Source: https://www.laleggepertutti.it/178630_fin-quando-si-puo-chiedere-la-separazione-con-addebito
Timestamp: 2018-02-24 17:53:17+00:00
Document Index: 159033563

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 156', 'art. 2697', 'art. 52']

Fin quando si può chiedere la separazione con addebito?
Lo sai che? Fin quando si può chiedere la separazione con addebito?
È irrilevante il fatto che la moglie abbia aspettato parecchi anni prima di chiedere la separazione con addebito.
Esiste un termine massimo entro cui rivolgersi al giudice per chiedere la separazione con addebito nel caso in cui il coniuge sia stato, negli anni, violento, aggressivo e traditore? L’aver sopportato a lungo le angherie del marito (o della moglie) solo per tenere in piedi il matrimonio impedisce di poter adire il giudice in un successivo momento e a distanza di molto tempo? Su questi punti è scesa più volte la Cassazione a chiarire che non c’è “un termine di prescrizione” per far valere la rottura della convivenza e addebitarla alle colpe del coniuge.
Non c’è un termine massimo per chiedere l’addebito
Secondo una recente sentenza [1], infatti, quando c’è la prova che il matrimonio è cessato per via della condotta altrui ed alle spalle della coppia c’è un trascorso di violenze, tradimenti e prevaricazioni, non conta che a far traboccare il vaso sia stato un fatto in sé insignificante o la semplice presa di coscienza di “non riuscire a perdonare e a dimenticare il passato”.
Fin quando si può sopportare il coniuge traditore e violento?
I tempi di reazione della moglie agli illeciti del marito non contano se è proprio il comportamento di quest’ultimo ad aver reso intollerabile la convivenza. Quindi, anche se si decide di intraprendere, con notevole ritardo, la causa di separazione e la richiesta di «addebito», basta dimostrare che la ragione di ciò sono le vessazioni subìte. Il fatto di aver perdonato, in un primo momento, non rileva. Ben è possibile rendersi conto, a distanza di molto tempo, di non aver “superato” la crisi e di essere incapace di perdonare le altrui colpe. È anche comprensibile il gesto di chi temporeggia a lungo nell’intento di salvare matrimonio. Per i giudici l’aver provato, in tutti modi, a tenere insieme la propria famiglia, tollerando i comportamenti del coniuge, non può certo costituire una sanzione. Pertanto, se a un certo punto, ci si rende conto di «non poter più sopportare aggressioni, fisiche e morali, e infedeltà da parte del marito» ben è possibile agire.
La difesa del coniuge
L’unica difesa per il coniuge colpevole è dimostrare che, nel frattempo, sono intervenute altre fratture a lacerare il legame. Si pensi al caso della moglie che, avendo scoperto il tradimento del marito, lo tradisca a sua volta: questo fatto potrebbe aver innescato una serie di ulteriori comportamenti tali da poter essere questi stessi identificati come la causa della rottura e non già la prima infedeltà.
[1] Cass. ord. n. 12541/16 del 7.06.2017.
1. Il Tribunale di Massa, con sentenza dell’8 febbraio 2013, ha dichiarato la separazione dei coniugi G.S.R. e R.S., ha dichiarato l’addebito della separazione a carico del R., cui ha imposto un assegno di mantenimento di 3.000 euro mensili e la condanna alle spese del giudizio.
2. Ha proposto appello R. investendo le statuizioni relative all’addebito, alla misura eccessiva dell’assegno e alla condanna alle spese processuali.
3. La Corte di appello di Genova, con sentenza n. 82/13 del 20 giugno – 10 luglio 2013, ha confermato la pronuncia di addebito con riferimento al comportamento violento e maltrattante del R. nel corso dei matrimonio, ha rideterminato l’assegno di mantenimento in 1.500 euro mensili in considerazione delle condizioni economiche del R. che non consentono una misura dell’assegno come quella statuita in primo grado. Ha compensato per 1/3 le spese del primo grado e per 2/3 quelle del secondo grado ponendo la quota residua a carico del R..
4. Ricorre per cassazione G.S.R. affidandosi a due motivi di impugnazione: a) violazione degli artt. 115 comma 1 c.p.c., 151 c.c., 2697 c.c. relativamente alla conferma della pronuncia di addebito; b) violazione dell’art. 156 c.c. in relazione all’art. 2697 c.c. relativamente alla misura dell’assegno che secondo il ricorrente comporterebbe il godimento da parte della S. di un reddito sensibilmente superiore a quello che rimarrebbe al ricorrente dopo la decurtazione di 1.500 euro mensili.
6. Con il primo motivo di ricorso si contesta la pronuncia sull’addebito che è stata emessa in seguito alle deposizioni testimoniali che attestano, secondo la valutazione della Corte di appello, un comportamento violento e maltrattante da parte del R. nei confronti della moglie la quale si sarà pure indotta alla separazione tardivamente e sotto la spinta dei figli ma ha fatto ciò dopo aver tentato di salvare il matrimonio nel corso dei lunghi anni in cui è durato fino a che ha ritenuto di non poter più sopportare aggressioni fisiche e morali e infedeltà da parte del marito.
7. Anche il secondo motivo è inammissibile per la generica prospettazione della violazione di legge che sottende in realtà una richiesta di riesame nel merito della situazione economica delle parti. E’ comunque infondato perché la Corte di appello ha dato atto nella sua motivazione non solo dei redditi percepiti pacificamente dalle parti ma anche del patrimonio finanziario e immobiliare del R. e anche in questa prospettiva ha liquidato la misura dell’assegno.
a. Sussistono pertanto i presupposti per la trattazione della controversia in camera di consiglio e se l’impostazione della presente relazione verrà condivisa dal Collegio per il rigetto del ricorso.
rilevato che il ricorrente non ha depositato l’avviso di ricevimento della notifica del ricorso effettuata a mezzo posta;
La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Nulla sulle spese del giudizio di cassazione. Dispone che in caso di diffusione del presente provvedimento siano omesse le generalità e gli altri dati identificativi a norma dell’art. 52 del decreto legislativo n. 196/2003.