Source: http://www.rivistadirittotributario.it/2019/07/24/diversi-modelli-crowdfunding-nellimposizione-sui-redditi/
Timestamp: 2019-08-24 19:03:44+00:00
Document Index: 84357564

Matched Legal Cases: ['art. 44', 'art. 26', 'art. 1', 'art. 26', 'art. 143', 'art. 44', 'art. 27', 'art. 26', 'art. 30', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 26', 'art. 100', 'art. 2468', 'art. 100', 'art. 27', 'art. 100', 'art. 87', 'art. 87']

I diversi modelli di crowdfunding nell’imposizione sui redditi
Di Samantha Buttus - 24 luglio 2019
1. Il crowdfunding, ovverosia la raccolta di capitali diffusa (sul tema, P. SANTIN, Il crowdfunding alla sfida delle qualificazioni fiscali, in Rass. trib., 2017, 688 ss., cui si rinvia per ampia bibliografia), è un fenomeno che, sviluppatosi spontaneamente grazie alle tecnologie che consentono di raggiungere un numero indefinito di soggetti, superando gli ordinari canali, ha assunto varie articolazioni, di tal che, proprio in considerazione delle diverse tipologie riscontrabili, per ciascuna di esse, dapprima si analizzerà per cenni la disciplina, peraltro eventuale, di “primo” livello, per poi individuare quella fiscale.
Tuttavia, posto che il legislatore non sembra essersi occupato troppo del fenomeno, forse non considerandolo tale da incidere sulle tradizionali categorie del diritto tributario dell’imposizione, in assenza di un’espressa disciplina si delineeranno comunque le implicazioni reddituali dei finanziamenti erogati secondo i diversi modelli.
2. Il lending based crowdfunding (E. MACCHIAVELLO, La problematica regolazione del lending-based crowdfunding in Italia, in Banca e Borsa, 2018, 63 ss.), ammesso e regolato dal Provvedimento di Banca d’Italia dell’8 novembre 2016, è “uno strumento attraverso il quale una pluralità di soggetti può richiedere a una pluralità di potenziali finanziatori, tramite piattaforme on line, fondi rimborsabili, per uso personale o per finanziare un progetto”.
Consentito anche alle s.r.l. per la raccolta di capitale di debito, permette di raggiungere una platea più vasta rispetto ai tradizionali sistemi di possibili finanziatori, i quali avranno non solo il diritto di vedersi rimborsare le somme prestate, ma altresì di percepire il frutto civile che tali somme maturano, ovverosia un interesse.
Questa è l’unica ipotesi di crowdfunding che il legislatore fiscale specificamente disciplina, ma come si osserverà, salvo un preciso profilo, si tratta di una disciplina solo chiarificatrice e non innovatrice.
Invero, la qualificazione dei proventi conseguiti dagli investitori quali redditi di capitale poteva farsi comunque derivare dalla nozione di tali redditi ricavabile dalla clausola residuale di cui alla lettera h), con cui si chiude l’elenco contenuto nell’art. 44 del tuir.
Tuttavia, a legislazione invariata, tali redditi, quand’anche percepiti da persone fisiche non esercenti attività d’impresa, in quanto interessi da mutuo, dovevano essere assoggettati ad una ritenuta alla fonte a titolo di acconto ex comma 5 dell’art. 26 del d.P.R. n. 600/73 e concorrere alla determinazione del reddito complessivo del soggetto passivo investitore, con conseguente imposizione sulla base delle ordinarie aliquote progressive dell’Irpef.
Con la legge finanziaria per il 2018 e, più precisamente, con l’art. 1, comma 43 della legge n. 205 del 2017, è stata inserita una nuova ipotesi nell’elenco del citato 44 del tuir.
Oggi, in base alla lettera d-bis), espressamente, sono redditi di capitale “i proventi derivanti da prestiti erogati per il tramite di piattaforme di prestiti per soggetti finanziatori non professionali (piattaforme di Peer to Peer Lending) gestite da società iscritte all’albo degli intermediari finanziari di cui all’articolo 106 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, di cui al decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385, o da istituti di pagamento rientranti nell’ambito di applicazione dell’articolo 114 del medesimo testo unico di cui al decreto legislativo n. 385 del 1993, autorizzati dalla Banca d’Italia”.
In parte qua, come anticipato, la norma è meramente ricognitiva.
Il profilo innovativo si rinviene nel successivo comma 44 della stessa legge n. 205/2017, ove si statuisce che “I gestori di cui alla lettera d-bis) del comma 1 dell’articolo 44 del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, introdotta dal comma 43, operano una ritenuta alla fonte a titolo di imposta sui redditi di capitale corrisposti a persone fisiche con l’aliquota prevista dall’articolo 26, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600”.
La ritenuta alla fonte del 26% (se il prenditore è un c.d. ente del Terzo settore, l’aliquota è del 12,50%; v. A. Uricchio – W. Spinapolice, La corsa ad ostacoli della web taxation, in Rass. trib., 2018, 451) che sono obbligate ad operare le piattaforme fintech ha natura di ritenuta a titolo d’imposta e realizza così, su tali interessi, una imposizione (sostitutiva) proporzionale, parificata a quella che avviene sugli interessi corrisposti da banche e Poste Italiane a persone fisiche (non imprenditori), ma discriminata rispetto a quella sugli interessi derivanti da mutui “ordinari” (si pensi, ad esempio, ad un finanziamento soci, i cui interessi verranno assoggettati ad una ritenuta alla fonte a titolo di acconto).
Invece, per gli imprenditori, le società di persone e i soggetti passivi Ires, gli interessi da lending, solo astrattamente redditi di capitale. ma in concreto elementi positivi del reddito d’impresa, saranno comunque assoggettati ad una ritenuta alla fonte a titolo d’acconto (art. 26, comma 4 del d.P.R. n. 600/73).
Pur nel silenzio del legislatore – e tralasciando, in questa sede, gli eventuali non secondari profili di territorialità – la commissione spettante alla piattaforma dovrebbe concorere ordinariamente alla determinazione della sua base imponibile, quale componente positiva di reddito.
3. Diversamente dal lending based crowdfunding, le altre fattispecie non comportano il diritto del finanziatore a vedersi restituita la somma erogata.
Non sussistendo vincoli normativi in relazione al soggetto proponente, possono farsi promotori di una campagna di raccolta fondi in crowdfunding nell’ambito degli altri modelli persone fisiche, imprenditori o meno, società ed enti commerciali, enti non commerciali.
In relazione a tali, diversi modelli non si rinvengono né una disciplina primaria, né una specifica normativa fiscale.
Purtuttavia, il fatto che il presupposto sia stato realizzato utilizzando una forma di crowdfunding non ha rilevanza ai fini della sua qualificazione e sussunzione nelle ordinarie norme impositive: i finanziamenti effettuati attraverso tali strumenti assumeranno rilevanza fiscale (distintamente, in capo ai proponenti, alle piattaforme e agli investitori) se corrispondenti alle fattispecie giuridiche disciplinate dal legislatore fiscale.
A seconda del soggetto proponente e della tipologia del progetto da finanziare, diverse saranno le conseguenze dal punto di vista dell’imposizione sui redditi.
Così, nel donation-based crowdfunding, dove a fronte dell’“investimento” non vi è alcuna ricompensa, dove cioè la somma erogata non matura alcun provento, per l’investitore l’operazione sarà fiscalmente irrilevante.
Quanto al proponente, se si tratti di un’impresa, la liberalità dovrà ritenersi imponibile al momento della percezione quale sopravvenienza attiva (che potrà anche essere imputata in quote costanti per un massimo di cinque esercizi); se, invece, si tratti di ente non commerciale, l’art. 143, comma 3, lett. a) del tuir ne esclude l’imponibilità.
Una variante, parzialmente remunerata, del donation-based è il reward based crowdfunding, ove è, appunto, prevista una ricompensa, seppur non in denaro (pre-purchase).
Tale modello si fonda sulla clausola “all or nothing”: se gli investimenti non soddisferanno il limite prestabilito, il progetto non si realizzerà, ma, in caso contrario, “nel momento in cui verrà raggiunta la soglia minima prevista per la realizzazione del progetto, i finanziatori perderanno il diritto di recuperare la somma erogata e acquisiranno il diritto di ricevere la ricompensa (i prototipi finanziati)” (così Ris. Ag. Entr. n. 137/2018. Contra, P. SANTIN, Il crowdfunding alla sfida delle qualificazioni fiscali, cit., 705, la quale ritiene, invece, che il finanziamento si debba comunque qualificare come mutuo).
Il reward based crowdfunding configurerebbe, così, una sorta di offerta al pubblico (di vendita) di cosa futura (sottoposta alla condizione risolutiva del mancato raggiungimento della soglia minima).
Ulteriore variante è costituita dal royalty based crowdfunding, modello in base al quale il finanziatore riceverà parte dei profitti – una sorta di royalty, appunto, per lo sfruttamento dell’opera che avrà concorso a finanziare.
Sembra possibile avvicinare l’istituto all’associazione in partecipazione, ma forse la fattispecie più prossima è quella della cointeressenza (2554 c.c.).
La royalty dovrà comunque qualificarsi come reddito di capitale ex art. 44, lett. f) del tuir, da assoggettare, se corrisposto a persone fisiche residenti, alla ritenuta del 26% ai sensi dell’art. 27 dpr n. 600 del 1973.
Il quadro delineato conferma quanto sostenuto in premessa, ossia l’irrilevanza, ai fini della realizzazione del presupposto, della pluralità di soggetti chiamati ad investire.
Del resto, l’imposizione, per copertura costituzionale del principio, è necessariamente personale: l’evenienza che un analogo presupposto sia realizzato da una massa di soggetti non incide sulla sua rilevanza giuridica con riguardo ad uno specifico singolo soggetto passivo.
4. La tipologia più interessante e più indagata dalla dottrina commerciale è l’equity crowdfunding, ovverosia la raccolta di capitale di rischio attraverso portali online che consentono a determinate società di collocare presso il pubblico le proprie partecipazioni, esulando dai canali ordinari.
Nel nostro ordinamento, tale modello è stato dapprima ammesso solo per le start up innovative (dall’art. 26, comma 5 del D.L. n. 179/2012, c.d. decreto crescita bis, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 221/2012, mentre il successivo art. 30 dello stesso provvedimento normativo ha inserito l’art. 100-ter del d.lgs. n. 58/1998, c.d. TUF), per poi venir via via esteso, fino a coinvolgere tutte le piccole e medie imprese (PMI).
La CONSOB ha ritenuto che la possibilità concessa alle start up innovative di collocare presso il pubblico le proprie partecipazioni attraverso portali online (possibilità preclusa alle s.r.l. ordinarie) dovesse venir specificamente disciplinata: il Regolamento sul crowdfunding, contenuto nella delibera Consob 26 giugno 2013, n. 18592, e aggiornato nel 2018, rappresenta una novità assoluta all’interno dell’Unione europea, mentre trova un omologo nel Jumpstart Our Business Start ups Act, anche noto come JOBS Act, varato dal Governo Obama il 5 aprile 2012 (M. COSSU, Nuovi modelli di s.r.l. nella legislazione italiana recente, in Banca e Borsa, 2015, 448 ss.).
Scopo di tale Regolamento è, essenzialmente, la tutela degli investitori non professionali, tanto che la raccolta deve avvenire tramite intermediari autorizzati.
Il D.L. n. 3/2015, convertito, con modificazioni, dalla l. n. 33/2015, incidendo sull’art. 100-ter del TUF, ha allargato l’istituto anche alle PMI innovative, agli OICR e alle altre società di capitali che investono prevalentemente in start up o PMI innovative.
Nel 2017, intervenendo sia sull’art. 26 del D.L. n. 179/2012, sia sull’art. 100-ter del TUF, il legislatore ha infine ammesso all’equity crowdfunding tutte le PMI, gli OICR e le altre società di capitali che investono prevalentemente in PMI, nonché le imprese sociali.
Per le s.r.l. ordinarie rimane il divieto stabilito dall’art. 2468, comma 1, c.c., per cui le partecipazioni non possono costituire oggetto di offerta al pubblico di prodotti finanziari.
La deroga, pur soggettivamente limitata, a tale divieto – prevista nell’art. 100-ter del TUF – ha implicato il problema della tipologia di azioni da collocare online, con tutti i conseguenti risvolti in punto di tutela della società e dei soci (sia vecchi che nuovi): attraverso l’equity crowdfunding possono modificarsi in modo meno “controllato” gli equilibri della compagine sociale. Sono, pertanto, previsti specifici obblighi di informazione a carico dell’intermediario e un diritto di recesso in favore degli investitori, diversi dai clienti professionali, nel caso in cui i soci di controllo cedano le proprie partecipazioni a terzi successivamente all’offerta.
Ma le logiche del diritto commerciale sono estranee a quelle del diritto tributario.
Se, infatti, per la dottrina giuscommercialistica la disciplina dell’equity crowdfunding è occasione per indagare le diverse posizioni dei sottoscrittori, ammettendosi quote societarie che conferiscono diritti diversi più limitati a certe categorie di soci (P. BENAZZO, Categorie di quote, diritti di voto e governance della “nuovissima” s.r.l.: quale ruolo e quale spazio per la disciplina azionaria nella s.r.l.-PMI aperta?, in Riv. Società, 2018, 1441 ss.), simili implicazioni rimangono neglette nel diritto tributario, ove, almeno de iure condito, l’unico profilo di rilievo è ancora solo il diritto patrimoniale che la titolarità della quota attribuisce al socio, a prescindere dalla limitazione degli altri diritti connessi alla partecipazione e rimanendo ininfluente anche la specifica forma di società di capitali prescelta. Del resto, il diritto tributario dell’imposizione è disciplina della costituzione ed esecuzione di obbligazioni patrimoniali in favore dell’amministrazione finanziaria.
5. Anche per quanto appena rilevato, non si rinvengono specifiche norme fiscali che disciplinino l’imposizione dei redditi in caso di raccolta di capitale di rischio tramite crowdfunding: gli investimenti effettuati attraverso portali online seguiranno la stessa disciplina fiscale prevista per gli investimenti effettuati attraverso i canali tradizionali.
Pertanto, gli utili derivanti dalla partecipazione societaria verranno assoggettati ad una ritenuta alla fonte del 26% ex art. 27 del dpr n. 600 del 1973 se percepiti al di fuori dall’impresa, mentre verranno assoggettati ad imposizione in misura parziale, nelle percentuali stabilite dagli artt. 59 e 89 del tuir, se la partecipazione sia detenuta come bene dell’impresa.
Non dovrebbe sollevare alcuno specifico problema il caso dell’intestazione intermediata della partecipazione, espressamente prevista e disciplinata dall’art. 100-ter, comma 2-bis del TUF (l’intermediario risulterà titolare della quota per conto di terzi, mentre il sottoscrittore rimarrà anonimo), posto che il reddito è di indubbia spettanza dell’investitore, il quale si legittima all’esercizio dei diritti sociali esibendo un’attestazione rilasciata dall’intermediario (cfr. M. CIAN, L’intestazione intermediata delle quote di s.r.l. PMI: rapporto societario, regime della circolazione, in Leggi civ. comm., 2018, 1260 ss.; N. DE LUCA, Crowdfunding e quote “dematerializzate” di s.r.l.? Prime considerazioni, in Leggi civ. comm., 2016, 1 ss.). Del resto, anche nell’ipotesi di intestazione fiduciaria non può dubitarsi della soggettività passiva del socio in relazione agli utili distribuiti (v. M. NUSSI L’imputazione del reddito nel diritto tributario, Padova, 1996, 559; sulla spettanza delle agevolazioni di cui si disquisirà infra in ipotesi di intestazione fiduciaria, Ris. n. 9/E/2015).
Il plusvalore maturato durante il possesso della partecipazione da parte della persona fisica non imprenditore darà luogo, al momento della cessione, ad un capital gain sussumibile nella categoria dei redditi diversi, che sconterà – salvo ipotesi particolari di partecipazione in società a regime fiscale privilegiato – l’imposizione sostitutiva del 26% attraverso una ritenuta alla fonte a titolo d’imposta.
Se la plusvalenza è maturata nell’ambito del reddito d’impresa, occorrerà verificare la sussistenza dei requisiti della c.d. PEX (art. 87 del tuir), con il problema della rilevanza della fase di start up nel computo del triennio per il requisito di cui alla lettera d) dello stesso art. 87.
A quest’ultimo proposito, e concludendo, si osserva che se per il diritto commerciale non è dubbio in tale fase l’esercizio di un’attività commerciale, non è così per l’Amministrazione finanziaria, la quale ha riconosciuto la computabilità di tale periodo ai fini del computo del triennio solo se alla fase di start up segua poi l’effettivo esercizio di attività commerciale, produttiva di reddito d’impresa (da ultimo, Ris. n. 2/2018; G. FERRANTI, L’Agenzia chiarisce ulteriormente la PEX per le società in fase di start up, in Corr. trib., 2018, 3123 ss.).