Source: http://www.tiropratico.com/normativa/CIRCOLARI/circolare%209%20maggio%202003.html
Timestamp: 2017-02-27 09:03:30+00:00
Document Index: 137853789

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 4']

N. 557/B. 9471-10100.2(4)1 Roma, 20 maggio 2003 OGGETTO: Licenze in materia di armi e sicurezza pubblica.
Nel richiamare, fra le altre, la circolare telegrafica n. 559/C20116-10171(1) del 27 settembre 1990
N. 05129/2013REG.PROV.COLL.
N. 06775/2013 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 6775 del 2013, proposto da: ***, rappresentato e difeso dagli avv. Federico Casa e Federica Scafarelli, con domicilio eletto presso Federica Scafarelli in Roma, via G.Borsi n.4; contro
Questura di Vicenza, Ministero dell'Interno; per la riforma
della sentenza breve del T.A.R. VENETO - VENEZIA SEZIONE III° n. 00671/2013
Relatore nella camera di consiglio del giorno 3 ottobre 2013 il Cons. Roberto Capuzzi e uditi per le parti gli avvocati Scafarelli;
1. L’appellante aveva impugnato davanti al Tar Veneto il diniego di rinnovo della licenza di porto di fucile per uso caccia, motivato con il fatto che il medesimo era stato denunciato all’autorità giudiziaria in epoca risalente nonché, nel 2009, per essere stato arrestato in flagranza per concussione, con procedimento penale ancora pendente.
Il Tar respingeva il ricorso compensando le spese del giudizio rilevando che seppur alcuni dei reati risultavano risalenti (anche al 1967), quando il ricorrente era minorenne e non erano stati precedentemente considerati ostativi al rilascio del titolo richiesto, l’arresto in flagranza per il reato di concussione doveva considerarsi particolarmente significativo sotto il profilo dell’affidamento del pubblico funzionario e che si configurava, legittimamente, come causa impeditiva al rinnovo richiesto, tanto più nella comparazione di interessi, essendo recessivo quello del privato volto all’utilizzo dell’arma, rispetto a quello pubblico, mirante alla tutela della sicurezza pubblica.
Nell’atto di appello il ricorrente sottolinea e deduce che il Tar ha definitivamente statuito che la causa impeditiva al rilascio del porto d’armi risiedeva esclusivamente nell’arresto per concussione non ostando al rilascio altri reati commessi in epoca risalente, ritenuti non ostativi dalla stessa autorità di pubblica sicurezza.
Così limitato l’oggetto del giudizio, secondo l’appellante la sentenza sarebbe erronea, dovendosi richiamare il pacifico orientamento giurisprudenziale in materia secondo il quale impedisce il rilascio delle licenze di caccia il fatto che manifesti la pericolosità del soggetto o il pericolo di abuso, non costituendo il diniego una punizione accessoria per chi è accusato di qualsiasi reato.
Alla camera di consiglio fissata per la discussione della istanza cautelare, previo avviso, la causa è stata trattenuta dal Collegio per la decisione in forma semplificata.
Come rilevato da costante giurisprudenza amministrativa sia di primo che di secondo grado, la ratio alla base della normativa che disciplina delle autorizzazioni di polizia, per come risulta dal combinato disposto degli artt. 11 e 43 del T.U.L.P.S., eccettuate le ipotesi in cui il rilascio è tassativamente escluso, risiede nella opportunità di evitare che le autorizzazioni al porto di armi vengano rilasciate a soggetti che, per i loro comportamenti pregressi, denotino scarsa affidabilità sul loro corretto uso, potendo in astratto costituire un pericolo per la incolumità e per l’ordine pubblico.
E’ tuttavia necessario che i precedenti comportamenti del richiedente siano sintomatici, idonei quindi ad evidenziare una personalità violenta, incline a risolvere situazioni di conflittualità anche con ricorso alle armi, o, in ipotesi, in grado di attentare all’altrui patrimonio con uso di armi ed in sintesi che, nell’ottica di una prognosi ex ante, non diano garanzia di un corretto uso delle armi senza creare turbativa all’ordine sociale.
Come rilevato anche dalla Corte Costituzionale "..alcun carattere immediatamente ostativo, ai fini del rilascio o del rinnovo delle licenze di p.s.," può riconoscersi "al fatto di aver riportato una condanna in sede penale" attesa la necessità "di procedere ad una concreta prognosi" che tenga conto di una serie di circostanze, quali l'epoca a cui risale la condotta contestata, i reiterati rinnovi del titolo di polizia nel frattempo intervenuti, la condotta tenuta successivamente al fatto di reato e fatti eventualmente sintomatici di attualità della pericolosità sociale (Corte Cost. n. 331 del 1996, cfr.anche, ex multis, Cons. Stato, n. 5095 del 2012 e n. 4630 del 2011).
Nella specie, la causa impeditiva al rilascio del porto d’armi per attività venatoria per l’autorità di pubblica sicurezza risiedeva esclusivamente nell’arresto in flagranza per concussione, essendo stati valutati come irrilevanti, per la loro risalenza nel tempo, altri comportamenti del ricorrente che non avevano impedito alla amministrazione di rilasciare la autorizzazione in anni pregressi.
Il Collegio osserva, a tal riguardo, che detto reato non è significativo perché da esso non si manifesta alcuna personalità violenta dell’interessato, né il provvedimento dà conto di ulteriori fattori che possano aver compromesso l'affidabilità del richiedente in ordine al possibile abuso, tali da indurre l’autorità a negare, nella attualità, il titolo di polizia.
3. In conclusione l’appello merita accoglimento e per l’effetto in riforma della sentenza appellata, il ricorso in primo grado deve essere accolto e, l’atto impugnato annullato.
4. Spese ed onorari dei due gradi vengono liquidati a favore dell’appellante come in dispositivo.
definitivamente pronunciando accoglie l’appello in epigrafe indicato e per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado e, annulla l’atto impugnato.
Condanna il Ministero dell’Interno alle spese ed onorari dei due gradi di giudizio nella misura di euro 3.000,00 (tremila).
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 3 ottobre 2013 con l'intervento dei magistrati:
“L’OBBLIGO DI RICORRERE DEL MINISTERO DELL’INTERNO” di Angelo Vicaripubblicato e commentato sul sito del Giudice E.Moriwww.earmi.it
Oramai l’obbligo di ricorrere avverso le sentenze “scomode” è diventato l’imperativo categorico del Ministero dell’Interno per giustificare anche i provvedimenti illegittimi di rifiuto o revoca delle licenze in materia di armi emessi da Prefetti e Questori.
Tale ostinata perseveranza la possiamo riscontrare nella recente sentenza del Consiglio di Stato del 22 ottobre 2014 (Sez. III, n. 5199).
Fatto ed diritto non si discostano molto da analoghi ricorsi che abbiamo già commentato su questo sito.
Il Prefetto emette decreto di diniego di rinnovo della licenza di porto di pistola nei confronti di un cittadino, già da tempo in possesso del titolo, senza abusarne, sussistendo, peraltro, i requisiti soggettivi ed oggettivi che avevano giustificato il “dimostrato bisogno” per il rilascio della licenza.
Tale rifiuto viene motivato con la generica considerazione che “ le motivazioni poste alla base della richiesta non sostengono sufficientemente l’asserita necessità” di andare armato.
Il T.A.R. (Campania-Napoli, sent. n. 6100, del 23 giugno 2008) accoglie il ricorso dell’interessato, riscontrando nell’atto di rifiuto del Prefetto “difetto di istruttoria” e “insufficienza della motivazione”, siccome non è stata effettuata una “valutazione aggiornata sul fatto che il ricorrente era già in possesso da tempo del titolo e non aveva in alcun modo abusato” per cui è illogico che “la stessa situazione, che aveva indotto al rilascio del titolo” possa giustificare oggi il rifiuto.
Nonostante la riconosciuta illegittimità dell’atto del Prefetto, il Ministero dell’Interno presenta appello al Consiglio di Stato, motivandolo, come di consueto, con l’ampia discrezionalità riconosciuta all’Autorità provinciale di P.S. anche per il rinnovo della licenza in questione, non soggetta ad “automatismi”.
Dunque, come al solito, non solo il Ministero si sente investito di un presunto, inesistente obbligo giuridico di ricorrere contro tutte le sentenze “scomode” dei T.A.R., ma ripresenta, anche, l’unica stereotipata giustificazione dell’ampia discrezionalità spettante ai Prefetti e Questori, alla stregua di un salvacondotto per gli atti illegittimi.
Questa volontà di voler e/o dover ricorrere a tutti i costi sembra una prassi del Ministero per esorcizzare la paura di vedersi riconoscere dal giudice amministrativo che anche la P.A. commette errori.
Il Consiglio di Stato dichiara l’appello “infondato”, confermando la sentenza del T.A.R. .
In considerazione del consolidato orientamento della giurisprudenza amministrativa sulla materia in questione, il Consiglio di Stato, pur riconoscendo le disposizioni particolarmente rigorose in merito alle licenze di polizia per le armi, nonché la “lata discrezionalità”, evidenzia che l’istanza di rinnovo del porto di pistola avrebbe dovuto essere “vagliata non già in astratto”, ma “in concreto”, con un complessivo giudizio/valutazione del possesso dei requisiti, “sulla base degli elementi e risultanze” degli atti.
Peraltro, il Consiglio di Sato condivide l’argomentazione del T.A.R. con la quale si rileva come dall’atto di rifiuto non emergano le “ragioni per cui la medesima situazione che a suo tempo aveva indotto al rilascio del titolo, pur non affermandosi che essa è mutata, da ora luogo in sede di rinnovo ad un provvedimento diametralmente opposto”.
Infatti, il Prefetto, nel proprio decreto, non fa alcun riferimento al possesso della licenza “per più anni”, ad “eventuali abusi” o a “eventuali condanne”, elementi che avrebbero consentito “un’aggiornata valutazione”, limitandosi, invece, ad “un’affermazione apodittica e generica che non dà conto delle suindicate circostanze”, omettendo, anche, di citare il parere favorevole dei Carabinieri.
Ma ciò che differenzia questa sentenza dalle altre analoghe riguarda il formale richiamo fatto al Ministero e al Prefetto.
Infatti, il Consiglio di Stato censura il comportamento processuale dell’Amministrazione che “non ha ritenuto nemmeno di richiedere la sospensione della sentenza” del T.A.R., né ha provveduto a sollecitare l’udienza per la decisione dell’appello, provvedendovi solo nel 2012 (il ricorso in appello è del 2008). Inoltre, in questo lungo periodo di tempo, la Prefettura non “si è determinata ad adottare altro provvedimento” di diniego “istruito e motivato” secondo le indicazioni del T.A.R., come, invece, “avrebbe dovuto fare se non altro per ragioni di economia dell’attività amministrativa e di buona amministrazione”.
Riassumendo, dunque, un vero e proprio formale richiamo al modo di agire del Ministero e del Prefetto basato sul motto “…e noi ricorriamo!”, in contrasto con il principio costituzionale della “buona amministrazione”.
Una censura per un comportamento che sembra determinato solo dalla volontà di ricorrere contro tutte le sentenze “scomode”, senza prima aver attentamente e umilmente preso in considerazione il fatto che anche i Prefetti e Questori sono esseri umani e, in quanto tali, possono sbagliare!......
Ma dopo questo richiamo ci aspettavamo qualcosa di più dal Consiglio di Stato in merito alle spese di giudizio, liquidate, invece, con la generica formula “nulla si dispone per le spese in mancanza della costituzione della controparte”.
Ci saremmo aspettati una condanna del Ministero non solo alle spese di giudizio, ma anche ad un risarcimento simbolico nei confronti del cittadino che si è dovuto sobbarcare le spese dell’avvocato, siccome la decisione dell’appello si fonda su “ragioni manifeste” e “orientamenti giurisprudenziali consolidati” (art. 26 D.L.vo n. 104/2010).
Forse, per il futuro, la condanna alle spese, nonché al risarcimento del cittadino potrebbero essere la giusta medicina per far guarire il Ministero dalla sindrome dell’obbligo di ricorrere.
Firenze 5 novembre 2014 Angelo Vicari
Il T.A.R. ha affermato che il decreto penale di condanna dell'interessato, emesso dal G.I.P. del Tribunale di Larino in data 5 febbraio 2004 e su cui si basano i citati provvedimenti, non comportasse automaticamente, per la lieve entità del fatto (porto abusivo di coltello a serramanico di cm 20 circa usato per attività agricola), del reato (art. 4 legge n. 110/1975) e della pena (€ 50,00), la asserita carenza del requisito dell'inaffidabilità.