Source: http://www.logos-rivista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=1056&Itemid=848
Timestamp: 2019-06-25 12:50:58+00:00
Document Index: 36200917

Matched Legal Cases: ['art. 44', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 595']

Il provvedimento del Tribunale di Milano sul carattere discriminatorio dell’appellativo “clandestini”. Riflessioni alla luce dell’emergenza sbarchi – P. Foroni
Con Provvedimento del 22/02/2017 nel procedimento ex art. 44 D.Lgs 286/1998, R.G. 47117/2016, il Tribunale di Milano ha accolto il ricorso introdotto da alcune associazioni di cui all’art. 5 comma 1 D.Lgs 215/2003, ritenendosi concretato un comportamento molesto e discriminatorio ex art. 2 comma 3 della predetta normativa in capo al movimento politico Lega Nord per un manifesto affisso in comune di Saronno del seguente tenore: “Saronno non vuole i clandestini” “Renzi e Alfano vogliono mandare a Saronno 32 clandestini: vitto, alloggio e vizi pagati da noi. Nel frattempo ai saronnesi tagliano le pensioni ed aumentano le tasse” “Renzi e Alfano complici dell’invasione”.
Tale manifesto venne affisso a seguito della ventilata possibilità che la Prefettura competente potesse prevedere il dislocamento di alcuni richiedenti asilo appunto in comune di Saronno. Successivamente tale “invio” non si concretizzò. Il Tribunale di Milano, richiamando la Convenzione internazionale sui rifugiati e sull’assunto che il richiedente asilo, seppur entrato irregolarmente, è legittimato a stare sul territorio nazionale per il tempo necessario alle verifiche del relativo procedimento, ha ritenuto discriminatorio e molesto l’utilizzo di un tale termine.
Il procedimento azionato è disciplinato dagli artt. 43, 44 del D.Lgs 286/1998 nonché dagli art. 4 e 5 del D.Lgs 215/2003. In particolare, il comma 3 di tale ultimo articolo legittima “Le associazioni e gli enti inseriti nell'elenco di cui al comma 1 sono, altresì, legittimati ad agire ai sensi degli articoli 4 e 4 bis nei casi di discriminazione collettiva qualora non siano individuabili in modo diretto e immediato le persone lese dalla discriminazione.”.
Naturalmente il provvedimento giudiziale sarà oggetto di impugnativa nei termini di legge. Senza entrare nel merito delle vicende processuali e delle specifiche censure di appello (procedurali e di merito) che saranno svolte dalle difese, valga rimarcare una generale non condivisione dei principi statuiti soprattutto in ordine alla proclamata natura molesta o discriminatoria dell’appellativo “clandestini” nella specifica vicenda.
Ciò che in realtà rileva in maniera dirompente, è una non ammissibile compromissione e restrizione dell’art. 21 della Costituzione in tema di libertà di critica, di opinione, di parola e di dialettica politica, di fronte a vicende (quella dei continui sbarchi di immigrati) di stretta attualità ed in ordine ai quali perfino la politica interna e internazionale sta cambiando orientamento. Non solo, la non giustificabile limitazione al diritto di critica nell’uso del termine “clandestino” rivolto a chi irregolarmente giunge in Italia e quindi richiede il riconoscimento dello status di profugo, deriva anche dalle risultanze dei procedimenti relativi al riconoscimento dello status di profugo, ove (dati al 31.12.2016) solo per il 5% dei richiedenti viene riconosciuto tale status, per meno del 35% vengono riconosciute forme di protezione minori e temporanee, mentre per oltre il 56% viene attestato la mancanza del diritto a qualsivoglia protezione. Il 4% risultano poi irreperibili.
E, si badi bene, tali valutazioni sono relative a procedimenti che hanno avuto inizio 18-24 mesi prima, cioè in un periodo ove la grave crisi della Siria, comunque causava una certa presenza di effettivi profughi. Per inciso, dal 1.01.2017 al 16 febbraio 2017 sono stati registrati 9448 sbarchi così suddivisi: 17% Guinea, 14% Costa D’Avorio, 12% Nigeria, 10% Senegal, 8% Gambia, 8% Marocco, 5 % Mali, 5% Bangladesh, 3% Iraq, 3% Pakistan, 15% altri paesi: tutte realtà economicamente magari arretrate ma certamente non in stato di guerra.
In realtà, in termini generali non può ritenersi molesto o discriminatorio l’utilizzo del termine “clandestino” rivolto a quella persona che, a prescindere dalla propria razza o nazionalità, sesso, lingua o credo religioso, perviene irregolarmente nel territorio nazionale italiano, cioè vi si immette non rispettando le norme di legge ed anzi contravvenendo alle stesse. Infatti la mera richiesta dello status di rifugiato non può avere un effetto sanante dell’iniziale irregolare ingresso, giustificando soltanto, e temporaneamente, la permanenza sul territorio italiano e a determinate condizioni, in attesa della conclusione del procedimento amministrativo.
Valga dunque rimarcare sul punto come:
la semplice proposizione di una tale istanza per protezione internazionale non fa conseguire al richiedente uno status che ne esclude o sana l’ingresso avvenuto clandestinamente;
sempre tale istanza, non necessita al fine della sua valida proposizione di una preliminare valutazione di fumus boni iuris posto che al richiedente non è richiesto di fornire qualsivoglia elemento che, ancorché ad un livello meramente presuntivo, possa far intendere un buon esito del procedimento. Al momento della proposizione della domanda, quindi, il richiedente non deve produrre qualsivoglia preliminare elemento soggetto ad una immediata verifica al fine di legittimare l’avvio del procedimento che avviene cioè, quindi, automaticamente a seguito della mera formalizzazione dell’istanza.
E i dati ministeriali quindi dimostrano come tale istanza sia nella maggioranza dei casi un espediente o un mero tentativo per evitare l’immediata espulsione.
Vale sempre la pena ricordare come tali istituti sono applicati in tali forme e modalità solo e soltanto, nel panorama mondiale, in Italia, comportando ogni anno esborsi di risorse pubbliche pari a circa 4 miliardi. A fronte di tutta questa situazione appaiono quindi, assolutamente non corrette le conclusioni del citato provvedimento giudiziale.
L’appellativo “clandestino” nel caso per cui è causa, rispecchiava nei fatti quella particolare situazione trattandosi di persone entrate in Italia contravvenendo alla relativa normativa e che non avevano ancora acquisito alcuno status giuridico sanante o esimente quell’illegittimità iniziale: dalla mera proposizione della domanda deriva un mero effetto sospensivo del procedimento penale e delle procedure di espulsione.
Inoltre alla luce di quanto evidenziato dai fatti di cronaca, dalle risultanze dei primi esiti dei procedimenti di verifica delle condizioni di ammissibilità di status di protezioni internazionali, dal mutamento di volontà anche del Governo, tale appellativo deve comunque rinvenire piena legittimità di utilizzo e diritto di esistenza in un ambito di dialettica politica ove la copertura dell’art. 21 Cost, per costante ed unanime giurisprudenza, assume portata ancora più ampia, restringendo la tutela di cui all’art. 595 c.p. (diffamazione) ovvero in generale la tutela dell’onore e del decoro della persona, dovendosi privilegiare il libero dibattito politico che ammette anche toni ed espressioni che non sarebbero ammessi in una ordinaria dialettica.
Tali concetti debbono ottenere anche più ampi apprezzamenti nella situazione di Saronno, in cui tale espressione assumeva una mera portata di critica politica, astratta e generica, riferendosi infatti ad una generica e potenziale situazione, senza individuazione specifica dell’identità dei soggetti mai identificati né individuabili concretamente.
presidente commissione attività produttive, commercio, turismo, ricerca e innovazione
avvocato, responsabile Ufficio Legale Lega Lombarda