Source: https://fattipiuinla.it/2017/01/30/lavoro-in-carcere/
Timestamp: 2018-09-21 23:15:55+00:00
Document Index: 34755579

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 20', 'art. 71', 'art.20', 'art. 76', 'art. 77', 'art. 20', 'art. 72', 'art. 73', 'art. 22', 'art.47', 'art.47', 'art. 47', 'art. 4', 'art. 21', 'art. 54', 'art.21', 'art. 4', 'art 21', 'art 21']

Lavoro in carcere – fattipiuinla
L’art. 15 dell’ordinamento penitenziario, legge 26 luglio 1975 n. 354, individua il lavoro come uno degli elementi del trattamento rieducativo stabilendo che, salvo casi di impossibilità, al condannato e all’internato è assicurata un’occupazione lavorativa.
L’art. 20 dell’ordinamento penitenziario definisce le principali caratteristiche del lavoro negli istituti penitenziari.
E’ obbligatorio per i detenuti condannati e per i sottoposti alla misura di sicurezza della colonia agricola e della casa di lavoro. Negli istituti penitenziari deve essere favorita la destinazione dei detenuti e degli internati al lavoro e la loro partecipazione a corsi professionali. In questo senso, possono essere stipulati rapporti con aziende pubbliche o con aziende private convenzionate e con l’ente Regione al fine di organizzare negli istituti lavorazioni o corsi di formazione professionale.
L’organizzazione di attività lavorative rappresenta, quindi, un obbligo di fare per l’Amministrazione penitenziaria.
Non ha carattere afflittivo. Non rappresenta pertanto un inasprimento della pena, ma è considerato una forma di organizzazione necessaria alla vita della comunità carceraria. Carattere che ricalca i contenuti dell’art. 71 delle regole minime Onu ed è confermato dell’articolo 26,1 delle regole penitenziarie europee – adottate con la raccomandazione R 2006 2 del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, che considerano il lavoro elemento positivo del trattamento.
E’ remunerato. Il compenso è calcolato in base alla quantità e qualità di lavoro prestato, in misura non inferiore ai 2/3 del trattamento economico previsto dai contratti collettivi nazionali. Sono riconosciute, inoltre, le medesime garanzie assicurative, contributive e previdenziali di quelle previste in un rapporto di lavoro subordinato (art.20, co. 2 ord. penit. art. 76 reg.min.Onu e art. 77 reg. penit. eur.).
L’organizzazione e i metodi devono riflettere quelli della società libera: per preparare i detenuti alle normali condizioni del lavoro libero e favorirne il reinserimento sociale (art. 20 ord. penit., art. 72 reg.min. Onu e dall’art. 73 reg. penit. eur.).
La retribuzione del detenuto lavoratore è definita dalla legge come mercede: l’art. 22 dell’ordinamento penitenziario stabilisce che “Le mercedi per ciascuna categoria di lavoranti sono equitativamente stabilite in relazione alla quantità e qualità del lavoro effettivamente prestato, alla organizzazione e al tipo del lavoro del detenuto in misura non inferiore ai due terzi del trattamento economico previsto dai contratti collettivi”.
LAVORO PENITENZIARIO INTRAMURARIO
Lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziariaLa sua organizzazione e gestione è riservata dall’art.47 regolamento di esecuzione ( D.P.R.30 giugno 2000 n.230) alle direzioni degli istituti che devono uniformarsi alle linee programmatiche dei provveditorati.
le lavorazioni per commesse dell’amministrazione stessa, vale a dire forniture di vestiario e corredo, di arredi e quant’altro destinato al fabbisogno di tutti gli istituti del territorio nazionale. Attualmente sono presenti quindici tipi di lavorazioni per commesse che occupano principalmente sarti, calzolai, tipografi, falegnami e fabbri.
i lavori delle colonie e dei tenimenti agricoli che occupano detenuti e internati con varie specializzazioni, come apicoltori, avicoltori, mungitori, ortolani.
i lavori domestici cioè le attività necessarie al funzionamento della vita interna dell’istituto, tra cui:
i servizi d’istituto – attività di cuochi e aiuto cuochi, addetti alla lavanderia, porta vitto, magazzinieri
i servizi di manutenzione ordinaria dei fabbricati (MOF), cui vengono assegnati detenuti con competenze più qualificate (acquisite anche a seguito di corsi professionali interni) come elettricisti, idraulici, falegnami, riparatori radio – tv , giardinieri, imbianchini.
alcune mansioni retribuite dall’amministrazione, esclusive dell’ambiente penitenziario. Tra cui
lo scrivano, addetto alla compilazione di istanze e alla distribuzione di moduli
il piantone, assistente di un compagno ammalato o non autosufficiente
lo spesino, incaricato di raccogliere gli ordini di acquisti dei compagni e alla loro distribuzione.
Lavoro alle dipendenze di terziLe lavorazioni possono essere organizzate e gestite da imprese pubbliche e private, in particolare da cooperative sociali in locali concessi in comodato dalle direzioni (art.47 regolamento di esecuzione). I rapporti tra la direzione e le imprese sono definiti con convenzioni.
In questi casi il rapporto di lavoro intercorre tra il detenuto e le imprese che gestiscono l’attività lavorativa mentre il rapporto di queste ultime con le direzioni è definito tramite convenzioni.
I datori di lavoro devono versare alla direzione dell’istituto la retribuzione dovuta al lavoratore, al netto delle ritenute di legge, e l’importo di eventuali assegni familiari.L’art. 47 RE consente di stipulare convenzioni con cooperative sociali anche per servizi interni, come quello di somministrazione del vitto, di pulizia e manutenzione dei fabbricati.
Di grande rilievo, in tema di lavoro penitenziario, è stata la legge 22 giugno 2000 n. 193, c.d. Legge Smuraglia, che ha modificato la definizione di persone svantaggiate contenuta nella disciplina sulle cooperative sociali, con l’aggiunta, alle categorie già contemplate dall’art. 4 L. 8 novembre 1991 n. 381, delle “persone detenute o internate negli istituti penitenziari”.
La legge ha inoltre esteso il sistema di sgravi contributivi e fiscali, già previsto in favore delle cooperative sociali, alle aziende pubbliche o private che organizzino attività produttive o di servizi all’interno degli istituti penitenziari, impiegando persone detenute o internate.
LAVORO ESTERNO AL CARCERE
L’art. 21 dell’ordinamento penitenziario è uno strumento che consente ampia operatività
possono essere ammessi al lavoro all’esterno condannati, internati ed imputati sin dall’inizio della detenzione per svolgere attività lavorativa, comma 1
frequentare corsi di formazione professionale, comma 4-bis.
prestare attività a titolo volontario e gratuito in progetti di pubblica utilità in favore della collettività da svolgere presso lo Stato, le regioni, le province, i comuni, le comunità montane, le unioni di comuni, le aziende sanitarie locali, o presso enti o organizzazioni, anche internazionali, di assistenza sociale, sanitaria e di volontariato, comma 4-ter introdotte dalla legge n.94 del 9 agosto 2013.
prestare la propria attività a titolo volontario e gratuito a sostegno delle vittime dei reati da loro commessi, comma 4-ter introdotte dalla legge n.94 del 9 agosto 2013 convertito nella legge n. 94/2014.
La norma prevede che si applichi, in quanto compatibile, la disciplina generale di riferimento del lavoro di pubblica utilità, di cui all’art. 54 del D.Lgs. 274/2000. Tuttavia il lavoro di pubblica utilità ha natura di sanzione sostitutiva, dunque non carceraria. Di recente sono stati sottoscritti protocolli tra il Ministero della Giustizia, l’ANCI e alcuni tribunali di sorveglianza per favorire l’applicazione dell’art.21co.4-ter.
Limiti per l’ammissione al lavoro all’esterno
I condannati per reati associativi o altri altri di grave allarme sociale indicati nei commi 1, 1-ter e 1-quater dell’art. 4-bis dell’ordinamento penitenziario, possone essere assegnati al lavoro all’esterno, solo dopo aver espiato almeno un terzo della pena o comunque di non più di cinque anni.
Gli ergastolani vi possono essere ammessi dopo almeno dieci anni di pena.
Non possono essere assegnati al lavoro all’esterno per svolgere lavori a titolo di volontariato i detenuti e gli internati per il delitto di associazione di stampo mafioso (articolo 416 bis c.p.) e per reati commessi per favorire le attività di stampo mafioso.
Procedura per l’ammissione
Il lavoro all’esterno è proposto dal direttore dell’istituto ed approvato dal Magistrato di sorveglianza qualora si tratti di condannati o internati. È proposto dal direttore dell’istituto previa approvazione dell’autorità giudiziaria competente nel caso di imputati.
Le disposizioni previste dall’articolo 21 possono essere applicate per l’assistenza all’esterno dei figli minori di anni dieci (art 21-bis) e per consentire visite al minore infermo (art 21-ter).
Ufficio osservazione e trattamento
Vetrina dei prodotti del carcere
Protocollo tra Ministero della giustizia, ANCI e tribunale di sorveglianza dell’AQUILA
Protocollo tra Ministero della giustizia, Regione Lombardia e tribunali di sorveglianza di Brescia e Milano
Protocollo tra Ministero della giustizia, Regione siciliana e Anci Sicilia
Protocollo operativo tra Ministero della giustizia, Regione Puglia, Anci Puglia e tribunali di sorveglianza di Bari, Lecce, Taranto
Protocollo tra Ministero della giustizia, Regione Friuli Venezia Giulia e tribunale di sorveglianza di Trieste
Protocollo tra Ministero della giustizia, Regione Campania, ANCI Campania, tribunali di sorveglianza di Napoli e Salerno
Lavorare con i detenuti
Fare volontariato con detenuti ed ex detenuti
L. 193/2000
Regole penitenziarie europee per il trattamento dei detenuti
Relazione sull’attuazione delle disposizioni di legge relative al lavoro dei detenuti – anno 2014
Previous Previous post: Album foto – Visita al centro nutrizionale di Babonde (RDC)
Next Next post: Profilo di Mons. Claudio Dalla Zuanna
Detenuti italiani e stranieri presenti e capienze nell’Istituto di PISA – aggiornamento al 31 agosto 2018 4 settembre 2018
Detenuti italiani e stranieri presenti e capienze nell’Istituto di PISA – aggiornamento al 31 luglio 2018 7 agosto 2018
Inaugurazione di “Misericordia tua” 6 luglio 2018
Detenuti italiani e stranieri presenti e capienze nell’Istituto di PISA – aggiornamento al 30 giugno 2018 4 luglio 2018
Detenuti italiani e stranieri presenti e capienze nell’Istituto di PISA – aggiornamento al 31 maggio 2018 6 giugno 2018