Source: https://www.simguardiadifinanza.it/2019/04/19/sindacati-militari-e-tutela-del-segreto-investigativo-di-cleto-iafrate-dalla-legna-alla-consegna-41-secoli-di-espedienti-per-controllare-lazione-penale/
Timestamp: 2020-07-08 00:24:06+00:00
Document Index: 73982151

Matched Legal Cases: ['art. 1352', 'sentenza ', 'art. 237', 'art. 329', 'art. 237', 'art. 237', 'art. 151']

SINDACATI MILITARI E TUTELA DEL SEGRETO INVESTIGATIVO di Cleto Iafrate Dalla legna alla consegna, 41 secoli di espedienti per controllare l’azione penale | simguardiadifinanza
da SIMGDF | Apr 19, 2019 | comunicazione, Diritto Militare | 0 commenti
Se il potere emergesse nella sua nuda realtà, difficilmente sarebbe tollerato dal popolo. Da sempre quindi la manipolazione e il controllo dell’azione penale è attività che appassiona chi detiene il potere, in quanto strettamente connessa all’immagine e al consenso. Non c’è stato periodo storico nel quale tale attività non sia stata praticata, con diversi espedienti, alcuni rozzi ed altri più sofisticati. E’ indubbio che i regimi totalitari ne garantiscano le migliori condizioni d’esercizio. Ad ogni modo, anche le giovani democrazie si “difendono” bene, nonostante le difficoltà dovute alla presenza dei contrappesi previsti dalle loro Costituzioni. In questa sede analizzeremo tre rimedio esperiti nel corso della storia: il più antico a memoria d’uomo e gli ultimi due, di cui uno fallito e l’altro al momento ancora in atto.
La legna,come elemento di condizionamento del verdetto.
Di “ordalia del dio fiume”si parla addirittura nel Codice sumero di Ur-Nammu(2112 – 2095 a.C.).
Ordalia significa “giudizio di dio” ed è una procedura basata sulla premessa che dio aiuta l’innocente. L’accusato veniva sottoposto ad una prova il cui esito, apparentemente incerto, era ritenuto come diretta conseguenza dell’intervento di dio [1]e determinava la sua innocenza o colpevolezza. In Europa una delle più utilizzate era “l’ordalia del fuoco“. L’accusato doveva fare un certo numero di passi (solitamente nove) tenendo tra le mani una barra di ferro rovente. L’innocenza era dimostrata dall’assenza di ustioni, ovvero, dalla trascurabilità delle stesse. Il fuoco per arroventare il metallo, determinante per l’esito della prova, però, era preparato sotto il controllo e la supervisione del clero locale che era a stretto contatto con i potenti di Corte. Tante sono state le donne accusate d’infedeltà coniugale o di stregoneria sottoposte alla pratica dell’ordalia. E’ assai probabile che l’ordalia venisse in qualche modo “aggiustata”, agendo sulla quantità di legna, in modo che il verdetto fosse in linea con i desiderata del potente di turno.
Pure essendo il processo formalmente regolamentato in tutte le sue fasi,nella sostanza la discrezionalitàesercitata nel dosare la legnapermetteva di alterare il verdetto.
Il vocabolo “segreto” deriva dal verbo “seiungo”ossia, “secerno”, “separo”. Rispetto a un dato fatto, il segreto separa chi è tenuto a sapere, da tutti gli altri che non devono sapere. E’ di tutta evidenza che le possibilità che un fatto rimanga segreto diminuiscano all’aumentare del numero delle persone che ne vengono a conoscenza.
Stante tutte le cautele sopra esposte, mi è sembrato quanto meno incauto, a tacer d’altro, il fatto che nell’agosto del 2016, quando tutti gli italiani erano al mare, il Governo abbia approvato un decreto legislativo che nasconde tra le “Disposizioni transitorie e finali” una deroga al codice di procedura penale. Il codicillo[3]dispone che “i responsabili di ciascun presidio di polizia, trasmettano alla propria scala gerarchica le notizie relative all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale.
Un’affermazione così categorica è figlia di una profonda conoscenza dello status militisdella polizia giudiziaria ad ordinamento militare: Carabinieri e Guardia di Finanza. La specificità militare, infatti, fa dell’organizzazione militare una specie di micro-Stato annidato in seno allo Stato democratico.
A tal proposito, assai significative sono alcune dichiarazioni[5]rese nel corso del precedente mandato dalla Rappresentanza militare della Guardia di Finanza: «Tra le maglie di una disciplina militare svincolata dal principio di legalità, ben si potrebbero insinuare dei pericolosi comportamenti discriminatori nei confronti dei sottoposti per motivi ideologici o politici[6].
L’inadeguatezza di tali rimedi potrebbe compromettere o quantomeno influenzare il libero articolarsi della dialettica democratica, attraverso cui si stabiliscono i fini dello Stato. E per di più, ci si chiede se, per assurdo,l’ordine promanasse dall’autorità politica di governo[7], l’ordinamento militare avrebbe gli anticorpi per contrastarne l’esecuzione?
Ma v’è di più. Si consideri che gli appartenenti alle forze di polizia ad ordinamento militare, oltre ad essere inseriti in una catena rigidamente gerarchizzata che si aggancia all’autorità politica,non sono posti nella condizione effettiva di dire “signornò” ai loro superiori.L’organizzazione attuale dell’ordinamento militarerelega il militare in una condizione di tale subordinazione e vulnerabilità da rendere il principio dell’obbedienza leale e consapevole nulla più che un mito»[8].
– Quali sono le norme anestetizzanti gli anticorpi necessari a contrastare gli ordini che non andrebbero eseguiti.
Egli scrisse: “E’ reato ogni fatto espressamente previsto come reato dalla legge penale e represso con una pena da essa stabilita. E’ altresì reato ogni fatto che offende l’autorità dello Statoed è meritevole di pena secondola volontà del Duce unico interprete della volontà del popolo italiano.”[9].
Segue:Il tentativo di sabotare il processo di sindacalizzazione militare.
La consegna-semplice o di rigore- è la più grave sanzione disciplinare di Corpo, le altre sono il richiamo e il rimprovero (art. 1352, comma 1, D. Lgs 66/2010).
La legge, nel prevedere la sanzione della consegna semplice, non ha tipizzato gli specifici comportamenti a causa dei quali la sanzione può essere inflitta.Il legislatore, cioè, ha tipizzato le sanzioni, ma ha omesso di tipizzare le violazioni che le stesse censurano.A tal proposito, si è limitato solamente a dire che la consegna punisce le violazioni dei doveri militari e le più gravi trasgressioni alle norme della disciplina e del servizio.
– qualche anno fa un sottufficiale dell’esercito, al quale era stato prescritto di astenersi da attività traumatiche di qualsiasi genere, è stato sanzionato con la consegna “per aver consumato un rapporto sessuale con la propria fidanzata”[13]
Si consideri, inoltre, che la consegnaviene annotata nella documentazione personale; pertanto ha devastanti effetti sulla carriera del militare ed incide negativamente sull’assegnazione degli incarichi, sui trasferimenti, sull’esito dei concorsi interni, sulla concessione delle ricompense, sull’autorizzazione al NOS (nulla osta di sicurezza). Infine, la recidiva nella consegna è valutata per la comminazione della consegna di rigore e tra le cause di cessazione dal servizio permanente, si annoverano “le gravi e reiterati mancanze disciplinari che siano state oggetto di consegna di rigore.
E non sarebbe la prima volta. Anche quando la Corte costituzionale sventò il penultimo tentativo ordito dal governo e descritto nel precedente paragrafo, i più importanti giornali nazionali confusero la norma[14]che estendeva l’obbligo di riferire ai superiori sulle indagini in corso con quella[15]che lo prevedeva. E ancora lo prevede!
Infatti, dagli articoli pubblicati, all’indomani della sentenza della Consulta, da Il Fatto Quotidiano[16], La Verità[17], il Tempo[18]e Il Sole 24 Ore[19]sembrerebbe che il nostro paese sia rimasto esposto al rischio di compromissione delle indagini solo per poco più di un anno: dall’estate del 2016, quando fu inserito il “codicillo”, fino al 7 novembre 2018 quando la Consulta lo espunse. Il nostro paese è esposto a quel rischio almeno dal 1859 (cfr. nota n.4).
Solamente il Giornale[20], Repubblica[21]e il Corriere della Sera[22]hanno pubblicato correttamente la notizia e spiegato ai loro lettori che “l’art. 237, primo comma, del D.P.R. 90/2010 rimane in piedi perché non è stato formalmente contestato da nessuno, e dunque resta l’obbligo per i soli carabinieri di riferire ai propri superiori”.
Ci si chiede, ma è così difficile capire che un’obbedienza da stato di guerra mal si adatta, in tempo di pace, ad un corpo di polizia giudiziaria che dipende “direttamente” da un altro potere dello Stato? Ciò in quanto le patologie che affliggono l’obbedienza gerarchica di “strutture direttamente dipendenti dal governo”possono contagiare le indagini che la politica ha interesse a conoscere e allontanare così la verità processuale da quella storica.
[1]Preciso, da cattolico, che il dio dell’ordalia non è il Dio di Gesù Cristo. Quest’ultimo, come ha ben chiarito nei Vangeli –O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?(Lc 12,14)- non è affatto interessato alle nostre vertenze giudiziarie. Tant’è che il quarto Concilio Laterano del 1215 impose ai sacerdoti il divieto assoluto di amministrare le ordalie. La pratica delle ordalie continuò in assenza del clero ancora per qualche secolo, prima di scomparire definitivamente.
[2]“Gli atti di indagine compiuti dalla polizia giudiziaria sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e, comunque, non oltre la chiusura delle indagini preliminari” (art. 329, I comma).
[3]Art. 18, comma 5, D.Lgs. n. 177 del 19 agosto 2016.
[4]Questo il testo del primo comma dell’art. 237: “Indipendentemente dagli obblighi prescritti dalle norme del codice di procedura penale, i comandi dell’Arma dei carabinieri competenti all’inoltro delle informative di reato all’autorità giudiziaria, danno notizia alla scala gerarchica della trasmissione, secondo le modalità stabilite con apposite istruzioni del Comandante generale dell’Arma dei carabinieri”. Preciso che la datazione dell’art. 237 –riordinato nel DPR 90/2010- si perde nella notte dei tempi. L’articolo riproduce fedelmente il disposto dell’art. 151 Regio decreto 24 dicembre 1911, recante Regolamento generale per l’Arma dei Carabinieri. Il quale, a sua volta, ha recepito, con qualche modifica, il precedente Regolamento di disciplina militare (approvato con R.D. 30 ottobre 1859), che contiene una premessa introduttiva programmatica che ne traccia le linee guida e d’azione. In questo preambolo si afferma che“l’esercito è istituito prima per sorreggere il trono e poi per tutelare le leggi e le istituzioni nazionali”.Una copia dell’edizione originale è custodita presso la biblioteca dell’istituto geografico militare di Firenze.
[5]Delibera n. 01/06/XI, approvata all’unanimità dal Consiglio di Base di Rappresentanza del Comando Operativo Aeronavale della Guardia di Finanza.
[6]Torna in mente l’eloquente risposta fornita dal Ministro della difesa di turno alla richiesta di specificare i limiti alla libertà di espressione dei militari: «… i militari debbono accertarsi del pensiero dei superiori, chiedendo l’autorizzazione ad esprimere il proprio …»(cfr. interrogazione n. 4/01824).
[7]La direzione amministrativa dello strumento militare -il cosiddetto impiego e gestione del personale- prima che fossero istituiti gli Stati Maggiori era accentrata nelle strutture ministeriali ed era una prerogativa dell’autorità politica, la quale realizzava efficacemente i suoi scopi attraverso lo strumento della disciplina militare. Ancora oggi, in occasione delle nomine delle più alte cariche istituzionali in campo militare, si derogano le rigide procedure di assunzione dell’incarico di comando in relazione al grado rivestito e, a parità di grado, all’anzianità posseduta, privilegiando i criteri discrezionali attribuiti alle autorità decidenti. Le nomine avvengono su scelta politica.
[8]Per leggere il documento nella sua interezza, clicca su questo link:
http://www.ficiesse.it/public/1967_deliberacobar.pdf.
[9]G. Maggiore, Diritto penale totalitario nello Stato totalitario; in Rivista italiana di diritto penale, IX [1939], pag. 160.
[10]C. Iafrate, Obbedienza, ordine illegittimo e ordinamento militarein Diritto & Questioni Pubbliche, Palermo.
[11]Si consideri che tra i doveri del militare v’è quello di curare il suo aspetto esteriore, che “deve essere decoroso come richiede la dignità della sua condizione; di “tenere in ogni circostanza condotta esemplare”; di “improntare il proprio contegno al rispetto delle norme che regolano la civile convivenza”; di “astenersi dal compiere azioni e dal pronunciare imprecazioni, parole e discorsi non confacenti alla dignità e al decoro”. Le norme di tratto, invece, prevedono che “la correttezza nel tratto costituisce preciso dovere del militare”. Le norme denominate “senso dell’ordine”, impongono al militare di “compiere ogni operazione con le prescritte modalità , assegnare un posto per ogni oggetto, tenere ogni cosa nel luogo stabilito”.
[12]M. Tolone, in «Procreava senza l’autorizzazione dei suoi superiori». La Guardia di Finanza vista dai finanzieri democratici, ed. Kappa Vu.
[13]Cfr. Redazione GrNet, Militare sanzionato disciplinarmente per un rapporto sessuale con la propria fidanzata.
[14]Art. 18, comma 5, del D.Lgs. n. 177/2016.
[15]Art. 237, comma 1, del D.P.R. 90/2010.
[16]Bocciata la legge Renzi che obbligava di avvisare i ministri delle indagini. – Polizia: ai superiori niente più notizie sulle inchieste, di Gianni Barbacetto, edizione del 08 novembre 2018, pagg. 1, 10.
[18]La Procura di Bari batte il governo: no all’obbligo di informare i superiori, di Ad.Bo., ediz. 08 novembre 2018, pag. 10.
[19]La Consulta «blinda» il segreto investigativo, di Giovanni Negri, ediz. 08 novembre 2018, pag. 34.
[20]Le indagini restino riservate Orlando bocciato, di Luca Fazzo, ediz. 08 novembre 2018, pag. 11.
[21]“Per chi indaga cade l’obbligo di riferire ai propri superiori” la Consulta dà ragione ai pm, di Liliana Milella, Ediz. del 08 novembre 2018, pag. 12.
[22]La Consulta e le indagini della polizia «No all’obbligo di riferire ai vertici», di Giovanni Bianconi, ediz. 08 novembre 2018, pag. 22.
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