Source: http://www.tribunaleecclesiasticoumbro.it/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=136&amp;Itemid=123
Timestamp: 2019-04-24 22:54:55+00:00
Document Index: 61709418

Matched Legal Cases: ['art. 117', 'art. 113', '§ 3', '§ 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 1', '§ 2', '§ 1', '§ 2', 'sentenza ', 'sentenza ', '§4', '§ 4', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Prolusione del
Prof. Avv. Rot. Paolo MONETA
Avvocato rotale, membro della Commissione speciale di studio per la riforma del processo matrimoniale canonico
Ringrazio il Vicario giudiziale padre Cristoforo per avermi invitato all’Inaugurazione solenne di questo Tribunale, ringrazio Sua Eminenza e i Vescovi della Regione Umbria della loro presenza e dell’attenzione che mi riservano ascoltando la mia prolusione. Ringrazio anche perché mi è stata offerta l’occasione di tornare a Perugia, città dove si viene sempre molto volentieri, e anche perché ho potuto constatare, pur nel breve tempo di questa mattina, l’atmosfera particolarmente fraterna, amichevole e cordiale di questo Tribunale. Quindi, al di là dei dati che padre Cristoforo ha dato sull’attività del Tribunale, si percepisce veramente un afflato umano, un senso di amicizia e di disponibilità verso il prossimo che, penso, sia caratteristico di questo Tribunale. Ed è questo certamente il suo aspetto migliore.
1) Il processo di nullità matrimoniale nel recente Sinodo dei vescovi
Mi propongo ora di avviare una breve riflessione sulle proposte di revisione e sui possibili sviluppi che possono interessare il processo di nullità di matrimonio, soprattutto nel senso di un suo snellimento e di una riduzione delle formalità che lo appesantiscono. Possiamo partire dall’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, tenutasi nell’ottobre scorso, nell’ambito della quale l’attenzione verso i processi di nullità di matrimonio e verso l’esigenza di una loro riforma è molto presente. Prendiamo i documenti che hanno segnato le tappe fondamentali dei lavori sinodali: dal documento preparatorio, l’Instrumentum laboris, alle due relazioni intermedie, la Relatio ante disceptationem e quella post disceptationem, sino al documento finale, la Relatio Synodi, che è confluita nei Lineamenta per l’Assemblea generale ordinaria, fissata per il prossimo ottobre[1].
“Esiste un'ampia richiesta di semplificazione della prassi canonica delle cause matrimoniali ….molti avanzano richieste circa lo snellimento: processo canonico semplificato e più rapido; concessione di maggior autorità al vescovo locale; maggiore accesso dei laici come giudici; riduzione del costo economico del processo”, si legge nell' Instrumentum laboris. “Diversi Padri hanno sottolineato la necessità di rendere più accessibili ed agili le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità”, si ribadisce nella Relatio post disceptationem. “Un grande numero dei padri ha sottolineato la necessità di rendere più accessibili ed agili, possibilmente del tutto gratuite, le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità” si conferma nella Relatio Synodi. Non mancano, invero, anche gli inviti alla prudenza di coloro che segnalano il rischio che semplificando o riducendo i passi previsti, “si producano ingiustizie ed errori; si dia l'impressione di non rispettare l'indissolubilità del sacramento…. si alimenti l'idea di un ‘divorzio cattolico’”(Inst. Lab.). Ed anche nella relazione finale si registra l'opinione di alcuni padri che si dicono contrari a queste proposte di snellimento “perché non garantirebbero un giudizio affidabile”, ribadendo che “in tutti questi casi si tratta dell'accertamento della verità sulla validità del vincolo”. Ma pur con queste riserve e preoccupazioni, l'opinione che risulta più ampiamente condivisa è quella che ritiene di dover incidere sulle procedure riguardanti le cause di nullità di matrimonio, in modo da renderle uno strumento più “pastorale”, nel senso che meglio si presti a risolvere il problema delle persone che vivono in situazioni matrimoniali irregolari[2].
Vi sono però altre proposte più decisamente innovative, che tendono, in maggiore o minore misura, a sottrarre la trattazione di queste pratiche ad un processo di natura giudiziaria. Ricorrente è così la proposta di intraprendere una (per altro non ben precisata) “via amministrativa”, preferibilmente sotto la responsabilità del vescovo diocesano (Rpd, RS). E’ soprattutto il ruolo e la responsabilità di questo vescovo che si vorrebbe da molte parti potenziare. Viene così delineata una via extragiudiziale che potrebbe prevedere “un itinerario di conoscenza, di discernimento e approfondimento che, nel caso di presenza delle condizioni di invalidità, potrebbe culminare nella dichiarazione di nullità da parte del vescovo diocesano, il quale andrebbe anche a proporre un cammino di presa di coscienza di conversione alla persona interessata in vista di un eventuale futuro matrimonio” (Rad). Nello stesso ordine di idee si insiste nel sottolineare “la responsabilità del vescovo diocesano, il quale nella sua diocesi potrebbe incaricare dei consulenti debitamente preparati che possano gratuitamente consigliare le parti sulla validità del loro matrimonio” (RS).
Anche al di fuori del Sinodo, voci autorevoli si sono espresse nello stesso ordine di idee. Si può citare il Card. Angelo Scola che, in un saggio pubblicato nella rivista Il Regno, scriveva: “La prossima assemblea straordinaria potrebbe suggerire che il papa valorizzi di più il ministero del vescovo. In particolare, essa potrebbe suggerire che egli esamini la fattibilità della proposta, che è senza dubbio complessa, di dar vita a una procedura canonica non giudiziale che avrebbe come suo arbitro finale non un giudice o un collegio di giudici, ma piuttosto il vescovo o un suo delegato”[3].
Come si può notare, vi è una particolare attenzione per un maggiore coinvolgimento del vescovo diocesano e in alcuni casi verso una cosiddetta “procedura amministrativa”. Vi è, insomma, l’idea che le questioni di nullità di matrimonio dovrebbero prevedere un itinerario di conoscenza, discernimento e approfondimento sotto la guida del vescovo diocesano, il quale dichiarerebbe, se del caso, la nullità, proponendo inoltre un cammino di presa di coscienza e di conversione. Naturalmente l’accertamento della effettiva nullità non potrebbe che essere più sbrigativo e basarsi essenzialmente sulla coscienza, sull’interiore convincimento, delle stesse parti.
2) Riserve critiche su alcune di tali proposte
Francamente, queste proposte o suggerimenti lasciano abbastanza perplessi, se non altro perché i vescovi oggi sono sovraccarichi di impegni e per lo più, con rispetto parlando, non hanno una preparazione adeguata per valutare la nullità del matrimonio.
Mi viene in mente, a questo proposito, che Sant’Agostino si lamentava di dover essere costretto a rendere giustizia alla popolazione e di essere così preso da questa attività da non aver più tempo di dedicarsi alla preghiera, alla meditazione, allo studio. Vi è indubbiamente la necessità che l’attività giudiziaria venga svolta da persone competenti e specificamente incaricate per questo compito. Volendo fare un’altra citazione si può richiamare anche la vicenda del popolo ebraico. Il Libro dell’Esodo narra che ad un certo punto Mosè si ritrovò sovraccarico di incombenze, dovendo rendere giustizia a tutto il popolo (che, tra l’altro, era assai litigioso). Fu il suocero di Mosè che gli suggerì di designare alcune persone specificamente incaricate per queste cose e di riservare per sé soltanto le questioni più importanti[4]. Quindi mi pare che caricare i vescovi di questo onere sia velleitario. Alcuni aggiungono che il vescovo potrebbe designare un suo delegato ed affidare a lui queste pratiche. Ma il delegato del vescovo c’è già, è il nostro vicario giudiziale, che esercita, anche ora, la giustizia in nome del vescovo. Quindi non vedo come una persona diversa dal vicario sia più idonea ad occuparsi delle cause di nullità di matrimonio. C’è già presente un’organizzazione espressamente deputata e preparata ad affrontare queste cause e non si capisce perché si debba andare a cercare qualcun altro.
Per quanto riguarda il cosiddetto “processo amministrativo”, a volte si fa riferimento alle pratiche di dispensa dal matrimonio rato e non consumato, che sono comunemente considerate di natura amministrativa. Ma la natura amministrativa di queste pratiche deriva dal fatto che il provvedimento conclusivo non è una sentenza, cioè un accertamento di quella che è una situazione di fatto, ma la concessione di una grazia. Il Pontefice non è tenuto a concedere lo scioglimento del matrimonio, anche nel caso risulti con certezza che il matrimonio non è stato consumato. C’è una lunga tradizione che, appunto, consente al Pontefice di intervenire per via di grazia, nell’ambito di un suo potere discrezionale. Va poi osservato che il procedimento per la dispensa super rato presenta molte caratteristiche del processo giudiziale, soprattutto nella fase istruttoria che si svolge presso le diocesi. Ufficialmente non è prevista la presenza degli avvocati, ma di fatto vi è pur sempre un consulente che segue ed indirizza le parti. In ogni caso, questo dell’assenza di avvocati è un punto che lascia molto perplessi e che ha suscitato spesso fondate critiche: non merita certo di essere preso a modello per il processo di nullità.
Cosa vuol dire allora procedimento amministrativo? Mi pare che nell’intenzione di chi propone questi procedimenti significhi un procedimento semplificato, sommario; un procedimento che abbia meno formalità, meno appesantimenti che possono rallentare o protrarre i tempi del processo. Il processo amministrativo sarebbe quindi solo un processo più snello, un processo che, pur mantenendo le procedure giudiziarie essenziali, cerca di utilizzare queste procedure nel modo migliore, in modo tale che non appesantiscano e non costituiscano un intralcio all’opera di giustizia. Possiamo quindi sgombrare il campo sia da un coinvolgimento del vescovo diocesano, che mi sembra oggi velleitario ed impraticabile, sia da un cosiddetto “procedimento amministrativo”, che mi sembra un modo per designare un processo breve, ma pur sempre caratterizzato dalle prerogative proprie del processo giudiziario.
Il fatto di mantenere il processo giudiziario è un’esigenza che non mi pare possa essere elusa. Vi è una tradizione giuridica secolare che ha sempre visto in questo processo lo strumento più adatto ad accertare un momento così importante per i fedeli e per la stessa comunità ecclesiale, quale è quello della validità o nullità di un matrimonio.
L’imprescindibile importanza delle procedure giudiziarie è stata chiaramente ribadita dal Papa Giovanni Paolo II. Nel discorso alla Rota Romana tenuto nel gennaio 2002 egli affermava: “L'attività giudiziaria della Chiesa, che nella sua specificità è anch'essa attività veramente pastorale, s'ispira al principio dell'indissolubilità del matrimonio e tende a garantirne l'effettività nel Popolo di Dio. In effetti, senza i processi e le sentenze dei tribunali ecclesiastici, la questione sull'esistenza o meno di un matrimonio indissolubile dei fedeli verrebbe relegata alla sola coscienza dei medesimi, con il rischio evidente di soggettivismo, specialmente quando nella società civile vi è una profonda crisi circa l'istituto del matrimonio”[5]. In altro ambito, la inderogabile necessità del processo giudiziario è stata ben sottolineata da un noto processualista italiano, Giuseppe Chiovenda:“L’esperienza ha dimostrato che le forme del giudizio sono necessarie, come e a più forte ragione che in ogni altro rapporto sociale. La loro mancanza porta il disordine, la confusione e l’incertezza”[6], aggiungendo, non con riferimento al processo canonico, ma ad una situazione che ben si adatta ad esso: “anche una società, nella quale le parti litiganti fossero animate dal medesimo spirito di verità e di giustizia che deve animare il giudice, non potrebbe farne a meno”[7]. Quindi anche in una comunità come quella ecclesiale, nella quale non ci dovrebbe essere forte e radicale contrapposizione tra le parti, ma un intento ed uno spirito comune di arrivare all’accertamento della verità, le formalità si rivelano sempre necessarie.
3) Sulle proposte più innovative e sulla rilevanza della posizione delle stesse parti
Le proposte più innovative emerse nel dibattito sinodale, alle quali abbiamo poc’anzi accennato, mi pare contengano la tendenza a basare la valutazione della validità o nullità del loro matrimonio soprattutto sulla coscienza e l’interiore convincimento degli stessi coniugi. Anche se non chiaramente esplicitata, emerge l’idea che le cause di nullità di matrimonio possano essere più adeguatamente trattate in foro interno, nel foro della coscienza, avendo a che fare con un evento che riguarda prioritariamente ed essenzialmente le persone dei due coniugi. Non per nulla, a quanto mi risulta, il Supremo Tribunale della Penitenzieria Apostolica, il dicastero della Santa Sede che si occupa delle questioni di foro interno, sta conducendo uno studio per valutare in che modo e a quali condizioni essa possa occuparsi anche delle questioni di nullità di matrimonio.
Questa tendenza a privatizzare, per così dire, le questioni matrimoniali mi pare susciti forti perplessità. Innanzitutto il matrimonio non riguarda una sola persona, ma sempre ed inevitabilmente ambedue i coniugi. Si può quindi, e non di rado, verificare che il convincimento di coscienza dell’uno non trovi riscontro in quello dell’altro. E non sarebbe certo conforme a giustizia privilegiare il convincimento dell’uno piuttosto che dell’altro. Ma anche in caso di una concorde valutazione dei due coniugi bisogna non dimenticare che il matrimonio ha pur sempre una valenza ed una dimensione pubblica e comunitaria. Non per nulla il matrimonio viene obbligatoriamente celebrato in una forma pubblica. Ed anche se ci sono oggi proposte critiche verso la forma di celebrazione, nessuno sostiene un ritorno al regime pretridentino dei matrimoni clandestini, ossia di un matrimonio che possa essere validamente celebrato senza una qualche pubblicità o ricognizione comunitaria. Questa inevitabile dimensione pubblica non consente di confinare la valutazione della validità del matrimonio nell’ambito del solo foro interno. Senza contare la confusione, l’incertezza sullo stato delle persone e sulla conseguente possibilità di celebrare un secondo matrimonio, che una tale valutazione verrebbe a produrre.
La tendenza a riportare l’accertamento sulla validità del matrimonio agli stessi coniugi mette però in luce un aspetto che merita di essere ripreso e valorizzato nella trattazione giudiziaria delle cause di nullità così come attualmente viene condotta: è quello del credito, dell’affidabilità che deve essere data alla dichiarazione e all’atteggiamento delle parti, ossia dei due protagonisti della vicenda che viene sottoposta a giudizio.
Va detto che l’atteggiamento verso di questi da parte dei giudici ecclesiastici è radicalmente cambiato in questi ultimi decenni, evolvendo verso una sempre più attenta considerazione del modo con cui le parti hanno concretamente vissuto la loro esperienza di vita coniugale, di ciò che esse hanno dichiarato e dell’atteggiamento che hanno tenuto nel corso del processo. Riguardo alle dichiarazioni rese in giudizio, basti ricordare che nel 1936, sotto il regime del vecchio Codex iuris canonici, l’Istruzione Provida mater affermava lapidariamente “Depositio iudicialis coniugum non est apta ad probationem contra valorem matrimonii constituendam” (art. 117) e metteva in guardia contro la collusionis suspicio che poteva emergere dalle deposizioni dei coniugi, esortando il giudice a “veritas subtilius perquirenda…etiam si opus fuerit, per testes ex officio inducendos” (art. 113 § 3).
La legislazione attuale, pur riconfermando il principio che le dichiarazioni delle stesse parti non costituiscono prova piena, conferisce al giudice un’ampia possibilità di basare la sua decisione su di esse. Ha così preso l’avvio un orientamento che tende a conferire sempre maggior rilevanza a tali dichiarazioni. Come afferma ormai comunemente la giurisprudenza rotale “Confessio iudicialis semper habenda est magni momenti nec iudex adhibere potest ‘suspicionem’ in confitentem uti methodum in perpendendis actis, etsi qui loquitur suas favorabiles rationes profert, quia talis methodus esset contra iustitiam et hominis dignitatem”[8].
Ritengo che questo orientamento debba essere ulteriormente rafforzato e che, per agevolarne l’adesione da parte di tutti i giudici, sia opportuno eliminare dalla legislazione il riferimento alla prova piena contenuto nel can. 1536 § 2 (“vis plenae probationes ipsis tribui nequit”), limitandosi a prescrivere che le confessioni e le altre dichiarazioni giudiziarie delle parti “vim probandi habent, a iudice aestimandam una cum ceteris causae adiunctis”.
Questa doverosa valorizzazione della posizione delle parti non significa che si debba abbandonare ogni forma di attenzione o di prudenza. Specialmente nei paesi in cui vige un concordato con la Chiesa e in cui la sentenza di nullità può avere efficacia civile, l’atteggiamento assunto dalle parti potrebbe talvolta essere “adattato”, al punto da alterare od “inquinare” la realtà, in vista del vantaggio economico che una sentenza di nullità può comportare, una volta recepita dall’ordinamento civile. Lo stesso papa Francesco ha recentemente diffidato dal mescolare gli affari economici con la verifica della validità di un sacramento: “E bisogna essere attenti che le procedure non siano entro la cornice degli affari….Ma quando sono attaccati l’interesse spirituale all’economico, questo non è di Dio…Questo punto è importante: staccare le due cose”[9].
Proprio in Italia, capita non di rado, nell’esperienza dei tribunali ecclesiastici, che le cause di nullità abbiano un intento strumentale, vengano cioè esperite non per ragioni di coscienza, ma per ottenere dei vantaggi sul piano economico, una volta che la sentenza ecclesiastica sia riconosciuta in sede civile. Nell’ordinamento italiano vi è infatti una notevole differenza tra il regime economico susseguente alla separazione e al divorzio, rispetto a quello previsto in seguito ad una nullità di matrimonio. Il coniuge che è tenuto a versare un assegno all’altro (per lo più la donna) può così trarre vantaggi, anche notevoli, da una dichiarazione di nullità. Occorre quindi tener presenti questi risvolti economici e non prendere a “scatola chiusa” la dichiarazione delle parti.
Ma come linea di tendenza ritengo che la dichiarazione delle parti debba essere maggiormente valorizzata. E ciò anche a tutto vantaggio del sollecito svolgimento del processo, perché si verrebbe ad avere un notevole alleggerimento dell’attività istruttoria. Di fronte ad una dichiarazione concorde delle parti che effettivamente trova riscontro nella cornice in cui si situa la vicenda coniugale, è inutile andare a ricercare conferme da parte di un gran numero di testimoni, con dispendio di tempo e di energie processuali. Non solo, ma la valorizzazione delle dichiarazioni delle parti consente di venire incontro alle situazioni in cui è difficile e talora anche impossibile avere riscontri testimoniali di quanto esse dichiarano. Spesso si deve constatare che le nostre cause privilegiano i coniugi di carattere aperto ed espansivo, che hanno confidato con facilità le loro vicende coniugali ad amici e parenti. Viene invece penalizzata una persona riservata, che ha tenuto dentro di sé le sue cose intime, magari con grande sofferenza, senza parlarne a parenti od amici: questa persona non è in grado di presentare alcun testimone e per questo si vede respingere la richiesta di nullità. Il giudice deve quindi sforzarsi di cogliere la veridicità di quanto viene affermato dallo stesso coniuge, alla luce del concreto svolgersi della storia matrimoniale di cui è chiamato ad occuparsi e degli elementi oggettivi di giudizio che da essa possono essere ricavati. Va così, ad esempio, data grande importanza alla brevità della convivenza matrimoniale. Se il matrimonio viene rotto definitivamente dopo pochi mesi, o addirittura giorni, di convivenza è difficile pensare che quell’impegno per tutta la vita che avrebbe dovuto essere assunto dai due sposi venga così precocemente tradito e rinnegato. Vuol dire quindi che c’è stato un qualche vizio originario che ha inciso sulla stessa valida assunzione di tale impegno.
4) Proposte concrete di revisione: la “obbligatorietà della doppia sentenza conforme”
Ma vediamo ora più da vicino alcuni punti su cui dovrebbe concentrarsi l’attenzione per arrivare ad uno snellimento del processo di nullità.
Il primo punto che viene in considerazione, sul quale si discute da molto tempo e che emerge anche dalle proposte concrete registrate nei già ricordati documenti del recente Sinodo dei vescovi è il principio della cosiddetta “obbligatorietà della doppia conforme”. Come tutti sapete, nel diritto canonico non basta che la nullità del matrimonio venga dichiarata dal tribunale di prima istanza, ma occorre che essa sia confermata dal tribunale di appello. Tutte le cause che si concludono con una prima sentenza di nullità devono essere inviate al tribunale di appello per la conferma definitiva. Quindi tutte le sentenze di nullità che il Tribunale di Perugia emette devono necessariamente passare al tribunale d’appello, il Tribunale Regionale Etrusco di Firenze: esse divengono esecutive e produttive di effetti sullo stato personale delle parti soltanto quando vengono confermate o ratificate da quest’ultimo tribunale. È una regola che fu stabilita da papa Benedetto XIV verso la metà del Settecento, quindi non è una regola che abbia alle spalle un’antica tradizione della Chiesa. Era un momento di particolare difficoltà, arrivavano al Papa notizie che alcuni tribunali polacchi dichiaravano con grande superficialità la nullità del matrimonio, tanto che alcune persone l’avevano ottenuta ben quattro o addirittura cinque volte, provocando scandalo nei fedeli. Il Papa volle così risolvere il problema, prescrisse che nei processi intervenisse un “defensor matrimonii” con l’obbligo di appellare al tribunale superiore qualunque sentenza che avesse dichiarato la nullità del matrimonio. Questa regola è poi rimasta nella legislazione canonica e anche l’ultimo Codice stabilisce che tutte le sentenze che per la prima volta dichiarano la nullità del matrimonio, per essere esecutive e produrre gli effetti giuridici, devono avere la conferma in appello.
Si tratta di un principio che è stato messo in discussione già da tempo. Mi piace ricordare che la nostra Associazione Canonistica Italiana una decina di anni fa celebrò un Congresso proprio su questo tema: “La doppia conforme nel processo matrimoniale. Problemi e prospettive”[10]. Il Congresso si concluse con posizioni contrastanti, ma ebbe il merito di mettere in luce una serie di ragioni, che non potevano più giustificare il mantenimento di tale principio. Si tratta di ragioni storiche, istituzionali, di economia processuale e di effettiva utilità che questa regola può avere, tenuto conto del concreto funzionamento dei tribunali della Chiesa. Non è possibile illustrare in questa sede tutte queste ragioni[11]. Basti qui accennare alla anomalia di una regola che non consente al vescovo diocesano, quale supremo pastore e giudice della porzione del Popolo di Dio affidatagli, di dichiarare la nullità del matrimonio di un proprio fedele. La dichiarazione in tal senso del suo tribunale, per essere produttiva di effetti giuridici, necessita infatti della conferma da parte del tribunale d’appello. Proprio oggi che si è avuta una forte rivalutazione della figura e delle prerogative del vescovo diocesano, è difficile capire perché egli non possa prendere un provvedimento, sia pure attraverso il suo tribunale, che riguarda così da vicino la vita dei suoi fedeli. Merita poi di essere considerato un dato statistico (mi riferisco alla situazione italiana, ma non credo che in altri paesi sia diverso): la grandissima maggioranza (sempre oltre il 90 %) delle sentenze di nullità di matrimonio vengono confermate dal tribunale d’appello. Questo obbligo di revisione si rivela quindi per lo più superfluo e, in ogni caso, sproporzionato rispetto all’appesantimento che esso produce sul processo.
Va però precisato che l’abolizione di questo principio della doppia conforme non vuol dire che non si possa appellare verso le sentenze di prima istanza. La seconda od ulteriore istanza non sarebbe più obbligatoria per avere una sentenza di nullità pienamente esecutiva. Ma come tutte le sentenze, anche quelle nelle cause matrimoniali rimarrebbero soggette all’appello del coniuge che si ritenga gravato da esse o del difensore del vincolo, come parte in causa, se si tratta di sentenza affermativa.
Ma se nessuno appella, perché nessuno ritiene che vi sia motivo di lamentarsi della sentenza, questa diverrebbe immediatamente definitiva ed esecutiva, consentendo alle parti di ricuperare lo stato libero e, conseguentemente, di celebrare un nuovo matrimonio. Contrariamente a quanto avveniva ai tempi del citato Congresso, quando c’era una forte resistenza, sia da parte degli operatori, sia da parte di molti studiosi sull’abolizione della doppia conforma, oggi mi pare che l’opinione di gran lunga più condivisa sia quella favorevole a tale, anche da me auspicata, riforma.
Del resto, va ricordato che qualcosa si è già mosso in questa direzione. In una serie di Facoltà speciali accordate da Papa Benedetto XVI al Decano della Rota Romana l’11 febbraio 2013 si prevede espressamente che “Le sentenze rotali che dichiarano la nullità del matrimonio siano esecutive, senza che occorra una seconda decisione conforme”. La disposizione riguarda soltanto la Rota ed è da ricollegare anche alla particolare natura di questo tribunale apostolico: ma non si può negare che essa segni una prima importante deroga al principio di cui stiamo parlando, tale da aprire la via ad una più generale riforma da applicarsi da tutti i tribunali della Chiesa[12].
5) La collegialità e il giudice laico
Oggi le cause di nullità matrimoniali, per disposizione legislativa (can. 1425 § 1, n. 1), devono essere trattate in maniera collegiale, devono essere decise da un collegio di tre giudici. In questo collegio può sedere un laico, come giudice a pieno titolo, ma con la limitazione che soltanto un laico può far parte del collegio giudicante. La maggioranza del collegio deve quindi essere clericale.
Ora apriamo una breve parentesi sul giudice laico. La disposizione del Codice che limita la presenza dei laici ad un solo membro del collegio (can. 1421 § 2) deriva da un principio più generale, che è quello stabilito dal can. 129, in cui si dice: «§ 1. Sono abili alla potestà di governo, che propriamente è nella Chiesa per istituzione divina e viene denominata anche potestà di giurisdizione, coloro che sono insigniti dell’ordine sacro, a norma delle disposizioni del diritto. § 2. Nell’esercizio della medesima potestà, i fedeli laici possono cooperare a norma del diritto». Cosa vuol significare questo canone ? Vuol dire che la potestà di governo, intesa in senso ampio, quella che veniva tradizionalmente denominata potestà di giurisdizione, cioè la potestà che ricomprende tutte le facoltà necessarie per governare il popolo di Dio, spetta ai chierici. Nell’ambito della potestas iurisdictionis, nel senso ampio del termine, viene collocata anche la potestà giudiziaria, intesa come potestà di giudicare, di rendere giustizia nella comunità dei fedeli. Anche la potestà giudiziaria è quindi riservata a coloro che sono insigniti dell’ordine sacro. Il canone citato aggiunge però che i laici possono cooperare all’esercizio di tale potestà, pur senza assumere in proprio, come originari titolari, tale esercizio. Si è così “escogitato” (la disposizione risale a Paolo VI, con il motu proprio Causas matrimoniales del 1971) un compromesso. I laici non possono essere giudici da soli e, nell’ambito del collegio, devono sempre essere in minoranza, in modo che la sentenza sia sempre riconducibile ad una componente clericale presente nel collegio ed il laico assuma la veste di cooperatore.
Ma in realtà questa costruzione non regge ad un attento esame. La sentenza è un atto unitario, attribuibile a tutto il collegio. Anche il giudice rimasto in minoranza contribuisce pur sempre alla decisione finale, anche se in modo dialettico. Il laico viene quindi a svolgere direttamente, sia pure insieme ad altri, la potestà giudiziaria. Per giustificare questo coinvolgimento dei laici nella potestas iurisdictionis occorre quindi fare riferimento ad un principio diverso. Quello che vede nella funzione giudiziaria un’attività che non è propriamente ministeriale, ma di natura tecnica ed applicativa. Il giudice si limita infatti ad accertare una certa situazione di fatto e a dichiararla con efficacia autoritativa, senza però incidere in modo innovativo sulla situazione personale del fedele (come si verifica, ad esempio, con la concessione di una dispensa o la nomina ad un ufficio ecclesiastico). Non sembra quindi che per esercitare direttamente e pienamente questo tipo di potestà sia necessario l’ordine sacro. Se si aderisce a questo principio (che ha trovato autorevoli sostenitori nella dottrina canonistica, basti citare Eugenio Corecco e Piero Antonio Bonnet) il laico può esercitare la funzione giudiziaria senza alcuna limitazione, alla stessa stregua dei chierici: sia come giudice unico, sia nell’ambito di un collegio interamente o a maggioranza laicale. In tal modo si avrebbe una indubbia facilitazione nel reperimento di giudici idonei ai quali affidare la trattazione delle cause matrimoniali.
6) Il giudice monocratico e l’assessore
Bisogna considerare che in molti paesi vi è una situazione nella quale risulta molto difficile o addirittura impossibile costituire un collegio di giudici per la mancanza di personale preparato a tale funzione. Proprio in considerazione di ciò è previsto che la Conferenza episcopale autorizzi il vescovo a far trattare queste cause di fronte ad un unico giudice chierico (can. 1425 §4). Ci si domanda però, da parte di molti, se non sia opportuno, sempre al fine di snellire i processi, generalizzare questa possibilità di affidare le cause matrimoniali ad un giudice unico.
Ho spesso parlato con gli stessi giudici di questa proposta e devo dire che ho incontrato una generalizzata resistenza nei confronti di essa. Quasi tutti ritengono che il collegio sia una garanzia di maggiore obiettività e di maggiore tranquillità di coscienza. Giudicare da soli può comportare un qualche travisamento, un’interpretazione errata di alcuni fatti, un inconsapevole condizionamento interiore. Il confronto con altri due giudici può quindi rivelarsi di grande importanza per giungere ad una soluzione il più possibile conforme a verità. Mi pare quindi di poter concludere su questo punto che si può facilitare la soluzione del giudice unico (magari lasciando la decisione allo stesso vescovo moderatore del tribunale, senza la previa autorizzazione della Conferenza episcopale), ma che di norma e ove possibile sia opportuno continuare a riservare le cause di nullità di matrimonio ad un collegio giudicante.
Alcune proposte vorrebbero valorizzare la figura dell’assessore, già prevista dal Codice in supporto del giudice unico (“Unicus iudex in quolibet iudicio duos assessores, clericos vel laicos probatae vitae, sibi consulentes asciscere potest” – can. 1424, v. anche can. 1425 § 4). Si tratterebbe di un consulente con il quale il giudice può confrontarsi e discutere della causa, senza però alcuna partecipazione al giudizio, che resta affidato al solo giudice. Potrebbe trattarsi anche di un consulente con una preparazione non specificamente giuridica, come ad esempio uno psicologo o psichiatra che può aiutare il giudice a comprendere meglio la documentazione medica e le relazioni peritali prodotte nelle cause di incapacità psichica. Naturalmente l’assessore potrebbe essere un laico, non si richiederebbero per lui titoli specifici e potrebbe quindi essere più facilmente reperito anche in quei paesi dove non è possibile reclutare dei giudici. Si tratta di una proposta in certo modo di compromesso tra quella favorevole a mantenere la collegialità e quella che propende per il giudice unico: ma avrebbe pur sempre il vantaggio di consentire al giudice di uscire dal suo “isolamento” e di confrontarsi con altre persone prima di assumere la sua decisione.
7) Un processo sommario
Merita ora prendere in considerazione un altro punto interessante, al quale si è fatto cenno anche da parte di qualche vescovo nel corso del Sinodo. Coloro che hanno esperienza nei processi matrimoniali avranno certamente avvertito che vi sono non poche cause in cui la nullità appare, già a prima vista, evidente e facilmente dimostrabile in giudizio. Le parti sono concordi e hanno magari presentato un libello congiunto (cosa questa che va incoraggiata, non solo per maggior chiarezza sull’atteggiamento tenuto dalle parti, ma anche perché consente un non trascurabile risparmio negli avvisi e nelle notifiche previste per la parte convenuta, nei termini che ad essa occorre riservare[13]); vi sono documenti significativi e testi immediatamente disponibili; vi sono certificazioni mediche o relazioni peritali che fanno subito comprendere che si tratta di persone gravemente perturbate dal punto di vista psichico. Seguire per queste cause il normale iter processuale, come è richiesto dalla legge, costituisce indubbiamente un inutile appesantimento, un dispendio di mezzi ed energie processuali fini a se stessi. Allora, ci si chiede, perché non prevedere in questi casi una sorta di “corsia preferenziale”, prevedere cioè un processo più breve, in qualche misura sommario, alleggerito di formalità che appaiono superflue ?
Come dovrebbe svolgersi, almeno nelle sue linee essenziali, questo tipo di processo? Si potrebbe prendere spunto da un modello di processo già previsto dal Codice canonico accanto al processo contenzioso ordinario, il processo contenzioso orale (can. 1656 – 1670). Esso, per espressa disposizione legislativa (can. 1690), non è attualmente utilizzabile per le cause di nullità di matrimonio, ma forse merita di essere ripreso in considerazione, apportandovi eventualmente qualche opportuno adattamento a questo tipo di cause.
Il processo orale è caratterizzato da una massima concentrazione delle operazioni processuali: in un’unica udienza dinnanzi ad un giudice unico devono essere interrogate le parti e sentiti i testimoni, con una sintetica verbalizzazione delle loro deposizioni. Espletata l’istruttoria segue immediatamente la discussione in forma orale ad opera degli avvocati (che naturalmente assisterebbero a tutti gli interrogatori) e del difensore del vincolo. Dopodiché il giudice si ritira da solo, eventualmente con la presenza degli assessori precedentemente designati, per decidere la causa. Presa la decisione, dà immediata lettura del dispositivo alle parti, provvedendo poi, entro un termine ristretto, al deposito della sentenza. Sarebbe opportuno anche prevedere la possibilità di un passaggio al rito ordinario nei casi in cui la causa si rivelasse particolarmente complessa o emergessero forti divergenze nelle prospettazioni delle parti in causa.
Certamente c’è il pericolo, con questo tipo di processo, di arrivare in modo troppo affrettato e superficiale ad una decisione così importante come quella relativa alla nullità del matrimonio. Ma va tenuto presente che non si tratterebbe di un processo applicabile a qualunque caso, ma soltanto a quei casi più semplici, nei quali la nullità emerga con chiarezza e risulti di facile accertamento. Ma pur con questa limitazione (ma è difficile prevedere quante cause potranno essere instradate nella procedura semplificata), vi sarebbe un indubbio beneficio per la durata dei processi e per l’aspettativa delle parti, specialmente per quelle che sono intimamente e fondatamente convinte di aver celebrato un matrimonio nullo e, proprio per questo, sono più insofferenti delle formalità processuali e delle lungaggine che esse possono comportare.
8) Osservazioni conclusive
Volendo ora concludere con un riflessione più generale, va chiaramente affermato che il problema della lunghezza dei processi, come è stato tante volte messo in evidenza da operatori e studiosi di questo ramo del diritto, interessa due componenti fondamentali: da un lato il personale e le strutture dedicati all’amministrazione della giustizia, dall’altro le procedure stabilite per questa attività[14]. E’ un dato però di esperienza che procedure inadeguate o mal congeniate, se affidate ad un personale valido, possono tutto sommato funzionare: un buon giudice, sorretto da una efficiente organizzazione giudiziaria, riesce infatti a rendere accettabili anche procedure pesanti e farraginose. Mentre un giudice impreparato e un apparato giudiziario disorganizzato ottengono cattivi risultati anche con una regolamentazione processuale ben congegnata.
E’ quindi certamente primario e prioritario il problema del personale e dell’organizzazione giudiziaria. Ma agire in quest’ambito è difficile, specialmente di fronte a situazioni, largamente presenti in molte zone della Chiesa, di insuperabile carenza di possibili operatori giudiziari. E’ quindi ancor più necessario cercare di intervenire sulle procedure e mi auguro che le riflessioni che oggi abbiamo fatto possano contribuire a migliorarle e a renderle meglio rispondenti alle esigenze dei fedeli che si rivolgono ai tribunali ecclesiastici. Certamente, deve pur sempre esserci la chiara consapevolezza che un conto è preparare una riforma a tavolino e un conto è poi calarla nel vivo dell’esperienza giudiziaria, applicandola concretamente. Sarà quindi l’operato dei giudici, e con essi di tutti coloro che agiscono nell’ambito del processo, che risulterà in ultima istanza decisivo per il successo di una qualunque riforma.
Possiamo ora concludere con un pensiero del nostro Papa Francesco tratto dalla sua Esortazione apostolica Evangelii gaudium (n.26): «La Chiesa peregrinante verso la meta è chiamata da Cristo a questa continua riforma, di cui essa, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno. Ci sono strutture ecclesiali che possono arrivare a condizionare un dinamismo evangelizzatore; ugualmente, le buone strutture servono quando c’è una vita che le anima, le sostiene e le giudica. Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza “fedeltà della Chiesa alla propria vocazione”, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo»[15].
[1] Cfr. III Assemblea generale straordinaria “Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”, in http://www.vatican.va/roman_curia/synod/documents/rc_synod_doc_20140626_instrumentum-laboris-familia_it.html.; http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/06/0712/03003.html.
http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/13/0751/03037.html.
http://press.vatican.va/content/salastampa/it/bollettino/pubblico/2014/10/18/0770/03044.html.
[2] Anche Papa Francesco ha richiamato le proposte di snellimento del processo emerse nell’ambito del Sinodo: “Nel Sinodo straordinario si è parlato delle procedure, dei processi, e c’è una preoccupazione per snellire le procedure, per motivo di giustizia….Giustizia: quanta gente aspetta per anni una sentenza…Alcune procedure sono tanto lunghe o tanto pesanti che non favoriscono e la gente lascia” (Saluto ai partecipanti al corso “super rato” promosso dal Tribunale della Rota Romana, 5 novembre 2014).
[3] A. SCOLA, Processi matrimoniali: una prospettiva pastorale, in Il Regno – doc., 2006, p. 226 ss.
[4] Es 18, 13-26: «Il giorno dopo Mosè sedette a render giustizia al popolo e il popolo si trattenne presso Mosè dalla mattina fino alla sera. Allora Ietro, visto quanto faceva per il popolo, gli disse: “Che cos'è questo che fai per il popolo? Perché siedi tu solo, mentre il popolo sta presso di te dalla mattina alla sera?”. Mosè rispose al suocero: “Perché il popolo viene da me per consultare Dio. Quando hanno qualche questione, vengono da me e io giudico le vertenze tra l'uno e l'altro e faccio conoscere i decreti di Dio e le sue leggi”. Il suocero di Mosè gli disse: “Non va bene quello che fai! Finirai per soccombere, tu e il popolo che è con te, perché il compito è troppo pesante per te; tu non puoi attendervi da solo. Ora ascoltami: ti voglio dare un consiglio e Dio sia con te! Tu sta' davanti a Dio in nome del popolo e presenta le questioni a Dio. A loro spiegherai i decreti e le leggi; indicherai loro la via per la quale devono camminare e le opere che devono compiere. Invece sceglierai tra tutto il popolo uomini integri che temono Dio, uomini retti che odiano la venalità e li costituirai sopra di loro come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Essi dovranno giudicare il popolo in ogni circostanza; quando vi sarà una questione importante, la sottoporranno a te, mentre essi giudicheranno ogni affare minore. Così ti alleggerirai il peso ed essi lo porteranno con te. Se tu fai questa cosa e se Dio te la comanda, potrai resistere e anche questo popolo arriverà in pace alla sua mèta”. Mosè ascoltò la voce del suocero e fece quanto gli aveva suggerito. Mosè dunque scelse uomini capaci in tutto Israele e li costituì alla testa del popolo come capi di migliaia, capi di centinaia, capi di cinquantine e capi di decine. Essi giudicavano il popolo in ogni circostanza: quando avevano affari difficili li sottoponevano a Mosè, ma giudicavano essi stessi tutti gli affari minori».
[5] Cfr. Discorso di San Giovanni Paolo II ai prelati uditori, officiali e avvocati del tribunale della Rota romana, in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, 28 gennaio 2002, n. 7, in http://w2.vatican.va/content/john-paul-ii/it/speeches/2002/january/documents/hf_jp-ii_spe_20020128_roman-rota.html
[6] G. CHIOVENDA, Principi di diritto processuale civile, Napoli, 1965, p. 663.
[7] G. CHIOVENDA, Saggi di diritto processuale civile, vol. I, Milano, 1993, p. 355.
[8] Rota Romana, sentenza 26 gennaio 2001 c. Monier, in Dec. seu sent., 2001.
[9] Papa Francesco, Saluto ai partecipanti al corso “super rato” promosso dal Tribunale della Rota Romana, 5 novembre 2014.
[10] Gli atti sono raccolti nel volume dallo stesso titolo, edito dalla Libreria Editrice Vaticana nel 2003.
[11] Mi permetto rimandare al mio saggio conclusivo “Che futuro per la doppia sentenza conforme ?” inserito nel volume ora citato.
[12] Per il testo delle citate Facoltà speciali e per un primo commento ad esse rimando a P. MONETA, Il rafforzamento della Rota Romana, in Recte sapere. Studi in onore di Giuseppe Dalla Torre, Giappichelli, Torino, 2014, vol. I,p. 485 ss.
[13] Su questi aspetti rimandiamo al nostro saggio La procedura consensuale nelle cause di nullità del matrimonio, in Dir. eccl., 2005, p. 154 ss.
[14] Mi piace, a questo proposito, ricordare un fondamentale saggio del grande processualista dell’Università Gregoriana, il p. Ignazio Gordon, De nimia processuum matrimonialium duratione, in Periodica, 1969, p. 497 ss.
[15]Papa Francesco, Es. ap. Evangelii gaudium, in http://w2.vatican.va/content/francesco/it/apost_exhortations/documents/papa-francesco_esortazione-ap_20131124_evangelii-gaudium.html