Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2010/09/novita-fiscali-del-23-settembre-2010-segretario-nelle-assemblee-delle-srl-nomina-non-indispensabile-nella-srl-chiunque.html
Timestamp: 2018-02-22 07:21:46+00:00
Document Index: 44355279

Matched Legal Cases: ['art. 2479', 'art. 2366', 'art. 2367', 'art. 2479', 'art. 2464', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 1', 'art. 17', 'art. 30', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ']

Novità fiscali del 23 settembre 2010: segretario nelle assemblee delle Srl: nomina non indispensabile; nella Srl chiunque può convocare l’assemblea dei soci ;costituzione società: non è stata ancora attuata la disposizione che sostituisce il conferimento del denaro con la fideiussione bancaria; studi di settore: il doppio lavoro non mette a riparo il professionista che sia anche dipendente; praticanti senza studi di settore;spesa da autotutela compensabili; San Marino, frontalieri tassati; liquidazione dell’IVA di gruppo nel caso di fusione per incorporazione: il credito in compensazione
in DIARIO FISCALE 2010, Pareri di diritto societario, Società
1) Segretario nelle assemblee delle Srl: nomina non indispensabile
2) Nella Srl chiunque può convocare l’assemblea dei soci
3) Costituzione società: non è stata ancora attuata la disposizione che sostituisce il conferimento del denaro con la fideiussione bancaria
4) E’ possibile il doppio tirocinio in contemporanea presso un Consulente del Lavoro ed un Commercialista, non vi è incompatibilità
5) Studi di settore: il doppio lavoro non mette a riparo il professionista che sia anche dipendente
6) Praticanti senza studi di settore
7) Spesa da autotutela compensabili
8) San Marino, frontalieri tassati
9) Liquidazione dell’Iva di gruppo nel caso di fusione per incorporazione: il credito in compensazione
Lo statuto della società può inibire la figura del segretario nelle assemblee delle Srl. Non vi sono analogie con le norme del codice civile previste per le SpA.
In particolare, nelle assemblee di Srl la figura del segretario che assiste il presidente non è prevista da alcuna norma.
La materia può essere pertanto liberamente disciplinata dallo statuto, sia nel senso di prevedere (sempre o in alcuni casi) la nomina di un segretario, sia nel senso di inibirla, riservando la verbalizzazione al presidente.
In assenza di specifiche previsioni statutarie il potere di verbalizzazione spetta al presidente, il quale può comunque nominare un segretario o proporre all’assemblea di effettuare tale nomina.
In ogni caso il segretario non può essere nominato quando il verbale deve essere redatto dal notaio.
(Notariato del Triveneto, massima approvata nel 2010)
Nella Srl anche i sindaci (in alternativa agli amministratori o ai soci) possono convocare l’assemblea dei soci.
Lo ha precisato la massima del Notariato del Triveneto approvata nel 2010 relativa ai soggetti legittimati a convocare l’assemblea della Srl.
Il codice civile non si preoccupa di individuare in alcun modo i soggetti legittimati a convocare l’assemblea di srl., né di rimettere tale individuazione all’autonomia statutaria (la disposizione di cui all’art. 2479 bis, comma 1, c.c. si limita infatti a stabilire che lo statuto determina i “modi” di convocazione dell’assemblea e non anche i soggetti legittimati ad attuarli).
Al contrario la disciplina positiva dettata per la SpA individua inderogabilmente negli amministratori i soggetti legittimati a convocare l’assemblea (art. 2366, comma 1, c.c.), anche nell’ipotesi in cui tale convocazione avvenga su impulso dei soci ai sensi dell’art. 2367 c.c.
Ne deriva che lo statuto di Srl può disciplinare con la più ampia autonomia la materia, senza dover applicare per analogia le limitazioni imposte per la spa.
Sarà così possibile attribuire il potere di convocazione dell’assemblea ad uno o più amministratori e/o sindaci e/o soci.
In assenza di una specifica previsione statutaria la competenza spetterà ai medesimi soggetti cui la legge attribuisce il potere di determinare gli argomenti da sottoporre all’approvazione dei soci (art. 2479, comma 1, c.c.) e cioè ai singoli amministratori e a una maggioranza dei soci che rappresenti almeno un terzo del capitale sociale.
Polizza assicurativa o fideiussione bancaria sostitutive del conferimento in denaro e dpcm attuativo: La disposizione di cui all’art. 2464, comma 4, secondo periodo, c.c., in base alla quale il versamento iniziale dovuto al momento della sottoscrizione dell’atto costitutivo può essere sostituito da una polizza assicurativa o da una fideiussione bancaria, stipulata per un importo almeno corrispondente, è inattuabile fino a quando non saranno determinate con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri le caratteristiche della polizza di assicurazione o della fideiussione bancaria.
Va, quindi, rilasciato il certificato di compiuta pratica presso un Consulente del lavoro anche se il tirocinante svolge la pratica da un Commercialista.
Lo ha deciso il Consiglio di Stato con la decisione n. 06998/2010 depositata il 21 settembre 2010, che ha, così, respinto il ricorso presentato dal Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, avverso la decisione sfavorevole avuta in precedenza innanzi al TAR del Lazio.
La vicenda è scaturita dal diniego del Consulenti del Lavoro di rilasciare il certificato di compiuta pratica ad un proprio iscritto, motivato dal presupposto che avesse in corso altro rapporto di tirocinio stavolta presso uno studio di Commercialista.
Secondo il Consiglio Nazionale dei Consulenti del lavoro ciò (doppio rapporto di tirocinio) sarebbe stato incompatibile con l’espletamento della pratica presso il Consulente del Lavoro, poiché l’aspirante professionista non avrebbe potuto dedicare sufficiente tempo ad entrambi i due diversi tipi di pratica professionale.
Ma secondo il Consiglio di Stato le cose non stanno così che, peraltro, ha confermato la decisione sottostante del TAR del Lazio.
Infatti, si legge nella citata decisione del CDS che al praticante che ha dimostrato di avere svolto con diligenza il prescritto periodo di pratica per due anni e per non meno di quattro ore giornaliere (di media) non può essere negato il certificato di compiuta pratica.
Una possibilità per non rilasciare tale certificato si può verificare se si riesce a dimostrare che, in concreto, per il numero e la qualità degli impegni giornalieri assunti, il praticante non ha dedicato alla pratica di consulente del lavoro l’impegno minimo giornaliero richiesto dalle disposizioni regolamentari.
Ad esempio, ciò potrebbe accadere nel caso in cui lo stesso svolga contemporaneamente un’attività di lavoro ed una doppia pratica professionale.
Quindi, svolga in contemporanea tre attività (di cui una di lavoro subordinato) e non, quindi, due (attività di tirocinio) come è avvenuto nel caso di specie.
Pertanto, svolgendo solo le due attività pratica, a parere del CDS non incompatibili tra loro, al diretto interessato deve essere rilasciato il certificato di compiuta pratica.
Gli studi di settore si applicano al professionista che fa un doppio lavoro.
La Cassazione ci ripensa (dopo quella registrata nei giorni scorsi favorevole ai contribuenti, ma forse per il fatto che il professionista non è si è presentato nella fase del contradditorio): Il fatto che sia anche un dipendente e che, per questo, non abbia a disposizione lo stesso tempo per svolgere l’attività di lavoro autonomo dei suoi colleghi non è un motivo sufficiente per disapplicare gli standard.
E quanto ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 19957 del 21 settembre 2010, che ha respinto il ricorso di un ingegnere che aveva impugnato un accertamento basato sugli studi di settore, dal momento che, aveva spiegato, la sua attività autonoma era limitata dal suo impiego come insegnante.
Ma non basta. Ad aggravare la posizione del professionista aveva contribuito il fatto che lui non aveva voluto aderire al contraddittorio offerto dall’Amministrazione finanziaria.
E cioè non aveva spiegato dettagliatamente quanto tempo dedicava al lavoro di insegnante e quanto a quello di ingegnere.
Per cui, condividendo la conclusione della Commissione Tributaria Regionale del Veneto (che per aveva rovesciato il verdetto della Commissione provinciale) la Cassazione ha affermato che ”il tempo dedicato dal contribuente al lavoro autonomo non incide direttamente sulla determinazione dei ricavi, né il contemporaneo esercizio di due attività può costituire da solo motivo sufficiente per disattendere la conclusioni della amministrazione finanziaria”.
Non basta. Ciò che rileva è “la prova”, a carico del contribuente che il tempo impiegato nello svolgimento dell’attività di lavoro dipendente incida sulla redditività dell’attività autonoma, non in astratto come intende il professionista, ma in concreto, “con esposizioni di orari, tempi di esecuzione di ogni singola prestazione, impegno temporale complessivo della occupazione alternativa, impegni professionali rifiutati o impossibili per carenza di tempo disponibile”.
In sostanza, secondo la Cassazione la prova di una concreta diminuzione di capacità reddituale della libera professione in forza della duplice attività non è a carico del fisco ma del contribuente, “il quale può adempiere all’onere anche con presunzioni, allegando tuttavia i dati necessari a sostegno dell’assunto”.
La Cassazione salva i giovani legali con partita Iva dagli accertamenti induttivi delle Entrate.
Praticanti senza studi di settore: Gli studi di settore non sono applicabili al praticante avvocato, anche se ha già una partita Iva.
Gli standard potranno essere usati dal fisco per accertare il reddito solo dopo l’esame di Stato.
Lo ha stabilito la Cassazione accogliendo il ricorso di un avvocato al quale il fisco aveva notificato un avviso di accertamento basato sugli studi di settore. Secondo la Corte l’attività del praticante legale non può essere equiparata a quella del procuratore legale. Né può essere ignorata l’inerzia tipica della fase iniziale dell’attività professionale legale.
Lo ha sancito la Corte di Cassazione che, con la citata sentenza n. 19951 del 21 settembre 2010, ha accolto il ricorso di un avvocato al quale il fisco aveva notificato un avviso di accertamento basato sugli studi di settore e relativo al periodo in cui la donna svolgeva attività di praticante con partita Iva.
Il legale aveva subito impugnato l’atto e la Commissione Tributaria provinciale gli aveva dato ragione.
Poi in secondo grado la CTR di Milano ha accolto il ricorso dell’ufficio sostenendo la legittima applicazione degli standard.
Contro questa decisione la professionista ha fatto ricorso in Cassazione e lo ha vinto.
Infatti, la sezione tributaria ha affermato espressamente che “è manifestamente illogico ritenere che sia sufficiente l’apertura della partita Iva, perché siano assicurati clienti, ricavi e redditi, così come la predisposizione della propria posizione tributaria non è un indice di produzione di reddito”.
In altri termini, secondo la Cassazione l’attività del praticante legale non può essere equiparata a quella del procuratore legale.
Né può essere ignorata linerzia tipica della fase iniziale dellattività professionale legale.
Questo perché “la flessibilità degli strumenti presuntivi trova origine e fondamento proprio nell’art. 53 Cost, non potendosi ammettere che il reddito venga determinato in maniera automatica, a prescindere da quella che è la capacità contributiva del soggetto sottoposto a verifica”.
Il giudice tributario può compensare le spese del giudizio anche se l’Amministrazione ha annullato l’accertamento in via di autotutela.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che, con la sentenza n. 19947 del 21 settembre 2010, ha respinto il ricorso di una società che aveva agito in via di autotutela per farsi annullare un accertamento.
La Commissione Tributaria Regionale della Toscana aveva compensate le spese del giudizio instaurato prima dell’adesione del fisco all’autotutela.
Contro questa decisione la società contribuente ha presentato ricorso in Cassazione ma senza successo.
In sostanza, hanno spiegato i giudici, le spese non possono essere compensate soltanto nel caso di estinzione del processo per rinuncia al ricorso.
Ma l’autotutela non è una rinuncia da parte dell’amministrazione finanziaria e quindi i costi possono essere compensati.
Gli italiani pagheranno in Italia. Ma una quota sarà esente da imposta.
E’ nero su bianco l’accordo contro le doppie imposizioni tra Italia e San Marino. del 24 giugno del 2009, l’intesa, rimasta segreta per più di un anno, è stata svelata il 21 settembre 2010 attraverso la pubblicazione del Protocollo aggiuntivo che mette in luce i punti di accordo siglati tra i tecnici di Roma e quelli del Titano.
E da allora rimasta nel cassetto per volontà del ministro dell’economia, Giulio Tremonti, che in una nota inviata all’omologo della Rupe a pochi giorni dal suo insediamento, ha richiesto a gran voce l’aggiornamento dell’intesa del 2009 inserendo una clausola per lo scambio automatico delle informazioni bancarie tra i due Paesi.
(In Italia Oggi del 22 settembre 2010)
Il credito Iva maturato dall’incorporata, estranea alla liquidazione di gruppo, nell’anno precedente all’incorporazione non confluisce nella procedura, ma può essere solo utilizzato in compensazione orizzontale (o, ricorrendone i presupposti, chiesto a rimborso) dall’incorporante.
Lo ha chiarito l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 92/E del 22 settembre 2010.
Stop all’abuso dell’Iva di gruppo
L’alt all’eventuale ricongiungimento del credito maturato dalla società incorporata, come nel caso in questione, con le procedure riservate al trattamento dell’Iva di gruppo, risponde all’obiettivo di contenere l’uso distorto di questo strumento.
Abuso che, come ha precisato la citata risoluzione n. 92/E del 2010, consiste nell’acquisizione del controllo di società in forte posizione creditoria, al solo fine di utilizzarne le eccedenze che risultano detraibili in compensazione delle situazioni debitorie, anche future, del soggetto acquirente, cioè della controllante o incorporante, e delle società dallo stesso controllate.
Pertanto, nell’ipotesi di fusione per incorporazione di una società esterna alla procedura di liquidazione Iva di gruppo da parte di una società che, invece, vi partecipa, il credito maturato dall’incorporata nell’anno solare antecedente l’incorporazione, al netto delle eventuali compensazioni orizzontali o verticali operate dall’incorporata prima dell’operazione straordinaria, non può mai confluire nell’Iva di gruppo ma deve unicamente essere utilizzato in compensazione orizzontale dall’incorporante o chiesto a rimborso qualora vi siano i presupposti.
Il caso ha riguardato la corretta indicazione, in dichiarazione, del credito Iva dell’incorporata derivante dalla dichiarazione annuale per il 2008 (modello Iva 2009), già in parte utilizzato da quest’ultima mediante compensazione orizzontale in F24 prima della fusione.
L’art. 73, comma 3, del D.P.R. n. 633/1972, permette alle società legate da rapporti di controllo e in possesso di specifici requisiti di operare la liquidazione periodica dell’Iva mediante la procedura dettata dal Dm 13/12/1979, nota come liquidazione Iva di gruppo.
In tale contesto, la risoluzione ha posto l’attenzione sulla circostanza che la regola generale ha subito un’eccezione con l’entrata in vigore dell’art. 1, comma 63, della Legge 244/2007 (Finanziaria 2008).
Quest’ultima norma, infatti, ha disposto che i soggetti partecipanti per la prima volta alla liquidazione Iva di gruppo non possono far confluire nei calcoli compensativi la loro eccedenza di credito derivante dal periodo d’imposta precedente, con la conseguenza che la stessa resta definitivamente nella disponibilità del soggetto in capo al quale si è formata (che può compensarla orizzontalmente ai sensi dell’art. 17 del D.Lgs. n. 241/1997 ovvero chiederne il rimborso al verificarsi dei presupposti di cui all’art. 30 del D.P.R. n. 633/1972).
Anche le operazioni dell’incorporata nella Dichiarazione Iva dell’incorporante. Infine, la suddetta risoluzione ha fornito chiarimenti sulle modalità di compilazione della dichiarazione Iva 2010 – anno d’imposta 2009 – che deve essere presentata unicamente dalla società incorporante, riepilogando in un modulo distinto, intestato all’incorporata, le operazioni effettuate da quest’ultima nel periodo ante-fusione e, nel modulo intestato a se stessa, le proprie operazioni ante e post fusione.
In particolare, nel modulo dell’incorporata, nella sezione 2 del quadro VL, deve essere esposto il credito Iva maturato dall’incorporata nel 2008 e l’importo già utilizzato dalla medesima in compensazione nel modello F24 nel corso del 2009 (righi VL8 e VL9).
Nel rigo VL10 va indicato il credito che residua (a seguito di compensazioni orizzontali o verticali operate prima della fusione), che l’incorporante non può trasferire all’Iva di gruppo, ma solo utilizzare in compensazione orizzontale ovvero richiedere a rimborso.
L’eventuale credito utilizzato direttamente nelle liquidazioni periodiche per compensare i debiti Iva maturati prima della fusione deve essere riportato nel rigo VL28.
Ovviamente, le compensazioni operate dall’incorporante nel corso del 2010 andranno indicate nella sezione 2 del quadro VL del modello IVA 2011.
– Leasing: L’Agenzia delle Entrate chiarisce le modalità di applicazione delle imposte
La data del riscatto determina la misura delle ipocatastali. Le Entrate con la nota n. 2010/128760 del 14 settembre 2010, in risposta a un quesito, hanno precisato che le imposte ipotecaria e catastale, dovute dall’utilizzatore in sede di riscatto degli immobili oggetto di un contratto di leasing immobiliare, sono regolate dalla legge vigente alla data di riscatto, a prescindere da quella vigente al momento dell’acquisto del bene da parte della società di leasing.
La conseguenza è l’abbattimento alla metà dell’imposta ipocatastale, previsto dall’art. 35, comma 10-ter, del D.L. n. 223/06 applicabile anche se l’acquisto dell’immobile da parte della società di leasing è avvenuto prima del 1° ottobre 2006 (data di entrata in vigore della norma).
Quanto alla base imponibile cui applicare le aliquote, la nota delle Entrate ribadisce (circolare 12/07 e risoluzione 24/08), che è pari al prezzo di riscatto del bene aumentato dei canoni, depurati della componente finanziaria e che è da escludere la possibilità di considerare quale base imponibile del riscatto il reale valore dell’immobile in comune commercio alla data del riscatto.
(In il Sole 24 Ore del 22 settembre 2010)
– Accertamento induttivo anche in caso di incendio della contabilità
È valido l’accertamento induttivo anche se la Guardia di finanza non ha potuto esaminare la contabilità a causa di un incendio.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20025 del 22 settembre 2010 secondo cui anche in caso di smarrimento delle scritture contabili per cause di forza maggiore non imputabili al contribuente, come l’incendio, l’ufficio può applicare l’accertamento induttivo.
– La società non può dedurre il compenso a cui i soci hanno rinunciato
L’azienda non può dedurre dal reddito il compenso dei soci nel caso in cui questi, in assemblea, vi abbiano formalmente rinunciato.
In tal modo, l’accantonamento diventa un vero e proprio utile non distribuito.
Le somme iscritte in bilancio come compenso ai soci, ma non versate nel periodo successivo, perdono il carattere di debito sociale.
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 20026 del 22 settembre 2010 secondo cui a seguito della mancata distribuzione nel periodo successivo degli accantonamenti dei compensi dei soci (automatica costituzione in riserva) si verifica l’indeducibilità di tali somme.