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Timestamp: 2018-11-19 18:55:08+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 36', 'art. 7', 'art. 20', 'art. 2', 'art. 102', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 23', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23']

Sanzioni amministrative per l’utilizzo di lavoratori irregolari
Articolo del 25/01/2009 Autore Avv. Argia Maina Altri articoli dell'autore
(Disciplina e questioni di legittimità costituzionale delle Sanzioni amministrative per l’utilizzo di lavoratori irregolari irrogate dall’ Agenzia delle Entrate).
La disciplina delle sanzioni amministrative per l’utilizzo di lavoratori irregolari ha subito, negli ultimi anni, molteplici ed importanti modifiche, ciò anche a seguito di numerosi interventi della Corte Costituzionale.
L’utilizzazione di lavoratori irregolari, non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria, era originariamente sanzionata dall’articolo 3, commi 3, 4 e 5 del D.L. 22.2.2002 n. 12, così come da modifiche di cui alla legge di conversione n. 73/2002, che disponeva: "Ferma restando l'applicazione delle sanzioni previste, l'impiego di lavoratori dipendenti non risultanti dalle scritture o altra documentazione obbligatorie, è altresì punito con la sanzione amministrativa dal 200 al 400 per cento dell'importo, per ciascun lavoratore irregolare, del costo del lavoro calcolato sulla base dei vigenti contratti collettivi nazionali, per il periodo compreso tra l'inizio dell'anno e la data di constatazione della violazione. 4. Alla constatazione della violazione procedono gli organi preposti ai controlli in materia fiscale, contributiva e del lavoro. 5. Competente alla irrogazione della sanzione amministrativa di cui al comma 3 è l'Agenzia delle entrate."
Il sistema sanzionatorio per l’utilizzo di lavoratori irregolari, vigente sino alle modifiche introdotte con il successivo D.L. n. 223 del 4.07.2006, attribuiva la competenza ad irrogare dette sanzioni all’Agenzia delle Entrate, e prevedeva un criterio di quantificazione variabile delle stesse, basato su un calcolo compreso tra il 200% e il 400% del costo del lavoro tra l'inizio dell'anno e il momento della contestazione, indipendentemente dall'effettivo periodo di irregolarità.
In particolare, per ciò che concerneva il menzionato periodo di riferimento, vigeva una presunzione assoluta che non ammetteva prova contraria. La giurisdizione, infine, era infine affidata alle Commissioni Tributarie.
Quantificazione della sanzione della sanzione amministrativa e competenza alla irrogazione. Profili di illegittimità Costituzionale.
Il sistema, così come descritto, suscitò immediatamente un acceso dibattito, sia in dottrina che in giurisprudenza, circa eventuali profili di illegittimità costituzionale.
Anzitutto si contestava la quantificazione della sanzione amministrativa. La formulazione della norma, infatti, non chiariva la nozione di “costo del lavoro”, rimanendo così soggetta a varie ed egualmente plausibili interpretazioni. Non si capiva se la norma volesse fare riferimento all'intero costo del lavoro o alla sola tariffa sindacale prevista dal C.C.N.L.; né se il “costo del lavoro” fosse riferibile ad un orario di lavoro pieno o ad un orario effettivamente accertato. A ciò si aggiunga che il datore di lavoro non poteva dimostrare un diverso periodo lavorativo rispetto a quello presunto dalla normativa in questione (dal primo giorno dell’anno sino al momento della contestata violazione), ciò comportando un’evidente iniquità, poiché la sanzione variava esclusivamente in relazione al momento dell’accertamento della violazione.
Proprio in riferimento a tale aspetto, si pronunciò la Corte Costituzionale, la quale, con sentenza n. 144 del 12 aprile 2005, stabilì l’illegittimità costituzionale dell’articolo 3, comma 3, del D.L. n. 12 del 2002 “nella parte in cui non ammette la possibilità di provare che il rapporto di lavoro irregolare ha avuto inizio successivamente al primo gennaio dell’anno in cui è stata contestata la violazione”. L’assolutezza di tale presunzione, infatti, violava il diritto di difesa garantito dalla Costituzione all’articolo 24, senza contare che una siffatta formulazione, come già era stato osservato in dottrina, produceva una “irragionevole equiparazione (…) di situazioni tra loro diseguali, quali quelle che fanno capo a soggetti che utilizzano lavoratori irregolari da momenti diversi e per i quali la constatazione della violazione sia avvenuta nella medesima data.”
Stanti i menzionati profili di incostituzionalità dei criteri di commisurazione della sanzione, il legislatore riformava parzialmente la disciplina sin qui richiamata, e con l’art. 36-bis, comma 7 lettere a) e b) del D.L. n. 223 del 2006 modificava l’articolo 3 commi 3 e 5 del D.L. 12/2002 disponendo che : "Ferma restando l'applicazione delle sanzioni già previste dalla normativa in vigore, l'impiego di lavoratori non risultanti dalle scritture o da altra documentazione obbligatoria è altresì punito con la sanzione amministrativa da euro 1.500 a euro 12.000 per ciascun lavoratore, maggiorata di euro 150 per ciascuna giornata di lavoro effettivo. L'importo delle sanzioni civili connesse all'omesso versamento dei contributi e premi riferiti a ciascun lavoratore di cui al periodo precedente non può essere inferiore a euro 3.000, indipendentemente dalla durata della prestazione lavorativa accertata.", stabilendo così una sanzione fissa e non più variabile.
Lo stesso D.L. 223/2006 prevedeva altresì che “Alla irrogazione della sanzione amministrativa di cui al comma 3 provvede la Direzione provinciale del lavoro territorialmente competente”.
La competenza ad irrogare sanzioni amministrative per lavoro irregolare è rimasta, sino all’11 agosto 2006, alla Agenzia delle Entrate.
Infine, il provvedimento che irroga sanzioni per le violazioni contestate fino al 31.12.2002, per effetto dell’art. 7 comma 1 del D.L. n. 248/2007, doveva essere notificato entro il 30.06.2008. I provvedimenti successivi al 31.12.2002 e sino alla data dell’11 agosto 2006, devono essere notificati (ex art. 20 del D. Lgs. N. 472 del 1997):
entro il 31 dicembre 2008, per le violazioni accertate nell’anno 2003.
entro il 31 dicembre 2009, per le violazioni accertate nell’anno 2004.
entro il 31 dicembre 2010, per le violazioni accertate nell’anno 2005.
entro il 31 dicembre 2011, per le violazioni accertate fino all’11 agosto 2006.
Giurisdizione e questioni di legittimità costituzionale.
Con la recente pronuncia n. 130 del 2008 (pubblicata nella G.U. del 21 maggio 2008), la Corte Costituzionale, rovesciando il precedente orientamento giurisprudenziale (cfr. Cass. SS.UU. n. 13902/2007), ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1 del D.Lgs. n. 546/1992 per contrasto con l’art. 102 e con la VI disposizione transitoria della Costituzione “nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni amministrative comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove esse conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria.” aggiungendo che “..con specifico riguardo alla giurisdizione tributaria, questa Corte ha poi precisato con riguardo a questioni di legittimità analoghe a quelle in esame, che essa “deve ritenersi imprescindibilmente collegata” alla “natura tributaria del rapporto” e che la medesima non può essere ancorata “al solo dato formale e soggettivo, relativo all’ufficio competente ad irrogare la sanzione” (ordinanza n. 34 del 2006)”.
A seguito della richiamata sentenza, l’ Agenzia delle Entrate, con Circolare del 24 settembre 2008, n. 56/E, ha precisato che la giurisdizione per le sanzioni amministrative in materia di lavoro irregolare spetta al Giudice Ordinario e va individuata ai sensi dell’ art. 22 della L. 689/81.
Per ciò che concerne, inoltre, la competenza territoriale, la Corte di Cassazione, con sentenza n. 18075 del 8.09.2004 ha ribadito che la stessa deve essere individuata con riferimento al luogo in cui la violazione sarebbe stata commessa.
Il giudizio di opposizione.
L’opposizione alla sanzione amministrativa si propone mediante ricorso rivolto al Tribunale del luogo in cui è stata commessa la violazione, entro trenta giorni dalla notificazione del provvedimento. Il ricorso va proposto nei confronti dell’Ufficio locale che ha emesso l’atto impugnato, e, ai sensi dell’art. 23 della legge 689/81, in primo grado le parti possono stare in giudizio senza il patrocinio di avvocati.
Sotto il profilo probatorio va evidenziato che, a differenza del giudizio innanzi alle Commissioni Tributarie, presso le quali non sono ammessi il giuramento e la prova testimoniale, nel giudizio innanzi al Tribunale ordinario, così come disciplinato dalla richiamata legge dell’81, il Giudice ha un ampio potere istruttorio; può, dunque, disporre d’ufficio l’acquisizione di quegli elementi che ritiene utili ai fini della decisione ed ordinare la citazione di testimoni anche senza la formulazione di capitoli (art. 23 L. 689/81).
Gli uffici resistenti, pertanto, dovranno ben dimostrare l’avvenuta violazione delle norme in tema di lavoro irregolare, posto che “il giudice accoglie l’opposizione quando non vi sono prove sufficienti della responsabilità dell’opponente” (art. 23, penultimo comma, Legge 689/81). La prova dell’Ufficio resistente nel giudizio di opposizione in esame, dev’essere pertanto puntuale, ferme restando, a parere della scrivente, le possibilità per l’opponente, di far valere l’illegittimità del provvedimento, nei limiti in cui l’ Amministrazione resistente si è avvalsa del criterio di quantificazione della sanzione colpito dal giudizio di legittimità (cfr. Corte Cost. sent. n. 144/2005) e nella misura in cui, all’interno del provvedimento impugnato, non sia indicato con sufficiente precisione come l’Ufficio sia giunto a determinare la sanzione comminata (cosa intenda per costo del lavoro, come abbia determinato la paga base, quale è la base imponibile effettiva che ha preso in considerazione per il calcolo della sanzione, se, infine, il costo del lavoro così come computato sia riferibile ad un orario di lavoro pieno o ad un orario effettivamente accertato).
Da evidenziare inoltre che l’articolo 26 del D. Lgs. N. 40/2006 ha abrogato l’ultimo comma dell’articolo 23 L. 689/81, la sentenza è ora appellabile, anche se molto si discute circa le forme e le modalità del giudizio in appello.
Giudizi pendenti. Translatio iudicii.
Con due sentenze, l’una della Corte di Cassazione n. 4109 del 2007, l’altra della Corte Costituzionale n. 77/2007, si è affermato il principio secondo cui la translatio iudicii può avvenire non solo fra Giudici appartenenti al medesimo ordine giurisdizionale, ma anche fra Giudici di ordini diversi.
Pertanto, per i giudizi instaurati prima del decorso degli effetti della sentenza n. 130/2008 della Corte Costituzionale, (ossia prima del 22 maggio 2008), la declaratoria di difetto di giurisdizione da parte delle Commissioni Tributarie comporta l’applicabilità della translatio iudicii dinnanzi al Giudice Ordinario.
Il giudizio dovrà essere riassunto davanti al Tribunale del luogo in cui sarebbe stata commessa la violazione entro il termine indicato dal Giudice a quo, ovvero, in mancanza di espressa previsione, entro il termine di 6 mesi così come previsto all’articolo 50 del codice di procedura civile.
Nel giudizio di riassunzione non potranno essere formulate domande nuove, ma sarà possibile avvalersi innanzi al giudice ad quem dei mezzi istruttori ammessi dinnanzi a quest’ultimo ed esclusi nel processo tributario. A tal riguardo, la circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 56/E del 2008, ha specificato che i fatti oggetto della prova, sono pur sempre solo quelli già ritualmente introdotti nel giudizio tributario, posto che non si tratterebbe di un nuovo giudizio, ma della prosecuzione di quello già instaurato (cfr. Cass. n. 7392/2008, Cass. n. 11628/07). Detta precisazione andrebbe in qualche modo misurata non solo con il differente regime probatorio vigente nel giudizio introdotto ex artt. 22 e 22-bis della L. 689/81, ma anche alla luce dei penetranti poteri istruttori di cui dispone il giudice ad quem, ai sensi e per gli effetti dell’ampia formulazione di cui all’art. 23 comma 6 della medesima legge.
Avv. Argia Maina
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