Source: https://www.slideshare.net/orianacrocano/949-il-lavorista-v-n-4
Timestamp: 2017-06-25 08:52:59+00:00
Document Index: 151354572

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 12', 'sentenza\n', 'art. 50', 'art. 35', 'art. 31', 'art. 38', 'art. 13', 'art. 2']

IL LAVORISTA - ANNO V N. 4 - 15/11/2013 RIVISTA TELEMATICA DEL CENTRO…
IL LAVORISTA - ANNO V N. 4 - 15/11/2013 RIVISTA TELEMATICA DEL CENTRO STUDI DIRITTO DEI LAVORI
Il mobbing: le conseguenze per lavo...
La politica sull'uguaglianza di gen...
Breve report dall’otto marzo 2013 a...
CAMERA DEI DEPUTATI N. 436 - PROPOS...
ALLA RICERCA DELLA FATTISPECIE MOBB...
CORRIERE LAVORO – GENNAIO 2004 (IN ...
3 … come la crisi del ‘29
4 Infortuni in itinere
5 Appalti e D.U.R.C.
6 Femminicidio e mobbing
di Gaetano Veneto*
Tante volte si è scritto
sulle colonne di questa
nostra Rivista in tema
economicoproduttiva e, conseguentemente occupazionale, cercando di capire
come e perché a fronte
dell’intero assetto istituzionale e produttivo del
nostro Paese siano nate
novelle legislative, per
tutte l’infelice “legge
Fornero”, o si siano
svolti dibattiti di basso
conio, non solo tecnicogiuridico ma soprattutto
di politica del diritto,
come nel caso della risibile diatriba sull’art. 18
proprio come degna (se
può usarsi un tale termine) conclusione di
una batracomachia sulla libertà di licenziamento per (udite, udite ...) favorire investimenti stranieri in Italia,
non a caso veniva partorita una legge, la For* Professore di Diritto del Lavoro
nero appunto, che oggi
è esecrata da tutte le
parti, con l’auspicio di
una rapida cancellazione. Oggi, per dirla col
miglior Moretti, la ...
messa è finita, né ci si
può illudere che una
“palombella
rossa” (colore morente),
permetta alla nostra economia di realizzare
una rete in una partita,
non di pallanuoto ma di
sopravvivenza dell’intero
sistema, che ci vede attualmente in condizioni
di manifesta inferiorità,
per proseguire con una
terminologia cara allo
Quest’anno si raggiungerà, anzi, quasi certamente
supererà,
l’amarissimo record del
miliardo di ore di Cassa
Integrazione, per lo più,
in deroga al regime ordinario, così da segnalare
il bisogno di forzare la
mano ad ammortizzatori
sociali già di per sé di
difficilissima copertura
Quasi non bastasse, il
della UE a riportare in
binari più corretti il no-
stro disavanzo pubblico
- per evitare di avvicinarci al default greco,
superando, in negativo,
il Portogallo che, insieme alla Spagna sta, viceversa, dando qualche
flebile segnale di inversione positiva di marcia
– non basta, in questi
giorni, a por fine ad un
all’interno e tra i partiti
chiamarsi tali) con un
gioco al rimpallo delle
responsabilità, riducendo così il Governo ad un
fantasma istituzionale
con capacità di iniziativa legislativa ridotte solo all’ordinaria amministrazione o alla decretazione d’urgenza.
Anno V n. 4 15 novembre 2013
LA CRISI, IL LAVORO ED IL PAESE:
PER UNA NUOVA IDENTITA’
non può non risentire
di questa drammatica
situazione, mentre sempre più urgenti si fanno
i problemi della disoccupazione
femminile in particolare, e ancor più specificatamente meridionale.
Mentre per gli esodati
si vive alla giornata,
sperando di raggranellare le somme, volta a
volta necessarie per coprire, almeno in prospettiva a breve, il fabbisogno pensionistico,
la disoccupazione continua a crescere, fino a
2014 la punta massima
del 12,5% che ci avvicina agli anni più bui della crisi degli scorsi decenni. E’ difficile, in
questo clima, proporre
figure giuridiche di nuovi contratti di lavoro,
pur meritoriamente prefigurati nelle novelle legislative dei primi anni
del secolo, la Biagi per
tutte. Ancor più difficile
flessibilizzare un mercato che, ormai, trova nel
precariato il punto centrale delle scarse occasioni di lavoro possibili.
Grave appare anche la
situazione nel pubblico
impiego, dove la notoria
ed incontestabile bassa
produttività del lavoro,
insieme al connesso
spreco di risorse finanziarie, costringono tutti
a porsi il problema di
“dimagrimento”
organici, non con gli
stupidi quanto ciechi
tagli lineari, quanto con
l’urgente riequilibrio intersettoriale e la altrettanto urgente esigenza
di operare scelte differenziate, privilegiando
settori oggi incredibilmente trascurati, quali
la scuola, la ricerca e la
formazione continua sul
lavoro, anche con diretti
interventi della mano
pubblica in questo ultimo caso.
Quale Governo ci salverà?
Quale demiurgo (un
eufemismo, questo, per
evitare tragici spettri del
passato) potrà intervenire con miracolosi toc-
chi di bacchetta magica?
Spetta a noi rimetterci
all’opera, tutti indistintamente, per proporre
interventi selettivi, anche con dibattiti mirati
che, senza aggravare
costi ormai insostenibili, aprano spazi per occasioni di lavoro ad alto
valore economico e sociale aggiunto, sfruttando risorse pur esistenti
nei nostri giovani che
hanno poco da invidiare
ai coetanei acculturati
dell’intero sistema capitalistico avanzato.
Questa Rivista vuole
iniziare immediatamente a proporre incontri e
a sollecitare contributi
volti a trovare e pubblicizzare nicchie, e non
solo queste, pur esistenti in questa società
che riesce, e sempre più
deve riuscire, a resistere al processo di narcotizzazione culturale e
portato avanti da deboli
ed incapaci rappresentanti, politici e, talvolta,
anche sindacali, dei datori di lavoro e degli
Per tutto quanto innanzi, prioritario appare un salto di qualità
nella cultura del diritto,
del lavoro nel nostro
caso, che finalmente
con un “nuovo umanesimo” si liberi dalle scorie di quel passato che è
stato capace di trascinarci in discussioni di
pessimo conio, su riforme costituzionali o su
novelle legislative che,
anziché parlare dei problemi veri del lavoro,
della occupazione, della
produttività, si nascondevano dietro bizantinismi ed orpelli su tematiche-paravento (lo sciopero, il licenziamento,
ecc..), in realtà per servire inetti e corrotti politicanti, governanti o
non, cercando posti a
Avanti con le proposte, le provocazioni, per
un mondo che riprenda
a lavorare, produrre e
sognare un diverso assetto di valori individuali e collettivi.
Lavoro e rischio d’impresa
Siamo di fronte alla seconda grande depressione delle economie mondiali.
Al già gravoso debito pubblico si aggiunge quello privato delle imprese e delle famiglie.
La diminuzione della produzione mette a rischio l’occupazione … e i politici si preoccupano solo della rielezione,
condizionando le scelte governative al finanziamento delle rispettive campagne elettorali.
di Daniela Cervellera
Tutta l’Europa - e non solo - è attanagliata nella morsa della grave crisi finanziaria.
Alcuni paesi ne risultano maggiormente
colpiti e le cause, come nel caso del Portogallo, dell’Italia, della Spagna, della Grecia
e dell’Irlanda, sono da ricercare nella perdita di competitività dei prodotti interni
sul mercato internazionale oltre che al ricorso al debito pubblico ed agli insostenibili costi sostenuti in favore dello stato
sociale. Partendo dall’analisi di
quest’ultimo ci si accorge di entrare in un
circolo vizioso senza fine nel quale
l’aumento delle spese sociali in misura
nettamente superiore alla crescita economica ha fatto lievitare il debito pubblico; di
conseguenza per tenere sotto controllo il
debito pubblico è stato necessario aumentare le imposte fino a raggiungerne il limite di insostenibilità. Questo ha comportato
il fallimento per le imprese che hanno dovuto licenziare i lavoratori, aumentando
gli oneri a carico dello Stato il quale, per
poterli sostenere ha dovuto, a sua volta,
continuare ad aumentare le imposte, strangolando l’economia e provocando ulteriori
default per le imprese. Il superamento
dell’impasse del debito pubblico si può ottenere attraverso due alternative: il taglio
della spesa pubblica ovvero l’aumento
delle entrate. Tuttavia quest’ultima soluzione è solo a breve termine in quanto
l’aumento delle imposte riduce gli investimenti e provoca, come poc’anzi detto il
fallimento delle imprese e può essere sostenuta solo attraverso la promozione della crescita economica, favorita non dalla
immissione di denaro nell’economia ma
dall’aumento della produttività. Aumentare la produttività significa, da un lato, rendere i prodotti nazionali di maggior pregio
per il mercato internazionale e, dall’altro,
Un altro elemento che sbilancia
l’economia è dato dal problema demografico. La popolazione è diminuita in tutta
Europa, a fronte del calo delle nascite,
mentre è aumentato il numero dei pensionati. Questo ha comportato la contrazione
della popolazione attiva che produce ricchezza, che viene ridistribuita a favore del
maggiore contingente “anziano”.
Non deve trascurarsi che le basi dello
Stato sociale sono state poste negli anni ’50
quando l’aspettativa di vita non superava i
65 anni ma, con il prolungamento della
stessa in ragione del miglioramento delle
condizioni di vita e dei progressi della
medicina, unitamente alla diminuzione
della natalità, il sistema sociale sta collassando.
Unitamente alla crescita economia - o in
mancanza di questa - il contenimento del
deficit può essere sostenuto attraverso la
riduzione delle spese. Nei paesi scandinavi ed in Germania - in cui, tra l’altro, maggiore è la natalità nonché la produzione di
ricchezza - sono già state adottate soluzione drastiche consistenti in tagli allo stato
sociale ed agli stipendi.
A parere di chi scrive il peggio deve ancora venire in quanto alla crisi strutturale
delle economie dei paesi dell’Europa meridionale si stanno aggiungendo quella finanziaria americana e quella dell’euro. Ed
il tutto non sembra diverso dal quello che
è accaduto nel ‘29. Percorrendo a ritroso la
storia, infatti, ci si accorge che, nel corso
del decennio che precedette la “grande
depressione” il mantenimento dei tassi di
interesse alquanto bassi da parte della Federal Reserve indusse le banche a prestare
denaro anche a condizioni rischiose inducendo, da un lato, all’indebitamente e creando, dall’altro, una bolla di consumo in
borsa e nel settore immobiliare. L’aumento
della domanda determinò l’aumento dei
prezzi e, quindi, dell’inflazione, costringendo la Federal Reserve ad aumentare gli
interessi. Questo determinò una difficoltà
nell’accesso al credito da parte dei consumatori con conseguente difficoltà delle
banche di riavere il denaro prestato e delle
imprese di vendere i beni prodotti. I bassi
consumi provocarono perdite nelle imprese ed il loro conseguente fallimento con
l’inevitabile caduta in borsa. Da qui il collasso di Wall Street. Il crollo della borsa
destabilizzò la liquidità delle banche che
avevano investito in maniera cospicua in
azioni le quali, sfiduciate dai correntisti ed
a fronte del mantenimento degli alti tassi
di interesse, fallirono. La crisi americana
dilagò, quindi, in Europa. Infatti la prima
guerra mondiale fu combattuta grazie ai
finanziamenti richiesti alle banche americane da parte degli alleati europei, che
dovettero ricorrere a nuovi prestiti per
pagare quelli vecchi al termine del conflitto. Il collasso delle banche americane determinò la paralisi delle economie europee, globalizzando la crisi.
L’impasse americano fu superato con
l’adozione di un quadro di regolamentazione del mercato da parte del Governo
ed, in particolare, con l’adozione nel ‘33
delle legge Glass-Steagall che differenziò
le banche commerciali da quelle di investimento limitando le attività di rischio.
Tale regolamentazione ha funzionato
per un quarto di secolo fino al collasso del
2008 causato dall’aumento della flessibilità
di alcune norme finanziarie, a partire dagli
anni ‘70 e la conseguente generalizzazione
del comportamento di rischio, fino alla
abrogazione nel ‘99 della legge GlassSteagall per effetto della legge GrammLeach-Bliley. La deregolamentazione del
mercato finanziario comportò la concentrazione del credito in mano a pochi, tra
cui, la Lehamann Brothers. Il suo collasso
paralizzò l’economia in quanto, ingenerando nelle banche dubbi sulla solvibilità di
altre banche, ne determinò il blocco dei
prestiti … come la crisi del ‘29.
Con il taglio del credito verso l’Europa,
anche le banche europee cominciarono a
bloccare i finanziamenti causando la crisi
delle imprese e l’aumento della disoccupazione. Al debito pubblico si è così aggiunto
quello dei privati e delle imprese non più
competitive sul mercato in ragione
dell’afflusso dei prodotti provenienti da
paesi in cui il costo del lavoro è alquanto
Una soluzione per salvare la competitività delle nostre imprese sarebbe quella di
tagliare i salari, ma questo innescherebbe
un’altra reazione a catena ovvero la diminuzione dei consumi e, quindi della produzione. Certo che diventa determinate
individuare non solo le ragioni della crisi
che, con questo contributo in parte si è
cercato di fare, ma anche e soprattutto accertare le responsabilità della crisi.
Tali responsabilità, si ritiene, non ricadono solo in capo ai politici - incapaci o conniventi che siano - ma su tutti noi che, disinteressati delle politica o forse anche
disgustati, non facciamo nulla per cambiare le cose.
L’Inail fornisce chiarimenti sui criteri per qualificare gli infortuni
Con la circolare n. 52 del 23
ottobre 2013 l’Inail ha fornito
chiarimenti operativi sulla qualificazione degli infortuni in
itinere ed in attualità di lavoro
nel particolare caso della missione o trasferta.
Secondo quanto si legge nel
l’indennizzabilità di un infortunio in itinere rimane essenziale
che esso si sia verificato durante
l’iter ossia nel tragitto casa lavoro e che tale percorso venga effettuato a piedi, con mezzo pubblico o mezzo privato, se necessitato e, soprattutto - ex art. 12
d.lgs. n. 38/2000 - che il comportamento del lavoratore sia
giustificato da una esigenza funzionale alla prestazione lavorativa tale da legarla indissolubilmente all’attività di locomozione. Il lavoratore sarà indennizzabile qualora non abbia aggravato
per particolari motivi o esigenze
personali i rischi della condotta
extralavorativa connessa alla
prestazione per ragioni di tempo
e luogo, interrompendo così il
collegamento con la copertura
E’ chiaro che elemento utile
dell’infortunio in itinere sarà il
luogo ove il lavoratore abbia
deciso di fissare il centro dei
propri affari o interessi personali
o familiari che, mentre nella normale prestazione lavorativa è
scelto liberamente dal lavoratore,
nei casi di trasferta o missione è
imposto dal datore non potendo
il lavoratore decidere nulla sulle
modalità di svolgimento della
Secondo quanto precisato
dall’Inail, nei casi di trasferta o
missione, non si può parlare di
infortunio in itinere, ma solo di
infortunio in attualità di lavoro
non solo perché non sussiste un
percorso da casa (da intendersi
come centro dei propri interessi
scelto dal lavoratore) al lavoro in
senso proprio, quanto anche per
il fatto che nella trasferta o missione tutte le azioni e le attività
svolte o gli eventi accaduti dal
momento in cui si lascia la propria dimora finchè non vi si fa
ritorno devono intendersi rientranti nella “attività lavorativa”.
Nel consegue che ogni infortunio
occorso al lavoratore deve intendersi come infortunio svolto durante l’attività lavorativa e quindi “in occasione da lavoro”.
gli elementi che determinano
l’indennizzabilità e la qualificazione di un infortunio in occasione da lavoro - adesso che deve
ritenersi superato l’orientamento
più restrittivo che imponeva il
presupposto che l’evento fosse
riconducibile ad un rischio specifico proprio dello svolgimento
dell’attività dell’assicurato - devono ravvisarsi nella strumentalità delle attività all’esecuzione
dell’attività lavorativa e nella
necessità che tali attività risultino funzionalmente connesse al
lavoro, fatta eccezione per le
conseguenze derivanti dalle scel-
te poste arbitrariamente in essere
dal lavoratore che “crea e affronta volutamente, sulla base di
impulsi o ragioni del tutto personali, una situazione diversa da
tra lavoro, rischio ed evento”.
Insomma non sussisterebbe
infortunio in occasione da lavoro
tutte le volte in cui le scelte del
lavoratore possono essere qualificate come rischio elettivo.
L’indennizzabilità nei casi di
missione o trasferta, così come
innanzi specificato, non può essere richiesta qualora sia ravvisabile “un rischio diverso e aggravato rispetto a quello normale,
individuato come tale secondo
un criterio di ragionevolezza”e
tutte le volte in cui non vi sia un
“collegamento finalistico e topografico con l’attività svolta in
missione e/o trasferta”.
Pertanto, in presenza di infortunio in missione o in trasferta, il
lavoratore non potrà richiedere
l’indennizzo nelle ipotesi in cui
si ravvisi il rischio elettivo
(l’evento sia riconducibile a
scelte personali del lavoratore,
irragionevoli e prive di alcun
collegamento con la prestazione
lavorativa tali da esporlo a un
rischio determinato esclusivamente da tali scelte) ovvero qualora l’evento si sia verificato
“nel corso dello svolgimento di
un’attività che non ha alcun legame funzionale con la prestazione lavorativa o con le esigenze lavorative dettate dal datore
Così come è facile intuire, per
quanto innanzi detto, non deve
nell’infortunio in itinere neppure
quell’infortunio occorso durante
lo spostamento dalla stanza di
albergo al luogo di lavoro perché
accaduto durante la “attività lavorativa”.
L’infortunio avvenuto nella
camera di albergo, non può neppure essere equiparabile a quello
accaduto in casa sia perché il
lavoratore non può avere nella
stanza di albergo quello stesso
controllo del rischio che invece
può vantare nella sua privata
dimora sia perchè il soggiorno in
albergo nei casi di trasferta o
missione deve considerarsi a tutti
gli effetti connesso strettamente
all’attività lavorativa.
Pertanto tutti gli eventi occorsi
al lavoratore durante la missione
e/o trasferta dal momento in cui
lascia la sua dimora sino a quando al termine della trasferta non
vi faccia ritorno - compresi gli
atti prodromici e strumentali
all’attività lavorativa - sono indennizzabili in quanto tutti infortuni avvenuti in occasione del
lavoro e in attualità dello stesso.
Tale regola di diritto sarà per
l’Inail applicabile a tutti i casi
futuri ed alle fattispecie in istruttoria e quelle per le quali sono in
atto controversie amministrative
o giudiziarie purchè non siano
prescritte o decise con sentenza
Le novità legislative ed i dubbi interpretativi
La “calda estate” del lavoro
in Italia sembra non volersi
proprio concludere. In questo
contesto di grandi innovazioni annunciate e di poche realizzate, si collocano gli interventi in tema di appalti e
iniziate con il “decreto del
fare” d.l. n. 69/2013 (conv. in
l. n. 98/2013) e proseguite
con il “pacchetto lavoro” d.l.
n. 76/2013 (conv. in l. n.
99/2013). Infatti, se dapprima
l’art. 50 del d.l. n. 69/2013
modificava l’art. 35, comma
8, del d.l. n. 223/2006, abolendo la responsabilità solidale tra committente ed appaltatore in relazione al versamento della sola IVA, il
seguente d.l. n. 76/2013 ha
l’inclusione dei lavoratori
autonomi, tra i soggetti per i
cui crediti retributivi e contributivi è prevista la responsabilità solidale. Insomma riforme che se per un verso allargano le maglie della responsabilità solidale nel caso di
quanto all’aspetto fiscale,
dall’altro decidono di attuare
un sistema di garanzia ad
ampio spettro di tutti i lavoratori coinvolti nello svolgimento dell’appalto, senza
distinzioni tra subordinati o
riguardano l’ambito fiscale se
si considera la previsione di
responsabilità solidale tra
appaltatore e subappaltatore,
in riferimento al versamento
degli oneri tributari, derivanti dalle ritenute fiscali sui
e nel limite del corrispettivo
dovuto, con decorrenza dal
Quanto all’estensione del
regime di solidarietà anche
per i lavoratori autonomi, la
previsione, di cui alla l. n.
99/2013, è stata oggetto di
successivo chiarimento della
circolare n. 35/2013 del Ministero del Lavoro. Difatti, la
circolare specifica quali cate-
gorie di lavoratori possano
farsi rientrare nel regime di
retributivocontributiva, ossia co.co.co. e
nell’appalto, escludendo i
lavoratori autonomi che debbano assolvere in via esclusiva ai relativi oneri, in quanto
un’interpretazione differente
condurrebbe ad un’illegittima
sovrapposizione tra soggetto
tutelato e trasgressore. Tuttavia, si precisa che, allo stato
attuale, l’unica via per vincere la responsabilità solidale
resta l’acquisizione da parte
del committente, o appaltatore, dell’idonea documentazione attestante l’assolvimento
degli oneri di versamento
erariali prima del pagamento
delle spettanze. In merito,
degne di nota sono le novità
in tema di acquisizione e durata del DURC, il Documento
di Regolarità Contributiva, la
cui disciplina regolatoria è
stata anch’essa oggetto di
modifiche dall’art. 31 del d.l.
n. 69/2013 e successiva legge
di conversione n. 98/2013. E
difatti, la nuova normativa
sposta l’obbligo della acquisizione del DURC sulle stazioni
appaltanti, sia negli appalti
pubblici sia privati, esonerando le imprese dal presentare
la documentazione a supporto di quanto autocertificato e
ne estende la durata da 90 a
180 giorni nella prima formulazione, ridotta poi a 120 dalla l. n. 98/2013, con decorrenza dal 28 agosto 2013. Intento
primario dell’intervento è
semplificare soprattutto i rapporti tra privati e pubblica
amministrazione, ma anche
dare la possibilità alle imprese di poter esercitare la propria mission operativa seppure con parziali situazioni
d’irregolarità nei versamenti,
specie se in presenza di crediti da vantare nei confronti
della PA.. Tuttavia le problematiche
interpretativoapplicative della novella hanno determinato l’intervento a
chiarimento dapprima delle
comunicazioni del 5 luglio e
del 5 settembre e di seguito
della circolare n. 36 del 6 settembre 2013 del Ministero del
Lavoro e delle Politiche Sociali. Tra le specificazioni in
esse contenute vi sono: durata di 120 giorni del DURC
anche per contratti diversi da
quelli per i quali è stato richiesto, nonché la validità del
documento per la verifica
della dichiarazione sostitutiva relativa alla sussistenza
del requisito generale di cui
all’art. 38, comma 1, lett i),
del d.lgs. 163/2006, che decorre dalla data indicata nel
certificato di verifica anziché
da quella del rilascio, coprendo sia la fase di aggiudicazione sia di stipula del contratto.
Da ultima, si segnala la recente circolare dello scorso 21
ottobre n. 40 dello stesso Ministero del Lavoro d’intesa
con gli istituti previdenziali,
che ha fornito le prime indicazioni operative per la corretta applicazione dell’art. 13bis, comma 5, del d.l. n.
52/2012 e d.m. 13.03.2013, in
tema di DURC, in presenza di
una certificazione che attesti
la sussistenza ed importo di
crediti certi, liquidi ed esigibili,
pari agli oneri
contributivi accertati e non ancora
dall’impresa nei
PA.. In tal caso,
al rilascio del
DURC, quali istituti previdenziali
e Casse edili, ai
sensi dell’art. 2
del decreto, dovranno rilasciare
tale attestazione
di regolarità contributiva anche in
presenza di debiti previdenziali
e/o assicurativi
e/o premi e/o
relativi accessori,
salvo sussistenza
dei predetti crediti certificati
e su richiesta del soggetto
titolare degli stessi. Dunque,
si preannuncia un “autunno
caldo” per il nostro legislatore, che ha imparato come
l’arte della “legiferazione in
via d’urgenza” richieda particolare destrezza ed abilità,
ma soprattutto lungimiranza
nel prevedere i correttivi quasi sempre necessari per chiarire, a sé stesso, agli operatori
del settore ed agli utenti, le
proprie determinazioni.
solidale negli appalti presenta implicazioni trasversali,
sotto il profilo dei rapporti di
lavoro, fiscali ed amministrativi considerando la disciplina degli appalti pubblici, ma
anche di sicurezza sociale.
Tutto ciò non può e non deve
essere trascurato nell’attuale
momento storico, in cui sicurezza e tutela dei lavoratori,
non possono ancorarsi ad un
certificato o “bollino” di presunta regolarità, ma bensì la
semplificazione degli adempimenti formali deve essere
la prima chiave di un rilancio
E’ giunto alla sua quarta
I migliori lavori di ricerca
partecipanti alle precedenti
partecipazione alla quarta
edizioni del master sono
fino al giorno 29 novembre
Il master universitario,
c oor d i na t o
(Cacucci, Bari, 2010) e
Tutta colpa del mobbing.
livello in “Prevenzione e
mobbing”
(Cacucci, Bari, 2013).
sviluppa in sinergia tra il
Giurisprudenza e la Facoltà
figure professionali in grado
e-mail: info@csddl.it
L’editrice di capitanata s.r.l., Foggia
Antonio De Simone, Maria
Mangiatordi, Maurantonio
Di Gioia, Domenico Di Pierro
di Bari ed è volto a formare
Reg. Tribunale Trani n. 14/06
Bollettino del Centro Studi
Supplemento al n. 2 Anno VIII de
delle patologie correlate. A
tal fine il corso, che si
pubblicazione il volume:
articola in 1.500 ore di
medico-legali, processuali e
giuslavoristici
eve ntu ali
con gli articoli redatti
dai diplomati al master
implica zioni
richiesta attività di ricerca
“Prevenzione e gestione
volta alla individuazione ed
scientifiche che supportino
Il mobbing: le conseguenze per lavoratori e aziende
La politica sull'uguaglianza di genere in Italia - Analisi approfondita per l...
Breve report dall’otto marzo 2013 all’otto marzo 2014 di uno sportello mobbin...
CAMERA DEI DEPUTATI N. 436 - PROPOSTA DI LEGGE PRESENTATA IL 21 MARZO 2013 As...
CORRIERE LAVORO – GENNAIO 2004 (IN DIECI ANNI LE COSE SONO SOLO PEGGIORATE!)
RESPONSABILITA' CIVILE E MOBBING
Rischi psicosociali in Italia ed in Europa: quali percorsi per la tutela dei ...