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Timestamp: 2018-09-22 02:18:43+00:00
Document Index: 50045061

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 271', 'sentenza ', 'art. 263', 'art. 8', 'art. 264', 'art. 269', 'art. 16', 'art. 12', 'art. 628', 'art. 1120', 'art. 1137', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1120']

Fronte Verso, conoscere il diritto è un diritto. Febbraio 2018 | Protagoniste in Rete
Avv. Antonio Pascucci, Avv. Marina Pagnussat, Avv. Giovanni Motta, Avv. Elisabetta Silva, Avv. Anna Losurdo, Dott.ssa Charina Urbano, Avv. Giuseppe Poli, Rag. Monica Bellini, Dott.ssa Kilda Peretta
Anno VI, n. 2, indice newsletter febbraio 2018
1) Do you speak english? Le università non possono istituire “interi corsi di studi” esclusivamente in una lingua diversa da quella italiana.
2) Maternità surrogata e interesse del minore. La norma del codice civile che prevede che il riconoscimento del figlio possa essere impugnato per difetto di veridicità non viola la Costituzione, in quanto il giudice è comunque tenuto a bilanciare l’interesse alla verità con il concreto interesse del bimbo nato da surrogazione di maternità, che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane.
3) ll lavoratore che durante il congedo parentale non si occupa dei bisogni affettivi del figlio può essere licenziato.
4) Al tentato furto in un supermercato di prodotti per un valore di soli 225 euro, da parte di un immigrato, va applicata la attenuante della speciale tenuità del fatto, considerando la rilevante capacità economica del supermercato
5) Condominio. L’assemblea non può limitare il diritto del condomino al godimento degli spazi comuni.
La legge n. 240 del 2010 in materia di università prevede la possibilità di attivare anche corsi di studio in lingua straniera allo scopo di inserire le università italiane nella rete degli scambi culturali internazionali e di incentivare la mobilità internazionale degli studenti. Il Politecnico di Milano ha così organizzato fin dal 2014 alcuni corsi di laurea magistrale e di dottorato esclusivamente in lingua inglese affiancata da un piano per la formazione dei docenti. Alcuni docenti hanno presentato ricorso al TAR Lombardia contro la abolizione della lingua italiana in quei corsi ed hanno ottenuto l’annullamento della delibera del Senato accademico che ne aveva disposto l’attivazione.
- l’obiettivo di incrementare la vocazione internazionale degli atenei universitari non può sacrificare il primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà di insegnamento;
- è tuttavia possibile per le università affiancare ai corsi universitari in lingua italiana identici corsi in lingua straniera, mentre non è consentito attivare corsi esclusivamente in lingua straniera. Ciò deve avvenire in modo ragionevole e adeguato così da garantire una offerta formativa rispettosa del primato della lingua italiana, del principio di eguaglianza nonché del diritto alla istruzione e alla libertà di insegnamento.
1.– Il Senato accademico del Politecnico di Milano, con delibera del 21 maggio 2012, ha attivato, a partire dall’anno 2014, corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca esclusivamente in lingua inglese, sia pur affiancata da un piano per la formazione dei docenti e per il sostegno agli studenti, in attuazione dell'art. 2, comma 2, lettera l), della legge 30 dicembre 2010, n. 240 (Norme in materia di organizzazione delle università, di personale accademico e reclutamento, nonché delega al Governo per incentivare la qualità e l'efficienza del sistema universitario).
Il Tribunale amministrativo, con sentenza 23 maggio 2013, n. 1348, ha accolto il ricorso, annullando l’atto impugnato.
In particolare, la citata sentenza, dopo aver respinto alcune eccezioni preliminari svolte dalle Amministrazioni resistenti, ha rilevato: i) il contrasto dell’obbligatorietà dell’insegnamento in lingua inglese con il principio, di rilevanza costituzionale, desumibile dall’art. 6 Cost., che prevede la tutela delle minoranze linguistiche, e da altre disposizioni di legge costituzionale, della centralità e dell’ufficialità della lingua italiana; ii) la necessità di garantire che la lingua italiana non subisca trattamenti deteriori rispetto a lingue straniere non oggetto di specifiche norme di tutela, necessità della quale è espressione, per gli insegnamenti universitari, l’art. 271 del regio decreto 31 agosto 1933, n. 1592, secondo il quale «la lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari»
Corte costituzionale, sentenza 18 dicembre 2017, n. 272
Una coppia si reca in India per avere un figlio attraverso la maternità surrogata, vietata in Italia. Successivamente, tornata in Italia, la coppia procede alla trascrizione del certificato di nascita del bambino, riconosciuto come figlio naturale di entrambi.
La Procura della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni si insospettisce e avvia delle indagini da cui emerge che i genitori hanno fatto ricorso alla maternità surrogata e successivamente, attraverso la procedura di rito, il Tribunale ordinario di Milano dichiara che il bimbo non è figlio della donna che lo ha riconosciuto.
La decisione del Tribunale è fondata sulla invalidità del contratto di maternità surrogata per contrarietà della legge straniera all’ordine pubblico.
Tuttavia la Corte d’Appello di Milano si chiede, in virtù del principio del superiore interesse del minore, se sia costituzionale la rimozione dello status di figlio senza consentire al giudice di valutare caso per caso il concreto interesse del bambino coinvolto. La Corte sottolinea che la recente giurisprudenza, anche internazionale, attribuisce rilievo al concreto interesse del minore in situazioni anche non conformi al diritto. Ad esempio, ci sono state sentenze che hanno riconosciuto la possibilità di adozione del figlio di uno dei partner di una coppia omosessuale da parte dell’altro, o che hanno escluso che il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale pregiudichi l’equilibrato sviluppo del bambino.
La Corte di Appello solleva quindi la questione di costituzionalità ritenendo che tale norma violi :
- il diritto del minore a non vedersi privato del nome, dell’identità personale e della stessa possibilità di avere una madre;
- la tutela, accanto alla genitorialità biologica, anche di una genitorialità sociale, fondata sul consenso e non sul dato genetico;
La Corte ritiene inoltre che ci sia anche la violazione dei diritti della famiglia e della infanzia, sanciti da Convenzioni internazionali ed europee sui diritti dei fanciulli nonchè dalla Carta dei diritti della Unione europea.
La Consulta esamina la questione, nell’ambito della quale l’Avvocatura dello Stato osserva che non esiste conflitto tra l’esigenza di far emergere la verità e l’interesse del minore: la verità biologica della procreazione è essa stessa una componente essenziale dell’interesse del minore.
La Consulta dichiarare infondata la questione di legittimità costituzionale e delinea ai Tribunali e alle Corti i principi e le direttrici cui attenersi. La Corte costituzionale infatti :
- rileva che la Consulta ha da tempo riconosciuto l’importanza dell’interesse del minore e in tale giurisprudenza si trovano affermazioni sul particolare valore della verità biologica;
- la Consulta ha riconosciuto che la verità biologica costituisce una componente essenziale della identità personale del minore che concorre, con altre componenti, a definirne il contenuto, ma non ha mai negato la possibilità di valutare l’interesse del minore,
- la necessità di considerare il concreto interesse del minore in tutte le decisioni che lo riguardano è fortemente radicata nell’ordinamento, sia interno, sia internazionale. Quindi, anche nei processi, come quelli in esame, ilgiudice dovrà valutare se l’interesse a far valere la verità prevalga su quello del minore;
- tuttavia, se non è costituzionalmente ammissibile permettere che l’esigenza di verità prevalga automaticamente sull’interesse del minore, non può essere che tale interesse comportil’automatica cancellazione dell’esigenza di verità,
- è ben vero che nel caso della maternità surrogata il legislatore ha optato per la prevalenza della verità e tuttavia ciò non significa che l’interesse del minore sia stato “cancellato” dal nostro ordinamento.
E’ quindi compito del giudice tenere necessariamente conto di diverse variabili come :
1)la durata del rapporto instauratosi tra i genitori “non veri” col minore,
2) la condizione identitaria già acquisita dal minore,
3) la possibilità di soluzioni legali, come potrebbe essere l’adozione da parte del “genitore” contestato.
In ordine alla maternità surrogata la Consulta sottolinea che nel nostro ordinamento essa è vietata da una apposita disposizione penale e che è connotata da un elevato grado di disvalore poiché offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane.
1.- Nel corso di un procedimento di impugnazione del riconoscimento di figlio naturale per difetto di veridicità, la Corte d'appello di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell'art. 263 del codice civile, in riferimento agli artt. 2, 3, 30, 31 e 117, primo comma, della Costituzione, quest'ultimo in relazione all'art. 8 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (d'ora in avanti: CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con la legge 4 agosto 1955, n. 848.
Riferisce il giudice rimettente che, su richiesta del pubblico ministero, il Tribunale per i minorenni di Milano ha autorizzato, ai sensi dell'art. 264, secondo comma, cod. civ., l'impugnazione del riconoscimento del figlio naturale effettuato da A.L. C., nominando a tal fine un curatore speciale del minore. In accoglimento di tale impugnazione, il Tribunale ordinario di Milano ha dichiarato che il minore non è figlio di A.L. C., disponendo le conseguenti annotazioni a cura dell'ufficiale di stato civile.
Il giudice a quo riferisce che la decisione di primo grado si è fondata sulla disposizione di cui all'art. 269, terzo comma, cod. civ., e sulla considerazione che, nel caso in esame, il rapporto di filiazione dal lato materno non potrebbe essere dedotto dal contratto per la fecondazione eterologa con maternità surrogata, da ritenersi invalido per contrarietà della legge straniera all'ordine pubblico, ai sensi dell'art. 16 della legge 31 maggio 1995, n. 218 (Riforma del sistema italiano di diritto internazionale privato).
2.1.- Ciò premesso, la Corte d'appello evidenzia che nel caso in esame l'atto di nascita comprovante la genitorialità del minore è già stato trascritto in Italia e che, pertanto, è estranea al thema decidendum la questione della trascrivibilità in Italia di atti di nascita formati nei paesi che consentono la maternità surrogata. Nel caso in esame, infatti, non è richiesta la trascrizione di uno status filiationis riconosciuto all'estero, bensì la rimozione di uno status già attribuito, in considerazione della sua non veridicità.
2.1.1.- Quanto al divieto di maternità surrogata previsto dall'art. 12 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), il giudice a quo ritiene che lo stesso potrebbe porsi in contrasto con i principi costituzionali, laddove riferito ad ipotesi di gestazione "relazionali" o "solidaristiche", non lesive della dignità della donna, né riducibili alla logica di uno scambio mercantile, ma caratterizzate da intenti di pura solidarietà. Tuttavia, osserva il rimettente, anche tale questione risulta estranea alla vicenda in esame, in quanto la surrogazione di maternità è avvenuta al di fuori di un contesto relazionale e non sarebbe ravvisabile una condizione di libertà della donna che ha portato a termine la gravidanza.
2.2.- La Corte d'appello prospetta, invece, una diversa questione di legittimità costituzionale, che pone al centro l'interesse del bambino, nato a seguito di surrogazione di maternità realizzata all'estero, a vedersi riconosciuto e mantenuto uno stato di filiazione quanto più rispondente alle sue esigenze di vita.
Cass. civ. Sez. lavoro, Sentenza 11-01-2018, n. 509
- l’ordinamento riconosce al lavoratore il diritto ad usufruire del congedo parentale per soddisfare i bisogni affettivi del bambino, ma se il lavoratore utilizza il tempo del congedo per svolgere un’altra attività lavorativa si verifica un abuso per sviamento della natura e della funzione del congedo;
- il diritto del lavoratore al congedo parentale non esclude il controllo sulle modalità del suo esercizio;
- il Tribunale e la Corte d’Appello de l’Aquila hanno correttamente verificato, sulla base delle circostanze di fatto, emerse dalle investigazioni la illegittimità della condotta del lavoratore che ha usufruito di un congedo parentale per svolgere, in modo prevalente, un’altra attività lavorativa.
Tribunale di Firenze Sez. Prima Penale
Un uomo, immigrato e disoccupato, viene arrestato per aver tentato di rubare dei cosmetici da un supermercato. Dopo esser stato bloccato oltre le casse, che aveva superato senza pagare, consegna spontaneamente la merce rubata, il cui valore ammonta ad € 225,75. Alla Polizia chiamata dal vigilante l’uomo dichiara che voleva rubare dei prodotti per poi rivenderli e mandare i soldi a casa alla madre.
Il Tribunale di Firenze lo giudica con rito direttissimo, valuta le prove e rileva che:
1) il comportamento va qualificato come furto semplice, non come rapina, poiché l’imputato non ha adoperato né violenza né minaccia limitandosi a spingere leggermente l’addetto alla sicurezza nel tentativo di divincolarsi;
2) inoltre il furto è da ritenersi solamente tentato, come sostiene la giurisprudenza, in quanto il sorvegliante ha sempre tenuto sotto controllo l’uomo e pertanto il ladro non ha mai avuto la piena disponibilità della merce rubata.
4) nel caso in questione va applicata l’attenuante della speciale tenuità del fatto, cioè della relativa gravità, poiché il valore della merce, pari a € 225,75, non può considerarsi un danno patrimoniale ingente se confrontato alla capacità economica del supermercato vittima del reato.
Per tutti i motivi esposti il Giudice, vista l’esplicita confessione dell’imputato in sede di interrogatorio, lo condanna a tre mesi e 10 giorni di reclusione ed € 80,00 di multa nonché al pagamento delle spese processuali.
In data 28.06.2016 (...) veniva condotto dinanzi al Tribunale di Firenze per la convalida dell'arresto, operato il pomeriggio del giorno antecedente dagli agenti di PG, in flagranza del reato di cui all'art. 628 co. II c.p. (successivamente riqualificato dal PM all'udienza dell'11.07.2017 in furto semplice tentato ex artt. 56 e 624 c.p.) e per essere giudicato con rito direttissimo. In tale sede l'Appuntato (...) - in servizio presso il nucleo radiomobile Carabinieri di Firenze- svolgeva la propria relazione e l'arrestato rendeva interrogatorio; dopodiché il giudice, ritiratosi in camera di consiglio, disponeva la convalida dell'arresto e l'applicazione della misura cautelare del divieto di dimora nel Comune di Firenze. Nella fase conclusiva della medesima udienza, veniva concesso un termine a difesa al difensore dell'imputato e quest'ultimo rilasciava altresì procura speciale al proprio legale per l'eventuale richiesta di rito alternativo. Alla successiva udienza del 20.10.2016 la difesa dichiarava la propria intenzione di procedere nelle forme del rito ordinario e contestualmente prestava consenso all'utilizzabilità delle dichiarazioni rese alla precedente udienza dall'App. (...), nonché della denuncia-querela sporta da (...). Pertanto il giudice, dichiarato aperto il dibattimento e data per letta l'imputazione, invitava le parti ad avanzare le proprie istanze istruttorie. Dopo aver ammesso tutte le prove richieste, il Giudice rinviava all'udienza del 20.02.2017. In tale data però il Giudicante, preso atto dell'astensione da parte del P.M., rinviava all'udienza dell'11.07.2017 per i medesimi incombenti. In tale data si procedeva dapprima all'escussione del teste (...) e successivamente alla discussione; infine il giudice si ritirava in camera di consiglio per poi dare lettura del dispositivo della sentenza.
Cassazione civile sez. sesta 14/09/2017 n. 21339
Nel 2010 una condomina, proprietaria di un'unità immobiliare destinata ad esercizio commerciale dotata di due accessi, uno dei quali dal pianerottolo, si rivolge al Tribunale di Torino chiedendo l’annullamento della delibera che ha deciso di realizzare un ascensore poiché a suo avviso pregiudica il suo uso esclusivo del pianerottolo.
Il Tribunale respinge la domanda e la condomina la ripropone davanti alla Corte d’Appello che, pur negando il suo diritto esclusivo del pianerottolo, l’accoglie perché l’ascensore le avrebbe limitato l’accesso alle parti comuni.
La questione arriva, su iniziativa del Condominio, davanti alla Corte di Cassazione, che rigetta il ricorso, per manifesta infondatezza, perché:
- la Corte d'Appello di Torino ha accertato in fatto, che non è affrontabile in Cassazione, che la realizzazione dell'ascensore avrebbe comportato un rilevante pregiudizio dell'originaria possibilità di utilizzazione del pianerottolo, se occupato dall'impianto di ascensore.
- Il codice civile, in tema di condominio, vieta le innovazioni che rendano le parti comuni dell'edificio inservibili all'uso e al godimento anche di un solo condomino.
- L’innovazione risulta perciò realizzata in violazione di tali norme.
- Bene ha deciso la Corte d’Appello definendo nulla la deliberazione, perché vietata dalla legge in quanto lesiva dei diritti di un condomino su una parte comune dell'edificio, si tratta di una delibera con un oggetto che non rientra nella competenza dell'assemblea.
Il Condominio di via (OMISSIS) ha proposto ricorso, articolato in tre motivi (il primo per violazione e falsa applicazione dell'art. 1120 c.c., comma 2, il secondo ed il terzo per violazione dell'art. 1137 c.c., comma 2) avverso la sentenza della Corte d'Appello di Torino n. 1513/2015 del 5 agosto 2015. Resiste con controricorso la Casapiemonte Hermada s.r.l.
La sentenza impugnata ha accolto l'appello della condomina Casapiemonte Hermada s.r.l. avverso la sentenza n. 373/2013 del Tribunale di Torino, ed ha così dichiarato nulla la Delib. assembleare 29 giugno 2010 Condominio di via (OMISSIS), che aveva affidato ad un professionista la progettazione di un impianto di ascensore pregiudizievole per il suo uso esclusivo del pianerottolo su cui lo stesso doveva collocarsi. La Corte d'Appello ha negato che sussistesse una titolarità individuale del pianerottolo in favore della Casapiemonte Hermada s.r.l., ma ha comunque ritenuto che l'innovazione costituita dalla realizzazione dell'ascensore avrebbe violato il limite di cui all'art. 1120 c.c., comma 2, nella formulazione antecedente alle modifiche apportate dalla L. 11 dicembre 2012, n. 220. La Casapiemonte Hermada s.r.l. è, invero, proprietaria di un'unità immobiliare destinata ad esercizio commerciale, dotata di due accessi, dei quali l'uno si percorre provenendo dal pianerottolo. Basandosi sull'espletata CTU, la Corte di Torino ha concluso che l'installazione dell'ascensore avrebbe gravemente limitato la possibilità per la Casapiemonte Hermada s.r.l. di accedere alle parti comuni dell'immobile, dovendosi a tal fine utilizzare lo stesso ascensore, sempre che avesse le porte aperte e non fosse guasto.