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Timestamp: 2019-01-20 19:32:53+00:00
Document Index: 180049609

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24 settembre 2013 (*)
Nella causa C‑221/11,
avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dall’Oberverwaltungsgericht Berlin‑Brandenburg (Germania), con decisione del 13 aprile 2011, pervenuta in cancelleria l’11 maggio 2011, nel procedimento
composta da V. Skouris, presidente, K. Lenaerts, vicepresidente, A. Tizzano, L. Bay Larsen, T. von Danwitz, A. Rosas (relatore) e M. Berger, presidenti di sezione, E. Levits, A. Ó Caoimh, J.‑C. Bonichot, A. Arabadjiev, C. Toader, J.‑J. Kasel, M. Safjan e D. Šváby, giudici,
– per il governo francese, da G. de Bergues e D. Colas nonché da B. Beaupère‑Manokha, in qualità di agenti;
– per il Consiglio dell’Unione europea, da J. Monteiro, nonché da E. Finnegan e Z. Kupčová, in qualità di agenti;
5 Al fine di conseguire tali obiettivi, è stata prevista la progressiva attuazione di un’unione doganale in tre fasi. L’Associazione istituita dall’accordo di cui trattasi (in prosieguo: l’«Associazione CEE‑Turchia») prevede infatti una fase preparatoria, al fine di consentire alla Repubblica di Turchia di rafforzare la propria economia con l’aiuto della Comunità (articolo 3 di detto Accordo), una fase transitoria, nel corso della quale sono assicurati l’attuazione progressiva di un’unione doganale e il ravvicinamento delle politiche economiche (articolo 4 dello stesso Accordo), e una fase definitiva, che è basata sull’unione doganale e implica il rafforzamento della coordinazione delle politiche economiche delle parti contraenti (articolo 5 dello stesso Accordo).
26 La sig.ra Demirkan ha interposto appello avverso tale sentenza dinanzi all’Oberverwaltungsgericht Berlin-Brandenburg (Corte amministrativa d’appello di Berlino‑Brandeburgo).
28 Il giudice del rinvio osserva, in secondo luogo, che, il 1° gennaio 1973, data di entrata in vigore del Protocollo addizionale nei confronti della Repubblica federale di Germania, un soggiorno finalizzato ad una visita a familiari, come quello richiesto dalla sig.ra Demirkan, non era soggetto ad un obbligo di visto ai sensi del diritto tedesco. Tale giudice rileva tuttavia che la giurisprudenza della Corte, in particolare la sentenza del 19 febbraio 2009, Soysal e Savatli (C‑228/06, Racc. pag. I‑1031), non precisa se il divieto di nuove restrizioni alla libera prestazione dei servizi sancito dall’articolo 41, paragrafo 1, del Protocollo addizionale includa anche la libera prestazione dei servizi cosiddetta «passiva», ossia la libertà per i destinatari di servizi di uno Stato di recarsi in un altro Stato per fruire ivi di una prestazione di servizi. In Germania tale questione sarebbe controversa, tanto nella giurisprudenza quanto nella dottrina. Secondo la tesi maggioritaria in Germania, la clausola di «standstill» comprenderebbe la libera prestazione dei servizi sia attiva che passiva.
30 Il giudice del rinvio rileva al riguardo che, per difendere un’interpretazione estensiva dell’ambito di applicazione della libera prestazione dei servizi passiva, una parte della dottrina tedesca si basa sul punto 15 della sentenza della Corte del 24 novembre 1998, Bickel e Franz (C‑274/96, Racc. pag. I‑7637), in cui quest’ultima ha statuito che la libera prestazione dei servizi passiva si applica a tutti i cittadini degli Stati membri che, senza godere di un’altra libertà garantita dal diritto dell’Unione, si recano in un altro Stato membro «al fine di ricevervi determinati servizi o avendo la facoltà di riceverne».
31 È in tale contesto che l’Oberverwaltungsgericht Berlin‑Brandenburg ha deciso di sospendere il giudizio e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:
35 Pertanto, ai sensi della giurisprudenza della Corte, il diritto alla libera prestazione dei servizi conferito dall’articolo 56 TFUE ai cittadini degli Stati membri, e dunque ai cittadini dell’Unione, include la libera prestazione dei servizi «passiva», ossia la libertà per i destinatari di servizi di recarsi in un altro Stato membro per fruire ivi di un servizio, senza soffrire restrizioni (sentenze Luisi e Carbone, cit., punto 16; del 2 febbraio 1989, Cowan, 186/87, Racc. pag. 195, punto 15; Bickel e Franz, cit., punto 15; del 19 gennaio 1999, Calfa, C‑348/96, Racc. pag. I‑11, punto 16, nonché del 17 febbraio 2005, Oulane, C‑215/03, Racc. pag. I‑1215, punto 37).
37 Per quanto riguarda lo status conferito ai cittadini turchi nell’ambito dell’Accordo di associazione, l’articolo 41, paragrafo 1, del Protocollo addizionale, come risulta dal suo stesso tenore letterale, enuncia in termini chiari, precisi e incondizionati una clausola non equivoca di «standstill», che vieta alle parti contraenti di introdurre nuove restrizioni alla libertà di stabilimento e alla libertà di prestazione dei servizi a partire dalla data di entrata in vigore di tale Protocollo (v., per quanto riguarda le restrizioni alla libertà di stabilimento, sentenza dell’11 maggio 2000, Savas, C‑37/98, Racc. pag. I‑2927, punto 46).
38 Secondo una giurisprudenza costante della Corte, l’articolo 41, paragrafo 1, del Protocollo addizionale ha effetto diretto. Di conseguenza, tale disposizione può essere invocata dinanzi ai giudici degli Stati membri dai cittadini turchi ai quali essa si applica (v., in tal senso, sentenze Savas, cit., punto 54; del 21 ottobre 2003, Abatay e a., C‑317/01 e C‑369/01, Racc. pag. I‑12301, punti 58 e 59; del 20 settembre 2007, Tum e Dari, C‑16/05, Racc. pag. I‑7415, punto 46, nonché Soysal e Savatli, cit., punto 45).
44 Tuttavia, l’interpretazione data alle disposizioni del diritto dell’Unione relative al mercato interno, comprese quelle del Trattato, non può essere trasposta in modo automatico all’interpretazione di un accordo concluso dall’Unione con uno Stato terzo, salvo che lo stesso accordo non contenga espresse disposizioni in tal senso (v., in tal senso, sentenze del 9 febbraio 1982, Polydor e RSO Records, 270/80, Racc. pag. 329, punti da 14 a 16; del 12 novembre 2009, Grimme, C‑351/08, Racc. pag. I‑10777, punto 29, nonché del 15 luglio 2010, Hengartner e Gasser, C‑70/09, Racc. pag. I‑7233, punto 42).
47 Inoltre, come ripetutamente statuito dalla Corte, l’estensione dell’interpretazione di una disposizione del Trattato ad una disposizione, redatta in termini paragonabili, simili o addirittura identici, figurante in un accordo concluso dall’Unione con uno Stato terzo dipende in particolare dalla finalità perseguita da ciascuna di queste disposizioni nel proprio ambito specifico. A tal riguardo, la comparazione tra gli obiettivi e il contesto dell’accordo, da un lato, e quelli del Trattato, dall’altro, assume una notevole importanza (v. sentenze del 1° luglio 1993, Metalsa, C‑312/91, Racc. pag. I‑3751, punto 11; del 27 settembre 2001, Gloszczuk, C‑63/99, Racc. pag. I‑6369, punto 49, e del 29 gennaio 2002, Pokrzeptowicz‑Meyer, C‑162/00, Racc. pag. I‑1049, punto 33).
48 Per quanto riguarda, in particolare, l’associazione CEE‑Turchia, dal punto 62 della sentenza dell’8 dicembre 2011, Ziebell (C‑371/08, Racc. pag. I‑12735), risulta che, per decidere se una disposizione del diritto dell’Unione si presti ad un’applicazione analogica nell’ambito di tale associazione, si deve comparare la finalità perseguita dall’Accordo di associazione nonché il contesto in cui questo si inserisce, da un lato, con quelli del testo giuridico di diritto dell’Unione di cui trattasi, dall’altro.
50 In primo luogo, per quanto attiene agli obiettivi, la Corte ha già statuito che l’associazione CEE‑Turchia persegue una finalità esclusivamente economica (sentenza Ziebell, cit., punto 64). Infatti, l’Accordo di associazione e il suo Protocollo addizionale mirano essenzialmente a favorire lo sviluppo economico della Turchia (sentenza Savas, cit., punto 53).
53 Lo sviluppo delle libertà economiche per consentire una libera circolazione delle persone di ordine generale, che sia paragonabile a quella applicabile, ai sensi dell’articolo 21 TFUE, ai cittadini dell’Unione, non è oggetto dell’Accordo di associazione. Infatti, un principio generale di libera circolazione delle persone tra la Turchia e l’Unione non è affatto previsto da tale accordo e dal suo Protocollo addizionale, e neppure dalla decisione n. 1/80 del Consiglio di associazione, del 19 settembre 1980, relativa allo sviluppo dell’associazione, che riguarda unicamente la libera circolazione dei lavoratori. L’Accordo di associazione garantisce d’altronde il godimento di taluni diritti unicamente nel territorio dello Stato membro ospitante (v., in tal senso, sentenza del 18 luglio 2007, Derin, C‑325/05, Racc. pag. I‑6495, punto 66).