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Timestamp: 2018-04-25 05:04:42+00:00
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Art. 612 bis – Analisi critica (7) – Stalker sarai tu
Art. 612 bis – Analisi critica (7)
5 maggio 2017 Davide Stasi Analisi art. 612 bis Lascia un commento
L’ultima volta che abbiamo parlato dell’art. 612 bis abbiamo trattato l’argomento dell’ammonimento, ossia quel provvedimento con cui la Questura richiama il presunto persecutore a una condotta conforme alla legge. Lo fa presumendo che l’ammonito stia tenendo una condotta difforme dalla legge, naturalmente. Ma è, per l’appunto, una presunzione. Mentre una multa per divieto di sosta, provvedimento amministrativo come l’ammonimento per stalking, è supportata dalla prova concreta dell’auto parcheggiata dove non doveva, asseverata da un pubblico ufficiale; mentre una condanna per omicidio viene emessa in presenza di un morto ammazzato, di un’arma del delitto, di impronte digitali e rilevazioni del DNA, più altri elementi tali da individuare un colpevole oltre ogni ragionevole dubbio, per lo stalking è sufficiente presumere che l’accusato sia colpevole.
Anche la presunzione però, sebbene sia un concetto molto scivoloso quando usato in ambito giuridico e giurisprudenziale, deve basarsi su qualcosa. Ebbene, per i casi di stalking è sufficiente l’accusa della presunta vittima. Non servono riscontri oggettivi (prove, testimoni o altro). Se ci sono, ovviamente, aiutano, ma non sono indispensabili. Questo rende estremamente semplice accedere a una denuncia per stalking e vederla accettata. Talmente semplice che non molto tempo fa abbiamo sfidato, tra il serio e il faceto, i lettori a un esperimento sociologico che sarebbe stato interessante, se avessimo trovato una volontaria.
Operativamente, dunque, per cucinare una buona denuncia per stalking, vera o fasulla che sia, servono i seguenti ingredienti.
Tre eventi qualsiasi (sottolineato: qualsiasi) con cui una persona si sia approcciata in qualche modo a noi. Non fa alcuna differenza che ci abbia detto: “ti sbudello” o “buongiorno, bella giornata oggi, vero?”. E non è nemmeno necessario che siano comprovati: possono essere frasi dette oralmente così come messaggi telefonici o lettere cartacee. Chiaro, se sono comprovati è meglio, ma possono anche non esserlo. Ciò che è importante è che siano avvenuti al massimo nei sei mesi precedenti alla denuncia, e che siano in qualche modo collegabili in modo logico. E la logica viene definita da chi querela, non dalla legge, come vedremo a breve. Dunque una persona che in una settimana (dieci giorni, un mese, poco importa) mi dice in tre momenti diversi: “ti sbudello”, “ti ammazzo”, “ti sparo in testa”, oppure una che mi dice “buongiorno, bella giornata oggi, vero?”, “accidenti, oggi piove…”, “non ci sono più le mezze stagioni”; ebbene questa persona può essere denunciata per stalking.
Ci servirà poi dichiarare che quelle tre frasi (dette, scritte, non importa), ci hanno generato uno stato di ansia e paura. Se poi questo stato di ansia e paura è certificato da un medico meglio ancora, ma non è indispensabile. Si dirà: il poliziotto o il carabiniere che raccolgono la denuncia, se non sono proprio rintronati, ci faranno presente che il tizio che ci ha parlato tre volte del tempo difficilmente ha intenzioni persecutorie, mentre l’altro che minaccia apertamente già è un altro paio di maniche. Ebbene, il carabiniere e il poliziotto sprecherebbero fiato. Se dichiariamo di sentirci in stato d’ansia quando quel tizio ci parla del meteo, non ci si può far niente. Siamo in ansia, abbiamo paura, punto e stop. Questo perché, come detto, la legge si guarda bene sia dal dare una definizione riconoscibile di stalker, sia gli atti che tipicamente vengono messi in pratica da uno stalker. Certo sarebbe stato faticoso mettere insieme le casistiche, le opinioni degli psichiatri e criminologi. Più facile (e soprattutto di maggior ritorno in termini di consenso) violentare la pratica e la logica giuridiche e rendere soggettiva la definizione del reato. Ognuno di noi è diverso. Può capitare che tre banalità sul meteo per qualcuno siano ansiogene, perché no? Basta dichiararlo, e il garbato conoscente finisce nel mirino, esattamente come il bruto minaccioso.
Dovremo anche sostenere di stare vivendo la presenza del persecutore che stiamo accusando come un pericolo per noi e per le persone che ci sono vicine. Un modo di vivere la situazione che, naturalmente, non fa che peggiorare il nostro stato d’ansia.
Dobbiamo sostenere infine (anche senza dimostrarlo, non è necessario), di essere stati costretti, a causa dell’ansia in cui viviamo per quei tre eventi, a cambiare abitudini di vita. Ogni giorno cambiamo tragitto per andare al lavoro o fare la spesa, abbiamo cambiato il numero di cellulare, ci siamo cancellati dai social network che frequentavamo, abbiamo dovuto far cambiare di scuola ai figli, e così via. Chi riceve la denuncia non deve richiedere prova di questi cambiamenti. Sono tutti autocertificati. Anche in questo caso, naturalmente, se sono comprovati è meglio, ma non è obbligatorio.
Ecco, non serve altro. Prendete questi quattro ingredienti e la vostra denuncia parte, in ogni caso. E nella stragrande maggioranza dei casi prende la strada che porta all’ammonimento dell’accusato, secondo il procedimento spiegato l’ultima volta, con tutte le sue anomalie. Bisogna proprio non avere in mano niente di niente e saper recitare davvero male perché una denuncia con questi elementi non venga accettata o non si concluda con un ammonimento. L’altra strada che può prendere, in presenza di fatti oggettivamente gravi e appena un po’ più significativi (ma nemmeno di molto) dell’autocertificazione della presunta vittima, è quella direttamente penale. A quel punto la palla passa dalle mani della Questura a quelle della Procura, che disporrà le sue indagini e procederà mandando a processo l’accusato oppure archivierà. Fasi di cui parleremo la prossima volta.
Può apparire incredibile che si possa mettere nei guai una persona con così tanta facilità, eppure così è. Per alcune ragioni molto evidenti. La prima è la definizione meramente numerica degli eventi. Ne servono almeno tre perché si prefiguri la persecuzione. Quindi se un tizio ti forza nell’angolo di un vicolo e ti dice: “d’ora in poi non sarai più al sicuro, so tutto di te, tu non mi vedrai mai ma io controllerò per sempre la tua vita”, dopo di che sparisce dalla circolazione, non è stalking. Chiunque, in una situazione simile, specie se a pronunciare frasi del genere è un o una ex, entrerebbe in un normale e vero stato d’ansia. Ma l’evento è uno solo. Non basta. Non è persecutorio. Caso mai si rientra nel caso delle minacce o molestie, altri articoli del Codice Penale. Se invece quella stessa persona ti invia una volta un mazzo di fiori, un’altra volta ti offre un passaggio per tornare a casa e una terza volta ti saluta sorridendo e facendo l’occhiolino, allora sì, può diventare un persecutore. E’ chiaro in questo senso che il deficit della legge non sta solo nella definizione numerica arbitraria, ma nel fatto di limitarsi all’aspetto quantitativo degli eventi, ignorando del tutto gli aspetti qualitativi.
Tutto ciò è motivato dall’elemento rivoluzionario, diremmo noi eversivo, contenuto nell’art. 612 bis, ossia la soggettivizzazione della definizione del reato. Tutto può essere stalking, se così lo vive la presunta vittima. In ogni altra legge il reato è descritto minuziosamente, ed è così che distinguiamo il furto dalla rapina, l’omicidio colposo da quello volontario o da quello preterintenzionale, eccetera. Tutte fattispecie che il legislatore, ai tempi, si è sforzato di studiare e poi descrivere, com’è compito di un legislatore per altro. Forse per pigrizia, forse per furbizia, per l’art. 612 bis il legislatore ha abdicato direttamente alla presunta vittima. Se proviamo ad applicare questo principio a un crimine di quelli logicamente descritti, si nota tutta la profonda pericolosità insita nella soggettivizzazione della definizione del reato. Poniamo che vediate un uomo in piedi sopra la balaustra di un ponte, che grida: “voglio morire!”. Voi gli passate vicino, gli sganciate una manata sulla schiena, quello vola giù e muore. La si può girare come si vuole, ma si tratta di omicidio volontario, punto e stop. Se la legge che sanziona questo crimine fosse soggettivizzata, come l’art. 612 bis, l’omicida potrebbe tranquillamente dire: “voleva morire, ho pensato di aiutarlo, dunque non merito l’ergastolo ma una medaglia al valore civile”. Certo, se era sicuro di fare un favore all’uomo, se conta di più come soggettivamente viene vissuto un atto e non quello che oggettivamente è, ebbene, la medaglia al valore ci starebbe eccome. Chiaro che è un paradosso, che fa rivoltare la coscienza di ognuno a pensarci. Eppure il meccanismo per l’art. 612 bis è quello.
Intendiamoci il reato di stalking, quello vero, ha aspetti psicologici tali, nel carnefice come nella vittima, che è più che opportuno tenere in conto, anche in gran conto, la percezione emotiva che la presunta vittima ha degli eventi. Il problema è che la legge cede interamente a questa percezione emotiva il compito di definire il reato. Per questa ragione anche tre innocue frasi sul meteo possono rendere una persona oggetto di denuncia per stalking. Il nostro è stato un esempio volutamente estremizzato, sia chiaro, ma rende l’idea di cosa, in linea teorica, è possibile fare, senza trovare alcun ostacolo da nessuna parte nella procedura connessa alla legge.
In sostanza, a livello operativo, per far partire una denuncia per stalking basta l’accusa. La persona X punta il dito contro la persona Y, assicurandosi i quattro ingredienti di cui sopra, e il meccanismo si avvia. In una direzione di nuovo eversiva rispetto alla normalità giuridica. Perché con pochi o anche nessun elemento in mano si può far sì che Y venga richiamato a tenere una condotta conforme alla legge, presumendo quindi che si stia comportando in modo difforme. Una presunzione che dipende da un’accusa frutto di percezioni soggettive. L’esito è un ribaltamento del principio secondo cui si è tutti innocenti fino a prova contraria. Ovvero è l’accusante che deve portare prove della colpevolezza di un’altra persona, e solo dopo che le prove sono giudicate sufficienti si può dire che tale persona agiva difformemente dalla legge e dunque è colpevole. Contemporaneamente l’accusato dovrebbe avere tutti i pieni diritti di difendersi e discolparsi. Diritti che, come abbiamo visto, si perdono già in fase di ammonimento. Di fatto, gli organi di Polizia o una Procura sono legittimati da questa legge a considerare colpevole fino a prova contraria e anche in presenza di dubbio una persona additata e accusata di un reato percepito soggettivamente come tale dalla presunta vittima. Sono legittimati a presumere (ossia senza avere certezza) che una persona sia colpevole, tanto da poterla formalmente invitare a smettere di avere una condotta illegale, se non criminale. Un totale stravolgimento della logica giuridica valida da sempre. Oltre che valida punto e basta.
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