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Timestamp: 2019-04-22 11:11:49+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 157', 'art. 172', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

La prescrizione dei reati in Italia: un'analisi delle problematiche al di là delle polemiche | noiseFromAmeriKa
10 dicembre 2014 • axel bisignano
Alcune settimane fa la Corte di Cassazione ha cancellato il processo Eternit, a quanto pare in quanto ha considerato prescritti i reati. Sono scattate immediatamente una serie di polemiche e la richiesta di rivedere il sistema. Proverò a descriverlo cercando di dare un quadro razionale delle problematiche esistenti.
Tutti i sistemi penali che conosco prevedono l’istituto della prescrizione. Le ragioni della prescrizione del reato o della pena stanno nella circostanza che il decorso del tempo determina un sempre minore interesse dello Stato (e, in generale, della società) alla punizione del colpevole per molteplici ragioni quali: la cessazione dell’allarme sociale, la maggiore difficoltà di accertamento del fatto a distanza di anni, il fatto che, sempre a distanza di anni, l’autore del fatto, può aver cambiato vita, essere diventato un cittadino modello e, quindi, non vi sono ragioni di rieducarlo, anzi una condanna potrebbe farlo tornare a stili di vita ed ambienti dai quali si è affrancato.
1. L’istituto della prescrizione in Italia
In Italia distinguiamo tra la prescrizione del reato (art. 157 CP) e la prescrizione della pena (art. 172 CP). La prima estingue il reato ed interviene prima di una sentenza di condanna definitiva, la seconda interviene nel momento in cui, dopo il passaggio in giudicato di una condanna, la pena non viene eseguita dopo un periodo prestabilito.
La prescrizione del reato comincia a decorrere dal momento della sua consumazione ovvero di cessazione dello stesso (in caso di reato c.d. permanente, ovvero di un reato che si protrae nel tempo come, ad esempio, i maltrattamenti in famiglia, la partecipazione ad un’associazione a delinquere). La particolarità della prescrizione all’italiana sta nella circostanza per cui essa continua a decorrere anche a processo avviato, ovvero nonostante lo Stato abbia, con l’esercizio dell’azione penale, manifestato la volontà di perseguire il reato. Nella maggior parte degli altri sistemi giuridici, a partire da tale momento, viceversa, la prescrizione non decorre più fino a quando il processo è in corso. E così in Italia avviene con una certa frequenza che anche reati che creano allarme sociale si estinguono prima di una sentenza definitiva.
Prima di addentrarmi nell’analisi del sistema è opportuno fare delle brevi premesse tecniche. Nel sistema penale italiano esistono due tipologie generali di reati: i delitti e le contravvenzioni, che sono considerate reati meno gravi. Nella categoria delle contravvenzioni rientrano i reati edilizi e la maggior parte di quelli paesaggistici ed ambientali.
La prescrizione del reato può essere “interrotta” o “sospesa”. Nel primo caso, a seguito di un evento prestabilito dal legislatore, il più importante e frequente dei quali è l’esercizio dell’azione penale, il termine di prescrizione si prolunga per un periodo predeterminato. Ad esempio, attualmente, i delitti si prescrivono in un tempo minimo di sei anni. Se il PM esercita l’azione penale entro questo periodo di tempo, la prescrizione si prolunga nella misura di un quarto e quindi il termine si sposta di un anno e mezzo, per un tempo massimo di 7 anni e sei mesi. La sospensione della prescrizione ne determina il congelamento fino al momento in cui vengono a cessare le ragioni che la hanno determinata (ad esempio, l’impedimento dell’imputato o una richiesta di rinvio da parte del suo difensore).
Come universalmente noto, il legislatore, nel 2005, con una leggina denominata Cirielli, ha modificato il sistema della prescrizione fino ad allora vigente accorciando di molto il termine per determinati reati, quali ad esempio la corruzione, tanto per prendere un esempio a caso… Nel regime attuale, la prescrizione minima è 6 anni + un quarto (7 anni e sei mesi) per i delitti e 4 anni + un quarto (5 anni) per le contravvenzioni Per tutti i delitti puniti con pena massima superiore a 6 anni il termine di prescrizione è pari alla pena massima edittale più un quarto (ad esempio dieci anni - 8+2- per un massimo di pena di 8 anni). Vi sono poi tutta una serie di varabili ulteriori che ometto per non complicare.
Questo, in estrema sintesi, è il sistema. Gli avvocati lo difendono, mentre i magistrati lo contestano.
2. La prescrizione e la durata dei processi in Italia
Orbene l’istituto della prescrizione così come descritto non può essere valutato senza tenere conto di una serie di altri fattori che si intrecciano con esso, in quanto incidono sul funzionamento della giustizia nel suo complesso. Tali elementi sono:
1) il numero di magistrati, l’incapacità di molti dirigenti di organizzare il servizio;
2) le fattispecie di reato e l’obbligatorietà dell’azione penale;
3) il procedimento penale.
Ognuno di questi fattori incide sull’altro.
2.1. I magistrati e la prescrizione
Cominciamo dal primo, così sgomberiamo subito il campo dalla potenziale accusa di voler rappresentare e/o difendere interessi corporativi. In Italia ci sono poco meno di 9000 magistrati. Negli altri paesi ve ne sono molti di più in rapporto alla popolazione. È evidente che più magistrati vi sono, più essi possono soddisfare la domanda di giustizia. È altrettanto evidente che essi debbono essere pagati con le risorse che in rapporto al PIL lo Stato destina al servizio giustizia. L’Italia destina alla giustizia una percentuale sul PIL più o meno simile a quella degli altri paesi europei. La particolarità tutta italiana sta nel fatto che lo stipendio dei magistrati, salvo procedimenti disciplinari o valutazioni negative del tutto improbabili, cresce a prescindere dal ruolo e dalla responsabilità ricoperta, arrivando, dopo 28 anni di carriera, ad un massimo stipendiale pari a quello di un presidente di sezione di corte di cassazione. Negli altri paesi i magistrati guadagnano di meno poiché la loro carriera, cui sono connessi gli avanzamenti economici, non è automatica. Quindi nel Belpaese la quota risorse destinata agli stipendi dei magistrati viene ripartita tra meno persone ed, a parità di risorse disponibili, non è possibile assumere altri magistrati. Direi che non c’è molto da aggiungere. Non troverete questo ragionamento nei documenti ufficiali dell’ANM.
Altrettanto vero è il fatto che vi sono gravi carenze organizzative, all’interno del sistema giustizia e che parte di esse potrebbero essere affrontate da dirigenti che avessero voglia di farlo. Senonchè spesso i dirigenti, anche per un difetto culturale, si accontentano di lasciare che il sistema vada avanti così com’è.
A ciò si aggiunge un’irrazionale distribuzione dei magistrati sul territorio ed all’interno degli uffici.
E' ovvio che se i magistrati fossero il triplo, più organizzati e più prudenti, ci sarebbero meno prescrizioni ma il sistema della prescrizione continuerebbe a rimanere ingiusto ed irrazionale.
2.2. L’obbligatorietà dell’azione penale ed il numero di reati e la prescrizione
Il secondo fattore è quello del numero di fattispecie di reato e dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale. In Italia il Legislatore tende, sempre di più, ad affidare alla giustizia penale la persecuzione di fatti illeciti. Sennonchè, come è ovvio, a forza di caricare una bestia da soma, essa prima o poi crolla. A ciò si aggiunge l’altro piccolo particolare dell’obbligatorietà dell’esercizio dell’azione penale, esistente in Italia così come nella maggior parte degli ordinamenti continentali. Se io PM ritengo che un reato sia dimostrabile in dibattimento, devo avviare il processo, non ho margini discrezionali per archiviare.
A questo punto ci possiamo addentrare un po’ di più nell’assurdità del sistema. Come dicevo la prescrizione del reato parte dal momento in cui cessa la sua consumazione. Ciò significa che fino al momento in cui il Pubblico Ministero e, quindi, lo Stato ne vengono a conoscenza possono essere passati svariati anni. Il tipico esempio sono i reati edilizi e paesaggistici, ma anche le corruzioni ed i reati fiscali. Noterete come si tratta di reati tipici dei colletti bianchi. Viceversa, il furto con destrezza di una mela al supermercato viene accertato e segnalato subito al PM che, immediatamente, esercita l’azione penale. Tutto il periodo intercorso tra la commissione del fatto e la sua scoperta risulta invariabilmente perso. Più tempo è passato tra il fatto e la segnalazione, più i margini della giustizia si restringono. Inoltre, potete immaginare che reati quali, ad esempio, una corruzione, non sono dimostrabili solamente perché sono stati denunciati. A seconda della loro gravità e tipologia richiedono complesse indagini bancarie e/o rogatorie estere per ricostruire il flusso di denaro, il tutto con l’orologio della prescrizione che continua inesorabilmente il suo corso. Quindi, più lontano è il fatto meno tempo rimane alla giustizia nel suo complesso per accertarlo e punirlo.
Ciò detto, una banale logica anche economica suggerirebbe di non fare processi se se è improbabile concluderli. Si consideri che il processo è un investimento di risorse che deve dare un risultato, risultato che non può che essere la condanna dell’imputato; in caso di assoluzione l’investimento è, in molti casi, sbagliato. In sostanza, il PM prima di avviare l’azione penale deve fare una previsione di condanna. A maggior ragione ciò vale per la prescrizione, laddove è per il Pubblico Ministero perfettamente prevedibile il momento in cui il reato si estinguerà per prescrizione in corso di processo. Un processo, specie in Italia costa molto, implica il consumo di risorse e, quindi, va gestito con oculatezza.
Se, per esempio, mi arriva sul tavolo una contravvenzione commessa, magari 3 anni e 8 mesi fa ovverosia a ridosso del termine quadriennale di prescrizione, io dovrei poterla archiviare. Anche tenendo conto del prolugamento dei termine di prescrizione con la citazione a giudizio, è altamente improbabile che si giunga alla condanna, ovverosia è altamente probabile per non dire praticamente sicuro che il reato si prescriva in corso di giudizio. Tale elementare principio economico entra in conflitto con il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale. Quindi l’azione penale va esercitata. La teoria vuole che il PM o il Giudice che abbiano fatto prescrivere un reato sul loro tavolo, debbano giustificarsi e rischiano un procedimento disciplinare. Apparentemente si tratta di un incentivo a velocizzare i tempi. Di fatto, si tratta solamente di un gigantesco ed ipocrita gioco del cerino con la consapevolezza di tutti i partecipi alla recita (PM, difensori, Giudice) che il reato si estinguerà al più tardi in Corte d’appello come una candela si spegne esaurita la cera. Nel frattempo, si sarà celebrato il giudizio di primo grado con notifiche varie, l’audizione di testimoni, la verbalizzazione stenotipia e quant’altro. Uno spreco enorme e completamente inutile di risorse.
2.3. Le regole del processo penale e la prescrizione
E qui si inserisce il terzo fattore: quello processuale. In Italia, nel 1988, abbiamo adottato una procedura penale mutuata da quella anglosassone con un’accusatorietà spinta all’eccesso. Il principio base è quello per cui tutte le prove vengono acquisite nel processo con la partecipazione delle parti, il controesame dei testimoni, di fronte ad un giudice che, per essere scevro da pregiudizi, non conosce gli atti del Pubblico Ministero. Trattandosi di un procedimento complesso ed essendo la maggior parte dei reati fatti banali (il furto della mela, la resistenza a pubblico ufficiale, la guida in stato di ebbrezza) si è previsto che almeno l’80% per cento dei reati dovrebbero concludersi con patteggiamenti o riti abbreviati (ovverosia con un processi in cui il giudice utilizza gli atti del PM per la sua decisione, senza audizione di testimoni). Affinchè l’imputato rinunci al dibattimento ed aderisca a queste forme semplificate di rito, sono previsti degli incentivi consistenti, essenzialmente, in una riduzione della pena. Di riflesso, non vi devono essere incentivi ad andare a dibattimento, in altre parole il gioco non dovrebbe valere la candela. Ma nella pratica di tutti i giorni l’incentivo della riduzione della pena si rivela inefficace per il semplice fatto che la pena non è effettiva. La maggior parte dei fatti vengono puniti con pene inferiori ai due anni e, quindi, all’interno dei margini per la sospensione condizionale della pena e/o per l’affidamento in prova ai servizi sociali. Cosa cambia se, anziché a sei mesi, vengo condannato a nove mesi di reclusione, se poi non li devo scontare? Nel contempo, la prescrizione all’italiana è un formidabile incentivo a scegliere il rito complesso, cioè quello del dibattimento. Da un lato non rischio nulla dall’altro ho buone chance di portare a casa il risultato massimo ovvero la prescrizione del reato e, quindi, di fatto, l’assoluzione senza iscrizione nel casellario giudiziario. Più reati si prescrivono e più sono incentivato a scegliere il rito del dibattimento. Più imputati scelgono i dibattimenti, più reati si prescrivono in un circolo vizioso che non fa altro che autoalimentarsi. Quindi, la prescrizione del reato così come concepita in Italia, contribuisce al malfunzionamento del rito introdotto nel 1988, il quale a sua volta contribuisce ad alimentare le prescrizioni. A ciò si aggiunge un'altra contraddizione. Da un lato, in primo grado, abbiamo il sistema accusatorio, dall’altra abbiamo tenuto fermo un sistema di impugnazioni tipico di un ordinamento prevalentemente inquisitorio. E così, per ogni procedimento penale, comprese le contravvenzioni che, lo ricordo, si prescrivono in 5 anni esatti dal fatto, è prevista la possibilità di un appello nel merito con un successivo terzo grado di legittimità presso la Cassazione.
Chi ha avuto la pazienza di arrivare fino a qui avrà capito un’altra banale verità. L’istituto della prescrizione vigente in Italia è un sistema terribilmente classista, perché, nella stragrande maggioranza dei casi, incide su reati commessi da colletti bianchi, i quali, nel contempo, sono coloro che hanno i mezzi finanziari per percorrere il tragitto che porta alla prescrizione del reato. A questo punto si capisce anche che, oltre agli interessi della magistratura, nel meccanismi di malfunzionamento ci sono anche consistenti interessi corporativi di altre categorie professionali. Il ladro della mela non paga laute parcelle…
Che fare dunque? Giustamente l’ANM nel suo parere tecnico predisposto per gli organismi parlamentari evidenzia come
Ogni intervento legislativo che si proponga di affrontare e risolvere le patologie rese evidenti dell’esperienza giurisprudenziale deve muovere da una riflessione di carattere sistematico sulla prescrizione, la quale è istituto di diritto penale sostanziale, che trova la sua ragion d’essere nell’esaurimento dell’interesse repressivo dello Stato per un determinato fatto/reato. È invece estranea alla natura dell’istituto l’esigenza di assicurare la ragionevole durata del processo, che dovrebbe essere affidata ad altri strumenti, di natura processuale e organizzativa.
In sostanza il problema andrebbe affrontato in maniera radicale con un ripensamento complessivo dell’intero sistema giustizia e quindi, per citarne solo alcuni:
a) Abolendo la carriera per anzianità dei magistrati in modo tale da liberare risorse ed assumerne un numero maggiore e congruo rispetto alla domanda di giustizia;
b) Intervenendo sul diritto sostanziale con depenalizzazioni, introduzione di istituti che consentano di estinguere il reato quali quello, introdotto da poco, della messa alla prova, ovvero un’estensione e rimodulazione dell’istituto dell’oblazione (l'oblazione consente di estinguere il reato prima del processo mediante il pagamento della metà o di un terzo dell'ammenda come sanzione. L'istituto presenta il vantaggio di eliminare il rischio processuale ed il costo del processo, ottenendo l'archiviazione del procedimento o il proscioglimento qualora sia già stata esercitata l'azione penale). Nel contempo, e, di riflesso, l’introduzioni di istituti che rendano effettivamente afflittiva la pena in caso di condanna ad esito del processo;
c) Una revisione radicale del processo penale a partire dal sistema delle notifiche, per arrivare alle modalità di impugnazione.
Una rimodulazione globale del sistema consentirebbe di abbreviare notevolmente i tempi della giustizia e di adottare l’unico sistema corretto, ovvero la sospensione per tutta la durata del processo della prescrizione a partire dal momento in cui il PM abbia esercitato l’azione penale. Tuttavia, non vi è chi non veda come simili interventi andrebbero a toccare consistenti interessi di tutte le parti in causa e quindi appare essere politicamente irrealistico.
Attualmente ci sono diverse proposte di legge all’esame della Camera, ad opera di deputati del M5S, di Scelta Civica, e del PD. Per un’analisi approfondita di ognuno di essi vi rimando al citato parere dell’ANM. Alcune di esse sono alquanto bizzarre, quali, ad esempio, quella che prevede uno sconto di pena o di un risarcimento in favore dell’assolto se il processo dura troppo a lungo.
La soluzione di per sé più logica è quella che prevede una sospensione della prescrizione con l’esercizio dell’azione penale, soluzione corrispondente alla proposta dell’M5S. Senonchè, e qui gli avvocati non hanno tutti i torti, un simile sistema rischia di lasciare l’imputato in balia per anni ed anni degli umori del Giudice ed, in generale, del sistema giudiziario, il tutto in barba al principio della ragionevole durata del processo. Ora anche su questo è bene innanzitutto liberarsi dalle ipocrisie. Spesso sono gli stessi imputati a voler dilazionare il più possibile nel tempo la conclusione del processo. Basti considerare che migliaia di patteggiamenti e, quindi, di accordi intervenuti tra PM ed imputato, vengono impugnati in Cassazione al solo scopo di rinviare nel tempo l’esecuzione della pena o comunque il passaggio in giudicato della sentenza. Altrettanto ipocrita è ritenere che a tale rischio si possa ovviare con soluzioni “organizzative” senza dire esattamente in cosa esse debbano consistere e senza prevedere meccanismi sanzionatori per i dirigenti degli uffici giudiziari e/o i singoli giudici inerti.
Una soluzione di compromesso potrebbe essere quella di prevedere che, con l’esercizio dell’azione penale i tempi di prescrizione decorrano ex novo. Ciò consentirebbe di sterilizzare le variabili connesse al momento in cui il reato viene scoperto, rendendo il dato di partenza uguale per tutti gli imputati. È chiaro che tale soluzione terrebbe comunque fermo l’incentivo a cercare di ottenere il risultato anche se tale perseguimento sarebbe più difficoltoso. In questa direzione va sostanzialmente la proposta del PD.
La soluzione minima è quella di prevedere che il PM possa archiviare ed il Giudice sospendere e, quindi, abbandonare a sé stessi, tutti quei procedimenti che, in una ragionevole prospettiva, siano destinati a sicura o probabile prescrizione, consentendo di liberare risorse per quei processi che abbiano la ragionevole probabilità di giungere al loro epigono naturale. In definitiva, andrebbero archiviati tutti i procedimento che, ragionevolmente non arriveranno alla meta, a prescindere dal fatto che il reato non sia ancora prescritto. Quindi, per fare un esempio, si prendono i tempi medi di definizione dei procedimenti nel distretto di Corte d’appello, compreso il secondo grado, a partire dal momento dell’esercizio dell’azione penale (ad esempio, a Bolzano attualmente tale lasso di tempo viaggia intorno ai 3-4 anni), si valuti quanto manca alla prescrizione e si chiudano tutti i procedimenti in cui il termine di prescrizione sia inferiore al periodo predetto. Va detto chiaramente come questa soluzione comporta un ulteriore aumento dell’impunità per determinate fattispecie di reato ed in particolare, di quelle dei colletti bianchi, ma almeno consentirebbe di evitare le ipocrisie che connotano il sistema attuale.
• Pigi •10/12/2014 - 19:15
Uno delle proposte fondamentali dell'articolo è quella di bloccare gli scatti automatici di anzianità, quindi ridurre la spesa per gli stipendi dei magistrati, per assumerne di più.
Questa proposta non passerà mai il giudizio della corte costituzionale, quindi è inutile parlare del resto.
Allora una proposta realistica è quella di sfruttare i giudici di pace. La corte costituzionale non può certo sindacare gli organici dei magistrati, quindi si possono dimezzare i loro organici, bloccare le assunzioni dei magistrati ordinari e per ciascuno di essi che va in pensione si assumono tre giudici di pace, che lavorano a cottimo e che dovrebbero essere considerati maggiormente.
Aumentarndo ragionevolmente le loro competenze, si possono fare concorsi per promuovere un certo numero di loro a giudici ordinari, dopo diversi anni di servizio ed ecco che abbiamo risolto il problema degli organici, perché a regime li avremo raddoppiati.
Poi si può dare un'occhiata alle magistrature speciali, amministrativa e contabile, perché spesso le competenze si intrecciano e per lo stesso fatto bisogna affrontare più giudizi. Insomma, un'unica amministrazione giudiziaria farebbe risparmiare, e si tratta di oltre un migliaio di magistrati da sfruttare meglio.
Per il resto, non minimizzerei il furto di mele, o meglio, lo scippo di una vecchietta o un furto in appartamento. Un cittadino comune, è più danneggiato dalla criminalità comune che da quella dei "colletti bianchi". Certo, chi vive in un quartiere signorile, che magari può permettersi la guardia giurata, non se ne accorge. Ma gli altri?
unica amministrazione giudiziaria
• axel bisignano •10/12/2014 - 19:23
interessante. Tuttavia, anche qui ci sono problemi non indifferenti. I giudici di pace sono giudici onorari, non assunti per concorso. Vengono pagati a cottimo, come giustamente evidenziato nel commento. La loro qualità professionale è molto inferiore a quella dei magistrati ordinari. Mi pare che la proposta sia quella di esaurire il ruolo dei magistrati ordinari, facendo diventare ordinari i giudici di pace. Anche questa proposta mi pare avere delle gravi controindicazioni costituzionali e, comunque, presuppone un'assunzione dei giudici di pace, i quali una volta assunti e con le stesse competenze rivendicherebbero gli stessi stipendi dei magistrati ordinari.
furto della mela
• axel bisignano •10/12/2014 - 19:28
c'è una bella differenza tra il furto della mela nel supermercato, lo scippo della vecchietta ed il furto in appartamento. Il primo fatto, come singolo reato, ha una gravità inesistente, mentre ha una certa gravità nel complesso perchè crea danni ai commercianti, i quali specie se si tratta di supermercati, ripartiscono tali danni sui consumatori. Sugli altri reati posso dire che gran parte della magistratura ha una chiara percezione del fatto che colpisce i cittadini e crea allarme. Di fatto, la magistratura e le forze di polizia vivono la frustrante situazione di non poter sanzionare adeguatamente questi fatti per la cronica insufficienza di istituti di detenzione.
• marcodivice •10/12/2014 - 20:15
ringrazio l'autore per l'ottimo post.
faccio un po' di riflessioni da non addetto ai lavori. Mi si perdonino le ingenuità ed eventuali strafalcioni.
Condivido i punti a b e c del post. A valle di una ipotetica applicazione dei tre punti, non si potrebbe abolire uno dei gradi di giudizio? (per il civile lo farei subito: un solo grado).
Molti reati sono connessi agli stupefacenti.Guarderei con interesse ad una legalizzazione almeno di quelle leggere.
Capisco perfettamente che lo scippo sia un reato che causa alto allarme sociale. Credo però che i reati dei colletti bianchi, dal punto di vista meramene economico, facciano più danni.
impugnazioni + depenalizzazione
• axel bisignano •10/12/2014 - 21:26
intervenire sulle impugnazioni sarebbe assolutamente necessario. In Germania, ad esempio, nei procedimenti complessi non esiste l'appello nel merito. In america da dove noi abbiamo mutuato il sistema processuale non esiste l'appello nel merito.
sulla depenalizzazione delle droghe leggere sarei perfettamente d'accordo, certo sarebbe necessaria una scelta congiutna a livello europeo
• Stefano Longano •11/12/2014 - 02:11
Riguardo alla prescrizione, trovo che l'unica soluzione ragionevole sia quella di accertarla in sede di udienza per il rinvio a giudizio, e se non siano scaduti i termini si procede poi con il processo fino a sentenza definitiva.
Le ragioni che spingono a inserire l'istituto della prescrizione, che lei ha ricordato molto bene, nulla hanno a che fare con la ragionevole durata di un processo.
Una volta che il processo inizia deve arrivare a conclusione, anche per dare certezza del diritto, e la durata del processo deve essere ragionevole a prescindere da quanti anni siano passati dalla commissione del reato.
Mi ritrovo completamente nel parere dell'ANM. E quindi nel DDL del M5S.
Piuttosto vi sono ragioni di interesse pubblico a stabilire per alcuni reati, penso a quelli di corruzione, che i termini di prescrizione decorrano da quando il reato è segnalato anzichè da quando viene commesso.
I perchè sono molteplici, ma è evidente che l'interesse dello Stato nel perseguire questo reato è elevato, e che solitamente corrotto e corruttore siano cointeressati a non far trapelare il patto scellerato, soprattutto se andato a buon fine.
Lo Stato deve quindi poter perseguire la corruzione anche a distanza di anni. In pratica il corrotto non dovrebbe mai sentirsi tranquillo solo perchè la magistratura non ha avuto notizia del reato.
Ricordo che chiesi in una conferenza a Trento a Piercamillo Davigo perchè non si facessero queste due semplici modifiche (che lui riteneva indispensabili a combattere la corruzione).
La risposta, più diplomatica del mio sunto qui di seguito, fu che chi legiferava era in conflitto di interesse. Per cui difficilmente avrebbe proposto queste misure.
Cosa confermata dalla proposta del PD che lei riporta. Fare qualcosa, ma non poi così drastica da non consentire, a chi ha buoni avvocati, di arrivare a usufruire comunque dell'istituto della prescrizione. E senza affrontare il problema della difficoltà di avere notizia di reato per episodi di corruzione.
La seconda questione quella dei giudici distaccati. Ossia quei giudici che invece che tenere processi, sono in forza a ministeri, autorità o altri organi dello stato.
A mio avviso in realtà già è grave che vi siano giudici in organi legislativi o esecutivi. La separazione e l'indipendenza del giudice comunque ne soffrono.
In ogni caso andrebbero da subito ad aumentare gli organici se tornassero in tribunale.
Non ne ho visto traccia nell'articolo. Sono così pochi da essere irrilevati per rendere ottimali un numero significativo di sedi di tribunale?
• scrooge •11/12/2014 - 05:19
Il problema delle prescrizione e' piu' un problema del civile o del penale?
In particolare per il civile, in Sivzzera hanno modificato il threshold per fare ricorso all'appello (da 8 a 10'000 chf), e alzato il threshold per a competenza dei giudici di pace (da 2 a 5'000 chf). Puo' avere senso per l'Italia?
• luciano pontiroli (già luponti) •11/12/2014 - 13:37
la prescrizione è interrotta dalla notificazione dell'atto introduttivo e resta sospesa fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il processo o a quello d'estinzione del processo.
Le cause civili possono così durare secoli.
• axel bisignano •11/12/2014 - 15:50
per la risposta anticipata :-)
• luciano pontiroli (già luponti) •11/12/2014 - 16:31
• alberto bisin •11/12/2014 - 06:30
Ogni proposta sensata, come quelle di Axel, si scontrerebbe, come ben dice Pigi, con il giudizio della Corte Costituzionale, che userebbe l'indipendenza della magistratura - sancita dalla Costituzione - come una clava, interpretandola in modo assurdamemnte (a mio parere) esteso. Al cuore di tutto sta questo punto: l'independenza della magistratura e' una garanzia che mira ad elevare la qualita' del servizio che la magistratura offre al paese (servizio talvolta noto come "giustizia") o che mira ad elevare la qualita' della vita dei magistrati? Domanda retorica. La Corte ovviamente prende questa seconda interpretazione. Non se ne esce. La Corte Costituzionale e' di gran lunga il piu' grande ostacolo alla razionalizzazione del sistema istituzionale italiano.
• luciano pontiroli (già luponti) •11/12/2014 - 13:45
è un principio inteso a garantire i cittadini dal potere politico, impedendogli di condizionare i giudici. Nei fatti, è talvolta usata dai giudici per rendersi superiori a qualsiasi altro potere, in primis al legislativo.
Tutti gli Stati civili hanno una corte costituzionale o, almeno, ammettono la judicial review degli atti del potere legislativo e del potere politico; la corte costituzionale italiana non solo non è un'eccezione, ma neppure è espressione della magistratura ordinaria.
• ottoking •11/12/2014 - 19:20
Penso che la rigidità del lavoro in Italia non aiuti per niente il sistema giusiziario... pensiamo a quante vertenze dal mondo del lavoro abbiamo in Italia e guardiamo la durata media di questo tipo di processi:
Link ISTAT procedimenti in mateira del lavoro
http://goo.gl/urJpd2
• Stefano Longano •15/12/2014 - 00:42
Visto il fatto che ha generato l'articolo, ossia la sentenza c.d. "Eternit", ho sentito oggi che uno dei problemi per la prescrizione è stato il tipo di reato contestato.
Ossia che il problema non sia stato tanto i tempi di prescrizione, quanto una scelta (sbagliata?) da parte del pubblico ministero.
Se posso, è vero? In che misura e perchè?
Incidentalmente, se fosse vero, andrebbe anche fatta una considerazione sui giornalisti e in generale sull'informazione.
non è quel reato, ma proprio il penale
• dragonfly •15/12/2014 - 02:40
ad essere stato da subito "forzato" consapevolmente dal pm in accordo esplicito con le parti civili.
ho provato, pur nella mia incompetenza, a cercare di capire perchè il processo riguardasse solo lo stabilimento di casale monferrato, avendo lo stesso gruppo altri identici impianti in Italia, uno dei quali quasi nel mio giardino.
1) anche allo stato attuale il nesso causale diretto fra quell'amianto e mesotelioma non è provato, per via paradossalmente dell'elevata pericolosità della fibra inalata anche in piccole dosi e la latenza lunghissima della malattia. difficile imputare l'omicidio volontario per colpa cosciente o anche dolo eventuale, come nel caso thyssen.
2) pur con le migliori intenzioni, il pm il processo voleva farlo e farlo lui, cioè tenerselo a torino. ha allora considerato solo casale monferrato, perchè lì e solo lì a causa di un maggior radicamento sociale dell'impianto, vi era l'uso da parte della popolazione di impiegare scarti di lavorazione in altri usi civili. questo era il solo elemento che doveva giustificare la continuazione del reato ben oltre la data di chiusura definitiva dello stabilimento nel 1986 ( l'amianto in Italia si è potuto impiegare legalmente fino al 1992).
due gradi di giudizio a torino poi non si sono sentiti di smentire questo azzardo processuale, finchè non si è arrivati in cassazione che ha stabilito il reato di disastro ambientale prescritto in data 2001, (cioè 1986 più 15 ) addirittura precedente all'inizio delle indagini, 2004 .
mah...la sede idonea era quella civile, suggeriscono adesso in parecchi. la sola responsabilità sarebbe stata ben più facile da provare.
L'istituto della sospensione
• Capaneo •15/12/2014 - 23:10
L'istituto della sospensione della pena non l'ho mai compreso e mai lo comprenderò... "sei colpevole, ma facciamo finta di nulla". Non "sei colpevole, ma siccome è un fatto lieve invece di mandarti in carcere ti facciamo pulire i cessi", no... "sei colpevole, MA TORNATENE A CASA e non farlo più mi raccomando"...
Chiunque si trovi sul territorio nazionale usufruisce di un buono sconto di 2 anni da spendere come meglio crede al supermercato del codice penale... se lo usi entro i 21 anni d'età ti regalano altri 6 mesi... se hai 70 anni, sconto ulteriore per i pensionati, anch'esso di 6 mesi. Se sei un delinquente molto, molto precoce ti premiamo con un buono di 3 anni invece che 2...
Già modificare questa assurdità creerebbe un serio incentivo all'uso dei riti alternativi.
Comunque i magistrati non sono esattamente 9k, bisogna considerare anche gli onorari che saranno scarsi (in verità io ritengo che specialmente le ultime generazioni non lo siano poi così tanto) ma ci sono e smaltiscono un bel po' di processi penali. E poi ci sono i vice procuratori onorari. La verità è che in un numero enorme di processi, in aula, di togati non c'è nemmeno l'ombra: sia giudicante che PM sono onorari.
In tutto gli onorari sono circa 7k, non so però quanti di questi siano assegnati al penale.