Source: https://www.laleggepertutti.it/164827_chi-crea-un-sito-che-ospita-link-pirata-e-responsabile
Timestamp: 2018-05-28 07:33:57+00:00
Document Index: 164998384

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Chi crea un sito che ospita link pirata è responsabile
Lo sai che? Chi crea un sito che ospita link pirata è responsabile
Lo sai che? Pubblicato il 14 giugno 2017
> Lo sai che? Pubblicato il 14 giugno 2017
Violazione del copyright: il portale che si limita a indicizzare e contenere link ad altri siti, reali autori della violazione, è ugualmente responsabile.
Non si può creare app o siti che indicizzano link a siti pirata, anche se i contenuti che violano il copyright sono materialmente su altri server. È quanto chiarito dalla Corte di Giustizia Europea che ha deciso il famoso caso di «The Pirate Bay» la nota piattaforma di condivisione peer to peer.
La legge che tutela la proprietà intellettuale e il diritto dell’autore di opere dell’ingegno vieta a terzi di effettuare «comunicazioni al pubblico» delle opere altrui. Nel concetto di «comunicazione» però va compresa anche la messa a disposizione dei link che richiamano contenuti presenti su altri siti consultabili gratuitamente. Il provider, ossia colui che svolge un’attività di servizi sul web, è quindi direttamente responsabile per le violazioni del copyright commesse dai suoi utenti.
Secondo la Corte di Giustizia è dunque illegittimo il comportamento del sito che, grazie al proprio motore di ricerca interno, rinvia ad altri siti pirata. Nel rendere più agevole agli utenti la ricerca del materiale protetto dal diritto d’autore, non si fa altro che un’intermediazione e quindi, in buona sostanza, si sta svolgendo una «comunicazione al pubblico» vietata dalla legge.
La nozione di «pubblico» implica la fruibilità da parte di una moltitudine di persone. Si ha una comunicazione al pubblico quando o sono usate nuove forme di comunicazione, differenti da quelle abitualmente impiegate dai siti autorizzati a rendere note tali opere o si rivolge ad un pubblico più ampio e diversa da quella preventivata dal titolare quando ha concesso l’autorizzazione all’uso. E la direttiva europea sulla protezione del diritto d’autore [2] stabilisce che «gli Stati membri riconoscono agli autori il diritto esclusivo di autorizzare o vietare qualsiasi comunicazione al pubblico, su filo o senza filo, delle loro opere, compresa la messa a disposizione del pubblico delle loro opere in maniera tale che ciascuno possa avervi accesso dal luogo e nel momento scelti individualmente».
[1] C. Giust. UE sent. del 14.06.2017 causa n. C-610/2015.
[2] Direttiva UE n. 2001/29/CE art. 3.
Corte di Giustizia UE, Seconda Sezione, sentenza 14 giugno 2017, causa C-610/15*
20 In forza di tale disposizione, gli autori dispongono pertanto di un diritto di natura precauzionale che consente loro di frapporsi tra eventuali utenti della loro opera e la comunicazione al pubblico che detti utenti potrebbero voler effettuare, e ciò al fine di vietare quest’ultima (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 25 e giurisprudenza ivi citata).
21 Poiché l’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29 non precisa la nozione di «comunicazione al pubblico», occorre determinare il senso e la portata di tale disposizione in considerazione degli obiettivi perseguiti dalla direttiva stessa ed in considerazione del contesto in cui la disposizione interpretata si colloca (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 26 e giurisprudenza ivi citata).
22 In proposito, si deve rammentare che dai considerando 9 e 10 della direttiva 2001/29 risulta che quest’ultima persegue quale obiettivo principale la realizzazione di un livello elevato di protezione a favore degli autori, consentendo ai medesimi di ottenere un adeguato compenso per l’utilizzazione delle loro opere, in particolare in occasione di una comunicazione al pubblico. Ne consegue che la nozione di «comunicazione al pubblico» dev’essere intesa in senso ampio, come espressamente enunciato dal considerando 23 di tale direttiva (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 27 e giurisprudenza ivi citata).
23 La Corte ha inoltre sottolineato, per quanto riguarda la nozione di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, che essa comporta una valutazione individualizzata (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 28 e giurisprudenza ivi citata).
24 Dall’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29 si evince che la nozione di comunicazione al pubblico consta di due elementi cumulativi, vale a dire un «atto di comunicazione» di un’opera e la comunicazione di quest’ultima a un «pubblico» (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 29 e giurisprudenza ivi citata).
25 Per valutare se un utente effettui un atto di «comunicazione al pubblico», ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, occorre tener conto di svariati criteri complementari, di natura non autonoma e interdipendenti fra loro. Occorre pertanto applicarli tanto individualmente quanto nella loro reciproca interazione, considerando che, nelle diverse situazioni concrete, possono essere presenti con intensità molto variabile (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 30 e giurisprudenza ivi citata).
26 Tra tali criteri la Corte ha messo in evidenza, in primo luogo, il ruolo imprescindibile dell’utente e il carattere intenzionale del suo intervento. Tale utilizzatore realizza infatti un atto di comunicazione quando interviene, con piena cognizione delle conseguenze del suo comportamento, per dare ai suoi clienti accesso a un’opera protetta, in particolare quando, in mancanza di questo intervento, tali clienti non potrebbero, o potrebbero solo con difficoltà, fruire dell’opera diffusa (v., in tal senso, sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 31 e giurisprudenza ivi citata).
27 Essa ha poi precisato che la nozione di «pubblico» riguarda un numero indeterminato di destinatari potenziali e comprende, peraltro, un numero di persone piuttosto considerevole (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 32 e giurisprudenza ivi citata).
28 La Corte ha altresì ricordato che, secondo una giurisprudenza costante, un’opera protetta, per essere qualificata come «comunicazione al pubblico», deve essere comunicata secondo modalità tecniche specifiche, diverse da quelle fino ad allora utilizzate o, in mancanza, deve essere rivolta ad un «pubblico nuovo», vale a dire a un pubblico che non sia già stato preso in considerazione dai titolari del diritto d’autore nel momento in cui hanno autorizzato la comunicazione iniziale della loro opera al pubblico (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 33 e giurisprudenza ivi citata).
29 Infine, la Corte ha più volte evidenziato che il carattere lucrativo di una comunicazione, ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, non è privo di rilevanza (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 34 e giurisprudenza ivi citata).
31 Inoltre, come risulta dall’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, perché vi sia un «atto di comunicazione» è sufficiente, in particolare, che l’opera sia messa a disposizione del pubblico in modo che coloro che compongono tale pubblico possano avervi accesso, dal luogo e nel momento da loro scelti individualmente, senza che sia determinante che utilizzino o meno tale possibilità (v., in tal senso, sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 36 e giurisprudenza ivi citata).
32 La Corte ha già dichiarato, a detto proposito, che il fatto di mettere a disposizione su un sito Internet collegamenti cliccabili verso opere protette, pubblicate senza alcun limite di accesso su un altro sito, offre agli utilizzatori del primo sito un accesso diretto a tali opere (sentenza del 13 febbraio 2014, Svensson e a., C 466/12, EU:C:2014:76, punto 18; v. anche, in tal senso, ordinanza del 21 ottobre 2014, BestWater International, C 348/13, EU:C:2014:2315, punto 15, e sentenza dell’8 settembre 2016, GS Media, C 160/15, EU:C:2016:644, punto 43).
33 La Corte ha altresì statuito che ciò avviene anche nel caso della vendita di un lettore multimediale nel quale sono state preinstallate estensioni, disponibili su Internet, contenenti collegamenti ipertestuali a siti web liberamente accessibili al pubblico sui quali sono state messe a disposizione del pubblico opere tutelate dal diritto d’autore senza l’autorizzazione dei titolari di tale diritto (v., in tal senso, sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punti 38 e 53).
40 In secondo luogo, per rientrare nella nozione di «comunicazione al pubblico» ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 1, della direttiva 2001/29, è necessario inoltre che le opere protette siano effettivamente comunicate ad un pubblico (sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 43 e giurisprudenza ivi citata).
41 A tale riguardo, la Corte ha precisato, da un lato, che la nozione di «pubblico» comporta una certa soglia de minimis, il che esclude da detta nozione una comunità di interessati troppo esigua, se non addirittura insignificante. Dall’altro, occorre tener conto degli effetti cumulativi che derivano dalla messa a disposizione di opere protette presso destinatari potenziali. Pertanto, è opportuno non soltanto sapere quante persone abbiano accesso contemporaneamente alla medesima opera, ma altresì quante tra di esse abbiano accesso alla stessa in successione (v., in tal senso, sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 44 e giurisprudenza ivi citata).
42 Nella fattispecie, dalla decisione di rinvio risulta che una parte rilevante degli abbonati della Ziggo e della XS4ALL ha scaricato file multimediali mediante la piattaforma di condivisione online TPB. Dalle osservazioni presentate alla Corte risulta anche che tale piattaforma sarebbe utilizzata da un numero considerevole di persone, dal momento che gli amministratori della TPB hanno indicato, sulla loro piattaforma di condivisione online, diverse decine di milioni di «peers». A tale riguardo, la comunicazione di cui al procedimento principale riguarda, quantomeno, l’insieme degli utenti della piattaforma in questione. Detti utenti possono accedere, in ogni momento e contemporaneamente, alle opere protette condivise mediante la suddetta piattaforma. Pertanto, tale comunicazione riguarda un numero indeterminato di destinatari potenziali e comprende un numero di persone considerevole (v., in tal senso, sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300 punto 45 e giurisprudenza ivi citata).
44 Inoltre, per quanto riguarda la questione se tali opere siano state comunicate a un pubblico «nuovo» ai sensi della giurisprudenza citata al punto 28 della presente sentenza, si deve rilevare che la Corte, nella sua sentenza del 13 febbraio 2014, Svensson e a. (C 466/12, EU:C:2014:76, punti 24 e 31), nonché nella sua ordinanza del 21 ottobre 2014, BestWater International (C 348/13, EU:C:2014:2315, punto 14), ha statuito che un siffatto pubblico è un pubblico che non è stato preso in considerazione dai titolari del diritto d’autore al momento in cui hanno autorizzato la comunicazione iniziale.
45 Nel caso di specie, dalle osservazioni presentate alla Corte risulta, da un lato, che gli amministratori della piattaforma di condivisione online TPB sono stati informati del fatto che tale piattaforma, che essi mettono a disposizione degli utenti e che gestiscono, dà accesso ad opere pubblicate senza l’autorizzazione dei titolari di diritti e, dall’altro, che gli stessi amministratori manifestano espressamente, sui blog e sui forum disponibili su detta piattaforma, il loro obiettivo di mettere a disposizione degli utenti opere protette, incitando questi ultimi a realizzare copie di tali opere. In ogni caso, dalla decisione di rinvio risulta che gli amministratori della piattaforma di condivisione online TPB non potevano ignorare che tale piattaforma dà accesso ad opere pubblicate senza l’autorizzazione dei titolari di diritti, dato il fatto, espressamente sottolineato dal giudice del rinvio, che gran parte dei file torrent che compaiono sulla piattaforma di condivisione online TPB rinvia ad opere pubblicate senza l’autorizzazione dei titolari di diritti. In simili condizioni, si deve ritenere che sussista comunicazione a un «pubblico nuovo» (v., in tal senso, sentenza del 26 aprile 2017, Stichting Brein, C 527/15, EU:C:2017:300, punto 50).