Source: http://lacostituzioneblog.com/2017/02/13/riforme-costituzionali-un-vademecum-per-non-commettere-piu-i-gravi-errori-commessi-con-la-riforma-renzi-boschi/
Timestamp: 2018-10-20 23:54:08+00:00
Document Index: 16477003

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 55', 'art. 50', 'art. 138', 'art. 117', 'art. 10', 'art. 50', 'art. 117', 'art. 50']

Riforme costituzionali: un vademecum per non commettere più i gravi errori commessi con la riforma Renzi-Boschi (di Giuseppe PALMA) – La Costituzione
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Riforme costituzionali: un vademecum per non commettere più i gravi errori commessi con la riforma Renzi-Boschi (di Giuseppe PALMA)
Ripropongo qui di seguito un mio articolo, già pubblicato sulla pagina Facebook “Economia Democratica” il 22 novembre 2016, sulle VERE RAGIONI del perché occorreva votare “NO” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
Un vero e proprio vademecum per non commettere più i gravi errori già commessi con la riforma costituzionale Renzi-Boschi.
Coloro che ancora non hanno ben compreso quelle che sono le vere ragioni della riforma costituzionale potranno togliersi ogni dubbio leggendo questo documento ufficiale del Governo Renzi: trattasi dell’atto identificato al n. 1429 (Senato della Repubblica) denominato “Disegno di legge costituzionale” presentato dal Presidente del Consiglio dei ministri (RENZI) e dal Ministro per le riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento (BOSCHI). Tale documento è stato presentato in Senato l’8 aprile 2014:
A pagina n. 2 del documento, nell’evidenziare le RAGIONI DELLA RIFORMA, v’è scritto testualmente:
“[…] Negli ultimi anni il sistema istituzionale si è dovuto confrontare con potenti e repentine trasformazioni, che hanno prodotto rilevanti effetti sui rapporti tra Governo, Parlamento e Autonomie territoriali – incidendo indirettamente sulla stessa forma di Stato e di Governo – senza tuttavia che siano stati adottati interventi diretti a ricondurre in modo organico tali trasformazioni entro un rinnovato assetto costituzionale. Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale; le spinte verso una compiuta attuazione della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione tesa a valorizzare la dimensione delle Autonomie territoriali e, in particolare, la loro autonomia finanziaria (da cui è originato il cosiddetto federalismo fiscale), e l’esigenza di coniugare quest’ultima con le rinnovate esigenze di governo unitario della finanza pubblica connesse anche ad impegni internazionali: il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119, della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche […]”.
Ciò premesso, appare dunque evidente che le vere ragioni della riforma non sono quelle di ammodernamento delle Istituzioni (obiettivo di utilità quantomeno discutibile), bensì di adeguamento delle stesse alle “repentine trasformazioni, che hanno prodotto rilevanti effetti sui rapporti tra Governo, Parlamento e Autonomie territoriali – incidendo indirettamente sulla stessa forma di Stato e di Governo – […]”. Ma non solo. Il nuovo assetto istituzionale disegnato dal testo di revisione costituzionale è strettamente funzionale allo “spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, (all)l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale […]”.
Nelle mie molteplici analisi sul contenuto della riforma costituzionale mi sono spesso posto la domanda del perché non si sia provveduto con questa riforma – viste anche le recenti critiche (se non addirittura ammissioni) da parte dell’attuale ministro della giustizia Andrea Orlando (https://www.youtube.com/watch?v=Wrd1qggReCg) – ad abrogare la vile costituzionalizzazione del vincolo del pareggio di bilancio avvenuta nel 2012. La risposta ce la fornisce lo stesso Governo Renzi proprio nel suo documento di cui sopra: “ […] il complesso di questi fattori ha dato luogo ad interventi di revisione costituzionale rilevanti, ancorché circoscritti, che hanno da ultimo interessato gli articoli 81, 97, 117 e 119, della Carta, ma che non sono stati accompagnati da un processo organico di riforma in grado di razionalizzare in modo compiuto il complesso sistema di governo multilivello articolato tra Unione europea, Stato e Autonomie territoriali, entro il quale si dipanano oggi le politiche pubbliche”.
Leggendo quanto sinora argomentato è del tutto palese che la Costituzione del 48’ costituisce certamente un ostacolo alle indicibili esigenze della sovrastruttura EUropea, la quale ha bisogno di Istituzioni nazionali in grado di convergere – velocemente e a prescindere dalla democrazia sostanziale – sulle decisioni adottate dalle Istituzioni europee, le quali, a loro volta, perseguono finalità che collidono aspramente con i Principi Fondamentali fissati in tutte le Costituzioni degli Stati membri dell’Unione Europea. Eccone un esempio: la nostra Costituzione, addirittura all’art. 1, pone il lavoro a fondamento della Repubblica, e all’art. 4 arriva finanche a costituzionalizzarne l’essenza, mentre i Trattati europei vanno esattamente nella direzione opposta, infatti, all’art. 3 del TUE, tra gli obiettivi dell’Unione Europea si legge chiaramente che la piena occupazione e il progresso sociale sono subordinati alla rigida cornice della stabilità dei prezzi e di un’economia sociale di mercato fortemente competitiva (http://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=celex%3A12012M%2FTXT). Va da sé che, in queste condizioni, il lavoro diventa un mero surrogato delle primarie esigenze del capitale internazionale, che non vuole né l’inflazione né alcun tipo di protezionismo, entrambi – questi ultimi – lievito dell’economia reale e dell’occupazione (soprattutto in questo particolare momento).
Ma passiamo ai fatti. La concreta attuazione delle “ragioni della riforma”, dettagliatamente indicate dal Governo nel suo documento di cui sopra, è data dalla costituzionalizzazione del vincolo esterno UE attraverso i nuovi articoli 55 e 70 della Carta. L’art. 55, ad esempio, nel delineare le funzioni del nuovo Senato, prevede che questo “partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori […]” (http://www.altalex.com/documents/news/2016/04/13/riforma-costituzionale-il-testo). Ciò premesso, se la riforma costituzionale dovesse superare anche la prova referendaria, con la tipizzazione del vincolo esterno UE i nostri obblighi nei confronti dell’ordinamento europeo non discenderebbero più solo per Trattato, bensì anche per Costituzione, con la conseguenza che se un domani volessimo liberarci dai vincoli UE non sarebbe sufficiente la sola denuncia dei Trattati (attraverso la leva dell’art. 50 TUE), ma occorrerebbe anche una nuova revisione costituzionale attraverso la procedura aggravata prevista dall’art. 138 della Costituzione. A tal riguardo, in merito alla costituzionalizzazione del vincolo esterno UE, il dott. Luciano Barra Caracciolo in un suo articolo sul suo blog Orizzonte48 del 27 settembre 2016 scriveva che “la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato” (“Quaestiones de referendi subtilitatibus (1…?)” – http://orizzonte48.blogspot.it/2016/09/quaestiones-d-referendi-subtilitatibus-1.html). Ma il punto non è solo questo. V’è altro: il mutamento terminologico apportato all’art. 117 Cost. (da “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario” a “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione Europea”), sbandierato dai “riformatori” quale – appunto – mero e ininfluente cambio di terminologia, non rappresenta affatto il precetto che vincola il Paese all’UE a livello costituzionale, essendo il 117 inquadrabile nella cornice più generale di cui all’art. 10 della Costituzione (riassumibile nel principio di diritto internazionale “pacta sunt servanda”). Va da sé che, denunciando i Trattati europei attraverso la leva rappresentata dall’art. 50 TUE, l’art. 117 della Costituzione (attuale o nuova versione) verrebbe esautorato della sua efficacia. Le disposizioni che invece vincolano definitivamente il Paese – PER VIA COSTITUZIONALE – alla sovrastruttura EUropea (quindi alla sua normativa e alle sue politiche) sono quelle di cui alla nuova formulazione degli artt. 55 e 70 Cost.
Ma v’è ancora di peggio: per denunciare i Trattati dell’UE, l’art. 50 TUE – pur non disponendo la necessità di predisporre un atto motivato – prevede comunque che il recesso avvenga nel rispetto delle disposizioni costituzionali dello Stato recedente, quindi, se la riforma dovesse superare anche la prova referendaria (cioè se al referendum confermativo del 4 dicembre dovesse vincere il Sì), un eventuale recesso del nostro Paese dall’Unione Europea – stante la costituzionalizzazione del vincolo esterno UE attraverso la nuova formulazione degli artt. 55 e 70 Cost. – risulterebbe gravemente compromessa per violazione delle disposizioni costituzionali.
Ciò detto, la riforma costituzionale non serve a fornire Istituzioni in grado di attuare al meglio e concretamente i Principi Fondamentali sui quali si fonda la Costituzione del 48’, ma serve unicamente a fornire un nuovo assetto Istituzionale in grado di rispondere velocemente – e a prescindere dalla democrazia costituzionale – alle indicibili esigenze dell’Unione Europea e dell’euro, quindi del capitale internazionale, che nulla hanno a che fare con i “principi supremi” sui quali si fonda la Costituzione primigenia. In pratica, le esigenze convulsive – e talvolta apparentemente irrazionali – di voler a tutti i costi revisionare la Costituzione si riversano – scrive Barra Caracciolo su Orizzonte48 – “in cambiamenti profondi del quadro della democrazia costituzionale del 1948 […]; l’attuale riforma costituzionale non è che una tappa, e neppure la più traumatica, del percorso di mutamenti costituzionali che ci verranno inesorabilmente imposti in nome della governante €uropea” (http://orizzonte48.blogspot.it/2016/10/la-filosofia-riformatrice-della-venice.html).
Parola di Giuseppe PALMA? No, parola del Governo Renzi, che ha addirittura redatto il ddl iniziale di revisione costituzionale esplicitandone dettagliatamente le ragioni!
Articolo del 22 novembre 2016 pubblicato sulla pagina face-book “Economia Democratica” e, pochi giorni prima, anche sul quotidiano on-line “Notizie in un click“.
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