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Timestamp: 2019-04-22 09:57:05+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art.\n11', 'art. 5', 'art. 11', 'art. 5', 'art. 39', 'art. 5', 'art. 51']

Kataweb.it - Blog - pillole – blog di Paolo Solimeno » 2006 » giugno
(* questa nota è stata scritta per i DS Toscana, dip. Giustizia)
difesa della Costituzione: partiamo dall’art. 11
(non oggetto di riforma, ma continuamente violato – per seguire invece l’attività del Comitato per la difesa della
Costituzione e per il No nel referendum costituzionale – che si terrà il 25 e
26 giugno – e quindi approfondire il tema delle parti della Costituzione che il Centrodestra vuole modificare, puoi andare ai siti www.salviamolacostituzione.org – www.costituzionalismo.it )
È ancora attuale l’art.
11 della Costituzione? Sì, se attuale non vuol dire rispettato, ma
"L’Italia ripudia la guerra
favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo".
trattava di un breve e chiaro testo che all’art. 5 proponeva: "lo stato rinuncia alla guerra come
alla organizzazione e alla difesa della pace…" spiegando che "questa norma corrisponde alla diffusa
analoghe della nuova Costituzione francese".
Costituzione del 3 settembre 1791): "la Repubblica francese … non intraprenderà alcuna guerra per fini di conquista e non impiegherà mai le sue forze armate contra la libertà di alcun popolo".
E non era illusorio il richiamo alla "diffusa e concorde coscienza",
di "offesa alla libertà dei popoli"); la guerra come strumento di politica nazionale, anche se
sanzione a comportamento ingiusto; la guerra "giusta" è quindi pure bandita: la
"La difesa della patria è sacro dovere del cittadino".
"debellatio" è inaccettabile. Certo, si tratta di una debellatio solo ricercata, non raggiunta nei confronti delle formazioni armate resistenti o dei terroristi, ma gli strumenti bellici adoperati hanno raggiunto un livello di offensività che lo scopo di difesa del Kuwait, o ancor più degli stati occidentali come si è argomentato dal 2003 ad oggi, certo non richiedevano.
ha ricordato ancora nel 1991. E non c’è dubbio che la crescita "pacifista"
"illegittima"; anche un governo mondiale democratico potrebbe violare
un atto in contrasto con un "principio fondamentale del nostro
ordinamento": tale livello normativo, come regola fondamentale superiore
Costituzionale tale da funzionare da "controlimite" al limite alla
non far valere il "controlimite" della prima parte dell’art. 11
espressamente chiamati come "non art. 5", quindi dichiaratemente
Solo la "costituzionalizzazione" del processo di
su guerra e diritto internazionale
(ho scritto questo articolo nel febbraio 2003, poco prima dell’inizio della II guerra all’Iraq)
diritto di fare la guerra
sono due termini che, almeno dall’approvazione della Carta delle Nazioni Unite,
vorremmo considerare confliggenti: nel riservare al Consiglio di Sicurezza il
potere di decidere l’uso della forza nel caso in cui ritenga che la pace
internazionale sia violata o minacciata, o sia in atto una aggressione nei
confronti di uno stato sovrano (art. 39) la Carta dell’Onu allontana
dall’orizzonte delle relazioni internazionali lo “ius ad bellum”, la
guerra come diritto, strumento legittimo di prosecuzione della politica.
eccezione prevista è il diritto di uno stato vittima di un attacco armato di
resistere all’aggressore in attesa dell’intervento del consiglio di sicurezza
L’art. 5 del
Trattato istitutivo della NATO opera nello spazio dell’art. 51 della Carta
dell’ONU e limita le azioni anche armate della Nato alla difesa dei propri
membri e per garantire la sicurezza nella regione del Nord Atlantico.
ambito dello ius in bello, ovvero delle regole da rispettare qualora la
guerra sia iniziata, nonostante gli strumenti disposti dalle norme
internazionali fondamentali, cerca di ridurre al minimo le perdite e le
sofferenze fra i civili. La convenzione di Ginevra del 1977, ad esempio,
afferma che “in ogni conflitto armato il diritto delle Parti in conflitto di
scegliere metodi e mezzi di guerra non è illimitato”; “è vietato l’impiego di
armi proiettili e sostanze nonché metodi o mezzi di guerra capaci di causare
mali superflui o sofferenze inutili”; “allo scopo di assicurare il rispetto e
la protezione della popolazione civile e dei beni di carattere civile, le Parti
in conflitto dovranno fare, in ogni momento, distinzione fra la popolazione
civile ed i combattenti, nonché fra beni di carattere civile e gli obiettivi
militari, e, di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi
importante all’abuso delle armi dovrebbe essere l’istituzione della Corte
Penale Internazionale[1].
Ma vi sono altri strumenti per contenere entro confini accettabili le
violazioni dei diritti umani: la legge interna di uno stato può difendere i
propri cittadini da singoli che commettano crimini nei loro confronti. In caso
di crimini particolarmente gravi gli stranieri possono essere giudicati dai
giudici di uno stato, senza la necessità di ricorrere alla complessa – ed
eccezionale – tutela delle corti internazionali[2].
dell’ultimo decennio (Iraq e Kossovo, fra le altre) si è fatto strame della
normativa sui diritti umani: curiosamente si tende da un lato a forzare il
diritto internazionale per legittimare ipotesi nuove di intervento in difesa
del diritto umanitario o della sicurezza, dall’altro proprio tali interventi
sono – secondo il diritto vigente – palesi violazioni dei diritti umani e delle
prospettive di pace e sicurezza.
americana, anche se preferisce la retorica patriottica alle questioni
giuridiche (e nomina più gli Stati canaglia (rogue states), Dio ed il Male
assoluto piuttosto che la Carta dell’Onu, o anche solo il trattato Nato), ormai
considera troppo stretti i limiti giuridici (anche nell’interpretazione più
ampia – v. Richard Falk su Le Monde Diplomatique 12.02) all’intervento bellico
in difesa dei propri interessi economici e strategici e ritiene quindi
legittimo rivolgersi alternativamente all’Onu o alla Nato, a seconda delle
convenienze, oppure ad accordi contingenti e più ristretti, secondo le linee
dure, espresse con cinica chiarezza già nel documento “National
Security Strategy for the New
Century” del 1998, poi ripetuto, ad esempio, nel N.S.S. del 2002.
2. Le risoluzioni del
irachena è frutto dell’invasione del Kuwait e della guerra del ‘91 (approvata
dall’Onu ma condotta dagli alleati USA[3]);
con la Risoluzione n.687 del 3 aprile 1991 il Consiglio di Sicurezza, dopo il
ristabilimento del Governo legittimo kuwaitiano, ha deciso che le sanzioni
(l’embargo) non saranno tolte fino al compimento di un radicale programma di
disarmo dell’Iraq, seguito da apposita Commissione ONU che dovrebbe aver
realizzato lo smantellamento dell’armamento missilistico, di quello chimico,
degli agenti batteriologici nocivi e delle strutture utilizzabili per programmi
1441 del C.S. Onu, votata all’unanimità l’8.11.2002, ha approvato – con alcune
modifiche – il testo proposto da USA e GB: le condizioni sono talmente onerose
da costituire una dichiarazione anticipata di violazione, anche se per la
“punizione” si richiede un ulteriore voto al Consiglio.
l’interpretazione data dai propositori e dai paesi più cauti e spaventati
dall’ipotesi di un attacco all’Iraq è opposta: mentre USA e GB ritengono che,
in caso di ritenuta violazione della risoluzione 1441 gli USA potranno
attaccare l’Iraq senza bisogno di altre decisioni collettive; Russia, Cina e
Francia ritengono invece che gli ispettori dovranno fare una relazione al C.S.
per fornirgli elementi di valutazione del comportamento del governo iracheno rispetto
agli obblighi, molto stringenti, posti dalla risoluzione.
questione di difficile soluzione è l’individuazione del soggetto chiamato ad
esprimere il giudizio sulla violazione delle risoluzioni, dei numerosi
vincoli posti all’Iraq: come in ogni rapporto tale valutazione dovrebbe essere
espressa da un terzo (giudice, arbitro o organo rappresentativo di entrambi i
contendenti: nel caso, appunto, l’ONU: ma non gli ispettori, che sono esperti,
periti, non organi politici o giuridici) perché si possa dare il via a delle
sanzioni, mentre gli USA pretendono che le “gravi conseguenze” alle
violazioni siano legittimate dall’opinione degli stessi USA.
americana svela l’evidente debolezza di tale pretesa: ogni dichiarazione del
presidente Bush invoca pericoli e violazioni, rinvia a prove che saranno
fornite e che non arrivano mai. Anche le prove di un legame fra Al Qaeda e
l’Iraq, come hanno ammesso esponenti della Cia, riguarda contatti esauriti nel
2001 e non strutturali (cfr. il discorso di Powell all’Onu il 5.2.03[4]),
eppure questo è l’argomento principale per motivare un attacco, richiamandosi
all’11 settembre ‘01.
la stessa guerra preventiva, nell’accezione ampia pretesa dagli USA, è
fuori da ogni legittimità: alza artificiosamente la bellicosità mondiale
inserendo un nuovo istituto svincolato dai requisiti minimi di pericolosità
grave e imminente che il destinatario dell’attacco si muova per un attacco
armato (convenzionale o meno). Altra cosa sarebbe infatti – come si è osservato
- la guerra che previene un attacco, ovvero lo sferrare la prima mossa in un
contesto di rischio concreto e imminente che l’altro stia per attaccare (l’autodifesa
anticipata); ma qui siamo semplicemente dinanzi ad uno dei tantissimi stati
non schierati con gli USA e dotati di armi di distruzione di massa e si vuole
che il rischio del loro utilizzo giustifichi l’attacco armato.
all’ipotesi meno bellicista (di Russia, Cina e Francia) della necessità di una
seconda risoluzione al ritorno degli ispettori si è notata (Domenico Gallo,
14.11.02) la somiglianza con la situazione del ‘91, quando la guerra all’Iraq
fu scatenata per reprimere le violazioni delle risoluzioni n. 660, 661 e 665
del C.S.: la risoluzione 678 del 29.11.1991 autorizzò le nazioni cooperanti col
Kuwait ad adoperare ogni mezzo necessario a reprimere il comportamento iracheno
di violazione delle risoluzioni suddette, in breve autorizzò la guerra
all’Iraq, la ricondusse nell’apparente legittimità internazionale.
bisogna peraltro dimenticare che l’interesse non tanto per l’Iraq, ma per
l’area del Mar Caspio derivava, già allora, dalla recente scoperta di riserve
petrolifere ingenti, pari a quelle dell’Arabia Saudita; e che, ovviamente,
obiettivo prevalente della guerra del Golfo era la garanzia di
approvvigionamento del greggio iracheno e della possibilità di intervenire
direttamente nella creazione di infrastrutture (fra cui oleodotti da est ad
ovest che attraversino l’Iraq) che un regime non amico non permetterebbe.
anche un voto al Consiglio di Sicurezza che violi la Carta dell’Onu
autorizzando una guerra in assenza di attacco armato in atto o imminente, concretamente possibile o minacciato,
resterebbe illegittimo: il Consiglio è organo Onu chiamato a rendere operativa
la Carta dell’Onu (artt. 2-4, fra l’altro). Non facciamoci ingannare dalle
patenti di legittimità falsificate per ingannare un’opinione pubblica più cauta
e lungimirante dei propri governanti.
ricordiamo che le risoluzioni contro l’Iraq sono le uniche considerate
vincolanti: se non rispettate, scattano le sanzioni, fra cui i bombardamenti[5]. E che il crescente impegno
negli armamenti, oltre a finanziare un’industria in continua crescita e
sacrificare ogni altra spesa civile, spalleggia una politica aggressiva ed
incompatibile con un ordinamento internazionale democratico[6].
3. Quale politica, quali
la speranza di pace e di rispetto dell’uomo enunciata dalle grandi
dichiarazioni del ‘900 (la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e la Carta delle
Nazioni Unite) e la pratica di guerra continua, seppure spesso alle periferie
del mondo, e di continua negazione dei diritti dei più deboli segna con crudele
evidenza il carattere sostanzialmente ipocrita del secolo scorso.
E l’antica noncuranza
delle leggi con cui si manifestano i dittatori sparsi nel mondo come i vari
presidenti degli USA, ognuno nella pratica peculiare, sembra irresistibile.
l’emergere di una comunicazione globale – capace di manifestarsi anzitutto come
omologazione e come mediatizzazione della conoscenza, nel senso che ogni
notizia raggiunge tutti, ma tutti sono solo spettatori e divengono solo
eventualmente, grazie alla propaganda, sostenitori di reazioni a quelle notizie
che il potere ritiene degne di risposta e trasforma, estraendole dalla melassa
dell’entertainment, in emergenze telemediatiche – sembra riuscire ormai a
produrre anche una opinione pubblica mondiale. E questa sembra dotarsi di
valori e priorità e linguaggio comuni e all’altezza dell’ambito: chiedere e
volere il rispetto dei diritti umani, la pace e la solidarietà – anche
generazionale – ed uno sviluppo sostenibile per l’ambiente e la società
mondiali è novità capace di spezzare il dualismo morale che ha caratterizzato
gli anni dell’imperialismo e poi tutto il XX secolo.
non basta, suscita anzi preoccupazioni la stessa misura preponderante di
contrari alla guerra (fra gli italiani due terzi comunque, tre quarti contrari
ad una guerra senza nuove ispezioni e nuova risoluzione Onu), in quanto le
stesse forze che vogliono il controllo del petrolio e dell’equilibrio
politico-economico mondiale non tollereranno facilmente un’opinione pubblica
così ampiamente contraria ai mezzi dispotici di repressione e potrebbero,
lentamente, scivolare verso forme di accentramento del potere ed esautoramento
dei già deboli organismi di democrazia internazionale fino ad involuzioni
autoritarie davvero preoccupanti.
Solimeno, febbraio 2003
[1] La legge 12 luglio 1999, n. 232 ha ratificato lo
statuto istitutivo della Corte penale internazionale adottato dalla Conferenza
diplomatica delle Nazioni Unite a Roma, il 17 luglio 1998; l’operatività è garantita
dall’adesione di più di sessanta stati (87 adesso), e si è proceduto alla
nomina degli insigni giuristi che lo comporranno (diciotto, di quasi
altrettanti paesi), ma non avrà il placet degli USA, che sotto la presidenza
Bush jr. si sono rimangiati anche lo strumentale assenso che Clinton dette per
poter partecipare alla definizione dello strumento, riservandosi poi di
sottomettersi o meno alla sua giurisdizione. I crimini perseguiti: genocidio,
guerra, aggressione, crimini contro l’umanità.[2] E’ il
caso ad esempio della giustizia belga, chiamata da un gruppo di palestinesi a
processare – in base ad una legge che dal 12.2.02 permette di perseguire anche
chi si trovi fuori dal territorio del Belgio – il presidente israeliano Ariel
Sharon per i crimini commessi nelle stragi di Sabra e Chatila del 1982.
risoluzione 678 del C.S. permise ad Andreotti di presentare al Parlamento ed
all’opinione pubblica l’ingresso dell’Italia in guerra nel gennaio ‘91 (la
prima volta dal 1945) come partecipazione ad una “operazione di polizia
internazionale” decisa dal Consiglio di Sicurezza, ai sensi del Capitolo VII
della Carta dell’ONU. Si produssero fratture nuove nell’opinione giuridica
democratica: per la legittimità delle operazioni militari N. Bobbio, A.
Cassese, A. Barbera, G. Gaja, per l’illegittimità U. Allegretti, G. Ferrara, L.
Ferrajoli, P. Onorato ed altri.
[4] Le dichiarazioni
del segretario di stato USA Colin Powell – presente l’ambasciatore dell’Iraq,
il segretario Onu, presiede il min. esteri tedesco Fischer – ribadiscono,
citando testimonianze, foto aeree, intercettazioni, che l’Iraq è incorso in
“violazione flagrante” della risoluzione 1441/02, ha nascosto armi
chimiche e batteriologiche, gas nervino, non ha proceduto al disarmo promesso,
ha intenzione di costruire armi atomiche e missili con gittata di 1200 km, ed ha
avuto contatti con Al Qaeda ma questi si sono interrotti nel 2001.
Stephen Zunes, prof. Univ. S.Francisco, che avverte che violazioni da parte di
membri del Consiglio di Sicurezza non produrranno mai una risoluzione, conta 91
violazioni di risoluzioni senza alcuna conseguenza. Cfr. il suo elenco in www.fpif.org
[6] La spesa militare mondiale, che ha
toccato nel 2001 gli 839 miliardi di dollari, è in ulteriore crescita: in USA
(48 miliardi di dollari previsti per l’anno fiscale 2003), ma anche in Africa,
nonostante tutti gli appelli al contrario. Negli ultimi dieci anni, a dispetto
degli sforzi pacifisti, tutte le principali industrie belliche hanno aumentato
le vendite: Lockheed Martin da 16,7 a 18,6 miliardi di dollari – Boeing da 6,7
a 16,9 – BAE Systems da 11,8 a 14,4 – Raytheon da 7,2 a 10,1 – Thales da 4,0 a
5,6 (da un articolo di Paolo Barnard).
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