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Timestamp: 2018-04-19 19:05:39+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.18', 'art. 18', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 18', 'art.4', 'art.4', 'art.4']

landino.it – Pietro Ichino su pregi e limiti della riforma Fornero
Pietro Ichino su pregi e limiti della riforma Fornero
da www.pietroichino.it
SIA PURE IN MODO PER CERTI ASPETTI DIFETTOSO, LA RIFORMA VOLTA PAGINA RISPETTO AL DUALISMO FRA PROTETTI E NON PROTETTI NEL NOSTRO MERCATO DEL LAVORO E REALIZZA IL PASSAGGIO DA UN REGIME DI JOB PROPERTY A UNO DI RESPONSABILIZZAZIONE DELL’IMPRESA PER LA SICUREZZA ECONOMICA E PROFESSIONALE DEI LAVORATORI
Scheda per la Newsletter n. 193, 26 marzo 2012
1. Per la prima volta in decenni si delinea un intervento di contrasto serio ed efficace contro la grave anomalia tutta italiana dell’utilizzazione delle collaborazioni autonome continuative in posizioni di lavoro dipendente.
3. Si incentiva anche il ricorso al contratto di apprendistato, oggi troppo poco utilizzato in Italia.
6. In materia di licenziamenti nei rapporti a tempo indeterminato si muove un passo rilevante per il passaggio da un sistema di job property a un sistema di responsabilizzazione dell’impresa (entro limiti ben determinati) per la sicurezza economica e professionale dei lavoratori. Considero questo passaggio come una necessità vitale per il sistema economico del nostro Paese, poiché esso favorisce la migliore allocazione delle risorse umane e materiali e l’aumento della produttività: questo è il motivo per cui ritengo che la riforma si muova nella direzione giusta e vada comunque appoggiata.
7. In questo modo, per la prima volta nell’ultimo quarantennio si determina con precisione il severance cost, cioè il costo di separazione tra l’impresa e il lavoratore per motivi economico-organizzativi, così superando una anomalia del nostro sistema rispetto a tutti gli altri ordinamenti occidentali.
8. Con la determinazione del severance cost, si elimina uno dei fattori (certo non l’unico, ma neppure uno dei meni rilevanti) della scarsissima attrattività del nostro sistema per gli investimenti stranieri.
1. Nella nuova disciplina dei licenziamenti compare ancora in misura troppo ridotta l’incentivo all’impresa che licenzia per l’attivazione dei migliori servizi di outplacement, al fine di ridurre al minimo i periodi di disoccupazione.
2. L’onere per l’impresa che licenzia consiste infatti esclusivamente in un’indennità di scioglimento del rapporto, invece che essere ripartito tra l’indennità e un trattamento complementare di disoccupazione. Questo trattamento complementare, oltre a costituire un potente incentivo all’attivazione dei migliori servizi per la ricollocazione del lavoratore e al controllo sulla disponibilità effettiva di quest’ultimo (generando un interesse diretto dell’impresa per la ricollocazione più rapida possibile), consentirebbe di aumentare l’entità del sostegno del reddito e di allungarne la durata per i casi nei quali il ricollocamento è più difficile.
3. L’indennità prevista per il licenziamento per motivi economico-organizzativo non è modulata in relazione all’anzianità di servizio; con la conseguenza che, nel suo minimo (15 mensilità), essa è troppo onerosa nella fase iniziale dei rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato, i quali sono così resi troppo poco appetibili in sostituzione delle collaborazioni autonome continuative e dei contratti a termine.
4. Sarebbe stato meglio limitare l’applicazione della nuova disciplina ai nuovi rapporti di lavoro (secondo il metodo di transizione che i politologi indicano col termine layering), o quanto meno differire di qualche anno la sua applicazione ai rapporti già esistenti, per evitare che l’ansia da recessione indebolisca politicamente la riforma. Su questo terreno vedo la possibilità di una mediazione politica decisiva.
marzo 26, 2012 alle 09:05
… ma di che stiamo parlando?
Non c’è nessuna riforma. E nessuna voce, neppure quella di Ichino, si è alzata dal Pd contro la farsa un Ddl senza articolato e con uno splendido “salvo intese”.
Senza maggioranze elettorali coerenti non ci sono riforme. Punto. Questa è una delle poche leggi della democrazia.
Non serviva il caso Napolitano-Monti a mostrarlo e non dubito che anche adesso ci sarà qualcuno che farà finta di non averlo capito.
Monti serviva a cacciare Berlusconi, colpire la sua costituency e rilanciare il Pci (sub specie Pd-CGIL). Operazione compiuta. (Come sempre, dal 1966, Napolitano alla fine è “fedele alla linea”.)
Il fato si è preso gioco della furbizia di Casini e ha colto l’occasione di Todi per far pagare l’Imu alla Chiesa.
Le pensioni sono state il minimo di “riforme” (benvenuta, ma perché il plurale?) necessarie alla messinscena.
marzo 26, 2012 alle 09:23
Hai torto. Dovresti leggere Panebianco di oggi per capire che la riforma ci sara’ entro agosto. Quanto al ddl esso era inevitabile esattamente perche’ buona parte della riforma andra’ fatta per delega e il decreto non puo’ contenere deleghe. Chiunque capisca di fonti del diritto sa che il decreto non esisteva a meno di non voler spezzare in due il provvedimento, cosa difficile trattandosi di un sistema. Ci sarebbe stato il rischio rispetto al pezzo di decreto di tre tipi di norme: quelle vigenti per sessanta giorni, quelle modificate in parlamento subito nella conversione e quelle a regime che avrebbero magari modificato anche le seconde. Infine sul salvo intese parlo per espwrienza diretta, da ex capo di un legislativo di ministero. Non ho mai visto un testo importante approvato direttamente in cdm. Li’ si dibattono gli indirizzi di fondo a partire da una bozza spesso generica. Le intese vere si fanno dopo sul doppio livello dei capi dei legislativi e dei ministri in una trattativa che dura di norma vari giorni, in modo che quando esce sia davvero condiviso per l’iter parlamentare.
marzo 26, 2012 alle 11:03
… spero abbia ragione tu.
Scommettiamo un caffè?
Data limite 31 Luglio?
marzo 26, 2012 alle 11:07
… all’inizio andava fatta insieme alle pensioni (Nov. 2011).
Poi Monti disse entro l’8.12.2011.
Poi entro il 31.12.2011.
… poi era insuperabile la datra del 31.3.2012.
Ora Agosto … forse perché è un tema “caldo”?
marzo 26, 2012 alle 10:25
ammazza Luca, ci siamo svegliati bene!
mi sa che ad oggi c’hai ragione tu, purtroppo, a dispetto del volontarismo legiferante, e “d’ufficio”, del sen. Ceccanti (le conclusioni di Panebianco non autorizzano certezze, anzi: “vedremo se il potere di veto della CGIL ne uscirà ridimensionato o riaffermato” sta scritto alla fine dell’editoriale), e vedremo i testi, in entrata e in uscita dalle Camere, e soprattutto chi li voterà.
Ieri poi due voci del PD si sono sentite eccome: una memorabile doppietta Camusso/D’Alema da Annunziata e Fazio, appunto.
marzo 26, 2012 alle 21:03
Una sola domanda voglio rivolgere a Luca, da punti di vista molto differenti: pensi che la democrazia nel lavoro abbia ancora un peso e possa connotare gli attuali ( e in crisi ) sistemi di sicurezza sociale?
marzo 26, 2012 alle 23:22
Non direi democrazia, direi diritto (di cui le leggi sono uno strumento), e direi che il mercato (in cui di incontrano persone, beni, energie, conoscenze) non esiste in un vuoto di diritto, direi che il mercato è una istituzione e per funzionare ha bisogno di tante altre istituzioni (tra le quali anche quelle politiche che tra l’altro producono e fanno rispettare leggi).
Ma con tutto questo il diritto al posto di lavoro non c’entra nulla.
Il lavoro è una risorsa, se ad una azienda una certa risorse non serve non si può imporre, e tra l’altro non conviene imporla.
Altro è dire che insieme ci impegniamo a fornire una seconda opportunità a chi perde il lavoro. Ecco perché gli ammortizzatori sociali dovrebbe essere finanziati innanzitutto dalla fiscalità generale.
Alla singola impresa chiedo di avere successo suil mercato e per questa via di creare occasioni di lavoro. Alla intera comunità chiedo di aiutare chi perde il lavoro a trovarne e se possibile a crearne un altro.
marzo 26, 2012 alle 23:53
Democrazia Luca, e non soltanto “democrazia procedurale”, democrazia ridotta a pura tecnica, ma anche “democrazia sostanziale”. Ed i diritti dei lavoratori non sono “diritti nani” bensì “diritti inviolabili” ed insopprimibili. Da questo angolo visuale, ovviamente, il ruolo dello Stato e della politica sono piuttosto differenti rispetto a quel che sostieni (che rispetto, ma che confuto totalmente per i suoi presupposti culturali e per le sue conclusioni).
marzo 27, 2012 alle 09:15
Certo che i diritti dei lavoratori non sono “nani”. Ma quali sarebbero questi diritti?
Il diritto al posto di lavoro?
E allora perché non il diritto ad una moglie, il diritto ad una laurea, il diritto alla salvezza, ecc.?
marzo 27, 2012 alle 00:19
La premessa del ragionamento deve essere la registrazione della profonda iniquita’ dell’attuale regime di apartheid nel mercato del lavoro, da qualsiasi parametro lo si valuti. Da li poi si parte a enunciare modelli e soluzioni, ma lo status suo non e’ difendibile. Se si passa pero’ all’idea della protezione della persona sul mercato del lavoro, tutti gli attori devono essere responsabilizzati, nessuno escluso e non solo la fiscalita’ generale. Il sistema deve incentivare l’azienda che vuole piu’ flessibilita’ a cooperare per trovare una nuova collocazione al lavoratore e anche il ruolo del sindacato va ripensato.
marzo 27, 2012 alle 09:17
Per lo meno un elemento di chiarezza lo abbiamo. Il Pd è unanime sulla difesa dell’art.18.
Questo è già un risultato.
marzo 27, 2012 alle 10:42
stamani ho letto più o meno tutti i giornali e non uno sostiene questa tesi..l’unanimità è sul trovare un diverso punto di equilibrio nel cambiare l’articolo 18 rispetto alla proposta di partenza del governo. Quindi il dibattito stavolta, come ha rilevato giorgil Tonini, ripreso da vari quortidiani, è stato tutto solo sul “come”, non sul “se”.
marzo 27, 2012 alle 10:52
La discussione su democrazia e diritti, con riferimento all’art. 18 – è largamente fuorviante, non essendo in discussione qui né l’una né gli altri. E nemmeno il ricorrente giudizio secondo cui una revisione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori si pone in diretto contrasto con i principi costituzionali in materia di lavoro risulta fondato, se si va a scorrere la giurisprudenza costituzionale (e gli eminenti giuristi qui presenti consentano questa incursione…), oltrechè la documentazione di governo e giornalistica disponibile.
L’affermazione è, a ben vedere, non solo frutto di una mera petizione di principio, ma è stata sconfessata dalla Corte (sentenza n. 36/2000, Presidenza Vassalli) che, chiamata a decidere circa la ammissibilità del referendum radicale sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ha infatti chiaramente e inequivocabilmente affermato che la «stabilità reale» del posto di lavoro non è un diritto fondamentale del lavoratore.
Diritto fondamentale del lavoratore è, infatti, quello di non essere ingiustamente licenziato. Altra cosa, invece, sono le conseguenze (ovvero il regime sanzionatorio: risarcimento e/o reintegrazione) del licenziamento privo di giustificazione che, secondo la Corte Costituzionale, rientrano nella piena discrezionalità del legislatore ordinario.
Secondo la Corte, in particolare, l’articolo 18 non sarebbe da annoverare tra le leggi c.d. “a contenuto costituzionalmente vincolato”, e cioè tra quelle leggi che vertono su disposizioni la cui abrogazione si traduce in una lesione di principi costituzionali. Sotto questo profilo la disposizione in oggetto “è indubbiamente manifestazione di quell’indirizzo di progressiva garanzia del diritto al lavoro previsto dagli artt. 4 e 35 della Costituzione, che ha portato, nel tempo, ad introdurre temperamenti al potere di recesso del datore di lavoro, secondo garanzie affidate alla discrezionalità del legislatore, non solo quanto alla scelta dei tempi, ma anche dei modi d’attuazione (sentenze n. 194 del 1970, n. 129 del 1976 e n. 189 del 1980)”.
Vale la pena lasciar proseguire la Corte: “In riferimento a tale discrezionalità è da escludere che la disposizione che si intende sottoporre a consultazione, per quanto espressiva di esigenze ricollegabili ai menzionati principi costituzionali, concreti l’unico possibile paradigma attuativo dei principi medesimi. Pertanto, l’eventuale abrogazione della c.d. tutela reale avrebbe il solo effetto di espungere uno dei modi per realizzare la garanzia del diritto al lavoro, che risulta ricondotta, nelle discipline che attualmente vigono sia per la tutela reale che per quella obbligatoria, al criterio di fondo della necessaria giustificazione del licenziamento. Né, una volta rimosso l’art. 18 della legge n. 300 del 1970, verrebbe meno ogni tutela in materia di licenziamenti illegittimi, in quanto resterebbe, comunque, operante nell’ordinamento, anche alla luce dei principi desumibili dalla Carta sociale europea, ratificata e resa esecutiva con legge 9 febbraio 1999, n. 30, la tutela obbligatoria prevista dalla legge 15 luglio 1966, n. 604, come modificata dalla legge 11 maggio 1990, n. 108, la cui tendenziale generalità deve essere qui sottolineata”.
Dopodichè l’ipotesi in discussione – che però non ha tuttora preso forma in un vero articolato legislativo e dunque leggeremo i testi – sembra in effetti formulata male, e con l’alto rischio di generare paradossali conseguenze nel regime sanzionatorio delle due più rilevanti tipologie di licenziamento (quella discriminatoria va da sé in termini di reintegro), ossia la disciplinare e quella per motivi economici.
Quanto al finanziamento dei sistemi di protezione il discorso sarebbe lungo: ma non si può, in effetti, né da un lato deresponsabilizzare le imprese, nè trascurare l’obiettivo, nella ridefinizione del sistema degli ammortizzatori (così come di quello degli incentivi) sia di una razionalizzazione della spesa pubblica, a fronte di oggettivi vincoli di bilancio, sia dell’eliminazione di distorsioni, sovrapposizioni e disarmonie, perseguendo un passaggio dalle politiche passive e assistenzialistiche a quelle proattive e promozionali (outplacement) che riducano per quanto possibile la permanenza nella condizione di disoccupato e il lavoro non dichiarato. Per quanto se ne sa e legge, però, il rischio maggiore – unito a quello di un sostanziale abbandono di esperienze di concorrenza positiva fra schemi di sostegno, sociale e di segno privatistico, questi ultimi gestiti da enti c.d. bilaterali – è che l’onere del finanziamento sembra in larga parte caricato sulle aliquote contributive dei lavoratori iscritti alla gestione separata INPS (collaborazioni a progetto).
marzo 27, 2012 alle 11:54
Mi rivolgo ancora a Luca, ovviamente tenendo ben presente che stiamo discutendo su un blog (compiendo quindi un necessario sforzo di sintesi) . Come si possono mettere sullo stesso piano i diritti dei lavoratori subordinati ed il diritto al lavoro (che è anche un dovere, non dimentichiamolo) con un presunto (ed inesistente) “diritto alla salvezza” o con il”diritto ad una laurea”? Ritengo ancora una volta che i presupposti delle tue tesi siano inaccettabili, intrisi di un forte antistatalismo. E’ vero che il mercato necessita di regole, ma esso non è un “valore”(e neppure “un’istituzione”,sarei cauto su questa definizione, si è parlato semmai dell’impresa quale istituzione, ma quest’assunto deve essere necessariamente problematizzato) ed in esso i diritti dei lavoratori assumono una pregnanza del tutto preminente.
marzo 27, 2012 alle 14:33
… dovere? E dove si fonderebbe il dovere al lavoro?
marzo 27, 2012 alle 14:58
come sarebbe a dire “dove si fonderebbe”??!?
è sempre stato così, nei gulag.
marzo 27, 2012 alle 14:53
Non sono il primo a sostenerlo, c’è un’ampia schiera di studiosi, anche risalenti nel tempo,si fonda ovviamente sull’art.4 Cost., uno dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale, il “principio lavorista”.
marzo 27, 2012 alle 16:14
Possibile che ci si scandalizzi se si parla di “dovere al lavoro”, evocando peraltro esperienze storiche drammatiche che nulla hanno a che fare con i contemporanei sistemi di democrazia sociale pluralista, così dimenticando l’art.4 Cost. (“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità o la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”)? Sebbene si stia discutendo su un blog sento il dovere di aggiungere che una parte autorevole degli studiosi ha sostenuto che dall’art.4, co.1, Cost. deriva la necessità di indirizzare l’attività dei pubblici poteri alla realizzazione di una politica di piena occupazione (v. pure tra le divrse pronunce Corte Cost., sent.n.248/1986), per il graduale assorbimento della disoccupazione e la creazione e la salvaguardia di posti di lavoro.
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