Source: https://leggesemplice.com/abusi-su-minore-cassazione-penale-18-01-2016-pp-1/
Timestamp: 2020-07-13 21:19:36+00:00
Document Index: 95057274

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 195', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 6', 'art. 507', 'art. 6', 'art. 507', 'art. 603', 'art. 495']

Abusi Su Minore - Cassazione Penale 18/01/2016 N° 1620 - Legge semplice
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Abusi Su Minore – Cassazione Penale 18/01/2016 N° 1620
Abusi su minore – Cassazione penale 18/01/2016 n° 1620 leggi la sentenza gratuitamente su leggesemplice.com
Numero: 1620
Testo completo della Sentenza Abusi su minore – Cassazione penale 18/01/2016 n° 1620:
1.1.Con unico motivo eccepisce che l’affermazione della propria responsabilità di fonda esclusivamente sulle testimonianze “de relato” rese dalla nonna della bambina e da un’amica di famiglia. Non sono mai stati sentiti in dibattimento la bambina stessa e la psicologa che, nel settembre 2008, aveva genericamente certificato la presenza di disturbi scolastici e da distacco, ascrivibili a qualsiasi causa. Non v’era ragione, afferma, che impedisse l’assunzione della testimonianza della R.
I Giudici di merito non si sono però limitati a circoscrivere i fatti costitutivi della condanna a questo solo dato processuale. Essi hanno anche considerato che: a) l’imputato aveva riferito alla moglie – che aveva assistito allo sfogo della bambina – che si era limitato a far notare a quest’ultima che indossava un vestitino troppo corto che lasciava intravedere le parti intime; b) in dibattimento, invece, il N. aveva reso una versione diversa, avendo riferito di aver solo minacciato la bambina di sculacciarla perchè non aveva messo in ordine alcuni cuscini; c) la bambina, peraltro, aveva reagito alle affermazioni della moglie dell’imputato ribadendo la sua versione dei fatti e aveva pregato la nonna di non dir nulla alla madre mostrando un genuino senso di vergogna; d) già da quella sera il comportamento della bambina era cambiato mostrando i segni tipici del disagio e della traumatizzazione che nel settembre successivo sarebbero stati oggetto di certificazione da parte della psicologa; e) in particolare, aveva sin da subito evitato di lasciare da sole la mamma e la nonna per impedire a quest’ultima di riferire alla figlia quel che aveva appreso dalla nipote; f) non aveva mai voluto raccontare ai genitori quel che era accaduto, chiudendosi a ogni tentativo della madre di instaurare un colloquio sulla vicenda e dicendole solo che si era trattato di “una cosa brutta”; g) non aveva più voluto recarsi nel parco adiacente l’abitazione dell’imputato e aveva anche rifiutato di intrattenersi con un amico di famiglia della stessa età del N. con il quale aveva in precedenza grossa confidenza; h) non v’erano mai stati motivi di astio nei confronti dell’imputato, nè dal dibattimento erano emersi fatti che potessero fornire una spiegazione alternativa di tali cambiamenti comportamentali.
3.1. La Corte di appello, in particolare, a seguito di doglianza difensiva circa il fatto che la bambina non fosse mai stata sentita (nè in dibattimento, nè in sede di incidente probatorio) ha ulteriormente valorizzato la circostanza che quest’ultima aveva sempre serbato un atteggiamento coerente a fronte di versioni difensive dell’imputato diverse (l’una resa alla propria moglie, l’altra in sede dibattimentale) e mostrato, sul piano obiettivo, disagi comportamentali e psicologici, scientificamente certificati, non altrimenti spiegabili. Peraltro, ha sottolineato la Corte territoriale, l’esame della minorenne non era stato mai richiesto dall’imputato che si era invece limitato a proporre la rinnovazione dell’istruttoria dibattimentale, benchè in primo grado non avesse chiesto a proprio discarico l’esame della minorenne.
3.5. La validità della tesi difensiva (e l’applicabilità del principio testé espresso) presuppone, però, che l’imputato si sia effettivamente avvalso della facoltà prevista dall’art. 195 c.p.p., comma 1, dovendosi altrimenti valutare la tenuta della motivazione della sentenza esclusivamente sotto i profili della sua completezza, coerenza e non manifesta illogicità. L’omesso esame della vittima dell’abuso, pertanto, se non sollecitato dall’imputato, va valutato alla stregua delle conseguenze che tale lacuna probatoria può avere sulla tenuta complessiva del quadro probatorio utilizzato per la decisione. Sicchè ove i fatti accertati siano comunque tali da non dare adito a dubbi di sorta sulla verità del racconto del minore, così come riportato nel processo dai testimoni escussi, alcuna norma impone l’esame diretto di quest’ultimo.
3.8. Occorre allora ricordare che la sanzione dell’inutilizzabilità non ha modo di operare qualora nel dibattimento di primo grado la parte non abbia fatto uso della facoltà di chiedere che siano chiamati a deporre i testi di riferimento, né ad una tale omissione può ovviarsi con la richiesta di rinnovazione – anche parziale – del dibattimento in appello. Tale disciplina non si pone in contrasto con l’art. 111 Cost. in quanto l’ordinamento consente che la formazione della prova avvenga senza contraddittorio, quando vi è il consenso dell’imputato (Sez. 6, n. 1691 del 15/12/1998, Leona, Rv. 212504; Sez. 5, n. 12890 del 05/10/1999, Borragine, Rv. 215547; Sez. 3, n. 38623 del 02/07/2003, Baini, Rv. 226544; Sez. 6, n. 46795 del 24/10/2003, De Rose, Rv. 226930; Sez. 6, n. 28029 del 03/06/2009, Vinci, Rv. 244415; Sez. 4, n. 35913 del 17/01/2012, Ruggieri, Rv. 254071).
Tale consenso (che si esprime attraverso la rinuncia dell’imputato alla facoltà di interrogare la testimone diretta, secondo le scansioni procedurali che tale facoltà disciplinano) esclude che la condanna fondata sulla sola escussione dei testimoni “de relato” violi l’art. 6, p. 3, lett. d), della Convenzione e.d.u., come interpretato dalla Corte e.d.u., quando – come nel caso in esame – l’imputato non si sia trovato nell’oggettiva impossibilità di esaminare il testimone diretto. Il diritto dell’imputato di esaminare il teste a proprio carico si traduce nell’esercizio di concrete facoltà processuali alla cui rinuncia non corrisponde il dovere assoluto del giudice di provvedervi d’ufficio. Il processo, insomma, non è iniquo sol perchè si fonda esclusivamente su testimonianze “de relato”; lo è se l’imputato non è stato posto nelle condizioni di esercitare il diritto all’esame del testimone diretto. La possibilità, pur riconosciuta al giudice, di assumere d’ufficio, ex art. 507 cod. proc. pen., la testimonianza diretta non richiesta dalle parti si riflette solo sulla tenuta logica e completezza della motivazione, ma il mancato esercizio di tale potere non compromette l’equilibrio delle parti e dunque l’equità del processo ai sensi dell’art. 6, Conv. e.d.u.
3.9. Questa Corte (Sez. 4, n. 1151 del 24/10/2005, Cannellino, Rv. 233170), ha ulteriormente affermato che l’inutilizzabilità della dichiarazione “de relato” resa dal testimone deriva esclusivamente dall’inosservanza della disposizione del comma primo dell’articolo 195 cod. proc. pen., allorché il giudice, “richiesto dalla parte”, non abbia disposto che sia chiamata a deporre l’altra persona a cui si è riferito il testimone per la conoscenza dei fatti. In mancanza della richiesta di parte, il giudice – come detto – può anche esercitare il potere d’ufficio conferitogli dall’art. 507 cod. proc. pen. Tuttavia, come precisato da Sez. 5, n. 6522 del 25/01/2007, Pusceddu, Rv. 236057, l’omesso esercizio di tale potere officioso non rende inutilizzabile la deposizione “de relato”. Ne deriva che all’assenza di tale tempestiva richiesta della parte non può ovviarsi mediante la richiesta di rinnovazione del dibattimento in appello giacché, ai sensi dell’art. 603 cod. proc. pen., essa è ammissibile solo nell’ambito circoscritto dall’art. 495 cod. proc. pen. e concernente prove sopravvenute o scoperte dopo il giudizio di primo grado in relazione alle quali soltanto è ipotizzabile il vizio di violazione del diritto della parte alla prova (nello stesso senso cfr. anche Sez. 5, n. 9274 del 03/12/2014, Lopalco, Rv. 263062; Sez. 5, n. 50346 del 22/10/2014, Palau Giovannetti, Rv. 261316).
Depositato in Cancelleria il 18 gennaio 2016
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