Source: http://massimoghirelli.net/politica.migrazioni.analisi.politica.Ita.2016.htm
Timestamp: 2017-11-17 19:28:35+00:00
Document Index: 184145929

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 29', 'art. 30', 'art. 5', 'art. 25', 'art. 25']

politica.migrazioni.analisi.politica.Ita.2016.htm
Luca Fiori fluca17@gmail.com
Roberto Tesei tesei.roberto@gmail.com
Hirseyo Tuccimei seyo.tuccimei@libero.it
La politica italiana sull'immigrazione (Luca Fiori)
Il sistema politico italiano, nel corso degli ultimi vent'anni, per quanto riguarda il tema dell'immigrazione ha alternato pratiche normali con momenti eccezionali,
nel senso che è stato costruito un regime di accessi restrittivo (sistema delle quote d'ingresso annualmente stabilite con i decreti-flussi per lavoratori stagionali
e non adottati a partire dal 1998 dal Governo, in base alla nazionalità, alle categorie professionali e mansioni) interrotto da momenti di emergenza in cui sono intervenute procedure di regolarizzazione delle condizioni amministrative della popolazione immigrata in maniera illegale (cinque sanatorie dal 1986, di cui
l'ultima, la più importante numericamente, nel 2002 con circa 650.000 regolarizzati).
Dunque, il dato fondamentale che emerge dall’analisi della politica italiana in merito all’immigrazione negli ultimi vent'anni, è l'assenza di strategie e politiche
coerenti e di lungo periodo che permettano un efficiente gestione del fenomeno migratorio. Questo dato emerge con ancor maggiore chiarezza se si analizza la
risposta della politica italiana al fenomeno dell'immigrazione più recente, che è stata sostanzialmente quella di un'efficace politica di prima accoglienza, come testimonia “Mare Nostrum”, operazione militare e umanitaria nel Mar Mediterraneo meridionale decisa dal governo guidato da Enrico Letta il 14 ottobre 2013
e iniziata ufficialmente il 18 ottobre dello stesso anno per fronteggiare l'aumento del fenomeno migratorio verificatosi nella seconda metà dell'anno, e a seguito
del naufragio del 2 e 3 ottobre 2013, quando una barca su cui si trovavano circa 500 migranti naufragò a causa di un incendio scoppiato a bordo nei pressi
dell’Isola dei Conigli a Lampedusa, causando la morte di 368 persone.
L'Operazione consisteva nel potenziamento del dispositivo di controllo dei flussi migratori già attivo nell'ambito della missione Constant Vigilance, che la
Marina Militare svolge dal 2004 con una nave che incrociava permanentemente nello Stretto di Sicilia e con aeromobili da pattugliamento marittimo.
L'Operazione Mare Nostrum aveva dunque una duplice missione: garantire la salvaguardia della vita in mare; assicurare alla giustizia tutti coloro i quali lucrano
sul traffico illegale di migranti. All’operazione partecipavano personale e mezzi navali e aerei della Marina Militare (la quota maggiore), dell’Aeronautica
Militare, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, della Capitaneria di Porto. Sulle navi era presente anche il personale degli uffici immigrazione per
l’identificazione dei migranti direttamente a bordo e uno staff medico per i controlli e gli interventi sanitari.
Grazie a Mare Nostrum sono stati recuperati dalle navi della Marina Militare circa 100 mila migranti: tra loro quasi 9 mila erano minorenni. Sempre grazie
a Mare Nostrum sono stati arrestati oltre 500 scafisti e sequestrate 3 “navi madre”, cioè quelle che trasportano i migranti a una certa distanza dalle coste
per poi abbandonarli. L'Operazione Mare Nostrum operava congiuntamente alle attività previste da Frontex 1.
L'Operazione è terminata il 31 ottobre 2014 a causa di esigenze economiche e, soprattutto, per la contrarietà dell'Unione europea al proseguimento dell'operazione, che vedeva impegnata la sola Italia nella gestione degli arrivi. Alla chiusura di Mare Nostrum ha fatto seguito l'operazione europea "Triton", che è partita il
1 novembre 2014. Triton ha sostituito le missioni attive nel Mediterraneo: sia le missioni di Frontex sia quella italiana di Mare Nostrum. A Triton
partecipano 29 paesi, ed è stata finanziata dall’Unione europea con 2,9 milioni di euro al mese: circa due terzi in meno di quanti erano destinati a Mare Nostrum.
A differenza di Mare Nostrum, inoltre, Triton prevede il controllo delle acque internazionali solamente fino a 30 miglia dalle coste italiane: il suo scopo
principale è il controllo della frontiera e non il soccorso, e per questo è oggi da molti giudicata inadeguata.
Comunque, se l'Italia riesce ad attuare un'efficiente politica di prima accoglienza, al contrario risulta non possedere e quindi non dare a coloro che arrivano sulle
nostre coste gli strumenti per un'efficace integrazione (abitazione, lavoro, studio, formazione, ecc.). Per questo si può affermare che fino a questo momento la
politica italiana ha risposto solo parzialmente all'immigrazione. La linea umanitaria seguita dal Governo italiano in questi ultimi anni non è una vera politica,
con l'immigrazione che viene gestita seguendo una logica emergenziale. Il Governo italiano cerca di attuare un'equa distribuzione dei migranti per comuni, ma
molti di questi, soprattutto nelle regioni del Nord (Veneto e Val d'Aosta in primis), non collaborano, come dimostrano i recenti fatti di Goro e Gorino nel Ferrarese. Anche per quanto riguarda questo aspetto, quindi, la politica italiana non sta funzionando.
Quello che sicuramente è cambiato tra il 2015 e il 2016 è il panorama circostante l’Italia. In particolare, quella politica di benevola indulgenza spesso attuata dalle nostre autorità – violando gli accordi di Dublino – nei confronti degli ospiti che lasciavano il nostro paese in cerca di altri lidi europei più ricchi di opportunità occupazionali è oggi impraticabile, a causa del ripristino effettivo dei confini interni all'Ue. E, se la rotta balcanica è stata chiusa dopo l'accordo tra l'Ue, Germania
in primis, e la Turchia siglato nel marzo di quest'anno, quella di Lampedusa è apertissima, mentre i confini con Francia e Austria a Ventimiglia e al Brennero sono chiusi. Così, se le nostre strutture erano già affaticate da permanenze di breve periodo, risulterebbero esserlo ancora di più di fronte alla prospettiva della trasformazione delle presenze da temporanee a stabili. Nel frattempo, mentre la riforma del Trattato di Dublino si è arenata e la strategia dei ricollocamenti
negli altri paesi membri dell'Unione ha fallito, tutte le navi che raccolgono migranti in mare, a prescindere dalla bandiera che battono e dalla missione in cui sono impegnate (EunavforMed, Frontex), li sbarcano nei porti italiani, essendo questa la condizione imposta per la loro partecipazione.
Per cercare di rispondere a questa situazione il 15 aprile il governo Renzi ha presentato il suo “Migration Compact” (Pacchetto immigrazione), il quale, grazie a sostanziosi aiuti economici ai Paesi di partenza, vorrebbe bloccare alla fonte almeno il flusso dei migranti economici, finanziando lo sforzo anche attraverso degli Eurobonds. Ma nulla lascia prevedere che il suo iter sarà celere o che l'Ue, Germania in primis, accetti la proposta. Il documento prevede in particolare uno
schema di accordo con i Paesi di origine e di transito, al fronte del quale richiede uno sforzo finanziario da parte dell'Ue. Seguendo l’esempio dell’accordo
Ue-Turchia, l’Italia suggerisce di guardare oltre e soprattutto di volgere lo sguardo al Sud dell'Ue, ovvero a quei Paesi dell'Africa dai quali arrivano migliaia
di migranti proprio sulle coste italiane. La proposta si basa sul controllo delle frontiere, la riduzione dei flussi di migranti, la cooperazione in materia di rimpatri/riammissione, il rafforzamento del contrasto al traffico di esseri umani. In cambio si parla di progetti di investimento ad alto impatto sociale e
infrastrutturale da identificare insieme con il Paese partner come incentivo cruciale per rafforzare la cooperazione con l'Ue.
I Paesi terzi dovrebbero essere sostenuti nella creazione di un sistema di ricezione e gestione dei flussi migratori che dovrebbe prevedere un attento esame
in loco dei rifugiati e dei migranti economici, misure di reinsediamento in Europa per coloro che hanno bisogno di protezione internazionale e rimpatri per
i migranti irregolari. Infine, l'Italia mette l'accento sulla regione che in questo momento preoccupa di più, ossia la Libia, priorità strategica di prim'ordine
anche per far fronte alle migrazioni e flussi di rifugiati. A livello Ue l'Italia propone quindi di intensificare la collaborazione con il governo libico. La prospettiva
ideale è quella di offrire un sostegno alla sicurezza in Libia per arrivare a creare un modello di cooperazione capace di preparare il Paese terzo ad affrontare
la situazione migratoria in autonomia.
Per quanto riguarda la politica locale, questa è stata influenzata relativamente, nel corso del tempo, dall’incremento della presenza degli immigrati.
Nonostante la presenza di lavoratori immigrati da oltre venti anni, il tema è stato presente in modo modesto nelle politiche pubbliche realizzate a livello locale.
L’insufficienza delle politiche locali ha rafforzato gli effetti di quelle di livello nazionale, che hanno indebolito in modo ulteriore la condizione sociale degli
immigrati. Le politiche locali per l’immigrazione, infatti, volte all’affermazione dei principali diritti sociali, come quello all’abitazione, sono state assenti, il che
ha contribuito, nel tempo, a consolidare gli effetti di indebolimento e disorganizzazione favoriti dalle politiche dell’immigrazione agite a livello nazionale.
Il sistema delle quote e delle procedure associate ai decreti flussi reiterati ogni anno è risultato arbitrario e incerto, favorendo la proliferazione di situazioni
di irregolarità amministrativa che hanno contribuito all’indebolimento sociale degli immigrati. I tentativi governativi di regolare l'immigrazione hanno prodotto
effetti molto insoddisfacenti, perché sono intervenuti solitamente a posteriori sullo status degli immigrati mediante procedimenti di sanatoria e in assenza di
adeguate politiche di accoglienza, con l'effetto di favorire l'incremento della popolazione esposta al mercato del lavoro informale, ma anche a condizioni abitative
e sociali di forte, spesso drammatica, segregazione e povertà.
Infine, una rassegna delle posizioni dei principali partiti italiani sull'immigrazione:
- Il Partito Democratico:
La formazione politica che forse ha dimostrato maggiore attenzione al tema è il Partito Democratico di Matteo Renzi, che dedica un punto del suo programma
alla “diversità come ricchezza”. L’ “Europa dell’integrazione e della solidarietà”, secondo il PD, passa innanzitutto attraverso una “vera gestione comune” delle frontiere esterne dell’Ue. L’attuale operazione europea “Triton”, che ha rilevato con scarsi risultati “Mare Nostrum”, dovrebbe nelle intenzioni dei democratici diventare un corpo europeo di guardie di frontiera, in grado di affiancare l’Italia nella gestione delle emergenze migratorie. Cruciale per il PD è la cooperazione
con i Paesi del Maghreb, auspicata sia per quanto riguarda la sicurezza ed il contrasto al terrorismo, sia per la lotta all’immigrazione clandestina ed il controllo
delle frontiere. In ultimo, il documento propone “l’estensione dell’accesso alla cittadinanza per i bambini nati in Europa da genitori stranieri o per i residenti di
lunga durata”, ossia, in altri termini, uno ius soli europeo.
- Le destre: Lega Nord, Nuovo Centro Destra:
Agli antipodi del PD si situa invece la posizione della Lega Nord, che ha costruito la sua fortuna politica anche sulla questione dell’immigrazione.
“Crediamo – sosteneva nel suo programma il partito di Salvini – che il futuro nella gestione dell’immigrazione dovrà passare per una più stretta collaborazione
fra le forze di polizia e le unità addette a prevenire l’immigrazione illegale degli Stati membri che sono in prima linea e sono più colpiti dal problema, senza però l’ingerenza di Bruxelles”. Due i capisaldi del pensiero leghista in materia: l’autonomia dei singoli Stati nella legislazione sull’immigrazione extracomunitaria
ed un presidio costante delle frontiere terresti e marittime, anche con azioni di respingimento. “L’unico metodo che garantisce risultati sicuri”, a detta della Lega,
è quello degli “accordi bilaterali con i Paesi terzi da cui hanno origine i maggiori flussi d’immigrati irregolari”.
Anche il Nuovo Centro Destra non ama le attuali politiche europee sull’immigrazione. Angelino Alfano, in veste di ministro dell’Interno, si è confrontato quotidianamente con il problema degli sbarchi di migranti sulle coste italiane, ed il suo partito propone, seppur schematicamente, alcune soluzioni riassunte
nello slogan “Meno clandestini, più sicurezza”. NCD vorrebbe che il Mediterraneo diventasse la frontiera comune di tutta l’Europa, con più risorse dall’Unione
per affrontare l’emergenza. Il partito propone inoltre l’insediamento di una base operativa di Frontex in Italia e la ricollocazione obbligatoria dei richiedenti
asilo in tutti gli Stati Membri.
- Gli assenti: Forza Italia e Movimento Cinque Stelle:
Dai dati sinora vagliati si ricava un quadro tutto sommato prevedibile, con la consueta attenzione della sinistra per l’aspetto “sociale” dell’immigrazione e le
severe misure invocate dalle destre contro l’immigrazione illegale. In questo contesto si segnala però l’assenza di alcune formazioni politiche: nei programmi
di Forza Italia e Movimento Cinque Stelle il tema dell'immigrazione non è presente. Le proposte forziste si limitano a chiedere una revisione del Trattato di
Dublino, dei criteri di accoglienza e distribuzione dei rifugiati e dei richiedenti asilo. I pentastellati sembrano invece non occuparsi della questione: sia nel
programma per le Politiche del 2013 che in quello per le Europee 2014, infatti, non si parla di immigrazione. Per ricostruire una posizione del Movimento
Cinque Stelle occorre quindi fare riferimento alle parole di Beppe Grillo, che in campagna elettorale aveva sottolineato la necessità di una nuova politica
europea per governare i flussi di profughi.
Dati e percezione del fenomeno (Roberto Tesei)
L’Italia, negli ultimi anni, è stata interessata da un rinnovato flusso migratorio proveniente da Paesi martoriati dalle conseguenze di instabilità politica, guerra,
miseria economica, catastrofi ambientali. A fronte del 2014, che ha visto sbarcare 170.100 persone, il 2015 ha registrato una flessione di circa il 10 per cento,
ovvero 153.842 arrivi. Mentre le previsioni per l’anno in corso registrano sicuramente un aumento, se al 31 ottobre 2016 sono stati censiti 159.432 ingressi.
Questi numeri si riferiscono, ovviamente, agli sbarchi via mare che avvengono nelle coste delle regioni del Mezzogiorno (1), ovvero i richiedenti protezione internazionale (2).
Diversa invece è la percezione del fenomeno migratorio. Quando agli inizi degli anni novanta si iniziò a parlare di “invasione inarrestabile”, la realtà era di una popolazione immigrata di circa 356.000 persone – secondo i dati del Rapporto immigrazione della Cartias-Migrantes del 1991. Oggi, seppur con numeri diversi,
il nostro Paese ha iniziato a registrare una perdita di attrazione da parte degli immigrati: i numeri parlano di stabilità (sono sostanzialmente immutati i cittadini residenti in Italia: circa 5 milioni nel 2015), anche se in alcune regioni si assiste ai primi segnali di un calo del numero di presenze: in particolare, nel Nord Est,
nelle Marche e in Umbria. Le loro caratteristiche, inoltre, confermano un modello di inserimento che privilegia il Nord Italia rispetto al Sud, che vede un
mercato del lavoro ancora fortemente segmentato ed una presenza storica soprattutto di Romeni, Albanesi, Marocchini, Cinesi, Ucraini.
L’assenza di vie regolari per l’ingresso in Italia ha di fatto congelato il nostro Paese su numeri che vedono un’incidenza degli stranieri sulla popolazione totale
di poco superiore all’8 per cento. Eppure, i dati macroeconomici dicono che l’immigrazione non solo conviene, ma economia e sistema previdenziale ne hanno
perfino bisogno.
Il tema, tuttavia, su cui oggi la politica italiana sta discutendo e tentando di offrire delle risposte è la gestione dei migranti richiedenti asilo. L’Italia, nel difficile contesto europeo, si è “riscoperta” accogliente, capace di ridisegnare il suo ruolo di paese di immigrazione in chiave nuova rispetto ad un passato recente,
nel quale ha prevalso la politica dei respingimenti. La questione dell’accoglienza ha iniziato ad assumere centralità dal momento in cui l’Italia si è rapidamente
trasformata dal paese di transito a paese di destinazione dei migranti, a causa della parziale chiusura delle frontiere dello spazio Schengen, determinando nel
2016 un aumento del 60 per cento delle domande di asilo. Tutto ciò ha interrogato circa la qualità da dare all’accoglienza, in particolar modo collegata alle
modalità con cui si è riusciti a dare risposta all’enorme bisogno di posti. Come emerge dal «Rapporto sulla protezione internazionale in Italia del 2016» (3),
un primo intervento è stato avviato attraverso l’apertura dei Centri di accoglienza straordinaria (CAS), che assorbono da soli oltre il 70 per centro delle
permanenze. «I dati – si legge nel Rapporto – testimoniano una realtà molto composita dove, a inizio ottobre 2016, erano presenti, nelle diverse strutture di accoglienza, oltre 165 mila persone giunte in massima parte via mare. Nella rete di primissima accoglienza (CDA, CARA, CPSA, Hub, Hotspot) erano presenti
nello stesso periodo oltre 14 mila richiedenti la protezione internazionale, mentre nelle strutture temporanee di accoglienza quasi 128 mila, pari a più del doppio rispetto allo scorso anno. Negli Sprar, strutture di seconda accoglienza per richiedenti e titolari di protezione internazionale (4), erano poco meno di 23 mila».
(1) I porti maggiormente interessati dagli sbarchi da gennaio a ottobre 2016 (esclusi quindi i rintracci a terra) sono: Augusta (21.622), Pozzallo - Hotspot (16.808), Palermo (15.199), Messina (15.465), Catania (14.229), Reggio Calabria (13.301), Trapani HS (11.859), Lampedusa HS (10.923), altri (38.872). Fonte: Ministero dell’Interno.
(2) Il richiedente protezione internazionale (asilo) è la persona che, fuori dal proprio Paese d’origine, presenta in un altro Stato domanda per il riconoscimento della protezione internazionale. Il richiedente rimane tale finché le autorità competenti (in Italia le Commissioni territoriali per il riconoscimento della protezione internazionale) non decidono in merito
alla stessa domanda di protezione
(3) Rapporto sulla protezione internazionale in Italia, 2016, a cura di Anci, Caritas Italiana, Cittalia, Fondazione Migrantes, Servizio Centrale dello Sprar, in collaborazione con
Unhcr, Roma, ottobre 2016.
(4) Tale specificazione rende necessario esplicitare le diverse forme di richiesta d’asilo. 1. Protezione sussidiaria: ulteriore forma di protezione internazionale; chi ne è titolare – pur
non possedendo i requisiti per il riconoscimento dello status di rifugiato – viene protetto in quanto, se ritornasse nel Paese di origine, andrebbe incontro al rischio di subire un danno grave (art. 2, lett. g) del DL 251/2007). 2. Protezione umanitaria: nel caso in cui la Commissione territoriale, per non accogliendo la domanda di protezione internazionale, ritenga possano sussistere gravi motivi di carattere umanitario, provvede alla trasmissione degli atti della richiesta di protezione al questore competente per un eventuale rilascio di in
permesso di soggiorno per protezione umanitaria (art. 5, c. 6 del DL 286/1998). 3. Rifugiato: titolare della protezione internazionale. Si tratta di persona che «[…] temendo a
ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese
d’origine di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese» (art. 1 A della Convezione di Ginevra del 1951, recepita nell’ordinamento italiano dalla Legge 722/1954). Fonte: www.sprar.it.
Come si legge in un atto di Sindacato ispettivo parlamentare che si è occupato di questi temi, una volta che il migrante arrivare nei centri di accoglienza,
«come da prassi, a distanza di qualche mese dall'aver inoltrato richiesta di protezione internazionale, il richiedente viene convocato dinanzi alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, ove avviene la formale audizione dello stesso, dinanzi ad alti funzionari del Ministero
dell'interno, delle Nazioni Unite, della questura, preposti ufficialmente a tale incarico; i tempi di attesa dall'arrivo dei profughi alla convocazione dinanzi alla Commissione, nel corso dell'ultimo anno, sono cambiati: inizialmente, gli ospiti aspettavano fino a 3/4 mesi prima di essere convocati; ora vengono chiamati
nell'arco di 45 giorni circa, mentre, la risposta dell'audizione arriva anche dopo 5/6 mesi di attesa, e tutto questo con ripercussioni per i richiedenti, per i centri
di accoglienza e per le prefetture, visti i costi da dover sostenere mensilmente». A ciò si aggiunge l’incremento esponenziale dei dinieghi pronunciati dalle
Commissioni territoriali competenti per il riconoscimento della protezione internazionale o umanitaria, e il corrispondente innalzamento del livello di tensione
nei CAS nei quali i migranti rimangono in attesa di una decisione sul loro status. Ad ogni modo, in caso di ordine di rigetto della domanda, il richiedente si trova
nella condizione di dover lasciare il CAS (o i centri governativi o gli SPRAR), il progetto e anche l'Italia; ad oggi, la percentuale di concessione di permessi di soggiorno per protezione internazionale o protezione sussidiaria è di circa 1-2 per cento e i tempi di attesa circa 2 anni.
Un meccanismo – paradossale – per cui un richiedente asilo viene assistito per anni, ma il suo percorso di integrazione può culminare con un diniego che spinge
la persona nella clandestinità, dopo aver provato a integrarla. I migranti “diniegati”, diventati di fatto irregolari, restano sul territorio senza diritti – poiché
rimpatriarli è complesso e oneroso – diventando facili prede del lavoro nero, del caporalato (1) e dei circuiti di attività illecite. Il fatto è che molti di loro non
ottengono nessun documento per una semplice ragione: non ne hanno diritto. La maggioranza è infatti costituita dai cosiddetti “migranti economici”: ossia
persone che non fuggono da situazioni di aperto conflitto, ma partono spinte dal desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro.
E, come precedentemente affermato, di cui le economie occidentali ed europee hanno estremamente bisogno. Inserirli in un percorso di richiesta d’asilo è un gigantesco bluff, sia per il nostro paese sia per loro, che si vedono costretti in molti casi a inventarsi improbabili storie di persecuzione. Come hanno sottolineato
i sindaci di Milano e Bergamo, Beppe Sala e Giorgio Gori, occorre uscire dalla dinamica emergenziale e ripensare in toto il sistema di gestione dei flussi
migratori, poiché «il fenomeno è strutturale e non può essere più affrontato con gli strumenti del passato» (2) .
Sulla base di questi scenari, si è mosso negli ultimi mesi il Ministero dell’Interno, sia con il decreto del 10 agosto 2016 (n. 200 del 27.08.2016 in Gazzetta Ufficiale)
sia con la Direttiva del Ministro dell’11 ottobre 2016. L’obiettivo dichiarato è quello della «(ri)conquista dell’autonomia individuale dei richiedenti/titolari di
protezione internazionale e di permesso di soggiorno» (art. 29), collocando «al centro del Sistema di protezione le persone accolte, rendendole protagoniste attive
del proprio percorso di accoglienza e integrazione anziché meri beneficiari passivi di interventi predisposti in loro favore». Tutto ciò si traduce in un maggior investimento e potenziamento della rete dei progetti SPRAR, nei quali dovranno assumere un ruolo più determinante gli enti locali, in particolare i comuni.
Infatti, su 8.000 comuni, solo 2.600 hanno accolto migranti e spesso oltre un numero proporzionato e sostenibile per il territorio che li accoglie. In questa direzione
va soprattutto la Direttiva di ottobre – accolta positivamente dall’Anci, l’associazione che rappresenta i comuni italiani – al fine di favorire un dislocamento
omogeneo sul territorio. L’effetto duplice che il Ministero intende ottenere è, dal un lato, assicurare «una riduzione significativa dell’impatto che l’arrivo dei
migranti è suscettibile di avere su di un singolo territorio (e ciò grazie alla condivisione del peso dell’accoglienza su diverse comunità locali)»; dall’altro, garantire
«una maggiore efficacia dei percorsi di integrazione e inclusione sociale (inevitabilmente resi più difficili in realtà caratterizzate da elevati numeri di soggetti in accoglienza), puntando sui progetti SPRAR (Sistema di Protezione dei Richiedenti Asilo e Rifugiati) proposti dai sindaci insieme agli enti del terzo settore
qualificati». La Direttiva contiene inoltre una “clausola di salvaguardia” che rende esenti i comuni che appartengono alla rete SPRAR, o che intendano aderirvi, dall’attivazione di ulteriori forme di accoglienza. La gestione tramite questo Sistema è quella che, ad oggi, garantisce qualificati servizi di accompagnamento,
in un quadro di trasparenza amministrativa e monitoraggio degli interventi, i quali, oltre a quelli materiali di base (vitto e alloggio), prevedono servizi volti al
supporto di percorsi di inclusione sociale: mediazione linguistico-culturale; accoglienza materiale; orientamento e accesso ai servizi del territorio; insegnamento
della lingua italiana e inserimento scolastico per i minori; formazione e riqualificazione professionale; orientamento e accompagnamento all’inserimento
lavorativo, abitativo, sociale; orientamento e accompagnamento legale; tutela psico-socio-sanitaria (art. 30, Decreto G.U. 200/2016).
(1) Sul tema del caporalato, il legislatore è intervenuto di recente andando a modificare l’articolo 603-bis del codice penale (intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro), allargando le maglie delle responsabilità al datore di lavoro che «sottopone i lavoratori a condizioni di sfruttamento e approfittando del loro stato di bisogno». Per un approfondimento: http://www.camera.it/leg17/522?tema=contrasto_dello_sfruttamento_del_lavoro_in_agricoltura.
(2) Stefano Liberti, Bisogna andare oltre l’asilo per superare l’emergenza dei migranti, «Internazionale», 27 settembre 2016, http://intern.az/1v4O.
I Corridoi umanitari (Hirseyo Tuccimei)
Nei primi otto mesi del 2016 sono morte 3.196 persone. Una persona ogni 42 che hanno tentato la traversata ha perso la vita, l’anno scorso una ogni 52.
Questo dato rappresenta il più alto tasso di mortalità mai registrato.
(Unhcr, 2 sett.2016 https://www.unhcr.it/news/aggiornamenti/un-anno-dalla-morte-alan-kurdi-aumenta-tasso-morti-dispersi-nel-mediterraneo.html)
Io piuttosto penso al grande dolore d’umanità poveri morti cercando una vita migliore. Geme la coscienza umana di fronte a tanto dolore.
Ci si chiede: cosa posso fare io? Si cerca una risposta e si trova nei regolamenti europei dimenticati dal disuso.
L’art. 5, paragrafo 4, lettera c) del codice delle frontiere ?- ?che prevede la possibilità per gli stati di consentire l’ingresso per motivi umanitari anche a cittadini di paesi terzi che non posseggano i requisiti per l’ingresso alle frontiere esterne e l’art. 25 del_codice dei visti, che riconosce agli stati la possibilità di rilasciare, in presenza di ragioni umanitarie, speciali visti a validità territoriale limitata.
Così nasce il progetto innovativo geniale dei Corridoi umanitari: come ha detto il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: “Un modo per osservare la nostra Costituzione, le carte sui diritti dell'uomo e i principi umanitari della convivenza", con cui l’Italia “si conferma all'avanguardia nell'accoglienza ai migranti”. (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2016-03-03/mattarella-italia-all-avanguardia-accoglienza-migranti--123306.shtml?uuid=ACCBOggC&refresh_ce=1)
Sono risposta alla morte. Alla chiusura d’Europa. Ai muri che ci proteggono dalle donne e dai bambini che scappano dalle guerre. Da settembre ad oggi, sono stati contati 9 nuovi muri nei paesi dell’Unione Europea. I muri risposta irrazionale semplificata alle paure. Io piuttosto penso un dono per nostri paesi gli immigrati e i profughi. Anche economicamente.
Per un euro speso in accoglienza ne torneranno indietro due. (Tent Foundation, Refugees work: A humanitarian investment that yields economic dividends, studio coordinato da Philippe Legrain, 18 Maggio 2016 Bruxelles http://www.tent.org/research-index/#refugees-work ).
Penso unico futuro possibile per Europa e il mondo è l’integrazione. Modello italiano di inclusione adottivo perché gli immigrati entrano nel cuore delle famiglie della scuola e della cultura. Integrazione sostenuta dalla società civile è meravigliosa e tanti frutti porta. Con i corridoi umanitari si è visto un appoggio eccezionale tanti singoli e gruppi hanno offerto sostegno casa accoglienza.
I corridoi umanitari sono frutto di un Protocollo d’intesa sottoscritto da:
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale – Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie;
Ministero dell’Interno – Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione;
Comunità di Sant’Egidio; Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia; Tavola Valdese.
“È come un accordo di pace, perché permetterà di salvare tante vite umane”.
Così il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, ha commentato la firma del protocollo d’intesa .
È un progetto-pilota, il primo di questo genere in Europa, e ha come principali obiettivi: evitare i viaggi con i barconi nel Mediterraneo, impedire lo sfruttamento
dei trafficanti di uomini; concedere a persone in “condizioni di vulnerabilità” (ad esempio, oltre a vittime di persecuzioni, torture e violenze, famiglie con bambini, anziani, malati, persone con disabilità) un ingresso legale sul territorio italiano con visto umanitario e la possibilità di presentare successivamente domanda di asilo; consentire di entrare in Italia in modo sicuro per sé e per tutti, perché il rilascio dei visti umanitari prevede i necessari controlli da parte delle autorità italiane.
I corridoi umanitari sono il frutto di una collaborazione ecumenica fra cristiani cattolici e protestanti: Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle Chiese evangeliche, Chiese valdesi e metodiste hanno scelto di unire le loro forze per un progetto di alto profilo umanitario. Prevedono l’arrivo nel nostro Paese, nell’arco di due anni, di mille profughi dal Libano (per lo più siriani fuggiti dalla guerra), dal Marocco (dove approda gran parte di chi proviene dai Paesi subsahariani interessati da guerre civili e violenza diffusa) e dall’Etiopia (eritrei, somali e sudanesi).
L’iniziativa è totalmente autofinanziata dalle organizzazioni che lo hanno promosso. Una volta arrivati in Italia ai profughi viene offerta un’integrazione nel tessuto sociale e culturale italiano, attraverso l’apprendimento della lingua italiana, la scolarizzazione dei minori ed altre iniziative. In questa prospettiva viene loro
consegnata una copia della Costituzione italiana tradotta nella loro lingua. Per tutti questi motivi i corridoi umanitari si propongono come un modello replicabile
dagli Stati dell’area Schengen e non solo dalle associazioni o da privati.
Le associazioni proponenti, attraverso contatti diretti nei paesi interessati dal progetto o segnalazioni fornite da attori locali (Ong locali, associazioni, organismi internazionali, Chiese e organismi ecumenici ecc.) predispongono una lista di potenziali beneficiari. Ogni segnalazione viene verificata prima dai responsabili delle associazioni, poi dalle autorità italiane;
L’azione umanitaria si rivolge a tutte le persone in condizioni di vulnerabilità, indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o etnica;
Le liste dei potenziali beneficiari vengono trasmesse alle autorità consolari italiane dei Paesi coinvolti per permettere il controllo da parte del Ministero dell’Interno;
I consolati italiani nei paesi interessati rilasciano infine dei visti con Validità Territoriale Limitata, ai sensi dell’art. 25 del Regolamento visti (CE).
Le organizzazioni che hanno proposto il progetto allo Stato italiano si impegnano a fornire:
assistenza legale ai beneficiari dei visti nella presentazione della domanda di protezione internazionale;
ospitalità ed accoglienza per un congruo periodo di tempo; sostegno economico per il trasferimento in Italia;
sostegno nel percorso di integrazione nel nostro Paese. Una volta in Italia, le famiglie saranno dislocate in diverse parti della penisola, ospiti delle strutture messe a disposizione dai promotori del progetto e dai loro partner: tra le mete figurano Trento, Reggio Emilia, Torino, Aprilia. Fervono un po’ dappertutto i preparativi per l’accoglienza. Ed è già partita la macchina della solidarietà: l’Alitalia, ad esempio, ha offerto i voli per i profughi.
I Paesi coinvolti nel progetto sono, nella prima fase, il Libano (circa 600 profughi) e il Marocco (150), nella seconda l’Etiopia (250). Si prevede quindi l’arrivo di
mille persone in 24 mesi. Dopo la valutazione dei risultati da parte di un nucleo di monitoraggio, si prenderà in considerazione la possibilità di continuare.
22 giugno 2016: i Corridoi umanitari sbarcano all'ONU e si propongono come modello replicabile (http://www.santegidio.org/pageID/3/langID/it/itemID)
28 giugno 2016: la presentazione del progetto in sede europea segna un passaggio fondamentale per la promozione. Condivisa da vari europarlamentari, entra formalmente nell'agenda politica europea”. (http://www.mediterraneanhope.com/corridoi-umanitari)
L’Europa guarda con attenzione a questa eccellenza made in Italy. Francia e Polonia sono i primi Paesi e c’è interesse anche da parte di Spagna e Germania. (http://sociale.corriere.it/corridoi-umanitari-modello-per-leuropa/)
Per quanto riguarda i caratteri generali della politica migratoria italiana: http://www.interno.gov.it/it/temi/immigrazione-e-asilo/politiche-migratorie;
Sulle posizioni dei diversi partiti italiani: http://retroonline.it/12/04/2015/attualita/ecco-quali-sono-le-posizioni-dei-partiti-italiani-sullimmigrazione/54173/
Sul Migration compact: http://www.governo.it/articolo/immigrazione-la-proposta-dellitalia-alla-ue/4509
http://www.lettera43.it/politica/immigrazione-la-proposta-italiana-guarda-all-africa_43675242303.htm
Dati del Ministero dell'Interno su numero e tipologia di ingressi e richieste
Corridoi umanitari. ( Cfr. Corriere della sera)
- http://www.repubblica.it/esteri/2016/10/24/news/corridoi_umanitari_siria_rifugiati_gentiloni-150500992/
- http://www.santegidio.org/pageID/1165/langID/it/itemID/756/SCHEDA-Cosa-sono-i-corridoi-umanitari.html
- gli ultimi dati del Ministero dell'Interno per il 2014-2015 e il 2015-2016 (fino al 22/07)
- il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia tra il 2015 e il 2016.