Source: https://www.laleggepertutti.it/106130_permesso-di-costruire-inizio-e-ultimazione-dei-lavori
Timestamp: 2018-12-14 11:25:05+00:00
Document Index: 171847560

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 10', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 44', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 10', 'art. 31', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 50', 'art. 50', 'art 20', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 55', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 30', 'art. 15', 'art. 28']

Permesso di costruire: inizio e ultimazione dei lavori
Efficacia temporale del permesso di costruire e decadenza, i lavori non ultimati nel termine., la proroga.
Allo scopo di evitare che una costruzione autorizzata in un determinato momento venga realizzata quando la situazione ambientale ed urbanistica è mutata, nel permesso di costruire devono essere fissati il termine di inizio dei lavori (non superiore ad un anno) e quello di ultimazione degli stessi, entro il quale l’opera deve essere completata (non superiore a tre anni): art. 15 del T.U. n. 380/2001.
Le leggi regionali, i regolamenti o i piani possono fissare termini inferiori.
La fissazione obbligatoria di termini di validità del titolo abilitativo trova la sua «ratio» nella necessità di assicurare la certezza temporale dell’attività di trasformazione edilizia ed urbanistica del territorio, nonché di impedire che l’aggiornamento della disciplina territoriale, da parte dell’amministrazione, possa ricevere condizionamenti a causa di situazioni pregresse perduranti, senza limiti, nel tempo.
— «La decadenza delle concessioni edilizie per scadenza dei termini e quella per la sopravvenienza di nuove previsioni urbanistiche, pur avendo fondamenti giuridici diversi, consistenti in limitazioni di efficacia temporale rispettivamente a strumento urbanistico generale invariato e in caso di sopravvenienza di nuove previsioni urbanistiche, hanno una comune ragion d’essere pubblicistica, che è quella di assicurare, mediante la corrispondenza dell’attività edificatoria all’ordinamento urbanistico vigente, l’effettività delle previsioni urbanistiche» (C. Stato, sez. V, 28 giugno 2000, n. 3638, in Cons. Stato, 2000, I, 1523).
— «L’art. 10 L. 6 agosto 1967, n. 765, secondo cui l’inizio della costruzione deve avvenire, a pena di decadenza, nel termine di un anno dal rilascio della concessione edilizia non esclude l’applicabilità di diversa normativa comunale, considerato che il termine annuale citato è quello massimo consentito (nella specie, si è ritenuto applicabile il termine di sei mesi stabilito dal regolamento edilizio di un comune)» (C. Stato, sez. V, 12 settembre 1992, n. 781, in Foro amm., 1992, 1915).
— «L’art. 4 L. 28 gennaio 1977, n. 10, pur attribuendo all’autorità comunale il potere-dovere di indicare nella concessione edilizia i termini per l’inizio e la fine dei lavori, stabilisce, tuttavia, che il termine per l’inizio dei lavori non può essere superiore a un anno e quello per la fine a tre anni; pertanto, ove la concessione non contenga un’indicazione espressa, si deve intendere che il sindaco abbia inteso concedere i termini massimi consentiti» (C. Stato, sez. V, 18 febbraio 1991, n. 139, in Cons. Stato, 1991, I, 231).
I termini agiscono come fatti decadenziali del permesso di costruire, per la parte non eseguita.
Contrasti si rinvengono, in dottrina ed in giurisprudenza, circa la necessità dell’emissione di un provvedimento espresso di decadenza, in seguito al decorso dei termini di efficacia:
Secondo un primo orientamento, la decadenza del permesso di costruire, per mancato rispetto del termine di inizio e/o di ultimazione dei lavori, non è automatica e deve essere necessariamente dichiarata con apposito provvedimento, nei cui riguardi il privato vanta una posizione giuridica esclusivamente di interesse legittimo.
In tale prospettiva, la perdita di efficacia del permesso di costruire è subordinata all’esplicazione di una potestà provvedimentale ed occorre un atto formale di natura costitutiva dell’amministrazione che renda operanti gli effetti della decadenza accertata (C. Stato, sez. V: 26 giugno 2000, n. 3612; 13 maggio 1996, n. 535; T.a.r. Lazio, sez. I, 30 agosto 2005, n. 6359, in Trib. amm. reg., 2005, I, 1244).
Trattasi di un’interpretazione ispirata all’esigenza di certezza, che richiede che le situazioni giuridiche soggettive non rimangano discutibili nel tempo, ma siano determinate in atti chiari dell’amministrazione.
L’orientamento prevalente ritiene, invece, che debba farsi riferimento alla lettera della legge, la quale fa dipendere la decadenza, non da un atto amministrativo, costitutivo o dichiarativo, ma dal semplice fatto dell’inutile decorso del tempo.
La decadenza, in questa prospettiva, opera di diritto, anche in assenza di una dichiarazione espressa dell’autorità amministrativa competente, con la conseguenza che un provvedimento eventualmente adottato al riguardo, ha carattere di atto vincolato e meramente dichiarativo di un effetto verificatosi, ex se ed ex tunc, con l’inutile decorso del termine ed all’Amministrazione non può riconoscersi alcuna possibilità di valutazioni di carattere discrezionale (vedi C. Stato, sez. III, 4 aprile 2013, n. 1870; C. Stato, sez. IV, 18 maggio 2012, n. 2915; C. Stato, sez. IV, 23 febbraio 2012, n. 974; C. Stato, sez. IV, 13 aprile 2005, n. 1738; C. Stato, sez. V, 16 novembre 1998, n. 1615; T.a.r. Lazio, sez. IIbis, 28 giugno 2005, n. 5370 in Urbanistica e appalti, 2006, 101; T.a.r. Campania, Napoli, sez. IV, 29 aprile 2004, n. 7513, in Foro amm. – Tar., 2004, 1152; T.a.r. Basilicata 23 maggio 2003, n. 471, in Giur. merito, 2003, 2295; T.a.r. Liguria, sez. I, 28 maggio 2002, n. 588, in Foro amm. – T.a.r., 2002, 1555).
Tale orientamento impedisce un’utilizzazione distorta ed indebita della discrezionalità dell’ente comunale, che — in situazioni del tutto simili — potrebbe ritardare od omettere solo per taluni casi la pronuncia di decadenza, con evidente disparità di trattamento (esigenza di omogeneità nelle pronunce di decadenza).
L’art. 15 del T.U. n. 380/2001 prevede espressamente che, una volta decorsi i termini temporali fissati dalla stessa norma, «… il permesso decade di diritto per la parte non eseguita», sicché l’operatività della decadenza resta fissata ope legis, a prescindere dall’emanazione di qualsiasi provvedimento formale da parte dell’amministrazione.
È stato evidenziato però, in giurisprudenza, che la decadenza del permesso di costruire – pur operando automaticamente ope legis per effetto dell’inutile decorso dei termini di inizio e fine lavori – deve essere formalizzata in un provvedimento amministrativo, per quanto vincolato e privo di contenuto discrezionale (a carattere meramente dichiarativo), che presuppone un accertamento, da parte dell’amministrazione, di un fatto già avvenuto, da effettuarsi mediante un procedimento soggetto alle regole della legge 7 agosto 1990, n. 241 (vedi T.a.r. Latina, sez. I, 7 giugno 2007, n. 424).
— «La perdita di efficacia della concessione edilizia, per mancato inizio o ultimazione dei lavori nei termini prescritti, deve essere accertata e dichiarata con formale provvedimento dell’amministrazione, anche ai fini del necessario contraddittorio con il privato circa l’esistenza dei presupposti di fatto e diritto che legittimano la declaratoria di decadenza» (C. Stato: sez. IV, 29 gennaio 2008, n. 249, in Foro amm.-Cons. Stato, 2008, 108; sez. IV, 16 settembre 2008, n. 362; sez. V, 12 maggio 2011, n. 2821).
— «Il provvedimento di decadenza della concessione edilizia, per il mancato inizio dei lavori nel termine di un anno, è espressione dei permanenti poteri di vigilanza che, nel pubblico interesse, sono attribuiti all’Amministrazione in ordine all’esecuzione dell’opera autorizzata. Ne consegue che l’avvenuta perdita di efficacia della concessione va rilevata, come presupposto del potere di ordinare la sospensione dei lavori e la demolizione delle opere, in attuazione dell’ordinaria funzione conoscitiva dell’Amministrazione circa le condizioni che giustificano i suoi atti e deve essere oggetto di un formale provvedimento di decadenza» (Cass. civ., sez. I, 23 febbraio 1993, n. 2229).
— «La decadenza della concessione, effetto e conseguenza del mero decorso del tempo, non deve essere, ai fini penali, dichiarata dall’autorità amministrativa; la necessità di un atto formale di decadenza riguarda le condizioni per l’esercizio dei poteri sanzionatori amministrativi ma non per l’insorgenza dell’eventuale responsabilità penale del titolare del provvedimento concessorio, il quale ha comunque la piena consapevolezza del termine di inizio lavori assegnatogli» (Cass. pen., sez. III, 7 ottobre 1998, Frisina, in Urbanistica e appalti, 1999, 102).
— «In materia edilizia, a seguito dell’entrata in vigore del D.P.R. 6 giugno 2001 n. 380, il provvedimento autorizzatorio decade ove nel termine triennale, non prorogato, l’opera non risulti completata, senza che tale decadenza debba essere dichiarata con provvedimento espresso, con la conseguente illegittimità dei lavori proseguiti oltre detto termine» (Cass. pen., sez. III, 21 febbraio 2006, Minciarelli).
— «Dopo l’inutile scadenza dei termini di inizio e fine lavori edilizi contenuti nella concessione ad edificare (e che decorrono dal rilascio della conces-sione e non dal ritiro della stessa da parte dell’interes-sato), la concessione è tamquam non esset, con la conseguenza che i lavori edilizi iniziati o ultimati dopo la scadenza sono realizzati in assenza di titolo abilitativo, e vanno soggetti alla sanzione penale di cui all’art. 20 L. 28 febbraio 1985, n. 47 (ora art. 44 D.P.R. 6 giugno 2001)» (Cass. pen., sez. III, 19 marzo 2003, Ruggia).
Il provvedimento che accerta la decadenza deve essere emesso dal dirigente dell’ufficio comunale competente: esso non deve essere necessariamente preceduto dal parere della commissione edilizia.
— «Il parere della commissione edilizia comunale non è necessario allorquando il sindaco deve procedere alla declaratoria di decadenza di una licenza edilizia per mancato inizio della costruzione entro il termine di legge, in quanto il provvedimento in questione ha natura dichiarativa di un avvenimento giuridico già prodottosi a seguito del mancato rispetto dei termini da parte del privato e da esso esula qualsiasi aspetto di discrezionalità tecnica che possa giustificare l’intervento della commissione edilizia comunale» (T.a.r. Sicilia, sez. Catania, 28 novembre 1994, n. 2652, in Giur. amm. sic., 1995, 161).
La necessità che sia dato avviso dell’inizio del procedimento amministrativo rivolto a pronunciare la decadenza, ai sensi dell’art. 7 della legge n. 241/1990, al fine di garantire la partecipazione, è stata affermata da C. Stato, sez. V, 13 novembre 1995, n. 1562.
In senso contrario, invece, si è espressa la più recente giurisprudenza del Consiglio di Stato: sez. IV, 7 settembre 2011, n. 5028; sez. VI, 29 marzo 2002, n. 1785, sez. V, 16 novembre 1998, n. 1615.
Il Consiglio di Stato (sez. V, 11-7-1980, n. 695), traendo argomento dalla mancanza di elementi di discrezionalità, ha ritenuto non viziata da eccesso di potere l’ordinanza dichiarativa di decadenza emanata a distanza di un anno dalla scadenza del termine stabilito per l’inizio dei lavori.
In un successivo parere, però, ha affermato che è illegittimo il provvedimento che dispone la decadenza, pronunciato a distanza di anni da quando l’asserita decadenza si sarebbe verificata, «in quanto esso sotto il profilo sostanziale non opera più quale decadenza, bensì quale atto di abrogazione, il quale, come tutti i provvedimenti di autotutela, non può prescindere dal valutare le situazioni consolidate e gli interessi privati in contrapposto a quelli pubblici» (sez. II, 17 gennaio 1996, n. 754/95, in Cons. Stato, 1997, 1, 446).
La legge non precisa la nozione di «inizio dei lavori»: tale nozione, però — secondo la giurisprudenza — deve intendersi riferita a concreti lavori edilizi.
In questa prospettiva i lavori non possono ritenersi iniziati quando consistano in livellamenti, sondaggi, generici sterri, nel tracciamento di piste o accessi provvisori, nella recinzione dell’area mediante fili metallici e nell’apposizione di cartelli e di insegne; debbono invece ritenersi iniziati quando consistano nel concentramento di mezzi e di uomini, cioè nell’impianto del cantiere, nella creazione di strade e di accessi destinati a restare, nell’innalzamento di elementi portanti, nella elevazione di muri e nella esecuzione di scavi coordinati al gettito delle fondazioni del costruendo edificio.
In ogni caso, l’accertamento del tempestivo inizio dei lavori deve basarsi non solo sulla qualità e quantità delle opere realizzate, ma soprattutto sulla loro idoneità a dimostrare la reale volontà di dare corso all’opera autorizzata: determinate attività esecutive, infatti, potrebbero costituire semplici espedienti per evitare la caducazione del permesso di costruire.
— «Il termine di un anno dal rilascio della concessione edilizia, previsto dall’art. 4 L. 28 gennaio 1977, n. 10 a pena di decadenza per l’inizio dei lavori, è applicabile anche alle concessioni assentite per silentium» (T.a.r. Lazio, sez. Latina, 29 dicembre 1990, n. 1160, in Trib. amm. reg., 1991, I, 98).
— «Ai sensi dell’art. 15, 2° comma, del T.U. n. 380/2001, i lavori devono ritenersi “iniziati” quando consistano nel concentramento di mezzi e di uomini, cioè nell’impianto del cantiere, nell’innalzamento di elementi portanti, nella elevazioni di muri e nella esecuzioni di scavi coordinati al gettito delle fondazioni del costruendo edificio. Sicché va salvaguardata l’esigenza di evitare che il termine prescritto possa essere eluso con ricorso ad interventi fittizi e simbolici. I soli lavori di sbancamento – non accompagnati dalla compiuta organizzazione del cantiere e da altri idonei a confermare l’effettivo intendimento del titolare del permesso di costruire di addivenire al compimento dell’opera assentita, attraverso un concreto, continutivo e durevole impiego di risorse finanziarie e materiali – non possono ritenersi idonei a dare dimostrazione dell’esistenza dei presupposti indispensabili per configurare un effettivo inizio dei lavori» (Cass. pen., sez. III, 23 febbraio 2010, n. 7114, Viola ed altro).
— «Ai sensi dell’art. 31, 10° comma, L. 17 agosto 1942, n. 1150, i lavori edilizi devono intendersi iniziati allorché le opere realizzate, pur di modesta entità, siano obiettivamente finalizzate alla realizzazione del manufatto assentito, sicché i relativi lavori non possano considerarsi fittizi o simbolici, ma non occorre anche che siano tali da comportare una irreversibile trasformazione del territorio» (C. Stato, sez. V, 11 ottobre 1996, n. 1227, in Cons. Stato, 1996, I, 1504).
— «L’esistenza dei presupposti indispensabili per configurare un effettivo inizio dei lavori, al fine di scongiurare la decadenza dell’autorizzazione edili-zia, non va valutata in via generale ed astratta, ma con specifico e puntuale riferimento all’entità ed alle di-mensioni dell’intervento edificatorio autorizzato, in ossequio anche all’esigenza di evitare che il termine prescritto possa essere eluso con ricorso a lavori fitti-zi e simbolici; a fronte di opere assentite di dimensioni estremamente modeste, di carattere precario e completamente smontabili, anche le attività di sbancamento e livellamento del terreno, nonché di scavo delle prime fondazioni, possono essere pertanto utilmente invocate a titolo di inizio dei lavori» (C. Stato, sez. V, 1 ottobre 2003, n. 5648, in Urbanistica e appalti, 2004, 449).
— «Ove il titolare della licenza edilizia abbia tempestivamente comunicato l’inizio dei lavori, spetta al comune comprovare, in modo non equivoco e con atti formali (e non con semplici indizi), che i lavori non sono stati iniziati» (C. Stato, sez. V, 15 aprile 1983, n. 130, in Foro amm., 1983, I, 645).
— «Ove il titolare di una concessione edilizia abbia tempestivamente comunicato l’inizio dei lavori, spetta al comune comprovare in modo non equivoco e con atti formali, e non ricorrendo a semplici indizi, che i lavori non sono stati iniziati; pertanto, in mancanza, quando da parte del privato sia stata fatta tale tempestiva comunicazione, diventa illegittimo il provvedimento dichiarativo della decadenza della concessione, non avendo rilievo la circostanza che, successivamente, l’attività edilizia non sia proseguita» (T.a.r. Marche, 18 giugno 1993, n. 389, in Trib. amm. reg., 1993, I, 3237).
— «L’onere della prova del mancato inizio dei lavori assentiti con licenza edilizia incombe al Comune che ne dichiara la decadenza, alla stregua del principio generale in forza del quale i presupposti dell’atto adottato devono essere accertati dall’autorità emanante» (C. Stato, sez. V, 11 aprile 1990, n. 343, in Foro amm., 1990, 937).
— «Ai fini dell’impedimento della decadenza della concessione edilizia comminata ai sensi dell’art. 31 L. 17 agosto 1942, n. 1150, l’inizio dei lavori di costruzione si può ritenere sussistente solo quando le opere intraprese siano tali da manifestare un’effettiva volontà da parte del concessionario di realizzare il manufatto assentito, all’uopo non potendo bastare il semplice sbancamento del terreno, oppure la posa dei materiali di cantiere» (C. Stato, sez. V, 30 giugno 1995, n. 938, in Foro amm., 1995, 1241).
— «Lo sbancamento di un’area di vaste proporzioni costituisce sicuro indizio dell’animus aedificandi, e pertanto configura valido inizio dei lavori, tale da impedire il verificarsi della decadenza della concessione» (C. Stato, sez. V, 13 maggio 1996, n. 535, in Giur. it., 1996, III, 1, 670).
— «È illegittima per violazione dell’art. 10 L. 6 agosto 1967, n. 765, la decadenza della licenza edilizia per mancato inizio dei lavori entro l’anno dal rilascio, ove risultino realizzate, nell’anzidetto termine, intere fondazioni perimetrali idonee a sostenere i costruendi manufatti, non potendosi dubitare che tali lavori costituiscano un serio inizio delle opere assentite e non meri elementi fittizi» (C. Stato, sez. V, 28 gennaio 1992, n. 77, in Foro amm., 1992, 83).
— «I soli lavori di sbancamento, non accompagnati dalla compiuta organizzazione del cantiere e da altri indizi idonei a confermare l’effettivo intendimento del titolare della concessione edilizia di addivenire al compimento dell’opera, non integrano inizio dei lavori utile ai fini dell’applicazione dell’art. 31, 10° comma, L. 17 agosto 1942, n. 1150» (C. Stato, sez. IV, 3 ottobre 2000, n. 5242, in Cons. Stato, 2000, I, 2142).
— «Al fine del rispetto del termine di inizio lavori non possono essere presi in considerazione modesti scavi di sondaggio del terreno; infatti tali semplici opere preparatorie non comportano un effettivo inizio di attività di trasformazione del suolo» (C. Stato, sez. V, 3 gennaio 1998, n. 21, in Comuni d’Italia, 1998, 1243).
— «È legittima la pronuncia di decadenza di una concessione di costruzione edilizia per mancato inizio dei lavori nel termine previsto allorché risulti che al momento di riferimento era stato eseguito soltanto un superficiale splateamento con innalzamento di un moncone di pilastro» (C. Stato, sez. V, 28 ottobre 1983, n. 505, in Cons. Stato, 1983, I, 1043).
— «L’accertamento in ordine all’avvenuto inizio o meno dei lavori di realizzazione di una nuova costruzione costituisce una quaestio facti da risolvere caso per caso in rapporto alla specificità della fattispecie considerata; pertanto si può prefigurare l’avveramento dell’inizio dei lavori nel caso in cui le opere di spianamento o sbancamento delle aree destinate all’insediamento edilizio non siano di modesta entità e risultino contraddistinte da ulteriori operazioni rappresentative di una effettiva volontà di costruire, quali l’abbattimento di alberi d’alto fusto, e la stipulazione di un contratto d’appalto per lo svolgimento dei lavori» (C. Stato, sez. V, 30 luglio 1986, n. 383, in Cons. Stato, 1986, I, 882).
— «Ai fini dell’esclusione dei presupposti di decadenza di una concessione edilizia si ritiene sufficiente la circostanza che i lavori abbiano avuto inizio entro l’anno dal rilascio del titolo, anche se ciò sia avvenuto l’ultimo giorno utile; di conseguenza, il fatto che i lavori compiuti possano apparire, a poca distanza dal compimento del termine, ancora allo stato iniziale, non permette di per sé che si ritenga decaduta la licenza, sempreché i lavori stessi possano considerarsi (nonostante la modesta entità) effettivamente finalizzati alla realizzazione dell’edificio, e non meramente fittizi e simbolici» (C. Stato, sez. IV, 26 ottobre 1982, n. 677, in Riv. giur. edilizia, 1982, I, 1134).
— «Nel caso di rilascio di distinte concessioni edilizie per la costruzione di più fabbricati oggetto della stessa progettazione, ma strutturalmente e funzionalmente autonomi, l’inizio dei lavori deve verificarsi distintamente per ciascun manufatto, né costituisce valido inizio dei lavori l’esecuzione delle opere di urbanizzazione contestualmente assentite» (C. Stato, sez. V, 19 novembre 1992, n. 1324, in Cons. Stato, 1992, I, 1627).
— «Quando la concessione edilizia autorizza l’edificazione di due opere non omogenee, autonome e distinte, delle quali una fa corpo con un immobile preesistente, mentre l’altra ne è distante (nella specie, trattavasi di una terrazza e di un muro), il termine per l’inizio dei lavori deve essere rispettato separatamente per entrambe, non potendo il tempestivo inizio dei lavori per una delle opere -far venir meno l’illiceità conseguente al ritardato inizio dei lavori relativi all’altra» (C. Stato, sez. V, 31 marzo 1992, n. 261, in Giur. it., 1993, III, 1, 11).
— «È illegittima la decadenza dalla concessione edilizia fondata sull’omesso tempestivo inizio dei lavori relativo ad uno dei due fabbricati assentiti, ove l’intervento costituisca un complesso unitario ancorché articolato in più manufatti da realizzarsi mediante fasi collegate (nella specie si è ritenuto unitaria la costruzione di due fabbricati rurali tenuto conto dell’unicità del provvedimento concesso, degli elementi evidenziali degli atti della progettazione, della omogeneità strutturale e dell’integrazione dei fabbricati desumibili dalla documentazione fotografica prodotta in giudizio» (C. Stato, sez. V, 12 ottobre 1990, n. 719, in Foro amm., 1990, 2339).
Qualche incertezza sorge in ordine alla data di decorrenza del termine annuale per l’inizio dei lavori.
L’art. 15 del T.U. n. 380/2001 prevede che detto termine non può essere superiore ad un anno «… dal rilascio del titolo» e, nel successivo art. 20, il «rilascio» del permesso di costruire viene fatto coincidere con la sua «emanazione».
Con riferimento a tali testuali previsioni, parte della dottrina ricollega la decorrenza del termine decadenziale al momento in cui il permesso a costruire viene ad esistenza, attraverso la mera sottoscrizione del titolo da parte del dirigente dell’ufficio comunale competente.
In questa prospettiva si addossa al richiedente l’onere di attivarsi per venire a conoscenza dell’eventuale avvenuto rilascio del titolo.
Secondo un’interpretazione più garantista per il richiedente, però, sarebbe irragionevole computare in danno del privato il decorso di un termine durante il quale il privato stesso non solo non ha la disponibilità del titolo ma neppure è a conoscenza dell’intervenuto accoglimento della sua domanda da parte dell’amministrazione comunale.
A giudizio di chi scrive, appare più ragionevole fare decorrere il termine di decadenza dal momento in cui il richiedente viene informato, o comunque posto nelle condizioni di conoscere, che l’amministrazione gli ha rilasciato il permesso di costruire richiesto.
La precedente disciplina (posta dall’art. 4 della legge n. 10/1977) nulla specificava al riguardo.
La giurisprudenza amministrativa aveva inizialmente affermato che «la concessione di costruzione edilizia comincia ad esistere e ad esplicare i suoi effetti fin dal momento della relativa determinazione autoritativa e della sua esternazione in forma scritta, ossia prima ancora della sua comunicazione all’interessato, stante la natura non recettizia del provvedimento; pertanto, il termine di decadenza, al fine dell’inizio dei lavori, decorre dalla data indicata nel provvedimento, e non da quella del ritiro dello stesso presso gli uffici comunali» (C. Stato, sez. V, 11-7-1980, n. 695).
L’orientamento prevalente, comunque — pur partendo sempre dal presupposto della natura non recettizia della concessione edilizia — era nel senso che «… il termine per l’inizio dei lavori, rilevante al fine della decadenza, decorre dal giorno in cui l’interessato abbia avuto comunicazione della concessione o, comunque, abbia avuto piena conoscenza del provvedimento» (vedi C. Stato, sez. V, 5 febbraio 1985, n. 68, in Riv. giur. edilizia, 1985, 1, 480; T.a.r. Sardegna, 10 novembre 1992, n. 1429, in Trib. amm. reg., 1993, I, 347).
Alcune pronunce non consideravano sufficiente una comunicazione generica o una presa di conoscenza comunque intervenuta, ma richiedevano specificamente la notifica, da parte del Comune, dell’avvenuto rilascio della concessione (T.a.r. Piemonte, 23 settembre 1982, n. 21. in Trib. amm. reg., 1982, I, 3054; T.a.r. Campania, Salerno, 19 febbraio 1982, n. 55, in Trib. amm. reg., 1982, I, 1346); mentre altre decisioni ritenevano addirittura necessario il ritiro materiale del provvedimento da parte del richiedente (C. Stato, sez. IV, 26 ottobre 1982, n. 677, in Foro amm., 1982, I, 1814; T.a.r. Marche, 24 febbraio 1983, n. 21, in Foro amm., 1983, I, 743; T.a.r. Umbria, 7 maggio 1982, n. 166, in Trib. amm. reg., 1982, I, 2150).
Era stato pure specificato, al riguardo, che «i termini per l’esecuzione dell’opera oggetto della concessione edilizia vanno fatti decorrere dalla data di comunicazione al destinatario della concessione stessa, e non da quella della sua pubblicazione all’albo pretorio» (Cons. giust. amm. sic., sez. riun., 21 gennaio 1992, n. 586/91, in Giur. amm. sic., 1992, 292). Secondo un’altra interpretazione, il termine annuale poteva considerarsi decorrente «solo dal momento in cui siano venuti ad esistere tutti i presupposti per poter legittimamente procedere ai lavori ed il mancato inizio dell’attività costruttiva sia imputabile all’inerzia volontaria del titolare della licenza» (T.a.r. Piemonte, 4 maggio 1982, n. 289, in Trib. amm. reg., 1982, I, 1921).
La Corte di Cassazione (sez. 1, 23-2-1993, n. 2229) aveva affermato, infine, che il termine annuale per l’inizio dei lavori «decorre non da qualsiasi comunicazione all’interessato, da cui possa desumersi l’avvenuta concessione dell’autorizzazione, ma dalla data della notificazione allo stesso del provvedimento autorizzatorio del Sindaco contenente la determinazione su tutti gli elementi necessari e, primo fra essi, su quello relativo alla natura dei lavori consentiti».
L’art. 15, 2° comma del T.U. n. 380/2001 (che è norma regolamentare), modificato da ultimo dalla legge n. 164/2014, prevede la possibilità di proroga, sia per il termine di inizio dei lavori sia per quello di ultimazione degli stessi — con provvedimento motivato — per fatti sopravvenuti estranei alla volontà del titolare del permesso di costruire, oppure in considerazione della mole dell’opera da realizzare, delle sue particolari caratteristiche tecnico-costruttive, o di difficoltà tecnico-esecutive emerse successivamente all’inizio dei lavori, ovvero quando si tratti di opere pubbliche il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari.
La proroga deve essere comunque accordata qualora i lavori non possano essere iniziati o conclusi per iniziative dell’amministrazione o dell’autorità giudiziaria rivelatesi poi infondate (art. 15, comma 2bis del T.U. n. 380/2001).
I termini per l’inizio dei lavori e di durata di un permesso di costruire non possono mai intendersi automaticamente sospesi, essendo sempre necessaria, a tal fine, la presentazione di una formale istanza di proroga, anteriormente alla scadenza, alla quale deve comunque seguire un provvedimento, da parte della stessa amministrazione che ha rilasciato il titolo abilitativo, che accerti l’impossibilità del rispetto del termine, possibile peraltro solamente nei casi in cui possa ritenersi sopravvenuto un «factum principis» ovvero l’insorgenza di un evento materiale di forza maggiore (C. Stato: sez. III, 4 aprile 2013, n. 1870; sez. IV, 18 maggio 2012, n. 2915).
L’evento interruttivo, dunque, non deve essere imputabile al titolare del permesso di costruire, essendo necessario che ci si trovi di fronte a fatti che sfuggono con carattere di non eludibilità al suo controllo (vedi T.a.r. Puglia, Lecce, sez. I, 22 maggio 2012, n. 874).
— «In materia edilizia, le norme sulla proroga dei termini previsti per la realizzazione di interventi soggetti a permesso di costruire di cui all’art. 15 d.p.r. n. 380 del 2001 sono di stretta interpretazione, rappresentando le stesse una deroga alla disciplina generale dettata al fine di evitare che una edificazione autorizzata nel vigore di un determinato regime urbanistico venga realizzata quando il mutato regime non lo consente più» (Cass. pen., sez. III, 19 marzo 2008, Minciarelli).
— «La decadenza della concessione di costruzione per mancato inizio dei lavori nel termine prefissato è istituto giuridico fondato sull’elemento oggettivo del decorso del tempo, con la conseguenza che il termine decadenziale si sospende soltanto per factum principis (per esempio ordinanza di sospensione), per cause di forza maggiore (ad esempio, pubblica utilità) e per cause espressamente indicate dalla legge, le quali determinano un impedimento assoluto all’inizio dei lavori (nella fattispecie la circostanza che i lavori non potessero incominciare prima che l’Enel provvedesse allo spostamento della preesistente linea elettrica non è stata ritenuta né causa di forza maggiore né factum principis)» (C. Stato, sez. V, 10 novembre 1993, n. 1147, in Cons. Stato, 1993, I, 1436).
— «È illegittimo il provvedimento che dichiara la decadenza di una concessione edilizia di lottizzazione per mancato inizio dei lavori nei termini fissati dalla convenzione quando ciò dipende dal mancato rilascio del fondo da parte del coltivatore; infatti, a termini dell’art. 50, 7° comma, L. n. 203/82, la decorrenza dei termini fissati nella concessione edilizia rimane sospesa fino alla data dell’effettivo rilascio del fondo» (C. Stato, sez. V, 8 aprile 1999, n. 396, in Comuni d’Italia, 1999, 1781).
— «L’art. 50 della legge 3 maggio 1982, n. 203, il quale prevede, tra le cause di sospensione del termine di decadenza entro il quale occorre dar inizio ai lavori relativi alla realizzazione di edifici ad opera di privati, il mancato rilascio del terreno da parte di terzi occupanti, ha riguardo alle sole concessioni di costruzioni rilasciate in base alla legge 28 gennaio 1977, n. 10 e non si applica, in base al generale principio per cui le leggi operano solo per il futuro, nei casi in cui il termine di decadenza risulti interamente trascorso al momento di entrata in vigore della legge.
La decadenza della concessione di costruzione per mancato inizio lavori nel termine prefissato è istituto giuridico fondato sull’elemento oggettivo del decorso del tempo, con la conseguenza che il termine decadenziale si sospende soltanto per factum principis, per causa di forza maggiore ovvero per cause espressamente indicate dalla legge; pertanto, legittimamente viene disposta la decadenza di una concessione per mancato inizio lavori allorché risulti che l’inerzia dell’interessato è dovuta all’indisponibilità dell’area per occupazione della stessa da parte di terzi» (C. Stato, sez. V, 30 luglio 1986, n. 374, in Cons. Stato, 1986, I, 872).
— «È illegittimo — perché contrario ai principi di trasparenza e correttezza — il provvedimento con il quale si dichiari la decadenza di una concessione edilizia per mancato inizio dei lavori allorché risulti che il mancato inizio dei lavori stessi sia avvenuto da parte del titolare della concessione in base ad un convincimento ingenerato da un comportamento fuorviante della p.a.» (Cons. giust. amm. sic., sez. giurisdiz., 28 febbraio 1995, n. 23, in Giur. amm. sic., 1995, 38).
— «Il fatto che l’inizio lavori relativo ad una concessione edilizia possa essere subordinato all’intervento autorizzativo di uffici terzi (nella specie, genio civile) non implica, ex se, il perdurare della validità della concessione fino a quando non intervengano tali autorizzazioni in quanto ogni atto amministrativo vive secondo le regole ad esse proprie potendo subire, quanto a validità ed efficacia, l’influenza di atti diversi soltanto qualora la legge ciò preveda» (T.a.r. Lazio, sez. Latina, 9 febbraio 1994, n. 171, in Foro amm., 1994, 1573).
— «Qualora in una concessione edilizia venga prescritto che i lavori non potranno aver corso prima dell’ottenimento del nulla-osta della Soprintendenza ai beni ambientali ed architettonici, è di tutta evidenza che il ritardo nell’esecuzione delle opere assentite proprio in attesa del rilascio del predetto nulla-osta, è un fatto non imputabile al concessionario: ne consegue, pertanto, l’illegittimità della pronunciata decadenza della concessione edilizia per mancato inizio dei lavori entro il termine di un anno dal suo rilascio» (T.a.r. Piemonte, sez. I, 2 marzo 1989, n. 176, in Riv. giur. edilizia, 1989, I, 400).
— «L’avvio del procedimento diretto ad ottenere un atto necessario a consentire l’edificazione (nella specie, nulla osta idro-geologico), presso un’autorità cui compete provvedere in materia, interrompe il decorso del termine di decadenza della concessione edilizia per omesso inizio dei lavori» (C. Stato, sez. V, 15 marzo 1991, n. 252, in Riv. giur. edilizia, 1991, I, 630).
Deve essere valutata, infine, la possibile incidenza, sul momento di inizio dei lavori, della sospensione di efficacia sul permesso di costruire, da parte del Comune, nel caso in cui l’impresa appaltatrice abbia omesso di presentare all’ente il certificato di regolarità contributiva, secondo le previsioni dell’art 20, comma 2, del D.Lgs. 6 ottobre 2004, n. 251.
Al riguardo possono sostenersi due tesi:
— la prima (condivisa dallo scrivente), secondo la quale, in tal caso, non potrebbe farsi luogo alla proroga dei termini di cui all’art. 15 del T.U. n. 380/2001, trattandosi di una sospensione ascrivibile pur sempre ad un comportamento illegittimo del committente/responsabile dei lavori, che sarà stato quanto meno negligente e/o imprudente nella scelta dell’appaltatore;
— la seconda (prospettata in dottrina da lavermicocca e CHINELLO), per la quale anche nel caso in esame sarebbe ravvisabile un «factum principis» valutabile ai fini della proroga, nell’ipotesi in cui «l’appaltatore sia un soggetto terzo rispetto al titolare dello ius aedificandi e la mancanza della certificazione sia addebitabile esclusivamente al primo e non al secondo».
L’art. 15, 2° comma, del T.U. n. 380/2001 ricollega la nozione di «ultimazione dei lavori» al «completamento» dell’opera (senza ulteriori specificazioni).
Secondo le previsioni dell’art. 4 della legge n. 10/1977, invece, un fabbricato poteva ritenersi «ultimato», allorquando fosse in condizioni tali da essere abitabile o agibile: potevano mancare, pertanto, solo quelle parti minori ed accessorie che non impedivano l’abitabilità e l’agibilità del manufatto.
Nella normativa anteriore alla legge n. 10/1977, una costruzione si intendeva ultimata con il completamento delle sue strutture essenziali (copertura e tompagnatura dell’edificio «al rustico»).
Il termine triennale di ultimazione decorre dalla data di inizio effettivo dei lavori (e non da quella di rilascio o di notifica del permesso di costruire).
Vi è contrasto-, in giurisprudenza, circa la possibilità di ritenere sospeso o interrotto tale termine:
— le Sezioni unite penali della Corte di Cassazione hanno escluso la ravvisabilità di interruzioni o sospensioni (Cass., sez. unite pen., 25 marzo 1993, in Riv. giur. edilizia, 1994, I, 661);
— la interruzione del termine è affermata da C. Stato, sez. V, 30 settembre 1998, n. 1354, in Riv. giur. edilizia, 1999, I, 133;
— la sospensione (e non la interruzione) è ravvisata da C. Stato, sez. V: 3 febbraio 2000, n. 597, in Riv. giur. edilizia, 2000, I, 423 e 23 novembre 1996, n. 1414, in Riv. giur. edilizia, 1997, I, 315.
— «In tema di efficacia della concessione edilizia, il termine di tre anni stabilito dall’art. 4, 4° comma, L. 28 gennaio 1977, n. 10, per l’ultimazione dei lavori di costruzione è perentorio e, come tale, non tollera interruzioni o sospensioni; in relazione all’insorgenza di fatti estranei alla volontà del concessionario e non imputabili a sua colpa, la legge, invero, consente di poter fruire di un più lungo periodo, ma soltanto a condizione che ci si avvalga delle procedure a tale scopo predisposte dal 4° e 5° comma del succitato art. 4 (che prevedono la richiesta di un provvedimento di proroga della concessione edilizia, ovvero di una nuova concessione per la parte non ultimata)» (Cass., sez. un. pen., 25 marzo 1993, in Cass. pen., 1993, 1969).
— «Al fine dell’emissione del provvedimento di decadenza di una concessione edilizia per inosservanza del termine di ultimazione dei lavori, previsto dall’art. 4 L. 28 gennaio 1977 n. 10, occorre solo accertare il fatto obiettivo della mancata ultimazione della costruzione nel triennio e constatare che non sussistano cause che rendano giustificabile l’inadempimento» (C. Stato, sez. V, 15 aprile 1992, n. 303, in Riv. amm., 1992, 772).
— «È illegittima la declaratoria di decadenza di una concessione edilizia per la mancata ultimazione nei termini di legge dell’intervento assentito, ove il superamento di detto termine discenda dall’imposizione di ordini di sospensione dei lavori o da altri atti non imputabili al soggetto interessato» (C. Stato, sez. V, 13 febbraio 1993, n. 251, in Foro amm., 1993, 428).
— «Il termine di validità della licenza o concessione edilizia non decorre e non si compie in corrispondenza del tempo in cui i lavori siano stati sospesi in forza di provvedimento della pubblica autorità» (Cons. giust. amm. sic., sez. giurisdiz., 8 luglio 1998, n. 416, in Giust. amm. sic., 1998, 369).
— «Non può assurgere a fatto addebitabile al titolare della concessione edilizia la circostanza della mancata ultimazione dei lavori nel prescritto termine, ove l’esecuzione della costruzione sia stata inibita dalla carenza dell’autorizzazione della capitaneria di porto prevista dall’art. 55 del codice della navigazione (R.D. 30 marzo 1942, n. 327) secondo cui l’esecuzione di nuove opere entro una zona di trenta metri dal demanio marittimo o dal ciglio dei terreni elevati sul mare è sottoposta all’autorizzazione del capo del compartimento, nonché dalla decretata sospensione sindacale dei lavori, per carenza dell’atto permissivo, fatti questi che, in quanto impeditivi ed estranei alla volontà dell’interessato, dovevano essere rimossi ai fini della ultimazione dei lavori nei termini prescritti; è pertanto illegittimo il provvedimento con il quale si sia pronunciata la decadenza di una concessione edilizia per omesso rispetto del termine triennale ove risulti che il ritardo sia dipeso dal ritardato rilascio del nulla osta e dal comportamento della p.a., la quale, a seguito del ritardato rilascio del nulla osta stesso, invece di revocare il provvedimento di sospensione dei lavori, consentendo la prosecuzione dei lavori, ha determinato, invece, la decadenza dell’assentita concessione edilizia, con evidente eccesso di potere nel comportamento tenuto; né dall’acquisizione del nulla osta poteva scaturire un’automatica caducazione del provvedimento sospensivo, perdurando la sua efficacia sino all’adozione della sua revoca da parte della medesima amministrazione emanante» (C. Stato, sez. V, 6 giugno 2001, n. 3075, in Giust. amm., 2001, 779).
— «È illegittimo un provvedimento con il quale un comune dichiara la decadenza di una concessione edilizia, ove risulti che il mancato inizio dei lavori nel termine perentorio di un anno ed il loro mancato completamento entro il triennio successivo sia stato cagionato da una serie di atti compiuti dal vicino, che hanno impedito l’uso dell’unica strada esistente per accedere al fondo; tali atti, infatti, costituiscono un impedimento assoluto alla esecuzione dei lavori (poiché questi di certo non possono essere realizzati senza che sia assicurato il passaggio dei mezzi necessari per la realizzazione dell’opera), non riferibile alla condotta del titolare della concessione e costituiscono quella causa di forza maggiore che sospende il decorso dei termini previsti dall’art. 4, 4° comma L. 28 gennaio 1977, n. 10» (C. Stato, sez. V, 29 gennaio 2003, n. 453).
— «-Il sequestro penale che riguardi soltanto gli atti e i documenti relativi alla pratica edilizia, e non già il cantiere o il luogo degli erigendi fabbricati, non può essere considerato come un factum principis impeditivo dell’esecuzione dei lavori, e non può — pertanto — impedire la pronuncia di decadenza della concessione edilizia per mancata ultimazione dei lavori nel termine» (Cons. giust. amm. sic., sez. giurisdiz., 28 dicembre 1990, n. 444, in Giur. amm. sic., 1990, 536).
L’orientamento che esclude la possibilità di sospensioni e di interruzioni trae argomento dalla previsione, ora contenuta nel 2° comma dell’art. 15 del T.U. n. 380/2001-, secondo la quale il termine triennale può essere prorogato (con provvedimento motivato) per fatti intervenuti dopo l’inizio dei lavori a ritardarne l’esecuzione, che non risultino imputabili alla volontà del titolare del permesso (eventi calamitosi, disposizioni di pubbliche autorità etc.), o in considerazione della mole e delle caratteristiche tecnico-costruttive dell’opera da realizzare, ovvero quando si tratti di opere pubbliche e il cui finanziamento sia previsto in più esercizi finanziari.
La proroga dei termini per l’ultimazione dei lavori oggetto di un permesso di costruire non può essere negata per l’asserita presenza di vizi originari afferenti detto titolo abitativo, poiché tali vizi possono legittimare il ricorso all’annullamento in autotutela del permesso ma non il diniego della proroga, la cui adozione si fonda su presupposti del tutto diversi (C. Stato, sez. V, 30 settembre 1998, n. 1354; T.a.r. Basilicata, 10 maggio 2005, n. 299; T.a.r. Veneto, Venezia, sez. II, 11 aprile 2013, n. 536).
— «La disciplina urbanistica consente la proroga, con provvedimento motivato, soltanto quando siano sopravvenuti fatti estranei alla volontà del titolare della concessione o del permesso di costruire, che impediscono in modo assoluto il rispetto dei termini prescritti. Pertanto, in materia di concessione edilizia, la domanda di proroga del termine di ultimazione dei lavori stabilito nella concessione deve fondarsi su circostanze sopravvenute ed estranee alla volontà del concessionario, che abbiano reso obiettivamente impossibile concludere l’attività edificatoria. La consolidata giurisprudenza amministrativa ha individuato questo impedimento nel factum principis (come un’ordinanza di sospensione dei lavori, o un sequestro del cantiere, rivelatisi poi illegittimi) o nella causa di forza maggiore (come una pubblica calamità). Peraltro, la proroga non può essere più accordata quando siano sopravvenute previsioni urbanistiche incompatibili con l’intervento assentito. In altre parole, il termine decadenziale non ammette proroga quando il regime urbanistico sopravvenuto non consente più la realizzazione dell’intervento» (Cass., sez. III, 12 maggio 2008, n. 19101).
— «In assenza di una domanda di proroga del termine triennale di cui all’art. 4, 4° comma, L. 28 gennaio 1977, n. 10, si determina la decadenza ipso iure della concessione edilizia per mancata ultimazione dei lavori e il comune è tenuto a dichiararla con effetto ex tunc» (C. Stato, 21 ottobre 1991, n. 1239, in Riv. giur. urbanistica, 1992, 421).
— «In sede edilizia, in pendenza dei termini per la ultimazione dei lavori come da concessione edilizia, l’istanza di proroga è da ritenersi ammissibile; resta salvo, tuttavia, il potere del comune di valutare, nel corretto esercizio delle sue potestà discrezionali, la sussistenza o meno dei requisiti per accordarla» (C. Stato, sez. V, 17 gennaio 2000, n. 283, in Comuni d’Italia, 2000, 918).
—- «È illegittimo il provvedimento con il quale si dichiara la decadenza di una concessione edilizia senza che il sindaco si sia preventivamente pronunciato, con provvedimento esplicito, sulla domanda di proroga della concessione, avanzata dagli interessati con largo anticipo sulla scadenza del termine previsto per l’ultimazione dei lavori» (Cons. giust. amm. sic., sez. riun., 18 giugno 1991, n. 190, in Giur. amm. sic., 1992, 65).
— «In materia di concessione edilizia, la domanda di proroga del termine di ultimazione dei lavori stabilito nella concessione deve fondarsi su circostanze sopravvenute ed estranee alla volontà del concessionario, che abbiano reso obiettivamente impossibile concludere l’attività edificatoria (nella fattispecie è stata presa in considerazione ai fini della proroga del termine il sequestro penale del cantiere, poi dissequestrato, e la successiva necessità di definizione di nuove condizioni contrattuali per l’appalto delle opere)» (C. Stato, sez. V, 1 marzo 1993, n. 300, in Foro amm., 1993, 438).
— «Un contenzioso giudiziario riguardante il terreno oggetto di concessione edilizia può costituire causa di forza maggiore, che dà titolo alla proroga del termine per l’ultimazione dei lavori» (C. Stato, sez. V, 13 maggio 1996, n. 535, in Giur. it., 1996, III, 1, 670).
— «La proroga del termine di scadenza della concessione edilizia è atto radicalmente diverso dal rinnovo della concessione, perché, mentre quest’ultimo presuppone la sopravvenuta inefficacia dell’originario titolo concessorio, la prima è atto sfornito di propria autonomia, che accede all’originaria concessione; pertanto, l’autorità comunale, in sede di esame di una domanda di proroga di concessione edilizia non ancora scaduta, non può, senza violare il principio di tipicità degli atti amministrativi, valutare la domanda medesima come se fosse diretta al rinnovo dell’atto concessorio né procedere ad un rinnovato esame della sussistenza dei requisiti di legittimità dell’atto da prorogare» (C. Stato, sez. VI, 4 febbraio 1997, n. 234, in Cons. Stato, 1997, I, 260). Vedi pure, in tal senso, T.a.r. Lazio, Roma, sez. II, 6 novembre 2006, n. 11809).
— «Il provvedimento con il quale, anteriormente alla scadenza del termine finale di efficacia di una licenza edilizia, si opera un prolungamento di tale termine consentendo così il perdurare della licenza rientra nella figura giuridica della proroga, la quale, diversamente dal rinnovo (che presuppone la sopravvenuta inefficacia dell’atto amministrativo) non gode di una propria autonomia, ma accede all’originaria licenza, operando solo sulla sua determinazione cronologica e dunque non può essere impedita dalla sopravvenienza di contrastanti disposizioni urbanistiche, posto che le nuove norme non possono incidere su atti validi ed efficaci al momento della loro entrata in vigore» (C. Stato, sez. V, 8 novembre 1982, n. 771, in Riv. giur. edilizia, 1982, I, 1132).
— «La proroga di una concessione edilizia (qualificandosi come tale quella richiesta in un momento in cui l’originario titolo è ancora efficace) non è atto autonomo, avendo il solo scopo di spostare in avanti il termine di efficacia della concessione stessa; pertanto, è illegittimo l’atto sindacale di diniego motivato con riguardo a sopravvenute esigenze urbanistiche» (C. Stato, sez. V, 2 settembre 1983, n. 356, in Cons. Stato, 1983, I, 906).
Il regime dei lavori non ultimati nel termine
Allorquando i lavori autorizzati con il permesso di costruire non siano ultimati nel termine fissato — ove non sussistano le ragioni di necessità incolpevole che consentano la proroga del termine — il concessionario dovrà presentare istanza rivolta ad ottenere un nuovo permesso per le opere non ancora eseguite, salvo che queste non rientrino tra quelle realizzabili tramite SCIA (art. 15, 3° comma, del T.U. n. 380/2001).
Si procede, altresì, ove necessario, al ricalcolo degli oneri del permesso.
L’amministrazione comunale non può ritenersi vincolata dal permesso precedentemente dato, poiché si trova di fronte ad una istanza del tutto nuova, da esaminare in relazione alle condizioni di fatto e di diritto esistenti al momento della presentazione.
Il rinnovo del permesso di costruire, infatti, è atto radicalmente diverso dalla proroga del termine di scadenza del permesso medesimo e, presupponendo la sopravvenuta inefficacia dell’originario titolo abilitativo edilizio, costituisce a tutti gli effetti un titolo nuovo, fornito di propria autonomia, con conseguente piena rilevanza della normativa che eventualmente sia entrata frattanto in vigore.
— «Ai fini del rilascio di un nuovo permesso di costruire — a seguito di intervenuta inefficacia del precedente per scadenza dei termini fissati per l’inizio e ultimazione dei lavori — l’amministrazione non può ritenersi vincolata dal permesso precedentemente dato ma deve esaminare la nuova istanza in relazione alle condizioni di fatto e di diritto esistenti al momento della sua presentazione» (Cass. pen., sez. III, 16 marzo 2010, n. 20362, in Riv. giur. edilizia, 2010, I, 1346).
— «Il rilascio di nuovo permesso per le opere ancora da eseguire, previsto dal 3° comma dell’art. 15 D.P.R. 6 giugno 2001, n. 380, nell’ipotesi di interve-nuta decadenza del permesso di costruire, è subordi-nato ad una nuova ed autonoma verifica circa la sussistenza dei presupposti richiesti dalle norme ur-banistiche per l’esecuzione di dette opere» (C. Stato ord. cautelare, sez. IV, 25 febbraio 2005, n. 966).
La proroga legislativa dei termini di inizio e di ultimazione dei lavori
L’art. 30 del D.L. 21-6-2013, n. 69, come convertito dalla legge 9-8-2013, n. 98, ha disposto che – salva comunque diversa disciplina regionale – previa comunicazione del soggetto interessato, sono prorogati di due anni i termini di inizio e di ultimazione dei lavori di cui all’art. 15 del T.U. n. 380/2001 come indicati nei titoli abilitativi rilasciati o comunque formatisi (permesso di costruire, DIA e SCIA) antecedentemente all’entrata in vigore dello stesso D.L. n. 69/2013.
La proroga è consentita solo qualora i detti termini non siano già decorsi al momento della comunicazione dell’interessato e sempre che i titoli abilitativi non risultino in contrasto, al momento della comunicazione dell’interessato, con nuovi strumenti urbanistici approvati o adottati.
La nuova normativa ha previsto, inoltre, che sono comunque prorogati di tre anni il termine di validità nonché i termini di inizio e fine lavori nell’ambito delle convenzioni di lottizzazione di cui all’art. 28 della legge n. 1150/1942, ovvero gli accordi similari comunque denominati nelle leggi regionali, stipulati fino al 31 dicembre 2012.
25/04/2018 alle 12:23
Bellissimo ed efficace articolo