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Timestamp: 2017-05-24 08:04:37+00:00
Document Index: 52194695

Matched Legal Cases: ['art 33', 'art 34', 'art 29', 'art 30', 'art 144', 'art 3', 'art 29', 'art 144', 'art 3', 'art 6', 'art 31', 'art 147', 'art 315', 'art 390', 'art 316', 'artt 155', 'art 10', 'art 51', 'art 2', 'art 3', 'art 25', 'art 3', 'art 4', 'art 16', 'art 17', 'art 18', 'art 1', 'art 2', 'art 3', 'art 7', 'art 9', 'art 13', 'art 15', 'art18', 'art19', 'art 20', 'art21', 'art 23', 'art 26', 'art 27', 'sentenza ', 'art 52']

Ferdinando Imposimato: 2008
I principi fondamentali che regolano i rapporti etico - sociali, con
particolare riguardo a quelli relativi all'istituzione familiare e ai
compiti dei genitori di
Lo Stato e la Famiglia secondo Aristotele e Socrate
costituzione si ispira alla concezione aristotelica della
famiglia. Essa era intesa, nell'antica Grecia, come perno dello Stato democratico, e per questo meritevole di un preciso
riconoscimento e di tutela nella Costituzione di Atene.
Per Aristotele, solo esaminando di quali elementi fondamentali
risulta composto lo Stato, si ha una visione chiara dello Stato. Il grande filosofo, che Dante definisce come “il
maestro di color che sanno”, afferma:
“La comunità che si costituisce per la vita quotidiana secondo natura è la famiglia, e la prima comunità che risulta dalla sintesi tra
più famiglie è il villaggio”. “La comunità che risulta
dall'insieme di più villaggi è lo Stato,
perfetto, che raggiunge il limite dell'autosufficienza completa”.
“Lo Stato –
osserva Aristotele - esiste per rendere
possibile agli uomini una vita
felice” E a questa concezione
della Stato, portatore di felicità, si è
ispirata la Costituzione americana secondo cui lo scopo
principale cui mira lo Stato americano è la felicità dei cittadini. Anche la
Costituzione italiana ha assunto la famiglia come società
naturale, cardine della società e meritevole di tutela e di
agevolazione sul piano economico. E dunque, sia la
Costituzione Italiana che quella americana hanno introdotto i principi costituzionali affermati , 450 anni a c n, da Aristotele
nel suo trattato sulla politica (Politica Aristotele. Laterza Bari).
Il filosofo ateniese sostenne che lo Stato
stesso, prima ancora della famiglia, è “una
società naturale”. E cioè che esso nasce fin da quando esiste l'uomo.
L'essere umano per natura è un
essere sociale: chi vive fuori della comunità statale o è un abietto o è superiore
all'uomo, rileva Aristotele. “Poiché
la natura non fa niente senza scopo e l'uomo, solo tra gli animali,
ha la parola, fatta per esprimere ciò che è giovevole e
ciò che è nocivo, e di conseguenza il
giusto e l'ingiusto, e tutti gli altri
valori, il possesso comune di questi
valori costituisce la famiglia e lo Stato”
( Politica di Aristotele p 6 e 7 Laterza Bari) . Aristotele spiega che lo Stato è anteriore
alla famiglia, poiché lo Stato è
“il tutto, deve essere
necessariamente anteriore alla parte, cioè all'uomo”. Nessuno può pensare che un braccio esiste senza il corpo. Per
natura in tutti gli uomini esiste la spinta verso la partecipazione alla vita dello Stato passando attraverso la famiglia.
E “chi costituì per primo
fu causa di grandissimi beni”. “La giustizia è elemento
essenziale dello Stato; il diritto è il principio ordinatore
dello stato, e la giustizia è determinazione di ciò che
è giusto” ( p 7 Politica
Aristotele Laterza Bari ). Studiando la
famiglia nei suoi
elementi più semplici, Aristotele rileva che essi sono
“marito e moglie, padri e
figli, padroni e schiavi”. E
che l'essenza della famiglia è il “rapporto
matrimoniale tra uomo e donna e la procreazione dei figli”. Aristotele respinge l'idea socratica di uno Stato
in cui possa esistere una sola grande famiglia, nella quale vi sia comunanza di
donne, figli e beni. Aristotele riconosce che
uno Stato debba avere necessariamente delle cose
in comune, come il
territorio, o il mare
o i fiumi, ma questa comunione non
si può estendere alle donne ed ai figli e alla proprietà. Socrate sosteneva che “lo Stato ideale che aspira alla massima unità
come suo bene supremo” è quello in cui si realizza “la
comunanza di donne, figli e averi”,
come afferma Platone nella Repubblica. Lo Stato perfetto,
secondo Socrate, è quello in cui esiste una unica
grande famiglia: ma Aristotele
replica che “se lo stato, nel
suo processo di unificazione é sempre più uno (nel
senso di unito), cioè riesce a realizzare una
sola grande famiglia, non
sarà neppure uno Stato, perchè
lo Stato – e qui è un'altra
geniale intuizione di Aristotele - è
pluralità, mentre diventando sempre più una sola entità,
si ridurrà a famiglia da Stato e a uomo da famiglia: in realtà
dobbiamo ammettere – conclude Aristotele - che la famiglia è
più di una nello Stato: di conseguenza chi fosse in grado di realizzare tale
unità di tutti gli uomini e
delle donne e dei beni, non dovrebbe farlo perchè
distruggerebbe lo Stato”
(Aristotele politica Laterza p 32). Infatti una unica
grande famiglia con la comunanza di donne , di figli e di
proprietà – una sorta di comunismo integrale -
porterebbe non alla concordia,
presupposto per la felicità di tutti i cittadini, ma alla
discordia. Infatti “ di quel che appartiene a molti non
si preoccupa più nessuno, perchè gli uomini badano soprattutto a
quel che è di proprietà di ciascuno di loro, di meno a
quel che è possesso comune, o tutt'al più nei limiti
del loro personale interesse.” E dunque
occorre che nello Stato esistano una miriade di famiglie, ciascuna
fornita della propria autonomia ed individualità. La
famiglia secondo Voltaire
famiglia, il filosofo Voltaire, il padre dell'illuminismo francese, come Aristotele non riconobbe altra famiglia che quella
formata da uomo, donna e figli. Voltaire, pure essendo il filosofo della tolleranza
e critico feroce di ogni forma di intolleranza, e per questo
nemico della intolleranza, della superstizione, del fanatismo e della
religione cristiana, responsabili di crimini orrendi commessi
con la copertura del Tribunale della Inquisizione - memorabile
è la storia della condanna a morte di Jean Calais per
puro fanatismo religioso - mostrò a sua volta una
intolleranza assoluta verso la famiglia omosessuale
ed in particolare verso la pederastia, che condannò ferocemente, chiedendosi, a proposito
dell'amore cd socratico, cioè tra uomini o tra donne e
soprattutto tra adulti e bambini, “ come
è possibile che un vizio, distruttore del genere umano se
fosse universale, che un attentato infame contro la natura sia
tuttavia così naturale? Esso appare come l'estremo grado della
corruzione consapevole. E' entrato in cuori novizi che non hanno
conosciuto né l'ambizione né la frode né la sete
di ricchezza: è la gioventù cieca che, per un istinto
confuso, precipita in questo disordine uscendo dalla infanzia”
Egli proseguì dicendo: “Non posso
sopportare che si sostenga che i greci abbiano autorizzato questa licenza. Si cita il legislatore Solone perché
in due versi disse: “amerai un bel
ragazzo finché il suo mento non abbia barba”. Ma diciamo
la verità, Solone era legislatore quando compose questi due
versi ridicoli?” . (Voltaire dizionario
filosofico edizione Newton Compton Roma p 12-14)
rapporti etico sociali con particolare riguardo alla famiglia secondo la Costituzione
etico sociali sono disciplinati dagli articoli 29- 34 della
Costituzione e riguardano i diritti della famiglia, intesa come
società naturale fondata sul matrimonio, i rapporti dei
genitori con i figli, la tutela della salute come diritto
dell'individuo ed interesse della collettività, il diritto
alla istruzione e la prevalenza della scuola pubblica (art 33
Costituzione), prevedendo che i privati possano istituire scuole ed istituti di educazione senza oneri per lo Stato, e il sostegno economico per i meritevoli (art 34 3 comma Costituzione)
costituzione repubblicana dedica particolare attenzione all'istituto
della famiglia ed ai compiti dei genitori verso i figli.
L'art 29 della Costituzione afferma che la “Repubblica riconosce i diritti
della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.
Aggiunge che “il matrimonio è
ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i
limiti stabiliti dalla legge a garanzia della unità
familiare”. Tale norma va interpretata,
da un lato, come presa d'atto del valore originario e pregiuridico
della Famiglia e del suo assetto fondamentale di istituzione che soddisfa bisogni fondamentali dell'individuo: come il
completamento della sua personalità con la scelta di un
“compagno” con cui affrontare le difficoltà della
esistenza; la procreazione e l'educazione della prole. Dall'altro
come impegno a rispettare l'autonomia delle singole famiglie, salva
la necessità di intervenire a difesa dei figli “nei casi
di incapacità dei genitori” ( art 30 comma 2
Costituzione). Naturalmente non vi è un modello universale ed immutabile di famiglia, ma vari tipi storicamente condizionati.
Difatti nella società di un tempo, prevalentemente agricola,
la famiglia tendeva ad organizzarsi come unità produttiva, sia
verso l'esterno, per il mercato, sia rivolta all'interno della
comunità familiare stessa. La famiglia aveva scarsa mobilità,
accentramento gerarchico, con i poteri del paterfamilias sulla moglie
e sui figli, rigida distribuzione dei ruoli. Solo a partire dalla
metà degli anni settanta, con il processo di
industrializzazione, si è verificata la disgregazione della
famiglia antica, sia sul piano della composizione numerica , con il
passaggio alla cd famiglia nucleare, composta dai soli genitori e
figli, sia sul piano della contrazione dei poteri del capofamiglia,
sia sul piano della riduzione della funzioni svolte all'interno della
famiglia, come l'assistenza e la istruzione. oggi affidate totalmente
ad istituzioni pubbliche.
Esemplare è
la evoluzione della posizione sociale e giuridica della
donna , da soggetto incapace di agire senza autorizzazione del
marito, “tenuta ad accompagnare il
marito dovunque egli crede opportuno di fissare la sua residenza”
( come stabiliva l'art 144 cc nel testo originario) e a
prestargli obbedienza in cambio del diritto al mantenimento, a
soggetto con “pari dignità
sociale” (art 3 Cost), rispetto
al marito, dovendo “il matrimonio essere
ordinato sulla uguaglianza morale e giuridica dei coniugi”
(art 29 Cost). L'adeguamento al precetto costituzionale, però,
richiese una profonda modifica del codice civile, poiché il
testo originario manteneva la moglie in una posizione di
subordinazione, attribuendo al marito la qualifica di “capo
della famiglia” investito di una “potestà
maritale” sulla moglie ( art 144 cc
del vecchio testo). Ma la Corte Costituzionale era intervenuta
ripetutamente a dichiarare la illegittimità di norme del
codice civile e penale in contrasto con il principio di parità
tra i coniugi. Nel 1970 si registrava l'introduzione del
divorzio, per cui il matrimonio non era più indissolubile.
Cinque anni dopo, con legge 19 maggio 1975 n 151, veniva
varata una riforma profonda che disponeva l'innalzamento della
età per contrarre matrimonio, profonde modifiche sulle
cause di invalidità delle nozze (con la previsione
dell'errore della violenza e del dolo), l'integrale
parificazione dei coniugi nel governo della famiglia e nella
potestà sui figli, l'abolizione della separazione personale
dei coniugi “per colpa”, la comunione dei beni, la
attribuzione della azione di disconoscimento della paternità
pure alla madre ed al figlio; la riconoscibilità dei
figli naturali procreati in costanza di matrimonio; l'ammissibilità
di una illimitata ricerca giudiziale della paternità
naturale; la sostanziale equiparazione dei figli naturali e dei
figli legittimi; il miglioramento dei diritti successori del coniuge superstite e dei figli naturali.
legittima è quella fondata sul matrimonio. La famiglia
di fatto è quella costituita da persone che, pur non essendo
legate tra loro dal matrimonio, convivono more uxorio, insieme
agli eventuali figli nati dalla loro unione. In realtà
la nostra costituzione tutela anche i “diversi” -
omosessuali, bisessuali, transessuali - all'art 3 della Costituzione,
quando dice che “tutti i cittadini sono uguali davanti alla
legge e hanno pari dignità sociale, senza distinzione di
sesso.... e di condizioni personali e sociali”, in
cui la locuzione “condizioni personali”
vuole dire anche “omosessuali”. Ma non tutela le
famiglie tra omosessuali, che pure esistono ma non ricevono alcuna
tutela giuridica, a differenza della famiglia di fatto.
riconoscimento dei diritti della famiglia, contenuto nell'articolo 29
della costituzione, si rivolge solo alla famiglia fondata sul
matrimonio. Peraltro anche la famiglia di fatto ha acquistato profili
di rilevanza giuridica, che trova tutela nell'articolo 2 della
Costituzione, che fa riferimento alle formazioni sociali nelle quale
l'individuo esplica la proprio personalità. Per esempio alla
convivente more uxorio si riconosce il diritto al risarcimento
del danno, in caso di uccisione del convivente; il diritto di
subentrare nel contratto di locazione intestato all'altro convivente
( art 6 L n 392/1978). Il
riconoscimento della famiglia come cardine della società e
dello Stato venne completato dalla previsione all'art 31 della
Costituzione, dell'obbligo della Repubblica, di agevolare con
misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e
l'adempimento dei compiti relativi con particolare riguardo
alle famiglie numerose. Norma che è sostanzialmente
inapplicata. Aldo Moro
fece un intervento all'assemblea costituente del 6 novembre 1946 con cui non solo sollecitava l'introduzione di un dovere dello
stato di sostenere oneri finanziari in favore delle famiglie,
ma si opponeva a coloro che volevano inserire la garanzia
costituzionale della famiglia nel preambolo senza impegnare lo Stato
con un programma preciso. Infatti era necessario per Aldo
Moro che “lo
Stato assumesse il compito di permettere questo libero atto, tante
volte ostacolato da condizioni economiche”.
Così come riteneva necessario fare riferimento alle famiglie
numerose, specialmente se si tiene presente che i
commissari democristiani hanno sostenuto la necessità di
salari familiari.
Moro difese
anche il principio che, in caso di incapacità dei
genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti.
Alla obiezione della Presidente che la norma fosse simile a quella
fascista secondo cui lo Stato interferiva nella educazione della prole, obiettò che si tratta invece di tutelare i
figli, “nei casi limite in cui è necessario
fare riferimento ad un eventuale intervento dello Stato
per ragioni economiche e morali, come ad esempio nel caso di
famiglie che abbandonano la prole in mezzo alla strada” (
atti della costituente 7 novembre 1946)
impone ad ambedue i coniugi l'obbligo di mantenere, istruire ed
educare i figli , tenendo conto delle capacità naturali, delle
inclinazioni e delle aspirazioni dei figli. Tale
dovere, che riguarda non solo i figli legittimi ma anche i figli
naturali cioè nati fuori del matrimonio, è
sancito dall'articolo 30 della Costituzione che afferma testualmente “E' dovere e diritto dei genitori mantenere,
istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio”. Il principio in questione è affermato anche dall'art 147 cc.
Da notare che secondo la dottrina e la giurisprudenza della SC, tale
dovere non cessa automaticamente allorché i figli
raggiungono la maggiore età ma perdura fino a quando
non abbiano raggiunto una propria autonomia ed indipendenza
economica. E sempre che lo stato di bisogno non dipenda
da una scelta del figlio di non lavorare. Viene meno
l'obbligo del mantenimento quando il mancato svolgimento
dell'attività economica dipende da un atteggiamento di
inerzia ovvero da un rifiuto ingiustificato del
lavoro, “il cui accertamento deve però essere
ancorato alle aspirazioni, al percorso universitario e post
universitario del soggetto ed alla situazione attuale del mercato del
lavoro” (Cassazione 6 novembre 2006 n 23673).
i figli devono rispettare i genitori e devono anche essi contribuire
al mantenimento della famiglia, fin quando vi convivono, “in
proporzione alle proprie sostanze ed al proprio reddito” (
art 315 cc).
Il figlio è
soggetto alla “potestà dei genitori” ( art
316 cc) fino al raggiungimento della maggiore età o al
matrimonio, qualora si sposi prima di diventare maggiorenne. (
art 390 cc). La potestà deve essere esercitata dai genitori di
comune accordo: in caso di contrasti, purché si tratti di
questioni di particolare importanza ( ad es tipo di studi da fare
seguire dai figli), ciascuno dei genitori può ricorrere senza
formalità al giudice, il quale, sentiti i genitori ed anche il
figlio se ha raggiunto i quattordici anni, suggerisce le
determinazioni più utili nell'interesse del figlio e della
unità familiare. Se il contrasto rimane, il giudice
attribuisce il potere di decisione a quello dei genitori che, nel
singolo caso, ritiene il più idoneo a curare l'interesse del
figlio. ( art 316 cc )
separazione personale, annullamento del matrimonio e o di divorzio,
l'esercizio della potestà è regolato secondo quanto
dispongono gli artt 155 e seguenti cc. La nuova legge, approvata nel
2006, è in linea con la convenzione internazionale sui
diritti del fanciullo, firmata a NY il 20 novembre 1989,
ratificata in Italia nel 1994, che esige che i genitori mantengano
regolari rapporti con entrambi i genitori, pone come regola
fondamentale l'affidamento condiviso. Infatti la legge afferma che
anche in caso di separazione, i figli hanno diritto di
conservare un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei
genitori, di ricevere da entrambi cura, educazione ed istruzione, e
di conservare i rapporti con i nonni e i parenti di ciascun ramo
genitoriale. Il giudice deve avere di mira, nell'emanare i
provvedimenti relativi alla prole, esclusivamente l'interesse
materiale e morale della prole stessa. Il giudice può affidare
il minore ad uno dei due coniugi solo quando ritenga che il rapporto
con l'altro genitore sia contrario all'interesse del minore.
relativi ai figli sono sempre modificabili.
della Costituzione repubblicana . Il
fondamento di tutte le leggi vigenti in un determinato ordinamento è
che in ogni paese dovrebbe essere garante di libertà. Ma non
si può accettare un concetto formalistico di legge
costituzionale che sempre ed in ogni paese sia garante di libertà
.La storia ci insegna che così non è. La Costituzione
di Hitler e quella di Stalin, pur essendo leggi, non hanno tutelato
la libertà. Ed allora dobbiamo accedere ad una concezione
garantista e concreta di Costituzione. Il nesso tra libertà e
legge perde così la certezza che lo ha cementato per millenni.
Nulla vieta che il tiranno eserciti la sua tirannide in nome della costituzione e mediante ordini travestiti da leggi. La
nostra Costituzione é democratica poichè, a
differenza della Costituzione fascista, é il frutto della
volontà della stragrande maggioranza del popolo :
essa pone al primo posto , nella gerarchia dei valori , non lo Stato
ma la tutela della persona umana e il lavoro , e rifiuta qualsiasi concezione utilitaristica del lavoro come
entità economica da trattare come merce di scambio .
sue fonti ideali si
trovano nelle costituzioni dell'Antica Grecia di cui parlano Tucidide ed Erodoto, i primi storici a parlare di democrazia. Noi guardiamo al passato ( anamnesi)
per capire il presente ( diagnosi) e prevedere e plasmare il futuro
(prognosi) , evitando errori nell'accettare riforme pericolose
in nome della governabilità. Erodoto,
parlando dell’abbattimento della tirannide dei Magi in Persia,
fa dire ad Otane, uno dei protagonisti della rivolta, chiamato a
decidere su quale forma di governo darsi,: “anche il
migliore degli uomini, una volta salito a
tale autorità, il potere assoluto lo
allontanerebbe dal suo solito modo di pensare.
Dai beni presenti gli viene, infatti, l’arroganza,
mentre sin dalle origini è innata in lui l’invidia.
E quando ha questi due vizi, ha ogni malvagità, perché
molte scelleratezze le compie perché pieno di arroganza oltre
che di invidia. Eppure, un sovrano dovrebbe essere privo di invidia
dal momento che possiede tutti i beni. Invece egli si comporta verso
i cittadini in modo ben differente, è invidioso
che i migliori siano in vita e si
compiace dei cittadini peggiori ed è
prontissimo ad accogliere le calunnie. Ma la cosa più
sconveniente di tutte è questa, se qualcuno lo
onora moderatamente, si sdegna di non essere
onorato abbastanza, se invece uno lo onora
molto si sdegna ritenendolo un adulatore. Il
Governo popolare invece anzitutto ha il nome più bello di
tutti, l’uguaglianza dinanzi alla legge,
in secondo luogo niente fa di quanto fa il monarca, perché a
sorte esercita le magistrature ed ha un potere soggetto a controllo
e presenta tutti i decreti all’assemblea generale. Io dunque
propongo di abbandonare la monarchia e di
elevare il popolo al potere, perché
nella massa sta ogni potenza”
(Erodoto, III, 80). Erodoto era convinto che la potenza di Atene
fosse legata alla democrazia cioé al
potere del popolo: “Gli ateniesi
cresceranno in potenza: è chiaro non da questo solo esempio,
ma sotto ogni riguardo che l’uguaglianza
è un bene prezioso,
gli ateniesi quando erano sotto i tiranni non erano superiori a
nessuno dei vicini, mentre quando si furono liberati dai tiranni
divennero di gran lunga i primi”
(Erodoto, Storie, V, 78).
2. Tucidide,
contemporaneo di Erodoto, a lungo si soffermò sui mali della
guerra e della discordia civile che essa alimenta. E descrisse il
trattato di pace tra Atene e Sparta: “Per cinquant’anni
vi sia la pace senza inganno e senza danno, per terra e per mare tra
gli ateniesi e gli alleati degli ateniesi e i Lacedemoni e gli
alleati dei Lacedemoni” (Le Storie, V, 18, Tucidide). E questa
pace seguì ad una lunga discussione, in cui i Lacedemoni
ricordarono agli ateniesi: “Non è ragionevole che voi,
fiduciosi nella potenza attuale della vostra città e di quelle
che a lei si sono unite crediate che il favore della fortuna sarà
sempre con voi. Gli uomini prudenti fanno pace soprattutto
quando sono in un periodo di prosperità” (Tucidide IV,
par. 18 Le Storie) ( art 10 e 11 Costituzione)
La Costituzione democratica in Grecia. Tucidide diede
per primo l'idea della costituzione
democratica come governo della maggioranza,
e del metodo della preferenza
, su una persona tra le tante , in base al merito,
affermando: ”Abbiamo una costituzione
che non emula le leggi dei vicini, retta in modo che i diritti civili
spettino non a poche persone , ma alla maggioranza,
e per questo essa é chiamata democrazia;
di fronte alle leggi, per quanto riguarda gli interessi privati, a
tutti spetta un piano di parità
( la legge é uguale per tutti articolo 3 Costituzione ),
mentre per quanto riguarda la considerazione pubblica nell'Amministrazione dello Stato, ciascuno é preferito
a seconda del suo emergere in un determinato
campo, non per la provenienza da una classe
sociale più che per quello che vale (art 51 costituzione). E
per quanto riguarda la povertà, se uno può fare
qualcosa di buono alla città, non ne é impedito dalla
oscurità del suo rango sociale. “ ( Tucidide Le Storie
37) Pericle esaltò la democrazia e la civiltà di Atene,
poiché egli perseguiva non l'interesse privato ma il bene
comune , l'interesse generale della città. Al punto che
nonostante sue scelte impopolari in politica estera, il popolo
lo rielesse poiché ”per tutto il tempo in cui
guidò la città in periodo di pace, la condusse con
moderazione a così la mantenne sicura ed essa sotto il suo
governo divenne grandissima”( Tucidide Le Storie )
4. .I
principi della nostra Costituzione . Molte
costituzioni non sono democratiche. La nostra è una
costituzione democratica ed antifascista . Poiché –
disse Moro- è nata dalla comune battaglia degli italiani
nella lotta di liberazione contro il fascismo, per
l'affermazione della dignità dell'uomo e del lavoratore contro
ogni forma di mortificazione della sua dignità. Essa contiene
i principi di garanzia
che sono l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, la libertà
di opinione, la libertà di associazione, la tutela della
scuola pubblica, la difesa del lavoro e della sua dignità, la
difesa dei diritti inviolabili dell'uomo. E contiene un
sistema di regole, pesi e contrappesi, con un perfetto
equilibrio tra i
poteri. Senza che nessuno prevalga sugli altri.
Calamandrei la Costituzione si fonda su quattro grandi libertà,
inalienabili ed indisponibili, sottratte ad ogni potere , sia
allo Stato sia al mercato. Esse sono la libertà
personale, ovvero l'immunità da arresti arbitrari e da
torture, di coscienza e di pensiero , che implica
il diritto di manifestare le proprie opinioni , la libertà di riunione, che implica il diritto di protesta
collettiva, ed associazione, che permette la libera
formazione di partiti e di sindacati, i principali soggetti della
vita democratica. Secondo Piero Calamandrei, i
diritti di libertà individuali sono precondizioni
della democrazia, mentre i diritti sociali, da
riconoscere a tutti gli uomini, sono precondizioni della
libertà individuale. Essi sono i diritti inviolabili
riconosciuti dall'art 2 della Costuzione: il diritto alla vita, alla
salute, al sapere, all'ambiente , alla casa, al lavoro
dignitoso, alla pace, ad un giusto processo, alla libertà,
alla legalità, alla sicurezza. L'articolo 2 riconosce i
diritti inviolabili ( o diritti sociali), mentre l'art 3
li rende effettivi non solo riconoscendo l'uguaglianza di fronte
alla legge , ma anche l'obbligo dello Stato di rimuovere gli ostacoli
di ordine economico e sociale che , limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini. impediscono il pieno sviluppo della persona umana e la piena partecipazione
di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e
sociale dello Stato.
5. Il principio di legalità. La
certezza del diritto- La legge
principio di legalità é affermato dall'art 25 della
Costituzione secondo cui “nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima
del fatto commesso”. Ci può essere anche un'azione
socialmente riprovevole ma se non é prevista dalla legge come
reato, non é punibile. Inoltre la legge deve essere chiara e
comprensibile da tutti ( principio di tassatività). La
certezza del diritto è la condizione indispensabile per
garantire i cittadini contro i possibili arbitri del potere e dei
giudici Laddove esiste una legislazione incomprensibile, confusa e
contraddittoria, lì c’è l’abuso.
L’essenza delle libertà civili consiste nel diritto di
ogni uomo di rivendicare la protezione delle
leggi. La libertà nelle democrazie
tende a proteggere il cittadino dall’oppressione attraverso le
leggi. Cicerone diceva:
omnes legum
servi sumus ut liberi esse possimus,
siamo tutti servi delle leggi al fine di essere
uomini liberi. Il punto essenziale è sempre questo: siamo
liberi quando obbediamo a leggi e non a padroni. La libertà
politica è libertà nella legge e mediante leggi. Ai
greci non riuscì di fissare i nomoi,
le loro leggi. Nella Grecia antica il popolo faceva e disfaceva il
diritto a suo piacimento, sicché il potere politico era senza
limiti. Per arrivare ad un sistema giuridico
che vincola il potere politico fu necessario
il costituzionalismo liberale, lo stato di
diritto. Kelsen
notava che una democrazia «senza quella
autolimitazione che rappresenta il principio della legalità si
autodistrugge». Se la democrazia dei
moderni ricomprende in sé le nozioni di libertà e di
legalità, intesa questa come legalità costituzionale,
si ha la liberal democrazia. Rousseau
affermava che la libertà «è
fondata dalla legge e nella legge». Nel
discorso sull’Ineguaglianza osservava:
«Nessuno di voi è così poco illuminato da non
sapere che là dove viene meno il vigore delle leggi e
l’autorità dei loro difensori, non vi può essere
né sicurezza né libertà per nessun».
E concludeva: «La libertà segue sempre la
sorte delle leggi, essa regna e perisce con queste; nulla mi è
noto con maggiore certezza».
le leggi non possono essere partorite né dalle masse né
da legislatori incapaci. I referendum popolari sono un modo improprio
di creare e abrogare le leggi. I referendum abrogativi tendono
sovente a creare nuove leggi, ma in realtà producono vuoti
pericolosi che spesso non vengono colmati da leggi chiare. Rousseau
si chiedeva: «Come potrà una moltitudine
cieca, che spesso non sa quel che vuole perché solo di rado sa
quel che per lei è bene, mettere in esecuzione da sé
una impresa di tanta mole e tanto difficile come un sistema di
legislazione? ». In concreto il problema, per Rousseau,
poteva essere risolto legiferando il meno possibile. Egli ricordò
che gli ateniesi persero la loro democrazia perché ciascuno vi
proponeva leggi a sua fantasia, mentre invece è la antichità
delle leggi che le rende sante e venerabili. “Lo Stato ha
bisogno di ben poche leggi”. Il punto è dunque che le
leggi di Rousseau sono poche, generalissime, fondamentali, antiche e
pressochè immutabili. Nel contratto sociale egli invoca un
legislatore – un Mosè, un
Ligurco, un Numa, - e cioè un uomo
straordinario nello Stato che assolve una funzione particolare e
superiore che non ha niente in comune col regno umano. Ma
le leggi- dice Giovanni Sartori-
non sono fatte dalla volontà generale e non sono fatte una
volta per sempre, esse sono sempre da fare. Tanto più che non
sempre la legge è una normativa caratterizzata da contenuti di
giustizia. Per millenni si è ritenuto che la legge dovesse
incorporare valori di giustizia. In realtà la legge è
IUS dalla radice iubeo,
“comando”, il quale può non avere
contenuti di giustizia.
la legge viene sciupata per quattro aspetti, la inflazione,
la loro cattiva qualità, la perdita di certezza e la perdita
di generalità. Si tratta di leggi nel nome ma di non leggi
nella sostanza. Davvero un orrendo pasticcio la cui prima conseguenza
è una proliferazione di leggi che perciò stesso svaluta
le leggi. Nel nostro sistema manca spesso la chiarezza delle leggi e
la coerenza del sistema legale poiché molto spesso le leggi si
sovrappongono e si contraddicono. La certezza del diritto viene meno
perché il continuo mutamento dello stato delle leggi e la loro
inosservanza in vista di possibili e frequenti condoni rende i
comandi poco affidabili. È il caso della concessione continua
di condoni , che sono ingiusti per coloro che hanno subito la
sanzione immediata rispetto a chi si è giovato di tecniche
dilatorie.
leggi sono sempre più settoriali e parziali, favorendo alcuni
e danneggiando altri. Oggi l’edificio della libertà
nella legge è sostenuto dai diritti umani e cioè dalla
sua conformità a quei diritti. La conseguenza di tutto questo
è la ineffettività delle leggi che sono ignorate,
violate e disapplicate dai cittadini.
6. .La
Costituzione e gli stranieri. Nell’ambito degli
extracomunitari, ci
sono centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori
extracomunitari che vivono e lavorano in Italia, ma non non
godono dei diritti sociali garantiti dalla Costituzione solo ai cittadini italiani. Extracomunitari che lavorano e non sono dediti al delitto, che danno ricchezza all’Italia, ma non possono lavorare da regolari
e non possono vivere una vita decente , dignitosa. La causa di
questo disagio è una discutibile legge del 1998 (varata
dal governo di centro sinistra), ma soprattutto la sua applicazione da parte del Ministero del Lavoro; secondo cui si
può lavorare da regolari solo se si viene invitati dal
datore di lavoro mentre si è nel proprio Paese di origine. Ciò
significa che un datore di lavoro dovrebbe assumere una persona
sconosciuta senza conoscerne le capacità lavorative. Ciò
è fuori dal mondo!Questo non avviene per cui
l’extracomunitario è costretto ad entrare in Italia da
clandestino ed essere assunto “a nero”.Questa realtà provoca un sottobosco di illegalità di cui sono vittime
gli extracomunitari clandestini, esposti ad ogni abuso, soprattutto
dai datori di lavoro. Molti sono anche vittime di morti bianche
per l'assoluta mancanza di rispetto delle norme sulla sicurezza sul
posto di lavoro; e di gravi ed irreparabili errori giudiziari, più frequenti nei confronti degli extracomunitari
per l'assoluta mancanza di ogni difesa da ogni forma di delitto che
viene loro attribuito solo per la loro razza. 7. .
La interpretazione rigorosa della
Costituzione. Purtroppo una parte
della magistratura penale, come ha rilevato Magistratura
Democratica, é rigorosa nell'applicare una
legislazione in materia di stranieri che é in
contrasto con i diritti inviolabili dell'uomo garantiti da
convenzioni internazionali. La
discriminazione degli stranieri anche regolari é consentita da una interpretazione restrittiva della Costituzione
repubblicana. Che tutela alcuni dei diritti inviolabili solo con
riferimento ai cittadini italiani. Mentre l'articolo 2
stabilisce che “ la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo e richiede l'adempimento dei
doveri inderogabili di solidarietà politica economica e
sociale”, subito dopo, l'art 3, limita il
riconoscimento e la tutela ai cittadini che “ hanno
pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge
senza distinzione di sesso, di lingua, di religione, di opinioni
politiche, di condizioni personali e sociali”. E di seguito
riconosce ai cittadini il diritto al lavoro ( art 4) ,
il diritto di circolare liberamente in ogni parte del
territorio nazionale ( art 16), di riunirsi pacificamente
( art 17), di associarsi ( art 18). Eppure si tratta di
materie che riguardano diritti già riconosciuti dallo
ius gentium: il diritto di sfuggire alla fame , alle guerre, alle
Questa tendenza a limitare i diritti ai cittadini si pone in
contrasto con la dichiarazione dei diritti dell'uomo proclamata
dall'ONU in NY il 10 dicembre 1948 ,
laddove si afferma ( art 1) che “ tutti gli esseri umani
nascono liberi ed uguali in dignità a diritti. Essi sono
dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli
altri in spirito di fratellanza “, e che ( art 2) “
ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà
enunciati nella presente dichiarazione, senza distinzione di razza ,
di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica,
di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra
condizione”; e che ( art 3) “ ogni diritto alla vita, alla libertà e alla sicurezza della propria persona”;
e che ( art 7) “ tutti sono uguali dinanzi alla legge e hanno
diritto, senza alcuna discriminazione, ad una uguale
tutela da parte della legge” così come “ art
8) “ ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità
di ricorso a competenti tribunali nazionali contro atti che violino i
diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla
legge”; ; e ( art 9) “ nessun individuo potrà
essere arbitrariamente arrestato, detenuto od esiliato”
; ( art 13) “ogni individuo ha diritto alla
libertà di movimento entro i confini di ogni Stato; ed ogni
individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio,
e di ritornare nel proprio Paese”: (art 15) “ ogni
individuo ha diritto ad una cittadinanza” nessun
individuo potrà essere privato del diritto di mutare
cittadinanza”; ed infine ( art18) “ ogni individuo ha
diritto alla libertà di pensiero” , ( art19) “
di opinione”; ( art 20) “ di riunione ed associazione pacifica”; e art21); “ ogni individuo ha diritto di
partecipare la governo del proprio paese , sia direttamente sia
attraverso rappresentanti liberamente scelti”; (art 23) “
ogni individuo ha diritto al lavoro, e a giuste e soddisfacenti
condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione”;
ad uguale retribuzione per uguale lavoro” (art 26)
“all'istruzione”; ( art 27) “ di partecipare alla
vita culturale della comunità”.
molto ritardo, l'Europa ha riconosciuto questi diritti
fondamentali nella “ carta dei diritti
dell'Unione Europea”, approvata dal
parlamento europeo il 14 novembre del 2000. Nel bill of rights
europeo vi é un ampio ventaglio di nuovi diritti sconosciuti dalle principali costituzioni nazionali o limitati ai
cittadini dei singoli paesi, con una discriminazione inaccettabile.
La Carta di Nizza garantisce la protezione di nuovi diritti raggruppati attorno ai
valori fondamentali della dignità,
libertà, uguaglianza, solidarietà, giustizia e
cittadinanza, attorno ai quali si realizza
la ricomposizione dei beni primari che integrano la dignità
di ogni individuo e così un modello di costituzionalizzazione
della persona, capace di offrire una traccia garantista unitaria e
imprescindibile per l'attività giudiziaria all'interno
10. Non c'é
dubbio sulla efficacia vincolante della
“Carta” come “elenco
espressivo delle tradizioni costituzionali comuni” che ha
avuto in questi otto anni grandi riscontri sia dalla nostra
Corte Costituzionale che dalla Corte dei diritti umani
sino alla storica sentenza del 27 giugno 2006 della Corte di
Giustizia della Comunità europea che finalmente ha citato la
Carta di Nizza e l'ha applicata come parametro di legittimità
di una direttiva europea. Basta ricordare che l'articolo 10 della
Costituzione italiana stabilisce che l'ordinamento
giuridico italiano si conforma alle norme del
diritto internazionale generalmente riconosciute”. E tra queste
sono certamente la dichiarazione universale dei diritti
dell'Uomo dell'ONU del 10 dicembre 1948 e la Carta di Nizza del 14 novembre del 2000.
sono in ogni caso evidenti i riflussi dovuti ad una legislazione
nazionale che si annuncia in contrasto con i diritti umani
sanciti dalla Carta di Nizza e dalla Dichiarazione Universale del
1948 . E bene ha fatto MD a richiamare l'attenzione dei magistrati
ordinari circa la loro qualifica di “organi” dell'Unione,
premessa di un forte impegno della magistratura italiana a essere
convinto attore preposto alla applicazione della carta dei diritti
fondamentali del 14 novembre del 2000, anche in contrasto con la
legislazione nazionale che non sia ad essa uniforme; fermo
restando il dovere di un impegno senza quartiere di rispetto della
legalità internazionale e di lotta al terrorismo ed al
crimine organizzato locale e transnazionale, specie in difesa
dei bambini e delle donne.
11. L'articolo
11 della Costituzione é proiettato verso il futuro. Esso
stabilisce che “l'Italia ripudia la
guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri
popoli e come mezzo di risoluzione delle
controversie internazionali. Consente , in condizioni di parità
con gli altri Stati , alle limitazioni di
sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e
la giustizia tra le Nazioni ; promuove
rivolte a tale scopo”. Il
perseguimento della pace non significa però il venir meno del
dovere sacro di difendere la Patria che riguarda tutti i
cittadini. Secondo l'art 52 “la difesa della patria é
sacro dovere del cittadino. Il servizio militare é
obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo
adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino né
l'esercizio dei diritti politici”.
governo mondiale. Si tratta di una visione
lungimirante del rapporto tra gli Stati, con uno sguardo verso nuove
organizzazioni internazionali in vista
della pace e dello sviluppo tra i popoli. Il rischio di una guerra
mondiale nucleare è crescente, con il crescere delle potenze
dotate di armi atomiche: tra queste Iran e Siria. Non si
può disconoscere alle Nazioni Unite il ruolo di
garante della convivenza pacifica e della legalità
internazionale. L’Europa potrebbe svolgere un ruolo
decisivo in questa fase. Che gli Stati Uniti pensino, da soli, di
vincere ogni forma di guerra, quella convenzionale e quella contro il
terrorismo è pura follia.
una sola via di uscita”, scrisse Albert Einstein sessanta anni fa: “la creazione di una organizzazione soprannazionale sostenuta da una forza militare posta sotto il suo esclusivo controllo , che possa impedire allo stato
individuale di muovere guerra”. “Solo quando queste
condizioni saranno soddisfatte” , aggiunse, “potremo
avere qualche garanzia di non doverci dissolvere nell’atmosfera,
dissolti in atomi”. Einstein sosteneva che la
realizzazione di una organizzazione internazionale di tal genere non
poteva attendere il lento evolversi di un graduale processo storico.
“L’obiettivo è di trasformare le Nazioni Unite in
un Governo mondiale dotato di una capacità militare.
Fino a quel momento, vi è il rischio crescente che i paesi
dotati di armi nucleari facciano ricorso alla guerra
preventiva”. “ Più della volontà di potenza
– disse Einstein- sarà la paura di un attacco improvviso
a costituire una spinta verso la guerra preventiva ( vedi Iran). La
sola via è quella di sottrarre ai singoli Stati la facoltà
di utilizzare la propria forza militare, trasferendo tale potere ad
un’autorità soprannazionale, costruita attraverso un
riassetto delle Nazioni Unite. Riconoscendo che il
Consiglio di sicurezza non rappresenta più l’assemblea
generale. E’ arrivato il momento di un
adeguamento delle NU alla nuova realtà internazionale, messa
in grado di risolvere i conflitti internazionali, contrastando la
guerra preventiva decisa dai singoli Stati. La strada da percorrere
è quella di riscrivere le regole , rispecchiando “
le responsabilità internazionali dei membri “,
modificando in modo radicale il metodo delle rappresentanze alle NU.
Per raggiungere questo obiettivo, Sergio Romano propone alcuni
parametri per stabilire la nuova rappresentanza che sono:
il “ peso demografico dei vari paesi, il prodotto interno
lordo, l’impegno assistenziale verso i paesi poveri, il livello
culturale e scientifico e la quota di partecipazione al commercio
internazionale”. Più giusta appare la proposta di Albert Einstein. I popoli del mondo devono sentirsi
rappresentati in modo giusto e proporzionale. La soluzione è
che i rappresentanti siano eletti
direttamente dal popolo, divenendo responsabili di fronte
all’elettorato. La centralità
delle NU deve risiedere in questa fase di transizione non nel
Consiglio di Sicurezza ma nell’Assemblea Generale, che
dovrebbe restare riunita in permanenza per tutto il periodo critico
della transizione. Se costantemente impegnata al lavoro, essa
potrebbe intraprendere rapidi ed efficaci passi in tutte quelle aree
esposte al pericolo per la pace. L’Assemblea non dovrebbe
delegare i propri poteri al Consiglio di sicurezza, specie finché l’attività del Consiglio resta paralizzata
dai provvedimenti di veto. Come solo organismo competente ad assumere
l’iniziativa con audacia e risolutezza, le NU dovrebbero
adoperarsi fin da subito per creare le condizioni necessarie per la
sicurezza internazionale, gettando le fondamenta di un reale governo
costituzione secondo Moro.
Costituzione contiene nella sua struttura un pericolo abbastanza
grave- disse Aldo Moro-. Essa , infatti, allinea nei suoi articoli,
sullo stesso piano giuridico, cioé con uguale formalità
e legalità, principi inerenti alla
natura e dignità della persona umana –
i cd detti diritti inviolabili- e norme costitutive di una ben
individuata organizzazione politica.
Nella prima serie non si ha propriamente Costituzione, ma
riconoscimento dei principi fondamentali della socialità, sui
quali non solo questa nostra Costituzione ma molte altre potrebbero
essere costruite. Proprio questi sono i principi che non
dovrebbero mai essere oggetto di revisione costituzionale perché
alterarli significherebbe condannarsi al ridicolo, al
disordine, alla tragedia. Ora può avvenire che individui o
gruppi, avversando in tutto o in parte le norme essenzialmente
politiche della seconda parte, che rappresentano una soluzione , ma
non l'unica possibile, del problema politico, fossero indotti
ad avversare tutta la Costituzione in blocco, compresi quei principi
di altra natura che vi sono inseriti”. “E perciò è
necessario che tutti gli uomini di buona volontà siano
concordi nella difesa di quei principi fondamentalmente umani e
cerchino di trascriverli, prima che sulla carta, sulla viva pagina
dei cuori” ( Aldo Moro scritti e discorsi 1940 1948 ed Cinque
Lune). Il pericolo prospettato si profilò
proprio nei termini in cui lo paventò Moro. E questo perché
la riforma del centro destra non solo modificava
l'organizzazione politica dello Stato, ma intaccava i principi fondamentali della prima parte che
secondo Aldo Moro, Piero Calamandrei e Giuseppe Dossetti
sono immodificabili. 14. Le
subito che il progetto di presidenzialismo
o premierato, che sembra riemergere, va
contro la democrazia parlamentare. La storia ci insegna che i
poteri straordinari nelle mani di una sola persona sono
pericolosi. Ne farebbero una specie di monarca assoluto. In
passato il passaggio dalla democrazia al fascismo
avvenne con una nuova Costituzione, la cd Costituzione
fascista, che conferiva al primo ministro poteri
eccezionali, con una legge elettorale impersonale, la legge
Acerbo, che eliminava il voto di preferenza. Con la riforma bocciata dal referendum si introduceva di fatto una repubblica presidenziale con l’elezione
diretta del Primo Ministro con il
rischio di involuzioni autoritarie. La legittimazione del premier
deriverà non più dal parlamento ma dagli elettori
i quali votano il primo ministro collegato con i
candidati o con una o più liste di candidati. Viene
in tal modo cancellata la forma di governo parlamentare che
fu una solenne scelta dell’Assemblea Costituente. Anzitutto
una notazione terminologica. Il nome di Primo Ministro venne
introdotto nel nostro ordinamento con la legge 24 dicembre 1925
n2263, che fu considerata uno dei pilastri della cosiddetta
Costituzione fascista. In realtà la riforma prevedeva di
fatto una forma di premierato assoluto. Il premier ( e non il
governo) determina la politica , può nominare e revocare
i ministri e sciogliere il Parlamento. senza che il
Presidente della Repubblica possa minimamente interferire. Egli avrà il potere di gestire una sua maggioranza in
Parlamento, senza necessità di investiture istituzionali o di
fiducia. Dopo la nomina formale da parte del Presidente della
Repubblica, il Primo Ministro si presenta alla Camera
soltanto per illustrare il suo programma. D'altra parte sarà
sufficiente al Primo Ministro mantenere il sostegno di un
piccolissimo numero di deputati della sua maggioranza per
impedire la formazione di una nuova maggioranza. Anche quando la
maggior parte degli appartenenti alla maggioranza iniziale si sia
dimostrata favorevole al cambiamento del premier. E ciò perché
era esclusa a priori qualsiasi incidenza del voto dei deputati
appartenenti alla minoranza e dei deputati dissidenti. Si creava,
così, una relazione di autentica dipendenza della Camera
dei deputati dal Primo Ministro. Che poteva porre ad nutum la
questione di fiducia, con il meccanismo perverso che la camera era
automaticamente sciolta nel caso in cui la mozione è respinta.
Il primo ministro aveva un potere enorme, superiore
persino a quello conferito al Presidente
degli Stati Uniti, che non può incidere sui poteri spettanti
al congresso. E sarebbe stato più forte
verso l’ opposizione, che è parte integrante
della sovranità popolare. In tal modo il
Parlamento nazionale, che legifera su diritti e libertà
fondamentali dei cittadini, sul lavoro, sulla indipendenza dei
magistrati, sul pluralismo della informazione, sui sistemi elettorali
e sui conflitti di interesse, perdeva la sua centralità
e la sua libertà perché condizionato dal
perverso congegno che univa voto bloccato e questione di
fiducia posta dal primo ministro.
15. Il presidenzialismo negli USA
Quanto all'aumento dei poteri del primo ministro, dobbiamo ricordare
ciò che accade negli Stati Uniti, paese di democrazia
collaudata. Negli Stati Uniti, chi decide la guerra? Il
congresso? O il Presidente? E se GW Bush decide di attaccare un
paese, e contro di esso l'uso di armi atomiche, il congresso degli
Stati Uniti può bloccare l'ordine di GW Bush? E le Nazioni
Unite che potere hanno? La risposta è che a decidere su queste
questioni vitali è sempre e solo GW Bush. La Costituzione
americana conferisce al Presidente , secondo la Corte Suprema,
il potere di “comandante in capo delle Forze Armate”. Ed
il congresso non può bloccare la decisione. Ciò
dimostra la pericolosità del presidenzialismo.
16. Il federalismo.
La riforma di
tipo federale mette in pericolo l'unità e l'indivisibilità
della Repubblica sancita dall'articolo 5 della Costituzione.
Già la improvvida riforma del titolo V della
Costituzione sotto la guida di Giuliano Amato diede luogo
ad un sovraccarico di conflittualità fra i diversi livelli
istituzionali aprendo la strada al federalismo voluto
dalla lega. Che stravolge l'equilibrio dei poteri e
indebolisce il nostro paese nella realtà europea ed internazionale. Ed aumenta notevolmente il costo della politica. In
realtà il federalismo tende non a realizzare un miglior
governo del paese, ma a proteggere gli interessi particolari della
Lega contro quelli dei cittadini delle regioni più povere e
contro gli stranieri. Ed intacca settori fondamentali della vita dei
cittadini quali la scuola, la sanità e la sicurezza. La
scuola non sarà il luogo del confronto pluralistico di giovani
di diverse culture, etnie e religioni ma quello
in cui la formazione dei giovani si frantumerà
nelle varie regioni a seconda delle diversità
ideologiche, religiose ed etniche. Con il vanificarsi della speranza
di costruire una comune cittadinanza democratica secondo i principi
di solidarietà e di tolleranza.Nella sanità saranno
avvantaggiate le regioni più ricche di fronte alle regioni più
povere, meno garantite rispetto ad un bene primario quale è il
diritto alla salute. Ciò vulnera l'idea unitaria dello
Stato pensata da Aldo Moro e Piero Calamandrei quale “forma
fondamentale di solidarietà umana”.
E lede il principio immodificabile (articolo 2) secondo il
quale “ è compito della Repubblica adempiere ai
doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e
sociale”. Il federalismo nella sanità infatti intaccherà
il diritto alla salute dei cittadini delle regioni povere, che
è inviolabile. Preoccupa il Senato federale della Repubblica per il
predominio della composizione regionale e per la vasta
competenza che ad esso rimane anche sui provvedimenti
provenienti dalla Camera dei Deputati , la cui
rappresentanza è invece a carattere nazionale. Un
istituto ibrido , incomprensibile in più punti. A parte
il potere di eleggere 4 membri della Corte Costituzionale, al Senato
spetta un groviglio di competenze , tra cui un potere di veto sugli stessi principi fondamentali concernenti le materie di
competenza concorrente tra Stato e Regioni. Nonostante l'attribuzione
di Camera politica che si vuol dare alla sola Camera dei
(Articolo pubblicato su La Voce delle Voci - Marzo 2008) Walter Veltroni ha cominciato male la sua battaglia scegliendo come candidati persone senza alcun merito, come Matteo Colaninno che, quale presidente dei giovani industriali, si oppone all'assunzione dei precari dopo 36 mesi. E' figlio di quel Roberto Colaninno che con Emilio Gnutti acquisto' Telecom creando alla societa' un grosso debito che non riusci' a risanare; nel 2001 Colaninno vendette Telecom a Pirelli provocando una notevole plusvalenza nelle casse di Bell, che fu indagata per evasione fiscale e pago' una multa di 156 milioni di euro alle agenzie delle entrate.
Generico e molto simile a quello di Silvio Berlusconi il programma di Veltroni e dei suoi. I punti principali vanno dalle infrastrutture alla tutela dell'ambiente, dall'attenzione ai giovani alla sconsiderata promessa di creare 100 campus universitari entro il 2010, dal lavoro femminile al problema della casa per i meno abbienti, dal salario minimo di 1000 euro per i precari alla stabilita' del lavoro. Ma questo non basta: la priorita' per il centrosinistra dovrebbe essere di assicurare ai lavoratori salari dignitosi tali da fare fronte all'inflazione crescente, ed ai disoccupati «mezzi adeguati alle loro esigenze di vita» (articolo 38 della Costituzione). Il rialzo del 4,8% del prezzo dei beni di prima necessita' va a gravare in termini drammatici su quei nuclei familiari che devono far quadrare i loro conti con salari e stipendi di poco superiori ai mille euro mensili. Ma Veltroni non affronta concretamente il problema del lavoro, e pensa anzi di potere conciliare gli interessi del capitale con quelli del lavoro.
Nel programma del Partito Democratico mancano inoltre due punti cruciali: il conflitto di interessi e la legge elettorale. Cominciamo dalla legge partorita dal centro destra: e' una vera e propria truffa, che lede la Costituzione e la convenzione europea. Tra i diritti inviolabili dell'uomo rientra il diritto di voto che deve essere “personale, uguale e libero” (articolo 48 della Costituzione). Ma come si puo' chiedere al cittadino italiano una scelta politica personale, uguale e libera, con una legge elettorale che, escludendo la preferenza, lo esautora del proprio diritto di voto trasferendolo nella volonta' delle segreterie di partito? Il voto non e' libero: non consente la scelta dei candidati ma e' vincolato alle decisioni dei partiti, associazioni senza regole guidate da pochi oligarchi. E non e' uguale: i gerarchi delle segreterie scelgono i rappresentanti del popolo indipendentemente dalla qualita' e dal valore.
In Italia la democrazia e' di tipo elettivo, vale a dire che che la pubblica opinione si esprime eleggendo i rappresentanti in Parlamento. Quando votiamo per eleggere, non decidiamo singole questioni di governo. Il vero potere dell'elettorato e' nello scegliere chi lo rappresenta e, attraverso lui, chi lo governa (Giovanni Sartori, “Democrazia”). Qualunque sia l'opinione dei politologi sul voto, e' del tutto evidente che la preferenza e' l'essenza stessa della democrazia elettorale. Una cosa e' scegliere Tizio che e' un pregiudicato o un proprietario di concessioni governative in conflitto d'interessi con il bene comune, uno che persegue il suo interesse privato uccidendo la democrazia, altra cosa e' scegliere Caio che invece persegue l'interesse pubblico. Eleggere viene da eligere, che esprime l'idea non di scegliere a caso, ma di scegliere selezionando attraverso il voto di preferenza. L'elezione coincide con la selezione, il cui scopo finale e' il buon governo. Dal che risulta essenziale che i cittadini possano scegliere la parte piu' valente in una molteplicita' di candidati; non dimenticando che in politica a proporsi come candidati al governo non sono sempre i migliori ma i piu' spregiudicati e ambiziosi, interessati solo a fare il loro tornaconto personale. Se si elimina la preferenza, si abbandona il criterio del merito e del valore posto a base della Costituzione, e della par condicio tra i candidati.
Bisogna riconoscere che oggi il fenomeno corruttivo ha trovato forme piu' sofisticate. A partire dalla approvazione di norme aberranti come quella che prevede il condono contabile (la legge 256 del 21 dicembre 2005), cosi' come aberrante e' la norma di sostanziale sanatoria di illeciti tributari approvata alla fine del 2007 da parlamentari che avevano interessi propri, o di gruppi consociati, da tutelare. E cioe' di persone che versavano in conflitto di interessi.
IL SILENZIO DEI DUE LEADER
L'anello debole del programma di Veltroni e' proprio il silenzio su questo nodo cruciale. Il conflitto e' la situazione apparentemente “legale” in cui viene a trovarsi un governante, un amministratore, un banchiere, un politico o un giudice, che anziche' fare l'interesse pubblico nella sua attivita' istituzionale, cura il suo interesse privato o quello di amici e prestanomi. Esso viola l'articolo 97 della Costituzione che impone alla Pubblica Amministrazione di rispettare i principi del buon andamento e dell'imparzialita'. Viola codici deontologici. Ma non viola il codice penale. Ed oggi e' divenuto il principale strumento di corruzione. Un cancro che affligge la politica, parte della magistratura e le istituzioni pubbliche e private da decenni. E non si riesce a debellare. Proprio perche' chi dovrebbe debellarlo - in primis il governo - versa in clamorosi conflitti di interessi e non puo' percio' risolvere il problema.
Non vogliamo fare un favore a Silvio Berlusconi, contro cui siamo schierati da sempre e saremo sempre schierati, ma neppure possiamo fare finta di niente. Ci rattrista dover costatare che si siano spente malinconicamente le luci chiassose dei media sul problema della corruzione e della criminalita' organizzata. Che potrebbe andare al potere con nuovi governanti, interessati ad abrogare la legge Rognoni-La Torre del 1984 sulla confisca dei patrimoni illeciti.
Sarebbe opportuno che la Sinistra Arcobaleno ponesse nel suo programma il ripristino dell'articolo di interesse privato in atti di ufficio per sanzionare la valanga di conflitti d'interesse che sono la forma piu' grave di corruzione, oggi del tutto impunita. Le consulenze sono prive di qualunque giustificazione, servendo a creare solo clientele. Esse sono una copertura legale alle tangenti e restano impunite.
Ferdinando Imposimato 07 Marzo 2008
Sistema elettorale, elezioni o
governo tecnico ?
Il sistema maggioritario e il sistema
Il dibattito sulla riforma della legge
elettorale é, per sua stessa natura , tra i più
difficili che una classe politica possa affrontare: il motivo é
che dalla legge elettorale dipende la sorte stessa dei partiti.
Non esiste una legge elettorale in grado di accontentare tutti i
partiti, così come non esiste una riforma elettorale in senso
maggioritario che non peggiori la posizione di qualche partito.
Sicché la difficoltà di giungere ad una riforma in
Parlamento é nel puntuale dissenso, spesso decisivo, di chi
non ha interesse ad attuarla. Come é avvenuto nella recente
crisi di governo, dovuta alla defezione di due pseudopartiti, l'Udeur
con due senatori, e i liberaldemocratici, con un senatore. Che hanno
messo in crisi il governo solo per sopravvivere.
L'essenza delle legge elettorale é
nel metodo: un criterio di trasformazione di voti in seggi.
Il sistema proporzionale trasforma i voti in seggi in
proporzione: a tanti voti corrispondono altrettanti seggi. Il
sistema maggioritario attribuisce il seggio, in ogni
collegio (l'ambito territoriale in cui si vota per eleggere una o più
candidati), al più votato, secondo il principio che il
primo piglia tutto e il secondo niente. Si vede subito l'enorme
differenza tra i due sistemi ed i loro rispettivi limiti . I
sistemi proporzionali soddisfano l'esigenza della
rappresentatività dei cittadini, e producono parlamenti
che rispecchiano la distribuzione dei partiti e delle opinioni. I
sistemi maggioritari mirano alla governabilità:
eliminano i piccoli partiti per avere governi efficienti.
Con il sistema maggioritario puro,
la maggioranza del 51 % può prendere tutti i seggi, lasciando senza rappresentanza l'opposizione. Il che sarebbe
assurdo. La opposizione che dissente é l'essenza
stessa della democrazia, é parte integrante della volontà
popolare e non può essere sacrificata sull'altare della
governabilità. Una maggioranza senza opposizione si trasforma
in regime, che é la dittatura della maggioranza.
D'altra parte un sistema proporzionale
in cui la frammentazione produce ingovernabilità deve preoccupare, rischiando di portare alla paralisi ed alla
impossibilità di fare le scelte necessarie.
E dunque il dilemma sistema
maggioritario o proporzionale resta e deve essere
risolto con una precisa scelta di campo, rispondendo a questa domanda
cruciale. Si vuole un paese in cui si contendono il campo due
soli partiti, come in Inghilterra ed in America? o un sistema in
cui siano rappresentati più partiti e fino a che punto
i singoli partiti devono essere ammessi? A questa domanda non é facile
dare una risposta senza avere dato qualche dato storico. Quale sistema per l'Italia?
Bisogna dire subito che la realtà
italiana é ben diversa da quella anglosassone; e che la
legge elettorale è pregiudiziale a tutte le altre riforme:
una cattiva legge elettorale può fare saltare un intero
sistema istituzionale. Il sistema elettorale da scegliere non é
un fatto astratto: dipende da ciò che esiste nel mondo dei
partiti e dai problemi che ogni paese deve affrontare. In
Inghilterra, che da sempre funziona con un sistema bipartitico,
con una legge elettorale uninominale ad un turno, molti chiedono
la proporzionale per aumentare la rappresentatività dei
diversi interessi esistenti nel Paese nel Parlamento. In Italia
il problema si rovescia. Come nella Francia della Quarta
Repubblica, noi abbiamo troppi partiti: ma alcuni di essi ,
in realtà, sono partiti solo di nome: in effetti sono
oligarchie che perseguono l'auto riproduzione di pochi individui,
amici, parenti e talvolta amanti. Gli esempi sono sotto gli occhi
di tutti. Questi pseudopartiti a carattere familiare
tengono sotto ricatto il governo in permanenza, con richieste
di seggi sicuri in numero superiore a quelli spettanti in base agli
elettori di ciascun partito. Questi piccoli partiti si alimentano
prevalentemente con il sistema delle clientele, degli
appoggi delinquenziali e dei finanziamenti non
trasparenti. Sicché una legge proporzionale pura, in cui siano rappresentati tutti i partiti, anche quelli dell'1 per
cento o dello 0, 50 %, sarebbe una legge devastante.
Infatti la scelta della proporzionale pura fu nefasta per la
Repubblica di Weimar (1919-1939), e fu il preludio della
frammentazione partitica tedesca che sfociò nella tragedia
del nazismo. Ciò impone di trovare un sistema in cui sia ridotta la frammentazione e sia favorita l'aggregazione dei
partiti, in modo da garantire una maggiore governabilità:
per affrontare, decidere e risolvere i problemi ispirandosi
all'interesse generale del Paese.
L'ideale é una legge
proporzionale che lasci in vita i partiti medi . Ci sarebbe
dunque una sorta di struttura bipolare fondata non su due partiti ma
su quattro o cinque partiti che abbiano una certa consistenza
numerica minima. A questo scopo risponde la bozza Bianco che ha
ricevuto in commissione affari costituzionali il voto della
maggioranza di centrosinistra e l'astensione della opposizione di
centro destra. Cancellare un partito come Rifondazione o come i
Verdi sarebbe impossibile oltre che ingiusto e lascerebbe senza
rappresentanza milioni di lavoratori e ambientalisti. Essi rappresentano vaste aree di elettori che non si sentirebbero
rappresentanti dal Partito Democratico. Per l'Italia andrebbe
bene una legge proporzionale, come la bozza Bianco, che introduca il
voto di preferenza, una quota di sbarramento del 5% e il divieto di
alleanze elettorali tattiche destinate a scomparire dopo le
elezioni. Ma questa bozza é stata bocciata da Silvio
Berlusconi , che deve riconoscere a Mastella ed al suo
nanopartito, il prezzo del tradimento . Il rischio concreto é
che si andrà al voto con la legge vigente, voluta da
Berlusconi, che fa comodo anche ad altri partiti perché consente la scelta arbitraria dei candidati per l'abolizione del
voto di preferenza. Intanto, tramontata la bozza Bianco , le
nuove elezioni vanificherebbero anche il Referendum a causa del
possibile scioglimento anticipato della Camere. L'impossibilità del bipartitismo coatto
Una cosa é certa: l'esperienza
italiana insegna che il corpo elettorale rifiuta il “bipolarismo coatto”, fondato sulla alternativa tra
due partiti, tanto per usare la efficace definizione di Gianni
Ferrara sul Ponte del marzo 2007. E non accetterà mai
manipolazioni della rappresentanza politica per trasformare la
rappresentanza popolare in due soli soggetti politici, che siano
espressione della volontà di tutti gli elettori. Una legge
elettorale non può andare contro gli schieramenti e gli
interessi esistenti nella realtà . Il bipartitismo sarebbe una
mistificazione della democrazia moderna. Che é un ideale , una
teoria, una pratica politica , un patrimonio istituzionale dalle
molte varianti. Una democrazia che ha sempre più bisogno di
forme rappresentative convincenti perché espressioni della
pluralità, della varietà, della complessità e
della autenticità dei bisogni e delle aspirazioni delle
associazioni umane da rappresentare e non riassumibile in un solo
partito ed in una sola persona. Occorre dunque una legge
elettorale che invece di irrigidire la forma di governo parlamentare,
ne confermi il carattere fondamentale della fluidità. E
non comprima la forza variegata della rappresentanza costringendola
in due partiti secondo una paratia stagna. In aderenza ad una
democrazia che , se legittima l'emergere di un partito che aggrega
la parte più consistente della popolazione , non può,
sulla base della ragion d'essere del pluralismo , permettere che tale
partito assuma ed esaurisca il ruolo sociale e politico di tutti gli
interessi. Insomma il popolo non accetterebbe un bipolarismo che
esclude la vasta gamma della sovranità popolare, in nome di
una governabilità che sarebbe contraria alla democrazia perché
lascerebbe vaste aree del popolo senza rappresentanza parlamentare.
Insomma il pluralismo é una ricchezza da preservare e richiede
un sistema proporzionale. Ma il pluralismo non significa frammentazione per fini di potere di gruppi o individui, come é
nel caso dell'Udeur e del partito liberaldemocratico di Dini.
La classe politica italiana ha davanti
a sé due strade. Una é la legge vigente,
varata dal centro destra per provocare l'ingovernabilità
del paese . Essa , sotto sotto, é desiderata da molti partiti,
poiché l'assenza del voto di preferenza conferisce
alle oligarchie che controllano i partiti il potere assoluto nella
scelta dei candidati. A scapito degli elettori che non contano
più nulla. L'altra é la bozza Bianco
ed il ritorno al sistema proporzionale. Che la bozza Bianco
segni un parziale ritorno al passato risulta non solo dalle sue
regole ma anche dal preambolo della proposta di legge quando si fa
riferimento al sistema elettorale del Senato ove si richiama il
sistema elettorale esistente fino al 1993 modificato da un
voto referendario. Tuttavia ci sono differenze migliorative da quel sistema elettorale. Ci sono i collegi uninominali. C'é una soglia di sbarramento a livello nazionale alla
Camera al 5%, che é la più alta mai vista in
Italia: un fattore di riduzione della frammentazione. E' bene ricordare che il sistema proporzionale non comporterebbe la scomparsa del sistema bipolare
della competizione politica. Infatti, come nota Giovanni
Sartori, il bipolarismo non si uccide per effetto di una legge
proporzionale. Il bipolarismo a livello elettorale lo abbiamo da
sempre, dal 1948 in poi, e resta radicatissimo. Per tutto il corso
della Prima Repubblica, in cui vigeva il sistema
proporzionale, gli italiani si sono divisi elettoralmente tra comunisti ed anticomunisti. Era un bipolarismo senza
alternanza, non per via della legge proporzionale, ma perché
non esisteva la possibilità di un governo con i comunisti .
La distribuzione dualistica dei voti si é trasferita anche
nella Seconda Repubblica, con limitati passaggi di voti tra
destra e sinistra. I tentativi di coinvolgere i comunisti in governi alternativi a quelli DC portarono alla reazione degli
Stati Uniti , che non volevano a nessun costo il partito
comunista al governo del paese: di qui la lunga stagione delle
stragi. La bozza Bianco, assicurando ad ogni
partito una rappresentanza parlamentare tendenzialmente proporzionale
ai voti ottenuti, non solo scoraggerebbe bipolarismi forzosi, ma
incentiverebbe la naturale formazione di un bipolarismo
“virtuoso”, basato sulla distinzione tra programmi
omogenei, capace di dare vita a maggioranze organiche di
appoggio al Governo. Questa legge risponderebbe anche ad una
esigenza di armonia con la nostra Costituzione , che non
tollera la elezione diretta del premier e del governo. Il nostro
sistema é nato parlamentare ed il Governo deve essere
“emanazione” del Parlamento, fulcro del sistema.
La verità é che il
bipolarismo é fisiologico in tutti le democrazie europee , e
non dipende dalla legge elettorale. Quasi tutti i Paesi europei sono
contemporaneamente proporzionalisti e bipolari. Ciò dimostra
che non occorre un sistema maggioritario per salvare una
struttura di voto bipolare. Per cui se cade il maggioritario, come
noi speriamo, non cade il bipolarismo.
Altra cosa é il bipolarismo a
livello di Governo, che significa l'alternanza tra governi di
centro destra e governi di centro sinistra. Con il sistema
proporzionale si possono verificare distribuzioni di voto tali da
provocare il perfetto equilibrio tra le forze antagoniste in campo;
ciò spinge a ricorrere alle grandi alleanze tra forze
antagoniste , o a governi istituzionali per fare fronte alle
emergenze economiche e sociali e di difesa della democrazia. La situazione oggi
Venendo all'Italia di oggi, ciò
che colpisce , dopo una sconfitta drammatica, preludio di scenari
cupi per la nostra democrazia, é l'assenza di una
analisi politica incentrata sull'autocritica per i molti errori
commessi. Il governo Prodi ha trascurato di fare una legge sul
conflitto di interessi e non risolto i problemi dei
lavoratori, dei disoccupati, dei precari, delle
famiglie senza reddito, dei giovani alla ricerca di
spazi. Oggi Veltroni e D'Alema sembrano non volere prendere atto del fatto che la crisi non é dovuta
alla presenza della sinistra cd radicale ma alle forze conservatrici come quelle di Mastella e Dini e di una parte del PD.
Mentre lo spettacolo tragicomico della Campania ,
addebitabile al centrosinistra, ci ha ridicolizzato in tutto il
mondo. Scrive Giorgio Bocca sull'Espresso del 31 gennaio 2008: “il
disastro dei rifiuti napoletani é prima di tutto un disastro
della corruzione dei dirigenti della pubblica amministrazione e della
criminalità. In questi anni hanno ricevuto dal
governo centrale decine di miliardi di euro per risolvere
la raccolta e la collocazione della spazzatura, e se li sono
spartiti e mangiati. I soldi sono finiti nelle
tasche dei funzionari e dei politici ” . Ma c'é
stata anche una politica di potere per il potere: il primo
messaggio é stato quello della moltiplicazione del numero dei
posti di governo, ministri e sottosegretari. Ed infine un programma
pletorico che trascurava quattro obiettivi prioritari: il
lavoro dignitoso, la difesa dei senza reddito, il
conflitto di interessi, le legge elettorale .
Siamo stati quotidianamente
sbertucciati in più lingue. Il New York Times titolava:
“nessuna sorpresa . In Italia cade il Governo” La
rivista Times racconta; “come cade un governo italiano tra
urla, sputi, citazioni poetiche sbagliate”. Le Monde dedica
poche righe ad un Paese immobile e diviso mentre tutto il resto del
mondo é cambiato. I giornali britannici aspettano con ansia il
ritorno a Palazzo Chigi del Cavaliere, che stimola il loro umorismo.
Al di là della sconfitta,
all'orizzonte c'é lo spettro delle elezioni politiche
anticipate. E di un regime berlusconiano a tempo
indeterminato. L'esperienza drammatica di oggi é figlia
della insipienza di coloro che, nel centro sinistra, hanno
stipulato patti scellerati con il leader di Forza Italia, per ragioni
personali e non nell'interesse del Paese. La strategia, coltivata da
Massimo D'Alema e Walter Veltroni, é quella di
onnicomprensivo e isolato dalle forze della sinistra. Ma non
si vede nessun segnale di rinnovamento nel ceto politico: si
prospetta un fronte elettorale con candidati, simboli e coalizioni
tutti già visti. Ancora una volta prevale la scelta di
sopravvivenza politica, in contrasto con la regola generale,
comune ad ogni democrazia, secondo cui chi perde se ne va a casa e
non ha la faccia tosta di riproporsi come salvatore della patria.
Ricordando Gaetano Salvemini che scrisse, dopo l'avvento del
fascismo, ai responsabili della sconfitta: “ Chi fallisce ,
perde fiducia, Voi siete dei falliti. Certo il successo non deve
essere l'unica norma di giudizio. Ma se il successo non deve essere norma di giudizio morale, l'insuccesso, specialmente se é
troppo grave, non può non essere norma di giudizio politico.
E' ridicolo , dopo quel po' po' di botte, di cui abbiamo fatto la ricevuta, trovarci tra i piedi ancora della brava gente che non ha
imparato nulla, che non ha mutato nulla e che ci ricanta che non c'é
nulla da imparare, non c'é nulla da mutare e c'é
solamente da ricominciare da capo a biascicare le vecchie
giaculatorie e a riprendere le vecchie lotte”.
Ferdinando Imposimato 28 Gennaio 2008