Source: https://www.diritto.it/la-parola-padre-si-riempia-di-paternita/
Timestamp: 2018-07-19 13:55:17+00:00
Document Index: 56568162

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 1176', 'art. 1176', 'art. 2028', 'art. 27', 'art. 30', 'art. 31', 'art. 37', 'art. 1', 'art. 8']

Abstract: L’Autrice scava l’essenza della figura e del ruolo del padre, attingendo da fonti giuridiche e metagiuridiche, per metterne in risalto la centralità nella crescita dei figli
“Mater semper certa est, pater nunquam”: la madre è sempre nota, il padre mai. Quest’antico adagio latino si adatta alla situazione di incertezza che, purtroppo, regna oggi nelle relazioni familiari. Gli scritti sulla materia non mancano e se ne può fare una lettura giuridica come linea di un percorso da seguire insieme, padri e non padri.
“Dentro i muri ogni famiglia diventa un teatrino privato. Un tempo i padri facevano l’impresario e il regista e lo scenografo e l’attore principale. Nessuno poteva uscire, anche se il repertorio era limitato ed era stato ripetuto così tante volte che tutti lo conoscevano a memoria” (dal romanzo “Pura vita” di Andrea De Carlo). Si è passati dal padre padrone al padre assente, sino alla “banca del seme”. “[…] il padre ha una funzione fondamentale ai fini della primaria costruzione dell’identità dei bambini, che si esplica dapprima nella differenziazione di genere, durante l’adolescenza, per proseguire da adulti nella relazione con l’altro sesso” (lo psicoanalista Roberto Pani, docente di Psicologia Clinica all’Università “Alma Mater Studiorum” di Bologna). “[…] il diritto del fanciullo di conservare la propria identità, nazionalità, nome e relazioni familiari” (art. 8 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). L’elenco dei diritti personalissimi comincia con “identità” e termina con “relazioni familiari” perché sono uniti in circolo (virtuoso o vizioso), quindi per l’identità di genere dei bambini si riconosca la paternità non come diritto dell’uomo ma come diritto dei bambini.
“Sentirmi chiamare papà, e da lontano, e in quella esposta porzione del mondo, in quella incerta dimensione del tempo dove la mia infanzia ancora galleggiava, quasi mi atterrì. Come un’accusa. Un richiamo all’ordine. Io – non altri – sono quelle due sillabe” (dal romanzo sugli adolescenti “Gli sdraiati” di Michele Serra). “Nell’adempiere l’obbligazione il debitore deve usare la diligenza del buon padre di famiglia” (art. 1176 comma 1 codice civile). Il genitore, “debitore di vita e di amore”, nell’adempiere la paternità, dovrebbe innanzitutto essere padre: la parola “padre” ha un’etimologia simile a quella della parola “pane”. Il padre, pertanto, dovrebbe essere il primo pane di bontà e della famiglia.
“Il padre educativo fa da sponda, argina le spinte regressive che riportano all’infanzia, contiene per far sì che il figlio prenda il largo, sappia utilizzare le sue risorse in funzione del coraggio e della capacità di affrontare la vita” (il pedagogista Daniele Novara). “Padre”, colui che protegge, nutre, mantiene, sostiene la famiglia. “Proteggere”, coprire avanti: il padre, pertanto, può e deve porre dei limiti che non siano limitazioni per i figli ma sollecitazioni per crescere, per elevarsi.
“Oggi più che mai c’è bisogno di padre. Un padre che abbia superato il padre padrone, sia uscito dalle secche del padre peluche e sia rinato come padre educativo, cioè capace di mettere delle regole quando i bambini sono piccoli, di negoziarle quando sono più grandi, non per avere qualche potere ma per costruire le condizioni entro le quali i figli sviluppino la propria autonomia” (il pedagogista Daniele Novara). Sarebbe il caso di riscrivere il contenuto dell’art. 1176 cod. civ. “Diligenza nell’adempimento” riferendolo alla famiglia: “Nel vivere le relazioni familiari e nell’adempiere il ruolo paterno, ogni padre deve usare la diligenza del buon padre di famiglia”. Ricordando che la diligenza è la capacità di separare, di scegliere e che le scelte devono essere ispirate dal e al bene dell’intera famiglia e non (solo) dei singoli membri.
“Sono molto lieto di avere un padre che si è occupato di godersi la vita per bene e non di accumulare. Mi ha dato tutte le possibilità che doveva, mi ha fatto studiare, mi ha dato credito illimitato per l’acquisto dei libri, mi ha fatto viaggiare. Mi dava una paghetta piccola ma sufficiente, naturalmente solo quando tagliavo l’erba, potavo gli ulivi, facevo lavori di vario genere. Per il resto non è vissuto certo standosene in poltrona e accumulando per i suoi due figli (ho una sorella e tre nipoti). Certo, se così avesse fatto, avrei risolto tutti i miei problemi economici, godendo nel futuro di immobili e risparmi. Ma non andrà così. Non ci ho neanche mai fatto affidamento (un po’ per orgoglio, un po’ per formazione)” (Simone Perotti, scrittore e navigatore). Essere padre non è solo dare il seme del concepimento ma anche i semi della vita, quali speranza, ottimismo, intraprendenza, ben-essere (“biofilia”, amore per la vita) e non attaccamento ai soldi, investimenti, alienazione nel lavoro o in hobby o, peggio, vizi, pessimismo, disfattismo (“necrofilia”, amore per le cose morte).
“Le ultime generazioni di padri, secondo me storicamente le migliori, pagano un prezzo carissimo alla violenza, intesa come vessazione complessiva, perpetrata per millenni sulle donne e sui bambini dal padre padrone. Il padre di oggi deve compensare quella voragine storica e ha trovato la strada più facile per farlo, che è quella di sottrarsi al ruolo paterno. Anzi, peggio, in molti casi si è messo sullo stesso piano dei figli, è diventato un compagno di giochi, un papà peluche e si è ritirato in panchina, spesso con la collusione delle mamme” (il pedagogista Daniele Novara). È necessario riaffermare l’identità paterna perché fondamentale nel processo d’identità dei figli, soprattutto dell’identità sessuale ed in particolar modo delle figlie. Luciano Doddoli nel libro “Lettere di un padre alla figlia che si droga”, alla fine della IX lettera alla figlia, scrive: “Ma io non voglio morire ai tuoi occhi. E me ne sto qua tutto solo tentando di reinventare il padre e la figlia che non fummo mai”. La relazione padre-figlia, la più determinante, perché il padre non sia padre mancato e la figlia non sia donna mancata.
“La figura di padre affettuoso, empatico, accudente, fisicamente vicino non è mai esistita nella storia dell’umanità; per millenni, praticamente dai tempi dei greci e dei romani e fino agli anni ’70, i connotati fondamentali del padre sono stati l’autorità e il potere. Siamo di fronte a una svolta epocale di vastissime proporzioni” (Maurizio Quilici, fondatore dell’Istituto di studi sulla paternità). Ogni padre si ricordi di essere “gestore degli affari altrui”. In altre parole, parafrasando l’art. 2028 del codice civile si potrebbe dire che il padre è chi, senza esservi obbligato, se non per amore, assume scientemente la gestione di un affare altrui, un progetto di vita, ed è tenuto a continuarla e a condurla a termine finché il figlio non sia in grado di provvedervi da se stesso, mettendosi nei suoi panni e interpretando i suoi disegni. È questa la grande scoperta dell’empatia paterna, purché non porti ad una eccessiva femminilizzazione della figura paterna.
“Il vero guaio dei nostri giovani siamo noi adulti che non siamo mai diventati tali. Ho conosciuto tanti padri. Molto bravi a sviluppare il personaggio del loro figlio, ma non a tirarne fuori e ad accompagnarne la vera identità. Certo, aiutare un figlio a costruirsi una propria identità piena di valori da vivere e da trasmettere è una fatica immane. Anche perché abbiamo dimenticato che si cresce, tutti, nella misura in cui ci si assume qualche responsabilità, si ama la fatica e si soffre. Oggi, invece, i padri hanno paura” (don Antonio Mazzi, autore di “Stop ai bulli. La violenza giovanile e le responsabilità dei padri”). “[…] il diritto di ogni fanciullo ad un livello di vita sufficiente atto a garantire il suo livello fisico, mentale, spirituale, morale e sociale” (art. 27 par. 1 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). Lo sviluppo integrale della personalità dei figli è responsabilità di entrambi i genitori, ma in particolare del padre, “colui che protegge, sostiene, mantiene”, che ha il peculiare compito di mediazione con la madre e con la società, soprattutto durante la delicata fase dell’adolescenza: “Un’età temuta, poco conosciuta, sottovalutata. È in questo momento, invece, che i ragazzi vengono al mondo una seconda volta. Una seconda nascita data non più dalle madri, ma dai padri” (don Antonio Mazzi). La funzione del padre è insita nello spermatozoo: alla madre tocca partorire, al padre far partire la vita.
“Il padre che si presenta all’orizzonte non ha più una fisionomia certa, è vero, ma ha tante possibilità di vita e di relazione accanto ai figli. È un padre senza potere, ma con l’autorità della sua storia, del suo affetto, della sua vicinanza. È un padre che guida per portare alla libertà. Un padre, per dirla con le parole di Pietropolli Charmet, «empatico, tenero, che vive commosso lo spettacolo della crescita dei propri figli: uno dei pochi motivi per cui valga la pena vivere»” (la giornalista Giulia Cananzi). Presenza, autorità, diligenza, relazione, empatia: padre. Questo il per-corso della paternità da intraprendere verso il figlio e con il figlio.
“Negli ultimi decenni, e per la prima volta nella storia, il ruolo del padre è in crisi. Il nuovo padre non ha più punti di riferimento: si sente diviso tra tenerezza e regole, tra autorità e impotenza, spesso alle prese con figli fragili, distanti e all’apparenza apatici. Una grande sfida, che chiede ai padri d’essere accanto ai figli in modo nuovo, pieno e significativo” (la giornalista Giulia Cananzi). La grande sfida per un padre d’oggi è proprio quella di stare accanto ai figli, come quando s’accompagnava o s’accompagna una figlia all’altare.
“È il padre che ha il compito, più di altri, di spalancare relazioni, di disegnare orizzonti positivi, di accordare i vari strumenti trasformando il raglio in melodia” (don Antonio Mazzi). Nella Costituzione si parla prima di “ricerca della paternità” (art. 30 comma 4) e poi della protezione della maternità e dell’infanzia (art. 31 comma 2 e art. 37 comma 1). Padre e madre, quindi, e non genitore 1 e genitore 2. Tra i diritti da prevedere per chi non è ancora nato c’è quello di crescere, per quanto le circostanze della vita lo consentiranno, con una mamma e un papà (dalle parole della psicologa Silvia Vegetti Finzi su “Il Corriere della Sera” del 2 gennaio 2013, pensiero condiviso, tra gli altri, dallo psicologo Fulvio Scaparro). Fra i vari riferimenti legislativi, rimane esemplare la locuzione dell’art. 1 lettera a della legge 405/1975 istitutiva dei consultori familiari: “[…] preparazione alla maternità ed alla paternità responsabile”.
“Il primo miracolo, cui i genitori non sono, di solito, sufficientemente attenti, è la trasformazione del genitore in nonno/a. Il piccolo non conosce tutte le ferite, incomprensioni, ostacoli e durezze che sono intercorse tra il papà o la mamma e il suo antico genitore: per lui quel vecchio/a è semplicemente un nonno/a. E gli gira attorno, lo esplora, magari gli salta in braccio: e tira fuori (inconsapevolmente) quella parte dell’antico padre (e dell’antica madre) che non era mai saltata fuori, per le vicende della vita” (i coniugi Mariateresa Zattoni e Gilberto Gillini, pedagogisti e consulenti per la famiglia). La “nonnità” non deve essere solo una rivendicazione giuridica da parte dei genitori quando sono in difficoltà economiche o da parte dei nonni quando viene loro negato vedere i nipoti, ma è una delle relazioni familiari fondamentali che costituiscono l’identità del bambino (art. 8 Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia). In ciò gioca un ruolo rilevante la mediazione paterna.
La paternità è frutto di “ricerca” (da “ri-cercare”, tornare a cercare) e ciò può avvenire solo in seno ad una sana relazione d’amore. “Al di là dell’elemento del dare, il carattere attivo dell’amore diviene evidente nel fatto che si fonda sempre su certi elementi comuni a tutte le forme d’amore. Questi sono: la premura, il rispetto, la responsabilità e la conoscenza. […] Amore è interesse attivo per la crescita di ciò che amiamo. Là dove manca questo interesse, non esiste l’amore” (lo psicoanalista e sociologo tedesco Erich Fromm in “L’arte di amare”). Attivo significa adulto, perché la paternità è l’espressione massima dell’adultità di un uomo, grazie ad una donna, insieme ad una donna.