Source: http://www.chilhavisto.rai.it/dl/clv/Misteri/ContentSet-3847bc1f-ceac-4a83-9d8a-cf53886980e7.html
Timestamp: 2019-05-24 10:01:52+00:00
Document Index: 78570699

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Chi l'ha Visto - Misteri - Federico Aldrovandi - La scheda
Fissato il processo per l'irruzione alla Rai contro "'Chi l'ha visto?"
Studente americano spinto nel Tevere: Il pm chiede l'ergastolo per Galioto
Ritrovato a Roma l'uomo scomparso da Messina
Ritrovato dalla Polizia il ragazzo scomparso da Sassari
Data pubblicazione:16/01/2006
Il tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi i quattro poliziotti accusati di eccesso colposo nell'omicidio colposo di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un intervento di polizia. Alla sentenza si è arrivati dopo un processo durato 2 anni e mezzo e dopo trentadue udienze. Alla lettura della sentenza di primo grado i genitori del ragazzo si sono abbracciati piangendo e in aula sono partiti gli applausi.
L'avviso di fine indagini è stato recapitato a quattro poliziotti ferraresi nell'ambito dell'inchiesta bis relativa alla morte di Federico Aldrovandi, il giovane morto a Ferrara durante un violento arresto. Indagati nell'inchiesta sui presunti falsi, omissioni, manomissioni degli atti durante la prima fase 'approssimativa' dell'indagine sono Paolo Marino, all'epoca dirigente dell'ufficio Volanti, Marco Pirani, della polizia giudiziaria e allora braccio destro dell'ex pm Mariaemanuela Guerra; Marcello Bulgarelli, che il giorno della tragedia (il 25 settembre 2005) era responsabile della centrale operativa 113 e Luca Casoni, capo turno delle volanti. Ne ha dato notizia l'edizione cittadina del Resto del Carlino. Il 6 luglio la sentenza di primo grado ha condannato tre anni e sei mesi i quattro poliziotti intervenuti quella mattina in via Ippodromo (Monica Segatto, Enzo Pontani, Luca Pollastri e Paolo Forlani). L'inchiesta bis venne aperta nel maggio 2007, in parallelo al fascicolo principale sulla morte del ragazzo, necessaria al pm Nicola Proto per accertare perché il brogliaccio delle chiamate al 113 del 25 settembre fu corretto nello spazio in cui venivano riportati i dati dell'intervento dei quattro poliziotti delle pattuglie in via Ippodromo.
Sono passati quattro anni dalla morte di Federico Aldrovandi, 18 anni, ucciso il 25 settembre del 2005 in una colluttazione con quattro agenti di polizia, poi condannati a 3 anni e 6 mesi per eccesso colposo nell'omicidio colposo del ragazzo. Ma ''è la prima commemorazione dopo la sentenza di condanna'', commentano i familiari che oggi, 25 settembre, assieme ad un pezzo di Ferrara, hanno ricordato. In tanti si sono stretti attorno ai genitori, nella chiesa di Sant'Agostino e poi in serata per una fiaccolata in via Ippodromo, dove Federico morì. Al papà Lino è stato chiesto se è possibile parlare di perdono verso i quattro agenti: ''Io non posso perdonare come padre, devono essere perdonati da Federico, hanno tolto la vita a lui, in parte a suo fratello e a tutti i ragazzi come lui. Loro devono perdonarli, se potranno farlo. Noi dobbiamo avere solo fiducia nella polizia. Il mio vuole essere un messaggio di pace, ma anche di determinazione''. La stessa con cui Lino, la moglie Patrizia Aldrovandi e l'altro figlio Stefano chiedono chiarezza per l'inchiesta bis, condotta dalla Procura di Ferrara sui presunti depistaggi della Questura cittadina durante le indagini sulla morte di Federico: ''saranno i giudici a darci la verità che ancora ci manca''. ''In questa storia - ha detto il padre - non c'è stato rispetto per noi cittadini, e vorrei che questo servisse a tutti i giovani affinché credano sempre più nelle istituzioni e in chi ogni giorno svolge il proprio lavoro con onestà e giustizia. Non siamo contro la Polizia o la magistratura – ha precisato - noi abbiamo la massima fiducia nelle forze dell'ordine e nei giudici, non saremmo qui se non fosse stato così. Questo è il messaggio che lanciamo''.
Si è tenuta l’udienza preliminare del procedimento bis per la morte di Federico Aldrovandi, il diciottenne deceduto a Ferrara all'alba del 25 settembre 2005 durante una colluttazione con quattro agenti di polizia, poi condannati il 6 luglio scorso a tre anni e sei mesi per eccesso colposo nell'omicidio colposo del ragazzo. Davanti al giudice dell'udienza preliminare Monica Bighetti, sono stati convocati i quattro imputati dell'inchiesta bis, aperta dal pm Nicola Proto sui falsi e le omissioni compiuti dagli inquirenti. La madre del ragazzo, Patrizia Aldrovandi, spiega ai microfoni di CNRmedia:"Si tratta della costola del primo processo che ha condannato gli agenti che uccisero mio figlio. Gli imputati di questo procedimento sono i funzionari che cercarono di coprire l'omicidio. I capi d'imputazione riguardano quattro funzionari della questura che erano in servizio il 25 settembre e anche nei mesi successivi: le accuse sono falsi, omissioni, depistagli per insabbiare la morte di mio figlio. Gli imputati sono Paolo Marino, l'ispettore, all'epoca dirigente dell'ufficio volanti, Luca Casoni, l'ispettore capo delle volanti in servizio quella mattina, Marcello Bulgarelli, che era il centralinista coordinatore degli interventi (avrebbe interrotto la comunicazione con Casoni da via Ippodromo), e Marco Pirani che era l'ufficiale di Polizia giudiziaria presso la procura, lavorava a stretto contatto con il pm che doveva condurre le indagini e che ha ammesso che il suo fascicolo era desolatamente vuoto". E aggiunge: "Sicuramente è stato grazie all'attenzione pubblica che ci ha sempre sostenuto che per fortuna siamo riusciti ad arrivare al primo processo che ha condannato gli agenti che hanno tolto la vita a mio figlio. Questo Aldrovandi Bis è una costola del primo procedimento dal quale sono emersi elementi che hanno portato ad un'indagine sull'attività di alcuni membri della polizia per coprire quello che si è provato essere stato un omicidio".
L'udienza, prettamente tecnica, si è dipanata con il confronto tra le parti, l'accusa sostenuta dal pm Nicola Proto (lo stesso del processo sulla morte del ragazzo) le difese (avvocati Bova, Gallerani, Bolognesi e Pieraccini) e le parti civili (Anselmo, Pisa e Venturi), per la decisione sui documenti da ammettere e sulle eccezioni tecniche preliminari. Tre dei 4 poliziotti hanno chiesto di essere giudicati con il rito abbreviato. Luca Casoni non ha invece scelto un rito alternativo. I legali di tutti ritengono che non vi siano prove di eventuali responsabilità e che il verdetto più adeguato sarebbe il proscioglimento.
Il processo bis sulla morte di Federico Aldrovandi, che vede imputati quattro ispettori di polizia per presunti depistaggi e omissioni nelle indagini, vedrà in aula, come testimone, il pm Mariaemanuela Guerra, il magistrato che svolse le indagini nei primi mesi e poi lasciò l'inchiesta Aldrovandi per incompatibilità. Lo ha deciso il gup di Ferrara Monica Bighetti, fissando per il 16 febbraio l'audizione del pm che dovrà testimoniare sui dialoghi intercorsi tra lei e gli inquirenti la mattina cui morì Federico Aldrovandi, il 25 settembre 2005. Proprio di informazioni errate al pm, che poi non si recò sul luogo dove morì il ragazzo, è accusato l'allora dirigente delle Volanti Paolo Marino, per omissione d'atti d'ufficio, per non aver informato compiutamente il pm sull'accaduto. La decisione di ascoltare il magistrato è stata adottata d'ufficio dal gup che ha stralciato la posizione di Marino da quelle di altri due ispettori che hanno chiesto di essere giudicati col rito abbreviato.
Il gup Monica Bighetti ha condannato tre poliziotti, e rinviato a giudizio il quarto, nel processo 'Aldrovandi bis' sui presunti depistaggi nelle indagini per la morte del diciottenne Federico Aldrovandi, durante un intervento di polizia il 25 settembre 2005 a Ferrara. Per la morte del ragazzo erano già stati condannati l'estate scorsa altri quattro agenti della Questura di Ferrara. La decisione sui depistaggi, che conferma l'ipotesi accusatoria dell'intralcio alle indagini fin dal primo momento, è giunta questa sera, dopo quasi tre ore di camera di consiglio, a conclusione dell'udienza preliminare. Oggi Paolo Marino, dirigente dell'Upg all'epoca, è stato condannato a un anno di reclusione (per lui il pm Nicola Proto aveva chiesto un anno e quattro mesi) per omissione di atti d'ufficio, per aver indotto in errore il pm di turno, non facendola intervenire sul posto. Dieci mesi poi a Marcello Bulgarelli, responsabile quella mattina della centrale operativa (l'accusa aveva chiesto due anni e sei mesi), per omissione e favoreggiamento (caduta la falsa testimonianza); otto mesi inoltre a Marco Pirani (chiesto un anno e mezzo), ispettore di polizia giudiziaria, collaboratore del primo pm dell'inchiesta, Mariaemanuela Guerra che poi lasciò per incompatibilità, accusato di non aver trasmesso, se non dopo diversi mesi, il brogliaccio degli interventi di quella mattina. Per il quarto poliziotto, Luca Casoni, unico a non scegliere il giudizio abbreviato, il giudice ha fissato il processo per il 21 aprile. E' coinvolto per una telefonata con Bulgarelli che, quando apprese da lui che il ragazzo era morto, chiese ''in che modo'' e Casoni gli disse di interrompere la registrazione (''stacca''). Le difese hanno già annunciato ricorso in appello, ritenendo una sorpresa la decisione del Gup e tornando a invocare la estraneita' ai fatti contestati. ''Ci siamo sempre detti del tutto innocenti'', ha ricordato Gianluigi Pieraccini, difensore di Pirani: ci ''appelleremo dopo aver letto le motivazioni'', attese tra 60 giorni. ''E' una sentenza inaspettata - commenta Eugenio Gallerani, che assiste Marino - perche' eravamo sicuri di aver dimostrato la nostra totale estraneita' all'accusa. Anche noi appelleremo la sentenza''.
''Non importa l'entità della pena ma che sia stata fatta giustizia sui depistaggi'': così i familiari di Federico (il padre Lino, la madre Patrizia e il fratello Stefano), che si erano costituiti parte civile, hanno commentato la lettura della sentenza. L'indagine sui presunti depistaggi parti' dopo l'apertura di un blog della madre, quattro mesi dopo la morte del ragazzo, che fece esplodere il caso a livello mediatico (con i numerosi interventi di “Chi l’ha visto?”) e istituzionale, con tanto di interpellanze in Parlamento. ''In questo momento il nostro pensiero va a Federico - ha aggiunto il papà -: possiamo dire che quel suo grido, 'basta aiutatemi', lanciato quella mattina contro i quattro poliziotti (già conndannati per la morte del ragazzo, ndr) è stato ascoltato. Diciamo che oggi non è stato ascoltato solo il cuore, ma anche la legge, arrivata a questa conclusione di responsabilità in modo chiarissimo: adesso sappiamo che coloro che intervennero quella mattina erano veramente 'amici' dei poliziotti, e fecero, così ha sentenziato il giudice, qualcosa di poco chiaro e poco lecito per coprire ciò che era accaduto''. Uno dei legali storici di parte civile, l'avvocato ferrarese Fabio Anselmo che assiste a Roma anche la famiglia di Stefano Cucchi, morto dopo l'arresto, ha definito questo ''un segnale importante di giustizia: un monito contro ogni tentativo di copertura su responsabilità di rappresentanti delle forze dell'ordine. E' soprattutto una lezione di trasparenza - ha detto - che deve essere applicata in tutte le indagini che vedono coinvolti rappresentanti dello Stato''.
Il gup Monica Bighetti ha depositato le motivazioni della condanna in cui accoglie in pieno le accuse a tre dei quattro agenti imputati nel processo 'Aldrovandi bis', sui presunti depistaggi nelle indagini per la morte del diciottenne Federico Aldrovandi, durante un intervento di polizia il 25 settembre 2005 a Ferrara. Per la morte del ragazzo erano gia' stati condannati l'estate scorsa gli stessi tre poliziotti: Paolo Marino a un anno, Marco Pirani a otto mesi e Marcello Bulgarelli a 10 mesi (il quarto, Luca Casoni, ha scelto il processo e andrà a giudizio a parte). La tesi dell'accusa e della famiglia Aldrovandi così accolta voleva dimostrare che le indagini partirono male perchè la polizia fece di tutto per minimizzare, sottovalutare, coprire, omettere e depistare. Ora le motivazioni della condanna del gup spiegano in sintesi che Paolo Marino, funzionario che dirigeva le Volanti, l'ufficio Upg della questura di Ferrara, il 25 settembre 2005 non disse la verità al pm Mariaemanuela Guerra, magistrato di turno, sulla morte di Federico per non ''compromettere i propri uomini''. Pirani, che era stato il braccio destro del pm Guerra, durante le indagini invece non fece ciò che doveva fare, ovvero mettere per iscritto ciò che aveva scoperto sui brogliacci pasticciati del 113, ''per non esporre a rischio Bulgarelli e Marino'' che li avevano compilati, pasticciati e poi tenuti da parte. E Bulgarelli, responsabile del 113 quella mattina, quando interruppe la registrazione della telefonata con Casoni (esortandolo nel dirgli: 'stacca') ''aiutò i quattro agenti ad eludere le possibili indagini a loro carico''. Il gup Bighetti ha anche ribadito che le indagini ''per far luce sulla morte del ragazzo stentarono a decollare e presero forza solamente nella seconda quindicina di gennaio 2006, dopo una campagna mediatica stimolata dall'apertura di un blog da parte dei genitori del giovane''. Un'affermazione, questa del giudice, quasi a contrastare quella del procuratore capo Rosario Mina che intervenne in aula durante l'udienza preliminare, innescando tensioni nel difendere l'operato della Procura parlando di 'fogna mediatica' attorno al caso Aldrovandi. ''Come avvocati di parte civile - cosi' Fabio Anselmo, uno dei legali della famiglia Aldrovandi, commenta le motivazioni della sentenza del gup - siamo stati anche indagati per calunnia. Leggere nelle motivazioni del giudice Bighetti riferimenti al nostro impegno per far emergere la verita' ci porta a dire che la giustizia funziona ancora. All'inizio, quando assieme alla famiglia Aldrovandi denunciavamo l'inattività degli inquirenti venivamo anche denunciati. Ora dopo questo processo attendiamo quello in appello, per la conferma delle condanne del processo per la morte di Federico''.
''Il caso giudiziario di mio figlio ha fatto numerose vittime, perché ciò che è successo a Federico è stato correttamente definito come una ferita all'intera città e anche alla credibilità di parte delle istituzioni, comunque di persone che ricoprivano e ricoprono ruoli istituzionali importanti''. Patrizia Aldrovandi ha scritto una lettera aperta, tramite 'la Nuova Ferrara', alla città e al pm Guerra (primo magistrato titolare dell'inchiesta) che l'ha querelata per le dichiarazioni fatte in questi anni. Per il caso Aldrovandi, dopo tre processi, due chiusi con condanne a sette poliziotti per la morte di Federico e per i depistaggi nelle indagini, e uno ancora in corso verso un ottavo funzionario, scoppia ora il caso della raffica di querele presentate sia dai poliziotti stessi che dal pm Guerra, astenuta per incompatibilità. Le querele, a decine, sono state presentate contro la madre del ragazzo morto, Patrizia Moretti, giornalisti locali e nazionali per articoli dal 2007 a oggi, contro il presidente dell'ordine degli avvocati di Ferrara per una testimonianza al Csm per valutazioni fatte sul pm Guerra, e ancora su funzionari di polizia che hanno testimoniato nei processi e poi tutto il popolo del blog che, di fatto, nell'inverno 2006 servì a far riaprire l'inchiesta sulla morte di Federico. Per questo, Patrizia Moretti scrive che ''non c'é più un caso Aldrovandi ma c'è un caso Guerra'' alludendo alle querele che hanno fatto il giro d'Italia, tra le procure di Ancona, Roma, Mantova e Ferrara. E proprio dal tribunale di Mantova è arrivata oggi la notizia che il gup Pagliuca ha archiviato il procedimento a carico di Patrizia Moretti e di giornalisti dell'ANSA di Bologna e de la Nuova Ferrara, querelati per diffamazione da tre dei quattro poliziotti (poi condannati per la morte del ragazzo), per interviste che la mamma del ragazzo morto fece, facendo una analogia tra il caso di suo figlio e quello del caso Rasman, altro giovane morto a Trieste durante un intervento della polizia: il gup ha valutato che le dichiarazioni della Moretti fossero espressione di una libertà di opinione e critica verso l'operato dei poliziotti allora già sotto processo. Patrizia Moretti nella lunga 'lettera aperta' sul 'la Nuova Ferrara, commenta la decisione del pm Guerra di querelare, spiegando che lei stessa non ha querelato mai nessuno, nonostante potesse farlo visto che suo figlio fu dipinto come un drogato, un matto (il processo lo ha escluso) perche' ''non posso portare rancore verso nessuno, se non nei confronti di quei quattro che hanno causato la morte di mio figlio''. ''Contro di noi veniva detto 'sciacalli, calunniatori', questi erano gli epiteti rivolti a noi e a coloro che ci sostenevano, che pian piano diventavano sempre più numerosi''. ''E noi non abbiamo pensato di querelare mai nessuno nonostante nelle 30 udienze alle quali non siamo mai mancati, siano state lanciate invettive nei nostri confronti o nei confronti di nostro figlio: noi non abbiamo mai querelato nessuno, mentre nostro figlio è stato definito un drogato quando drogato non era. E' stato definito un pazzo furioso, quando, assicuro, pazzo non era, ma noi non abbiamo querelato. Noi crediamo che senza la stampa, senza i media, senza le televisioni, non sarebbe mai stata fatta giustizia. E mi pare che non siamo certo gli unici a pensarla così".
Lo Stato riconosce un risarcimento quasi due milioni di euro alla famiglia di Federico Aldrovandi, il ragazzo ucciso a Ferrara durante un controllo di polizia il 25 settembre 2005. In cambio lo Stato chiede alla famiglia di non costituirsi parte civile nei procedimenti ancora aperti."E' un altro passo: una tragedia così non si chiuderà mai, Federico non ce lo restituirà mai nessuno, ma l'importante è che la sua memoria sia quella giusta. Quello che mi interessava era far sapere quello che è successo, e questo è un obiettivo raggiunto. Non è solo una questione economica, ma un segnale importante - spiega ancora la mamma di Federico - dopo una battaglia durissima, che lo Stato stesso si faccia portavoce, promuova un avvicinamento alla famiglia, è una bella cosa", è stato il commmento di Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi Per il legale c'e' la soddisfazione professionale "per un' ammissione di responsabilià di indubbia valenza" ma anche il rammarico dal punto di vista umano di non essere parte in appello. "La famiglia è stremata da cinque anni di feroci battaglie - commenta Anselmo - è soddisfatta dalla sentenza di primo grado che vedrà una sicura conferma dell'impianto in secondo grado, cerca di voltare pagina". Se si è arrivati a questo punto, è comunque perché la famiglia di Federico non si è mai fermata davanti alla ricostruzione ufficiale dei fatti, raccogliendo anche tramite un blog divenuto tra i più cliccati in Italia, prove e testimonianze su quello che era veramente avvenuto quella sera. Per la mamma di Federico Aldrovandi, la ricerca della verita' continuerà in sede penale, ma anche al di fuori delle aule dei tribunali. "La nostra idea è costituire una associazione - spiega ancora Patrizia Moretti - affinché fatti come questi non si ripetano mai più: l'idea ci è' venuta lo scorso 25 settembre, nel quinto anniversario della morte di mio figlio. Il nostro è uno scopo propositivo - conclude la mamma - lo Stato ci ha dato una grande risposta, vorrei questa fosse una strada da seguire".
Tre giornalisti del quotidiano la Nuova Ferrara, tra cui il direttore Paolo Boldrini, e Patrizia Moretti, la madre di Federico Aldrovandi, il ragazzo di 18 anni morto il 25 settembre 2005 durante un controllo di polizia, si dovranno presentare l'11 febbraio prossimo al tribunale di Mantova, per l'udienza preliminare davanti al gup Gianfranco Villani. A decidere la richiesta di rinvio a giudizio è stata la procura mantovana per l'accusa di diffamazione nei confronti di Mariaemanuela Guerra, sostituto procuratore a Ferrara, e primo pm che seguì le indagini sulla morte del giovane e che poi le abbandonò per incompatibilità. Proprio sulle critiche avanzate da Patrizia Moretti all' operato del pm Guerra si soffermano le accuse di diffamazione contro madre e giornalisti: in alcuni articoli del febbraio dello scorso anno, Patrizia Moretti "dichiarò falsamente ai cronisti, che la pm Guerra per quattro mesi dal 25 settembre 2005 al 16 gennaio 2006 aveva omesso di svolgere indagini sulla morte violenta del figlio Federico", recita il capo di imputazione. Dopo la morte del figlio, la donna aprì un blog nel gennaio 2006, per tentare di squarciare il silenzio sulla morte del figlio: il blog in pochi giorni divenne il più cliccato in Italia e, di fatto, indusse gli inquirenti a riaprire le indagini e compiere atti fino ad allora mai svolti, sollecitati anche dai legali della famiglia Aldrovandi. Lo stesso magistrato ha attivato una causa civile contro il quotidiano la Nuova Ferrara (tre direttori, quattro giornalisti e la società Finegil) per quella che il magistrato e i suoi legali ritengono una "abnorme campagna denigratoria" per articoli scritti dal 2007 al 2010, in cui venivano riportati i retroscena del caso Aldrovandi, i suoi intrecci con la vicenda Bad boys che aveva visto coinvolto il figlio dello stesso pm, processato e condannato per spaccio di droga, le dichiarazioni dei genitori di Federico Aldrovandi su questi fatti e sulle querele penali presentate dal pm Guerra nei loro confronti. La prima udienza del processo civile è fissata il 16 marzo ad Ancona.
"Al di là di ogni tecnicismo, la domanda è una sola: cosa aveva fatto di male Federico quella mattina? Che reato aveva commesso? Ed è terribile, oggi, dover rivivere tutto daccapo. Spero solo che la condanna di primo grado venga confermata'': Lino Aldrovandi oggi era in aula a Bologna alla prima udienza del processo d'Appello per la morte di Federico, il figlio diciottenne rimasto ucciso il 25 settembre 2005 durante un intervento di quattro agenti di polizia a Ferrara. Al fianco di Lino, Patrizia Moretti, la mamma di Federico, e Stefano, il figlio più piccolo: tutti insieme oggi hanno rinunciato, revocandola formalmente attraverso il loro legale Riccardo Venturi, alla costituzione di parte civile dopo aver ottenuto il risarcimento dallo Stato, per quasi di 2 milioni di euro, quello Stato cui, dicono, insieme abbiamo lasciato il testimone per avere giustizia. La giornata di oggi è stata dedicata alla lunga relazione di oltre 500 pagine del giudice Luca Ghedini (il collegio è formato anche dalla presidente Magagnoli e a latere Franca Oliva), che ha riassunto la motivazione della sentenza di primo grado - con cui il giudice Caruso condannò a 3 anni e 6 mesi i quattro agenti imputati eccesso colposo nell'omicidio colposo - e le motivazioni dell'Appello delle difese. All'attenzione dei giudici saranno sottoposte le richieste del collegio difensivo, che comprendono tra l'altro una nuova perizia medico legale sulle cause della morte del giovane, un ulteriore sopralluogo sul luogo della tragedia (via Ippodromo), l'acquisizione dei reperti istologici di uno dei periti di parte, il cardiologo Rapezzi, rigettate dal primo giudice, e un confronto tra i medici legali Malaguti-Lumare (estensori della relazione sui risultati dell'autopsia della procura) e il perito di parte civile Zanzi. Nel corso del dibattimento quest'ultimo aveva infatti sostenuto di non aver visto i colleghi incidere la parte del cuore di Federico dove in seguito il professor Gaetano Thiene, chiamato a fine istruttoria dalle parti civili, aveva individuato la causa del decesso nell'interruzione del fascio di His a seguito di compressione: fu ritenuta una delle prove fondamentali sulle cause della morte del ragazzo, causata dalla compressione dovuta alla immobilizzazione degli agenti. Le difese contestano questa conclusione, perché stabilita non dall'esame autoptico ma dall'analisi di una fotografia, letta dal consulente della parte civile, il professor Thiene, uno dei massimi cardiologi mondiali. E pertanto chiedono una perizia sopra le parti.
La Corte di Appello di Bologna, confermando la sentenza di primo grado, ha condannato a una pena di 3 anni e 6 mesi i quattro agenti di Polizia imputati nel processo per la morte di Federico Aldrovandi. Sono stati condannati per l'eccesso colposo nell'omicidio colposo del giovane i quattro agenti di Polizia Enzo Pontani, Paolo Forlani, Monica Segatto e Luca Pollastri. La sentenza è stata accolta con commozione dai genitori di Federico Aldrovandi presenti in aula.
A seguito della pubblicazione delle frasi gravemente offensive nei confronti della madre di Federico Aldrovandi pubblicate su Facebook, il ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri ha disposto l’avvio di un procedimento disciplinare per sanzionarne l'autore. Lo riferisce una nota del Viminale.
“C'è un solo modo per evitare ad altre madri quello che ho dovuto soffrire io: adottare in Italia una legge contro la tortura". Nel giorno del compleanno di Federico Aldrovandi, la madre Patrizia Moretti lancia una petizione per una legge contro la tortura. L'appello è pubblicato su Avaaz.org e sarà consegnato al ministro dell'Interno al raggiungimento delle 100 mila firme. Patrizia Moretti ricorda il figlio anche sulla propria pagina Facebook: ''Oggi è il compleanno di Federico... 25 anni. Ti tengo in braccio cucciolo, e sono in tanti a tenerti per mano''.
Dal blog alla condanna