Source: https://www.edscuola.eu/wordpress/?m=20130104
Timestamp: 2020-01-28 07:14:04+00:00
Document Index: 72264033

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 509', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1372', 'art. 1372', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 400', 'art. 39']

4 | Gennaio | 2013 | Edscuola
Archivi giornalieri: venerdì 4 Gennaio 2013
In ricordo di Luciano Criscuoli
Luciano Criscuoli, già dirigente e direttore generale della ricerca del MIUR per oltre un decennio, è prematuramente scomparso il 4 gennaio 2013.
Il dott. Criscuoli con entusiasmo e contagiante passione ha dedicato tutta la sua vita professionale al servizio dello sviluppo delle politiche e delle attività per la ricerca.
A cavallo degli anni 2000, Luciano Criscuoli è stato uno dei principali protagonisti degli importanti cambiamenti e sviluppi che il mondo della ricerca pubblica e privata ha sperimentato, garantendo il necessario collegamento tra la ricerca di base e la ricerca applicata, sempre attento alla valorizzazione dell’una in funzione dell’altra.
Negli ultimi anni il dott. Criscuoli, sempre rivestendo le più elevate posizioni, ha contributo a rafforzare il dialogo e le sinergie tra il Ministero, gli enti di ricerca e gli enti locali mettendo la sua competenza universalmente riconosciuta al servizio del complessivo sistema della ricerca italiana.
Domande per le pensioni entro il 25 gennaio
Il ministero emana decreto e circolare Domande per le pensioni entro il 25 gennaio
E’ stato emanato oggi il D.M. n. 97 col quale il Ministro dell’Istruzione fissa al 25 gennaio 2013 la data di presentazione delle dimissioni volontarie dal servizio con contestuale accesso al trattamento pensionistico, unitamente alla circolare n. 98 contenente le indicazioni operative.
Tutto il personale scolastico che al 31.12.2011 possedeva i requisiti della normativa precedente la Legge 214/2011 Monti-Fornero e precisamente:
Quota “96”, somma tra età anagrafica e contributiva partendo da un minimo di anni 60 di età e 35 di contribuzione, per raggiungere la quale si utilizzano anche le frazioni di anno. Es: anni 60 e mesi 4 di età anagrafica e anni 35 e mesi 8 di contribuzione;
Donne con 61 anni di età anagrafica e minimo 20 anni di contribuzione (anni 15 se è stato prestato servizio di qualsiasi durata entro il 31.12.1992);
Uomini con 65 anni di età anagrafica e minimo 20 di contribuzione (anni 15 in presenza di contributi al 31.12.1992);
uomini e donne che al 31.12.2011 avevano raggiunto 40 anni di contribuzione a prescindere dall’età anagrafica;
Il personale in possesso di uno di tali requisiti, se raggiunge l’età anagrafica di anni 65 entro il 31.08.2013, sarà collocato in pensione d’ufficio, salvo il trattenimento autorizzato.
Tutte le donne che compiono 57 anni di età e 35 di contribuzione entro il 31.12.2012, optando per il calcolo contributivo (Legge 243/2004 di Maroni).
Tutto il personale della scuola che raggiunge i requisiti con la normativa prevista dalla Legge Fornero:
Uomini e donne, che raggiungono l’età anagrafica di anni 66 e mesi 3 entro il 31.08.2013, saranno collocate in pensione “d’ufficio” per “vecchiaia”. Gli stessi, se raggiungono tale requisito entro il 31.12.2013, possono essere collocati a riposo ma solo a “domanda”;
Donne che raggiungono al 31.12.2013 il requisito di anni 41 e mesi 5 (bastano anni 41 e mesi 1 al 31.08.2013) e Uomini che, alla stessa data, raggiungono anni 42 e mesi 5 di contribuzione (bastano anni 42 e mesi 1 al 31.08.2013) (Pensione anticipata). In tal caso, se non si posseggono almeno 62 anni di età anagrafica, si incorre nelle penalizzazioni previste dalla Legge Fornero n. 214/2011, a meno che non si tratti di tutto servizio effettivo (comprensivo di servizio militare, maternità, malattia per infortunio), nel qual caso e fino al 2017 non ci saranno penalizzazioni.
Entro la data di scadenza stabilita dal D.M. n: 97 del 20.12.2012, il personale deve presentare richiesta di dimissioni volontarie dal servizio mediante la procedura “istanze on line” di Polis dal sito del Miur. Entro la stessa data è possibile revocare le stesse.
Le domande di pensione, invece, vanno presentate all’ente Previdenziale con le seguenti modalità:
Direttamente dall’interessato, previa registrazione al sito dell’Ente;
Attraverso l’assistenza di un Patronato.
Coloro che compiono 65 anni entro il 31.08.2013 e possedevano uno dei requisiti previsti dalla vecchia normativa entro il 31.12.2011;
Coloro che compiono anni 66 e mesi 3 entro il 31.08.2013;
Coloro che, possedendo l’età di 66 anni e 3 mesi entro il 31.08.2013, non hanno raggiunto il minimo dei contributi per la pensione di vecchiaia (anni 20).
In data 20 dicembre 2012l il MIUR ha pubblicato il DM 97/2012 e la CM 98/2012 che stabiliscono le modalità per la presentazione delle domande di cessazione dal servizio, di trattenimento in servizio e di accesso al trattamento di pensione con decorrenza 1° settembre 2013.
– Tramite accesso al sito dell’INPS – ex gestione INPDAP, previa registrazione. – Tramite Contact Center Integrato (numero verde 803164).
Come: In forma cartacea alla scuola di titolarità o di servizio.
CESSAZIONE D’UFFICIO PER LIMITI DI ETÀ CON PREAVVISO ENTRO IL 28/2/2013
indipendentemente dall’età anagrafica.
per i dipendenti che prestano servizio in virtù di proroga concessa fino al 31/8/2013
Requisiti contributivi già maturati
Uomini: 42 anni e 5 mesi di anzianità contributiva
Donne: 41 anni e 5 mesi di anzianità contributiva
Requisiti contributivi da maturare entro il 31/8/2013, congiunti a 62 anni di età.
CESSAZIONE A DOMANDA PER LIMITI DI ETÀ
per il personale che compirà il 65° anno di età nel periodo compreso fra il 1/9/2013 e il 31/12/2013
I requisiti di età e contribuzione stabiliti per il raggiungimento della quota sono considerati al 31/12/2011.
35 anni di contribuzione congiunti a 61 anni di età;
36 anni di contribuzione congiunti 60 di età;
35 anni di contribuzione congiunti a 60 di età, a condizione che la somma dei mesi e giorni eccedenti i suddetti requisiti minimi consenta di raggiungere la “quota 96”.
PERSONALE FEMMINILE 61 anni di età entro il 31/12/2011
Donne:41annie5mesidianzianità contributiva
Almeno 57 anni di età e non meno di 35 anni di contribuzione entro il 31/12/2012.
Coloro che entro il 31/12/2011 hanno maturato i requisiti per accedere al trattamento pensionistico di anzianità possono, in alternativa alla cessazione dal servizio, chiedere la trasformazione del rapporto di lavoro a tempo parziale con contestuale attribuzione del trattamento pensionistico. La richiesta deve essere formulata con unica istanza mediante la citata procedura “istanze on line”; in essa gli interessati devono esprimere l’opzione per la cessazione dal servizio, ovvero per la permanenza a tempo pieno, nel caso non fosse possibile la concessione del part-time.
Il trattenimento in servizio non costituisce più oggetto di un diritto potestativo dell’interessato, ma dipende dalle valutazioni che l’amministrazione scolastica compie in ordine all’organizzazione, al fabbisogno professionale e alla disponibilità finanziaria. Pertanto, l’accoglimento della domanda di mantenimento in servizio oltre i limiti di età o di anzianità contributiva, è soggetta alla discrezionalità dell’amministrazione. Resta invece in vigore il diritto del dipendente di chiedere il trattenimento in servizio oltre il 65° anno di età fino alla maturazione dell’anzianità contributiva minima (20 anni) indispensabile ai fini del trattamento di pensione, ma non oltre il 70° anno di età.
La legge 24 dicembre 2012, n. 228 (Legge di stabilità per il 2013) ha posto rimedio ad una situazione segnalata anche da un’inchiesta di Milena Gabanelli e Bernardo Iovene apparsa su Report nel febbraio 2012 dal titolo molto esplicito «Quando il pizzo è dovuto per legge – Migliaia di lavoratori dovranno pagare due volte i contributi. La legge è del 2010 [L. 122/2010 – Conversionein legge del D.L.78/2010. NdR]. Chi l’ha votata non se n’è accorto».
La Legge 122/2010 aveva introdotto pesanti oneri economici per la ricongiunzione presso un unico ente previdenziale di periodi contributivi maturati presso altri enti previdenziali, in quanto obbligava i lavoratori a versare nuovamente i contributi – peraltro già corrisposti ad altri enti per i periodi lavorativi precedenti – commisurati allo stipendio in godimento al momento della domanda di ricongiunzione. I costi della ricongiunzione da inesistenti fino alla L.122/10 erano diventati inaccettabili. La Legge di stabilità 2013 ha sanato in qualche misura questa situazione inaccettabile.
le novità della legge di stabilità 2013 di Giuliano Coan*
La legge di stabilità pone rimedio alle disuguaglianze prodotte dalla legge 122/2010 in tema di trasferimenti di contributi verso l’Inps da iscritti agli ex Istituti di previdenza gestiti dall’ex Inpdap cessati dal servizio entro il 30 luglio 2010 e senza diritto alla pensione.
Introduce, inoltre, la possibilità di mettere insieme gratuitamente i periodi assicurativi di più gestioni al fine di conseguire un trattamento pensionistico di vecchiaia con i requisiti anagrafici e contributivi previsti dalla riforma Fornero che prevede dal 2013 un’età di 66 anni e 3 mesi ed almeno 20 anni di contributi.
Andiamo però con ordine e cerchiamo di fare chiarezza in questa intricata, complessa ed ostica materia.
L’istituto della ricongiunzione permette ai lavoratori dipendenti (pubblici e privati) e autonomi, che sono in possesso di più contributi presso differenti gestioni previdenziali, di unificarli per ottenere la pensione da un unico ente. Per tale ragione presuppone posizioni contributive presso almeno due diverse gestioni previdenziali.
La ricongiunzione ha per oggetto la valutazione del periodo di lavoro già assistito da iscrizione ad altre gestioni o ex Casse, come servizio utile a tutti gli effetti, quindi
permette di far confluire i periodi assicurativi da una gestione all’altra che sarà quella che erogherà la pensione.
Per i pubblici dipendenti con la ricongiunzione in “entrata” si valorizzano, come servizio utile Inpdap, tutti i periodi in cui l’assicurato è stato iscritto presso un’altra gestione pensionistica.
In “uscita” consente di trasferire ad altri enti previdenziali diversi dall’Inpdap, tutta la posizione assicurativa già maturata presso quest’ultimo.
La ricongiunzione onerosa è una ricongiunzione in entrata, cioè di assunzione alla Casse ai fini di un unico trattamento di pensione dei periodi ex Inps, di altre gestioni speciali per i lavoratori autonomi gestite dall’Inps ossia di tutti i periodi di contribuzione obbligatoria, volontaria e figurativa presenti.
Il calcolo è effettuato sullo stipendio in godimento all’atto della domanda.
Destinatari sono i lavoratori dipendenti ovvero tutti coloro che sono ancora in attività di servizio iscritti alle casse.
Al lavoratore dipendente, pubblico o privato o al lavoratore autonomo, che sia stato iscritto a forme obbligatorie di previdenza per liberi professionisti, è data la facoltà, ai fini del diritto e della misura di un’unica pensione, di chiedere la ricongiunzione di tutti i periodi di contribuzione maturati presso le varie forme previdenziali, nella gestione cui è iscritto in qualità di lavoratore dipendente o autonomo. Questo processo comporta forti oneri a carico dell’interessato, non essendo applicabile la riduzione dell’onere del 50% come invece è previsto per i lavoratori dipendenti iscritti all’Inps (legge 29/79)
Si precisa che l’onere a carico del richiedente per la ricongiunzione, è dato dalla monetizzazione in valore attuale della maggiorazione economica che la futura rendita pensionistica subirà a seguito della ricongiunzione del periodo richiesto. Lo stesso periodo come è evidente è utile anche ai fini del diritto
La valutazione sulla convenienza o meno della ricongiunzione dipende da molti fattori e dati variabili, è, infatti, determinata dal costo dell’operazione in relazione ai benefici pensionistici che derivano. Si tratta quindi di una valutazione individuale che varia da caso a caso.
E’ propedeutico l’accertamento esatto della determinazione, si procede quindi al calcolo economico, considerando che dall’01.01.2001 l’onere della ricongiunzione è interamente deducibile ai fini fiscali.
Il lavoratore messo in condizione di conoscere compiutamente gli sviluppi, deciderà se accettare o rinunciare.
Tanto rappresentato, pur in presenza di aspetti da rivedere e migliorare sul versante dei coefficienti e su alcune evidenti differenze che andrebbero eliminate tra casse e casse, l’istituto della ricongiunzione ha una logica giusta ed equa fino a quando non si unificherà la normativa della moltitudine di Casse che erogano la pensione.
Le gestioni interessate, ciascuna per la parte di propria competenza, determinano la misura del trattamento pro quota in rapporto ai rispettivi periodi di iscrizione maturati anche se coincidenti e il conseguente importo è versato all’Inps
L’Inps è deputato a corrispondere al pensionato la sommatoria delle rispettive quote di pensione ricevute, dopo 18 mesi dal conseguimento del diritto. In linea di principio, la totalizzazione si applica a qualsiasi lavoratore iscritto alle varie gestioni o enti privatizzati, compresa la gestione separata.
Attesa la gratuità della totalizzazione, la sua introduzione è conveniente in luogo della ricongiunzione dei contributi, in particolare rispetto a quella introdotta dalla legge 45/90 per i versamenti affluiti presso le casse per i liberi professionisti, certamente non favorevole a causa dell’onere elevato che deve essere versato presso la gestione accogliente e anche rispetto alla ricongiunzione prevista dalla legge 29 con onere ridotto al 50% presso altre gestioni.
La domanda di totalizzazione va presentata all’ultimo ente presso il quale il diretto interessato ha prestato attività di servizio.
Finora, come abbiamo visto, coloro che potevano vantare contribuzione accreditata in gestioni previdenziali diverse potevano ricorrere alla ricongiunzione onerosa o in alternativa alla totalizzazione, sebbene in quest’ultimo caso il trattamento pensionistico fosse calcolato con le regole del sistema contributivo salvo che si fosse acquisito un diritto autonomo a pensione in una delle gestioni chiamate a totalizzare. Ora, ferme restando le predette disposizioni, la legge di stabilità 2013 introduce un’ulteriore novità molto importante, aggiunge la possibilità di cumulare gratuitamente tutti i periodi assicurativi.
Il “cumulo” consente di avere un’unica pensione sulla base dei periodi assicurativi non coincidenti posseduti presso più forme d’assicurazione obbligatorie esclusivamente per la liquidazione del trattamento pensionistico di vecchiaia, secondo le regole di calcolo previste da ciascun ordinamento e sulla base delle rispettive retribuzioni di riferimento. I pro-quota saranno considerati con il metodo di calcolo derivante dalla sommatoria di tutte le anzianità contributive di periodi assicurativi non coincidenti accreditati nelle gestioni oggetto del cumulo, fermo restando che dal 1° gennaio 2012 dovrà necessariamente essere applicato, per le anzianità contributive maturate a decorrere da quella data, il sistema di calcolo contributivo.
Si potrà esercitare tale facoltà solo ed esclusivamente per ottenere la pensione di vecchiaia secondo i requisiti previsti dalla Riforma Monti-Fornero che, per i dipendenti statali, nel 2013 si conseguirà con 66 anni 3 mesi di età e almeno 20 anni di contribuzione.
La pensione di vecchiaia “cumulata” sarà ottenuta alla presenza dei requisiti anagrafici e di contribuzione eventualmente più elevati tra quelli previsti dai rispettivi ordinamenti che disciplinano le gestioni interessate. Sarà possibile ricorrere al cumulo anche per i trattamenti di inabilità e ai superstiti di un soggetto deceduto prima di aver acquisito il diritto a pensione.
Coloro che hanno presentato la domanda di ricongiunzione onerosa dal 1° luglio 2010 potranno recedere e ottenere la restituzione di quanto versato a condizione che la contribuzione riunificata non abbia già dato luogo a pensione. Sarà possibile il recesso entro un anno.
Cessazioni dal servizio personale scuola: le domande entro il 25 gennaio 2013
I requisiti, le procedure e le modalità di presentazione delle domande di pensione di docenti, ATA ed educatori definite nel DM 97/12.
Con i due atti si fissa la scadenza per la presentazione delle domande di cessazione e di mantenimento in servizio a venerdì 25 gennaio 2013.
Anche per questo anno la modalità di presentazione delle domande di pensione prevede due fasi distinte:
la domanda di cessazione dal servizio, compreso quella con contestuale richiesta dipart-time, verrà inoltrata via web. Sul sito sono disponibili una guida eun video che illustrano le procedure da seguire per la registrazione.
La domanda di accesso al trattamento pensionistico e di liquidazione verrà gestitanei confronti dell’INPDAP-INPS, nei seguenti modi:
– presentazione della domanda on line,
– presentazione della domanda tramite contact center integrato,
– presentazione telematica della domanda attraverso l’assistenza gratuita delPatronato.
L’art. 2 del decreto ministeriale in oggetto disciplina i casi di mancata maturazione del diritto alla pensione nei riguardi del personale dimissionario perché privo dei requisiti prescritti; l’accertamento dell’esistenza o meno di tale diritto è di competenza degli Uffici territoriali degli Uffici scolastici regionali.
Nella domanda di cessazione gli interessati devono dichiarare espressamente la volontà di cessare comunque o di permanere in servizio. Una volta che sia stata accertata la eventuale mancanza dei requisiti sarà data informazione al dipendente da parte degli Uffici Scolastici Regionali o dalle istituzioni scolastiche per coloro che sono stati assunti dopo il 2000.
È importante vigilare sull’accertamento dei requisiti, onde non incappare in un pensionamento che non corrisponda all’accesso all’assegno pensionistico.
Il Decreto Legge n. 201 del 6 dicembre 2011 convertito con Legge n. 214 del 27 dicembre 2011 ha modificato i requisiti di accesso al trattamento pensionistico, facendo salvo però il diritto all’applicazione della normativa precedente per coloro che ne abbiano maturato i previsti requisiti anagrafici e contributivi entro il 31 dicembre 2011.
Ricordiamo quindi che in base alla normativa di cui sopra per il personale della scuola statale i requisiti per la pensione di anzianità sono di:
36 anni di contributi congiunti ad almeno 60 anni di età anagrafica
35 di contributi congiunti ad almeno 61 anni di età anagrafica. Per raggiungere la “quota 96” si possono sommare ulteriori frazioni di età e contribuzione (es. 60 anni e 4 mesi di età, 35 anni e 8 mesi di contribuzione).
Restano anche confermati, per la medesima normativa, sia il diritto alla pensione di anzianità al raggiungimento dei 40 anni di contributi che il diritto alla pensione di vecchiaia al raggiungimento dei 65 anni di età per gli uomini e 61 anni per le donne.
Per tutte le donne resta in vigore fino al 31 dicembre 2015 la norma prevista dall’art. 1 comma 9 della Legge 243/2004, la quale consente l’accesso alla pensione con 57 anni di età anagrafica e 35 di anzianità contributiva, requisiti posseduti entro il 31/12/2012, optando per il calcolo contributivo.
Dal 1 gennaio 2013 i requisiti, da possedersi al 31 dicembre 2013, sono così modificati:
Pensione di vecchiaia – 66 anni e 3 mesi di età per uomini e donne, con almeno 20 anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 2013.
Pensione anticipata – 41 anni e 5 mesi di anzianità contributiva per le donne, 42 anni e 5 mesi di anzianità contributiva per gli uomini, senza operare alcun arrotondamento.
La cessazione anticipata prevede una penalizzazione sull’assegno pensionistico per chi lascia il servizio prima del compimento di 62 anni di età, pari all’1% per i primi due anni di anticipo rispetto alla suddetta età; tale percentuale è elevata al 2% per ogni anno ulteriore rispetto ai primi 2. Nel caso in cui l’età del pensionamento non sia intera la riduzione percentuale è proporzionale al numero dei mesi.
È fatto salvo che non troverà applicazione la riduzione percentuale dei trattamenti pensionistici per chi raggiungerà il precedente requisito di servizio entro il 2017, qualora l’anzianità contributiva derivi esclusivamente da prestazione effettiva di lavoro, (includendo i periodi di astensione obbligatoria per maternità, per l’assolvimento degli obblighi di leva, per infortunio, per malattia e di cassa integrazione guadagni ordinaria).
Per le donne resta in vigore fino al 31 dicembre 2015 la norma prevista dall’art. 1 comma 9 della Legge 243/2004, la quale consente, optando per il calcolo contributivo, l’accesso alla pensione con 57 anni di età anagrafica e 35 di anzianità contributiva, requisiti, che se posseduti entro il 31/12/2013, daranno l’accesso alla pensione dal 1° settembre 2014, per effetto della finestra.
Mantenimento in servizio oltre i limiti di età
Il MIUR fornisce indicazioni affinché i criteri di valutazione delle istanze di permanenza in servizio siano applicati in maniera puntuale e motivata per evitare conseguenze sulle future assunzioni in ruolo.
Per coloro che hanno raggiunto i 65 anni di età entro il 31 dicembre 2011 e che intendano permanere in servizio, viene confermata la direttiva 94/09.
Il mantenimento in servizio per 2 anni è possibile solo per coloro che non appartengano a classi di concorso/tipo di posto/profilo in esubero e non abbiano ancora raggiunto i 40 anni di contribuzione (per coloro che hanno maturato il diritto entro il 31 dicembre 2011).
Restano comunque vigenti le norme speciali (DLgs 297/94 art. 509, commi 2 e 3 e 5) per il personale della scuola che prevedono la possibilità di restare in servizio fino a 70 anni qualora si debbano raggiungere i 20 anni di contribuzione minima.
L’età massima per poter rimanere in servizio è di 66 anni e tre mesi per uomini e donne, da compiersi entro il 31 agosto 2013.
Per il collocamento a riposo “forzato” del personale che abbia raggiunto i 40 anni di contributi entro il 31 dicembre 2011 è confermata la direttiva 94/09. Il termine di preavviso è di 6 mesi al fine del collocamento a riposo dal 1 settembre 2013.
L’Amministrazione può procedere alla risoluzione del rapporto di lavoro unilaterale, per i dipendenti che maturano i requisiti della pensione anticipata a decorrere dal 1 gennaio 2013.
In proposito, poiché la norma sulla pensione anticipata prevede la penalizzazione nel trattamento pensionistico per i dipendenti che sono in possesso di una età inferiore ai 62 anni, le amministrazioni non eserciteranno la risoluzione nei confronti dei soggetti per i quali potrebbe operare la penalizzazione legale.
I periodi di riscatto, eventualmente richiesti, contribuiscono al raggiungimento del tetto massimo contributivo nella sola ipotesi che siano già stati accettati i relativi provvedimenti.
Il termine della presentazione della domanda di cessazione dal servizio dei dirigenti scolastici è il 28 febbraio come previsto dalle norme del CCNL/10 dell’Area V della dirigenza.
Il recesso avrà le stesse modalità che regolano le cessazioni del comparto scuola, se verrà prodotto entro la data indicata.
Le istanze di trattenimento in servizio oltre i limiti di età andranno valutate in base all’eventuale esubero determinato dal dimensionamento scolastico e ai numeri di immissione in ruolo dei nuovi dirigenti scolastici a seguito delle procedure concorsuali.
Presso tutte le sedi della FLC CGIL e dell’INCA CGIL (in Italia e all’estero) è disponibile uno specifico servizio di consulenza: vista la delicatezza e la complessità dei calcoli per determinare l’ammontare della pensione e della liquidazione, è consigliabile che la pratica pensionistica sia istruita e seguita in ogni sua fase dal patronato INCA CGIL che è soggetto accreditato presso il Ministero del Lavoro e garantisce competenza e professionalità.
Il patrocinio è del tutto gratuito.
Concorso a cattedra: ricorso contro la soglia di 35/50 alle preselezioni anche a Trento e Bolzano
Riservato ai candidati che hanno sostenuto le preselezioni del concorso a cattedra nelle province autonome di Trento e Bolzano ottenendo un punteggio compreso tra 30 e 34,5. Per ricevere le istruzioni scrivi entro il 10 gennaio a trento@anief.net.
Dopo il ricorso al TAR Lazio contro la soglia illegittima di 35/50 per i candidati di tutto il resto del territorio nazionale, ANIEF ricorre anche al TRGA di Trento e di Bolzano per ammettere alle prove scritte i candidati che hanno totalizzato almeno 30/50, pari a 6/10. Le istruzioni devono essere richieste entro il 10 gennaio 2013 inviando una mail a trento@anief.net con oggetto – a seconda dei casi – “Ricorso soglia Trento” oppure “Ricorso soglia Bolzano”, e indicando nel testo cognome e nome, luogo e data di nascita, recapiti e-mail e telefonici.
Scuola, il caos degli accorpamenti. Famiglie in difficoltà nella scelta dell’istituto a cui iscriversi
Oltre duemilaseicento scuole in meno in tutta Italia. Un tratto di penna le ha cancellate, ora potrebbero tornare ad esistere. Sono le scuole sacrificate per il cosiddetto dimensionamento
ROMA Oltre duemilaseicento scuole in meno in tutta Italia. Un tratto di penna le ha cancellate, ora potrebbero tornare ad esistere. Sono le scuole sacrificate per il cosiddetto dimensionamento, l’obbligo di creare istituti con non meno di mille alunni per razionalizzare e ridurre la spesa pubblica. Un provvedimento taglia-spese che non è frutto del governo dei tecnici, ma che rientrava nella manovra Tremonti-Gelmini (la Finanziaria del 2011). Un accorpamento tra istituti che avrebbe comportato un risparmio nelle casse dello Stato di 172 milioni di euro.
Ma una sentenza della Corte Costituzionale del giugno scorso (la 147) ha dichiarato l’illegittimità di questo provvedimento: il Governo aveva messo da parte le Regioni che pure hanno competenza in materia. E ora, alla vigilia delle pre-iscrizioni alle scuole (che devono essere fatte dal 21 gennaio al 28 febbraio e per la prima volta si potranno fare solo on line per gli alunni delle prime classi), il caso degli istituti-fantasma minaccia di provocare un caos amministrativo. Mettendo in difficoltà le famiglie che si trovano adesso a scegliere tra istituti e dirigenti che potrebbero cambiare completamente prima di settembre. La riforma del dimensionamento voluta dal governo Berlusconi è diventata effettiva da settembre con le regioni che hanno dovuto applicare le nuove norme. Non senza polemiche in quanto i tagli sono stati fatti su base numerica (il limite minimo dei mille alunni). E proteste ci sono anche per i tagli al personale, in particolare per i dirigenti scolastici e ai loro segretari.
La legge del 2011 ha portato alla chiusura di oltre 2.600 istituti scolastici, circa il 25% del totale (ne sono rimasti 8.092). Un taglio che ha pesato soprattutto per le scuole materne, elementari e medie che spesso sono state accorpate quasi sempre in istituti comprensivi e con numeri complessivi di alunni decisamente alti. Quasi la metà dei tagli è al sud: in Campania, Sicilia, Puglia e Calabria. Ma anche il Lazio da un anno all’altro ha 300 istituti in meno. Cinque regioni, però, si sono rivolte alla Corte Costituzionale, che ha dato loro ragione. Il governo Monti, che nel frattempo era subentrato, di fronte alla sentenza è intervenuto prevedendo nel disegno di legge di stabilità, presentato ad ottobre, una norma in cui preannunciava una nuova intesa Stato-Regioni. Precisando che l’attuazione del dimensionamento valeva soltanto per l’anno 2012/2013. Il disegno di legge poneva parametri meno rigidi e che avrebbero permesso di «salvare» una scuola su due, altrimenti destinata a scomparire o a fondersi con una più grande. Un comma che accontentava tutti, Regioni e sindacati. Ma che è stato stralciato al momento dell’approvazione della legge. «Non sappiamo i motivi per cui il comma è stato stralciato – denuncia Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, associazione sindacale della scuola –. Rischiamo che atti firmati da un dirigente non sono validi». L’Anief ha presentato una diffida alle regioni. Altrimenti «sarà necessario ripercorrere le vie giudiziarie».
Scuola, dal 21 gennaio iscrizioni online: oltre 350mila famiglie senza accesso al web
Utilizzare internet sarà obbligatorio, ma i dati forniti di recente dall’Istat segnalano che in molti avranno difficoltà. Potranno farsi aiutare dalle segreterie degli istituti che rischieranno quindi di essere più intasate del solito
Le iscrizioni a scuola online rischiano di gettare nel panico due famiglie italiane su dieci. Per la prima volta, la scuola italiana si cimenterà con le iscrizioni al primo anno della scuola primaria e secondaria, di primo e secondo grado, totalmente informatizzate. Niente più lunghe code presso le segreterie scolastiche, moduli cartacei di diverse pagine da compilare e penne che sul più bello non scrivono. Il milione e 600mila famiglie che, a partire dal prossimo 21 gennaio, saranno chiamate a iscrivere i figli a scuola potranno cercare sul web comodamente da casa la scuola migliore e inviare il modulo via internet. Avranno tempo fino al 28 febbraio.
Sarà sufficiente registrarsi al sito web www.iscrizioni.istruzione.it e inviare il modulo elettronico predisposto dalle scuole, che invieranno per e-mail la ricevuta alle famiglie. Attraverso una particolare applicazione sarà inoltre possibile per mamme e papà seguire l’iter della domanda fino al suo accoglimento definitivo. Per la scelta dell’istituto sarà invece disponibile un altro link, raggiungibile dal sito di viale Trastevere, e spulciare le offerte formative degli istituti che si trovano nei pressi della residenza della famiglia o nelle vicinanze del luogo di lavoro dei genitori.
Ma basta incrociare i dati contenuti nel report, pubblicato dall’Istat meno di due settimane fa, su Cittadini e nuove tecnologie per comprendere che la novità creerà qualche grattacapo a molte famiglie. Per le altre novità obbligatorie da quest’anno – registri e pagelle online – contenute nel decreto-legge dello scorso 7 luglio – su Disposizioni urgenti per la razionalizzazione della spesa pubblica – il ministero con una criptica circolare dello scorso 3 ottobre fa capire di considerare quello in corso un anno “di transizione” e di essere disposto a chiudere un occhio in attesa che le segreterie si attrezzino.
A partire dal primo quadrimestre, il mese prossimo, alcune scuole “consegneranno” alle famiglie la pagella online, altre continueranno a produrre la vecchia pagella cartacea, in procinto di andare in soffitta. Ma le iscrizioni via internet sono invece obbligatorie e l’Istituto nazionale di statistica avverte che 45 famiglie italiane su cento non sono ancora collegate alla rete: non hanno accesso ad internet per vari motivi. Per fortuna, la percentuale si abbassa notevolmente – al 21 per cento – prendendo in considerazione i nuclei familiari con almeno un figlio minore, quelli interessati alle iscrizioni a scuola.
Per le 350mila famiglie italiane sfornite di accesso ad internet che si scontreranno col “Piano per la dematerializzazione delle procedure amministrative in materia di istruzione, università e ricerca” sarà sempre possibile ricevere il supporto della segreteria scolastica presso la quale si intende iscrivere il figlio: basterà recarsi a scuola e qualcuno aiuterà il genitore ad iscrivere, sempre online, il figlio. Una procedura che rischia di diventare più complicata dello scorso anno per i genitori e di intasare le segreterie scolastiche di mamme e papà non ancora abbastanza digitalizzati.
Le cose andranno peggio al Sud, dove le famiglie che non sono ancora in possesso di un accesso a internet sfiorano il 30 per cento, e nei piccoli comuni, dove la diffusione degli accessi alla rete è inferiore alla media nazionale. In fondo alla classifica degli internauti gli abitanti della Basilicata con almeno un figlio minore, con appena 63 accessi ad internet su cento. Anche l’estrazione sociale marca la differenza nell’uso delle tecnologie. Per operai e disoccupati iscrivere i figli a scuola attraverso l’indirizzo web sarà una mezza avventura.
Tra i primi, 35 famiglie su cento non sono ancora collegate, percentuale che schizza al 64 per cento tra i disoccupati. Per pagelle e voti ondine – che interessano sei milioni e 813mila famiglie italiane – occorrerà aspettare ancora qualche mese: le scuole si stanno dotando della tecnologia che consentirà la rivoluzione digitale. Ma già fra qualche settimana, negli istituti che si sono muniti per tempo, due famiglie su dieci rischiano di doversi recare a scuola per richiedere la vecchia pagella cartacea.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Journal of Human Resources.
Gli scienziati hanno analizzato dati provenienti da 5.800 studenti dall’asilo al quinto grado (corrispondente all’età di 9-11 anni): sono stati valutati i risultati dei punteggi ottenuti in tre categorie standard di test, lettura, matematica e scienze, confrontandoli con le valutazioni dei rendimenti scolastici da parte degli insegnanti.
I dati mostrano, per la prima volta, che le disparità di genere da parte dei docenti sembrano cominciare molto presto a scuola e favoriscono uniformemente le ragazze. Secondo gli studiosi questo gap potrebbe essere dovuta alle minori capacità interpersonali dei maschi, ossia alla loro condotta in classe molte volte inappropriata.
La scuola che vorrei: pochi compiti e meno prof
Sono alcune delle risposte inviate dagli studenti italiani ad una domanda posta dal sito Skuola.net (“Quale scuola vorresti?”). In testa strutture migliori e più sicure. Scarso interesse per la “scuola digitale”
Una scuola con meno compiti ed insegnanti più indulgenti: sono i desideri più frequenti degli studenti italiani, secondo il sito skuola.net il cui forum ha raccolto in questi giorni centinaia e centinaia di messaggi in risposta ad una semplicissima “provocazione” di Tonio2012 che aveva chiesto alla comunity “Cosa pensate della scuola? Mi spiego: come vorreste che fosse la vostra scuola? Meno compiti? Meno professori? Più ore di educazione fisica? A voi la scelta!”.
Lapidari alcuni studenti: “Vorrei una scuola più nuova e con meno prof”
Altri entrano di più nel merito: “Meno compiti, meno ore di latino, struttura più nuova, computer più nuovi, un laboratorio di chimica ed orari più comodi” oppure “Vorrei meno ore di matematica”.
Alcune tendenze emergono però con chiarezza e, tutto sommato, indicano anche ipotesi di intervento.
Per esempio molti chiedono che a scuola si possano seguire solo i corsi che si preferiscono e che non ci siano troppi insegnanti con cui doversi relazionare.
Moltissimi gli studenti che chiedono strutture e arredi più sicuri e adeguati.
Curiosamente (ma forse non troppo) mancano quasi del tutto le richieste di una scuola “più digitale”.
Evidentemente per la stragrande maggioranza degli studenti pc, tablet e internet e quant’altro non fanno la qualità della scuola.
Prese le opportune distanze (non si tratta di una ricerca condotta con criteri scientifici), non sarebbe male però se il futuro Ministro dell’Istruzione ne tenesse conto.
L’Italia è più “smart”, ma Internet non è per tutti
Mentre scatta l’obbligo delle iscrizioni online a scuola, l’Adsl manca nel 50% delle fasce più basse e lo sforzo delle amministrazioni locali per digitalizzarsi non sempre soddisfa
Italia sempre più «smart»: dopo le operazioni bancarie e l’e-shopping, anche per partecipare alla vita politica, votare alle primarie ed iscriversi a scuola ora ci vuole il pc e il collegamento a Internet. E mentre scatta l’obbligo delle iscrizioni online alla scuola primaria o secondaria, c’è ancora un’ampia fascia della popolazione che non ha accesso all’Adsl, presente nell’84,5% delle abitazioni delle fasce più elevate, ma solo nel 50% delle case delle fasce più basse. Una differenza sociale che riguarda anche la connessione wireless, presente nei due terzi delle abitazioni delle famiglie di livello alto e medio-alto contro il 29% di quelle di livello basso.
Lo rileva l’indagine «Municipium 2012. Per le TeknoCittà. Comportamenti sociali più avanti dell’organizzazione urbana» realizzata dal Censis e dalla Rur (Rete Urbana delle Rappresentanze), che fotografa i comportamenti dei cittadini che vivono nei centri urbani con più di 10.000 abitanti e mostra come cambiano gli stili di vita urbani grazie alle tecnologie. E che, se è vero che gli italiani sono sempre più tecnologici, è anche vero che le città faticano a tenere il passo e non sempre sono in grado di offrire servizi adeguati per tutti. La linea Adsl è presente in due terzi delle abitazioni degli italiani ma non lo è nel 22,3% delle case di fascia media e addirittura nel 43,1% delle case di fascia medio bassa e bassa. Per non parlare della connessione alla rete in fibra ottica: secondo i dati Censis-Rur è presente solo nel 13,4% delle abitazioni di fascia alta e medio alta, contro il 73% di queste case che ne è sprovvisto, percentuale che sale al 77,4% nelle case di fascia media.
La possibilità di accedere a Internet sembra quindi più legata alla buona volontà e alla possibilità del singolo individuo, mentre lo sforzo che le amministrazioni locali hanno intrapreso per digitalizzarsi non sempre tiene il passo con le esigenze. Lo dimostra, ad esempio, la diffusione del servizio wi-fi gratuito in alcune aree, vie o piazze della città, poco presente o poco noti ai cittadini. Secondo l’indagine infatti, sono ancora pochi gli italiani ad essere a conoscenza del servizio, quando c’è, e che lo utilizzano.
Solo l’8,6% degli italiani intervistati dichiara di utilizzarlo; il 14% sa che il servizio esiste ma dichiara di non averne mai usufruito, mentre ben il 77,4% non ne è a conoscenza o dichiara che tale servizio non è presente nella propria città. Dichiarano di essere a conoscenza del servizio comunale di wi-fi gratuito e di utilizzarlo il 16,7% di chi risiede al Nord ovest, l’8,8% del Nord est, l’8,2% al Centro e il 3,3% al Sud e nelle Isole. Affermano invece di essere sprovvisti di tale servizio il 71,3% degli intervistati del Nord ovest, il 74% del Nord est, il 75,4% del Centro e l’84,5% del Sud e delle Isole.
«Le città sono vissute dai cittadini con disagio perché quello che loro hanno già conquistato, dall’essere più ecologici e più digitali, al voler utilizzare di più i mezzi pubblici- spiega all’Adnkronos Giuseppe Roma, direttore generale del Censis – l’organizzazione urbana non lo fornisce e quindi abbiamo un numero rilevante di persone che vorrebbero cambiare città e addirittura andare all’estero». Ben il 37,8% del campione intervistato dichiara di essere attratto da questa prospettiva, ma per la fascia di età tra i 18 e i 29 anni, l’ipotesi di un trasferimento altrove vede la disponibilità di ben il 69% degli intervistati ed in quella tra i 30 e i 44 anni del 55%. Tra le motivazioni più gettonate, le maggiori opportunità di lavoro e più sicurezza, seguite dal desiderio di vivere in una città in cui servizi pubblici funzionino meglio. (Adnkronos)
I patti non rispettati stanno alla base dei mali della scuola
“Pacta sunt servanda”, dicevano i latini, per esprimere il principio fondamentale del diritto civile. In chiave moderna sarebbe importantissima per il corretto funzionamento dell’Amministrazione pubblica e anche della scuola. Con la prossima legislatura è auspicabile un nuovo contratto e un nuovo patto.
Rispettare i patti contrattuali dovrebbe essere la regola principale per fare funzionare bene l’organizzazione della scuola. Nel caso in cui si ritenesse importante modificarli, basterebbe rinnovare il contratto, sottoscrivendo un nuovo patto che tenga conto delle leggi nuove del parlamento ed anche della nuova situazione economico e sociale.
Il principio di base rimane sempre lo stesso ed è quello che i patti vanno sempre rispettati. Tale principio è anche scritto nel codice civile, che all’art. 1372, stabilisce che il contratto ha forza di legge tra le parti e non può essere sciolto che per mutuo consenso o per cause ammesse dalla legge.
Negli ultimi anni, proprio a partire dal 2008, con il governo Berlusconi, ma continuando anche nel 2012 con quello Monti, i patti contrattuali non sono stati rispettati e dell’art. 1372 del codice civile, nessuno ha tenuto conto. Nessuno, in questi anni, si è preoccupato di rinnovare i contratti scaduti da anni. Bisogna ricordare che il contratto collettivo nazionale del personale scolastico è scaduto nel 2009 e pur rimanendo vigente, ha subito regolarmente attacchi politici ed è stato ritenuto il contratto dei privilegi e non dei diritti.
Abbiamo dovuto assistere ad una stagione di provvedimenti governativi invasivi dei patti stipulati con regolare accordo sindacale. Per questo motivo il contratto della scuola ha perso di credibilità ed è diventato carta straccia. A partire dalla campagna di brunettiana memoria, contro i privilegi contrattuali dei lavoratori, che rifacendosi ad uno spirito, già rivendicato da Marchionne nella Fiat, ha intenzionalmente abrogato, con la legge n. 150/2009 detta legge Brunetta, l’art. 6 del CCNL della scuola. In buona sostanza i patti contrattuali, che rassicuravano l’organizzazione del lavoro del personale scolastico, come materia di discussione contrattuale decentrata, sono stati traditi e consegnati di forza alla volontà patronale e despotica di ogni singolo dirigente.
Infatti, nonostante sia in vigore il contratto scuola scaduto nel 2009, alcuni dirigenti scolastici applicano, ignorando i punti h), i), m) dell’art. 6 Ccnl Scuola 2006/2009, la legge Brunetta, contravvenendo ai patti contrattuali vigenti e operando con condotta antisindacale. E’ ormai diventata una prassi quella di cambiare le norme contrattuali degli insegnanti per via legislativa. Attraverso le leggi parlamentari si cancellano con un tratto di penna interi commi o addirittura articoli del contratto della scuola attualmente vigente.
Anche il blocco degli scatti di anzianità è un provvedimento che non risponde ad un altro obbligo contrattuale, ed è stato puntualmente attuato e ancora non risolto. Si è arrivati addirittura a tentare di cambiare l’orario di servizio, previsto dall’art. 28 del contratto, proponendo di portare, a parità di retribuzione stipendiale, l’orario settimanale di servizio dei docenti delle scuole secondarie da 18 a 24 ore.
La mancanza del rispetto dei patti contrattuali, ha avvilito tutto il personale scolastico, e questo sta alla base dei mali che affliggono la scuola, dove non esistono più regole certe e il contenzioso è sempre in agguato.
Con la prossima legislatura è auspicabile un nuovo contratto per la scuola che valga per la sua intera durata senza interferenze, che ridia dignità ai docenti e a tutto il personale, ma soprattutto vogliamo, che sia un contratto chiaro, in modo da non dare spazio a libere interpretazioni e che venga onorata la locuzione latina “pacta sunt servanda”.
Il 20 novembre scorso il Consiglio di Stato stabilì che il problema dei docenti in attesa di andare in pensione secondo la “quota 96”, venisse sciolto non dai giudici del lavoro, ma solo dalla Corte dei Conti che ha deciso di comunicare la soluzione definitiva della questione il prossimo 21 marzo.
In tale sede si dichiara sussistente la giurisdizione della Corte dei conti, sezione giurisdizionale del Lazio, Roma, dinanzi alla quale il giudizio potrà essere riassunto entro il termine perentorio di tre mesi, decorrenti dall’avvenuta notificazione o comunicazione della presente sentenza, salvi gli effetti della translatio iudicii. A tal proposito la Corte dei Conti della giurisdizione regionale del Lazio ha deciso di comunicare la soluzione definitiva della questione il prossimo 21 marzo.
Si ricorda che recentemente il prof. Imposimato, Presidente onorario della Corte di Cassazione, ha scritto una lettera documentata al sottosegretario al Lavoro Gianfranco Polillo, che perora la causa di questi lavoratori discriminati. In questa lettera si fa presente che la riforma Fornero esclude dagli effetti della riforma i lavoratori che possano vantare i requisiti maturati fino al 31 dicembre 2011.
Questa data unica è in contrasto con quella prevista per l’uscita dei pensionamenti del personale della scuola, che si basa, per garantire il buon funzionamento dei processi educativi e didattici, non sull’anno solare ma sull’anno scolastico.
Basterà attendere altri 77 giorni e forse si risolverà una questione complessa e veramente spinosa.
Dodici mesi di vittorie e di sentenze favorevoli ai lavoratori della scuola
La forza e l’efficienza dell’Anief sono costruite sulla base di fatti concreti. Dopo il punto sulle attività del 2012, realizzato del presidente nazionale Marcello Pacifico, che si è soffermato su attività, ricorsi, azione confederale, corsi e servizi – ripresi dalla stampa nazionale, locale e specialistica, attraverso ben 750 articoli – il giovane sindacato propone ora un altro resoconto davvero emblematico.
Stavolta vengono descritte azioni, proposte e sentenze che, mese per mese, hanno confermato i successi del giovane sindacato, il cui operato è ormai diventato un punto di riferimento centrale per la tutela dei diritti dei lavoratori della scuola.
Per l’Italia si tratta di una sentenza “faro”, da cui ne deriveranno tante altre. Al punto che per le casse dello Stato potrebbe rivelarsi davvero sconveniente, visto che rimangano in attesa di giudizio altri 40mila docenti precari “storici”: l’esborso potenziale di soldi pubblici potrebbe rivelarsi davvero salato, fino a 4 milioni di euro.
Marcello Pacifico, presidente dell’Anief, si sofferma proprio sul fatto che nei giorni successivi “anche altri tribunali del lavoro confermano tale parere. Evidentemente il diritto non perdona all’amministrazione italiana la violazione della normativa europea che ci chiede la corretta tenuta dei conti pubblici, ma anche la non discriminazione del personale a tempo determinato”. Per il sindacalista il Miur non ha scelta: “assuma tutti i precari in blocco. Ciò comporterebbe un esborso per le casse dello Stato decisamente minore”.
Grazie a questa sentenza due insegnanti donne ottengono subito l`assunzione a tempo indeterminato retrodatata di due anni: dal 2011 al 2009. Il provvedimento dell`autorità le penalizzava sul piano retributivo e le obbligava ad aspettare più tempo per eventuali trasferimenti di sede. Dopo che la controversia è passata dal Tar Lazio, ora è confermata attraverso la giurisdizione del giudice ordinario: si controverte infatti sugli atti di gestione della graduatoria utile per l`eventuale assunzione, che rientrano tra le determinazioni assunte con la capacità e i poteri del datore di lavoro privato e rispetto ai quali sono configurabili solo diritti soggettivi. E soprattutto deve essere riconosciuto l`inserimento a “pettine” dei precari che avevano chiesto di essere trasferiti in un`altra provincia rispetto a quella di residenza e deve essere respinto il sistema delle “code”.
Il sindacato presenta un esposto al procuratore generale della Corte dei Conti, a seguito dell’ostinazione del Miur di voler proseguire il concorso per diventare dirigente scolastico: secondo il presidente, Marcello Pacifico, non è stata presa “nella giusta considerazione la sentenza di merito del Tar del Lazio a seguito del parere del Consiglio di Stato, che ha acclarato l’erroneità di un numero tutt’altro che trascurabile di test presentati ai 32.000 candidati lo scorso 12 ottobre, in occasione delle prove preselettive del concorso”.
Ora il Miur fa sapere che “a ciascun componente delle commissioni esaminatrici dei concorsi indetti per il reclutamento dei dirigenti scolastici viene corrisposto un compenso base” pari a 251 euro per il Presidente e 209,24 euro per il componente. Inoltre, “a ciascun componente le commissioni esaminatrici dei concorsi viene corrisposto un compenso integrativo pari a 0,50 euro per ciascun elaborato o candidato esaminato”. In ogni caso “i compensi non possono eccedere 2.051,70 euro”, con l’eccezione dei presidenti per i quali l’importo va incrementato del 20%.
“Poiché il concorso è destinato a decadere – ha spiegato il presidente dell’Anief – è evidente che questi soldi potevano essere risparmiati. il Tar non potrà che dimostrare l’avvenuto danno erariale”. Un danno che va ascritto a qualcuno “che opera all’interno dello Stato senza tenere conto delle conseguenze del suo operato”.
La Consulta emette la sentenza 147/2012, attraverso cui ritiene costituzionalmente illegittimo l’articolo 19, comma 4, del decreto legge 98 del 2011, poi Legge 111/2011, nella parte che fissava l’obbligo di accorpamento in istituti comprensivi di scuole d’infanzia, primaria e medi con meno di mille alunni: questa norma contrasta palesemente con l’articolo 19, comma 4, della manovra è (quello che determina le competenze legislative di Stato e Regioni), “essendo una norma di dettaglio dettata in un ambito di competenza concorrente”. Una decisione del genere, ha spiegato la Corte Costituzionale, non doveva essere presa autonomamente dallo Stato, che in questo modo ha scavalcato la sovranità delle Regioni.
Secondo Marcello Pacifico, presidente Anief, “la Gelmini dopo essere stata bacchettata per i mancati inserimenti a ‘pettine’ dei precari, ha ricevuto una bocciatura anche per l’inadeguato provvedimento che ha dimensionato in 15 giorni la rete scolastica italiana cancellando 2.000 presidenze”.
“Questa sentenza dei giudici – continua il presidente dell’Anief – oltre a ripristinare il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni, manda dunque un chiaro segnale verso il precedente Governo. E rende vano il suo tentativo di calpestare, con una legge estiva, i diritti dell’utenza costituzionalmente protetta”.
Sono le 10 proposte rivolte dall’Anief ai senatori della Repubblica per “risparmiare milioni di euro senza distruggere il merito”.
“A costo zero – spiega il sindacato – la ricetta per stabilizzare i precari della scuola che dopo tre anni continuano a essere chiamati come supplenti. La carriera è, infatti, bloccata per i colleghi di ruolo, perché non assumerli? Si risparmierebbero 8 milioni di euro per ogni denuncia di infrazione rispetto alle migliaia in corso”. Ancora, “perché non obbligare gli ispettori o lo stesso personale della scuola a revisionare gratuitamente i conti, visto che già il Dsga deve preparare la relazione, il dirigente deve sostenere la contrattazione con le RSU, ed è sempre possibile sporgere denuncia alla magistratura contabile? Risparmi per altri 4 milioni di euro”. E poi, “perché costringere i docenti inidonei all’insegnamento per motivi di salute a non valorizzare la propria professionalità nelle biblioteche o ancora perché non consentire agli insegnanti tecnico-pratici di frequentare i TFA e riconvertirsi in altra classe di concorso in base al titolo di studio?”.
“E che dire – prosegue l’Anief – del caos presso le Corti del lavoro per ricorsi individuali che, sebbene riguardino procedure concorsuali, non sono più gestiti dal Tar Lazio in forma collettiva, con danni permanenti nelle tasche dei contribuenti?”.
Nello spirito della legge vanno le proposte emendative preparate dall’Anief anche per garantire la mobilità del personale neo-assunto che si potrebbe ritrovare dal prossimo anno cassa-integrato o per lasciare andare in pensione quelle migliaia di colleghi che avevano iniziato il 1° settembre 2011 il loro ultimo anno di servizio o ancora “per non mortificare la professionalità dell’unica figura intermedia – quadro – del vicario, introdotta nell’amministrazione scolastica”.
La mancanza di disponibilità da parte del Governo a recepire le proposte è tuttavia palese. A fine luglio, il sindacato deve prendere atto dell’assenza del ministro della Funzione Pubblica, Filippo Patroni Griffi, al tavolo di confronto fissato a Palazzo Vidoni con le parti sociali: “contestiamo l’assenza del Governo in un momento in cui – ha detto Marcello Pacifico – sarebbe stato veramente importante ascoltare tutti, in particolare per attuare un approfondimento del sugli emendamenti accantonati e presentati dai sindacati”.
“Non possiamo che essere soddisfatti: malgrado il blocco del turn over, i tagli agli organici e le riconversioni obbligatorie del personale inidoneo e soprannumerario, per il secondo anno consecutivo l’Anief ha costretto il Governo ad assumere più di 20mila docenti precari”. Così commenta Marcello Pacifico, presidente Anief, la pubblicazione del decreto di assunzione in ruolo di circa 21mila insegnanti da parte dal Ministero dell’Istruzione. “Attraverso migliaia di ricorsi avviati negli ultimi mesi – ricorda Pacifico – abbiamo inferto, per abuso di contratti a termine, pesanti condanne alle spese a carico dell’amministrazione. La quale non ha così potuto fare altro che adoperarsi nei confronti del Governo per consentire il massimo delle assunzioni consentite”. Grazie all’azione dell’Anief, dopo un ventennio durante il quale la scuola ha raggiunto i suoi obiettivi formativi sfruttando cinicamente la preziosa opera di centinaia di migliaia di supplenti, finalmente qualcosa è cambiato: i tantissimi precari hanno capito che per ottenere l’immissione in ruolo, dando compimento al loro onorato servizio, bisognava rivolgersi ai giudici. “Ecco così svelato il mistero – continua Pacifico – su come pur in presenza di una nuova riduzione degli organici del pubblico impiego e del mantenimento del blocco del turn over nella pubblica amministrazione, nella scuola si continua ad assumere: il merito e’ del nuovo modo di fare sindacato, con ricorsi sistematici ai tribunali laddove il legislatore non riesce o non vuole tutelare i diritti dei lavoratori precari”.
Il sindacato sin da subito si dice tuttavia preoccupato per le sorti del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario, sul quale giungono invece notizie di rinvii e di riduzione del contingente di assunzioni, peraltro già inizialmente limitato a poco più di 5.300 posti. L’Anief non può che esprimere il proprio disappunto. “Il problema – sostiene il suo presidente – è che in questo caso l’amministrazione ancora non applica quanto previsto dalla legge sui posti vacanti e disponibili. Poiché quest’anno sono state assegnate oltre 35mila supplenze fino al termine dell’anno scolastico, anche considerando la contestata riconversione del personale docente inidoneo e degli Itp in soprannumero, potevano essere decretate almeno 27mila nuove assunzioni”.
Il 25 settembre il Miur pubblica il bando per il concorso a cattedra per l’assegnazione di 11.542 posti da suddividere su tutti gli ordini di scuole. Secondo l’Anief l’amministrazione ha commesso diversi errori di legittimità, violando palesemente delle norme previste dal testo unico (D.Lgs 297/1994 come modificato dalla L. 124/99) richiamato (art. 400) per l’autorizzazione dello stesso nuovo concorso a cattedra”.
L’Anief ricorda al Governo che, “come già previsto dall’art. 39 della Costituzione e dalle norme derivanti, la modifica dell’orario di lavoro del personale della scuola è soggetto a particolari necessità didattico-formative e di preparazione-programmazione delle stesse. E per questo motivo deve passare necessariamente attraverso uno specifico accordo tra amministrazione e parti sociali. Risulta, quindi, incostituzionale e annullabile dal tribunale un decreto di questa portata”.
Secondo Pacifico “la direttiva CE che obbliga ad assumere questi dipendenti, peraltro recepita nel nostro ordinamento già dal decreto legislativo 368/01, non può infatti continuare a non essere considerata, solo per garantire risparmi o aumenti di produttività e a dispetto della cancellazione di diritti soggettivi riconosciuti prima ancora che dall’Europa dalla nostra Costituzione”.
Secondo Marcello Pacifico, presidente dell’Anief “i giudici del Tar, come ha sempre sostenuto il nostro sindacato, hanno esaminato le leggi vigenti e appurato che il Miur non poteva escludere dal concorso degli aspiranti docenti solo perché il loro titolo era stato conseguito dopo un’artificiosa barriera cronologica, introdotta dagli organizzatori del concorso e posizionata tra il 2002 e il 2004. Anche perché in questo modo si sarebbe preclusa l’unica modalità per ringiovanire il corpo docente italiano, che con la media anagrafica superiore ai 50 anni si colloca tra le più alte al mondo”.
“Come non era possibile – ha concluso Pacifico – lasciare fuori da un concorso della pubblica amministrazione del personale in possesso dei requisiti per accedervi, ma ‘colpevole’ di essere stato già assunto con altre mansioni: si sarebbe trattato del primo caso del genere nella storia delle selezioni pubbliche italiane. E questo il nostro sindacato non lo ha permesso”.
Le iscrizioni on line e l’ampio fronte degli scettici…
Da quest’anno, le iscrizioni a scuola per la primaria, e secondaria di primo e secondo grado, avverranno via computer, attraverso moduli elettronici. Si tratterà di una vera e propria rivoluzione per più di un milione e mezzo di famiglie italiane, che avranno tempo per iscrivere i figli da lunedì 21 gennaio fino a giovedì 28 febbraio.
Per effetto della legge sulla revisione della spesa pubblica (spending review) entrata in vigore lo scorso ferragosto, si avrà un risparmio consistente, che riguarderà anche pagelle e registri, e consentirà di eliminare la stampa di oltre 6 milioni e 800mila pagelle e più di un milione e 670mila moduli per le iscrizioni, e l’acquisto di quasi un milione di registri.
Fanno eccezione all’obbligo di consentire l’iscrizione on line, le scuole dell’infanzia, i corsi per l’istruzione degli adulti, e le scuole paritarie.
I principali giornali generalisti ospitano in questi giorni un numero cospicuo di opinioni da parte di esperti, rappresentanti del mondo della scuola, scrittori ed intellettuali, che, pur riconoscendo i meriti di questa dematerializzazione, sottolineano il pericolo delle possibili conseguenze: frantumazione delle relazioni scolastiche con le famiglie, scarsa attenzione alle famiglie in situazione di digital divide, vetustà – se non proprio assenza – delle attrezzature tecnologiche in molte scuole.
A lanciare gli allarmi sono stati, ieri, su La Repubblica, la scrittrice e dirigente scolastico Mariapia Veladiano (Premio Calvino 2010 e seconda allo Strega 2011), in un articolo dal titolo La scuola Liquida (che qualifica il registro elettronico come “illusione educativa“, e oggi, sempre dal quotidiano romano, lo scrittore Edoardo Nesi (Premio Strega 2011) e il sottosegretario all’istruzione Marco Rossi Doria (che però attesta l’inevitabilità e l’utilità di queste innovazioni), in altrettante interviste.
Il Corriere della Sera, per non essere da meno, ospita le preoccupazioni del presidente dell’Associazione nazionale presidi Giorgio Rembado, che teme l’impatto di genitori con una scarsa dimestichezza con i supporti informatici nei confronti delle segreterie scolastiche, e della presidente del Coordinamento genitori democratici Angela Nava, che teme l’aumento del “divario tra scuole, quelle più ricche e quelle più povere, quelle del centro e quelle di periferia, o di provincia, e tra famiglie. Insomma, è il riproporsi di Italie a più velocità”.
La nostra impressione è che, fintantoché si vogliono esprimere preoccupazioni per l’introduzione di tecnologie che consentono risparmi di tempo e di denaro, nonché miglioramento dei servizi offerti, e magari si ipotizzano soluzioni che possano equilibrare gli scompensi che queste azioni possono portare con sé, va bene.