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Timestamp: 2018-08-15 11:07:39+00:00
Document Index: 78937874

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 94', 'art. 94', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 94', 'art. 21', 'art. 2043', 'art. 173', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1337', 'art. 2043', 'art. 18', 'art. 12', 'art. 1337', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ']

Prospetto informativo e responsabilità civile secondo la Cassazione - Studio Legale Tidona e Associati
18 aprile 2011 | By Studio In Diritto finanziario
In presenza di un prospetto di offerta pubblica di sottoscrizione di azioni societarie che contenga informazioni fuorvianti in ordine alla situazione patrimoniale della società, l’emittente al quale le errate informazioni siano imputabili, anche solo a titolo di colpa, risponde verso chi ha sottoscritto le azioni del danno subito per aver acquistato titoli di valore inferiore a quello che il prospetto avrebbe lasciato supporre, dovendosi presumere, in difetto di prova contraria, che la non veridicità del prospetto medesimo abbia influenzato le scelte d’investimento del sottoscrittore.
Nella sentenza in commento la Corte di cassazione non dà applicazione al diritto vigente in materia di prospetto[2]. Come è noto, la materia è ora disciplinata negli artt. 94 ss. t.u.f., i quali rappresentano l’attuazione in Italia della direttiva prospetti del 2003[3]. La vicenda di cui si controverte nella sentenza della Corte di cassazione in commento è invece molto più risalente nel tempo: la sottoscrizione delle azioni – come detto – è avvenuta nel 1991, mentre il processo civile in primo grado è iniziato nel 1997. A quei tempi era in vigore un’altra disciplina, successivamente modificata più volte. Ad ogni buon conto la Corte di cassazione, nella sentenza in commento, omette di considerare la normativa speciale in tema di prospetto, prestandosi il caso a essere risolto sulla base delle sole disposizioni generali del codice civile.
Un primo ostacolo alla funzione informativa è dato dal fatto che il prospetto è generalmente un documento voluminoso, che – proprio per le sue dimensioni – disincentiva la lettura attenta da parte dei destinatari. Il piccolo investitore normalmente non si premura di leggerlo con attenzione prima di effettuare un investimento. La questione è ora, almeno parzialmente, superata, in quanto la normativa vigente prevede l’obbligo di una nota di sintesi, recante i rischi e le caratteristiche “essenziali” dell’offerta (art. 94 comma 2 t.u.f.).
Così discorrendo, si è introdotta la distinzione – fondamentale per capire l’intera disciplina dei mercati finanziari – fra piccolo e grande investitore. Di fatto, la funzione informativa del prospetto si realizza appieno solo nei confronti degli investitori professionali. Questi dispongono delle capacità tecniche per comprendere effettivamente i rischi connessi all’investimento. Nel caso invece dei piccoli investitori, tali capacità non sussistono. I piccoli investitori non sono pertanto generalmente in grado di apprezzare ex ante la bontà di un investimento (nonostante il prospetto), salvo che siano assistiti da una persona competente. Diversi sono i soggetti che possono assistere i piccoli investitori: al riguardo bisogna peraltro distinguere fra i dipendenti delle banche e i promotori finanziari, da un lato, e i consulenti finanziari, dall’altro[5]. Banche e promotori sono incentivati a collocare determinati prodotti e il loro consiglio non è disinteressato: il conflitto d’interessi può portare a raccomandazioni che non sono veramente vantaggiose per l’investitore. Un discorso diverso vale per i consulenti finanziari, per i quali il regime normativo vigente garantisce l’imparzialità, assicurata dal fatto che essi non gestiscono direttamente il danaro dei clienti.
La responsabilità “da prospetto” opera quando vi è un prospetto (anche se si tratta di un prospetto contenente delle omissioni oppure delle informazioni non corrispondenti a verità). In certi casi può però essere affermata anche una responsabilità “da omesso prospetto”[10]. Anche se – generalmente – sussiste un obbligo di pubblicare il prospetto (“coloro che intendono effettuare un’offerta al pubblico pubblicano preventivamente un prospetto”; art. 94 comma 1 t.u.f.), la legge non sempre prescrive la pubblicazione di un prospetto. L’art. 100 t.u.f. prevede dei casi d’inapplicabilità dell’obbligo di pubblicare un prospetto (fra l’altro nel caso in cui l’offerta sia rivolta ai soli investitori qualificati). Nella categoria della responsabilità da omesso prospetto mi pare si possa far rientrare la fattispecie prevista dall’art. 100-bis t.u.f.[11]. Si tratta del caso in cui l’offerta di strumenti finanziari è avvenuta in assenza di prospetto (essendo i titoli destinati a investitori professionali), ma successivamente i titoli vengono rivenduti a investitori non professionali. Il legislatore colpisce tale rivendita degli strumenti finanziari, prevedendo la sanzione della nullità nonché l’obbligo di risarcire il danno conseguente. La fattispecie dell’art. 100-bis t.u.f. si distingue da quella dell’art. 94 t.u.f., in quanto nel primo caso manca del tutto il prospetto, mentre nel secondo il prospetto c’è (anche se non è completo e/o veritiero).
Con riferimento al secondo profilo, ma sempre in relazione alla responsabilità degli intermediari finanziari (e non degli emittenti), la responsabilità da prospetto non va confusa con la responsabilità da inosservanza delle norme di comportamento di detti intermediari (art. 21 t.u.f.). Colpisce la profonda differenza di rilevanza pratica della responsabilità da prospetto rispetto a quella degli intermediari finanziari: mentre nel primo caso le azioni in giudizio sono rare, nel secondo si è avuta – negli ultimi anni – un’esplosione del contenzioso[12]. Tale diversità ha più ragioni. Anzitutto si deve rilevare che i prospetti, non fosse altro che per la loro mole, tendono generalmente a evidenziare tutti i possibili rischi dell’investimento: di conseguenza non è facile constatare omissioni o informazioni non vere. Sotto un altro profilo di norma l’emittente che ha pubblicato un prospetto non corrispondente al vero manifesta difficoltà finanziarie che possono arrivare fino all’insolvenza: le probabilità di un alto recupero dell’investimento agendo in giudizio contro l’emittente sono pertanto scarse. Per questo motivo l’investitore preferisce prendersela con l’intermediario piuttosto che con l’emittente. Nel caso di specie l’azione viene intentata contro l’emittente perché al Banco di Napoli è succeduta un’altra banca che garantisce la necessaria solidità finanziaria per ristorare gli investitori.
Tornando al ragionamento svolto dalla Corte di cassazione, questa ritiene che la responsabilità configurabile in capo all’emittente per un prospetto non corrispondente a verità debba configurarsi come extracontrattuale. Con riferimento all’elemento soggettivo, la Cassazione rileva – correttamente – come la responsabilità da prospetto sussista sia in caso di dolo (e questo è evidente: non fosse altro per i risvolti di tipo penale che ciò comporta) sia in caso di colpa: in applicazione dell’art. 2043 c.c., la responsabilità si fonda su qualsiasi fatto “doloso” o “colposo”. Nel primo caso, peraltro, può configurarsi – in aggiunta – una responsabilità di carattere penale ai sensi dell’art. 173-bis t.u.f.[16]. In generale il dolo può risultare più difficile da provare rispetto alla colpa. Al riguardo giova rilevare che chi scrive il prospetto ha interesse a rappresentare l’emittente in una situazione migliore di quella nella quale realmente versa. Così facendo, difatti, raggiunge l’obiettivo di sopravvalutare la società e di vendere gli strumenti finanziari a un prezzo più alto del loro valore reale. Vi è dunque un tendenziale incentivo a una rappresentazione particolarmente buona dell’emittente. La legge esige però che tale rappresentazione non oltrepassi il confine della verità, a tutela degli investitori.
[2] Proprio con il consigliere Rordorf, estensore della sentenza in commento, si rifletteva – nel corso di un recente convegno in materia d’intermediazione finanziaria (“Le controversie in materia di intermediazione finanziaria”, organizzato dall’Università del Salento, unitamente al Consiglio Superiore della Magistratura e alla Scuola di specializzazione per le professioni legali, e tenutosi a Lecce il 16 aprile 2010, con relazioni di G. Facci, E. Lucchini Guastalla, R. Rordorf, V. Sangiovanni, A Sciarrone Alibrandi, moderate da A. Lamorgese) – di come la Corte di cassazione si trovi oggi, troppo frequentemente, a giudicare di normative nel frattempo abrogate. Si tratta di uno degli effetti della durata eccessiva dei processi civili in Italia. Paradossalmente i giudici di cassazione potrebbero sapere poco o nulla del diritto vigente in Italia e, ciò nonostante, svolgere egregiamente il proprio lavoro, essendo chiamati a occuparsi spesso di normative che – se non fosse per la durata eccessiva dei processi – apparterrebbero ormai solo alla storia del diritto.
4. Nell’esaminare i riferiti motivi di ricorso occorre muovere dal rilievo che l’impugnata sentenza ha accertato – con argomenti che non possono essere rimessi in discussione in questa sede – sia l’esistenza di una falsa rappresentazione della situazione patrimoniale del Banco di Napoli nel prospetto di offerta pubblica delle azioni sottoscritte dalla ricorrente, sia l’imputabilità di tale falsa rappresentazione a “leggerezza, superficialità, disattenzione” di chi ebbe a redigere i dati riportati in quel prospetto.
4.1. La circostanza – sottolineata nel controricorso – che quei medesimi dati abbiano potuto essere in larga misura influenzati da valutazioni compiute da soggetti terzi ed indipendenti (gli esperti nominati dal presidente del tribunale in occasione del conferimento dell’azienda bancaria subito prima intervenuta in attuazione della c.d. legge Amato) nulla toglie alla responsabilità di chi, in veste di amministratore della società offerente, ha sottoscritto i bilanci della società ed ha assunto la paternità del prospetto di offerta, per ciò stesso dovendone in prima persona verificare la veridicità e correttezza. Perciò, anche a prescindere dalla posizione personale degli amministratori – che non è qui direttamente in causa – non si vede davvero come la responsabilità nei confronti dei terzi sottoscrittori derivante dalla non veridicità di un prospetto d’offerta pubblica di azioni possa non esser riferita alla società che di quelle azioni è l’offerente e dalla quale quel prospetto proviene.
4.2. La questione che il ricorso propone, non essendo stata impugnata la statuizione della sentenza di primo grado che ha escluso la sussistenza delle condizioni per l’annullamento del contratto di sottoscrizione delle azioni del Banco di Napoli da parte della Tessival, è dunque quella di stabilire in quali termini sia configurabile una responsabilità risarcitoria dell’emittente per l’anzidetta colposa violazione degli obblighi di corretta informazione insiti nella disciplina delle offerte pubbliche.
Per rispondere correttamente all’interrogativo appare opportuno individuare anzitutto quale sia la natura dell’ipotizzata responsabilità.
La sentenza impugnata, come s’è detto, ha fatto riferimento alla responsabilità precontrattuale, prevista dall’art. 1337 c.c., mentre la ricorrente insiste nell’invocare, in termini più ampi, la responsabilità aquiliana contemplata dall’art. 2043 c.c.
Reputa la Corte che il richiamo alla disciplina della responsabilità precontrattuale di cui agli artt. 1337 e 1338 c.c. (ancorché tradizionalmente anch’essa ricondotta dalla giurisprudenza – ma non da tutta la dottrina – al più ampio genus della responsabilità extracontrattuale) sia scarsamente utile in casi come quello in esame.
La disciplina tracciata dai due suaccennati articoli del codice, infatti, appare manifestamente collegata a situazioni in cui sia configurabile una trattativa destinata alla conclusione del contratto tra due o più parti: trattativa nel condurre la quale si esige che le parti conformino a buona fede il loro reciproco comportamento. Ben diversa è, però, la situazione che si delinea in presenza di offerte pubbliche di acquisto, vendita o scambio di strumenti finanziari; situazione nella quale nessuna trattativa è concepibile e l’aderente all’offerta è in grado di determinare la propria scelta contrattuale non già sulla base di un’interlocuzione diretta con la controparte, bensì unicamente alla luce delle informazioni reperibili sul mercato. Ragion per cui la disciplina di settore (pur attraverso i mutamenti normativi intervenuti nel tempo), già all’epoca dei fatti di causa (quando era ancora vigente l’art. 18 della l. n. 216 del 1974, come modificato dall’art. 12 della l. n. 77 del 1983), poneva a carico dell’offerente l’obbligo di predisporre un prospetto informativo redatto secondo criteri ben determinati, soggetto a controllo da parte dell’autorità di vigilanza e destinato appunto a consentire al pubblico di compiere le proprie scelte d’investimento o disinvestimento in maniera consapevole.
Naturalmente nulla vieta di ricondurre la violazione dell’obbligo di (corretta) redazione del prospetto ad una più ampia nozione di responsabilità precontrattuale, ove per ciò s’intenda qualsiasi responsabilità derivante da comportamenti antigiuridici posti in essere nella fase che precede il perfezionamento di un rapporto contrattuale; ma resta il fatto che si tratta di un obbligo diverso da quello cui più specificamente allude il citato art. 1337, al cui disposto, pertanto, è lecito far riferimento, in situazioni come quella in esame, solo nella misura in cui si rinviene in esso un’applicazione del generale dovere di buona fede, che senza alcun dubbio deve improntare anche il comportamento di chi propone un’offerta pubblica di vendita di strumenti finanziari sul mercato.
Ove, quindi, vi sia stata violazione delle regole destinate a disciplinare il prospetto informativo che correda l’offerta, trattandosi di regole volte a tutelare un insieme ancora indeterminato di soggetti per consentire a ciascuno di essi la corretta percezione dei dati occorrenti al compimento di scelte consapevoli, si configura un’ipotesi di violazione del dovere di neminem laedere e, per ciò stesso, la possibilità che colui al quale tale violazione è imputabile sia chiamato a rispondere del danno da altri subito a cagione della violazione medesima secondo i principi della responsabilità aquiliana.
È poi appena il caso di aggiungere che, in applicazione di detti principi, la responsabilità in questione è imputabile all’agente non solo qualora egli abbia operato con dolo, ma anche se la violazione delle regole disciplinanti il prospetto d’offerta sia frutto di colpa, essendo stato esso compilato con negligenza o imperizia in modo difforme dal dovuto.
4.2.1. La responsabilità di cui s’è appena detto non è esclusa dal fatto che il contratto di sottoscrizione delle azioni offerte pubblicamente in vendita o in sottoscrizione sia stato comunque concluso e che, pertanto, le azioni siano state comprate o sottoscritte dal destinatario dell’offerta male informato dal prospetto non correttamente redatto.
Questa Corte certo non ignora che, in passato, si è sovente negata la possibilità di postulare gli estremi della responsabilità precontrattuale, in conseguenza di vicende riguardanti la fase che ha preceduto la conclusione del contratto, una volta che il contratto medesimo sia venuto ad esistenza. E le ragioni cui tale opinione si ispira (alle quali si fa cenno anche nell’impugnata sentenza) potrebbero in teoria, almeno in parte, essere invocate anche in una situazione come quella in esame, pur se, come appena osservato, essa è da ricondurre nel quadro dei principi generali della responsabilità extracontrattuale, piuttosto che in quello più limitato della disciplina codicistica della responsabilità precontrattuale.
Occorre però considerare che, in epoca più recente e proprio in riferimento a fattispecie ricadenti nel diritto dei mercati finanziari ed interessanti la tutela degli investitori, questa Corte ha modificato detto indirizzo, adottando un diverso orientamento cui qui s’intende dare continuità.
Il già richiamato principio di buona fede ha infatti una valenza che va al di là dei limiti entro cui tradizionalmente sono confinate le conseguenze dannose del contratto non concluso e, specie in situazioni di mercato nelle quali la conclusione del contratto avviene al di fuori di ogni trattativa e di ogni contatto diretto tra le parti, nulla consente di renderne irrilevanti le violazioni, sol perché esse non hanno immediatamente e decisivamente inciso sul meccanismo stipulativo. Donde la conseguenza – condivisa da autorevole dottrina e coerente anche con i principi attestati in ambito europeo (si veda l’art. 2:301 c.c. comma 2 dei Principles of European Contract Law) – secondo cui la violazione del dovere di comportarsi secondo buona fede nella fase anteriore alla conclusione di un qualsiasi rapporto contrattuale espone all’obbligo di risarcire i danni a prescindere dal fatto che il contratto sia poi stato concluso o meno e che la violazione del dovere di buona fede possa o meno aver inciso sulla validità stessa del contratto (cfr. Cass. n. 3773 del 2009, Cass. n. 19024 del 2005 e sez. un. n. 26724 del 2007).
4.3. Ciò detto, resta però ancora da valutare come si possano individuare i danni subiti dal sottoscrittore di azioni offerte in base ad un prospetto infedele al vero, dovendo ovviamente sussistere un nesso di causalità tra tali danni e l’infedeltà del prospetto.
4.3.1. A tal riguardo è bene chiarire che, se il comportamento antigiuridico da cui la responsabilità trae origine consiste nell’aver fornito al sottoscrittore dei titoli un’informazione insufficiente o fuorviante circa il valore patrimoniale o la redditività dei titoli stessi, il danno di cui si discute, da ragguagliare al minor vantaggio o al maggior aggravio economico determinato da tale comportamento scorretto (cfr. Cass. n. 19024 del 2005, cit.), è quello prodotto appunto dall’aver acquistato beni aventi un valore diverso ed inferiore rispetto a quanto le informazioni ricevute dall’acquirente avrebbero fatto ragionevolmente supporre: cioè di aver acquistato ad un prezzo che dichiaratamente presupponeva un determinato valore, risultato poi invece inferiore. Se il legislatore prescrive che il prezzo al quale la domanda e l’offerta s’incontrano sul mercato sia determinato in base ad un complesso di informazioni che debbono essere correttamente fornite dall’offerente al mercato stesso, l’alterazione del prezzo conseguente alla non correttezza di tali informazioni, e la circostanza che, di conseguenza, l’incontro tra l’offerta e la domanda sia avvenuta ad un livello di prezzo diverso da quello che prevedibilmente si sarebbe avuto in caso di informazione corretta, integra di per sé un danno ingiusto per l’aderente alla sollecitazione (non diversamente – se può azzardarsi un paragone – da quel che accadrebbe se chi acquista ad un determinato prezzo una scatola sigillata, sulla cui etichetta è indicato il contenuto di un litro di latte, scoprisse poi che di latte nella scatola ce n’è solo mezzo litro).
Contrariamente a quanto sembra prospettare la difesa di parte ricorrente, invece, le vicende dei titoli successive al loro acquisto non sono di per sé produttive di un danno riconducibile al fatto illecito di cui si discute. L’andamento di borsa dei titoli quotati, sia nell’immediato sia nel lungo periodo, è notoriamente influenzato da una assai variegata quantità di fattori. Ovviamente, si può trarre anche da esso argomento per desumere quale fosse l’effettivo valore delle azioni all’atto della loro originaria sottoscrizione e come la scorretta rappresentazione contenuta nel prospetto abbia deformato tale valore ai fini della determinazione del prezzo d’acquisto; ma non per affermare, sic et simpliciter, che la perdita derivante dal successivo azzeramento del capitale sociale sia imputabile all’illecito comportamento di cui si sta parlando, perché non è affatto detto che l’andamento negativo della società dipenda dall’inesattezza delle informazioni rese nel prospetto.
Allo stesso modo, però, non può aver rilievo – non comunque per escludere in radice l’esistenza del danno – la circostanza, sottolineata invece da parte controricorrente e richiamata anche nell’impugnata sentenza, secondo cui le azioni del Banco di Napoli, nel periodo immediatamente successivo all’emissione, conservarono o addirittura migliorarono la loro quotazione di borsa. Per poterne arguire che la non veridicità dei dati riportati nel prospetto è stata in concreto ininfluente sul valore dei titoli in questione, occorrerebbe affermare – ma non lo si fa – che il favorevole andamento degli stessi titoli in borsa è continuato pur dopo che la falsità di quei dati è stata resa nota al mercato. Né, ovviamente, si può imputare alla stessa Tessival di non aver approfittato del corso favorevole dei prezzi per rivendere le azioni e per elidere o ridurre il danno quando ancora non le era nota l’inattendibilità del prospetto in base al quale le aveva in precedenza acquistate.
4.3.2. Ha ragione la ricorrente nel dolersi della motivazione in base alla quale la corte territoriale ha addebitato all’attrice di non aver fornito la prova negativa dell’essere stato il suo acquisto azionario influenzato da circostanze diverse dalla non veridicità del prospetto.
Con tale motivazione non è stato fatto buon governo dei principi che regolano l’onere della prova.
È lo stesso sistema disegnato dal legislatore per disciplinare le sollecitazioni al pubblico risparmio, incentrato sul prospetto informativo come documento senza il quale la sollecitazione non può aver luogo e corredato da un regime di controlli pubblici vertenti anche su tale documento, che necessariamente induce ad assegnare al prospetto una funzione centrale nell’informazione dovuta agli investitori cui la sollecitazione è rivolta: tale per cui la non veridicità del prospetto, a meno che non riguardi aspetti del tutto secondari e di per sé poco influenti, naturalmente implica vi sia stata un’indebita distorsione nella scelta che il destinatario dell’offerta è stato indotto a compiere. Può ammettersi che, in presenza di inesattezze del prospetto limitate e marginali, la loro incidenza risulti in concreto talmente modesta da non essere apprezzabile; ma al di fuori di una tale ipotesi – che la motivazione dell’impugnata sentenza non sembra configurare nel caso esaminato – la non veridicità del prospetto non può non generare la presunzione di rilevanza della distorsione informativa sulle scelte dell’investitore, al quale non può esser perciò imposto l’ulteriore onere della prova negativa di eventuali diversi fattori dai quali dette scelte sarebbero state determinate.
Né, d’altronde, la semplice enunciazione in termini assai vaghi e generici di altre ragioni che potrebbero aver indotto la ricorrente a sottoscrivere le azioni in questione prescindendo dalle informazioni contenute nel prospetto – quale la fiducia degli investitori in un istituto di credito tradizionalmente importante come il Banco di Napoli e la prospettiva di futuri interventi pubblici di salvataggio dell’istituto medesimo – può bastare, sul piano logico, a giustificare la conclusione cui la Corte d’appello è pervenuta, in difetto di qualsiasi concreta e specifica indicazione di circostanze o comportamenti storici dai quali sia lecito dedurre l’irrilevanza dell’informazione fuorviante.
L’impugnata sentenza deve perciò essere cassata, con rinvio della causa alla Corte d’appello di Napoli (in diversa composizione), che deciderà attenendosi al seguente principio:
“In presenza di un prospetto di offerta pubblica di sottoscrizione di azioni societarie che contenga informazioni fuorvianti in ordine alla situazione patrimoniale della società, l’emittente al quale le errate informazioni siano imputabili, anche solo a titolo di colpa, risponde verso chi ha sottoscritto le azioni del danno subito per aver acquistato titoli di valore inferiore a quello che il prospetto avrebbe lasciato supporre, dovendosi presumere, in difetto di prova contraria, che la non veridicità del prospetto medesimo abbia influenzato le scelte d’investimento del sottoscrittore”.