Source: https://www.laleggepertutti.it/154652_quando-ce-una-minaccia
Timestamp: 2018-09-19 00:22:32+00:00
Document Index: 43574822

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 612', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 179', 'art. 180', 'art. 184', 'art. 184', 'art. 183', 'art. 192', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 616', 'art. 52']

Quando c'è una minaccia?
Quando c’è una minaccia?
Per la minaccia è necessario prospettare un danno grave e ingiusto che comporti una limitazione alla libertà psichica della vittima: per procedere penalmente è necessaria la querela della vittima.
«Te la faccio pagare», «Tu non sai cosa ti faccio», «Stai molto attento da oggi in poi», «Guardati le spalle», «Te ne pentirai amaramente», «Il mio scopo nella vita è farti piangere»: sono tutte tipiche affermazioni che, a prescindere dalle effettive intenzioni di chi le pronuncia e dal fatto che alle parole non seguano poi i fatti, integrano il reato di minaccia. Per stabilire quando c’è una minaccia, infatti, non si deve guardare al comportamento tenuto dal responsabile dopo la frase, anche se pronunciata d’impeto e in uno stato d’ira, ma alla serietà con cui essa è stata proferita e se dal contesto risultava verosimile l’intenzione di vendicarsi, tanto da ingenerare paura nella vittima. Sono questi i canoni principali su cui si basa una minaccia e che consentono, a chi ne sia soggetto passivo, di andare a denunciare l’episodio ai carabinieri, alla polizia o direttamente alla Procura della Repubblica. Peraltro, non importa che non vi sia una prova documentale, una registrazione o un testimone che abbia sentito o sia disposto a riportare i fatti alle autorità. Nel processo penale, infatti, basta la dichiarazione della stessa vittima per «mandare in galera» il responsabile, se i fatti narrati non son incompatibili con l’episodio. Con una recente sentenza [1], la cassazione ha chiarito quando c’è una minaccia, riferendosi al caso di un tale che aveva detto a un altro la seguente frase: «Il mio scopo nella vita è farti piangere».
Ricordiamo innanzitutto che quando c’è minaccia scatta la multa fino a euro 1.032 oppure, se la minaccia è grave o è fatta da più di 5 persone con armi o da più di 10 anche senza armi, la pena è della reclusione fino a un anno e si procede d’ufficio.
Andiamo a vedere, ora, come si è orientata la giurisprudenza nell’interpretare la norma. Per stabilire quando c’è una minaccia [2] bisogna verificare se la frase proferita è particolarmente grave, o meglio sono gravi le conseguenze prospettate alla vittima. Dire «Ti calpesto un piede quando cammini» non può certo ritenersi grave come «Prima o poi ti ammazzo». Ovviamente, si deve tenere conto delle condizioni personali e fisiche della vittima: sicuramente un anziano, per via della sua condizione di debolezza, è più facilmente spaventabile di una persona giovane.
Per usare una terminologia più tecnica, si può dire che elemento essenziale del reato è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato alla vittima.
Non è necessario prospettare uno specifico male alla vittima (ad esempio: «ti faccio un buco in pancia con il coltello», oppure «prima o poi ti tiro un colpo di pistola alla testa»), potendo essere anche una minaccia generica (ad esempio «Tu non sai cosa ti sto per fare…», «Guardati le spalle perché te la faccio pagare»). Insomma, si può rimanere sul vago e commettere ugualmente il reato di minaccia.
La minaccia può realizzarsi in qualsiasi modo e attraverso qualsiasi mezzo. Essa può essere esplicita o implicita, diretta o indiretta, reale o simbolica, purché sia idonea a intimorire il soggetto passivo.
Non è neanche necessario che la vittima sia presente al momento in cui la frase minacciosa viene detta. Ad esempio, ben potrebbe essere che il colpevole parli con altre persone e queste poi lo riferiscano al diretto interessato, a condizione che vi sia la volontà dell’agente di produrre il vero e proprio risultato di intimorire la persona offesa.
Inoltre, la minaccia scatta anche se gli atti intimidatori non sono espressi a voce: possono rientrare nella minaccia anche gli strumenti comunicativi più svariati, come scritti, gesti, sms o e-mail.
Non è necessario che chi minacci passi poi dalle parole ai fatti: è sufficiente la sola attitudine della condotta a intimorire una persona media. Il delitto si consuma infatti nel momento in cui il soggetto agente ponga in essere una condotta minacciosa idonea a determinare la coazione del soggetto passivo e questa venga a conoscenza dello stesso.
Come difendersi da una minaccia?
La vittima della minaccia può denunciare l’accaduto alle forze dell’ordine, ossia ai Carabinieri o alla Polizia, senza bisogno di farsi assistere da un avvocato. Queste, stilato il verbale con la querela, lo trasmetteranno alla Procura della Repubblica che incaricherà un Pm di effettuare le indagini. La prova della minaccia, come detto, può essere la stessa dichiarazione della vittima anche se è sempre meglio supportarla con ulteriori elementi, come ad esempio la conferma, da parte di terzi, del clima di tensione tra i due.
Corte di Cassazione, sez. V Penale, sentenza 14 ottobre 2016 – 16 marzo 2017, n. 12756
Presidente Vessichelli– Relatore De Marzo
1. Con sentenza del 16/10/2015 il Tribunale di Genova ha confermato la decisione di primo grado, che aveva condannato F. V. alla pena di giustizia e al risarcimento dei danni, in favore della parte civile G. P., avendolo ritenuto responsabile del reato di cui all’art. 612 c.p.
2.1. Con il primo motivo, si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge, rilevando che Tribunale neppure aveva considerato le dichiarazioni dell’imputato, il quale aveva negato l’addebito e, in particolare, di avere pronunciato le minacce – peraltro neppure oggettivamente rilevabili nell’espressione contestata -, ponendo a fondamento della decisione le affermazioni della persona offesa, la quale aveva riferito vagamente in ordine all’episodio, senza indicare il contesto nel quale si sarebbe verificato. Aggiunge il ricorrente che la sentenza impugnata non aveva preso in esame il significato delle fotografie e il tenore dei messaggi acquisiti, dai quali emergeva il clima sereno e aveva trascurato di valutare il clima di esasperata e persistente conflittualità, che aveva condotto alla archiviazione di altro procedimento scaturito da una delle querele proposte dall’imputato nei confronti della P..
2.2. Con il secondo motivo, si lamentano vizi motivazionali e violazione di legge in relazione al mancato rilievo della particolare tenuità del fatto, ai sensi dell’art. 34 d.lgs. n. 274 del 2000.
1. Va preliminarmente rilevato che la comunicazione dell’avviso di fissazione dell’udienza per la trattazione del ricorso in esame è stata effettuata nei confronti di uno soltanto dei due difensori del ricorrente. Tuttavia, il vizio procedurale de quo deve ritenersi sanato, a seguito della mancata comparizione in udienza dei difensori stessi.
A questa conclusione – di recente ribadita, sia pure con riferimento all’udienza camerale, da Sez. 2, n. 21631 del 04/02/2015, E., Rv. 26377801 -, si addiviene rilevando, innanzitutto, che l’omissione della comunicazione anzidetta, in ossequio ad una consolidata giurisprudenza di legittimità, non dà luogo ad una nullità assoluta, ai sensi dell’art. 179 c.p.p., ma ad una nullità di ordine generale a regime intermedio, ai sensi dell’art. 180 del codice di rito (Sez. U, n. 22242 del 27/01/2011, S., Rv. 249651).
Da tale osservazione discende che alla nullità in discorso è applicabile la sanatoria prevista dall’art. 184, comma 1, c.p.p., dovendosi cogliere nella mancata comparizione del difensore regolarmente avvisato e del difensore al quale l’avviso non è stato comunicato una rinuncia per facta concludentia (la cui configurabilità emerge dal raffronto dell’art. 184 c.p.p. con la diversa formulazione l’art. 183, lett. a) del codice di rito) della parte da questi ultimi rappresentata a comparire all’udienza camerale.
Con riferimento all’accertamento dei fatti, si osserva che le regole dettate dall’art. 192, comma 3, c.p.p. non si applicano alle dichiarazioni della persona offesa, le quali possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigorosa rispetto a quella cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone (Sez. U, n. 41461 del 19/07/2012, Bell’A., Rv. 253214).
In tale contesto, le argomentazioni sviluppate dalla sentenza impugnata e dalla decisione di primo grado (è appena il caso di rilevare che, essendosi in presenza di una doppia pronuncia conforme in punto di penale responsabilità dell’imputato, le motivazioni delle due sentenze di merito vanno ad integrarsi reciprocamente, saldandosi in un unico complesso argomentativo: cfr., in motivazione, Sez. 2, n. 46273 del 15/11/2011, B., Rv. 251550), non sono incrinate, nella loro logicità, dalle considerazioni che, in altra vicenda, connotata dalla presenza anche di dichiarazioni ulteriori rispetto a quelle del V. e della P., hanno condotto alla archiviazione del procedimento scaturito da una querela del primo.
Peraltro, anche la generica critica rispetto all’efficacia intimidatoria della frase pronunciata (“il mio scopo nella vita è farti piangere”): a) da un lato, non considera, in punto di diritto, che elemento essenziale del reato in esame è la limitazione della libertà psichica mediante la prospettazione del pericolo che un male ingiusto possa essere cagionato dall’autore alla vittima, senza che sia necessario che uno stato di intimidazione si verifichi concretamente in quest’ultima, essendo sufficiente la sola attitudine della condotta ad intimorire e irrilevante, invece, l’indeterminatezza del male minacciato, purché questo sia ingiusto e possa essere dedotto dalla situazione contingente (Sez. 5, n. 45502 del 22/04/2014, S., Rv. 26167801); b) dall’altro, in punto di fatto, trascura di considerare che soprattutto la sentenza di primo grado ha dato ben conto del contesto tutt’altro che sereno nel quale vivevano la fine del loro rapporto il V. e la P., come, peraltro, a dispetto dei documenti invocati, finisce per riconoscere lo stesso ricorrente, quando richiama il contenuto del sopra menzionato provvedimento di archiviazione.
3. Il secondo motivo è infondato, dal momento che, ai sensi dell’art. 34, comma 3, d.lgs. n. 274 del 2000, dopo l’esercizio dell’azione penale, la particolare tenuità del fatto può essere dichiarata solo quando, oltre all’imputato, anche la persona offesa non si oppone.
Tuttavia, come chiarito da Sez. U. n. 43264 del 16/07/2015, tale volontà di opposizione è da ritenersi sussistente nel momento in cui la persona offesa, come nel caso di specie, una volta costituitasi parte civile, formuli richieste risarcitorie (v., in particolare, il par. 9 della motivazione).
4. Alla pronuncia di rigetto consegue, ex art. 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali, nonché alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità, che, in relazione all’attività svolta, vengono liquidate in Euro 1.500,00, oltre accessori di legge.
Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e alla rifusione delle spese sostenute dalla parte civile nel giudizio di legittimità, che liquida in Euro 1.500,00, oltre accessori di legge. In caso di diffusione del presente provvedimento, si omettano le generalità e gli altri dati identificativi, a norma dell’art. 52 del d.lgs. n. 196 del 2003.