Source: http://www.lavorovivo.it/le-ragioni-del-nostro-no/
Timestamp: 2020-02-21 00:55:16+00:00
Document Index: 28474733

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 18', 'art. 4', 'art. 23', 'art. 13', 'art. 4', 'e contrario', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 4']

Le ragioni del nostro no - Lavoro Vivo
I QUADERNI DEL FORUM DIRITTI LAVORO/ NUMERO SPECIALE
AZZARITI CREMASCHI DE FIORES GUGLIELMI
RONCHETTI RUSSO SALERNI TOMASELLI
Tra i miti posticci del fascismo primo tra tutti vi era quello della Patria a cui conseguiva l’accusa agli antifascisti di tramare contro l’Italia, ed è proprio nel girone infernale dei traditori della patria che Dante mette il personaggio mitologico di Ulisse. Evidentemente cambiano i regimi ma non i “miti” su cui si legittima il potere: opporsi al fascismo significava tradire la patria, oggi opporsi a questa riforma costituzionale significa “tifare” contro il paese (essere “gufi”), contro la sua ripresa economica, contro la riconquista del suo rilievo a livello internazione. Per dirla con Benigni: con il cuore si può stare tranquillamente dalla parte della Costituzione ma con la testa è necessario sostenere il suo stravolgimento. E allora ritengo che sia necessario farci forza di questa collocazione mitologica a cui siamo condannati provando a capire perché Ulisse finisce all’inferno. E ci finisce in quanto, “né dolcezza di figlio, né la pietà del vecchio padre, né ’l debito amore” per Penelope lo trattengono dal ripartire da Itaca per “l’ardore ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, e de li vizi umani e del valore”, convincendo i suoi uomini a veleggiare verso l’ignoto con la famosissima esortazione: “considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”. Ed ecco allora lo spirito con cui credo si possa e si debba prendere direttamente parte allo battaglia contro lo stravolgimento del testo costituzionale: non certo per difendere l’esistente ma per ribaltare il “mito” regressivo che la Carta sia un libro “di promesse non mantenute” da cestinare. E affermare invece come si tratti di “promesse da mantenere”. Per farne cioè – come l’Ulisse dantesco fa con Itaca – non un approdo ma una tappa di un percorso di trasformazione. Insomma dire “No” alla riforma significa innanzitutto prendere sul serio il programma di emancipazione segnato alla Costituzione e quindi usarla come bussola per proseguire nella navigazione. E questa mi pare anche l’unica definizione possibile oggi di utopia nel senso che vi dava Oscar Wilde laddove diceva che “una carta del mondo che non contiene il Paese dell’Utopia non è degna nemmeno di uno sguardo, perché non contempla il solo Paese al quale l’Umanità approda di continuo. E quando vi getta l’ancora, la vedetta scorge un Paese migliore e l’Umanità di nuovo fa vela”.
E la partecipazione è certamente posta dalla nostra Carta tra i principi fondamentali, incontrandola subito all’art. 3 secondo comma che recita “é compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli …che ….impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. Come si vede la parola partecipazione è aggettivata come “effettiva”, permettendo al pensiero di andare subito alla concretezza delle relazioni sociali. Inoltre è posta immediatamente dopo il riferimento al “pieno sviluppo della persona umana”, consentendo di ragionare sul nesso ineliminabile tra io e noi, individuo e comunità, al pari di quanto fa l’art. 2 predicando l’inviolabilità dei diritti dell’uomo “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”. E la stretta connessione tra la partecipazione di cui all’art. 3 e la solidarietà prescritta all’art. 2 si rinviene nel fatto che entrambe sono predicate nei medesimi tre ambiti in cui una la “persona umana” si muove nello Stato comunità: “politico, economico, sociale”e che rappresenteranno il filo portante di questo miocontributo. È necessario, però, sottolineare qui che l’art. 3 predica esplicitamente la partecipazione proprio e solo ai “lavoratori”: il lavoro è cioè la qualità che accomuna necessariamente i cittadini non solo nella loro “condizione umana” ma proprio in quanto espressione di agire partecipativo. Potremmo allora dire che in questa prospettiva il lavoro e la partecipazione coincidono nell’essere “il modo di agire consapevole di individui e gruppi che intendono dare corpo alla democrazia come modello di convivenza prescritto dalla Costituzione” (MARSOCCI “Effettività e sincerità della partecipazione popolare. Spunti sui cambiamenti dell’assetto costituzionale italiano”, Costituzionalismo.it, fascicolo n. 3/ 2015. p. 91) e rappresentano – come detto – l’opposto della riforma Renzi Boschi Verdini .
la limitazione delle prerogative parlamentari e delle autonomie locali (a cui si dedica la riforma costituzionale);
la decostituzionalizzazione del diritto del lavoro (a cui si è dedicato, buon ultimo, il Jobs Act);
la decostituzionalizzazione del diritto al dissenso e al conflitto collettivo (a cui si è dedicato il Testo Unico del 10 gennaio a cui ancora i questi giorni stanno lavorando Confindustria con Cgil, Cisl e Uil per calarlo direttamente nel modello contrattuale, unito all’avvenuta ricalendarizzazione dei disegni di legge degli Onorevoli Sacconi ed Ichino sugli scioperi nei servizi pubblici essenziali , oltre alle derive repressive del conflitto sociale di cui proprio in questi giorni la Procura e i Giudici della cautela Torinesi stando dando inquietante prova per non parlare del Prefetto di Roma).
l’art. 4 sui controlli a distanza, che è stata la norma simbolo del presidio della “liberà e dignità del lavoratore” (che è la legenda del titolo I in cui è inserita)
l’art. 13 sullo ius variandi del datore che è la norma che – più di ogni altra – ha segnato la vera svolta nel passaggio da una concezione ontologica della subordinazione intesa come acquisto, tramite il salario, della persona stessa del lavoratore ad una subordinazione tecnico-funzionale per cui lo scambio con il salario ha iniziato ad attenere alle sole mansioni previste dal contratto;
e infine l’art. 18 sulla reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo, che sin dalla sua emanazione è stata definita l’architrave di tutti gli altri diritti, anche e soprattutto i due sopra detti, non essendo possibile assicurare diritti nel rapporto di lavoro senza consentire al lavoratore di pretenderli e difenderli, libero dalla minaccia del licenziamento immotivato. Partendo allora dalla dimensione collettiva è davvero agevole rilevare quale sia il punto in comune tra i tre detti interventi di riforma con cui si dipana la nuova governance del lavoro.
E, conseguentemente, non può che congiuntamente passare da tali tre fronti la resistenza e la controffensiva, non potendosi ricostituzionalizzare il lavoro senza ricostituzionalizzare il paese. E allora affrontando – questo è il mio compito specifico – la decostituzionalizzazione del lavoro ritengo per evidenti ragioni di spazio opportuno esaminare gli interventi che sono stati effettuati su quella che era stata pensata la “carta costituzionale del lavoro”, ovverosia lo Statuto dei Lavoratori. Ed in particolare sui suoi tre punti più qualificanti e cioè
quanto all’art. 4 la previgente stesura prevedeva un vero e proprio divieto del “controllo a distanza”, consentendo solo che eventuali “esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro” (e quindi non di “controllo” della prestazione) potessero essere soddisfatte anche con “impianti e …apparecchiature” purché “previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali”; ed invece il nuovo testo della norma (art. 23 del D.Lgs. 14 settembre 2015, n. 151) finge di ricalcare al primo comma la medesima normativa per poi, al comma successivo, affermare che tale obbligo di previo accordo “non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore”, ovverosia proprio allo strumento di controllo a distanza più invasivo ed occulto e lesivo della libertà e dignità dei dipendenti, per cui non vi è necessità di alcun confronto e accordo collettivo.
Ed ugualmente avviene per il demansionamento; ed infatti prima era sempre vietato dall’art. 13 dello statuto e consentito solo (ai sensi dell’art. 4 c. 11 della L.223) tramite “accordi sindacali stipulati nel corso delle procedure” di mobilità al fine di procedere al “riassorbimento totale o parziale dei lavoratori” in esubero; ed invece oggi tale accordo non è più necessario potendo il datore procedere autonomamente a dequalificare ogni qual volta egli reputi di progettare una “modifica degli assetti organizzativi che incidono sulla posizione del lavoratore” (e cosa significhi ciò lo vedremo a seguire).
E non troppo diversa è la novella introdotta sui licenziamenti collettivi. Nonostante infatti nulla dicesse al riguardo la legge delega, e nonostante addirittura il parere contrario della Commissione lavoro della Camera (e cioè lo stesso soggetto “delegante”), si è introdotto il principio per cui neanche la più plateale ed arbitraria violazione della procedura di confronto sindacale per la gestione degli esuberi (per gli assunti dopo il marzo 2015) potrà portare più alla reintegrazione (o, quanto meno, al risarcimento nella misura massima di 24 mensilità previsto in subordine dalla cd riforma “Fornero” di cui alla L.93/2012) ma al massimo a 4 mensilità, riducibili a 2 grazie all’intervento della casse dello Stato ai sensi dell’art. 7 del Dlgs 23/2015. Ed a ciò si dedica il Jobs Act con un triplo registro narrativo che accomuna pressoché l’intera produzione normativa renziana: la ferocia, l’ipocrisia e la pochezza giuridica. Ed è seguendo questi canoni che proverò ad illustrare gli interventi sullo statuto per chiudere il cerchio della decostizionalizzazione del lavoro e della sostituzione della partecipazione della solidarietà con la governance.Quanto all’ipocrisia è sufficiente rilevare come nel primo comma si affermi come “gli …strumenti dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori possono essere impiegati esclusivamente per esigenze organizzative e produttive, per la sicurezza del lavoro e per la tutela del patrimonio aziendale” mentre nel terzo comma si afferma come “le informazioni raccolte …sono utilizzabili a tutti i fini connessi al rapporto di lavoro” . Proprio così: il datore può raccogliere i dati solo per fini produttivi e mai disciplinari. Ma una volta che li ha raccolti beh, a quel punto e visto che ce li ha, può utilizzarli tutti i fini , compresi quelli disciplinari, scivolando qui il legislatore dall’ipocrisia nella vera e propria cultura del “ciaone”. Ma fortunatamente ci viene in soccorso la pochezza giuridica. Ed infatti lo stesso comma III aggiunge come in ogni caso tali dati vadano trattati nel rispetto della legge sulla privacy. Ebbene ciò che è sfuggito al legislatore è che ai sensi dell’art. 7 della relativa legge “l’interessato” (e cioè il lavoratore) “ ha diritto di ottenere…la cancellazione, la trasformazione in forma anonima o il blocco dei dati …di cui non e’ necessaria la conservazione in relazione agli scopi per i quali i dati sono stati raccolti . E quindi – dato che la legge prevede gli scopi della raccolta (escludendo quelli disciplinari) ma ne consente poi ogni uso – sta iniziando la seguente quotidiana gara: il datore raccoglie i dati non a fini disciplinari, ma potendo usarli a tutti i fini si accinge a farlo anche a quelli disciplinari, ma il lavoratore può prevenirlo chiedendo – un attimo prima – che gli stessi vengano cancellati in quanto non conformi “agli scopi per i quali …sono stati raccolti”; e così ogni giorno per cui – come nella famosa parabola del leone e della gazzella in Africa – quando il sole sorge, non importa se sei un datore o un dipendente: è meglio che cominci a correre!Non diversa è la situazione per quanto attiene alla dequalificazione per cui ferocia e ipocrisia vanno lette insieme. Quanto alla ferocia ricordiamo come l’art. 3 del Dlgs 81/2015 preveda la liberta del datore di dequalificare unilateralmente i propri dipendenti a fronte di una “modifica degli assetti organizzativi che incidono sulla posizione del lavoratore” . Ma – dato che ogni decisione di attribuzione di nuove mansioni è di per sé una “modifica degli assetti organizzativi che incidono sulla posizione del lavoratore” – questo vuol dire che è la stessa scelta datoriale di demansionare un determinato lavoratore che la legittima; insomma: “posso perché voglio”!
Quanto al nuovo art. 4 sui controlli la ferocia è tutta compresa in quanto abbiamo già detto e cioè che il comma II prevede come il regime di (apparenti) limitazioni e tutele che il primo comma del nuovo articolo. 4 diffonde sui “controlli a distanza” (e di cui si parlerà a seguire) semplicemente “non si applica agli strumenti utilizzati dal lavoratore”. E ciò significa che per mettere una telecamera sono previste tutt’ora una robusta serie di guarentigie (accordo sindacale o in difetto autorizzazione ministeriale, limitazioni delle ragioni dell’uso con esclusione dei fini disciplinari, ecc.) mentre per spiare secondo per secondo tramite il cellulare, il palmare o il pc aziendale ogni più minuta attività, spostamento, telefonata o navigazione in internet dei dipendenti semplicemente nulla è previsto! E questo ci porta a meglio comprendere la pretesa “modernità” della riforma. Ed infatti se per l’abrogazione sostanziale degli articoli 13 e 18 dello Statuto si tratta di un ritorno agli anni 60 del 900 in questo caso il viaggio nel tempo ci conduce sino alla fine del 700! Proprio nel 1792 Jeremy Bentham, filosofo, giurista e imprenditore è infatti passato alla storia per avere promosso un nuovo tipo di prigione che chiamò Panopticon, e che nel 1794 applicò anche alla propria fabbrica sostituendo i carcerati con i poveri. Lo scopo di tale costruzione era che – grazie alla forma circolare dell’edificio – un unico guardiano potesse osservare non visto in ogni momento tutti i prigionieri, i quali – non sapendo se fossero osservati o meno – giungevano alla percezione del controllo continuo. Dopo anni di questo trattamento, secondo Bentham, il retto comportamento “imposto” sarebbe entrato nella mente dei prigionieri come unico modo di comportarsi possibile modificando così indelebilmente il loro carattere, e descrivendo egli il panottico come “un nuovo modo per ottenere potere sulla mente, in maniera e quantità mai vista prima”
Insomma sotto l’aspetto del “noi”, il segno del Jobs Act è la più assoluta disintermediazione cancellando qualsiasi ruolo collettivo nel rapporto tra singolo e impresa, con impressionante analogia rispetto a quanto avvenuto progressivamente nel “politico” negli ultimi decenni e ora scolpito nella riforma costituzionale. Ma il programma che abbiamo davanti non è solo la disintegrazione della dimensione del noi ma una vera e propria torsione autoritaria che riguarda direttamente “la persona umana” cancellandone quindi i diritti inviolabili “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità”.