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Timestamp: 2020-04-04 12:46:14+00:00
Document Index: 128180858

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1393', 'art. 1903', 'art. 2384', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 1398', 'art. 2043', 'art. 1398']

apparenza diritto
Dal 12/06/09 13435460
Cass 18191 del 2007 su apparenza del diritto e tutela affidamento
La sentenza chiarsce i limiti della tutela delle situazioni di apparenza del diritto nell'ambito del più generale principio di tutela dell'affidamento del terzo. In particolare la Suprema Corte individua la colpa del soggetto nei confronti del quale la situazione d'apparenza sia invocata come condizione indispensabile per la tutela della situazione d'apparenza del diritto.
Dott. FIDUCCIA Gaetano - Presidente
V.M., P.P., B.P., D.D.,DO.DA., PA.PA., questi ultimi quali eredi di D.G., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA STAZIONE DI CIAMPINO 21 presso lo studio dell'Avv. ALVISE FRANCHI, difesi dagli avvocati CANEPA Luciano, NINO SACCA', giusta delega in atti;
ASSICURAZIONI GENERALI SPA, in persona dei legali rappresentanti S.P. e D.R., elettivamente domiciliata in ROMA VIA CICERONE 49, presso lo studio dell'avvocato BERNARDINI Antonio, che la difende unitamente all'avvocato FERDINANDO TRIVELLATO, giusta delega in atti;
B.F. (ora deceduto), elettivamente domiciliato in ROMA VIA G MAZZINI 114/A, presso lo studio dell'avvocato FRANCO PASCUCCI, difeso dall'avvocato BATINI Giuseppe, giusta delega in atti;
C.P. (ora deceduto), elettivamente domiciliato in ROMA, VLE G. MAZZINI 114/A presso lo studio dell'Avv. FRANCO PASCUCCI, che lo difende unitamente all'avvocato UGO BOIRIVANT, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 632/02 della Corte d'Appello di FIRENZE, prima sezione civile, emessa il 14/03/03, depositata l'8/04/03, R.G. 1107/01;
udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del 20/06/07 dal Consigliere Dott. Francesco TRIFONE;
udito l'Avvocato Riccardo CARNEVALI (per delega Avv. Nino SACCA');
udito l'Avvocato Ferdinando TRIVELLATO;
Con citazione innanzi al Tribunale di Livorno del 28 maggio 1991 V.M., P.P., B.P. e D. G. convenivano in giudizio C.P. e B. F., in proprio e nella qualità di procuratori della società Assicurazioni Generali spa.
Reclamavano, in via principale, la condanna della società all'adempimento delle pattuizioni della polizza di assicurazione, che ciascuno aveva contratto, conformemente alle integrazioni della relativa appendice, e, in via subordinata agivano per ottenere dai due agenti convenuti in giudizio il risarcimento dei danni.
Esponevano che avevano stipulato con la società, per il tramite dell'agenzia principale di Livorno in persona dei due cogenti convenuti in giudizio, contratto di assicurazione vita della durata di quindici anni; che al contratto era stata allegata una appendice con la quale si garantiva all'assicurato, alla scadenza dei quindici anni, il capitale minimo di L. 121.578.880; che la specifica clausola dell'appendice non era stata riconosciuta dalla società, che intendeva rispettare solo le obbligazioni specifiche della polizza.
il tribunale adito condannava la società convenuta a pagare, con gli interessi dalla domanda, la somma di L. 56.136.080 a ciascuno degli attori V.P., P.P. e D. e la somma di L. 82.989.400 a B.G..
Sull'impugnazione principale della società, sull'appello incidentale di V.M., P.P., B.P. e D. G. e sul gravame incidentale di C.P. e B. F. provvedeva la Corte d'appello di Firenze con la sentenza pubblicata il giorno 8 aprile 2003, che, in accoglimento del gravame, rigettava tutte le domande proposte con la citazione introduttiva del giudizio.
I giudici dell'appello consideravano che:
i due coagenti non avevano il potere rappresentativo della società di assicurazione, alla quale non era, perciò, opponibile la stipulazione aggiuntiva dell'appendice di polizza sottoscritta da soggetto diverso da quello autorizzato a rappresentare l'assicuratore e che aveva stipulatola polizza;
gli assicurati non potevano invocare il principio dell'apparenza del diritto e dell'affidamento incolpevole, poichè la procura rilasciata dalla società, cui era stata data idonea pubblicità con la pubblicazione con la trascrizione, espressamente escludeva che C.P. e B.F. potessero stipulare, per conto dell'assicuratore, polizze relative al c.d. ramo vita ovvero ne potessero incassare i relativi premi;
l'appendice di polizza, comunque, non conteneva l'obbligazione di garantire, alla scadenza, all'assicurato il capitale minimo reclamato, ma il relativo suo contenuto era da intendere come una mera previsione della probabile misura dell'indennizzo dovuto in caso di vita;
l'appendice medesima, in ogni caso, non era stata sottoscritta da nessuno dei due coagenti convenuti in giudizio.
Per la cassazione della sentenza hanno proposto ricorso V. M., P.P. e B.P. nonchè, nella qualità di eredi di D.G., P.P. con D. e D. D..
I ricorrenti hanno affidato l'accoglimento dell'impugnazione a quattro motivi.
Hanno resistito con controricorso la società Assicurazioni Generali spa, C.P. e B.F..
Con il primo motivo d'impugnazione - deducendo l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia - i ricorrenti assumono che quanto affermato dal giudice di secondo grado, circa il fatto che i due coagenti avevano semplicemente promosso la negoziazione delle polizze, contrasterebbe con le risultanze di causa.
Assumono che non vi sarebbe alcun riscontro del divieto per gli stessi di riscuotere i premi e che sarebbe emerso che i coagenti erano attivamente intervenuti nella conclusione dei contratti, non solo proponendone la stipulazione, ma assicurandone il vantaggio della riscossione del capitale minimo indicato nelle appendici e precisandone le altre modalità (non inserite nel predisposto modulo a stampa) della durata, della rata del premio e della somma investita.
La censura, che sostanzialmente sollecita in questa sede una valutazione del materiale probatorio al fine di farne derivare una conseguenza diversa da quella cui è pervenuto il giudice del merito, come tale è inammissibile.
Costituisce principio del tutto pacifico (ex plurimis: Cass., sez. un., n. 13045/97) che la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per Cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito dell'intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico-formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l'attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all'uno o all'altro dei mezzi di prova acquisiti (salvo i casi tassativamente previsti dalla legge).
Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile d'ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l'identificazione del procedimento logico- giuridico posto a base della decisione.
Orbene, nel caso in esame il giudice del merito ha esposto ragioni adeguate e non contraddittorie al fine di stabilire che le c.d.
appendici, lungi dal rappresentare una integrazione del contratto di assicurazione, costituivano scritture private inter alios, redatte da soggetto diverso da quelli che avevano stipulato le polizze.
Al riguardo, infatti, la Corte fiorentina ha considerato le seguenti circostanze:
a) ciascun contratto di assicurazione sulla vita era stato sottoscritto dal direttore generale della sede legale di Venezia della società assicuratrice ed era, perciò, espressione di volontà negoziale diretta della compagnia manifestata dall'organo legittimato;
b) le appendici non potevano costituire parte integrante delle polizze, perchè da queste il relativo contenuto non era stato espressamente o implicitamente recepito;
e) rispetto alle polizze, le appendici medesime erano state sottoscritte in data anteriore a quella del perfezionamento del contratto di assicurazione sulla vita;
d) la sottoscrizione delle appendici non era stata effettuata da nessuno dei coagenti convenuti in giudizio, ma era stata apposta esclusivamente dal subagente C.G..
Con il secondo motivo d'impugnazione - deducendo la violazione e la falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1393, 1398 e 1399 c.c. - i ricorrenti denunciano che il giudice d'appello avrebbe erroneamente escluso la sussistenza delle condizioni di tutela del terzo che ha contrattato con il falsus procurator in virtù del principio dell'apparenza e di quello dell'affidamento incolpevole.
Sostengono che l'affidamento, da essi riposto nell'esistenza del potere rappresentativo dei coagenti, non poteva essere considerato comportamento colpevole, al riguardo adducendo che all'epoca non esisteva il registro delle imprese, che potesse essere consultato, e che il terzo contraente ha solo la facoltà e non l'obbligo di verificare se chi si qualifica come tale realmente sia fornito di potere rappresentativo;
Il principio della c.d. apparenza del diritto, su cui i ricorrenti fondano la censura del motivo in esame, si ha quando una situazione giuridica, in realtà inesistente, appare esistente ad un soggetto non a causa di un suo comportamento colposo, ma a causa del comportamento colposo del soggetto, nei cui confronti l'apparenza è invocata: in tale ipotesi è tutelata la posizione del soggetto, al quale la situazione giuridica sia apparsa, senza sua colpa, esistente.
Il principio dell'apparenza del diritto - che viene ricondotto a quello più generale della tutela dell'affidamento incolpevole del terzo - è di ampia applicazione e ben può essere invocato, in tema di rappresentanza, quando, indipendentemente dalla richiesta di giustificazione dei poteri del rappresentante, a norma dell'art. 1393 c.c., non solo vi sia la buona fede del terzo, che abbia concluso atti con il falso rappresentante, ma sussista, altresì, un comportamento colposo del rappresentato, che sia tale da ingenerare nel terzo la ragionevole convinzione che il potere di rappresentanza sia stato effettivamente e validamente conferito al rappresentante apparente (ex plurimis: Cass., n. 13829/2004; Cass., n. 204/20043;Cass., n. 12617/2003; Cass., n. 9902/95).
L'accertamento degli elementi oggettivi idonei a giustificare nel terzo la ragionevole convinzione della corrispondenza, a quella reale, della situazione apparente, costituisce tipica valutazione fatto, riservata al giudice del merito e censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione.
Con il primo profilo del suddetto mezzo di doglianza i ricorrenti non contestano la regola di diritto innanzi richiamata - che questo Collegio non può non ribadire ed alla quale anche il giudice del merito ha dichiarato di volersi uniformare - ma si dolgono del fatto che l'impugnata sentenza, nell'affermare che essi ricorrenti versavano in una situazione di colpa quanto alla mancata verifica del potere rappresentativo dei cogenti, aveva omesso di considerare che la forma di pubblicità, che la società di assicurazione aveva dato della esclusione del potere degli agenti di stipulare per conto della compagnia contratti di assicurazione sulla vita dei suoi agenti, non sarebbe stata idonea allo scopo.
Sotto tale profilo la censura non è fondata.
La Corte di merito, premesso che la norma di cui all'art. 1903 c.c., attribuisce agli agenti autorizzati il potere di compiere atti negoziali con effetti obbligatori per l'assicuratore salvi i limiti contenuti nella procura che sia pubblicata nelle forme richieste dalla legge, ha constatato che in virtù di atto in data 30 novembre 1981 la società Assicurazioni Generali spa aveva conferito ai coagenti B.F. e C.P. la facoltà di concludere contratti di assicurazione, con esclusione di quelli del ramo vita, e che, per i contratti per i quali essi potevano impegnare la società rappresentata, si sarebbe dovuto fare uso unicamente dei formulari a stampa già predisposti, senza alcuna possibilità di deroga o di modifica se non con la speciale autorizzazione della direzione della compagnia.
Il giudice del merito ha accertato anche che il suddetto atto di conferimento del potere di rappresentanza, con i limiti innanzi segnati, risultava anche trascritto ed era, perciò, conoscibile da qualsiasi interessato e dagli stessi assicurati, che avevano agito in giudizio.
Ha rilevato, inoltre, che, poichè i contratti erano stati sottoscritti direttamente da un organo dirigente della società, gli assicurati non potevano, senza colpa, ragionevolmente ritenere che rientrasse nei poteri di un subagente il potere di "ribaltare completamente il contenuto negoziale" del contratto tipo predisposto dagli appositi stampati.
La motivazione circa il comportamento colposo degli assicurati escludente la loro buona fede è logica e coerente.
Sostengono, tuttavia, i ricorrenti che, nella specie, il giudice del merito avrebbe dovuto fare applicazione del diverso principio, ricavatile dalla norma di cui all'art. 2384 c.c., comma 2, e ritenere che le limitazioni del potere rappresentativo contenute nel predetto atto trascritto del 30 novembre 1985 non erano opponibili ad essi terzi, ancorchè risultanti da idonee forme di pubblicità, non essendo stato dimostrato che gli apparenti rappresentanti avessero agito intenzionalmente in danno della società.
Il richiamo all'analogia non è, però, pertinente, poichè la norma regola una diversa materia ed ha introdotto, in deroga al generale principio dell'apparenza in tema di rappresentanza, una disciplina particolare non estensibile oltre l'ipotesi disciplinata.
Con il terzo d'impugnazione - deducendo la violazione e la falsa applicazione della norma di cui all'art. 2043 c.c., e l'omessa motivazione su un punto decisivo della controversia - i ricorrenti lamentano che il giudice di secondo grado avrebbe omesso di pronunciarsi sulla domanda per responsabilità extracontrattuale da essi proposta nei confronti dei due coagenti e non avrebbe considerato che la violazione del dovere di comportarsi secondo buona fede e diligenza, nella loro comprovata culpa in contrahendo, aveva avuto l'effetto di ricondurne il comportamento nell'area dell'illecito aquiliano.
La censura di omessa pronuncia sulla domanda risarcitoria ex art. 2043 c.c., non è fondata: l'impugnata sentenza, sia nel dispositivo che nella motivazione, ha espressamente indicato che erano rigettate tutte le domande proposte da ai ricorrenti.
In particolare, poi, espressamente motivando in ordine alla domanda di responsabilità civile per danni - da intendere come proposta dai ricorrenti ai sensi dell'art. 1398 c.c., nei confronti di chi aveva contrattato come rappresentante senza poteri o eccedendo i limiti delle facoltà conferitegli - la Corte di merito ha stabilito che in relazione ad essa l'ionico responsabile andava eventualmente individuato nella persona di C.G., l'unico che aveva sottoscritto l'appendice di polizza, precisando anche che B. F. non aveva partecipato ad alcun incontro con gli assicurati.
Non sussiste, pertanto, neppure la violazione della norma di cui all'art. 2043 c.c., poichè, siccome questa Corte ha già stabilito in tema di interpretazione della norma di cui all'art. 1398 c.c. (Cass., n. 11453/98; Cass., n. 5170/86; Cass., n. 4581/76), la responsabilità del rappresentante senza poteri ha natura extracontrattuale, per culpa in contrahendo, trovando essa fondamento non già nel negozio privo di effetti giuridici stipulato dal falsus procurator, bensì nel comportamento dello stesso in quanto contrario ai doveri di correttezza e buona fede, per avere taciuto la carenza di idonei poteri al terzo contraente e determinato, quindi, il suo affidamento nell'efficacia della stipulazione, violando, in tal modo, il generale precetto del neminem laedere.
Con il quarto motivo d'impugnazione - deducendo la violazione e la falsa applicazione delle norme di cui agli artt. 1342,1362 c.c., comma 2, artt. 1363 e 1370 c.c., nonchè l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia - i ricorrenti criticano la statuizione del giudice del merito nella parte in cui il contenuto dell'appendice di polizza è stato interpretato come mera previsione dell'entità della somma e non quale garanzia, che l'assicurazione offriva, che detta somma sarebbe stata quella dovuta dall'assicuratore alla scadenza del contratto.
Osserva questa Corte che costituisce principio assolutamente indiscusso che l'interpretazione del contratto e degli altri negozi unilaterali , la quale consiste nell'accertamento della volontà dei contraenti, si risolve in un'indagine di fatto riservata al giudice di merito, la cui valutazione è censurabile in cassazione soltanto per inadeguatezza della motivazione o per violazione delle regole ermeneutiche.
Pertanto non può trovare ingresso in sede di legittimità la critica della ricostruzione della volontà negoziale, operata dal giudice di merito, che si traduca esclusivamente nella prospettazione di una diversa valutazione degli elementi di fatto già esaminati (ex plurimis: Cass., n. 4085/2001).
Inoltre, nell'interpretazione delle clausole contrattuali il giudice del merito, allorchè le espressioni usate dalle parti fanno emergere in modo immediato la comune loro volontà, deve arrestarsi al significato letterale delle parole e non può fare applicazione degli ulteriori criteri ermeneutici sussidiari, il ricorso ai quali (fuori dell'ipotesi dell'ambiguità delle clausole) presuppone la rigorosa dimostrazione dell'insufficienza del mero dato letterale ad evidenziare in modo soddisfacente l'intenzione dei contraenti (Cass., n. 10493/2001).
Orbene, nel caso di specie il giudice del merito, al fine di escludere che il contenuto delle c.d. appendici di polizza fosse da intendere come garanzia che i coagenti offrivano all'assicurato di incassare un determinato capitale minimo alla scadenza del contratto, hanno proceduto all'interpretazione della scrittura in rapporto al suo significato letterale ed in relazione al complesso delle altre clausole della polizza.
In tale generale contesto, nel quale dell'appendice è stata rimarcata la sostanziale valenza di richiamo alle condizioni contrattuali della polizza, la conclusione adottata dalla Corte territoriale di assegnare alla frase "fino a raggiungere un capitale minimo alla scadenza di L. 121.578.880" non il significato di assunzione di garanzia del rimborso della corrispondente somma, ma di semplice proiezione matematica di un presumibile calcolo, non appare incongrua nè illogica, sicchè è inammissibile la richiesta in questa sede della diversa interpretazione proposta dai ricorrenti.
Il ricorso, pertanto, è rigettato ed i ricorrenti in solido sono condannati a pagare, a ciascuno dei resistenti, le spese del presente giudizio di legittimità nella misura liquidata in dispositivo.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti in solido alle spese del giudizio di cassazione, che liquida, per ciascuno dei resistenti, in complessivi Euro 1.350,00 (milletrecentocinquanta/00), di cui Euro 1.250,00 (milleduecentocinquanta/00) per onorari, oltre spese generali ed accessori come per legge.
Così deciso in Roma, il 20 giugno 2007.
Depositato in Cancelleria il 28 agosto 2007