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Timestamp: 2020-08-04 20:59:02+00:00
Document Index: 117843227

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 44', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 44', 'art. 91', 'sentenza ', 'art. 195', 'art. 46', 'art. 193', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'Cass. Sez. ', 'art. 6', 'art. 46', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 46']

Diventa possibile l'adozione per i single
Diventa possibile l’adozione per i single
Cassazione: anche una persona non sposata e anziana da oggi potrà adottare un bambino minorenne.
Da oggi in poi, anche i single potranno adottare i bambini. E non solo. L’età del genitore non sarà più un ostacolo o un criterio di selezione: potranno infatti accedere all’adozione anche le persone che hanno raggiunto una certa “maturità” anagrafica. Né a rilevare sarà il fatto che il minore sia affetto da un grave handicap: le condizioni di salute del piccolo non saranno più un limite per avviare le pratiche.
A sdoganare definitivamente la possibilità per chi non è sposato e per le coppie di fatto di adottare un bambino è la Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 17100 del 26 giugno 2019.
La vicenda sembra quasi la storia di un film strappalacrime. Un bambino di appena sette anni viene abbandonato dai genitori per via di un grave handicap fisico dal quale era affetto: tetraparesi spastica. Il piccolino veniva così affidato alle cure di una donna di 62 anni. Contro quest’ultima si sono subito scagliati i genitori naturali – sotto la spinta di chissà quale ripensamento – chiedendo la revoca dell’assegnazione del minore. È arrivata la Cassazione però a rigettare il ricorso del padre e della madre.
La signora single aveva instaurato un ottimo rapporto con il minore: tanto è bastato per ritenere corretta l’adozione della donna single ultrasessantenne.
A pesare sull’ago della bilancia, come sempre avviene in questi casi, è stato ovviamente l’interesse preminente del bambino. Resterà dunque pur sempre questo il metro valutativo delle autorità nella scelta dei genitori adottivi. E c’è da aspettarsi quindi che, nelle graduatorie, la coppia giovane composta da padre e madre sarà preferita alle altre. Ma il fatto di essere single o coppie non sposate, e di età avanzata, non potrà essere più, almeno a priori, un motivo ostativo per concedere l’adozione.
Sul punto i Supremi giudici precisano infatti che la legge n. 184 del 1983 integra una clausola di chiusura del sistema, intesa a consentire l’adozione tutte le volte in cui è necessario salvaguardare la continuità affettiva ed educativa della relazione tra adottante e adottando (e non certo tra quest’ultimo ed i genitori naturali), come elemento caratterizzante del concreto interesse del minore a vedere riconosciuti i legami sviluppatisi con altri soggetti che se ne prendono cura. Essa presuppone la constatata impossibilità di affidamento preadottivo, che deve essere intesa come impossibilità di diritto – come nel caso di mancato reperimento (o rifiuto) di aspiranti all’adozione legittimante – in quanto, a differenza dell’adozione piena, tale forma di adozione non presuppone necessariamente una situazione di abbandono dell’adottando e può essere disposta allorché si accerti, in concreto, l’interesse del minore al riconoscimento di una relazione affettiva già instaurata e consolidata con chi se ne prende stabilmente cura.
Inoltre, la mancata specificazione di requisiti soggettivi di adottante ed adottando, come pure del limite massimo di differenza di età (prescrivendo la legge solo che l’età dell’adottante deve superare di almeno diciotto anni quella dell’adottando) implica che l’accesso a tale forma di adozione non legittimante è consentito alle persone singole ed alle coppie di fatto, nei limiti di età suindicati e sempre che l’esame delle condizioni e dei requisiti imposti dalla legge, sia in astratto (l’impossibilità dell’affidamento preadottivo) che in concreto (l’indagine sull’interesse del minore), facciano ritenere sussistenti i presupposti per l’adozione speciale.
[1] Cass. ord. n. 17100 del 26.06.2019.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, ordinanza 4 febbraio – 26 giugno 2019, n. 17100
Il Tribunale dei minori di Napoli, con sentenza del 7/8.3.16 rigettò la domanda proposta dai coniugi M.G. e Ma.Ro. , avente ad oggetto la revoca della dichiarazione di decadenza dalla responsabilità genitoriale sul loro figlio minore M.D. , pronunciata dal medesimo Tribunale con decreto del 26.1.10, disponendo farsi luogo all’adozione del minore, L. n. 184 del 1983, ex art. 44, lett. d, da parte di S.P. .
I suddetti coniugi proposero appello, rigettato dalla Corte d’appello di Napoli, con sentenza del 4.5.17, osservando che il motivo concernente la mancata consegna tempestiva della c.t.u. nel giudizio di primo grado- entro il termine per il deposito della comparsa conclusionale- era infondato per non essersi verificata alcuna violazione delle regole del contraddittorio, attesa l’irrilevanza dell’inosservanza del suddetto termine e considerato altresì che la bozza della stessa c.t.u. (comunicata a tutte le parti) era risultata del tutto conforme alla relazione finale depositata.
Inoltre, la Corte territoriale, nel merito, pur rilevando che l’appello non conteneva alcuna precisa contestazione e che, dunque, il motivo sarebbe stato anche inammissibile, osservava comunque che il provvedimento di decadenza era stato fondato su una c.t.u. redatta da due esperti i quali avevano esaminato le parti e il minore D. , gravemente malato (affetto da tetraparesi distonica fin dalla nascita), in accessi che erano stati peraltro ostacolati dai ricorrenti, accertando lo stato di obiettivo abbandono del minore a fronte dell’assoluta inadeguatezza dei genitori.
Con il primo motivo è denunziata violazione degli artt. 183 e 195 c.p.c., in relazione agli artt. 3, 24 e 111 Cost., non avendo la Corte d’appello accolto il motivo d’impugnazione relativo alla mancata consegna della relazione di c.t.u. nel termine per il deposito della comparsa conclusionale. I ricorrenti si dolgono altresì che la Corte d’appello non abbia disposto la rinnovazione della c.t.u. in ordine alle loro capacità genitoriali, che avrebbe consentito di formulare osservazioni che invece erano state loro precluse.
Con il terzo motivo è denunziata violazione e falsa applicazione della L. n. 184 del 1983, art. 6 e art. 44, lett. d, in quanto la Corte d’appello avrebbe male interpretato tali norme ritenendo semplicemente che l’adozione del minore era stata legittima non sussistendo un limite minimo di differenza d’età tra l’adottato e l’adottante, mentre non avrebbe valutato la concreta idoneità della S. nell’ottenere l’adozione.
Con il quarto motivo, i ricorrenti si dolgono della violazione dell’art. 91 c.p.c., in ordine alla condanna alle spese liquidate in appello in favore di N.S. , figlia della S. , in quanto soggetto che non può essere considerato parte processuale e che non è stata destinataria del provvedimento impugnato, la cui partecipazione al processo è da intendere come interventore adesivo volontario.
I ricorrenti censurano l’impugnata sentenza nella parte in cui non ha ritenuto sussistente – con riferimento al giudizio di primo grado – la dedotta violazione del diritto al contraddittorio e del diritto di difesa, ai sensi degli artt. 3, 24 e 11 Cost., per non essere stata consegnata ai medesimi dalla cancelleria del Tribunale per i Minorenni copia della relazione definitiva di c.t.u., entro il termine previsto per il deposito della memoria conclusionale. Alla stregua di tale motivo, siffatta omissione avrebbe, invero, impedito agli istanti di articolare compiutamente le proprie difese nella comparsa conclusionale, con conseguente grave vulnus del loro diritto di difesa.
Ciò posto, va premesso che le pretese violazioni di norme processuali, costituenti ipotetici errores in procedendo, possono fondare il ricorso per cassazione esclusivamente allorquando si concretino in un effettivo pregiudizio subito dal diritto di difesa della parte, in conseguenza della denunciata violazione (Cass., 18/12/2014, n. 26831; Cass., 19/03/2014, n. 6330; Cass., 21/11/2016, n. 23638). Nel caso di specie deve, per converso, escludersi che sussista la dedotta violazione delle norme processuali citate dai ricorrenti (artt. 183 e 195 c.p.c.), e comunque che i medesimi abbiano riportato un concreto pregiudizio del loro diritto di difesa, in relazione alla redazione ed al deposito consulenza d’ufficio espletata in prime cure.
Va, difatti, osservato che a norma dell’art. 195 c.p.c., comma 3, (nel testo introdotto dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46), “La relazione deve essere trasmessa dal consulente alle parti costituite nel termine stabilito dal giudice con ordinanza resa all’udienza di cui all’art. 193. Con la medesima ordinanza il giudice fissa il termine entro il quale le parti devono trasmettere al consulente le proprie osservazioni sulla relazione e il termine, anteriore alla successiva udienza, entro il quale il consulente deve depositare in cancelleria la relazione, le osservazioni sulle parti ed una sintetica valutazione sulle stesse”.
Orbene, nel caso concreto, dall’impugnata sentenza si evince che i consulenti avevano inoltrato, via p.e.c., la bozza di c.t.u. a tutte le parti, in data 10 dicembre 2015, e che gli odierni ricorrenti avevano fatto pervenire ai consulenti, in data 28 dicembre 2015, “una ampia nota di “deduzioni ed osservazioni alla suddetta bozza””. La c.t.u. veniva, quindi, depositata in cancelleria, ove le parti – come correttamente affermato dalla Corte territoriale (p. 3 della sentenza impugnata) – avrebbero potuto, ovviamente, consultarla ed estrarne copia, “ben prima della scadenza del termine per il deposito della conclusionale”, non essendo, per contro, previsto dalla norma in esame che sia la cancelleria ad inviare o consegnare una copia della relazione alle stesse.
I ricorrenti lamentano che la Corte d’appello non abbia tenuto conto della loro richiesta – contenuta nell’atto di appello, p. 15 – di rivalutare la loro posizione giuridica, quanto alla responsabilità genitoriale sul figlio D. , “alla luce delle attività svolte su invito delle autorità preposte” (frequentazione dei consultori, cicli di visite disposti dal tribunale, ecc.). Ora, avendo dedotto gli istanti l’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia, la censura non corrisponde al modello di vizio prefigurato dal novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis (Cass. Sez. U., 07/04/2014, nn. 8053 e 8054; Cass., 06/07/2015, n. 13928).
Ad ogni buon conto, anche a voler valutare la sostanza del motivo, a prescindere dalla rubrica, va osservato che esso si incentra sulla doglianza di omesso esame di uno scritto difensivo (l’atto di appello), del pari non rientrante nella fattispecie di vizio suindicato, limitata all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile, pertanto, la censura concernente l’omessa valutazione di deduzioni difensive (Cass., 14/06/2017, n. 14802).
I ricorrenti lamentano che la Corte d’appello abbia dato in adozione a S.P. , donna di sessantadue anni, un bambino portatore di handicap (tetraparesi spastica) di otto anni (con una differenza di età, quindi, ben superiore a quella massima di quarantacinque anni, prevista dalla L. n. 184 del 1983, art. 6), sebbene si tratti di una donna singola, e benché i genitori non abbiano dato il loro assenso all’adozione, ai sensi dell’art. 46 della stessa legge. In particolare, secondo i ricorrenti la Corte territoriale non avrebbe, poi, in alcun modo evidenziato la sussistenza di un danno grave ed irreparabile che possa derivare all’adottando dalla mancata adozione, non considerando, per un verso, che la S. non avrebbe potuto da sola – sia pure con il concorso della figlia N.S. peraltro, prevedibilmente non stabile e duraturo, considerata la sua giovane età e la prevedibile intenzione di farsi una propria vita- accudire il piccolo D. e per altro verso, che un bambino diversamente abile necessiti della presenza di entrambe le figure genitoriali.
Tanto premesso, va osservato che alla L. n. 184 del 1983, art. 44, lett. d), integra una clausola di chiusura del sistema, intesa a consentire l’adozione tutte le volte in cui è necessario salvaguardare la continuità affettiva ed educativa della relazione tra adottante ed adottando (e non certo tra quest’ultimo ed i genitori naturali), come elemento caratterizzante del concreto interesse del minore a vedere riconosciuti i legami sviluppatisi con altri soggetti che se ne prendono cura. Essa presuppone la constatata impossibilità di affidamento preadottivo, che deve essere intesa come impossibilità di diritto come nel caso di mancato reperimento (o rifiuto) di aspiranti all’adozione legittimante (Cass., 27/09/2013, n. 22292) – in quanto, a differenza dell’adozione piena, tale forma di adozione non presuppone necessariamente una situazione di abbandono dell’adottando – condizione nella specie, esclusa in radice, atteso l’affidamento del minore alla S. – e può essere disposta allorché si accerti, in concreto, l’interesse del minore al riconoscimento di una relazione affettiva già instaurata e consolidata con chi se ne prende stabilmente cura (Cass., 22/06/2016, n. 12962).
Inoltre, la mancata specificazione di requisiti soggettivi di adottante ed adottando, come pure del limite massimo di differenza di età (prescrivendo la norma dell’art. 44, comma 4, esclusivamente che l’età dell’adottante deve superare di almeno diciotto anni quella dell’adottando) implica che l’accesso a tale forma di adozione non legittimante è consentito alle persone singole ed alle coppie di fatto (Cass., n. 12962/2016), nei limiti di età suindicati e sempre che l’esame delle condizioni e dei requisiti imposti dalla legge, sia in astratto (l’impossibilità dell’affidamento preadottivo) che in concreto (l’indagine sull’interesse del minore), facciano ritenere sussistenti i presupposti per l’adozione speciale.
Per quanto concerne, poi, la mancanza di consenso dei genitori, va osservato che, in tema di adozione particolare, ha efficacia preclusiva ai sensi della L. n. 184 del 1983, art. 46, comma 2, il dissenso manifestato dal genitore che non sia mero titolare della responsabilità genitoriale, ma ne abbia altresì il concreto esercizio grazie ad un rapporto effettivo con il minore, caratterizzato di regola dalla convivenza, in ragione della centralità attribuita dagli artt. 29 e 30 Cost. all’effettività del rapporto genitore-figli (Cass., 21/09/2015, n. 18575).
Nel caso concreto, per contro, i genitori del minore sono stati dichiarati decaduti dalla responsabilità genitoriale, proprio in quanto hanno allontanato il figlio D. a pochi mesi dalla nascita. Inoltre, i medesimi, dalla c.t.u. espletata in prime cure, sono risultati del tutto inadatti al ruolo genitoriale in relazione ad un bambino come D. , affetto da gravissime patologie, delle quali non hanno affatto una piena consapevolezza, avendolo allontanato fin da piccolissimo ed avendolo, per lo più, considerato una sorta di loro proprietà della quale occorreva rientrare in possesso.
I ricorrenti si dolgono del fatto che la Corte territoriale abbia posto a loro carico anche le spese sostenute dalla figlia della S. , N.S. , intervenuta volontariamente ad adiuvandum, nei cui confronti nessuna statuizione è stata adottata. Al riguardo, va osservato, che il rimborso delle spese processuali sostenute da colui che sia legittimamente intervenuto ad adiuvandum è posto, senza che occorra che la sua presenza sia stata determinante ai fini dell’esito favorevole della lite per l’adiuvato, a carico della parte la cui tesi difensiva, risultata infondata, abbia determinato l’interesse all’intervento (Cass., 14/05/2018, n. 11670; Cass., 23/07/1983, n. 5085).
Inoltre, il motivo non appare neppure sorretto da un effettivo interesse, considerato che la Corte d’appello ha condannato i ricorrenti al pagamento delle spese a favore della S. e della figlia S. , intese come unica parte, sicché indipendentemente dall’intervento in causa di quest’ultima, la liquidazione in esame, in quanto appunto unitaria, è stata legittima effettuata a favore della contro ricorrente.
27/06/2019 alle 17:05
Non è una novità. La legge sulle adozioni prevede l’adozione da parte di single che hanno da tempo un rapporto significativo con il minore.
27/06/2019 alle 23:20
Minori con patologie (che non vogliono le normali coppie sposate). Non è la prima volta. Il titolo trae in inganno e l’informazione è distorta. C’e Il caso della ragazzina down adottata dal suo affidatario. Ed il caso del ragazzo straniero con ipoacusia adottato dalla sua affidataria di Perugia, se non sbaglio. Prima di dire che un single può adottare (con regolare richiesta ovvero dando la propria disponibilità all adozione ) c’è ne vuole. Perché non approfondire e parlate delle direttive europee in campo di adozione da parte dei single?? C è una direttiva di Strasburgo del 2008, mi pare, che da indicazioni agli stati facenti parte dell Unione Europea affinché equipararono le proprie leggi sull adozione alla normativa europea; secondo questa direttiva nella comunità europea un single può fare regolare richiesta di adozione. In Italia siamo nel medioevo.
29/06/2019 alle 10:10
Anni fà nonostante avessi due figli, avrei voluto adottare un bimbo o una bimba ma poi mi sono ritrovata a dover curare mio figlio invalido al 100% per schizzofrenia che è ben peggiore di qualsiasi altra invalidità perché sembrano normali quando stanno bene ma non ti accorgi quando hanno un attacco di questa malattia mentale