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Timestamp: 2019-07-19 03:48:09+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Irap: dall'UE rimborsi per TUTTI ? | Commercialista Telematico
Pubblicato il 15 dicembre 2004
Al dibattito relativo all’assoggettamento all’Irap delle piccolissime imprese e dei professionisti senza organizzazione autonoma, se ne è ultimamente affiancato un altro, che, nonostante rivesta un ambito nettamente più ampio, sta rischiando di essere offuscato dal primo. L’articolo 33 della VI direttiva Comunitaria (la n. 77/388) vieta agli Stati membri di istituire nuovi tributi […]
Al dibattito relativo all’assoggettamento all’Irap delle piccolissime imprese e dei professionisti senza organizzazione autonoma, se ne è ultimamente affiancato un altro, che, nonostante rivesta un ambito nettamente più ampio, sta rischiando di essere offuscato dal primo.
L’articolo 33 della VI direttiva Comunitaria (la n. 77/388) vieta agli Stati membri di istituire nuovi tributi (oltre l’Iva) che abbiano il carattere di imposta sulla cifra d’affari, e ciò in quanto non sarebbe ammesso un carico fiscale aggiuntivo sul valore aggiunto rispetto a quanto già provocato dall’Iva.
A giudizio degli osservatori più attenti, nella formulazione dell’articolo 2 della legge istitutiva dell’Irap (D.Lgs. n. 446/97) si trova una innegabile corrispondenza tra base imponibile Irap e base imponibile Iva; la prima infatti colpisce la differenza tra il valore della produzione e il costo del venduto, ossia in altri termini il valore netto “aggiunto” al prodotto da parte del produttore; il valore aggiunto della produzione tassato dall’Irap, è in altre parole composto dalla differenza tra i ricavi ed una specifica categoria di costi: quelli più direttamente imputabili alla produzione.
La capacità contributiva colpita dall’Irap corrisponde dunque (o, a voler essere scettici, si avvicina tantissimo) a quella dell’Iva, essendo rappresentata dal valore aggiunto della produzione globale dell’impresa determinato sulla base della differenza, in termini d’imposta e su base annuale, tra ricavi ed acquisti.
L’Irap colpirebbe, dunque, le cessioni di beni o le prestazioni di servizi nell’esercizio di impresa, arti o professioni secondo il modello dell’Iva, aggiungendosi a questa. Proprio quanto vietato dalla norma Cee su riportata. Anche se sono diverse le modalità assunte per tassare tale grandezza, la sostanza è inequivocabilmente la stessa.
E qui si arriva al punto.
Sulla base di un ricorso presentato da una banca nel 2001, la Commissione tributaria provinciale di Cremona ha battuto proprio questa strada, chiedendo in via pregiudiziale ai giudici di Lussemburgo di stabilire la conformità dell’Irap a tale divieto.
Il Servizio giuridico della Commissione europea ha predisposto una memoria, depositata presso la Corte, nella quale ha rilevato e condiviso le cause di incompatibilità dell’Irap con la normativa comunitaria, nel senso che l’art. 33 della VI direttiva osterebbe all’introduzione di un’imposta con le caratteristiche dell’Irap italiana. Anche se detto giudizio non è vincolante per la Corte di Lussemburgo, esso rappresenta comunque un orientamento significativo in quanto coerente con la precedente giurisprudenza.
Il 16 novembre scorso, nel corso della prima udienza presso la Corte di giustizia europea, l’Avvocato generale della Comunità, sentite le parti (ossia la Banca richiedente e l’Avvocatura dello Stato Italiano), si è riservato di redigere la propria opinione da sottoporre al giudice comunitario, che successivamente emetterà la sentenza (si presume entro il primo semestre del 2005).
E, nell’attesa della pronuncia, sono state sospese tutte le cause Irap pendenti in Cassazione.
Vediamo dunque quali sono le possibili situazioni qualora la sentenza si pronunci favorevolmente al contribuente, accogliendo la richiesta di rimborso per contrasto alla normativa comunitaria.
È chiaro che per il futuro l’unica conseguenza possibile è che il tributo non sia più dovuto.
Il problema è invece come la Corte riterrà di gestire le situazioni passate. Infatti, considerata l’eccessiva onerosità per lo Stato italiano, potrebbe, in caso di accoglimento, disporre limitazioni al diritto di rimborso del tributo già versato, così come in circostanze analoghe aveva già disposto.
Passando dalla ipotesi più remota a quella più verosimile, la Corte potrebbe disporre:
1) l’esclusione in toto dell’efficacia retroattiva, precludendo quindi a tutti i soggetti le possibilità di avere rimborsati i pagamenti precedenti;
2) di dare corso ai rimborsi solo per coloro i quali avessero già presentato l’istanza al momento della sentenza;
3) di dare corso ai rimborsi solo per le annualità che non siano, alla data della sentenza, ancora prescritte;
4) di dare corso ai rimborsi solo per coloro i quali avessero già instaurato un ricorso al momento della sentenza.
Consigli operativi nelle more della emissione della sentenza
A fronte di quanto suesposto appare opportuno, al fine di non compromettere la possibilità di ottenere i rimborsi dell’Irap, che i contribuenti presentino istanza di rimborso, ai sensi dell’art. 38 del DPR n. 602/1973 (entro 48 mesi dalla data di ciascun pagamento). Al riguardo, si segnala che il 30 novembre si è prescritto il diritto al rimborso di quanto versato come secondo (o unico) acconto il 30/11/2000, anche se, per completezza e a difesa degli interessi dei contribuenti, è da segnalare che per tale versamento non tutto è perduto: infatti, la giurisprudenza, che purtroppo non è ancora univoca in tal senso, ha avuto modo di affermare che i termini di prescrizione degli acconti decorrono dal pagamento (o determinazione) del relativo saldo: in altre parole, la prescrizione degli acconti per il 2000 (versati nel luglio 2000 e novembre 2000) si avrebbe dopo 48 mesi dal luglio 2001, data in cui si è determinato o pagato il saldo per l’anno 2000, e quindi nel luglio 2005. Si ripete che tale giurisprudenza non è univoca, per cui il contribuente deve comunque sapere che se non ha fatto l’istanza entro i 48 mesi dalla data di pagamento del secondo o unico acconto per il 2000 (e quindi, ammettendo che abbia pagato l’ultimo giorno utile, come è verosimile, dal 30/11/2000) non è sicuro di aver bloccato la prescrizione del diritto al rimborso di questa somma.
Sempre nell’ottica della tempestività delle istanze di rimborso, occorre anche considerare che, per quanto già pronunciato dalla Corte in circostanze analoghe, la presentazione dell’istanza di rimborso, non seguita dal ricorso in Commissione Tributaria (ricorso che, si ricorda, è fattibile, nel caso in cui l’Ufficio non risponda, solo decorsi 90 giorni dalla presentazione dell’istanza, o, nel caso in cui invece l’Ufficio risponda prima, entro 60 giorni dalla notifica della risposta) potrebbe non essere considerata ancora una azione giudiziaria vera e propria, condizione questa per essere legittimati a chiedere il rimborso in esecuzione della sentenza della Corte nell’ipotesi 4), che sembra tra tutte la più verosimile. L’azione giudiziaria potrebbe considerarsi infatti perfezionata solo con la presentazione del ricorso alla Commissione tributaria, ovviamente con indicati i motivi suddetti della incompatibilità alla normativa Cee. Questa interpretazione, rende ancora più improrogabile la presentazione delle istanze di rimborso, fatta sotto l’auspicio che il deposito della sentenza della Corte avvenga in tempo utile perché sia stato già presentato il conseguente ricorso tributario.
È importante precisare che la necessità di procedere all’istanza di rimborso vale anche per quei contribuenti (professionisti, artigiani e piccolissime imprese) che abbiano già presentato una istanza sulla base dell’applicazione della ormai famosa sentenza della Corte Costituzionale n. 156/2001 (cfr. articolo apposito); è essenziale infatti che nei motivi citati nell’istanza venga esplicitamente fatto riferimento all’incompatibilità dell’Irap con la VI direttiva Cee.
Nei fac simile di rimborso che proprio recentemente sono stati pubblicati su questo sito sono state indicate entrambe le tipologie di motivi (sentenza della Corte Costituzionale n. 156/2001 e contrasto con la normativa Cee).
Se ne propone adesso un’altra, valida esclusivamente per i contribuenti (come ad esempio le società, le imprese individuali di dimensioni non piccole, con e senza dipendenti) che, non rientrando nei soggetti passivi indicati dalla Corte Costituzionale, possono sfruttare soltanto il motivo relativo al contrasto con la normativa Cee, di cui si è discusso in questo articolo.(f24.html” TARGET=”_new”>vedi fac simile).