Source: http://www.difesa.it/Giustizia_Militare/rassegna/Bimestrale/2000/Pagine/Vol13CCass45.aspx
Timestamp: 2019-12-12 18:59:04+00:00
Document Index: 2789403

Matched Legal Cases: ['art. 148', 'art. 5', 'Cass. Sez. ', 'art. 148', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 148', 'art. 148', 'art. 149', 'art. 148', 'art. 52', 'art. 148', 'art. 148', 'art. 148', 'art. 52', 'art. 44', 'art. 45', 'art. 46', 'art. 45', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 47', 'art. 46', 'art. 47', 'sentenza ']

(n.12) Assenza dal servizio (reati di) - mancato rientro di militare da libera uscita ed omessa presentazione senza giusto motivo nei cinque giorni successivi - è fattispecie di diserzione impropria.
(C.p.m.p., art. 148; L. 382/1978, art. 5; L 545/1986, artt. 44, 45, 46, 47)
Cass. Sez. 1, ud. pubbl. 18 gennaio 1999, Pres. Sacchetti, Rel. Fazzioli, p.m. conf.
La qualificazione giuridica dei reati di assenza, reati formali, è fondata sulla disciplina amministrativa che determina i casi di legittima o illegittima assenza del militare.
L'allontanamento o la assenza del militare devono valutarsi in relazione al luogo ove il militare deve prestare il suo servizio.
Non sussistono differenze di contenuto tra "libera uscita", "licenza", "permesso" del militare, da ritenere tutte come forme di legittima assenza dal servizio.
Il mancato rientro del militare da libera uscita è idoneo a dar luogo a reato previsto dal n. 2 dell'art. 148 c.p.m.p. (c.d. diserzione impropria), e non dal n. 2 del medesimo articolo (c.d. diserzione propria). (1)
(1) v., conforme, Cass. Sez. 1, c.c. 23 febbraio 1999, Pres. Teresi, rel. Gironi, in questa Rassegna, fascicolo 1/2 anno 1999, alla voce n. 12 "assenza dal servizio (reati di)".
1 Con sentenza 7 maggio 1998 il gup del tribunale militare di Napoli dichiarava di non doversi procedere nei confronti di (omissis) perché il fatto non costituisce reato per il delitto di diserzione impropria (art. 148, comma 1, n. 2 c.p.m.p.), così modificata la originaria imputazione di diserzione propria (art. 148, comma 1, n. 2 c.p.m.p.).
Rilevava il gup che il (omissis), trovandosi in libera uscita, si era ammalato per cui aveva presentato certificato medico a comprova della malattia; di conseguenza, poiché il militare in libera uscita doveva considerarsi " legittimamente assente" dal servizio e non "in servizio alle armi", non poteva essere ipotizzato nei suoi confronti il contestato delitto di diserzione propria, bensì quello di diserzione impropria dal quale doveva essere prosciolto perché trovandosi legittimamente assente non si era presentato in servizio per giustificato motivo
Osservava il gup che la soluzione da lui proposta si poneva in contrasto con la consolidata giurisprudenza, che riteneva invece che il militare in libera uscita dovesse considerarsi in servizio, non essendo questa che "una modalità del servizio o comunque funzionale al servizio stesso", perché diretta "unicamente a rendere meno gravoso lo svolgimento quotidiano del servizio militare senza incidere sulla presenza del militare, benché in libera uscita, al reparto di appartenenza", tanto è vero che la libera uscita a differenza dei congedi, delle licenze e dei trasferimenti non deve essere annotata nel foglio matricolare.
Rilevava, tuttavia, il gup che nel cpmp il termine "servizio" non ha sempre lo stesso significato e che " in tutte le norme che sanzionano le assenze" è sempre contenuto " un riferimento esplicito (art. 149) o comunque implicito (artt. 147 e 148) ai luoghi di svolgimento del servizio militare genericamente inteso" e che in queste ipotesi, " la presenza o l'assenza ... è strettamente ancorata ad un rapporto spaziale con il luogo di svolgimento del servizio".
Di conseguenza, non avendo più il militare in libera uscita alcun vincolo di tipo spaziale ( il nuovo regolamento di disciplina militare- d.p.r. 18 luglio 1986, n. 545 e successive modificazioni - ha infatti abolito il divieto di allontanarsi dal territorio presidiario), anche questo doveva essere considerato agli effetti dell'art. 148 cpmp come legittimamente assente dal servizio.
2.Ha proposto ricorso per cassazione il procuratore generale della Repubblica presso la corte militare d'appello, sezione distaccata in Napoli, denunciando la erronea applicazione della legge penale militare.
Osserva il ricorrente che la scissione effettuata dal gup tra "concetto amministrativo" e concetto penalistico di servizio" non ha fondamento, in quanto la libera uscita non viene annotata sul foglio matricolare proprio perché " il soggetto che ne fruisce, quando la effettua, pone in essere una delle tante operazioni quotidiane alle quali egli presenzia fisicamente ... operazioni che scandiscono il corso del giorno in cui la libera uscita viene effettuata, dalla sveglia al contrappello serale".
Inoltre l'oggetto dei reati di assenza arbitraria sarebbe costituito dalla tutela di " una generica disponibilità nei confronti della istituzione, a differenza dei c.d. reati contro il servizio nel servizio, categoria nell'ambito della quale la locuzione servizio assume il significato specifico di servizio determinato nel tempo e nello spazio: è il caso, ad esempio, dei reati di violata consegna".
Di conseguenza il gup avrebbe erroneamente qualificato come diserzione impropria il reato di diserzione commesso dal (omissis), il quale, dovendo invece essere qualificato come di diserzione propria, non avrebbe potuto ritenersi scriminato dalla ricorrenza di un "giusto motivo".
3.Il procuratore generale militare della Repubblica presso questa corte suprema ha concluso con requisitoria scritta chiedendo il rigetto del ricorso.
Ha osservato il p.g. requirente che la condizione del militare in libera uscita è stata profondamente modificata dalle norme di principio sulla disciplina militare - legge 11 luglio 1978, n. 382 - e dal nuovo regolamento di disciplina e che, attualmente, la libera uscita si differenzia dagli analoghi istituti delle licenze e dei permessi (che, come la libera uscita, non debbono essere annotati nel foglio matricolare) soltanto per la sua più breve durata.
Ha aggiunto che sulla base del dato normativo dal quale l'interprete non può discostarsi le due ipotesi di "diserzione propria" e "impropria" fanno "sempre ed esclusivamente riferimento spaziale al reparto di appartenenza" e che "l'essere in servizio alle armi, in quanto ricollegato all'allontanamento e alla presentazione, non può che essere interpretato in ambito spaziale ... oggi da individuarsi ... nei più stretti confini della caserma sede del reparto di appartenenza".
4.Il ricorso deve essere rigettato.
br>Osserva la corte che i reati di assenza dal servizio alle armi, nella cui classe sono inseriti quelli di diserzione - propria e impropria -, sono compresi nella più ampia categoria dei reati contro il servizio militare.
Presupposto, dunque, per ogni indagine è l'accertamento del contenuto del termine "servizio militare", che costituisce il bene giuridico protetto dalle singole disposizioni incriminatrici ricomprese sotto il libro II, titolo II del cpmp.
Deve in proposito osservarsi che la dottrina è concorde nel ritenere che al termine "servizio militare" non possa darsi un significato univoco, ma lo stesso debba essere desunto di volta in volta dall'esame della fattispecie incriminatrice.
Va, comunque, osservato, che, ferma la giustificazione costituzionale del servizio militare (art. 52, comma 1, Costituzione) e le finalità alle quali lo stesso considerato come prestazione collettiva deve adempiere, resta il fatto che "il servizio militare" instaura tra il cittadino e la pubblica amministrazione un rapporto di servizio, che, per essere il nostro uno Stato di diritto, non può che essere regolato dalla legge (intesa non soltanto in senso formale).
Oggetto delle norme incriminatrici dei reati di assenza dal servizio alle armi (nella cui nozione è compreso l'art. 148 cpmp) è "la prestazione individuale di attività (personale) globalmente considerata", in altri termini del servizio militare, che deve svolgersi sulla base delle disposizioni normative di natura amministrativa che regolano il rapporto di servizio -militare- tra lo Stato e il cittadino, che lo presta (sia esso obbligatorio o volontario).
Conseguentemente è stato ritenuto che poiché l'imposizione dell'obbligo (del servizio militare) penalmente tutelato deriva da provvedimenti amministrativi (ordinatori o autorizzativi), i reati in materia siano di natura formale perché è all'esistenza o meno di tali provvedimenti che occorre fare riferimento ai fini dell'accertamento della sussistenza del reato, indipendentemente dalla esistenza o meno in concreto di presupposti che avrebbero consentito all'amministrazione di disporre o meno i provvedimenti medesimi o che avrebbero potuto giustificare l'esonero dalla prestazione del servizio.
5.L'art. 148 cpmp prevede due reati, la c.d. diserzione propria e impropria, il cui tratto distintivo è dato, nella prima fattispecie, dall'allontanamento "senza autorizzazione" e nella seconda dal mancato rientro senza giusto motivo da parte del militare che si trova "legittimamente assente".
La sussistenza e la qualificazione del reato dipende, quindi, non dalle disposizioni contenute nel cpmp, ma dalla disciplina amministrativa alla quale il codice rinvia e che concretamente determina i casi di "legittima" o "illegittima" assenza del militare ( o, di converso, l'allontanamento non autorizzato dal servizio).
6. sulla base anche del conforme indirizzo dottrinale, è stato ritenuto che la "libera uscita" non può essere considerata legittima assenza dal servizio, in base ad un duplice ordine di motivi riassumibili sostanzialmente nella considerazione che "essendo (la libera uscita) ricompresa tra le operazioni giornaliere del presidio, il militare che ne fruisce continua ad essere presente al corpo ed è solo autorizzato a trascorrere le ore libere fuori della caserma (in tal senso, sembra collocarsi, Cass. I, 21 aprile 1994, n. 4610, RV 198281), ovvero nella considerazione che, essendo la libera uscita una assenza di carattere generale a differenza degli altri casi di "assenza dal servizio" (permesso, licenza), il militare dovrebbe, in ogni caso essere considerato come "disponibile in servizio" e, quindi, presente al reparto (Gip TM Roma, 1 aprile 1992, Troya, RGM 92, 43).
6a.Al proposito deve in primo luogo rilevarsi che poiché il rapporto di servizio militare individualmente inteso, come tutti gli altri rapporti "di servizio" tra lo Stato ed un suo dipendente, oltre ad instaurare un rapporto di carattere generale tra il dipendente e la Istituzione, instaura un rapporto particolare tra il dipendente e la struttura nei cui confronti il "facere" che costituisce l'oggetto del rapporto individuale "di servizio" deve essere prestato, è evidente che l'allontanamento non può che configurarsi rispetto al luogo della "prestazione".
Di conseguenza l'allontanamento o l'assenza non può che essere riferito nell'art. 148, comma 1 e 2, cpmp al luogo in cui il servizio militare deve essere prestato da "quel" militare.
6b.Tanto precisato va rilevato che la "assenza" legittima o illegittima dal servizio non deve essere stabilita in base a considerazioni metagiuridiche, o in base al cpmp, che la presuppone soltanto, ma in base alla disciplina concreta desumibile dalle vigenti disposizioni normative di carattere amministrativo che regolano la materia della libera uscita, ed alle quali la norma incriminatrice rinvia.
Orbene, ai fini di tale esame un punto non sembra oggetto di contrasto né in giurisprudenza né in dottrina, e cioè che viene considerato legittimamente assente dal servizio il militare in permesso o in licenza.
Un diverso trattamento penale della "libera uscita" rispetto al permesso ad alla licenza, potrebbe, quindi, ritenersi giustificato soltanto ove venisse accertato la esistenza di una differenza di disciplina sul piano sostanziale tra la "libera uscita" e le altre forme lecite di allontanamento dal servizio.
Tali segni distintivi non sembra siano riscontrabili.
Va, infatti, osservato che sia la libera uscita, che i permessi, che le licenze sono tutte comprese nello stesso capo II, "norme di servizio", del d.p.r. 18 luglio 1986, n. 545, che prescrive la lingua da usare durante il periodo del servizio militare, gli orari e i turni di servizio, l'alloggiamento e il pernottamento, l'uso dell'abito militare o civile ecc., in altri termini indica alcune delle modalità, ritenute essenziali, dello svolgimento del servizio militare.
In tale contesto è agevole osservare che sulla base delle disposizioni surriferite, fermo restando il generale obbligo previsto dall'art. 52, comma 1, Costituzione, la prestazione del servizio militare in tempo di pace non sia più (ove mai lo sia stata) un completo assoggettamento alla istituzione, ma deve, invece, svolgersi secondo ritmi regolati dalla legge, che debbono prevedere un "orario di servizio" prestabilito (art. 44, citato); turni di riposo e riposto festivo; la fruizione della libera uscita (che è un vero e proprio diritto come il termine "fruiscono" sta ad indicare, comprimibile soltanto in caso eccezionali) "secondo turni ed orari stabiliti"; la concessione di permessi notturni, di permessi in deroga al normale orario della libera uscita (art. 45, comma 3, d.p.r. citato), di permessi e licenze (art. 46).
Sulla base della disciplina legislativa non è dato apprezzare, quindi, alcuna differenza tra "la libera uscita" e i permessi e le licenze, che sono tutte forme che, nell'ambito del rapporto individuale amministrativo tra lo Stato e il militare, consentono a costui di "legittimamente" assentarsi dal servizio, nel primo caso con un provvedimento amministrativo di carattere generale "prestabilito" e negli altri casi di volta in volta, secondo il prudente apprezzamento delle esigenze personali del militare e di quelle del servizio.
Va precisato, tuttavia, che non essendo desumibile dal complesso normativo che disciplina la "legittima assenza" dal servizio alcuna distinzione di ordine sostanziale tra assenze giustificate in base a provvedimenti di carattere generale ed assenze giustificate in base a provvedimenti di carattere individuale, da tale elemento non può dedursi un diverso trattamento penale, peraltro in malam partem, se non a costo di una inammissibile forzatura della interpretazione della norma.
6c. Né la diversa natura della libera uscita rispetto al permesso o alla licenza può essere dedotta dalla circostanza che soltanto le "licenze" vengono annotate sul foglio matricolare, trovando, evidentemente la registrazione della licenza (e non anche del permesso, oltre che della libera uscita), giustificazione nella maggior durata dell'allontanamento dal servizio e, quindi della sua maggiore incidenza sullo stato matricolare dell'interessato.
7.Una più fondata distinzione tra la "libera uscita" e i permessi e le licenze potrebbe essere desunta dall'esame del loro contenuto.
Orbene, a parte l'ipotesi regolata dall'art. 45, comma 4, d.p.r. 545/86 in cui la legittimità dell'assenza addirittura non deriva dal permesso, ma dalla preesistenza nel caso concreto del diritto alla libera uscita il permesso (infatti "il comandante ... può anticipare o prorogare l'orario della libera uscita ...mediante permessi), va rilevato sul piano sostanziale che: a) al militare in libera uscita "è consentito" - salvo esigenze specificamente indicate - l'uso dell'abito civile fuori dei luoghi militari, alla stessa stregua di quanto "è consentito" ai militari in permesso o in licenza (art. 5, comma 6, legge 11 luglio 1978, n. 382); b) lo stesso può allontanarsi come qualsiasi altro militare dalla località di servizio, essendo questo un diritto riconosciuto a tutti i militari, salvo esigenze di impiego (art. 12, legge citata); c) che, alla stregua dei militari in permesso o in licenza, ha l'obbligo di fare rientro immediatamente "in caserma, a bordo delle navi, negli aeroporti e nelle altre installazioni militari, quando il rientro venga ordinato per imprescindibili ed urgenti esigenze di servizio (art. 47, d.p.r. citato).
Non risulta, quindi -legislativamente- dal punto di vista del contenuto, alcun elemento caratterizzante la libera uscita dal permesso o dalla licenza.
Sembra, anzi, potersi ricavare da tutta la disciplina del capo II, che l'ordinamento positivo abbia voluto assimilare in un più moderna visione del "rapporto di servizio militare", scandito da una precisa determinazione di diritti e di doveri, la libera uscita alle altre forme di legittima assenza dal servizio come sono appunto i permessi e le licenze, dalle quali si differenzia, come si è visto, oltre che per la natura del provvedimento autorizzativo, di carattere generale nel primo caso), per la diversa durata (art. 46, 1 e 2, d.p.r. 545/86) e per essere la prima un diritto non sopprimibile del militare (salvo casi eccezionali e come per l'orario di lavoro ed i riposi) diversamente dai permessi e dalle licenze di carattere discrezionale.
Va aggiunto, anzi, che proprio dalla lettura dell'art. 47, d.p.r. 545/86 si ritiene potersi conclusivamente desumere la volontà del legislatore di considerare su uno stesso piano, dal punto di vista del loro contenuto di "libertà", tutti i casi di legittima assenza dal servizio. La norma, infatti, testualmente recita che "tutti i militari in libera uscita, in permesso o in licenza "debbono rientrare immediatamente in servizio," quando il rientro venga ordinato per imprescindibili ed urgenti esigenze di servizio", senza operare alcuna distinzione in relazione al titolo dell'assenza, ma anzi presupponendo un pari preesistente legittimo allontanamento dal servizio e prevedendo per tutte le ipotesi un obbligo di fare immediato rientro al corpo, in evidente contrasto con quelle costruzioni teoriche secondo le quali il militare in libera uscita dovrebbe essere considerato, come "virtualmente" presente in servizio.
Pertanto, poiché dall'esame della normativa in vigore non si rinvengono elementi per escludere che possa essere considerato legittimamente assente dal servizio il militare che fruisca della libera uscita "secondo turni ed orari stabiliti dalle norme in vigore per ciascuna Forza armata o Corpo armato", il ricorso, non contestando il pg ricorrente la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui il giudice di merito ha riconosciuto l'esistenza di un giusto motivo alla mancata presentazione da parte del (omissis) al termine della libera uscita, deve essere rigettato.