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Timestamp: 2017-04-27 12:45:20+00:00
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un terzo orientamento (pp. 14 s.), inaugurato dalla sentenza Melfi, si collocava infine in una posizione intermedia, di incontro tra i primi due orientamenti: individuava il criterio discretivo tra le due figure di reato nella diversa intensità della pressione psichica esercitata sul privato, con la precisazione però che, per le situazione dubbie, si sarebbe dovuto far leva, in funzione complementare, sul criterio del vantaggio indebito da questi perseguito. 3. Le S.U., va subito detto, non avallano alcuno dei tre orientamenti: affermano anzi (p. 15) che ciascuno di essi "evidenzia aspetti che sono certamente condivisibili, ma non autosufficienti, se isolatamente considerati, a fornire un sicuro criterio discretivo".
5.1. Elementi comuni alle due fattispecie sono gli eventi alternativi della dazione o promessa dell'indebito (p. 22), sui quali nulla quaestio, e l'abuso della qualità o dei poteri dell'agente pubblico, che le SU inquadrano non come un presupposto del reato ma come "un elemento essenziale della condotta di costrizione o di induzione, nel senso che costituisce il mezzo imprescindibile per ottenere la dazione o la promessa di denaro. D'altra parte, l'uso del gerundio - 'abusando' - conferma lo stretto nesso tra l'abuso e la condotta attraverso la quale esso si manifesta". L'abuso - sottolineando in particolare le SU - "è lo strumento attraverso il quale l'agente pubblico innesca il processo causale che conduce all'evento terminale: il conseguimento dell'indebita dazione o promessa". La condotta tipica, nelle fattispecie in esame, non si esaurisce dunque, rispettivamente, nella costrizione o nell'induzione: "abuso, da una parte, e costrizione o induzione, dall'altra parte...sono condotte che si integrano e si fondono tra loro. Fatta questa precisazione, le SU si preoccupano di chiarire il significato del concetto di abuso di qualità/poteri (p. 22 s.) che, conformemente alle indicazioni della richiamata dottrina, viene definito come strumentalizzazione di poteri e qualità per il perseguimento di fini illeciti; come deviazione dalla funzione tipica del diritto all'uso di poteri e qualità (sicché, precisano le SU a p. 24, è peraltro "riconducibile all'abuso di poteri anche l'esercizio strumentale di un'attività oggettivamente lecita e doverosa per ottenere un'indebita utilità"). 5.2. Oltre ai soggetti attivi (la sola concussione è limitata al pubblico ufficiale), gli elementi differenziali delle due fattispecie in esame sono rappresentati, per l'appunto, dalle condotte di 'costrizione' e 'induzione' (p. 24 s.). Qui la sentenza entra nel "vero cuore del problema" (p. 25), che risiede per l'appunto nella individuazione della linea di confine tra le due condotte.
La netta conclusione alla quale giungono le SU (p. 39) - sviluppando a quanto ci sembra tesi sostenute da Vincenzo Mongillo sulle pagine di questa Rivista[8] - è dunque che danno ingiusto e indebito vantaggio "sono elementi costitutivi impliciti", rispettivamente, delle fattispecie di cui agli artt. 317 e 319 quater c.p. Si tratta in particolare, secondo le SU, di elementi che il giudice deve apprezzare "con approccio oggettivistico" ma senza trascurare la sfera conoscitiva e volitiva del privato. A risultare decisiva, in sede probatoria, sarà pertanto "l'indagine sulle spinte motivanti" la dazione o promessa indebita (p. 39).
prospettazione di un danno generico (p. 41) che il destinatario, per autosuggestione o per metus ab intrinseco, può caricare di significati negativi, paventando di poter subire un'oggettiva ingiustizia. Anche in questo caso - che, notiamo per inciso, può venire in rilievo rispetto all'imputazione per concussione nella vicenda Berlusconi-Ruby (e forse anche nella vicenda Vendola-Ilva) - il giudice dovrà valutare se vi è stata o meno prevaricazione costrittiva. Avvertono però le SU che "il percorso valutativo, per ritenere la sussistenza di questa, deve tenere presente, in particolare, che quanto più il supposto danno è indeterminato tanto più l'intento intimidatorio del pubblico agente e i riflessi gravemente condizionanti - per metus ab extrinseco - l'autodeterminazione della controparte devono emergere in modo lampante, per poter pervenire a un giudizio di responsabilità per concussione"; minaccia-offerta o minaccia-promessa (p. 41 s.), che ricorre quando il p.u. minaccia un danno ingiusto (ad es., l'esclusione illegittima e arbitraria da una gara d'appalto) e contestualmente promette un vantaggio indebito (la sicura vincita della gara in caso di dazione o promessa dell'indebito): in casi del genere, come si è detto, il giudice deve stabilire se il motivo della dazione/promessa dell'indebito risiede nella prospettiva del danno o del vantaggio. Sono, notano le SU per inciso, i casi nei quali il criterio impostato sulla dicotomia male ingiusto/giusto (patrocinato a partire dalla sentenza Roscia) mostra il suo limite;