Source: http://www.studiolamottamonti.it/nullita-delle-clausole-vessatorie-imposte-dalla-compagnia-assicurativa-cass-n-170242015/
Timestamp: 2020-04-10 05:29:58+00:00
Document Index: 152365456

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'art. 1418', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 1892', 'art. 33', 'art. 16', 'art. 16']

Nullità delle clausole vessatorie imposte dalla compagnia assicurativa (Cass. n. 17024/2015) | Studio Legale La Motta Monti
Espone, al riguardo, che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere tempestiva l’eccezione di nullità della clausola 16 delle condizioni generali, sebbene sollevata da D.V. solo con la comparsa conclusionale. Infatti, sebbene la nullità sia rilevabile anche d’ufficio, è pur sempre onere della parte allegare tempestivamente i fatti posti a fondamento dell’eccezione di nullità
La Corte d’appello ha dichiarato nulla la clausola n. 16 delle condizioni generali di contratto. Questa clausola, secondo la Corte d’appello, presentava tre diversi profili di nullità:
(a) era nulla ai sensi del D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 33, lett. (q), in quanto subordinava il pagamento dell’indennizzo al compimento di attività, da parte del beneficiario, ritenute “di difficile attuazione“, quali la consegna di documentazione medica o concernente la successione del portatore di rischio;
Tale potere riguarda sia le nullità tradizionali (di cui all’art. 1418 c.c.), sia quelle cosiddette “di protezione“, previste cioè al fine di garantire la parità tra contraenti forti e contraenti deboli, come appunto quelle dettate dal D.Lgs. 6 settembre 2005, n. 206, art. 33 a protezione del consumatore (Sez. U, Sentenza n. 26242 del 12/12/2014, Rv. 633503).
Una volta che il giudice abbia rilevato (anche) d’ufficio l’esistenza della nullità, è facoltà delle parti domandargli, anche tardivamente, che tale nullità sia dichiarata in sentenza con effetto di giudicato (Sez. U, Sentenza n. 26242 del 12/12/2014, Rv.633502).
(d) discussa nel giudizio di appello; (e) decisa dalla Corte d’appello.
Deve trovare applicazione, di conseguenza, il principio – anch’esso affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte – secondo cui “il rilievo d’ufficio delle eccezioni in senso lato non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati ex actis, in quanto il regime delle eccezioni si pone in funzione del valore primario del processo, costituito dalla giustizia della decisione, che resterebbe svisato ove anche le questioni rilevabili d’ufficio fossero subordinate ai limiti preclusivi di allegazione e prova previsti per le eccezioni in senso stretto” (così Sez. U, Ordinanza interlocutoria n. 10531 del 07/05/2013, Rv. 626194). Pertanto, anche ad ammettere che il beneficiario D.V. mai avesse tempestivamente prospettato, nel presente giudizio, il fatto materiale della “inconoscibilità” della clausola, risultavano comunque acquisiti al processo i fatti materiali posti dalla Corte d’appello a fondamento delle altre due ravvisate nullità (gravita degli oneri ed inversione dell’onere della prova) i quali altra allegazione non richiedevano, se non la produzione del testo contrattuale.
(a) clausole vessatorie “atipiche”, previste dal comma 1, per le quali è onere di chi invoca la nullità dimostrare che esse hanno provocato un significativo squilibrio tra le posizioni delle parti; (b) clausole vessatorie “tipiche”, previste dal comma 2, le quali si presumono vessatorie fino a prova contraria.
In primo grado la Generali (olim, INA), si costituì formulando una difesa formalmente intitolata “domanda riconvenzionale” (p. 4, terzo capoverso, della comparsa di costituzione e risposta), con la quale chiese che il Tribunale dichiarasse “l’invalidità del contratto di assicurazione ex art. 1892 c.c., ove dalla documentazione prodotta dall’attore (…), dovesse risultare (…) la reticenza dell’assicurato in merito alle di lui condizioni fisiche o di salute”. Sebbene questa formulazione non corrisponda certo allo standard di rigore lessicale che è lecito attendersi da un professionista del diritto, dall’esame complessivo delle difese anche successivamente svolte dalla Generali appare evidente che quella che il difensore della Generali chiamò “azione di annullamento” era nella sostanza una vera e propria eccezione di decadenza dall’indennizzo. Con essa la Generali non formulò alcuna domanda di annullamento, ma chiese più semplicemente l’accertamento della legittimità del proprio rifiuto di pagamento dell’indennizzo.
Con la prima censura la Generali allega che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere vessatoria, D.Lgs. n. 206 del 2005, ex art. 33, la clausola n. 16 delle condizioni di polizza. Tale clausola addossava al beneficiario, per ottenere il pagamento dell’indennizzo, l’onere di produrre una serie di documenti analiticamente indicati nel contratto.
Con la seconda censura la Generali deduce che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere che l’art. 16 di cui sopra invertisse illegittimamente l’onere della prova. Spiega, al riguardo, che l’onere imposto al beneficiario di produrre all’assicuratore una relazione medico-legale sulle cause della morte del portatore di rischio non aveva lo scopo di invertire l’onere della prova, ma solo di “rappresentazione tecnico-scientifica delle cause della morte”. Con la terza censura, infine, la Generali deduce che la Corte d’appello avrebbe errato nel ritenere che l’art. 16 di cui sopra non sia stato reso conoscibile al contraente; e comunque non ha in alcun modo motivato tale accertamento.
La previsione per cui il beneficiario deve formulare domanda di indennizzo su un modulo predisposto dall’assicuratore si pone in contrasto col principio di libertà delle forme, che permea di sè l’intera materia delle obbligazioni. La previsione per cui il beneficiario deve sottoscrivere la richiesta di indennizzo “presso l’Agenzia INA di competenza” viola addirittura la libertà personale e di movimento del beneficiario, imponendogli di fatto una servitù personale senza nessun beneficio o vantaggio per l’assicuratore. La previsione per cui il beneficiario deve produrre una relazione medica sulla morte del portatore di rischio non solo pone un non irrilevante onere economico a carico del beneficiario, ma per di più pone a suo carico l’onere di documentare le cause del sinistro, onere che per legge non ha. Nell’assicurazione sulla vita, infatti, il beneficiario ha il solo onere di provare l’avverarsi del rischio, e quindi la morte della persona sulla cui cita è stata stipulata l’assicurazione (cd. portatore di rischio). La circostanza che la morte possa essere avvenuta per cause che escludano l’indennizzabilità secondo le previsioni contrattuali, in quanto fatto estintivo della pretesa attorea, va provato dall’assicuratore, non dal beneficiario. La previsione per cui il beneficiario, a semplice richiesta, deve proporre le cartelle cliniche relative ai ricoveri della persona deceduta per un verso è di sconfinata latitudine, in quanto – non ponendo limiti temporali – facoltizza l’assicuratore, in teoria, a domandare sinanche cartelle cliniche relative a ricoveri subiti dal portatore di rischio in gioventù o comunque molti anni prima del decesso; per altro verso addossa al beneficiario l’onere economico di estrazione delle relative copie, e l’onere materiale di contrastare eventuali eccezioni di insostenibilità che la struttura sanitaria potrebbe opporgli, invocando le norme a tutela della riservatezza.
Fonte: Osservatorio Giuridico / La Previdenza / Notizie