Source: http://www.sindacatofsi.it/2006/08/14/pubblico-impiego-non-e-reato-allontanarsi-dall-ufficio-senza-timbrare/
Timestamp: 2018-03-17 20:20:29+00:00
Document Index: 26833476

Matched Legal Cases: ['art. 178', 'sentenza ', 'art. 181', 'art. 491', 'sentenza ', 'art. 476', 'sentenza ']

Pubblico impiego: non è reato allontanarsi dall’ufficio senza timbrare | Sindacato FSI
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Pubblico impiego: non è reato allontanarsi dall’ufficio senza timbrare
(Corte di cassazione, sezioni unite penali, 10.5.2006, n° 15983)
Contrariamente, difatti, a quanto opina il ricorrente, è del tutto pacifico nella giurisprudenza di questa Corte di legittimità che la indeterminatezza dell’accusa, ove sussistente, non dà luogo ad una nullità generale ai sensi dell’art. 178 c.p.p., ma – come correttamente ritenuto dalla sentenza impugnata e da quella integrativa di prime cure – ad una nullità solo relativa, ai sensi dell’art. 181 c.p.p., che deve essere eccepita entro il termine di cui all’art. 491 dello stesso codice di rito (cfr. Cass., Sez. IV. n. 39617/2002, ric. Ferraro ed altri; id., Sez. I, n. 2367/2000, ric. P.G. in proc. Mamidovic; id., Sez. VI, n. 1175/2000, ric. Tancredi ed altro; id., Sez. II, n. 3757/1996, ric. Pellegrino; id., Sez. I, n. 3801/1994, ric. Sgamba; id., Sez. III, n. 1222/1994, ric. Rindi). E nella specie – come danno atto i giudici del merito ed implicitamente riconosce lo stesso ricorrente – la relativa eccezione venne formulata solo in sede dibattimentale di primo grado. Tanto rende del tutto ultronea anche la considerazione che i giudici dell’appello hanno, “comunque” ed “a prescindere dalla ammissibilità della stessa” tardivamente prospettata questione, dato persuasiva contezza della infondatezza nel merito di quest’ultima, ed a fronte di quell’apparato argomentativo il ricorrente si limita ad affermazioni assiomatiche e meramente assertorie, rilevando genericamente che “non si è trattato di un unico periodo, ma di singoli episodi limitati nel tempo” e che “aveva il diritto di conoscere singolarmente gli episodi dai quali difendersi, di conoscere il danno arrecato nella singola ipotesi di truffa…”.
Sentenza 10 maggio 2006, n. 15983
1. Il 19 ottobre 2004 la Corte di Appello di Palermo confermava la sentenza in data 7 marzo 2002 del Tribunale di Agrigento, con la quale Giuseppa S. e Vincenzo C., riconosciute loro le attenuanti generiche prevalenti sulle contestate aggravanti, erano stati condannati a pene ritenute di giustizia per imputazioni, unificate sotto il vincolo della continuazione, di cui agli artt. 61, n. 9, 81, cpv., 640, cpv. n. 1, c.p. e 61, n. 2, 81, cpv., 479, in relazione all’art. 476, c.p.
2.1. Giuseppa S. denunzia:
Quanto alla imputazione di falso, lamenta che neppure al riguardo i giudici dell’appello avevano considerato le specifiche censure alla sentenza di primo grado, proposte con l’atto di appello. Rileva che in quella sede si era rappresentato che “è carente… sia l’elemento costitutivo del reato rappresentato dalla specifica condotta della immutaio veri, sia la consapevolezza della concreta e sostanziale immutatio veri