Source: https://www.iaic.it/contributi/tutela-del-pluralismo-nell-era-digitale-ruolo-e-responsabilita-degli-internet-service-provider/
Timestamp: 2020-05-30 05:32:05+00:00
Document Index: 182005280

Matched Legal Cases: ['art. 16', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 41', 'art. 1', 'sentenza ']

Tutela del pluralismo nell’era digitale: ruolo e responsabilità degli Internet service provider - IAIC
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La nozione di servizio di media audiovisivo indica, in prima battuta, un servizio “che è sotto la responsabilità editoriale di un fornitore di servizi media e il cui obiettivo principale è la fornitura di programmi al fine di informare, intrattenere o istruire il grande pubblico, attraverso reti di comunicazioni elettroniche” [27]. Due elementi caratterizzano così i servizi di media audiovisivi: la sussistenza di una responsabilità editoriale da parte del rispettivo fornitore e la funzione tipica di informazione, intrattenimento e istruzione. [28] Ebbene, non sembra potersi affermare che gli Internet service provider esercitino un controllo sui contenuti tale da generare una responsabilità editoriale. A ben vedere, anche le finalità tipiche dei servizi di media audiovisivi non sono proprie dei service provider, ma solo dei content provider. Vi è poi un secondo elemento, più esplicito, dal quale è possibile inferire come gli Internet service provider fossero originariamente estranei al Sistema integrato delle comunicazioni. La norma, infatti, dopo aver definito in positivo la nozione di servizio di media audiovisivo, ne precisa i confini attraverso l’esclusione di servizi diversi, fra cui quelli “prestati nell’esercizio di attività precipuamente non economiche e che non sono in concorrenza con la radiodiffusione televisiva, quali i siti Internet privati e i servizi consistenti nella fornitura o distribuzione di contenuti audiovisivi generati da utenti privati a fini di condivisione o di scambio nell’ambito di comunità di interesse”. Inoltre, la disposizione esclude altresì “i servizi nei quali il contenuto audiovisivo è meramente incidentale e non ne costituisce la finalità principale” e cita, a titolo esemplificativo, i motori di ricerca.
Una riflessione tanto più opportuna quanto più forte è la percezione della necessità –senz’altro innegabile- di un ripensamento dei connotati strutturali alla base del concetto di pluralismo in un ambito tecnologico come Internet. Tale riconsiderazione è intimamente connessa all’inadeguatezza della nozione di Sistema integrato delle comunicazioni fornita dalla legge Gasparri, che certamente scontava un’inevitabile obsolescenza per effetto degli avanzamenti tecnologici che negli ultimissimi tempi hanno fatto della rete il palcoscenico principale per la diffusione di contenuti, al punto da far emergere, nell’opinione della dottrina e delle corti, il convincimento che l’accesso a Internet integri ormai pienamente un diritto fondamentale [31]. In particolare, quest’opera di analisi non può prescindere dal considerare l’evoluzione del ruolo che gli Internet service provider, assoluti protagonisti del funzionamento della rete, hanno conosciuto nel corso dell’ultimo decennio, evoluzione che è possibile apprezzare, nella sua dimensione problematica, attraverso la giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea e delle corti italiane. Un commento delle più importanti decisioni in tema di responsabilità degli ISP – soprattutto nell’ambito di asserite violazioni del diritto d’autore, della privacy o di altri beni giuridicamente tutelati (l’onore e la reputazione, per esempio, nei casi di diffamazione online)- documenta come i giudici abbiano spesso faticato a qualificare il ruolo effettivamente esercitato dai provider di volta in volta interessati entro i limiti normativi che sono configurati dagli artt. 14, 15 e 16 del D. Lgs. 70/2003. Così pervenendo, infine, a compiere talora una forzatura del dato legislativo per coniare una nuova figura per così dire “ibrida”, diversa del mero provider passivo, l’hosting cosiddetto attivo, concepito come un provider non neutrale nella prestazione di servizi, così da attrarne la responsabilità in concorso con gli autori degli illeciti di volta in volta contestati. Ma che tale costruzione giurisprudenziale, a prescindere dalla sua tenuta, possa rappresentare un fattore che giustifichi l’inclusione nel SIC dei provider, è dato che oggi fa discutere. Ecco, allora, che la selezione della giurisprudenza rilevante qui proposta intende mettere in luce proprio quei casi in cui le caratteristiche delle (diverse) attività svolte dagli operatori sono parse orientare le corti a una qualificazione in un senso, piuttosto che nell’altro. Saranno così oggetto di indagine le decisioni sulla responsabilità dei provider, con speciale riguardo all’attività dei motori di ricerca e alla condivisione di contenuti audiovisivi mediante piattaforme video. Ciascuna area sarà esplorata con un approccio che unisca l’analisi della giurisprudenza interna con quella di altre esperienze giuridiche, che offrono un fondamentale parametro di riferimento.
4.2. L’attività dei portali User-Generated-Content. – Un altro versante sul quale è interessante misurare la responsabilità degli ISP è rappresentato dalle piattaforme offerte agli utenti per la condivisione di contenuti. In questo campo, infatti, si registrano forse le pronunce più interessanti, dove emergono gli sforzi profusi dalle corti per differenziare ovvero assimilare i fornitori di servizi ai produttori di contenuti. Tra il 2009 e il 2010, Tribunale di Roma è intervenuto nell’ambito di un contenzioso che opponeva la piattaforma YouTube e RTI. Quest’ultima asseriva una violazione dei propri diritti per effetto del caricamento sul portale, da parte degli utenti, di sequenze di una nota trasmissione televisiva di cui risultava licenziataria in via esclusiva. [42] Tanto in via cautelare quanto in sede di reclamo, il Tribunale accoglieva le doglianze di RTI, giudicando l’ISP responsabile in ragione della “non neutralità” del ruolo svolto nella sua qualità di hosting. Secondo il giudice, infatti, il provider risponde degli illeciti compiuti dagli utenti “quando non si limiti a fornire la connessione alla rete, ma eroghi servizi aggiuntivi […] e/o predisponga un controllo delle informazioni”. Quando eserciti, in sostanza, una sorta di responsabilità editoriale. Aggiungeva la corte che tale responsabilità sussiste a maggior ragione quando, nonostante le ripetute diffide e la consapevolezza circa la titolarità dell’opera, il provider non agisca di conseguenza, come nel caso di specie, continuando a trasmettere le sequenze e, addirittura, “programmandone e disciplinandone la visione”. Emerge in queste pronuncia, come del resto in altre, una pericolosa tendenza a non distinguere forse adeguatamente tra due fronti: il piano della responsabilità del provider fondata sull’esercizio, da parte dello stesso, di un’attività editoriale, che lo escluderebbe dalle esenzione di responsabilità, e quello della responsabilità che deriva dall’inerzia del provider quando ricorrano le condizioni in presenza delle quali l’art. 16 del d.lgs. 70/2003 rende doveroso un intervento dello stesso volto alla rimozione dei contenuti. Il primo profilo è, all’evidenza, quello che più rileva ai fini di questa indagine.
In altri casi, le corti nazionali hanno escluso l’applicabilità delle esenzioni di responsabilità nei confronti di provider al ricorrere di condizioni quali: – la predisposizione di un motore di ricerca che permetta agli utenti di inserire delle parole chiave; – l’indicizzazione e selezione di contenuti audiovisivi e la visualizzazione di “contenuti correlati”; – la previsione di una procedura di rimozione selettiva per la segnalazione di contenuti ritenuti illeciti dagli utenti; – il caricamento effettuato direttamente, da parte del provider, di alcuni contenuti. Risulta chiaro, dall’osservazione di questi trend, come l’obsolescenza del dato normativo, incapace ormai di tradurre in modo coerente la fisionomia degli operatori, costituisca un problema centrale, a fronte del quale gli sforzi delle corti hanno partorito alcuni risultati, apprezzabili sul piano pratico della risoluzione dei casi concreti, ma pur sempre parziali e precari finché non consolidati in un dato legislativo. Questi risultati, tuttavia, potrebbero tracciare la via per una corretta identificazione del perimetro dei soggetti e delle attività su cui ancorare la verifica del pluralismo. La distinzione tra produzione di contenuti e mera prestazione di servizi si atteggia infatti come un possibile criterio di sistema, al quale il legislatore non sembra aver aderito in occasione dell’ampliamento del SIC. Ma che forse dovrebbe rappresentare, nonostante le criticità ancora aperte che sono state descritte, il referente più adeguato per ogni misurazione del livello del pluralismo nel sistema delle comunicazioni.
3 Così l’art. 3, c. 5-bis, del d.l.. 18 maggio 2012, n. 63, convertito, con modif., nella l. 16 luglio 2012, n. 103: “All’articolo 43, comma 10, del testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici, di cui al decreto legislativo 31 luglio 2005, n. 177, dopo le parole: “dall’editoria elettronica e annuaristica anche per il tramite di internet” sono inserite le seguenti: “da pubblicità on line e sulle diverse piattaforme anche in forma diretta, incluse le risorse raccolte da motori di ricerca, da piattaforme sociali e di condivisione”.
4 Si vv., per citare alcuni scritti sul tema, F. DONATI, Il pluralismo informativo nello scenario della convergenza, in G. MORBIDELLI-F. DONATI (a cura di), Comunicazioni: verso il diritto della convergenza, 71 ss., Torino, 2003 e F. DONATI, Pluralismo e concorrenza nel sistema dell’informazione (considerazioni a margine del caso Seat- Telemontecarlo), in Il diritto delle radiodiffusioni e delle telecomunicazioni, 23 ss., 2001.
10 “1. L’Unione contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel rispetto delle loro diversità nazionali e regionali, evidenziando nel contempo il retaggio culturale comune. 2. L’azione dell’Unione è intesa ad incoraggiare la cooperazione tra Stati membri e, se necessario, ad appoggiare e ad integrare l’azione di questi ultimi nei seguenti settori: – miglioramento della conoscenza e della diffusione della cultura e della storia dei popoli europei, – conservazione e salvaguardia del patrimonio culturale di importanza europea, – scambi culturali non commerciali, – creazione artistica e letteraria, compreso il settore audiovisivo. 3. L’Unione e gli Stati membri favoriscono la cooperazione con i paesi terzi e le organizzazioni internazionali competenti in materia di cultura, in particolare con il Consiglio d’Europa. 4. L’Unione tiene conto degli aspetti culturali nell’azione che svolge a norma di altre disposizioni dei trattati, in particolare ai fini di rispettare e promuovere la diversità delle sue culture. 5. Per contribuire alla realizzazione degli obiettivi previsti dal presente articolo: – il Parlamento europeo e il Consiglio, deliberando secondo la procedura legislativa ordinaria e previa consultazione del Comitato delle regioni, adottano azioni di incentivazione, ad esclusione di qualsiasi armonizzazione delle disposizioni legislative e regolamentari degli Stati membri; – il Consiglio, su proposta della Commissione, adotta raccomandazioni”.
18 Dice, in particolare, la Consulta nella pronuncia 826/1988: “Compito specifico del servizio pubblico radiotelevisivo é di dar voce -attraverso un’informazione completa, obiettiva, imparziale ed equilibrata nelle sue diverse forme di espressione – a tutte, o al maggior numero possibile di opinioni, tendenze, correnti di pensiero politiche, sociali e culturali presenti nella società, onde agevolare la partecipazione dei cittadini allo sviluppo sociale e culturale del Paese, secondo i canoni di pluralismo interno. Ed ovviamente spetta al legislatore di provvedere a che il servizio pubblico disponga delle frequenze e delle fonti di finanziamento atte a consentirgli di assolvere i propri compiti. Per quanto riguarda l’emittenza radiotelevisiva privata si tratta di comporre il diritto all’informazione dei cittadini e le altre esigenze di rilievo costituzionale in materia con le libertà assicurate alle imprese principalmente dall’art. 21, oltre che dall’art. 41 Cost., in ragione delle quali il pluralismo interno e l’apertura alle varie voci presenti nella società incontra sicuramente dei limiti. Di qui la necessità di garantire, per l’emittenza privata, il massimo di pluralismo esterno, onde soddisfare, attraverso una pluralità di voci concorrenti, il diritto del cittadino all’informazione”.
29 E cioè i ricavi derivanti “dal finanziamento del servizio pubblico radiotelevisivo al netto dei diritti dell’erario, da pubblicità nazionale e locale anche in forma diretta, da televendite, da sponsorizzazioni, da attività di diffusione del prodotto realizzata al punto vendita con esclusione di azioni sui prezzi, da convenzioni con soggetti pubblici a carattere continuativo e da provvidenze pubbliche erogate direttamente ai soggetti esercenti le attività indicate all’articolo 2, comma 1, lettera s) da offerte televisive a pagamento, dagli abbonamenti e dalla vendita di quotidiani e periodici inclusi i prodotti librari e fonografici commercializzati in allegato, nonché dalle agenzie di stampa a carattere nazionale, dall’editoria elettronica e annuaristica anche per il tramite di internet, da pubblicità on linee sulle diverse piattaforme anche in forma diretta, incluse le risorse raccolte da motori di ricerca, da piattaforme sociali e di condivisione, e dalla utilizzazione delle opere cinematografiche nelle diverse forme di fruizione del pubblico”.
30 Vale a dire, ai sensi dell’art. 1, c. 6, lett. a), n. 5, i “soggetti destinatari di concessione ovvero di autorizzazione in base alla vigente normativa da parte dell’Autorità o delle amministrazioni competenti, le imprese concessionarie di pubblicità da trasmettere mediante impianti radiofonici o televisivi o da diffondere su giornali quotidiani o periodici, le imprese di produzione e distribuzione dei programmi radiofonici e televisivi, nonché le imprese editrici di giornali quotidiani, di periodici o riviste e le agenzie di stampa di carattere nazionale, nonché le imprese fornitrici di servizi telematici e di telecomunicazioni ivi compresa l’editoria elettronica e digitale; nel registro sono altresì censite le infrastrutture di diffusione operanti nel territorio nazionale”.
31 T.E. FROSINI, Il diritto costituzionale di accesso a Internet, in Rivista AIC, I, 2011; V. ZENO-ZENCOVICH, L’accesso alla rete come diritto fondamentale, Relazione al convegno “Il diritto dell’informazione tra regole antiche e nuovi media”, seminario di studi in memoria di Corso Bovio, Milano, 20 maggio 2010; S. RODOTÀ, Una Costituzione per internet?, in Politica del diritto, 2010, III, 337 ss.; P. COSTANZO, Miti e realtà dell’accesso ad Internet (una prospettiva costituzionalistica), in P. CARETTI (a cura di), L’informazione: il percorso di una libertà, Volume II, Passigli Editore, Firenze, 2012, 9 ss.; G. DE MINICO, Uguaglianza e accesso a Internet, in Forum di Quaderni Costituzionali, 6 marzo 2013; P. PASSAGLIA, Diritto di accesso ad Internet e giustizia costituzionale. Una (preliminare) indagine comparata), in M. PETRANGELO (a cura di), Il diritto di accesso ad internet, Atti della tavola rotonda svolta nell’ambito dell’IGF Italia 2010 – Roma, 30 Novembre 2010, ESI, Napoli, 2011, 59 ss. P. TANZARELLA, Accesso a internet: verso un nuovo diritto sociale?, in www.gruppodipisa.it, giugno 2012. Senza dimenticare la lungimirante e sempre attuale riflessione opera di V. FROSINI, L’orizzonte giuridico dell’Internet, in Il diritto dell’informazione e dell’informatica, 2000, II, 271 ss. In giurisprudenza, l’emersione del diritto di accesso alla rete è testimoniata soprattutto dalla pronuncia del Conseil constitutionnel del 10 giugno 2009, n. 2009-580 DC, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della originaria versione della Legge Hadopi, che prevedeva la possibilità di sanzionare gli utenti che avessero reiteratamente commesso violazioni del diritto d’autore mediante la rete Internet con il distacco della connessione, senza affidare il controllo del relativo procedimento all’autorità giurisdizionale, la cui traduzione in lingua italiana è rinvenibile in Il diritto dell’informazione e dell’informatica, 2009, III, 524 e ss., con nota di G. VOTANO, Internet fra diritto d’autore e libertà di comunicazione: il modello francese, 533 ss. Sullo stessa pronuncia si registrano altresì i commenti P. PASSAGLIA, L’accesso a Internet è un diritto (il Conseil Constitutionnel francese dichiara l’incostituzionalità di parte della c.d. “legge anti file-sharing”), in Il foro italiano, 2009, IV, 473 ss. ed E. BERTOLINI, La lotta al file sharing illegale e la “dottrina Sarkozy” nel quadro comparato: quali prospettive per libertà di espressione e privacy nella rete globale?, in Diritto pubblico comparato ed europeo, 2010, I, 74 ss. Si veda inoltre la sentenza della Sala Constitucional della Costa Rica del 30 luglio 2010, n. 12790.
35 Precisa il giudice che “le associazioni, tuttora visibili su Autocomplete e Ricerche Correlate, ai nomi dei ricorrenti […] dei termini setta e plagio di cui gli stessi si dolgono non costituiscono una frase di senso compiuto né una manifestazione di pensiero, né dunque ‘quello che Google pensa’, né un pensiero, né un pensiero attribuibile a Google, ma esclusivamente il risultato delle ricerche più popolari effettuate dagli utenti, ovvero la visualizzazione dei termini ricorrenti nelle pagine web incluse tra i risultati di ricerca di una determinata query, entrambi resi disponibili agli utenti come strumenti di aiuto alla ricerca”.
39 Secondo il Tribunale, dal momento che “l’associazione tra il nome del ricorrente e le parole ‘truffa’ e ‘truffatore’ è opera del software messo a punto appositamente e adottato da Google per ottimizzare l’accesso alla sua banca dati operando con le modalità […] volutamente individuate e prescelte per consentirne l’operatività allo scopo voluto […] non può che conseguirne la diretta addebitabilità alla società, a titolo di responsabilità extracontrattuale, degli eventuali effetti negativi che l’applicazione di tale sistema può determinare”.
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