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Timestamp: 2018-05-21 20:29:31+00:00
Document Index: 182014549

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Diritto bancario Archivi - Tesi in diritto
Le contestazioni relative alla pratica dell’anatocismo nei mutui e, in particolare, alla illegittimità del sistema di ammortamento definito “alla francese” hanno avuto un primo riconoscimento nella sentenza del Tribunale di Bari-sezione distaccata di Rutigliano che risale al 29.10.2008.
Per il momento, la cronaca giudiziaria ha registrato solo un’altra sentenza di merito che pare ribadisca l’illegittimità della forma più diffusa e usata di ammortamento. Si tratta di una pronuncia resa dal Tribunale di Larino – sezione distaccata di Termoli – nel maggio scorso .
Come abbiamo avuto modo di osservare nelle precedenti riflessioni sul tema, con riferimento ai mutui si ritiene che l’anatocismo, cioè la maturazione di interessi su altri interessi ricorra, in primo luogo, nell’ambito del calcolo degli interessi moratori che sono posti a carico del mutuante qualora paghi in ritardo le rate. Tali interessi, se calcolati sull’importo complessivo della rata, comprensivo di interessi e capitale, possono configurare una fattispecie di anatocismo. Va considerato che a tal proposito la delibera CICR del febbraio 2000 ha stabilito che “1. Nelle operazioni di finanziamento per le quali è previsto che il rimborso del prestito avvenga mediante il pagamento di rate con scadenze temporali predefinite, in caso di inadempimento del debitore l’importo complessivamente dovuto alla scadenza di ciascuna rata può, se contrattualmente stabilito, produrre interessi a decorrere dalla data di scadenza e sino al momento del pagamento. Su questi interessi non è consentita la capitalizzazione periodica”.
Pertanto nei mutui contratti a partire dal 1 luglio del 2000, laddove sia contrattualmente prevista la produzione di interessi di mora sull’intera rata scaduta, la forma di anatocismo finora descritta è legittima.
Tuttavia, si ritiene che la pratica anatocistica sia insita anche nel sistema di ammortamento alla francese applicato in mutui a tasso fisso con rata costante. L’anatocismo costituirebbe l’effetto dell’ errata applicazione del principio di matematica finanziaria dell’equivalenza dei tassi. Il mutuante, dunque, si troverebbe a pagare un tasso di interessi effettivo più elevato di quello pattuito in contratto. Ciò renderebbe indeterminato l’oggetto della clausola contrattuale che prevede il tasso di interesse che, dunque, come postulato dalla citata sentenza del Tribunale di Rutigliano, dovrebbe essere considerata nulla. In luogo del tasso contrattuale, quindi, si dovrebbe applicare il tasso legale.
Ebbene, la sentenza del Tribunale di Benevento n.1936 del 19 novembre 2012 ha esaminato il caso di un mutuo con ammortamento rateale che prevede la maturazione di interessi corrispettivi a favore del creditore; le rate risultano articolate in una parte di capitale e una di interessi a scalare. Il giudice preliminarmente ha precisato che, come si è detto, di anatocismo in senso stretto si può parlare, eventualmente, solo con riferimento all’applicazione dei tassi moratori. Tuttavia, nel caso di specie,tale questione non era oggetto delle doglianze dell’attore.
Il Giudice ha affermato che non può essere condivisa la tesi secondo la quale l’ammortamento alla francese sarebbe da considerarsi illegittimo in quanto produttivo di anatocismo. In tale sistema di ammortamento la rata costante si compone di una quota di interessi e una quota capitale. L’importo della rata costante dell’ammortamento è calcolato sulla base della somma dovuta per capitale, del tasso di interesse e del numero delle rate, attraverso l’impiego del principio dell’interesse composto. Tale principio, secondo il Tribunale di Benevento, non determina alcun fenomeno anatocistico in quanto gli interessi vengono calcolati unicamente sulla quota capitale via via decrescente e per il periodo corrispondente a quello di ciascuna rata. Ogni rata determina il pagamento, unicamente, degli interessi dovuti per il periodo cui la rata stessa si riferisce, importo che viene, quindi, integralmente pagato con la rata, laddove la rimanente parte della quota serve ad abbattere il capitale. La quota di interessi di cui alla rata successiva è calcolata unicamente sulla residua quota di capitale, cioè sul capitale originario, detratto l’importo già pagato con la rata o le rate precedenti.
Ne consegue che, secondo il Tribunale di Benevento, anche laddove dalla perizia disposta dal giudice dovesse emergere una divergenza tra il tasso pattuito e quello applicato, tale fenomeno non costituirebbe una forma di anatocismo. Inoltre, nei mutui in cui siano espressamente indicati e accettati mediante sottoscrizione l’importo mutuato, i periodi di pagamento, il numero complessivo delle rate costanti, il tasso e il piano di ammortamento, l’applicazione dell’interesse composto non può condurre ad una pronuncia di nullità della clausola relativa agli interessi, per indeterminatezza dell’oggetto, ai sensi dell’art.1284 c.c.. In tal caso, infatti, il contraente non può lamentare la indeterminatezza del tasso in quanto, al momento della stipula, sono resi disponibili e noti tutti gli elementi che consentono di comprendere i termini dell’operazione. Il Tribunale osserva che il mutuante, al limite, può agire ai sensi dell’art.1430 c.c. in materia di errore di calcolo. Certamente, non può lamentare la nullità della clausola relativa agli interessi ed esigere l’applicazione del tasso legale.
Il Tribunale di Milano si pronuncia sui mutui con ammortamento alla francese
Con sentenza del 30 ottobre 2013 anche il Tribunale di Milano ha affrontato la questione della legittimità dell’ammortamento alla francese. Il caso esaminato e affrontato dal giudice meneghino riguarda due contratti di mutuo nei quali, secondo la ricostruzione attorea, la pattuizione del tasso di interesse avrebbe violato gli art. 1346 – 1418 – 1419 c.c., sarebbe stata incompatibile con i principi di inderogabilità in tema di determinabilità dell’oggetto nei contratti formali, avrebbe violato gli art. 1283 e 1284 c.c. , nonché la norma dell’art. 1322 c.c. e l’art. 9, co. 3, della legge n. 192 del 1998 che vieta l’abuso di dipendenza economica.
L’attore, dunque, in virtù delle norme richiamate, ha chiesto al Tribunale di dichiarare nulla la clausola con cui erano stati pattuiti gli interessi e di determinare correttamente il saggio di interesse applicabile, con conseguente condanna dell’istituto di credito a restituire le maggiori somme non dovute. Inoltre parte attrice ha chiesto al Tribunale di dichiarare, comunque, che la convenuta, con la previsione di un piano di ammortamento alla francese, ha applicato tassi di interesse difformi da quelli pattuiti, generando un effetto anatocistico.
Il Tribunale di Milano ha disposto lo svolgimento di una consulenza tecnica della quale ha pienamente condiviso le conclusioni. Il perito nominato dal giudice ha accuratamente esaminato i contratti in contestazione nei quali si faceva riferimento a ben tre modalità di determinazione del tasso di interesse per il periodo di ammortamento.
Infatti, dalla sentenza si evince che nel contratto era stabilito che, in primo luogo, il tasso del 3,4% valido per il preammortamento “sarebbe stato preso a base per il calcolo delle quote di rimborso del capitale nel caso l’ammortamento fosse iniziato prima della scadenza del primo triennio ed anche per il triennio successivo in caso di prosecuzione a tasso variabile.”
In secondo luogo, “le semestralità saranno calcolate col sistema dell’ammortamento di un prestito a rate costanti, basato sulla formula matematico finanziaria, nota nella tecnica finanziaria come ‘sistema francese’...” . Infine, il contratto precisava che “il tasso d’interesse è variabile, pari ad un mezzo del tasso nominale annuo EURIBOR a 6 mesi più uno spread dell’1% “.
Le tre modalità di determinazione del tasso di interesse, secondo il perito, se singolarmente interpretate, sono chiare, avendo ciascuna un significato finanziario determinato. Tuttavia, sono tra loro incompatibili. Sulla base della complessiva pattuizione del tasso di interessi, dunque, secondo il perito, si può giungere ad almeno tre diverse ipotesi di piani d’ammortamento. Ne consegue una evidente ed oggettiva indeterminatezza ed indeterminabilità dell’ oggetto del contratto. Il Tribunale di Milano, quindi, ha dichiarato la nullità per indeterminatezza delle clausole determinanti il piano di ammortamento dei due contratti di mutuo ai sensi dell’art.1419 c.c. e ha disposto l’applicazione del tasso legale ai sensi dell’art.1284 c.c..
Nonostante fosse assorbita dalla decisione ogni altra questione, il Tribunale ha ritenuto ugualmente opportuno effettuare una precisazione in merito all’effetto anatocistico che, secondo la ricostruzione attorea, sarebbe stato, comunque, insito nell’ammortamento alla francese. Ebbene, il Tribunale sul preteso effetto anatocistico, testualmente scrive, “la CTU ha condivisibilmente escluso discenda di per sé dal piano di ammortamento costruito alla francese nel quale il maggior ammontare degli interessi da versarsi -rispetto a piani di ammortamento costruiti all’italiana- dipende non dall’applicazione di interessi composti ma dalla diversa costruzione delle rate.”
La sentenza in commento, quindi, segue l’orientamento inaugurato dal Tribunale di Benevento con la sentenza n.1936 del 19 novembre 2012. Oggetto di un precedente commento
Una rassegna della recente giurisprudenza in materia di mutui
La contestazione delle clausole di un mutuo e la difesa rispetto a decreti ingiuntivi e procedure esecutive promosse da Istituti di Credito in caso di inadempimento del cliente mutuatario si basano, essenzialmente, su alcune fondamentali questioni che impegnano, con sempre maggiore frequenza, i giudici di merito.
In primo luogo, è ampiamente discussa la modalità di verifica dell’eventuale usurarietà dei tassi di interesse corrispettivi e di mora che sono stati pattuiti nel contratto. Inoltre, si dibatte in merito alla illegittimità del sistema di ammortamento alla francese. Non mancano, poi, casi in cui si rileva la indeterminatezza e/o indeterminabilità dell’oggetto del contratto per effetto dell’equivoca pattuizione degli interessi. Né va dimenticata la questione relativa al superamento dei limiti di finanziabilità.
La giurisprudenza più recente ha preso posizione su ciascuna di tali problematiche.
Con riferimento alla verifica dell’usurarietà dei tassi è noto che, a seguito della sentenza della Corte di Cassazione n.350 del 2013, si è diffusa la tesi secondo la quale, nel caso in cui la semplice somma aritmetica degli interessi corrispettivi e di mora pattuiti, superi la soglia fissata dai decreti ministeriali, le relative clausole sarebbero nulle e il cliente sarebbe tenuto a restituire alla banca, solo il capitale.
La giurisprudenza di merito prevalente, finora, non sembra sia orientata a condividere tale interpretazione della sentenza n.350. Infatti, fatta salva un’ordinanza del Tribunale di Rovereto del 30 dicembre 2013 e una sentenza del Giudice di Pace di Domodossola del 2 maggio 2014, non risulta che ci siano stati altri provvedimenti che abbiano confermato la correttezza del metodo della somma aritmetica degli interessi corrispettivi e di quelli di mora ai fini della verifica dell’usurarietà. Peraltro, i provvedimenti appena citati non argomentano l’opzione a favore del metodo della somma aritmetica, limitandosi a rinviare a quanto stabilito dalla citata sentenza della Corte di Cassazione.
Sono, invece, più numerosi i provvedimenti nei quali diversi giudici di merito hanno esaminato criticamente la sentenza n.350 sostenendo che, in realtà, essa non avrebbe sancito un principio di diritto innovativo ma si sarebbe limitata a ribadire la necessità di sottoporre a verifica di usurarietà, non solo gli interessi corrispettivi, ma anche quelli di mora pattuiti nel contratto.
In particolare, sul punto si sono pronunciati il Tribunale di Milano (ordinanze del 28 gennaio 2014 e del 22 maggio 2014), il Tribunale di Napoli (ordinanze del 28 gennaio 2014 e del 15 aprile 2014, sentenza dell’11 maggio 2014), il Tribunale di Brescia (ordinanza del 16 gennaio 2014), il Tribunale di Trani (ordinanza del 10 marzo 2014), il Tribunale di Verona (sentenza del 30 aprile 2014 con ampia e dettagliata motivazione) e il Tribunale di Treviso (ordinanza dell’11 aprile 2014).
Secondo i citati provvedimenti, la somma aritmetica dei tassi corrispettivi e di mora non è praticabile, attesa la diversa natura giuridica delle due tipologie di interessi. L’unica ipotesi in cui tale sommatoria può configurarsi ai fini della verifica dell’usurarietà del mutuo è quella in cui, in caso di inadempimento, l’istituto di credito calcoli il tasso di mora sull’intera rata scaduta, costituita da capitale ed interessi corrispettivi. In tal caso, peraltro, potrebbe configurarsi anche un fenomeno anatocistico che, però, come già rilevato in passato, in base alla delibera CICR del 2000, è legittimo se espressamente previsto con apposita clausola (in tal senso si veda, per tutte, la sentenza della Corte di Cassazione Sezione I n. 11400 del 22 maggio 2014).
Escludendo la possibilità che si addivenga alla sommatoria degli interessi corrispettivi e di mora, il Tribunale di Padova, con ordinanza dell’ 08 maggio 2014, ha sostenuto che quando i soli interessi di mora, separatamente considerati rispetto a quelli corrispettivi, al momento della pattuizione superano il tasso soglia, non sono dovuti e la loro usurarietà rende indebiti anche gli interessi corrispettivi non usurari, in virtù della ratio punitiva della disciplina antiusura. In altri termini, basterebbe l’accertamento dell’usurarietà dei soli interessi di mora pattuiti nel contratto per fare in modo che il cliente mutuatario sia tenuto a restituire esclusivamente il capitale.
Altri provvedimenti di merito, invece, (Tribunale di Milano ordinanza del 28 gennaio 2014; Tribunale di Trani, ordinanza del 10 marzo 201 e Tribunale di Napoli ordinanza del 28 gennaio 2014), escludono tale possibilità e sostengono che, qualora il solo tasso di mora pattuito nel contratto si riveli usurario, sono comunque dovuti gli interessi corrispettivi.
Infine, alcuni provvedimenti hanno precisato che è da escludere a priori l’usurarietà degli interessi di mora laddove il contratto preveda una clausola di salvaguardia con la quale, cioè, è stabilito che essi saranno sempre adeguati al limite della soglia. (Tribunale di Napoli ordinanze dell’ 8 gennaio 2014 e del 04 giugno 2014).
Ad ogni modo, non si può ignorare che manca un parametro di riferimento validamente utilizzabile per la verifica dell’usurarietà dei tassi di mora. Infatti, attualmente, nella determinazione del tasso soglia, in base alle istruzioni della Banca d’Italia, non si tiene conto del tasso di mora.
Come si è detto, un’altra questione sottoposta ai giudici di merito con riferimento ai mutui è costituita dalla presunta illegittimità del sistema di ammortamento alla francese che produrrebbe anatocismo. Ebbene, a tal proposito va rilevato che l’orientamento già espresso dal Tribunale di Benevento con sentenza n.1936 del 19 novembre 2012 e da quello di Milano con sentenza del 30 ottobre 2013, è stato recentemente confermato dal Tribunale di Pescara con sentenza del 10 aprile 2014 e da quello di Treviso con sentenza dell’ 11 aprile 2014, già citata con riferimento alla questione dell’usurarietà. Peraltro, il Tribunale di Milano, con sentenza del 05 maggio 2014, rinviando alle risultanze della perizia e ricostruendo l’iter argomentativo del consulente, ha escluso nuovamente che nell’ ammortamento alla francese sia insito il fenomeno anatocistico e che esso sia, di per sé, illegittimo.
Il Tribunale di Milano con sentenza del 30 ottobre del 2013, poi, ha affrontato un caso in cui l’oggetto del contratto di mutuo risultava indeterminato e/o indeterminabile a causa della oggettiva equivocità della clausola con cui era disciplinata la modalità di determinazione degli interessi corrispettivi a tasso variabile. In base a tale sentenza il contratto di mutuo formulato in modo tale da non consentire una univoca ricostruzione del piano di ammortamento e delle modalità di determinazione del tasso di interessi (ciò accade soprattutto nei mutui a tasso variabile dove, peraltro, il piano di ammortamento allegato è puramente orientativo), è nullo ai sensi dell’art.1419 c.c. e trova applicazione il tasso legale ai sensi dell’art.1284 c.c..
Con riferimento specifico al credito fondiario, che è definito dall’art.38 I comma del Testo Unico in materia Bancaria (TUB) come l’operazione avente ad oggetto la “concessione, da parte di banche, di finanziamenti a medio e lungo termine garantiti da ipoteca di primo grado su immobili” si pone il problema del superamento del limite di finanziabilità che la Banca d’Italia, in conformità delle deliberazioni del CICR, ha determinato in rapporto al valore dei beni ipotecati o al costo delle opere da realizzare sugli stessi. L’attuale limite massimo di finanziabilità è fissato dalla delibera del CICR del 22 aprile 1995 (e dalle conseguenti istruzioni applicative di Banca d’Italia) nell’80% del valore dei beni ipotecati o del costo delle opere da eseguire sui beni medesimi. E’ prevista anche la possibilità di elevare tale percentuale al 100% attraverso il rilascio di garanzie integrative.
L’importo finanziato, dunque, in linea generale, non deve superare il limite dell’80% del valore dei beni ipotecati o del costo delle opere da eseguire su di essi.
Il valore dei beni ipotecati e, quindi, del credito ipotecario, in base alla Direttiva 2000/12/CE è “determinato da un perito in base ad un prudente apprezzamento della futura negoziabilità dell’immobile stesso tenendo conto degli aspetti durevoli a lungo termine dell’immobile, delle condizioni normali e locali del mercato, dell’uso corrente dell’immobile e dei suoi appropriati usi alternativi” Accade, tuttavia, che il perito incaricato dalla Banca non sempre si ponga nell’ottica prudenziale richiesta dalla Direttiva europea, sovrastimando l’immobile ipotecato o il costo delle opere da realizzare e determinando un valore del credito ipotecario superiore a quello effettivo. Pertanto, in tali casi, l’importo finanziato finisce col superare l’80% del valore dei beni ipotecati o delle opere da realizzare.
Gli effetti del superamento del limite di finanziabilità non sono pacifici. Infatti, il Tribunale di Venezia, con sentenza del 26 luglio 2012, ha mostrato di condividere quanto statuito dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 9219 del 1° settembre 1995, e ha statuito che, qualora attraverso apposita stima si dimostri l’avvenuto superamento del limite di finanziabilità, il mutuo è nullo ai sensi dell’art.1418 c.c. per violazione di norma imperativa, essendo la disciplina del credito fondiario, posta a tutela, non solo degli interessi del ceto bancario, ma anche dell’interesse al corretto funzionamento del sistema bancario e, di conseguenza, al regolare andamento dell’economia. Secondo la sentenza in esame, quindi, la determinazione dell’importo massimo finanziabile attiene alla struttura del contratto di credito fondiario.
Tuttavia, la Corte di Cassazione con sentenza n. 26672 del 28 novembre 2013 ha respinto tale ricostruzione affermando che dalla violazione del limite di finanziabilità pari all’80% del valore dell’immobile, non possa discendere la nullità del contratto di mutuo fondiario.
La Corte, infatti, ha rilevato che non si può configurare un’ipotesi di nullità per contrarietà del contratto a norme imperative in difetto di espressa previsione, posto che la disposizione imperativa non incide sul sinallagma contrattuale ma investe esclusivamente il comportamento della banca tenuta ad attenersi al limite prudenziale stabilito dall’art 38, comma secondo, del TUB e dalla circolare del CICR del 1995. Il superamento del limite, dunque, comporterebbe solo la violazione di norme di buona condotta e l’irrogazione delle sanzioni previste dall’ordinamento bancario, senza ingenerare una causa di nullità, parziale o meno, del contratto di mutuo.
Il Collegio di Coordinamento ABF e l’usurarietà degli interessi di mora
15 aprile 2014 / Leave a comment