Source: http://tregeoformazione.blogspot.com/2015/06/
Timestamp: 2019-01-21 13:31:16+00:00
Document Index: 41468708

Matched Legal Cases: ['art. 782', 'art. 782', 'art. 1117', 'art. 1117', 'art. 1138', 'art. 72', 'art 18', 'art. 23']

Tregeoformazione: giugno 2015
Cassazione: nulla la CTU se il consulente ha acquisito documenti non prodotti dalle parti Fonte: www.StudioCataldi.it
La giurisprudenza di questa Corte ha più volte affermato che in tema di consulenza tecnica d'ufficio, rientri nel potere del consulente tecnico d'ufficio attingere "aliunde" notizie e dati, non rilevabili dagli atti processuali e concernenti fatti e situazioni formanti oggetto del suo accertamento, quando ciò sia necessario per espletare convenientemente il compito affidatogli, e che dette indagini possono concorrere alla formazione del convincimento del giudicepurchè ne siano indicate le fonti, in modo che le parti siano messe in grado di effettuarne il controllo, a tutela del principio del contraddittorio (Cass. n. 13686 del 2001, Cass. n. 3105 del 2004; Cass. n. 13428 del 2008; Cass. n. 1901 del 2010). E tuttavia occorre chiarire entro che limiti è legittimo lesercizio di tale facoltà da parte del consulente e quali siano i dati, le notizie, i documenti che egli può acquisire aliunde. Il criterio guida è che si tratta di un potere funzionale all'esplemento dell'incarico affidato, che non comporta alcun potere di supplenza, da parte del consulente, rispetto al mancato espletamento da parte dei contendenti al rispettivo onere probatorio".
Fonte: Cassazione: nulla la CTU se il consulente ha acquisito documenti non prodotti dalle parti
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La donazione non perfezionata non trasmette il possesso utile per l'usucapione Fonte: (www.StudioCataldi.it)
Articolo dell'Avv. Gabriele Mercanti su www.studiocataldi.it
La Corte di Cassazione con la Sentenza n. 7821 della Seconda Sezione Civile depositata in data 16 aprile 2015 delinea le caratteristiche che deve rivestire il godimento di un bene al fine dell’usucapione.
La vicenda ha inizio il 28 luglio 2000 allorquando un Ente Religioso veniva convenuto in giudizio per ottenere il rilascio di un fabbricato adibito a sacrestia.
Detto Ente si costituiva in giudizio eccependo in via principale il difetto di legittimazione passiva (in quanto la donazione costituente il titolo di acquisto a suo favore non si sarebbe regolarmente perfezionata) ed in via riconvenzionale di aver comunque usucapito l’immobile (in quanto – nonostante il mancato perfezionamento della donazione – l’Ente ne avrebbe avuto la materiale disponibilità per oltre un ventennio).
In primo grado (1) veniva accolta la domanda riconvenzionale dell’Ente con conseguente accertamento dell’avvenuto trasferimento di proprietà a suo favore, mentre in appello (2) l’esito fu ribaltato per asserita inidoneità del potere di fatto sulla cosa ai fini dell’usucapione.
I Giudici del Palazzaccio in prima battuta sono stati chiamati a verificare le caratteristiche del presunto titolo di acquisto in capo all’Ente, titolo costituito da un atto di donazione datato 8 maggio 1961 cui non era seguita la notifica dell’accettazione da parte dell’Ente medesimo così come prevista dall’art. 782 secondo comma c.c..e la conclusione raggiunta dal S.C. è incontestabile: “La notificazione dell'accettazione della donazione - stabilita,dall'art. 782 c.c., comma 2, per i casi in cui proposta ed accettazione siano contenuti in atti distinti - costituisce, pertanto, requisito indispensabile per la perfezione del relativo contratto che, quindi, prima di essa non può considerarsi ancora concluso”.
Ma dalla premessa di cui sopra ne è derivato, secondo gli Ermellini, che il godimento da parte dell’Ente fosse ricostruibile non come possesso ma come mera detenzione e, come tale, inidonea all’acquisto del cespite per maturata usucapione.
Infatti ben diversa è la situazione di godimento di un cespite conseguente ad una donazione nulla rispetto ad una donazione inesistente in quanto non perfezionata: nel primo caso (3) si è in presenza di un titolo idoneo al trasferimento del possesso; nel secondo (4) si può parlare esclusivamente, invece, di animus detinendi.
Infine, i Giudici del S.C. rilevavano che non si era verificata a favore dell’Ente un’interversione del possesso idonea, appunto, a “trasformare” la detenzione in possesso, in quanto “l'interversione del possesso non può aver luogo mediante un semplice atto di volizione interna, ma deve estrinsecarsi in una manifestazione esteriore, dalla quale sia consentito desumere che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui e abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio … Tale manifestazione deve essere rivolta specificamente contro il possessore, in maniera che questi sia posto in grado di rendersi conto dell'avvenuto mutamento, e quindi tradursi in atti ai quali possa riconoscersi il carattere di una concreta opposizione all'esercizio del possesso da parte sua”. (5)
E’ stato così confermato il verdetto di secondo grado e l’Ente è stato condannato a restituire il bene.
(1) Cfr. Tribunale di Modica del 30.06.2004
(2) Cfr. Corte d’Appello di Catania n. 777/2009.
(3) Cfr. conforme Cass. n. 9.090/2007.
(4) Cfr. conforme Cass. n. 5.550/1996.
(5) Cfr. conforme Cass. n. 6.237/2010
Fonte: La donazione non perfezionata non trasmette il possesso utile per l'usucapione
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Le differenze tra un consorzio immobiliare e il condominio (supercondominio) Fonte: http://www.fanpage.it
Uno degli aspetti più interessanti del diritto civile è quello relativo all'identificazione della natura giuridica di un determinato accordo o contratto stipulato tra le parti.
Per comprendere meglio la situazione si può immaginare
– a) un insieme di edifici eventualmente con bene e servizi comuni, la cui gestione di questi beni e servizi è demandata (per una clausola contrattuale) ad una figura giuridica denominata "consorzio", la situazione potrebbe anche essere più complicata se si immagina
– b) una serie di condomini autonomi in tutto che demandano al "consorzio" la gestione di alcune spese o servizi (al fine di ridurre le spese di "acquisto" o di gestione dei servizi).
– c) nulla esclude che possono sussistere delle situazioni ancora più ambigue in cui prima si costituisce il consorzio e poi si creano dei beni e servizi comuni tra diversi edifici.
In queste situazione appare subito evidente che occorre individuare l'esatta natura giuridica del "consorzio" per comprendere, quanto meno la normativa applicabile (consorzio in materia di società ?) ed i poteri di dei singoli consorziati (possono recedere dal consorzio ? in caso di vendita dell'immobile che paga gli arretrati ?) e gli obblighi degli amministratori (sono quelli della riforma del condominio o sono altri ?).
In queste situazioni è subito evidente che l'ente denominato "consorzio" non è il consorzio tra imprenditori previsto dagli articoli 2602 c.c. e seguenti, in quanto questo tipo di consorzi presuppone la necessaria qualifica di imprenditore dei partecipanti (anche se il fine, migliorare alcune fasi o ridurre i costi di produzione potrebbe essere presente nell'ipotesi di consorzio sub "b" fatta in precedenza), inoltre, tali consorzi non sono, neppure, i consorzi obbligatori previsti dal codice civile, mancando completamente la finalità pubblica o l'ente pubblico. Resta da comprendere cosa possa essere il consorzio descritto nelle ipotesi sub "a" e sub "b".
Partendo dall'ipotesi più semplice (sub a) quella di un insieme di edifici eventualmente con bene e servizi comuni, la cui gestione di questi beni e servizi è demandata al "consorzio", risulta evidente che il "consorzio" è molti vicino a quello che oggi si potrebbe denominare "supercondominio", codificato, dopo la riforma con l'art. 1117 bis c.c., quanto detto trova alcuni elementi a sostegno: 1) di solito questi consorzi sono stati costituiti in tempi remoti, negli anni intorno al 1970, quando la figura giuridica del supercondominio non era stata ancora creata e si cercava di sopperire ad una evidente lacuna legislativa perseguendo varie strade; 2) altro principio che permette di identificare la natura giuridica di questi consorzi con il supercondominio è giuridico e riguarda il principio secondo il quale la denominazione data dalle parti ad un atto non può modificare la natura giuridica dello stesso, in termini più semplici, se le parti chiamano un contratto donazione, ma in realtà è una vendita, la semplice denominazione dell'atto (donazione) non trasforma una vendita in donazione (e viceversa).
In queste situazioni (sub "a"), in cui il supercondominio è chiamato consorzio, (ma di fatto è un supercondominio), l'unico problema è quello relativo all'applicabilità delle norme del condominio al consorzio (di fatto un supercondominio), e sul punto è intervenuto l'art. 1117 bis c.c. che ammette la piena applicabilità della disciplina del condominio e, di conseguenza, sono nulle tutte quelle clausole dell'eventuale statuto del consorzio (alias regolamento del supercondominio) in contrasto con la normativa espressamente individuata come inderogabile dall'art. 1138 c.c. e dell'art. 72 disp. att. c.c.
Questo, ovviamente, non esclude che sia stato regolato un vero e proprio consorzio (come nell'ipotesi sub) e non un supercondominio (anche se chiamato consorzio), con tutte le conseguenze derivanti dalla mancata attivazione del supercondominio.
Diversa e per certi versi più complessa è la situazione (sub b) quando si è in presenza di una serie di condomini autonomi in tutto e per tutto, i quali demandano al "consorzio" la gestione di alcune spese o servizi (al fine di ridurre le spese di "acquisto" o di gestione dei servizi). Risulta evidente che in situazioni simili è difficile identificare (in concreto) un supercondominio, resta, però, il problema dell'identificazione della natura giuridica dell'ente al fine di identificare le norme applicabili e i poteri e gli obblighi dei singoli "consorziati". Infatti, tutti questi problemi si pongono nel momento in cui la situazione degenera e i singoli consorziati diventano oggetto di pretese economiche senza alcun risconto o controllo oppure quando le spese diventano eccessive o sorgono problemi tributari non ipotizzabili in base alla normativa tributaria vigente nel 1970.
In queste situazioni, la natura giuridica del consorzio è quella di una associazione (non riconosciuta), la cui normativa di riferimento è stabilita dagli associati al momento della costituzione dell'associazione non riconosciuta e può essere la più varia, infatti, “le disposizioni in materia di condominio possono legittimamente ritenersi applicabili al consorzio costituito tra proprietari di immobili per la gestione delle parti e dei servizi comuni di una zona residenziale, pur appartenendo indiscutibilmente il consorzio alla categoria delle associazioni, non esistendo schemi obbligati per la costituzione di tali enti, ed assumendo, per l’effetto, rilievo decisivo la volontà manifestata dagli stessi consorziati con la regolamentazione contenuta nelle norme statutarie".
In altri termini, è lo statuto dell'associazione (consorzio) che individua le regole di funzionamento dell'ente ed in assenza di norme specifiche si applicano le norme sulle associazioni non riconosciute e non quelle in materia di condominio "le disposizioni in materia di condominio non sono estensibili al consorzio costituito tra proprietari d'immobili per la gestione delle parti e dei servizi comuni di una zona residenziale, atteso che i due istituti giuridici, nonostante le numerose analogie, presentano anche caratteristiche diverse che non ne permettono una completa parificazione concettuale: il condominio di edifici è una forma di proprietà plurima, derivante dalla struttura stessa del fabbricato e regolata interamente da norme che rimangono nel campo dei diritti reali, con la conseguenza che il carattere di immobile condominiale è una qualitas fundi, che inerisce al bene e lo segue, con i relativi oneri, presso qualsiasi acquirente; il consorzio, che ha un livello di organizzazione più elevato, appartiene, invece, alla categoria delle associazioni, con la conseguente rilevanza della volontà del singolo di partecipare o meno all'ente sociale, pur potendo tale volontà essere ricavata (se non esiste una contraria norma di statuto o di legge) da presunzioni o da fatti concludenti, quali la consapevolezza di acquistare un immobile compreso in un consorzio, oppure l'utilizzazione concreta dei servizi messi a disposizione dei partecipanti"
Se il consorzio è un'associazione non riconosciuta per aderire alla stessa (e, quindi, per essere obbligati al pagamento delle quote di partecipazioni) occorre il consenso di tutti del singolo associato (identico discorso deve valere per l'ipotesi di "recesso" dall'associazione che deve essere sempre consentito). Quanto alla forma necessaria per la manifestazione di volontà necessaria per aderire al consorzio, salvo che la legge o lo statuto richiedano la forma espressa o addirittura quella scritta, la volontà di partecipare alla costituzione del consorzio o di aderire al consorzio già costituito può essere manifestata anche tacitamente e desumersi da presunzioni o fatti concludenti, quali la consapevolezza di acquistare un immobile compreso in un consorzio oppure l’utilizzazione in concreto dei servizi posti a disposizione dei consorziati. E, certo, non si può prescindere dall'adesione al consorzio del singolo partecipante, infatti, “In tema di consorzi volontari costituiti fra proprietari d’immobili per la gestione di parti e servizi comuni, la partecipazione o l’adesione ad esso da parte dell’acquirente di un immobile compreso nel consorzio deve risultare da una valida manifestazione di volontà, giacchè altrimenti sarebbe violato il diritto di non associazione garantito dall’art 18 Cost.” (Cass. n. 6666 dei 30/03/2005).
E' sempre necessario il consenso anche quando si acquista un appartamento il cui proprietario ha precedentemente aderito al consorzio, e, certo, in assenza di una adesione al consorzio l’obbligo di chi subentra nella proprietà di un immobile facente parte di un consorzio, non può essere affermato che l’obbligazione di pagamento delle spese consortili è una obbligazione propter rem, giacchè tali obbligazioni sono caratterizzate dal requisito della tipicità, con la conseguenza che possono sorgere per contratto solo nei casi e col contenuto espressamente previsti dalla legge” (Cass, n- 25289 del 2007, 5889/20 10).
E' opportuno sottolineare che solo dall'adesione al consorzio del singolo partecipante deriva e sorge l'obbligo di pagare i contributi o le quote associative, infatti solo la partecipazione al consorzio può far sorgere l’obbligazione di versare la quota stabilita dagli organi statutariamente competenti, legittimando la pretesa di pagamento (Cass. n. 13537 del 15/09/2003). (Se, poi, il giudice competente possa essere quello indicato dall'art. 23 cpc è tutto da valutare).
Quanto, invece, alla soluzione sub c, in cui prima si costituisce il consorzio e poi si crea il supercondominio, in questa ipotesi il consorzio resta un'associazione non riconosciuta che richiedere l'adesione del singolo partecipate, ma eventualmente, e contemporaneamente, sorge anche il supercondominio, che, certo, non può essere esautorato da un'associazione non riconosciuta. Infatti, l’obbligatorietà della partecipazione al consorzio non potrebbe desumersi per l’avvenuta costituzione di una communio incidens, in quanto tale circostanza non terrebbe conto del fatto che i proprietari che si trovino in un medesimo comprensorio possono – ma non debbono – unirsi per gestire in comune alcuni servizi, con facoltà di scegliere liberamente lo strumento contrattuale (associazione di fatto, cooperativa, consorzio) ritenuto più idoneo allo scopo.
continua su: http://www.fanpage.it/le-differenze-tra-un-consorzio-immobiliare-e-il-condominio-supercondominio/
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Consumatori: via libera alla risoluzione 'stragiudiziale' delle controversie (Fonte: www.StudioCataldi.it)
Novità in arrivo per i consumatori che d’ora in poi avranno uno strumento “semplice” per la risoluzione stragiudiziale delle controversie con le imprese.
Sul tavolo del Consiglio dei Ministri n. 63 è arrivato il decreto legislativo attuativo della direttiva europea (n. 2013/11/UE) sulle controversie extragiudiziali dei consumatori.
L’approvazione del decreto comporta diverse modifiche ed integrazioni al Codice del consumo (d.lgs. n. 206/2005), con il fine, assicura il Governo, “di mantenere una disciplina unitaria della materia salvaguardando il più possibile l’impostazione del codice medesimo”.
Via libera, dunque, alle “ADR”, ossia agli organismi che offrono la possibilità di pervenire ad una risoluzione delle controversie attraverso un ampio ventaglio di procedure ad hoc (mediazione, arbitrato, negoziazioni, ecc.), istituiti su base permanente ed iscritti in apposito elenco tenuto dalle autorità competenti (Ministero giustizia, Consob, Agcom, ecc.). A queste ultime spetterà definire il procedimento per l’iscrizione e la verifica del rispetto dei requisiti di “stabilità, efficienza, imparzialità”, nonché del principio di “tendenziale non onerosità”, per l’utente, del servizio.
Tra gli obblighi degli organismi, inoltre, è stato fissato quello di mantenere un sito web che fornisce alle parti facile accesso alle informazioni, garantendo, però, al contempo, ai consumatori la possibilità di presentare reclamo anche non tramite canale telematico.
In ogni caso, qualsiasi sia l’esito della procedura di composizione stragiudiziale, rimane fermo il principio secondo il quale il consumatore “non potrà essere privato in nessun caso del diritto di adire il giudice competente”.
Fonte: Consumatori: via libera alla risoluzione 'stragiudiziale' delle controversie
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