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Timestamp: 2017-02-20 06:11:01+00:00
Document Index: 6771992

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 356', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 356', 'art. 289', 'art. 384', 'art. 386', 'art. 356', 'art. 352', 'art. 355', 'art. 321', 'art. 104', 'art.2', 'art. 92', 'art. 114', 'art.321', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 13', 'art. 321', 'art. 104', 'art. 325', 'art. 125', 'art. 606', 'art.15', 'art. 6', 'art.4', 'art. 15', 'art.6', 'art.20', 'art. 20', 'art. 15', 'art.6', 'art. 6', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 6', 'art. 20', 'sentenza ', 'art. 44']

Sequestro preventivo anche senza avviso all’avvocato
Lo sai che? Pubblicato il 14 aprile 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Sequestro preventivo anche senza avviso all’avvocato L’AUTORE: Redazione
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La polizia che esegue il sequestro preventivo non deve avvisare l’indagato che può chiamare il proprio avvocato difensore.
Se la polizia giudiziaria dispone con urgenza un sequestro preventivo, non deve necessariamente avvisare l’indagato, presente al compimento dell’atto, della facoltà di farsi assistere dal proprio avvocato di fiducia. Lo hanno precisato le Sezioni unite penali della Cassazione con una sentenza pubblicata ieri [1].
È errata quindi la tesi secondo cui l’avvertimento della facoltà di farsi assistere da un difensore sia applicabile anche al sequestro preventivo d’urgenza eseguito dalla polizia giudiziaria; secondo la Suprema Corte, infatti, il mancato adempimento di tale onere non comporta la nullità del verbale di sequestro.
La ragione di tale esclusione è piuttosto semplice. Il sequestro preventivo è un atto che, per la sua finalità (la prevenzione di un pericolo) è riservato solo al giudice. In alcuni casi, tuttavia, tale misura può essere disposta con urgenza dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria; in tali ipotesi però esso è solo una misura provvisoria, che necessita della immediata conferma del giudice, in mancanza della quale si estingue. Questo significa che le norme dettate in tema di sequestro probatorio – che impongono l’avviso, all’indagato, della possibilità di nominare un proprio difensore – non possono essere estese al sequestro preventivo eseguito dalla Pg. Infatti, le ragioni che giustificano la presenza dell’avvocato nel sequestro probatorio (cioè l’acquisizione di fonti di prova da utilizzare, successivamente, in dibattimento), non hanno ragione d’essere nel caso invece del sequestro preventivo.
Pertanto, secondo le Sezioni Unite, in caso di sequestro preventivo disposto d’iniziativa della polizia giudiziaria, non vi è obbligo di dare avviso all’indagato – presente al compimento dell’atto – della facoltà di farsi assistere dal proprio avvocato.
[1] Cass. S.U. sent. n. 15453/16 del 13.04.16.
Sentenza LA MASSIMA
In caso di sequestro preventivo disposto di iniziativa della polizia giudiziaria, ai sensi dell’articolo 321, comma 3 bis, Cpp, non vi è obbligo di dare avviso all’indagato presente al compimento dell’atto della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia ex articolo 104 disp. att. Cpp.
Corte di Cassazione, sez. Unite Penali, sentenza 29 gennaio – 13 aprile 2016, n. 15453
Presidente Canzio – Relatore Amoresano
“Se l’obbligo di dare avviso all’indagato della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia operi anche con riferimento al sequestro preventivo disposto di iniziativa della polizia giudiziaria; e se, in caso affermativo, la nullità conseguente determini anche quella dell’autonomo decreto di sequestro preventivo emesso dal G.i.p. dopo la convalida di quello d’urgenza disposto d’iniziativa della p.g.“.
La polizia giudiziaria, nell’intervenire di sua iniziativa, in caso di urgenza, pone, infatti, in essere una misura precautelare di carattere provvisorio per impedire che la libera disponibilità del bene possa protrarre o aggravare le conseguenze del reato o determinare la commissione di altri reati.
Mentre gli atti richiamati nell’art. 356 cod. proc. pen. mirano, invero, ad assicurare le fonti di prova, il sequestro preventivo ha funzioni meramente cautelari.
La differenza tra i due istituti è stata più volte affermata anche dalla Corte costituzionale. In particolare, con la sentenza n. 151 del 1993 il Giudice delle Leggi ha evidenziato: “Il sequestro preventivo è, invero, un atto che, per la sua finalizzazione alla prevenzione di un pericolo, ovvero alla confisca, la legge ha inteso riservare al giudice; ed è quindi logico che esso, quando venga, per ragioni di urgenza, disposto dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero, costituisca una misura intrinsecamente provvisoria, destinata ad estinguersi entro brevissimo termine se non confermata dal giudice”.
4.2.2. Può, quindi, affermarsi che il legislatore abbia previsto la presenza (eventuale) del difensore, attraverso il meccanismo di avvertimento all’indagato ex art. 114 disp. att., soltanto in relazione agli atti richiamati dall’art. 356 cod. proc. pen. in considerazione della vocazione probatoria di tali atti. Di qui la necessità del presidio difensivo a controllo della regolarità dell’operato della polizia giudiziaria.
Peraltro, non è ricavabile dal codice di rito un principio che consenta di ritenere sussistenti per le misure cautelari (stante la loro natura) meccanismi che prevedano necessariamente l’intervento “preventivo” della difesa.
A meno che il legislatore non abbia eccezionalmente (ma, in tal caso, indicandolo espressamente) previsto una sorta di contraddittorio anticipato, come nel caso della misura interdittiva di cui all’art. 289, comma 2, cod. proc. pen..
Per il sequestro preventivo operato di iniziativa della polizia giudiziaria, il legislatore non solo non ha dettato alcuna disposizione in ordine alla possibilità del presidio difensivo fin dal momento dell’esecuzione (ad es. richiamando le previsioni degli artt. 356 cod. proc. pen. e 114 disp. att.), ma ha piuttosto equiparato l’atto al fermo di indiziato di delitto di cui all’art. 384 cod. proc. pen. che non prevede certo una garanzia difensiva “preventiva”.
L’art. 386 cod. proc. pen. stabilisce, infatti, che gli ufficiali e gli agenti di polizia giudiziaria subito dopo il fermo diano immediata notizia al pubblico ministero ed avvertano il fermato della facoltà di nominare un difensore di fiducia.
4.3. Infine, ancora più marcate sono le differenze in relazione ai meccanismi di controllo (successivo) sull’attività posta in essere dalla polizia giudiziaria.
Per gli atti richiamati dall’art. 356 cod. proc. pen. è prevista la trasmissione, entro quarantotto ore, del verbale al pubblico ministero, il quale nelle successive quarantotto ore convalida la perquisizione (art. 352, comma 4, cod. proc. pen.) o il sequestro (art. 355, comma 2, cod. proc. pen.).
Per il sequestro preventivo, invece, l’art. 321, comma 3-bis, cod. proc. pen. stabilisce che il verbale debba essere, entro quarantotto ore, trasmesso al pubblico ministero, il quale, se non dispone la restituzione delle cose sequestrate, deve entro le successive quarantotto ore richiedere al giudice la convalida. Inoltre il sequestro perde efficacia se non sono osservati i termini previsti dal comma 3-bis ovvero se il giudice non emette l’ordinanza di convalida entro dieci giorni dalla ricezione della richiesta (comma 3-ter).
Dalla lettura delle due norme emerge, con chiarezza, come soltanto per il sequestro preventivo (a differenza di quello probatorio) sia previsto un controllo immediato da parte del giudice (organo terzo) sull’operato della polizia giudiziaria.
Le garanzie difensive vengono, infatti, tutelate attraverso meccanismi di controllo da parte del giudice, che può, con celerità, ritenere non conforme a legge l’operato della polizia giudiziaria, evitando la convalida e disponendo la restituzione di quanto sequestrato.
Il sequestro preventivo d’urgenza si caratterizza, conseguentemente, come una misura precautelare a carattere provvisorio destinata a caducarsi se non venga convalidata dal giudice nei tempi strettissimi in precedenza evidenziati.
Gli interventi in casi eccezionali di necessità ed urgenza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza hanno, invero, copertura costituzionale, purché siano indicati tassativamente dalla legge e siano convalidati dall’autorità giudiziaria nelle successive quarantotto ore (altrimenti si intendono revocati e restano privi di ogni effetto).
4.4. Va, per ultimo, ricordata, a dimostrazione di quello che è stato definito il completamento del “processo di autonomizzazione” dei due istituti, la modifica apportata all’art. 104 disp. att. cod. proc. pen. (con l’art.2, comma 9, lett. a), legge 15 luglio 2009, n. 94).
La norma, nella formulazione previgente, stabiliva che per il sequestro preventivo si applicassero le disposizioni relative al sequestro probatorio contenute nel Capo VI e che si applicasse altresì la disposizione dell’art. 92.
Nella riformulazione, con la legge citata, è stato eliminato ogni riferimento alle disposizioni concernenti le modalità di esecuzione del sequestro probatorio. È stata, infatti, prevista una disciplina autonoma e separata.
Già nella rubrica si parla di “Esecuzione del sequestro preventivo” (e non più quindi di “Norme applicabili al sequestro preventivo”); vengono, poi, stabilite delle modalità di esecuzione, tassativamente indicate e che variano a seconda dell’oggetto su cui viene ad essere applicata la misura cautelare.
Debbono quindi ritenersi, ormai, inapplicabili al sequestro preventivo le disposizioni dettate in relazione alla esecuzione del sequestro probatorio dagli artt. 81 e ss. disp. att..
Vi è, pertanto, una definitiva autonomia e distinzione delle norme di attuazione dettate in tema di “prove” (Capo VI), misure cautelari (Capo VII), indagini preliminari (Capo VIII), senza più alcuna “interferenza” o “commistione” tra le une e le altre.
4.5. Da quanto fin qui esposto emerge, con evidenza, che le disposizioni dettate dall’art. 114 cit. in tema di sequestro probatorio non possano essere “estese” al sequestro preventivo, eseguito di iniziativa della polizia giudiziaria a norma dell’art.321, comma 3-bis, cod. proc. pen..
Non attraverso una interpretazione analogica, stante la diversità strutturale e funzionale dei due istituti. Si è visto, infatti, come la ratio che giustifica la presenza del difensore alla esecuzione del sequestro probatorio (acquisizione di fonti di prova, utilizzabili poi in dibattimento) non abbia ragion d’essere in relazione al sequestro preventivo (misura cautelare volta ad impedire la libera disponibilità di un bene).
E, neppure, attraverso una interpretazione adeguatrice, sia per la diversità, più volte sottolineata dei due istituti (con conseguente non pertinenza del richiamo all’art. 3 Cost.), sia per la insussistenza di ogni violazione del diritto di difesa (sotto il profilo dell’art. 24 Cost.), risultando rispettate le garanzie difensive attraverso il controllo esercitato, in tempi brevi, dal giudice, così come previsto anche per le misure cautelari personali (art. 13 Cost.).
“In caso di sequestro preventivo disposto di iniziativa della polizia giudiziaria, ai sensi dell’art. 321, comma 3-bis, cod. proc. pen., non vi è obbligo di dare avviso all’indagato presente al compimento dell’atto della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia ex art. 104 disp. att. cod. proc. pen.“.
7.1. Preliminarmente, va ricordato che, ai sensi dell’art. 325 cod. proc. pen., il ricorso per cassazione avverso le ordinanze emesse a norma degli artt. 322-bis e 324, può essere proposto soltanto per violazione di legge.
Secondo le Sezioni Unite (sent. n.5876 del 28/01/2004, Bevilacqua, Rv. 226710), nella nozione di “violazione di legge” rientrano, però, anche la mancanza assoluta di motivazione o la presenza di motivazione meramente apparente, in quanto correlate all’inosservanza di precise norme processuali, quali ad esempio l’art. 125 cod. proc. pen., che impone la motivazione anche per le ordinanze, ma non la manifesta illogicità della motivazione, la quale può denunciarsi nel giudizio di legittimità soltanto tramite lo specifico ed autonomo motivo di ricorso dall’art. 606, comma 1, lett. e), cod. proc. pen..
Tali principi sono stati costantemente ribaditi dalla giurisprudenza successiva (tra le altre, Sez. 4, n. 5302 del 21/01/2004, Rv. 227095; Sez. 5, n. 8434 del 11/01/2007, Ladiana, Rv. 236255) e si è precisato che anche l’omesso esame di punti decisivi per l’accertamento del fatto, sui quali è stata fondata l’emissione del provvedimento di sequestro, si traduce in una violazione di legge per mancanza di motivazione censurabile con ricorso per cassazione (Sez. 3, n. 28241 del 18/02/2015, Baronio, Rv. 264011).
Quanto ai poteri del Tribunale del riesame, pur essendo precluso sia l’accertamento del merito dell’azione penale sia il sindacato sulla concreta fondatezza dell’accusa, il giudice deve operare un attento controllo sulla base fattuale del singolo caso concreto, secondo il parametro del fumus, tenendo conto delle concrete risultanze processuali e della effettiva situazione emergente dagli elementi forniti dalle parti (Sez. 5, n. 18078 del 26/01/2010, De Stefani, Rv. 247134; Sez. 6 n. 35786 del 21/06/2012, Buttini, Rv. 254394; Sez. 3, n. 37851 del 04/06/2014, Parrelli, Rv. 260945; Sez. 6, n. 49478 del 21/10/2015, Macchione, Rv. 265443).
Il controllo non può, quindi, limitarsi ad una verifica meramente burocratica della riconducibilità in astratto del fatto indicato dall’accusa alla fattispecie criminosa, ma deve essere svolto attraverso la valutazione dell’antigiuridicità penale del fatto come contestato, tenendo conto, nell’accertamento del fumus commissi delicti e del periculum in mora, degli elementi dedotti dall’accusa risultanti dagli atti processuali e delle relative contestazioni difensive.
7.2. Il Tribunale ha ritenuto sussistente il fumus del reato, richiamando la motivazione del provvedimento di sequestro, con la quale si era evidenziato che l’art.15 del d.l. n. 91 del 2014, conv. dalla legge 11 agosto 2014, n.116, aveva modificato il comma 7 dell’art. 6 d.lgs. n.152 del 2006, rendendo necessaria, per la fase transitoria (nelle more della emanazione del decreto ministeriale), la verifica preliminare di assoggettamento alla procedura di valutazione di impatto ambientale di tutti gli impianti. Hanno rilevato, comunque, i Giudici del riesame che, anche a voler ritenere ancora applicabili le soglie di cui alla normativa precedente, non risultava che l’impianto realizzato dal ricorrente avesse una potenza pari o inferiore ad 1 Mw.
In ordine alle soglie di verifica di assoggettabilità a valutazione di impatto ambientale, la Commissione europea aveva già nel 2003 avviato una procedura di infrazione (2003/2049), per poi sospenderla con l’entrata in vigore del d.lgs. n. 152 del 2006; la procedura veniva, quindi, nuovamente riavviata per essere ancora sospesa a seguito delle modifiche alla legislazione interna apportate dal d.lgs. n. 4 del 2008.
La Commissione europea riapriva nel 2009 (2009/2086) la procedura di infrazione, rilevando che: ” L’art.4, paragrafo 3 della Direttiva VIA stabilisce che, nel fissare le soglie, gli Stati hanno l’obbligo di prendere in considerazione i criteri dettati dall’allegato III della Direttiva. Lo Stato Italiano, nel determinare quali progetti di competenza regionale devono essere assoggettati a screening (allegato IV del d.lgs. n.152 del 2006) ha preso in considerazione solo alcuni criteri”.
La normativa italiana (allegati II, III e IV del d.lgs. n.152 del 2006 e succ. modif.), a parere della Commissione, prevedeva, per i progetti ai quali si applicava la direttiva, elencati nell’allegato II, delle soglie dimensionali sotto le quali si presumeva che i progetti non avessero, comunque, impatti notevoli sull’ambiente. La Commissione riteneva, invece, che gli Stati membri, pur potendo stabilire delle soglie, per facilitare la determinazione dei progetti da assoggettare a VIA, dovessero tener conto di tutti i criteri indicati nell’allegato III della direttiva.
Non essendo intervenuta alcuna modifica della normativa interna per adeguarla alla Direttiva 85/337/CEE, come modificata dalle Direttive 97/II/CE, 2003/35/CE e 2009/31/UE, e poi sostituita dalla Direttiva 2011/92/UE, la Commissione europea, in data 27/02/2012, inviava all’Italia una lettera di messa in mora.
In tale contesto, per porre rimedio alla procedura di infrazione, aperta dalla Commissione europea (2009/2086), l’art. 15 d.l. n. 91 del 2014, conv. dalla legge 11 agosto 2014, n.116, ha modificato l’art.6, comma 7, lett. c), d.lgs. n. 152 del 2006, stabilendo che: a) con decreto ministeriale, da adottare entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge n.116 del 2014, sono definiti i criteri e le soglie da applicare per l’assoggettamento dei progetti di cui all’art. IV alla procedura di cui all’art.20 sulla base dei criteri stabiliti nell’allegato V; b) tali disposizioni individuano le modalità con cui le regioni e le province autonome, tenuto conto dei criteri di cui all’allegato V e nel rispetto di quanto stabilito nello stesso decreto ministeriale, adeguano i criteri e le soglie alle specifiche situazioni ambientali e territoriali; c) fino alla data di entrata in vigore del suddetto decreto, la procedura di cui all’art. 20 è effettuata caso per caso, sulla base dei criteri indicati nell’allegato V.
Il medesimo art. 15 cit. ha sostituito il comma 9 dell’art.6 d.lgs. n. 152 del 2006, stabilendo che, fatto salvo quanto disposto nell’allegato IV, a decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto del Ministero dell’Ambiente di cui al comma 7, lett. c), le soglie di cui all’allegato IV, ove previste, sono integrate dalle disposizioni contenute nel medesimo decreto.
Come si è visto, tali modifiche normative avevano lo scopo di ovviare ai rilievi della Commissione europea che, con l’apertura della procedura di infrazione, contestava che, secondo la precedente normativa, un progetto per la realizzazione di impianti per la produzione di energia dovesse o meno essere sottoposto a valutazione di impatto ambientale sulla base soltanto di criteri tecnico-dimensionali.
Ed infatti il decreto del Ministero dell’Ambiente del 30 marzo 2015 ha stabilito le linee-guida, che integrano i criteri dimensionali, già in precedenza stabiliti, con criteri aggiuntivi.
Prevede il decreto che, fatte salve le soglie già stabilite nell’allegato IV alla parte seconda del decreto legislativo n. 152/2006 e i criteri utilizzati per la loro fissazione, è necessario provvedere all’integrazione di tali criteri con i seguenti ulteriori criteri contenuti nell’allegato III della direttiva VIA e nell’allegato V alla parte seconda del decreto legislativo n.152/2006, al fine di individuare i progetti da sottoporre alla procedura di verifica di assoggettabilità a VIA. Ed indica tali ulteriori criteri: 1) nelle caratteristiche dei progetti (cumulo con altri progetti, rischio di incidenti), 2) nella localizzazione dei progetti (sensibilità delle aree geografiche interessate ed in particolare della capacità di carico dell’ambiente naturale).
Come del resto espressamente indicato nelle linee-guida, allegate al decreto in questione, in tema di finalità ed ambito di applicazione, l’individuazione degli ulteriori criteri “comporterà una riduzione percentuale delle soglie dimensionali già fissate nel citato allegato IV, ove presenti, con conseguente estensione del campo di applicazione delle disposizioni in materia di VIA a progetti potenzialmente in grado di determinare effetti negativi significativi sull’ambiente”.
Se tale è la finalità della nuova normativa e cioè quella di assoggettare a VIA anche progetti che, nonostante le dimensioni (ridotte) dell’impianto, abbiano un notevole impatto ambientale in considerazione delle loro caratteristiche e localizzazione, risulta corretta l’interpretazione “restrittiva” della normativa di cui alla legge 11 agosto 2014, n. 116.
È evidente, infatti, che l’obiettivo perseguito dal legislatore, per adeguare la normativa esistente alle direttive europee, era quello di integrare le soglie dimensionali con altri criteri aggiuntivi, per cui sarebbe stato contraddittorio ed illogico mantenere, per la fase transitoria ed in attesa della emanazione del decreto ministeriale, soltanto i criteri dimensionali più volte censurati dalla Commissione europea. E consentire ai progetti presentati in tale fase di “beneficiare” della procedura semplificata senza essere sottoposti a verifica preliminare di assoggettabilità a VIA, pur potendo essi determinare un impatto negativo significativo sull’ambiente.
L’interpretazione, fornita dal G.i.p. prima e dal Tribunale poi, è confortata dal testo normativo (art. 6, comma 7, lett. c), d.lgs. n. 152 del 2006, come modificato dall’art. 15 legge 11 agosto 2014, n.116), nella parte in cui viene espressamente stabilito che, fino alla data di entrata in vigore del decreto ministeriale, la procedura di cui all’art. 20 (verifica di assoggettabilità) è effettuata caso per caso, sulla base dei criteri indicati nell’allegato V (e quindi anche in relazione ai progetti di cui all’allegato IV e a prescindere dalle soglie ivi previste).
Il successivo comma 9 del medesimo art. 6, cui fa riferimento il ricorrente, non può che essere letto e coordinato con il comma 7, ultima parte, nel senso che il mantenimento delle soglie di cui all’allegato IV fino all’emanazione del decreto ministeriale, non esclude la sottoposizione di tutti i progetti, compresi quelli al di sotto della soglia, alla procedura di cui all’art. 20.
Il Tribunale, nondimeno, dovrà verificare, sulla base degli atti in suo possesso e, quindi, anche della documentazione prodotta dalla difesa, se, alla luce dei criteri indicati dal d.m. 30 marzo 2015 (emanato dopo l’emissione dell’ordinanza), il progetto sia o meno assoggettabile a valutazione di impatto ambientale.
7.3. La giurisprudenza di questa Corte è ormai consolidata nel ritenere che, per disporre il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato, debba sussistere un pericolo concreto ed attuale (Sez. U. n. 23 del 14/12/1994, Adelio, Rv. 200114).
Le Sezioni Unite, con la sentenza n. 12878 del 29/01/2003, Innocenti, Rv. 223722, nel ribadire siffatto principio, sottolineano che, in tema di reati edilizi o urbanistici, la valutazione che, al fine di disporre il sequestro preventivo di manufatto abusivo, il giudice di merito ha il dovere di compiere in ordine al pericolo che la libera disponibilità della cosa pertinente al reato possa agevolare o protrarre le conseguenze di esso o agevolare la commissione di altri reati, va diretta in particolare ad accertare se esista un reale pregiudizio degli interessi attinenti al territorio o una ulteriore lesione del bene giuridico protetto (anche con riferimento ad eventuali interventi di competenza della p.a. in relazione a costruzioni non assistite da concessione edilizia, ma tuttavia conformi agli strumenti urbanistici) ovvero se la persistente disponibilità del bene costituisca un elemento neutro sotto il profilo dell’offensività.
Il giudice deve, quindi, “determinare, in concreto, il livello di pericolosità che la utilizzazione della cosa appare in grado di raggiungere in ordine all’oggetto della tutela penale, in correlazione al potere processuale di intervenire con la misura preventiva cautelare. Per esempio, nel caso di ipotizzato aggravamento del c.d. carico urbanistico va delibata in fatto tale evenienza sotto il profilo della consistenza reale ed intensità del pregiudizio paventato, tenendo conto della situazione esistente al momento dell’adozione del provvedimento coercitivo”.
La giurisprudenza successiva ha costantemente ribadito che il sequestro preventivo di cose pertinenti al reato può essere adottato anche su un’opera ultimata, se la libera disponibilità di essa possa concretamente pregiudicare gli interessi attinenti alla gestione del territorio ed incidere sul carico urbanistico, il pregiudizio del quale va valutato avendo riguardo agli indici di consistenza dell’insediamento edilizio, del numero dei nuclei familiari, della dotazione minima degli spazi pubblici per abitare, nonché della domanda di strutture e di opere collettive (Sez. 3, n. 6599 del 24/11/2011, Susinno, Rv. 252016; Sez. 3, n. 36104 del 22/09/2011, Rv. 251251; Sez. 2, n. 17170 del 23/04/2010, De Monaco, Rv. 246854).
Più di recente è stato, ancora una volta, ribadito che è legittimo il sequestro preventivo di un immobile abusivo anche nel caso di utilizzo dell’opera in conformità alle destinazioni di zona, allorquando il manufatto presenti una consistenza volumetrica tale da determinare comunque una incidenza negativa concretamente individuabile sul carico urbanistico, sotto il profilo dell’aumentata esigenza di infrastrutture e di opere edilizie correlate (in ragione, come si afferma in motivazione, del notevole incremento di presenza umana e di circolazione di mezzi di trasporto): Sez. 3, n. 42717 del 10/09/2015, Buono, Rv. 265195.
L’accertamento delle ulteriori conseguenze rispetto alla consumazione del reato, derivanti dalla libera disponibilità del bene, risulta ancor più necessario in una fattispecie come quella oggetto di esame (realizzazione di un aerogeneratore per la produzione di energia da fonte eolica) che, di per sé, non incide sulla domanda di elementi urbanistici secondari (Sez. 3, n. 45310 del 2013, Mauriello, non massimata); sicché si rende necessario valutare in concreto se dall’uso dell’impianto derivi un aumento del carico urbanistico, tenendo conto della “mole complessiva dell’insediamento in rapporto allo stato dei luoghi, l’aggravio per il traffico veicolare, il trasferimento nella zona interessata di un numero di persone tali da incidere sulla fruizioni dei servizi pubblici, l’impatto dell’insediamento sul tessuto abitativo” (Sez. 3, n. 10101 del 15/11/2012, dep. 2013, Vigorito, non massi mata).
7.4. Il Tribunale si è sottratto a tale accertamento, limitandosi ad affermare che l’esistenza stessa dell’impianto costituisse permanente pregiudizio all’assetto del territorio.
È pacifico, invero, che il reato, in relazione al quale è stata disposta la misura cautelare reale, è quello urbanistico (art. 44, comma 1, lett. b, d.P.R. n. 380 del 2001) e che l’opera, come dà atto lo stesso Tribunale, risulta già completata.
È necessario, quindi, accertare quali conseguenze negative sul regolare assetto del territorio (in termini di aggravio del carico urbanistico) derivino dalla libera disponibilità del bene.
8. L’ordinanza impugnata, va, pertanto, annullata con rinvio per nuovo esame al Tribunale di Cagliari, che si atterrà ai rilievi ed ai principi in precedenza enunciati.
Annulla l’ordinanza impugnata e rinvia per nuovo esame al Tribunale di Cagliari.
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