Source: https://www.laleggepertutti.it/162997_se-un-bambino-fa-male-a-un-altro-bambino-chi-ne-risponde
Timestamp: 2019-05-21 14:20:22+00:00
Document Index: 57491105

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Se un bambino fa male a un altro bambino chi ne risponde?
Incidente tra bambini: i responsabili per le lesioni provocate anche nel gioco sono dei genitori che devono risarcire i danni.
Se due bambini giocano e, nello scherzo o nel bisticcio, l’uno fa male all’altro, dei danni provocati all’infortunato ne rispondono i genitori. Papà e mamma sono infatti tenuti a esercitare una sorveglianza sul proprio figlio anche quando questi sta con gli amichetti nel cortile di casa. E se anche non è fisicamente sotto la loro stretta sorveglianza, la responsabilità sussiste per non aver impartito al minore una corretta educazione. È quanto si evince da una recente sentenza della Cassazione [1]. Ma procediamo con ordine e cerchiamo di comprendere, nel caso in cui un bambino fa male a un altro bambino, chi ne risponde.
Il codice civile [2] stabilisce che se un minore provoca un danno a un’altra persona, a pagare il risarcimento per il danno da questi prodotto è colui che, in quel momento, era tenuto a sorvegliarlo: quindi i genitori, l’insegnante, ecc. L’unico modo per evitare la responsabilità è dimostrare di «non aver potuto impedire il fatto», cosa tutt’altro che facile se non impossibile; difatti la giurisprudenza ritiene sussistente la colpa dei genitori anche solo per non aver saputo impartire la giusta educazione al bambino tale da impedirgli comportamenti violenti e/o pericolosi.
Immaginiamo un bambino che giochi con un compagno nel cortile. Tra i due nasce un normalissimo bisticcio come spesso succede in questi casi. Uno dei due impugna un ramoscello di un albero e lo brandisce in faccia all’altro. Ma involontariamente la punta finisce nell’occhio di quest’ultimo ferendolo gravemente.
Secondo la Cassazione, a risponderne sono i genitori, condannati per l’omessa vigilanza sul figlio e obbligati a versare un cospicuo risarcimento al ragazzino ferito e alla sua famiglia.
Madre e padre sono «tenuti alla sorveglianza» del figlio. Ciò significa che sono responsabili per l’incidente verificatosi anche se non ne hanno alcuna diretta colpa. Sono addirittura responsabili anche se all’infortunio ha assistito il padre del bambino ferito, la cui presenza sul luogo del misfatto non esclude il risarcimento del danno.
[1] Cass. ord. n. 13412/17 del 26.05.2017.
[2] Art. 2047 cod. civ.
Con atto notificato nel 1995 Fr. Gi. e Gi. Co., genitori esercenti la potestà sul figlio minore Lu., agirono in giudizio nei confronti di Co. Ia. e di Ro. Ca., in proprio e in rappresentanza del figlio minore Si., esponendo che Lu. Gi. era stato ferito all’occhio sinistro con un ceppo dal compagno di giochi Si. Ia. e che aveva riportato lesioni così gravi da essere costretto a lunga degenza ospedaliera e a subire due interventi chirurgici con la definitiva riduzione del visus di un 1/12 con lenti corneali.
I convenuti si costituirono deducendo la genericità della domanda e l’estraneità del figlio Si. alla causazione delle lesioni al piccolo Lu. e chiesero e ottennero di chiamare in causa i genitori di un terzo bambino, Gi. Fa., che nella circostanza stava giocando con i già indicati minori.
Lu. Fa. e Ro. St. si costituirono resistendo alle domande proposte nei loro confronti.
II Tribunale adito, con sentenza del 10 maggio 1997, dichiarò che l’infortunio di cui si discute in causa era attribuibile a colpa esclusiva del minore Si. Ia. e per l’effetto condannò Co. Ia. e Ro. Ca., quali genitori esercenti la potestà sul figlio minore, in solido tra loro, al pagamento dei danni in favore dell’infortunato, liquidati in lire 188.500.000, oltre rivalutazione ed interessi, rigettò la domanda proposta nei confronti dei coniugi Ia. in proprio e rigettò la domanda proposta da questi ultimi nei confronti dei genitori di Gi. Fa. e regolò tra le parti le spese di lite.
Avverso la decisione di primo grado Co. Ia. e Ro. Ca., in proprio e in rappresentanza del figlio minore Si., proposero appello cui resistettero da un lato, Fr. Gi. e Gi. Co., in proprio e quali esercenti la potestà genitoriale sul minore Lu. Gi., che proposero pure appello incidentale, e, dall’altra, Ro. St. e Lu. Fa., in proprio e in rappresentanza del figlio.
La Corte d’appello di L’Aquila, con sentenza dell’8 giugno 2000, rigettò l’appello incidentale, con il quale Fr. Gi. e Gi. Co., in proprio e nella dedotta qualità, avevano chiesto la condanna di Co. Ia. e Ro. Ca., in proprio e nella dedotta qualità, al risarcimento dei danni ex art. 2048 cod. civ. nella misura già determinata dal Tribunale, accolse l’appello principale e, in parziale riforma della sentenza di primo grado, rigettò la domanda proposta da Fr. Gi. e Gi. Co., in proprio e nella dedotta qualità, nei confronti di Co. Ia. e Ro. Ca., in proprio e nella detta qualità, con compensazione tra le predette parti delle spese di lite di entrambi i gradi del giudizio di merito; condannò, inoltre, Fr. Gi. e Gi. Co., in proprio e nella qualità, al pagamento delle spese di quel grado in favore di Lu. Fa. e Ro. St..
I genitori di Lu. Gi., in proprio e nella qualità, proposero ricorso per cassazione sulla base di due motivi, cui resistettero soltanto Co. Ia. e Ro. Ca., in proprio e nella qualità.
Questa Corte, con sentenza n. 1148 del 2005, accolse il primo motivo di ricorso, rigettò il secondo e rinviò la causa alla Corte di appello di Roma anche per le spese del giudizio di cassazione, affermando, tra l’altro, che: «la Corte di appello, nell’esaminare gli appelli principale e incidentale, ha corretto la qualificazione giuridica dell’azione di danno, riconducendola nell’ambito dell’art. 2047 del codice civile, essendo il fatto eziologicamente riferibile alla condotta di un bambino di sette anni compiuti e cioè, secondo le circostanze accertate, incapace di intendere e volere.
Orbene, poiché nessuno contesta il punto della accertata incapacità del minore (come si desume dal tenore del ricorso) la fattispecie appare esattamente inquadrata nello ambito dell’art.2047 del codice civile, che ha una propria autonomia rispetto al successivo art. 2048 (Cfr. Cass. 24 maggio 1997 n.4633).
Ma la censura appare fondata sul punto relativo al cd.. affidamento, come fatto traslativo della vigilanza.
Sul punto così motiva la Corte di appello (ff 13 della sentenza) “La presenza del Gi., padre di Lu., evidenziata dal primo giudice in riguardo alla condivisibile esclusione della culpa in vigilando della madre del Si. (incapace e danneggiante) vale altresì ad impedire che nella specie possa assegnarsi fondamento critico alla censura che detto minore fosse abbandonato a sé stesso nella fase successiva del gioco, vero essendo al contrario che tale sorveglianza, nella consapevolezza materna della presenza di un adulto qualificato, che assisteva al gioco e della iniziale diversità ed innocuità dello stesso, non poteva che ritenersi tacitamente delegata a costui in virtù dell’id quod plerumque accidit, secondo i principi di civile convivenza”.
Infondata è invece la seconda censura in cui si richiede la applicazione in via equitativa della indennità di cui al secondo comma dell’art.2047, sotto un duplice profilo: vuoi perché tale domanda non è stata mai proposta neppure in via implicita nella fase del merito, sia perché con l’accoglimento del primo motivo il danneggiato è posto in grado di ottenere il risarcimento da chi è tenuto alla sorveglianza.
Fr. Gi., Gi. Co. e Lu. Gi. riassunsero quindi la causa dinanzi al giudice del rinvio.
Si costituirono in quella sede Co. Ia., Ro. Ca. e Si. Ia..
La Corte di appello di Roma, con sentenza depositata il 31 luglio 2014, rigettò l’appello principale proposto da Co. Ia. e da Ro. Ca., in proprio e nella qualità, e, in accoglimento dell’appello incidentale proposto da Fr. Gi., Gi. Co. e Lu. Gi., in totale riforma della sentenza impugnata, condannò Co. Ia. e Ro. Ca., in solido, quali soggetti tenuti alla sorveglianza del minore Si. Ia., al pagamento, in favore di Lu. Gi., della somma di Euro 172.725,70, oltre interessi, e regolò tra le parti le spese di lite.
Avverso la sentenza della Corte di appello di Roma Co. Ia. e Ro. Ca. hanno proposto ricorso per cassazione basato su un unico motivo e illustrato da memoria.
Fr. Gi., Gi. Co. e Lu. Gi. hanno resistito con controricorso.
Lamentano in particolare i ricorrenti che non sarebbe stato esaminato e valutato quanto riferito dagli attori nell’atto di citazione datato 21 novembre 1995, da cui emergerebbe che l’evento si sarebbe verificato nella campagna di Fr. Gi. e, quindi, nella sua proprietà, e alla presenza dello stesso soltanto quale adulto. Ad avviso dei ricorrenti, se tale circostanza fosse stata accertata avrebbe potuto ritenersi raggiunta la prova della traslazione della vigilanza del piccolo Si. dai suoi genitori a Fr. Gi. e a tale conclusione dovrebbe pervenirsi tanto più valutando, nella sua interezza, la dichiarazione resa dalla nonna di Si., che la Corte di merito avrebbe esaminato solo in parte.
2.2. Le doglianze proposte sono, infatti, per un verso infondate, non sussistendo la lamentata violazione dell’art. 384 cod. proc. civ. per l’asserita violazione del principio di diritto enunciato da questa Corte con la sentenza n. 1148 del 2005, essendosi a tale principio la Corte territoriale effettivamente – e non solo apparentemente, come lamentato dai ricorrenti – attenuta, né sussistendo la prospettata violazione dell’art. 2047 cod. civ., peraltro neppure sorretta da specifiche argomentazioni intese motivatamente a dimostrare in qual modo determinate affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata debbano ritenersi in contrasto con la indicata norma regolatrice della fattispecie o con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (Cass. 15/01/2015, n. 635; Cass. 12/02/2013, n. 3285; Cass. 16/10/2007, n. 828), né sussistendo il vizio di omessa motivazione e di omesso esame su punti decisivi della controversia, avendo la Corte di merito motivato la sua decisione e avendo la stessa tenuto conto della presenza in loco di Fr. Gi. e della deposizione resa dalla teste Ad. Ma.. Va poi evidenziato che l’elemento di fatto desumibile dall’atto di citazione e della cui mancata valutazione si dolgono i ricorrenti (verificarsi dell’evento nella campagna di proprietà di Fr. Gi.), oltre a non risultare dall’atto di citazione, in cui manca ogni riferimento alla proprietà del fondo in cui si verificò il sinistro, risulta del tutto nuovo, non facendosi ad esso alcun cenno nella sentenza, né avendo i ricorrenti precisato in ricorso quando e in che termini si sia discusso dello stesso tra le parti, con conseguenti profili di inammissibilità della censura sollevata al riguardo. Si osserva infatti a tale ultimo riguardo che, qualora con il ricorso per cassazione siano prospettate questioni di cui non vi sia cenno nella sentenza impugnata, è onere della parte ricorrente, al fine di evitare una statuizione di inammissibilità per novità della censura, non solo di allegare l’avvenuta loro deduzione innanzi al giudice di merito, ma anche, in ossequio al principio di autosufficienza del ricorso stesso, di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo a questa Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito della suddetta questione (Cass. 3 marzo 2009, n. 5070; Cass. 30 novembre 2006, n. 25546 Cass. 18/10/2013, n. 23675). E comunque, ove sussistente, tale elemento di fatto sarebbe comunque privo di decisività.
Alla luce del nuovo testo della richiamata norma del codice di rito, non è più configurabile il vizio di insufficiente e/o contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, non potendo neppure ritenersi che il vizio di contraddittoria motivazione sopravviva come ipotesi di nullità della sentenza ai sensi del n. 4) del medesimo art. 360 c.p.c. (Cass., ord., 6/07/2015, n. 13928; v. pure Cass., ord., 16/07/2014, n. 16300) e va, inoltre, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione (Cass., ord., 8/10/2014, n. 21257). E ciò in conformità al principio affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 8053 del 7/04/2014, secondo cui la già richiamata riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia – nella specie all’esame non sussistente, come già sopra evidenziato – si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.
Ed invero, con la proposizione del ricorso la parte ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sé coerente; l’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che, nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (Cass., ord., 6 aprile 2011, n. 7921; Cass. 23/05/2014, n. 11511; Cass. 13/06/2014, n. 13485).
4. Sussistono i presupposti per disporre l’integrale compensazione tra le parti delle spese del giudizio di cassazione, tenuto conto della particolarità della vicenda all’esame e alla luce della norma di cui all’art. 92 cod. proc. civ. nel testo ratione temporis applicabile nella specie.
5. Va dato atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13.
La Corte rigetta il ricorso e compensa per intero tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità; ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002 n. 115, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge 24 dicembre 2012, n. 228, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del comma I-bis dello stesso art. 13.