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Timestamp: 2019-05-22 20:48:58+00:00
Document Index: 124896748

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Concessione della costruzione e gestione di un parcheggio pubblico | Studio Legale Parenti
Concessione della costruzione e gestione di un parcheggio pubblico
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Consiglio di Stato sez. V sentenza 11/05/2015 n.2338
RILEVATO che con ricorso al T.A.R. per la Puglia il sig. M. C., nella qualità di delegato della lista elettorale “NOI”, Nuovi Orizzonti e Idee, presentata per le elezioni del sindaco e del consiglio comunale di Altamura che si svolgerà il 31 maggio 2015, ha impugnato la ricusazione della lista stessa, disposta dalla terza Sottocommissione elettorale circondariale di Altamura il 2 maggio 2015 in considerazione ” dell’assenza del contrassegno sui moduli recanti le firme dei sottoscrittori della lista “;
PRESO ATTO che il Tribunale adìto con la sentenza in epigrafe ha accolto tale ricorso, richiamandosi all’operatività in questa materia del principio di strumentalità delle forme e soggiungendo:
“… che, sebbene sugli specifici moduli di presentazione non sia stato riportato “graficamente” il contrassegno della lista in questione, quest’ultimo risulta dettagliatamente descritto e per di più in neretto, così come sono stati dettagliatamente indicati i dati anagrafici del candidato Sindaco e di tutti i candidati al Consiglio comunale, sicché può ragionevolmente ritenersi raggiunto lo scopo della consapevolezza da parte dei sottoscrittori della lista che si accingevano a presentare e della sua effettiva composizione;
… che rispetto al predetto scopo, unanimemente riconosciuto quale specifico obiettivo dell’imposizione di particolari forme per la presentazione delle liste elettorali (cfr. C.d.S., Sez. V, n. 2453 del 26.4.2011 nonché la relazione della stessa terza Sottocommissione elettorale, prodotta in giudizio il 6 maggio 2015, pag. 2, 2º cpv. e pag. 3, ult. cpv.), la rappresentazione grafica del contrassegno debba ritenersi recessiva rispetto alla puntuale indicazione dei candidati;
Ritenuto che, in ogni caso, dalla predetta dettagliata descrizione del simbolo erano agevolmente desumibili anche gli elementi per valutarne l’ammissibilità ai sensi dell’art. 33, comma 1, lett. B) del D.P.R. n. 570/1960;”
OSSERVATO che con il presente appello la sentenza di primo grado viene contestata deducendo, in sintesi:
– che il contrassegno costituirebbe un requisito sostanziale, e non meramente formale, della presentazione della lista;
– che non sarebbe sufficiente la presenza nel modulo di una mera descrizione del contrassegno, in quanto solo la sua presenza effettiva potrebbe garantire la piena consapevolezza, da parte dei sottoscrittori, in ordine alla lista che andavano a sostenere;
– che nella specie non potrebbe trovare applicazione il principio di strumentalità delle forme, bensì in assenza del contrassegno si imporrebbe senz’altro la ricusazione della lista;
CONSIDERATO che questi argomenti non sono suscettibili di trovare adesione;
PRECISATO che è pacifico che nel caso concreto in sede di presentazione della lista sia stato depositato anche il modello del relativo contrassegno, in triplice esemplare (come da verbale del 2 maggio 2015 in atti), vertendo la controversia solo sulla mancata apposizione del contrassegno medesimo sui moduli recanti le firme dei sottoscrittori della stessa lista;
RICORDATO che questa Sezione ha più volte affermato che gli artt. 28, 32 e 33 del d.P.R. n. 570/1960, che disciplinano la raccolta delle firme per la presentazione delle liste elettorali, non contengono prescrizioni dettagliate sulle modalità da seguire e, soprattutto, sulle conseguenze sul piano sanzionatorio di eventuali irregolarità, non potendosi pertanto inquadrare i relativi adempimenti formali nella categoria dogmatica delle c.d. “forme sostanziali” (cfr. le decisioni 11 gennaio 2011, n. 81;
24 agosto 2010, n. 5925;
28 novembre 2008 n. 5911; 17 settembre 2008 n. 4373;
7 novembre 2006, n. 6545);
OSSERVATO, pertanto, che in questa materia deve farsi piuttosto applicazione, come ha correttamente ritenuto il primo Giudice, del principio di strumentalità delle forme del procedimento elettorale (cfr. ad es. le decisioni della Sezione 26 aprile 2011, n. 2453;
9 aprile 2015, n. 1818), canone alla stregua del quale l’invalidità delle operazioni può essere ravvisata solo, come è noto, quando manchino elementi o requisiti che impediscano il raggiungimento dello scopo cui il singolo atto è prefigurato, mentre non possono comportare l’annullamento delle stesse operazioni le mere irregolarità, ossia quei vizi da cui non derivi alcun pregiudizio per le garanzie o compressione della libera espressione del voto (cfr. Sez. V, 23 giugno 2014; 19 giugno 2012, n. 3557);
CONSIDERATO che l’interesse pubblico che la normativa in rilievo nel caso concreto intende salvaguardare è quello di assicurare che i sottoscrittori siano ben consci della lista che contribuiscono a presentare, nel senso che occorre evitare che gli elettori possano firmare su un foglio che non sia idoneo a permettere il proprio collegamento logico a una specifica formazione politica, e, quindi, senza consapevolezza di quale lista si tratti e della sua concreta composizione;
CONSIDERATO, per quanto già esposto, che tale scopo deve ritenersi raggiunto anche quando, pur in assenza della materiale incorporazione del contrassegno di lista nel modulo di presentazione, risulti nondimeno acclarata la consapevolezza dei firmatari in merito alla riferibilità della loro sottoscrizione ad una determinata lista con una specifica composizione;
OSSERVATO che questa Sezione ha avuto altresì già modo di osservare, sullo specifico thema decidendum:
– che la tesi della necessaria incorporazione del contrassegno ” ha un carattere preminente formalistico, non è supportata da alcun elemento testuale ed in ogni caso mal si concilia con il ricordato principio di “strumentalità delle forme” in cui vanno inquadrati gli adempimenti formali di cui si discute, la cui ratio è quella di assicurare che i sottoscrittori abbiano piena consapevolezza della lista che si accingono a presentare e della sua effettiva composizione ” (sentenza n. 11 gennaio 2011, n. 81);
– che ” la circostanziata descrizione del contrassegno, verbalizzata dal segretario comunale, con l’indicazione in seno al contrassegno medesimo del nome e del cognome del candidato Sindaco e la puntuale elencazione dei componenti della lista, con specificazione di data e luogo di nascita di ognuno, costituisce elemento sufficiente ed idoneo al raggiungimento dello scopo di dimostrare la piena ed inequivocabile consapevolezza dei sottoscrittori in ordine alla lista interessata dalla loro volontà adesiva ” (sentenza 26 aprile 2011, n. 2453);
RILEVATO che questa conclusione tanto più si impone nella fattispecie concreta, riguardante una lista civica che non risulta avere partecipato a precedenti elezioni, dal momento che la presenza sul modulo della veste grafica del contrassegno non avrebbe aggiunto concretamente alcunché agli elementi descrittivi ivi già riportati, in quanto il contrassegno non esprimeva ex se alcun significato politico immediato, né si componeva di simboli aventi in se stessi alcuna particolare valenza politica;
RILEVATO, in conclusione, che le ragioni esposte impongono il rigetto dell’appello e la conferma della sentenza impugnata, con un’equitativa compensazione delle spese processuali anche per il presente grado di giudizio;
Compensa tra le parti le spese processuali del presente grado.
Così deciso in Roma nella Camera di consiglio del giorno 11 maggio 2015 con l’intervento dei magistrati:
Paolo Giovanni Nicolo’Lotti, Consigliere
DEPOSITATA IN SEGRETERIA Il 11/05/2015
Corte di Giustizia amministrativa per la Sicilia Sentenza n. 195/2015
È legittimo il provvedimento del Questore che ha ordinato la cessazione immediata dell’attività di cartomanzia, semplicemente richiamando le norme del Testo unico di pubblica sicurezza del 1931 e del relativo regolamento, che vietano il “mestiere di ciarlatano”. Sebbene l’affermazione di diritto possa apparire anacronistica e lontana dal contesto storico attuale, a pronunciarla è stata la Corte di Giustizia amministrativa per la Sicilia con la sentenza n. 195 del 2015.
Il provvedimento impugnato – L’ordine del del Questore si limitava a richiamare l’articolo 121 del Tulps in relazione all’articolo 231 del Regolamento di esecuzione che include “tra i mestieri del ciarlatano, ogni attività diretta a speculare sull’altrui credulità, o a sfruttare od alimentare l’altrui pregiudizio, come gli indovini, gli interpreti di sogni, i cartomanti, coloro che esercitano giochi di sortilegio, incantesimi, esorcismi, o millantano o affettano in pubblico grande valenza nella propria arte o professione, o magnificano ricette o specifici, cui attribuiscono virtù straordinarie o miracolose”.
Secondo la Corte di Giustizia il semplice richiamo alle citate norme sarebbe sufficiente ad escludere la necessità di una puntuale istruttoria per l’adozione dell’ordinanza. Diversamente, il Giudice di primo grado aveva accolto il ricorso ritenendo fondato il motivo di insufficienza della motivazione, in quanto il Questore non doveva limitarsi alla contestazione dell’attività svolta, ma aveva il dovere di valutare in concreto, attraverso apposita istruttoria e conseguente sufficiente motivazione, l’oggettiva idoneità dell’attività svolta dalla ricorrente a integrare l’ipotesi di ciarlataneria.
La posizione della Corte di Giustizia e il prevalente orientamento – La Corte di Giustizia siciliana ha riformato la sentenza del Tar, peraltro dissentendo dal prevalente orientamento giurisprudenziale condiviso dal Consiglio di Stato.
Secondo la giurisprudenza del Consiglio di Stato, infatti, l’elencazione di cui al regolamento Tulps non esaurisce tutte le ipotesi di ciarlataneria, ma è meramente esemplificativa. Ne deriva la necessità di un’approfondita analisi della fattispecie concreta per verificare se tale attività concreti un abuso della credulità popolare e dell’ignoranza. E ciò va fatto anche tenendo conto del mutato contesto storico e sociale rispetto al momento in cui è stata introdotta quella normativa di cui è espressione la stessa giurisprudenza che, da una posizione di assoluta ostilità nei confronti del mestiere di ciarlatano è giunta a ritenere ammissibili le attività di cui si discute in quanto fonte di reddito e quindi soggette al prelievo fiscale al pari di qualsiasi attività professionale (Consiglio di Stato, sez. VI, n. 510 del 2006, id., Sez. IV, n. 5502 del 2002, e n. 1393 del 2001).
Di diverso avviso il Giudice siciliano, secondo il quale l’attività di cartomante, essendo espressamente ricompresa dall’art. 231 del Regolamento di esecuzione del Tulps tra quelle di ciarlatano, non potrà mai essere esercitata in maniera “professionale”, ma con una “strumentazione” che, per sua natura, farà affidamento sulla credulità e sull’ignoranza di quanti intendono servirsene, con evidente pregiudizio dei valori personali e patrimoniali dell’individuo.
Spiega meglio la Corte che nella lingua italiana il termine “ciarlatano” sta ad indicare il soggetto che sfrutta a proprio vantaggio la credulità altrui, e il termine “cartomante” indica il soggetto che pretende di leggere nel futuro tramite le carte o tramite scienze occulte, cioè segrete e non conoscibili.
Una tale interpretazione deriva dallo stesso art. 12 delle preleggi del codice civile, che impone all’interprete di attribuire alle norme il senso che ad esse deriva dal “significato proprio delle parole”, di cui si compongono. Risulta evidente dunque che l’attività di chi afferma di potere di dare consigli ai “clienti” in quanto capace di leggere nel futuro e di padroneggiare scienze segrete e non conoscibili è proprio quella del ciarlatano, di colui cioè che intende speculare sulla credulità e sull’ignoranza, vantando il possesso di qualità, conoscenze e capacità che, per loro natura, non possono essere comprovate.
La Corte dunque conclude affermando che l’attività svolta dalla ricorrente è oggettivamente idonea ad integrare l’ipotesi di ciarlataneria, in quanto l’attività di cartomante svolta integra l’attività del ciarlatano, con la conseguenza che il semplice richiamo dell’art. 231 del Rd 635/1940 e delle attività che si intendono proibire costituisce sufficiente motivazione del provvedimento impugnato, il quale, quindi, appare esente dai vizi.
Cassazione civile sez. I sentenza 02/04/2015 n. 6673
Il giudicato sostanziale conseguente alla mancata opposizione di un decreto ingiuntivo copre non soltanto l’esistenza del credito azionato, del rapporto di cui esso è oggetto e del titolo su cui il credito ed il rapporto stessi si fondano, ma anche l’inesistenza di fatti impeditivi, estintivi e modificativi del rapporto e del credito precedenti al ricorso per ingiunzione e non dedotti con l’opposizione, mentre non si estende ai fatti successivi al giudicato ed a quelli che comportino un mutamento del “petitum” ovvero della “causa petendi” in seno alla domanda rispetto al ricorso esaminato dal decreto esecutivo.
Tar Palermo, sentenza n. 1995 del 23.07.2014
Il Tar Palermo con la sentenza in esame ha precisato che la demolizione di un’opera abusiva deve colpire il responsabile dell’abuso, che può essere non solo chi ha costruito l’immobile ma anche chi ne ha la concreta disponibilità.
Consiglio di Stato sentenza n. 1364 del 20.03.2014
Il Consiglio di Stato con la sentenza in esame ha precisato che nelle gare d’appalto in caso di a.t.i. costituenda la garanzia dev’essere intestata a tutte le associande, atteso che il soggetto da garantire non è l’a.t.i. nel suo complesso, non ancora costituita, né la sola capogruppo, ma tutte le imprese associande che durante la gara operano individualmente e responsabilmente negli impegni connessi alla partecipazione alla gara stessa, ivi compreso, in caso di aggiudicazione, quello di conferire mandato collettivo alla capogruppo che stipulerà il contratto con l’Amministrazione.
Tar Campania, sentenza n. 726 del 30.01.2014
Il Tar Campania con la sentenza in esame ha precisato che appartengono alla giurisdizione del G.O. le controversie in tema di appalti pubblici aventi ad oggetto la risoluzione del contratto con l’appaltatore e l’accertamento del diritto di quest’ultimo a proseguire il rapporto con l’Amministrazione committente.
Consiglio di Stato, sentenza n. 330 del 22.01.2014
Il Consiglio di Stato con la sentenza in esame ha precisato che la mancanza della dichiarazione sugli oneri sulla sicurezza non comporta l’esclusione dalla gara qualora non vi siano oneri di sicurezza, quando la prestazione posta in gara prevede una prestazione avente natura prettamente intellettuale e nessuna attività era richiesta al di fuori della sede di lavoro della aggiudicataria o, comunque, presso le sedi della stazione appaltante e il bando di gara non preveda niente in proposito.
TAR Lazio, sentenza n. 612 del 16.01.2014
Il Tar del Lazio con la sentenza in esame ha precisato che l’Amministrazione è tenuta a pronunciarsi sulla domanda di concessione della cittadinanza italiana entro la scadenza del termine di 730 giorni previsto dal D.P.R. n. 362 del 1994 e dal D.M. n. 228 del 1995 e, in difetto, l’interessato può promuovere azione avverso il silenzio, ai sensi dell’art. 117 c.p.a., al fine di far dichiarare l’illegittimità del silenzio serbato dalla p.a. sull’istanza in questione e ottenere la condanna all’adozione di un provvedimento espresso conclusivo del relativo procedimento.
Tar Lazio, sentenza n. 713 del 20.01.2014
Il Tar del Lazio con la sentenza in esame ha precisato che viene riconosciuta la cittadinanza italiana allo straniero che presenta il certificato di buona condotta della sua ambasciata.
Il provvedimento di diniego da parte del Ministero non può ritenersi sottratto all’obbligo di motivazione.
Consiglio di Stato, sentenza n. 4919 del 7.10.2013
Il Consiglio di Stato con la sentenza in esame ha precisato che la figura professionale del vigile urbano non è oggettivamente sussumibile tra quelle per cui è possibile derogare, in ragione della necessità di garantire particolari profili o figure professionali con esperienza all’interno dell’ente (articolo 91 del Tuel), al regime ordinario dei concorsi pubblici aperti agli esterni. L’effettuazione di una selezione concorrenziale in caso di mansioni di agente di pubblica sicurezza risulta, anzi, lo strumento più idoneo all’individuazione del soggetto più qualificato.
Corte di Cassazione, sentenza n. 15711 del 21.06.2013
La Corte di Cassazione con la sentenza in esame ha precisato che l’appaltatore, anche quando sia chiamato a realizzare un progetto altrui, è sempre tenuto a rispettare le regole dell’arte ed è soggetto a responsabilità anche in caso di ingerenza del committente, con la conseguenza che la sua responsabilità, con il derivante obbligo risarcitorio, non viene meno neppure in caso di eventuali vizi imputabili ad errori di progettazione o direzione dei lavori se egli, accortosi del vizio, non lo abbia tempestivamente denunziato al committente manifestando formalmente il proprio dissenso, ovvero non abbia rilevato i vizi pur potendo e dovendo riconoscerli in relazione alla perizia ed alla capacità tecnica da lui esigibili nel caso concreto.
Selezione e raccolta da parte dello Studio Legale Parenti delle Massime Giurisprudenziali di maggior attualità tra le ultime pronunce dei giudici di legittimità e di merito nella categoria Diritto Amministrativo.
Consiglio di Stato sez. V sentenza 06/11/2015 n.5075
1.- Il 5 agosto 1998 veniva sottoscritta dal Comune di Firenze e la Cooperativa SAP a r.l. la convenzione accessiva alla concessione della costruzione e gestione di un parcheggio pubblico da realizzarsi in via del Romito su un’area di proprietà comunale (il tutto approvato con deliberazione del consiglio comunale n. 655/90 del 18 maggio 1998).
In base all’articolo 15 della convenzione, il Comune di Firenze avrebbe potuto attivare, in caso di fallimento della concessionaria o di notevole diminuzione patrimoniale della concessionaria o per gravi inadempimenti nella costruzione delle opere o nella gestione dei parcheggi, la clausola risolutiva espressa, con corresponsione al concessionario di un indennizzo calcolato secondo i criteri di cui all’articolo 340 della legge 20 marzo 1865, n. 2248, ovvero nell’ipotesi in cui fosse già iniziata la gestione del servizio, secondo i criteri di cui all’articolo 24 del Regio Decreto 15 ottobre 1925, n. 2578.
2.- A seguito di contenzioso intervenuto tra il Comune di Firenze e la concessionaria, in data 9 dicembre 2005, il Comune di Firenze comunicava alla SAP l’avvio del procedimento di revoca della concessione e, con deliberazione di giunta comunale n. 46 del 31 gennaio 2006, disponeva la revoca della concessione e del diritto di superficie.
3.- Con ricorso al TAR Toscana, la Cooperativa SAP chiedeva l’annullamento della suddetta deliberazione di giunta comunale n. 46 del 31 gennaio 2006.
Nelle more del giudizio, il Comune di Firenze in data 14 novembre 2006 rientrava nel possesso del parcheggio, ma non corrispondeva l’indennità così come prevista in convenzione.
4.- Con atto notificato il 7 luglio 2009 la Cooperativa sociale introduceva giudizio arbitrale per l’accertamento dell’indennizzo spettante a seguito della risoluzione della concessione di gestione del parcheggio e per la condanna del Comune di Firenze al pagamento delle somme così determinate.
5.- Il Collegio arbitrale, sulla base della consulenza tecnica affidata all’ingegnere Stefano Fantini, in data 11 gennaio 2011 sottoscriveva lodo arbitrale con cui quantificava in euro 310.997,39, oltre interessi a decorrere dal 15 novembre 2006, l’indennizzo spettante alla SAP.
In particolare, il Collegio arbitrale, in ordine alla richiesta del Comune che l’indennizzo fosse ridotto tenendo conto del vantaggio economico ricevuto da SAP per effetto del mancato pagamento del prezzo del diritto di superficie, rilevava “il collegio non può non rilevare che l’amministrazione comunale non ha mai richiesto la condanna della SAP al pagamento del prezzo del diritto di superficie, di talché se l’Amministrazione ha subito un danno per questo titolo, tale danno è stato causato dalla sua inerzia e potrà, se del caso ed ove ne ricorrano i presupposti, formulare tale domanda in un autonomo giudizio”.
6.- La Cooperativa SAP, con ricorso al TAR Toscana iscritto al n. 183 del 2015, chiedeva l’esecuzione del suddetto lodo arbitrale del 23 – 28 febbraio 2011 dichiarato esecutivo con decreto del Tribunale di Firenze dell’8 agosto 2011.
Resisteva in giudizio il Comune di Firenze, che avanzava eccezione di compensazione dei crediti vantati nei confronti della SAP per canoni concessori non pagati.
7.- Il TAR Toscana, con la sentenza n. 879 del 9 giugno 2015, accoglieva il ricorso di SAP, richiamando l’orientamento giurisprudenziale secondo cui il credito vantato dal debitore può essere portato in compensazione come motivo di opposizione all’esecuzione forzata solo se sia sorto successivamente alla formazione del titolo, mentre il Comune aveva portato in compensazione un credito antecedente alla formazione del titolo.
Ordinava di conseguenza al Comune di Firenze di ottemperare al lodo arbitrale mediante pagamento delle somme ivi liquidate in favore della Cooperativa Sociale SAP, assegnando il termine di 60 giorni e nominando per il caso di perdurante inottemperanza commissario ad acta il presidente della Regione Toscana.
Compensava tra le parti le spese di giudizio.
8.- Il Comune di Firenze, con l’atto di appello in esame, ha impugnato la suddetta sentenza, chiedendo la sua riforma con riconoscimento e ammissibilità della eccezione di compensazione dell’accertando credito per la concessione del diritto di superficie dei terreni utilizzati per la realizzazione del parcheggio, dell’importo di euro 485.900,00, e quindi di subordinare l’ordine al Comune di Firenze di pagare quanto risultante dal lodo arbitrale all’esito della decisione sul credito eccepito in compensazione, così come sancito dalla Cassazione, sezione III, con la sentenza 17 ottobre 2013, n. 23573.
Aggiungeva che il ritardo nel far valere il credito era conseguenza del ritardo nel deposito, da parte dei liquidatori della Cooperativa SAP, dello stato passivo che consentiva al Comune la richiesta di ammissione del credito al passivo.
9.- La Cooperativa SAP, costituitasi in giudizio, chiedeva il rigetto dell’appello.
10.- Con memoria depositata in data 8 settembre 2015 il Comune di Firenze rappresentava che il credito da essa vantato nei confronti della SAP di euro 486.772,56 era stato accertato e riconosciuto e ammesso al passivo della procedura fallimentare, in quanto portato dalle risultanze dello stato passivo della SAP in liquidazione coatta amministrativa trasmesso dai commissari liquidatori al Comune nel 2007 e insisteva sulla eccezione di compensazione con il credito vantato dalla SAP in virtù del lodo arbitrale.
11.- Alla udienza del 24 settembre 2015, precisate le conclusioni nei termini di cui agli atti difensivi, il giudizio è stato assunto in decisione.
12.- L’appello è infondato e va respinto.
13.- La richiesta di compensazione dell’asserito credito indicato dallo stato passivo della SAP è fondata su fatti giuridici anteriori al formarsi del lodo arbitrale, tutti conoscibili dal Comune e coperti dal giudicato, sicché non può essere opposto all’esecuzione del lodo arbitrale passato in giudicato.
Conformemente a giurisprudenza consolidata deve ritenersi, infatti, che, in sede di opposizione alla esecuzione, il debitore può invocare soltanto i fatti estintivi o modificativi del diritto del creditore che si siano verificati posteriormente alla formazione del titolo, e non anche quelli intervenuti anteriormente, i quali sono deducibili esclusivamente nel giudizio di cognizione preordinato alla formazione del titolo (Cass. Civ., sezione III, 29 settembre 2007, n. 20594; sez. I, 24 aprile 2007; n. 26098 del 2006; 24 marzo 2004, n. 5925; n. 9061 del 1999).
14.- Sotto altro profilo, va considerato che l’autorità del giudicato copre il dedotto e il deducibile, ovvero non soltanto le questioni di fatto e di diritto fatte valere in via di azione e di eccezione, e comunque, esplicitamente investite dalla decisione, ma anche le questioni non dedotte in giudizio che costituiscano tuttavia un presupposto logico essenziale ed indefettibile della decisione stessa, restando salva e impregiudicata soltanto la sopravvenienza di fatti e situazioni nuove verificatesi dopo la formazione del giudicato.
Ne consegue che, a fronte del giudicato sul lodo arbitrale, non sono deducibili fatti ad esso anteriori paralizzanti gli effetti del lodo arbitrale, essendo coperti dal giudicato.
15.- Non rileva in contrario che i principi su esposti siano stati affermati dalla giurisprudenza in materia di esecuzione forzata, essendo ugualmente validi nella materia del giudizio di ottemperanza, di cui trattasi, in quanto questo rimedio processuale è analogo all’esecuzione forzata.
L’oggetto del giudizio di ottemperanza è, infatti, rappresentato dalla puntuale verifica da parte del giudice dell’esatto adempimento, da parte dell’amministrazione, dell’obbligo di conformarsi al giudicato per far conseguire concretamente all’interessato l’utilità o il bene della vita riconosciutogli in sede di cognizione, mentre ne restano fuori la cognizione e il riconoscimento di diritti nuovi e ulteriori rispetto a quelli fatti valere ed affermati con la sentenza da eseguire, anche se siano ad essa conseguenti o collegati, né possono essere proposte domande nuove estranee all’oggetto della sentenza da eseguire (Cons. Stato, sez. VI, 18 aprile 2013, n. 2172; 17 aprile 2003, n. 2007; 15 aprile 1999, n. 626).
16.- Fermi i suddetti principi, poiché è indubbio che la comunicazione ex articolo 207 della legge fallimentare del 22 giugno 2007, effettuata dai commissari liquidatori al Comune, è precedente alla proposizione della domanda arbitrale, non può avere ingresso nel giudizio di ottemperanza al lodo arbitrale di cui si controverte.
17.- Per completezza va osservato che nel giudizio arbitrale l’amministrazione ha svolto eccezione di compensazione, avendo il Comune richiesto di ridurre l’indennizzo “dovendosi tener conto del vantaggio economico ottenuto da SAP a fronte del mancato pagamento a favore del Comune di Firenze, di qualsiasi quota parte del prezzo da lei dovuto per la cessione del diritto di superficie”.
Il lodo arbitrale ha pronunciato in merito a detta eccezione, disponendo la sottrazione dall’indennizzo (complessivamente determinato in euro 494.943,71) dell’importo di euro 144.729,14 corrispondente al “valore del diritto di superficie relativo ai posti auto ceduti in diritto di superficie”.
Il lodo arbitrale non è stato impugnato dal Comune ed è passato in giudicato sicché, per l’effetto proprio del giudicato che copre il dedotto e il deducibile, la compensazione, oggetto di specifico esame in sede di lodo arbitrale, non può essere riproposta al fine di paralizzare gli effetti del giudicato.
18.- Per quanto esposto, l’appello del Comune di Firenze deve essere respinto.
La condanna al pagamento delle spese di giudizio segue la soccombenza, secondo la liquidazione contenuta in dispositivo.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Quinta), definitivamente pronunciando sull’atto di appello in epigrafe, lo respinge.
Condanna il Comune di Firenze al pagamento in favore della Cooperativa Sociale SAP, Cooperativa Sociale Servizi Auto Posteggi Custoditi, in liquidazione coatta amministrativa, di euro 2.500,00, oltre accessori di legge, per spese di giudizio.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 24 settembre 2015 con l’intervento dei magistrati:
DEPOSITATA IN SEGRETERIA IL 06 NOV. 2015.
Ordine di demolizione al proprietario e all’autore dell’abuso
Sono accessibili tutti i procedimenti se non vi è espresso divieto
Accesso al documento anche senza un’esatta indicazione
Malattia, comporto e licenziamento