Source: http://lamulta.it/17-sentenze/545-circolazione-stradale-conducente-e-pedone.html
Timestamp: 2019-11-19 02:44:55+00:00
Document Index: 166871693

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 102', 'art. 590', 'art. 590', 'sentenza ', 'art. 133']

CIRCOLAZIONE STRADALE, CONDUCENTE E PEDONE
1. Con sentenza resa in data 16 ottobre 2017, la Corte di appello di Milano ha confermato la pronuncia del Tribunale di Varese che, all'esito di giudizio abbreviato, ha condannato K. K.
alla pena di anni sei di reclusione, con revoca della patente di guida.
2. Al K. K. è contestato il reato di cui agli artt. 589-bis, comma 1 e 583-ter cod. pen. perché, il 14 settembre 2016, alla guida dell'autovettura Aaa aaa, a lui intestata, percorrendo a velocità elevata via Dei Mille, nell'ambito urbano del Comune di Varese, dopo essere giunto in prossimità dell'attraversamento pedonale all'altezza del cinema Nuovo, mentre il pedone, H. H., stava attraversando la carreggiata sulle strisce pedonali da sinistra verso destra rispetto al senso di marcia, ometteva di dare la dovuta precedenza, determinando la collisione tra la parte anteriore angolare sinistra dell'autovettura e il pedone, dandosi poi alla fuga. A seguito dell'urto, H. H. veniva scaraventata in aria e cadeva poi a terra, riportando lesioni che, alcune ore dopo, ne procuravano il decesso.
3. L'imputato, a mezzo del difensore, ricorre avverso l'anzidetta sentenza della Corte di appello di Milano, sollevando un unico motivo con cui deduce vizio di motivazione. Il ricorso si incentra sulla eccessività della pena ritenuta sproporzionata e contraria ai principi di ragionevolezza e proporzionalità. Investita, da parte della difesa, della eccezione di legittimità costituzionale degli artt. 589-bis e 589-ter per contrasto con l'art. 3 Cost., in relazione ad altre fattispecie di omicidio colposo connotate da altrettanta gravità, la Corte non ha speso parola sul punto.
Altrettanto censurabile è il mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche stante che la Corte non ha tenuto in alcun conto l'avvenuto risarcimento del danno. Circostanza, anche questa, totalmente ignorata nel provvedimento impugnato.
2. Come è noto, infatti, la valutazione dei vari elementi rilevanti ai fini della dosimetria della pena rientra nei poteri discrezionali del giudice il cui esercizio, se effettuato nel rispetto dei parametri valutativi di cui all'articolo 133 c.p., è censurabile in cassazione solo quando sia frutto di mero arbitrio o di ragionamento illogico.
Ciò che qui deve senz'altro escludersi, avendo il giudice evidenziato come il grado della colpa del K. K., nella produzione dell'evento mortale, fosse molto elevato: nell'approssimarsi all'attraversamento pedonale, che stava per essere impegnato da più persone, egli, invece di ridurre la velocità, procedeva a 59 Km/h. Correttamente il Giudice di appello afferma l'irrilevanza che detta velocità fosse di poco superiore al limite massimo consentito nel centro abitato. La velocità che l'imputato aveva l'obbligo di tenere avrebbe dovuto essere tale da consentirgli di arrestare agevolmente il veicolo per permettere ai pedoni di attraversare la strada.
In tema di circolazione stradale, invero, il conducente di un veicolo è tenuto ad osservare, in prossimità degli attraversamenti pedonali, la massima prudenza e a mantenere una velocità particolarmente moderata, tale da consentire l'esercizio del diritto di precedenza, spettante in ogni caso al pedone che attraversi la carreggiata nella zona delle strisce zebrate (Sez. 4, sent. n. 47290 del 09/10/2014, S.P.M. Romano G., Rv. 261073).
Altresì irrilevante, secondo l'impugnata sentenza, l'assunto difensivo secondo cui la povera vittima sarebbe stata distratta perché occupata a digitare un messaggio sul cellulare: la ragazza si trovava sulle strisce pedonali e godeva del diritto di precedenza rispetto ai veicoli che sopraggiungevano. Spettava a questi evitarla, non il contrario. Anche a voler concedere quanto sul punto afferma il ricorrente, assunto peraltro non confermato da alcuno dei testimoni oculari, la sola circostanza che il pedone, in fase di attraversamento della carreggiata, si fermi momentaneamente al centro della strada non autorizza il conducente di veicolo a ritenere senz'altro libera la strada stessa, ben potendo il pedone, dopo la breve sosta, riprendere l'attraversamento. Nel suddetto caso deve ravvisarsi l'ipotesi tipica del pedone indeciso che tarda a scansarsi prevista dal terzo comma dell'art. 102 cod. strad., per cui i conducenti sono tenuti a rallentare la velocità, e, all'occorrenza, anche a fermarsi, e ciò anche nel caso che il pedone si accinga all'attraversamento fuori delle strisce pedonali (Sez. 4, sent. n. 4862 del 31/01/1991, Oddera, Rv. 187058).
La Corte di appello, dunque, descrive e valuta una condotta dell'imputato sicuramente connotata da tratti di allarmante gravità, a prescindere dall'apprezzamento sul comportamento da questi tenuto immediatamente dopo il fatto di cui si dirà più oltre.
3. Quanto alla sollevata questione di legittimità costituzionale degli artt. 589-bis e 589- ter cod. pen., peraltro prospettata in maniera generica, il Collegio la ritiene irrilevante e manifestamente infondata.
Le disposizioni contestate, riguardando la configurazione del trattamento sanzionatorio di condotte individuate come punibili in materia omicidio stradale, rientrano in un ambito in cui deve riconoscersi al legislatore un ampio margine di libera determinazione. Non spetta alla Corte costituzionale assumere autonome determinazioni in sostituzione delle valutazioni riservate al legislatore, ma solo emendare le scelte di quest'ultimo in riferimento a grandezze già rinvenibili nell'ordinamento. Se così non fosse, il sollecitato intervento creativo interferirebbe indebitamente nella sfera delle scelte di politica sanzionatoria rimesse al legislatore, in spregio al principio della separazione dei poteri (Sull'ampio margine di libera determinazione che spetta al legislatore nella configurazione del trattamento sanzionatorio delle condotte individuate come punibili, v., ex plurimis, le sentenze della Corte cost. nn. 23/2016, 185/2015, 68/2012, 47/2010, 161/2009, 22/2007 e 394/2006; sui limiti del sindacato della Corte in materia di determinazione della pena, si veda la citata sent. Corte cost. n. 22/2007).
Riguardo, in particolare, all'ordinanza del Tribunale di Torino, datata 8 giugno 2018, depositata dal ricorrente, si osserva che la questione da questo sottoposta alla Corte costituzionale attiene, in particolare, all'art. 590-quater,cod. pen. nella parte in cui prevede il divieto di prevalenza e/o di equivalenza dell'attenuante speciale prevista dall'art. 590-bis, comma 7, cod. pen. Detta questione, pertanto, non investe le norme di cui il ricorrente invoca l'illegittimità ma il giudizio di comparazione con l'attenuante del concorso di colpa del pedone che esula completamente dal caso di specie.
5. Infondata è altresì la doglianza sul diniego delle attenuanti generiche. Va ricordato che il riconoscimento delle anzidette circostanze risponde ad una facoltà discrezionale del giudice, il cui esercizio, positivo o negativo che sia, deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente il pensiero del decidente circa l'adeguamento della pena in concreto inflitta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo. Il loro riconoscimento non costituisce un diritto in assenza di elementi negativi, facendo invece esso seguito all'esistenza di elementi di segno positivo, suscettibili di positivo apprezzamento (Sez. 6, sent. n. 41365 del 28/10/2010, Straface, Rv. 248737).
Anche sotto questo specifico profilo, la sentenza impugnata è adeguatamente motivata, anche con riguardo ai parametri di cui all'art. 133 cod. pen., laddove ricorda, tra l'altro, che "Lo stato di incensuratezza non rileva a tal fine per espressa statuizione normativa" e che l'invocata confessione "non ha alcun valore di resipiscenza in quanto l'imputato aveva ammesso l'addebito solo dopo che era stato individuato come conducente dell'auto che aveva investito la giovane".
Il ricorrente, sottolinea la Corte di appello di Milano, non si era limitato a fuggire ma aveva cercato di cancellare le tracce del reato sulla sua vettura portandola subito a riparare e affermando ripetutamente di aver investito un cinghiale. La versione dell'investimento dell'animale è stata lucidamente replicata al padre, al carrozziere e persino alla fidanzata perché la confermasse con i genitori, così dimostrando la pervicace volontà di sottrarsi in modo fraudolento alle proprie responsabilità: comportamento questo incompatibile con qualsiasi forma di resipiscenza.
6. Ai fini del riconoscimento o del diniego delle circostanze attenuanti generiche, è sufficiente che il giudice di merito prenda in esame, tra gli elementi indicati dall'articolo 133 cod. pen., quello (o quelli) che ritiene prevalente e atto a suffragare la sua decisione al riguardo. Il relativo apprezzamento discrezionale, laddove supportato da una motivazione idonea a far emergere in misura sufficiente il pensiero dello stesso giudice circa l'adeguamento della pena concreta alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo, non è censurabile in sede di legittimità se congruamente motivato.
Si dica, inoltre, che il giudice d'appello, pur non dovendo trascurare le argomentazioni difensive dell'appellante, non è tenuto ad un'analitica valutazione di tutti gli elementi, favorevoli o sfavorevoli, dedotti dalle parti, ma, in una visione globale di ogni particolarità del caso, è sufficiente che dia l'indicazione di quelli ritenuti rilevanti e decisivi ai fini della concessione o del diniego, rimanendo implicitamente disattesi e superati tutti gli altri, pur in carenza di stretta contestazione (v., tra le tante, Sezione III, 8 ottobre 2009, Esposito).
Nel caso in esame, il giudice si è attenuto a tale principio valorizzando negativamente, tra i criteri valutativi tratteggiati dall'articolo 133 c.p., le circostanze più sopra menzionate.
7. In considerazione di quanto sopra, il ricorso va dichiarato inammissibile. All'inammissibilità segue, ex lege, la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di euro duemila in favore della cassa delle ammende.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e ella somma di euro duemila in favore della Cassa delle ammende.