Source: https://renatodisa.com/2015/01/12/corte-di-cassazione-sezione-iii-sentenza-18-dicembre-2014-n-52511-in-caso-di-omesso-versamento-delle-ritenute-previdenziali-e-illegittimo-negare-conversione-in-pena-pecuniaria-presumendo-linsol/
Timestamp: 2017-12-13 20:37:15+00:00
Document Index: 122170349

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 18 dicembre 2014, n. 52511. In caso di omesso versamento delle ritenute previdenziali è illegittimo negare conversione in pena pecuniaria presumendo l’insolvibilità per il tipo di reato commesso
By Avv. Renato D'Isa on 12 gennaio 2015 • ( Lascia un commento )
sentenza 18 dicembre 2014, n. 52511
avverso la sentenza della Corte d’appello di CATANZARO in data 5/11/2013;
udite le conclusioni del Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. SPINACI Sante, che ha chiesto l’annullamento dell’impugnata sentenza, senza rinvio, per intervenuta prescrizione;
1. (OMISSIS) ha proposto personalmente ricorso avverso la sentenza della Corte d’appello di CATANZARO, emessa in data 5/11/2013, depositata in data 14/11/2013 che, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di COSENZA del 9/12/2009, riconosceva al ricorrente le circostanze attenuanti generiche, rideterminando la pena in mesi 2 di reclusione ed euro 600,00 di multa, per aver omesso, nella qualita’ indicata nell’imputazione, di versare alla sede provinciale INPS le ritenute previdenziali ed assistenziali operate nei riguardi dei lavoratori dipendenti dal mese di gennaio al mese di agosto 2004 (articolo 81 cpv. c.p. e Legge n. 638 del 1983, articolo 2, comma 1 bis, contestato come accertato in data 25 settembre 2007).
2. Con il ricorso proposto da (OMISSIS), viene dedotto un unico, articolato, motivo, di seguito enunciato nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex articolo 173 disp. att. c.p.p..
2.1. Deduce, con tale unico motivo, il vizio di cui all’articolo 606 c.p.p., lettera b), d) ed e), in relazione all’articolo 546 c.p.p., lettera e), comma 3 e per violazione degli articoli 3, 24 e 111 Cost..
In sintesi, la censura investe l’impugnata sentenza per essersi la Corte territoriale integralmente richiamata al decisum di prime cure; palese sarebbe la carenza motivazionale della sentenza che, richiamando asetticamente quanto affermato dal primo giudice, sarebbe incorsa nel vizio di illogicita’ manifesta avendo affermato che versare quanto dovuto all’INPS rappresenti un’ammissione di responsabilita’; analogamente illogica e contraddittoria sarebbe la sentenza nella parte in cui giustifica il diniego della sostituzione della pena detentiva in quella pecuniaria con la circostanza che, trattandosi di reati che dimostrano l’insolvibilita’ dell’imputato, non sarebbe consentita la sostituzione, senza peraltro considerare che l’imputato – come riconosciuto in sentenza – ha provveduto a versare quanto dovuto, ancorche’ in ritardo; Infine, si aggiunge, un ulteriore profilo di censura sarebbe costituito dalla mancanza della prova del materiale esborso delle retribuzioni, condicio sine qua non per la sussistenza del delitto contestato; non sarebbero sufficienti i prospetti riepilogativi INPS da cui si desume l’omesso versamento.
3. Il ricorso dev’essere accolto per le ragioni di seguito esposte.
4. Ed invero, non puo’ ritenersi manifestamente infondato il motivo di impugnazione con cui il ricorrente censura il diniego da parte della Corte territoriale della richiesta di sostituzione della pena detentiva nella corrispondente pena pecuniaria, diniego fondato sull’assunto che si tratterebbe di reato che dimostra l’insolvibilita’ del condannato.
Ed infatti, e’ stato gia’ chiarito autorevolmente dalle Sezioni Unite di questa Corte, sebbene con riferimento alla previsione dettata dalla Legge n. 689 del 1981, articolo 58, che la sostituzione della pena detentiva con quella pecuniaria e’ consentita anche in relazione a condanna inflitta a persona in condizioni economiche disagiate, in quanto la prognosi di inadempimento, ostativa alla sostituzione in forza della Legge 24 novembre 1981, n. 689, articolo 58, comma 2 (“Modifiche al sistema penale”), si riferisce soltanto alle pene sostitutive di quella detentiva accompagnate da prescrizioni, ossia alla semidetenzione e alla liberta’ controllata, e non alla pena pecuniaria sostitutiva, che non prevede alcuna particolare prescrizione (Sez. U, n. 24476 del 22/04/2010 – dep. 30/06/2010, Gagliardi, Rv. 247274). Lo stesso (OMISSIS), sul punto, ha poi puntualizzato che, nell’esercitare il potere discrezionale di sostituire le pene detentive brevi con le pene pecuniarie corrispondenti, il giudice deve tenere conto dei criteri indicati nell’articolo 133 c.p., tra i quali e’ compreso quello delle condizioni di vita individuale, familiare e sociale dell’imputato, ma non quello delle sue condizioni economiche.
L’aver negato la possibilita’ di ottenere la sostituzione della pena detentiva in quella pecuniaria richiamandosi alla natura dell’illecito che dimostrerebbe l’insolvibilita’ del condannato, poi, oltre a confliggere con l’abrogato della Legge n. 689 del 1981, articolo 60 (che, com’e’ noto, prevedeva una serie di esclusioni oggettive) – atteso che per le fattispecie di omesso versamento si introdurrebbe una presunzione di insolvibilita’ del reo che, non avendo provveduto a versare quanto dovuto allo Stato, si presume che in futuro non provvedere al pagamento di quanto dovuto a seguito della sostituzione della pena detentiva nella pecuniaria corrispondente – si risolve anche in una palese contraddizione con quanto dalla stessa Corte riconosciuto nell’impugnata sentenza, ossia l’aver il ricorrente provveduto, anche se in ritardo, al pagamento delle ritenute omesse, il che contrasta con la prognosi di insolvibilita’ affermata nel negare la richiesta sostituzione Legge n. 689 del 1981, ex articolo 53.
5. Detto vizio che inficia la sentenza impugnata imporrebbe a questa Corte – assorbiti tutti gli altri motivi, in quanto manifestamente infondati – l’annullamento con rinvio ad altra sezione della Corte territoriale; a cio’ osta, tuttavia, l’intervenuta estinzione del reato contestato, maturata alla data del 16 giugno 2012, peraltro antecedente alla stessa sentenza della Corte d’appello, in presenza di una causa di estinzione del reato, infatti, non sono rilevabili in sede di legittimita’ vizi di motivazione della sentenza impugnata in quanto il giudice del rinvio avrebbe comunque l’obbligo di procedere immediatamente alla declaratoria della causa estintiva (Sez. U, n. 35490 de. 28/05/2009 – dep. 15/09/2009, Tettamanti, Rv. 244275) Deve, quindi, disporsi l’annullamento senza rinvio per prescrizione.
Con tag:Presidente FIALE Aldo,reati in materia previdenziale,Relatore SCARCELLA Alessio
Corte di Cassazione, sezione I, sentenza 19 dicembre 2014, n. 26911. La nullità derivante dall’adozione d’una delibera di conferimento dell’incarico professionale non accompagnata dall’attestazione della necessaria copertura finanziaria può essere sanata attraverso la ricognizione postuma di debito da parte dell’ente locale, ai sensi dell’art. 24 del decreto-legge 2 marzo 1989, n. 66 (convertito, con modificazioni, nella legge 24 aprile 1989, n. 144), poi seguito dal d.lgs. n. 267 del 2000 (art. 191 e 194); tale dichiarazione, per contro, non rileva e non può avere alcuna efficacia sanante ove il contratto stipulato dalla P.A. sia privo della forma scritta. Il credito di chi ha fornito la prestazione od il servizio nei confronti della p.a. sussiste dunque direttamente nei confronti del funzionario. Questi, ove manchino i necessari adempimenti formali per la validità dell’impegno di spesa assunto dalla p.a., ne risponderà in proprio verso il privato fornitore. L’insorgenza del rapporto obbligatorio direttamente tra il fornitore e l’amministratore o il funzionario che abbia consentito la prestazione comporta l’impossibilità di esperire nei confronti del Comune l’azione di arricchimento senza causa, stante il difetto del necessario requisito della sussidiarietà. Pertanto, dopo l’introduzione della normativa di cui agli artt. 191 e 194 del D.Lgs. n. 267/2000, la questione del riconoscimento dell’utilità della prestazione può porsi di regola solo allorché siano il funzionario o l’amministratore responsabili verso il privato a proporre l’azione di cui all’art. 2041 cod. civ. nei confronti della P.A.