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Timestamp: 2019-09-15 22:43:58+00:00
Document Index: 145691236

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 27', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 1', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 9', 'art. 25', 'art. 5', 'art. 10', 'art. 25', 'art. 9', 'art. 25', 'art. 63', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 15', 'art. 25', 'art. 15', 'art. 25', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 377', 'art. 25', 'art. 2', 'art. 25', 'art. 22', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 8', 'art. 28', 'art. 29', 'art. 2504', 'art. 30', 'art. 31', 'art. 11', 'art. 32', 'art. 20', 'art. 33', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 36', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 39', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 314', 'art. 323', 'art. 325', 'art. 326', 'art. 328', 'art. 331', 'art. 331', 'art. 335', 'art. 5', 'art. 106', 'art. 21', 'art. 21', 'art. 2449', 'art. 27', 'art. 31', 'art. 33', 'art. 34', 'art. 6', 'art. 2382', 'art. 2104', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 6']

MODELLO DI ORGANIZZAZIONE GESTIONE E CONTROLLO (D. LGS. N. 231/2001) – Farmacie comunali di Modena
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MODELLO DI ORGANIZZAZIONE GESTIONE E CONTROLLO (D. LGS. N. 231/2001)
INDICE “MODELLO Ex.D.Lgs.231/2001”
1.3 Autori del reato: soggetti in posizione apicale e soggetti sottoposti all’altrui direzione
1.6 Delitti tentati
1.10 Modelli di organizzazione, gestione e controllo
1.11 Codici di comportamento predisposti dalle associazioni rappresentative degli enti
1.13 Legge Anticorruzione (L. 190/2012) e Trasparenza (D. Lgs. n. 33/2013) – Determinazione ANAC n. 8/2015
2. DESCRIZIONE DELLA REALTA’ AZIENDALE:
ELEMENTI DEL MODELLO DI GOVERNANCE E DELL’ASSETTO ORGANIZZATIVO GENERALE DI FARMACIE COMUNALI DI MODENA S.P.A.
2.1 Farmacie Comunali di Modena S.p.A.
2.2 Modello di Business
2.3 Governance di Farmacie Comunali di Modena S.p.A.
2.3.1. La Governance di Farmacie Comunali di Modena S.p.A.
2.3.2. Principi di controllo in materia di deleghe e procure
3.2 Il Progetto di Farmacie Comunali di Modena S.p.A. per la definizione del proprio Modello di organizzazione, gestione e controllo a norma del D. Lgs. 231/2001
4. L’ORGANISMO DI VIGILANZA AI SENSI DEL D. LGS. 231/2001
4.2 Principi generali in tema di istituzione, nomina e revoca dell’Organismo di Vigilanza.
4.3 Funzioni e poteri dell’Organismo di Vigilanza.
4.4 Obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo di Vigilanza. Informazioni di carattere generale e informazioni specifiche obbligatorie
4.4.1. L. 190/2012 (Legge Anti-corruzione) Obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo di Vigilanza/Responsabile della prevenzione della corruzione (c.d. whistleblowing)
4.5 Dovere di informazione dell’Organismo di Vigilanza verso gli organi societari.
4.6 Raccolta e conservazione delle informazioni.
5.2 Misure nei confronti di lavoratori subordinati.
5.3 Violazioni del Modello e relative sanzioni.
5.4 Misure applicate nei confronti dei dirigenti.
5.5 Misure nei confronti dei componenti del Consiglio di Amministrazione.
5.6 Misure nei confronti dei sindaci
5.7 Misure nei confronti di partner commerciali, consulenti, collaboratori.
6.3 Altri destinatari
7.1 Adozione del modello
7.2 Verifiche e controlli sul Modello
7.3 Aggiornamento e adeguamento
PARTE SPECIALE A – Reati nei rapporti con la P.A. e Norme Anticorruzione
PARTE SPECIALE B – Reati in materia di salute e sicurezza sul lavoro
PARTE SPECIALE D – Reati in materia di Criminalità Informatica
PARTE SPECIALE E – Reati contro l’Industria e il Commercio
PARTE SPECIALE F – Reati in materia di Antiriciclaggio
PARTE SPECIALE G – Reati in materia di violazione del Diritto d’Autore
PARTE SPECIALE H – Reati in materia di impiego di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno é irregolare
Con il decreto legislativo 8 giugno 2001 n. 231 (di seguito, il “D. Lgs. 231/2001”), in attuazione della delega conferita al Governo con l’art. 11 della Legge 29 settembre 2000, n. 3001 è stata dettata la disciplina della “responsabilità degli enti per gli illeciti amministrativi dipendenti da reato”.
Il D. Lgs. 231/2001 trova la sua genesi primaria in alcune convenzioni internazionali e comunitarie ratificate dall’Italia che impongono di prevedere forme di responsabilità degli enti collettivi per talune fattispecie di reato.
Secondo la disciplina introdotta dal D. Lgs. 231/2001, infatti, le società possono essere ritenute “responsabili” per alcuni reati commessi o tentati, nell’interesse o a vantaggio delle società stesse, da esponenti dei vertici aziendali (i c.d. soggetti “in posizione apicale” o semplicemente “apicali”) e da coloro che sono sottoposti alla direzione o vigilanza di questi ultimi (art. 5, comma 1, del D. Lgs. 231/2001).
Il D. Lgs. 231/2001 innova l’ordinamento giuridico italiano in quanto alle società sono ora applicabili, in via diretta e autonoma, sanzioni di natura sia pecuniaria che interdittiva in relazione a reati ascritti a soggetti funzionalmente legati alla società ai sensi dell’art. 5 del decreto.
La responsabilità amministrativa della società è, tuttavia, esclusa se la società ha, tra l’altro, adottato ed efficacemente attuato, prima della commissione dei reati, modelli di organizzazione, gestione e controllo idonei a prevenire i reati stessi; tali modelli possono essere adottati sulla base di codici di comportamento (linee guida) elaborati dalle associazioni rappresentative delle società, fra le quali Confindustria, e comunicati al Ministero della Giustizia.
1.2. Natura della responsabilità
Con riferimento alla natura della responsabilità amministrativa ex D. Lgs. 231/2001, la Relazione illustrativa al decreto sottolinea la “nascita di un tertium genus che coniuga i tratti essenziali del sistema penale e di quello amministrativo nel tentativo di contemperare le ragioni dell’efficacia preventiva con quelle, ancor più ineludibili, della massima garanzia”.
Il D. Lgs. 231/2001 ha, infatti, introdotto nel nostro ordinamento una forma di responsabilità delle società di tipo “amministrativo” – in ossequio al dettato dell’art. 27 della nostra Costituzione – ma con numerosi punti di contatto con una responsabilità di tipo “penale”.
In tal senso si vedano – tra i più significativi – gli artt. 2, 8 e 34 del D. Lgs. 231/2001 ove il primo riafferma il principio di legalità tipico del diritto penale; il secondo afferma l’autonomia della responsabilità dell’ente rispetto all’accertamento della responsabilità della persona fisica autrice della condotta criminosa; il terzo prevede la circostanza che tale responsabilità, dipendente dalla commissione di un reato, venga accertata nell’ambito di un procedimento penale e sia, pertanto, assistita dalle garanzie proprie del processo penale. Si consideri, inoltre, il carattere afflittivo delle sanzioni applicabili alla società.
1.3. Autori del reato: soggetti in posizione apicale e soggetti sottoposti all’altrui direzione
Come sopra anticipato, secondo il D. Lgs. 231/2001, la società è responsabile per i reati commessi nel suo interesse o a suo vantaggio:
da “persone che rivestono funzioni di rappresentanza, di amministrazione o di direzione dell’ente o di una sua unità organizzativa dotata di autonomia finanziaria e funzionale nonché da persone che esercitano, anche di fatto, la gestione e il controllo dell’ente stesso” (i sopra definiti soggetti “in posizione apicale” o “apicali”; art. 5, comma 1, lett. a), del D. Lgs. 231/2001);
da persone sottoposte alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti apicali (i c.d. soggetti sottoposti all’altrui direzione; art. 5, comma 1, lett. b), del D. Lgs. 231/2001).
È opportuno, altresì, ribadire che la società non risponde, per espressa previsione legislativa (art. 5, comma 2, del D. Lgs. 231/2001), se le persone su indicate hanno agito nell’interesse esclusivo proprio o di terzi.
1.4. Fattispecie di reato
In base al D. Lgs. n. 231/2001, l’ente può essere ritenuto responsabile soltanto per i reati espressamente richiamati dagli artt. da 24 a 25-undecies del D. Lgs. n. 231/2001, se commessi nel suo interesse o a suo vantaggio dai soggetti qualificati ex art. 5, comma 1, del Decreto stesso o nel caso di specifiche previsioni legali che al Decreto facciano rinvio, come nel caso dell’art. 10 della legge n. 146/2006.
delitti contro la Pubblica Amministrazione. Si tratta del primo gruppo di reati originariamente individuato dagli articoli 24 e 25 del D. Lgs. n. 231/2001 quali corruzione, malversazione ai danni dello Stato, truffa ai danni dello Stato e frode informatica ai danni dello Stato. L’art. 1, comma 77, della Legge n. 190 del 6 novembre 2012 ha aggiunto all’art. 25 il reato di induzione indebita a dare o promettere utilità;
delitti contro la fede pubblica, quali falsità in monete, carte di pubblico credito e valori di bollo, previsti dall’art. 25-bis del Decreto, e introdotti dalla legge 23 novembre 2001 n. 409, recante “Disposizioni urgenti in vista dell’introduzione dell’Euro”2;
reati societari. Il D. Lgs. 11 aprile 2002, n. 61, nell’ambito della riforma del diritto societario, ha previsto l’estensione del regime di responsabilità amministrativa degli enti anche a determinati reati societari (quali false comunicazioni sociali, illecita influenza sull’assemblea, richiamati dall’art. 25-ter D. Lgs. n. 231/2001). L’art. 1, comma 77, della Legge n. 190 del 6 novembre 2012 ha aggiunto all’art. 25 – ter il reato di corruzione tra privati;
delitti in materia di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico (richiamati dall’art. 25-quater D. Lgs. n. 231/2001, introdotto dall’art. 3 della legge 14 gennaio 2003, n. 7). Si tratta dei “delitti aventi finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico, previsti dal codice penale e dalle leggi speciali”, nonché dei delitti, diversi da quelli sopra indicati, “che siano comunque stati posti in essere in violazione di quanto previsto dall’articolo 2 della Convenzione internazionale per la repressione del finanziamento del terrorismo fatta a New York il 9 dicembre 1999”);
delitti in materia di pratiche di mutilazione degli organi genitali femminili (richiamati dall’art. 25 – quater.1 del D. Lgs. n. 231/2001);
abusi di mercato, richiamati dall’art. 25-sexies del Decreto, come introdotto dall’art. 9 della legge 18 aprile 2005, n. 62 (“Legge Comunitaria 2004”);
delitti contro la personalità individuale previsti dall’art. 25-quinquies, introdotto nel Decreto dall’art. 5 della legge 11 agosto 2003, n. 228, quali la prostituzione minorile, la pornografia minorile, la tratta di persone e la riduzione e mantenimento in schiavitù;
reati transnazionali. L’art. 10 della legge 16 marzo 2006 n. 146 prevede la responsabilità amministrativa della società anche con riferimento ai reati specificati dalla stessa legge che presentino la caratteristica della trasnazionalità;
reati di omicidio colposo e lesioni colpose gravi o gravissime, commessi con violazione delle norme antinfortunistiche e sulla tutela dell’igiene e della salute sul lavoro (c.d. reati infortunistici), previsti dall’art. 25 –septies, introdotto nel Decreto dall’art. 9 della Legge n. 123 del 3 agosto 2007;
reati di ricettazione, riciclaggio e impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, previsti dall’art. 25 – octies, introdotto dall’art. 63 del D. Lgs. n. 231 del 21 novembre 2007;
reati informatici e di trattamento illecito di dati, previsti dall’art. 24 –bis, introdotto dalla Legge n. 48 del 18 marzo 2008 di ratifica ed esecuzione della Convenzione del Consiglio di Europa fatta a Budapest il 23 novembre 2001;
delitti di criminalità organizzata, previsti dall’art. 24 –ter, introdotto nel D. Lgs. n. 231/2001 dall’art. 2, comma 29, della Legge n. 94 del 15 luglio 2009, quali l’associazione per delinquere le associazioni di tipo mafioso anche straniere, lo scambio elettorale politico-mafioso, il sequestro di persona a scopo di rapina o di estorsione, i delitti di illegale fabbricazione, introduzione nello Stato, messa in vendita, cessione, detenzione e porto in luogo pubblico o aperto al pubblico di armi da guerra o tipo guerra o parti di esse, di esplosivi, di armi clandestine nonché di più armi comuni da sparo escluse quelle previste dall’articolo 2, comma terzo, della legge 18 aprile 1975, n. 110, e l’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope;
delitti contro l’industria e il commercio, previsti dall’art. 25 – bis.1, introdotto nel D. Lgs. n. 231/2001 dall’art. 15, comma 7, lettera b, della Legge n. 99 del 23 luglio 2009, quali la turbata libertà dell’industria o del commercio, l’illecita concorrenza con minaccia o violenza, le frodi contro le industrie nazionali, la frode nell’esercizio del commercio, la vendita di sostanze alimentari non genuine come genuine, la vendita di prodotti industriali con segni mendaci, la fabbricazione e commercio di beni realizzati usurpando titoli di proprietà, la contraffazione di indicazioni geografiche o denominazioni di origine dei prodotti agroalimentari;
delitti in materia di violazione del diritto d’autore, previsti dall’art. 25 – novies, introdotto nel D. Lgs. n. 231/2001 dall’art. 15, comma 7, lettera c, della Legge n. 99 del 23 luglio 2009. I reati previsti sono contenuti negli articoli 171, primo comma, lettera a-bis), e terzo comma, 171-bis, 171-ter, 171-septies e 171-octies della legge 22 aprile 1941, n. 633;
induzione a non rendere dichiarazioni o a rendere dichiarazioni mendaci all’autorità giudiziaria, previsto dall’art. 25 – decies, introdotto nel D. Lgs. n. 231/2001 dall’art. 4, comma 1, della Legge n. 116 del 3 agosto 2009, e sostituito dall’art. 2, comma 1, D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, ha ad oggetto il reato di cui all’art. 377 –bis c.p;
reati ambientali, previsti dall’art. 25 –undecies, introdotto nel D. Lgs. n. 231/2001 dall’art. 2 del D. Lgs. n. 121 del 7 luglio 2011. Tale norma (che non dà completa attuazione a quanto disposto nella Direttiva 2009/123/CE) ricomprende alcune fattispecie di reato contemplate nel D. Lgs. n. 152/2006 (scarichi, rifiuti, inquinamento atmosferico) e in altre disposizioni in materia di tutela ambientale;
impiego di cittadini di paesi terzi il cui soggiorno è irregolare, previsto all’art. 25 –duodecies del D. Lgs. n. 231/2001, introdotto dal D. Lgs. n. 109 del 16 luglio 2012, che individua, quale fattispecie di reato, il delitto di cui all’art. 22, comma 12 –bis, del D. Lgs. n. 286 del 25 luglio 1998.
Le categorie sopra elencate sono destinate ad aumentare ancora, anche in adeguamento a obblighi di natura internazionale e comunitaria.
1.5. Apparato sanzionatorio
Sono previste dagli artt. 9-23 del D. Lgs. 231/2001 a carico della società in conseguenza della commissione o tentata commissione dei reati sopra menzionati le seguenti sanzioni:
sanzioni interdittive (applicabili anche quale misura cautelare) di durata non inferiore a tre mesi e non superiore a due anni (con la precisazione che, ai sensi dell’art. 14, comma 1, D. Lgs. 231/2001, “Le sanzioni interdittive hanno ad oggetto la specifica attività alla quale si riferisce l’illecito dell’ente”) che, a loro volta, possono consistere in:
La sanzione pecuniaria è determinata dal giudice penale attraverso un sistema basato su “quote” in numero non inferiore a cento e non superiore a mille e di importo variabile fra un minimo di Euro 258,22 a un massimo di Euro 1549,37. Nella commisurazione della sanzione pecuniaria il giudice determina: (i) il numero delle quote, tenendo conto della gravità del fatto, del grado della responsabilità della società nonché dell’attività svolta per eliminare o attenuare le conseguenze del fatto e per prevenire la commissione di ulteriori illeciti, (ii) l’importo della singola quota, sulla base delle condizioni economiche e patrimoniali della società.
Le sanzioni interdittive si applicano in relazione ai soli reati per i quali siano espressamente previste (si tratta in particolare di: reati contro la pubblica amministrazione, taluni reati contro la fede pubblica quali la falsità in monete, delitti in materia di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico, delitti contro la personalità individuale, reati in materia di sicurezza e salute sul lavoro, nonché di reati transnazionali) e purché ricorra almeno una delle seguenti condizioni:
la società ha tratto dalla consumazione del reato un profitto di rilevante entità e il reato è stato commesso da soggetti in posizione apicale ovvero da soggetti sottoposti all’altrui direzione quando, in tale ultimo caso, la commissione del reato è stata determinata o agevolata da gravi carenze organizzative;
Il giudice determina il tipo e la durata della sanzione interdittiva tenendo conto dell’idoneità delle singole sanzioni a prevenire illeciti del tipo di quello commesso e, se necessario, può applicarle congiuntamente (art. 14, comma 1 e comma 3, D. Lgs. 231/2001).
Le sanzioni dell’interdizione dall’esercizio dell’attività, del divieto di contrattare con la pubblica amministrazione e del divieto di pubblicizzare beni o servizi possono essere applicate – nei casi più gravi – in via definitiva. Si segnala, inoltre, la possibile prosecuzione dell’attività della società (in luogo dell’irrogazione della sanzione) da parte di un commissario nominato dal giudice ai sensi e alle condizioni di cui all’art. 15 del D. Lgs. 231/2001.
1.6. Delitti tentati
Nelle ipotesi di commissione, nelle forme del tentativo, dei delitti sanzionati sulla base del D. Lgs. 231/2001, le sanzioni pecuniarie (in termini di importo) e le sanzioni interdittive (in termini di durata) sono ridotte da un terzo alla metà.
E’ esclusa l’irrogazione di sanzioni nei casi in cui l’ente impedisca volontariamente il compimento dell’azione o la realizzazione dell’evento (art. 26 D. Lgs. 231/2001). L’esclusione di sanzioni si giustifica, in tal caso, in forza dell’interruzione di ogni rapporto di immedesimazione tra ente e soggetti che assumono di agire in suo nome e per suo conto.
1.7. Vicende modificative dell’ente
Il D. Lgs. 231/2001 disciplina il regime della responsabilità patrimoniale dell’ente anche in relazione alle vicende modificative dell’ente quali la trasformazione, la fusione, la scissione e la cessione d’azienda.
Secondo l’art. 27, comma 1, del D. Lgs. 231/2001, risponde dell’obbligazione per il pagamento della sanzione pecuniaria l’ente con il suo patrimonio o con il fondo comune, laddove la nozione di patrimonio deve essere riferita alle società e agli enti con personalità giuridica, mentre la nozione di “fondo comune” concerne le associazioni non riconosciute. La disposizione in esame rende esplicita la volontà del Legislatore di individuare una responsabilità dell’ente autonoma rispetto non solo a quella dell’autore del reato (si veda, a tale proposito, l’art. 8 del D. Lgs. 231/2001) ma anche rispetto ai singoli membri della compagine sociale.
Gli artt. 28-33 del D. Lgs. 231/2001 regolano l’incidenza sulla responsabilità dell’ente delle vicende modificative connesse a operazioni di trasformazione, fusione, scissione e cessione di azienda. Il Legislatore ha tenuto conto di due esigenze contrapposte:
da un lato, evitare che tali operazioni possano costituire uno strumento per eludere agevolmente la responsabilità amministrativa dell’ente;
dall’altro, non penalizzare interventi di riorganizzazione privi di intenti elusivi. La Relazione illustrativa al D. Lgs. 231/2001 afferma “Il criterio di massima al riguardo seguito è stato quello di regolare la sorte delle sanzioni pecuniarie conformemente ai principi dettati dal codice civile in ordine alla generalità degli altri debiti dell’ente originario, mantenendo, per converso, il collegamento delle sanzioni interdittive con il ramo di attività nel cui ambito è stato commesso il reato”.
In caso di trasformazione, l’art. 28 del D. Lgs. 231/2001 prevede (in coerenza con la natura di tale istituto che implica un semplice mutamento del tipo di società, senza determinare l’estinzione del soggetto giuridico originario) che resta ferma la responsabilità dell’ente per i reati commessi anteriormente alla data in cui la trasformazione ha avuto effetto.
In caso di fusione, l’ente che risulta dalla fusione (anche per incorporazione) risponde dei reati di cui erano responsabili gli enti partecipanti alla fusione (art. 29 del D. Lgs. 231/2001). L’ente risultante dalla fusione, infatti, assume tutti i diritti e obblighi delle società partecipanti all’operazione (art. 2504-bis, primo comma, c.c.) e, facendo proprie le attività aziendali, accorpa altresì quelle nel cui ambito sono stati posti in essere i reati di cui le società partecipanti alla fusione avrebbero dovuto rispondere.
L’art. 30 del D. Lgs. 231/2001 prevede che, nel caso di scissione parziale, la società scissa rimane responsabile per i reati commessi anteriormente alla data in cui la scissione ha avuto effetto. Gli enti beneficiari della scissione (sia totale che parziale) sono solidalmente obbligati al pagamento delle sanzioni pecuniarie dovute dall’ente scisso per i reati commessi anteriormente alla data in cui la scissione ha avuto effetto, nel limite del valore effettivo del patrimonio netto trasferito al singolo ente. Tale limite non si applica alle società beneficiarie, alle quali risulta devoluto, anche solo in parte, il ramo di attività nel cui ambito è stato commesso il reato.
L’art. 31 del D. Lgs. 231/2001 prevede disposizioni comuni alla fusione e alla scissione, concernenti la determinazione delle sanzioni nell’eventualità che tali operazioni straordinarie siano intervenute prima della conclusione del giudizio. Viene chiarito, in particolare, il principio per cui il giudice deve commisurare la sanzione pecuniaria, secondo i criteri previsti dall’art. 11, comma 2, del D. Lgs. 231/2001, facendo riferimento in ogni caso alle condizioni economiche e patrimoniali dell’ente originariamente responsabile, e non a quelle dell’ente cui dovrebbe imputarsi la sanzione a seguito della fusione o della scissione.
In caso di sanzione interdittiva, l’ente che risulterà responsabile a seguito della fusione o della scissione potrà chiedere al giudice la conversione della sanzione interdittiva in sanzione pecuniaria, a patto che: (i) la colpa organizzativa che abbia reso possibile la commissione del reato sia stata eliminata, e (ii) l’ente abbia provveduto a risarcire il danno e messo a disposizione (per la confisca) la parte di profitto eventualmente conseguito. L’art. 32 del D. Lgs. 231/2001 consente al giudice di tener conto delle condanne già inflitte nei confronti degli enti partecipanti alla fusione o dell’ente scisso al fine di configurare la reiterazione, a norma dell’art. 20 del D. Lgs. 231/2001, in rapporto agli illeciti dell’ente risultante dalla fusione o beneficiario della scissione, relativi a reati successivamente commessi.Per le fattispecie della cessione e del conferimento di azienda è prevista una disciplina unitaria (art. 33 del D. Lgs. 231/2001); il cessionario, nel caso di cessione dell’azienda nella cui attività è stato commesso il reato, è solidalmente obbligato al pagamento della sanzione pecuniaria comminata al cedente, con le seguenti limitazioni:
è fatto salvo il beneficio della preventiva escussione del cedente;
la responsabilità del cessionario è limitata al valore dell’azienda ceduta e alle sanzioni pecuniarie che risultano dai libri contabili obbligatori ovvero dovute per illeciti amministrativi dei quali era, comunque, a conoscenza.
Al contrario, le sanzioni interdittive inflitte al cedente non si estendono al cessionario.
1.8. Reati commessi all’estero
Secondo l’art. 4 del D. Lgs. 231/2001, l’ente può essere chiamato a rispondere in Italia in relazione a reati – contemplati dallo stesso D. Lgs. 231/2001 – commessi all’estero.
La Relazione illustrativa al D. Lgs. 231/2001 sottolinea la necessità di non lasciare sfornita di sanzione una situazione criminologica di frequente verificazione, anche al fine di evitare facili elusioni dell’intero impianto normativo in oggetto.
il reato deve essere commesso da un soggetto funzionalmente legato all’ente, ai sensi dell’art. 5, comma 1, del D. Lgs. 231/2001;
l’ente può rispondere solo nei casi e alle condizioni previste dagli artt. 7, 8, 9, 10 c.p. (nei casi in cui la legge prevede che il colpevole – persona fisica – sia punito a richiesta del Ministro della Giustizia, si procede contro l’ente solo se la richiesta è formulata anche nei confronti dell’ente stesso) e, anche in ossequio al principio di legalità di cui all’art. 2 del D. Lgs. 231/2001, solo a fronte dei reati per i quali la sua responsabilità sia prevista da una disposizione legislativa ad hoc;
1.9. Procedimento di accertamento dell’illecito
La responsabilità per illecito amministrativo derivante da reato viene accertata nell’ambito di un procedimento penale. A tale proposito, l’art. 36 del D. Lgs. 231/2001 prevede “La competenza a conoscere gli illeciti amministrativi dell’ente appartiene al giudice penale competente per i reati dai quali gli stessi dipendono. Per il procedimento di accertamento dell’illecito amministrativo dell’ente si osservano le disposizioni sulla composizione del tribunale e le disposizioni processuali collegate relative ai reati dai quali l’illecito amministrativo dipende”.
Altra regola, ispirata a ragioni di effettività, omogeneità ed economia processuale, è quella dell’obbligatoria riunione dei procedimenti: il processo nei confronti dell’ente dovrà rimanere riunito, per quanto possibile, al processo penale instaurato nei confronti della persona fisica autore del reato presupposto della responsabilità dell’ente (art. 38 del D. Lgs. 231/2001). Tale regola trova un contemperamento nel dettato dell’art. 38, comma 2, del D. Lgs. 231/2001, che, viceversa, disciplina i casi in cui si procede separatamente per l’illecito amministrativo. L’ente partecipa al procedimento penale con il proprio rappresentante legale, salvo che questi sia imputato del reato da cui dipende l’illecito amministrativo; quando il legale rappresentante non compare, l’ente costituito è rappresentato dal difensore (art. 39, commi 1 e 4, del D. Lgs. 231/2001).
1.10. Modelli di organizzazione, gestione e controllo
Aspetto fondamentale del D. Lgs. 231/2001 è l’attribuzione di un valore esimente ai modelli di organizzazione, gestione e controllo della società. In caso di reato commesso da un soggetto in posizione apicale, infatti, la società non risponde se prova che (art. 6, comma 1, D. Lgs. 231/2001):
La società dovrà, dunque, dimostrare la sua estraneità ai fatti contestati al soggetto apicale provando la sussistenza dei sopra elencati requisiti tra loro concorrenti e, di riflesso, la circostanza che la commissione del reato non deriva da una propria “colpa organizzativa”3.
Nel caso, invece, di un reato commesso da soggetti sottoposti all’altrui direzione o vigilanza, la società risponde se la commissione del reato è stata resa possibile dalla violazione degli obblighi di direzione o vigilanza alla cui osservanza la società è tenuta4.
L’art. 7, comma 4, del D. Lgs. 231/2001 definisce, inoltre, i requisiti dell’efficace attuazione dei modelli organizzativi:
la verifica periodica e l’eventuale modifica del modello quando sono scoperte significative violazioni delle prescrizioni ovvero quando intervengono mutamenti nell’organizzazione e nell’attività;
Si assiste qui a un’inversione dell’onere della prova a carico dell’accusa, che dovrà, nell’ipotesi prevista dal citato art. 7, provare la mancata adozione ed efficace attuazione di un modello di organizzazione, gestione e controllo idoneo a prevenire i reati della specie di quello verificatosi.
Il D. Lgs. 231/2001 delinea il contenuto dei modelli di organizzazione e di gestione prevedendo che gli stessi, in relazione all’estensione dei poteri delegati e al rischio di commissione dei reati, come specificato dall’art. 6, comma 2, devono:
individuare modalità di gestione delle risorse finanziarie idonee a impedire la commissione dei reati;
1.11. Codici di comportamento predisposti dalle associazioni rappresentative degli enti
L’art. 6, comma 3, del D. Lgs. 231/2001 prevede “I modelli di organizzazione e di gestione possono essere adottati, garantendo le esigenze di cui al comma 2, sulla base di codici di comportamento redatti dalle associazioni rappresentative degli enti, comunicati al Ministero della giustizia che, di concerto con i Ministeri competenti, può formulare, entro trenta giorni, osservazioni sulla idoneità dei modelli a prevenire i reati”.
Confindustria ha definito le “Linee guida per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo ex D. Lgs. n. 231/2001” , diffuse in data 7 marzo 2002, integrate in data 3 ottobre 2002 con appendice relativa ai c.d. reati societari (introdotti nel D. Lgs. 231/2001 con il D. Lgs. n. 61/2002) e aggiornate, da ultimo, al 31 marzo 2008 (di seguito, “Linee guida di Confindustria”) fornendo, tra l’altro, indicazioni metodologiche per l’individuazione delle aree di rischio (settore/attività nel cui ambito possono essere commessi reati), la progettazione di un sistema di controllo (i c.d. protocolli per la programmazione della formazione ed attuazione delle decisioni dell’ente) e i contenuti del modello di organizzazione, gestione e controllo.
identificazione dei rischi e dei protocolli;
adozione di alcuni strumenti generali tra cui i principali sono un codice etico con riferimento ai reati ex D. Lgs. 231/2001 e un sistema disciplinare;
individuazione dei criteri per la scelta dell’Organismo di Vigilanza, indicazione dei suoi requisiti, compiti e poteri e degli obblighi di informazione.
1.12. Sindacato di idoneità
Il sindacato del giudice circa l’astratta idoneità del modello organizzativo a prevenire i reati di cui al D. Lgs. 231/2001 è condotto secondo il criterio della c.d. “prognosi postuma”.
Il giudizio di idoneità va formulato secondo un criterio sostanzialmente ex ante per cui il giudice si colloca, idealmente, nella realtà aziendale nel momento in cui si è verificato l’illecito per saggiare la congruenza del modello adottato. In altre parole, va giudicato “idoneo a prevenire i reati” il modello organizzativo che, prima della commissione del reato, potesse e dovesse essere ritenuto tale da azzerare o, almeno, minimizzare, con ragionevole certezza, il rischio della commissione del reato successivamente verificatosi.
1.13. 1.13 Legge Anticorruzione (L. 190/2012 e s.m.) e Trasparenza (D. Lgs. n. 33/2013 e s.m.) – Determinazione ANAC n. 8/2015 e s.m.
Il 28 novembre 2012 è entrata in vigore la l. 190/2012, recante «Disposizioni per la prevenzione e la repressione della corruzione e dell’illegalità nella pubblica amministrazione» (c.d. legge Anti-corruzione). In virtù del combinato disposto dei commi 5 e 8 dell’art. 1 della legge appena citata, le Pubbliche Amministrazioni hanno l’obbligo di adottare un Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione («P.T.P.C.»), da trasmettere al Dipartimento della funzione pubblica, che fornisca una valutazione del diverso livello di esposizione degli uffici al rischio di corruzione e indichi gli interventi organizzativi volti a prevenire il medesimo rischio.
L’art. 1, comma 59 della stessa legge 190/2012 stabilisce poi espressamente “le disposizioni di prevenzione della corruzione di cui ai commi da 1 a 57 del presente articolo (omissis) sono applicate in tutte le amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165 del 2001 e successive modificazioni”, pertanto le stesse dovrebbero applicarsi, alla luce dello stretto dettato normativo appena citato, esclusivamente “a tutte le amministrazioni dello Stato, ivi compresi gli istituti e scuole di ogni ordine e grado e le istituzioni educative, le aziende ed amministrazioni dello Stato ad ordinamento autonomo, le Regioni, le Province, i Comuni, le Comunità montane, e loro consorzi e associazioni, le istituzioni universitarie, gli Istituti autonomi case popolari, le Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura e loro associazioni, tutti gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali, le amministrazioni, le aziende e gli enti del Servizio sanitario nazionale, l’Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni (ARAN) e le Agenzie di cui al decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300”.
Attraverso il susseguirsi di interventi normativi, la predetta disciplina ha subito modifiche/integrazioni; si evidenziano, in particolare i seguenti provvedimenti:
D. Lgs. n. 97 del 25 maggio 2016 (Revisione e semplificazione delle disposizioni in materia di prevenzione della corruzione e trasparenza);
D. Lgs. n. 75 del 19 agosto 2016 (Testo Unico in materia di Società a Partecipazione Pubblica).
Tenendo presente quanto sopra, si evidenzia che nel corso del 2015 il Comune di Modena ha posto in essere una procedura a evidenza pubblica finalizzata alla cessione di n. 2.186 azioni, equivalenti al 17,488% del capitale sociale di FCM. A chiusura della procedura, le predette azioni sono state acquisite dal socio privato Finube S.p.A. che già deteneva una partecipazione in FCM del 46,11%.
Di conseguenza, le azioni della Società sono attualmente così ripartite:
33,3 % del Comune di Modena;
63, 6% Finube S.p.a. (socio privato);
3, 1% Azionariato popolare.
In via prodromica alla suddetta operazione che ha portato il Comune di Modena a perdere la maggioranza e il controllo di FCM, in data 22 giugno 2015, l’Assemblea dei Soci di Farmacie Comunali di Modena S.p.A., in seduta straordinaria, ha approvato all’unanimità alcune modifiche allo Statuto Sociale, volte principalmente a:
eliminare la previsione che la maggioranza del capitale sociale debba essere detenuta da enti pubblici locali;
adeguare conseguentemente il sistema di governance della società.
i riferimenti al vincolo della maggioranza pubblica locale sono stati eliminati dagli articoli 1, 2 e 10 dello Statuto;
gli articoli 21 e 22 sono stati modificati prevedendo un consiglio di amministrazione di soli tre membri (in linea con l’attuale effettiva composizione), con attribuzione al Comune di Modena della facoltà di nomina diretta di un membro se la sua quota di partecipazione è inferiore alla metà del capitale sociale, e due membri se la sua quota di partecipazione è superiore o uguale alla metà del capitale sociale.
Occorre, inoltre, considerare che il Comune di Modena – in base al nuovo assetto statutario – esprime un solo consigliere di amministrazione su tre.
A mero titolo di completezza, va rammentato che FCM non è assoggettata a influenza dominante del Comune di Modena sulla base di particolari vincoli contrattuali con quest’ultimo.
Ai fini che qui ci occupano e in virtù di quanto sopra, seguendo la prassi definitoria utilizzata dall’Autorità Nazionale Anticorruzione (Determinazione n. 8/2015) e dal successivo D. Lgs. n. 75/2016, FCM è ora classificabile quale società a partecipazione pubblica non di controllo.
Di conseguenza, FCM non risulterebbe rientrare tra gli enti di cui all’art. 1, comma 2, D. Lgs. n. 165/2001, cui fanno capo gli interi obblighi in materia anti-corruzione di cui ai commi da 1 a 57 dell’art. 1, Legge n. 190/2012 – e tra essi, in particolare, quello di adottare un Piano Triennale di Prevenzione della Corruzione (P.T.P.C.) e di nominare un Responsabile per la Corruzione.–
Sul punto, l’Autorità Nazionale Anticorruzione (di seguito, per brevità, ANAC), con la Determinazione n. 8/2015 (nella versione aggiornata del 2017 denominata “Aggiornamento delle Linee Guida per l’attuazione della normativa in materia di prevenzione della corruzione e trasparenza da parte delle società e degli enti di diritto privato controllati e partecipati dalle pubbliche amministrazioni e degli enti pubblici economici”), ha espressamente indicato quali siano gli obblighi ricadenti in capo alle società a partecipazione pubblica non di controllo con riferimento alla più volte citata Legge n. 190/2012.
In particolare, secondo l’ANAC, come sopra accennato, in capo a tale tipo di società non vi è obbligo di applicare la normativa in materia di anticorruzione (PTPC) e, conseguentemente, di nomina del Responsabile della Corruzione; sempre ad avviso dell’ANAC, però, l’ente locale (nel caso di FCM) deve promuovere l’adozione del Modello 231 integrato con misure di organizzazione e gestione idonee a prevenire, nelle attività che vengono svolte, ulteriori fatti corruttivi riferiti a comportamenti non rientranti nel catalogo dei reati 231.
Con riferimento a quanto sopra, si evidenzia che il Comune di Modena già dalla fine del 2012 ha previsto l’adozione (poi avvenuta nel 2013) del Modello 231 in seno a FCM; a seguito della pubblicazione della Determinazione ANAC n. 8/2015 detto Modello è stato integrato con quanto sopra prescritto.
In particolare, il Modello adottato da FCM prende in considerazione e valuta, quali illeciti rilevanti:
quelli contro la Pubblica Amministrazione contemplati nel D. Lgs 231/01 anche se commessi non nell’interesse o a vantaggio dell’ente, bensì per mero vantaggio individuale del soggetto agente;
utta la più ampia gamma di illeciti penali prevista al Libro II, Titolo II, Capo I del codice penale;
le situazioni in cui – a prescindere dalla rilevanza penale − venga in evidenza un malfunzionamento dell’amministrazione a causa dell’uso a fini privati delle funzioni attribuite ovvero l’inquinamento dell’azione amministrativa.
Pertanto, ai presenti fini, sotto il profilo penale, è stata data rilevanza anche a ulteriori tipologie di reati contro la Pubblica Amministrazione, quali: il Peculato (art. 314 c.p.), l’Abuso d’ufficio (art. 323 c.p.), l’Utilizzazione d’invenzioni e scoperte conosciute per ragioni d’ufficio (art. 325 c.p.), la Rivelazione e utilizzazione di segreti di ufficio (art. 326 c.p.), l’Omissione di atti d’ufficio (art. 328 c.p.), l’Interruzione di servizio pubblico o di pubblica necessità (art. 331 c.p.), la Sottrazione o il danneggiamento di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa (art. 331 c.p.), la Violazione colposa di doveri inerenti alla custodia di cose sottoposte a sequestro disposto nel corso di un procedimento penale o dall’autorità amministrativa (art. 335 c.p.).
Per quanto concerne gli obblighi prevedevano inizialmente obblighi di pubblicazione ridotti con riguardo alle società a partecipazione pubblica non di controllo. Le modifiche introdotte dalle norme poc’anzi citate (D. Lgs. n. 97/2016 e D. Lgs. n. 175/2016) hanno, invece, stabilito che anche in capo a dette società vigono gli obblighi di pubblicazione e accesso ai dati previsti per la generalità delle Pubbliche Amministrazioni; detta previsione si applica solo «in quanto compatibile e limitatamente ai dati e ai documenti inerenti all’attività di pubblico interesse disciplinata dal diritto nazionale e dall’Unione Europea».
Secondo l’ANAC, detta compatibilità va “valutata in relazione alla tipologia delle attività svolte, occorrendo distinguere i casi di attività sicuramente di pubblico interesse e i casi in cui le attività dell’ente siano esercitate in concorrenza con altri operatori economici, o ancora i casi di attività svolte in regime di privativa”.
Alla luce di quanto sopra, FCM pubblica in un’apposita sezione del sito denominata “Società trasparente” – oltre al Modello 231 e al Codice Etico – i bilanci aziendali e i dati riguardanti i componenti degli organi sociali (Consiglio di Amministrazione e Collegio Sindacale). Per quanto concerne, gli aspetti reddituali e patrimoniali, l’obbligo di trasparenza si considera assolto con la pubblicazione dei dati relativi al solo componente dell’organo di indirizzo politico-amministrativo nominato o designato dal Comune di Modena.
Infine, le società minoritariamente partecipate non sono tenute a nominare il Responsabile della Trasparenza né ad adottare il Programma Triennale per la Trasparenza e l’Integrità (resta una facoltà); la funzione di controllo e di monitoraggio degli obblighi di pubblicazione, anche al fine di attestare l’assolvimento degli stessi, potrà essere esercitata dall’Organismo di Vigilanza.
DESCRIZIONE DELLA REALTA’ aziendaLE: ELEMENTI DEL MODELLO DI GOVERNANCE E DELL’ASSETTO GOVERNATIVO GENERALE Di Farmacie Comunali di Modena S.p.A.
2.1. Farmacie Comunali di Modena S.p.A.
Farmacie Comunali di Modena S.p.A. (di seguito, per brevità, anche “FCM”) è stata costituita il 5 ottobre 2001, e ha come oggetto sociale (art. 5, Statuto):
“La gestione delle farmacie cui è titolare il Comune di Modena.
La società può inoltre gestire le farmacie di cui sono titolari altri comuni soci, come le farmacie di cui sono titolari altri soggetti pubblici e privati, nei limiti e con le modalità consentite dalle norme disciplinanti il servizio farmaceutico.
Nella gestione delle farmacie la società può commercializzare e distribuire tutti i prodotti normalmente in vendita nelle farmacie quali, a titolo meramente esemplificativo, specialità medicinali, prodotti galenici, dispositivi e presidi medico-chirurgici, articoli sanitari ed ogni altro prodotto affine, medicinali omeopatici, alimenti per l’infanzia e dietetici speciali, alimenti ed integratori alimentari, alimenti funzionali, prodotti di erboristeria, apparecchi medicali ed elettromedicali, prodotti parafarmaceutici e dietetici, prodotti di cosmesi e dermocosmesi, nonché prodotti per la cura del corpo ed il benessere, la salute e l’igiene della persona ed ogni altro prodotto analogo od affine a quelli sopra indicati.
La società può altresì erogare ogni prestazione e servizio consentito, quali ad esempio l’effettuazione di test di autodiagnosi, la prenotazione di prestazioni mediche e salutistiche e la relativa refertazione, la rivendita, diffusione o distribuzione in altra forma di pubblicazioni di interesse sanitario o farmaceutico, il noleggio di apparecchi e dispositivi medici ed elettromedicali nonché ogni altro servizio sanitario o parasanitario a favore degli utenti del servizio farmaceutico.
Può inoltre svolgere tutti gli altri servizi, attività e prestazioni consentite o comunque poste a carico delle farmacie dalla legge o dalle norme convenzionali.
La società ha inoltre ad oggetto la prestazione di servizi utili complementari e di supporto all’attività commerciale, l’attività di organizzazione e prestazione, anche in proprio, di servizi di informazione, di formazione ed aggiornamento professionale, anche mediante convegni, corsi, master e simili, a favore dell’utenza nonché di imprese, persone giuridiche ed altri enti anche pubblici ed anche non personificati operanti nel settore sanitario. Le attività ed i servizi rientranti nell’oggetto sociale possono essere svolti, fatti salvi i divieti posti dalla legge, anche mediante tecniche di comunicazione a distanza, e mezzi e strumenti elettronici, informatici e telematici di ogni tipo.
Tutte le attività rientranti nell’oggetto sociale possono essere esercitate, nel rispetto delle norme vigenti, in forma diretta ovvero “per conto”, in concessione, appalto e simili, anche attraverso società controllate o mediante accordi con società collegate o partecipate, l’affitto e/o la conduzione ad ogni altro titolo di aziende di carattere pubblico e privato o rami di esse, nonché mediante la partecipazione ad ogni forma di associazione o cointeressenza tra imprese, anche temporanea.
La società può inoltre compiere, direttamente od indirettamente, con l’osservanza delle disposizioni vigenti e salve le riserve di attività ed i divieti previsti dalla legge, ogni altra operazione od attività consentita di natura mobiliare, immobiliare, commerciale, industriale, finanziaria e di credito, locativa e di leasing, nonché ipotecaria, ritenuta dall’organo amministrativo necessaria od anche solo utile od opportuna per il conseguimento dell’oggetto sociale.
Per le medesime finalità, sempre nel rispetto dei limiti e divieti di legge, la società può inoltre assumere interessenze e partecipazioni di qualsiasi natura, anche mediante partecipazione al capitale sociale, in società od imprese aventi qualsiasi forma ed oggetto, costituite o costituende.
Potrà altresì rilasciare e ricevere, anche a titolo gratuito, fideiussioni, avalli e altre garanzie di ogni genere, reali e personali, anche in favore e per obbligazioni di soci e di terzi. In particolare, salvo ulteriori limiti, divieti e riserve di legge, sono esclusi in ogni caso: l’operatività nei confronti del pubblico per tutte le attività finanziarie indicate dall’art. 106 del d.lgs. 385/93; la raccolta del risparmio fra il pubblico per l’erogazione del credito; l’esercizio professionale nei confronti del pubblico di qualunque servizio od attività, anche di investimento ed anche avente ad oggetto strumenti finanziari, che sia per legge riservato ad intermediari autorizzati; è esclusa l’attività fiduciaria ed ogni altra attività anche professionale per la quale esistano riserve di legge”.
Sotto il profilo dell’inquadramento generale, l’Ente si configura quale Società per Azioni, a prevalenza di capitale pubblico, avente ad oggetto un pubblico servizio.
Le azioni della Società sono attualmente così ripartite:
– 50,8 % del Comune di Modena;
– 46, 11% Finube S.p.a. (socio privato);
– 3, 1% Azionariato popolare.
Al riguardo, si evidenzia che le azioni di FCM possedute dagli Enti pubblici locali devono essere, per Statuto, complessivamente di ammontare superiore alla metà del capitale sociale o, in ogni caso, assicurare il controllo della Società da parte degli Enti pubblici locali.
2.2. Modello di Business
FCM, come già anticipato, è una Società per azioni a maggioranza pubblica avente ad oggetto la gestione delle Farmacie di cui è titolare il Comune di Modena.
Con riferimento a quanto sopra, FCM opera attualmente nel settore della vendita al pubblico di prodotti farmaceutici e parafarmaceutici; FCM gestisce ad oggi 12 farmacie, di cui la più antica risale al 1917 e la più recente ai primi anni novanta.
La Farmacia Comunale è un presidio farmaceutico sociosanitario specializzato che opera in un contesto di libero mercato e di concorrenza con i privati (nel territorio del Comune di Modena sono presenti circa una trentina di farmacie private).
All’interno delle 12 Farmacie Comunali, assieme la tradizionale servizio farmaceutico, trovano spazio anche terapie di nascita più recente (fitoterapia, omeopatia, dietetica…), laboratori galenici, servizi al cliente (ad esempio, misurazione della pressione arteriosa), servizio di informazione sui farmaci e di educazione sanitaria, servizio di prenotazione di visite specialistiche e per analisi in collegamento con il Centro Unico di Prenotazione della AUSL di Modena.
Come sopra accennato, con riferimento alle sopra descritte attività di natura tipicamente commerciale, FCM opera in un regime di concorrenza con i privati.
La gestione del servizio pubblico farmaceutico è disciplinata da un Contratto di Servizio stipulato con il Comune affidatario; nell’ambito di tale contratto, viene dato risalto alle attività connesse alla c.d. Farmacia dei Servizi quale componente fondamentale del servizio pubblico esercitato.
L’attività è altresì regolamentata da un’apposita Carta dei Servizi allegata al suddetto contratto.
2.3. Governance di Farmacie Comunali di Modena S.p.A.
FCM è governata da un sistema di amministrazione tradizionale, che prevede un Consiglio di Amministrazione composto da “un numero dispari di membri, compreso tra un minimo di tre e un massimo di nove” (art. 21, Statuto) con funzioni di organo amministrativo politico di indirizzo. I membri del CdA sono nominati secondo le disposizioni che seguono (art. 21, Statuto):
il Comune di Modena ha la facoltà di designare per nomina diretta, ai sensi dell’art. 2449 c.c., un numero di amministratori pari rispettivamente a due, tre, quattro o cinque a seconda che il Consiglio sia composto da tre, cinque, sette o nove membri. Gli Amministratori designati per nomina diretta da parte del Comune di Modena sono revocabili e sostituibili in ogni momento solo da parte del Comune medesimo;
i restanti Amministratori sono nominati dall’Assemblea dei soci.
Attualmente il CdA risulta composto da tre persone, una delle quali ha ricevuto deleghe per l’amministrazione della Società.
Lo Statuto (art. 27) prevede che il CdA sia “investito, senza eccezione alcuna, di tutti i poteri per l’ordinaria e straordinaria amministrazione della società, tranne quelli che per legge spettano esclusivamente all’assemblea”.
Il CdA nomina tra i suoi componenti il Presidente, esso è scelto tra i Consiglieri nominati dal Comune di Modena.
Per Statuto, la rappresentanza legale della Società, di fronte a terzi e in giudizio e la firma sociale spettano al Presidente; in caso di sua assenza o impedimento tali poteri spettano al Vice Presidente e, in mancanza o in assenza di quest’ultimo, al Consigliere più anziano.
La firma del sostituto fa prova dell’assenza o impedimento del sostituito.
La società non risulta aver nominato ad oggi il Vice Presidente.
Il CdA nomina inoltre, ex art. 31 dello Statuto, un Amministratore Delegato “cui sono conferiti i poteri che il Consiglio ritiene opportuni, e comunque tutti quelli inerenti l’ordinaria amministrazione della Società, compresi la rappresentanza della Società e l’uso della firma sociale nell’ambito dei poteri conferiti e delle materie oggetto di delega”.
Alla luce dell’art. 33 dello Statuto “Il CdA può delegare altri poteri ed attribuzioni ad altri organi o soggetti ed in generale al personale della Società, determinandone i limiti e le modalità di esercizio”.
Altresì, in base all’art. 34 dello Statuto, la Rappresentanza legale della Società, anche in giudizio – oltre a spettare al Presidente del CdA e all’AD, in via disgiunta – “può essere conferita agli altri amministratori, al direttore amministrativo e ad altri dirigenti e funzionari, designati dal consiglio di amministrazione, il quale determina in ogni caso i limiti e le modalità dell’uso della firma sociale”.
Al medesimo articolo statutario è altresì stabilito “il consiglio di amministrazione può del pari conferire deleghe e procure, sia per singoli atti che per determinate categorie di atti e di affari e per la rappresentanza della società in giudizio; può infine attribuire ad altri dipendenti e collaboratori limitati poteri e facoltà, determinandone le modalità di modifica dello statuto sociale per adeguamento dello stesso al decreto legislativo n. 6/2003”.
La Società è dotata di Collegio Sindacale. Essa è attualmente assoggettata a revisione dei conti da parte di società iscritta all’apposito Albo.
Il sistema di deleghe e procure deve essere caratterizzato da elementi di “certezza” ai fini della prevenzione dei reati e consentire la gestione efficiente dell’attività aziendale. Si intende per “delega” quell’atto interno di attribuzione di funzioni e compiti, riflesso nel sistema di comunicazioni organizzative. Si intende per “procura” il negozio giuridico unilaterale con cui l’ente attribuisce a un singolo soggetto il potere di agire in rappresentanza della stessa.
I requisiti essenziali del sistema di deleghe e procure sono i seguenti:
tutti coloro che intrattengono per conto dell’Ente rapporti con la P.A devono essere dotati di delega formale e – ove occorra – anche di procura;
a ciascuna procura che comporti il potere di rappresentanza dell’Ente nei confronti dei terzi deve corrispondere una delega interna che descriva il relativo potere di gestione;
le deleghe devono coniugare ciascun potere alla relativa responsabilità e a una posizione adeguata nell’organigramma;
ciascuna delega deve definire in modo specifico e inequivocabile:
i poteri del delegato, precisandone i limiti;
il soggetto (organo o individuo) cui il delegato riporta gerarchicamente;
al delegato devono essere riconosciuti poteri di spesa adeguati alle funzioni conferite;
il sistema delle deleghe e delle procure deve essere tempestivamente aggiornato.
Il Sistema delle deleghe e procure costituisce protocollo di controllo applicabile a tutte le attività sensibili.
2.3.3. Principi di controllo inerenti il sistema organizzativo generale
Tutte le Attività Sensibili devono essere svolte conformandosi alle leggi vigenti, ai valori e alle politiche della Società e alle regole contenute nel presente Modello. In linea generale, il sistema di organizzazione della Società deve rispettare i requisiti fondamentali di formalizzazione e chiarezza, comunicazione e separazione dei ruoli, in particolare per quanto attiene l’attribuzione di responsabilità, di rappresentanza, di definizione delle linee gerarchiche e delle attività operative.
La Società deve essere dotata di strumenti organizzativi (organigrammi, comunicazioni organizzative, procedure, ecc.) improntati a principi generali di:
conoscibilità, trasparenza e pubblicità dei poteri attribuiti (all’interno della Società e nei confronti dei terzi interessati);
Le procedure interne devono essere caratterizzate dai seguenti elementi:
separazione, all’interno di ciascun processo, tra il soggetto che assume la decisione (impulso decisionale), il soggetto che esegue tale decisione e il soggetto cui è affidato il controllo del processo (c.d. “segregazione delle funzioni”);
traccia scritta di ciascun passaggio rilevante del processo (c.d. “tracciabilità”);
adeguato livello di formalizzazione.
l’organigramma aziendale e gli ambiti e le responsabilità delle funzioni aziendali devono essere definite chiaramente e precisamente mediante appositi documenti, resi disponibili e conosciuti da tutti i dipendenti;
devono essere definite apposite policy e procedure operative con particolare riferimento ai processi attinenti aree a rischio di reato;
devono essere previsti con chiarezza e precisione ruoli e compiti dei responsabili interni di ciascuna area a rischio, cui conferire potere di direzione, impulso e coordinamento delle funzioni sottostanti.
L’adozione di un Modello di organizzazione, gestione e controllo a norma del D. Lgs. 231/2001 (di seguito anche “Modello”) e la sua efficace e costante attuazione, oltre a rappresentare un motivo di esenzione dalla responsabilità della Società con riferimento alla commissione di alcune tipologie di reato, è un atto di responsabilità sociale di FCM da cui scaturiscono benefici per tutti i portatori di interessi: dai soci, dipendenti, creditori e a tutti gli altri soggetti i cui interessi sono legati alle sorti della Società.
L’introduzione di un sistema di controllo dell’agire imprenditoriale, unitamente alla fissazione e divulgazione di principi etici, migliorando i già elevati standard di comportamento adottati dalla Società, aumentano la fiducia e la reputazione di cui FCM gode nei confronti dei soggetti terzi e, soprattutto, assolvono una funzione normativa in quanto regolano comportamenti e decisioni di coloro che quotidianamente sono chiamati a operare in favore della Società in conformità ai suddetti principi etici.
FCM ha, quindi, inteso avviare una serie di attività volte a rendere il proprio Modello organizzativo conforme ai requisiti previsti dal D. Lgs. 231/2001 e coerente con i principi già radicati nella propria cultura di governo della Società.
3.2. Il Progetto di Farmacie Comunali di Modena S.p.A. per la definizione del proprio Modello di organizzazione, gestione e controllo a norma del D. Lgs. 231/2001
La metodologia scelta per eseguire il progetto, in termini di organizzazione, definizione delle modalità operative, strutturazione in fasi, assegnazione delle responsabilità tra le varie funzioni aziendali, è stata definita al fine di garantire la qualità e l’autorevolezza dei risultati. Di seguito verranno esposte le metodologie seguite e i criteri adottati nelle varie fasi del Progetto.
3.2.1 Individuazione dei processi e dei “key officer”, identificazione delle Aree di rischio.
L’art. 6, comma 2, lett. a) del D. Lgs. 231/2001 indica, tra i requisiti del Modello, l’individuazione dei processi e delle attività nel cui ambito possono essere commessi i reati espressamente richiamati dal decreto stesso. Si tratta, in altri termini, di quelle attività e processi aziendali che comunemente vengono definiti “sensibili” (di seguito, “Attività sensibili” e “processi sensibili”).
Scopo di questa fase è stato appunto l’identificazione degli ambiti aziendali oggetto dell’intervento e l’individuazione preliminare dei processi e delle attività sensibili, con conseguente esclusione dei reati presupposto della responsabilità amministrativa ex D. Lgs. 231/2001 con riferimento ai quali il rischio è stato valutato solo astrattamente e non concretamente ipotizzabile.
Propedeutica all’individuazione delle Attività Sensibili è stata l’analisi del modello di business (analisi del modello dei processi primari e secondari) e del modello di controllo in essere di FCM svolta al fine di meglio comprendere gli ambiti aziendali oggetto di analisi.
L’analisi dell’organizzazione, del modello operativo e delle procure/deleghe conferite alla Società, hanno consentito una prima individuazione dei processi/attività sensibili e una preliminare identificazione delle funzioni responsabili di tali processi/attività.
A seguire, si è proceduto all’identificazione dei “Key officer”, ovvero dei soggetti aziendali che, in base a funzioni e responsabilità, hanno una conoscenza approfondita delle aree sensibili, nonché dei meccanismi di controllo in essere.
Tali informazioni essenziali sono state raccolte sia attraverso l’analisi della documentazione sociale che attraverso interviste strutturate con i Key officer. In via preliminare è stata predisposta una mappatura che ha consentito di evidenziare le attività sensibili e i soggetti interessati.
3.2.2 Rilevazione della situazione “As-Is” e valutazione del modello di controllo in essere, Gap Analysis ed Action Plan.
Nella rilevazione del sistema di controllo esistente sono stati considerati i seguenti principi di riferimento:
segregazione (articolazione) dei compiti;
adeguatezza della tracciabilità e verificabilità ex post delle transazioni tramite adeguati supporti documentali/informativi;
adeguatezza del sistema delle deleghe.
Al fine di rilevare e analizzare in dettaglio il modello di controllo esistente a presidio dei rischi riscontrati ed evidenziati nell’attività di analisi delle attività sensibili sopra descritta e di valutare la conformità del Modello stesso alle previsioni del Decreto, è stata effettuata un’analisi comparativa tra il modello organizzativo esistente e un modello teorico di riferimento basato sul contenuto della disciplina del Decreto.
Attraverso tale confronto è stato possibile individuare le azioni di miglioramento del sistema di controllo interno esistente (processi e procedure); sulla scorta di quanto emerso, viene predisposto un piano di attuazione teso a individuare i requisiti organizzativi caratterizzanti un Modello di organizzazione, gestione e controllo “specifico” conforme a quanto disposto dal Decreto e le relative azioni di miglioramento del sistema di controllo interno.
A seguito delle attività svolte è stato predisposto un documento di analisi dei processi sensibili e del sistema di controllo, con evidenza:
dei processi elementari/attività svolte;
delle funzioni/soggetti interni/esterni coinvolti;
dei relativi ruoli/responsabilità;
del sistema dei controlli esistenti.
3.2.3 Disegno del Modello di Organizzazione, Gestione e Controllo.
Scopo di questa fase è stato quello di definire il Modello di organizzazione, gestione e controllo di FCM, ai sensi del D. Lgs. 231/2001, articolato in tutte le sue componenti.
La realizzazione della fase è stata supportata sia dai risultati delle fasi precedenti sia delle scelte di indirizzo degli organi decisionali della Società.
FCM ha inteso predisporre un Modello che tenesse conto della propria peculiare realtà aziendale, in coerenza con il proprio sistema di governo e in grado di valorizzare i controlli e gli organismi esistenti.
regolano la diligente gestione di un sistema di controllo delle attività sensibili, finalizzato a prevenire la commissione, o la tentata commissione, dei reati richiamati dal D. Lgs. 231/2001.
Il Modello costituisce un sistema organico di regole e di attività di controllo volto a:
assicurare condizioni di trasparenza e correttezza nella conduzione delle attività aziendali a tutela della reputazione e dell’immagine, proprie e dell’Ente locale di emanazione, e del lavoro dei propri dipendenti;
prevenire i reati che potrebbero essere posti in essere sia da parte di soggetti apicali sia da parte dei loro sottoposti, e dare luogo all’esonero da responsabilità dell’ente in caso di commissione di uno dei reati individuati nel D. Lgs. 231/2001.
si rinvia, inoltre, a quanto esposto al precedente paragrafo 1.13 con riferimento alle integrazioni al Modello apportate in ossequio a quanto stabilito dalla Determinazione ANAC n. 8/2015 e s.m.
Il presente documento è costituito da una “Parte Generale”, che contiene i principi cardine del Modello, e da singole “Parti Speciali”, predisposte, in ragione delle attività aziendali e dei Processi Sensibili rilevati e dei relativi interventi di miglioramento, per le diverse categorie di reato contemplate nel D. Lgs. 231/2001.
L’ORGANISMO DI VIGILANZA AI SENSI DEL D. LGS. 231/2001
4.1. L’Organismo di Vigilanza
In base alle previsioni del D. Lgs. 231/2001, l’ente può essere esonerato dalla responsabilità conseguente alla commissione di reati da parte dei soggetti apicali o sottoposti alla loro vigilanza e direzione, se l’organo dirigente ha:
affidato il compito di vigilare sul funzionamento e l’osservanza del modello e di curarne l’aggiornamento a un organismo dell’ente dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo.
L’affidamento dei suddetti compiti a un organismo dotato di autonomi poteri di iniziativa e controllo, unitamente al corretto ed efficace svolgimento degli stessi, rappresenta, quindi, presupposto indispensabile per l’esonero dalla responsabilità prevista dal D. Lgs. 231/2001.
Le Linee Guida di Confindustria individuano quali requisiti principali dell’Organismo di Vigilanza l’autonomia e indipendenza, la professionalità e la continuità di azione.
In particolare, i requisiti di autonomia e indipendenza sono riscontrabili laddove l’iniziativa di controllo risulti svincolata da ogni interferenza e/o condizionamento da parte di qualunque componente della Società in tal senso, è indispensabile l’inserimento dell’Organismo di Vigilanza “come unità di staff in una posizione gerarchica la più elevata possibile” con la previsione di un “riporto” dell’Organismo di Vigilanza al massimo vertice sociale operativo ovvero al Consiglio di Amministrazione nel suo complesso.
E’, inoltre, indispensabile che all’Organismo di Vigilanza non siano attribuiti compiti operativi che, rendendolo partecipe di decisioni e attività operative, ne minerebbero l’obiettività di giudizio nel momento delle verifiche sui comportamenti e sul Modello;
Il connotato della professionalità deve essere riferito al “bagaglio di strumenti e tecniche” necessarie per svolgere efficacemente l’attività di Organismo di Vigilanza; in tal senso, la Società ha deciso di valorizzare tecniche specialistiche proprie di chi svolge attività “ispettiva”, ma anche consulenziale di analisi dei sistemi di controllo e gestione e di tipo giuridico, con particolare riguardo alle tematiche lavoristiche e penali.
Con particolare riguardo ai profili di tutela della salute e sicurezza sul lavoro, l’Organismo di Vigilanza dovrà avvalersi di tutte le risorse che la Società ha attivato per la gestione dei relativi aspetti e, in particolare, del Responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione.
La continuità di azione, che garantisce una efficace e costante attuazione del modello organizzativo, è garantita dalla presenza di una struttura dedicata esclusivamente e a tempo pieno all’attività di vigilanza.
4.2. Principi generali in tema di istituzione, nomina e revoca dell’Organismo di Vigilanza.
In assenza di specifiche indicazioni nel corpo del D. Lgs. 231/2001, FCM ha optato per una soluzione che, tenuto conto delle finalità perseguite dalla legge, è in grado di assicurare, in relazione alle proprie dimensioni e alla propria complessità organizzativa, l’effettività dei controlli cui l’Organismo di Vigilanza è preposto.
L’Organismo di Vigilanza resta in carica ____ anni e i suoi membri sono rieleggibili.
E’ necessario che i membri dell’Organismo di Vigilanza possiedano, oltre a competenze professionali adeguate, requisiti soggettivi che garantiscano l’autonomia, l’indipendenza e l’onorabilità richiesta dal compito. In particolare, non possono essere nominati:
coloro che versino in una delle cause di ineleggibilità o di decadenza previste dall’art. 2382 Codice Civile per gli amministratori;
coloro che siano imputati per uno dei reati di cui al Decreto Legislativo n.231/2001;
coloro che siano stati condannati alla reclusione a seguito di processo penale avente ad oggetto la commissione di un delitto;
il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado dei consiglieri della società, i consiglieri, il coniuge, i parenti e gli affini entro il quarto grado dei consiglieri di società controllate e/o controllanti, partecipate e/o partecipanti;
coloro che siano legati alla società o alle società da questa controllate e/o partecipate, alle società controllanti e/o partecipanti da un rapporto di lavoro o da un rapporto di consulenza o di prestazione d’opera retribuita, ovvero da rapporti di natura patrimoniale che ne compromettano l’indipendenza.
Nel caso di nomina di un responsabile di una funzione aziendale, varranno i medesimi requisiti eccezion fatta per quelli indicati dalla lettera e).
Qualora venisse a mancare l’Organismo di Vigilanza, il Consiglio di Amministrazione provvede alla sostituzione con propria deliberazione e contestualmente dispone il relativo aggiornamento del Modello.
Al fine di garantire la necessaria stabilità all’Organismo di Vigilanza, sono, qui di seguito, indicate le modalità di revoca dei poteri connessi con tale l’incarico; la revoca da membro dell’Organismo di Vigilanza può avvenire per i sotto elencati motivi:
cessazione, accertata dal Consiglio di Amministrazione, dalla carica di responsabile della funzione ricoperta. In ogni caso qualsiasi provvedimento di disposizione di carattere organizzativo che riguardi il responsabile della funzione (ad es. spostamenti ad altro incarico, licenziamenti, provvedimenti disciplinari, nomina di nuovo responsabile) dovrà essere portato alla presa d’atto del Consiglio di Amministrazione;
venir meno dei requisiti di cui sopra;
gravi e accertati motivi di incompatibilità che ne vanifichino indipendenza e autonomia;
grave negligenza nell’espletamento dei compiti connessi all’incarico;
violazione degli obblighi di riservatezza previsti a carico dell’Organismo di Vigilanza;
assenza ingiustificata per più di tre volte consecutive alle riunioni dell’Organismo di Vigilanza.
La revoca dell’Organismo di Vigilanza o di un suo membro compete al Consiglio di Amministrazione, sentito il Collegio Sindacale; la delibera di revoca deve essere assunta con la maggioranza dei due terzi dei consensi dei consiglieri presenti con diritto di voto.
Il Consiglio di Amministrazione nella riunione nella quale delibera la revoca di un membro dell’Organismo di Vigilanza provvede alla sua sostituzione.
4.3. Funzioni e poteri dell’Organismo di Vigilanza.
L’ Organismo di Vigilanza è chiamato, sul piano generale, ad assolvere i seguenti compiti:
vigilanza sull’effettività del Modello, che si sostanzia nella verifica della coerenza tra i comportamenti concreti e il Modello adottato;
analisi in merito al mantenimento nel tempo dei requisiti di solidità e funzionalità del Modello;
anche avvalendosi delle varie funzioni coinvolte, valutazione della necessità di proporre al Consiglio di Amministrazione eventuali aggiornamenti del Modello, conseguenti all’evoluzione della struttura organizzativa o dell’operatività aziendali e/o a eventuali modifiche normative;
vigilare sulla congruità del sistema delle deleghe e delle responsabilità attribuite, al fine di garantire l’efficacia del Modello.
Su un piano operativo, è affidato all’Organismo di Vigilanza il compito di:
elaborare e implementare un programma di verifiche periodiche sull’effettiva applicazione delle procedure aziendali di controllo nelle “Attività Sensibili” e sulla loro efficacia, tenendo presente che la responsabilità primaria sul controllo delle attività resta comunque demandata al management operativo e forma parte integrante dei processi aziendali;
raccogliere, elaborare e conservare le informazioni rilevanti in ordine al rispetto del Modello, nonché, ove necessario, aggiornare la lista di informazioni che devono essere allo stesso Organismo di Vigilanza obbligatoriamente trasmesse o tenute a sua disposizione;
verificare che gli elementi previsti dal Modello per le diverse tipologie di reati (ad es. adozione di clausole standard, espletamento di procedure, segregazione delle responsabilità, ecc.) siano comunque adeguati e rispondenti alle esigenze di osservanza di quanto prescritto dal Decreto, provvedendo, in caso contrario, a richiedere un aggiornamento degli elementi stessi;
avvalendosi anche della collaborazione dei diversi responsabili delle varie funzioni aziendali, promuovere idonee iniziative per la diffusione della conoscenza e della comprensione del Modello stesso presso tutto il personale;
effettuare il monitoraggio delle Attività Sensibili.
A tal fine, l’Organismo di Vigilanza deve essere tenuto costantemente informato sull’evoluzione delle attività nelle suddette aree a rischio e ha libero accesso a tutta la documentazione aziendale. All’Organismo di Vigilanza devono essere inoltre segnalate da parte di tutto il personale, eventuali situazioni dell’attività aziendale che possano esporre la società al rischio di reato.
L’Organismo di Vigilanza, al fine di poter assolvere in modo esaustivo ai propri compiti:
ha libero accesso presso tutte le funzioni aziendali, senza preventiva informativa e senza necessità di alcun consenso preventivo, al fine di ottenere ogni informazione o dato ritenuto necessario per lo svolgimento dei compiti previsti dal Decreto;
può giovarsi – sotto la sua diretta sorveglianza e responsabilità – nello svolgimento dei compiti affidatigli, della collaborazione di tutte le funzioni e strutture aziendali ovvero di consulenti esterni, avvalendosi delle rispettive competenze e professionalità;
dispone di un budget definito dal Consiglio di Amministrazione nell’ambito dell’annuale processo di budgeting idoneo a supportare le decisioni di spesa necessarie per assolvere alle proprie funzioni (consulenze specialistiche, missioni e trasferte, aggiornamento, ecc.). L’assegnazione del budget permette all’Organismo di Vigilanza di operare in autonomia e con gli strumenti opportuni per un efficace espletamento del compito assegnatogli dal presente Modello, secondo quanto previsto dal D. Lgs. 231/2001;
pone in essere le proprie attività senza il sindacato di alcun altro organismo o struttura aziendale, rispondendo al solo Consiglio di Amministrazione
4.4. Obblighi di informazione nei confronti dell’Organismo di Vigilanza. Informazioni di carattere generale e informazioni specifiche obbligatorie
L’Organismo di Vigilanza deve essere tempestivamente informato, mediante apposito sistema di comunicazione interna, in merito a quegli atti, comportamenti o eventi che possono determinare una violazione del Modello o che, più in generale, sono rilevanti ai fini del D. Lgs. 231/2001.
Gli obblighi di informazione su eventuali comportamenti contrari alle disposizioni contenute nel Modello rientrano nel più ampio dovere di diligenza e obbligo di fedeltà del prestatore di lavoro stabiliti dal codice civile.
Coloro che segnalano le suddette circostanze in buona fede sono garantiti contro qualsiasi forma di ritorsione, discriminazione o penalizzazione e in ogni caso è assicurata la riservatezza dell’identità del segnalante, fatti salvi gli obblighi di legge e la tutela dei diritti della Società o delle persone accusate erroneamente e/o in mala fede.
Al fine di raccogliere in modo efficace le segnalazioni sopra descritte, l’Organismo di Vigilanza provvederà a comunicare, a tutti i soggetti interessati, i modi e le forme di effettuazione delle stesse.
devono essere raccolte eventuali segnalazioni relative alla commissione, o al ragionevole pericolo di commissione, dei reati o comunque a comportamenti in generale non in linea con le regole di comportamento adottate in attuazione dei principi di riferimento contenuti nel presente documento;
il dipendente che intenda segnalare una violazione (o presunta violazione) del Modello deve contattare il proprio diretto superiore. Qualora la segnalazione non dia esito, o il dipendente si senta a disagio nel rivolgersi al suo diretto superiore per effettuare la segnalazione, il Dipendente ne riferisce all’Organismo di Vigilanza (saranno istituiti canali informativi dedicati, riservati, non anonimi, al fine di facilitare il flusso di segnalazioni ufficiose e di informazioni verso l’Organismo di Vigilanza e allo scopo di risolvere casi di dubbia interpretazione in ordine ai principi generali del Modello);
l’Organismo di Vigilanza valuta le segnalazioni ricevute; gli eventuali provvedimenti conseguenti sono applicati in conformità a quanto previsto al successivo cap. 5 (Sistema Disciplinare).
Oltre alle segnalazioni relative a violazioni di carattere generale sopra descritte, devono essere obbligatoriamente e immediatamente trasmesse all’Organismo di Vigilanza le informazioni concernenti:
le decisioni relative alla richiesta, erogazione e utilizzo di finanziamenti pubblici;
le richieste di assistenza legale inoltrate dai dirigenti e/o dai dipendenti nei confronti dei quali la Magistratura procede per i reati previsti dalla richiamata normativa;
i provvedimenti e/o notizie provenienti da organi di polizia giudiziaria, o da qualsiasi altra autorità, dai quali si evinca lo svolgimento di indagini, anche nei confronti di ignoti, per i reati di cui al D. Lgs. n. 231/2001;
le notizie relative alla effettiva attuazione, a tutti i livelli aziendali, del modello organizzativo, con evidenza dei procedimenti disciplinari svolti e delle eventuali sanzioni irrogate (ivi compresi i provvedimenti verso i Dipendenti) ovvero dei provvedimenti di archiviazione di tali procedimenti con le relative motivazioni;
i provvedimenti e/o notizie riguardanti l’applicazione in Società della normativa in materia di sicurezza e salute sul lavoro, con tempestiva segnalazione degli incidenti occorsi.
4.5. Dovere di informazione dell’Organismo di Vigilanza verso gli organi societari
L’Organismo di Vigilanza riferisce in merito all’attuazione del Modello e all’emersione di eventuali criticità. Sono previste due linee di reporting:
la prima, su base continuativa, direttamente verso _______ circa gli esiti di ciascuna verifica eseguita;
la seconda, almeno annuale, nei confronti del Consiglio di Amministrazione e del Collegio Sindacale.
Quanto a tale seconda linea di reporting, l’Organismo di Vigilanza predispone, con cadenza almeno annuale, un rapporto scritto relativo all’attività svolta (indicando in particolare i controlli e le verifiche specifiche effettuati e l’esito degli stessi, l’eventuale aggiornamento della mappatura delle Attività Sensibili, ecc.). Inoltre, l’Organismo di Vigilanza, immediatamente, anche individualmente, trasmette all’Amministratore Delegato una segnalazione relativa al verificarsi di situazioni straordinarie quali ipotesi di violazione dei principi di attuazione del Modello, di innovazioni legislative in materia di responsabilità amministrativa degli enti. L’Organismo di Vigilanza deve, inoltre, coordinarsi con le funzioni competenti presenti in Società per i diversi profili specifici.
Il Consiglio di Amministrazione ha la facoltà di convocare l’Organismo di Vigilanza il quale, a sua volta, ha la facoltà di richiedere al Presidente del Consiglio di Amministrazione di convocare detto organo per motivi urgenti. Alle riunioni del Consiglio di Amministrazione convocate per l’esame delle relazioni periodiche o straordinarie dell’Organismo di Vigilanza e in genere per le attività che riguardano il Modello, dovranno essere convocati anche i membri dell’Organismo di Vigilanza.
4.6. Raccolta e conservazione delle informazioni.
Le informazioni, segnalazioni, report o relazioni previsti nel Modello sono conservati dall’Organismo di Vigilanza in un apposito archivio (informatico o cartaceo).
Il D. Lgs. 231/2001 indica, quale condizione per un’efficace attuazione del modello di organizzazione, gestione e controllo, l’introduzione di un sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello stesso.
Pertanto, la definizione di un adeguato sistema disciplinare costituisce un presupposto essenziale della valenza scriminante del modello di organizzazione, gestione e controllo rispetto alla responsabilità amministrativa degli enti.
Le sanzioni previste dal sistema disciplinare saranno applicate a ogni violazione delle disposizioni contenute nel Modello a prescindere dalla commissione di un reato e dall’eventuale svolgimento e dall’esito del procedimento penale eventualmente avviato dall’autorità giudiziaria.
L’osservanza delle disposizioni e delle regole comportamentali previste dal Modello costituisce adempimento da parte dei dipendenti degli obblighi previsti dall’art. 2104, comma secondo, c.c.; obblighi dei quali il contenuto del medesimo Modello rappresenta parte sostanziale ed integrante.
La violazione delle singole disposizioni e regole comportamentali di cui al Modello da parte dei dipendenti costituisce sempre illecito disciplinare.
Le misure indicate nel Modello, il cui mancato rispetto si intende sanzionare, sono comunicate mediante circolare interna a tutti i dipendenti, affisse in luogo accessibile a tutti e vincolanti per tutti i dipendenti della Società.
I provvedimenti disciplinari sono irrogabili nei confronti dei lavoratori dipendenti in conformità a quanto previsto dall’art. 7 della legge 20 maggio 1970, n. 300 (c.d. “Statuto dei Lavoratori”) ed eventuali normative speciali applicabili.
Alla notizia di una violazione del Modello, corrisponde l’avvio della procedura di accertamento delle mancanze in conformità al CCNL applicabile allo specifico dipendente interessato dalla procedura. Pertanto:
a ogni notizia di violazione del Modello è dato impulso alla procedura di accertamento;
nel caso in cui, a seguito della procedura, sia accertata la violazione del Modello, è irrogata la sanzione disciplinare prevista dal CCNL applicabile;
la sanzione irrogata è proporzionata alla gravità della violazione.
Più in particolare, sul presupposto dell’accertamento della violazione, ad istanza dell’Organismo di Vigilanza, e sentito il superiore gerarchico dell’autore della condotta censurata, l’Amministratore Delegato individua – analizzate le motivazioni del dipendente – la sanzione disciplinare applicabile in base al CCNL di riferimento.
Dopo aver applicato la sanzione disciplinare, l’Amministratore Delegato comunica l’irrogazione di tale sanzione all’Organismo di Vigilanza.
L’Organismo di Vigilanza e l’Amministratore Delegato provvedono al monitoraggio dell’applicazione delle sanzioni disciplinari.
Sono rispettati tutti gli adempimenti di legge e di contratto relativi all’irrogazione della sanzione disciplinare, nonché le procedure, disposizioni e garanzie previste dall’art. 7 dello Statuto dei Lavoratori e dallo specifico CCNL applicabile in materia di provvedimenti disciplinari.
5.3. Violazioni del Modello e relative sanzioni.
In conformità a quanto stabilito dalla normativa rilevante e in ossequio ai principi di tipicità delle violazioni e di tipicità delle sanzioni, FCM intende portare a conoscenza dei propri dipendenti le disposizioni e le regole comportamentali contenute nel Modello, la cui violazione costituisce illecito disciplinare, nonché le misure sanzionatorie applicabili, tenuto conto della gravità delle infrazioni.
Fermi restando gli obblighi in capo alla Società derivanti dallo Statuto dei Lavoratori, i comportamenti che costituiscono violazione del Modello, corredate dalle relative sanzioni, sono i seguenti:
Incorre nel provvedimento di “ammonizione verbale ” il lavoratore che violi una delle procedure interne previste dal Modello (ad esempio, che non osservi le procedure prescritte, ometta di dare comunicazione all’Organismo di vigilanza delle informazioni prescritte, ometta di svolgere controlli, ecc.), o adotti nell’espletamento di attività nelle aree sensibili un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello stesso. Tali comportamenti costituiscono una mancata osservanza delle disposizioni impartite dalla Società.
Incorre nel provvedimento di “ammonizione scritta” il lavoratore che sia recidivo nel violare le procedure previste dal Modello o nell’adottare, nell’espletamento di attività nelle aree sensibili, un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello. Tali comportamenti costituiscono una ripetuta mancata osservanza delle disposizioni impartite dalla Società.
Incorre nel provvedimento della “multa non superiore all’importo di tre ore di retribuzione”, secondo quanto indicato dal CCNL sopra citato, il lavoratore che nel violare le procedure interne previste dal Modello, o adottando nell’espletamento di attività nelle aree sensibili un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello, esponga l’integrità dei beni aziendali a una situazione di oggettivo pericolo. Tali comportamenti, posti in essere con la mancata osservanza delle disposizioni impartite dalla Società, determinano una situazione di pericolo per l’integrità dei beni della Società e/o costituiscono atti contrari agli interessi della stessa.
Incorre nel provvedimento della “sospensione dal lavoro e dalla retribuzione per un periodo non superiore a 3 giorni di effettivo lavoro”, secondo quanto indicato nel CCNL, il lavoratore che nel violare le procedure interne previste dal Modello, o adottando nell’espletamento di attività nelle aree sensibili un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello, arrechi danno alla Società compiendo atti contrari all’interesse della stessa, ovvero il lavoratore che sia recidivo oltre la terza volta nell’anno solare nelle mancanze di cui ai punti 1, 2 e 3. Tali comportamenti, posti in essere per la mancata osservanza delle disposizioni impartite dalla Società, determinano un danno ai beni della Società e/o costituiscono atti contrari agli interessi della stessa.
Incorre nel provvedimento del “licenziamento senza preavviso ma con trattamento di fine rapporto”, secondo quanto indicato nel CCNL, il lavoratore che nel violare le procedure interne previste dal Modello, adotti nell’espletamento di attività nelle aree sensibili un comportamento non conforme alle prescrizioni del Modello e diretto in modo univoco al compimento di un reato o di un illecito, dovendosi ravvisare in tale comportamento la determinazione di un danno notevole o di una situazione di notevole pregiudizio o il lavoratore che nel violare le procedure interne previste dal Modello, adotti, nell’espletamento di attività nelle aree sensibili un comportamento palesemente in violazione alle prescrizioni del Modello e tale da determinare la concreta applicazione a carico della Società di misure previste dal decreto, dovendosi ravvisare in tale comportamento il compimento di “atti tali da far venire meno radicalmente la fiducia della Società nei suoi confronti”, ovvero la determinazione di un grave pregiudizio per la Società.
Il tipo e l’entità di ciascuna delle sanzioni sopra richiamate, saranno applicate anche tenendo conto:
dell’intenzionalità del comportamento o del grado di negligenza, imprudenza o imperizia con riguardo anche alla prevedibilità dell’evento;
del comportamento complessivo del lavoratore con particolare riguardo alla sussistenza o meno di precedenti disciplinari del medesimo, nei limiti consentiti dalle legge;
delle mansioni del lavoratore;
della posizione funzionale delle persone coinvolte nei fatti costituenti la mancanza;
delle altre particolari circostanze che accompagnano l’illecito disciplinare.
E’ fatta salva la prerogativa di FCM di chiedere il risarcimento dei danni derivanti dalla violazione del Modello da parte di un dipendente. Il risarcimento dei danni eventualmente richiesto sarà commisurato:
al livello di responsabilità e autonomia del dipendente, autore dell’illecito disciplinare;
al grado di intenzionalità del suo comportamento;
alla gravità degli effetti del medesimo, con ciò intendendosi il livello di rischio cui la Società ragionevolmente ritiene di essere stata esposta – ai sensi e per gli effetti del D. Lgs. 231/2001 – a seguito della condotta censurata.
5.4. Misure applicate nei confronti dei dirigenti.
In caso di violazione del Modello da parte di dirigenti, accertata ai sensi del precedente paragrafo, la Società adotta, nei confronti dei responsabili, la misura ritenuta più idonea.
Se la violazione del Modello fa venire meno il rapporto di fiducia, la sanzione è individuata nel licenziamento per giusta causa.
5.5. Misure nei confronti dei componenti del Consiglio di Amministrazione
Alla notizia di violazione delle disposizioni e delle regole di comportamento del Modello da parte di membri del Consiglio di Amministrazione, l’Organismo di Vigilanza dovrà tempestivamente informare dell’accaduto il Collegio Sindacale e l’intero Consiglio di Amministrazione. I soggetti destinatari dell’informativa dell’Organismo di Vigilanza potranno assumere, secondo quanto previsto dallo Statuto, gli opportuni provvedimenti al fine di adottare le misure più idonee previste dalla legge, compresa la revoca delle eventuali deleghe attribuite al membro o ai membri del Consiglio di Amministrazione responsabili della violazione.
5.6. Misure nei confronti dei sindaci
5.7. Misure nei confronti di partner commerciali, consulenti, collaboratori.
La violazione da parte di partner commerciali, agenti, consulenti, collaboratori esterni o altri soggetti aventi rapporti contrattuali con la Società delle disposizioni e delle regole di comportamento previste dal Modello nell’ambito dei rapporti contrattuali in essere con FCM costituisce inadempimento rilevante ai fini della risoluzione del contratto, secondo clausole opportunamente sottoscritte.
Resta ovviamente salva la prerogativa della Società di richiedere il risarcimento degli ulteriori danni derivanti dalla violazione delle disposizioni e delle regole di comportamento previste dal Modello da parte dei suddetti soggetti terzi.
FCM, al fine di dare efficace attuazione al Modello, intende assicurare una corretta divulgazione dei contenuti e dei principi dello stesso all’interno e all’esterno della propria organizzazione.
In particolare, obiettivo di FCM è estendere la comunicazione dei contenuti e dei principi del Modello non solo ai propri dipendenti ma anche ai soggetti che, pur non rivestendo la qualifica formale di dipendente, operano per il conseguimento degli obiettivi di FCM in forza di rapporti contrattuali.
L’attività di comunicazione e formazione sarà diversificata a seconda dei destinatari cui essa si rivolge, ma dovrà essere, in ogni caso, improntata a principi di completezza, chiarezza, accessibilità e continuità al fine di consentire ai diversi destinatari la piena consapevolezza di quelle disposizioni aziendali che sono tenuti a rispettare e delle norme etiche che devono ispirare i loro comportamenti.
L’attività di comunicazione e formazione è sotto la supervisione dell’Organismo di Vigilanza, cui è assegnato il compito, tra gli altri, di “promuovere e definire le iniziative per la diffusione della conoscenza e della comprensione del Modello, nonché per la formazione del personale e la sensibilizzazione dello stesso all’osservanza dei principi contenuti nel Modello” e di “promuovere e elaborare interventi di comunicazione e formazione sui contenuti del decreto e sugli impatti della normativa sull’attività della Società e sulle norme comportamentali”.
Ogni dipendente è tenuto a:
contribuire attivamente, in relazione al proprio ruolo e alle proprie responsabilità, all’efficace attuazione del Modello, segnalando eventuali carenze riscontrate nello stesso;
partecipare ai corsi di formazione, differenziati in considerazione delle diverse Attività Sensibili.
Al fine di garantire un’efficace e razionale attività di comunicazione, la Società intende promuovere e agevolare la conoscenza dei contenuti e dei principi del Modello da parte dei dipendenti, con grado di approfondimento diversificato a seconda della posizione e del ruolo dagli stessi ricoperto.
Ogni dipendente deve ricevere una sintesi dei principi fondamentali del Modello accompagnata da una comunicazione che espliciti il fatto che il rispetto dei principi ivi contenuti è condizione per il corretto svolgimento del rapporto di lavoro.
La copia sottoscritta dal dipendente di tale comunicazione dovrà essere tenuta a disposizione dell’Organismo di Vigilanza.
Ai componenti degli organi sociali, al personale direttivo e con funzioni di rappresentanza di FCM sarà resa disponibile copia cartacea della versione integrale del Modello. Ai nuovi dirigenti e ai nuovi componenti degli organi sociali sarà consegnata copia cartacea della versione integrale del Modello al momento dell’accettazione della carica loro conferita e sarà fatta loro sottoscrivere dichiarazione di osservanza del Modello stesso.
L’Organismo di vigilanza si riserva di promuovere ogni attività di formazione che riterrà idonea ai fini della corretta informazione e sensibilizzazione in Società ai temi e ai principi del Modello.
6.3. Altri destinatari
L’attività di comunicazione dei contenuti e dei principi del Modello dovrà essere indirizzata altresì a soggetti terzi che intrattengano con FCM rapporti di collaborazione contrattualmente regolati o che rappresentano la Società senza vincoli di dipendenza.
ADOZIONE DEL MODELLO – CRITERI DI AGGIORNAMENTO E ADEGUAMENTO DEL MODELLO
7.1. Adozione del modello
La Società ha ritenuto necessario avviare e portare a termine il progetto interno finalizzato alla predisposizione di un modello organizzativo, di gestione e controllo conforme alle prescrizioni di cui all’art. 6 del D. Lgs. 231/2001.
7.2. Verifiche e controlli sul Modello
Nello svolgimento della propria attività, l’Organismo di Vigilanza può avvalersi sia del supporto di funzioni e strutture interne alla Società con specifiche competenze nei settori aziendali di volta in volta sottoposti a controllo sia, con riferimento all’esecuzione delle operazioni tecniche necessarie per lo svolgimento della funzione di controllo, di consulenti esterni. In tal caso, i consulenti dovranno sempre riferire i risultati del loro operato all’Organismo di Vigilanza. All’Organismo di Vigilanza sono riconosciuti, nel corso delle verifiche e ispezioni, i più ampi poteri al fine di svolgere efficacemente i compiti affidatigli.
7.3. Aggiornamento e adeguamento
violazioni delle prescrizioni del Modello;
risultanze dei controlli.
ulteriori ipotesi peculiarmente legate alla normativa di cui alla legge Anti-corruzione (l. 190/2012) e alle misure in tale materia adottate, ipotesi quali:
normative sopravvenute che impongono ulteriori adempimenti in tale materia;
normative sopravvenute che modificano le finalità istituzionali dell’amministrazione (es. acquisizione di nuove competenze);
nuovi indirizzi o direttive contenuti dall’ANAC.
L’Organismo di Vigilanza provvederà, altresì, mediante apposita relazione, a informare il Consiglio di Amministrazione circa l’esito dell’attività intrapresa in ottemperanza alla delibera che dispone l’aggiornamento e/o adeguamento del Modello.
L’Organismo di Vigilanza conserva, in ogni caso, precisi compiti e poteri in merito alla cura, sviluppo e promozione del costante aggiornamento del Modello. A tal fine, formula osservazioni e proposte, attinenti l’organizzazione e il sistema di controllo, alle strutture aziendali a ciò preposte o, in casi di particolare rilevanza, al Consiglio di Amministrazione .
In particolare, al fine di garantire che le variazioni del Modello siano operate con la necessaria tempestività ed efficacia, senza al contempo incorrere in difetti di coordinamento tra i processi operativi, le prescrizioni contenute nel Modello e la diffusione delle stesse, il Consiglio di Amministrazione ha ritenuto di delegare all’Organismo di Vigilanza il compito di apportare con cadenza periodica, ove risulti necessario, le modifiche al Modello che attengano ad aspetti di carattere descrittivo.
Si precisa che con l’espressione “aspetti descrittivi” si fa riferimento a elementi e informazioni che derivano da atti deliberati dal Consiglio di Amministrazione (come, a esempio la ridefinizione dell’organigramma) o da funzioni aziendali munite di specifica delega (es. nuove procedure aziendali).
In occasione della presentazione della relazione riepilogativa annuale, l’Organismo di Vigilanza presenta al Consiglio di Amministrazione un’apposita nota informativa delle variazioni apportate in attuazione della delega ricevuta al fine di farne oggetto di delibera di ratifica da parte del Consiglio di Amministrazione .
Rimane, in ogni caso, di esclusiva competenza del Consiglio di Amministrazione la delibera di aggiornamenti e/o di adeguamenti del Modello dovuti ai seguenti fattori:
intervento di modifiche normative in tema di responsabilità amministrativa degli enti;
identificazione di nuove attività sensibili, o variazione di quelle precedentemente identificate, anche eventualmente connesse all’avvio di nuove attività d’impresa;
commissione dei reati richiamati dal D. Lgs. 231/2001 da parte dei destinatari delle previsioni del Modello o, più in generale, di significative violazioni del Modello;
Il Modello sarà, in ogni caso, sottoposto a procedimento di revisione periodica con cadenza triennale da disporsi mediante delibera del Consiglio di Amministrazione.