Source: https://elenafalletti.wordpress.com/2017/01/27/brexit-deve-votare-il-parlamento-la-decisione-della-corte-suprema/
Timestamp: 2017-07-21 02:46:07+00:00
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Brexit, deve votare il Parlamento: la decisione della Corte Suprema | Elena Falletti
January 27, 2017 by Elena Falletti	Brexit, deve votare il Parlamento: la decisione della Corte Suprema	Pubblicat0 sul Quotidiano Giuridico del 25 gennaio 2017
Come è noto, il 23 giugno 2016 in Gran Bretagna si è svolto il referendum sulla permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea. La maggioranza degli elettori si è dichiarata favorevole al recesso dalle istituzioni comunitarie. A seguito di ciò si è aperto il dibattito su come notificare la volontà di recedere dall’Unione Europea, fattispecie disciplinata dall’art. 50 del Trattato di Lisbona. Ai sensi di detto articolo, in sommi capi, ciascuno Stato membro può recedere dall’Unione Europea “conformemente alle proprie norme costituzionali”.
Onde contrastare l’iniziativa motu proprio del Governo e individuare nel dettaglio quali fossero siffatte norme costituzionali alcuni cittadini avevano adito la High Court of Justice. Le posizioni erano opposte: da un lato i ricorrenti affermavano che sin dai tempi della Glorious Revolution del 1688-1689 il Parlamento è il cuore del sistema costituzionale inglese e attraverso di esso si manifesta la sovranità nazionale, pertanto la procedura di notifica del recesso dal Trattato va preliminarmente autorizzata dal Parlamento. Dall’altro lato vi era il parere del Governo inglese, guidato dal Primo Ministro Signora Theresa May, secondo cui è il Governo stesso a possedere i “royal prerogative powers” per aderire o recedere dai trattati internazionali e tra questi va ricompreso il Trattato dell’Unione Europea, pertanto il ruolo parlamentare è secondario di mera ratifica degli accordi intervenuti tra le parti.
La High Court of Justice ha accolto le ragioni dei ricorrenti ribadendo che il Governo non può esercitare poteri che prevarichino la legislazione approvata dal Parlamento, tra questa va annoverato l’European Communities Act 1972, (ECA), fonte di diritto costituzionale, e la legislazione ad esso collegata.
Il soccombente Governo May è stato autorizzato a impugnare direttamente presso la Supreme Court of United Kingdom che ha ascoltato le ragioni delle parti appellanti, appellate nonché delle parti intervenute nelle tre udienze pubbliche tra l’8 e il 7 dicembre 2016. Tra parti intervenute si ricordano le associazioni di expats, ma soprattutto le ragioni delle altre tre Nazioni coinvolte in questo procedimento sulla base delle rispettive “devolution issues”: Scozia, Galles e Irlanda del Nord, dove di fronte a una corte locale si era svolta una causa relativa alla opponibilità dei “Good Friday Agreements” per il raggiungimento della pace tra cattolici e unionisti dopo decenni di “Troubles”.
2. Le ragioni della maggioranza dei giudici della Corte Suprema del Regno Unito
Con una decisione presa a maggioranza di 8 giudici (formata dai Lord Neuberger, Mance, Kerr, Clarke, Wilson, Sumption, Hodge e da Lady Hale) a 3 (i Lord Reed, Carnwath e Hughes) la Corte Suprema del Regno Unito ha rigettato l’appello del Governo e confermato la decisione della High Court of Justice del 3 novembre scorso.
Seppure non sia mai stato veramente in discussione il risultato del referendum, come esplicitamente ricordato da tutti i giudici, la Corte si occupa della procedura di notifica ex art. 50 del Trattato di Lisbona alla luce del diritto costituzionale interno. Siffatta decisione, quindi, concerne esclusivamente il common law inglese e il suo funzionamento di fronte al recesso da un trattato internazionale. Sotto il profilo motivazionale, i giudici supremi inglesi confermano ciò che era già stato affermato dalla High Court of Justice, cioè che l’ECA ha consentito al diritto dell’Unione Europea di divenare fonte del diritto britannico e di prevalere sopra le altre fonti domestiche; pertanto finché l’ECA permane in vigore, anche il diritto dell’Unione già implementato rimane vigente, finché il Parlamento non decida altrimenti. Tuttavia, quando il diritto domestico muterà a seguito del recesso del Regno Unito dai trattati europei, verranno colpiti anche anche i diritti riconosciuti ai cittadini UE residenti nel Regno Unito.
Per quel che concerne le ragioni addotte dal Governo nell’affermare che il potere di recedere dai Trattati europei risiederebbe nell’ECA stesso, i giudici maggioritari rispondono da un lato che siffatto potere andrebbe esplicitamente riconosciuto, circostanza non risultante dal testo dell’ECA; dall’altro lato che vi è una differenza “vitale” tra un mutamento del diritto comunitario e il totale recesso dai trattati dell’Unione. Infatti, tale recesso comporterebbe un cambiamento fondamentale all’ordine costituzionale del Regno Unito eliminando le fonti di diritto comunitario quali fonti di diritto interno. La tradizione costituzionale di common law richiede che siffatti cambiamenti siano implementati attraverso la legislazione approvata dal Parlamento.
I giudici della Supreme Court of United Kingdom rigettano anche l’argomentazione relativa alla responsabilità dei ministri di fronte al parlamento, poiché da un lato questa non costituirebbe una risposta adeguata in senso costituzionale, dall’altro trattandosi dell’esercizio di un potere irrevocabile, pertanto necessariamente autorizzato dal Parlamento.
Infine, la maggioranza si esprime sul contenuto del Referendum Act 2015: seppure l’espletamento del referendum del 2016 sia un atto di grande significato politico, ciò che rileva in detta sede è il suo significato giuridico, cioè l’autorizzazione al suo espletamento, poiché il Referendum Act 2015 non prevedeva particolari conseguenze giuridiche, anche se la risoluzione votata dalla House of Commons del 7 dicembre 2016 relativa alla notifica ex art. 50 TUE da parte del Governo entro il 31 marzo 2017 è un atto politico che non inficia le conclusioni adottate dalla Corte Suprema.
3. Le opinioni dissenzienti
Le opinioni dissenzienti sono due: la prima è adottata dai Lord Reed Carnwath e Hughes, secondo cui il ECA non impone alcun requisito o intenzione relativamente all’adesione del Regno Unito all’Unione Europea, pertanto la notifica ex art. 50 TUE può venire effettuata anche dal Governo nell’esercizio dei suoi “royal prerogative powers”. La seconda è del solo Lord Carnwath, secondo cui la notifica ex art. 50 TUE non possiede in sé il potere di intaccare diritti, ma rappresenta solo il formale avvio del procedimento di negoziazione. Pertanto il Governo potrebbe adire la notifica senza l’autorizzazione preventiva del Parlamento. Ciò nonostante, per giungere a compimento, tale processo necessità dell’approvazione parlamentare in quanto relativo alla legislazione primaria.
4. Le Devolution Issues
Reppresentano l’aspetto più interessante perché concernono le relazioni tra il Regno Unito e le sue nazioni, nello specifico due di esse: Scozia, che aveva manifestato contrarietà all’uscita dall’Unione Europea e la cui Signora Primo Ministro aveva paventato di richiedere un nuovo referendum sulla permanenza scozzese nel Regno Unito, e Irlanda del Nord, dove già una decisione della High Court of Northern Ireland aveva affermato che la “Brexit” non concerneva gli effetti del “Good Friday Agreement” del 1998.
La Corte Suprema del Regno Unito afferma che gli atti di “devolution” che hanno riconosciuto particolari forme di autonomia a ciascuna delle nazioni componenti il Regno sono atti di diritto interno e non conferiscono poteri specifici relativamente alla permanenza del Regno stesso nell’Unione Europea o in merito relazioni con altri Stati stranieri (nel caso specifico dell’Irlanda del Nord, il riferimento è alla Repubblica d’Irlanda), ma concernono solo rapporti interni e pertanto non vi è obbligo di consultazione dei Parlamenti o dei Governi locali in questo procedimento.
5. “What’s next?”
Che succede ora? Senza dubbio la sentenza della Corte Suprema presenta dei “vincitori” e dei “vinti”. Sul suolo inglese tra i vincitori ci sono i contrari all’uscita dall’Unione Europea e che adesso sperano di ottenere maggiori concessioni sotto un profilo politico rispetto all’”Hard Brexit” prefigurato da Theresa May nel suo discorso del 17 gennaio 2017. Sconfitto c’è il Governo anche le sue argomentazioni hanno convinto tre degli undici giudici della Corte Suprema. Il Secretary of State for Exiting the European Union ha già annunciato che nei prossimi giorni depositerà presso la House of Commons un “bill” (disegno di legge) in merito per autorizzare il Governo alla notifica, tuttavia non potrà evitare che venga sottoposto al dibattito parlamentare, compresa la presentazione di emendamenti. Sconfitta è anche la signora Primo Ministro Scozzese che da pretesa protagonista della trattativa vede il suo ruolo ricondotto sullo sfondo, seppure difficilmente manterrà una posizione di retrovia, pretendendo l’espletamento di un nuovo referendum sulla permanenza nel Regno Unito. Sul fronte europeo, il potere di negoziazione degli organi comunitari è indubbiamente cresciuto. Oltre a queste mere supposizioni ciò che appare chiaro è che il procedimento del Brexit sarà più lungo e complesso del previsto.
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