Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-24241-del-13-10-2017
Timestamp: 2020-05-26 17:40:21+00:00
Document Index: 104041011

Matched Legal Cases: ['art. 380', 'art. 375', 'art. 380', 'art. 380', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 380', 'art. 380', 'art. 360', 'art. 376', 'art. 375', 'art. 375', 'art. 134', 'art. 375', 'art. 375', 'art. 380', 'art. 13']

Sentenza Cassazione Civile n. 24241 del 13/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24241 del 13/10/2017
Cassazione civile, sez. VI, 13/10/2017, (ud. 10/03/2017, dep.13/10/2017), n. 24241
sul ricorso 3432-2015 proposto da:
V.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA LUIGI
SETTEMBRINI 30/4, presso lo studio dell’avvocato LORETO ANTONELLO
CHIOLA, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato
RICCARDO BERNARDINI;
C.N., L.G.B.,
L.M. anche in proprio, L.L.,
T.d.C.L., T.d.C.A., (rappresentato del
procuratore generale Avv. C.F. per procura not.
To.Pa. del 16/02/2010), T.d.C.V.,
C.F., B.R.D.M.E., elettivamente domiciliati
in ROMA, VIA CAIO MARIO 7, presso lo studio dell’avvocato MARIA
TERESA BARBANTINI, che li rappresenta e difende unitamente agli
avvocati C.G.B., L.M.;
B.R.D.M.P., B.R.D.M.I.,
B.R.D.M.C.;
avverso l’ordinanza N. R.G. 1364/2013 della CORTE D’APPELLO di
GENOVA, depositata il 26/11/2014;
L’opposta V. resisteva eccependo l’inammissibilità e/o l’improcedibilità e/o l’infondatezza del gravame ed il Giudice monocratico d’appello delegato, con ordinanza depositata il 26.11.2014, in parziale accoglimento dell’opposizione, rideterminava il compenso dovuto al c.t.u. in Euro 13.751,16, oltre accessori e spese, e ciò sulla scorta dell’applicazione di differenti criteri di liquidazione in tema di estimo, basati sulla destinazione d’uso dei cespiti e sul conseguente raggruppamento in quattro categorie (uso abitativo, uso ufficio, uso commerciale e uso magazzino).
Per la cassazione dell’ordinanza di liquidazione propone ricorso Monica V., sulla base di due motivi, cui resistono C.N., + ALTRI OMESSI
Ritenuto che il ricorso potesse essere respinto, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 1), su proposta del relatore, regolarmente notificata ai difensori delle parti, il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.
Entrambe le parti hanno presentato memoria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., comma 2.
preliminarmente devono essere disattese le deduzioni di parte ricorrente di cui alla memoria illustrativa in atti, con le quali si sostiene la pretesa incostituzionalità, in relazione agli artt. 24 e 111 Cost., dell’art. 380 bis c.p.c. a seguito delle modifiche apportate dal D.L. n. 168 del 2016 convertito nella L. n. 197 del 2016, nella parte in cui non prevede più la celebrazione di un’udienza camerale con la partecipazione delle parti al fine di consentire una difesa orale, in luogo di quella a carattere solo documentale prevista dalla riforma.
Ritiene il Collegio di dovere fare proprie le ampie considerazioni svolte da questa stessa Corte nell’ordinanza n. 395 del 10 gennaio 2017, con la quale, anche con congrui richiami alla giurisprudenza della CEDU (sentenza 21 giugno 2016, Tato Marinho c. Portogallo), si è ribadito come la novella miri proprio ad assicurare l’attuazione dei principi posti dall’art. 111 Cost. in termini di ragionevole durata del processo ed effettività della tutela giurisdizionale.
In tal senso si è precisato che il valore della pubblicità delle udienze, ove lo stesso sia stato assicurato nelle istanze di merito, non è assoluto, e ben può trovare deroga in presenza di “particolari ragioni giustificative”, ove “obiettive e razionali” (Corte cost., sent. n. 80 del 2011), quali ad esempio l’assenza di valenza nomofilattica, tipica delle cause per le quali si profila la definizione ai sensi del meccanismo processuale di cui all’art. 380 bis c.p.c., ovvero laddove per la struttura e funzione dell’ulteriore istanza, il rito sia volto, eminentemente, a risolvere questioni di diritto o comunque non “di fatto”, tramite una trattazione rapida dell’affare, non rivestente peculiare complessità.
Tali indicazioni si addicono quindi particolarmente al novellato rito di cui all’art. 380 bis c.p.c., posto che il giudizio di legittimità de quo, oltre a non postulare in sè profili di autonomo accertamento dei fatti, ha assunto, in ambito civile, a seguito della novella legislativa del 2012 recante la modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 una ancor più spiccata accentuazione del sindacato sugli errores in iudicando rispetto a quello sul vizio di “motivazione”, limitato nei confini indicati dall’interpretazione offerta da Cass. sez. un., 7 aprile 2014, n. 8053.
La norma si occupa quindi di ricorsi che si presentino, all’evidenza (“a un sommario esame”: art. 376 c.p.c.), inammissibili, manifestamente infondati o manifestamente fondati (art. 375 c.p.c.), ossia di impugnazioni per le quali, risulta giustificata la decisione resa con ordinanza (ex art. 375 c.p.c., quale provvedimento per definizione succintamente motivato: art. 134 c.p.c.) all’esito di adunanza camerale non partecipata.
Quanto alla garanzia del contraddittorio, la stessa è, comunque, assicurata dalla trattazione scritta della causa, con facoltà delle parti di presentare memorie per illustrare ulteriormente le rispettive ragioni (che, del resto, devono essere già compiutamente argomentate con il ricorso per quanto riguarda, segnatamente, i motivi dell’impugnazione), non solo in funzione delle difese svolte dalla controparte, ma anche in rapporto alla proposta del relatore circa la sussistenza di ipotesi di trattazione camerale, ex art. 375 c.p.c., sicchè l’interlocuzione scritta attua un bilanciamento, non irragionevole tra le esigenze del diritto di difesa e quelle, del pari costituzionalmente rilevanti, di speditezza e concentrazione, in funzione della ragionevole durata del processo.
Quanto infine alla previsione di una proposta di trattazione camerale da parte del relatore, in ragione della ravvisata esistenza di ipotesi di decisione del ricorso di cui all’art. 375 c.p.c. – in luogo della relazione (o c.d. “opinamento”) depositata in cancelleria, secondo la formulazione del previgente art. 380-bis c.p.c. – si tratta a sua volta di una scelta riconducibile all’esercizio della discrezionalità del legislatore in ambito processuale e non è tale da vulnerare il diritto di difesa, attesa la non vincolatività per il Collegio e che deve tendenzialmente restare confinata nell’alveo dell’oggetto della lite quale definito dai motivi di impugnazione, – Passando al merito del ricorso, il primo motivo (col quale si deduce la violazione e la falsa applicazione del D.M. 30 maggio 2002, per avere la Corte di appello disposto la liquidazione dei compensi spettanti al consulente tecnico d’ufficio in materia di estimo sulla base di quattro categorie di immobili accorpati unicamente per destinazione d’uso, in luogo della liquidazione dovuta per ciascuna unità immobiliare) è manifestamente infondato. Per orientamento di questa Corte la pluralità delle valutazioni affidate al consulente non esclude di per sè l’unicità dell’incarico e la conseguente unitarietà del compenso, rilevando soltanto ai fini della determinazione giudiziale del compenso medesimo, fissato dalla legge tra una misura minima ed una massima; ciò non esclude, perciò, che possa farsi luogo a unificazione degli onorari relativi alla stima di immobili, suddivisi per gruppi aventi analoghe caratteristiche, relativamente ai quali la valutazione presenta elementi di ripetitività (Cass. 23 settembre 1994 n. 7837). In altri termini, qualora la consulenza tecnica in materia di estimo abbia ad oggetto una pluralità di immobili, il compenso del consulente viene legittimamente determinato raggruppando le unità immobiliari aventi analoghe caratteristiche e applicando, sul valore dei singoli gruppi, la percentuale reputata congrua entro i limiti, minimo e massimo, stabiliti dal D.M. 30 maggio 2002. Quindi, nell’ipotesi in cui l’incarico conferito al consulente tecnico d’ufficio in materia di estimo abbia ad oggetto – come nella specie – la determinazione di una serie di beni immobili, la liquidazione del compenso deve essere condotta, secondo il D.P.R. n. 352 del 1988, art. 13 con metodo che tenga conto se vengano in questione immobili aventi caratteristiche uguali o analoghe, per definire le quali il consulente debba effettuare operazioni ripetitive, e l’importo stimato è quello che attiene alla stima cumulativa di detto insieme; in presenza, invece, di una pluralità di immobili diversi tra loro, l’importo stimato è quello corrispondente ad ogni singola stima di immobile che abbia autonome caratteristiche valutative.
Ed è quanto ha effettuato il giudice delegato, determinando il compenso spettante alla ricorrente sulla scorta dei raggruppamenti dei cespiti aventi caratteristiche omogenee, desunte nella fattispecie dalla conforme destinazione d’uso e dallo stato locativo degli immobili, in ragione delle operazioni ripetitive che in ordine a tali cespiti l’ausiliario deve compiere, per cui è conforme al consolidato principio di legittimità (cfr. Cass. 17 marzo 2016 n. 5325; Cass. 20 marzo 2009 n. 6892; Cass. 31 marzo 2006 n. 7632); tanto più che la rinnovazione dell’incarico peritale è stata disposta a fronte della stima del medesimo complesso immobiliare effettuata dallo stesso c.t.u. nel giudizio di prime cure.
– Il secondo motivo di ricorso (col quale si deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio oggetto di discussione, per non avere la Corte territoriale rilevato che, a fronte degli accorpamenti dei cespiti in relazione al criterio d’uso, dette unità immobiliari erano tra esse diverse e difformi) è anch’esso privo di pregio, poichè l’ordinanza impugnata ha indicato con motivazione congrua le ragioni per le quali determinati cespiti richiedevano una valutazione unitaria, tanto da giustificare il cumulo degli importi stimati ai fini della liquidazione del compenso del c.t.u.. In particolare, la decisione, sul punto, ha argomentato valorizzando tre aspetti differenziali: le diverse destinazioni d’uso degli immobili (uso ufficio, uso abitazione, uso magazzino, uso laboratorio, uso cantina, uso commerciale); lo stato locativo o meno dei cespiti; la localizzazione degli stessi beni in edifici diversi oppure uguali.
Di converso, la verifica dell’effettiva ricorrenza della citata analogia, sulla scorta delle medesime destinazioni d’uso e dello stato locativo dei cespiti, non può essere posta in discussione in sede di legittimità, in quanto la relativa ponderazione costituisce un mero apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito.
condanna parte ricorrente alla rifusione delle spese processuali del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 2.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre alle spese forfettarie e agli accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Sesta Civile – 5, il 10 marzo 2017.