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Timestamp: 2020-05-31 23:26:38+00:00
Document Index: 63089105

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 43', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 4']

Accertamento della Residenza Fiscale: attività investigativa - Fiscomania
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Attività investigative intraprese dall'Amministrazione finanziaria alla luce degli effetti dello scambio di informazioni.
L’attività investigativa intrapresa dall’Amministrazione finanziaria sulla residenza fiscale dei contributi. Il ruolo dello scambio di informazioni sull’accertamento della residenza fiscale.
L’efficacia dell’azione di contrasto ai fenomeni di evasione ed elusione fiscale transnazionale è subordinata alla corretta identificazione dello status del singolo contribuente.
Dall’identificazione della corretta residenza fiscale dipende la definitiva determinazione delle giurisdizioni titolari dell’imposizione fiscale.
Proprio sulla base di queste considerazioni l’Amministrazione finanziaria italiana ogni anno effettua migliaia di controlli sulla residenza fiscale dei contribuenti.
Questo tipo di controlli sono legati ad evitare frodi fiscali ed a permettere la corretta tassazione dei redditi percepiti. Nel corso degli anni le metodologie di accertamento sulla residenza fiscale si sono affinate.
Oggi il principale strumento per identificare soggetti “fittiziamente” non residenti in Italia è dato dallo scambio automatico di informazioni.
In questo contributo voglio illustrarti i principali strumenti a disposizione delle autorità fiscali italiane per l’implementazione degli accertamenti sulla residenza fiscale.
In modo particolare mi concentrerò sullo scambio automatico di informazioni (CRS) a cui partecipa anche l’Italia.
Conoscere questo tipo di attività può essere importante. Infatti, molto spesso i contribuenti commettono errori nel proprio trasferimento di residenza proprio in virtù della scarsa conoscenza normativa.
Infine, conoscere i metodi di accertamento ti sarà utile nel caso in cui l’Amministrazione finanziaria voglia controllare la tua situazione di espatriato.
Iscrizione AIRE non sufficiente per la residenza estera
Residenza fiscale delle persone fisiche nelle convenzioni internazionali
L’importanza del certificato di residenza estero
Aperture per la mancata iscrizione AIRE dalla disciplina sul lavoratori impatriati
La verifica delle clausole di split year
Accertamento della residenza fiscale: l’attività investigativa dell’amministrazione finanziaria
Domicilio e residenza nell’accertamento della residenza fiscale
Il ruolo dei comuni nell’accertamento della residenza fiscale
Trasferimento di residenza all’estero in paesi Black List (cd. Paradisi Fiscali)
Accertamento della residenza fiscale: rafforzamento delle attività investigative dell’Amministrazione finanziaria
Gli elementi che possono portare ad un accertamento della residenza fiscale
Ulteriori banche dati a disposizione dell’Amministrazione finanziaria
Le attività di indagine ed istruttorie a seguito dello scambio di informazioni
Accertamento della residenza all’estero ed accertamenti fiscali: conclusioni
I controlli sugli intermediari finanziari esteri
Accertamento della residenza fiscale: consulenza
La residenza fiscale rappresenta uno dei principi fondanti della disciplina tributaria. La sua importanza è fondamentale per le imposte dirette, e di “riflesso” per quelle indirette.
Proprio sul principio di residenza fiscale un soggetto fiscalmente residente in Italia è tenuto al versamento delle imposte sui redditi ovunque prodotti. Si tratta del principio della “worldwide taxation“, di cui al primo comma dell’articolo 3 del DPR n. 917/86 (TUIR).
E’ opportuno ricordare, infatti, che un soggetto (persona fisica) si considera fiscalmente residente in Italia qualora per 183/184 giorni nell’anno solare (ex art. 2, comma 2 del TUIR):
Risulti iscritto nelle anagrafi della popolazione residente (criterio di natura formale); oppure
Abbia nel territorio dello Stato il domicilio a norma dell’art. 43 comma 1 del codice civile (c.c.) (criterio di natura sostanziale); oppure
Abbia nel territorio dello Stato la residenza a norma dell’art. 43 comma 2 del c.c. (criterio di natura sostanziale).
Questi criteri rappresentano condizioni alternative e non concorrenti tra loro (CM 304 del 2 febbraio 1997).
Un soggetto è considerato “fiscalmente residente” per il solo fatto di risultare iscritto all’Anagrafe della popolazione residente (APR/ANPR). Questo, anche a prescindere dalla verifica fattuale dell’effettiva presenza di domicilio o residenza in Italia. Al contrario, la cancellazione dall’APR/ANPR e contestuale iscrizione all’AIRE (per i soli cittadini italiani) non è condizione sufficiente affinché si possa essere considerati “non fiscalmente residenti“.
Al fine di escludere la residenza fiscale in Italia di un contribuente non è sufficiente la sua iscrizione AIRE (ovvero la sua cancellazione dall’Anagrafe). E’, infatti, necessario che lo stesso non abbia in Italia né la residenza né il domicilio. Questo principio è stato più volte confermato dalla giurisprudenza di legittimità.
Le disposizioni sin qui descritte sono confermate anche dai documenti di prassi dell’Agenzia delle Entrate. Prendiamo il caso di un’istanza di interpello a cui ha risposto l’Agenzia delle Entrate. Il caso è quello di Cittadino italiano iscritto AIRE trasferitosi in Lussemburgo con contratto di lavoro dipendente. La famiglia dell’istante è residente in Italia e il contratto di affitto e (utenze) dell’immobile in uso ai familiari intestato a suo nome. Questi elementi potrebbero indurre a ritenere che questi abbia in Italia il proprio domicilio, ex articolo 43 cc.
Per domicilio si intende il luogo ove il soggetto ha stabilito la sede principale dei suoi affari ed interessi.
Sul punto si deve segnalare la sentenza n 6501 del 31 marzo 2015 della Cassazione. Nella stessa si afferma che:
“le relazioni affettive e familiari non hanno una rilevanza prioritaria ai fini probatori della residenza fiscale venendo in rilievo solo unitamente ad altri probatori criteri che univocamente attestino il luogo col quale il soggetto ha il più stretto collegamento”
Oltre alla disciplina nazionale in tema di residenza fiscale si devono considerare anche i principi di natura convenzionale. Questi sono disciplinati dall’articolo 4 del modello di Convenzione fiscale OCSE.
Questo articolo prevede dei criteri identificativi di residenza fiscale applicabili ai soggetti residenti in almeno uno dei due Stati contraenti, al fine di risolvere eventuali casi di doppia residenza. Mi riferisco a situazioni di cd “dual residence“.
In particolare, l’articolo 4, paragrafo 2 del modello OCSE identifica le cd “tie-breaker rules“. Si tratta di una serie di regole da leggere in modo gerarchico e non concorrente. Queste permettono di individuare la residenza in uno solo Stato contraente.
Tali criteri, in ordine gerarchico, sono:
L’abitazione permanente;
Il centro degli interessi vitali ed economici;
Il soggiorno abituale;
Qualora i suddetti criteri non consentano di attribuire la residenza ad uno Stato contraente, le autorità competenti degli Stati contraenti risolvono la questione di comune accordo. In questo modo è possibile limitare le ipotesi di doppia residenza e di doppia imposizione.
Per questi motivi in caso di contenzioso è utile invocare la presenza di una Convenzione contro le doppie imposizioni (CDI). Questo al fine di far prevalere al cd “residenza di fatto” e dirimere i costi di doppia residenza.
Sul punto si deve evidenziare che la giurisprudenza della Corte di Cassazione ha affermato, in applicazione delle tie breaker rules di natura convenzionale, la prevalenza del centro degli interessi vitali ed economici (nel Paese estero) sul requisito formale dell’iscrizione all’Anagrafe della popolazione residente. Il tutto, distaccandosi, in tal senso, dal consolidato orientamento formalistico.
In ottica di accertamento della residenza fiscale estera si deve fare riferimento al certificato di residenza estero. Vi è, infatti, la possibilità per i cittadini italiani di integrare il requisito di non residenza invocando le richiamate disposizioni di matrice convenzionale. Questo avviene producendo un certificato di residenza fiscale nel Paese estero, ex articolo 4 del Modello OCSE.
Il certificato può essere utilizzato come strumento utile al superamento del requisito formale dato dall’iscrizione AIRE. Questa “deroga” alla disciplina AIRE risulta applicabile ai soli fini del “Regime dei Lavoratori Impatriati”. Tale disposizioni risultano particolarmente interessanti per tutti i cittadini Italiani stabilmente residenti all’estero ma non iscritti all’AIRE.
Sul tema è utile evidenziare che, a seguito delle modifiche apportate dall’art. 5 del D.L. n. 39/14 all’art. 16 del D.Lgs. n. 147/15, il Governo ha riconosciuto la possibilità, per i cittadini italiani, di integrare il requisito di non residenza invocando le richiamate disposizioni di matrice convenzionale.
In particolare, è possibile produrre un certificato di residenza fiscale estera, ex art. 4 del M-OCSE, in luogo del requisito formale di iscrizione AIRE. Questo, al fine di ottenere l’agevolazione per i lavoratori impatriati in Italia (“Lavoratori impatriati in Italia: l’agevolazione“).
In particolare, nonostante la suddetta “deroga AIRE” risulta applicabile ai soli fini del regime dei lavoratori impatriati, è di tutta evidenza che siffatte disposizioni possono risultare particolarmente interessanti per tutti i cittadini italiani stabilmente residenti all’estero ma non iscritti AIRE.
Quando di parla di trasferimento di residenza all’estero e di accertamento della residenza fiscale occorre fare attenzione anche a delle particolarità.
Una di queste è sicuramente rappresentata dalle cd “clausole di split year“. Si tratta di disposizioni presenti in alcune Convenzioni contro le doppie imposizioni, come ad esempio nel caso della Svizzera.
Queste clausole prevedono un frazionamento del periodo di imposta, anche a livello fiscale. In proposto, la stessa Agenzia delle Entrate ha precisato che:
Tale regola non incide sulla definizione convenzionale di soggetto residente;
Né può integrare la definizione domestica di residenza cui fa rinvio l’articolo 4 par. 1 M-OCSE. Essa ammessa ai soli fini del successivo paragrafo 2, per risolvere i casi di doppia residenza fiscale.
In pratica, in caso di trasferimento di una persona fisica dalla Svizzera
in Italia, il criterio del frazionamento del periodo d’imposta si applica esclusivamente nel caso in cui il trasferimento avviene appunto nella prima parte del periodo d’imposta.
Verificandosi un’ipotesi di doppia residenza per la prima parte dell’anno (e cioè tra il 1° gennaio e la data del trasferimento), potrà essere invocata la clausola dello split year. In questo caso il soggetto sarà considerato fiscalmente residente in Italia solamente a partire dalla data di effettivo trasferimento.
Il primo adempimento a cui fare riferimento per il proprio trasferimento di residenza all’estero è effettuare l’iscrizione AIRE. Solo da quando tale iscrizione risulta verificata per almeno 183 giorni nell’anno ci si è “spogliati” della residenza fiscale italiana.
Solo da questo momento è possibile assolvere gli obblighi fiscali italiani sui solo redditi (eventualmente) prodotti nel territorio dello Stato. Questo, secondo quanto disposto dall’articolo 23 del TUIR (criterio di tassazione alla fonte).
L’iscrizione AIRE si effettua presentando apposita domanda all’Ambasciata o Consolato italiano più vicini. La data di efficacia dell’iscrizione è data dal giorno della comunicazione di avvenuta iscrizione a cura dell’ufficio stesso all’ultimo Comune italiano di residenza del soggetto interessato.
In questo caso la comunicazione deve avvenire entro 180 giorni dall’avvenuta iscrizione. Altrimenti non è possibile effettuare il trasferimento di residenza nel periodo di imposta.
Pertanto, l’iscrizione all’AIRE, da una parte, costituisce il
principale requisito formale – necessario ma non sufficiente
– per comprovare il proprio status di non residente nel territorio dello Stato. Dall’altra, risulta strumentale per il monitoraggio dei contribuenti italiani che lasciano l’Italia e per la verifica dell’effettività del trasferimento all’estero.
Quando si parla di trasferimento all’estero e di possibili accertamenti sulla residenza occorre sempre fare riferimento alla CM n 304/97. Questa afferma che:
“la cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente
e l’iscrizione nell’anagrafe degli italiani residenti all’estero (AIRE)
non costituisce elemento determinante per escludere il domicilio o
la residenza nello Stato, ben potendo questi ultimi essere desunti
con ogni mezzo di prova”
La circolare fornisce indicazioni operative in merito alle attività di accertamento della residenza fiscale volte ad individuare “i presupposti per l’imposizione in Italia” ed accertare “i redditi sottratti a tassazione“.
L’attività di verifica degli uffici e degli organi di polizia tributaria è volta ad individuare gli elementi di fatto che possono ricondurre in Italia:
La residenza, intesa come il luogo in cui la persona ha la dimora abituale;
L’attività di accertamento dell’Amministrazione finanziaria è svolta in collaborazione dei Comuni. Questo, sia al fine di agevolare l’attività di controllo del trasferimento all’estero della residenza fiscale dei cittadini italiani, sia per contrastare fattispecie di evasione fiscale.
Ai sensi dell’articolo 83, commi 16 e 17 del DL n 112/08, a partire dalla richiesta di iscrizione AIRE il Comune italiano di residenza del soggetto interessato deve:
Entro i sei mesi successivi. Confermare all’Agenzia delle Entrate l’effettiva cessazione della residenza all’interno dei confini del territorio nazionale da parte del richiedente;
Per il triennio successivo. Vigilare, unitamente all’Agenzia delle Entrate, circa l’effettiva cessazione. In questo caso, l’attività dei Comuni è stata incentivata grazie al riconoscimento di una quota pari al 100% delle eventuali maggiori somme relative ai tributi statali riscosse a titolo definitivo (DL n 203/05).
In questo ambito merita un approfondimento la disposizione di cui all’articolo 2, comma 2-bis del TUIR. Essa prevede quanto segue:
“Si considerano residenti in Italia, salvo prova contraria, i cittadini cancellati dalle anagrafi della popolazione residente in Italia e trasferiti in Stati o territori individuati nella black list di cui al DM 4 maggio 1999
Sostanzialmente, si tratta di presunzione legale relativa che con la locuzione “salvo prova contraria” addossa al cittadino espatriato l’onere di provare la propria residenza all’estero.
Questa prova può essere fornita con qualsiasi mezzo di natura documentale volto a dimostrare:
La sussistenza di una dimora abituale;
Il centro degli interessi vitali (domicilio) nel Paese estero.
L’attività di accertamento della residenza fiscale dei contribuenti si è incrementata negli ultimi anni. Questo è avvenuto anche grazie al presidio di monitoraggio dei Comuni.
Questi, infatti sono obbligati a trasmettere all’Agenzia delle Entrate i dati dei soggetti che hanno richiesto l’iscrizione all’AIRE ai fini della “formazione di liste selettive per i controlli relativi ad attività finanziarie ed investimenti patrimoniali esteri non dichiarati“.
Questo, in modo tale da:
Accertare l’effettività della residenza fiscale estera del soggetto iscritto all’AIRE;
Verificare che non sussistano elementi tali da ricondurre in Italia la residenza e/o il domicilio del soggetto iscritto AIRE;
Accertare i redditi di fonte estera prodotti dal soggetto auto-dichiaratosi non residente.
L’Agenzia delle Entrate ha stipulato un elenco di criteri oggettivi finalizzati alla redazione di apposite liste selettive (Provvedimento n 43999/17). Si tratta di elenchi che dovrebbero portare all’individuazione di soggetti che si sono serviti dell’iscrizione AIRE per sottrarsi, illegittimamente, alla tassazione in Italia su base mondiale.
I “campanelli d’allarme” che potrebbero portare all’identificazione di situazioni sospette circa l’effettività della residenza fiscale estera dei soggetti iscritti all’AIRE sono i seguenti:
Residenza dichiarata in uno degli Stati e territori a fiscalità privilegiata, individuati dal DM 4 maggio 1999;
Movimenti di capitale da e verso l’estero, trasmessi dagli operatori finanziari nell’ambito del monitoraggio fiscale di cui al DL n 167/90;
Informazioni relative a patrimoni immobiliari e finanziari detenuti all’estero, trasmesse dalle amministrazioni fiscali estere nell’ambito di direttive europee e di accordi di scambio automatico d’informazioni;
Residenza in Italia del nucleo familiare del contribuente cd “centro degli interessi vitali“;
Informazioni relative a operazioni rilevanti IVA.
Come è possibile notare, sostanzialmente, qualunque soggetto iscritto AIRE potrebbe cadere in una o più delle casistiche riportate. Questo, nonostante l’effettività della propria residenza all’estero.
Il rischio, quindi, è che possano finire nelle maglie di un accertamento sulla residenza fiscale contribuente realmente espatriati. Tutto questo, vanificando l’azione di contrasto verso soggetti non effettivamente residenti all’estero.
Queste liste selettive di contribuenti possono essere integrate con altre informazioni già in possesso dell’Amministrazione finanziaria. Si tratta di informazioni che assumono rilevanza in quanto indicatori di effettiva presenza in Italia, tra cui: assicurazioni, fondi di previdenza, iscrizione in albi, contratti di leasing e noleggio.
La vera sfida per l’Amministrazione finanziaria è quella di riuscire a integrare tutte le banche dati in vigore. Mi riferisco in particolare all’ANPR, alle informazioni presenti nell’anagrafe tributaria e dallo scambio automatico di informazioni.
L’Amministrazione finanziaria attraverso:
Le liste selettive AIRE;
Le informazioni presenti nelle banche dati;
determinano e guidano l’Amministrazione finanziaria alla trasmissione di inviti e questionari ex articolo 32 del DPR n 600/73.
Si tratta, in questi casi, del primo passo verso i controlli che potrebbero sfociare un avviso di accertamento.
L’Amministrazione finanziaria, infatti, sulla base delle informazioni raccolte all’estero grazie alle molteplici forme di scambio di informazioni (automatico, su richiesta e spontaneo) ha avviato attività di indagine e/o istruttorie trasmettendo:
Le lettere di compliance. Documenti di cui al Provvedimento n 299737/2017 del Direttore dell’Agenzia delle Entrate;
Inviti o questionari ex articolo 32 del DPR n 600/73 (a seguito di scambio di informazioni).
Le lettere di compliance inviate ai contribuenti
Uno dei principali strumenti di accertamento della residenza fiscale si basa sull’utilizzo delle lettere di compliance.
Si tratta di lettere inviate in base al Provvedimento n 299737/17 delle Entrate. Queste si basano sulle informazioni ottenute dallo scambio con le autorità fiscali estere.
Il contribuente che si vede notificare tali lettere è chiamato a sanare eventuali irregolarità dichiarative mediante il ricorso allo strumento del Ravvedimento operoso.
Questo tipo di lettere, solitamente, vengono inviate a specifici contribuenti per i quali sono emerse possibili anomalie dichiarative. Questo tipo di analisi viene effettuata a seguito dei dati ricevuti da parte della amministrazioni fiscali estere. Si tratta degli effetti dello scambio automatico di informazioni (“Common Reporting Standard (CRS)“.
Sostanzialmente, queste lettere sono il frutto del incrocio tra:
I dati dichiarativi emersi dal quadro RW relativo ad attività finanziarie e patrimoniali estere;
I dati ricevuti dallo scambio automatico di informazioni.
Pertanto, tutti i contribuenti in possesso di assets esteri rilevanti ai fini del CRS potrebbero risultare destinatari di una lettere di compliance ai fini RW.
Che cosa fare se ricevi una lettere di compliance?
Se sei il destinatario di una lettera di compliance significa che sei oggetto di accertamento della residenza fiscale.
Da un punto di vista pratico, le scelte a tua disposizione possono essere le seguenti:
Trascurare la comunicazione;
Chiedere alla Direzione Provinciale competente ulteriori informazioni per l’individuazione dell’investimento oggetto di segnalazione;
Fornire all’Agenzia delle Entrate l’informazione che giustifica la mancata compilazione del quadro RW. Ossia, che le attività sono amministrate da un intermediario finanziario italiano.
Chiaramente, quest’ultima soluzione appare la preferibile. Essa, infatti, permette di fare immediata chiarezza circa l’anomalia riscontrata derivante tra i dati ricevuti dal CRS e quelli dichiarativi.
Il ricevimento di inviti o questionari
L’invio di inviti o questionari al contribuente è il secondo strumento a disposizione dell’Amministrazione finanziaria per l’accertamento della residenza fiscale.
In questo caso, rispetto alle lettere di compliance, siamo già di fronte ad una vera e propria attività istruttoria. Questo, in quanto sono già emersi elementi di incoerenza per l’Amministrazione finanziaria.
Difatti, le richieste di chiarimenti riguardano particolari categorie di redditi ritenuti cruciali ai fini dell’individuazione di potenziali fattispecie evasive oltre-frontiera, quali:
Gettoni di presenza;
Compensi ad artisti e sportivi;
Remunerazioni di lavoro autonomo;
Contratti per consulenze aziendali;
Provvigioni e pagamenti.
Pertanto, possiamo affermare che le richieste di chiarimenti hanno assunto carattere istruttorio in quanto sostenute da sufficienti motivazioni a norma dell’articolo 32 DPR n 600/73.
L’aspetto maggiormente problematico degli inviti o questionari è dato dalla maggiore sensibilità adottata dalle Entrate.
Infatti, in materia di consistenze e redditi esteri l’Amministrazione finanziaria chiede documentazione che va ben oltre lo specifico reddito di cui ha notizia.
Ad esempio, la documentazione che può essere richiesta è la seguente:
“estratti conto di tutte le relazioni bancarie detenute all’estero ovvero di ogni altra attività di natura finanziaria estera attraverso cui è stato possibile produrre redditi di fonte estera, a Lei intestati o comunque nella Sua disponibilità, detenuti all’estero per gli anni d’imposta a partire dalla loro costituzione”
Che cosa accade se non rispondo ad inviti o questionari?
In caso di accertamento della residenza fiscale la mancata risposta ad inviti o questionari ha conseguenze importanti.
Questo, in quanto tali inviti sono dunque caratterizzati da informazioni precise e facilmente verificabili dall’Amministrazione finanziaria. Può trattarsi di redditi non dichiarati, oppure la disponibilità di attività finanziarie non monitorate.
In questo caso, un eventuale mancato riscontro o un riscontro parziale in seguito all’invio di un invito o questionario viene sanzionato con:
Il “divieto di utilizzazione in sede amministrativa e processuale delle notizie ed i dati non addotti dal contribuente“;
Le sanzioni pecuniarie derivanti dall’omesso monitoraggio fiscale o dalle omesse imposte dirette versate.
Il tema della residenza fiscale rappresenta il punto di partenza
fondamentale per identificare possibili pretese impositive, in capo alle singole giurisdizioni.
A seguito degli accordi internazionali sullo scambio di informazioni i singoli intermediari finanziari e le autorità fiscali giocano un ruolo decisivo per l’individuazione della residenza fiscale.
Tuttavia, l’efficacia della suddetta attività di due diligence potrebbe essere compromessa, ad esempio:
Nei casi di dual residence. Situazioni spesso risolte attraverso autocertificazioni di residenza;
L’adesione a regimi speciali volti all’acquisizione della residenza o della cittadinanza in Paesi stranieri.
Tuttavia, ad oggi, per quella che è la mia esperienza sul campo, la principale problematica legata a questo tipo di accertamenti sulla residenza fiscale è data dai seguenti aspetti:
La mancata riconciliazione automatica tra dati presenti nelle dichiarazioni dei redditi e nel quadro RW con quelli derivanti dal CRS;
L’invio di lettere di compliance anche a soggetti che sono in linea con gli adempimenti del TUIR in termini di residenza fiscale;
L’importante attività di documentazione richiesta al contribuente sottoposto a controllo che va anche oltre al reddito o all’attività finanziaria oggetto di controllo.
Tutti questi aspetti dovrebbero essere migliorati da parte dell’Amministrazione finanziaria per arrivare ad effettuare accertamenti più mirati.
Da ultimo, occorre infine segnalare che l’Amministrazione finanziaria, anche sulla base delle informazioni ottenute dallo scambio automatico d’informazioni, ha altresì avviato attività di indagine nei confronti degli intermediari esteri. Si tratta di enti che hanno posto in essere attività con clientela italiana.
In particolare, i militari della Guardia di finanza hanno recapitato ad oltre 250 intermediari (con sede in Svizzera, Principato di Monaco e
Principato del Liechtenstein) appositi questionari. Si tratta di documenti volti all’identificazione delle attività svolte dagli istituti di credito esteri nei confronti dei clienti fiscalmente residenti in Italia.
Tali richieste hanno tratto origine, in particolar modo, dai contratti di mutuo attivati da contribuenti italiani con i suddetti intermediari
esteri. Circostanza che, di fatto, avrebbe integrato il presupposto
per il versamento dell’imposta sugli interessi corrisposti sui capitali erogati.
Pertanto, considerando l’ampiezza delle informazioni richieste (volte ad una mappatura completa delle attività svolte dal singolo intermediario), tali comunicazioni hanno creato non poche preoccupazioni agli operatori che. Questi stanno ancora valutando le modalità attraverso cui addivenire all’elaborazione di riscontri soddisfacenti in merito alle richieste evase dall’autorità.
Riscontri che, qualora non pervenissero, potrebbero dar vita ad importanti sanzioni amministrative quanto penali.
In questo articolo ho cercato di racchiudere tutta la mia esperienza nel campo degli accertamenti basati sulla verifica della residenza fiscale.
Ogni anno l’Amministrazione finanziaria implementa la propria attività di controllo grazie anche all’aumentare dei Paesi che aderiscono al CRS.
Quello che voglio dire è che se vuoi trasferirti all’estero non puoi pensare di sottovalutare la normativa fiscale nazionale e convenzionale sul trasferimento.
Soltanto in questo modo potrai evitare di incappare in noiose attività di accertamento di tipo fiscale. Per questo motivo è opportuno farti affiancare da un dottore Commercialista esperto in fiscalità internazionale.
Se, invece, hai già ricevuto o credi di ricevere una lettere di compliance, o ancora inviti o questionari, è opportuno che possa confrontarti con un esperto.
Se hai bisogno di una consulenza personalizzata sulla tua situazione fiscale non esitare a contattarmi.
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Fausto Novembre 10, 2019 at 17:38
Non mi è chiaro, se io pensionato italiano con residenza in portogallo, nel periodo di 183 giorni fuori dell’Italia, devo rimanere obbligatoriamente in Portogallo oppure posso andare in altro paese UE. Grazie
Federico Migliorini Novembre 10, 2019 at 21:36
Salve Fausto, è piuttosto complicato da spiegare, ma ai fini dell’ottenimento dell’agevolazione in Portogallo deve restare almeno 183 giorni in quel Paese.