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Timestamp: 2018-08-20 08:24:28+00:00
Document Index: 69308726

Matched Legal Cases: ['art. 23', 'art. 23', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 42', 'art. 132', 'art. 17', 'sentenza ']

L’art. 23 della manovra "Salva Italia".
L’art. 23 del decreto legge “Salva Italia” n. 201/2011, convertito con modificazioni con legge n. 214/2011, affronta – tra le altre cose – l’annosa questione legata ai costi di funzionamento degli enti provinciali.
A dieci anni dalla riforma del Titolo V della Costituzione: un bilancio fallimentare.
Perché oggi le Regioni sembrerebbero aver perso quell’appeal e quel livello di fiducia da parte dei cittadini che aveva stimolato l’intenso dibattito filo-regionalista negli anni 80-90?
Per rispondere a questa domanda, ritengo imprescindibile muovere da un dato storico che rappresenta la base di tutti i possibili discorsi sul regionalismo, ma che troppo spesso suole passare in secondo piano: mi riferisco alla pietra miliare delle autonomie, l’art. 5 della Costituzione, attraverso il quale i Costituenti hanno inteso collocare il pluralismo istituzionale tra i principi più alti della Carta costituzionale.
Indubbiamente, il teorico di tale impianto è Don Luigi Sturzo (prima ancora che Gaspare Ambrosini), probabilmente il primo ad avere considerato la Regione quale strumento indispensabile per incrementare il livello di libertà dei cittadini, nonché quale mezzo di democratizzazione delle istituzioni.
La discutibile sentenza impedisce di fatto la creazione di nuove Regioni
Con la recente sentenza n. 278 del 2011, la Corte costituzionale sembra aver posto la parola fine con riguardo alla possibilità di creare nuove Regioni seguendo il procedimento di cui all’art. 132, co. 1, Cost.
Con ordinanza del 2 febbraio 2011, l’Ufficio Centrale per il referendum sollevava questione di legittimità costituzionale dell’art. 42, co. 2, della legge 25 maggio 1970, n. 352, affermando che detta disposizione avrebbe aggiunto una serie di presupposti (vale a dire, le deliberazioni di tutti i Consigli provinciali e comunali delle Province e dei Comuni di cui si chiede il distacco) non previsti dall’art. 132, co. 1 della Costituzione. Quest’ultima norma, infatti, si limiterebbe a statuire che la richiesta di referendum deve provenire esclusivamente da «tanti Consigli comunali che rappresentino almeno un terzo delle popolazioni interessate».
Libertà di riunione e libertà di associazione nella Costituzione.
Nell’ambito dei rapporti civili (artt. 13-28 Cost.), assumono particolare rilievo le libertà di cui agli artt. 17 e 18 della Costituzione: vale a dire, la libertà di riunione e quella di associazione.
Quando si parla di riunione (art. 17 Cost.), si intende la compresenza volontaria di più persone nello stesso luogo in vista di uno scopo comune (per esempio un comizio o un corteo), mancando il quale dovrebbe parlarsi di un semplice assembramento o agglomerato.
La condizione che la Carta costituzionale pone per il diritto di riunione è che essa si svolga “pacificamente e senz’armi”. È chiaro che la norma mira a tutelare l’ordine pubblico in senso materiale, ossia la sicurezza e l’incolumità delle persone e delle cose. La riunione perderebbe invece il suo carattere pacifico nel caso in cui trascendesse in disordini o violenze e, in tali ipotesi, la forza pubblica sarebbe chiamata a intervenire e a ordinarne lo scioglimento.
Libertà matrimoniale e unioni omosessuali
La Corte – giustamente – boccia il matrimonio tra persone dello stesso sesso
Con la recente sentenza n. 138 del 2010, la Corte costituzionale ha affrontato la delicata questione dei matrimoni omosessuali, chiarendo una volta per tutte che la Carta fondamentale conferisce al matrimonio un’identità specifica che può subire evoluzioni, ma mai trasformazioni. Per essere più precisi, il giudice delle leggi è fermamente convinto che la normativa italiana in materia di matrimonio non possa nella sostanza considerarsi discriminatoria.
A seguito di questa pronuncia, l’Italia resta dunque ancora al palo sul riconoscimento delle unioni civili rispetto ad altri Paesi europei, come la Spagna, il Belgio, l'Olanda, la Norvegia o, ancora, il Portogallo. Per non parlare della Svezia, dove alle persone dello stesso sesso è addirittura aperta la strada dell'altare.
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