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Timestamp: 2020-05-27 04:06:49+00:00
Document Index: 53007237

Matched Legal Cases: ['art. 87', 'art. 47', 'art. 167', 'art. 87', 'art. 87', 'art. 167', 'art. 168', 'art. 86', 'art. 111', 'art. 167', 'art. 42', 'art. 167', 'art. 167', 'art. 167']

Controlled Foreign Companies (CFC): la normativa fiscale - Fiscomania
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Disciplina sulle Controlled Foreign Company per evitare l'allocazione di controllate estere situate in Paesi a fiscalità privilegiata che percepisco per oltre 1/3 del reddito passive income.
I soggetti fiscalmente residenti che detengono partecipazioni in enti esteri devono verificare l’articolo 167 del TUIR. Si tratta della normativa sulle Controlled Foreign Company (cd “normativa CFC“) che prevede la tassazione per trasparenza del reddito societario in capo al soggetto controllante italiano.
La disciplina delle CFC (Controlled Foreign Companies) rappresenta lo strumento utilizzato dagli ordinamenti fiscali UE per evitare possibili fattispecie di elusione fiscale. Mi riferisco ad una disciplina fiscale nata per per contrastare la localizzazione fittizia di redditi significativi in società partecipate estere residenti in Paesi a fiscalità privilegiata. Si tratta, in particolare, società che non procedono alla sistematica distribuzione dei dividendi.
Se la società estera posta in Paese a fiscalità privilegiata consegue oltre 1/3 di “income” derivanti da detenzione o investimento di azioni titoli o crediti vi sono delle conseguenze. Il soggetto controllante è chiamato a tassare in Italia, per trasparenza, il reddito a lui imputabile della società controllata estera. Questo, indipendentemente dalla distribuzione dei dividendi.
Vediamo, in questo contributo i principali aspetti che riguardano la normativa CFC in Italia.
La normativa sulle Controlled Foreign Company (CFC) nel TUIR
Requisiti soggettivi per l’applicazione della normativa CFC
Requisiti oggettivi per l’applicazione della normativa CFC
La territorialità delle società controllate estere
Tassazione effettiva inferiore al 50% di quella italiana
Il tax rate virtuale domestico
Tax rate effettivo estero
Il caso delle cessione di partecipazioni della controllata estera
Definizione di controllo valida per le società estere
Applicazione della tassazione CFC
Tassazione ed applicazione del credito per imposte estere
Determinazione del reddito CFC
Come evitare l’applicazione della normativa CFC?
L’interpello disapplicativo CFC
Parere preventivo per la disapplicazione della normativa CFC
Accertamento in caso di operazioni potenzialmente elusive
Normativa CFC: conclusioni
La normativa sulle Controlled Foreign Company (CFC) è disciplinata dall’articolo 167 del TUIR.
Questa normativa nasce con l’intento di disincentivare la costituzione di società estere in Paesi che offrono livelli di tassazione vantaggiosi. La norma, tuttavia, riguarda esclusivamente le operazioni potenzialmente elusive, ovvero costituzioni di società controllate estere con l’unico scopo di sottrarre a tassazione redditi non redistribuiti attraverso la politica di dividendi nei confronti del socio residente.
Affinché si possa ravvisare, quindi, l’applicazione della normativa CFC occorre che la fattispecie verifichi alcuni requisiti.
Il primo aspetto da indagare riguarda chi sono i soggetti a cui può essere applicata questa disciplina fiscale. Infatti, la disciplina CFC si applica in caso di possesso di redditi in Stati con regime fiscale privilegiato da:
Persone fisiche, anche non titolari di reddito di impresa (privati);
Soggetti di cui all’articolo 5 del TUIR. Si tratta di società semplici, in nome collettivo ed in accomandita semplice;
Soggetti di cui all’articolo 87, comma 1, lettera a), b) e c) del TUIR. Si tratta dei soggetti passivi IRES.
Enti pubblici e privati diversi dalle società. Questo, a prescindere se hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciale.
Deve trattarsi di soggetti ed enti aventi residenza fiscale in Italia.
Qualora i soggetti sopra indicati presentino, congiuntamente, i seguenti requisiti oggettivi, si applica la normativa CFC su di essi.
I requisiti oggettivi da verificare sulle società controllate estere sono i seguenti:
Sono assoggettate ad una tassazione effettiva inferiore al 50% di quella a cui sarebbero state soggette se residenti in Italia;
Rientrano in detta disposizione anche i redditi conseguiti da controllate estere, che provengono a sua volta da stabili organizzazioni situate in uno di detti Stati o territori.
Vediamo, adesso, con maggiore dettaglio gli aspetti principali collegate ai requisiti soggettivi della normativa CFC.
Rientrano nella tassazione CFC le società controllate estere:
Residenti in Paesi UE;
Residenti in Paesi Extra-UE.
Infatti, l’articolo 167 del TUIR non contiene alcun riferimento ai “regimi fiscali privilegiati“. La disposizione, infatti, si limita a porre due condizioni (bassa fiscalità e incidenza non marginale dei passive income) affinché operino le penalizzazioni fiscali.
Per questo motivo si ritiene che possano rientrare nella disciplina menzionata anche le società UE.
Altro aspetto di particolare interesse è la corretta individuazione del livello di tassazione effettiva della società controllata estera.
Il livello di tassazione effettiva è, quindi, uno dei presupposti di applicazione del regime di tassazione per trasparenza in capo al socio italiano del reddito prodotto dalle controllate estere. È necessario, a tal fine, effettuare il confronto tra tax rate effettivo estero e tax rate “virtuale” domestico. Allo scopo, in linea generale, restano valide le previsioni del Provvedimento dell’Agenzia delle Entrate del 16 settembre 2016 ed alla Circolare n 51/E/2010 dell’Agenzia delle Entrate.
Il tax rate “virtuale” domestico è dato dal rapporto tra l’imposta sul reddito che sarebbe risultata dovuta dall’entità estera qualora essa fosse residente in Italia, al lordo di eventuali crediti per le imposte pagate all’estero, e l’utile ante imposte risultante dal bilancio di esercizio dell’entità estera.
L’imposta sul reddito “virtuale” è calcolata sul reddito imponibile dell’entità estera rideterminato secondo le disposizioni fiscali domestiche in materia di reddito d’impresa.
In questo senso il livello soglia di tassazione effettiva ai fini dell’applicazione delle disposizioni è il 12% (ovvero il 50% dell’IRES). Non si prende in considerazione il 13,95%, in quanto si deve considerare ai fini del calcolo solo l’imposta IRES.
Inclusione o meno dell’Irap nel calcolo: la prassi “incerta“
Come detto, l’Agenzia delle Entrate con la Circolare n. 51/E/2010 non include nel calcolo del tax rate l’Irap. Tuttavia, la stessa Agenzia con la Circolare n. 35/E/2016 afferma il contrario. In particolare, lo fa indicando:
Nel paragrafo 1.2.3 quando si afferma che: “Ai fini del confronto dei livelli di tassazione nominali, dal lato italiano, in linea con i tradizionali criteri di individuazione della black list, seguiti per la redazione del D.M. 21 novembre 2001, rileva l’aliquota IRES, vigente nel periodo d’imposta in cui si riscontra il requisito del controllo, senza considerare eventuali addizionali. Rileva altresì, l’IRAP, di cui si prende in considerazione l’aliquota ordinaria (attualmente pari al 3,9 per cento)”;
Nel paragrafo 1.3 quando si afferma che: “Dopo aver calcolato il tax rate effettivo estero, occorre operare un giudizio di congruità. Questo si effettua comparando il medesimo tax rate con il 50 per cento dell’aliquota nominale vigente in Italia oppure, nel caso di fallimento di questo test, si compara il tax rate con il 50 per cento della tassazione virtuale domestica (Cfr. Esempio n. 5). In altri termini, la dimostrazione dell’esimente presuppone che il tax rate effettivo estero venga preliminarmente confrontato con l’aliquota nominale italiana, data dalla sommatoria dell’aliquota IRES e dell’aliquota ordinaria IRAP. Se il tax rate estero risulta superiore al 50 per cento dell’aliquota nominale italiana, così determinata, l’esimente si considera dimostrata”.
Ora, dobbiamo dire che nel Tuir non si fa alcun riferimento all’Irap. Solo l’Agenzia delle Entrate adotta questa posizione, ma appare una situazione, ove l’inclusione dell’Irap rappresenta soltanto un ulteriore “peso” nel calcolo. Infatti, la normativa CFC ha lo scopo di attrarre un reddito che, in linea di principio, andrebbe ricondotto in Italia se la società residente svolgesse – all’estero – il business mediante una stabile organizzazione. Per questo il confronto tra tax rate estero e interno deve essere effettuato su termini omogenei. Pertanto, a parere dello scrivente, non ha senso prendere a riferimento l’Irap, in quanto irrilevante per la fattispecie.
Per il calcolo, invece, del livello di tassazione effettiva estera si deve effettuare il seguente calcolo:
“rapporto tra l’imposta estera corrispondente al reddito imponibile e l’utile ante-imposte risultante dal bilancio della controllata”
Alla determinazione della tassazione effettiva estera rilevano esclusivamente le imposte sul reddito dovute nello Stato di localizzazione. Imposte al lordo di eventuali crediti di imposta per i redditi prodotti in Stati diversi da quello di insediamento.
Se tra lo Stato di localizzazione della controllata e l’Italia sia stata stipulata una Convenzione contro le doppie imposizioni, le imposte sul reddito sono quelle individuate dall’accordo bilaterale. Nonché quelle di natura identica o analoga che siano intervenute successivamente in sostituzione di quelle individuate nella medesima Convenzione.
Nel caso di cessione di partecipazioni da parte della controllata estera oggetto del test sulle CFC, la determinazione del tax rate “virtuale” può risultare particolarmente complessa e onerosa dal punto di vista del recupero delle informazioni necessarie. Infatti, nella fattispecie occorre verificare se quella cessione sarebbe stata o meno soggetta alla participation exemption in Italia.
Nel far questo, ai sensi dell’art. 87 del TUIR, occorre tra l’altro stabilire se la partecipazione ceduta è relativa a un’entità localizzata in regime fiscale privilegiato in base ai criteri dell’art. 47-bis comma 1 del TUIR medesimo, i quali rinviano alle previsioni dell’art. 167 comma 4 lett. a), ossia al requisito della tassazione effettiva inferiore alla metà di quella a cui sarebbero stati soggetti se residenti in Italia.
Ciò vuol dire che per calcolare il tax rate “virtuale” della controllata estera oggetto del test CFC che ha effettuato cessioni di partecipazioni occorre verificare anche il livello di tassazione virtuale domestica dell’impresa ceduta.
La complessità risiede anche nel fatto che il requisito della residenza della partecipata, ai sensi dell’art. 87 del TUIR, deve sussistere ininterrottamente sin dal primo periodo di possesso. Tuttavia, per i rapporti detenuti da più di cinque periodi di imposta e oggetto di realizzo con controparti non appartenenti allo stesso gruppo del dante causa, è sufficiente che tale condizione sussista ininterrottamente per i cinque periodi di imposta anteriori al realizzo stesso.
In caso di cessioni che avvengono all’interno del gruppo il periodo di osservazione non è, quindi, limitato ai cinque anni, ma risale all’inizio del periodo di possesso della partecipazione.
La verifica per le holding
La questione si presenta ancora più complessa laddove la società controllata che ha ceduto le partecipazioni sia una holding in quanto, ai sensi del comma 5 dell’art. 87. In tal caso il requisito della residenza (e della commercialità) va verificato in capo alle entità indirettamente partecipate, ossia ad un livello più basso della catena partecipativa.
È facile intuire che si tratta di verifiche che possono comportare la necessità di ottenere informazioni non sempre facilmente reperibili, in particolar modo quando l’acquisizione del gruppo da parte della controllante italiana è avvenuta di recente.
Per tacere del fatto che in alcuni Paesi (si pensi agli Stati Uniti d’America) non sempre sono disponibili bilanci di esercizio, né è così scontato avere un reddito e relativo carico fiscale delle singole entità, in quanto tali informazioni sono disponibili solo a livello di gruppo e, pertanto, l’opera di “ricostruzione” delle stesse risulta ancora più complessa.
La disciplina sulle CFC parte dal presupposto che vi sia una società controllata estera in un Paese a fiscalità privilegiata.
Per questo motivo è importante definire con chiarezza la nozione di controllo.
Ai sensi dell’articolo 2359 del codice civile si considerano controllate:
Le società di cui un’altra dispone della maggioranza di voti esercitabili nell’assemblea ordinaria (controllo di diritto);
Infine, le società che sono sotto influenza dominante di un’altra società in virtù di particolari vincoli contrattuali con essa (controllo contrattuale).
Il momento in cui occorre verificare la sussistenza dei requisiti del controllo (che è il presupposto per la imputazione dei redditi al soggetto residente) è la data di chiusura dell’esercizio o periodo di gestione del soggetto estero controllato.
Ove tale data non fosse determinabile, occorre far riferimento alla data di chiusura del periodo d’imposta del soggetto residente controllante.
Si considerano altresì soggetti controllati non residenti (art. 167 co. 3 del TUIR):
Le stabili organizzazioni all’estero dei soggetti controllati non residenti;
Le stabili organizzazioni all’estero di soggetti residenti che abbiano optato per il regime della branch exemption (art. 168-ter del TUIR).
Il percepimento per oltre 1/3 di passive income
Altro aspetto importante è quello che riguarda l’identificazione dei cd “passive income” per la società controllata estera.
I redditi di tipo passivo sono quelli derivanti dal mero sfruttamento di asset immateriali. Possono essere: azioni, partecipazioni, concessione in uso di diritti immateriali, marchi, brevetti know how, etc.
Le royalties;
Oltre che i servizi intercompany.
La disciplina delle CFC differisce dalle disposizioni in materia di transfer pricing o di esterovestizione.
La normativa CFC riguarda, infatti, i casi in cui un soggetto residente in un Paese a fiscalità elevata fa svolgere le attività a più alto reddito ad altri soggetti. Si tratta di società partecipate residenti in Paesi a fiscalità privilegiata non distribuendo alla controllante i dividendi.
Per questo motivo, la disciplina in esame, al verificarsi dei requisiti richiesti, riporta a tassazione nel paese a fiscalità elevata i redditi percepiti dalle controllate estere.
In sede di predisposizione del modello Redditi S.C., la società controllante residente deve compilare:
Nel quadro FC del modello Redditi è necessario indicare i dati della società partecipata. Inoltre, vanno compilati anche i campi dedicati alla quantificazione del reddito della stessa. Si applicano, quindi le disposizioni del TUIR, ovvero risultato di bilancio e variazioni fiscali.
Il reddito così determinato deve poi essere riportato nel quadro RM, dedicato ai redditi soggetti a tassazione separata.
I redditi della controllata estera sono imputati alla controllata residente e tassati separatamente dal reddito complessivo IRES. Il reddito della controllata CFC è soggetto a tassazione separata con aliquota 26%. Si tratta della stessa aliquota prevista per la tassazione dei dividendi.
Dall’imposta liquidata sono ammesse in detrazione le imposte pagate all’estero dall’impresa partecipata, sul medesimo reddito, a titolo definitivo.
Nel caso in cui al dichiarante siano stati imputati redditi di più CFC delle quali possiede partecipazioni, devono essere utilizzati più quadri RM, avendo cura di numerarli progressivamente compilando la casella “Mod. N.” posta in alto a destra di ogni quadro.
Le imposte pagate all’estero per le quali si richiede il credito d’imposta devono essere indicate nella Sezione I del quadro CR.
Procedere alla determinazione del reddito imponibile da assoggettare a tassazione “per trasparenza” in Italia. Il reddito imponibile si trova partendo dal bilancio della società estera ed apportando le variazioni fiscali italiane;
Procedere alla tassazione separata del reddito con l’aliquota media applicata sul reddito complessivo del soggetto residente e, comunque, non inferiore al 26%.
La modalità di determinazione del reddito imponibile è diversa a seconda del tipo di CFC. Il reddito della ‘‘CFC residente in Stato Black List’’ e della ‘‘CFC residente in Stato White List’’.
Il reddito è determinato secondo le regole ordinarie previste per la determinazione della base imponibile delle società e degli enti commerciali residenti. Fatta eccezione per:
La disciplina della rateazione delle plusvalenze patrimoniali (art. 86, comma 4 TUIR);
La disciplina del riporto delle perdite (articolo 84, TUIR);
Disciplina prevista per le imprese di assicurazione (art. 111, TUIR);
La disciplina delle operazioni fuori bilancio (articolo 112, TUIR).
Le perdite fiscali della controllata CFC
Se per effetto dell’applicazione delle citate regole di tassazione emerge, per la CFC, una perdita fiscale, questa può essere computata unicamente in diminuzione dei redditi della stessa CFC generati negli esercizi successivi (articolo 2 D.M. 21 novembre 2001, n. 429).
In altre parole, la perdita della CFC non può essere utilizzata in compensazione dei redditi propri generati dal soggetto italiano controllante.
Così come, di converso, le perdite fiscali di quest’ultimo non possono essere utilizzate a compensazione del reddito della CFC.
Nella determinazione del reddito della CFC trova, inoltre, applicazione il regime relativo alle società di comodo con la conseguenza che se il reddito effettivo è inferiore al reddito “minimo“, rileva quest’ultimo.
Mentre per la “CFC residente in Stato Black List” (società collegata) il reddito determinato assumendo il maggiore tra l’utile ante imposte risultante dal bilancio della CFC e il reddito determinato induttivamente applicando dei coefficienti di rendimento al valore dei beni che compongono l’attivo patrimoniale della CFC.
La normativa CFC può essere disapplicata dal contribuente usufruendo di una di queste due modalità:
L’interpello disapplicativo (facoltativo);
Parere preventivo all’Agenzia delle Entrate.
Vediamo di seguito queste due possibilità per la disapplicazione della tassazione CFC.
L’interpello resta valido fintanto che restano immutate le circostanze di fatto e di diritto sulla base delle quali è stato reso.
L’interpello preventivo deve essere presentato entro 120 gg dal termine per la presentazione della dichiarazione dei redditi relativa all’annualità per la quale si richiede la disapplicazione della disciplina sulle CFC.
Tenuto conto che l’interpello non è uno strumento obbligatorio, il contribuente può interpellare l’Amministrazione finanziaria per ottenere un parere preventivo. Si tratta di un parare sull’eventuale disapplicazione della disciplina CFC.
Sullo specifico punto, l’Agenzia delle Entrate, con la Circolare 51/E/2010 ha fornito, a titolo esemplificativo, alcuni indicatori che consentono di qualificare la controllata estera come una struttura di “puro artificio”.
Gli indicatori di puro artificio, generalmente, sono riferiti alle seguenti fattispecie:
Insufficienza di motivi economici o commerciali validi per l’attribuzione degli utili, che pertanto non rispecchia la realtà economica;
Costituzione giuridica che non risponde essenzialmente a una società reale intesa a svolgere attività economiche effettive;
Inesistenza di correlazione proporzionale tra le attività apparentemente svolte dalla CFC e la misura in cui tale società esiste fiscalmente in termini di locali, personale e attrezzature (riferimento alla struttura materiale);
Sovra-capitalizzazione della CFC. Ovvero quando la stessa dispone di un capitale nettamente superiore rispetto a quello di cui ha bisogno per svolgere la propria attività;
Presenza di transazioni prive di realtà economica, aventi poca o nessuna finalità commerciale o che potrebbero essere contrarie agli interessi commerciali generali se non fossero state concluse a fini di evasione fiscale.
Con specifico riferimento alle “attività immateriali”, la Circolare 51/E/2010, al punto 5.2., ha precisato che occorre valutare ulteriori e più specifici elementi di prova. Elementi volti a dimostrare la non artificiosità della controllata estera, tenuto conto della peculiare attività esercitata.
In base all’art. 167 co. 11 del TUIR, l’Agenzia delle Entrate, prima di procedere all’emissione dell’avviso di accertamento d’imposta o di maggiore imposta, deve notificare all’interessato un apposito avviso con il quale viene concessa la possibilità di fornire, nel termine di novanta giorni, le prove per la disapplicazione del regime.
In sostanza, viene prevista una fase di contraddittorio anticipato, permettendo al soggetto controllante di fornire, nel corso del procedimento, la dimostrazione dell’esimente; ancorché la norma nulla preveda sulle conseguenze derivanti dalla mancata attivazione del contraddittorio da parte dell’Ufficio, tale comportamento dovrebbe causare la nullità dell’avviso di accertamento per violazione dell’obbligo di motivazione previsto dall’art. 42 del DPR n. 600/73.
Con riferimento alla previgente formulazione, presumibilmente, analogo contraddittorio debba altresì operare qualora:
siano mutate le condizioni fattuali rappresentate in un’istanza presentata con riferimento a periodi di imposta precedenti;
l’attività di verifica abbia fatto emergere discordanze rispetto alla situazione rappresentata nell’istanza accolta per lo stesso periodo di imposta.
Secondo la stessa circolare, non è chiaro se tale fase di contraddittorio preventivo debba essere seguita, oltre che per contestazioni relative alla mancata imputazione per trasparenza del reddito, anche per contestazioni relative all’erronea imputazione soggettiva o alla determinazione del reddito della controllata.
Qualora l’Agenzia delle Entrate non ritenga idonee le prove addotte dovrà darne specifica motivazione nell’avviso di accertamento (art. 167 co. 11 del TUIR).
L’esimente di cui all’art. 167 co. 5 del TUIR non deve essere dimostrata in sede di controllo qualora il contribuente abbia ottenuto risposta positiva al relativo interpello, fermo restando il potere dell’Agenzia delle Entrate di controllare la veridicità e completezza delle informazioni e degli elementi di prova forniti in tale sede (art. 167 co. 12 del TUIR).
In questo contributo ho cercato di fornirti tutte le indicazioni utili per non sottovalutare la disciplina CFC.
Se hai un gruppo multinazionale che ha una società in Italia con delle controllate, devi necessariamente porti questa problematica. Sostanzialmente se detieni le partecipazioni in una società operativa sita in Paese a bassa fiscalità devi verificare la sua operatività.
Qualora il dividendo non venga erogato alla controllante italiana trova applicazione la disciplina CFC. Questa comporta la tassazione separata del reddito estero della controllata.
E’ possibile disapplicare questa normativa dimostrando che la società estera controllata non è di “puro artificio”, ovvero non svolte attività economica.
Tieni presente che una società di puro artificio presenta le seguenti caratteristiche:
Non possiede dipendenti, né alcuna struttura materiale (uffici, attrezzature ed automezzi). Essa è sovente domiciliata presso uno studio legale estero;
Viene gestita da un altro Paese ove sono situati gli amministratori di fatto. Mentre nel luogo di residenza formale è situata solo la sede legale della medesima entità giuridica;
Risulta essere molto sotto-capitalizzata, con un capitale sociale sottoscritto e versato di pochi euro;
Risulta eccessivamente sovra-capitalizzata, altro elemento che risulta poco coerente in funzione della esigua attività economica posta in essere.
In definitiva, dimostrando l’assenza di intenti elusivi e l’esercizio di una reale attività economico-imprenditoriale svolta all’estero, la tassazione per trasparenza CFC non sarà operata.
Se hai bisogno di un Commercialista esperto che possa aiutarti ad identificare la corretta applicazione della normativa CFC, contattami!
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