Source: http://www.aniellonappi.it/civile/
Timestamp: 2020-02-22 03:37:33+00:00
Document Index: 48533746

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 28', 'art. 34', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 45', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 46', 'art. 40', 'art. 713', 'sentenza ', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 75', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 23', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 46', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 2704', 'art. 326', 'art. 325', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 326', 'art. 325', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 395', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 395', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 1815', 'art. 644', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2704', 'sentenza ', 'art. 325', 'art. 73', 'art. 11', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 38']

NOVITÀ CIVILE - Aniello Nappi
Con la sentenza n. 4247 del 2020, depositata il 19 febbraio 2020, le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto: «nel caso in cui un avvocato abbia scelto di agire ex art. 28 della legge 13 giugno 1942, n. 794, come modificato dalla lett. a) del comma 16 dell’art. 34 del d.lgs. 10 settembre 2011, n. 150, nei confronti del proprio cliente, proponendo l’azione prevista dall’art. 14 del decreto legislativo n. 150 del 2011 e chiedendo la condanna del cliente al pagamento dei compensi per l’opera prestata in più gradi e/o fasi del giudizio, la competenza è dell’ufficio giudiziario di merito che ha deciso per ultimo la causa».
Con la sentenza n. 1867 del 2020, depositata il 28 gennaio 2020, le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto: «In tema di rapporto di lavoro giornalistico, l’attività del collaboratore fisso espletata con continuità, vincolo di dipendenza e responsabilità di un servizio rientra nel concetto di “professione giornalistica”. Ai fini della legittimità del suo esercizio è condizione necessaria e sufficiente la iscrizione del collaboratore fisso nell’albo dei giornalisti, sia esso elenco dei pubblicisti o dei giornalisti professionisti: conseguentemente, non è affetto da nullità per violazione della norma imperativa contenuta nell’art. 45 L. n. 69/1963 il contratto di lavoro subordinato del collaboratore fisso, iscritto nell’elenco dei pubblicisti, anche nel caso in cui svolga l’attività giornalistica in modo esclusivo».
Con la sentenza n. 29459 del 13 novembre 2019 le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto: «In tema di successione delle leggi nel tempo in materia di protezione umanitaria, il diritto alla protezione, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta a ottenere il relativo per-messo attrae il regime normativo applicabile; ne consegue che la normativa introdotta con il d.l. n. 113 del 2018, convertito con l. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina contemplata dall’art. 5, comma 6, del d.lgs. n. 286 del 1998 e dalle altre disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge; tali domande saranno, pertanto, scrutinate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione, ma, in tale ipotesi, l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base delle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 113 del 2018, convertito nella l. n. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno per “casi speciali” previsto dall’art. 1, comma 9, del suddetto decreto legge».
Con la sentenza n. 25021 del 7 ottobre 2019 le Sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio: «Quando sia proposta domanda di scioglimento di una comunione (ordinaria o ereditaria che sia), il giudice non può disporre la divisione che abbia ad oggetto un fabbricato abusivo o parti di esso, in assenza della dichiarazione circa gli estremi della concessione edilizia e degli atti ad essa equipollenti, come richiesti dall’art. 46 del d.P.R. n. 380 del 2001 e dall’art. 40, comma 2, della legge n. 47 del 1985, costituendo la regolarità edilizia del fabbricato con-dizione dell’azione ex art. 713 c.c., sotto il profilo della “possibilità giuridica”, e non potendo la pronuncia del giudice realizzare un effetto maggiore e diverso rispetto a quello che è consentito al-le parti nell’ambito della loro autonomia negoziale. La mancanza della documentazione attestante la regolarità edilizia dell’edificio e il mancato esame di essa da parte del giudice sono rilevabili d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio».
Con la sentenza n. 19681 del 22 luglio 2019, le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto: «In tema di rapporti tra il diritto alla riservatezza (nella sua particolare connotazione del cd. diritto all’oblio) e quello alla rievocazione storica di fatti e vicende concernenti eventi del passato, il giudice di merito – ferma restando la libertà della scelta editoriale in ordine a detta rievocazione, che è espressione della libertà di stampa protetta e garantita dall’art. 21 Cost. – ha il compito di valutare l’interesse pubblico, concreto ed attuale alla menzione degli elementi identificativi delle persone che di quei fatti e di quelle vicende furono protagonisti. Tale menzione deve ritenersi lecita solo ove si riferisca a personaggi che destino nel momento presente l’interesse della collettività, sia per ragioni di notorietà sia per il ruolo pubblico rivestito; in caso contrario, prevale il diritto degli interessati alla riservatezza rispetto ad avvenimenti del passato che li feriscano nella dignità e nell’onore e dei quali si sia ormai spenta la memoria collettiva».
Con la sentenza n. 15895 del 13 giugno 2019, le sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno enunciato i seguenti principi di diritto:
«L’onere di allegazione gravante sull’istituto di credito che, convenuto in giudizio, voglia opporre l’eccezione di prescrizione al correntista che abbia esperito l’azione di ripetizione di somme indebitamente pagate nel corso del rapporto di conto corrente assistito da un apertura di credito, è soddisfatto con l’affermazione dell’inerzia del titolare del diritto, e la dichiarazione di volerne profit-tare, senza che sia anche necessaria l’indicazione di specifiche rimesse solutorie».
Con la sentenza n. 13361 del 21 maggio 2019 le Sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio: «In tema di rapporto tra giudizio penale e giudizio civile, i casi di sospensione necessaria previsti dall’art. 75, 3° co., c.p.p., che rispondono a finalità diverse da quella di preservare l’uniformità dei giudicati, e richiedono che la sentenza che definisca il processo penale influente sia destinata a produrre in quello civile il vincolo rispettivamente previsto dagli artt. 651, 651 -bis, 652 e 654 c.p.p., vanno interpretati restrittivamente, di modo che la sospensione non si applica qualora il danneggiato proponga azione di danno nei confronti del danneggiante e dell’impresa assicuratrice della responsabilità civile dopo la pronuncia di primo grado nel processo penale nel quale il danneggiante sia imputato».
Come la Corte ha ben chiarito, nel codice di procedura penale del 1988 si favorisce la separazione del giudizio civile da quello penale; e la sospensione del giudizio civile in attesa della definizione del processo penale non è destinata a prevenire un possibile contrasto di giudicati, ma solo a far valere nel giudizio civile l’efficacia del giudicato penale nei casi in cui è prevista. Sicché sono tassativi i casi in cui è possibile derogare al favor separationis; e la sospensione non è ammessa nel giudizio civile pendente anche tra soggetti estranei al processo penale. Infatti, ha precisato la Corte, «estendere l’applicazione di un’ipotesi derogatoria a un caso, come quello in esame, in cui tutte le parti del giudizio civile non coincidano con tutte quelle del processo penale, sacrificherebbe in maniera ingiustificata l’interesse dei soggetti coinvolti alla rapida definizione della propria posizione, in aperta collisione con l’esigenza di assicurare la ragionevole durata del processo, presente nel nostro ordinamento ben prima dell’emanazione dell’art. 111, 2° comma, Cost., e comunque assurta a rango costituzionale per effetto di esso».
Sulla Gazzetta ufficiale n. 92 del 18 aprile 2019 è stata pubblicata la legge 12 aprile 2019, n. 31, con le nuove disposizioni in materia di azione di classe, che introduce nel codice di procedura civile il nuovo titolo VIII – bis del libro quarto, sui procedimenti collettivi. La disciplina in materia di azione di classe viene così trasferita dal codice del consumo, di cui al decreto legislativo 6 settembre 2005, n. 206, al codice di procedura civile.
Secondo quanto dispone l’art. 7 della legge, le nuove disposizioni entreranno in vigore decorsi dodici mesi dalla pubblicazione nella Gazzetta ufficiale e le relative sanzioni saranno applicabili solo alle condotte illecite poste in essere successivamente alla data della loro entrata in vigore.
Già con la sentenza Cass., sez. u, 24 settembre 2018, n. 22438, era stato riconosciuto che «il deposito in cancelleria, nel termine di venti giorni dall’ultima notifica, di copia analogica del ricorso per cassazione predisposto in originale telematico e notificato a mezzo PEC, senza attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1 bis e 1 ter, della l. n. 53 del 1994 o con attestazione priva di sottoscrizione autografa, non ne comporta l’improcedibilità ove il controricorrente (anche tardivamente costituitosi) depositi copia analogica del ricorso ritualmente autenticata ovvero non abbia disconosciuto la conformità della copia informale all’originale notificatogli ex art. 23, comma 2, del d.lgs. n. 82 del 2005. Viceversa, ove il destinatario della notificazione a mezzo PEC del ricorso nativo digitale rimanga solo intimato (così come nel caso in cui non tutti i destinatari della notifica depositino controricorso) ovvero disconosca la conformità all’originale della copia analogica non autenticata del ricorso tempestivamente depositata, per evitare di incorrere nella dichiarazione di improcedibilità sarà onere del ricorrente depositare l’asseverazione di conformità all’originale della copia analogica sino all’udienza di discussione o all’adunanza in camera di consiglio».
Con la recente sentenza delle Sezioni unite n. 8312 del 25 marzo 2019 questa giurisprudenza è stata ritenuta altresì applicabile al deposito sia «di copia analogica della decisione impugnata sottoscritta con firma autografa ed inserita nel fascicolo informatico senza attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1 bis e 1 ter della l. n. 53 del 1994, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa»; sia «di copia analogica della decisione impugnata predisposta in originale telematico e notificata a mezzo PEC, senza attestazione di conformità del difensore ex art. 9, commi 1 bis e 1 ter, della l. n. 53 del 1994 o con attestazione priva di sottoscrizione autografa»; sia «di copia analogica della decisione impugnata redatta in formato elettronico e firmata digitalmente (e necessariamente inserita nel fascicolo informatico) senza attestazione di conformità del difensore ex art. 16 bis, comma 9 bis, d.l. n. 179 del 2012, convertito dalla l. n. 221 del 2012, oppure con attestazione priva di sottoscrizione autografa».
Con la sentenza n. 8230 del 22 marzo 2019 le Sezioni unite civili della Corte di cassazione, risolvendo un contrasto di giurisprudenza, hanno affermato che le norme di disciplina dell’attività urbanistica (art. 46 del d.P.R. n. 380 del 2001 e art. 17 e 40 della l. n. 47 del 1985) prevedono la nullità degli atti tra vivi ad effetti reali esclusivamente per il caso in cui non vi risultino indicati gli estremi del titolo urbanistico relativo all’edificio che ne sia oggetto, indipendentemente dall’effettiva conformità della costruzione a tale titolo. Sicché non è la difformità dell’opera dal titolo abilitativo, ma la mancata indicazione degli estremi del titolo, a determinare la nullità, che peraltro non si applica né agli atti mortis causa né agli atti con effetti meramente obbligatori (come il contratto preliminare di vendita), essendone inoltre espressamente esclusi gli atti costitutivi di diritti reali di garanzia o di servitù e gli atti derivanti da procedure esecutive immobiliari, collettive o individuali.
Secondo una parte della giurisprudenza, «quando una delle parti abbia notificato all’altra la sentenza, il termine breve per impugnare decorre per la parte notificante dalla data di consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario, e non in quella eventualmente successiva di perfezionamento della notifica, in quanto la consegna dell’atto rende certa l’anteriorità della conoscenza della sentenza per l’impugnante, in applicazione analogica del principio dettato dall’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.» (Cass., sez. I, 17 gennaio 2014, n. 883, m. 629776). Secondo altro orientamento giurisprudenziale «l’art. 326, comma 1, c.p.c. va interpretato nel senso che, pur in mancanza di un’espressa previsione al riguardo, i termini di cui all’art. 325 c.p.c. decorrono dalla notificazione della sentenza non solo per il soggetto cui la notificazione è diretta, ma anche per il notificante, per il quale il compimento della predetta attività segna il momento della conoscenza legale del provvedimento da impugnare, senza che rilevi l’intenzione del notificante stesso» (Cass., sez. I, 6 marzo 2018, n. 5177, m. 647951).
Chiamate a risolvere il contrasto, le Sezioni unite della Corte di cassazione, con la sentenza n. 6278 del 4 marzo 2019, hanno legittimato questo secondo orientamento, affermando che «in tema di notificazione della sentenza ai sensi dell’art. 326 c.p.c., il termine breve di impugnazione di cui al precedente art. 325, decorre, anche per il notificante, dalla data in cui la notifica viene eseguita nei confronti del destinatario, in quanto gli effetti del procedimento notificatorio, quale la decorrenza del termine predetto, vanno unitariamente ricollegati al suo perfezionamento e, proprio perché interni al rapporto processuale, sono necessariamente comuni ai soggetti che ne sono parti».
Con ordinanza n. 2723 del 30 gennaio 2019 la Prima sezione civile della Corte di cassazione ha chiesto che le Sezioni unite della corte stabiliscano se il rapporto tra le sezioni ordinarie e la sezione specializzata per l’impresa del medesimo ufficio giudiziario ponga una questione di competenza in senso tecnico, come ritiene un orientamento giurisprudenziale minoritario, o invece di mera ripartizione interna degli affari, come più plausibilmente sostiene la giurisprudenza prevalente. A sostegno della propria interpretazione l’orientamento minoritario rileva che la sezione specializzata ha una competenza territoriale più estesa rispetto al tribunale presso il quale è istituita, sicché deve essere considerata come un autonomo ufficio giudiziario caratterizzato da una propria specifica competenza territoriale. Ma si tratta di una petizione di principio, perché è il tribunale presso il quale è istituita la sezione specializzata ad avere in quelle specifiche materie una competenza territoriale più estesa.
Con la sentenza 27 novembre 2018, n. 30649, le Sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno ribadito che, nel caso di inadempimento dello Stato italiano all’obbligo di tempestiva trasposizione legislativa di direttive comunitarie non autoesecutive, la conseguente azione giudiziale deve essere promossa nei confronti della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ma hanno precisato che, ove sia stato chiamato in giudizio un diverso organo dello Stato, il relativo difetto di legittimazione va immediatamente eccepito, altrimenti, in applicazione dell’art. 4 della l. n. 260 del 1958, la questione rimane preclusa.
Con la sentenza n. 22753 del 25 settembre 2018 le Sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno affermato che, a differenza di quanto previsto per le vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, i benefici riconosciuti ai superstiti delle altre vittime del dovere non spettano ai fratelli e alle sorelle che non fossero conviventi né a carico del defunto.
L’art. 395 n. 5 c.p.c. prevede che una sentenza pronunciata in grado d’appello o in unico grado è impugnabile per revocazione se «è l’effetto di un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa. Vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare».
Con la sentenza n. 14929 dell’8 giugno 2018 la Sezione tributaria della Corte di cassazione ha precisato che è inammissibile la revocazione delle sentenze (anche della Corte di cassazione) per errore di fatto, ai sensi degli art. 395, n. 4, e 391 -bis c.p.c., allorché il fatto sul quale si assume sia caduto l’errore «sia stato oggetto di contestazione tra le parti, cioè di posizioni contrapposte, e abbia così dato luogo a materia di contrasto e di dibattito, a fronte della quale la pronuncia del giudice non si può configurare come pura svista percettiva, ma assume necessariamente natura di valutazione e di giudizio, sottraendosi come tale al rimedio revocatorio. Non è, pertanto, idonea a determinare un punto controverso la mera sollecitazione dell’esercizio dei poteri di controllo officiosi del giudice».
Con la sentenza n. 16303 del 20 giugno 2018 le Sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno enunciato il seguente principio di diritto:
In precedenza la Prima sezione civile della corte aveva affermato che «in tema di contratti bancari, l’art. 2 bis comma 2, del d.l. n. 185 del 2008 (convertito dalla l. n. 2 del 2009), che attribuisce rilevanza, ai fini dell’applicazione dell’art. 1815 c.c., dell’art. 644 c.p. e degli artt. 2 e 3 della l. n. 108 del 1996, agli interessi, alle commissioni e alle provvigioni derivanti dalle clausole, comunque denominate, che prevedono una remunerazione, a favore della banca, dipendente dall’effettiva durata dell’uso dei fondi da parte del cliente, non ha carattere interpretativo ma innovativo, e non trova pertanto applicazione ai rapporti esauritisi in data anteriore all’entrata in vigore della legge di conversione, con la conseguenza che, in riferimento a tali rapporti, la determinazione del tasso effettivo globale, ai fini della valutazione del carattere usurario degli interessi applicati, deve aver luogo senza tener conto della commissione di massimo scoperto» (Cass., sez. I, 3 novembre 2016, n. 22270, m. 642644, Cass., sez. I, 22 giugno 2016, n. 12965, m. 640110). La Cassazione civile si era posta così in consapevole contrasto con la giurisprudenza penale che aveva attribuito natura interpretativa all’art. 2 bis comma 2, del d.l. n. 185 del 2008, applicandolo retroattivamente.
Il decreto legislativo 18 maggio 2018, n. 61, pubblicato sulla Gazzetta ufficiale n. 129 del 6 giugno 2018, ha inserito nel codice della navigazione il seguente nuovo articolo:
«Art. 347-bis (Mantenimento dei diritti del personale marittimo in caso di trasferimento d’azienda)
Ferme restando le norme del presente codice e delle leggi speciali, le disposizioni in materia di trasferimento di azienda di cui all’articolo 2112, primo, secondo, terzo, quarto e quinto comma, del codice civile si applicano anche in caso di trasferimento di una nave marittima quale parte del trasferimento di un’impresa, di uno stabilimento o di parte di un’impresa o di uno stabilimento ai sensi dell’articolo 2112, quinto comma, del codice civile, a condizione che il cessionario si trovi ovvero che l’impresa, lo stabilimento o la parte di impresa o di stabilimento trasferiti rimangano nell’ambito di applicazione territoriale del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. Le disposizioni in materia di trasferimento di azienda non si applicano qualora l’oggetto del trasferimento consista esclusivamente in una o più navi marittime».
Con tre importanti decisioni le Sezioni unite della Corte di cassazione hanno affrontato la questione «della attuale portata del principio della compensatio lucri cum damno»; e risolvendo alcuni contrasti di giurisprudenza, hanno offerto «una risposta all’interrogativo se e a quali condizioni, nella determinazione del risarcimento del danno da fatto illecito, accanto alla poste negative si debbano considerare, operando una somma algebrica, le poste positive che, successivamente al fatto illecito, si presentano nel patrimonio del danneggiato».
Con la sentenza n. 12565 del 22 maggio 2018 si è affermato che «il danno da fatto illecito deve essere liquidato sottraendo dall’ammontare del danno risarcibile l’importo dell’indennità assicurativa derivante da assicurazione contro i danni che il danneggiato-assicurato abbia riscosso in conseguenza di quel fatto»
Con la sentenza n. 12566 del 22 maggio 2018 si è affermato che «l’importo della rendita per l’inabilita permanente corrisposta dall’INAIL per l’infortunio “in itinere” occorso al lavoratore va detratto dall’ammontare del risarcimento dovuto, allo stesso titolo, al danneggiato da parte del terzo responsabile del fatto illecito».
Con la sentenza n. 12564 del 22 maggio 2018 si è affermato che dal risarcimento del danno patrimoniale patito dal familiare di persona deceduta per colpa altrui non deve essere detratto il valore capitale della pensione di reversibilità riconosciuta dall’Inps al familiare superstite in conseguenza della morte del congiunto.
Nella giurisprudenza civile della Corte di cassazione è controverso se, nel caso in cui una delle parti abbia notificato una sentenza al fine di far decorrere il termine breve di impugnazione, tale termine breve per impugnare decorra, anche per la stessa parte notificante, dalla data di consegna della sentenza all’ufficiale giudiziario o da quella, eventualmente successiva, di perfezionamento della notifica nei confronti del destinatario. Secondo una parte della giurisprudenza, infatti, «quando una delle parti abbia notificato all’altra la sentenza, il termine breve per impugnare decorre per la parte notificante dalla data di consegna dell’atto all’ufficiale giudiziario, e non in quella eventualmente successiva di perfezionamento della notifica, in quanto la consegna dell’atto rende certa l’anteriorità della conoscenza della sentenza per l’impugnante, in applicazione analogica del principio dettato dall’art. 2704, primo comma, ultimo periodo, c.c.» (Cass., sez. III, 17 gennaio 2014, n. 883). Secondo altra giurisprudenza, invece, «la notificazione di una sentenza o di una prima impugnazione (nella specie, non iscritta a ruolo e, quindi, seguita dalla notifica di una seconda impugnazione) evidenziano la conoscenza legale del provvedimento impugnato e fanno, pertanto, decorrere il termine breve di cui all’art. 325 c.p.c. a carico del notificante solo dal momento del perfezionamento del procedimento di notificazione nei confronti del destinatario, atteso che, da un lato, il principio di scissione soggettiva opera esclusivamente per evitare al notificante effetti pregiudizievoli derivanti da ritardi sottratti al suo controllo e, dall’altro lato, la conoscenza legale rientra tra gli effetti bilaterali e deve, quindi, realizzarsi per entrambe le parti nello stesso momento» (Cass., sez. VI, 7 maggio 2015, n. 9258).
Con ordinanza n. 10507 del 3 maggio 2018, la Seconda sezione della Corte ha rimesso gli atti al Primo Presidente ai fini dell’eventuale assegnazione della causa alle Sezioni unite per la risoluzione della questione controversa.
Sulla Gazzetta ufficiale n. 96 del 26 aprile 2018 è stato pubblicato il decreto 8 marzo 2018 del Ministro della giustizia, «Regolamento recante modifiche al decreto 10 marzo 2014, n. 55, concernente la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense, ai sensi dell’articolo 13, comma 6, della legge 31 dicembre 2012, n. 247». Nel contesto di talune modifiche alla disciplina dei parametri generali per la determinazione dei compensi in sede giudiziale, è previsto uno specifico aumento del compenso nella misura del 30 per cento «quando gli atti depositati con modalità telematiche sono redatti con tecniche informatiche idonee ad agevolarne la consultazione o la fruizione e, in particolare, quando esse consentono la ricerca testuale all’interno dell’atto e dei documenti allegati, nonché la navigazione all’interno dell’atto».
Con ordinanza n. 8981/2018, depositata l’11 aprile 2018, Le Sezioni unite civili della Corte di cassazione hanno dichiarato inammissibile il conflitto di giurisdizione sollevato d’ufficio dal giudice amministrativo dopo il passaggio della causa in decisione, anziché alla prima udienza. Non v’è dubbio infatti che l’art. 73 comma 3, secondo periodo, cod. proc. amm., riconosca in via generale al giudice il potere di porre a fondamento della decisione una questione rilevata d’ufficio anche dopo il passaggio della causa in decisione, purché previa riapertura del contraddittorio. Ma questa disposizione non giustifica una deroga alla disposizione dell’art. 11 comma 3 cod. proc. amm., che impone comunque al giudice di esercitare entro la prima udienza il potere di sollevare d’ufficio un conflitto di giurisdizione, riservando così una disciplina speciale a questa particolare questione rilevabile d’ufficio.
Con sentenza n. 6928 del 20 marzo 2018 le Sezioni unite civili della Corte di cassazione, affrontando una questione di massima di particolare importanza, hanno ribadito che, benché il trattamento pensionistico erogato dai fondi pensioni integrativi abbia natura previdenziale, non vi si applica l’art. 16, comma 6, della I. 30 dicembre 1991, n. 412, laddove impone il divieto di cumulo tra rivalutazione monetaria e interessi legali maturati per i debiti degli enti pubblici gestori di forme di previdenza obbligatoria. Secondo la Corte costituzionale, infatti, l’art. 38 Cost. “non esclude la possibilità di un intervento legislativo che, per una inderogabile esigenza di contenimento della spesa pubblica, riduca in maniera definitiva un trattamento pensionistico in precedenza spettante” (C. cost., n. 361/1996). Sicché, quando si tratti di fondi pensione pubblici, il divieto di cumulo tra rivalutazione e interessi è compatibile con la Costituzione, mentre il cumulo è legittimo quando si tratti di fondi pensione privati, che non gravano sul bilancio dello Stato.
Sulla Gazzetta ufficiale n. 63 del 16 marzo 2018 è stato pubblicato il d.m. 9 febbraio 2018, n. 17, Regolamento recante la disciplina dei corsi di formazione per l’accesso alla professione di avvocato, ai sensi dell’articolo 43, comma 2, della legge 31 dicembre 2012, n. 247.
Si completa così la disciplina dell’accesso alla professione forense, a integrazione del d.m. 17 marzo 2016 n. 58 (Regolamento recante disciplina dell’attività di praticantato del praticante avvocato presso gli uffici giudiziari) e del d.m. 17 marzo 2016 n. 70 (Regolamento recante la disciplina per lo svolgimento del tirocinio per l’accesso alla professione forense ai sensi dell’articolo 41, comma 13, della legge 31 dicembre 2012, n. 247) .