Source: https://www.tuttoambiente.it/sentenze-premium/ippc/?s_item=dcda54e29207294d8e7e1b537338b1c0
Timestamp: 2020-07-10 18:51:55+00:00
Document Index: 94259288

Matched Legal Cases: ['art. 279', 'art. 279', 'art. 124', 'art. 137', 'art. 46', 'art. 55', 'art. 163', 'art. 165', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 606', 'art. 279', 'in dubio', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 279', 'art. 606', 'art. 606', 'art. 46', 'art. 606', 'art. 311', 'art. 313', 'art. 309', 'art. 310', 'art. 279', 'sentenza ', 'art. 2043', 'sentenza ']

Cass. Pen. Sez. III 11/01/2018 n. 810 - Inosservanza delle prescrizioni dell’autorizzazione: è necessaria la verifica degli effetti inquinanti? - Tuttoambiente.it
Il reato di inosservanza delle prescrizioni contenute in un’autorizzazione, di cui all’art. 279 del D.L.vo 152/2006, si considera commesso in base alla sola violazione del regime regolamentare. Si tratta, infatti, di un reato formale, previsto per garantire un efficace controllo preventivo da parte delle autorità competenti: l’illiceità non guarda agli effetti sostanziali che potrebbero derivare dall’inosservanza della prescrizione (come, ad esempio, l’effettivo danno ai valori ambientali), quanto piuttosto alla violazione della stessa funzione di controllo che l’autorità esercita attraverso l’atto contenente le prescrizioni inosservate. Non avrà, quindi, rilievo la mancata verifica circa gli effetti inquinanti dell’inosservanza.
1.S.P. era stato regolarmente citato in giudizio, con decreto in data 11/01/2014, per rispondere dei reati, accertati in Misterbianco in data 2/10/2012 nel corso di un sopralluogo, asseritamente commessi in qualità di legale rappresentante del Consorzio C.T.A. , previsti, rispettivamente: dall'art. 279, comma 2 del D.Lgs. n. 152/2006, per avere autorizzato alla gestione dei rifiuti ed in particolare alle operazioni di recupero "RS" (Recupero Riciclo di altre sostanze inorganiche) di rifiuti non pericolosi a mezzo di impianto di frantumazione e vagliatura dei rifiuti di inerti, omettendo di avviare il previsto sistema di irrigazione a pioggia con il quale impedire la volatilità e la dispersione, nell'area circostante, delle polveri originate dalla lavorazione dei rifiuti e dalla movimentazione dei mezzi all'interno dell'impianto, con violazione delle prescrizioni dettate dall'Assessorato Ambiente e delle prescrizioni imposte dall'allegato V, parte V del D.Lgs. n. 152/2006 (capo a); dall'art. 124, comma 1 e 125, comma 1 del D.Lgs. n. 152/2006, sanzionato dal successivo art. 137, comma 1, stesso decreto, per avere effettuato direttamente sul suolo, senza autorizzazione, lo scarico di reflui industriali originati dalla tramoggia di stoccaggio dei rifiuti in uso al consorzio stesso (capo b); dall'art. 46 del d.lgs. 9/04/2008, n. 81, in correlazione all'allegato IV, sanzionato dal successivo art. 55, stessa legge, per avere avviato un'attività "a rischio incendio medio" senza il prescritto certificato di prevenzione incendi a garanzia della sicurezza dei lavoratori sul luogo di lavoro, nonché per non aver prodotto al Comando provinciale dei VV.FF. di Catania la prescritta comunicazione certificata di inizio attività (capo c); dall'art. 163 del D.Lgs. 9/04/2008 n. 81, sanzionato dal successivo art. 165, per avere omesso di collocare la cartellonistica di sicurezza conformemente alle prescrizioni di cui agli allegati da XXIV a XXXII del citato decreto (Prescrizioni Generali per la Segnaletica di Sicurezza) (capo d); dagli artt. 15, 18, 28 e 46 comma 2, del D.Lgs. 9/04/2008 n. 81, per avere, in violazione alle misure di tutela e obblighi del datore di lavoro omesso di adottare, nei luoghi di lavoro, le misure idonee per prevenire gli incendi e per la tutela della salute dei lavoratori (capo e).
1.1. All'esito del relativo giudizio dibattimentale, con sentenza del Tribunale di Catania in data 6/03/2017, S.P. era stato condannato alla pena di 4.500 euro di 'ammenda in quanto riconosciuto colpevole dei reati contestati ai capi a), b), c) ed e). Con lo stesso provvedimento, il primo giudice aveva dichiarato non doversi procedere nei confronti dell'imputato in ordine al reato di cui agli artt. 15, 18, 28 e 46 comma 2 d.lgs. 81/2008 (capo d) perché estinto per avvenuto adempimento delle prescrizioni imposte in sede ispettiva.
2.Avverso la menzionata sentenza ha proposto ricorso per cassazione lo stesso P. , a mezzo dell'avv. A.R., suo difensore di fiducia, deducendo due distinti motivi, di seguito enunciati nei limiti strettamente necessari per la motivazione ex art. 173 disp. att. cod. proc. pen..
3.1.Con il primo motivo, il ricorrente deduce, sotto un primo profilo, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. B) ed E), cod. proc. pen., l'inosservanza o erronea applicazione della legge penale e illogicità della motivazione in relazione agli artt. 125 e 546 cod. proc. pen., nonché in relazione all'art. 279, comma 2 del d.lgs. n. 152/2006, agli artt. 124, comma 1 e 125, comma 1 del d.lgs. n. 152/2006, 46 d.lgs. n. 81/2008, 15, 18, 28 e 46, comma 2 d.lgs. 81/2008; ed ancora la violazione del principio in dubio pro reo e dell'obbligo di motivazione e giustificazione razionale della decisione ai sensi degli artt. 111, comma 6 Cost., 192 comma 1 e 533 cod. proc. pen.. Il Tribunale si sarebbe sottratto al dovere di motivare puntualmente in ordine alla configurabilità dei reati ascritti all'imputato, limitandosi a richiamare la deposizione del teste d'accusa, il Maresciallo Putrino, senza nulla riferire in merito alle dichiarazioni rese dai testi a difesa (in particolare i testi Saieva e Insolia). In relazione ai reati di cui ai capi b) ed e) nessuna motivazione sarebbe stata offerta circa il ragionamento seguito dal Tribunale per giungere ad una sentenza di condanna, non essendo rintracciabile nella sentenza impugnata alcun riferimento ai suddetti reati. Pertanto, la sentenza sarebbe nulla per mancanza assoluta di motivazione.
3.1.1. Quanto alla configurabilità delle singole fattispecie, muovendo dalla contestazione di cui al capo A), P. censura, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l'erronea applicazione della legge penale in relazione alla contravvenzione di cui all'art. 279 del d.lgs. n. 152 del 2006, nonché l'omessa ed illogica motivazione in ordine alla effettiva esistenza delle emissioni ed alla concreta offensività della condotta.
3.1.2. Quanto poi alla fattispecie contestata al capo b), il ricorrente lamenta, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. b) e d), cod. proc. pen., l'erronea applicazione della legge penale in relazione alla contravvenzione di cui agli artt. 124 e 125 del d.lgs. n. 152 del 2006, nonché l'omessa ed illogica motivazione in ordine alla concreta offensività della condotta di scarichi di acque. Dalle testimonianze raccolte, e in particolare da quella del maresciallo P., sarebbe emersa la non compiuta determinazione della natura dello scarico, non essendo stata eseguita alcuna analisi dei reflui e non potendosene, dunque, affermare la natura di scarichi industriali e, anzi, avendo il teste ammesso che i liquidi potessero essere ricondotti all'effetto di agenti atmosferici.
3.1.3. Con riferimento alla contravvenzione contestata al capo c), la difesa di P. denuncia, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. b) e d), cod. proc. pen., l'erronea applicazione della legge penale in relazione alla contravvenzione di cui all'art. 46 del d.lgs. n. 81 del 2008, nonché l'omessa ed illogica motivazione in ordine alla concreta offensività della condotta stante il dubbio circa l'effettiva necessità della sussistenza del certificato antincendio. Ciò in quanto il teste Insolia avrebbe specificato che l'attività del consorzio non sarebbe stata soggetta agli obblighi di prevenzione antincendio, dal momento che gli stessi sorgerebbe soltanto allorché la quantità del rifiuti combustibili stoccati all'interno della struttura superi i limiti previsti dal decreto. Né il tribunale avrebbe preso in considerazione le dichiarazioni del teste Tomaselli, il quale avrebbe riferito di essersi occupato della realizzazione dell'impianto antincendio.
3.2. Con il secondo motivo, P. censura, ai sensi dell'art. 606, comma 1, lett. b) ed e) cod. proc. pen., l'inosservanza della legge penale e l'illogicità della motivazione in relazione all'art. 311 D.Lgs. n. 152/2006, per difetto di legittimazione della Provincia Regionale di Catania a costituirsi parte civile, atteso che portatore dell'interesse tutelato e titolare del potere di agire sarebbe esclusivamente lo Stato e, per esso, il Ministero dell'Ambiente, spettando agli enti locali, ai sensi del successivo art. 313 comma 7, la sola facoltà di sollecitare l'intervento statale (art. 309) e di ricorrere in caso di inerzie od omissioni (art. 310). E sotto altro profilo si lamenta che l'Ente territoriale non avrebbe dimostrato la sussistenza di tali danni diversi da quello ambientale; e che la liquidazione della somma di 3.000,00 euro da parte del Tribunale, pur avvenuta nell'ambito di.un giudizio equitativo, sarebbe avvenuta senza esplicitare i criteri che avrebbero ispirato tale valutazione, la quale sarebbe stata, dunque, affidata alla imponderabile intuizione soggettiva del giudice.
2.Muovendo dall'analisi del profilo di doglianza relativo alla configurabilità della contravvenzione disciplinata dall'art. 279, comma 2, del d.lgs. n. 152 del 2006, contestata al capo a) dell'imputazione, va preliminarmente ricordato che "chi, nell'esercizio di uno stabilimento, viola i valori limite di emissione o le prescrizioni stabiliti dall'autorizzazione, dagli Allegati I, II, III o V alla parte quinta del presente decreto, dai piani e dai programmi o dalla normativa di cui all'articolo 271 o le prescrizioni altrimenti imposte dall'autorità competente ai sensi del presente titolo è punito con l'arresto fino ad un anno o con l'ammenda fino a 1.032 euro. Se i valori limite o le prescrizioni violati sono contenuti nell'autorizzazione integrata ambientale si applicano le sanzioni previste dalla normativa che disciplina tale autorizzazione".
Sotto altro aspetto, la previsione incriminatrice in esame, in specie per quanto concerne l'ipotesi, qui in rilievo, della violazione delle prescrizioni dell'autorizzazione, si configura come reato "formale", volto a garantire la possibilità di un efficace controllo preventivo da parte delle autorità preposte (cfr. Sez. 3, n. 24334 del 13/05/2014, dep. 10/06/2014, Boni e altro, Rv. 259670). In questa prospettiva, il profilo di illiceità che viene in rilievo non attiene agli effetti sostanziali che possano essere scaturiti dalla violazione delle prescrizioni contenute nel provvedimento autorizzativo (come ad esempio l'effettivovulnus ai valori ambientali o alla salute di un numero indeterminato di soggetti), quanto piuttosto alla violazione della stessa funzione di controllo estrinsecatasi attraverso l'atto contenente le prescrizioni rimaste inosservate (cfr. Sez. 3, n. 28764 del 9/06/2015, dep. 7/07/2015, P.M. in proc. Amoruso e altri, Rv. 264881, che peraltro configura la fattispecie come reato di pericolo).
3.Venendo, quindi, al secondo profilo di censura, concernente la contravvenzione di cui agli artt. 124 e 125 del d.lgs. n. 152 del 2006, si opina, da parte del ricorrente, che non sia stato dimostrato il carattere industriale dei reflui. Tale assunto, oltre a non confrontarsi con il passaggio della sentenza secondo cui i reflui venivano prodotti dalla tramoggia di carico dei rifiuti, in prossimità della quale si trovava il tubo che scaricava al di là del muro di contenimento, viene dalla difesa articolato alla stregua di alcuni stralci della testimonianza del maresciallo P.. Ciò che, pertanto, rende chiaramente non scrutinabile la relativa doglianza, corrispondendo ad un pacifico approdo interpretativo che non possa devolversi al giudice di legittimità la censura fondata sull'interpretazione di una prova dichiarativa estrapolandosi il contenuto di più ampie dichiarazioni, non avendo questa Corte la possibilità di accedere all'intero materiale istruttorio del giudizio di merito e potendo, dunque, averne cognizione soltanto in presenza di una diligente e puntuale allegazione, ad opera delle parti, degli atti eventualmente richiamati e a condizione che il vizio dedotto non concerna una differente interpretazione del contenuto dichiarativo.
4.Quanto, poi, ai vizi lamentati con riferimento alla contravvenzione contestata al capo c), concernente l'assenza della certificazione antincendio e del certificato di inizio attività, è appena il caso di rilevare l'assoluta aspecificità della prospettazione difensiva, che, da un lato, ha fatto genericamente richiamo a una presunta non obbligatorietà degli adempimenti in questione, nonostante la classificazione dell'azienda come "a rischio incendio medio"; e, dall'altro lato, ha fondato le proprie argomentazioni sulle dichiarazioni di un teste, G. T., che si sarebbe limitato ad affermare, secondo quanto riportato dalla stessa difesa, di essersi occupato dell'impianto antincendi. In proposito, nondimeno, è appena il caso di osservare come la contestazione non riguardasse l'assenza dell'impianto, quanto piuttosto la mancata attivazione delle prescritte operazioni di controllo su di esso da parte delle autorità a ciò preposte.
5.Venendo, infine, al secondo motivo di impugnazione, relativo all'assenza di legittimazione, in capo alla provincia di Catania, a costituirsi parte civile, la difesa deduce che in materia ambientale, se per un verso gli enti pubblici territoriali (Regione, Provincia e Comune) possono agire in sede penale, in forza della disposizione generale di cui all'art. 2043 cod. civ., per ottenere il risarcimento di qualsiasi danno patrimoniale e/o morale che ad essi sia derivato in conseguenza della commissione di tali reati, per altro verso la legittimazione alla costituzione di parte civile rispetto al danno ambientale strictu sensu inteso spetterebbe soltanto allo Stato, in persona del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, secondo quanto affermato anche dalla sentenza n. 41015 del 2010. E tuttavia, nel caso di specie, il tribunale etneo avrebbe riconosciuto il diritto al risarcimento del danno della Provincia Regionale di Catania, senza che l'ente territoriale avesse esplicitato la lesione di interessi locali specifici e diversi rispetto all'interesse statale alla tutela dell'ambiente.
6.Alla luce delle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato, con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.