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Timestamp: 2018-09-25 10:04:39+00:00
Document Index: 142879876

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 702', 'sentenza ', 'art. 702', 'art. 133', 'art. 2', 'art. 2952', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 91', 'sentenza ', 'sentenza ']

Chi chiama in causa il terzo senza motivo paga le spese processuali
Chiamata in causa: su chi gravano le spese processuali del terzo chiamato quando la domanda del chiamante rispetto alla controparte principale del giudizio viene accolta?
La chiamata in giudizio dei terzi può costare caro sotto il profilo delle spese processuali anche nel caso in cui si abbia ragione: questo perché se tale chiamata è assolutamente infondata, la condanna alle spese è di chi ha effettuato, imprudentemente, la citazione del terzo. È quanto chiarito dalla Corte di Appello di Milano in una recente sentenza [1].
In linea generale, le spese del chiamato in garanzia vanno poste a carico della parte soccombente del giudizio principale, ossia di colui che, avendo perso la causa, in un certo senso, anche se indirettamente, ha provocato detta chiamata in garanzia. Tale regola, però, trova eccezione nel caso in cui l’iniziativa del chiamante si riveli palesemente arbitraria: in tal caso è quest’ultimo che deve pagare al terzo le spese processuali.
È questo, peraltro, l’insegnamento della stessa Cassazione [2] secondo cui, in tema di spese processuali, la palese infondatezza della domanda di garanzia proposta dal convenuto nei confronti del terzo chiamato comporta l’applicabilità del principio della soccombenza nel rapporto processuale instaurato tra convenuto e terzo chiamato, anche quando l’attore principale sia a sua volta soccombente nei confronti del convenuto: e ciò perché il convenuto chiamante sarebbe stato soccombente nei confronti del terzo anche in caso di esito diverso della causa principale.
Sul tema delle spese processuali relative alla chiamata del terzo, si riscontrano numerosi precedenti dello stesso tenore. A sottolineare la regola generale è stato, un anno fa, il tribunale di Milano [3] che, a sua volta, ha richiamato una decisione della Suprema Corte [4]: il rimborso delle spese processuali sostenute dal terzo chiamato in garanzia dal convenuto deve essere posto a carico dell’attore-soccombente, ove la chiamata in causa si sia resa necessaria in relazione alle tesi sostenute dall’attore stesso e queste siano risultate infondate; non rileva che l’attore non abbia proposto nei confronti del terzo alcuna domanda. Al contrario il rimborso delle spese processuali si sposta a carico della parte che abbia chiamato o abbia fatto chiamare in causa il terzo qualora l’iniziativa del chiamante si riveli palesemente arbitraria.
Ed ancora, in tema di liquidazione delle spese di giudizio, le spese sostenute dal terzo chiamato in garanzia, nella specie impropria, una volta che sia stata rigettata la domanda principale, vanno poste a carico della parte che, rimasta soccombente, abbia provocato e giustificato la chiamata in garanzia, trovando tale statuizione adeguata giustificazione nel principio di causalità, che governa la regolamentazione delle spese di lite [5].
[1] C. App. Milano sent. n. 2818/15 del 26.06.2015.
[2] Cass. sent. n. 8363/2010.
[3] Trib. Milano, sent. n. 49890/2014.
[4] Cass. sent. n. 7431/2012.
[5] Cass. sent. n. 23552/2011, n. 12301/2005, n. 6514/2004.
LA CORTE D’APPELLO DI MILANO SEZIONE PRIMA CIVILE
dr. Amedeo Santosuosso – Presidente
dr. Maria Rosaria Sodano – Consigliere
dr. Francesca Fiecconi – Consigliere relatore ha pronunciato la seguente
nella causa iscritta al n. r.g. 2409/2010 promossa in grado d’appello con atto di citazione notificato il 10.06.2010 a ministero dell’Ufficio unico notificazioni di Milano e posta in deliberazione sulle conclusioni precisate dalle parti all’udienza del 17.03.2015
PI. AVV. GU., con il patrocinio dell’avv. ME.EL.LU.EZ. e dell’avv. GU. PI. MILANO, elettivamente domiciliato in MILANO presso il difensore avv. ME.EL.LU.EZ.
AR. COOPERATIVA EDILIZIA, con il patrocinio dell’avv. FE.FR. e dell’avv. RE.DA. DECEDUTO – ARESE, elettivamente domiciliato in ARESE presso il difensore avv. FE.FR. MA.LA.,
DI.PI., contumace
avente ad oggetto: Prestazione d’opera intellettuale SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. Il Tribunale di Busto Arsizio – sezione distaccata di Saronno – con ordinanza decisoria del 06.05.2010 emessa a conclusione del procedimento sommario ex art. 702 bis c.p.c., rigettava la
domanda del ricorrente, avv. GI. PI. con cui chiedeva alla AR. COOPERATIVA EDILIZIA il pagamento di Euro 48.195,85, a titolo di competenze per l’attività professionale svolta in suo favore.
2. Avverso tale sentenza, con atto di citazione notificato il 10.06.2010, l’avv. GU. PI. svolge appello deducendo, in via preliminare, l’inesistenza/nullità dell’ordinanza decisoria e, nel merito, l’errata applicazione del tariffario forense di cui al DM n. 127 del 08.04.2004, concludendo come in atti.
3. È stato richiesto il rigetto dell’appello da parte della AR. COOPERATIVA EDILIZIA che svolge altresì appello incidentale chiedendo la riforma della sentenza nella parte in cui stabilisce la condanna della cooperativa al pagamento delle spese di lite in favore dei terzi chiamati, sigg.ri MA.LA. e DI.PI., con vittoria di spese di lite, concludendo come in atti.
4. I terzi chiamati rimanevano contumaci nonostante la regolarità della notifica
5. In seguito alla discussione della controversia alla prima udienza di trattazione, in data 11.01.2011, sono state precisate le conclusioni all’udienza del 17.03.2015. Su di esse e sulle memorie successivamente depositate – la causa è stata assunta in decisione per la camera di consiglio del giorno 10.06.2015.
6. I punti su cui questa Corte è chiamata a decidere sono i seguenti:
questione uno: sull’asserita “inesistenza/nullità dell’ordinanza decisoria ex art. 702 ter c.p.c.;
questione due: sull’errata valutazione della documentazione versata in atti e sulla falsa applicazione del tariffario forense di cui al DM n. 127 del 08.04.2004; – questione tre: sull’appello incidentale della società AR. COOPERATIVA EDILIZIA in ordine alla condanna alla rifusione delle spese in favore dei terzi chiamati sigg.ri MA.LA. e DI.PI..
1. Preliminarmente, l’appellante avv. GU. PI. deduce che l’ordinanza impugnata risulterebbe priva del timbro di deposito della stessa in cancelleria, costituendo quest’ultimo un vizio tale da pregiudicarne la giuridica esistenza. In subordine, l’appellante ritiene che l’ordinanza sarebbe affetta da nullità per il mancato rispetto della procedura prevista dall’art. 133 c.p.c., atteso che il provvedimento non avrebbe rispettato le formalità ivi previste.
2. L’appellata AR. COOPERATIVA EDILIZIA, di contro, contesta quanto sostenuto dall’appellante ritenendo che, ai sensi degli artt. 156 e ss. c.p.c., la nullità potrebbe invocarsi solo nei casi di vizi relativi alla costituzione del giudice o all’intervento del pubblico ministero. In particolare l’appellata rileva che nell’ordinanza de qua sarebbero rinvenibili il timbro del cancelliere Dott.ssa Co.Fr. e il timbro del Tribunale di Busto Arsizio – sez. dist. Saronno. L’ordinanza non riporterebbe altro timbro datato poiché sarebbe stata depositata in cancelleria il giorno stesso della deliberazione.
3. Tanto premesso, la Corte ritiene che tale doglianza debba essere disattesa.
4. Sul punto, occorre osservare come nell’ordinanza decisoria sia presente il timbro del cancelliere Dott.ssa Co.Fr.. Tale timbro, difatti, vale ad attestare l’avvenuto deposito dell’ordinanza nelle dovute forme richieste dalla legge processuale e l’attestazione del cancelliere, seppur non datata, non costituisce un vizio idoneo ad inficiare la validità del provvedimento. Detta mancanza potrebbe tutt’al più configurare una mera irregolarità dell’atto processuale in merito alla data di avvenuto deposito la quale, nella vicenda in argomento, risulta essere stata sanata dall’appello, risultato come presentato nei termini, il che dimostra come l’ordinanza sia stata in concreto idonea al raggiungimento del suo scopo.
5. Alla luce di quanto sopra, la Corte ritiene che il motivo di appello non meriti accoglimento. Sulla seconda questione
6. Il Tribunale ha rilevato come la controversia intercorrente tra la AR. COOPERATIVA EDILIZIA e la LE.CO., per la quale il ricorrente ha svolto la sua opera professionale, avesse un valore di Euro 105.666,30, non rilevando la circostanza che l’appalto fosse stato aggiudicato ad un prezzo di Euro 1.720.000,00, posto che il valore della controversia va stabilito sulla parte delle opere che sono in contestazione e non sull’appalto globalmente considerato. In particolare, il giudice, rilevato che la AR. COOPERATIVA EDILIZIA aveva già pagato al ricorrente la somma di Euro 13,500,00, ha emendato la notula presentata dal ricorrente sotto il profilo dell’onorario esposto al massimo dello scaglione, atteso che la parcella professionale avrebbe dovuto essere parametrata con riguardo al valore minimo del suddetto scaglione. Inoltre il giudice ha ritenuto che nulla sarebbe dovuto per le attività di “posizione studio e archivio e per esame della pratica”, dette attività essendo state svolte nella fase giudiziaria che ricade nella previsione di cui all’ art. 2 tariffario stragiudiziale D.M. n. 127 dell’08.04.2004. Infine, il giudice di prime cure ha calcolato che il compenso per la transazione e per l’accertamento tecnico spettante al ricorrente sarebbe stato di Euro 4.336,13, ma avendo questi già riscosso dalla Cooperativa la somma di Euro 13.500,00, la domanda veniva rigettata in quanto infondata.
7. L’appellante avv. GU. PI. deduce l’erroneità dell’ordinanza ritenendo che la transazione non avrebbe avuto ad oggetto solo la procedura di consulenza tecnica preventiva, ma anche l’intero contratto d’appalto sottoscritto dalla AR. COOPERATIVA EDILIZIA e dalla LE.CO. per la realizzazione di un edificio residenziale, sito in via (…), per un valore complessivo di Euro 1.755.000,00. Detto contratto sarebbe dovuto essere considerato ai fini della determinazione del valore della prestazione professionale prestata. Inoltre l’appellante censura l’ordinanza nella parte in cui il giudice ha ritenuto che l’onorario non sarebbe dovuto essere esposto al massimo dello scaglione ma al minimo. Sul punto l’appellante sostiene che l’onorario esposto, pari a Euro 2.300,00 rientrerebbe nello scaglione di riferimento e dovrebbe essere interamente riconosciuto. Inoltre, l’avv. GU. PI. ritiene che gli sarebbero dovute anche le competenze per “posizione di studio e archivio, esame pratica”, atteso che il giudice non avrebbe considerato che tali diritti non sarebbero dovuti solo nella fase giudiziaria, ma anche in quella anteriore. Infine, egli contesta le argomentazioni addotte del giudice di primo grado relative al mancato riconoscimento del rimborso per le conferenze di trattazione con il cliente, che sarebbero state specificamente indicate dal ricorrente. Per quanto attiene al compenso, l’appellante richiede il pagamento di complessivi Euro 35.000,00.
8. L’appellata AR. COOPERATIVA EDILIZIA, di contro, richiama le argomentazioni del giudice di prime cure e rileva come lo stesso avrebbe adeguatamente motivato le riduzioni e le eliminazioni di voci effettuate sulla nota spese presentata.
9. Tutto quanto sopra considerato, rileva la Corte come il Tribunale abbia correttamente ricalcolato il compenso spettante al l’avv. GU. PI., illustrando adeguatamente le ragioni poste alla base del conteggio svolto in ossequio a quanto statuito costantemente dalla Suprema Corte per cui “è pacifico che il giudice, il quale riduca l’ammontare complessivo dei diritti ed onorari indicati nella nota prodotta dalle parti, ha l’obbligo di indicare il criterio di liquidazione adottato, in modo da consentire il controllo di legittimità sulle variazioni effettuate,” non limitandosi ad una rideterminazione globale dell’onorario (cfr. explurimis, Cass. n. 12276 del 30.05.2014).
10. In proposito, occorre osservare come il giudice di primo grado abbia correttamente individuato il valore della controversia intercorsa tra AR. COOPERATIVA EDILIZIA, AR.IM. e LE.CO. in Euro 105.666,30, come risulta dalla stessa documentazione in atti (cfr. contratto di transazione, p. 2). A partire da detto importo, il Tribunale ha emendato l’onorario spettante all’avv. GU. PI. motivando specificamente le riduzioni applicate sulla base del tariffario forense all’epoca vigente e tenendo conto della prestazione effettivamente svolta che ha riguardato l’accertamento tecnico preventivo la successiva transazione. Per quanto riguarda le conferenze di trattazione col cliente, il giudice di prime cure ha ritenuto che esse non fossero state sufficientemente documentate e in tale sede l’appellante avrebbe dovuto integrare la lacuna probatoria indicata dal giudice. In ogni caso l’attività di “esame e studio pratica” non poteva essere riconteggiata per la transazione, atteso che era già stata esposta nella fase giudiziale.
11. In ogni caso, si rileva come il compenso riconosciuto dalla società come dovuto, sia stato ampiamente superiore ai valori indicati dal giudice di prime cure e come, dunque, si prospetti ampiamente satisfattivo di eventuali superiori pretese. Difatti, in linea di fatto, appare del tutto ininfluente l’istanza di prova per testi non ammessa dal giudice, riguardo alla consistenza dell’attività svolta in sede transattiva, in quanto dagli stessi capitoli di prova dedotti (v. sopra) si evince come si sia trattato di una normale trattativa che ha impegnato il professionista solo per alcune sessioni, già ampiamente remunerate.
12. Alla luce di quanto suesposto, la Corte ritiene che il motivo di appello non meriti accoglimento. Sulla terza questione
13. Il Tribunale di Busto Arsizio ha condannato la AR. COOPERATIVA EDILIZIA, quale parte processuale richiedente la chiamata in causa dei terzi, a rimborsare le spese di lite nei confronti dei sigg.ri MA.LA. e DI.PI..
14. Sul punto, AR. COOPERATIVA EDILIZIA svolge appello incidentale sostenendo che la chiamata dei terzi si sarebbe resa necessaria a cagione delle infondate richieste dell’avv. GU. PI., poiché quest’ultimo risulterebbe l’unico effettivo soccombente e dovrebbe essere condannato al pagamento delle spese sostenute dai terzi chiamati.
15. L’avv. GU. PI. contesta quanto argomentato dalla AR. COOPERATIVA EDILIZIA in quanto le spese relative alla chiamata del terzo graverebbero esclusivamente sulla parte richiedente.
16. Rilevato quanto sopra, ritiene la Corte che tale motivo d’appello incidentale non meriti favorevole considerazione.
17. In argomento, occorre considerare come in linea di diritto, “in tema di spese processuali, la palese infondatezza della domanda dì garanzia proposta dal convenuto nei confronti del terzo
chiamato comporta l’applicabilità del principio della soccombenza nel rapporto processuale instaurato tra convenuto e terzo chiamato, anche quando l’attore principale sia a sua volta soccombente nei confronti del convenuto, atteso che il convenuto chiamante sarebbe stato soccombente nei confronti del terzo anche in caso di esito diverso della causa principale” (cfr. Cass. n. 8363 dell’08.04.2010).
18. In linea di fatto, giova rilevare come la totale infondatezza delle ragioni dell’avv. GU. PI. evidenzi l’inutilità del coinvolgimento dei terzi in un giudizio che riguarda il rapporto professionale tra società cliente e avvocato cui sono estranei i sigg.ri MA.LA. e DI.PI., rispettivamente ex Presidente e Amministratore Unico della società cooperativa. Di talché, spettava alla AR. COOPERATIVA EDILIZIA rifondere le spese processuali sostenute dai terzi chiamati nel corso del giudizio di primo grado.
19. Considerato quanto sopra, la Corte giudica l’appello principale e l’appello incidentale non meritevoli d’accoglimento.
20. Ritenuta assorbita ogni altra questione dedotta e trattata, l’ordinanza del Tribunale di Busto Arsizio deve essere integralmente confermata.
21. Stante la sostanziale soccombenza dell’appellante, avv. GU. PI., sono poste a suo carico le spese del presente grado di giudizio, che vengono liquidate secondo le tariffe di cui al D.M. 55/2014 in favore dell’appellata AR. COOPERATIVA EDILIZIA.
La Corte d’appello di Milano, definitivamente pronunciando sulla controversia RG 2409/2010:
1. rigetta l’appello proposto dall’avv. GU. PI. e, per l’effetto, conferma l’ordinanza decisoria del 06.05.2010 emessa dal Tribunale di Busto Arsizio;
2. rigetta l’appello incidentale dell’appellata AR COOPERATIVA EDILIZIA nei confronti dei terzi chiamati rimasti contumaci;
3. condanna l’appellante, avv. GU. PI. al pagamento della spese processuali del presente grado di giudizio in favore dell’appellata AR COOPERATIVA EDILIZIA che liquida in Euro 3.500,00 per onorari, oltre spese generali, IVA, CPA, da distrarre in favore del’ avv. Fr.Fe..
Così deciso in Milano, nella camera di consiglio della prima sezione civile della Corte il 10 giugno 2015.
Depositata in Cancelleria il 26 giugno 2015.
Cassazione civile, sez. III, 08/04/2010, (ud. 05/03/2010, dep.08/04/2010), n. 8363
1.- Il ricorso attiene alla distribuzione dell’onere delle spese processuali fra convenuto chiamante e chiamato in causa in garanzia impropria. La vicenda è connotata dalla seguenti scansioni.
T.A. convenne in giudizio la G.B. s.r.l. per il risarcimento (indicato in L. 2.712.000) del danno derivatogli dall’urto della propria vettura contro il perno di battuta del cancello d’ingresso di un immobile del Comune di (OMISSIS), dove – affermò – la società convenuta stava eseguendo lavori di sbancamento.
La convenuta chiamò in garanzia la subappaltatrice A. e la propria assicuratrice Zurigo Assicurazioni, che eccepì l’intervenuta prescrizione annuale del diritto dell’assicurato ex art. 2952 c.c..
L’adito giudice di pace di Treviglio ordinò la chiamata in causa del Comune di (OMISSIS) e, con sentenza n. 251/01, accertato che i lavori dati in appalto e in subappalto non avevano interessato la zona del cancello, lo condannò a pagare al T. L. 1.000.000, ravvisando il concorso causale colposo dell’attore.
Quanto alle spese processuali, condannò il Comune a rimborsarle per la metà all’attore T. e per l’intero a G.B. ed A..
Non provvedette invece sulle spese nel rapporto tra la chiamante in garanzia G.B. e la chiamata Zurigo Assicurazioni, osservando in motivazione che le stesse andavano regolate nell’ambito del relativo rapporto processuale.
2.- Se ne dolse in appello la Zurigo, domandandone la rifusione a carico della G.B. e, in subordine, di T. e del Comune.
Tutti gli appellati resistettero.
Con sentenza n. 275/04 il tribunale di Bergamo ha ritenuto che, sulla scorta del principio secondo il quale le spese sostenute dal terzo chiamato in garanzia sono a carico della parte soccombente che abbia dato causa alla chiamata (Cass., n. 19181/2003), ha escluso che esse dovessero essere poste a carico della chiamante G.B., dovendo invece porsi a carico dell’attore T. che aveva provocato la chiamata in causa della Zurigo da parte della G.B., rimanendo peraltro soccombente nei suoi confronti. Ha anche ritenuto che il T. avesse incolpevolmente convenuto in giudizio la società G.B. e che, per questo, potessero compensarsi anche quelle tra T. e Zurigo, in tal senso provvedendo in riforma della sentenza di primo grado, e compensando poi le spese del giudizio di appello.
3.- Avverso la sentenza ricorre per cassazione la s.p.a. Zurigo Assicurazioni, affidandosi a tre motivi cui resiste con controricorso la s.r.l. G.B..
Gli intimati T. e Comune di (OMISSIS) non hanno svolto attività difensiva.
1. Col primo motivo il ricorrente infondatamente adduce contraddittorietà della motivazione, non essendo logicamente incoerente che il giudice dell’appello abbia ritenuto, per un verso, che fondatamente l’appellante Zurigo si fosse doluta della mancata pronuncia sulle sue spese da parte del giudice di pace e, per altro verso, che esse andassero tuttavia compensate, dovendosi intendere l’affermazione (pur del tutto infelice) che l’appello s’era rivelato “infondato nel merito” nel senso che alla condanna dell’attore non poteva addivenirsi per i ravvisati giusti motivi di compensazione.
2. Infondato è pure il terzo motivo, col quale è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e nullità della sentenza e del procedimento nell’erroneo assunto che il principio secondo il quale il potere di compensazione trova un limite nel divieto di porle anche parzialmente a carico della parte totalmente vittoriosa debba intendersi nel senso che il giudice non può lasciare che la parte vittoriosa sopporti le proprie. Così evidentemente non è, giacchè il divieto di porre le spese a carico della parte vittoriosa significa solo che questa non può essere condannata a rifonderle, neppure parzialmente, alla parte soccombente; e non già che al giudice sia inibito, appunto compensando le spese, di derogare al principio posto dall’art. 91 c.p.c. e, dunque, di evitare di condannare la parte soccombente alla rifusione delle spese a favore della parte vittoriosa, a cui carico resteranno (in tutto o in parte) quelle direttamente affrontate proprio a seguito della disposta compensazione (totale o parziale).
3.- Fondato è invece il secondo motivo, col quale è dedotta violazione e falsa applicazione degli artt. 91 e 106 c.p.c. per non avere il giudice d’appello tenuto conto del fatto che il principio secondo il quale, una volta rigettata la domanda principale, le spese sostenute dal terzo chiamato a titolo di garanzia impropria vanno poste a carico del soccombente che ha provocato e giustificato la chiamata in garanzia, trova una deroga nel caso in cui l’iniziativa del chiamante si riveli palesemente arbitraria (secondo quanto espressamente statuito da Cass. n. 6514/2004).
Nella specie, l’assicuratore aveva eccepito la prescrizione del diritto dell’assicurato in suo confronto e l’assicurato non aveva provato che, invece, il diritto non era prescritto (nè, in questa sede, ha impugnato incidentalmente la sentenza per non avere il tribunale ammesso la prova con la quale mirava a dimostrare che la prescrizione non era maturata, com’era suo onere provare).
Tanto significa che la garanzia non sarebbe stata operativa quand’anche la domanda dell’attore nei confronti del convenuto, autore della chiamata in causa dell’assicuratore, fosse stata fondata, sicchè il chiamante sarebbe risultato in ogni caso soccombente nei confronti del chiamato.
Deve enunciarsi il seguente principio di diritto: “se di una fondata chiamata in garanzia difettano i presupposti per ragioni concernenti il rapporto tra convenuto e chiamato, la responsabilità della chiamata in causa non può farsi risalire all’attore cha abbia proposto una domanda infondata nei confronti del chiamante, in quanto il chiamato è, in tal caso, illegittimamente coinvolto nel processo per assorbente responsabilità del convenuto, da considerarsi soccombente nei suoi confronti ai fini della ripartizione dell’onere delle spese processuali per gli effetti di cui agli artt. 91 e 92 c.p.c.”.
A tale principio il tribunale non si è adeguato laddove ha ritenuto che le spese dovessero in via di principio porsi a carico dell’attore per aver proposto una domanda infondata nei confronti della convenuta società G.B., del tutto prescindendo dalla sussistenza dell’eccepita causa ostativa all’operatività della garanzia (prescrizione) nel rapporto tra questa e la Zurigo Assicurazioni.
4.- Accolto il secondo motivo e rigettati gli altri, la sentenza va dunque cassata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, decisa nel merito con la condanna della chiamante società G.B. a rimborsare alla chiamata Zurigo Assicurazioni le spese del primo e del secondo grado, nonchè quelle del giudizio di cassazione, liquidate come in dispositivo.
LA CORTE DI CASSAZIONE accoglie il secondo motivo di ricorso e rigetta gli altri, cassa in relazione e, decidendo nel merito, condanna la s.r.l. G.B. a rimborsare alla Zurigo Assicurazioni s.p.a. le spese dell’intero processo che liquida per il primo grado in Euro 550,00 di cui Euro 50,00 per spese, per il secondo grado in Euro 630,00 di cui 30,00 per spese, e per il giudizio di legittimità in Euro 1.000,00 di cui 200,00 per spese, oltre alle spese generali ed agli accessori dovuti per legge su tutte le liquidazioni.
Così deciso in Roma, il 5 marzo 2010.