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Timestamp: 2019-02-20 16:36:03+00:00
Document Index: 116071869

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 2721']

luglio | 2017 | Studio Legale Gennaro Orlando
Il Giusto processo raggiunge i magistrati
L’onda del giusto processo travolge anche il trasferimento d’ufficio dei magistrati. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha approvato all’unanimità la circolare che disciplina il procedimento di trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e/o funzionale dei magistrati, in virtù di quanto previsto all’art. 2, comma 2, r.d.lgs. n. 511/1946, conosciuta anche come Legge sulle Guarentigie della magistratura. La circolare è stata approvata dal Plenum del CSM lo scorso 26 luglio 2017. L’innovazione della circolare approvata dal Consiglio Superiore della Magistratura si rifà, come afferma il Consigliere Antonio Leone, «ai principi del giusto procedimento» e compie, come sottolinea il Vice Presidente Giovanni Legnini, «un’ulteriore passo avanti nella piena attuazione delle nuove disposizioni del regolamento del Consiglio e dell’autoriforma». La circolare, infatti, garantisce una maggior certezza dei tempi del procedimento di trasferimento dei magistrati nei casi di incompatibilità ambientale e/o funzionale. Le fasi del procedimento sono regolamentate da 6 articoli tra i quali è previsto il diritto di accedere agli atti del fascicolo già nella fase di apertura del procedimento. All’art. 4, poi, sono stati introdotti i termini perentori entro cui concludere le varie fasi del procedimento nell’ottica del principio della ragionevole durata che sono, in particolare, 6 mesi per la fase conoscitiva ed istruttoria, prorogabile una sola volta per un massimo di 3 mesi, 15 giorni per formulare la proposta al Plenum con il termine di 1 mese per la trattazione e con la possibilità, qualora ritenuto necessario, di rimettere la proposta alla Commissione entro 3 mesi per la ridefinizione.
In tema di circolazione stradale, colui che ha cagionato un sinistro ha l’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza alle persone eventualmente ferite, a prescindere dal fatto che la sua condotta configuri o meno un’ipotesi delittuosa, in quanto l’obbligo di prestare soccorso grava su tutti gli utenti della strada la cui condotta è comunque ricollegabile all’incidente. Questo è quanto affermato dal Tribunale di Bari con la sentenza 1379/2017. In caso di inottemperanza, dunque, scatta la responsabilità in concorso materiale per i reati di fuga e mancata assistenza previsti dall’articolo 189 commi 6 e 7 del Codice della strada. La vicenda trae origine da un incidente stradale avvenuto di sera in un comune pugliese. In particolare, era accaduto che un uomo alla guida della sua vettura aveva tamponato un’altra automobile a un incrocio, non rispettando le regole sulla precedenza. Dopo l’impatto, il guidatore, anziché fermarsi e verificare le condizioni del conducente dell’altro veicolo e dei suoi passeggeri, i quali avevano riportato lievi lesioni, inseriva la retromarcia e si dava alla fuga. Sul luogo dell’incidente, però, rimaneva la targa dell’automobile in fuga che rendeva agevole l’identificazione del guidatore, il quale veniva tratto a giudizio per rispondere dei reati previsti dall’articolo 189 commi 6 e 7 del Codice della Strada, ovvero inottemperanza all’obbligo di fermarsi e inottemperanza all’obbligo di prestare assistenza alle persone ferite. Una volta provata la dinamica del sinistro e il coinvolgimento dell’imputato, il Tribunale non può far altro che condannare il guidatore per i reati a lui contestati e spiega il meccanismo di operatività dei due diversi reati previsti dall Codice della Strada. Ebbene, sostiene il giudice, ai fini del riconoscimento della responsabilità penale dell’imputato, non rileva la riconducibilità del sinistro alla condotta colposa del guidatore. L’obbligo di prestare soccorso, infatti, grava su tutti gli utenti della strada la cui condotta è a qualsiasi modo ricollegabile all’incidente. Quanto al reato di fuga, invece, esso ha una diversa oggettività giuridica, essendo finalizzato a garantire l’identificazione dei soggetti coinvolti nell’investimento e la ricostruzione delle modalità del sinistro. Di conseguenza, è ravvisabile, come nella fattispecie, un concorso materiale tra le due ipotesi criminose.
Contratti e valutazione rischi
In caso di contratto a tempo determinato, il termine si ha come non apposto se il datore non ha rispettato l’obbligo di valutazione dei rischi previsto della normativa in materia di sicurezza sul lavoro. Pertanto, il contratto, formalmente a tempo determinato, è, invece, da considerare a tempo indeterminato fin dall’inizio e il lavoratore, se lasciato a casa dopo lo spirare del termine, andrà riammesso al lavoro. Questo è quanto deciso dal Tribunale di Udine con la sentenza 105/2017 (giudice Berardi). Il Tribunale ha anche chiarito che il dipendente ha diritto ad essere risarcito, in base all’articolo 32 comma 5, della legge 183/2010, con un’indennità onnicomprensiva che copre il periodo tra la scadenza del termine e la sentenza che dichiara la conversione a tempo indeterminato del contratto. Alcuni lavoratori sono assunti come operai a tempo determinato da una cooperativa, nell’ambito di un appalto. I dipendenti, una volta conclusosi il rapporto, impugnano l’apposizione del termine, contestando vari profili, tra cui, in specie, che il termine stesso inserito nel contratto individuale fosse illegittimo per assenza di valutazione dei rischi per la sicurezza. Il datore, da parte sua, evidenzia vari aspetti, tra cui quello sostanziale della mancanza di commesse. All’epoca dei fatti la norma regolatrice era l’articolo 3 del Dlgs 368/2001. Questa legge in materia di tempo determinato prevedeva il divieto di apposizione del termine alla durata di un contratto a carico delle imprese che non avessero effettuato la valutazione dei rischi in base all’allora vigente Dlgs 626/1994. Ora la stessa norma è solo formalmente abrogata dal Dlgs 81/2015, che, di fatto, con l’articolo 20 regola la tematica in modo identico. La norma attualmente vigente, peraltro, oltre al divieto, stabilisce, in caso di violazione, la sanzione della trasformazione del contratto da tempo determinato a contratto indeterminato. Il Tribunale, esaminato il caso, si sofferma sull’inadempimento relativo alla valutazione dei rischi. Il giudice, infatti, chiarisce (in tal senso, conformemente, alla sentenza di Cassazione 21418/2016) che la normativa allora vigente (articolo 4 del Dlgs 626/1994; articolo 3 del Dlgs 368/2001) stabiliva che l’apposizione di termine a un contratto di lavoro non fosse possibile da parte di imprese che non avessero effettuato, preventivamente, la valutazione dei rischi per la sicurezza. Inoltre, il giudice, condividendo l’orientamento prevalente di Cassazione (sezione lavoro n. 5241/2012), stabilisce che il contratto di lavoro fosse da intendere a tempo indeterminato, ex articolo 1339 e 1419, secondo comma, del Codice civile. Infine, il giudice ha constatato la mancata produzione in giudizio, da parte della cooperativa, del documento di valutazione dei rischi . II Tribunale, pertanto, ha stabilito che il rapporto di lavoro fosse da considerare a tempo indeterminato dall’origine, per nullità della clausola del termine. E oltre a condannare la cooperativa alla reintegra, le ha imposto di risarcire i lavoratori con un’indennità per il periodo tra la conclusione del contratto a tempo determinato e la conversione a tempo indeterminato.
Via libera della Camera al decreto Vaccini con 296 voti a favore, 92 contrari e 15 astenuti. Il provvedimento, già licenziato dal Senato, è quindi legge.Dopo l’ok del Senato della scorsa settimana ora anche Montecitorio ha approvato il provvedimento proposto dal Ministro Lorenzin che ha fatto tanto discutere nelle scorse settimane. Ricordiamo che per l’iscrizione a scuola le vaccinazioni obbligatorie sono 10: l’anti-polio, l’anti-difterite, l’anti-tetanica, l’anti-epatite B, l’anti-pertosse l’anti-Haemophilus influenzae tipo b, anti-morbillo (fino al 2020), anti-rosolia (fino al 2020), anti-parotite (fino al 2020), anti-varicella (fino al 2020). Ci sono inoltre 4 vaccinazioni fortemente raccomandate: contro meningococco B, meningococco C, pneumococco e rotavirus. Le vaccinazioni obbligatorie sono gratuite e devono tutte essere somministrate ai nati dal 2017. Per i nati dal 2001 al 2016 devono essere somministrate le vaccinazioni contenute nel calendario vaccinale nazionale vigente nell’anno di nascita. Come cambia l’iscrizione a scuola con l’obbligo vaccinale Il rispetto dell’obbligo vaccinale è un requisito per l’ammissione alle scuole dell’infanzia (da 0 a 6 anni). Dalla scuola elementare in poi i bambini possono accedere a scuola comunque, ma se non viene rispettato l’obbligo, viene attivato un percorso di recupero della vaccinazione ed e’ possibile incorrere in sanzioni amministrative. Per il prossimo anno scolastico ci sono disposizioni transitorie. Entro il 10 settembre 2017 per i nidi e entro il 31 ottobre 2017 per le scuole dell’obbligo, i genitori dovranno presentare la documentazione o l’autocertificazione per l’avvenuta vaccinazione; la relativa documentazione per l’omissione, il differimento e l’immunizzazione da malattia; copia della prenotazione dell’appuntamento per le vaccinazioni presso l’asl. Dall’anno 2019-20 gli istituti dialogheranno direttamente con le asl per verificare lo stato vaccinale degli studenti. I minori non vaccinabili per ragioni di salute sono inseriti in classi nelle quali sono presenti soltanto minori vaccinati o immunizzati naturalmente. Entro il 31 ottobre di ogni anno, i dirigenti scolastici comunicano all’asl le classi nelle quali sono presenti più di due alunni non vaccinati.
Se un paziente finisce in coma e poi muore, a chi spetta il diritto di querela nei confronti dei medici che hanno agito con imperizia? La risposta alla domanda su chi detenga il diritto di querela se un paziente finisce in coma per imperizia medica e poi muore non è così scontata come sembra. La prima risposta che viene alla mente è che il diritto di querela spetti ai pareti più stretti, gli eredi. Ma non sempre è così semplice. Il diritto di querela è, infatti, un c.d. “diritto personalissimo”, che compete soltanto alla persona offesa dal reato e dai suoi eredi e che cade in prescrizione tre mesi dopo il fatto (tranne per alcuni casi specifici che portano il termine a sei). Cosa accade quindi se il paziente cade prima in coma per diversi mesi, detenendo quindi il diritto di querela senza poterlo esercitare, e poi muore dopo i tempi previsti dalla prescrizione del diritto? Il caso di specie è il seguente: un uomo sposato viene sottoposto ad un banale intervento chirurgico, effettuato in data 1 gennaio 2015, all’esito del quale, in maniera del tutto inaspettata, cade in coma e poi, dopo 10 mesi, decede (exitus avvenuto l’1 ottobre 2015). In questo caso in esame, la persona offesa dal reato e dunque titolare del diritto di querela nei confronti del medico per il reato di lesioni personali colpose, da esercitare nel termine di mesi 3 a decorrere dall’intervento chirurgico, è il paziente, impossibilitato però a sporgere formale querela. Se la moglie sporgesse formale querela, l’azione penale sarebbe dichiarata improcedibile per difetto di querela, in quanto la qualità di persona offesa dal reato (e, dunque, di titolare esclusivo del diritto di querela) la detiene il paziente, fino alla data della morte. La moglie in che modo quindi può sporgere denuncia? La procedura da seguire è la seguente: la moglie deve richiedere la nomina di curatore speciale del marito, e una volta ricevuta tale nomina può esercitare il diritto di querela entro i termini di legge.
Infortunio e indennizzo
Se rimaniamo vittime di un infortunio nel tragitto da casa al lavoro, possiamo pretendere l’indennizzo dei danni subiti da parte dell’INAIL? A questa domanda ha risposto la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16835 del 7 luglio 2017, fornendo alcuni chiarimenti sul punto. Per i giudici, infatti, l’indennizzo INAIL in caso di infortunio nel tragitto da casa al lavoro può essere riconosciuto anche in caso di utilizzo di un mezzo di trasporto privato, ma a condizione che il lavoratore dimostri di non aver potuto utilizzare un mezzo pubblico. Nel caso di specie, un lavoratore aveva agito in giudizio nei confronti dell’INAIL, poiché voleva ottenere l’indennizzo per un infortunio subito a seguito di una caduta dal motorino, avvenuta mentre stava rientrando a casa dal lavoro. Il Tribunale, però, aveva rigettato la domanda del lavoratore e la sentenza era stata confermata dalla Corte d’appello. La motivazione? Il lavoratore non era stato in grado di dimostrare di aver dovuto necessariamente utilizzare un mezzo privato per recarsi al lavoro. Il lavoratore ha quindi deciso di ricorrere in Cassazione, ritenendo ingiusta la sentenza. La Corte di Cassazione, tuttavia, non ha ritenuto di dargli ragione, rigettandone il ricorso in quanto infondato. Secondo i giudici di Cassazione, la Corte d’appello aveva evidenziato come il lavoratore non avesse provato né “la totale carenza all’epoca di idonei mezzi di trasporto pubblico”, né “la sussistenza delle allegate esigenze che avrebbero imposto l’uso del motociclo”. Oltre a questo, il lavoratore non aveva nemmeno dimostrato eventuali “specifiche necessità domestiche o familiari” che avessero imposto “un sollecito rientro a casa”. Oltre a ciò, la Cassazione ha osservato che l’art. 12 del decreto legislativo n. 38 del 2000 prevede che “l’assicurazione opera anche nel caso di utilizzo del mezzo di trasporto privato, purché necessitato” e che, dunque, nel caso in esame, la Corte d’appello aveva a ragione escluso l’indennizzo, poiché “l’uso del mezzo non è di ostacolo all’indennizzabilità” solo a condizione che “l’uso sia “necessitato” ovvero che non sussista altra agevole e meno rischiosa soluzione (in particolare attraverso l’utilizzo di mezzi pubblici che comporta un minore grado di esposizione al rischio della strada)”. Ne consegue che il lavoratore in questione, vittima di infortunio nel tragitto da casa al lavoro avrebbe ben potuto “coprire il tragitto dall’abitazione al luogo di lavoro agevolmente, sia all’andata che al ritorno, in parte mediante l’uso di un frequente mezzo pubblico ed in parte, per circa un km, a piedi”. Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione ha confermato la sentenza impugnata, ma compensando tra le parti le spese processuali, vista la particolarità della vicenda.
Via libera agli incentivi per l’assunzione di disabili da lavoro. A comunicarlo è l’Inail con la circolare n. 30 del 25 luglio 2017 con l’intento di proseguire nell’attuazione delle disposizioni della legge di Stabilità 2015, che ha attribuito all’Istituto nuove funzioni in questo ambito, in attesa della piena attuazione delle disposizioni in materia di politiche attive e servizi per il lavoro, rimodulate dai decreti legislativi n. 150 e n. 151 del 14 settembre 2015. Entro i limiti degli importi stanziati ogni anno, l’Inail rimborsa ai datori di lavoro fino a un massimo di 150mila euro per ciascun progetto personalizzato per la realizzazione degli accomodamenti ragionevoli previsti a garanzia dei principi di parità di trattamento delle persone con disabilità e di piena uguaglianza con gli altri lavoratori, in particolare: fino a 95mila euro per il superamento e l’abbattimento delle barriere architettoniche, con interventi edilizi, impiantistici e domotici, fino a 40mila euro per l’adeguamento e l’adattamento delle postazioni di lavoro, con arredi, ausili e dispositivi tecnologici, informatici e di automazione, fino a 15mila euro per la formazione. È prevista la possibilità di richiedere una anticipazione fino al 75%. La circolare specifica che il sostegno dell’Inail si applica ai contratti di lavoro subordinato o parasubordinato, anche flessibili o a tempo determinato. È escluso il lavoro di tipo autonomo previsto, invece, per gli interventi di conservazione del posto di lavoro. Nella circolare sono illustrate le modalità e l’iter per la predisposizione del progetto di reinserimento lavorativo personalizzato da parte delle equipe multidisciplinari territoriali dell’Istituto, con il coinvolgimento del lavoratore e la partecipazione attiva del datore di lavoro. Il datore di lavoro che intende assumere una persona con disabilità da lavoro, deve provvedere a comunicare la mansione specifica alla quale sarà adibito il lavoratore, la tipologia di contratto che intende attivare, la sua durata, la sede di lavoro e la relativa unità produttiva. Il disabile deve essere sottoposto a visita medica preventiva in fase preassuntiva da parte del medico competente in relazione alla mansione specifica alla quale deve essere adibito il lavoratore. In seguito l’équipe competente procede a individuare, nell’ambito del Progetto di reinserimento lavorativo personalizzato, gli interventi necessari e appropriati per lo svolgimento della mansione per la quale si intende stipulare il contratto di lavoro. Conclusa la predisposizione del progetto personalizzato, si procede a: elaborazione, da parte del datore di lavoro, del Piano esecutivo nel rispetto dei limiti di spesa previsti dal Regolamento per ciascuna tipologia di intervento; verifica di coerenza del Piano esecutivo con il Progetto di reinserimento lavorativo, da parte dell’équipe multidisciplinare di I livello; verifica amministrativa della rispondenza del Progetto di reinserimento personalizzato e del Piano esecutivo alle disposizioni regolamentari, a cura della Direzione territoriale competente. A seguito dell’esito positivo delle verifiche, la Direzione regionale o provinciale adotta il provvedimento che autorizza il datore di lavoro a procedere alla fase di realizzazione degli interventi. Quest’ultimo può chiedere a questo punto l’anticipazione delle spese.
Dalla Corte di Cassazione ancora una pronuncia in materia di compenso per l’attività professionale svolta dall’avvocato. Avverso la sentenza di primo grado con la quale era stata accolta solo in parte la propria domanda contro i coniugi P.e M., avente ad oggetto il pagamento del compenso relativo alle prestazioni professionali rese nell’ambito di una causa civile, l’Avv. X proponeva appello. La Corte territoriale rigettava il gravame e confermava il giudizio espresso dal Tribunale circa la gratuità dell’incarico – ad eccezione del rimborso delle spese vive – cui non era ostativo il principio dell’inderogabilità dei minimi tariffari, in presenza di specifiche ragioni di amicizia, di colleganza e di riconoscenza. Tali dovevano ritenersi la precedente cessione da parte del cliente M., avvocato anch’esso, di parte della propria clientela allo studio legale di cui faceva parte l’attore. Invero, tale tesi sostenuta dalla parte convenuta era suffragata, in fatto, dalla circostanza che gli atti del procedimento erano predisposti dal M. e che, prima di una certa data, l’Avv. X non aveva avanzato alcuna richiesta. Avverso tale decisione l’Avv. X propone ricorso in Cassazione affidato a cinque motivi. Con i primi deduce violazione degli artt. 24 della I. n. 794 del 1942 e 2 della tariffa forense di cui al D.M. n. 127 dell’8 aprile 2004, nonché vizio di omessa esame di un punto decisivo della controversia. Per la Corte, espressasi con l’ordinanza n. 17975 del 2017, tali motivi sono infondati. La Cassazione ritiene infatti che la corte territoriale ha correttamente applicato, fornendo adeguata motivazione, il principio più volte affermato dalla stessa questa, secondo cui “il principio dell’inderogabilità dei minimi tariffari, stabilito dall’art. 24 I. 13 giugno 1942 n. 794 sugli onorari di avvocato, non trova applicazione nel caso di rinuncia, totale o parziale, alle competenze professionali, allorché quest’ultima non risulti posta in essere strumentalmente per violare la norma imperativa sui minimi di tariffa, ma per ragioni di amicizia, parentela o anche semplice convenienza”. Infondata anche la doglianza relativa alla violazione degli artt. 2721 e ss. cod. civ. e quindi l’inammissibilità della prova testimoniale in merito al pactum de non petendo, , in quanto, secondo la Corte “l’esercizio della facoltà di cui al secondo comma dell’art. 2721 cod. civ. è stato congruamente giustificato dalla Corte di Appello, con riferimento al complesso delle risultanze obiettive emerse in ordine ai rapporti fra le parti e all’attività meramente formale svolta dall’appellante, che si era limitato a sottoscrivere gli atti predisposti dal proprio cliente”…