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Timestamp: 2018-11-21 00:17:39+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 15', 'art.21', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 8', 'art.52', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 21']

Diritto alla privacy e lotta al terrorismo nello spazio costituzionale europeo / Editoriali / Home - Democrazia e sicurezza
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Il diritto alla privacy si configurava allora come un diritto a contenuto negativo, un interesse al riserbo contro qualsiasi ingerenza estranea all’interno delle mura domestiche.
Con l’avvento dello Stato sociale e democratico nel secondo dopoguerra, si ha il superamento della prevalente configurazione individualistica del diritto alla riservatezza. Il diritto alla riservatezza non è soltanto una libertà negativa, per cui lo Stato si astiene dal compiere azioni che possano negare o limitare le libertà individuali, esso è un diritto funzionale al libero esplicarsi della persona. Si è passati così da una concezione individualistica del diritto alla riservatezza ad una sociale, da cui scaturisce la necessità di una disciplina giuridica che impegni lo Stato a favorire la partecipazione e il controllo dei soggetti interessati.
La Costituzione italiana, però, non contempla espressamente un diritto alla riservatezza personale, come previsto in altre costituzioni. Tuttavia, per le libertà dei singoli e delle formazioni sociali vale la riflessione che l’art. 2 della Costituzione italiana debba essere considerato come “fattispecie aperta”, ossia come norma in grado di ricomprendere tutte «le nuove domande di libertà che vengono fatte proprie dalla coscienza sociale» [2].Il diritto alla riservatezza può essere ricompreso tra i diritti fondamentali della persona, «in particolare nella sua accezione di vero e proprio diritto della personalità» [3].
Inoltre, un fondamento costituzionale del principio di riservatezza può essere tratto da una lettura sistematica di alcuni articoli della Costituzione: la libertà personale (art. 13); l’inviolabilità del domicilio (art. 14); la libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione (art. 15); il diritto di non rendere noto il proprio pensiero (art.21). Anche gli artt. 15 e 21 non vanno interpretati sulla base delle sole intenzioni originarie, a pena di irrigidirne la lettura e di provocarne prima o poi l’obsolescenza. Per questa ragione non appare necessaria una revisione costituzionale per la modifica dei suddetti articoli [4], anche in presenza delle indubbie novità intervenute dietro la spinta della società dell’informazione, delle reti telematiche e, tra queste, Internet che è la più importate perché collega tra loro reti diverse da ogni parte del mondo.
Nella società digitale il contenuto del diritto alla privacy ha un segno diverso: ha assunto un’estensione maggiore, oltre la dimensione domestica e oltre la dimensione territoriale. La “società in rete”, infatti, può costituire una grande opportunità per l’esercizio dei diritti fondamentali della persona, basti pensare alla libera manifestazione del pensiero e ai tentativi di bloccare i social media [5], può contribuire a favorire la partecipazione dei cittadini, processi decisionali più trasparenti, controllo del potere e responsabilità [6]. Viceversa, Internet può anche costituire una minaccia alla libertà personale e, in particolare, alla privacy: basti pensare al controllo sui cittadini tramite i loro dati personali [7], alla nuova sorveglianza [8].
Del resto, oggi la protezione dei dati personali riveste un forte impatto sulla security, la safety [9] e, in particolare, sulla politica di sicurezza interna dell’Unione europea [10], in ragione della lotta al terrorismo internazionale. Più volte è stata invocata la facoltà di derogare ai diritti umani in alcuni casi in cui la situazione di crisi per un Paese è stata originata dalla minaccia terroristica. In ambito europeo, gli Stati che più frequentemente hanno fatto uso del sistema di deroga previsto dalla CEDU sono stati il Regno Unito e la Turchia. Non solo, il clima di tensione provocato dagli attentati nel Regno Unito e in Spagna ha contribuito ad orientare il legislatore comunitario verso l’adozione di un atto particolarmente lesivo del diritto alla privacy: la Direttiva 2006/24. L’adozione di tale direttiva, infatti, aveva visto prevalere l’orientamento inteso a creare un enorme e sproporzionato sistema di sorveglianza di massa giustificato dalla lotta al terrorismo Questa direttiva, però, nel corso degli anni ha dimostrato la sua inadeguatezza e i suoi effetti negativi sul diritto alla protezione dei dati personali. Non a caso, in diversi Stati membri dell’Unione Europea le Corti costituzionali, ad esempio, in Romania nell’ottobre 2009, in Germania nel marzo 2010 e nella Repubblica ceca nel marzo 2011 hanno dichiarato incostituzionali le leggi di attuazione della direttiva nei rispettivi ordinamenti giuridici.
In effetti, la suddetta direttiva era incompatibile con gli standard europei alla base della protezione della privacy e dei dati personali [11]e, in particolare, con gli artt. 7, 8 e 52, paragrafo 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. Essa prevede il rispetto della «corrispondenza» del singolo che viene esteso a tutte le «comunicazioni» (art. 7); sancisce che ogni individuo ha diritto alla protezione dei dati di carattere personale che lo riguardano e che i dati dovranno essere trattati secondo il principio di lealtà, per finalità determinate e in base al consenso della persona interessata o a un altro fondamento legittimo previsto dalla legge (art. 8); inoltre, nella Carta è previsto per ciascuno il diritto di accesso ai dati che lo riguardano e che sono stati raccolti, nonché un «diritto alla rettifica» (art. 8). Infine, è opportuno ricordare che sulla portata e l’interpretazione dei diritti e dei principi la Carta afferma che: «Eventuali limitazioni all'esercizio dei diritti e delle libertà riconosciuti dalla presente Carta devono essere previste dalla legge e rispettare il contenuto essenziale di detti diritti e libertà. Nel rispetto del principio di proporzionalità, possono essere apportate limitazioni solo laddove siano necessarie e rispondano effettivamente a finalità di interesse generale riconosciute dall'Unione o all'esigenza di proteggere i diritti e le libertà altrui» (art.52, paragrafo 1).
È importante, dunque, che la Corte di giustizia dell’U.E. (Grande Sezione), in una recente sentenza dell’8 aprile 2014, abbia finalmente dichiarato, richiamandosi ai suddetti articoli della Carta, l’invalidità della Direttiva 2006/24 sulla conservazione dei dati di traffico telefonico e telematico. Questa sentenza, infatti, è importante perché, nel rispetto del principio di proporzionalità, opera un bilanciamento tra sicurezza e privacy. Un bilanciamento che è indispensabile per affermare i diritti fondamentali nello spazio costituzionale europeo.
[1] S. Warren, L. Brandeis, The right of privacy, in Harv. L. Rev, 1890, 4, p.193.
[2] A. Barbera, Commento all’art. 2 Costituzione, in Commentario della Costituzione, a cura di G. Branca, Artt. 1-2, Principi fondamenali, Bologna-Roma, 1975, p. 50 e ss. Cfr. D. Caldirola, Il diritto alla riservatezza, Cedam, Padova, 2006, p. 24 ss e G. Gardini, Libertà di informazione, accesso ai documenti amministrativi, riservatezza: modelli costituzionali a confronto, in P. Leyland, D. Donati, G. Gardini, Freedom of Information in the United Kingdom and Italy, CLUEB, Bologna, 2010, p. 25.
[3] L. Califano, Privacy e Sicurezza, in Costituzioni e sicurezza dello Stato, a cura di A. Torre, Maggioli, Rimini, 2013, cit. p. 567.
[4]Secondo Stefano Rodotà, invece, occorrerebbe integrare l’art. 21 Cost. it. per riconoscere l’eguale diritto di accedere alla rete di Internet, in quando «la debole o nulla tutela è giustificata dai giudici anche con l’inesistenza di una specifica garanzia costituzionale» (Il mondo nella rete. Quali i diritti, quali in vincoli, Laterza, Roma-Bari, 2014, pp. 16-17). Particolarmente interessante è il volume di M. Viggiano, Internet. Informazione, regole e valori costituzionali, Jovene, Napoli, 2010, p. 75 ss.
[5] Ad esempio, la decisione di bloccare i social media, presa nel marzo 2014 dal Primo ministro turco Erdogan, rappresenta un attacco alla libertà d'espressione.
[6] S. Gutwirth - P. De Hert, Regulating Profiling in a Democratic Constitutional State, in M. Hildebrandt – S. Gutwirth (editors), Profiling the European Citizen. Cross-Disciplinary Perspectives, Springer-Verlag Berlin Heidelberg, 2010, p. 271 ss.
[7] G. Tiberi, Riservatezza e protezione dei dati personali, in M. Cartabia (a cura di), I diritti in azione, il Mulino, Bologna, 2007, p. 353.
[8] Si veda l’interessante volume: Internet and Surveillance. The Challenges of Web 2.0 and Social Media, edited by C.Fuchs, K. Boersma, A. Albrechtslund and M. Sandoval, Routledge, New York, 2012.
[9] R. H. Weber, How Does Privacy Change in the Age of Internet?, in Internet and Surveillance. The Challenges of Web 2.0 and Social Media, edited by C.Fuchs, K. Boersma, A. Albrechtslund and M. Sandoval, Routledge, New York, 2012, p. 288.
[10] F. Boehm, Information Sharing in the Area of Freedom, Security and Justice-Towards a Common Standard for Data Exchange Between Agencies and EU Information Systems, in S. Gutwirth et al. (eds.), European Data Protection: in GoodHealth?, Springer, Germany, 2012, p. 143 ss; e della stessa a., Information Sharing and Data Protection in the Area of Freedom, Security and Justice. Toward Harmonised Data Protection Principles for Information Exchange at EU-level, Springer-Verlag Berlin Heidelberg, 2012.
[11] M. Nino, Terrorismo internazionale, privacy e protezione dei dati personali, Editoriale Scientifica, Napoli, 2012, p. 316 ss.