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Timestamp: 2020-07-13 20:13:15+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 235', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 244', 'art. 2969', 'art. 231', 'art. 232', 'art. 235', 'art. 404', 'sentenza ', 'art. 404', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 404', 'art. 276', 'art. 248', 'art. 247', 'art. 235', 'art. 29', 'art. 30', 'art. 244', 'art. 737', 'art. 244', 'art. 336', 'art. 737', 'art. 244', 'art. 18']

DISCONOSCIMENTO PATERNITADISCONOSCIMENTO PATERNITA’ l'importanza del dna , se hai dei dubbi chiama l'avvocato Sergio Armaroli
ART 244 CC DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ SEMPRE MAGGIORE IMPORTANZA PROVA DNA
Giu 5, 2016 avvocato Sergio Armaroli Di Sergio Armaroli
ART 244 CC DISCONOSCIMENTO PATERNITA’ SEMPRE MAGGIORE IMPORTANZA PROVA DNA DISCONOSCIMENTO PATERNITA’
Tali motivi possono essere trattati congiuntamente ed essere dichiarati infondati. Con essi il controricorrente pur se mediante l’astratta prospettazione anche del vizio di violazione di legge, mira ad una rivalutazione delle risultante probatorie, non consentita in sede di giudizio di legittimità.
La Corte d’Appello non ha omesso di considerare le ragioni poste a base dell’eccezione d’intempestività dell’azione, già formulata nei precedenti gradi di giudizio (pag. 7,8 sentenza impugnata) ma ha fondato la propria statuizione di rigetto sulla base di un apprezzamento delle circostanze di fatto e dell’attendibilità dei testi del tutto difforme da quella proposta dal controricorrente, in particolare escludendo, con motivazione esauriente ed adeguata, il rilievo cruciale che il controricorrente ritiene di dare alla dedotta circostanza temporale relativa all’incarico all’agenzia investigativa. Tale specifica contestazione ha, tuttavia, come già premesso, ad esclusivo oggetto il riesame dei fatti e la richiesta, inammissibile, di una ricostruzione alternativa a quella fornita in sede di giudizio d’appello. Secondo il consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, la Corte di Cassazione non ha il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e a della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione ; fatta dal giudice del merito al quale soltanto spetta di individuare le fonti del proprio convincimento, valutare le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, e scegliere tra le risultanze probatorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, (ex plurimis Cass.27162 del 2009; 6288 del 2011).
La sentenza n. 266 del 2006 della Corte Costituzionale, avendo escluso la necessità della pregiudiziale prova dell’adulterio al fine di accedere alla prova ematologica, ha fortemente valorizzato la rilevanza e la preminenza che tale accertamento probatorio, per la sua univocità di risultato, assume. In particolare nella pronuncia è stata sottolineata da un lato la difficoltà pratica a fornire la prova dell’adulterio e l’insufficienza di questa prova al fine dell’accoglimento della domanda, dall’altro la risolutività ed indispensabilità della prova ‘tecnica’ che in virtù dei progressi della scienza biomedica costituisce l’unico mezzo per pervenire ad un accertamento tranquillizzante della esistenza o non esistenza della filiazione.
Alla luce delle importanti indicazioni provenienti dal giudice delle leggi, gli orientamenti della giurisprudenza di legittimità si sono progressivamente rivolti verso il riconoscimento di un rilievo crescente alla prova ematologica (Cass. 8356 del 2007; 15088 e 15089 del 2008), in considerazione ‘dell’alto grado di affidabilità’ di tale mezzo di prova, anche nei giudizi di disconoscimento della paternità, fino ad affermare con la pronuncia n. 4175 del 2007 che ‘a seguito della sentenza della Corte costituzionale 6 luglio 2006, n.: 266, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 235, secondo comma cod. civ., nella parte in cui subordinava l’esame delle prove ematologiche alla previa dimostrazione dell’adulterio della moglie, il giudice di merito deve procedere agli accertamenti genetici anche in mancanza di prova dell’adulterio, traendo argomenti di prova ex art. 116 cod. proc. civ. dall’eventuale rifiuto di una parte di sottoporsi al prelievo. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio la sentenza della corte d’appello, che aveva respinto la domanda di disconoscimento in mancanza di prova dell’adulterio e dato il rifiuto della madre di sottoporre se e il figlio ad accertamenti, tenuto conto del mutato quadro normativo e della raggiunta maggiore età da parte del figlio, in condizione attualmente di autodeterminarsi in ordine alle prove genetiche)’.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. I CIVILE – SENTENZA 19 luglio 2013, n.17773 – Pres. Luccioli – est. Acierno
1Svolgimento del processo
Sotto il profilo del vizio di motivazione, la pronuncia viene censurata per la forma apodittica ed astratta con la quale viene escluso il rilievo probatorio ex art. 116 cod. proc. civ. del comportamento processuale del convenuto, non risultando concretamente spiegato perché alla luce di ‘una rigorosa applicazione delle regole di formazione del convincimento del giudice’ dall’ingiustificato rifiuto di sottoporsi alla prova ematologica da parte del convenuto non possa trarsi alcun argomento di prova.
In ordine alle prove espletate, secondo la parte ricorrente, l’inutilizzabilità non può farsi discendere dalla generica affermazione della natura ‘de relato’ della deposizione, senza precisare in concreto se si tratti di circostanze de relato ex parte actoris o provenienti da un terzo, come è accaduto nel caso di specie. In tale seconda ipotesi, infatti, secondo l’orientamento di questa Corte, non può essere escluso, in via generale ed astratta, il rilievo di tali deposizioni, tenuto conto della natura delle circostanze da provare e dell’oggettiva difficoltà, se non impossibilità, di pervenire ad una prova diretta dell’adulterio, come sottolineato dalla stessa Corte Costituzionale nella pronuncia più volte citata.
Deve osservarsi, al riguardo, che le circostanze di fatto afferenti la sfera intima dei rapporti interpersonali, quali quelle riguardanti relazioni esclusive a carattere sentimentale e sessuale, sono difficilmente accertabili mediante prova diretta, risultando statisticamente particolarmente ampio il ricorso alla prova presuntiva raggiunta mediante una pluralità d’indizi probanti. In questo ambito, peraltro, non può negarsi, in via generale ed astratta, ingresso e rilevanza, come invece emerge nella sentenza impugnata, alle deposizioni testimoniali che abbiano ad oggetto fatti acquisiti de relato. Al riguardo sono fermi gli orientamenti di questa Corte. In linea generale le deposizioni testimoniali che riferiscono circostanze apprese de relato sono idonee ad integrare, unitamente ad altri elementi di prova indiziari valutabili ex art. 116 cod. proc. civ., il quadro probatorio ‘utilizzabile’ dal giudice del merito, tanto più nei procedimenti nei quali sono in gioco diritti personalissimi afferenti alla sfera intima e personale (Cass. 2815 del 2006; 11844 del 2006; 3709 del 2008). In tali controversie possono contribuire ad integrare il quadro probatorio anche le deposizioni de relato ‘ex parte actoris’ (Cass. 2815 del 2006; 11844 del 2006; 3709 del 2008). Peraltro, le deposizioni de relato apprese da terzi hanno, anche nei procedimenti diversi da quelli prima individuati, maggiore pregnanza probatoria.(Cass. 8358 del 2007; 313 del 2011).
in tema di azione di disconoscimento di paternità, il termine previsto dall’art. 244 cod. civ., di natura decadenziale,
afferisce a materia sottratta alla disponibilità delle parti, così che il giudice, a norma dell’art. 2969 cod. civ., deve accertarne ‘ex officio’ il rispetto, dovendo correlativamente l’attore fornire la prova che l’azione sia stata proposta entro il termine previsto, senza neppure che possa spiegare rilievo, in proposito, la circostanza che nessuna delle parti abbia eccepito l’eventuale decorso del termine stesso.
A norma dell’art. 231 c. civ. “il marito è padre del figlio concepito durante il matrimonio”, si presumono concepiti in costanza di matrimonio i figli di donna coniugata, nati non prima di 180 giorni dalla celebrazione e non oltre 300 giorni dallo scioglimento del matrimonio o dalla separazione dei coniugi (art. 232 c. civ.). Si può promuovere azione volta al disconoscimento di paternità sia per il figlio concepito durante il matrimonio, sia per i figli nati al di fuori di un’unione coniugale. La prima azione, ossia il disconoscimento del matrimonio per il figlio concepito durante il matrimonio, è consentita soltanto nei seguenti casi (art. 235 c.civ.):
La paternità legittima non può essere messa in discussione e neppure difesa da colui che è indicato come padre naturale, il quale, allorché deduca che l’esito (positivo) dell’azione di disconoscimento di paternità si riverbera sull’azione di riconoscimento della paternità intentata nei suoi confronti, si limita in realtà a far valere un pregiudizio di mero fatto, laddove il rimedio contemplato dall’art. 404 cod. proc. civ. presuppone in capo all’opponente un diritto autonomo la cui tutela sia però incompatibile con la situazione giuridica risultante dalla sentenza impugnata’ (Sez. 1, Sentenza n. 12167/2005. V. anche Sez. 1, Sentenza n. 14315/2001, secondo la quale il padre naturale non è legittimato neppure ad intervenire in appello in un giudizio di disconoscimento della paternità, essendo tale legittimazione riconosciuta a chi potrebbe proporre opposizione ai sensi dell’art. 404 cod. proc. civ., rimedio esperibile solo da chi faccia valere un diritto autonomo e incompatibile col rapporto giuridico accertato o costituito dalla sentenza opposta, e quindi solo a favore di chi sia pregiudicato in un suo diritto).
La Cassazione ha già affermato che tra il procedimento di disconoscimento della paternità legittima e quello instaurato per il riconoscimento della paternità naturale non sussiste un nesso di pregiudizialità dal momento che il solo oggetto di quest’ultimo giudizio è costituito per il padre biologico dal suo diritto ad escludere la paternità naturale ‘ex adverso’ pretesa, non anche da quello a vedere affermata la paternità disconosciuta nell’altro procedimento (Sez. 1, Sentenza n. 12167/2005).
D’altra parte né colui che sia indicato come padre naturale, né i suoi eredi, sono legittimati passivi nel giudizio di disconoscimento della paternità e la sentenza che accoglie la domanda di disconoscimento è opponibile nei confronti di tali soggetti, anche se non hanno partecipato al relativo giudizio (Sez. 1, Sentenza n. 430/2012). Inoltre, neppure è ammissibile, nel giudizio per il disconoscimento della paternità, ‘l’intervento di colui che è indicato come padre naturale, non potendo la controversia sul relativo riconoscimento avere ingresso sino a quando la presunzione legale di legittimità della filiazione non sia venuta meno con il vittorioso esperimento dell’azione di disconoscimento’ (Sez. 1, Sentenza n. 1784/2012).
Non essendo il padre naturale legittimato a proporre opposizione di terzo contro la sentenza di disconoscimento di paternità, il primo motivo è infondato mentre il secondo motivo – attinente al merito dell’opposizione ex art. 404 c.p.c. – è inammissibile.
CHI SPETTA E IN QUALI TERMINI L’AZIONE DI DISCONOSCIMENTO PATERNITA’
– il pubblico ministero se il minore non ha ancora compiuto sedici anni.
La cassazione sottolinea che :va rilevato che l’art. 276 c.c. è estraneo alla fattispecie in esame, così come l’art. 248 c.c., avendo tale ultima azione un carattere residuale, riferendosi cioè alle contestazioni della legittimità che investano presupposti diversi da quello della paternità (Sez. 1, n. 3529/2000), mentre l’enunciato normativo ‘presunto padre’ contenuto nell’art. 247 c.c., riferito al legittimato passivo dell’azione di disconoscimento, è speculare a quello – identico – contenuto nell’art. 235 c.c. che disciplina le condizioni di ammissibilità della stessa azione e fa riferimento al ‘presunto padre’ come a quello così risultante dalle norme sullo stato di figlio legittimo (231-234).
“La determinazione dei soggetti legittimati a proporre l’azione di disconoscimento della paternità è una scelta insindacabile del legislatore che ha ritenuto di riservare ai soli soggetti direttamente interessati, e cioè ai membri della famiglia legittima, il potere di decidere circa la prevalenza della verità ‘biologica’ o della verità ‘legale’: una innovazione, che attribuisse direttamente la legittimazione ad agire a soggetti privati estranei alla famiglia legittima, quale è il presunto padre naturale, rappresenterebbe la scelta di un criterio diverso, legato ad una ulteriore evoluzione della coscienza collettiva, che solo il legislatore può compiere. Né vale opporre che l’equilibrio tra verità legale, che tutela l’unità della famiglia legittima (art. 29 Cost.), e verità biologica (art. 30 Cost.) è stato già modificato dalla legge n. 184/1983 con l’ammettere la promozione dell’azione di disconoscimento della paternità su iniziativa del P.M., fino a quando il figlio non abbia compiuto sedici anni, giacché la nuova norma, prevedendo che l’azione sia poi esercitata non dal pubblico ministero, ma, in nome e nell’interesse del figlio, da un curatore speciale, è rimasta formalmente nei limiti del criterio di determinazione dei soggetti titolari dell’azione assunto dalla legge n. 151 del 1975” (Corte cost., sent. n. 429 del 1991, con la quale è stata ritenuta l’inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’art. 244, ultimo comma, cod. civ., in parte qua, sollevata in riferimento agli artt. 3 e 30 Cost.).
Può dunque sostenersi che la Suprema Corte abbia operato un contemperamento degli interessi rilevanti nel giudizio sul disconoscimento giungendo a ritenere prevalente il favor veritatis rispetto all’interesse del minore il cui accertamento viene relegato nel solo procedimento per la nomina del curatore speciale. Ѐ evidente come la posizione sposata dalla Corte lasci adito a molti dubbi non essendo chiaro perché una questione delicata come il mutamento di status di un soggetto debba essere espunta dal giudizio di merito a cognizione piena per esser relegata ad un giudizio sommario in cui, in ragione della necessaria speditezza del procedimento camerale ex art. 737 c.p.c., non può essere garantita un’analisi approfondita degli interessi del minore infraquattordicenne. Basti pensare che in sede di nomina del curatore speciale non sono parti necessarie i genitori legali del minore la cui partecipazione al giudizio non può non essere ritenuta rilevante ai fini dell’accertamento dell’interesse del minore.
Tale orientamento, pur desumibile da un risalente arresto di questa Corte (Cass., 5 gennaio 1994, n. 71), deve ritenersi superato al lume delle successive pronunce che hanno affermato la carenza di definitività e decisorietà del provvedimento di nomina del curatore speciale ai sensi dell’art. 244 c.c., u.c., (Cass., 25 novembre 1998, n. 11947), peraltro all’esito di un procedimento in cui soltanto il pubblico ministero assume la qualità di parte (Cass., 11 settembre 2003, n. 13892). Appare di intuitiva evidenza come il giudizio circa la valutazione dell’interesse del minore, ove si consideri anche la rilevanza del principio del contraddittorio e la delicatezza della materia, non possa non conseguire all’esito di un giudizio di cognizione piena, e non possa essere affidato alle valutazioni, all’esito di “sommarie informazioni”, inerenti all’opportunità o meno di procedere alla nomina del curatore speciale, vale a dire al promovimento dell’azione di disconoscimento in nome e per conto del minore. Il rilievo attribuito alla volontà di quest’ultimo, assolutamente inesplorata nella decisione impugnata, emerge dalla novellata disciplina in materia di ascolto quale emerge dall’art. 336 bis c.c.(su tali aspetti cfr. Cass., 6 marzo 2015, n. 6129; Cass., 5 marzo 2014, n. 5237; Cass., 2 agosto 2013, n. 18538)” (C. Cass. n. 26767/2016).
Nella specie, con riguardo al profilo dell’interesse del minore che non sarebbe stato valutato nella fase della nomina del curatore speciale, si deve dare continuità all’orientamento secondo cui la proposizione da parte del minore infrasedicenne (o, a seguito della riforma, infraquattordicenne) di azione di disconoscimento di paternità postula l’apprezzamento in sede giudiziaria dell’interesse di questi, non potendo considerarsi utile equipollente la circostanza che sia l’ufficio del pubblico ministero a richiedere la nomina del curatore speciale abilitato all’esercizio dell’azione stessa; tuttavia, siffatto apprezzamento trova istituzionale collocazione nel procedimento diretto a quella nomina – essendo, nel corso di esso, possibile l’acquisizione dei necessari elementi di valutazione e dovendosi, col provvedimento conclusivo, che secondo l’art. 737 c.p.c. ha la forma del decreto motivato, giustificare congruamente le conclusioni raggiunte in ordine alla sussistenza dell’interesse – ma non anche nel successivo giudizio di merito (v. Cass. n. 71/1994, coerentemente con Corte cost. n. 429/1991). Una diversa interpretazione, in base alla quale la valutazione dell’interesse del minore dovrebbe essere effettuata anche nel giudizio di merito, ai fini dell’ammissibilità dell’azione di disconoscimento proposta dal curatore, non solo, è priva di basi normative, non essendo prevista dall’art. 244, ult. comma, c.c. (nemmeno dopo la riforma apportata dall’art. 18, comma 1, d.lgs. n. 154/2013), ma rappresenterebbe un’inutile duplicazione di una indagine già compiuta e sottoposta al vaglio del giudice ai fini della nomina del curatore.
Con il sesto motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 95, comma 3, dPR n. 396 del 2000, 316 e 320 c.c., in ordine alla sua negata legittimazione a chiedere la conservazione del cognome F. da parte del minore, avendo la corte di merito omesso di valutare che egli aveva la potestà genitoriale sul figlio e che era tenuto a tutelarlo rispetto ai pregiudizi personali e sociali derivanti dal disconoscimento.