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Timestamp: 2020-05-29 19:05:30+00:00
Document Index: 142552891

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 295', 'art. 295', 'sentenza ', 'art. 337', 'art. 295', 'art. 1', 'art. 39', 'art.39', 'art. 295', 'art. 295', 'art. 39', 'art. 39', 'art. 20', 'art. 39', 'art. 20', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 654', 'sentenza ', 'art. 654', 'art.7', 'art. 192', 'sentenza ', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 425', 'sentenza ', 'art. 57', 'art. 58', 'art. 63', 'art. 33', 'art. 329', 'art. 270', 'art.59', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 673', 'art. 2', 'art. 673', 'art.10', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 673', 'art. 2', 'sentenza ']

â€œRapporti tra il processo penale e il processo tributarioâ€ - Legali.com
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martedì 27 febbraio 2018, di Maurizio Villani
1.	Inammissibile la richiesta di pregiudiziale penale nel processo tributario.
2.	Lâ€™efficacia della sentenza penale nel processo tributario e lâ€™autonoma valutazione degli elementi probatori.
Eâ€™ opportuno verificare se possa trovare applicazione nel giudizio tributario lâ€™articolo 295 c.p.c. che prevede la sospensione necessaria del giudizio in ogni caso in cui il giudice stesso o altro giudice deve risolvere una controversia, dalla cui definizione dipende la decisione della causa, qualora sia pendente procedimento penale avente carattere pregiudiziale rispetto allâ€™oggetto del giudizio tributario.
Lâ€™art. 295 c.p.c. prevede la sospensione necessaria del processo qualora, dinanzi allo stesso o ad altro giudice, penda una controversia dalla quale dipenda la decisione della causa .
b) necessitÃ che i fatti siano conosciuti e giudicati secondo diritto allo stesso modo;
c ) stato di incertezza del giudizio derivante dai fatti in cui versa, poichÃ© controversi tra le parti.
La Suprema Corte limita il campo di applicazione dellâ€™art. 295 c.p.c. al solo spazio temporale della contemporanea pendenza dei due giudizi in primo grado, senza che quello pregiudicante sia stato ancora deciso
La presenza di tali requisiti, tali da giustificare la necessitÃ della sospensione del giudizio dipendente, cessa quando nel processo sulla causa pregiudicante sia sopravvenuta la decisione di primo grado, non essendo allâ€™occorrenza necessario che tale decisione passi in giudicato( Cass. S.U., 19.06.2012 nÂ° 10027 )
Ne consegue che, â€œquando tra due giudizi esista rapporto di pregiudizialitÃ , e quello pregiudicante sia stato definito con sentenza non passata in giudicato, Ã¨ possibile la sospensione del giudizio pregiudicato soltanto ai sensi dellâ€™art. 337 cod. proc. civ.â€ (Cass. , S.U. , 19.06.2012 nÂ° 10027 Cass. civ., sez. III, ord. 29 agosto 2008 n. 21924).
Nel processo tributario, trovano applicazione sia lâ€™art. 295 c.p.c. , nei limiti di cui allâ€™art. 1, comma 2, D.lgs 546/92, sia l’art. 39 del d.lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, che limita i casi di sospensione del giudizio all’eventualitÃ che sia presentata querela di falso o debba essere decisa in via pregiudiziale una questione sullo stato o la capacitÃ delle persone; lâ€™art.39 predetto regola unicamente i rapporti esterni, ovvero sia i rapporti tra processo tributario e processi non tributari, e non anche i rapporti interni fra processi tributari, per i quali valgono le disposizioni del codice di procedura civile, tra cui il disposto dell’art. 295 c.p.c.
Occorre, al riguardo, accertare se sussiste una delle condizioni che giustificano la sospensione necessaria del processo, al fine di verificare lâ€™applicabilitÃ della disposizione di cui all’art. 295 c.p.c., e cioÃ¨ la sussistenza di un giudizio pregiudiziale â€œdalla cui definizione dipende la decisione della causaâ€ .
Deve, cioÃ¨, trattarsi non solo di un giudizio pregiudiziale in senso logico-giuridico, ma occorre anche un vincolo di â€œnecessarietÃ â€ , individuabile nella assoluta e imprescindibile rilevanza della causa pregiudiziale nel giudizio da sospendere, nel senso che dalla definizione del giudizio penale deve dipendere la decisione della causa tributaria.
Va, quindi, escluso il rapporto di dipendenza â€œnecessariaâ€ tra causa penale pregiudiziale e giudizio tributario; per tale motivo, si ritiene che non sia ammissibile la sospensione del giudizio, in caso di pendenza di giudizio penale pregiudiziale sugli stessi fatti.
A tal proposito, la Corte Costituzionale, nelle occasioni in cui si Ã¨ pronunciata in termini dâ€™illegittimitÃ della c.d. pregiudiziale tributaria al processo penale, ha censurato non lâ€™istituto in sÃ©, ma la sua previsione senza alcuna valida giustificazione.
Con la legge n. 516/1982 il legislatore ha colto lâ€™occasione per svincolare il processo penale dai tempi dellâ€™accertamento amministrativo e del processo tributario per consentire uno sviluppo in autonomia delle rispettive procedure, accettando anche lâ€™eventualitÃ di un contrasto di epiloghi, pur di evitare un ritardo nella repressione penale.
Pertanto, la regola secondo cui il processo tributario inizia, prosegue e si conclude anche in pendenza del procedimento penale comporta, di conseguenza, che il processo tributario Ã¨ autonomo da quello penale e tale autonomia toglie senso, sia al fatto che un tipo di processo debba attendere lâ€™esito dellâ€™altro, sia che lâ€™esito finale di un processo vincoli ad analogo esito quello ancora non conclusosi.
Sul punto, Ã¨ intervenuta la Corte Costituzionale con diverse pronunce nelle quali ha escluso che lâ€™accertamento dellâ€™imposta, divenuto definitivo in conseguenza della decisione di una Commissione Tributaria, vincoli il giudice penale;con queste decisioni la Consulta ha rafforzato ulteriormente lâ€™obiettivo che si poneva il codice penale del 1988, che mirava a evitare i contrasti tra giudicati attraverso lâ€™introduzione del principio generale della separazione tra azione penale, civile e amministrativa e dellâ€™autonomia dei rispettivi procedimenti (Corte Cost, 19 gennaio 1993, n.5).
Il quadro normativo, caratterizzato dalla coincidenza tra la lex generalis (codice di rito penale) e la lex specialis ( legge n. 516/1982), trova altresÃ¬ conferma nel Dlgs n. 546/1992, il cui art. 39 prevede, tra le cause di sospensione del processo tributario, quella della presentazione di una â€œquerela di falsoâ€ .
Il giudice a quo (Commissione Tributaria Provinciale di Napoli) solleva la questione di legittimitÃ costituzionale di predetta norma affermando che, mentre prevede taluni casi di sospensione del processo tributario per pregiudiziale non penale, esclude la sospensione del processo tributario per pregiudiziale penale e, sotto tale profilo, pone i presupposti per la violazione dei diritti costituzionali del contribuente/imputato nei casi in cui costui dovrebbe esibire in sede tributaria documenti utili per la difesa, ma non puÃ² esibirli perchÃ© oggetto di sequestro in sede penale.
Per tale motivo, a parere del giudice a quo, la scelta legislativa dellâ€™esclusione di sospensione del processo tributario in attesa dellâ€™esito del giudizio penale, dovrebbe essere attenuata con la previsione di una sospensione facoltativa del processo tributario per pregiudiziale penale, ove addirittura non si ritenga opportuno â€œobbligare la Commissione Tributaria, davanti alla quale pende il ricorso [â€¦], a sospendere il processo sino allâ€™esito del giudizio penale, anche al di lÃ dei casi tassativamente previsti dalla legge, nellâ€™ipotesi in cui si verifichino situazioni processuali analoghe a quella di cui al giudizio de quoâ€ .
In conclusione, il giudice rimettente chiede al Giudice delle Leggi dâ€™intervenire sul sistema dei rapporti tra processo tributario e processo penale, sostituendo al difetto della pregiudiziale tributaria al processo penale la previsione di una pregiudiziale (se non obbligatoria, almeno facoltativa) penale al processo tributario.
La Corte Costituzionale ha dichiarato inammissibile la censura di incostituzionalitÃ dellâ€™art. 39 D.L.gs n. 546/92, stante la reciproca autonomia del processo penale e del processo tributario (Corte Costituzionale, ord. 24.11.2010,n. 335).
In primo luogo, la Consulta mette in evidenza il fatto che se si vuole censurare la vigente disciplina deiâ€œ rapporti tra procedimento penale e processo tributarioâ€ , occorre fare riferimento allâ€™art. 20 Dlgs n.74/ 2000 che dispone: â€œil procedimento amministrativo di accertamento e il processo tributario non possono essere sospesi per la pendenza del procedimento penale avente a oggetto i medesimi fatti o fatti dal cui accertamento comunque dipende la relativa definizioneâ€ .
La Corte Costituzionale, inoltre, ammonisce il giudice a quo precisando che la disciplina normativa menzionata fa riferimento a tuttâ€™altre ipotesi di sospensione (art. 39 Dlgs n.546/1992), compiendo un errore materiale che dimostra un non chiarezza sulla normativa da parte del giudice a quo.
Infatti, anche qualora fosse rimossa la norma denunciata con una declaratoria dâ€™illegittimitÃ costituzionale, rimarrebbe lâ€™art. 20 del Dlgs n. 74/2000 a vietare la sospensione del processo tributario per pendenza del procedimento penale, cosicchÃ© la pronuncia richiesta sarebbe inutiliter data.
Il Giudice delle Leggi continua dicendo che la declaratoria dâ€™illegittimitÃ Ã¨ lâ€™extrema ratio per tutelare i valori costituzionali compromessi, ma Ã¨ compito del giudice a quo verificare se non ci siano soluzioni diverse, allo stesso modo percorribili, che possano tutelare predetti diritti.
Infatti, tale risultato puÃ² essere conseguito applicando lâ€™art. 7 del Dlgs n.546/1992, che attribuisce alla Commissione Tributaria, ai fini istruttori, facoltÃ di accesso, di richiesta di dati, dâ€™informazioni e di chiarimenti.
La Consulta ha ravvisato il difetto di motivazione sulla questione di legittimitÃ sollevata dal giudice a quo, poichÃ© questâ€™ultimo non ha neppure affermato di aver avanzato richiesta di dati allâ€™autoritÃ giudiziaria penale procedente e di aver ottenuto un rifiuto o una non risposta.
La sentenza della Suprema Corte, la n. 9442/2017 ribadisce le argomentazioni giÃ sostenute, in sede rescindente, dal precedente arresto della stessa Corte(Cass.n. 25102/2008) e scaturisce dallâ€™impugnazione del giudice di secondo grado, effettuata in sede rescissoria.
Predetta sentenza si caratterizza per lâ€™assenza di unâ€™autonoma riflessione sulla fondamentale tematica degli effetti che producono nel processo tributario, sia delle sentenze penali irrevocabili, sia delle prove acquisite nel processo penale e ritualmente prodotte innanzi al giudice tributario.
La Corte di Cassazione afferma che il giudice Ã¨ tenuto a valutare predette sentenze passate in giudicato, nonchÃ© le prove raccolte in sede penale, secondo il suo prudente apprezzamento, in assenza di una pregiudiziale tributaria e di unâ€™automatica efficacia di queste prove sul versante del processo tributario. Di tale argomentazioni seguite dal Supremo Consesso si darÃ conto di seguito.
Nella sentenza n. 9442/2017, come anzidetto, la giurisprudenza di legittimitÃ fa proprio il precedente giurisprudenziale espresso nella sentenza n. 25102/2008, nella quale si afferma che il giudice tributario deve valutare autonomamente la sentenza penale e puÃ² fondare il suo convincimento anche sulle prove acquisite nel processo penale â€œsecondo le regole proprie della distribuzione dellâ€™onere della prova nel giudizio tributarioâ€ , con un prudente apprezzamento â€œdegli elementi probatori acquisiti nel processo penale, i quali possono, quantomeno, costituire fonte legittima di prova presuntivaâ€ .
La sentenza in esame non si discosta dalle argomentazioni contenute nella precedente sentenza, la n. 25102/2008, non fornisce alcun valore aggiunto ma si pone in linea di continuitÃ rispetto alla giurisprudenza di legittimitÃ consolidata.
A questo punto, occorre fare chiarezza su quanto espresso dalla Suprema Corte in riferimento allâ€™efficacia della sentenza penale nel processo tributario e alla valutazione degli elementi probatori.
Con riferimento allâ€™insussistenza di unâ€™efficacia vincolante della sentenza penale definitiva, sia essa di condanna o di assoluzione, Ã¨ opportuno esaminare lâ€™art. 654 c.p.p. che sottopone tale efficacia vincolante a molteplici requisiti.
Da ciÃ² ne discende che predetta sentenza puÃ² produrre un effetto vincolante nel processo tributario solo qualora lâ€™Amministrazione Finanziaria si sia costituita o sia intervenuta nel processo penale, in qualitÃ di parte civile.
Sotto un altro profilo, invece, lâ€™efficacia vincolante del giudicato penale Ã¨ subordinata alla pronuncia in seguito al dibattimento.
In ultimo, occorre rilevare che il sistema dellâ€™istruzione probatoria Ã¨ differente nei due predetti processi e ciÃ² osta allâ€™efficacia vincolante del giudicato ex art. 654 c.p.p. Eâ€™ noto, infatti, che nel processo tributario non sono ammessi, alla luce dellâ€™art.7 c.4 del Dlgs n. 546/1992, il giuramento e la prova testimoniale tipica; per di piÃ¹, gli Uffici tributari possono legittimamente avvalersi in alcuni casi delle presunzioni, anche se non sono connotate dai requisiti di gravitÃ , precisione e concordanza.
Dallâ€™altra parte, nel processo penale, gli indizi dai quali si desume â€œlâ€™esistenza di un fattoâ€ devono essere gravi, precisi e concordanti (art. 192 comma c.p.p.).
Pertanto, il Giudice Tributario non puÃ² limitarsi a rilevare l’esistenza di una sentenza definitiva in materia di reati tributari, estendendone automaticamente gli effetti con riguardo all’azione accertatrice del singolo ufficio tributario, ma, nell’esercizio dei propri autonomi poteri di valutazione della condotta delle parti e del materiale probatorio acquisito agli atti (art. 116 c.p.c) deve, in ogni caso, verificarne la rilevanza nell’ambito specifico in cui esso Ã¨ destinato ad operare.
Nel processo tributario il giudice puÃ² legittimamente fondare il proprio convincimento anche sulle prove acquisite nel giudizio penale e anche nel caso in cui questo sia stato definito con una pronuncia non avente efficacia di "giudicato opponibile" in sede giurisdizionale diversa da quella penale, purchÃ© proceda ad una propria ed autonoma valutazione, secondo le regole proprie della distribuzione dell’onere della prova nel giudizio tributario, degli elementi probatori acquisiti nel processo penale, i quali possono, quantomeno, costituire fonte legittima di prova presuntiva.
Diverse sono state le pronunce della giurisprudenza di legittimitÃ in merito allâ€™utilizzabilitÃ nel processo tributario delle prove acquisiste nel giudizio penale.
Secondo la Suprema Corte, il Giudice Tributario non puÃ² negare in linea di principio che l’accertamento contenuto in una sentenza di proscioglimento pronunciata ai sensi dell’art. 425 c.p.p. possa costituire fonte di prova presuntiva, ma deve previamente compiere una sua autonoma valutazione degli elementi acquisiti in sede penale (Cass. 2/12/2002, n. 17037).
Inoltre, la parte anche in appello puÃ² produrre una sentenza penale diretta a provare la fondatezza della propria tesi difensiva, sostenuta sin dal ricorso introduttivo del giudizio, non incorrendo nel divieto di eccezioni nuove, di cui all’art. 57 del d.lgs. n. 546 del 1992; infatti, trattandosi di allegazione di un nuovo documento, Ã¨ pienamente ammissibile ai sensi dell’art. 58 dello stesso decreto, a prova di un’argomentazione difensiva giÃ espressa e non della formulazione di un nuovo motivo di illegittimitÃ dell’atto impugnato, o di una nuova eccezione (Cass. 25/05/2009 n. 12022).
La legittima utilizzabilitÃ degli atti del procedimento penale nel giudizio tributario non Ã¨ ostacolata dal fatto che l’autorizzazione al rilascio di copie, estratti e certificati di quel procedimento, richiesti dall’Amministrazione Finanziaria, sia stata rilasciata dal pubblico ministero anzichÃ© dal giudice per le indagini preliminari procedente (Cass. 3/08/2007, n. 17137; Cass. n. 9320/2003).
Il provvedimento di archiviazione di un processo penale non solo non impedisce che lo stesso fatto sia diversamente valutato e qualificato dal giudice civile o tributario, ma, proprio perchÃ© presuppone la mancanza di un processo, comporta che i fatti presi in considerazione in sede penale ai fini del reato di evasione fiscale debbano necessariamente essere autonomamente verificati dal giudice tributario, al fine di stabilirne la rilevanza nell’ambito specifico in cui l’accertamento di quei fatti Ã¨ destinato ad operare (Cass. 18/05/2007, n. 11599, Cass. n 6337/2002; Cass. n 9109/2002; Cass. n. 10945/2005).
Le questioni non ancora compiutamente chiarite dalla giurisprudenza di legittimitÃ attengono lâ€™utilizzabilitÃ nel giudizio tributario di atti ritenuti inammissibili e, quindi, non utilizzabili nel processo penale.
La giurisprudenza della Suprema Corte Ã¨ orientata, con riferimento allâ€™utilizzabilitÃ degli atti penali nel processo tributario nel caso di mancata o illegittima autorizzazione dellâ€™AutoritÃ giudiziaria, ad affermare che ciÃ² non rende inutilizzabili gli atti acquisiti da parte del giudice tributario.
La mancanza dell’autorizzazione da parte dellâ€™autoritÃ giudiziaria, prevista per la trasmissione di atti, documenti e notizie acquisiti nellâ€™ambito di un indagine o un processo penale, non determina la inutilizzabilitÃ degli elementi probatori sui quali sia stato fondato lâ€™accertamento tributario, rendendo invalidi gli atti del suo esercizio o la decisione del giudice tributario, in quanto il principio di inutilizzabilitÃ della prova irritualmente acquisita Ã¨ norma peculiare del procedimento penale e non costituisce, invece, principio generale dellâ€™ordinamento giuridico (Cass. 20/01/2010, n. 85).
Per il procedimento tributario non sussiste la previsione di inutilizzabilitÃ degli elementi acquisiti in sede di verifica, in assenza di autorizzazione dell’autoritÃ giudiziaria, in quanto in tema di IVA, l’autorizzazione dell’autoritÃ giudiziaria, per l’utilizzazione a fini tributari e per la trasmissione agli uffici finanziari di dati, documenti e notizie bancari acquisiti nell’esercizio dei poteri di polizia giudiziaria, Ã¨ riferita ad indagini penali in corso, non necessariamente a carico del contribuente sottoposto ad accertamento, ma anche di terzi indagati.
Tale autorizzazione non Ã¨ diretta a permettere l’accesso della Guardia di Finanza ai dati bancari a fini fiscali, ma soltanto a consentire la trasmissione anche agli uffici finanziari di materiale acquisito per fini esclusivamente penali, essendo stata introdotta detta autorizzazione per realizzare una maggiore tutela degli interessi protetti dal segreto istruttorio, piuttosto che per filtrare ulteriormente l’acquisizione di elementi significativi a fini fiscali (Cass. 20/01/2010, n. 85).
Altra questione concerne la possibilitÃ di produrre nel processo tributario documenti sottoposti al segreto investigativo.
Dal dato normativo, si evince una risposta affermativa, in quanto lâ€™art. 63, comma 1, D.P.R. n. 633/72, in tema di IVA, e lâ€™art. 33, comma 3, D.P.R. n. 600/73, sulle imposte sui redditi, prevedono che la Guardia di Finanza, previa autorizzazione della A.G., anche in deroga al segreto investigativo (art. 329 c.p.p.), possa trasmettere allâ€™Agenzia delle Entrate informazioni, dati e notizie acquisiti nel corso delle indagini, con conseguente possibilitÃ di derogare al segreto istruttorio.
Si ritiene che anche le intercettazioni siano utilizzabili nel processo tributario, anche se lâ€™art. 270 c.p.p. prevede che i risultati delle intercettazioni non possono essere utilizzati in procedimenti diversi da quelli nei quali sono stati disposti, salvo che risultino indispensabili per lâ€™accertamento di delitti per i quali Ã¨ obbligatorio lâ€™arresto in flagranza; tale limite di utilizzo, perÃ², si riferisce solamente ad altri procedimenti penali e non puÃ² essere esteso al processo tributario, pur potendosi chiedere lâ€™oscuramento di alcuni dati, previa disposizione dellâ€™AutoritÃ Giudiziaria a tutela della privacy, qualora si sia ancora nella fase delle indagini preliminari in cui le intercettazioni sono coperte da segreto.
La perizia penale, cosÃ¬ come anche la CTU in sede civile, possono essere utilizzate in un giudizio diverso da quello in cui sono state espletate, vertente tra le stesse parti o tra parti diverse, quindi puÃ² essere prodotta anche nel giudizio tributario e valutata quale prova atipica.
Invero, nella disciplina vigente del processo tributario non Ã¨ previsto un catalogo di prove legali tipiche (in negativo sono escluse il giuramento e la prova testimoniale) ma non sono escluse le prove legali atipiche che arricchiscono il catalogo delle prove e attualmente stanno assumendo una rilevanza maggiore sia nel processo civile che tributario.
Infatti, qualora sia prodotta innanzi al Giudice Tributario una prova legale atipica, questa non puÃ² essere ignorata o considerata tamquam non esset, ma il giudice ha lâ€™obbligo di valutarla in base al suo prudente apprezzamento, alla stregua di altri elementi indiziari con i quali deve essere confrontata, motivando sul punto in maniera congrua ed esaustiva.
In ultimo, la trasmigrazione dei mezzi probatori da un plesso giurisdizionale ad un altro Ã¨ codificata dallâ€™art.59, comma 5, della L. n. 69/2009, il quale riferisce alla translatio actionis applicabile ai processi â€œin materia civile, amministrativa,contabile, tributaria o di giudici specialiâ€ ( ai sensi del comma 1 del predetto articolo).
3.	Ritenute fiscali: lâ€™innalzamento delle soglie di rilevanza penale comporta la parziale abolitio criminis (Cassazione penale, sez. III, sentenza 13/07/2017, nÂ° 34362).
La nuova fattispecie di reato di cui al Dlgs n. 74 del 2000, articolo 10-bis, come modificata dal Dlgs n. 158 del 2015, articolo 7, comma 1, lettera b, che ha elevato a 150.000,00 euro l’importo delle ritenute certificate non versate, ha determinato l’abolizione parziale del reato commesso in epoca antecedente che aveva ad oggetto somme pari o inferiori a detto importoâ€ .
Il legale rappresentante di una societÃ a responsabilitÃ limitata veniva condannato con decreto penale alla pena di 15.000,00 euro di multa per il reato di cui allâ€™art. 10 bis del Decreto Legislativo n. 74 del 2000, per non avere versato, nei termini di legge, le ritenute fiscali operate sugli emolumenti erogati nel corso dell’anno di imposta 2011 per un ammontare complessivo di 115.697,82 Euro.
Il ricorrente chiedeva la revoca del decreto di condanna ex art. 673 c.p.p. per intervenuto innalzamento della soglia di punibilitÃ (all’epoca dell’omissione, questa era penalmente sanzionata se gli importi delle ritenute non versate superavano l’ammontare di 50.000,00 Euro; successivamente, il Dlgs n. 158 del 2015, entrato in vigore il 22/01/2015, ha elevato a 150.000,00 euro tale importo). Il tribunale adito respingeva la domanda affermando che non si versasse in ipotesi di abrogazione parziale ma di successione di leggi modificative ex art. 2 comma 4 c.p.
L’interessato ricorreva per l’annullamento dell’ordinanza di rigetto della richiesta di revoca del decreto penale di condanna deducendo l’inosservanza o, comunque, l’erronea applicazione degli articoli 673, c.p.p., e 2 c.p., comma 2, argomentando che il Dlgs n. 158 del 2015, nel modificare uno degli elementi costitutivi del reato, aveva determinato l’abrogazione relativamente agli omessi versamenti di somme inferiori alla nuova soglia, che comportava la necessitÃ di applicare l’articolo 2 , comma 2 c.p. e l’art. 673 c.p.p.
Dello stesso avviso era il Procuratore Generale che chiedeva lâ€™annullamento senza rinvio della ordinanza impugnata e la revoca del decreto penale di condanna, non essendo piÃ¹ il fatto previsto dalla legge come reato.
Il Supremo Consesso Ã¨ stato chiamato a stabilire se la modifica di un elemento costitutivo del reato operata dal Dlgs n. 158 del 2015 abbia determinato l’abrogazione parziale delâ€™art.10 bis Dlgs n. 74 del 2000, limitatamente alle condotte di omesso versamento di ritenute, per importi inferiori a quello successivamente introdotto, poste in essere prima dell’entrata in vigore del predetto Dlgs n. 158 del 2015.
Prima di esporre a quale conclusione Ã¨ giunta la giurisprudenza di legittimitÃ , appare opportuno ricostruire quali criteri sono stati individuati dalla dottrina, per risolvere i vari problemi di ordine teorico e pratico che il tema della successione delle leggi penali nel tempo poneva.
Ãˆ assai arduo e complicato individuare lâ€™esatto discrimen tra lâ€™ipotesi di mera modifica della legge penale antecedente e quella dellâ€™autentica abrogazione poichÃ© diversi sono gli effetti in ambito applicativo.
Precisamente, la qualificazione della specifica vicenda in termini di abrogatio sine abolitione implica che la legge successiva, ancorchÃ© piÃ¹ favorevole, non potrÃ retroagire in caso di passaggio in giudicato della sentenza di condanna per il reato contemplato dalla normativa antecedente.
Condividere la tesi dell’abrogazione o quella della successione ha, pertanto, dei riflessi, rilevanti proprio rispetto alla sorte delle sentenze di condanna giÃ definitive e dei decreti penali di condanna esecutivi la cui esecuzione Ã¨ preclusa dall’art. 2 comma 2 c.p.; infatti, in caso di abrogazione, il giudicato viene travolto e cessano gli effetti penali della condanna dovendo trovare applicazione l’art. 673 c.p.p.
Tale criterio Ã¨ stato criticato poichÃ©, secondo la dottrina, puÃ² accadere che il fatto concreto sia sussumibile in ciascuna delle previsioni tra loro in rapporto di successione, ma per aspetti diversi;
per di piÃ¹, il criterio in esame ha valenza meramente empirica, facendo derivare da fattori casuali la soluzione del problema, impedendo di poter tracciare a priori il limite tra lecito e illecito, facendo riferimento a tipologie di comportamento preventivamente determinate.
Un altro criterio interpretativo frequentemente utilizzato per discriminare le due predette ipotesi Ã¨ quello della continuitÃ del tipo di illecito, che si basa sullâ€™analisi della tipologia di interesse protetto e delle modalitÃ di aggressione, intesi come elementi qualificanti ciascuna fattispecie criminosa; tuttavia, il summenzionato criterio presenta delle debolezze applicative, in quanto lascia margini eccessivi di discrezionalitÃ applicativa nella misura in cui richiede valutazioni sostanzialistiche.
Il criterio recepito dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione (S. U.n. 25887 del 26/03/2003, in senso conforme S U. n. 24468 del 26/02/2009) e sostenuto dalla dottrina maggioritaria, muove dal rapporto strutturale di continenza fra le normative in successione, che Ã¨ riscontrabile quando fra le fattispecie astrattamente considerate intercorre una relazione di genere a specie.
CiÃ² accade quando la norma successiva presenti elementi di specialitÃ rispetto a quella precedente generale o quando una nuova e successiva norma di carattere generale ampli l’operativitÃ della preesistente norma speciale.
La specialitÃ puÃ² essere per specificazione, qualora si ravvisa un rapporto di genere a specie tra uno o piÃ¹ elementi della fattispecie astratta oppure per aggiunta, allorchÃ© figuri un elemento aggiuntivo non presente nella fattispecie generale. Nel caso di specialitÃ per specificazione l’eventuale abrogazione della fattispecie speciale comporta solo una modifica della legge penale, perchÃ¨ l’elemento specializzante era e rimane incluso nella fattispecie generale. Mentre, nel caso di specialitÃ per aggiunta, la norma generale fa riferimento a una classe di oggetti necessariamente comprensiva di quella definita dalla norma speciale; puÃ² esservi riferita solo se gli elementi comuni alle due fattispecie hanno rilevanza maggiore di quelli che li distinguono. In caso contrario, si Ã¨ in presenza di un’abolizione parziale poichÃ© l’area della punibilitÃ riferibile alla prima viene ad essere circoscritta, rimanendo espunti tutti i fatti che, pur rientrando nella norma generale venuta meno, sono privi di elementi specializzanti. Per tale motivo, in questa caso, sono fatti che per la legge posteriore non costituiscono reato e rimangono assoggettati alla regola del secondo comma dell’art. 2 c.p.
La giurisprudenza delle Sezioni Unite (Sez. U, n. 25887 del 26/03/2003) ha sostenuto che â€œperchÃ¨ non vi sia una totale abolizione del reato previsto dalla disposizione formalmente sostituita (oppure abrogata con la contestuale introduzione di una nuova disposizione collegata alla prima) occorre che la fattispecie prevista dalla legge successiva fosse punibile anche in base alla legge precedente, rientrasse cioÃ¨ nell’ambito della previsione di questa, il che accade normalmente quando tra le due norme esiste un rapporto di specialitÃ , tanto nel caso in cui sia speciale la norma successiva quanto in quello in cui speciale sia la prima. PerÃ² se Ã¨ la norma successiva ad essere speciale ci si trova in presenza di un’abolizione parziale, perchÃ¨ l’area della punibilitÃ riferibile alla prima viene ad essere circoscritta, rimanendone espunti tutti quei fatti che pur rientrando nella norma generale venuta meno sono privi degli elementi specializzanti. Si tratta di fatti che per la legge posteriore non costituiscono reato e quindi restano assoggettati alla regola dell’articolo 2 c.p., comma 2, anche se tra la disposizione sostituita e quella sostitutiva puÃ² ravvisarsi una parziale continuitÃ . PerciÃ² per questi fatti non opera il limite stabilito dall’ultima parte dell’articolo 2 c.p., comma 3, e quando Ã¨ stata pronunciata una condanna irrevocabile il giudice dell’esecuzione deve provvedere a revocarla a norma dell’articolo 673 c.p.p.â€ .
A tale criterio si Ã¨ uniformata la Suprema Corte con la recente sentenza n. 34362/2017, menzionandolo nel suo iter argomentativo, individua un’ipotesi di abrogazione parziale tutte le volte in cui tra due fattispecie incriminatrici vi sia un rapporto strutturale di specialitÃ , in base al quale la norma sopravvenuta esclude la rilevanza penale delle sottofattispecie in essa non piÃ¹ ricomprese; in particolare, nel caso di modifica di un elemento costitutivo del reato, come nell’ipotesi di specie la c.d. soglia di punibilitÃ , la nuova fattispecie risulta speciale rispetto alla precedente poichÃ¨ ne restringe l’ambito applicativo, per cui viene ad essere esclusa la penale rilevanza di una o piÃ¹ sottofattispecie astratte (nel caso in esame gli omessi versamenti di importi compresi tra 50.000,00 Euro e la nuova soglia di punibilitÃ ).
Il Supremo Consesso ha evidenziato come l’ abolitio criminis parziale sia fenomeno del tutto diverso dalla abrogatio sine abolizione poichÃ©, nel primo caso, la norma speciale subentra a quella generale, restringendone l’ambito di applicazione; nel secondo caso, oggetto di abrogazione Ã¨ la norma speciale le cui sottoclassi di fattispecie potrebbero essere riassorbite nella norma incriminatrice generale.
Alla luce di quanto affermato, la Corte di Cassazione, con riferimento alla nuova e maggiore soglia di punibilitÃ dei fatti di omesso versamento di ritenute certificate (Dlgs n. 74 del 2000, articolo 10-bis), ha ritenuto essersi verificata un’ipotesi di abrogazione parziale del reato di cui al Dlgs n. 74 del 2000, articolo 10-bis, in riferimento a tutte le sottofattispecie relative agli omessi versamenti inferiori alla nuova soglia, per i quali il giudizio di offensivitÃ Ã¨ radicalmente mutato.
Da ciÃ² ne discende lâ€™applicazione al caso de quo degli articoli 2 c.p., comma 2 e 673 c.p.p., comma 1, con conseguente annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata e revoca del decreto penale di condanna emesso dal giudice di merito, non essendo piÃ¹ il fatto previsto dalla legge come reato.
Lecce, 27 febbraio 2018