Source: http://odontolex.it/responsabilita/statistiche/415-commissione-centrale-2010-giursprudenza.html
Timestamp: 2018-08-19 17:01:54+00:00
Document Index: 152526776

Matched Legal Cases: ['art. 22', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 50', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 1176']

Commissione Centrale 2010 - Giursprudenza - Odontolex! Odontoiatria Legale e Forense
Certificazione senza visita – dovere di veridicità
14. La certificazione di una situazione clinica non veritiera integra violazione del dovere di veridicità, che è alla base del principio di affidamento delle certificazioni mediche, ai sensi dell’art. 22 del Codice deontologico, laddove il sanitario abbia rilasciato una certificazione recante indicazioni diagnostiche o terapeutiche relative ad un paziente senza averlo visitato e senza aver avuto con lo stesso alcun contatto o colloquio (n. 16 del 10 maggio).
Discredito sulla categoria professionale
17. Alla luce della consolidata giurisprudenza della Commissione Centrale sull’art. 1, comma due, del Codice di deontologia medica (“Il comportamento del medico anche al di fuori dell’esercizio della professione deve essere consono al decoro e alla dignità della stessa, in armonia con i principi di solidarietà, umanità e impegno civile che la ispirano”), è da ritenersi lesivo del prestigio della categoria il comportamento del sanitario consistente nel rendere pubblica una controversia o rilasciare dichiarazioni, quando ciò sia stato reso di pubblico dominio attraverso la stampa, mentre non è altrettanto lesivo un comportamento che resta confinato in iniziative assunte nell’ambito dell’autonomia privata, quale la mancata esecuzione di una sentenza civile. Tale condotta non può considerarsi infrazione tale da gettare discredito sull’intera categoria medica, apparendo, anzi, legittima ove la controversia tra i due soggetti coinvolti abbia carattere economico-patrimoniale e le iniziative assunte in tale contesto rientrino nell’esercizio del diritto alla difesa sancito dall’art. 24 Cost. (n. 66 del 6 dicembre).
19. L’assenza del sanitario dallo studio dove ha avuto luogo la commissione dell’illecito, lungi dal costituire un’esimente, integra l’aspetto psicologico del fatto contestato sotto il profilo della colpa (n. 28 dell’8 febbraio).
20. Ove l’odontoiatra nutra fondati dubbi in merito alla legittimazione del collega ad esercitare la professione, deve interessare della questione l’Ordine di appartenenza. La mancata adozione di tale cautela configura certamente una colpa del sanitario, rilevante sotto il profilo della sua responsabilità disciplinare. Ciò anche ove sia da escludersi l’esistenza di quel dolo specifico necessario a configurare il reato di cui alla legge n. 175/1992, non essendo la vicenda riconducibile, anche dal punto di vista della pericolosità della condotta, al fenomeno di c.d. prestanomismo, dove il sanitario agevola l’esercizio dell’attività odontoiatrica da parte di odontotecnici o comunque di soggetti non medici (n. 45 del 21 giugno).
21. Nella graduazione della sanzione si deve prendere atto dell’intervento dell’art. 6, comma nove quater, del D.L. 30 dicembre 2009, n. 194, convertito con modificazioni nella legge 26 febbraio 2010, n. 25, sull’art. 8 della legge 5 febbraio 1992 n. 175, che, introducendo una sorta di causa di non punibilità, ha escluso dall’applicazione della sanzione di cui al comma uno del predetto articolo i medici che abbiano consentito ai laureati in medicina e chirurgia, in possesso dell’abilitazione all’esercizio professionale, l’esercizio dell’odontoiatria anche prima della formale iscrizione all’albo degli odontoiatri. Detta modifica va tenuta in conto nella valutazione del disvalore deontologico del comportamento del sanitario e, quindi, nella quantificazione della misura afflittiva (n. 45 del 21 giugno).
Esercizio abusivo della professione – commistione tra attività
22. È priva di fondamento la doglianza articolata dal ricorrente, il quale pur ammettendo espressamente di conoscere la situazione legislativa vigente, che regola l’accesso e la prosecuzione nell’esercizio delle attività tecnico-sanitarie, giustifica l’abusivo esercizio della professione di igienista dentale da parte della propria assistente argomentando in merito alla maturata esperienza pluridecennale di costei nello svolgimento dell’attività, nonché circa la mancata ricomprensione delle mansioni svolte nel novero di quelle riservate alla professione di igienista. Al riguardo, in conformità al disposto della legge n. 43/2006, nonché delle precedenti disposizioni dettate dalla legge n. 251/2000 e dal D.M. 29 marzo 2001 del Ministro della salute, non si può non riconoscere alla legge il potere di determinare i presupposti necessari e sufficienti ad acquisire una qualifica o un inquadramento professionale, soprattutto nell’ambito particolarmente delicato della sanità (n. 65 del 6 dicembre).
Esercizio abusivo della professione – culpa in vigilando
23. È infondata la tesi dell’impossibilità di imputare al direttore sanitario la responsabilità di ogni evento che accade nella struttura da questi diretta. Infatti, secondo il costante orientamento della Commissione Centrale, al direttore sanitario compete, per effetto del ruolo dal medesimo rivestito, la responsabilità delle attività mediche svolte nello studio medesimo. Ciò in particolare quando siano ammesse dallo stesso ricorrente circostanze di fatto quali la non assidua presenza nello studio o la disponibilità di suoi timbri e ricettari ivi lasciati senza alcun controllo anche quando il medesimo non era presente nell’ambulatorio dentistico. Tali fatti integrano carenza di controllo e vigilanza sulle attività condotte nello studio medesimo. La c.d. culpa in vigilando, lungi dal configurare una sorta di responsabilità oggettiva, risiede nel comportamento negligente del medico che non adotti tutte le misure idonee ad evitare che possano sorgere equivoci da parte degli utenti circa i soggetti legittimamente autorizzati a compiere atti medici, onde evitare anche una sola invasione di campo da parte di soggetti non autorizzati (nn. 28 dell’8 febbraio e 62 del 6 dicembre).
Esercizio abusivo della professione – dolo specifico
24. Per integrare la fattispecie di favoreggiamento dell’esercizio abusivo della professione non è necessaria la presenza di un dolo specifico quando il fatto sia stato punito per sola omessa vigilanza con applicazione della più lieve sanzione della sospensione di mesi sei in luogo della diversa, e più grave, misura interdittiva prevista dalla disposizione speciale di cui all’art. 8 legge 175/1992. L’assenza di dolo non comporta comunque l’insussistenza dei fatti addebitati; l’inosservanza delle norme deontologiche dovuta anche solo a colpa dà sempre luogo a responsabilità disciplinare (n. 62 del 6 dicembre).
Esercizio abusivo della professione – riconoscimento di titoli stranieri
25. Ai fini della sussistenza dell’illecito di favoreggiamento dell’esercizio abusivo della professione da parte di un odontoiatra nei confronti del figlio che operava nel proprio studio, è irrilevante l’intervenuto riconoscimento del titolo di studio conseguito dal figlio in un Paese non comunitario (l’Ecuador), con il quale l’Italia ha stipulato un accordo internazionale che stabilisce un processo automatico di riconoscimento. Infatti, la disciplina relativa al riconoscimento dei titoli accademici è oggi regolata dal DPR 31 agosto 1999, n. 394, recante, all’art. 50, disposizioni particolari per gli esercenti le professioni sanitarie; in particolare, il comma ottavo della citata disposizione statuisce che “la dichiarazione di equipollenza dei titoli accademici nelle discipline sanitarie, conseguiti all’estero, nonché l’ammissione ai corrispondenti esami di diploma, di laurea o di abilitazione, con dispensa totale o parziale degli esami di profitto, sono disposte previo accertamento del rispetto delle quote previste per ciascuna professione dall’art. 3, comma 4, del testo unico, a tal fine deve essere acquisito il preventivo parere del Ministero della Salute, il parere negativo non consente l’iscrizione agli albi professionali o agli elenchi speciali per l’esercizio delle relative professioni sul territorio nazionale e dei Paesi dell’Unione Europea”. Le norme sopravvenute, adottate a seguito dell’armonizzazione con la normativa comunitaria vigente in materia (direttiva 2005/36/CE, recepita dal d. lgs. n. 206/2007), fanno quindi ritenere superate le singole pattuizioni fra Stati, essendo ormai entrata in vigore una disciplina generale ed assorbente, mirata ad uniformare il trattamento delle persone nella libera circolazione fra Stati. Contestualmente, detta disciplina istituisce un procedimento volto all’approfondito accertamento delle competenze in un ambito così delicato quale quello sanitario. Pertanto, se ai sensi dell’art. 1, comma 3, della L. n. 175/1992, è sancito il principio secondo cui “è vietato l’uso di titoli, compresi quelli di specializzazione conseguiti all’estero, se non riconosciuti in Italia”, ne deriva l’illegittimo esercizio della professione da parte del figlio del sanitario, con conseguente responsabilità dello stesso padre, ex art. 8, comma uno, della legge 175/1992, per averne consentito ed agevolato l’abusivo esercizio (n. 65 del 6 dicembre).
34. L’intervento del c.d. decreto Bersani ha eliminato la possibilità di stabilire tariffe minime vincolanti per i professionisti, ma non ha superato l’esigenza deontologica che siano definiti compensi sufficienti ad assicurare il decoro della professione, con ciò rafforzando – in assenza di parametri certi – la funzione di vigilanza degli Ordini professionali. Questi, infatti, devono individuare criteri ragionevoli per ritenere sussistenti le infrazioni deontologiche, quali quello dell’effettuazione della prestazione ad un prezzo di gran lunga inferiore ai costi standard quantificati da uno studio indicativo della Federazione nazionale. Tuttavia, alle prestazioni rese a prezzi inferiori non va automaticamente ricollegata una fattispecie di illecito disciplinare: diversamente, si rischierebbe di reintrodurre artificiosamente, nella sostanza, le tariffe minime eliminate dalla legge. Si può ritenere, quindi, che il provvedimento disciplinare non è supportato da sufficienti elementi istruttori quando non è provata la circostanza che i costi delle prestazioni erogate sono superiori al prezzo richiesto dal sanitario, né che la qualità della prestazione ne risente. Altre circostanze di cui va tenuto conto comprendono l’effetto distorsivo di gare promosse da una pubblica amministrazione che, nell’invito a presentare preventivi, non prendano in considerazione i parametri previsti dal regolamento emanato dallo stesso ente per la disciplina delle acquisizioni in economia di lavori, forniture e servizi, ma utilizzino un unico criterio per l’aggiudicazione della gara, consistente nello stabilire il numero massimo degli interventi operatori, senza nessuna valutazione preventiva per individuare gli elementi minimi per applicare un prezzo-base tale da garantire che gli interventi stessi siano effettuati con le garanzie necessarie per assicurare il benessere del paziente nonché il decoro e la dignità professionale degli operatori. Questa limitazione può determinare la presentazione di preventivi di spesa inferiori al costo indicato come quello minimo dallo studio (nn. 58 e 59 del 29 novembre).
Visita medica - superficialità
36. È meritevole di sanzione il medico che risulti aver effettuato una visita medica con modalità di svolgimento non idonee quali: la ridotta durata della visita nel suo complesso (inferiore a sette minuti), la sommarietà dell’anamnesi, nonché la superficialità dell’esame obiettivo eseguito. Concorre ad aggravare la posizione del sanitario ai fini sanzionatori, per un verso, l’elevata professionalità dello stesso – dal quale sarebbe, quindi, legittimo pretendere una particolare diligenza nell’esercizio della professione, ai sensi del secondo comma dell’art. 1176 c.c. – e, d’altro canto, la circostanza che simile comportamento risulta reiterato rispetto ad infrazione disciplinare della stessa natura e tipologia (n. 18 del 21 giugno).