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Timestamp: 2019-10-16 06:49:31+00:00
Document Index: 128501368

Matched Legal Cases: ['art. 2341', 'art. 1411', 'art. 2341', 'art. 2341', 'sentenza ', 'art. 2392', 'sentenza ', 'art. 1375', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Art. 2341 bis codice civile - Patti parasociali - Brocardi.it
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Articolo 2341 bis Codice civile
Dispositivo dell'art. 2341 bis Codice civile
I patti (1), in qualunque forma stipulati, che al fine di stabilizzare gli assetti proprietari o il governo della società:
c) hanno per oggetto o per effetto l'esercizio anche congiunto di un'influenza dominante su tali società (2), non possono avere durata superiore a cinque anni e si intendono stipulati per questa durata anche se le parti hanno previsto un termine maggiore; i patti sono rinnovabili alla scadenza.
(1) Il patto parasociale è un accordo atipico in forza del quale taluni soci si impegnano ad eseguire prestazioni a beneficio della società, integrando la fattispecie del contratto a favore di terzo (v. art. 1411), il cui adempimento può essere chiesto sia dalla società terza beneficiaria, sia dai soci stipulanti.
Esso vincola esclusivamente i soci contraenti e non la società che è soggetto terzo rispetto al patto parasociale.
(2) I patti sono definiti comunemente sindacati di gestione in quanto disciplinano in via meramente obbligatoria tra i soci contraenti, il modo in cui dovrà atteggiarsi il loro diritto di voto su vari oggetti.
I patti parasociali non sono vietati in quanto destinati a disciplinare convenzionalmente l'esercizio di diritti e facoltà dei soci. Possono essere stipulati non solo tra i soci ma anche tra soci e terzi.
Spiegazione dell'art. 2341 bis Codice civile
I patti parasociali sono accordi tra soci, o tra soci e terzi, stipulati al di fuori dell'atto costitutivo, con cui i medesimi si obbligano a tenere un determinato comportamento nella società o verso la società. I patti parasociali hanno ad oggetto la regolamentazione di interessi individuali dei soci collegati al contratto sociale.
Sono definiti "para" sociali perché non fanno parte dell'atto costitutivo della società.
I patti parasociali hanno natura di contratti plurilaterali e sono collegati unilateralmente al contratto sociale, in quanto le vicende del contratto sociale incidono necessariamente sui patti parasociali, mentre i patti parasociali non possono incidere sul contratto sociale.
I patti parasociali possono essere stipulati in qualunque forma, anche verbale. Hanno efficacia obbligatoria, nel senso che vincolano solo gli attuali soci e non anche i soci futuri. Questi ultimi possono aderirvi successivamente in maniera espressa. Dall'efficacia obbligatoria ne deriva che la loro violazione comporta l'obbligo del risarcimento danni nei confronti degli altri soci partecipanti al patto.
La norma in commento individua tre tipologie di parri parasociali;
a) sindacati di voto;
b) sindacati di blocco;
c) sindacati di controllo.
I sindacati di voto sono quei patti con cui alcuni soci si impegnano a concordare preventivamente il modo in cui voteranno in assemblea. Questo tipo di patto ha la funzione di dare stabilità alla condotta della società se l'accordo è tra i soci di maggioranza. Tra i soci di minoranza, invece, tale accordo consente una migliore difesa degli interessi comuni.
I sindacati di blocco sono i patti con i quali i soci si obbligano a non vendere le proprie azioni per un certo periodo di tempo, o a subordinarne il trasferimento al gradimento o alla prelazione degli altri soci del sindacato. La funzione di tali patti è quella di evitare l'ingresso in società di soggetti non graditi.
I sindacati di controllo sono i patti con cui più soci aventi partecipazioni minoritarie si accordano per esercitare in modo congiunto un'influenza dominante sulla società.
Per quanto riguarda la durata, i patti parasociali possono essere:
- a tempo determinato, di durata non superiore a 5 anni, rinnovabili alla scadenza;
- a tempo indeterminato e, in tal caso, ciascun contraente può recedere con un preavviso di 180 giorni.
Massime relative all'art. 2341 bis Codice civile
Cass. civ. n. 12956/2016
La clausola di prelazione di acquisto di quote sociali contenuta in un patto parasociale non è incompatibile con analoga clausola di prelazione statutaria (nella specie avente un oggetto più limitato, riguardando i soli atti di trasferimento a titolo oneroso e non anche quelli a titolo gratuito), atteso che, mentre la prelazione convenzionale ha esclusivamente effetti obbligatori tra le parti e la sua eventuale violazione, comportando unicamente un obbligo di risarcimento del danno in capo al soggetto inadempiente, non pone in discussione il corretto funzionamento dell'organizzazione sociale o la formazione del capitale, la prelazione statutaria ha efficacia reale e, in caso di violazione, è opponibile anche al terzo acquirente.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 12956 del 22 giugno 2016)
Cass. civ. n. 10215/2010
Il patto parasociale che impegna i soci a votare in assemblea contro l'eventuale proposta di intraprendere l'azione di responsabilità sociale nei confronti degli amministratori, non è contrario all'ordine pubblico, ma agli art. 2392 e 2393 c.c., i quali non pongono principi aventi tale carattere, ma sono norme imperative inderogabili, con conseguente nullità del patto, in quanto avente oggetto (la prestazione inerente alla non votazione dell'azione di responsabilità) o motivi comuni illeciti (perché la clausola mira a far prevalere l'interesse di singoli soci che, per regolamentare i propri rapporti, si sono accordati a detrimento dell'interesse generale della società al promovimento della detta azione, dal cui esito positivo avrebbe potuto ricavare benefici economici); né l'estensione della nullità all'intero negozio e la conversione del negozio nullo, di cui agli artt. 1419 e 1424 c.c., implicano la violazione dell'ordine pubblico, in quanto l'istituto della nullità non è, di per sé, di ordine pubblico, potendo solo alcune sue ipotesi essere generate dalla violazione di tali principi.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10215 del 28 aprile 2010)
Cass. civ. n. 6898/2010
In tema di contratti cosiddetti "parasociali", (e con riferimento alla disciplina applicabile prima della riforma introdotta dal d.l.vo 17 gennaio 2003, n. 6), è valido il patto avente ad oggetto l'espressione del voto nell'assemblea di una società per azioni, chiamata a nominare gli amministratori, anche se non sia stata prefissata la durata del vincolo assunto dalle parti ed operi perciò - in coerenza con l'art. 1375 c.c. e quantunque non contemplato in modo espresso - il principio generale in forza del quale ad ogni partecipante spetta il diritto di recedere unilateralmente dal patto per giusta causa o con congruo preavviso, da valutarsi, in difetto di previsione normativa o convenzionale, come tempo utile in relazione alla natura del rapporto e al tipo di interessi in gioco. Conseguentemente, il partecipante - il quale presenti all'assemblea una lista di candidati alla carica di amministratori di contenuto incompatibile con il rispetto del patto e poi esprima il proprio voto in contrasto con gli obblighi derivanti dall'adesione al patto medesimo - può essere chiamato dalle altri parti a risarcire i danni conseguenti al suo inadempimento, dovendosi escludere che tali comportamenti integrino una manifestazione tacita della volontà di recesso.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 6898 del 22 marzo 2010)
Cass. civ. n. 14865/2001
I patti parasociali (e, in particolare, i cosiddetti sindacati di voto) sono, nella loro composita tipologia (che non consente, pertanto, la riconduzione ad uno schema tipico unitario), accordi atipici, volti a disciplinare, in via meramente obbligatoria tra i soci contraenti, il modo in cui dovrà atteggiarsi, su vari oggetti (nella specie, circa la nomina di amministratori societari), il loro diritto di voto in assemblea. Il vincolo che discende da tali patti opera, pertanto, su di un terreno esterno a quello dell'organizzazione sociale (dal che, appunto, il loro carattere «parasociale» e, conseguentemente, l'esclusione della relativa invalidità ipso facto), sicché non è legittimamente predicabile, al riguardo, né la circostanza che al socio stipulante sia impedito di determinarsi autonomamente all'esercizio del voto in assemblea, né quella che il patto stesso ponga in discussione il corretto funzionamento dell'organo assembleare (operando il vincolo obligatorio così assunto non dissimilmente da qualsiasi altro possibile motivo soggetivo che spinga un socio a determinarsi al voto assembleare in un certo modo), poiché al socio non è in alcun modo impedito di optare per il non rispetto del patto di sindacato ogni qualvolta l'interesse ad un certo esito della votazione assembleare prevalga sul rischio di dover rispondere dell'inadempimento del patto.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14865 del 23 novembre 2001)
Cass. civ. n. 9975/1995
In tema di contratti cosiddetti «parasociali», il patto, in virtù del quale alcuni soci di una spa si vincolino a fare sì che coloro che detengono o deterranno le partecipazioni azionarie, in loro possesso all'atto della conclusione del patto, abbiano e conservino la possibilità di designare un certo numero di amministratori e di sindaci della società, è nullo non realizzando un interesse meritevole di tutela, in quanto, essendo a tempo indeterminato ed implicando una limitazione alle possibilità del socio di liberarsi delle proprie quote, trasferendole a terzi, contrasta con il generale atteggiamento di disfavore dell'ordinamento nei confronti delle obbligazioni di durata indeterminata.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9975 del 20 settembre 1995)
relative all'articolo 2341 bis Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 2341 bis Codice civile - Patti parasociali | Quesito Q201616384
“una società srl composta dai figli di due fratelli in gruppo in parti uguali.
Vorrebbero blindare le partecipazioni in modo che in caso di un grave evento le quote vadano sempre e soltanto ad un familiare facente parte del gruppo societario.
Fare un Trust o un patto parasociale?
Va in primo luogo fatta una doverosa premessa sulla distinzione tra i due strumenti menzionati, completamente diversi nella forma e nella sostanza.
I patti parasociali – che sono sempre stati utilizzati nella prassi societaria - hanno avuto riconoscimento normativo dapprima con D.Lgs n. 58/1998, cosiddetto “Testo Unico della Finanza” (artt. 122-124) e successivamente nel codice civile con gli articoli 2341 bis bis e 2341 ter ter, e sono stati disciplinati relativamente alle società per azioni. Si ritiene comunque che nulla vieti di utilizzare questi strumenti anche per altre forme di società, come le s.r.l..
I patti parasociali sono patti obbligatori interni (detti anche sindacati azionari) tra soci, che vanno al di là di quanto previsto dai patti “sociali”, ovvero Statuto e Atto costitutivo e possono avere il più svariato oggetto.
Tradizionalmente se ne distinguono tre tipi:
La questione della loro liceità è stata molto dibattuta sia in dottrina che in giurisprudenza: secondo un’opinione diffusa essi non potrebbero porsi in contrasto con gli interessi della società; inoltre si concorda pressoché all’unanimità sul fatto che essi non possano modificare il regolamento dei rapporti sociali se non entro i limiti che l’autonomia privata incontra nel modificare la legge. Vale a dire che i patti parasociali non possono violare norme imperative di legge, per cui non si può realizzare indirettamente, attraverso uno di questi patti, quanto non è consentito realizzare direttamente in forza della legge. Ultimamente, sia i giudici che gli studiosi riconoscono la legittimità di tali patti nella quasi totalità delle ipotesi.
La durata dei patti parasociali è limitata a 5 anni e se viene stipulata una durata maggiore essa è automaticamente ricondotta al limite di legge.
Sull’efficacia dei patti parasociali dottrina e giurisprudenza dominanti ritengono che la violazione del patto parasociale dal punto di vista strettamente sociale (ovvero nei confronti della società e/o dei terzi), sia del tutto irrilevante e che il socio che l’ha stipulato rimanga pieno titolare dei diritti che ne derivano solo nei confronti degli altri stipulanti (in buona sostanza il patto non sarebbe opponibile né alla società né ai terzi).
Opinione comune, di conseguenza, è quella per cui la tutela di questi patti si ponga solamente sul piano obbligatorio e non reale, ovvero gli aderenti al patto avranno diritto solo alle azioni risarcitorie di danno nonché a tutte le azioni ed eccezioni garantite dalla disciplina delle obbligazioni e dei contratti (eccezione di inadempimento, risoluzione del contratto, ecc.).
Tali orientamenti si sono consolidati definitivamente per mezzo delle pronunce 21 novembre 2001, n. 14629 e 23 novembre 2001, n. 14865 della Corte di Cassazione. In particolare in quest’ultima sentenza la Corte, oltre a ribadire la validità dei patti parasociali, ne descrive compiutamente la portata meramente obbligatoria sostenendo che “(…) Il vincolo che discende da tali patti opera, pertanto, su di un terreno esterno a quello dell’organizzazione sociale (dal che, appunto, il loro carattere “parasociale” e, conseguentemente, l’esclusione della relativa invalidità “ipso facto”), sicché non è legittimamente predicabile, al riguardo, né la circostanza che al socio stipulante sia impedito di determinarsi autonomamente all’esercizio del voto in assemblea, né quella che il patto stesso ponga in discussione il corretto funzionamento dell’organo assembleare (operando il vincolo obbligatorio così assunto non dissimilmente da qualsiasi altro possibile motivo soggettivo che spinga un socio a determinarsi al voto assembleare in un certo modo), poiché al socio non è in alcun modo impedito di optare per il non rispetto del patto di sindacato ogni qualvolta l’interesse ad un certo esito della votazione assembleare prevalga sul rischio di dover rispondere dell’inadempimento del patto (…)”.
Appare in tutta evidenza, dunque, la facoltà per un pattista di poter votare in maniera difforme rispetto al patto o di poter sempre cedere a soggetti estranei al patto stesso la propria partecipazione, fermo restando l’obbligo di risarcire il danno agli altri pattisti i quali, a loro volta, non possono richiedere l’invalidità della delibera o della cessione della partecipazione rimanendo tali atti totalmente efficaci ed inattaccabili.
Il trust è un istituto derivante dal diritto anglosassone ed operante in Italia solo dal 1992, anno in cui l’Italia ha ratificato la convenzione dell’Aja del 1985 sul riconoscimento di questo istituto e sulla legge applicabile ad esso.
Il trust ricorre quando un soggetto (detto settlor) sottopone dei beni, con atto mortis causa o inter vivos, sotto il controllo di un altro soggetto (detto trustee) nell’interesse di un beneficiario o per un fine specifico. In pratica è la situazione giuridica che si verifica in ogni caso in cui un soggetto (disponente) trasferisce la proprietà di determinati suoi beni a un altro soggetto affinché questi raggiunga un certo scopo, indicato dal disponente, mediante lo svolgimento di un’attività, giuridica o materiale, inerente i beni affidatigli.
Oggetto del trust possono essere beni immobili, mobili registrati, mobili non registrati e crediti.
b) che il trustee ha il potere-dovere di amministrare o disporre dei beni secondo quanto previsto dall’atto costitutivo o dalla legge;
Trustee può essere un terzo o addirittura lo stesso settlor che vincola alcuni suoi beni in trust.
Oltre al trustee può essere nominato un altro soggetto, detto protector, che svolge funzioni di controllo e supplenza del trustee.
La durata del trust è determinata dal settlor ma in linea di massima non può essere perpetua. Il trust è inoltre di regola irrevocabile da parte del settlor, se non è diversamente stabilito nell’atto costitutivo.
I vantaggi del trust sono i seguenti:
- i beni del trust costituiscono un patrimonio separato, e non possono essere aggrediti né dai creditori del trustee né dai creditori del settlor; in pratica la spiccata peculiarità di questo istituto sta nel fatto che i beni del trust non sono né di proprietà delvtrustee, né delvsettlor, né, addirittura del beneficiario; infatti, i beni del trust non possono essere aggrediti neanche dai creditori del beneficiario, nel caso in cui il beneficiario sia indeterminato, in quanto rispondono unicamente delle obbligazioni contratte dal trustee nell’interesse del trust;
- il trustee non è obbligato nei confronti del disponente, come avviene nel negozio fiduciario, ma solo verso il beneficiario. Ciò avvicina la figura in esame al contratto a favore di terzo, da cui tuttavia si discosta per il fatto che il trust non si costituisce per contratto ma anche per atto unilaterale, e nessun rilievo ha la dichiarazione del beneficiario di voler profittare della stipulazione.
La difficoltà, per il nostro ordinamento, di accettare ed ammettere un istituto come il trust è che i beni del trust (specie se è a destinatario indeterminato) rimangono senza titolare; o, meglio, ancora, si tratta di beni la cui titolarità è sdoppiata: da una parte abbiamo la titolarità formale del trust, che spetta al trustee, e dall’altra la titolarità sostanziale, in capo al beneficiario. Nel nostro ordinamento, tuttavia, la proprietà non può essere sdoppiata – o perlomeno questa è l’opinione prevalente in dottrina e giurisprudenza - e la dissociazione tra titolarità e legittimazione non è ammessa.
Diversi commentatori, tuttavia, hanno offerto argomenti validi – tutti interni al nostro ordinamento giuridico – per superare le problematiche poste dal trust e sopra solo sommariamente evidenziate.
Tutto quanto sopra illustrato e premesso, è evidente che il trust è istituto preferibile al quale ricorrere per risolvere il problema posto nel quesito.
Il grosso limite dei patti parasociali, infatti, è quello per cui questi, come detto, hanno valenza soltanto interna, cioè nei rapporti fra i soci che li hanno stipulati, non sono quindi opponibili alla società o a terzi. Il socio quindi può disattendere “tranquillamente” l’impegno, rispondendo unicamente del proprio inadempimento.
Il trust, invece, crea dei vincoli effettivi nella gestione societaria e nell’attuazione dell’accordo raggiunto fra i soci.
Questi dovrebbero trasferire le proprie partecipazioni al trustee, che a quel punto diventerebbe socio della società: ovviamente va vagliata preventivamente l’esistenza di clausole limitative della circolazione delle partecipazioni eventualmente contenute nello statuto societario.
Nell’atto istitutivo il trustee viene “impegnato” ad attuare il comportamento voluto dai disponenti-ex soci.
Un trust che persegua questo tipo di finalità avrà una durata strettamente correlata a quella che è la volontà dei soci di rimanere reciprocamente “vincolati”, potendo quindi eccedere il termine quinquennale che, invece, abbiamo visto essere inderogabile quando vengono stipulati patti parasociali.
Alla cessazione del trust, le quote trasferite al trustee faranno il percorso inverso, venendo ritrasferite ai disponenti che acquisiranno nuovamente la qualifica di soci.
Sarà poi opportuno che l’atto istitutivo stabilisca a priori che cosa accada in caso di morte (o di incapacità) dei disponenti (se questi sono persone fisiche), individuando i soggetti ai quali le partecipazioni debbano essere trasferite.
Impostare un simile trust in maniera corretta, pensando a tutte le possibili evenienze, non è cosa facile. Occorre un professionista che conosca (davvero) l'istituto ed abbia competenze in materia. Un qualunque avvocato o notaio non sono garanzia di felice riuscita.