Source: https://associazioneeuropalibera.wordpress.com/2015/07/20/i-trattati-europei-spiegati-da-giuseppe-palma/
Timestamp: 2017-06-26 17:12:47+00:00
Document Index: 46165427

Matched Legal Cases: ['art. 74', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 139', 'art. 10']

I TRATTATI EUROPEI SPIEGATI DA GIUSEPPE PALMA | Mario Donnini in Associazione Europa Libera Mario Donnini in Associazione Europa Libera la nostra arma è la solidarietà, la nostra nemica è l'indifferenza
I TRATTATI EUROPEI SPIEGATI DA GIUSEPPE PALMA
20 luglio 2015Senza categoriagendiemme	Il mio speciale, in quattro Parti, pubblicato su Scenari Economici!
In questo post troverete il lavoro completo, cioè tutti e quattro i link dai quali poter accedere alla lettura degli articoli.
LA STORIA DEL PROGETTO EUROPEO. DA PARIGI A LISBONA: http://scenarieconomici.it/i-trattati-dellue-come-non-ve-l…/
L’ASSETTO ISTITUZIONALE DELL’UE E I MECCANISMI PREVISTI DAI TRATTATI IN MERITO ALL’ESERCIZIO DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA: http://scenarieconomici.it/i-trattati-dellue-come-non-ve-l…/
IL RAPPORTO GERARCHICO NEL SISTEMA DELLE FONTI DEL DIRITTO: IL PRIMATO DEL DIRITTO DELL’UE RISPETTO AL DIRITTO INTERNO. GRAVI ASPETTI DI CRITICITA’: http://scenarieconomici.it/i-trattati-dellue-come-non-ve-l…/
4) QUARTA ED ULTIMA PARTE
SULLA ILLEGITTIMITA’ DELLE CESSIONI DI SOVRANITA’: LA GRAVE MANIPOLAZIONE INTERPRETATIVA DELL’ART. 11 DELLA COSTITUZIONE: http://scenarieconomici.it/i-trattati-dellue-come-non-ve-l…/
Lo speciale, quindi tutti e quattro i lavori, sono scritti con metodo scientifico (cioè attraverso la consultazione delle Fonti) ma con un linguaggio semplicissimo, in modo tale da rendere un argomento così spinoso comprensibile a tutti!
Ho lavorato tantissimo per scrivere lo speciale, sottraendo tempo prezioso soprattutto a mia figlia! Il tutto gratuitamente e senza alcun tornaconto personale, anzi, semmai avrò un po’ di noie per aver divulgato alcuni aspetti che il Vero Potere vorrebbe tenere nascosti!
“LA STORIA DEL PROGETTO EUROPEO:
DA PARIGI A LISBONA”
Brevi cenni sulla nascita del progetto europeo e sul suo sviluppo: i principali Trattati dell’UE e i più importanti aspetti di criticità del Trattato di Maastricht
Una prima “unione”, seppur di carattere prettamente economico, si ebbe già agli inizi degli anni Cinquanta tra sei Stati del Vecchio Continente, infatti Italia, Germania ovest, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo diedero vita alla CECA (Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio), un Trattato sottoscritto a Parigi il 18 aprile 1951 con l’obiettivo di creare un “mercato comune” per il carbone e per l’acciaio. Successivamente, nel 1957, con i Trattati di Roma[1] venne istituita sia la CEE (Comunità Economica Europea), che aveva come obiettivo principale quello della libera circolazione delle merci, dei servizi, dei capitali e delle persone al di fuori dei confini nazionali (in pratica una prima integrazione di carattere economico-commerciale), sia l’EURATOM (Comunità Europea dell’Energia Atomica), che aveva invece lo scopo di coordinare i programmi di ricerca degli Stati membri relativi all’energia nucleare. Nel 1973 gli Stati membri divennero nove con l’adesione del Regno Unito, della Danimarca e dell’Irlanda e, nel 1979, il Parlamento europeo venne eletto per la prima volta a suffragio universale e diretto. Il 1979 fu un anno importante anche per un altro motivo: il 13 marzo entrò in vigore lo SME (Sistema Monetario Europeo), ossia l’accordo per il mantenimento di una parità di cambio prefissata che poteva oscillare entro una fluttuazione del ±2,25% (del ±6% per Italia, Gran Bretagna, Spagna e Portogallo), avendo a riferimento una unità di conto comune (l’ECU, cioè unità di conto europea), determinata in rapporto al valore medio dei cambi del paniere delle divise dei Paesi aderenti. Fu un primo passo verso il progetto futuro di moneta unica europea. Nel 1986 venne sottoscritto l’AUE (Atto Unico Europeo) con lo scopo di completare la costruzione del “mercato interno” (che aveva avuto una battuta d’arresto dopo le crisi economiche degli anni Settanta) ed avviare un primo embrione di Unione politica. Tuttavia, dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e fino a tutto il 1991, il mondo era rigidamente diviso in due a causa della guerra fredda tra i due grandi blocchi USA – URSS, quindi gli equilibri internazionali non avrebbero potuto discostarsi da questa netta divisione. E’ alla fine degli anni Ottanta che si verifica il vero spartiacque: il 9 novembre 1989 cade il muro di Berlino, quella barriera in pietra e cemento che divideva la Germania ovest dalla Germania est (che vengono unificate), e quindi il mondo occidentale che faceva capo agli Stati Uniti d’America e il mondo dell’est europeo che faceva riferimentoall’Unione Sovietica. Da un lato è la fine della guerra fredda, dall’altro è l’inizio di un nuovo Ordine che nasconde quello che diverrà il Neo-Feudalesimo globale. Dal 1991 in poi, con fin troppa consapevole coscienza, inizia un percorso irreversibile che condurrà l’intero Vecchio Continente a disegnare un progetto grandioso solo nell’apparenza ma che, nella sostanza, è marcatamente criminale ed anti-democratico.
Ed eccoci giunti al 1992: è l’anno del TRATTATO DI MAASTRICHT (o TRATTATO SULL’UNIONE EUROPEA – TUE), sottoscritto il 7 febbraio 1992 a Maastricht, nei Paesi Bassi (nostro Presidente del Consiglio dei Ministri è il democristiano Giulio Andreotti mentre Ministro degli Esteri è il socialista Gianni De Michelis), tra i dodici Stati membri dell’allora Comunità Europea (Italia, Paesi Bassi, Danimarca, Spagna, Grecia, Lussemburgo, Belgio, Regno Unito, Francia, Germania, Irlanda e Portogallo). Il Trattato entra in vigore il 1° novembre 1993 ed ha come obiettivo quello di preparare la creazione dell’unione monetaria europea e gettare le basi per un’unione politica (cittadinanza, politica estera comune e affari interni). Oltre ad istituire l’Unione Europea (che sostituisce la Comunità Europea), il Trattato introduce un’apparente quanto inefficace procedura di codecisione tra il Parlamento e il Consiglio nell’adozione degli atti giuridici dell’Unione. Il suo contenuto pone altresì le basi della futura moneta unica, infatti viene sancita la nascita dell’UEM (Unione Economica e Monetaria dell’Unione Europea) che, attraverso tre successive fasi, deve concludere un percorso che porti al conio di una moneta unica europea in sostituzione di ciascuna valuta nazionale dei Paesi membri. Con la creazione dell’IME (Istituto Monetario Europeo) nel 1994, viene prevista la nascita – entro il 1° gennaio 1999 – della BCE (Banca Centrale Europea) e del SEBC (Sistema Europeo delle Banche Centrali) che avrebbe coordinato la politica monetaria unica. Al fine di poter giungere alla fase finale, ciascuno Stato firmatario del Trattato deve rispettare cinque criteri di convergenza (più comunemente conosciuti come “parametri di Maastricht”):
Rapporto tra debito pubblico e PIL non superiore al 60% (Italia e Belgio vengono esentati dal rispettare questo parametro);
Ciò detto, il parametro maggiormente discusso è quello del rapporto tra deficit pubblico e PIL che non deve sforare il tetto rigido del 3%. Il numero 3 fu deciso inizialmente dall’ex Presidente della Repubblica francese François Mitterrand che voleva un numero qualsiasi da opporre alle continue richieste di denaro da parte dei suoi ministri. Il 3 rievocava la “Trinità”, quindi poteva andar bene. Sembra una favola, ma è andata proprio così! E’ il 1981 quando i socialisti francesi guidati da Mitterrand vincono le elezioni, e, per far fronte alle promesse elettorali, portano il deficit da 50 a 95 miliardi di franchi. Al fine di “rientrare”, Mitterrand incaricò l’allora vice-direttore del dipartimento del Bilancio al ministero delle Finanze Pierre Bilger di individuare una regola che evitasse spese pubbliche “pazze”. Bilger contattò due giovani esperti economici, Roland de Villepin e Guy Abeille, e sarà proprio quest’ultimo (all’epoca non ancora trentenne) ad elaborare – su sua stessa ammissione senza alcuna base scientifica – il tetto del 3%[2]. Dirà più avanti Guy Abeille: «Prendemmo in considerazione i 100 miliardi del deficit pubblico di allora. Corrispondevano al 2,6 % del Pil. Ci siamo detti: un 1% di deficit sarebbe troppo difficile e irraggiungibile. Il 2% metterebbe il governo sotto troppa pressione. Siamo così arrivati al 3%. Nasceva dalle circostanze, senza un’analisi teorica»[3]. Lo stesso parametro fu poi utilizzato quale “regola europea” (anche perché Mitterrand intendeva tenere sotto controllo la forza economica di una Germania unita) ed entrò a far parte del Trattato di Maastricht. Questa regola del 3%, a distanza di circa vent’anni, è diventata una vera e propria disgrazia che impedisce agli Stati membri di far leva sulla spesa pubblica al fine di risolvere le problematiche economico-sociali. Lo stesso dicasi in merito al tetto previsto per il tasso d’inflazione (cioè non superiore dell’1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi): un altro limite capestro che impedisce l’adozione di qualsiasi soluzione ragionevole per far fronte a periodi di recessione.
Il 2 ottobre 1997 viene sottoscritto il TRATTATO DI AMSTERDAM (nostro Presidente del Consiglio dei Ministri è Romano Prodi, capo della coalizione di centro-sinistra che aveva vinto le elezioni politiche del 1996, mentre Ministro degli Esteri è Lamberto Dini), entrato in vigore il 1° maggio 1999. Esso riforma le Istituzioni europee in vista dell’adesione di nuovi Stati, quindi modifica, rinumera e consolida il Trattato di Maastricht e il Trattato di Roma. Prevede inoltre un processo decisionale apparentemente più trasparente attraverso un più ampio ricorso alla c.d. procedura di codecisione tra Consiglio dell’UE e Parlamento europeo nell’adozione degli atti giuridici dell’Unione. In realtà si tratta di una vera e propria “truffa procedurale” che, riformata (anche nel nome) dal Trattato di Lisbona, altro non è che uno specchietto per le allodole di cui mi occuperò approfonditamente nel secondo speciale.
Il 26 febbraio 2001 viene firmato il TRATTATO DI NIZZA (nostro Presidente del Consiglio dei Ministri è l’ex socialista Giuliano Amato che presiede un esecutivo sostenuto da una maggioranza di centro-sinistra, mentre Ministro degli Esteri è sempre Lamberto Dini), che entra in vigore il 1° febbraio 2003. Il Trattato, oltre a riformare le Istituzioni europee per consentire all’UE di funzionare in maniera più efficiente dopo l’allargamento a 25 Stati membri, adotta nuovi metodi per modificare la composizione della Commissione europea e ridefinire il sistema di voto in seno al Consiglio.
Dal Trattato di Maastricht al Trattato di Lisbona (di cui mi occuperò in breve nel prossimo paragrafo) gli euro-burocrati hanno introdotto una serie di norme incomprensibili e scoordinate tra loro (sconosciute anche ai parlamentari europei) che mirano nella sostanza a svuotare le competenze dei Parlamenti nazionali e rendere inefficaci le Costituzioni di ciascuno degli Stati membri.
Il Trattato di Lisbona. Cenni
Prima di entrare nel vivo del c.d. Trattato di Lisbona, è necessario fare una breve premessa.
Il 29 ottobre 2004 viene firmato a Roma il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa (la c.d. Costituzione europea), ma in realtà – sotto l’aspetto meramente formale – non si tratta di una vera e propria Costituzione come quelle di cui sono dotati ciascuno degli Stati membri, bensì di un Testo Unico (o Trattato di base) in cui vengono riordinati e recepiti i Trattati preesistenti, con poche innovazioni e senza formali trasferimenti di sovranità. Il vero obiettivo di questo Trattato di base è quindi quello di sostituire tutti i Trattati che fino a quel momento avevano costituito le fondamenta giuridiche primarie dell’Unione Europea, stabilendo un chiaro assetto politico riguardo alle sue Istituzioni, alle sue competenze, alla politica estera e alle modalità decisionali. Gli “architetti” di questo progetto sono l’ex Presidente della Repubblica francese Valéry Marie René Georges Giscard d’Estaing (che presiederà un’apposita Convenzione sul futuro dell’Europa), il nostro ex Presidente del Consiglio dei Ministri Giuliano Amato ed il belga Jean-Luc Joseph Marie Dehaene (entrambi vice-presidenti della Convenzione medesima). Un lavoro importantissimo lo svolge anche la Commissione Europea (all’epoca presieduta da Romano Prodi), la quale elabora un progetto (il c.d. Progetto Penelope) quale punto di riferimento per la Convenzione. Questa lavora per diciassette mesi, fino al 10 luglio 2003. La cerimonia ufficiale per la firma della c.d. Costituzione europea avviene a Roma il 29 ottobre 2004 e trasmessa in eurovisione. Il Parlamento italiano, a stragrande maggioranza (sia alla Camera che al Senato), autorizza la ratifica del Trattato tra il gennaio e l’aprile del 2005.
Il vero obiettivo della c.d. Costituzione europea, in realtà, non è quello di armonizzare le norme contenute nei Trattati sottoscritti e ratificati fino a quel momento, né quello di riordinare le Istituzioni europee e le loro competenze, ma è soprattutto quello di creare un unico testo rafforzato che – sostanzialmente – esautori sia l’efficacia delle Costituzioni nazionali che gli effetti della produzione legislativa di rango ordinario degli Stati membri. L’intenzione degli euro-burocrati è quella di inglobare in un unico testo tutte le norme dei Trattati preesistenti (riordinandole, armonizzandole e innovandole se necessario) in modo tale che l’intera struttura politica e di produzione giuridica dell’Unione abbia un’autorità tale che, nel tempo, possa sostanzialmente sostituire i principi costituzionali e le garanzie procedurali sancite nelle Carte fondamentali di ciascuno Stato membro. Gli euro-burocrati, tuttavia, commettono un “grave errore”: avallano la possibilità di sottoporre la Costituzione europea a referendum popolari. Gli elettori francesi ed olandesi esprimono un netto voto contrario[4], determinando uno stop fondamentale all’iter di ratifica. A quel punto, di fronte al no franco-olandese, il Consiglio europeo (composto dai capi di Stato e di Governo dei Paesi membri) decide di risolvere il problema entro il 2008 (e comunque prima delle elezioni per il Parlamento europeo del 2009). Alla fine prevale la soluzione di elaborare un Trattato di riforma (il c.d. Trattato di Lisbona) da non sottoporre a referendum popolare! In altre parole, la Costituzione europea è uscita dalla porta (per volere democratico del popolo francese e di quello olandese) ed è rientrata dalla finestra.
Ed ecco che l’apparato eurocratico, sconfitto da un inaspettato sussulto di indipendenza nazionale, individua una strada più “sicura” che sfocia nel c.d. TRATTATO DI LISBONA (ufficialmente “Trattato di Lisbona che modifica il Trattato sull’Unione Europea e il Trattato che istituisce la Comunità Europea” o Trattato di riforma), sottoscritto il 13 dicembre 2007 (nostro Presidente del Consiglio dei Ministri è Romano Prodi, leader della coalizione di centro-sinistra che ha vinto di appena lo 0,01% le elezioni politiche del 2006, mentre Ministro degli Esteri è l’ex comunista Massimo D’Alema) ed entrato ufficialmente in vigore il 1° dicembre 2009. Il nostro Parlamento ne autorizza la ratifica all’unanimità: al Senato il 23 luglio 2008, alla Camera dopo appena otto giorni. Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano vi appone la propria firma per la ratifica il 2 agosto e il deposito avviene sei giorni dopo. Il tutto nel più assoluto silenzio e senza informare adeguatamente i cittadini: non è un caso, infatti, che l’iter di ratifica avvenga tra la fine di luglio e gli inizi di agosto, mentre gli italiani sono distratti dai bagni e dal calcio-mercato.
Ma entriamo nello specifico. Perché è così importante il Trattato di Lisbona? In realtà, come ho evidenziato pocanzi, si tratta di un Trattato che modifica sia il Trattato sull’Unione Europea (cioè il Trattato di Maastricht del 1992 – TUE) che il Trattato che istituisce la Comunità Europea (il Trattato di Roma del 1957 – TCE, fatta eccezione per il Trattato Euratom). In altre parole non si è giunti a redigere un unico Trattato (come era invece avvenuto con la c.d. Costituzione europea), ma si sono riformati (e di qui la denominazione di Trattato di riforma) sia il Trattato sull’Unione Europea (TUE o Trattato di Maastricht) che il Trattato che istituisce la Comunità Europea (TCE). Il primo ha mantenuto la sua denominazione, mentre il secondo è stato denominato Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). A questi vanno poi aggiunti sia la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea (la c.d. Carta di Nizza) che il Trattato Euratom (il quale non era stato integrato nella Costituzione europea). Un bel grattacapo che rende particolarmente difficile la comprensione dello stesso diritto originario dell’UE… e posso garantire che non è un caso! Trattandosi di Trattati, e quindi bisognosi di ottenere un’autorizzazione alla loro ratifica da parte dei Parlamenti di ciascuno degli Stati membri, è più difficile per quei pochi parlamentari nazionali indipendenti comprendere l’obiettivo dell’apparato eurocratico se non vi sono le condizioni per capire, non dico tanto il contenuto, ma addirittura gli aspetti formali di base dei Trattati medesimi. Non è una barzelletta, è andata proprio così! I nostri parlamentari, infatti, da un lato fanno finta di accapigliarsi di fronte alle proposte di revisione della Costituzione, dall’altro, quando si tratta di autorizzare la ratifica dei Trattati dell’UE (che esautorano la nostra Costituzione), non battono ciglia e applaudono ipocritamente.
In merito al contenuto dei predetti Trattati (TUE e TFUE così come riformati dal Trattato di Lisbona), occorre ammettere anzitutto che si è data forma e sostanza alla Costituzione europea del 2004, seppur con qualche modifica non particolarmente significativa […].
Tra qualche giorno pubblicherò la PARTE IIa con la quale mi occuperò di spiegarvi, nello specifico, come il c.d. Trattato di Lisbona ha ridisegnato l’assetto istituzionale dell’UE, per poi passare al funzionamento dei meccanismi giuridico-istituzionali in merito all’esercizio della funzione legislativa. Il tutto ponendo l’attenzione sul rapporto tra i Trattati dell’UE e la nostra Costituzione.
“L’ASSETTO ISTITUZIONALE DELL’UE
E I MECCANISMI PREVISTI DAI TRATTATI IN MERITO
ALL’ESERCIZIO DELLA FUNZIONE LEGISLATIVA”
1 Gli atti giuridici e l’esercizio della funzione legislativa dell’Unione Europea. Lo strapotere del duo Commissione europea/Consiglio dell’UE: il sostanziale esautoramento sia del Parlamento europeo che della Costituzione italiana. Gravi aspetti di criticità
Il diritto dell’Unione Europea è composto dal diritto originario (rappresentato dai Trattati istitutivi dell’UE e loro successive modifiche, quindi dai testi con valore equiparato, oltre che dai Principi generali di diritto comuni agli Stati membri), dal diritto c.d. “intermedio” [che si pone tra il diritto originario e quello derivato, ed è rappresentato dal diritto internazionale consuetudinario (quando non derogato dai Trattati istitutivi) e pattizio (quando vincola l’Unione)], ed infine dal diritto derivato, ossia dagli atti giuridici emanati dalle Istituzioni europee. In merito a quest’ultimo, il Trattato di Lisbona prevede che l’UE possa adottare cinque tipi di atti giuridici (veri e propri atti legislativi frutto di un complesso sistema di produzione legislativa dell’Unione):
• il REGOLAMENTO: è un atto giuridico che ha portata generale (esattamente come la legge nazionale), è obbligatorio in tutti i suoi elementi ed è direttamente applicabile (self-executing) in ciascuno degli Stati membri. Utilizzando una terminologia più semplice, è una vera e propria “legge europea” che produce effetti diretti e vincolanti in ciascuno degli Stati membri. E’ un atto giuridico c.d. vincolante, cioè produce i suoi effetti non solo nei confronti degli Stati membri ma anche nei confronti dei singoli. Per la sua efficacia non sono necessari né procedimenti di ratifica né atti di recepimento o di attuazione da parte degli Stati dell’Unione;
• la DIRETTIVA: è un atto giuridico che persegue l’obiettivo di armonizzazione delle normative degli Stati dell’UE. Essa vincola lo Stato membro cui è rivolta solo per quanto riguarda il risultato da raggiungere, ferma restando la competenza degli organi nazionali in merito alla forma e ai mezzi da adottare. A differenza del Regolamento, la Direttiva – oltre a non avere portata generale (cioè si riferisce ad uno o più Stati membri) – necessita di un atto di recepimento o di attuazione da parte dei Parlamenti degli Stati cui è rivolta;
• la DECISIONE: è anch’essa un atto giuridico vincolante, tant’è che è obbligatoria in tutti i suoi elementi. Qualora designi i destinatari (Stati membri, gruppi di Stati, persone fisiche e giuridiche), è obbligatoria soltanto nei confronti di questi, quindi – a differenza del passato – può assumere anche portata generale. Se rivolta agli Stati è simile alla Direttiva, ma lascia minore discrezionalità; se rivolta invece ai singoli costituisce addirittura titolo esecutivo. E’ spesso adottata dalla Commissione in materia di concorrenza;
• la RACCOMANDAZIONE: è un atto giuridico non vincolante ed invita il destinatario (normalmente uno o più Stati membri) a conformarsi (e quindi ad adeguarsi) ad un certo comportamento per l’interesse comune dell’Unione;
• il PARERE: mentre la Raccomandazione è un invito rivolto allo Stato membro perché si adegui ad un determinato comportamento o regola, il Parere è semplicemente uno strumento idoneo a rendere noto il punto di vista dell’Istituzione europea che lo emette. Non è un atto giuridico vincolante.
La FUNZIONE LEGISLATIVA (vale a dire il potere legislativo, cioè quello di fare e leggi) è esercitata – nella sostanza – dal duo Commissione europea/Consiglio dell’Unione Europea (quest’ultimo detto anche Consiglio dei Ministri o semplicemente Consiglio). In pratica la Commissione – che esercita il potere esecutivo – ha anche la titolarità dell’iniziativa legislativa, cioè sottopone sia al Consiglio dell’UE (da non confondere con il Consiglio europeo) che al Parlamento europeo le proprie proposte degli atti giuridici da adottare e, nella sostanza, il Consiglio adotta l’atto uniformando quasi sempre la sua posizione alla proposta della Commissione. Nella realtà, infatti, benché sia formalmente prevista una procedura legislativa consistente nell’adozione congiunta dell’atto da parte di Consiglio e Parlamento (che in passato era chiamata “procedura di codecisione”), quest’ultimo è di fatto esautorato da quella che dovrebbe essere la sua “funzione naturale”, cioè l’esercizio della potestà legislativa (fare le leggi). L’aspetto drammatico, tra tutti i gravissimi aspetti di criticità evidenziabili, è quello che sono morte milioni di persone perché si giungesse alla conquista del sacrosanto principio che a fare le leggi fosse esclusivamente un’assemblea eletta direttamente dal popolo ed esercitante la sovranità popolare, ma, con l’avvento dell’Unione Europea, tale principio è stato quasi del tutto calpestato e tradito. La conquista democratica del binomio inscindibile “Parlamento eletto – Legge” ha quindi avuto attuazione attraverso le disposizioni contenute in ciascuna delle Costituzioni nazionali degli Stati membri dell’Unione, ma i Trattati dell’UE (per ultimo il Trattato di Lisbona) ne hanno – non solo sostanzialmente – evirato l’essenza! Il Consiglio dell’UE, infatti, è composto da un rappresentante per ciascuno Stato membro, a livello ministeriale, di volta in volta competente per la materia trattata, il quale é abilitato ad impegnare il governo dello Stato membro che rappresenta ed a esercitare il diritto di voto, ma trattasi di soggetti non eletti che il popolo il più delle volte neppure conosce; e stesso discorso dicasi anche per la Commissione, un organismo potentissimo composto da soggetti non eletti da nessuno (fatta eccezione per quanto si dirà più avanti).
Riassumendo questi concetti, è bene che il lettore ricordi che la Commissione europea (esercitante sia il potere esecutivo che l’iniziativa legislativa) e il Consiglio dell’UE (esercitante la funzione legislativa), essendo entrambi composti da membri non eletti dai cittadini, sono totalmente immuni dagli eventuali “scossoni” scaturenti dai processi elettorali. E il Parlamento? Pur essendo l’unica Istituzione europea eletta direttamente dal popolo, e quindi alla quale sarebbe dovuta legittimamente spettare – come ci insegnano le conquiste democratiche costate milioni di morti – l’esercizio esclusivo della funzione legislativa, svolge sostanzialmente il ruolo di “assistente” alle decisioni del duo Commissione – Consiglio! Per di più, considerato che i due grandi partiti europei sono il PSE (Partito del Socialismo Europeo) e il PPE (Partito Popolare Europeo), in Parlamento v’è e vi sarà sempre la maggioranza assoluta per non bloccare le decisioni della premiata ditta Commissione – Consiglio! Capito l’inganno e il tradimento? Non è uno scherzo, la questione è proprio in questi termini! E non è finita qui: mentre la nostra Costituzione prevede che il Governo (al quale è affidato sia l’esercizio della funzione esecutiva che l’iniziativa legislativa) debba godere necessariamente della fiducia del Parlamento (altrimenti non può esercitare a pieno le sue funzioni ed è addirittura obbligato a dimettersi), in Europa non è così! Il Parlamento europeo, infatti, non vota e non revoca alcuna fiducia alla Commissione (e neppure al Consiglio), la quale esercita la funzione esecutiva e l’iniziativa legislativa unicamente per volere di coloro che hanno scritto i Trattati e senza alcun controllo – neppure indiretto – da parte dei rappresentanti del popolo (vedesi, a tal proposito, la precisazione tecnica a seguire nella quale affronto nello specifico la questione fiducia/sfiducia Parlamento/Commissione). Può sembrare una barzelletta, ma è esattamente la realtà! Il Parlamento europeo, per la prima volta a partire dal 2014, ha solo il diritto di eleggere (a maggioranza dei suoi membri) il Presidente della Commissione europea: considerato che alle ultime elezioni del maggio 2014 nessuno tra PSE e PPE ha ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi, questi hanno “pensato bene” di mettere insieme i propri numeri in Parlamento esprimendo un voto corale in favore del candidato del PPE Jean-Claude Juncker (sulla base del fatto che il PPE ha ottenuto la maggioranza relativa dei seggi). Quindi a nulla – o quasi – sono valse le vittorie elettorali di Marine Le Pen in Francia e di Nigel Farage in Inghilterra: il sistema elettorale per l’elezione del Parlamento europeo è stato concepito e realizzato proprio perché siano sempre il PSE e il PPE a farla da padrona! Non c’è alcuna via di scampo. E’ così e basta!
I Trattati dell’UE, oltre a prevedere che il Presidente della Commissione europea sia eletto dal Parlamento europeo a maggioranza dei membri che lo compongono e tenuto conto dei risultati elettorali per l’elezione del Parlamento medesimo (circostanza sopra evidenziata), prevedono anche che quest’ultimo (cioè il Parlamento) esprima un VOTO DI APPROVAZIONE nei confronti della Commissione (e più precisamente nei confronti del Presidente, dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e degli altri commissari collettivamente considerati), il quale non equivale assolutamente ad un voto di fiducia come quello che – ad esempio – il Parlamento italiano esprime nei confronti del Governo; si tratta infatti di una cosa ben diversa che, nella sostanza, si traduce in un mero “giudizio di gradimento” del tutto ovvio e scontato in quanto il voto di approvazione del Parlamento è preceduto dal voto con cui questo ha già eletto il Presidente della Commissione. Per di più, dopo che il Parlamento europeo ha espresso il voto di approvazione nei confronti della Commissione, è necessario un ulteriore passaggio consistente nella nomina ufficiale della Commissione da parte del Consiglio europeo (da non confondere con il Consiglio dell’UE), e ciò dimostra come il voto di approvazione espresso dal Parlamento nei confronti della Commissione non possa considerarsi tecnicamente come un vero e proprio voto di fiducia. Per quanto riguarda, invece, un eventuale “voto di sfiducia” del Parlamento nei confronti della Commissione (che obbligherebbe quest’ultima alle dimissioni), è opportuno anzitutto evidenziare che è del tutto azzardato parlare di “sfiducia” perché è quasi impossibile che ciò possa verificarsi nella realtà: la c.d. MOZIONE DI CENSURA prevista dai Trattati è una mera previsione formale del tutto irrealizzabile nella sostanza, infatti perché il Parlamento europeo possa “sfiduciare” la Commissione occorre che l’eventuale mozione di censura venga approvata con una maggioranza di addirittura i 2/3 dei voti espressi dall’aula parlamentare, sempre che il predetto risultato non sia inferiore alla maggioranza dei membri che compongono il Parlamento. Una vera e propria “truffa” che rende la forma palesemente soccombente al cospetto della sostanza.
2 Le procedure legislative dell’UE per l’adozione degli atti giuridici
• Ia FASE (fase della prima lettura) – La Commissione europea presenta una proposta congiuntamente sia al Consiglio dell’UE che al Parlamento europeo, e su di essa quest’ultimo formula la sua posizione (cioè il Parlamento può presentare o meno una serie di emendamenti) e la invia al Consiglio. Qualora quest’ultimo non elabori proposte di emendamento, ovvero accetti gli emendamenti (la posizione) proposti dal Parlamento, l’atto viene adottato senza ulteriori adempimenti. Se invece il Consiglio non approva la posizione del Parlamento, adotta una propria posizione in prima lettura e la trasmette al Parlamento;
• IIa FASE (fase della seconda lettura) – Se entro un termine di tre mesi da tale comunicazione il Parlamento: a) approva la posizione espressa dal Consiglio in prima lettura oppure non si pronuncia, l’atto in questione si considera adottato nella formulazione che corrisponde alla posizione del Consiglio; b) respinge, a maggioranza dei membri che lo compongono, la posizione espressa dal Consiglio in prima lettura, l’atto proposto si considera non adottato; c) propone, sempre a maggioranza dei membri che lo compongono, emendamenti alla posizione espressa dal Consiglio in prima lettura, il testo così emendato è inviato al Consiglio e alla Commissione che formula un parere su tali emendamenti. A questo punto (cioè in quest’ultima ipotesi), entro un termine di tre mesi dal testo così emendato, il Consiglio, deliberando a maggioranza qualificata, può: 1) approvare tutti gli emendamenti e quindi l’atto in questione si considera adottato; 2) non approvare tutti gli emendamenti e il suo Presidente, d’intesa con il Presidente del Parlamento, convoca entro sei settimane un organo denominato Comitato di conciliazione;
• IIIa FASE (fase della Conciliazione) – Il Comitato di conciliazione (composto da membri o rappresentanti del Consiglio e del Parlamento) ha il compito di giungere ad un accordo su un progetto comune (“testo di compromesso”) sulla base delle posizioni del Parlamento e del Consiglio in seconda lettura. Se entro un termine di sei settimane dalla sua convocazione il Comitato di conciliazione non approva un progetto comune, l’atto in questione si considera non adottato;
• IVa FASE (fase della terza lettura) – Qualora entro il termine di sei settimane il Comitato di conciliazione riesce invece ad approvare un progetto comune, il Parlamento e il Consiglio dispongono ciascuno di un termine di sei settimane (a decorrere dall’approvazione del progetto comune da parte del Comitato di conciliazione) per adottare l’atto in questione in base al progetto comune. Il Parlamento delibera a maggioranza dei voti espressi mentre il Consiglio a maggioranza qualificata. Se entrambe le Istituzioni deliberano l’adozione dell’atto in questione, questo si intende adottato e la procedura si conclude; in mancanza invece di una decisione, ovvero qualora l’atto non venga adottato con le maggioranze predette, lo stesso si considera non adottato e la procedura si conclude.
• La procedura di consultazione: prima che il Consiglio adotti un atto, è necessaria la consultazione del Parlamento (in tal caso la consultazione può essere obbligatoria o facoltativa, a seconda di quanto prevedono i Trattati). Il parere espresso dal Parlamento non è vincolante né per la Commissione (che non è obbligata ad uniformare la sua proposta alle osservazioni ivi contenute), né per il Consiglio, che può disattenderlo;
• La procedura di approvazione: il Consiglio non può validamente legiferare in talune materie se il Parlamento non concorda pienamente, a maggioranza assoluta dei suoi membri, con il contenuto dell’atto. In mancanza di tale approvazione l’atto non può essere adottato. In pratica si tratta di un diritto di veto da parte del Parlamento nei confronti del Consiglio[1].
Concentrando l’analisi sulla PROCEDURA LEGISLATIVA ORDINARIA, uno dei suoi aspetti di maggiore criticità è quello che nella fase della seconda lettura il Parlamento può respingere la posizione espressa dal Consiglio in prima lettura solo a maggioranza dei suoi membri (cioè a maggioranza assoluta), quindi occorre un voto del 50% più uno dei componenti l’assemblea, una maggioranza che – come abbiamo visto – è possibile raggiungere solo se si sommano i deputati di PSE e PPE. Considerato che si tratta di partiti (entrambi) sui quali si fonda l’intero apparato eurocratico, è praticamente impossibile per il Parlamento trovare la forza numerica (che ricordo è della metà più uno dei suoi membri) per respingere una posizione espressa dal Consiglio[2]. Inoltre, come il lettore ha avuto modo di rendersi conto, in seconda lettura l’atto si intende adottato nel testo corrispondente alla posizione espressa dal Consiglio in prima lettura se il Parlamento, entro il termine di tre mesi, non si pronuncia sulla predetta posizione. Oppure, rimanendo sempre nell’esempio della fase della seconda lettura, il Parlamento può, sì, proporre emendamenti alla posizione espressa dal Consiglio in prima lettura, ma solo e sempre a maggioranza dei suoi membri. Appare dunque evidente che, rispetto ad esempio alla normale procedura di adozione delle leggi prevista dalla nostra Costituzione (artt. 70 e segg. Cost.), le procedure dettate dai Trattati europei presentano un pericoloso deficit di democrazia, tanto più che non è previsto neppure un controllo come quello che la nostra Costituzione assegna al Presidente della Repubblica, il quale ha la facoltà di rinviare la legge alle Camere per chiederne una nuova deliberazione (art. 74 Cost.)!
In Italia sia centro-destra sia centro-sinistra (che ritengono questa UE come un punto di non ritorno) osannano e votano acriticamente tutto quello che decidono i burocrati di Bruxelles, tant’è che il Trattato di Lisbona ha ottenuto dal Parlamento italiano l’autorizzazione alla ratifica con un voto all’unanimità, senza alcun adeguato dibattito né parlamentare né con i cittadini. Pazzesco, ma è la verità!
Le argomentazioni sinora svolte dimostrano come le Rivoluzioni e le lotte del passato, costate milioni di morti, non siano servite assolutamente a nulla. L’Ancien Régime, pur mutando pelle ed affinando i suoi strumenti, è uscito dalla porta ma è rientrato – prepotentemente – dalla finestra: una nuova forma di Aristocrazia europea ha preso piede a partire dal 1992 ed oggi rappresenta il Vero Potere! Altro che le scaramucce nostrane sulle proposte di riforma della legge elettorale o di revisione della Parte II della Costituzione… tutte “sciocchezze” per distrarre un popolo totalmente inconsapevole e indifferente. Nonostante l’evidenza dei fatti, c’è chi continua a sostenere questa Unione Europea come conquista irreversibile; una conclusione inaccettabile di fronte alle analisi sinora svolte e al cospetto delle evidenti storture che si sono evidenziate.
Del resto, e lo scrivo senza alcuna vena polemica, da questa Unione Europea non ci si poteva aspettare altro. Uno dei personaggi ritenuti tra i suoi principali fondatori – Jean Monnet -, aveva un motto: “Gli uomini accettano il cambiamento solo sotto il dominio della necessità”. Cosa ci si poteva aspettare di buono?[3]
Tutto quanto sinora premesso prova che la DEMOCRAZIA COSTITUZIONALE è stata ormai superata dai Trattati dell’UE, nati non per fare gli interessi dei popoli ma per esautorarne – nella sostanza – la sovranità e l’autodeterminazione!!!
Tuttavia, l’applicazione e l’efficacia diretta delle norme del diritto europeo incontrano un limite invalicabile (quanto meno da un punto di vista formale) rappresentato dai Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dai diritti inalienabili della persona, infatti la stessa Corte Costituzionale – con Sentenza del 13 luglio 2007 n. 284 – afferma: “Ora, nel sistema dei rapporti tra ordinamento interno e ordinamento comunitario, quale risulta dalla giurisprudenza di questa Corte, consolidatasi, in forza dell’art. 11 della Costituzione, soprattutto a partire dalla sentenza n. 170 del 1984, le norme comunitarie provviste di efficacia diretta precludono al giudice comune l’applicazione di contrastanti disposizioni del diritto interno, quando egli non abbia dubbi – come si è verificato nella specie – in ordine all’esistenza del conflitto. La non applicazione deve essere evitata solo quando venga in rilievo il limite, sindacabile unicamente da questa Corte, del rispetto dei principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona”. A tal proposito, Luciano Barra Caracciolo sostiene che tra i limiti che incontra la prevalenza del diritto europeo rispetto al diritto interno, anche in relazione all’interpretazione dell’art. 11 Cost., non vi sono solo quelli di parità con gli altri Stati o di promozione della pace e della giustizia fra le Nazioni, ma anche quello sancito dall’art. 139 Cost. (la forma repubblicana, intesa nella sua accezione più vasta) e quello del rispetto dei Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale e dei diritti inalienabili della persona. Il novero di questi limiti, inoltre, non si ferma ai diritti inalienabili della persona, ma si estende – come si è visto –, oltre che ai Principi Fondamentali dell’ordinamento costituzionale, anche alle disposizioni di cui alla Parte I della Costituzione, le quali rappresentano (queste ultime) la proiezione programmatica dei Principi Fondamentali[1].
SULLA LEVA RAPPRESENTATA DALL’ART. 10 DELLA COSTITUZIONE: una parte della dottrina, minoritaria per la verità, sostiene che le limitazioni di sovranità nazionale in favore della Comunità/Unione Europea troverebbero piattaforma costituzionale giustificativa anche in virtù della disposizione di cui all’art. 10 co. I Cost.: “L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”. Si tratta, tuttavia, di un orientamento non condivisibile, infatti il diritto originario dell’Unione Europea (rappresentato principalmente dai Trattati europei) non può inquadrarsi in quel complesso di norme – siano esse pattizie o consuetudinarie – del diritto internazionale generalmente riconosciute, fatta eccezione per quel che concerne il cosiddetto “diritto intermedio” (che si colloca tra il diritto originario e quello derivato dell’UE) rappresentato dal diritto internazionale consuetudinario (quando non derogato dai Trattati istitutivi dell’Unione) e pattizio (quando vincola l’Unione).
[2] Sia il Consiglio dell’UE (che esercita la funzione legislativa), sia la Commissione europea (che esercita il potere esecutivo e l’iniziativa legislativa), sono entrambi organismi europei non eletti e composti da sconosciuti burocrati.
[3] Il motto di Jean Monnet ha avuto una fedele proiezione sino ai giorni nostri, infatti il nostro ex Presidente del Consiglio Mario Monti ha affermato che «non dobbiamo sorprenderci che l’Europa abbia bisogno di crisi – e di gravi crisi – per fare passi avanti. I passi avanti dell’Europa sono, per definizione, cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario. È chiaro che il potere politico, ma anche il senso di appartenenza dei cittadini a una collettività nazionale, possono essere pronti a queste cessioni solo quando il costo politico e psicologico del non farle diventa superiore al costo del farle perché c’è una crisi in atto visibile e conclamata […]» (http://www.youtube.com/watch?v=tIUqi9yVV_A).
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