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Timestamp: 2019-09-18 01:28:21+00:00
Document Index: 106052787

Matched Legal Cases: ['art. 183', 'art. 183', 'art. 184', 'art. 183', 'art. 420', 'art. 183', 'art. 116', 'art. 420', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 209', 'art. 2729', 'art. 184', 'art. 183', 'art. 180', 'art. 183', 'art. 117', 'art. 292', 'art. 101']

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3 Adempimenti connessi alla fissazione dell’udienza di trattazione prevista dall’art. 183 c.p.c.
Sarebbe opportuno che all'udienza di trattazione il Giudice conoscesse già le vicende di causa.
Qualora il Giudice non abbia il tempo materiale per acquisire la conoscenza delle vicende di causa, potrebbe essere preferibile, dopo l'udienza di 180 c.p.c., fissare un'udienza di trattazione a data più lontana di quelle attualmente previste, riservando, comunque, il tempo necessario per lo svolgimento degli adempimenti previsti.
Potrebbe essere opportuno non disporre la comparizione personale delle parti quando già a priori queste non possono essere in grado di transigere o non sono a conoscenza della fattispecie (ad es. Curatore fallimentare, amministratore di condominio, legale rappresentante di grandi Società, etc.).
Del pari, potrebbe essere opportuno non disporre la comparizione personale delle parti quando la causa verta solo su questioni di mero diritto oppure i fatti siano non controversi tra le parti.
Nel caso in cui le parti abbiano rinunciato alla comparizione personale delle parti o il Giudice l’abbia ritenuta non necessaria, sarebbe opportuno provvedere ad un rinvio dell’udienza in termini più abbreviati rispetto a quelli previsti per le udienze di trattazione con comparizione personale delle parti.
In questi casi, si potrebbero creare fasce di udienze di 183 c.p.c. di tipo formale, finalizzate ad affrontare immediatamente il thema probandum.
Ai fini della fissazione della data di udienza di comparizione, potrebbe essere opportuno che il Giudice tenga comunque conto delle indicazioni dei legali delle parti circa la possibilità di successo del tentativo di conciliazione.
All'udienza di comparizione personale parti il legale dovrebbe essere autorizzato ad intervenire nelle dichiarazioni del proprio cliente, quantomeno dopo l’interrogatorio libero dello stesso.
Il Giudice dovrebbe suggerire soluzioni conciliative e non limitarsi a prendere atto dell'avvenuto accordo e/o del fallimento della conciliazione.
Il Giudice dovrebbe, in ogni caso, disporre, quando sia necessaria, la comparizione personale delle parti finalizzata anche all’interrogatorio libero, pur in assenza di prospettive di conciliazione.
Sui profili problematici, sollevati (soprattutto) in dottrina e (più raramente) in giurisprudenza, in ordine e connessi alla comparizione personale delle parti - inutilità, opportunità o necessità della stessa -, qui di seguito si riporta un breve excursus riepilogativo per una riflessione anche circa la “tenuta” normativa di alcuni degli aspetti di “prassi virtuose” sopra evidenziate:
La prima udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c. riveste un ruolo fondamentale nel modello del processo ordinario di cognizione disciplinato dalla Legge di riforma n. 353/1990.
In particolare, in relazione alla triplice barriera in cui si articola il sistema delle preclusioni voluto dal legislatore del 1990, costituita, in primo luogo, dagli atti introduttivi che delimitano l’oggetto del giudizio, in secondo luogo, dalla prima udienza di trattazione volta a far emergere i dati costitutivi, modificativi, impeditivi e estintivi e, in terzo luogo, dalle deduzioni istruttorie formulabili ai sensi dell’art. 184 c.p.c., assume un ruolo decisivo la comparizione personale delle parti e l’interrogatorio libero delle stesse da parte del giudice, attività con cui deve darsi inizio all’udienza.
Il sistema delle preclusioni esige che la materia del contendere si evidenzi rapidamente onde poter definire le domande e le eccezioni delle parti e si possa passare alla individuazione del thema decidendum.
Pertanto, l’art. 183, comma I e II, c.p.c. rendono obbligatorio anche nel giudizio ordinario, sulla falsariga di quanto prevede l’art. 420 c.p.c. nel rito del lavoro, l’interrogatorio formale delle parti e obbligatoria la comparizione delle parti all’udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c.
In questo quadro, il legislatore ha inteso rendere obbligatoria la comparizione personale delle parti in quanto finalizzata a rendere l’interrogatorio libero inteso non più soltanto come un modo per richiedere chiarimenti e tentare la conciliazione della lite, che pure deve essere tenuta qualora la natura della causa, vertendo su diritti disponibili, lo consenta. L’interrogatorio deve far emergere le circostanze da porre a fondamento di eccezioni rilevabili d’ufficio, le fonti di prova su fatti principali e secondari, le prese di posizione di ciascuna delle parti, e deve favorire la conciliazione. In sostanza esso tende a esplorare i confini della lite.
In questa prospettiva il legislatore ha attribuito alle parti la facoltà di farsi rappresentare da un procuratore generale o speciale il quale deve essere a conoscenza dei fatti della causa. La procura deve essere conferita con atto pubblico o con scrittura privata autenticata e deve attribuire al procuratore il potere di conciliare e transigere la controversia.
La mancata comparizione delle parti senza giustificato motivo, e la mancata conoscenza, senza gravi ragioni, dei fatti di causa da parte del procuratore costituiscono un comportamento valutabile dal giudice ai sensi dell’art. 116 comma II, c.p.c. per desumere argomenti di prova dal comportamento processuale delle parti personalmente o in quanto rappresentate (e non già come nell’art. 420 c.p.c. “comportamento valutabile dal giudice ai fini della decisione”. Tale modifica, tuttavia, secondo parte della dottrina, Proto Pisani “La nuova disciplina del processo civile, Jovene editore 1991, pagg. 128 e ss, ha carattere meramente terminologico giacché il “comportamento valutabile dal giudice ai fini della decisione altro non è se non l’argomento di prova di cui al secondo comma dell’art. 116 c.p.c.”).
La dottrina prevalente (Andrea Proto Pisani, op. cit. e Andrea Lugo “Manuale di diritto processuale civile – Giuffrè) concorda nel ritenere che la mancata comparizione di una o di entrambe le parti, ove giustificata, non impedisce lo svolgimento dell’udienza che può essere anche rinviata, ma esclude solo che il giudice possa desumere da un tale contegno processuale argomenti di prova sfavorevoli alla parte non comparsa.
Alla luce delle brevi considerazioni sopra riportate, per meglio comprendere l’utilità, l’opportunità o la necessità della comparizione personale delle parti alla prima udienza di trattazione, è imprescindibile interrogarsi sul valore probatorio delle risultanze dell’interrogatorio libero delle parti.
La dottrina rileva che l’art. 116. Comma II, c.p.c. è chiaro nel qualificare “argomenti di prova” e non come “prove” le dichiarazioni rese dalle parti in sede di interrogatorio libero, con la conseguenza che per “argomenti di prova” devono intendersi tutti i fatti di origine processuale di cui il giudice ha immediata percezione e che non possono avere lo stesso valore delle “prove” di cui si parla all’art. 116 comma I c.p.c.
Questa differenza di valore consiste nel fatto che gli argomenti di prova, a differenza delle prove in senso tecnico, non sono in grado di fondare da soli (ove non accoppiati ad una prova in senso tecnico) il convincimento del giudice. Il carattere di probatio inferior degli argomenti di prova va colto, sempre secondo la dottrina (Proto Pisani, op. cit.) non già in una loro minore efficacia probatoria legislativamente imposta in via di prova legale, bensì unicamente nella idoneità degli argomenti di prova a giustificare da soli il giudizio di superfluità di cui all’art. 209 c.p.c. a fronte della richiesta delle parti di offrire attraverso una prova in senso tecnico la prova contraria.
Da tali considerazioni consegue che la mancata comparizione delle parti senza giustificato motivo altro non è che un fatto secondario di origine processuale di cui il giudice ha immediata percezione e, quindi, privo dei requisiti di gravità e precisione richiesti dall’art. 2729 per consentire la deduzione dal fatto secondario noto la conoscenza del fatto principale ignoto. In sostanza, sempre secondo la dottrina, siamo alla presenza di un contegno processuale che sul piano probatorio potrà valere solo tutt’al più come elemento concorrente nella valutazione di prove in senso tecnico o di altri argomenti di prova dotati di maggiore inferenza probatoria.
Il giudice, per dare adeguato valore alle acquisizioni ottenute dal libero interrogatorio delle parti comparsepotrà rifarsi alla abituale distinzione tra dichiarazione pro se o contra se (Proto Pisani, opera citata). Sorretto da questi criteri, il giudicante potrà far largo uso per l’istruzione e la decisione della causa del materiale acquisito e sperimentare il tentativo di conciliazione se la natura della causa lo consente, ossia se la controversia riguarda diritti disponibili.
In termini contrari, la giurisprudenza ha mostrato di non ritenere assolutamente necessaria la prima udienza di trattazione e, quindi, la comparizione personale delle parti.
Infatti tra i giudici di merito si era ritenuto che fosse ammessa la fissazione per saltum dell’udienza per le deduzioni istruttorie ex art. 184 c.p.c. senza il previo esperimento delle attività proprie della prima udienza di trattazione di cui all’art. 183 c.p.c. Ancora un giudice di merito ha deciso che anche all’udienza di prima comparizione ex art. 180 c.p.c. il giudice istruttore può rimettere la causa in decisione pur disattendendo una esplicita istanza dell’attore il quale domandi, invece, la fissazione della successiva udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c. (Corte Appello Firenze, 22 febbraio 2002, Tribunale Verona 2 settembre 1999).
Al contrario, in ordine alla necessità che la prima udienza di trattazione si tenga autonomamente, anche nel caso un cui il convenuto sia contumace, si è pronunciato anche il giudice di legittimità (Cassazione 24.05.2000, n. 6808) stabilendo che il giudice non può accorpare l’udienza di prima comparizione e la prima udienza di trattazione, atteso che la scissione tra l’udienza di prima comparizione e quella di trattazione, con la concessione del termine perentorio al convenuto per la formulazione delle eccezioni di rito e/o di merito non rilevabili d’ufficio, non è subordinato alla costituzione e/o comparizione della parte processuale.
E ancora, è stato deciso che l’ordinanza che dispone la comparizione delle parti al fine di procedere al loro libero interrogatorio ex art. 117 c.p.c. non rientra tra gli atti, tassativamente indicati, per i quali l’art. 292, comma I, c.p.c. prescrive la notificazione personale al contumace, con la conseguenza che la mancata notizia del provvedimento del giudice non determina violazione del principio del contraddittorio imposto dall’art. 101 c.p.c. nei confronti della parte rimasta contumace.
L’audizione personale delle parti non viene imposta come condizione essenziale nel giudizio di dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità (Cassazione civile, sez. I, 4 giugno 1999, n. 5489), nel giudizio di separazione personale dei coniugi (Corte Appello Roma, 12 giugno 1998), nel procedimento per ingiunzione (Tribunale Roma, 7 maggio 1996), nel giudizio di divorzio (Tribunale Potenza, 28 febbraio 196).