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Timestamp: 2018-08-16 23:48:40+00:00
Document Index: 185284248

Matched Legal Cases: ['art. 44', 'art. 7', 'sentenza ', 'art, 44', 'sentenza ', 'art. 30', 'art. 45', 'art 35', 'art. 35', 'art. 30']

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adottato, adozione, diritto alla famiglia, genitore non biologico, omosessualità, stepchild adoption
L’adozione in casi particolari è stata introdotta dalla Legge n. 184 del 1983 per tutelare il diritto del minore alla famiglia in situazioni che non avrebbero consentito di giungere all’adozione piena ma nelle quali, tuttavia, l’adozione rappresentava una soluzione opportuna ed auspicabile
La legge del 1983 prevede la tutela del minore con un sistema binario che privilegia in primis il diritto del medesimo ad essere allevato nella famiglia di origine che deve ricevere dalle istituzioni pubbliche il sostegno necessario in caso di difficoltà temporanea ad esempio con lo strumento dell’affido familiare. La famiglia “sostitutiva” con l’adozione piena presuppone che la famiglia di origine sia definitivamente non in grado di provvedere al minore.
L’art. 44 della legge sull’adozione precisa che i minori possono essere adottati anche quando non ricorrano i presupposti di cui all’art. 7, ovvero lo stato di abbandono dichiarato ai sensi di tale norma, nei casi specifici che di seguito elenca. lettera a: da persone legate da vincolo di parentela entro il sesto grado o da preesistente stabile rapporto, se orfano di padre e di madre; lettera b: dal coniuge nel caso in cui il minore sia figlio dell’altro coniuge, anche adottivo; lettera c; quando il minore sia portatore di handicap ai sensi della legge 104/1992, se orfano di padre e di madre; lettera d: quando via sia la constata impossibilità di un affidamento preadottivo.
L’adozione in casi particolari costituisce uno strumento di chiusura che intende realizzare il preminente interesse del minore ad essere accolto in una famiglia in ipotesi specifiche utilizzando a tale scopo uno strumento giuridico dotato di effetti più limitati.
L’adottato infatti diviene figlio adottivo dell’adottante, non interrompe i rapporti con la sua famiglia di origine e si limita ad aggiungere il cognome dell’adottante al proprio. L’adottante assume le responsabilità proprie del genitore: ha l’obbligo di provvedere al mantenimento, all’istruzione.
Sino al 2007, tale adozione era ammessa solo per le coppie sposate: successivamente il Tribunale per i minorenni di Milano prima e quello di Firenze poi, hanno esteso questa facoltà anche ai conviventi eterosessuali, ritenendo in questo caso che fosse interesse del minore che al rapporto affettivo fattuale corrispondesse anche un rapporto giuridico.
Ma cosa succede in caso di “unione civile” di cui alla legge 76/2016?
Com’è noto la “stepchild adoption” è stata cancellata dall’originario progetto di legge sulle unioni civili in quanto la legge 76/2016 garantisce alle coppie dello stesso sesso il diritto di ottenere il riconoscimento solenne e formale dell’unione e uno status analogo a quello coniugale. Le unioni civili, pur costituendo un istituto distinto dal matrimonio, condividono con il matrimonio i tratti essenziali, sia per quel che riguarda il momento costitutivo sia per quanto riguarda la relazione interpersonale e la rilevanza nei confronti dei terzi e della collettività.
Laddove il legislatore ha escluso l’adozione piena nel caso di unioni tra persone dello stesso sesso la Corte di cassazione con sentenza 12962/2016 ha aperto un varco pronunciandosi proprio sull’adozione del figlio del partner in copie omosessuali applicando proprio l’art, 44 legge 184/1983 non creando nuovo diritto ma offrendo una copertura giuridica ad una situazione di genitorialità instauratasi da tempo.
La prima Sezione Civile della Corte di Cassazione ha respinto il ricorso del procuratore generale e ha confermato la sentenza della Corte di Appello di Roma, con la quale è stata accolta la domanda di adozione di una minore (nata in Spagna con una procedura di procreazione medicalmente assistita eterologa) proposta dalla partner della madre, con lei convivente in modo stabile.
I giudici della Suprema Corte, nel confermare l’adozione della coppia di donne omosessuali, hanno affermato che questa “non determina in astratto un conflitto di interessi tra genitore biologico e il minore adottato, ma richiede che l’eventuale conflitto sia accertato in concreto dal giudice”. Secondo la Cassazione, inoltre, questa adozione “prescinde da un preesistente stato di abbandono del minore e può essere ammessa sempreché, alla luce di una rigorosa indagine di fatto svolta dal giudice, realizzi effettivamente il preminente interesse del minore”.
L’interesse dei bambini è una delle principali motivazioni addotte da chi è favorevole alla stepchild adoption: permettere l’adozione al genitore non biologico che svolge già il ruolo di genitore è il modo migliore per tutelare i figli delle coppie omosessuali.
La stepchild adoption, dunque, pur non essendo formalmente entrata nel nostro ordinamento, dalla porta principale con la legge delle unioni civili, è entrata comunque dalla finestra attraverso le sentenze dei giudici.
http://www.altalex.com/documents/leggi/2016/05/03/gazzetta-ufficiale-maggio-2016
bigenitorialità, comuni, conflittualità, infanzia, minori, registro
La legge numero 54/2006, attraverso l’articolo 337-ter del codice civile, ha introdotto il principio della bigenitorialità come diritto soggettivo del bambino e il conseguente affido condiviso, purtroppo ancora carente sul piano dell’attuazione.
Tale riforma ha finalmente consacrato nel nostro ordinamento la Convenzione sui diritti dell’infanzia, ratificata anche dall’Italia con legge 76/91 secondo la quale gli Stati si impegnano a
garantire il riconoscimento del principio secondo il quale entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione del fanciullo e il provvedere al suo sviluppo. Principio consarato anche nell’art. 30 comma 1 della nostra Costituzione.
Diversi Comuni italiani hanno adottato il “REGISTRO DELLA BIGENITORIALITA’ ” uno strumento che permetterà di fornire maggiore attenzione nei confronti delle persone e delle famiglie, ma soprattutto dei bambini e delle bambine, allo scopo di prevenire motivi di risentimento e ridurre la conflittualità, eliminando squilibri legati all’essere o meno genitore collocatario.
In sostanza in questo Registro dovrà essere annotato il domicilio di entrambi i genitori anche di quello non residente con il minore (che dovrà necessariamente ai sensi dell’art. 45 codice civile avere un’unica residenza). Tale Registro sarà messo a disposizione di tutti gli enti ed istituzioni per la trasmissione di comunicazioni inerenti i minori si pensi ad esempio alle comunicazione dell’istituto scolastico frequentato.
Si veda, a titolo esemplificativo, il Comune di Verona:
https://www.comune.verona.it/nqcontent.cfm?a_id=45782
709 ter cpc, affidamento congiunto, conflitti genitoriali, contributi, divorzio, mancato versamento, mantenimento, potestà genitoriale, risarcimento danno, sanzione
assegno divorzile, divorzio, indennità di fine rapporto, lavoro parasubordinato, lavoro subordinato, matrimonio, nozze, tfr, unione civile
art 35 dpr 394/2000, divieto, neonato, nome, pm
Recentemente si è letto sui giornali della vicenda di una coppia di genitori milanesi richiamati dal PM a distanza di oltre un anno dalla nascita della loro piccola, chiamata Blu, per modificarne il relativo nome ai sensi dell’art. 35 del Dpr 396/2000.
https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/milano-chiamano-la-figlia-blu-genitori-convocati-dal-pm
Sul punto occorre precisare che la citata legge stabilisce precisi divieti ai nomi che possono essere dati ai bambini nati nel nostro paese. Ecco tutti i limiti alla fantasia dei genitori imposti dalle nostre leggi.
Ecco gli otto tipi di nomi che in Italia sono vietati per legge:
1) Nomi del papà, della mamma o dei fratelli: per evitare confusioni tra le varie identità, in Italia un bambino non può avere lo stesso nome del padre, della madre, dei fratelli o delle sorelle viventi. Vietata, per esempio, una dicitura che è molto comune anche negli Stati Uniti o in Brasile: quella di avere lo stesso nome del papà con la dicitura ‘Junior’.
2) Cognome al posto del nome: anche qui, viene posto un limite per evitare equivoci di identità.
3) Nomi ridicoli: sono assolutamente vietati i nomi che rimandano a soprannomi o a ingiurie, handicap o disgrazie. La novità, rispetto agli anni passati, è che l’anagrafe può respingere l’abbinamento di nome e cognome che se combinati possono suscitare ilarità.
4) Nomi di personaggi storici: severamente vietate le combinazioni come ‘Adolf Hitler’, ‘Benito Mussolini’, ‘Josif Vissarionovich Stalin’ e ‘Osama Bin Laden’. Il motivo è che anche questi nomi potrebbero creare vergogna e derisione nel piccolo.
5) Nomi della letteratura: per lo stesso motivo dei personaggi storici, non è possibile chiamare i proprio figli ‘Conte Dracula’, ‘Madame Bovary’, ‘Moby Dick’ o ‘Grande Gatsby’. Questa interpretazione potrebbe essere estesa anche ai personaggi del cinema e non solo: potete anche chiamare i vostri figli ‘Erin Brockovich’, ‘Hannibal Lecter’, ‘Joey Tribbiani’, ‘Laura Palmer’, ‘Stanis Larochelle’ o ‘Walter White’, difficilmente l’anagrafe accetterà queste soluzioni.
6) Nomi di fantasia: ci sono dei limiti anche a questo, per evitare ad esempio che i bambini possano chiamarsi ‘Doraemon’, ‘Bender’, o ‘Pollon’.
7) Nomi non corrispondenti al sesso del bambino: ovviamente, è vietato dare un nome femminile ad un maschietto e viceversa. Fanno eccezione alcuni nomi ambivalenti: Andrea, che in altre lingue è utilizzato generalmente come nome di sesso femminile, è quello più comune in italiano.
8) Più di tre nomi: molti genitori, accanto al primo nome, vorrebbero omaggiare il ricordo dei loro parenti (solitamente i nonni o i bisnonni). Non va dimenticato però che è possibile dare al bambino un massimo di tre nomi: gli altri non avranno alcun valore legale.
assegno, autosufficienza economica, dovere di mantenimento, filgio maggiorenne, onere della prova
Niente esami niente assegno: lo ha stabilito la Corte di Cassazione n.1858 del 2016.
Il dovere di mantenere i figli, educarli e istruirli, spetta ad entrambi i genitori ex art. 30 Cost. e 147-148 C.C., tale onere, imposto dal legislatore, è molto ampio richiedendo ai genitori di far fronte alle molteplici esigenze che possono profilarsi nel corso della vita della prole, imponendo la predisposizione di una stabile organizzazione domestica finalizzata ad una adeguata formazione personale e al raggiungimento dell’autonomia nella vita sociale.
L’obbligo di mantenere la prole, valido anche in pendenza di separazione/divorzio tra i coniugi, non cessa con il raggiungimento della maggiore età del ragazzo, ma continua fin quando non riesca ad ottenere una adeguata autonomia economica.
Tale obbligo viene meno non con il mero raggiungimento del 18° anno di età, ma nel momento in cui il figlio, per colpa, non mette a frutto le occasioni di lavoro offertegli e, dunque, non riesce ad ottenere l’autonomia/autosufficienza economica.
E’ importante sottolineare che la valutazione del comportamento colposo o inerte del ragazzo deve essere valutata caso per caso, tenendo presente le aspirazioni, le capacità, il percorso scolastico, universitario e post-universitario del soggetto, nonché le condizioni del mercato del lavoro e le condizioni economiche della famiglia.
L’applicazione di tali principi però non può determinare il protrarsi, per i genitori, di un obbligo di mantenimento per i figli di qualsiasi età e, dunque, incentivare comportamenti “parassitari” dei figli. In particolar modo, la giurisprudenza ha delineato come sorta di soglia temporale di tale diritto, il rapporto con coetanei del ragazzo appartenenti allo stesso ambito socio-economico, verificando se questi abbiano o meno raggiunto una sistemazione stabile e duratura.
Quanto all’onere della prova, sussistendo una sorta di presunzione iuris tantum sulla non autosufficienza dei figli, spetterà al genitore obbligato provare che il figlio sia in grado si mantenersi autonomamente ovvero che non lo sia per sua colpa. Il coniuge richiedente, invece, dovrà soltanto provare l’esistenza di una continuativa convivenza.
È però importante sottolineare che, diversamente da quanto avviene per l’assegno di mantenimento per i figli minori, con riferimento al mantenimento per figli maggiorenni, la statuizione dell’assegno mensile nel giudizio di separazione è soggetto al principio della domanda. Quanto alla prova, sarà necessario provare la stabilità del lavoro e la raggiunta autosufficienza economica.
coppie miste, divorzio, espatrio, minore, rischio sottrazione, separazione