Source: https://bur.regione.veneto.it/BurvServices/Pubblica/DettaglioCircolare.aspx?id=218837
Timestamp: 2018-12-17 08:36:34+00:00
Document Index: 117526527

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 10', 'art. 12', 'art. 9', 'art. 9', 'art 1122', 'art. 1120', 'art. 1127', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 91', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 22', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 9']

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Bur n. 82 del 06 ottobre 2009
Circolare n. 4 del 29 settembre 2009
(Approvata dalla Giunta regionale con deliberazione n. 2797 del 22 settembre 2009)
Indirizzata ai Signori Sindaci dei Comuni del Veneto; ai Signori Presidenti delle Amministrazioni Provinciali del Veneto; e, p.c. all’ANCI Veneto; all’Unione Province del Veneto - Loro sedi -
Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato, lo scorso 1 luglio, la legge regionale n. 14 del 2009, avente ad oggetto “Intervento regionale a sostegno del settore edilizio per favorire l’utilizzo dell’edilizia sostenibile e modifiche alla legge regionale 12 luglio 2007, n. 16”, meglio nota come “piano casa”.
Si tratta di un provvedimento che non ha la valenza e le caratteristiche di un “piano” - inteso come insieme di scelte territoriali, regole e risorse finanziarie - ma di una legge che si pone l’obiettivo prioritario di promuovere il rilancio dell’attività edilizia attraverso l’ampliamento degli edifici esistenti e il contestuale miglioramento della qualità architettonica ed edilizia, nonché di favorire l’utilizzo dell’edilizia sostenibile e delle fonti di energia rinnovabili.
A tale proposito pare opportuno evidenziare che la Lr 14/2009 non è una legge urbanistica né edilizia - pur avendo contenuti che incidono significativamente sulla disciplina di queste materie - ma è, prima di tutto, una legge economico-finanziaria che mira a promuovere gli investimenti privati per il recupero e la riqualificazione del patrimonio edilizio esistente nel territorio regionale, in modo generalizzato e capillare, attraverso microinterventi idonei ad alimentare soprattutto il mercato delle piccole e medie imprese del settore edilizio.
Va altresì precisato che gli interventi edilizi consentiti dalla legge non implicano alcuna forma di condono o sanatoria di immobili abusivi che, ai sensi dell’articolo 9, comma 1, lett. e), risultano esplicitamente esclusi dal campo di applicazione della stessa qualora soggetti all’obbligo di demolizione.
La legge, di carattere straordinario, prevale sulle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, nonché sulle altre leggi regionali in contrasto con essa. Proprio per il suo carattere straordinario, la nuova disciplina ha una durata limitata a due anni a partire dalla data di entrata in vigore della stessa, anche se i suoi effetti si produrranno per l’intero arco di validità dei titoli abilitativi degli interventi.
Non sono invece soggette ad alcun limite temporale di efficacia le disposizioni di cui all’art. 5 “Interventi per favorire l’installazione di impianti fotovoltaici”, all’art. 10 “Ristrutturazione edilizia” (che si applicherà sino all’approvazione della nuova legge regionale sull’edilizia), e dell’art. 12, che modifica altre disposizioni regionali in materia di barriere architettoniche.
Nella definizione delle modalità di applicazione della legge i Comuni svolgeranno un ruolo fondamentale, soprattutto per quanto concerne gli edifici residenziali non destinati a prima casa di abitazione e quelli adibiti ad uso diverso. Spetta infatti ai Consigli comunali deliberare, entro il 30 ottobre 2009, se o con quali ulteriori limiti e modalità applicare le nuove disposizioni, mentre già trovano immediata applicazione - dall’entrata in vigore della legge regionale - le norme concernenti gli interventi relativi alla prima casa di abitazione.
La Lr 14/2009 si articola pertanto in due parti: l’una, necessaria e inderogabile, relativa alla prima casa, di operatività immediata e generalizzata, l’altra, flessibile ed eventuale, rimessa alle scelte di ciascun Comune e variamente modellabile entro i parametri ed i criteri fissati dalla Regione.
Limite implicito all’applicazione della legge regionale speciale sono le norme statali di principio in materia edilizia, nonché tutte le disposizioni statali dettate nelle materie di competenza esclusiva dello Stato.
Considerato che alcuni termini e concetti vengono utilizzati in molti articoli, appare opportuno fornire, in via preliminare, le rispettive definizioni.
L’espressione più rilevante è il concetto di edificio, fabbricato o corpo edilizio “esistente”. Gli interventi edilizi consentiti dalla Lr 14/2009, infatti, si estendono a tutti gli edifici esistenti alla data di entrata in vigore della legge, indipendentemente dalla loro destinazione e dimensione, o dalla circostanza che si tratti di edifici principali o pertinenziali.
In analogia a quanto operato in applicazione della legislazione sul condono edilizio, per poter essere considerato “esistente” l’edificio deve essere perlomeno caratterizzato dalla presenza delle strutture portanti e della copertura, mentre non ne è richiesta l’agibilità. Di conseguenza, restano esclusi dal campo di applicazione della Lr n. 14/2009 i manufatti di cui all’articolo 44 comma 5 ter della Lr 11/2004.
Secondo quanto previsto dall’articolo 9, comma 6, gli ampliamenti di cui all’articolo 2 si applicano anche agli edifici che non sono ancora stati realizzati ma il cui progetto o richiesta di titolo abilitativo siano stati presentati al Comune entro il 31 marzo 2009.
Gli ampliamenti di cui all’articolo 3 si applicano anche agli edifici che, ai sensi del comma 4 del medesimo articolo, siano già stati demoliti o siano in corso di demolizione sulla base di un regolare titolo abilitativo, purchè, alla data di entrata in vigore della legge, non siano già stati ricostruiti.
La norma intende favorire la c.d. “edilizia di necessità” (prima casa) richiamandosi ad una fattispecie già presente nella legislazione statale sia relativa alla materia edilizia che alla materia fiscale, consentendo in sede di immediata applicazione gli interventi in favore del proprietario o avente titolo che intendano procedere all’ampliamento della prima casa di abitazione e riducendo l’onerosità di tale interventi (articolo 7, comma 1).
Ulteriori fondamentali concetti sono quello di “volume” e di “superficie coperta. Essi devono essere determinati sulla base dei criteri posti a livello locale dagli strumenti urbanistici e dai regolamenti edilizi comunali operando, laddove tali parametri siano espressi in termini diversi, le opportune conversioni sulla base di criteri da stabilirsi nella deliberazione di cui all’articolo 9, comma 5, se non già indicati nell’apparato normativo dello strumento urbanistico generale.
Per quanto concerne le zone agricole, va evidenziato che la legge vi fa riferimento esplicitamente solo all’art. 9, comma 6, nel determinare le modalità di calcolo dell’incremento consentito sulla prima casa di abitazione, e all’articolo 5, comma 2, ove si precisa che le pensiline e le tettoie per impianti solari e fotovoltaici possono essere realizzate anche in zona agricola.
Considerato che, per gli altri interventi, non viene dettata una apposita e specifica disciplina, non vi è motivo per escludere le zone agricole dall’applicazione delle regole generali. È pertanto possibile realizzare gli interventi di cui agli articoli 2, 3 anche su edifici situati in zona agricola senza che ciò sia condizionato alla sussistenza di requisiti oggettivi o soggettivi diversi da quelli previsti dalla legge, ed è ammesso anche nel caso in cui l’edificio non sia più funzionale alla conduzione del fondo.
Ciò premesso, trattandosi di un testo complesso, si ritiene opportuno con la presente circolare fornire alcune indicazioni al fine di superare eventuali dubbi interpretativi e rendere uniforme l’applicazione delle norme in questione.
Articolo 1- “Finalità”.
3. Nel caso di edifici che sorgono su aree demaniali o vincolate ad uso pubblico, gli interventi di cui agli articoli 2, 3, 4 e 5 sono subordinati allo specifico assenso dell’ente titolare della proprietà demaniale o tutore del vincolo”
Con il secondo comma viene precisato l’ambito di applicazione della legge. La soluzione scelta è di non escludere in linea generale gli edifici in qualche modo tutelati, bensì di condizionare l’applicabilità alla concreta verifica di compatibilità tra lo specifico intervento richiesto e la natura della forma di tutela prevista. Ciò in quanto le finalità di migliorare la qualità del patrimonio edilizio esistente e di favorire la bioedilizia ed il risparmio energetico sussistono, in linea di principio, anche per gli edifici tutelati, sempre che gli interventi ammessi non vadano a pregiudicare l’interesse pubblico sotteso all’imposizione della tutela.
Si evidenzia che il comma fa riferimento a specifiche forme di tutela da qualsiasi fonte normativa siano previste: statale, regionale o comunale. La disposizione, di per sé generica, pone un principio generale che viene poi sviluppato nel successivo articolo 9, dedicato specificamente ai limiti di applicabilità della legge, ove si individuano quei vincoli che non sono “superabili” e per i quali risultano quindi inapplicabili gli articoli 2, 3, 4, distinguendoli da quelli che impongono una verifica in concreto.
Anche il comma 3 si occupa dell’ambito di applicazione della legge, in relazione alla particolare circostanza che gli edifici sorgano su area pubblica o vincolata ad uso pubblico. Gli interventi edilizi previsti dalla Lr 14/2009 sono consentiti anche sugli edifici privati che sorgono su aree demaniali o su aree vincolate ad uso pubblico, a condizione che venga acquisito l’assenso dell’ente proprietario.
“1. Per le finalità di cui all'articolo 1, in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, è consentito l'ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20 per cento del volume se destinati ad uso residenziale e del 20 per cento della superficie coperta se adibiti ad uso diverso”.
L’articolo 2, comma 1, disciplina l’ipotesi di ampliamento degli edifici esistenti nei limiti del 20% del volume, per gli edifici destinati ad uso residenziale, e del 20% della superficie coperta per gli edifici adibiti ad uso diverso. La percentuale va applicata esclusivamente alla consistenza degli edifici esistenti, prescindendo quindi dagli eventuali ampliamenti realizzabili in via ordinaria sulla base degli strumenti urbanistici vigenti.
L’unica eccezione è rappresentata dalla prima casa di abitazione in zona agricola il cui ampliamento, secondo la previsione di cui all’art. 9, comma 6, è calcolato non sul volume esistente bensì sul volume massimo assentibile ai sensi della normativa vigente. L’ampliamento può essere realizzato anche qualora la prima casa di abitazione ubicata in zona agricola abbia una volumetria esistente superiore al predetto limite, nel qual caso la percentuale di ampliamento va calcolata sul volume esistente.
Gli interventi di ampliamento possono essere operati, nei limiti quantitativi consentiti e ferme restando le esclusioni elencate all’articolo 9, in deroga alle regole poste dagli atti di pianificazione di ogni livello, ivi comprese quelle relative ai limiti di altezza, alle distanze minime fissate dai piani regolatori generali (fatte salve per queste ultime le inderogabili disposizioni di fonte statale ai sensi dell’articolo 9, comma 8 della legge in commento). Non sono derogabili, in quanto estranei al campo applicativo della Lr n. 14/2009, i contenuti ambientali e paesaggistici dei medesimi atti di pianificazione.
Il comma 2 dell’articolo individua le modalità di realizzazione dell’ampliamento accordando la preferenza, allo scopo di limitare il consumo di territorio, agli ampliamenti “realizzati in aderenza rispetto al fabbricato esistente o utilizzando un corpo edilizio contiguo”. Il termine “aderenza” va qui inteso come sinonimo di “continuità” edilizia: in tal senso, devono assimilarsi agli ampliamenti in aderenza anche quelli realizzati in appoggio o in sopraelevazione. Per quanto concerne il concetto di contiguità esso va inteso nel senso che l’edificio sul quale si realizza l’ampliamento, ancorché non aderente, deve trovarsi in prossimità dell’edificio principale ed avere, rispetto ad esso, carattere pertinenziale.
Qualora non sia possibile realizzare l’ampliamento nei modi descritti, oppure ciò comprometta l’estetica del fabbricato, è possibile effettuare l’ampliamento “su un corpo edilizio separato di carattere accessorio e pertinenziale”. Vanno considerati quali pertinenze solo i fabbricati che abbiano la funzione di accrescere il valore e l’utilità dell’immobile principale, non suscettibili di produrre un proprio reddito e di dimensione modesta rispetto all’immobile principale al cui servizio sono destinati.
Tale comma richiama la possibilità di recuperare all’uso normale i sottotetti esistenti alla data del 31 marzo 2009, purché soddisfino le condizioni minime fissate a suo tempo dalla Lr n. 12/1999. Tali sottotetti, pertanto, concorrono alla determinazione del volume sul quale calcolare la percentuale di ampliamento e consumano in tutto o in parte l’ampliamento così determinato. Sono invece espressamente esclusi dal “recupero” i sottotetti “oggetto di contenzioso a qualsiasi livello”, in quanto la legge non può essere utilizzata per legittimare situazioni che abbiano dato luogo a contenzioso.
Con le nuove norme è possibile ampliare la cubatura dell'unità abitativa del 20%, purchè nel rispetto delle norme del codice civile e del regolamento condominiale. Tali opere non devono ledere i diritti degli altri condomini o creare problemi di tipo strutturale o estetico. Vanno richiamati, ad esempio, l’art 1122 del codice civile che consente opere che "non rechino danno alle parti comuni dell'edificio", l’ art. 1120 c.c. che vieta le "innovazioni che possano recare pregiudizio alla stabilità o alla sicurezza del fabbricato, che ne alterino il decoro architettonico o che rendano talune parti comuni dell'edificio inservibili all'uso o al godimento anche di un solo condomino”, e l’art. 1127 c.c. che regola il caso della costruzione sopra l’ultimo piano dell’edificio.
Con l’ultimo comma dell’articolo 2, il legislatore ha inteso incentivare l’uso di fonti di energia rinnovabile (pannelli solari o impianti fotovoltaici) riconoscendo in tal caso un ulteriore “bonus” aggiuntivo del 10%. Il favor del legislatore per queste soluzioni energetiche è tale da estendersi anche a chi ne abbia già fatto uso (“ancorché già installati”). La Dgr n. 2499/2009 precisa che “il riferimento fatto al comma 5 dell’art. 2 vale esclusivamente in caso di ampliamento senza demolizione del fabbricato esistente e deve considerarsi riferito ad una potenza non inferiore ai 3 Kwp (nel caso di impianti fotovoltaici) e 3 Kw per gli altri tipi di impianti di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile”.
L’art. 3 prevede la possibilità di rinnovare il patrimonio edilizio esistente mediante l’integrale demolizione degli edifici realizzati anteriormente al 1989 e la loro contestuale ricostruzione.
I soggetti interessati a tali interventi dovranno essere in possesso dei titoli abilitativi relativi ai fabbricati, disciplinati dal titolo II del Testo Unico dell’edilizia (Dpr 380/01), rubricato appunto “titoli abitativi”. Tuttavia non ci sono elementi che ostino all’applicazione della norma agli edifici legittimamente costruiti anteriormente al 1967, pur in assenza di titolo abilitativo, laddove il medesimo non fosse espressamente richiesto dagli strumenti urbanistici locali.
La norma consente, in deroga alle previsioni dei regolamenti comunali e degli strumenti urbanistici e territoriali, comunali, provinciali e regionali, interventi di integrale demolizione e ricostruzione con aumenti fino al 40% del volume esistente per gli edifici residenziali o della superficie coperta per quelli adibiti ad uso diverso, purché venga realizzato un edificio migliore.
Affinché l’intervento sia ammissibile è richiesta la presenza contestuale dei seguenti requisiti:
edificio realizzato anteriormente al 1989;
finalità dell’intervento (perseguimento degli attuali standard qualitativi, architettonici, energetici, tecnologici e di sicurezza);
edifici situati in zona territoriale propria;
utilizzazione di tecniche costruttive previste dalla Lr 4/2007, cioè tecniche di “edilizia sosteniblie”.
La determinazione della percentuale di ampliamento deve essere calcolata sulla base dei criteri fissati dalla Dgr 2499 del 4/08/2009 che integra le linee guida già emanate ai sensi della Lr 4/2007 e contenute nella Dgr 2063 del 7/07/2009.
Per quanto concerne la localizzazione dell’edificio ricostruito si evidenzia che esso, fatte salve le variazioni conseguenti all’ampliamento, deve mantenere un rapporto con la sua localizzazione originaria, con esclusione quindi della possibilità di ricomporre il volume in altra posizione, quantunque nella stessa area di proprietà.
La percentuale del 40% potrà essere elevata fino al 50% solo per quegli interventi che prevedano una ricomposizione planivolumetrica e che contestualmente siano oggetto di un piano attuativo ai sensi della Lr 23 aprile 2004 n. 11. In tal caso l’intervento comporta modifiche delle aree di sedime, la sostituzione del tessuto urbanistico - edilizio esistente e un riorganizzazione anche infrastrutturale del sito, per le finalità di cui al comma 2.
Per tale maggiore complessità e consistenza, l’intervento è subordinato alla preventiva presentazione di un piano attuativo, secondo le procedure ordinarie previste dalla Lr n. 11/2004 per la formazione dei PUA. Solo successivamente all’approvazione dei piani attuativi è possibile applicare agli interventi edilizi la regola generale, fissata dall’articolo 6, che sottopone ogni intervento alla denuncia di inizio attività edilizia (DIA).
Le previsioni dei commi in esame possono trovare applicazione anche nel caso di strumenti urbanistici attuativi già approvati ed in corso di attuazione, previa approvazione di variante di adeguamento, qualora necessaria in relazione al maggior carico urbanistico ed alla definizione delle caratteristiche dei fabbricati ai fini dell’applicazione dei benefici di legge.
Sul comma 4 va precisato che il termine “avvenuta ricostruzione” va ricondotto alla nozione di “edificio esistente” definita nella parte relativa alle note di carattere generale.
Il comma riguarda gli insediamenti turistici e ricettivi definiti come “attrezzature all’aperto”. Va evidenziato che la norma propone tale dizione (“attrezzature all’aperto”) riferendosi a precise e determinate strutture descritte all’All. S/4 della Lr 33/2002: stabilimenti balneari con strutture fisse (lett. b); campeggi (lett. d) n. 1); impianti sportivi e ricreativi (lett. d) n. 2).
Il fatto che col termine “attrezzature all’aperto” la legge identifichi gli “insediamenti turistici ricettivi e ricreativi” nel loro complesso, consente di precisare che l’ampliamento fino al 20% è da riferirsi all’area legittimamente occupata dall’attrezzatura, mentre agli edifici in essa ricompresi si applicano gli articoli 2 e 3 della legge. Per le modalità di ampliamento si rinvia a quanto disposto al comma 7 dell’art. 91 della Lr 33/2002.
All’intervento riguardante aree demaniali (sia che l’ampliamento si riferisca all’area, sia che si riferisca ai manufatti) si applica sempre la regola dell’art. 1 comma 3 che richiede il consenso della competente autorità.
L’art. 4-bis del Decreto Legge 5 ottobre 1993, n. 300, come modificato dalla legge 27 dicembre 2006, n. 296, “Legge finanziaria 2007”, art. 1, comma 253, prevede che le concessioni demaniali marittime ad uso turistico ricreativo possono avere durata superiore a sei anni, e comunque non superiore a venti anni, “in ragione dell’entità e della rilevanza economica delle opere da realizzare e sulla base dei piani di utilizzazione delle aree del demanio marittimo predisposti dalle regioni”. A seguito della citata normativa statale sono state adeguate, con delibera della Giunta regionale n. 2389 del 4.08.2009, le procedure per il rilascio ed il rinnovo delle concessioni demaniali marittime contenute negli allegati S/2 e S/3 alla legge regionale n. 33/2002.
Le disposizioni di cui agli allegati A, B e C della citata Dgr contengono la normativa generale per le concessioni ad uso turistico ricreativo superiori a sei anni e fino ad un massimo di venti.
In forza di quanto previsto dall’articolo in esame, gli insediamenti turistici ricettivi e ricreativi che effettuano investimenti per gli interventi di ampliamento previsti dal comma 1, godono della proroga sino alla durata massima prevista dalle vigenti normative nazionali e regionali.
Le opere individuate dal presente articolo, ossia tettoie e pensiline, non concorrono a formare cubatura, in deroga a ogni eventuale diversa previsione dei piani regolatori. Le caratteristiche tipologiche e dimensionali che le pensiline e le tettoie devono possedere, per potersi giovare del beneficio stabilito dal comma 1 del presente articolo, sono state individuate con Dgr n. 2508 del 4 agosto 2009.
Tettoie e pensiline destinate all’installazione di impianti solari e fotovoltaici, con potenza installata non superiore a 6 kW, possono essere realizzate solo su edifici a destinazione abitativa esistenti alla data del 11 luglio 2009 (data di entrata in vigore della Lr 14/2009).
Tali opere possono essere realizzate sia in zona agricola - per espressa diposizione del comma 2 - che in tutte le altre ZTO. La disposizione risulta, a seguito dell’emanazione della predetta Dgr, di immediata applicazione considerato che sulla stessa il consiglio comunale non è chiamato ad esprimersi con la deliberazione di cui al comma 5 dell’articolo 9.
L’articolo in esame dopo aver ribadito, al comma 1, la straordinarietà della legge regionale, individua come titolo abilitativo necessario per realizzare tutti gli interventi consentiti dalla legge la denuncia di inizio di attività.
L’articolo 6 individua tra la documentazione da allegare alla denuncia di inizio attività una “dettagliata relazione” tecnica che deve descrivere l’intervento in tutti gli aspetti rilevanti ai fini dell’applicazione della legge speciale. Considerato che alcune condizioni in essa indicate hanno carattere soggettivo, come il possesso dei requisiti di accesso ai benefici della “prima casa di abitazione”, l’onere di asseverazione del professionista è circoscritto alle condizioni e ai presupposti oggettivi di applicazione della legge, mentre per la sussistenza dei requisiti soggettivi, dichiarata dall’avente titolo, spetta al Comune il compito di verificarne la veridicità al momento della presentazione della DIA.
La D.I.A. è sottoposta ai termini di efficacia stabiliti dal Dpr 380/2001.
La presentazione della DIA non può essere utilizzata qualora si intenda eseguire un intervento che in parte esuli dall’ambito di applicazione della legge speciale, essendo in tal caso necessario presentare istanza di permesso di costruire qualora richiesto dalle vigenti disposizioni di legge.
Ferme restando le disposizioni del presente articolo relative al procedimento è comunque facoltà dell’interessato, ai sensi dell’art. 22, comma 7, del Dpr n. 380/2001 (che è norma di principio), di richiedere il permesso di costruire in luogo della presentazione della DIA, permanendo l’obbligo di allegare all’istanza tutti i documenti e le certificazioni prescritte dall’articolo in esame in ordine alla sussistenza dei requisiti oggettivi e soggettivi per l’applicazione dei benefici ammessi dalla legge regionale.
Ferma restando la riduzione del contributo di costruzione individuata dal comma 1 del presente articolo, i Comuni possono stabilire ulteriori forme di incentivazione economica collegate al sostegno delle tecniche di bioedilizia e della produzione di energia rinnovabile, nei limiti delle competenze loro assegnate. Trattandosi di misure di carattere economico sono ovviamente esclusi, da tali forme di incentivazione, ulteriori “bonus” edificatori.
Gli interventi incentivabili sono individuati dal Comune secondo criteri che ne accertino la coerenza con i requisiti previsti. L’applicazione di tali criteri deve essere dimostrata, dal soggetto interessato, con apposita documentazione tecnica che costituisce parte integrante della documentazione richiesta per il titolo abilitativo.
Art. 8- Elenchi
La norma non presenta particolari problematiche applicative, risultando tuttavia opportuno specificare che tale elenco, da redigersi in forma di registro, deve consentire la corretta ed univoca individuazione degli edifici che abbiano usufruito dei benefici della legge regionale, indicando gli elementi qualificanti gli interventi stessi: titolare, “bonus” edificatorio impiegato, destinazione d’uso, tipologia di ampliamento (prima casa, demolizione e ricostruzione con ampliamento, ecc.). Ciò in quanto la legge istituisce tali elenchi a “fini conoscitivi”, per evitare improprie applicazioni della nuova disciplina e per consentire una verifica dell’efficacia delle misure straordinarie varate dalla Regione.
Art. 9- Ambito di applicazione
I motivi di esclusione elencati al comma 1 non operano qualora, all’atto della presentazione della richiesta del titolo abilitativo, siano venute meno le condizioni che li hanno generati.
La lettera a) esclude dall’ambito di applicazione della legge gli edifici ricadenti nei centri storici di cui all’articolo 2 del Dm 1444/68, come individuati dagli atti di pianificazione comunale. Si considerano centri storici quelle porzioni di territorio che risultino propriamente classificate “centro storico” o “Z.T.O. A” dagli atti di pianificazione comunale. Qualora gli atti di pianificazione non individuino il centro storico o la ZTO A i Comuni potranno, in sede di deliberazione, di cui al comma 5 del presente articolo, precisarne i limiti riconducendoli alla definizione di cui al Dm citato.
La seconda esclusione contemplata alla lettera b) concerne gli edifici assoggettati a vincolo monumentale. Va precisato che l’esclusione non opera per i beni paesaggistici di cui alla terza parte del D.lgs 42/2004, per i quali comunque necessita l’autorizzazione paesaggistica.
L’esclusione contemplata alla lettera c), riguarda edifici “oggetto di specifiche norme di tutela”che derivino dagli “strumenti urbanistici e territoriali” - quali i piani regolatori, i piani territoriali provinciali, il Ptrc, piani d’area ecc. La tutela posta da tali strumenti deve essere tale da rendere incompatibile l’intervento edilizio ammesso della legge regionale. Rientrano tra le specifiche forme di tutela anche i cd. “gradi di protezione” imposti dagli strumenti urbanistici su edifici di pregio architettonico o di valore storico - testimoniale.
La lettera d) esclude dall’applicazione della legge le fattispecie elencate all’art. 33 legge n. 47/1985. Sono altresì esclusi gli edifici ricadenti in aree dichiarate inedificabili in forza di sentenza o provvedimento amministrativo.
L’esclusione contemplata alla lettera e), riguarda edifici anche parzialmente abusivi soggetti all’obbligo della demolizione. Rientrano in tale fattispecie gli immobili soggetti all’obbligo di demolizione e rimessa in pristino a prescindere dal fatto che gli stessi vengano materialmente demoliti; in tali casi viene escluso dai benefici di legge l’intero edificio anche laddove la parte abusiva da demolire sia ben distinguibile e scorporabile dalla restante legittima parte del fabbricato. Possono invece beneficiare delle disposizioni della Lr 14/2009 gli edifici interessati da abusi sanzionabili esclusivamente in via pecuniaria, ai sensi delle specifiche disposizione contenute nel Titolo IV, capo II, del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, sempreché la sanzione sia stata pagata prima della presentazione della richiesta di titolo abilitativo.
La lettera g) esclude gli edifici situati in “aree dichiarate ad alta pericolosità idraulica” ai sensi del D.lgs 152/2006 (Codice dell’Ambiente). Il rinvio a tale testo normativo va riferito al rischio idrogeologico atteso che il rischio idraulico e geologico rientrano nella più ampia definizione di “difesa del suolo” fornita dal Codice. È quindi implicito che siano escluse dall’applicazione della Legge regionale le aree e gli edifici in esse ricadenti che presentino aspetti di pericolosità sia idraulica che geologica e per le quali la relativa pianificazione preveda l’inedificabilità.
Il comma esclude, per gli interventi di cui agli articoli 2, 3, 4, il cambio di destinazione d’uso degli immobili sia per la parte esistente sia per quella sostituita che per quella ampliata.
Fa eccezione l’ampliamento di un edificio realizzato mediante l’utilizzo di un corpo edilizio contiguo già esistente; in tal caso il mutamento della destinazione d’uso è volto ad omogeneizzare la destinazione d’uso del corpo edilizio esistente su cui è stato realizzato l’ampliamento con l’ampliamento stesso.
Il secondo periodo del comma 2 impone di verificare la compatibilità della destinazione d’uso dell’edificio esistente, oggetto di ampliamento, con la destinazione urbanistica dell’area ove materialmente si intende collocare l’ampliamento. Il medesimo concetto è esplicitato anche dall’articolo 3, comma 2, il quale prevede la possibilità di procedere ad un intervento di demolizione e ricostruzione con incremento del 40% purché l’edificio sia situato in zona territoriale propria.
Per l’ampliamento degli edifici produttivi in zona impropria si rinvia alla vigente disciplina dello Sportello Unico per le Attività Produttive.
Tale comma sancisce l’immediata efficacia delle disposizioni di cui agli articoli 2 e 3 con riguardo alla “prima casa di abitazione”, indipendentemente dalla necessità di pronunciamento da parte del Comune secondo le modalità precisate al comma 5 del presente articolo.
I Comuni possono decidere, eccettuata la disciplina riguardante la “prima casa di abitazione” di non applicare le possibilità offerte dalla legge regionale nel proprio territorio, oppure di limitarne e/o modellarne l’applicazione sulla base di “specifiche valutazioni di carattere urbanistico, edilizio, paesaggistico ed ambientale”.
I Comuni possono ad esempio escludere in tutto o in parte dall’applicazione delle disposizioni previste dalla legge regionale determinate porzioni del territorio comunale in base alle caratteristiche delle stesse laddove, ad esempio, penalizzate da insufficiente livello di urbanizzazione, o da sottoporre a preventivi interventi di riqualificazione urbanistica per ambiti unitari, o caratterizzate da un elevato grado di saturazione edilizia o, ancora, perché di particolare valenza ambientale e paesaggistica incompatibile con gli interventi previsti dalla legge.
La deliberazione di recepimento può fornire tutte le opportune indicazioni atte a chiarire problematiche applicative proposte dal quadro pianificatorio e territoriale del Comune.
La medesima deve essere approvata entro il 30 ottobre 2009: in difetto di tale adempimento la Giunta regionale nomina entro 15 giorni un commissario col compito di convocare entro i 10 giorni successivi il Consiglio comunale “ai fini dell’eventuale adozione del provvedimento”, affinché vi sia cioè una manifestazione di volontà esplicita da parte Comune in merito all’applicabilità o meno delle misure straordinarie proposte dalla legge regionale.
La prima parte dell’articolo estende i benefici di legge ai “fabbricati il cui progetto o richiesta di titolo edilizio siano stati presentati al Comune entro il 31 marzo 2009” derogando al principio stabilito all’art. 2, secondo il quale la legge si applica ai soli edifici “esistenti”.
La seconda disposizione concerne gli edifici residenziali in zona agricola: per la prima casa di abitazione, qualora la volumetria esistente sia inferiore a quella massima realizzabile, ai sensi della Lr 11/2004, l’ampliamento va determinato su quest’ultima. Per gli altri edifici residenziali che non siano prime case di abitazione, la misura dell’ampliamento va determinata sulla volumetria legittimamente esistente; analogamente per gli edifici non residenziali.
Tutti gli interventi previsti dalla Lr 14/2009, sia di ampliamento che di demolizione e ricostruzione, possono essere autorizzati solamente se la relativa denuncia di inizio attività (o eventuale istanza di permesso di costruire) sia pervenuta al Comune entro 24 mesi dall’entrata in vigore della legge.
Le denunce di inizio attività (o le eventuali istanze di permesso di costruire) possono anche essere presentate nelle more della deliberazione comunale, ma i lavori, se relativi ad edifici che non siano prime case di abitazione, non possono iniziare prima che il Comune si sia pronunciato con la deliberazione di cui al comma 5, atteso che il Comune può esprimersi anche in senso sfavorevole o limitativo delle facoltà previste dalla legge regionale. In ogni caso i lavori, indipendentemente dall’edificio sul quale vanno realizzati, non possono iniziare prima del decorso del termine previsto dal Dpr 380/2001 per la denuncia di inizio attività o per il rilascio del permesso di costruire.
Il comma 8 fa salve le disposizioni statali sulle distanze. Dunque sono fatte salve, ad esempio, le disposizioni del codice civile, quelle sancite dall’art. 9 del Dm 2 aprile 1968, n.1444, quelle del codice della strada.
Il comma 9 ammette “comunque” l’aumento della superficie utile di pavimento all’interno dei volumi autorizzati, ossia l’incremento della superficie utile senza incremento del volume urbanistico né della superficie coperta, purché siano rispettati i parametri igienico-sanitari di legge. Si permette così, in deroga ad eventuali previsioni ostative o limitative dei piani o regolamenti locali, la realizzazione di interventi che, pur non comportando variazioni di volume e/o superficie coperta, consentono l’aumento delle superfici utili come ad esempio la costruzione di soppalchi interni o una diversa articolazione degli spazi, fatto salvo il versamento del contributo di costruzione e la verifica/adeguamento delle dotazioni di aree a servizi, qualora dovuti.
Va infine precisato che la disposizione ha carattere straordinario e, considerata la sua collocazione nell’ambito dell’articolo 9, condivide con le altre disposizioni in esso contenute il limite temporale di applicabilità stabilito dal comma 7.
L’art. 10, dedicato alla ristrutturazione edilizia, fa parte del gruppo di disposizioni “a regime”, non sottoposte cioè al limite temporale stabilito dall’art. 9, comma 7, ed applicabili quindi a tempo indeterminato, ancorché “nelle more dell’approvazione della nuova disciplina regionale sull’edilizia”.
La lett. a) di tale articolo precisa che nel novero degli interventi di ristrutturazione edilizia contemplati dall’articolo 3, comma 1, lettera d), del Dpr 380/2001, devono farsi rientrare anche quelli che comportano integrale demolizione e ricostruzione “con il medesimo volume e all’interno della sagoma del fabbricato precedente”; rientrano in tale Categoria gli interventi spesso indispensabili per consentire l’utilizzo di nuove tecniche costruttive, ad esempio per realizzare strutture antisismiche o per adeguare le fondazioni di vecchi edifici. In ogni caso l’edificio ricostruito (in tal senso va intesa l’espressione “nuova costruzione”) deve mantenere il medesimo volume e restare all’interno della sagoma originaria, fatta salva l’applicazione della normativa antisismica nei limiti di cui al Dpr 380/2001 nonché l’utilizzo di nuove tecniche costruttive. Va altresì precisato che il concetto di “ricostruzione” implica che tale intervento debba avvenire sulla medesima area di sedime.
L’articolo 11 è dedicato agli interventi di ampliamento connessi con necessità legate alla presenza di situazioni di disabilità.
Ai sensi di tale articolo la realizzazione degli interventi ammessi dalla legge e funzionali alla fruibilità di edifici adibiti ad abitazione di soggetti riconosciuti invalidi in base alla legislazione vigente, dà diritto alla riduzione del 100% del costo di costruzione sulla base dei criteri definiti dalla Giunta regionale ai sensi della Lr n. 16/2007.
Il riferimento agli “interventi di cui alla presente legge”, senza distinzioni, rende solo temporanea, cioè riferita al periodo di efficacia della legge, e non definitivamente introdotta in ordinamento, l’esenzione dal contributo.
Il comma 1 estende l’ambito soggettivo di applicazione della citata legge regionale 16/2007, relativa all’eliminazione delle barriere architettoniche, annoverando tra i soggetti beneficiari delle agevolazioni, oltre a quelli “riconosciuti invalidi dalla competente commissione, ai sensi dell’articolo 4 della legge n. 104/1992”, anche quelli “riconosciuti con una invalidità civile superiore al 75 per cento ai sensi della legge 15 ottobre 1990, n. 295”.
Il secondo comma dell’articolo in commento, invece, estende l’ambito oggettivo di applicazione della legge regionale sull’eliminazione delle barriere architettoniche, aumentando il limite quantitativo dell’ampliamento, concesso una tantum dall’articolo 10, comma 3 della Lr n. 16/2007, e portando la soglia di agevolazione da 120 a 150 mc.