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Timestamp: 2017-05-23 12:34:14+00:00
Document Index: 12558786

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 33', 'art. 13', 'art. 3', 'art.3', 'art.3', 'in fine', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 28', 'art. 32', 'art. 85', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 32', 'art. 85', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 18', 'art 3']

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giu '09 25 Pregiudiziali ed emendamenti e ordini del giorno al ddl 733-b
Emendamenti, Ordini del giorno Stampa
QUESTIONE PREGIUDIZIALE DI COSTITUZIONALITA’
Questione pregiudiziale di costituzionalità dell’art. 1, comma 22, lettera l), del disegno di legge n. 733-B (Disposizioni in materia di sicurezza pubblica) in relazione agli artt. 3 e 13 della Costituzione.
l’art. 1, comma 22, lettera l), del provvedimento in questione trae origine, secondo la relazione governativa, dall’urgente necessità di prolungare da 60 a 180 giorni il trattenimento dello straniero presso i Centri di Identificazione ed Espulsione in caso di mancata cooperazione al rimpatrio del cittadino da parte del Paese terzo interessato o di ritardo nell’ottenimento della necessaria documentazione dai Paesi terzi; la normativa vigente consente il trattenimento dello straniero presso i centri di identificazione ed espulsione per un termine massimo di trenta giorni prorogabili per ulteriori trenta giorni, previa in ogni caso la convalida da parte del giudice di pace. I presupposti del trattenimento per i primi trenta giorni consistono nell’impossibilità di eseguire con immediatezza l’espulsione “perché occorre procedere al soccorso dello straniero, ad accertamenti supplementari in ordine alla sua identità o nazionalità, ovvero all’acquisizione di documenti per il viaggio, ovvero per l’indisponibilità del vettore o altro mezzo di trasporto idoneo”, cause, dunque, tutte ascrivibili a difficoltà di natura oggettiva, estranee alla condotta del destinatario del provvedimento. La proroga per ulteriori trenta giorni è subordinata poi al fatto che “l’accertamento della identità e nazionalità, ovvero l’acquisizione di documenti per il viaggio presenti gravi difficoltà”. Una volta scaduti detti termini massimi (60 giorni) senza aver eseguito l’espulsione, allo straniero viene intimato di lasciare il territorio nazionale; l’inottemperanza a tale ordine è penalmente sanzionata;
il disegno di legge governativo propone che, ferme restando le condizioni legittimanti il trattenimento attualmente vigenti, la durata massima dei due periodi (originario e prorogato) sia estesa a 60 giorni, così da raggiungere complessivamente quattro mesi;
al riguardo è da sottolineare come, se da un lato il disegno di legge tende, come nella relazione si osserva, ad anticipare nella legislazione nazionale il contenuto di una proposta di direttiva europea, dall’altro le modifiche proposte dal provvedimento legislativo oggi sottoposto al nostro esame appaiono assolutamente non in linea con quanto stabilito proprio in sede europea posto che la competenza in punto di convalida del prolungamento del trattenimento del singolo extracomunitario presso i CIE viene attribuita al giudice di pace, il che comporta inevitabilmente un controllo meramente “formale” sul provvedimento disposto dal Questore; controllo peraltro privo di autentico carattere giurisdizionale perché affidato appunto ad un giudice non togato, addestrato ad amministrare una giustizia “minore” ed assolutamente privo di ogni competenza in punto di libertà personale;
la scelta di affidare ai giudici di pace la convalida dei provvedimenti di proroga disposti dal Questore sembra inoltre contraddire un’opzione finora affermatasi in ordine ai limiti delle funzioni attribuite alla magistratura onoraria, come si evince dallo stesso decreto legislativo 28 agosto 2000, n. 274 che reca disposizioni sulla competenza penale del giudice di pace, laddove all’art. 2, comma 1, lettera b) e c), esplicitamente esclude dal procedimento davanti a tale giudice le disposizioni del codice di rito relative alle misure cautelari personali;
in tal modo, una sola categoria di persone, gli stranieri extracomunitari, vede ricadere sotto la giurisdizione del giudice di pace pronunce che incidono sul loro status libertatis, in evidente contraddizione con il principio di uguaglianza sancito dall’art. 3, primo comma, della Costituzione;
peraltro nemmeno in materia di diritti di libertà di cui all’art. 13 della Costituzione si giustifica la diversità di trattamento del cittadino, sottoposto al giudizio della magistratura professionale, e dello straniero, sottoposto appunto al giudizio del giudice di pace, giudizio non “minore”, ma sicuramente “diverso”;
ai sensi dell’articolo 93 del regolamento di non procedere oltre nell’esame del disegno di legge n. 733-B
Bonino, Perduca, Poretti
ORDINE DEL GIORNO NUMERO UNICO EUROPEO PER LE EMERGENZE
Il Senato in sede di discussione del ddl 733-B
- Nel 1991 il Consiglio europeo ha deciso, con delibera 91/396/CEE, che entro la fine del 1996 il numero 112 dovesse essere adottato da tutti gli Stati membri come Numero Unico Europeo (Nue) per qualsiasi emergenza in ogni Paese. La direttiva 2002/22/CEE prevedeva poi come gli Stati dovevano istituire il Numero Unico Europeo 112 con funzione di localizzazione del chiamante;
- In Italia nel 2003 viene istituito un gruppo di lavoro presso il Ministero dell’Innovazione;
Tecnologica con successivo mandato affidato nel 2005 ad Innovazione Italia Spa con il compito di una cosiddetta “prima sperimentazione” a Palermo, Salerno e Catanzaro con uno stanziamento di 9 milioni di euro nellíambito dei finanziamenti delle Regioni Obiettivo 1) e poi per ragioni economiche la sperimentazione fu limitata solo a Salerno e risultata fallimentare;
- nel 2006 la Commissione Europea mette in mora il Governo Italiano per mancata attuazione del Nue 112 e la mancata messa a disposizione agli enti di soccorso della localizzazione delle chiamate. Nel 2007 l’Italia viene deferita alla Corte di Giustizia Europea;
- il 22 gennaio 2008 con un decreto del Governo si prevede líunificazione di 112 e 113, attualmente serviti dalle Centrali Operative di Carabinieri e Polizia di Stato, lasciando fuori dalla programmazione i numeri 115 e 118;
- il 15 gennaio 2009 la settima sezione della Corte di Giustizia europea condanna líItalia per inadempienza della direttiva 2002/22/CE sullíistituzione del numero di emergenza unico europeo.
- i cittadini italiani come anche i turisti, dovrebbero sapere al momento del bisogno se le proprie richieste urgenti díaiuto, di assistenza, di intervento, vanno rivolte ai Carabinieri (112) piuttosto che alla Polizia (113), o alla Guardia di Finanza (117), al Corpo forestale (1515), al soccorso sanitario (118), ai Vigili del Fuoco (115), alla Guardia Costiera, ai telefoni della Polizia municipale di uno degli 8.101 Comuni italiani, o della Polizia provinciale di una delle 107 province;
- la questione piu’ urgente da risolvere e’ di permettere la rintracciabilita’ delle chiamate come previsto dalla Direttiva 2002/22, il mancato rispetto puo’ comportare sanzioni e multe onerose per lo Stato italiano.
ad attivare il 112 come numero unico europeo per le emergenze.
Poretti, Perduca **************************
ORDINE DEL GIORNO DECRETO FLUSSI IMMIGRAZIONE
Il decreto flussi 2007 prevedeva il rilascio di 170 mila nullaosta e ha introdotto l’iter telematico per ottenere il permesso di soggiorno che viene rilasciato in base all’ordine cronologico delle istanze, inviate direttamente dai singoli datori di lavoro o tramite i patronati. Inviate nei tre clic day: il primo il 15 dicembre 2007 riservato ai datori intenzionati ad assumere cittadini di Paesi che hanno firmato accordi di cooperazione con l’Italia; il secondo il 18 dicembre 2007 per colf e badanti, il terzo il 21
dicembre 2007 per le richieste riguardanti i cittadini di Paesi senza accordi di cooperazione e per lavori diversi dall’assistenza alle famiglie.
Le istanze inviate via Internet nei tre giorni furono 740 mila. La maggiorparte delle domande di assunzione provenivano da Milano (80 mila istanze), Roma (48 mila), Brescia (45 mila), Napoli (25 mila) Bergamo e Torino (entrambe con 23 mila). Richieste lontanissime dai posti messi a disposizione, basti pensare che Milano aveva a disposizione 7 mila nullaosta, Roma 15 mila.
Il decreto flussi del 2008 prevedeva l’ingresso di 150 mila stranieri e garantiva una priorita’ alle badanti (105.400 e 44.600 posti ai lavoratori riservatari).
Secondo le associazioni di settore come Acli colf sono circa 600 mila i lavoratori invisibili in ambito domestico (la stima comprende anche gli italiani).
Le domande di assunzione e le istanze di nullaosta inviate nel dicembre 2007 riguardavano in molti casi lavoratori che gia’ si trovavano in Italia e che lavoravano allora, e lavorano tutt’oggi, nelle case di quei datori di lavoro. Lavoratori “invisibili”, ma di cui si conosce tutto, dati anagrafici, residenza e luogo di lavoro. Datori di lavoro “inesistenti” che non possono pagare contributi Inps.
Dal 1998 esiste il reato di occupazione alle proprie dipendenze di lavoratori privi di permessi di soggiorno idoneo al lavoro. La legge Bossi-Fini ha appesantito la sanzione e il dl sicurezza dello scorso anno l’ha incrementata: si rischia la reclusione da sei mesi a tre anni e la multa di 5 mila euro.
Considerato inoltre che, lo stato di irregolarita’ non e’ voluto ne’ dal datore di lavoro ne’ dal lavoratore, ma dall’impossibilita’ di essere regolarizzato, in alcuni casi perche’ il clic dell’istanza e’ stato fatto un minuto dopo da una istanza che invece e’ stata regolarizzata.
si impegna il Governo
a prevedere le misure necessarie a regolarizzare quei rapporti di lavoro che dal dicembre 2007 aspettano il nullaosta attraverso una misura specifica quale un nuovo decreto flussi ad hoc.
ORDINE DEL GIORNO CENTRI IDENTIFICAZIONE ED ESPULSIONE
Il Senato, in sede di discussione del DDL 733-B
la gestione dei Centri di identificazione ed Espulsione presenta indubbi rilievi sul piano sociale: nella scorsa legislatura venne istituita presso il Ministero dell’Interno una commissione di ispezione per verificare le condizioni all’interno di quelli che allora si chiamavano centri di permanenza temporanea, autorevolmente presieduta dall’ambasciatore Staffan de Mistura, che giunse alle conclusioni, dopo sei mesi di lavoro, che l’attuale sistema di gestione dell’immigrazione tramite i CIE non risponde alle complesse problematiche del fenomeno, non consente una gestione efficace dell’immigrazione irregolare, comporta disagi alle forze dell’ordine e alle persone trattenute e, infine, comporta costi elevatissimi con risultati non commisurati
il provvedimento attualmente in discussione prevede il prolungamento del trattenimento degli immigrati irregolari all’interno di questi centri fino ad un periodo massimo di 180 giorni (rispetto ai 60 attualmente previsti);
i Cie attualmente operativi sono 10, per una capienza complessiva di 1.219 posti;
negli scorsi mesi il Governo ha stanziato 30 milioni di euro per la costruzione di 10 nuovi Cie, con l’obiettivo di avere un centro in ogni regione; il costo stimato per la costruzione dei nuovi Cie e la ristrutturazione di quelli esistenti è di 223 milioni di euro dal 2008 al 2010, mentre i costi per la permanenza degli stranieri nei centri sono stimati in 300 milioni di euro dal 2008 al 2010;
si prevede che il numero dei posti disponibili nei Cie passerà dagli attuali 1.219 a 4.640, ma il limite della detenzione, come prima ricordato, salirà da 60 a 180 giorni, con il conseguente rischio che la disponibilità dei posti si esaurisca presto, dato che il 40 per cento dei migranti trattenuti nei Cie non viene rimpatriato, con un conseguente aumento dei costi di mantenimento; all’interno dei Cie gli standard dei servizi garantiti alla persone ivi trattenute sono assolutamente insufficienti, ciò con particolare riferimento all’assistenza sanitaria e psicologica, al servizio di orientamento e assistenza legale; alla qualità ed al numero degli interpreti/mediatori; la non adeguata qualità dei servizi erogati dipende anche dall’insufficiente standard logistico offerto; si pensi, ad esempio, alla mancanza di spazi comuni per le attività ricreative e per la fase di ascolto mirato, alle camere sovraffollate o ai bagni insufficienti; all’interno dei Cie si registra inoltre la presenza di situazioni diversissime tra loro, sia sotto il profilo giuridico che sotto quello dell’ordine pubblico nonché della condizione umana e sociale delle persone trattenute. Tale mescolanza, esasperata dalla elevata presenza di ex detenuti, penalizza in modo particolare gli stranieri a cui carico sussistono solo provvedimenti di allontanamento conseguenti alla perdita di regolarità di soggiorno, nonché di persone più deboli e vulnerabili e bisognose di protezione sociale che sono esposte ad un clima di costante tensione e potenziale intimidazione interna agli stessi centri; impegna il Governo ad adottare ogni utile iniziativa volta ad assicurare la qualità e l’efficacia dei servizi prestati all’interno dei Centri di Identificazione ed Espulsione, ciò con particolare riferimento all’assistenza sanitaria e psicologica, al servizio di orientamento e assistenza legale, nonché alla qualità ed al numero degli interpreti/mediatori; a garantire uno standard logistico omogeneo all’interno dei Cie e, quindi, l’esistenza di adeguati spazi comuni per le attività ricreative e per la fase di ascolto mirato, nonché un numero di camere e di bagni commisurato alla presenza degli extracomunitari ivi trattenuti; ad adottare quanto prima ogni utile provvedimento atto a garantire, con riferimento alla lotta alla immigrazione clandestina, una diversificazione delle risposte per categorie di persone e, quindi, una maggiore gradualità e proporzionalità delle misure di intervento, con ciò evitando forme di detenzione amministrativa per tutte quelle categorie di persone per le quali non c’è esigenza di trattenimento, così come suggerito dalla commissione di ispezione presieduta nella scorsa legislatura dall’ambasciatore Staffan de Mistura. Perduca, Poretti
EMENDAMENTI ART. 1
All’art. 1, comma 7, le parole: “anche in riferimento all’età”, sono soppresse.
L’aggravante introdotta nel comma 1, nel punto dove fa riferimento anche all’età della persona offesa, è troppo generica e non sufficientemente determinata
All’art. 1 sopprimere i commi 8, 9 e 10
Con questa disposizione, la maggioranza reintroduce dopo dieci anni il reato di oltraggio a pubblico ufficiale, norma abrogata nel 1999 con la legge sulla depenalizzazione dei reati minori. Dieci anni fa il legislatore aveva ritenuto eccessiva la pena rispetto al reato, decidendo infine di abrogare la norma, in vigore da 70 anni, “perché non più rispondente alle esigenze attuali ed alle concezioni sociali dominanti della società moderna”. Non vi è motivo, a distanza di così poco tempo, per cambiare giudizio, ecco perché i commi 8, 9 e 10 vanno abrogati
All’art. 1 Sopprimere il comma 18
La disposizione che si intende abrogare prevede il divieto di iscrizione anagrafica (per i residenti italiani e stranieri regolarmente soggiornanti) in mancanza della disponibilità di un alloggio dotato di idonea certificazione dei requisiti igienico-sanitari.
Come messo in evidenza dall’ANCI tale norma introduce in capo alla pubblica amministrazione l’obbligo di verificare se chi richiede l’iscrizione o la variazione anagrafica sia in possesso di un alloggio dotato di idonea certificazione dei requisiti igienico-sanitari. Si tratta di adempimenti impossibili da sostenere per l’amministrazione, con la conseguenza che si verrebbero a creare delle lacune e delle contraddizioni nell’ordinamento amministrativo, incidendo pesantemente sull’applicabilità della legge anagrafica del 1954.
Peraltro il secondo comma della presente disposizione configura una violazione del principio di non discriminazione nella parte in cui prevede che coloro i quali vivono in condizioni non ritenute idonee non potranno avere accesso a tutti i servizi sociali connessi al possesso del certificato di residenza.
All’art. 1, comma 22, sopprimere la lettera l)
L’art. 1, al comma 22, lettera l), reintroduce la norma sul prolungamento del periodo di trattenimento presso i CIE fino a 180 giorni. Questa disposizione è inaccettabile, prima ancora che nel merito, per una questione di metodo: trattasi infatti di un articolo già bocciato nella sua sostanza ben due volte, prima al Senato e poi alla Camera, pertanto il fatto di ripresentarlo per la terza volta anche in questo provvedimento viola le più elementari regole del diritto.
Nel merito questa norma è ingiusta, perché diretta a mettere in carcere (perché di questo si tratta) persone molto spesso vittime solo della burocrazia degli Stati di provenienza. E’ una vera e propria misura di detenzione carceraria, decisa da un autorità amministrativa (il questore), in assenza di reato e nel totale disprezzo per le normali garanzie che qualunque democrazia liberale riserva alle persone, lontana mille miglia dall’habeas corpus. Per di più è anche inefficace: è la legge Bossi-Fini infatti che ha fallito, e questo tentativo del Governo di tappare le falle che si aprono di volta in volta servono a ben poco. Del resto finora fare la faccia feroce non ha impedito l’approdo di clandestini sulle coste del nostro Paese, anzi il loro numero è aumentato notevolmente
All’art. 1, comma 22, alla lettera l), le parole: “Trascorso tale termine, in caso di mancata cooperazione al rimpatrio del cittadino del Paese terzo interessato o di ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai Paesi terzi,” sono sostituite dalle seguenti: “Trascorso tale termine, nel caso in cui sussista in concreto il rischio di fuga dello straniero o lo stesso abbia concorso ad evitare od ostacolare la preparazione del rimpatrio o dell’allontanamento e vi siano ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai Paesi terzi,”
I presupposti legittimanti questa ulteriore proroga del provvedimento di trattenimento non possono rimanere ancorati a difficoltà di natura meramente oggettiva (ritardi nell’ottenimento della necessaria documentazione dai Paesi terzi) e, quindi, svincolati da qualunque presupposto di “colpa” del destinatario, ciò sulla base di quanto stabilito dalla proposta di direttiva europea recante norme e procedure comuni applicabili negli stati membri al rimpatrio di cittadini di paesi terzi soggiornanti illegalmente nel territorio nazionale.
All’art. 1, comma 22, alla lettera l), le parole: “Trascorso tale termine, in caso di mancata cooperazione al rimpatrio del cittadino del Paese terzo interessato o di ritardi” sono sostituite dalle seguenti: “Trascorso tale termine, nel caso in cui il cittadino del Paese terzo interessato non abbia fornito senza giustificato motivo elementi utili alla sua identificazione e vi siano ritardi”.
All’art. 1, comma 22, alla lettera l), le parole “o di ritardi” sono sostituite dalla seguente: “nonché di ritardi”.
Vale quanto detto sopra: il trattenimento per periodi così lunghi deve essere giustificato oltre che da difficoltà di natura puramente oggettiva (i Paesi terzi che non inviano la documentazione richiesta), anche da condotte colpose (mancata cooperazione) ascrivibili allo straniero espellendo. Detto altrimenti: per aversi questa ulteriore proroga del trattenimento, le condizioni legittimanti previste da questa nuova disposizione devono sussistere contemporaneamente, di qui la sostituzione della lettera “o” con “nonché”.
All’art. 1, comma 22, alla lettera l), le parole: “al giudice di pace”, ovunque ricorrono, sono sostituite dalle seguenti: “al tribunale”
La competenza in punto di proroga del trattenimento all’interno dei CIE, sempre sulla base di quanto suggerito dalla citata proposta di direttiva europea, non può né deve consistere, come avviene oggi, in un mero controllo “formale”, privo di autentico carattere giurisdizionale perché affidato ad un giudice non togato, addestrato ad amministrare una giustizia “minore” ed assolutamente privo di ogni competenza in punto di libertà personale.
All’art. 1, comma 22, alla lettera l), dopo le parole “il questore può chiedere al giudice di pace la proroga del trattenimento per un periodo ulteriore di sessanta giorni”, sono aggiunte le seguenti: “purché nel caso di specie non possano essere applicate allo straniero altre misure sufficienti ma meno coercitive.”
Tra l’altro il Parlamento europeo ha suggerito agli Stati membri di prevedere espressamente la residualità della misura del trattenimento rispetto ad altri provvedimenti meno coercitivi.
All’art. 1, comma 22, alla lettera l), dopo le parole: “persistono le condizioni di cui al periodo precedente”, sono aggiunte le seguenti: “e purché siano stati compiuti tutti gli sforzi necessari all’esecuzione del rimpatrio dello straniero,”
Contrariamente a quanto prevede la proposta di direttiva europea, il decreto legge non contempla, fra i presupposti legittimanti il trattenimento fino ad un periodo massimo di 180 giorni, l’ accenno alla necessità che sia stato posto in essere, da parte dell’autorità amministrativa procedente, il massimo sforzo possibile nell’assicurare il rimpatrio immediato.
All’art. 1 Sopprimere il comma 29
La disposizione in questione estende l’applicazione delle disposizioni relative al rimpatrio assistito di cui all’art. 33, comma 2-bis, della legge Bossi/Fini, anche ai minori non accompagnati, aventi cittadinanza europea, che esercitano la prostituzione.
Ebbene, la norma è in contrasto con il Regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio del 27/11/2003 che richiede l’interevento dell’autorità giurisdizionale per le decisioni sulle questioni attinenti alla responsabilità genitoriale (e quindi sul rimpatrio).
Inoltre si rileva l’incostituzionalità della presente norma per contrasto con l’art. 13 della Costituzione italiana in quanto non viene rispettata la riserva di giurisdizione per i provvedimenti che incidono sulla libertà personale
EMENDAMENTI ART. 3
All’art. 3, dopo il comma 18 aggiungere il seguente:
18-bis. Chiunque, a fini di commercio, occupa abusivamente una porzione di suolo stradale superiore a quella prevista nella concessione di cui sia in possesso, è soggetto alla chiusura dell’esercizio per un periodo non superiore a due giorni.».
Il senso dell’emendamento è quello di differenziare una sanzione che deriva dalla violazione delle previsioni in materia tra coloro che occupano in effetti abusivamente il suolo stradale senza avere mai ottenuto una concessione e gli esercenti che sono in possesso, invece, di una concessione ma non ottemperano alle prescrizioni, travalicando i confini degli spazi assegnati. La differenza ha una sua ratio anche nella previsione dell’articolo 20 del codice della strada: infatti, per entrambi i casi, vi è una sanzione amministrativa che permette una gradazione, consentendo la possibilità di modificare la sanzione a seconda della gravità dell’infrazione.
All’art.3, dopo il comma 18, aggiungere il seguente:
«18-bis. Le disposizioni di cui ai commi 16, 17 e 18 non si applicano nelle ipotesi in cui i regolamenti comunali in materia di occupazione di suolo pubblico già prevedano disposizioni specifiche applicabili alle suddette ipotesi.».
L’emendamento è volto ad evitare che vi sia confusione in materia di sanzioni che hanno a che fare con l’occupazione abusiva di suolo pubblico, perché molti regolamenti comunali già prevedono il ripristino dello stato dei luoghi. Quindi si dice che le disposizioni di cui all’articolo 12 non si applicano nel caso in cui i regolamenti comunali già si occupino della materia.
All’art.3, comma 19, lettera b), capoverso «Art. 602-bis», al numero 1, dopo le parole: «del genitore», aggiungere, in fine, le seguenti: «, previa valutazione del Tribunale dei minorenni in ordine alla compatibilità di tale pena con il superiore interesse del minore».
La disposizione in questione prevede che il genitore che impiega il minore nell’accattonaggio decade dall’esercizio della potestà di genitore. Ebbene, vi è un aspetto di questa delicata pena accessoria che attiene non alla persona del genitore ma soprattutto agli effetti che si riverberano sul minore: la complessità delle situazioni familiari, infatti, è tale da imporre una valutazione complessiva molto attenta. Bisogna valutare la posizione del minore e il suo interesse superiore a non perdere talvolta il contatto con i genitori.
Per questo si reputa opportuno un ascolto, cioè una decisione del tribunale dei minorenni, al fine di non perdere il contatto e la relazione con i genitori, che, sebbene rei di fatti illeciti, potrebbe essere necessaria, se non indispensabile, per lo sviluppo della vita e soprattutto dell’equilibrio del minore.
Questa è la ragione fondamentale dell’esistenza nel nostro ordinamento di tutto il sistema civile e penale affidato alla giurisdizione in favore dei minorenni. Pertanto, prima di irrogare una sanzione che vada ad incidere non tanto e non solo sulla persona del reo ma soprattutto sulla persona del minore, pensiamo sia indispensabile nell’interesse superiore del minore che il tribunale per i minorenni si esprima preventivamente in merito.
Quindi, a preoccupare e non poco sono gli effetti che l’irrogazione della pena accessoria può produrre sulla vita e lo sviluppo del minore. Per questa ragione si chiede un’attenta valutazione affinché sia approvato questo emendamento, che nulla toglie alla censura e alla repressione di questa forma di illecito, ma che mira esclusivamente a salvaguardare l’equilibrio e l’interesse superiore del minore.
All’art. 3 sopprimere il comma 20
La norma è vaga ed indeterminata come non deve essere una norma penale. Prevedere un aumento di pena nei casi di fatti commessi nelle immediate vicinanze di luoghi abitualmente frequentati da minori significa dire che vi sarà sempre e in ogni caso un aumento di pena.
Dopo l’art. 3, è aggiunto il seguente:
“3-bis (revisione del sistema delle pene accessorie)
All’art. 28 del codice penale è aggiunto, infine, il seguente comma:
“L’interdizione dai pubblici uffici non preclude lo svolgimento presso amministrazioni pubbliche di semplici mansioni d’ordine, nonché la prestazione d’opera meramente materiale, non trattandosi di attività di pubblico servizio”
L’art. 32 del codice penale è abrogato.
I commi 1 e 2 dell’art. 85 del testo unico di cui al decreto del Presidente della
Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, sono abrogati.
L’art. 28 del codice penale attualmente in vigore, al comma 2, se interpretato correttamente, non preclude la assunzione di un detenuto presso le pubbliche amministrazioni per attività lavorative che comportano semplici mansioni d’ordine o prestazioni d’opera meramente materiali. E’ indubbio, pertanto, che le attività ora indicate non sono affatto precluse dalla pena accessoria in questione. Si noti che vi sono amministrazioni comunali che prevedono l’assunzione di detenuti come operatore ecologico in genere o come inserviente in servizi sanitari e simili. Al riguardo però molte amministrazioni ritengono precluse le assunzioni dalla interdizione dei pubblici uffici. Si è creata, quindi, una situazione di incertezza interpretativa che va chiarita con una esplicita previsione di modifica dell’art. 28. Questo spiega la prima parte del presente emendamento che all’art. 28 del codice penale introduce un nuovo comma che contiene, appunto, il chiarimento indicato.
- Per quanto riguarda l’abrogazione dell’art. 32 del codice penale. Questa norma preclude oggi a che il condannato possa compiere tutte quelle attività che presuppongono il compimento di atti giuridici: che possono andare da uno specifico atto contrattuale per la costituzione di un rapporto di lavoro, subordinato o autonomo, alla partecipazione ad atti, come la costituzione di una società, particolarmente di una società cooperativa, che possono porre le condizioni per un successivo inserimento lavorativo. Quindi, anche questa pena accessoria certamente non agevola, ma più spesso ostacola il percorso di reinserimento del condannato nella società, ciò che è tipico di una concezione della pena esattamente opposta a quella oggi affermata dalla Costituzione e richiamata dalla giurisprudenza della Corte costituzionale. Si ritiene pertanto che, dinanzi a tale norma, l’unico intervento possibile sia quello della soppressione.
- L’emendamento in questione, infine, prevede la soppressione anche delle pene accessorie previste dall’art. 85 del testo unico di cui al D.P.R. 309/90. Le pene accessorie previste da tale norma hanno infatti l’effetto di ridurre le opportunità di lavoro dei soggetti sanzionati: a) il divieto di espatrio impedisce non solo il lavoro all’estero, ma anche il lavoro in Italia che preveda lo svolgimento di prestazioni all’estero (caso dell’autotrasporto, della navigazione, di lavori comunque che si svolgano alle dipendenze di imprese italiane, ma in parte o in toto all’estero); b) il ritiro della patente di guida è un handicap assoluto o relativo: assoluto nelle attività di lavoro in cui la patente è necessaria e relativo in tutte quelle in cui l’uso della stessa è più o mneo indispensabile per raggiungere il luogo di lavoro. Non disporre della patente di guida è oggi una forma di grave incapacitazione della persona. Si ritiene pertanto necessario sopprimere tali pene accessorie, proprio perché le stesse non fanno altro che perseguire ancora il condannato anche dopo che la parte essenziale della condanna è stata sofferta. Tutto ciò, come detto sopra, è contrario alla nuova finalizzazione della pena affermata dalla Corte costituzionale e la risposta più logica a tali forme di pene accessorie è la loro soppressione.
All’art. 3 Sopprimere l’articolo il comma 40
Non pago degli episodi di pubblico linciaggio succedutisi in occasione di recenti arresti, con l’istituzione delle cosiddette “ronde”, il governo propone e si appresta ad imporre con la forza dei numeri una concezione della giustizia fai da te, volta a far leva sui più arcaici istinti di vendetta privata ed a cavalcarli per ragioni di mera propaganda. Una simile disposizione, se approvata, sarebbe destinata non certo a garantire sicurezza, ma piuttosto ad innescare per legge una spirale di violenza e ritorsioni cui non sarà poi agevole porre freno. Garantire la sicurezza dei cittadini è compito esclusivo dello stato, con l’appaltarla a “bande” di privati lo stato dichiara di aver fallito il proprio compito e ad esso abdica. Sostituire allo Stato i cittadini organizzati significa ripercorrere a ritroso, per decreto, secoli di civiltà.
Peraltro di «Misura impraticabile» ha parlato anche il Cocer dei carabinieri, che ha bocciato le ronde e chiesto un incontro al capo dello Stato e al presidente del Consiglio «per avere chiarimenti su tematiche che oggi offuscano la serenità dei nostri colleghi». Al Cocer hanno poi fatto da sponda i sindacati di polizia, in particolare il Silp Cgil e il Sap (che da Torino denuncia: «I partiti cercano di lottizzare le ronde, per noi un ruolo di badanti»), che si sono appellati al governo affinché «non sia approvata questa norma». Il fronte dei contrari alle ronde è compatto, soprattutto dopo quanto è avvenuto a Padova con la rissa tra i leghisti di «Veneto Sicuro» e gli antagonisti del centro sociale «Pedro» e la Digos in mezzo a cercare di dividere i contendenti. Soprattutto tenendo conto di quanto potrebbe avvenire nei prossimi giorni, con le associazioni di cittadini che in molte città si stanno organizzando per pattugliare parchi e strade. ……………….. All’art. 3, comma 40, le parole: “ovvero situazioni di disagio sociale” sono soppresse.
Cosa si intende per situazioni di disagio sociale? La definizione è alquanto vaga e si presta a una interpretazione ampia, con conseguente dilatazione dei compiti (in collaborazione) delle associazioni. In ogni caso, non si comprende perché mai situazioni di disagio sociale debbano essere segnalate alle forze di polizia dello Stato o locali, e non, invece, se previsti, ai servizi di assistenza sociale. Probabilmente, nel caso in esame, si tratta di uso linguistico improprio nella redazione della disposizione; tuttavia, allo stato, si ha la sgradevole sensazione che il legislatore pensi di attrarre i problemi connessi al disagio sociale in un circuito repressivo di polizia, più che di prevenzione e ausilio di carattere socio-assistenziale ……………….. All’art. 3, dopo il comma 40, è aggiunto infine il seguente:
“40-bis – Le associazioni devono essere riconosciute ai sensi del codice civile e sono composte da cittadini residenti nel comune che intende avvalersi della loro collaborazione ed operano esclusivamente nel territorio comunale coincidente con quello di appartenenza dei propri iscritti.
Non si può essere iscritti a più di una associazione tra quelle comprese nell’elenco tenuto a cura del prefetto ai sensi del comma precedente”
Il disegno di legge non fornisce alcun principio o criterio cui deve attenersi il Ministro dell’Interno nell’individuazione dei requisiti che devono essere posseduti dalle associazioni stesse e dai loro iscritti; né gli ambiti operativi delle medesime.
Quanto ai requisiti sarebbe opportuno precisare che le associazioni devono essere “riconosciute” ai sensi del codice civile (sarebbe infatti opportuno prevedere la loro formale costituzione e l’elaborazione di uno “statuto tipo”, il tutto onde evitare, in un settore così delicato, la formazione di associazioni in tutto o in parte segrete, in violazione dell’art. 18 della Costituzione).
Anche la definizione degli ambiti operativi delle stesse associazioni manca, come detto, di principi e criteri indicati dalla norma primaria. A tal proposito, occorre innanzitutto osservare che il legislatore dovrebbe quanto meno precisare se esiste il limite della struttura e ambito di operatività esclusivamente “locale” (nel senso di limitato ad un unico comune) delle associazioni. Si intende dire che occorre precisare se tali associazioni dovrebbero essere composte (o meno) da cittadini tutti residenti nel medesimo comune (quello che intende avvalersi della loro collaborazione), o, al massimo, in comuni limitrofi, e se l’associazione non possa che operare nell’ambito di un solo comune, coincidente con quello di appartenenza dei propri iscritti
All’art 3, dopo il comma 21 aggiungere il seguente:
“Dopo l’articolo 593 del codice penale é inserito il seguente: “Art. 593- bis . – (Tortura) – Il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che infligge ad una persona, con qualsiasi atto, lesioni o sofferenze, fisiche o mentali, al fine di ottenere segnatamente da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o é sospettata di aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o su di una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su ragioni di discriminazione, é punito con la reclusione da quattro a dieci anni. La pena é aumentata se ne deriva una lesione personale. É raddoppiata se ne deriva la morte. Alla stessa pena soggiace il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che istiga altri alla commissione del fatto, o che si sottrae volontariamente all’impedimento del fatto, o che vi acconsente tacitamente. Qualora il fatto costituisca oggetto di obbligo legale l’autore non é punibile”.
Qui il testo del Provvedimento
1 Risposta to “Pregiudiziali ed emendamenti e ordini del giorno al ddl 733-b” Ipocrisia e menefreghismo da Bertolaso… | Erasmo Says:
giugno 9th, 2010 at 15:35 [...] Qui l’interrogazione:http://blog.donatellaporetti.it/?p=452 Qui l’ordine del giorno: http://blog.donatellaporetti.it/?p=678 [...]