Source: http://www.langolodelparere.it/news/111-la-famiglia-di-fatto.html
Timestamp: 2014-10-23 02:15:44+00:00
Document Index: 78104624

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HOME ASSISTENZA LEGALE SEDE CONTATTI REGOLAMENTO REGISTRAZIONE LOGIN RASSEGNA STAMPA LINK	La famiglia di fatto
| NEWS	Un fenomeno sociale in costante aumento è quello della convivenza senza matrimonio, ossia di persone che, pur non essendo sposate (o avendo alle spalle un matrimonio fallito), vivono more uxorio (dal latino mos, che significa usanza, costume, e uxor, che significa moglie), ossia come se fossero marito e moglie. Questa situazione, correntemente indicata come famiglia di fatto e chesecondo recenti dati interessa il 3,1% delle famiglie, con punte del 4,6% nelle grandi città del Nord, non è disciplinata dal diritto, anche se diverse amministrazioni locali, e soprattutto la giurisprudenza, si sono da tempo mosse nella direzione di un sia pur limitato riconoscimento di questa diffusa realtà. Così, già dal lontano 1993 il Comune di Empoli aveva istituito, primo in Italia, il registro delle convivenze, nel quale avrebbero dovuto essere inserite anche le coppie di conviventi appartenenti allo stesso sesso, ma la delibera fu annullata dal CORECO (l’organo di controllo sugli atti dei Comuni, poi soppresso).A loro volta i giudici hanno considerato valido ed efficace il contratto di costituzione di usufruttodi immobile stipulato tra due conviventi more uxorio, senza corrispettivo alcuno, nel presupposto che esso trovava il suo fondamento nella convivenza stessa e nell’assetto che i conviventi intendono dare ai loro rapporti (Trib. Savona, 7/3/2001). In precedenza il Tribunale di Roma (sentenza del 10/10/1985) aveva però stabilito che la convivenza more uxorio si risolve in una situazione caratterizzata da un complesso di rapporti unificati, sotto il profilo personale, dallaaffectio coniugalis, e sotto il profilo economico dall’animus donandi; di conseguenza questo tipo di convivenza non può essere fonte di obbligazioni, non potendo considerarsi né un contratto né un fatto illecito. Degna di nota è, a riguardo, la sentenza della Corte Costituzionale n. 203 del 26/6/1997, in seguito alla quale il genitore extracomunitario di un minore che risieda legalmente in Italia con l’altro genitore ha il diritto di ricongiungersi ad essi nel nostro Paese, anche se padre e madre non sono sposati, a condizione che possa godere di normali condizioni di vita. E a proposito di figli, in presenza di un conflitto tra conviventi more uxorio, pregiudizievole ai figli minori, il Tribunale per i minorenni può disporre l’affidamento degli stessi alla madre, attribuendo a quest’ultima il godimento esclusivo dell’abitazione familiare di cui è coinquilina, con conseguente allontanamento dell’altro genitore tenuto a provvedere al mantenimento dei figli e, per la metà, alle spese relative alla locazione di detta abitazione (Trib. minorenni Bari, 11/6/1982). Per il Tribunale di Genova (sentenza del 23/2/2004, n. 845), una volta cessata la convivenza more uxorio, il convivente proprietario esclusivo dell’immobile precedentemente destinato alla convivenza ha il diritto di ottenerne il rilascio da parte dell’altro convivente, il quale non ha alcun titolo per continuare a utilizzare l’abitazione. Da ultimo, la Cassazione (sentenza n. 109 del 5/1/2006) ha equiparato la coppia di fatto alla coppia sposata in materia di gratuito patrocinio, stabilendo che, per essere ammessi a questo beneficio si deve tenere conto della somma dei redditi facenti capo all’interessato e agli altri familiari conviventi, compreso il convivente more uxorio.Come vedremo più avanti, la convivenza more uxorio di un coniuge separato o divorziato, che abbia acquisito carattere di stabilità, incide sull’assegno di mantenimento.Da diverse parti sociali e politiche, anche sulla spinta di una giurisprudenza sempre più incline a tutelare la convivenza more uxorio, da taluni si caldeggia l’introduzione di un nuovo istituto giuridico, il PACS (patto civile di solidarietà), una sorta di via di mezzo fra il matrimonio e la coppia di fatto. Alla famiglia di fatto è applicabile l’istituto giuridico dell’impresa familiare.
Il denaro e gli altri beni I conviventi more uxorio, nella maggior parte dei casi, mettono in comune i rispettivi beni mobili, dando così luogo, relativamente ad essi, al rapporto giuridico tecnicamente indicato comecomunione. Trattasi però di comunione diversa da quella che caratterizza i rapporti economici intercorrenti fra coniugi, per cui il regime della comunione legale tra coniugi non è applicabile aiconviventi more uxorio. In particolare, i beni apportati dai conviventi more uxorio in vista del futuro matrimonio devono considerarsi conferiti a titolo di comunione pro indiviso, per cui se cessa la convivenza viene meno anche la comunione e ciascuno dei “comunisti” (è questa la denominazione tecnica di chi sta in comunione con altri) ha diritto, ai sensi dell’art. 1111 c.c., alla quota, in natura, da lui conferita, stimata al valore sussistente al momento della cessazione della convivenza (e quindi della comunione), senza che possa pretendersi, com’è invece consentito nell’ipotesi di mutuo o di prestazione di un servizio, la somma sborsata a suo tempo per l’acquisto dei beni e l’importo dei relativi interessi (Pret. Torino, 17/3/1988). La differenza fra matrimonio e convivenza rileva anche sotto un altro profilo; così, mentre non è imputabile di furto o di appropriazione indebita chi commetta taluno di questi fatti nei confronti del coniuge non legalmente separato (art. 649, primo comma, n. 1, c.p.), commette il reato diappropriazione indebita aggravata, ex art. 61, n. 11, c.p., chi, abusando del clima di confidenza e di fiducia esistente nel corso di un rapporto di convivenza more uxorio, faccia proprie somme di denaro ricevute dal convivente con l’incarico di depositarle sul conto intrattenuto presso una banca (Cass. 18/3/1988): infatti la non punibilità di chi commette il fatto in danno del coniuge non legalmente separato non si estende al convivente more uxorio, poiché questo tipo di convivenza, mancando dei caratteri di stabilità e certezza, non è stato dalla Corte Costituzionale (sentenza n. 352 del 25/07/2000) ritenuto assimilabile al vincolo coniugale al fine di desumerne un’esigenza costituzionale di parificazione del trattamento. E a proposito di banca, non è raro che i conviventi intrattengano un rapporto di conto corrente cointestato. In tale ipotesi, alla cessazione della convivenza le somme a credito nel conto devono considerarsi appartenenti in parti uguali a ciascuno dei conviventi: ciò anche nel caso in cui si dimostri che soltanto l’uomo aveva originariamente la proprietà delle somme via via depositate, mentre la donna, durante la convivenza, si era completamente dedicata alla famiglia di fatto, come casalinga, giacché le somme risparmiate e come sopra depositate sul conto cointestato devono considerarsi destinate alle spese riguardanti la famiglia stessa, secondo gli usi (Trib. Bolzano, 20/1/2000). La differenza tra furto e appropriazione indebita risiede nel fatto che, mentre nel furto l’oggetto del reato si trova nella sfera d’azione del derubato, nell’appropriazione indebita si trova nella sfera d’azione di chi commette il reato. Quanto al furto, sono stati ritenuti imputabili a questo titolo la convivente che, nel timore di essere abbandonata, aveva sottratto all’uomo alcuni beni mobili adducendo pretesi crediti per il proprio mantenimento (Cass. 8/5/1980), e addirittura di furto aggravato ai sensi dell’art. 625, n. 1, c.p., il convivente che si era introdotto nell’abitazione della compagna, sottraendole dei beni dopo che i rapporti in comune erano cessati (Cass. 15/2/1980). Sotto il profilo civilistico, il conviventemore uxorio che sia stato spogliato del bene ad opera del partner è legittimato ad esercitare l’azione di reintegrazione in quanto - sia pure con altra persona - possiede un interesse proprio che non è assolutamente paragonabile a quello dell’ospite o della persona di servizio (Pret. Perugia, 29/9/1994). Alcuni beni (per es. preziosi) conservano il loro carattere personale e di autonoma disponibilità, per cui non possono essere oggetto di detenzione comune, con la conseguenza che il convivente che se ne appropri commette furto e non appropriazione indebita (Cass., 14/2/1986). Per concludere in materia di beni, è stato ritenuto responsabile del reato di sfruttamento della prostituzione il convivente more uxorio a conoscenza del fatto che i proventi che la donna gli erogava per il sostentamento derivavano dall’esercizio della prostituzione (Cass. 17/7/1987).
Gli acquistiL’inapplicabilità, ai conviventi more uxorio, del regime di comunione legale fra coniugi, è stataribadita dal Tribunale di Pisa (sentenza del 20/1/1988), sul presupposto che la famiglia fondata sul matrimonio gode di netta supremazia, anche costituzionale, rispetto alla famiglia di fatto, e che non è di conseguenza sostenibile un’equiparazione tra le due forme di convivenza; alla luce di ciò i giudici pisani hanno stabilito che, qualora uno dei conviventi more uxorio abbia acquistato un immobile solo a proprio nome, il partner non può, allo scioglimento del rapporto, considerarsi contitolare pro indiviso del bene, salvo il caso in cui venga data esauriente e rituale prova della sussistenza di una donazione indiretta, o di una interposizione reale di persona, o dell’adempimento spontaneo e consapevole di un’obbligazione naturale. Né assume rilievo, ai fini della possibilità di divenire comproprietario del bene, che il convivente abbia falsamente dichiarato nel rogito di essere coniugato con l’acquirente (App. Firenze, 12/2/1991). La stessa sentenza ha escluso che, in ordine agli incrementi patrimoniali verificatisi durante la convivenza more uxorio in capo a un convivente, il partner abbandonato possa vantare alcun diritto (di credito) per conguagli o rimborsi; trattasi però, come si comprende, di situazioni che vanno esaminate caso per caso.
Il lavoroAl fine di stabilire se le prestazioni lavorative svolte nell’ambito di una convivenza more uxoriodiano luogo ad un rapporto di lavoro subordinato o non siano piuttosto riconducibili allo schema della comunione tacita familiare di cui all’art. 230 bis c.c., è possibile escludere l’esistenza del rapporto di lavoro subordinato solo in presenza della dimostrazione rigorosa di una comunanza di vita e di interessi tra i conviventi, che non si esaurisca in un rapporto meramente spirituale, affettivo e sessuale, ma, analogamente al rapporto coniugale, dia luogo anche alla partecipazione, effettiva ed equa, della convivente more uxorio alle risorse della famiglia di fatto (Cass. 13/12/1986, n. 7486, e 19/12/1994, n. 10927); altrimenti, infatti, è da ritenere che ci si trovi in presenza di un rapporto di lavoro subordinato, con conseguente diritto della convivente (è la donna, di regola, a trovarsi in questa condizione) ad esigere il relativo trattamento economico e previdenziale.Il Tribunale di Milano (sentenza del 5/10/1988) ha precisato che la convivenza more uxoriocostituisce titolo idoneo a fondare una presunzione di gratuità delle prestazioni di lavoro rese dalla convivente solo quando la convivenza preveda un’equa ed effettiva partecipazione agli incrementi patrimoniali della famiglia di fatto; fuori di tale ipotesi la prestazione di lavoro, se non retribuita, è astrattamente idonea a configurare un depauperamento del prestatore ed un arricchimento senza causa del convivente, con conseguente diritto a promuovere le opportune iniziative giudiziarie volte al recupero del dovuto.
La casa familiareUn aspetto molto sentito è quella della successione del convivente nel contratto di locazionestipulato dall’altro ed avente per oggetto la casa familiare. La Corte Costituzionale, con sentenza n. 404 del 7/4/1988, ha sancito l’illegittimità costituzionale del primo comma dell’art. 6 L. 27/7/1978, n. 392 (cosiddetta legge dell’equo canone), nella parte in cui non prevede tra i successibili nella titolarità del contratto di locazione in caso di morte del conduttore, in aggiunta al coniuge, agli eredi, e ai parenti ed affini con lui abitualmente conviventi, il convivente more uxorio(il diritto di subentrare spetta al convivente indipendentemente dal fatto che manchino eredi legittimi del conduttore, Cass. 8/6/1994, n. 5544). L’abituale convivenza con il conduttore defunto va accertata alla data del decesso di questi, a nulla rilevando che gli aventi diritto alla successione nel contratto siano o meno rimasti nell’alloggio locato dopo la morte del dante causa, poiché la successione mortis causa nel contratto di locazione è fatto giuridico istantaneo che si realizza (o non si realizza) all’atto stesso della morte del conduttore, restando insensibile agli accadimenti successivi (Cass. 1/8/2000, n. 10034). Non è quindi necessario che la convivenza preesistesse al contratto, né che il locatore fosse a conoscenza della convivenza stessa (Cass, 10/10/1997, n. 9868); quest’ultima sentenza ha riconosciuto al convivente il diritto di subentrare nel contratto di locazione al convivente-conduttore anche nel caso di allontanamento di questi dall’immobile locato. E a proposito di allontanamento, in presenza di una relazione di fatto non transitoria e tale da realizzare una stabile convivenza, il convivente more uxorio è legittimato ad agire in reintegrazione contro l’altro convivente che lo abbia estromesso dall’abitazione comune (Trib. Perugia, 22/9/1997). Il diritto di subentrare nel contratto spetta al convivente anche nel caso in cui il defunto fosse contitolare del rapporto insieme ad altri (Cass. 17/6/1995, n. 6910). Per quanto riguarda il pagamento del canone, il Tribunale di Firenze (sentenza del 4/12/1992) ha stabilito che non sussiste una responsabilità solidale, o sussidiaria, in capo all’originario conduttore (e quindi in capo ai suoi eredi), in relazione all’inadempimento dell’obbligo contrattuale di pagare il corrispettivo della locazione gravante sul convivente more uxorio succeduto nel contratto di locazione ex art. 6 L. n. 392/1978: del pagamento, quindi, risponde soltanto quest’ultimo dal momento in cui subentra nel contratto. Può accadere che un convivente abbia provveduto a pagare gli importi dovuti alla cooperativa edilizia di cui era socio l’altro per la prenotazione di un appartamento; verificandosi un’evenienza del genere egli può chiedere all’altro la restituzione delle somme pagate nel suo interesse (Trib. Genova, 27/3/1998), dimostrando che non si tratta di obbligazione naturale (non essendo state le erogazioni destinate ai bisogni della vita della famiglia di fatto), di liberalità d’uso (ossia che non sussiste una sostanziale equivalenza economica tra le dazioni del convivente e i servizi allo stesso resi dalla beneficiaria nel corso della coabitazione) o di altro tipo di liberalità (dimostrando che manca la prova dell’animus donandi, non potendo questa presumersi per il mero fatto della convivenza). Se la casa familiare appartiene ad entrambi i conviventi, e vi sono figli minori, in caso di cessazione della convivenza, in applicazione analogica dell’art. 155, 4º comma, c.c., essa può essere assegnata a quello che sia affidatario dei figli minori (Trib. Palermo, 20/7/1993). Sempre nell’interesse preminente della prole, il Tribunale di Firenze (sentenza del 28/6/1998) ha stabilito che il genitore affidatario del figlio minore, o maggiorenne non economicamente autosufficiente, nato durante la convivenza more uxorio e riconosciuto da entrambi i genitori, ha diritto all’assegnazione della casa familiare di proprietà esclusiva dell’altro genitore, affinché possa usufruire dell’ambiente domestico ove è vissuto e possa limitare il disagio e le difficoltà conseguenti alla cessazione della convivenza fra i genitori. Non è raro che un convivente esegua dei lavori di ristrutturazione e/o ampliamento nella casa di proprietà dell’altro; in tal caso egli, in quanto assimilabile a un ospite (Trib. Larino 21/10/1994), non ha diritto al pagamento di una somma corrispondente all’incremento di valore fatto registrare dal fabbricato di proprietà dell’altro, a meno che non provi che le sue dazioni eccedono l’assolvimento dei doveri morali e sociali di cui all’art. 2034 c.c. Sulla stessa linea interpretativa il Tribunale di Roma, che con sentenza del 30/10/1991 ha stabilito che le somme spese da un convivente more uxorio attraverso l’impresa edile di cui sia titolare, per ristrutturare la casa di proprietà esclusiva del partner, nella quale la coppia ha abitato, non sono ripetibili, considerata la presunzione di gratuità delle prestazioni lavorative rese tra partners concubinarii, presunzione che può essere vinta solo dalla rigorosa prova dell’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato ed oneroso, tra le parti, o dall’accordo per una ripetizione delle somme impiegate per i lavori effettuati. Una successiva decisione della Cassazione (n. 3713 del 13/3/2003) ha infine stabilito che la presunzione di gratuità delle prestazioni rese da una parte nei confronti dell’altra viene meno allorché risulti che la prestazione stessa esula dai doveri di carattere morale e civile di mutua assistenza e collaborazione, in relazione alle qualità e alle condizioni sociali delle parti, e si configuri come mera operazione economica che abbia determinato un inspiegabile e illogico arricchimento del convivente con proprio ingiusto danno (nel caso di specie il convivente aveva acquistato i materiali e lavorato nel tempo libero per costruire due edifici sul terreno di proprietà della donna, con conseguente, ingiusto arricchimento a beneficio di questa). Se la convivenza cessa con l’allontanamento di uno dei conviventi dalla casa, di proprietà comune, dove entrambi vivevano con la prole, rimasta nell’alloggio con l’altro genitore, viene meno la situazione di compossesso che caratterizzava la precedente situazione di fatto; essendo pertanto il possesso esclusivo dell’abitazione rimasto ad uno solo dei conviventi, questi può cambiare la serratura (e relative chiavi) della porta d’ingresso della casa ed esperire l’azione di reintegrazione nei confronti dell’ex partner che, con uno stratagemma violento e clandestino, si sia impossessato delle nuove chiavi al fine di potere rientrare nell’abitazione a suo piacimento (Pret. Torino, 11/11/1991). Non commette invece spoglio il convivente che, dopo la morte del partner, impedisca all’erede l’accesso nell’immobile già abitazione della coppia (Pret. Venezia-Mestre, 16/4/1996). Cass. n. 10102 del 26/5/2004 ha esteso all’ipotesi della convivenza more uxorio il diritto di continuare ad abitare la casa familiare in favore del genitore cui sono affidati i figli minorenni, o che conviva con figli maggiorenni non ancora autosufficienti per motivi indipendenti dalla loro volontà. Infine, qualora, per effetto della tensione venutasi a determinare tra i conviventi, la prosecuzione della convivenza divenga fonte di pericolo, il convivente che ha in proprietà o in locazione la casa familiare può chiedere ed ottenere un provvedimento di urgenza che ordini all’altro di abbandonarla, essendo da escludere la sussistenza di un rapporto di sublocazione (Pret. Milano, 31/3/1990); sublocazione esclusa, con riferimento alla convivenza more uxorio, anche dal Tribunale di Roma (sentenza del 20/11/1982), per cui il locatore non è legittimato a chiedere la risoluzione del contratto deducendo che il conduttore ha sublocato l’immobile al convivente.
Se muore un convivente Particolarmente pesanti possono essere le conseguenze economiche (a parte ovviamente quelle affettive) in caso di morte di un convivente. Se l’evento è stato provocato da terzi, si pone il problema se il convivente della vittima possa agire nei confronti del responsabile per ilrisarcimento del danno. Il Tribunale di Verona (sentenza del 3/12/1980) e la Corte d’Assise di Genova (sentenza del 19/11/1984) sono stati concordi nell’affermare che il convivente non può chiedere, in sede di costituzione di parte civile, il risarcimento del danno patrimoniale, poiché il vincolo della convivenza, in quanto tale, non attribuisce, nell’ordinamento vigente, un diritto soggettivo a specifiche prestazioni a carattere patrimoniale, mentre può chiedere il risarcimento del danno non patrimoniale, in quanto tale tipo di danno postula esclusivamente la lesione di una situazione giuridicamente protetta, e tale può considerarsi oggi la convivenza more uxorio, in conseguenza dei molteplici effetti giuridici ad essa riconosciuti dall’ordinamento. A sua volta la Cassazione (sentenza del 5/11/1982) ha stabilito che, per l’art. 2043 c.c., danno risarcibile è quello che si verifica per la lesione di un diritto; pertanto, chi pretende di essere risarcito del danno derivatogli dalla morte della persona con la quale conviveva e dalla quale riceveva mantenimento o altri vantaggi o prestazioni in genere, ed evochi quindi in giudizio il responsabile dell’evento, deve dimostrare anzitutto il diritto alle prestazioni della persona deceduta, diritto che può discendere dalla legge o da una particolare convenzione; nessuna di tali ipotesi ricorre però nel caso della convivenza more uxorio, che l’ordinamento giuridico non prende in considerazione e che non può pertanto formare oggetto di convenzione; di conseguenza i giudici hanno ritenuto inammissibile un’azione per danni fondata sulla convivenza more uxorio, anche se perdurante da lungo tempo e caratterizzata dalla nascita di figli (salvo il diritto di questi ultimi, come figli naturali). Questo orientamento è stato confermato con sentenze del 12/7/1987 e del 7/7/1992. Per il Tribunale di Roma (sentenza del 9/7/1991) il diritto al risarcimento dei danni patrimoniali ed extrapatrimoniali compete sia a causa del trauma psichico subìto, sia per la privazione di sostegno morale, sia, infine, per la perdita di un’entrata che si sarebbe ragionevolmente presunta come duraturo contributo economico proveniente dall’attività lavorativa del defunto, a nulla rilevando il fatto della convivenza con quest’ultimo o la qualità di erede di colui cui spetta tale risarcimento; alla luce di questo criterio i giudici capitolini hanno stabilito che, qualora il defunto, sposato con figli legittimi, abbia convissuto more uxorio con altra donna, il suddetto diritto compete sia ai componenti della famiglia legittima che a quelli della famiglia di fatto; fermo restando che, mentre il diritto al risarcimento del danno morale dev’essere riconosciuto a tutti costoro, il ristoro del danno patrimoniale dev’essere negato ai componenti della famiglia legittima qualora una serie di circostanze (quali il difetto di prova in ordine alla sistematica corresponsione di assegni da parte del defunto, la mancanza della convivenza, il carico della famiglia di fatto e le condizioni finanziarie del defunto) non consentano ragionevoli presunzioni di perdite economiche. Da ultimo la Corte d’Appello di Firenze (sentenza del 29/4/1996) ha stabilito che il risarcimento deldanno non patrimoniale derivante dalla morte del convivente può essere riconosciuto poiché la famiglia di fatto è ormai considerata da varie norme, ancorché sparse o disorganiche, quale tipica formazione sociale nella quale si estrinseca la personalità umana, e deve perciò essere adeguatamente tutelata, ove risulti provata natura, qualità e stabilità della relativa relazione interpersonale (lo stesso indirizzo era stato seguito dalla Corte d’Appello di Milano, sentenza del 16/11/1993). Al contrario, il Tribunale di Perugia (sentenza del 30/10/1996) ha stabilito che la convivente more uxorio non è legittimata a chiedere il risarcimento dei danni, morali e patrimoniali, sofferti per la morte del convivente, mentre il Tribunale di Arezzo (sentenza n. 123 del 2/2/2005) ha riconosciuto al convivente il risarcimento del danno esistenziale. Sempre in tema di risarcimento dei danni occorsi a un convivente da un sinistro stradale, se questo è stato provocato dall’altro, egli, per il Tribunale di Piacenza (sentenza del 20/7/1985), è assimilabile al coniuge ai fini dell’esclusione dal novero dei terzi che usufruiscono dei benefici derivanti dal contratto di assicurazione; la ratio dell’esclusione di alcune categorie, come stabilite dall’art. 4, L. n. 990/1969, dai suddetti benefici, va infatti ricercata sia nell’unicità della sfera patrimoniale tra danneggiato e danneggiante, che potrebbe comportare, qualora fosse riconosciuto il diritto al risarcimento del danno, un indebito arricchimento dell’assicurato in danno dell’assicuratore, sia nella possibilità di facili collusioni tra soggetti legati da stretti vincoli di parentela o da vincoli di convivenza o di dipendenza economica (Trib. Piacenza, 20/7/1985). Se uno o entrambi i conviventi hanno alle spalle un matrimonio per il quale non sia ancora intervenuto divorzio, e non si vuole, in caso di morte improvvisa, favorire il coniuge separato, può essere prudente fare testamento in favore del convivente, avendo però cura di non ledere la quota che la legge riserva allo stesso coniuge separato, ai figli e agli ascendenti legittimi.
Gli alimenti e il mantenimento Gli alimenti (art. 433 c.c.) si fondano sul vincolo di solidarietà che lega, o almeno dovrebbe legare, le persone fra le quali corre taluno dei rapporti indicati dalla legge: per es. coniugio, parentela e affinità entro certi gradi. Qualora si verifichi lo stato di bisogno dell’avente diritto (si deve trattare di persona compresa fra quelle indicate dalla legge e comunque non in grado di provvedere a se stessa), l’obbligato –o, se vi sono più obbligati, ciascuno in proporzione alle proprie sostanze- può scegliere fra il corrispondere all’alimentando un assegno a questo titolo, oppure accoglierlo e mantenerlo nella propria casa. L’obbligo di somministrare gli alimenti viene meno, fra l’altro, se muore l’obbligato o se cessa lo stato di bisogno dell’avente diritto. Il diritto agli alimenti ha natura patrimoniale (ossia ha un contenuto economicamente valutabile), ma a differenza degli altri diritti patrimoniali non è cedibile, essendo intimamente connesso, come già detto, allo stato di bisogno del titolare. Concetto più ampio di alimenti è quello di mantenimento, consistente non nel somministrare all’avente diritto di che vivere, ma nell’assicurargli un tenore di vita proporzionato alla propria condizione economica. Il convivente more uxorio non ha diritto agli alimenti, e tantomeno al mantenimento, poiché la convivenza concretizza una situazione di fatto, caratterizzata dalla precarietà e dalla revocabilità unilaterale, cui non si ricollegano diritti e doveri se non di carattere morale (Trib. Napoli, 8/7/1999); è invece legittimato a chiedere un contributo per il mantenimento di eventuali figli avuti dal convivente, trattandosi di richiesta fondata sull’obbligo dei genitori di mantenere i figli per il solo fatto di averli generati.
La convivenza more uxorio del coniuge separato o divorziato Accade di frequente che un coniuge separato o divorziato vada a convivere more uxorio con un’altra persona. In tal caso la convivenza, se acquista carattere di stabilità e affidabilità, e incide positivamente sulla situazione economica del coniuge separato o divorziato, annullandone o riducendone lo stato di bisogno, e risolvendosi quindi in una fonte effettiva e costante di reddito, anche se non comporta per i conviventi alcun diritto al mantenimento reciproco, può incidere sull’ammontare dell’assegno di mantenimento fissato in sede di separazione o di divorzio, legittimando la parte obbligata a corrisponderlo a chiederne, a seconda delle circostanze, la riduzione (Cass. 22/4/1993, n. 4761) o la sospensione (Trib. Genova, 2/6/1990, Cass. 4/4/1998, n. 3503). La prova della convivenza e, soprattutto, del miglioramento delle condizioni economiche del coniuge separato o divorziato, è ovviamente a carico del coniuge tenuto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento e dev’essere inequivocabile: i giudici, per esempio (Cass. 2/9/2004, n. 17684), hanno stabilito che la targhetta sull'ingresso di casa, con i nomi dell’ex moglie e del nuovo compagno, le foto attestanti il parcheggio dell'auto della stessa presso l'abitazione del compagno, e la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà attestante la collaborazione lavorativa con il convivente, non costituiscono circostanze tali da poter essere considerate, da sole, prova sufficiente a dimostrare la stabile convivenza more uxorio dell’ex moglie ed il connesso miglioramento delle condizioni economiche della stessa, con conseguente giustificazione della richiesta di riduzione dell’assegno di mantenimento in capo all’ex marito; la convivenza more uxorio, infatti, ha natura intrinsecamente precaria, non determina obblighi di mantenimento e non ha quella stabilità giuridica, propria del matrimonio, presupposta dalla definitiva cessazione dell’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile (Cass. 26/1/2006, n. 1546). Questa stessa sentenza ha però escluso che l’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile possa risorgere in caso di cessazione della convivenza, poiché de iure condito è prevista la cessazione e non semplicemente la sospensione dell’obbligo di corrispondere l’assegno divorziale.
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