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Timestamp: 2020-04-03 03:17:41+00:00
Document Index: 133733931

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 5']

Corte di Cassazione, sez. I, 19/12/2019 n. 34113
Sulla liceità del trattamento delle informazioni personali, effettuato nell'ambito dell'attività di recupero crediti, purché avvenga nel rispetto del criterio di minimizzazione nell'uso dei dati personali.
E' lecito il trattamento delle informazioni personali, effettuato nell'ambito dell'attività di recupero crediti, purché avvenga nel rispetto del criterio di minimizzazione nell'uso dei dati personali, dovendo essere utilizzati solo i dati indispensabili, pertinenti e limitati a quanto necessario per il perseguimento delle finalità per cui sono raccolti e trattati. Pertanto, nel caso di specie, non può ritenersi che la Banca sia incorsa nella violazione della legge sulla privacy solo perchè abbia fornito ai soggetti acquirenti del credito informazioni riguardanti la debitrice funzionali alla cessione del credito, quali la situazione debitoria, ubicazione dell'immobile vincolato alla garanzia del credito, etc., ove non venga fornita prova che la comunicazione a terzi sia avvenuta in violazione del principio sopra enunciato di "minimizzazione nell'uso dei dati personali".
Cassazione civile sez. I - 19/12/2019, n. 34113 <?xml:namespace prefix = "o" ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
sul ricorso 759/2016 proposto da:
M.N.G., elettivamente domiciliata in Roma, P.zza Di San Salvatore in Campo 33, presso il proprio studio, rappresentata e difesa da sè medesima; - ricorrente - contro
Banco Di Napoli Spa, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in Roma, Viale G. Mazzini 73, presso lo studio dell'avvocato Del Vecchio Arnaldo, rappresentato e difeso dall'avvocato Iollo Gennaro, giusta procura in calce al controricorso; - controricorrente - avverso la sentenza n. 2414/2015 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI, depositata il 27/05/2015; udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del 30/10/2019 dal Cons. Dott. FIDANZIA ANDREA.
In ordine alla dedotta violazione della legge sulla privacy, il giudice d'appello ha evidenziato che, una volta eseguito il pignoramento immobiliare, è del tutto evidente che la vicenda debitoria travalichi gli stretti ambiti del rapporto debitore creditore, coinvolgendo tutti i possibili soggetto interessati all'acquisto del bene staggito.
Orbene, essendo principio consolidato di questa Corte che i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena di inammissibilità, questioni che siano già comprese nel thema decidendum del precedente grado del giudizio - non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito, tranne che non si tratti di questioni rilevabili d'ufficio (Cass., 17/01/2018, n. 907; Cass., 09/07/2013, n. 17041) - ne consegue che, ove nel ricorso per cassazione siano prospettate, come nel caso di specie, questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitarne una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l'avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di specificità del motivo, di indicare in quale atto del giudizio precedente lo abbia fatto, nonchè il luogo e modo di deduzione, onde consentire alla S.C. di controllare "ex actis" la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass., 13/06/2018, n. 15430).
3. Con il secondo motivo è stata dedotta la violazione e falsa applicazione degli dell'art. 132 c.p.c., n. 4, in relazione all'art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, nonchè la motivazione "apparente".
Non vi è dubbio che un tale percorso argomentativo del giudice di secondo grado soddisfi pienamente "il minimo costituzionale" secondo i parametri elaborati da questa Corte a partire dalla sentenza delle S.U. n. 8053/2014.
Lamenta la ricorrente che vi è stata violazione della normativa sulla privacy al momento della cessione del credito della Banca ad un privato. In particolare, la Banca ha segnalato la debitrice a soggetti privati "acquirenti di crediti" fornendo loro dati sensibili in ordine alla persona del debitore, alla situazione debitoria e all'abitazione della debitrice
Va preliminarmente osservato che non vi è dubbio che il trattamento delle informazioni personali effettuato nell'ambito dell'attività di recupero crediti sia lecito purchè, avvenga nel rispetto del criterio di minimizzazione nell'uso dei dati personali, dovendo essere utilizzati solo i dati indispensabili, pertinenti e limitati a quanto necessario per il perseguimento delle finalità per cui sono raccolti e trattati. Tale principio era ben espresso dal D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 3, recante il titolo "principio di necessità nel trattamento dei dati", e dall'art. 11, lett. d) legge cit., richiedente la pertinenza, la completezza e non eccedenza dei dati rispetto alle finalità per cui sono raccolti e trattati (tali articoli sono stati recentemente abrogati a seguito dell'entrata in vigore del D.Lgs. 10 agosto 2018, n. 101) ed è stato recentemente riaffermato con l'entrata in vigore dell'art. 5, lett. c) del regolamento Europeo sulla protezione dei dati personali 2016/679.
Non può quindi ritenersi che la Banca sia incorsa nella violazione della legge sulla privacy solo perchè abbia fornito ai soggetti acquirenti del credito informazioni riguardanti la debitrice funzionali alla cessione del credito, quali la situazione debitoria, ubicazione dell'immobile vincolato alla garanzia del credito, etc., ove non venga fornita prova che la comunicazione a terzi sia avvenuta in violazione del principio sopra enunciato di "minimizzazione nell'uso dei dati personali".
Nel caso di specie, la ricorrente lamenta la rivelazione da parte della Banca di dati c.d. sensibili concernenti la sua persona senza neppure avere indicato quali, nonostante che già nel giudizio di merito fosse suo preciso onere specificare i dati sensibili propalati in violazione del criterio della "minimalizzazione nell'uso dei dati personali". La censura si appalesa quindi generica.