Source: http://asiloineuropa.blogspot.it/2015/06/proposta-di-ricollocazione-tra-i-paesi.html
Timestamp: 2017-09-23 07:32:27+00:00
Document Index: 123365220

Matched Legal Cases: ['art. 78', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 22', 'art. 21', 'art. 6', 'art. 27', 'art. 3']

Premessa. La base giuridica
Partiamo intanto dalla base giuridica su cui si fonda la proposta di Decisione, cioè l'art. 78.3 del TFUE che così recita:
“Qualora uno o più Stati membri debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi, il Consiglio, su proposta della Commissione, può adottare misure temporanee a beneficio dello Stato membro o degli Stati membri interessati. Esso delibera previa consultazione del Parlamento europeo.”
Da qui si ricava che: 1) si deve trattare di misure temporanee; 2) a beneficio di uno o più Stati; 3) i quali debbano affrontare una situazione di emergenza caratterizzata da un afflusso improvviso di cittadini di paesi terzi.
Le ragioni della proposta. Quando si può parlare di emergenza?
Si tratta innanzitutto, come ampiamente detto, della “ricollocazione”, cioè di una distribuzione di richiedenti asilo in chiaro bisogno di protezione internazionale tra i Paesi europei, secondo un indice, allegato alla proposta, che fa riferimento a vari parametri (popolazione, PIL, tasso di disoccupazione, numero di richieste di asilo e di rifugiati reinsediati negli anni passati).
Questa distribuzione è limitata in vari sensi:
si applica solo nei confronti di richiedenti asilo le cui domande dovrebbero essere esaminate, ai sensi del Regolamento Dublino, da Italia e Grecia (art. 3 par. 1); ciò significa che eventuali richiedenti asilo che fossero entrati irregolarmente in Italia o in Grecia ma che fossero di competenza di altri Stati (ad es. perché hanno dei familiari stretti titolari di protezione internazionale in altri Paesi) non rientrerebbero in questa Decisione ma sarebbero trasferiti verso il Paese competente in base agli ordinari criteri di Dublino (che, spesso si dimentica, possono anche individuare un Paese responsabile per l'esame della domanda diverso da quello di ingresso irregolare);
si applica solo a richiedenti asilo provenienti da Paesi i cui cittadini sono riconosciuti come titolari di protezione internazionale in prima istanza nel 75% dei casi in base ai più recenti dati Eurostat (dunque, allo stato attuale, solo a siriani ed eritrei ma non è escluso che altre nazionalità possano entrare nella lista in futuro); in caso di persone apolidi, si fa riferimento all'ultimo stato di residenza abituale (art. 3 par. 2);
Italia e Grecia dovranno, con l'assistenza dell'EASO e di funzionari di altri Paesi, identificare i richiedenti asilo da ricollocare, dando priorità alle persone vulnerabili ai sensi dell'art. 22 della Direttiva Accoglienza (in realtà crediamo che si voglia fare riferimento all'art. 21, che elenca come vulnerabili “i minori, i minori non accompagnati, i disabili, gli anziani, le donne in stato di gravidanza, i genitori singoli con figli minori, le vittime della tratta degli esseri umani, le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali e le persone che hanno subito torture, stupri o altre forme gravi di violenza psicologica, fisica o sessuale, quali le vittime di mutilazioni genitali femminili”).
Quindi, gli altri Stati membri indicheranno, “appena possibile”, il numero dei richiedenti che possono essere immediatamente ricollocati sul loro territorio. Sulla base di questa informazione, Italia e Grecia emaneranno, “appena possibile”, una decisione di ricollocazione verso uno specifico Stato membro per ogni richiedente coinvolto. Nel preambolo della Decisione (Considerando n° 26) si legge che Italia e Grecia, nel decidere sullo Stato di ricollocazione, dovrebbero tener conto delle caratteristiche di ogni specifico richiedente, incluso della lingua parlata, al fine di facilitare il percorso di integrazione. Quanto ai richiedenti vulnerabili, invece, dovrebbe essere considerata la capacità dello Stato di destinazione di fornire adeguato supporto.
Appare evidente lo sforzo della Commissione di velocizzare la procedura, anche se il ricorso costante all'espressione “appena possibile”, anziché a scadenze perentorie e a meccanismi di silenzio-assenso, nonché la mancanza di conseguenze qualora la procedura duri più di un mese non aiutano.
La nostra impressione - considerati i vari passaggi (e la citata mancanza di scadenze perentorie), le valutazioni da fare (dall'effettiva nazionalità fino alle vulnerabilità, alla maggiore o minore età, etc...), gli accordi con gli altri Paesi (che immaginiamo non accetteranno sic et simpliciter tutti i trasferimenti proposti da Italia e Grecia ma vorranno fare verifiche, controlli e in certi casi vorranno utilizzare la clausola sulla sicurezza nazionale e l'ordine pubblico - è che la procedura rischi di essere in realtà molto meno “snella” di come appare sulla carta. Senza considerare possibili resistenze da parte dei richiedenti asilo (all'identificazione o al trasferimento in uno Stato), nonché la possibilità (di cui parleremo sotto) di fare ricorso contro la decisione di ricollocazione.
Diritti e obblighi dei richiedenti asilo
Tra i diritti dei richiedenti l'art. 6 della proposta prevede: i) l'obbligo per gli Stati di considerare sempre il prevalente interesse del minore; ii) l'obbligo di assicurare che i membri della famiglia (in senso stretto, si veda la definizione di familiare di cui al Regolamento Dublino) siano ricollocati nello stesso Stato; iii) l'obbligo per Italia e Grecia di fornire informazioni sulla procedura di ricollocazione ai richiedenti in una lingua che per lo meno è ragionevole supporre conoscano; iv) l'obbligo per Italia e Grecia di notificare al richiedente per iscritto la decisione di ricollocarlo (tale decisione deve indicare qual è lo Stato di destinazione).
Nulla si dice, in questo articolo (né in altri), circa il diritto a un rimedio effettivo. Sarà dunque possibile per un richiedente fare ricorso contro la decisione di trasferirlo?
La risposta si trova solo nella parte non vincolante della Decisione, cioè nel considerando n° 28 del Preambolo, laddove si dice che le persone hanno diritto a un rimedio effettivo contro la decisione di ricollocazione, in linea con il Regolamento Dublino (dunque con effetto sospensivo, sebbene non per forza automatico, si veda l'art. 27 del Regolamento).
È ovvio d'altronde che, in analogia a quanto già affermato dalla Corte di Giustizia con riferimento ai “trasferimenti-Dublino” (e recepito peraltro nell'ultima versione del Regolamento, si veda il nuovo art. 3), anche questi “trasferimenti di ricollocazione” dovranno prevedere la possibilità per le persone coinvolte di confutare la presunzione che, nel Paese di destinazione, i loro diritti fondamentali non saranno in pericolo. Si pensi a chi verrà assegnato a Paesi più volte oggetto di “attenzioni” per le condizioni critiche del loro sistema di asilo quali l'Ungheria o Malta. O a Paesi che finora hanno accolto numeri bassissimi di richiedenti asilo e i cui sistemi di asilo potrebbero a loro volta andare presto in difficoltà: è il caso del Portogallo che ha ricevuto nel 2014 appena 440 domande di asilo mentre sulla base della proposta della Commissione, dovrebbe accogliere circa 1.700 persone in due anni, o dell'Estonia (155 domande nel 2014 e una previsione di dover accogliere quasi 750 persone in due anni da Italia e Grecia).
Tra gli obblighi dei richiedenti, la proposta inserisce quello di non recarsi in altri Paesi rispetto a quello di ricollocazione. Chi venisse ritrovato in un Paese diverso (senza averne titolo) verrebbe rimandato nel Paese di ricollocazione. La proposta non dice niente ma anche in questo caso dovrebbe essere riconosciuto all'interessato il diritto a un rimedio effettivo.
Supporto operativo a Italia e Grecia
Perplessità che derivano i) dalla confusione in merito all'obiettivo di questo meccanismo e ii) dalla sua concreta messa in atto e dalla sua reale portata.
Quanto al primo punto, ci pare davvero arduo sostenere che il meccanismo, come si legge nella premessa della proposta, serva ad assicurare una partecipazione “equa e bilanciata” di tutti gli Stati allo sforzo comune necessario a gestire i grandi arrivi in particolare negli Stati di frontiera.
Limitandoci all'Italia, è evidente che la situazione di emergenza in cui si trova il nostro Paese non può essere alleggerita con il trasferimento di un certo numero di persone “in chiaro bisogno di protezione” (allo stato attuale siriani ed eritrei). Si pensi solo che nel 2014 i siriani che hanno presentato domanda di asilo in Italia sono stati 505 (in calo del 20% rispetto al 2013!), gli eritrei 480 (in calo del 77%!). Tutti gli altri siriani ed eritrei, e parliamo di decine di migliaia di persone, hanno semplicemente attraversato l'Italia, rifiutandosi di lasciare le proprie impronte digitali, per recarsi all'estero e raggiungere i propri familiari, amici, connazionali.
Ci pare, dunque, che la proposta – la quale deve essere necessariamente letta assieme al giro di vite sull'identificazione dei migranti attraverso il cosiddetto “approccio hotspot” (si vedano in proposito la nostra analisi dell'Agenda UE sulla migrazione e le linee guida della Commissione sull'identificazione) – sia in realtà diretta
ad identificare in maniera sistematica i migranti irregolari e i richiedenti asilo (anche ricorrendo ampiamente al trattenimento e all'uso della forza);
a tentare di alleggerire la pressione sugli Stati del Nord Europa (Germania e Svezia in primis) i quali avrebbero, grazie proprio a questo giro di vite, meno difficoltà nel rinviare i richiedenti asilo verso gli altri Paesi;
a obbligare i Paesi di frontiera (Italia su tutti) a dotarsi di strumenti più efficaci ed efficienti in materia di esame delle domande di asilo (si ricorderà l'accento posto nell'Agenda sulla migrazione sulla possibilità di fare ricorso a procedure accelerate e al concetto di Paesi di origine sicuri) e rimpatrio dei migranti irregolari e dei richiedenti asilo rigettati;
a prevedere, in Italia e Grecia, una presenza più forte di funzionari di altri Stati e di Agenzie UE a supporto (ma qualcuno potrebbe dire anche a monitoraggio) di tutto questo.
Quanto al secondo punto (la concreta messa in atto e la reale portata di questa ricollocazione) ci chiediamo – non senza una certa dose di preoccupazione – come potrà realizzarsi concretamente questo piano, soprattutto in Italia (il caso greco è in parte diverso). Continuiamo infatti ad avere seri dubbi che chi fino ad oggi ha rifiutato sistematicamente di farsi prendere le impronte digitali accetti di farlo con la prospettiva
i) di rimanere “bloccato” in Italia (o comunque di potervi essere rinviato molto più facilmente in futuro); oppure
ii) di essere ricollocato in Portogallo, a Cipro, a Malta, in Ungheria, in Romania, in Spagna,...rimanendo quindi “bloccato” in quei Paesi (o comunque di potervi essere rinviato molto più facilmente in futuro); oppure
3) che ogni meccanismo che non tenga in ampia considerazione la volontà dei richiedenti asilo (dettate dai loro legami familiari e di comunità e dalle prospettive di trovare opportunità lavorative) sia destinato a fallire. Su questo la proposta della Commissione fa qualche timido passo in avanti (si veda il Considerando n° 26) ma è ancora molto poco.
Così come il Regolamento Dublino ha dato prova, in tutti questi anni, di grande inefficienza e di un impatto sulle vite dei richiedenti asilo decisamente sproporzionato rispetto ai (pochi) vantaggi resi agli Stati, allo stesso modo questo meccanismo di ricollocazione rischia di seguire lo stesso solco e di rivelarsi l'ennesimo strumento che tenta, con un impatto molto ridotto in termini di efficacia, di regolamentare dei movimenti all'interno di un'area con enormi differenze al suo interno e (sulla carta e in larga parte anche nella pratica) priva di controlli alle frontiere interne.