Source: https://www.unifi.it/CMpro-v-p-3644.html
Timestamp: 2019-09-20 05:20:38+00:00
Document Index: 104802085

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 3']

Parere sui dottorati di ricerca (dal verbale del 13/12/2000) - Ateneo - Università degli Studi di Firenze - UniFI
AteneoOrganiNucleo di ValutazioneDeliberazioni del NucleoAnno 2000Parere sui dottorati di ricerca (dal verbale del 13/12/2000)
Parere sui dottorati di ricerca (dal verbale del 13/12/2000)
In base alla legge 210/98 e al D.M. 224/99 Il Nucleo è chiamato a formulare il proprio parere obbligatorio e non vincolante nei rispetti del Rettore, cui compete la definitiva decisione sulla istituzione dei corsi di dottorato per il XVI ciclo, intervenendo nel corso di un procedimento al quale partecipano anche il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione. Il Nucleo ritiene che la propria valutazione sulla sussistenza dei requisiti di idoneità non sia vincolata ad eventuali pareri o delibere espresse da altri organi che intervengono nel procedimento, che peraltro - ove già formulati, come anche in questa seconda esperienza attuativa della normativa specifica, ad opera del Senato Accademico - saranno ovviamente tenute nella debita considerazione.
Il Nucleo ribadisce comunque che la propria valutazione debba esprimersi anche con determinazioni tecnico-discrezionali circa l'effettiva sussistenza dei requisiti sopramenzionati(1).
La scansione procedurale adottata.
Va altresì ribadito come sia il legislatore sia l'esecutivo abbiano lasciato alla discrezionalità di ogni singolo Ateneo lo stabilire se il Nucleo debba intervenire nel processo decisionale prima o dopo il manifestarsi della volontà degli organi collegiali di governo dell'Università, una volta che i dipartimenti abbiano manifestato i loro programmi e le loro proposte. Nel caso fiorentino si è continuato a preferire che sia prima il Senato accademico ad esprimersi circa i criteri di massima. E che poi una commissione dei rappresentanti d'area istruisca la proposta conclusiva del Senato circa quali e quanti dottorati istituire e con quante borse finanziate dall'Ateneo e dal Ministero od anche da altre fonti. Solo una volta formulato il parere conclusivo del Senato il Nucleo di valutazione interna è chiamato ad esprimere il parere di sua competenza. Ed è appunto a tale fine che il Nucleo si trova oggi a trattare il tema in oggetto.
Si pone in proposito la necessità di valutare se non sia preferibile integrare il parere del Nucleo nel procedimento istruttorio che anticipa il parere del Senato, al fine di consentire all'organo collegiale di governo una valutazione ponderata sia degli orientamenti della commissione dei rappresentanti d'area sia di quelli emergenti dal lavoro del Nucleo. Secondo una modalità parallela a quanto avviene in materia di bilancio rispetto al Consiglio di amministrazione.
Le opzioni normative adottate.
Fermi restando i vincoli di corsi di dottorato obbligatoriamente almeno triennali; di dottorandi ammissibili ad ogni corso in numero non inferiore a tre; di un numero di borse da conferire a spese delle università (con fondi propri e con fondi ministeriali) non inferiore alla metà dei dottorandi di ogni corso; e ferma infine la possibilità per l'Università di finanziare borse di studio anche mediante convenzioni con soggetti esterni ("…da stipulare in data precedente all'emanazione del bando" - art. 7, comma 1, lett. f, d.m. 224/99), l'Università di Firenze aveva optato - ai fini del XV ciclo - per una soluzione "mista".. Da un lato ha appunto legittimato quei dottorati che possano integrare il numero minimo di borse da conferirsi ad opera dell'Ateneo con altre borse coperte con risorse esterne. Dall'altro, sono stati legittimati quei corsi che prevedano anche dottorandi privi di borse, superata la soglia minima normativamente prevista, per conseguire comunque il numero necessario di studenti ammissibili. Infatti, la delibera del Senato accademico in data 7 luglio 1999, prevede che "in casi del tutto eccezionali, in fase transitoria, sarà possibile attivare dottorati di ricerca con almeno tre posti, di cui solo due coperti con borsa di studio, previo esame e approvazione del Senato Accademico, su proposta dei rappresentanti di area".
Per il XVI ciclo il Senato ha introdotto un'importante innovazione. Ha infatti consentito come non più eccezionale ma semplicemente normale l'ipotesi di istituzione di dottorati che prevedano posti non coperti da borse di studio ma a pagamento dei laureati interessati, in numero non superiore a quello dei posti dotati di borsa.
Il quadro delle modalità istitutive dei dottorati di ricerca che ne emerge è dunque ancora più articolato dell'anno precedente. Allo stato degli atti, combinando le disposizioni di legge, quelle ministeriali e le determinazioni del Senato accademico, si potrebbero ipotizzare le seguenti possibilità:
a) dottorati con almeno tre posti tutti coperti da borse universitarie;
b) dottorati per i quali l'Università copre soltanto la metà degli almeno tre posti: in tal caso consentendo corsi di dottorato che alimentino ulteriori borse di studio con convenzioni con soggetti esterni o/e che prevedano posti di dottorato a pagamento;
c) dottorati cui l'università conferisca un numero di borse di studio a proprio carico inferiore alla metà dei posti previsti, e a cui venga consentito di raggiungere detta soglia con borse ottenute mediante convenzione, oltre alla possibilità di prevedere posti di dottorato a pagamento;
d) dottorati integralmente gravanti su risorse procurate mediante convenzione, o per l'intero novero di posti previsti o per la quota pari ad almeno la loro metà, con possibilità di attribuire i posti ulteriori a pagamento.
Il significato di questo meccanismo è comunque chiaro. Si è infatti cercato in sede locale di rendere sufficientemente "sereno" il complesso lavoro di ridefinizione del ventaglio dei dottorati attivabili e della connessa allocazione delle risorse, compensando l'indubbio stimolo legislativo e ministeriale alla razionalizzazione e il peso dei vincoli di bilancio, con una buona dose di flessibilità "imprenditoriale" in capo ai singoli docenti che ne assumono l'iniziativa nell'ambito dei dipartimenti di riferimento e che vi conferiscono il proprio sostegno organizzativo e logistico.
E' una strategia che pare al Nucleo del tutto condivisibile, anche se avrebbe richiesto - per essere coniugata con un grado di rigore selettivo uniforme - la formulazione di specifici criteri di valutazione che concernessero il livello raggiunto nella progettazione del percorso formativo, la qualità dei piani di studio, il profilo atteso del ricercatore che si vuole formare nei diversi ambiti disciplinari e, laddove esistente, la "storia" precedente dei singoli dottorati corredata di specifici indicatori sui risultati formativi, professionali e occupazionali raggiunti.
Le opzioni auspicabili.
In proposito appare non più rinviabile un fermo ancoraggio della scelta dei dottorati da istituire, sostenere e sviluppare ad una preventiva valutazione qualitativa e quantitativa sia di rendimento conseguito, sia di congruità con accertate domande di formazione di eccellenza che il mercato della ricerca manifesti e che l'Ateneo ritenga di dover privilegiare in un determinato periodo. E' anche in tale chiave che può essere opportuno un ripensamento del ruolo del Nucleo in materia e una sua diversa collocazione procedurale. Inoltre, proprio la flessibilità adottata nelle modalità di copertura potrebbe essere utilmente potenziata al fine di accogliere sia i progetti di consolidamento di specifiche tradizioni formative estranee alla dinamica del mercato eppur caratterizzanti il patrimonio scientifico, archivistico e didattico dell'Ateneo, sia quelli più interni alla competizione nazionale e internazionale e più integrati nelle dinamiche innovative della ricerca applicata e nelle reti multiverse degli attori, delle risorse e delle opportunità che interagiscono dall'"esterno" con l'Università.
Ovviamente, non si propone alcuna discriminazione "censitaria" tra dottorati del'una e dell'altra specie. Ma solo una realistica differenziazione funzionale. Distinguendo tra quei dottorati che appaiono comunque destinati - per quanto indirettamente - ad alimentare il reclutamento del corpo accademico e il suo turn over, e i dottorati che oltre a questa ineludibile funzione, sono più rispondenti a specifiche strategie curriculari "ultrauniversitarie". E tra gli uni e gli altri si potrebbero variamente dosare, e periodicamente modificare secondo il mutare delle circostanze e delle opportunità, sia le modalità di finanziamento a totale carico dell'Università, sia quelle a finanziamento esterno, sia quelle a carico dei dottorandi.
A tale differenziazione, che tende comunque a enfatizzare la capacità imprenditiva e organizzativa dei proponenti, dovrebbe anche poter seguire un maggior grado di autonomia gestionale rispondente alle diverse specificità dei singoli corsi di dottorato, con una più diretta responsabilizzazione in capo ai coordinatori e ai collegi didattici sia nella definizione dei criteri di selezione, sia nella formulazione del processo di formazione del dottorando, sia del suo controllo, sia nell'utilizzazione delle risorse acquisite all'esterno dell'Ateneo.
Laddove ostino vigenti normative locali o nazionali è bene che l'Ateneo si impegni per un loro adeguamento su entrambi i versanti.
Per quanto attiene a profili di dettaglio, il Nucleo:
a) ritiene che vada nuovamente regolata la materia dei Consorzi. Anche in questo caso con la necessaria flessibilità: vi sono aree disciplinari in cui la loro esistenza è garanzia di qualità, rigore selettivo e capacità di competizione internazionale, né possono risultare insormontabili questioni ostative che sono comunque di natura procedurale;
b) che venga rifinanziata la mobilità dei dottorati, ancorando la fruizione delle relative risorse a semplici e chiare regole di trasparenza e controllo;
c) che venga ripensato l'ammontare del contributo per i posti a pagamento, la cui assimilazione alle Scuole di specializzazione appare incongrua data la natura la loro natura che è radicalmente diversa ai dottorati di ricerca: essendo le prime un complemento della formazione curriculare di base ai fini di una determinata preparazione professionale e i secondi una "scuola" di eccellenza, già postspecialistica e, per definizione, d'élite. Dunque se di posti a pagamento si tratta è bene che il loro costo corrisponda in qualche significativa misura al valore intrinseco del titolo: cioè almeno al valore della borsa, magari al netto dei costi integrativi per l'amministrazione;
d) condivide la sollecitazione ad una drastica riduzione dei tempi necessari alla effettiva emanazione dei bandi: nettamente superiori a quelli di altri Atenei anche toscani;
e) rileva l'assenza di specifiche regole procedurali per l'istituzione di quelli che il Senato accademico designa come "dottorati europei": in mancanza delle quali è mera finzione invitare i proponenti interessati ad attenervisi.
La scelta di merito e il parere del Nucleo
Per quanto attiene al merito della proposta adottata dal Senato accademico in data 5 dicembre 2000, basata sul lavoro della Commissione dei rappresentanti d'area, il Nucleo,
fermo quanto sopra osservato ai fini di un ripensamento normativo della materia e, soprattutto, di un approccio differenziato ai problemi metodologici e gestionali che essa implica,
constatato altresì che solo una minima parte delle proposte consente un accertamento puntuale dei requisiti alla cui verifica il nucleo è tenuto, il che rende auspicabile la predeterminazione di una "scheda" uniforme cui i presentatori si attengano nella formulazione delle loro proposte, dotata di specifica rilevanza per i requisiti in questione. A tale specifico fine il Nucleo si impegna a presentare specifiche linee direttive all'attenzione degli organi di governo,
rilevato come sia comunque proseguito lo sforzo di diversi dottorati a raggiungere assetti più integrati con corsi limitrofi per affinità disciplinare e atti a sviluppare utili sinergie culturali e formative, anche nell'area umanistica, per quanto permangano vistose "duplicazioni" di dottorati almeno in apparenza destinati ad utili aggregazioni (cfr., per tutti, Civiltà dell'Umanesimo e del Rinascimento e civiltà del Medioevo e del Rinascimento),
il Nucleo osserva quanto segue:
a) dei 462 posti di cui si propone il bando, oltre il 30% è costituito da posti a pagamento. E' una quota assai rilevante, la cui previsione ha chiaramente consentito a molte proposte, soprattutto dell'area umanistica, di superare la soglia critica dell'ammissibilità. I problemi che ne derivano sono evidenti. Un conto è il dottorato che può comunque contare su risorse esterne ad integrazione di quelle eventualmente insufficienti d'Ateneo. Un conto è il dottorato che lega la propria sopravvivenza unicamente all'ipotetico "acquirente": la cui richiesta, specie se isolata o anche se parte di un piccolo novero di aspiranti, potrebbe stimolare comportamenti selettivi o di controllo non adeguatamente rigorosi. E' vero che abbassando la misura del contributo richiesto si potrebbe allargare la platea degli aspiranti: ma trattandosi di dottorati di ricerca è ben difficile immaginare numeri tali da imporre una selezione sufficientemente competitiva, dato che comunque, proprio quei posti non coperti da borsa possono fungere da escamotage per la sopravvivenza del dottorato. C'è poi da chiedersi, in ogni caso, cosa accada se i posti a pagamento non vengano per l'appunto "acquistati" laddove essi costituiscano l'àncora di salvezza. E se, in tal caso, il dottorato debba considerarsi istituito "in deroga", e se un simile insuccesso debba assumere un peso specifico nella valutazione della sua successiva rinnovabilità.
b) Stupisce il numero persistentemente basso di risorse esterne che vengono ipotizzate: appena il 15% dei posti si prevede venga coperto mediante convenzioni con enti esterni. L'impressione è che vi siano aree disciplinari che ignorino deliberatamente questa opportunità che, in molti paesi europei ed extra, concerne anche le discipline più "intrinsecamente" umanistiche. Ma stupisce, a maggior ragione, la bassissima presenza di simile modalità nell'area biomedica (2 borse contro 41 garantite dall'Ateneo). E' evidentemente un deficit di imprenditorialità di fasce importanti del corpo accademico che certamente sconta la difficoltà di interagire col mercato delle sponsorizzazioni e delle collaborazioni "extraistituzionali", ma che tuttavia sembra offrire opportunità più ricche di quelle solitamente presunte. E' un'area problematica per la quale uno sforzo promozionale a cura del vertice d'Ateneo andrebbe studiato con urgenza;
c) Perdura, anche nei casi in cui si prevedono borse finanziate dall'esterno, una corposa carenza di affidamenti dotati di una qualche formalizzazione ad opera dei proponenti a favore dei rispettivi dottorati: che è il sintomo non certo di una scarsa credibilità di quanto dichiarato o promesso da parte dei docenti che promuovono l'istituzione del dottorato, bensì della frettolosità con cui sovente la progettazione viene formulata, quasi si trattasse di uno dei tanti adempimenti burocratici da cui è sommerso il corpo accademico nell'area della ricerca e non della preparazione meditata , istruita e documentata di una delle scelte primarie dell'Università. Pertanto, come già per lo scorso ciclo, il Nucleo ritiene che - pregiudizialmente all'emanazione del decreto istitutivo - vada accertata l'effettiva disponibilità di quelle risorse finanziarie.
Con queste osservazioni, che il Nucleo ritiene debbano costituire oggetto di urgente attenzione da parte degli organi di governo (con particolare riferimento ai punti a, b, e c, del presente paragrafo e alle c.d. "opzioni auspicabili"), il Nucleo ritiene di esprimere il proprio parere favorevole alla proposta del Senato Accademico.
1 La nuova disciplina dei dottorati di ricerca è infatti ancorata, com'è notorio, alle disposizioni della legge 3 luglio 1998, n. 210 e al d.m. 30 aprile 1999, n. 224. Si tratta di una disciplina non esente da molteplici problematiche interpretative e che suscita talune perplessità: sia per la logica di fondo che sottende sia per le questioni inerenti alla sua messa in opera. Non è questa la sede per una attenta disamina dell'una e delle altre ma è certo opportuno che l'Ateneo, nei suoi organi di governo, assuma una chiave di lettura che salvaguardi e valorizzi l'autonomia discrezionale e organizzativa che la legge gli consente. Per altro, va segnalato come il Servizio ricerca scientifica dell'Università di Firenze si sia proficuamente impegnato nel formulare analisi e ipotesi di lavoro certamente utili per sviluppare un'efficace strategia interpretativa e perseguire l'ottimizzazione gestionale del nuovo istituto.
In base alla normativa in parola il compito del Nucleo di valutazione interna è duplice:
Valutare (ex art. 3 comma 1), pregiudizialmente alla loro istituzione - e in termini obbligatorî - la congruità delle proposte di dottorato rispetto ai requisiti di cui all'art. 2, 3° comma del d.m. 224. Vale a dire:
"a) la presenza nel collegio dei docenti di un congruo numero di professori e ricercatori dell'area scientifica di riferimento del corso;
b) la disponibilità di adeguate risorse finanziarie e di specifiche strutture operative e scientifiche per il corso e per l'attività di studio e di ricerca dei dottorandi;
c) la previsione di un coordinatore responsabile dell'organizzazione del corso, di un collegio di docenti e di tutori in numero proporzionato ai dottorandi e con documentata produzione scientifica nell'ultimo quinquennio nell'area di riferimento del corso;
f) l'attivazione di sistemi di valutazione relativi alla permanenza dei requisiti di cui al presente comma, alla rispondenza del corso agli obiettivi formativi di cui all'articolo 4, anche in relazione agli sbocchi professionali, al livello di formazione dei dottorandi";
procedere ad analoga valutazione "con periodicità costante fissata dagli organi di governo" (art. 3, comma 1);
formulare "una relazione annuale (…) sui risultati di valutazione accompagnata dalle osservazioni del Senato accademico alla relazione stessa" (art. 3, comma 2), tenendo conto della prescrizione per cui "tali relazioni sono considerate anche ai fini dell'emanazione dei decreti di cui all'art. 4, comma 3, secondo periodo della legge 3 luglio 1998, n. 210" (concernente la determinazione annuale dei criteri di ripartizione tra gli atenei delle risorse finanziarie disponibili sul bilancio ministeriale e vincolate al conferimento di borse di studio) "nonché ai fini dell'eventuale disattivazione del corso di dottorato in caso di mancanza dei requisiti di idoneità" (art. 3, comma 2 del medesimo d.m.).
Come si vede, si tratta di compiti tutt'altro che routinarî, la cui attribuzione al Nucleo di valutazione interna, per quanto discussa o discutibile, è comunque puntualmente esplicitata. Non a caso, va aggiunto, la normativa ministeriale adotta l'espressione "valutazione" di detti requisiti e non "accertamento" o "verifica": a sottolineare che si tratta di attività analitica che entra nel merito delle proposte di istituzione e non limitata a una rilevazione di corrispondenza formale ai requisiti stessi: che sono per altro intrinsecamente sostantivi e non suscettibili di adempimento meramente formale. Un'attività consultiva, dunque, coerente con il ruolo che i Nuclei vanno assumendo nell'evoluzione normativa sui controlli interni: ormai solidamente previsti laddove in agenda siano in questione opzioni strategiche per gli Atenei e per il sistema universitario nel suo insieme come appunto nel caso della istituzione e/o conferma dei Dottorati di ricerca.