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Timestamp: 2020-04-09 19:56:41+00:00
Document Index: 95051347

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 32', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 360', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 8', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 384']

Sentenza Cassazione Civile n. 24844 del 09/10/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24844 del 09/10/2018
Cassazione civile sez. lav., 09/10/2018, (ud. 28/06/2018, dep. 09/10/2018), n.24844
sul ricorso 5245-2014 proposto da:
avverso la sentenza n. 342/2013 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,
depositata il 15/10/2013, R.G.N. 772/2010.
Con sentenza resa pubblica il 15/10/2013 la Corte d’appello di Venezia confermava la pronuncia del giudice di prima istanza che aveva accertato l’irregolarità del primo di una serie di contratti di somministrazione di lavoro, stipulato fra la Adecco s.p.a. e la Dub Pumps s.p.a. ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20, comma 4, per “punte di più intensa attività produttiva connesse a richieste indifferibili di mercato”, in relazione al quale B.R. aveva prestato attività lavorativa in favore dell’utilizzatrice Dub Pumps s.p.a. dal 7 novembre 2005 al 23 dicembre 2006. Confermava altresì la statuizione con la quale era stato costituito un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato fra il lavoratore e l’impresa utilizzatrice, e condannata quest’ultima alla riammissione in servizio del lavoratore con mansioni proprie di operaio metalmeccanico addetto al montaggio di 3 categoria.
In parziale riforma di tale decisione, la Corte di merito condannava da Dab Pumps s.p.a. al pagamento in favore di controparte di quattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto, oltre accessori di legge, a titolo di indennità omnicomprensiva L. n. 183 del 2010, ex art. 32, comma 5.
A sostegno del decisum i giudici del gravame, per quel che qui rileva, i giudici del gravame confermavano la statuizione del primo giudice in ordine alla genericità della causale; argomentavano in ogni caso che la prova offerta in relazione alla concreta esigenza delle ragioni contrattualmente enunciate fosse del tutto inadeguata allo scopo; infatti le circostanze capitolate non facevano riferimento all’esistenza di un incremento di produzione nel periodo interessato dai contratti derivante da talune commesse delle quali non era dato conoscere l’effettiva consistenza e se esse potessero o meno dirsi ricomprese in un andamento della produzione da annoverare come normale o meno. Per contro la prova che incombe sul datore – per essere tale – avrebbe dovuto riguardare la comparazione tra il personale stabilmente alle dipendenze della società e la verifica della sua insufficienza a fronteggiare l’effettivo maggior carico di lavoro oltre alla specifica dimostrazione della sua sola temporaneità; nello specifico il tenore dei capitoli di prova, non consentiva di individuare detto collegamento causale nè di giustificare l’utilizzazione del lavoratore.
Argomenta in ordine alla coessenzialità della prova testimoniale articolata nel giudizio di merito, alla dimostrazione dell’effettiva sussistenza delle ragioni di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20 poste a fondamento del contratto di somministrazione di lavoro; deduce che, nello specifico, diversamente da quanto accertato dai giudici del gravame, i capitoli di prova – il cui contenuto analiticamente riproduce – sono stati articolati in modo sufficientemente preciso e tale da consentire uno scrutinio in sede giudiziale, della effettività della causale negoziale, rimarcando come le circostanze oggetto del capitolato di prova, fossero suffragate da dati documentali ritualmente versati in atti, che attestavano gli incrementi di attività produttiva registrati nel periodo rilevante ai fini del decisum.
Il giudice avrebbe comunque dovuto ammettere le prove, pur generiche, alla luce degli spunti di indagine derivanti dai capitoli di prova e dalla documentazione connessa, versata in atti.
4. La quarta e la quinta critica concernono la violazione e falsa applicazione del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20, comma 3 in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 si duole che la Corte di merito abbia confermato “l’irregolarità dei contratti di somministrazione intercorsi fra le parti, per l’asserita eccessiva genericità delle causali ivi indicate”.
5. La sesta censura attinge la statuizione con la quale si pretende di far conseguire al mancato adempimento dell’obbligo di specificazione della causale, la nullità del contratto.
7. Occorre premettere, per un ordinato iter motivazionale, che in numerosi e condivisi approdi, questa Corte ha attribuito alle ragioni di cui al D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20, comma 4, il significato loro proprio, di presupposti giustificativi oggettivi ed effettivamente sussistenti, distinguendo significato e ratio delle norme relative al contratto a termine ed a quello della somministrazione, non richiedendo che l’enunciazione delle ragioni risponda a quel livello di dettaglio proprio del primo tipo di contratto.
Si tratta di un orientamento condivisibile, cui si intende dare continuità, perchè non oblitera affatto la natura per così dire causale della somministrazione a termine, cioè la rilevanza giuridica della ragione giustificativa del termine e non sottrae neppure l’utilizzo della somministrazione a termine al controllo giudiziale che riguarda la sua oggettività, la sua effettiva esistenza, con conseguente esclusione della possibilità di fondare la somministrazione su ragioni meramente pretestuose, simulate o evanescenti. Nell’ottica descritta, è stato ritenuto sufficiente che l’indicazione contrattuale dia conto della ragione in concreto da fronteggiare in modo sufficientemente intellegibile, ferma comunque la possibilità per l’utilizzatore di fornire la prova dell’effettiva esistenza delle ragioni giustificative indicate anche a posteriori in caso di contestazione (vedi Cass. 15/7/2011 n. 15610; Cass. 21/2/2012 n. 2521):
Su tali premesse sono state, quindi, considerate ascrivibili alle ragioni di cui all’art. 20, comma 4, e “punte di intensa attività” non fronteggiabili con il ricorso al normale organico ed anche il semplice riferimento alle stesse è stato considerato “valido requisito formale del relativo contratto, ai sensi dell’art. 21, comma 1, lett. c” (così Cass. 3/4/2013 n.8120, Cass.21/2/2012, n.2521). A tale riguardo è stato affermato che “si tratta di causali ben note e sperimentate nella pratica contrattuale, che hanno rinvenuto espressa consacrazione in risalenti norme legali relative al contratto al termine (ed, in particolare, nel D.L. n. 876 del 1977, convertito nella L. n. 18 del 1978, che ha introdotto la disciplina del contratto a termine per punte stagionali”, poi estesa dalla L. n. 79 del 1983, art. 8-bis a tutti i settori economici, anche diversi da quello commerciale e turistico), e conferma negli orientamenti della stessa giurisprudenza, che, sotto il vigore della precedente disciplina della materia, ne aveva patrocinato una interpretazione allargata, e cioè comprensiva anche delle punte di intensificazione dell’attività produttiva di carattere meramente gestionale (v. già Cass. n.3988/1986), sì da rispondere, in perfetta consonanza con gli orientamenti contrattuali, alle più svariate esigenze aziendali di flessibilità organizzativa delle imprese.
Ne deriva che le punte di intensa attività non fronteggiabili con il ricorso al normale organico risultano sicuramente ascrivibili nell’ambito di quelle ragioni di carattere tecnico, produttivo, organizzativo o sostitutivo, anche se riferibili all’ordinaria attività dell’utilizzatore, che consentono, ai sensi del D.Lgs. n. 276 del 2003, art. 20, comma 4, il ricorso alla somministrazione di lavoro a tempo determinato e che il riferimento alle stesse ben può. costituire valido requisito formale del relativo contratto, ai sensi dell’art. 21, comma 1, lett. c, della legge stessa” (vedi Cass. 6/10/2014 n.21001, in motivazione Cass. cit. n.2521/12, Cass. n. 8120/13). In tal senso, vanno ritenuti fondati il quarto e quinto motivo di ricorso, dovendo procedersi alla correzione sul punto della motivazione, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., comma 4.
L’accertamento in fatto della ricorrenza delle condizioni che giustificavano il ricorso al lavoro in somministrazione, attraverso la valutazione e l’apprezzamento del complessivo materiale probatorio acquisito al giudizio, appartiene, poi, alla competenza esclusiva del giudice del merito e non è sindacabile in sede di legittimità laddove non emerga – come nella specie non emerge – un vizio motivazionale concernente un fatto decisivo che se fosse stato diversamente valutato avrebbe condotto, con grado di certezza e non di mera probabilità, ad un opposto esito della lite.
Con riferimento alla questione posta in relazione alle conseguenze della somministrazione irregolare, deve rilevarsi che la legittimità del contratto di fornitura costituisce il presupposto per la stipulazione di un legittimo contratto per prestazioni di lavoro temporaneo. Per scelta legislativa i vizi del contratto commerciale di fornitura tra agenzia somministrante ed impresa utilizzatrice si riverberano sul contratto di lavoro; l’illegittimità del contratto di fornitura comporta le conseguenze previste dalla legge sul divieto di intermediazione e interposizione nelle prestazioni di lavoro, quindi la conversione dello stesso da lavoro a tempo determinato in lavoro a tempo indeterminato e l’instaurazione del rapporto di lavoro con l’utilizzatore, fruitore della prestazione (ex allis, vedi Cass. 1/8/2014 n.17540).
9. Il ricorso va disatteso anche con riferimento alla censura di cui al secondo motivo, relativa all’uso dei poteri istruttori d’ufficio. Ed invero, se è da ritenere ormai principio acquisito che nel rito del lavoro, ai sensi di quanto disposto dagli artt. 421 e 437 c.p.c., essi non hanno più carattere discrezionale, ma si presentano come un potere – dovere, del cui esercizio o mancato esercizio il giudice deve dar conto (Cass. S.U. 17/6/ 2004, n. 11353), è però anche vero che al fine di poter censurare con il ricorso per Cassazione l’inesistenza di alcuna motivazione circa la mancata attivazione di tali poteri, occorre dimostrare di averne sollecitato l’esercizio, poichè diversamente si introdurrebbe per la prima volta in sede di legittimità un tema totalmente nuovo rispetto a quelli dibattuti nelle fasi di merito. L’omesso esercizio dei poteri istruttori ufficiosi da parte del giudice di merito, non può essere stigmatizzato in sede di legittimità ove la parte non abbia investito lo stesso giudice di una specifica richiesta in tal senso, indicando anche i relativi mezzi istruttori (vedi Cass. 25/10/2017 n.25374, Cass. 23/10/2014 n.22534); e nella specie, ciò non risulta sia stato fatto, essendosi la ricorrente limitata, solo in questo giudizio, a prospettare la necessità dell’integrazione istruttoria ad opera del giudice. In definitiva, sotto tutti i profili sinora delineati, le censure non si palesano meritevoli di accoglimento.
10. Il ricorso va pertanto, rigettato, nulla disponendosi in ordine alle spese del presente giudizio, non avendo articolato difese la parte intimata.