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Timestamp: 2018-08-18 19:47:07+00:00
Document Index: 65187502

Matched Legal Cases: ['art. 31', 'sentenza ', 'art. 31', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 31', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 1175', 'art. 1176', 'art. 1337', 'sentenza ', 'art. 58']

L’informazione degli intermediari sui contratti derivati e la (in-)certezza del diritto - Studio Legale Tidona e Associati
20 novembre 2011 | By Studio In Diritto finanziario
TRIBUNALE DI TORINO, 8 marzo 2011, n. 1547 – G. U. Grillo
La funzione essenziale dei contratti derivati è quella di contenere determinati pericoli. In particolare gli swap su tassi d’interessi consentono di (provare a) controllare i rischi conseguenti a un eccessivo indebitamento. Tipicamente la società ha contratto un debito sulla base di un primo contratto (ad esempio di mutuo o di leasing), obbligandosi a pagare interessi a tasso variabile per un certo lasso di tempo. Nei periodi in cui i tassi sono particolarmente alti, l’onere finanziario per la società debitrice può diventare eccessivamente pesante. Grazie alla conclusione di un contratto derivato è possibile ristrutturare il debito. Utilizzando formule e meccanismi di calcolo vari, più o meno complessi a seconda dei casi e previsti in contratto, il contratto derivato riesce – per così dire – a “trasformare” il tasso da variabile a fisso. Tale risultato si può peraltro realizzare solo se si verificano alcuni condizioni di tipo economico (andamento dei tassi) esterne alla sfera d’influenza delle parti. Se gli andamenti futuri dei tassi non sono favorevoli, il contratto continua a produrre perdite per la società coinvolta. A ciò si aggiunga che l’evoluzione negativa tende a essere probabile in quanto il nuovo contratto incorpora le perdite già maturate sotto il precedente rapporto contrattuale.
Quando i contratti derivati producono eccessive perdite potenziali, le società cercano di correre ai ripari. L’immediata cessazione del contratto imporrebbe tuttavia di pagare all’intermediario finanziario il differenziale dovuto per la chiusura del rapporto contrattuale e ciò significherebbe trasformare la perdita da potenziale a reale. Per evitare questo risultato insoddisfacente, normalmente – in una prima fase – i contratti vengono rinegoziati con l’assistenza della medesima banca. Talvolta però, come si accennava, la conclusione di un nuovo contratto non fa venir meno le perdite. Non era pertanto raro assistere a un succedersi di contratti derivati, ognuno dei quali andava a sostituire il precedente, nel tentativo di ristrutturare il debito a condizioni accettabili per la società.
Quando l’onere finanziario per le società diventa intollerabile, capita con una certa frequenza che esse – sfiduciate nei confronti dell’intermediario – si rivolgano all’autorità giudiziaria. L’obiettivo è quello di prospettare una qualche manchevolezza da parte della banca, al fine di far valere uno dei rimedi riconosciuti dall’ordinamento.
Il problema, sia per la nozione di competenza sia per quella di esperienza, è che il regolamento non specificava in alcun modo come essere fossero misurabili. Bisogna peraltro evidenziare che il regolamento esigeva una competenza e un’esperienza “specifiche”, indicando in questo modo – probabilmente – la necessità che competenza ed esperienza mostrassero un certo livello di profondità. Non era tuttavia chiarito quale fosse il livello necessario per passare da operatore non qualificato e operatore qualificato.
L’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 richiedeva la sussistenza sia di competenza sia di esperienza affinché la società possa essere ritenuta operatore qualificato. Quando anche una sola di queste due circostanze non è riscontrabile nel caso di specie, non vi è operatore qualificato, il soggetto viene considerato “debole” dall’ordinamento e – dunque – si applicano tutte le norme di comportamento previste dal regolamento Consob.
La disposizione del regolamento Consob affermava altresì che è operatore qualificato ogni società “in possesso” di una specifica competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari. Sulla base del tenore di questa norma si deve ritenere che sia operatore qualificato esclusivamente il soggetto in reale possesso di competenza ed esperienza (viceversa: chi è privo di competenza ed esperienza non è operatore qualificato). Questa è la posizione fatta propria anche dalla Corte di cassazione nella sentenza del 2009, che risulta – al momento – essere l’unico precedente specifico in materia[9]. Questa interpretazione “sostanzialistica” va preferita, in quanto l’alternativa – non accettabile – sarebbe quella di considerare come operatore qualificato (cioè come soggetto che non ha bisogno di essere destinatario delle norme di comportamento degli intermediari finanziari) soggetti in ipotesi del tutto privi di ogni cognizione-esperienza in materia di strumenti finanziari. A chi scrive pare invece che la natura imperativa delle disposizioni sulle regole di condotta della banche, norme che – fra l’altro – sono di origine comunitaria (e prevalgono dunque sul diritto nazionale), non possa essere aggirata grazie a una dichiarazione del soggetto interessato.
Va premesso che, nella prassi, il testo della dichiarazione di essere operatore qualificato viene di norma predisposto dall’intermediario finanziario (e non dalla società). Del resto è abbastanza comune che, nel rapporto fra banche e imprese, siano le prime a predisporre le bozze contrattuali, alle quali le società sono “costrette” ad aderire e che sono negoziabili – al più – per gli aspetti economici (e talvolta, anche sotto questo profilo, solo piuttosto marginalmente). Tuttavia non mi pare che a questa circostanza (e cioè che si tratti, nella sostanza, di un contratto per adesione) possa attribuirsi un particolare rilievo giuridico, purché la dichiarazione venga sottoscritta (e dunque accettata) consapevolmente dalla società.
Il vero problema è che mancavano, nel testo dell’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998, i parametri oggettivi cui commisurare le competenze ed esperienze della società. Per dare maggiore certezza del diritto sarebbe stato opportuno indicare, nella disposizione del regolamento, quali sono gli elementi – oggettivamente riscontrabili – che fanno affermare che la società è in possesso di specifiche competenze ed esperienze. Fortunatamente questa lacuna, foriera di una grave incertezza del diritto, è stata ora colmata con il reg. n. 16190/2007. Questo regolamento si premura difatti di stabilire quali siano i parametri numerici che consentono di qualificare come “controparte qualificata” oppure “cliente professionale” oppure “cliente non professionale” un certo investitore[10]. È pertanto ragionevole assumere che, in futuro, non si porranno le significative incertezze interpretative purtroppo determinate dal reg. Consob n. 11522/1998.
Alla luce del tenore letterale dell’art. 31, comma 2, reg. n. 11522/1998 si deve ritenere che, attesa l’assenza di precisi parametri di riferimento nella disposizione, la dichiarazione riguardante il possesso di competenze ed esperienze non certifichi un “fatto” (provabile dalle parti e accertabile in sede giudiziaria) per scadere all’espressione di un semplice “giudizio” (o, con altra terminologia, di una semplice “opinione”). Si può pertanto arrivare alla conclusione che la dichiarazione di essere operatore qualificato non solo non è una “dichiarazione di volontà” (e questo è fuori di dubbio), ma non è nemmeno una “dichiarazione di scienza”: si tratta della mera esposizione di un giudizio (od opinione) personale, di una valutazione delle capacità della società – espressa dal suo amministratore – del tutto arbitraria e discrezionale.
La Corte di cassazione, sempre nella sentenza del 2009, statuisce che la dichiarazione rilasciata dal legale rappresentante può rilevare ai sensi dell’art. 116, comma 2, c.p.c. Essa può costituire argomento di prova che il giudice può porre a base della propria decisione. La Cassazione lascia però intendere che è sempre possibile la prova contraria. In questo modo la sentenza conferma nella sostanza l’impostazione, che qui – sommessamente – si sostiene, per cui ciò che conta è la realtà dei fatti (presenza, o meno, di competenza ed esperienza) e non quanto dichiarato dal legale rappresentante.
Con riferimento al secondo aspetto, l’errore in cui incorre parte della giurisprudenza nella materia che stiamo trattando è di non tenere presente che, nel nostro ordinamento, esiste (e va rispettata) la gerarchia delle fonti. Il giudice deve anzitutto orientarsi a quello che le disposizioni di legge (e non le norme di regolamento) prescrivono. In altre parole, anche qualora la società dovesse considerarsi operatore qualificato e, pertanto, dovesse operare l’art. 31, comma 1, reg. n. 11522/1998 (e dunque non si applicassero gli artt. 27-29 del regolamento che statuiscono le norme di comportamento degli intermediari finanziari), non verrebbe per ciò meno l’applicazione delle disposizioni di legge e – conseguentemente – degli obblighi delle banche che risultano direttamente dal testo legislativo.
A tutti gli operatori (sia ai qualificati sia ai non qualificati) si applica, ad esempio, l’art. 21, comma 1, TUF. Questa disposizione stabilisce, fra le altre cose, che – nella prestazione dei servizi e delle attività d’investimento e accessori – i soggetti abilitati devono acquisire le informazioni necessarie dai clienti e operare in modo che essi siano sempre adeguatamente informati (art. 21, comma 1, lett. b, TUF). La legge esige dunque che l’intermediario finanziario acquisisca le informazioni necessarie dai clienti e poi fornisca a essi informazioni. A me pare, ed è questo il punto centrale del ragionamento che sto cercando di svolgere, che i doveri informativi dell’intermediario finanziario risultanti direttamente dalla legge abbiano per oggetto: 1) anzitutto il significato e le conseguenze della dichiarazione di essere operatore qualificato; 2) e poi le caratteristiche (in particolare i rischi) degli strumenti finanziari che vengono venduti.
Ma l’obbligo dell’intermediario finanziario di esaminare insieme con il cliente il contenuto e le conseguenze della certificazione di essere operatore qualificato deriva da disposizioni di carattere ancora più generale rispetto a quelle del TUF. Bisogna anzitutto menzionare l’art. 1175 c.c., secondo cui il debitore e il creditore devono comportarsi secondo le regole della correttezza. È difficile definire corretto il comportamento di un intermediario finanziario il quale omette di segnalare al cliente che la sottoscrizione della certificazione esenta la banca da una serie di doveri. È necessario inoltre richiamare l’art. 1176 comma 2 c.c., secondo cui nell’adempimento delle obbligazioni inerenti all’esercizio di un’attività professionale, la diligenza deve valutarsi con riguardo alla natura dell’attività esercitata. È indubbio che questa disposizione si applichi anche all’intermediario finanziario. Vi è allora da chiedersi come si possa qualificare come diligente il comportamento di una banca che, senza spiegazione alcuna, induce il legale rappresentante di una società a sottoscrivere una dichiarazione atta a farla assurgere – in difformità dalla realtà delle cose – a operatore qualificato. La risposta a questo quesito deve essere negativa. L’obbligo dell’intermediario finanziario d’informare sul significato della certificazione può poi desumersi dall’art. 1337 c.c., secondo cui le parti, nello svolgimento delle trattative e nella formazione del contratto, devono comportarsi secondo buona fede. In sede di trattative e di formazione di un contratto derivato la buona fede impone d’informare in modo veritiero su significato ed effetti della certificazione.
L’insieme delle diverse disposizioni che si sono elencate, contenute in parte nel TUF e in parte nel codice civile, impone all’intermediario finanziario di accertare – in via preliminare – se il cliente sia o meno in possesso di competenza ed esperienza in materia di operazioni in strumenti finanziari. Sotto questo profilo va “spiegata” meglio la massima del Tribunale di Torino nel caso in commento, massima che riprende quella pronunciata dalla Corte di cassazione nella sentenza del 2009. Il fatto che non si applichino le norme di comportamento previste dal reg. Consob n. 11522/1998 non significa affatto che non rimangano ferme le disposizioni di legge. E tali regole, se interpretate in un’ottica di tutela della posizione della parte debole del rapporto contrattuale, impongono all’intermediario finanziario una ragionevole verifica preliminare della reale natura della propria controparte. Non appare pertanto corretta l’affermazione del Tribunale di Torino secondo cui nessuna norma impone un accertamento sulla corrispondenza fra la dichiarazione di essere operatore qualificato e la situazione di fatto. Al contrario: si sono identificate diverse disposizioni, per di più di fonte legislativa (e non regolamentare), dalle quali si può ricavare un obbligo in tal senso. Le norme non sono espresse, ma possono essere senz’altro interpretate in questo modo.
[10] L’art. 58, comma 3, reg. Consob n. 16190/2007 prevede che non si applichino certe norme di comportamento alle controparti qualificate (e, sotto questo profilo, il nuovo regolamento è simile a quello abrogato). Il regolamento n. 16190/2007 rinvia a un allegato per determinare la nozione di controparte qualificata. Al riguardo l’allegato 3 reg. n. 16190/2007 dà ora quella certezza del diritto che il precedente regolamento non ha invece, in alcun modo, fornito. L’allegato si apre con la definizione di cliente professionale come soggetto che “possiede l’esperienza, le conoscenze e la competenza necessarie per prendere consapevolmente le proprie decisioni in materia di investimenti e per valutare correttamente i rischi che assume”. L’allegato n. 3 prevede poi che “la disapplicazione di regole di condotta previste per la prestazione dei servizi nei confronti dei clienti non professionali è consentita quando, dopo aver effettuato una valutazione adeguata della competenza, dell’esperienza e delle conoscenze del cliente, l’intermediario possa ragionevolmente ritenere, tenuto conto della natura delle operazioni o dei servizi previsti, che il cliente sia in grado di adottare consapevolmente le proprie decisioni in materia di investimenti e di comprendere i rischi che assume”. Fin qui il nuovo regolamento non si differenzia in modo decisivo da quello precedente, anche se statuisce a chiare lettere che vi è un obbligo di verifica preliminare in capo all’intermediario. L’allegato n. 3 reg. n. 16190/2007 precisa però che “nel corso della predetta valutazione, devono essere soddisfatti almeno due dei seguenti requisiti: – il cliente ha effettuato operazioni di dimensioni significative sul mercato in questione con una frequenza media di 10 operazioni al trimestre nei quattro trimestri precedenti; – il valore del portafoglio di strumenti finanziari del cliente, inclusi i depositi in contante, deve superare 500.000 euro; – il cliente lavora o ha lavorato nel settore finanziario per almeno un anno in una posizione professionale che presupponga la conoscenza delle operazioni o dei servizi proposti”. L’accertamento della natura di operatore qualificato è dunque facilitata rispetto al passato, nel senso che può avvenire sulla base di dati numerici certi. L’intermediario dovrà pertanto esaminare le menzionate caratteristiche della società con cui si appresta a contrattare: a seconda delle risultanze del suo esame, troveranno o meno applicazione le norme di comportamento.