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Timestamp: 2018-06-21 17:32:00+00:00
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 13686 depositata il 5 luglio 2016 - La prescrizione quinquennale, di cui all'art. 2949, primo comma, cod. civ., opera con riguardo ai diritti che scaturiscono dal rapporto societario - Studio Cerbone
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 13686 depositata il 5 luglio 2016 – La prescrizione quinquennale, di cui all’art. 2949, primo comma, cod. civ., opera con riguardo ai diritti che scaturiscono dal rapporto societario
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 13686 depositata il 5 luglio 2016
LAVORO – RAPPORTO DI LAVORO – AMMINISTRATORI DI SOCIETA’ – COMPENSO – TERMINE DI PRESCRIZIONE QUINQUENNALE O DECENNALE
Con ricorso al Tribunale di Roma M.D.S. esponeva di essere stato amministratore unico, per il triennio 1989-1992 (e revocato in data 13.11.90), della T.A.I. s.p.a. ora T.A.S.S. s.p.a. (di seguito T.), e di non aver ricevuto il compenso maturato nel periodo compreso tra la sua nomina e la revoca dell’incarico; deduceva che il compenso in parola poteva essergli liquidato in via equitativa con riferimento alla tariffa dei dottori commercialisti. Su tali premesse chiedeva la condanna della T. al pagamento in suo favore della complessiva somma di L.86.047.669, oltre accessori.
Il Tribunale, accogliendo l’eccezione sollevata dalla società, dichiarò prescritto il credito azionato. Ritenne il primo giudice applicabile il termine prescrizionale quinquennale ex art. 2948 c.c., e non quello decennale invocato dal D.S., rilevando che comunque la questione non assumeva rilievo decisivo, poiché nella specie, all’atto di notifica del ricorso introduttivo del giudizio, erano spirati entrambi i termini, da far decorrere dal 13.11.1990, non potendosi peraltro riconoscere alcun effetto interruttivo all’atto introduttivo di altro precedente giudizio inter partes (avente ad oggetto il risarcimento del danno subito a seguito della revoca dell’incarico).
Avverso tale decisione proponeva appello il D.S., invocando l’applicazione del termine prescrizionale ordinario decennale, ritualmente interrotto dalla domanda avanzata nel corso del precedente giudizio, e dunque non ancora spirato all’atto della proposizione del successivo.
Si costituiva tempestivamente la società T. resistendo al gravame.
Con sentenza depositata l’il settembre 2010, la Corte d’appello di Roma accoglieva parzialmente il gravame, condannando la società T. a corrispondere al D.S. la somma di €.10.042,21, oltre interessi e rivalutazione monetaria.
Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso il D.S., affidato a due motivi.
Resiste la società T. con controricorso, contenente ricorso incidentale affidato a due motivi. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c.
1. – Con il primo motivo il D.S. denuncia una insufficiente e contraddittoria motivazione circa la mancata applicazione della tariffa dei dottori commercialisti amministratori di società, oltre alla mancata applicazione del c.c.n.I. per i dirigenti del terziario (art. 360, comma 1, nn, 3 e 5, c.p.c.). Lamenta di aver chiesto la determinazione del suo compenso in via principale secondo le tariffe professionali dei dottori commercialisti, ed in subordine il compenso attribuito dalla società, pochi mesi dopo la sua revoca, al consiglio di amministrazione (di cut, come amministratore unico, svolse tutti i compiti).
2. – Con il secondo motivo il D.S. denuncia una contraddittoria motivazione sulle modalità di determinazione del compenso, punto decisivo della controversia (art. 360, comma 1, n.5 c.p.c.).
Lamenta che la sentenza impugnata non ritenne di attribuirgli neppure il compenso stabilito dalla società, pochi mesi (otto) dalla sua revoca, all’intero consiglio di amministrazione, pur avendo egli svolto le funzioni di a.u.
3. – Ragioni di priorità logico-giuridiche consigliano di esaminare dapprima il ricorso incidentale.
3.1. – Con il primo motivo la società T. denuncia la violazione e falsa applicazione delle norme in tema di prescrizione e segnatamente dell’art. 2949 c.c., oltre ad omessa ed insufficiente motivazione sul punto.
Lamenta che la sentenza impugnata ritenne erroneamente che il diritto a compenso dell’amministratore di una società di capitali è soggetto all’ordinario termine decennale di prescrizione e non al termine cd. breve (quinquennale) di cui all’art. 2949 c.c.
Il motivo è fondato e risolutivo dell’intera controversia.
La corte capitolina ha ritenuto che il regime prescrizionale quinquennale di cui all’art. 2949 c.c. si riferisce a quei diritti che derivano dalle relazioni che si istituiscono fra i soggetti dell’organizzazione sociale in dipendenza diretta con il contratto di società e delle situazioni determinate dallo svolgimento della vita sociale, escludendo, contraddittoriamente, il rapporto, squisitamente connesso al contratto societario, tra la società e l’amministratore unico.
La decisione risulta errata avendo questa Corte più volte chiarito che la prescrizione quinquennale, di cui all’art. 2949, primo comma, cod. civ., opera con riguardo ai diritti che scaturiscono dal rapporto societario, e cioè dalle relazioni che si istituiscono fra i soggetti dell’organizzazione sociale in dipendenza diretta del contratto di società o che derivano dalle situazioni determinate dallo svolgimento della vita in società, mentre ne restano esclusi tutti gli altri diritti che trovano la loro ragion d’essere negli ordinari rapporti giuridici che la società può contrarre (ad esempio con terzi) al pari di ogni altro soggetto (Cass. n. 2257414; Cass. n. 2190313; Cass. n. 610793; Cass. n. 147592). Come evidenziato da Cass. n. 2257414, la prescrizione quinquennale di cui all’art. 2949 c.c., avente carattere speciale rispetto al regime prescrizionale ordinario, ha lo scopo di assicurare maggiore certezza nella definizione dei rapporti societari.
Essendo evidente che il diritto a compenso dell’amministratore unico di società scaturisce dal rapporto societario, e cioè dalle relazioni che si istituiscono fra i soggetti dell’organizzazione sociale in dipendenza diretta del contratto di società, la sentenza impugnata si rivela sul punto erronea e per ciò solo merita di essere cassata.
3.2. – Con il secondo motivo del ricorso incidentale, la società denuncia la violazione e falsa applicazione delle norme in tema di interruzione della prescrizione (art. 2943 c.c.), oltre ad insufficiente e contraddittoria motivazione sul punto.
Lamenta che gli atti interruttivi della prescrizione devono contenere l’esplicitazione di una pretesa idonea a manifestare la volontà di far valere il proprio diritto nei confronti del debitore, mentre nella specie trattavasi di atti, pur aventi torica valenza interruttiva, inerenti tuttavia altra e diversa domanda: il diritto del D.S. al risarcimento del danno conseguente la revoca anticipata dall’incarico di amministratore unico.
Il motivo è infondato alla luce del consolidato orientamento di legittimità, peraltro richiamato dalla sentenza impugnata, secondo cui: “L’inammissibilità della domanda, qualunque ne sia la causa, non esclude l’efficacia interruttiva della prescrizione del diritto con essa fatto valere, efficacia che – anche in questo caso – permane fino al giudicato” (cfr. Cass. n. 51056); nello stesso senso Cass. n. 2556 e n. 6962, secondo cui: “La domanda proposta per la prima volta nel corso del giudizio di appello ha efficacia interruttiva della prescrizione ai sensi dell’art. 2943, secondo comma, cod.civ., e tale effetto si protrae fino al passaggio in giudicato della sentenza che definisce il giudizio, ai sensi dell’art. 2945 cod.civ., non rilevando, ai fini dell’esclusione dell’effetto interruttivo, il fatto che la domanda sia dichiarata inammissibile ai sensi dell’art. 345 cod.proc.civ. in quanto nuova”. In tal senso, da ultimo, Cass. sez. un. n. 15162016.
4. – In conclusione deve dunque accogliersi il primo motivo del ricorso incidentale e rigettarsi il secondo, restando così assorbito il ricorso principale. La sentenza impugnata deve quindi cassarsi in relazione alla censura accolta, sicché, non essendo necessari ulteriori accertamenti, la domanda proposta dal D.S. deve pertanto rigettarsi per intervenuta prescrizione così come stabilito dal Tribunale di Roma.
Le alterne fasi del giudizio consigliano la compensazione delle spese di lite dell’intero processo.
Accoglie il primo motivo del ricorso incidentale e rigetta il secondo; dichiara assorbito il ricorso principale. Cassa la sentenza impugnata in relazione alla censura accolta e, decidendo nel merito, respinge la domanda proposta dal D.S..
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 5507 depositata il 21 marzo 2016 – L’intestazione fiduciaria di titoli azionari (o di quote di partecipazione societaria) integra gli estremi dell’interposizione reale di persona, per effetto della quale l’interposto acquista (a differenza che nel caso di interposizione fittizia o simulata) la titolarità delle azioni o delle quote, pur essendo, in virtù di un rapporto interno con l’interponente di natura obbligatoria, tenuto ad osservare un certo comportamento, convenuto in precedenza con il fiduciante, nonché a ritrasferire i titoli a quest’ultimo ad una scadenza convenuta, ovvero al verificarsi di una situazione che determini il venir meno del rapporto fiduciario
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 7587 depositata il 15 aprile 2016 – In tema di società di capitali la revoca della delega all’amministratore delegato, decisa dal consiglio di amministrazione, deve essere assistita da “giusta causa”, sussistendo, in caso contrario, il diritto del revocato al risarcimento dei danni eventualmente patiti