Source: http://avvocatopenalista.org/contenuto.php?id=17038
Timestamp: 2020-07-10 23:10:53+00:00
Document Index: 121052581

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 615', 'art. 614', 'art. 624', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 234', 'sentenza ', 'art. 234', 'art. 266']

È diffamazione se l’ispettore del lavoro dà del “testa di c.” al titolare della ditta in sua assenza
Reati contro l’onore. condannato per il reato di diffamazione un funzionario del Nucleo Ispettorato del Lavoro che, nel corso di un colloquio informativo con un lavoratore, aveva offeso il decoro e la reputazione del datore di lavoro al quale si riferiva affermando che fosse una
Cassazione penale, sezione V, sentenza 7 maggio 2020, n. 14005
CONSIDERATO IN DIRITTO 1. Il ricorso non è fondato.
2. Con riguardo al primo motivo, il reato di cui all'art. 615 bis c.p. punisce chiunque, mediante l'utilizzo di strumenti di ripresa visiva o sonora, si procura indebitamente notizie o immagini attinenti alla vita privata svolgentesi nei luoghi indicati dall'art. 614 c.p., ovvero che si svolgano nell'abitazione altrui o in altro luogo di privata dimora, o nelle appartenenze di esso. Nel pronunciarsi con riguardo alla configurabilità del reato previsto dall'art. 624 bis c.p., le Sezioni Unite hanno affermato che rientrano nella nozione di privata dimora esclusivamente i luoghi nei quali si svolgono non occasionalmente atti della vita privata, e che non siano aperti al pubblico nè accessibili a terzi senza il consenso del titolare, compresi quelli destinati ad attività lavorativa o professionale. (Sez. U, n. 31345 del 23/03/2017, D'Amico, Rv. 270076). Sulla scia di tale direttrice si è ritenuto luogo di privata dimora la toilette di uno studio professionale, trattandosi di locale il cui accesso è riservato al titolare ed ai dipendenti dello studio ed è consentito a clienti e fornitori solo in presenza di positiva volontà del personale, (Sez. 5, n. 4669 del 07/11/2017 Rv. 272279), nonchè lo spogliatoio di un circolo sportivo (Rv 262815), o le docce di una piscina comunale (Sez. 5, n. 28174 del 14/05/2015,Rv. 265310), o, ancora, l'ambulatorio di un ospedale, essendo il suo uso riservato al personale e ai singoli pazienti che vi sono ammessi ed essendo irrilevante la circostanza che ad usare il locale sia anche l'autore dell'indebita interferenza in quanto il reato di cui all'art. 615 bis mira a tutelare la riservatezza domiciliare della persona offesa (Sez. 3 -, n. 47123 del 24/05/2018, Rv. 274419). La nozione in questione include, dunque, ogni luogo in cui la persona si trattenga per compiere anche in modo transitorio e contingente atti della vita privata, dalla quale vanno escluse le zone che non assolvono alla funzione di consentire l'esplicazione della vita privata al riparo di sguardi indiscreti, essendo destinati all'uso di un numero indeterminato di soggetti (Sez. 5, n. 34151 del 30/05/2017 Rv. 270679). Così è stata esclusa tale connotazione, ad esempio, con riguardo alle scale condominiali e ai relativi pianerottoli, o alle riprese dell'area condominiale destinata a parcheggio e del relativo ingresso, trattandosi di luoghi destinati all'uso di un numero indeterminato di persone e, pertanto, esclusi dalla tutela di cui all'art. 615 bis c.p., la quale concerne, sia che si tratti di "domicilio", di "privata dimora" o "appartenenze di essi", una particolare relazione del soggetto con l'ambiente in cui egli vive la sua vita privata, in modo da sottrarla ad ingerenze esterne indipendentemente dalla sua presenza. (Sez. 5, n. 44701 del 29/10/2008, Rv. 242588). Poichè ciò che rileva ai fini della configurabilità del reato è la violazione della riservatezza domiciliare della persona offesa, indipendentemente dalla disponibilità di quel domicilio anche da parte dell'autore dell'indebita intercettazione, in applicazione del principio, sono considerate inutilizzabili, in quanto acquisite in violazione della norma dell'art. 615 bis c.p., le prove ottenute attraverso una interferenza illecita nella vita privata (Sez. 5, n. 35681 del 30/05/2014, Rv. 261445); anche se effettuate dal coniuge in danno dell'altro, nella comune abitazione (Sez. 5, n. 39827 del 08/11/2006, Rv. 234960).
2.2. Correttamente, il giudice gravato ha escluso che si sia trattato di una captazione illecita, anche richiamando l'orientamento secondo cui la registrazione fonografica di un colloquio, svoltosi tra presenti o mediante strumenti di trasmissione, ad opera di un soggetto che ne sia partecipe, o comunque sia ammesso ad assistervi, non è riconducibile, quantunque eseguita clandestinamente, alla nozione di intercettazione, poichè, invece, costituisce una forma di memorizzazione fonica di un fatto storico, (Sez. 6, n. 31342 del 16/03/2011, Rv. 250534; Sez. 2, n. 50986 del 06/10/2016,Rv. 268730) della quale l'autore può disporre legittimamente, anche a fini di prova nel processo, secondo la disposizione dell'art. 234 c.p.p., salvi gli eventuali divieti di divulgazione del contenuto della comunicazione che si fondino sul suo specifico oggetto o sulla qualità rivestita dalla persona che vi partecipa (Sez. U. n. 36747 del 28/05/2003, Torcasio e altro, Rv. 225465), nel caso di specie non ricorrenti. Nella sentenza impugnata si rinviene, peraltro, il richiamo alla pronuncia di questa Sezione che ha affermato che è legittimamente acquisito ed utilizzato, ai fini dell'affermazione della responsabilità penale, un filmato effettuato con un telefonino, in quanto l'art. 234 c.p.p. consente l'acquisizione non solo di scritti ma anche di altri documenti che rappresentano fatti, persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia o qualsiasi altro mezzo ed, al riguardo, è del tutto irrilevante che le registrazioni siano effettuate in conformità alla disciplina della privacy, la quale non costituisce sbarramento all'esercizio dell'azione penale. (Sez. 5, n. 2304 del 28/11/2014 (dep. 2015) Rv. 262686). Deve, quindi, escludersi anche che una tale registrazione costituisca intercettazione "ambientale" soggetta alla disciplina dell'art. 266 c.p.p. e ss., avendo, piuttosto, la specifica finalità di precostituire una prova da far valere in giudizio. (Sez. 2, n. 3851 del 21/10/2016 (dep. 2017) Rv. 269089).