Source: https://www.sacam.it/noticias
Timestamp: 2020-02-20 15:05:04+00:00
Document Index: 171587677

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1908', 'sentenza ', 'art. 374', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 1888', 'art. 1366', 'art. 1367', 'art. 1370', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 1669', 'sentenza ', 'sentenza ']

SACAM Noticias
Una Corte d’appello federale USA ha deciso contro Amazon.com Inc. in un caso che potrebbe esporre il rivenditore online a cause legali da parte di clienti che acquistano prodotti difettosi da fornitori terzi attraverso il suo sito web.
Numerose altre corti, tra cui due corti d’appello federali, hanno stabilito in passato che Amazon non può essere ritenuta responsabile come venditore di prodotti di fornitori terzi. La nuova sentenza della 3a Corte d’Appello del Circuito Americano di Philadelphia, che ha rovesciato una decisione della corte di primo grado, sembra essere la prima a invertire questa tendenza.
Oltre a vendere prodotti propri, Amazon consente a fornitori terzi di elencare i prodotti in vendita sul suo sito web. Tali fornitori possono immagazzinare i loro prodotti nei magazzini di Amazon o spedirli direttamente ai clienti.
Amazon ha ricavato circa 11 miliardi di dollari dai servizi che ha fornito ai venditori terzi per il trimestre conclusosi a marzo. Circa la metà degli articoli venduti su Amazon provengono da società terze.
La responsabilità per i prodotti difettosi è generalmente regolata dalla legge statale, e la decisione di mercoledì si basa sulle leggi della Pennsylvania, dove vive il cliente, Heather Oberdorf.
Oberdorf ha citato Amazon nel 2016 in un tribunale federale in Pennsylvania, dicendo che era stata accecata ad un occhio a causa di un guinzaglio retrattile acquistato attraverso il sito web dell’azienda da un fornitore terzo, che si era spezzato e riavvolto, colpendola al volto.
La Furry Gang ha spedito il guinzaglio direttamente a Oberdorf dal Nevada. Né Oberdorf né Amazon è stata in grado di localizzare alcun rappresentante della Furry Gang, che non è attiva sul sito di Amazon dal 2016, secondo gli atti giudiziari.
Secondo il giudice Jane Richards Roth Amazon potrebbe essere responsabile in parte perché il suo modello di business “consente ai fornitori terzi di nascondersi al cliente, senza che i clienti danneggiati da prodotti difettosi possano fare ricorso diretto al fornitore terzo”.
Ora tocca al tribunale di primo grado, che dovrà decidere se il guinzaglio era effettivamente difettoso.
I dati nella relazione annuale Inail. Su 15 mila aziende ispezionate, il 90% è irregolare
Presentate 1.218 denunce con una crescita del 6,1%
Crescono i morti sul lavoro. Nel 2018 le denunce per infortunio mortale sono state 1.218, in crescita del 6,1% rispetto all’anno precedente. L’aumento rimane, anche se lieve, nel 2019 visto che nei primi cinque mesi dell’anno i casi mortali sono stati 391, due in più rispetto allo stesso periodo del 2018. I numeri sono stati illustrati dall’Inail che, ieri, ha presentato alla Camera la relazione annuale sull’attività dell’Istituto. Il report analizza i numeri degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali; inoltre, fa un resoconto sull’attività di controllo e di supporto erogata dall’Istituto.
Nel 2018 sono state circa 645 mila le denunce di infortunio presentate, in calo dello 0,4% rispetto all’anno precedente. Gli infortuni riconosciuti sul lavoro sono stati poco più di 409 mila (-4,3%) di cui circa il 19% occorso fuori dall’azienda, cioè con un mezzo di trasporto o in itinere. Nel 2019 rimane stabile il numero di denunce per infortunio; tra gennaio e maggio ne sono state presentate 269.431, in crescita dello 0,04% rispetto all’anno precedente, dove erano state 269.332.
Sulle 15.828 aziende controllate dall’Inail, l’89,35% è risultato irregolare. I lavoratori regolarizzati a seguito dei controlli sono stati 41.674, di cui 3.336 in nero. Accertate, inoltre, retribuzioni imponibili evase per circa 3,5 miliardi di euro. Oltre alle attività di contrasto all’evasione, sono stati effettuati circa tremila accertamenti relativi ad infortuni gravi, mortali, in itinere o per malattie professionali. D’altro canto, però, «continua l’impegno delle imprese nell’attività di mitigazione dei rischi negli ambienti di lavoro», si legge nella nota Inail: nel 2018 sono state presentate circa 29 mila istanze di riduzione del tasso di tariffa per meriti di prevenzione e circa 300 mila ditte hanno beneficiato della riduzione del 7,09% visto che non hanno denunciato infortuni nel biennio 2016-2017.
La relazione prende in considerazione anche i numeri relativi alle tariffe Inail, a seguito delle modifiche apportate in legge di Bilancio che ne hanno decretato la diminuzione. La revisione delle tariffe, infatti, permetterà alle imprese un risparmio di 502 milioni di euro nel 2019, circa il 6% in meno rispetto al 2018. In merito alle performance economiche, l’Istituto ha chiuso il 2018 con entrate di competenza per 10 miliardi e 571 milioni di euro, mentre le uscite sono state di 8 miliardi e 777 milioni. Le riserve tecniche si attestano a quota 33 miliardi. Infine, in merito al contributo dell’Istituto ai lavoratori e alle aziende, si segnalano le 7,6 milioni di prestazioni sanitarie fornite per fronteggiare le conseguenze di infortuni e malattie. Per quanto riguarda le aziende, l’Inail ha stanziato con il bando Isi 370 milioni di euro per sostenere aziende che investono in prevenzione; il 14 giugno, nel click day, sono stati presentati più di 16.600 progetti.
Comunicazioni alla Compagnia di assicurazione, non basta l’invio di una raccomandata
Viene inviata una lettera raccomandata (semplice) per comunicare la volontà di interrompere la prescrizione per la richiesta dei danni derivanti a seguito di un sinistro stradale. La Compagnia contesta la ricezione dell’atto inviato.
In Tribunale prima e la Corte di Appello poi danno torto all’assicurato, avendo egli omesso di fornire la prova del ricevimento dell’atto di interruzione della prescrizione inviato alla compagnia assicurativa mediante raccomandata.
Si arriva al giudizio in Cassazione (ordinanza n. 6725/2018, depositata il 19 marzo).
L’atto interruttivo della prescrizione inviato a mezzo raccomandata postale si presume giunto a destinazione sulla base dell’attestazione di spedizione da parte dell’ufficio postale. Laddove però il destinatario contesti la ricezione, sarà il mittente a dover fornire la prova dell’avvenuto ricevimento del plico.
Questo lo scritto: " … del tutto correttamente il giudice d’appello (sulla scia della decisione emessa dal giudice di primo grado) ha deciso la causa in senso sfavorevole all’attore, avendo quest’ultimo omesso di fornire la prova dell’effettivo ricevimento, da parte del destinatario, dell’atto interruttivo della prescrizione".
- La prima è logica: spedire sempre raccomandate con ricevuta di ritorno;
- La seconda invece è: come fanno poi i clienti a fidarsi delle Compagnie?
Il fatto accidentale nella polizza R.C.
Un condomino subisce dei danni in conseguenza delle infiltrazioni provenienti dal terrazzo condominiale. Viene inizialmente fatta una transazione, senza rinuncia da parte dell’assicuratore all'eccezione di inoperatività della garanzia assicurativa ("non accidentalità" delle infiltrazioni causa di danno).
Mancano ancora, a giudizio del danneggiato, € 306,60 oltre interessi, cosa che viene riconosciuta dal Tribunale di prime cure.
Si arriva al giudizio di Cassazione (Ordinanza 11 agosto 2017, n. 20070) poiché la Compagnia contestava la “non accidentalità” delle infiltrazioni causa di danno vista la grave colpa del condominio nel non intervenire. Questa la decisione dei gudici:
… l'assicurazione della responsabilità civile non può concernere fatti meramente accidentali, dovuti, cioè, a caso fortuito o forza maggiore, dai quali non sorge responsabilità e, per la sua stessa natura, importa necessariamente, piuttosto, l'estensione ai fatti colposi, restando escluso, in mancanza di espresse clausole limitative del rischio, che la garanzia assicurativa non copra alcune forme di colpa.
Di tal che, la clausola della polizza stipulata da un condominio, la quale preveda la copertura dei danni "involontariamente cagionati a terzi in conseguenza di un fatto accidentale", senza contenere alcuna limitazione con riguardo a determinati gradi di colpa, fa ritenere operante la garanzia anche in ipotesi di comportamento gravemente colposo dell'assicurato, con la sola eccezione delle condotte dolose.
Il “valore uomo” nell’assicurazione infortuni
All’assicurazione contro gli infortuni non mortali (rientrante nei rami danni) va estesa l’applicazione del principio in base al quale l’assicurato non può, mediante la stipulazione di più assicurazioni per il medesimo rischio, ottenere l’indennizzo da più assicuratori, perseguendo fini di lucro (Cassazione Civile n. 7349-2015, n. 13233-2014, n. 13485-2011 e tante altre).
Ciò significa, nei rami danni, che non si non può pretendere un indennizzo superiore al valore della cosa assicurata al tempo del sinistro.
Il concetto sembra applicato anche nel caso di un incidente stradale nel caso in cui la compagnia del responsabile abbia liquidato il risarcimento (e non l’indennizzo) per quanto capitato all’infortunato. L’assicurato, cioè, non può pretendere altro, anche se aveva stipulato una polizza infortuni con altro assicuratore.
Mi rendo conto che molti insorgeranno contro questo principio e che potranno portare come esempio casi in cui la compagnia ha invece liquidato un altro indennizzo oltre a quello spettante per legge, ma la situazione è quella sopra esposta, giuridicamente parlando.
Trovo però spesso il riferimento della Suprema Corte (sentenze n.9961/2017 - 13233-2014, ecc.) al 2^ comma dell’art. 1908 del c.c.: “Il valore delle cose assicurate può essere tuttavia stabilito al tempo della conclusione del contratto, mediante stima accettata per iscritto dalle parti.”
Questo significa che “le cose” indicano anche “le persone” e che la stima accettata è insita nella dichiarazione del valore assicurato. Se questo è il principio, tutte le volte in cui i valori assicurati sono inferiori al risarcimento spettante ai sensi di legge, nulla è dovuto all’assicurato. Però, nel caso in cui il capitale assicurato con la polizza infortuni sia superiore, l’assicurato avrà diritto di avere la differenza tra quanto liquidato a titolo di risarcimento e l’indennizzo derivante dalla polizza infortuni.
Responsabilità da prodotto difettoso e riconoscimento dei “danni punitivi” in Italia.
Durante una gara motociclista, per un vizio del casco venduto da una ditta americana ma prodotto in Italia, un concorrente subiva diversi danni. La società americana, in funzione dell’indennizzo corrisposto al motociclista danneggiato (oltre un milione e mezzo di dollari), chiedeva la reintegrazione patrimoniale e che fossero dichiarate efficaci nonchè esecutive le sentenze che avevano condannato l’azienda italiana alla reintegrazione patrimoniale da parte del Giudice americano.
La società italiana ricorre al Giudice Italiano deducendo la contrarietà delle sentenze americane all’ordine pubblico per «comminatoria di danni punitivi (punitive damages) in ragione della loro inammissibile funzione sanzionatoria della condotta del danneggiante anziché risarcitoria dei danni subiti dal danneggiato».
La Corte d’Appello rigetta le eccezioni sollevate dalla società italiana, ritenendo che non fossero stati risarciti danni punitivi, nella sentenza americana, ma che si trattasse unicamente dell’azione di manleva del rivenditore americano per l’importo risarcitorio corrisposto, senza specificare di quali danni si trattasse.
La Suprema Corte di Cassazione, investita del caso, dopo avere esaminato i principi affermati in precedenti sentenze (Cass. n. 1183/2007 e Cass., n. 1781/2012) in cui si nega la «riconoscibilità delle sentenze straniere di condanna al pagamento di somme a titolo di danni punitivi», si concede una disamina del problema in funzione del principio che deve tener conto non solo del contesto nazionale, ma anche del “nuovo” contesto europeo-internazionale e del processo di globalizzazione degli ordinamenti giuridici cui si sta andando incontro e “visto l'art. 374 c.p.c., comma 2, rimette gli atti al Primo Presidente per l'eventuale assegnazione del ricorso alle Sezioni Unite, in quanto implicante la soluzione di una questione di massima di particolare importanza”.
Quali le conseguenze per la polizza R.C. del Produttore (e non solo) nel caso che le Sezioni Unite ammettessero la possibilità di avere, anche in Italia, il riconoscimento dei “danni punitivi”? Viene da augurarsi che la risposta non sia: ai posteri l’ardua sentenza!
La sentenza n. 17024 del 20 agosto 2015 ha considerato vessatorie tipiche, e quindi nulle, ai sensi dell’art. 33, comma 2, lettera q, del d.lgs. 6 settembre 2005, n. 206, le seguenti clausole in quantosubordinano il pagamento dell’indennizzo ad adempimenti eccessivamente onerosi da parte del beneficiario:
a) sottoscrivere una domanda su apposito modulo predisposto dall’assicuratore, e per
di più farlo presso l’agenzia di competenza;
b) produrre una relazione medica sulle cause della morte, scritta da un medico su un
modulo predisposto dall’assicuratore;
c) produrre una dichiarazione del medico autore della relazione di cui sopra, nella quale
questi attesti di avere “personalmente curato le risposte”;
d) produrre, a semplice richiesta dell’assicuratore, le cartelle cliniche relative ai ricoveri
subiti dall’assicurato;
a) contrasta con il principio di libertà delle forme nella materia delle obbligazioni la
previsione per cui il beneficiario deve formulare domanda di indennizzo su un modulo
predisposto dall’assicuratore e con quello di libertà personale e di movimento del
beneficiario il doversi recare presso l’agenzia di competenza;
b) la richiesta di produrre una relazione medica sulla morte dell’assicurato pone un
rilevante onere economico a carico del beneficiario e, ancor più grave, gli trasferisce
l’onere di documentare le cause del sinistro, onere che per legge non ha. La Corte
ricorda che nelle assicurazioni sulla vita il beneficiario ha il solo onere di provare
l’avverarsi del rischio e, quindi, la morte della persona sulla cui vita è stata stipulata
c) la possibilità, a semplice richiesta, che il beneficiario debba fornire le cartelle cliniche
relative ai ricoveri della persona deceduta non è soggetta a limiti temporali, è di
“sconfinata latitudine” e pone a carico del beneficiario le spese di estrazione delle
relative copie, nonché l’onere di contrastare il possibile rifiuto delle strutture sanitarie
giustificato dalla tutela della riservatezza;
d) la necessità di produrre un atto notorio riguardante lo “stato successorio” del
deceduto è inutile dal momento che il beneficiario acquista il diritto all’indennizzo jure
proprio e non a titolo ereditario;
e) il dover produrre l’originale della polizza è previsione inutilmente gravosa dal
momento che di essa l’assicuratore è già necessariamente in possesso (art. 1888
Interpretazione estensiva del rischio assicurato
Vanno richiamati anche i principi in tema di interpretazione del contratto secondo buona fede (art. 1366 cod. civ.); nonché il principio di conservazione, per cui il contratto o le singole clausole si interpretano, in caso di dubbio, nel senso in cui possono avere qualche effetto anziché in quello per cui non ne avrebbero alcuno (art. 1367 cod. civ.); nonché la regola generale interpretativa per cui le clausole predisposte da una delle parti mediante condizioni generali si interpretano, nel dubbio, in favore della parte aderente (art. 1370 cod. civ.).
Così si è espressa la Sesta Sezione della Corte di Cassazione con la sentenza n. 17581 del 3 settembre 2015, in una questione in materia di assicurazione.
Il caso riguardava i lavori di rifacimento di un marciapiede che causavano un danno ad una abitazione per infiltrazioni d’acqua e di ciò veniva chiamato a rispondere il Comune committente.
La compagnia di assicurazione nega la validità della copertura assicurativa in quanto le condizioni generali di polizza escludevano dal rischio assicurato i danni causati da bagnamento causati da acqua piovana o da agenti atmosferici in genere. Interpretazione confermata dai Giudici di primo e secondo grado.
In polizza era però prevista una deroga a questa limitazione con riguardo ai lavori di costruzione e manutenzione di edifici, ma non dei marciapiedi.
La Cassazione, nel suo intervento, ribalta però i giudizi precedenti, in quanto, pur se la clausola relativa ai danni "da bagnamento" era stata predisposta con riferimento ai lavori di costruzione e di manutenzione di edifici, non poteva escludersi che essa potesse, e probabilmente dovesse, essere interpretata estensivamente, così da comprendervi lavori edilizi in genere, ed in particolare quelli in relazione ai quali la polizza era stata appositamente stipulata.
www.assiweb.it
Un assicurato conviene in giudizio la propria compagnia di assicurazioni per ottenere l’indennizzo dei danni subiti al capannone la quale sostiene che, in conformità alle clausole contrattuali, la determinazione del danno deve essere espletata con la procedura peritale, con la rinuncia ad adire l’autorità giudiziaria ordinaria.
Solo che i periti erano in conflitto tra di loro, in quanto quelli della società danneggiata, insistevano nella richiesta di determinazione dell’indennizzo, mentre quelli delle assicurazioni affermavano l’impossibilità di espletare l’incarico di accertamento del danno in quanto erano stati rimossi i detriti e non erano state conservate le tracce del sinistro.
Queste le conclusioni della Cassazione (sentenza 1 marzo 2014, n. 7531):
«se è indubbio che, nella clausola di un contratto di assicurazione, che preveda una perizia contrattuale, è insita la temporanea rinunzia alla tutela giurisdizionale dei diritti nascenti dal rapporto contrattuale, nel senso che, prima e durante il corso della procedura contrattualmente prevista, le parti stesse non possono proporre davanti al giudice le azioni derivanti dal suddetto rapporto, è altrettanto vero che l’obbligo della rinunzia alla tutela giurisdizionale non può non ritenersi cessato quando l‘espletamento della perizia non sia più oggettivamente possibile per essere venuto meno, e definitivamente, l’oggetto, indispensabile, ai fini dell’accertamento peritale da espletare».
Il venditore al dettaglio di prodotti immessi sul mercato, che si sono poi rivelati pericolosi per la salute dei consumatori, può essere chiamato a risponderne anche se detti prodotti sono stati da lui acquistati presso un grossista?
La Suprema Corte di Cassazione – Sez. III Penale - (nella sentenza n. 8679, depositata il 24 febbraio 2014 e qui allegata) afferma di sì, in quanto la definizione di “distributore”, fornita dal codice del consumo, è: “qualsiasi operatore professionale della catena di commercializzazione, la cui attività non incide sulle caratteristiche di sicurezza dei prodotti“, quindi molto ampia.
Continuano i Giudici aggiungendo che anche il concetto di "immissione sul mercato" dei prodotto ha un'accezione assai ampia, ricomprendendo altresì la fornitura del prodotto al consumatore finale da parte del rivenditore, ultimo anello della catena distributiva.
Il negoziante (in questo caso di giocattoli) deve quindi ritenersi penalmente responsabile.
Non sempre trasportare un passeggero sul ciclomotore nonostante sia vietato dà origine al risarcimento.
L’inosservanza di una norma di circolazione stradale, pur comportando responsabilità amministrativa per l’infrazione commessa, non è di per sé sufficiente a determinare la responsabilità civile per l’evento dannoso, se ciò non sia ricollegabile alla trasgressione medesima. Nel caso specifico, nell’incidente tra un’auto e un ciclomotore, la trasportata su quest’ultimo mezzo subisce lesioni, con conseguente domanda risarcitoria nei confronti dei genitori della ragazza che guidava il ciclomotore.
Sia il Tribunale di primo grado, la Corte di Appello ed infine la Suprema Corte di Cassazione (sentenza 22 ottobre - 22 novembre 2013, n. 26239 allegata) respingono la domanda, rilevando il difetto di efficienza causale tra la violazione (trasporto del passeggero) e il danno lamentato.
In pratica, manca la prova del nesso causale tra la violazione del C.d.S e l’evento che ha provocato i danni alla persona trasportata (illegittimamente) sul ciclomotore.
DECRETO IMU: RIVISTI I LIMITI DI DETRAIBILITA’ DELLE POLIZZE VITA
Fonte: EBA Media
Incidente fatale per una donna e risarcimento dovuto al marito ed ai tredici figli. Interpretazione per “massimale di polizza”.
Una donna cade « in un grosso tombino sprofondato e non visibile per mancanza di illuminazione della strada» e purtroppo muore.
Nessun dubbio sulla responsabilità del Comune quale ente proprietario della strada per quanto accaduto e, quindi, per il risarcimento del danno stabilito «in 30 milioni di lire in favore di ciascuno degli eredi» della donna. A pagare è perciò l’ente pubblico, con richiesta di essere tenuto indenne dalla compagnia assicurativa. Ma con quale massimale?.
La Compagnia, in sostanza, contesta i conteggi fatti dai giudici in Tribunale e in Corte d’Appello, dichiarando che è stato trascurato un particolare importante: il «limite del massimale assicurativo (150 milioni di lire)» è riferito alla «persona lesa», ossia «la vittima dell’incidente» e non “per ogni vittima” come pronunciato.
Tale interpretazione dell’Assicuratore non è però condivisa nemmeno dai giudici della Cassazione, i quali concludono sottolineando che «per persona danneggiata deve intendersi non solo la vittima diretta dell’incidente ma anche i prossimi congiunti, così che i conseguenti danni non devono necessariamente essere soddisfatti tutti nell’ambito del massimale previsto per ogni singola persona, ma il limite del risarcimento è, distintamente per ciascun danno, quello previsto per ciascuna persona danneggiata» e quindi per ogni singolo erede, fermo nel complesso il massimale per singolo sinistro (c.d. massimale catastrofale).
Azione di regresso dell’Inail e obbligatorietà di condanna nel processo penale
L’Inail, in occasione dell’infortunio di un lavoratore, aveva convenuto una società di capitali al fine di ottenere la condanna al pagamento ai sensi dell’art. 10 d.p.r. n. 1124/1965 in relazione alle prestazioni erogate.
Il Tribunale respinge la domanda dell'Inail, rilevando che in altro giudizio civile era stato escluso il rapporto di lavoro subordinato tra la società e l'infortunato con sentenza passata in giudicato e che il giudicato penale non era opponibile alla società rimasta estranea al giudizio.
La Corte d’Appello ammette invece l’azione di regresso dell’Inail, rilevando che la responsabilità del datore permane quando la sentenza penale stabilisca che l’infortunio è avvenuto per fatto imputabile a coloro che il datore di lavoro abbia incaricato della direzione e della sorveglianza, se del fatto essi debbano rispondere secondo il codice civile.
Contro tale decisione, la società propone ricorso in Cassazione, chiedendo se «l’azione di regresso ex art. 10 e 11 d.p.r. n. 1124/1965 possa essere promossa dall’Inail nei confronti di una società di capitali che non sia stata parte del processo penale conclusosi con la sentenza di condanna del legale rappresentante e in presenza di una sentenza civile che esclude il rapporto di lavoro subordinato».
Gli Ermellini (con la sentenza del 10 settembre 2013, n. 20724 allegata) hanno dato risposta positiva, rilevando che la speciale azione di regresso spettante all’istituto ai sensi degli artt. 10 e 11 dpr n. 1124/1967 non comporta che il preventivo accertamento giudiziale del fatto stesso debba necessariamente avvenire in sede penale, potendo essere effettuato anche in sede civile.
Vizi di progettazione, responsabilità dell’appaltatore e differenza tra consegna ed accettazione.
In tema di appalto ed in ipotesi di responsabilità per vizi dell’opera, «l’appaltatore, anche quando sia chiamato a realizzare in progetto altrui, è sempre tenuto a rispettare le regole dell’arte ed è soggetto a responsabilità anche in caso di ingerenza del committente» e, conseguentemente «la responsabilità dell’appaltatore, con il derivante obbligo risarcitorio, non viene meno neppure in caso di eventuali vizi imputabili ad errori di progettazione o direzione dei lavori se egli, accortosi del vizio, non lo abbia tempestivamente denunziato al committente manifestando formalmente il proprio dissenso, ovvero non abbia rilevato i vizi pur potendo e dovendo riconoscerli in relazione alla perizia ed alla capacità tecnica da lui esigibili nel caso concreto». Così la pronuncia della Corte di Cassazione, sez. II Civile, con la sentenza 9 maggio – 21 giugno 2013, n. 15711 allegata, che ribadisce un concetto più volte già espresso. Una cosa interessante è la distinzione indicata dalla Suprema Corte tra l’atto di «consegna» e l’atto di «accettazione» dell’opera. Il primo «costituisce un atto puramente materiale che si compie mediante la messa a disposizione del bene a favore del committente», mentre, per l’accettazione, quest’ultima «esige, al contrario, che il committente esprima (anche per facta concludentia) il gradimento dell’opera stessa». La presa in consegna dell'opera non implica, quindi, di per sé, la rinunzia a far valere la garanzia per i difetti conosciuti o conoscibili, ma è necessaria la sua accettazione per l'esonero dell'appaltatore da ogni responsabilità.
L'IVA deve essere risarcita anche con il solo preventivo
La Suprema corte di Cassazione, con la sentenza del 10 giugno 2013, n. 14535 allegata, oltre ad entrare nel merito della liquidazione delle spese legali legate ad un sinistro RCA, ribadisce che “… poiché il risarcimento del danno patrimoniale si estende agli oneri accessori e consequenziali, se esso è liquidato in base alle spese da affrontare per riparare un veicolo, il risarcimento comprende anche l'IVA, pur se la riparazione non è ancora avvenuta - e a meno che il danneggiato, per l'attività svolta, abbia diritto al rimborso o alla detrazione dell'IVA versata …” e fa riferimento anche a due pronunce precedenti con la stessa motivazione (n. 1688/2010 e n. 10023/1997).
La domanda: poichè che si tratta di un orientamento oramai consolidato, perchè questo principio è stato apertamente disatteso dai giudici di primo e secondo grado?
Assicurazione Auto, 15 giorni di tolleranza per pagare
Lo ha chiarito il ministero dell'interno con la circolare n. 300/A/1319/13/101/20/21/7 del 14 febbraio 2013. Con l'entrata in vigore del dl 179/2012 la questione della tradizionale franchigia per il rinnovo delle polizze è stata messa a dura prova. Concretamente, alla luce delle previsioni del codice civile e del codice delle assicurazioni private, prima dell'entrata in vigore del dl 179, il contratto assicurativo rc auto che prevedeva il tacito rinnovo si intendeva prorogato alla scadenza, con una tolleranza di quindici giorni durante i quali sussisteva la copertura assicurativa pur in assenza del pagamento del premio. Di fatto questa condizione era difficilmente verificabile in sede di controllo per cui la polizia in caso di tagliando scaduto spesso procedeva intimando al conducente di esibire successivamente la documentazione attestante la copertura assicurativa regolare. Con l'entrata in vigore del dl 179 le cose sono cambiate. Il testo originario del decreto ha infatti introdotto una durata massima dei contratti pari a un anno, vietando altresì specificamente il loro tacito rinnovo. Con la conversione in legge del provvedimento urgente sono state confermate queste nuove disposizioni, con l'aggiunta di ulteriori novità. In dettaglio la legge 221/2012 dispone espressamente che il contratto assicurativo si risolve automaticamente alla scadenza naturale. Inoltre, la garanzia prestata con il precedente contratto resta operante per quindici giorni dopo la scadenza, fino all'effetto della nuova polizza. L'impresa di assicurazione dovrà avvisare il contraente della scadenza del contratto con un preavviso di almeno trenta giorni. Poiché la norma prevede espressamente l'estensione della copertura assicurativa alla scadenza annuale, specifica il ministero, «per un limitato periodo di quindici giorni dalla scadenza, l'assicurato, in attesa di sottoscrivere altro contratto in tempo utile, durante tale periodo può continuare a esibire il certificato e il contrassegno scaduti». In buona sostanza mentre la precedente disposizione imponeva alla polizia stradale di verificare sempre la continuità della copertura assicurativa la nuova previsione è molto semplificata. Tutti i contraenti hanno ora a disposizione quindici giorni di estensione della copertura assicurativa rc auto gratuita. Alla luce di questa novella, conclude il Viminale, si ritiene non più sanzionabile ai sensi degli articoli 180 e 181 del cds la circolazione del veicolo con il certificato e il contrassegno assicurativo scaduti, atteso che, la garanzia assicurativa prestata con il precedente contratto è estesa in ogni caso, non oltre il quindicesimo giorno dalla data di scadenza dello stesso.
Stesso incidente, sentenze diverse di due Tribunali. Per la Cassazione non va bene.
Incidente stradale: i protagonisti affermano uno la responsabilità dell’altro e si rivolgono a due diversi organi giurisdizionali (Tribunale di Napoli e Tribunale di Milano), entrambi competenti per territorio.
Le due cause hanno quindi vita autonoma e sfociano, entrambe, in sentenze di appello che, però, forniscono una diversa ricostruzione dei fatti e, conseguentemente, un diverso accertamento delle responsabilità.
Si meraviglia la Corte di Cassazione di ciò (che nella pratica capita però spesso) e dopo avere esaminato i fatti, afferma che la sentenza della Corte di Appello di Milano, vista una ricostruzione dei fatti «diversa quanto infondata sotto il profilo logico giuridico», debba essere cassata, con rinvio alla medesima Corte affinché assuma le statuizioni risarcitorie alla luce della decisione della Corte d’Appello di Napoli. Con tutte le perplessità del caso, in quanto, l’art. 360 n. 5 c.p.c. non conferisce in alcun modo alla Corte di Cassazione il potere di riesaminare il merito della causa, ma consente, invece, il solo controllo – sotto il profilo logico formale e della conformità a diritto – di valutare le decisioni prese dal Giudice di appello.
L’edificio crolla - responsabilità del direttore dei lavori e dell’appaltatore
Viene appaltata ad un’impresa edile la ristrutturazione di un’immobile. La direzione dei lavori, l’espletamento delle pratiche burocratiche ed il progetto viene invece affidato ad un ingegnere.
Dopo poco tempo l’edificio crolla e logicamente il committente cita in giudizio sia appaltatore che l’ingegnere chiedendo il risarcimento di tutti i danni subiti.
Per i Giudici di merito, non è ravvisabile la responsabilità extracontrattuale ex art. 1669 c.c. dell’ingegnere in quanto aveva realizzato unicamente il progetto di massima e non anche quello esecutivo e neppure il calcolo delle opere in cemento armato. Inoltre, all’ingegnere non poteva essere addebitato alcun difetto di vigilanza in qualità di direttore dei lavori, avendo l’appaltatore operato in completa autonomia.
La Suprema Corte, nella sentenza del 31 ottobre - 11 dicembre 2012, n. 22643 allegata, non la pensa nello stesso modo. Il direttore dei lavori ha l’obbligo di controllare l’operato dell’appaltatore e garantire che l’opera sia realizzata senza difetti costruttivi, impartendo le opportune disposizioni e controllando l’operato dell’appaltatore.
A questo principio si dovrà attenere la corte d’appello del rinvio, in diversa composizione, previo nuovo accertamento sulle eventuali responsabilità dell’ingegnere nell’espletamento del suo incarico.
SACAM CONSULTING & CLAIMS s.r.l.s.
la necessità di fornire un servizio efficiente alla nostra Clientela è stato, sin dalla costituzione del nostro studio nel 1974, il principale obbiettivo del nostro lavoro.
Oggi siamo lieti di informare che procediamo ad una riorganizzazione che ha lo scopo di migliorare ulteriormente il servizio.
Abbiamo costituito – dal 30.10.2012 – una società a noi collegata, la
SACAM CONSULTING & CLAIMS s.r.l.s.,
che interverrà nella valutazione tecnica dei rischi, nei rapporti commerciali (accordi o convenzioni) con le Compagnie di Assicurazione italiane ed estere e, in particolare, nella gestione dei sinistri, anche utilizzando speciali sinergie con studi legali e peritali.
Ci teniamo a confermare che come sempre resta assoluta la nostra indipendenza da qualsiasi ente esterno a completa garanzia e tutela dei nostri Clienti.
Nella certezza che questa importante innovazione possa migliorare ulteriormente il rapporto fiduciario tra noi esistente, rimaniamo a disposizione per qualsiasi informazione e/o chiarimento.
Abolizione del tacito rinnovo per le polizze RC veicoli a motore e natanti
Decreto Legislativo n. 179 del 18 Ottobre 2012, entrato in vigore il 20.10.2012
1. Al fine di escludere il rinnovo tacito delle polizze assicurative, al decreto legislativo 7 settembre 2005, n. 209 (Codice delle assicurazioni private), dopo l'articolo 170, e' inserito il seguente: «Art. 170-bis (Durata del contratto). - 1. Il contratto di assicurazione obbligatoria della responsabilita' civile derivante dalla circolazione dei veicoli a motore e dei natanti non puo' essere stipulato per una durata superiore all'anno e non puo' essere tacitamente rinnovato, in deroga all'articolo 1899, primo e secondo comma, del codice civile.
Valore ante sinistro del bene danneggiato e riparazione antieconomica.
Il tema in oggetto si riferisce, generalmente, ai frequenti casi di incidenti stradali a seguito dei quali le riparazioni della autovettura hanno un costo superiore al suo valore di mercato.
Nelle ipotesi di antieconomicità delle riparazioni di vetture o di altri beni destinati, per loro natura, alla soppressione o alla rottamazione, l’applicazione dei principi enunciati porta, solitamente, al riconoscimento, a favore del danneggiato, del corrispettivo del valore ante sinistro, maggiorato delle spese necessarie per le pratiche amministrative.
In questo caso la controversia ha per oggetto la frana di un muro e l’individuazione dei danni conseguenti. Osserva la Corte di Cassazione seconda sezione civile (a differenza della Corte territoriale), con la sentenza n. 17217/2012, depositata il 9 ottobre 2012, come la inevitabile sopravvivenza del bene danneggiato – non più utilizzabile – comporti per il proprietario l’obbligo di tenerlo in condizione di non nuocere a terzi e, comunque, di sostenere costi per la sua adeguata messa in sicurezza. Gli oneri, quindi, per la recinzione e la rimozione dei pericoli fanno parte integrante del danno subito, e devono essere risarciti anche se, con ciò, si riconosca al danneggiato un importo superiore al valore economico del bene leso.
Inefficacia della disdetta inviata alla direzione generale piuttosto che all'agenzia cui sia assegnata la polizza
Viene inviata la disdetta di una polizza alla direzione generale di una compagnia.
Sul contratto è scritto che tutte le comunicazioni devono essere inviate all’agenzia a cui è appoggiata la polizza. La Compagnia contesta la validità della disdetta e si va in Tribunale.
Nella memoria, l’avvocato del cliente ribadisce che “non si poteva spiegare come potesse essere ritenuta inefficace una disdetta inviata in un luogo nevralgico di una società quale la sede della direzione generale della compagnia”, facendo presente che una clausola del genere doveva essere considerata quanto meno vessatoria.
Il Giudice non la pensa allo stesso modo: “è pacifico infatti che in un contratto per adesione, la clausola che stabilisce che tutte le comunicazioni cui sia tenuto l'assicurato devono farsi con lettera raccomandata, indirizzata al luogo previsto nelle CGA, che nel caso di specie è l'agenzia cui è assegnata la polizza, non ha carattere di clausola vessatoria per cui essa è da ritenersi valida ed efficace ai fini della comunicazione della disdetta del contratto”.
Conseguenza: la disdetta non è valida e occorre verificare, caso per caso, dove deve essere inviata, non prendendo per valido il principio che alla Direzione Generale della Compagnia può essere inviato tutto.