Source: https://www.laleggepertutti.it/172348_incidente-per-una-grata-sulla-strada-spetta-il-risarcimento
Timestamp: 2019-05-25 06:25:36+00:00
Document Index: 153396168

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2051', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 2', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 14', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 1227', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051']

Incidente per una grata sulla strada: spetta il risarcimento?
Nell’ipotesi di sinistro avvenuto su strada, dei danni conseguenti a omessa o insufficiente manutenzione, risponde la pubblica amministrazione titolare della strada.
Di tutti gli incidenti causati da una cattiva manutenzione della strada risponde l’ente titolare del suolo o chi ne ha la custodia: il Comune, la Provincia, l’Anas, ecc. Ma solo a condizione che a determinare la caduta del motociclista o lo scontro tra le automobili non sia stato un comportamento imprudente del conducente. Il che viene tradotto dalla giurisprudenza con la seguente massima: spetta il risarcimento solo per tutti i danni causati da «insidie e trabocchetti». Si deve cioè trattare di situazioni tali da non poter essere viste ed evitate dall’utente, come nel caso di un incidente per una grata sulla strada mal riposta. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente sentenza [1].
I concetti di «insidia e trabocchetto» non vengono citati da alcuna norma, ma sono solo una interpretazione dei giudici. Secondo tale tesi, è vero che l’amministrazione ha l’obbligo di custodire le strade e di prevenire gli infortuni, ma agli automobilisti, ai motociclisti, ai ciclisti e a chiunque altro transiti sulla strada è richiesto l’uso della massima cautela e prudenza, attesa la pericolosità del mezzo in uso. In altri termini non si può guidare con la testa tra le nuvole, accelerando troppo o guardando da un’altra parte che non sia la direzione di marcia. Bisogna poter frenare per tempo e prevedere i possibili ostacoli che si frappongono nel percorso. Tutte le volte, però, che tali ostacoli non sono visibili, perché ad esempio particolarmente piccoli (come una grata mal riposta) o perché nascosti (si pensi a una strada non illuminata o a una buca ricolma di acqua piovana o di foglie), allora l’utente della strada ha fatto tutto quello che gli si può chiedere e l’ente che ha la custodia del suolo è tenuto a risarcire i conseguenti danni.
La conseguenza è che una buca tanto più è grande tantomeno consente di ottenere l’indennizzo in caso di danni o infortuni. Una strada, tanto più è dissestata tantomeno dà diritto agli automobilisti rimasti in panne di pretendere la restituzione dei soldi spesi per la riparazione della ruota. E così via.
Gli Enti proprietari delle strade debbono provvedere alla loto manutenzione, gestione, al controllo tecnico dell’efficienza e alla apposizione della segnaletica così come prescritto dal Codice della Strada [2]. La Cassazione ricorda che a carico dei proprietari o concessionari delle strade è configurabile la «responsabilità per cosa in custodia» [3]: una responsabilità «oggetiva», che prescinde cioè da dolo (malafede) o colpa (difetto di manutenzione) e che viene meno solo se l’incidente è avvenuto per «caso fortuito». Il caso fortuito è un evento imprevedibile e inevitabile: una frana di eccezionali dimensioni, ma anche una buca appena apertasi che non abbia dato il tempo all’amministrazione di attivarsi per mettere in sicurezza il tratto di strada.
Il danneggiato deve solo dimostrare l’incidente, i danni subiti e che tra l’uno e gli altri c’è un rapporto di causa-effetto. In altre parole deve dar prova che è stata proprio la grata divelta a determinare lo sbandamento. Tale prova può essere data anche con indizi (in termini tecnici si parla di «presunzioni»). La P.A., dal canto suo, deve dimostrare che il danno si è verificato in modo non prevedibile né superabile con lo sforzo diligente dovuto.
[1] Cass. sent. n. 11802/16 del 9.06.2017.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 10 febbraio – 9 giugno 2016, n. 11802
Con il 1 motivo il ricorrente denunzia violazione e falsa applicazione degli artt. 2051, 1227 c.c., in riferimento all’art. 360, 1 co. n. 3, c.p.c..
Si duole che, dopo avere “ritenuto applicabile la norma di cui all’art. 2051 c.c.” laddove il giudice di prime cure aveva ritenuto viceversa applicabile l’art. 2043 e pur “riconoscendo che non hanno provveduto a tenere” la strada “libera e pulita da otturazioni e cumuli di fogliame e detriti”, il giudice dell’appello abbia poi finito per escludere la responsabilità da custodia del Comune e della società Sogip s.r.l., che come indicato nell’impugnata sentenza “per conto dell’ente territoriale gestisce il servizio di distribuzione dell’acqua, compresa la raccolta, il colletta mento, la depurazione ed il riuso delle acque reflue”, per ritenuta mancata prova da parte sua del nesso di causalità, con inversione a tale stregua dell’”onere probatorio previsto per legge”, incombendo a queste ultime dare la prova liberatoria del fortuito.
Si al riguardo posto ulteriormente in rilievo come, al fine di garantire la sicurezza e la fluidità della circolazione, ex art. 14 C.d.S. gli enti proprietari sono tenuti a provvedere: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e relative pertinenze; c) all’apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta. Altresì precisandosi che (comma 3) che per le strade in concessione i poteri e i compiti dell’ente proprietario della strada previsti dal codice della strada sono esercitati dal concessionario, salvo che sia diversamente stabilito (v. Cass., 20/2/2006, n. 3651; Cass., 14/7/2004, n. 13087), e che (comma 4) per le strade vicinali di cui all’art. 2, comma 7, i poteri dell’ente proprietario sono esercitati dal Comune.
In altri termini, il danneggiato che domanda il risarcimento del pregiudizio sofferto in conseguenza dell’omessa o insufficiente manutenzione delle strade o di sue pertinenze invocando la responsabilità ex art. 2051 c.c. della P.A. è tenuto a dare la prova che i danni subiti derivano dalla cosa, in relazione alle circostanze del caso concreto (cfr. Cass., 20/2/2006, n. 3651).
Tale prova consiste nella dimostrazione del verificarsi dell’evento dannoso e del suo rapporto di causalità con la cosa in custodia, e può essere data anche con presunzioni, giacché la prova del danno è di per sé indice della sussistenza di un risultato “anomalo”, e cioè dell’obiettiva deviazione dal modello di condotta improntato ad adeguata diligenza che normalmente evita il danno (cfr. Cass., 20/2/2006, n. 3651).
Facendo eccezione alla regola generale di cui al combinato disposto degli art. 2043 e 2697 cod. civ., l’art. 2051 c.c. integra invero un’ipotesi di responsabilità caratterizzata da un criterio di inversione dell’onere della prova, imponendo al custode, presunto responsabile, di dare la contraria prova liberatoria del fortuito (c.d. responsabilità aggravata).
Il custode è tenuto a dimostrare che il danno si è verificato in modo non prevedibile né superabile con lo sforzo diligente dovuto.
Deve cioè dimostrare di avere espletato, con la diligenza adeguata alla natura e alla funzione della cosa in considerazione delle circostanze del caso concreto, tutte le attività di controllo, vigilanza e manutenzione su di esso gravanti in base a specifiche disposizioni normative (nel caso, art. 14 CdS), e già del principio generale del neminem laedere (v. Cass., 20/2/2006, n. 3651).
Il danneggiato è dunque tenuto a provare l’evento dannoso e la sua derivazione dalla cosa; non anche l’insidia o il trabocchetto, né la condotta omissiva o commissiva del custode.
L’insidia o trabocchetto, quale “figura sintomatica di colpa” (v. Cass., 25/6/1997, n. 5670; Cass., 24/1/1995, n. 809), è stata ritenuta segnare invero il limite dell’agire discrezionale della P.A., frutto dell’elaborazione giurisprudenziale “mediante ben sperimentate tecniche di giudizio, in base ad una valutazione di normalità, col preciso fine di meglio distribuire tra le parti l’onere probatorio” (v. Corte Cost., 10/5/1999, n. 156).
Questa Corte ha al riguardo tuttavia ormai da tempo chiarito che l’insidia o trabocchetto determinante pericolo occulto non è elemento costitutivo dell’illecito aquiliano, in quanto non previsto dalla regola generale ex art. 2043 c.c. (v., Cass., 14/3/2006, n. 5445) né da quella speciale di cui all’art. 2051 c.c. (v. Cass., 17/5/2001, n. 6767), bensì frutto dell’interpretazione giurisprudenziale (cfr. Cass., 9/11/2005, n. 21684; Cass., 13/7/2005, n. 14749; Cass., 17/5/2005, n. 6767; Cass., 25/6/2003, n. 10131), che al fine di limitare le ipotesi di responsabilità ha finito per indebitamente gravare del relativo onere probatorio il danneggiato, con correlativo ingiustificato privilegio per la P.A. (v. Cass., 20/2/2006, n. 3651), in contrasto con il principio cui risulta ispirato l’ordinamento di generale favor per il danneggiato, titolare della posizione giuridica soggettiva giuridicamente rilevante e tutelata invero lesa o violata dalla condotta dolosa o colposa altrui, che impone al relativo autore di rimuovere o ristorare, laddove non riesca a prevenirlo, il danno inferto (cfr., con riferimento a differenti ipotesi, da ultimo, Cass., 27/10/2015, n. 21782; Cass., 29/9/2015, n. 19213; Cass., 20/10/2014, n. 22222. E già Cass., 20/2/2006, n. 3651).
A tale stregua, in quanto estraneo alle suindicate regole sia di “struttura” che funzionali, l’insidia o trabocchetto può ritenersi assumere semmai rilievo nell’ambito della prova da parte della P.A. di avere, con lo sforzo diligente adeguato alla natura della cosa e alle circostanze del caso concreto, adottato tutte le misure idonee a prevenire che il bene demaniale presenti per l’utente una situazione di pericolo occulto ed arrechi danno (v. Cass., 14/3/2006, n. 5445. E, conformemente, Cass., 20/2/2009, n. 4234. Cfr. anche Cass., 11/1/2008, n. 390). E con specifico riferimento alla responsabilità aggravata ex art. 2051 c.c. è sul piano del fortuito, quale esimente di responsabilità, che l’insidia o trabocchetto può se del caso assumere rilievo per superare, avuto riguardo alle circostanze concrete del fatto, la presunzione di responsabilità ivi prevista, qualora il custode dimostri che l’evento dannoso presenta i caratteri dell’imprevedibilità e dell’inevitabilità non superabili con l’adeguata diligenza del caso, ovvero che l’evitabilità del danno solamente con l’impiego di mezzi (non già di entità meramente considerevole bensì) straordinari (cfr. Cass., 20/2/2006, n. 3651).
Atteso che il custode presunto responsabile può, in presenza di condotta che valga ad integrare la fattispecie ex art. 1227, 1 co., c.c., dedurre e provare il concorso di colpa del danneggiato, senz’altro configurabile anche nei casi di responsabilità presunta ex art. 2051 c.c. del custode (v. Cass., 22/3/2011, n. 6529; Cass., 8/8/2007, n. 17377; Cass., 20/2/2006, n. 3651), ai diversi fini della prova liberatoria da fornirsi per sottrarsi a detta responsabilità e invero necessario distinguere tra le situazioni di pericolo connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, e quelle provocate da una repentina ed imprevedibile alterazione dello stato della cosa.
Solamente in quest’ultima ipotesi può invero configurarsi il caso fortuito, in particolare allorquando l’evento dannoso si sia verificato prima che l’ente proprietario o gestore abbia potuto rimuovere, nonostante l’attività di controllo espletata con la dovuta diligenza al fine di tempestivamente ovviarvi, la straordinaria ed imprevedibile situazione di pericolo determinatasi (v. Cass., 24/2/2011, n. 4495. V. altresì Cass., 12/4/2013, n. 8935; Cass., 12/3/2013, n. 6101; Cass., 18/10/2011, n. 21508; Cass., 6/6/2008, n. 15042; Cass., 20/2/2006, n. 3651). Orbene, la corte di merito ha nell’impugnata sentenza invero disatteso i suindicati principi.
In particolare là dove, dopo aver premesso (facendo richiamo a Cass., 13/7/2011, n. 15389) che “i criteri per stabilire se, nell’ambito della custodia ex art. 2051 c.c. esista il nesso causale sono quelli relativi alla imprevedibilità e non evitabilità dell’insidia”, ha quindi erroneamente considerato “perfettamente compatibile con la ritenuta applicabilità della responsabilità da cose in custodia” l’assunto dal giudice di prime cure posto a base del rigetto della domanda risarcitoria sostanziantesi nella ravvisata mancanza di prova da parte del danneggiato del nesso causale in ragione della “non prevedibilità e non visibilità della grata o caditoia”, e cioè dell’insidia o trabocchetto.
Dell’impugnata sentenza, assorbiti gli altri motivi, s’impone pertanto la cassazione in relazione, con rinvio al Tribunale di Catania, perché in diversa composizione proceda a nuovo esame, facendo dei suindicati disattesi principi applicazione.