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Timestamp: 2019-05-23 04:08:45+00:00
Document Index: 38923359

Matched Legal Cases: ['art. 56', 'sentenza ', 'art. 137', 'art. 138', 'art. 705', 'art. 54', 'art. 1', 'art. 56', 'art. 138', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 314', 'art. 314', 'sentenza ', 'art. 138', 'art. 138', 'art. 27']

Art. 138 codice penale: Pena e custodia cautelare per reati commessi all'estero | La Legge per tutti
Art. 138 codice penale: Pena e custodia cautelare per reati commessi all’estero
Quando il giudizio seguito all’estero è rinnovato nello Stato, la pena scontata all’estero è sempre computata, tenendo conto della specie di essa; e, se vi è stata all’estero custodia cautelare, si applicano le disposizioni dell’articolo precedente (1) (2) (3).
(1) Cfr. nota (1) all’art. precedente.
(2) La disposizione si riferisce alle ipotesi in cui un soggetto, già giudicato all’estero, venga nuovamente sottoposto a giudizio e condannato in Italia: in questo caso, la pena (anche non detentiva, purché equivalente) ovvero la custodia cautelare, già sofferte all’estero, vanno detratte dalla pena definitiva inflitta dal giudice italiano.
In materia, la giurisprudenza ha puntualizzato che, al fine di determinare la pena da espiare, la custodia cautelare sofferta all’estero può essere computata solo se riferita al medesimo fatto per cui vi è stata condanna in Italia. Ne consegue che, qualora la condanna in Italia sia avvenuta per più reati in continuazione, la detenzione patita all’estero per un fatto identico a uno dei reati ritenuti dal giudice italiano avvinti da tale vincolo può essere presa in considerazione solo per esso e non anche per gli altri, in quanto l’istituto della continuazione mira a mitigare l’entità della pena complessivamente inflitta in relazione a violazioni costituenti espressione di un identico disegno criminoso, ma non sopprime la loro autonomia fenomenologica (Cass. 30-7-2008, n. 31943).
(3) Cfr. art. 56 Convenzione di Schengen firmata il 19-6-1990 e resa esecutiva con l. 30- 9-1993, n. 388.
Al fine di determinare la pena da espiare, la custodia cautelare sofferta all'estero può essere computata solo se riferita al "medesimo fatto" per cui vi è stata condanna in Italia.
Cassazione penale sez. I 26 settembre 2014 n. 42513
Al fine di determinare la pena residua da espiare, qualora la condanna in Italia sia avvenuta per più reati in continuazione, la detenzione patita all'estero per un fatto identico ad uno dei suddetti reati, può essere presa in considerazione solo per esso e non anche per gli altri, in quanto l'istituto della continuazione mira a mitigare l'entità della pena complessivamente inflitta in relazione a violazioni costituenti espressione di un medesimo disegno criminoso, ma non sopprime la loro autonomia fenomenologica. (Annulla in parte con rinvio, Trib. Roma, 29/03/2013 )
Cassazione penale sez. I 28 gennaio 2014 n. 6734
In tema di mandato di arresto europeo, il termine fissato per l'efficacia della misura cautelare estera posta a fondamento del m.a.e. decorre dal momento in cui la persona richiesta in consegna venga posta concretamente a disposizione dell'autorità giudiziaria dello Stato emittente. (Fattispecie relativa ad un m.a.e. processuale emesso dalle autorità polacche per l'esecuzione di un provvedimento di arresto temporaneo della durata di quattordici giorni).
Cassazione penale sez. VI 26 febbraio 2013 n. 10054
In tema di mandato di arresto europeo esecutivo, la consegna della persona richiesta dall'autorità giudiziaria estera deve avvenire per l'esecuzione della pena eccedente il periodo di custodia cautelare sofferto dal ricorrente in Italia in pendenza del processo, con la conseguenza che il relativo periodo di privazione della libertà va integralmente detratto, secondo le regole dell'ordinamento interno, dalla durata della pena detentiva da scontare in base alla condanna dello Stato richiedente. (Fattispecie relativa a un mandato d'arresto europeo emesso dalle autorità romene). Rigetta in parte, App. Bari, 16 Dicembre 2008
Cassazione penale sez. VI 28 gennaio 2009 n. 4303
Non sussistono le condizioni per l'accoglimento della domanda di estradizione ai fini dell'esecuzione di una sentenza di condanna qualora l'estradando abbia già interamente scontato, sotto forma di custodia cautelare a fini estradizionali, la pena inflitta, considerato che il principio, per il quale la custodia cautelare sofferta deve scomputarsi dalla durata della pena definitiva inflitta, costituisce principio fondamentale dell'ordinamento dello Stato, espressamente sancito dall'art. 137 c.p. e rafforzato dal successivo art. 138, che impedisce di far luogo alla estradizione, ai sensi dell'art. 705 comma 1 lett. b) c.p.p., dovendo ritenersi, a tal fine, la piena equiparazione tra custodia cautelare sofferta in Italia e pena definitivamente irrogata dallo Stato richiedente l'estradizione (nella specie Repubblica di Romania).
Cassazione penale sez. VI 09 giugno 2006 n. 24666
La detrazione della pena espianda in Italia dalla parte sofferta all'estero per lo stesso fatto, oltre ad essere prevista dalle norme convenzionali in materia di "ne bis in idem" internazionale - in forza delle quali non soltanto non può procedersi in Italia nei confronti di una persona che sia stata definitivamente condannata o assolta per lo stesso fatto in uno Stato europeo (v. art. 54 della convenzione di Schengen, resa esecutiva con l. n. 388 del 1993, e art. 1 della convenzione di Bruxelles del 25 maggio 1987, resa esecutiva con l. n. 350 del 1989), ma, se un nuovo procedimento è ciononostante instaurato, ogni periodo di privazione della libertà già scontato in un Paese deve essere detratto dalla pena che sarà inflitta successivamente (v., rispettivamente, art. 56 e 3 delle convenzioni sopra menzionate) - è imposta dall'art. 138 c.p., che, al fine di attenuare le rigorose conseguenze dalla rinnovazione del giudizio, stabilisce "sempre" lo scomputo della pena sofferta all'estero per lo stesso fatto, a prescindere da qualsiasi implicazione derivante dall'avvenuto riconoscimento della sentenza penale straniera.
Cassazione penale sez. V 21 gennaio 2004 n. 19106
È infondata, in riferimento agli art. 3 e 24 cost., la q.l.c. dell'art. 314 c.p.p., "nella parte in cui limita la possibilità di ottenere la riparazione per l'ingiusta detenzione esclusivamente in relazione alla custodia cautelare eventualmente sofferta dagli istanti ingiustamente (e nei casi in cui la carcerazione sia conseguenza di un ordine di carcerazione emesso illegittimamente) e non anche in relazione alle ipotesi di istanti che abbiano subito l'ingiusta detenzione in esecuzione di un ordine di carcerazione inizialmente legittimo ma che, per un fatto sopravvenuto alla sua emissione, andava revocato". In sede di riparazione per la detenzione che si assume ingiustamente sofferta per duplicazione della pena, infatti, è assorbente l'accertamento della identità del fatto e dell'avvenuta espiazione, proprio per quel fatto, di una pena detentiva e, una volta che tale accertamento vi sia stato e abbia dato esito positivo, non è di ostacolo all'applicazione dell'art. 314 c.p.p. - che a seguito della sentenza n. 310 del 1996 comprende anche le ipotesi di detenzione subita sulla base di un ordine di esecuzione erroneo - la circostanza che, nel momento dell'adozione dell'ordine di esecuzione, la sussistenza di fatti che lo proibivano o che avrebbero dovuto indurre alla riduzione della pena da scontare fosse ignota, giacché la portata prescrittiva dell'art. 138 c.p. è nel senso che quella pena deve essere necessariamente conteggiata nell'ordine di carcerazione, con la conseguenza che, quali che siano le ragioni che hanno impedito un computo tempestivo, la violazione della norma resta e, con essa, il vulnus alla libertà personale.
Corte Costituzionale 30 luglio 2003 n. 284
A norma dell'art. 138 c.p., la pena o la custodia cautelare subita all'estero, essendo in ogni caso "computabile" quando il giudizio è rinnovato in Italia, deve essere ritenuta dal giudice a tutti gli effetti per i quali il relativo computo abbia rilievo, a prescindere, quindi, dalla non frazionabilità teorica dell'ergastolo. Ciò sta pertanto a significare che, tenuto conto delle "specie" delle pene poste a raffronto, la carcerazione subita all'estero non potrà non essere valutata, rispetto alla pena dell'ergastolo irrogata e da eseguire in Italia, come parte di un unico rapporto esecutivo, con ovvii effetti ai fini del computo del periodo di espiazione necessario per l'accesso agli istituti di emenda previsti dall'ordinamento, i quali, soli, giustificano la compatibilità costituzionale della pena perpetua con il principio sancito dall'art. 27 comma 3 cost.
Cassazione penale sez. I 21 aprile 1999 n. 3110