Source: http://anclsu.com/quesiti/1977/part-time-edilizia.html
Timestamp: 2018-06-22 16:35:02+00:00
Document Index: 159462693

Matched Legal Cases: ['art.97', 'sentenza ', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ']

PART/TIME EDILIZIA
06 marzo 2018 - ARTIGIANA - CCNL applicato:EDILIZIA
Nel CCNL EDILIZIA ARTIGIANA è riportato all'art.97 che le imprese da 0 a 3 dipendenti possono assumere dipendenti operai a tempo parziale, per un periodo massimo temporale del 30% del monte ore annuale degli addetti occupati nell'impresa, a patto che ne sia data comunicazione alle OO.SS. e che queste non diano comunicazioni in senso negativo entro 10 giorni.
Nell'accordo interpretativo del 09/03/2010 fu stabilito convenzionalmente che il limite lavorabile per questo tipo di contratto PART TIME era di n.912 ore annue.
Successivamente, nel rinnovo del CCNL stipulato il 24/01/2014, si dice che "le Parti convengono che le n.912 ore stabilite dal precedente accordo come numero di ore lavorabili per la stipula del contratto PART TIME sono da considerarsi in via CONVENZIONALE e non LIMITATIVA.
Come deve essere interpretata la suddetta norma? E' consentita pertanto la stipula di un contratto PART TIME a 6 ore al giorno per 30 ore settimanali (cioè ben oltre le n.912 ore annue)?
La questione è molto delicata in quanto nel caso in cui l'INPS o l'INAIL riconoscessero il PART TIME stipulato oltre i limiti contrattuali lo considererebbero a tempo pieno con il relativo recupero contributivo.
E' consentita la stipula del contratto a 30 ore settimanali (quindi oltre 912 ore annue) in quanto la disposizione del 24/01/2014 annulla, di fatto, ogni limite di orario (anche se a questo punto non è chiaro il significato del termine CONVENZIONALE).
Il CCNL preso in esame nel quesito contiene delle clausole di contingentamento relative al rapporto di lavoro a tempo parziale. Come chiarito dall’accordo interpretativo del 9 marzo 2010, i rapporti di lavoro a tempo parziale nelle imprese edili artigiane da 0 a 3 dipendenti non possono superare le 912 ore annue di lavoro. Questo limite, come precisato nel verbale di rinnovo del CCNL del 24 gennaio 2014, è da considerarsi in via “convenzionale” e non “limitativa”. Il dubbio che sorge è relativo all’interpretazione di questa precisazione fatta dalle parti; inoltre, sorgono dubbi sulla possibilità per l’impresa di stipulare contratti di lavoro part-time oltre il limite previsto dal CCNL rispetto al piano contributivo ed assistenziale: infatti, l’Inps quanto l’Inail potrebbero eccepire il mancato rispetto della clausola di contingentamento e chiedere all’impresa di versare le differenze contributive ed assicurative considerando i rapporti eccendenti il limite posto come rapporti di lavoro a tempo pieno (trattasi della c.d. retribuzione imponibile virtuale).
L’interpretazione della legge e gli orientamenti della giurisprudenza
La questione è stata affrontata diverse volte dalla giurisprudenza, in particolar modo sotto l’aspetto previdenziale. L’ANCL ha già avuto modo di segnalare (v. Il principio della retribuzione virtuale in edilizia) che la Corte d’Appello de L’Aquila con sentenza n. 31 del 25 gennaio 2018 ha fornito un importante principio interpretativo inerente la c.d. retribuzione virtuale in edilizia introdotto dall’art. 29 del decreto legge n. 244/95 e convertito in legge n. 341/95. Come noto, tale norma prevede che «i datori esercenti attività edile anche se in economia sono tenuti ad assolvere la contribuzione previdenziale ed assistenziale su di una retribuzione commisurata ad un numero di ore settimanali non inferiore all’orario di lavoro normale stabilito dai contratti collettivi nazionali di lavoro (…) e dai relativi contratti integrativi territoriali di attuazione». L’Inps con circolare n. 269/2005 ha ritenuto che i contratti di lavoro part-time non fossero soggetti al principio della retribuzione virtuale, ma successivamente al rinnovo del CCNL Edilizia artigianato del 23 luglio 2008 che ha introdotto un limite massimo alla stipula dei contratti part-time, l’Istituto con circolare n. 6 del 13 gennaio 2010 ha cambiato orientamento, ritenendo illegittimi i contratti part-time stipulati in eccedenza rispetto alla quota massima prevista dal CCNL, considerandoli a tempo pieno e quindi soggetti alla disciplina della retribuzione virtuale. La Corte d’Appello è stata di contrario avviso ritenendo che «il superamento della quota massima di stipulazione dei contratti a tempo parziale non possa portare, ai fini contributivi, all’applicazione della retribuzione virtuale». Ciò in quanto è vero che «la legge 341/95 ha introdotto una deroga al principio generale secondo il quale la contribuzione deve essere parametrata sulla retribuzione in concreto corrisposta al lavoratore» ma, successivamente all’entrata in vigore di tale disciplina, il decreto legislativo n. 61/2000 ha disciplinato il contratto a tempo parziale e tale normativa «non prevede un numero massimo di ore al di sotto del quale alle parti non è consentita la stipulazione, né indica una quota massima di contratti part-time stipulabili dal datore di lavoro». «Il legislatore, infine – continua la Corte – non ha espressamente disciplinato il regime contributivo dei contratti part-time, con ciò lasciando intendere che essi sottostanno alle regole ordinarie e generali». La Corte d’Appello ribadisce che la tesi dell’Inps non può essere condivisa «sia perché i CCNL non hanno efficacia erga omnes, sia perché, in assenza di una norma di legge che ponga un limite massimo alla stipulazione di contratti a tempo parziale, la norma contrattuale collettiva non può incidere sul rapporto previdenziale, che è disciplinato unicamente dalla legge». La Corte conclude quindi che «il contratto a tempo parziale, anche se stipulato in eccedenza rispetto alla quota prevista dal contratto collettivo, è quindi soggetto a contribuzione parametrata alla retribuzione in concreto erogata al lavoratore e non al regime della “retribuzione virtuale”».
Altre sentenza hanno dichiarato l’inefficacia di quelle clausole dei contratti collettivi che esorbitano la “delega” conferita dal legislatore, pur introducendo una disciplina di miglior favore per il lavoratore (Corte d’Appello Palermo n. 766/2016 in Bollettino Adapt n. 4/2017; Corte d’Appello Genova n. 185/2016, in Bollettino Adapt n. 6/2017, tutte vertenti sulla questione del part-time e le clausole di contingentamento nel settore dell’edilizia): la Corte d’Appello di Palermo, n. 766/2017, in particolare, precisa che la difesa delle parte ricorrente «opina che l’art. 1 comma 3 del D.lgs. 61 del 2000, recante la disciplina del lavoro a tempo parziale, ha devoluto al contratto collettivo nazionale il compito di fissare solo le condizioni e modalità della prestazione lavorativa del rapporto di lavoro a tempo parziale, ma non anche quelle relative alla stipulazione del contratto di lavoro e di accesso al contratto. Dal che fa derivare il corollario che, avendo la contrattazione collettiva di settore fissato limitazioni quantitative alla facoltà di stipulare contratti part-time, ha violato per eccesso di potere la facoltà demandatagli dalla fonte primaria, con la conseguente inefficacia di disposizioni intervenute su ambiti e materie sottratte alla propria sfera di competenza». Il motivo di appello è fondato secondo la Corte e riconosce che «il limite al ricorso al rapporto di lavoro part-time fissato dalla contrattazione collettiva di lavoro è esterno alla disposizione di legge, di tal che i contratti part-time asseritamente stipulati in eccesso devono ritenersi sottratti all’applicazione della maggiorazione contributiva». La Corte, infati, conclude che «la previsione del CCNL artigiani edili che prevede limiti percentuali in ordine all'assunzione di operai a tempo parziale esorbita dal mandato concesso dal legislatore del D.lgs. n. 61/2000, il quale aveva delegato alla contrattazione collettiva soltanto la determinazione di condizioni e modalità della prestazione lavorativa dei rapporti di lavoro a tempo parziale. Essendo detto limite esterno alla disposizione legislativa, non trova fondamento la pretesa dell'Istituto nazionale di previdenza sociale di applicare ai contratti in eccesso la contribuzione in misura pari al minimale previsto per il tempo pieno».
In conclusione, alla luce anche dell’interpretazione fornita dalla giurisprudenza, è possibile per l’impresa che applica per adesione il CCNL in questione stipulare contratti di lavoro part-time anche oltre il limite posto dalla clausola di contingentamento, senza che questa possa consentire all’Inps di poter richiedere per quei rapporti la contribuzione considerando il contratto di lavoro come full-time. La precisazione delle parti sul limite numerico, da ritenersi in via “convenzionale” e non “limitativo”, sta a significare, a parere di chi scrive, che l’operatività della clausola di contingentamento è valida solo per le parti aderenti alle associazioni e alle organizzazioni sindacali sottoscriventi il contratto collettivo. Solo in questo caso, l’Inps, dimostrando che ci sia questa iscrizione, potrà contestare il mancato rispetto della clausola. Le sentenza in questione fanno riferimento al D.lgs. n. 61/2000. Tuttavia, anche il D.lgs. n. 81/2015 non prevede che il contratto collettivo possa fissare dei tetti di contingentamento per l’utilizzo del part-time. Di conseguenza, il principio di diritto è estendibile anche ai rapporti di lavoro part-time che richiamano le disposizioni del D.lgs. n. 81/2015.