Source: http://www.sindacatofsi.it/2018/05/06/controlli-a-distanza-e-consenso-dei-lavoratori-la-cassazione-fa-dietrofront-cassazione-penale-sez-iii-sentenza-08-05-2017-n-22148/
Timestamp: 2018-07-22 08:29:11+00:00
Document Index: 22405590

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Controlli a distanza e consenso dei lavoratori: la Cassazione fa dietrofront Cassazione penale, sez. III, sentenza 08/05/2017 n° 22148 | Sindacato FSI
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Sentenza 31 gennaio – 8 maggio 2017, n. 22148
Dott. GAI Emanuela – Consigliere –
Z.N., nata a (OMISSIS);
udito il Procuratore Generale in persona del dott. Paolo Canevelli che ha concluso per il rigetto del ricorso.
1. Z.N. ricorre per cassazione impugnando la sentenza indicata in epigrafe con la quale il tribunale di Terni l’ha condannata, previa concessione delle attenuanti generiche, alla pena di Euro 600,00 di ammenda per il reato previsto dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 4, in relazione al D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 114, e all’art. 171, stessa legge nonchè L. n. 300 del 1970, art. 38, perchè, nella qualità di amministratore unico della ditta “Elegance S.r.l.”, installava all’interno dell’unità locale sita in (OMISSIS) un impianto di video ripresa composto da due telecamere, collegate ad un dispositivo Wi-Fi e rete ADSL della Telecom Italia e monitor, in grado di trasmettere le immagini di ripresa a tale sistema, senza accordo stipulato con le rappresentanze sindacali e senza l’autorizzazione della direzione territoriale del lavoro, a tutela della libertà e dignità dei lavoratori. Accertato in (OMISSIS).
2. Per l’annullamento dell’impugnata sentenza la ricorrente solleva un unico motivo di impugnazione, qui enunciato ai sensi dell’art. 173 disp. att. c.p.p. , nei limiti strettamente necessari per la motivazione.
Con esso la ricorrente lamenta l’erronea interpretazione e la falsa applicazione della legge penale ( art. 606 c.p.p. , comma 1, lett. b)), sull’assunto che delle due telecamere, installate presso la unità operativa, una consentiva le riprese all’interno del negozio di scarpe, ed esattamente in una zona adibita ad una specie di magazzino, mentre l’altra visualizzava direttamente le immagini di ripresa relative al luogo ove era situata la cassa di pagamento. In ogni caso, non poteva ritenersi provata la circostanza secondo cui sarebbe mancato il preventivo consenso dei lavoratori all’apposizione delle telecamere.
3. Rispetto a quest’ultima doglianza, circa il preteso rilievo scriminante attribuito al consenso prestato dai lavoratori all’installazione degli impianti di videoripresa, va preliminarmente ribadito il principio già affermato da questa Sezione secondo il quale, in tema di divieto di uso di impianti audiovisivi e di altri strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, sussiste continuità di tipo di illecito tra la previgente fattispecie, prevista dalla L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 4, e art. 38, comma 1, (cd. Statuto dei lavoratori) e D.Lgs. n. 196 del 2003, artt. 114 e 171, e quella attuale rimodulata dal D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151, art. 23, (attuativo di una delle deleghe contenute nel cd. Jobs Act), avendo la normativa sopravvenuta mantenuto integra la disciplina sanzionatoria per la quale la violazione dell’art. 4, cit. è penalmente sanzionata ai sensi dell’art. 38, cit. (Sez. 3, n. 51897 del 08/09/2016, Bommino, Rv. 268399).
In buona sostanza, per quanto qui interessa, anche la nuova disposizione ( D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151, art. 23) ribadisce la necessità che l’installazione di apparecchiature (da impiegare esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale ma dalle quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori) sia preceduta da una forma di codeterminazione (accordo) tra parte datoriale e rappresentanze sindacali dei lavoratori, con la conseguenza che se l’accordo (collettivo) non è raggiunto, il datore di lavoro deve far precedere l’installazione dalla richiesta di un provvedimento autorizzativo da parte dell’autorità amministrativa (Direzione territoriale del lavoro) che faccia luogo del mancato accordo con le rappresentanze sindacali dei lavoratori, cosicché, in mancanza di accordo o del provvedimento alternativo di autorizzazione, l’installazione dell’apparecchiatura è illegittima e penalmente sanzionata.
4. La ricorrente obietta che la giurisprudenza di legittimità ha affermato il principio in forza del quale non integra il reato previsto dall’art. 4 dello Statuto dei lavoratori ( L. 20 maggio 1970, n. 300 ) l’installazione di un sistema di videosorveglianza potenzialmente in grado di controllare a distanza l’attività dei lavoratori, la cui attivazione, anche in mancanza di accordo con le rappresentanze sindacali, sia stata preventivamente autorizzata per iscritto da tutti i dipendenti (Sez. 3, n. 22611 del 17/04/2012, Banti, Rv. 253060) ed aggiunge che, sulla base dell’eadem ratio, lo stesso principio debba valere anche nell’ipotesi, nella specie sussistente, in cui sia stata acquisita la prova certa che il consenso sia stato prestato da tutti i lavoratori, quantunque oralmente.
5.2. Sennonchè è proprio quest’ultima affermazione che, ad avviso del Collegio, non appare condivisibile.
Peraltro, come è stato correttamente sottolineato, sia l’accordo che il provvedimento autorizzativo devono rispettare i principi e le regole stabiliti dall’interpretazione prevalente della normativa lavoristica in tema di controllo nonchè dalla disciplina sul trattamento dei dati personali ( d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196 ).
A questo proposito, non è ultroneo segnalare l’orientamento, tuttora valido, espresso dalla giurisprudenza di legittimità secondo il quale l’installazione in azienda, da parte del datore di lavoro, di impianti audiovisivi – che è assoggettata ai limiti previsti dall’art. 4, dello Statuto dei lavoratori anche se da essi derivi solo una mera potenzialità di controllo a distanza sull’attività lavorativa dei dipendenti, senza che peraltro rilevi il fatto che i dipendenti siano a conoscenza dell’esistenza di tali impianti – deve essere preceduta dall’accordo con le rappresentanze sindacali; con l’ulteriore conseguenza che è identificabile in tale fattispecie un comportamento antisindacale del datore di lavoro, reprimibile con la speciale tutela approntata dall’art. 28 dello Statuto dei lavoratori (Sez. L, n. 9211 del 16/09/1997, Rv. 508047 – 01).
A questo proposito, va rilevato che, sotto la vigenza dell’originario L. 20 maggio 1970, n. 300, art. 4, ma con orientamento pienamente valido anche a seguito della novella di cui al D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151, art. 23, la giurisprudenza di legittimità aveva significativamente affermato come l’art. 4 cit., vietasse il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori, anche inteso nel senso di mera possibilità di controllo ad insaputa del prestatore di opera, tanto nell’ipotesi dell’installazione di impianti finalizzati al controllo a distanza quanto delle apparecchiature predisposte per fini produttivi, ma comunque tali da presentare la possibilità di fornire anche il controllo a distanza del dipendente, rilevando come, mentre le apparecchiature finalizzate al mero controllo a distanza della prestazione lavorativa fossero assolutamente vietate, data la loro odiosità, il loro contrasto con i principi della Costituzione ed il danno che possono arrecare alla stessa produttività del lavoratore, quelle di cui al secondo comma fossero consentite, se ed in quanto il datore di lavoro avesse osservato quanto tassativamente previsto dall’art. 4, senza che peraltro il lavoratore potesse reagire al di fuori dei mezzi di tutela apprestati da tale ultima disposizione (Sez. L, n. 1236 del 18/02/1983, Rv. 426020 – 01).
La diseguaglianza di fatto e quindi l’indiscutibile e maggiore forza economico – sociale dell’imprenditore, rispetto a quella del lavoratore, dà conto della ragione per la quale la procedura codeterminativa sia da ritenersi inderogabile, potendo alternativamente essere sostituita dall’autorizzazione della direzione territoriale del lavoro, nel solo caso di mancato accordo tra datore di lavoro e rappresentanze sindacali, ma non invece dal consenso dei singoli lavoratori, poichè, a conferma della sproporzione esistente tra le rispettive posizioni, basterebbe al datore di lavoro fare firmare a costoro, all’atto dell’assunzione, una dichiarazione con cui accettano l’introduzione di qualsiasi tecnologia di controllo per ottenere un consenso viziato dal timore della mancata assunzione.