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Timestamp: 2019-11-21 18:38:07+00:00
Document Index: 93771541

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 366', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 1146', 'art. 1146', 'art. 1146', 'art. 1146', 'art. 1146']

﻿ Convivenza more uxorio: l'erede non può mandar via di casa il convivente |
Cassazione civile, Sezione II, Sentenza del 15.09.2014, n. 19423
Convivenza more uxorio – Casa di abitazione – Diritto di abitazione – Detenzione qualificata da parte del convivente non proprietario – Successione ereditaria – Conseguenze
IL PRINCIPIO ENUNCIATO DALLA CASSAZIONE: Il convivente more uxorio è legittimato all’azione possessoria di reintegrazione la quale può essere esercitata tanto nei confronti dell’altro convivente ospitante, quanto nei confronti degli stessi eredi di costui.
sul ricorso 10466-2008 proposto da:
R.L. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE 1, presso lo studio dell’avvocato VITTORIO CIROTTI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato MERLO VITTORIO;
avverso la sentenza n. 259/2007 della CORTE D’APPELLO di TORINO, depositata il 22/02/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 10/07/2014 dal Consigliere Dott. CESARE ANTONIO PROTO;
udito l’Avvocato VITTORIO CIROTTI, difensore del ricorrente, che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CAPASSO Lucio che ha concluso per il rigetto del primo motivo del ricorso e per l’accoglimento per quanto di ragione del secondo motivo del ricorso.
1. Con il primo motivo il ricorrente deduce il vizio di motivazione e la violazione e falsa applicazione degli artt. 99, 100, 112 e 342 c.p.c. e artt. 1140, 1168 e 1170 c.c. sostenendo che la S., in quanto convivente more uxorio, non sarebbe stata legittimata ad agire con l’azione possessoria nei suoi confronti perchè egli era erede del proprietario convivente che la ospitava e, comunque, compossessore, essendo succeduto nel possesso; aggiunge che la S. avrebbe avuto altrove la propria residenza.
Le censure trascurano che, nel vigore dell’art. 366-bis c.p.c., il motivo di ricorso per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, proposto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve contenere la chiara indicazione del fatto controverso in relazione al quale la motivazione si assume omessa o contraddittoria ovvero le ragioni per le quali la dedotta insufficienza della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione e pertanto la relativa censura deve essere accompagnata da un momento di sintesi che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione della sua ammissibilità; il motivo, cioè, deve contenere – a pena d’inammissibilità – una indicazione riassuntiva e sintetica, che costituisca un “quid pluris” rispetto all’illustrazione del motivo e che consenta al giudice di valutare immediatamente l’ammissibilità del ricorso (Cass. S.U. 20/05/2010 n. 12339; Cass. 4/2/2008 n. 2652 Ord.; Cass. S.U. 1/10/2007 n. 20603).
Il motivo, con riferimento alla violazione delle norme indicate nell’epigrafe del motivo e nell’ambito delimitato dai quesiti di diritto, è infondato perchè le ragioni giuridiche addotte a sostegno del motivo trovano confutazione, in diritto, nella giurisprudenza di questa Corte; ai quesiti deve quindi rispondersi affermando che il convivente more uxorio è legittimato all’azione possessoria e che tale azione possa essere esercitata nei confronti dell’altro convivente ospitante e nei confronti degli eredi di costui.
Nel precedente testè richiamato si è dato conto della diversità della convivenza di fatto, fondata sull’affectio quotidiana (ma liberamente e in ogni istante revocabile) di ciascuna delle parti, rispetto al rapporto coniugale, caratterizzato, invece da stabilità e certezza e dalla reciprocità e corrispettività di diritti e doveri che nascono soltanto dal matrimonio; si è tuttavia osservato che questa distinzione non comporta che il rapporto del soggetto con la casa destinata ad abitazione comune, ma di proprietà dell’altro convivente, si fondi su un titolo giuridicamente irrilevante quale l’ospitalità, anzichè sul negozio a contenuto personale alla base della scelta di vivere insieme e di instaurare un consorzio familiare, nei casi in cui l’unione, pur libera, che abbia assunto – per durata, stabilità, esclusività e contribuzione – i caratteri di comunità familiare; pertanto in questi casi, anche dopo la dissoluzione del rapporto di coppia così stabilizzato (nel caso qui in esame per la morte del convivente) non è consentito al convivente proprietario (nel caso qui in esame all’erede che subentra nell’identica posizione) ricorrere alle vie di fatto per estromettere l’altro dall’abitazione, perchè il canone della buona fede e della correttezza, dettato a protezione dei soggetti più esposti e delle situazioni di affidamento, impone al legittimo titolare che intenda recuperare, com’è suo diritto, l’esclusiva disponibilità dell’immobile, di avvisare e di concedere un termine congruo per reperire altra sistemazione.
La legittimazione all’azione di spoglio da parte del convivente more uxorio è stata poi ritenuta applicabile anche qualora lo spoglio sia compiuto da un terzo nei confronti del convivente del detentore qualificato del bene (Cass. 2/1/2014 n. 7).
Il ricorrente richiama inoltre un certificato di residenza secondo il quale la residenza della S. sarebbe in altro luogo;
trattandosi di questione di fatto non può essere esaminata in questa sede di legittimità tenuto conto che nella sentenza impugnata sono stati evidenziati elementi idonei per la prova della relazione di fatto con l’immobile (v. pagg. 11 e 12 nei riferimenti al trasporto di effetti personali e alla presenza nell’alloggio dei mobili della convivente) e dell’inammissibilità per mancanza del momento di sintesi della censura di vizio di motivazione.
2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell’art. 1146 c.c. e il vizio di motivazione. Il ricorrente sostiene:
– se l’erede può invocare i principi di cui all’art. 1146 c.c., comma 2 unicamente agli effetti dell’usucapione oppure anche, in via di azione o eccezione nelle azioni a tutela del possesso.
Il motivo, con riferimento alla violazione dell’art. 1146 c.c. è infondato perchè l’azione possessoria, come detto in precedenza, avrebbe potuto essere esercitata anche nei confronti del convivente more uxorio, ancorchè proprietario, ove avesse estromesso (come ha fatto l’erede) l’odierna intimata con clandestinità dall’unità abitativa e pertanto anche all’erede è precluso estromettere con violenza o clandestinità colei che esercitava sull’immobile un potere di fatto basato su di un interesse proprio e fondato su una relazione di convivenza meritevole di tutela. In ogni caso, la reintegrazione deve avvenire nella stessa situazione di fatto esistente al momento dello spoglio, nella quale la S., dopo la morte del convivente, esercitava un potere di fatto basato su una detenzione qualificata senza la presenza di altri e la disposta reintegrazione non contrasta con la previsione di cui all’art. 1146 c.c., comma 2 tenuto conto che per effetto di una fictio iuris, il possesso del “de cuius” si trasferisce agli eredi i quali subentrano nel possesso del bene anche senza necessità di una materiale apprensione così che, mancando il precedente possesso “corpore”, la materiale apprensione con esclusione del detentore qualificato è stata legittimamente sanzionata con l’ordine di reintegrazione.
Pertanto il primo quesito non è pertinente perchè, pur essendo corretto affermare che il possesso dell’autore si trasferisce all’erede senza soluzione di continuità ed anche senza che l’erede abbia avuto il possesso del bene, ciò non preclude, per le ragioni già dette, l’azione di spoglio della convivente more uxorio nei confronti dell’erede del proprietario che non era nel possesso dei beni del de cuius prima della sua morte (ciò essendo stato escluso con valutazione di merito in entrambi i gradi del giudizio).
Egualmente inconferente rispetto alla concreta fattispecie anche il secondo quesito con il quale si chiede se l’erede può invocare i principi di cui all’art. 1146 c.c., comma 2 unicamente agli effetti dell’usucapione oppure anche, in via di azione o eccezione nelle azioni a tutela del possesso: nella specie il ricorrente non ha esercitato una azione a tutela del possesso, ma è ricorso a vie di fatto estromettendo dall’immobile la detentrice qualificata ed ha operato una materiale apprensione del bene illegittima per le sue modalità.
La Corte rigetta il ricorso Così deciso in Roma, il 10 luglio 2014.
Depositato in Cancelleria il 15 settembre 2014
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