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Timestamp: 2019-05-20 22:33:53+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 155', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 155', 'art. 155', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 155', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 155', 'art. 122', 'art. 122']

Famiglia di fatto: alcune delle domande più frequenti dei conviventi |
Archive for the ‘avvocato separazione e divorzio cosa fare’ Category
May 9th, 2019 | Author: Patrizia D'Arcangelo
L’assegno di mantenimento che verso al mio ex coniuge è deducibile nella mia dichiarazione dei redditi?
L’assegno di mantenimento che ricevo dal mio ex coniuge va dichiarato nella mia dichiarazione del redditi? Verrà tassato?
Queste sono alcune delle domande che mi vengono più frequentemente poste dai miei clienti.
Andiamo a vedere le risposte che si rinvengono nel TUIR (Testo Unico delle Imposte sui Redditi).
Certamente l’assegno di mantenimento che viene periodicamente versato all’ex marito o all’ex moglie è deducibile.
Per essere più precisi: è sicuramente deducibile l’importo che viene specificamente indicato nel provvedimento giudiziario come assegno di mantenimento per il coniuge.
Non sono, invece, deducibili erogazioni di somme o valori pattuite tra i coniugi e che non confluiscono nel provvedimento giudiziario.
In buona sostanza: se, rispetto a quella indicata nel provvedimento giudiziario, si decide di dare una somma maggiore all’ex coniuge, quest’ultima non potrà essere dedotta.
Quando oltre all’assegno di mantenimento per l’ex coniuge si dispone altresì l’obbligo di contributo al mantenimento dei figli, sarà deducibile solo la somma espressamente indicata a favore dell’ex coniuge.
Nel caso in cui il provvedimento giudiziario non distingua tra la somma destinata al mantenimento dei figli e quella destinata al coniuge, sarà deducibile solo la metà dell’importo.
Così come l’ex coniuge erogante l’assegno di mantenimento può dedurre l’assegno di mantenimento, l’ex coniuge che riceve quell’assegno dovrà, invece, presentare quelle somme ai fini della tassazione. Infatti l’assegno di mantenimento periodico è considerato come reddito da lavoro dipendente.
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Il mantenimento del figlio maggiorenne: chi deve agire?
March 29th, 2011 | Author: Patrizia D'Arcangelo
Con la l. 8 febbraio 2006, n. 54 in tema di affidamento condiviso, è stato introdotto l’art. 155 quinquies c.c., il cui comma 1, in particolare, statuisce che «Il giudice, valutate le circostanze, può disporre in favore dei figli maggiorenni non indipendenti economicamente il pagamento di un assegno periodico. Tale assegno, salvo diversa determinazione del giudice, è versato direttamente all’avente diritto».
Va obiettivamente osservato che la succitata disposizione legislativa è da una parte positiva per aver inequivocabilmente attestato l’esistenza di un diritto al mantenimento del figlio che abbia raggiunto la maggiore, ma, da un altro punto di vista, ha originato alcuni contrasti di tipo processuale in seno alla dottrina ed alla giurisprudenza. In particolare, inizialmente, ci si è chiesti se esclusivamente al figlio maggiorenne vada riconosciuta la legittimazione ad agire contro il genitore inadempiente o se, diversamente, possa riconoscersi comunque una legittimazione concorrente tra il figlio maggiorenne e l’altro genitore convivente.
Oggi predomina certamente il secondo orientamento.
Al riguardo cito un’interessante sentenza del Tribunale di Modena resa il 27.1.2011:
“a) la pretesa di mantenimento del figlio maggiorenne si fonda sugli artt. 148 e 155 quinquies C.c., ed è oggetto di una domanda da proporsi nelle forme del giudizio ordinario di cognizione (cfr., di recente: Trib. Bari, I, 12/11/09, n. 3421. secondo cui: “è consentito al figlio di agire direttamente per gli alimenti nei confronti del genitore al di fuori del circuito delle modifiche camerali delle condizioni dì divorzio (ad esempio nel caso di raggiunta autonomia economica con perdita del diritto al mantenimento e di successiva perdita della medesima indipendenza e carne sopravvenute). Tuttavia l’obbligo alimentare è pacificamente considerato come un minus rispetto a quello di mantenimento, che costituisce una nozione più ampia la quale comprende l’aspetto abitativo, scolastico, sportivo, sanitario, sociale, l’assistenza morale e materiale, nonché l’opportuna predisposizione, fin quando le legittime esigenze dèi figli lo richiedano, di una stabile organizzazione domestica. Pertanto, se è documentata fa persistenza del più ampio obbligo di mantenimento in forza della mai modificata sentenza di divorzio, l’avente diritto, ove intenda conseguire il mantenimento od il suo semplice aggiornamento, deve agire nei confronti dell’obbligato ex art. 9 legge sul divorzio in sede camerale, in quanto, se invece intende ottenere gli alimenti al di fuori dell’anzidetto obbligo, incorrerà nella inammissibilità della domanda, essendo già concessogli il più ampio diritto al mantenimento con l’assegno stabilito in sede divorziale”);
b) l’art. 155 quinquies C.c., è, infatti, norma che non esclude il diritto del genitore convivente con prole maggiorenne non autosufficiente di continuare a percepire l’assegno di contributo al mantenimento, dal momento che la disposizione di natura sostanziale contenuta nella norma configura un’obbligazione alternativa che dà luogo, nella ricorrenza del presupposto necessario della convivenza, ad una legittimazione concorrente del genitore, che conserva la legittimazione a chiedere l’assegno nei confronti dell’altro genitore, legittimazione destinata però a venire meno qualora il figlio, non più inerte, richieda direttamente il pagamento dell’assegno; tuttavia la stessa norma, se pure ha introdotto la possibilità di emettere un provvedimento a favore di un terzo quando l’avente diritto non sia stato parte processuale del procedimento di separazione o di divorzio, e se ha l’ulteriore effetto di individuare come unico avente diritto – e dunque legittimato processuale in via ordinaria – il figlio maggiorenne non autosufficiente e non convivente con altro genitore, non assume la valenza procedurale di attribuire una legittimazione processuale autonoma nei processi di separazione e divorzio, nei quali viene stabilito il regime di contribuzione (cfr.: Trib. Modena, 17/10/07), e quindi nemmeno nei processi di revisione, nei quali detto regime viene modificato (cfr.: Trib. Modena, 27/10/09);
c) nel caso in cui, come nella specie, il figlio maggiorenne, già autosufficiente, perda la raggiunta autonomia e intenda svolgere pretese di mantenimento nei confronti di genitore con lui non convivente, è in prima persona l’unico legittimato attivo, non essendo la condizione di convivenza idonea a ripristinare in capo al genitore convivente con detto figlio maggiorenne la perduta legittimazione attiva, che persiste solo nel menzionato caso di perdurante convivenza con prole economicamente non autosufficiente; in proposito questo stesso organo ha in passato espresso l’orientamento secondo cui: “ai fini della richiesta di attribuzione o modificazione del contributo dopo il raggiungimento della maggiore età, l’elemento della coabitazione con il figlio divenuto ormai maggiorenne è necessario presupposto della legittimazione attiva del genitore” (cfr.: Trib. Modena, 5/9/07)”.
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March 18th, 2011 | Author: Patrizia D'Arcangelo
Di frequente capita che i coniugi, per motivi di carattere economico, decidano di convivere con i genitori dell’uno o dell’altro.
Altrettanto frequentemente capita che non si vada d’accordo con i suoceri con cui si condividono quotidianamente i medesimi spazi abitativi.
Ebbene, è giusto che una persona sia costretta a vivere con i suoceri con cui non va d’accordo?
Sulla questione è di recente intervenuta la Suprema Corte di Cassazione, la quale ha espresso il seguente principio di diritto: “L’allontanamento dalla casa familiare, senza il consenso dell’altro coniuge e confermato dal rifiuto di tornarvi, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale; conseguentemente è causa di addebitamento della separazione poiché porta all’impossibilità della coabitazione. Tuttavia, non sussiste tale violazione qualora risulti legittimato da una “giusta causa”, da ravvisare anche nei casi di frequenti litigi domestici della moglie con la suocera convivente e nel conseguente progressivo deterioramento dei rapporti tra gli stessi coniugi, e ciò anche in assenza di tradimento o di violenze da parte del marito” (Cass. Civ. n. 4540/2011).
In buona sostanza, la moglie può rifiutarsi di convivere con i suoceri qualora sussistano dei litigi frequenti che rendano intollerabile la convivenza.
Del resto non è francamente ammissibile che una moglie (come purtroppo spesso accade) debba subire una posizione di soggezione nei confronti della suocera convivente ed una totale emarginazione dalle decisioni e dall’ordinaria conduzione della famiglia.
In casi simili, pertanto, l’allontanamento della moglie dalla casa coniugale è legittimo e non può essere causa di addebito della separazione.
Concludo con un dato interessante da cui si possono trarre spunti di riflessione: si calcola che il 30% delle separazioni sia dovuto proprio all’ingerenza dei suoceri nella vita dei coniugi.
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March 17th, 2011 | Author: Patrizia D'Arcangelo
L’art. 155 sexies del codice civile recita testualmente: “Prima dell’emanazione, anche in via provvisoria, dei provvedimenti di cui all’articolo 155, il giudice può assumere, ad istanza di parte o d’ufficio, mezzi di prova. Il giudice dispone, inoltre, l’audizione del figlio minore che abbia compiuto gli anni dodici e anche di età inferiore ove capace di discernimento”
Sull’argomento e sull’obbligatorietà dell’ascolto dei minori è intervenuta la Cassazione a Sezioni Unite con sentenza n. 22238/2009, di cui pubblico di seguito un estratto:
“I minori che, ad avviso di questa Corte non possono considerarsi parti del procedimento (in tal senso sembra, sia pure con aperture, Cass. 10 ottobre 2003 n. 15145), sono stati esattamente ritenuti portatori di interessi contrapposti o diversi da quelli dei genitori, in sede di affidamento o di disciplina del diritto di visita del genitore non affidatario e, per tale profilo, qualificati parti in senso sostanziale (così C. Cost. 30 gennaio 2002 n. 1).
Costituisce quindi violazione del principio del contraddittorio e dei principi del giusto processo il mancato ascolto dei minori oggetto di causa, censurato in questa sede, nella quale emergono chiari gli interessi rilevanti dei minori che sono in gioco nella vertenza e avrebbero resa necessaria la loro audizione (sul rilievo di tali interessi per la denuncia del vizio processuale del mancato ascolto dei minori cfr. Cass. 12 giugno 2007 n. 13761 e 18 giugno 2005 n. 13173, non rilevando i principi di insindacabilità della decisione di non procedere all’ascolto dei minori, in caso di potenziale dannosità di essa per i soggetti non sentiti, di cui a Cass. 27 luglio 2007 n. 16753, in difetto di qualsiasi pronuncia dei giudici di merito in tal senso).
L’audizione dei minori che, nel procedimento per il mancato illecito rientro nella originaria residenza abituale, non è imposta per legge, in ragione del carattere urgente e meramente ripristinatorio della situazione di tale procedura (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e 19 dicembre 2003 n. 19544), anche in tale procedura si è però ritenuta in genere opportuna, se possibile (Cass. 4 aprile 2007 n. 8481 e la citata n. 15145 del 2003).
Tale audizione era prevista dall’art. 12 della Convenzione sui diritti del fanciullo di New York del 1991 che ritiene sussistere, in caso di riconoscimento della capacità di discernimento del minore, il diritto di questo “di esprimere liberamente la sua opinione su ogni questione che lo interessa”, dandogli la possibilità “di essere ascoltato in ogni procedura giudiziaria o amministrativa che lo riguarda”.
In base a tale norma sovranazionale l’ascolto dei minori oggetto del procedimento nelle opposizioni allo stato di adottabilità si è ritenuto di regola necessario (Cass. 9 giugno 2005 n. 12168, 26 novembre 2004 n. 22235, 21 marzo 2003 n. 4124, 16 luglio 2000 n. 9802, tutte al seguito di Cass. 13 luglio 1997 n. 9802).
L’audizione dei minori nelle procedure giudiziarie che li riguardano e in ordine al loro affidamento ai genitori è divenuta comunque obbligatoria con l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo sullo esercizio dei diritti del fanciullo del 1996, ratificata con la legge n. 77 del 2003 (Cass. 16 aprile 2007 n. 9094 e 18 marzo 2006 n. 6081), per cui ad essa deve procedersi, salvo che possa arrecare danno al minore stesso, come risulta dal testo della norma sovranazionale e dalla giurisprudenza di questa Corte (la citata Cass. n. 16753 del 2007).
La citata Convenzione di Strasburgo prevede che ogni decisione relativa ai minori indichi le fonti di informazioni da cui ha tratto le conclusioni che giustificano il provvedimento adottato anche in forma di decreto, nel quale deve tenersi conto della opinione espressa dai minori, previa informazione a costoro delle istanze dei genitori nei loro riguardi e consultandoli personalmente sulle eventuali statuizioni da emettere, salvo che l’ascolto o l’audizione siano dannosi per gli interessi superiori dei minori stessi (in tal senso Cass. ord. 26 aprile 2007 n. 9094 e la giurisprudenza sopra richiamata)”.
In conclusione, sostiene la Suprema Corte, in base all’art. 6 della Convenzione di Strasburgo, ratificata dalla legge n. 77 del 2003 e dell’art. 155 sexies c.c., introdotto dalla L. 8 febbraio 2006, n. 54, si deve “ritenere necessaria l’audizione del minore del cui affidamento deve disporsi, salvo che tale ascolto possa essere in contrasto con i suoi interessi fondamentali e dovendosi motivare l’eventuale assenza di discernimento dei minori che possa giustificarne l’omesso ascolto” .
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Separazioni dei coniugi e spese straordinarie: alcuni casi pratici
February 22nd, 2011 | Author: Patrizia D'Arcangelo
Dopo aver già trattato l’argomento qui, torno sul controverso tema del rimborso delle spese straordinarie in tema di separazione dei coniugi per pubblicare qualche caso pratico.
Con sentenza n. 82 del 2 febbraio 2010, il Tribunale di Piacenza ha ritenuto che non fossero rimborsabili le seguenti spese:
i premi pagati per la polizza RCA i premi pagati per la polizza RCA, per le riparazioni all’auto e per l’acquisto di carburante, essendo l’auto intestata alla madre e non essendovi prova che sia il figlio a farne uso; le spese documentate da meri scontrini dai quali non emerge la tipologia dell’acquisto o la riferibilità dello stesso figlio; le spese per abbigliamento, in quanto estranee alla nozione di spesa straordinaria; la spesa per la frequenza a un club, trattandosi di spesa voluttuaria, che, come tale, andava concordata tra i coniugi; la spesa di euro 1.699 per l’acquisto di un computer. In relazione a tale ultima spesa il Tribunale di Piacenza ha precisato che “pur se, in quanto tale, l’acquisto di un computer deve ritenersi scelta ragionevole ed addirittura più che utile alle esigenze di uno studente; è invece del tutto irragionevole l’entità di tale spesa, essendo dato di comune esperienza che un buon p.c. può essere acquistato con poche centinaia di euro. La spesa di euro 1.700 per un computer, in ragione della sua entità rispetto al bene acquistato, avrebbe quindi dovuto essere concordata tra i coniugi”.
Il Tribunale di Piacenza ha invece accordato il rimborso, trattandosi effettivamente di spese straordinarie relativamente alle quali vi era prova di pagamento delle seguenti spese: le spese relative all’iscrizione in palestra ed allo svolgimento di attività sportiva; le spese relative all’acquisto di testi universitari; le spese relative alla pensione completa ed al servizio di ombrellone in spiaggia, usufruiti presso un hotel nel periodo estivo.
Il Tribunale Monza, con sentenza n. 295 del 25 gennaio 2010 ha precisato che devono intendersi spese straordinarie scolastiche le seguenti spese: tasse scolastiche ed universitarie, rette, gite scolastiche, materiale didattico e libri di testo.
Con sentenza del 14 maggio 2007, il Tribunale di Como ha ritenuto che non fossero spese straordinarie rimborsabili le spese relative alla retta scolastica di un Istituto Superiore Privato. Il Tribunale ha invero affermato che tali spese “non possono definirsi “straordinarie” in senso logico-giuridico, poiché attengono ad esborsi ricorrenti su base annua nonché del tutto prevedibili sia nell’an sia nel quantum una volta che si faccia la scelta di iscrivere il minore ad un istituto di istruzione privato ; la natura privata dell’ente non rende ovviamente ” straordinaria ” la prestazione da esso resa la quale attiene all’obbligo legale della istruzione, e alla scelta genitoriale di assolvere detto obbligo rivolgendosi ad un soggetto di provata esperienza nel campo educativo e didattico; d’altro canto dette spese non possono ritenersi neppure “ordinarie” nel senso del riferimento all’ordinario mantenimento dei due minori: se così fosse, infatti, esse sarebbe state prese in considerazione ai fini della quantificazione dell’assegno mensile di mantenimento a carico del padre, il che invece certamente non è avvenuto”.
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Separazione dei coniugi:come si determina l’assegno di mantenimento dei figli?
February 19th, 2011 | Author: Patrizia D'Arcangelo
Il codice civile sancisce che, salvo accordi diversi liberamente sottoscritti dalle parti, ciascuno dei genitori debba provvedere al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito, dovendo il giudice stabilire, ove necessario, la corresponsione di un assegno periodico al fine di realizzare il principio di proporzionalità, da determinare considerando: 1) le attuali esigenze del figlio; 2) il tenore di vita goduto dal figlio in costanza di convivenza con entrambi i genitori; 3) i tempi di permanenza presso ciascun genitore; 4) le risorse economiche di entrambi i genitori; 5) la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore.
Ai fini della determinazione della misura e delle modalità di contribuzione al mantenimento dovuto dai genitori in favore dei figli, le risorse economiche di entrambi vanno determinate con riferimento al loro complesso patrimoniale, costituito, oltre che dai redditi di lavoro o autonomo, da ogni altra forma di reddito o utilità, quali il valore dei beni mobili o immobili posseduti, o il prezzo ricavabile dall’alienazione di tali beni che, opportunamente reinvestito, potrebbe produrre nuovi profitti suscettibili di valutazione, risultando peraltro allo stato del tutto insufficienti le emergenze istruttorie al riguardo;
L’assegnazione, ed il conseguente uso, della casa familiare ad alcuno dei coniugi, ex art. 155 quater c.c., costituisce, considerato anche il titolo di proprietà, utilità valutabile ai fini della regolazione dei rapporti economici fra i genitori, in misura pari al risparmio di spesa che occorrerebbe sostenere per godere dell’immobile a titolo di locazione, dovendosi quindi di ciò tener conto per accertare la consistenza patrimoniale di ciascun coniuge ai fini della determinazione dell’ assegno di mantenimento.
Da oggi pubblicherò periodicamente alcuni esempi che vi aiuteranno certamente a comprendere meglio come vengono determinati gli assegni di mantenimento dei figli in sede di separazione personale dei coniugi.
Iniziamo con la recentissima Ordinanza Presidenziale, resa dal Tribunale Salerno in data 15 febbraio 2011 (11518/09 R.G.)
Alla luce delle risultanze istruttorie, il reddito annuo del marito è stato stimato presuntivamente in euro 30.000,00 (per redditi da lavoro autonomo e da impresa, e per utilità ritraibili dai beni mobili e immobili posseduti, salvi i necessari approfondimenti delle insufficienti indagini tributarie espletate) mentre in euro 0 è stato stimato il reddito annuo della moglie.
In euro 400,00 mensili sono state stimate le spese per ciascuno dei figli compatibili con la situazione economica della famiglia, tenuto conto del tenore di vita goduto dai minori in costanza di convivenza con entrambi i genitori; è stata poi stimata in euro 400,00 per ciascuno dei figli la valenza economica dei compiti domestici e di cura quotidiana dei minori; in euro 800,00 il totale della somma idealmente impiegata ogni mese per ciascuno dei figli; così determinandosi, anche alla luce dei tempi di permanenza dei figli presso ciascun genitore, in euro 400,00 (800,00: 2= 400) per ciascuno dei figli l’ assegno mensile che il marito corrisponderà alla moglie, con la quale prevalentemente risiederanno i figli per sopperire in via indiretta alle esigenze di mantenimento, cura, istruzione ed educazione degli stessi.
Il Tribunale ha quindi determinato in €uro 400,00 mensili l’entità del mantenimento dovuto in favore della moglie (in quanto priva di adeguati redditi propri, tenendosi conto dello squilibrio reddituale esistente tra i coniugi ed al fine di garantirle un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio).
Il Tribunale ha poi determinato in euro 800,00, da adeguarsi agli Indici ISTAT (ovvero euro 400,00 a figlio) l’assegno mensile che il marito corrisponderà alla moglie a titolo di concorso al mantenimento dei due figli.
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Annullamento del matrimonio per malattia del coniuge
February 7th, 2011 | Author: Patrizia D'Arcangelo
L’art. 122 cod. civ. elenca tassativamente le ipotesi in cui il matrimonio può essere impugnato.
Il terzo comma della succitata norma dispone, tra l’altro, che il matrimonio è annullabile dal coniuge che aveva prestato il proprio consenso ignorando l’esistenza di una malattia fisica o psichica dell’altro coniuge.
La possibilità di impugnare il matrimonio per tale motivo è quindi subordinata alla sussistenza delle seguenti condizioni:
1) esistenza della malattia prima del matrimonio;
2) non conoscenza dell’esistenza della malattia da parte del coniuge che richieda l’annullamento;
3) rilevanza dell’affezione ai fino dello svolgimento della vita matrimoniale;
4) influenza determinante sul consenso della non conoscenza dell’esistenza dell’infermità.
Le circostanze di cui ai punti 1,2 e 4 devono essere dimostrate dal coniuge che impugna il matrimonio, mentre dovere del Giudice è quello di accertare rilevanza dell’infermità ai fini di un normale svolgimento della vita familiare (v. Cass. Civ. n. 3671/1998).
Per malattie fisiche si intendono quelle che si presentano anche se non inemendabili almeno come durevoli nel tempo. Si tratta di malattie tanto acquisite che congenite. Non è necessario che siano contagiose per il coniuge ed i figli o ripugnanti. E’ infatti sufficiente che impediscano il normale svolgimento della vita coniugale (malattie veneree, AIDS, sclerosi multipla, epilessia, morbo di Parkinson, forme infettive gravi, dermatiti).
Per malattie psichiche si intendono invece tutte le turbe di non passeggere che ostacolano una normale vita di relazione psicoaffettiva (psicopatie, schizofrenia, psicosi, stati tossici dipendenti da alcool o da stupefacenti o da medicine).
Può trattarsi di malattia anche non cronica, purché non del tutto transitoria, che, indipendentemente dalla sua gravità, incida però sullo svolgimento della vita coniugale.
E’ bene precisare che l’art. 122 C.c. non richiede che l’infermità sia clinicamente conclamata prima del matrimonio, ipotesi questa che la renderebbe riconoscibile probabilmente all’uomo medio, ma che sia esistente, sia pure allo stato di sintomi o episodi prodromici, ciò perché solo la malattia insorta completamente dopo il matrimonio ne esclude l’annullamento in base al generale principio di solidarietà che deve connotare nel bene e nel male la valida unione coniugale (Cass. Civ. n. 12431/2001).
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January 24th, 2011 | Author: Patrizia D'Arcangelo
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