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Timestamp: 2020-02-20 13:25:15+00:00
Document Index: 6880157

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 2729', 'sentenza ']

Alessandro Ceserani, La Cassazione torna su convivenza e delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale - Olir
Alessandro Ceserani, La Cassazione torna su convivenza e delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale
Il caso: un marito infedele e ‘separato in casa’
Con una recentissima ordinanza, la Corte di Cassazione, nel confermare la decisione della Corte d’Appello di Perugia che aveva rigettato la domanda presentata da un uomo per il riconoscimento della sentenza ecclesiastica di annullamento del suo matrimonio, ha fornito alcuni nuovi e importanti elementi interpretativi circa i caratteri che deve possedere la convivenza ultratriennale per essere impeditiva della delibazione.
Come è noto e come la stessa ordinanza riferisce, la rilevanza ostativa della durata ultratriennale della convivenza trova fondamento nell’ormai consolidato orientamento inaugurato nel 2014 dalle Sezioni Unite della Cassazione con le due note ‘sentenze gemelle’ nn. 16379 e 16380. La parte motiva del provvedimento in esame ricorda infatti che la convivenza “come coniugi”, in quanto elemento essenziale del “matrimonio-rapporto”, quando si protrae per almeno tre anni dalla celebrazione del matrimonio concordatario regolarmente trascritto, integra una situazione giuridica di “ordine pubblico italiano”, la cui inderogabile tutela trova fondamento nei principi supremi di sovranità e di laicità dello Stato, già affermato dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 18 del 1982 e n. 203 del 1989. Questa convivenza diviene pertanto ostativa alla dichiarazione di efficacia della sentenza di nullità pronunciata dal tribunale ecclesiastico per qualsiasi vizio genetico del “matrimonio-atto”.
Tuttavia, il ricorrente, soccombente nel giudizio di merito, adduce due motivi di impugnazione che spingono la Corte alle precisazioni che rendono interessante questa ordinanza. Con il primo, egli sostiene che nel caso di specie siano mancati alla sua convivenza ultratriennale con la consorte i due requisiti della ‘stabilità’ e della ‘esteriorità’, pur richiesti dalla giurisprudenza sopra citata; infatti, l’uomo riferisce di aver intrattenuto sin dall’anno successivo al matrimonio una relazione extraconiugale e che comunque egli avrebbe vissuto con la moglie come “separato in casa” a partire dai tre mesi successivi alla celebrazione. Col secondo motivo deduce che la continuità della convivenza non sarebbe stata evincibile dalla sentenza ecclesiastica da delibare, e che la convivenza, anche qualora ritenuta stabile, sarebbe stata in ogni caso espressione di un matrimonio meramente formale.
Per il ricorrente, sembra dunque che ad essere pregiudicata sia stata proprio l’effettività della convivenza tra i coniugi, poiché le circostanze riferite, dato il loro immediato sorgere, non avrebbero neppure consentito il consolidarsi di quel ‘matrimonio-rapporto’ che lo stesso sistema giurisprudenziale delineato dalla Suprema Corte ambisce a tutelare di fronte ad un possibile travolgimento del vincolo ad opera di un tribunale ecclesiastico.
La convivenza che impedisce la delibazione
Il tema di quali requisiti debba possedere la convivenza per essere considerata stabile ed effettiva, e quindi ostativa alla delibazione, è stato affrontato più volte dalla Cassazione. Nelle due ‘sentenze gemelle’ in particolare si ritenne che la convivenza, oltre che ultratriennale – si ricorda che tale dato temporale fu mutuato dalle Sezioni Unite dall’art. 6, commi 1 e 4 della legge n. 184/1983 ss.mm.ii. –, dovesse avere il carattere della “esteriorità” o, più precisamente, della sua “riconoscibilità esteriore”. Tenendo poi presenti anche le sentenze successive, si può almeno ad oggi sinteticamente affermare che per configurare la convivenza ostativa alla delibazione, questa:
debba essere esteriormente riconoscibile attraverso corrispondenti, specifici fatti e comportamenti dei coniugi, e quale fonte di una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità anche genitoriali in presenza di figli, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari;
siano completamente irrilevanti gli aspetti del c.d. “foro interno”, non costituendo indice dell’insussistenza della convivenza effettiva sia la conflittualità o l’infelicità unilaterale o di entrambi i coniugi, maturata durante il rapporto matrimoniale, sia il grado di soddisfazione dei coniugi rispetto al rapporto matrimoniale;
ed ancora, la convivenza debba essere sicuramente espressione di un originario progetto di vita, capace di sostanziare solidarietà ed affetti, caratterizzato da una organizzazione economica e logistica comune e dalla presenza, di regola, di rapporti sessuali, per quanto possano talora mancare;
infine, eventuali dissapori, contrasti e litigi sopravvenuti, nonché le violazioni dei doveri matrimoniali, pur in contrasto con il progetto originario di vita in comune, non abbiano rilevanza decisiva sulla convivenza stessa finché i coniugi, nella loro autonomia, considerino più forte il legame che li unisce e decidano quindi di mantenere la convivenza.
È pur vero che a fianco di questi caratteri, apparentemente coerenti, la Cassazione ne ha individuati altri, che hanno stemperato non poco la sostanza di quel “matrimonio-rapporto”, nella sua dimensione solidaristica, che i precedenti prefigurano. Infatti:
potrebbe esservi “convivenza” pure con una parziale e limitata “coabitazione”, come nel caso dei coniugi con due residenze e/o due domicili differenti: in questo caso la Cassazione ha ritenuto che proprio la realtà degli affetti diverrebbe particolarmente rilevante, dal momento che i coniugi trascorrerebbero insieme gran parte del loro tempo libero, mentre durante le assenze più o meno lunghe, sussisterebbero frequenti contatti, comunicazioni, corrispondenza;
all’opposto, non potrebbe costituire convivenza una situazione di separazione di fatto tra i coniugi, anche se nessuno di loro abbia richiesto al giudice la pronuncia di separazione o, nei casi indicati, quella di divorzio, non preceduto da separazione;
ed ancora, è stato precisato che la “convivenza” tra coniugi non è necessariamente collegata ad un “buon” matrimonio, fondato su solidarietà ed affetti, ma ad un matrimonio comunque celebrato, salvo che i coniugi si trovino in una condizione di totale estraneità, pur coabitando, senza alcun rapporto personale sessuale, mentre contrasti ed incomprensioni, e magari violenze, non rivestirebbero rilevanza alcuna.
I riflessi di queste pronunce si rinvengono anche sul piano probatorio. La non equivocità dei fatti e dei comportamenti sopra riferiti consentono all’interessato di dimostrare in giudizio la convivenza mediante idonei mezzi di prova, potendo egli utilizzare, come è stato affermato sempre dalla Cassazione, anche le presunzioni semplici assistite dai noti requisiti di cui all’art. 2729 c.c., comma 1. Ciò è tanto più determinante se si considera che l’accertamento del giudice di merito, sempre secondo l’insegnamento delle S.U., non deve limitarsi al superamento del limite temporale individuato in tre anni, ma appunto rivolgersi all’intrinseca ed effettiva realizzazione della comunione spirituale e materiale, sostenuta dai doveri di responsabilità e solidarietà indicati dalla legge. Ne consegue che, una volta prospettata tempestivamente la predetta eccezione – la quale, si ricorda, deve essere considerata “in senso stretto”, e quindi onere di chi invoca la convivenza come condizione ostativa alla delibazione – il giudice dovrà verificare l’allegazione di fatti specifici e rilevanti riguardanti l’effettività della convivenza coniugale e, in caso di contestazione, dovrà essere condotto sulla base delle deduzioni probatorie di parte, un puntuale accertamento istruttorio.
La mancanza di affectio coniugalis è irrilevante?
In questa cornice giurisprudenziale, seppur non perfettamente definita, s’inserisce l’ordinanza in esame, che ha consentito al Collegio di considerare se possa rilevare ai fini della pronuncia di delibazione la non adesione affettiva al rapporto di convivenza – pur di durata ultratriennale – da parte di uno o di entrambi i coniugi.
È bene sottolineare che la Corte non ritiene certamente irrilevante la mancanza di affectio coniugalis, che invece è da intendersi quale elemento costitutivo della convivenza, in tal modo confermando una visione sostanziale e non formale del ‘matrimonio-rapporto’. Tuttavia, essa pone delle condizioni piuttosto stringenti perché tale difetto possa consentire la delibazione di una sentenza ecclesiastica di nullità matrimoniale nonostante l’esistenza di una convivenza ultratriennale. Precisa infatti la Corte che l’assenza di solidarietà affettiva, che nel caso di specie si sarebbe concretizzata nella relazione extraconiugale del marito e in una situazione pressoché immediata di “separazione di fatto”:
a) dovrà essere riconosciuta da entrambi i coniugi, al momento della proposizione della domanda di delibazione, ovvero che gli stessi abbiano manifestato inequivocabilmente all’esterno la piena volontà di non considerare la convivenza come un elemento fondamentale integrativo della relazione coniugale, ma come una semplice coabitazione;
b) occorre altresì che sia manifesta la consapevolezza delle conseguenze giuridiche di tale esteriorizzazione, e cioè l’affermazione comune dell’esclusione degli effetti giuridici propri del matrimonio per effetto della semplice coabitazione.
Detto altrimenti, spiega la Corte, è necessaria una ricognizione “comune” ed “esteriorizzata” della esclusione del carattere coniugale della convivenza. È dunque chiaro che, in conformità a quanto già la Cassazione aveva specificato, “in questa prospettiva, appare irrilevante accertare se l’unione fra i coniugi nel periodo di convivenza ultratriennale sia stata più o meno felice ovvero se vi sia stata una parziale o integrale non adesione affettiva da parte dei coniugi al dato fattuale della convivenza”. La mancanza di adesione affettiva potrà pertanto acquistare rilevanza giuridica solo se viene concordemente riconosciuta e manifestata all’esterno, in modo da privare al dato oggettivo della convivenza ogni valenza di rapporto coniugale, che come tale invece si è estrinsecato.
Il rigetto della domanda del marito è determinato pertanto non dall’irrilevanza delle circostanze addotte, che ben potrebbero integrare l’assenza di affectio coniugalis, ma nella mancata prova dei succitati requisiti, né dedotti né provati, e persino contestati dalla moglie controricorrente. Prive dei requisiti sopra richiesti, sia la relazione extraconiugale del marito sia la vita da ‘separati in casa’ si risolvono, secondo la Corte di Cassazione, in una mera attitudine psicologica dell’uomo, che non ha impedito ai due coniugi di vivere insieme per oltre tre anni, dando continuità alla convivenza che avevano intrapreso in quanto coniugi.
L’ordinanza, quindi, si distingue per aver dato l’indispensabile rilevanza giuridica alla solidarietà affettiva tra coniugi, che deve perciò ritenersi elemento costitutivo del “matrimonio-rapporto”; del resto, come già affermato dalle S.U., la “convivenza’ – e, dunque, non la sola e mera ‘coabitazione’ – dei coniugi o ‘come coniugi’ si sostanzia nella consuetudine di vita comune, nel “vivere insieme” stabilmente e con continuità nel corso del tempo o per un tempo significativo tale da costituire “legami familiari”. Ne consegue che l’invocata assenza dell’affectiosin dall’origine o il suo venire meno pressoché immediato non potranno certamente essere trascurati nei giudizi di delibazione.
Tuttavia, il principio della certezza dei rapporti giudici e la tutela dell’affidamento dell’altro coniuge e dei terzi imporranno a chi invoca la mancanza di affectio coniugalisuno sforzo probatorio in giudizio, che dovrà riguardare sia la condivisione tra i coniugi di tale difetto sia la sua esteriorizzazione. In assenza di tale prova – che potrebbe non essere agevole, dal momento la Corte non fornisce indicazioni ulteriori e concrete – l’espressione nel mondo esterno del principio solidaristico coniugale, rappresentato dalla convivenza ultratriennale, continuerà a mantenere la sua cogenza di situazione giuridica di “ordine pubblico italiano” ostativa al riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche.
Alessandro Ceserani, Dipartimento di Scienze giuridiche “Cesare Beccaria”, Università degli Studi di Milano
alessandro.ceserani@unimi.it
Marco Canonico, La delibazione delle sentenze di nullità matrimoniale: orientamenti giurisprudenziali e nuove questioni, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, Rivista telematica (statoechiese.it), n. 23 del 2019;
Jlia Pasquali Cerioli, Ordine pubblico e sovranità della Repubblica nel proprio ordine (matrimoniale): le Sezioni unite e la convivenza coniugale triennale come limite alla “delibazione” delle sentenze ecclesiastiche di nullità, in Stato, Chiese e plurali;
Nicola Colaianni, Delibazione delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale: la (limitata) ostatività della convivenza coniugale, in Stato, Chiese e pluralismo confessionale, n. 26/2014;
Enrico Vitali, In tema di delibazione e solidarietà familiare, in Il diritto ecclesiastico, 1-2/2014, p. 77-83;
Alessandro Ceserani, Solidarietà di coppia: nuovi modelli legali, delibazione di sentenze ecclesiastiche e assegno divorzile, in Il diritto ecclesiastico,3-4/2016, p. 443-459.
Alcuni riferimenti giurisprudenziali:
Corte di Cassazione, S.U., 17 luglio 2014, nn. 16379 e 16380; Id., Sez. I, 28 gennaio 2015, n. 1622; Id., Sez. I, 2 febbraio 2015, n. 1849; Id., Sez. I, 19 dicembre 2016, n. 26188;Id., Sez. I, 17 aprile 2015, n. 7917; Id., Sez. VI-1, 24 maggio Id.2017, n. 13120 (ord.); Id., Sez. VI-1, 30 ottobre 2018, n. n. 27486 (ord.); Id., Sez. VI-1, 26 novembre 2019, n. 30900 (ord.).