Source: http://avvocatopenalistacivilista.blogspot.com/2015/06/
Timestamp: 2018-07-16 16:24:46+00:00
Document Index: 69188039

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 570', 'art. 337', 'art. 156', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 570', 'art. 570']

Avvocato Guglielmo Mossuto Firenze: giugno 2015
I padri separati sono obbligati a corrispondere l'assegno di mantenimento per i figli minorenni, indipendentemente dalla situazione economica in cui versa la madre, salvo che sia provata l'impossibilità oggettiva di provvedere al mantenimento.
Nel caso in cui il padre si trovi in una situazione di disoccupazione è sempre meglio procedere alla revisione delle condizioni stabilite con la separazione/divorzio. In quanto non è ammessa una riduzione o interruzione del mantenimento senza una autorizzazione del giudice (Cass. Sent. n. 24730/2015)
Se ritenete che l'ammontare dell'assegno al quale siete obbligati sia di importo troppo alto rispetto alla vostra situazione economica rivolgetevi al vostro avvocato di fiducia per chiedere una modifica delle condizioni di separazione o divorzio, in quanto solo il giudice ha il potere di ridurre il l'assegno di mantenimento.
RIASSUMENDO: DI SEGUITO UNO SCHEMA ESPLICATIVO DELLE CONSEGUENZE CIVILI E PENALI DEL SOGGETTO INADEMPIENTE E MEZZI A DISPOSIZIONE DELL'AVENTE DIRITTO PER FAR VALERE IL SUO CREDITO.
Conseguenze civili: il mancato versamento dell'assegno di mantenimento costituisce un illecito civile, e dal momento in cui l'inadempimento viene sancito dal giudice e il soggetto viene condannato al pagamento da un provvedimento giudiziario tale provvedimento diviene immediatamente esecutivo, offrendo al coniuge più debole o ai figli una serie di misure coercitive volte a garantire il soddisfacimento del proprio diritto. Analizziamo brevemente le misure a tutela:
L'ordine di pagamento diretto: la parte debole può fare istanza al giudice affinché ordini ai terzi, tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro al soggetto obbligato, che una parte di queste somme gli venga sottratta e versata agli aventi diritto (Cass. Civ., sez.I, sentenza 11062/2011): pensiamo al datore di lavoro che detrae direttamente la somma dalla busta paga dell'obbligato.
Sequestro: sequestro dei beni di proprietà dell'obbligato i quali verranno sbloccati solo qualora l'obbligato adempia al mantenimento.
Ritiro del passaporto: fare ricorso al giudice affinché disponga il ritiro del passaporto del coniuge obbligato. Tale strumento è diretto ad indurre l'obbligato al pagamento onde evitare limitazioni della propria libertà.
Conseguenze penali: l'inadempimento costituisce reato ai sensi dell'articolo 570 del Codice Penale, per cui chi si sottrae all'obbligo di assistenza familiare in quanto genitore o coniuge è punito con:
A) SANZIONE PECUNIARIA SINO A € 1.032;
B) RECLUSIONE SINO AD UN ANNO
Secondo un consolidato orientamento giurisprudenziale, è da considerarsi rilevante penalmente solo la condotta del coniuge che ha le possibilità economiche per adempiere all'obbligo ma non vuole, mentre non lo è quella di chi non è materialmente in grado in quanto sprovvisto di risorse economiche per far fronte al prorpio obbligo. Inoltre, il mero ritardo identificato come inadempimento non grave esclude l'applicazione dell'articolo 570 c.p. poiché affinchè si configuri reato è richiesta la volontarietà di non adempiere e l'inadempimento grave.
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 44628 del 2013, sulla scia tracciata dalla Suprema Corte a Sezioni Unite, ha ridotto il timore di una condanna penale ammettendo l'applicazione della sola pena pecuniaria al coniuge che si sottrae all'obbligo di mantenimento stabilito dal giudice all'udienza presidenziale.
E' ampiamente risaputo che, il mancato versamento dell'assegno di mantenimento alla moglie o ai figli minorenni costituisce un reato, come sancito dall'art. 570 del codice penale:
Chiunque, abbandonando il domicilio domestico, o comunque serbando una condotta contraria all'ordine o alla morale delle famiglie, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, o alla qualità di coniuge, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa da lire duecentomila a due milioni.
Il diritto ad ottenere il mantenimento può essere stabilito sia a favore dell'ex coniuge sia dei figli. Tale obbligo trova la sua fonte nell'art. 337-ter c.c. il quale sancisce il dovere dei genitori al mantenimento, educazione, istruzione e assistenza morale della prole. Spetterà poi al giudice adottare i provvedimenti necessari e nell'esclusivo interesse della prole.
L'art. 156 c.c. pone a carico del coniuge economicamente più forte l'obbligo al mantenimento dell'altro coniuge, determinando l'entità della somma da somministrare sulla base delle fonti di reddito del coniuge obbligato. Tutto questo sembrebbe facile, ma la realtà quotidiana è ben diversa: infatti, è sempre più frequente che il coniuge tenuto a versare il contributo di mantenimento stabilito con la sentenza di separazione o divorzio si sotragga a tale obbligo. In tal caso non è non è sufficente la semplice dichiarazione di essere in stato di disoccupazione per evitare il reato di violazione degli obblighi si assistenza familiare. Per sottrarsi ad una eventuale responsabilità penale occorre, infatti, almeno dimostrare di essere alla ricerca di una lavoro che sia in grado di garantire il proprio sostentamento e quella della famiglia, come affermato da una recente sentenza della Corte di Appello di Napoli (n. 337/2015).
Infatti, il solo stato di disoccupazione non è elemento sufficiente per escludere il dovere di assitenza alla famiglia. Per evitare le conseguenze del mancato adempimento e quindi la condanna penale è necessario fornire dimostrazione della concreta impossibilità di versare l'assegno. In sostanza, spetta all'interessato dare prova dell'oggettiva impossibilità di versare il mantenimento in quanto la responsabilità non potrà essere esclusa solo sulla base di una generica dichiarazione dello stato di disoccupazione, occorre perciò allegare documentazione che attesti le “difficoltà economiche tali da tradursi in un vero e prorpio stato di indigenza economica”(Cass. Sent. n. 5757/2010).
La Suprema Corte con la sentenza n. 10147/2013 ha applicato in modo rigido ed intrasigente l'art. 570 del codice penale anche nel caso in cui il padre, al contrario della ex moglie benestante e dotata di mezzi sufficienti per provvedere ai bisogni della figlia, risultava essere disoccupato. La Corte, considerando irrilevante la benestante situazione economica della madre idonea a garantire il sostentamento della figlia, ha ritenuto che lo stato di bisogno dei figli permanga anche qualora sia la madre a provvedere al mantenimento e sostentamento.
La Cassazione, ha aggiunto che la dichiarata insufficienza economica non può essere considerata rilevante qualora “non venga dimostrata, su impulso del soggetto interessato, l'oggettiva impossibilità di adempiere” e, che la mera condizione di disoccupazione del padre non necessariamente coincide con l'incapacità economica in quanto lo stesso potrebbe essere in presenza di altre possibili fonti di reddito, perciò non esime il padre dalla responsabilità penale ex art. 570 c.p. per il mancato versamento del mantenimento.
Un nuovo tabù è stato infranto!!
Da oggi si avrà la libertà di scelta del cognome: mi spiego meglio, i genitori di un figlio minore oppure il figlio divenuto maggiorenne possono rivolgersi al Prefetto per chiedere che al cognome del padre sia aggiunto anche quello della madre.
Fino ad oggi il figlio di una coppia sposata poteva avere solo il cognome del padre, infatti al bambino, al momento della nascita viene assegnato il cognome del padre.
Oggi è però possibile chiedere anche in un momento successivo che venga aggiunto al cognome del padre anche quello della madre o addirittura che il cognome del padre venga sostituito con quello della madre.
Per ottenere tutto ciò occorre fare una richiesta al Prefetto della provincia del luogo di residenza del figlio.
Importante: detta richiesta deve essere presentata da entrambi i genitori e non da uno solo !
La richiesta deve essere specificatamente motivata anche se fra le varie giustificazioni vengono accettate quelle che tengono conto di un legame profondo e affettivo fra madre e figlio come anche l' appartenenza della madre ad una famiglia famosa e il suo cognome potrebbe avvantaggiare anche il figlio.
Il Prefetto una volta ricevuta la richiesta presentata dalla parte la valuta e se le ragioni giustificano la domanda con decreto del Ministro dell' Interno viene autorizzato un avviso contenente un riassunto della domanda in questione e detta affissione dura 30 giorni.
Se entro 30 giorni nessuno si oppone, i genitori dovranno presentare in Prefettura una copia dell' avviso di affissione e una relazione del funzionario comunale che attesta detta affissione per la durata di 30 giorni.
Alla fine il Prefetto emana un decreto con cui concede il cambiamento del cognome oppure l' aggiunta del cognome materno accanto a quello paterno.
Comunque un consiglio mi sento di darlo, fatevi seguire da un legale....