Source: https://www.roars.it/online/documento-di-studio-relativo-al-progetto-human-technopole-della-senatrice-elena-cattaneo-parte-ii/
Timestamp: 2020-02-20 23:43:27+00:00
Document Index: 137431199

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 12', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 9', 'arte 15']

Documento di studio relativo al progetto Human Technopole della senatrice Elena Cattaneo (Parte II) | ROARS
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Documento di studio relativo al progetto Human Technopole della senatrice Elena Cattaneo (Parte II)
Pubblichiamo la seconda parte del documento di studio relativo al progetto Human Technopole della senatrice Elena Cattaneo (scaricabile con il resoconto della seduta del Senato del 4 maggio 2016). La sintesi del documento è stata pubblicata qui, mentre la prima parte qui. In questa seconda parte si discute della storia dell’Istituto Italiano di Tecnologia: il modello IIT e i suoi finanziamenti, perché nasce IIT, cosa è IIT giuridicamente, come è la governance, quali sono le valutazioni di IIT. E poi: quali sono risultati della missione di IIT: il trasferimento tecnologico e l’impatto delle pubblicazioni scientifiche di IIT.
SECONDA PARTE: storia e finanziamento dell’Istituto Italiano di Tecnologia
Nella prima parte di questo documento si è voluto evidenziare l’inopportunità e l’inadeguatezza rispetto ai parametri internazionali, di una selezione arbitraria e improvvisata di un Ente che faccia da perno per l’operazione HT. In questa seconda parte ci si vuole chiedere se il soggetto beneficiario, comunque identificato, assolve a parametri di meritocrazia, trasparenza e quindi efficienza tale da garantire il risultato dell’investimento in HT. L’analisi ricade su IIT in quanto Ente beneficiario di questa operazione ma in tal senso avrebbe riguardato qualsiasi altro ente prescelto con analoga modalità.
La conclusione che si ricava è che l’assetto di governance, la natura e i meccanismi operativi nell’Ente IIT ne riducono la trasparenza e quindi la possibilità di valutare e competere per gli specifici meriti, rendendo non opportuno mutuare in HT i meccanismi dell’ente IIT per l’incertezza della ricaduta dell’investimento pubblico.
L’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) è un ente di ricerca che tratta di tematiche quali l’ingegneria robotica, i nanomateriali, la nanofisica, le neuroscienze, il drug-discovery, la bio-ingegneria dei tessuti. IIT presenta – come altri enti pubblici – punti di forza e punti di debolezza. Nel 2011 io stessa feci parte di un comitato di valutazione di IIT senza che venissero evidenziate grosse anomalie, per quanto si ebbe modo di vedere. Oggi, l’analisi e la disponibilità di informazioni allora non conoscibili evidenzia alcuni problemi legati al “modello IIT” tali da non renderlo idoneo, ad avviso della scrivente, ad essere replicato in HT.
Il modello IIT e i suoi finanziamenti
a) Il finanziamento per la nascita dell’Ente. La Fondazione denominata Istituto italiano di tecnologia nasce come “Fondazione di diritto privato” con il decreto-legge 30 settembre 2003 n. 269 (poi convertito nella legge n. 326 del 2003) che prevede un ingente finanziamento pubblico annuo pari a 100 milioni di euro per dieci anni, dal 2004 al 2014. L’art. 4 stabilisce che scopo della Fondazione è “promuovere lo sviluppo tecnologico del Paese e l’alta formazione tecnologica, favorendo così lo sviluppo del sistema produttivo nazionale. A tal fine la fondazione instaura rapporti con organismi omologhi in Italia e assicura l’apporto di ricercatori italiani e stranieri operanti presso istituti esteri di eccellenza (comma 1)”. Il decreto autorizzava inoltre “la spesa di 50 milioni di euro per l’anno 2004 e di 100 milioni di euro per ciascuno degli anni dal 2005 al 2014 (comma 10)”.
L’ente nasce senza statuto e resta tale per due anni. Sebbene nato come “ente di diritto privato”, sin dal 2004 l’ingente finanziamento pubblico fa sorgere in Senato interrogativi circa il suo status giuridico (audizione in VII Commissione permanente Senato, 4 novembre 2004[1]). Diversamente dagli enti pubblici, il diritto privato consente ad un ente di non rendere pubblici i bilanci, le procedure di reclutamento, i verbali dei consigli, etc. Tuttavia, essendo IIT quasi totalmente finanziato dal sistema pubblico il problema della (mancata) trasparenza documentale è sempre presente. In generale, negli anni a seguire nulla o poco diventa di dominio pubblico circa la gestione dei fondi pubblici che l’Ente riceve. Nelle ultime settimane il sito web dell’Istituto vede la comparsa di informazioni o la modifica delle informazioni presenti.
b) La proroga all’infinito. Nonostante l’impegno preso nel 2003 a far sì che dopo dieci anni l’ente si muovesse con le sue gambe, ad oggi continua a ricevere circa 100 milioni l’anno. Infatti, il comma 10 della legge che fissava un limite all’autorizzazione di spesa per il finanziamento di IIT è stato modificato nel 2005, con la legge n. 266 del 23 dicembre (legge Finanziaria 2006) con la quale il finanziamento è così rideterminato “in 80 milioni di euro per ciascuno degli anni 2006, 2007 e 2008, e in 100 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2009”, contestualmente veniva anche soppressa la frase che nella legge istitutiva di IIT prevedeva l’autorizzazione della spesa “dal 2005 al 2014″. Quindi, a partire dal 2006 il finanziamento pubblico di IIT è diventato “eterno”.
Infatti nel 2014, anno in cui si sarebbe dovuto interrompere il finanziamento originario, il Ddl contenente il bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2015 e il bilancio pluriennale per il triennio 2015-2017, nel programma 17.15 – dal titolo “Ricerca di base e sviluppo tecnologico” – prevede per IIT circa 96 milioni di euro annui per il triennio 2015-2017. Sempre nel 2014, la legge n. 190 (legge di Stabilità 2015), al comma 176, ha stabilito una rideterminazione della spesa autorizzata, con un incremento “di 3 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2015”.
Successivamente, nel dossier sulla legge di bilancio 2015, con previsione di spesa per il triennio 2016-2018, al fondo integrativo speciale per la ricerca – che nella legge di bilancio dell’anno precedente doveva destinare 26 milioni nel biennio 2015-2017, cifra che viene diminuita a 25 milioni nel triennio 2016-2018 – si osserva che le risorse annue per IIT sono aumentate (passando da 96 a 99 milioni) e coprono un ulteriore anno di finanziamento (il 2018). Analizzando la relazione preparata per la Camera, a fine 2014, di presentazione della legge finanziaria, si osserva che per il triennio di programmazione 2015-2017, le risorse destinate ad IIT costituiscono il terzo investimento per dimensione tra quelli pianificati nel bilancio del Ministero dell’Economia e delle Finanze.
c) IIT acquisisce ulteriori fondi. Nel patrimonio di IIT, dal 2008 sono confluiti anche i circa 129 milioni del patrimonio della disciolta fondazione IRI, come specificato dall’articolo 17 della legge 133 del 2008. In quell’anno, Presidente dell’IIT era il prof. Vittorio Grilli che allora ricopriva anche la carica di Direttore Generale del Tesoro, oltre ad essere membro del CdA della Fondazione IRI.
d) Il primo contributo per Human Technopole. Infine, il 25 novembre 2015, con il decreto legge n. 185 – Misure urgenti per interventi nel territorio, convertito nella legge n. 9 del 22 gennaio 2016, al comma 2 dell’art. 5 – Iniziative per la valorizzazione dell’area utilizzata per l’Expo, si prevede:
“Nell’ambito delle iniziative di cui al comma precedente, è attribuito all’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) un primo contributo dell’importo di 80 milioni di euro per l’anno 2015 per la realizzazione di un progetto scientifico e di ricerca, sentiti gli enti territoriali e le principali istituzioni scientifiche interessate, da attuarsi anche utilizzando parte delle aree in uso a EXPO S.p.a. ove necessario previo loro adattamento. IIT elabora un progetto esecutivo che è approvato con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze”.
e) L’accantonamento di fondi pubblici. Il 6 gennaio 2016, in un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, si apprende che su oltre un miliardo di euro investito dallo Stato per IIT «quasi la metà [delle risorse] non è stata spesa. Lo si deduce non dai bilanci, che alla faccia della trasparenza non sono pubblicati, ma da una relazione della Corte dei conti del 2013, che ci informa di 430 milioni di fondi non spesi, messi sotto la voce “disponibilità liquide” e “per la maggior quota detenute nel conto corrente infruttifero aperto presso la Tesoreria Centrale dello Stato” mentre una quota minore (circa 21 milioni nel 2013) è depositata nelle casse di alcune banche private. Non sappiamo quali, né come sono state scelte, né quali condizioni offrano»[2].
Nonostante questo ingente tesoretto nessun esecutivo ha mai pensato di sospendere l’erogazione annua di 100 milioni. Colpisce il fatto che denaro pubblico indicato nei bilanci dello Stato come “investimento” si trasformi in “accantonamento finanziario” nei bilanci di IIT. Impossibile non immaginare quanto questo denaro per la ricerca avrebbe potuto rendere se impegnato in modo competitivo sulle centinaia di laboratori attivi in Italia.
Nonostante le centinaia di milioni accumulate e la fine del periodo di finanziamento pubblico previsto dalla sua legge istitutiva, IIT è destinato a ricevere ancora più fondi nel periodo 2015-2018. Come alla sua Istituzione, il dibattito pubblico è stato eluso, e le risorse dello Stato sono state più o meno silenziosamente destinate ad un ente specifico senza fornire nessuna reale giustificazione
Alla luce di questi numeri spropositati e per dare un’idea dell’investimento comparativo per tutta la ricerca italiana di base, in tutte le discipline, nel 2015 dopo tre anni di assenza di bandi dedicati, il Miur ha allocato appena 30 milioni all’anno per i successivi tre anni.
Tale persistente ridotto impegno nella ricerca pubblica è conseguenza dell’(ipotetica) assenza di denaro pubblico da investire in ricerca (fatto che è smentito dall’operazione HT). Ciononostante vi è un forte valore documentato delle scoperte di molti ricercatori universitari, del CNR e dei tanti centri di ricerca disseminati in tutta Italia che vincono sfide scientifiche non meno impegnative, competono e pubblicano su Science o Cell lavorando in modo disagiato, con strumenti obsoleti, e impegnando ogni sforzo per sperare di disporre di 15mila euro per riconoscere un anno di lavoro di un loro giovane neolaureato. L’assoluta irragionevolezza comparativa delle risorse stanziate emerge ancora di più considerando, come si vedrà approfonditamente più avanti, che in diversi ambiti la produzione di IIT non è superiore a quella di altri enti meno finanziati.
Perché nasce IIT
IIT viene concepito come ente che avrebbe dovuto fare da “modello” nei confronti di altri enti pubblici di ricerca italiani, quali ad esempio università e CNR, per quanto riguarda meritocrazia, reclutamenti e produttività. L’ente “modello IIT” per giunta doveva organizzarsi con una struttura aziendale[3]. L’idea di fondo, del “modello IIT”, è che un approccio di tipo “manageriale” dovrebbe rendere la ricerca più produttiva e meritocratica. Restava il problema di come fare di IIT il soggetto destinatario dell’ingente finanziamento pubblico stanziato dal Governo, conservando le libertà proprie di un privato.
Allo scopo, IIT nasce come Fondazione di diritto privato, posta però sotto il diretto controllo del MEF (dal cui bilancio provengono gli stanziamenti). La cosa viene giustificata con la necessità dell’istituto di poter operare attraverso una struttura più simile a quella aziendale, come avviene per il Max Planck Institute in Germania[4].
Non appena le prime scarne notizie su IIT filtrano e la comunità scientifica nazionale si avvede di quanto sta succedendo, sorgono i primi dubbi. Vale la pena ricordare per esempio il premio Nobel Carlo Rubbia che, denunciando il buio in cui tutti sono stati lasciati, l’11 novembre 2003 dichiara sul Corriere della Sera:
“Mi pare che non ci sia molta consapevolezza su che cosa significhi la nascita di un organismo del genere: tutto è molto più complicato di quanto si immagina. Nessuno, comunque, mi ha chiesto che cosa ne penso. Invece devo constatare che c’è un silenzio assordante sugli altri enti italiani di ricerca già esistenti come il Cnr, l’istituto di fisica nucleare, lo stesso Enea. Per cominciare a raccogliere qualche frutto da una istituzione nuova occorrerà una decina d’anni e intanto che cosa succede agli altri enti? E poi perché crearne un altro se quelli già attivi possono fare le stesse cose? Di questi, invece, non si parla più. Risolviamo i problemi che hanno ma salviamo ciò che di buono offrono e sosteniamoli con una politica di sviluppo. Si destinano 100 milioni di euro l’anno al neonato organismo quando l’intero contributo dello Stato all’Enea, 3.700 dipendenti e 10 laboratori, è di 200 milioni di euro l’anno. Che cosa poi debba fare il fantomatico Mit italiano è oscuro”[5].
Allo stesso modo, Margherita Hack dichiara il suo sdegno per la mancanza di informazioni su cosa debba essere IIT e sul fatto che non vi siano state discussioni, decisioni, valutazioni pubbliche e trasparenti per un progetto di questa portata:
“… evitare propagandistiche creazioni dal nulla di fantomatici enti come il tanto reclamizzato Istituto Italiano di Tecnologia, che nessuno sa cosa farà, ma che è già, a scatola vuota, foraggiato con cifre che per le università sono iperboliche. Ma non si voleva riformare il Cnr dedicandolo soprattutto alla ricerca applicata? E allora perché non incrementare il Cnr? Perché questo spreco di pubblico denaro per un coniglio tirato fuori improvvisamente dal cappello del mago Tremonti? Quali discussioni ci sono state su tutto questo, non dico con gli addetti ai lavori (che per principio questo governo ignora sistematicamente, sia che si tratti di scuola, di università, di giustizia o di salute), ma almeno in Parlamento?”[6].
Due elementi emergono come costitutivi della nascita di IIT: la mancata valutazione preliminare, pubblica, approfondita e meritocratica (che comporta più alternative fra cui scegliere) e, contemporaneamente, l’eliminazione dalla competizione per queste risorse di tutta la ricerca pubblica italiana. Dunque, non solo una decisione top-down (lecita solo su questioni di indirizzo generale), ma un progetto calato dall’alto, con un direttore prescelto politicamente e un ente finanziato senza nessuna competizione a scapito di tutte le alternative. Non vi sono dati per supportare le decisioni prese, né vengono resi pubblici i processi che hanno portato alla decisione.
IIT è nato senza alcuna analisi pubblica, senza nessuna valutazione competitiva, senza un processo trasparente. Un processo Top-Down, disaccoppiato da una selezione meritocratica e che ha portato a concentrare ingenti risorse per la ricerca in poche mani, le stesse per oltre un decennio.
Vi è poi un altro aspetto fondamentale, che si manifesta fin da subito e che costituirà un tema ricorrente di critica anche parlamentare durante tutta la vita dell’Ente: la mancata trasparenza delle procedure per la selezione della dirigenza e del resto del personale dell’Istituto. La dirigenza appare scelta o meglio nominata, non si sa bene con quali procedure e da chi, fin dall’inizio. A tale proposito, il 4 novembre 2004 in audizione presso la VII Commissione permanente del Senato, il Senatore Fulvio Tessitore (DS) così si esprime:
“Ora, comprendo che le università siano ormai considerate un esempio negativo per l’Italia e che quindi qualcuno ravvisi la necessità di procedere in direzione di una loro progressiva chiusura, tuttavia tengo a precisare che in ambito universitario i criteri che determinano la scelta dei professori sono noti; si potrà forse discutere sull’opportunità o meno dei concorsi, ma rimane comunque fermo il fatto che i sistemi di elezione del rettore, dei presidi, dei direttori di dipartimento, di creazione delle varie strutture collegiali di governo sono comunque certamente trasparenti e vengono definiti per legge.”
Nella loro approssimazione, le risposte alle critiche da parte della dirigenza di IIT (o la mancanza delle stesse) denotano un progetto iniziato con una visione vaga e dai contorni imprecisi, eccezion fatta per un aspetto: quello dell’erogazione non vincolata di soldi pubblici nei dieci anni successivi (poi diventati perenni). Di fronte a queste ed altre critiche, nelle audizioni in Parlamento si risponde sostanzialmente in un solo modo: lasciateci lavorare e vedrete i risultati. Ci sarà una valutazione e quello sarà il momento in cui vedremo se il gioco è valso la candela.
Cosa è IIT giuridicamente
La definizione della natura giuridica dell’IIT è fondamentale per inquadrare quali siano i limiti al suo campo d’azione e alla destinazione a tale ente di fondi pubblici, anche per inquadrare quali siano gli obblighi legali che ne derivano. Senza un esatto inquadramento giuridico, infatti, l’Ente risulterebbe sottratto al controllo della legge.
IIT nasce come una Fondazione senza statuto che viene infatti approvato a luglio 2005, quasi due anni dopo la legge che lo ha istituito. Nella sua prima fase la Fondazione sembra connotarsi sostanzialmente come un ente di diritto privato. Nella sua determinazione n.11/2011 relativa al periodo di attività di IIT 2008-2009, la Corte dei conti scrive infatti di aver “più volte constatato assetti ancorati, sostanzialmente, a norme di diritto privato che presiedono al corretto impiego di fondi derivanti dal sistema di finanza pubblica”. La Corte non si pronuncia ancora direttamente sulla natura giuridica di IIT ma, in quella stessa occasione stabilisce che una entità privata come una fondazione possa utilizzare denaro pubblico, purché siano soddisfatte alcune condizioni essenziali. Una di queste, si specifica, è l’esistenza di un sistema di controllo esterno, cioè di una valutazione esterna e indipendente[7].
Eppure, salvo nel 2007 in cui l’Ente viene valutato da esperti esterni nominati dal Ministero (vedasi paragrafo 14) – e la cui relazione è andata dispersa, a questo proposito vedasi anche le interrogazioni parlamentari di Bachelet (Appendice 2) – dal 2008 in poi le valutazioni sono sempre provenute da commissioni istituite e formalmente presiedute da membri dell’IIT e i cui componenti venivano scelti direttamente dall’ente.
Nel 2012, con la sua determinazione n.44, la Corte dei conti scende direttamente nel merito della natura giuridica dell’Ente scrivendo che “in relazione alla presenza degli elementi strutturali, individuati a livello europeo, la Fondazione Istituto Italiano di Tecnologia deve pertanto essere ritenuta organismo di diritto pubblico in quanto: a) è stata istituita per soddisfare specificatamente esigenze di interesse generale, aventi carattere non industriale o commerciale; b) è dotata di personalità giuridica; c) è sottoposta ad una influenza pubblica in quanto: riceve il finanziamento per la propria attività in modo maggioritario dallo Stato; i primi tre componenti del Consiglio sono stati nominati dallo Stato; è sottoposta alla vigilanza dei Ministeri dell’Economia e dell’Istruzione, Università e Ricerca. Va ricordato, altresì, che la Fondazione I.I.T. è ricompresa nell’elenco predisposto annualmente dall’ISTAT, ricognitivo delle amministrazioni pubbliche ai sensi dell’art. 1 della legge 31 dicembre 2009 n.196.”[8]
Muovendo quindi dalla normativa europea di riferimento e, forte di una precedente valutazione del 2009 operata dall’ ISTAT che aveva già incluso IIT nelle pubbliche amministrazioni ai sensi di una legge dello stesso anno, la Corte stabilisce che IIT ha natura pubblica.
Dopo anni dalla sua Istituzione e la destinazione di centinaia di milioni ad IIT, si viene a conoscere qual è la natura giuridica dell’Ente. Questa definizione non è priva di conseguenze, innanzitutto per quel che riguarda il funzionamento degli organi di gestione e controllo di IIT e la sua trasparenza amministrativa.
L’ulteriore profilo che sembra da approfondire riguarda la composizione degli organi dell’Istituto ed i relativi compiti. La delibera della Corte dei conti ribadisce come la norma istitutiva della Fondazione (art. 4, c. 2, del D.L. n. 268/2003) demandi allo statuto l’individuazione degli organi dell’Istituto, della loro composizione e dei loro compiti. Tuttavia è pur vero che l’Istituto è un “ente di ricerca”, come tale contemplato nell’elenco delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato elaborato dall’ISTAT, e che lo stesso Istituto è posto sotto la vigilanza del MIUR e del Ministero dell’Economia e delle finanze (vedasi ancora relazione Corte dei conti). Pertanto, lo stesso dovrebbe essere assoggettato a quanto dispone il D.Lgs. 31 dicembre 2009, n. 213 di riordino degli enti di ricerca, ed, in particolare, all’obbligo di adeguamento dello statuto (vedi art. 2, c. 1 del medesimo decreto).
Se così potesse effettivamente riscontrarsi, si porrebbero alcuni problemi non solo in merito alla composizione degli organi dell’Istituto, per i quali lo statuto pone una disciplina difforme da quanto previsto nel D.Lgs. n. 213/2009, ma anche sotto il profilo della separazione tra compiti di programmazione ed indirizzo strategico da una parte e competenze e responsabilità gestionali dall’altra che, secondo l’art. 12, c. 2, dovrebbero restare separati, come è logico e rispondente ad un principio generale. Disposizione di principio che, invece, pare tradita dai compiti di pianificazione di strategie, ed al contempo, di amministrazione ordinaria e straordinaria affidati al Comitato esecutivo (art. 11 dello statuto).
Emergono anche aspetti critici circa i meccanismi di nomina e rinnovo dei componenti degli organi di IIT. A titolo di esempio, per quanto riguarda il Consiglio, assimilabile per ampiezza di funzioni al consiglio di amministrazione della fondazione, sia nello statuto che nel sito IIT si legge che: “I membri del Consiglio durano in carica cinque anni e possono essere confermati per una volta soltanto. Alle nuove nomine ovvero alle conferme provvede il Consiglio stesso.” Pertanto, i membri del Consiglio nominano ed eventualmente rinnovano sé stessi, senza essere sottoposti a nessun controllo né valutazione di merito. Il Consiglio, cioè l’organo più importante della fondazione, è quindi garante di sé stesso. Peraltro, lo stesso Consiglio nomina il Presidente della Fondazione (che ha la rappresentanza legale del Comitato esecutivo e funziona da collegamento tra questo e il Consiglio) e tutto il Comitato esecutivo. I membri del Consiglio di IIT quindi governano l’intera fondazione e tutti i suoi organi essenziali, nominandone i componenti ed auto-nominandosi fra loro.
13.1 L’obbligo dell’amministrazione trasparente per gli enti pubblici
Sulla base di quanto precisato dalla Corte dei conti a partire dal 2012, definendo la Fondazione come un organismo di diritto pubblico, per quel che riguarda gli atti amministrativi di IIT, l’Istituto avrebbe il dovere di adempiere agli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione delle informazioni cui sono sottoposte le pubbliche amministrazioni in base a quanto stabilisce il D.Lgs. 14 marzo 2013, n. 33.
In particolar modo, l’Ente dovrebbe fare riferimento all’art. 11, c. 2, lett. b, che stabilisce che la medesima disciplina prevista per le pubbliche amministrazioni si applica anche “limitatamente all’attività di pubblico interesse disciplinata dali diritto nazionale o dell’Unione europea, agli enti di diritto privato in controllo pubblico”.
Fra gli indici di pubblicità e trasparenza previsti dal Decreto del 2013 c’è in primo luogo la presenza sul sito istituzionale di un’apposita sezione denominata “Amministrazione trasparente”, al cui interno sono contenuti i dati, le informazioni e i documenti pubblicati ai sensi della normativa vigente (art. 9). Sezione non presente, ad oggi, nel sito di IIT. La norma appena citata aggiunge testualmente che “Le amministrazioni non possono disporre filtri o altre soluzioni tecniche atte ad impedire ai motori di ricerca web di indicizzare ed effettuare ricerche all’interno della sezione “Amministrazione trasparente”.
Ribadendo quanto già in precedenza emerso[9], anche l’ANAC scrive nella determinazione n. 8 del 17 giugno 2015, denominata “Linee guida per l’attuazione della normativa in materia di prevenzione della corruzione e trasparenza da parte delle società e degli enti di diritto privato controllati e partecipati dalle pubbliche amministrazioni e degli enti pubblici economici”: «Ai fini dell’attuazione del d.lgs. n. 33 del 2013, gli enti di diritto privato in controllo pubblico adottano il Programma triennale per la trasparenza e l’integrità, nominano il Responsabile della trasparenza, di norma coincidente con il Responsabile della prevenzione della corruzione, assicurano l’esercizio dell’accesso civico e istituiscono nel proprio sito web una sezione denominata “Amministrazione trasparente”».
Come evidenziato da Il Fatto Quotidiano il 24 Aprile 2016, a quella data non erano ottemperati nemmeno gli obblighi di pubblicazione trasparente del Bilancio (mancando ogni collegamento che permettesse di raggiungere la documentazione dalle pagine principali del sito web) stabiliti dallo stesso Statuto di IIT, e richiamati più volte in atti parlamentari, fornendosi al posto del bilancio una serie di note sintetiche poco esplicative e poco utili alla valutazione effettiva. Una ricerca nel sito IIT evidenzia che il 26 febbraio 2016, il giorno dopo il mio primo articolo su Repubblica critico nei confronti di HT, venivano caricati i bilanci dell’Ente che tuttavia non erano rintracciabili navigando nel sito web dell’istituto.
Ad oggi, lo stesso sito web, unica fonte di informazione verso l’esterno, subisce continui aggiornamenti e modifiche anche delle informazioni già contenute che sembrano inseguire le notizie giornalistiche, quando invece almeno i dati ricadenti negli obblighi previsti dalla normativa sulla amministrazione trasparente dovrebbero essere conservati sul sito per cinque anni, prima di finire in un’apposita sezione di archivio del sito comunque ricercabile.
In base a quanto evidenziato dalla stampa e rilevabile al sito web dell’Ente si deduce che – in violazione degli obblighi di trasparenza amministrativa degli enti pubblici cui IIT sarebbe assoggettato – i bilanci, gli atti amministrativi, le informazioni ed i dati che riguardano l’Ente non sono accessibili o lo sono con difficoltà.
13.2 La normativa per il reclutamento del personale di IIT non può essere mutuata in HT
Per quel che riguarda le procedure di selezione e reclutamento del personale IIT e di quello del costituendo HT (che potrebbe assumere simile “modello”), si è spesso sentito dire che esse siano adeguate ai più alti standard di meritocrazia comuni a molti paesi esteri. Eppure, da molto tempo è stato dimostrato che non è possibile garantire meritocrazia senza trasparenza. Su questo, anche l’Unione Europea ha raggiunto una posizione definitiva, che si è concretizzata in un documento pubblicato nel 2015 da un apposito comitato per le politiche OTM-R (Open, Transparent and Merit-Based Recruitment in Research[10]).
Perché chiedere trasparenza? Non basterebbe semplicemente accettare una valutazione a posteriori del merito del personale assunto da un ente di ricerca o nell’ambito di un progetto come quello di HT? Lo spiega bene il comitato citato: “By ensuring that the best person for the job is recruited, open, transparent and merit-based recruitment of researchers (OTM-R) improves the effectiveness of national research systems, guarantees equality, especially for under-represented groups, and boosts trans and international co-operation. This in turn promotes optimal circulation of scientific knowledge.”
Dunque vi è un vantaggio intrinseco dei processi trasparenti ed aperti di assunzione rispetto ad altre più opache procedure: questi processi producono il meglio in termini di resa scientifica dei sistemi nazionali per la ricerca, oltre a vari altri risultati accessori non trascurabili.
Ma cosa significa trasparenza nelle procedure di assunzione? Ancora una volta il citato documento viene in soccorso, attraverso la presentazione al lettore di una check-list che permette di verificare punto per punto se un processo è trasparente o meno[11].
In base all’analisi suggerita, IIT presenta carenze e segnatamente nel tempo per quel che riguarda la selezione dei suoi livelli di massima dirigenza ma anche per la (non) disponibilità degli atti di valutazione dei reclutamenti, del lavoro delle commissioni giudicatrici, delle valutazioni ricevute dai candidati, rappresentando questi atti anche strumenti di diritto e tutela del valutato e della bontà delle procedure e delle selezioni sulle quali il cittadino intenda avere cognizione.
Queste procedure di reclutamento non possono quindi essere un “modello” di riferimento nè tanto meno essere mutuate in HT, a meno che non si voglia consolidarne l’opacità fondativa del progetto di Governo già descritta nei paragrafi precedenti. Qualsiasi operazione a-posteriori di “maquillage” di una non-procedura così avviata per HT non può che restare distante da qualsiasi standard internazionale.
Peraltro, se il citato documento dell’Unione europea fornisce gli strumenti per stabilire cosa sia trasparente e cosa no, per quel che riguarda IIT esistono numerosi obblighi di legge che finora sono andati disattesi in tema di trasparenza amministrativa (e dunque anche in tema di trasparenza dei processi di reclutamento e assunzione cui ci si riferiva pocanzi). Già nel 2004 il senatore Tessitore lamentava che, mentre per un professore universitario, laddove anche in presenza di documentabili (e quindi denunciabili) distorsioni, esiste una procedura selettiva chiara, una legge che descrive compiti e funzioni della figura selezionata, un contratto nazionale ben codificato eccetera, per il personale IIT, particolarmente per quello dei massimi livelli direttivi, tutto questo è venuto meno in nome di una asserita natura privatistica dell’ente (aspetto da ultimo chiarito in senso contrario dalla Corte dei conti).
La parola definitiva sulla questione è stata posta dalla già citata determina dell’ANAC che, nel 2015, ribadendo quanto già in precedenza emerso, scrive nella sua determinazione n. 8 del 17 giugno 2015, che “gli enti di diritto privato in controllo pubblico adottano il Programma triennale per la trasparenza e l’integrità, nominano il Responsabile della trasparenza, di norma coincidente con il Responsabile della prevenzione della corruzione, assicurano l’esercizio dell’accesso civico e istituiscono nel proprio sito web una sezione denominata Amministrazione trasparente”.
Da questi ed altri obblighi citati nella determinazione, discende che anche nel settore delle assunzioni del personale ad ogni livello, ivi inclusi i livelli apicali di IIT, debba attuarsi la massima trasparenza e pubblicità prevista. Inoltre, una volta ottemperato agli obblighi di legge, strumenti quali quello messo a disposizione dal documento citato in apertura possono essere usati per verificare la reale adesione a standard internazionali di meritocrazia e trasparenza e possono essere previsti fin dalle fasi di disegno di HT (oltre che essere usati come verifica nei confronti dei vari enti).
In altre parole, HT non può strutturarsi dal punto di vista gestionale e del reclutamento secondo le modalità operative nel “modello IIT”.
Peraltro, l’unica fonte di informazioni pubblica (anche relative ai reclutamenti)– il sito web – subisce continui aggiornamenti, che a volte sembrano inseguire le notizie giornalistiche come a voler porre rimedio a situazioni altrimenti difficilmente spiegabili.
A titolo di esempio, si può citare la recente lettera scritta su Science nell’aprile 2016 dal professore di Harvard John Assad (per anni collaboratore di IIT e pare coinvolto in almeno una società di spinoff dello stesso IIT), in risposta ad alcune critiche a IIT sollevate sulla stessa rivista[12]. Poiché il professore vuole dimostrare come, a partire dal 2014, siano state operate alcune procedure di selezione del personale di ricerca con procedure che egli ritiene di standard elevato ed internazionale, il sito di IIT pubblica una pagina web[13] (citata nella lettera del professore) per dimostrare l’effettivo svolgimento di tali selezioni.
Si vuol qui sottolineare come questa pagina fosse completamente assente sia al completamento della selezione avvenuta nel 2014 cui si riferisce (cioè quando più utile sarebbe stato ottemperare all’obbligo di legge), quando peraltro l’attuale sito web non esisteva, sia fino alla pubblicazione della lettera del professore. Similmente, altre pagine sul sito vengono modificate e ricompaiono durante la vita di IIT ed in generale si registrano continue variazioni sull’informazione disponibile, che comunque non consiste se non in minima parte in documentazione originale (atti amministrativi originali).
Il sito web dell’Ente, unica fonte di informazione ufficiale disponibile, mostra quindi una scarsa stabilità delle informazioni pubblicate, che appaiono modificate di continuo quasi come per esigenze comunicative piuttosto che in seguito a una reale osservanza del principio della trasparenza amministrativa.
In questo scenario, non bisogna dimenticare che IIT dispone di un ufficio e dedicato unicamente alla gestione informatica e alla comunicazione dell’Ente, sia per quanto concerne le infrastrutture, sia per quanto riguarda dati e contenuti.
13.3 La composizione del Consiglio di IIT
Come evidenziato dalla stampa (Il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2016) IIT comprende nei suoi organismi di gestione di primo livello (escludendo quindi il Comitato Tecnico Scientifico) soprattutto rappresentanti del mondo imprenditoriale, finanziario, bancario, assicurativo. Vi è pressoché un solo scienziato-tecnologo, il direttore stesso, mentre gli altri componenti identificano relazioni con organismi sopra menzionati di varia natura che per semplicità sono riportati nella figura di seguito (nello schema sono anche indicate le rappresentanze che provengono dal mondo pubblico o dalle charities).
Nonostante questa qualificata rappresentanza del mondo della finanza e imprenditoria italiana, questa stessa rappresentanza non sembra però contribuire allo sviluppo di IIT in termini di rapporti con le aziende, visto i limitati e modici rapporti contrattuali tra IIT e l’industria (vedasi paragrafo 16).
Soprattutto, non si comprende quale possa essere il ruolo di “indirizzo e approvazione nelle scelte strategiche” (di un ente pubblico di ricerca) che, per statuto, spetterebbe a queste rappresentanze del Consiglio di IIT. In più occasioni parlamentari è stato sollevato come, in assenza di una reale valutazione indipendente dell’operato di IIT, sia impossibile assicurare che gli interessi “esterni ad IIT” dei vari membri appartenenti agli organi della Fondazione non determinino l’orientare dei fondi pubblici verso i soggetti imprenditoriali, finanziari e bancari da questi rappresentati. Chi dovrebbe inoltre garantire per le scelte di tali organi, in assenza della necessaria documentazione amministrativa (non disponibile) e delle procedure necessarie a favorire la trasparenza nelle decisioni attraverso il controllo esterno dell’ente? Per attualizzare al tema HT, basti solamente pensare al ruolo che molti degli organismi, cui fanno capo alcuni dei soggetti in questione, potrebbero avere (da quanto ad oggi si sa su base documentale) nel futuro HT e nella gestione del dopo EXPO.
IIT sembra avere quindi una gestione prevalentemente estranea al mondo della ricerca (rappresentato solo nel Consiglio tecnico scientifico, escluso da questa analisi perché ha ruolo consultivo) al punto che è lecito chiedersi cosa c’entrino la ricerca e la scienza in tutto questo. In Parlamento si potrebbe sollevare la richiesta di verificare che non si tratti di un’interfaccia in qualche modo utile alla finanza e ad altre forze di mercato e di governo a gestire (per tramite di una direzione scientifica che fa da elemento di trasmissione verso il fronte accademia-ricercatori) un ingente volume di denaro pubblico destinato allo sviluppo tecnologico.
13.4 Gli “investimenti” alla voce del bilancio dello Stato diventano “accantonamento finanziario” nel bilancio IIT
Da un articolo de Il Fatto Quotidiano del 6 gennaio 2016 si apprende che IIT dispone di un “tesoretto” accantonato di 430 milioni. Non si tratta di un “risparmio”. Tale sarebbe se l’Ente avesse raggiunto gli obiettivi prefissi (tra i quali il proprio sostentamento e la missione del trasferimento tecnologico, vedasi paragrafo 16) ma essendo lontano dal raggiungerli non si tratta di un risparmio ma, a mio avviso, di un cattivo impiego dei fondi pubblici. O meglio della volontà di accantonare fondi pubblici, come manifestava già il prof. Grilli nell’audizione del 2004, nel corso della quale affermava che: “Il nostro patrimonio investito prudenzialmente, come tutti i grandi centri di ricerca, può fruttare una rendita su cui dobbiamo quindi imparare a vivere come peraltro tutte le fondazioni fanno”. Quindi fin dall’inizio furono previste immobilizzazioni finanziarie (che puntualmente trovano riscontro nel bilancio IIT) che avrebbero anche dovuto fruttare una rendita. Si ammette cioè che l’investimento dello Stato debba in parte diventare immobilizzazione finanziaria. Ciò è del resto consentito dall’erogazione non vincolata a voci di spesa precise (come sarebbe per qualunque altro ente). È anche bene specificare che il patrimonio investito “prudenzialmente da tutti gli altri enti di ricerca” (ad esempio come Harvard) cioè “accantonato” che così facendo “può fruttare una rendita” è privato, non pubblico. Ed è importante sottolineare come questo “tesoretto” si sia allontanato dalle finalità per il quale era stato stanziato. Il punto che si vuole evidenziare è che nessun esecutivo abbia sospeso le erogazioni successive in presenza di tale accantonamento di denaro pubblico.
Da un ulteriore articolo su Il Fatto Quotidiano del 24 aprile scorso si apprende inoltre che IIT è titolare di conti bancari (alcuni dei quali) dell’importo di alcune decine di milioni di euro depositati su più banche (Banco di Desio, Banco di Sondrio, Carige, UniCredit) cui si aggiungono altre decine di milioni in buoni del tesoro, e altri depositi bancari su altre banche prima del 2010. Tra il 2010 e il 2014 – si legge su Il Fatto – cambiano importi, banche e investimenti. Nello stesso articolo si legge che IIT non pubblica i bilanci, gli stipendi per le figure apicali, etc. I “Financial Highlights” ritrovabili al sito (che secondo IIT dovrebbero coincidere con i bilanci) secondo Il Fatto tuttavia sono privi di numerosi dati. Su questo aspetti è recentemente intervenuto anche un fisico italiano, sempre su Il Fatto, lo scorso 3 maggio 2016.
La voce “investimento” nei bilanci dello Stato diventa “accantonamento finanziario” nei bilanci di IIT.
13.5 Chi vigila su IIT
IIT è un ente vigilato dal Ministero del tesoro e dalla corte dei conti. La Corte dei conti vigila sui dati che le sono trasmessi, e principalmente su conto economico e bilancio; non fa rilievi di merito, ma di forma, a meno di non essere in presenza di fatti corruttivi o distorsioni particolarmente gravi. Peraltro, la Corte dei conti in più punti ha fatto rilievi negli ultimi rapporti, precisando per esempio la natura pubblica di IIT e chiedendo di conoscere il valore economico effettivo realizzato attraverso il trasferimento tecnologico.
Il Ministero delle Finanze per un lungo periodo ha visto il prof. Grilli come Direttore generale in potenziale conflitto di interessi con il prof. Grilli in ruoli apicali ad IIT.
Le prime valutazioni sulla gestione di IIT
Nel 2007, a tre anni dalla nascita di IIT, il Ministro Padoa Schioppa commissiona a due esperti esterni la prima valutazione indipendente, per sapere come sta andando l’investimento iniziato dal suo predecessore. Dopo tre anni dall’avvio non ci si può attendere una valutazione sulla produttività dell’ente, ma una valutazione sulle linee di sviluppo e di governance. I professori Mario Rasetti e Flavio Raviola incaricati della valutazione non sembrano soddisfatti di quanto hanno visto. Tuttavia, conclusa la valutazione di Rasetti e Raviola, il rapporto finale non viene mai reso pubblico e con il cambio di Governo il documento originale finisce “disperso”. Nessuno ne ha più una copia disponibile, la valutazione letteralmente non esiste più.
Alcuni elementi di quella valutazione sembrano emergere tuttavia due anni dopo, nel 2009 su Science[14]:
«Il rapporto, che ha richiesto delle visite prolungate alla sede, ha valutato tutta l’attività scientifica dell’IIT. Cingolani dice che lo considera una valutazione positiva, ma Rasetti dice che lui e Raviola hanno ritenuto i risultati dell’IIT insoddisfacenti. Tre delle principali aree di ricerca dell’IIT, neuroscienze, robotica, e nanotecnologie, dovrebbero combinare i risultati e focalizzarsi sulla creazione di macchine intelligenti, in particolare robot umanoidi e interfacce bioelettroniche ad alta tecnologia come quelle tra il cervello e le protesi o i sensori artificiali. I ricercatori dell’IIT per esempio, hanno contribuito alla creazione di un robot umanoide chiamato iCub prodotto durante una collaborazione nell’ambito dell’Unione Europea. Eppure Rasetti dice che lui e Raviola hanno concluso che c’è poca coordinazione tra le tre aree di ricerca e che gran parte della ricerca dell’IIT è al di fuori delle aree individuate nei progetti dell’istituto. Anche la struttura manageriale dell’IIT ha provocato delle perplessità. Il presidente dell’IIT, Vittorio Grilli, è il direttore generale del Tesoro. “Grilli ha il compito di dare i soldi alla stessa istituzione che presiede”, dice Rasetti. “Questo è inaccettabile”. L’IIT è anche stato criticato per aver scelto ricercatori famosi che per lo più lavorano altrove, le stesse accuse che sono state rivolte alla Cina (v. Science, 22 Sept 2006, p. 1721 ). “Questa situazione penalizza i giovani ricercatori [dell’IIT] che sono soli, senza alcuna guida. Penso che una persona non debba essere a capo di due gruppi di ricerca allo stesso tempo” dice Rasetti. “Per noi questo è un grosso problema. Questa situazione renderà difficile effettuare ricerche di alto livello all’IIT”». Tra gli elementi evidenziati dall’articolo: il prof. Grilli è contemporaneamente Direttore Generale del Tesoro, che è l’ente finanziatore di IIT, e anche Presidente di IIT, ente finanziato.
Nel novembre 2009 il deputato Bachelet chiede in un’interrogazione a risposta scritta (vedi Appendice 2) di sapere “quando e con quale modalità si intenda rendere pubblico il rapporto indipendente commissionato nel 2007 dal Ministro dell’economia e delle finanze Tommaso Padoa Schioppa, affinché Parlamento e contribuenti possano autonomamente valutare se la prosecuzione e anzi l’aumento straordinario dei finanziamenti pubblici stabilito con il decreto-legge sia o meno congruo con il contenuto di quel rapporto, allora fresco di stampa” [15].
Nel frattempo, nel 2008 il regolamento interno di IIT subisce una modifica e si stabilisce che il Comitato valutatore venga nominato dal Consiglio dell’IIT (del Consiglio con compiti di indirizzo ed approvazione delle principali strategie fanno parte 15 esponenti soprattutto del settore economico finanziario e industriale) e non debba più riferire al Ministero ma al Consiglio stesso.
Il Direttore scientifico di IIT riferisce a Science[16] quindi di due successive valutazioni lusinghiere condotte dal Comitato valutatore nominato da IIT (a dicembre 2008 e maggio 2009).
In contraddizione con i criteri di indipendenza, l’Ente assume un modello di valutazione “non esterna”, in cui cioè i membri valutatori sono direttamente nominati da IIT. Da quel momento, sarà il modello adottato da IIT che deciderà in autonomia la nomina del comitato (e della sua presidenza) che di volta in volta dovrà valutarlo e che introdurrà una procedura negoziale in cui gli organi di dirigenza della Fondazione rivedono il testo finale della valutazione con i membri del Comitato di valutazione. Ad una prima analisi, salvo in alcuni casi non è difficile riscontrare legami tra alcuni membri nominati nel Comitato di Valutazione e IIT.
15. IIT sembra agire come un’Agenzia di finanziamento
Proseguendo nelle attività di ricerca finanziate per decreto nel periodo 2004-2014 e nell’incertezza del suo quadro giuridico, l’Ente ha continuato a suscitare dubbi e critiche. Dal 2003, anno in cui è stato istituito, ad oggi, in Parlamento ci sono state otto interrogazioni, due ordini del giorno, un’interpellanza e una mozione, tutti critici sull’Istituto. A queste si aggiungono diversi interventi in Aula (vedasi Appendice 2). Tra le richieste degli atti di sindacato ispettivo si chiede spesso se il Governo “abbia approvato, formalmente o informalmente, la trasformazione dell’IIT in agenzia di finanziamento”. Cioè se negli anni IIT abbia svolto il ruolo di Agenzia per la ricerca, senza averne titolo e diritto.
Tra il 2009 e il 2014 l’IIT attua i cosiddetti “progetti SEED”, gestiti da IIT come ente finanziatore ed attuati da diverse Istituzioni di ricerca come enti destinatari del finanziamento. Come si apprende da fonti documentali[17], IIT attua con i progetti SEED un vero e proprio meccanismo selettivo, con bando, domanda di finanziamento da svariati soggetti interessati (234) e successiva selezione (37 i progetti che passano il vaglio). La procedura è illustrata dalle fonti: “La valutazione dei progetti è stata effettuata da una commissione di scienziati dedicati alle diverse piattaforme, costituita da circa quaranta ricercatori italiani e stranieri di grande esperienza internazionale, che ha suggerito di finanziare il top 15 per cento delle proposte”. Lo scopo è il seguente: “Attraverso il bando SEED l’IIT intende potenziare la collaborazione con i principali gruppi di ricerca che operano sul territorio nazionale finanziando progetti di ricerca con specifico riferimento a una o più tematiche sviluppate dalle sette piattaforme IIT nel piano strategico 2009-2011 (Robotica; Neuroscience; Drug Discovery, Development and Diagnostics; Environment, Health and Safety; Smart Materials; Energy; Computation)”. L’enunciazione programmatica è chiara.
15.1 L’Ente annovera pubblicazioni su tematiche “non proprie” attraverso l’acquisizione di affiliazioni
Dopo le critiche in merito, nel nuovo piano triennale 2009-2011 l’ente sembra decidere di “fare shopping” (nel senso di selezionare discrezionalmente e proporre il finanziamento ai partners di ricerca prescelti e con consolidate linee progettuali affini a IIT) di collaborazioni e pubblicazioni presso altri enti, di fatto utilizzando una parte delle risorse disponibili per rinforzare la sua produzione scientifica attraverso le acquisizioni di collaborazioni su temi già attivi in altri enti – e previsti nel piano IIT – e così aumentando la resa dei fondi pubblici ricevuti. Il 13 gennaio 2009 il Direttore di IIT rispondendo al direttore de “Le Scienze” dichiara[18]:
Direttore de Le Scienze: È plausibile ritenere che una parte delle pubblicazioni sottoscritte da IIT sia riferibile ai nove laboratori della rete, già esistenti e perfettamente avviati e produttivi?
Direttore di IIT: Assolutamente sì, come dicevo poc’anzi, uno degli scopi del network è proprio quello di contribuire alla produzione scientifica IIT nel periodo di Start Up”
In questi casi quindi IIT non pare sviluppare idee nuove perché utilizza i fondi pubblici per finanziare quelle di altri (nelle discipline previste per IIT). Tra le evidenze a sostegno di questo meccanismo vi è la difficoltà di riconoscere l’innovatività in alcuni progetti collaborativi stipulati con gli altri enti, a fronte della constatazione di un maggiore sviluppo delle linee di ricerca pre-esistenti che caratterizzano la storia scientifica degli enti e scienziati “esterni”. Inoltre, sebbene ulteriori e approfondite valutazioni siano necessarie per chiarire e fugare dubbi circa questi meccanismi, se si calcola ad esempio la percentuale di autori IIT nelle pubblicazioni 2015-2016 risulta che oltre il 60% delle pubblicazioni IIT vede un numero di autori IIT inferiori al 50%. La richiesta già del 2009 di Bachelet, e poi fra gli altri quella di Fassina e Gregori nel 2015[19] (Appendice 2 – IIT in Parlamento), di chiarimenti in sede parlamentare circa la trasformazione di IIT in agenzia di finanziamento alla ricerca (pur non avendone il mandato) appariva quindi motivata.
Si tratta del “coinvolgimento o finanziamento” a studiosi che avrebbero titolo per competere presso la fonte delle risorse pubbliche direttamente essendo loro gli ideatori della linea di ricerca, senza passare attraverso altri Enti intermediari.
I risultati della missione di IIT: il trasferimento tecnologico
In apertura dello Statuto di IIT, si legge: “La Fondazione ha lo scopo di promuovere lo sviluppo tecnologico del Paese e l’alta formazione tecnologica, in coerenza con gli indirizzi della politica scientifica e tecnologica nazionale, favorendo così lo sviluppo del sistema produttivo nazionale”. Ci si attenderebbe quindi che la ricerca e le conoscenze sviluppate dai ricercatori di IIT abbiano un forte impatto tecnologico, e che la proprietà intellettuale o almeno la paternità di questa tecnologia sia diffusa tra un notevole numero di inventori afferenti all’Istituto, attratti dall’ambiente propizio e stimolati a brevettare le proprie scoperte in maniera efficace e competitiva e che tutto ciò comporti un’attrattività per il comparto industriale italiano e internazionale.
Per quel che riguarda il numero di brevetti di IIT, va precisato che, sebbene più volte sia stato riportato che IIT detiene oltre 300 brevetti, nella realtà si tratta in misura molto significativa di domande di brevetto, depositate a fronte di un semplice pagamento annuale e che non ha valore di protezione della proprietà intellettuale fino al momento del rilascio del corrispondente brevetto (quindi trattasi di potenziali brevetti, finché non sono approvati dagli esaminatori internazionali). Inoltre, è possibile desumere dall’analisi di tutti i dati riportati nel sito IIT che tali domande coprono al più 180 invenzioni indipendenti (perché ogni invenzione può essere coperta da diverse domande di brevetto, per esempio in diversi paesi).
Per quel che riguarda gli inventori dei brevetti e delle domande di IIT, se consideriamo ciò che è stato pubblicato nel periodo 2013-2015 (ultimo triennio, dati EspaceNet) risulta che un numero limitato di inventori IIT ricorre in grandissima parte delle domande depositate. Alcuni individui risultano inventori anche di una trentina di domande in trenta mesi, il che equivale ad immaginare che in IIT vi siano inventori estremamente dotati, a fronte di una gran parte dei ricercatori che al contrario faticano a produrre qualcosa che abbia valore di proprietà intellettuale oppure non sono valorizzati sufficientemente dall’Ente[20].
Peraltro, l’attività brevettuale di IIT esplode proprio nel triennio considerato, durante il quale sono depositate più domande di brevetto che in tutto il periodo precedente (dalla nascita di IIT al 2012), ma i nominativi che risultano inventori più frequentemente sono presenti fin dalla nascita di IIT e le idee brevettate non sono in sostanziale discontinuità con quanto pubblicato in articoli scientifici fin dalla fondazione di IIT. Sembra dunque che vi sia un’improvvisa “impennata nei brevetti”, che porta un numero limitato di persone in posizione apicale all’interno di IIT ad estendere un gran numero di domande di brevetto. E’ necessario chiarire se questo incremento concentrato possa essere volto a rispondere a potenziali critiche circa la resa delle attività di trasferimento tecnologico dell’Istituto.
Per quel che riguarda la resa del trasferimento tecnologico ci si può poi porre la domanda più importante, e cioè quanta parte della proprietà intellettuale di IIT sia stata effettivamente trasferita sul mercato. Per rispondere, si consideri che nel periodo considerato, sono solo quattro le aziende (la maggior parte di piccole dimensioni) che detengono diritti per sei domande di IIT e cioè: Naicons, 2; Orange, 2; Microelectronics, 1; B & A Therapeutics, 1.
16.2 Start up, robot, valore generato
Ad oggi IIT risulta aver costituito o stare per costituire meno di una quindicina di aziende di start-up, mentre non risultano spin-off costituite autonomamente dagli stessi ricercatori. In particolare, prima che nel 2015 IIT fosse autorizzato a partecipare al capitale di aziende start-up, nessuno sembra essersi assunto autonomamente il rischio di sviluppare la tecnologia IIT in aziende esterne all’Istituto; questo può rappresentare un indicatore di scarsa attrattività economica o immaturità delle tecnologie sviluppate, a meno di non pensare che IIT, contravvenendo alla sua missione istituzionale, non abbia impedito fattivamente questo processo prima del 2015.
Relativamente alla robotica, IIT acquisisce fin dalla sua formazione competenze nel settore della robotica umanoide. Tali competenze vengono valorizzate attraverso un’imponente campagna di comunicazione volta a mostrare il robot bambino iCub. Sono molti i dubbi nel campo circa il valore incrementale di ICub in termini scientifici e di tecnologia, di innovazione, utilità sociale e possibile ritorno economico rispetto a quanto già disponibile nel mondo da decenni. Mancano infatti studi comparativi, confronti diretti o semplici documenti che illustrino le differenze, lo sviluppo tecnologico e i vantaggi di iCub rispetto ad altre simili robot umanoidi sviluppati nel mondo (spesso confrontati direttamente in appositi eventi internazionali). Inoltre, i costi proibitivi di iCub (rimasti tali nonostante da almeno 10 anni si sostenga che presto scenderanno) rendono difficile ipotizzare una reale strategia di mercato per il robot, che infatti risulta sostanzialmente prodotto in poche decine di esemplari, anche perché vaghe sono le applicazioni identificate. La comunicazione IIT su iCub sembra spostare sempre in avanti gli obiettivi da realizzare, come ad esempio nel caso del raggiungimento di target numerici di esemplari realizzati e venduti (finalità dichiarate fin dal primo sviluppo del progetto robot-Cub). Anche in riferimento ad altri robot a quattro gambe di IIT non è chiaro il loro vantaggio comparativo rispetto ai già esistenti. Essendo questo uno degli ambiti di punta dell’Ente, in questo specifico settore sarebbe necessaria una analisi comparativa condotta da esperti del settore per valutare l’utilità delle proposte e la reale possibilità di vendita e ricaduta economica dell’investimento pubblico.
Un ultimo parametro da valutare per comprendere quale sia la reale attrattiva di IIT nei confronti delle industrie è la stima del valore economico generato annualmente da collaborazioni con aziende esterne. Riguardo tale valore, per il 2013, la Corte dei Conti rileva: “Con riguardo alla collaborazione con il mondo industriale, l’Istituto ha acquisito 43 nuovi contratti, per un controvalore complessivo di 2,8 milioni cui deve essere aggiunto il valore della strumentazione dell’Istituto utilizzata per lo svolgimento dei progetti, stimata in 500 mila euro.”
Per il 2013, il fatturato industriale realizzato equivale perciò a circa il 2.5% del finanziamento ricevuto, da paragonare alla missione prevista per IIT inizialmente (in cui una sostanziale quota del suo budget avrebbe dovuto derivare dalla valorizzazione del trasferimento tecnologico). Per capire quanto sia esigua la cifra di 2,8 milioni, basti pensare a quante singole attività produttive potrebbero realizzare una cifra paragonabile senza che lo Stato debba investire 100 milioni.
Da quanto si apprende dal sito dell’Ente e dalla stampa, ad oggi i fondi derivati da ritorni di sviluppo industriale ammontano a solo 15 milioni a fronte del miliardo di euro erogato dallo Stato (il sito web sembra segnalare 15 milioni di euro in fondi industriali per il 2015: l’informazione è presumibilmente errata trattandosi – si presume dalle fonti di stampa non smentite- di cifra cumulativa negli anni).
16.3 I grants competitivi vinti e il ritorno economico industriale per IIT
Per quanto riguarda i grants (nazionali e internazionali) vinti da IIT nell’ambito di bandi competitivi, il sito web dell’ente indica 130 milioni di euro vinti in 10 anni (110 milioni secondo la versione italiana del sito e 130 milioni per il solo 2015 secondo i grafici – si presume errati – presentati sul sito alla stessa pagina). Il solo piccolo laboratorio che dirigo in una Università pubblica (la Statale di Milano), oberato di lacci, burocrazia, molta didattica e un forte impegno nella formazione dei giovani laureandi, e composto in media da 12-14 unità di personale tra le quali molti neolaureati e poche persone senior (non disponendo di fondi per reclutare personale), competendo nel mondo per vincere i finanziamenti per studiare una malattia neurologica, in 16 anni ha raccolto 17.5 milioni di finanziamenti.
Sempre al sito web di IIT si apprende di 130 progetti europei vinti dall’Ente nei 10 anni. In analogia con le considerazioni precedenti, nello stesso periodo il laboratorio della sottoscritta ne conta 11 (di cui due come Coordinatore).
A controprova della qualità del lavoro svolto in molte università, sempre al sito web di IIT si apprende di 11 grants ERC (European Research Council) vinti per IIT con 1500 unità di personale (oggi presenti). Nel dipartimento di Bioscienze della Statale di Milano (di cui sono parte), che ha circa 300 unità di personale, sono presenti 4 ERC.
L’impatto delle pubblicazioni scientifiche di IIT
Seppure secondaria rispetto al mandato principale di IIT di sviluppo tecnologico, la ricerca scientifica prodotta dall’Istituto è stata spesso proposta come elemento di eccellenza, come a dimostrare la validità del “modello IIT”. L’analisi della produttività scientifica – sulla base di quanto ritrovabile pubblicamente sul sito dell’Ente e sui motori di ricerca, analisi che non è mai scevra da problemi non essendo semplice comparare gli enti – indica semplicemente che IIT ha, come molti altri enti pubblici, non solo italiani, punti di forza e punti deboli.
17.1 Le pubblicazioni scientifiche di IIT
Valutazioni approfondite e terze sarebbero necessarie per valutare l’Ente anche sotto il profilo della produzione scientifica. Le aree di ricerca storiche e tradizionali di IIT, che si integrano maggiormente nella missione “tecnologica” dell’Istituto, sono rappresentate dalla robotica e dalle nanotecnologie. La progettazione di robot è un elemento caratterizzante di IIT. Tuttavia, come osservato nel paragrafo 16, si rende necessaria una valutazione approfondita e soprattutto comparativa dei robot e delle proposte di IIT verso la gamma di robot presenti e in sviluppo nel mondo, progettati per esser utili in vari ambiti. A tale proposito si rinvia alle valutazioni di esperti qualificati identificabili in Italia e all’estero. Il campo delle nanotecnologie e dello sviluppo di materiali per la costruzione di nanovettori è sicuramente il campo di eccellenza per l’Istituto.Nell’ambito delle scienze della vita, IIT invece non sembra avere avuto progettualità distintive e unicità in ambito internazionale. Soprattutto, nella parametrizzazione delle pubblicazioni dell’Ente occorre segnalare che, soprattutto in alcuni ambiti (come scienze della vita) esso sembra applicare un modello di “acquisizione di collaborazioni”, ad esempio tramite la localizzazione di personale pagato da IIT presso spazi e progettualità prescelte in enti esterni, in base alla loro performance e localizzazione, oppure attraverso la costituzione di laboratori esterni congiunti dove di fatto i fondi IIT vengono esternalizzati per sostenere, anche con milioni di euro, le tematiche e le idee già in corso in quegli enti esterni. L’Ente “ospitante” diventa quindi oggetto del finanziamento (sotto diversa forma) IIT, lo studioso acquisisce l’affiliazione a IIT e così le pubblicazioni, che vengono parametrate di conseguenza. Un meccanismo che richiede verifiche per comprendere quanto vicino l’Ente sia al funzionamento da “Agenzia”, come richiamato precedentemente e in diversi atti parlamentari. In tal modo IIT può acquisire idee e pubblicazioni “altrui” e determinare l’aumento delle sue pubblicazioni. Disponendo di ingenti fondi pubblici impegnabili questo meccanismo può non risultare secondario nel computo del valore dell’Ente.
A dimostrazione di questo particolare meccanismo, si nota come ci si trovi di fronte a diverse pubblicazioni scientifiche che presentano un solo nome di ricercatore IIT in lavori che sono a larga prevalenza originati e condotti da ricercatori di altri gruppi. La cosa è evidente se si analizza la distribuzione del numero di autori IIT per articolo cioè se si misura quanti autori IIT sono presenti in ogni articolo elencato sul sito IIT. Se si considera il periodo da gennaio 2015 ad aprile 2016 (vedasi Figura 1 riportata in Appendice 1), quindi 1015 articoli pubblicati, si nota che, per oltre un articolo su tre (348 lavori), è presente un solo autore affiliato a IIT (di questi, 12 articoli sono mono-autore e quindi è normale che contengano un solo autore con affiliazione IIT e per altri 18 lavori sono presenti un autore IIT ed un secondo autore di altra affiliazione (articoli con due autori in tutto). Togliendo questi se ne deduce che per gli altri 318 lavori che presentano una sola affiliazione IIT il contributo complessivo di tale ente alla ricerca descritta nei lavori in questione è “minimale”. In queste pubblicazioni l’Ente IIT e il gruppo di ricerca dell’Ente IIT (rappresentato da un solo studioso) avrebbe cioè una partecipazione trascurabile.
In alcuni settori i programmi di ricerca di IIT non sono caratterizzanti poiché sembrano quelli già predisposti e che già caratterizzavano i senior Principal Investigator “cooptati” con varie forme
17.2 L’impatto della ricerca di IIT
Per misurare l’impatto della ricerca di qualunque Istituzione ci si riferisce a due tipi di grandezze, ottenute a partire dagli articoli scientifici pubblicati da tale ente: (a) grandezze in grado di cogliere la qualità della ricerca pubblicata, in genere considerate per ciascun settore scientifico e basate su un paragone tra il numero di citazioni ricevute dall’istituzione in analisi e il numero ricevuto da istituzioni concorrenti nello stesso settore, nello stesso Paese e negli stessi anni; (b) grandezze riferite alla quantità di pubblicazioni per settore scientifico in un certo periodo e in confronto ad istituzioni concorrenti.
Al netto dell’analisi, vi possono essere diverse situazioni possibili. Per esempio, rispetto ai concorrenti un ente può produrre molti lavori scientifici, ma avere una bassa qualità media; oppure può produrre poco, ma avere un’alta qualità di pubblicazione; o infine può produrre molte pubblicazioni, tutte di buona qualità.
Allo scopo di svolgere un confronto con IIT nelle discipline afferenti alle scienze della vita, scelte come uno dei temi principali di HT, si sono scelti i soggetti giuridici indicati in Appendice 1 – Figura 2 che risultano condurre attività di ricerca in Italia e per misurare la qualità delle pubblicazioni si è usato l’indicatore SciVal FWCI (Field Weighted Citation Index) che compara l’impatto citazionale medio di un’istituzione rispetto al valore medio mondiale per settore, anno e tipologia di pubblicazione.
L’indice FWCI è utilizzato anche da IIT quando si paragona al MIT evidenziando di avere gli stessi indici di performance. Tuttavia, secondo gli stessi dati comunicati da IIT alla testata online Scienza in Rete: (a) IIT risulta avere nel 2014 un FWCI pari a 2.06, il MIT a 2.45. La differenza è di quasi il 20% di citazioni in più per ogni articolo MIT (quindi considerando anche gli articoli più scarsi). Inoltre, (b) la composizione di autori negli articoli MIT vede quasi sempre maggioritari gli autori afferenti al MIT stesso, mentre lo stesso non si può osservare nel caso di IIT. Questo lascerebbe intendere che IIT benefici di un“effetto traino” di selezionate istituzioni (vedasi paragrafo 16) ad alto FWCI (tra cui lo stesso MIT e Harvard) così incrementando il proprio indice FWCI, senza che automaticamente ciò possa significare un contributo fondamentale alle ricerche discusse nelle pubblicazioni[21].
Se si utilizza lo stesso indice FWCI per aree disciplinari, IIT risulta al di sotto di diverse istituzioni anche italiane in aree cruciali per HT quali “biochimica e biologia molecolare” oppure “medicina”. Nonostante la parametrizzazione e l’impiego di metriche per stabilire il ranking degli enti richieda cautela e approfondite analisi, un ente che primeggia dovrebbe mantenersi nelle primissime posizioni in tutte o molte delle metriche utilizzate, soprattutto nel caso di utilizzo degli stessi indici (FWCI in questo caso). Considerando il periodo 2010-2015, si osserva in Figura 2 (Appendice 1) che IIT è vicino ai valori medi per l’Italia nelle due aree disciplinari considerate (1.69 per biologia e genetica 1.82 per la medicina, calcolando la media su tutti gli istituti considerati in premessa). Paragonando il numero di citazioni ottenute da IIT a quelle di altre istituzioni con competenze sulle stesse materie, IIT arriva al settimo posto, dopo lo Spallanzani di Roma, gli Ospedali riuniti di Bergamo, il Campus Biomedico di Roma e dopo il San Raffaele di Milano.
Discorso un po’ più approfondito meritano le aree core di IIT, cioè Ingegneria e Fisica. Allo scopo di presentare un confronto con IIT nelle discipline afferenti all’Ingegneria e alla Fisica, si sono identificati i soggetti giuridici indicati in figura 3 e 4 (Appendice 1) che risultano condurre attività di ricerca in Italia. I risultati per Ingegneria nel periodo 2006-2014, sono riportati in Figura 3. Oltre al già citato indicatore di qualità della ricerca (FWCI), la figura riporta anche due indicatori quantitativi, vale a dire la produzione di articoli nel 10% più citato al mondo (per ogni anno e per la materia considerata) e la produzione totale di articoli per la materia considerata. Per quel che riguarda l’area della fisica la Figura 4 riporta gli stessi indicatori. Per Ingegneria e Fisica, nel confronto con altri soggetti giuridici che conducono attività di ricerca in Italia, IIT risulta avere una produzione di eccellente qualità, ma di limitato impatto quantitativo. Siamo quindi nello scenario “pochi e buoni”. Ad esempio, nel periodo 2006-2014, se si considera la produzione totale di articoli per entrambe le materie, IIT arriva dopo il Politecnico di Milano, quello di Torino e di Bari, dopo l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, dopo le Università di Bologna, Padova, Pavia e Milano.
Queste analisi portano a concludere che la parametrizzazione degli indici di produttività di un Ente è complessa e richiede numerose analisi e che da quanto fino ad ora elaborato, anche considerando i vari meccanismi operativi qui descritti per quanto riguarda le pubblicazioni, IIT (come la maggior parte degli enti di ricerca in Italia) presenta una produzione scientifica eccellente in alcuni settori e normale o debole in altri, senza che nel complesso possa definirsi come migliore o peggiore di molte università o istituti di ricerca pubblici o privati.
[1] http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/140005.pdf
[2] http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/01/06/expo-la-regia-del-dopo-allistituto-italiano-di-tecnologia-che-non-riesce-a-spendere-il-miliardo-gia-avuto-dallo-stato/2350927/
[3] IIT si riferisce infatti a sé stesso come ad una struttura aziendale. Per esempio, si legge nel regolamento per la sicurezza che IIT “Si impegna, inoltre ad organizzare tutta la struttura aziendale: Datore di lavoro, Direttori di Unità, Dirigenti, Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione (RSPP), Preposti, Addetti alla sicurezza, Personale dipendente, Ricercatori, Distaccati, Associati, Affiliati, Visitatori in modo tale che tutti siano partecipi, secondo le proprie responsabilità e competenze, per raggiungere gli obiettivi di sicurezza assegnati.”
[4] https://it.wikipedia.org/wiki/Istituto_italiano_di_tecnologia
[5] http://www.corriere.it/Primo_Piano/Cronache/2003/11_Novembre/04/rubbia.shtml
[6] M.Hack, “Pan di Stelle. Il mondo come io lo vedo. La Scienza, la Politica, la Vita. Scritti 1996-2013”, Sperling & Kupfer, 2014, prefazione di U. Veronesi
[7]http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/sez_controllo_enti/2011/delibera_11_2011.pdf
[8] http://www.roars.it/online/wp-content/uploads/2015/12/delibera_44_2012-relazione-corte-dei-conti-su-IIT-anno-2010.pdf
[9] Alla fine di dicembre 2014, l’Autorità nazionale anticorruzione (A.N.AC.) e il Ministero dell’Economia e delle finanze (MEF) hanno approvato un documento, pubblicato sui rispettivi siti istituzionali, in cui sono stati tracciati i principali indirizzi a cui si attengono le presenti Linee guida e la direttiva del MEF nei confronti delle proprie società controllate e partecipate. Detti indirizzi sono stati anche oggetto di un seminario pubblico che si è svolto il 4 marzo 2015 presso il MEF e a cui sono stati invitati i rappresentanti degli uffici legali e i Responsabili della prevenzione della corruzione delle società partecipate e controllate dal MEF.
[10] http://ec.europa.eu/euraxess/index.cfm/rights/singleNews/1851
[11] pag.14 del rapporto pubblicato al seguente link http://ec.europa.eu/euraxess/pdf/research_policies/OTM-R-finaldoc.pdf
[12] http://science.sciencemag.org/content/352/6284/422.1?utm_campaign=toc_sci-mag_2016-04-21&et_rid=17096583&et_cid=434140
[13] https://www.iit.it/careers/tenure-track-results
[14] Margottini, L. Europe. Italy’s MIT grows, and so does controversy over it. Science 324, 1502 (2009).
[15] http://aic.camera.it/aic/scheda.html?core=aic&numero=5/02115&ramo=CAMERA&leg=16&testo=5%20IIT%204%202%209
[16] http://web.mit.edu/bcs/bizzilab/publications/cingolani2009.pdf
[17] Ad esempio, per un progetto finanziato a Cagliari: http://www.unica.it/pub/7/show.jsp?id=10513&iso=96&is=7
[18] http://cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/01/13/istituto-italiano-di-tecnologia-dieci-risposte/
[19] http://parlamento17.openpolis.it/atto/documento/id/159919
[20] In alternativa, bisognerebbe dedurre che alcune particolari invenzioni siano coperte da un gran numero di domande di brevetto, depositate per esempio in paesi diversi. Il che equivale ad ammettere uno scarso output in termini di innovazione tecnologica, limitato a poche invenzioni coperte poi da tante domande di brevetto (non valorizzabili singolarmente).
[21]Questo preciso effetto è discusso per esempio nel seguente paper: http://www.issi2015.org/files/downloads/all-papers/0278.pdf
luca seravalli 24 Maggio 2016 at 15:09
Vorrei ringraziare la senatrice Cattaneo per il grande lavoro svolto nel preparare questo importante documento.
A mio parere è molto utile per chiarire alcuni aspetti dell’IIT che rendono davvero perplessi come l’accantonamento finanziario di risorse destinate al finanziamento della ricerca. E questo proprio in un periodo in cui le risorse per i ricercatori sono sempre più scarse….
E’ anche da notare come l’IIT agisca come Agenzia per la Ricerca: una dimostrazione chiara di quanto ci sia bisogno di una struttura di questo tipo in Italia – però fatta bene!