Source: http://www.gadit.it/articolo/6230
Timestamp: 2018-07-19 19:10:06+00:00
Document Index: 49103082

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 610', 'art. 609', 'art. 4', 'art. 73']

Cass. pen., sez. IV 31-10-2007 (04-10-2007), n. 40313 Patteggiamento in appello – Mancata applicazione – Motivo di ricorso – Gadit
1. Sull’appello di R.G. avverso la condanna riportata in primo grado, la Corte di Appello di Lecce, con la sentenza in epigrafe indicata, dato atto della rinuncia agli altri motivi del gravame e dell’accordo delle parti in ordine al conseguente adeguamento sanzionatorio, applicava all’imputato la pena concordata.
2. L’imputato ricorre per cassazione contro l’anzidetta sentenza, deducendo la mancata applicazione dell’articolo 129 c.p.p. per non avere il giudice pronunciato sentenza di proscioglimento pur sussistendone i presupposti, e per mancanza di motivazione sull’entità della pena.
3. Il ricorso è inammissibile, ex articolo 606 c.p.p., comma 3, perchè proposto per motivi manifestamente infondati e, ex articolo 591 c.p.p., comma 1, lettera c), perchè prospetta motivi generici (la censura è formulata, invero, in modo stereotipato, senza alcun collegamento concreto con la sentenza impugnata).
Il patteggiamento sulla pena in appello presuppone, invero, una pronuncia affermativa di responsabilità la quale – comportando la rinuncia ai motivi di censura – fa di per sè presumere l’insussistenza di cause di non punibilità ai sensi dell’articolo 129 c.p.p..
Ne consegue che, pur sussistendo il potere del giudice di appello di applicare, sussistendone i presupposti, il succitato articolo 129, la doglianza relativa alla mancata applicazione di tale norma, in sede di legittimità, non può risolversi in una denuncia di mera omissione formale o di genericità di tale delibazione ma deve contenere necessariamente l’indicazione degli elementi concreti che, ove rettamente considerati e valutati, avrebbero dovuto condurre ad una declaratoria d’ufficio di proscioglimento (cfr. Cass. 6^, 24 aprile 2002, Durante, RV222572).
In ordine all’entità della pena, come questa Corte ha ripetutamente affermato (cfr. Cass. S.U. 28 gennaio 2004, Gallo, RV 226715), fuori dell’ipotesi della sua illegalità, la pena concordata tra le parti e approvata dal giudice procedente non può essere più messa in discussione.
La relativa richiesta e il consenso prestato alla sua applicazione sono, infatti, espressioni della volontà delle parti di esercitare il potere dispositivo riconosciuto loro dalla legge e concorrono alla formazione di un negozio giuridico processuale, liberamente stipulato, che, una volta ricevuto con la ratifica del giudice il crisma della conformità ai canoni ordinamentali, non può essere unilateralmente modificato da colui che lo ha promosso o vi ha aderito, con l’allegazione, per giunta, di ragioni precluse dall’implicita rinuncia a farle valere contenuta nella stessa proposta di determinazione del trattamento sanzionatorio in una certa misura.
Nè va condiviso l’orientamento espresso dalla 7 sezione penale, investita della cognizione di questo procedimento ex art. 610 c.p.p., e che ha rimesso il procedimento a questa sezione per valutare l’applicabilità delle nuove sanzioni previste dalla L. n. 49 del 2006. Infatti, "l’inammissibilità del ricorso per Cassazione dovuta alla manifesta infondatezza dei motivi non consente il formarsi di un valido rapporto d’impugnazione e preclude, pertanto, la possibilità di applicare, ex art. 609 comma secondo cod. proc. pen., la norma penale più favorevole. (Nella specie, in materia di disciplina degli stupefacenti, la Corte ha escluso l’applicabilità dello "ius superveniens più favorevole, rappresentato dal D.L. 30 dicembre 2005, n. 272, art. 4 bis convertito con modificazioni dalla L. 21 febbraio 2006, n. 49, che ha ridotto da otto a sei anni di reclusione il minimo edittale previsto per il reato di cui al D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, art. 73, comma 1). (Cass. 16.10.2006 n. 37648 riv.
234610, Conf. Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37629, Hadef; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37630, Gojevic; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37631, Imafidon; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37632, Gashi; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37633, Battipaglia; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37634, Cacciapuoti; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n, 37635, Montano; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37636, Pianese; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37637, Giraldo; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37638, Senese; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37640, De Simone; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37641, Pistoia; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37642, Nappi; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37645, Luca; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37646, Iellamo; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37650, Città; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37651, Gecchelin; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37652, Gjeci; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37653, El Idrissi; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37654, Gramilo; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, 376555, Di Micco; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37656, Gagliardi; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37657, Hakimi; n. 37658, Vinale; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37660, Corna; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37661, Jimenez; Sez. 6^, 16 ottobre 2006, n. 37662, Ruiz, non massimate).
4. Segue, a norma dell’articolo 616 c.p.p., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle Ammende, non emergendo ragioni di esonero, della somma di Euro 1500,00 (millecinquecento/00) a titolo di sanzione pecuniaria.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento ed al pagamento a favore della Cassa delle ammende della somma di Euro 1.500,00 (millecinquecento/00).