Source: https://panoramaperigiovani.it/politica-nazioni/riforma-costituzionale.html
Timestamp: 2019-01-18 20:01:31+00:00
Document Index: 49097924

Matched Legal Cases: ['art 138', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 116', 'art.117']

Mario Vallese
Fine del regionalismo ordinario.
Della riforma costituzionale molto si è detto e certamente molto si dirà con l'approssimarsi della data per il referendum ex art 138 2° comma della Costituzione. Si è tuttavia qui deciso di approntare una analisi della stessa non tanto sul suo elemento saliente, il superamento del bicameralismo perfetto, quanto su un suo contenuto probabilmente non altrettanto attrattivo e immediato ma non meno rilevante: la riforma del titolo V della parte II della Carta (limitatamente alle Regioni ordinarie).
A tal proposito significative risultano essere le icastiche considerazioni espresse dal Prof. De Siervo, Presidente emerito della Corte Costituzionale: “ciò che stupisce è l'evidente mancanza di chiarezza, omogeneità e coerenza fra le diverse disposizioni che compongono quelle che dovrebbero essere le regole di riparto […] le ingiustificate eterogeneità degli spazi normativi affidati nelle diverse materie alla competenza esclusivamente statale. Ne consegue un più che probabile mantenimento di un alto livello di conflittualità fra Stato e Regioni ad autonomia ordinaria […] e davvero troppo inadeguati appaiono il disegno istituzionale complessivo e le tecniche redazionali utilizzate [con] il rischio evidente che ne derivi un sistema profondamente squilibrato, confuso e quindi notevolmente dannoso.”
Quali le ragioni che spingono a usare siffatti toni, non sarà sfuggito, assai duri? Per ragioni di coerenza sistematica si seguirà il tracciato argomentativo illuminato dal Prof. De Siervo stesso con la consapevolezza che esso non è l'unico possibile, ma quello che si ritiene più idoneo a essere qui esposto sia per la sua chiarezza e non eccessiva tecnicità sia perché, si parva licet componere magnis, riscontra la più sentita adesione di chi scrive. Elemento centrale della riforma del titolo V, in particolare dell'art. 117, è, per la parte relativa al riparto di competenze legislative, l'eliminazione della potestà legislativa concorrente tra Stato e Regioni (che vede, per talune materie, il primo incaricato di fornire i principi generali cui le seconde poi sono chiamate a dare attuazione in dettaglio) a vantaggio della potestà esclusiva dello Stato e, si vedrà fino a che punto, della determinazione di alcune aree di competenza regionale. In queste, poi, il Governo può richiedere l'intervento della legge statale per salvaguardare “l'unità giuridica ed economica” o “l'interesse nazionale”. È inoltre conservata la previsione che le regioni conservino la loro competenza residuale “in ogni materia non espressamente riservata alla competenza esclusiva dello Stato” (nuovo art. 117, 3° comma). La prima constatazione che viene spontanea dopo la lettura del nuovo secondo comma dell'art. 117 consiste nell'assoluto squilibrio con il quale si è proceduto nella riassegnazione delle materie concorrenti a netto favore dello Stato senza che sia stata prevista una riduzione di quelle attualmente elencate. Questa scelta centralista appare come una concreta minaccia alla competenza legislativa residuale delle regioni, che risulterà tanto più erosa tanto più si darà una lettura interpretativa espansiva alle materie di competenza statale come d'altronde fino ad ora è stato sovente fatto dal Legislatore con il complice appoggio del Giudice delle leggi. Tuttavia anche nelle materie loro assegnate in competenza le Regioni non possono dirsi garantite nella loro autonomia. Questo perché, espunta la potestà legislativa concorrente, è stata introdotta una nuova forma di “collaborazione” normativa Stato-Regioni nella misura in cui il Legislatore nazionale è chiamato talvolta a disciplinare parti di una materia lasciando il resto alla disponibilità del Legislatore regionale. Il testo fa riferimento in proposito alle “disposizioni generali e comuni” e simili, la dimensione quantitativa delle quali, tuttavia, è essenzialmente lasciata alla discrezionalità del legislatore nazionale come efficacemente fatto notare dalla giurisprudenza costituzionale (sent. 303/2003 sulla differenza tra “principi” e “disposizioni generali”) e dal fatto che il nuovo comma 3° dell'art. 116 stabilisce che possono essere attribuite alle Regioni, con un procedimento particolare, poteri legislativi in alcuni ambiti di competenza esclusiva dello Stato e pure in materie dove il Legislatore dovrebbe disciplinare proprio le “disposizioni generali e comuni”, cosa che perderebbe il suo senso se le stesse fossero a contenuto sostanzialmente determinato. Si delegherebbe infatti un mero esercizio di pronunciamento d'intenti privo di effetti sul territorio.
Si determina così un distinguo tra le trentadue materie affidate allo Stato, sedici delle quali con ambiti di competenza regionale, e le materie regionali condizionate tuttavia dalle competenze statali esclusive nelle medesime materie. Un esempio abbastanza significativo per tutti. La “pianificazione del territorio regionale e mobilità al suo interno” è chiaramente di competenza regionale ma nei limiti di quanto stabilito dallo Stato per quanto concerne la “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici”, “ambiente ed ecosistema”, “disposizioni generali e comuni sul governo del territorio”, “infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto e di navigazione e relative norme di sicurezza” nonché “porti ed aeroporti civili di interesse nazionale ed internazionale”. Quale sia l'autonomia delle Regioni lo si lascia inferire al lettore anche sulla scorta di quanto sopra detto a proposito della formula “disposizioni generali e comuni” e dell'interpretazione estensiva sempre (o quasi) usata finora per determinare i vincoli del legislatore nazionale, con la conclusione che, ora si comprenderà bene quanto già detto, in questo ambito (come in tutti gli altri) il potere legislativo regionale appare in funzione meramente attuativa e/o esecutiva della legislazione statale, con un mutamento, quindi, dello stesso istituto regionale.
Dato il drastico assottigliamento dell'autonomia politica regionale, appare, poi, quanto mai beffardo e superfluo quanto sancito dal nuovo quarto comma dell'art.117 riguardo la cd “clausola di salvaguardia” non comprendendosi proprio da cosa ci si debba salvaguardare se non dall'assoluto svilimento e deperimento delle Regioni quali elementi componenti ancora la Repubblica. In conseguenza di quanto esposto non ci si può non chiedere quale sia l'utilità di conservare un ente politico, con i relativi costi, esautorato da ogni forma di partecipazione o, quantomeno, silenziabile ogni qual volta non si attenga all'indirizzo centralisticamente determinato e si comprendono bene i severi apprezzamenti del Prof. De Siervo a proposito di una riforma che vuole, neanche troppo nascostamente, mortificare l'istituto regionale riducendolo a un guscio vuoto laddove non si lasci ridurre a duplicazione locale del Legislatore nazionale.