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Timestamp: 2018-07-17 19:38:32+00:00
Document Index: 36130219

Matched Legal Cases: ['art. 2051', 'art. 14', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 14', 'art. 5']

Caduta di massi e frane sulla strada: la responsabilità
Professionisti Caduta di massi e frane sulla strada: la responsabilità
Professionisti Pubblicato il 4 febbraio 2017
> Professionisti Pubblicato il 4 febbraio 2017
Può configurarsi la corresponsabilità ex art. 2051 c.c. della P.A. proprietaria di strada aperta al pubblico transito in caso di caduta massi o frana anche se proveniente da fondi alieni?
Il presente caso costituisce una «variante» di quello già esaminato sub 6.10.
È noto che gli enti proprietari delle strade, ai sensi dell’art. 14 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285, devono — salvo che nell’ipotesi di concessione prevista dal comma 3 della predetta norma — provvedere: a) alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade, delle loro pertinenze e arredo, nonché delle attrezzature, impianti e servizi; b) al controllo tecnico dell’efficienza delle strade e delle relative pertinenze; c) all’apposizione e manutenzione della segnaletica prescritta. Trattasi di obbligo derivante dal mero fatto di essere proprietari il quale può concorrere con ulteriori obblighi (e, quindi, con ulteriori cause di responsabilità) del medesimo ente o di altri, derivanti da altre normative e, in particolare, dalla disciplina dettata dall’art. 2051 cod. civ. (così, Cass., 22 aprile 2010, n. 9527). L’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume dunque responsabile, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile o segnalabile (Cass. 12 aprile 2013, n. 8935). Ancora più in particolare, in caso di strade statali, l’ANAS si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 cod. civ., del danno causato ad un automobilista dalla presenza di un grosso sasso sulla sede stradale, a meno che non dimostri che il danno sia stato causato da una condotta colposa della vittima (Cass. 28 settembre 2012, n. 16542).
Agli enti pubblici proprietari di strade aperte al pubblico transito in linea generale è applicabile l’art. 2051 c.c., in riferimento alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze della strada, essendo peraltro configurabile il caso fortuito in relazione a quelle provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l’attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere (Cass. 29 marzo 2007, n. 7763. Analogamente, Cass. 2 febbraio 2007, n. 2308). Ai fini del giudizio sulla prevedibilità o meno della repentina alterazione della cosa, occorre aver riguardo, per quanto concerne in particolare i pericoli derivanti da situazioni strutturali e dalle caratteristiche della cosa, al tipo di pericolosità che ha provocato l’evento di danno e che, ove si tratti di una strada, può atteggiarsi diversamente, in relazione ai caratteri specifici di ciascun tratto ed agli eventi analoghi che lo abbiano in precedenza interessato.
Mette conto altresì evidenziare che, in un caso di sinistro mortale causato da una frana verificatasi a monte di una strada pubblica, con distacco di un masso che aveva colpito una vettura in transito — la S.C., nel cassare la sentenza che aveva confermato il rigetto della domanda di risarcimento proposta, ha affermato che la Corte di merito aveva erroneamente apprezzato l’applicabilità dell’art. 2051 cod. civ. non in relazione al tratto di strada interessato, ma all’estensione delle zone montuose sovrastanti le strade dell’intera regione, ed aveva condotto l’indagine sulla responsabilità della P.A. in relazione ai criteri di imputazione propri dell’art. 2043 cod. civ., anziché dell’art. 2051 cod. civ., al quale è estraneo ogni apprezzamento dell’elemento soggettivo della colpa, essendo la responsabilità del custode esclusa solo dal fortuito (Cass., 3 aprile 2009, n. 8157).
Invero, icastico è l’iter motivatorio seguito dalla Suprema Corte, la quale ha evidenziato che, ai fini del giudizio sulla qualificazione della prevedibilità o meno della repentina alterazione dello stato della cosa, quale quella verificatasi nella specie (frana di modeste dimensioni), occorre avere riguardo, segnatamente per quanto concerne i pericoli derivanti da situazioni strutturali e dalle caratteristiche della cosa, al tipo di pericolosità che ha provocato l’evento di danno e che può atteggiarsi diversamente, ove si tratti di una strada, in relazione ai caratteri specifici di ciascun tratto ed agli analoghi eventi che lo abbiano in precedenza interessato.
Di qui, il rilevato primo errore logico-giuridico in cui era incorsa la Corte d’appello consistente appunto nell’aver apprezzato l’applicabilità dell’art. 2051 c.c., al caso di specie non già in relazione al tratto di strada che veniva in considerazione, sormontato da un ammasso roccioso avente riconosciute caratteristiche di specifica pericolosità, ma all’estensione delle zone montuose sovrastanti le strade nella intera regione. Nella sentenza gravata non si affermava del resto che il tipo di pericolosità connesso all’esposizione a frane o alla caduta di massi fosse in ugual misura proprio di tutte le strade della Valle d’Aosta, o quantomeno di tutte le strade del comprensorio della valle di Cogne, sicché la conclusione sulla ritenuta impossibilità di controllo del bene demaniale da parte della pubblica amministrazione, e dunque sull’inapplicabilità della regola posta dall’art. 2051 c.c., era stata raggiunta, a ben vedere, con riguardo non alla specifica «cosa» che aveva cagionato il danno ma alle generiche caratteristiche geologiche della vasta area geografica di cui quella strada faceva parte. La Corte d’Appello si era in tal modo discostata anche dal principio (affermato in un caso opposto, ma, tuttavia, specularmene valido), secondo il quale il giudizio sulla pericolosità delle cose inerti deve essere condotto alla stregua di un modello relazionale in base al quale la cosa venga considerata nel suo normale interagire con il contesto dato (Cass., n. 16527/2003), nel caso in esame connotato da analoghi fenomeni già due volte verificatisi, se pure con intensità diverse, nei circa tre anni precedenti, in quello stesso tratto di strada, a causa di distacchi che avevano interessato il medesimo ammasso roccioso. Il secondo, consequenziale errore consisteva nell’avere condotto l’indagine sulla responsabilità della pubblica amministrazione in relazione ai criteri di imputazione propri dell’art. 2043 c.c., anziché dell’art. 2051 c.c., al quale è estraneo ogni apprezzamento dell’elemento soggettivo della colpa, essendo la responsabilità del custode, per il danno causato dalla cosa, esclusa solo dal fortuito. Non si trattava dunque di stabilire se la pubblica amministrazione fosse o no tenuta ad effettuare studi geologici di dettaglio per individuare il punto esatto nel quale i fenomeni si sarebbero potuti ripetere, ma di apprezzare invece se la rinnovata caduta di massi verificatasi nel 1997, dopo quelle del 1994 e del 1995, su una strada (ma si trattava in realtà di due strade) sormontata da un ammasso roccioso con marcata scistosità e molto elevata fratturazione, potesse o no qualificarsi come fortuito; il quale connota — com’è noto — gli eventi di danno che presentino i caratteri dell’imprevedibilità e dell’inevitabilità (ex plurimis, Cass. n. 9568/1997) in relazione all’intrinseca pericolosità della cosa, quand’anche dipendente dall’insorgenza di un agente dannoso occasionale, come le precipitazioni atmosferiche. Sempre in merito, occorre segnalare anche la recente Cass. 28 luglio 2014, n. 17095, resa a seguito di domanda risarcitoria dei danni subiti da una vettura rimasta schiacciata da un masso rotolato sulla sede stradale mentre si trovava in sosta ai margini della strada statale. La domanda, rigettata in primo grado, era invece accolta dalla Corte territoriale.
Ha osservato la Corte territoriale che, nella specie, dovesse trovare applicazione l’articolo 2051 c.c., trattandosi di evento verificatosi su una strada pubblica e non avendo rilievo il fatto che la vettura del fosse in sosta. Poiché la strada è costituita, secondo la Corte d’appello, «non solo dal suo sedime, e da tutte le sue pertinenze, ma dallo stesso tracciato», l’area del sinistro, costituita da uno slargo davanti ad un’abitazione, non poteva che rientrare nel concetto di strada. L’ente convenuto, quindi, avrebbe dovuto dimostrare, per essere esentato da responsabilità, l’esistenza del caso fortuito; impresa definita «improba», perché l’istante aveva parcheggiato in uno spazio nel quale era possibile la caduta massi, tanto che il pericolo era segnalato. Trattandosi, perciò, di un evento non certo imprevedibile, l’ente convenuto avrebbe dovuto realizzare le necessarie opere di contenimento, dovendo, in difetto, essere ritenuto responsabile. La Corte d’appello aveva, poi, riconosciuto che il medesimo ente sarebbe stato da ritenere responsabile del fatto dannoso anche in caso di applicazione dell’articolo 2043 c.c., «perchè la colpa del custode è positivamente comprovata dall’inidoneità dei mezzi predisposti (il muro di contenimento) ad evitare fatti del genere di quello verificatosi».
La Suprema Corte, nel confermare la pronuncia di secondo grado, ha ritenuto infondate le argomentazioni esposte nel ricorso introduttivo del giudizio di legittimità alla luce di quanto già affermato nel precedente arresto dell’undici novembre 2011, n. 23562. In particolare, in quella pronuncia, dopo aver richiamato gli orientamenti di fondo sull’applicazione dell’articolo 2051 c.c., relativamente alla custodia delle strade, si è detto che, «essendo funzione primaria dell’ente proprietario della strada quella di garantire la sicurezza della circolazione (Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articolo 14) e spettando all’ente, tra l’altro, il compito di adottare i provvedimenti necessari ai fini della sicurezza del traffico sulle strade e sulle autostrade che le sono affidate e in relazione alle quali essa esercita i diritti e i poteri attribuiti all’ente proprietario (Decreto Legislativo 26 febbraio 1994, n. 143, articolo 2), poco importa stabilire su chi dovesse, in definitiva, gravare il costo economico del risanamento delle sponde laterali, costo del quale segnatamente si occupano il Decreto Legislativo 30 aprile 1992, n. 285, articoli 30 e 31». Ciò in quanto «l’Ente non poteva consentire la circolazione su un tratto di strada di cui aveva la custodia, senza adottare – o assicurarsi che venissero da altri adottati – i presidi necessari ad eliminare i fattori di rischio conosciuti e conoscibili con un attento e doveroso monitoraggio del territorio. Tale prospettiva disvela l’assoluta inconsistenza dell’opposta tesi secondo cui, una volta riconosciuta la concorrente responsabilità del titolare del diritto dominicale sul fondo interessato dal fenomeno franoso, l’ente dovesse essere mandato assolto dalle istanze attrici». Ed infatti «l’inerzia del proprietario nella realizzazione degli interventi idonei a bonificare il terreno adiacente alla strada non elimina di certo quella del proprietario o del concessionario dell’area su cui i massi rocciosi erano, ineluttabilmente, destinati a cadere».
Nel caso di specie, peraltro, era stata esclusa in radice l’ipotesi del caso fortuito, per la presenza della segnalazione di pericolo, unitamente all’esistenza di un muro di contenimento, sicuro indice che la caduta dei massi fosse evento assolutamente prevedibile, che l’ente aveva il dovere di fare tutto il possibile per impedire (v., in argomento, anche Cass. 28 settembre 2012, n. 16542).
Tale argomentazione esonera di ogni interesse lo scrutinio della fattispecie a mente dell’articolo 2043 c.c., poiché la responsabilità è regolata dall’articolo 2051 c.c., i cui presupposti, anche in termini di onere della prova, sono completamente diversi (sul punto, Cass. 20 gennaio 2014, n. 999).
L’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito ha l’obbligo di provvedere alla relativa manutenzione (artt. 16 e 28 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, all. F; art. 14 del d.lgs. 30 aprile 1992, n. 285; per i Comuni, art. 5 del r.d. 15 novembre 1923, n. 2506) nonché di prevenire e, se del caso, segnalare qualsiasi situazione di pericolo o di insidia inerente non solo alla sede stradale, ma anche alla zona non asfaltata sussistente ai limiti della medesima, posta a livello tra i margini della carreggiata e i limiti della sede stradale («banchina»), tenuto conto che essa fa parte della struttura della strada, e che la relativa utilizzabilità, anche per sole manovre saltuarie di breve durata, comporta esigenze di sicurezza e prevenzione analoghe a quelle che valgono per la carreggiata (Cass., 4 ottobre 2013, n. 22755, la quale ha ritenuto responsabile l’ANAS di un incendio che si era propagato dall’erba secca falciata e accumulata su una banchina stradale e non asportata).
Grava sul concessionario pubblico l’obbligo fondamentale di assicurare la sicurezza della circolazione stradale ragion per cui lo stesso è corresponsabile del danno arrecato ad un autoveicolo dalla caduta di un masso, anche se distaccatosi dal sovrastante fondo finitimo di proprietà privata.