Source: https://business.laleggepertutti.it/30749_casalinghe-come-difendersi-dal-fisco
Timestamp: 2018-04-25 19:55:35+00:00
Document Index: 8743195

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 380', 'art. 53', 'art. 342', 'art. 360', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 38', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 2728', 'sentenza ', 'sentenza ']

Casalinghe: come difendersi dal fisco
Lo sai che? Casalinghe: come difendersi dal fisco
Casalinghe: ecco quando si rischia l’accertamento fiscale e come difendersi dai controlli dell’Agenzia delle Entrate
Le casalinghe hanno mille pensieri: c’è la casa, la spesa quotidiana, ci sono le esigenze dei figli e del marito. Nonostante si tratti di un lavoro molto spesso stressante – poiché non ci sono pause, né domeniche e l’orario è perennemente “continuato” – come tutti sanno, il lavoro della casalinga non è produttivo di reddito. Le casalinghe sicuramente producono ricchezza, benessere e prosperità per la famiglia; il loro lavoro, però, non viene remunerato, se non con la gratitudine dei propri cari e la soddisfazione personale. E allora, mai e poi mai una casalinga si sognerebbe di poter essere presa di mira dal fisco ed essere assoggettata ad un accertamento fiscale. In fondo, lo sanno tutti: agli occhi del fisco le casalinghe sono “nullatenenti”, in quanto non percepiscono uno stipendio, buste paga o assegni.
Essere nullatenenti per il Fisco, tuttavia, non vuol dire essere di fatto poveri. Ed infatti, ci sono tantissime casalinghe che conducono una vita agiatissima. E allora ci si domanda: il fisco potrebbe insospettirsi? La risposta è sì: anche le casalinghe rischiano l’accertamento fiscale. Spieghiamo quando e perché. Vediamo allora quando le casalinghe rischiano l’accertamento fiscale; perché l’Agenzia delle Entrate potrebbe insospettirsi ed effettuare un controllo sulle casalinghe e come difendersi dal fisco in questi casi.
Casalinghe: quando scattano gli accertamenti fiscali
Non di rado le casalinghe possiedono un conto corrente intestato, su cui il marito o altri familiari versano del denaro per le spese quotidiane o per i motivi più svariati. Ebbene, quando le somme versate cominciano ad essere consistenti, il fisco potrebbe insospettirsi. Come può disporre di così tante somme una persona che, sulla carta, non dichiara nulla?
Ma non è tutto. Il pericolo di un accertamento fiscale aumenta vertiginosamente in un caso classico: quando il marito pensa bene di intestare alla moglie casalinga un bene di lusso, si pensi ad una casa o ad una macchina. Ed è proprio questo il caso da ultimo affrontato dalla Suprema Corte di Cassazione [1], la quale ha avuto modo di chiarire il seguente principio: è legittimo l’accertamento fiscale esperito nei confronti di una casalinga che risulti intestataria di un’auto di lusso e ciò, si badi bene, anche se la donna risulti, sulla carta, separata dal marito.
Fisco: chi controlla?
Il fisco non fa sconti a nessuno: non esistono contribuenti di serie A e di serie B. Sicché le indagini possono avvenire nei confronti di chiunque, anche disoccupati, studenti e casalinghe che non hanno alcun reddito da dichiarare. L’evasore fiscale, infatti, non è solo chi non paga le tasse, ma anche chi risulta intestatario di beni il cui acquisto non può essere giustificato all’Agenzia delle Entrate perché incompatibile con il proprio reddito.
A questo punto la domanda sorge spontanea per le casalinghe: come difendersi dal fisco?
Casalinghe: come funziona l’accertamento fiscale
L’accertamento fiscale nei confronti dei contribuenti deriva da un sistema che usa l’Agenzia delle Entrate per valutare la congruenza degli acquisti con il reddito “denunciato” annualmente dal contribuente nella dichiarazione dei redditi: si chiama accertamento sintetico e si vale del cosiddetto redditometro. Il Fisco, tramite le entrate e le uscite, infatti, tiene sotto controllo il tenore di vita di tutti noi e quando le uscite diventano troppe rispetto alle entrate scattano gli accertamenti fiscali. Il ragionamento alla base di tutto è il seguente: ognuno di noi può spendere quanto guadagna. Detta in maniera semplice, l’Agenzia delle Entrate ragiona in questo modo: se “tanto” esce dal portafoglio, “tanto” deve anche entrare. Se, invece, gli acquisti sono superiori alle entrate di almeno il 20%, le possibilità che non si stia cercando di evadere le tasse non sono poi così tante: o stai ricevendo pagamenti in nero, oppure – del tutto lecitamente – hai vinto al gioco, o hai ricevuto donazioni. In questi due ultimi casi, però, è necessario fornirne adeguata prova. La dimostrazione, in particolare, dovrà essere documentale e contabile e non basata su una mera testimonianza.
Alla luce di quanto detto, è evidente che in questi casi per le casalinghe l’unico modo per difendersi dal fisco è dimostrare che il denaro posseduto o, come nel caso all’esame della Suprema Corte, per pagare i costi di gestione e di manutenzione di una macchina proviene da un’altra persona, come il coniuge o altro familiare convivente. Di fatti, chi ha un reddito basso o – come nel caso delle casalinghe – è senza lavoro, difficilmente riuscirà ad acquistare un bene di lusso ed a sostenere le spese. Sostenere tali costi è possibile solo in due ipotesi: o con soldi ricevuti in regalo da terzi o con redditi che il contribuente tiene nascosti al fisco, ed ecco che scatta il sospetto di evasione. Pertanto, se la casalinga non riesce a dimostrare la prima circostanza, è inevitabile che l’Agenzia delle Entrate, prima o poi, disporrà un accertamento fiscale. Come ricorda la Suprema Corte, la disponibilità di beni di valore elevato costituisce una «presunzione di capacità contributiva». In altre parole, il fisco in base al tenore di vita di ognuno presume ed imputa in capo al contribuente un determinato reddito ed in caso di incongruenze sarà difficile salvarsi dall’accertamento fiscale. Per difendersi, il contribuente non potrà semplicemente sostenere o far sostenere mediante una testimonianza che i soldi gli sono stati regalati da terzi, ma dovrà anche dimostrarlo. Come anticipato, tale dimostrazione non può avvenire con testimonianze – vietate nel processo tributario – ma unicamente tenendo traccia della provenienza del denaro, garantita ad esempio dai bonifici sul proprio conto corrente o da un assegno non trasferibile. Sbaglia quindi chi, per dimostrare gli aiuti economici da parte di terze persone, si fa rilasciare da questi ultimi delle dichiarazioni scritte che però non trovano corrispondenza poi nelle movimentazioni dei conti correnti bancari. Senza contare che, come detto, le dichiarazioni testimoniali – anche se scritte – non hanno alcun valore davanti alla Commissione Tributaria. In conclusione, dunque, in vista di donazioni e regali economicamente importanti è sempre importante optare per metodi di pagamento tracciabili.
Per maggiori approfondimenti, di seguito, vi forniamo la sentenza della Corte di Cassazione di cui abbiamo parlato nel presente articolo.
Corte di Cassazione, sez. Tributaria, ordinanza 27 febbraio – 11 aprile 2018, n. 8933 Presidente Crucitti – Relatore Condello
La contribuente G. A. proponeva ricorso alla Commissione Tributaria provinciale di Vercelli avverso l’avviso di accertamento relativo all’anno di imposta 2006, con il quale l’Agenzia delle Entrate aveva provveduto ad accertare sinteticamente un maggior reddito, valorizzando, sulla base del cd. redditometro, gli indici di spesa derivanti dal possesso di una autovettura di potenza superiore a 21 cavalli; deduceva che l’Ufficio non aveva tenuto conto del reddito prodotto dal nucleo familiare e, in particolare, dal coniuge, P. R., e che lo stato civile di “separata”, risultante dalla dichiarazione dei redditi era in realtà venuto meno a decorrere dal 4.8.05, a seguito di riconciliazione con il marito. La Agenzia delle Entrate rilevava che dalla interrogazione dell’Anagrafe tributaria era emerso che nell’anno di imposta 2006, in cui era avvenuto l’acquisto della autovettura, la contribuente risultava proprietaria di un immobile acquistato nel 2000 e disponeva di un reddito ammontante ad euro 14.194,00; ribadiva che non poteva essere preso in considerazione il reddito del coniuge, poiché la contribuente si era sempre dichiarata “separata”, barrando l’apposita casella non solo nella dichiarazione dei redditi relativa all’anno 2006, ma anche in quelle relative agli anni precedenti ed agli anni successivi al 2006. La Commissione Tributaria provinciale respingeva il ricorso, motivando che, avendo la contribuente dichiarato di essere “separata”, non risultava significativa la dedotta riconciliazione dei coniugi, a fronte della vendita dell’autovettura, da parte del marito alla moglie, nel corso dell’anno 2006 al prezzo di euro 20.000,00; aggiungeva che la ricorrente, pur affermando di avere allegato al questionario il reddito del coniuge, non aveva prodotto la relativa documentazione. La contribuente proponeva appello richiamando le circostanze di fatto già fatte valere in primo grado; all’esito della costituzione dell’Ufficio, che eccepiva la inammissibilità dell’appello in quanto non contenente specifiche critiche alla decisione impugnata, la Commissione Tributaria regionale accoglieva l’appello, respingendo la eccezione di inammissibilità e sottolineando che i documenti prodotti evidenziavano che il marito della contribuente faceva parte del nucleo familiare nel periodo oggetto di accertamento, con la conseguenza che l’avviso di accertamento era illegittimo in quanto non teneva conto dei redditi del coniuge convivente che evidenziavano una capacità di spesa familiare compatibile con il possesso dell’autovettura, di cui era intestataria la stessa contribuente e, prima di quest’ultima, il marito. La Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione affidandolo a tre motivi. La contribuente resiste con controricorso e deposita memoria ex art. 380-bis cod. proc. civ. Considerato in diritto
Con il primo motivo la ricorrente deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 53 del d.lgs. n. 546/92 e dell’art. 342 cod. proc. civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ.”, lamentando che il giudice di appello ha ritenuto ammissibile l’atto di appello, pur essendo questo del tutto carente di specifiche censure. 1.1. Il motivo è infondato. 1.2. In tema di contenzioso tributario, la riproposizione, a supporto dell’appello proposto dal contribuente, delle ragioni di impugnazione del provvedimento impositivo in contrapposizione alle argomentazioni adottate dal giudice di primo grado assolve l’onere di impugnazione specifica imposto dall’art. 53 del d.lgs. n. 546 del 1992, atteso il carattere devolutivo pieno, nel processo tributario, dell’appello, mezzo quest’ultimo non limitato al controllo di vizi specifici, ma rivolto ad ottenere il riesame della causa nel merito (Cass. n. 1200 del 22/01/2016; n. 3064 del 29/2/2012; n. 7369 del 22/3/2017). 1.3. Nel caso di specie, come si evince dall’atto di appello ritrascritto dalla Agenzia delle Entrate, la contribuente ha richiamato tutte le circostanze di fatto e le argomentazioni giuridiche già fatte valere in primo grado ed ha chiesto la riforma della sentenza impugnata, assolvendo in tal modo all’onere di specifica impugnazione imposto dall’art. 53 del d.lgs. n. 546/92. 2. Con il secondo motivo la ricorrente censura la sentenza impugnata per “insufficiente e contraddittoria motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360, primo comma, n. 5 cod.proc. civ.”, ponendo in rilievo che la motivazione risulta inadeguata ed è contraddetta dalle risultanze documentali. In particolare, la Agenzia delle Entrate ha evidenziato che: a) la G. nell’anno oggetto di accertamento aveva dichiarato di essere separata ed aveva continuato ad indicare lo status di separata anche nelle dichiarazioni dei redditi relative agli anni successivi, nonostante la stessa asserisse che già a partire dal 2005 si fosse riconciliata con il marito, sicchè non poteva essere preso in considerazione il reddito di quest’ultimo; b) il certificato storico sulla composizione del nucleo familiare, prodotto dalla contribuente, riportava una data successiva alla notifica del questionario inviato dall’Ufficio, con la conseguenza che il documento non comprovava la cessazione dello status di separata a partire dal 4/8/2005; c) la contribuente sosteneva di avere prodotto unitamente al questionario un allegato indicante il reddito del marito, ma tale documentazione, come rilevato dalla Commissione Tributaria provinciale, non risultava prodotta agli atti, sicchè non poteva ritenersi provato il maggior reddito del coniuge. 3. Con il terzo motivo la Agenzia delle Entrate deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 38 del d.P.R. 600/72, anche in combinato con l’art. 2697 cod. civ., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3 cod. proc. civ.”, eccependo che la Commissione Tributaria regionale non ha fatto corretto uso dei principi che disciplinano la prova contraria in materia di accertamento sintetico. 3.1. Il secondo ed il terzo motivo sono fondati. 3.2. Costituisce orientamento consolidato di questa Corte quello per cui “in tema di accertamento in rettifica delle imposte sui redditi delle persone fisiche, la determinazione effettuata con metodo sintetico, sulla base degli indici previsti dai decreti ministeriali del 10 settembre e 19 novembre 1992, riguardanti il cd. redditometro, dispensa l’amministrazione da qualunque ulteriore prova rispetto all’esistenza dei fattori-indice della capacità contributiva, giacchè questi restano individuati nei decreti medesimi. Ne consegue che è legittimo l’accertamento fondato sui predetti fattori-indice, provenienti da parametri e calcoli statistici qualificati, restando a carico del contribuente, posto nella condizione di difendersi dalla contestazione dell’esistenza di quei fattori, l’onere di dimostrare che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore” (Cass. n. 9539 del 19/4/2013). Si è anche affermato che la disponibilità di beni indicati dall’art. 2 del d.P.R. 600/73, nel testo applicabile nella fattispecie “ratione temporis”, costituisce una presunzione di capacità contributiva da qualificare “legale” ai sensi dell’art. 2728 cod. civ., perché è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto (certo) di tale disponibilità la esistenza di una “capacità contributiva” (Cass. n. 16284 del 23/7/2007). Conseguentemente il giudice tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’Ufficio, non ha il potere di togliere a tali elementi la capacità presuntiva “contributiva” che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma. 4. Nel caso in esame la sentenza impugnata, annullando l’avviso di accertamento sulla base della semplice allegazione che i redditi del marito erano di molto superiori a quelli della moglie, pur in presenza di specifica L contestazione da parte dell’Ufficio ed in assenza di prova documentale dell’effettivo sostenimento da parte del coniuge delle spese di acquisto e di gestione della autovettura, non si è attenuta ai principi dettati da questa Corte in materia di onere probatorio gravante sul contribuente sopra richiamati. 4. In conclusione, devono essere accolti il secondo ed il terzo motivo e deve invece essere rigettato il primo motivo, con conseguente cassazione della sentenza e rinvio della causa alla Commissione Tributaria del Piemonte, in diversa composizione, che, oltre a fare applicazione dei principi di diritto in base ai quali sono stati accolti i due motivi di censura, provvederà anche a liquidare le spese processuali relative al giudizio di legittimità.