Source: https://www.laleggepertutti.it/108563_niente-mantenimento-a-moglie-e-figli-quando-scatta-il-reato
Timestamp: 2018-05-26 02:08:39+00:00
Document Index: 175748212

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 594', 'art. 521', 'Cass. Sez. ', 'art. 570', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 570', 'art. 594', 'art. 52', 'Cass. Sez. ']

Niente mantenimento a moglie e figli: quando scatta il reato
Donna e famiglia Niente mantenimento a moglie e figli: quando scatta il reato
Donna e famiglia Pubblicato il 12 gennaio 2016
> Donna e famiglia Pubblicato il 12 gennaio 2016
Violazione degli obblighi di assistenza familiare: il reato per l’omesso versamento dell’assegno di chi fa mancare a figli o al coniuge i mezzi di sussistenza.
Il reato previsto nei confronti di chi non versa il mantenimento a moglie e figli [1] non scatta per il solo fatto di aver mancato la scadenza mensile (non si tratta, infatti, di una misura dal carattere semplicemente sanzionatorio); è anche necessario:
che gli aventi diritto all’assegno alimentare (figli e moglie) versino in stato di bisogno,
che l’obbligato al versamento dell’assegno ne sia a conoscenza
che l’obbligato al versamento dell’assegno sia in grado di fornire i mezzi di sussistenza dovuti. Ciò non ricorre per esempio quando questi abbia perso il lavoro contro la propria volontà e riesca a dimostrare di aver fatto di tutto per trovare una nuova occupazione (la semplice disoccupazione, infatti, non evita il delitto).
Per evitare dunque la condanna, l’obbligato può dimostrare che, nonostante la (totale o parziale) mancata corresponsione, da parte sua, dell’assegno di mantenimento, i figli minori tuttavia non hanno mai versato in stato di bisogno, in quanto qualcun altro (la madre, i nonni, il nuovo partner dell’altro genitore, ecc.) ha comunque provveduto al pagamento delle loro spese mediche, sportive, scolastiche, a ricaricare loro il cellulare, nonché a pagare le rate del mutuo ipotecario relativo all’alloggio coniugale, ecc.
Più nello specifico, la Corte specifica che in caso di corresponsione parziale dell’assegno imposto in sede civile, il giudice penale deve verificare se tale condotta abbia o meno inciso in modo apprezzabile sulla disponibilità dei mezzi economici che l’obbligato è tenuto a corrispondere, tenuto conto anche di altre circostanze, quali un sopravvenuto mutamento delle condizioni economiche; deve escludersi, pertanto, ogni automatismo tra inadempimento civilistico e violazione della legge penale.
[1] Art. 50 co. 2 cod. pen.
[2] Cass. sent. n. 535/16 dell’8.01.2016.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 21 ottobre 2015 – 8 gennaio 2016, n. 535
2.4. violazione di legge e vizio di motivazione in relazione all’art. 594 cod. pen., per avere la Corte ritenuto integrato il reato sebbene l’imputato avesse apostrofato la moglie con l’epiteto offensivo (“stupida”) allorché ella era chiusa in bagno per fare la doccia e non aveva pertanto potuto percepire l’offesa;
3. Ed invero, secondo l’insegnamento di questo Supremo Collegio, ai fini della valutazione della corrispondenza tra pronuncia e contestazione di cui all’art. 521 cod. proc. pen. si deve tenere conto, non solo del fatto descritto in imputazione, ma anche di tutte le ulteriori risultanze probatorie portate a conoscenza dell’imputato e che hanno formato oggetto di sostanziale contestazione, sicché questi abbia avuto modo di esercitare le proprie difese sull’intero materiale probatorio, posto a fondamento della decisione (Cass. Sez. 3, 27/2/2008, Fontanesi, Rv. 239866; Sez. 6, n. 47527 del 13/11/2013 – dep. 29/11/2013, Di Guglielmi Rv. 257278). Se il “fatto” va definito come l’accadimento di ordine naturale, dalle cui connotazioni e circostanze soggettive ed oggettive, di luogo e di tempo, poste in correlazione fra loro, vengono tratti gli elementi caratterizzanti la sua qualificazione giuridica, la violazione del principio di correlazione si realizza e si manifesta solo attraverso un’alterazione consistente ed una trasformazione radicale della fattispecie concreta, nei suoi elementi essenziali, che non consenta di rinvenire un nucleo comune, identificativo della condotta, con il risultato di un rapporto di incompatibilità ed eterogeneità, tra il fatto contestato e quello accertato, capace di creare un vero e proprio stravolgimento dei termini dell’accusa, a fronte del quale si verifica un pregiudizio, concreto e reale, dei diritti della difesa (Cass., Sez. 2, 45993/2007, Cuccia, Rv. 239320).
La motivazione svolta sul punto dal Collegio di merito risulta congrua e scevra da illogicità manifesta, là dove pone in luce le ragioni per le quali il Giudice distrettuale abbia ritenuto che l’imputato avesse una compiuta conoscenza di tutti i termini della contestazione, sia formale sia “sostanziale”, così da poter esercitare appieno la difesa in relazione all’intero thema probandum, con particolare riguardo alla circostanza di fatto – ulteriore rispetto a quella oggetto di originaria contestazione – rappresentata dall’avere fatto mancare ai figli i mezzi di sussistenza, su cui appunto si è incentrata la condanna ex art. 570, secondo comma n. 2, cod. pen..
A ciò si aggiunga che proprio su tale circostanza – id est “l’aver fatto mancare i mezzi di sussistenza” – si è incentrato uno dei motivi d’appello (e poi di ricorso per cassazione), il che dimostra per tabulas come l’imputato fosse in concreto edotto anche di tale aspetto della contestazione, tanto da promuovere sul punto il vaglio dei giudici dell’impugnazione di merito.
6. Mette conto porre in rilievo che, mentre ai fini della integrazione fattispecie di cui all’art. 12-sexies L. n. 898/1970 è sufficiente dimostrare la volontaria sottrazione all’obbligo di corresponsione dell’assegno determinato dal tribunale e non occorre, quindi (come riconosciuto dalla Corte costituzionale con sentenza n. 472 del 1989), che dall’inadempimento consegua anche il “far mancare i mezzi di sussistenza”, tale elemento risulta invece necessario ed ineludibile ai fini della integrazione della figura criminosa prevista dall’art. 570 comma secondo, n. 2, cod. pen..
7. Di tali principi non ha adeguatamente tenuto conto il Collegio di merito, che ha omesso esplicitare, giusta le specifiche deduzioni difensive, le ragioni obbiettive sulla scorta delle quali abbia ritenuto provato che M. facesse mancare i “mezzi di sussistenza” ai figli, da valutare in rapporto alle reali capacità economiche e al regime di vita personale del soggetto obbligato, ai fini del – sia pur contenuto – soddisfacimento del “minimo vitale” e delle altre complementari esigenze della vita quotidiana (quali, ad es., abbigliamento, libri di istruzione per i figli minori, mezzi di trasporto, mezzi di comunicazione).
Secondo la contestazione, l’offesa alla persona si sarebbe sostanziata nell’avere M. , nel corso di una conversazione telefonica con la nuova moglie, bollato l’ex coniuge con l’epiteto di “stupida”.
Sulla scorta dei principi appena esposti, ritiene il Collegio che l’espressione “stupida”, rivolta all’indirizzo della persona offesa, in un contesto di conflittualità tra coniugi, non possa ritenersi determinare automaticamente la lesione del bene tutelato dall’art. 594 cod. pen., non concretandosi necessariamente in un giudizio di disvalore sulle qualità personali del destinatario: si tratta invero di termine ormai frequentemente utilizzato nel linguaggio comune, anche dei minori, e che può ritenersi assumere valenza offensiva soltanto allorché sia inserito in un contesto che esprima, senza possibilità di equivoci, disprezzo e disistima verso a vittima. Contesto siffatto che non risulta essere stato adeguatamente rappresentato nel passaggio argomentativo della pronuncia dedicato a tale imputazione, là dove – secondo la ricostruzione dei fatti compiuta dai giudici della cognizione – l’espressione veniva utilizzata dal M. non in una comunicazione diretta con la persona offesa, bensì in una conversazione con una terza persona allorquando la presunta vittima si trovava chiusa nella stanza da bagno, dunque in una situazione nella quale la stessa non ha, ragionevolmente, potuto cogliere appieno il contesto complessivo del discorso nell’ambito del quale l’espressione veniva spesa e di apprezzarne l’effettiva valenza ingiuriosa.
Ricorre invero il dolo eventuale quando chi agisce si rappresenta come seriamente possibile, sebbene non certa, l’esistenza dei presupposti della condotta, ovvero il verificarsi dell’evento come conseguenza dell’azione e, pur di non rinunciare ad essa, accetta che il fatto possa verificarsi, decidendo di agire comunque. Parametri non tenuti in adeguata considerazione dal Giudice d’appello allorché ha ritenuto integrato il dolo quantomeno eventuale nella condotta dell’agente che spendeva l’espressione in ipotesi offensiva, nel corso di una conversazione telefonica intercorsa con altri, nel mentre nell’alloggio “non grande” si trovava la persona attinta dalla parola ingiuriosa, avendo egli accettato il rischio che quest’ultima potesse cogliere l’epiteto offensivo, in quanto evento non “improbabile o del tutto inverosimile”. Tale ragionamento, nondimeno, non si confronta con la specifica deduzione difensiva secondo la quale, al momento, la persona offesa si trovava non – genericamente – in un’altra stanza, ma chiusa in bagno a fare la doccia, in una situazione nella quale non può dirsi rispondere ad una comune massima d’esperienza che sia “probabile” o “verosimile” che taluno possa cogliere il senso della conversazione telefonica che altri stia facendo al telefono, sì da poterne percepire i contenuti offensivi.
13. Né la causa di giustificazione di cui all’art. 52 cod. pen. può ritenersi correttamente denegata sul presupposto che “l’intendimento del M. era semplicemente quello di impedire alla ex-moglie di riappropriarsi della collana e, dunque, di difendere un bene di natura patrimoniale”.
In considerazione dell’ampiezza dell’espressione un “diritto proprio”, la difesa legittima può infatti essere ravvisata anche a protezione dei diritti patrimoniali, che possono essere legittimamente difesi anche con atti violenti a condizione che sussista la proporzione e che quel comportamento costituisca l’unico mezzo per impedire l’aggressione al patrimonio e non rappresenti, invece, l’attuazione di una ritorsione (Cass. Sez. 1, n. 45407 del 10/11/2004 -dep. 23/11/2004, Podda Rv. 230392).