Source: https://www.thenewfederalist.eu/pena-di-morte-il-problema-e-le-soluzioni-legislative?lang=fr
Timestamp: 2020-08-07 20:33:51+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 2']

Pena di morte. Il problema e le soluzioni legislative - Eurobull.it
19 dicembre 2019 , di Daniele Panella, Davide Emanuele Iannace
Si intende con “pena di morte”, al giorno corrente, la pubblica esecuzione in seguito ad una giudicata colpevolezza di un soggetto qualsiasi dinanzi lo Stato. Nonostante due terzi dei paesi del mondo l’abbiano oramai abolita o non introdotta per pratica (1), la pena capitale continua a essere uno strumento giuridico a disposizione dei giudici di nazioni come la Cina, il Kuwait o gli Stati Uniti. Senza conoscere distinzione tra quelle che possiamo definire “nazioni democratiche” e non, molti paesi condannano con la perdita della vita alcuni dei loro criminali. Le stime di Amnesty International, ONG che ha come missione la lotta contro tale pena, hanno messo in luce che in Cina vi siano state più di mille esecuzioni l’anno, più di cento in Iran e Arabia Saudita, tra venticinque e cento negli USA, in Egitto, in Yemen. Alcuni paesi, come la Corea del Nord, non dichiarano dati a proposito. In paesi come l’Iraq o la Siria, dove le condizioni del sistema giudiziario sono sub-ottimali, la pena di morte è una pratica diffusa (2), in particolare nella loro locale guerra al terrore (o al nemico), per cui anche in questo caso non sono disponibili delle precise statistiche a riguardo.
Come sarà messo in rilievo più avanti, nella parte di riflessione centrata sull’Italia e la sua storia giuridica sulla pena capitale, tale pratica è contemporaneamente sia anti-utilitaristica che anti-etica. Anti-utilitaristica perché, verrà messo in rilievo, l’uso della morte come strumento di pena non porta ai risultati a cui il sistema giudiziario di per sé teso. Anti-etica perché, di per sé, è l’eliminazione finale di un soggetto, che al di là della sua colpa, non può essere punito con la perdita di vita.
Altro esempio: l’omicidio di un carabiniere in servizio ad opera (si presume) di un americano. Il caso, di pochi mesi fa, iniziò con quella che possiamo definire, come fa anche Rolling Stones, come una vera e propria caccia al “nero”, quando i sospetti delle forze dell’ordine iniziarono a convergere contro due persone di colore. Si scatenarono alcune delle peggiori bestialità possibili sui social, non solo da parte del comune cittadino, ma anche da parte di leader politici (alcuni, in particolare, affiliati e leader di partiti di destra ed estrema destra militante) (3).
Pena di morte e scopo
Uno studio finanziato dal Dipartimento di Giustizia americano e condotto in collaborazione tra diversi studiosi della Columbia University, sembrerebbe indicare che di efficienza è davvero difficile parlare. Nel rapporto, disponibile online, si cita testualmente (e riportiamo per intero) che “The evidence in this study points in the same direction. Specifically, we found that rates of reversible error of 50% or more across nearly all states and years; deep-seated racial, political and other factors associated with that error; reviewing judges’ inability to catch serious error even when it has caused an innocent person to be convicted and condemned; political pressures on reviewing judges to approve flawed capital verdicts; and high reversal rates persisting through the final review stage, not the steadily shrinking rates of discovered error needed to instill confidence in the efficacy of the review process” (Fagan & al., 2002).
La pena di morte, in parte, si collega molto a questo processo di semplificazione messo in luce da Umberto Eco e molti altri (4). La retorica comune, su cui altri hanno già parlato, è che il sistema giudiziario, almeno in Italia ma è un sentimento largamente diffuso, sia molto debole, spesso troppo garantista, incapace di garantire quella sicurezza che la società si aspetta da esso. La presenza di queste falle e alcuni casi eclatanti che, gonfiati dai mass media, ne mettono in risalto le presunte debolezze, al di là dei dettagli dei singoli casi che, logicamente, potrebbero spiegare certi iter giudiziari, spingono le persone a richiedere sempre di più durezza e responsività da parte sia dei giudizi che delle forze dell’ordine (Fagal & al., 2002). La forma di espressione di tale linguaggio esplode, più che mai, sui social media contemporanei, bacino dell’eco della voce di chiunque abbia accesso ad Internet via cellulare o computer. La pena di morte rientra perfettamente in questa semplificazione. Offre la soluzione a crimini odiosi come stupri e omicidi, in particolare contro le vittime percepite come le più vulnerabili (quali anziani e bambini o ragazze), dando quella “ricompensa” alla società per il danno subito. Sono discorsi che fanno leva sull’emotività del momento, sulla spinta dell’ira e della comprensibile rabbia. È in continuità e in rottura con quella tipologia di pena e punizione che abbiamo visto scaturire dalle religioni semitiche e dalle loro vicine prima citate: un pareggio dei conti proporzionali.
L’Italia e la pena di morte
Non si può parlare di pena di morte in Italia, in particolare, se non parlando di chi, già nel ‘700, ne aveva criticato l’utilità, ovvero Cesare Beccaria. Nella sua celebre opera “Dei delitti e delle pene”, che nel 1766 fu inserita nell’indice dei libri proibiti della Chiesa Cattolica per la sua distinzione tra reato e peccato, il Beccaria dimostra come questa sia utile soltanto ai fini di una spettacolarizzazione della giustizia, divenendo «oggetto di compassione mista di sdegno per alcuni» (5). Le argomentazioni utilizzate dal Beccaria sono tutte di carattere “utilitaristico” ovvero «non propone alcun argomento teorico o filosofico contro la pena di morte» (6). Le argomentazioni sono sostanzialmente due: da un lato il Beccaria nega l’efficacia preventiva della pena di morte nei confronti della commissione di delitti in quanto, seguendo le orme lasciate dalla storia, «l’ultimo supplicio non ha mai distolti gli uomini determinati dall’offendere la società» (7); dall’altro, si pone nell’ottica di uno Stato che, attraverso la legge, ordina ai propri cittadini di non uccidersi tra loro, ma che poi ordina l’assassinio come pena a seguito di un omicidio, dimostrando la contraddizione esistente già all’interno dello stesso concetto di pena di morte. Inoltre, con riferimento al primo profilo, ovvero all’efficacia deterrente, il Beccaria sottolinea come gli individui siano maggiormente intimoriti dalle sofferenze che nascono da quella che lui chiama “schiavitù perpetua”, che oggi chiameremmo ergastolo e di cui da tempo si discute della legittimità costituzionale in vista della finalità rieducativa della pena ex art. 27 co. 3 Cost. Il Beccaria sa benissimo che gli uomini potrebbero risultare meno colpiti da un evento spettacolare come la morte pubblica di una persona, che di per sé è un evento istantaneo, rispetto ad eventi meno drammatici ma più intensi e duraturi come la carcerazione a vita, infatti «questo è il vantaggio della pena di schiavitù, che spaventa più chi la vede che chi la soffre» (8). Tuttavia, il Beccaria non bandisce del tutto la possibilità di una pena capitale, la quale, secondo lui, merita di sopravvivere quando il reo abbia un potere tale da attentare alla libertà e alla stessa Nazione. Pur guardando il tutto da un punto di vista utilitaristico, il Beccaria pone un coperchio al barattolo della pena di morte, le cui idee hanno portato lentamente alla sua abolizione in tutto il continente, nonostante qualche resistenza ancora oggi. Tuttavia, da questo momento in poi ha avuto inizio la progressiva eliminazione della pena di morte. Il primo in Italia fu il Granducato di Toscana guidato da Pietro Leopoldo «il quale, abolite del tutto le forche, nella sua Leopoldina del 1786, pone come «ultimo supplizio» la pena dei lavori pubblici a vita per gli uomini e l’ergastolo a vita per le donne» (9). Il percorso che portò alla totale abolizione si concluse con il Codice Zanardelli anche se percorso, e il dibattito che ne seguì, non fu di certo semplice (10). Entrato in vigore il codice, che sostituiva la pena di morte con la pena perpetua, fu proprio quest’ultima nuovo oggetto di critiche e polemiche. L’ergastolo cominciò ad essere considerato un vero e proprio supplizio dove il malcapitato, oltre ai lavori prima singoli e poi collettivi in apposita struttura, era considerato in stato di interdizione perpetua dai pubblici uffici che consiste in una serie di misure che comportano la perdita di ogni diritto politico (sia attivo che passivo), gradi ed onorificenze. Inoltre, il detenuto era considerato in stato di interdizione legale con la conseguente perdita di ogni podestà, autorità maritale e della capacità testamentaria, rendendo nullo il testamento fatto in tempo precedente alla condanna. Ma all’alba del nuovo secolo nuove esigenze e poteri scossero l’Italia. L’avvento del partito fascista capitanato da Mussolini con la conseguente e autoritaria presa di potere mescolarono nuovamente le carte in tavola. Dopo gli attentati al Duce forte fu l’esigenza di rafforzare la sicurezza della nazione attraverso il ricorso a sanzioni severe, come appunto la pena di morte. Sicurezza della nazione, non degli individui. Con il pensiero fascista, per mano dei fratelli Rocco, l’ideale Kantiano della società come mezzo e l’individuo come fine viene totalmente capovolto: la società è superiore agli individui che a questa sono totalmente asserviti. Come scrisse Giuseppe Bottai in Critica Fascista di cui era il fondatore: «ogni disquisizione teorica è inutile. L’ombra di Beccaria non ci turba. La pena di morte miete teste e strozza gole nei paesi più democratici del mondo. La democrazia non c’entra. E non c’entra nemmeno il progresso, la civiltà moderna, l’umanità etc. etc.». D’altronde Arturo si chiede: «perché mai la coscienza sociale dovrebbe turbarsi di fronte al necessario sacrificio della vita dei delinquenti, se essa non si turba di fronte al sacrificio della vita degli uomini onesti?». Il riferimento in questo caso è alla guerra, considerata l’esempio perfetto per trasmettere la propria ideologia: i soldati, totalmente al servizio della Nazione, donano anche la propria vita, perché preoccuparsi della vita di chi delinque? Nell’ideologia del Rocco si rivedono tratti di un’antica distinzione, prospettata da autori quali Fioretti, tra uomini onesti (come i soldati o le persone aggredite) e i delinquenti, dove i primi devono beneficiare sempre della protezione della legge e i secondi subirne tutte le conseguenze negative. A prescindere dai dubbi che emergono da questa distinzione, e in particolare in relazione all’individuazione dei cittadini onesti i quali a parer mio non si distinguono di certo per il sol fatto di essere aggrediti o aggressori, dalle parole del Rocco emerge un totale disprezzo per la vita umana e soprattutto quella dei delinquenti. L’obiettivo era uno soltanto: reprimere la criminalità, e in particolare crimini particolarmente gravi attraverso la prevenzione generale causata dalla pena di morte quale pena esemplare e spettacolare, e «la prevenzione speciale, con la definitiva eliminazione del delinquente» (11). Così arriviamo al 1946, anno di nascita della Repubblica dove si posero le basi per la nuova costituzione, la quale entrò in vigore nel 1948 e si fece portatrice di nuove istanze, come appunto la salvaguardia della vita umana. A tale scopo, l’art. 27 co. 4 prevedeva, nella sua formulazione originaria, che «[n]on e’ ammessa la pena di morte, se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra». Il tragitto che ha condotto a questa formulazione non è stato affatto facile. Il tutto ebbe inizio nella “Prima Sottocommissione” della commissione costituente incaricata della discussione relativa ai principi sui rapporti civili. In loco, il dibattito riguardò soprattutto la seconda parte dell’articolo, ovvero la permanenza della pena di morte se prevista dalle leggi di guerra. Infatti, se da un lato l’unanimità sosteneva la sua eliminazione quale pena, non tutti ne erano convinti nel caso di guerra. In una delle sedute in cui si discuteva proprio della portata dell’art. 27 infatti, da un lato i vari Giovanni Lombardi, Pietro Mancini e Giorgio La Pira avrebbero gradito una rimozione senza alcuna eccezione della pena di morte e dove lo stesso On. La Pira, sostenendo la proposta di Mancini, affermò che: «quando esiste lo stato di guerra, vi è anche uno stato di emergenza giuridica in cui vengono soppresse anche le garanzie costituzionali. Pertanto, è forse meglio affermare decisamente che la pena di morte non è ammessa» (12). D’altro lato vi era chi come Palmiro Togliatti decise di opporsi alla proposta «perché vi possono essere delle guerre giuste che si devono combattere, ed allora, in caso di una guerra, è necessario che la pena di morte sia prevista» (13). In una delle successive riunioni della Commissione per la Costituzione fu presentato un emendamento tendente al mantenimento della pena di morte non solo nei casi previsti dai codici militari di guerra, ma anche (eccezionalmente) nel caso «di reati comuni nei casi di omicidi efferati che sollevino la pubblica indignazione» (14). La proposta era firmata dagli On. Nobile e Terracini e molto interessante fu la risposta che diede l’On. Paolo Rossi, dichiarandosi contrario all’emendamento. L’On. Rossi fece notare che la questione della pena di morte in Italia è una questione passionale e sentimentale rispetto ad altri paesi e che questa, già prima della costituente, fu già abolita ma poi reintrodotta in tutti i momenti in cui le libertà acquisite dal popolo cominciavano a sgretolarsi o restringersi. Questo fu il caso del 1922 «quando la nascente democrazia italiana fu sommersa dalle bande fasciste, una delle prime leggi con carattere nettamente, squisitamente politico fu la restaurazione della pena di morte, prima limitata ai delitti politici e, quindi, estesa anche ai delitti comuni» (15). Inoltre, secondo l’Onorevole, la prima carta costituzionale repubblicana non poteva avere una simile reminiscenza del passato. Infine, ne criticò non solo l’estensione ai delitti particolarmente feroci e che suscitano indignazione perché proprio in questi casi maggiore è il rischio di errori giudiziari e alto è il rischio di bruciare vite umane innocenti, ma ne criticò anche la scarsa efficacia preventiva proprio come fece Beccaria a suo tempo. Ma alla fine della fiera, l’eccezione conservatrice della pena di morte, in caso fosse prevista dalle leggi militari, rimase. Tuttavia, il richiamo alle leggi militari di guerra andava inteso sempre alla stregua di una situazione eccezionale che avrebbe comunque richiesto un effettivo stato di guerra nonostante la generica previsione dell’art. 27. Tuttavia, il legislatore nel 2007 ha deciso di eliminare qualsiasi dubbio attraverso la totale soppressione delle parole «se non nei casi previsti dalle leggi militari di guerra», decidendo dunque di fare un passo avanti. Non va poi dimenticato che accanto alla previsione costituzionale dell’art. 27 co. 4 l’Italia ha aderito nel 1955 alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), la quale si fa portatrice di istanze che tutelano l’essere umano in toto, comprendendo principalmente il diritto alla vita all’art. 2 e il divieto di istituire la pena di morte nel protocollo n. 6 del 1983, con l’eccezionale possibilità di mantenerla in tempo di guerra. Colgo poi l’occasione per ricordare che le norme pattizie entrano all’interno del nostro ordinamento con il rango di norme interposte, ovvero norme che hanno una particolare resistenza all’abrogazione da parte di legge ordinaria ma che non possono derogare alla costituzione (16). Più di recente, però il protocollo n. 13 del 2002, essendo ancor più consapevole della sacralità della vita umana e che il protocollo n. 6 non esclude la pena di morte per atti commessi in tempo di guerra, abolisce la pena di morte senza alcuna eccezione.
L’Unione Europea e la pena capitale
Una infografica messa a disposizione dal Parlamento Europeo mostra i diversi tempi in cui le nazioni europee hanno non solo messo al bando la pena di morte, ma anche punito qualcuno con tale strumento. Il primo paese è il Portogallo, che nel 1849 ha emesso la sua ultima sentenza, il primo, seguito dalla Svezia nel 1910 (17). Ovviamente, una rapida occhiata alla mappa ci permette di seguire gli sviluppi anche proprio dei paesi europei. La Spagna fa la sua ultima pena capitale nel 1975, alla fine del regime franchista, abolendola venti anni dopo. I paesi dell’area balcanica e baltica arrivano a terminarle intorno gli anni ’80 e ’90, in ritardo rispetto al resto del continente.
Nella risoluzione dell’8 ottobre 2015 sulla pena di morte (2015/2869 RSP) il Parlamento ha espressamente condannato l’uso della pena di morte come strumento di soppressione di libertà e civili personali come l’orientamento religioso o sessuale, come strumento di lotta al traffico di stupefacenti e alla loro diffusione, nonché si propone di interagire con quelle nazioni ed enti che ancora la promuovono come strumento utile al controllo sociale (18). Una serie di misure che la portano ad interagire ampiamente con gli stati degli USA che hanno abolito o che stanno procedendo all’abolizione della pena di morte, ancora diffusa dentro il Nord America.
È rilevante mettere in luce che l’Unione si è impegnata nel bandire non solo la pena di morte dal proprio suolo, ma si è mossa anche nel fare pressing internazionale a favore di una generale restrizione sul suo uso. Come viene messo in risalto dal documento “The death penalty and the EU’s fight against it”, disponibile sul sito del Parlamento Europeo, l’Unione si è impegnata, seguendo le linee guida istituite ad hoc nel 1998 dalla Commissione Europea sulla pena di morte stessa, a fare advocacy a favore, in cause e processi ma anche nei dialoghi con altri enti e nazioni, di misure carcerarie alternative alla pena di morte e incoraggiando l’adesione alle normative internazionali che deliberano in tal settore.
1. Amnesty International, Contro la pena di morte (23/11/2019), https://www.amnesty.it/campagne/pena-di-morte/.
2. Institute Kurde de Paris, A 10-Minute Trial, a Death Sentence: Iraqi Justice for ISIS Suspects, 19 aprile 21019, https://www.institutkurde.org/info/a-10-minute-trial-a-death-sentence-iraqi-justice-for-isis-suspects-1232551366.
3. Falcini D., Destinazione pena di morte, 29 luglio 2019, Rolling Stones, https://www.rollingstone.it/politica/destinazione-pena-di-morte/471056/.
4. Per approfondimenti, “Semiotica e filosofia del Linguaggio”, di Umberto Eco, edito da Einaudi, 1997.
5. C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene (1764), Letteratura Italiana Einaudi, a cura di Renato Fabietti, Mursia, Milano, 1973, cit., pag. 71.
6. V. VITALE, Pena di morte: né utile né necessaria, in Il Dubbio, 22 Agosto 2017.
7. C. BECCARIA, Dei delitti e delle pene (1764), Letteratura Italiana Einaudi, a cura di Renato Fabietti, Mursia, Milano, 1973, cit., pag. 70.
8. Ivi, pag. 72.
9. C. DANUSSO – PATIBOLO ED ERGASTOLO DALL’ITALIA LIBERALE AL FASCISMO, in Riv. Diritto Penale Contemporaneo, 4/2018, cit., pag. 52.
10. Per approfondimenti, Ibidem.
11. Ivi, cit., pag. 66.
12. Assemblea costituente, Prima Sottocommissione, Resoconto Sommario della seduta di giovedì 19 settembre 1946, cit. pag. 76.
14. Commissione per la Costituzione, Resoconto Sommario della seduta pomeridiana di sabato 25 gennaio 1947, cit. pag. 187.
15. Ivi, cit., pag. 188.
16. Per approfondimenti Sent. Corte cost. n. 348 e 349 del 2007.
17. Parlamento Europeo, Death penalty: key facts about the situation in Europe and the rest of the world, https://www.europarl.europa.eu/news/en/headlines/world/20190212STO25910/death-penalty-in-europe-and-the-rest-of-the-world-key-facts.
18. Parlamento Europeo, European Parliament resolution of 8 October 2015 on the death penalty, http://www.europarl.europa.eu/doceo/document/TA-8-2015-0348_EN.html?redirect.