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Document Index: 115043856

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 16', 'art. 4', 'art. 15', 'art. 4', 'art. 11']

Sicurezzapratica.com | Articoli e informazioni sulla sicurezza del lavoro | Pagina 2
Pubblicato il 11 febbraio 2018	di sicurezzapratica
La norma Iso 45001 sui sistemi di gestione della salute e della sicurezza sul lavoro è stata approvata definitivamente e sarà pubblicata a marzo 2018.
Il nuovo Punto 4 è dedicato all’analisi, da parte dell’organizzazione, del contesto in cui essa opera, nonché dei bisogni e delle aspettative delle parti interessate, quali requisiti “propedeutici” alla corretta impostazione di tutto il SGSS. La norma è chiara nel delineare la finalità di queste nuove attività, il cui obiettivo essenziale è quello di comprendere le questioni più importanti del contesto che possono influenzare, positivamente o negativamente, il modo in cui l’azienda affronta le proprie responsabilità in materia di salute e sicurezza.
Queste modifiche – oltre a rispondere alla necessità di conformare la struttura della norma all’High Level Structure – mirano a dare attuazione all’obiettivo di rafforzare la relazione tra gestione della salute e sicurezza ed il core business dell’organizzazione. L’integrazione delle strategie e delle priorità di business dell’organizzazione non può infatti realizzarsi se non attraverso un maggiore coinvolgimento e impegno del Top Management e l’esercizio di una leadership forte a sostegno del radicamento degli impegni di salute e sicurezza dell’organizzazione nel business dell’azienda. Si tratta di un messaggio molto chiaro e preciso, nel quale si afferma chiaramente come il successo di un SGSS dipenda dall’impegno di tutti i livelli e di tutte le funzioni dell’organizzazione con partecipazione attenta, attiva e consapevole di tutti i lavoratori.
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Pubblicato il 16 gennaio 2018	di sicurezzapratica
Un nuovo Interpello promosso dalla Regione Friuli trova risposta dalla Commissione Interpelli del Ministero del lavoro.
La Regione autonoma Friuli Venezia Giulia chiede se alla luce di una recente sentenza della Cassazione Penale, Sez. 3, 01 ottobre 2013, n. 40590 (Vendita di un macchinario privo delle necessarie condizioni di sicurezza: se è ceduto per essere riparato non c’è violazione) “l’atto di vendita/trasferimento di proprietà ai fini della messa a norma dell’attrezzatura di lavoro, dispositivo di protezione individuale o impianto, non configuri una violazione del precetto normativo di cui sopra limitatamente alle vendite in cui l’acquirente è un rivenditore di tale tipologia di attrezzature di lavoro, dispositivi di protezione individuale o impianti, ovvero un soggetto che si occupa di revisione e messa a norma degli stessi”.
Inoltre la Regione chiede che sia precisato:
– “se la vendita di attrezzature di lavoro, dispositivi di protezione individuali ed impianti non rispondenti alle disposizioni legislative e regolamentari vigenti, possa ritenersi legittima nel caso nel disposto contrattuale di vendita, noleggio o concessione sia prevista, da parte dell’acquirente, la messa a norma delle stesse prima del loro utilizzo”;
– “se l’esposizione ai fini della vendita, noleggio o concessione in uso delle attrezzature, dei dispositivi e degli impianti di cui sopra, in spazi commerciali, compresi spazi all’aperto e fiere, nel caso gli stessi (attrezzature/dispositivi/impianti) non siano rispondenti alle disposizioni normative sulla sicurezza sul lavoro, costituisca violazione al succitato articolo, indipendentemente dal perfezionamento dell’atto di trasferimento, sotto tutte le forme indicate, anche temporanee, del bene, salvo restando la possibilità di esporre limitate parti degli stessi, non potenzialmente funzionanti se non completate dalle parti indispensabili a soddisfare la normativa vigente sulla sicurezza sul lavoro”.
La risposta della Commissione è la seguente:
“la circolazione di attrezzature di lavoro, di dispositivi di protezione individuale ovvero di impianti non conformi, senza alcuna previsione di utilizzazione, ma con esclusivo e documentato fine demolitorio ovvero riparatorio per la messa a norma, così come la mera esposizione al pubblico, non ricadono nell’ambito di applicazione delle citate disposizioni normative, in considerazione della relativa ratio legis”, cioè dello spirito della legge.
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Pubblicato il 27 dicembre 2017	di sicurezzapratica
L’alimentazione, quindi, non solo influenza negativamente il lavoro (nei casi più gravi attraverso vere patologie che minano la produttività del singolo), ma anche positivamente, andando a incidere sulla performance individuale e sulla prevenzione del rischio, declinato per mansione specifica.
Diventa strategico per l’azienda redigere un Documento di Valutazione dei Rischi che consideri anche questi aspetti, al fine di coinvolgere e sensibilizzare i lavoratori all’importanza di adottare stili di vita sani.
Nel concetto moderno di Salute e Sicurezza è ormai impensabile concepire il lavoratore come un soggetto passivo al quale erogare le disposizioni normative, in maniera asettica. Al contrario, si tratta di un processo condiviso all’interno del quale tutti gli attori aziendali svolgono un ruolo attivo di collaborazione, nel rispetto degli obblighi specifici: il Datore di Lavoro ha il dovere di valutare TUTTI i fattori che concorrono a garantire lo stato di salute del lavoratore; nell’accezione più ampia del termine “salute” quale “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”, già menzionato poc’anzi. Non solo, il Datore di Lavoro (e i suoi collaboratori) ha l’onere di favorire e valorizzare programmi di promozione della salute secondo i principi della responsabilità sociale e oggi più che mai, il valore di una sana e corretta alimentazione è materia di discussione e di una presa di coscienza ampiamente diffusa.
Nell’ambito dei rischi emergenti, ovvero quei rischi che apparentemente non sono strettamente legati all’attività aziendale ma che intervengono a influenzare la stessa, il rischio alimentazione assume pari dignità degli ormai noti rischio aggressione; rischio rapina; rischio stress.
Ma cosa si intende con Rischio Alimentazione?
Nella percezione del lavoratore è inteso come il rischio derivante dall’impossibilità di consumare un pasto equilibrato durante l’orario di lavoro per mancanza di tempo; per mancanza di idonei spazi; per mancanza di scelta tra una varietà sana di alimenti e, di conseguenza, il dovere fare i conti con una fiacchezza e un deficit di attenzione nel dopo pasto.
Ampliando il concetto, questa nuova tipologia di rischio prevede un metodo di intervento strutturato, all’interno dell’organizzazione, che supporti la dirigenza, i collaboratori e gli stessi lavoratori a nutrirsi in maniera più sana, al fine di salvaguardare la propria salute, abbattendo il rischio infortuni e migliorando la qualità stessa del lavoro.
Già nel 2005, una relazione dell’Ufficio Internazionale del Lavoro (ILO) evidenziava quanto una scorretta alimentazione potesse provocare una perdita della produttività del 20%. Non solo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) stima che il 50% delle patologie maschili e il 25% di quelle femminili, in Europa, sono legate a stili di vita non salutari, tra i quali una dieta sbilanciata. In Italia, addirittura, sono denunciati 5 milioni di casi di obesità: ogni giorno 156 italiani perdono la vita per le conseguenze del sovrappeso, con un costo al nostro Sistema Paese pari all’1% del PIL!
Come può il sovrappeso influire sulla Sicurezza al lavoro?
I lavoratori in sovrappeso (e, nel peggior caso, obesi) non solo incorrono in infortuni sul luogo di lavoro più frequentemente rispetto ai colleghi normopeso, dati alla mano, ma sono anche maggiormente esposti al rischio di sviluppare malattie occupazionali come patologie da vibrazioni; patologie muscolo-scheletriche; asma; patologie da sostanze chimiche; disturbi da stress. Spesso hanno delle limitazioni fisiche che possono compromettere l’agilità nello svolgimento della propria mansione, con relativo deficit sulla sicurezza. Hanno maggiori difficoltà a reperire dispositivi di protezione individuale (DPI) calzanti con conseguente inadeguatezza a livello protettivo. E, infine, in caso di incidente, i lavoratori sovrappeso (e/o obesi) risentono degli effetti più gravi, in quanto l’aumento del tessuto adiposo modifica la forma del corpo che subisce diversamente l’impatto.
L’INAIL sottolinea come l’esposizione a stress cronico sul posto di lavoro aumenta del 50% la probabilità di incorrere nell’obesità. In generale, questo Ente, identifica come “fattori aziendali che favoriscono l’aumento di peso”:
l’assenza di attività fisica nel tipo di lavoro (il noto “lavoro sedentario”);
la difficoltà di parcheggiare le biciclette nei pressi dell’azienda;
la difficoltà di utilizzare mezzi pubblici per raggiungere l’azienda;
l’assenza di aree ricreative;
l’assenza di programmi aziendali di promozione della salute e di progetti riguardanti la sana alimentazione;
la scarsa conoscenza dei datori di lavoro in merito ai rischi da obesità; al benessere organizzativo, in generale;
gli scarsi incentivi di partecipazione dei lavoratori a programmi di prevenzione;
la scarsa partecipazione dei lavoratori a programmi di promozione della salute sul lavoro.
Sebbene non esista una “dieta universale”, è indubbio che sia possibile prevedere e adattare una dieta per tipologia di lavoro.
All’interno della campagna europea sulla Sicurezza sul Lavoro dell’Eu-OSHA, l’alimentazione viene concepita come uno “strumento utile a favorire un invecchiamento sano e attivo del lavoratore”, soprattutto se curata fin da giovane età. Sarebbe, pertanto, opportuno che fosse inquadrata più specificatamente all’interno del luogo di lavoro, veicolata soprattutto dal medico competente, con l’aiuto di esperti esterni. Le aziende, ad esempio, dovrebbero assicurare che “le mense e/o i distributori automatici mettano a disposizione una scelta varia che comprenda frutta e verdura già pronte all’uso; dovrebbero permettere un tempo sufficiente al consumo del pasto e promuovere l’attività fisica con azione strutturate” (INAIL).
Una corretta alimentazione può essere un’arma in più a disposizione dell’organizzazione, ma soprattutto del lavoratore stesso, nella lotta alla prevenzione del rischio.
L’attenzione alla dieta e i principi base della nutrizione dovrebbero rientrare nei percorsi di formazione e informazione dei lavoratori perché, nell’ambito dei nuovi rischi emergenti, dedicare una campagna di sensibilizzazione alla sana alimentazione sul posto di lavoro significa attivarsi per tempo a un’attività che necessariamente avrà impatto nei conti economici aziendali. Investire con un margine di anticipo nel creare una cultura della sicurezza che tenga conto del rischio alimentazione significa, per l’organizzazione, avere un vantaggio competitivo a disposizione nel prossimo futuro.
Dal momento che le scelte alimentari sono dettate non solo dal gusto, ma risentono del costume e, in generale, della cultura di appartenenza; sono il frutto di esperienze e tradizioni che plasmano il background di ogni individuo, è fondamentale intervenire in tutta la fase di assimilazione dei nuovi programmi educativi affinché la consapevolezza acquisita porti le aziende a dotarsi di veri e propri dispositivi di protezione individuali immunitari (DPIm): mangiare sano preserva e rinforza il sistema immunitario a favore della performance sul lavoro.
Buratti E.; Giolo C., La dieta dei mestieri. Rischio Alimentazione, AltroMondo Editore, 2016.
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Pubblicato il 11 dicembre 2017	di sicurezzapratica
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Pubblicato il 23 ottobre 2017	di sicurezzapratica
Le risposte dei Vigili del Fuoco ad alcune domande frequenti circa i procedimenti di prevenzione incendi: quale documentazione è richiesta a corredo delle istanze/segnalazioni?.
La Ditta installatrice si rifiuta di rilasciare il certificato di corretta posa delle vernici intumescenti. Verificando spessori e tipologia di materiale utilizzato, è possibile far certificare da un tecnico qualificato questa posa?
La certificazione di corretta posa in opera può essere redatta esclusivamente dall’installatore. Comunque il “professionista antincendio”, cioè colui che risulta iscritto negli elenchi del Ministero dell’Interno di cui all’art. 16 comma 4 del d.lgs. 139/2006 potrà verificare direttamente quanto necessario alla corretta predisposizione del modello Pin 2.2. Dich.Prod..
Dovendo istallare un gruppo elettrogeno di potenza superiore ai 25 kW, nello specifico da 45 kW, quale tipo di certificazione dovrà essere richiesta alla ditta e quale quella necessaria per la presentazione della SCIA?
La documentazione da accludere alla SCIA è stabilità dall’art. 4 del d.m. 7 agosto 2012.
Con l’abrogazione del d.P.R 37/1998, a quale normativa occorre riferirsi per la registrazione degli interventi di controllo, manutenzione e verifica di prevenzione incendi finalizzati al rispetto del d.P.R. 151/11?
Dovranno essere distinti due ambiti. Qualora si tratti di luoghi di lavoro il riferimento normativo è il decreto legislativo n. 81 del 9 aprile 2008 che in diversi punti riporta gli adempimenti, i controlli, le manutenzioni, la formazione ecc. In particolare il punto z) dell’art. 15 del D.Lgs. 81/08 prevede l’obbligo della regolare manutenzione di ambienti, attrezzature, impianti, con particolare riguardo ai dispositivi di sicurezza in conformità alla indicazione dei fabbricanti. Tale concetto è ripreso dall’art. 4 del d.m. 10 marzo 1998. (Controllo e manutenzione degli impianti e delle attrezzature antincendio) che prevede che gli interventi di manutenzione ed i controlli sugli impianti e sulle attrezzature di protezione antincendio siano effettuati nel rispetto delle disposizioni legislative e regolamentari vigenti, delle norme di buona tecnica emanate dagli organismi di normalizzazione nazionali o europei o, in assenza di dette norme di buona tecnica, delle istruzioni fornite dal fabbricante e/o dall’installatore. Per esempio nella maggior parte delle norme UNI, che costituiscono la presunzione di conformità per ottemperare alla “regola dell’arte”, sono previste espressamente le modalità di registrazioni dei controlli e delle manutenzioni, che normalmente prevedono la data, i risultati, i ricambi utilizzati e le azioni ulteriori necessarie. È comunque necessario che il responsabile dell’attività durante il controllo dei vigili del fuoco fornisca evidenza documentale delle registrazioni effettuate. Quando, invece, l’attività non costituisce luogo di lavoro ci si dovrà riferire al d.P.R. 151/2011, articolo 6 “Obblighi connessi con l’esercizio dell’attività, comma 2, che prevede l’annotazione in un apposito registro di tutti gli interventi di controllo, verifica, manutenzione e informazione che non potranno che riferirsi, anche in questo caso, a quelle prescritte da obblighi di legge, da norme di buona tecnica, da istruzioni fornite dai fabbricanti o da indicazioni progettuali.
Per l’attività di deposito di gpl, categoria A, occorre presentare anche una relazione tecnica descrittiva? Il professionista che sottoscrive la documentazione tecnica può firmare anche la dichiarazione di conformità (mod. PIN 2.1 gpl 2011)?
Non è richiesta alcuna documentazione aggiuntiva oltre quella già prevista dall’art. 11, comma 2, del d.P.R. 151/2011. Lo stesso tecnico può sottoscrivere sia la relazione tecnica sia la dichiarazione di conformità.
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