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Timestamp: 2020-01-26 18:32:04+00:00
Document Index: 94733904

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 110', 'art. 73', 'art. 192', 'art. 530', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 533', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 73']

Droga parlata - Stupefacenti - Intercettazioni - Avvocato Roma Privacy Policy Cookie Policy
Droga parlata: intercettazioni telefoniche senza sequestro di droga e senza riscontro
In questo articolo vedremo se è possibile condannare per traffico di stupefacenti una persona sulla base delle sole intercettazioni di conversazioni telefoniche.
Quindi, senza che vi sia stato nessun sequestro di droga o altro riscontro, come ad esempio l'accertamento di trasferimenti in denaro.
Questo è il fenomeno della c.d. droga parlata e vedremo quando si deve essere assolti in questi casi.
Per capire bene partiamo da un caso realmente accaduto che è stato giudicato recentemente dalla Corte di Cassazione, che come è noto è il terzo e ultimo grado di giudizio in Italia e si trova a Roma.
Ebbene, una persona veniva accusata del reato di importazione di sostanze stupefacenti E nella specie Di circa 2 chili di cocaina.
La Corte di appello di Milano condannava questa persona alla pena di sei anni di reclusione in carcere e € 30.000 di multa.
Tale condanna si basava esclusivamente sui risultati delle intercettazioni telefoniche senza che fosse stato operato alcun sequestro della sostanza stupefacente.
Quindi in assenza della prova che si trattasse effettivamente di droga, di quale tipo e di quale consistenza quantitativa e qualitativa.
In particolare la condanna si fondava su 2 intercettazioni di conversazioni telefoniche
Nella prima l’interlocutore diceva “Te ne arriveranno 2 e mezzo , capito ?”
Nell'altra La persona condannata Litigava con l'interlocutore Sostenendo di essere stato “truffato”.
La Suprema Corte di Cassazione, ha accolto la tesi dell'avvocato difensore Secondo cui da tali conversazioni emerge l'assoluta incertezza sulla tipologia, sulla quantità e qualità della sostanza stupefacente.
Di conseguenza ha annullato la condanna e inviato gli atti alla Corte di appello per un nuovo giudizio sul punto.
Pertanto queste sono le linee guida valide in casi analoghi a questo.
A mio avviso, non è possibile condannare una persona quando il significato delle conversazioni intercettate:
1) non sia chiaro
2) non sia decifrabile
3) appaia ambiguo
Insomma il significato delle conversazioni non deve lasciare margini di dubbio.
Una regola che deve essere rispettata in ogni processo penale è che la colpevolezza della persona accusata deve essere dimostrata dall’accusa al di là di ogni ragionevole dubbio.
Pertanto se sussiste una ricostruzione alternativa del fatto che è logica e credibile la persona deve essere assolta.
Un ultimo esempio per capire ancora meglio.
Immaginiamo il caso realmente accaduto che le intercettazioni di conversazioni telefoniche abbiano ad oggetto una importazione internazionale di stupefacenti tramite dei camion che trasportano verdura.
Tuttavia nelle conversazioni telefoniche si fa riferimento proprio a verdure.
E’ chiaro che in questo caso sarà molto difficile provare l’importazione di stupefacenti sulla base delle sole conversazioni telefoniche in assenza di altri riscontri.
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Cassazione penale sez. VI , , 14/02/2017, n. 27434
Dott. FIDELBO Giorgio - rel. Consigliere -
A.R., nato il (OMISSIS) a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 05/07/2016 emessa dalla Corte d'appello di Milano;
udita la relazione del Consigliere Dott. FIDELBO Giorgio;
udito il Pubblico Ministero, nella persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. LOY Maria Francesca, che ha concluso chiedendo l'inammissibilità del ricorso;
udito l'avvocato ******, sostituto processuale dell'avvocato ******, che ha insistito per l'accoglimento del ricorso.
1. Con la decisione in epigrafe indicata la Corte d'appello di Milano, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Milano del 20 novembre 2015, ha confermato la responsabilità di A.R. per l'importazione, avvenuta nel (OMISSIS) in concorso con altri, di oltre due chili di cocaina dalla (OMISSIS) (art. 110 c.p. e D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, commi 1-bis e 6), riducendo la pena a sei anni di reclusione ed Euro 30.000 di multa per effetto del riconoscimento delle attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante.
2. L'avvocato ******, nell'interesse dell'imputato, ha presentato ricorso per cassazione, deducendo con un unico motivo la violazione dell'art. 192 c.p.p., comma 2, e art. 530 c.p.p., comma 2, nonchè il connesso vizio di motivazione.
Si assume che la sentenza di condanna si è basata esclusivamente sui risultati di alcune intercettazioni telefoniche che non appaiono in grado di giustificare l'affermata responsabilità. In particolare, si richiamano due intercettazioni: quella del 17 novembre 2006, in cui uno dei coimputati ( S.B.P.M., detto (OMISSIS)) dice ad A. "te ne arriveranno 2 e mezzo capito?"; l'altra del 4 ottobre 2006, nel corso della quale A. litiga con tale W., sostenendo di essere stato truffato. Secondo la difesa dalle conversazioni suindicate emergerebbe non solo l'assoluta incertezza sulla tipologia, quantità e qualità della sostanza che sarebbe stata importata, ma soprattutto la dimostrazione della mancanza di efficacia drogante del composto, desumibile dall'oggetto del litigio tra l'imputato e il W..
In sostanza, si assume che la mancanza di ogni accertamento sulla droga in questione non avrebbe dovuto giustificare una sentenza di condanna, che risulta emessa in assenza di prove certe da cui ricavare gli elementi relativi al tipo, alla qualità e alla quantità di sostanza, con la conseguente violazione del principio secondo cui l'affermazione di responsabilità penale deve poter superare ogni ragionevole dubbio. Nella specie, la Corte d'appello ha ritenuto sufficienti gli elementi desunti dalle sole intercettazioni che, invece, presentano forti margini di incertezza in assenza di ogni accertamento sulla sostanza stupefacente, situazione che avrebbe imposto l'assoluzione dell'imputato ovvero una riqualificazione del fatto nell'ipotesi lieve di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5.
1.2. La sentenza di appello, confermando quella di primo grado, ha ritenuto la responsabilità dell'imputato esclusivamente in base ai risultati delle intercettazioni, non essendo stato operato alcun sequestro della droga oggetto delle conversazioni intercorse tra A. e i suoi fornitori.
Il Tribunale ha inquadrato la vicenda nell'ambito dell'attività svolta da organizzazioni dedite al traffico di stupefacenti tra la (OMISSIS) e l'Italia; di queste organizzazioni farebbe parte anche l'attuale ricorrente il quale avrebbe convenuto l'acquisto di un quantitativo di stupefacente da soggetti sudamericani, residenti in (OMISSIS); sempre in base a "flussi dialogici" captati, si sarebbe trattato di oltre due chili di cocaina.
Con riferimento alle deduzioni difensive, che contestavano la mancanza della prova dell'efficacia drogante dello stupefacente, sottolineando la circostanza che non era stato possibile sottoporre la sostanza ad analisi non essendo stato operato alcun sequestro, la Corte territoriale le ha ritenute infondate, con una motivazione, oggetto di censura nel ricorso, che appare manifestamente illogica e basata su una erronea applicazione della legge.
Innanzitutto, risulta del tutto insufficiente la motivazione là dove desume la "buona qualità" della droga dal contesto generale in cui ricomprende l'episodio in contestazione. In particolare, i giudici d'appello assumono che la sostanza avesse efficacia drogante in quanto precedenti sequestri di stupefacente effettuati nell'ambito di indagini riguardanti traffici tra il (OMISSIS) e la (OMISSIS), cioè i Paesi di riferimento dei fornitori dell' A., avevano rivelato che la sostanza drogante fosse di "buona qualità"; inoltre, giustificano tale affermazione rilevando che i fornitori non avrebbero corso il rischio di compromettere la loro "reputazione commerciale" offrendo sostanza priva di capacità drogante; infine, osservano che lo stesso A. si è lamentato della scarsa qualità della droga, senza tuttavia mai accennare ad una truffa per una fornitura di sostanza "innocua", diversa dalla droga; concludono, rilevando che è difficile ipotizzare che un quantitativo di oltre due chili lordi di cocaina fosse privo di eccipiente puro e di minima efficacia, tale da rendere inoffensiva la condotta.
1.2. Si tratta di affermazioni che hanno un carattere prevalentemente congetturale e che, inoltre, si basano su una ricostruzione del significato delle conversazioni intercettate non univoco.
Come correttamente osservato nel ricorso, si tratta di un giudizio di colpevolezza che ha utilizzato i risultati intercettativi aventi, in questo caso, una valenza puramente indiziaria, in assenza di elementi di prova oggettivi, dal momento che non vi è stato il sequestro dello stupefacente, sicchè i giudici avrebbero dovuto operare una valutazione attenta su tali elementi indiziari, soprattutto alla luce delle deduzioni difensive proposte con l'appello.
Come è noto l'art. 192 c.p.p., comma 2, consente la possibilità di desumere un fatto da indizi alla condizione che questi siano gravi, precisi e concordanti: questa disposizione, finalizzata a "circondare di cautele la valutazione di una prova ritenuta infida", oggi deve essere necessariamente letta unitamente al principio contenuto nell'art. 533 c.p.p., comma 1, secondo cui la colpevolezza dell'imputato deve risultare "al di là di ogni ragionevole dubbio". Ciò comporta che, soprattutto in presenza di prove indiziarie, il giudice di merito, al quale vengano prospettate più ipotesi ricostruttive del fatto, non può adottarne una, che conduce alla condanna, solo perchè la ritiene più probabile delle altre, in quanto la regola di giudizio compendiata nella formula "al di là di ogni ragionevole dubbio", impone di pronunciare condanna a condizione che il dato probatorio acquisito lasci fuori soltanto eventualità remote, pur astrattamente formulabili e prospettabili come possibili "in natura", ma la cui effettiva realizzazione, nella fattispecie concreta, risulti priva del benchè minimo riscontro nelle emergenze processuali, ponendosi al di fuori dell'ordine naturale delle cose e della normale razionalità umana (Sez. 1, n. 1792 del 03/03/2010, Giampà; Sez. 1, n. 23813 del 08/05/009, Manickam). In altri termini, il procedimento logico deve condurre alla conclusione caratterizzata da un alto grado di credibilità razionale, quindi alla "certezza processuale".
1.3. Questo grado di credibilità razione non appare raggiunto nel procedimento in esame, in quanto la Corte d'appello, da un lato, ha fatto ricorso a vere e proprie congetture, dall'altro, non ha attentamente valutato i riscontri probatori offerti dalle stesse conversazioni intercettate. Sotto il primo profilo ha respinto le deduzioni difensive, dirette ad evidenziare la mancanza di ogni concreta possibilità di ritenere la capacità drogante dello stupefacente in assenza delle analisi chimiche sulla sostanza, in base ad argomentazioni apodittiche, relative alla buona qualità della droga, desunta da precedenti sequestri e dalla "serietà commerciale" dei fornitori; sotto un diverso profilo ha trascurato del tutto il contenuto di una delle conversazioni intercettate tra l'imputato e un suo fornitore - riportata nella sentenza di primo grado -, in cui A., lamentandosi della scarsa qualità della droga, accusa il suo interlocutore di averlo truffato. Questo riferimento specifico alla "truffa" è stato trascurato dai giudici di appello, che hanno escluso, senza una adeguata motivazione, l'ipotesi prospettata dalla difesa, secondo cui lo stupefacente sarebbe stato privo di efficacia drogante, ipotesi che avrebbe trovato un riscontro proprio nella conversazione indicata.
E' vero che questa Corte di cassazione ha riconosciuto che il giudice di merito, anche in assenza delle analisi chimiche, può desumere la presenza del principio attivo di una sostanza drogante da diverse fonti di prova acquisite agli atti, ma deve comunque trattarsi di elementi significativi, in grado di sostituire i risultati di una perizia e nel caso di indizi - come nella specie devono avere le caratteristiche cui si riferisce l'art. 192 c.p.p., comma 2.
1.4. Tali valutazioni devono avere un rigore particolare nei casi, purtroppo sempre più frequenti, in cui i processi in materia di stupefacenti si basano esclusivamente sui risultati delle intercettazioni (c.d. "droga parlata"), senza che sia operato il sequestro della sostanza, quindi in assenza della prova che si tratti effettivamente di "droga", di quale tipo e di quale consistenza quantitativa e qualitativa.
Del resto, se il giudice non ha alcun dovere di procedere a perizia o ad accertamento tecnico per stabilire la qualità e la quantità del principio attivo di una sostanza drogante, dall'altro lato grava sul pubblico ministero il rischio di una mancata prova in ordine agli elementi a carico dell'imputato, con la conseguenza che appare corretto, in tali ipotesi, riconoscere la sussistenza del reato di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, considerando che il mancato accertamento della percentuale di principio attivo, per la regola del favor rei, deve risolversi a favore dell'imputato (cfr., Sez. 6, n. 47523 del 29/10/2013, El Maddahi).
2. In conclusione, i rilevati vizi della motivazione giustificano l'annullamento della sentenza impugnata, con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Milano per nuovo giudizio, anche al fine di verificare la possibilità di una riqualificazione del fatto nell'ipotesi di cui al D.P.R. n. 309 del 1990, art. 73, comma 5, per le ragioni sopra esposte.
Così deciso in Roma, il 14 febbraio 2017.