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Timestamp: 2017-08-21 02:52:14+00:00
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Minacce a Saviano, un solo condannato: vittoria a metà | francesco servino
Minacce a Saviano, un solo condannato: vittoria a metà
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Condannato l’avvocato Michele Santoanastaso, per minacce aggravate dalla finalità mafiosa, ma assolti i “mandanti” Francesco Bidognetti e Antonio Iovine per non aver commesso il fatto: è una sentenza “a metà” quella che riguarda le minacce allo scrittore di Gomorra, Roberto Saviano, e alla senatrice del PD Rosaria Capacchione, fatte per conto dei clan della camorra. Una cosa “tipicamente italiana, a metà e senza coraggio” secondo Saviano, che negli ultimi anni ha sempre avuto “la sensazione che i clan non avessero contro la parte più più forte del paese, ma solo “una parte”, quella migliore“.
Saviano ha atteso sei lunghi anni la sentenza, emessa dalla terza sezione del Tribunale di Napoli presieduta da Aldo Eposito: al termine, lo scrittore ha ringraziato tutti quelli che, anche virtualmente, gli hanno fatto sentire la propria vicinanza.
Il processo si riferiva a quanto accaduto nel 2008 nell’aula bunker di Poggioreale, dove si celebrava l’udienza di appello Spartacus che vedeva imputati decine di capi e gregari della cosca. L’avvocato Santoanastaso, in quell’occasione, lesse una lettera firmata da Bidognetti e Iovine (all’epoca latitante) con la quale chiedeva il trasferimento del processo in un’altra sede perchè i giudici avrebbero subito l’influenza “negativa” dei magistrati antimafia Federico Cafiero de Raho e Raffaele Cantone e degli scritti di Roberto Saviano e Rosaria Capacchione: per inquirenti e investigatori si trattava di una grave forma di intimidazione che portò al rafforzamento della protezione di Saviano e alla concessione della scorta alla senatrice. La sentenza ha attribuito de facto la paternità dell’intimidazione al solo avvocato Santoanastaso.
“È una vittoria a metà. Le minacce camorriste sono state riconosciute come fatte dall’avvocato Santonastaso nell’interesse del clan. I boss casalesi, guappi di cartone, che si sono nascosti dietro il loro avvocato, sono stati assolti“: questo il commento a caldo, su facebook, dello scrittore.
Accolte solo parzialmente le richieste avanzate dalla procura antimafia: un anno di reclusione con pena sospesa all’avvocato Michele Santoanastaso, che dovrà risarcire i danni a Roberto Saviano, a Rosaria Capacchione e all’Ordine dei Giornalisti della Campania. Sul banco erano finiti quattro imputati: Francesco Bidognetti (collegato in videoconferenza da un carcere di massima sicurezza), il pentito Antonio Iovine e gli avvocati Michele Santoanastaso e Carmine D’Aniello.
Secondo il pm antimafia Cesare Sirignano, rappresentante della pubblica accusa, indicare il nome di uno scrittore in una lettera scritta dai boss significa condannarlo a morte. Ma Saviano è ancora vivo e continua a scrivere contro quell’alleanza grigia di imprenditori, avvocati e giornalisti, perchè la penna, si sa, può ferire più della spada, può assestare dei colpi micidiali, peggio di mille sentenze, facendo crollare come un castello di sabbia tutti i miti, i castelli di carta costruiti da quei criminali che hanno il peso incancellabile sulla coscienza di tanti morti innocenti e della distruzione di tante vite.
La sentenza potrebbe essere un primo passo verso la libertà tanto anelata dallo scrittore, che potrebbe finalmente giungere ad avere una vita nuova, normale. Ma proprio perchè “l’Italia è un Paese complicato” l’impressione è che la lotta alle mafie non sia una priorità perchè ad oggi non c’è una sola forza politica che ne abbia fatto cavallo di battaglia. Addirittura un certo fervore qualunquista e populista dilagante porta ad attaccare con una faciloneria ingiustificabile quegli stessi giornalisti che, “fatto storico” secondo l’ex sostituto procuratore della Dda di Napoli Antonello Ardituro – colui che aveva chiesto la condanna a 1 anno e 6 mesi per Bidognetti, Santoanastaso e D’Aniello e l’assoluzione per Iovine per insufficienza di prove – vengono minacciati dall’avvocato nel processo “al fine di favorire i clan“.
Perplesso sulla sentenza il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, Raffaele Cantone: “Credo che i giudici non abbiano avuto la prova certa che di quell’atto compiuto dall’avvocato fossero a conoscenza gli altri soggetti. Sarebbe stato condannato solo l’avvocato, in ogni caso con l’aggravante dell’articolo 7, il che significherebbe che quella minaccia sarebbe comunque stata fatta per favorire un clan. Ma nello stesso tempo i due capi clan sono stati assolti. Mi chiedo il perchè dell’articolo 7, cioè in che modo quell’atto compiuto da un soggetto esterno poteva aiutare il clan se i capi clan sono stati assolti“.
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