Source: https://www.valuerelations.it/it/autocertificazione-medica-cosa-prevede-il-ddl-discusso-in-senato/
Timestamp: 2017-08-24 10:40:07+00:00
Document Index: 76419098

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Autocertificazione medica: ecco il ddl | Value Relations
Una sentenza della Corte Costituzionale e l’elevato numero di certificazioni che arrivano all’INPS. Sono questi i cardini su cui si basa il disegno di legge presentato nel settembre 2015 dal senatore Maurizio Romani e recentemente discusso in Commissione Affari Costituzionali del Senato (n.d.r. il 4 luglio 2017). Il testo, composto di soli due articoli, prevede che, nei primi tre giorni di malattia, il lavoratore, sotto la propria esclusiva responsabilità, possa certificare in autonomia l’assenza con una semplice comunicazione al medico. A cui rimane il compito di informare, per mezzo di trasmissione telematica, l’Inps e il datore di lavoro.
Per ora si tratta solo di una proposta di legge, da tempo sollecitata dalla Federazione degli ordini dei medici (Fnomceo), che, in caso di approvazione, andrebbe a modificare la disciplina attualmente vigente in materia di false attestazioni del lavoratore e del medico curante nei casi di assenza dal lavoro per malattia (articoli 55-quinquies e 55-septies del decreto legislativo n. 165 del 2001).
Le modifiche: autodichiarazione e ridimensionamento delle pene a carico dei medici
Due sono i correttivi principali apportati dal ddl: il primo riguarda l’introduzione dell’autocertificazione da parte del lavoratore, mentre il secondo va ad incidere sulle pene previste per i medici in caso di falsa certificazione, ridimensionandole.
Quanto al primo aspetto il ddl precisa che «nel disciplinare la materia si sarebbe dovuto tenere conto del fatto che ogni giorno vengono inviati all’INPS moltissimi certificati di malattia ma, nella maggior parte dei casi, relativi ad assenze dal lavoro inferiori a tre giorni riguardanti sintomi riferiti dal paziente, difficilmente verificabili sul piano clinico e con limitate possibilità di accertamento da parte del medico, che spesso certifica lo stato di malattia sulla base di un rapporto di fiducia con il proprio paziente. Si tratta in questi casi di stati di malessere generale, mal di testa o dolori addominali, tutti disturbi di rado accertabili da parte del medico».
A tal fine verrebbe introdotta una nuova disposizione per la quale:
«In tutti i casi di assenza per malattia protratta per un periodo inferiore a tre giorni il lavoratore comunica con sua esclusiva responsabilità il proprio stato di salute al medico curante, il quale provvede ad inoltrare apposita comunicazione telematica all’Istituto nazionale della previdenza sociale, nonché al datore di lavoro (…)».
Con riferimento alle sanzioni in caso di false attestazioni o certificazioni, secondo il ddl i provvedimenti della radiazione dall’albo, del licenziamento per giusta causa e la decadenza dalla convenzione con il Servizio sanitario nazionale, che devono essere imposte dopo la sentenza definitiva di condanna, perseguono una finalità «incomprensibilmente repressiva». In particolare, la previsione di sanzioni disciplinari conseguenti la sentenza definitiva di condanna o di applicazione della pena sarebbero in contrasto con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo, laddove questa prevede che nessuno può essere perseguito o condannato per un reato per cui è già stato scagionato o condannato a seguito di sentenza definitiva (articolo 4, comma 1, del protocollo n. 7). A sottolineare l’incoerenza rilevata, il ddl richiama anche una sentenza con cui la Corte Costituzionale ha affermato l’illegittimità delle norme che prevedono la destituzione automatica dal pubblico impiego a fronte della condanna per determinati reati, considerando indispensabile la gradualità sanzionatoria ed un rapporto di adeguatezza con il caso concreto (n. 971 del 1988).
Per questi motivi, il comma 3 dell’articolo 55-quinquies verrebbe così sostituito:
«La falsa attestazione dello stato di malattia da parte del medico viene sanzionata disciplinarmente da parte dell’ordine a cui appartiene e da parte della struttura sanitaria pubblica dalla quale dipende o con la quale è convenzionato».
Vivo apprezzamento è stato espresso dalla Fnomceo (Federazione nazionale Ordini dei medici e chirurghi), secondo cui «un’auto-attestazione potrebbe essere utile, prima ancora che a sollevare il medico, a responsabilizzare il paziente, come del resto già avviene, con ottimi risultati, in molti paesi anglosassoni». Nello specifico, il ddl viene sostenuto anche a fronte del fatto che «ci sono disturbi, come il mal di testa o lievi gastroenteriti, la cui diagnosi non può che essere fatta sulla base di sintomi clinicamente non obiettivabili. Il medico, in questi casi, deve limitarsi, all’ interno del rapporto di fiducia che lo lega al paziente, a prendere atto di quanto lamentato». La proposta di legge è stata salutata positivamente, seppur con alcuni correttivi volti ad evitare soprattutto che il medico diventi un semplice trasmettitore di dati, anche dal Sindacato Nazionale Autonomo dei Medici Italiani (Snami) e dal Sindacato dei Medici Italiani (Smi).
Critica invece la Finmg (Federazione Nazionale dei Medici di Medicina Generale), secondo cui il medico rischierebbe di diventare una sorta di “postino”. La proposta è stata bocciata anche dalla Uil perché in questo modo «i medici di base cercano di togliersi dalle loro responsabilità e non fare il lavoro per cui sono pagati». Di parere contrario le imprese: secondo Maurizio Stirpe, vicepresidente di Confindustria per le relazioni istituzionali, l’autocertificazione «costituirebbe un’arma in più per i ‘furbetti’ e i professionisti dell’assenteismo». Infine, critica anche l’Associazione nazionale medici fiscali (Anmefi) che in una nota precisa «come non sia possibile parlare di patologia ‘clinicamente obiettivabile’» e che a rischiare sarebbero gli stessi lavoratori che verrebbero indotti a trascurare sintomi che, per quanto lievi, potrebbero essere indice di patologie più serie, con conseguenti maggiori tempi di ripresa e più elevate spese di indennizzo.
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