Source: https://www.laleggepertutti.it/257479_soldi-in-piu-sul-conto-la-banca-puo-chiederne-la-restituzione
Timestamp: 2019-08-21 04:41:10+00:00
Document Index: 185443502

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Arricchimento senza causa: l’istituto di credito può chiedere la restituzione delle somme erroneamente versate sul conto corrente del cliente?
Quando si dice un «esempio scolastico» ci si riferisce a un caso di fantasia, di solito difficile da verificarsi nella pratica, ma utile a comprendere una regola astratta. Sono quei classici quesiti paradossali tipo “La lega animali potrebbe denunciare il cacciatore di Cappuccetto Rosso per aver ucciso il lupo?”. Il caso che ci apprestiamo a raccontare potrebbe essere anch’esso definito un caso scolastico: la banca che, per errore, accredita sul conto del proprio cliente una somma maggiore del dovuto. Proprio la banca additata da tutti come usuraria e responsabile del fallimento degli imprenditori. Beh, se la sentenza della Cassazione che stiamo per commentare non avesse avuto origine proprio da una vicenda reale, facile sarebbe pensare che si tratta di uno scherzo. Ma può succedere – di rado, è vero – che l’istituto di credito sbagli i conti a proprio danno. Immaginiamo dunque questa scena. Una persona investe un bel gruzzoletto in titoli d’investimento. Al momento di riscuotere l’investimento, sul suo conto corrente vengono accreditati dei soldi in più, frutto di una svista del funzionario di turno. Il cliente spende il denaro per i propri bisogni. Dopo un anno, però, la filiale gli comunica l’errore e vuole indietro la differenza. La banca può chiedere la restituzione dei soldi in più sul conto? Ecco come ha ragionato la Cassazione in tale circostanza [1].
Come in ogni buona causa, bisogna prima sentire le ragioni delle due parti. Vediamo dunque le difese sostenute dai rispettivi avvocati.
1 Soldi in più sul conto: argomenti a favore del cliente
2 Soldi in più sul conto: argomenti a favore della banca
3 La banca ha diritto a ripetere le somme illegittimamente versate al correntista?
Soldi in più sul conto: argomenti a favore del cliente
Innanzitutto l’errore nella contabilizzazione è della banca e non del correntista. Avendo quest’ultimo speso tutti i soldi che gli erano stati accreditati, anche volendo non è più in grado di restituirli. Imporgli lo storno delle somme versate in eccesso significherebbe mettere in ginocchio un’impresa o una famiglia. Non può ricadere sul cliente, insomma, l’onere di riparare agli sbagli della propria banca. In più, c’è una norma del codice civile [2] in base alla quale, nei rapporti di conto corrente, se nessuna delle due parti (istituto di credito e correntista) contesta espressamente l’estratto conto entro sei mesi, le partite di “dare” ed “avere” si intendono accettate e non è più possibile sollevare impugnazioni neanche davanti al giudice. Dunque la banca, non avendo agito nei termini, non ha diritto a chiedere il rimborso.
Soldi in più sul conto: argomenti a favore della banca
Il cliente si è arricchito ingiustamente, ossia senza una valida causa che trovasse fondamento in un contratto o una sentenza del giudice. Anche il codice civile prevede la possibilità di impugnare un contratto concluso per errore scusabile; tanto più ciò deve essere possibile quando vengono accreditati dei soldi a cui non si ha diritto. Quanto alla norma del codice civile, questa non esclude la possibilità di contestare gli accrediti o gli addebiti privi di alcun fondamento anche dopo la scadenza del termine per l’opposizione all’estratto conto.
La banca ha diritto a ripetere le somme illegittimamente versate al correntista?
Vediamo ora come ha deciso la Cassazione. Ti devo innanzitutto premettere che la soluzione non è così scontata come potrebbe sembrare. Tant’è vero che sia in primo che in secondo grado, il cliente ha vinto il giudizio. Davanti alla Suprema Corte, però, le sorti si sono rovesciate. Ecco le giustificazioni che hanno portato i giudici del “terzo grado” a dare ragione (ancora una volta) all’istituto di credito.
L’approvazione dell’estratto conto, anche se tacita, «non ha l’effetto di rendere incontestabile la spettanza della somma oggetto di annotazione in conto» giacché impedisce unicamente di sollevare contestazioni riguardo la «verità storica» dei dati riportati nel conto. Le parti però restano ugualmente libere di sollevare contestazioni ed eccezioni fondate su ragioni sostanziali attinenti alla legittimità, in relazione alla causa, dell’inclusione o dell’eliminazione di partite del conto. Detto in parole comuni e più volgari la sintesi del discorso è che, se dei soldi non sono dovuti vanno sempre restituiti. E ciò però vale anche a favore del cliente nell’ipotesi in cui la banca gli abbia addebitato degli interessi usurari o antagonistici.
Nel caso di specie la partita la vince l’istituto di credito che, dopo aver erroneamente accreditato una somma maggiore sul conto del correntista, può chiedere la «ripetizione dell’indebito» (ossia la restituzione) per ingiustificato arricchimento.
[1] Cass. ord. n. 30000/18 del 30.11.2018.
[2] Art. 1832 cod. civ.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 9 ottobre – 20 novembre 2018, n. 30000
Presidente Scaldaferri – Relatore Falabella
1. – Con atto di citazione notificato il 28 novembre 2013 G.M. e M.M.T. evocavano in giudizio Banca Esperia s.p.a. innanzi al Tribunale di Torino chiedendo di accertare l’inesistenza dell’affermato diritto della banca di esigere da loro la restituzione dell’importo di Euro 39.193,13, o quello minore di Euro 33.685,27, nonché i relativi accessori, in via subordinata chiedevano dichiarare tenuta la banca a rifondere l’importo di Euro 18.798,94, nonché di rideterminare i rapporti di dare e avere tra le parti, tenendo conto di versamenti effettuati per Euro 5.507,86. Sostenevano di essere clienti del predetto istituto di credito e di aver acquistato, per tutelare il capitale investito in azioni, opzioni put allo scopo di ottenere un compenso per il caso di ribassi dei titoli; nel settembre 2011 la banca aveva accreditato sul conto corrente di essi istanti la somma di Euro 43.499,80 “a titolo di guadagno sulle opzioni acquistate” nel precedente mese di maggio; a distanza di due anni la banca aveva poi affermato di aver erroneamente accreditato ai correntisti un importo superiore a quello agli stessi dovuto con riferimento alle predette opzioni.
Nella resistenza della convenuta, che proponeva domande di ripetizione dell’indebito e di ingiustificato arricchimento, il Tribunale di Torino accoglieva la domanda di accertamento negativo proposta dagli attori e respingeva le riconvenzionali.
2. – Interposto gravame, la Corte di appello di Torino, con la sentenza del 17 maggio 2017, disattendeva l’impugnazione spiegata dalla banca, rilevando come l’accredito operato da quest’ultima non potesse essere posto in discussione, giusta l’art. 1832 c.c..
3. – Contro la predetta sentenza ricorre per cassazione Banca Esperia, che fa valere un unico motivo. Resistono con controricorso G. e M. .
1. – Con l’unico motivo di ricorso si deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1832, 1827, 1857, 2033, 2041, 1430 e 1431 c.c., dell’art. 1, comma 2, lettere da a) a j), e comma 3, e dell’art. 23, comma 5, d.lgs. n. 58/1998. La censura investe l’affermazione, contenuta nella sentenza impugnata, per cui la mancata contestazione degli estratti conto, da parte della banca, avrebbe precluso la proposizione della eccezione della stessa vertente sull’erroneità dell’accreditamento oggetto di causa. Secondo la ricorrente, infatti, l’approvazione tacita del correntista ex art. 1832 c.c. non poteva determinare l’irretrattabilità della questione concernente l’assenza (parziale) della causa giuridica dell’accreditamento posto in atto da essa banca in favore della controparte. Né d’altro canto, ad avviso dell’istante, avrebbe potuto sostenersi che la propria deduzione concernente l’erroneità di una parte dell’accreditamento fosse preclusa per il sol fatto che nella circostanza si faceva questione della quantificazione dell’importo da accreditarsi, e non dell’assoluta impossibilità di darvi corso.
È consolidato il principio per cui ai sensi dell’art. 1832 c.c., la mancata contestazione dell’estratto conto e la connessa implicita approvazione delle operazioni in esso annotate riguardano gli accrediti e gli addebiti considerati nella loro realtà effettuale, nonché la verità contabile, storica e di fatto delle operazioni annotate (con conseguente decadenza delle parti dalla facoltà di proporre eccezioni relative ad esse), ma non impediscono la formulazione di censure concernenti la validità ed efficacia dei rapporti obbligatori sottostanti (per tutte: Cass. 17 novembre 2016, n. 23421; Cass. 26 maggio 2011, n. 11626; Cass. 14 febbraio 2011, n. 3574, secondo cui l’approvazione tacita dell’estratto conto ha la funzione di certificare la verità storica dei dati riportati nel conto, ivi compresa l’esistenza degli ordini e delle disposizioni del correntista, menzionati nel conto stesso come causali di determinate annotazioni di debito). Tutto ciò significa che l’approvazione tacita del conto non impedisce di sollevare contestazioni che siano fondate su ragioni sostanziali attinenti alla legittimità, in relazione al titolo giuridico, dell’inclusione o dell’eliminazione di partite del conto corrente (Cass. 18 maggio 2006, n. 11749).
Come precisato da questa Corte, deve infatti ritenersi che l’approvazione dell’estratto conto – per quel che riguarda i cosiddetti aspetti sostanziali, restando invece disciplinati dal secondo comma dell’art. 1832 quelli formali – abbia la funzione di rendere incontestabile in giudizio la verità storica dei dati riportati nel conto, ivi compresa l’esistenza degli ordini e delle disposizioni del correntista nel conto stesso menzionate come causale di determinate annotazioni di addebito, lasciando aperta la possibilità di porre in questione la portata ed il significato giuridico di quei fatti (Cass. 15 giugno 1995, n. 6736, in motivazione).
Nella fattispecie dedotta in giudizio si dibatte della quantificazione dell’importo che doveva accreditarsi agli odierni controricorrenti quale guadagno maturato in forza di operazioni in derivati (opzioni put) precedentemente poste in essere: si legge nella sentenza impugnata che la banca aveva infatti sostenuto di aver omesso di defalcare “il valore di chiusura dell’indice sottostante alle opzioni e cioè di aver accreditato il puro prezzo di esercizio delle opzioni anziché il differenziale fra tale prezzo e il valore di chiusura dell’indice sottostante”.
Come è evidente, allora, l’approvazione ex art. 1832 c.c., da parte della banca, non ha avuto l’effetto di rendere incontestabile la spettanza della somma oggetto di annotazione in conto, giacché la controversia non ha investito la verità storica dell’operazione di accreditamento (che è, in sé, del tutto pacifica), quanto il dato della mancata spettanza di una parte della somma attribuita ai controricorrenti (e ciò per effetto dell’asserito errore in cui l’odierna istante sarebbe incorsa allorquando procedette alla contabilizzazione delle somme dovute agli investitori). In altri termini, ciò di cui si controverte è la conformità o meno dell’attuata liquidazione degli strumenti finanziari allo statuto che ne disciplinava il rendimento: sicché, in definitiva, la contestazione concerne l’insussistenza del titolo giuridico posto a fondamento dell’accreditamento operato in favore dei correntisti (o meglio: l’assenza del titolo che potesse giustificare una parte di tale accreditamento).
3. – La sentenza va dunque cassata con rinvio della causa alla Corte di appello di Torino, cui è pure demandato di statuire sulle spese del giudizio di legittimità.
Il giudice del rinvio dovrà conformarsi al seguente principio di diritto: “Nel contratto di conto corrente, l’approvazione anche tacita dell’estratto conto, ai sensi dell’art. 1832, comma 1, c.c., non impedisce di sollevare contestazioni ed eccezioni che siano fondate su ragioni sostanziali attinenti alla legittimità, in relazione al titolo giuridico, dell’inclusione o dell’eliminazione di partite del conto”.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa al Corte di appello di Torino, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.