Source: http://marcoplacci.postilla.it/2011/03/24/volontariato-e-sicurezza%E2%80%A6-ma-anche-le-associazioni-hanno-bisogno-dell%E2%80%99rspp/
Timestamp: 2020-02-22 18:41:40+00:00
Document Index: 12552159

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art.2', 'art. 21', 'art. 21', 'art.21', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 3', 'art. 211', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 90', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2222', 'art. 21', 'art. 2', 'art. 409', 'art.3', 'art 11', 'art.2', 'art 43', 'art.\n2', 'art. 3', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 67', 'art. 90', 'art. 3', 'art. 67', 'art. 409', 'art. 117', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 3', 'art.3', 'art.21', 'art.21', 'art.26', 'art.2222', 'art.32', 'art. 21']

Volontariato e sicurezza… Ma anche le associazioni hanno bisogno dell’R.S.P.P. ? - Postilla
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Volontariato e sicurezza… Ma anche le associazioni hanno bisogno dell’R.S.P.P. ?
…. – Non rubarmi l’idea, il post lo scrivo io!!! – Ho detto a Ugo al telefono qualche giorno fa… Poi gli eventi si sono susseguiti e invece che un post mi sa che scrivo per trovare aiuto e confronto….
Partiamo dall’inizio, come a molti è noto, dopo alcune italiane proroghe, pare che il 31 marzo p.v. entrerà in vigore il termine fissato dall’art. 3, comma 3-bis del Decreto Legislativo 81/08 riferito alle Cooperative sociali, (di cui alla Legge 8 novembre 1991 n. 381) e alle organizzazioni di VOLONTARIATO della protezione civile, compresi quelli della Croce Rossa Italiana, del Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e i Volontari dei Vigili del Fuoco …..
Questo comma, introdotto dal D.lgs. 106/2009 ha mitigato la definizione iniziale molto ampia di lavoratore data dall’art.2 del D.lgs. 81/08 che inglobava tale e quale OGNI VOLONTARIO inquadrato secondo la Legge n. 266 del 1991.
Il cambiamento sostanziale sussiste nella definizione sia dell’ORGANIZZAZIONE (Cooperativa Sociale Vs. Associazione di Volontariato) che del VOLONTARIO (Volontario di Attività Sociale secondo la Legge 8 novembre 1991 n. 381, oppure volontario di un’associazione “generica” o, meglio, definita dalla legge n. 266 del 1991).
La legge n. 266/91, per chi non la conosce è quella che “stabilisce i principi cui le Regioni e le Province autonome devono attenersi nel disciplinare i rapporti fra le istituzioni pubbliche e le organizzazioni di volontariato” per un’associazione puramente composta da volontari (persone non retribuite) che assieme perseguono finalità di carattere sociale, civile e culturale.
Poco prima di dicembre 2010 tra i Presidenti di alcuni circoli della zona (Associazione generica) si è diffuso un comunicato che informava “dell’entrata in vigore del D.Lgs. 81/08, e che questo riguardava anche “i circoli e le Associazioni che svolgono le loro attività all’interno di un luogo ben definito, sia esso di proprietà o in concessione, e che si avvalgono di dipendenti e/o collaboratori (compresi i volontari)”. Precisando nelle conclusioni che l’associazione DEVE nominare: un R.S.P.P. esterno o interno all’associazione, un addetto al primo soccorso e uno all’antincendio, deve redigere la Valutazione dei Rischi, individuare le misure di prevenzione, fornire ai collaboratori le informazioni obbligatorie per la sicurezza.
Come tutte le cose che cadono dall’alto per un po’ di tempo tutto è rimasto calmo. Fino a che qualcuno si è svegliato e ha cominciato a porsi (e a pormi) un po’ di domande: – Sono Presidente del Circolo, ma allora cosa devo fare? Qui c’è scritto che devo nominare uno che si chiama R.S.P.P., un pompiere e un infermiere, cosa ne pensi? –
Confesso la mia leggerezza nella prima lettura della cosa. La conseguente risposta è stata: – guarda che quel comma (il 3-bis per intenderci) non c’entra nulla con quello che fate nel circolo, partite a briscola e chiacchiere non identificano certo una Cooperativa Sociale.
Poi due telefonate mi hanno fatto ricredere: una ad Ugo e una successiva ad Andrea.
Sicuramente c’è una notevole differenza tra un’Associazione che ha nel suo organico SOLO volontari, e una che al suo interno e per svolgere le sue attività (magari anche solo amministrative), ha assunto uno o più dipendenti. Cambia radicalmente la condizione dell’Associazione, è equiparabile ad un’azienda, il Presidente è sicuramente Datore di Lavoro e ne consegue un obbligo specifico degli articoli del Testo Unico.
Non mi soffermo su questa particolarità, ma torno alle Associazioni CHE HANNO SOLO VOLONTARI e alla conseguente rilettura dell’articolo 3, poiché non è presente solo il comma 3-bis, ma anche il 12-bis, che contiene alcune paroline magiche del tipo:
“Nei confronti dei Volontari di cui alla Legge n. 266 /91 e dei Volontari che effettuano Servizio Civile si applicano le disposizioni relative ai lavoratori autonomi di cui all’art. 21.
E l’entrata in vigore di questo comma non è il 31 marzo 2011, ma il 20 agosto 2009, da quando è entrato in vigore D.lgs. 3 agosto 2009, n. 106.
…. Lavoratore autonomo …. Ma comunque è un volontario … Ma allora un Presidente di Associazione cosa deve fare…. E dove si ferma/arriva la sua responsabilità?
Qui apro il dibattito, vi espongo come la penso, ma sono convinto che sia un parere da correggere tramite i vostri consigli. Ho fatto tre riunioni: una con il Direttivo del circolo, una con il Presidente provinciale dell’associazione e una con un misto di responsabili e soci alla luce della “festa di primavera”, aperta al pubblico, che il circolo sta organizzando (in Romagna non ci si lascia scappare nessuna occasione per mangiare cappelletti e bere sangiovese). Ne sono scaturite situazioni contrastanti.
Il Presidente provinciale ha capito la situazione e mi ha chiesto cosa poteva fare per gestire al meglio nel suo territorio il comma 12-bis. Il mio consiglio è stato “almeno fai informazione e formazione”, partendo dai Presidenti di circolo, e che gradualmente dovrà essere impartita ai volontari stessi per quanto riguarda il rispetto minimo delle norme di sicurezza.
Secondo me, infatti, se il volontario deve rispettare le “regole” della sicurezza imposte dall’art. 21 e cioè:
a) utilizzo di attrezzature conformi al Titolo III,
b) munirsi di Dispositivi di Protezione Individuali e utilizzarli conformemente alle disposizioni del Titolo III,
c) in attività di appalto e subappalto munirsi di tessera identificativa,
qualcuno lo dovrà informare…. E conseguentemente, per me, la responsabilità di questa informazione e formazione è del Presidente o del Coordinatore dell’Associazione. Ma il problema non finisce qui, ovviamente ……
Dopo la seconda riunione tenuta con il Consiglio Direttivo locale, abbiamo quindi provato, a fare formazione ai Volontari. E’ stato chiamato a raccolta il gruppo (sostanzioso) che sarà coinvolto prossimamente nella “festa di primavera”. Dopo un interessato silenzio durante la mia esposizione che verteva sulle attrezzature di lavoro, le sostanze chimiche, i D.P.I. e le norme di comportamento, c’è stata una rivolta di popolo: “io i guanti non me li metto” – “allora sulla scala per i festoni ci andrà il presidente se non posso più usare la mia preferita” – “mi sembra di essere a lavorare, sempre le stesse storie, allora non volete fare la festa”.
Mi sono trovato notevolmente imbarazzato, ormai ho fatto decine e decine di corsi, quando comunichi queste cose ai lavoratori hai la leva della “dipendenza” e sei supportato da un Datore di Lavoro. In quella riunione prima di tutto avevo davani “amici”, ma in secondo luogo avevo delle persone notevolmente carenti per quanto riguarda la “cultura delle sicurezza”, alle spalle infine, avevo un Presidente a cui stavo ponendo “un ulteriore problema oltre a tutti quelli che aveva già per la gestione dell’Associazione”.
Mi rivolgo quindi a voi ……..
Ha senso estremizzare la cultura della sicurezza in questo modo?
Se il volontario non vuole rispettare le regole, come ci si deve comportare? Cosa dirgli?
E ancora… ma è proprio responsabilità del Presidente (o chi per lui) la formazione per il rispetto delle regole sulla sicurezza da parte dei volontari?
A questo punto come possiamo parlare di controllo e di verifica del rispetto dei comportamenti dei volontari? E se il comma 12-bis è entrato in vigore ad agosto del 2009 come mai non si trova riscontro o indicazioni in merito?
Sto esagerando, come sempre dice mia moglie? Ho le traveggole, o qualche barlume di lucidità mi rimane ancora? Datemi un aiuto …
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36 Commenti a “Volontariato e sicurezza… Ma anche le associazioni hanno bisogno dell’R.S.P.P. ?”
Scritto il 28-3-2011 alle ore 16:46
In realtà il principio della sicurezza – per non aggiungere anche la privacy – è giusto e sacrosanto… Ma spesso ci si dimentica che le normative hanno un impatto “disastroso” per le piccole “entità”… Associazioni con pochi volontari/iscritti si ritrovano oberate di adempimenti, troppo abnormi e poco aderenti alle loro dimensioni… E così spesso le buone intenzioni vengono bloccate e frenate dalla eccessiva burocrazia… tutti gli adempimenti hanno un costo, in termini di tempi e di risorse, e le piccole associazioni non se le possono decisamente permettere. Così operano senza applicarle, oppure rinunciano ai loro “sogni”…
Francesca Colecchia scrive:
Scritto il 1-4-2011 alle ore 12:33
Grazie per aver sollevato il problema!
Anche io non riesco a trovare una risposta univoca alla gestione della sicurezza nei luoghi di lavoro nelle moltissime organizzazioni che si avvalgono esclusivamente di volontari.
Se leggo il Testo Unico in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro con riferimento ai volontari, assimilati ai lavoratori autonomi, arrivo a concludere che gli adempimenti siano esclusivamente quelli contemplati dall’art.21, da cui discende esclusivamente l’onere del “datore di lavoro” di informare i volontari rispetto ai rischi connessi alle attività espletate e di fornirgli il tesserino di riconoscimento nel caso in cui svolgano l’attività presso terzi (es: convenzione con la ASL per attività di clownerie all’interno del reparto pediatrico dell’ospedale). L’onere di informativa potrebbe tra l’altro essere assolto attraverso corsi indetti da centri servizi volontariato o dalle Province/Regione nell’ambito delle iniziative di promozione dell’associazionismo e/o di sensibilizzazione ai temi della sicurezza.
Non ritengo invece sussista l’onere della nomina del RSSP, della formazione obbligatoria, della predisposizione del documento di valutazione dei rischi.
Due consulenti del lavoro con i quali mi sono confrontata assimilano invece i volontari ai dipendenti per cui anche nel caso in cui l’associazione si avvalesse di soli volontari ritengono obbligatorio espletare tutte le procedure di cui sopra. Uno, in particolare, mi ha segnalato che è stata contestata l’omessa predisposizione del documento di valutazione dei rischi ad un circolo che si avvale di volontari anche per la gestione del bar circolistico…
A ciò si aggiungono altri dubbi.
I volontari sono equiparati agli autonomi ma chi sono i volontari?
Alcuni ritengono che siano tali solo i volontari attivi in associazioni iscritte nel registro delle organizzazioni di volontariato di cui alla Legge 266/1991, altri invece ritengono tali quelli così definiti dalla Legge 266/1991, ossia quanti prestano spontaneamente la loro opera a titolo gratuito (tesi, quest’ultima, suffragata dal parere reso dalla Regione Veneto il 22 giugno 2010). La differenza non è di poco conto: nel primo caso beneficiano della semplificazione solo le organizzazioni di volontariato, nel secondo caso invece beneficiano della semplificazione tutte le associazioni – anche di promozione sociale, culturale, sportive – che si avvalgono di collaboratori che operano gratuitamente alla realizzazione delle finalità associative.
Altra questione: chi è il datore di lavoro in ambito associativo?
Nel caso in cui l’associazione abbia anche un solo collaboratore a progetto, la stessa è obbligata a nominare il RSPP che deve seguire il corso di formazione di durata (e costo) più contenuto se a farlo è il datore di lavoro. Poiché però in ambito associativo il legale rappresentante è soggetto ad un mandato temporalmente limitato, in ossequio al principio di democraticità cui devono ispirarsi gli enti non lucrativi, sarebbe opportuno fosse riconosciuta la possibilità di espletare la funzione di RSPP in capo a qualsiasi componente il Consiglio Direttivo al quale sia conferito il potere di spesa per l’assunzione degli oneri connessi all’adeguamento alle misure a tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro. Alcuni affermano però che solo il legale rappresentante dell’associazione può essere considerato datore di lavoro…
Mi associo nella richiesta di aiuto………
Scritto il 2-4-2011 alle ore 19:30
non facciamo diventare il volontariato un’istituzione che eroga lavoro… perderebbe così tutte le sue peculiarità; con ciò non si può e non si deve ignorare le norme di sicurezza e di prevenzione necessarie ed utili in qualsiasi attività; sarebbe più utile semmai elaborare norme più consone a questo variegato mondo che rappresenta veramente “il sale” di questa nostra società purtroppo un pò chiusa in se stessa; ma servono veramente……..??
Scritto il 2-4-2011 alle ore 20:19
romeo schinco scrive:
Scritto il 5-4-2011 alle ore 00:10
Sono un neo pensionato dal 31/12/2010 e poiché dispongo del tempo libero mi dedico al volontariato sia per la Croce Rossa che per la Polizia Locale del Comu di S.D.M.
Scritto il 5-4-2011 alle ore 20:21
Ciao a tutti, bene, qualcosa si muove! Grazie a quelli che hanno espresso la loro opinione. Come spesso capita il consiglio dei Ministri ha definito una ulteriore proroga che pospone al 31 dicembre 2011 l’applicazione delle disposizioni del decreto legislativo 81/2008, articolo 3, comma 3bis. Ma ciò non modifica il contenuto del mio blog. Condivido sia l’intervento di Francesca che quello di Antonio. Occorre definire e avere una linea di equilibrio, senza sottovalutare i pericoli che si possono presentare durante le attività di volontariato, ma non esagerando equiparando il volontario a dipendente. Una piccola soddisfazione l’ho avuta domenica: durante la festa che comunque è stata organizzata e ha avuto tanto successo, chi friggeva le paratine (producendone in continuo!!) portava gli occhiali protettivi per evitare gli schizzi di olio negli occhi. E’ un primo passo!!!!
Luca Lodi (aka Loud) scrive:
Scritto il 14-4-2011 alle ore 19:37
L’art. 2 è scritto male. Ha tentato di seguire l’orientamento giurisprudenziale ma l’ha fatto in modo molto maldestro, anche perché è materia penale e l’interpretazione diventa molto più rigida.
Con le modifiche del decreto 106 i volontari sono esclusi, e se l’Ass.ne non ha altri lavoratori (diversi dai volontari) allora non ci troviamo davanti ad un datore di lavoro e quindi niente RSPP. Se ci sono dipendenti o equiparati per la sicurezza allora sì RSPP. E se si tratta di volontari dei VV.F. o della Protezione civile allora idem: sì RSPP perché lavoratori equiparati. Negli altri casi applichiamo le norme sul lavoro autonomo.
Poi aspettiamoci interventi della Corte costituzionale per le disuguaglianze insensate create dal Legislatore e interventi interpretativi di più ampio raggio dai tribunali e dalla Cassazione. Insomma, lo vogliamo tutelare adeguatamente questo volontario? Certo, magari lo dobbiamo responsabilizzare per i DPI qualora decidessimo di fornirli noi come associazione (mediante convenzione e regolamento), altrimenti li utilizza senso rigore visto che non se li è pagati lui (comunque possibile), però tuteliamo la persona. E’ questo l’obiettivo.
Chissà che presto non vengano ricompresi tutti visto che alcuni segnali li abbiamo dalla citate modalità attuative per i lavoratori (volontari) di Croce rossa, Prot. Civ. e VV.F. dnel commma 3-bis dell’art. 3. Disposizione che unita alla lett. a) dell’art. 2 e al comma 12-bis dell’art. 3 fanno presumere che l’intento sia quello di tutelare anche loro, ma per motivi vari, direi politici, per ora si è ottenuta una parziale esclusione invocando l’art. 21 sul lavoro autonomo in modo da non sobbarcare di costi per Dpi e sorveglianza sanitaria le organizzazioni di volontariato visto che i volontari sono abbastanza autonomi nel gestirsi e non c’è un interesse datoriale sotteso (?).
Le carte potrebbero cambiare, ma per ora condivido questo pensiero: il RSPP resta escluso laddove non ci siano lavoratori dipendenti o equiparati (no volontari L. 266/91, eccetto i casi particolari citati). Se invece ho dei dipendenti o assimilati (compresi i co.pro. che prestano attività tra le mura dell’associazione) oppure volontari di protezione civile o vv.f., allora mi dirigo agli obblighi ex artt. 15 e 17 tra cui la designazione del RSPP.
Chiudo segnalando che anche io mi sono trovato davanti a volontari, ho tenuto dei convegni a loro rivolti. Si sono piacevolmente sensibilizzati alla cultura della sicurezza. Però non ho potuto nascondere alcune perplessità sulla norma. E se non rispettano le regole saranno responsabili autonomamente (art. 21), tant’è che non posso sanzionarli disciplinarmente. Ed ecco perché i Dpi possono essere a loro carico, e se si fa una convenzione per farli fornire da parte dell’associazione, come ritengo giusto, allora suggerisco di integrare o affiancare una parte regolamentare per l’uso degli stessi, in modo che in caso di perdita o rottura debbano poi provvedere da solo alla sostituzione.
Con il tempo capiremo meglio come muoverci.
Scritto il 15-4-2011 alle ore 13:12
Volevo condividere – per chi non lo avesse già letto – il parere della Regione Veneto datato 22 giugno 2010 in merito all’applicazione dlgs 81/08 in Associazioni sportive dilettantistiche e Associazioni di promozione sociale
Data: 22 giugno 2010-Protocollo n. 345294/50.00.03.03
E.920.05.1-Allegati n.
Oggetto: Applicazione del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e s.m.i. alle associazioni sportive dilettantistiche ed alle associazioni di promozione sociale. Parere.
Ai Signori Direttori SPISAL
Aziende ULSS del Veneto
Al Forum Permanente Terzo Settore
Facendo seguito alle richieste di parere pervenute alla scrivente Direzione circa l’applicazione del D.Lgs. 9 aprile 2008, n. 81 e s.m.i. (c.d. Testo Unico delle norme in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro) alle Associazioni sportive dilettantistiche ed alle Associazioni di promozione sociale, si comunica quanto di seguito:
Preliminarmente si osserva che l’art. 3, comma 1, del D.Lgs. n. 81/2008, prevede che “Il presente decreto legislativo si applica a tutti i settori di attività, privati e pubblici e a tutte le tipologie di rischio “.
Il successivo comma 2 indica, poi, una serie di attività per le quali le disposizioni del D.Lgs. n. 81/2008 devono essere applicate “…tenendo conto delle effettive particolari esigenze connesse al servizio espletato o alle peculiarità organizzative” da individuarsi con specifici decreti ministeriali.
Nel novero di tali ultime attività particolari non sono ricomprese, né quelle svolte dalle Associazioni sportive dilettantistiche, né quelle delle Associazioni di promozione sociale (ex L. 7 dicembre 2000, n. 383).
A ciò consegue che a tali associazioni dovrà applicarsi il D.Lgs. n. 81/2008, o in senso estensivo, qualora si configuri la presenza di un rapporto datore di lavoro/lavoratore, o nei termini dell’art. 211 nei casi ivi contemplati.
Collaboratori che prestano attività a titolo volontaristico o con mero rimborso spese
Il D.Lgs. n. 81/2008 considera l’ambito del volontariato, ai fini della definizione delle modalità di applicazione della normativa in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro, con espresso riferimento a:
■ Cooperative sociali di cui alla L. 8 novembre 1991, n. 381 (art. 3, co. 3-bis);
■ volontari del Corpo nazionale dei vigili del fuoco (art. 3, co. 3-bis);
■ volontari della protezione civile (art. 3, co. 3-bis);
■ volontari della Croce rossa italiana (art. 3, co. 3-bis);
■ volontari del Corpo nazionale del soccorso alpino e speleologico (art. 3, co. 3-bis);
■ volontari di cui alla L. 1 agosto 1991, n. 266 (art. 3, co 12-bis);
■ volontari che effettuano servizio civile (art. 3, co 12-bis);
per quel che concerne i soggetti che prestano la propria attività spontaneamente e a titolo gratuito o con mero rimborso delle spese, in favore delle Associazioni di promozione sociale di cui alla L. 7 dicembre 2000, n. 383 o delle Associazioni sportive dilettantistiche di cui alla L. 17 dicembre 2002, n. 289 (art. 90), nulla viene specificamente previsto dalla normativa prevenzionistica.
All’esito della lettura della definizione fornita dall’art. 2 della L. 11 agosto 1991, n. 266 (Legge quadro sul volontariato) – ai sensi del quale è attività di volontariato quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, senza fini di lucro ed esclusivamente per fini di solidarietà – si ritiene che l’attività svolta dai soggetti che prestano la propria attività spontaneamente e a titolo gratuito o con mero rimborso delle spese, in favore delle Associazioni di promozione sociale o delle Associazioni sportive dilettantistiche, possa essere equiparata a quella di volontariato.
Considerate, poi, le disposizioni dettate dall’art. 3, comma 12-bis, in favore dei volontari della L. n. 266/1991, volte a fornire anche a questi soggetti una tutela prevenzionistica di base (non prevista prima dell’entrata in vigore del D.Lgs. n. 81/2008) ed in ragione di motivi attinenti alla rilevanza sociale delle attività svolte dalle Associazioni di promozione sociale e delle Associazioni sportive dilettantistiche, all’assenza di fini di lucro, nonché alle limitate risorse a disposizione delle medesime, si ritiene opportuno estendere la disciplina del citato art. 3, comma 12-bis altresì ai soggetti che prestano la propria attività spontaneamente e a titolo gratuito o con mero rimborso delle spese, in favore delle medesime Associazioni di promozione sociale e delle Associazioni sportive dilettantistiche.
Tale disciplina, nell’ambito associazionistico in esame, si sostanzia nel fatto che i richiamati soggetti dovranno:
1. utilizzare attrezzature di lavoro in conformità alle disposizioni di cui al titolo III;
2. munirsi di dispositivi di protezione individuale ed utilizzarli conformemente alle disposizioni di cui al titolo III;
3. ove svolgano la propria attività nell’ambito dell’organizzazione di un datore di lavoro, questi è tenuto ad adottare le misure utili ad eliminare e, ove ciò non sia possibile, ridurre al minimo i rischi da interferenze tra la prestazione del volontario e altre attività svolte, nell’ambito della medesima organizzazione, dal personale dipendente;
4. inoltre, il titolare dell’organizzazione (Presidente dell’Associazione) è tenuto a fornire loro dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti negli ambienti in cui il volontario è chiamato ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla propria attività.
Al di fuori dei soggetti sopra considerati e, quindi, in presenza di lavoratori ex art. 2, comma 1, lettera a) del D.Lgs. n. 81/2008, oppure nel caso in cui gli importi eventualmente corrisposti ai collaboratori sopra considerati non possano essere riconosciuti a titolo di mero rimborso spese, ma vengano a configurarsi come una retribuzione, si potranno manifestare le seguenti fattispecie:
1. il prestatore d’opera viene considerato quale lavoratore autonomo (nell’ambito dell’art. 2222 del codice civile) con applicazione dell’art. 21 del D.Lgs. n. 81/2008;
2. tale soggetto rientra più genericamente nell’ambito dell’art. 2, comma 1, lettera a) del D.Lgs. n. 81/2008, con conseguente applicazione per esteso delle disposizioni del Testo Unico relative alla tipologia di attività e di rischio.
Obblighi prevenzionistici delle Associazioni di promozione sociale e delle Associazioni sportive dilettantistiche nell’uso di palestre, impianti o altri immobili in concessione
In riferimento alle situazioni in cui un’associazione utilizzi per le proprie attività palestre, impianti o altri immobili in regime di concessione d’uso, sussiste un obbligo generale di carattere civile e penale in capo all’associazione medesima di assicurare la sicurezza ai propri associati durante le attività svolte.
Per quel che concerne la sicurezza di coloro i quali operano per conto dell’associazione, si precisa che le palestre o i locali dati in concessione d’uso dall’Ente pubblico non rientrano nella disponibilità giuridica dell’associazione, di conseguenza l’obbligo di garantire la sicurezza a carico delle associazioni viene assolto mediante l’impegno a rispettare le prescrizioni d’uso dell’Ente proprietario o del gestore che ne hanno valutato i rischi ed hanno approntato le misure di prevenzione volte alla gestione delle emergenze e degli incendi.
In ordine agli obblighi di tutela nei confronti dei collaboratori dell’associazione operanti presso i locali dati in concessione, si ritiene opportuno che il Presidente della medesima associazione concessionaria debba informare il collaboratore/volontario delle prescrizioni d’uso ricevute dal concedente.
Rimanendo a disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, si porgono i migliori saluti
1 Art. 21. Disposizioni relative ai componenti dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del codice civile e ai lavoratori autonomi
Scritto il 1-7-2011 alle ore 19:21
Il commento di Francesca mi interessa particolarmente e vorrei chiedere delucidazioni perchè faccio fatica a capire le questioni burocratiche.
A breve terrò un corso in una palestra comunale per conto di un’associazione sportiva dilettantistica veneta.
L’associazione è dotata di un addetto al primo soccorso.
Secondo voi per me sarebbe una tutela maggiore ottenere un attestato di primo soccorso?
Ovviamente in quanto istruttore ho già nozioni di primo soccorso ma nessun attestato specifico.
Scritto il 1-7-2011 alle ore 21:23
Caro Nicola, personalmente sono favorevole alla formazione permanente quindi qualsiasi occasione di apprendimento per me è da accogliere con gioia…sperando che i docenti siano qualificati e adatti alla formazione ….
In merito invece alla obbligatorietà o meno di questa formazione nutro ancora qualche dubbio nel caso in cui l’associazione non abbia collaboratori retribuiti fatta eccezione per i percettori compensi sportivi.
Sul punto il Ministero del lavoro (all’interno delle FAQ in materia di sicurezza alla pagina http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/E8BC2905-7C8A-45BB-B321-26E52FFB921F/0/FAQsuASD.pdf) afferma infatti che “si ritiene che il regime applicabile nei casi suddetti sia quello previsto per i collaboratori coordinati e continuativi di cui all’art. 409 del codice di
procedura civile anteriormente all’entrata in vigore del D. Lgs. n. 276/2003, e cioè quello
previsto per i lavoratori autonomi di cui all’articolo 2222 del codice civile, per i quali l’art.3, comma 11, del D.Lgs. n. 81/2008 dispone l’applicazione degli articoli 21 e 26 del
medesimo testo normativo”.
Da ciò dovrei concludere che la formazione non dovrebbe essere obbligatoria…. diversamente da quanto detto da alcuni consulenti in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro….. continuo ad avere un milione di dubbi…
Scritto il 8-7-2011 alle ore 15:39
Mi inserisco nella vostra “discussione”, credo che già tanto è stato detto, vorrei solo aggiungere che purtroppo nessuno, probabilmente, oggi ha risposta a questi quesiti.
L’unica possibilità che “abbiamo” (anche se spesso in sede legale non viene considerata tantissimo), è l’uso del buon senso e della logica. Forse sono parole al vento, ma occorre sicuramente avere un equilibrio e non esagerare, sia nella sottovalutazione di queste cose che nella loro pedessiqua applicazione in attività di volontariato (d’altronde sono norme per gli ambienti di lavoro e non per regolarizzare “lo svago”).
Non possiamo nasconderci però che, per particolarie specifiche attività cioè quelle che possono effettivamente esporre a rischi concreti, la sensibilizzazione su queste tematiche, o meglio la formazione dei Volontari è comunque un punto da raggiungere. I tempi e i modi sono tutti da scoprire anche per non incrementare ulteriormente il peso dei Presidenti delle Associazioni, e per non fare scappare i volontari che hanno dato la loro disponibilità ed utilizzano il loro tempo libero per il bene degli altri.
Concludendo… se quel che costa è solamente un “piccolo sforzo” anche nel campo del volontariato sicuramente poter mostrare un attestato di “corso di pronto soccorso” è differente dal comunicare verbalmente le nostre conoscenze in materia.
Scritto il 8-8-2011 alle ore 12:01
sono stoto coordinatore in protezione civile e croce rossa italiana come volontario e mi sono adoperatore nei grandi eventi ad assistere ed aiutare migliaia di persone.
…..poi mi sono accorto che “rubavo” il lavoro a tanta gente quali, ausiliari del traffico, soccorritori dipendenti di cooperative, vigili del fuoco e poi…basta!
il volontario non percepisce stipendio ma la sua associazione ne percecepisce per ogni impiego, più di quanto è contrattuabile, quindi meditate gente, meditate……….
Scritto il 11-8-2011 alle ore 12:53
Scritto il 26-10-2011 alle ore 10:05
Ho letto i vari post. Vedo che da agosto non vi sono interventi. Ci sono novità?
La mia ricerca, ed il motivo per cui sono arrivato qui, e’ quello di capire se è stata chiarita la questione del rapporto fra D.Lgs 81/2008 e volontariato. In particolare sto cercando di capire se chi è istituzionalmente (sezione CAI) incaricato dei lavori di manutenzione dei sentieri-percosi attrezzati di montagna eseguiti dai soci volontari a cosa è tenuto. Ma sto cercando di capire cosa fare anche nella fattispecie che una pubblica amministrazione collabora con dei privati cittadini volontari nella realizzazione di piccole opere di manutenzione. Muri e pavimentazioni di strade comunali marginali. La collaborazione si concretizza con la fornitura dei materiali da parte dell’amministrazione pubblica ed i volontari eseguono le opere. Le opere eseguite rimangono di proprietà pubblica.
Si tratta di situazioni dove non ci sono dipendenti delle associazioni di volontariato e si costituiscono in sostanza dei piccoli cantieri.
Scritto il 27-10-2011 alle ore 08:25
Salve, nessuna nuova, buona nuova si diceva …
O no? Putroppo non ho risposte concrete, non ci sono novità sostanziali. L’unico cambiamento è stato la “messa in mora” di fine settembre dell’Italia da parte della Commissione Europea per il non corretto recepimento delle Direttive Europee, tra cui anche l’indirizzo relativo alle attività di volontariato.
Sono un socio CAI anch’io da circa 25 anni e capisco il problema. Il CAI in particolare fa anche parte della Protezione Civile, mi verrebbe da pensare che effettivamente le sue attività, ma in particolare quelle correlate alla Protezione Civile sono soggette al D.Lgs. 81/08.
Per l’altra realtà posso solo dire come io mi sto muovendo: informazione e formazione, a partire dai coordinatori e responsabili delle attività, per iniziare a “fare qualcosa”. In alcune associazioni abbiamo già fatto anche una lettera informativa sulla sicurezza e l’abbiamo distribuita a tutti i volontari, facendone firmare una copia per ricevuta. Con l’ANSPI provinciale ci stiamo accingendo infine a calendarizzare due ore di formazione da svolgere alla sera in tutte le sedi locali chiamando tutti i soci ….. Piccole cose che però dimostrano che il tutto è in evoluzione ..
Scritto il 22-3-2012 alle ore 14:07
ADEGUAMENTO SEDI di ASSOCIAZIONI PER LA SICUREZZA,
IN RIFERIMENTO ALL’ART. 11 DEL T.U. 81/08 s.m.i.
ROSI MAURIZIO scrive:
Scritto il 29-3-2012 alle ore 18:15
Ho letto con molto interesse la discussione iniziata da Marco Placci (che ho conosciuto nei miei corsi all’EPM) e proseguita da voi tutti.
Sono stato nominato RSPP di una Ass. Sportiva Dilettantistica che in realtà è una palestra a tutti gli effetti. La società è composta da 4 soci di cui 1 è Legale rappresentante (Datore di Lavoro), inoltre hanno diversi soggetti con questi tipi di contratto:
– co.co.co. amministrativo-gestionale
– contratti di collaborazione soprtiva
entrambe le fattispecie percepiscono un corrispettivo in denaro.(probabilmente come rimborso spese).
Da quello che sono riuscito a comprendere entrambe le tipologie contrattuali sono da considerare come se fossero lavoratori autonomi ma a questo punto le domande sorgono spontanee:
1) come debbo comportarmi per l’elezione del RLS?
2) analogamente come comportarmi per la designazione dei soggetti per l’antincendio ed il primo soccorso?
3) agli istruttori in sala pesi, se dovessi ravvisare un rischio di caduta dei gravi,visto che sono lav. autonomi, debbo dire loro di portarsi le scarpe antinfortunistiche visto che debbono provvedere ai DPI ecc..
Se qualcuno ha avuto a che fare con questo delirio mi aiuti.
Scritto il 1-4-2012 alle ore 13:41
Vedo che le cose interessano, innanzi tutto mi scuso con Danilo, non sono riuscito ancora a sentirlo, ma ritenteremo!!
Forse non ho capito, ma non trovo nesso con l’art 11. Direi invece che il titolo II e l’allegato IV ci danno indicazioni in merito che possono comunque essere seguiti con logica per gli ambiti di una associazione (ad esempio almeno qualche porta di emergenza). Ho qualche perplessità inoltre quanto le associazioni hanno luoghi aperti “al pubblico” come circoli, bar e altro, che sicuramente sono frequentrati esclusivamente da tesserati, ma dovrebbero/devono comunque rispettare le norme esistenti in merito.
Per Maurizio.. io provo a dirti come la penso, ma spero che quacuno intervenga, poichè sono solo mie deduzioni.
Innanzitutto leggendo l’art.2 lettera a), è definito lavoratore (anche uno solo), indipendentemente dal contratto o dalla retribuzione (l’articolo dice anche senza retribuzione) chi svolge attività lavorativa presso un’organizzazione…
Allora entra in gioco l’articolo 3 in tutte le forme contrattuali, (commi 5, 6, 7, 8, 9, 10) non direi che puoi equiparare i tuoi dipendenti a lavoratori autonomi….
Per quanto riguarda l’RLS ti aiuta l’articolo 37 lettera 3. … Io lo considero un diritto dei lavoratori, non neccessariamente un dovere. Il DDL deve comunque formare adeguatamente i lavoratori anche su questo tema. Sotto i 15 dipendenti i lavoratori (se vogliono) si riuniscono tra di loro e eleggono l’RLS.
L’articolo 18, c.1 lettera b, e lettera t ti dice che il datore di lavoro deve designare i lavoratori per antincendio e pronto soccorso… e che deve organizzare, in funzione dell’attività e dimensioni dell’azienda la gestione delle emergenze il tutto richiamato dall’ art 43.
Mi sa che sono tutte disposizioni che dovreste rispettare, ma che io comunque farei alla luce della frequenza (ribadisco, per me, equiparabile quasi a luogo pubblico) di più persone esterne in presenza di lavoratori e organizzazione interni.
Infine, l’uso di DPI è frutto di una valutazione del rischio, se il DDL ravvisa un valore di rischio rilevante può imporre le scarpe (ce ne sono di bellissime che sembrano scarpe da ginnastica, ma con il puntale rinforzato), una corretta valutazione del rischio è anche conseguenza dello studio degli eventi. Quanti istruttori di palesta si sono fatti male ai piedi negli ultimi 10 anni? Valutando l’indice di frequenza e di gravità (chissà se nel sito dell’INAIL ci sono andamenti in merito?) si deciderà di conseguenza…
Vediamo se arrivano altri suggerimenti..
Scritto il 1-4-2012 alle ore 13:45
P.S. Il comitato zonale Faenza-Modigliana dei circoli ANSPI si è mosso, mi ha contattato e abbiamo fatto tre serate informative ai volontari attiviti dei circoli, sono intevenute circa 150 persone. Per me è già un bellissimo segnale, sia di impegno del Presidente, che di chi è intervenuto (la frequenza era libera).
Scritto il 2-4-2012 alle ore 11:38
Per rispondere a Maurizio…
Nell’ambito delle associazioni sportive dilettantistiche esiste la possibilità di erogare compensi sportivi ad istruttori/collaboratori amministratori gestionali che collaborino alla realizzazione delle finalità associative in un rapporto che non abbia natura subordinata o professionale. Tali compensi sono qualificati come redditi diversi, in quanto non riconducibili ai redditi di lavoro autonomo o subordinato.
Sull’applicabilità della normativa in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro in ambito sportivo dilettantistico è “intervenuto” il Ministero del Lavoro rispondendo ad una FAQ pubblicata sul proprio sito istituzionale. Questa è la risposta:
“Qual è la normativa applicabile in materia di tutela della salute e sicurezza dei
lavoratori nell’ambito delle Associazioni sportive dilettantistiche?
A riscontro del quesito su emarginato, relativo alla applicabilità alle associazioni
sportive dilettantistiche (indicate di seguito come ASD), si forniscono le seguenti
In via preliminare si osserva che, alla luce della ampia definizione normativa di
lavoratore e di datore di lavoro dettata dal D. Lgs. n. 81/2008 alle lettere a) e b) dell’art.
2, nonché del campo di applicazione di cui all’art. 3 comma 1, che ricomprende tutti i
settori di attività e tutte le tipologie di rischio, il mondo del non profit in generale e
pertanto anche le associazioni o società sportive dilettantistiche, rientrano nel campo di
applicazione del decreto in esame.
Infatti il lavoratore è “la persona che, indipendentemente dalla tipologia
contrattuale, svolge una attività lavorativa nell’ambito dell’organizzazione di un datore di
lavoro pubblico o privato, con o senza retribuzione, anche al solo fine di apprendere un
mestiere un’arte o una professione…”, mentre la definizione di datore di lavoro è ormai
svincolata dalla titolarità della responsabilità dell’impresa, e deriva invece, più in
generale, dalla responsabilità dell’organizzazione delle prestazioni lavorative o alle stesse equiparate.
Bisogna ulteriormente rilevare che le prestazioni lavorative rese nell’ambito delle
suddette associazioni non sono oggetto di una disciplina particolare nei commi
successivi del citato articolo 3, come invece avviene per altre categorie di prestazioni
lavorative o tipologie di lavoratori.
Stante quanto sopra, occorre stabilire se, in mancanza di una espressa limitazione
operata dal legislatore, le norme del D.Lgs. n. 81/2008 siano applicabili integralmente
nell’ambito delle suddette associazioni ovvero se dalle norme che disciplinano le stesse
– legge 16 dicembre 1991, n. 398 “Disposizioni relative alle associazioni sportive
dilettantistiche”, l’art. 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, oltre che da disposizioni
di carattere fiscale e previdenziale concernenti le stesse – possano discendere
indirettamente alcune limitazioni alla integrale applicazione delle stesse.
La principale fonte normativa che regolamenta le ASD è il citato art. 90 della legge
n. 289/2002, che, nell’estendere le disposizioni della legge 16 dicembre 1991, n. 298 e
s.m. e le altre disposizioni tributarie riguardanti le ASD anche alle società sportive
dilettantistiche costituite in società di capitali senza fini di lucro, disciplina, ai commi 17 e 18, alcuni aspetti relativi alla loro costituzione nonché al contenuto dell’atto costitutivo e dello statuto, fra i quali i principi generali in materia di contenuti dello statuto e dell’atto costitutivo delle stesse, come l’assenza del fine di lucro, il rispetto del principio di democrazia interna, la gratuità degli incarichi degli amministratori.
Per quanto riguarda il profilo tributario, va rilevata l’inclusione fra i redditi diversi ad
opera dell’art. 67, comma 1, lett. m) del Testo Unico del 22/12/1986 n. 917 (T.U.I.R.),
delle “ indennità di trasferta, i rimborsi forfettari di spesa, i premi e i compensi erogati
nell’esercizio diretto di attività sportive dilettantistiche dal CONI, dalle federazioni
sportive nazionali, .…dagli enti di promozione sportiva e da qualunque organismo,
comunque denominato, che persegua finalità sportive dilettantistiche e che sia da essi
riconosciuto”, ai quali sono stati equiparati, con le modifiche apportate a tale testo
normativo, dal comma 3 del citato art. 90 della L. n. 89/2006, quelli derivanti da rapporti
di collaborazione coordinata e continuativa di carattere amministrativo-gestionale di
natura non professionale resi in favore di società o di associazioni sportive
Dalla disciplina normativa sopra sommariamente richiamata risulta che l’ordinamento non detta un particolare regime giuridico per le prestazioni lavorative rese nell’ambito degli enti in questione, se non sotto l’aspetto tributario, ove, in considerazione delle finalità ritenute particolarmente degne di tutela di promozione e
tutela dello sport, estende alle stesse il regime di agevolazioni previste per le prestazioni
rese in favore degli organismi di promozione sociale, subordinando il conseguimento di
tali benefici al possesso dei requisiti di cui sopra, attestanti l’effettivo perseguimento di
quei fini.
La normativa applicabile nel caso di prestazioni lavorative è quindi quella di diritto
comune e va individuata, pertanto, nelle disposizioni che regolano in generale la
materia, salvo disposizioni speciali espressamente previste.
Tanto premesso, può concludersi che, nel caso in cui gli enti in questione abbiano
dipendenti o sportivi professionisti dipendenti, è pacifica l’applicazione delle norme
generali a tutela della salute e sicurezza sul lavoro, mentre, in base al tenore letterale
del combinato disposto degli artt. 61 del citato D.Lgs. n. 276/2003 e 3, comma 7, del
D.Lgs. n. 81/2008, è prevista una deroga alla generale applicabilità delle stesse nel caso
di lavoratori con contratto di lavoro a progetto che prestano la propria attività lavorativa
nei locali del committente.
Per tali lavoratori si esclude, altresì, l’equiparazione ai volontari di cui alla legge
266 del 1991, per i quali è previsto uno speciale regime dal comma 12 bis dell’art. 3, del
D.Lgs. n. 81/2008, equiparazione possibile unicamente se la associazione rientra, in
base allo statuto e all’atto costituivo, fra quelle di volontariato di cui alla citata legge. Si può infatti ritenere che la già citata classificazione dei compensi percepiti per le
prestazioni rese in tale ambito fra i redditi diversi ad opera dell’art. 67, comma 1, lett. m)
del Testo Unico del 22/12/1986 n. 917 (T.U.I.R.), come redditi diversi da quelli lavorativi
operi unicamente a fini fiscali, dal momento che gli stessi si sostanziano in compensi
dovuti a vere e proprie prestazioni lavorative, a meno che, come già esposto, non sia
provata la natura volontaria della prestazione nel senso sopra specificato.
Ciò è ulteriormente suffragato dalla equiparazione, pure sopra citata, a tali redditi
di quelli derivanti da rapporti di collaborazione coordinata e continuativa di carattere
amministrativo-gestionale di natura non professionale resi in favore di società o di
associazioni sportive dilettantistiche, per le quali non vi è dubbio circa la natura
lavorativa della prestazione.
Stante quanto sopra, si ritiene che il regime applicabile nei casi suddetti sia quello
previsto per i collaboratori coordinati e continuativi di cui all’art. 409 del codice di
medesimo testo normativo.
Al riguardo appare comunque opportuno puntualizzare come si applichino, in
materia, i principi generali di cui agli articoli 2043 e 2051 c.c., che impongono al
responsabile dell’impianto o dell’associazione sportiva dilettantistica che di esso abbia la
disponibilità – da individuare secondo la normativa di settore che regola la materia – di
predisporre adeguate misure di tutela nei confronti di chi venga chiamato ad operare
nell’ambito delle attività di riferimento della associazione sportiva dilettantistica e che,
pertanto ne sanciscono la responsabilità secondo i principi comuni della responsabilità
civile e penale nel caso di danni causati a terzi da cose in disponibilità.
Occorre, in ogni caso, sottolineare la competenza legislativa concorrente attribuita
dall’art. 117 della Costituzione alle Regioni in materia di ordinamento sportivo, tutela
della salute e sicurezza del lavoro. Pertanto, occorrerà tenere presente anche le normative regionali eventualmente emanate in materia.”
Scritto il 10-4-2012 alle ore 17:20
Intervengo nuovamente innanzitutto per ringraziare Marco e Francesca per i loro interventi.
Nel frattempo ho avuto uno scambio di e-mail con un Avvocato che si occupa di diritto sportivo (non posso citare il nome per motivi di privacy ma l’inviterò a partecipare al blog) che mi ha fornito la seguente interpretazione:
sia gli istruttori sia i co.co.co. a carattere amministrativo gestionale sono equiparati ai “percettori di redditi diversi” (come giustamente diceva Francesca) ai sensi dell’ art. 67, c. 1, lettera m del TUIR per cui dovrò adottare il regime in uso per i lavoratori autonomi (artt. 21 e 26 TU) con la redazione del DUVRI ad ognuno di essi.
Ora, a parte che il DUVRI si redige solo in caso di comprovata interferenza, non vi sembra esagerato?
Gli istruttori non portano dei macchinari o attrezzature all’interno del luogo di lavoro ma, anzi, utilizzano quelle messe a disposizione della ASD per cui, almeno nel mio caso, faccio fatica a trovare interferenze.
Troverei più sensato adottare un criterio di reciproca collaborazione e coordinamento per la prevenzione per quello che riguarda ogni specifica attività; inserendo questa clausola direttamente nel contratto. In tal senso ho trovato un modulo di “contratto per istruttore dilettantistico” nel sito della Provicia di Bologna che mi sembra interessante.
Chiaramente ognuno di loro verrà debitamente informato sull’esito della Valutazione dei Rischi e, se del caso, formato.
Per ora mi fermo qui attendendo i vostri suggerimenti.
ho visto delle scarpe di sicurezza della Superga che sono bellissime
Scritto il 11-4-2012 alle ore 19:51
Per rispondere a Maurizo, nelle associazioni sportive dilettantistiche io distinguerei tra:
a) associazioni che hanno come collaboratori retribuiti esclusivamente percettori compensi sportivi (siano essi istruttori o collaboratori amministrativo-gestionali) e lavoratori autonomi;
b) associazione che hanno anche dipendenti o collaboratori a progetti.
Nel primo caso, secondo me:
1) l’associazione è esclusivamente tenuta a:
– informare i collaboratori e quanti utilizzano spazi ed attrezzature in merito ai rischi specifici ed alle misure di prevenzione ed emergenza esistenti negli ambienti ove viene promossa l’attività sportiva dilettantistica, il che per me (ma forse sbaglio) non presuppone l’alaborazione del documento di valutazione rischi;
– adottare le misure utili ad eliminare/ridurre al minimo i rischi da interferenze tra la prestazione del lavoratore autonomo e altre attività svolte dal personale retribuito e/o volontario ma non essendo obbligata a redigere il documento di valutazione rischi non vedo come dovrebbe essere obbligata a curare il DUVRI;
2) i collaboratori dovranno:
– munirsi di dispositivi di protezione individuale ed utilizzarli conformemente alle disposizioni di cui al titolo III.
Nel secondo caso, l’associazione è invece tenuta ad assolvere a tutti gli adempimenti previsti dalla legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, ivi inclusa la nomina dei rappresentanti dei lavoratori.
Questo per quanto riguarda i classici adempimenti di cui al Testo Unico (formazione e nomina dei diversi referenti per intenderci), restando comunque in capo all’associazione l’onere di adottare le misure antinfortunistiche come i citati maniglioni antipanico.
Sul punto può essere interessante la lettura della sentenza della Cassazione del 20/02/2008. E’ il caso di un parroco che veniva imputato del reato di lesioni colpose aggravate perché un volontario si era provocato gravi lesioni cadendo da un ponteggio, non allestito a regolare d’arte, sul quale era salito per effettuare dei lavori preparatori alla festa parrocchiale. La Corte di Cassazione ha sottolineato come il parroco era il soggetto che in ogni caso aveva la direzione dell’attività della parrocchia, luogo dove si stava allestendo la festa, e che il ponteggio mobile utilizzato dal volontario che si era infortunato apparteneva alla stessa parrocchia. Inoltre – sempre secondo la Corte di Cassazione – l’approntamento di misure di sicurezza e quindi il rispetto delle norme antinfortunistiche esulerebbe dalla sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato, essendo stata riconosciuta la tutela anche in fattispecie di lavoro prestato per amicizia, per riconoscenza o comunque in situazione diversa dalla prestazione del lavoratore subordinato, purché detta prestazione sia stata effettuata in un ambiente che possa definirsi “di lavoro”.
Scritto il 12-4-2012 alle ore 22:36
Grazie Francesca, ci stai dando un grande aiuto!! Credo che la filosofia del Blog deve essere questa!! Non possiamo affermare di conoscere tutto, e chi lo fa sinceramente non è credibile.
Viceversa, l’aiuto che può portare chi ha approfondito maggiormente (rispetto ad altri, come me per esempio) alcune tematiche è determinante per risolvere problemi e quesiti anche “di nicchia” come quello delle associazioni sportive.
Scritto il 13-9-2012 alle ore 16:33
Scusate qualcuno sà se anche le avis (associazione volontari italiani sangue) sono soggette a redigere la pratica sulla sicurezza sui luoghi di lavoro? grazie mille
Scritto il 11-4-2013 alle ore 10:27
FACCIO PARTE DI UN’ASSOCIAZIONE D’ARTE E CULTURA CHE OSPITA OCCASIONALMENTE LABORATORI PER BAMBINI CON ACCOMPAGNATRICI TURISTICHE DEL LUOGO. COME MI DEVO COMPORTARE NEI CONFRONTI DELLA LEGGE PER LA SICUREZZA? DEVO O NO APPLICARE LA LEGGE 81/2008 ANCHE SE LA NOSTRA ASSOCIAZIONE E’ STATA FONDATA CON SCRITTURA PRIVATA? GRAZIE
Scritto il 11-4-2013 alle ore 12:15
Tutte le associazioni sono tenute a porsi il problema di come applicare la legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro, a prescindere dalla natura giuridica (associazione con o senza personalità giuridica), dalla tipologia associativa (associazione di promozione sociale, organizzazione di volontariato, associazione sportiva dilettantistica etc) e dalla forma dell’atto costitutivo (scrittura privata o atto pubblico). L’unica agevolazione è legata alla circostanza che l’associazione presenti esclusivamene come collaboratori volontari e/o lavoratori autonomi (titolari di partita iva, collaboratori occasionali, collaboratori anche a progetto ma in questo caso a condizione che non operino all’interno della struttura dell’associazione). In questo caso infatti gli adempimenti sono ridotti e sono riconducibili a quelli descritti nel post che ho scritto l’11-4-2012. Almeno questa è l’interpretazione che ho dato della norma ma se qualcuno ha altre opinioni sarei molto felice di confrontarmi. Dal quesito però non si evincono in modo chiaro le modalità di organizzazione dell’attività di laboratorio ossia se l’associazione ospiti (dietro compenso o in comodato è irrilevante) una organizzazione che rimane responsabile delle attività svolte, ovvero se l’associazione sia l’organizzatrice dell’attività. Nel primo caso infatti vi dovrete porre esclusivamente il problema della idoneità dei locali. Un caro saluto
Scritto il 11-6-2013 alle ore 09:30
Secondo voi cè distinzione tra il volontario come definito dalla legge 1° agosto 1991, n. 266; i volontari del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco e della Protezione Civile; il volontario che effettua il servizio civile; e quello che è semplice socio o tesserato dell’associazione che svolge anche un servizio di sportello inferiore ad un tot di ore settimanali alla luce della legge sulla Salute e Sicurezza sul Lavoro Applicabilità al volontariato (D.Lgs. 9 / 4 / 2008 n°. 81 coordinato con il D.Lgs . 3 / 8 / 2009 n°.106)
Scritto il 11-6-2013 alle ore 10:47
In via generale la legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro si applica a tutti quindi a mio avviso non esistono organizzazioni non profit che possano prescindere da questa normativa. La questione è quali norme della legge trovano applicazione in relazione ai collaboratori coinvolti.
Per quanto riguarda i volontari della protezione civile e dei vigili del fuoco trovano applicazione
•	l’art. 3, comma 3-bis, del decreto legislativo n. 81/2008, che ha stabilito che nei riguardi delle organizzazioni di volontariato di protezione civile – compresi i volontari della Croce Rossa Italiana e del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico e i volontari dei Vigili del Fuoco – le disposizioni del testo unico sulla salute e la sicurezza negli luoghi di lavoro sono applicate tenendo conto delle particolari modalità di svolgimento delle rispettive attività da individuarsi con un successivo decreto interministeriale;
•	il decreto interministeriale di attuazione del 13 aprile 2011, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del’11 luglio 2011;
•	il decreto del Capo del Dipartimento della Protezione Civile del 12 gennaio 2012, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 6 aprile 2012 con il quale, d’intesa con le Regioni e le Province Autonome e in condivisione con la Consulta Nazionale delle Organizzazioni di Volontariato di Protezione Civile, con la Croce Rossa Italiana ed il Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, vengono definite le modalità della sorveglianza sanitaria per i volontari di protezione civile e vengono condivisi gli indirizzi comuni su: scenari di rischio di protezione civile e compiti dei volontari, controllo sanitario di base, e formazione.
Con riferimento invece ai volontari – nell’accezione offerta dalla legge 266/1991 che definisce tale l’attività prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro anche indiretto ed esclusivamente per fini di solidarietà, ritengo condivisibile la posizione della Regione Veneto la quale afferma che “l’attività svolta dai soggetti che prestano la propria attività spontaneamente e a titolo gratuito o con mero rimborso delle spese, in favore delle Associazioni di promozione sociale o delle Associazioni sportive dilettantistiche, possa essere equiparata a quella di volontariato” (il parere è riportato nel post del 15-4-2011). I volontari di tutte le associazioni dovrebbero pertanto essere equiparati ai lavoratori autonomi (art.3, comma 12bis).
In presenza di soli lavoratori autonomi (di cui all’art.21 del DLgs 81/2008) e assimilati si applicano a mio avviso solo le disposizioni di cui agli art.21 e 26 e quindi non si configura l’obbligo di predisposizione del dvr, di nomina dei diversi ruoli contemplati dalla legge e di formazione. La valutazione del rischio rimane in ogni caso necessaria sia per poter offrire l’informazione sui rischi esistenti (adempimento prescritto dall’art.26) sia per poter effettuare la valutazione antincendio.
Una circolare ministeriale potrebbe in ogni caso offrire maggiore chiarezza in merito. Se potete segnalarmi pareri di segno opposto ve ne sarei grata, vorrei capire su cosa si fondano. Ritengo sia essenziale il processo di valutazione dei rischi e l’implementazione delle misure di sicurezza in un ottica antinfortunistica, attesa anche la responsabilità dei dirigenti delle associazioni per le attività organizzate e per i danni conseguenti alla struttura in cui operano ma non credo che l’estensione di oneri che a mio avviso non sono espressamente previsti in questo caso sia la giusta risposta. Più cultura, maggiore consapevolezza e meno adempimenti formali…
Scritto il 18-6-2013 alle ore 12:51
Una richiesta, rivolta in particolare ai consulenti in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro. Nella vostra esperienza quali sono le principali difficoltà che riscontrate nell’implementazione del DLgs 81/2008 in contesti associativi? Io ho individuato criticità prettamente normative non avendo esperienza sul campo. Se poteste ottenere dei chiarimenti dal Ministero del Lavoro cosa chiedereste? Ovviamente espresso in modo molto semplice, così riesco a capirlo anche io…. Grazie mille!
Scritto il 18-6-2013 alle ore 23:17
La domanda potrebbe essere rigirata: cosa cambia nella valutazione dl rischio per un contesto associativo? A mio parere nulla, il concetto è solamente ostico, ma se guardiamo una associazione di Volontariato nello svolgimento delle sue attività non cambia sostanzialmente rispetto ad una azienda vera e proria.
Cosa chiedere al Ministero del Lavoro? Bè sostanzialmente se almeno per una Associazione si possono applicare le linee guida per la valutazione delle piccole imprese… Almeno questo darebbe un ottimo indirizzo e chiarirebbe l’approccio che dovrebbero avere.. Saluti..
Scritto il 19-6-2013 alle ore 11:13
Cosa cambia nella valutazione di rischio per un contesto associativo… mmmm…. se ho dei dipendenti nulla e non ho dubbi sulla possibilità di ricorrere al DVR standardizzato. Ha letto indicazioni in senso contrario?
La questione più complessa è se ho solo volontari/lavoratori autonomi ex art.2222 c.c./percettori compensi sportivi..
In questo caso sono tenuta a formalizzare la valutazione del rischio nel DVR o posso semplicemente farla per poi garantire l’informazione sui rischi presenti e sulle misure attuate per evitarle? Detto in altri termini non ho l’obbligo di predisporre il documento cartaceo ma devo dimostrare di aver garantito una corretta informazione anche attraverso la predisposizione di regolamenti di utilizzo della sede da far approvare in assemblea?
In questo caso non sarei obbligata a pagare corsi di formazione ad addetti di primo soccorso, antincendio, RSPP, volontari ma potrei garantire la sensibilizzazione attraverso la partecipazione a corsi indetti dai Centri servizi volontariato o dalle Province in quanto deputate ad erogare servizi all’associazionismo.
In sostanza, come associazione che non ha dipendenti e assimilati, posso affermare che sono tenuta a garantire la sicurezza ma che posso farlo con modalità diverse (e magari meno costose e anche più efficaci) rispetto a quelle contemplate nel DLgs 81/2008, salvo rispettare le prescrizioni contenute negli articoli 21 e 26 del DLgs 81/2008?
Scritto il 5-3-2014 alle ore 23:55
salve, tocca a me fare una domanda dopo avervi letto, in particolare vorrei un consiglio.
Faccio parte di una associazione culturale per il restauro del legno:ci sono alcuni “esperti” volontari non retribuiti che insegnano ai nuovi iscritti lavorando: restauriamo gratuitamente il confessionale del prete, la scrivania del sindaco e delle cose nostre. Nessuno è pagato, paghiamo noi una piccola quota annuale per l’assicurazione e le attrezzature, i locali appartengono al comune che ce li lascia in comodato gratuito (speriamo ancora per qualche anno.
Dopo questa lunga premessa vi chiedo: perchè dobbiamo spendere 1600 euro per la relazione di rischio e altre 2800 per nonsobenecosa? …hanno detto che siamo come una azienda, che il presidente è responsabile se succede qualcosa….
siamo a rischio chiusura perchè questo per noi è un momento di aggregazione (1 volta alla settimana x 2 ore)
qualcuno può chiarirci la situazione?
Scritto il 6-3-2014 alle ore 10:13
Buon giorno Carla, credo che la risposta più conforme alla tua domanda sia il posta n. 8 della Francesca. E’ il parere della regione Veneto di giugno 2010 proprio su queste questioni. (ma gli altri interventi di Francesca servono ad integrare una esposizione un po’ tecnica).
Evidenziamo i fatti:
– La vostra è un’associazione culturale, siete soci, pagate la quota annuale.
– Non ci sono dipendenti di nessun tipo e con nessun contratto.
– I locali sono del comune come per tante altre associazioni.
– Non percepite compensi per le attività che svolgete.
– Esiste una gerarchia, un presidente, degli istruttori, dei soci che svolgono gratuitamente le loro mansioni.
– Avete una assicurazione che vi copre durante il lavoro di restauro.
Non siete un’azienda. Siete chiaramente un’associazione di volontariato.
Chi e a che titolo vi impongono valutazioni e documenti per voi non obbligatori
secondo delle indicazioni di Legge?
Alle loro proposte potete controbattere proprio con il Testo della Regione Veneto.
Come ha scritto Francesca poco più avanti, anche l’obbligo della formazione specifica in sicurezza, per le associazioni puramente formate da volontari, non è chiaro se presente. Per tagliare la testa al toro però io almeno quella la farei.
Scritto il 6-3-2014 alle ore 12:25
rispetto al tema della formazione prova a verificare se il Centro servizi volontariato locale o la Provincia organizzano corsi gratuiti per le associazioni senza scopo di lucro prima di iscriverti ai corsi previsti dalla legge durante i quali magari si parla del rischio nel settore chimico/edilizio… “potenzialmente” non utile per voi… Altrimenti potresti sentire se enti come il CNA organizzano corsi per il settore artigiano/restauro visto e considerato che immagino utilizziate degli strumenti potenzialmente pericolosi per cui sapere come evitare il rischio e quali dispositivi di sicurezza utilizzare potrebbe essere molto utile. Ovviamente se i vostri volontari esperti hanno lavorato nel settore, potrebbero essere loro stessi a mettere nero su bianco le procedure più corrette nello svolgimento dell’attività.
Mi sono accorta che non abbiamo evidenziato le novità legislative della scorsa estate in materia, che di fatto hanno recepito il parere della Regione Veneto e del Ministero del Lavoro segnalati in post precedenti.
Si tratta dell’art.32 del Decreto legge 21/06/2013 n. 69 ai sensi del quale
0a) all’articolo 3, il comma 12-bis è sostituito dal seguente:
«12-bis. Nei confronti dei volontari di cui alla legge 11 agosto 1991, n. 266, dei volontari che effettuano servizio civile, dei soggetti che prestano la propria attività, spontaneamente e a titolo gratuito o con mero rimborso di spese, in favore delle associazioni di promozione sociale di cui alla legge 7 dicembre 2000, n. 383, e delle associazioni sportive dilettantistiche di cui alla legge 16 dicembre 1991, n. 398, e all’articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289, e successive modificazioni, nonché nei confronti di tutti i soggetti di cui all’articolo 67, comma 1, lettera m), del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, si applicano le disposizioni di cui all’articolo 21 del presente decreto. Con accordi tra i soggetti e le associazioni o gli enti di servizio civile possono essere individuate le modalità di attuazione della tutela di cui al primo periodo. Ove uno dei soggetti di cui al primo periodo svolga la sua prestazione nell’ambito di un’organizzazione di un datore di lavoro, questi è tenuto a fornire al soggetto dettagliate informazioni sui rischi specifici esistenti negli ambienti nei quali è chiamato ad operare e sulle misure di prevenzione e di emergenza adottate in relazione alla sua attività. Egli è altresì tenuto ad adottare le misure utili a eliminare o, ove ciò non sia possibile, a ridurre al minimo i rischi da interferenze tra la prestazione del soggetto e altre attività che si svolgano nell’ambito della medesima organizzazione».”
Ai fini della legge in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro si prevede quindi che si qualifichino come volontari quanti operano gratuitamente
– all’interno di una organizzazione di volontariato, iscritta nel relativo registro
– all’interno di una associazione di promozione sociale, iscritta nel relativo registro (la vostra associazione potrebbe potenzialmente essere iscritta in questo registro);
– all’interno di una associazione sportiva dilettantistica iscritta nel Registro CONI.
Scritto il 8-3-2014 alle ore 11:44
intervengo nuovamente dopo un po’ di tempo durante il quale vi ho seguito con piacere felice del fatto che altre persone condividano i miei stessi dubbi.
Rispetto all’ultimo quesito concordo pienamente, e sono molto sollevato che finalmente si sia fatta un po di chiarezza con il Decreto del Fare, sul fatto che i volontari di una Associazione siano equiparati a lavoratori autonomi e si applichi l’art. 21 del D. Lgs. 81/08. A questo punto credo che una Relazione sui rischi (generali e specifici) sia necessaria anche per poter individuare, ad esempio, i DPI necessari per i volonatari (penso al rischio chimico), per l’utilizzo in sicurezza delle attrezzature oppure per poter definire un minimo di sicurezza antincendio ecc.
E’ opportuno che chi si propone come consulente per la salute e sicurezza tenga conto che stiamo parlando di Associazioni di volontariato.
Scritto il 12-3-2014 alle ore 00:11
ringrazio Marco Placci e Francesca Colecchia per le risposte che mi/ci hanno chiarito alcune cose (ho passato il link di questo forum ad altri soci).
Gentile Francesca Colecchia ho iniziato a cercare info sulla rete proprio perchè qualcuno di noi ha parlato con “qualcun altro” del cna e sembra che occorrano oltre 2000 euro per questi corsi…ma come facciamo? siamo 50 soci che pagano poco meno di 100 euro l’anno che servono per pagare l’assicurazione, le attrezzature e i materiali di consumo…ci resta ben poco…
Certamente cercheremo informazioni presso la Provincia per i “corsi gratuiti per le associazioni senza scopo di lucro” e sperare che ce ne siano… per ora ancora grazie ^_*