Source: https://www.federica.eu/l/impresa
Timestamp: 2019-06-17 22:43:15+00:00
Document Index: 6083594

Matched Legal Cases: ['art. 2082', 'art. 2083', 'art. 2082', 'art.2082', 'art. 2238', 'art. 2135', 'art. 2195', 'art. 2214', 'art. 2135', 'art. 2135', 'art. 2135', 'art. 2195', 'art. 2082', 'art. 2135', 'art. 2083', 'art. 2083', 'art. 2214', 'art. 1', 'art. 230', 'art. 2083', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 10', 'art. 10']

Federica.EU - Diritto Commerciale - 1. Impresa
Diritto Commerciale C. Fiengo, A. Blandini, O. De Cicco
Lezione 1. Impresa
Nel nostro ordinamento, la disciplina delle attività economiche ruota intorno alla figura dell’imprenditore.
Ai sensi dell’art. 2082 c.c., si definisce imprenditore colui che «esercita professionalmente un’attività economica organizzata al fine della produzione o dello scambio di beni e servizi».
L’impresa è attività (ovvero: serie coordinata di atti) finalizzata alla produzione o allo scambio di beni o servizi.
Pertanto, non costituisce attività di impresa il mero godimento del proprio patrimonio.
L’attività di impresa presuppone l’impiego coordinato di fattori produttivi.
In particolare, è richiesta la c.d. etero-organizzazione. Non costituisce attività di impresa la semplice organizzazione del proprio lavoro, senza utilizzare né lavoro altrui né capitali.
Anche per il piccolo imprenditore, disciplinato ai sensi dell’art. 2083 c.c., si richiede un coefficiente minimo di etero-organizzazione.
Metodo economico
L’impresa è attività economica.
Il requisito dell’economicità dell’attività di impresa deve essere considerato come qualificazione (minimale) della produttività.
L’attivitàdi impresa deve cioè essere svolta con metodo economico, ovvero con modalità che consentano, tendenzialmente, quantomeno la copertura dei costi con i ricavi.
Non è, dunque, imprenditore chi produce beni o servizi che vengono erogati gratuitamente o a prezzo simbolico, tale da far oggettivamente escludere la possibilità di coprire i costi con i ricavi.
È controverso se costituisca o meno requisito essenziale dell’attività di impresa lo scopo di lucro, ovvero l’intento dell’imprenditore di conseguire un guadagno personale.
La dottrina prevalente è oggi orientata verso una risposta negativa.
La nozione di attività di impresa che si rinviene nell’ordinamento è unitaria e ricomprende, tra le altre, anche l’impresa pubblica (che generalmente non ha scopo di lucro), l’impresa sociale (per la quale lo scopo di lucro è espressamente vietato) e l’impresa cooperativa (che ha scopo mutualistico).
Comunque, non è dubbio che lo scopo normale dell’imprenditore sia proprio quello di realizzare il massimo profitto.
L’ultimo requisito indicato nell’art. 2082 c.c. è quello della professionalità. Conesso, si intende l’esercizio abituale (e non occasionale) dell’attività diimpresa.
Ciò non significa che l’attività debba essere svolta in modo continuato e senza interruzioni.
Inoltre, ciò non implica che l’attività di impresa sia l’unica attività esercitata.
Si può avere attività di impresa anche nell’ipotesi del compimento di un unico affare, purchè implichi il compimento di operazioni molteplici e complesse e l’utilizzo di un apparato idoneo ad escludere il carattere occasionale e non coordinato dei singoli atti.
Destinazione al mercato dei beni o servizi prodotti
L’art.2082 c.c. non prevede come requisito la destinazione al mercato dei beni o servizi prodotti. È dubbio, dunque, se sia qualificabile come imprenditore chi produce beni o servizi destinati ad uso personale.
Un esempio tipico è quello della costruzione in economia, ovvero della costruzione di un bene (generalmente, un immobile) non destinato alla rivendita.
La tesi che si preferisce è quella positiva. L’individuazione della disciplina applicabile all’imprenditore si basa su dati esteriori e oggettivi. Pertanto, non può considerarsi rilevante l’intenzione del soggetto produttore di rivendere o meno il bene.
Impresa illecita
Si ritiene che anche l’impresa illecita debba essere sottoposta alla disciplina dell’imprenditore, sulla base del principio generale per il quale da un comportamento illecito non possono derivare effetti favorevoli per l’autore.
Ciò vale sia per l’impresa c.d. immorale( avente ad oggetto attività non consentite dalla legge), sia per quella c.d. illegale (svolta senza le necessarie licenze e autorizzazioni amministrative).
Se così non fosse, infatti, il soggetto che esercita l’attività di impresa illecita sarebbe esonerato dagli oneri previsti dalla disciplina dell’imprenditore.
Attività di impresa e professioni intellettuali
Le professioni intellettuali non danno luogo ad attività d’impresa.
Le disposizioni in tema di impresa si applicano alle professioni intellettuali solo se «l’esercizio della professione costituisce elemento di una attivitàorganizzata in forma di impresa» [art. 2238 c.c.].
L’esonero vale sia per le professioni cc.dd. protette, sia per quelle non protette.
L’esonero dei professionisti dall’applicazione della disciplina tipica dell’imprenditore rappresenta il frutto di una libera scelta del legislatore, che attribuisceloro una disciplina più favorevole, caratterizzata, dunque, dal mancato assoggettamento alla maggior parte delle procedure concorsuali e alla disciplina del c.d. statuto dell’imprenditore.
Classificazione degli imprenditori in base alla natura dell’attività svolta
In base alla natura dell’attività svolta, il codice civile distingue tra le due figure dell’imprenditore agricolo [art. 2135 c.c.] e dell’imprenditore commerciale [art. 2195 c.c.].
L’imprenditore commerciale è destinatario di un’ampia e articolata disciplina, fondata sull’obbligo di iscrizione al registro delle imprese nella sezione ordinaria, con funzione di pubblicità legale; sull’obbligo della tenuta delle scritture contabili; sull’assoggettamento al fallimento e alle altre procedure concorsuali.
L’imprenditore agricolo, invece, è sottoposto unicamente alla disciplina dettata dallo statuto generale dell’imprenditore, mentre è esonerato dalla tenuta delle scritturecontabili [art. 2214 c.c.]; non è soggetto al fallimento e ad altre procedure concorsuali (tuttavia gli è consentito l’accesso agli accordi di ristrutturazione dei debiti, alla transazione fiscale, nonché alla procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento); deve iscriversi in una sezione speciale del registro delle imprese, cui è ormai attribuita funzione di pubblicità legale [d.lgs. n. 228/2001].
È imprenditore agricolo chi esercita un’attività di «coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse» [art. 2135, co. 1,c.c.].
Emerge dunque una distinzione tra attività agricole essenziali e attività agricole per connessione.
«Per coltivazione del fondo, allevamento di animali si intendono le attività dirette alla cura e allo sviluppo di un ciclo biologico o di una fase necessaria dello stesso, di carattere vegetale o animale, che utilizzano o possono utilizzare il fondo, il bosco o le acque dolci, salmastre o marine» [art. 2135, co. 2, c.c.].
Rientrano nella categoria delle attività agricole essenziali anche tutte le coltivazioni fuori terra.
Anche l’attività di allevamento di animali– dunque, non limitata al solo allevamento di bestiame – può essere svincolata dall’utilizzo del fondo.
Alle attività agricole essenziali è espressamente equiparata anche l’attività di pesca professionale e le attività ad essa connesse.
Attività agricole per connessione
Sono attività agricole per connessione [art. 2135, co. 3, c.c.] le attività, esercitate dal medesimo imprenditore agricolo, dirette:
a) alla manipolazione, conservazione, trasformazione, commercializzazione evalorizzazione di prodotti ottenuti prevalentementeda un’attività agricola essenziale;
b) alla fornitura di beni o servizi mediante l’utilizzazione prevalente di attrezzature o risorse normalmente impiegate nell’attività agricola esercitata, comprese quelle di valorizzazione del territorio e del patrimonio rurale e forestale e le attività agrituristiche.
Le attività agricole per connessione sono attività oggettivamente commerciali. Esse sono considerate per legge attività agricole quando sussiste una connessione (sia soggettiva, sia oggettiva) con le attività agricole essenziali.
Ai sensi dell’art. 2195 c.c., è imprenditore commerciale chi esercita una delle seguenti attività:
Attività industriale diretta alla produzione di beni o servizi.
Attività intermediaria nella circolazione dei beni.
Attivitàdi trasporto per terra, per acqua e per aria.
Attività bancaria o assicurativa.
Invero, secondo la dottrina prevalente, ogni imprenditore non agricolo è da qualificarsi come commerciale. La definizione di imprenditore commerciale può essere desunta “per sottrazione” tra quella generale contenuta nell’art. 2082 c.c. e quella dell’imprenditore agricolo, dettata nell’art. 2135 c.c.
Non si condivide, invece, l’ammissibilità una terza categoria di impresa, quella delle c.d. imprese civili.
Distinzione in base alle dimensioni dell’impresa
Il codice civile individua la figura del piccolo imprenditore [art. 2083 c.c.], contrapponendola a quella dell’imprenditore di medio-grandi dimensioni.
Ai sensi dell’art. 2083 c.c., «sono piccoli imprenditori i coltivatori diretti del fondo, gli artigiani, i piccoli commercianti e coloro che esercitano un’attività professionale organizzata prevalentemente con il lavoro proprio e dei componenti della famiglia».
Il piccolo imprenditore è sottoposto allo statuto generale dell’imprenditore, ma è esonerato, anche se esercita attività commerciale, dalla tenuta delle scritture contabili [art. 2214 c.c.] e dall’iscrizione nella sezione ordinaria del registro delle imprese. La qualifica di piccolo imprenditore non esclude, invece, l’assoggettabilità al fallimento, che dipende dal superamento di almeno uno dei requisiti dimensionali dettati dall’art. 1 della legge fallimentare.
L’attuale disciplina dell’impresa artigiana è dettata dalla Legge del 8 agosto 1985, n.443 [Legge quadro per l’artigianato].
La definizione di imprenditore artigiano è basata su due criteri:
a) sull’oggetto dell’impresa, che può essere costituito da qualsiasi attività di produzione dibeni, anche semilavorati, o di prestazioni di servizi;
b) sul ruolo dell’artigiano nell’impresa, il quale deve svolgere «in misura prevalente il proprio lavoro, anche manuale, nel processo produttivo».
Viene definita impresa familiare l’impresa in cui collaborano il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado dell’imprenditore. L’ istituto è disciplinato dall’art. 230-bis c.c.
La finalità di tale istituto consiste principalmente nell’individuazione di una tutela minima da riconoscere al lavoro familiare all’interno dell’impresa.
L’impresa familiare non rientra necessariamente nella categoria della piccola impresa, ai sensi dell’art. 2083 c.c.
Esercizio collettivo dell’attività di impresa
Le società sono le forme associative tipiche, ma non esaustive, previste dall’ordinamento per l’esercizio collettivo dell’attività di impresa.
Tra i diversi tipi societari, è possibile distinguere la società semplice, abilitata esclusivamente all’esercizio di attività non commerciale, dalle altre società,che possono invece svolgere anche attività commerciale e sono pertanto definite società commerciali.
Anche associazioni e fondazioni possono svolgere attività commerciale qualificabile come attività d’impresa.
L’attività di impresa può costituire oggetto principale o esclusivo dell’attività dell’ente, oppure può rivestire carattere meramente accessorio. In entrambe le ipotesi, comunque, si ritiene che l’ente acquisti a tutti gli effetti la qualità di imprenditore commerciale.
L’attività di impresa può essere svolta anche dallo Stato e dagli altri enti pubblici.
Solitamente, questi ultimi operano attraverso tre possibili modalità:
1. Avvalendosi di proprie strutture organizzative, prive di distinta soggettività, ma dotate di autonomia decisionale e contabile: le cc.dd. imprese-organo.
2. Costituendoenti pubblici economici,ovvero enti di diritto pubblico, dotati di soggettività giuridica, il cui compito istituzionale principale o esclusivo è l’esercizio dell’attività d’impresa.
Gli enti pubblici economici sono soggetti alla disciplina dell’imprenditore, ma sono esonerati dal fallimento [art. 1, l. fall.].
3. Servendosi di enti di diritto privato, attraverso la costituzione di società o la partecipazione al capitale sociale delle stesse.
La disciplina dell’impresa sociale è stata introdotta nel nostro ordinamento con il d.lgs. del 24 marzo 2006, n.155, poi riformato dal d.lgs. del 3 luglio 2017, n. 112, in attuazione della legge delega 6 giugno 2006, n. 106 [Riforma del Terzo Settore].
Possono acquisire la qualifica di impresa sociale tutti gli enti privati che «esercitano in via stabile e principale un'attività d'impresa di interesse generale, senza scopo di lucro e per finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale» [art. 1, d.lgs. 3 luglio 2017, n. 112].
Tra le altre, si considerano di interesse generale le attività d’impresa aventi ad oggetto: interventi e prestazioni sanitarie; educazione, istruzione e formazione professionale; interventi e servizi finalizzati alla salvaguardia e al miglioramento delle condizioni dell’ambiente; ricerca scientifica di particolare interesse sociale; accoglienza umanitaria ed integrazione sociale dei migranti.
Impresa sociale /2
La disciplina dell’impresa sociale è caratterizzata soprattutto per l’assenza dello scopo di lucro.
Gli utili conseguiti devono essere destinati prevalentemente «allo svolgimento dell’attività statutaria o ad incremento del patrimonio» [art. 3, d.lgs. 3luglio 2017, n. 112].
L’impresa sociale deve essere costituita per atto pubblico. La denominazione (o la ragione sociale) deve contenere l'indicazione di «impresa sociale».
In ipotesi di insolvenza, le imprese sociali sono assoggettate alla liquidazionecoatta amministrativa e non al fallimento [art. 14, d.lgs. 3 luglio 2017, n.112].
Imputazione dell’attività di impresa
Il nostro ordinamento si fonda sul principio formale della spendita del nome, in base al quale è imprenditore il soggetto giuridico nel nome del quale viene esercitata l’attività di impresa.
Solleva diversi problemi l’ipotesi dell’esercizio dell’impresa tramite interposta persona. In questa circostanza, gli atti d’impresa sono compiuti da un soggetto, in nome proprio ma nell’interesse di un altro soggetto.
Al primo è correttamente attribuita la qualifica di imprenditore palese. I soggetti nel cui interesse l’attività viene esercitata, invece, non assumono la qualità di imprenditori.
Attualmente,è considerata del tutto superata dalla dottrina prevalente la c.d. teoria dell’imprenditore occulto.
Inizio dell'attività di impresa
La qualità di imprenditore si acquista al momento dell’effettivo inizio dell’esercizio dell’attività di impresa.
Ai fini dell’individuazione di tale momento, sono ritenuti rilevanti anche gli atti compiuti nella fase preliminare di organizzazione dell’attività e di costituzione del primordiale nucleo d’azienda.
Il principio di effettività vale anche con riferimento alle società.
Fine dell'attività di impresa
Anche ai fini dell’individuazione del momento di cessazione dell’attività di impresa si ritiene operante il principio di effettività.
L’attività si ritiene cessata al momento della effettiva disgregazione del complesso aziendale.
Il principio di effettività è evidenziato anche in sede fallimentare, in relazione all’individuazione del momento iniziale di decorrenza del termine annuale per la dichiarazione di fallimento dell’imprenditore cessato [art. 10, l. fall.].
Sia per l’imprenditore individuale, sia per l’imprenditore collettivo, non si ritiene sufficiente il requisito formale della cancellazione dal registro delle imprese.
Infatti, il secondo comma dell’art. 10, l. fall., attribuisce ai creditori e al pubblico ministero la facoltà di dimostrare che l’effettiva cessazione dell’attività d’impresa sia avvenuta successivamente alla cancellazione dell’imprenditore dal registro delle imprese.
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Lezione 1 (slide n. 1) - L'impresa
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