Source: http://www.tecmen.it/v46.htm
Timestamp: 2018-12-10 11:27:26+00:00
Document Index: 122710554

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 3', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 21']

telefonini e mare
TELEFONINI: CI SONO ONDE E ONDE
QUESTA VOLTA PARLIAMO DI QUELLE MARINE
La questione sollevata nella scorsa estate della contestazione nei confronti di diportisti e relativa all'utilizzo dei telefonini in barca, ha rischiato di scatenare una vera e propria tempesta estiva.
L'intervento del Ministero delle Comunicazioni, sia pure non sorretto da adeguate disposizioni normative, ha fatto volgere nuovamente il barometro al bello ma, a nostro avviso, non ha risolto la questione.
Ha fatto sapere il Ministero attraverso gli organi di stampa e le immancabili "dichiarazioni" che l'uso del telefonino in barca è legittimo e, quindi, non deve essere contestato.
Non vogliamo sindacare il sistema, tutto italiano, di "interpretare, "correggere", "aggiustare" le leggi vigenti ricorrendo alle dichiarazioni del politico o del funzionario di turno.
Correttezza imporrebbe che se vi sono delle disposizioni poco chiare o che sono palesemente inosservate, il legislatore provvedesse alla loro modifica.
Nella fattispecie qui esaminata si discute se un diportista (o navigante sia pure domenicale) possa utilizzare il telefono radiomobile terrestre (così indicato nella vigente legislazione) in mezzo al mare.
Qualcosa di simile, seppur di segno opposto, si verificava, e a quanto ci consta si verifica, circa l'utilizzo delle stazioni radio marittime installate a bordo che intendono effettuare comunicazione su rete telefonica con il tramite delle diverse stazioni costiere, quando le imbarcazioni sono ormeggiate all'interno di un porto. In questi casi non è legittimo "telefonare".
Oggi con l'avvento della telefonia mobile il problema non si pone probabilmente più, ma sussiste quello dell'uso del telefonino in luogo del VHF installato a bordo.
Al proposito occorre sgomberare subito una questione: il telefonino non può sostituire il VHF quando questo è obbligatorio che sia installato a bordo.
Prescrive l'art. 24 del D.M 21 gennaio 1994 al comma 2, che "Le imbarcazioni da diporto di stazza lorda inferiore alle 25 tonnellate, abilitate alla navigazione senza alcun limite, devono essere dotate almeno di una stazione radiotelefonica ad onde metriche (VHF) che potrà essere limitata al traffico di sicurezza secondo quanto stabilito con regolamento adottato di concerto con il Ministero delle Poste e Telecomunicazioni (oggi Ministero delle Comunicazioni n.d.r.)".
Quindi la questione è pacifica, non si può, nei casi di cui sopra, giustificare l'assenza del VHF solo adducendo la scusante che "ho il telefonino e questo mi è sufficiente".
Diverso e più complesso è il problema dell'utilizzo di uno strumento "terrestre" quale è appunto il telefonino, in mezzo al mare.
Partendo dalla stessa definizione che la legge assegna a quest'utilissimo strumento di comunicazione sin da suo esordio - D.M. 3 agosto 1985 "Istituzione del servizio radiomobile pubblico veicolare" che prevedeva all'art. 3 "E' consentito l'accesso al servizio radiomobile soltanto da mezzi terrestri" - tale qualificazione terrestre non è mutata neppure con il D.M. 13 febbraio 1990, n. 33 che ha introdotto nel servizio le diverse tipologie di apparecchiature terminali veicolari, portatili ed estraibili.
E' quindi giustificata la domanda se sia possibile utilizzare, legittimamente, un telefono cellulare a bordo per collegarsi con la rete telefonica terrestre.
Interpretando schematicamente la normativa in vigore la risposta dovrebbe essere negativa.
Volendo per contro approfondire la questione si deve per analogia richiamare lo stesso concetto di terrestre o territorio terrestre.
E' noto che il territorio di uno stato si divide, principalmente, in due sezioni: terrestre e, estendendo la potestà dello Stato alle acque esterne che lo circondano per convezione internazionale sino ad un massimo di 12 miglia, in terra e acque territoriali.
Ora verrebbe da interpretare, con semplicità, che l'estensione di cui sopra consenta un uso del telefono "anche" all'interno delle acque territoriali.
In effetti la questione non deve essere posta in questi termini.
Se si vuole estendere il "territorio dello Stato" (sempre per l'uso legittimo del telefonino) anche alle acque si deve far riferimento solo alle "acque interne" che sono equiparate al territorio e che, in base alla l. 2 dicembre 1994, n. 689 che ha ratificato e dato esecuzione alla "Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, fatta a Montego Bay, il 10 dicembre 1982, nonché dell'accordo di applicazione della parte XI della convenzione stesa, fatto a New York il 29 luglio 1994", art. 8 Acque interne - "le acque situate verso terra rispetto alla linea di base del mare territoriale fanno parte delle acque interne dello Stato".
Non è questa la sede per determinare quale sia il limite delle acque interne dal quale inizi quello delle acque territoriali: è sufficiente richiamare quanto dispone l'art. 5 della predetta convenzione che precisa "Salvo diversa disposizione della presente Convenzione, la linea di base normale dalla quale si misura la larghezza di mare territoriale è la linea di bassa marea lungo la costa, come indicata dalle carte nautiche a grande scala ufficialmente riconosciute dallo Stato costiero".
Sempre per maggiormente chiarire il concetto della assimibilità delle acque interne alla terra (e quindi al terrestre), vale la pena di richiamare l'art. 3 del D.M. 33/1994 citato in tema di VHF, che assegna agli organi centrali del Ministero dei Trasporti - Direzione generale della motorizzazione civile e dei trasporti in concessione la verifica tecnica delle unità da diporto che effettuano la navigazione nelle acque interne.
Come si può osservare, riducendo la questione ai minimi termini, è sostenibile la tesi che il telefonino non possa essere utilizzato a bordo (quanto meno fuori dalle acque interne) e soprattutto esso non può sostituirsi al VHF quando questo risulti obbligatorio.
Se consuetudine ed utilità suggeriscono di allargare tali limiti è indispensabile che il legislatore lo chiarisca attraverso la modifica di quelle norme che oggi lo vietano.
Gridare all'assurdo quando una qualsiasi Autorità applica le leggi vigenti o, peggio, imputarla di eccessivo zelo, è oggettivamente un po' troppo.
Qualche cosa di simile potrebbe accadere anche in terra a proposito dell'osservanza del D.M. 28 dicembre 1995, art. 21 (leggi Tasse di concessione) e probabilmente al quel punto non sarebbe sufficiente un'altra triangolazione epistolare tra i Ministeri delle Comunicazioni, dell'Interno e delle Finanze per modificare una legge, che sino a prova contraria, è legge dello Stato.