Source: https://encod.org/2009-5/droga-e-centri-sociale-cade-la-montatura-giudiziaria/
Timestamp: 2020-05-29 20:59:23+00:00
Document Index: 143345301

Matched Legal Cases: ['art.73', 'art.79', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.73', 'art.79', 'sentenza ', 'sentenza ']

DROGA E CENTRI SOCIALE, CADE LA MONTATURA GIUDIZIARIA - ENCOD
Di Mariapia Scarciglia
Mariapia Scarciglia ricostruisce per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 3 dicembre 2009 la vicenda giudiziaria del Livello 57 di Bologna.
Due anni fa a Bologna ebbe inizio il processo contro il centro sociale Livello 57, a seguito di una gigantesca inchiesta antidroga: i responsabili erano accusati sia di spaccio (art.73 della legge Fini Giovanardi) che di agevolazione all’uso (art.79). La sentenza del giudice bolognese, pronunciata a luglio 2009 e da poco resa nota nei contenuti, ha ribaltato i capi d’accusa con l’assoluzione dall’imputazione di agevolazione al consumo e con la condanna mite a sei mesi di pena, per tre attivisti: circoscritta, unicamente, all’iniziativa del coffeeshop, in cui venivano cedute modiche quantità di canapone.
Vale la pena ricostruire come il pubblico ministero abbia montato un’accusa così grave e analizzare le ragioni per cui è stata respinta dal giudice. Al centro è una norma ambigua e controversa sin dall’inizio, tanto da essere dimenticata per lungo tempo persino nelle aule giudiziarie: si tratta del suddetto articolo 79 che condanna “chi adibisce, o consente che sia adibito, un locale pubblico e/o circolo privato a luogo di convegno di persone che ivi si danno all’uso di stupefacenti”.
La Fini Giovanardi ha “ritoccato” la norma, cancellando il riferimento alla “abitualità del convegno” per far posto ad un interpretazione secca che criminalizza chi permette che sia consumata la droga nel suo locale anche una sola volta. Bene si comprendono le ragioni del legislatore nel desiderare una norma ridondante in un testo già di per sé infelice come la legge antidroga; ma oscure sono quelle del magistrato inquirente nel tacciare il centro sociale come luogo adibito unicamente al consumo di droga.
Leggendo gli atti d’indagine, possiamo benevolmente pensare che il pubblico ministero si sia lasciato trascinare dalle fantasiose ricostruzioni dei cosiddetti “agenti provocatori” che sin dalle prime operazioni sotto copertura, come ha poi ribadito il giudice, hanno evidenziato un certo pregiudizio di fondo nel descrivere luoghi e persone.
E sono proprio i verbali d’indagine a parlare di un posto eletto a zona franca della città, dove la droga circolava a fiumi, perché prodotta al suo interno, fabbricata, trasportata, venduta, offerta e ceduta, insomma, una autentica centrale dello spaccio da far invidia al quartiere napoletano di Scampia!
“Un’accusa spericolata” stando alle parole del giudice, sostenuta dall’accusa sino alla requisitoria finale, dove quei risultati d’indagine sono stati scardinati ad uno a uno dalle difese degli imputati.
E’ opportuno approfondire alcuni passaggi della coraggiosa decisione del giudice. Egli non nega la diffusione della droga nelle nostre città e nei luoghi di aggregazione giovanile e, dunque, anche all’interno dell’ex centro sociale, ma smentisce qualsivoglia collegamento tra gli spacciatori presenti durante taluni eventi e i gestori di Livello 57.
In primo luogo, il giudice riconosce che le finalità delle serate e degli eventi con oltre duemila persone promossi dall’associazione culturale erano lecite e ben diverse dall’allestimento di un luogo di consumo. In secondo luogo, egli distingue le responsabilità degli esecutori dello spaccio – peraltro mai identificati dagli agenti – ed i gestori del centro sociale, in nessun modo coinvolti nelle attività delittuose degli spacciatori, perché estranei alle loro condotte e impossibilitati oggettivamente a controllare il fenomeno dello spaccio.
Durante le serate con oltre duemila persone, gli spacciatori erano liberi di dettare i prezzi delle sostanze, non già perché, come sosteneva assurdamente l’accusa, ci fosse un cartello, ma perché il mercato illegale, tra le tante, detiene un potere assoluto sui prezzi degli stupefacenti.
Questa vicenda rende evidente che il processo accusatorio, volto alla ricostruzione veritiera dei fatti, cede il passo al risorgere di una tendenza inquisitoria, che si alimenta dei pregiudizi di chi ha il potere di avviare l’azione penale e si fa forte della debolezza sociale di chi la subisce. Non è un caso che anche gli organizzatori di un evento culturale importante come il festival Rototom di Osoppo siano oggi indagati per presunta “agevolazione all’uso” di marijuana, come è accaduto al centro sociale bolognese.
La sentenza di Bologna ha restituito la dignità di soggetti culturali e politici ai protagonisti di Livello 57. Ma il movimento è stato duramente colpito dalla persecuzione giudiziaria e non sarà semplice riprendere il cammino interrotto.
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<p class="post_excerpt">Fonte: <a href="http://www.ilmanifesto.it/">Il Manifesto</a> Di Mariapia Scarciglia 03/12/2009 Mariapia Scarciglia ricostruisce per la rubrica di Fuoriluogo sul Manifesto del 3 dicembre 2009 la vicenda giudiziaria del Livello 57 di Bologna. </p> <span id="more-4674"></span> Due anni fa a Bologna ebbe inizio il processo contro il centro sociale Livello 57, a seguito di una gigantesca inchiesta antidroga: i responsabili erano accusati sia di spaccio (art.73 della legge Fini Giovanardi) che di agevolazione all’uso (art.79). La sentenza del giudice bolognese, pronunciata a luglio 2009 e da poco resa nota nei contenuti, ha ribaltato i capi d’accusa con l’assoluzione dall’imputazione di agevolazione al consumo e con la condanna mite a sei mesi di pena, per tre attivisti: circoscritta, unicamente, all’iniziativa del coffeeshop, in cui venivano cedute modiche quantità di canapone. Vale la pena ricostruire come il pubblico ministero abbia montato un’accusa così grave e analizzare le ragioni per cui è stata respinta dal giudice. Al centro è una norma ambigua e controversa sin dall’inizio, tanto da essere dimenticata per lungo tempo persino nelle aule giudiziarie: si tratta del suddetto articolo 79 che condanna “chi adibisce, o consente che sia adibito, un locale pubblico e/o circolo privato a luogo di convegno di persone che ivi si danno all’uso di stupefacenti”. La Fini Giovanardi ha “ritoccato” la norma, cancellando il riferimento alla “abitualità del convegno” per far posto ad un interpretazione secca che criminalizza chi permette che sia consumata la droga nel suo locale anche una sola volta. Bene si comprendono le ragioni del legislatore nel desiderare una norma ridondante in un testo già di per sé infelice come la legge antidroga; ma oscure sono quelle del magistrato inquirente nel tacciare il centro sociale come luogo adibito unicamente al consumo di droga. Leggendo gli atti d’indagine, possiamo benevolmente pensare che il pubblico ministero si sia lasciato trascinare dalle fantasiose ricostruzioni dei cosiddetti “agenti provocatori” che sin dalle prime operazioni sotto copertura, come ha poi ribadito il giudice, hanno evidenziato un certo pregiudizio di fondo nel descrivere luoghi e persone. E sono proprio i verbali d’indagine a parlare di un posto eletto a zona franca della città, dove la droga circolava a fiumi, perché prodotta al suo interno, fabbricata, trasportata, venduta, offerta e ceduta, insomma, una autentica centrale dello spaccio da far invidia al quartiere napoletano di Scampia! “Un’accusa spericolata” stando alle parole del giudice, sostenuta dall’accusa sino alla requisitoria finale, dove quei risultati d’indagine sono stati scardinati ad uno a uno dalle difese degli imputati. E’ opportuno approfondire alcuni passaggi della coraggiosa decisione del giudice. Egli non nega la diffusione della droga nelle nostre città e nei luoghi di aggregazione giovanile e, dunque, anche all’interno dell’ex centro sociale, ma smentisce qualsivoglia collegamento tra gli spacciatori presenti durante taluni eventi e i gestori di Livello 57. In primo luogo, il giudice riconosce che le finalità delle serate e degli eventi con oltre duemila persone promossi dall’associazione culturale erano lecite e ben diverse dall’allestimento di un luogo di consumo. In secondo luogo, egli distingue le responsabilità degli esecutori dello spaccio - peraltro mai identificati dagli agenti - ed i gestori del centro sociale, in nessun modo coinvolti nelle attività delittuose degli spacciatori, perché estranei alle loro condotte e impossibilitati oggettivamente a controllare il fenomeno dello spaccio. Durante le serate con oltre duemila persone, gli spacciatori erano liberi di dettare i prezzi delle sostanze, non già perché, come sosteneva assurdamente l’accusa, ci fosse un cartello, ma perché il mercato illegale, tra le tante, detiene un potere assoluto sui prezzi degli stupefacenti. Questa vicenda rende evidente che il processo accusatorio, volto alla ricostruzione veritiera dei fatti, cede il passo al risorgere di una tendenza inquisitoria, che si alimenta dei pregiudizi di chi ha il potere di avviare l’azione penale e si fa forte della debolezza sociale di chi la subisce. Non è un caso che anche gli organizzatori di un evento culturale importante come il festival Rototom di Osoppo siano oggi indagati per presunta “agevolazione all’uso” di marijuana, come è accaduto al centro sociale bolognese. La sentenza di Bologna ha restituito la dignità di soggetti culturali e politici ai protagonisti di Livello 57. Ma il movimento è stato duramente colpito dalla persecuzione giudiziaria e non sarà semplice riprendere il cammino interrotto.