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Timestamp: 2020-08-15 08:56:59+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 10778 del 03/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10778 del 03/05/2017
Cassazione civile, sez. VI, 03/05/2017, (ud. 23/03/2017, dep.03/05/2017), n. 10778
sul ricorso 1986-2016 proposto da:
(OMISSIS), in persona dei legale rappresentante in proprio e quale
G.M.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
AURELIA, 641, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO DE STEFANO che
la rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente all’avvocato
ATTILIO CUCARI, giusta procura speciale in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 1117/2014 della CORTE D’APPELLO di MILANO,
che, con sentenza del 9.1.2015 la Corte di appello di Milano confermava la decisione del Tribunale di Monza che aveva accolto l’opposizione a ruolo esattoriale per il pagamento di contributi a percentuale asseritamente dovuti alla Gestione Commercianti per l’anno 2005, per un importo pari ad Euro 6.943,78, proposta da G.M.C., condividendo la valutazione espressa in ordine alla insussistenza dell’obbligo della predetta di versare la contribuzione obbligatoria di pertinenza della Gestione Commercianti dell’INPS in qualità di socia accomandataria della s.a.s. Alechi sas;
che la Corte evidenziava che non assumeva rilievo la circostanza che la società, dopo il trasferimento dell’azienda, costituita dall’esercizio commerciale denominato “(OMISSIS)” mediante atto del 1.3.2004, avesse anche per gli esercizi successivi al detto trasferimento continuato a dichiarare proventi a fini fiscali, posto che alla cessione erano seguite le necessarie operazioni liquidatorie preliminari alla definitiva estinzione della società e che non poteva rilevare la tardività con la quale l’appellata aveva denunciato all’INPS la cessazione dell’attività aziendale, evincendosi dalla documentazione prodotta che l’esercizio commerciale era cessato a seguito del detto trasferimento a terzi fin dal marzo 2004, così come priva di significato era la circostanza riferita alla prosecuzione da parte della G., del pagamento dei contributi nella misura fissa alla Gestione Commercianti in epoca successiva a tale cessazione, trattandosi di condotta in sè priva di valenza confessoria ai fini considerati, stante la rilevata mancata dimostrazione, da parte dell’INPS, oneratone, in ordine alla sussistenza dei presupposti del credito azionato mediante la cartella opposta;
che avverso tale sentenza l’INPS, in proprio e nella qualità epigrafata ha proposto ricorso per cassazione affidato ad unico motivo, al quale ha opposto difese la G., con controricorso;
che la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio in prossimità della quale la G. ha depositato memoria.
che viene denunziata violazione e/o falsa della L. 22 luglio 1966, n. 613, art. 1, della L. 27 novembre 1960, n. 1397, art. 1 così come modificato dalla L. dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203, della stessa L. n. 1397 del 1960, art. 2 e della L. n. 233 del 1990, artt. 1 e 2 assumendosi: che, contrariamente a quanto sostenuto nella impugnata sentenza il socio accomandatario era per ciò stesso, in quanto unico soggetto abilitato a compiere atti in nome della società, tenuto alla iscrizione nella Gestione Commercianti perchè l’esercizio dell’attività commerciale in modo abituale e prevalente era “in re ipsa”, ossia immediatamente e direttamente correlato all’essere socio con poteri di gestione della società, rivestendo l’altro socio la veste di accomandante, peraltro neanche sostituito dopo il suo decesso; che per tutto il 2006 la G. aveva versato alla Gestione commercianti presso l’INPS i contributi cd “fissi”, di cui non era stata chiesta la ripetizione e che per il 2005 la stessa aveva dichiarato un reddito complessivo pari ad euro 45.000, dichiarando nel modello RR della dichiarazione dei redditi di essere stata assoggettata a contribuzione presso la Gestione commercianti per gli anni dal 2004 al primo trimestre del 2006;
che il ricorso è qualificabile come inammissibile alla luce della recente pronunzia di questa Corte in relazione alla portata applicativa dell’art. 360 bis c.p.c. (Cass. s. u. 7155/2017);
che, infatti, – e prescindendo dai rilievi di cui alla memoria della G., che qualificano, per desumerne la carenza di interesse all’impugnazione, il comportamento dell’INPS di esecuzione della pronunzia di secondo grado come espressione dell’ esercizio dei poteri di autotutela, laddove il comportamento è connesso all’esecutività della pronuncia oggetto di impugnazione – presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è che sia provato, in conformità a quanto previsto dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1 comma 203, che ha sostituito la L. 3 giugno 1975, n. 160, art. 29, comma 1 (requisiti previsti per ritenere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali), lo svolgimento di un’attività commerciale che, nella specie, risulta essere stato escluso con un accertamento in fatto da parte della Corte del merito supportato da una motivazione adeguata ed immune dai denunciati vizi;
che la Corte di Milano si è attenuta al principio affermato da questa Corte (cfr. Cass. 26.2.2016, n. 3835), secondo cui “ai sensi della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203, che ha modificato la L. n. 160 del 1975, art. 29 e della L. n. 45 del 1986, art. 3 nelle società in accomandita semplice la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto assicuratore”;
che, all’esito di articolato excursus normativo regolante la materia, integralmente richiamabile nella presente sede in relazione a fattispecie che involge l’esame di questioni sovrapponibili, nella richiamata pronuncia è stato chiarito che, così come nelle società in nome collettivo non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione il regime della responsabilità illimitata del socio, parimenti nella società in accomandita semplice l’accomandatario sarà tenuto all’iscrizione solo qualora partecipi direttamente al lavoro aziendale e detta partecipazione sia abituale e prevalente;
che è stato escluso che il requisito di cui alla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203, lett. c, debba necessariamente discendere dalla qualità di accomandatario, poichè, rispetto alle previsioni della L. n. 1397 del 1960, così come successivamente integrata e modificata, vanno tenuti distinti i due piani del funzionamento della società, dell’amministrazione con i connessi poteri, e della gestione della attività commerciale, che ben può essere affidata a terzi estranei alla compagine sociale o ad altri soci che non siano anche amministratori della società;
che, quanto ai requisiti che devono ricorrere per l’iscrizione alla gestione commercianti, è stato ritenuto ancora attuale quanto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 3240 del 12.2.2010 nella quale è stato evidenziato che “detta assicurazione è posta a protezione, fin dalla sua iniziale introduzione, non già dell’elemento imprenditoriale del lavoratore autonomo, sia esso commerciante, coltivatore diretto o artigiano, ma per il fatto che tutti costoro sono accomunati ai lavoratori dipendenti dall’espletamento di attività lavorativa abituale, nel suo momento esecutivo, connotandosi detto impegno personale come elemento prevalente (rispetto agli altri fattori produttivi) all’interno dell’impresa”;
che ogni altro richiamo giurisprudenziale contenuto in ricorso riguarda la diversa questione della duplicità della iscrizione, laddove nella presente fattispecie la questione dibattuta attiene alla partecipazione personale del socio accomandatario al lavoro aziendale; che, nel caso di specie La Corte ha, infatti, rilevato che la S.a.s. Alechi non svolgeva alcuna attività commerciale a far data dal trasferimento dell’esercizio commerciale “(OMISSIS)” e che non emergeva dalle visure camerali effettuate l’esistenza in capo a detta società di altre unità locali ove venisse esercitata attività analoga a quella espletata in detto esercizio, attività definitivamente cessata all’atto dell’indicata cessione, salvo l’espletamento di operazioni liquidatorie che avevano determinato i proventi dichiarati a fini fiscali;
che, peraltro, e con riferimento alla questione posta più specificamente nella presente controversia, è sufficiente osservare che questa Corte ha affermato il principio (Cass. n. 3835 del 26 febbraio 2016) secondo cui ai sensi della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203, che ha modificato la L. n. 160 del 1975, art. 29 e della L. n. 45 del 1986, art. 3 nelle società in accomandita semplice la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto assicuratore, prova che, nel caso in esame, secondo i giudici di merito, non è stata fornita, essendo emerso, come già sopra indicato, che la G. non svolgeva un’effettiva attività di lavoro autonomo con un minimo di consistenza ed abitualità;
che non è pertanto condivisibile l’assunto dell’istituto previdenziale secondo cui per il socio accomandatario della s.a.s. l’obbligo della iscrizione alla gestione commercianti dovrebbe sorgere automaticamente, in ragione della posizione rivestita all’interno della società, essendo l’accomandatario l’unico soggetto abilitato a compiere atti in nome della s.a.s., non essendo, come già detto, sufficiente il requisito di cui alla lett. b), ossia la responsabilità illimitata per gli oneri ed i rischi della gestione, ma essendo rilevante il coinvolgimento con abitualità e prevalenza nell’esercizio dell’attività aziendale, non differenziando la disposizione in commento in alcun modo l’accomandatario dal socio della s.n.c. e risultando detta equiparazione senz’altro coerente con la disciplina codicistica, atteso che, a norma dell’art. 2318 c.c., “i soci accomandatari hanno i diritti e gli obblighi dei soci della società in nome collettivo”;
che non rileva ai fini considerati la mancanza di prova idonea ad escludere la presunzione normativa di esercizio di attività imprenditoriale ricollegabile, secondo l’assunto dell’istituto, alla circostanza che la società fosse costituita in forma diversa da quella semplice;
che pertanto, essendo da condividere nella sostanza la proposta del relatore, il ricorso va dichiarato inammissibile con ordinanza, ai sensi dell’art. 360 bis c.p.c.;
che le spese del presente giudizio vanno regolate come da dispositivo, tenuto conto della nota spese allegata alla memoria;
che sussistono le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater;
dichiara inammissibile il ricorso e condanna l’INPS al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in Euro 100,00 per esborsi, Euro 1500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge, nonchè al rimborso delle spese forfetarie in misura del 15%.