Source: http://www.penale.it/stampa.asp?idpag=652
Timestamp: 2018-07-21 21:04:56+00:00
Document Index: 61676496

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 215', 'art. 3', 'art. 323', 'art. 3', 'art. 215', 'art. 323', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 215', 'art. 3', 'art. 215', 'art. 314', 'art. 1', 'art. 314', 'art. 1', 'art. 3']

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 3, comma 1, della legge 9 dicembre 1941, n. 1383 (Militarizzazione del personale civile e salariato in servizio presso la Regia guardia di finanza e disposizioni penali per i militari del suddetto Corpo), e dell’art. 215 del codice penale militare di pace, promosso con ordinanza dell’11 ottobre 2007 dal Giudice della udienza preliminare del Tribunale dei Termini Imerese nel procedimento penale a carico di Antonino De Fecondo, iscritta al n. 16 del registro ordinanze 2008 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 8, prima serie speciale, dell’anno 2008.
udito nella camera di consiglio dell’11 giugno 2008 il Giudice relatore Luigi Mazzella.
Secondo il rimettente, mentre l’illegittimo uso personale delle autovetture di servizio è inquadrabile, per la particolare qualifica soggettiva dell’agente, nella speciale previsione dettata dall’art. 3 della legge n. 1383 del 1941, il cui primo comma stabilisce: «Il militare della guardia di finanza che commette una violazione delle leggi finanziare, costituente delitto, o collude con estranei per frodare la finanza, oppure si appropria o comunque distrae, a profitto proprio o di altri, valori o generi di cui egli, per ragioni del suo ufficio o servizio, abbia l'amministrazione o la custodia o su cui eserciti la sorveglianza, soggiace alle pene stabilite dagli articoli 215 e 219 del Codice penale militare di pace, ferme le sanzioni pecuniarie delle leggi speciali»; la condotta del pubblico ufficiale che utilizza a fini privati le prestazioni lavorative di un pubblico dipendente, distogliendolo dalle mansioni istituzionali, deve essere ricondotta, allorché ricorrano gli ulteriori presupposti previsti dalla legge, alla fattispecie di abuso d’ufficio di cui all’art. 323 codice penale, non essendo concepibile l’appropriarsi di una persona o della sua energia lavorativa.
In conclusione, la fattispecie sottoposta all’esame del Tribunale siciliano integrerebbe il concorso formale di due reati: con riferimento all'uso dell’autovettura, il reato di «peculato del militare della Guardia di Finanza» previsto dall’art. 3 della legge n. 1383 del 1941 e, «mancando questo», il reato di peculato militare previsto dall'art. 215 cod. pen. mil. pace; con riferimento all'impiego dell’autista, il reato di abuso d’ufficio previsto dall'art. 323 del codice penale.
Ciò determina, secondo il Tribunale, una diversità di trattamento tra militari e non militari in materia di peculato, dato che mentre le condotte di appropriazione momentanea commesse da pubblici ufficiali non militari sono soggette ad un trattamento sanzionatorio più mite di quello previsto per le condotte di appropriazione definitiva, le condotte di appropriazione momentanea commesse da militari e, in particolare, da militari appartenenti alla Guardia di Finanza, sono soggette allo stesso trattamento sanzionatorio previsto per le condotte di appropriazione definitiva. Tale disparità di trattamento appare al Tribunale priva di razionale giustificazione e, pertanto, in contrasto con il principio di uguaglianza di cui all'art. 3 della Costituzione.
Al riguardo, ricorda il rimettente, la stessa Corte costituzionale, nella sentenza n. 473 del 1990 – pur pervenendo nella specie ad una declaratoria di inammissibilità della questione posta dal giudice a quo – rilevava che non è «conforme a razionalità che, riformando il peculato comune così come si è visto più sopra, analoga modifica non sia stata apportata a quello militare».
Infine, ricorda il rimettente, con la sentenza n. 448 del 1991, la Corte costituzionale ha dichiarato 1’illegittimità costituzionale dell’art. 215 cod. pen. mil. pace limitatamente alle parole «ovvero lo distrae a profitto proprio o di altri», così equiparando il trattamento delle condotte distrattive poste in essere dal militare alle analoghe condotte poste in essere dal pubblico ufficiale non militare.
Inoltre, prosegue il rimettente, va considerato che l’art. 3 della legge n. 1383 del 1941, limitandosi quoad poenam a rinviare all’art. 215 cod. pen. mil. pace, prevede una pena meno grave di quella che era prevista dall’art. 314 cod. pen. prima dell'intervento riformatore operato con l’art. 1 della legge n. 86 del 1990 e che oggi è prevista dal primo comma del riformato art. 314. Di conseguenza, anche per il «peculato del militare della Guardia di Finanzia» deve escludersi, secondo il rimettente, che nell’appartenenza dell’agente e dell’oggetto materiale della condotta al Corpo della Guardia di Finanza possa rinvenirsi una valutazione della fattispecie speciale qui considerata in termini di maggiore gravità rispetto alla fattispecie comune di peculato.
Alla luce dell’evidenziata identità sostanziale tra le fattispecie, così come la mancata estensione delle modifiche apportate al peculato comune dall’art. 1 della legge n. 86 del 1990 al «peculato militare» in genere ed al «peculato del militare della Guardia di Finanza in particolare» appare irrazionale ed ingiustificata in relazione alle condotte distrattive, allo stesso modo e per le stesse ragioni essa appare al rimettente irrazionale ed ingiustificata anche in relazione alle condotte appropriative caratterizzate dall’uso solo momentaneo della cosa, seguito dall'immediata restituzione della stessa.
In via subordinata, nell’ipotesi in cui la Corte ritenesse che l’uso momentaneo per fini privati della cosa di cui si dispone per ragioni d’ufficio costituisca una condotta distrattiva e non appropriativa, secondo il rimettente sarebbe sufficiente dichiarare l’illegittimità costituzionale dell'art. 3 della legge n. 1383 del 1941, limitatamente alle parole «o comunque distrae, a profitto proprio o di altri».
2.- In origine, in entrambi gli ordinamenti penali, quello militare e quello comune, le norme incriminatici del peculato abbracciavano tanto le ipotesi di peculato appropriativo vero e proprio, quanto le ipotesi del peculato per distrazione – ossia quelle caratterizzate dalla utilizzazione della cosa da parte dell’agente in modo difforme dalle finalità per le quali era stata affidata alla sua disponibilità –, sia infine le ipotesi di peculato d’uso, caratterizzate dalla temporanea utilizzazione della cosa da parte dell’agente e dalla sua immediata restituzione. La riforma dei reati contro la pubblica amministrazione, introdotta dalla legge 26 aprile 1990, n. 86 (Modifiche in tema di delitti dei pubblici ufficiali contro la pubblica amministrazione), nel ridisegnare la disciplina del peculato comune senza apportare le stesse modifiche alla disciplina del peculato militare, ha determinato una alterazione dell’originario equilibrio, realizzando un’oggettiva disparità di trattamento tra le due tipologie di reati, la cui disciplina era in precedenza sostanzialmente omogenea.