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Timestamp: 2017-04-25 08:33:21+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 38', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 35', 'art. 19']

T.A.R. Toscana, Sezione III, 9 marzo 2016 a cura del Dott. Francesco BarchielliT.A.R. Toscana, Sezione III, 9 marzo 2016Nel caso in cui il problema della regolarità edilizia degli immobili presenti in uno stabilimento sia destinato a riproporsi anche per le stagioni balneari successive, può ritenersi che la scadenza stagionale della d.i.a. a cui si riferisce il provvedimento impugnato faccia venire meno l’interesse a ricorrere?SENTENZA N. 422
Prima di procedere ad esaminare la fondatezza della predette censure occorre preliminarmente dare atto della permanenza dell’interesse a ricorrere nonostante la scadenza stagionale della d.i.a. a cui si riferisce il provvedimento impugnato. Invero, il problema della regolarità edilizia degli immobili presenti nello stabilimento di Cala Piccola è destinato a riproporsi anche per le prossime stagioni balneari fino a quando non saranno definiti i procedimenti con cui né è stata chiesta la sanatoria. Può dunque applicarsi l’oramai consolidata giurisprudenza secondo la quale sussiste l'interesse del ricorrente ad ottenere una pronuncia del giudice amministrativo anche dopo la scadenza del termine di efficacia di un provvedimento amministrativo temporalmente definito, tutte le volte che la portata della pronuncia non si esaurisca nell'annullamento dell'atto, ma contenga la regola cui l'amministrazione dovrà attenersi nel suo futuro operare (Consiglio di Stato, sez. V 17/01/2014 n. 166); pur con la precisazione che, in tali, ipotesi, la sentenza non potrà avere un dispositivo di annullamento (avendo il provvedimento impugnato esaurito i propri effetti) ma di mero accertamento. Ciò premesso le censure formulate dalla ricorrente meritano accoglimento.
Il ricorso di cui in epigrafe ha ad oggetto l’impugnativa del provvedimento con cui il comune di Monte Argentario ha inibito la prosecuzione della attività di esercizio balneare con annessa ristorazione di cui alla d.i.a. presentata in data 5.05.2015 dalla Cooperativa Cala Piccola, non ritenendo sussistenti i requisiti urbanistico edilizi prescritti dalla l.r.t. 42/2000.
Diverse strutture dell’esercizio balneare risultano, invero, essere oggetto di procedimenti di condono, alcuni pendenti dalla metà degli anni ’80 ed altri dal 1993.
Nell’ambito del compendio balneare sono stati inoltre realizzati dopo il 2003 altri abusi edilizi per i quali alla data del provvedimento impugnato non era ancora stata presentata istanza di accertamento di conformità.
La Coop. Cala Piccola lamenta che: a) le opere per le quali pende domanda di condono, beneficiando della sospensione prevista dall’art. 38 della L. 47/85 per l’applicazione delle sanzioni edilizie, (nelle more della conclusione del procedimento di sanatoria) non potrebbero essere considerate abusive nemmeno ai fini dell’esercizio dell’attività di impresa rispetto a cui esse sono strumentali; b) che, per le restanti opere abusive, il Comune anziché vietare la prosecuzione della attività avrebbe dovuto invitare l’esercente a provvedere alla loro regolarizzazione mediante istanza di accertamento di conformità, in applicazione del comma 3 dell’art. 19 della L. 241/90 e del principio di proporzionalità.
Prima di procedere ad esaminare la fondatezza della predette censure occorre preliminarmente dare atto della permanenza dell’interesse a ricorrere nonostante la scadenza stagionale della d.i.a. a cui si riferisce il provvedimento impugnato.
Invero, il problema della regolarità edilizia degli immobili presenti nello stabilimento di Cala Piccola è destinato a riproporsi anche per le prossime stagioni balneari fino a quando non saranno definiti i procedimenti con cui né è stata chiesta la sanatoria.
Può dunque applicarsi l’oramai consolidata giurisprudenza secondo la quale sussiste l'interesse del ricorrente ad ottenere una pronuncia del giudice amministrativo anche dopo la scadenza del termine di efficacia di un provvedimento amministrativo temporalmente definito, tutte le volte che la portata della pronuncia non si esaurisca nell'annullamento dell'atto, ma contenga la regola cui l'amministrazione dovrà attenersi nel suo futuro operare (Consiglio di Stato, sez. V 17/01/2014 n. 166); pur con la precisazione che, in tali, ipotesi, la sentenza non potrà avere un dispositivo di annullamento (avendo il provvedimento impugnato esaurito i propri effetti) ma di mero accertamento.
Ciò premesso le censure formulate dalla ricorrente meritano accoglimento.
La questione dell’ambito di applicazione dell’art. 38 della L. 47 del 1985 (ai sensi del quale dal momento di presentazione della domanda di condono l’applicazione delle sanzioni amministrative resta sospesa fino alla sua definizione) ha dato luogo a pronunciamenti discordanti, essendosi affermato in alcuni casi che la sospensione riguarderebbe solo i procedimenti sanzionatori in senso stretto (Cons. Stato, sez. V, 20/12/1985 n. 483) e in altri, invece, che essa sarebbe applicabile anche alle sanzioni amministrative riguardanti le attività commerciali svolte nei locali interessati dalla domanda di condono, sì come dipendenti dall'abusività delle opere oggetto dell'istanza (TAR, Napoli, Sez. III, 02/11/2015 n. 5081).
Il Collegio ritiene di aderire a quest’ultimo orientamento.
Nelle non infrequenti ipotesi in cui, come è accaduto nella specie, i procedimenti di condono abbiano una durata pluridecennale, limitare la moratoria disposta dall’art. 38 della L. 47 del 1985 alle sanzioni edilizie strictu sensu significherebbe sancire l’inutilizzabilità degli immobili che ne sono oggetto per periodi lunghissimi con il rischio che gli stessi, nel frattempo, cadano in rovina. Ciò non pare corrispondere alla volontà del legislatore che, anzi, a certe condizioni, ha inteso consentire il completamento delle opere in pendenza di istanza di condono (art. 35 comma 13 L. 47/85) all’evidente fine di consentirne l’utilizzo nelle more della definizione della pratica.
Appare, quindi, preferibile un’interpretazione che riconnetta alla sopra richiamata norma l’effetto di sospendere la qualificazione delle opere che sono oggetto di istanza di condono in termini di abuso edilizio anche fini degli atti di assenso che riguardino in modo diretto o indiretto le attività che sono in esse svolte (salvo che il carattere abusivo dell’opera non comporti rischi per la sicurezza e l’incolumità degli utilizzatori)
Con riguardo al secondo profilo di censura è da ritenersi che l’invito alla conformazione previsto dal comma 3 dell’art. 19 della L. 241 del 1990 riguardi tutti i presupposti ed i requisiti a cui la legge (o atti di natura regolamentare) subordina l’esercizio di una determinata attività, ancorché essi si riferiscano agli immobili in cui essa dovrà essere esercitata.
Invero, la norma richiamata è espressione di un favor per le iniziative di carattere economico che il legislatore ha inteso liberare da vincoli amministrativi ritenuti non strettamente necessari per la tutela dell’interesse pubblico, stabilendo che il rapporto fra le esigenze della collettività e la libertà di impresa debba improntarsi ai canoni di proporzionalità e di buona fede i quali impongono all’amministrazione di indicare prioritariamente all’interessato ogni intervento correttivo utile per adeguare l’attività il cui inizio viene segnalato ai parametri normativi di riferimento.
Va da sé che l’attività di conformazione, nel caso di riscontro di irregolarità di tipo edilizio, dovrà comportare la rimozione delle opere abusive e non la loro “regolarizzazione” mediante procedimenti di sanatoria la cui attivazione rappresenta una libera scelta del privato che in alcun modo può essere coartata o indotta dalla p.a.
Entro i suddetti termini il ricorso può essere accolto.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Toscana, Sezione III,
definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie e, per l’effetto, dichiara l’illegittimità del provvedimento impugnato.