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Timestamp: 2019-03-19 03:01:56+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 2109', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 110', 'art. 9', 'art. 110', 'art. 9', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 110', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 1']

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Assenteismo e assenze. Le verità nascoste.
Pubblicato il dicembre 7, 2018 da Francesca Ciangola
Secondo l’interpretazione dell’enciclopedia Treccani, con il termine assenteismo (“coniato dall’uomo politico inglese Th. P. Thompson nel 1829 per designare l’abitudine dei proprietarî terrieri irlandesi di vivere lontani dalle loro proprietà”) si intende la condizione di essere “frequentemente o abitualmente assente dal luogo di lavoro, di studio, o da altri luoghi di riunione e di partecipazione a cui si avrebbe l’obbligo, anche soltanto morale o sociale, d’intervenire. In particolare, nella moderna organizzazione del lavoro, il fenomeno dell’assenza dal posto di lavoro di un numero rilevante di lavoratori dovuto a malattia, reale o pretestuosa, oppure ad altre cause (crescente e preoccupante disaffezione dal lavoro, minori controlli, diminuita soggezione verso i quadri dirigenti, ecc…”
La ricerca dell’esatto significato del termine non è esercizio ozioso, perché di fronte all’abuso mediatico che se ne fa, bisognerebbe ricondurre il fenomeno negli esatti confini, così, tanto per capire di cosa si parla. Se con il termine quindi non intendiamo la dolosa alterazione delle presenze (fenomeno tristemente noto ma non nelle percentuali esatte di ricorrenza, che ricomprende veri atteggiamenti delinquenziali penalmente rilevanti), ma l’assenza frequente e rilevante dal posto di lavoro dovuta a malattia vera o presunta, dovremmo avere la cura di capire la portata del fenomeno, e magari, perché no, provare a dire la verità.
Ma il terreno su cui ci si muove, come sempre quando si parla di dipendenti pubblici, è sdrucciolevole. In questi giorni, di pari passo con la definizione del disegno di legge che impone nuove misure di rilevazione delle presenze tramite controlli biometrici, si è rinfocolata la polemica sull’ “assenteismo” inteso in senso giornalisticamente molto ampio; ad esempio, secondo TGCOM di qualche giorno fa, che riprende uno studio de La Stampa, sono meno di 4 su 100 i licenziamenti nel pubblico impiego; la notizia, ricopiata pari pari, come da tradizione, da molte altre testate, riporta uno studio sulla base di “dati grezzi” rielaborati da “qualificati specialisti”. Lo stesso TGCOM, riporta inoltre, sempre recentemente, l’apodittica, e piuttosto grave, affermazione per cui, secondo lo staff della Ministra Bongiorno “metà dei lavoratori è incline a farsi gli affari propri”.
A prescindere dalla genericità dell’affermazione, per cui si dovrebbe discutere se i dipendenti pubblici possano o meno amare la gestione degli affari propri al di fuori dell’orario di lavoro, o se non sia in realtà “affar proprio” anche il proprio lavoro, addirittura amandolo (ma sono disquisizioni filosofiche), questo assenteismo aumenta o no? È severamente sanzionato?
E cosa significherà mai “dati grezzi”, chi saranno i misteriosi “qualificati specialisti”, cosa si intenda per assenteismo e se lo stesso sia severamente punito, o sia in aumento, non è proprio chiaro.
Gli “specialisti”, infatti, non saranno gli stessi che a distanza di pochissimi giorni attestano, come fa il Corriere il 2 dicembre, che “i licenziamenti per assenteismo stanno aumentando”, in linea con quanto affermato di recente da Repubblica, che riporta che nel 2017 ci sono stati 327 licenziamenti, la metà per assenze.
Il mistero si infittisce, e se non si parlasse della dignità di chi lavora per lo Stato, ci sarebbe da appassionarsi, divertiti, alla ricerca del bandolo della matassa.
Da persone serie, e per quanto riguarda l’assenteismo propriamente detto, vi pubblichiamo qualche dato ufficiale, con tanto di fonte e dati.
Nel novembre 2018, l’INPS, divenuta Polo unico pubblico e privato di tutela della malattia, ha pubblicato informazioni dell’Osservatorio teso al monitoraggio dell’astensione dal lavoro per malattia relativo al III trimestre 2018; i dati sono disponibili qui.
Dal monitoraggio risulta che in detto periodo:
i certificati nel settore pubblico, rispetto allo stesso periodo 2017, sono diminuiti del -3,1 % (nel settore privato sono aumentati del + 6,8%);
i giorni di malattia nel settore pubblico nello stesso periodo sono diminuiti (più che proporzionalmente rispetto ai certificati) del -7,3% (sono aumentati nel settore privato del + 4,9%);
il numero dei controlli effettuati dall’INPS (visite fiscali) è stato di 119 visite ogni 1.000 certificati per il pubblico impiego, di 52 per il settore privato.
Questi i dati ufficiali, per l’ambito delle assenze per malattia.
Che non riporta né copia e incolla nessuno.
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Divieto monetizzazione ferie: la Corte Costituzionale conferma la prassi amministrativa
Pubblicato il maggio 7, 2016 da Francesca Ciangola
La Corte Costituzionale interviene sul tema dibattutto della monetizzazione delle ferie con una recentissima pronuncia, e lo fa stabilendo l’infondatezza della questione, confermando la normativa vigente ma, a parere di chi scrive, lasciando aperta la porta dei dubbi e delle incertezze.
Il tema del divieto di monetizzazione delle ferie è stato più volte oggetto di interpretazioni e interventi tesi a tentare di evitare le conseguenze rischiose di un divieto normativo assolutamente netto e preciso
E’ opportuno ripercorrere la vicenda, che muove dall’intervento del decreto c.d. “spending review”, (D.L. 95/2012, convertito nella legge 135/2012), che all’art. 5 comma 8 espressamente dispone:
8. Le ferie, i riposi ed i permessi spettanti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato della pubblica amministrazione, come individuate dall’Istituto nazionale di statistica (ISTAT) ai sensi dell’articolo 1, comma 2, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, nonche’ delle autorita’ indipendenti ivi inclusa la Commissione nazionale per le societa’ e la borsa (Consob), sono obbligatoriamente fruiti secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti e non danno luogo in nessun caso alla corresponsione di trattamenti economici sostitutivi. La presente disposizione si applica anche in caso di cessazione del rapporto di lavoro per mobilita’, dimissioni, risoluzione, pensionamento e raggiungimento del limite di eta’. Eventuali disposizioni normative e contrattuali piu’ favorevoli cessano di avere applicazione a decorrere dall’entrata in vigore del presente decreto. La violazione della presente disposizione, oltre a comportare il recupero delle somme indebitamente erogate, e’ fonte di responsabilita’ disciplinare ed amministrativa per il dirigente responsabile. Il presente comma non si applica al personale docente e amministrativo, tecnico e ausiliario supplente breve e saltuario o docente con contratto fino al termine delle lezioni o delle attivita’ didattiche, limitatamente alla differenza tra i giorni di ferie spettanti e quelli in cui e’ consentito al personale in questione di fruire delle ferie.
Un divieto che non ammette repliche, diremmo, ed intepretazioni difformi.
La vicenda, tuttavia, poteva fin da subito assumere dei rilievi di rilevante impatto, essendo le ferie un diritto garantito dalla Costituzione (dall’art. 36 comma 3), dall’ordinamento comunitario (direttiva CE 2003/88, Corte di Giustizia Europea 2009 e 2012 sul diritto all’indennità sostitutiva in caso di mancata fruizione).
Il legislatore italiano, negli anni ormai trascorsi dal decreto citato, è stato per lo più silente ed impermeabile a qualsiasi istanza, specie proveniente dal mondo scolastico (laddove il divieto di monetizzazione ha fin da subito creato notevoli problemi in relazione al pagamento delle ferie del personale precario che, per motivazioni palesi, maturava ferie non fruibili nella maggior parte dei casi; la fattispecie è stata solo parzialmente risolta dalla modifica successiva dell’articolo).
Diversamente, l’interpretazione, amministrativa e giurisprudenziale, ha effettuato delle ricostruzioni contrastanti con il tenore cristallino della legge, sulla base delle quali moltissime amministrazioni, non timorose dell’esplicito richiamo alla responsabilità amministrativa e disciplinare dei dirigenti responsabili delle violazioni al divieto, avranno continuato ad erogare indennità per ferie non godute.
Negli anni, è a questo punto opportuno ricordarlo, la vicenda:
– è stata ripercorsa dalla Corte dei conti della Valle d’Aosta, che con questo parere, n. 20 dell’11 novembre 2013, propende per un’interpretazione “ammorbidita” del divieto in favore dei pubblici dipendenti. Il parere si conforma all’interpretazione della Funzione Pubblica (n. 40033 dell’8 ottobre 2012) e della Ragioneria Generale dello Stato (n. 94806 del 9 novembre 2012), ed è orientato ad una opzione ermeneutica in senso conforme alla Costituzione e al diritto comunitario, che offrono, come visto, piena tutela al diritto alle ferie. Il parere della Corte quindi propende, in maniera simile ai pareri amministrativi riportati, per l’applicabilità del divieto ai casi dipendenti dalla volontà del lavoratore (dimissioni, pensionamento, licenziamento disciplinare, mancato superamento del periodo di prova), non ritenendolo operante nei casi in cui il rapporto di lavoro si concluda in maniera anomala e non prevedibile o non imputabile a carenza programmatorie o di controllo dell’Amministrazione (decesso, dispensa per inidoneità, malattia, aspettativa, gravidanza).
– è stata affrontata, anche se solo in via incidentale, dalla Corte Costituzionale, con la sentenza n. 286/2013. La pronuncia affronta il tema del divieto di monetizzazione in via incidentale, trattando la sentenza di altre questioni, ma nel testo la Consulta afferma espressamente che: “…Inoltre, anche in base alla normativa sopravvenuta, le ferie del personale dipendente dalle amministrazioni pubbliche, ivi comprese quelle regionali, rimangono obbligatoriamente fruite «secondo quanto previsto dai rispettivi ordinamenti», tuttora modellati dalla contrattazione collettiva dei singoli comparti. E la stessa attuale preclusione delle clausole contrattuali di miglior favore circa la “monetizzazione” delle ferie non può prescindere dalla tutela risarcitoria civilistica del danno da mancato godimento incolpevole. Tant’è che nella prassi amministrativa si è imposta un’interpretazione volta ad escludere dalla sfera di applicazione del divieto posto dall’art. 5, comma 8, del d.l. n. 95 del 2012 «i casi di cessazione dal servizio in cui l’impossibilità di fruire le ferie non è imputabile o riconducibile al dipendente» (parere del Dipartimento della funzione pubblica 8 ottobre 2012, n. 40033). Con la conseguenza di ritenere tuttora monetizzabili le ferie in presenza di «eventi estintivi del rapporto non imputabili alla volontà del lavoratore ed alla capacità organizzativa del datore di lavoro» (nota Prot. n. 0094806 del Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato). E’ molto strano, si nota per inciso, che la Corte Costituzionale, posta a presidio delle regole fondanti l’ordinamento giuridico, arrivi a considerare operante e legittima un’interpretazione che si è “imposta nella prassi amministrativa“. Tuttavia questa affermazione consente, in qualche modo di trarre un’interpretazione costituzionalmente orientata a favore di una lettura elastica del rigido divieto.
Tali interpretazioni, tuttavia, paiono discutibili non solo a fronte dell’inequivoco dettato normativo, ma anche nel merito. In alcuni casi, infatti, per accettare la tesi estensiva proposta, la volontà del lavoratore è sì pienamente operante, ma non vale a rendere possibile esercitare previamente il diritto alle ferie: nell’ipotesi delle dimissioni, per esempio, occorre rispettare un periodo di preavviso (che può arrivare fino a quattro mesi) che tuttavia, per legge, inibisce la fruizione delle ferie contestuali, pur se esse maturano (art. 2109 codice civile).
Il caso del preavviso è emblematico: a norma anche delle interpretazioni “estensive” del divieto di monetizzare le ferie, residuano dei casi in cui è impossibile rispettare la tutela costituzionale del diritto.
Pareri e sentenze, è opportuno ricordarlo nuovamente, nel sistema delle fonti del diritto italiano non sono superiori alle leggi ordinarie, che, a maggior ragione se dotate, come nel caso di specie, di particolare perentorietà e della minaccia di gravi sanzioni in caso di inottemperanza, si impongono nella loro interpretazione letterale.
Ebbene, nel 2015, diremmo finalmente, ad opera del giudice Conte del Tribunale di Roma, la situazione si riapre in un ottica finalmente maggiormente conforme al sistema delle fonti del nostro ordinamento giuridico.
Con l’ordinanza 193 del 2015, il giudice del lavoro rimanda la questione, per sospetta incostituzionalità, alla Corte Costituzionale, ritenendo le interpretazioni ministeriali sopra citate (non vengono riportate le letture della Corte dei Conti) per quello che sono, delle semplici interpretazioni affatto vincolanti per gli operatori del diritto, e peraltro, sbagliate nel merito, poiché palesemente contrastanti con il dettato normativo.
E’ da ritenersi, si nota per inciso, del tutto fondato il sospetto di incostituzionalità della norma in questione, ma è legittimo domandarsi a questo punto quali saranno le interpretazioni degli operatori del diritto, di quei dirigenti che, basandosi su un’interpretazione ministeriale, hanno liquidato ferie non fruite, pur nel palese richiamo a precise responsabilità in caso di inottempreanza al divieto. A questo punto infatti non ci sono solo un dettato normativo, pur inequivoco, ed interpretazioni e pareri (sia pur istituzionali) difformi, ma interpretazioni giurisprudenziali che confutano apertamente le interpretazioni estensive.
La confusione del nostro ordinamento, come evidenzia questo singolare caso ma anche altri (clamorosa le negazione del congedo del lavoratori padre dipendente pubblico, consentita dalla legge ma di fatto negata da due interpretazioni di due funzionari ministeriali, della Funzione Pubblica e dell’INPS), è sempre più palese, ed il rischio per le attività decisionali delle figure di vertice delle amministrazioni altissimo.
Finalmente, oggi con la sentenza della Corte Costituzionale 95/2016 si può introdurre un punto fermo nella vicenda.
La sentenza in esame ritiene infondata la questione, poiché la legge, correttamente interpretata, è conforme alla Costituzione; la stessa muove dal punto che proprio il legislatore correla “il divieto di corrispondere trattamenti sostitutivi a fattispecie in cui la cessazione del rapporto di lavoro è riconducibile a una scelta o un comportamento del lavoratore (dimissioni, risoluzione) o ad eventi (mobilità, pensionamento, raggiungimento dei limiti di età) che comunque consentano di pianificare per tempo la fruizione delle ferie e adi attuare il necessario contemperamento delle scelte organizzative del datore di lavoro con le preferenze manifestate dal lavoratore in merito al periodo di godimento delle ferie“.
La Consulta quindi, rammentando che proprio la prassi amministrativa e la magistratura contabile convergono “nell’escludere dall’ambito applicativo del divieto le vicende estintitve del raporto di lavoro che non chiamino in causa la volontà del lavoratore e la capacità organizzativa del datore di lavoro” giunge a considerare non fondata la questione proprio reinterpretando la norma e ritenendola, con siffatta lettura, conforme a questione.
Il caso sembrerebbe a questo punto chiuso, essendo l’interpretazione ormai conforme suffragata dal sigillo più auterevole, quello della Corte Costituzionale.
Ci si consenta, tuttavia, qualche considerazione critica, sopra accennata.
La Corte esamina con la pronuncia in questione diremmo solo una parte del testo normativo, dimenticando che lo stesso, con inequivocabile chiarezza, dispone che i trattamenti sostitutivi sono “VIETATI IN OGNI CASO” e lo sono “ANCHE” nei casi che si connettono ad una interruzione del rapporto di lavoro connessa alla volontà del lavoratore; quindi in tutti i casi (con previsione di specifica responsabilità in caso di violazione) non si possono, dice la legge, pagare le ferie residue, anche in quelli che l’interpretazione ormai indiscutibile considera come unici. Inoltre, la Corte espressamente ritiene fondato il divieto laddove il lavoratore e il datore di lavoro avrebbero potuto, con idonea programmazione, evitare il “cumulo” di ferie residue; ebbene, il caso già accenato del preavviso non consente in alcun modo di programmare la fruizione, poiché è la legge stessa che VIETA la fruizione delle ferie durante il periodo di preavviuso (che può arrivare anche a corrispoindere a periodi di svariati mesi).
Infine, che il giudice supremo della legittimità costituzionale argomenti le proprie conclusioni citando la conforme prassi amministrativa lascia quantomeno sconcertati.
Il rischio concreto che si corre con queste interpretazioni discutibili è che la difficoltà di applicazione di leggi fatte male possa essere aggirata con applicazioni spegiudicate, e non con interventi, assolutamente necessari, che dettino la retta via della normazione equilibrata ed equa.
Per chi ha studiato e studia diritto con passione, il rischio , in un momento estremamente complesso per il diritto, l’individuazione della gerarchia delle fonti e il districarsi in un’attività diremmo “creativa” del legislatore”, è considerare la Consulta, quella che era un faro per gli operatori del diritto, un lumicino.
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Incarichi dirigenziali esterni negli enti locali: nuovi limiti dalla Sezione Autonomie
Pubblicato il maggio 5, 2016 da Francesca Ciangola
La Sezione Autonomie della Corte di Conti ha enunciato recentemente un principio di diritto in un tema dibattuto come le assunzioni di dirigenti esterni (a tempo determinato e senza previo concorso pubblico) da parte degli enti locali, la cui portata è piuttosto restrittiva.
Rammentiamo preliminarmente che la pronuncia, sia per l’autorità da cui proviene che per la tipizzazione della fattispecie assume un ruolo più che privilegiato rispetto agli “ordinari” pareri delle sezioni di controllo.
Il principio, contenuto nella deliberazione n. 14 del 15 aprile 2016, così dispone: “Le spese riferite agli incarichi dirigenziali conferiti ex art. 110, primo comma, del decreto legislativo n. 267 del 2000 devono essere computate ai fini del rispetto del limite di cui all’art. 9, comma 28, del decreto legge n. 78 del 2010, convertito con modificazioni dalla legge n. 122 del 2010”.
Il limite di cui trattasi, riportato dal citato comma 28, consiste nel rispetto del 50% delle spese sostenute nell’anno 2009 per personale a tempo determinato o in collaborazione, a partire dall’anno 2011.
Ciò che rileva come momento di innovazione è che il principio ribalta il precedente, sullo stesso punto emanato dalla medesima Sezione Autonomie con deliberazione 12/2012, che, al contrario, sosteneva che gli incarichi dirigenziali a tempo determinato conferibili dagli enti locali ai sensi dell’art. 110 D. Lgs. 267/2000 fossero sottratti dalla disciplina restrittiva recata dall’art. 9 comma 28 d.l. 78/2010.
La Sezione Autonomie argomenta questo deciso cambio di rotta partendo dal presupposto che la disciplina recata per gli enti locali dal T.U.E.L. (d.lgs. 267/2000) può assumere delle connotazioni di specialità, del resto tenuti in debito conto dalla precedente pronuncia del 2012, che tuttavia non confluiscono necessariamente in una deroga rispetto alla normativa generale; la Corte evidenzia che “la finalità propria della norma speciale non è…produrre effetti deroganti, bensì quella di interagire con la materia di carattere generale” e che anche nel caso della dirigenza locale a termine la disciplina è sì speciale, talora anche derogatoria, ma tale aspetto non può spingersi a impattare con principi di carattere generale ribaditi anche dalla Corte Costituzionale. Viene evidenziato, a tale proposito, l’intervento della Consulta contenuto nella sentenza n. 173/2012 (successiva alla deliberazione n. 12 della sezione Autonomie) a proposito dei limiti recati dall’art. 9 citato, che ribadisce che lo stesso “pone un obiettivo generale di contenimento della spesa” proprio rispetto a quel personale che collabora con le pubbliche amministrazioni con contratti diversi da quelli a tempo indeterminato.
Viene evidenziato un altro punto a favore dell’applicabilità del regime ordinario, corrispondente alla classica regola interpretativa definita nel brocardo “ubi lex voluit dixit, ubi noluit tacuit“; l’art. 9 citato, prosegue la Corte, prevede delle deroghe al limite del 50% (per l’ipotesi di amministrazioni in regola con gli altri obblighi di riduzione di cui alla legge 296/2006 art. 1 commi 557 e 562) , che dimostrano che se deroghe sono possibili e previste, parimenti il silenzio del legislatore in ordine ad altre discipline derogatorie non deve ritenersi possibile.
Il pronunciamento restrittivo siffatto certamente pone delle limitazioni ulteriori alle possibilità di assumere dirigenti esterni negli enti locali; questo ulteriore limite, alla vigilia del rinnovo degli organi di governo locali nelle maggiori città italiane, potra’ comportare notevoli effetti sulla diffusa (e criticata) abitudine di privilegiare, da parte delle nuove amministrazioni, il personale esterno.
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Quel piccolo esempio di discriminazione dimenticato
Pubblicato il marzo 6, 2016 da Francesca Ciangola
L’art. 4 comma 24, lettera a) della legge c.d. Fornero, che oggi sembra preistoria (n. 92 del 2012), aveva previsto una misura di favore per tutti i lavoratori dipendenti, oltre alle agevolazioni economiche per le madri lavoratrici (lettera b), ovvero quello per cui i lavoratori padri hanno il diritto ad un giorno di permesso retribuito di congedo obbligatorio per la nascita del figlio, e quello di fruire di ulteriori due giorni, sempre retribuiti al 100%, in sostituzione dei giorni concessi alla madre.
Con un parere reso ad un ente del 2013 il Dipartimento Funzione Pubblica (che non vi possiamo linkare perché il nuovo sito del Ministero contiene molte fotografie, ma rende estremamente difficoltoso ritrovare pareri e circolari), ritenne non direttamente applicabile la misura ai dipendenti pubblici, riferendosi sia al congedo del lavoratore padre sia alle misure di sostegno economico per la madre lavoratrice (lett. a e b del citato art. 4).
Eppure la legge si riferiva proprio, indistintamente, “al padre lavoratore dipendente”, prevedendo che quelle norme fossero destinate “al fine di sostenere la genitorialita’, promuovendo una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia e per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro…”.
La norma, per inciso, non escludeva affatto i lavoratori padri dipendenti pubblici, prevedendo interventi di armonizzazione del Ministro per la pubblica amministrazione solo laddove la legge non disponesse espressamente (quindi non in questo caso, ci sembra), rimanendo fermi, per le amministrazioni pubbliche, i principi e i criteri della stessa, sempre e comunque.
Detto parere di risposta ad un Comune, in riferimento al congedo del lavoratore padre, venne immediatamente recepito dalla circolare INPS n. 40/2013.
Ad oggi, per quanto riguarda le misure di sostegno per le lavoratrici madri, un decreto congiunto del 2014 ha esteso la misura anche alle lavoratrici madri dipendenti pubbliche.
Il congedo per i lavoratori padri, poi, è stato esteso sperimentalmente anche al 2016 dalla legge di Stabilità n. 208/2015, art. 1 comma 205.
Non risultano, invece, interventi che riguardino i dipendenti pubblici padri; anzi, la pagina del sito web istituzionale INPS continua a sostenere l’esclusione dal beneficio di questi lavoratori.
In sede di commento, continuiamo a sostenere che un’interpretazione ministeriale (non del ministro, ma di singoli funzionari, come in questo caso), per di più resa ad una amministrazione e neanche recepito in una circolare ministeriale non possa mai arrivare a sconfessare una disposizione di legge inequivoca; occorrerebbe, per avere giustizia di questa discriminazione, che qualche lavoratore padre impugnasse il provvedimento negativo di concessione del beneficio dinanzi ad un organo di giustizia amministrativa per ottenere una pronuncia sul punto.
Nel silenzio più totale, anche delle forze sindacali che nel pubblico impiego sembrano latitare, proporzionalmente e direttamente insieme agli anni senza contratto, questa dimenticanza diventa discriminazione a sfavore delle famiglie con dipendenti pubblici, bambini compresi.
E assurge, suo malgrado, ad illuminante esempio di un certo rovesciamento del sistema delle fonti del diritto così come lo abbiamo studiato.
Chissà se qualche testo universitario, trattando proprio della gerarchia delle fonti del diritto, parlerà mai di quel caso in cui su una disposizione di legge, nel 2013, due funzionari pubblici decisero l’interpretazione escludendo una categoria di lavoratori, senza clamore alcuno.
Pubblicato sui Sinergie di Scuola
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