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Timestamp: 2019-09-23 03:46:33+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 440', 'art. 440', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 440']

Sicurezza alimentare e rischi per la salute pubblica -
Sicurezza alimentare e rischi per la salute pubblica
Posted On Febbraio 24, 2017 Febbraio 24, 2017 By Gian Marco Pellos
In Italia la materia della sicurezza degli alimenti è oggetto di un’attenzione particolare, sia perché vi è una diffusa esigenza di tutelare la salute “a tavola”, figlia di valori legati ad una secolare cultura gastronomica popolare, sia perché vi è una significativa filiera legata alla qualità dei prodotti alimentari che, nonostante i tempi difficili, continua a costituire un’eccellenza del made in Italy.
Norma cardine della disciplina in materia di sicurezza alimentare è l’art. 440 c.p. rubricato “Adulterazione e contraffazione di sostanze alimentari”, il quale recita:
“Chiunque, corrompe o adultera acque o sostanze destinate all’alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per il consumo, rendendole pericolose alla salute pubblica, è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
La stessa pena si applica a chi contraffà, in modo pericoloso alla salute pubblica, sostanze alimentari destinate al commercio.
La pena è aumentata se sono adulterate o contraffatte sostanze medicinali”.
Trattasi di una fattispecie di reato di pericolo concreto, che richiede imprescindibilmente una verifica volta ad accertare l’effettiva messa in pericolo della salute pubblica.
Questo assunto è assai rilevante perché comporta la necessità di un giudizio di merito da parte del giudice investito del caso, con esiti tutt’altro che scontati.
Alcuni estratti della variegata casistica giurisprudenziale in materia permettono di comprendere la delicatezza e la complessità della fattispecie in esame.
In Cass. Pen. Sez. I, del 28 Aprile 2104 n. 38624, gli ermellini si sono trovati ad affrontare il caso di un allevatore che aveva ricevuto (peraltro illecitamente) ed impegnato un farmaco nocivo, somministrandolo a migliaia di conigli di un allevamento.
Il farmaco in questione era l’olaquindox, appartenente alla famiglia delle diossichinossaline e munito di una forte azione chemioterapica che lo rende potenzialmente cancerogeno, motivo per il quale sia la direttiva CEE 95/53 che il regolamento 1998/2788/CE ne hanno vietato l’uso quale additivo alimentare.
Un divieto, questo, che prescinde da qualunque valutazione sui quantitativi utilizzati o rinvenuti, essendo ad oggi impossibile fissare scientificamente un valore-soglia entro il quale il farmaco risulti con sicurezza innocuo.
E’ per questo che le citate normative, facendo ricorso ad un criterio di precauzione, sono finalizzate ad evitare che una sostanza del genere possa intaccare alimenti destinati all’uomo.
A partire da queste premesse la Corte, una volta ricostruita la dinamica degli eventi occorsi ( in particolare che l’olaquindox era stato rinvenuto nell’abbeveratoio degli animali in misura di 0,19 mg/litro e in assenza di alcun controllo sanitario o veterinario) , ha statuito che i conigli in questione, pur essendo animali vivi, erano da considerare sostanze destinate all’alimentazione in senso funzionale, perché comunque indirizzati alla macellazione e di lì alle tavole nostrane.
Da ciò, in accordo con le normative comunitarie, la Suprema Corte ha fatto discendere la piena applicabilità dell’art. 440 c.p., stabilendo che “la sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione del principio di diritto per cui, in presenza di un pericolo per la salute pubblica derivante dalla potenziale natura mutante e cancerogena dell’olaquindox, la somministrazione della relativa sostanza ad animali vivi destinati all’alimentazione umana (…) è idonea ad integrare il reato di contraffazione di sostanze alimentari”.
Proseguendo il suo ragionamento, il giudice di legittimità ha affermato che “la natura di reato di pericolo del delitto in esame comporta che lo stesso si perfezioni con la sola adulterazione o contraffazione della sostanza alimentare da cui derivi un pericolo per la salute pubblica”; pericolo che in questo caso era stato correttamente individuato dai giudici di merito nella presenza stessa della sostanza proibita la quale, come detto, non poteva in alcuna misura essere introdotta negli alimenti.
Pertanto, la mera esposizione all’olaquindox degli animali da allevamento, destinati alla macellazione, è stata giudicata sufficiente a integrare quella pericolosità richiesta dalla fattispecie penale in oggetto, risultando irrilevante la circostanza che non si fosse effettivamente verificato un nocumento a qualche consumatore.
La sentenza di condanna pronunciata dalla Corte d’Appello è stata quindi confermata e il ricorso alla dichiarato inammissibile.
Qualche mese più tardi, pronunciandosi su fatti analoghi e utilizzando gli stessi parametri di valutazione, la Corte di Cassazione è giunta ad approdi diversi, con la Sentenza n.53747, Sez.I, dell’ 11 Novembre 2014.
La vicenda era quella di un allevatore, accusato di aver trattato dei bovini con prodotti farmaceutici, in particolare cortisonici, in maniera tale che il consumo degli stessi avrebbe creato un pericolo per la salute pubblica.
E’ proprio su questo elemento che ha fatto perno l’argomentazione della Corte Suprema.
Giustamente infatti, gli ermellini hanno sottolineato come la norma incriminatrice punisca la contraffazione di sostanze alimentari destinate al commercio solo qualora avvenga in modo “pericoloso per la salute pubblica”, il che implica “l’accertamento di un nesso tra consumo e danno alla salute pubblica, fondato quantomeno su rilievi statistici che valgano a costituire un rapporto tra i due fatti in termini di probabilità”.
Orbene, nel caso di specie questo tipo di verifica è arrivata a rimettere in discussione quanto deciso nei precedenti gradi di giudizio.
La sostanza incriminata era infatti il desametasone, per il quale la legge impone la soglia di 2 ppb – parti per miliardo.
Tale soglia era stata senz’altro superata ma, a giudizio della Corte, questa sola circostanza non consentiva ex se di individuare un pregiudizio alla salute pubblica perché: “occorreva quindi comprendere – al fine di valutare l’esistenza del concreto pericolo per la salute pubblica – se e in quale misura il mero superamento del limite di legge rendeva le carni pericolose.”
Ciò anche perché risultava pacifico che il desametasone, entro certi limiti, potesse essere presente nelle carni destinate al consumo umano.
All’esito di questo ragionamento, la sentenza de qua è stata annullata con rinvio.
Si evince che, se nel primo caso analizzato il sapere scientifico che consentiva di individuare una soglia minima di sicurezza per l’olaquindox, in questo secondo caso il giudice di legittimità ha ritenuto che una valutazione siffatta potesse essere svolta con riguardo al desametasone e che pertanto non poteva considerarsi integrato il reato di cui all’art. 440 c.p., stante l’assenza di una precisa conoscenza scientifica in ordine alla sua pericolosità.
Merita di essere segnalata una ulteriore decisione dei Supremi Giudici.
Con Sentenza n. 10727, resa in data 04 Febbraio 2015, la Terza Sezione Penale si è espressa sul caso di un imprenditrice che aveva detenuto, per la commercializzazione all’ingrosso, bottiglie di acqua in cattivo stato di conservazione.
Queste bottiglie erano state rinvenute all’esterno dell’esercizio commerciale, dentro strutture di metallo, con teli in plastica utilizzati come chiusura, impolverate ed esposte al sole di giorno e in balia delle incursioni degli animali di notte
In questa circostanza, il massimo organo giudiziario ha adottato ancora una volta un atteggiamento ispirato a forte rigore.
Infatti “la mera conservazione di prodotti alimentari in modo promiscuo e senza alcuna protezione integra gli estremi della violazione in contestazione, anche se detti prodotti , da somministrare a terzi, non risultino in concreto alterati, in quanto si è in presenza di un reato di pericolo, senza che rilevi per la consumazione di esso l’effettiva adulterazione o nocività degli stessi”.
Un’ impostazione così rigida si comprende perché la normativa, in particolare la legge n. 283/1962, impone al titolare dell’esercizio commerciale l’adozione di tutte le cautele necessarie alla conservazione della merce, sia sotto il profilo sanitario che sotto quello dei controlli esperibili.
La condanna dell’imprenditrice è stata pertanto confermata.
L’analisi della giurisprudenza proposta conferma l’importanza della valutazione di merito in ordine alla sussistenza di rischi per la salute pubblica, nonché la singolarità di ciascun caso che deve essere analizzato in relazione alle sue caratteristiche peculiari.
Per questi motivi agli operatori del settore alimentare non si può che raccomandare la scrupolosa osservanza delle leggi e l’adozione di criteri di prudenza qualora si sia in presenza di fattispecie dubbie o comunque borderline.
Gian Marco Pellos
Articolo originariamente pubblicato su “www.thelegaljournal.eu”
Category: Comunitario/Normativa/Penale
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