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Timestamp: 2019-01-24 02:41:00+00:00
Document Index: 161331101

Matched Legal Cases: ['art. 73', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 5', 'art. 30', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 444', 'art. 30', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 5', 'art.1', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 52']

N. 00898/2018 REG.PROV.COLL.
N. 00078/2018 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 78 del 2018, proposto da
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dall'avvocato Roberta Randellini, con domicilio digitale come da PEC da Registri di Giustizia e domicilio eletto presso il suo studio in Arezzo, via Guido Monaco 41;
Ministero dell'Interno, Questura di Arezzo, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentati e difesi dall'Avvocatura Distrettuale dello Stato, domiciliata ex lege in Firenze, via degli Arazzieri, 4;
del decreto del Questore di Arezzo del 29.09.2017 notificato in data 17.12.2017 con il quale è stata rigettata l’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro del ricorrente, nonché di ogni altro atto pregresso, successivo e comunque connesso, anche se di estremi ignoti.
Visti gli atti di costituzione in giudizio di Ministero dell'Interno e di Questura di Arezzo;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 23 maggio 2018 il dott. Saverio Romano e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
1 - Con decreto del 29.09.2017 notificato in data 17.12.2017 il Questore di Arezzo ha rigettato l’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per motivi di lavoro presentata dal ricorrente, con la motivazione che lo straniero ha subito una condanna a quattro mesi di reclusione, per cessione di stupefacenti, ex art. 73, commi 1 e 5 D.P.R. 309/1975, ritenuta ostativa al rilascio del titolo richiesto.
Avverso il provvedimento impugnato, con il ricorso in esame sono stati dedotti i seguenti motivi:
Violazione e falsa applicazione di legge in riferimento agli artt. 3, 4 comma 3, 5 e art. 6 D.Lgs. 286/98 nonché all’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. n. 30 del 2007 e art. 10 bis legge 241/90 e s.m. sotto il profilo del difetto di motivazione e carenza di istruttoria; in particolare, il Questore avrebbe omesso di valutare circostanze legate ai vincoli familiari, rappresentati dalla stabile convivenza con cittadina comunitaria, la quale svolge regolare attività lavorativa, producendo un reddito idoneo al mantenimento del nucleo familiare, nonché il requisito reddituale comunque posseduto dall’interessato; inoltre, la Questura avrebbe dovuto valutare, ai sensi dell’art. 5, comma 9, del d. lgs. n. 286 del 1998, il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi familiari ai sensi dell’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione che, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non può non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost., anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», secondo la formula prevista, seppure in riferimento al diritto di soggiorno di un cittadino di uno Stato membro UE e dei suoi familiari in un altro Stato membro, dall’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. n. 30 del 2007.
Tale interpretazione sarebbe stata recentemente recepita dal Consiglio di Stato, sezione Terza, con la sentenza n.5040 del 31.10.2017.
Costituitasi in giudizio, l’Amministrazione intimata, che ha controdedotto nel merito, ha chiesto il rigetto di tutte le domande proposte.
A seguito di istruttoria disposta con ordinanza collegiale, la Questura ha prodotto una relazione (peraltro redatta con un linguaggio ed un tono complessivo non consoni ad un atto amministrativo)
dalla quale è emerso quanto segue:
- insieme alla compagna, -OMISSIS-(di nazionalità rumena), il ricorrente fu sorpreso nell’atto di spacciare sostanza stupefacente, servendosi della borsa della donna (nella quale il ricorrente l’aveva riposta);
- il ricorrente avrebbe frequentazioni con soggetti pregiudicati e sarebbe proprietario di auto di lusso
la cui disponibilità sarebbe incompatibile con il reddito di cui dispone;
- dalle risultanze anagrafiche prodotte, risulterebbe che il ricorrente e la compagna sono solo coinquilini e comunque non sarebbe provato che tra i due sussista un contratto di convivenza ai sensi della legge n. 76 del 2016.
Come noto, la previsione dell’art. 4, 3° comma del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286 (come, da ultimo, modificato dall’art. 1 della l. 15 luglio 2009 n. 94) impedisce che possa essere rilasciato un permesso di soggiorno allo straniero che risulti condannato, tra gli altri, per reati inerenti gli stupefacenti; la giurisprudenza assolutamente incontroversa ha rilevato come, in questo caso, la valutazione di pericolosità sociale sia stata già operata dal legislatore che ha del tutto escluso ogni possibilità di ammettere sul territorio nazionale e di rilasciare un permesso di soggiorno agli extracomunitari che abbiano riportato una sentenza di condanna anche non definitiva (o una sentenza ex art. 444 c.p.p.) per uno dei reati previsti dalla norma.
Con specifico motivo, il ricorrente ha peraltro dedotto che non sia stato minimamente valutata la sussistenza di legami familiari intercorrenti con la sig,ra -OMISSIS-(di nazionalità rumena), cittadina comunitaria, munita di valido permesso di soggiorno, la quale svolge regolare attività lavorativa, producendo un reddito idoneo al mantenimento del nucleo familiare.
In particolare, è stata dedotta la violazione dell’art. 30, comma 1, lett. b), del d. lgs. n. 286 del 1998, disposizione che, seppure introdotta per regolare i rapporti sorti da unioni matrimoniali, non potrebbe non applicarsi, in base ad una interpretazione analogica imposta dall’art. 3, comma secondo, Cost., anche «al partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata con documentazione ufficiale», come affermato con sentenza n.5040 del 31.10.2017, nella quale il Consiglio di Stato ha fatto applicazione dell’art. 3, comma 2, lett. b), del d. lgs. n. 30 del 2007 che (in attuazione della direttiva 2004/38/CE) disciplina il diritto di un cittadino di uno Stato membro UE e dei suoi familiari di circolare e soggiornare liberamente in un altro Stato membro.
La fattispecie in esame è invero diversa, trattandosi della differente situazione di un cittadino extracomunitario che invoca la stessa disciplina al fine di tutelare una asserita unione di fatto con una cittadina comunitaria (di nazionalità rumena) della quale non è in discussione la libertà di soggiornare in un Paese UE diverso da quello di appartenenza.
Ciò non di meno, il motivo appare fondato, sotto il profilo (pure dedotto) della violazione dell’art. 5 comma 5 D.lgs. 286/1998, in relazione alla legge n. 76/2016.
La legge 20 maggio 2016 n. 76, recante regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze, stabilisce (art.1 comma 36) che si intendono “conviventi di fatto” due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale; per l’accertamento della stabile convivenza si fa riferimento alla dichiarazione anagrafica di cui all’art. 4 e alla lett. b) del comma 1 dell’art. 13 del regolamento di cui al D.P.R. 30 maggio 1989 n. 223 (art. 1 comma 37).
Nella fattispecie, al fine di provare la stabile convivenza con la cittadina rumena, il ricorrente ha prodotto certificato anagrafico del Comune di Arezzo, dal quale si evince non solo la coabitazione tra i due soggetti, ma l’esistenza di un rapporto di convivenza.
Il certificato prodotto (cfr. all. 4 della documentazione ricorrente) prova, infatti, non una mera convivenza anagrafica (art. 5), ma la sussistenza di una “famiglia anagrafica” con la quale, ai sensi dell’art. 4 del citato D.P.R. n. 223/1989 (modificato dall’art. 3 comma 1 lett. a) D.lgs. 19 gennaio 2017 n. 5), deve intendersi un insieme di persone legate (anche) da “vincoli di unione civile o da vincoli affettivi”.
Pertanto, non può condividersi l’assunto dell’Amministrazione, nella parte in cui declassa il rapporto tra gli stranieri a mera coabitazione, sull’erroneo presupposto secondo cui l’scrizione delle convivenze di fatto avverrebbe attraverso la registrazione (nella specie mancante) di un contratto di convivenza ai sensi dell’art. 4 e 13 del D.P.R. 223/1989.
Tale modalità di riconoscimento (mediate registrazione di un contratto di convivenza) riguarda infatti le cd. “Unioni civili tra persone dello stesso sesso”, ma non le convivenze di fatto tra “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia”, la cui stabile convivenza è provata dalla suddetta dichiarazione anagrafica.
Risulta pertanto fondato il motivo con cui si deduce l’omessa valutazione dei legami familiari mantenuti dal ricorrente con la cittadina rumena convivente, in violazione dell’art. 5 comma 5 D.lgs. 186/1998.
Già questa Sezione ha reiteratamente affermato, sulla scia di una ferma giurisprudenza, che la mancata valutazione dei legami familiari vizia il diniego di permesso di soggiorno motivato con esclusivo riferimento all’esistenza di una condanna ostativa (cfr., di questa II Sezione, sent. 12 maggio 2017 n. 683; Idem, 20 gennaio 2017, n. 68).
Come statuito dal Consiglio di Stato, con numerose più recenti pronunce, le norme recate dagli artt. 4 e 5 del d.lgs. n. 286/98 mirano, infatti, a tutelare l'interesse pubblico alla tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, e comunque, nell'esercizio di tale potere, l'Amministrazione è tenuta a valutare la condizione familiare dello straniero, in quanto l'interesse collettivo alla tutela della sicurezza pubblica deve essere bilanciato con l'interesse alla vita familiare dell'immigrato e dei suoi congiunti, attenendo tale profilo a diritti fondamentali, aventi copertura convenzionale (art. 8 CEDU): cfr. Sez. III, 14 febbraio 2018 n. 969; Idem., 21 marzo 2018 n. 1826; Idem, 4 maggio 2018 n. 2654.
Né rilevano le ulteriori circostanze riferite nella relazione depositata dalla Questura in esito all’istruttoria collegiale.
Trattasi di elementi totalmente estranei alla motivazione del provvedimento impugnato, integranti pertanto una motivazione postuma, come tale inammissibile, che ben avrebbero potuto (e dovuto) essere rappresentati ed apprezzati nel corpo motivazionale del provvedimento, nel bilanciamento con la necessaria valutazione dei legami familiari.
Sotto il profilo esaminato, il provvedimento impugnato è totalmente carente di motivazione e merita di essere annullato alla stregua della richiamata, consolidata giurisprudenza sulla questione controversa.
3 – In conclusione, il ricorso va accolto con conseguente annullamento del provvedimento impugnato.
Sussistono, in relazione alla peculiarità della fattispecie, giusti motivi di compensazione delle spese di giudizio tra le parti.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all'art. 52, comma 1 D. Lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità delle parti interessati, manda alla Segreteria di procedere all'oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo ad identificare le parti indicate nella presente sentenza.
Così deciso in Firenze nella camera di consiglio del giorno 23 maggio 2018 con l'intervento dei magistrati:
Saverio Romano,	Presidente, Estensore