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Timestamp: 2017-10-19 20:02:01+00:00
Document Index: 184063099

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 26', 'art. 12', 'art. 2', 'art. 1224', 'sentenza ', 'art. 59', 'art. 39', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 59', 'art. 2', 'art. 2059', 'art. 77', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 46', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 16', 'art. 156', 'art. 1387', 'art. 24', 'art. 2043', 'art. 10', 'art. 15', 'art. 46', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 2043', 'art. 105', 'art. 1', 'art. 91', 'arte 3', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 1', 'art. 14', 'art. 9', 'art. 105', 'art. 19', 'art. 10', 'art. 33', 'art. 16', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 137', 'art. 33', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 25', 'art. 46', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 26', 'art. 12']

Privacy dei contribuenti poco tutelata nella notificazione dell’atto impositivo?
Non rileva ai fini della validità della notificazione né risulta in alcun modo sanzionato il fatto che l’atto impositivo sia stato indirizzato al contribuente in plico senza busta non sussistendo alcuna incidenza di una asserita violazione della riservatezza sull’efficacia dell’atto tributario notificato.
Non è prevista nessuna sanzione per la cartella di pagamento notificata «senza busta chiusa» né i cittadini possono chiedere al giudice tributario il risarcimento per violazione della privacy. Siffatto risarcimento compete, infatti, al giudice ordinario. Tali importanti principi sono stati statuiti dalla Cassazione con la sentenza n. 17194 del 23 luglio 2009
In particolare, l’iter logico giuridico adottato da tale pronuncia si è così sviluppato: Quanto poi alla pretesa violazione del diritto alla privacy per essere stato notificato l’avviso di mora senza busta chiusa incontestabile risulta la ratio decidendi che ha negato rilevanza alla doglianza per difetto di interesse del contribuente, trattandosi di modalità notificatoria priva di effetti sulla validità dell’atto e semmai fonte di danni verso il concessionario da reclamarsi avanti al giudice ordinario e non certo nel contenzioso tributario che non ammette azioni di condanna risarcitorie. Del resto neppure il disposto dell’art. 26 del dpr 602 del 1973, nella riformulazione operata dall’art. 12 del dlgs 46/99 dove è prescritto che la notifica (della cartella) avvenga in plico chiuso, commina sanzioni tributarie di alcun genere ove non venga osservata tale modalità, dovendo il diritto alla riservatezza trovare soddisfazione in altre sedi. Non si vede in base a quali principi possa riverberarsi sull’atto fiscale e la sua notificazione la dedotta violazione della legislazione in tema di privacy che il ricorrente denunzia in termini atecnici.
Non è consentito al giudice tributario di accertare se vi sia stato da parte del concessionario o dell’ufficio un comportamento colposo tale che, in violazione della norma primaria del neminem laedere, abbia determinato la violazione di un diritto soggettivo del contribuente. La giurisdizione, in merito alla richiesta di risarcimento del danno (patrimoniale e non) appartiene al giudice ordinario.
La sola previsione degli altri accessori di cui all’art. 2 del D.lg. n. 546/1992 non è di per sé sufficiente a radicare la giurisdizione esclusiva del giudice tributario anche alle controversie sul risarcimento del danno per comportamento illecito dell’Agente della riscossione; per accessori, infatti, si intendono gli aggi esattoriali, le spese di notifica, gli interessi moratori, ed al limite il maggior danno da svalutazione monetaria ex art. 1224, comma 2, del codice civile (Cass., SS.UU., sentenza n. 14274 del 4 ottobre 2002)Sussiste la possibilità di chiunque si ritenga leso dall’esecuzione di agire, dopo il compimento dell’esecuzione contro il concessionario per chiedere ex art. 59 del D.P.R. n. 602/1973 nei confronti del concessionario il risarcimento del danno subito; la proponibilità della domanda di risarcimento del danno da chi si ritenga leso dalla procedura esattoriale è condizionata al previo compimento dell’esecuzione stessa (Cassazione, sez. I, sent. N. 7533 del 23 maggio 2002).
Il concessionario nelle liti promosse contro di lui che non riguardano esclusivamente la regolarità o la validità degli atti esecutivi deve chiamare in causa, ex art. 39 del D.lg. n. 112 del 13 aprile 1999, l’ente creditore interessato: in mancanza risponde delle conseguenze della lite. Qualora, peraltro, tale chiamata in causa sia avvenuta, la responsabilità dell’ente creditore può essere riconosciuta e quantificata soltanto dal giudice e non può derivare dall’unilaterale pretesa del concessionario, tendente a traslatare in capo allo stesso ente gli eventuali esiti negativi dei giudizi.
La suprema Corte di Cassazione, Sez. III civ., con la sentenza del 5 agosto 2005 n. 16589, ha precisato, in tema di illiceità dell’esecuzione forzata coattiva del concessionario e di prescrizione dell’azione risarcitoria, i seguenti principi: a) l’esecuzione coattiva a mezzo concessionario può essere fonte di responsabilità aquiliana a carico dell’Amministrazione finanziaria nell’ipotesi di atti di accertamenti fiscali annullati dalle Commissioni tributarie; il contribuente può proporre nei confronti dell’Amministrazione finanziaria domanda di risarcimento dei danni personali da lui sofferti per effetto dell’esecuzione coattiva del concessionario, scaturita dagli erronei accertamenti fiscali; b) spetta al giudice ordinario, in relazione alla procedura esecutiva promossa dal concessionario, di valutare con riferimento al momento in cui era stata compiuta, se la condotta posta in essere integri o meno gli estremi di un illecito ex art. 2043 del codice civile.
La competenza a conoscere della domanda risarcitoria è del giudice ordinario; c) sono applicabili i criteri di liquidazione ex artt. 1223 e seguenti del codice civile per cui è risarcibile anche il cosiddetto lucro cessante (mancato guadagno) ricorrendone i presupposti di legge (ad esempio è risarcibile non solo il danno emergente per la perdita di arredi ed attrezzature ma anche il lucro cessante per la forzosa cessazione dell’attività della società); d) l’azione per il risarcimento del danno causato da attività illegittima del concessionario della riscossione è soggetta al termine di prescrizione quinquennale, decorrente dal giorno in cui è stata ultimata la procedura esattiva.
1) In ambito fiscale, l’unica disposizione dettata in materia di risarcimento danni da fatto illecito si rinviene nell’art. 59 del D.P.R. 29 settembre 1973, n. 602 (rubricato “Disposizioni sulla riscossione delle imposte sul reddito”) che, nell’ambito della procedura esecutiva promossa dal concessionario della riscossione, subordina la richiesta di risarcimento del danno – da proporsi nei confronti dell’esattore – al completamento della procedura esecutiva stessa.
Ma questa norma, che, come detto, presuppone non soltanto il definitivo accertamento della pretesa tributaria iscritta a ruolo (valevole come titolo esecutivo) ma, addirittura, anche il compimento di tutta la fase di esecuzione coattiva, interviene quando l’azione impositiva illegittima ha già (potenzialmente) prodotto il “danno risarcibile” (in tal senso, Marco Denaro Il risarcimento del danno patrimoniale in ambito tributario quale limite esterno all’attività discrezionale della Pubblica Amministrazione: brevi considerazioni a margine delle recenti pronunce delle Sezioni Unite della Cassazione in “il fisco” n. 31 del 3 settembre 2007, pag. 4566);
2) Poiché il danno da attività illegittima dell’ente impositore, o del concessionario della riscossione, non può rientrare nel concetto di “accessorio”, previsto dall’art. 2 del D.lg. n. 546/1992 la giurisdizione, in merito alla richiesta di risarcimento, apparterrà al giudice ordinario. Non si può escludere a priori che dall’illegittima iscrizione di ipoteca derivi, oltre che il danno alla sfera patrimoniale, anche un danno non patrimoniale e non si vede perché negarne, ricorrendone le condizioni, la risarcibilità. Le Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (Cass., SS.UU., 11 novembre 2008, n. 26972, in “Corriere Giuridico”, 2009, 1, pag. 48) hanno chiarito che il danno non patrimoniale è risarcibile: a) quando la risarcibilità è prevista dalla legge (ad esempio quando il fatto illecito integri gli estremi di un reato); b) quando la risarcibilità del danno in esame, pur non essendo espressamente prevista da una norma di legge ad hoc, deve ammettersi sulla base di un’interpretazione
costituzionalmente orientata dell’art. 2059 del codice civile, per avere il fatto illecito vulnerato, in modo grave, un diritto della persona direttamente tutelato dalla Costituzione. È di tutta evidenza che l’iscrizione illegittima di ipoteca può causare, nella vittima, una sofferenza morale qualificabile come danno esistenziale (Luca Sandullo, L’iscrizione di ipoteca ex art. 77 del D.P.R. n. 602/1973 in “il fisco” n. 17 del 27 aprile 2009, pag. 2719).
Sent. n. 17194 del 23 luglio 2009 (ud. del 29 aprile 2009) della Corte Cass., Sez. tributaria
Svolgimento del processo – Avverso avviso di mora relativo all’Iva per l’anno 1992 proponevano opposizione P.C. e l’ONLUS F.S. per la difesa dei diritti civili fiscali, quale interventore ad adiuvandum chiedendone l’annullamento per difetto di sottoscrizione del responsabile in quanto non era indicata l’autorità amministrativa avanti alla quale proporre ricorso, perchè era stato violato il diritto alla riservatezza del contribuente, per eccesso di potere.
La Commissione tributaria provinciale di Torino dichiarava improponibile il ricorso della ONLUS ed infondato quello del contribuente.
La sentenza veniva confermata dalia Commissione regionale del Piemonte la quale rilevava che nel processo tributario l’intervento era regolato dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14, comma 3 per cui gli interventori potevano essere solo i codestinatari dell’atto ovvero i coobbligati del medesimo rapporto tributario risultando inammissibile in radice un intervento adesivo quale quello proposto dalla ONLUS; che l’avviso di mora aveva un contenuto predeterminato per legge e il D.P.R. n. 602 del 1973, art. 46, comma 1 non richiedeva sottoscrizione alcuna; che la norma della L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 4 era inapplicabile nel procedimento esecutivo tributario che presupponeva un debito fiscale già definitivamente accertato;che l’eventuale violazione della norma che imponeva la notificazione dell’atto in plico chiuso avrebbe al più determinato una responsabilità acquiliana in capo al concessionario per la riscossione e mai riflettersi sulla validità dell’atto; che l’omesso deposito della nota spese non esimeva il giudice dal provvedere alla liquidazione e che nessuna violazione dei massimi di tariffa era stata allegata.
Ricorrono per la cassazione della sentenza il C. ed la ONLUS lamentando:
1. con 1^ motivo, violazione dell’art. 32 c.p.c., comma 3, art. 33 c.p.c., comma 1, art. 16 c.p.c., comma 2, art. 156 c.p.c., commi 2 e 3 essendo stata la parte pubblica ammessa alla pubblica udienza in mancanza di istanza non notificata ma semplicemente comunicata alle controparti per cui al Collegio doveva essere consentito prendere in considerazione la replica degli esponenti;
2. con 2^ motivo, violazione dell’art. 1387 c.c., D.P.R. n. 43 del 1988, artt. 11, 91, 99 e 102, artt. 25 e 480 c.p.c., art. 24 Cost. e art. 2043 c.c., L. n. 825 del 1971, art. 10, comma 1 e comma 2, n. 6, nonchè vizio di motivazione posto che se l’avviso di mora proveniva da organo di amministrazione indiretta quale era il Concessionario doveva essere sottoscritto al pari di ogni atto amministrativo come del resto avrebbe dovuto esserlo anche se atto di natura privatistica, tale omissione violando il diritto di difesa;
3. con 3^ motivo violazione del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 15 e art. 46, commi 1, 3 e 4, L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 4 e D.P.R. n. 1199 del 1971, art. 1, comma 1 nonchè vizio di motivazione per mancata indicazione dell’organo amministrativo avanti al quale ricorrere prescindendo l’avviso di mora dalla definitività e non essendo perciò da qualificare come atto dovuto da un soggetto che più non dispone del diritto controverso;
4. con 4^ motivo, violazione dell’art. 2043 c.c., art. 105 c.p.c., della L. n. 675 del 1996, art. 1 oltre a vizio di motivazione posto che il mancato rispetto della privacy pur fonte di danni non faceva venir meno il vizio di illegittimità dell’atto;
5. con 5^ motivo, violazione dell’art. 91 c.p.c., comma 1, del D.P.R. n. 585 del 1994, tabella A, parte 3^ voci 11, 12, 14 e 18 oltre a vizio di motivazione perchè la mancala distinzione delle voci non aveva permesso di dedurre il superamento dei massimi di tariffa;
6. con 6^ motivo, violazione degli artt. 99 e 100 c.p.c., D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 14, comma 3 oltre a vizio di motivazione perchè la lettura sistematica dell’art. 14, D.Lgs. cit. portava a ritenere che tra i soggetti parte de rapporto tributario controverso rientrassero anche i soggetti non destinatari dell’atto fiscale.
Motivi della decisione – 1. Va preliminarmente esaminato il 6^ motivo di ricorso che investe la legittimazione della ONLUS F.S. per la difesa dei diritti civili fiscali ad intervenire ad adiunvandum nel processo tributario avente ad oggetto l’impugnazione di avviso di mora emesso nei confronti del contribuente C.P..
Come è noto nel contenzioso tributario – che è dotato di una struttura procedimentale autonoma integrabile dalle norme del codice di procedura civile solo per quanto non disposto da quelle disposizioni e nel rispetto della clausola di compatibilità (D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 1) – l’intervento del terzo è disciplinato dall’art. 14, che al comma 3 recita:
“Possono intervenire volontariamente o essere chiamati in giudizio i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell’atto impugnato o parti del rapporto tributario controverso”. Da tal norma si evince che possono essere interventori sia i soggetti che, insieme al ricorrente, sono destinatari dell’atto impugnato, e così coloro che potrebbero proporre, autonomamente ed indipendentemente dal ricorrente, l’impugnazione del medesimo atto, praticamente i codestinatari di un atto amministrativo abilitati all’intervento autonomo, sia coloro che – parti del rapporto tributario controverso – sono litisconsorti necessari sostanziali come tali coobbligati per il medesimo rapporto tributario.
Come correttamente osservato dalla Corte territoriale il comma 3 è in rapporto sistematico con i primi due dello stesso articolo che riguardano il litisconsorzio necessario, e vale a completarne la disciplina (1. Se l’oggetto del ricorso riguarda inscindibilmente più soggetti questi debbono essere tutti parte nello stesso processo e la controversia non può essere decisa limitatamente ad alcuno di essi; 2. Se il ricorso non è stato proposto da o nei confronti di tutti i soggetti indicati nel comma 1 è ordinata l’integrazione del contraddittorio mediante la loro chiamata in causa entro un termine stabilito a pena di decadenza).
Il litisconsorte è dunque chiamato avvero può intervenire in lite solo per integrare il contraddicono, quale presupposto necessario per una pronuncia utiliter data.
Il legislatore ha invece escluso l’ipotesi dell’intervento adesivo semplice, con l’effetto che qualsiasi intervento come amicus è da considerare inammissibile nella misura in cui risulta titolato da un interesse di mero fatto e non giuridico.
Invero l’ONLUS non è titolare di alcun rapporto giuridico connesso con il rapporto dedotto in lite che avvince unicamente il contribuente nè si vede come l’ente potrebbe essere esposto agli effetti pregiudizievoli di un giudicato a quegli sfavorevole.
L’interesse di mero fatto a che una delle parti del rapporto litigioso esca vittoriosa dal giudizio non può – insomma – giustificare alcuna legittimazione ad interventi adesivi (Cass. 1111/03) tanto più sul piano giudiziario.
Se gli enti o associazioni nelle cui finalità rientri la difesa di interessi di categoria o di settore sono facultati, secondo la previsione della L. n. 241 del 1990, art. 9 ad intervenire nel procedimento amministrativo, tale garanzia procedimentale non può certo influenzare la legittimazione processuale, il portato di quell’interesse essendo comunque inidoneo a consentire l’esercizio di una autonoma azione giudiziaria a sua difesa.
In linea più generale va poi segnalato che già questa Corte ha puntualizzato che sulla disciplina generale dall’art. 105 c.p.c. prevale la disciplina speciale del contenzioso tributario e proprio con riguardo alla posizione processuale della ONLUS ha sottolineato (Cass. nn. 139/2003, 181/2003, Cass. n. 139/04, Cass. n. 12598/04, Cass. n. 1909/08) che la legge attribuisce qualifica di ricorrente nel processo tributario al soggetto destinatario dello specifico atto amministrativo secondo la tipologia elencata nel D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 19 e tali atti contengono o l’esplicitazione di una richiesta fiscale nei confronti di uno o più soggetti ben individuati, o il rifiuto della restituzione di somme richieste da chi le abbia versate, od ancora il rifiuto di agevolazioni nei confronti di specifici soggetti con la conseguenza che non vi è spazio di intervento per gli enti esponenziali, che agiscono per la tutela di un’indefinita categoria di interessati, ai quali non sono diretti gli atti impugnabili, e dunque, non hanno legittimazione sostanziale a proporre opposizione né autonomamente nè congiuntamente al contribuente destinatario dell’atto impugnato Questi principi non meritano rivisitazione critica neppure alla luce delle disposizioni a tutela di consumatori ed utenti che hanno attribuito una generale “legitimatio ad agendum” alle Associazioni
rappresentative in virtù della L. n. 281 del 1998 predisponendo un sistema di tutela collettiva inibitoria e emendativa poi trasfuso negli artt. 139 e 140 Codice di Consumo (D.Lgs. n. 206 del 2005).
Al di là della natura degli interessi diffusi che sono ciamati a garantite tali enti esponenziali con interventi comunque speribili vanti all’AGO (e dunque in sedi diverse da quella appartenente alla giurisdizione tributaria) e contro “violazioni seriali di massa” che hanno nel caso ben poco da spartire con atti fiscali singolari od al più litisconsortili (estranei alla classe che dovrebbe altrimenti ricomprendere tutti i soggetti passivi di imposta per genere di tributo e modalità di esazione), è appena il caso di soggiungere che la titolarità della rappresentative action non spetta a qualsiasi tipo di aggregazione o comitato di consumatori ed utenti ma solo alle associazioni per ed ufficiali che siano state inserite in apposito elenco ministeriale dopo la verifica dei prescritti requisiti, avendo il legislatore – come è noto – preferito ad un modello di legittimazione processuale “aperta” un modello di legittimazione processuale
“selettiva” e precostituita sottoposta alla preventiva valutazione dell’autorità amministrativa.
Ora la ONLUS, figura giuridica introdotta dal D.Lgs. n. 469 del 1997, art. 10 e rientrante nel genere degli enti no profit quale manifestazione del fenomeno dell’associazionismo esercitato, senza impresa, per uno scopo non egoistico sarebbe nel caso legittimata ad agire (od a intervenire) al più ove risultasse inserita nel precitato elenco abilitante Questa prova non è stata minimamente fornita come neppure è stato allegato che le ragioni dell’intervento fossero dettate dall’esigenza di tutela di un interesse di categoria in qualche modo inciso dall’alto opposto e concorrente con quello individuale del destinatario.
L’azione rappresentativa per la qual sola è legittimato l’ente esponenziale presuppone infatti la lesione di un interesse “ulteriore” per la tutela del quale si sono associati gli aderenti e “differenziato” da quello che legittimerebbe all’azione personale questi ultimi.
Sotto ogni profilo, logico e giuridico, la censura volta a far riconoscere la legittimazione processuale della Onlus ad intervenire in ausilio del contribuente nel contenzioso tributario è dunque destituita di fondamento.
2. Il motivo introduttivo concernente presunte irregolarità per la mancata notificazione dell’istanza di pubblica udienza che avrebbero impedito l’esercizio dei diritti di difesa al contribuente è parimenti inconsistente
È pacifico che nel processo tributario l’istanza di trattazione della causa in pubblica udienza, depositata da una parte, ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 33, comma 1 può essere notificata all’altra con lettera raccomandata, essendo tale forma applicabile, a norma dell’art. 16, comma 3, in ogni fase ed aspetto del processo davanti alle Commissioni tributarie salvo che non sussista una puntuale indicazione in senso contrario, come accade nel caso previsto dall’art. 38, comma 2 secondo il quale, ai fini della decorrenza del termine breve di impugnazione, la notifica della sentenza deve avvenire esclusivamente nelle forme di cui all’art. 137 c.p.c. e segg. (Cass. n. 19668/04).
Poichè come riferisce lo stesso ricorrente la comunicazione è avvenuta ritualmente e nei termini prescritti dal combinato disposto del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 33, comma 1, e art. 32, comma 1 (almeno 10 giorni liberi prima dell’udienza) essendo stato esibito in udienza l’avviso di ricevimento dell’istanza in data 16.11.2000 per la discussione fissata il 27.11.2000, correttamente la Commissione regionale ha ritenuto che le parti appellanti fossero state messe in grado di partecipare ed illustrare in quella sede orale le loro difese che non potevano essere preventivamente affidate a repliche e scritte consentite solo in caso di trattazione in camera di consiglio a mente dell’art. 32, comma 3, D.Lgs. cit.
3. Il 2^ motivo che investe la sottoscrizione dell’atto impugnato e la nullità che discenderebbe dalla mancanza di tale formalità è privo di pregio.
Possono richiamarsi al riguardo i principi affermati da questa Corte in tema di cartella di pagamento, atto di valenza impositiva ben maggiore dell’avviso di mora che afferisce la fase ultimativa della riscossione ed al quale possono a maggior ragione estendersi quelle regole. Ebbene è stato in più occasioni statuito che la mancanza della sottoscrizione della cartella di pagamento da parte del funzionario competente non comporta l’invalidità dell’atto, la cui esistenza, non dipende tanto dall’apposizione del sigillo o del timbro o di una sottoscrizione leggibile, quanto dal fatto che, al di là di questi elementi formali, esso sia inequivocabilmente riferibile all’organo amministrativo titolare del potere di emetterlo. (Cass. n. 4757/09).
Aggiungasi che la cartella esattoriale, prevista dal D.P.R. n. 602 del 1973, art. 25 quale documento per la riscossione degli importi contenuti nei ruoli, va predisposta secondo il modello approvato con decreto del Ministero delle Finanze che non prescrive affatto la sottoscrizione dell’esattore, essendo sufficiente la sua intestazione per verificarne la provenienza nonchè l’indicazione, oltre che della somma da pagare, della causale tramite apposito numero di codice. (Cass. n. 14894/08). E, come la cartella anche l’avviso ha un contenuto predeterminato per legge nè la norma che lo prevede (art. 46, D.P.R. cit. nel testo applicabile ratione temporis) esige sottoscrizione alcuna.
4. Pari rigetto merita ancora la censura concernente la mancata indicazione sull’atto impugnalo dell’Autorità avanti alla quale indirizzare ricorso gerarchico in assunta violazione dalla L. n. 241 del 1990, art. 3, comma 4 in materia di procedimento amministrativo, che impone di indicare, “in ogni alto notificato al destinatario”, l’autorità a cui è possibile ricorrere contro l’atto stesso e il relativo termine.
L’omissione, invero, non comporta la nullità dell’atto perchè tale sanzione non è prevista nè dall’art. 3, Legge cit., il quale prescrive unicamente l’indicazione del termine e dell’autorità giurisdizionale alla quale è possibile ricorrere, essendo quella giurisdizionale la via ordinaria d’impugnazione, nè dalla L. n. 212 del 2000, art. 7 il quale richiede l’indicazione dell’autorità amministrativa soltanto in alternativa a quella
dell’organo giurisdizionale, essendo tale indicazione sufficiente ai fini della tutela del diritto di difesa del contribuente, fermo restando che in ogni caso la violazione della disposizione in esame renderebbe solo rilevante sul piano processuale l’eventuale scusabilità dell’errore in cui fosse incorso il ricorrente. (Cass. n. 17485/05 e Cass. n. 20532/06).
5. Quanto poi alla pretesa violazione del diritto alla privacy per essere stato notificato l’avviso di mora senza busta chiusa (motivo 4) incontestabile risulta la ratio decidendi che ha negato rilevanza alta doglianza per difetto di interesse del contribuente, trattandosi di modalità notificatoria priva di effetti sulla validità dell’atto e semmai fonte di danni verso il concessionario da reclamarsi avanti al giudice ordinario e non certo nel contenzioso tributario che non ammette azioni di condanna risarcitoria.
Nè si vede in base a quali principi possa riverberarsi sull’atto fiscale e la sua notificazione la dedotta violazione della legislazione in tema di privacy che il ricorrente denunzia in termini atecnici del tutto generici e vaghi.
Del resto neppure il disposto del D.P.R. n. 602 del 1973, art. 26 nella riformulazione operata dal D.Lgs. n. 46 del 1999, art. 12 dove è prescritto che la notifica (della cartella) avvenga in “plico chiuso” commina sanzioni tributarie di alcun genere ove non venga osservata tale modalità, dovendo il diritto alla riservatezza trovare soddisfazione – come si è detto – in altre sedi.
6. Il 5^ motivo che si incentra sulla liquidazione delle spese di soccombenza è parimenti aspecifico e privo di autosufficienza, essendo innanzitutto onere del reclamante trascrivere l’intero contenuto della nota spese depositata dalla controparte (per quanto concerne spese, diritti ed onorari) per consentire al collegio la verifica se siano stati travalicati i limiti del domandato in termini globali e rispetto ai massimi di tariffa consentiti.<