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Timestamp: 2020-02-21 05:40:26+00:00
Document Index: 105081115

Matched Legal Cases: ['art. 120', 'art. 1283', 'art. 25', 'art. 120', 'art. 25', 'art. 120', 'art. 7', 'art. 25', 'art. 120', 'art. 190', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 76', 'art. 7', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1340', 'sentenza ', 'art. 1283', 'art. 1232', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1825', 'art. 1857', 'art. 1283', 'art. 14']

TRIBUNALE CIVILE DI TERMINI IMERESE dep 24 Feb. 2003 - testo integrale Sentenza
TRIBUNALE CIVILE DI TERMINI IMERESE dep 24 Feb. 2003
anatocismo - fonte: http://www.camerecivili.org/Pagine_di_PQM/Termini_Imerese/termini_imerese.html
TRIBUNALE CIVILE DI TERMINI IMERESE
Il Giudice dott. Giuseppina Cipolla ha pronunciato la seguente
nella causa civile iscritta al n. 773 del ruolo generale degli affari contenziosi civili dell'anno 1999
Dxx Antonina, Nxx Stefania, Nxx Marco e Nxx Daniela, quest'ultima in proprio e quale amministratore unico e legale rappresentante della s.r.l. Ixx Edilizia, tutti elettivamente domiciliati in Termini Imerese via Garibaldi 33, presso lo studio dell'avv. Giuseppe Lanza dal quale sono rappresentati e difesi per mandato in calce alla citazione in opposizione
Banca del Popolo Società cooperativa a r.l., in persona del presidente pro tempore Luigi Sciarrino, elettivamente domiciliato in Termini Imerese via Pola 5 presso lo studio dell'avv. Marina Pace, rappresentato e difeso dall'avv. Salvatore Grimaudo per mandato generale alle liti del 5 giugno 1996 notaio Barresi di Trapani
Le parti concludevano come da verbale di udienza del 10 luglio 2002.
Con decreto ingiuntivo del 28 agosto 1999 il Tribunale di Termini Imerese ingiungeva alla Ixx Edilizia s.r.l. in persona dell'amministratore unico Nxx Biagio, quale debitore principale, e a Nxx Marco, Nxx Stefania, Nxx Daniela, Nxx Biagio e Dxx Antonina, quali fideiussori, di pagare in favore della Banca del Popolo Società cooperativa a r.l. la somma complessiva di lire 108.004.285, quale saldo a debito del conto corrente n. 00788/50551, oltre agli interessi convenzionali del 10% a decorrere dall'1 luglio 1999 e fino al soddisfo, entro i limiti dell'art. 120 d. l.vo 385/1993 e successive modifiche, e comunque entro i limite massimo di cui alla legge 108/1996, oltre competenze e spese del procedimento.
Avverso tale ingiunzione proponevano opposizione Dxx Antonina, Nxx Stefania, Nxx Marco e Nxx Daniela, quest'ultima in proprio e quale amministratore unico e legale rappresentante della s.r.l. Ixx Edilizia, esponendo che il credito reclamato dalla banca rappresentava il frutto del calcolo anatocistico degli interessi utilizzato illegittimamente in violazione della disposizione di cui all'art. 1283 c.c. posto che se non si fosse applicato il calcolo anatocistico degli interessi la banca sarebbe risultata debitrice degli opponenti della somma di lire 151.803.402.
Gli opponenti contestavano quindi l'applicabilità al caso di specie delle disposizioni di cui all'art. 25 del d. l.vo 342/1999 non essendo applicabile in via analogica tale norma ai rapporti sorti in precedenza.
Sollevava quindi in via subordinata una questione di legittimità costituzionale in relazione a detta norma nell'ipotesi in cui si fosse attribuito alla stessa carattere retroattivo.
Gli opponenti chiedevano dunque in accoglimento dell'opposizione la revoca del decreto ingiuntivo e la dichiarazione di nullità della clausola contrattuale di capitalizzazione trimestrale degli interessi; in via riconvenzionale la condanna della Banca del Popolo a restituire agli opponenti la somma di lire 151.803.402, oltre gli interessi.
In via subordinata, per l'ipotesi in cui il Tribunale avesse ritenuto applicabile al caso di specie la disposizione di cui all'art. 120 del d. l.vo 385/1993, come modificato dall'art. 25 del d. l.vo 342/1999, sollevava la questione di legittimità costituzionale del citato articolo 120 per violazione degli articoli 3 e 47 della Costituzione, nella parte in cui afferma la validità e l'efficacia delle clausole, relative alla produzione degli interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera CICR. Chiedeva conseguentemente la sospensione del giudizio e la rimessione degli atti alla Corte Costituzionale.
Si costituiva con comparsa la Banca del Popolo società cooperativa a r.l. che, ripercorrendo le innovazioni legislative in materia e l'orientamento recente della Corte di Cassazione, deduceva la legittimità del decreto opposto in quanto emesso entro i limiti di conformità alla normativa vigente.
In particolare deduceva l'istituto di credito che, con un recente orientamento, la Corte di Cassazione aveva ritenuto che la capitalizzazione trimestrale degli interessi da parte della banca sui saldi di conto corrente passivi per il cliente non costituisse un uso normativo ma un uso negoziale e che pertanto ne sarebbe conseguita la inapplicabilità della capitalizzazione trimestrale quale clausola integrativa dei contratti di conto corrente per inserimento automatico, ma non la nullità della clausola contrattuale che prevede tale capitalizzazione.
Precisava, dunque, l'istituto opposto la distinzione tra uso negoziale ed uso normativo con la conseguenza che avendo le parti previsto contrattualmente la chiusura trimestrale dei conti, tale pattuizione non poteva essere caducata in quanto conforme ad un uso negoziale.
Citava quindi l'articolo 7 del contratto di conto corrente secondo cui "i conti che risultino anche saltuariamente debitori vengono chiusi contabilmente in via normale trimestralmente e cioè a fine marzo, giugno, settembre e dicembre applicando agli interessi dovuti dal correntista ed alle competenze di chiusura valuta data di regolamento de conto, fermo restando che a fine anno, a norma del precedente comma, saranno accreditati gli interessi dovuti dall'azienda di credito e operate le ritenute fiscali di legge" deducendo che la convenzione contrattuale sfugge comunque alla sanzione di nullità che la giurisprudenza più recente ha ritenuto applicabile all'ipotesi di capitalizzazione trimestrale quale uso normativo.
Esponeva ancora l'istituto di credito che in ogni caso il problema era stato superato dall'entrata in vigore della nuova normativa in materia ed in particolare dal d. l.vo 342/1999 che all'articolo 25 aveva disciplinato transitoriamente, senza apportare modifiche all'art. 120 del testo unico sulle leggi bancarie, che "le clausole relative alla produzione degli interessi sugli interessi maturati, contenute nei contratti stipulati prima dell'entrata in vigore della delibera di cui al comma secondo, sono valide ed efficaci fino a tale data e dopo di essa devono essere adeguate al disposto della menzionata delibera che stabilirà altresì le modalità e i tempi dell'adeguamento. In difetto di adeguamento le clausole divengono inefficaci e l'inefficacia può essere fatta valere soltanto dal cliente".
Pertanto, alla luce di tale disposizione alcuna nullità poteva essere pronunciata relativamente alla clausola prevista dall'art. 7 del contratto di conto corrente oggetto del giudizio.
In ordine alla sollevata eccezione di incostituzionalità l'istituto opposto faceva rilevare che l'art. 25 citato non aveva modificato l'art. 120 del testo unico delle leggi bancarie che pertanto non poteva costituire oggetto di un giudizio di costituzionalità come proposto da parte opponente.
Chiedeva quindi il rigetto dell'opposizione e di tutte le domande formulate dagli opponenti.
Acquisita la documentazione indicata in atti ed espletata consulenza tecnica contabile, su istanza delle parti la causa veniva trattenuta in decisione all'udienza del 10 luglio 2002 con termine alle parti ai sensi dell'art. 190 c.p.c..
Preliminarmente va rilevato che a seguito della sentenza della Corte Costituzionale n 425 del 9/17 ottobre 2000 alcuna rilevanza assume nel presente giudizio la disposizione di cui all'art. 25 del d. l.vo 342/1999 posto che tale norma è stata dichiarata costituzionalmente illegittima per violazione dell'art. 76 della Costituzione.
Il giudizio verte, quindi, sulla applicabilità della clausola che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi al rapporto di conto corrente intercorso tra le parti, secondo quanto stabilito dall'art. 7 del contratto di conto corrente sottoscritto dagli opponenti, e in particolare se tale uso possa rientrare tra quelli previsti dall'art. 1283 c.c..
Il problema si pone a seguito dell'orientamento espresso di recente dalla Corte di Cassazione in materia in interessi anatocistici che, in contrasto con la consolidata giurisprudenza della stessa Corte, ha ritenuto che la previsione contrattuale della capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente, in quanto basata su un uso negoziale e non su una norma consuetudinaria, sia nulla perché stipulata anteriormente alla scadenza degli interessi.
In particolare, con le sentenze numeri 2374/1999 e 3096/1999 la Corte di Cassazione ha ritenuto che la disposizione di cui all'art. 1283 c.c., avente carattere imperativo e natura eccezionale, subordina la possibilità che gli interessi scaduti producano altri interessi, o alla proposizione di una domanda giudiziale, o al perfezionamento di una convenzione successiva alla scadenza degli interessi stessi, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno un semestre. Unica possibilità di deroga ai detti principi è costituita dagli usi contrari, purché si tratti di veri e propri usi normativi, ai sensi degli artt. 1 e 8 delle preleggi, e non di semplici usi negoziali, ai sensi dell'art. 1340 c.c..
La Corte di Cassazione ha quindi escluso che le cosiddette Norme Bancarie Uniformi predisposte dall'Associazione Bancaria Italiana abbiano natura normativa trattandosi di proposte di condizioni generali di contratto indirizzate dall'associazione alle banche associate e come tali rilevanti in relazione al singolo rapporto contrattuale con il cliente in quanto richiamate nel contratto stesso secondo la disciplina di cui agli artt. 1341 e 1342 c.c..
Esclusa quindi la natura normativa di tali clausole la Cassazione ha ritenuto nulla la clausola contenuta in un contratto bancario che prevedeva la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente in quanto basata su un accordo negoziale anteriore alla scadenza degli interessi.
Ritiene questo giudice di non potere condividere i principi espressi nelle sentenze citate per i motivi che si andranno di seguito ad esporre.
La sentenza n. 2374 del 1999, ai cui principi si sono conformate anche le sentenze successive della Suprema Corte, da ultima la numero 14091/2002, senza peraltro aggiungere nulla di nuovo, né prendere posizione rispetto alle posizioni assunte da numerosi giudici di merito, pur condivisibile sotto vari aspetti, ed in particolare nella operazione di distinzione tra gli usi normativi e gli usi negoziali attraverso una rigorosa indagine di tutti gli elementi distintivi dell'uno e dell'altro, appare criticabile sotto vari aspetti
La Cassazione afferma che prima del 1942 non esisteva alcun uso normativo che consentisse la capitalizzazione trimestrale degli interessi a carico del cliente di un istituto di credito e che tale operazione contabile sia stata prevista per la prima volta dalle cosiddette Norme Bancarie Uniforme in materia di conto corrente di corrispondenza predisposte dall'ABI nel 1952; precisa, altresì, che anche le raccolte curate da alcune Camere di Commercio provinciali, dove si rileverebbe l'esistenza di disposizioni che prevedono la cd. capitalizzazione degli interessi trimestrali, sarebbero successive al 1952 e pertanto confermerebbero solo la circostanza che gli usi locali si siano formati sulla base di una prassi negoziale imposta dall'associazione delle banche.
In realtà, come correttamente evidenziato dalla difesa di parte opposta con la comparsa conclusionale, non risponde al vero che la capitalizzazione trimestrale degli interessi sia stata prevista per la prima volta nel 1952 con le Norme Bancarie Uniformi predisposte dall'ABI.
Al contrario, sulla base di quanto si andrà ad esporre, deve ritenersi che l'art. 1283 c.c. facendo salvi gli usi contrari volesse riferirsi necessariamente ad usi già esistenti al momento dell'entrata in vigore del codice civile nel 1942.
Peraltro, anche l'art. 1232 del codice civile del 1865 aveva disposto che nelle materie commerciali il calcolo degli interessi sugli interessi era regolato dagli usi e dalle consuetudini ed aveva esonerato dalle limitazioni fissate per l'anatocismo le casse di risparmio e istituti simili.
Ed ancora, gli stessi articoli 345 e 347 del codice di commercio del 1882 stabilivano che nei contratti di conto corrente l'interesse decorresse sul saldo, comprensivo anche di interessi, ogni volta che le parti avessero regolato tra loro le partite, secondo tali convenzioni e quindi anche per periodi inferiori all'anno.
Nel 1929 la Confederazione Generale Bancaria Fascista predisponeva il "Testo delle norme che regolano i conti correnti di corrispondenza" e all'art. 1 prevedeva "i rapporti di dare ed avere si regoleranno in via normale semestralmente e cioè al 30 giugno e al 30 settembre di ogni anno, portando in conto gli interessi e le commissioni ai tassi stabiliti, le spese postali, telegrafiche e simili. I conti che risultino anche saltuariamente debitori si regoleranno invece in via normale trimestralmente e cioè a fine marzo, giugno, settembre e dicembre di ogni anno".
Inoltre, in numerose raccolte di usi e consuetudini in materia commerciale predisposte dalle Camere di Commercio delle principali province d'Italia, quali Roma, Milano, Genova, Firenze e Bari, la capitalizzazione trimestrale degli interessi in materia di conto corrente bancario veniva prevista normalmente per i rapporti debitori.
Ed invero, emerge dalla documentazione allegata ed esaminata da questo giudice, relativa alla "Raccolta di usi" vigenti nelle principali province d'Italia, che la capitalizzazione trimestrale degli interessi in materia di operazioni bancarie era generalmente praticata secondo un uso costante.
Inoltre deve evidenziarsi che tali raccolte non sono successive al 1952, come affermato dalla Cassazione con la sentenza 2374/1999, trattandosi di raccolte approvate nella maggior parte dei casi nel 1951. A titolo esemplificativo può evidenziarsi come la raccolta di usi e consuetudini vigenti nella provincia di Roma veniva approvata con delibera del 9 febbraio 1951, quella di Miliano, pur pubblicata nel 1952, faceva riferimento a "revisioni ed accertamenti eseguiti nell'anno 1951", analogamente, la raccolta degli usi della Camera di Commercio di Genova veniva approvata con delibera del 2 novembre 1951.
Peraltro, tutte le raccolte sono accompagnate da una relazione introduttiva in cui si dà atto del lavoro svolto per la revisione degli usi e della impossibilità di provvedere prima alla loro pubblicazione a causa della guerra.
Neppure risponde al vero quanto affermato dalla citata sentenza della Corte di Cassazione con riguardo alla "Raccolta degli usi" approvata dalla Camera di commercio di Firenze nel 1960 in quanto la predetta raccolta definisce uso normativo l'uso relativo alla capitalizzazione trimestrali degli interessi a carico del cliente, dove al paragrafo 4 intitolato "interessi di conto corrente" si legge "(…) Gli interessi sono regolati trimestralmente producendo a loro volta interessi ( uso normativo)".
E' difficile dunque ritenere che un comportamento reiterato nel tempo con carattere di generalità per circa settanta anni non costituisca un uso normativo ma una semplice prassi imposta dagli istituti di credito, vigente in una determinata cerchia di contraenti e pertanto non corrispondente ad esigenze giuridiche ma a motivi di opportunità e convenienza, così come evidenziato dal recente orientamento della Cassazione.
In proposito deve osservarsi che secondo l'insegnamento costante della giurisprudenza perché si abbia uso normativo occorre non soltanto la ripetizione costante e uniforme di un determinato comportamento ma anche l'elemento soggettivo e cioè la convinzione da parte di consociati che quel comportamento sia doveroso perché imposto da una norma giuridica.
Tale concezione è stata sottoposta a critiche da parte della dottrina e, ritiene questo giudice che, perché possa ritenersi sussistente l'elemento soggettivo dell'uso normativo, non è necessario il convincimento dei consociati di tenere un comportamento che sia giuridicamente obbligatorio essendo sufficiente la sussistenza del convincimento che tale comportamento sia conforme ai principi dell'ordinamento giuridico e risponda all'esigenza di comporre i conflitti.
Secondo la Cassazione mancherebbe la convinzione da parte degli utenti dei servizi finanziari di trovarsi di fronte ad una norma di diritto che consenta la capitalizzazione trimestrale degli interessi in quanto la clausola, predisposta dagli istituti di credito, è insuscettibile di negoziazione individuale e la sua sottoscrizione costituisce il presupposto indispensabile per accedere ai servizi bancari.
In realtà la circostanza che la clausola di capitalizzazione degli interessi sia contenuta nei moduli predisposti dall'istituto di credito non vale da sé ad escludere la sussistenza di un uso normativo alla luce di alcune considerazioni che si andranno a svolgere.
In primo luogo, le norme consuetudinarie sopra citate risultano essere state raccolte e pertanto la redazione scritta conferisce alle stesse anche un notevole grado di certezza in ordine al loro contenuto.
L'art. 9 delle preleggi stabilisce, infatti, una presunzione di esistenza degli usi contenuti in raccolte statuendo che "gli usi pubblicati nelle raccolte ufficiali degli enti e degli organi a ciò autorizzati si presumono esistenti fino a prova contraria" (dove per organi autorizzati devono intendersi le Camere di commercio), con la conseguenza che l'esistenza della consuetudine deve considerarsi accertata finché chi vi abbia interesse non dimostri il contrario.
Si tratta, invero, della cosiddetta "Raccolta degli usi" affidata in sede provinciale alle Camere di commercio, industria, artigianato ed agricoltura, ed in sede nazionale al Ministero per l'industria e il commercio, secondo quanto disciplinato dal d. l.vo C.P.S. n. 152/1947 che ha istituito una commissione speciale incaricata di accertare gli usi generali, con la conseguenza che gli usi generali pubblicati nella raccolta si presumono esistenti fino a prova contraria (cfr. art. 4 del citato decreto legislativo).
Circostanza, quest'ultima, che non consente di concordare con quanto affermato anche di recente dalla corte di cassazione (cfr. sentenza n. 14091/2002) secondo cui l'inserimento di un uso in una raccolta locale non farebbe dello stesso un uso normativo.
Né può condividersi quanto affermato con la sentenza 2374/1999 secondo cui l'art. 9 delle preleggi riguarderebbe l'esistenza dell'uso e non la sua natura, normativa o negoziale.
Ciò non risponde al vero posto che l'art. 9 segue l'articolo 8, relativo agli usi normativi, a chiusura del capo I dedicato alle "Fonti del diritto", e pertanto, è da escludere che il legislatore abbia voluto contemplare con tale norma un uso negoziale.
Alla luce di tale ricostruzione può ritenersi la legittimità della clausola di capitalizzazione trimestrale degli interessi ai sensi dell'art. 1283 c.c. che, nel prevedere limitazioni al meccanismo dell'anatocismo, ha fatto salvi gli usi contrari.
In proposito occorre altresì osservare che il nuovo orientamento della Cassazione si muove verso una maggiore tutela del contraente debole a fronte di condizioni generali di contratto gravose ma non tiene conto del fatto che conseguenza del ragionamento seguito è la pronuncia di nullità di tutte le clausole che disciplinano il meccanismo della capitalizzazione degli interessi e non solo di quella che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal cliente poiché, se si esclude l'esistenza di un uso normativo che consenta alle banche di non sottostare alle limitazioni di cui all'art. 1283 c.c. in materia di anatocismo, la nullità dovrebbe investire anche la capitalizzazione annuale degli interessi calcolati su saldi creditori essendo prevista comunque da una clausola sottoscritta anteriormente alla scadenza degli interessi, e cioè lo stesso articolo 7 dei contratti bancari che prevede la capitalizzazione trimestrale degli interessi debitori, in quanto entrambe le fattispecie non risultano conformi alle disposizioni di cui all'art. 1283 c.c..
La cassazione limita il proprio esame alla cosiddetta capitalizzazione trimestrale degli interessi e richiama la giurisprudenza formatasi sull'articolo 1232 del codice civile del 1865 secondo cui gli interessi scaduti potevano essere capitalizzati ad ogni semestre, ad escludere la diversa ipotesi della capitalizzazione trimestrale.
In realtà il problema va posto in termini diversi nel senso che l'indagine deve essere condotta al fine di accertare l'esistenza di un uso normativo in materia di capitalizzazione, a prescindere dalla periodicità nel conteggio degli interessi stessi, in quanto l'art. 1283 c.c. fa divieto di anatocismo anche per interessi dovuti per sei mesi se manca la pattuizione successiva alla loro scadenza o se non vi sia domanda giudiziale.
Non assume, dunque, alcuna rilevanza il fatto che eventualmente gli usi commerciali precedenti al codice vigente prevedessero la capitalizzazione annuale o semestrale del conto corrente o che la capitalizzazione sia prevista con la stessa periodicità, sia che si tratti di interessi debitori che creditori, in quanto l'esame della materia deve essere riportato nei termini esatti e cioè se esista un uso normativo che consenta alle banche il calcolo degli interessi sugli interessi, a prescindere dal fatto che gli stessi siano calcolati trimestralmente, semestralmente o annualmente, in quanto, accertata l'esistenza di un uso normativo, il divieto di anatocismo non opererebbe con riguardo agli istituti di credito con la conseguenza che sarebbe rimessa alle parti la possibilità di contrattare, più o meno liberamente, la periodicità di decorrenza. E' evidente che si fa riferimento a quei rapporti sorti anteriormente all'intervento del legislatore il quale ha previsto che nei rapporti di conto corrente deve essere stabilita la stessa periodicità nel conteggio di interessi creditori e debitori.
Ciò spiegherebbe anche la ragione per cui le banche, nonostante l'esistenza di un uso normativo, ritengono di dovere inserire la clausola sulla capitalizzazione all'interno dei contratti sottoposti alla firma del cliente.
Sulla base di tutto quanto finora esposto deve ritenersi che la capitalizzazione degli interessi nell'ambito del conto corrente bancario, compresa quella trimestrale, fosse praticata secondo un uso normativo.
Non appare, invece, condivisibile a questo giudice l'orientamento espresso da alcuni giudici di merito secondo cui la legittimità della capitalizzazione degli interessi non discenderebbe da una espressa previsione dell'anatocismo dall'uso normativo ma troverebbe il suo fondamento nelle disposizioni che regolano i rapporti di conto corrente ordinario, e precisamente dagli articoli 1823 – 1833 c.c., che disciplinano i rapporti di conto corrente nel senso che alla scadenza stabilita del contratto, se non è richiesto il pagamento, il saldo si considera quale prima rimessa di un nuovo conto e su tale rimessa, ai sensi dell'art. 1825 c.c. decorrono gli interessi.
La capitalizzazione trimestrale degli interessi anche in materia di conto corrente bancario si porrebbe quindi come la naturale conseguenza della periodica chiusura del conto in applicazione della disciplina contrattuale e legale sopra richiamata.
In realtà non si può non tenere conto del fatto che l'art. 1857 c.c. richiama espressamente, in quanto applicabili alle operazioni bancarie in conto corrente, solo alcune norme relative al contratto di conto corrente ordinario e non anche gli articoli 1823, 1825 e 1831 c.c., con la conseguenza che a fronte di un esplicito richiamo non può farsi applicazione in via estensiva delle norme non richiamate.
A ciò si aggiunga che l'art. 1283 c.c. deve considerarsi norma a carattere imperativo non derogabile, se non nella misura in cui lo stesso legislatore detti una disciplina diversa, come appunto per l'ipotesi del conto corrente ordinario, con la conseguenza che le dette norme non possono applicarsi né in via analogica, né in via estensiva ai rapporti di conto corrente ordinario per espresso divieto dell'art. 14 delle preleggi.
Per i motivi sopra esposti l'opposizione va rigettata.
Sussistono giusti motivi alla luce di tutto quanto esposto in motivazione e in considerazione del contrasto esistente sulla materia, per dichiarare integralmente compensate tra le parti le spese del giudizio.
Il Giudice, definitivamente pronunciando, ogni diversa e contraria istanza, eccezione e deduzione respinta, così decide:
1. rigetta l'opposizione proposta da Dxx Antonina, Nxx Stefania, Nxx Marco e Nxx Daniela, quest'ultima in proprio e quale amministratore unico e legale rappresentante della s.r.l. Ixx Edilizia, avverso il decreto ingiuntivo del 28 agosto 1999;
2. dichiara integralmente compensate tra le parti le spese del giudizio.
Così deciso in Termini Imerese il 5 febbraio 2003
f.to Giuseppina Cipolla
f.to Dott. G. Carò
Il 24 Feb. 2003
f.to Dr. Giuliano Caro