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Timestamp: 2020-08-11 21:13:46+00:00
Document Index: 4119036

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 6', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 19', 'art. 18', 'art. 2135', 'art. 133', 'art. 93', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 1']

Il Caso.it, Sez. Giurisprudenza, 23471 - pubb. 09/04/2020
Il fatto che il credito debba ridursi o compensarsi con controcrediti del creditore istante incide sulla valutazione dello stato di insolvenza ma non esclude la legittimazione a richiedere il fallimento
Tribunale Bari, 10 Febbraio 2020. Pres., est. Grillo.
Fallimento – Dichiarazione – Legittimazione – Compensazione – Stato di insolvenza
Le contestazioni pendenti sul credito non precludono la valutazione della sussistenza della legittimazione da parte del creditore ex art. 6 l.f., alla stregua della valutazione incidentale che concluda positivamente per il riconoscimento non del credito in sé, ma della qualità di creditore, mentre il fatto che il credito debba ridursi o compensarsi con controcrediti incide sulla valutazione dello stato di insolvenza. (Luca D'Apollo) (riproduzione riservata)
Segnalazione dell'Avv. Luca D'Apollo
Quanto alla lamentata carenza di legittimazione in capo alle società istanti per il fallimento, va richiamo il costante e condiviso orientamento del Supremo Collegio, secondo cui, in tema di iniziativa per la dichiarazione di fallimento, l'art. 6 L.F., laddove stabilisce che esso è dichiarato, fra l'altro, su istanza di uno o più creditori, non presuppone un definitivo accertamento del credito in sede giudiziale, né l'esecutività del titolo, essendo viceversa a tal fine sufficiente un accertamento incidentale da parte del giudice, all'esclusivo scopo di verificare la legittimazione dell'istante (Cfr. Cass. Sez. U, n. 1521/2013; Sez. 1, n. 11421/2014; n. 30827/2018).
La norma in esame, invero, attribuisce la legittimazione ad instare per il fallimento in capo al soggetto qualificato come "creditore", senza alcuna specificazione ulteriore, e quindi in capo a colui che vanta un credito nei confronti dell'imprenditore, non necessariamente certo, liquido, esigibile, ma anche non ancora scaduto o condizionale, non ancora munito di titolo esecutivo, sia pure idoneo in prospettiva a giustificare un'azione esecutiva (In termini cfr. anche Cass. n. 3472/2011), e che deve essere oggetto dell'imprescindibile delibazione incidentale del giudice fallimentare (In termini, cfr. Cass. n. 24309/2011 e S.U. n. 1521/2013) proprio in quanto non esiste più l'iniziativa d'ufficio.
Orbene, nel caso in esame, il credito di € 115.679,00, vantato da OMISSIS, trova riscontro in plurime fatture commerciali (Nn. 752/17, 897/17, 1138/17, 1008/17 e 1223/17 ), oltre che nella copia, autenticata da notaio, dell’estratto del registro fatture vendita, documentazione certamente idonea a costituire valido supporto per l’emissione di decreto ingiuntivo, quand’anche suscettibile di opposizione, e quindi per attribuire alla società in esame la qualità di creditore, ai fini della legittimazione della istanza di fallimento. D’altronde, non risulta che, prima della proposizione dell’istanza di fallimento, la OMISSIS abbia giammai contestato la sussistenza del saldo creditorio ex adversovantato e reclamato con missiva raccomandata del 18/12/2017, ricevuta dalla società debitrice il successivo 21/12/2017 (Cfr. copia della missiva e dell’avviso di ricevimento A.R., allegata al fascicolo di parte della OMISSIS.). In tal senso deve intendersi il rilievo – oggetto di specifica censura da parte della difesa della società fallita –, formulato nella sentenza dichiarativa di fallimento, ove viene dato atto della mancata contestazione del debito, evidentemente contestato soltanto in sede prefallimentare, a distanza di oltre un anno dall’emissione delle fatture e dall’invio della richiesta formale di pagamento.
È stato, invero, osservato ripetutamente dal Supremo Collegio che, ai fini della dichiarazione di fallimento, lo stato di insolvenza va desunto, più che dal rapporto tra attività e passività, dalla possibilità dell'impresa di continuare ad operare proficuamente sul mercato, fronteggiando con mezzi ordinari le obbligazioni (Cfr. Cass. Sez. 1, n. 29913/2018; n. 2830/2001.)
Per inciso, è appena il caso di evidenziare che, alla luce delle esposte considerazioni, l’istanza di sospensione dell’attività liquidatoria, ex art. 19 L.F., si appalesa del tutto priva di consistenza e fondamento, non potendosi in concreto rinvenire i paventati rischi derivabili, sia per la continuità aziendale (ormai ferma da epoca anteriore all’apertura della procedura concorsuale), sia per le sorti del personale dipendente (anchè esso già messo in libertà), dalla prosecuzione dell’attività liquidatoria da parte del curatore fallimentare, nelle more del giudizio ex art. 18 L.F. Ai fini della ricorrenza dello stato d’insolvenza, poi, è appena il caso di sottolineare l’irrilevanza della assenza di iniziative esecutive in danno della società debitrice, sia perché l’idoneità a soddisfare con regolarità i creditori (che escluderebbe lo stato d’insolvenza) implica che gli stessi non abbiano l’onere di attivarsi in executivis per ottenere l’adempimento, in condizioni di normalità spontaneo, sia perché l’iniziativa esecutiva presuppone che vi sia un patrimonio capiente, nel caso in esame ormai dismesso. Neppure fondato è l’ulteriore motivo di reclamo, attinente la dedotta natura agricola dell’attività imprenditoriale, con prevalente collegamento della stessa all’attività di coltivazione della terra. È pur vero, al riguardo, che l'esenzione dell'imprenditore agricolo dal fallimento presuppone, di fatto, il collegamento funzionale della sua attività con la terra, intesa come fattore produttivo, ovvero lo svolgimento delle attività connesse di cui all'art. 2135, comma terzo, cod. civ., quando esse assumano rilievo decisamente prevalente, sproporzionato rispetto a quelle di coltivazione, allevamento e silvicoltura.
Invero, con l’ammissione al patrocinio a carico dell’Erario della parte vincitrice, la pronuncia di condanna del soccombente alla rifusione della spese deve essere resa in favore dello Stato, a mente dell’art. 133 d.p.r. n. 115/02, onde consentire a quest’ultimo il recupero di quanto eventualmente sborsato. A carico delle società reclamante vanno, inoltre, poste le spese processuali sostenute dai creditori istanti (per la OMISSIS v’è richiesta di distrazione ex art. 93 c.p.c. da parte dell’avv. Savino Lacerenza, procuratore costituito), liquidate come in dispositivo ai sensi del D.M. n. 55/14 e succ. modif. Infine, è dovuta dall’opponente, stante il rigetto della sua impugnazione, l’integrazione del contributo unificato, ai sensi dell'art. 13 comma 1 quater del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall'art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228.
4) pone a carico della società reclamante l'obbligo di integrazione del contributo unificato, ai sensi dell'art. 13 comma 1 quater del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, inserito dall'art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228.