Source: http://www.eius.it/articoli/2007/001.asp
Timestamp: 2013-06-20 00:02:02+00:00
Document Index: 168262225

Matched Legal Cases: ['art. 458', 'art. 1372', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 9', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 3']

EIUS - Gianpaolo Fontana
Brevi considerazioni sulla costituzionalit�del riconoscimento legale delle convivenze di fatto
(Ricercatore di diritto costituzionalenella Facolt� di Giurisprudenza dell'Universit� �Roma Tre� di Roma)
Per gentile concessione dell'autore e del sito Sintesi dialettica per l'identit� democratica.
Nel 1940 Arturo Carlo Jemolo nell'interrogarsi sull'esistenza di un concetto definito di famiglia perveniva alla conclusione che si trattava di un "istituto la cui giuridicit� � a tal punto fissata dalla tradizione ed inserita nella coscienza comune, che a nessuno passerebbe per la mente di contestarla".
In primo luogo va sottolineato come la famiglia (assai pi� di altri) � tema sul quale si scontrano sensibilit� morali diverse ed anche pregiudiziali ideologiche che ne rendono faticosa una serena riflessione giuridica e costituzionale la quale tenga in debito conto non solo l'evoluzione del costume e del modo di intendere i rapporti di coppia ma soprattutto le nuove dimensioni dei diritti fondamentali meritevoli di riconoscimento e tutela.
� sin troppo noto, infatti, quanto il tema risenta fortemente dalla visione e concezione della famiglia che ci deriva dalla storia del costume ed anche dalle tradizioni culturali nazionali le quali, a loro volta, sono condizionate da valori religiosi di ispirazione cattolica che pervadono largamente il comune sentire sociale. Non � un caso, allora, che quello delle unioni e delle famiglie di fatto � tema che si � imposto all'attenzione della classe politica e dell'opinione pubblica nazionale con un apprezzabile ritardo rispetto ad altri paesi europei.
Negli ultimi tempi il dibattito pare conoscere una significativa accelerazione; la presentazione in sede parlamentare di diverse proposte legislative, alcune decisioni assunte in sede comunitaria nonch� talune iniziative assunte da alcune Regioni e comuni hanno riproposto con forza il tema; pi� di recente va ricordata l'approvazione avvenuta il 18 dicembre 2006 da parte del Senato dell'ordine del giorno che impegna il Governo a presentare entro il 31 gennaio 2007 un disegno di legge sulle unioni di fatto per il riconoscimento di diritti, anche in materia fiscale, prerogative e facolt� alle persone che fanno parte di unioni di fatto e ci� a prescindere dal genere e dall'orientamento sessuale dei conviventi.
L'evoluzione del costume, della morale nonch� l'erompere di nuovi modelli di relazione interpersonale hanno reso ineludibile una risposta legislativa per colmare rilevanti vuoti di disciplina normativa i quali, del resto, coinvolgono ed interessano una porzione rilevante del tessuto sociale; alla crisi delle modalit� tradizionali di convivenza e di vita familiare ha corrisposto negli ultimi decenni, infatti, un rilevantissimo aumento delle forme di convivenza atipiche e di fatto, non riconducibili entro gli schemi della famiglia matrimoniale tradizionalmente intesa.
Sotto altro profilo la sottovalutazione in sede legislativa delle novit� e dei mutamenti in atto nella societ� pare rappresentare eloquente sintomo del pi� generale scollamento della societ� politica rispetto alle dinamiche correnti nella societ� civile oltrech� del ritardo dell'ordinamento nazionale ad adeguarsi ai cambiamenti in atto negli altri ordinamenti europei e nello stesso ordinamento comunitario.
Resta il fatto che quello dei diritti delle coppie di fatto � tema di rilevante complessit� il quale, per restare al profilo giuridico, ha riflessi di natura civilistica, previdenziale, assistenziale, tributaria e penale; esso, peraltro, conosce una tale variet� ed eterogeneit� di espressioni da renderne oltremodo problematica una trattazione unitaria ed indifferenziata (DEL PRATO).
Nel corso degli ultimi anni non sono, tuttavia, mancati timidi segnali con i quali il legislatore ha preso atto dell'esistenza di forme di relazione familiare pi� estese e non pienamente riconducibili al modello tradizionale. La legge n. 154 del 2001, per citare solo un esempio, nel dettare misure contro la violenza nelle relazioni familiari fa riferimento, infatti, sia alla famiglia matrimoniale che ad altre forme di convivenza familiare; numerosi altre, invero, sono le previsioni normative (anche regionali) seppure frammentarie e disorganiche, che prendono in considerazione le convivenze di fatto.
Ci� di cui si avverte la mancanza, dunque, � una disciplina di principio organica ed unitaria che fornisca un quadro normativo generale che possa valere per le diverse forme di unione e di convivenza familiare diverse da quelle tradizionali.
Occorre, tuttavia, rimuovere il rifiuto ideologico e morale mostrato nei confronti della famiglia di fatto il quale non ha, di certo, agevolato l'approfondimento delle modalit� tecniche e delle soluzioni normative pi� idonee alla tutela giuridica delle coppie di fatto; rifiuto che se conforme alla tradizione pare non reggere ad una rigorosa analisi del diritto vigente (BIANCA) e men che meno degli stessi principi costituzionali.
Non deve allora stupire se le perduranti e gravi lacune del nostro ordinamento abbiano indotto la giurisprudenza (sia comune sia costituzionale) ad assolvere ad un ruolo suppletivo che ha posto rimedio ai vuoti di tutela e di disciplina pi� evidenti ed intollerabili, per mezzo di un'interpretazione adeguatrice ed evolutiva delle norme legislative e dei principi costituzionali. Basti pensare al riconoscimento del diritto a succedere nel contratto di locazione al convivente more uxorio e, pi� in generale, alla tutela del diritto all'abitazione a favore dei soggetti legati a stabile convivenza (Corte cost. n. 404 del 1988) ovvero, in caso di uccisione del partner, alla risarcibilit� del danno morale e patrimoniale a favore del convivente nei confronti del terzo che ne abbia cagionato la morte (Cass. 2988/1994) o ancora, in sede di determinazione dell'assegno di mantenimento a favore del coniuge separato e del c.d. assegno divorzile, all'obbligo giudiziale di tener conto dell'eventuale sostegno economico ricevuto nell'ambito di una convivenza more uxorio (Cass. 5024/1996).
La necessit� di un organico intervento del legislatore resta, infatti, confermata dal fatto che il ricorso a strumenti negoziali di autoregolamentazione dei diritti e degli obblighi dei soggetti conviventi more uxorio, pur in astratto possibile, trova ostacoli difficilmente superabili, soprattutto in talune norme dell'ordinamento civile; si pensi, per citare l'esempio pi� evidente, nella materia dei lasciti ereditari al divieto sancito dall'art. 458 c.c. di stipulare patti successori ovvero alla inopponibilit� nei confronti dei terzi degli acquisti ricompresi nel regime di comunione ordinaria, stante l'efficacia inter partes del contratto ex art. 1372 c.c.
I ritardi del legislatore sono, del resto, resi ancor pi� vistosi dalle autonome iniziative assunte da alcune Regioni le quali nell'adottare i propri statuti hanno posto il problema del riconoscimento delle situazioni giuridiche soggettive, personali e patrimoniali, derivanti dalle nuove e diverse forme di convivenza (cfr. Corte cost. sentt. nn. 372, 378, 379 del 2004). Dette previsioni statutarie regionali, pur non essendo state dichiarate incostituzionali, sono state private di ogni valenza giuridico-prescrittiva e trattate alla stregua di norme programmatiche non vincolanti, dunque, ma aventi una funzione di tipo meramente culturale e politico.
Prima delle concrete misure legislative che potranno essere messe in campo occorre preliminarmente interrogarsi sull'ammissibilit�, estensione e limiti costituzionali di una regolamentazione giuridica dei rapporti personali e patrimoniali delle unioni di fatto costituite tra partner di sesso diverso ed anche del medesimo sesso.
In proposito la disposizione costituzionale di riferimento � l'art. 29 della Costituzione il cui primo comma, in particolare, prevede che la Repubblica riconosce i diritti della famiglia come societ� naturale fondata sul matrimonio; con specifico riferimento al tema della famiglia accanto all'art. 29 Cost. rilevano anche gli artt. 30, 31 e 36 Cost. i quali si danno cura di garantire il diritto-dovere di mantenere, istruire ed educare i figli anche se nati fuori dal matrimonio, di agevolare la formazione della famiglia con particolare riguardo alle famiglie numerose e di assicurare il diritto a ciascun lavoratore ad una retribuzione sufficiente ad assicurare a s� ed alla famiglia un'esistenza libera e dignitosa.
E, tuttavia, non possono essere trascurati principi costituzionali fondamentali e di pi� ampia portata, quali quello della tutela dei diritti inviolabili della persona, sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalit� (art. 2 Cost.), quello dell'adempimento dei doveri inderogabili di solidariet� economica e sociale (art. 2 Cost.) nonch� lo stesso principio di uguaglianza senza distinzioni di sesso, appunto (art. 3 Cost.).
Anzi � da ritenersi che detti principi, in quanto fondamentali, vantino un pregio assiologico ed una valenza ermeneutica tale da condizionare l'esatta interpretazione dei contenuti normativi dell'art. 29 Cost. i quali scontano, peraltro, una qualche vaghezza semantica.
Il punto di partenza per verificare l'esistenza di obblighi o, al contrario, di divieti costituzionali di protezione non pu� non pu� che essere costituito dal fatto che la dottrina maggioritaria e la stessa Corte costituzionale abbiano ricondotto la famiglia di fatto (quale particolare tipologia di formazione sociale) nell'ambito di tutela previsto dall'art. 2 Cost.; n� pu� essere ignorato che, sotto altro profilo, la Corte costituzionale ha ribadito in diverse occasioni la non assimilabilit� alla famiglia matrimoniale di altre forme di convivenza non fondate sul matrimonio.
Ragioni di formalit�, certezza, seriet� e stabilit� del vincolo matrimoniale, infatti, ad avviso del giudice costituzionale, impongono una tutela legislativa di favore e privilegiata nei riguardi delle famiglie matrimoniali (cfr., pi� di recente, Corte cost. 310/1989, 8/1996, 2/1998, 313/2000, 352/2000, 491/2000, 461/2005) le quali concorrono a realizzare un apprezzabile interesse pubblico alla ordinata, stabile e solidale convivenza dei consociati.
Pur rigettando le questioni di costituzionalit� tendenti ad una equiparazione tra i diritti delle coppie di fatto con quelli della famiglia matrimoniale, la Corte costituzionale ha riconosciuto la possibilit� di sindacare sotto il profilo della ragionevolezza le eventuali ingiustificate disparit� di trattamento delle analoghe condizioni di vita derivanti dalla convivenza di fatto e da quella coniugale (166/1998, 461/2000). Altro motivo che contribuisce a rendere insuperabile l'intervento del legislatore statale � dato dal fatto che la discrezionalit� ad esso riconosciuta nella concreta disciplina dei diritti delle coppie di fatto impedisce al giudice costituzionale l'adozione di sentenze additive.
Come si tenter� di argomentare l'irrilevanza giuridica o, addirittura, il divieto costituzionale verso il riconoscimento di diritti delle unioni di fatto pare opzione interpretativa contraria alla lettera ed allo spirito della Costituzione; essa pu� trovare spiegazione solo in argomentazioni di tipo morale, religioso in ogni caso non giuridico-costituzionali.
La tradizione ed il costume ci hanno consegnato un'idea e una concezione del matrimonio come unione stabile ed indissolubile tra due persone di sesso diverso volta a fini procreativi. L'idea tradizionale di matrimonio e di famiglia era legata non solo alla indissolubilit� del vincolo (rimosso dall'ordinamento civile solo nel 1970) ma connotato da una radicata primazia maritale e paterna.
� sin troppo agevole constatare, dunque, come larga parte dell'idea tradizionale del matrimonio e della stessa famiglia su di esso fondata siano venute meno per progressivi ed incessanti adeguamenti dell'ordinamento costituzionale e legislativo alle nuove sensibilit� maturate nella societ� e nel costume.
Resta, dunque, da verificare in che senso e fino a che punto il matrimonio possa giuridicamente accreditarsi ancora quale societ� naturale, nel senso giusnaturalistico dell'espressione, a fronte di mutamenti cos� radicali.
Il carattere naturale del matrimonio e della famiglia su di esso fondata, pure vivacemente discusso in sede costituente con variet� di posizioni ed accenti, resta l'argomento pi� ricorrentemente usato da quanti sono favorevoli ad accreditare un unico modello di famiglia ed intendono escludere forme di riconoscimento e tutela dei diritti delle unioni e delle convivenze atipiche e di fatto.
Risulta necessario, pertanto, almeno accennare alle diverse opzioni interpretative che sono state proposte in merito. La formula societ� naturale � stata da taluni ritenuta come riconoscimento della natura pregiuridica ed insopprimibile della famiglia; da altri � stata intesa quale vero e proprio diritto naturale della famiglia intesa come ordinamento sovrano rinviante a regole di diversa provenienza (SANTORO PASSARELLLI, LOMBARDI); altri ancora hanno sottolineato gli aspetti di spiccata autonomia dell'ordinamento familiare rispetto ad altri tipi di ordinamenti (compreso quello statale) tenuti a non interferire nella organizzazione interna dei rapporti familiari. Non sono, poi, mancate letture storicistiche dell'espressione, tendenti ad accreditare una nozione storicamente cangiante e mutevole dell'istituto familiare a seconda dei contesti sociali e dell'evoluzione dei costumi (BARCELLONA).
Non �, infine, sfuggita la intrinseca contraddittoriet� della concezione giusnaturalistica della famiglia matrimoniale la quale, in quanto naturalmente fondata si pretenderebbe al tempo stesso preesistente ed autonoma dal diritto ma regolata e conformata dallo stesso diritto positivo (BIN).
Invero l'impostazione per cos� dire normativistica della famiglia risulta ancor pi� rafforzata dalla constatazione della variet� di discipline normative esistenti negli altri ordinamenti statali (specie in ambito comunitario) nonch� dal mancato riconoscimento di una soggettivit� giuridica e di diritti autonomi della famiglia slegati da quelli dei suoi componenti.
Relegare nell'irrilevanza costituzionale o peggio sostenere una implicita contrariet� costituzionale a forme di riconoscimento e tutela delle forme di convivenza diverse da quelle fondate sul matrimonio appare, dunque, non solo frutto di una interpretazione eccessivamente formalistica dell'art. 29 Cost. ma insostenibile alla luce degli artt. 2 e 3 della Costituzione i quali reclamano una tutela non discriminata dei diritti inviolabili della persona anche nell'ambito di formazioni sociali (come la famiglia di fatto) diverse da quella della famiglia matrimoniale.
Come accaduto con altre tematiche di forte impatto morale e simbolico anche sulle unioni di fatto larga parte del dibattito � stato caratterizzato da contrapposizioni fortemente ideologizzate che hanno posto in termini spesso drammatici l'alternativa tra tutela della famiglia matrimoniale e quella della famiglia di fatto, come se dal riconoscimento di questa ultima potessero derivare effetti destabilizzanti sulla prima.
Resta il sospetto, allora, che un'interpretazione poco avveduta delle disposizioni costituzionali di riferimento miri a puntellare una morale per lo pi� imposta che nulla ha a che fare con il diritto positivo e costituzionale.
La stessa Corte costituzionale piuttosto di recente (sent. 494/2002), riconoscendo il diritto dei figli incestuosi a svolgere indagini sulla paternit�, ha evidenziato l'insostenibilit� di un "ordine pubblico familiare" in quanto tale suscettibile di conformare in senso limitativo i diritti della persona. Non pare, in altri termini, potersi ricavare dalle disposizioni costituzionali l'idea di un interesse superiore della famiglia contrapposto a quello dei singoli (CECAMORE) e persino capace di impedire il riconoscimento di diritti della persona in ambito diverso.
Se la famiglia davvero � il primo e fondamentale esempio di formazione sociale nella quale trovano soddisfazione esigenze (appunto) naturali ed insopprimibili di affettivit� ed intimit� della persona, ci� si deve al legame materiale e spirituale di solidariet�, comunanza e convivenza che trova tradizionalmente espressione nella famiglia matrimoniale ma che pu� trovare, e di fatto trova, accoglienza anche nelle altre forme di unione e convivenza non fondate sul matrimonio. L'esistenza di una tutela costituzionale di favore per la famiglia matrimoniale non pu� essere di ostacolo al riconoscimento legale ed a forme di tutela di altri tipi di unioni non fondate sul matrimonio (CARETTI, ROPPO). Il valore personalistico ed il vincolo solidaristico che nella famiglia matrimoniale trovano storicamente garanzia e riconoscimento devono, in altri termini, trovare adeguate forme di protezione e di riconoscimento anche al di fuori del matrimonio laddove si dimostrino meritevoli di tutela alla stregua di un giudizio di effettivit�, reciprocit� e sufficiente stabilit�.
Ci� posto uno dei problemi pi� delicati sar� quello di stabilire in via normativa quale la stabilit� temporale minima del vincolo assunto dai conviventi affinch� gli stessi possano aspirare al riconoscimento formale della loro unione ed all'accesso a misure di tutela e promozione.
In termini di stretto diritto, occorre sottolineare, come dalla lettera dell'art. 29 Cost. non si evinca la diversit� di genere sessuale dei coniugi essendo, invero, detta diversit� talmente scontata e presupposta in epoca costituente da essersi ritenuto non necessario esplicitarla. Rilevanti novit� ed aperture verso forme di matrimonio omosessuale sono, peraltro, state colte nell'art. 9 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea (CALIFANO, GROPPI).
E, tuttavia, accedendo alla tesi che l'ambito di tutela offerto dall'art. 29 Cost. presupponga la eterosessualit� dei coniugi, in difetto di una qualsivoglia disciplina sulle unioni di fatto comunque connotate, le coppie omosessuali, disposte a contrarre validamente il vincolo matrimoniale, rimarrebbero (diversamente dalle coppie eterosessuali) pressoch� senza alcuna possibilit� di scelta, rimanendo prive del riconoscimento dei diritti personali e patrimoniali derivanti dal loro legame affettivo. La tutela di diritti della persona che originano dal rapporto di convivenza omosessuale paiono esigere, dunque, in maniera ancora pi� evidente una qualche forma di riconoscimento e tutela.
Da siffatto deficit di tutela consegue la lesione dei diritti inviolabili della persona alla quale non sarebbe consentito n� il pieno svolgimento della propria personalit� n� l'esercizio dei diritti e l'adempimento dei doveri di solidariet� nell'ambito della propria relazione affettiva e del proprio regime di convivenza (art. 2 Cost.) dando adito, peraltro, con tutta evidenza ad una discriminazione fondata sull'orientamento sessuale (art. 3 Cost.).
Alla luce dei principi costituzionali di uguaglianza (senza distinzione di sesso) e di promozione della dignit� umana e sociale nonch� dello sviluppo della personalit� dell'individuo nell'ambito delle formazioni sociali, resta priva di una valida giustificazione costituzionale l'esclusione di forme di regolamentazione giuridica e di protezione delle coppie omosessuali.
Sotto altro profilo il riconoscimento delle convivenze di fatto anche omosessuali � al centro di precise sollecitazioni comunitarie oltre che di scelte legislative compiute in altri ordinamenti nazionali europei. Piuttosto di recente la direttiva UE n. 38 del 2004 prevede il diritto all'ingresso e soggiorno nell'ambito comunitario del partner con cui il cittadino dell'Unione abbia una relazione stabilmente attestata.
Resta, sotto altro profilo, in tutta la sua complessit� il tema del rapporto tra le unioni di fatto paraconiugali (siano esse omosessuali o eterosessuali) con le convivenze parentali o le convivenze di mutuo aiuto costituite, cio�, tra due o pi� persone sulla base di legami affettivi e di convivenza affatto diversi.
Dette forme di convivenza si fondano su un dato meramente comunitario e solidaristico che esula del tutto da intenti di vita in comune ovvero di esclusivit� paraconiugale e forse financo di coabitazione. L'esistenza di tali realt� costituisce conferma della problematicit� dell'approccio giuridico ad un tema cos� delicato quale quello delle relazioni che coinvolgono la sfera intima ed affettiva degli individui.
Le tematiche appena abbozzate, infatti, rendono evidente che (al di l� di ogni monito di ordine giusnaturalistico) le difficolt� di maggior rilievo nella disciplina normativa dei diritti e dei doveri che originano da legami affettivi sono rappresentate da un uso strumentale delle tutele specie di tipo pubblicistico (tributarie, previdenziali, assistenziali) che potrebbero favorire scelte di convenienza che nulla hanno a che vedere con la creazione di forme di vita in comune e lo sviluppo della personalit� dei soggetti coinvolti. Da qui le difficolt� di un approccio normativistico, nel momento in cui ci si accosta alla disciplina di sfere cos� intime della persona, cos� difficilmente classificabili e sindacabili.
Ben si spiega, allora, la preferenza accordata in altri ordinamenti (tedesco e francese per esempio) a soluzioni normative modellate prevalentemente sul terreno dell'autonomia negoziale, con regimi giuridici flessibili ed agevolmente adattabili alla molteplicit� di interessi e situazioni che possono aversi.
Si ritiene, dunque, che una qualche tutela delle forme di convivenza di fatto (eterosessuale ed omosessuale) debba esservi, seppure nei limiti della discrezionalit� legislativa e del principio di ragionevolezza, i quali impediscono (ovviamente) l'adozione di misure legislative privilegiate e di maggior favore verso le famiglie non matrimoniali ma anche una tutela indifferenziata tra queste ultime e le famiglie matrimoniali.