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Timestamp: 2018-02-19 14:13:01+00:00
Document Index: 83186795

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 409', 'art. 230', 'art. 409', 'art. 230']

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Corte Dei Conti, Sezione Giurisdizionale per la Toscana, sentenza 4 maggio 2015, n.81. Il direttore generale di azienda sanitaria risponde di danno erariale per indebito rimborso di prestazioni a clinica convenzionata
Pubblicato il 11 maggio 2015 da uxs04548
Se una clinica convenzionata riceve un doppio pagamento per la stessa prestazione, una dall’utente e una, a titolo di rimborso, dall’Azienda Sanitaria, sussiste la responsabilità amministrativa del direttore generale, unitamente ai dirigenti che hanno permesso l’indebito pagamento. Nelle Aziende Sanitarie, il direttore generale è investito di tutti i poteri di gestione e di controllo, ed è pertanto costituito garante della complessiva correttezza dell’azione amministrativa riferibile all’ente che dirige ed è suo preciso dovere dare precise e tempestive disposizioni, attivare controlli specifici, chiedere direttive sollecite agli enti di vigilanza per evitare l’insorgere di fattori produttivi di danno alla collettività. Ad esso compete, in particolare, anche in forza dell’istituzione dell’apposito servizio di controllo interno verificare, mediante valutazioni comparative dei costi e dei rendimenti di risultati, la corretta ed economica gestione delle risorse attribuite ed introitate, nonché l’imparzialità ed il buon funzionamento dell’azione amministrativa.
Pubblicato in diritto	| Contrassegnato Azienda Sanitaria, azione amministrativa, buon funzionamento, controllo, controllo interno, correttezza, danno, direttive, direttore generale, economicità, gestione, responsabilità, risultati, vigilanza
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 8 aprile 2015, n. 7007. Le pretese economiche dei partecipanti all’impresa familiare rientrano nella competenza del giudice del lavoro.
Pubblicato il 9 aprile 2015 da uxs04548
In tema d’impresa familiare, la cognizione del giudice del lavoro, ex art. 409 cod. proc. civ., non è circoscritta all’accertamento del diritto alla remunerazione dei soggetti indicati dall’art. 230 bis cod. civ., ma comprende la domanda con la quale un coniuge, chieda l’attribuzione di beni o di quote di beni, che assuma acquistati con i proventi dell’impresa stessa, posto che tali pretese trovano titolo nel rapporto di collaborazione personale, continuativa e coordinata, riconducibile nella previsione dell’art. 409 n. 3 cod. proc. civ. La partecipazione agli utili per la collaborazione prestata nell’impresa familiare, ai sensi dell’art. 230 bis cod. civ., va determinata sulla base degli utili non ripartiti al momento della sua cessazione o di quella del singolo partecipante, nonché dell’accrescimento, a tale data, della produttività dell’impresa (“beni acquistati” con gli utili, “incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento”) in proporzione alla quantità e qualità del lavoro prestato ed è, quindi, condizionata dai risultati raggiunti dall’azienda, atteso che gli stessi utili – in assenza di un patto di distribuzione periodica – non sono naturalmente destinati ad essere ripartiti tra i partecipanti ma al reimpiego nell’azienda o in acquisti di beni.
Pubblicato in diritto	| Contrassegnato cessazione, cognizione, collaborazione coordinata e continuativa, giudice del lavoro, impresa familiare, partecipazione, proventi, remunerazione, risultati, utili