Source: http://dirittiumani1.blogspot.it/2013/04/
Timestamp: 2017-12-16 09:14:24+00:00
Document Index: 88590543

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 651', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 61']

Diritti Umani - Human Rights: aprile 2013
6,000 innocent children held in Nigerian prisons, report says - Dangerous and unsanitary conditions in prisons
Lack of potable water, inadequate sewage facilities, and severe overcrowding have resulted in dangerous and unsanitary conditions in Nigerian prisons.
Nigeria’s notorious jails and detention centres hold an estimated 6,000 children and minors, many of whom were born there and now serve terms with their parents despite a government’s order to effect their release, the United States country human rights report on Nigeria says.
Although Nigerian law forbids the imprisonment of children, by the end of 2012, the government has taken no clear step to implement its order to release and rehabilitate the children, the report, quoting an African Union study, says.
“A report by the African Union on the rights and welfare of the Nigerian child found an estimated 6,000 children lived in prisons and detention centers,” the report says. “Despite a government order to identify and release such children and their mothers, authorities had not done so by year’s end.”
Published by the US state department on country-by-country basis, the document catalogues a range of abuses and rights violations the Nigerian government is guilty of; and particularly delivered a stinging indictment of the government’s record on corruption, extrajudicial killings, disappearances and impunity in 2012.
“Impunity remained widespread at all levels of government. The government brought few persons to justice for abuses and corruption,” the report says.
“Police and security forces generally operated with impunity. Authorities did not investigate the majority of cases of police abuse or punish perpetrators. Authorities generally did not hold police accountable for the use of excessive or deadly force or for the deaths of persons in custody.”
For all, the most serious human rights problem for the nation during the year, the U.S. department said, were abuses committed by the militant sect, Boko Haram, which conducted killings, bombings, kidnappings, and other attacks mainly in northern states.
While the extremist group killed and maimed, the nation also witnessed serious rights violations with illegal killings by security forces, including summary executions, torture, rape, and other cruel, inhuman, or degrading treatment of prisoners, detainees, and criminal suspects, the report said.
The U.S. verdict for 2012 is similar to that delivered on Nigeria in 2011. The 2011 report highlighted Boko Haram and Nigeria’s security forces involved in a brutal crackdown on the extremists as the gravest human rights abusers. It also noted the rocketing corruption level in the country.
A year later, the report says, the situation only deteriorated. While impunity flourished, and corruption escalated, the government did nothing to check abuses.
Also, for 2012, the report notes the dramatic clampdown on the media, seen in the arrest of several journalists, and censorship of news reports.
With recent escalation of government onslaught on the media, the 2013 report can only be predictably worse.
The document is compiled from news report, researches, publications by independent organizations and direct interviews with government officials as well as citizens.
On prisons, the report notes the brutal conditions of Nigerian prisons, reputed amongst the world’s harshest and most crowded.
The report said prison and detention centres’ conditions remained “harsh and life threatening” as prisoners, a majority of whom had not been tried, were subject to gross overcrowding, food shortages, inadequate medical treatment, and infrastructure deficiencies that led to wholly inadequate sanitary conditions.
In many of the holding facilities, the report states, female prisoners were held in same units with the males, and those pregnant at the time of incarceration gave birth to, and raised their babies in prison.
The extensive use of unofficial military prisons, including the Giwa military barracks in Maiduguri, Borno State, and the Special-Anti-Robbery Squad (SARS) detention centre, also known as the “abattoir,” in Abuja, was also mentioned.
As of March, Nigerian prison authorities said total inmates stood at 50,920 with slightly less than two percent of those being females, and one per cent juveniles.
But overcrowding was a problem as shown in prisons such as Owerri federal prison which held 1,784 against a capacity of 548, the report states.
Ogwuashi-Uku prison in Delta State, with a capacity of 64 prisoners, housed 541, while Port Harcourt prison, with a capacity of 804 prisoners, held 2,955. Ijebi-Ode prison in Lagos, with a capacity of 49 prisoners, held 309.
Most of the country’s 234 prisons, built 70 to 80 years back, lack basic facilities. Lack of potable water, inadequate sewage facilities, and severe overcrowding have resulted in dangerous and unsanitary conditions in the prisons.
“The government did not make widespread improvements to prisons during the year, but individual prison administrations attempted to collect donations from religious organizations, NGOs, and the National Youth Service Corps to benefit inmates,” the report says.
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Corea de Sud i Vescovi affermano: trasformiamo i rifugiati del Nord da emarginati a fratelli
I saeteomin "sono nostri fratelli nella fede e nella vita. Come fedeli e come Chiesa dobbiamo impegnarci, lavorare di più affinché questi esuli dal Nord si sentano accettati e possano vivere come viviamo tutti noi, con le stesse prospettive e speranze". È il senso del Messaggio firmato da mons. Simone Ok Hyun-jin, presidente della Commissione episcopale per la pastorale dei migranti e dei residenti stranieri, inviato alle diocesi coreane in occasione della Giornata per i migranti. Il Messaggio - riporta l'agenzia AsiaNews - si intitola "Migrazione, pellegrinaggio di fede e speranza", ed è indirizzato alla comunità di immigrati che vive in Corea del Sud. Nel testo mons. Ok sottolinea la necessità di cura pastorale per le nuove forme "multiculturali" di famiglia e invita i fedeli a far maturare un nuovo senso di accoglienza nei confronti dei saeteomin, i nordcoreani che scappano dal regime e cercano di ricostruirsi una vita al Sud. Questi esuli sono malvisti dalla media della popolazione sudcoreana, che li considera quasi sempre "spie del regime" e cerca di tenerli agli ultimi posti della scala sociale: "La Chiesa - scrive mons. Ok - e tutti i fedeli devono impegnarsi per fare in modo che questi nostri fratelli possano trovare una sistemazione dignitosa, allo stesso livello dei cittadini sudcoreani. Lavoriamo ancora più intensamente per questo scopo". D'altra parte, aggiunge il presule, l'accoglienza "è alla base della nostra religione. 'Ero uno straniero e mi avete accolto', dice Gesù, e allo stesso modo dobbiamo accogliere i migranti e fare in modo che i loro diritti fondamentali siano sempre rispettati. Dobbiamo impegnarci affinché queste persone vivano in Corea con orgoglio e tornino nelle loro patrie con lo stesso orgoglio, non limitandosi a stare qui per essere pagati". (R.P.)
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Pena di morte in Cina - Il coraggio di essere contro - L'impegno della Associazione "Cina contro la pena di morte"
Dichiararsi contrario alla pena di morte in Cina può essere pericoloso in quanto è visto come una sfida all'autorità dello stato. Teng Biao, avvocato e accademico di Pechino, è tra le poche persone ad aver esplicitato la propria opposizione a questa pena crudele
Anche nel 2012 in Cina sono state eseguite presumibilmente migliaia di condanne a morte. Usiamo quell'avverbio di modo e una quantità indeterminata perché Pechino continua a non rivelare informazioni sulle condanne alla pena capitale e sulle esecuzioni.
Dichiararsi contrario alla pena di morte in Cina può essere un affare pericoloso in quanto è visto come una sfida all'autorità dello stato.
Teng Biao, avvocato e accademico 39enne di Pechino, è tra le poche persone ad aver esplicitato la propria opposizione a questa pena crudele.
Ha dedicato gli ultimi 10 anni della sua vita alla lotta per i diritti umani in Cina. Le sue richieste di riforme politiche e legali lo hanno portato ad essere arrestato, torturato e privato della licenza di avvocato. Ma nonostante ciò rimane determinato a portare avanti la sua battaglia.
Qualche anno fa ha fondato, insieme ad altri avvocati coraggiosi, l'associazione Cina contro la pena di morte, che segue in particolare i casi dei condannati alla pena capitale sottoposti a torture o affetti da malattia mentale o, fatto non raro, vittime di errori giudiziari.
"Abbiamo un gruppo di avvocati che può essere contattato dalla famiglia del condannato. In alcuni casi noi stessi leggiamo gli atti giudiziari e contattiamo le famiglie. A volte difendiamo direttamente gli imputati, in altre possiamo affiancarci agli avvocati e seguire gli sviluppi del processo".
Cosa pensa Teng Biao della pena di morte?
"La strada da percorrere per mettere fine alla pena di morte è lunga, ma dobbiamo continuare nei nostri sforzi. La questione più importante è ridurre il numero di errori commessi dalla giustizia. Non abbiamo una giustizia indipendente. I giudici sono influenzati, o addirittura controllati, dalla polizia locale o dal Partito Comunista".v "In molti casi la polizia tortura i sospettati e i giudici usano le prove estorte in questo modoanche se sanno che sono state ottenute illegalmente. Un giudice deve escludere le prove ottenute tramite tortura, ma le corti non sono indipendenti e seguono ciò che dicono la polizia e il Partito Comunista".
Negli ultimi due anni, stando alle fonti ufficiali, ci sono state alcune limitate riforme nel campo della pena di morte, tra cui la riduzione del numero dei crimini punibili con la pena di morte e il conferimento alla Corte suprema del popolo, il più alto tribunale in Cina, del potere di revocare le sentenze capitali.
Teng Biao resta però scettico sull'importanza di queste riforme:
"Ci sono progressi nelle nuove leggi ma la teoria è diversa dalla prassi. È molto difficile che una decisione presa da un tribunale di rango inferiore possa essere revocata in appello. Revocare una decisione avrebbe un effetto negativo sui giudici dei tribunali locali, cosa che molti tribunali di livello superiore non vogliono. I cambiamenti potrebbero far calare il numero di esecuzioni, ma resta difficile ottenere una riforma significativa".
Recentemente Cina contro la pena di morte, così come Amnesty International, si è mobilitata in favore di Li Yan, una donna condannata a morte per aver ucciso il marito, nonostante le prove di continue violenze domestiche.
"Il suo caso spiega bene perché è necessario abolire la pena di morte in Cina. Oltretutto la maggior parte dei nostri casi non sono neanche di rei confessi, molti imputati sono innocenti".
Per Teng Biao l'abolizione della pena di morte in Cina sarà conseguita solo dopo l'instaurazione di uno stato democratico.
"Senza democrazia non c'è modo di abolire la pena di morte in Cina. Molti attivisti per i diritti umani sono ottimisti per la democrazia. Quanto a me, non posso darmi per vinto. Ho una responsabilità. Ciò che faccio è giusto. Posso contribuire a rendere la Cina un paese migliore".
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Italia - Giustizia: il premier Letta; situazione carceraria è intollerabile... siamo il Paese di Beccaria
"La ripresa avverrà anche se i cittadini e gli imprenditori italiani e stranieri saranno convinti di potersi rimettere con fiducia ai tempi delle decisioni della giustizia italiana". Così Enrico Letta, neopremier, alla Camera.
"Tutto questo funzionerà se la smetteremo di avere una situazione carceraria intollerabile ed eccessi di condanne da parte della Corte dei diritti dell'uomo. Ricordiamoci che siamo il Paese di Beccaria. La giustizia deve essere giusta per i cittadini". Lo ha detto il premier Enrico Letta nel suo intervento alla Camera.
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The state of Georgia may soon execute Warren Lee Hill, Jr., an intellectually disabled man with an I.Q of 70
The state of Georgia may soon execute Warren Lee Hill, Jr., an intellectually disabled man with an I.Q of 70. Under a2002 Supreme Court ruling it is unconstitutional to execute him or anyone in that category — but the Constitution, in this case, may not win out.
Three experts concluded in 2000 that Mr. Hill was not intellectually disabled. But they have since reviewed the evidence about his mental capacity and have changed their minds. The doctor whose evaluation heavily influenced the prior finding said his work was “rushed,” “unreliable” and “in error.” He and other experts have all said that Mr. Hill is disabled, beyond a reasonable doubt.
There is no question that Mr. Hill will spend his life in jail: He was convicted of murder. He is merely trying to get off death row. This week, however, by 2-1, the United States Court of Appeals for the Eleventh Circuit denied Mr. Hill’s request to confirm his disability in court with new evidence. It did so because his appeal did not fit the restrictive terms of the Anti-Terrorism and Effective Death Penalty Act — in particular, that new evidence must raise doubt as to guilt, rather than the appropriateness of the punishment.
The majority for the Eleventh Circuit said it was compelled to reject the revised opinions. If it accepted them, the majority said, belittling the rarity of experts changing their minds, “every material witness would have the power to upset every notion of finality simply by changing his testimony.”
In an angry, impassioned dissent, Judge Rosemary Barkett wrote, “The idea that courts are not permitted to acknowledge that a mistake has been made which would bar an execution is quite incredible for a country that not only prides itself on having the quintessential system of justice but attempts to export it to the world as a model of fairness.”
Lawyers for Mr. Hill are expected to appeal this manifestly unfair ruling to the Supreme Court. The justices should say forcefully, as Judge Barkett reminded, that “a congressional act cannot be applied to trump Hill’s constitutional right not to be executed.”
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Texas - Democrat proposes repeal of death penalty
AUSTIN, Texas - Texas lawmakers will hear testimony on a bill to repeal the death penalty.
A Democratic lawmaker from Houston has introduced the measure, and the House Criminal Justice committee will consider it on Monday.
Rep. Jessica Farrar and some other Democrats have repeatedly called for an end to the death penalty. But the ultimate punishment remains popular in Texas, and her measure is unlikely to gain traction.
Activists say the risk of executing an innocent person is too high to continue executing people. Texas has 1 of the highest exoneration rates in the country and recently released innocent men from death row.
Supporters say there are some crimes that are so heinous the death penalty is the best option. Both sides are expected to testify before lawmakers.
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Indiana - 12-Year-Old Paul Henry Gingerich Sentenced To 25 Years For Killing Friend's Stepfathe
Two years ago, a 10-year-old boy was sentenced to 25 years in prison for killing his friend's stepfather.
Paul Henry Gingerich, now 12, is from Enchanted Hills, Indiana. He will not be released from prison until he is 37, and is one of the youngest ever to be tried as an adult.
In April of 2010, he and two of his friends planned to murder one of his friend's stepfather because the friend did not believe he would let them run away.
Gingerich, 15-year-old Colt Lundy and 12-year-old Chase Williams made a plan to run away to Arizona together. They believed the last step to making this happen was to kill Lundy's stepfather, Phil Danner.
Lundy gave Gingerich a loaded gun and they both snuck into the house through a window. They sat in armchairs waiting for Danner to enter the room.
Once he did, Gingerich shot him dead.
The other boy, Chase Williams, was sitting outside and refused to be involved in the murder.
Documents indicate Gingerich was simply going along with the older boy's orders.
A court in December threw out Gingerich's guilty plea and sentence, as they said the juvenile court judge rushed in his decision to give it to an adult court.
An appellate court ordered a new hearing to see if Gingerich could be considered a juvenile. But if the court decides that he should be retried as an adult, he faces an even tougher sentence of 65 years incarceration, meaning he would not get out until he is 77 years old.
For now, he is set to spend the next three years in a juvenile facility before he is transferred to Indiana's adult prison system.
Monica Foster, his attorney, is frightened for the boy to enter the prison as it is notoriously tough.
"You really can't appreciate just how horrific the adult prison system is unless you've been there. For the last 30 years I've been in and out of the adult prison system in the State of Indiana and I wouldn't let my dog go there for a week, much less a 12-year-old kid," she said.
Gingerich was described by his teachers as a good student who was rarely in trouble. In the juvenile prison, Gingerich is maintaining his same behavior, as teachers say he is one of the most well-behaved in the institution.
He hopes that by getting good grades he will be able to obtain a good job once he is released.
"I believe I have matured faster than other kids my age," he said. "I'm starting to think before I act more and not be so impulsive. Now I'm more grateful for what I have."
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Angola: Luanda in prima fila contro la pena di morte
Orizzonte Duemila
Governo angolano in prima fila contro la pena di morte. L’esecutivo di Luanda ha confermato l’importante scelta in tema di diritti umani, in occasione della visita nella capitale dell’Angola del segretario di Stato agli Esteri della Norvegia, Gry Larsen, in vista dell’appuntamento del quinto Congresso mondiale contro la pena capitale, che si terrà nel prossimo giugno a Madrid, organizzato dalla "Coalizione Mondiale Contro la Pena di Morte" con il patrocinio tra gli altri proprio del governo norvegese: “Vogliamo mobilitare - ha detto Larsen - un forte sostegno politico intorno a questo Congresso e abbiamo bisogno della voce dell’Angola”.
ESTRADIZIONE - Il segretario di Stato angolano per i Diritti umani, António Bento Bembe, ha ricordato che Luanda “ha vinto molte sfide nella promozione dei diritti umani” e dopo l’abolizione ha sempre confermato l’impegno, anche a livello internazionale, contro la pena di morte. In particolare, ha ricordato Bembe, il governo dell’Angola sta in questa fase lavorando per raggiungere con lo Zambia un accordo per l’estradizione di cittadini angolani condannati a morte e all’ergastolo in quel paese. Attualmente sarebbero una ventina i condannati a morte o alla pena detentiva a vita nello Zambia, Bembe non si nasconde le difficoltà della trattativa, ma sottolinea il valore, anche simbolico, dell’obiettivo: “Non importa il numero delle persone condannate, anche se si trattasse di uno soltanto, l’importante è che la vita umana venga salvaguardata. Con l’accordo di estradizione i nostri cittadini potrebbero scontare la pena nel proprio paese, ma il processo mnegoziale non è facile”.
NO ANCHE ALLA TORTURA - L’Angola ha abolito la pena di morte fin dal 1992 e ha confermato la scelta nella nuova Costituzione approvata nel 2010 all’articolo 59. I costituenti angolani all’articolo 60, mettendo il paese tra quelli all’avanguardia sul terreno del riconoscimento dei diritti umani, hanno posto ufficialmente al bando anche la tortura: “Nessuno - recita l’articolo - può essere sottoposto a tortura, lavori forzati, trattamenti o pene inumane o degradanti”. Inoltre con l’articolo 62, la Costituzione considera irreversibili gli effetti giuridici delle amnistie concesse al termine della guerra civile, elemento decisivo per la pacificazione nazionale voluta e portata avanti con grande determinazione dal Presidente della Repubblica, José Eduardo dos Santos. Il 20 dicembre 2012, l’Angola ha cosponsorizzato e votato a favore della risoluzione per la moratoria delle esecuzioni capitali all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.
Unione Europea - L'austerità ha minato i diritti umani
Conseguenze negative anche sui diritti politici e civili, specialmente delle fasce più vulnerabili della popolazione
STRASBURGO - Le misure d'austerità hanno contribuito a minare il sistema dei diritti umani e sociali creato dal dopoguerra, e hanno avuto un effetto negativo anche sui diritti civili e politici. Lo afferma il commissario per i diritti dell'uomo del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, presentando all'assemblea parlamentare il suo primo rapporto annuale.
"Assistiamo all'erosione dei diritti socioeconomici di molti cittadini europei, ma in particolare di coloro che sono più vulnerabili, i minori, gli anziani con piccole pensioni, le persone disabili, quelle appartenenti alle minoranze", ha sottolineato il commissario. "Ma la crisi ha avuto anche un forte impatto sui diritti civili e politici, per esempio con il tagli ai budget che finiscono per limitare l'accesso alla giustizia o indebolire le strutture nazionali per la protezione dei diritti".
Unione bancaria, Germania frena - Germania in frenata sull'Unione Bancaria e su una delle sue componenti più importanti: la garanzia unica sui depositi. La Cancelleria Angela Merkel non vede la partenza del sistema di assicurazione centrale sui depositi nell'eurozona "almeno in un futuro prossimo", una dichiarazione che risponde ai timori dei contribuenti tedeschi di dover pagare per le perdite, magari nascoste nei bilanci, delle banche degli altri componenti.
Da Bruxelles il portavoce del commissario al mercato interno Ue Barnier ha subito replicato spronando ad andare avanti "il prima possibile" per mettere in piedi il meccanismo di "fallimento ordinato".
Certo la Germania non vuole far saltare il progetto di Unione Bancaria: anzi la Merkel ribadisce la volontà del paese di andare avanti sulla supervisione unica affidata alla Bce ma appare sempre più chiaro che Berlino voglia che ogni paese metta in ordine da sé i conti del sistema finanziario (legacy asset) prima di assumersi ogni garanzia. Per la Germania quindi viene prima una più stretta integrazione e la supervisione unica e solo dopo, nel caso, una sistema unico di risoluzione e garanzia, un tema che peraltro, sottolineano da Berlino "non ha ancora una linea guida comune" in Europa e quindi non è all'ordine del giorno. Un principio che però, secondo alcuni osservatori, rischia di frammentare ancora di più il mercato del credito europeo provocando tassi più elevati (e quindi danni all'economia reale) per i paesi già in difficoltà aumentando la spirale recessiva e danneggiando le banche che erano riuscite a sopravvivere fino a ora alla crisi.
Ma la crisi di Cipro ha mostrato ai mercati come per il momento la solidarietà europea è molto limitata e i depositanti e obbligazionisti (come peraltro affermava chiaramente già la prima proposta Barnier) saranno chiamati a partecipare in prima battuta alla ristrutturazione del proprio istituto in difficoltà. Quello di Cipro non sarà un 'modello" ma di certo è un segnale e un monito per cosa accadrà nelle prossime crisi bancarie.
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R.D. CONGO - Comitato della Croce Rossa: situazione disastrosa delle carceri
R.D. CONGO – Le condizioni dei detenuti nelle carceri congolesi sono “disastrose”: secondo il Comitato della Croce Rossa Internazionale la colpa è principalmente dei lunghi tempi di attesa processuale, assenza di condizioni igieniche decenti e alimentazione insufficiente. Inolotre c’è un problema di “sovrappopolazione carceraria” che oscilla tra il 200 e il 760%.
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American tourist faces death penalty in North Korea to overthrow government after reportedly taking photographs of homeless children
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Russia - Amnesty e HWR: Libertà minacciata: repressione della libertà d’espressione, riunione e associazione
Putin è al primo anno del suo terzo mandato e, sotto il suo sguardo, in Russia è in corso un vero e proprio assalto alla libertà d’espressione, associazione e riunione. In due rapporti pubblicati oggi Amnesty International e Human Rights Watch danno conto delle sistematiche violazioni dei più basilari diritti umani.
Amnesty International analizza gli effetti delle leggi che hanno consentito un ampio giro di vite sul dissenso. ”L’ondata di proteste scaturita dalle elezioni parlamentari del dicembre 2011 e dal passaggio di consegne tra Medveded e Putin del maggio 2012 ha determinato una serie di restrizioni – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale dell’organizzazione -. Queste recenti iniziative legali hanno lo scopo dichiarato di garantire l’ordine pubblico e proteggere i diritti dei cittadini. Il loro effetto è stato l’opposto: persone note per le loro posizioni critiche, esponenti dell’opposizione, organismi di monitoraggio e singoli cittadini che avevano preso la parola su una serie di questioni si sono visti, nel corso dell’ultimo anno, limitare i loro diritti”. (nella foto una manifestazione contro Putin)
Nel rapporto intitolato “Libertà minacciata: repressione della libertà d’espressione, riunione e associazione in Russia” si elencano una serie di violazioni degli obblighi internazionali del Paese: manifestazioni vietate e regolarmente disperse, aumento delle sanzioni per i reati amministrativi che hanno imposto ulteriori doveri a carico degli organizzatori e accresciuto le loro responsabilità rispetto alle azioni dei partecipanti, uso eccessivo della forza da parte della polizia e arresti arbitrari. Ne sanno qualcosa i cittadini che hanno partecipato alle proteste di piazza Pushkinskaya e di piazza Lubianskaya nel marzo 2012, o a quelle di piazza Bolotnaya e alle passeggiate dei cittadini nel maggio scorso.
“Gli Stati hanno l’obbligo di autorizzare e proteggere le riunioni pacifiche, mentre la posizione delle autorità russe è che le dimostrazioni che non approvano non devono aver luogo. Le eccezioni, di volta in volta, confermano la regola” ha sottolineato Dalhuisen.
La scure della repressione si è anche abbattuta sulle associazioni per i diritti umani grazie alla legge del 2012 che richiede a qualsiasi organizzazione che riceve fondi dall’estero di registrarsi come “agente straniero”, qualora si ritenga che sia coinvolta in non meglio specificate “attività politiche”. Questa legge limita i finanziamenti provenienti dagli Usa e la possibilità dei cittadini statunitensi di lavorare per organizzazioni che operano in Russia, attraverso l’imposizione direstrizioni alla libertà di associazione che non trovano riscontro negli standard internazionali sui diritti umani.
Dall’inizio di quest’anno, come avevamo scritto in questo post, si è registrata un’ondata di ispezioni nelle sedi delle Organizzazioni non governative (Ong) – oltre200 perquisizioni in 50 regioni del Paese – ha preso di mira i più importanti gruppi per i diritti umani della Russia dando l’idea di essere l’inizio dell’applicazione della nuova legislazione.
La prima Ong ad andare incontro a un procedimento legale per una presunta violazione della legge sugli “agenti stranieri” è stata l’Associazione in difesa dei diritti degli elettori Golos (Voce), che ha svolto un ruolo importante nell’organizzazione del monitoraggio delle elezioni e nel denunciare presunti brogli nelle elezioni parlamentari del 2011 e in quelle presidenziali del 2012.
I difensori dei diritti umani rischiano, inoltre, di essere incriminati per spionaggio o tradimento soltanto perché collaborano con organizzazioni internazionali. In questo modo si limitano le donazioni e l’influenza dall’estero sulle Ong russe con la scusa di proteggere il Paese da interessi stranieri ostili.
“Poco dopo l’inizio del suo mandato, il presidente Putin aveva parlato in favore di una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita pubblica. La sua presidenza, però, assomiglia molto a una caccia alle streghe contro chi dissente e chi critica, mentre la società civile rischia di essere soffocata e isolata, non dietro una cortina di ferro ma dietro una cortina di leggi” ha aggiunto Dalhuisen.
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La guerra di Damasco - I due vescovi siriani ancora ostaggio dei rapitori
Rimane alta la preoccupazione per i due vescovi rapiti in Siria lo scorso 22 aprile nella provincia di Aleppo, nel Nord della Siria.
Yohanna Ibrahim, vescovo siro-ortodosso di Aleppo, e Boulos Jaziji, vescovo greco-ortodosso, sono ancora nelle mani dei rapitori, la cui identità non è chiara: insorti e forze governative si scambiano reciproche accuse. Più volte la notizia della loro liberazione, data da alcuni organi di stampa, è stata smentita dalle gerarchie ecclesiastiche.
L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza comune europea, Catherine Ashton, si è detta «sconcertata» per il fatto che leader religiosi siano «diventati obiettivi del conflitto» siriano, «non ci può essere alcuna giustificazione» per azioni del genere, ha commentato in una nota.
Il suo appello al rilascio immediato dei due ostaggi si somma a quello di altre voci della comunità internazionale che seguono la vicenda. Il rapimento non fa che confermare la gravità dello scenario siriano, in cui nessuna delle parti belligeranti ha rispetto per civili, operatori umanitari o religiosi. Così in tutto il Paese, senza eccezioni.
Damasco è teatro di scontri violenti: secondo i Comitati di coordinamento locali, ora è l’area nord-orientale, a ridosso della piazza degli Abbasidi, la più contesa. Almeno tre le vittime di ieri. I ribelli hanno annunciato di aver avuto la meglio lungo l’autostrada che collega Homs a Tartus, strategica per i rifornimenti del regime: se fosse vero, le truppe governative non riceverebbero più armi, uomini e mezzi dalla costa. Intanto, cresce in modo esponenziale il numero dei rifugiati siriani fuggiti dal conflitto: l’agenzia per i Rifugiati delle Nazioni unite, l’Acnur, li attesta a 1,4 milioni di persone (a gennaio si riteneva che il milione sarebbe stato raggiunto in giugno, ndr).
Circa il 51% ha meno di 18 anni e il 76% è costituito da donne e bambini. Il più alto numero di rifugiati si trova in Giordania (448.370), seguono Libano (441.394), Turchia (313.689), Iraq (137.657), Egitto (50.273) e 10mila nel Nord Africa. La tendenza fa temere cifre apocalittiche per fine anno: 3,5 milioni di rifugiati e 6,5 milioni di sfollati.
Etichette: Rifugiati, Siria, vescovi rapiti
Ogni anno in Italia piu' di 1.000 tentativi di suicidio in carcere sventati da polizia penitenziaria e detenuti
Roma, Un altro caso di tentato suicidio in carcere. Questa volta nell'istituto penitenziario di Sant'Anna di Modena dove nella notte tra lunedì e martedì un detenuto di origine straniera, dopo che il personale di polizia penitenziaria aveva già effettuato il consueto giro di controllo, ha tentato di impiccarsi utilizzando un rudimentale cappio. Ne dà notizia in una nota Giovanni Battista Durante, segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) che ricorda come ogni anno sono più di mille i tentati suicidi in carcere.
"Dopo averlo legato alle sbarre della finestra l'uomo, di circa 40 anni, è salito su uno sgabello e si è lasciato cadere nel vuoto - spiega - Il rumore dello sgabello ha svegliato il compagno di cella che ha lanciato l'allarme. È intervenuto immediatamente il personale di polizia penitenziaria che lo ha salvato da morte certa. Ricordiamo che lo stesso giorno, nella casa di lavoro di Castelfranco Emilia, un giovane internato si era tolto la vita inalando il gas dalla bomboletta".
"Fatti analoghi, di recente, sono già successi in Calabria, in Sardegna e in tante altre regioni d'Italia - continua la nota del Sppe - Ogni anno, lo ricordiamo ancora, i morti per suicidio nelle carceri, le cui notizie sembrano sempre di più un bollettino di guerra, sono 60-70 ed i tentativi di suicidio superano i 1.100. Negli ultimi 20 anni sono stati salvati circa 17.000 detenuti, nonostante le gravi carenze di personale. Mancano - rimarca il sindacalista - 7.500 unità a livello nazionale e 6.500 in Emilia Romagna. Nei prossimi anni perderemo altri 2.500 agenti circa, a causa dei tagli alla spesa pubblica. Speriamo che il nuovo governo ponga tra le priorità anche la questione carceri".
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Birmania: liberati decine di prigionieri politici, all’indomani di revoca sanzioni Ue
Decine di prigionieri politici sono stati liberati oggi dalle carceri birmane, secondo riferito da un gruppo di attivisti, all’indomani della revoca pressoché totale di tutte le sanzioni europee contro il regime birmano. “Abbiamo la conferma che un totale di 59 prigionieri politici sono stati liberati”, ha indicato Bo Kyi, dell’Associazione di assistenza ai prigionieri politici della Birmania (Aapp). Un altro militante ha invece parlato di un’amnistia relativa a una trentina di prigionieri.
Etichette: Birmaania, dritti umani, prigionieri politici
Ghana - La tragedia delle donne accusate di magia nera a rischio di sevizie e torture
Il Reportage:Ghana, nel ghetto delle streghe
La tragedia delle donne accusate di magia nera a rischio di sevizie e torture. "Hanno diffuso la voce della mia potenza malefica e la gente mi evitava, tutti avevano paura di me"
TAMALE (nord Ghana) - È un destino infame quello delle donne di Gnani, villaggio-rifugio delle "streghe", in fuga da famiglie e comunità che danno loro la responsabilità delle peggiori sciagure. Una sorte che le ha rese detenute con la formula "fine pena mai", costrette a sopravvivere nella più umiliante delle dipendenze, quella di chi pur avendo di che campare, è costretto ad affidarsi alla solidarietà e al sostegno altrui. Aiuti supportati da progetti che Action Aid UK sviluppa da queste parti, dove anche Acion Aid Italia opera, nel rispetto del ruolo che la grande Ong internazionale s'è ritagliata nel mondo della cooperazione, quello del difficile lavoro nel far emergere la consapevolezza dei diritti nella coscienza degli ultimi della Terra.
Nei sei villaggi-ghetto. Una condizione umana, quella delle "streghe" di Gnani - identico a quella delle persone ospiti in altri cinque villaggi-ghetto: Gambaga, Kukuo, Bonyase, Nabuli e Kpatinga - che trova ragione nelle oscurità più profonde e nascoste dell'animo di milioni di esseri umani in tutte le latitudini, ma qui alimentato da tradizioni e convincimenti millenari, che emergono nutrendosi nell'ignoranza, nella povertà, o anche nel banale calcolo di chi ha bisogno di eliminare qualcuno per semplice concorrenza in affari. Da millenni, infatti, l'esclusione sociale, la segregazione, il mobbing, come lo chiamiamo dalle nostre parti, fino all'eliminazione fisica di chi viene accusato
di stregoneria, rappresentano le soluzioni suggerite nei capitoli non scritti della legge che regola le relazioni fra gli uomini.
Il contrasto con il resto. Tutto ciò risulta tanto più dissonante, a colpo d'occhio, quanto più si pensa di essere nello stato del Ghana, di cui si sente parlare spesso perché annoverato fra i più solidi paesi del continente (nonostante mille altre questioni aperte) soprannominato la "perla" dell'Africa occidentale, ex fiore all'occhiello dell'impero di sua maestà britannica, nazione-guida, dai tassi di crescita economica a due cifre, con il più alto livello di scolarizzazione dell'Africa occidentale (quasi l'85 per cento, sebbene ancora circa 500.000 bambini siano fuori dal sistema scolastico), che vanta numerose e prestigiose università, per non parlare delle ricchezze naturali, come oro, cacao, diamanti, bauxite, manganese, di recente persino il petrolio. Una nazione che custodisce la speranza per milioni di africani, ansiosi di accorgersi non è più un miraggio il riscatto economico, sociale, culturale di milioni di persone e che è dunque possibile realizzare l'idea di una maggiore equità nella diffusione della ricchezza. Dunque, di fronte a tutto questo, incontrare tutte assieme un centinaio di "streghe", e sentire da loro le storie terribili che si portano dentro, fa davvero un certo effetto.
L'istruttoria. Nel villaggio di Gnani, che ci ha ospitato per una mezza giornata, assieme ai cooperanti di Action Aid, vivono 254 "streghe" 39 "stregoni", assieme a 17 bambini e 54 bambine, che per lo più fanno da badanti a quelli che per loro sono nonni, o parenti di due generazioni più anziani. Bambini senza scuola, e assistiti in tutto e per tutto. Nei sei villaggi-rifugio ci sono 567 persone, in prevalenza donne, nelle stesse condizioni. Le "istruttorie" di ingresso nel villaggio le coordina Al Assan Shei, eletto capo della comunità per diritto ereditario, in quanto appartenente ad una importante clan. "Lui, come moltissime persone nei diversi strati società ghanese, anche i più alti, spiega un rappresentante di Action Aid che fa da interprete - crediamo nella stregoneria. Pensiamo che i flussi malefici possano attraversare alcune persone e scagliarsi contro il mondo circostante, provocando anche disastri. Il problema è stabilire se queste accuse di stregoneria sono accuse strumentali, oppure se hanno un qualche fondamento. Questo è l'incarico che spetta al capo villaggio".
Le storie. Racconta Fanli, una delle "streghe" ospiti da 15 anni a Gnani, che non vuole rivelare la sua età: "Quando è morto mio marito la sua famiglia ha cominciato a diffondere la voce che a mandarlo all'altro mondo ero stata io, con la mia potenza malefica. Ho passato periodi d'inferno. Nessuno mi parlava più, la gente mi evitava, la mia stessa famiglia mi teneva alla larga. Tutti avevano paura di me. Arrivata qui sono stata giudicata innocente. Però io sono voluta restare qui, non ci tornò da quelli. Mi fanno paura".
La prova del pollo. Simile è la storia di Waapu Nojnu, 60 anni da poco compiuti. Lei, considerata responsabile della morte del figlio del suo terzo genito, è stata "condannata" dopo la terribile "prova del pollo". Che consiste nell'ammazzare l'animale per poi constatare se il suo collo cade all'indietro, oppure in avanti. Se si verifica questa seconda ipotesi, il soggetto in esame viene considerato strega o stregone. Bene, Waapu è stata sfortunata con il pollo ed è qui da circa 20 anni. Sta bene in salute, ma a sentendola parlare si coglie tanta rabbia e amarezza nella sua voce.
Un fenomeno diffuso. Nei villaggi polverosi delle comunità rurali isolate l'aggressione di chi lancia accuse di stregoneria viene coltivata nell'indigenza, questo è certo. Ma - stando a quanto raccontano molti fra coloro che operano nell'ambito umanitario in questa regione del Ghana - il fenomeno è assai più diffuso e coinvolge anche strati insospettabile della ancora acerba borghesia ghanese, dei professionisti, persino del ceto accademico. Si racconta di fior di studiosi, che vantano credenziali prestigiose e master universitari ottenuti in Europa o megli Usa, arroccati nella loro convinzione dell'esistenza di forze occulte e sortileggi dai quali occorre difendersi. C'è chi giura, tra persone altrimenti serie e affidabili, di aver visto "streghe volare o correre da una parte all'altra di una stanza, a testa in giù".
La magia nera nelle metropoli. Dunque, il fenomeno della stregoneria in Africa "non sempre e non solo ha a che con l'ignoranza e con la clausura culturale" - rifletteva tempo fa un professore di storia incontrato a Ouagadougou, in Burkina Faso - la dimensione soprannaturale si è trasferita da 25-30 anni a questa parte dai villaggi rurali alle metropoli, raggiungendo anche gli ambienti a più diretto contatto, d'affari e non, con l'Europa". Insomma, da Accra a Lomè, da Lagos a Freetown, da Abidjan a Ouagadougou, dilaga il timore della magia nera. Così se nelle comunità lontane e povere le "streghe" e gli "stregoni" sono rinchiusi nei ghetti come Gnani, nelle metropoli africane, gli "indemoniati porta sfiga" fanno i soldi a palate, per eliminare nemici, assicurare successo in amore, risolvere problemi coniugali, e - pare - anche per far tornare fertile chi non riesce ad avere figli.
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Japan - 2 inmates hanged, bringing number of executions to 5 under Prime Minister Shinzo Abe
TOKYO —Japan said Friday it hanged two death-row inmates, in the first executions since a trio of convicted killers died in the gallows two months ago and drawing immediate protest from human rights groups.
Justice Minister Sadakazu Tanigaki told reporters that Katsuji Hamasaki, 64, and Yoshihide Miyagi, 56, two members of a crime syndicate, were executed for the shooting of two rival gangsters at a restaurant in Ichihara, Chiba Prefecture, in 2005.
The executions bring to five the number of death-row inmates hanged since Prime Minister Shinzo Abe’s conservative government swept to power in landslide December elections.
Japan now has 134 inmates on its death row.
Amnesty International Japan, the Japanese branch of the global rights group, protested Friday.
“We strongly condemn the five executions conducted since the launch of the new government, which goes against calls by the international community and indicates the government’s intention to pave the way for mass executions,” it said in a statement.
Tokyo did not execute any condemned inmates in 2011, the first full year in nearly two decades without an execution amid muted debate on the rights and wrongs of a policy that enjoys wide public support.
But in March last year, Tokyo resumed its use of capital punishment with an unapologetic government minister signing death warrants for three multiple murderers.
Apart from the United States, Japan is the only major industrialised democracy to carry out capital punishment, a practice that has led to repeated protests from European governments and human rights groups.
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“Non è un mio crimine, ma una mia condanna” 100.000 bambini entrano nelle carceri italiane per incontrare papa e mamma detenuti
“Non è un mio crimine, ma una mia condanna” è il grido dei 100.000 bambini che ogni giorno entrano nelle 213 carceri italiane per incontrare il proprio papà o la propria mamma detenuti. Ogni giorno varcano il portone degli Istituti penitenziari per incontrare il proprio genitore, per mantenere il legame affettivo fondamentale per crescere.
Ogni giorno sostengono il peso dell’emarginazione, dei pregiudizi, delle difficoltà economiche, della vergogna. La detenzione del proprio genitore li coinvolge, ne trasforma la quotidianità, rendendoli fragili sul piano psicologico. Sono emarginati a scuola, nel quartiere dove vivono, nel gruppo sociale di appartenenza poiché sono figli di genitori detenuti. Sono bambini a grave e continuo rischio di discriminazione ed esclusione sociale. “Non un mio crimine, ma una mia condanna” è la Campagna di raccolta fondi di Bambinisenzasbarre Onlus.
L’Associazione da oltre dieci anni, cura, sostiene e difende il diritto dei bambini alla continuità delle relazioni familiari e affettive con il proprio genitore durante la detenzione, così come sancito dall’articolo 9 della Convenzione Onu dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. La Campagna sostiene - con l’invio al 45507 di un sms da 2 Euro da cellulare e 2 o 5 Euro da telefono fisso - il consolidamento, la prosecuzione e l’estensione negli Istituti penitenziari del Modello d’accoglienza Spazio Giallo, che comprende un percorso d’accesso dedicato e il luogo integrato socio-educativo, in carcere, per le famiglie e i bambini che si preparano insieme alle psicologhe, psicopedagogiste e arte-terapeute di Bambinisenzasbarre all’incontro con il genitore detenuto; la possibilità di attivare la sensibilizzazione del personale penitenziario e l’avvio di un servizio nazionale di Telefono Giallo per rispondere alle famiglie di persone in una situazione di detenzione e per sostenere le difficoltà dei bambini. Ancora molti Istituti penitenziari in Italia, in una condizione di sovraffollamento e di grave precarietà, non accolgono adeguatamente questi bambini, non vi è un tempo sufficiente per il colloquio col genitore tale da garantire il mantenimento del legame affettivo. Questa situazione può determinare la cancellazione della genitorialità stessa. Una sparizione che spesso viene attuata anche dai figli all’interno della propria rete sociale, portandoli a nascondere fino a negare la stessa personale storia familiare. “Lo sguardo, tuttavia, dei bambini può trasformare ed umanizzare il carcere, costretto a prendere in considerazione la loro presenza, se pure paradossale, e ad attrezzarsi per accoglierli. - ha sottolineato Lia Sacerdote, Presidente di Bambinisenzasbarre - Il Modello d’Accoglienza Spazio Giallo non è solo un modello per il sistema penitenziario, ma lo è anche per il “sistema città” di cui il carcere è parte ed occupa un posto cruciale in termini di legami e scambi relazionali, soprattutto, per i bambini coinvolti e da cui non devono sentirsi separati. Il modello, che Bambinisenzasbarre sta estendendo sul territorio nazionale partendo dagli istituti in Lombardia, si è rivelato decisivo per le ricadute in termini di trasformazione dei comportamenti sociali sul territorio, riducendo il disagio delle persone e della società e avviando un processo di inclusione sociale. Non ultimo effetto, auspicato a lungo termine, di questo processo di accoglienza delle famiglie e dei bambini, l’adeguamento del sistema penitenziario ai dettami europei ed al superamento della condanna dell’Italia dalla Corte europea dei Diritti Umani di Strasburgo.” Finalità della Campagna è sensibilizzare il grande pubblico sull’importanza del riconoscimento e visibilità di questi bambini e dei loro bisogni senza per questo stigmatizzarli, nel pieno rispetto del diritto di ogni bambino di essere tale. Al contempo, si intende far comprendere come la continuità e il rafforzamento del legame affettivo, agisca in termini di prevenzione sociale: per il figlio che non rischia di ripetere l’esempio del padre da cui è forzatamente separato e, a causa dell’improvvisa “scomparsa”, ne idealizza il comportamento ma, al contrario, ne comprende le debolezze e gli errori e, quindi, è in grado di scegliere un diverso stile di vita; mentre per il genitore detenuto il figlio con cui riesce a mantenere un legame diventa la motivazione forte per non ripetere il reato e ritornare ad essere per lui un modello. Una volta di più, l’intera comunità è chiamata a mettere in atto tutte quelle pratiche positive che permettano a questi bambini di subire il minor danno possibile da questa difficile situazione e, al contempo, garantire loro il diritto all’infanzia. Bambinisenzasbarre, liberiamo i bambini.
Bambinisenzasbarre Onlus, membro della direzione della rete europea Eurochips con sede a Parigi, da oltre 10 anni è presente sul territorio italiano con attività di formazione e di ricerca in collaborazione con le Università e il Ministero di Giustizia. È attiva nelle tre carceri milanesi - S. Vittore, Bollate e Opera - e in rete operativa sul territorio regionale e nazionale per la estensione del Modello di accoglienza Spazio Giallo.
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Tunisia: nonostante crisi, porte aperte a rifugiati da Libia - Governo decide di prolungare l'assistenza
TUNISI, - La grave crisi economica che, ormai da anni, si e' abbattuta sulla Tunisia e che e' stata acuita dalle difficoltà legate alla delicata fase della transizione dopo la caduta di Ben Ali, non modificherà l'atteggiamento del Paese verso i rifugiati, ai quali, dall'inizio della guerra civile in Libia, ha aperto le porte. E' questa la significativa presa di posizione del governo tunisino che ha deciso di proseguire nella pur impegnativa politica di solidarietà che mai e' stata fatta mancare ai rifugiati, nonostante le enormi difficoltà finanziarie nelle quali si dibatte il Paese.
L'emergenza umanitaria, nonostante la guerra in Libia sia ufficialmente conclusa, prosegue perchè ancora migliaia sono i rifugiati ospiti, in condizioni oggettivamente precarie (vivono ancora in tende), soprattutto a Camp Choucha, a pochi chilometri da Ben Guerdane, al confine libico. Da tempo ormai e' stata decisa per giugno la chiusura della struttura per un semplice motivo: il flusso di aiuti internazionali e' andato inaridendosi e di fatto il peso economico della conduzione del campo grava solo sulla fragili spalle della Tunisia.
Il problema, peraltro, e' di difficile soluzione per due ordini di motivi: il primo e' che la Tunisia non ha nel suo ordinamento la regolamentazione dello status di rifugiato politico o di richiedente asilo, anche se non ha mai respinto qualcuno alle sue frontiere; il secondo è che la disponibilità data ad accogliere, in modo definitivo, i rifugiati che accettino tale proposta è stata rifiutata soprattutto da quelli che sono originari dell'Africa orientale (Somalia e Sud Sudan) che non vogliono restare pretendendo o il trasferimento in Paesi occidentali (che peraltro hanno chiuso le relative liste) o di tornare a casa. Ma ''casa'' significa spesso situazioni di guerra o, comunque, di gravissime crisi sicuritarie. Un guado nel quale pero' la Tunisia non vuole lasciare nessuno, magari cercando la collaborazione dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, che certamente dà un aiuto, ma non nella misura sufficiente.
Le proteste dei rifugiati si stanno moltiplicando, non tenendo in conto quanto la Tunisia ha fatto e continua a fare, e si sono spostate a Tunisi davanti alla locale delegazione dell'Unhcr, diventata ormai un villaggio di disperati che, all'addiaccio (nonostante il maltempo di questi giorni, preceduto da una ondata di caldo opprimente), aspettano che qualcuno tenda loro la mano. (ANSAmed).
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The Sikh Council UK along with the Sikh community in Europe fighting the death penalty and the end of the moratorium in India
Sikh Council Condemns Indian
Supreme Court Decision on
Professor Bhullar
Sikh Council UK today expressed its concern and condemned the refusal to commute the death sentence of Professor Devinderpal Singh Bhullar by the Indian Supreme Court.
This decision comes on the back of India’s recent decision to restart carrying out death sentences following an eight year moratorium. Two death sentences have been carried out since November 2012 with many hundreds more sentenced to death each year and around forty currently held on death row.
Chair of Indian Sub-Continent Affairs Sub-Committee, Gurdial Singh Atwal, said, “We totally condemn the use of capital punishment and the decision by India to restart capital punishment is totally abhorrent after the moratorium. In this particular case, the evidence against Professor Bhullar is clearly in doubt and to not recognise that is a great miscarriage of justice by the Indian justice system.”
The Sikh community has consistently held strong views against capital punishment with persistent campaigning to highlight miscarriages of justice and against the death penalty by the Sikh Federation (UK) and others over many years. This stance was recently reinforced by a 118,000 name petition coordinated by the Keshri Lehar campaign which resulted in a parliamentary debate on abolition of the death penalty in India.
Gurdial Singh Atwal added, “Professor Bhullar was deported wrongly by the German authorities on false promises that he would not face the death penalty. We now call upon authorities in the UK, Germany and across Europe to urgently make representations to India before it is too late.”
Sikh Council UK has many affiliated organisations and works with many other individuals and organisations who wish to express their strong views and campaign against this latest turn of events. Sikh Council UK is encouraging the UK wide Sikh community to speak out on this issue by contacting their MP’s and the media to highlight the plight of Professor Bhullar.
Sikh Council UK is eagerly awaiting the written judgement of the Indian Supreme Court and in order to maximise the Sikh voice, will be assisting various Sikh organisations in the co-ordination and planning of protests and lobbying activities over the coming days.
For further information from the Sikh Council UK, please contact Balvinder Kaur – info@sikhcounciluk.org
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Modena: suicidio di un internato di 25 anni Casa Lavoro di Castelfranco Emilia, doveva essere liberato
Doveva essere scarcerato e ricoverato in una casa di cura, ma l'Ordinanza del magistrato non era stata ancora eseguita
Denis Ronzato, 25 anni, si è suicidato ieri notte nella Casa di Lavoro di Castelfranco Emilia, dove era internato, nonostante da alcuni giorni fosse stato disposto il suo ricovero in una “Casa di Cura e Custodia”.
Il ricovero, firmato da giorni dal Magistrato di Sorveglianza, non è stato eseguito neppure quando, venerdì scorso, dopo il colloquio con i famigliari, Denis aveva dato segni evidenti di malessere psicofisico.
Il giovane si è soffocato con un sacchetto della spazzatura infilato in testa e riempito di gas: lo ha trovato un compagno di stanza al rientro dalla “socialità”, era steso sulla branda e privo di sensi. Ha provato a rianimarlo, insieme all’agente di turno in sezione, ma non c’è stato nulla da fare. È il 18esimo detenuto che si toglie la vita dall’inizio dell’anno, mentre il totale dei morti in carcere del 2013 sale a 59.
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SOS Europe - La mer est un cimetière pour les migrants - 13 000 personnes sont décédées au cours de ces 25 dernières années
A l’occasion de la rencontre avec le Président du Parlement européen, Nicolas Beger, Directeur du Bureau des institutions européennes d’Amnesty International, revient sur les raisons de la mobilisation de plusieurs sections d’Amnesty International en Europe.
SOS Europe pour les migrants ©Pierre-Yves Brunaud
Lors du naufrage du navire de croisière Costa Concordia au large des côtes toscanes en janvier 2012, 32 personnes ont perdu la vie. Ces morts tragiques ont été amplement couvertes dans les médias, qui sont à nouveau revenus sur les conséquences de la catastrophe un an après. Il ne fait aucun doute que 32 décès qui auraient pu être évités méritent que l’on s’en rappelle.
En revanche, le 6 avril marquait les deux ans d’un naufrage catastrophique au large de l’île italienne de Lampedusa. En plein conflit libyen, un grand navire a quitté le pays, avec à son bord des passagers espérant trouver la sécurité en Europe. Nous ne saurons jamais précisément combien de personnes se trouvaient à bord, mais on estime qu’il y avait 200 à 300 passagers. Des familles entières provenant de pays comme la Somalie ou le Soudan avaient entrepris ce voyage périlleux vers l’Europe, car elles n’avaient plus aucune autre possibilité. Seules 51 personnes ont survécu.
Peut-être en avez-vous été informé dans le journal du lendemain? Ou peut-être la commémoration de ce drame est-elle apparue dans votre fil d’infos tweeter ? En fait, vous n’en avez probablement rien su, car il n’y a eu aucune commémoration, et quand bien même vous feriez une recherche sur Google, vous n’apprendriez guère plus de détails.
Des milliers d’enfants, de femmes et d’hommes ont péri en mer Méditerranée au cours de ces 25 dernières années. D’après les informations parues dans la presse qu’a pu recenser l’organisme de surveillance Fortress Europe, plus de 13 000 personnes sont décédées en Méditerranée et dans l’Atlantique, au cours de leur traversée vers l’Europe. Nombre de ces décès auraient pu être évités.
Giusi Nicolini, le maire de Lampedusa, s’exprime ainsi :
Quelle taille le cimetière de mon île doit-il atteindre? Je ne peux pas comprendre comment une telle tragédie peut être considérée normale. Je suis indigné par la banalisation qui semble s’être propagée comme une maladie contagieuse.
Les pays de l’Union européenne s’enorgueillissent de notre adhésion aux valeurs des droits humains. Mais si nous nous permettons de détourner simplement le regard lorsque des personnes meurent au large de nos côtes, nos déclarations ont-elles le moindre sens ?
Ces dix dernières années, les gouvernements européens ont fait le choix de plus en plus affirmé d’exclure les migrants en appliquant des mesures qui les forcent à choisir des itinéraires dangereux pour atteindre l’Europe. Les conséquences de ces voyages sont souvent fatales. Les pays européens ont renforcé les contrôles aux frontières, en menant des opérations d’interception, de renvoi et de dissuasion dans l’espoir d’empêcher les personnes d’entrer sur notre territoire. Ces mesures de contrôle des migrations ne sont pas toujours conformes aux obligations des pays en matière de droits humains. Les migrants, les réfugiés et les demandeurs d’asile continuent à subir de graves violations des droits humains en conséquence directe de la politique de l’Union et de sa pratique d’externalisation des contrôles aux frontières et du contrôle des migrations aux pays voisins.
Il est temps de renverser la tendance. Notre action « SOS Europe », menée devant le Parlement européen mercredi, a pour vocation de couvrir l’Europe de honte. L’Europe des décideurs comme celle des citoyens. Combien de temps encore laisserons-nous faire en silence ?
Le 24 avril, un « bateau migrant » arrivera place du Luxembourg pour remettre plus de 50 000 signatures de personnes ordinaires. Toutes exhortent les députés européens à honorer leur devoir en garantissant un examen public des accords et des opérations relatifs au contrôle des migrations. Notre bateau représente tous les migrants, réfugiés et militants de l’Europe entière qui demandent que les gouvernements nationaux rendent visibles toutes leurs actions aux frontières de l’Europe et qu’ils puissent être tenus de rendre des comptes en cas de violation.Notre bateau rendra hommage aux milliers de personnes mortes en mer. Parce que nous nous sentons concernés. Nous devrions tous nous sentir concernés. Nous devrions tous avoir honte, aussi. Et nous devrions tous être indignés.
Nicolas Beger,
Directeur du Bureau des institutions européennes d’Amnesty International
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Reato di clandestinità. I saggi della Giustizia: "Va cancellato, è inutile e irrazionale"
La commissione per la depenalizzazione boccia il fiore all’occhiello della legge sulla sicurezza del centrodestra. “È sufficiente l’espulsione amministrativa”. Severino: "Nessun retropensiero ideologico"
Roma - Il reato di clandestinità? “Una norma penale del tutto inefficace e simbolica”, che però ha molte controindicazioni. E quindi va cancellata.
A bocciare il reato di “ingresso e soggiorno clandestino nel territorio dello Stato”, baluardo della legge sulla sicurezza partorita da Lega Nord e Popolo delle Libertà nel 2009, stavolta non sono gli avversari di un’idea securitaria del governo dell’immigrazione, ma una commissione di saggi istituita dal ministro della Giustizia Paola Severino. Composta da magistrati, avvocati e docenti universitari, ieri ha presentato i risultati di uno studio e le sue proposte per depenalizzare alcuni reati minori.
Nel disegno di legge frutto del suo lavoro, si propone l’abolizione di due norme del Testo Unico sull’immigrazione (d.lgs. n. 286 del 1998).
“L ’ art. 6, comma 3 – spiega la Commissione - prevede una disciplina speciale per il cittadino extracomunitario che non ottempera, senza giustificato motivo, all ’ ordine di esibizione del passaporto o di altro documento di identificazione e del permesso di soggiorno o di altro documento attestante la regolare presenza nel territorio dello Stato. L ’ abrogazione di questa norma comporta la riconduzione del fatto all ’ art. 651 c.p., con l ’ equiparazione tra stranieri e cittadini”.
Ma a fare più scalpore è la proposta di cancellare art. 10 bis. “Il reato c.d. di “ immigrazione clandestina ” – scrivono i saggi - è stato introdotto con l ’ intento di salvaguardare, attraverso la previsione dell ’ espulsione quale sanzione sostitutiva irrogata dal giudice, il carattere immediato dell ’ esecuzione dell ’ allontanamento. Tale contravvenzione – sottolineano - rivela una marcata impronta “ simbolica ” , cui si associano rilevanti “ effetti collaterali ” (connessi, in particolare, all ’ obbligo di denuncia dello straniero irregolare)”.
La Commissione propone l’abrograzione, dicendosi non persuasa dalla “sentenza n. 250/2011 della Corte costituzionale che ha salvato l ’ art. 10 - bis , in quanto questa norma è affine all ’ aggravante ex art. 61, n. 11 - bis c.p. dichiarata illegittima (Corte cost. sent. n. 249/2010); entrambe le norme sono quindi espressione di colpevolezza d ’ autore e non per il fatto”.
Gli esperti parlano di “ una norma penale del tutto inefficace e simbolica, che prevede un regime sanzionatorio irrazionale, in quanto alla pena principale, di carattere pecuniario, che sicuramente il soggetto non sarà in grado di pagare, viene sostituita la sanzione dell ’ espulsione. più grave della pena principale. A garantire la disciplina dei flussi in ingresso, è quindi sufficiente il procedimento amministrativo di espulsione, presidiato anche dalla sanzione penale”.
“Non c'e' nessun retropensiero ideologico nella proposta” ha puntualizzato ieri il ministro Severino, dicendo ceh si vuole solo cancellare una norma irrazionale. "Oggi - ha spiegato - la norma sull'immigrazione clandestina prevede una pena pecuniaria che di fatto il soggetto coinvolto non ha modo di pagare e dunque viene comunque sostituita dall'espulsione, mentre abbiamo gia' una norma che consente in via diretta l'espulsione di chi e' entrato nel nostro Paese in maniera irregolare".
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Appello Amnesty - Papua Nuova Guinea: donne accusate di "stregoneria" rischiano la vita
Una donna, gravemente ferita, e le sue due figlie sono nelle mani da un gruppo che le accusa di praticare la "stregoneria" in Papua Nuova Guinea. Si teme per la loro incolumità dopo che all'inizio di aprile una donna accusata di "stregoneria" era stata decapitata. La risposta della polizia si è dimostrata finora gravemente insufficiente.
Secondo fonti interne al paese, la donna avrebbe riportato gravi lesioni intorno al collo a causa di un'aggressione subito intorno al 2 aprile 2013. Gli abitanti hanno bloccato le strade per impedire alle tre donne di lasciare Lopele, distretto di Bana, sud di Bougainville, per sottoporsi a cure mediche specialistiche. Le donne sono ora trattenute in un centro sanitario rudimentale da membri della comunità che le accusano di praticare la "stregoneria". La polizia ha risposto finora solo inviando un funzionario a Lopele per negoziare la liberazione delle donne.
Intorno al 4 aprile, Helen Rumbali, attivista per i diritti delle donne e insegnante, è stata decapitata davanti all'intera comunità dopo essere stata accusata di "stregoneria". La polizia, presente sul posto, ha riferito di non esser stata in grado di intervenire a causa della ostilità della folla.
A marzo, la commissione per la riforma costituzionale della Papua Nuova Guinea ha chiesto al governo di abrogare l'atto sulla stregoneria del 1971, che attualmente riduce le pene per coloro che hanno aggredito o ucciso qualcuno accusato di stregoneria.
Firma l'Appello Amnesty International
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Grecia: ennesimo attacco ai danni di immigrati, 30 di loro feriti a colpi d’arma da fuoco.
Condanne da parte di tutto il mondo politico greco e iniziative da parte delle organizzazioni umanitarie.
La polizia greca ha già arrestato due presunti colpevoli, mentre altri due sono ancora in libertà. L’incidente ha avuto luogo la settimana scorsa a Nea Manolada, nel Peloponneso, quando 200 lavoratori di origine bangladese, impiegati presso un’azienda produttrice di fragole, hanno chiesto ai loro capisquadra le paghe arretrate degli ultimi 6 mesi. Ne è nata una discussione che ha portato almeno uno dei supervisori a sparare sui lavoratori ferendone 30, di cui alcuni sono in condizioni critiche. Uno degli immigrati coinvolti nella protesta ha dichiarato che ognuno di loro aveva pagamenti arretrati di almeno 1.000 euro.
La polizia ha promesso una “rapida ed esemplare” punizione per i capisquadra delle piantagioni di fragole autori della sparatoria. Condanna unanime da parte di tutte le forze politiche greche: il portavoce del Governo Simos Kedikoglou ha condannato l’incidente definendolo “inumano, vergognoso e senza precedenti”. Il ministro della giustizia Antonis Roupakiotis aggiunge: “Questo atto barbaro porta alla luce anche una situazione di lavoro da schiavi che non può avere posto nel nostro Paese”. Il partito di opposizione Syriza ha espresso la sua condanna parlando di un “atto criminale e razzista”. Persino il partito neonazista Alba Dorata ha unito la sua voce al coro di condanne, rilasciando una dichiarazione nella quale si specifica anche: “Condanniamo anche coloro che assumono in nero gli immigrati sottraendo lavoro ai cittadini greci”.
Non è la prima volta, tuttavia, che a Nea Manolada si verificano atti di violenza contro gli immigrati. Lo scorso anno, ad esempio, due greci erano stati arrestati per aver aggredito un trentenne egiziano incastrandogli la testa nello sportello di un’auto e trascinandolo per quasi 1 km. La sezione greca dell’organizzazione umanitaria Doctors of the World ha dichiarato che la sparatoria dovrebbe essere giudicata come un caso di violenza razzista e xenofoba, accusa che implica pene più severe. Il Ministro del lavoro ha ordinato un’inchiesta urgente sulle condizioni di lavoro nell’azienda di Manolada.
Alla luce di questo episodio, appare urgente la campagna lanciata a marzo da Doctors of the World, dal titolo Enough! (“Basta!”): lo scopo del programma è di sensibilizzare e informare l’opinione pubblica sulle pericolose ripercussioni del razzismo, sulla necessità di combattere i crimini razziali e l’impunità dei loro esecutori, nonché di fornire protezione alle vittime, garantendo loro supporto legale e medico. Inoltre, lo scopo è anche promuovere l’adozione di una strategia nazionale per combattere la xenofobia e l’elaborazione di una revisione delle strategie già esistenti.
(Samantha Falciatori)
Lettera dell'UNHCR ai candidati a sindaco della capitale: Non dimenticate i rifugiati
L'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) ha inviato oggi una lettera ai candidati a sindaco di Roma per chiedere loro di occuparsi delle migliaia di rifugiati che vivono in condizioni disagiate e di grave marginalità nella capitale.
Roma il 23/04/2013
l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR), in vista delle prossime elezioni per il sindaco del Comune di Roma, intende porre alla sua attenzione il delicato tema delle condizioni di vita dei rifugiati residenti nella Capitale, nella speranza che l’asilo possa trovare adeguata attenzione nel Suo programma di governo della città.
Negli ultimi anni numerosi beneficiari di protezione internazionale si sono insediati nella città di Roma. Molti di loro, compresi nuclei familiari con minori, vivono attualmente in palazzi abbandonati in condizioni di grave disagio e marginalità, come testimoniato per altro da numerosi reportage giornalistici, anche internazionali.
Tale situazione, inoltre, è stata denunciata recentemente dal Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d’Europa che ha avuto modo di visitare uno di questi insediamenti, il cosiddetto “Palazzo Selam”, evidenziandone la situazione di degrado e le fatiscenti condizioni igienico abitative in cui vivono i rifugiati.
Consideriamo improcrastinabile da parte delle Istituzioni, compreso il Comune di Roma, il porre in essere le necessarie misure, affinché tale situazione possa trovare una soluzione dignitosa per i rifugiati. Auspichiamo in tal senso un impegno dei candidati alla carica di sindaco della città.
Nella speranza di un positivo riscontro, colgo l’occasione per porgerle cordiali saluti.
Delegato UNHCR per il Sud Europa
Etichette: immigrazione, Rifugiati, Sindaco Roma, UNHCR
La pulizia etnica in Myanmar - Denuncia HRW contro la Birmania: crimini contro l'umanità e tentativo di sterminare i Rohingya
La denuncia di Human Rights Watch contro il governo birmano: crimini contro l'umanità e tentativo di sterminare i Rohingya.
Più di 125.000 Rohingya (musulmani della regione del Rakhine- Birmania) sono stati vittime delle ondate di violenza di maggio e ottobre 2012 in Myanmar. Ad affermarlo è l’ultimo rapporto di Human Rights Watch (HRW), che parla di pulizia etnica e crimini contro l’umanità e che è stato pubblicato oggi.
La immagini satellitari mostrerebbero quasi 5 mila strutture e terreni di proprietà Rohingya completamente distrutti da parte di membri del partito nazionalista di Rakhine e da monaci buddisti.
Quella dei Rohingya è una delle minoranze più perseguitate al mondo: popolo senza Stato, non hanno diritti di cittadinanza perché considerati dal governo birmano “immigrati clandestini del Bangladesh”, e subiscono spesso atti di violenza.
I conflitti tra Rohingya musulmani e buddisti a Rakhine sono da sempre stati all’ordine del giorno, sin dalla seconda guerra mondiale, quando i buddisti hanno sostenuto le forze giapponesi e i Rohingya quelle inglesi.
“L’assenza di responsabili di quanto avvenuto nel 2012- si legge nel rapporto- fa pensare che sia stato il governo stesso a volere la pulizia etnica”. Alcune persone sono state costrette a fuggire dalle loro case, e adesso “c’è una preoccupazione seria che il governo non farà rispettare il loro diritto a riappropriarsi delle loro abitazioni”, ha affermato il portavoce di HRW.
Ma il governo birmano accusa l’associazione in difesa dei diritti umani di aver pubblicato il proprio report proprio in concomitanza con la riunione dell’Unione Europea che dovrà decidere se mantenere o meno le sanzioni sul Paese, e che dovrebbe tenersi nei prossimi giorni.
“Il governo non presta attenzione a un rapporto unilaterale come questo- ha detto il presidente Thein Sein- ma vorrei mettere in guardia gli opportunisti e gli estremisti religiosi che cercano di sfruttare i nobili insegnamenti di queste religioni e invece generano odio tra le persone”.
Etichette: BIrmania, Diritti Umani, pulizia etnica, Rohingya
Arabia Saudita: decapitato uomo accusato di omicidio, da gennaio eseguite 35 condanne
È stata eseguita per decapitazione in Arabia Saudita la condanna a morte comminata a un cittadino del regno accusato di omicidio. Lo riferisce l’agenzia di stampa ufficiale saudita Spa, che riporta una nota del ministero dell’Interno di Riad. Mohammad ben Ali al-Alawi era stato condannato alla pena capitale con l’accusa di aver ucciso a coltellate un connazionale. Da gennaio in Arabia Saudita sono state eseguite ben 35 condanne a morte. Nel 2012, secondo Human Rights Watch, nel regno sono stati messi a morte almeno 69 detenuti. Omicidio, stupro, apostasia, rapina a mano armata, oltre al traffico di droga, sono i reati che nel Paese vengono puniti con la pena di morte
Immigrazione: oltre 470 luoghi di detenzione nell’Ue, al via visite degli europarlamentari
Da circa dieci anni le politiche europee d’asilo e immigrazione hanno determinato un aumento del numero di centri di detenzione per migranti. Nella Ue e alle sue frontiere meridionali e orientali, il loro numero è passato da 324 nel 1999 a 473 nel 2011, senza contare i luoghi invisibili di detenzione come commissariati o cabine delle navi, cui si ricorre temporaneamente, ma regolarmente. È quanto si legge in una nota della campagna “Open Access Now” lanciata a ottobre del 2011 da Migreurop e Alternative europee, annunciando che, tra aprile e giugno 2013, diversi membri del Parlamento europeo (per i quali l’accesso a questi centri è assicurato per legge) effettueranno visite in diversi luoghi di detenzione “per continuare a compilare un inventario delle condizioni di vita all’interno di questi centri che restano molto spesso opache”. Nonostante la direttiva rimpatri preveda che i pertinenti e competenti organismi ed organizzazioni nazionali, internazionali e non governativi hanno la possibilità di accedere ai centri di permanenza temporanea e il Parlamento europeo e, in particolare, la commissione Libertà civili, giustizia e affari interni si siano pronunciati a favore di un diritto d’accesso della società civile - si denuncia - le difficoltà persistono. Le autorità dei Paesi membri rifiutano nella maggior parte dei casi l’accesso dei giornalisti a questi centri, l’accesso delle associazioni è sottoposto a regole estremamente restrittive e finanche le visite degli eletti sono talvolta limitate dalle autorità. Non è raro che dei bambini - talvolta senza rappresentante legale - siano detenuti, così come delle persone in cerca di protezione - è il caso oggi di numerosi cittadini siriani. Molte persone sono detenute in maniera illimitata anche se la direttiva rimpatri ha fissato la durata massima di detenzione a diciotto mesi. Questi pochi esempi testimoniano dei trattamenti inumani e degradanti che le politiche e le pratiche fanno subire ogni giorno a degli esseri umani colpevoli soltanto di non avere documenti di viaggio e/o titoli di soggiorno in regola. Le visite di centri di detenzione sono uno degli strumenti della campagna Open Access Now. E, mentre associazioni e giornalisti impegnati nella campagna presentano regolarmente domande d’accesso, tra aprile e giugno 2013 dei membri del Parlamento europeo effettueranno visite in diversi luoghi di detenzione. Sotto il patronato delle deputate europee Hèlène Flautre (Verdi/Ale) e Marie-Christine Vergiat (Gue/Ngl), mercoledì 24 aprile 2013 dalle 13 alle 14.30 si terrà al Parlamento europeo a Bruxelles una tavola rotonda. Giornalisti, parlamentari e rappresentanti della società civile testimonieranno delle loro esperienze di visita. A seguire, gli aspetti problematici dell’accesso ai centri di detenzione saranno presentati attraverso gli interventi del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dell’Associazione per la prevenzione della tortura. L’obiettivo di questo incontro e delle visite parlamentari - conclude la nota - è rafforzare la vigilanza, sottolineare la necessità di trasparenza su questi luoghi e dare maggiore visibilità ai problemi legati alla detenzione dei migranti per incoraggiare evoluzioni legislative nazionali ed europee verso un maggior rispetto dei diritti umani.
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Siria - Aleppo: 2 vescovi rapiti da uomini armati. Mar Gregorios Yohanna Ibrahim e Bulos Yazigi
Sgomento e terrore dominano in queste ore la comunità cristiana, in particolare quella ortodossa, della regione di Aleppo nel nord della Siria, dopo che si è diffusa la notizia, confermata anche dai media ufficiali, del rapimento da parte di non meglio precisati uomini armati di due vescovi della metropoli siriana. Nel contesto della guerra in Siria, i cristiani del nord del Paese sono già da mesi fuggiti in massa dalle loro case in altre regioni o all'estero.
I monsignori Yohanna Ibrahim e Bulos Yazigi, rispettivamente vescovo siriaco-ortodosso di Aleppo e greco-ortodosso della stessa città, si trovavano assieme a bordo di un'auto proveniente dal confine turco, distante una trentina di chilometri. Erano diretti ad Aleppo, ma all'altezza di Kfar Dael, località alla periferia orientale del centro urbano sono stati fermati da "uomini armati" che hanno intimato a loro e all'autista, un diacono, di scendere dall'auto. Dopo aver ucciso l'autista sul posto - proseguono le fonti locali - gli uomini armati si sono dileguati portando con sé i due vescovi in un luogo sconosciuto.
I media ufficiali di Damasco hanno dato immediatamente ampio risalto alla notizia, puntando il dito contro "i terroristi" e precisando che Ibrahim e Yazigi tornavano da un'attività "umanitaria". Al momento non vi sono rivendicazioni del rapimento. La zona che separa Aleppo dal confine turco è solo in teoria controllata dai ribelli anti-regime, ma in realtà è sempre più terra di nessuno, infestata di bande criminali, predoni, fondamentalisti jihadisti stranieri che non hanno molto a che fare con la causa politica degli insorti locali.
Il rapimento dei due vescovi giunge all'indomani della diffusione di notizie, ancora parziali e inverificabili sul terreno in maniera indipendente, dell'uccisione a sud-ovest di Damasco di oltre 500 persone, per lo più civili, tra cui donne e bambini, da parte di miliziani fedeli al presidente Bashar al Assad. A tal proposito, gli Stati Uniti si sono detti "colpiti e sconvolti".
All'inizio di febbraio scorso, due preti erano stati rapiti da altri uomini armati a sud di Aleppo. Di padre Michel Kayyal, armeno cattolico, e padre Maher Mahfuz, greco-ortodosso, non si hanno più notizie da allora, quando il pulmino sul quale erano a bordo diretto a Damasco era stato bloccato da miliziani
Etichette: rapimento, Siria, vescovi
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