Source: https://refepercheno.wordpress.com/2016/07/04/contro-il-rinnovato-attacco-alla-costituzione/
Timestamp: 2019-11-13 17:34:31+00:00
Document Index: 125164023

Matched Legal Cases: ['art.3', 'art.3', 'art. 81', 'art. 138', 'art.81', 'sentenza ', 'art. 138', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 49', 'sentenza ', 'art. 48', 'art. 39', 'art. 3']

Nell’ultimo ventennio le forze politiche di “centrodestra” e di “centrosinistra” hanno avanzato incessantemente proposte di “riforma costituzionale”, asserendo che fossero indispensabili per adeguare l’ordinamento nazionale alle evoluzioni dell’ordinamento dell’UE. Anzi si è affermato che le suddette “riforme” fossero indispensabili, visto il carattere datato della nostra Costituzione.
Per sgomberare il campo dal carattere strumentale di tale affermazione, penso non sia fuori luogo ricordare, anzi è elemento da porre con forza nel dibattito politico che:
– la costituzione degli Stati Uniti risale al 17 settembre 1787;
(Circa il tasso di democraticità della stessa, un famoso politologo statunitense Robert Dahl, in uno scritto del 2003, non a caso si è posto l’interrogativo: “Quanto è democratica la Costituzione americana?”)
– in Inghilterra, è noto, non esiste una costituzione, ma un insieme di norme che risalgono alla “Magna Carta Libertatum” del 1215 ed al “Bill of Rights” del 1689;
– la costituzione francese (susseguente ad un colpo di stato) è del 4 ottobre 1958;
– la “Legge fondamentale” tedesca (così è definita) risale al 23 maggio 1949.
Un inciso sulla legge tedesca. Specificherò successivamente, in modo più analitico, le peculiarità del modello.
La denominazione “Legge fondamentale “ e non “Costituzione” non è casuale.
Essa fu scritta da funzionari inglesi per ovvie ragioni storiche e fu scritta per la Germania ovest, il
termine Costituzione era destinato al tempo dell’unificazione delle due Germanie, ma è rimasto.
Inoltre, ed è la ragione in cui la critica deve essere più stringente, sul modello tedesco si è definito in sostanza il Trattato di Maastricht del 1992.
In nessuno di questi paesi si ragiona su pretestuose “riforme istituzionali”.
Smontato, perciò, il castello della “pretesa” innovazione, è altro il terreno su cui si deve ragionare. Ed il dato su cui soffermarsi è costituito dalla dislocazione di quasi tutta la sinistra sull’esclusivo terreno – acritico e subalterno – dell’ideo­logia delle classi dominanti, dell’ideologia dominante in questa fase storica, che ha nelle categorie governabilità, stabilità, efficienza le proprie parole chiave.
E’ il linguaggio politico su cui si costituisce nel 1973 (la data, come al solito, è emblematica) la Trilateral, che, come è noto, è una delle organizzazioni con cui i gruppi di potere internazionale definiscono le strategie a livello mondiale.
In un convegno dal titolo: “La crisi della democrazia” (gli atti saranno pubblicati nel 1975 con prefazione di Giovanni Agnelli) si argomenta intorno ad un asse che riscontra la suddetta crisi nel fatto che a livello mondiale esiste un “sovraccarico di domande” dovute alla “complessità della società”. Ergo la soluzione politica non può che essere quella di ridurre suddetta complessità per governarla e stabilizzarla.
Qual’era il contenuto delle domande?
L’emersione sulla scena politica di movimenti contestativi di massa. (vedi la sconfitta del neocolonialismo, il 1968-69, ecc..)
Un interpretazione conservatrice che ha come retroterra teorico il pensiero di Niklas Luhmann.
Le relazioni sono svolte da un americano Samuel Huntington ( il teorico, successivamente, dello “scontro di civiltà”), un giapponese Joji Watanuki e un europeo Michel Crozier.
Ed è Michel Crozier, direttore del Centre de Sociologie des Organisations di Parigi, a svolgere una relazione con al centro le questioni europee.
Nelle conclusioni scrive:
[…] tutte le nazioni devono realizzare una trasformazione di fondo del loro modello di governo e del loro modo di controllo sociale […..] La crisi ruota essenzialmente attorno all’instabilità economica e sociale […]
Accennavo al fatto che la data del 1973, come accade a volte nel processo storico, è emblematica.
Infatti il 1973 è l’anno del colpo di stato in Cile, lo stato dove la scuola di Chicago di Milton Friedman sperimenta le proprie teorie, che diverranno dominanti, a livello mondiale, nel periodo successivo: il cosiddetto “neoliberismo”, che di neo ha ben poco, essendo la riproposizione delle teorie della “scuola austriaca” dei primi del Novecento, con al centro la cosiddetta “sovranità del consumatore”
Il 1973 è anche l’anno di nascita del microprocessore, che segnerà l’inizio della cosiddetta “rivoluzione informatica”, con il conseguente processo di ristrutturazione della divisione del lavoro.
In Italia le teorie della Trilateral trovano subito un referente: il “piano di rinascita democratica” della loggia massonica P2, nel 1975, che si articola sullo stesso terreno, con ulteriori elementi di degenerazione autoritaria.
Da allora, per un ventennio – attraverso il lavoro inefficace di tre commissioni bicamerali (Bozzi, 1983; De Mita-Iotti, 1992 e D’Alema, 1997) – si è svolto un processo strisciante di delegittimazione del sistema politico-istituzionale imperniato sul modello della costituzione formale del 1948, in cui gli obiettivi reali contro ogni mistificatoria distinzione e­rano e sono sempre più visibilmente l’attacco ai Princìpi Fondamentali e alla Prima Parte (la cosiddetta “forma di stato”), dietro la simulazione di delimitare alla Seconda Parte (la cosiddetta “forma di governo”) l’intento di “revisionare” la Costituzione in questione.
Il dibattito all’interno delle commissioni bicamerali, soprattutto nella commissione presieduta da Massimo D’Alema, si è concentrato su due modelli istituzionali, quello francese e quello tedesco.
Val la pena, perciò, esporre alcune riflessioni in proposito.
E’ essenziale mettere in evidenza i caratteri differenziali, risalenti agli eventi che hanno determinato in Francia, nel dopoguerra, l’emanazione di due testi costituzionali.
Il primo fu respinto da un referendum come proiezione dei dissensi tra Mrp, Sfio e Pcf [ nel “caso italiano” vi fu un ampio schieramento unitario dei tre partiti di massa (la Costituzione fu approvata con 453 si 62 no)] con la conseguenza che, mentre il Pcf puntava al monocameralismo, che la cultura dominante confondeva arbitrariamente con il governo assembleare della terza repubblica (peraltro fondata sul “notabilato”, e non sui “partiti”), le altre formazioni politiche si schieravano con la solita enfasi a favore dell’esecutivo in senso antiparlamentare, sul rafforzamento di potere del Capo dello Stato, sia verso il Governo, sia verso il Parlamento, nel quadro di un assetto “bicamerale disuguale”.
Premesso quindi che, tra i testi costituzionali francesi, quello approvato dal secondo referendum mancava della cosiddetta “parte sociale” con il riferimento analitico ai diritti economici e sociali relegati al “preambolo” (sostituito nel testo italiano dai Principi Fondamentali), un peso determinante ebbe il generale De Gaulle come vero e proprio deus ex machina delle vicende che dalla Resistenza si sono poi sviluppate sino alla nascita e al consolidarsi della V Repubblica.
Infatti, dopo il pronunciamento militare e il conferimento nel 1958 di pieni poteri al rientrante generale De Gaulle ( siamo nel pieno della crisi algerina), fu emanata una legge costituzionale da sottoporre al referendum per l’elezione del presidente della Repubblica da parte di un collegio di “grandi elettori”, legge seguita nel 1962 da un “rottura” costituzionale: anziché alla procedura di revisione costituzionale si ricorse allora all’adozione di una legge “concernente l’organizzazione dei pubblici poteri” da sottoporre al referendum su impulso presidenziale, per il passaggio all’elezione diretta del presidente della Repubblica.
Quel sistema denominato “semi-presidenziale” per differenze dal presidenzialismo tipico degli USA, che – comportando un ruolo a sua volta dominante del Presidente del Consiglio – esprime piuttosto i caratteri di un “bicefalismo” e di una “diarchia”, come di fatto si è venuta a consolidare nei decenni successivi nella forma della cosiddetta “coabitazione” tra un Capo dello Stato “gollista” e un Presidente del Consiglio socialista, e poi anche tra un capo dello Stato socialista e un Presidente del Consiglio di destra.
Tanto più che – a conferma dell’organicità della questione elettorale e di quella della forma di governo – per dar vita al bicefalismo di quella che è stata anche definita “monarchia repubblicana”, si è adottato il metodo elettorale uninominale/maggioritario a due turni, completando il processo di separazione dalle istituzioni della società, governata dall’alto.
Il presidenzialismo: rivendicazione storica della destra reazionaria
Stando quindi al caso italiano, non ci vorrebbe molto, a reperire un filo conduttore della chiave di lettura presidenzialista sul versante della destra reazionaria già negli anni in cui era in corso la Resistenza, quando, negli ultimi conati, il fascismo di Salò si appellava al presidenzialismo repubblichino in contrapposizione alla monarchia del 25 luglio e dell’8 settembre.
Gli epigoni di Salò, sotto gli emblemi del Msi, poi Alleanza Nazionale, hanno mantenuto le linee di una scelta di continuità con il mito dello “Stato forte” in netta antitesi con lo “Stato democratico”,
La “sfiducia costruttiva” nel modello tedesco
Occorre mettere a fuoco gli elementi istituzionali che sostengono la forma di Stato ispirata alla cosiddetta “economia sociale di mercato”, con contorno dei criteri della “governabilità” fissati dalla Legge Fondamentale di Bonn del 1949.
Quello che oggi viene connotato dal Kanzlerprinzip fu scelto come criterio ispiratore in Germania di una variante del governo parlamentare, che possa tener conto del principio del “premierato” inglese in un diverso contesto, storicamente e politicamente caratterizzato dall’esigenza di contenere il pluralismo entro i confini della governabilità, quindi oltre il bipartitismo britannico.
La tipologia accolta nel testo della “Legge Fondamentale” tedesca, con il consenso delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale nel clima della “guerra fredda”, va valutata tenendo conto che non si è potuto eleggere un’Assemblea Costituente, né ricorrere al referendum confermativo. Ciò premesso, vanno considerati come capisaldi della conformazione della forma di governo tedesca, da un lato, i meccanismi che danno luogo al primato del “cancelliere” – donde il menzionato Kanzlerprinzip evocatore della tradizione prussiana – e, dall’altro lato, i criteri che hanno accompagnato l’evoluzione della relazione dei partiti sotto la cappa dei principi contrari ai partiti cosiddetti “antisistema”, che hanno consentito di sciogliere non solo il partito neo-nazista, ma anche il partito comunista.
Considerando, allora, il peso attribuibile alle forme istituzionali, vanno tenute presenti una serie di norme che fissano la primazia del cancelliere già a partire dalla sua “elezione” direttamente dalla Camera “senza dibattito” successivo alla designazione operata dal Presidente federale, e con il quorum della maggioranza “assoluta”.
Nè ci si è accontentati di dare un ruolo così dominante al cancelliere, perché, a differenza di ogni altra tradizione di forma di governo parlamentare, nel “caso tedesco” si è ricorsi al singolare strumento della cosiddetta “mozione di sfiducia costruttiva” fondata sul presupposto che la camera possa procedere a votare la sfiducia contro il cancelliere in carica solo se è in grado contestualmente di eleggere, sempre a maggioranza assoluta, un successore.
Sebbene la “mozione di sfiducia costruttiva” sia stata usata solo due volte, appunto perché destinata a fungere da deterrente, il sistema di governo tedesco può definirsi come la “democrazia del cancelliere”, dotato del potere di nomina e di revoca degli altri membri del governo, di determinazione dell’indirizzo politico, e del potere di scioglimento della camera in termini di fatto.
Ovviamente, il primato dell’esecutivo in funzione della stabilità della forma di governo, si è avvalso di un metodo elettorale “misto” e non “proporzionale”, contrariamente a quel che si preferisce inspiegabilmente sostenere di fronte al fatto che metà dei seggi viene attribuita in collegi uninominali ai candidati che in ciascun collegio ottengono la maggioranza relativa (non assoluta) dei voti; mentre l’altra metà viene assegnata per mezzo di un sistema proporzionale di lista, previo il superamento di una “clausola di sbarramento” del 5% su base federale.
Né basta, perché a carico della proporzionalità gioca l’attribuzione dei “seggi in eccedenza” che i partiti maggiori riescono ad ottenere nei collegi uninominali, cioè in numero maggiore di quanti spetterebbero in base alla quota proporzionale del secondo voto.
La questione è di stretta attualità, perché una parte del Pd – in contrasto con chi punta al presidenzialismo di tipo francese, ove vige il metodo uninominale a due turni con abbattimento ora giunto al 12,5% – insiste per l’imitazione del modello tedesco sulla mistificata connotazione del metodo proporzionale, mentre è falso che solo il modello elettorale tedesco potrebbe restituire valenza democratica alle elezioni, così come è falso che solo il metodo uninominale/maggioritario sia in frode della rappresentatività, poiché ciò avviene anche con i sistemi chiamati “misti”, imperniati sul metodo proporzionale, con “correzioni” snaturanti l’asse costitutivo sostanziale del metodo: in funzione, anche qui, della governabilità.
Fatto questo excursus sui modelli francese e tedesco, ricordo che l’ultimo tentativo controriformatore, sconfitto nel referendum confermativo del 2006, si concretizza nel 2005 ad opera del governo Bossi-Berlusconi.
Per venire ai giorni nostri, la stessa “insofferenza” nei riguardi delle “forme politiche costruite dall’Europa nei secoli della sua storia” è stata espressa dai poteri economici in un report elaborato dagli analisti della banca d’affari statunitense JP Morgan (28 maggio 2013) che sollecita gli Stati a disfarsi delle Costituzioni adottate dopo la sconfitta del nazi-fascismo perché fondate su concezioni “socialiste […] inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea” e specie la realizzazione delle politiche di austerità considerate indispensabili per la soluzione della crisi.
Il documento evidenzia come le Costituzioni del secondo dopoguerra possiedano “limiti intrinseci” non solo di “natura economica”, ma anche “politica”, quali l’esistenza di “esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti”, di “governi centrali deboli nei confronti delle regioni”, di “tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori” e di strumenti di controllo che consentono di contrastare le “proposte di modifica sgradite dello status quo”.
Queste caratteristiche avrebbero impedito ai Paesi della periferia di realizzare pienamente le riforme economiche e fiscali prescritte per il ripianamento dei “debiti sovrani”, che sono stati in realtà prodotti dagli interventi pubblici di salvataggio delle banche e delle imprese responsabili della crisi.
Per queste ragioni, gli analisti della JP Morgan, ritengono che i governi debbano svolgere un ruolo di “superburocrati” finalizzato a garantire l’applicazione delle “misure di rigore” prescritte dalle
istituzioni tecnocratiche sovranazionali e internazionali (BCE; FMI).
Val la pena di ricordare come proprio JP Morgan sia stata la maggior artefice dei progetti di “finanza creativa”, tanto che nel 2012 il governo statunitense l’ha individuata come responsabile principale della crisi provocata dall’uso dei mutui subprime.
Il “progetto” costituzionale è ancora valido oppure è invecchiato, superato?
Non solo l’ispirazione fondamentale della nostra Costituzione è valida, ma ritengo che ci troviamo di fronte a una crisi grave anche perché il movimento operaio non è riuscito a realizzare quella idea di programmazione democratica dell’economia, quella nuova funzione dello Stato, che è il tema di fondo posto dalla Costituzione.
Determinati squilibri strutturali della società italiana possono essere superati solo intervenendo nella fase dell’accumulazione, cioè a monte dei problemi di distribuzione del reddito e di orienta­mento dei consumi. Ed allora bisogna “incidere nel processo di accumulazione”, ed assicurare una preminenza della accumulazione pubblica o più in generale del momento pubblico nel processo di accumulazione.
E’ necessario, perciò, colpire direttamente il potere delle grandi concentrazioni economiche priva­te, e colpirle in due aspetti vitali: nel momento dell’accumulazione e nel momento della scelta degli investimenti.
Costituzione frutto di un la­voro politico e non “tecnico”.
La ragione principale per cui la nostra Costituzione ha potuto essere diversa è perché essa è venuta da un lavoro di elaborazione tutto politico e sociale.
Questo perché i partiti antifascisti, protagonisti della Resistenza, misero subito in pratica quello che poi verrà detto nell’articolo 49 della Costituzione: e cioè che i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico, e cioè partendo dai luoghi di vita e di lavoro territoriali, a determinare la politica nazionale e non solo quella locale.
Ragione per cui la Costituente scelse lo Stato delle autonomie ma escluse esplici­tamente il federalismo, in quanto forma di potere tra le più centraliste e verticistiche sia del potere nazionale che dei poteri decentrati, una forma fatta di tanti centralismi separati e subalterni a quello centrale.
Questa è stata una svolta di grande rilievo anche culturale.
Alla Costituente è successo questo: che non hanno prevalso indirizzi culturali giuridici nella determinazione delle forme istituzionali. Ci sono stati grossi scontri e anche incontri, come quello tra Togliatti e Dossetti, ma sempre su questioni di teoria sociale e politica, per quale forma di Stato capace di corrispondere all’affermazione di certe teorie sociali e politiche, piuttosto che per dominare con i poteri istituzionali dall’alto la società e i soggetti reali .
Mettere a fuoco queste cose è questione fondamentale che riguarda il punto decisivo di quale forma di Stato sia stata introdotta in Italia e non solo di quale forma di governo come vuole la tradizionale teoria giuridica liberale dello Stato di diritto, donde le logiche delle cosiddette “riforme istituzionali”.
Quindi la questione che si pose alla Costituente fu questa: quale democrazia sociale tenuto conto del carattere essenziale dell’intreccio tra democrazia politica-economica-sociale.
Perciò la battaglia era all’interno delle forze che volevano riprendere il cammino precedente, una volta superata quella che è stata chiamata la parentesi fascista e le forze, particolarmente della sinistra cattolica e i comunisti, che volevano andare ben oltre la situazione preesistente al fasci­smo. Diciamo soprattutto sinistra cattolica e comunisti perché i socialisti, nell’elaborazione costituzionale, sono stati una forza passiva, senza contributi determinanti per i contenuti della C., anche se Lelio Basso è stato un protagonista personalmente importante proprio per l’articolo 3, molto significativo per il superamento di una concezione dell’uguaglianza formale in direzione di quella sostanziale.
Ma l’asse del lavoro ideale e della costruzione del sistema di potere democra­tico sono stati i comunisti e i cattolici di sinistra. Un asse e un lavoro che si ponevano in una prospettiva che tendeva a creare una nuova forma di Stato e solo conseguentemente una nuova forma di governo.
Il carattere “specifico della Costituzione italiana
La vera , grande novità della Costituzione italiana si esprime, proprio, nel nesso stringente tra democrazia politica , democrazia economica e democrazia sociale, per cui, quando essa af­ferma l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e nell’esercizio dei fondamentali diritti di libertà e di iniziativa politica, essa pone contemporaneamente il problema del superamento dei limiti (“ostacoli”) che all’attuazione di questi principi fondamentali vengono dalla struttura sociale, dalle diseguaglianze organiche in quella che chiamiamo la “società civile”.
Dunque la Costituzione non si limita a postulare che ai diritti di libertà, alla eguaglianza giuridica, si aggiungano nuovi diritti sociali, quasi che gli uni possano concepirsi e realizzarsi senza gli altri.
Essa invece enuncia una connessione, e afferma che senza un intervento nella vita economica e sociale non si giunge nemmeno alla eguaglianza formale, non si realizza il pieno sviluppo della persona umana, non si attua il diritto dei lavoratori a partecipare alla “organizzazione politica, economica e sociale del paese”.
Cioè, la democrazia politica stessa viene colpita e mutilata.
E’ questa l’ispirazione fondamentale, che colloca la Costituzione repubblica al di là delle Costituzioni tradizionali di tipo liberaldemocratico; e ne fa una Costituzione “interventista”, in cui cambia l’orientamento, la funzione dello Stato.
Da questa ispirazione derivano le altre novità di fondo.
I diritti di libertà non sono visti soltanto come protezione, garanzia dei cittadini rispetto a possibili soprusi dello Stato, e quindi come diritti che domandano allo Stato di non fare, bensì come diritti positivi, che chiedono che lo Stato faccia, agisca: ad esempio per garantire il diritto allo studio, al lavoro, alla tutela della salute.
E, in secondo luogo, la richiesta allo Stato di definire i programmi e i controlli, “perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
E’ qui che viene delineato il mutamento più profondo nella funzione dello Stato, che non è più visto – come nelle ideologie liberaldemocratiche – come Stato-guardiano, puro “garante” della competizione e della contrattazione che si svolge nel mondo dei fatti economici; ma – registrando e al tempo stesso portando avanti le novità maturate in tanta parte del mondo a partire dagli anni trenta – viene inteso come Stato che interviene a orientare, regolare la vicenda economica.
E’ vero perciò che la Costituzione ha un taglio fortemente finalistico; è vero che essa per aspetti assai importanti non dà già tutte le risposte, ma propone un programma di riforme strutturali da realizzare.
Il carattere programmatico della Costituzione risponde anche ad una visione non dottrinaria: alla convinzione che la trasformazione del paese è necessariamente un processo, una “opera in sviluppo”.
Concetto esattamente opposto a quello di stabilità.
Tante conquiste sono state frutto, certo, prima di tutto delle lotte popolari, delle iniziative delle forze politiche e dei cambiamenti oggettivi avvenuti nell’apparato produttivo e nella composizione delle società; ma esse sono state rese possibili anche dalle “parole” della Costituzione, e dal fatto che il popolo, a suo modo, ne aveva coscienza e sapeva richiamarsi a quei principi.
Lo Statuto dei lavoratori l’abbiamo conquistato anche perché abbiamo potuto collegarlo all’art.3 della Costituzione.
I sindacati nel nostro paese hanno avuto nei primi anni ‘70 una impronta così forte di partecipa­zione dal basso anche perché nelle brevi parole ad essi dedicate dalla Costituzione, era però vivamente presente la visione dell’autonomia della “società civile”, la libertà conflittuale che in essa deve esprimersi, per esempio, con un’arma fondamentale come quella del diritto di sciopero.
Le stesse faticose avanzate del movimento femminile hanno avuto un aiuto non secondario dall’idea di parità affermata dalla Costituzione, dalla negazione di una visione autoritaria della famiglia e del rapporto di coppia.
Insisto su questi punti perché tutto ciò mette il discorso culla Costituzione con i piedi per terra, e ricorda a tutti noi che essa vive per come la facciamo vivere, e che essa dunque è lotta, arma democratica nelle mani dei cittadini.
E all’inizio degli anni ’70 abbiamo avuto un passaggio decisivo nella direzione di attuare la C.; si sono poste le condizioni per attuare i fini istituzionali sul terreno economico-sociale.
Si è posta la questione centrale che è quella sul sistema di accumulazione e sull’intervento organizzato dello stato sul sistema di accumulazione.
Negli anni ’70 si è riusciti ad aggredire la questione del coinvolgimento delle PP.SS. e del sistema bancario nel controllo democratico, in quello che con un’espressione diventata corrente si è chiamato governo democratico dell’economia.
E nacque il fenomeno della partecipazione, che fu l’asse d’incontro tra forze culturali diverse: cattoliche, socialiste e comuniste. La partecipazione come potere nella consapevolezza che solo con la partecipazione sociale e politica,- e quindi con la costituzione di Consigli di zona e Consigli di quartiere come punti di riferimento di una battaglia istituzionale per coinvolgere tutti gli apparati nazionali, statali – si può obbligare il sistema di potere, finanziario anzitutto (pensate che si discuteva addirittura di coinvolgere la Banca d’Italia dentro ad un processo diverso, di sviluppo di un ruolo che, come vedete, è considerato neutro, superiore allo stato stesso, quello del governo della moneta) a riforme di struttura.
E questo coinvolgendo in una nuova dialettica tutto il sistema delle PP.SS., quel nuovo meccanismo che era stato creato nel ’50. Sicchè il divorzio, il diritto di famiglia e la legge sull’interruzione volontaria della gravidanza sono tutte espressioni di vittoria democratica, perché sono entrati in campo come soggetti i lavoratori.
[cfr. 2° comma art.3: “…l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del paese”]
Ed è del dicembre 1978 la sola e unica riforma amministrativa dello stato fatta in Italia: la Riforma sanitaria che però è stata quasi subito affossata tramite la legge finanziaria (1 gennaio 1979, un mese dopo la riforma sanitaria) che precostituiva burocraticamente i tetti di spesa, con ciò subordinando ad essi i bisogni di salute e prevenzione che anzichè essere censiti – per poi con la programmazione sanitaria determinare le priorità di spesa – venivano cosi cassati.
Ora si è andati oltre.
Si tratta del “Trattato sulla stabilità, sulla coordinazione e sulla governance”, meglio conosciuto come “Fiscal compact” – ratificato a luglio del 2012 dal Parlamento italiano – che prevede che: i bilanci degli Stati membri devono essere in pareggio; ogni Stato deve introdurre questa regola nella propria Costituzione e attivare un meccanismo automatico di correzione; qualora il debito pubblico superasse il 60% del Pil, il Paese deve operare una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo l’anno; qualora il deficit di bilancio superasse il 3%, lo Stato deve presentare alla Commissione e al Consiglio europeo un programma di riforme strutturali; i Paesi devono sottoporre alla Commissione e al Consiglio europeo i piani nazionali di emissione di titoli pubblici; in caso di infrazione alle regole, le sanzioni (ancora da stabilire) scatteranno automaticamente.
Questo diktat della commissione europea si è tradotto nella revisione dell’art. 81 C. con cui si è perseguito il fine di vincolare l’ordinamento italiano al rispetto di parametri macroeconomici prefissati normativamente dai trattati europei e, quindi, di impedire il ricorso all’ indebitamento quale strumento di politica economica.
E il principio del “pareggio di bilancio” è stato recepito nella Costituzione mediante il procedimento di revisione previsto dall’art. 138 C, ma senza alcuna preventiva discussione pubblica, dato che il raggiungimento della maggioranza qualificata nella seconda votazione ha escluso la possibilità di ricorso al referendum confermativo (recte: contestativo).
La revisione dell’art.81 si pone in contraddizione con i Princìpi fondamentali [ricordo che con sentenza n.1146/1988 la Corte Costituzionale li ha giudicati immodificabili] e con quelli contenuti nelle disposizioni della Prima parte e della Parte seconda della Costituzione che garantiscono l’inviolabilità dei diritti civili e sociali, il governo democratico dell’economia (artt. 41, 42, 43, 47 e 81 Cost.) e l’equilibrio dei rapporti tra stato e regioni.
Questa modifica è un grimaldello che si propone di scardinare l’intero impianto istituzionale.
La controriforma renziana
Come ho cercato di mettere inevidenza l’elemento distintivo di tutte le proposte di revisione, presentate nel corso delle precedenti legislature, è il perseguimento dell’obiettivo di potenziare la “governabilità istituzionale” e la “stabilità economica”, depotenziando il ruolo “centrale” del Parlamento, al fine di rafforzare il ruolo del Governo all’interno della prospettiva efficientistica e tecnocratica che domina la scena europea. Predisporre, quindi, “un quadro di comando verticale” svincolato dagli ostacoli della dialettica sociale e quindi dalle istanze delle classi lavoratrici, considerate incompatibili con le strategie dei “mercati finanziari” e delle “grandi agenzie internazionali”.
Nella stessa logica si muove l’attuale disegno di legge di revisione costituzionale, infatti nella relazione introduttiva si legge che la “stabilità dell’azione di governo” e l’efficienza dei processi decisionali” costituiscono “le premesse indispensabili per agire, con successo, nel contesto della competizione globale”.
Quando si mira ad attenuare l’incidenza di un organo di rappresentanza politica si parte dalla diminuzione del numero di eleggibili, in contemporanea con un’artificiosa differenza di funzioni e pertanto tutte le proposte di revisione che puntano a ridurre il numero dei deputati e dei senatori e ad alterare il ruolo del Senato, contrastano con i Principi fondamentale della C.
Prima di entrare nel merito della proposta, va rilevata una distorsione procedurale, perché è la prima volta che un disegno di legge di revisione costituzionale non è frutto di un’iniziativa parlamentare, ma del presidente del Consiglio Renzi e del Ministro per le riforme Boschi.
Togliatti, nel discorso tenuto alla Camera dei deputati l’8 dicembre 1952, sostenne che il Presidente del Consiglio non potesse porre la questione delle modifiche costituzionali, poiché presta “giuramento di fedeltà alla Costituzione” ed è tenuto di conseguenza ad “attuarla”.
Oltretutto, la decisione di “contingentare” i tempi del dibattito sulla proposta di revisione contrasta con lo spirito della Costituzione e specie con il fine dell’ art. 138 C., che è quello di garantire una discussione ed una approvazione delle modifiche da parte di “una maggioranza larga” e non “artificiale”.
Il termine “contingentare” esprime l’aridità della concezione di democrazia oggi dominante, ossia una concezione opposta a quella dei Costituenti che non avrebbero deciso di comprimere il dibattito con meccanismi giugulatori (“canguri”, “tagliole”, “ghigliottine”), perché consapevoli del fatto che i processi di riforma costituzionale servono a delineare “un ordine nuovo” destinato a proiettarsi “verso il futuro” e non verso l’orizzonte asfittico degli interessi delle maggioranze di governo.
Di fronte all’anomalia di una riforma costituzionale non generata dal parlamento ma “dettata dal governo”, non si può non osservare come, negli ultimi decenni, l’abuso della decretazione d’urgenza; la concentrazione del potere nelle mani del Governo; lo svuotamento del ruolo del Parlamento; la riduzione dell’attività delle Camere alla conversione dei decreti-legge e alla ratifica dei trattati internazionali; il governo sia riuscito ad usurpare numerose funzioni del Parlamento e come sia giunto oggi ad esautorarlo completamente, privandolo, di fatto, anche della funzione di “revisione costituzionale”.
Inoltre, è una revisione costituzionale che, alla luce della sentenza della Corte Costituzionale n.1/2014 – dichiarativa dell’incostituzionalità del Porcellum – non avrebbe dovuto essere nemmeno presentata in questa legislatura.
Per la riduzione del numero dei parlamentari, in particolare alla Camera dei deputati, viene ripetuta, fra le varie indicazioni, la cifra magica di 400, cui si fece più volte riferimento nel periodo fascista, con una proposta del guardasigilli Alfredo Rocco, accolta nella legge numero 1019/28, e persino nel 1937, nella fase di elaborazione di quella che poi fu la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.
Oggi il depotenziamento delle funzioni legislative e di controllo si attuerebbe proprio in una fase della vita della società e delle istituzioni che richiederebbe invece un ampliamento del numero (attualmente di 630) per un impegno capillare a fronte dell’estendersi delle funzioni di governo.
Invece di assecondare quelle campagne di “antipolitica” che dilagano a causa della metamorfosi dei partiti di massa in gruppi di potere “acchiappatutto” occorre additare nelle proposte di riduzione del numero dei deputati il punto d’arrivo di una linea strategica di endemico antiparlamentarismo. Tale linea fa del plebiscitarismo elettorale il volano di un sostanziale “commissariamento” dei vertici dello Stato, sia che si punti al presidenzialismo, sia che si punti all’elezione diretta del Presidente del Consiglio a imitazione di un “premierato” eretto su basi politico istituzionali simili, ma non uguali, a quelle storicamente affermatesi in Gran Bretagna.
Entrando nel merito e valutando l’attuale proposta di superamento del “bicameralismo paritario”, non si può non rimarcare come le complesse questioni da essa evocate, siano state già affrontate e risolte dai nostri Costituenti, in una prospettiva opposta a quella del rafforzamento dell’esecutivo e della stabilità del governo, ossia nella prospettiva della valorizzazione del ruolo delle forme organizzate del pluralismo sociale e politico e specie dei partiti considerati come strumenti di partecipazione dei cittadini e dei lavoratori alla determinazione degli indirizzi concernenti l’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (art. 3, 2° co., C.).
La Costituzione ha, infatti, riconosciuto piena rilevanza all’esigenza di garantire alle minoranze spazi di effettiva agibilità nel Parlamento, per porle in condizione di svolgere un ruolo attivo non solo nella fase elettorale, ma anche e soprattutto nella fase di determinazione della politica nazionale (art. 49 C.).
Sulla base di queste premesse, i Costituenti hanno scelto di superare la storica contrapposizione tra “Camera alta” e “Camera bassa” (caratterizzante storicamente il modello anglosassone) per introdurre la peculiare innovazione del sistema bicamerale “paritario”, caratterizzato dall’elettività dei deputati e dei senatori e dall’eguaglianza delle funzioni delle due Camere , perché fondato sul principio unificante della sovranità popolare che implica un “coordinamento” e non una “separazione” tra i poteri, il quale deve essere svolto da un Parlamento posto al “centro”, non solo del sistema delle assemblee elettive, ma anche del complessivo sistema istituzionale, compresi quindi il Governo e il Presidente della Repubblica.
I Costituenti non hanno ritenuto, inoltre, di fissare limiti stretti in relazione al numero dei componenti delle Camere, perché consapevoli del fatto che la riduzione del numero dei parlamentari restringe le possibilità di scelta e quindi gli spazi della rappresentanza, rischiando di escludere dalla sfera pubblica le voci dei cittadini, specie quelle più scomode per i poteri politico-economici dominanti.
Essi non considerarono pertanto prioritarie le esigenze connesse alla efficienza e alla rapidità delle decisioni rispetto a quelle del pluralismo politico, sociale e istituzionale, perché ritennero che la forza del Parlamento in un sistema democratico derivasse principalmente dalla sua capacità di rappresentanza.
Forma di stato, forma di governo e sistema elettorale nell’impianto unitario della Costituzione italiana
Prima di entrare nel merito del cosiddetto “Italicum”, val la pena di ricordare che, nel momento stesso in cui la legge-truffa del 1953 non è scattata la storia sociale e politica italiana è cambiata, lo schieramento moderato non ha tenuto e c’è stato un contraccolpo, tanto che già un anno dopo la legge elettorale è stata nuovamente cambiata.
La forza dirompente del mancato funzionamento del meccanismo della legge elettorale ha fatto sì che si cambiasse in senso propor­zionalistico la legge elettorale con il consenso anche di forze centriste. Un fatto e un precedente importante e niente affatto scontato, perché volendo potevano pur lasciare la legge come era, invece per l’effetto di trascinamento, non è stato così.
L’esito di quel primo scontro determinò quello che venne chiamato lo “sblocco” almeno parziale della C., permettendo di incominciare a dare corpo ad alcuni elementi non ancora “sociali” ma almeno politici della nuova democrazia, come l’istituzione della Corte costituzionale, del CSM, del CNEL, pur ancora escludendo la più importante delle riforme dello Stato, cioè l’istituzione delle regioni.
Dopo di allora, dalla legge truffa in poi, non si è più discusso di questioni di riforma elettorale.
Proprio la vicenda della Legge truffa ha messo in evidenza quanto è essenziale per la democrazia e il pluralismo sociale, la questione della legge elettorale.
La centralità del parlamento presuppone tuttavia l’adozione di un sistema proporzionale “puro” idoneo a garantire la piena estrinsecazione della sovranità popolare. Non a caso il processo di erosione dei fondamenti della democrazia-sociale è stato contrassegnato da un ripetuto attacco al sistema proporzionale.
Oltre al tentativo già ricordato del 1953 si giunge all’adozione del Mattarellum (1993) e in seguito del Porcellum (2005), rivelatosi peggiore della stessa “legge truffa”.
Trascinato da un’acritica fobia antiproporzionalista, il Pd vuole ignorare che la legge Acerbo del 1923 era con “premio di maggioranza” su scrutinio di lista, come la “legge truffa” del 1953, e la legge “porcellum” bocciata dalla Corte Costituzionale.
E, quindi, parimenti incostituzionale appare il disegno di legge in materia elettorale concordato nell’ambito del patto Renzi-Berlusconi senza considerare le indicazioni contenute nelle motivazioni della sentenza n.1/2014 della Corte costituzionale, che ha stabilito che “il principio di eguaglianza del voto” costituisce un “principio fondante della nostra Costituzione”, il quale esige che nel circuito democratico definito dalla Costituzione, l’esercizio dell’elettorato debba avvenire in condizioni di parità, poiché ciascun voto contribuisce potenzialmente e con pari dignità alla formazione degli organi elettivi.
Se il disegno di legge in materia elettorale frutto dell’accordo Renzi-Berlusconi – che fa rivivere sia pur peggiorate le previsioni del “porcellum” – fosse approvato, si assisterebbe alla reiterazione di un “colpo di stato” tutte le volte che il corpo elettorale sarà chiamato a votare, perché verrà ogni volta vilipeso, truffato e ripudiato un principio fondante della Costituzione, dello stato di diritto, della democrazia e della civiltà giuridica, ovvero il principio di libertà e di eguaglianza del voto sancito dall’art. 48, 2° co.,C.
Il disegno di legge presentato dal Governo viola infatti sia il principio della “libertà di voto” perché prevede le “liste bloccate”, sia quello di eguaglianza perché prevede un “premio di maggioranza” esorbitante che potrebbe consentire a una lista che ha raggiunto il 30% dei voti di ottenere il 53% dei seggi, sottraendoli alla rappresentanza dei due terzi degli elettori.
A ciò si aggiunga la previsione di “soglie” di entità altrettanto abnorme da vanificare i voti di milioni di elettori che non si riconoscono in nessuna delle due aggregazioni supposte maggiori.
Inoltre, vista l’abolizione del Senato. il partito che vince le elezioni con un pugno di voti di scarto, disporrà di una maggioranza spropositata in un Parlamento ridotto ad una sola Camera.
Il “mattarellum”, il “porcellum” e “Italicum” si pongono nel solco tracciato dalla “legge truffa” con cui le forze contrarie all’attuazione della Costituzione tentarono, già cinque anni dopo la sua entrata in vigore, di porre le premesse per un passaggio ad una “democrazia autoritaria”.
Va riaffermato il criterio che vede nel principio proporzionalistico lo strumento per realizzare in modo integrale il valore del pluralismo sociale, politico e istituzionale, pertanto rappresenta un principio “generale” espressivo dell’essenza del nostro ordinamento, come si desume dal fatto che risulta richiamato in varie disposizioni costituzionali e specie nell’art. 39 C. volto a potenziare il pluralismo sindacale.
L’approvazione di un ordine del giorno favorevole al sistema proporzionale (o.d.g. Giolitti), testimonia del resto l’avversione dei Costituenti per il sistema maggioritario che, nelle fasi precedenti si era rivelato inidoneo “a fare entrare nelle istituzioni le molteplici voci del Paese e a farle contare nella formulazione e nella attuazione dell’indirizzo politico”.
La rappresentatività delle istituzioni fu considerata pertanto come la chiave per cogliere in modo continuo e ravvicinato i bisogni della collettività.
Se è vero che la scelta del sistema elettorale condiziona le caratteristiche della forma di Stato e della forma di governo, si possono comprendere le ragioni per cui i Costituenti hanno considerato il sistema proporzionale non come un mero meccanismo di traduzione dei voti in seggi, ma come lo strumento necessario per imprimere l’impulso al processo di trasformazione dei rapporti politici, economici e sociali nella direzione indicata dall’art. 3, 2° co., C.
Il metodo proporzionale – legittimato dall’“o.d.g. Giolitti” [L’ordine del giorno approvato dall’Assemblea Costituente il 23 dicembre 1947 dichiarava che: “L’Assemblea Costituente ritiene che l’elezione dei membri della Camera dei deputati debba avvenire secondo il sistema proporzionale”.], nell’imminenza dell’approvazione dell’intero testo – fu infatti adottato per l’elezione dell’Assemblea costituente e in seguito per l’elezione del primo Parlamento repubblicano, perché venne riconosciuto come lo strumento più idoneo per collegare, in modo coerente, il suffragio elettorale al ruolo dei partiti di massa, del Parlamento e delle assemblee elettive locali in una prospettiva di collaborazione unitaria fondata sui valori e sui fini della Costituzione.
Esso fu adottato in seguito per le elezioni dei Comuni, delle Province, delle Regioni, perché ritenuto conforme alla concezione di uno “stato-comunità” incentrato sul principio della “sovranità popolare”.
Non stiamo nemmeno assistendo alla Waterloo della politica: è superfluo ricordare che è la politica a costruire l’architettura sociale di un Paese, attraverso le leggi, e a stabilire che cosa è legale e che cosa non lo è, nella finanza come in qualsiasi altro contesto. È la classe politica ad aver creato un’Unione europea che è la quintessenza del neoliberismo, spalancando le porte ai capitali speculativi stranieri, costruendo una Bce con la caratteristica del sovrano unico.
Ed è ancora la politica ad aver partorito il “Fiscal compact”.
E’ necessaria una battaglia politico-culturale che demolisca criticamente l’assunto che vede solo l’onnipotenza dell’economia, dimenticando l’intreccio stretto che la lega alla politica.
La battaglia per la difesa ed il rilancio della Costituzione è parte essenziale di questa iniziativa.
E’ utile ricordare che il precedente tentativo berlusconiano di riforma autoritaria, basato sul premierato e sul rafforzamento del potere esecutivo con indebolimento delle prerogative del Parlamento, fu sottoposto nel giugno 2006 a un referendum confermativo popolare e fu clamorosamente bocciato: NO 15.783.000 (il 61,29 %); SI 9.970.000 (il 38,71 %).
Questo eccezionale precedente (paragonabile solo alla vittoria nel referendum sul divorzio del 1974) può e deve essere lo stimolo per una nuova battaglia che assuma la Costituzione come premessa e come obiettivo insieme.
Così come va rotto il silenzio con cui ci si è assuefatti, anche a sinistra, ad una grave alterazione dei criteri di elezione degli organi delle Regioni e degli enti locali, improntati allo spirito del “presidenzialismo”, che un centro-destra inesausto nella sua pulsione autoritaria su cui si è fatto trascinare anche il centro-sinistra, usa per invocare demagogicamente l’avvento del cosiddetto “sindaco d’Italia”.
Va rammentato agli immemori che tutte le tecniche manipolatorie adottate in questa fase storica comportano un ritorno all’indietro, alle fasi storiche in cui il movimento operaio si è battuto per il suffragio universale, conquistato con lotte aspre che hanno radicato in prospettive di liberazione “sociale” prima che “politica” l’esigenza di uscire dal cappio della denegazione dei diritti di rappresentanza politica ai ceti meno abbienti, e in lotta per la conquista di diritti sociali sempre più irrinunciabili, nella consapevolezza della necessità di entrare in campo per combattere il vecchio “parlamentarismo” corrotto e corruttore, e fare delle assemblee elettive il luogo dell’apertura dei canali di comunicazione con la società, per una strategia di riforme, e comunque di consolidamento della democrazia.
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