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Timestamp: 2020-02-24 08:25:19+00:00
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Separazione giudiziale con addebito (divorzio): sentenze di Cassazione
Separazione giudiziale con addebito: sentenze di Cassazione sulla separazione con addebito (ovvero separazione per colpa o divorzio giudiziale) a cura dell’agenzia investigativa A-Z e del suo titolare Dario Caldelli, investigatore privato professionista dal 1975, cui puoi rivolgerti per un preventivo telefonico immediato al n° 3356661227 (24 ore su 24) e per una consulenza, su ogni tipo di investigazione privata e sull’utilizzo legale di apparecchiature investigative adatte al tuo “caso”.
Cass. civ., Sez. 1°, sentenza n. 34 del 7/01/2008 (separazione giudiziale)
Il XX/XXX/1999 F.G. chiese al tribunale di *** che fosse dichiarata la separazione personale dalla moglie S. R.G., senza addebito.
Esperito inutilmente il tentativo di conciliazione, il presidente del tribunale respinse la richiesta di assegno.
Nel corso del giudizio fu eccepita la nullità dell’ordinanza che aveva autorizzato i coniugi a vivere separatamente.
Con sentenza XX/XXX/2005 il tribunale pronunciò la separazione personale, respinse le domande della S. e compensò le spese processuali.
La sentenza impugnata da quest’ultima e con appello incidentale, quanto alle spese giudiziali, dal F., è stata interamente confermata con decisione XX/XX/2006 dalla corte di appello di Catania, che ha compensato le spese del giudizio.
Ha ritenuto la corte di merito infondata la eccezione di nullità del giudizio di primo grado, per l’omesso esperimento del tentativo di conciliazione, dal momento che l’impedimento dedotto dalla ricorrente a comparire nell’udienza presidenziale del XX/XXX/2000 non realizzava ostacoli effettivi ed assoluti alla sua presenza, che giustificassero ulteriori rinvii, oltre quello già ottenuto nella prima udienza di comparizione del XX/XXX/1999.
Propone ricorso per cassazione con tre motivi illustrati da memoria S.R.G.; resiste con contro-ricorso F. G., che propone anche ricorso incidentale con un motivo.
Assume la ricorrente che quel tentativo è sempre obbligatorio e solo la ingiustificata comparizione del coniuge convenuto giustifica l’ulteriore corso del giudizio; e lamenta che non sia logica la prospettazione delle ragioni, per le quali era stata disattesa la documentazione che aveva giustificato la richiesta di differimento.
Contesta l’affermazione della sentenza impugnata che il tentativo di conciliazione non sia indispensabile, esso invece corrispondendo ad una ineludibile esigenza di difesa.
Con il secondo mezzo si denunziano violazione e falsa applicazione degli articoli 143 e 151 c.c., comma 2 e insufficienza e contraddittorietà della motivazione in ordine all’addebito della separazione al marito, a fronte della sua confessione.
Con il terzo motivo è denunziata la violazione, nonché la falsa applicazione degli articoli 188, 244 c.p.c., unitamente al vizio di motivazione sulla mancata ammissione delle prove articolate, perché ritenute irrilevanti, benchè aderissero a precise circostanze relative alla relazione extraconiugale del F..
La corte territoriale ha preso in esame la certificazione medica prodotta in quella udienza – la seconda rispetto alla introduzione del giudizio, essendo stata la prima rinviata per l’impedimento analogo a quello certificato successivamente – ed ha rilevato che gli esami diagnostici ai quali la interessata avrebbe dovuto sottoporsi in Roma cadevano nei giorni successivi – il ricovero nel Policlinico Gemelli in realtà avvenne due giorni dopo – e non in quello stesso per il quale la comparizione era stata disposta; e, considerato che per tale data non risultavano segnalate sintomatologie patologiche diverse da quella di cui soffriva e che pochi giorni prima le aveva consentito un viaggio da ***, sua città di residenza, a ***, ha concluso che l’impedimento dedotto non risultava idoneo ad impedire alla S. di comparire nella udienza fissata per il XX/XX/2000, raggiungendo *** per via aerea.
La corte di appello ha rilevato che le deduzioni istruttorie in ordine alla condotta del F., posta a fondamento della predetta richiesta, hanno avuto una “collocazione temporale del tutto generica ed indeterminata … e devono pertanto reputarsi irrilevanti ed inconducenti ai fini della decisione sull’addebito, non risultando specificamente anteriori all’allontanamento del F. dal domicilio coniugale, conseguente alla ormai irreparabile e consolidata rottura del rapporto spirituale e materiale tra i coniugi (XX/XX/1998) ed alla successiva autorizzazione giudiziale a vivere separati (XX/XXX/2000), come era indubbiamente richiesto a fronte della precisa contestazione dell’appellato, che ha posto l’inizio della predetta relazione sentimentale in una epoca in cui era ormai definitivo ed irreversibile il fallimento dell’unione coniugale e dopo l’autorizzazione presidenziale a vivere separati, ed ha precisato che tale successiva relazione affettiva non aveva rivestito alcuna efficienza causale sulla separazione personale”.
E tale convincimento ha espresso attraverso l’analisi di ciascun capitolo di prova, per l’interrogatorio formale e per testi, dedotto dalla S., nei quali non ha rinvenuto le circostanze di tempo utili ad un giudizio di rilevanza e dunque di ammissibilità dei mezzi istruttori.
Nessun pregio ha, a fronte di tali rilievi, la deduzione della ricorrente che vi sia stata la confessione del F. della sua relazione extraconiugale e dell’abbandono del tetto coniugale, posto che la mancata specificazione, nelle deduzioni di prova – che la sentenza impugnata ha accertato – dei tempi di riferimento di tali eventi, non consente di collocarli in modo diverso da quanto ha ammesso il marito, per la irrilevanza di quelle condotte, ai fini dell’addebito, una volta che del fallimento dell’unione coniugale siano state effetto e non causa (Cass. 17710/2005; 4290/2005; 18132/2003; 4290/2003).
E analoghe considerazioni valgono per la determinazione del coniuge, manifestata dopo che quel fallimento si era consolidato, di non prestare più, nella sua qualità di medico, assistenza sanitaria alla moglie, decisione che, lungi dal risultare contraria ai doveri di generica assistenza personale, si appalesa logicamente conseguente alla crisi coniugale e alle tensioni che essa aveva prodotto, la cui misura è confermata dalla permanenza del contenzioso giudiziale sui temi dell’addebito ancora a distanza di nove anni dalla sua insorgenza; sicché la applicazione degli articoli 143 e 151 c.c., comma 2 e la motivazione sul punto e in tal senso della corte territoriale risultano, rispettivamente, corretta e congrue e in alcun modo contraddette dal quesito di diritto proposto, che in realtà costituisce l’astratta enunciazione della regola fissata in tali disposizioni, nel momento in cui a quelle norme e alla conseguente pronuncia di addebito si correla la condotta del coniuge che “con i propri comportamenti del matrimonio abbia determinato la frattura”.
Nè giova a sostenere il terzo motivo di censura la formulazione dei capitoli di prova, la quale giustifica il giudizio di inammissibilità della corte di merito, in quanto le circostanze dedotte risultano, come essa ha affermato, disancorate da precisi riferimenti temporali, perché affidate ad espressioni come “relazione pluriennale”, “da diversi anni”; giudizio che non può essere criticato con l’argomento che in sede di assunzione della prova avrebbe potuto la persona interrogata fornire le precisazioni ed integrazioni eventualmente ritenute opportune, trattandosi di interrogatorio formale – e non libero – e di prova testimoniale, che richiedono l’uno e l’altra la specifica indicazione dei fatti (artt. 230 e 244 c.p.c.), ancor più quando, come nella specie, la datazione degli eventi dedotti, ben conosciuti dalla parte che li ha esplicitati, è stata prospettata come risolutiva della questione e dunque indispensabile ai fini del corretto esercizio del contraddittorio.
La corte di appello ha fondato la decisione di compensare le spese processuali su “la natura della controversia, la particolare conflittualità tra le parti e l’esito finale del giudizio” sicché senza alcun fondamento è l’assunto che la compensazione sia ingiustificata; e le stesse ragioni, unitamente alla reciproca soccombenza, conducono alla compensazione anche del presente giudizio.
Così deciso in Roma, il 30 novembre 2007. Depositato in Cancelleria il 7 gennaio 2008
Cassazione, Sezione Prima Civile
Sentenza n.8512/2006 (separazione per colpa)
(Presidente: M. G. Luccioli; Relatore: P. Giuliani)
Con il secondo motivo di gravame, del cui esame congiunto con il precedente si palesa l’opportunità involgendo entrambi la trattazione di questioni strettamente connesse, lamenta il ricorrente incidentale omessa o insufficiente motivazione, nonché violazione dell’art. 116, comma I, c.p.c. sul punto decisivo della controversia relativo all’accertamento (anche in via comparativa) della causa dell’intollerabilità della prosecuzione della convivenza posta a fondamento della richiesta di addebito della separazione giudiziale, in riferimento all’art. 360, n. 5, c.p.c., deducendo: che, con riguardo alla condotta del F., preme sottolineare l’assoluta irrilevanza dell’asserita (ma non direttamente provata, ne esattamente collocata nel tempo dal giudice di merito) conoscenza di una ragazza cecoslovacca da parte dello stesso F., sia perché la conoscenza di una ragazza non può rappresentare violazione dei doveri coniugali tale da giustificare una separazione, sia, soprattutto, perché non risulta dimostrato che siffatta circostanza abbia costituito un antecedente causale della crisi coniugale; che la deposizione del teste A.F., figlio delle parti ed, all’epoca, in lite giudiziaria con il padre per avere avanzato nei suoi confronti domanda di mantenimento, andava e va giudicata come inattendibile; che del tutto contraddittoria è la motivazione quanto al collegamento operato dai giudici di appello tra la conoscenza della ragazza cecoslovacca, il ritrovamento di un bigliettino e la discussione tra il F. e la S., in conseguenza della quale quest’ultima avrebbe subito una lesione all’occhio, atteso che l’episodio delle lesioni è del 1988, mentre la conoscenza cecoslovacca risale, secondo la testimonianza di A.F., ad un anno prima della separazione (cioè 1991); che la Corte territoriale neppure ha fatto prudente apprezzamento della sentenza penale richiamata nella decisione impugnata, la dove il Pretore, al solo fine di negare la sussistenza del reato imputato al F., ha accennato a fatti sintomatici di un pesante clima familiare; che del tutto insufficiente, se non omessa, è la motivazione di appello la quale non ha considerato, ai fini della decisione, la circostanza dell’allontanamento della S. dalla casa coniugale, ne ha comparato l’episodio imputato al F. nel biennio antecedente all’inizio della causa di separazione con la relazione extraconiugale della S.
La Corte territoriale, infatti, dopo aver riconosciuto, con incensurabile apprezzamento, l’impossibilità di addebitare la separazione al F. per la mancanza di impugnazione sul punto, ha, tuttavia, ritenuto dimostrato che il comportamento della moglie, che iniziò una relazione con il comune amico M. alla fine del 1991, intervenne dopo che i rapporti coniugali erano già irrimediabilmente guastati, onde l’assurdità di imputare il fallimento del matrimonio alla stessa moglie, nel senso esattamente: che il comune figlio A. ha riferito che un anno prima della separazione dei genitori (domanda della S. del luglio 1992) il padre aveva riferito che aveva conosciuto una ragazza in Cecoslovacchia e che sperava di separarsi e di portarla in Italia perché aveva con lei una relazione, laddove egli aveva anche ascoltato una telefonata con la ragazza (e) della ragazza il F. parlò anche col M. e con l’altro figlio; che è accertato poi che tempo prima la moglie aveva trovato un biglietto della ragazza, che v’era stata una lite e che la S. era finita in ospedale per una lesione all’occhio (il ricovero è del 4/8/1988); che il processo per maltrattamenti a carico del F. si concluse con l’assoluzione per la mancanza della continuità della condotta violenta, ma il giudice diede nella sentenza (in data 19/4/1996) atto della mancanza di dialogo da parte del F. con i familiari, del fatto che faceva pesare ai familiari la dipendenza economica dai suoi redditi, del clima pesante che c’era in casa, dello stato di prostrazione che l’inconcludente rapporto col marito-padre cagionava alla S. e ai figli.
Così argomentando, detto giudice ha fatto corretta applicazione dei principi secondo i quali: il giudice di merito, ai fini dell’esame della domanda di addebito della separazione, deve procedere ad una valutazione globale comparativa del contegno di ciascuno dei coniugi, nel senso che detto giudice è tenuto ad indagare la sussistenza del nesso di causalità tra i comportamenti in violazione dei doveri coniugali accertati a carico di uno o di entrambi i coniugi e l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, la quale, pure, deve essere verificata dal giudice sulla base dell’anzidetta valutazione globale e comparativa del contegno di entrambi i coniugi, non potendo la condotta riprovevole dell’uno essere giudicata senza un raffronto con quella dell’altro e consentendo solo tale apprezzamento di riscontrare se e quale incidenza esse abbiano avuto, nel loro reciproco interferire, quanto al verificarsi della crisi matrimoniale, allo scopo di individuare se il contegno censurato non sia solo l’effetto di una frattura coniugale già verificatasi così da risultare relativamente giustificato, essendo la prova di determinati comportamenti di un coniuge in grado di influire sulla valutazione dell’efficacia causale dei comportamenti dell’altro (Cass. 18 mar. 1999, n. 2444; Cass. 12 gen. 2000, n. 279; Cass. 14 nov. 2001, n. 14162; Cass. 6 dic. 2004, n. 22786; Cass. 10 giu. 2005, n. 12373); l’inosservanza dell’obbligo di fedeltà coniugale rappresenta una violazione particolarmente grave, la quale, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi, di regola, circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge responsabile, sempreché non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale, mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi, tale che ne risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto, onde la riferita infedeltà può essere causa (anche esclusiva) dell’addebito della separazione solo quando risulti accertato che ad essa sia, in fatto, riconducibile la crisi dell’unione, mentre oil relativo comportamento (infedele), se successivo al verificarsi di una situazione di intollerabilità della convivenza, non è, di per se solo, rilevante e non può, conseguentemente, giustificare una pronuncia (di addebito) del genere di quella sopraindicata (Cass. 28 ott. 1998, n. 10742; Cass. 7 sett. 1999, n. 9472; Cass. 9 giu. 2000, n. 7859; Cass. 18 sett. 2003, n. 13747).
A quest’ultimo riguardo, poi, conviene notare: che l’esistenza di una (pregressa) relazione del F. con una ragazza cecoslovacca è stata apprezzata da detto giudice sulla base non solo della deposizione del comune figlio A., onde si palesano niente affatto decisive le censure del ricorrente incidentale relative all’attendibilità del teste, il quale, peraltro, ha inequivocabilmente riferito ad un anno prima della separazione dei genitori (domanda della S. del luglio 1992), ovvero al luglio 1991, non già l’avvio della predetta relazione, bensì le confidenze del padre circa il fatto che aveva conosciuto una ragazza in Cecoslovacchia e che sperava di separarsi e di portarla in Italia perché aveva con lei una relazione (di data evidentemente anteriore), ma altresì sulla base vuoi delle ulteriori confidenze del F. col M. e con l’altro figlio, vuoi della circostanza che tempo prima la moglie aveva trovato un biglietto della ragazza, che c’era stata una lite e che la S. era finita in ospedale per una lesione all’occhio (il ricovero è del 4/8/1988); che, del resto, l’esistenza di un quadro degradato di vita familiare (a riprova di una situazione di intollerabilità della convivenza realizzatasi anteriormente ai comportamenti posti in essere dalla S.) è stata riconosciuta dalla Corte territoriale sulla base anche dell’incensurato apprezzamento di fatto secondo cui il processo per maltrattamento a carico del F. si concluse con l’assoluzione per la mancanza della continuità della condotta violenta, ma il giudice diede nella sentenza (di data 19/4/1996) atto della mancanza di dialogo da parte del F. con familiari, del fatto che faceva pesare ai familiari la dipendenza economica da suoi redditi, del clima pesante che c’era in casa, dello stato di prostrazione che l’inconcludente rapporto col marito- padre cagionava alla S. e ai figli.
Con il primo motivo di gravame, lamenta la ricorrente principale violazione dell’art. 156 c.c., in relazione all’art. 360, n. 3, c.p.c., assumendo: che il F., già impiegato alla Banca d’Italia, godeva dal 1991 di un reddito di £ 43.700.000, era titolare di BOT e di titoli azionari, oltrechè proprietario dell’appartamento dove viveva (con due posti macchina) e di una barca a vela del valore (all’epoca) di non meno di £ 80.000.000; che già all’inizio della causa, comparate le situazioni dei due coniugi, considerato che la S. era assolutamente priva di reddito in quanto casalinga, si deve concludere che l’assegno fissato in sede provvisoria (£ 600.000 mensili) era dl tutto insufficiente; che, se si tiene conto del reddito sopravvenuto della S., altrettanto si deve tener conto della situazione patrimoniale del F. alla luce della sopravvenuta eredità paterna; che la valutazione della situazione della ricorrente considera il reddito lordo dell’attrice, mentre quello netto, compreso il lavoro straordinario, si aggira intorno ai 24 milioni annui; che, per questo lavoro, la S. è costretta a vivere a Milano e ben può reputarsi notorio il costo della vita in quella città; che, se l’attrice si è indotta ad acquistare un appartamento, l’ha fatto per evitare di continuare a pagare un affitto altissimo, contraendo un mutuo bancario; che, mentre la situazione patrimoniale della S. non è migliorata con l’acquisto immobiliare sopra ricordato, quella del F., già estremamente florida (in ragione delle proprietà immobiliari, della barca di grosse dimensioni, che continua ad essere sua anche se fittiziamente intestata alla propria attuale compagna e che altrettanto fittiziamente ha dichiarato di aver acquistato con un prestito del padre restituito con il TFR, delle auto di lusso, dei viaggi, della cospicua liquidazione e della pensione percepita dalla Banca d’Italia), è divenuta vieppiù florida dopo l’eredità paterna; che, senza tenere conto che si tratta di terreni incolti siti all’interno della Croazia, privi di reddito e di qualsiasi utilizzabilità; che l’ammontare del TFR e della pensione risultano agli atti; che la S. ha un’anzianità di servizio presso la Banca sua datrice di lavoro decorrente dal 30/6/1996, onde non potrà mai fruire di una pensione; che la stessa, non più giovane, è costretta a spendere cifre notevoli per medici e medicine (£ 2.294.000 nel 2000 e £ 642.500, nel 2001), mentre, soffrendo di svariate patologie, ha necessità di cure e di affrontare, quindi, le relative, ingenti spese; che le patologie allegate dal F. riguardano disturbi preesistenti, e non già sopravvenuti in corso di causa, i quali mai gli hanno impedito di condurre la propria vita e che gli peseranno di meno ora che non lavora più; che ha, perciò, errato la Corte territoriale nel valutare comparativamente uguali le situazioni reddituali e patrimoniali delle due parti e nel ritenere che l’attuale reddito della S. le possa consentire di mantenere un tenore di vita analogo al precedente.
Detto giudice ha, quindi, correttamente ritenuto che, nella specie, non esistono i presupposti per la condanna della S. per lite temeraria, avendo argomentato, per un verso, sulla base dell’incensurato (di per sé) apprezzamento di fatto secondo cui al momento della proposizione delle domande giudiziali (1992) la S. non lavorava, ed iniziò a lavorare nel giugno 1996, onde l condivisibile conclusione che, quando la predetta nell’atto introduttivo e poi in sede di interrogatorio formale (1994) aveva negato di avere redditi di lavoro, aveva detto il vero.
Per altro verso, l’ulteriore affermazione del medesimo giudice in ragione della quale la circostanza consistente nel non aver poi riferito in corso di causa il fatto nuovo sopravvenuto, e cioè di aver iniziato un’attività la,vorativa, attiene al comportamento processuale, liberamente valutabile dal giudice, anche ai fini del regolamento delle spese, da un lato non contraddice al disposto del I comma del sopraccitato art. 96 c.p.c., che, come si è visto, riconosce la sussistenza della responsabilità in parola nel caso in cui la parte soccombente ha agito…in giudizio con mala fede e colpa grave (che è cosa evidentemente diversa dal non aver poi riferito in corso di causa il fatto nuovo sopravvenuto…), mentre dall’altro lato, non è stata specificatamente denunziata nel senso di prospettare analiticamente, in ossequio al principio stesso di autosufficienza del ricorso, l’intervenuta esecuzione forzata, pur dopo il giugno 1996, del provvedimento in contestazione, così da consentire a questa Corte di censurare la sentenza impugnata sotto le specie di cui al II comma del già richiamato art. 96 c.p.c.
Con il quinto motivo di gravame, lamenta il ricorrente incidentale violazione dell’art. 2043 c.c., in relazione agli artt. 143, comma II, 2697 c.c., nonché omessa o insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia, deducendo che, poiché il comportamento tenuto dalla S. in violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale costituisce un illecito del quale doveva essere data prova in giudizio, l’esborso sostenuto dal F. per il compenso all’investigatore privato rappresenta un danno da risarcire, la cui dimostrazione è offerta dai documenti prodotti, che la Corte territoriale non ha presso in considerazione al pari della testimonianza del sig. C. in data 19//1998.
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