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Timestamp: 2019-08-22 13:22:25+00:00
Document Index: 10871426

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 97', 'art.97', 'art. 316', 'art. 147', 'art. 315', 'art. 98', 'art. 3', 'art 9']

La prevenzione della criminalità minorile mediante l’abbassamento del limite di età richiesto per l’imputabilità penale
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By Roberto Thomas on 13 Giugno 2019 editoriali
Il dilagare di una criminalità minorile sempre più aggressiva sul territorio, spesso organizzata in bande, rende urgente il potenziamento di tutte le politiche familiari, scolastiche e sul lavoro che attivino sempre di più le risorse educative di prevenzione della devianza e della delinquenza minorile.
Occorre anche, però, riflettere su una nuova risposta del sistema penale minorile che, pur sempre giustamente orientato ad una sua applicazione “in modo adeguato alla personalità e alle esigenze educative del minorenne” (art. 1 del DPR 488 del 1988), deve far comprendere ai giovani che non possono più commettere atti-reato perché pensano di godere di una assoluta impunità in quanto minori.
In questa ottica appare rilevante la considerazione di un abbassamento dell’età imputabile dai 14 anni (previsto nell’art. 97 del codice penale, che li pone come limite invalicabile per la punizione penale, ammettendo soltanto, in caso di conclamata pericolosità sociale dell’infra-quattordicenne, l’irrogazione della misura di sicurezza dell’inserimento in comunità) ai 12 anni.
Invero il precitato art.97 è tuttora vigente nella sua formulazione originaria che risale al 1930 – quasi novanta anni fa! – data di vigenza del nostro attuale codice penale, che prende il nome di codice Rocco dal cognome del ministro della giustizia che l’aveva fatto redigere in quella lontana epoca.
Ora, appare evidente, a chi scrive, la diversità ontologica della maturità di un infra-quattordicenne degli anni trenta del secolo scorso, rispetto a quella di uno che vive attualmente nella nostra società!!!
Invero, si è passati dal minore monello o discolo, che commetteva dei reati che attualmente sono considerati di scarso allarme sociale (piccoli danneggiamenti o furti lievi), ai minori bulli e devianti di oggi che commettono sicuramente anche delitti ben più gravi contro la persona.
Invero, l’evoluzione dei costumi (soprattutto sessuali) e delle scienze (fra le tante, si cita solo quella informatica, che, nata come grandioso potenziamento delle possibilità di calcolo della mente umana, permette – tramite internet – la globalità delle informazioni in tempo reale per tutti, compresi i bimbi piccoli) hanno sicuramente fatto abbassare l’asticella del limite dei quattordici anni, ai fini del riconoscimento dell’imputabilità penale, in quanto è indubbio come essa sia indissolubilmente collegata allo sviluppo sociale e culturale di una società.
Non è pensabile, infatti, che la comprensione dell’illiceità e la volontarietà di un atto omicidiario, non possa essere riferibile ad un dodicenne del nostro tempo, indenne da malattia mentale, in termini di compiuta capacità di intendere e di volere, proprio per la continua comunicazione mediatica quotidiana che viene data a siffatti gravissimi delitti che forniscono, purtroppo, elementi potenziali emulativi, di siffatte crudeli azioni, proibite già, sotto un profilo morale, dalla millenaria cultura del “non uccidere” del biblico comandamento!!!
Inoltre si deve rilevare che il legislatore nel 1975, con la riforma del diritto di famiglia (Legge 19 maggio 1975 n. 151), abbassava già l’età per diventare maggiorenne da ventuno anni a diciotto, diminuendo così la minore età civile (quella penale era già stata fissata a diciotto anni dal nostro codice penale vigente, denominato codice Rocco, come già detto, emanato con Real Decreto 19 ottobre 1930 n. 1398, ed entrato in vigore il 1° luglio 1931).
In tal modo si riconosceva, senza ombra di dubbio, che, già quaranta quattro anni fa, lo sviluppo psico-fisico di un giovane si era sicuramente accelerato (e all’epoca non esisteva ancora Internet !!! ), tanto da doversi prevedere una sua maturazione completa in un tempo assai più breve di quello precedente.
Di più la modificazione sostanziale delle regole familiari, cristallizzata nel 1975 dalla legge di riforma del diritto di famiglia, dando paritariamente la potestà genitoriale ad entrambi i coniugi (divenuta poi “responsabilità genitoriale”, secondo il novellato art. 316 cod. civ., modificato con il decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154) e valorizzando un rapporto filiale non più basato sull’indiscutibile volontà paterna, bensì sul dialogo con i genitori, facendosi valere, da parte dei figli, le loro aspirazioni (si confronti l’art. 147 del codice civile, nel testo modificato dal decreto legislativo del 2013 precitato che afferma che “il matrimonio impone ad ambedue i coniugi l’obbligo di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente la prole, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni, secondo quanto previsto dall’art. 315 bis.” ), ha indubbiamente autonomizzato la personalità degli stessi, insegnando loro ad autogestirsi, maturando assai prima delle precedenti generazioni .
Queste cause, che potremmo definire generazionali, hanno prodotto un processo di accelerazione della storia, in linea con la possibilità di una informazione globale e praticamente istantanea, dovuta all’uso dei mezzi informatici, che ha contribuito a far diminuire la media del periodo cronologico in cui viene ricompresa, in genere, la durata sociologica di una generazione e dei suoi valori di riferimento, che è scesa da venti anni a poco più di cinque, soprattutto per l’accelerazione dei ritmi biologici dell’evoluzione della maturità per gli adolescenti.
L’esame della immaturità psicologica impone, pertanto, un discorso assai arduo, non generale, ma rapportato al singolo caso concreto di commissione di un reato, valutata la diversità genetica di ciascun minore inserito in contesti differenti, compreso quello fra i 12 e i 14 anni.
Se i termini del discorso sono nel senso sopra prospettato, non si vede per quale motivo non debba scendere il limite minimo per l’imputabilità penale a dodici anni, abbassando di due anni – e non di tre come per la maggiore età civile – quello precedente. Del resto in molti Paesi all’estero è stato affrontato il problema dell’abbassamento del limite minimo di età per l’imputabilità di un reato.
Invero, il panorama mondiale è assai frastagliato,
di età per l’imputabilità di un reato. Invero il panorama mondiale è assai frastagliato come rileva l’Observatoire international des prisons (organo consultivo dell’ONU con sede a Parigi), passando dal minimo di sette anni (in Svizzera, Irlanda e negli Stati Uniti, oltre all’India, al Sud Africa, alla Thailandia, al Sudan, alla Tanzania, al Pakistan, alla Nigeria) al massimo di diciotto (nel Belgio e in Brasile).
In mezzo, partendo dallo scalino più basso, si annoverano, al limite di otto anni, la Scozia, l’Indonesia e il Kenia. Seguono, con l’asticella posta a nove anni, la Cina, l’Etiopia, le Filippine e le bambine dell’Iran.
A dieci anni hanno fissato il minimo per l’imputabilità l’Inghilterra, il Galles, l’Irlanda del nord e l’Ucraina. Mentre all’età di undici anni si prevede il minimo nel Messico (che lo porta a dodici anni per i delitti federali) e in Turchia.
I minori diventano imputabili a dodici anni in Olanda, in Grecia, in Canada, in Marocco, in Corea, in Uganda e a S. Marino.
La Francia, insieme alla Polonia, all’Uzbekistan, all’Algeria e a Israele prevedono il compimento dei tredici anni come minimo per la responsabilità penale.
Quattordici, invece, sono gli anni previsti oltre che dall’Italia, dalla Germania, dalla Russia, dall’Austria, dalla Slovenia, dalla Romania, dalla Lituania, dalla Bulgaria, dall’Ungheria, dal Vietnam e dal Giappone.
Si arriva a quindici anni per Svezia, Danimarca, Finlandia, Norvegia, Islanda, Repubblica Ceca, Estonia ed Egitto.
Il livello minimo si alza a sedici anni per quanto concerne la Spagna, il Portogallo, l’Argentina e i maschi Iraniani, per arrivare addirittura, come si è già detto, per il Belgio e il Brasile, a diciotto anni.
Appare assai discutibile, sostenere la tesi a sostegno del mantenimento della barriera dei quattordici anni, sulla base del fatto che, alla precitata età anagrafica, è ancora in atto l’evoluzione della personalità, condizionando notevolmente l’agire dei minori di anni quattordici per ciò che concerne la loro maturità, soprattutto in relazione alla loro volontà, quasi esistesse una forza misteriosa che li coartasse allo acting out (cioè, in termini psicologici, il passaggio all’azione criminale).
E’però facile obbiettare che la volontarietà dell’atto criminale, soprattutto per quello contro la persona, è facilmente comprensibile nella sua responsabilità penale anche a soggetti di età minore ai quattordici anni, rispondendo ad un requisito morale e sociale appreso con l’educazione più elementare.
Il voler generalizzare una tipologia di costrizione fatale dell’impulso volontario alla commissione del reato, che renderebbe non responsabili penalmente tutti i minorenni al di sotto dei quattordici anni, appare contrastare con la ragionevolezza della contraria posizione di chi ritiene di dover valutare, caso per caso, attraverso un approfondito esame psicologico, la sua imputabilità o meno (ex art. 98 cod. pen.), con l’unica barriera insormontabile del compimento di un minimo di età, che si auspica essere abbassato a dodici anni.
Su questa linea si pone il disegno di legge n. 1580, del 7 febbraio 2019 presentato alla Camera dei Deputati (Cantalamessa e altri) contenente, principalmente, la proposta di diminuire da 14 a 12 anni l’imputabilità penale al fine di adeguare “la legislazione penale minorile alla realtà dei fatti” per un più duro contrasto alla microcriminalità organizzata, dando “una risposta di carattere generale e sistematico a questa realtà criminale, trasformatasi qualitativamente, negli ultimi anni, quanto a capacità aggressiva.”.
Ed è proprio partendo dalla comparazione tra il tradizionale assetto normativo inerente all’imputabilità del minore e la nuova fisionomia assunta dalla capacità criminale minorile che si può comprendere la ratio della modifica proposta, dalla quale emerge una chiara valorizzazione dello strumento penale in una prospettiva di deterrenza e prevenzione rispetto alla commissione di gravi reati contro la persona e contro il patrimonio da parte di soggetti infra-quattordicenni.
Come ampiamente argomentato da parte dei deputati firmatari, anche grazie agli apporti delle scienze criminologiche e della cronaca giudiziaria, la realtà ci consegna una capacità criminale minorile notevolmente evoluta rispetto a come ricostruita all’interno del codice Rocco, cosa che non può lasciare indifferenti le istituzioni, in generale, e il sistema penale, in particolare.
L’abbassamento dell’età necessaria per il giudizio di imputabilità del minorenne rappresenta lo strumento mediante il quale attuare quell’intento di prevenzione che così fortemente permea di sé l’intero sistema penale minorile e, dunque, soddisfare l’esigenza di tutela di soggetti fisiologicamente più vulnerabili.
Né si può sostenere che esso, come fa l’Unione Nazionale Camere Minorili (UNCM) , richiamando la Convenzione ONU sui diritti del fanciullo del 1989, possa produrre “un contatto eccessivamente precoce del minore con il sistema di giustizia penale rischiando di esercitare un’influenza fortemente stigmatizzante sullo sviluppo del minore stesso”.
Ebbene, a parere di scrive, proprio quel principio sancito dall’art. 3 della Convenzione cit., secondo cui “in ogni decisione, azione legislativa, provvedimento giuridico, iniziativa pubblica o privata di assistenza sociale, l’interesse superiore del bambino deve essere una considerazione preminente”, dovrebbe portare a ritenere solo “apparentemente” stigmatizzante il contatto con il sistema di giustizia penale: difatti, è nel lasciare il minorenne all’interno di un nucleo familiare e/o socio-ambientale di appartenenza palesemente criminogenetico e connotato da dinamiche relazionali patologiche che di effetto stigmatizzante può, realmente, parlarsi. Da questo punto di vista, far entrare il soggetto minore di età in contatto con il sistema di giustizia penale, se è vero che non ne può garantire la fuoriuscita completa dal circuito vizioso di provenienza, è altrettanto vero che può rappresentare un primo passo verso l’ingresso in un circuito di sviluppo virtuoso della propria personalità, soddisfacendo esigenze di prevenzione speciale sia mediante la mera minaccia della sanzione penale e sia mediante un’eventuale applicazione della stessa: difatti, l’accertamento della personalità condotto sia dal PM che dal giudice ex art 9 del D.P.R.448 del 1988, è finalizzato non solo al giudizio relativo all’imputabilità, ma anche e soprattutto all’individuazione della (eventuale) risposta più adeguata rispetto a quei condizionamenti familiari e socio-ambientali che possono aver contribuito a formare la personalità del soggetto e che si sono manifestati attraverso la commissione di un fatto penalmente rilevante.
Del resto, anche il timore di un “effetto etichetta” nei confronti di un minorenne e derivante dall’inizio di un procedimento penale a suo carico, non hanno alcuna ragion d’essere, considerando l’ideologia di riferimento del D.P.R. 448/1988 che si riflette nella peculiare struttura del processo minorile, ove sono previste massime garanzie processuali proprio al fine di ridurre al minimo i rischi di una stigmatizzazione.
A tal proposito, basti pensare alle cautele che la polizia giudiziaria deve osservare nell’esecuzione delle misure restrittive della libertà personale, alla non pubblicità del dibattimento (salvo che, nell’interesse del minore, ciò sia concesso dal Tribunale) e al correlato divieto di pubblicazione e divulgazione di notizie/immagini che rendano riconoscibile il minorenne.
Alla luce delle argomentazioni svolte, non si vuole rifiutare l’orientamento secondo cui, ai fini della prevenzione della devianza e del crimine, occorrerebbe intervenire al di fuori del sistema penale, mediante una sensibilizzazione della società civica rispetto alla criminalità minorile e maggiori investimenti volti in progetti di sviluppo socio-ambientale, ma ciò deve considerarsi uno strumento aggiuntivo rispetto a quello principalmente rappresentato dal sistema penale, connotato da quella spiccata attitudine preventiva rispetto alla commissione di fatti socialmente dannosi idonea ad operare come contro-spinta all’impulso criminoso.
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