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Timestamp: 2018-04-20 18:17:57+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.9', 'art.9', 'art.23', 'art.2', 'art.3', 'art.9', 'art.9', 'art.9', 'art.9', 'art.5', 'art.1', 'art.40', 'art.1', 'art.8', 'art.11']

I compensi per i consulenti del lavoro fra tariffe abrogate e parametri mancanti | Lavoro Fisso
venerdì 20 aprile 2018 | 19:17
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Il DM n.140/2012 si occupa dettagliatamente solo di alcune delle professioni vigilate dallo stesso Ministero della Giustizia. Restano fuori, fra gli altri (che possono specificamente individuarsi in: agente di cambio, assistente sociale, attuario, giornalista, psicologo, revisore contabile), i consulenti del lavoro. Nella GUIDA ALLA LETTURA tutti gli approfondimenti sulla Riforma delle professioni.
Non tutte le professioni ordinistiche vigilate sono state direttamente interessate dal DM 20 luglio 2012, n.140 (in G.U. n.195 del 22 agosto 2012) con il quale il Ministero della Giustizia ha dato attuazione all’art.9 del decreto legge 24 gennaio 2012, n.1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012, n.27, in merito alla individuazione di parametri cui dovranno attenersi i giudici nella determinazione e nella liquidazione dei compensi per i professionisti.
In particolare, in effetti, il DM n.140/2012 si occupa dettagliatamente, con apposite tabelle (sia pure incomplete, frammentarie e non sempre obiettivamente utilizzabili), solo di alcune delle professioni vigilate dallo stesso Ministero della Giustizia e dettagliatamente: avvocati (capo II, artt.2-14), dottori commercialisti ed esperti contabili (capo III, artt.15-29), notai (capo IV, artt.30-32) e professionisti dell’area tecnica (capo V, artt.33-39, specificamente individuati in: agrotecnico e agrotecnico laureato, architetto, pianificatore, paesaggista e conservatore, biologo, chimico, dottore agronomo e dottore forestale, geometra e geometra laureato, geologo, ingegnere, perito agrario e perito agrario laureato, perito industriale e perito industriale laureato, tecnologo alimentare).
Evidentemente restano fuori dallo spettro delle professioni esplicitamente considerate dal DM n.140/2012, fra gli altri (che possono specificamente individuarsi in: agente di cambio, assistente sociale, attuario, giornalista, psicologo, revisore contabile), i consulenti del lavoro. Occorre chiedersi, allora, che cosa accada, in concreto, per la determinazione dei compensi dei professionisti del lavoro, in quella figura professionale alla quale il Ministero del Lavoro e lo stesso Legislatore a partire dal 2005 hanno riconosciuto un ruolo sempre più rilevante sia nella corretta gestione dei procedimenti ispettivi e sanzionatori, sia per quanto attiene alla certificazione dei contratti di lavoro ma anche alle procedure di conciliazione.
Anzitutto va sottolineato che le tariffe professionali dei consulenti del lavoro, prima dell’abrogazione, erano rimaste incomprensibilmente ferme al lontano 1992 – D.M. del Ministro della Giustizia 15 luglio 1992, n.430, recante “Regolamento recante approvazione delle deliberazioni in data 16 maggio 1991 e 10 giugno 1992 del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro concernenti la tariffa professionale della categoria”. D’altronde quel tariffario ha rappresentato, fino alla abrogazione determinata dall’art.9, comma 1, del d.l. n.1/2012, l’unica attuazione dell’art.23, ultimo comma, della legge 11 gennaio 1979, n.12, in base al quale, appunto, mediante decreto del Ministro della giustizia, devono essere adottate norme regolamentari per stabilire la misura delle spettanze dovute ai consulenti del lavoro per le prestazioni inerenti all’esercizio della professione e in materia di liquidazione delle medesime.
Ben è vero che prima ancora della totale abrogazione delle tariffe il Legislatore nazionale aveva tentato due differenti approcci per la semplificazione e la liberalizzazione delle tariffe: dapprima con l’art.2, comma 1, lettera a), del decreto-legge 4 luglio 2006 n.223, convertito con modificazioni dalla legge 4 agosto 2006 n.248, si erano abrogate le disposizioni che prevedono “l’obbligatorietà di tariffe fisse o minime”, ed era venuto meno “il divieto di pattuire compensi parametrati al raggiungimento degli obiettivi perseguiti”; più di recente con l’art. l’art.3, comma 5, lettera d), del decreto legge 13 agosto 2011, n.138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n.148, si era previsto che il compenso del professionista dovesse essere pattuito per iscritto al momento del conferimento dell’incarico professionale assumendo quale riferimento le tariffe professionali, ma ammettendo anche compensi in deroga alle tariffe stesse, peraltro, spettava al professionista informare compiutamente il cliente circa l’effettiva complessità dell’incarico e gli oneri ipotizzabili al momento, secondo un principio di reale trasparenza, e in via meramente residuale si stabiliva un rinvio alle tariffe professionali ove le parti non raggiungessero un accordo sulla determinazione consensuale del compenso (la norma emendata di tali profili e ulteriormente modificata è stata poi attuata con DPR 7 agosto 2012, n.137). Dal canto suo, l’art.9, comma 1, del d.l. n.1/2012, convertito dalla legge n.27/2012, nel disporre l’abrogazione delle tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico ha sancito la totale e immediata abrogazione di tutte le tariffe professionali (“Sono abrogate le tariffe delle professioni regolamentate nel sistema ordinistico”). Peraltro, il comma 3 dello stesso art.9 ha sancito che le tariffe avrebbero continuato ad applicarsi, limitatamente alla liquidazione delle spese giudiziali, fino alla data di entrata in vigore dei decreti ministeriali di cui al comma 2 del medesimo articolo per la determinazione dei parametri, ma non oltre il centoventesimo giorno dalla entrata in vigore della legge n.27/2012, vale a dire fino al 26 luglio 2012. Inoltre ai sensi dell’art.9, comma 5, sono abrogate le disposizioni normative che, per la determinazione del compenso spettante al professionista, rinviano alle tariffe professionali.
Su tale scenario, dunque, si colloca l’interrogativo sulla valutazione dei compensi spettanti ai consulenti del lavoro, in fase di affidamento dell’incarico da parte dell’azienda cliente e nella eventuale fase di determinazione giudiziale in mancanza di consenso sulla pattuizione economica relativa alla attività professionale contrattualizzata.
Con riferimento alla iniziale pattuizione del compenso professionale con il cliente, rileva e soccorre l’art.9, comma 4, del d.l. n.1/2012, convertito nella legge n.27/2012, in ragione del quale il compenso per le prestazioni professionali dei consulenti del lavoro deve essere pattuito, “nelle forme previste dall’ordinamento”, al momento del conferimento dell’incarico professionale.
Con scrittura privata, dunque, le parti concorderanno l’affidamento dell’incarico professionale al consulente del lavoro – nel rispetto, fra le altre, delle previsioni normative che governano la tutela della privacy e l’antiriciclaggio e i relativi obblighi di informativa – determinando consensualmente il compenso per le prestazioni richieste. In particolare è specifico onere del consulente del lavoro rendere noto al cliente “il grado di complessità dell’incarico” (ad esempio con riguardo alla attivazione di un contenzioso amministrativo a seguito di un verbale unico di accertamento e notificazione), dovendo fornire a tal fine “tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento fino alla conclusione dell’incarico”.
Inoltre deve indicare i dati della polizza assicurativa per i danni provocati nell’esercizio dell’attività professionale, tenendo presente quanto previsto dall’art.5 del DPR n.137/2012. In ogni caso la misura del compenso richiesto dal consulente del lavoro deve preventivamente essere resa nota al cliente mediante un “preventivo di massima”.
Il compenso del consulente, peraltro, deve essere pattuito indicando, per ciascuna prestazione professionale di cui il cliente mostri di avere interesse o necessità, “tutte le voci di costo”, le quali dovranno risultare altresì comprensive di spese, oneri e contributi. Infine, il compenso così come pattuito dovrà risultare adeguato all’importanza dell’opera professionale richiesta. Si tenga presente che la mancanza di prova del preventivo di massima costituisce elemento di valutazione negativa da parte del giudice per la liquidazione del compenso (art.1, comma 6, del DM n.140/2012).
In questa fase, d’altronde, nella predisposizione del preventivo di massima e nella redazione dello scritto che lo racchiude, il consulente del lavoro dovrà prestare attenzione alla identificazione del cliente, ad indicare le spese di studio (lettere, e-mail, fax, telefono), a determinare le singole voci del compenso, con la possibilità di stabilire anche un premio per il raggiungimento di uno specifico obiettivo ovvero concordare anche un compenso orario a forfait, a prevedere eventuali anticipazioni (che dovranno essere documentate nel dettaglio), nonché ad individuare tempistica e modalità di pagamento del compenso.
Quanto alla determinazione giudiziale del compenso, in difetto di accordo tra le parti in ordine ad esso, invece, rilevano due distinti profili. In primo luogo si può ricorrere alla previsione residuale contenuta nell’art.40, capo VI, del DM n.140/2012, rubricato “Altre professioni”, in base al quale, testualmente: “Il compenso relativo alle prestazioni riferibili alle altre professioni vigilate dal Ministero della giustizia, non rientranti in quelle di cui ai capi che precedono, è liquidato dall’organo giurisdizionale per analogia alle disposizioni del presente decreto, ferma restando la valutazione del valore e della natura della prestazione, del numero e dell’importanza delle questioni trattate, del pregio dell’opera prestata, dei risultati e dei vantaggi, anche non economici, conseguiti dal cliente, dell’eventuale urgenza della prestazione”.
In questo senso si dovrà preliminarmente tenere conto del fatto che, in base all’art.1, commi 2 e 3, del DM n.140/2012, nei compensi determinati e liquidati dal giudice non sono comprese le spese da rimborsare (quale che sia la modalità stabilita, anche in modo forfettario, inclusi anche i costi degli ausiliari incaricati dal professionista), così come non sono compresi oneri e contributi dovuti a qualsiasi titolo (legale o contrattuale), mentre comprendono l’intero corrispettivo per la prestazione professionale, ivi comprese le attività accessorie. Ciò premesso il giudice potrà far riferimento per analogia alle disposizioni dettate dal DM n.140/2012 per le attività professionali degli avvocati (artt. 2-14) e dei dottori commercialisti ed esperti contabili (artt.15-29), a seconda della particolare prestazione professionale resa al cliente.
D’altronde, l’organo giurisdizionale dovrà necessariamente valutare attentamente il valore e la natura della prestazione professionale da liquidare, nonché considerare il numero e la rilevanza delle questioni affrontate dal professionista. In questo contesto valutativo, peraltro, il giudice non potrà omettere di valutare anche il pregio e l’importanza dell’opera professionale resa dal consulente del lavoro (come, ad esempio, lo studio, l’analisi e la predisposizione di un contratto collettivo di prossimità ai sensi dell’art.8 del d.l. n.138/2011, convertito dalla legge n.148/2011, con riferimento alla possibilità di disapplicare e derogare alle disposizioni presuntive della legge n.92/2012), come pure dei concreti risultati raggiunti a seguito della prestazione professionale (come, ad esempio, nel caso della stesura di un contratto di collaborazione coordinata e continuativa nella modalità a progetto in grado di resistere alle presunzioni assolute e relative della legge n. 92/2012; ovvero nel caso della definizione con accordo di una conciliazione monocratica di cui all’art.11 del d.lgs. n.124/2004) ed anche dei vantaggi, perfino di quelli a carattere non economico, che sono stati conseguiti dal cliente.
Una ulteriore valutazione che dovrà accompagnare l’applicazione analogica dei parametri individuati dal DM n.140/2012 per le altre categorie professionali è quella relativa alla eventuale urgenza della prestazione professionale resa (come, ad esempio, nel caso dell’intervento durante una delicata attività ispettiva avviata dalla Direzione territoriale del lavoro oppure dall’Inps o dalla Guardia di Finanza; ovvero l’attivazione delle procedure obbligatorie introdotte in pieno periodo feriale estivo dalla legge n.92/2012 in materia di lavoro intermittente).
In seconda battuta, sui profili di liquidazione giudiziale dei compensi, non può escludersi l’adozione di un decreto interministeriale, del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministero della Giustizia, appositamente dedicato a disciplinare i parametri per la determinazione giudiziale dei consulenti del lavoro, stante la competenza concorrente per la vigilanza sulla categoria professionale in capo ad entrambi i ministeri. D’altro canto, quale che sia la soluzione futura, non sembra così immediato e assicurato il raggiungimento delle finalità che il d.l. n.1/2012 si era prefissato.
Da un lato, infatti, la normativa immagina un passaggio definitivo da un sistema fondato sulle tariffe ad uno basato sui parametri previsti soltanto per la liquidazione del compenso da parte del giudice, ma senza riuscire ad evitare del tutto il rischio che i parametri possano diventare una sorta di “tariffa mascherata” (ricorrendo alla locuzione usata nella stessa relazione tecnica ministeriale), al punto da temere una tragicomica “truffa delle etichette”.
Dall’altro lato, l’abrogazione delle tariffe nella mente del legislatore appariva finalizzata alla dimensione di una maggiore competitività e di una più sana concorrenza tra i professionisti, nella prospettiva di una migliore tutela economica per i clienti-consumatori, specialmente in un periodo storico nel quale la maggior parte del Paese è chiamata “a sostenere sacrifici per far fronte alla contingenza economica e finanziaria” (così testualmente il parere del Consiglio di Stato sullo schema del DM), tuttavia ciò non pare un obiettivo concretamente raggiungibile, almeno alla luce della esperienza dei primi sei anni dalla abrogazione della obbligatorietà delle tariffe minime ad opera del d.l. n.223/2006.
Un esame scevro delle pregiudiziali ideologiche e di quella sterile e illusoria politica degli annunci avrebbe restituito immediatamente un quadro di sicura maggiore debolezza per le imprese più piccole (con particolare connotato negativo per le micro e medie imprese che costituiscono lo scheletro fondamentale dell’economia del Paese), rispetto alla assenza di qualsiasi parametro obiettivo per valutare l’entità del compenso professionale, a seguito della abolizione totale delle tariffe che rappresentavano e avrebbero potuto seguitare a rappresentare un parametro di riferimento, naturalmente derogabile e non obbligatorio, ma validamente utilizzabile per comprendere la disponibilità del professionista e valutarne professionalità, diligenza e disponibilità, oltreché la correttezza e la trasparenza. Al contrario vantaggi potrebbero conseguire le grandi aziende e i grandi gruppi industriali, finanziari, assicurativi e bancari nei confronti dei quali sarà il professionista (in special modo il consulente del lavoro che deve subire anche la concorrenza spesso sleale, quando non illegale, di società di elaborazione dati assistite da professionisti con pochi scrupoli), a restare in posizione di probabile debolezza.
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