Source: http://www.teverenotizie.it/articolo-stampa,1955.html
Timestamp: 2018-02-19 21:56:11+00:00
Document Index: 8793741

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 9', 'art. 14', 'art. 43', 'art. 2', 'sentenza ']

La "Grande Camera" per i diritti dell'uomo di Strasburgo ne ha affermato in via definitiva la piena e totale legittimità
Con una sentenza destinata a creare un importante precedente, la "Grande Camera" della Corte europea per i diritti dell'uomo di Strasburgo, si è pronunciata, nei giorni scorsi, in merito alla spinosa questione della presenza del crocifisso nelle scuole pubbliche italiane, affermandone, in via definitiva, la piena e totale legittimità.
IL RICORSO E L'ESITO DI PRIMO GRADO. Tutto ha avuto inizio in seguito al ricorso presentato davanti la medesima Corte Europea, il 27 luglio 2006, da una cittadina italiana, di origine finlandese, la sig.ra Soile Lautsi, e dai suoi due figli che, all'epoca, frequentavano una scuola pubblica italiana. I ricorrenti lamentavano, in buona sostanza, la presenza del crocifisso nei locali dell'istituto, in palese violazione, a loro dire, del principio di laicità che, sulla carta, dovrebbe contraddistinguere lo Stato italiano: in particolare, veniva compromesso un equilibrato diritto all'istruzione (sancito dall'art. 2 del Protocollo n° 1) ed il principio della libertà di pensiero, di coscienza e di religione (art. 9 della Convenzione). In virtù di ciò, ed invocando il divieto di discriminazione (art. 14), i ricorrenti ritenevano che, per il fatto di non essere cattolici, avevano subito un trattamento discriminatorio rispetto ai genitori cattolici e ai loro figli.
Ebbene, all'esito del giudizio di primo grado, i Giudici europei concludevano in favore delle ragioni dei ricorrenti.
IL RICORSO DEL GOVERNO ITALIANO. Con ricorso del 28 gennaio 2010, il Governo italiano chiedeva il rinvio del caso davanti alla Grande Camera, a norma dell'art. 43 della Convenzione, sostenendo, tra l'altro, che la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche rispecchia ancora oggi un'importante tradizione da perpetuare e che, oltre ad avere un significato religioso, il crocifisso simboleggia i principi e i valori che fondano la democrazia e la civilizzazione occidentale. E che, ciò detto, non può ravvisarsi alcuna discriminazione in quanto lo spazio scolastico è aperto ad altre religioni: tanto è vero che il fatto di portare simboli e di indossare tenute a connotazione religiosa non è proibito agli alunni; le pratiche relative alle religioni non maggioritarie sono prese in considerazione; è possibile organizzare l'insegnamento religioso facoltativo per tutte le religioni riconosciute; la fine del Ramadan è spesso festeggiata nelle scuole.
LA RISPOSTA DELLA CORTE EUROPEA. Ebbene, i giudici della Corte Europea hanno sottolineato che, mantenendo il crocifisso nelle aule della classe frequentata dai figli della donna che ha fatto ricorso, "le autorità hanno agito nei limiti della discrezionalità di cui dispone l'Italia nel quadro dei suoi obblighi di rispettare, nell'esercizio delle funzioni che assume nell'ambito dell'educazione e dell'insegnamento, il diritto dei genitori di garantire l'istruzione conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche".
Secondo la Corte europea, "se è vero che il crocifisso è prima di tutto un simbolo religioso, non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l'eventuale influenza che l'esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni. Inoltre, pur essendo comprensibile che la ricorrente possa vedere nell'esposizione del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche frequentate dai suoi figli una mancanza di rispetto da parte dello Stato del suo diritto di garantire loro un'educazione e un insegnamento conformi alle sue convinzioni filosofiche, la sua percezione personale non è sufficiente a integrare une violazione dell'articolo 2 del Protocollo n° 1".
Ancora, prosegue la Corte, "nel rendere obbligatoria la presenza del crocifisso nelle aule delle scuole pubbliche, la normativa italiana attribuisce alla religione maggioritaria del Paese una visibilità preponderante nell'ambiente scolastico. Tuttavia ciò non basta a integrare un'opera d'indottrinamento da parte dello Stato convenuto e a dimostrare una violazione degli obblighi previsti dall'articolo 2 del Protocollo n° 1".
Tra l'altro, proprio con riguardo a quest'ultimo punto, la Corte aveva già altrove stabilito che, "in merito al ruolo preponderante di una religione nella storia di un Paese, il fatto che, nel programma scolastico le sia accordato uno spazio maggiore rispetto alle altre religioni non costituisce di per sé un'opera d'indottrinamento". La Corte sottolinea altresì che "un crocifisso apposto su un muro è un simbolo essenzialmente passivo, la cui influenza sugli alunni non può essere paragonata a un discorso didattico o alla partecipazione ad attività religiose".
Continuando nella suo ragionamento, la Corte ritiene inoltre che "gli effetti della grande visibilità che la presenza del crocifisso attribuisce al cristianesimo nell'ambiente scolastico debbono essere ridimensionati alla luce di quanto segue: tale presenza non è associata a un insegnamento obbligatorio del cristianesimo; secondo il Governo; non sussistono elementi tali da indicare che le autorità siano intolleranti rispetto ad alunni appartenenti ad altre religioni, non credenti o detentori di convinzioni filosofiche che non si riferiscano a una religione. La Corte nota inoltre che i ricorrenti non si lamentano del fatto che la presenza del crocifisso in classe abbia implicato delle pratiche di insegnamento volte al proselitismo o che i figli della ricorrente siano stati confrontati a un insegnamento condizionato da tale presenza. Infine la Corte osserva che il diritto della ricorrente, in quanto genitrice, di spiegare e consigliare i suoi figli e di orientarli verso una direzione conforme alle proprie convinzioni filosofiche è rimasto intatto".
LE CONCLUSIONI. In virtù di tutto quanto esposto, ha concluso la Corte, non vi è stata alcuna violazione dei principi invocati dalla ricorrente, tanto meno dell'art. 2 del Protocollo n° 1 (diritto all'istruzione). Se nessun commento è stato avanzato dall'avvocato della signora Lautsi, dichiarazioni euforiche, invece, si sono levate da parte du coloro che hanno strenuamente difeso l'importanza della presenza del crocifisso nelle scuole italiane. ''E' una pagina di speranza per tutta l'Europa'', ha commentato monsignor Aldo Giordano appena il presidente della Corte di Strasburgo, Jean Paul Costa, e' uscito dall'aula dopo la lettura della sentenza. Il rappresentante della Santa Sede presso il Consiglio d'Europa ha quindi sottolineato come la Corte abbia preso una posizione coraggiosa e abbia tenuto conto delle preoccupazioni che in questo momento gli europei esprimono nei riguardi delle loro tradizioni, dei loro valori e della loro identita'. Gli ha fatto eco il vice ministro della giustizia russo, Georgy Matyushkin, che e' intervenuto davanti alla Grande Camera in favore dell'Italia ed e' volato appositamente da Mosca per assistere alla lettura della sentenza. Il ministro russo si e' detto ''molto soddisfatto per l'approccio della Corte''. Ma anche il direttore dello European Centre for Law and Justice, Gregor Puppinck, ha definito la sentenza ''un colpo che mette un freno alle tendenze laiciste della Corte di Strasburgo e che costituisce un cambiamento di paradigma''. Lo European Centre for Law and Justice era una delle organizzazioni no profit che si erano costituite parte terza a favore dell'Italia nel procedimento. Alla lettura della sentenza, che e' avvenuta in un'aula piena di studenti e funzionari del Consiglio d'Europa, erano presenti anche l'ambasciatore italiano Sergio Busetto, oltre agli ambasciatori cipriota e greco e ai rappresentanti della diplomazia armena, lituana, e di San Marino. Tutti Paesi che assieme a Bulgaria, Romania, Malta e Principato di Monaco erano intervenuti a favore dell'Italia.