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Timestamp: 2014-07-22 07:19:17+00:00
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Correzione di errore materiale delle pronunce giudiziali
Articolo 17.10.2011 (Luigi Marino) Sommario: 1. Introduzione e natura del procedimento - 2. Il rapporto tra la nullità e il vizio emendabile attraverso la procedura di correzione. - 3. Il caso - 4. Il contrasto tra intestazione e contenuto della sentenza - 5. Quando il giudice omette di menzionare una parte intervenuta nel giudizio – nullità o errore materiale? - 6. Il rapporto tra correzione e impugnazioni. - 7. Segue. L'intervento della Corte Costituzionale - 8. L'interesse alla correzione - 9. Spunti sul procedimento.
1. Introduzione e natura del procedimento
Il procedimento di correzione di errore materiale delle pronunce giudiziali costituisce un metodo semplice[1], rapido ed efficace per mezzo del quale vengono rettificate le “sviste” in cui è incorso il giudicante nel processo redazionale; esso, codificato all’interno del Codice di rito civile agli artt. 287 e 288, trova applicazione, secondo l’orientamento della giurisprudenza, qualora l’errore emendando consista in un mero “lapsus calami”, ossia in una momentanea disattenzione del redattore che diviene, in maniera lampante, intellegibile al lettore.
Le definizioni di errore materiale date dalla giurisprudenza sono molteplici, ciascuna ha privilegiato questo o quell’aspetto peculiare dell’errore correggibile, ma tutte si sono dimostrate egualmente pertinenti [2],[3].
Si possono avere, dunque, di una vasta gamma di errori, quali, a titolo di esempio, errori di calcolo oppure l’omessa indicazione di una delle parti del giudizio o ancora l’erronea indicazione dei dati anagrafici delle parti in causa o ancora l’erronea trascrizione delle conclusioni formulate dalle stesse in occasione dell’ultima udienza[4].
Tuttavia, come detto, perché si possa procedere alla correzione con il metodo indicato dal codice, occorre che la svista sia rilevabile ictu oculi, cioè che l’errore incida negativamente sull’iter logico giuridico che ha condotto ad esso[5].
In specie, per quanto concerne gli errori di calcolo, è convincimento oramai condiviso che essi debbano avere un carattere di assoluta materialità (es. 2+2=5), in quanto non si potrebbe dare luogo al procedimento di correzione nell’ipotesi in cui, per rilevarlo, occorrerebbe ricorrere ad un procedimento tecnico[6].
Una delle problematiche che sono state costantemente sottese al procedimento di correzione, consiste nella differenza intercorrente tra gli errori emendabili ex art. 287 c.p.c. e quelli che, al contrario, devono formare oggetto di apposito mezzo di gravame, anche, di natura incidentale.
In proposito, serve un immediato chiarimento: il procedimento di correzione è qualificato come procedimento a carattere amministrativo[7], tant’è che la natura giurisdizionale della procedura di correzione è stata esclusa apertis verbis anche dalla Suprema Corte, pronunciatasi in tal senso in un risalente arresto nel quale è stata ribadita la natura amministrativa di tale procedimento[8],[9].
2. Il rapporto tra la nullità e il vizio emendabile attraverso la procedura di correzione
La prassi ha posto problematiche di eminente rilievo con riguardo alla differenza tra gli errori che possono venire eliminati mediante il procedimento di correzione e quelli che, al contrario, inficiano la sentenza al punto tale da determinarne la nullità, pertanto occorrerà prendere le mosse da alcuni chiarimenti di carattere generale.
La nullità - e in particolare la nullità della sentenza - è il vizio da cui sono affetti gli atti processuali carenti dei requisiti che la legge ritiene invece indispensabili e obbligatori affinché l’atto sia valido ed efficace; l’errore materiale consiste, invece, in un’errata traduzione in segni grafici degli elementi propri o individuatori di una persona o di una cosa o, comunque, nella non corrispondenza tra l’ideazione del giudice e la sua materiale rappresentazione grafica[10].
Occorre, tuttavia, scindere le ipotesi di nullità della sentenza (art. 161 c.p.c.) da quelle di errore materiale, poiché la sentenza o qualunque pronuncia giudiziale che difetta dei requisiti previsti dalla legge e/o che non è in grado di produrre gli effetti per cui è stata emessa, dovrà essere considerata nulla, mentre la sentenza affetta da errori materiali non difetterà né dei requisiti previsti dalla legge, né sarà improduttiva di effetti, ma andrà semplicemente espunto l’errore o sanata l’omissione che consistono nella erronea trasposizione in segni grafici della volontà del giudice
Ulteriore profilo argomentativo che depone a favore della differenziazione le cui linee essenziali sono state appena tracciate, risiede nella considerazione per cui mentre la sentenza affetta da nullità è, per come prevede il codice, incapace di raggiungere lo scopo, la sentenza errata, invece, li produrrà.
Ma ciò che distingue in maniera più incisiva la nullità dall’errore suscettibile di correzione sono i metodi con i quali tali vizi possono essere emendati.
Mentre, infatti, la nullità può essere fatta valere solo attraverso i normali mezzi d’impugnazione, in base al noto principio per il quale i vizi di nullità si convertono in motivi di impugnazione, assorbendosi in essi[11], gli errori materiali possono essere corretti tanto facendone espressa richiesta al giudice d’appello, quanto con il procedimento di cui all’art. 287 e ss. c.p.c.
In proposito, occorre porre in evidenza la circostanza per cui, chi chiede la correzione di errore materiale, non accorgendosi c