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Timestamp: 2020-08-09 09:20:08+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 12892 del 22/06/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12892 del 22/06/2016
Cassazione civile sez. III, 22/06/2016, (ud. 23/03/2016, dep. 22/06/2016), n.12892
sul ricorso 7528/2013 proposto da:
PROVINCIA AUTONOMA BOLZANO, (OMISSIS), in persona del suo
Presidente e legale rappresentante pro tempore Dott. D.
L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA BASSANO DEL GRAPPA
24, presso lo studio dell’avvocato MICHELE COSTA, che la
rappresenta e difende unitamente agli avvocati STEPHAN BEIKIRCHER,
RENATE VON GUGGENBERG, LAURA FADANELLI, JUTTA SEGNA giusta procura a
C.A. E Z. SNC, in persona dei suoi legali
rappresentanti, C.Z., C.A. in proprio,
elettivamente domiciliati in ROMA, VIA LUIGI CAPUANA 207, presso lo
studio dell’avvocato MARIO BACCI, che li rappresenta e difende
unitamente all’avvocato RICCARDO STOLCIS giusta procura a margine
Z.T., FATA FONDO ASSICURATIVO TRA AGRICOLTORI SPA;
avverso la sentenza n. 139/2012 della CORTE D’APPELLO SEZ.DIST. DI
BOLZANO, depositata il 08/09/2012;
23/03/2016 dal Consigliere Dott. CHIARA GRAZIOSI;
udito l’Avvocato MARIO BACCI;
1. Con sentenza n. 49/2008 il Tribunale di Bolzano, sezione distaccata di Merano, a seguito di domanda proposta da C. A. e Z. SNC nei confronti della Provincia Autonoma di Bolzano e di Z.T. – il quale aveva chiamato in causa per garanzia F.A.T.A. Fondo Assicurativo tra Agricoltori S.p.A. –
di risarcimento di danni subiti da un veicolo attoreo nella tarda serata del (OMISSIS) sulla strada provinciale n. (OMISSIS) per la caduta di sassi da un sovrastante terreno di proprietà dell’agricoltore Z., dichiarava responsabile esclusiva del sinistro la Provincia Autonoma, condannandola a risarcire l’attrice, e rigettava invece la domanda nei confronti dello Z., così assorbendo anche quella di manleva.
Avendo la Provincia Autonoma di Bolzano proposto appello contro tale sentenza e avendo proposto C.A. e Z. SNC appello incidentale, la Corte d’appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, con sentenza del 7 aprile-8 settembre 2012, dopo avere espletato una c.t.u., rigettava ogni impugnazione, confermando la sentenza del Tribunale e condannando l’appellante principale a rifondere le spese del grado a tutte le altre parti.
2. Ha presentato ricorso la Provincia Autonoma di Bolzano, sulla base di cinque motivi, il primo e il secondo denuncianti vizi motivazionali ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il terzo denunciante, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2043 c.c., nonchè mancanza del nesso causale tra la cosa custodita e l’evento dannoso, il quarto e il quinto motivo – congiuntamente presentati – denuncianti, ancora ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., nonchè, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, vizio motivazionale.
Si è difesa con controricorso C.A. e Z. SNC.
3. Il ricorso è interamente inammissibile, per le ragioni che verranno ora illustrate.
3.1.1 Il primo motivo denuncia, secondo la sua rubrica, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo, richiamando la prova del luogo e della dinamica dell’incidente quale presupposto della responsabilità extracontrattuale dell’ente gestore della strada, nonchè lamentando contraddittorietà e discostamento immotivato del giudice d’appello dalla c.t.u. quanto alla rilevanza dell’accertamento del luogo dell’incidente.
Sul presupposto, poi, della “necessità – e pertanto decisività” per la sua responsabilità ex art. 2051 c.c., che il sinistro sia avvenuto “su ed a causa del bene del demanio stradale”, la ricorrente adduce che il giudice d’appello avrebbe ritenuto irrilevante il punto esatto del rinvenimento dei sassi con i quali si sarebbe impattato l’autoveicolo della C.A. e Z. SNC, così discostandosi anche dalla relazione del c.t.u. che invece lo avrebbe accertato, non motivando tale discostamento e giungendo inoltre a contraddirsi laddove condivide le conclusioni della c.t.u.. E a ciò aggiunge la ricorrente che lo stesso c.t.u., determinando il punto esatto del sinistro (km (OMISSIS)) sarebbe andato oltre i limiti del suo incarico, che riguardava l’adeguatezza della rete di protezione.
Dopo queste doglianze, il motivo sfocia nella espressa affermazione della necessità di un “esame critico” delle risultanze istruttorie (ricorso, pagina 16s.: “Pur essendo consapevole questa difesa che il giudizio di legittimità non possa e debba spingersi all’esame delle risultanze istruttorie che sono riservate in linea di principio al giudice del merito…va riproposto un esame critico di tali risultanze” per evidenziare la natura apodittica della dichiarazione della corte territoriale di irrilevanza del luogo del sinistro), alla cui esposizione dedica quindi le sue ulteriori pagine (da pagina 17 a pagina 24), assommando alla questione della identificazione del luogo del sinistro addotta come giustificativa di tale necessario “esame critico” l’ulteriore questione della dinamica dell’incidente (asserendo che mancherebbe motivazione in sentenza sulla prova dell’evento dannoso e sulla sua ricollegabilità alla strada provinciale) e, altresì, l’ulteriore questione della presenza e della adeguatezza di protezione contro la caduta di sassi.
Già da questa sintesi è più che evidente l’inammissibilità del motivo, che in sostanza denuncia la non condivisibilità della valutazione esternata nella motivazione della sentenza impugnata in ordine all’accertamento del sinistro e che pertanto, impegnandosi a suscitare una valutazione alternativa dell’esito probatorio da parte del giudice di legittimità, tenta di ottenere una revisione del merito, come se il ricorso per cassazione potesse condurre (anche) a un ulteriore grado di appello. Immediatamente dopo avere riconosciuto, infatti, che il giudice di legittimità non ha compiti di revisione sull’accertamento fattuale, il motivo procede proprio con la prospettazione al giudice di alcuni elementi estrapolati dal complessivo compendio probatorio che, ad avviso del ricorrente, smentiscono l’accertamento effettuato dalla corte territoriale, alla quale – lungi dalla identificazione di effettivi vizi motivazionali –
si viene ad imputare (mascherandola come assoluta carenza dell’apparato motivativo) l’opzione per un esito erroneo.
In realtà, d’altronde, l’asserito vizio motivazionale che viene denunciato allo scopo di “schermare”, id est legittimare, la effettiva richiesta di revisione del merito non trova alcun riscontro nella motivazione della sentenza impugnata, essendo frutto di una travisante e deformante estrapolazione artificiosa.
Non corrisponde infatti a verità l’asserto da cui il motivo prende le mosse, e cioè che il giudice d’appello abbia ritenuto irrilevante determinare il punto in cui si sarebbe verificato il sinistro. La sentenza impugnata, che gode di una motivazione concisa ma ben strutturata, effettivamente a pagina il contiene la frase:
“indipendentemente dall’accertamento del punto esatto in cui si trovavano le pietre e quindi del punto in cui si è verificato l’incidente”. Ma tale frase, secondo una elementare logica, non può essere decontestualizzata: e immediatamente prima, a pagina 10, la corte aveva rilevato: “nel caso di specie è pacifico che il tratto di strada è gestito dalla Provincia”, per aggiungere subito dopo che “è altresì pacifica l’esistenza, nella tarda serata del 1.3.2002, di sassi sulla sede stradale (v. testi R.S., R. G., T.I. e S.A.) e la loro provenienza dalla soprastante scarpata”; e ancora – il che, logicamente, va sempre ricondotto alla identificazione del luogo –
afferma il giudice d’appello che “è pacifica, infine, la presenza di un cartello segnaletico verticale “caduta sassi” ed è pacifico che il tratto di strada è controllato quotidianamente da personale del “servizio strade” della Provincia”(motivazione, ibidem).
E’ del tutto evidente, quindi, che il riferimento al “punto esatto in cui si trovavano le pietre” come irrilevante non veniva a mettere in dubbio che le pietre fossero cadute da pendio soprastante proprio sulla strada provinciale, e in una zona adeguatamente determinata, perchè era risultato che vi sussisteva un cartello di segnalazione della possibilità di caduta di sassi e che era pertanto sotto quotidiano controllo del personale della Provincia. E’ l’aggettivo “esatto” il senso della frase successiva a tali accertamenti, aggettivo che va inteso, secondo logica e buona fede interpretative, nel senso di estrema precisione – questa sì giudicata irrilevante, ovvero superflua -, e non nel senso di assenza di prova dell’essersi verificato il sinistro su una strada in gestione della appellante così da rendere applicabile l’art. 2051 c.c..
Nè, d’altronde, la ricorrente propone una doglianza autosufficiente in ordine all’avere mantenuto in discussione nell’atto d’appello, con la sua natura devolutiva, che il sinistro fosse accaduto – si rileva a proposito dell’ulteriore asserto che nella sentenza impugnata non sia stata ricostruita la dinamica dell’incidente, dalla stessa premessa del ricorso emergendo, invece, che nel gravame di merito l’attuale ricorrente insisteva “per l’accertamento e la dichiarazione della completa assenza di responsabilità” propria, in via subordinata chiedendo “l’accertamento della responsabilità concorrente del conducente del veicolo…nonchè del relativo grado di contributo causale”. Ed infatti è proprio a questo che replica poi la corte territoriale laddove rileva che “nessuna prova è emersa che l’automobilista abbia tenuto una velocità non adeguata” (motivazione, pagina 10), per concludere infine escludendo il concorso di colpa del conducente e anche quello del proprietario del terreno soprastante (pagina 12).
Quanto, infine, al preteso discostamento del giudice d’appello dagli esiti della c.t.u. da lui stesso disposta, è sufficiente, per dimostrare l’inconsistenza della doglianza, rilevare che è affiancata da quella ulteriore per cui nel determinare “il preciso punto dell’incidente” il consulente sarebbe “andato oltre l’incarico a lui affidato” di valutare l’adeguatezza della rete di protezione contro la caduta dei sassi (ricorso, pagina 16). Se, infatti, l’accertamento devoluto al c.t.u. non aveva a che fare con il suddetto “preciso punto”, non si vede come sia censurabile il giudice per non avere seguito gli obiter dicta del consulente e – sul piano motivazionale – per non aver spiegato perchè non li poneva a fondamento della sua decisione.
Tutto il motivo, dunque, non può che dichiararsi inammissibile.
3.2 Il secondo motivo presenta come vizio motivazionale per omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione sul fatto controverso e decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, il fatto che il giudice d’appello non avrebbe risposto alle “critiche di parte” e alla eccezione di nullità della c.t.u., nonchè, ancora, il fatto che si sarebbe immotivatamente discostato dall’esito di quest’ultima.
Lamenta la ricorrente che il giudice d’appello ha dichiarato che la consulenza si è svolta in contraddittorio e ha fornito conclusioni condivisibili, ma così non ha risposto alla nota facente parte del verbale dell’udienza del 13 ottobre 2010 dell’attuale ricorrente ove si eccepiva la nullità della c.t.u. per violazione del contraddittorio e si denunciava la sua natura esplorativa, valutativa, non fondata su accertamento scientifico e intrinsecamente contraddittoria. Il motivo riporta in trascrizione tale nota, lamentando poi, altresì, che la corte territoriale, dopo avere definito irrilevante l’esatto luogo del sinistro, ha poi genericamente condiviso il risultato della consulenza, dalla quale per altro si sarebbe discostata in modo implicito e immotivato perchè nelle sue conclusioni il c.t.u. “indica con “certezza” il punto dell’incidente sulla SP (OMISSIS) al km (OMISSIS)” (pagina 30 del ricorso).
Su questo motivo, che nella sua seconda parte ripropone in sostanza quanto già aveva lamentato nel motivo precedente a proposito dell’identificazione del punto dell’incidente – per cui si rimanda a quanto già osservato -, nella prima parte, là dove adduce che la corte territoriale non avrebbe tenuto in conto le sue eccezioni processuali sulle modalità della c.t.u., è ictu oculi privo di alcun interesse a sostenerlo, poichè la Corte d’appello non ha in effetti utilizzato realmente il risultato della consulenza, onde ogni eventuale vizio processuale che l’abbia afflitta non ha avuto incidenza sulla pronuncia del giudice.
Invero, dal complessivo apparato motivazionale si osserva che emerge l’assenza di rilievo, nel fondare la ricostruzione del giudice d’appello, della c.t.u., richiamata soltanto alla fine (pagina 12) come per mera completezza, e non come supporto di tutto quanto già in precedenza argomentato per concludere esaustivamente (pagine 11-
12) che “la prova del caso fortuito non è stata fornita ed il relativo onere competeva alla Provincia Autonoma di Bolzano” e che “non è stato accertato nè un concorso di colpa del C. nè una concorrente responsabilità” del proprietario del terreno soprastante.
Anche il secondo motivo, pertanto, risulta inammissibile.
3.3 Il terzo motivo presenta una rubrica che, a ben guardare, già di per sè denota la sua effettiva natura fattuale, in quanto, dopo la formale denuncia ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, di una pretesa violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2043 c.c., fa riferimento diretto a “mancanza del nesso causale tra cosa in custodia ed evento dannoso” per concludere con “inquadramento giuridico alla luce del caso concreto sottoposto ad esame del giudicante”, il che lascia intendere come, in effetti, quel che si intende correggere è il “caso concreto” che ad avviso del ricorrente il giudicante avrebbe frainteso nelle sue caratteristiche fattuali.
Ciò viene confermato dal reale contenuto del motivo, che, dopo avere asserito – ancora una volta solo come vanamente tentato”schermo” giuridico delle susseguenti questioni fattuali, per cui non vi è da soffermarsi al riguardo – che il giudice d’appello avrebbe errato nel ritenere l’art. 2051 c.c., come fattispecie di responsabilità oggettiva, essendo invece responsabilità per colpa presunta fondata sull’inadempimento del dovere di custodia, adduce la necessità di accertare se la situazione di fatto era concretamente nella custodia della Provincia. E quindi, affermato che la responsabilità sussiste solo se vi è potere di controllare la cosa, modificare la situazione di pericolo in esso insita ed escludere qualsiasi terzo dall’ingerenza sulla cosa quando si è verificato il danno, la ricorrente ritorna sul diretto piano fattuale, adducendo di avere messo rete di protezione e cartello di segnalazione del pericolo e di avere disposto controlli quotidiani, e da ciò desumendo che nel caso concreto non è configurabile la fattispecie di cui all’art. 2051 c.c., anche perchè sarebbe mancato il tempo per provvedere e comunque l’assolvimento dell’onere probatorio sulla custodia dei beni demaniali dovrebbe essere più agevole che nella custodia di beni privati. Si tratta, a ben guardare, nonostante il tentativo di insinuare non pertinenti venature giuridiche (come il riferimento alle caratteristiche dell’onere probatorio), di una negazione fattuale della sussistenza della responsabilità perchè, in sintesi, quel che sostiene la ricorrente è che vi era il caso fortuito liberatorio nella vicenda concretamente verificatasi, ciò fondando su determinati elementi a loro volta naturalmente fattuali (l’esistenza del cartello di segnalazione, l’esistenza della rete di protezione, lo iato temporale frana-siniustro). Dunque, inammissibilmente la ricorrente persegue ancora una revisione di merito dal giudice di legittimità.
Sulla stessa linea si colloca chiaramente la successiva parte del motivo che nega la responsabilità ex art. 2043 c.c., per il –
fattualmente asserito – difetto di prova del luogo dell’incidente e del nesso causale, nonchè per la, parimenti asserita sul piano fattuale, imprevedibilità oggettiva e soggettiva (l’imprevedibilità oggettiva e soggettiva della caduta dei sassi quale fattore danneggiante estrinseco avrebbe dovuto essere valutata, secondo la ricorrente, anche a favore del gestore della strada: ovvero, si chiede una valutazione alternativa degli esiti probatori). Dopodichè il motivo si dipana in una serie di ulteriori argomenti, sempre sostanzialmente fattuali o altrimenti privi di pertinenza con il contenuto della impugnata sentenza, per negare la responsabilità della Provincia ex art. 2051 c.c., così da concludere, tanto per questa quanto per quella ex art. 2043 c.c., che pure viene ivi negata, nel senso che la corte territoriale sarebbe incorsa in una “applicazione acritica” della norma, laddove quello che invece viene prospettato non è questione di diritto, bensì è una mera valutazione alternativa degli esiti del compendio probatorio.
Il motivo, pertanto, risulta inammissibile per la sua natura fattuale.
3.4 Il quarto e il quinto motivo, presentati congiuntamente, invocano l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per denunciare la violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. (per errore materiale indicato nella rubrica come art. 2679 c.c.) in relazione all’assolvimento dell’onere della prova sulla dinamica dell’evento dannoso e sul vincolo causale tra la strada provinciale ed esso, e l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per denunciare omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo, richiamando la sussistenza o meno della prova liberatoria della Provincia.
L’impostazione fattuale dei precedenti motivi, nell’ottica di perseguire un terzo grado di merito, non viene meno neppure in questi due ultimi. Essi in sintesi lamentano la mancanza della prova dell’evento dannoso in tutte le sue accezioni, e quanto meno la prova del luogo del sinistro che – viene ribadito ancora una volta – la corte territoriale avrebbe ritenuto irrilevante, laddove non sarebbe pacifico che il sinistro sia avvenuto sulla strada provinciale (OMISSIS), per cui l’attore avrebbe dovuto dimostrarlo e non avrebbe invece provato il punto del sinistro, onde per questo la corte avrebbe dovuto rigettare la sua domanda. Il leitmotiv fattuale è agevolmente riconoscibile, e si rimanda pertanto a quanto già osservato a proposito del primo motivo.
Anche gli ultimi due motivi, pertanto, non possono che risultare inammissibili.
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente a rifondere a controparte le spese processuali, liquidate in un totale di Euro 3200, oltre Euro 200 per esborsi e agli accessori di legge.