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Timestamp: 2017-12-16 14:47:58+00:00
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Amanda Knox e Raffaele Sollecito, colpevoli! | Nikita's Blog
Amanda Knox e Raffaele Sollecito, colpevoli!
5 dicembre 2009 11 gennaio 2010 / nikitaitaly
PERUGIA– «Colpevoli» dell’omicidio di Meredith Kercher. Ventisei anni di reclusione per Amanda Knox, 25 per Raffaele Sollecito. La ragazza americana è stata condannata anche per il reato di calunnia nei confronti di Patrick Lumumba, finito in carcere nella prima fase delle indagini in base alle dichiarazioni della ragazza e poi dichiarato estraneo alla vicenda: per questo reato Amanda dovrà risarcire il musicista congolese con 40mila euro. Il risarcimento per la proprietaria della casa di via della Pergola è stato fissato in 25mila euro. Questa la sentenza emessa dalla Corte d’assise di Perugia (audio) per i due giovani accusati dell’omicidio della studentessa inglese. I due imputati hanno evitato l’ergastolo, che era stato chiesto dai pubblici ministeri, perché la corte ha ritenuto di escludere le aggravanti contestate e di concedere le attenuanti generiche. I reati, inoltre, sono stati dichiarati unificati dal vincolo della continuazione e da quello di violenza sessuale assorbito nel reato di omicidio volontario. Amanda Knox e Raffaele Sollecito sono stati condannati al pagamento delle spese processuali e interdetti per sempre dai pubblici uffici. Dovranno, inoltre, risarcire i famigliari di Meredith.
REAZIONI – La Knox è esplosa in lacrime dopo aver ascoltato la sentenza. «No, no…», ha mormorato abbracciata al suo avvocato Luciano Ghirga, mentre il presidente della corte Massei leggeva il lungo dispositivo. Impassibile Sollecito mentre ascoltava la decisione dei giudici. Quando ha lasciato l’aula, la sorella gli ha urlato: «Forza, forza Raffaele!». «Combatteremo fino all’ultimo, non è finita qua» ha detto Cassandra, la compagna di Curt Knox, il padre di Amanda, dopo la lettura del verdetto andato in onda in diretta sulle tv all news americane. Mara, la compagna del padre di Sollecito, ha detto tra le lacrime, riferendosi ai giudici: «Non hanno fatto fino in fondo il loro dovere. Dovevano assolverlo, Raffaele è innocente». La donna, quando il ragazzo è stato portato via dall’aula ha urlato «forza Raffaele» prima di scoppiare in un pianto a dirotto. Visibilmente contrariati anche gli avvocati delle due difese, con Luciano Ghirga che ha difeso Amanda, abbracciato alla giovane di Seattle prima che gli agenti della polizia penitenziaria la portassero via. Alla lettura del verdetto ha assistito anche Lumumba, che è apparso frastornato: «Non ho capito bene la sentenza – ha detto ai giornalisti -. Non posso dire niente ora». Fuori dal tribunale di Perugia si era radunata una folla di passanti e curiosi: molti si sono accalcati tentando di entrare nell’aula mescolandosi ai 200 giornalisti accreditati.
Raffaele Sollecito (Ansa)
IL GIORNO DELLA VERITÀ – Per Amanda, l'”Amélie di Seattle” come l’hanno definita i suoi legali, e Raffaele Sollecito, lo studente d’informatica laureatosi ingegnere in prigione, è arrivato il giorno della verità, dopo due anni di carcere e 11 mesi di udienze. E la verità è stata dura. Amanda e Raffaele non sono, secondo la corte d’Assise, i ragazzi acqua e sapone al loro primo amore, travolti da uno «tsunami mediatico» e da un’accusa pesantissima ma «incompiuta», perché «senza movente e senza riscontri certi». Al contrario, la corte d’Assise, entrata venerdì mattina in camera di consiglio e uscita dopo mezzanotte, ha affermando che sono stati loro ad aver ucciso il 2 novembre di due anni fa la studentessa inglese Meredith Kercher. Assieme a Rudy Guede, l’ivoriano che ha scelto il rito abbreviato e che è già stato condannato a 30 anni di carcere. Una «sentenza contraddittoria», secondo Giulia Bongiorno legale di Sollecito, secondo cui non potrà che arrivare un’assoluzione in appello: «Credo che avere fiducia nella giustizia significhi prendere atto delle sentenze anche quando ci danno torto – dice l’avvocato -. Io prendo questa sentenza di condanna come un rinvio della sentenza di assoluzione di Raffaele, anche perché nel dispositivo c’è qualcosa di contraddittorio, in quanto di fronte al tipo di contestazione sono state riconosciute le attenuanti generiche». Questa, conclude Bongiorno, «non è una sentenza di condanna, è un doloroso differimento di sentenza di assoluzione che arriverà. Ora pensiamo all’appello».
LA DECISIONE – Per la giuria popolare non è stata una decisione facile: condannare due ragazzi di 25 e 22 anni all’ergastolo sarebbe stato distruggere per sempre la loro vita; assolverli avrebbe significato sconfessare non solo l’intera inchiesta ma anche i giudici che prima di loro si sono espressi. Ed è arrivata una condanna a metà. E sono proprio le sentenze precedenti uno degli aspetti su cui ha puntato la procura di Perugia per sostenere la colpevolezza dei due, rivendicando le «plurime e costanti conferme» avute dai tribunali. Assieme alle prove scientifiche «inconfutabili», che collocano i due ex fidanzatini nell’ appartamento di via della Pergola la sera in cui Meredith fu uccisa: il Dna di Amanda e di Mez sulle macchie di sangue repertate nel bagno, il profilo genetico della studentessa di Seattle assieme a quello di Mez su un coltello da cucina trovato dagli investigatori nella casa di Raffaele Sollecito, il Dna dello studente barese sul gancetto del reggiseno di Meredith.
LA VICENDA – La corte ha dunque giudicato valida la dinamica dell’omicidio ricostruita dai pm Giuliano Mignini e Manuela Comodi. Quella sera i tre arrivarono a casa in via della Pergola, dove c’era già la giovane inglese. «Non sappiamo con certezza che intenzioni avessero – aveva detto Mignini nella sua accusa -, ma è possibile che ci sia stata una discussione, poi degenerata, tra Mez e Amanda per i soldi scomparsi. O forse la studentessa inglese era contrariata per la presenza di Guede». Fatto sta che «la Knox, Sollecito e l’ivoriano, sotto l’influsso degli stupefacenti e forse dell’alcol, decidono comunque di porre in atto il progetto di coinvolgere Mez in un pesante gioco sessuale». Un’aggressione con un «crescendo incontrollato, inarrestabile di violenza e gioco sessuale» che termina con la morte della ragazza. A sferrare la coltellata mortale, secondo la procura, è Amanda, che «voleva vendicarsi di quella smorfiosa troppo seria e morigerata per i suoi gusti», mentre Raffaele la tiene ferma. È, invece, Rudy a violentarla. «Mez è stata uccisa in maniera impressionante da tre furie scatenate» avevano ribadito i pm. Parole, e prove, che le difese dei due imputati hanno tentato di smontare nel corso di 11 mesi. Senza riuscirvi.
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