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Timestamp: 2020-07-10 02:28:37+00:00
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Processo Marlane, il 16 maggio l’appello: facciamo il punto
Andrea Polizzo 13 Maggio 2016	IN PRIMO PIANO, INFO, PRAIA A MARE Leave a comment 1,433 Views
È in programma a Catanzaro il 16 maggio la prima udienza dell’appello alla sentenza di primo grado del processo Marlane. Un approfondimento per capire da dove si riparte.
PRAIA A MARE – La mattina del 16 maggio prossimo è in programma a Catanzaro la prima udienza dell’appello alla sentenza di primo grado del processo Marlane.
Sulla vicenda, Infopinione vi offre un approfondimento largamente basato su un reportage realizzato di recente per Terre di frontiera, mensile online d’inchiesta. Tdf è edito dall’associazione culturale Ossopensante e diretto dal rivellese Pietro Dommarco. Il resoconto che state per leggere lo trovate nel numero 3, “L’isola del quorum” del mese di maggio 2016. Ma in generale vi consigliamo di consultare i numeri di Tdf già usciti e quelli che verranno.
L’intento che ha mosso la pubblicazione è quello di leggere lo stato delle cose attraverso il filtro del processo Marlane. Un procedimento penale per le morti bianche di oltre cento operai della fabbrica del gruppo Marzotto di Praia a Mare e per l’inquinamento dei terreni circostanti lo stabile.
Quel processo – lo ricordiamo – si è concluso il 19 dicembre 2014 con una sentenza di primo grado emessa dal collegio giudicante del tribunale di Paola: tutti assolti da tutto. Non ci sono responsabili né per le lesioni e gli omicidi colposi né per il disastro ambientale.
L’appello è stato presentato più di un anno fa alla corte di Catanzaro, dall’accusa e da alcune delle parti civili. Mentre si affilano le lame ricordiamo insieme una vicenda nella quale sono molti gli aspetti rimasti in un limbo.
La Marlane: da un conte piemontese al colosso vicentino della Lana. Se il progresso uccide e sporca.
La Marlane (da Maratea Lane, ndr) era una fabbrica tessile a ciclo completo. Sorse a Praia a Mare nell’ambito delle gesta imprenditoriali risalenti agli Anni ’50 del Conte piemontese Stefano Rivetti di Val Cervo.
Gesta, come raccontano le fonti dell’epoca, compiute nell’ambito dell’espansione degli interessi del lanificio di famiglia, ma sfruttando i fondi della nota Cassa per il Mezzogiorno. Dopo appena un decennio, però, i conti iniziano a non tornare e parte una serie di passaggi di mano. Nel 1969 è assorbita da Eni che sette anni dopo la accorpa alla Lanerossi Spa (rilevata nel 1962, ndr) e che nel 1987 cede tutto a Marzotto. In Calabria, il gruppo di Valdagno chiude bottega nel 2004, dopo qualche timida protesta dei 200 operai dell’unico reparto rimasto in attività a carico di Marzotto, tessitura. Questa sarà delocalizzata in Repubblica Ceca, dove il costo del lavoro è 5 volte inferiore a quello in Italia. Ma chiudono anche filatura (circa 100 operai della cooperativa Fi.li.vi.vi) e anche i noti “rammendi” esternalizzati da Marzotto negli anni a cavallo tra gli ’80 e i ’90. Alle spalle di queste ditte – si è sempre detto – c’erano politici locali e perfino sindacalisti. Stessa sorte per altri servizi ceduti all’esterno: forniture, pulizie e mensa. Anche queste scompaiono.
Nel punto più alto della sua parabola, la Marlane di Praia a Mare impiegava oltre 1000 operai per rispondere anche alle commissioni statali. Soprattutto tessuti per le divise dell’esercito. È facile dunque comprendere come lo stabilimento, per decenni, abbia rappresentato il motore economico del territorio. Ha portato ricchezza in termini salariali e di indotto. Nel bene o nel male, stravolgendone il tessuto sociale. La sua chiusura ha rappresentato un colpo di spugna. I tanti operai diventano cassintegrati e oggi lo sono ancora. L’indotto lentamente scompare.
Oggi della Marlane rimangono letteralmente solo le pareti e, nonostante l’esito del processo, il sospetto che dopo esser stata pane, sia stata veleno. Per gli operai, ammalatisi e morti a causa di patologie tumorali. Per l’ambiente circostante a causa di quanto si presume sia sotterrato nei terreni circostanti.
Lo stabilimento Marlane svuotato dopo la chiusura del 2004.
Il pane e il veleno. Nebbia in “Val Padana”. Le morti bianche.
Di morti bianche tra le tute blu della Marlane si inizia a parlare nel 1973. Inaugurano la lunga scia di morti Sarubbi e Mandarano. Sono operai addetti alla fase del “carbonizzo” dei tessuti. Una lavorazione effettuata con bagno di una soluzione di acido solforico che elimina le parti cellulosiche. Ma tra il 2009 e il 2011, ovvero tra la chiusura indagini e l’avvio del processo, fra le carte degli inquirenti finiscono altri 120 nominativi. Sono ex operai che hanno contratto patologie tumorali. Molti di essi sono morti e l’elenco dei defunti ancora oggi viene tristemente aggiornato.
Secondo la tesi accusatoria, per decenni, all’interno della fabbrica i processi produttivi sarebbero stati svolti senza le necessarie cautele. L’attenzione degli inquirenti si concentra in particolare sui reparti di tintoria e tessitura.
La “nebbia in Val Padana”
Dal primo si sprigionano vapori tossici che invadono anche gli altri reparti. La fabbrica, infatti, a partire dagli Anni ’70 è un ambiente unico dopo l’abbattimento delle pareti che separavano le fasi di produzione. I fumi nocivi provengono dalle enormi vasche per la colorazione dei tessuti in bagno di acqua bollente e coloranti chimici. Vasche che avrebbero dovuto lavorare a tenuta stagna ma che – raccontano anche in aula alcuni operai – venivano lasciate aperte per accelerare il processo di coloritura.
Gli operai la chiamano nebbia in Val Padana. Molti di loro lo ricordano nell’aula Beccaria del tribunale di Paola durante gli interrogatori. Secondo le testimonianze “non si vedeva a un palmo di naso” e l’aria “era irrespirabile”. Tanto che in alcuni casi, nei mesi estivi in particolare, bisognava spesso uscire dallo stabilimento per respirare.
Dal reparto di tessitura, invece, provengono polveri nocive frutto dei processi lavorativi. Qui, i racconti degli ex operai e dei loro congiunti si fanno ricchi di dettagli. Sopratutto sul come quelle polveri arrivavano fin dentro le loro case, trasportate dalle tute da lavoro. Non solo ai vestiti si attaccavano, ma anche alle vie respiratorie. Capitava – è stato raccontato in aula – che nei fazzoletti in cui ci si soffiava il naso si ritrovasse della polvere scura.
La mancanza dei dispositivi di protezione
Sempre secondo le testimonianze, in questo contesto gli operai lavorano privi dei dispositivi di protezione individuale (Dpi). Mascherine soprattutto, senza la necessaria tecnologia per il ricambio dell’aria o l’aspirazione delle polveri dagli ambienti di lavoro e in assenza di controlli medici periodici.
Per i giudici però gli imputati non sono da ritenere colpevoli. Per insufficienza di prove. Lo si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado, depositate a marzo del 2015.
“Il Collegio – si legge a pagina 58 – ritiene che le risultanze acquisite nel corso del giudizio non valgono a conferire pieno fondamento all’ipotesi accusatoria in relazione al reato di cui all’articolo 437 del codice penale, non essendo emerse prove certe in ordine alla penale responsabilità degli imputati”.
Per i giudici, cadendo l’accusa di rimozione od omissione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro risultano esaurite anche quelle relative alle lesioni colpose e all’omicidio colposo. E sulle testimonianze rese in aula i togati si spingono fino a ritenere che “alla luce delle risultanze contrastanti delle deposizioni è dunque necessario vagliare l’attendibilità delle stesse tenuto conto che molti testimoni sono costituiti parti civili e, dunque, portatori di un interesse economico personale”. Di questo interesse economico personale parleremo più avanti.
Ci sono altri elementi che hanno giocato a favore dell’assoluzione. Tra essi il miglioramento delle condizioni di lavoro a partire dal 1975. Sono state prodotte le fatture di acquisto di aereatori di ultima generazione (al tempo, ndr). Ma non bisogna dimenticare – e la stessa corte lo fa notare – che alcuni accertamenti peritali su di essi non sono stati possibili. Dopo la dismissione dell’impianto gli aeratori sono stati smontati e portati via insieme a telai e altri macchinari. Riecco il limbo in cui finiscono alcune parti di questa storia.
Il resto è citazione della consolidata giurisprudenza in merito. Affinché vi sia rilevanza penale non è sufficiente omettere o rimuovere i presidi atti a prevenire infortuni sul lavoro. Serve l’attitudine almeno astratta, anche se non bisognevole di concreta verifica, a pregiudicare l’integrità fisica dei lavoratori. Serve la prova che i presidi non adottati o rimossi siano idonei a prevenire infortuni e disastri. Inoltre non c’è dolo se chi omette o commette il reato non è consapevole di creare pericolo.
Ma anche il tempo ha il suo peso nel giudizio. La corte giudicante ammette “la difficoltà di valutare, ora per allora, le condizioni dei luoghi, trattandosi di indagine su una realtà industriale dinamica e che non esiste più, svolta a distanza di molti anni dalla chiusura della fabbrica e che rende impossibile fondare su tali basi un giudizio di responsabilità degli imputati”. Anche questa sa di limbo.
Come pervase di incertezza risultano le prove sulle dotazioni o meno dei Dpi e, forse soprattutto, le sostanze chimiche utilizzate in fabbrica. I coloranti – ad esempio – e le loro importantissime schede di sicurezza. Secondo l’accusa, negli atti del processo ne finiscono soltanto un piccola parte e alcuni operai testimoniano che queste, in molti casi, venivano fatte sparire.
Il fallimento della superperizia
Sta di fatto che un pool di periti, incaricato dal tribunale nel corso del processo, non è riuscito a fornirne un elenco completo. Si è limitato a concludere che per certo alla Marlane si è utilizzato Cromo esavalente, coloranti azoici e Trielina. Per il resto, tanto i periti quanto i PM non sono stati in grado di produrre alcuna prova che nella fabbrica di Praia a Mare si utilizzassero coloranti capaci di rilasciare una delle 22 ammine aromatiche individuate dalla normativa europea come sostanze estremamente pericolose.
È verosimile – concludono i giudici – che nella Marlane si utilizzassero Cromo esavalente e ammine aromatiche che costituiscono un fattore di rischio cancerogeno rispettivamente per il polmone e la vescica. Ciò esclude dunque patologie ad altri organi bersaglio imputate. Ma anche in merito a quanto risulta verosimile non è provata la causalità individuale. Dunque, caso per caso. Come affermato dalla Cassazione, nel caso di malattie multifattoriali è necessario verificare altre ipotesi di causa per individuare la più plausibile soggetto per soggetto.
Nel concludere in questo tono i giudici effettuano un richiamo alle risultanze dell’indagine epidemiologica richiesta ai consulenti tecnici.
“Non è stato accertato il nesso causale – scrivono nelle motivazioni – tra l’esposizione professionale delle vittime alla sostanza cancerogena e l’insorgenza delle neoplasie secondo il grado di elevata probabilità logica o credibilità razionale richiesto dalla giurisprudenza delle Sezioni unite penali della Corte di legittimità (Sentenza Franzese, 30328 del 2002) per pervenire a un giudizio di condanna, non essendo al riguardo sufficiente la mera probabilità statistica di produzione dell’evento emersa dal complesso delle indagini peritali”.
E a questo punto vengono riportati alcuni dati sintetici. Il risultato dello studio epidemiologico dice che su una coorte di 984 soggetti esaminati (702 uomini e 282 donne, 823 vivi e 161 deceduti) sono emerse con certezza 5 patologie neoplastiche in eccesso rispetto a quelle attese: 3 tumori al polmone e 2 alla vescica. La conclusione dei periti è che sia provato il nesso di causalità per un caso di tumore alla vescica (Luigi Pacchiano) e per tre casi di tumore polmonare (Biagio Fiorenzano, Aldo Martoglio e Rosario Presta).
Una fase del processo Marlane nell’aula Beccaria
La terra e il veleno. Riempi la buca. Il disastro ambientale.
Secondo le testimonianze di alcuni ex operai Marlane, per anni, nei terreni che circondano lo stabilimento sarebbero state interrate tonnellate di rifiuti pericolosi, per lo più scarti derivanti dai procedimenti lavorativi, persino risulte di ristrutturazioni dello stabilimento. Ma soprattutto fanghi della depurazione.
Alcune di queste tute blu dicono che si trattava di specifici ordini dei dirigenti locali. La prassi descritta è questa. Nei fine settimana, ad alcuni viene chiesto di fare un po’ di lavoro straordinario, ovvero scavare profonde buche nel terreno da riempire di fanghi e altro. Gli altri che nel frattempo sono addetti alla manutenzione si girano dall’altra parte e si fanno i fatti loro. L’area industriale dista poche decine di metri dalla riva del Mar Tirreno e si ipotizza inoltre che parte di quei rifiuti possano essere stati avviati anche in quella direzione.
È l’estate del 2006 quando alla Procura della Repubblica di Paola giungono le prime denunce circa gli interramenti. Sono gli ex operai Sica, Cunto e Pacchiano a interessarne il PM Francesco Greco che apre un fascicolo su 7 persone. Ad ottobre dello stesso anno, la procura dispone il sequestro dell’area e lo svolgimento delle prime analisi ambientali. Dopo il dissequestro La Marzotto avvia uno studio di caratterizzazione dell’area. L’anno successivo, a novembre, un secondo fascicolo è aperto sulla posizione di 4 persone dal PM Antonella Lauri che dispone un nuovo sequestro dell’area e una campagna di indagini ambientali che prevede scavi, carotaggi e analisi delle acque di falda. Dati finiti nella perizia svolta per la procura da Rosanna De Rosa del dipartimento di geologia dell’Unical. Il nuovo sequestro blocca l’iter di caratterizzazione avviato da Marzotto. E ancora, nel 2008, altri accertamenti ambientali sono svolti nei terreni Marlane limitatamente alle acque sotterranee. Il procuratore capo di Paola, Bruno Giordano, riunisce i procedimenti in un unico fascicolo.
La perizia De Rosa
La perizia “De Rosa” è inquietante e l’eco allarmistica che ne segue si trascinerà fino al processo e oltre nonostante – per dovere di cronaca e completezza – lo studio sia stato letteralmente demolito in aula dal collegio difensivo.
Nella parte “Discussione dei dati e prime considerazioni” si legge: “Impressionante è la quantità di un colorante azoico riscontrato in quantità diverse nei reperti esaminati. Si tratta chiaramente di un composto utilizzabile dalla Marlane per le operazioni di colorazione dei tessuti. È impressionante la sua percentuale relativa nel reperto Z 4-2 che ammonta a 646 gr./Kg! Si tratta, in pratica di una superficie di terreno fondamentalmente costituita dal colorante in parola. La facilità con la quale può essere estratto dalla matrice, e purificato, potrebbe suggerire, in un’operazione di bonifica, il suo recupero e la sua commercializzazione”.
E ancora, nelle conclusioni della relazione: “I risultati degli accertamenti dimostrano come le zone sottoposte a prelievo sono da definirsi inquinate ed alcune di esse, vedi la Z 4-2 estremamente pericolosa per la salute dell’uomo e per l’ecosistema. Le sostanze chimiche rilevate sono nella maggior parte dei casi, riconducibili all’attività di un azienda operante nel settore della colorazione dei tessuti. Il disastro ecologico che si può ipotizzare dall’analisi dei dati, richiede ulteriori indagini anche sul territorio circostante e nelle falde acquifere”.
Chi partecipa alla campagna scavi racconta quanto visto con i propri occhi. Dal suolo smosso dalla benna di una ruspa fuoriesce di tutto: rocchetti di plastica utilizzati in fabbrica per raccogliere i fili da tessere, lana di vetro in quantità enormi, fusti metallici semi arrugginiti con marchi di aziende chimiche, bidoni di plastica. Ma, soprattutto, strati di fanghi di diverse tonalità di colore: dal grigio chiaro a quello scuro, al nero, al marrone fino al giallo, al rosso e di consistenza untuosa e melmosa.
Le risultanze di questi scavi e la già nominata relazione “De Rosa” hanno costituito la base su cui fondare l’accusa di reato ambientale a carico degli imputati. Sono state riprese da numerose perizie tecniche di parte, compreso lo studio ambientale commissionato dal tribunale ad un pool di esperti a procedimento in corso.
Ma anche il reato ambientale non è dimostrato
Nessuno degli imputati però è stato condannato per questo reato ambientale e per quelli minori. Anche in questo caso, tutti assolti perché le analisi effettuate sui terreni della ex fabbrica tessile di Praia a Mare del Gruppo Marzotto sono insufficienti a provarlo e sono state anche svolte male. Nelle motivazioni, i giudici respingono le accuse perché mal strutturate e correlate a riferimenti normativi superati o mal interpretati. Chi ha scavato in quattro momenti diversi in quell’area tra il 2006 e il 2008 è stato incompleto e chi ha analizzato per contro della procura i campioni ottenuti ha commesso errori di valutazione.
Un terreno contaminato – stando al decreto legislativo 152 del 2006, Norme in materia ambientale – può considerarsi tale solo dopo una serie di passaggi. Alle analisi su campioni di matrici ambientali dei terreni e delle acque che devono provare superamenti delle Concentrazioni di soglie di contaminazione (Csc) deve seguire un’analisi di rischio specifica del sito. È in questa fase che si ottengono comparazioni con le cosiddette Csr, ovvero Concentrazioni soglia di rischio che, se superate dai valori riscontrati, aprono la strada a una eventuale bonifica.
“Nel caso in esame – si legge nella sentenza Marlane – i risultati delle indagini condotte in occasione degli scavi del 2006 e del 2007 depongono nel senso che tutti i valori di concentrazione rilevati, sia per i terreni che per le acque sotterranee, risultano ampiamente inferiori alle corrispondenti Concentrazioni soglia di contaminazione.
Dinnanzi a detto risultato – proseguono i giudici – è ovvio che i terreni e le acque sotterranee del sito Marlane devono essere considerati “non contaminati” e non deve essere effettuata, per queste matrici, alcuna analisi di rischio ambientale e sanitaria sito-specifica”.
il campione 25/14 è un rifiuto
Inoltre, i giudici tengono conto del fatto, emerso in fase dibattimentale, che il consulente dell’accusa Rosanna De Rosa ha fornito dati allarmanti in merito ad alcuni campioni che, però, tali non erano.
È il caso, ad esempio, del campione denominato 25/14 che presenta consistenti superamenti delle soglie di contaminazione per alcuni elementi chimici come il Cromo, il Cromo esavalente e, in parte modesta, per lo Zinco. Ma quel campione non è una matrice ambientale, bensì un rifiuto: un bidone ammaccato contenente sostanze chimiche. Quando viene ritrovato, il perito non dispone il prelievo, e dunque l’analisi, di una campione di terreno circostante che da quel rifiuto potrebbe essere stato contaminato.
Altri campioni, prelevati nel 2007, presentano il medesimo problema. In altri casi è stata indicata una tabella di comparazione dei valori errata.
“Ma se anche – conclude la corte – si fossero riscontrate Concentrazioni soglia di contaminazione si sarebbe dovuto comunque parlare di terreno potenzialmente contaminato” e dunque non di certo “dell’esistenza di una situazione effettiva e concreta di pericolo per la salute della popolazione stanziata nel territorio dei comuni di Praia a Mare e Tortora in difetto di un’analisi di rischio”.
Nel 2007 e nel 2008 è indagata la falda acquifera, ma non è evidenziata la presenza di nessuna delle sostanze rilevate analiticamente nei rifiuti.
“Perciò – si legge ancora nella sentenza – le sostanze potenzialmente inquinanti presenti nei rifiuti interrati, non hanno mostrato alcuna capacità di diffusione e migrazione verso le matrici ambientali (suolo, sottosuolo, materiali di riporto e acque sotterranee, ndr)”.
Interramenti provati, pericolo e disastro no
Inoltre la corte ritiene “irrealistici” i cosiddetti percorsi di migrazione individuati dal pool di periti incaricato dal tribunale: ovvero non sarebbe reale la possibilità che le sostanze contenute nei rifiuti possano propagarsi nell’ambiente attraverso il vento, le piogge o a causa di incendi poiché interrati. Per di più, le analisi sulla falda acquifera hanno dato esito negativo circa la presenza di sostanze inquinanti.
Secondo il parere di altri esperti sulle caratteristiche degli incendi boschivi, citato dalla corte, risulta “stroncata”, in definitiva, l’ipotesi dei periti secondo la quale con il calore generato da fiamme si possano sprigionare sostanze irritanti per l’uomo dalle benzoaniline interrate.
Insomma, il pensiero dei giudici è che seppur è provato che si siano verificati interramenti, non si può parlare di pericoli per la pubblica incolumità e tanto meno di disastro ambientale.
Quanto ai percoli per la salute umana, la corte cita le conclusioni con esiti negativi derivanti dall’indagine epidemiologica svolta dai propri periti che “non hanno individuato – si legge nella sentenza – alcun impatto sanitario nella popolazione dei comuni di Praia a Mare e Tortora correlabile allo stabilimento Marlane. In particolare, gli esperti si sono espressi nel senso che non sono stati individuati scostamenti significativi di patologie neoplastiche o comunque correlabili alle sostanze ritrovate nell’ambiente circostante”.
Ritrovamento di fanghi neri nei terreni Marlane. (foto tratta da relazione De Rosa)
La sentenza assolutoria è appellata. Duro attacco ai giudici.
Contro la sentenza di primo grado si è immediatamente schierata la Procura della Repubblica di Paola presentando appello a marzo del 2015. Un vero e proprio attacco frontale ai giudici e alla decisione di assolvere con formula piena gli imputati.
“Una sentenza viziata nelle motivazioni” – scrivono i magistrati in un documento di circa 60 pagine – che ha dichiarato insufficienti le prove per i reati contestati. Eppure per la Procura di Paola sarebbero gravi le omissioni del collegio giudicante che nell’esprimere il suo giudizio non avrebbe tenuto conto della gran mole probatoria emersa nel dibattimento.
Non sarebbero state prese in considerazione, ad esempio, molte evidenze emerse dalle consulenze tecniche prodotte dalle parti nonché dalla perizia ambientale commissionata dallo stesso tribunale.
Secondo i PM, la sentenza tiene conto di quanto riferito in aula da alcuni testimoni ritenuti poco attendibili per avere rapporti di tipo economico o fiduciario con i soggetti citati come responsabili civili.
Di contro – accusano i magistrati paolani – sono cancellate con un colpo di spugna le molte testimonianze di ex operai o dei loro familiari, perché contestualmente anche parti civili e “dunque – secondo i giudici – non attendibili perché portatori di un interesse economico personale”.
Il procuratore capo di Paola Bruno Giordano e i PM Camodeca e Gambassi, nell’impugnare la sentenza di primo grado, chiedono alla Corte d’Appello di Catanzaro di condannare gli imputati Storer, Favrin, De Jaegher, Lomonaco, Rausse, Bosetti, Benincasa, Cristallino, Ferrari, Priori e Marzotto per i reati ad essi rispettivamente ascritti a pene che saranno richieste dai PM nel secondo grado di giudizio.
Chiedono inoltre di rinnovare la perizia già disposta dal tribunale di primo grado e di annullare l’ordinanza pronunciata dal collegio giudicante nell’udienza del 19 settembre 2014 con la quale è stata rigettata la loro richiesta di modifica del capo di imputazione delle lesioni colpose, relativo ad alcuni ex operai, in omicidio colposo.
Oltre al limbo le trattative. A chi importano allora verità e giustizia?
La vicenda Marlane, però, si segnala anche per alcune trattative che potrebbero mettere il lettore nella condizione di concludere che proprio i principali interessati alla verità e alla giustizia siano stati i primi a non crederci.
Nelle udienze del 15 e del 22 novembre 2013 arrivano prima le avvisaglie e poi le conferme che il grosso delle parti civili rinuncia alla propria costituzione nel procedimento. Stiamo parlando di oltre 200 persone, tra operai ammalati ed eredi di quelli defunti che decidono di accettare un indennizzo proposto da Eni e Marzotto, responsabili civili. Ad ognuno di loro una cifra che si aggira tra i 20 e i 30mila euro. 7milioni di euro: questa la cifra approssimativa che Eni, per due terzi, e Marzotto, per la parte restante, pagano alle parti civili del processo Marlane e ai loro avvocati. Comunque, una somma ben al di sotto degli oltre 200milioni di euro richiesti nel processo.
“La considero una vittoria degli avvocati – dice uno dei risarciti, figlio di un operaio morto per tumore – per essere riusciti a costringere Eni e Marzotto a risarcire oltre 200 persone in un processo che probabilmente vedrà la sua fine tra circa 10 anni”.
Quanto alle singole somme, sarebbe passato il principio della proporzionalità, con un risarcimento maggiore agli ex operai ammalati e minore per le altre posizioni. Tra queste ultime sono ricompresi i famigliari degli operai deceduti e, anche se in un numero ristretto, gli eredi di persone morte per tumore e residenti nei quartieri limitrofi all’ex area industriale. In alcuni isolati casi vengono risarciti anche famigliari di dipendenti deceduti nonostante prestano servizio in fabbrica solo per alcuni mesi o in stabilimenti del gruppo diversi da quello di Praia a Mare.
Questa prima trattativa attraversa lentamente e sottotraccia il processo. L’accordo – è trapelato – è chiuso di notte in uno dei tanti alberghi della costa tirrenica tra i legali delle tute blu e alcuni rappresentanti del collegio difensivo. Tra questi ultimi avrebbe svolto un ruolo predominante Giancarlo Pittelli, l’avvocato di Eni che nel 2013 difende anche Francesco Furchì accusato del tentato omicidio di Alberto Musy già candidato sindaco di Torino per l’Udc. Pittelli è inoltre noto per essere stato, tra l’altro, coordinatore regionale di Forza Italia in Calabria, deputato e senatore per il centrodestra, ma anche uno degli artefici, nel 2011, della crisi del Governo Berlusconi IV chiusasi poi con le dimissioni del premier.
Pittelli. Solo uno dei supertogati chiamati dai colossi industriali del Nord a giocare la parte dei lupi in un processo scomodo, importante, ma tenuto in un tribunale di periferia, forse non pronto per un tale onere. Nel collegio difensivo, a vario titolo, sfilano in aula avvocati penalisti del calibro di Niccolò Ghedini (l’avvocato di Berlusconi), Angelo Giarda (difensore di Alberto Stasi per l’omicidio di Chiara Poggi), Nico D’Ascola (Olindo Romano e Rosa Bazzi, strage di Erba).
Con il ritiro delle costituzioni parte civile delle tute blu ed eredi, escono di conseguenza dall’elenco dei responsabili civili la Regione Calabria e il Comune di Praia a Mare. Entrambi restano costituiti come parte civile insieme al Comune di Tortora e alle sigle ambientaliste e sindacali, ma l’ente praiese esce sorprendentemente da questo elenco nel 2015.
La trattativa del Comune di Praia a Mare
A settembre per la precisione, e lo fa come conseguenza di una seconda trattativa su “Proposta irrevocabile presentata dalla Manifattura Lane Gaetano Marzotto e figli Spa. Acquisizione aree e immobili da inserire nel patrimonio comunale”.
In sintesi: il Comune di Praia a Mare accetta porzioni dell’ex area industriale di proprietà Marzotto e in cambio ritira la costituzione parte civile, rinuncia all’appello contro la sentenza di primo grado e ad ogni altro contenzioso con il privato.
Nell’elenco dei beni immobili passati all’ente pubblico sono comprese parti dell’opificio (due campate da destinare ad attività commerciali), un deposito, il depuratore aziendale confinante con quello comunale e diverse migliaia di metri quadrati di terreno che comprendono anche una piccola parte dell’area oggetto delle indagini ambientali della procura.
La Marzotto, oltre a guadagnarci da un punto di vista legale, ottiene il nulla osta ad eventuali utilizzi della parte rimanente della proprietà in rispetto al piano regolatore che identifica l’area come mista, industriale-residenziale. Inoltre, si impegna a terminare entro un anno dalla delibera comunale (30 settembre 2016, ndr) il piano di caratterizzazione nell’area oggetto di scavi e in cui sono state trovate sostanze inquinanti e, eventualmente, a procedere a bonifica.
Marlane Processo Marlane terre di frontiera	2016-05-13
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