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Timestamp: 2020-03-28 21:16:30+00:00
Document Index: 55353781

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 335', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 15', 'art 360', 'art. 20', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 2697', 'art. 2', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1375', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 20', 'art. 17', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 2357 del 01/02/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2357 del 01/02/2011
Cassazione civile sez. lav., 01/02/2011, (ud. 16/12/2010, dep. 01/02/2011), n.2357
sul ricorso 11768-2008 proposto da:
sul ricorso 15710-2008 proposto da:
B.G., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA TACITO
difende unitamente agli avvocati VACIRCA SERGIO, POLI ELENA, BONETTO
avverso la sentenza n. 1186/2007 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 24/10/2007, R.G.N. 486/07;
Con sentenza in data 19/24.10.2007 la Corte di appello di Torino confermava la sentenza resa dal Tribunale di Torino l’8.5.2006 che accoglieva la domanda proposta da B.G. nei confronti della Fiat Group Automobiles spa (di seguito la Fiat) per far dichiarare l’illegittimità della sua collocazione in cassa integrazione guadagni straordinaria nel periodo 9.12.2002/19.5.2003.
Resiste con controricorso B.G., la quale ha anche proposto ricorso incidentale condizionato.
Deve procedersi alla riunione dei due ricorsi ex art. 335 c.p.c..
1. Col primo motivo di gravame la società ricorrente lamenta violazione o falsa applicazione della L. 15 marzo 1997, n. 59, art. 20 in relazione alla L. n. 223 del 1991, art. 1 ed al D.P.R. n. 218 del 2000, nonchè dell’art. 15 preleggi (art 360 c.p.c., n. 3).
Osserva in particolare la società ricorrente, muovendo dal rilievo che l’intervento legislativo attuato mediante la L. n. 59 del 1997, art. 20 costituisce espressione della scelta operata dal legislatore stesso di procedere alla cd. delegificazione delle materie sulle quali non esiste riserva di disciplina legale, che non può dubitarsi che oggetto dell’intervento regolamentare e del conseguente effetto di delegificazione mediante abrogazione della preesistente disciplina legale sia il procedimento per la concessione della c.i.g.s.. Di talchè, costituendo la comunicazione di avvio della procedura, nonchè l’esame congiunto, disciplinati dal combinato disposto della L. n. 164 del 1975, art. 5 e della L. n. 223 del 1991, art. 1, commi 7 ed 8 momenti della serie coordinata e collegata di fasi, atti ed adempimenti prodromici alla emanazione del provvedimento finale di concessione della c.i.g.s., doveva consequenzialmente ritenersi che le nuove disposizioni introdotte dal D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 che hanno regolamentato tanto la comunicazione di avvio che la fase di esame congiunto, avessero direttamente inciso, abrogandolo, sul complessivo sistema procedimentale delineato dalla L. n. 164 del 1975 e dal successivo provvedimento normativo del 1991. Col secondo motivo di gravame la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1 ed ancora del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 in relazione alla nozione di ragioni ostative alla rotazione (art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè insufficiente, contraddittoria e/o omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia. In particolare rileva la società ricorrente che erroneamente la corte territoriale aveva omesso di considerare che il tema della rotazione era stato affrontato nella sede normativamente corretta, ossia nell’ ambito dell’esame congiunto di cui al D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2, comma 5 tant’è che, a seguito degli incontri intervenuti con le organizzazioni sindacali e con la parte pubblica, l’azienda aveva riconsiderato la propria iniziale indisponibilità alla rotazione, e pertanto non poteva dubitarsi che la procedura fosse stata correttamente eseguita.
In particolare rileva la ricorrente che erroneamente la corte territoriale aveva del tutto omesso di considerare il valore probatorio da attribuire al verbale del 5.12.2002 con il quale il Ministero del lavoro aveva certificato la regolarità della procedura svoltasi, essendosi limitata a considerare tale atto tamquam non esset, trascurando del tutto di considerare che il giudice ordinario poteva sindacare il detto atto amministrativo, che si doveva presumere legalmente adottato, esclusivamente ad iniziativa del lavoratore e solo ove fosse configurarle il vizio dell’eccesso di potere.
Col quarto motivo la ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, e della L. n. 164 del 1975, art. 5, commi 4, 5 e 6, dell’art. 2697 c.c. e del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 in relazione al contenuto della lettera di apertura della procedura (art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè insufficiente, contraddittoria e/o omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5). In particolare rileva la società che, pur qualora si ritenesse applicabile la procedura di cui alla L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, non si sarebbe potuto dubitare della esaustività del contenuto delle comunicazioni di avvio della procedura di c.i.g.s., basandosi la diversa conclusione cui era pervenuta la corte territoriale su una “rigoristica e fuorviante” lettura della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7, e della L. n. 164 del 1975, art. 5, commi 4, 5 e 6. Ciò in quanto la comunicazione aziendale del 31.10.2002 non si limitava alla individuazione del solo criterio di scelta dei lavoratori da collocare in cassa integrazione fondato sulle “esigenze tecniche, organizzative e produttive”, ma conteneva una sequenza di indicatori – quali l’individuazione delle unità organizzative interessate dalle sospensioni, la specificazione delle singole attività o produzioni coinvolte, la suddivisione numerica tra quadri, impiegati, intermedi ed operai, la determinazione degli elementi in cui trovavano concretizzazione le dedotte esigenze tecnico, produttive ed organizzative, la rilevanza delle esigenze funzionali e professionali – dai quali era agevole desumere come i criteri indicati fossero dotati di sufficiente chiarezza e specificità, sia pure come linee guida dell’operazione selettiva. Con il conseguente pieno rispetto dell’ obbligo informativo dell’azienda, obbligo che nella fase iniziale non poteva essere troppo “stringente” e la cui “concretezza” doveva vagliarsi solo nel momento del confronto sindacale.
Col quinto e sesto motivo di gravame la società ricorrente lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 1362, 1363, 1366 e 1367 c.c. e dell’art. 1375 c.c. nonchè violazione dell’art. 2697 c.c. in relazione agli accordi sindacali 18 marzo 2003 – 22 luglio 2003 (art. 360 c.p.c., n. 3), ed inoltre insufficiente, contraddittoria e/o omessa motivazione circa un punto decisivo della controversia (art. 360 c.p.c., n. 5). In particolare rileva la ricorrente che la corte territoriale aveva erroneamente escluso l’efficacia sanante dell’accordo 18.3.2003, anche sulla base di una pretesa invalidità dello stesso, facendo propria una visione formalistica intesa a privilegiare la omessa formale convocazione delle r.s.u., piuttosto che la effettiva volontà della maggioranza delle r.s.u. medesime;
Col settimo motivo di gravame, infine, si prospetta violazione e falsa applicazione della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7 della L. n. 164 del 1975, art. 5, commi 4, 5, 6, e del D.P.R. n. 218 del 2000, art. 2 nonchè vizio di motivazione, ed, al riguardo, rileva la società ricorrente che la sentenza censurata si era limitata ad una astratta valutazione della legittimità della procedura, senza valutare la specifica posizione soggettiva della parte intimata, nonostante che fossero stati adottati criteri di selezione, per quanto non particolarmente dettagliati, del tutto oggettivi e che imponevano, pertanto, al giudice di svolgere l’attività istruttoria necessaria a verificare la conformità dei criteri individuati alla funzione dell’istituto.
2. Con l’unico motivo del ricorso incidentale condizionato la parte intimata deduce violazione del D.P.R. n. 218, art. 2 assumendo che incongruamente la corte di merito aveva ritenuto che non sussistesse, nell’ambito dell’esame congiunto, un obbligo di formalizzare per iscritto il programma che l’impresa intendeva attuare, comprensivo della durata e del numero dei lavoratori interessati, dei criteri di scelta e delle modalità di rotazione, quantomeno sotto forma di verbalizzazione da parte dei pubblici funzionali presenti all’incontro. Infatti, proprio perchè la norma specifica quale oggetto dell’esame i criteri di scelta e le modalità della rotazione (o comunque le eventuali ragioni ostative), era di necessità ritenere che la prova che i criteri di scelta avessero o meno formato oggetto di confronto non poteva che rinvenirsi nei relativi atti documentativi.
Su tale assetto normativo è intervenuto il D.P.R. 10 giugno 2000, n. 218, emanato a seguito della delega conferita dalla L. Semplificazione Amministrativa 15 marzo 1997, n. 59, art. 20 che ha inserito il procedimento per la concessione della cassa integrazione guadagni straordinaria regolato dalla L. n. 223 del 1991 tra quelli sottoposti a delegificazione mediante regolamento emesso ai sensi della L. 23 agosto 1988, n. 400, art. 17, comma 2 (art. 20, comma 8, in relazione al n. 90 dell’allegato 1 alla Legge stessa).
4. Agli incontri per l’esame congiunto della situazione aziendale in sede regionale li partecipano anche funzionari della direzione provinciale del lavoro o della direzione regionale del lavoro, a seconda che l’intervento di integrazione salariale straordinaria riguardi unità produttive ubicate in una sola provincia o in più province della medesima regione.
I rapporti tra le due fonti sono stati definiti dalla giurisprudenza di questa Corte nel senso che la disciplina del D.P.R. n. 218 non abroga la L. n. 223 del 1991 e lascia, quindi, intatti gli oneri di comunicazione fissati dall’art. 1 di quest’ ultimo testo. Il D.P.R. n. 218 non incide, infatti, sulle prescrizione del combinato disposto della L. n. 164 del 1975, art. 5 e della L. n. 223 del 1991, art. 1, comma 7 – riguardanti l’obbligo per il datore di lavoro di comunicare l’avvio della procedura per l’integrazione salariale alle organizzazioni sindacali, i criteri di individuazione dei lavoratori da sospendere nonchè le modalità di rotazione – atteso che la disciplina da esso prevista attiene unicamente alla fase propriamente amministrativa del procedimento di concessione della integrazione salariale (cfr. Cass. 28.11.08 n. 28464).
8. Con il quinto e sesto motivo la società ricorrente sostiene che l’accordo del 18.3.03 avrebbe sanato ogni eventuale vizio della procedura ed al riguardo richiama alcune pronunce di questa Corte che si sono espresse in tal senso (Cass. n. 14721 del 2.8.2004; Cass. n. 12307 del 21.8.2003 ed altre).
Sotto il primo aspetto, deve rilevarsi che l’accordo – intervenuto a procedura già iniziata e quando molte centinaia di lavoratori erano già stati posti in cassa integrazione – sì è limitato a formulare un generale sistema di rotazione a partire dall’aprile 2003, senza peraltro indicare il procedimento di individuazione dei soggetti interessati, il che di per sè esclude quel carattere esaustivo sopra rilevato. Inoltre, per il fatto di essere intervenute a procedura già iniziata, le modalità concordate in sede di accordo non potevano soddisfare l’esigenza cui la preventiva a comunicazione è preposta, e cioè quella di consentire (non solo alle oo.ss. di confrontarsi sul punto, ma anche) ai lavoratori coinvolti nella procedura – tanto prima che dopo il raggiungimento dell’accordo – di verificare se l’utilizzo della cassa integrazione da parte del datore di lavoro fosse coerente col programma di superamento della crisi adottato e, quindi, di tutelare la loro posizione individuale, sottoponendo a controllo il potere del datore di collocarli in cassa integrazione (v. anche Cass. 10.5.2010 n. 11254).
La Corte, riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito quello incidentale; condanna la società ricorrente alle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 47,00 per esborsi ed in Euro 2.000 per onorari, oltre spese generali, Iva e Cpa, con distrazione a favore dell’avv. Bruno Cossu.