompagna agli articoli 489 e 490 cod. nav. i quali, dando contenuto agli istituti del soccorso, stabiliscono che l’assistenza e il salvataggio in mare (figure distinte nel nostro ordinamento) a una nave in pericolo di perdersi sono obbligatori.
Non vi è pertanto sovrapposizione tra il pericolo di naufragio (navis fractio) che fa scattare l’obbligo di soccorso e il successivo e conseguente pericolo dello stato di necessità legato la condizione della persona che scrimina eventuali altri comportamenti antigiuridici.
Questo rapporto tra le due definizioni si pone con forza ed evidenza in alcuni processi dove la magistratura è chiamata a occuparsi di responsabilità dovute a ritardo nei soccorsi, sotto forma dell’art. 1158 cod. nav o dell’art. 328 cp.
L’interprete nel caso delle ONG può essere chiamato a risolvere questo apparente conflitto: da una parte il soccorritore è obbligato al soccorso e quindi a intervenire prima che venga messa in pericolo la vita umana (l’art. 1158 cod. nav.) e al tempo stesso vi è una norma che per lo stesso fatto, nel momento in cui non è in pericolo la persona, addita il soccorritore come responsabile di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina (art. 12 d.lgs 286/98; per tutte il decreto di sequestro della Open Arms della Procura di Catania) .
La mia opinione è che di fronte al pericolo di perdersi della nave (il naufragio), che può potenzialmente mettere in pericolo la vita umana (in quanto non è detto che le persone siano sempre in pericolo di vita), si verifica una sospensione del diritto ordinario, con prevalenza della norma speciale del soccorso in mare, e prevalenza delle normative internazionali sovraordinata, senza la necessità di ricorrere alla scriminante dell’art. 54 cp e con impossibilità di applicare ai soccorritori la norma sul favoreggiamento dell’immigrazione; che necessariamente deve avere altri parametri di riferimento e non lo stato delle persone su gommoni più o meno fatiscenti.
Teniamo altresì conto che il soccorritore militare o civile che sia, come anche il coordinamento del soccorso affidato alla Guardia costiera, per la natura stessa dell’attività che sono chiamati a effettuare, nonché per le qualifiche possedute, dovranno comportarsi con la massima solerzia e professionalità possibile, utilizzando una diligenza qualificata al fine di evitare che il naufragio, o la fatiscenza dei natanti, che di per sé sono inadatti a qualsiasi navigazione, possano in qualsiasi modo mettere in pericolo le persone.
POS – Place of safety
«6.12 (MSC 78/26, add. 2, allegato 34) Il luogo sicuro, di cui all’allegato della convenzione SAR del 1979, paragrafo 1.3.2, è la posizione in cui le operazioni sono terminate. È anche un luogo dove la sicurezza della vita dei sopravvissuti non è più minacciata e dove i loro bisogni umani fondamentali possono essere soddisfatti.
6.13 una nave di assistenza non dovrebbe essere considerata un luogo sicuro, basato esclusivamente sul fatto che i sopravvissuti non sono più in pericolo immediato una volta a bordo della nave. Una nave soccorritrice non può disporre di attrezzature adeguate a sostenere persone e per sostenere altre persone a bordo senza mettere in pericolo la propria sicurezza o per curare adeguatamente i sopravvissuti. (…)
Inoltre le linee guida UNHCR (citate anche dalla Dda di Palermo) che si basano sulla interpretazione autentica della Convenzione di Ginevra e in particolare sul divieto di respingimento, ex art. 33 Conv. Ginevra (per tutte la sentenza della CEDU Case of Hirsi Jamaa and others v. Italy), verso Paesi che non garantiscono la protezione dei diritti fondamentali della persona, danno particolare rilevanza al Place of safety proprio nel senso indicato dal Comitato di sicurezza marittima poc’anzi citato.
Le decisioni del Governo di questi ultimi giorni riguardo la possibilità per Italian MRCC di indicare un POS fuori dal territorio italiano (Malta o Valencia), quindi fuori dalla propria giurisdizione territoriale, senza alcun controllo sui porti di destinazione, sta impegnando gli operatori del diritto sulla legittimità di un tale atto. Come anche il ritardare la comunicazione di un POS a una nave di soccorso, esponendo i sopravvissuti a un inutile calvario.
Tutte queste questioni sono ancora aperte. Ma la rilevanza del diritto umanitario interno e internazionale dovrebbe guidare l’interprete nello scegliere le soluzioni più equilibrate.
Tale pubblicazione, disponibile liberamente in Internet, a seconda dello strumento con il quale viene effettuata la chiamata di emergenza (es. via satellite, via radio Vhf, Mf, Hf e anche via telefono), indica in base all’area di navigazione chi è l’autorità di riferimento (MRCC-Maritime rescue coordinate center).
Né la Tunisia, né la Libia sono dotate di strutture per la ricezione dei messaggi di soccorso, per lo più ozggi digitalizzati, né di un MRCC, né delle attrezzature tecniche per poter comunicare con l’IMO, né degli strumenti di controllo del traffico marittimo, né delle stazioni radio Vhf, Mf e Hf o satellitari per gestire un soccorso (il 27 aprile 2018 è stata annunciata l’apertura di un JRCC a Tripoli cui fare riferimento per il coordinamento dei soccorsi).
Una nave in transito nel Mediterraneo centrale che riceva un segnale di soccorso o incontri un natante in difficoltà e debba comunicarlo a un ente di coordinamento non potrà che chiamare l’Italian MRCC, che troverà nel Master Plan IMO.
Quando sarà operativo il nuovissimo JRCC di Tripoli l’affidare a quel Paese il soccorso vorrebbe comunque dire di assegnare indirettamente un POS dove gli eventuali migranti avrebbero difficoltà di vita e non avrebbero alcuna protezione, oltre a impedire la possibilità per gli eventuali asilanti di poter chiedere protezione internazionale in Europa.
Quanto detto spiega anche l’irragionevolezza della comunicazione inviata lo scorso 22 giugno dall’Italian MRCC alle navi in transito nel Mediterraneo che invita a rivolgersi per i soccorsi nelle acque prospicienti la Libia ad altri….
Non penso che l’Italia possa in questo modo abdicare dalle proprie responsabilità internazionali in tema di soccorso in mare, già negli anni scorsi il ricorso a pratiche di respingimento in Libia hanno portato l’Italia a una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza Hirsi and others v. Italy).
Di fronte a un flusso di circa 181.000 (2016) persone annue in Italia prima del Governo Gentiloni appare comprensibile e giustificabile la politica della piccola isola del Mediterraneo.
Che oggi ha anche chiuso a tutte le ONG la possibilità sia di approdo per bunkeraggio, sia di sbarco degli equipaggi e approvvigionamento delle navi, decretando di fatto la fine dei soccorsi in mare dei migranti e ponendo dubbi su una possibile violazione della Convenzione sul diritto del mare.
L’articolo è tratto da questionegiustizia.it
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