Source: https://paoloaquino.wordpress.com/il-fatto-di-ieri/stragi-vietato-indagare/
Timestamp: 2020-01-24 02:29:08+00:00
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ORA NEL MIRINO C’È CHI INDAGA SULLE STRAGI
Dopo la sentenza Dell’Utri, la Procura generale chiede le carte sull’agguato in via D’Amelio
Finalmente il Procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito – il magistrato che ha il potere di attivare l’azione disciplinare sui colleghi – si è mosso. Non per esercitare i suoi poteri, almeno quelli conoscitivi, nei confronti del sostituto procuratore generale Francesco Iacoviello, che ha chiesto l’annullamento della sentenza Dell’Utri con argomentazioni fondate talvolta su errori e imprecisioni, come abbiamo scritto, senza smentite, in un assordante silenzio generale.
Esposito ha scritto invece alla Procura generale di Caltanissetta per chiedere copia della recente ordinanza di arresto per la strage di via D’Amelio nella quale furono uccisi Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta. Nella lettera al procuratore generale nisseno Roberto Scarpinato, il pg della Cassazione non spiega le ragioni di una richiesta così insolita ma fa riferimento solo alla fonte che l’ha ispirata: un articolo del Fatto firmato da Marco Travaglio.
In mancanza di altre indicazioni si può solo partire dal contenuto del commento intitolato “Il silenzio degli indecenti” e pubblicato il 9 marzo scorso sulla prima pagina del nostro giornale. L’articolo si soffermava sul dato dell’esistenza di una trattativa tra Stato e mafia nei primi anni Novanta. Una verità, scriveva Travaglio “scritta nero su bianco in un’ordinanza firmata non solo da una Procura, ma da un giudice terzo: il gip Alessandra Giunta… le parole del gip sono fondamentali – proseguiva l’articolo – almeno su tre punti.
1) Paolo Borsellino fu ucciso perché visto da Riina come un “ostacolo alla trattativa”…;
2) Lo Stato sapeva della trattativa….;
3) Scrive il gip che ‘il 1° luglio ’92, con certezza, il dott. Borsellino incontrò al ministero dell’Interno il capo della polizia Parisi e il ministro Mancino’. Il quale, fino a poche settimane fa, aveva sempre negato l’incontro, in cui è impensabile che Borsellino non abbia parlato della trattativa di cui la Ferraro l’aveva informato il 28 giugno, tre giorni prima”.
Proprio quest’ultimo passaggio su Nicola Mancino potrebbe aver provocato un sussulto nei palazzi romani. E il procuratore generale Vitaliano Esposito, membro del Csm già vicepresieduto da Nicola Mancino e oggi presieduto dal capo dello Stato Giorgio Napolitano, potrebbe aver richiesto le carte a Caltanissetta per dare un segnale di attenzione su una questione che interessa la storia della politica quanto quella della mafia.
Secondo un’altra lettura, invece, il pg Esposito sarebbe stato mosso da un’altra spinta: la competenza territoriale a indagare.
La Procura di Palermo e quella di Caltanissetta, stanno lavorando da anni su due aree contigue e talvolta coincidenti di fatti. Palermo riguarda quegli accadimenti dal punto di vista della trattativa tra pezzi dello Stato e i boss della mafia che avrebbe portato al mancato arresto di Bernardo Provenzano, per il quale sono sotto processo il colonnello Giuseppe De Donno e il generale Mario Mori. Mentre i colleghi nisseni si occupano delle stragi realizzate da Cosa Nostra nella logica di Totò Riina di “fare la guerra per fare la pace”.
Al riguardo la difesa del colonnello Giuseppe De Donno in passato aveva sollevato il tema dell’incompetenza dei giudici palermitani a indagare sulla trattativa. E, secondo alcuni magistrati siciliani, Esposito potrebbe aver chiesto le carte per studiare se il procedimento nisseno può attrarre quello palermitano nato da una costola del processo Mori (e iscritto per “attentato a corpo politico dello Stato”) nell’ambito del quale i pm palermitani hanno già indagato alcuni politici come Calogero Mannino.
L’ipotesi di un’azione della Procura generale della Cassazione per trasferire l’inchiesta per competenza sembra improbabile in assenza di una richiesta in tal senso della Procura di Caltanissetta. La lettura più probabile della richiesta del pg Vitaliano Esposito resta quella di un’attività conoscitiva che potrebbe sfociare in un procedimento disciplinare contro i magistrati nisseni.
Certo, se finisse nel mirino il gip o il pm della lontana Caltanissetta (che scrive di “tante amnesie da parte di uomini di Stato, che per alcuni sono durate 17 anni, per altri continuano probabilmente a durare tutt’oggi”) mentre il medesimo pg Esposito loda il suo collega che ha sostenuto l’accusa al processo Dell’Utri, si sfiorerebbe il ridicolo.
Anche perché Esposito è allo stesso tempo il capo dell’ufficio dove presta servizio il sostituto Francesco Iacoviello oltre che il titolare dell’azione disciplinare su di lui. Eppure non ha avuto nulla da ridire quando Iacoviello ha accusato erroneamente i giudici della Corte di Appello di Palermo di non avere citato le sentenze della Cassazione sul concorso esterno in associazione mafiosa “perché la loro sentenza ha fatto un’applicazione rigorosa di uno dei fondamentali criteri dell’ars disputandi: non fare citazioni imbarazzanti”.
Esposito non ha chiesto l’articolo del Fatto nel quale si smascherava la bugia di Iacoviello e si dimostrava carte alla mano che la sentenza della Corte d’Appello di Palermo citava invece molte sentenze in merito a partire dalla sentenza Mannino del 2005. Una svista non proprio ininfluente quella di Iacoviello visto che l’annullamento della sentenza Dell’Utri è stato chiesto dal sostituto pg e disposto dalla Corte, proprio per difetto di motivazione.
Al procuratore generale Esposi-to sarebbe bastato bussare alla porta dell’ufficio di Iacoviello per chiedere al collega le note della sua requisitoria scritta e una copia della sentenza Dell’Utri al fine di verificare se il suo pupillo avesse davvero fatto gli errori contestati dal Fatto. Invece il pg ha scelto di difendere davanti al plenum del Csm con voce commossa il suo giovane collega arrivando a ipotizzare il “vilipendio” del procuratore criticato dalla stampa. Poi Esposito ha preso carta e penna e ha scritto a Caltanissetta dimostrando di dirigere un ufficio un po’ presbite a caccia di pagliuzze lontane, ma che è incapace di vedere le travi dell’ufficio accanto.