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Timestamp: 2018-02-18 18:07:35+00:00
Document Index: 55131069

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 62', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 62', 'art. 10']

Lo studio di settore può reggere
Due recenti sentenze di merito sugli accertamenti mediante studi di settore, ci consentono di ritornare sull’argomento, per analizzare la posizione assunta dalla giurisprudenza e i comportamenti tenuti dall’Amministrazione finanziaria, all’indomani della circolare n. 5/2008.
Le due ultime pronunce
La sentenza di Biella
Con sentenza n. 2 del 16 febbraio 2009 (ud. del 19 gennaio 2009) la Comm. trib. prov. di Biella, Sez. II, ha affermato che il ricorso all’accertamento induttivo del reddito imponibile per il tramite dell’utilizzo degli studi di settore è legittimo soltanto laddove sulla base delle risultanze dello studio sussista una discrepanza ed incongruità abnormi, gravi ed ingiustificate fra i ricavi dichiarati dal contribuente e quelli indicati dal modello statistico. La motivazione deve pertanto ritenersi insufficiente allorquando l’Amministrazione finanziaria si affidi esclusivamente al contenuto dello studio omettendo di ricercare elementi e notizie utili a sostegno della pretesa impositiva fatta valere.
Nella fattispecie esaminata, trattasi di ricorso proposto da un contribuente, avverso avviso di accertamento per l’annualità 1998, emesso dall’Ufficio di Biella che ha applicato al ricorrente gli studi di settore.
In via pregiudiziale la ricorrente eccepisce carenza di motivazione dell’avviso in quanto contrariamente a quanto in esso indicato non è stato allegato il prospetto informativo di Gerico; in via subordinata e nel merito non ritiene la ricorrente che in presenza di scostamenti di Lire 29.150.000 per maggiori ricavi accertati a fronte di Lire 129.100.000 di ricavi dichiarati, ricorrano i presupposti per l’applicazione degli studi di settore, non ravvisando, nel caso, sulla differenza accertata la sussistenza delle gravi incongruenze descritte nell’art. 62 sexies del D.L. 331/1993; contesta inoltre la ricorrente la scarsa affidabilità degli studi di settore in quanto costruiti su variabili matematico statistiche, che pur sofisticate non possono esprimere la corretta posizione di tutti i contribuenti a cui vengono applicati; nel ricorso, viene evidenziato e prodotta copia di simulazioni che elaborando alcuni dati di uno stesso studio di settore dimostra come si ottengano risultati non coerenti con le variazioni dei dati utilizzati.
In ultimo la ricorrente, a favore della propria tesi, richiama la sentenza della Commissione Tributaria Provinciale di Verbania sez. I, 7.3.2001 n. 10.
L’Ufficio costituendosi in giudizio contesta la fondatezza delle eccezioni sollevate dalla ricorrente rilevando:
– che preliminarmente alla notifica dell’avviso, la ditta era stata invitata al contraddittorio, “al quale non vi è stato seguito” ma che nel documento allegato all’invito a comparire erano rinvenibili tutte le informazioni di carattere procedurale e normativo sufficienti alla comprensione del contesto; esso inoltre conteneva i valori dei ricavi dichiarati ed accertati e le relative imposte recuperate, veniva inoltre accluso un prospetto con descrizione analitica dei dati presi a base per il calcolo dei ricavi presunti e dell’IVA; consegue che l’eccezione di carenza di motivazione sollevata appare pretestuosa, poiché gli elementi conoscitivi del contesto erano pienamente entrati nella sfera della ricorrente, essendo stata la notifica dell’invito al contraddittorio richiamata nell’avviso di accertamento;
– nel merito l’Ufficio, con estese argomentazioni, sostiene la fondatezza del proprio operato, rilevando l’affidabilità degli studi e che gli scostamenti possono trovare giustificazione se supportati da valide prove documentali, ciò che invece non è avvenuto.
Osserva la Commissione che l’avviso di accertamento impugnato, di cui si discute, è stato basato “sulle sole risultanze dello studio di settore, senza validi elementi che ne supportino la fondatezza, in assenza dei quali l’accertamento non regge avendo gli studi valenza di presunzione semplice se non qualificati da requisiti di gravità, precisione e concordanza che, nel caso, non sono stati provati ed incombendo l’onere della prova in capo all’Ufficio. Né risulta, sulla scorta anche delle simulazioni prodotte dalla ricorrente, che lo studio di settore su cui è stato poggiato l’accertamento, rappresenti correttamente l’effettiva capacità del contribuente a produrre i maggiori ricavi accertati”.
Il ricorso è stato pertanto accolto ed annullato l’avviso di accertamento.
La sentenza di Asti
Con sentenza n. 31 del 20 maggio 2009 (ud. del 31 marzo 2009) la Comm. trib. prov. di Asti, Sez. II – ha affermato che il ricorso all’accertamento del reddito imponibile per il tramite dell’utilizzo degli studi di settore è legittimo soltanto laddove sulla base delle risultanze dello studio sussista una discrepanza ed incongruità abnormi, gravi ed ingiustificate fra i ricavi dichiarati dal contribuente e quelli indicati dal modello statistico.
La questione investe 4 avvisi di accertamento, per le annualità 2001, 2002, 2003 e 2004, tutti impugnati dalla parte, per i quali la Commissione disponeva la riunione dei ricorsi, rigettando però l’istanza di sospensione.
Per i giudici di Asti, i ricorsi sono fondati e vanno pertanto accolti.
“Lo studio di settore, come già sostenuto in altra pronuncia della Commissione, si caratterizza per la sua natura di presunzione semplice, tale per cui si impone l’onere per l’Ufficio di fornire ulteriore materiale probatorio a sostegno dell’accertamento. Il dato fornito dall’applicazione degli studi di settore deve essere criticamente analizzato dall’Ufficio e raffrontato alla situazione del singolo contribuente, al fine di ricercare la necessaria coincidenza tra esso ed i ricavi, compensi o corrispettivi effettivamente conseguiti dal contribuente stesso”.
Nella fattispecie – per i giudici astigiani – “il contribuente ha fatto valere un dato di assoluta evidenza logica (l’assenza di dipendenti e, per un periodo solo, l’esistenza di un associato in partecipazione), che non può non essere valorizzato in senso correttivo del dato relativo alla proprietà di 4 mezzi che, a sua volta, va utilizzato all’evidenza in funzione del loro ritenuto uso normale. Dallo studio di settore risulta che, viceversa, con motivazione formalistica e priva di congruenza, tale elemento correttivo non è stato preso in considerazione dall’Ufficio. Ne consegue, alla luce dei sopraestesi principi, l’inattendibilità dello studio di settore e, quindi, la necessità di annullare gli avvisi di accertamento impugnati”.
La Commissione tecnica per lo studio e l’approfondimento delle problematiche di tipo giuridico ed economico inerenti alla materia degli Studi di Settore – cd. Commissione Rey – (1) ha sostenuto che “gli studi di settore (sds) sono un elemento indispensabile per migliorare i rapporti fra Fisco e contribuente economicamente di modesta rilevanza economica (micro, piccole e medio piccole-imprese, lavoratori autonomi, professionisti)”.
Una volta acclarato il valore di presunzione semplice degli studi di settore “(2729c.c.: lasciata alla prudenza del giudice, il quale le ammette solo se gravi precise e concordanti), non in ordine all’effettiva entità dei ricavi conseguiti attraverso operazioni economiche singolarmente identificate, ma sulla base di un ragionamento probabilistico”, e premesso che “sul piano dei ricavi complessivi stimati, gli sds hanno indubbia attitudine ad essere utilizzati dall’agenzia e poi dal giudice tributario (ove questi, secondo prudenza, ritenga di condividere la valenza presuntiva, nel complessivo contesto probatorio di cui dispone, inclusa la possibilità di avvalersi di ausiliari quali i consulenti tecnici)”, la relazione afferma che “risulta erronea, e comunque frutto di un equivoco, la tesi che sostiene l’inidoneità degli sds a legittimare un accertamento basato sulla sola constatazione della divergenza tra ricavi e sds ricavi dichiarati. Sul piano letterale, la tesi travisa il dato dell’art. 62 sexies d.l. 331/93, richiamato poi dalla legge 146/98, art. 10, il quale non richiede affatto gravi incongruenze, nella situazione economico contabile del soggetto controllato, ulteriori rispetto allo scostamento, ma al contrario identifica il presupposto dell’accertamento proprio nell’incongruenza (non qualsiasi, ma grave), tra Rsds e ricavi dichiarati. Come è del resto storicamente confermato dalla circostanza che nell’introdurre gli studi il legislatore non ha affatto inteso fare passi indietro rispetto alla svolta compiuta nel 1989 con i coefficienti: tutti i metodi susseguitisi, nella stessa logica, hanno la funzione di rendere possibile per l’ufficio una rettifica presuntiva dei ricavi senza dover preventivamente ispezionare, e magari invalidare, le scritture contabili. Lo scostamento è, dunque, a tutti gli effetti un’anomalia che può anche sorreggere da sola l’accertamento, tenuto conto del contesto probatorio complessivo. La ragione per cui gli sds non possono essere utilizzati in via automatica non deriva dalla necessità di abbinare agli stessi ulteriori, gravi incongruenze, ma dalla circostanza che la procedura richiede, a norma di legge, necessariamente un contraddittorio preventivo (che l’agenzia deve obbligatoriamente attivare, ma senza doverlo far precedere da attività istruttorie) cioè un confronto concreto tra situazione specifica del soggetto e Rsds, confronto, la cui ampiezza e complessità dipende dalla quantità e qualità degli elementi, anche presuntivi, che il contribuente offrirà alla fase partecipativa. Al contribuente inerte o silente, potrà essere notificato un accertamento basato anche sul mero scostamento, mentre l’applicazione dello studio risulterà più complessa e articolata (fino a poter essere del tutto impedita) là dove lo scostamento trovi giustificazione negli elementi addotti in contraddittorio, e dei quali la motivazione dell’avviso dovrà dare conto.Tale relatività delle Rsds in ordine alla quantificazione dell’accertamento, caratterizza sia la fase procedimentale destinata a sfociare auspicabilmente in un accertamento con adesione, sia quella processuale, nella quale spetterà al giudice procedere ad una quantificazione che, ove le domande del ricorrente lo consentano, potrà anche essere intermedia tra Rsds e dichiarato”.
Gli ultimi orientamenti giurisprudenziali si avvicinano molto al pensiero della circolare n. 5/E del 23 gennaio 2008, con la quale l’Agenzia delle Entrate ha fornito una serie di indicazioni, in ordine alle modalità di utilizzo dello studio di settore, in fase di accertamento.
Lo studio di settore va corroborato con altri elementi, e questo stanno facendo adesso gli uffici, i quali non si limitano più ad allegare lo studio nell’avviso di accertamento ma rilevano le varie incongruenze riscontrate: per esempio, soggetto da diversi anni in perdita, elevato magazzino, elevato costo del lavoro rispetto a ricavi dichiarati, soggetto più volte pizzicato per non aver emesso lo scontrino fiscale, etc.
Pertanto, se è questo il pensiero della giurisprudenza e il ragionamento seguito dai giudici, occorre rilevare che qualora gli uffici si avvalgano di questi elementi per rettificare il reddito è difficile che giudici possano dargli torto.