Source: https://danielemajori.com/2015/11/09/deposito-del-ricorso-giurisdizionale-a-mezzo-posta-in-mancanza-di-una-norma-che-vieti-tale-modalita-essa-deve-ritenersi-consentita/
Timestamp: 2020-02-19 22:08:49+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 156', 'art. 156', 'art. 5', 'art. 156', 'sentenza ', 'art. 156', 'art. 156', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 156', 'sentenza ']

Deposito del ricorso giurisdizionale a mezzo posta? In mancanza di una norma che vieti tale modalità, essa deve ritenersi consentita, in osservanza del principio generale della libertà o dell’equivalenza delle forme degli atti processuali, desumibile dall’art. 156 c.p.c.; in ogni caso, il ricorso inviato a mezzo posta si dovrà ritenere depositato solo nel momento in cui pervenga effettivamente all’ufficio ricevimento con tutte le caratteristiche formali e tutti gli elementi di corredo che sono necessari per la sua acquisizione e la sua iscrizione nel registro generale. | Avvocato Daniele Majori
Deposito del ricorso giurisdizionale a mezzo posta? In mancanza di una norma che vieti tale modalità, essa deve ritenersi consentita, in osservanza del principio generale della libertà o dell’equivalenza delle forme degli atti processuali, desumibile dall’art. 156 c.p.c.; in ogni caso, il ricorso inviato a mezzo posta si dovrà ritenere depositato solo nel momento in cui pervenga effettivamente all’ufficio ricevimento con tutte le caratteristiche formali e tutti gli elementi di corredo che sono necessari per la sua acquisizione e la sua iscrizione nel registro generale.
Inviato da Avv. Daniele Majori ⋅ 9 novembre 2015 ⋅ Lascia un commento
Archiviato in art. 5 delle norme di attuazione del c.p.a., codice del processo amministrativo, deposito, invio a mezzo posta, principio della libertà o dell’equivalenza delle forme degli atti processuali, ricorso al Tar, ricorso giurisdizionale, sanatoria ex art. 156 comma 3 c.p.c.
(Consiglio di Stato, sez. III, 30 ottobre 2015, n. 4984)
«L’appellante, già ricorrente in primo grado, ha proposto ricorso al T.A.R. del Lazio (R.G. 10830/2014) contro il silenzio mantenuto dall’Amministrazione dell’Interno sulla sua istanza di concessione della cittadinanza italiana.
Il ricorso è stato trattato alla camera di consiglio del 23 aprile 2015, presente l’Avvocato dello Stato, assente il difensore dell’interessato.
Il T.A.R. ha emesso la sentenza n. 6099/2015, con la quale ha dichiarato il ricorso “inammissibile” perché il suo deposito presso la Segreteria del T.A.R. risultava effettuato a mezzo del servizio postale, anziché mediante consegna manuale. In proposito il T.A.R. ha richiamato una sua precedente decisione nello stesso senso, dettagliatamente argomentata. Nel contesto della sentenza, tuttavia, il T.A.R. ha dato atto che la difesa dell’Amministrazione aveva dedotto che in corso di giudizio era intervenuto un provvedimento espresso (diniego della cittadinanza) che aveva fatto cessare la materia del contendere.
Le spese sono state compensate.
2. L’originario ricorrente propone appello a questo Consiglio contro la dichiarazione d’inammissibilità.
L’appello è argomentato esaustivamente, anche se con apprezzabile brevità. L’appellante sostiene in primo luogo che non vi sono ragioni giuridiche per affermare che il deposito del ricorso a mezzo posta sia invalido ed inefficace; e in secondo luogo che, quand’anche ve ne fossero, nella fattispecie dovrebbe soccorrere il principio (di cui all’art. 156, c.p.c.) della sanatorie degli atti che, pur difettosi dal punto di vista formale, abbiano raggiunto lo scopo voluto dalla legge.
L’Amministrazione si è costituita con atto di mera forma, senza prendere posizione, né svolgere difese.
3. Il primo argomento sul quale si baserebbe la tesi dell’inammissibilità, fatta propria dal T.A.R., consiste nell’affermazione che, per il deposito di un ricorso al T.A.R., la modalità dell’invio a mezzo posta non è consentita da alcuna disposizione espressa.
Questo Collegio, al contrario, osserva che il principio generale, desumibile dall’art. 156, c.p.c., è quello della libertà, o della equivalenza, delle forme degli atti processuali, richiedendosi solo che la forma concretamente adottata sia idonea allo scopo voluto dalla legge. In questa prospettiva, non occorre una norma espressa per legittimare una determinata forma; al contrario, occorre una norma espressa per vietarla, ovvero per renderla obbligatoria escludendo implicitamente tutte le altre.
In questo caso, l’invio a mezzo posta non è espressamente consentito, ma non è neppure espressamente vietato. Sin qui, dunque, non si ha motivo per ritenerlo invalido e/o inefficace.
4. In secondo luogo, il T.A.R. fa riferimento ad una norma espressa, che è l’art. 5 delle norme di attuazione del codice del processo amministrativo. Vi si legge, fra l’altro: «Ciascuna parte, all’atto della propria costituzione in giudizio, consegna il proprio fascicolo…». L’espressione “consegna” alluderebbe inequivocamente ad una consegna manuale.
Questo Collegio osserva che l’argomento prova troppo. Ed invero, se ci si vuole attenere rigorosamente al tenore letterale delle parole, forse si giunge a leggervi il riferimento ad una “consegna” effettuata brevi manu, da persona a persona; ma vi si legge anche che tale consegna dovrebbe essere effettuata “dalla parte”. In una norma di procedura – se la si prende alla lettera – che un atto debba essere compiuto “dalla parte” può voler dire che deve essere compiuto dalla parte di persona; ovvero, per estensione, dal suo difensore costituito e munito di procura.
Ma si può dare per certo, senza bisogno di ulteriori dimostrazioni, che nella prassi universale del processo amministrativo, come di quello civile, non si richiede ad validitatem che il deposito di un atto (incluso il ricorso introduttivo) in segreteria venga effettuato manualmente e personalmente dalla parte ovvero dal difensore costituito; può essere effettuato da un qualsivoglia mandatario, non necessariamente accreditato o qualificato, al limite neppure identificato. Non risulta che all’atto del ricevimento il cancelliere o segretario accerti l’identità e/o la qualifica del latore, tanto meno che ne prenda nota a verbale. E’ illuminante, per antitesi, il confronto con la necessaria identificazione di chi riceve una notifica, o di chi compare all’udienza.
Ora, se né la norma né la prassi esigono che vengano accertate e annotate l’identità e/o la qualifica della persona fisica che materialmente funge da latore, questo sta ad indicare che identità e qualifica sono assolutamente indifferenti ai fini della validità e dell’efficacia del deposito.
In questa luce, appare chiaro che la formulazione dell’art. 5 delle norme di attuazione («Ciascuna parte, all’atto della propria costituzione in giudizio, consegna il proprio fascicolo…») non va intesa alla lettera e per di più in senso rigorosamente restrittivo, pena l’invalidità e l’inefficacia dell’atto – e di conseguenza l’inammissibilità del ricorso – pur quando le modalità concretamente adottate siano idonee al raggiungimento dello scopo, tanto da averlo, di fatto, raggiunto.
5. Altra questione è se il supposto divieto dell’invio a mezzo posta discenda non da una norma espressa (la quale, come si è visto, non può essere interpretata in quel senso) ma da esigenze di ordine pratico. Ci si riferisce agli inconvenienti e disguidi che potrebbero derivare dall’impersonalità del mezzo e dalla mancanza di un incontro diretto fra la parte, o chi la rappresenta, e l’operatore che riceve il deposito.
Questi profili, tuttavia, potrebbero avere una certa rilevanza ove si discutesse de iure condendo; potrebbero, cioè, essere invocati per giustificare una disciplina che espressamente vietasse l’uso del mezzo postale, ovvero, al contrario, lo regolamentasse in modo da prevenire i temuti disguidi. Ma, in mancanza di una disciplina del genere, le considerazioni di opportunità non possono giungere sino al punto di creare nell’ordinamento una preclusione – con l’effetto sostanziale di una denegata giustizia – che il legislatore non ha previsto.
6. La mancanza di una norma che espressamente consenta l’uso del mezzo postale produce, semmai, un altro effetto giuridico; quello di porre a carico di chi se ne avvale i rischi di eventuali disfunzioni o ritardi inerenti a quel mezzo. Non si può dunque estendere al deposito del ricorso giurisdizionale il principio che ai fini dei termini di decadenza vale la data di spedizione, non quella di ricevimento dell’atto. Pertanto il ricorso inviato a mezzo posta si dovrà ritenere depositato solo nel momento in cui pervenga effettivamente all’ufficio ricevimento, e vi pervenga con tutte le caratteristiche formali e tutti gli elementi di corredo che sono necessari per la sua acquisizione e la sua iscrizione nel registro generale.
7. Non è compito di questo Collegio – non facendo parte della materia del contendere in questa sede – precisare in quali casi e a quali condizioni il deposito di un ricorso a mezzo posta possa essere rifiutato o ritardato dall’ufficio, e quali siano gli eventuali rimedi.
Ai fini del presente giudizio, è sufficiente osservare che, a parte l’aspetto puramente formale dell’impiego del mezzo postale per l’invio, null’altro è stato contestato o eccepito riguardo alla regolarità ed alla completezza del fascicolo depositato, degli atti ivi contenuti e degli adempimenti connessi. Il ricorso era stato notificato il 24 luglio 2014 e risulta iscritto nel registro generale ricorsi il 6 agosto successivo, quindi nei termini; il contributo unificato risulta regolarmente versato per l’intero importo dovuto.
A quanto pare, l’ufficio di segreteria è stato in grado di procedere de plano all’iscrizione del fascicolo nel registro generale ricorsi, senza che si manifestassero criticità o incertezze. Tanto meno, il fatto che si trattasse di un fascicolo pervenuto in segreteria a mezzo posta invece che brevi manu ha provocato inconvenienti o ritardi nel prosieguo del procedimento, e non si vede come avrebbe potuto. L’Avvocatura dello Stato si è costituita ed ha depositato documenti; il ricorso è stato iscritto alla camera di consiglio del 24 aprile 2015, è stato discusso ed è passato in decisione.
In questa situazione, dato e non concesso che si possa ricavare dal sistema una norma (non scritta) che esclude l’uso del servizio postale per il deposito del ricorso, non si vede come si possa eludere il disposto dell’art. 156, c.p.c., a norma del quale «la nullità non può mai essere pronunciata, se l’atto ha raggiunto lo scopo a cui è destinato».
7. Concludendo sul punto, in accoglimento dell’appello la sentenza di primo grado va riformata e va ritenuta l’ammissibilità del ricorso».
« Adunanza Plenaria n. 9/2015: l’indicazione del nome del subappaltatore non è obbligatoria all’atto dell’offerta, neanche nei casi in cui, ai fini dell’esecuzione delle lavorazioni relative a categorie scorporabili a qualificazione necessaria, risulta indispensabile il loro subappalto a un’impresa provvista delle relative qualificazioni (cd. subappalto necessario).
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