Source: http://scuolaincomune.it/index.php/2017/02/07/anci-parere-sui-decreti-de-la-buona-scuola/
Timestamp: 2018-07-20 22:07:21+00:00
Document Index: 24178792

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art.13', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 15', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 17']

[ANCI] Parere sui decreti de “La buona scuola” – Scuola in Comune
[ANCI] Parere sui decreti de “La buona scuola”
7 febbraio 2017 di Redazione·0 commenti
Documento ANCI 7 febbraio 2017
sui profili attuativi della legge n. 107 del 2015
– Formazione iniziale e reclutamento docenti scuola secondaria (A.G. 377)
– Inclusione scolastica degli alunni con disabilità (A.G. 378)
– Revisione dei percorsi dell’istruzione professionale (A.G. 379)
– Sistema integrato di educazione e istruzione 0-6 (A.G. 380)
– Diritto allo studio (A.G. 381)
– Promozione della cultura umanistica e della creatività (A.G. 381)
– Scuola italiana all’estero (A.G. 382)
– Valutazione competenze nel primo ciclo e esame di stato (A.G. 382)
L’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani ha apprezzato, in più occasioni, la rinnovata attenzione che è stata dedicata alla scuola nella corrente legislatura e non ha mancato, anche in occasioni recenti, di prendere atto positivamente dei finanziamenti stanziati negli ultimi anni per l’edilizia scolastica e per le misure ad essi correlate, quali l’esclusione dal patto per tali tipologie di spesa. Solo a titolo di collaborazione interistituzionale, abbiamo spesso evidenziato come percorsi burocratici molto lenti abbiamo, in alcuni casi, rischiato di compromettere l’efficacia ai provvedimenti adottati.
Qualcosa di simile possiamo segnalare anche per i provvedimenti delegati della legge 107/2015. Troppi mesi sono trascorsi senza che prendesse avvio l’indispensabile confronto e per troppo tempo i testi degli dei decreti sono rimasti chiusi nelle stanze ministeriali.
Questi testi sono poi usciti l’ultimo giorno antecedente la scadenza della delega, quando sono stati approvati in prima lettura e così inviati alle commissioni parlamentari competenti e alla Conferenza Unificata. Pochi mesi prima le incisioni avvenute con la legge 26 maggio 2016, n. 89 (dove i “livelli essenziali delle prestazioni” per il sistema zero sei sono diventati “raggiungimento dei fabbisogni standard”, con tutte le ambiguità che tale espressione comporta) e le recisioni sancite dalla Corte Costituzionale con la sentenza 21 dicembre 2016, n. 284 (che ha ritenuto illegittima la definizione a livello centrale degli “standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia a livello nazionale”).
La lettura dei testi, in particolare quelli che s’intrecciano con le competenze degli enti locali, restituisce l’impressione che, almeno in alcune parti, si sia operato in modo affrettato e senza sviluppare gli approfondimenti che sarebbero stati necessari per declinare coerentemente con gli indirizzi della legge delega.
Oltre a questo si rileva la carenza di una programmazione di stanziamenti che, pur con la dovuta gradualità, avrebbe permesso di stabilire tempi e scadenze per alcuni obiettivi per i quali non è sufficiente enunciare i principi ispiratori e indicare le linee di tendenza che si intendono seguire.
Ferme restando le prime specifiche osservazioni dei Comuni, contenute nei testi, ci impegnano a produrre, in tempi brevi, proposte emendative e facciamo appello affinché siano rese disponibili tutte le sedi di confronto che si ritengono indispensabili per apportare le correzioni e i miglioramenti ai testi e non vanificare un’importante occasione per operare il riordino e i mutamenti di cui il sistema scolastico ha obiettiva necessità.
(ATTO DEL GOVERNO 377)
L’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, valutato che il decreto non ha attinenze con le competenze dei Comuni, non ritiene dover esprimere osservazioni.
(ATTO DEL GOVERNO 378)
Schema di decreto legislativo recante norme per la promozione dell’inclusione scolastica degli studenti con disabilità.
La legge delega impartisce, in materia d’inclusione scolastica, numerosi indirizzi e criteri cui attenersi nella stesura del decreto delegato. Molti di questi sono rivolti direttamente a materie di diretta ed esclusiva competenza del Ministero dell’Istruzione (ridefinizione del ruolo del personale docente di sostegno, revisione dei criteri di inserimento nei ruoli al fine di garantire la continuità, una specifica formazione per dirigenti, docenti, amministrativi e ausiliari, etc) sulle quali l’Anci ritiene non doversi esprimere, mentre altre indicazioni investono questioni che impattano direttamente o indirettamente sulle competenze degli enti locali. Su queste ultime si sofferma il presente contributo.
Si deve innanzitutto rilevare che lo schema di decreto non definisce i “livelli essenziali delle prestazioni scolastiche, sanitarie e sociali” necessari per garantire uniformi prestazioni sul territorio nazionale, ma si limita, prevalentemente, a una ricognizione dei servizi e delle competenze per come già definiti nelle normative vigenti e, in minima parte, a incisioni su materie di competenza del Ministero dell’Istruzione.
Nel riepilogare le competenze degli enti locali, all’art. 3 comma 4 e comma 5, lett. a), il decreto inserisce, tra le competenze degli enti locali, un “assistenza educativa” che non trova alcuna corrispondenza nella, pur citata norma di riferimento.
In particolare, all’art. 3, comma 4, lo schema di decreto effettua un corretto rinvio a quanto stabilito dall’art. 13, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in relazione alla “assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con handicap fisici i sensoriali”, di competenza degli enti locali.
Nel sancire la necessità della definizione uniforme dei profili professionali del personale che fornisce tale assistenza, il comma introduce anche una “assistenza educativa” che non trova alcun riscontro nella vigente normativa sull’inclusione degli alunni disabili e che può creare confusione e incertezza in relazione al fatto che, per come stabilito dallo stesso citato art. 13 della l. 104/1992, le attività di sostegno educativo sono garantite dalla scuola “mediante l’assegnazione di docenti di sostegno” e non dagli enti locali.
Si rende quindi necessario, per evitare ogni indeterminatezza normativa in questo fondamentale quanto delicato settore d’intervento, togliere, dal comma, le parole “all’assistenza educativa e”.
E’ inoltre necessario, pur sempre allo scopo di evitare ogni indeterminatezza normativa, sostituire, anche le parole “assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale” con le parole “assistenza specialistica per l’autonomia e la comunicazione personale”.
Il comma in questione infatti si riferisce correttamente a quanto stabilito dall’art. 13, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, in relazione alla “assistenza per l’autonomia e la comunicazione personale degli alunni con handicap fisici i sensoriali”, di competenza degli enti locali. Tale previsione normativa, tuttavia, risale a quando gli enti locali fornivano alla scuola il personale ausiliario (bidelli) che aveva nel proprio mansionario, e svolgevano, le funzioni di assistenza di base agli alunni disabili.
Con la legge 3 maggio 1999, n. 124 il personale in questione è stato trasferito dai ruoli degli enti locali ai ruoli dello Stato, congiuntamente alle relative funzioni (custodia e pulizia degli edifici; vigilanza e assistenza di base agli alunni). Da allora, come ampiamente illustrato e motivato dalla circolare del Ministero dell’Università e della Ricerca 30 novembre 2001, n. 3390, “l’assistenza di base, di competenza della scuola, va intesa come il primo segmento della più articolata assistenza all’autonomia e alla comunicazione personale prevista dall’art.13, comma 3, della legge 104/92”.
Le suddette due rettifiche si rendono necessarie anche all’art. 3, comma 5, lettera a) dello schema di decreto dove, nuovamente, si parla di “assistenza educativa” di competenza dell’ente locale e di “assistenza per l’autonomia e la comunicazione” senza inserire il concetto di “assistenza specialistica”.
La definizione dei profili professionali del personale dedicato all’ assistenza per l’autonomia e la comunicazione deve essere oggetto d’intesa in Conferenza Unificata, stante le competenze degli enti locali in materia, e non solo in Conferenza Stato Regioni, come stabilito erroneamente dall’art. 3, comma 4 dello schema di decreto.
All’art. 3, comma 3, lett. e) dello schema di decreto è previsto che lo Stato, per il tramite dell’amministrazione scolastica, provveda alla costituzioni delle sezioni di scuola dell’infanzia e delle classi prime (di ogni grado) in modo da consentire la presenza di non più di 22 alunni ove siano presenti studenti con disabilità certificata.
Tale previsione appare contraddittoria con una disposizione previgente, ovvero l’art. 5, comma 2, del decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 2009, n, 81, secondo il quale “Le classi iniziali delle scuole ed istituti di ogni ordine e grado, ivi comprese le sezioni di scuola dell’infanzia, che accolgono alunni con disabilità sono costituite, di norma, con non più di 20 alunni, purché sia esplicitata e motivata la necessità di tale consistenza numerica, in rapporto alle esigenze formative degli alunni disabili, e purché il progetto articolato di integrazione definisca espressamente le strategie e le metodologie adottate dai docenti della classe, dall’insegnante di sostegno, o da altro personale operante nella scuola”.
All’art. 8 dello schema di decreto è disposta l’abolizione degli organismi precedentemente previsti dall’art. 15 della legge 104/1992 e l’introduzione di un nuovo organismo denominato GIT (gruppo inclusione territoriale) nel quale non è prevista la partecipazione di un rappresentante degli enti locali e delle aziende sanitarie. Si ritiene che l’articolo dovrebbe essere emendato in tal senso ai fini di permettere la programmazione coordinata dei servizi scolastici, sanitari e socio assistenziali.
Come per gli altri schemi di decreti attuativi della delega di cui alla legge 105/2015, si pone il problema delle risorse in quanto appare ben difficile stabilire livelli essenziali di prestazioni che dovranno essere garantite su tutto il territorio nazionale senza quantificare il fabbisogno finanziario e stanziare, anche gradualmente, le risorse necessarie.
(ATTO DEL GOVERNO 379)
SISTEMA INTEGRATO DI EDUCAZIONE E ISTRUZIONE 0-6
(ATTO DEL GOVERNO 380)
Lo schema di decreto legislativo intende dare attuazione all’articolo 1, commi 180 e 181, lettera e), della legge 13 luglio 2015, n. 107, recante “Riforma del sistema nazionale di istruzione e formazione e delega per il riordino delle disposizioni legislative vigenti” ed in particolare alla delega al Governo per istituire il Sistema integrato di educazione e istruzione dalla nascita fino a sei anni di età, composto dai servizi educativi per l’infanzia e dalle scuole dell’infanzia.
Dall’esame del testo, l’ANCI non può che rilevare come lo schema di decreto rappresenti un oggettivo arretramento rispetto al disegno di legge 1260/2015 e alle Bozze del decreto rese disponibili negli ultimi mesi del 2016 e discusse nell’ambito della Commissione Istruzione. Ciò, dando comunque atto che il Decreto rappresenta, finalmente dopo decenni di latitanza, un’iniziativa di grande valore culturale e pedagogico che vuol riconoscere su tutto il territorio nazionale il fondamento educativo e l’urgenza dei servizi per l’infanzia per tutta una serie di finalità che il Decreto mette bene in evidenza, affermando la necessaria e competente collaborazione dei Comuni e delle Regioni, nella prospettiva di un welfare dall’offerta diversificata e a carattere pubblico destinato , in modo più esteso ed efficace, ai primi anni di vita delle nuove generazioni e alle loro famiglie.
Un impegno pubblico sul versante dei servizi educativi e scolastici per l’infanzia si dimostra più che mai necessario in un contesto di crisi economica e sociale che comporta un rischio crescente di aumento delle disuguaglianze tra i cittadini e di un indebolimento delle tutele e dei processi di coesione e di inclusione sociale, che comportano un aumento della povertà e del disagio infantile.
Quel che manca nel Decreto è l’assunzione di un passo più deciso e meglio definito in termini di risorse e di scadenze verso le finalità e gli obiettivi che si propone. E infatti, al di là delle intenzioni, il dato di fondo che si evidenzia nel Decreto è l’assenza di un termine temporale entro cui portare a compimento la creazione del Sistema integrato, riguardo tanto ai suoi obiettivi strategici di tipo quantitativo (dar risposta al 33% dei bambini sotto i tre anni di età e alla totalità dei bambini tra i tre e i sei anni, la presenza dei servizi educativi per l’infanzia nel 75% dei Comuni), quanto di quelli ad essi collegati (stabilizzazione delle sezioni primavera, esclusione dei servizi educativi per l’infanzia dai servizi a domanda individuale, superamento dei cosiddetti anticipi di iscrizione alle scuole dell’infanzia).
Il fatto che l’istituzione del Sistema integrato venga svincolata da una programmazione temporale certa e sia affidata ad una progressività delle risorse finanziarie e umane disponibili, peraltro anch’essa non individuata e stabilita, induce un elemento di forte incertezza rispetto al conseguimento degli obiettivi in tempi accettabili che il Governo ritiene importanti e urgenti.
A questo proposito va tenuto conto dei ritardi accumulati nel raggiungimento della quota del 33% dei bambini accolti nei servizi educativi per l’infanzia, che era prevista a livello europeo entro l’anno 2010. Una percentuale, questa, che rappresenta sotto il profilo delle risorse finanziarie ed organizzative l’impegno più rilevante di tutto il Decreto.
Un impegno realizzativo rispetto al quale risulta inadeguato il Fondo di 672 milioni indicato per il triennio 2017-2010, il quale va destinato tanto all’ampliamento e consolidamento dei servizi 0-3 anni, alla infrastrutturazione del Sistema integrato per la sua qualificazione e governance (coordinamento pedagogico, formazione in servizio, autorizzazioni e accreditamenti, monitoraggio), quanto alla generalizzazione della frequenza nella scuola dell’infanzia, un obiettivo vicino alla realizzazione in conseguenza soprattutto del persistente calo delle nascite.
La qualificazione del Sistema dei servizi educativi e scolastici richiede anche una maggior attenzione a tutte quelle misure che possono promuovere il benessere psicofisico del personale impiegato nell’impegnativo compito, anche usurante se svolto per molti anni, di prendersi cura dell’educazione e formazione dei bambini e delle bambine. Nel Decreto non è fatto cenno a questo che dovrebbe costituire un obiettivo di non secondaria importanza.
Nel Decreto non compare più la definizione degli standard strutturali, organizzativi e qualitativi da inserire nella regolamentazione statale di indirizzo per le Regioni, in seguito alla sentenza della Corte Costituzionale. Una sentenza indotta in particolare dalla sostituzione del termine “Livelli essenziali delle prestazioni”, originariamente definiti nel testo della Buona Scuola (comma 181, art.1 L. 107/2015), con “Obiettivi strategici” del Sistema che non presuppongono l’universalità del diritto.
Questo pone un problema di omogeneità e di coerenza degli standard a livello nazionale, che le Regioni possono, ci si augura, risolvere coordinandosi per condividere e adottare normative uniformi. Di certo il carattere nazionale del Sistema non ne esce, al momento, rafforzato.
Rispetto alla finalità del Sistema di favorire la conciliazione tra i tempi e le tipologie di lavoro dei genitori e la cura dei bambini, manca nel Decreto una specificazione che è necessaria per qualificare in positivo l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia: si tratta del tema della sostenibilità dei costi di gestione da parte dei Comuni e del privato sociale, spesso in partnership, e, di conseguenza, la sostenibilità della compartecipazione economica da parte delle famiglie.
Il problema, infatti, non è soltanto l’ampliamento della platea dei servizi, ma anche il consolidamento di quelli esistenti che fanno da asse portante di ogni possibile implementazione dell’offerta territoriale e nazionale. Se va in crisi la domanda dei servizi che da anni sono attivi sui diversi territori, tutta l’offerta del sistema 03 anni rischia di andare in seria difficoltà. Il calo delle richieste e delle frequenze che si è presentato in diverse realtà cittadine rappresenta un segnale da non sottovalutare in alcun modo.
Questo tema mette in primo piano, accanto alla necessità di espandere i servizi educativi per l’infanzia nei territori più deficitari, la questione dei contributi per la gestione dei servizi educativi e di quelli scolastici non statali.
Così come diventa sempre più urgente la necessità di un intervento statale che sgravi l’impegno dei Comuni che da decenni gestiscono in modo quantitativamente rilevante scuole dell’infanzia, sostituendo di fatto la più opportuna, e di competenza, presenza statale.
Un maggior impegno dello Stato in questi Comuni consentirebbe una più consistente allocazione di risorse per l’ampliamento, la sostenibilità e pertanto per l’accessibilità dei servizi educativi per l’infanzia.
(ATTO DEL GOVERNO 381)
Schema di decreto legislativo recante l’effettività del diritto allo studio attraverso la definizione delle prestazioni, in relazione ai servizi alla persona, con particolare riferimento alle condizioni di disagio e ai servizi strumentali, nonché potenziamento della carta dello studente, a norma dell’articolo l, commi 180 e 181, lettera f), della legge 13 luglio 2015, n.107.
La Costituzione individua nel “diritto all’istruzione” la garanzia per tutti di un primo grado degli studi, la cui frequenza è obbligatoria e gratuita, e nel “diritto allo studio” l’effettiva possibilità per “i capaci e meritevoli” di raggiungere i gradi più alti degli studi. Contemporaneamente, il “diritto allo studio”, nella più ampia accezione derivante dai principi fondamentali, concorre nel rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione del Paese.
Il dettato costituzionale si distacca così in modo deciso dalla normativa ottocentesca, che trattava unicamente di “assistenza scolastica, e afferma un diritto che, oltre all’accesso e alla frequenza dei percorsi formativi, si estende alle finalità che devono essere perseguite, nell’interesse della collettività.
Questa nuova accezione è rimasta in gran parte disattesa e, come recita la stessa lettera f) del comma 181 dell’articolo 1 della legge 13 luglio 2015, n.107, relativa alla delega di cui trattasi, si devono, ancora oggi, emanare nuovi provvedimenti normativi per la “garanzia dell’effettività del diritto allo studio su tutto il territorio nazionale”.
Lo stesso comma prosegue indicando che tale effettività potrà essere assicurata “attraverso la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni … sia in relazione ai servizi alla persona, con particolare riferimento alle condizioni di disagio, sia in relazione ai servizi strumentali”. Oltre a ciò, la legge delega in materia di diritto allo studio indica di operare per il potenziamento della Carta dello studente quale strumento da utilizzare per “rendere possibile l’accesso a programmi relativi a beni e servizi di natura culturale, a servizi per la mobilità nazionale e internazionale, ad ausili di natura tecnologica per lo studio e per l’acquisto di materiale scolastico, nonché possibilità di associare funzionalità aggiuntive per strumenti di pagamento attraverso borsellino elettronico”.
Disattendendo in gran parte la delega, lo schema di decreto non definisce i livelli essenziali delle prestazioni per garantire uniformi prestazioni sul territorio nazionale, ma si limita, per come espressamente dichiarato nell’art. 1, a individuare e definire “le modalità delle prestazioni in materia di diritto allo studio, in relazione ai servizi erogati dagli Enti locali”, “le modalità per l’individuazione dei requisiti di eleggibilità per l’accesso alle prestazioni” e “i principi generali per il potenziamento della Carta dello studente”.
Probabilmente, il motivo di tale scelta è la scarsità di risorse finanziarie a sostegno degli interventi individuati nel decreto (decreto nel quale ricorre dieci volte l’espressione “senza nuovi o maggiori oneri” e quattro volte l’espressione “nei limiti delle risorse disponibili”).
La stessa individuazione ed elencazione dei servizi di competenza degli enti locali appare lacunosa nel riproporre, in alcuni casi, parti di norme vigenti (Testo unico dell’istruzione, dlgs 616/1977, L. 23/96, etc.), i cui articolati sono molto più chiari che quello adottato nello schema di decreto in questione, mentre in altri casi sono definiti nuovi compiti o rese vincolanti indicazioni, ad oggi, solo funzionali e orientative (per esempio, le condizioni nelle quali gli enti locali “assicurano il trasporto degli alunni”).
Si crea inoltre una confusione tra i servizi che devono essere forniti agli studenti della scuola statale e i servizi che devono essere forniti “agli alunni del sistema nazionale d’istruzione e formazione, statale e paritario”. In particolare, nessuna norma ha mai previsto che a tali utenti debbano essere garantiti la mensa e il trasporto scolastico da parte dei Comuni, mentre sentenze della Corte Costituzionale si sono espresse unicamente per l’estensione alla scuola non statale della fornitura dei libri di testo e delle borse di studio.
In realtà, la refezione e il trasporto per gli alunni, sono servizi di supporto intimamente connessi con la dislocazione e l’organizzazione dei plessi scolastici e non è possibile ritenere che i comuni, pur “nei limiti delle risorse disponibili”, possano essere tenuti, ad esempio, a garantire tali supporti ad alunni frequentanti plessi scolastici la cui dislocazione non ha alcun nesso con la programmazione del sistema strutturale dell’istruzione ma segue logiche completamente private in relazione alla collocazione in bacini d’utenza, spesso territorialmente più ampi, che permettano una quantità di iscritti (e di rette) utili alla sostenibilità dell’impresa scolastica.
In generale è assente la previsione di adeguate risorse, tenuto conto che parte degli stanziamenti elencati nello schema di decreto sono già previsti e finalizzati in altre norme di legge. Un esempio per tutti: l’insufficiente stanziamento per il rimborso dei pasti degli insegnanti statali che nella relazione al decreto viene presentato come “contributo per la mensa scolastica”.
Lo stesso tema dei libri di testo e delle borse di studio non porta alcuna innovazione, mentre la questione potrebbe essere oggetto di importanti riflessioni per la riorganizzazione del servizio, alla luce della oramai riconosciuta e consolidata autonomia degli istituti scolastici. In ogni caso, si dovrebbe rivedere, anche in questo ambito, il fabbisogno di risorse e forse anche la scelta relativa alla totale gratuità nella scuola primaria invece che, come negli altri ordini di scuola, anche dell’obbligo, viene richiesta una compartecipazione in base all’ISEE. La stessa carta dello studente, potrebbe diventare uno strumento attraverso il quale erogare, ai singoli utenti, i contributi loro concessi per i libri e le borse. I Comuni, in tali eventuali prospettive (gestione da parte delle scuole autonome e gestione attraverso la carta delle studente) potrebbero essere disponibili a concedere l’intesa su una norma di legge che prevedesse il trasferimento allo Stato delle risorse fino ad oggi rimaste a carico dei bilanci comunali per gli interventi in questione.
Anche in tale contesto, si ritiene certamente interessante e positiva la previsione di un “Fondo unico per il welfare dello studente e per il diritto allo studio” ma si sottolinea che tale previsione mostra due limiti che rischiano di comprometterne le intenzioni: non sono chiari i servizi a cui si rivolge; non vi sono risorse sufficienti per ottenere, pur minimamente, i risultati enunciati e attesi.
In conclusione, si rappresenta la necessità che i previsti decreti inerenti i criteri per le borse di studio (articolo 9, comma 4) e per la carta dello studente (articolo 10, comma 5), come ogni provvedimento attuativo conseguente al presente decreto, siano oggetto di concertazione e intesa con gli enti locali, in sede di Conferenza Unificata, stante la competenza prevalente che la legge assegna in materia ai Comuni e alle Province.
PROMOZIONE DELLA CULTURA UMANISTICA E DELLA CREATIVITÀ
(ATTO DEL GOVERNO 382)
Il patrimonio culturale e artistico italiano può essere, per il nostro Paese, un’occasione di crescita se le nuove generazioni sapranno coniugare tradizione e innovazione.
In particolare, da una lettura del decreto legislativo in oggetto si prende atto positivamente:
– della volontà di promuovere lo studio, la conoscenza e la pratica musicale in ogni ordine e grado di scuola in modo da sviluppare ed educare nei giovani la sensibilità nell’ascolto e alla pratica amatoriale della musica;
– del riconoscimento della necessità che il percorso verticale della formazione accademica professionalizzante in ambito musicale debba prevedere la permanenza del ruolo dei Conservatori anche nell’ambito dei corsi propedeutici (fase pre-accademica);
– che il passaggio tra i diversi livelli del percorso “professionalizzante” preveda la definizione e la verifica dei risultati in uscita e in entrata tra i diversi livelli della formazione, dando risposta alle esigenze più volte manifestate di garantire l’omogeneità su tutto il territorio nazionale.
Tuttavia si ritiene utile segnalare alcune osservazioni al testo, in relazione a disposizione che potrebbero creare criticità nella gestione della normativa.
In particolare, all’art. 2 inerente la Promozione dell’arte e della cultura umanistica nel sistema scolastico al comma 2 e segg. non si fa nessun riferimento all’importante ruolo giocato dai Comuni nella valorizzazione del patrimonio culturale e artistico del nostro Paese e al contributo che gli Enti locali sono in grado di offrire per la promozione e diffusione della cultura.
Al riguardo è bene segnalare che all’art. 3, comma 5 della legge 107/2015 si specifica che “ai fini della predisposizione del Piano triennale dell’offerta formativa il dirigente scolastico promuove i necessari rapporti con gli Enti locali e con le diverse realtà istituzionali, culturali, sociali ed economiche operanti nel territorio”. Si auspica dunque un maggiore coinvolgimento degli Comuni. In particolare si suggerisce che, per la promozione e diffusione della cultura umanistica, le strutture culturali dei Comuni (musei, biblioteche, istituzioni musicali) dovrebbero essere coinvolte non solo nella fase di attuazione, ma già nella fase di programmazione delle attività formative ed esperienziali previste dal presente decreto.
Al Capo II, relativo all’organizzazione per la promozione della cultura umanistica, del patrimonio artistico e della creatività, l’art. 4 individua i soggetti che dovrebbero far parte del sistema (i ministeri dell’Istruzione e dei Beni e delle attività culturali oltre ad alcuni soggetti pubblici e privati). Secondo l’ANCI sarebbe il caso di specificare che dovrebbero far parte del suddetto sistema anche i Comuni, con l’obiettivo, in accordo con gli altri soggetti già individuati, di adottare il Piano delle Arti allo scopo di realizzare un laboratorio di pratica, ricerca e sperimentazione dell’arte anche in collaborazione con i musei, gli istituti e i luoghi della cultura (anche comunali, specificare).
All’art. 15 relativo alla Armonizzazione dei percorsi formativi della filiera artistico-musicale si stabilisce che gli Istituti superiori di studi musicali e coreutici organizzano corsi propedeutici, quali corsi di formazione professionalizzante finalizzati alla preparazione delle prove per l’accesso ai corsi di studio accademici di primo livello istituiti presso tali istituzioni. Nel decreto si precisa che tali attività propedeutiche sono organizzate dalle Istituzioni dell’alta formazione artistica e musicale in autonomia e nei limiti delle risorse disponibili. A tal proposito, secondo l’ANCI sarebbe indispensabile specificare “previo accordo/intesa in Conferenza Unificata”. Si propone quindi di integrare in tal senso il comma 4 di cui trattasi.
Infine, l’articolo 17 relativo alla Copertura finanziaria e al fabbisogno di organico, stabilisce che per l’attuazione del Piano è istituito un apposito Fondo per la promozione della cultura umanistica, del patrimonio artistico e della creatività pari a 3 mln di euro a decorrere dal 2017. A tal proposito ANCI intende evidenziare che il percorso delineato dal decreto legislativo in oggetto non può prescindere da un congruo investimento che sarebbe il caso di integrare.
Per quanto riguarda, invece, il fabbisogno di organico (art. 17, comma 3) la Conferenza dei Presidenti dei Conservatori di Musica precisa che “l’inserimento formale dei corsi propedeutici nell’ambito del Conservatorio deve essere accompagnato nel tempo da una politica delle risorse umane che garantisca il permanere di una dotazione organica che favorisca lo sviluppo di tutte le necessità formative del territorio, pur in una logica di programmazione degli interventi”.
Infine, in linea generale, in merito ai contenuti specifici del decreto e delle materie rinviate, per successivo decreto, alla competenza del MIUR, si esprime la preoccupazione che la mancata considerazione di alcuni aspetti possa produrre un abbassamento del livello qualitativo della formazione accademica, con grave danno per le prospettive delle studentesse e degli studenti che intendono fare della musica la loro scelta di vita professionale sempre più orientata verso una dimensione internazionale.
(ATTO DEL GOVERNO 383)
VALUTAZIONE COMPETENZE NEL PRIMO CICLO E ESAME DI STATO
(ATTO DEL GOVERNO 384)
Precedente Articolo precedente: Fondo per lo sviluppo infrastrutturale