Source: http://www.lavocedelgattopardo.com/ius-soli-lotta-civilta/
Timestamp: 2017-08-23 23:14:02+00:00
Document Index: 86449166

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 9', 'art. 23']

Ius soli: una lotta di civiltà - La Voce del Gattopardo
Pubblicato il 20 giugno 2017 28 giugno 2017 Emanuele GrilloPubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti
«Accordo a tutti gli abitanti dell’Impero la cittadinanza romana e nessuno rimanga fuori da una civitas, ad eccezione dei dediticii».
(Constitutio Antoniniana – 212 d.C.)
Il 13 Ottobre 2015, la Camera dei Deputati approvava – con trecentodieci favorevoli, sessantasei contrari e ottantatré astenuti – un testo unificato che prevedeva l’estensione dei casi di acquisizione della cittadinanza per nascita (ius soli) e l’introduzione di una nuova forma di acquisto della stessa a seguito di un percorso scolastico (ius culturae). Il provvedimento giunto ora all’esame del Senato della Repubblica – ddl n. 2092 – fu sostenuto dal Partito Democratico, osteggiato dai partiti di destra (il trio composto da Forza Italia, Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale, Lega Nord), mentre fu registrata la volontà del MoVimento Cinque Stelle di astenersi.
A quasi due anni di distanza, lo scontro nel ventaglio politico e il guazzabuglio nell’opinione pubblica non hanno fatto altro che acuirsi. E le invocazioni all’identità, alle tradizioni, ai test a sorpresa sull’italianità sono state a dir poco scontate.
Ma quali sarebbero i reali mutamenti che il disegno di legge prevede? E come verrebbero applicati, nella fattispecie, lo ius soli (temperato) e lo ius culturae? Prima di iniziare, è bene ricordare le norme attualmente in vigore in Italia – legge 5 Febbraio 1992, n. 91 – le quali si basano sul principio dello ius sanguinis. Elenchiamo, di seguito, alcune delle situazioni contemplate e maggiormente diffuse:
«Il figlio di padre o di madre cittadini» (art. 1).
«Chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, ovvero se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori secondo la legge dello Stato al quale questi appartengono» (art. 1).
«È considerato cittadino per nascita il figlio di ignoti trovato nel territorio della Repubblica, se non venga provato il possesso di altra cittadinanza» (art. 1).
«Il minore straniero adottato da cittadino italiano acquista la cittadinanza» (art. 3).
«Se, al raggiungimento della maggiore età, risiede legalmente da almeno due anni nel territorio della Repubblica e dichiara, entro un anno dal raggiungimento, di voler acquistare la cittadinanza italiana» (art. 4).
«Lo straniero nato in Italia, che vi abbia risieduto legalmente senza interruzioni fino al raggiungimento della maggiore età, diviene cittadino se dichiara di voler acquistare la cittadinanza italiana entro un anno dalla suddetta data» (art. 4).
«Il coniuge, straniero o apolide, di cittadino italiano acquista la cittadinanza italiana quando risiede legalmente da almeno sei mesi nel territorio della Repubblica, ovvero dopo tre anni dalla data del matrimonio, se non vi è stato scioglimento, annullamento o cessazione degli effetti civili e se non sussiste separazione legale» (art. 5).
Lo ius soli nel mondo
Da tali punti si evince come il nostro Paese si basi sul diritto di sangue, così come i principali Paesi europei (Francia, Germania, Spagna e Regno Unito), senza però trascurare alcuni casi in via eccezionale ove si attiva il diritto del suolo (genitori ignoti, apolidia). Solitamente, quindi, un bambino è italiano se almeno uno dei due genitori possiede la nostra cittadinanza, mentre colui che è nato da genitori stranieri – sul suolo italiano – può richiedere la cittadinanza dopo il compimento del diciottesimo anno di età, a patto che abbia risieduto nel nostro Paese «legalmente senza interruzioni».
L’applicazione dello ius soli temperato (cioè parziale) e dello ius culturae introdurrebbe invece alcune novità non soltanto in ambito giuridico, bensì anche sotto il profilo socio-culturale. Proviamo a comprendere le eventuali modifiche – apportate alla riforma del 1992 – che il nuovo testo prevede:
«Chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno permanente ai sensi dell’articolo 14 del decreto legislativo 6 Febbraio 2007, n. 30, o sia in possesso del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo di cui all’articolo 9 del decreto legislativo 25 Luglio 1998, n. 286» (art. 1, comma 1, b-bis).
«Il minore straniero nato in Italia o che vi ha fatto ingresso entro il compimento del dodicesimo anno di età che, ai sensi della normativa vigente, ha frequentato regolarmente, nel territorio nazionale, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti appartenenti al sistema nazionale di istruzione o percorsi di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale idonei al conseguimento di una qualifica professionale, acquista la cittadinanza italiana. Nel caso in cui la frequenza riguardi il corso di istruzione primaria, è altresì necessaria la conclusione positiva del corso medesimo. La cittadinanza si acquista a seguito di una dichiarazione di volontà in tal senso espressa, entro il compimento della maggiore età dell’interessato, da un genitore legalmente residente in Italia o da chi esercita la responsabilità genitoriale, all’ufficiale dello stato civile del comune di residenza, da annotare nel registro dello stato civile. Entro due anni dal raggiungimento della maggiore età, l’interessato può rinunciare alla cittadinanza italiana se in possesso di altra cittadinanza» (art. 4, 2-bis).
«Allo straniero che ha fatto ingresso nel territorio nazionale prima del compimento della maggiore età, ivi legalmente residente da almeno sei anni, che ha frequentato regolarmente, ai sensi della normativa vigente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione, ovvero un percorso di istruzione e formazione professionale triennale o quadriennale con il conseguimento di una qualifica professionale» (art. 9, comma 1, f-bis).
«Ai fini della presente legge, si considera legalmente residente nel territorio dello Stato chi vi risiede avendo soddisfatto le condizioni e gli adempimenti previsti dalle norme in materia d’ingresso e di soggiorno degli stranieri in Italia e da quelle in materia di iscrizione anagrafica. Per il computo del periodo di residenza legale, laddove prevista, si calcola come termine iniziale la data di rilascio del primo permesso di soggiorno, purché vi abbia fatto seguito l’iscrizione nell’anagrafe della popolazione residente. Eventuali periodi di cancellazione anagrafica non pregiudicano la qualità di residente legale se ad essi segue la reiscrizione nei registri anagrafici, qualora il soggetto dimostri di avere continuato a risiedere in Italia anche in tali periodi» (art. 23 bis, 2).
In breve, se il Senato approvasse il ddl un bambino nato nel nostro Paese diventerebbe automaticamente un cittadino italiano se almeno uno dei due genitori si trovasse legalmente qui da un periodo non inferiore ai cinque anni. Non solo, se almeno uno dei due genitori in possesso di regolare permesso di soggiorno non provenisse dall’Unione Europea, dovrebbe soddisfare altri tre parametri:
Deve avere un reddito non inferiore all’importo annuo dell’assegno sociale.
Deve disporre di un alloggio che risponda ai requisiti di idoneità previsti dalla legge.
Deve superare un test di conoscenza della lingua italiana. (Fonte: Il Post)
Coloro i quali denunziano la svendita identitaria del nostro passaporto, adducendo al fatto che chiunque nasca qui riceverebbe per assodato la cittadinanza italiana, in sostanza non sanno cosa dicono. Il provvedimento introdurrebbe poi un altro (nuovo) binario: quello culturale, ossia la scuola. Potrà richiedere la cittadinanza il minore straniero nato in Italia o arrivato entro il dodicesimo anno di età, che abbia frequentato i nostri istituti per un periodo non inferiore ai cinque anni e che abbia superato almeno un ciclo scolastico (elementari o medie). Il minore straniero nato all’estero, ma che arriva in Italia fra i dodici e i diciotto anni, potrà infine ottenere la cittadinanza dopo aver abitato nel suolo nazionale per almeno sei anni e aver superato almeno un ciclo scolastico.
L’acquisto e l’estensione della cittadinanza, or dunque, garantirebbero – in particolar modo – a tanti giovani minori la facoltà di poter ricevere una serie di tutele nonché diritti basilari, a cominciare dall’evitare il timore di dover abbandonare il Paese per via del legame con i genitori, qualora non possiedano la cittadinanza italiana e si trovino senza o con un permesso di soggiorno non più valido, risolvendo una delle lacune della normativa vigente. Come ricordato ad inizio articolo, l’approdo del testo a Palazzo Madama ha infiammato nuovamente il dibattito, a cui vanno associate le (ormai costanti) diatribe di una società imbarbarita, cinica, xenofoba, bigotta e il più delle volte disinformata/malinformata. Ove la dittatura dell’opinione del singolo, la violenza verbale, il tifo da stadio e i dialoghi sempre più monologhi regnano indisturbati.
Un recente studio condotto dalla Fondazione Leone Moressa, basato su dati ISTAT e riportato da La Repubblica, dichiara che «secondo i dati ISTAT al 1° Gennaio 2016, i minori stranieri in Italia sono circa un milione, oltre un quinto della popolazione straniera complessiva. Si tratta in maggioranza di ragazzi nati in Italia, che frequentano le scuole nel nostro Paese e chiedono il riconoscimento della propria identità italiana». E ancora, «su un totale di 55.639.398 italiani i giovani al di sotto dei diciotto anni risultano essere […] 8.942.222, pari al 16,1%». I potenziali nuovi italiani, attenendosi ai numeri «saranno oltre ottocentomila i potenziali beneficiari della riforma della cittadinanza. L’introduzione dello ius soli temperato e dello ius culturae consentirà inoltre la naturalizzazione di quasi sessantamila nuovi italiani ogni anno, sommando i figli di immigrati nati in Italia e i nati all’estero che completano un quinquennio di scuola. Una riforma che avrà dunque un forte impatto sulla popolazione italiana, riconoscendo la cittadinanza a circa l’80% dei minori stranieri residenti».
Una legge che non farebbe altro che adeguarsi allo scenario nazionale odierno, non regolarizzando alcuna forma di invasione ma estendendo delle garanzie e favorendo una maggiore integrazione ad un’ampia fetta di giovani minori considerati stranieri che in realtà si presentano italiani da sempre, tranne che su di un foglio. Rendendo insensati e fuori luogo gli appelli rivolti alla “salvaguardia” dell’identità nostrana, nelle sue più articolate e bizzarre sfaccettature. Perché ovviamente tutti noi italiani conosciamo queste cose: tutti sanno tutto, tutti rispettano la legalità, tutti amano alla follia questa Nazione.
Ma c’è di più: all’interno del ginepraio rappresentato dai social network, non sono mancati persino i riferimenti alla storia del nostro Paese. Eppure, costoro dovrebbero sapere che dalla notte dei tempi sino ad oggi, proprio la storia della penisola italiana è disseminata di fenomeni migratori, susseguirsi di civiltà, mescolanza tra popoli e culture differenti, che hanno reso il nostro Stato straordinariamente variegato come noi oggi testimoniamo. Per riportare un banalissimo esempio, senza la Dominazione Araba un siciliano di nome Francesco Procopio dei Coltelli non avrebbe mai inventato il gelato; questo già basta a smontare la superiorità fintamente anticonformista e pseudo-intellettuale di taluni individui.
Anfiteatro Flavio (70 d.C.) – Roma
Osteggiare questo disegno di legge al fine di impedirne gli effetti futuri, in relazione alla mole di provvedimenti varati da questo Parlamento ben più mediocri dello stesso preso in analisi, riducendo il tutto ad una mera lotta elettorale/propagandistica ed accusatoria (priva di qualsiasi critica propositiva), lo considero un atteggiamento decisamente immaturo nonché strumentalizzato e da cui qualsiasi rappresentante delle istituzioni dovrebbe tenersene distante. Suscitano sgomento e stupore – a chi non si fosse ancora accorto della vera caratura del soggetto – le affermazioni di Beppe Grillo sull’argomento, dichiarando «invotabile, basta buonismo» in riferimento alla questione, vietando l’assemblea degli eletti e sorvolando le rivolte interne all’interno del movimento pentastellato. Confortante ed apprezzabile la posizione della Chiesa Cattolica, che emerge dalle affermazioni del Monsignor Guerino Di Tora – Vescovo ausiliare della capitale, Presidente della Fondazione Migrantes e della Commissione Episcopale CEI per le Migrazioni – il quale dichiara che «sono persone che già abitano stabilmente nella nostra società» e, in riferimento ai giovani bambini e ragazzi coinvolti, «hanno il diritto di sentirsi cittadini italiani».
Notoriamente, la maggioranza al Senato durante l’ultima legislatura si è dimostrata alquanto risicata, e le difficoltà non fanno che aumentare quando si tira in ballo il tema dei diritti (dalle unioni civili tra persone dello stesso sesso al trattamento di fine vita, ne abbiamo parlato qui e qui, nda): per il PD non sarà semplice portare a casa la vittoria, com’era accaduto a Palazzo Montecitorio nel 2015. Le ipotesi di eventuali concessioni e modifiche con l’intento di suggellare alleanze dell’ultimo minuto appaiono molto probabili. Sempre che il Governo – capitanato da Paolo Gentiloni – non decida di porre la fiducia, magari dopo i ballottaggi delle recenti Elezioni Amministrative.
Provare a delineare quel fil rouge che prevarica le epoche non è semplice. Tuttavia, uno sforzo che mira a correlare le decisioni intraprese nel passato con quelle odierne può rivelarsi un’attività molto utile: rammentare infatti la promulgazione della Lex Iulia de civitate latinis danda per mano del politico romano Lucio Giulio Cesare nel 90 a.C. (res publica) o quella della Constitutio Antoniniana nel 212 d.C. da parte dell’Imperatore Caracalla (principato) equivale a riportare alla memoria dei validi esempi i cui termini di paragone, nonostante le evidenti differenze socio-culturali ed economico-giuridiche con il presente, possono farci comprendere come l’estensione di un diritto possa cementificare il progresso e il successo di un popolo, di una civiltà. Proprio come accadde per Roma, dai socii italici ai cittadini dell’impero.
Tornando con la mente ai nostri giorni, possiamo dire di aver già una certezza: che magari, anzi sicuramente, i giovani minori chiamati in causa ne sanno più di noi di cosa sia l’Italia e di come possano essere stupidi e retrogradi i loro (futuri) connazionali.
Ospedale di Lentini (Provincia di Siracusa): ieri sera una giovane madre straniera ha partorito il suo bambino. Ci auguriamo che un giorno anche lui possa diventare un cittadino italiano – © Salvatore Di Salvo
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