Source: http://www.coessenza.org/news190-verit%C3%A0-sulla-Jolly-Rosso-ora-il-tribunale-gli-d%C3%A0-ragione-assolto-Francesco-Cirillo-190.htm
Timestamp: 2019-06-19 06:45:10+00:00
Document Index: 17309592

Matched Legal Cases: ['art. 595', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 21', 'art 10', 'art. 595', 'arti 409']

verità sulla Jolly Rosso, ora il tribunale gli dà ragione: assolto Francesco Cirillo
- esulta la Coessenza -
lo scrittore assolto nel processo per la querela della società Messina -
Ci sono due modi possibili di raccontare il presente: si può vivacchiare ingabbiando sul monitor pensieri scritti da altri, oppure cercare di liberare la realtà dagli incubi e dai mostri del nostro tempo.
In Calabria, sommersi come siamo da mafie, devastazione ambientale, precarietà perpetua, multinazionali predatrici, massonerie più o meno occulte e politicanti parassiti, il giornalismo o è d’inchiesta o non è giornalismo.
Se in due anni abbiamo scelto di pubblicare tre libri di Francesco Cirillo, è solo perché riteniamo faccia parte di una specie in via d’estinzione, quella degli scrittori indipendenti, dei rompiscatole, dei mediattivisti. Non è un caso che da sempre Francesco è costretto a rimbalzare da un tribunale all’altro di questa regione per difendersi da querele e processi intentati contro le inchieste che pazientemente costruisce. Più che di semplici denunce, si tratta di attacchi intimidatori veri e propri. È significativo che a querelarlo sono sempre soggetti in qualche modo legati ai poteri e agli interessi più forti. Ed è altrettanto interessante il fatto che negli ultimi mesi ci sono pervenute da tutta Italia numerose richieste d’acquisto dei suoi libri.
Abbiamo accolto con viva soddisfazione la notizia dell’assoluzione di Cirillo nell’ennesimo procedimento a suo carico, scaturito da una querela. Stavolta Francesco ha sparato davvero in alto, andando a svolgere la sua controinchiesta su una delle vicende più delicate degli ultimi anni, quella delle navi dei veleni.
Restano ancora senza risposta le domande di verità poste da lui e da quanti amano la nostra terra. Le uniche certezze derivano dalle conclusioni alle quali Cirillo e pochi altri sono pervenuti, attraverso un lavoro d’indagine certosino e capillare. Un tempo erano solo Francesco e pochi altri “pazzi” a raccontare questa e tante altre storie dimenticate. Oggi sappiamo che il fiume Oliva, nei pressi di Amantea, scorre su 100mila metri cubi di scorie industriali. Lo ha accertato la magistratura. Resta da capire quali siano le reali cause dell’altissimo livello di radioattività rilevato nella zona. In proposito, l’ISPRA e l’ARPACAL, chiamate dalla procura della Repubblica di Paola a dare una risposta ufficiale, non la pensano allo stesso modo. E al momento nessuno riesce a fornire un’interpretazione univoca delle perizie effettuate su quei terreni. Eppure sarebbe importante, per la salute di intere popolazioni, per la verità storica e la giustizia, arrivare ad una conclusione certa. Così come rimane determinante trovare una risposta alla domanda: “perché fu archiviata agli inizi degli anni novanta l’inchiesta sulla Jolly Rosso?”.
Una cosa è certa: finché in giro ci saranno persone come Cirillo, avremo un barlume di speranza. Soprattutto, potremo star certi che queste pagine nerissime della nostra storia recente, non finiranno nel dimenticatoio.
Perché “i pazzi aprono le vie che i savi percorrono”.
Cosenza, 1 luglio 2011
Assolto il giornalista ambientalista Francesco Cirillo dal reato di diffamazione
Il Tribunale di Paola , giudice per l’indagine preliminare Carmine De Rose ha archiviato la richiesta fatta dalla società Messina contro il giornalista ambientalista Francesco Cirillo per un articolo pubblicato sul sito www.sciroccorosso.org nel 2009. Nell’articolo Francesco Cirillo ripercorreva la storia delle navi a perdere a seguito della richiesta di archiviazione che il Pm Francesco Greco aveva fatto nel 2009, lamentandosi per tale richiesta , che ad avviso di Cirillo non era suffragata da prove certe e sperando che tale richiesta di archiviazione venisse respinta. La società Messina, proprietaria della motonave Rosso che nel 1990 si spiaggiò sulla spiaggia di Formiciche si sentì diffamata e querelò il giornalista in base all’art. 595 comma 1 e III. Il Pm Antonella Lauri già il 7 agosto del 2010 aveva disposto per l’archiviazione, verso la quale la società Messina produsse opposizione e chiedendone il rinvio a giudizio per Francesco Cirillo.
Francesco Cirillo è difeso dall’avv.Natalia Branda, la quale si è ritenuta completamente soddisfatta dalla sentenza del giudice Carmine De Rose GIP del Tribunale di Paola. Nella sentenza il giudice De Rose scrive a proposito dell’articolo che lo stesso “ abbia un contenuto in prevalenza valutativo (negativamente) ed illustrativo dei vari approcci succedutisi, in una prospettiva diacronica e storica, attorno alla vicenda della nave spiaggiatasi in località “Le Formiciche” di Amantea nel lontano dicembre 1990 e si sviluppi nell’ambito di una polemica intensa e salace sull’operato delle Istituzioni tutte, addicendo a base delle proprie teorie e dei propri ragionamenti gli indiscussi ed indiscutibili elementi contraddittori emersi nell’ambito delle varie inchieste, giudiziarie e di Commissione Parlamentare, aperte nel corso del tempo, inferendone conclusioni in alcuni tratti fin troppo ardite ed al limite della temerarietà, ma suffragate, nella loro visione criticistica, da rilevanti circostanze fattuali, di cronaca e di evidenza giudiziaria che non possono ignorarsi da alcuno “ . Ed ancora a proposito dello scritto il GIP Carmine De Rose scrive: Il testo dell’articolo appare sì diretto a ribadire con forza le proprie tesi, contrapposte in alcuni tratti alle versioni ufficiali, ma lo fa, a parere di questo Giudice, senza trascendere in attacchi personali finalizzati all’unico scopo di aggredire la sfera morale della dirigenza della società armatrice della motonave; invero l’integrale contenuto del documento, unitariamente considerato, rientra nell’alveo della già menzionata scriminante del diritto di critica che fra l’altro, a differenza di quanto si verifica con riguardo al diritto di cronaca (pure correttamente esercitato dal Cirillo per larghi tratti dello stesso articolo), non richiede una formulazione riferita a precisi dati fattuali (cfr. Cass., Sez. V°, 20.03.2007 n. 116626).
Piena soddisfazione, per l’avvenuta archiviazione viene dal giornalista Francesco Cirillo che dichiara : ” Intanto devo ringraziare l’avv. Natalia Branda che come al suo solito ha dimostrato grande professionalità e conoscenza diretta della materia del reato di diffamazione. La società Messina ha subìto l’ennesima sconfitta in questo campo , dopo l’archiviazione fatta dal Tribunale di Genova ai membri del “Comitato Natale De Grazia” di Amantea. L’arroganza di questa società nei confronti di quei giornalisti che ancora vogliono e cercano la verità su quanto avvenuto in quella tragica notte del 13 dicembre del 1990 ha subito un enorme stop. Io spero ancora che si possano riaprire, anche alla luce di nuove testimonianze raccolte nell’ambito della Commissione sui rifiuti presieduta dall’on. Gaetano Pecorella , tutte le inchieste che validi magistrati hanno fatto negli anni passati sul traffico dei rifiuti tossici e sulle navi affondate nei mari del mediterraneo ed accertate una per una dalle Capitanerie di Porto e dai nuclei della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, così come spero che le dichiarazioni del pentito di mafia Fonti possano di nuovo essere prese in considerazione affidando le ricerche a navi oceanografiche dotate di tecnologie moderne atte a monitorare e studiare metro per metro i fondali del nostro mare. Grazie a questo processo ho avuto modo di poter consultare tutta l’indagine relativa alle “navi dei veleni” nel mare della Calabria fatte sin dal 1987 dalle procure di Reggio Calabria e di Paola , e posso dire con documenti alla mano che in questa enorme inchiesta ci sono tutte le prove e non solo gli indizi sul traffico di veleni avvenuto in quegli anni. Prove suffragate dalle indagini fatte dal capitano Natale De Grazia e da tutto il pool che per anni ha seguito passo passo i movimenti delle navi in partenza dai porti di Genova e La Spezia e dirette ufficialmente in Libano o in Somalia, dove spesso mai giungevano perdendosi in misteriosi naufragi o improbabili sparizioni”.
Nr. 2847/2009 R.G.N.R. Nr. 2278/2010 R.G.G.I.P.
ORDINANZA DI ARCHIVIAZIONE artt. 409 e ss. c.p.p.
Il Giudice, dott. Carmine DE ROSE,
letti gli atti relativi al procedimento sopra specificato nei confronti di CIRILLO
Francesco, per il reato di cui all’art. 595, commi I e III in c.p.;
esaminata la richiesta di archiviazione depositata dal P.M. in data 23.10.2010;
letta l'opposizione presentata in data 24.09.2010 dall'Avv. Pasquale Tonani del Foro di Genova nell'interesse di Messina Paolo, p.o. dall'ipotizzato reato;
udite le conclusioni espresse dalle parti (e riportate nel relativo verbale) all'udienza
camerale del 13.04.2011;
Appaiono condivisibili le argomentazioni espresse dal P.M. in richiesta di archiviazione, le quali vanno considerate come integralmente trasposte nel presente provvedimento.
Invero, la vicenda relativa all'articolo pubblicato dall'indagato sul sito
www.sciroccorosso.org, dal titolo "Jolly Rosso: inchiesta a perdere. Tutto archiviato", reperito sul web dal querelante in data 22.04.2009, intersecantesi con la più ampia e vasta vicenda che ormai da oltre un ventennio vede diverse Procure della Repubblica, Commissioni Parlamentari di inchiesta, Associazioni Ecologiste ed organi di stampa nazionali ed internazionali occuparsi della "querelle" sulla presenza o mano nei litorali e nell'entro terra calabrese prospiciente gli stessi, di rifiuti tossici, radioattivi e pericolosissimi, smaltiti illecitamente nel quadro di un traffico internazionale coinvolgente (in ipotesi) servizi segreti deviati, criminalità organizzata e faccendieri vari, in questa sede deve essere necessariamente ricondotta a strette pertinenze in fatto e diritto sul contenuto diffamatorio o meno dello stesso articolo, per cui i contrappunti fattuali e giuridici sui pregressi procedimenti giudiziali e sulle pregresse attività, istituzionali e non, riguardanti l'episodio dello spiaggiamento della motonave "Jolly Rosso", in proprietà alla società armatrice gestita dall'opponente, devono necessariamente fungere
da sfondo in tal senso, prescindendosi da strette valutazioni attorno alla loro integrale fondatezza storica ed alla loro veridicità intrinseca.
In tale quadro può dirsi fin da ora che il contenuto dell'articolo in questione non pare a questo Giudice essere connotato dagli elementi strutturali di cui all'art. 595 c.p.
direttamente riferibili alla società armatrice o ad altri specifici e ben individuati soggetti che abbiano operato all'interno della complessa vicenda, apparendo invece qualificabile come una vera e propria "lamentatio", contenuta nell'alveo del compiuto esercizio di un diritto di critica, non esente, per come si dirà, esso stesso, sotto alcuni profili metagiuridici, da rilievi critici (per i toni qua e là connotati da eccessiva sicumera e tracotanza giornalistica), ma non travalicante comunque nell'alveo disposto dalla norma penale ipotizzata.
Ciò premesso, si rileva come il documento "incriminato" abbia un contenuto in
prevalenza valutativo (negativamente) ed illustrativo dei vari approcci succedutisi, in una prospettiva diacronica e storica, attorno alla vicenda della nave spiaggiatasi in località "Le Formiciche" di Amantea nel lontano dicembre 1990 e si sviluppi nell'ambito di una polemica intensa e salace sull'operato delle Istituzioni tutte, addicendo a base delle proprie teorie e dei propri ragionamenti gli indiscussi ed indiscutibili elementi contraddittori emersi nell'ambito delle varie inchieste, giudiziarie e di Commissione Parlamentare, aperte nel corso del tempo, inferendone conclusioni in alcuni tratti fin troppo ardite ed al limite della temerarietà, ma suffragate, nella loro visione criticistica, da rilevanti circostanze fattuali, di cronaca e di evidenza giudiziaria che non possono ignorarsi da alcuno. Se infatti non possono minimamente esser messi in discussione la correttezza istituzionale, la piena fondatezza giuridica e l'equilibrato esercizio dei propri doveri-poteri giudiziari da parte del PM richiedente l'archiviazione di cui si lamenta
l'indagato giornalista (in verità riconoscendo piena obiettività e scrupolosità al PM in
questione nella gestione dell'inchiesta), così come del solerte ed encomiabile Magistrato di questo Ufficio che ha poi accolto tale richiesta, archiviando definitivamente, con provvedimento emesso in data 12.05.2009, il procedimento apertosi per il "caso Jolly Rosso", è pur vero che, sia pur non sufficienti a sostenere un concreto, proficuo e vittorioso (per l'ipotesi d'accusa) esercizio dell'azione penale, diversi elementi contradditori e forieri di ammissibili e giustificabili spunti critici, nell'ambito della complessiva vicenda, emergono certamente e su essi appare concentrarsi l'attenzione dell'indagato nell'articolo oggetto del presente procedimento, con tutto quello che ne consegue in termini di legittimo esercizio del diritto di critica.
Il testo dell'articolo appare sì diretto a ribadire con forza le proprie tesi, contrapposte in alcuni tratti alle versioni ufficiali, ma lo fa, a parere di questo Giudice, senza trascendere in attacchi personali finalizzati all'unico scopo di aggredire la sfera morale della dirigenza della società armatrice della motonave; invero l'integrale contenuto del documento, unitariamente considerato, rientra nell'alveo della già menzionata scriminante del diritto di critica che fra l'altro, a differenza di quanto si verifica con riguardo al diritto di cronaca (pure correttamente esercitato dal Cirillo per larghi tratti dello stesso articolo), non richiede una formulazione riferita a precisi dati fattuali (cfr. Cass., Sez. V°, 20.03.2007 n. 116626).
La continenza espositiva del giornalista, riferita a dati fattuali che, sia pur ritenuti non bastevoli in ambito giudiziario per sostenere un'accusa in giudizio, ontologicamente rappresentano una base storica valutabile in termini di esercizio della libertà di pensiero e di valutazione in ordine a determinati accadimenti (dichiarazioni a s.i. smentite e contraddette, atti di commissione di inchiesta, reati ritenuti sussistenti benché prescritti, risultanze di P.G. su movimenti "sospetti" nell'area dopo lo spiaggiamento della nave, inoppugnabili dati statistici su livelli di inquinamento e morti per tumore nelle aree limitrofe allo stesso spiaggiamento), deve ritenersi pienamente sussistere nel caso di specie.
Se pure le conclusioni cui perviene il Cirillo, muovendo dal raffronto fra i dati così
emersi, appaiano in certo modo azzardate ed eccessivamente polemiche, l'intero contesto dell'articolo non scade nel diffamatorio e nella precipua aggressione alla sfera morale del querelante e dei vertici della società da lui rappresentata, unico bene giuridico protetto dalla ipotizzata norma incriminatrice e punto di riferimento per l'odierna statuizione, poiché invero illustrativo di una situazione più "ad ampio raggio" in ordine alle doglianze dell'indagato, che nel complessivo contesto devono ritenersi frutto ed esercizio della libertà di pensiero costituzionalmente garantita; d'altro canto, l'art. 21 Cosi, analogamente all'art 10 CEDU, non protegge unicamente le idee favorevoli o inoffensive o indifferenti, essendo al contrario principalmente rivolto a garantire la libertà proprio delle opinioni che -"urtano, scuotono o inquietano", con la conseguenza che di esse non può predicarsi
un controllo se non nei limiti della continenza espositiva che, una volta riscontrata (come nel caso di specie), integra l'esimente del diritto di critica (cfr. sul punto, ex plurimis, Cass. Pen., Sez. V n. 25138 del 21.02.2007).
Inferire, come fa parte opponente, dall'utilizzo dell'espressione "nave maledetta" da parte del giornalista una precisa lesione dell'onore e della reputazione della società armatrice, non è giuridicamente e fattualmente fondato, non quando in tutto il contesto dell'articolo emergono altri elementi, suffragati da dati di fatto, giudiziali e non, che gettano quantomeno dubbi significativi (per una collettività indifferenziata) sull'effettivo svolgimento della vicenda; invero il Cirillo non tira mai direttamente in ballo i vertici della società "Messina" nel contesto dell'articolo, pur sollevando diversi dubbi sulla correttezza dell'operato di molti dei soggetti coinvolti nella vicenda storica, (e questo Giudice ha ben presente il pacifico fatto che anche espressioni dubbiose, ambigue, sobillanti e melliflue possano integrare l'effetto diffamatorio invocato da parte opponente), e proprio il riferimento dello stesso giornalista a precisi e puntuali fatti storici, dal significato ambiguo e contraddittorio, emersi nel corso degli anni, vale a rendere continenti, nell'intero contesto dell'articolo "incriminato", le espressioni usate e le critiche rivolte, anche quando la descrizione a volte forzata ed ideologicamente orientata dei fatti, alcuni dei quali meramente supposti da parte del Cirillo, lasci intendere profili di potenziale diretta offesa all'onore della società armatrice.
Ulteriori espressioni usate dal giornalista, quali il riferimento all'eroe dei fumetti Dylan Dog, per colorire le accorate lamentele esternate in quella sede, invero evidenziano meglio di ogni altra interpretazione il comprensibile "amaro in bocca" lasciato al Cirillo dal complessivo evolversi della vicenda, che se pur non giustifica da un punto di vista dell'assoluta verità (tenendo inoltre ben presente che quella giudiziaria ha dei limiti, dati dalle strutture processuali e dalle regole istituzionali 5
che ne governano l'azione), le azzardate ed estreme conclusioni ipotetiche cui
perviene e delle quali l'intero articolo è permeato, di certo esime l'indagato da
profili diffamatori nell'enunciazione delle proprie pur ardite tesi.
Il fatto di reato denunciato, pertanto, non integra in alcun modo la fattispecie di cui
all'art. 595 c.p., ma deve essere considerato, al contrario, come legittima espressione del diritto di libera manifestazione del pensiero.
Occorre, inoltre, osservare come la persona offesa abbia indicato, nell'atto di
opposizione, profili di attività investigativa "integrativa" palesemente ultronei ed
inconferenti, in relazione ai fatti descritti e sottoposti a critica dal giornalista, che
oltre ad essere alquanto generici, appaiono del tutto superflui ed irrilevanti, in
quanto inidonei ad incidere sugli elementi sopra indicati (sul concetto di irrilevanza
nel tema in questione cfr., ex plurimis, Cass. Pen., Sez. V n.23875 del 07.04.2003),
attesa la ritenuta infondatezza, già evidenziata dal PM richiedente l'archiviazione,
della notizia di reato, non consentendosi tramite tale attività, peraltro,
l'acquisizione di nuovi elementi utili per la prosecuzione delle indagini.
Ritenuto, dunque, che appare opportuno disporre l'archiviazione del presente
visti gli arti 409, 411 c.p.p.
dispone l'archiviazione del procedimento ed ordina la restituzione degli atti al P.M. in sede.
Paola, 06.06.2011
Dott. Carmine De Rose
ECCO DI SEGUITO L’ARTICOLO INCRIMINATO uscito il 14 febbraio del 2009 su
MEZZOEURO e su www.sciroccorosso.org
Jolly Rosso: inchiesta a perdere. Tutto archiviato.
Va bene, non è successo niente. E’ stata un allucinazione di massa la Jolly Rosso. Centinaia di articoli, inchieste, foto, video, filmati a ripetizione, morti di leucemia, morti misteriose, tutto è stato frutto di fantasia di carabinieri, indagatori vari e naturalmente dei giornalisti e scrittori vari.
L’ultimo , Carlo Lucarelli che in un libro , anche se pieno di inesattezze, da poco nelle librerie “Navi a perdere” della casa editrice verde-nero, cerca di squarciarne il velo del mistero.
A questo punto le prossime volte si occuperà della Jolly Rosso esclusivamente Dylan Dog
“l’indagatore dell’incubo” in uno dei suoi celebri fumetti. La decisione dell’archiviazione è stata presa la settimana scorsa dal Pm Francesco Greco che per diversi anni ha lavorato alacremente attorno a tutto ciò che potesse riportare alla verità sulla nave dei misteri, senza trascurare assolutamente nulla. Nella richiesta di archiviazione il pm Francesco Greco ha scritto che “ritenuto che a seguito delle indagini di questo ufficio sono stati accertati ulteriori reati e conseguentemente sono stati messi provvedimenti di stralcio ( in atto nel fascicolo); che da tutta questa notevole attività di indagine in considerazione che non sono emersi elementi chiari di collegamento tra il rinvenimento dei materiali trovati in località Foresta ( diossina,pcb e metalli pesanti) e la motonave Rosso, ovvero altri elementi certi tesi a dimostrare l’accusa di naufragio doloso al fine di lucrare la compagnia assicurativa in considerazione anche del notevole tempo trascorso per l’acquisizione di prove certe; considerata la complessa attività d’indagine e l’acquisizione di atti in numerose regioni del territorio italiano che non ha evidenziato elementi
di reità utili ed idonei per sostenere l’accusa in giudizio; rilevato inoltre che per reati accertati all’epoca dei fatti a carico di pubblici ufficiali e militari sono da considerarsi già ampiamente estinti per prescrizione; chiede che il giudice per le indagini preliminari voglia disporre l’archiviazione del procedimento e ordinare la restituzione degli atti al proprio ufficio”.
Fine della storia ? Ancora non possiamo dirlo in quanto il Gip potrebbe respingere tale richiesta. Ci sono alcuni sindaci della costa tirrenica tra i quali il sindaco di Longobardi, Aurelio Garritano che ha presentato al Gip competente una memoria che se presa in considerazione potrebbe tenere aperte le indagini. Lo stesso sindaco ha chiesto all’on.Versace di intervenire a livello parlamentare perché l’inchiesta non venga archiviata. Ed anche la Legambiente, attraverso il suo avvocato Rodolfo Ambrosio del foro di Cosenza, sta valutando l’ipotesi di presentare una memoria per mantenere aperte le indagini ed opporsi all’archiviazione. Ma i dubbi comunque restano lo stesso ed i dubbi sono dubbi che provengono da fatti e non da sensazioni, che sicuramente non tranquillizzano tutti i cittadini che vivono in quell’area investita dai rifiuti
tossici certamente scaricati dalla nave maledetta. Dobbiamo , comunque, dare atto al Pm
Francesco Greco di essersi assunto la responsabilità di continuare ad indagare su una vicenda che era stata frettolosamente chiusa. Gli errori, le omissioni, le stranezze sono avvenute tutte all’inizio della vicenda, nel lontano 14 dicembre del 1990 e a nostro parere le responsabilità ricadono tutte in questa prima indagine. Responsabilità veramente gravi che dimostrano come attorno alla Jolly Rosso si siano mosse una serie di personaggi, che vanno da agenti dei servizi segreti a mafiosi della costa tirrenica, che hanno fatto di tutto per coprire un errore grossolano fatto da chi avrebbe voluto che la nave affondasse. La nave invece non affondò. Fu la seconda nave a non affondare. La prima finì sulle spiagge della Tunisia. Questa finì sulle spiagge di Campora S. Giovanni e si fece di tutto per archiviare subito la vicenda. Un inchiesta che durò solo pochi mesi, molto superficiale, frettolosa, che diede subito il via alla demolizione della nave, facendo così sparire tutte le tracce possibili ed immaginabili su cosa davvero fosse stato il carico, sparito comunque in una sola notte. Da quella notte come scrisse il responsabile della Legambiente Nuccio Barillà iniziarono una serie di intimidazioni che fecero ritrattare diverse testimonianze che a caldo avevano confermato la pericolosità di quanto vi era all’interno di quella maledetta nave.
“Ci sono persone che coraggiosamente collaborano e altre che hanno strani ripensamenti» disse Barillà. L'esempio più evidente è quello di un testimone fondamentale, qui senza nome per ragioni di sicurezza, interrogato dai carabinieri lo scorso 17 febbraio. In quell' occasione spiegò come due mesi dopo lo spiaggiamento della Rosso fossero stati portati nottetempo nella discarica pubblica di Grassullo, comune di Amantea, rifiuti della motonave «senza alcuna scorta della Guardia di Finanza o dei vigili urbani». La stessa persona, alla quale in seguito andò a fuoco un capannone agricolo, davanti alla Commissione ha negato tutto. Strano, ma non raro. Un simile comportamento è stato tenuto da un altro testimone del caso Rosso: il marinaio Giuseppe
Scardina, imbarcato sulla motonave Rosso durante l'ultimo viaggio. "L'espresso" nella sua
inchiesta ha pubblicato la deposizione del cuoco di bordo Ciro Cinque, il quale diceva: «Ho il sospetto che nel carico ci fosse qualcosa che doveva affondare con tutta la nave», aggiungendo che Scardina avrebbe commentato: «Tu hai ragione, quello che hai detto è la verità, però io non mi possono mettere contro la Messina: ho bisogno di lavorare». Lo stesso Scardina, ha smentito tutto poco dopo: «Ero imbarcato sulla Rosso al tempo del naufragio», ha scritto in una lettera ai suoi superiori, «conoscevo il cuoco, ma non ho mai detto ciò che riporta il giornale». A questo punto "L'espresso" è andato a rileggere cosa il marinaio Scardina dichiarava il 7 giugno 1997 alla Guardia di Finanza sulle condizioni della motonave e sullo scopo del viaggio: «Quando siamo partiti da La Spezia con la motonave Rosso la nave era sbandata di due-tre gradi sul lato
sinistro, e quando prendeva mare lo sbandamento aumentava», diceva: «Tale sbandamento era causato dal fatto che le valvole delle zavorre non mantenevano, quindi perdevamo acqua e non mantenevamo la zavorra. La nave », continuava il marinaio, «era in pessime condizioni, tant'è che il marinaio Borrelli arrivati a Napoli da La Spezia volle sbarcare a ogni costo. Anzi, ricordo che mi disse: "Scardina, questa nave non mi piace, so che va ma non so se ritorna". Ricordo pure che a Napoli diede 50 mila lire al medico affinché gli facesse un certificato per sbarcare. Era in ottima salute, sicuramente stava meglio di me». In Calabria funziona così. Se la gente parla vuol dire che il fatto criminoso è un fatto “normale”. Una questione amorosa, una vecchia lite, e tutti
allora collaborano con la giustizia. Ma se si crea il vuoto attorno ad un indagine vuol dire che c’è la ‘ndrangheta in mezzo. La popolazione avverte il pericolo prima di ogni inchiesta giudiziaria. E quel traffico di camion durante la notte, di cui si è sempre parlato, che dalla nave trasportò materiale nelle discariche di Grassullo e Foresta,evidentemente , appartenevano ad una ditta in odore di mafia. E se c’è una ditta di mafia che fa questo trasporto vuol dire che c’è la mafia di mezzo, ed allora è meglio farsi i fatti propri. D’altra parte il famoso pentito di mafia che accusa il clan di Franco Muto a Cetraro, di essere responsabile di ben tre affondamenti di navi lungo la costa tirrenica la dicono lunga su chi fosse interessato al silenzio. E così fu. La prima inchiesta diede quindi il colpo finale a tutta la vicenda. La frettolosità per cui si arrivò alla sua archiviazione dopo solo tre mesi dallo spiaggiamento la dice lunga.
Ecco cosa scriveva la Gazzetta del Sud il 20 giugno 1991, a firma del giornalista paolano Gaetano Vena.
QUASI COMPLETATA L’OPERAZIONE DI DEMOLIZIONE DELLA "ROSSO".
Amantea: Nessun materiale nocivo all’interno dei container trasportati dalla nave
arenata .Si sta quasi completando ad Amantea, l'operazione di demolizione della grossa nave da carico "Rosso" della società Ignazio .Messina Spa di Genova, che proveniente da Malta e diretta a La Spezia, si arenò sulla spiaggia in località "Le Formiciche" il 14 dicembre dello scorso anno per una violenta tempesta di mare: All'atto dell'insabbiamento del cargo nella zona si era creato un falso allarme facendo supporre che trasportasse container con materiale inquinante mentre gli stessi container da quanto è risultato dall'inchiesta giudiziaria contenevano vettovaglie varie tra cui sostanze alimentari e generi di consumo. L'inchiesta è stata diretta dal sostituto procuratore della Repubblica di Paola, dott. Fiordalisi e coordinata dal comandante in seconda della capitaneria di .porto di Vibo Valentia, capitano di fregata Giuseppe Bellantoni. Il fatto, però, che per oltre sei mesi il relitto è rimasto arenato nella suggestiva spiaggia ha creato non pochi problemi sotto il profilo turistico-ambientalistico.
L'assessore provinciale di Cosenza Salvatore Caruso, che è anche, capogruppo
consiliare del Psi al Comune di .Amantea, per due volte si è rivolto al ministero della Marina Mercantile che è intervenuto opportunamente per sollecitare la rimozione del relitto che in ultima analisi è stato deciso di demolire. Il Consiglio Comunale di Amantea, su proposta dello stesso Caruso, si è costituito parte civile per gli eventuali danni che lo stesso relitto potrebbe causare. "0ra - ha ribadito l’assessore provinciale Caruso- vogliamo ché sia ridata alla spiaggia piena efficienza per essere utilizzata nell'imminenza della stagione balneare»: Dopo altre considerazioni polemiche Caruso ha rilevato «come è difficile in Calabria affrontare problemi di ordinaria amministrazione che; mentre in Liguria o, nel Nord Italia vengono risolti al massimo in qualche mese, da noi ci vogliono almeno sei mesi. E se ora ci siamo finalmente riusciti -- ha concluso - debbo pubblicamente ringraziare la "Gazzetta del Sud" che- su questo problema ha dimostrato grande sensibilità». I lavori di demolizione del Cargo sono stati curati dalla società dell'armatore della stessa nave e dalla Mosmode Sas di Crotone.. La capitaneria di
porto di Vibo Valentia di cui è comandante il capitano di fregata Vincenzo Milo, ha fatto
obbligo all’armatore della Rosso di: depositare un miliardo con fideiussione bancaria o polizza assicurativa. È stata inoltre ordinata una recinzione con apposite segnalazioni nell’arco di mezzo chilometro con il divieto di navigazione, pesca e ancoraggio. Ultimati i lavori di demolizione si dovrebbe procedere alla pulizia della spiaggia e al suo livellamento per riportarla al suo stato originario. Se ciò non fosse possibile per il cattivo tempo, secondo quanto ci è stato confermato dall’autorità competente, si provvederà a chiudere il pezzo di spiaggia non recuperato. “.
E a proposito dello smantellamento della nave Carlo Lucarelli nel suo libro pone delle questioni molto importanti. E’ vero che la nave venne smantellata dalla Mosmode sas di Crotone, ma prima arrivò un'altra azienda: “ Si chiama Smit Tak - scrive Lucarelli- ha sede a Rotterdam, in Olanda, ed è una delle più note società di recupero e salvataggio marino. Ha però due caratteristiche che incuriosiscono gli investigatori. E’ un impresa molto grossa, forse la più grande a livello internazionale, e ha compiuto recuperi importanti e difficili, come quello del K-
141 Kursk, un sottomarino nucleare russo che nell’agosto del 2000 affonda nel mare di Barens. Anche all’inizio degli anni 90 la Smit Tak era una grossa società, forse troppo grande e troppo importante per una nave tutto sommato abbastanza piccola come la Rosso, spiaggiata a due passi dalla riva. E poi è nota soprattutto per un ramo della sua attività. La bonifica di incidenti che hanno a che fare con materiale radioattivo. La Smit Tak firma il contratto con la Ignazio Messina e co il 1 febbraio 1991. Incarico: recuperare la Rosso, metterla in grado di galleggiare e accompagnarla fino al porto più vicino. I tecnici dell’azienda lavorano sulla Rosso per diciassette giorni, poi sene vanno, dopo aver riscosso dalla Messina e co una fattura di ottocento milioni di lire, quasi un miliardo, insomma, e di allora. La Rosso invece resta là, inclinata sulla spiaggia, come prima. Perché se ne va la Smit Tak? Perché ha già finito di fare quello che doveva fare? Qualunque cosa fosse? No, dice la Messina e Co. La Smit Tak si è resa conto che
la nave non poteva essere recuperata, così ha mollato il contratto, si è fata pagare le spese e se ne è andata. Allora la Messina ha chiamato la Mo.Smo.De del signor Cannavale da Crotone per demolire il relitto. Ma perché tutta questa fretta ? Non me lo chiedo io, sia chiaro, se lo chiedono gli investigatori delle procure. Perché la fretta, dicono, sembra sia la cifra di tutta questa storia. E fin dall’inizio. Insomma “la pistola fumante”, detta alla Bush, venne immediatamente trovata e distrutta. E subito dopo l’archiviazione da parte della procura di Paola ecco che qualcuno manda i venti e più faldoni , al Tribunale di Lametia. Quasi a disfarsene. E restano lì in qualche polveroso armadio,
fino a quando il procuratore Neri , della procura di Reggio Calabria titolare di tutte le inchieste riguardanti l’affondamento di una quarantina di navi nel mediterraneo, ne richiese l’acquisizione.
A Paola si “accorgono” che i faldoni non ci sono più. E da qui parte la “ricerca”. Fino a scoprirli in quel di Lametia. Ma Neri dopo averli visionati ristabilisce la natura del luogo dove quei faldoni dovevano stare e cioè Paola. Ed a seguito del ritrovamento di alcune discariche “misteriose”, guarda caso a Grassullo e Foresta eccone la riapertura dell’inchiesta da parte del PM Francesco Greco. Era più che logico che una nuova apertura dell’inchiesta non avrebbe portato a nulla , ma di certo questo è servito a riaprire le inchieste sulle discariche misteriose.
Inchieste ancora aperte e che certamente , queste porteranno a qualche risultato. Come porterà ad un risultato le ricerche fatte qualche mese fa, nel mare di Cetraro, su una delle navi affondate dal pentito di mafia partito proprio dal porto di Cetraro. Resta un altro grande mistero . Quello sulla morte del capitano De Grazia. Ne parla espressamente il procuratore Neri e Barillà della Legambiente alla commissione istituita sui rifiuti tossici :
“Anche per questo, racconta alla Commissione il sostituto Neri, « il Sismi ha collaborato molto con noi.
Ci ha fornito una certa copertura, tutelandoci dalle minacce che abbiamo subito io, Domenico Porcelli e Nicola Maria Pace (addirittura Porcelli ha scoperto una microspia nella sua stanza, ndr)». Ma questo non ha evitato che l'indagine fosse segnata il 13 dicembre 1995 dalla misteriosa morte del capitano di corvetta Natale De Grazia, insignito nel giugno 2004 dal presidente Carlo Azeglio Ciampi della medaglia al valore civile alla memoria. «Morì», ricorda alla Commissione Angelo Barillà di Legambiente, «in un momento cruciale dell'inchiesta, mentre si spostava da Reggio Calabria a La Spezia per interrogare l'equipaggio della Rosso. Fece una sosta a Nocera Inferiore e insieme ad altre persone si recò al ristorante. Lui fu l'unico a mangiare il dolce, dopodiché si rimise in viaggio in automobile, si appisolò e morì». Ucciso da cosa? «L'autopsia è stata effettuata una settimana dopo e allo svolgimento dell'esame autoptico prese parte anche il medico dei familiari», spiega Barillà: «Il risultato dell' autopsia fu: arresto cardiocircolatorio, ma ai partecipanti rimasero comunque dubbi. Così un anno dopo i familiari ottennero che si rifacesse l'autopsia, e a quanto mi risulta i parenti non hanno mai saputo l' esito».
E ripercorriamo le date della vicenda per tenerne ancora viva la memoria.
1989- La motonave è stata noleggiata dal governo italiano per andare a recuperare in Libano 9532 fusti di rifiuti tossici nocivi esportate in quel luogo illegalmente da aziende italiane. È restata in disarmo nel porto di La Spezia dal 18 gennaio 1989 al 7 dicembre 1990.
14 dicembre 1990 – ore 7.55 mayday dalla nave a 15 chilometri al largo della costa di
Falerna. Alle 10 e un quarto il capitano e gli altri 15 membri dell’equipaggio vengono recuperati da due elicotteri e trasportati a Lametia Terme in ospedale per controlli. Il comandante della nave si chiama Luigi Giovanni Pestarino. La nave non affonda al largo ma viene trascinata dalla corrente verso riva. Alle ore 14 , spiaggiamento della nave ad Amantea località Formiciche. La nave è salpata dal porto di la Spezia il 4 dicembre, scalo a Napoli, poi a Malta.
15 Dicembre 1990 – ore 5 del mattino - Prima ispezione sulla nave di carabinieri e capitaneria di porto di Vibo valentia. Nel pomeriggio visita dei Vigili del Fuoco, della Guardia di Finanza e di rappresentanti (misteriosi) della società armatrice Messina. Da questo giorno i primi misteri. È vero o non è vero che il capitano di vascello Bellantone è salito su quella nave per primo? È vero o non è vero che ha visto dei documenti , messi sulla plancia della nave che richiamavano la natura della radioattività ed erano introdotti dalla sigla ODM riconducibili ad una società del noto armatore Comerio ?. Prima sembra di si, poi nell’interrogatorio davanti alla commissione parlamentare di inchiesta , presidente on. Paolo Russo, avvenuto il 20 aprile del 2005 nega tutto e comincia a non ricordare parecchie cose.
22 Dicembre 1990 – La società Messina affida alla società Siciliana Offshore e Calabria navigazione le operazioni di recupero del combustibile sparso. Operazione che secondo i carabinieri termina il 29 gennaio 1991.
Gennaio 1991 – Archiviazione da parte del GIP Fiordalisi
Febbraio 1991- Le pratiche per un errore burocratico vengono trasmesse al Tribunale di Lametia terme.
Giugno 1991- Completata la demolizione della nave
20 marzo 1994 – Assassinio in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin
12 dicembre 1995- Morte del capitano di corvetta natale De Grazia