Source: http://www.unioneinquilini.it/cm/2005/cm_05_407.asp
Timestamp: 2019-04-26 10:39:17+00:00
Document Index: 9640217

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Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 27 maggio 2005, n
Discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 27 maggio 2005, n. 86, recante misure urgenti di sostegno nelle aree metropolitane per i conduttori di immobili in condizioni di particolare disagio abitativo conseguente a provvedimenti esecutivi di rilascio (5882) (ore 15,45).
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione del disegno di legge: Conversione in legge del decreto-legge 27 maggio 2005, n. 86, recante misure urgenti di sostegno nelle aree metropolitane per i conduttori di immobili in condizioni di particolare disagio abitativo conseguente a provvedimenti esecutivi di rilascio.
(Discussione sulle linee generali - A.C. 5882)
Avverto che la VIII Commissione (Ambiente) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Il relatore, onorevole Foti, ha facoltà di svolgere la relazione.
TOMMASO FOTI, Relatore. Signor Presidente, la Commissione ambiente della Camera ha esaminato nei giorni scorsi il decreto-legge n. 86 del 27 maggio del 2005, con il quale il Governo, dovendo necessariamente far fronte anche ad alcune prescrizioni conseguenti ad una sentenza della Corte costituzionale (la n. 155 del 2004), si è occupato di una materia affrontata già reiteratamente nel passato attraverso provvedimenti di urgenza (decreti-legge), quella della proroga degli sfratti, per utilizzare un termine a tutti comprensibile. Il decreto-legge in esame ha cercato di non riproporre errori del passato che, in fin dei conti, si possono concretizzare in un'operazione abbastanza elementare: mi riferisco al trasferimento da parte dello Stato sul settore privato di un problema di natura sociale. Si tratta di un atteggiamento che negli anni, a mio avviso, ha finito per deprimere il mercato immobiliare e, soprattutto, la locazione quale strumento valido per fornire a coloro che ne hanno bisogno il bene della casa. Infatti, è evidente che, se un proprietario non può avere la certezza del rilascio dell'immobile che loca e subisce provvedimenti governativi che prorogano all'infinito la durata del contratto, si crea una meccanismo niente affatto virtuoso che deprime il mercato immobiliare dell'affitto. A ciò ha tentato di porre un primo rimedio la legge n. 431 del 1998, che ha riformato il sistema delle locazioni in Italia, superando la cosiddetta legge sull'equo canone. Tuttavia, anche questa nuova esperienza legislativa di fatto non ha potuto eludere il tema della proroga degli sfratti, dapprima generalizzato e poi riservato soltanto ad alcune categorie.
Oggi, a fronte della decisione della Corte costituzionale sopra richiamata, il Governo ha dovuto intraprendere una strada ancora diversa, riservando e limitando alle aree metropolitane nelle quali vi sia un numero di sfratti esecutivi superiore a 400 la validità di questo provvedimento. Pertanto, la relazione che ci è stata consegnata dagli uffici competenti evidenzia che, con ogni probabilità, il provvedimento avrà efficacia per Roma e Napoli. Occorre precisare che il sistema di più contratti, individuato nel precedente decreto-legge al fine di consentire ai destinatari di sfratti esecutivi di ricontrattare con la proprietà edilizia la tipologia del contratto prevedendo a latere un bonus per l'affitto attribuito direttamente dallo Stato, ha registrato la presentazione di sole 20 domande.
Pertanto, con il presente provvedimento, si è tentato di affinare la procedura, prevedendo un bonus per l'affitto che in alcuni casi può raggiungere i 5 mila euro e in altri i 10 mila euro. Quindi, si tratta di un intervento significativo che dovrebbe far decollare questa ipotesi che, a mio avviso, appare ben sposata ad una riflessione generale sulla situazione del mercato immobiliare in termini di proprietà, sia pubblica sia privata, esistente oggi in Italia. Lo stock di edilizia in mano alla proprietà privata è pari a circa l'80 per cento dell'intero mercato immobiliare; il che significa che vi è almeno l'80 per cento di proprietari di immobili. A fronte di tale situazione, si evidenzia uno stock di edilizia abitativa pubblica molto basso in termini di proprietà. Quindi, occorre aprire una parentesi sull'attitudine dei comuni a far presente sempre e comunque la necessità di un provvedimento di proroga degli sfratti, senza che gli stessi ricorrano ai benefici introdotti dalla legge n. 21 del 2001 per la realizzazione di immobili destinati all'edilizia residenziale pubblica. Inoltre, non si può non rilevare come, nei piani regolatori delle città metropolitane, non esclusa Roma, a fronte dei milioni di vani previsti, si sia dimenticato di riservarne una quota significativa all'edilizia residenziale pubblica. Tale tipologia di edilizia vive oggi una doppia contraddizione. In primo luogo, non possiamo dimenticare che in Italia esiste una forte presenza di extracomunitari regolari, con famiglie decisamente più numerose rispetto a quelle italiane. Ebbene, in base a tale criterio le famiglie extracomunitarie occupano i primi posti nelle graduatorie riguardanti l'accesso all'edilizia residenziale pubblica. Inoltre, gli alloggi pubblici disponibili risultano insufficienti anche per l'abbandono di un patrimonio immobiliare che invece meriterebbe maggiore attenzione e cura. Il recupero della «manomorta» del patrimonio abitativo di natura pubblica, statale o parastatale, presente sul territorio nazionale a mio avviso potrebbe di per sé far fronte all'intera domanda di edilizia residenziale pubblica. Per realizzare questo, tuttavia, occorre darsi una mossa. In proposito, vorrei ricordare che nel provvedimento è prevista una norma che per l'ennesima volta mette a disposizioni fondi per l'edilizia residenziale pubblica. Forse tale norma potrà apparire simbolica, perché la somma destinata al fondo è modesta; tuttavia, essa è una norma di sistema e su di essa occorrerà insistere, invece di concedere contributi a pioggia che necessariamente possono far fronte temporaneamente a situazioni di emergenza, ma che nel lungo periodo non risolvono il problema.
Insomma, non si può pensare di elargire buoni affitto da qui al 2020. Invece, si può pensare di ricorrere ai buoni affitto per venire incontro alle esigenze delle famiglie maggiormente in difficoltà; al tempo stesso, tuttavia, dobbiamo creare le condizioni affinché sul mercato dell'edilizia residenziale pubblica esista uno stock di immobili tale da poter soddisfare nel lungo periodo tutte le esigenze, senza ricorrere ulteriormente ad un bonus che altro non è se non una mancia «una tantum».
Sotto questo profilo ritengo che il Governo nel corso di questi anni abbia svolto la sua parte, in un momento anche difficile. Pertanto, a mio avviso anche gli enti locali devono responsabilmente rendersi conto di non poter continuare a chiedere soltanto la proroga degli sfratti. Infatti, oggi siamo in presenza anche di una sentenza della Corte costituzionale che in futuro non darà più spazio a provvedimenti di questo tipo. Il rapporto genuino e leale tra Governo ed enti locali, in particolare le città metropolitane - infatti, il problema di fondo riguarda soprattutto le grandi realtà urbane, tra cui Roma -, prevede dunque che ognuno faccia la sua parte. Gli enti locali, quindi, dovrebbero in primo luogo dar vita a piani regolatori in cui sia prevista la possibilità di ricorrere all'edilizia residenziale pubblica. Infatti, se tale ricorso non è previsto a livello normativo, è inutile poi reclamarlo in sede di concertazione con il Governo. In secondo luogo, oltre a realizzare tali destinazioni urbanistiche, vanno finalmente promossi piani che per molti anni sono rimasti nel cassetto. I pareri resi sul provvedimento in esame sono favorevoli, in alcuni casi - mi riferisco ad esempio al Comitato per la legislazione e alla V Commissione - con osservazioni che sono state recepite dalla Commissione di merito. Sono ipotizzabili, anche attraverso proposte emendative della Commissione, ulteriori interventi migliorativi volti ad introdurre norme per sbloccare tutto lo «sbloccabile» in materia edilizia e per favorire il raggiungimento della finalità di disporre sul mercato di un maggior numero di alloggi in affitto. Ribadisco che non si può tuttavia pensare che di tale materia debba occuparsi soltanto il Governo, lasciando che gli enti locali si limitino a reclamare ma non a cooperare, come ritengo sia loro dovere.
SILVANO MOFFA, Sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. Signor Presidente, intervengo soltanto per ringraziare il relatore e la Commissione per il lavoro svolto, riservandomi di svolgere ulteriori osservazioni nel prosieguo del dibattito.
ROBERTO GIACHETTI (DL – Margherita). Signor Presidente, alla luce dell'intervento dell'onorevole Foti, prima di entrare nel merito del decreto-legge ritengo utile formulare alcune precisazioni. Va anzitutto osservato che stiamo esaminando il disegno di legge di conversione di un decreto-legge il cui obiettivo è costituito sostanzialmente dalla proroga degli sfratti in alcune città, in particolare nelle aree metropolitane. Ci troviamo - anzi, il Governo si trova - a dover legiferare a seguito di una sentenza della Corte costituzionale. Ciò è dovuto al fatto che sempre più spesso questo Governo dimostra di non essere particolarmente capace di legiferare, su questa come su altre materie. Non è infatti la prima volta che la Corte costituzionale - che, va ricordato, è un organo di garanzia e di verifica della legittimità costituzionale degli atti legislativi - interviene per censurare norme che non rispondono al dettato costituzionale. Mi consenta inoltre di osservare, signor Presidente, che la Corte costituzionale vanta certamente un «credito» nei confronti del Parlamento, poiché, per la seconda volta nell'arco di tre anni, il Parlamento in seduta comune, dopo quattro mesi e mezzo, ancora non è riuscito a compiere il proprio dovere, eleggendo i due giudici di propria competenza, a causa di veti e ricatti fra i partiti, lasciando la Corte in una situazione di disagio istituzionale derivante dalla mancanza del plenum. Un ulteriore aspetto sul quale intendo soffermarmi, signor Presidente, signor sottosegretario - colgo l'occasione per salutare il sottosegretario Moffa, che ho avuto modo di conoscere quando ricopriva la carica di presidente della provincia di Roma -, riguarda la tendenza del Governo a rincorrere le situazioni e a porvi rimedio, in talune occasioni in modo anche abbastanza confuso, ricorrendo a palliativi e senza affrontare le questioni con riforme organiche. Si tratta di un atteggiamento che è nella tradizione legislativa di questo Governo, che non è stato in grado o non ha ritenuto di completare la riforma avviata dal Governo di centrosinistra nel 1996, volta a riordinare la materia. Va altresì osservato che è assai singolare che alcuni colleghi scarichino sugli enti locali - in particolare, l'onorevole Foti ha fatto riferimento, in modo neppure troppo nascosto, all'amministrazione di centrosinistra della capitale - la responsabilità della mancata previsione di specifiche norme per l'edilizia residenziale pubblica nei propri bandi e nei propri piani regolatori. Questo non risponde al vero: infatti, ciò è previsto! È singolare, inoltre, che l'attuale Governo addirittura attribuisca agli enti locali la responsabilità di alcune sue inadeguatezze, dopo anni di legislazione nei quali non si è fatto altro che tagliare fondi agli enti locali, costretti ad attrezzarsi in tutti i modi possibili per far fronte alle esigenze dei cittadini. Signor Presidente Fiori, signor sottosegretario, ben conoscete - in particolare lei, signor Presidente - il livello dei tagli cui è stata sottoposta l'amministrazione comunale di Roma in diversi ambiti; ciò inevitabilmente incide sulla vita dei cittadini, anche per le conseguenze che ne derivano, come i tagli dei fondi per servizi. Ricordo la battaglia che dovemmo compiere in Parlamento per far sì che almeno una residua parte del fondo assegnato al cosiddetto «buono casa» venisse recuperata con le leggi finanziarie. Da ultimo, non v'è dubbio che, grazie sicuramente alla legislazione di questo Governo, ma forse anche alla finanza creativa, la crisi delle abitazioni, in particolare a Roma - ma non solo in questa città -, ha messo per strada tante famiglie nel breve volgere di tempo; ciò è avvenuto anche in virtù della geniale intuizione rappresentata dalla cartolarizzazione. Proprio a queste famiglie andrebbero spiegati il senso di alcune operazioni poste in essere da questo Governo e le modalità attraverso le quali esso intende stroncare alcune operazioni speculative assai pericolose. Al riguardo, con una interpellanza, da me presentata alcuni mesi fa, chiesi conto al Governo di una vicenda riguardante il quartiere di Roma attiguo a viale del Tintoretto: tante famiglie sono state messe contro un muro a seguito di un'operazione finanziaria del tutto spericolata, realizzata da un grande personaggio della finanza (che su molti giornali appare un protagonista), tale signor Statuto. Egli, sostanzialmente, si accinge a gettare in mezzo ad una strada molte altre decine di famiglie. È questo il contesto attuale, il quadro generale del quale, evidentemente, il decreto oggi in via di conversione appare cogliere solo alcuni aspetti minori; direi che questo provvedimento costituisce un piccolo palliativo per tentare di alleviare - a mio avviso in maniera parziale - alcune situazioni particolarmente drammatiche presenti nel nostro paese. Signor Presidente, signor sottosegretario, affrontando il merito di questo provvedimento va anzitutto ricordato che la scadenza al 31 marzo 2005 della proroga della sospensione degli sfratti ha creato un forte allarme in migliaia di famiglie che versano in condizioni di disagio abitativo, producendo sul territorio nazionale un elevato impatto sociale ed umano. A distanza di due mesi, il Consiglio dei ministri ha approvato il decreto-legge n. 86 del 2005 che reca, come noto, misure urgenti per favorire i conduttori in condizioni di disagio abitativo conseguente a provvedimenti esecutivi di rilascio, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale. Il provvedimento in questione, che segue il decreto-legge n. 240 del 2004, purtroppo non fornisce una risposta adeguata all'emergenza abitativa. Un'analisi più approfondita del decreto, il cui provvedimento di conversione è ora al nostro esame, induce ad evidenziare alcuni punti che il gruppo della Margherita ritiene di particolare problematicità. In riferimento all'articolo 1, va anzitutto ricordato che il provvedimento destina le risorse già previste dalla legge n. 269 del 2004, disponibili alla scadenza del 31 marzo 2005, ai cosiddetti soggetti appartenenti alle categorie disagiate. Nella fattispecie, ci si riferisce agli anziani ultrasessantacinquenni e ai portatori di handicap con problemi economici che risiedono nei comuni capoluogo delle aree metropolitane e in quelli ad alta tensione abitativa ad essi confinanti. A tale riguardo, signor Presidente, signor rappresentante al Governo, va evidenziato che si prefigura un'esclusione dai benefici del provvedimento per i cittadini soggetti a procedura di sfratto che risiedano nei comuni capoluogo delle aree metropolitane e nei comuni ad alta tensione abitativa ad essi confinanti. Non si comprende, a dire il vero, il criterio secondo cui sia stata operata la scelta di estromettere i molti comuni ad alta tensione abitativa elencati nella deliberazione del CIPE del 13 novembre 2003. È utile, infatti, ricordare come l'emergenza abitativa sia avvertita anche nelle città sedi, ad esempio, di università dove si riscontra un'altissima pressione abitativa. La scelta operata, quindi, rischia di non fornire gli strumenti previsti nel provvedimento in esame ad altre realtà che vivono i medesimi problemi, creando in tal caso disparità di trattamento rispetto a cittadini che versano in analoghe condizioni, ancorché geograficamente situati in luoghi diversi. Un altro elemento che vorrei evidenziare è quello relativo alla copertura finanziaria. A tale proposito, le risorse finanziarie sono quelle previste dalla legge n. 269 del 2004, non utilizzate alla data del 31 marzo 2005, pari a 104 milioni 950 mila euro. Tali risorse sono prelevate dal Fondo sociale cosiddetto «buono casa» che, istituito dalla legge n. 431 del 1998, doveva offrire ai cittadini meno abbienti un contributo per accedere al mercato privato delle locazioni. A fronte della riduzione progressiva delle risorse stanziate, sarebbe, a nostro avviso, opportuno adottare misure affinché al fondo in questione venga riportata la sua dotazione originaria; in alternativa, potrebbe essere istituito un nuovo fondo per far fronte all'emergenza sfratti e non attingere in tal modo allo stesso fondo. Al comma 3 dell'articolo 1 e al comma 3 dell'articolo 5, è previsto che la quota delle risorse non utilizzate al 31 ottobre 2005 siano destinate alla realizzazione di alloggi sperimentali e programmi speciali. A tale proposito, credo sia impropria, e vorrei sottolinearlo in quest'aula, l'utilizzazione a tale scopo delle risorse del fondo. Il decreto-legge, inoltre, prevede la concessione ai conduttori di un contributo variabile da 5 a 10 mila euro: sarà di 5 mila euro se entro il 30 settembre 2005 il soggetto beneficiario avrà eletto, previa apposita dichiarazione di presa in carico ai fini alloggiativi rilasciata dal soggetto ospitante, il proprio domicilio per almeno diciotto mesi presso terzi; sarà invece di 10 mila euro se il beneficiario, sempre entro il 30 settembre 2005, sottoscriverà un nuovo contratto di locazione della durata di almeno diciotto mesi regolarmente registrato. Entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto-legge, con un decreto ministeriale si provvederà al riparto ed alla individuazione delle modalità di erogazione delle risorse, pari a circa 104 milioni 940 mila euro, tra i comuni citati nel decreto-legge medesimo. Ritengo, signor Presidente, che sarebbe opportuno che sull'individuazione delle modalità di erogazione delle somme si trovasse, se possibile (è anche un suggerimento che dò al Governo), un'intesa in sede di Conferenza unificata. Da ultimo, signor Presidente, vorrei citare l'articolo 4 ed un altro aspetto critico rilevato nel decreto-legge in esame. Esso riguarda la cosiddetta concessione ai comuni che hanno più di 400 procedure esecutive di una sorta di proroga fino al 30 settembre 2005. Le disposizioni prevedono la proroga dell'esecuzione del provvedimento e del rilascio al 30 settembre 2005, previa dichiarazione del conduttore all'ufficiale giudiziario o alla cancelleria del giudice della procedura esecutiva. Al momento, è utile ricordarlo, le uniche città che contano più di 400 procedure esecutive sono, come ricordava anche il relatore Foti, Roma e Napoli. Considerato che l'emergenza sfratti è un fenomeno diffuso, ritengo che non sia possibile escludere dalla proroga tutti i comuni ad alta tensione abitativa. Sono questi gli appunti che intendiamo fare al provvedimento in discussione, che è stato oggetto di emendamenti specifici presentati dal gruppo della Margherita. Per concludere, signor Presidente, vorrei ribadire ciò che ho espresso all'inizio del mio intervento, cioè che è necessario affrontare seriamente il problema della casa ed individuare una soluzione adeguata. Non si può differire ulteriormente la proroga del blocco degli sfratti, ma è necessario che la situazione legata all'attuazione della legge n. 431 del 1998 venga risolta. È, in particolare, urgente - ed ho veramente concluso, signor Presidente - affrontare il problema dell'emergenza abitativa. Occorre farlo subito e, se possibile, dare immediatamente una risposta concreta a tutte le famiglie che vivono il problema delle locazioni. In primo luogo, rifinanziando il fondo sociale con le risorse non utilizzate e già stanziate dal decreto-legge n. 240 del 2004. In secondo luogo, con il varo di un piano straordinario per il recupero del patrimonio pubblico. Con riferimento a questa ultima eventualità ci sarebbe la disponibilità manifestata dagli enti locali, i quali vedono pesare sulle proprie spalle un problema così difficile e complicato e che si pone, in alcuni casi, in maniera tragica per i cittadini.
PRESIDENTE. È iscritto a parlare l'onorevole Folena. Ne ha facoltà.
PIETRO FOLENA. (Rifondazione Comunista) Signor Presidente, come ho avuto modo di sostenere in Commissione, il decreto-legge in esame, con il quale il Governo intende affrontare la questione degli sfratti, è, a mio avviso, assolutamente e scandalosamente insufficiente a raggiungere le finalità che si pone. Con il decreto-legge in questione il Governo affronta nuovamente il problema gravissimo, comune a gran parte degli enti locali italiani, della crisi abitativa. Questo provvedimento, frutto della lotta che ha visto protagonisti in questi mesi gli inquilini, i sindacati (confederali e dei lavoratori) e i comuni, non è altro che un pannicello caldo. Trovo singolare che si tenda in qualche modo a scaricare sui comuni - così mi sembra di capire dalle parole del relatore, onorevole Foti - la responsabilità di questa situazione. È indubbio che vi siano responsabilità di carattere più generale non ad esclusivo carico all'attuale Governo, ma è altrettanto indubbio che tali responsabilità nel corso di questi anni si sono aggravate a causa delle politiche adottate in questo settore dall'attuale esecutivo. Con questo provvedimento, il Governo Berlusconi propone alle famiglie, sottoposte a sfratto per finita locazione, che abbiano nel nucleo familiare un componente ultrasessantacinquenne o un portatore di handicap e con reddito inferiore a ventimila euro lordi l'anno (una media compresa tra 0 e mille euro netti mensili) di poter stipulare un contratto a canone libero sulla base del codice civile per una durata di diciotto mesi, concedendo un contributo una tantum di 10 mila euro, salvo sottrarre, come ricordava poc'anzi il collega Giachetti, al fondo contributo affitti per le famiglie con redditi bassi queste risorse. Ciò detto, nasce spontanea una domanda: come può una famiglia che dispone al massimo di un reddito di mille euro mensili, malgrado questo contributo, stipulare un contratto di affitto a libero mercato? Nelle intenzioni del Governo le città interessate al provvedimento dovrebbero essere solo le grandi aree urbane e i comuni confinanti, mentre il differimento degli sfratti fino al 30 settembre si dovrebbe applicare a quei comuni, fra quelli delle grandi aree urbane dove questo problema è molto grave, che abbiano un numero di procedure esecutive di rilascio degli immobili superiore a 400. Questa previsione, però, non tiene in considerazione che esistono altri comuni dove il numero delle procedure esecutive di sfratto è molto superiore a 400. In questo momento non è dato sapere quali siano esattamente tali comuni; il decreto-legge in esame rimanda ad un altro decreto che il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti dovrà emanare entro il 30 giugno prossimo (si parla, comunque, di Roma e di Napoli). Quello che, a mio avviso, è totalmente inattendibile è proprio il dato dei 400 sfratti, in quanto si basa sulla previsione irrevocabile di un precedente decreto-legge che differiva gli sfratti al 30 marzo. Quel decreto, evidentemente, si è rivelato essere un fallimento, visto che in Italia poco più di venti contratti sono stati stipulati dopo quella data e che gli sportelli sfratti presso gli IACP sono stati aperti solo una settimana prima della scadenza (il 30 marzo). Vorrei aggiungere che di recente l'ANCI - che, del resto, chiede al Parlamento di modificare significativamente il decreto-legge in esame - ha proposto insieme al CRESME, nel corso di una conferenza stampa, un'analisi del problema abitativo in Italia che non può trovare risposta esclusivamente in un decreto-legge e della quale non si può non tenere conto. L'ANCI ed il CRESME ci dicono che per quanto riguarda i contributi pubblici l'Italia è ormai il fanalino di coda dell'Unione europea. Per la verità, ci sarebbe la Grecia dietro di noi, ma in quel paese si offrono garanzie per prestiti pubblici per un'incidenza sul PIL pari allo 0,73 per cento. L'Italia è ultima perché c'è un fortissimo disimpegno pubblico nel settore: i trasferimenti per cassa dallo Stato alle regioni sono diminuiti costantemente, passando, nell'ultimo triennio, da 1,5 miliardi di euro del 2002 agli 808 milioni del 2004, con una riduzione del 55 per cento. In Francia, i sussidi ammontano all'1,9 per cento, in Spagna allo 0,73, in Svezia allo 0,70, in Portogallo allo 0,50, in Germania allo 0,30, contro lo 0,07 per cento dell'Italia!
Riprendendo uno slogan un po' demagogico del centrodestra («Noi non vogliamo proletari, ma proprietari»), il collega Foti ha affermato in Commissione che otto italiani su dieci hanno una casa di proprietà: è vero, perché lo conferma il CRESME, ma come sono composti i nuclei familiari? Lei sa bene, collega Foti, quanti giovani, quanti ragazzi, rinviano la data del matrimonio e, quindi, la possibilità di metter su famiglia, di costruire un nucleo familiare. Questi giovani continuano a far parte del nucleo familiare di origine proprio perché è grandissima la difficoltà a reperire alloggi sul mercato degli affitti. Il numero delle famiglie affittuarie è sceso nel corso di questi anni - dal 2001 ad oggi ci siamo attestati su una percentuale sostanzialmente stabile del 19 o 20 per cento -, ma la ragione vera della discesa, che ha creato un rapporto assolutamente squilibrato tra mercato degli affitti e mercato della proprietà, è costituita, appunto, dalla più lunga permanenza dei giovani nel nucleo familiare d'origine e dall'altissimo tasso di indebitamento per l'acquisto della casa da parte delle famiglie italiane. Mettendo a confronto l'affitto richiesto nelle nostre città con il costo del mutuo - non dimentichiamo che uno dei meriti dell'euro di Prodi e di quanto è stato fatto nel corso degli anni Novanta, è stato proprio quello di poter ottenere mutui che non fossero così esosi come quelli del periodo precedente -, le famiglie si indebitano sempre di più, al punto che il loro indebitamento nei confronti delle banche è giunto alla cifra record di 160 miliardi di euro! Negli ultimi cinque anni, l'indebitamento è cresciuto del 130 per cento! È evidente che siamo di fronte ad un fenomeno patologico che crea grande difficoltà: tante famiglie si indebitano senza avere la certezza di essere in grado di poter pagare le rate dei mutui! Le famiglie rinvierebbero pure il momento dell'acquisto, ma sono costrette ad operare in questa condizione per l'impossibilità di affittare efficacemente sul libero mercato o con contratti a canone concordato. I canoni sono cresciuti del 49 per cento e, in alcune grandi città, gli affitti sono aumentati, negli ultimi cinque anni, dell'85 per cento (139 per cento in più a Venezia, 105 per cento in più a Napoli, 92 per cento in più a Milano, 91 per cento in più a Roma, 86 per cento in più a Genova, 73 per cento in più a Padova, e così via). Per l'affitto di una casa, nel 2004, si pagavano, in media, 1.650 euro a Milano; 1.520 euro, a Venezia; 1.440 euro, a Roma; 1.330 euro, a Firenze; 1.170 euro, a Napoli; 1.100 euro, a Bologna. Ne è prova la composizione sociale di quel 20 per cento di nuclei familiari che nel corso di questi anni non ha potuto accedere ad un mutuo; siamo infatti dinanzi a nuclei familiari con redditi bassi o medio - bassi, che non hanno alcuna possibilità di ottenere un mutuo e che, dunque, si trovano costretti ad accettare affitti del tutto al di sopra delle loro possibilità.
A ciò vorrei aggiungere un dato che, stante la demagogia che in Italia si fa sulla questione dell'immigrazione, è poco noto; mi riferisco ai canoni per gli immigrati, che sono, di media, superiori rispetto a quelli liberi (e, a maggior ragione, rispetto a quelli concordati). Ciò, per una serie complessa di ragioni: i proprietari di case, normalmente, non locano a stranieri senza adeguate garanzie; se si loca un immobile a stranieri, si prevede un costo aggiuntivo e, in molti casi, per gli irregolari, anche la stipula di una fideiussione bancaria; se si loca a stranieri, specie nelle grandi città, la locazione è transitoria e si paga a persona, non a metro quadrato. Anche le agenzie immobiliari fanno la loro parte, chiedendo spesso somme rilevanti a titolo di mediazione per la ricerca di un appartamento. Vorrei che al riguardo fossero chiare le cifre: a Roma, mentre il canone concordato e quello libero si attestano, in media, rispettivamente a 10 mila ed a 14 mila euro, il canone applicato agli immigrati ammonta mediamente a 17 mila euro. A Venezia, a 9 mila 800 euro ammonta il canone mediamente applicato, mentre a 16 mila 800 si attesta in media quello richiesto per gli immigrati; a Milano, il primo in media ammonta a 6 mila 460 euro; il secondo a 13 mila 100 euro. Questo è il dramma abitativo, come venutosi configurando nel corso di questi anni, peraltro peggiorando fortemente negli ultimi anni. Infine, come ho già sostenuto in Commissione e come voglio ribadire in questa sede - si tratta, infatti, di un punto essenziale - , aggiungo quanto segue. Vorrei che il rappresentante del Governo ed il relatore, oltre a considerare le cifre indicate nella relazione di accompagnamento al decreto, visitassero il sito Internet del Ministero dell'interno in cui sono resi noti i dati relativi al primo semestre 2004. Dati che, pur essendo ancora incompleti, sono agghiaccianti; infatti, risulta che nel solo primo semestre del 2004 si sono avute 24 mila 100 sentenze di sfratto, di cui 378 per necessità; 7 mila 168, per finita locazione; quasi 17 mila, invece, per morosità. È l'altra faccia del problema, tragico, dell'aumento del canone delle locazioni; non basta ritenere che vogliamo essere proprietari: bisogna rispondere alla fascia di popolazione che oggi non riesce ad acquistare la casa ed a quella gran parte dei giovani che pesano con sacrifici crescenti sulle spalle dei genitori senza potersi autonomamente costituire una casa ed una famiglia.
Le sentenze di sfratto sono aumentate del 24,9 per cento rispetto al primo semestre del 2003; ancora più preoccupante è il dato relativo agli sfratti per morosità: infatti, dal 2000 in poi, questa ultima risulta la motivazione più importante e più significativa, di cui, però, il Governo non tiene conto. Si pensa solo a differire gli sfratti per alcune città e, tra gli sfratti, quelli per finita locazione e, tra questi ultimi, quelli per gli inquilini in condizioni di estremo disagio economico ed abitativo o con un portatore di handicap. Sulla base di queste considerazioni, riteniamo insufficienti le misure previste dal decreto; in Commissione abbiamo avanzato molte proposte emendative, ora ripresentate in Assemblea, al fine di approfittare, per così dire, del «treno» rappresentato da questo decreto per invertire le politiche sulla casa. A proposito del riferimento alle grandi aree urbane ed all'interesse quasi esclusivo o prevalente che si tende a dare alla situazione dei problemi della casa in questi territori, vorrei osservare che, se si prendono a riferimento tutte le famiglie abitanti nelle province italiane, anche quelle proprietarie di immobili e quelle conduttrici di case popolari, alcuni dati sono impressionanti. Infatti, al primo posto, in Italia, non si trova una grande città ma Novara, con 600 provvedimenti di sfratto emessi e 143 mila 152 famiglie residenti: uno sfratto ogni 238 famiglie.
Analizziamo tali dati: non sono né miei, né del SUNIA, né dell'Unione inquilini, né della CGIL, ma del Ministero dell'interno. Allora, il Governo non può con una mano fare una cosa e con l'altra fornire tali dati, che sono veritieri, documentati e disponibili, del resto, su un sito ufficiale dell'esecutivo!
Se la situazione è quella rappresentata dal Ministero dell'interno, la questione non è inventare differimenti o proroghe più o meno legittime, che devono infilarsi negli interstizi di ciò che ci ha chiesto la Corte costituzionale. Al riguardo, vorrei ribadire che occorrerebbe discutere in ordine alla «vera» interpretazione data dal Governo e dalle associazioni dei proprietari alla sentenza n. 155 del 2004 della Consulta, ma non è questa l'occasione. Se tali dati fossero veri, allora il problema non è inventare un piccolo intervento che riguarda 400 casi. Le proroghe, infatti, rappresentano sempre un fallimento delle politiche abitative, ed anche la proroga in oggetto rappresenta un fallimento delle politiche condotte nel corso di questi anni: ne sono già trascorsi quattro, ed è finito il tempo in cui il Governo Berlusconi e questa maggioranza potevano scaricare le responsabilità sul Governo precedente! Mi riferisco ad una maggioranza che parla e straparla di difesa della famiglia, ma che non si fa scrupolo di sfrattare, attraverso la forza pubblica, anziani e famiglie con minori, sradicate da un contesto sociale e, per quanto riguarda i bambini, anche formativo. Da questo punto di vista, onorevole Foti, più che «sparare ad alzo zero» sulle amministrazioni comunali, apprezzerei il fatto che il comune di Roma, con una recente delibera - approvata anche grazie ai movimenti ed alle lotte condotte nel corso di questi mesi -, abbia riavviato un percorso di politica pubblica in tale materia molto significativo e impegnativo, che avrebbe bisogno di fondi, di risorse finanziarie e di sostegno, e non di chiacchiere! Le famiglie che subiscono tutti i tipi di sfratto e che possiedono un reddito inferiore ai 40 mila euro lordi annui fanno una vera fatica a trovare alloggi in locazione sul mercato: figuriamoci, con questo reddito, se riescono ad ottenere un mutuo! Tali famiglie ci chiedono non di disporre proroghe, ma di avere un sistema diverso. Esse, infatti, domandano di potere rinnovare contratti a canoni agevolati e sostenibili, oppure il passaggio in case popolari, o comunque la ripresa di una politica pubblica degli alloggi residenziali nel nostro paese. È per questi motivi che chiediamo di modificare sostanzialmente il decreto-legge in esame, anche per quanto riguarda la sua filosofia di approccio a tale tema. Proponiamo, infatti, una proroga effettiva, reale e consistente di tutti gli sfratti di almeno per un anno, fino al giugno 2006. Per essere credibile, tuttavia, tale proroga deve essere accompagnata, nel periodo considerato, da un impegno a varare, entro tre mesi, con il coinvolgimento di tutte le parti interessate, un piano straordinario finalizzato ad aumentare sostanzialmente l'offerta di alloggi in locazione sia a canone sociale, sia a canone concordato. Solo in tal modo, infatti, è possibile affrontare i problemi abitativi non solo dei nuclei familiari oggetto del decreto-legge in esame, ma anche delle 600 mila famiglie inserite nelle graduatorie comunali per l'assegnazione di alloggi popolari e che non hanno, di fatto, alcuna possibilità di accedervi.
Spero che i colleghi della maggioranza valutino con attenzione, nel corso dell'esame in Assemblea, le proposte emendative che abbiamo presentato. La casa, infatti, è un problema non di sinistra o di destra, ma di tutti. Si tratta di un diritto essenziale, poiché è uno dei diritti «sacri»; esso fa parte del diritto alla vita, e non appartiene solo alle norme recate dalla prima parte della Costituzione. Il diritto all'abitazione, infatti, a mio avviso dovrebbe appartenere ad una filosofia condivisa al di là degli schieramenti politici. Auspico, quindi, che su questa base si compia uno sforzo volto a cambiare strada. Senza alcun dubbio, infatti, accanto al problema della disoccupazione e della mancanza di lavoro (che colpisce milioni di famiglie e centinaia di migliaia di giovani e che crea angoscia nel nostro paese), oggi l'altro grande tema che investe - ma con un'incidenza sempre più significativa e più drammatica - anche le famiglie del cosiddetto ceto medio, impoveritosi nel corso di questi anni, è ormai il tema della casa! Allora, approfittiamo del dibattito sul disegno di legge di conversione di questo decreto-legge per introdurre una discussione seria ed approfondita sulla drammatica situazione abitativa nel nostro paese. Per concludere, credo che ciò che i cittadini tollerano sempre meno - ed alcuni esponenti della maggioranza, facenti parte di partiti popolari radicati in zone in cui sono presenti insediamenti IACP, sanno ciò che dico - sia vedere l'ostentazione di ricchezze enormi, nate all'improvviso. Non voglio personalizzare, ma questi «immobiliaristi d'assalto» sono cresciuti nel corso di pochi anni, e si sono arricchiti con le cartolarizzazioni, con le privatizzazioni e con l'assalto al patrimonio pubblico. D'altra parte, si deve constatare che milioni di persone non hanno diritto alla casa e, pertanto, si trovano in condizioni molto difficili. Ritengo che tale situazione d'ingiustizia non possa durare a lungo. Vi è chi ha tante case, e vi sono invece molte persone senza casa o immigrati cui vengono applicati - quando hanno la casa - contratti, di cui si è parlato, del 30 per cento più alti rispetto a quelli regolari o che sono ospitati in «catapecchie» disumane, in cui vivere con dignità e decoro è quasi impossibile. Ebbene, di fronte a tutto ciò, ritengo sia indispensabile cambiare registro e comprendere che la casa non è una merce che si può lasciare semplicemente al libero gioco del mercato. La politica della casa richiede che, accanto al mercato privato dei proprietari, al mercato libero dei canoni concordati - e molti proprietari avrebbero tutto l'interesse ad essere aiutati da parte del Governo e del Parlamento a sviluppare tali forme di canone, anziché quelle assolutamente libere -, non si possa rinunciare all'essenziale ed insostituibile ruolo pubblico dello Stato, delle regioni, delle province e dei comuni nello sviluppare una nuova politica di edilizia pubblica che contribuisca a calmierare i prezzi e a rispondere alle esigenze - essenziali - che riguardano la vita di tante persone che, altrimenti, non saprebbero a quale santo votarsi!
ALDO PERROTTA (Forza Italia). Signor Presidente, confesso che questa volta sono in difficoltà con i tempi di intervento. Normalmente, parlo per cinque minuti: tuttavia, avendo ascoltato una serie di affermazioni formulate da un punto di vista sicuramente di parte, purtroppo debbo rispondere. Pertanto, il mio intervento sarà dedicato in parte ad esaminare il provvedimento in discussione ed in parte a fornire alcune risposte. A chi ci ascolta - ricordo che, tra Radio radicale e Sky Tv, vi è un'audience pari a sette - ottocentomila persone - vorrei spiegare, in parole povere, cosa rappresenta questo decreto-legge. Per i motivi già esposti dal collega Folena, ossia che nel corrente anno vi sono già stati 17 mila sfratti per morosità e che, dall'analisi dei dati sugli sfrattati, risulta che quasi tutti i nuclei familiari avevano al proprio interno persone ultrasessantacinquenni o handicappate, il Governo - per fortuna! - ha predisposto un provvedimento volto a prevedere contributi da erogare, in presenza di determinati requisiti, in favore delle famiglie interessate, al fine di evitare gli sfratti. Fin qui, tutto bene. Dove ha preso il Governo tali fondi? Dato che, come tutti sappiamo, non c'è una lira, li ha presi da quei fondi che, allo stato attuale, avevano ancora una capienza, poiché non erano stati ancora utilizzati. Mi riferisco ai fondi che servivano come incentivo per le famiglie che ne avevano bisogno per pagare il fitto. Ed è colpa del Governo se i comuni non utilizzano questi fondi? Anzi, il Governo, vedendo che questi fondi non sono utilizzati, per evitare che vadano persi o che magari siano destinati a coprire qualche altra spesa, prende parte di questi fondi e, con le risorse a disposizione, corre in soccorso di circa 25 mila sfrattati. Il relatore è stato attaccato da tutti; si è affermato che il Governo scarica sui comuni il problema dell'edilizia abitativa. Ma perché il relatore ha affermato, giustamente, che i comuni debbono fare la propria parte? In primo luogo, perché essi possono incentivare questo fondo. In secondo luogo, se i comuni non approvano le varianti di piano regolatore, mettendo a disposizione non i soldi, bensì i suoli per l'edilizia agevolata, non si potrà fare nulla. Infatti, se non ci sono i suoli e le varianti, dove si può realizzare questa nuova edilizia? Il relatore si riferiva ai comuni ed a tutti gli enti locali sia per quanto riguarda la possibilità di integrare il fondo, perché ogni comune ed ogni regione lo può fare, sia soprattutto per quanto concerne la possibilità di chiedere le varianti. Ho ascoltato molte proposte: perché - lo ripeto ad ogni intervento - queste proposte non sono state avanzate dal 1996 al 2001? Di tutte le proposte avanzate oggi dall'opposizione non ne è stata attuata una dal 2006 al 2001! Allora, non si può venire in questa sede e sostenere che la breve proroga che abbiamo disposto rappresenta il fallimento della politica della casa e degli sfratti! Non avete fatto nulla in cinque anni a questo proposito, se non disporre proroghe continuative. Soprattutto - e ciò è più grave - non si può sostenere in questa sede che approvare proroghe rappresenta il fallimento della politica della casa per poi recarsi nei comuni sostenendo che la gente non deve essere sfrattata. Il doppio binario: qui si sostiene una cosa e poi si organizza una protesta sostenendo l'esatto contrario! Allora, le organizzazioni che si occupano dei problemi dei cittadini per la casa ed i cittadini interessati devono pur sapere che tutte le forze politiche, comprese quella di centrosinistra, hanno affermato che gli sfratti vanno eseguiti. Noi, con questa ulteriore proroga, diamo tempo ai cittadini di non essere sfrattati. Credo anche che sia una delle pochissime occasioni in cui lo Stato interviene con delle risorse, offrendo un sostegno per evitare lo sfratto. Infatti, con 10 mila euro si risolve il problema, e ciò non era mai accaduto. I comuni e gli IACP devono fare la loro parte. Sapete quante sono, secondo la stima degli stessi IACP di Roma e di Napoli, le case occupate illegalmente? Sono circa 7 mila! Ebbene, non è stato ancora effettuato un accertamento circa i cittadini che hanno visto variare il loro reddito, per cui non hanno più diritto a stare nelle case popolari. E quando si farà? Dal Governo si pretende tutto e i comuni sono sempre innocenti! Vi sono occupazioni abusive di interi stabili di proprietà dei comuni da parte di centri sociali: non si paga il canone, si fa di tutto tranne che azioni di legalità; e poi si tolgono case ai senzatetto, a persone che non sono in grado di mantenerle. Vorrei svolgere solo una considerazione, che è stata suggerita dal collega Foti. Si dice che si fanno le analisi sempre contro i ricchi presupponendo di colpire Berlusconi, ma contro i «Ricucci» non si fanno mai. Sono stati chiamati, quasi accomunandoli al Governo, alcuni immobiliaristi (Statuto, Ricucci, Coppola e Marchini). Cari colleghi, essi sono tutti di sinistra! Hanno dichiarato di votare tutti a sinistra! Sono tutti coperti dai vostri uomini politici! Non ce li potete addebitare. Questa è una strana mistificazione. Vorrei ricordarvi, a proposito di speculazione immobiliare, quella fatta da Marchini a Napoli, dove ha comprato migliaia di case di risanamento ad un prezzo corrispondente a metà del valore; complici Bassolino e la giunta di sinistra, le ha rimesse sul mercato e le ha vendute alle stesse persone ad un prezzo notevolmente superiore. Nessuno di voi si è alzato a difendere i cittadini, anzi le associazioni degli inquilini dicevano che era una cosa giusta. Adesso stanno protestando, ma quando dicevo che era una speculazione bella e buona, sembravo un bugiardo, come se dicessi cose non vere. Poiché, alla fine, dobbiamo ricordarci sempre che, indipendentemente dalla demagogia, dobbiamo fare gli interessi dei cittadini - capisco che anche di qua, a volte, facciamo demagogia -, voglio ricordare che questo provvedimento fa salvi 25 mila casi che non erano in grado di essere salvati da nessuno, perché i comuni e gli enti locali non erano intervenuti. Noi, invece - vivaddio! -, tra le varie cose che abbiamo fatto - molte buone e molte, secondo voi, negative ma, secondo me, quasi tutte, se non tutte, buone - abbiamo adottato un provvedimento straordinario. È la prima volta nella storia della Repubblica in cui saniamo le morosità. Ciò non si era mai verificato. Vivaddio! Mi aspettavo che almeno qualcuno ce ne desse conto.
ALFREDO SANDRI (Democratici di Sinistra). Signor Presidente, il collega Foti ha concluso il suo intervento affermando che il Governo ha fatto fino in fondo la sua parte. Io vorrei cercare di argomentare, ovviamente, l'esatto contrario, non perché voglia attenermi al gioco delle parti, ma perché tenterò di portare qualche argomentazione a supporto della mia tesi. Sono convinto che se qualcuno avesse voglia di certificare la capacità politica e operativa con cui il Ministero delle infrastrutture e i vari sottosegretari con delega alle politiche sociali per la casa, susseguitisi in questi quattro anni di legislatura, hanno affrontato l'argomento in questione, avrebbe da divertirsi. Infatti, su questa vicenda c'è tutto il centrodestra: l'ascesa con i suoi sogni e la sua caduta nella confusione totale.
Il ministero che meglio di tutti rappresenta questa evoluzione è quello delle infrastrutture e dei trasporti, che dopo pochi mesi dal suo insediamento si è dotato di una legislazione speciale, una cassetta munita di attrezzi particolari per realizzare opere pubbliche in tempi brevi, per raccogliere risorse private e per introdurre - si diceva - la «cultura del progetto». Si tratta di un ministero cui era affidata una missione speciale: con le politiche infrastrutturali trainare l'innovazione, ossia una sorta di laboratorio di ricerca del Governo, dal quale si dovevano attingere tutte le migliori pratiche per diffondere la cultura dell'efficienza, quella di stampo anglosassone, per dare all'Italia slancio e modernità.
Chi di noi ha partecipato fin dall'inizio alle discussioni ricorda come attorno alla legge obiettivo - le modifiche alla legge Merloni, la nascita della Infrastrutture Spa, la nuova cassa depositi e prestiti, il general contractor - si fosse creato una sorta di spartiacque tra la cultura del progetto e del fare del centrodestra e quella del centrosinistra che diceva al ministro di rispettare le regole, di stare con i piedi per terra e per questo veniva accusato di ostacolare il cambiamento. Il Presidente del Consiglio e il ministro, alla recente assemblea dei costruttori di Confindustria, sono stati accusati di aver alimentato illusioni e aspettative e di aver allestito norme che hanno dimostrato, alla prova dei fatti, superficialità legislativa ed inconsistenza finanziaria, con il risultato che il settore delle costruzioni per le opere pubbliche è fermo al palo e la macchina amministrativa produce meno di prima. Il ministro si è indispettito accusando di ingratitudine la Confindustria e di miopia i costruttori i quali non hanno capito che sono state fatte tante cose buone, innovative, e se questo hanno mancato è per colpa dell'economia che si è fermata. In sostanza, la macchina allestita è di grande pregio se non fosse perché manca il carburante per alimentarla. È proprio così? Il Ministero delle infrastrutture è proprio quel centro di innovazione e ricerca che si vorrebbe far credere? È proprio la scarsità di risorse a trattenere le grandi innovazioni del Ministero o viceversa anche in questo caso, come in generale per i progetti del Governo, ci troviamo di fronte ad un frullato di fantasia, approssimazione ed incompetenza? Proviamo a spostarci al lato sud del Ministero delle infrastrutture dove si gestiscono le politiche sociali della casa. Il centrosinistra aveva iniziato la riforma degli strumenti e delle politiche sociali della casa, e mi rivolgo in particolare al collega Perrotta. Definì gli strumenti per il superamento dei patti in deroga (non è cosa da poco conto: si tratta dei patti in deroga, l'ex equo canone), del fondo GESCAL e le nuove regole della contrattazione per gli affitti, introdusse il fondo sociale, il buono casa e trasferì i poteri alle regioni. In accordo con le regioni - allora ero tra quelli che partecipavano a tali discussioni - si iniziò un percorso decidendo, prima di dare un assetto stabile alla legislazione statale, la verifica nel concreto di due questioni. La prima riguardava l'efficacia del fondo per l'affitto che l'Italia non aveva mai utilizzato a differenza di tutte le altre realtà europee che, oltre alla casa pubblica, utilizzano il fondo per l'affitto a sostegno dei redditi. Si trattava di comprendere, cioè, se anche in Italia poteva essere quello strumento flessibile in grado di intervenire sulle famiglie a basso reddito per compensare l'alto costo dell'affitto, se poteva funzionare la gestione amministrativa prevista, l'integrazione delle risorse regionali e comunali ed il raccordo con gli altri strumenti delle politiche sociali. La seconda questione era capire cosa avrebbe provocato il trasferimento di circa 800 mila alloggi alle regioni, compresa la gestione del patrimonio, gli immobili, i canoni, unitamente all'autonomia decisionale valutando, in seguito, quali misure era necessario adottare per favorire la riqualificazione del patrimonio e la sua valorizzazione. Per governare quella transizione si decise, insieme alle regioni, di dotare il fondo sociale di 350 milioni di euro.
TOMMASO FOTI, Relatore. In tre anni!
ALFREDO SANDRI. No, di 350 milioni di euro l'anno...
ALDO PERROTTA. Per un triennio.
ALFREDO SANDRI. ...per un triennio, come quota parte dello Stato, e si stanziò nella finanziaria un milione di euro per il 2001 e il 2002 da trasferire alle regioni per realizzare alloggi ad affitto contenuto in sostituzione dei fondi GESCAL. In tale contesto si decise di mantenere le condizioni contrattuali previste dai patti in deroga per le famiglie a basso reddito con particolari condizioni (gli ultrasessantacinquenni o portatori di handicap, che è una delle questioni che stiamo discutendo oggi). La scelta della proroga fu motivata dal fatto che non conoscendo gli effetti reali del fondo sociale era opportuno continuare a garantire una protezione straordinaria alle categorie di cui stiamo parlando oggi: lo strumento della proroga degli sfratti lo garantiva ed era funzionale a quella sperimentazione.
Per continuare ad avere una politica sociale della casa rinnovata nei suoi obiettivi e contenuti era dunque necessario ripartire dal lavoro fatto in precedenza da Stato e regioni, verificando i risultati, le esperienze maturate ed i problemi emersi, modificando così ciò che risultava sbagliato, al fine di completare il disegno. Ciò a prescindere, lo sottolineo, dalle risorse finanziarie disponibili. Infatti, il problema è dare un assetto definitivo alla legislazione statale e regionale. All'ala sud del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti cosa si è fatto? Tre riunioni in due anni, per discutere la scelta del ministero di trattenere, presso il dicastero, quel milione di euro destinato alle regioni. Dunque, il primo obiettivo che ci si è posti è stato quello di scippare i fondi da trasferire alle regioni in sostituzione del fondo GESCAL, centralizzandone la gestione. Il risultato è stato che i timbri e le carte hanno avuto il sopravvento e che i progetti sono ancora lì che girano! Inoltre, quasi la metà di quelle risorse sono bloccate perché oggetto di un contenzioso tra il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti e quello dell'economia e delle finanze, dal momento che i tempi di utilizzo si sono allungati oltre i limiti di impegno previsti. Non è stato fatto nulla, poi, sul versante del Fondo sociale, circa la verifica da effettuare con le regioni, dopo il triennio, al fine di sapere se tale strumento funzionasse e se potesse essere uno strumento stabile di intervento nelle politiche sociali; al riguardo, le regioni e i comuni sostengono si tratti di un buono strumento, da ampliare. Esso consente, oggi, di intervenire su 350 mila famiglie (mettendo insieme i fondi dello Stato, delle regioni e dei comuni). Il ministero ha risposto riducendo il finanziamento di 100 milioni di euro, togliendo così l'assistenza a 80 mila famiglie. Questo è quello che è successo! In tema di proroga degli sfratti, oggetto della discussione odierna, preciso che, quando fu varata dal centrosinistra nel 1998, essa interessava 70 mila famiglie. Tutti sapevamo che l'istituto della proroga è uno strumento provvisorio, che prima o poi deve cessare, ma il ministero ha fatto finta di non saperlo e l'ha utilizzato per rinviare il problema, fino a quando la Corte costituzionale ha fatto presente che il tempo era scaduto. Obbligati a trovare una soluzione, a novembre dello scorso anno si è predisposto un testo che prevedeva l'utilizzo di 100 milioni di euro, cinque nuove tipologie contrattuali e altrettanti sistemi di calcolo per sgravi fiscali ed incentivi, compresa l'istituzione dell'ufficio sfratti presso lo IACP, con il ministero che, dall'alto, avrebbe deciso come autorizzare i contributi. Tutto l'armamentario fu confezionato ed approvato due mesi prima del tempo utile (per le famiglie) per richiederne l'utilizzo. In quel dibattito dicemmo al ministro Lunardi che il provvedimento non avrebbe funzionato e che avrebbe solo complicato la vita alle persone. Con una battuta dicemmo che si era allestita una portaerei per trasportare uno scooter!
PRESIDENTE. Onorevole Sandri, la invito a concludere.
ALFREDO SANDRI. Il risultato - lo dice la relazione di accompagnamento al decreto - è che sono state presentate 20 domande in tutta Italia: un fallimento! Le famiglie sono ancora lì che bussano alla porta dei sindaci. Per rimediare, oggi il ministero torna alla carica, proponendoci un nuovo provvedimento per far fronte all'emergenza, con la previsione di elevare il contributo una tantum. Tuttavia, l'agevolazione possono utilizzarla, come è stato detto, solo le famiglie residenti nelle tredici città previste, mentre la proroga può scattare solo in quelle città (tra le tredici in questione) che hanno un numero di sfratti superiore a 400. Quindi, la famiglia disagiata che non abita in una di quelle tredici città non può utilizzare l'agevolazione e chi abita in una delle tredici città che non superano i 400 sfratti non può utilizzare la proroga. Il decreto spiega poi che forse rimarranno 50 milioni di euro (più o meno), e propone di utilizzarli per costruire degli alloggi nelle città da esso indicate, al fine di fare fronte all'emergenza. Stiamo parlando di costruire all'incirca 500-600 alloggi, fra sei o sette anni, perché tanto è il tempo che trascorre tra la decisione di costruire un alloggio pubblico e la consegna dello stesso! Stiamo parlando, inoltre, di 500-600 alloggi da dividere in tredici città metropolitane! Questa è la misura del Governo per far fronte all'emergenza abitativa del paese. È ridicolo! Per rafforzare questa scelta strategica, il Presidente del Consiglio ha annunciato che metterà in vendita gli alloggi pubblici, perché tutti abbiano una casa, ma il Presidente, forse, non sa che non può farlo, perché sono di proprietà delle regioni. Questa è la politica del Governo, del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, che ha chiesto poteri speciali per ammodernare l'Italia. Siamo alla farsa! Chiediamo da tre anni di definire un disegno, una politica, un progetto o un punto di riferimento per il sistema istituzionale sulle politiche abitative. Tutti sappiamo che le risorse sono poche, ma, in assenza di un disegno, anche quelle poche disponibili finiscono nell'improvvisazione, alimentando l'inefficienza, con provvedimenti ridicoli, come quello che ci proponete di adottare (Applausi dei deputati del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo).
(Repliche del relatore e del Governo - A.C. 5882)
PRESIDENTE. Ha facoltà di replicare il relatore, onorevole Foti.
TOMMASO FOTI, Relatore. Signor Presidente, prendo atto della «dichiarazione di guerra» dell'onorevole Sandri, del fatto che verrà espresso un voto contrario sulla proroga degli sfratti e che lo stesso ha criticato certi provvedimenti che però, poi, ha votato (compreso l'ultimo).
Colleghi, l'onorevole Giachetti allo sciopero della fame ha aggiunto quello della lettura, perché ha accusato questo Governo di aver approvato una norma incostituzionale. Ha affermato che siamo talmente abituati ad approvare norme contrarie alla legge che la Corte costituzionale ci ha censurato. Spero che non abbia letto - diversamente, bisognerebbe dire che non ha capito - la sentenza della Corte, la quale, non a caso, non ha dichiarato l'incostituzionalità di alcuna norma. La sentenza n. 155 del 24-28 maggio 2004, non ha affatto censurato sotto il profilo costituzionale la norma introdotta con decreto-legge, poi convertito in legge, ma, invece, ha fatto un riferimento dal quale il legislatore oggi non può prescindere. Ha rilevato che, per il decreto-legge oggetto di valutazione in questo momento, la norma sta in piedi perché la precedente decisione della Corte costituzionale non era stata ancora pubblicata, ma, per il futuro - viene detto chiaramente -, non si potrà prorogare sic et simpliciter il termine. Questo è scritto letteralmente, per chi chiama leggere, ma, soprattutto, per chi vuole capire. Quindi, quella del collega Giachetti è un'accusa che non sta in piedi. Vedo che, a sinistra, vi è molta confusione, collega Sandri: precedentemente, il collega Folena ha parlato di circa 28 mila sfratti, di cui al sito Internet del Ministero dell'interno, ma bisogna mettersi d'accordo su come raccordare quel numero con la scelta, adottata dal Governo di centrosinistra, allora sostenuto anche dall'onorevole Folena, deputato del gruppo dei Democratici di sinistra-L'Ulivo, di circoscrivere la proroga degli sfratti ad un insieme di categorie, che non è quello dei 28 mila di cui al sito Internet del Ministero dell'interno, ma quello degli ultrasessantacinquenni, invalidi e quant'altro. È evidente che bisogna raccordare due posizioni del tutto differenti, perché il sito Internet del Ministero dell'interno fornisce un dato assoluto. Su quale paniere operasse la proroga degli sfratti è ben noto. Si tratta delle condizioni e delle categorie che sono state definite per legge: sono sempre le stesse, e non sono state modificate da questo Governo. Pertanto, mettetevi d'accordo, in termini politici, sulla politica della casa. Capisco perché non si costruiscono case! Le case in periferia per voi sono uno spreco del territorio! Questo sostiene la sinistra ambientalista e «gruppettara», tanto capace di occupare immobili senza averne titolo!
Ho sentito anche - è divertente - accusare questo Governo di non farsi carico delle giovani coppie. Vorrei ricordare che, se vi è stato un Governo che ha inserito in una legge finanziaria una norma specifica per aiutare le giovani coppie ad acquistare la casa, questo è il Governo Berlusconi! Non è stato il vostro, perché non lo avete mai fatto!
ALFREDO SANDRI. Cosa dici?
TOMMASO FOTI, Relatore. Lo dico con ragione, onorevole Sandri!
E quando si dice che il Presidente del Consiglio sbaglierebbe nell'affermare di mettere in vendita gli alloggi pubblici perché gli stessi sono di proprietà delle regioni, probabilmente l'onorevole Sandri dimentica che sono pubblici anche gli alloggi, ad esempio, del Ministero della difesa, che non mi pare appartengano alle regioni. Cito solo questo esempio per dimostrare l'infondatezza e la pretestuosità di una polemica che non ha ragion d'essere. Non parlerò delle cartolarizzazioni in quanto, visto che la prima cartolarizzazione fu prevista con un ministro delle finanze di nome Visco, non vorrei infierire sul punto. Ciò che rileva - e ritengo che sia argomento vero di discussione - è il non aver fornito una risposta veritiera al fatto che nei piani regolatori dei comuni si estromette la previsione relativa alla ealizzazione di immobili di edilizia residenziale
pubblica. Questa è la contraddizione che caratterizza una sinistra che, in questa sede, si lamenta degli immobili che non verrebbero costruiti e, dove governa - come, ad esempio, nel caso di Roma -, predispone un piano regolatore tutto a favore dell'edilizia privata. Non parlo dell'edilizia convenzionata che, come tutti sappiamo, legalizza il passaggio in nero dei soldi; infatti, si paga un prezzo secondo convenzione ma, per avere il diritto di accedere a quella casa, bisogna trasferire soldi in nero a questa od a quella cooperativa. In Emilia Romagna abbiamo costruito un sistema valido, anche se ogni tanto emergono grandi imprese di costruzione, come la cooperativa costruttori di Ferrara, onorevole Sandri, che non si trova certo in una situazione ottimale.
ALFREDO SANDRI. Non faceva case!
TOMMASO FOTI, Relatore. Mi sembra che quella cooperativa abbia realizzato un discreto buco!
ALFREDO SANDRI. Cosa c'entra con la politica del Governo sulla casa?
TOMMASO FOTI, Relatore. C'entra, onorevole Sandri, perché prima lei si è riferito a quanto affermato all'ANCE dal Presidente del Consiglio. Allora, andiamo a dire all'ANCE come mai la commessa di opere pubbliche veniva sistematicamente aggiudicata alla cooperativa a condizioni fuori mercato; poi abbiamo capito perché, in quanto il mercato è saltato! Ritengo dunque che bene abbia fatto il Governo a predisporre questo decreto-legge, che costituisce un provvedimento tampone e non un provvedimento di sistema. Tuttavia, credo che altrettanto bene faccia il Governo a voler ricevere risposte chiare da parte degli enti locali. Non è possibile continuare ad occuparsi solo del buono affitto, senza pianificare e programmare nulla per consentire la realizzazione concreta di immobili di edilizia residenziale pubblica, che sono gli unici che potrebbero aumentare lo stock di patrimonio immobiliare pubblico cui prima faceva riferimento l'onorevole Folena.
È con tale convinzione che invito l'Assemblea ad esprimere il proprio consenso alla proposta contenuta nel presente decreto-legge.
SILVANO MOFFA, Sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. Signor Presidente, vorrei intanto ringraziare il relatore, la maggioranza e tutti i parlamentari per gli interventi svolti anche con i toni critici che hanno riprodotto, per la verità, il dibattito svoltosi in sede di Commissione.
Mi limito ad osservare che il lavoro è stato portato avanti con grande attenzione alla complessità che il problema abitativo oggi pone. Siamo ancora in una fase emergenziale e, come ha affermato poco fa il relatore Foti, siamo di fronte ad un provvedimento tampone. D'altra parte, la natura di questo decreto non poteva non tener conto dei limiti oggettivi posti da una sentenza della Corte costituzionale.
Da un lato, si è cercato di non vanificare oltre misura, fino ad annullarlo, il sacrosanto principio del diritto alla proprietà privata; dall'altro, si è cercato di venire incontro all'emergenza nella sua effettiva consistenza, anche con riferimento al livello demografico dei comuni. Insomma, non si poteva emanare un decreto che prorogasse gli sfratti in maniera generalizzata. La scelta di individuare aree precise è stata compiuta sulla base dell'attenta analisi di situazioni particolarmente acute che riguardano proprio le aree e le città metropolitane. L'onorevole Giachetti nel suo intervento ha affermato che l'ANCI ha proposto al Governo una serie di misure per migliorare il decreto. Ebbene, posso affermare che il novantanove per cento di quelle richieste sono state accettate. Quindi, la posizione del Governo non è antitetica a quella dei comuni; al contrario, si tratta di capire esattamente dove inquadrare la nuova politica, tenendo
conto anche delle responsabilità che fanno capo ai comuni, come illustrerò nel ragionamento che da qui a poco tenterò di svolgere. L'ANCI ha chiesto di modificare il decreto aggiungendo programmi costruttivi di progetti speciali per aumentare la disponibilità di alloggi di edilizia sociale. Si tratta esattamente di ciò che è stato contestato poc'anzi dall'onorevole Sandri, in relazione all'esiguità della somma rispetto all'obiettiva necessità.
ALFREDO SANDRI. Contestavo il numero!
SILVANO MOFFA, Sottosegretario di Stato per le infrastrutture e i trasporti. A mio avviso, sarebbe stato sbagliato utilizzare diversamente il residuo di queste somme, incrementando il fondo per il sostegno delle locazioni, a causa della sua oggettiva esiguità; inoltre, si è tentato di inserire in un decreto emergenziale almeno un elemento strutturale che indicasse un percorso dove affrontare chiaramente e definitivamente una politica abitativa diversa da quella fatta in passato.
L'Associazione nazionale dei comuni ha chiesto di elevare il contributo per la stipula dei nuovi contratti da 3.000-6.000 euro a 10.000 euro, come precedentemente fissato nella prima bozza di decreto. Inoltre, il bonus per chi si stabilisce presso terzi è stato elevato fino a 5.000 euro, escludendo elementi di discrezionalità che in questo caso sarebbero risultato lesivi della pari dignità delle persone, assolutamente da salvaguardare in situazioni siffatte. Infine, è stato chiesto l'inserimento della possibilità per il proprietario che rinnova il contratto di locazione a categorie protette di mantenere il titolo esecutivo al termine della nuova locazione; ebbene, si tratta di un'altra richiesta dell'ANCI che è stata soddisfatta. Semmai, il problema riguarda come impostare politiche abitative in grado di far uscire dall'assillo dell'emergenza, a fronte di dati comunque non ancora certificati. Vorrei che fosse chiaro che bisogna avere l'oculatezza di saper depurare il dato ricordato dall'onorevole Folena e fornito dal Ministero dell'interno, per individuare la qualità tipologica di ogni situazione. Infatti, esistono situazioni completamente diverse l'una dall'altra, con sfratti dovuti a cessata locazione e sfratti dovuti a morosità, tanto per citare i due casi più emblematici ed evidenti.
È quindi evidente che, rispetto a queste due tipologie, il comportamento non può essere certamente univoco. Inoltre, mi pare assolutamente necessario comprendere il fatto che una politica abitativa degna di questo nome in Italia può essere avviata attraverso un sano e chiaro confronto con le autonomie locali. Il Governo si è dichiarato disponibile, in sede di Conferenza unificata, ad aprire un tavolo serio - non uno dei soliti tavoli che si aprono per non risolvere nulla - che possa, ad esempio, monitorare la ricaduta di alcune norme, ad iniziare proprio dalla legge n. 431 del 1998 o dalla legge n. 21 del 2000, per cercare di comprendere quale sia oggi la qualità della domanda abitativa. Ho infatti l'impressione che tale domanda si qualifichi in modo diverso rispetto al passato, non solo in riferimento al problema delle giovani coppie che chiedono un'abitazione ma anche riguardo alla famiglia, che si va diversamente strutturando, e alla qualità di alcuni insediamenti, soprattutto nelle grandi concentrazioni urbane, in cui il problema è ancora più assillante a causa di una politica di pianificazione territoriale che non ha posto quale obiettivo prioritario l'individuazione di aree per l'edilizia residenziale pubblica (ciò è stato richiamato nel corso del dibattito).
Si tratta di temi importanti, con cui va introdotta una riflessione sulle politiche abitative del futuro, a partire da un dibattito serio sull'housing sociale. Vi sono alcune esperienze europee che andrebbero studiate ed approfondite (mi riferisco, ad esempio, alle esperienze tedesca ed austriaca), in cui si sono realizzate politiche di risparmio-casa a basso impatto dal punto di vista dell'impegno finanziario dello Stato, non tanto sotto il profilo di elementi incentivanti e di defiscalizzazione, ma dal punto di vista della capacità di chiamare alla partecipazione il settore creditizio, l'attività immobiliare e la capacità di risparmio della famiglia, in modo che si possa nel tempo costituire il fondo utile per l'acquisto della casa. Può trattarsi della risposta definitiva alla domanda di abitazioni in proprietà, pari al 20 per cento, che oggi residua nel nostro paese, in cui vi è una situazione profondamente diversa rispetto ad altri paesi. È stato osservato che in Spagna si investe molto di più: ma in Spagna non vi è l'80 per cento di proprietari di abitazione come in Italia.
Occorre dunque misurare un intervento di politiche abitative per il futuro che abbia la capacità di coniugare l'emergenza con una visione diversa dell'intervento pubblico, con elementi di equilibrio che ritengo possano aiutare ad uscire anche da alcune posizioni di pregiudizio che non giovano al dibattito.
Credo sia importante, infatti, cogliere la sostanza di un intervento governativo che, sul piano emergenziale, ha voluto offrire - per la prima volta - un contributo non di poco conto, ma sensibile, proprio per intervenire in favore di quelle fasce sociali più deboli: le stesse fasce sociali individuate nelle normative varate dal precedente Governo di centrosinistra (Applausi dei deputati del gruppo di Forza Italia).