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Timestamp: 2018-05-25 20:32:50+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 9', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117']

UN’ESPERIENZA E UN METODO PER RINNOVARE L’ISTRUZIONE TECNICA E L’ISTRUZIONE PROFESSIONALE
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Per rinnovare l’istruzione tecnica e professionale
Rinnovare e rilanciare l’istruzione tecnica è un tema di grande attualità. Okeanos pubblica qui di seguito un interessante studio di Giovanni Trainito, uno dei piu’ autorevoli esperti in materia anche perché, oltre ad essere stato a lungo al vertice dell’Amministrazione del Ministero della Pubblica Istruzione come Capo di Gabinetto, è stato l’ultimo dei direttori generali della Direzione Generale per l’Istruzione Tecnica prima della soppressione di questa struttura organizzativa che era a capo dell’ordinamento scolastico nel quale sono stati preparati i tecnici tanto utili a far diventare l’Italia uno dei Paesi piu’ avanzati.
Ringraziamo Giovanni Trainito per averci consentito di pubblicare il suo studio sul sito web dell’
Roma 28 Marzo 2007.
Di Giovanni Trainito
L’istruzione tecnica e l’istruzione professionale sono nate e si sono sviluppate per rispondere alle esigenze formative provenienti dalla realtà produttiva del Paese, formando a tal fine i quadri intermedi necessari nei vari settori della produzione , dei servizi e delle professioni. Gli studenti, al termine dei corsi di studi quinquennali, hanno, infatti, una duplice possibilità: proseguire gli studi in corsi universitari o post-secondari oppure entrare nel mondo del lavoro con una specifica professionalità.
La norma istitutiva dell’istruzione tecnica (art. 9 della legge 15 giugno 1931, n. 889) prevede, infatti, che “l’istituto tecnico ha lo scopo di preparare all’esercizio di alcune professioni ed all’esercizio di funzioni tecniche o amministrative nel campo dell’agricoltura , dell’industria , del commercio e della navigazione “. Diversa era all’origine la finalità formativa dell’istruzione professionale , nata alla fine degli anni ’30 sulla base dell’art. 9 del R.D.L. 21 settembre 1938, n.2038, che autorizzava il Governo a trasformare o istituire scuole d’istruzione tecnica con ordinamento speciale. Essa aveva lo scopo di preparare personale idoneo all’esercizio delle attività pratiche di ordine esecutivo nei settori dell’agricoltura, dell’industria, dell’artigianato, delle attività marinare, del commercio, del turismo, dell’industria alberghiera e delle attività femminili.
Entrambi i tipi di istruzione hanno la comune finalità di impartire ai giovani la preparazione alla vita economica della Nazione ( art. 1 della legge 889/1931).Tale vocazione istituzionale ha imposto sin dall’origine ordinamenti flessibili che ne consentissero, attraverso una periodica verifica dei corsi di studio, mutamenti e adeguamenti in modo da corrispondere, agevolmente e in tempi brevi, alle esigenze e alle attese della società e alle novità della scienza e della tecnologia.
In questi ultimi decenni lo sviluppo scientifico e tecnologico e la domanda di personale qualificato da parte delle imprese hanno impresso una forte accelerazione ai processi di adeguamento dei sistemi formativi.
In Italia, l’istruzione tecnica e quella professionale hanno saputo rispondere in maniera adeguata a questa esigenza di cambiamento, facendo evolvere la propria offerta formativa in termini qualitativi e quantitativi. Ne è una dimostrazione lo sviluppo dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale dal dopoguerra ad oggi che ha saputo accompagnare la crescita economica e sociale del Paese.
Sarebbe troppo lungo ripercorrere le diverse fasi evolutive di questi settori dell’istruzione. E’sufficiente ricordare che nella seconda metà del secolo passato l’istruzione tecnica e quella professionale hanno più volte rinnovato la maggior parte dei piani di studio , hanno introdotto più efficaci metodologie didattiche, hanno favorito l’introduzione e la diffusione delle tecnologie informatiche e telematiche, hanno arricchito il percorso di specializzazione con corsi post-secondari.
A queste innovazioni si è pervenuti per vie diverse . In un primo momento, sino alla fine degli anni settanta, mediante l’istituzione di nuovi indirizzi, poi, negli anni ottanta e novanta, mediante il ricorso alla sperimentazione con il metodo dei progetti nazionali coordinati oppure assistiti, ed infine, in assenza della riforma della scuola secondaria superiore, utilizzando tutte le opportunità offerte dall’autonomia didattica e organizzativa. In tutti i casi le innovazioni sono state sempre il risultato di un lavoro sul campo, sperimentato e realizzato nel concreto della quotidiana attività scolastica, che soltanto in un secondo momento è stato recepito e sanzionato in atti formali.
Questo lungo e complesso processo di modifiche ordinamentali dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale si è sviluppato nel tempo anche sulla base delle esigenze del sistema economico mondiale , e quindi, in particolare, di quello italiano . Fino agli anni sessanta si registrava nei sistemi economici una spinta alla specializzazione che si rifletteva sui sistemi formativi con l’istituzione di corrispondenti corsi di specializzazione. Ciò nella convinzione che “un percorso di studi pensato ad hoc per un certo tipo di professione potesse fornire le competenze necessarie a svolgerlo con maestria”. In Italia vi era inoltre la necessità di affiancare la formazione professionale non sempre pronta a corrispondere al fabbisogno del mondo produttivo. Questa situazione generò una crescita eccessiva dei corsi di studio, specialmente nella filiera industriale. Nel momento in cui gli operatori economici più accorti si resero conto che non si poteva continuare ad aggiungere sempre nuove specializzazioni e che occorreva invece contenere il numero degli indirizzi di studio, si cercò di trovare una soluzione mediante il ricorso alla sperimentazione. L’istruzione tecnica e l’istruzione professionale poterono così corrispondere con maggiore immediatezza ai cambiamenti di portata mondiale del sistema produttivo. La crisi del modello fordistico della produzione imponeva, infatti, una nuova organizzazione del lavoro dal punto di vista strutturale e culturale. Le sperimentazioni , in una prima fase, si limitarono ad adeguare i contenuti disciplinari o ad introdurre altre discipline, mentre , in una fase successiva, anche a seguito di una cresciuta capacità progettuale degli istituti, “si mossero nella direzione di ristrutturare l’intero curricolo o di crearne di nuovi, rivolgendo attenzione anche agli aspetti didattici ed organizzativi”. Ad un’iniziale momento di estrema varietà di esperienze che poteva provocare un’eccessiva frammentazione del sistema formativo nazionale , ne seguì un altro di razionalizzazione delle iniziative sperimentali che furono così aggregate nei “progetti assistiti “ o nei “progetti coordinati”. Alcuni di questi progetti passarono poi in ordinamento , ma va detto che allo stato attuale non rappresentano più un punto fermo, in quanto continuamente soggetti a confrontarsi con le nuove esigenze formative. Negli ultimi anni l’introduzione dell’autonomia scolastica, che ha attribuito alle istituzioni scolastiche competenze in materia didattica ed organizzativa, ha offerto agli istituti uno strumento ancora più flessibile che consente di modificare i curricoli e di proporre ai giovani un’offerta formativa più variegata e consona alle loro esigenze.
Questo excursus storico vuole essere in breve una chiara indicazione degli elementi distintivi dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale rispetto ad altri settori dell’istruzione caratterizzati da maggiore stabilità ( liceo classico, liceo scientifico e scuola di base) e anche un suggerimento sul metodo da seguire nell’approccio alle modifiche da apportare agli attuali percorsi di studio.
Alla fine del secolo passato , sulla spinta dell’attuazione dell’autonomia scolastica e a seguito dell’approvazione della legge 10 febbraio 2000, n. 30 ( legge quadro sul riordino dei cicli dell’istruzione) , l’allora Direzione generale dell’istruzione tecnica avviò un’iniziativa nazionale di riordino del settore dell’istruzione tecnica al fine di portare a sintesi la grande varietà delle specializzazioni che nel tempo erano state introdotte e di ricondurle in grandi ed omogenei indirizzi di studio. Si trattava di ridurre l’elevato numero di indirizzi degli ordinamenti tecnico (39) e professionale (35) , di mettere ordine nei percorsi sperimentali ( oltre 240) per inserirli nell’ordinamento, di unificare i percorsi di istruzione tecnica e quelli di istruzione professionale, molto spesso simili al punto di essere un duplicato, di utilizzare i risultati delle sperimentazioni attivate negli ultimi due anni con il progetto sull’autonomia scolastica adottato da 64 istituti tecnici.
Nell’elaborazione del progetto di riordino si era mossi dalla convinzione che l’istruzione tecnica dovesse “rinnovarsi senza rinunciare alla sua vocazione specifica”. Ciò in quanto “il mondo del lavoro chiede più cultura di base senza rinunciare alla specializzazione”. Si cercò dunque di “far convivere nel futuro dell’istruzione tecnica il rafforzamento della dimensione culturale con la capacità di offrire le competenze comuni - ivi comprese quelle relazionali, diagnostiche e decisionali – caratterizzanti un congruo numero di specifiche professionalità”. In forza di questo ragionamento si era convinti che il riordino potesse “essere meglio assolto rinunciando alla pletora di specializzazioni , alcune delle quali obsolete, che ancora caratterizzano l’ordinamento, e offrendo agli studenti un ristretto e qualificato numero di indirizzi flessibili che diano competenze spendibili sia sul mercato del lavoro, sia per l’accesso alla formazione tecnica superiore sia per l’ingresso all’università”.
L’iniziativa prese le mosse dalla Fiera di Verona sulla scuola del novembre del 2000 con la presentazione del volume “L’istruzione tecnica-attualità e prospettive-“ , e si sviluppò nei mesi successivi in tutto il territorio nazionale mediante incontri organizzati distintamente per grandi aree (agrario, attività sociali, commerciale, geometri, industriale, trasporti, turistico) e a volte anche per territorio. A questo primo modulo di seminari che consentì agli istituti partecipanti di elaborare i progetti di riordino dei diversi indirizzi di studio, seguì un secondo modulo di seminari finalizzati a realizzare un confronto sui progetti predisposti con le Associazioni dei professionisti e degli imprenditori di settore.
Nella convinzione della validità del metodo seguito si ritiene utile ricordare la realizzazione dei seminari con l’indicazione degli istituti che li organizzarono, in relazione alle grandi filiere dell’area tecnica: agrario (IT Agr. Caramia di Locorotondo); attività sociali (Istituto di istruzione superiore Pertini di Campobasso); Commerciale (ITC Luxemburg di Bologna per gli istituti del Nord; ITC Pacinotti di Pisa per gli istituti del Centro; ITC Tilgher di Ercolano per gli istituti del Sud); geometri (ITCG Bianchi di Monza per gli istituti del Nord e del Centro-Nord; ITG Righi di Reggio Calabria per gli istituti del Sud e del Centro-Sud); industriale (ITI Pannella di Reggio Calabria per l’indirizzo Chimico; ITI Fermi di Napoli per l’indirizzo Meccanico; ITI Cobianchi di Verbania per gli indirizzi Elettronico,Elettrotecnico e informatico; ITI Sella di Biella per i restanti indirizzi); trasporti ( Istituto di istruzione superiore Caboto di Gaeta); turistico ( ITTur Bottardi di Roma). In alcuni casi l’elevato numero degli istituti partecipanti rese necessario organizzare più di un seminario per aree territoriali. Al termine del primo modulo i materiali elaborati furono raccolti in un unico documento da esaminare nel corso degli incontri del secondo modulo.
Il secondo modulo , finalizzato , come si è detto prima, ad attivare il confronto con il mondo del lavoro e con i Sindacati “per giungere ad una partecipata elaborazione di proposte in ordine ai percorsi formativi” , fu organizzato, sempre in relazione alle grandi filiere dell’area tecnica, dal Dipartimento per lo sviluppo dell’istruzione- istituito nel gennaio del 2001 a seguito della trasformazione del MPI in MIUR- in collaborazione con i Sindacati e la Confindustria , mediante il contributo organizzativo dei seguenti istituti e la partecipazione delle Associazioni ed istituzioni accanto indicate: agrario ( IT Agr. Caramia di Locorotondo; Associazioni ed istituzioni : Ass. ins. Diplom. ; Collegio Agrotecnici; Collegio nazionale degli Agrotecnici; Confagricoltura; Federalimentare; Federazione italiana dei dottori in agraria e dei dottori forestali; Federpesca); attività sociali (Istituto di istruzione superiore Pertini di Campobasso; Istituzioni : Istituto Superiore di Sanità); commerciale (ITC Matteucci di Roma; Associazioni ed Istituzioni: Associazione bancaria italiana; Associazione nazionale aziende servizi informatica e telematica; Associazione per la formazione alla direzione aziendale; Associazione italiana fra società e studi di consulenza per la ricerca e selezione del personale; CONFAPI; CONFARTIGIANATO; Federazione italiana terziario avanzato); geometri ( ITG Gramsci-Keynes di Prato ; Associazioni ed istituzioni : Ass. ins. Diplom.; Associazione nazionale costruttori edili; Associazione degli industriali dei laterizi –ANDIL; ANIEM-CONFAPI; Associazione nazionale aziende servizi informatica e telematica; Collegio nazionale dei geometri; Collegio nazionale dei periti agrari; Ordine degli ingegneri; Società italiana di topografia e fotogrammetria); industriale –indirizzo chimico (ITI Pannella di Reggio Calabria ; Associazioni e istituzioni : ANCI Associazione nazionale calzaturifici italiani ; Consiglio nazionale dei periti industriali; Unione Chimica); industriale –indirizzo meccanico (ITI Fermi di Napoli ; Associazioni ed istituzioni : Associazione industriali Bresciana; Consiglio nazionale ingegneri; Consiglio nazionale dei periti industriali; FEDERLAZIO; FEDERMECCANICA-AMMA); industriale –indirizzo elettronico, elettrotecnico, informatico (ITI Cobianchi di Verbania; Associazioni ed istituzioni : FEDERAZIONE ANIE- Federazione nazionale industrie elettrotecniche ed elettroniche; Associazione industriali di Vicenza; ASSALOMBARDA; Consiglio nazionale dei Periti industriali; FEDERCOMIN/ANASIN; Associazione nazionale servizi informatica e telematica); industriale – restanti indirizzi (ITI Sella di Biella, Associazioni ed istituzioni : ANCI Associazione nazionale calzaturifici italiani; ASSOCARTA; Consiglio nazionale dei periti industriali, CONFAPI Uniontessile; ERMENEGILDO ZEGNA ; INDUSTRIE TESSILI ABBIGLIAMENTO MODA; Consiglio relazioni industriali; MARZOTTO s.p.a.; MAX MARA; SMI- Moda Italia).
Al termine dei lavori, durati complessivamente non più di 5 mesi, fu redatto e consegnato -nel maggio del 2001, a pochi giorni dalla fine della XIII legislatura- all’allora Ministro Tullio De Mauro il documento “Area tecnica e tecnologica – proposte per i curricoli elaborate dai dirigenti scolastici con la collaborazione delle parti sociali”. Nel documento viene proposta un’articolazione dell’istruzione tecnica e professionale in 6 grandi indirizzi :
-gestione e servizi per l’economia con 3 opzioni : amministrazione e controllo, comunicazione e marketing, servizi alle imprese;
-gestione e servizi per il turismo con 3 opzioni: turismo-intermediazione e produzione, turismo e ricettività, turismo e ristorazione;
-gestione e servizi per la produzione dei beni con 5 opzioni : trasporti, chimico, elettrotecnico-elettronica-informatica, meccanico, sistema moda;
-gestione e servizi per l’ambiente e il territorio con 2 opzioni : area costruttiva tecnologica e progettuale, area topografico-estimativa e di salvaguardia ambientale ;
-gestione e servizi per le risorse naturali e agro-industriali con varie opzioni collegate alla valorizzazione delle produzioni agricole ed agroindustriali , all’organizzazione e gestione degli allevamenti animali compresa l’acquacultura, alle attività orto-floro-vivaistiche, al miglioramento delle situazioni ambientali e della forestazione e alla protezione dal rischio idrogeologico;
-gestione e servizi alla persona e alla comunità con 2 opzioni : gestione dei servizi alla persona, controllo igienico e sanitario.
Il documento definisce per ciascun indirizzo ed opzione il profilo in uscita dello studente con le relative competenze trasversali e di indirizzo funzionali allo sviluppo della persona, all’inserimento del mondo del lavoro e al proseguimento degli studi in percorsi post-secondari e universitari. Sono state, infatti, individuate competenze trasversali e di base, comuni a tutti gli indirizzi, di natura cognitiva, comportamentale e relazionale. In proposito si tratta di sviluppare le attitudini a: contestualizzare fenomeni ed eventi ed apprendere dal contesto; individuare, selezionare e gestire le fonti di informazioni in funzione di obiettivi dati; modellizzare e rappresentare situazioni o processi; individuare e risolvere problemi; avere una visione sistemica dei processi in cui si opera; utilizzare le tecnologie informatiche e telematiche di base; comunicare con linguaggi appropriati e con codici diversi, argomentando le proprie scelte; comunicare in lingua inglese; ascoltare le idee altrui e comunicare le proprie; partecipare con responsabile e personale contributo al lavoro organizzato e di gruppo; svolgere, organizzandosi adeguatamente, attività autonome; affrontare i cambiamenti con flessibilità mentale; documentare opportunamente il proprio lavoro; sviluppare sinergie ed ottimizzare le risorse; operare per obiettivi e progetti. In sostanza si vuole che lo studente, al termine del percorso formativo, abbia acquisito le capacità di comunicazione, di analisi e di sintesi, di lavoro in gruppo, di progettazione e di disponibilità al cambiamento.
La fine della legislatura, il blocco della riforma dei cicli e l’approvazione della legge 53 del 2003 hanno arrestato il processo di riordino dell’istruzione tecnica e professionale. Il ministro Moratti, nell’elaborazione dei percorsi di studio dei licei tecnologici, ha in parte ripreso alcune indicazioni contenute nel documento, anche a seguito di sollecitazioni della Confindustria.
Nel frattempo, la modifica all’art. 117 della Costituzione, con la separazione dell’”istruzione e formazione professionale” dalla materia dell’”istruzione” ha complicato il problema e reso più difficile il riordino. Ciò in quanto, modificando la vecchia dizione contenuta nel precedente testo dell’art. 117, riferita, come è noto, all’”istruzione artigiana e professionale”, da sempre considerato un settore distinto dall’istruzione tecnica e professionale, avrebbe attribuito alle Regioni, secondo la prevalente interpretazione, la competenza legislativa esclusiva sugli aspetti professionalizzanti contenuti nell’istruzione. In sostanza avrebbe spaccato in due l’istruzione, da una parte l’istruzione liceale di natura esclusivamente umanistica e, dall’altra, l’istruzione tecnica e professionale .
Il Ministro Moratti, ritenendo di dare attuazione al precetto costituzionale, ha previsto nella legge 53 del 2003, l’articolazione del secondo ciclo in due sistemi , il sistema dei licei e il sistema dell’istruzione e formazione professionale, con l’intento di poter dare a ciascuno di essi pari importanza e dignità. Si tratta dell’aspetto più fortemente criticato del riordino del secondo ciclo contenuto nella riforma Moratti, perché crea una frattura dentro l’istruzione tra i percorsi liceali e i percorsi tecnici da sempre considerati all’interno della scuola secondaria superiore.
Questa architettura è stata progettata in sostanza senza tener conto della storia dei sistemi formativi del nostro Paese, l’istruzione gestita dallo Stato e la formazione dalle Regioni, entrambi con tradizioni, strumenti e personale per nulla confrontabili. Con l’inconveniente che le conseguenze negative ricadono sui settori dell’istruzione tecnica e dell’istruzione professionale, settori considerati da tutti di rilevante importanza per la crescita economica e sociale del Paese. E’ stata proprio questa considerazione che ha costretto il Ministro Moratti a rivedere, sulla base delle pressioni della Confindustria, il testo del decreto legislativo 226/2005, tra la prima e la seconda stesura, per recuperare il settore dell’istruzione tecnica nell’ambito dei licei, con un’operazione che ha comportato un aumento dei percorsi formativi e del numero delle ore da riservare alle discipline di indirizzo. Un’operazione, questa, che però non ha risolto il problema di fondo che trattandosi di licei gli studenti al termine dei cinque anni hanno solo la possibilità di proseguire gli studi nell’Università o , se esistente, nell’alta formazione tecnica, ma non hanno alcun titolo professionalizzante, come è sempre stato nell’istruzione tecnica. Si tratta quindi di ridare all’istruzione tecnica e all’istruzione professionale la duplice possibilità di percorso finalizzato alla prosecuzione degli studi e, ove possibile, all’esercizio di attività professionali.
Al punto in cui siamo, se si vogliono mantenere nel nostro Paese l’istruzione tecnica e l’istruzione professionale perché continuino a dare un valido contributo alla formazione delle giovani generazioni sia come persone , sia come cittadini , sia, anche, come futuri lavoratori, occorre muoversi su più piani utilizzando, anche in tempi diversi, strumenti legislativi e amministrativi .
L’esperienza che si è ricordata -al di là delle soluzioni proposte ancora in buona parte valide, e, in ogni caso, se si vogliono utilizzare, da riesaminare e contestualizzare nell’attuale momento- vuole indicare un metodo di lavoro per il riordino dei settori tecnici e professionali della formazione. Un metodo di lavoro, che riserva al Ministero della pubblica istruzione soltanto il compito di regia, affida agli istituti quello più rilevante di definire i percorsi di studio, partendo da quelli già in atto, che hanno dato risultati positivi, per proiettarli nel futuro al fine di corrispondere a nuove ed emergenti esigenze, e richiede al mondo del lavoro di esprimersi sui progetti per valutarne la reale utilità e ricaduta nell’economia del Paese.
Questo metodo di lavoro attiene esclusivamente alla parte relativa alla definizione dei percorsi di studio nell’istruzione tecnica e professionale , ma non contempla una successiva fase di confronto e coordinamento con la formazione professionale necessaria per realizzare uno stretto collegamento tra istruzione statale e formazione professionale regionale in vista della realizzazione dei “Poli tecnico professionali”previsti dal recente decreto legge 31/gennaio/2007, n.7, sulle liberalizzazioni.
Si tratta di porre in essere le condizioni per una definizione, di comune intesa, dei percorsi formativi di competenza dello Stato e delle Regioni, che rappresenti un superamento della separazione operata dal nuovo testo dell’art. 117 della Costituzione tra istruzione e istruzione e formazione professionale.
Ciò si impone anche per la ragione che con l’attuazione del titolo V della Costituzione le Regioni eserciteranno il compito della programmazione dell’offerta formativa nel proprio territorio sulla base di tutte le risorse finanziarie e di personale disponibili, statali e regionali. Nella sede regionale si potrà, infatti, realizzare la gestione unitaria di istruzione e di istruzione e formazione professionale anche attraverso la creazione dei poli formativi e l’utilizzo pieno di tutte le risorse professionali, finanziarie e strumentali , di cui la regione potrà disporre anche a seguito dei trasferimenti da parte dello Stato conseguenti all’attuazione del titolo V. Un obiettivo così complesso ed importante per il futuro della scuola italiana potrà raggiungersi soltanto se Stato e Regioni opereranno nello spirito della “leale collaborazione” più volte richiamato dalla nostra Carta Costituzionale.
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