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Timestamp: 2020-04-04 15:43:13+00:00
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Separazione a Torino: quando si perde il diritto al mantenimento? Il caso del coniuge convivente
Pubblicato su 28 Mar 2019 di Studio Duchemino
Si parla sempre più spesso di una modifica della concezione del “matrimonio”, cioè quell’unità di vita e comunione alla quale l’ordinamento ha sempre ricollegato una serie di diritti e di doveri.
Ora la convivenza more uxorio, come viene chiamata la famiglia di fatto, è sempre più equiparata anche giuridicamente al matrimonio e lo è anche sotto il profilo della perdita del diritto al mantenimento del coniuge.
Di recente la promozione delle convivenze more uxorio in tutti gli ambiti della vita civile e la loro tutela comportano una rivisitazione del matrimonio e la domanda principale dal punto di vista economico è proprio questa: il coniuge separato, ma si badi bene non ancora divorziato, che intraprenda una relazione di convivenza, perde il diritto al mantenimento acquistato in sede di separazione?
La risposta è ormai positiva.
Ed è una risposta positiva perché ormai la convivenza al modo del matrimonio come dice l’espressione latina, viene equiparata praticamente in tutti gli aspetti al matrimonio classico.
Di questi argomenti ha parlato di recente una sentenza della Corte di Cassazione che pone un punto fermo nell’ambito dell’elaborazione giurisprudenziale di questi anni, cioè la sentenza Corte di cassazione civile, sez. I, 19 dicembre 2018, n. 32871, secondo la quale
L’instaurazione da parte del coniuge divorziato di una nuova famiglia, ancorchè di fatto, rescindendo ogni connessione con il tenore ed il modello di vita caratterizzanti la pregressa fase di convivenza matrimoniale, fa venire definitivamente meno ogni presupposto per la riconoscibilità dell’assegno divorzile a carico dell’altro coniuge, sicchè il relativo diritto non entra in stato di quiescenza, ma resta definitivamente escluso.
Ora, bisogna dire che di solito cerca un avvocato matrimonialista o esperto della famiglia il coniuge che intende sapere in linea generale – poi ovviamente anche in particolare – quali sono i suoi diritti nell’ipotesi in cui intraprenda un percorso di separazione personale e l’avvocato divorzista spiega subito al cliente che sussiste una differenza abissale tra la separazione e il divorzio, in quanto la separazione non incide sul vincolo matrimoniale mentre il divorzio lo rescinde.
In effetti, poi, dal punto di vista economico e patrimoniale l’ultimo comma dell’articolo 5 della legge sul divorzio afferma che
La novità portata da questa sentenza sta proprio nel fatto che a differenza di quanto stabilito dall’articolo 5) appena citato, non è necessario che il coniuge al quale sia stata riconosciuta in sede di separazione la prestazione di mantenimento debba passare a nuove “nozze”, essendo sufficiente che abbia intrapreso una convivenza equiparabile alle nozze e quindi dotata di quelle caratteristiche di stabilità, dalle quali poi la stessa persona ritrae anche una stabilità economica.
Perché questa sentenza è interessante per l’avvocato matrimonialista? Perché in essa l’argomentazione della moglie, che aveva ottenuto il vantaggio della prestazione di mantenimento cioè l’assegno di mantenimento dal marito, era proprio questa, cioè il fatto che anche se era passata ad una nuova convivenza stabile, tuttavia il giudice non aveva indagato in concreto se da questa convivenza stabile ella ricevesse dei vantaggi economici tali da fornirle quella stabilità di cui aveva bisogno.
Ma la Corte prescinde da questo aspetto, nel senso che applicando in modo estensivo la norma e in qualche modo anche tralasciando l’aspetto concreto della questione finanziaria ed economica, afferma semplicemente che la convivenza in sé al pari del matrimonio esclude l’assegno di mantenimento.
E questo lo dice soprattutto sulla base del fatto che il nuovo assetto di tipo in senso lato familiare rompe ogni legame organizzativo e funzionale rispetto alla famiglia precedente.
Ricordiamo che l’avvocato matrimonialista a Torino é l’avvocato che si occupa di separazioni e divorzi a Torino e in tutta l’Italia, per effetto del cosiddetto processo telematico che abilita a depositare atti presso ogni tribunale, senza contare tutte le questioni di famiglia legate ai figli e al tribunale per i minorenni.
L’avvocato della famiglia oppure l’avvocato della separazione deve spiegare, quindi al cliente, come parte essenziale della sua prestazione professionale, che da una parte l’ordinamento gli garantisce la libertà di formare un nuovo nucleo famigliare anche semplicemente di convivenza, dall’altra spiega al cliente anche che intraprendere una nuova relazione stabile significa perdere inevitabilmente l’assegno di mantenimento da parte dell’ex coniuge.
Questa può diventare anche un’argomentazione per il marito che paghi gli alimenti o il mantenimento, in quanto è evidente che di fronte a una nuova relazione della moglie non ha nemmeno senso chiedersi quale sia la necessità economica della medesima.
Nella sentenza si fa riferimento al principio dell’autoresponsabilità, ossia del rilievo della scelta esistenziale, libera e consapevole, che comporta l’esclusione di ogni residua solidarietà postmatrimoniale con l’altro coniuge, il quale non può che confidare nell’esonero definitivo da ogni obbligo.
Sono proprio le parole della sentenza a spiegare quindi che la scelta esistenziale libera e consapevole dell’ex coniuge comporta il venire meno per l’altro coniuge di ogni obbligo nei suoi confronti.
Di solito si rivolge all’avvocato per una separazione o un divorzio il cliente che ha bisogno di intraprendere un cammino di separazione a causa dell’intollerabilità della convivenza, ma che magari non ha mai lavorato oppure è stato mantenuto dal marito o della moglie.
A questo punto è fondamentale che l’avvocato matrimonialista e divorzista spieghi innanzitutto la differenza tra separazione e divorzio e poi naturalmente anche questo principio che si è venuto ad affermare anche con riferimento alla convivenza e non solo al matrimonio. Non è più necessario contrarre nuove nozze per perdere l’assegno di mantenimento.
D’altronde la Corte di Cassazione spiega anche nella motivazione della sentenza, ed è questo un punto abbastanza importante, che non si considera più decisiva l’argomentazione secondo cui la separazione è una condizione personale “reversibile” per cui i coniugi che potrebbero tornare sui propri passi e riconciliarsi, perché in tale caso comunque non sarebbe dovuto l’assegno di mantenimento, ma si attuerebbe semplicemente una convivenza uguale a quella del matrimonio, dove non esistono assegni ma esiste una contribuzione reciproca dei coniugi.
In conclusione è bene ricordare a quel cliente che cerca a Torino un avvocato per separazioni o divorzi che alla libertà che l’ordinamento gli accorda di intraprendere una nuova vita si associa ormai anche un principio di autoresponsabilità che esonera l’altro coniuge a questo punto da ogni prestazione patrimoniale.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 28 marzo 2019
Pubblicato in Diritto	| Tag: assegno di mantenimento, assegno divorzile, famiglia di fatto, nuove nozze, riconciliazione dei coniugi, separazione	| Lascia un commento |
Abusi sui figli: motivo di addebito la falsa denuncia della moglie contro il marito
Pubblicato su 2 Ott 2018 di Studio Duchemino
Nel vasto panorama delle problematiche circa la separazione personale dei coniugi con addebito, una recente sentenza – Corte di cassazione civile, sez. VI, 1 agosto 2018, n. 20374 – indaga il caso per fortuna non frequente della moglie che falsamente denuncia il marito di abusi sessuali sui figli, pur sapendo che non li ha commessi e le conseguenze a cui andrà incontro, che possono essere devastanti.
Basta questo, secondo il supremo Collegio, ad intaccare la fiducia coniugale, nel senso che si rompe quel legame di fiducia alla base del matrimonio. Una moglie che compia questo passo non ama il marito.
La Corte di Appello di Bologna aveva avuto modo di riformare la sentenza di primo grado che negava a ciascuna delle parti l’addebito e
ha valutato decisivo ai fini della rottura del legame di fiducia e affettività fra i coniugi il grave episodio della denuncia da parte della L. di abusi sessuali commessi dal T. nei confronti della figlia nonostante fosse consapevole della insussistenza di tali fatti e delle conseguenze che il marito avrebbe subito in dipendenza della denuncia.
La Cassazione riconosce fondata la ricostruzione della sentenza di appello, proprio perchè analizza bene l’incidenza causale della denuncia inoltrata dalla moglie contro il marito sulla serenità del matrimonio. Può una moglie compiere un gesto del genere senza rendersi responsabile dell’intollerabilità della convivenza? E quindi, la Corte di Cassazione:
La Corte di appello ha espresso una articolata motivazione sull’incidenza causale della denuncia della L. sulla rottura del legame matrimoniale e sulla perturbazione della relazione del T. con i figli. Ha preso in esame la dedotta efficacia della tentata riconciliazione e ne ha escluso la rilevanza atteso che, a giudizio della Corte d’appello, la denuncia sporta dolosamente dalla L. ha costituito un vulnus non sanabile nella relazione matrimoniale, come ha dimostrato la successiva crisi che ha portato alla definitiva rottura del rapporto. In questa prospettiva è stata ritenuta irrilevante la prova orale richiesta dalla odierna ricorrente dato che, a giudizio della Corte distrettuale, l’efficacia causale fra comportamento contrario ai doveri matrimoniali e rottura dell’affectio coniugalis si è interamente e irreversibilmente prodotta con il grave comportamento posto in atto dalla L. contro il suo coniuge.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 2 ottobre 2018
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Il disegno di legge sul processo civile
Pubblicato su 8 Giu 2016 di Studio Duchemino
E’ stato assegnato alla 2ª Commissione permanente (Giustizia) in sede referente il 17 marzo 2016 il d.d.l. con delega al Governo recante disposizioni per l’efficienza del processo civile. In Italia il processo civile è stato riformato varie volte, spesso con interventi fuori contesto e frammentari. Questo intervento riguarderebbe anzitutto il tribunale della famiglia e della persona ed il tribunale delle imprese. L’obiettivo è trasformare lentamente queste sezioni specializzate rispondendo alle esigenze odierne. Le sezioni relative alle imprese si chiameranno “sezioni specializzate per l’impresa e il mercato” e le loro competenze si estenderanno alla concorrenza sleale su materie non interferenti con l’esercizio dei diritti di proprietà industriale e intellettuale; alle controversie in materia di pubblicità ingannevole e comparativa illecita – art. 8 decreto legislativo 2 agosto 2007, n. 145; alle azioni di classe; altre materie ancora più specifiche (cfr. art. 1 d.d.l., comma I, lettera a], n. 2.4-2.5).
Il d.d.l. precisa poi che per fornire un servizio efficace si dovrebbero rideterminare gli organici. Tuttavia, l’operazione deve avvenire “a costo zero“, cioè senza ulteriori oneri ricadenti sulla finanza pubblica. In poche parole, il personale dei tribunali ordinari e delle sezioni specializzate dovrebbe essere in qualche modo riorganizzato per ottenere i risultati di efficienza voluti, ma senza costi aggiuntivi. Per quanto concerne, invece, i tribunali della famiglia e della persona, il d.d.l. stabilisce che devono essere istituite le sezioni specializzate presso i tribunali e ovviamente le corti d’appello, facendo attenzione a che l’attività di questi avvenga in locali separati e con particolare precauzione rispetto alla presenza di minorenni e alle materie trattate. Ovviamente ciò comporterebbe la soppressione – e abrogazione normativa – dei tribunali per i minorenni. La tendenza degli ultimi anni, in effetti, è quella di accorpare più possibile nei tribunali ordinari le competenze specifiche. Se ne discute anche per le commissioni tributarie. Il personale dei magistrati anche onorari verrà trasferito presso le nuove sezioni, ad eccezione del personale che ha richiesto e maturato il trasferimento. Circa le competenze, il d.d.l. riaccorpa le medesime, e si premunisce al fine di 7) attribuire in via esclusiva alla competenza delle sezioni specializzate circondariali di cui al numero 1) in primo grado:
7.1) i procedimenti attualmente attribuiti al tribunale civile ordinario in materia di stato e capacità della persona e di rapporti di famiglia, compresi i giudizi di separazione e divorzio, anche quando vi siano figli minori, nonché i procedimenti relativi alla filiazione fuori del matrimonio;
7.2) i procedimenti attualmente attribuiti al tribunale per i minorenni dall’articolo 38 delle disposizioni di attuazione del codice civile e dall’articolo 32 del regio decreto-legge 20 luglio 1934, n. 1404, convertito, con modificazioni, dalla legge 27 maggio 1935, n. 835, fatta eccezione per i procedimenti di cui agli articoli 330, 332 e 333 del codice civile, che sono devoluti alle sezioni specializzate distrettuali di cui al numero 8) della presente lettera;
7.3) i procedimenti attualmente di competenza del giudice tutelare, esclusi quelli di cui al numero 8);
Quanto alle sezioni distrettuali, invece, si prefigge di
8) attribuire alla competenza delle sezioni specializzate distrettuali di cui al numero 1) tutti i procedimenti previsti dalla legge 4 maggio 1983, n. 184, e dagli articoli 330, 332 e 333 del codice civile, oltre ai procedimenti relativi ai minori stranieri non accompagnati e a quelli richiedenti protezione internazionale, e ogni altro procedimento attualmente attribuito al tribunale per i minorenni in materia penale, civile e amministrativa, nonché prevedere che i provvedimenti adottati ai sensi degli articoli 330, 332 e 333 siano comunicati al pubblico ministero del tribunale competente per il luogo di residenza di ciascuno dei genitori;
Una volta istituite le sezioni specializzate, sarà necessario anche ridisegnare il tipo di processo. Mentre la struttura è pensata come la sezione lavoro del tribunale ordinario, con l’assistenza di servizi alla persona anche da pubbliche amministrazioni e privati convenzionati, sarà necessario concepire la procedura nel rispetto di determinati valori e principi, in ossequio alla tutela dei minori e alla garanzia del contraddittorio tra le parti, valorizzando i poteri conciliativi del giudice e il ricorso alla mediazione familiare, e in particolare secondo i seguenti criteri: 13.1) dettare una disciplina omogenea per i procedimenti in materia di separazione e divorzio giudiziale e in materia di filiazione fuori del matrimonio, la quale preveda (13.1.1) l’introduzione del procedimento con ricorso, prevedendo per la controparte un termine libero a comparire di almeno venti giorni, riducibile, in caso di urgenza, d’ufficio o su istanza di parte; 13.1.2) proposizione delle domande e richieste istruttorie negli atti introduttivi (al fine di accelerare la procedura, analogamente a quanto avviene nel processo del lavoro; 13.1.3) svolgimento di una prima udienza davanti al presidente della sezione circondariale o distrettuale di cui al numero 1) o ad altro giudice da lui delegato, il quale ascolta i coniugi o i genitori, ascolta i minori che abbiano compiuto dodici anni o, quando siano capaci di discernimento, anche di età inferiore, eventualmente dispone e acquisisce accertamenti patrimoniali, adotta provvedimenti provvisori e fissa l’udienza per l’assunzione delle prove richieste negli atti introduttivi ed eventualmente precisate all’esito dell’ascolto delle parti e dei minori o, se non ritenga necessaria ulteriore istruttoria, invita le parti a concludere e rimette la decisione al collegio, con o senza la fissazione di termini, secondo la difficoltà del caso, per la presentazione di memorie conclusionali, sentite le parti; 13.1.4) previsione della reclamabilità dei provvedimenti provvisori davanti al collegio della corte di appello; 13.1.5) previsione della possibilità per il giudice istruttore di farsi assistere da un ausiliario nell’ascolto del minore e di disporre in qualunque momento, sentite le parti, una consulenza tecnica d’ufficio sui minori e sulla capacità genitoriale delle parti (cfr. il nostro articolo sul valore della perizia in ambito genitoriale), se necessaria; 13.1.6) introduzione di meccanismi di distribuzione degli incarichi relativi alle consulenze tecniche d’ufficio secondo i princìpi della competenza e della specializzazione e previsione dell’obbligo della videoregistrazione dei colloqui peritali; 13.1.7) previsione della facoltà per le parti di richiedere la pronuncia della sentenza parziale di separazione o divorzio (cfr. sulle modalità alternative di scioglimento del vincolo introdotte recentemente), sin dalla prima udienza, all’esito dell’adozione dei provvedimenti provvisori, e previsione del potere per il giudice di emanare tale pronuncia in forma monocratica; 13.1.8) previsione della concentrazione dell’istruzione probatoria e dell’attribuzione al giudice del potere di regolare le forme del contraddittorio preordinato alla decisione; 13.2) dettare una disciplina omogenea per i procedimenti di separazione e divorzio consensuali e per la richiesta congiunta di regolamentazione dell’affidamento e mantenimento dei figli nati fuori del matrimonio, la quale preveda
13.2.1) l’introduzione del procedimento con ricorso congiunto, 13.2.2) la comparizione davanti al presidente della sezione circondariale o distrettuale di cui al numero 1) o ad altro giudice da lui delegato, il quale valuta i presupposti della domanda e la corrispondenza delle condizioni concordate all’interesse del minore, disponendone l’audizione ogniqualvolta vi sia un dubbio in merito; 13.2.3) la rimessione al collegio per l’omologazione delle condizioni di separazione o di disciplina dell’affidamento e del mantenimento dei figli nati fuori del matrimonio o per la sentenza di divorzio congiunto;
13.3) dettare una disciplina omogenea per i procedimenti in materia di responsabilità genitoriale di cui agli articoli 330, 332 e 333 del codice civile, nonché per l’esecuzione dei relativi provvedimenti, prevedendo in particolare
13.3.1) quanto al procedimento in materia di responsabilità genitoriale 13.3.1.1) nella fase preprocessuale, che i pubblici ufficiali, gli incaricati di un pubblico servizio e gli esercenti un servizio di pubblica necessità, quando risultino vani gli interventi di natura assistenziale, siano obbligati a riferire al più presto al pubblico ministero minorile sulle condizioni di pregiudizio in cui un minore di età si trovi e di cui vengano a conoscenza in ragione del proprio ufficio; 13.3.1.2) nella fase introduttiva, l’estensione della legittimazione attiva anche alla persona stabilmente convivente con il minore di età, nonché il contenuto del ricorso, le modalità di instaurazione del contraddittorio e i casi in cui debba essere nominato il curatore speciale; 13.3.1.3) nella fase istruttoria, una puntuale disciplina dei poteri delle parti, contemperandoli con la specificità del rito e con l’esigenza di celerità e urgenza delle decisioni; 13.3.1.4) una disciplina dettagliata dell’intervento della pubblica autorità e del rapporto di questa con la competente sezione specializzata e con il relativo ufficio del pubblico ministero; 13.3.1.5) l’applicazione ai provvedimenti urgenti, in quanto compatibili, delle disposizioni del procedimento cautelare uniforme; 13.3.1.6) un regime delle impugnazioni che tenga conto della tipologia dei provvedimenti minorili, individuando quelli reclamabili in corte di appello, con riserva di collegialità ai sensi dell’articolo 50-bis del codice di procedura civile, e prevedendo la ricorribilità per cassazione, per violazione di legge, dei provvedimenti che decidono sulla decadenza dalla responsabilità genitoriale; 13.3.2) quanto al procedimento per l’esecuzione dei provvedimenti, una disciplina che individui la competenza, indichi il rito e determini le sanzioni eventualmente applicabili in caso di inosservanza;
13.4) assicurare l’adeguata e specifica considerazione dell’interesse del minore, effettuandone l’ascolto videoregistrato e diretto, nei casi e con i limiti di cui all’articolo 336-bis del codice civile, con l’assistenza di un ausiliario specializzato in psicologia o psichiatria ove il giudice lo ritenga opportuno, nonché assicurare il rispetto delle convenzioni internazionali in materia di protezione dell’infanzia e delle linee guida del Consiglio d’Europa in materia di giustizia a misura di minore; 14) prevedere che le attribuzioni del pubblico ministero nei procedimenti di cui ai numeri 7) e 8) siano esercitate in modo esclusivo o, comunque, prevalente dalla procura della Repubblica presso il tribunale ordinario, garantendo la specializzazione dei magistrati addetti a tali funzioni; 15) attribuire alla competenza delle sezioni specializzate di cui al numero 8) i procedimenti penali di cui all’articolo 9 del regio decreto-legge n. 1404 del 1934, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 835 del 1935; 16) istituire nelle procure della Repubblica presso i tribunali presso i quali sono istituite le sezioni specializzate distrettuali di cui al numero 8) gruppi specializzati in materia di persona, famiglia e minori, secondo il modello previsto dagli articoli 102 e seguenti del codice di cui al decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 159, attribuendo al Consiglio superiore della magistratura il potere di nominare il procuratore aggiunto; prevedere l’individuazione, presso le procure della Repubblica presso i tribunali di cui al numero 7) e presso le procure generali della Repubblica, nell’ambito del programma di organizzazione dell’ufficio, di uno o più magistrati con competenze specialistiche; 17) prevedere che in ambito penale le sezioni specializzate di cui al numero 8) esercitino la giurisdizione secondo le disposizioni sul processo penale a carico di imputati minorenni, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, previamente adeguate alle disposizioni di cui alla presente legge, nella composizione prevista dall’ordinamento giudiziario per le funzioni esercitate dagli organi giudiziari di cui all’articolo 2 delle medesime disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica n. 448 del 1988; 18) fermo restando quanto previsto dall’articolo 10 delle disposizioni di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 settembre 1988, n. 448, prevedere la facoltà della parte offesa di partecipare al processo minorile; 19) prevedere che costituisca titolo preferenziale, ai fini dell’assegnazione alle sezioni specializzate e all’ufficio distrettuale del pubblico ministero di cui al numero 16), l’aver esercitato funzioni in materia di famiglia e minori e l’aver partecipato ad attività di formazione, e che i magistrati privi di titoli per pregresse esperienze in materia di famiglia e minori, comunque assegnati alle sezioni specializzate, debbano svolgere corsi di formazione presso la Scuola superiore della magistratura secondo le indicazioni del Consiglio superiore della magistratura; 20) prevedere che i magistrati delle sezioni specializzate civili e penali, i magistrati dell’ufficio distrettuale del pubblico ministero e i magistrati addetti alla trattazione degli affari di famiglia nelle procure della Repubblica siano tenuti a partecipare annualmente a specifiche attività di formazione, organizzate dalla Scuola superiore della magistratura e aventi come obiettivo l’acquisizione di conoscenze giuridiche e di conoscenze extragiuridiche propedeutiche al migliore esercizio delle funzioni di giudice e di pubblico ministero della famiglia e dei minori, di buone prassi di gestione dei procedimenti e di buone prassi per l’ascolto del minore; 21) prevedere la rideterminazione delle dotazioni organiche delle sezioni specializzate circondariali e distrettuali di cui al numero 1) nonché degli uffici del pubblico ministero, adeguandole alle nuove competenze, nell’ambito delle risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente, attraverso la riorganizzazione e la razionalizzazione dei medesimi tribunali, assicurando l’esercizio in via esclusiva delle funzioni attribuite alle sezioni specializzate distrettuali di cui al numero 8), senza determinare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica; prevedere che successive modificazioni delle relative piante organiche del personale di magistratura e amministrativo siano disposte, fermi restando i limiti complessivi delle rispettive dotazioni organiche, con decreti del Ministro della giustizia; 22) prevedere l’emanazione delle necessarie norme transitorie, di attuazione e di esecuzione, nonché di coordinamento con le leggi in materia di tutela morale, fisica ed economica dei minorenni, e di tutte le altre norme integrative che il nuovo ordinamento renderà necessarie.
Principi che ispirano la riforma degli aspetti procedurali sono quelli volti a valorizzare la conciliazione, prevedendo che la mancata comparizione personale delle parti o il rifiuto della proposta transattiva o conciliativa del giudice, senza giustificato motivo, costituiscano comportamento valutabile dallo stesso ai fini del giudizio, e che il processo verbale di conciliazione costituisca titolo idoneo alla trascrizione ove contempli vicende traslative, costitutive o modificative di diritti reali immobiliari; quello di modificare i casi in cui il tribunale giudica in composizione collegiale, in considerazione dell’oggettiva complessità giuridica e della rilevanza economico-sociale delle controversie; collocare il procedimento sommario di cognizione, ridenominato
«rito semplificato di cognizione di primo grado»
nell’ambito del libro secondo del codice di procedura civile, prevedendone l’obbligatorietà per le cause in cui il tribunale giudica in composizione monocratica, con esclusione dei procedimenti attualmente assoggettati al rito del lavoro, prevedendo che l’udienza di prima comparizione delle parti sia fissata in un congruo termine, comunque non superiore a tre mesi, e assegnando al giudice, nel rispetto del principio del contraddittorio, la facoltà di fissare termini perentori per la precisazione o modificazione delle domande, delle eccezioni e delle conclusioni, tenuto conto delle domande e delle eccezioni proposte dalle altre parti, nonché per l’indicazione dei mezzi di prova diretta e contraria e per le produzioni documentali,
escludendo il potere del giudice di disporre il passaggio al rito ordinario;
prevedere l’obbligatorietà del
per le cause in cui il tribunale giudica in composizione collegiale,
escludendo il potere del giudice di disporre il passaggio al rito semplificato di cognizione
e prevedere che, all’udienza fissata per la prima comparizione delle parti e la trattazione, il giudice istruttore, se ritiene che la causa sia matura per la decisione senza bisogno di assunzione di prova, rimetta le parti davanti al collegio, nonché prevedere che alla stessa udienza il giudice istruttore rimetta le parti davanti al collegio affinché sia decisa separatamente una questione avente carattere preliminare, quando la decisione di essa può definire il giudizio; uno dei punti importanti sta nel fatto che il d.d.l. per la legge delega dovrebbe prevedere che il rito semplificato di cognizione di primo grado sia definito con sentenza che contenga una concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione.
Per quanto riguarda il processo del lavoro, fermo restando quanto disposto dall’articolo 412-ter del codice di procedura civile, il d.d.l. stabilisce l’introduzione per le controversie di cui all’articolo 409 del medesimo codice, della possibilità di ricorrere anche alla negoziazione assistita disciplinata dal capo II del decreto-legge 12 settembre 2014, n. 132, convertito, con modificazioni, dalla legge 10 novembre 2014, n. 162,
senza che la stessa costituisca condizione di procedibilità dell’azione;
quanto al giudizio di appello prevedere che i termini per esperire tutti i mezzi di natura impugnatoria, anche diversi dall’appello, decorrano dalla comunicazione del testo integrale del provvedimento, da effettuare anche nei confronti della parte non costituita, abrogando le disposizioni che fanno decorrere dalla pubblicazione del provvedimento il termine di decadenza dall’impugnazione e con possibilità di modificare i termini attualmente previsti in misura non superiore a novanta giorni dalla comunicazione medesima; individuare
le materie relativamente alle quali l’appello è deciso da un giudice monocratico,
tenuto conto della ridotta complessità giuridica e della contenuta rilevanza economico-sociale delle controversie; prevedere che le cause riservate alla decisione collegiale siano trattate dal consigliere relatore, che provvede anche ad istruirle quando ammette nuovi mezzi di prova o nuovi documenti nei casi previsti dall’articolo 345, terzo comma, del codice di procedura civile; prevedere che l’inammissibilità dell’appello di cui all’articolo 348-bis del codice di procedura civile si applichi anche quando l’appello è proposto avverso un provvedimento emesso che definisce un rito semplificato di cognizione; prevedere che il giudice monocratico o il consigliere relatore a cui il fascicolo è assegnato depositi, entro un congruo termine, una relazione con la concisa indicazione delle ragioni per cui ritiene che l’appello sia inammissibile ai sensi dell’articolo 348-bis del codice di procedura civile; prevedere che le parti possano interloquire, per iscritto, sulle ragioni esposte nella relazione; prevedere che il giudice monocratico assuma la decisione a norma dell’articolo 348-bis del codice di procedura civile dopo il contraddittorio svoltosi tra le parti in forma scritta; prevedere che il giudice monocratico o il consigliere relatore, quando non ritiene di dover depositare la relazione di cui al presente numero, debba adottare un provvedimento non motivato in cui esclude la sussistenza dei presupposti per la declaratoria di inammissibilità dell’appello ai sensi dell’articolo 348-bis del codice di procedura civile; prevedere che, anche nel procedimento di appello proposto avverso il provvedimento con cui è stato definito un rito semplificato di cognizione, i nuovi mezzi di prova e i nuovi documenti siano ammessi esclusivamente quando la parte dimostra di non aver potuto proporli o produrli nel giudizio di primo grado per causa ad essa non imputabile; introdurre criteri di maggior rigore nella disciplina dell’eccepibilità o rilevabilità, in sede di giudizio di appello, delle questioni pregiudiziali di rito.
Seguono prospettive per il giudizio di cassazione, ad esempio la revisione della disciplina del giudizio camerale, attraverso l’eliminazione del procedimento di cui all’articolo 380-bis del codice di procedura civile, e la previsione dell’udienza in camera di consiglio, disposta con decreto presidenziale, con l’intervento non obbligatorio del procuratore generale e la possibilità, nei casi previsti dalla legge, di requisitoria in forma scritta e di interlocuzione, parimenti per iscritto, da parte dei difensori; interventi volti a favorire la funzione nomofilattica della Corte di cassazione, anche attraverso la razionalizzazione della formazione dei ruoli secondo criteri di rilevanza delle questioni; adozione di modelli sintetici di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, se del caso mediante rinvio a precedenti, laddove le questioni non richiedano una diversa estensione degli argomenti; previsione di una più razionale utilizzazione dei magistrati addetti all’Ufficio del massimario e del ruolo, anche mediante possibilità di applicazione, come componenti dei collegi giudicanti, di quelli aventi maggiore anzianità nell’Ufficio.
E’ prevista un’ampia riforma, altresì, del processo esecutivo, che ora non si può per brevità analizzare specificamente. Seguono altresì importanti novità sulla semplificazione dei tipi di processo e ovviamente sull’adeguamento di tutto l’impianto normativo al processo telematico.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino l’8 giugno 2016
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Genitore e figlio: illegittimo imporre una relazione affettiva
Pubblicato su 30 Mag 2016 di Studio Duchemino
Non si può imporre al figlio una relazione familiare col genitore se il figlio si oppone.
E’ quanto stabilito dal Tribunale di Torino con decreto del 4 aprile 2016. La materia è delicata, anzi delicatissima, pertanto bisogna indagare anzitutto circa i principi giuridici che si contrappongono nella vicenda e in casi analoghi. Il primo principio è il diritto del minorenne a coltivare le relazioni familiari, in particolare i legami in cui si esprime il rapporto di filiazione. Il secondo principio è il cosiddetto “interesse del minore”, parametro per decisioni che lo riguardano.
Prima di analizzare questa decisione, è bene ricordare che in questa materia un terzo fattore potrebbe essere determinante: si tratta del fatto che il figlio minorenne viene rappresentato nelle sue decisioni da soggetto capace di intendere e di volere e legalmente capace di rappresentarlo, cioè lo stesso genitore e ciò avviene per legge e secondo la fisiologia delle cose. Inoltre, è anche vero che l’esperienza pratica dimostra un atteggiamento spesso negativo del coniuge collocatario, che nell’ambito del clima di litigiosità della separazione e del divorzio, tende a strumentalizzare un determinato figlio, al fine di realizzare gli interessi processuali.
Fatte queste premesse doverose, considerato che la prassi insegna che questi sono reali problemi che si verificano nelle aule giudiziarie, si deve prendere in considerazione il sopramenzionato decreto, il quale stabilisce nelle conclusioni che il ricorrente – il padre – possa vedere e tenere liberamente con sè la figlia
“secondo il gradimento della minore”.
In pratica, per andare subito alla decisione, il Tribunale subordina all’interesse della minore inteso come il suo mero gradimento la possibilità del padre di vedere la figlia. E questo, nonostante vari mesi, se non anni, di violazione del regime di visite, una violazione peraltro pacifica nel caso di specie e mai messa in discussione.
Non si può negare che si tratta di una decisione discutibile, specialmente in relazione al principio della bigenitorialità effettiva e in rapporto alle esigenze psicologiche del figlio, nella costruzione della sua personalità; infatti i primi commentatori hanno chiarito subito che in questa materia non esiste la possibilità che una decisione costituisca valido precedente giudiziario: le situazioni sono tutte diverse e bisogna tenere conto di ogni singolo fattore in gioco.
Tutto ruota attorno all’interpretazione che si intende dare del concetto di “interesse” del minorenne. In questa vicenda il padre, sospettando probabilmente che la moglie gli “mettesse contro la figlia”, e incorrendo peraltro in alcune carenze di allegazione e dimostrazione processuale, chiedeva in sostanza che fosse un perito tramite consulenza tecnica d’ufficio a stabilire se vi fossero state queste influenze e se quindi vi fossero cause psicologiche nella figlia atte a spiegare questo comportamento di rifiuto verso il genitore, considerato aggressivo. Al di là delle carenze probatorie, resta il fatto che il cuore del problema è questo: è sufficiente la mera volontà del minorenne, in questo caso quindicenne e quindi considerato “maturo”, a giustificare la sospensione del rapporto fattivo di filiazione? Lo diciamo specialmente con riferimento alla premessa che è stata fatta. Il minorenne viene sostituito, a livello di volontà, nella sua attività contrattuale, negli atti giuridici che deve compiere, dal genitore che lo rappresenta. E’ quindi consentito ritenere che tale carenza di capacità attiva possa venire meno nelle fasi patologiche del matrimonio? Un minorenne ritenuto incapace e quindi rappresentato sempre dai genitori nelle ordinarie vicende quotidiane, secondo questa decisione apparirebbe invece molto più lucido e capace qualora i genitori venissero a infrangere il rapporto matrimoniale. Il Tribunale si fonda, per decidere, su principi sanciti dalla Corte europea dei diritti dell’uomo (cfr. sentenza “Santilli c. Italia” del 17.12.2013, Corte EDU, 17 novembre 2015, Bondavalli c.Italia, …), nei quali emerge sempre la necessità di tutelare l’interesse assoluto del minore, che quindi si esprime proprio nel rimettere di fatto a lui la valutazione circa la necessità (e non solo il desiderio) di ricostruire o di conservare il legame di filiazione col genitore.
Si obietta che dovrebbe essere il Tribunale a stabilire questi fatti, anche se nel caso di specie la C.T.U. (consulenza tecnica d’ufficio) è stata ritenuta strumento totalmente inidoneo a valutazioni di questo tipo.
Stupisce, peraltro, e lo si dice in vena polemica, che il Tribunale abbia liquidato le spese considerando il processo come “di relativa semplicità”; in ogni caso, la questione circa l’indagine psicologica del minorenne rimane in sospeso, anche perchè proprio le verità soggettive affermate dal figlio devono essere rilevanti in una decisione del genere, considerato che si fa dipendere la soluzione del caso proprio dall’interesse del minore definito come “mero gradimento“.
Si consideri ancora la circostanza che il Tribunale ha focalizzato l’attenzione sulla carenza probatoria relativa all’incidenza presunta del comportamento della madre sulle mancate visite padre-figlia, senza considerare contemporaneamente il dato di fatto delle mancate visite e la sua ricaduta su una sana bigenitorialità. La scelta di rimettere la decisione al gradimento della figlia, senza indagarne la personalità, viene giustificata dalla corte col dire che la figlia, in sostanza, non può essere costretta a costruire/ricostruire una relazione affettiva, ma al suo gradimento è lasciato di decidere circa i modi e i tempi di questo riavvicinamento. Resta il fatto che si tratta di una decisione che lascia adito a diverse obiezioni.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 30 maggio 2016
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Tradimento coniugale e foto su Facebook causa di separazione
Pubblicato su 26 Mag 2016 di Studio Duchemino
Trib. Cagliari Sez. I, Sent., 15-04-2016 ha stabilito che
La relazione extraconiugale che venga pubblicizzata sui social network, in particolare su Facebook, mediante l’inserimento di fotografie, rappresenta un motivo valido per chiedere la separazione dal coniuge.
E’ un caso affrontato dal Tribunale di Cagliari.
La moglie riferiva che dopo un periodo di serena convivenza, il rapporto con il coniuge si era progressivamente deteriorato a causa della condotta del marito, poco consona ai doveri che derivano dal matrimonio e, da ultimo, a causa della relazione extraconiugale stessa. Tale relazione era stata resa pubblica con l’inserimento di contenuti fotografici sui social network. Il rapporto coniugale, quindi, si era sostanzialmente rovinato in via definitiva.
Al di là delle questioni economiche, risolte dal tribunale secondo le regole classiche, resta indubbio che una relazione extraconiugale resa pubblica su un social network rappresenta una causa di rottura della convivenza, che diventa intollerabile anche per la diffusione della notizia al di fuori delle mura domestiche.
E’ quindi fondata la domanda di separazione basata sul deterioramento del rapporto coniugale per via del comportamento poco consono ai doveri derivanti dal matrimonio a causa della relazione extraconiugale intrattenuta dal marito con un’altra donna e resa nota pubblicamente con l’inserimento di contenuti fotografici sui social network.
La decisione fa seguito ad un’altra sentenza di merito, Trib. Santa Maria Capua Vetere, 13/06/2013, secondo cui
Le fotografie e le informazioni pubblicate sul profilo personale del social network “Facebook” sono utilizzabili come prove documentali nei giudizi di separazione. Infatti, a differenza delle informazioni contenute nei messaggi scambiati utilizzando il servizio di messaggistica (o di chat) fornito dal social network, che vanno assimilate a forme di corrispondenza privata, e come tali devono ricevere la massima tutela sotto il profilo della loro divulgazione, quelle pubblicate sul proprio profilo personale, proprio in quanto già dì per sé destinate ad essere conosciute da soggetti terzi, sebbene rientranti nell’ambito della cerchia delle c.d. “amicizie” del social network, non possono ritenersi assistite da tale protezione, dovendo, al contrario, essere considerate alla stregua di informazioni conoscibili da terzi.
Peraltro, Trib. Vicenza Sez. II, Sent., 21-09-2015 ha di recente ritenuto che dalle fotografie e dai commenti pubblicati da un coniuge su Facebook sia possibile determinare l’esistenza di una relazione extraconiugale già insorta nel periodo del matrimonio, tant’è che si è statuito
da tali documenti, costituenti stampate del profilo Facebook, sono visibili foto dello stesso C con commenti entusiasti della G.S. o foto che lo ritraggono in pose affettuose con la stessa G.S., corredate da i, che si congratulano per la bellezza della coppia. Tra questi commenti vi è anche quello della figlia della ricorrente, […] Le fotografie relative al compleanno del C., pur essendo successive al deposito del ricorso per separazione, mantengono carattere indiziante visto che nelle stesse la ricorrente viene ritratta in compagnia anche dei parenti del C., tra cui anziane signore, in atteggiamenti affettuosi che denotano una già acquisita conoscenza e confidenza, e pertanto dimostrano che il rapporto tra i due era antecedente all’inizio della separazione.
Articolo redatto a Torino da Studio Duchemino il 26 maggio 2016
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