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Timestamp: 2019-01-23 06:27:11+00:00
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Art. 516 codice penale: Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine | La Legge per tutti
Art. 516 codice penale: Vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine
Chiunque pone in vendita o mette altrimenti in commercio come genuine sostanze alimentari non genuine è punito con la reclusione fino a sei mesi o con la multa fino a lire due milioni.
Vendite di prodotti alimentari non genuine
In materia di alimenti, fra l'art. 516 c.p. e le norme della legislazione speciale sui vini di cui al d.P.R. 12 febbraio 1965 n. 162, ed ora alla l. 20 febbraio 2006 n. 82, sussiste un rapporto di specialità reciproca, poiché la prima disposizione si riferisce alle sole condotte di messa in vendita o in commercio come genuina di qualsiasi sostanza alimentare non genuina, mentre le seconde, specificamente dettate in materia di vini, si estendono anche alle attività di vinificazione e di produzione del vino, con la conseguenza che, fatti salvi i casi di riserva specifica della norma generale penale tassativamente previsti, si applica la sola disposizione di legge speciale quando la fattispecie concreta rientri totalmente nella sfera di coincidenza comune fra le norme.
Cassazione penale sez. III 15 ottobre 2013 n. 5906
Integra i reati di cui agli art. 516 c.p. e 5, lett. a), l. 283/62 l'impiego, nella produzione di ricotta fresca, di siero di latte in polvere. Annulla Trib. Palermo, ord. 3 aprile 2013
Cassazione penale sez. III 20 settembre 2013 n. 15113
Deve ritenersi che mentre il reato di frode all'esercizio del commercio prevede, come condotta penalmente sanzionata, la consegna all'acquirente cui all'art. 516 c.p. di una cosa mobile per un'altra, ovvero una cosa mobile, per origine, provenienza, qualità e quantità diversa da quella dichiarata o pattuita, il reato di vendita di sostanze alimentari non genuine che considera la condotta di chi pone in vendita come genuine sostanze alimentari non genuine, deve ritenersi assorbito in quello di cui all'art. 515 c.p. Infatti il delitto di cui all'art. 516 c.p. rappresenta una forma di tutela avanzata rispetto al reato di frode in commercio di cui all'art. 515 c.p., in quanto relativo ad una fase preliminare ed autonoma rispetto alla relazione commerciale vera e propria, che si consuma con la messa in commercio delle cose non genuine, configurando un reato di pericolo, ponendosi il primo come sussidiario e coprendo l'area della mera immissione sul mercato (cioè un'attività preparatoria alla frode al commercio).Va da sé che se avviene la materiale consegna della merce all'acquirente o atti univocamente diretti a tale fine, il reato ipotizzabile è quello previsto dall'art. 515 c.p., rispettivamente nella forma consumata o tentata, che assorbe quello di cui all'art. 516 c.p.
Tribunale Palermo sez. riesame 22 aprile 2011
I delitti di cui agli art. 515 e 516 c.p. (che puniscono la frode in commercio) e il reato (ora illecito amministrativo) di cui al d.P.R. n. 162 del 1965, art. 76 si pongono in relazione di specialità reciproca e possono pertanto concorrere, tutelando le norme del codice penale la correttezza e lealtà commerciale e la legislazione speciale la qualità e la genuinità dei prodotti venduti e, dunque, la salute dei consumatori. Ne consegue che l'attività di una struttura organizzativa diretta alla produzione e commercializzazione di vino adulterato è inquadrabile, in linea di principio, nella fattispecie di cui all'art. 416 c.p.
Cassazione penale sez. III 19 dicembre 2005 n. 46138
Ai fini della configurabilità del reato di cui all’art. 516 c.p., rileva il rispetto di tutte le prescritte modalità di produzione, ivi comprese le norme relative al latte utilizzato ed alle modalità di alimentazione delle vacche che producono il latte destinato alla produzione del parmigiano reggiano. (Annulla con rinvio, Trib. Reggio Emilia 21 settembre 2005)
Cassazione penale sez. III 16 dicembre 2005 n. 9643
Configura il reato di cui all'art. 516 c.p., vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, la vendita di un alimento prodotto senza il rispetto di tutte le modalità di produzione prescritte dal disciplinare, come nel caso di violazione delle modalità di alimentazione degli animali destinati alla produzione del latte con il quale viene preparato un formaggio individuato dal regolamento sul riconoscimento delle denominazioni. (Fattispecie relativa alla violazione del d.P.R. 9 febbraio 1990 contenente il disciplinare di produzione della denominazione di origine del formaggio parmigiano reggiano).
Il delitto di cui all'art. 516 c.p., vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, copre l'area della semplice immissione sul mercato ed è sussidiario rispetto a quello di cui all'art. 515 c.p., frode in commercio, atteso che nell'ipotesi di materiale consegna della merce all'acquirente, o di atti univocamente diretti a tale fine, il reato è quello di cui al citato art. 515 c.p., rispettivamente nella forma consumata o tentata, assorbente rispetto a quello di cui all'art. 516 c.p.
Cassazione penale sez. III 14 dicembre 2005 n. 8292
Configura il reato di cui all'art. 516 c.p. la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, la vendita come carne fresca di puro suino contenente anche carne bovina, atteso che per sostanza alimentare non genuina deve intendersi anche quella che non contiene le sostanze ed i quantitativi previsti.
Cassazione penale sez. III 06 luglio 2004 n. 38671
Il concetto di genuinità fissato dall'art. 516 c.p. è anche quello formale che si configura quando la normativa indica le caratteristiche e i requisiti essenziali per qualificare un determinato tipo di prodotto alimentare; pertanto, deve considerarsi non genuino il formaggio "grana padano" confezionato con latte termizzato: a) sia perché la tecnica della doppia cottura, ottenuta dapprima con la termizzazione del latte e successivamente con l'inserimento del prodotto in caldaia, priva il prodotto medesimo dei microrganismi la cui presenza nel processo di maturazione consente, fra l'altro, di distinguere il formaggio in questione dai formaggi duri similari da importazione; b) sia perché la termizzazione, cancellando tutti i riferimenti autoctoni del latte, consente l'utilizzazione di latte di qualità scadente e non proveniente dalle zone di origine.
Cassazione penale sez. III 10 febbraio 2004
Il presupposto sia della frode in commercio (art. 515 c.p.) che della vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine (art. 516 c.p.) e quindi dell'esistenza stessa dei detti reati, è pur sempre la consapevolezza da parte dell'agente, nel primo caso, della diversità della cosa consegnata da quella pattuita e, nel secondo caso, della non genuinità della sostanza alimentare posta in vendita. Ne consegue che, l'ordinanza che disponga un sequestro probatorio su prodotti alimentari, fondata semplicemente richiamando le caratteristiche di sommarietà e provvisorietà del provvedimento, non è validamente prospettabile senza una valutazione, anche in quella fase, della classificazione dei prodotti in sequestro, con conseguente individuazione della specifica normativa applicabile al caso concreto.
Cassazione penale sez. III 09 luglio 2003 n. 38577
In tema di commercio di bottiglie di acqua minerale, la difformità tra valori dichiarati in etichetta e valori riscontrati in sede di analisi chimiche non è sufficiente ad integrare automaticamente gli estremi dei reati di cui all'art. 515 oppure all'art. 516 c.p., in quanto occorre valutare in concreto, da un lato, con specifico riferimento ai singoli componenti trovati difformi ed alla misura di tale difformità, se la variazione riscontrata non possa ricondursi alla naturale costante mutazione di composizione cui sono soggette tutte le acque minerali (espressamente riconosciuta dal legislatore) e, dall'altro, se la presenza dei componenti in questione in misura inferiore o non superiore ad una data quantità costituisca una qualità essenziale del prodotto dichiarata o pattuita con il cliente, ditalché la sua mancanza concreti un difetto delle qualità essenziali promesse.
Cassazione penale sez. VI 06 giugno 2003
Il sequestro probatorio non può essere disposto per acquisire la prova di reati che debbono ancora essere commessi, ancorché il reo ne abbia l'intenzione; ne consegue che è viziato da motivazione insufficiente il provvedimento del tribunale del riesame, con il quale viene confermato il sequestro probatorio disposto dal p.m. di un ingente quantitativo di acqua minerale, depositata in un magazzino, quando dall'ordinanza non risulti se il deposito era di pertinenza del produttore o di un grossista, onde non sia possibile stabilire se i contestati reati di cui agli art. 515 e 516 c.p. fossero già stati commessi, per essere la sostanza già stata immessa nel circuito commerciale, oppure no.
Cassazione penale sez. III 06 giugno 2003 n. 33303