Source: https://www.diritto.it/qual-e-deve-essere-il-comportamento-di-un-amministrazione-a-fronte-di-un-informativa-antimafia-da-cui-risulta-allo-stato-sussistono-le-condizioni-ostative-di-cui-al-combinato-disposto-del-d-lgs-n/
Timestamp: 2017-10-22 10:12:42+00:00
Document Index: 25321162

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7']

Qual è deve essere il comportamento di un’Amministrazione a fronte di un’informativa antimafia da cui risulta < allo stato sussistono le condizioni ostative di cui al combinato disposto del D.lgs. n. 490/94 e DPR n. 252/98>? anche se alcuni elementi istru
L’amministrazione è esonerata dall’onere di comunicazione di cui all’art. 7 l. 7 agosto 1990 n. 241 relativamente all’informativa antimafia ed ai conseguenti provvedimenti, atteso che si tratta di procedimento in materia di tutela antimafia, come tale caratterizzato di per sé da riservatezza ed urgenza_ deve ritenersi che l’amministrazione abbia assolto il suo onere richiamando per relationem le aggiornate informazioni fornite dagli organi di Polizia, tenuto conto che questa Sezione ha già ritenuto legittima l’informativa prefettizia antimafia, che omette di citare testualmente i singoli atti dell’istruttoria, essendo sufficiente anche un mero richiamo di tali atti_L’amministrazione non deve certo procedere a rimuovere in autotutela precedenti informative positive, che sono sempre legate alla situazione contingente e agli elementi a disposizione al momento dell’adozione dell’atto; di conseguenza, ben può l’amministrazione valutare negativamente tali elementi anche in assenza di modifiche della composizione societaria e ciò che rileva è l’idoneità di tali elementi a sorreggere il provvedimento
merita di essere segnalata la decisione numero 756 del 29 febbraio 2008 , inviata per la pubblicazione in data 6 marzo 2008 emessa dal Consiglio di Stato
<E’ manifestamente infondata la questione di costituzionalità, dedotta dall’appellante peraltro in modo generico, con riferimento agli artt. 3, 26 e 97 della Costituzione a causa della vanificazione delle garanzie partecipative, che costituirebbe un elemento preclusivo per l’effettivo esercizio del diritto di difesa.
Premesso che le singole norme della legge n. 241/90 non assumono certo rilievo costituzionale, la deroga all’esigenza di garantire la partecipazione al procedimento fin dal suo avvio deriva dalla delicatezza della materia e non contrasta con alcun principio costituzionale.
La tutela è consentita in modo pieno attraverso il sindacato sulla motivazione del provvedimento antimafia e, nel caso di specie, alcun limite ha subito la ricorrente, che, a seguito del deposito in primo grado degli atti istruttori, ha potuto esercitare pienamente il proprio di diritto di difesa attraverso la proposizione di motivi aggiunti>
Ma ancor più importante è sapere che:
< Va ricordato che le informative prefettizie in materia di lotta antimafia possono essere fondate su fatti e vicende aventi valore sintomatico e indiziario e mirano alla prevenzione di infiltrazioni mafiose e criminali nel tessuto economico imprenditoriale, anche a prescindere dal concreto accertamento in sede penale di reati.
L’informativa antimafia deve quindi fondarsi su di un quadro fattuale di elementi che, pur non dovendo assurgere necessariamente, a livello di prova (anche indiretta), siano tali da far ritenere ragionevolmente, secondo l’"id quod plerumque accidit", l’esistenza di elementi che sconsigliano l’instaurazione di un rapporto con la p.a..
L’ampiezza dei poteri di accertamento, giustificata dalla finalità preventiva del provvedimento, comporta che il Prefetto possa ravvisare elementi di controindicazione anche in presenza di stretti rapporti di parentela con esponenti della criminalità organizzata, accompagnati da ulteriori elementi indiziari riscontrabili nel caso di specie nei collegamenti tra le due famiglie e le menzionate società fallite.>
Risulta inoltre importante sapere che:
L’accertamento dell’esistenza di un legame di parentela o affinità con soggetti inquisiti o condannati per reati di mafia non determina automaticamente la sussistenza di tentativi di infiltrazioni criminali nella impresa, occorrendo che vengano provati gli effettivi tentativi di condizionamento degli indirizzi e delle scelte della società. Non può, quindi, costituire presupposto per la revoca dell’aggiudicazione, conseguente alla informativa del Prefetto, la circostanza che due soci della impresa aggiudicataria di un concessione di costruzione e gestione di opera pubblica siano in rapporto di parentela o affinità avevano riportato condanne od applicazione di misure di prevenzione correlati a reati di mafia
Le informazioni antimafia cc.dd. “tipiche”, di cui all’art. 4 del d.lgs. n. 490/94, posseggono carattere vincolante per le stazioni appaltanti, le quali non hanno né il potere, né l’onere di verificare la portata od i presupposti dell’informativa prefettizia: ciò vale anche quando l’informativa antimafia sopraggiunge dopo la stipula del contratto, sebbene l’art. 4, co. 4, del d.lgs. 490/94 stabilisca in tal caso che “l’amministrazione interessata può […] recedere dai contratti”.
La funzione dell’informativa antimafia
Le informazioni del Prefetto non devono provare l’intervenuta infiltrazione, ma devono sufficientemente dimostrare la sussistenza di elementi dai quali è deducibile il tentativo di ingerenza: non è quindi necessario che l’informativa antimafia si fondi su accertamenti che abbiano il medesimo grado di certezza e definitività propria del giudizio penale
il Consiglio di Stato con la decisione numero 413 dell’ 1 febbraio 2007, in tema di informazioni prefettizie antimafia, ci insegna che:
< L’interessata pare che sia ben consapevole dell’elaborazione giurisprudenziale in materia (il cui quadro giuridico – teorico è stato pregevolmente tratteggiato dalla Avvocatura dello Stato nella sua memoria), secondo la quale “la normativa di settore privilegia una concezione della pericolosità in senso oggettivo che prescinde dalla individuazione di responsabilità personali” e “le informazioni del Prefetto non devono provare l’intervenuta infiltrazione, ma devono sufficientemente dimostrare la sussistenza di elementi dai quali è deducibile il tentativo di ingerenza”
Non è quindi necessario che l’informativa antimafia si fondi su accertamenti che abbiano il medesimo grado di certezza e definitività propria del giudizio penale, ma è sufficiente che sia supportata da elementi sintomatici e/o anche da mere presunzioni, che siano in grado di fare emergere elementi di “pericolosità presunta”. Ciò, in coerenza con la funzione preventiva di questa informativa, la quale non abbisogna di prova dell’attuale infiltrazione mafiosa, non avendo essa lo scopo di accertare responsabilità, ma di assolvere ad una funzione di polizia e di sicurezza>
< Secondo l’orientamento giurisprudenziale la conclusione del Gruppo Interforze può essere sindacata solo per una palese omissione di elementi di particolare rilevanza e significatività, in grado di fare emergere in maniera vistosa l’incongruità del giudizio espresso, il quale giudizio sarebbe potuto essere diverso se fosse stato fatto un accertamento completo.
Una diversa valutazione di tali elementi, sia sotto il profilo della loro irrilevanza o della loro inattualità, non è consentita in questa sede di legittimità, dal momento che l’Amministrazione gode in materia di una ampia discrezionalità, la quale può essere sindacata per manifesta erroneità di presupposto, che rende illogico il giudizio espresso sulla base degli elementi accertati con l’indagine espletata>
legami o condizionamenti mafiosi
La misura interdittiva di cui all’art. 4 D.Lgs. n. 490/1994 con la quale si esclude dal mercato dei pubblici appalti l’imprenditore che sia sospettato di legami o condizionamenti mafiosi, mira all’obbiettivo di mantenere un atteggiamento intransigente contro rischi di infiltrazione mafiosa per contrastare un eventuale utilizzo distorto delle risorse pubbliche
N.756/2008
N. 9058 Reg.Ric.
sul ricorso in appello proposto da ALFA DI C.D. & C. S.A.S., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Andrea Orefice, Ferdinando Scotto e Pasquale Manfredi con domicilio eletto in Roma Lungotevere Flaminio 46 – IV B presso Gian Marco Grez;
MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore, costituitosi in giudizio, rappresentato e difeso dall’Avvocatura Generale dello Stato ed elettivamente domiciliato presso la stessa, in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;
UFFICIO TERRITORIALE DEL GOVERNO DI NAPOLI, in persona del Prefetto, non costituitosi in giudizio;
SOCIETA’ AUTOSTRADE PER L’ITALIA S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso dall’Avv. Antonio Grieco con domicilio eletto presso il suo studio in Roma via Piemonte, n. 39;
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per la Campania, Sezione I, n. 8018/2006;
Alla pubblica udienza del 4-12-2007 relatore il Consigliere Roberto Chieppa.
Uditi l’Avv. Orefice e l’Avv. dello Stato Massarelli;
1. Con l’impugnata sentenza il Tar per la Campania ha respinto il ricorso proposto dalla ALFA di C.D. & C. s.a.s. avverso il provvedimento prot.13036/S.A./ Area 1 bis del 1°.12.2005 del Prefetto di Napoli, con cui veniva comunicato alla s.p.a. Autostrade per l’Italia che “a seguito di aggiornate informazioni fornite dagli organi di polizia è emerso che sul conto della società ALFA s.a.s. di C. D. & C., corrente in Castellammare di Stabia, via II Traversa Pozzillo n. 5, allo stato sussistono le condizioni ostative di cui al combinato disposto del D.lgs. n. 490/94 e DPR n. 252/98”.
La ALFA di C.D. & C. s.a.s. ha proposto ricorso in appello avverso tale decisione per i motivi che saranno di seguito esaminati e il Ministero dell’interno e la Società Autostrade per l’Italia si sono costituiti in giudizio, chiedendo la reiezione del ricorso.
Con ordinanza n. 6143/2006 questa Sezione ha respinto la domanda di sospensione dell’efficacia dell’impugnata sentenza, ritenendo che il ricorso non presentasse evidenti elementi di fondatezza, la cui presenza poteva giustificare la sospensione cautelare richiesta, in relazione al danno prospettato.
2. L’oggetto del presente giudizio è costituito dalla contestazione della informativa antimafia resa dal Prefetto di Napoli sul conto della società appellante.
Con le prime censure l’appellante lamenta violazioni procedimentali, non essendo stata garantita la sua partecipazione al procedimento e l’insufficienza della motivazione, che non si potrebbe ricavare per relationem, tenuto conto dell’assenza di puntuali richiami agli atti istruttori.
Con riguardo alla partecipazione al procedimento, il Collegio condivide l’orientamento interpretativo alla stregua del quale l’amministrazione è esonerata dall’onere di comunicazione di cui all’art. 7 l. 7 agosto 1990 n. 241 relativamente all’informativa antimafia ed ai conseguenti provvedimenti, atteso che si tratta di procedimento in materia di tutela antimafia, come tale caratterizzato di per sé da riservatezza ed urgenza (Cons. Stato, IV, 11 febbraio 1999, n. 150; V 28 febbraio 2006, n. 851; VI, 7 novembre 2006, n. 6555).
In ordine alla motivazione, deve ritenersi che l’amministrazione abbia assolto il suo onere richiamando per relationem le aggiornate informazioni fornite dagli organi di Polizia, tenuto conto che questa Sezione ha già ritenuto legittima l’informativa prefettizia antimafia, che omette di citare testualmente i singoli atti dell’istruttoria, essendo sufficiente anche un mero richiamo di tali atti (Cons. Stato, VI, 11 settembre 2001 , n. 4724).
3. E’ manifestamente infondata la questione di costituzionalità, dedotta dall’appellante peraltro in modo generico, con riferimento agli artt. 3, 26 e 97 della Costituzione a causa della vanificazione delle garanzie partecipative, che costituirebbe un elemento preclusivo per l’effettivo esercizio del diritto di difesa.
La tutela è consentita in modo pieno attraverso il sindacato sulla motivazione del provvedimento antimafia e, nel caso di specie, alcun limite ha subito la ricorrente, che, a seguito del deposito in primo grado degli atti istruttori, ha potuto esercitare pienamente il proprio di diritto di difesa attraverso la proposizione di motivi aggiunti.
Ancor più generica è la richiesta di disapplicare la normativa interna per un contrasto con il diritto comunitario, che la ricorrente non ha in alcun modo argomentato e che risulta palesemente inesistente.
4. E’ infondata anche l’ulteriore censura, con cui l’appellante contesta la contraddittorietà dell’operato dell’Amministrazione, che, dall’epoca della costituzione della società (1999) e fino al momento dell’adozione della informativa impugnata, mai aveva rilevato l’esistenza di un condizionamento mafioso e ciò nonostante la composizione societaria non fosse mai mutata.
Al riguardo, è sufficiente sottolineare che anche se alcuni elementi istruttori su cui si fonda l’informativa antimafia preesistevano e non erano stati in precedenza valutati, ciò non impedisce che tali elementi siano acquisiti e valutati anche in modo difforme successivamente.
L’amministrazione non deve certo procedere a rimuovere in autotutela precedenti informative positive, che sono sempre legate alla situazione contingente e agli elementi a disposizione al momento dell’adozione dell’atto; di conseguenza, ben può l’amministrazione valutare negativamente tali elementi anche in assenza di modifiche della composizione societaria e ciò che rileva è l’idoneità di tali elementi a sorreggere il provvedimento.
5. Devono a questo punto essere esaminati i motivi con cui l’appellante contesta l’idoneità degli elementi, contenuti negli atti istruttori e su cui si è fondato il giudizio negativo.
a) rapporto di parentela di CO. Lucia, socia accomandante, con persone ritenute affiliate ad un potente sodalizio criminale operante nell’area stabiese; la socia è figlia di CO. Gaetano, noto pregiudicato ritenuto affiliato al clan DA ed è coniuge di V. Pasquale, elemento emergente dello stesso clan, già arrestato e segnalato per l’applicazione di misure di prevenzione, frequentatore di diversi pregiudicati e già amministratore di società dichiarata fallita;
b) il socio accomandatario, C. Davide, era stato segnalato per i reati di detenzione e porto di arma illegale, minaccia e ingiuria, oltre che per violazione di sigilli ed è fratello di C. Giuseppina, socio accomandante della società T.. e V. & C., dichiarata fallita.
Tali accertamenti non si limitano ad evidenziare rapporti di parentela tra i soci della società appellante e persone legate alla criminalità organizzata, ma mettono in rilievo anche un intreccio tra la società ricorrente, i suoi soci ed altre società in precedenza dichiarate fallite e legate alle stesse famiglie.
L’appellante non si spinge a contestare la contiguità mafiosa del padre e del marito della socia accomandante, ma nega la rilevanza di tali elementi.
Si osserva che, pur dovendo ribadire che il mero vincolo parentale non può essere da solo indice di contiguità mafiosa, quando si tratta di vincoli particolarmente significativi (padre e coniuge) deve essere attentamente valutato ogni ulteriore elemento, riscontrabile nel caso di specie nelle precedenti attività societarie delle due famiglie concluse con fallimenti e nell’indizio costituito dalla preposizione di una persona di giovane età e priva di esperienza alla guida della società.
Con riferimento al socio accomandatario, l’assenza di condanne penali dedotta dalla società appellante non si pone in contraddizione con i descritti elementi, relativi appunto a mere segnalazioni e integrati anche in questo caso dal coinvolgimento familiare in attività societarie di dubbia serietà.
Va ricordato che le informative prefettizie in materia di lotta antimafia possono essere fondate su fatti e vicende aventi valore sintomatico e indiziario e mirano alla prevenzione di infiltrazioni mafiose e criminali nel tessuto economico imprenditoriale, anche a prescindere dal concreto accertamento in sede penale di reati.
L’ampiezza dei poteri di accertamento, giustificata dalla finalità preventiva del provvedimento, comporta che il Prefetto possa ravvisare elementi di controindicazione anche in presenza di stretti rapporti di parentela con esponenti della criminalità organizzata, accompagnati da ulteriori elementi indiziari riscontrabili nel caso di specie nei collegamenti tra le due famiglie e le menzionate società fallite.
Deve, quindi, essere confermata la legittimità dell’impugnato provvedimento.
6. In conclusione, l’appello deve essere respinto.
Alla soccombenza della società appellante seguono le spese del presente grado di giudizio nella misura indicata in dispositivo.
Condanna la società appellante alla rifusione, in favore del Ministero dell’interno e della società Autostrade per l’Italia s.p.a. delle spese di giudizio, liquidate nella complessiva somma di Euro 5.000,00, oltre Iva e C.P. in favore di ciascuna delle due parti;
Così deciso in Roma, il 4-12-2007 dal Consiglio di Stato in sede giurisdizionale – Sez.VI -, riunito in Camera di Consiglio, con l’intervento dei Signori:
Roberto Chieppa Glauco Simonini
il…..29/02/2008