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Timestamp: 2020-08-07 18:34:03+00:00
Document Index: 62169651

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Addetta carrozze ferroviarie morta per mesotelioma: confermata condanna
Confermata in Cassazione (sentenza 12151/20) la condanna dei legali rappresentanti di una nota impresa di costruzione e riparazione di veicoli ferrotranviari per aver colposamente causato un mesotelioma pleurico da amianto a una loro dipendente, addetta allo smontaggio degli arredi delle carrozze ferroviarie, poi deceduta.
Come noto, almeno fino alla fine degli anni ’80, molte carrozze ferroviarie erano coibentate in amianto.
Gli imputati erano stati condannati, in primo grado dal Tribunale di Vercelli, in secondo grado dalla Corte d’Appello di Torino.
Per i giudici non avevano predisposto, a partire dal 1981, data di inizio dell’esposizione della lavoratrice, “le misure precauzionali atte ad impedire la diffusione ambientale e l’inalazione di fibre di amianto”.
Il ricorso degli imputati avverso la sentenza della Corte d’Appello
Gli imputati avevano proposto ricorso contro la sentenza della Corte d’Appello di Torino sulla base di cinque motivazioni:
Le Sommarie Informazioni Testimoniali rese dalla persona offesa non avrebbero potuto trovare accoglimento nella fase di dibattimento a causa dell’omessa celebrazione dell’incidente probatorio. L’omissione era intervenuta per l’intervenuto decesso della donna, anche considerata la tardiva data dell’udienza in cui lo stesso era stato fissato.
La mancanza di nesso di causalità fra una esposizione minima all’amianto e l’insorgenza del mesotelioma.
Una violazione processuale, rilevata nel fatto che il perito d’ufficio abbia fatto uso, per le sue conclusioni, di atti non facenti parte del dibattimento ma presenti nel fascicolo del Pubblico Ministero.
L’errato bilanciamento fra aggravanti e attenuanti nella quantificazione della condanna.
Il respingimento della richiesta di sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria, escludendo la gravità del fatto, rilevata dalla Corte, quanto all’esposizione alle polveri di asbesto.
Le motivazioni della Corte nel respingimento del ricorso
I giudici della Suprema Corte, nel respingere il ricorso e nel confermare la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’Appello di Torino nei confronti degli imputati, ha risposto punto per punto alle motivazioni mosse dai legali di quest’ultimi.
Primo motivo di ricorso. Le Sommarie Informazioni Testimoniali
La Corte di Cassazione ha esaminato accuratamente questo punto. Sottolinea come la doglianza degli imputati potrebbe trovare riscontro qualora non sussistesse il requisito dell’imprevedibilità della morte della lavoratrice addetta allo smontaggio degli arredi delle carrozze ferroviarie ammalatasi di mesotelioma.
Ciò era stato già sancito da altra sentenza della Corte stessa relativa ad un caso di lesioni personali dolose:
[…] le dichiarazioni potenzialmente utili ai fini della decisione rese dalla persona offesa alla polizia giudiziaria e al P.M. non possono essere acquisite “qualora […] risulti che era prevedibile l’esito letale delle lesioni subite e si riscontri che la procedura di incidente probatorio, appositamente apprestata dal legislatore […] sia stata promossa a suo tempo con ingiustificato ritardo tanto da non avere poi potuto trovare attuazione, proprio per il sopravvenuto decesso della parte lesa, per difetto del requisito dell’imprevedibilità”.
La Corte di legittimità, su queste basi, disconosce l’interpretazione della Corte territoriale secondo cui non era prevedibile un così rapido evolversi infausto della malattia.
La morte dell’operaia addetta al montaggio ed allo smontaggio degli arredi delle carrozze ferroviarie, ammalatasi di mesotelioma, era infatti prevedibile considerata l’irreversibilità della patologia.
Tuttavia la Cassazione respinge ugualmente il motivo di ricorso. In particolare sottolinea come i giudizi di primo e secondo grado si siano basati su una ricostruzione dei fatti che parte dalla testimonianza della parte lesa ma che poi si muove su binari autonomi:
Benché il primo giudice ed il collegio di appello non abbiano seguito siffatto percorso interpretativo, il motivo deve essere comunque rigettato. Nonostante il grave ritardo con cui l’udienza per l’incidente probatorio è stata fissata […] e nonostante la non condivisibile soluzione adottata dai giudici di merito, vi è che sia la sentenza di primo grado, che quella di seconda cura, ricostruiscono i fatti, ed in particolare le condizioni dell’ambiente di lavoro in cui operava [la lavoratrice], e le lavorazioni svolte dalla medesima, non solo sulle sue dichiarazioni, ma a mezzo della narrazione dei testi escussi in giudizio.
Fatti che emergono dalle deposizioni degli altri testimoni. Queste hanno permesso di ricostruire le circostanze dell’esposizione all’asbesto, nonché la circostanza della mancanza di adeguati dispositivi di protezione individuale. In particolare:
[…] che nel reparto ove operava [la lavoratrice], gli operai venivano a contatto con l’asbesto sin dal 1980 (la vittima vi lavorò dal 1981), perché ivi si svolgevano lavori di smontaggio di arredi di carrozze, nel corso dei quali si liberavano polveri di amianto (blu e bianche), a causa dell’uso del trapano e dello svitatore; che in reparto non vi era un impianto di aspirazione; che le mascherine di carta fornite venivano utilizzate dai lavoratori, solo a propria discrezione; che non vi era insistenza di vigilanza e controllo da parte dei caposquadra.
Secondo motivo di ricorso. Il nesso di causalità fra ‘esposizione minima’ ad amianto e mesotelioma della lavoratrice addetta alle carrozze ferroviarie
Il secondo motivo di ricorso presentato dai legali degli imputati verte sul nesso di causalità fra esposizione ad amianto e insorgenza del mesotelioma nella lavoratrice addetta alla manutenzione delle carrozze ferroviarie.
Il ricorso si articola su vari punti che mettono in rilievo le diverse conclusioni sulla localizzazione delle placche pleuriche e sulla quantità di fibre rilevate nel tessuto polmonare dei periti: quello del pubblico ministero ed il consulente di parte.
Rimarca inoltre come “un’asbestosi ‘minima di tipo G1’, come quella descritta dal consulente del pubblico ministero, è incompatibile con l’origine professionale del carcinoma”.
Infine, sottolinea come la sentenza di condanna si basi su un principio di causalità probabilistico e non individuale. Un nesso eziologico certo fra esposizione e mesotelioma sarebbe infatti dovuto per una condanna in un procedimento penale.
I giudici di Cassazione tuttavia ribadiscono nella sentenza come la Corte d’Appello abbia ricondotto le contraddizioni fra i periti ad una unità.
I giudici di merito infatti hanno stabilito che le risultanze mediche fossero “significative di una esposizione professionale, confermata da un periodo di latenza, nel range per l’insorgenza di siffatto tipo di tumore [..] essendo escluse […] ulteriori cause come il fumo di sigaretta”.
Quanto alla necessità di individuare un principio di causalità individuale e non probabilistico ai fini di una condanna, la Suprema Corte mette in rilievo come la Corte territoriale lo abbia individuato:
[…] in modo diretto, stante l’unicità del rapporto di lavoro alle dipendenze dell’impresa – sempre legalmente rappresentata dagli imputati, nelle varie forme societarie assunte, nel corso del tempo – non facendo riferimento alla c.d. teoria dell’effetto acceleratore [non condivisa da tutta la comunità scientifica], ma sulla base dell’assenza di qualsivoglia elemento causale alternativo di innesco della patologia.
Ciò secondo la più recente giurisprudenza della Corte stessa:
[…] la più recente giurisprudenza di questa Corte [stabilisce che] “in tema di rapporto di causalità tra esposizione ad amianto e morte del lavoratore per mesotelioma, ove […] la sentenza impugnata ritenga impossibile l’individuazione del momento di innesco irreversibile della malattia, nonché causalmente irrilevante ogni esposizione successiva a tale momento, ai fini del riconoscimento della responsabilità dell’imputato è necessaria l’integrale o quasi integrale sovrapposizione temporale tra la durata dell’attività lavorativa della singola vittima e la durata della posizione di garanzia rivestita dall’imputato nei confronti della stessa” (Sez. 4, n. 25532 del 16/01/2019 […]).
Terzo motivo di ricorso. La supposta violazione processuale del perito d’ufficio
I legali rappresentanti degli imputati, con il terzo motivo di ricorso, lamentano il respingimento della doglianza, formulata con l’atto di appello, con la quale si contestava la violazione processuale compiuta dal perito d’ufficio.
Questi infatti, nell’espletamento della perizia, aveva utilizzato documentazione contenuta nel fascicolo del pubblico ministero, ed in particolare le Sommarie Informazioni Testimoniali dei testi di accusa.
Anche su questo motivo di ricorso la Cassazione ha condiviso il parere dei giudici d’Appello che hanno escluso “ogni rilevanza degli atti del fascicolo del pubblico ministero consultati dal perito d’ufficio, trattandosi di dichiarazioni rese dai testi in S.I.T., sull’attività svolta [dalla lavoratrice] e sull’ambiente di lavoro, ripetute dai medesimi in dibattimento”.
Il quarto motivo di ricorso. L’errato bilanciamento nella quantificazione della condanna
Con il quarto motivo di ricorso gli imputati fanno valere la doglianza che “il giudice di appello avrebbe dovuto tenere in considerazione, nel giudizio di bilanciamento, che l’aggravamento di pena di cui all’art 589 comma 2 cod. pen., era più mite (da uno a cinque anni di reclusione, anziché da due a sette anni)”.
Ciò in virtù del fatto che già “le Sezioni unite (n. 40986/2018) [hanno] chiarito che, nell’ipotesi in cui la condotta sia stata posta in essere interamente sotto il vigore di una legge penale più favorevole a quella in vigore al momento dell’evento, deve applicarsi la legge vigente al momento della condotta.
Inoltre i legali degli imputati lamentano che la scarsa rilevanza dei precedenti, la non gravità della colpa, la giovane età degli imputati all’epoca ed i ruoli di tipo commerciale ed amministrativo dai medesimi ricoperti, avrebbero dovuto incidere maggiormente e favorevolmente sul giudizio.
La Cassazione respinge anche questo motivo di ricorso. “Nessuna parte delle argomentazioni espresse dai giudici di merito, infatti, autorizza a pensare che il giudizio di bilanciamento delle circostanze sia intervenuto avendo riguardo al testo del secondo comma dell’art. 589 cod. pen.” nel “confermare il giudizio di equivalenza fra le concesse attenuanti generiche e la circostanza aggravante di cui all’art. 589, comma cod. pen.”.
Per i giudici di Cassazione i giudici di merito hanno mostrato come le attenuanti non possano essere considerate prevalenti “sulla contestata aggravante, [cioè] le gravi inadempienze riscontrate nel periodo precedente, durante il quale la persona offesa fu esposta alle polveri di amianto” e come il giudizio si sia basato “sulla considerazione di una continuità di comportamenti di violazione della normativa precauzionale, […] dimostrativa della poca cura nella prevenzione sui luoghi di lavoro” da parte degli imputati.
Il quinto motivo di ricorso. La sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria
Con l’ultimo motivo di ricorso uno degli imputati fa valere la violazione della legge penale e il vizio di motivazione nell’avere la Corte di Appello respinto la richiesta di sostituzione della pena detentiva con la pena pecuniaria.
La doglianza dell’imputato si baserebbe sul fatto che non sussisterebbe la gravità del fatto. Ciò considerata l’esposizione minima cui sarebbe stata sottoposta la lavoratrice addetta alle carrozze ferroviarie deceduta per mesotelioma, come confermato dai periti, la brevità del periodo di esposizione, ma anche l’evolversi delle conoscenze, al tempo, sulla pericolosità dell’esposizione alle polveri di amianto:
Solo nel 1983, infatti, e non nel 1979 come ritenuto dalla sentenza, le Ferrovie dello Stato inviano una circolare specifica che interessa direttamente l’impresa […] allorquando l’azienda riceve le prime commesse per la decoibentazione di carrozze con amianto. In precedenza, invero, le circolari dell’ente ferroviario erano di contenuto generico, non indirizzate espressamente [all’impresa], che non si occupava di decoibentazione. Prima degli anni ’80, inoltre, la letteratura riteneva che l’amianto fosse pericoloso solo se le sue polveri fossero state respirate in grandi quantità. Tanto che il limite di esposizione sino al 1975 era pari a 0,2 fibre per centimetro cubico, ridotto successivamente a 0,1 con il d.lgs. 257/200.
La Cassazione tuttavia dichiara la doglianza ed il motivo di ricorso come inammissibile.
La sostituzione della pena detentiva con una ammenda pecuniaria è infatti rimessa, come sancito per Legge, alla discrezionalità del giudice. Questi, nel prendere una decisione, considera lo svolgersi dei fatti e valuta della personalità dell’imputato.
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