Source: http://demetra.regione.emilia-romagna.it/al/articolo?urn=er:assemblealegislativa:resoconto:20181106;P
Timestamp: 2019-07-20 23:04:45+00:00
Document Index: 92215704

Matched Legal Cases: ['e contrario', 'e contrario', 'e contrario', 'arte 2', 'art. 31', 'art. 19', 'art. 42', 'art. 10']

OGGETTO 6932
Delibera: «Piano faunistico-venatorio regionale dell’Emilia-Romagna 2018-2023.» (Proposta della Giunta regionale in data 23 luglio 2018, n. 1200) (179)
(Continuazione discussione, dichiarazioni di voto e approvazione)
(Ordini del giorno 6932/1/2/3/4/6/7 oggetti 7441 - 7442 - 7443 - 7444 - 7446 - 7447 - Dichiarazioni di voto e approvazione)
(Ordini del giorno 6932/5/8/9 oggetti 7445 - 7448 - 7449 - Dichiarazioni di voto e reiezione)
Segnalazione del malfunzionamento del sistema elettronico
Ancora sull’oggetto 6932
OGGETTO 7262
Delibera: «Piano regionale pluriennale per l’adolescenza 2018/2020.» (Proposta della Giunta regionale in data 1 ottobre 2018, n. 1627) (180)
(Relazione di maggioranza e relazione di minoranza)
TARASCONI, relatrice di maggioranza
SENSOLI, relatrice di minoranza
Emendamenti oggetti 6932 - 7443 - 7446 - 7447
La seduta ha inizio alle ore 14,44
PRESIDENTE (Rainieri): Dichiaro aperta la duecentodecima seduta della X legislatura dell’Assemblea legislativa.
Hanno comunicato di non poter partecipare alla seduta gli assessori Bianchi, Corsini, Gazzolo, Petitti e i consiglieri Alleva, Rossi e Soncini.
PRESIDENTE (Rainieri): Riprendiamo i lavori dalla seduta antimeridiana e precisamente dalla discussione generale sull’oggetto 6932. Aveva la parola il consigliere Facci, con dieci minuti ancora di tempo.
FACCI: Grazie, presidente. Il contributo che volevo dare a questa sessione di Aula in materia di piano faunistico è molto semplice e sarà anche molto schematico, perché parlerò di questioni che mi interessano particolarmente per essere di riferimento e di più stringente attualità nel contesto in cui vivo. Per questo io dico che, assessore, questo è un piano che ritengo tutto sommato insufficiente, nonostante possa dare buon atto del vostro tentativo in qualche modo di regolamentare una materia certamente complessa, che deve tenere conto di tante realtà e di tante esigenze e a volte anche di situazioni fra di loro conflittuali (questa è una materia che sarà sempre conflittuale), però da buona Amministrazione quale la Regione dovrebbe essere deve cercare un punto di equilibrio. E io dico che il punto di equilibrio deve essere quello che sicuramente contemperi una conservazione di un certo tipo di fauna, ma ci devono essere delle priorità in queste scelte necessariamente politiche e la priorità deve essere l’uomo e le sue attività. Se no saremmo tutti sullo stesso piano. Mi spiace contraddire la collega Gibertoni ma, se ci mettiamo tutti sullo stesso piano, credo che faremmo un errore di fondo.
Nel ragionare sul piano faunistico, mole complessa, parliamo di tantissime specie animali e l’animale che sicuramente è sotto osservazione, per usare le stesse parole che avete indicato voi, che è quello più impattante in tutti i sensi, sul territorio e anche sulle casse di questa Regione, i costi sociali del cinghiale sul territorio sono enormi. Prima di essere interrotto avevo evidenziato che sulla diffusione del cinghiale non vi sono dati precisi – voi stessi nel piano faunistico date atto di questo – perché abbiamo solo i dati degli abbattimenti, da lì, per calcolo indiretto si fa una presunzione di massima; certo che c’è una dichiarata tendenza in aumento alla diffusione di questi animali che fanno danni per oltre 3 milioni di euro nell’ultimo periodo considerato dalla Regione (2010/14), in particolare alle attività zooagroforestali ed ittiche. Insieme al capriolo e al daino questi animali causano oltre il 60 per cento di questi danni in contesto protetto, per cui io credo che il problema sia necessariamente la gestione: non possiamo pensare che questa situazione possa essere governata da quello che è stato il vostro tentativo, che posso apprezzare ma lo ritengo del tutto insufficiente, che è quello di modificare il contesto di riferimento in zona conservativa in zona non conservativa. Se vogliamo nemmeno la questione del risarcimento limitato di soli 26 euro per chilometro quadrato può essere sufficiente, lo hanno ricordato alcuni colleghi e anch’io faccio riferimento a quello; io credo che il problema continui ad essere l’eccessiva proliferazione di questo animale che rientra in una gestione comunque particolare e sappiamo perfettamente che ci sono regole specifiche per il suo abbattimento.
Il punto è che cosa si vuole fare: se vogliamo dare la priorità alle attività agricole in particolare, ma non solo, perché questi animali non è che causano danno solo alle colture, le colture sono quelle più impattate, sono quelle che vengono a chiedere i risarcimenti per i danni importanti, ma ci sono anche danni alla gestione quotidiana di qualsiasi tipo di attività in ambito periferico, in ambito che poi non è più solo appenninico, ma abbiamo anche danni che ultimamente arrivano alle porte della città. Mi avete dato questa mattina, dopo lo richiamerò, alcuni dati rispetto agli incidenti stradali causati da fauna selvatica, addirittura mi sorprende vedere che c’è stato un incidente stradale causato nel pieno centro di Casalecchio di Reno. Ormai cominciamo ad abituarci anche a questo. Però lì è il frutto di una politica che sicuramente è stata tollerante, una politica che non ha portato avanti piani di abbattimento come avrebbe dovuto farli ed oggi si pagano le conseguenze.
Io dico anche che il problema è anche la condivisione di questi piani di gestione o comunque di questo piano con tutta la disciplina delle aree protette dei siti naturalistici. Dovremmo trovare una necessaria formula diversa, perché diversamente avremmo delle zone franche in cui il ripopolamento avviene per forza di cose e necessariamente avremmo poi la proliferazione all’esterno. Quindi capisco che non è semplice la risoluzione, ma io dico che non possiamo pensare ad una scelta differente da quella di aumentare i prelievi, di aumentare gli abbattimenti. In questo ci sarà ovviamente tutta la catena di gestione, tutta la catena di controllo di questo che fa capo ovviamente alla Regione, tramite gli organi demandati per legge a fare questo, ma a mio avviso non si può pensare diversamente.
Incidentalità stradale. Il cinghiale la provoca solo per l’8 per cento, secondo i vostri dati, l’88 per cento il capriolo, 2 per cento il daino, 2 per cento il cervo, mancano però dati precisi. Sono dati di massima, mancano dati precisi, manca, come ho detto prima, la nostra provincia, la provincia di Bologna. Mancano anche i costi esatti, perché su questo non ci avete comunicato esattamente i dati. Lo stesso accesso agli atti che ho fatto ha completamente omesso questo elemento e non è banale, perché sono costi, oltre al danno alla persona oltre che alle cose: negli incidenti stradali abbiamo ovviamente implicazioni ben diverse dal semplice dato economico, ma abbiamo un problema dei risarcimenti, i contenziosi legali e ovviamente le implicazioni sul nostro servizio sanitario. Quanto sono i costi sociali dell’incidentalità stradale causata dalla fauna selvatica. E io non credo che la soluzione sia quella che voi proponete nel piano faunistico, la richiamate spesso a dimostrazione che questo è un progetto sul quale voi fate molto affidamento che è il progetto “Wildlife and Roads”. Potrà essere di supporto, potrà essere sicuramente utile, ma anche qua torniamo daccapo: o limitiamo la presenza di questa fauna selvatica nelle aree esterne lungo le vie principali, ma anche le vie secondarie, comunque cerchiamo di contenerle o, diversamente, noi questi incidenti stradali continueremo ad averli, nonostante i cartelli che si potranno continuamente mettere e continuamente richiamare. Non condivido l’affermazione contenuta nel piano faunistico che, per quanto riguarda l’incidentalità stradale, vuole scaricare su chi gestisce la rete stradale i problemi che invece devono essere di chi gestisce l’aspetto faunistico-venatorio. Qui poi parlerò, quando parleremo di una delle risoluzioni che propone la maggioranza, perché il problema è l’articolo 2051 del codice civile: la cosa in custodia è l’animale, non è la strada, pertanto il problema non lo potete scaricare a livello governativo o anche a livello locale, se la competenza è del Comune. Il problema è in capo alla Regione. Prima era della Provincia, oggi è della Regione, quindi l’incidente stradale causato dalla fauna selvatica è di competenza della Regione, non del proprietario della strada.
Chiudo il mio intervento e parlerò più tardi, quando affronteremo nel merito le risoluzioni.
TARUFFI: Grazie, presidente. Io ho ascoltato con attenzione il dibattito e gli interventi dei colleghi e devo dire che con alcuni di loro sono radicalmente in disaccordo. Parto dall’ultimo intervento del collega Facci, io non credo che il problema sia stabilire quale sia l’ordine di priorità, anche se va di moda prima stabilire un ordine di priorità rispetto a problemi che invece devono necessariamente trovare un equilibrio tra le attività dell’uomo, e ne abbiamo discusso due settimane fa in occasione di un altro tema sul quale pure siamo intervenuti sottolineando come, dal nostro punto di vista, fosse indispensabile a tutti i livelli trovare punti di equilibrio tra le attività dell’uomo e in questo caso la presenza degli animali: io non credo che venga prima la necessità da parte di qualcuno di affermare la propria presenza, penso che sia necessario trovare un equilibrio. Equilibrio che ovviamente parte anche da alcuni dati che voglio provare ad elencare velocemente.
Il tema del ripopolamento. Io vengo dall’Appennino bolognese e vi posso assicurare che il tema del ripopolamento “forzoso” è un tema esistente, non è un’invenzione. Il fatto che siano state fatte importanti campagne di ripopolamento, spesso eccessive, è un problema e chi vive quei territori lo sa bene. Io poi non voglio pensare che sia stato fatto ad uso e consumo di chi poi pratica lo “sport” della caccia, anche se un dubbio viene, un dubbio è lecito porselo e credo che sia anche forse un pochino più di un dubbio. Il problema è anche capire che questo, insieme ad una gestione complessiva, che non è stata sicuramente delle migliori in questi anni, ha prodotto danni anche alle attività agricole, agli allevamenti. Anche questo è un dato di fatto, non può non essere riconosciuto, perché chi vive in montagna, chi vive sull’Appennino sa perfettamente che cosa significhi, per chi ha attività agricole, allevamenti, eccetera, misurarsi con una presenza così significativa di ungulati e alle volte anche di lupi, perché il tema esiste. Siccome noi cerchiamo sempre di affrontare il tema nella complessità che spesso i temi pongono, perché io non sono abituato a tagliare la realtà con l’accetta, dividendo il bene dal male, perché questo è un atteggiamento un po’ manicheo che, da una parte come dall’altra, considero poco sensato: i temi esistono e vanno affrontati nella loro complessità, anche se alle volte non si prendono applausi, anche se alle volte si rischia di essere fraintesi, anche se alle volte è difficile riuscire a trovare e a ricercare i punti di equilibrio, perché ad esempio il tema degli incidenti stradali è un altro tema significativo, non è secondario. Il collega Torri nel 2016 fece già un’interrogazione chiedendo dati relativamente al numero di incidenti, sinistri legati alla presenza di animali selvatici ed erano 229 a novembre 2016. Per dire un dato che in qualche modo all’epoca, in quel momento, era il più aggiornato di cui potevamo disporre. Ma al di là del numero statistico, chi vive in quei territori sa esattamente ciò di cui si sta parlando, con i problemi legati alle assicurazioni. Tutto quello che sappiamo. Ovviamente non basta mettere i cartelli, sia per i turisti che per i residenti non è sufficiente mettere il cartello che avvisa che c’è la presenza di attraversamento da parte di animali per evitare i danni in cui possiamo incorrere.
Anche il tema dei controlli è serio, perché noi qua dentro ne abbiamo discusso molto, da questa parte dell’Aula siamo stati tra quelli che più volte hanno sollecitato la necessità di dare una soluzione al tema della Polizia provinciale (ad esempio) sul quale una maldestra riforma fatta dal Governo all’epoca del 2014 ha scaricato sulle Regioni un problema importante che poi si ripercuote in tante vicende. Quella di cui parliamo oggi è una, per non parlare ad esempio della riforma che ha portato all’eliminazione della Guardia forestale. E anche qui tocchiamo con mano come, quando si fanno le riforme da Roma senza pensare esattamente quello che poi quelle riforme vogliono dire sul territorio, spesso e volentieri si fanno dei danni.
Questi sono elementi oggettivi a cui bisogna dare una risposta, come io penso sia un elemento oggettivo di debolezza del piano la mancanza del divieto di caccia sui valichi. Credo che sia un problema. Qui noi dobbiamo affrontarli in una discussione che non è semplice. Noi abbiamo apprezzato lo sforzo da parte dell’assessore Caselli che ha cercato in questi due anni, perché qualcuno ha detto che la discussione è stata rapida, a tappe forzate, io devo dire che abbiamo avuto sollecitazioni forse opposte perché la discussione è stata di un paio d’anni e l’assessore ha girato i territori, ha incontrato le varie realtà, poi trovare il punto di equilibrio è un compito non sempre semplice ma che va ricercato, senza nascondere gli elementi di debolezza e i problemi che ho cercato qua di richiamare, per arrivare ad una conclusione che faticosamente cerchiamo di raggiungere, tenendo conto che ad esempio il fatto che manchino dati in modo completo, complessivo su alcuni elementi, ad esempio il tema degli incidenti stradali, ma non solo e in particolar modo in alcune aree, parlo ad esempio della provincia di Bologna questo dato sia ancora più manchevole non rende semplice la discussione e nemmeno l’approdo finale di questa discussione. Però io cercherei nel dibattito e anche nella discussione tra di noi di provare a focalizzare i problemi enucleandoli e cercando di dare risposte, perché altrimenti, se assumiamo sempre posizioni partigiane, nel senso deleterio del termine, non produciamo nessun passo avanti, perché altrimenti io qui potrei, invece che cercare di misurarmi con la realtà complessa, potrei passare miei dieci minuti nel richiamare le forze che oggi stanno al governo e che si dichiarano contrarie alla caccia nel fare un provvedimento nazionale che risolva il problema.
Potrei passare il mio tempo dicendo che i colleghi Cinquestelle hanno detto una cosa, i colleghi della Lega ne hanno detto tutt’altra, è difficile pensare che a livello nazionale possa prodursi una soluzione. Potrei passare il mio tempo ad evidenziare la strumentalità di tanti interventi che ho sentito da una parte dell’Aula, compreso – e l’ho trovato fuori luogo – il richiamo del consigliere Facci nei confronti di chi legittimamente fa sentire la propria voce. Abbiamo una casella di posta elettronica, non vedo quale sia il problema se qualcuno fa sentire la propria voce anche attraverso gli strumenti della tecnologia, visto che abbiamo parlato spesso di partecipazione e ci siamo misurati su questo. Io non vedo nulla di male, non credo sia un problema e credo, anzi, sia sbagliato riprendere chi cerca di far sentire la propria voce.
Lo dico non per captatio benevolentiae, perché ho cercato di enucleare alcuni aspetti sui quali si può essere d’accordo o meno, ma che vanno declinati, perché gli approcci unilaterali, quando si ha a che fare con problemi articolati, soprattutto per chi riveste incarichi di direttivi, perché noi oggi qua dobbiamo votare, siamo chiamati come Assemblea legislativa in generale a produrre leggi, possono essere lo stimolo dal quale si parte e con cui ci si confronta, ma non possono essere la nostra cifra stilistica, perché verremmo meno al nostro ruolo.
Io non so a chi fossero rivolte alcune parole che ci sono state rivolte dal pubblico, però io posso essere ovviamente contestato, possiamo sbagliare, possiamo dire delle cose inesatte però, proprio perché noi ci teniamo a svolgere il nostro compito fino in fondo, io non mi sento asservito a nessuno e rigetto completamente quell’espressione, perché penso che chi legifera, proprio perché ha come unico obiettivo quello di curare l’interesse generale, ha l’obbligo di ascoltare tutti, di decidere assumendo una decisione che è quella che cercavo di ricordare prima, che ha le caratteristiche che ho cercato di ricordare prima e che inevitabilmente produce anche critiche e forse contrarietà, ma che in alcun modo può essere catalogato con quell’espressione. Ci tengo a ricordarlo perché io credo che nel dibattito complessivo politico dobbiamo abituarci tutti quanti, quando ci confrontiamo, ad avere un pochino più rispetto ciascuno gli uni degli altri, sia dei cittadini che fanno le loro osservazioni che sono fondamentali, perché sono l’elemento fondamentale della democrazia, sia da parte di chi è chiamato a decidere senza dover essere indicato o etichettato in modi che non meritano quel tipo di appellativo.
MOLINARI: Grazie, presidente. Vorrei fare due domande nello specifico. Io mi intendo poco di balistica e di armi, vorrei cercare di capire però, rispetto all’affermazione anche del consigliere Sassi, se mi spiegava nel dettaglio dal punto di vista tecnico la maggiore pericolosità di un Kalashnikov, quindi di un canna rigata rispetto ad un canna liscia, nell’utilizzo venatorio. Era solo una curiosità. Anche perché la sventagliata, le raffiche sa che sono proibite.
Poi vorrei capire, per quanto riguarda gli ordini del giorno, se la Lega intende procedere e quindi andare avanti per quanto riguarda la richiesta di riduzione degli ATC, in quanto è stato un argomento, parlo soprattutto di territori come il Piacentino, territori anche come Parma e anche Ferrara, dove il numero degli ATC è elevato per tradizioni storiche, organizzazione del territorio, è stato un argomento che spesso dal punto di vista elettorale è stato assegnato al centrosinistra, perché almeno personalmente mi è stato detto non so quante volte, quindi volevo capire se questa cosa va avanti e quindi viene portata avanti dalla Lega, se viene sostenuta quindi anche dai rappresentanti del territorio di Parma e di Piacenza, che penso tecnicamente sia per non votare questa cosa, però di fatto il gruppo che lo rappresenta lancia un chiaro messaggio e, come ho detto più di una volta, non credo che sia il numero ma la qualità, e soprattutto l’organizzazione degli stessi, la linea su cui noi intendiamo attenerci, però volevo capire anche se il consigliere Pompignoli mi dava una risposta su questo.
SASSI: Grazie, presidente. Solo per rispondere al collega Molinari che mi ha fatto una domanda, a cui io non so dare una risposta, perché non sono avvezzo all’uso delle armi. So che un fucile manuale o un fucile semiautomatico hanno una capacità e una ripetizione di sparo sicuramente diverso. Non so se facciano la raffica, forse ho utilizzato impropriamente questo termine nel mio intervento, ma a me interessa veramente molto poco che sia proibito sparare a raffica: sono proibite tante cose che poi scopriamo che invece vengono fatte. Quindi è giusto che siano proibite, anzi, io proprio eviterei di uscire dai poligoni di tiro con qualunque arma che non sia in mano ad una forza dell’ordine. Però questo è un pensiero mio che non credo che avrà molto margine di manovra.
Io rimango della mia idea: il buonsenso prevede che io un’arma semiautomatica normalmente usata in ambiti di conflitti non la uso per andare a caccia, ammesso che mi piaccia o meno andare a caccia. Io non sono vegetariano, sono carnivoro, ma la caccia proprio, forse perché non mi piace molto maneggiare le armi, è una cosa che non amo. Quindi, consigliere Molinari, io non posso darle dei dati di pericolosità, uso il buonsenso. Speravo che comunque altri intendessero usarlo.
MOLINARI: Grazie, presidente. Ringrazio il consigliere Sassi per la risposta e per me è assolutamente legittimo che quanto esposto sia frutto di suggestione. Ricordo che un’arma semiautomatica è anche il calibro 12, quindi siamo lontani dal sapere ciò di cui si sta trattando, soprattutto in tema di pericolosità, perché, se qui parlassimo con esperti balistici, confermerebbero che dal punto di vista dell’utilizzo anche dell’arma la canna rigata è molto più sicura rispetto alla famosa doppietta e sto parlando anche di tutela dell’essere umano sia praticante della caccia che anche magari semplicemente frequentatore di boschi. Se poi Pompignoli mi risponde.
POMPIGNOLI: Grazie, presidente. Visto che il consigliere Molinari mi sollecita su questo argomento, ne abbiamo discusso penso sin dai primi giorni del 2015, quando si è arrivati qui in Regione Emilia-Romagna e si è uniformato il calendario venatorio da provinciale, quale quello che era, a regionale. Di qui si è iniziato un percorso che andava a verificare il numero degli ATC all’interno della Regione Emilia-Romagna. Come dicevo prima, sono cinquanta gli ATC in Regione Emilia-Romagna, peraltro con dimensioni molto variegate: dai più grandi che sono circa settanta/ottantamila ettari ai più piccoli che sono da tremila ai quattromila ettari come nel Piacentino e si è parlato sin dall’inizio – e questo lo ha affrontato l’assessore Caselli anche su nostra sollecitazione nelle linee di programma della Regione Emilia-Romagna – di addivenire ad una riduzione degli ATC. Riduzione che deve essere valutata. È chiaro, l’ordine del giorno è un impegno a mettere mano al numero degli ATC, quindi proprio relativamente alla loro quantità.
È chiaro che sulla qualità non si discute, nel senso che ogni ATC gestisce il proprio territorio, come lo gestisce questo ovviamente è sotto gli occhi di tutti quelli che sono cacciatori che vanno nei propri ambiti territoriali, ma il senso del ragionamento è anche un altro. Come lei ben sa, consigliere Molinari, ogni ATC chiede una quota al cacciatore per poter andare a cacciare all’interno del proprio ambito, un cacciatore è costretto, se vuole andare a cacciare a Piacenza dove ci sono undici ATC, a prendere undici licenze. È evidente che, se oggi sosteniamo che c’è una diminuzione ponderale del cacciatore, può essere anche dovuto a questo: ai costi che le licenze comunque hanno per la caccia all’interno dei propri ATC. Vediamo a questo punto di rivederli, capire se la quantità attualmente presente in Regione Emilia-Romagna, che ricordo essere una delle più alte a livello nazionale nel numero di ATC possa essere gestita in maniera diversa. Questo è l’impegno che io chiedo alla Regione Emilia-Romagna: facciamo una valutazione, chiamiamo anche i vari Coordinamenti degli ATC che ho già sentito, i quali si sono resi disponibili ad un confronto.
Ovvio, come diceva l’assessore Caselli, i presidenti gli ATC non vogliono ridurli, non vogliono che si porti ad una riduzione degli ATC e questo è banale, non possiamo andare a chiedere ad un presidente di ATC di ridursi o comunque di autosospendersi in virtù del fatto che comunque il suo ATC non ci sarà più; l’ATC deve essere gestito in maniera corretta, abbiamo esempi di ATC gestiti veramente male e questo è un problema. Qui deve essere fatto un atto d’imperio da parte della Regione Emilia-Romagna chiamando a raccolta tutti i vari presidenti, gli ambiti territoriali di caccia, i cacciatori e cercare di capire effettivamente se il problema esiste. Io credo e ritengo che penso otto Province su nove siano d’accordo con la riduzione degli ATC; rimane il nodo Piacenza che è quella che ne ha undici. Qui le domande gliele pongo io, consigliere Molinari: lei ritiene che undici ATC all’interno del territorio di Piacenza siano corretti? Cioè che questi piccoli territori debbano essere comunque gestiti in questa maniera? Io credo che, se otto Province su nove siano d’accordo nel portare una soluzione ad un problema in ottica di una riduzione, non possiamo capire se Piacenza ha comunque una riserva mentale di non andare ad influire sul numero degli ATC perché gestiscono i presidenti i propri territori. Chiaro, lei, consigliere Molinari, è stato anche presidente di un ATC, quindi meglio di lei non mi può dare risposta nessun altro, però ritengo che questo problema vada affrontato ascoltando le richieste dei territori e, sulla base di quello che emergerà, la Regione farà quello che sarà necessario fare. Però bisogna partire da questo presupposto: c’è la volontà di farlo oppure, a prescindere, non c’è nessuna volontà di mettere mano agli ATC, anzi, li andiamo con un ordine del giorno depositato a foraggiare nuovamente con contributi? Sarebbe bene andare a vedere tutti i bilanci degli ATC per andare a vedere effettivamente quanto hanno nella pancia i bilanci degli ATC, se effettivamente sono così ridotti male da dover essere rifinanziati dalla Regione Emilia-Romagna. Queste sono domande a cui io non ho risposta. L’unica risposta che ho è che la riduzione degli ATC è un argomento prevalente in Regione Emilia-Romagna rispetto ad una stabilizzazione attuale che in Regione Emilia-Romagna ovviamente non ha senso di esistere.
MOLINARI: Grazie, presidente. Ringrazio il collega Pompignoli. Io prendo atto delle dichiarazioni, invito l’assessore, nel momento in cui si andrà a confrontare anche con le associazioni di categoria e con i territori, di tenere a mente le parole anche del consigliere che dice che otto Province su nove hanno dichiarato la loro posizione favorevole ad una riduzione degli ATC; di prendere atto che il consigliere Pompignoli, quindi la Lega, ha dichiarato che il coordinamento degli ATC ha dato la disponibilità alla riduzione. Potremmo aprire discussioni, l’abbiamo già fatto anche privatamente, per quanto riguarda il funzionamento degli ATC. Credo anche lì non va sempre bene lanciare dichiarazioni generiche. Gli ATC vivono con i contributi dei soci, quindi hanno bilanci che sono pubblici, hanno bilanci che sono certificati dai revisori dei conti, hanno bilanci in cui c’è un forte confronto serrato anche all’interno degli ATC stessi che dovrebbero essere composti dal punto di vista delle nomine dai vari mondi che compongono tutto il settore anche venatorio (agricoltori, associazioni ambientaliste e il mondo venatorio stesso e le amministrazioni locali), quindi riporterei all’interno degli ATC delle verifiche e degli strumenti che sono in essere il confronto per quanto riguarda i bilanci stessi.
Capisco l’affermazione del consigliere Pompignoli in merito al fatto del numero e della libera circolazione dei cacciatori, tenendo in considerazione che comunque un soggetto dovrebbe non sdoppiarsi ma dividersi in undici per poter frequentare, almeno sul Piacentino, in un’unica giornata tutti gli ATC in cui è divisa. Faccio un esempio per far capire sul territorio, perché io sono molto rispettoso non tanto in quanto consigliere regionale, ma quanto rappresentante del territorio di Piacenza dell’organizzazione che c’è sui vari territori: ci sono equilibri che sono stati trovati e secondo me buone gestioni in luoghi, in province con pochi ATC, ci sono zone con sistemi anche di gestione diverse rispetto all’Emilia come la Romagna e quindi io inviterei, come secondo me si sta facendo anche all’Assessorato, a rispettare i sistemi di organizzazione di quei territori. Ma ci sono esempi e faccio un esempio, anche il consigliere Rancan penso che ben lo conosca, uno degli ATC meglio gestiti a Piacenza è uno degli ATC più piccoli, i cui confini corrispondono ad un unico Comune ed è uno degli ATC che viene citato più di una volta come l’ATC in cui l’equilibrio è meglio gestito, le tensioni sono praticamente nulle ed è l’ATC forse più piccolo della provincia di Piacenza. Quindi il concetto e anche l’immaginazione che la riduzione in modo generale, in modo assoluto degli ATC sia sinonimo o comunque corrisponda necessariamente ad un miglioramento della gestione, forse l’Emilia-Romagna è comunque la Regione che ha più ATC; ricordo che dal punto di vista della gestione venatoria, che nella maggior parte delle regioni non viene fatto, è una delle regioni in cui la gestione venatoria è gestita al meglio e ricordo che, per quanto riguarda Piacenza, si arriva ad undici ATC da una situazione in cui gli ATC erano diciassette. Quindi l’azione, vista anche la frammentazione dal punto di vista delle valli e anche dal punto di vista storico, cosa che secondo me va anche molto ricordata dal punto di vista della comunicazione tra i territori, credo quindi che la soluzione proposta dalla Lega Nord su tutto il territorio regionale non possa e non abbia senso essere applicata anche al territorio di Piacenza.
Non parlo per il territorio di Parma, c’è il presidente Rainieri che conosce meglio il territorio rispetto a me. Prendo atto della proposta, prendo atto anche delle affermazioni che sono presumo, fidandomi di Pompignoli, una certezza: che tutte le Province, tranne Piacenza, siano favorevoli ad una riduzione e che anche il Coordinamento degli ATC regionale sia favorevole ad una riduzione. Non avevo questi dati, probabilmente per mia ignoranza, come in materia balistica.
Non ci sono altri interventi, la parola al consigliere Bagnari per la replica, come relatore.
BAGNARI: Grazie, presidente. Per alcune considerazioni, in alcuni casi anche qualche piccola precisazione. Intanto io faccio una considerazione generale e mi riallaccio a quello che ha detto il collega Taruffi prima, quando parlava di cercare un equilibrio su una materia così complessa e io credo che quello debba essere il faro di quelli che sono i provvedimenti che vengono assunti a livello di Regione. Poi mi verrebbe anche da dire, senza fare battute, che l’equilibrio può essere soggettivo a seconda dei punti di vista da cui si prendono, perché, se uno va a parlare dello stesso tema (ad esempio del lupo) con degli agricoltori o va a parlare con abitanti delle città, ci possono essere dei pareri piuttosto discordanti, per usare un eufemismo. Io credo che noi non dobbiamo cercare, nella ricerca di quell’equilibrio, di correre dietro all’uno o all’altro, ma cercare di capire quale può essere la scelta migliore per la gestione migliore del territorio dal punto di vista qualitativo e io credo che quella alla fine debba essere la forma di equilibrio che dobbiamo cercare di trovare. Quando avanziamo alcune proposte su alcuni ordini del giorno cerchiamo di farlo in quella direzione, non per sgravare la Regione da quelle che possono essere le sue responsabilità, mi riferisco a quello che diceva prima il collega Facci sul tema degli incidenti e le richieste che noi facciamo, ma sul fatto che spesso le aule giudiziarie o comunque gli organismi che devono emettere un parere collegato anche al fatto di avere dei risarcimenti danni, potrebbero avere pareri discordanti, potrebbero, in assenza di un parere netto e chiaro, dare dei responsi diversi e qualcuno potrebbe rimanere senza un rimborso, becco e bastonato. Quindi il fatto di cercare di avere una certezza di risorse che vanno su quei temi e che sulle Province, per come sono ridotte dal punto di vista finanziario, rischierebbero di creare tutta una serie di problemi credo che sia saggio, ma sempre per gestire al meglio il territorio e, consentite anche a me di utilizzare i termini, perché penso che non sia monopolio di nessuno, anche nell’interesse dei cittadini. Ognuno ovviamente ha la propria opinione su questo, ma credo che lo possa fare legittimamente.
Alcune considerazioni adesso sugli ATC. Faccio una battuta al collega Pompignoli. Intanto lo ringrazio per il lavoro che abbiamo fatto, al di là delle opinioni che si possono avere, lavoro di confronto; ha detto che ha sentito tutti gli ATC, immagino sia perché si sta preparando a governare e quindi ha già fatto un lavoro di ricognizione. Però su questo mi permetto di segnalare che, per esempio nell’ordine del giorno presentato dalla Lega, c’è una inesattezza: il fatto che la riorganizzazione degli ATC non è oggetto del piano faunistico-venatorio. Poi ci stanno le richieste eventualmente di altri passaggi normativi, ma quello che viene detto che questo piano-faunistico venatorio ha frammentato gli ATC non è vero. La cosa richiesta è quella di cercare di individuare delle unità di raccolta dei dati sempre più piccole, ma sempre nel quadro che abbiamo adesso, quindi l’idea è quella di cercare di avere una gestione ancora migliore dei dati, ma non di polverizzare gli ATC. Questo secondo me andava detto per chiarezza.
Ho sentito prima alcune considerazioni sul tema della caccia sui valichi, io anche qui inviterei ad andare a vedere il famoso combinato disposto fra quello che dice il piano e quello che dice anche la legge n. 8, per cui sui valichi individuati la caccia non è consentita ed è quello che avviene. Quindi questo facciamo ed è regolato dalle nostre normative. Mi permetto solo di sottolinearlo. Questo andava detto per chiarezza.
Sul resto mi permetto di fare un apprezzamento al lavoro che è stato fatto, perché anche qui, a proposito del fatto che può essere soggettivo il tanto e il poco, però due anni di lavoro su un piano e di confronto credo che non sia poco. Per qualcuno può essere molto, io credo che sia stato un lavoro molto lungo su una materia molto complessa. La Regione cerca di fare la propria parte, anche eventualmente assumendo dei provvedimenti che possono avere delle lacune o che andranno migliorati. Mi permetto anche qui di dire che la Regione prova eventualmente anche a sbagliare e non si limita a fare degli annunci, come sentiamo anche da qualche ministro, magari su dei temi che sarebbero anche condivisibili, ma sui quali dopo gli annunci e le affermazioni non vediamo nessun provvedimento che ci servirebbe e sarebbe utile per gestire al meglio i nostri territori.
PRESIDENTE (Rainieri): Grazie, consigliere Bagnari.
Il relatore di minoranza, Pompignoli, ha detto che non vuole intervenire, quindi do la parola all’assessore Caselli.
CASELLI, assessore: Grazie, presidente. Grazie a tutti i consiglieri per questo amplissimo dibattito che arriva a chiudere questo lavoro che è partito in realtà anche un po’ più di due anni fa, perché partimmo nell’ottobre del 2015 con la prima riunione per presentare i dati del quadro conoscitivo che è la prima base. Il dato conoscitivo ha fotografato la situazione che noi avevamo nel 2015 sulla base dei dati delle Province. Su questo poi tornerò, visto che il tema dei dati è stato sollevato nell’ambito del dibattito, è un tema serissimo e quindi ne parliamo. Lo dico perché noi oggi, forse non è apparso in maniera troppo chiara dal dibattito, stiamo per approvare il primo piano faunistico regionale che c’è in Italia, perché siamo i primi a mettere insieme nove piani faunistici provinciali. Questa è un’operazione in sé abbastanza titanica. Non è che prima non ci fosse niente, c’erano dei piani faunistici che avevano molte più lacune di questo da tutti i punti di vista. Esistevano ed erano applicati.
Il fatto di aver fatto questa operazione sta avendo una forza notevole proprio su alcuni punti, che io credo siano fondamentali dal punto di vista della corretta gestione amministrativa di una partita così complessa; il fatto di aver rilevato che alcune Province eccellevano nella raccolta dei dati e alcune erano molto più lacunose, il fatto di aver visto che alcune Province, che poi non erano lacunose sugli stessi dati, magari la stessa Provincia era bravissima a raccogliere i dati su una specie e non raccoglieva i dati sull’incidentalità stradale: abbiamo trovato una situazione veramente molto variegata. Questo ci ha permesso di consegnarvi un quadro in cui, per onestà, diciamo che i dati non sono sempre completi, però ci ha permesso, laddove invece c’era la completezza sulla base di alcune Province che erano più virtuose, di dimostrare come da quei dati veniva fuori qual era la soluzione tecnica e quindi di far diventare le migliori pratiche l’elemento che poi abbiamo cercato di traslare su tutto il dato e di dimostrare anche ai territori meno virtuosi che quello che loro pensavano non si potesse fare si poteva in realtà fare. Quindi questo è già cambiato nel senso che per esempio Bologna, che non rilevava i dati sull’incidentalità stradale, adesso ovviamente li rileva da diversi anni (negli ultimi due). Non li trovate lì, perché lì c’è la fotografia al 2015, ma è chiaro che durante sono state date ovviamente ai servizi territoriali delle indicazioni abbastanza precise da questo punto di vista. Quindi vi invito a vedere il documento anche come una cosa dinamica che sta procedendo nella direzione di una sempre più corretta rilevazione dei dati.
Quindi io rivendico questo fatto che è stato un lavoro titanico, che ci sono voluti due anni anche per questo e che c’è stata una grandissima condivisione. Io ho girato moltissimo, abbiamo fatto infinite riunioni e le abbiamo fatte naturalmente con i portatori di interesse, organizzati nelle Consulte formalmente costituite in Regione, l’abbiamo fatto con le Consulte dei territori, l’abbiamo fatto poi nelle varie udienze conoscitive in commissione. Quello che a me preme sottolineare è anche questo: questo è un piano faunistico venatorio che ha passato una valutazione ambientale strategica che è durata sette mesi, che è stata fatta con tutti i crismi e a questo io ci tengo, perché tra le varie cose ognuno ha la sua storia personale, la mia storia personale viene da lì, quindi sono l’ultima che farebbe delle cose che non siano ambientalmente corrette; dall’ISPRA, che è la massima autorità italiana in termini di protezione dell’ambiente e della fauna, noi abbiamo avuto il parere positivo. Ci sono Regioni che non hanno il parere positivo dell’ISPRA neanche sui calendari venatori. Qui stiamo parlando di un piano faunistico di questa dimensione. Non possiamo pensare che queste due cose non valgano, perché qui nel procedimento amministrativo c’è la terzietà: il fatto che non ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli! Siamo passati attraverso una verifica e un vaglio importantissimo da parte delle massime autorità che presiedono a questi temi. Non vorrei che passasse per scontato questa cosa che ha comportato un grandissimo impegno anche della parte tecnica di questa Regione e del nostro Assessorato. Avevamo nove piani faunistici-venatori e avevamo una carta delle vocazioni faunistiche, che richiamo anche perché questa è una cosa che abbiamo da anni e che altre Regioni o non hanno del tutto (la Lombardia è arrivata ad averla da pochissimo)... strumenti fondamentali che noi abbiamo e che fanno di questa Regione da apripista.
Cosa fa un piano e cosa non può fare un piano? Io capisco che questa è una materia abbastanza infernale, le norme sono molto complesse e molte delle discussioni nascono anche da una simmetria nella conoscenza delle norme o da una non corretta interpretazione delle norme che sono molte e sono ingarbugliate. Un piano cosa deve fare? Deve dare una visione prima di tutto e quindi su questa base scegliere delle priorità. Noi cosa abbiamo deciso di difendere come priorità? La biodiversità e quindi lavorare sulle specie oggetto di tutela, su tutte le specie. Il piano faunistico non si occupa delle specie oggetto di caccia, come ho sentito dire, si occupa di tutte le specie. Diciamo che oggi qui non si è parlato delle specie protette, salvo il lupo, su cui dirò, perché le specie protette per definizione sono protette e quindi non possono essere cacciate. Quindi la discussione si sposta normalmente su altri temi. Però l’elemento della protezione è fondamentale che, per tutta una serie di specie, è assolutamente normato in questo piano. Poi ha fatto una scelta che mi pare di aver capito alla fine nei principi è condivisa da tutti, che è quella del fatto di dover salvaguardare l’attività antropica, in particolare l’attività agricola e la circolazione sulle strade. Dopo si può dissentire se sia più o meno incisivo o efficace quello che si fa o che si potrebbe fare, però il tema di fondo credo che sia stato condiviso.
Quello che non ho sentito nel dibattito, poi so che diversi di voi lo pensano, perché ne parliamo anche fuori da qui ovviamente, però io ci tengo a rimarcarlo: che il problema dell’impatto della fauna selvatica ungulata sta diventando una questione di vita o di morte per la sopravvivenza dell’agricoltura di montagna. Purtroppo questo è un tema molto serio, perché lo spopolamento della montagna porta con sé il dissesto totale della montagna. Quindi qui c’è un punto cruciale. Poi è ben vero, perché sono d’accordo, che i cinghiali sono stati introdotti a scopo venatorio, il punto è che adesso, vista la prolificità, visto che purtroppo sistemi non cruenti che sono allo studio non sono ancora efficaci, noi li abbiamo anche sperimentati, abbiamo provato, abbiamo sentito, siamo al corrente di tutto e cerchiamo di tenerci al passo con i tempi, però allo stato attuale sulla fauna ungulata c’è un problema di ridurre l’impatto riducendone la presenza. In particolare la fauna ungulata impattante e in particolare i cinghiali. Questo è un tema su cui noi prendiamo posizione nel piano stabilendo delle norme che sono più stringenti. E anche il tema della soglia del danno lo so anch’io che ventisei è una soglia bassa, però anche qui dobbiamo decidere se fare una scelta di campo o non farla: c’erano dei punti della Regione in cui la soglia di danno era mille! Poi, se poi si vuol dire che vicino alle aree protette può diventare cinquanta, va bene lo stesso, non è questo il tema. Il punto è dare un segnale che bisogna evitare che la presenza della fauna selvatica comporti la chiusura delle aziende agricole in montagna, perché questo purtroppo sta capitando. Quindi qui c’è un punto che deve essere molto chiaro.
L’altro punto che abbiamo preso come punto di riferimento, perché ormai i dati laddove li avevamo erano sufficientemente preoccupanti, era la questione dell’incidentalità stradale. Io contesto l’interpretazione, ma poi giuridicamente ci confronteremo, del consigliere Facci sul fatto che sia affar nostro, perché in realtà ci sono fior di sentenze che ci dicono esattamente il contrario: che è affare di Gestione delle strade. Ma non voglio fare una questione di competenza, perché è anche antipatico. Il punto vero è che questo tema noi non lo possiamo gestire, perché noi comunque non gestiamo le strade. Noi possiamo fare su questa attività delle attività di sperimentazione, che è quello che facciamo. La sperimentazione era stata fatta con l’argomento che è stato richiamato e che è dentro il piano e che naturalmente si è evoluta. Allo stato attuale la famosa app da cui si era partiti si è già evoluta e permette di essere alimentata con dei dati che vengono forniti sia dalle persone che possono fotografare e mettere dentro il dato sia dai CRAS, che spesso sono quelli che vanno sul posto, quando c’è un animale ferito, incidentato o quando c’è un incidente stradale che coinvolga degli automezzi oppure in generale da tutte le forze preposte. Quella è una app che ci permette di raccogliere anche i dati in quel modo e ci ha permesso di sperimentare su più punti – adesso capisco che non fosse dentro al piano ma è una notizia che vi do – anche delle modalità nuove per tenere la fauna lontana dalle strade. Quindi questo è quello che noi, per le nostre attribuzioni, possiamo fare. Noi non ci potremmo mai sostituire da questo punto di vista.
Quello che questo piano fa è richiamare all’importanza di tenere sotto controllo la numerosità della fauna impattante di questo tipo, utilizzando gli strumenti previsti dalla legge, cosa che attualmente non viene fatta adeguatamente dai soggetti gestori del territorio. Come noi dicevamo, nel piano faunistico diamo degli obiettivi e diciamo quali sono le azioni; come sapete, la Regione non è gestore, io insisto su questa cosa perché vengono fuori una quantità di fraintendimenti impressionante, la Regione dà queste linee, dopo di che la gestione deve essere attuata dai soggetti che, in base alla legge n. 157 sulla caccia, sono preposti alla gestione del territorio. Questi soggetti sono gli ambiti territoriali di caccia, le Polizie provinciali per i piani di controllo, i Parchi, le Aziende faunistico venatorie, le Oasi, tutto quel reticolo complicato che vedete anche nel piano faunistico in quell’immagine che vi fa vedere quanti soggetti sul territorio devono agire e che sono quelli preposti a rendere possibili gli obiettivi che noi dichiariamo qui con questo piano. Quindi, posto che i soggetti demandati sono questi, abbiamo fatto veramente un grande percorso di consultazione, abbiamo fatto la Consulta dei portatori di interessi e quindi gli agricoltori, i cacciatori e gli ambientalisti, abbiamo fatto le Consulte formali previste dalle nostre leggi…
(interruzioni dai banchi del pubblico)
PRESIDENTE (Rainieri): Stamattina siete già stati avvertiti: se voi parlate, io sono costretto ad allontanarvi dall’Aula. Se voi seguite i lavori, come da Regolamento, cioè in silenzio, potete rimanere in Aula, altrimenti faccio sgomberare l’Aula.
Benissimo! Chiedo ai commessi di sgomberare il pubblico. Sospendo l’Aula cinque minuti intanto che i commessi provvedono.
(La seduta, sospesa alle ore 15,43, è ripresa alle ore 15,58)
PRESIDENTE (Rainieri): Riprendiamo i lavori in discussione generale.
Ridò la parola all’assessore Caselli per la fine del suo intervento.
Prego, assessore Caselli.
CASELLI, assessore: Grazie, presidente. Riprendo da quello che avevo detto, perché da lì poi mi aggancio per dare alcune risposte alle osservazioni che sono arrivate durante il dibattito.
Oltre alle Consulte dei portatori di interesse, così come definite dalle nostre norme regionali…
PRESIDENTE (Rainieri): Forse non ci siamo capiti, questo è l’ultimo richiamo. Sospendo veramente l’Aula e chiamo le forze dell’ordine. Io adesso faccio finire l’assessore, se voi bloccate ancora i lavori dell’Aula, io sono costretto, è la quinta volta che ve lo dico.
CASELLI: Stavo dicendo che, oltre a sentire la Consulta dei portatori di interesse così come previsto dalle nostre norme, abbiamo sentito la Consulta dei territori, Consulta istituita sulla base della legge n. 13 di cui fanno parte i rappresentanti delle ex Province. Questo mi serve rispetto ad alcune osservazioni che sono state fatte sugli ATC. Quindi cosa può fare un piano faunistico? Un piano faunistico non si addentra nel tema se la caccia sia cosa buona o non buona; la caccia è prevista da una legge nazionale, c’è chi ne auspica l’abolizione, chi la vuole sempre di più, sono materie che sono del Parlamento e non di quest’Aula per una banale questione di gerarchia delle fonti. E ho già detto prima di chi è la gestione.
Dopo di che, visto che ho pochissimo tempo, cerco di rispondere ad alcuni temi posti dai consiglieri. Ho già detto sui 26 euro qual è stata la motivazione, è una motivazione che mette davanti gli interessi degli agricoltori, che può essere ammorbidita sui 50 magari per le zone vicine ai parchi, ma che comunque deve restare bassa, per la ragione che altrimenti verremmo meno ad una coerenza del piano. Sulla questione della perimetrazione degli ATC che è stata posta con accenti diversi in quest’Aula, faccio presente come funziona la norma: una volta approvato questo piano faunistico venatorio si possono confermare o ridisegnare gli ATC entro trenta giorni, poi la norma dice anche che uno in qualunque momento, su richiesta specifica, li cambia ancora, quindi non è che entro trenta giorni poi stiamo fermi così cinque anni. Lo dico perché così togliamo un altro elemento di fraintendimento. In quella Consulta dei territori che vi dicevo, che abbiamo convocato anche di recente, l’opinione è stata espressa a noi da parte dei rappresentanti delle Province che prima aveva riunite le Consulte dei territori locali e che quindi avevano parlato anche con i rappresentanti dei vari gestori locali, era di lasciare tutto com’è, salvo un caso a Reggio Emilia in cui ci sono due Comuni che vogliono cambiare ATC e un caso a Modena dove c’è un po’ di discussione. Tutto il resto a me è stato posto in un’altra maniera.
Poi io rassicuro il consigliere Tagliaferri che non ho nessuna intenzione di fare degli atti d’imperio, perché gli atti d’imperio non hanno senso su una materia di questo genere, perché bisogna insieme ai territori, non contro i territori, altrimenti i risultati non arrivano e a me interessa arrivare ad ottenere gli obiettivi di piano, cioè che i risultati arrivino, che è anche una delle ragioni per cui io non sono molto innamorata del tema del numero. Poi viviamo in un mondo dove si sta cercando di ridurre il numero di tutto! Però lì c’è un tema di efficienza che secondo me va affrontato prevedendo schemi di bilancio unici, prevedendo i centri servizi, prevedendo delle cose che in una riforma della legge n. 8 da fare anche a breve io sono tranquillamente disposta ad affrontare. Poi tra me e Pompignoli c’è una questione tipo se viene prima l’uovo o la gallina, se era meglio il piano faunistico e dopo la legge o prima la legge e dopo il piano faunistico, non ci metteremo mai d’accordo, dopo di che io continuo a pensare che prima è meglio dare gli obiettivi e dopo decidere come ci organizziamo per raggiungerli. Organizzarsi prima di avere gli obiettivi secondo me è una roba strana. Comunque sono opinioni organizzative. Però stiamo parlando di come si amministra meglio questa cosa.
Sulla questione dell’età dei cacciatori sappiamo benissimo che c’è un problema enorme da questo punto di vista, che porterà probabilmente la caccia quasi ad estinguersi, ma rimarrà il problema in realtà di come fare a gestire il territorio rispetto alle specie impattanti e questo è un problema che deve essere di tutti, che ovviamente non può essere risolto da un piano che dà degli obiettivi, perché noi non riusciamo a fermare il fatto che ci sia meno interesse e meno sensibilità dei giovani verso questa attività, però bisogna comunque ragionare di come ci riorganizziamo rispetto ad una gestione dell’ecosistema.
Sulla parte delle aziende faunistico-venatorie dico poco, perché ha già detto qualcosa anche il consigliere Bagnari. Finisco sulla questione dell’incidentalità stradale e dei lupi. Ribadisco che la caccia sui valichi è proibita in questa regione. Infine sull’incidentalità stradale noi adesso stiamo facendo queste nuove sperimentazioni ed è un tema su cui stiamo andando avanti e su cui lavoreremo sempre di più anche con le Province, sapendo che non abbiamo strumenti di gestione diretta, perché sono veramente temi di come è fatto il nostro ordinamento. Chiudo sui lupi. Noi abbiamo tolto la parola “eradicazione”, come era stato chiesto in udienza conoscitiva, perché poteva ingenerare effettivamente il dubbio che anche adesso di fronte ad un ibrido si potesse ucciderlo, questo non è possibile in base alle leggi attuali.
Rispetto alle risoluzioni presentate specifico due cose. In questa regione si fa un’attività sulla prevenzione del lupo che viene considerata una delle attività di maggiore successo a livello nazionale. Noi abbiamo un tecnico, lo ripeto sempre, purtroppo la cosa non è risaputa dagli agricoltori e questo è un problema, che va a vedere le situazioni di pericolo o dove c’è stata predazione e fa la progettazione corretta dei metodi di difesa passiva. In tutti i novanta caso in cui è stato applicato questo lavoro le predazioni non si sono ripresentate, salvo tre in cui avevano lasciato aperta la porta. Quindi abbiamo questa possibilità e finora abbiamo sempre avuto anche risorse sufficienti, quindi siccome uno degli ordini del giorno chiede di metterci più soldi, io lo faccio, ma non mi spendono quelli che ci sono e quindi secondo me il tema è fare una corretta informazione martellante agli agricoltori affinché si organizzino in questo senso.
Seconda cosa. Gli ibridi. Sugli ibridi non si possono fare affermazioni che non stanno in piedi: gli ibridi a occhio non si riconoscono! Noi siamo parte del LIFE lupo è da lì si capisce benissimo che gli ibridi non sono riconoscibili a vista e, di conseguenza, non esiste la possibilità di gestirli in maniera induttiva, se no si finisce veramente che o si spara ad un lupo italico puro, e così si va in galera, oppure si spara ad un cane. Per cui in realtà sarebbe bene non sparare proprio ai lupi, anche se so che qualcuno pensa che questa sia la soluzione. Noi abbiamo tolto la parola “eradicazione” che avevamo messo perché era nel piano nazionale, nella parte dedicata agli ibridi, non nella parte dedicata ai piani di controllo. L’abbiamo tolta, però attenzione che, se poi non la tolgono di là, dopo noi qui possiamo scrivere quello che ci pare. Quindi bisogna guardare il piano nazionale, dopo di che nel piano nazionale mi risulta, perché lo ha detto alle regioni l’attuale ministro Costa, che ci sia la disponibilità del ministero a finanziare i censimenti che sono fondamentali e il ministero dice che li finanzia lui, cosa importantissima perché costano un sacco di soldi che non avremmo ed è bene farlo contemporaneamente su tutto il territorio nazionale, perché parliamo di un animale che fa trenta/quaranta chilometri a notte, quindi farlo per le regioni non ha molto senso. Le uniche Regioni che allo stato attuale hanno domandato di poter utilizzare la caccia in deroga al lupo sono tre: Toscana, Trentino-Alto Adige e la Valle d’Aosta che ritengono di aver già fatto i censimenti, che però ognuno li ha fatti con un criterio diverso e quindi con ogni probabilità anche quella cosa lì non va da nessuna parte.
Quindi è inutile che noi diamo in pasto facili soluzioni, poi i tecnici ci dicono che in realtà, anche nell’ipotesi che uno si mettesse a sparare ai lupi, si rischia di ottenere una riproduzione più veloce, perché interrompi la coppia alfa, se ne formano di più, quindi sono anche delle cose rispetto alle quali ascoltare i tecnici faunistici è importante, piuttosto che dare facili soluzioni che magari ti fanno prendere un applauso in assemblea in montagna, ma non risolvono assolutamente niente. Questa è la cosa che noi tendiamo a ribadire qui, stando ancora una volta dalla parte di coloro che cercano di rispettare tutte le regole e di stare nella punta avanzata del contemperamento degli interessi. Poi la materia è veramente complicatissima.
Io davvero ringrazio ancora tutti anche per lo sforzo che avete fatto. Sono abbastanza convinta che, avendo avuto anche l’approvazione di ISPRA di fronte ad un lavoro immenso, noi stiamo per prendere un provvedimento amministrativo di cui l’Emilia-Romagna potrà sentirsi forte di aver indicato una buona strada.
PRESIDENTE (Rainieri): Grazie, assessore Caselli.
PRESIDENTE (Rainieri): La parola alla consigliera Rontini.
RONTINI: Grazie, presidente. Volevo segnalare che da questa mattina ho un problema con il dispositivo. Dal momento che iniziano le votazioni, guardate nel tabellone: se io lo tolgo…
PRESIDENTE (Rainieri): Io ho visto che lei l’ha tolto e l’ha messo. Comunque per il momento non sono state richieste votazioni elettroniche, altrimenti le chiedo gentilmente, se si può spostare di banco in attesa che venga ripristinata la sua postazione.
RONTINI: E avrà visto che si accende e si spegne quello della consigliera collega Marchetti. Io avevo già segnalato, al netto del diverbio che abbiamo avuto, qualche difficoltà alla mia postazione nel senso di luminosità del tastierino, malfunzionamento delle prese sotto, quindi sono di nuovo a farlo in maniera formale a questo punto per capire non dico entro oggi, nel momento delle votazioni mi sposterò in altro banco, però, se si riesce a provvedere, così da garantirmi la piena funzionalità.
PRESIDENTE (Rainieri): La ringrazio della sua segnalazione. Le posso dire che con i colleghi dell’Ufficio di Presidenza sappiamo di questo problema e le posso garantire che durante la pausa delle feste natalizie verranno iniziati i lavori di ripristino della parte elettronica dell’Aula.
La parola al consigliere Poli.
POLI: Grazie, presidente. Credo di avere lo stesso problema e di essere la collega Rontini.
PRESIDENTE (Rainieri): Al momento vi rassicuro perché nessuno ha chiesto la votazione elettronica e tutte le votazioni che abbiamo sono per alzata di mano, quindi per il momento non si pone la problematica. Nel momento in cui qualcuno dovesse chiedere la votazione elettronica, ci porremmo il problema e valuteremo la possibilità di spostare i consiglieri anche in altre ali dell’Aula sapendo che comunque non fanno parte di quello schieramento.
PRESIDENTE (Rainieri): Passiamo adesso alla discussione generale sugli emendamenti. Ricordo che sul documento, sull’oggetto 6932 sono presenti undici proposte di emendamento: una a firma dei consiglieri Bagnari, Lori, Serri, Molinari e Sabattini, due a firma del consigliere Bagnari e otto a firma della consigliera Gibertoni. Quindi la discussione sugli emendamenti è aperta.
Se non ci sono interventi in discussione generale sugli emendamenti, passiamo alla dichiarazione di voto congiunta sul provvedimento, sugli emendamenti e sugli ordini del giorno.
GIBERTONI: Grazie, presidente. Visto che è stata tolta la parola, applicando il Regolamento, ai cittadini che sono presenti oggi, a cui io comunque…
PRESIDENTE (Rainieri): Consigliera Gibertoni, è partita malissimo perché nessuno ha tolto la parola a nessuno…
GIBERTONI: Presidente, i giudizi su come si parte e come si arriva li va a dare a qualcun altro!
PRESIDENTE (Rainieri): Lei è partita malissimo accusando questa Presidenza di aver tolto la parola a chiunque sia, questa Presidenza non ha tolto la parola a nessuno. Lei dovrebbe sapere, quale consigliere di questa Assemblea, che il Regolamento vieta a chiunque del pubblico di intervenire durante la seduta. Ora io le ridò il tempo e le lascio fare l’intervento, ma eviti le polemiche con il sottoscritto e con la Presidenza di quest’Aula.
GIBERTONI: Grazie, presidente. Ha applicato il Regolamento, ha fatto benissimo, presidente! Quindi sono io adesso a citare e a dire, perché mi sembra doveroso, che è stato fatto un lavoro enorme fatto benissimo dalle associazioni che hanno inviato a tutti voi credo copia, anzi, la commissione ha inviato a tutti voi copia dell’osservazioni, almeno riconosciamo che hanno fatto un lavoro titanico: hanno letto il piano, hanno fatto osservazioni puntuali, hanno mandato pagine e pagine di osservazioni, mi sembra che questa cosa vada almeno riconosciuta e gli si dica grazie per l’attenzione ai lavori di quest’Aula.
Tra le considerazioni critiche sul piano, quindi, sono io a farmi loro portavoce qui e le riassumo e dico che questo piano ci si aspettava che si dovesse basare su dati esaustivi, omogenei e trasparenti, e non è così; il piano deve affrontare in termini di tutela la gestione faunistica e la programmazione, altra grave carenza; il piano non dovrebbe favorire la caccia ai migratori ma, al contrario, deve urgentemente proteggere rotte migratorie che attraversano l’Emilia-Romagna in gran parte non ancora tutelate ad oltre venticinque anni dalla legge nazionale; il piano deve fare chiarezza sul controllo faunistico di cui all’articolo 19 della legge n. 157/92; il piano deve ostacolare il turismo venatorio e impedire la mobilità dei cacciatori; il piano deve impedire la immissione di fauna da allevamento e scoraggiare la pratica di catturare e spostare gli animali nelle zone cacciabili; il piano deve essere un altro piano. Quindi il voto a un piano che ha dimostrato di essere funzionale alla caccia, funzionale a confermare la caccia, se non a incrementarla, è un voto decisamente contrario, è un’occasione persa ed è un’occasione che riconferma uno sbilanciamento per una mancanza di impegno, per una mancanza di volontà politica di bilanciare, di trovare un punto che potesse innanzitutto garantire la priorità della tutela dell’ecosistema, quello di cui ci si riempie la bocca ogni volta e poi nella pratica, quando c’è addirittura l’occasione di portare un tema in Aula, non si fa. Quindi su questo punto il piano non dà alcun segno di apertura neanche a normali ragioni di buonsenso.
Il termine “eradicazione” è stato tolto soltanto con fatica, dopo che l’abbiamo sollevato noi e poi grazie alla sollevazione dei cittadini e delle associazioni, questo è l’unico punto che ci sentiamo di segnalare che è un punto a favore, speriamo che il rinvio che non sia soltanto una battaglia rinviata. Abbiamo sentito dire dall’Assessorato che ci sono Regioni che hanno già chiesto la caccia in deroga, non abbiamo sentito dire una frase del tipo “per quanto mi riguarda questa Regione non la chiederà mai” e ci sarebbe piaciuto sentirlo dire. Finché si continuerà a pensare che è possibile con le reimmissioni, con i ripopolamenti non controllati, fatti in modo improvvisato, senza dati che costituiscono un quadro conoscitivo serio, dire che non c’è nessuno che possa utilizzare come un caricatore di palline da tennis in cui vanno inseriti negli animali con cui si gioca al tiro al piattello, con cui si gioca soltanto vantandolo come un hobby o come uno sport, peraltro inutile e costoso, credo che qui non stiamo perseguendo obiettivi di normale civiltà. Il voto è nettamente contrario e su questo tema noi non ci fermiamo qui.
POMPIGNOLI: Grazie, presidente. Ovviamente la dichiarazione di voto su questo piano è contraria per le motivazioni diametralmente opposte a quelle della consigliera Gibertoni, che vede contrario questo movimento in ragione del fatto che non è stata data una soluzione al problema. Con questo piano ovviamente c’è stata una discussione anche con l’assessore Caselli se è nato prima l’uovo o la gallina, nessuno dei due ha dato una risposta a questa cosa, ma io ritengo, assessore, lei dice che ha fatto bene quello che ha fatto, che prima bisogna normare e poi dare degli obiettivi, non dare gli obiettivi e poi normarli perché le cose non vanno assolutamente a braccetto.
Sull’ordine del giorno e sugli emendamenti. Voteremo contro a tutti gli emendamenti proposti dal MoVimento 5 Stelle; sull’emendamento all’ordine del giorno presentato dal consigliere Bagnari che va ad incidere sull’ordine del giorno relativo ai lupi e all’incremento dei fondi voteremo a favore; voteremo contro a tutti gli altri emendamenti presentati dal Partito Democratico, perché vi leggo su tutti gli ordini del giorno l’impegno: «a sollecitare il Governo», «a sollecitare il Governo», «a sollecitare le istituzioni e il Governo», «a sollecitare il Governo»… in quattro anni e mezzo non avete mai sollecitato il vostro Governo, oggi presentate degli ordini del giorno dove chiedete che il Governo ci metta dei fondi? Questi vengono bocciati non tanto nel merito, ma vengono bocciati per le stesse motivazioni che avete detto voi in tutti gli emendamenti che abbiamo presentato noi: non potete oggi venirci a dire che dobbiamo sollecitare il Governo a finanziare, qui è un problema regionale. Il piano faunistico è regionale, non è statale, quindi è chiaro che l’intervento del Governo potrà essere fatto sulla legge n. 157, non certamente sul piano faunistico regionale. È ovvio che ordini del giorno di questo tipo, dove intendete sollecitare un Governo a voi ostile, è normale che è una presa un po’ in giro rispetto a quelli che sono i reali obiettivi che si intendeva mettere all’interno di questi ordini del giorno, che sono stati depositati con il solo scopo di ingenerare nei confronti delle opposizioni una sorta di rigetto, perché è ovvio che tutte le volte non si può arrivare con delle sollecitazioni al Governo nazionale, quando per quattro anni e mezzo non l’avete mai fatto.
FACCI: Grazie, presidente. Nell’esprimere la mia contrarietà a questo piano faunistico voglio fare due riferimenti che non sono riuscito a fare prima e che credo che siano importanti, assessore. Il primo partendo da quello che lei ha detto prima, rispetto ai lupi e agli ibridi. Consapevole del fatto che il problema è nazionale e quindi è un po’ più grande di noi, ma io credo che occorra la consapevolezza, e qui non ho sentito molto questo aspetto, che la proliferazione dei lupi/ibridi sia un problema, perché o noi ci rendiamo conto che è un problema e quindi in qualche modo sollecitiamo risposte di un certo tipo, anche eventualmente la richiesta della caccia in deroga, oppure ci accontentiamo e lasciamo le imprese agricole, i vari allevamenti alla mercé di tutta questa proliferazione incontrollata della quale non si conosce esattamente l’esatta consistenza.
Mi aspettavo che il piano faunistico dicesse qualcosa sul problema che i corvidi provocano in termini di diffusione di malattie infettive. L’abbiamo già affrontato in commissione, quando si è parlato urgentemente del virus West Nile, la cui trasmissione è causata prevalentemente dai corvidi; gli stessi tecnici, gli stessi addetti ai lavori, ovviamente con competenze specifiche precise, hanno suggerito un aumento dei piani di abbattimento dei corvidi, soprattutto nella zona del Ferrarese, lungo i corsi d’acqua perché lì ci sono i maggiori stanziamenti. Questo piano faunistico da questo punto di vista non dice nulla e io credo che invece avrebbe meritato una attenzione particolare. Quindi siamo di fronte ad un piano faunistico che non dà le risposte ai territori.
Lei ha detto che qui non si è parlato della tutela dell’agricoltura di montagna. Assolutamente no, se ne è parlato, assessore! Abbiamo fatto riferimento all’agricoltura, in particolare nelle zone di crinale, nelle zone appenniniche che sono le realtà, le attività antropiche maggiormente colpite dalla proliferazione della fauna selvatica e, a nostro avviso, la risposta sul territorio non c’è come dovrebbe invece esservi e che quindi, da questo punto di vista, il piano faunistico è assolutamente inadeguato.
Io non sono un cacciatore, ma considero la caccia avente una funzione sociale, perché regolamenta la presenza e permette la presenza dell’uomo e delle sue attività in tutti i territori. O noi entriamo in questo ordine di idee o rimarremo schiavi delle logiche talebane, come ho sentito qua in vari interventi anche da parte del pubblico.
GALLI: Grazie, presidente. Condividiamo interamente l’apporto del collega Facci in quanto riteniamo la caccia che debba avere una funzione regolatrice dell’ambiente, che certamente non ha il piano faunistico-venatorio che ci è stato presentato, perché ci sembra che abbia abdicato o comunque non abbia raggiunto quello scopo di regolazione, come richiamava l’assessore, e di indirizzo che invece una Regione deve avere. La Regione non deve avere nessun’altra funzione che quella di devolvere alle associazioni a questo dedicate, agli ATC, alle associazioni venatorie quel ruolo che invece fra stakeholder non è stato risolto. Noi voteremo contro con molto rammarico, perché è un’occasione persa.
La parola al consigliere Bagnari.
BAGNARI: Grazie, presidente. Devo dire che in parte l’auspicio di affrontare i temi legati al piano faunistico-venatorio con un po’ di equilibrio credo che si sia un po’ vanificato, però cerchiamo comunque di tenerlo quell’equilibrio. Abbiamo sentito in alcuni casi quella che è una riproposizione di uno schema caccia sì/caccia no, quando abbiamo spiegato, e il piano lo dimostra, che c’è ben altro modo di affrontare il tema in maniera più completa; secondo me andrebbe anche dato atto che c’è stata una volontà di confronto molto ampia dall’inizio alla fine, compreso anche il percorso per arrivare qui in Aula. Io credo che su alcuni temi, per esempio quello dei corvidi, mi permetto anche di ricordare che, fatti gli approfondimenti del caso, anche sulle sollecitazioni che erano state poste, il tema è non affrontabile in altri modi attualmente, ma è affrontato concretamente con un piano di controllo specifico, come su altri temi e, siccome abbiamo riconosciuto che c’è un problema, la Regione si è attivata ancora prima.
Ringrazio il collega Pompignoli, perché il lavoro di confronto l’abbiamo fatto, poi si prendono delle posizioni a volte anche diverse, ma va bene. Vada per favore a rileggere gli ordini del giorno, le richieste che ha fatto il PD in questi anni, anche quando c’era il PD al governo nazionale: non ci siamo mai tirati indietro nel criticare anche i nostri Governi e chiedere le cose ai Governi e ai parlamenti anche a targa PD. Quindi quello che ha detto non è assolutamente vero. E se negli ordini del giorno che facciamo chiediamo all’attuale Governo di intervenire lo facciamo perché riguardano delle materie che non sono competenza della Regione o esclusivamente di competenza della Regione, chiediamo che intervenga il Governo dove è sua competenza. Lo facciamo per questo motivo. Se poi ci sono delle crepe e delle idee diverse su questi temi all’interno di quella compagine non credo sia un problema che riguarda noi. Se la vedranno loro, come si è visto anche in Regione Veneto, quando si è cominciato a parlare di lupi che qualche problemino fra quelle forze che sono al governo nazionale mi sembra che stia emergendo.
Un’ultima cosa. Abbiamo ricordato prima sul tema degli ibridi, dei lupi, anche qui se ne parla, ci sono dei progetti in atto e quello che chiediamo nell’ordine del giorno è di fare chiarezza, per questo valuteremo tutti gli ordini del giorno, li valutiamo, alcuni li voteremo anche a favore, anche da parte di chi dice che vota contro perché valutiamo le idee per quello che sono, su altri voteremo contro perché non è complicando, per esempio come sulla faccenda del lupo, la questione, ma è chiedendo chiarezza che possiamo fare meglio per il territorio e i cittadini.
Non avendo altri interventi in dichiarazione di voto, procediamo con la votazione degli emendamenti.
Nomino scrutatori i consiglieri Bertani, Campedelli e Iotti.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione per alzata di mano il subemendamento 11, a firma del consigliere Bagnari, all’emendamento 8.
PRESIDENTE (Rainieri): Il subemendamento 11 è approvato.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 8, come subemendato, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’emendamento 8 è approvato.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 6, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’emendamento 6 è respinto.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 2, a firma del consigliere Bagnari.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 3, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’emendamento 3 è respinto.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 4, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’emendamento 4 è respinto.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 5, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’emendamento 5 è respinto.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 1, a firma dei consiglieri Bagnari, Serri e Molinari.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 9, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’emendamento 9 è respinto.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 7, a firma della consigliera Gibertoni.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 10, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’emendamento 10 è respinto.
Passiamo alla votazione degli ordini del giorno.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/1, a firma dei consiglieri Bagnari, Serri, Lori, Molinari, Bessi, Sabattini, Zoffoli e Tarasconi.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/1 (oggetto 7441) è approvato.
Metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/2, a firma dei consiglieri Serri, Bagnari, Lori, Bessi, Molinari, Sabattini, Zoffoli e Tarasconi.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/2 (oggetto 7442) è approvato.
Passiamo all’ordine del giorno 6932/3, a firma dei consiglieri Lori, Bagnari, Serri, Molinari, Bessi, Sabattini, Montalti, Zoffoli e Tarasconi. su cui insistono quattro emendamenti a firma del consigliere Bertani.
Metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 1, a firma del consigliere Bertani.
Metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 2, a firma del consigliere Bertani.
Metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 3, a firma del consigliere Bertani.
Metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 4, a firma del consigliere Bertani.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/3, a firma dei consiglieri Lori, Bagnari, Serri, Molinari, Bessi, Sabattini, Montalti, Zoffoli e Tarasconi.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/3 (oggetto 7443) è approvato.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/4, a firma dei consiglieri Molinari, Bagnari, Serri, Lori, Bessi, Sabattini, Zoffoli e Tarasconi.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/4 (oggetto 7444) è approvato.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/5, a firma dei consiglieri Pompignoli, Liverani, Delmonte, Rainieri, Tagliaferri e Galli.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/5 (oggetto 7445) è respinto.
Passiamo all’ordine del giorno 6932/6, a firma dei consiglieri Rainieri, Pompignoli, Liverani, Delmonte, Tagliaferri e Galli, su cui insiste l’emendamento 1, a firma del consigliere Bagnari.
Metto in votazione, per alzata di mano, l’emendamento 1, a firma del consigliere Bagnari.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/6, come emendato, a firma dei consiglieri Rainieri, Pompignoli, Liverani, Delmonte, Tagliaferri e Galli.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/6 (oggetto 7446) è approvato.
Passiamo all’ordine del giorno 6932/7, a firma del consigliere Bertani, su cui insiste l’emendamento 1, a firma del consigliere Bagnari.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/7, come emendato, a firma del consigliere Bertani.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/7 (oggetto 7447) è approvato.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/8, a firma della consigliera Gibertoni.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/8 (oggetto 7448) è respinto.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, l’ordine del giorno 6932/9, a firma dei consiglieri Liverani, Pompignoli e Delmonte.
PRESIDENTE (Rainieri): L’ordine del giorno 6932/9 (oggetto 7449) è respinto.
Se nessun consigliere chiede di parlare, metto in votazione, per alzata di mano, la delibera oggetto 6932.
PRESIDENTE (Rainieri): La delibera oggetto 6932 è approvata.
PRESIDENTE (Rainieri): Passiamo ora all’oggetto 7262, proposta recante: «Piano regionale pluriennale per l’adolescenza 2018/2020».
La Commissione “Cultura, Scuola, Formazione, Lavoro, Sport e Legalità” ha espresso parere favorevole nella seduta del 25 ottobre con la seguente votazione: 26 voti a favore, nessun contrario, 11 astenuti, approvando modifiche al testo.
La relatrice della Commissione, consigliera Katia Tarasconi, ha preannunciato di svolgere relazione orale.
La relatrice di minoranza, Raffaella Sensoli, ha preannunciato di svolgere relazione orale.
La parola alla consigliera Tarasconi per la relazione di maggioranza.
TARASCONI, relatrice di maggioranza: Grazie, presidente. Il piano dell’adolescenza ha visto l’assessore Gualmini girare in tutti i territori e avere un confronto ampio e condiviso. L’adolescenza è una fase della vita molto complessa con caratteristiche specifiche che occorre conoscere e riconoscere per avere gli strumenti di supporto necessari verso questa delicata fascia di età.
Non è mai stato facile interessarsi e farsi carico degli adolescenti, tant’è che l’organizzazione di strutture e dispositivi assistenziali dedicati all’adolescenza risulta complessivamente carente nel nostro paese. Possiamo migliorare credo in questo senso.
La Regione, come è noto, ha già da alcuni anni attuazioni per la promozione del benessere psicofisico, uno stile di vita sano e la prevenzione del rischio nell’età adolescenziale; ricordo come rientrino in questo ambito i programmi di prevenzione di tossicodipendenze e incidenti stradali, gli sportelli di ascolto nelle scuole, i programmi sui disturbi del comportamento alimentare, le politiche giovanili, quelle rivolte ad accoglienza e integrazione dei minori stranieri, le azioni di promozione della partecipazione degli adolescenti. È questo il contesto in cui si colloca la proposta del piano regionale pluriennale sull’adolescenza 2018/20, approvato dalla Giunta con la delibera n. 1627 dell’1 ottobre, oggi all’approvazione dell’Aula dopo che su di essa si sono espresse favorevolmente sia la Commissione sanità e politiche sociali in sede consultiva che la Commissione cultura.
Alla base del documento, come ben sapete, c’è la legge regionale n. 14/2008 dedicata alle politiche giovanili, legge che era già stato oggetto di modifiche nel 2016. Grazie anche ad un confronto collettivo abbiamo apportato alcune revisioni e aggiunte importantissime come tutta la tematica relativa ai social media sia negli aspetti positivi che negativi e abbiamo inserito una maggiore apertura e una maggiore valorizzazione delle cosiddette agenzie esterne che si occupano di adolescenza e quindi non solo delle famiglie, ma per esempio gli oratori quali punti di aggregazione. Rispetto alla legge abbiamo pensato fosse necessario munirla di un braccio operativo e concreto con la redazione di questo piano che – sottolineo – è il primo piano di azione triennale sull’adolescenza della Regione Emilia-Romagna, frutto di un articolato percorso di discussione e ascolto attraverso il contributo di coloro che operano a favore dell’adolescenza, tra cui le associazioni e gli enti del terzo settore, il contributo dei gruppi tecnici regionali integrati con professionisti degli enti locali e delle Aziende sanitarie. Esso è inoltre alla base il lavoro di supporto della cabina di regia regionale per le politiche sanitarie e sociali.
Dal punto di vista del merito è importante evidenziare come il piano sia in continuità con il progetto adolescenza e come esso sottolinei la necessità di costruire un patto educativo tra i principali soggetti che si occupano di adolescenti in modo anche da condividere la responsabilità sociale degli interventi che si intendono realizzare.
Il documento si articola in quattro punti: cosa ha fatto la Regione sino ad oggi con riferimento ai ragazzi e alle ragazze tra gli undici e i ventiquattro anni; di quali risorse si correda il piano e che tipo di impulso finanziario diamo; la governance, quindi chi sono i soggetti istituzionali che si occupano di adolescenza; le politiche vere e proprie, quindi le azioni in campo.
Per quanto riguarda la programmazione il piano dell’adolescenza prevede quali ambiti principali di progettazione: l’ascolto attivo degli adolescenti e nel mondo degli adulti, genitori, insegnanti, allenatori sportivi – questa è una cosa molto importante di cui abbiamo parlato anche in commissione da parte degli adulti che ascoltano i ragazzi –; la cittadinanza attiva e il coinvolgimento diretto degli adolescenti alle scelte che li riguardano e la promozione di forme di cittadinanza attiva, il servizio civile, l’alternanza scuola/lavoro all’interno di un quadro formativo, conoscitivo di funzionamento dell’ente e partecipativo, la conoscenza e l’uso consapevole delle nuove tecnologie e la prevenzione e il contrasto del bullismo e del cyberbullismo; il prendersi cura e i percorsi di cura (sport, prevenzione, salute, risposte al disagio, dipendenze, eccetera). Lungo queste tre linee di progettazione si manifesta, attraverso dieci schede di intervento specifiche, la programmazione futura della Giunta: l’ascolto a scuola con l’attivazione di sportelli individuali e di gruppo; il sostegno al tempo extrascolastico; la promozione dello sport, le opportunità; la promozione della creatività sono solo alcuni degli interventi contemplati. Tutti gli interventi sono interconnessi fra loro e collegati ad altri piani regionali, come ad esempio quello sociosanitario.
Non entro sull’articolazione del piano, perché ne abbiamo parlato a lungo in tutte le commissioni e nemmeno per quanto riguarda le risorse, però ci tengo a ringraziare l’assessore Gualmini che è stata molto disponibile ad apportare modifiche ed emendamenti per quanto riguarda il piano che noi abbiamo richiesto; ringrazio i colleghi, soprattutto la collega Marchetti, la collega Soncini e il collega Boschini che molto si sono impegnati su questo tema che, come dicevo all’inizio, è molto complicato, perché gli adolescenti vivono una fase dell’età molto difficile. Io credo che il lavoro fatto dalla Giunta e dall’Assemblea e che verrà fatto tra oggi e domani sia un lavoro estremamente importante e abbia un senso per quanto riguarda i nostri giovani, che oggi effettivamente hanno bisogno di modelli positivi e vivono un’era abbastanza complessa.
SENSOLI, relatrice di minoranza: Grazie, presidente. Il piano regionale pluriennale per l’adolescenza 2018/20 è un atto importante di alta politica, lo è in particolare per il tema trattato: l’adolescenza all’interno delle politiche per i giovani e, in generale, dell’intera programmazione regionale. Ma per lo stato in cui si presenta il documento che esaminiamo oggi siamo costretti a dire sarebbe: uno stato confuso con uno sviluppo incerto, ricco di citazioni e di spunti, di considerazioni su dati di fatto e di annunci di azioni con il richiamo costante ad altri programmi (sanitari, sociali, educativi, culturali e occupazionali) dei cui effetti però non si dà conto. Un’architettura in parte abbozzata con alcune affermazioni condivisibili, ma privo di indicazioni precise sulle risorse attivabili, sulle interazioni realizzabili con altre programmazioni di settore dell’intervento regionale e di altri enti a livello istituzionale. In altri termini, il piano pluriennale per l’adolescenza sembra essere come l’oggetto del suo intervento: un po’ un adolescente, perché il testo attuale deve crescere, svilupparsi, completarsi e diventare un vero programma articolato come tale.
Il documento, privo di un indice, sembra articolato in cinque parti: una lunga premessa con molte citazioni e una tesi di fondo dichiarata immediatamente (la complessità dell’adolescenza odierna dalla trasgressione alla delusione); a questa seguono indicazioni molto generiche sulla strada da seguire, contrastare solitudine e individualismo, la rete umana e professionale in sinergia con la rete di Internet e istituzioni, scuole e agenzie educative autorevoli, ascolto e partecipazione. Da notare in quest’ultima parte, lunga quasi tre pagine su una premessa complessiva di otto (circa un quinto del documento), che subito dopo un’affermazione di intenti («Collocare in primo piano l’esperienza scolastica e l’ascolto delle nuove generazioni nel contesto all’interno del quale trascorrono gran parte della propria quotidianità») ci imbattiamo in una dissertazione su cosa dovrebbe essere la scuola, con giudizi e considerazioni che a nostro parere non sembrano adeguatamente collocati in un testo di questa natura. Alla premessa seguono una sintesi del quadro normativo, le priorità, una descrizione della governance e dieci azioni da attuare. Quasi cinquanta pagine ma pochi numeri, molte citazioni e considerazioni pedagogiche e sociologiche, non sostenute da argomentazioni o citazioni delle fonti, al di là della loro condivisibilità, pochissime indicazioni sugli strumenti da attivare sulle caratteristiche dei servizi di riferimento. Insomma tante buone azioni, diverse delle quali apprezzabili, ma anche tanta confusione secondo noi. Obiettivi di fondo non precisati nei loro contenuti e nel loro sviluppo, ne è un esempio proprio l’incipit della sezione dedicata alle priorità: «Il piano adolescenza intende rappresentare un patto educativo tra i principali soggetti che si occupano di adolescenti», ma come si attua il patto, fra chi, con quali strumenti, quali impegni delle parti, con quali meccanismi di valutazione? La stessa definizione imprecisa della governance appare priva di punti certi, di responsabilità precise e soprattutto esigibili.
Non intendiamo dire che il lavoro svolto sia sbagliato, ma solamente che è incompleto, abbozzato, non definito e non valutabile: un piano adolescente che deve crescere, svilupparsi e diventare adulto. Basti pensare al fatto che il piano stesso è completamente privo di dati conoscitivi di riferimento.
È vero che l’assessore ci ha inviato il rapporto sociale per le giovani generazioni, molto ricco di dati e informazioni, ma queste non sono né selezionate né lette nei loro fenomeni; non ci sono punti in cui i numeri vengano elaborati diventando percorsi e processi reali o previsti; manca il riferimento a quanto fatto dalla Regione negli anni passati e quali risultati si sono ottenuti. Lo stesso avviene per la parte relativa alle interazioni con la complessiva programmazione regionale: non si riesce ad evincere e a distinguere nel testo quale sia la parte tecnico-analitica e quale sia la rilettura e programmazione politica. Per ognuna delle dieci azioni, alcune senza dubbio interessanti e positive, compaiono in riferimento ad atti di programmazione o ad altre leggi o ad interventi svolti anche da altri enti, ma senza spiegare se e come si possa interagire, senza dire come e chi farà o fa cosa, cosa aggiungerà questo piano all’esistente. Le stesse risorse sono nei fatti imprecisate, salvo ultimi aggiornamenti.
Oggi il piano è una risposta adolescenziale al tema degli adolescenti. Dico consapevolmente “tema” e non problema volendo sottolineare quella che mi sembra essere una linea di pensiero, da parte nostra non condivisibile, che percorre nel linguaggio e nell’approccio al testo: quella per cui l’adolescenza è in misura prevalente disagio. Senza dubbio questo aspetto esiste e ci sono veri e propri problemi (dalla violenza al bullismo, alle dipendenze, al disimpegno, al disinvestimento su di sé, dall’isolamento individuale e di interi gruppi, all’esistenza di banlieu sociali), ma ci sono innanzitutto le potenzialità, le capacità, la vivacità di migliaia di adolescenti; ci sono opportunità da coltivare e da far crescere libere; c’è un adolescenza che costituisce prima di tutto un bene comune e irripetibile, principale motore dell’Emilia-Romagna che verrà presto e che dobbiamo augurarci venga restando nella nostra terra, la quale dovrà diventare, più di quanto sia oggi, un territorio youth-friendly, quello che non è oggi.
A nostro avviso, proprio alla luce di un lavoro importante svolto, ma distante ancora dalle caratteristiche e gli atti di programmazione, in considerazione dell’importanza delle questioni affrontate e della materia, non avendo svolto l’Assemblea anche nell’attività istruttoria in commissione un lavoro a nostro parere sufficientemente accurato di analisi dei dati, di verifica delle puntualità delle azioni, il piano secondo noi oggi dovrebbe essere ritirato e portato in commissione. Non come bocciatura ma per consentirgli semplicemente di passare dallo stato adolescenziale attuale ad uno stadio adulto. Dovremmo rinviare la discussione di oggi per arrivare ad una stesura più strutturata, forse in parte rinnovata, ma soprattutto chiara e comprensibile nei suoi obiettivi. Rischiamo se no di non fornire quella chiarezza e quella consapevolezza indispensabile proprio in ogni patto educativo. L’assessore ha senza dubbio strumenti, competenze e risorse e attenzione per sviluppare ulteriormente e adeguatamente, assieme all’Assemblea legislativa, il piano e costruire una proposta più strutturata, comprensibile, attuabile e verificabile.
Qualora la nostra proposta non venisse accolta – come immagino sarà – per noi è indispensabile procedere ad alcuni interventi, infatti abbiamo depositato degli ordini del giorno e un emendamento, in cui vengono assegnate indicazioni e attuative precise almeno rispetto alle misure che possono contribuire alla valorizzazione delle enormi risorse presenti negli adolescenti.
PRESIDENTE (Rainieri): Grazie, consigliera Sensoli.
Apriamo la discussione generale ma, non essendoci i tempi tecnici per consentire ai colleghi l’intero svolgimento del proprio intervento, sospendiamo l’Aula che riprenderà domani mattina alle ore 9,30.
Domani mattina si partirà con lo svolgimento delle interpellanze, quindi ci sarà tutto il tempo per distribuire gli emendamenti che ho chiesto di non fare stasera per evitare che domani mattina qualcuno non avesse più il testo. Buona serata a tutti.
La seduta ha termine alle ore 16,51
Mirco BAGNARI, Stefano BARGI, Fabrizio Benati, Andrea BERTANI, Gianni BESSI, Giuseppe BOSCHINI, Stefano CALIANDRO, Paolo CALVANO, Enrico CAMPEDELLI, Gabriele DELMONTE, Alan FABBRI, Michele FACCI, Andrea Galli, Giulia GIBERTONI, Massimo IOTTI, Andrea LIVERANI, Barbara LORI, Francesca MARCHETTI, Gian Luigi MOLINARI, Lia MONTALTI, Roberta MORI, Antonio MUMOLO, Giuseppe PARUOLO, Marco PETTAZZONI, Silvia PICCININI, Roberto POLI, Massimiliano POMPIGNOLI, Silvia PRODI, Giorgio PRUCCOLI, Fabio RAINIERI, Matteo RANCAN, Valentina RAVAIOLI, Manuela RONTINI, Luca SABATTINI, Simonetta SALIERA, Gian Luca SASSI, Raffaella SENSOLI, Luciana SERRI, Giancarlo TAGLIAFERRI, Katia TARASCONI, Igor TARUFFI, Yuri TORRI, Marcella ZAPPATERRA, Paolo ZOFFOLI.
gli assessori Simona CASELLI, Elisabetta GUALMINI, Massimo MEZZETTI, Sergio VENTURI.
Hanno comunicato di non poter partecipare alla seduta gli assessori Patrizio BIANCHI, Andrea CORSINI, Palma COSTI, Raffaele DONINI, Paola GAZZOLO, Emma PETITTI e i consiglieri Piergiovanni ALLEVA, Alessandro CARDINALI, Nadia ROSSI e Ottavia SONCINI.
OGGETTO 6932 “Delibera: «Piano faunistico-venatorio regionale dell’Emilia-Romagna 2018-2023.» (Proposta della Giunta regionale in data 23 luglio 2018, n. 1200)” (179)
Emendamento 1, a firma dei consiglieri Bagnari, Lori, Serri e Molinari:
«Nel paragrafo Modello di Gestione di previsione alla pagina 695 dopo le parole “nei distretti con estese porzioni (≥ del 25% della superficie complessiva) inserite nel comprensorio 2, in 26 €/kmq (corrispondente al 25° percentile del dataset considerato);”
“nel raggio di 500 metri dal perimetro delle zone di protezione tale valore economico viene innalzato a 50 €/kmq;”»
Emendamento 2, a firma del consigliere Bagnari:
«Nel paragrafo 2.0 “Unità territoriali per la raccolta dei dati faunistici” a pagina 665 dopo le parole “riferimento al prelievo” dell’ultimo capoverso sono inseriti i seguenti capoversi:
“Fanno eccezione i Distretti per la gestione degli ungulati già suddivisi in “aree di gestione”.
L’unica scelta in grado di garantire non solo l’acquisizione, ma anche la corretta rendicontazione e trasmissione dei dati faunistici e gestionali da parte dei diversi operatori preposti alla gestione della fauna, è l’allestimento di uno strumento in grado di garantire l’archiviazione in formato digitale dei dati, la loro organizzazione in serie storiche indispensabili alla comprensione di fenomeni e tendenze nel medio-lungo periodo, ed il loro efficiente trasferimento in flussi informativi, interfacciato con i GIS (sistemi informativi territoriali), attualmente in corso di predisposizione da parte della Regione.
Tale strumento gestionale sostituirà nel tempo i “piani annuali” di gestione degli ATC redatti attualmente in formato cartaceo.”»
Emendamento 3, a firma della consigliera Gibertoni:
«Al Capitolo 2. Pianificazione delle azioni gestionali per le principali specie di fauna stanziale di interesse venatorio, dopo il paragrafo 2.0 Unità territoriali per la raccolta dei dati faunistici, è inserito il seguente paragrafo:
Controllo della fauna abbattuta
Come obiettivo, a medio termine in relazione alle oggettive difficoltà organizzative, si dovrebbe operare al fine che tutti i soggetti abbattuti vengano esaminati con procedure standard in appositi centri di controllo.
I principali motivi a favore di questa scelta sono i seguenti:
- ottenere dati biometrici raccolti secondo procedure standard;
- valutare con precisione sesso e classe d’età di fauna abbattuta per la quale è difficile tale distinzione (lagomorfi e galliformi);
- ottenere dati in merito allo stato sanitario delle popolazioni oggetto di caccia;
- verificare lo stato sanitario del capo abbattuto e dare quindi al cacciatore una certificazione sullo stato delle carni prima del loro utilizzo;
- permettere una raccolta standardizzata di campioni organici da sottoporre, qualora necessario, a verifiche di tipo sanitario approfondite;
- favorire, in quanto luogo di incontro e scambio di opinioni, la crescita culturale del mondo venatorio;
- facilitare il lavoro dei corpi di vigilanza operanti sul territorio.
Sarebbe importante che tali centri, opportunamente distribuiti sul territorio, operassero in collaborazione con veterinari che possano effettuare la certificazione dei capi abbattuti in termini sanitari e, qualora necessario, prelevare i campioni organici da sottoporre a ulteriori verifiche di laboratorio.
Il personale che opera presso i centri dovrebbe essere opportunamente istruito al fine di standardizzare al massimo tutte le procedure, condizione sine qua non per ottenere dati confrontabili negli anni.
I centri di controllo dovrebbero essere la sede nella quale procedere alla valutazione dei capi abbattuti ai fini della verifica dei piani di abbattimento, sostituendo e snellendo le attuali forme di accertamento.»
Emendamento 4, a firma della consigliera Gibertoni:
Conteggi e censimenti
L’obiettivo del presente paragrafo non è quello di entrare nel merito delle metodologie da adottare per i censimenti delle singole specie ma di fornire un quadro organizzativo utile a orientare le scelte in rapporto alle problematiche presentate dalle popolazioni animali presenti.
Numerose esperienze confermano la grande importanza di monitorare in modo costante l’evoluzione e lo sviluppo numerico delle popolazioni delle specie che compongono la zoocenosi di un’area. I conteggi consentono di verificare se le popolazioni si accrescono con la velocità attesa, se si mantengono stabili oppure se “soffrono” una fase di declino.
Più nello specifico queste importanti attività “di campo” permettono di ottenere dati quantitativi e qualitativi essenziali per individuare i migliori criteri di conservazione e gestione.
Monitorando l’andamento delle popolazioni è inoltre possibile valutare l’effetto di altri interventi di gestione dell’ambiente e quindi implementare una più precisa analisi del rapporto costi/benefici della pianificazione territoriale.
È probabilmente per tutti questi motivi che nel campo della gestione faunistica sono stati numerosi gli specialisti che si sono occupati di teorizzare e applicare metodologie di conteggio, cercando di adattarle alle caratteristiche delle popolazioni animali da indagare e alle condizioni ambientali delle diverse aree di lavoro.
In generale e in estrema sintesi, è possibile affermare che i conteggi sono tutte le operazioni di campo che si propongono l’obiettivo di stimare i seguenti parametri di una popolazione (ovvero di un insieme di animali appartenenti alla stessa specie e presenti in un determinato momento in un’area definita):
- dimensione – è la numerosità degli individui presenti, a prescindere dal loro sesso e dalla loro età. Rapportata all’estensione dell’area occupata fornisce il dato di densità;
- abbondanza relativa – nei casi in cui non si possa ottenere la dimensione assoluta della popolazione ci si può limitare a stimarne la consistenza attraverso l’individuazione di un parametro (indice) che, se raccolto in modo uguale negli anni, può fornire il trend della popolazione;
- composizione – è la divisione della popolazione in termini di sex ratio e classi di età;
- dimensione e composizione dei gruppi – tipo di gruppi in termini di dimensione e composizione.
Abbandonata l’era degli interventi pionieristici, i conteggi devono attualmente essere programmati e condotti da esperti del settore e con la partecipazione dei corpi di vigilanza, dei cacciatori e di tutti coloro i quali sono a vario titolo interessati alla fauna.
Questo ultimo criterio generale è di certa rilevanza se si pensa che i conteggi possono avere anche l’importante funzione di aggregare le diverse figure che operano sul territorio, facendole dialogare nel contesto dell’obiettivo comune di “contare gli animali”.
Va inoltre considerato che se da un lato la tradizione venatoria ha portato all’individuazione di metodi utili per descrivere la presenza delle specie cacciabili, rimangono forti lacune nei confronti di quelle che, pur avendo ruoli importanti a livello ecosistemico, sono state storicamente poco considerate dagli interessi dell’uomo.
Il metodo di censimento da adottare dipende strettamente, oltre che dalla specie che si vuole indagare, dallo scopo che ci si vuole proporre (a seconda degli scopi sono possibili diversi livelli di informazione).»
Emendamento 5, a firma della consigliera Gibertoni:
Biodiversità è un termine attualmente utilizzato per indicare la varietà biologica che caratterizza un’area (dall’inglese diverse=vario).
La varietà biologica è a sua volta data sia dalla numerosità di specie presenti in un’area sia, nel suo significato più proprio, dalla molteplicità genetica nell'ambito di una stessa specie, dalla molteplicità degli habitat e degli ecosistemi.
In questo contesto, anche la diversificazione della zoocenosi è un elemento fondamentale per la conservazione della biodiversità, capace di portare stabilità agli ecosistemi o, più semplicemente, “salute all’ambiente”.
Va peraltro ricordato che esistono non pochi esempi di ecosistemi stabili anche in presenza di poche specie animali particolarmente adattate.
Nonostante questo in generale si può affermare che la banalizzazione della zoocenosi, con l’affermazione di poche specie ubiquitarie e la scomparsa di altre più delicate (meno plastiche) sia una perdita di biodiversità e come tale pericolosa per il futuro dell’ambiente.
In sintesi è possibile sostenere che il numero di specie per un ecosistema è paragonabile alla diversità genetica di una singola popolazione, alla quale è strettamente correlata la probabilità che i singoli individui siano in grado di adattarsi alle condizioni ambientali garantendo la sopravvivenza della specie.
Purtroppo l’uomo si è progressivamente accorto dell’importanza della biodiversità in concomitanza al suo processo di impoverimento.
La Convenzione sulla Diversità Biologica adottata a Nairobi il 22 maggio 1992 e che è stata ratificata ad oggi da 188 paesi costituisce un documento fondamentale rispetto a questa tematica. Tale convenzione è stata aperta alla firma dei paesi durante il summit mondiale dei capi di stato tenutosi a Rio de Janeiro nel giugno del 1992. L’Italia ha ratificato tale convenzione concernente la tutela della biodiversità con la LN 124 del 1994.
È quindi all’inizio degli anni ’90 che si è riusciti a focalizzare i motivi che hanno successivamente spinto la società a interessarsi in modo così esplicito alla biodiversità e qui di seguito sinteticamente esposti:
La biodiversità come impegno morale
- La biodiversità, fondamento della vita per noi e tutti gli esseri viventi, si è sviluppata in miliardi di anni. L’uomo, ha la responsabilità morale di preservarla per le generazioni future.
- Mantenendo una corretta diversificazione degli habitat si può diminuire la possibilità di catastrofi naturali.
- La diversità genetica favorisce la sopravvivenza delle specie anche successivamente alle trasformazioni ambientali. In tal senso non vanno considerate solo le specie selvatiche ma anche quelle da allevamento e coltivazione.
- La diversità genetica può portare in modo naturale alla selezione di animali d'allevamento robusti e alla coltivazione di piante sempre più produttive.
- La biodiversità influisce sulla fertilità dei terreni e delle piante (impollinazione ecc.), sul clima, sul regime idrico e sulla qualità dell'acqua.
- Le sostanze ottenute da animali e piante sono alla base del settore di produzione primario.
- La biodiversità è capace di influenzare in modo significativo i flussi turistici.
L'importanza della biodiversità come luogo di svago
- Il senso di benessere dell’uomo che si approccia alla natura è direttamente proporzionale alla sua complessità in termini di paesaggio, habitat e specie animali e vegetali presenti; gli habitat con un'accentuata biodiversità sono considerati più belli rispetto a quelli più monotoni. L’uomo ama passare il proprio tempo in ambienti ricchi di vita.
La biodiversità nella cultura
- La biodiversità fa parte della storia e della cultura dell’uomo; l’osservazione e la fruizione delle risorse naturali hanno caratterizzato e caratterizzano l’evoluzione dell’uomo sulla Terra sia nel settore dell’arte che in quello dell’economia.
- Numerose convenzioni internazionali, comunitarie e leggi nazionali appoggiano la protezione e il miglioramento della biodiversità.
Sulla spinta della convenzione di Rio de Janeiro è nata un’iniziativa sostenuta dal Segretariato del Regional Office for Europe della World Conservation Union, agenzia istituita con il compito di incoraggiare la conservazione dell’integrità e della diversità della natura ed al fine di assicurare che qualunque uso delle risorse naturali sia corretto e sostenibile. La World Conservation Union è un network per la conservazione della natura che accomuna 82 Stati, 111 agenzie governative, più di 800 agenzie non-governative (ONG) e circa 10.000 scienziati da 181 Paesi; una partnership che per le sue caratteristiche, è unica al mondo (vedi sito iucn.org).
L’iniziativa proposta da tale agenzia è denominata Countdown 2010 ed ha visto l’adesione dell’Unione Europea con la Comunicazione n. 216 del 22 maggio 2006, documento nel quale l’Europa si impegna a finanziare la ricerca scientifica e a integrare le politiche del territorio con l’obiettivo di arrestare la perdita della biodiversità.
In realtà l’Italia si era già espressa in tal senso attraverso l’impegno del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio durante la riunione del gruppo lavorativo sulle aree protette della Convenzione sulla Diversità Biologica svolta a Montecatini nel giugno del 2005.
Diventando membro del Countdown 2010, l'Italia ha “promesso di incoraggiare ed assistere i decisori e la società nel conseguire gli impegni 2010 per ridurre o fermare la perdita di biodiversità”.
Appare quindi evidente la necessità di appoggiare anche in Emilia-Romagna la politica di conservazione della biodiversità.
Il tema deve essere affrontato a più livelli.
Un primo livello è chiaramente quello politico degli organi decisionali che dovrebbero favorire e incentivare la realizzazione di progetti a favore della protezione della natura e accertarsi che la biodiversità venga salvaguardata con mezzi sufficienti.
Un secondo livello è quello dei tecnici che operano sul territorio e che devono svolgere il loro lavoro tenendo sempre in stretta considerazione il rischio di una banalizzazione dell’ambiente. Il rispetto degli alberi morti e il costante tentativo di mantenere boschi disetanei e ricchi di tutte le essenze vegetali autoctone è sicuramente un atteggiamento che va nella direzione nel mantenimento della biodiversità.
È auspicabile che anche il mondo dell’agricoltura vada nella medesima direzione, in particolare favorendo la coltivazione di più colture, con l’orientamento di preferire quelle tradizionali a quelle esotiche. Sempre nel settore agricolo può avere un’importanza significativa (ove possibile) coltivare campi dai contorni irregolari e lasciare spazio alla crescita spontanea di vegetazione ai margini degli stessi.
In ambito regionale, si evidenziano carenze di conoscenza sui criteri di tutela della biodiversità faunistica, sia nel senso della diversificazione delle zoocenosi che nella complessità genetica di alcune delle popolazioni animali presenti. In questo contesto va considerato che, nonostante ci sia convergenza da parte degli zoologi nei confronti di numerosi problemi gestionali, rimangono dei significativi “buchi di conoscenza” nei confronti di taxa storicamente poco studiati e di difficile approccio; in primis gli invertebrati.
Ne consegue l’impossibilità di comprendere fino in fondo la complessità delle relazioni che regolano la vita degli ecosistemi e quindi di una parte importante e fondamentale della biodiversità. In questo contesto, il compito dei tecnici che operano nel settore ambientale deve necessariamente essere quello di cercare attivamente le massime sinergie per trovare nel tempo le tessere indispensabili per comporre un mosaico ancora poco chiaro.
Allo stesso tempo deve rimanere chiaro e indiscusso il tentativo di intervenire nei momenti gestionali di possibile approccio e ormai accettati come utili per favorire il mantenimento della biodiversità.
Anche il presente Piano, improntato ai criteri della conservazione come disciplina nata proprio per far fronte alla progressiva perdita di biodiversità, vuole essere un contributo per indirizzare l’operato dei tecnici che si occupano di fauna in ambito provinciale e regionale.
Il terzo livello al quale può essere affrontato il problema è quello delle aziende private e dei singoli cittadini che, così come proposto nel contesto del progetto Countdown 2010, possono dare un contributo nel mantenimento della biodiversità.
A questo livello si propone di mantenere e favorire la presenza di aiuole, siepi e muri a secco in tutti i giardini. Per la semina dei prati e l’impianto delle siepi dovrebbero essere utilizzate specie locali, cercando di evitare l’utilizzo di erbicidi e, se possibile, tosaerba e aspirafoglie.
La conservazione della biodiversità può essere quindi considerata anche come un “atteggiamento” di vita rispettoso dell’ambiente inteso nella sua massima complessità.
Questo concetto potrebbe trovare spazio in una campagna di sensibilizzazione che porti a favorire l’utilizzo di accorgimenti utili a favorire la presenza di elementi faunistici, suggerendo semplici criteri operativi da adottare nella costruzione e nella ristrutturazione di edifici e, più in generale, nella messa in opera di qualsiasi progetto.
A. In rapporto all’importanza globale che riveste la biodiversità, appare evidente la necessità di monitorarne costantemente lo stato. In tal senso, in attesa di veri e propri riferimenti in materia, in Emilia-Romagna dovrà essere realizzato un report che raccolga tutte le informazioni a disposizione, cercando di evidenziarne i pregi e limiti. In tal senso sarebbe auspicabile che il report non fosse focalizzato solo sulla componente faunistica, ma considerasse la biodiversità nel suo complesso.
B. Da un punto di vista strettamente faunistico sarebbe auspicabile promuovere studi che nel complesso approfondiscano le conoscenze sulla complessità della zoocenosi nelle diverse parti del territorio regionale. Questo obiettivo può essere un contributo importante anche nell’ottica dell’iniziativa countdown 2010. In particolare sarebbe utile individuare un metodo di monitoraggio che, ripetuto nel tempo, possa portare all’individuazione del trend e quindi delle eventuali modificazioni che dovessero sopraggiungere nel numero di specie presenti e nella loro diversificazione genetica.
C. Inserimento in campagne di sensibilizzazione a carattere ambientale di informazioni utili a favorire la presenza di elementi faunistici, con il suggerimento di semplici criteri operativi da adottare nella costruzione e nella messa in opera di qualsiasi progetto.»
Emendamento 6, a firma della consigliera Gibertoni:
«Nella premessa della parte 2 Obiettivi gestionali e azioni di pianificazione dopo l’ultimo periodo sono inseriti i seguenti periodi:
La rendicontazione e la trasmissione dei dati faunistici e gestionali dovranno consistere in uno strumento in grado di garantire l’archiviazione in formato digitale dei dati, la loro organizzazione in serie storiche indispensabili alla comprensione di fenomeni e tendenze nel medio-lungo periodo, ed il loro efficiente trasferimento in flussi informativi, interfacciato con i GIS (sistemi informativi territoriali) regionali.
Il Servizio territoriale agricoltura, caccia e pesca della Regione, ai sensi del comma 2 dell’art. 31 della L.R. n. 8 del 15 febbraio 1994 e successivi aggiornamenti, supporta la realizzazione dello strumento di cui al punto precedente, nonché la corretta e puntuale trasmissione dei dati ivi inseriti.»
Emendamento 7, a firma della consigliera Gibertoni:
«Il capitolo 6.4.1.1 Valutazione della distribuzione e prevalenza della ibridazione è così sostituito:
6.4.1.1 Valutazione della distribuzione del lupo e prevalenza della ibridazione:
Relazioni affiliative tra cani e lupo sono state ritenute per molto tempo al quanto improbabili in contesti naturali ma da alcuni anni si raccolgono evidenze, in Regione Emilia-Romagna come altrove, che fanno ipotizzare che l’ibridazione tra cane x lupo sia un fenomeno più comune e diffuso di quanto si pensasse un tempo. L’affinamento di tecniche genetiche e la realizzazione di progetti adhoc hanno certamente permesso di portare questa minaccia all’attenzione del pubblico e delle istituzioni e nel contempo di produrre le prime stime di prevalenza di ibridi nella popolazione (i. e Parco nazionale dell’Appennino tosco-emiliano, Progetto LIFE MIRCO-Lupo); si rende tuttavia necessario uno sforzo per lo studio e il monitoraggio della effettiva distribuzione del lupo e dei suoi ibridi su tutta l’areale di presenza regionale che faccia confluire le informazioni in un unico database (i.e. banca dati ibridazione sviluppata dal Progetto LIFE MIRCO-Lupo).
Programma: condivisione su larga scala geografica di un documento di indirizzo tecnico, coerente con quanto sarà previsto nel Piano d’Azione Nazionale, per il campionamento adeguato al rilevamento del fenomeno che contenga: definizione operativa di ibrido, ambito spaziale e temporale, strategie di rilevamento, criteri interpretativi, indicazioni gestionali.»
Emendamento 8, a firma della consigliera Gibertoni:
«Al Capitolo 1.4.6 Valichi montani – Criticità – l’ultimo periodo è così sostituito:
“Risulta pertanto necessario verificare che le norme di tutela previste dagli strumenti vigenti siano sufficienti a tutelare adeguatamente i valichi per la migrazione dell’avifauna anche cercando di pervenire ad accordi con le Regioni confinanti, tramite l’istituzione di uno specifico Tavolo di lavoro, per definire un approccio comune per i territori contermini.
Per il raggiungimento degli obiettivi di cui al punto precedente (la verifica degli strumenti vigenti e Tavolo di lavoro) la Regione stabilisce il termine massimo di 1 anno dall’approvazione del presente Piano.”»
Emendamento 9, a firma della consigliera Gibertoni:
«Al Capitolo 3.2.2 Zone di ripopolamento e cattura – Idoneità territoriale, Distribuzione, Estensione, Criteri per l’identificazione prima del primo periodo sono inseriti i seguenti periodi:
Nel campo della conservazione e della gestione della fauna, il tema delle immissioni nell’ambiente naturale è indubbiamente uno dei più rilevanti, rimanendo “trasversale” tra gli interessi di tipo scientifico connessi alla tutela degli ecosistemi e quelli sociali, spesso legati alla pratica venatoria.
Forse per questo motivo è stato frequentemente considerato dalle leggi che hanno di volta in volta cercato di mettere ordine rispetto a esigenze apparentemente in contrasto tra loro.
Il quadro normativo di riferimento parte dalle disposizioni internazionali: la tematica delle immissioni faunistiche è trattata nella Convenzione di Washington (1973), nella Convenzione di Berna (1981), nella Convenzione di Bonn (1979), nella Convenzione sulla Diversità Biologica (2002), nella Convenzione di Barcellona (1976), nella Strategia Europea sulle Specie Alloctone Invasive (2003). Quest’ultimo è un protocollo di attuazione della Convenzione delle Alpi (1994) nell’ambito della protezione della natura e della tutela del paesaggio, non ancora ratificato dall’Italia ma che può già essere considerato orientativo.
Fra le disposizioni Comunitarie si cita la Direttiva Uccelli (79/409/CEE), la Direttiva Habitat (92/43/CEE), il Regolamento CITES 338/97/CEE.
Nel quadro normativo nazionale si richiama:
- la Legge 19 dicembre 1975, n. 894 con la quale è ratificata la Convenzione di Washington;
- la Legge 5 agosto 1981, n. 593 con la quale è ratificata la convenzione di Berna;
- la Legge 6 dicembre 1991, n. 394 (legge quadro sulle aree protette);
- la Legge 11 febbraio 1992, n. 157 e in particolare gli articoli 10 (comma 7 – piani di immissione di fauna selvatica), 11 (comma 3 – immissione di specie autoctone nei territori ove sia esclusivamente presente la tipica fauna alpina) e 20 (introduzione di fauna selvatica dall’estero);
- la Legge 14 febbraio 1994, n. 124 con la quale è ratificata la Convenzione di Rio de Janeiro del 1992 sulla diversità biologica;
- il D.P.R. 8 settembre 1997, n. 357 inerente le procedure per l’adozione delle misure previste dalla direttiva Habitat.
L’insieme di tutte le norme citate porta a considerare le immissioni come uno strumento particolarmente delicato e da programmare secondo attenti criteri tecnici che salvaguardino dalle potenziali ricadute negative sull’ambiente e sull’economia.
Le strategie di tutela e gestione del patrimonio faunistico nazionale e internazionale in merito alla tematica delle immissioni faunistiche, sono sintetizzate nel documento “Linee guida per l’immissione di specie faunistiche” AA. VV. 2007, pubblicato dal Ministero dell’Ambiente e dall’INFS.
A tale documento, coerente con la posizione della comunità scientifica internazionale, si fa pertanto riferimento nel fornire gli indirizzi generali relativi alla immissione di fauna in Regione Emilia-Romagna.
Le linee guida sopraccitate definiscono l’immissione faunistica come il “trasferimento e rilascio, intenzionale o accidentale, di una specie”.
Le immissioni faunistiche possono essere distinte in reintroduzioni, ripopolamenti e introduzioni.
Reintroduzioni – immissione di un’entità faunistica finalizzata a ristabilire una popolazione in una parte del suo areale di documentata presenza naturale in tempi storici e nella quale risulti estinta.
Le reintroduzioni sono strumenti particolarmente importanti nell’ambito della conservazione attiva della fauna. Grazie a queste operazioni sono state “riportate” specie in zone dove si erano estinte in tempi storici, principalmente a causa dell’uomo e delle modificazioni del territorio causate dalle sue attività. Due dei requisiti fondamentali perché una reintroduzione possa avere successo sono principalmente l’assenza delle cause che hanno portato la specie all’estinzione e la permanenza di condizioni ecosistemiche simili a quelle caratteristiche del periodo di presenza. Con questi presupposti le reintroduzioni possono essere un valido strumento per migliorare la stabilità degli ecosistemi, dando un contributo verso l’auspicabile incremento di biodiversità. Ma le reintroduzioni possono avere anche interessanti effetti dal punto di vista sociale, favorendo l’accrescimento della sensibilità dell’opinione pubblica nei confronti dei temi di conservazione dell’ambiente. In questo contesto, al rilascio degli animali deve necessariamente affiancarsi un adeguato progetto di didattica e comunicazione che coinvolga tutte le componenti sociali. A favore delle reintroduzioni esistono quindi anche forti motivazioni di tipo educativo che si vanno ad affiancare a quelle di tipo scientifico, peraltro spesso di difficile comprensione da parte dall’uomo “comune”.
Un altro aspetto positivo che si può associare alle reintroduzioni è quello di poter “riparare” ad errori commessi dall’uomo nel passato, nella consapevolezza che l’estinzione di una specie animale sia, anche a livello locale, un evento fortemente negativo per la natura e per la cultura dell’uomo.
Nonostante tutte le loro possibili ricadute positive, le reintroduzioni devono essere “strumenti” da usare con estrema cautela e per questo motivo basarsi su attenti studi di fattibilità che analizzino in particolare i seguenti punti:
1. STATUS DI CONSERVAZIONE DELLA SPECIE
1.1 La specie in Emilia-Romagna, in Italia, in Europa e nel mondo
1.2 Inquadramento del progetto nella strategia di conservazione della specie
2. LE MOTIVAZIONI DELL’ INTERVENTO
2.1. Ruolo della specie nell’arricchimento della zoocenosi dell’area di intervento
2.2. La specie come elemento di interesse educativo e culturale.
3. VERIFICA DEI CRITERI DI BASE DELL’ INTERVENTO
3.1. Presenza storica della specie nell’area
3.2. Verifica dell’attuale assenza delle cause di estinzione
4. VALUTAZIONE DELLA VOCAZIONALITA’ DEL TERRITORIO PER LA SPECIE
4.1. Individuazione geografica dell’area di studio
4.2. Applicazione di un Modello di Valutazione Ambientale
5. INDIVIDUAZIONE DEI POSSIBILI FATTORI LIMITANTI PER LO SVILUPPO DELLA
POPOLAZIONE IMMESSA ED EVENTUALI CONTROMISURE
5.1. Valutazione della presenza/assenza dei possibili fattori limitanti e individuazione delle eventuali operazioni volte a mitigarne gli effetti
5.2. Valutazione del contesto sociale e delle eventuali problematiche ad esso connesse
6. VALUTAZIONE DELLE PROBLEMATICHE AMBIENTALI E SANITARIE LEGATE ALLA
6.1. Tradizionali attività antropiche (gestione forestale, caccia, ecc.)
6.2. Valutazione delle patologie potenzialmente importabili nell’area di introduzione
7. PROGRAMMAZIONE DELLE ATTIVITÀ DI DIVULGAZIONE
Allo studio di fattibilità sarebbe opportuno far seguire un attento Progetto Esecutivo, che vada a pianificare le attività, con particolare riferimento ai seguenti punti:
- Struttura e consistenza minima del nucleo di fondatori;
- Organizzazione geografica e temporale dei rilasci;
- Ipotesi di crescita numerica della neocolonia;
- Monitoraggio della popolazione immessa;
- L’attività scientifica connessa al progetto;
- Le attività di comunicazione del progetto;
- Definizione di ruoli e responsabilità tecnico-legali;
- Stima dei costi del progetto.
Ripopolamento – rilascio di individui appartenenti ad una specie autoctona che è già presente nell’area di rilascio.
Il ripopolamento è un’operazione in sintonia con i principi di una moderna biologia della conservazione qualora venga inteso come la liberazione di animali, appartenenti ad una determinata specie, in un ambito territoriale dove la specie stessa è presente ma con consistenze tanto basse da lasciar pensare ad una sua possibile estinzione.
In questo caso si può parlare anche di “rinforzo della popolazione” (restocking) ovvero di un’operazione effettuata per reintegrare una popolazione che, a seguito di eventi naturali o artificiali, ha subito una riduzione degli effettivi tale da porre a rischio la sua presenza futura.
Un rinforzo può essere utile anche nei casi in cui popolazioni originate da pochi individui fondatori, o che hanno subito gravi “colli di bottiglia” nelle consistenze numeriche, necessitino di un intervento indirizzato a contenere i possibili problemi dovuti a consanguineità.
Il ripopolamento finalizzato a migliorare l’assetto genetico può essere motivato dall’esigenza di apportare maggior resistenza a nuclei di animali gravemente colpiti da epidemie.
In questo contesto rimane peraltro evidente che l’eventuale ripopolamento dovrebbe essere effettuato preventivamente all’arrivo della malattia o, secondariamente, lontano dai suoi picchi epidemici.
In ogni caso l’immissione di nuovi genotipi attraverso traslocazione di animali deve essere valutata sempre nel rispetto delle popolazioni autoctone, evitando nel modo più assoluto l’inquinamento genico potenzialmente arrecabile da parte di individui di dubbia provenienza.
Gli interventi di ripopolamento basati su motivazioni genetiche, debbono essere quindi attivati solo sulla base di un approfondito studio di fattibilità che ne metta in evidenza i vantaggi e ne escluda le potenziali ricadute negative.
Lo studio di fattibilità dovrà essere particolarmente approfondito nel caso in cui riguardi le specie di cui all’allegato D del DPR 357/97 o in allegato I della direttiva 79/409/Ce. In questi casi, trattandosi di specie di interesse comunitario lo studio dovrà privilegiare gli aspetti scientifici di conservazione agli interessi sociali.
Un ripopolamento può essere giustificato solo se non sono più presenti le cause poste all’origine della riduzione della popolazione. Ripopolare può pertanto essere utile successivamente agli effetti di eventi naturali quali epidemie o eccezionali avversità climatiche, mentre è privo di senso se sono occorse modifiche all’habitat oppure un eccessivo prelievo venatorio imponga la necessità di immettere nuovi capi. In questo senso, i ripopolamenti aventi il solo fine di consentire una fruizione venatoria indipendente dalla produttività delle popolazioni naturali sono operazioni contrarie ai più elementari principi di conservazione faunistica e ostacolano il principio secondo il quale la caccia dovrebbe essere rivolta al raggiungimento di un equilibrio tra prelievo e produttività delle popolazioni animali.
Così come per le reintroduzioni, prima di realizzare un ripopolamento si devono analizzare le cause che hanno portato alla situazione di crisi, ponendosi in particolare le seguenti tre domande:
- perché la popolazione si trova in una situazione di crisi?
- è ancora presente la causa che ha portato alla diminuzione numerica della popolazione?
- il ripopolamento potrebbe allontanare il pericolo di estinzione?
Con queste premesse è ovvio che i ripopolamenti non debbano essere in alcun modo confusi con i “pronti rilasci”, operazioni prive di qualsiasi valenza conservazionistica.
Introduzione – immissione di individui in un’area posta al di fuori dell’areale di documentata presenza naturale in tempi storici.
Le introduzioni risultano un’azione criticabile e da evitarsi in quanto possono alterare il delicato equilibrio ecosistemico interferendo con le sue componenti faunistiche e vegetazionali.
In molti casi le introduzioni possono portare a inquinamento genetico delle popolazioni autoctone, con una significativa perdita di biodiversità.
Arginare il fenomeno delle introduzioni rappresenta una delle priorità della conservazione e gli appelli da tempo espressi dalla comunità scientifica hanno trovato riscontro in convenzioni internazionali quali la Convenzione di Bonn (ratificata dal nostro Paese con legge 25 gennaio 1983, n. 42), la Convenzione di Berna (ratificata con legge 5 agosto 1981, n. 503), la Convenzione di Rio de Janeiro sulla diversità biologica (ratificata con legge 14 febbraio 1994, n. 124), e in direttive dell’Unione Europea (Direttiva 79/409/CEE concernente la conservazione degli uccelli selvatici e Direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche).
Considerando quanto sopra esposto, in Regione Emilia-Romagna si valuta negativamente ogni tipo di introduzione. Eventuali deroghe potrebbero essere concesse per finalità di tipo venatorio, qualora la specie sia entrata nelle consuetudini locali. In questi casi, che devono rimanere rari e circoscritti, è assolutamente necessario che venga preliminarmente effettuato un attento studio che definisca con chiarezza i criteri che si intendono adottare, valutando i rischi e i benefici dell’operazione. In quest’ottica risulta opportuna anche un’opera di sensibilizzazione dei cacciatori volta a far comprendere le problematiche poste alla base del rilascio di specie alloctone e la criticabilità di tali operazioni sia dal punto di vista naturalistico che culturale.»
«Dopo il capitolo 7 Criteri per calcolare la capienza degli ATC sulla base degli indici di densità venatoria
È inserito il seguente capitolo:
Limitazioni all’attività venatoria a seguito di eventi eccezionali quali siccità e incendi
Il 2017 è stato caratterizzato, già a partire dagli inizi dell’anno, da una situazione meteorologica decisamente critica, caratterizzata da temperature massime assai elevate e prolungati periodi di siccità, che ha determinato in tutta Italia una situazione accentuata di stress in molti ecosistemi.
Tale situazione, anche aggravata da una drammatica espansione sia del numero degli incendi sia della superficie percorsa dal fuoco (+260% rispetto alla media del decennio precedente; dati European Forest Fire Information System – EFFIS) in diversi contesti del Paese, ha comportato una condizione di rischio per la conservazione della fauna in ampi settori del territorio nazionale e ha comportato, nel breve e nel medio periodo, effetti negativi sulla dinamica di popolazione di molte specie.
Il perdurare di condizioni climatiche estreme, soprattutto nel caso di specie che nel nostro Paese raggiungono il limite meridionale del proprio areale, determina un peggioramento delle condizioni fisiche degli individui rispetto a quanto si registra in annate caratterizzate da valori nella norma dei parametri climatici poiché risulta necessario un maggior dispendio energetico per raggiungere le fonti idriche, che si presentano ridotte e fortemente disperse.
Ciò condiziona negativamente il successo riproduttivo e aumenta la mortalità degli individui giovani e adulti, a causa di una maggior vulnerabilità a malattie e predazione.
Come già segnalato in passato da Ispra, in presenza di eventi climatici particolarmente avversi per la fauna, si ritiene che, seguendo il principio di precauzione, in occasione dell’apertura della stagione venatoria vadano assunti provvedimenti cautelativi atti a evitare che popolazioni in condizioni di particolare vulnerabilità possano subire danni, in particolare nei territori interessati da incendi e condizioni climatiche estreme nel corso dall’attuale stagione estiva. Nello specifico, richiamando quanto previsto dalla legge n. 157/92, art. 19, comma 1, vanno adottate le misure di seguito evidenziate:
Addestramento ed allenamento dei cani da caccia: L’addestramento e l’allenamento dei cani comportano uno stress aggiuntivo per le popolazioni di fauna stanziale, particolarmente nel caso dei Galliformi, dei Lagomorfi e degli Ungulati, e, nelle condizioni sopra descritte, possono indurre una mortalità non trascurabile. Per questa ragione sarebbe opportuno sospendere l’autorizzazione a svolgere questo genere di attività sino al venir meno delle attuali condizioni climatiche e al ripristino delle condizioni ambientali, incluse quelle vegetazionali.
Caccia da appostamento: Sino a quando continuerà il deficit idrico si ritiene opportuno venga previsto il divieto di caccia da appostamento, che potrebbe determinare una concentrazione del prelievo in corrispondenza dei punti di abbeverata. Tale divieto risulta di particolare rilevanza qualora sia stata autorizzata l’anticipazione del prelievo (la cosiddetta preapertura) nei confronti di talune specie.
Caccia agli uccelli acquatici: La riduzione dell’estensione delle aree umide con caratteristiche idonee ad ospitare l’avifauna acquatica deve indurre alla cautela; in particolare, si ritiene opportuno venga previsto un posticipo all’inizio di ottobre dell’apertura della stagione venatoria agli Anatidi e agli altri uccelli di palude. Si ricorda peraltro che tale indicazione, motivata da considerazioni biologiche e tecniche che prescindono dalle condizioni climatiche contingenti, è contenuta nel documento “Guida per la stesura dei calendari venatori ai sensi della legge n. 157/92, così come modificata dalla legge comunitaria 2009, art. 42” a suo tempo trasmesso da ISPRA alle Amministrazioni regionali. Sulla base dell’andamento climatico che caratterizzerà il mese di settembre, si potrà valutare se la situazione si sarà normalizzata o richiederà ulteriori misure di tutela.
Caccia alle specie stanziali: L’introduzione di eventuali misure atte a limitare il prelievo sulle popolazioni delle specie non migratrici dovranno essere valutate caso per caso, sulla base dei dati sul successo riproduttivo raccolti a livello locale dagli organismi di gestione degli ambiti territoriali di caccia. In assenza di informazioni dettagliate a riguardo, si ritiene opportuno vengano adottate a titolo precauzionale misure volte a limitare la pressione venatoria nel corso della stagione (ad esempio attraverso la riduzione del periodo di caccia o la limitazione del carniere consentito). Particolare attenzione dovrà essere prestata nelle situazioni ove è prassi abituale effettuare ripopolamenti di lepri o di Galliformi nel corso dell’estate; la mortalità dei soggetti rilasciati, già elevata in condizioni ambientali normali, nella situazione attuale potrebbe diventare talmente alta da rendere pressoché inefficace lo stesso intervento di ripopolamento. Qualora non siano ancora stati effettuati i rilasci, si suggerisce di attendere il miglioramento delle condizioni ambientali e, conseguentemente, di posticipare l’apertura della caccia nei confronti delle specie oggetto di ripopolamento per consentire l’ambientamento dei soggetti immessi. In caso contrario, si ritiene realistico ritenere che solo una frazione minima dei contingenti introdotti in natura sia ambientata, pertanto si suggerisce di adottare provvedimenti volti ad evitare che si eserciti un eccessivo prelievo nei confronti delle popolazioni naturali.
Caccia nelle aree interessate da incendi: L’esercizio dell’attività venatoria a carico di talune specie può rappresentare un ulteriore motivo di aggravamento delle condizioni demografiche delle popolazioni interessate, non solo nelle aree percorse dagli incendi, ma anche nei settori limitrofi e interclusi, allorquando l’azione del fuoco abbia interessato percentuali importanti di un’area (es. oltre il 30%) e quando gli incendi si siano succeduti nell’arco degli ultimi anni negli stessi comprensori. Lo scrivente Istituto è dunque del parere che le Amministrazioni competenti dovrebbero attivare specifiche iniziative di monitoraggio soprattutto a carico delle popolazioni di fauna selvatica stanziale o nidificante, potenzialmente oggetto di prelievo venatorio, assumendo di conseguenza eventuali misure di limitazione del prelievo stesso. In particolare dovrebbero essere emanati adeguati provvedimenti affinché il divieto di caccia nelle aree forestali incendiate (come già previsto dalla Legge 353/2000, art. 10, comma 1 per le sole aree boscate) sia esteso almeno per due anni a tutte le aree percorse dal fuoco (cespuglieti, praterie naturali e seminaturali, ecc.), nonché ad una fascia contigua alle aree medesime, le cui dimensioni debbono essere stabilite caso per caso in funzione delle superfici incendiate, della loro distribuzione e delle caratteristiche ambientali delle aree circostanti.»
Subemendamento 11, a firma del consigliere Bagnari:
«All’emendamento 8, la frase “Per il raggiungimento degli obiettivi di cui al punto precedente (la verifica degli strumenti vigenti e Tavolo di lavoro) la Regione stabilisce il termine massimo di un anno dall’approvazione del presente piano” è interamente sostituita dalla seguente:
“La Giunta, entro sei mesi dell’approvazione del piano, informa la Commissione competente dello stato dell’iter relativo all’istituzione del Tavolo”.»
OGGETTO 7443 “Ordine del giorno n. 3 collegato all’oggetto 6932 Proposta recante: “Piano faunistico-venatorio regionale dell’Emilia-Romagna 2018-2023”. A firma dei Consiglieri: Lori, Bagnari, Serri, Molinari, Bessi, Sabattini, Montalti, Zoffoli, Tarasconi”
Emendamento 1, a firma del consigliere Bertani:
«Nel primo capoverso della sezione introdotta da “Rilevato che”, dopo le parole “Legge nazionale del 7 aprile 2014, n. 56” è aggiunto il testo seguente: “, derivante da scelte scellerate del precedente Governo e della precedente maggioranza,”.»
«Dopo il terzo capoverso della sezione introdotta da “Rilevato che” è aggiunto il seguente:
“la legge regionale 25 novembre 2016, n. 21 “Misure urgenti per la definizione di procedimenti riguardanti l’esercizio finanziario 2016” detta, all’articolo 3, Disposizioni attuative della legge regionale n. 13 del 2015, prevedendo che la Regione concorra alle spese per l’esercizio delle funzioni di vigilanza di cui all’articolo 40 della legge regionale 30 luglio 2015, n. 13 in quanto accessorie rispetto alle funzioni principali esercitate dalla Regione ai sensi del medesimo articolo 40, comma 1, sulla base di convenzioni con la Città metropolitana di Bologna e le Province, e che la Regione è autorizzata a trasferire alla Città metropolitana di Bologna e alle Province, sulla base di convenzioni, le risorse necessarie per far fronte alle spese di funzionamento connesse alla permanenza di personale regionale nelle sedi provinciali,”.»
«Nella sezione introdotta da “tutto ciò premesso impegna il Presidente e la Giunta regionale” dopo le parole “perché preveda” è aggiunto il testo seguente: “invertendo le politiche condotte negli anni precedenti”.»
«Nella sezione introdotta da “tutto ciò premesso impegna il Presidente e la Giunta regionale” dopo il primo capoverso è aggiunto il seguente:
“ad assicurare il puntuale vincolo delle convezioni di cui alla legge regionale n. 21 del 2016 all’effettivo esercizio delle funzioni di vigilanza e di tutela faunistica, individuando meccanismi premiali per le realtà che assicurano più elevati livelli di utilizzo del personale della polizia provinciale nelle medesime funzioni”.»
OGGETTO 7446 “Ordine del giorno n. 6 collegato all’oggetto 6932 Proposta recante: “Piano faunistico-venatorio regionale dell’Emilia-Romagna 2018-2023”. A firma dei Consiglieri: Rainieri, Pompignoli, Liverani, Delmonte, Tagliaferri, Galli”
Emendamento 1, a firma del consigliere Bagnari:
«Nel paragrafo del “Considerato che” le parole “drammatico incremento” sono sostituite dalle parole “notevole incremento”;
nel secondo punto del dispositivo finale le parole “ad accelerare i tempi di erogazione degli indennizzi” sono sostituite dalle parole “agevolare le procedure di erogazione degli indennizzi”;
nel dispositivo finale è inserito il terzo punto dopo le parole “settore zootecnico”:
“ad instaurare un confronto con le associazioni imprenditoriali per arrivare ad un pieno utilizzo dei fondi messi a disposizione dalla Regione.”»
OGGETTO 7447 “Ordine del giorno n. 7 collegato all’oggetto 6932 Proposta recante: “Piano faunistico-venatorio regionale dell’Emilia-Romagna 2018-2023”. A firma del Consigliere: Bertani”
«Nel dispositivo finale le parole “di cui dotare i cacciatori della Regione durante le loro giornate di caccia, con lo scopo di avere, in tempo reale, tutte le informazioni legate all’attività venatoria che erano prima registrate nel vecchio tesserino cartaceo e, magari, anche informazioni legate a problematiche ambientali, danni in agricoltura da fauna selvatica o utili per censimenti faunistici, in un’ottica di ammodernamento e di risparmio economico, nonché strumento indispensabile alla comprensione dei fenomeni nel medio-lungo periodo”
Sono sostituite dal seguente nuovo punto del dispositivo:
“valutare in via sperimentale di dotare i cacciatori della Regione di un tesserino venatorio elettronico con lo scopo di avere, in tempo reale, tutte le informazioni legate all’attività venatoria che erano prima registrate nel vecchio tesserino cartaceo, in un’ottica di ammodernamento e di risparmio economico, nonché uno strumento indispensabile alla comprensione dei fenomeni nel medio-lungo periodo.”»