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Timestamp: 2020-08-15 19:30:22+00:00
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Costi fittizi e inesistenti: differenze - Commercialista Telematico
Gli elementi passivi indicati non sono fittizi, ma inesistenti, laddove il contribuente non sia in grado di fornire alcuna documentazione che ne dimostri la reale sussistenza. E il reato di dichiarazione infedele è integrato, dopo le modifiche introdotte dal Dlgs. n. 158/15, oltre che dalla condotta di annotazione di componenti positivi del reddito in misura inferiore a quella reale (con superamento della soglia di evasione di imposta), anche dalle condotte di indebita riduzione dell’imponibile con l’indicazione di costi inesistenti (e non più fittizi) e di sottofatturazione, non assumendo rilievo la sola mera violazione dei criteri di competenza e di inerenza di ricavi e di costi oggettivamente esistenti
Gli elementi passivi indicati non sono fittizi, ma inesistenti, laddove il contribuente non sia in grado di fornire alcuna documentazione che ne dimostri la reale sussistenza.
E il reato di dichiarazione infedele è integrato, dopo le modifiche introdotte dal Dlgs. n. 158/15, oltre che dalla condotta di annotazione di componenti positivi del reddito in misura inferiore a quella reale (con superamento della soglia di evasione di imposta), anche dalle condotte di indebita riduzione dell’imponibile con l’indicazione di costi inesistenti (e non più fittizi) e di sottofatturazione, non assumendo rilievo la sola mera violazione dei criteri di competenza e di inerenza di ricavi e di costi oggettivamente esistenti.
La Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 55485 del 16/10/2018, ha chiarito un aspetto molto rilevante, distinguendo tra costi fittizi e costi inesistenti.
Nel caso di specie, la Corte d’appello di Catania, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Catania, appellata dagli imputati, per quanto qui di interesse, confermava la sentenza appellata nella parte in cui aveva riconosciuto il contribuente colpevole del reato di dichiarazione infedele (art. 4, Dlgs. n. 74 del 2000), in relazione al periodo di imposta 2009, per avere, quale legale rappresentante e socio di una Snc, indicato nella predetta dichiarazione elementi passivi fittizi.
Contro la sentenza il contribuente proponeva ricorso per cassazione, deducendo violazione di legge e vizio di motivazione.
Richiamata la modifica normativa, che aveva interessato il reato di dichiarazione infedele a seguito della novella attuata con il Dlgs. n. 158 del 2015, il ricorrente sosteneva, non solo che la motivazione era censurabile per vizio motivazionale, ma anche che i giudici non avevano applicato gli elementi nuovi e specializzanti previsti dalla “novella”, laddove, in sostanza, per stabilire la portata del fenomeno successorio mormativo, i giudici avrebbero dovuto porre a confronto la vecchia e la nuova fattispecie incriminatrice, e non limitarsi a valutare il fatto in concreto, pervenendo alla conclusione di una non condivisibile continuità.
Secondo la tesi del ricorrente, infatti, la nuova incriminazione, pur ponendosi in continuità normativa con la previgente fattispecie, incidendo sul fatto tipico, aveva eliminato la rilevanza penale, in termini di tipicità della condotta, in assenza di comportamenti fraudolenti, simulatori e artificiosi.
Nel caso di specie, si sosteneva, l’esistenza di elementi passivi reali risultava del resto provata dal fatto che agli attuali ricorrenti non era stata contestata una condotta elusiva specifica, che rivestisse rilevanza penale, essendo infatti stato accertato che si trattava di elementi passivi oggettivamente esistenti, riguardanti (semmai) la non inerenza e la non deducibilità dei costi dal reddito di impresa, indicati in bilancio e negli altri documenti fiscali acquisiti; la condotta posta in essere si risolveva quindi, al più, in un falso ideologico consumato nella sola dichiarazione, priva di connotati d’insidiosità, con la conseguenza che la sentenza meritava di essere annullata per non essere il fatto più previsto dalla legge come reato.
Analogamente, sotto il profilo del dolo specifico, si sosteneva che la motivazione della sentenza si palesava meramente apparente, essendo necessario dimostrare che la condotta non solo determinasse, in concreto, un’evasione di imposta, ma occorrendo anche motivare sulla destinazione finalistica della condotta, motivazione nella specie mancante.
Secondo la Suprema Corte, tuttavia, il ricorso era infondato, avendo i giudici di appello già compiutamente indicato le ragioni per le quali avevano ritenuto di dover disattendere l’identica tesi difensiva, replicata in sede di ricorso per cassazione, circa la insussistenza del reato, sia sotto il profilo oggettivo che soggettivo.
La Cassazione rileva infatti che i giudici di appello avevano evidenziato che la GdF aveva…