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Timestamp: 2017-11-17 21:22:07+00:00
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Sentenza Lumaca: Ritardo gravissimo, abnorme ingiustificato
Sentenza lumaca, rimosso giudice di Gela
Accolta la richiesta del pg al Csm per la vicenda del giudice Pinatto. Aveva impiegato 8 anni per depositare le motivazioni della sentenza contro il clan Madonia: "Ritardo gravissimo, abnorme, ingiustificato". I boss erano stati scarcerati
Roma - Cancellato. Non può più fare il magistrato. Dovrà cercarsi un'altra professione Edi Pinatto, il giudice che ha impiegato otto anni per scrivere le motivazioni della sentenza con la quale il tribunale di Gela aveva condannato sette componenti del clan Madonia a complessivi 90 anni di carcere determinando la loro scarcerazione.
La sezione disciplinare del Csm con un provvedimento che ha pochi precedenti lo ha rimosso dall’ordine giudiziario. La decisione è stata presa dopo un’ora di camera di consiglio. La sezione disciplinare ha così accolto la richiesta del rappresentante dell’accusa Eduardo Scardaccione. La sentenza non è immediatamente operativa: ora dovrà essere depositata entro 30 giorni e ci saranno altri 90 giorni di tempo per impugnarla davanti alle sezioni unite civili della Cassazione.
La richiesta La procura generale della Cassazione aveva chiesto alla sezione disciplinare del Csm di condannare alla sanzione della rimozione dell’ordine giudiziario il giudice Edi Pinatto. Quello di Edi Pinatto è un "ritardo gravissimo, abnorme e ingiustificato e ha determinato danni irreversibili e non più risarcibili per le parti processuali" ha spiegato il rappresentante della procura generale della Cassazione, Eduardo Scardaccione. Quel ritardo, secondo il rappresentante dell’accusa, non ha paragoni né in Italia, né nel mondo e provocò la scarcerazione dei condannati di quel processo al clan Madonia.
L'accusa Così si è violata "l’essenza stessa della funzione giurisdizionale - ha sottolineato il sostituto pg - e vi è stata una perdita verticale e non risarcibile della credibilità del singolo magistrato e della stessa istituzione giudiziaria". D’altra parte, secondo Scardaccione, tutto il tempo che ci è voluto non è giustificato dalla mole della sentenza, "un volume di 775 pagine"; si è trattato più che altro di un lavoro di "copia-incolla" dei vari atti di indagine e processuale compiuti, in cui le valutazioni del magistrato sono limitate - secondo l’accusa - a pochissime righe. E il fatto stesso che Pinatto è già stato condannato per questa vicenda alla perdita di otto mesi di anzianità professionale non attenua la sua posizione, visto che anche dopo le condanne - ha fatto notare Scardaccione - non ha adempiuto all’obbligo di depositare la sentenza; obbligo che ha portato a termine solo di recente e solo dopo che il ministro della Giustizia Mastella aveva chiesto la sua sospensione dalle funzioni giurisdizionali.
La difesa Pinatto e il suo difensore, il presidente di sezione della Cassazione Mario Fantacchiotti, hanno invece spiegato il ritardo con la difficoltà di conciliare il carico di lavoro che il magistrato si è trovato davanti quando è stato trasferito alla procura di Milano, e l’arretrato che aveva lasciato a Gela. "Pinatto non è stato capace di organizzarsi, ma non siamo di fronte a un magistrato che invece di lavorare va in montagna" ha detto Fantacchiotti.
http://www.ilgiornale.it/interni/sentenza_lumaca_rimosso_giudice_gela/16-06-2008/articolo-id=269487-page=0-comments=1
Otto anni per scrivere una sentenza di mafia: giudice espulso
di Antonio Taglialatela del 16/06/2008 in Cronaca - Letto 2447 volte Commenti: 1
ROMA. Ha impiegato otto anni per scrivere una sentenza e tutta questa perdita di tempo ha consentito la scarcerazione degli imputati per decorrenza dei termini.
Rimossa la lumaca...
La decisione è stata presa dopo un'ora di camera di consiglio. La sezione disciplinare ha così accolto la richiesta del rappresentante dell'accusa Eduardo Scardaccione. La sentenza non è immediatamente operativa: ora dovrà essere depositata entro 30 giorni e ci saranno altri 90 giorni di tempo per impugnarla davanti alle sezioni unite civili della Cassazione.
Quello di Pinatto è un "ritardo gravissimo, abnorme e ingiustificato e ha determinato danni irreversibili e non più risarcibili per le parti processuali", ha spiegato il rappresentante della Procura della Cassazione, Eduardo Scardaccione.
Quel ritardo, secondo il rappresentante dell'accusa, non ha paragoni né in Italia, né nel mondo e provocò la scarcerazione dei condannati di quel processo al clan Madonia. Così si è violata "l'essenza stessa della funzione giurisdizionale - ha sottolineato il sostituto Pg - e vi è stata una perdita verticale e non risarcibile della credibilità del singolo magistrato e della stessa istituzione giudiziaria".
D'altra parte, secondo Scardaccione, tutto il tempo che ci è voluto non è giustificato dalla mole della sentenza, "un volume di 775 pagine"; si è trattato più che altro di un lavoro di "copia-incolla" dei vari atti di indagine e processuale compiuti, in cui le valutazioni del magistrato sono limitate - secondo l'accusa - a pochissime righe.
E il fatto stesso che Pinatto è già stato condannato per questa vicenda alla perdita di otto mesi di anzianità professionale non attenua la sua posizione, visto che anche dopo le condanne - ha fatto notare Scardaccione - non ha adempiuto all'obbligo di depositare la sentenza; obbligo che ha portato a termine solo di recente e solo dopo che il ministro della Giustizia Mastella aveva chiesto la sua sospensione dalle funzioni giurisdizionali.
Pinatto e il suo difensore, il presidente di Sezione della Cassazione Mario Fantacchiotti, hanno invece spiegato il ritardo con la difficoltà di conciliare il carico di lavoro che il magistrato si è trovato davanti quando è stato trasferito alla Procura di Milano, e l'arretrato che aveva lasciato a Gela. "Pinatto non è stato capace di organizzarsi, ma non siamo di fronte a un magistrato che invece di lavorare va in montagna", ha detto Fantacchiotti.
Si trattava di sette affiliati al clan mafioso dei Madonia di Gela che dovevano essere condannati a complessivi 90 anni di carcere. La sezione disciplinare del Csm ha così espulso dalla magistratura il giudice Edi Pinatto, del Tribunale di Gela, su sollecitazione del sostituto procuratore generale della Cassazione Eduardo Scardaccione e dell’ex ministro della Giustizia Clemente Mastella.
Con questi ritardi, secondo Scardaccione, Pinatto “ha violato l’essenza della funzione giurisdizionale poiché si tratta di un ritardo gravissimo, reiterato, abnorme e ingiustificato. E’ una perdita verticale e non più risarcibile della credibilità del singolo e dell’istituzione nel suo complesso, con un danno ai valori costituzionali, quali la correttezza, la diligenza, la laboriosità e l’equilibrio di un magistrato”. Per il procuratore, inoltre, Pinatto avrebbe centrato il “record mondiale” nel ritardo per il deposito di sentenze.
Il giudice siciliano, da parte sua, si è giustificato dicendo di aver dovuto affrontare una mole di lavoro dopo il suo trasferimento da Gela alla Procura di Milano. “Ho sostenuto un impegno finanziario di trentamila euro e tutte le ferie disponibili per smaltire l’arretrato e la sentenza ‘Grande Oriente’ (quella che vedeva imputati gli affiliati del clan mafioso, nda) è certamente complessa, poiché condensa risultati di indagini di quattro Direzioni distrettuali antimafia, mentre a Gela di solito ci si occupa di criminalità organizzata limitata al circondario. Si è trattato di un ‘circolo vizioso’, di un sovraccarico di turni, e di un gravoso impegno nella convalida di molti arresti, e nell’occuparmi di ben tre omicidi”.
Argomentazioni che, però, secondo Scardaccione non giustificano i ritardi del giudice, dinanzi ai quali c’era stato addirittura un intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Questa sentenza è ‘furba’. – ha sostenuto il procuratore – E’ un volume di 775 pagine in cui non vi sono valutazioni, ma molti copia e incolla, in cui si racconta tutto ciò che hanno fatto le forze investigative, si fa un elenco di ‘pizzini’ ma senza una sola parola di analisi e nessuna valutazione è fatta sulla posizione degli imputati”.
Il processo “Grande Oriente”, uno dei più lunghi della storia giudiziaria italiana, iniziò nel dicembre 1998, quando i carabinieri del Ros arrestarono una cinquantina di mafiosi in tutta la Sicilia, tutti legati al boss Bernardo Provenzano. Tra questi: Giuseppe Lombardo, Carmelo Barbieri, Maria Stella Madonia e Giovanna Santoro, rispettivamente sorella e moglie del boss della Cupola, e Piddu Madonia, da anni in carcere dove sta scontando una serie di ergastoli. Per competenza, il troncone nisseno passò al tribunale di Gela e, nello specifico, al giudice Pinatto che presiedeva la sezione che avrebbe poi processato i quattro imputati eccellenti. Nel maggio 2000 arrivò la sentenza di primo grado, con le condanne di Lombardo e Barbieri a 24 anni di carcere ciascuno, Madonia a 10, Santoro ad 8. Dopo tre mesi il magistrato doveva pubblicare le motivazioni della sentenza. Da allora ci sono voluti otto anni. Ecco perché nel 2002 i condannati furono scarcerati per decadenza dei termini di custodia cautelare. Pinatto, nel frattempo, era stato trasferito da Gela alla procura di Milano, ed anche lì si è creato la fama di ritardatario, tanto da procurarsi più volte formali contestazioni. Dopo diverse segnalazioni del Consiglio superiore della magistratura e del ministero della Giustizia, Pinatto nel 2004 veniva convocato dal Csm, che lo condannava alla perdita di due anni di anzianità. Nel 2006 il giudice veniva di nuovo convocato dal Csm e se la cavava con altri due mesi persi di anzianità.
Oggi, infine, la radiazione, per la quale Pinatto ha tre mesi per impugnare il provvedimento davanti alle sezioni unite della Cassazione.
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