Source: https://www.officinelegali.eu/videosorveglianza/videosorveglianza-acquisizione-duplicazione-ed-utilizzabilita-nel-processo-penale/
Timestamp: 2020-02-29 05:34:21+00:00
Document Index: 60877226

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 360', 'art. 247', 'art. 354', 'art. 360', 'art. 189', 'art. 234', 'art. 234', 'art. 247', 'art. 254', 'art. 247', 'art. 247', 'art. 254', 'art. 247', 'art. 260']

Videosorveglianza: acquisizione, duplicazione ed utilizzabilità nel processo penale - OfficineLegali
Videosorveglianza: acquisizione, duplicazione ed utilizzabilità…
La Corte di Cassazione, Sesta Sezione Penale, con la sentenza 10 aprile 2019 n. 15838 ha esaminato la fattispecie relativa ad un giornalista accusato di aver sottratto dall’ufficio del Giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani, una richiesta formulata dal P.M. per mezzo della quale veniva richiesta l’autorizzazione all’utilizzazione di comunicazioni e conversazioni di un parlamentare intercettate nel corso di un procedimento riguardante terzi ed in parte la distruzione di altre conversazioni ritenute irrilevanti, atto custodito in detto ufficio pubblico.
La tesi difensiva del giornalista ruotava (principalmente) intorno al fatto che agli atti del procedimento non sarebbero stati acquisiti i filmati e le immagini del sistema di videosorveglianza in uso al Tribunale e alla Procura della Repubblica di Trani, luogo ove si è svolta la vicenda in esame, bensì copia di parte di file memorizzati nel server dell’impianto e, quindi, documenti informatici. Tale circostanza avrebbe imposto, onde evitarne la manipolazione ovvero l’alterazione, di effettuare un clone di tale materiale attraverso la procedura c.d. “bit to bit”, unica operazione che garantisce una replica integrale di tutti i dati contenuti su un disco o partizione di un disco, idonea a riprodurre una copia identica all’originale. Nel caso in esame, invece, le copie erano state effettuate da un cancelliere in servizio nell’ufficio attraverso l’estrapolazione di dati dal sistema poi inseriti all’interno di un supporto mobile (c.d. “chiavetta USB”) e “masterizzati” su due DVD, senza procedere a realizzare una copia forense in contraddittorio con la difesa.
E’ stata reiteratamente eccepita l’inutilizzabilità dei filmati in quanto l’attività irripetibile era stata posta in essere in violazione dell’art. 360 c.p.p., art. 247 c.p.p., comma 1-bis e art. 354 c.p.p., comma 2, in considerazione del fatto che il sistema informatico del servizio di video sorveglianza avrebbe sovrascritto dopo alcuni giorni sui pregressi dati conservati nella memoria, andando così a cancellare quanto necessario all’accertamento della cronologica sequenza dei fatti. Evenienza questa che avrebbe compromesso in maniera irreparabile la conservazione dei dati originali, estrapolati unilateralmente dagli organi inquirenti ed in assenza di contraddittorio.
Da quanto sopra conseguirebbe l’inutilizzabilità delle videoriprese poste a fondamento della decisione impugnata, censurando di illogicità la motivazione della Corte d’appello in ordine all’assenza di elementi da cui desumere la non corrispondenza delle copie agli atti originali, tenuto conto che la difesa del ricorrente non ha mai potuto esaminare l’originale della documentazione informatica. Poichè l’operazione posta in essere per acquisire i documenti informatici di che trattasi è stata compiuta nonostante la consapevolezza che gli stessi sarebbero andati irrimediabilmente dispersi (attraverso la sovrapposizione di altre immagini che hanno sovrascritto i dati precedenti), non essendo possibile una loro indefinita riproduzione, sussiste la violazione dell’art. 360 c.p.p.
Evidenzia la Cassazione la necessità di sgomberarsi il campo da un equivoco di fondo che spesso si rileva in ordine all’acquisizione di documenti conservati in forma digitale che sono contenuti in computer o, comunque,
in supporti fisici che riproducono immagini e videoriprese.
Le videoregistrazioni acquisite, infatti, contrariamente a quanto affermato nel ricorso, seppure definite “copie” di quanto contenuto nella memoria a servizio dell’impianto di video sorveglianza, divergono da quelle trasferite sul supporto unicamente per il luogo fisico ove le stesse sono state successivamente conservate, non potendosi parlare propriamente di “copia” di un documento che, in quanto acquisito e conservato in formato digitale, permette un’identica riproduzione in un numero non preventivamente definito di “cloni”. In tal senso, infatti, deve intendersi l’espressione secondo cui sono sempre riproducibili le informazioni contenute nell’originale.
Si rileva che, contrariamente a quanto avviene per la copia dei documenti cartacei che, anche in ipotesi di particolare sensibilità dello strumento tecnico, non potrà mai essere identica all’originale – fermo restando l’eventuale verifica della corrispondenza del contenuto del documento originale alla copia -, le immagini di una videoregistrazione dell’impianto di sicurezza sono già una “copia” video di quanto realmente entrato nel raggio di azione delle telecamere che, a sua volta, viene conservata all’interno di uno spazio fisico, talvolta remoto, differente rispetto alla sorgente di registrazione. Parlare, quindi, di “copia” di una riproduzione di sequenze di immagini di una scena di una vita reale, laddove la videoregistrazione risulta essere ex se già una “copia” riproduzione degli accadimenti che interessano persone o cose di quanto si realizza all’esterno dell’impianto e riprodotto in formato digitale, è operazione meramente lessicale non idonea a dimostrare che l’acquisizione del documento effettuato per mezzo del trasferimento dei file dal server dell’impianto e riversato su altro supporto fisico realizzi una “copia”. Certamente più corretto è, quindi, in tali casi ed in assenza di emergenze che consentano di ipotizzare una loro manomissione, parlare di trasferimento ovvero estrapolazione dei documenti in formato digitale “che riproducono fatti persone o cose”, così rimarcandosi l’operazione materiale tesa ad acquisire il dato probatorio che viene appreso tal quale a quello originale e di cui è ipotizzabile una indefinita possibilità di duplicazione.
La materia delle riprese visive e delle prove che ne conseguono (prosegue la Suprema Corte) non è regolata specificamente dalla legge, tuttavia le Sezioni unite (Sez. U, n. 26795 del 28/03/2006, Prisco, Rv. 234267), hanno stabilito che le immagini tratte da video riprese in luoghi pubblici effettuate al di fuori delle indagini preliminari, cioè al di fuori del procedimento penale ed indipendentemente da esso, non possono essere considerate prove atipiche ex art. 189 c.p.p., ma devono essere qualificate come documenti da utilizzare quali prove documentali nel processo.
L’art. 234 c.p.p. dispone che “è consentita l’acquisizione di scritti o di altri documenti che rappresentano fatti persone o cose mediante la fotografia, la cinematografia, la fonografia e qualsiasi altro mezzo”, con ciò implicitamente escludendo che possa assumere rilevanza l’utilizzazione della modalità analogica ovvero digitale per mezzo della quale è avvenuta la videoregistrazione e la successiva conservazione. La norma, invero, per mezzo dell’enunciazione di cosa debba intendersi per documento, non si interessa della concreta modalità di conservazione dello stesso, indicandone esclusivamente le caratteristiche oggettive (“documenti che rappresentano fatti, persone o cose”). L’evoluzione tecnologica che ha consentito, grazie al processo di digitalizzazione, la minimizzazione fisica del supporto su cui le immagini possono essere conservate e la facilitazione delle modalità di archiviazione e successiva estrapolazione dei documenti, non autorizza a ritenere mutata tale natura, certamente conforme a quanto previsto dall’art. 234 c.p.p. quanto a disciplina delle acquisizioni documentali.
I problemi connessi all’eventuale non genuinità di tali documenti, di conseguenza, sono estranei al tema dell’utilizzabilità o meno degli stessi, dovendosi invece accertare se essi siano stati, se del caso, manipolati; evenienza comune alla corrispondente acquisizione di documenti in formato analogico o cartaceo.
Inconferente, quindi, risulta a parere della Suprema Corte, il riferimento del giornalista alla disciplina dell’art. 247 c.p.p., comma 1-bis e art. 254-bis c.p.p.. In primo luogo l’art. 247 c.p.p., comma 1-bis, che testualmente prevede che “quando vi è fondato motivo di ritenere che dati, informazioni, programmi informatici o tracce comunque pertinenti al reato si trovino in un sistema informatico o telematico, ancorchè protetto da misure di sicurezza, ne è disposta la perquisizione, adottando misure tecniche dirette ad assicurare la conservazione dei dati originali e ad impedirne l’alterazione”, è previsione chiaramente riferibile all’attività di perquisizione disciplinata dalla stessa norma che nel caso oggetto di censura non è stata in alcun modo effettuata: un funzionario di cancelleria in servizio presso la Procura della Repubblica di Trani (professionalmente istruito dalla società che aveva installato l’impianto), alla presenza di un ufficiale di polizia giudiziaria e sotto la supervisione e su disposizione del Pubblico ministero procedente, ha materialmente “acquisito” i file dei video relativi alla
registrazione di quanto avvenuto nei luoghi in cui erano state dislocate le telecamere e nei giorni oggetto di specifico accertamento.
In ogni caso, come correttamente rilevato dai Giudici di merito, le cautele di cui è cenno, sia nell’art. 247 c.p.p., comma 1-bis, in materia di perquisizione, che nell’art. 254-bis c.p.p., norma che disciplina il sequestro dei dati informatici presso i gestori di servizi informatici, telematici e di telecomunicazioni, evenienza motivatamente esclusa dai Giudici di merito (il servizio era in capo all’ufficio giudiziario essendosi la società che ebbe ad installare l’impianto limitata a formare professionalmente il personale ai fini della estrapolazione delle immagini senza che fosse in atto alcun servizio), prevedono unicamente il rispetto di non esplicitate modalità operative ai fini della conservazione dei dati onde scongiurarne eventuali alterazioni; non è invece prevista alcuna sanzione processuale in caso di mancata loro adozione, potendone derivare, al più, effetti sull’attendibilità della prova rappresentata dall’accertamento eseguito (in proposito v. Sez. 5, n. 11905 del 16/11/2015, 2016, Branchi, Rv. 266477).
Ed infatti, ormai consolidato è il principio di diritto espresso da questa Corte secondo cui, in ipotesi di perquisizione di sistema informatico o telematico, sia l’art. 247 c.p.p., comma 1-bis, che l’art. 260 c.p.p., comma 2, si limitano a richiedere l’adozione di misure tecniche e di procedure idonee a garantire la conservazione dei dati informatici originali e la conformità ed immodificabilità delle copie estratte per evitare il rischio di alterazioni, senza imporre misure e procedure tipizzate (Sez. 3, n. 37644 del 28/05/2015, R., Rv. 265180).
Category: Videosorveglianza 2 maggio 2019
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