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Timestamp: 2020-07-13 18:52:11+00:00
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Contenzioso tributarioEffetti fiscali degli investimenti esteri delle persone fisiche
Pubblicato il 30/05/2017 29/05/2017 Lucia Ripa
Nei precedenti post (“Effetti fiscali degli investimenti esteri delle persone fisiche” ,“Focus sulla residenza fiscale delle persone fisiche” e “Cosa succede dal 2017 alle persone fisiche residenti all’estero?”) ho scritto su:
effetti fiscali degli investimenti esteri delle persone fisiche e come sono influenzati dalla residenza fiscale nel territorio italiano del soggetto beneficiario;
perchè la residenza fiscale è un criterio discriminante così importante per i contribuenti.
A proposito ho spiegato che la residenza fiscale in Italia distingue tra coloro che devono tassare in Italia i redditi ovunque prodotti (cd. principio della tassazione del reddito mondiale) e coloro che, invece, tassano in Italia solo i redditi qui prodotti e tra coloro che devono compilare il Modulo RW e coloro che non sono tenuti a questo adempimento.
Infine, ho accennato al Provvedimento del Direttore dell’Agenzia delle Entrate n. 43999 del 3.03.2017 che elenca i criteri selettivi per l’inclusione nelle liste di controllo dei contribuenti italiani che si sono cancellati dalle Anagrafi della popolazione residente e che, però, l’Amministrazione finanziaria ha motivi indiziari per ritenere siano effettivamente ancora residenti fiscalmente in Italia.
In questo post espongo il pensiero della giurisprudenza, che è molto importante conoscere, dato che gli avvisi di accertamento emessi dall’Agenzia delle Entrate di redditi non dichiarati in Italia vengono impugnati davanti alle Commissioni tributarie.
La sentenza n. 1685/2/2017 della CTR della Lombardia
La sentenza n. 574/4/2017 della CTR del Piemonte
La sentenza n. 19484 del 30.09.2016 della Corte di Cassazione
1. La sentenza n. 1685/2/2017 della CTR della Lombardia
La particolarità di questa sentenza è rappresentata dalla mancanza di reddito tassabile.
Mi spiego meglio: le due contribuenti che vengono ritenute residenti in Italia non hanno prodotto reddito tassabile in Italia, ma in Italia hanno consumato un cospicuo patrimonio ereditato dal padre.
Perciò, gli indizi che l’Agenzia delle Entrate ha raccolto per dimostrare la permanenza in Italia per più di 183 giorni delle due contribuenti non derivano da attività svolte, ma dal consumo del patrimonio.
In altre parole, queste ereditiere soggiornavano in Italia per impiegare il proprio patrimonio e non per produrre il proprio reddito.
A parte questa peculiarità, la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia ha accolto l’appello dell’Ufficio e riformato la sentenza di primo grado che aveva dato ragione alle contribuenti applicando i criteri che ho esposto nell’articolo “Focus sulla residenza fiscale delle persone fisiche”.
Infatti, gli indizi posti alla base dell’accertamento dimostravano la permanenza in Italia delle due ereditiere per la maggior parte dell’anno per frequentare circoli nautici a cui erano iscritte, corsi universitari a cui una delle due era iscritta, per intrattenere rapporti con istituti di credito situati in Italia, dimostrati da deposito titoli e cassette di sicurezza, conti correnti, movimentazione di carte di credito, partecipazione ad eventi mondani e sociali rilevabili dalle notizie di stampa, bonifici dall’estero verso l’Italia per importi rilevanti (€ 304.790 nel 2004, € 388.960 nel 2005, € 297,920 nel 2006, € 136.450 nel 2007) accreditati per il mantenimento delle contribuenti in Italia.
Oltre a ciò i giudici considerano rilevante il legame affettivo con la nonna, stante lo stato detentivo della madre, ed i legami sentimentali con soggetti residenti in Italia con cui si sono sposate.
Tutti questi indizi hanno portato la CTR a ritenere che la presenza in Italia delle contribuenti non fosse saltuaria, ma preponderante, tanto da superare il limite dei 183 giorni all’anno.
2. La sentenza n. 574/4/2017 della CTR del Piemonte
Questa sentenza decide sull’appello presentato dall’Agenzia delle Entrate e riguarda un contribuente che ha spostato la propria residenza anagrafica in Belgio, ma che ha ricevuto un avviso di accertamento per redditi prodotti in Italia.
L’Agenzia delle Entrate basa l’accertamento su alcuni indizi che dimostrano l’intenzione del contribuente di voler conservare il domicilio in Italia, nonostante si fosse iscritto all’anagrafe della popolazione residente all’estero ed avesse trasferito la residenza anagrafica in Belgio e sposato una cittadina belga.
Il contribuente rivestiva la carica di legale rappresentante e/o socio di sette società italiane, era intervenuto in sette atti notarili stipulati in Italia, aveva partecipato a quattro riunioni assembleari, aveva numerosissimi rapporti intrattenuti con operatori finanziari in Italia, con notevoli operazioni effettuate direttamente in Italia, collaboratori domestici italiani e premi assicurativi versati a compagnie di assicurazione italiane.
La CTR accoglie l’appello dell’Agenzia delle Entrate, richiamando l’orientamento della Corte di Cassazione, sentenza n. 12311/2016, che ha sottolineato come:
“ai fini della determinazione del luogo della residenza normale si riconosce la preminenza dei legami professionali e personali dell’interessato in un luogo determinato”,
ricomprendendo il luogo ove vi siano interessi patrimoniali.
Alla luce di questo principio la CTR ha concluso che:
“la cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente e la conseguente iscrizione all’AIRE non costituiscono un requisito sufficiente per determinare la residenza al di fuori del territorio dello Stato, allorchè il soggetto abbia ancora nel territorio dello Stato il proprio domicilio, inteso come “sede principale degli affari ed interessi economici”.
Per individuare il “centro principale degli interessi del soggetto” va data prevalenza al luogo in cui la gestione di detti interessi viene esercitata abitualmente in modo riconoscibile da terzi.
3. La sentenza n. 19484 del 30.09.2016 della Corte di Cassazione
Questa sentenza ha il pregio di fare chiarezza su quali siano i criteri per stabilire la residenza fiscale di un contribuente.
Il fatto riguarda un famoso pilota che si era cancellato dall’anagrafe della popolazione residente in Italia, perchè fiscalmente residente a Montecarlo, che è stato ritenuto dalla Commissione Tributaria Regionale del Lazio fiscalmente residente in Italia per aver presentato la richiesta di regolarizzazione delle attività estere tramite il cd. “scudo fiscale”.
A differenza dei giudici di merito, la Cassazione, accogliendo il ricorso del contribuente, ha puntualizzato che i criteri per la determinazione della residenza nel territorio dello Stato non sono individuati dal D.L. 350/2001 sullo “scudo fiscale”, ma dall’articolo 2 del DPR 917/86.
Perciò, la presentazione dell’istanza di regolarizzazione non produce automaticamente, come una sorta di “autodenuncia”, l’effetto di attribuire la qualità di persona fiscalmente residente in Italia, in quanto il criterio non è tra quelli elencati all’articolo 2 DPR 917/86.
Dalla carrellata di sentenze citate si possono trarre due conclusioni.
La prima di tipo “tecnico”: la residenza fiscale viene accertata dall’Agenzia delle Entrate o provata dal contribuente sulla base di fatti indiziari che fanno coincidere la forma con la sostanza. In altre parole, la residenza formalmente trasferita all’estero, solo se coincide con la sostanza dell’avere all’estero il centro dei propri affetti ed interessi, produce l’effetto di essere considerati fiscalmente residenti all’estero.
La seconda è una conclusione di tipo metodologico, ovvero un suggerimento che le sentenze danno a chi le legge: non ci si affida ad un consulente qualsiasi, nè si possono minimizzare i fatti indiziari di una permanenza in Italia per la maggior parte del periodo d’imposta. Occorre valutare la posizione del contribuente in modo accurato e professionale; l’avvocato tributarista è la figura adatta ad una valutazione di questo tipo.
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