Source: https://www.vocidipace.it/2009/02/
Timestamp: 2019-10-17 13:57:15+00:00
Document Index: 99634551

Matched Legal Cases: ['art.3', 'art.12', 'art.12', 'art.13', 'art.19', 'art.26', 'art.27', 'art.23', 'art.25', 'art.3', 'art.19', 'art.4', 'art.47', 'art.47', 'art.42', 'art.47', 'art.4', 'art. 3']

Voci di Pace: 2009-02
INVITO ALL'INCONTRO CHE LE DONNE DELLA COMUNITA' ISLAMICA DI TRENTO HANNO ORGANIZZATO IL 6 MARZO NELL'OCCASIONE DELLA GIORNATA INTERNAZIONALE DELLA DONNA .
UNIONE FORENSE TUTELA DIRITTI DELL'UOMO, BENE MOZIONE CAMERA
MOZIONE SULLA BIRMANIA ALLA CAMERA
(ASCA)_18 febbraio 2009
''Abbiamo accolto con grande soddisfazione la mozione sulla Birmania approvata praticamente all'unanimita' dalla Camera. Sarebbe opportuno, pero', che si approntino immediatamente ulteriori stanziamenti per la cooperazione internazionale, senza i quali l'attuale mozione sulla Birmania, cosi' come altre azioni che il nostro paese deve intraprendere a livello internazionale per la tutela dei diritti umani, rischiano di rimanere lettera morta''. Lo dichiara l'avvocato Mario Lana, presidente dell'Unione forense per la tutela dei diritti dell'uomo e vice presidente del CIR, Consiglio italiano per i rifugiati.
''Cogliamo l'occasione per ricordare che da decenni i nostri sforzi sono volti nella direzione di far conoscere sul piano internazionale l'azione di difensori dei diritti umani e delle liberta' democratiche, come U Aye Myint, avvocato gia' condannato a morte in Birmania per la sua attivita' contro il lavoro forzato e il reclutamento di bambini soldato. U Aye Myint e' stato poi liberato grazie ad una campagna di appoggio dell'OIL (Organizzazione Internazionale del Lavoro) e ha ricevuto a Roma, nel novembre dello scorso anno, il premio Premio Ludovic Trarieux, una sorta di nobel degli avvocati europei. L'impegno deve essere volto, inoltre, anche alla tutela delle minoranze religiose, in particolare quella cristiana e musulmana, che il regime sta cercando di cancellare dalla storia politica e sociale di quel paese''.
''L'Unione forense e' da sempre impegnata - continua l'avvocato Lana - nel sostegno dei movimenti e dei partiti democratici in Birmania, come auspicato dalla mozione parlamentare italiana, e sta intensificando il suo impegno in previsione delle elezioni del 2010, soprattutto sotto un profilo di supporto organizzativo e politico, ma abbiamo bisogno di maggior risorse''.
MOZIONE BONIVER CONCERNENTE INIZIATIVE PER LA DIFESA DEI DIRITTI UMANI E PER L'AFFERMAZIONE DELLE LIBERTÀ DEMOCRATICHE IN BIRMANIA
Seduta n. 133 di lunedì 16 febbraio 2009
il Premio Nobel per la pace Daw Aung San Suu Kyi, leader della Lega nazionale per la democrazia, è da 13 anni agli arresti domiciliari;
in questo ultimo anno il numero dei detenuti politici è passato da 1100 ad oltre 2130 e questi sono vittime di torture, maltrattamenti e pesantissime condizioni carcerarie, incluso il ricorso diffuso alla tortura e ai lavori forzati;
negli ultimi due mesi sono stati condannati a pene detentive, che vanno sino a 68 anni di carcere, 186 detenuti politici, membri della Lega nazionale per la democrazia, della cosiddetta «Generazione '88»; tra essi sindacalisti, attori, giornalisti, monaci, che hanno la sola responsabilità di aver tentato di esprimere liberamente la loro opinione nelle cosiddetta «rivoluzione zafferano» del settembre 2007;
l'appello del 3 ottobre 2008 di Navanethem Pillay, recentemente nominato Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha richiesto alle autorità militari birmane il rilascio di tutti i prigionieri;
l'appello al Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-Moon di 112 ex Capi di Stato e di Governo chiede la liberazione immediata e incondizionata di tutti i detenuti politici, inclusa Daw Aung San Suu Kyi;
la giunta militare birmana rifiuta deliberatamente di adottare qualsiasi misura preventiva o di salvaguardia contro la grave carestia che sta minacciando lo Stato di Chin nella parte occidentale del Paese;
secondo l'autorevole rapporto della Campagna internazionale per la messa al bando delle mine, la Birmania è una dei due Paesi al mondo il cui esercito continua ad usare mine antiuomo; nel 2007 le vittime delle mine sono aumentate del 76 per cento e il regime sta incrementando la presenza di campi minati, soprattutto al confine tra Birmania e Bangladesh;
come denunciato dall'Organizzazione internazionale del lavoro, si perpetua nel Paese la pratica del lavoro forzato e la giunta militare utilizza direttamente ed indirettamente il lavoro forzato per la costruzione di strade, dighe e la ricostruzione delle zone colpite dal ciclone Nargis; a 10 anni dalle raccomandazioni della commissione di inchiesta dell'Organizzazione internazionale del lavoro, la giunta militare non ha adottato alcuna delle raccomandazioni per l'eliminazione del lavoro forzato;
la medesima commissione di inchiesta dell'Organizzazione internazionale del lavoro ha dichiarato il lavoro forzato come un crimine contro l'umanità e il consiglio di amministrazione ha deciso di mantenere aperta la possibilità di chiedereun parere consultivo urgente alla Corte internazionale di giustizia per la violazione della Convenzione dell'Organizzazione internazionale del lavoro sul lavoro forzato n. 29 e le istituzioni internazionali, I Governi, gli imprenditori e le parti sociali sono chiamate a rivedere I propri rapporti con la Birmania, in modo da evitare che questi possano contribuire al lavoro forzato; la giunta militare birmana continua a reclutare bambini soldato;
la commissione dell'Organizzazione internazionale del lavoro sulla libertà sindacale ha presentato le conclusioni del suo lavoro e ha condannato duramente nella sessione di novembre 2008 la giunta militare per la violazione di questo diritto umano fondamentale, attraverso la condanna all'ergastolo di sindacalisti e la definizione del sindacato birmano come organizzazione terrorista;
le autorità militari birmane continuano le deportazioni forzate di migliaia di abitanti dei villaggi e le violenze e le intimidazioni hanno prodotto un aumento del numero dei rifugiati interni e nei Paesi limitrofi, che spesso cadono vittima di traffici di esseri umani e di sfruttamento sessuale ed economico;
la Commissione dell'Onu sulle donne (Cedaw) ha condannato la cultura di impunità nel trattamento dei perpetratori degli stupri;
la situazione dei diritti umani è ulteriormente deteriorata e, nonostante le raccomandazioni delle istituzioni internazionali, la repressione politica il Segretario generale delle Nazioni Unite ha annunciato la decisione di rinunciare alla prevista visita in Birmania, che avrebbe dovuto avvenire
entro il mese di dicembre 2008, a causa dell'assenza dei presupposti che permettessero la ripresa del dialogo;
l'inviato speciale dell'Unione europea per la Birmania, Piero Fassino, ha riaffermato il disappunto della comunità internazionale di fronte all'atteggiamento della giunta e la comunità internazionale non ha intenzione di arrendersi allo status quo, né può accettare un Paese ridotto alla fame e privo di ogni libertà civile;
nel corso del ciclone Nargis le autorità birmane hanno impedito per lungo tempo l'accesso nel Paese di esperti e di organizzazioni umanitarie per la gestione dell'emergenza;
le Nazioni Unite hanno reso noto nell'agosto 2008 che le autorità militari birmane si erano appropriate in modo illecito di una parte di aiuti umanitari destinati alla Birmania, applicando falsi tassi di cambio;
a seguito del tempestivo intervento del Segretario generale Onu vi è stata un'apertura limitata alle organizzazioni internazionali;
le autorità militari birmane hanno bloccato l'accesso via internet ai mezzi di comunicazione liberi, hanno vietato la diffusione delle fonti di informazione indipendenti e hanno arrestato i cosiddetti «cyberdissidenti» per aver tentato di esprimere liberamente le loro opinioni politiche;
nonostante la gravissima crisi umanitaria determinata dal ciclone Nargis e l'assenza delle condizioni minime di trasparenza e di rispetto degli standard internazionali, le autorità birmane hanno deciso di tenere un referendum per l'approvazione della bozza di costituzione il 10 maggio 2008 in tutto il Paese ed il 24 maggio 2008, nelle zone colpite dal ciclone;
dai rapporti ricevuti dalle organizzazioni democratiche si sono registrate diffuse minacce, ritorsioni e situazioni nelle quali le schede del referendum erano state già votate;
l'auspicato dialogo con le forze democratiche, con i rappresentanti delle minoranze etniche e della Lega nazionale della democrazia non ha avuto luogo; labozza di costituzione non è stata frutto di un dialogo inclusivo e democratico e la stessa mira a garantire la prosecuzione del potere politico dei militari e a limitare e condizionare pesantemente lo sviluppo di istituzioni pienamente democratiche;
la giunta militare si è impegnata a costruire un reattore nucleare e tali responsabilità non sono state affidate al Ministro dell'energia, ma al Ministro della difesa, creando i presupposti perché tale reattore sia destinato a scopi militari;
numerose iniziative sono state assunte in Italia, in modo particolare dagli enti locali, per il sostegno al popolo birmano e ad Aung San Suu Kyi, conferendo a lei e ad altri detenuti politici la cittadinanza onoraria;
i diritti umani fondamentali - come riconosciuti dalla nostra Carta costituzionale, sanciti dalle Dichiarazioni delle Nazioni Unite e richiamati nel Trattato per la Costituzione dell'Europa - rappresentano l'orizzonte comune dei popoli di tutto il mondo e devono costituire un riferimento costante per la politica internazionale e, in particolare, per l'iniziativa dei Governi democratici nei confronti dei Paesi in cui tali diritti sono disconosciuti e conculcati;
il diritto alla libertà in tutte le sue manifestazioni è un bene universale che non conosce confini geografici, in quanto appartenente all'intera famiglia umana e al futuro delle nuove generazioni;
particolare rilievo assume il richiamo ai diritti umani universali, con riferimento alle donne, come espressamente sancito dalle Conferenze mondiali dell'Onu e, in particolare, dalla Conferenza di Pechino nel 1995;
il 10 dicembre 2008 è ricorso il 60o anniversario della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo;
si auspica che:
a) vi sia l'immediata e incondizionata liberazione di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la pace, agli arresti domiciliari da 13 anni;
b) vi sia l'immediata liberazione di tutti i prigionieri politici;
c) siano fornite cure mediche ai prigionieri politici e il comitato internazionale della Croce rossa possa riprendere le visite;
d) il Segretario generale dell'Onu metta in atto con urgenza tutte le iniziative necessarie, compresa una risoluzione del Consiglio di sicurezza, al fine di poter sbloccare la gravissima situazione di stallo attuale e per la liberazione di tutti i detenuti politici, affinché sia avviato un vero dialogo tripartito con tutte le forze politiche democratiche e la leader Aung San Suu Kyi, siano fissate scadenze e parametri per le riforme e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite adotti ulteriori misure nei confronti della Birmania, in caso di mancato rispetto delle scadenze e dei parametri stabiliti;
e) gli Stati dell'Associazione dei Paesi del Sud Est asiatico rafforzino l'iniziativa politica e diplomatica nei confronti della giunta militare per il rilascio dei detenuti politici e l'avvio di un concreto dialogo tripartito;
f) sia condannata fermamente la pulizia etnica perpetrata contro le minoranze etniche e, in particolare, i Karen;
g) siano messe in atto tutte le iniziative internazionali necessarie ad ottenere che le elezioni del 2010 si realizzino sulla base di standard democratici internazionalmente riconosciuti, di una legge elettorale elaborata con il concorso dell'opposizione e da essa condivisa e con garanzie di piena agibilità politica per tutti i partiti e i candidati;
h) sia espressa viva preoccupazione per il fatto che l'organo investigativo istituito dalla giunta militare per indagare sulle morti, gli arresti e le sparizioni legate alle manifestazioni pacifiche del settembre 2007 non abbia fornito alcun risultato e sia chiesto alle autorità birmane di facilitare le operazioni di una commissione investigativa patrocinata dalle Nazioni Unite;
i) siano sollecitati i Governi di Cina, India e Russia ad utilizzare nei confronti delle autorità birmane i considerevoli mezzi di pressione economici e politici di cui dispongono, al fine di favorire il conseguimento di progressi sostanziali nel Paese, invitandoli a cessare di fornire armi e altre risorse strategiche;
l) sia espressa forte preoccupazione per la costruzione di un reattore nucleare sperimentale e si chieda all'Agenzia internazionale per l'energia atomica di porre in atto tutte le verifiche necessarie ad evitare che si costruisca un reattore a fini militari,
ad agire, di concerto con i partner dell'Unione europea, al fine di adottare misure adeguate verso la Birmania, ivi compreso un possibile rafforzamento dell'attuale regime sanzionatorio;
a mettere in atto attraverso lo strumento della cooperazione allo sviluppo e altri strumenti non solo iniziative di aiuto umanitario, ma anche programmi mirati al sostegno e al rafforzamento delle organizzazioni democratiche;
birmane in esilio, al fine di aumentare la loro capacità di promozione di attività di denuncia delle violazioni dei diritti umani e del lavoro e di iniziativa democratica e progetti che favoriscano la crescita della società civile locale;
a promuovere, attraverso organizzazioni non governative e Agenzie dell'Unione europea e dell'Onu, l'azione di sostegno umanitario e programmi di cooperazione in settori cruciali per la vita della popolazione birmana;
ad agire in tutte le sedi internazionali e comunitarie per sostenere l'avvio del dialogo tra le parti interessate ad una rapida transizione verso la democrazia in Birmania.
Square Gutenberg 11/2
Mrs. Ida Odinga
Chair, League of Women Voters, Kenya
About 30 years ago I lived very close to the Nairobi River. My little son then used to sneak into the river and come back with small fish in a bottle and ask me to feed them and keep them for him so that he could have them as pets.
Today if you go to the Nairobi River, you don’t even want to touch the water, never mind the fish. The fish are not there. Therefore, the Universal Peace Federation project mobilizing young people to clean the Nairobi River was fantastic. It was a very good idea because young people own the activity. They know the future belongs to the young people, and they know that unless they do something now to clean the river and make sure it remains clean, they have no future. Therefore, this was a very important thing in the lives of young people and the life of Kenya as a whole.
This Nairobi River had become a point where criminals used to gather and they kept people away from the river. Of course, criminal activities went on around the river. Since the river had become very dirty, criminals knew that people of good faith and character would not visit the river. That’s why it became important to clean that river — so that the criminal activities that took place along the river could be removed.
What are these criminal activities? There’s the brewing of illicit brews; there is the planting of certain plants. Also, people hide near the river because they know even the police don’t want to go there. So, by cleaning up the river, you are not just cleaning the river but also cleaning up the environment, cleaning up criminal activities, and making people come out into the light and become better people.
The Global Peace Festival showed us the way. It awakened the young people and gave them an alternative to sitting around idle or doing negative things. It showed the young people that the world belongs to them. The Nairobi River belongs to them. Nairobi, the city, belongs to them. They feel proud to go and work for these things. It has given them an idea of what they can do with themselves.
The Global Peace Festival came at the right time in Kenya. We had been through a very difficult period in the months of January and February, following the contested elections, where people came out to protest. They protested violently, and many people lost their lives. Many people were maimed, and property was destroyed. Most of these activities were carried out by the young people.
When the Global Peace Festival came to Nairobi, it made the young people reflect on their lives. They reflected on what they had just done and had a change of mind. They said, “We want peace. It is only through peaceful coexistence that we will be able to survive.”
We saw those 30,000 young people from different ethnic backgrounds and different religious backgrounds coming together with one destiny — recognizing the importance of being Kenyans and the importance of belonging to one family under God. They came together and said, “We want to promote peace and improve our environment.”
In Kenya we had taken peace for granted. We thought that wars and uprisings were activities reserved for our neighbors in Rwanda, Uganda, Somalia, Sudan, and so forth. When conflict visited us at home in Kenya, we realized we were in trouble.
Having been Ambassadors for Peace for a long time, it was very useful to us. My husband and I looked back at the values that we had learned through this organization and we realized that we are the ones who are in the right place at the right time to lead people into reconciliation and peace-building.
To begin with, I was shocked at the conflict. I couldn’t believe what I was seeing. I tried to say prayers many times, and many times I got lost in my prayers. I asked my friends to come and pray with me. I asked my friends to pray for the nation, but it was so difficult. I couldn’t see an end to this thing. Life had just come to an end. It was the end of our nation. It was the end of our people. It was the end of us.
I took a trip to one of the areas that was badly affected. I was perhaps the first person to go to this place. I visited the people whose homes had been burned and who, as a result, had to move into the church compound. I visited the people who had been hurt. Most of them had been shot in various parts of their bodies. I also visited a morgue and could see what had happened.
One particular scene that touched my heart was a young mother who apparently was killed as she was running away. At the time when she was killed, she had a baby tied onto her back and was holding the hand of another one. I don’t know what happened to the child whose hand she was holding, but the bullet went through the mother and through the baby on her back and killed both of them instantly. The two bodies were removed to the morgue and kept there. When I saw that, I felt hurt in my heart, and I knew we had to do something and do it immediately. We wanted to be leaders, but you cannot take pride in being a leader of the dead. You want to be a leader of the living. You want to be a leader of happiness, leading people who are happy and are at peace.
So what we learned from the Universal Peace Federation came in handy. What we learned is that we now have to change and talk to people. And I went and talked with people from all backgrounds. I told them, “This is not the Kenya we want. We want a peaceful Kenya. Let’s get back to where we should be.”
Sometimes I’ve wondered, if Hon. Odinga had not attended these meetings and not been a part of this institution, what would have happened to Kenya? The principles that we learned here, the principles of being one family under God, actually guided us. They became the major principles that guided us during this very difficult time. The principle of putting other people before yourself, the principle of putting other people’s interests before your personal interests, was very dominant and useful to us at this particular time, because many people who came out to fight may have thought they were fighting for him. But he said, “You don’t have to demonstrate like that. If you want to demonstrate, carry a twig, carry a wet handkerchief and wave it. That is demonstration. Don’t take a weapon and hurt your fellow Kenyans.”
I prayed a lot. I prayed a lot because I knew it was only God’s guidance that could keep us together. It was not easy. In the past I sometimes talked on national radio raising funds for people who had been affected by floods, and I gave my personal phone number. This personal number that I had given out at that earlier time was used during this time. Everywhere where there was trouble, people would call me, even in the middle of the night, at all times. I never switched off my phone. And they would tell me, “We have a problem here. We’re being attacked. Something is happening.”
I used the same phone to alert the police, to alert the authorities, to tell them exactly where they needed to go to help and so forth. So it was not an easy thing. And you could hear in the background as they talked about what was happening. Some people would say, “I want to tell you what’s happening but I have no money.” I had to look for a way of sending them air time so that they could call me back. And for some, even just talking to me was a relief.
When people are in trouble, sometimes it is not enough just to go there and talk to them, but listening to them is a critical part of the healing. Some of them just talk to you; you let them talk, and you listen. In the end they said, “Thank you very much for listening to me.” That’s what they needed.
Some people in UPF wrote to me. They sent me e-mails. They prayed with me, and believed in me. Some called me. This was a real source of encouragement. It helps you to focus once again when you feel you are lost.
Dott. Franco Previte
Anche il Parlamento Europeo chiede l’adozione di norme conformemente alla “Convenzione sui dirittti delle Persone con Disabilità” dell’ONU.
La “Convenzione sui i diritti delle persone con disabilità” adottata dall’ONU nel dicembre 2006, elabora i diritti civili e politici delle persone con disabilità ed alla partecipazione di diritto alla salute al lavoro ed alla protezione sociale, che il Parlamento Europeo votando il “Patto per la salute mentale” ( Rel.Evangelia Tzambazi-PSE EL) sollecita gli Stati Membri all’adozione delle linee-guida della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità” dell’ONU.(26.12.2006).
In mezzo a tanto bailamme di opinioni convergenti o divergenti, sbagliate o giuste, mi permetto di fare un’osservazione come la farebbe un qualsiasi cittadino dopo aver letto la “Convenzione”, che “parla” chiaramente del diritto del malato in qualsiasi fase, anche terminale, a cui nessuno può rifiutare assistenza, tanto meno alimentazione e idratazione.
La “concentrazione giusta di rispetto del caso Englaro, ha messo in ombra le 2000/3000 famiglie che si tengono ed curano da anni i loro parenti in stato vegetativo e di cui nessuno ne parla, mettendo totalmente in ombra altre tragedie, come quelle dei malati mentali e delle loro famiglie che si devono confrontare quotidianamente con loro.
Il disegno di legge n.2121, votato dal Parlamento il giorno 20 febbraio 2009, di ratifica della “Convenzione” ancora una volta non gratifica la disabilità psichica, perché non è stata riconosciuta questa particolare “situazione”.
Accomunando la persona con minorazioni fisiche a quella con menomazioni mentali, senza riconoscere la diversità ( Preambolo lettera i), ancora continua la non differenza non valutata dal disegno di legge.
Infatti come può un soggetto handicappato mentale, fra le principali, compiere :
a.) “proprie scelte” art.3/a che richiedono coesione d’intelletto o responsabilità;
b.) “capacità giuridica” art.12/2;
c.) “controllare i propri affari finanziari ed avere uguale accesso a prestiti bancari, muti ipotecari “(art.12/5);
d.) “la veste di testimoni in giudizio” art.13/1;
e.) “vivere in maniera indipendente” art.19 ;
f. “la piena capacità mentale” art.26/1 ;
g.) “il diritto a mantenersi attraverso il lavoro comprensivo ed accessibile” art.27 ;
h.) “ di sposarsi” art.23/a. Ma l’handicappato mentale è in condizioni di valutare (consenso e volontà) questo “atto” di livello intellettivo e volitivo consapevole e responsabile al consenso?.L’eventuale prole non ricade,poi, sulla famiglia e sulla società?
Inoltre sia per l’uomo e nel caso di violenze alla donna è lecito usare metodologie di sterilizzazioni per frenare la diffusione di handicap genetici, anche attraverso interventi e servizi volti a ridurre al minimo ed a prevenire ulteriori disabilità ( art.25). Ma la sterilizzazione, l’aborto la mascherata eutanasia non sono forse una precisa menomazione ed una coercizione della persona, della sua libertà della sua dignità, senza che il “soggetto handicappato” possa esprimere la sua volontà?
Nel 1994 il Parlamento Europeo, del quale fa parte l’Italia, ha dichiarato che “ferite irreversibili non devono essere apportate alle capacità riproduttive degli individui sofferenti di turbe mentali” concetto ribadito dall’art.3 della “Carta dei dirìtti fondamentali della Unione Europea”.
Lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri On.Berlusconi
con il disegno di legge di ratifica della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità”, approvato dalla III° e XII° Commissione della Camera dei Deputati che andrà in votazione in Aula a Montecitorio domani 20 febbraio 2009, oltre a “mettere in moto” l’aborto e l’eutanasia nei confronti ed a danno dei disabili psico-fisici, è stato “generato” un “Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità”( ennesimo intralcio della non benedetta burocrazia) non superiore a 40 persone con un costo di 500.ooo euro per gli anni dal 2009 al 2014.
Risultato : i destinatari diretti, cioè le persone con disabilità (specie gli handicappati psichici non valutati) e quelli indiretti ( la collettività) concretamente dei 50 articoli della “Convenzione” otterranno poco!
Da tempo avevo inviato alle Camere tre Petizioni- che allego- ( col n.6 assegnata alla XII° Commissione Igiene e Sanità e III° Affari Esteri al Senato; col n.9 e poi in data 10 febbraio 2009 col n.592 assegnate alla XII° e III° Commissione alla Camera dei Deputati, solo la n.592 è stata abbinata al disegno di legge.
In poche parole avevo richiesto nel quadro della strategia nazionale di salute pubblica:
1.) meccanismi interpretativi uguali nell’universalità e nell’interdipendenza senza discriminazione ;
2.) adozione di servizi reali e specifici nel pieno rispetto della dignità delle persone portatrici di handicap psichici, cure adeguate in strutture ad alta tecnologia riconoscendo tutti i diritti negli stessi luoghi e nelle comunità in cui vivono, in osservanza dell’art.19 della “Convenzione”;
3.) attivazione della ricerca scientifico-farmacologica e sviluppo tecnologico sulla malattia mentale come ogni comparto sanitario:
4.) formazione di un Fondo Economico Finanziario Speciale ( non incluso nel Testo della “Convenzione”) il DOPODINOI un autentico cruccio delle famiglie;
5.) leggi appropriate come sancisce l’art.4 della “Convenzione” riconoscendo i diritti e le necessità degli handicappati mentali per la tutela della salute, per le loro famiglie e pere garantire la sicurezza di tutti i cittadini;
6.) un emendamento quale norma migliorativa in base all’art.47 paragrafo 1, per far riconoscere lo stato giuridico del termine di handicappato mentale in sintonia con la legge 104/1992;
7.) emendamento in base all’art.47 paragrafo 1 per far riconoscere lo stato giuridico-sociale del termine handicappato mentale;
8.) come consenso vincolante ai sensi dell’art.42 e nel rispetto della dignità umana, precise riserve ai sensi dell’art.47 della “Convenzione” e tali da escludere ogni possibile riferimento all’aborto, ad ogni metodo o modalità della salute riproduttiva.
9.) Richiesta all’ONU di indizione di una “Giornata sulla salute mentale”.
Signor Presidente, era opportuno ricercare un meccanismo internazionale che sollecitava un punto d’incontro su cui equilibrare le diverse normative, soprattutto gli umili suggerimenti cui sopra.
La giusta concentrazione sul “caso Englaro” ha messo in ombra le 2000/3000 famiglie che si tengono in casa e curano da anni parenti in stato vegetativo e di cui nessuno ne parla, omettendo totalmente altre tragedie come quelle delle famiglie dei circa 10 milioni di sofferenti psichici ( dalla depressione alla schizofrenia), delle loro famiglie che quotidianamente si devono confrontare con essi e la sicurezza di tutti i cittadini. Signor Presidente, penso che il mondo della sofferenza,quello cristiano e l’opinione pubblica, con amarezza, non dimenticheranno se non saranno apportate modifiche domani in Aula.
La salute oltre che essere il bene più prezioso , è anche tra le preoccupazioni più importanti dell’uomo.
Quest’anno la “17°Giornata del Malato” la vogliamo ricordare non solo come un evento-storico, ma come un rinnovato richiamo alla verifica ed alla considerazione delle ansie, speranze e necessità di tutti gli ammalati e dei loro familiari.
In questo giorno, però, non può essere disatteso il pensiero anche nei riguardi di tutti quegli ammalati che portano nel loro corpo anche i segni di una grande sofferenza psichica, “situazione”che in Italia è “disattesa” da oltre 30 anni..
La Giornata “incontra” e “cade” nel periodo in cui nel Parlamento Italiano, esattamente al Senato della Repubblica è stato approvato il Governativo disegno di legge n.1279 di autorizzazione alla ratifica della “Convenzione sui Diritti delle Persone con Disabilità”, un Documento dell’ONU che riteniamo molto utile nel più ampio contesto della tutela e della promozione dei diritti umani, per la piena affermazione alle persone con disabilità.
Si sperava che l’obiettivo di questo disegno di legge poteva essere quello di dare l’avvio ad un’ ampio dibattito e portare vantaggi tangibili alla qualità di vita dei cittadini disabili, ma, soprattutto, anche sulle necessità di una strategia nazionale sui diritti e sulle necessità di un’altra “categoria” di malati, quelli psichici, non emersi dalla “Convenzione”, in maniera specifica, “Convenzione” che sarà ratificata col disegno di legge n.2121 alla Camera dei Deputati, a partire dal’ 5 FEBBRAIO 2009.
Ma l’attesa è andata vana, perché così come è stato adottata la “Convenzione”, il Senato l’ha approvata senza nessuna modifica, dimenticando che i sofferenti psichicamente dissociati, il 4% soffre di disturbi mentali, il 16% di varie forme di disagio mentale, il 30%, pare assuma psicofarmaci ed il 15% delle famiglie italiane sono colpite in alcuni dei suoi componenti da malattie mentali, dei quali il 15% uomini e il 25% donne.
L’Italia è “allineata” con gli altri Paesi Europei per malati con disturbi psichici, ma con livello più basso di terapie e scarse strutture non sufficientemente appropriate.
Più volte la n/s Associazione ha “cortesemente richiamato l’attenzione” delle Istituzioni sulle necessità in genere di questo grave ed urgente disagio sociale.
Ma constatiamo che l’approvato disegno di legge n.1279 non contiene specificatamente, né provvedimenti legislativi in conformità con l’art.4 della “Convenzione”, né risorse finanziarie per la malattia mentale, mentre nell’art. 3 punto 6 fissa la dotazione finanziaria di 500.000 mila euro destinata , tra altre, a sostegno del funzionamento dello “Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità”; ma nello specifico come vengono considerati i malati psichici ?
Non è illecito pensare che le Istituzioni non pongono in essere obiettivi di solidarietà o proposizioni concrete su questo delicato ambito socio-sanitario.
Tutto questo ci sgomenta perché non vediamo alcuna uscita da questo “tunnel tenebroso” costituito dalla carenza di iniziative per la riforma dell’assistenza psichiatrica che attende una soluzione, ripeto per l’ennesima volta, da ben 30 anni.
Si spera che non sia blasfemo dire, a fronte dei sacrifici che l’attuale momento di crisi ci impone, che dovrebbe essere in atto la riduzione dei notevoli costi della politica e della burocrazia.
Resta, purtroppo, una pia illusione che come tutte le illusioni lascia posto alla delusione.
Dostojevski , il celebre poeta russo, diceva che una società va giudicata a secondo del trattamento che riserva ai malati di mente.
Il livello di civiltà si dimostra e si evidenzia nel rispetto della persona. Di ogni persona!
Che si debba celebrare la “17°”Giornata del Malato” è una motivazione degna di ogni considerazione, ma sperare che si possa aprire uno spiraglio di mutamento nell’attuale situazione italiana è forse utopia, perché è un continuo naufragare in questo mare del silenzio e del disinteresse delle Istituzioni.
P6_TA-PROV(2009)0055
PE420.300
Risoluzione del Parlamento europeo del 5 febbraio 2009 sulla situazione dei rifugiati birmani in Thailandia
– vista la Convenzione delle Nazioni Unite del 1951, relativa allo status dei rifugiati e il relativo Protocollo del 1967,
– viste le sue precedenti risoluzioni riguardanti la Birmania,
A. considerando le notizie secondo cui circa 1 000 "boat people", migranti via mare dell'etnia Rohingya sono stati bloccati, tra il 18 e il 30 dicembre 2008, dalla Marina nelle acque territoriali della Thailandia e successivamente trainati in acque internazionali, senza apparecchi di navigazione né acqua e cibo sufficienti; che molti di questi migranti via mare risultano dispersi e sono probabilmente annegati, mentre alcuni sono stati soccorsi dalle guardie costiere indonesiane o indiane,
B. considerando che la popolazione Rohingya, una comunità etnica prevalentemente musulmana della Birmania occidentale, è soggetta a violazioni sistematiche, persistenti e diffuse dei diritti umani da parte del regime militare al governo, tra cui il diniego dei diritti di cittadinanza, gravi restrizioni della libertà di circolazione e arresti arbitrari,
C. considerando che negli ultimi anni migliaia di birmani sono fuggiti dal proprio paese d'origine a causa della repressione e della fame e hanno rischiato la vita per raggiungere la Thailandia e altri paesi del Sud-Est asiatico; considerando che la Thailandia sta divenendo sempre più una destinazione di transito per i rifugiati birmani,
D. considerando che le autorità thailandesi hanno negato tali accuse e che il Primo Ministro Abhisit Vejjajiva ha promesso un'inchiesta esauriente,
E. considerando che l'Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha espresso preoccupazione riguardo le notizie relative ai maltrattamenti dei rifugiati birmani e ha ottenuto di vedere alcuni dei 126 Rohingya che sono ancora detenute dalle autorità thailandesi,
F. considerando che le autorità thailandesi sostengono che i migranti catturati nelle acque thailandesi sono migranti economici illegali,
1. deplora le notizie riguardanti il trattamento inumano inflitto ai rifugiati Rohingya ed esorta il governo della Thailandia, quale membro rispettato della comunità internazionale, e conosciuto per la sua ospitalità nei riguardi dei rifugiati, ad adottare tutte le misure necessarie per garantire che le vite delle persone di etnia Rohingya non siano a rischio e che essi siano trattati in conformità con le norme umanitarie;
2. condanna con forza la continua persecuzione dell'etnia Rohingya da parte del governo birmano, che detiene la responsabilità principale per la difficile situazione dei rifugiati; chiede il ripristino della cittadinanza birmana per le persone appartenenti all'etnia Rohingya, l'immediata eliminazione di tutte le restrizioni alla loro libertà di movimento, al loro diritto all'educazione e al matrimonio, che sia posto un termine a tutte le persecuzioni religiose, alla distruzione delle moschee e di altri luoghi di culto e a tutte le violazioni dei diritti umani sul territorio del paese nonché all'impoverimento intenzionale, alla tassazione arbitraria e alla confisca dei terreni;
3. fa appello al governo thailandese perché non respinga i migranti Rohingya e i richiedenti asilo, compresi i migranti via mare verso la Birmania, dove le loro vite saranno in pericolo e dove potrebbero essere sottoposti a tortura;
4. accoglie con favore la dichiarazione del Primo Ministro thailandese Abhisit Vejjajiva di voler condurre un'inchiesta sulle accuse di maltrattamento da parte dei militari nei confronti dei richiedenti asilo Rohingya e chiede che un'inchiesta esauriente e imparziale sia condotta in piena trasparenza, al fine di accertare i fatti e adottare misure adeguate contro i responsabili di maltrattamenti dei rifugiati birmani;
5. accoglie con favore la collaborazione del governo thailandese con l'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e chiede l'accesso immediato e senza restrizioni a tutti i migranti via mare dell'etnia Rohingya, per definire il livello delle loro necessità di protezione; chiede al contempo al governo thailandese di firmare la Convenzione delle Nazioni Unite del 1951 sullo status dei rifugiati e il relativo Protocollo del 1967;
6. sottolinea che la questione dei migranti via mare, riguardante la Thailandia e altri paesi, è essenzialmente una questione regionale; valuta positivamente gli sforzi del governo thailandese di potenziare la cooperazione tra i paesi vicini della regione per sollevare la questione della popolazione Rohingya; a tal riguardo accoglie con favore la riunione tenuta il 23 gennaio 2009 Segretario permanente agli Affari esteri Virasakdi Futrakul con gli Ambasciatori di India, Indonesia, Bangladesh, Malesia e Birmania e fa appello a tutti i membri dell'Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN), e specialmente alla Presidenza thailandese e alle pertinenti organizzazioni internazionali, perché collaborino ad una soluzione permanente di tale annosa questione;
7. invita gli Stati membri a consolidare la posizione comune dell'Unione europea, che sarà riveduta nell'aprile 2009, per affrontare la questione della spaventosa discriminazione esercitata nei confronti dell'etnia Rohingya;
8. attribuisce la massima importanza all'invio di una missione del Parlamento europeo in Birmania, vista l'attuale situazione dei diritti umani, che ancora non presenta segnali di miglioramento, e ritiene che le pressioni internazionali sul regime debbano essere rafforzate;
9. incarica il suo Presidente di trasmettere la presente risoluzione al Consiglio, alla Commissione, ai governi degli Stati membri, al governo del regno di Thailandia, al governo del Myanmar, al Segretario generale dell'ASEAN, all'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati e al Segretario generale delle Nazioni Unite.
Suu Kyi pone condizioni a visita Ban Ki-moon Birmania
(Apcom)_2 febbraio 2009
La leader dell'opposizione birmana, Aung San Suu Kyi, ha auspicato che il segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon, non si rechi nel Paese fino a quando lei stessa e tutti gli altri prigionieri politici non saranno liberati. Nel corso del colloquio con l'invitato speciale dell'Onu, Ibrahim Gambari, la leader della Lega nazionale per la democrazia (LND) ha elencato diverse condizioni affinché possa essere avviato un dialogo sostanziale con la giunta militare e ha criticato le recenti condanne pronunciate dai tribunali di Myanmar (il nome attribuito alla Birmania dai militari) contro 270 dissidenti.
"La signora Aung San Suu Kyi e i membri del comitato centrale esecutivo della Lnd ritengono che Ban Ki-moon non debba organizzare un viaggio in Birmania fino a quando U Tin Oo, Aung San Suu Kyi e tutti i prigionieri politici non saranno liberati", ha dichiarato Nyan Win, portavoce dell'Lnd. In Birmania ci sono 2.000 prigionieri politici; Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace, ha trascorso la gran parte degli ultimi 19 anni agli arresti domiciliari. U Tin Oo, il suo vice, è agli arresti domiciliari da sei anni. Gambari, che segue il dossier birmano dal 2006, è arrivato a Rangoon sabato per una missione di quattro giorni e, secondo alcune fonti, starebbe preparando il terreno per una eventuale visita del segretario generale delle Nazioni unite.
Ban Ki-moon era stato in Birmania lo scorso anno, dopo il passaggio del ciclone Nargis (138.000 fra morti e dispersi) per una visita a carattere "strettamente umanitario" e non aveva incontrato Suu Kyi. Nel corso dell'ultima missione di Gambari in Birmania, nell'agosto scorso, il premio Nobel si era rifiutato di incontrarlo, in segno di protesta per la scarsa incisività dell'intervento dell'Onu nei confronti del regime militare.
I LIMITI AI POTERI DELL’AUTORITÁ INTERNAZIONALE DERIVANTI DAL DIRITTO UMANITARIO E CONSUETUDINARIO
Avv. Prof. D. Liakopoulos, prof. a contratto in Diritto internazionale e diritto dell'Unione europea, Università della Tuscia e dott. M. Vita, Cultore della materia in Diritto dell'Unione europea e diritto Internazionale, Università della Tuscia.
Moltissimi sono i richiami o meglio i limiti ai poteri dell’autorità internazionale derivanti dal diritto umanitario e consuetudinario, riscontrati negli atti normativi della missione UNMIK(United Nation Mission in Kosovo) in Kosovo fino ai nostri giorni , che riguardano il rispetto dei diritti umani da parte delle istituzioni amministrative e, più in particolare, essi sono ampiamente riportati in ogni regolamento dell’UNSRSG (U.N. special rappresentative of the Secretary General) che riguardi l’istituzione di un nuovo organo o ufficio.
Si prenda ad esempio il Regolamento n. 2000/38 sull’istituzione dell’Ombudsperson, che alla sezione 3.1 prevede testualmente che questi: “avrà la giurisdizione di ricevere e investigare su ogni denuncia da parte di ogni persona o entità in Kosovo che concerna la violazione dei diritti umani (…)” oppure il Regolamento n. 1999/24 che alla sezione 1.3 specifica come: “tutte le persone che saranno investite di pubblici poteri o incaricate di “un ufficio pubblico” dovranno rispettare una lunga lista di strumenti di diritto internazionale umanitario. Si noterà a questo punto come sebbene anche nel caso del Kosovo (come, vedremo, in altre missioni ONU) si è provveduto a dotare le autorità amministrative di strutture istituzionali basate non solo sul rispetto, ma anche sulla promozione di tali diritti, essi dovrebbero trovare applicazione a prescindere dalle suddette strutture.
Gli Stati, cedendo funzioni ad una autorità sovrastatale, cedono peraltro anche l’esercizio dei diritti inerenti a tali funzioni: così, gli Stati che a tutt’oggi operano in Kosovo sono gli stessi firmatari degli accordi e delle Convenzioni sui diritti umani e, fornendo il proprio personale all’organizzazione devono, nel compimento dei ruoli assegnatigli, continuare a rispettare interamente questi diritti, senza deroghe che il diritto internazionale generale non abbia già ben delineato. Inoltre la Carta delle N.U. riporta tra i suoi fini e principi il “promuovere e incoraggiare il rispetto dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali per tutti, senza distinzione di razza, sesso, lingua o religione”.
Ne deriva che anche le autorità dell’UNMIK non possono non essere vincolate al rispetto dei diritti umani. Normalmente si è portati a ritenere che altri siano coloro che agiscono in loro violazione e che le N.U. costituiscano piuttosto una figura di promozione di questi diritti; ma oggi, anche a seguito di interventi sempre meno isolati di denuncia, si pone il problema dell’U.N. Accountability per violazioni dei diritti dell’uomo e dei meccanismi che regolano questo procedimento. Già alcuni scritti documentano delle lacune nel rispetto dei diritti umani da parte delle autorità UNMIK e rilevano come talvolta si siano generati dei casi che potrebbero essere qualificati come loro violazioni manifeste. Esempio di quanto affermato sono le reviews che semestralmente la Sezione di Monitoraggio del Sistema Giuridico dell’OSCE (Organization for security and cooperation in Europe) redige sullo stato del diritto penale applicabile in Kosovo. Va considerata la review dell’ottobre 2001. Essa si compone di 4 capitoli (Rappresentanza Legale,
Detenzione, Traffico e Crimini Sessuali Collegati, Corti Municipali e Minorili), ma ciò che ora preme analizzare è sicuramente il capitolo sulla detenzione in relazione a presunte violazioni dei diritti umani. La sezione 4 immediatamente riporta come la “detenzione senza una chiara base giuridica o senza una forma di controllo giudiziale continua in Kosovo” e “il meccanismo di Habeas Corpus è ancora lacunoso, nonostante il diritto internazionale sui diritti. Comunque, il rapporto rileva anche come “passi significativi sono stati presi per porre fine alle detenzioni illegali di malati mentali” e “miglioramenti sono stati anche notati nell’indirizzare il problema della legalità nell’arresto compiuto dalla polizia” umani sia direttamente incorporato nella legge del Kosovo, più recentemente attraverso il Costitutional Framework”.
Per ciò che riguarda la detenzione, due sono i filoni d’inchiesta che la LSMS (Living standard measurement study) sta svolgendo: a) Uno sulla Detenzione su ordine esecutivo dell’SRSG, b) L’altro sulla Detenzione su ordine del COMFOR. Per ciò che riguarda il primo argomento, la LSMS nota come nei precedenti rapporti, la pratica di detenere degli arrestati solo su ordine esecutivo dell’SRSG veniva ritenuta in chiaro contrasto con la Convenzione Europea dei Diritti Umani (ECHR) e l’Accordo Internazionale sui Diritti Civili e Politici (ICCPR) , specialmente quando si verificavano dei frequenti casi di ordine esecutivo emanato dopo il rilascio dell’arrestato. Infatti, non esiste possibilità di controllo della legittimità dell’ordine impartito e la possibilità di influire sugli effetti della decisione giudiziale di rilascio pone un serio dubbio sull’attuazione del principio di separazione dei poteri e sulla certezza stessa delle norme giuridiche di garanzia dell’arrestato. Anche l’Ombudsperson, ha portato decise critiche all’utilizzo di questa pratica.
In seguito alle decise prese di posizioni di queste istituzioni, l’SRSG ha giustificato queste detenzioni “speciali”, affermando che esse sono state disposte solo quando altrimenti si sarebbe verificato un serio danno o pregiudizio di particolare entità. Per definire tecnicamente quali siano questi casi, si forniscono dei parametri che riguardano:
a) Il merito della violazione (che deve essere di particolare gravità),
b) La minaccia alla sicurezza che può derivare dal rilascio,
c) Una seria base per ritenere che permettendo al caso di proseguire senza quell’ordine esecutivo, si compirebbe una manipolazione del caso stesso da parte dei pubblici ufficiali coinvolti.
Parlando di manipolazione degli ufficiali coinvolti, per il principio di responsabilità, dovrebbe aprirsi parallelamente ad ogni ordine esecutivo, un procedimento a carico degli ufficiali coinvolti, eppure nessun provvedimento s’è mai levato contro alcun giudice, ausiliare o ufficiale di polizia giudiziaria in casi del genere. Inoltre la figura del SRSG si pone de facto come istituzione parallela a quella giudiziaria, potendo agire senza alcun controllo sugli effetti dei provvedimenti giudiziari emessi.
Da poco è stata creata una Commissione di Controllo per le Detenzioni Extra-Giudiziali Basate su Ordini Esecutivi, e ciò dovrebbe assicurare una maggiore garanzia. La Commissione, nel valutare se una detenzione extra-giudiziale sia o meno fondata e nel considerare se sia presente un forte sospetto nei riguardi della persona indiziata, dovrebbe anche accertare:
a) che non abbia identità certa o che esistano altri sospetti di fuga;
b) che ci siano forti sospetti di inquinamento delle prove, come distruzione delle tracce del reato, intimidazioni dei testimoni, favoreggiamenti;
c) particolari circostanze che giustifichino il timore d’una ripetizione o un tentativo di ripetizione del reato o la paura della commissione di un nuovo reato.
Questa normazione ricalca quella sulle misure cautelari nei sistemi giuridici occidentali e perciò
sembrerebbe rispettare gli standard auspicati dai Rapporti del SG, sennonché essa comunque opera un controllo di legittimità su un atto dalle basi giuridiche incerte (questa tipologia di detenzioni extragiudiziali non si rinviene in alcun ordinamento interno né è contemplata dal diritto internazionale generale), che delle volte segue una pronuncia giudiziale di senso difforme (secondo lo schema: arresto, rilascio su pronuncia dell’Autorità Giudiziaria, detenzione per ordine esecutivo, Controllo di legittimità dell’apposita Commissione). Secondo il comune senso giuridico questo ulteriore passaggio appare come estraneo e processualmente contorto anche se esso si fonda nella situazione di estrema incertezza e difficoltà applicativa che caratterizza l’ordinamento kosovaro.
Inoltre, ed è questa forse la più strana delle norme che regolano le attività della suddetta Commissione, i suoi membri, convocati solo in seduta straordinaria e per un numero limitato di casi, dipendono dall’SRSG, vengono nominati dall’SRSG e possono essere da esso rimossi, e ancora l’SRSG partecipa alla discussione di tutti i casi in esame. Sostanzialmente l’autorità controllata ha quindi facoltà di intervento nell’esercizio del controllo, partecipa attivamente all’esercizio: ciò sembra costituire un palese paradosso. La Sezione di Monitoraggio del Sistema Giuridico dell’OSCE riporta come la Corte Europea sui Diritti Umani abbia da tempo affermato che questa soggezione privi quest’ente della qualifica di indipendente.
Il secondo dei filoni d’inchiesta OSCE riguarda il caso di persone detenute per ordine dell’Autorità di Sicurezza, nello specifico su ordine del Comando KFOR(Kosovo Force). Possiamo affermare che la KFOR sia tenuta al rispetto dei diritti umani per una serie di motivi che possiamo facilmente riportare:
a) La Risoluzione 1244 riporta tra i fini dell’intervento il rispetto e la promozione dei diritti umani,
b) Garantendo la Sovranità della FRY(Former Republic off Yugoslavia), rimangono anche intatti i doveri di rispetto dei diritti umani da parte di questa e, non potendo questa materialmente ottemperarvi, dovrebbe provvedervi l’Autorità che di fatto detiene il controllo del territorio della Missione, quando ancora non s’era instaurato neanche in nuce un apparato giudiziario e si doveva provvedere a tutti quei casi di crimini internazionali perpetrati (presuntamente o realmente) e garantire un ordine pubblico iniziale,
c) La KFOR si compone di vari contingenti nazionali di paesi che hanno ratificato convenzioni internazionali sul rispetto dei diritti umani e quindi non possono non esercitarli nell’ambito delle loro attività, neanche se esse si svolgono all’estero, fuori dai confini nazionali.
Chiarito questo, potremmo affermare che le uniche detenzioni su ordine di un’autorità militare ammesse siano quelle previste dal diritto internazionale. Non essendo questa forza in stato di guerra o occupazione, non potendo dettare o imporre leggi marziali, non essendo tenutaria di alcuna funzione amministrativa in senso stretto, ma unicamente di un potere di cooperazione con la componente civile UNMIK per garantirne sicurezza e appoggio anche coercitivo, si evince come le uniche ipotesi in cui essa possa effettuare delle catture o detenzioni siano limitate ai casi in cui essa abbia uno specifico mandato dell’UNMIK oppure essa costituisca una minaccia alla pace e sicurezza. Ebbene possiamo affermare che l’imprigionamento di persone sospettate di aver commesso un crimine comune certo non soddisfi la seconda delle ipotesi menzionate.
A parte sostenere lo stato d’emergenza, l’SRSG ha ritenuto valide queste custodie nei casi in cui il
Comando KFOR sia: “impossibilitato a rendere palesi importanti informazioni, inclusi i servizi di
intelligence”. In ogni caso i soggetti detenuti dovrebbero per lo meno partecipare in organizzazioni che attentino alla pace e sicurezza, che mettano a repentaglio “quell’ambiente sicuro per tutte le persone del Kosovo” auspicato nella Risoluzione n. 1244.
Conviene ora presentare l’altro ordine di limiti che interessano gli atti normativi o esecutivi dell’UNMIK: quello derivante dallo studio della prassi amministrativa formatasi a seguito degli interventi di peacekeeping delle N.U. nelle più diverse aree del mondo. Dapprima dovremo individuare la continenza di codesti limiti, poi, attraverso l’enunciazione delle missioni svolte, scoprire se esistano analogie o estensioni tra i modelli applicati ed estrapolare quindi i caratteri comuni, anche con una certa flessibilità. Infatti ogni missione presenta caratteri operativi difformi, adatti alla situazione, ai problemi e agli scopi prefissati nel proprio mandato.
Alcuni autori hanno già da tempo analizzato il quadro offerto dalle passate Peacekeeping Operations, partendo dagli interventi avvenuti nel sistema della Lega delle Nazioni e procedendo fino ai giorni nostri, secondo un percorso che ha visto notevolmente allargare i compiti e le prospettive delle missioni, man mano che il mondo abbandonava la visione geopolitica dei due grandi blocchi contrapposti e rapidamente si indirizzava verso tendenze centrifughe regionali che portavano un incredibile indebolimento delle strutture politico-governative su scala planetaria. Eppure possiamo dividere questi interventi in tre grandi gruppi, a seconda del maggiore o minore coinvolgimento delle N.U. nell’amministrazione e nel governo, senza per questo marcare delle divisioni secondo criteri temporali che poco dicono o significano: ad esempio si sono fatte delle similitudini tra le missioni attuali e il modello di mandato in vigore nel sistema della Lega delle Nazioni, trovando in questo un archetipo interessante .
I gruppi che si intendono formare sono ordinati in base alla progressiva intensità dei compiti amministrativi affidati alle N.U. e riguardano i casi in cui il compito della presenza internazionale concerne solamente un’Assistenza Governativa, oppure casi in cui si riscontra una vera e propria Delegazione Provvisoria di Parte dei Poteri Governativi e infine circostanze in cui l’autorità internazionale assume completi poteri di autogoverno. Il caso del Kosovo certamente può essere iscritto nell’ultimo di questi grandi gruppi, dato che risulta completamente senza precedenti l’ampiezza di poteri attribuiti all’UNMIK. In tutte le missioni citate nel titolo, ossia Libya, Congo, Haiti, le N.U. si sono trovate a fornire un’assistenza governativa ad autorità già insediate, fornendo agenti in grado di fornire aiuto in settori amministrativi fortemente carenti. In Libia (1949–1951) si doveva provvedere a dar soluzione al mancato accordo degli Alleati con l’Italia sullo status del Paese. Seguì un deferimento della materia all’Assemblea Generale che nominò un Commissario con il mandato di creare un governo centrale unificato e una Costituzione, aiutando Francia e Regno Unito nell’amministrazione.
In Congo (1960–1964) l’intervento fu il prodotto di una formale richiesta del governo nato a seguito della guerra civile negli anni precedenti. Qui il compito spettante alle N.U. consisteva nel mantenimento dell’integrità territoriale e politica dello Stato e nel fornire assistenza tecnica al governo (per la verità il mandato finiva con l’essere piuttosto vago, data l’estrema ampiezza e imprecisione).
In Namibia e Angola (UNTAG(U.N. Transition Assistance Group in Namibia)1989–1990), le N.U. avevano come potere più rilevante quello dell’abrogazione delle norme di legge discriminatorie che potessero intralciare l’obiettivo di nuove e libere elezioni e come mandato quello del favorire il rientro dei rifugiati a seguito della guerra civile, mentre il Sud Africa continuava ad esercitare tutti i poteri governativi.
Infine ad Haiti (1993–1996), è necessario dividere in due tronconi la storia della missione nata a seguito del celebre Accordo dei Governatori (Governors Island Agreement): mentre all’inizio, nel ’93, il mandato ma il Sud Africa non s’era stato disposto ad accettare la missione almeno fino al 1988, quando pose fine alla travagliata storia istituzionale del paese prevedeva la modernizzazione delle forze armate e l’istituzione di una nuova forza di polizia, nel ’94, a seguito dell’intervento militare americano, i compiti della missione si allargarono fino a ricomprendere l’assistenza al governo nello svolgimento delle proprie incombenze. In particolare la missione, pur continuando a verificare l’effettivo adempimento da parte delle autorità haitiane degli obblighi relativi alla tutela dei diritti dell’uomo poteva contribuire anche, nei limiti delle proprie possibilità, alla promozione e al rafforzamento delle istituzioni democratiche.
Come si vede, tutte le missioni enunciate si caratterizzano per la circostanza di fungere da strumento di mero supporto ad autorità già insediate in un territorio. Laddove queste si rendano lacunose in settori nevralgici della macchina governativa, le autorità delle N.U. provvedono in un’assistenza tecnica dai contorni sia indefiniti, ma che si sostanzia in interventi dalle possibilità assolutamente limitate e idonei a contribuire solo parzialmente alla corretta amministrazione del paese interessato.
La facoltà di abrogazione degli atti normativi discriminatori in Namibia sicuramente pone le autorità internazionali sullo stesso gradino gerarchico rispetto alle corrispondenti sudafricane, ma la funzione di queste è e rimane quella del controllo, non quella della produzione normativa, come invece accade all’UNMIK. Se poi guardiamo al Congo, non sarà difficile”. L’unica cosa che avvicina il Kosovo alla missione in Libia è la preparazione di una costituzione, che nel caso del Kosovo si rinviene nel Costitutional Framework rinvenire delle differenze marcate laddove là si cercava si mantenere l’unità politica e territoriale, qui (in Kosovo) si separa la regione dallo Stato che formalmente rimane in piena sovranità e ne si frattura l’unità politica promovendo una “sostanziale autonomia e autogoverno. L’intervento ad Haiti invece presenta dei caratteri comuni nell’intenzione di inserire, fin dai primordi, principi democratici di governo nelle istituzioni assistite. Questa concezione democratica delle strutture di autogoverno istituite dalle N.U. sarà oggetto di riflessione.
La seconda delle parti che si intendono formare riguarda un gruppo di missioni caratterizzate da una delega di veri e propri poteri amministrativi: in sostanza qui alle N.U. si attribuiscono funzioni governative esclusive in alcuni settori; un passo avanti rispetto alle ipotesi analizzate nel capo precedente, in quanto proprio il carattere dell’esclusività conferisce a questo insieme le caratteristiche che lo compattano.
Le prime due amministrazioni, ovvero quella della Saar (1920–1935) e la Custodia della Città di Danzica (1920–1938) hanno preso vita in un sistema assai diverso da quello delle N.U.; infatti il sistema di mandato della Società delle Nazioni prevedeva che fosse uno stato mandatario ad amministrare il territorio e fosse vincolato alla promozione dello sviluppo e del benessere. In realtà l’unico controllo che la Società esercitava su di esso erano dei rapporti che la potenza mandataria era tenuta a consegnare annualmente alla Commissione Permanente sui Mandati e non erano previsti minimamente meccanismi di controllo aggiuntivi o forme di responsabilità. Entrambi gli interventi citati nacquero a seguito del Trattato di Versailles al termine della Prima Guerra Mondiale per favorire una transizione indolore al nuovo ordine instauratosi.
La Saar infatti, al centro delle mire incrociate di Francia e Germania per le ricche miniere, fu per parecchi anni amministrata da una commissione di cinque saggi nominati dalla Società delle Nazioni. Formalmente veniva rispettata la sovranità tedesca ma nella sostanza si cercò di favorire una progressiva “francesizzazione della regione”, che poi non ebbe esito date le note vicende che portarono al secondo conflitto mondiale. Lì i saggi avevano facoltà di legiferare per quanto richiesto con decreti su materie assegnate, come polizia, trasporti e proprietà pubblica. Nella Custodia della Città di Danzica, alla Società furono assegnate funzioni di governo in base al Trattato di Versailles. La Società questa volta agiva in prima persona nei compiti affidatigli e cioè preparare una costituzione della città che la rendesse indipendente dalla Polonia e dall’influenza tedesca.
I modelli di amministrazione in Cambogia (1991–1993) e Bosnia (1995–giorni nostri) si assomigliano molto, anche perché la loro nascita è stata progressiva e le situazione sul campo simile nei connotati storici e politici. In entrambi i casi, presupposti del mandato sono due trattati di pace che mettono fine a durature e cruente guerre civili e in entrambi i casi le funzioni riservate alle N.U. sono incisive ma prevedono comunque il riconoscimento di un’autorità governativa già insediata a seguito dei trattati.
In Cambogia la missione nacque a seguito della firma dell’Accordo di Pace di Parigi tra le quattro fazioni in lotta. Le autorità amministrative internazionali avevano le seguenti componenti: amministrazione civile e ordine pubblico interno, funzioni militari, organizzazione e svolgimento di elezioni libere e eque, la tutela dei diritti dell’uomo, il rimpatrio dei rifugiati e dei profughi, nonché alcuni compiti relativi alla ricostruzione delle infrastrutture statali nel periodo transitorio. Il dato per il nostro lavoro più significativo però, consiste in quello che rileva come fosse prevista la possibilità per il Rappresentante Speciale del Segretario generale di adottare provvedimenti legislativi qualora il Supremo Consiglio Nazionale (SNC) fosse impossibilitato a causa dell’ostruzionismo parlamentare o del completo disaccordo tra i componenti l’organo. Dapprima le materie in cui gli si consentiva di adottare provvedimenti erano scarse, ma poi si allargarono ricomprendendo materie finanziarie, informazione e politica estera. Sicuramente ciò poneva la figura del RS in una posizione analoga a quella dell’organo legislativo esecutivo, ma comunque queste facoltà gli erano state attribuite da un trattato internazionale e quindi le N.U. operavano con il pieno consenso delle Autorità Locali che delegavano appunto settori dell’esecutivo, ma mantenevano la piena sovranità e libero esercizio degli stessi poteri. Non sembra necessario a questo punto segnare le differenze col Kosovo, dove la reale autorità governativa risiede nell’SRSG e un organo legislativo esiste da poco ma è totalmente soggetto alle autorità UNMIK.
In Bosnia, al termine degli Accordi di Dayton (DPA) del ’95, l’Autorità Internazionale investita di
funzioni amministrative è l’Alto Rappresentante (HR), ufficialmente un’istituzione mandataria di alcuni stati nazionali (quelli del gruppo di contatto per la Bosnia) che sostanziano le presenza internazionale nella regione. Come nel caso della Cambogia, egli ha un potere di azione positiva nell’emanazione di norme in caso di fallimento da parte degli organismi statali ad esso preposti, come lì è stato autorizzato a rimuovere funzionari pubblici dall’ufficio e la sua autorità proviene direttamente dagli Accordi e dalla successiva conferenza tenutasi a Londra l’8 e 9 Dicembre 1995 (P.I.C., Peace Implementation Conference). Anche in questo caso non possiamo parlare di un modello amministrativo comparabile col Kosovo, sebbene addirittura tra le figure politiche vi sia chi ha previsto un’evoluzione della regione verso un modello amministrativo di stampo bosniaco, composto da istituzioni gemelle a quelle sopra enunciate.
In quest’ultimo gruppo (Trieste, Somalia, Slavonja) vengono raccolti gli interventi che hanno significato per le N.U. un completo assorbimento di ogni funzione amministrativa e che quindi potrebbero servire da modello operativo per segnare i limiti consuetudinari dell’UNMIK. È stata volutamente esclusa la Missione a Timor Est (UNTAET, U.N. Transition Authority in East Timor) che non costituisce un precedente, data la coincidenza temporale con quella kosovara e le circostanze applicative simili; peraltro molti autori già trattano le due come un’unica esperienza giuridico–amministrativa.
L’Amministrazione del Libero Territorio di Trieste (1947–1954) nacque come modello di amministrazione per la città a seguito della II Guerra Mondiale, trovando il proprio mandato nel Trattato di Pace tra Alleati e Italia del 1947. Rimase comunque un progetto realizzato solamente a livello concettuale in quanto, come sappiamo, il destino della città venne risolto da un Memorandum con la Jugoslavia nel 1954 e da un Trattato con la stessa nel 1975. Sebbene quindi mai pienamente applicato, questo modello realizza in realtà una situazione di completa assunzione di ogni potere statuale nelle mani dell’autorità internazionale.
Secondo lo Statuto della città il Consiglio diveniva il supremo organo amministrativo e legislativo, con un potere di veto sugli atti del governo, anche negli affari interni, qualora fossero in contrasto con lo statuto. Con l’ideazione della Missione, si fecero presenti i primi malumori all’interno del Consiglio.
In Nuova Guinea Occidentale (1962–1963), si è realizzato forse uno degli esempi meglio riusciti d’amministrazione internazionale: questa fu possibile grazie al mandato conferito dal trattato di pace tra i governi di Olanda e Indonesia. Le N.U. operarono attraverso la nomina di ufficiali di governo con pieni poteri legislativi rivolti al mantenimento della legge e alla preservazione dell’ordine pubblico. Nota da rilevare è quella relativa al nuovo sistema giudiziario instaurato e ai nuovi Consigli regionali, istituzioni create allo stesso modo dall’UNMIK, anche se vedremo, su presupposti diversi. Ancora la legislazione UNTEA si rivolse verso i settori della pubblica istruzione ed educazione. La scarsa durata del mandato e la situazione interna stabile fu probabilmente alla base del successo dell’intervento, infatti il secondo periodo della missione (1968–1969) non ebbe i risultati del primo, in quanto nel frattempo i poteri del RS si erano ridotti al rango di pareri da riferire alle autorità indonesiane, pareri spesso ampiamente ignorati.
La Somalia (1992–1995) rappresentò invece un episodio di vero insuccesso per la compagine internazionale, dato che la missione naufragò nel ’95 dopo ripetuti e violentissimi attacchi da parte delle fazioni somale al contingente internazionale che partendo lasciò il Paese in preda alla guerra civile. La Missione prese il via al seguito di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza adottata poco tempo dopo un formale accordo di pace firmato dalle fazioni in lotta ad Addis Abeba; accordo che comprendeva la creazione del Consiglio Nazionale di Transizione; in particolare esse provvidero alla ricostruzione del sistema penale e giudiziario, circostanza analoga a quanto fatto dall’UNMIK. (TNC), autorità di riferimento che si prefiggeva di condurre il Paese alla normalizzazione. Fino alla creazione del TNC e per un anno dopo la firma dell’Accordo, le Nazioni Unite agirono come autorità primaria di governo, supportate solamente da un organismo consultivo.
In Est Slavonia (1996–1998) la missione è stata coronata da un pieno successo. Questa è forse una degli interventi meno conosciuti delle N.U., nato dall’Accordo di Pace tra FRY e Croazia del ’95 e dall’adozione di una risoluzione del Cds che ne esplicitava il mandato conferendo una durata temporale specifica che avrebbe avuto fine due anni più tardi, quando la Croazia (e così è stato) si sarebbe riappropriata della provincia. Il mandato comprendeva la costituzione e l’addestramento di una nuova forza di polizia, il controllo del sistema carcerario, l’amministrazione civile e i servizi pubblici. L’autorità amministrativa avrebbe anche avuto il compito di organizzare elezioni regionali, curare il sistema degli affari pubblici ed elaborare piani di sviluppo economico e ricostruzione, vigilando attentamente sul rispetto dei diritti umani.
Si vede come questa missione si avvicini particolarmente a quanto è accaduto in Kosovo, sebbene i presupposti della Missione siano in parte diversi: qui il mandato proviene da due autorità statali che conferiscono alle N.U. il completo esercizio dei poteri che formalmente rimangono in capo al Governo croato. Eppure, guardando le situazioni in Kosovo e in Slavonia da un punto di vista più prettamente fattuale, rinverremo come nella sostanza in entrambi i casi le autorità amministrative internazionali abbiano legiferato in ogni campo inerente alla macchina pubblica, abbiano derogato a norme esistenti e ne abbiano create altre con lo stesso peso giuridico.
Certamente in Slavonia non si sono abbandonate ad un completo stravolgimento dell’impianto normativo, né hanno istituito autorità che convogliassero in sé l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario assieme, come nel caso dell’UNMIK. Però hanno elaborato piani di ricostruzione economica e addestrato una forza di polizia, anche se quest’ultimo dato non sembra decisivo, in quanto ciò è stato fatto anche in missioni di semplice assistenza governativa.
Guardando alle altre amministrazioni componenti il gruppo, l’Amministrazione del Libero Territorio di Trieste è si un’esperienza dalle caratteristiche simili al Kosovo, ma mostra un progetto rimasto sulla carta e non possiamo così tentare di analizzarne neppure gli esiti, dato che essi non si sono mai realizzati. Il progetto comunque, come visto, ha dato adito anche a polemiche, polemiche si subito ribattute, ma che certo la dicono lunga sui dubbi che un’attribuzione totale di poteri può suscitare.
Non ci sentiamo di poter prendere la missione in Somalia come esempio, essenzialmente per il fatto storico che sottende e per il completo fallimento che la chiuse. Resta la Nuova Guinea, ove e anche qui valgono le considerazioni svolte a proposito della Slavonia riguardo alle differenze di nascita, coinvolgimento delle istituzioni e stravolgimento dell’impianto normativo, sebbene anche in questo caso troviamo molti punti in comune con la politica UNMIK (nuovo sistema giudiziario, nuovi consigli regionali (…)”.
Ma il dato che davvero marca il Kosovo come unprecedent è il fatto che esso poggi su un mandato ONU conferito esclusivamente in base al Capitolo VII della Carta, cioè sia un’amministrazione che rappresenta unicamente un mezzo di cessazione di minacce alla pace e alla sicurezza internazionali. La circostanza che la Risoluzione n. 1244, nel delineare esplicitamente il mandato di questa amministrazione, operi uno specifico richiamo all’M.T.A. e che quindi formalmente l’FRY abbia accettato l’istituzione dell’UNMIK, non intacca il suo carattere strumentale e assolutamente nuovo nel panorama internazionalistico. Essa è la più intensa forma di amministrazione territoriale che sia stata praticata dalle NU.
I documenti e comunicati stampa delle istituzioni, degli organi, degli uffici dell’UNMIK purtroppo non contengono una definizione giuridica della situazione in Kosovo. Certamente è forte il richiamo alla:
“sovranità e integrità territoriale della FRY” nelle risoluzioni ufficiali, ma poi questo concetto si perde nei documenti seguenti, quali per esempio i rapporti del Segretario Generale seguenti alla Risoluzione n. 1244. Certamente una qualunque definizione, anche minima, riportata all’interno di qualunque documento ufficiale, implicherebbe uno Status ufficiale della regione, status che le autorità internazionali si limitano a definire “territorio o provincia amministrato dalle N.U”.
1. LIAKOPOULOS, L'ingerenza umanitaria nel diritto internazionale e comunitario, ed. Padova, 2007.
2. LIAKOPOULOS, Equo processo nella Convenzione europea dei diritti dell'uomo e nel diritto comunitario, ed. Cedam, 2007.
3. LIAKOPOULOS, VITA, L'attività svolta dalle Organizzazioni non governative nella protezione dei diritti dell'uomo:
Promozione e prevenzione, in Rivista Diritto e Diritti, 2008, e LIAKOPOULOS, VITA, Il ruolo delle Organizzazioni non governative (ONG) nei meccanismi giudiziali e quasi giudiziali di tutela dei diritti dell'uomo, in Rivista Diritto e Diritti, 2008.
4. KORHONEN, International governance in post-conflict situations, in Leiden journal of international law, 2001, pp. 504 ss.
5. RATNER, The new UN peacekeeping. Building peace in lands of conflict after the cold war, Basingstoke, Macmillan, 1995.
Cittadinanza onoraria al prigioniero politico birmano Khun Htun Oo
La Universal Peace Federation e l’Associazione per l’Am icizia Italia-Birmania
Martedì 9 dicembre 2008 il Comune di Monza ha concesso la cittadinanza onoraria al prigioniero politico birmano Khun Htun Oo.
Cittadini e stampa sono stati invitati alle ore 20,30 ad un Consiglio Comunale aperto dove Beaudee Zawmin, rappresentante del movimento democratico birmano, ha ritirato la pergamena dal Sindaco Mariani e letto un messaggio sulla causa dei diritti umani nel suo Paese.
Khun Hton Oo, è il rappresentante politico più autorevole della più grande minoranza etnica in Birmania, eletto parlamentare nelle elezioni politiche del 1990, quelle che avevano dato la maggioranza alla Lega Nazionale per la Democrazia guidata dalla signora Aung San Suu Kyi, poi annullate dalla giunta militare al potere. Arrestato nel febbraio del 2005 e condannato a 93 anni di carcere, è detenuto in una delle prigioni più dure del suo Paese e la concessione della cittadinanza onoraria dovrebbe permettergli almeno di ricevere le cure mediche di cui necessita e la possibilità di incontrare i propri familiari.
Erano presenti gli Assessori della Giunta insieme ai Consiglieri Comunali, i cui vari capigruppo hanno preso la parola dando piena solidarietà al popolo birmano e confermando l’impegno del Comune di Monza a proseguire con altre iniziative concrete, tra cui l’adesione ad un nuovo progetto, presentato dal dr. Zawmin e finalizzato a sostenere gli studi di giovani profughi birmani presso università thailandesi, rivolto principalmente alle ragazze, vittime di soprusi e sfruttamenti di ogni genere.
La serata era iniziata con l’intervento di Carlo Chierico che, parlando a nome della UPF/Universal Peace Federation e della Associazione per l’Amicizia Italia-Birmania, le 2 associazioni che hanno promosso l’iniziativa, ha messo in evidenza il valore universale e quanto mai attuale del “vivere per gli altri”.
Al momento della cerimonia era palpabile l’emozione dei presenti e la consapevolezza da parte di tutti che la città di Monza ha degnamente onorato, anticipandolo di un giorno, il 60° anniversario della Dichiarazione dei Diritti Umani da parte delle Nazioni Unite, che cade oggi 10 dicembre.
Parlando degli Stati Uniti, da dove è partito il collasso finanziario, non si può pensare, se si è persone sensate e non infettate dalla passione politica di parte, che la responsabilità sia di una parte “cattiva” in contrapposizione ad una buona
La situazione di crisi economica attuale, in cui tutto il mondo si trova coinvolto, non dà segni di rapidi cambiamenti. Sono già state prese misure drastiche almeno per dare un segno positivo ai mercati mondiali. Ci sono molti giudizi negativi e critiche che tendono a dividere ma in questo momento questo modo di fare è nocivo per tutti. Queste divisioni non aiutano al recupero di una situazione equilibrata; esempi di queste divisioni sono posizioni politiche di parte, risentimento di classe, e un’analisi strettamente basata su elementi economici e politici.
Parlando degli Stati Uniti, da dove è partito il collasso finanziario, non si può pensare, se si è persone sensate e non infettate dalla passione politica di parte, che la responsabilità sia di una parte “cattiva” in contrapposizione ad una buona. Sappiamo che sia i Repubblicani che i Democratici, così come nelle altre nazioni, non sono degli essere umani migliori della loro controparte politica. Da entrambe le parti possiamo trovare essere umani di alto o di basso livello morale. La differenza fra le parti risiede principalmente nell’impegno verso ideologie politiche differenti (per le ragioni più disparate).
In ogni caso, dal momento che la sola cosa che troviamo nei partiti politici sono le persone, sicuramente troveremo alcune persone sagge ed altre no, alcune sincere ed altre no, alcune responsabili ed altre no, alcune chiare, compassionevoli, costruttive ed altre no. Alcune sono avide, machiavelliche ed altre no. Queste considerazioni, essendo legate all’aspetto umano, non dipendono dal fatto che uno sia di destra o di sinistra. Se nella situazione di crisi globale attuale il collasso economico ha molto a che fare con l'atteggiamento negativo delle persone, allora è molto probabile che i membri delle varie parti politiche abbiano delle responsabilità, se non addirittura che siano coloro che hanno generato il problema.
Ho trovato estremamente interessante l’analisi di un nostro caro amico dell’UPF Usa, il Dottor Gordon Anderson, autore di “Filosofia degli Stati Uniti: Vita, Libertà, ed il raggiungimento della Felicità" (Phylosophy of the United States: Life, Liberty, and the Pursuit of Happeniness). La riflessione del Dr. Anderson parte dal fatto che sono in molti a cercare di dare le colpe di questa disastrosa crisi economica alla controparte politica. Il suo punto di vista si discosta alquanto da queste posizioni, vediamo perché:
“Si tratta di problemi iniziati molto tempo fa. Parte di questi problemi sono connessi alle modifiche di leggi volute da gruppi di pressione bancari e finanziari per agevolare una economia dell’offerta. Durante la presidenza Reagan, ma poi sotto Clinton, la legge Glass-Stegal, approvata negli anni ‘30 per evitare che avvenissero alcune distorsioni al sistema, è stata abrogata nel 1999 per agevolare la fusione della Citibank-Travelers. Nel corso degli ultimi venti anni una serie di leggi su conflitti di interesse sono state abrogate e questo ha ridotto la sorveglianza in materia di frodi e corruzione. C’è abbondanza di responsabilità da parte di entrambi i partiti: sia il repubblicano che il democratico.
Tutta una serie di decisioni prese dal gruppo dirigente del Partito Democratico ha fatto sì che la pressione ad offrire mutui anche alle persone meno abbienti abbia distrutto la vita dei loro stessi elettori, piuttosto che aiutarli. L’altra faccia della medaglia è che le grandi industrie abbiano spinto i Repubblicani ad agevolare la concessione di crediti verso i loro elettori. Alla fine, entrambi i partiti e molti americani, cresciuti in un periodo di prosperità economica, non sono riusciti a capire le leggi della finanza ed hanno fatto sì che il credito diventasse come oppio delle masse. La causa principale è quindi la mancanza di comprensione delle leggi naturali e dei principi economici di base: una debolezza culturale e morale. I nostri leader politici rispecchiano le stesse mancanze di auto-disciplina della società nel suo insieme. Negli ultimi venti anni, la nostra economia è stata radicata nella filosofia di guadagnare denaro dal lavoro di qualcun altro. Quando ognuno cerca di ottenere di più di quello che produce personalmente, si ottiene il declino economico. Aggiungiamo a questo aspetto il deficit della bilancia commerciale nazionale, in cui la dipendenza dal petrolio estero svolge un ruolo di primo piano, ed otteniamo una ricetta per il collasso economico. Repubblicani e Democratici sono entrambi responsabili. Il Buon Governo si basa esclusivamente su cittadini che producono di più di quanto consumano e che hanno sia la libertà che la capacità di prendersi cura di se stessi. L’individuo, la Famiglia, la Società, la Nazione, il Mondo – ognuna di queste istituzioni è un livello che deve sostenere il livello sopra di esso, non l’opposto.
C’è un’altra questione relativa alla regolamentazione che dobbiamo capire. Una totale deregolamentazione di un’economia è come avere una partita di football americano senza arbitro. Abbiamo tutti notato che le grandi imprese sostengono il Mercato Libero, perché in condizioni ineguali esse vinceranno sicuramente. Proprio come gli atleti più prestanti fisicamente avranno la meglio in una partita di football americano. Questa è anarchia pura e semplice. Il Mercato Libero genuino è quello che i nostri Padri Fondatori hanno promosso; comprendeva i “controlli e i contrappesi” (checks and balances) sull’accentramento di potere e prevedeva sanzioni quando le azioni di una persona causavano danno ad un’altra. In questo modo ognuno può giocare sullo stesso terreno di gioco a parità di condizioni. L’altro aspetto è quello dei democratici che cercano di realizzare-trasformare un governo in un’impresa, socializzare oppure creare delle attività di governo che competono, entrano in concorrenza con il Mercato Libero. Il vero Mercato Libero è quello nel quale il governo non rinuncia al suo ruolo di arbitro, mantenendo un ruolo equidistante e allo stesso tempo evitando di diventare anch’esso un giocatore sul piano economico. Non troveremo alcuna coalizione che richiede questo ruolo di arbitro del governo nell’economia perché, semplicemente, i gruppi di pressione sono molto più remunerativi. Porta maggiori vantaggi aggirare le leggi a favore dei gruppi di pressione piuttosto che far sì che essi rispettino i dettami della costituzione e la filosofia dei fondatori degli Stati Uniti come Franklin e Jefferson (entrambi sostenevano che il consolidamento del credito a livello federale doveva essere evitato ad ogni costo.)
Si potrebbe entrare in una più approfondita discussione sulla politica fiscale che pure è la causa di situazioni sbilanciate a favore o a sfavore delle varie parti sociali. Dei soggetti economici di primo piano sono giunti, in collusione con il Governo, a modificare le politiche fiscali ad un punto tale da creare delle situazioni incostituzionali. Ma quest’analisi va al di là dell’immediata crisi che abbiamo di fronte.
Progetto di Educazione alla Pace per Giovani Palestinesi ed Israeliani nell’ambito delle Iniziative di Pace per il Medio Oriente da tenersi a San Marino nei giorni 4, 5, 6 Settembre 2008:
International Youth Leadership - Middle East Peace Initiative
San Marino, 7 Settembre 2008
Venerdì, 5 Settembre 2008, alle ore 21:00 presso la Sala del Castello di Domagnano si è tenuta una Tavola Rotonda su “L’Umanità, Famiglia di Dio: prospettive nuove per dirimere il conflitto in Medio Oriente.”
Erano presenti 10 studenti Universitari Palestinesi, mussulmani e cristiani e 10 studenti Universitari Israeliani, leader di movimenti giovanili. Erano accompagnati da due docenti Palestinesi e due Israeliani.
Si sono confrontati con i rappresentanti giovanili dei partiti politici sammarinesi.
Questo incontro era parte di un più ampio progetto che la Universal Peace Federation sta organizzando per le Iniziative di Pace per il Medio Oriente.
Il confronto è stato franco e aperto, Ognuno dei relatori ha esposto le posizioni e le preoccupazioni delle loro società. Il loro desiderio, però, è quello di stabilire una relazione di rispetto e comunicazione con la controparte affinché si possa costruire una comunità di leader da entrambe le parti capaci di dialogare e costruire due società capaci di collaborare.
Sabato 6 Settembre 2008, alle ore 20:00 si è svolta una cena offerta dalla Segreteria di Stato agli Affari Esteri presso l'Hosteria da Lino. Le due delegazioni hanno festeggiato questa occasione con grande entusiasmo.
SM tv - Resoconto della conferenza from Giorgio Gasperoni on Vimeo.
Giovani insieme per la Pace
Pesaro - Con questa iniziativa – spiega l’assessore comunale alla Cooperazione Internazionale, Sabrina Pecchia – vogliamo sottolineare la drammaticità del conflitto in Medio Oriente e dare l’opportunità ad alcuni ragazzi di superare le reciproche diffidenze e barriere culturali. Anche gli enti locali possono dare il proprio contributo nella costruzione della pace ed esercitare una pressione politica sull’Unione Europea per sollecitare maggiori interventi. Il comune, infatti, parteciperà alla prossima conferenza europea degli enti locali per la pace.
Venti studenti universitari provenienti da Gerusalemme hanno incontrato il presidente dell'Assemblea legislativa delle Marche
Il presidente dell’Assemblea legislativa, Raffaele Bucciarelli, ha accolto l’8 settembre, nella sede istituzionale di “Palazzo delle Marche”, una delegazione di studenti universitari palestinesi e israeliani in visita in Italia nell’ambito di un progetto di educazione alla Pace promosso dall’organizzazione internazionale e interreligiosa Universal Peace Federation.
“Costruire la pace – ha detto Bucciarelli rivolgendosi ai ragazzi – è difficile, e in questo momento lo è ancora di più perché viviamo in un mondo dove c’è molto razzismo, individualismo, sopraffazione. Ma se questa è la realtà noi abbiamo il dovere di cambiarla”. Bucciarelli ha esortato i giovani a costruire un futuro migliore, giorno dopo giorno, dando ognuno il proprio contributo.
Il presidente dell’Assemblea legislativa ha donato ai venti studenti delle Università ebraica e palestinese di Gerusalemme, in visita nelle Marche accompagnati dai propri insegnanti, una copia della Costituzione italiana tradotta in dieci lingue e un segnalibro “contro il razzismo e la discriminazione”.
Bucciarelli nel dare il benvenuto ai ragazzi ha anche ricordato quanto le Marche siano “fortemente impegnate” in Medio Oriente con diversi progetti: “Sono tante le cose che ci legano. L’Italia segue da sempre , lo sapete, le vicende dei vostri Paesi. Ed è molto bello che voi siate qui, insieme, che vi conosciate. Perché è molto importante conoscere i propri simili”. E ancora: “Ogni qual volta – ha sottolineato Bucciarelli - nella storia dell’umanità le persone non hanno conosciuto i propri simili sono successe tragedie”.
Hanno partecipato all’incontro anche il responsabile del progetto in Italia per Universal Peace Federation, Giorgio Gasperoni, e Fedora Mengarelli, dell’UPF Urbino. Il progetto di educazione alla Pace per i giovani palestinesi e israeliani rientra nell’ambito delle iniziative di Pace per il Medio oriente. Tra i principali obiettivi del progetto, avviato nel 2006, quello di favorire i rapporti di pace tra i popoli israeliano e palestinese nella società civile.
Intervista al Presidente Assemblea Marche
http://vimeo.com/67016293
Interviste agli studenti israeliani e palestinesi
http://vimeo.com/67016356
http://vimeo.com/67016353
http://vimeo.com/67016292
http://vimeo.com/67016291
http://vimeo.com/67016290
Video intervista a Giorgio Gasperoni