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La Rinuncia è invalida per 6 ragioni
05/12/2019 Redazione	Lascia un commento
Mentre i cattolici iniziano lo sforzo di far sapere al clero che sono stati defraudati della loro fedeltà al Vicario di Cristo il 28 febbraio 2013, è importante avere una breve sintesi dei problemi canonici nella dichiarazione di Papa Benedetto XVI dell’11 febbraio 2013, Non solum propter. (Testo ufficiale qui al sito web del Vaticano)
6 errori canonici nell’atto di rinuncia
Nell’Atto, il Romano Pontefice rinuncia “al ministero affidato a lui attraverso le mani dei Cardinali” il giorno della sua elezione. Ma il canone 332 §2, nel testo ufficiale latino di quel canone, richiede che la rinuncia sia al “munus” petrino, cioè al’Ufficio Papale (cfr. canoni 331, 333, 334, 749). Pertanto, l’atto NON è una rinuncia al papato. Così, per quanto riguarda il canone 332 §2, l’atto è un ACTUS NULLUS. E se si dice o si pensa che sia un atto di rinuncia al papato, allora l’affermazione o la stima è falsa in ragione del Canone 188, che dichiara IRRITA qualsiasi rinuncia all’ufficio viziata da errore sostanziale, cioè da un errore che tocca la sostanza dell’atto (che, in questo caso, è costituita dall’essenza dell’atto come atto di rinuncia al munus, non del ministerium).*
Nell’Atto, il Romano Pontefice non nomina l’ufficio con alcun termine canonico proprio, e quindi l’atto è anche un ACTUS INVALIDUS in ragione del requisito del canone 332 §2, che l’atto sia debitamente manifestato (rite manifestetur), poiché ciò che non viene nominato non è manifesto.
Nell’Atto, la libertà del Romano Pontefice riguarda ciò che fa, non ciò che non fa, il che, non essendo egli non lo fa, che sia libero di farlo o meno, non è espresso. Pertanto, l’atto è un ACTUS INVALIDUS in ragione del requisito del canone 332 §2, che l’atto di rinuncia al munus sia eseguito liberamente (libere fiat).
Nel fare una dichiarazione di rinuncia, invece di rinunciare, l’atto è anche un ACTUS NULLUS, perché il diritto canonico non considera le dichiarazioni come atti canonici. Sono solo annunci. (cfr. la sezione penale sugli annunci riguardanti persone che hanno subito scomunicazioni latae sententiae ipso iure).
Nel fare quella che sembra essere una rinuncia al papato, senza nominare l’ufficio papale come richiesto dal Canone 332 §2, l’uomo che fa la dichiarazione, in quanto è l’uomo che ha ricevuto l’ufficio e che sta cercando di separarsi dall’ufficio, aveva bisogno di ottenere dall’uomo che è il Papa, una deroga esplicita ai termini del canone 332 §2, in virtù del canone 38, e poiché egli non ha fatto, poiché nell’atto non viene menzionata alcuna concessione di deroga a tale requisito, allora in ragione del canone 38, l’atto, essendo contrario alla legge del canone 332 §2 e gravemente lesivo del diritto dei fedeli di sapere chi sia il vero papa e quando sia canonicamente dimesso, è un ACTUS SINE EFFECTU, cioè un atto che manca di ogni effetto.
Infine, rinunciando al “ministero”, il Romano Pontefice pone un atto giuridico che non è previsto dal Codice di Diritto Canonico, poiché in esso nessun canone parla di rinuncia al ministero. Pertanto, l’atto è un ACTUS NULLUS a norma di legge. Pertanto, secondo il canone 41, nessuno che abbia un ufficio nella Chiesa ha il dovere di riconoscerlo.
* Non includo l’errore sostanziale come uno degli errori canonici dell’Atto, perché l’atto non è mai stato un atto di rinuncia all’ufficio papale. L’argomento che l’errore sostanziale vizia l’atto, tecnicamente, ha più a che fare con le percezioni errate o false affermazioni fatte sul valore canonico dell’atto, che con l’atto stesso. Parlare di errore sostanziale è quindi necessario quando si discute con qualcuno che opera sotto la falsa premessa che il Papa ha rinunciato al papato, ma alla fine si deve parlare della realtà di ciò che il Papa ha effettivamente detto in quel giorno, e distinguere quella realtà dall’idea sbagliata che è stata pubblicata in tutto il mondo.
P.S.: Si noti che nel titolo di questo post uso la parola “invalida” nel senso comune di un atto che non incide su ciò che si pensa che abbia effetti, ma propriamente parlando il termine dovrebbe essere “viziata” o “erronea”, perché come si può vedere dalla lista di 6 errori canonici, 3 riguardano la nullità, 2 riguardano l’invalidità, e 1 riguarda l’essere senza effetto.
CREDITS: L’immagine in evidenza si trova sul web senza informazioni di proprietà intellettuale. Si presume fair use.
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Conferenza sulla Rinuncia di Papa Benedetto XVI
Hotel Massimo D’Azeglio, Sala Risogimento, Roma
Svolta dalle ore 18,15 fino alle ore 21,00
Trascritto integro
di Frà Alexis Bugnolo, Editore del Blog, “From Rome”
Benvenuti tutti! Alla Conferenza sulla Rinuncia al Ministerium di Papa Benedetto XVI !
Prima di tutto, cominciamo con la Benedizione! — Padre Covens!
Inoltre, è una gioia per me comunicare a tutti voi la Benedizione, data a tutti noi che partecipiamo, da Sua Eccellenza René Henri Gracida, Vescovo Emerito della Diocesi di Corpus Christi, nello Stato di Texas, Stati Uniti d’America, che è tanto lieto che avvenga questa conferenza, anche se per motivi di salute non gli è stato possibile essere qui con noi stasera.
La Conferenza che cominciamo a svolgere, si divide in cinque parti:
Prima. L’ Introduzione, che riassume lo Stato Attuale della Questione
Seconda. L’Esposizione del Magistero di Papa Giovanni Paolo II sulla distinzione tra ministerium e munus
Terza. L’Esposizione del Magistero di Papa Bonifacio VIII sul rinunciare al papato, così come vigente nel Canone 332.2.,
Quarta. L’argomento canonico, che consiste nel sostenere che Papa Benedetto sia ancora il Successore di San Pietro.
Quinta. Alla fine di cui dedicheremo un certo tempo alle domande, cominciando a rispondere prima alle domande di Canonisti, poi a quelle del Clero della Chiesa di Roma, poi ai Teologi, poi ai fedeli, ed in ultimo dei giornalisti, che possano sempre fare domande anche dopo la Conferenza.
Introduzione: lo Stato attuale della Questione
Siamo qui insieme stasera per capire meglio quale sia la risposta giusta e canonica ad una questione di grandissimo rilievo per tutta la Chiesa Romana, per tutta la Chiesa Cattolica, e per tutta l’umanità.
Dico, “per tutta la Chiesa Romana” perché lungo il corso di tanti secoli la Chiesa Romana è sempre stata il centro della Cristianità, della Fede Ortodossa e Cattolica, condivisa in tutto il mondo da tutti i fedeli di Gesù cristo, come un pilastro stabile, sempre, ed anche durante tutte le crisi della Chiesa.
Dico, “per tutta la Chiesa Cattolica”, perché il principio, e fondamento, dell’unità della Chiesa è il papato romano, il Pontefice Romano, il Successore di San Pietro. Perciò conoscere chi sia il Successore di San Pietro è una necessità di Fede e di comunione.
Dico, “per tutta l’umanità”, perché in tempi come i nostri, nei quali è sorto un grandissimo complotto della mancina Sinistra per rovesciare l’umanità, la civiltà, la natura, e gli Stati e i Governi che si fondano su queste cose, il riconoscere la voce del vero Vicario di Cristo è una necessità immanente e trascendentale per risolvere e combattere le menzogne della nostra epoca.
Questa conferenza è presentata dal Comitato « Non praevalebunt », che prende il nome dalle Parole di Gesù Cristo, che sono la Sua promessa di protezione divina a San Pietro nella battaglia secolare contro le forze dell’Inferno. Il Comitato si è formato spontaneamente in seguito alla necessità di condividere con il pubblico i risultati di un’indagine canonica e teologica che è iniziata l’anno scorso, quando
La controversi sulla Rinuncia esiste da 6 anni
… l’eminente teologo vaticano ed ex membro della Congregazione per la Fede, Monsignor Nicola Bux, ha pubblicamente affermato che la questione della validità delle dimissioni di Papa Benedetto XVI andrebbe studiata, e precisamente per ciò che sembra essere un errore sostanziale, contenuto nell formula di rinuncia usata da Papa Benedetto XVI l’ 11 Febbraio 2013.
Un anno dopo Antonio Socci ha posto apertamente la questione. Le dimissioni potrebbero non essere valide, per mancanza di voglia, cioè della volontà interiore della quale poteva disporre Benedetto.
Nello stesso anno abbiamo il notevole studio di Padre Stefano Violi, Professore di diritto canonico presso l’Istituto teologico di Lugano, in Svizzera: ”La rinuncia di Papa Benedetto XVI tra storia , legge e consapevolezza” , 2014, un esame approfondito dell’argomento dal punto di vista del diritto canonico. Leggere questo contributo è obbligatorio per la ricca citazione tratta dalla storia canonica delle dimissioni papali e tuttavia, pur senza sollevare il problema dell’invalidità canonica dell’atto. Ma, questo studio di Padre Violi, nell’inquadrare la questione delle dimissioni sotto il profilo del ministero attivo, e non riguardo al munus, ha chiarito che la questione dell’Errore Sostanziale è un problema vero, presente nel testo, che riguarda dunque l’atto stesso.
Tuttavia 19 giugno 2016 Ann Barnhardt, dagli Stati Uniti, ha sollevato specificamente la questione del dubbio derivante dal canone 188 , che sottolinea come l’errore sostanziale, in qualsiasi caso, sia base idonea e sufficiente a sostanziare i motivi per una determinazione canonica nel senso dell’invalidità dell’atto.
Intervento, questo, successivo ai notevoli commenti del segretario personale di Papa Benedetto, del 20 maggio, ove si affermava che Benedetto occupasse ancora l’ufficio papale.
Ancora: Il blogger Sarmaticus, in Inghilterra, ha discusso la questione sollevata dalle parole di Ganswein il 5 agosto 2016, sottolineando il significato di ciò che l’arcivescovo aveva detto all’ Università Gregoriana, in un post intitolato: Il rasoio di Ockham trovare : Benedetto ancora papa , Francisco è un papa falso , la Chiesa universale versa in un stato di necessità sin dal 24 aprile 2005
Anche il Vescovo emerito del Corpus Domini, in Texas, negli Stati Uniti, ed ex membro dell’Opus Dei, Monsignore René Enri Gracida ha sollevato lo stesso dubbio, ed anche altri, sulla validità delle dimissioni. Sono a conoscenza che che il Vescovo abbia scritto a molti membri della Sacra Gerarchia e della Curia su queste questioni per sollecitare l’azione da intraprendere. (cf. abyssum.org : Suggerisci una dichiarazione pubblica di 12 cardinali prima di Bergoglio).
Secondo quanto riferito da Ann Barnhart, l’anno successivo, anche l’avvocato Chris Ferrara e la signora Anne Kreitzer nutrivano lo stesso dubbio. Lo storico Richard Cowden Guido ha detto la stessa cosa l’11 maggio 2017. Il famoso scittore italiano Antonio Socci , ha citato attentamente il Violi il 31 maggio 2017, ed anche lui ha condiviso e sostenuto la stessa tesi.
11 agosto 2017, in Sud America: lo spettacolo televisivo cattolico Café con Galat in un’edizione in lingua inglese ha discusso i motivi per i quali Papa Benedetto XVI rimane il vero papa. E’ stata sottolineata tanto la mancanza di libertà nell’atto quanto la questione relativa alla mancanza di conformità ex Canone 332 §2 in combinato disposto con Canone 188.
Un po’ prima del marzo 2018 padre Paul Kramer negli Stati Uniti ha ugualmente sostenuto la nullità delle dimissioni ex canone 188, per mancanza di conformità ex al canone 332 §2 , ove viene detto ministerium invece di munus.
Ancora: nel Maggio dell’anno scorso al più tardi, il Padre Juan Juárez Falcón in Spagna ha presentato la motivazione canonica dell’invalidità delle dimissioni sulla base dell’errore stanziale, in un articolo intitolato ” Due motivi gravi “. In coincidenza temporale anche Il Dr. José Alberto Villasana Munguía ha svolto le stesse considerazioni il 27 giugno, dal Messico.
Ed infine abbiamo Papa Benedetto XVI che ci offre un indizio di interpretazione autentica, anzi qualcosa di più, nelle sue lettere private al cardinale tedesco Brandmüller, pubblicate nell’estate del 2018, ove chiede apertamente suggerimenti riguardo alla maniera migliore di dimettersi, nel caso ciò non fosse già avvenuto nella maniera corretta.
Dunque sono tanti i cattolici di spicco a sostenere questo dubbio, e poiché il teologo Nicola Bux ha richiesto un’indagine su questo argomento, allora alcuni di noi hanno deciso di organizzare questa conferenza, affinché proprio durante il così detto Sinodo sull’Amazon i fedeli, i Cardinali, i Vescovi, i Sacerdoti e il clero della Chiesa Romana e Universale, insieme con i capi dello Stato e membri del Parlamento Italiano, possano avere una spiegazione esatta: di che cosa si tratta.
Il Boicottaggio della Stampa e la grande Menzogna
Ovviamente tanti di voi mi diranno di non aver mai sentito nessuno parlare su questo argomento. Ciò ha a che fare con il fraintendimento, grande, che è sorto subito dopo che Papa Benedetto ha annunciato la sua rinuncia al ministero.
Infatti la prima ad diffondere la notizia che il Papa avesse rinunciato è stata una giornalista che non era nemmeno presente … ma ha ascoltato l’atto su un display !
Dico della giornalista italiana Giovanna Chirri, una “pool reporter” dell’ ANSA, la nota agenzia di stampa italiana, la quale dopo aver tentato di parlare al Cardinale Sodano per telefono, e ricevuto poi il “via libera” dal Padre Lombardi, aveva pubblicato la falsa notizia che il Papa si era dimesso.
La quale giornalista ha affermato successivamente di capire perfettamente il Latino … e che a suo avviso la rinuncia era stata inequivocabile !
Sorprendentemente, la Chirri ha annunciato questa “notizia” via Twitter! Ecco lo storico tweet, sul quale l’intero mondo cattolico ha fondato e fonda tuttora la sua idea, che Benedetto si sia dimesso dal papato!
Giovanna Chirri @GiovannaChirri B16 si e’ dimesso. Lascia pontificato dal 28 febbraio
12:58 – 11 feb 2013
E così è stato, che le menti di tutti gli uomini siano state condizionate da questo tweet, a pensare che Papa Benedetto abbia rinunciato al munus petrinum e non al ministerium ricevuto dalle mani dei Cardinali.
Ma guardiamo l’orario del Tweet della Giovanna Chirri: le 12.58. L’annuncio di Papa Benedetto è stato letto tra 11,30 e le 11,40. Quindi il Chirri ha fatto il suo tweet entro un’ora, quasi, dalla conclusione del concistoro.
Quindi, dobbiamo chiederci questa sera: Dopo sei anni di critica e dubbi e dopo un anno di studio intenso, sia stato possibile … che la fretta di annunciare il valore canonico dell’atto enunciato nel testo di Non solum propter possa aver causato un errore enorme? E’ possibile una cosa simile?
Eppure noi stasera non vogliamo parlare delle intenzioni, o delle volontà, o dei sentimenti, o delle motivazioni. Queste cose restano nell’ambito soggettivo-psicologico, e niente hanno a che fare con il significato dell’atto. Al contrario: questa sera si prenderà in esame l’aspetto obbiettivo, quello che si completa e si esaurisce nel fatto, nella legge, e nel testo: quali siano le fonti ed i principi sicuramente rilevanti, sui quali non sia possibile dubitare, o speculare.
Infatti, questa sera è il desiderio del Comitato di parlare della Rinuncia in riguardo al Canone 332 §2, e in specifico, in riguardo alla condizione fondamentale di quel canone, la clausola iniziale condizionale che dice: Si contingat ut Romanus Pontifex muneri suo renuntiet, e di fare questo studio solamente nel senso determinato dal canone 17 che richiede che quando un dubbio sul significato della legge sorga, di aver ricorso ai canoni della Codice di Diritto canonico, alla tradizione canonica e alla mente del legislatore.
Quindi, essendo che questa clausola iniziale si compone da due parole latine: munus e renuntiare, consideriamo questa sera l’insegnamento magisteriale di Papa Giovanni Paolo II sul significato della parola latina munus, e quello di Papa Bonifacio VIII sul verbo latino renuntiare.
Dunque la conferenza di oggi vuol proprio ribattere al fraintendimento, che è ormai divenuto la Menzogna Grande della nostra epoca, che Papa Benedetto abbia rinunciato al papato, essendo che è proprio da questo fraintendimento, ed errore di interpretazione, che deriva l’appoggio politico, intellettuale, psicologico al papato di Jorge Mario Bergoglio, colui che, come dice la Storia, all’apparenza – ma soltanto all’apparenza – è stato eletto in un Conclave legittimo nel 2013. Perché, ecco la difficoltà! Andiamo al punto.
Se Papa Benedetto non ha rinunciato al Papato, ma solamente ad una parte del papato: Bergoglio non è mai stato Papa. E tutti i suoi atti mancano di ogni legittimità canonica.
Ed allora, senza prolungare ancora questa introduzione, voglio introdurre a voi il Pd. Auguste Dominique, Sacerdote Cattolico di origine belga, che ha ottenuto un Masters in Teologia con riferimento particolare alla Storia Ecclesiastica, dalla facoltà di Fribourg. Padre Auguste ci parlerà in lingua Francese sul tema del Magistero di Papa Giovanni Paolo II, il Grande, così come si è espresso nel Codice di Diritto canonico del 1983, che è il Codice delle leggi vigenti per tutta la Chiesa Romana e per tutta la Chiesa Cattolica di Rito Latino.
E Subito dopo il suo intervento, per coloro che non capiscano il Francese, farò io stesso un breve riassunto in Italiano.
Padre Covens! Grazie! Grazie tanto!
Munus and Ministerium: The Magisterium of Pope John Paul II
di Padre Walter Covens, M.A: Theo. Universitè di Friburg
Tout d’abord, permettez-moi de dédicacer ma modeste contribution à cette conférence, que vous avez eu la bonté de venir écouter, à Eugenio Corecco, mon professeur de droit canonique à Fribourg, nommé par la suite évêque de Lugano le 5 juin 1986, consacré évêque par Mgr Schwery (qui m’avait ordonné prêtre le 28 août 1983), le 29 juin et mort prématurément le 1er mars 1995. En 1982, peu de temps avant la publication du nouveau Code de Droit Canonique, le professeur Corecco avait fait part de ses remarques critiques à Jean Paul II. Celui-ci l’a alors appelé à Rome pour faire partie de la Commission pour l’examen du Code avant sa publication, et, après celle-ci, pour faire partie de la Commission pour l’interprétation du CIC. Dans son introduction, Fr A. Bugnolo a mentionné Stefano Violi. Il fut l’élève de Libero Gerosa, lui-même élève d’Eugenio Corecco.
Lecture de l’Évangile de Jésus-Christ selon saint Jean, 13, 1-17
08 Pierre lui dit : « Tu ne me laveras pas les pieds ; non, jamais ! » Jésus lui répondit : « Si je ne te lave pas, tu n’auras pas de part avec moi. »a a
Retenez ce passage. Nous y reviendrons à la fin de mon exposé.
Venons-en maintenant, sans autre préambule, au sujet qui nous occupe, et dont fr. Bugnolo vient de rappeler l’importance capitale, non seulement pour l’Église, mais pour le monde:
Remarquons d’abord un élément de la plus haute importance et qui est passé largement inaperçu: c’est l’absence de toute référence au canon 332 $2. Benoît XVI ne le mentionne pas! C’est très étonnant, si l’on s’en tient à l’interprétation et la compréhension dominante de la Declaratio, selon laquelle Benoît XVI aurait renoncé au munus pétrinien, car c’est ce canon qui traite précisément de la renonciation du pape:
S’il arrive que le Pontife Romain renonce à sa charge, il est requis pour la validité que la renonciation soit faite librement et qu’elle soit dûment manifestée, mais non pas qu’elle soit acceptée par qui que ce soit.
Or, le canon 332 est le seul et unique canon qui traite de la renonciation du munus pétrinien. Il n’y en a pas d’autre!
Que s’est-il donc passé? La grand majorité des observateurs et des médias se sont empressés d’annoncer que Benoît XVI a décidé de renoncer à sa charge, puisque, disait-on, il l’a fait librement et qu’il l’a dûment manifesté… Oui…, sauf que ce qu’il a fait librement et dûment manifesté, ce n’est pas la renonciation au munus pétrinien, mais à son ministerium!
Il n’est pas nécessaire d’être un docteur en droit canonique pour comprendre qu’il y a en fait non pas deux mais trois conditions pour qu’un pape renonce validement au munus pétrinien: non seulement qu’il le fasse librement et qu’il le manifeste dûment, mais que ce qu’il fait librement et manifeste dûment, ce soit … la renonciation à son munus.
Pas besoin d’être un docteur en droit canonique pour se rendre compte qu’il y a un problème, disais-je. Permettez-moi de vous raconter un petit souvenir banal de mon enfance. Lors d’une rencontre du Chiro, un mouvement de jeunesse catholique en Flandre, l’on nous posait la question suivante: Que faut-il pour chauffer un litre de lait? Réponse des enfants: une casserole, du gaz et des allumettes. Faux, disait l’animateur! Il faut aussi un litre de lait! Nous n’étions que des enfants, mais nous avons tous ri, et nous avons tous compris.
Maintenant, la question que je vous pose, à vous, ce soir: Quelles sont les conditions pour qu’un pape renonce validement à son munus? Si à cette question vous répondez: qu’il le fasse librement et qu’il le manifeste dûment, je vous dis de même : C’est faux! Il faut qu’il renonce à son munus (et non pas à son ministerium)! Si vous avez une casserole, du gaz et des allumettes, en ayant, non pas un litre de lait, mais un litre d’eau, vous ne pourrez pas chauffer un litre de lait! Si un pape renonce librement à un ministerium, et qu’il le manifeste dûment, il n’a pas renoncé validement à son munus et il est toujours pape!
Évidemment, pour un Pape renoncer à son munus est un petit peu plus complexe que de chauffer un litre de lait. C’est entendu. Certains ont donc objecté que l’on peut très bien considérer que munus et ministerium sont des synonymes, et que donc, en renonçant au ministerium, Benoît XVI a renoncé au munus. Ou encore que si le munus pétrinien comprend plusieurs ministères, ces ministères ne peuvent pas être partagés par plusieurs personnes. Donc un pape qui renonce au ministerium renonce forcément au munus.
Mais le canon 17 du CIC dit:
Les lois ecclésiastiques doivent être comprises selon le sens propre des mots dans le texte et le contexte; si le sens demeure douteux et obscur, il faut recourir aux lieux parallèles s’il y en a, à la fin et aux circonstances de la loi, et à l’esprit du législateur.
Or, l’objection de ceux qui prétendent que munus et ministerium sont des synonymes ne trouve aucun appui, ni dans le code de droit canonique, ni dans la tradition canonique. Dans aucune partie du Code un ministerium n’est dit être un munus, ou un munus être un ministerium. Le canon 145 $1, par exemple, dit:
Un office ecclésiastique est toute charge stable par disposition divine ou ecclésiastique pour être exercée en vue d’une fin spirituelle.
Officium ecclesiasticum est quodlibet munus ordinatione sive divina sive ecclesiastica stabiliter constitutum in finem spiritualem exercendum.
Le commentaire de l’Université de Salamanque précise utilement:
Il existe donc une définition unique de l’office dans le présent Code de 1983, alors qu’on trouvait deux définitions de l’office dans le Code de 1917, cf. canon 145 (1917). Il n’est donc pas nécessaire qu’il y ait participation au pouvoir (elle l’était auparavant). En d’autres termes, la participation au pouvoir n’entre pas dans le concept de l’office, même si cette participation au pouvoir existe dans la plupart des offices.
À ce sujet, Stefano Violi observe à juste titre:
Lisant la renonciation sous l’optique de l’efficacité moderne, en effet, le ministre sacré est équivalent à l’administrateur délégué (le PDG) de la «Société Eglise» qui, quand il n’est plus en état, remet son mandat aux actionnaires: la renonciation, toujours considérée selon l’optique moderne, ferait sortir le Pape de la sphère du public, pour le faire retourner à sa vie privée. De telles logiques se concilient mal avec l’essence spirituelle du ministère spirituel, témoignée par Jean Paul II jusqu’à la mort. L’exemplum, ou le précédent autorisé du Bienheureux Jean Paul II qui, malgré son incapacité à gouverner, ne renonça pas à l’office, représentait précisément l’objection spirituelle la plus profonde à la renonciation.
En réalité, c’est justement la compréhension spirituelle du munus qui consent à Benoît XVI de fonder la légitimité de sa renonciation sans renier la choix de son prédécesseur: «Je suis bien conscient que ce ministère (…), de par son essence spirituelle, doit être accompli (exequendum) non seulement par les œuvres et par la parole, mais aussi, et pas moins, par la souffrance et par la prière».
C’est donc en tant que Successeur de Saint Pierre, et pas seulement comme personne privée, que Benoît XVI, non plus par la parole et par les oeuvres, mais par la souffrance et la prière, continue d’exercer le munus pétrinien que Notre Seigneur lui a confié.
Dans ce bref exposé, je me suis efforcé de donner un aperçu aussi simple que possible, à la portée de tous, de ce que j’ai pu lire dans les exposés d’éminents canonistes sur un sujet aussi délicat, important et controversé. N’oublions pas ce que rappelait le prof. Corecco et qui est que le fidèle moyen, qui manque totalement de formation canonique, est néanmoins le sujet du droit qui compte le plus dans l’Église. « Le salut des âmes doit toujours être dans l’Église la loi suprême (can. 1752).
Abordons maintenant un autre aspect important de la question de la validité de la renonciation de Benoît XVI: celle des langues et des traductions. Cet aspect est si important que je pense qu’il mériterait un article dans Babel (Revue Internationale de la Traduction, publiée par la FIT – Fédération Internationale des Traducteurs).
Quand j’ai entamé mes études de traducteur à Anvers, je n’ai malheureusement pas choisi l’Italien, mais il y a une phrase très concise (et intraduisible) en italien que tous les étudiants traducteurs de toutes les langues apprennent dans tous les pays du monde. Cette courte phrase est: TRADUTTORE TRADITORE. (Rendons ici hommage au génie de la langue italienne qui a donné plusieurs autres expressions du même type telles que « Chi disse donna disse danno » ou encore « Fratelli coltelli »…)
Tous les traducteurs sont donc des traîtres, bien malgré eux, bien sûr. Même saint Jérôme, leur saint patron, est un « traître ». C’est pourquoi sainte Thérèse de Lisieux disait qu’elle aurait aimé apprendre les langues bibliques.
Traduttore traditore… Depuis que j’ai appris cette expression il y a plus de quarante ans, je n’ai jamais rencontré d’exemple plus significatif qui la vérifie, non seulement parce que quand on doit traduire des textes d’une langue à une autre, il y a des trahisons inévitables, mais parce qu’il peut y avoir aussi des trahisons voulues. Pensons, par exemple à la traduction de la Bible par les Témoins de Jéhovah. Pensons aussi à la « traduction » que fait le serpent du Livre de la Genèse de la consigne donnée par le Seigneur à nos premiers parents dans le jardin d’Éden:
Gn 2, 16 Le Seigneur Dieu donna à l’homme cet ordre : « Tu peux manger les fruits de tous les arbres du jardin ;
Traduction du serpent:
Gn 3, 01 Le serpent était le plus rusé de tous les animaux des champs que le Seigneur Dieu avait faits. Il dit à la femme : « Alors, Dieu vous a vraiment dit : “Vous ne mangerez d’aucun arbre du jardin” ? »
Vous savez que la version latine du texte de la renonciation de Benoît XVI (la version qui fait foi), a été traduite officiellement en de nombreuses autres langues sur le site officiel du Saint-Siège http://w2.vatican.va/ Cela fait donc beaucoup de traductions et autant d’occasions de trahison, qu’elles soient inévitables ou voulues)! Sans pouvoir entrer dans tous les détails dans le cadre de ce bref exposé, voyons cela rapidement d’un peu plus près.
Dans toutes les traductions il se trouve deux erreurs, pour ne pas dire deux falsifications: une de vocabulaire, l’autre de syntaxe. On ne peut donc pas prétendre qu’il s’agit d’un hasard. Il est clair que l’on a délibérément mal traduit ce texte, et ceci dans toutes les langues vernaculaires, pour donner l’impression d’une parfaite conformité au CIC.
Pour faire bref, les erreurs sont les suivantes:
1. Dans toutes les traductions, la double occurrence du mot MUNUS, dans l’original latin, est dissimulée en traduisant MUNUS par le même mot que celui utilisé pour traduire le latine MINISTERIUM, qui apparaît trois fois dans le texte.
2. La syntaxe de la clause d’effet qui suit le verbe RENUNTIARE en latin a été modifiée pour donner l’impression de permettre une métonymie, alors que le latin ne permet pas cette syntaxe.
3. La syntaxe de la deuxième clause indépendante suivant le DECLARO a été modifiée pour la faire apparaître comme un ordre pour convoquer un conclave.
Puisque ces erreurs se trouvent dans toutes les traductions en langue vernaculaire, il apparaît clairement qu’elles ont été faites volontairement en vue de faire apparaître la renonciation de Benoît XVI comme conforme au can. 332 $2 du CIC.
En préparant cette partie de mon exposé m’est venu à l’esprit le passage de Gn 11:
Et le Seigneur dit: Ils sont un seul peuple, ils ont tous la même langue: s’ils commencent ainsi, rien ne les empêchera désormais de faire tout ce qu’ils décideront. Allons! descendons, et là, embrouillons leur langue: qu’ils ne se comprennent plus les uns les autres. »
Mais nous ne sommes pas encore au bout de nos peines, ni au bout de nos surprises. Je vous ai déjà rappelé que la version du fameux texte de la renonciation de Benoît XVI qui fait foi est la version latine. Eh bien, à la confusion générée par les traductions s’ajoute le fait étonnant que même dans ce texte latin, celui-là même qui fait (ou qui devrait faire) foi, il y a des fautes de latin (et, qu’en plus, le texte parlé – et enregistré – de la renonciation n’est pas identique au texte écrit, qui lui-même a subi des modifications par la suite)!
C’est ironiquement le philologue communiste (mais scientifiquement très réputé), Luciano Canfora, professeur à l’université de Bari, qui les a relevées dans le Corriere della Sera, sous le titre « Un exemple de latin moderne ». (Ici, le passage biblique qui m’est venu à l’esprit, c’est épisode de l’ânesse de Balaam en Nb 22)… Pas besoin d’avoir la foi pour s’apercevoir qu’il y a des fautes de latin. Pas besoin d’avoir la foi non plus pour constater que les traductions sont erronées.
Or, c’est un principe certain dans le droit canon traditionnel que tout rescrit, bref ou bulle du pape qui contient une faute de latin est nul. Saint Grégoire VII (Registrum 1.33) déclara nul un privilège accordé à un monastère par son prédécesseur Alexandre II, « en raison de la corruption de la latinité », qui constitue « un signe tout à fait évident ».
La décrétale Ad audientiam du pape Lucius III, qui figure dans le corps du droit canon (Décrétales de Grégoire IX) pose que « la fausse latinité invalide un rescrit du pape ». Le pape interdit de prêter foi à une lettre pontificale « puisqu’elle contient une faute de construction évidente ». La glose (dans le texte officiel corrigé publié sur ordre du pape Grégoire XIII en 1582) explique à ce propos qu’un rescrit du pape « ne doit contenir aucune faute », puisqu’il est « élaboré avec beaucoup de temps ».
Une faute de latin constitue une telle présomption de nullité qu’aucune preuve en sens contraire ne peut être admise.
Il est temps de conclure avec Stefano Voli, qui fait écho au passage de saint Jean que je vous ai lu au début:
La renonciation limitée à l’exercice actif du munus constitue la nouveauté absolue de la renonciation de Benoît XVI. En fondement juridique de son choix, alors, on ne trouve pas le canon 332 $2 qui règlemente un cas d’espèce de renonciation différent de celle prononcée par Benoît XVI. Le fondement théologico-juridique est la plenitudo potestatis sanctionnée par le canon 331:
L’Évêque de l’Église de Rome, en qui demeure la charge que le Seigneur a donnée d’une manière singulière à Pierre, premier des Apôtres, et qui doit être transmise à ses successeurs, est le chef du Collège des Évêques, Vicaire du Christ et Pasteur de l’Église tout entière sur cette terre; c’est pourquoi il possède dans l’Église, en vertu de sa charge, le pouvoir ordinaire, suprême, plénier, immédiat et universel qu’il peut toujours exercer librement.
Dans le faisceau des pouvoirs inhérents à l’Office est inclus aussi le pouvoir privatif, c’est-à-dire la faculté libre, impartageable, de renoncer à tous les pouvoirs sans renoncer au munus.
Ayant pris conscience que ses forces n’étaient plus adaptées à l’administration du munus confié à lui, en un acte livre, Benoît XVI a exercé la plénitude de l’autorité, se privant de tous les pouvoirs inhérents à son Office, pour le bien de l’Église, sans toutefois abandonner le service de l’Église; ce service continue à travers l’exercice de la dimension plus éminemment spirituelle inhérente au munus à lui confié, auquel il n’a pas entendu renoncer.
L’acte suprême d’abnégation de soi pour le bien de l’Église constitue en réalité, de la part du Pape émérite, l’acte suprême de pouvoir placé en lui, ainsi que l’ultime acte solennel de son magistère.
Le munus spirituel, pour être pleinement accompli, peut comporter la renonciation à son administration: cette dernière ne détermine en aucune manière la renonciation à la mission inhérente à l’Office, mais en constitue l’accomplissement le plus vrai.
Avec le geste de la renonciation, Benoît a même incarné la forme la plus élevée du pouvoir dans l’Église, sur l’exemple de Celui qui, ayant tout le pouvoir dans ses mains, dépose ses vêtements, ne se démettant pas, mais portant à son accomplissement son office au service des hommes, c’est-à-dire notre salut.
by Frà Alexis Bugnolo
ONUS HONOR DIGNITAS
L’Insegnamento magisteriale di Papa Bonafacio VIII
vigente nel Canone 332 §2
Benedetto Caetani, futuro papa Bonifacio VIII, nacque intorno al 1235 d.C. da un’antica famiglia romana. Studiò giurisprudenza all’Università di Bologna e prestò servizio nel governo pontificio durante la sua lunga carriera. Papa Martino IV lo creò Cardinale Diacono di San Nicola in Carcere nel 1281 d.C., e Papa Nicola IV Cardinale Sacerdote di San Martino in Montibus dieci anni dopo. Successe a Papa Celestino V nel 1294, dopo la sua rinuncia al papato. Il Caetani studiò la legge canonica in un’epoca in cui tale studio si limitava a radunare i canoni dell’antica Chiesa e quelli decretati in sinodi storici, e nel commentarli, per dedurre i principi generali idonei al giusto governo della Chiesa. Il suo decreto, Quoniam, deve essere visto in questa luce, come già risulta evidente nel testo.
Ci sono due motivi per papa Bonifacio nello scrivere Quoniam. Lo storico e l’ecclesiologico. Storicamente, in quanto eletto a seguito delle dimissioni di papa Celestino V, ed a causa della sua prematura scomparsa, poco dopo essere stato sequestrato da Bonifacio al Castello di Fumone, Bonifacio aveva buone ragioni per sancire nella Legge della Chiesa l’affermazione che un papa può dimettersi liberamente. In secondo luogo, ecclesiologicamente, Bonifacio voleva porre fine ai dubbi che turbinavano intorno alla natura dell’ufficio papale: se si trattasse di una vocazione, che potesse essere accettata e mai respinta, o piuttosto un ufficio nel senso di dovere o carica, ed in questo caso poter essere acquisita tanto quanto presa.
Quindi, procediamo ad esaminare il decreto, Quoniam. Innanzitutto, per rispetto, il testo in Latino:
Papa Bonifacio VIII, Quoniam (Sexti Decretalium Liber. I, Tit. VII, chapter 1):
Poiché alcuni dibattatori incuriositi da quelle cose, che non sono molto utili [non expendiunt], e desiderando sapere più di quanto sia opportuno, contro l’insegnamento dell’Apostolo (1 Tim. 6: 4), sembrano di aver suscitato meno cautamente un dubbio sollecito, se il Romano Pontefice (soprattutto quando si riconosce insufficiente a governare la Chiesa universale e a sostenere gli oneri [onera] del Pontificato Supremo) sia capace di rinunciare al Papato [Papatui], e al suo incarico [onere] e onore [honori]: Papa Celestino V, nostro predecessore, quando presiedette il governo della stessa Chiesa, volendo a sradicare la questione di qualsiasi esitazione in questo riguardo, avendo deliberato con i suoi fratelli, i Cardinali della Chiesa Romana (del cui numero eravamo allora), ha stabilito e ha decretato dalla (sua) Autorità Apostolica, con consiglio concorde e consenso di noi stessi e dello stesso: che il Romano Pontefice possa liberamente resignare [resignare].
Pertanto, che uno statuto di questo tipo, emanato attraverso gli stessi, non cada nell’oblio o lo stesso dubbio si presenti in un dibattito ripetuto: Noi giudichiamo che lo stesso deve essere registrato tra le altre costituzioni, ad perpetuam rei memoriam, (tratto) dal consiglio di nostro fratelli (cardinali).
(Mille grazie al dott. Cyrille Dounot, professore di giurisprudenza alla Facoltà di diritto e scienza scientifica, all’Università d’Alvernia, Francia, per aver reso il testo latino del decreto di Bonifacio, Quoniam (VI, 1, 7, 1), disponibile per me, dal Corpus Iuris Canonici , Vol II, Liber Sextus, Clementinae ed Extravagantes, cum glossis, Lyons, France, 1584, cols. 197-199.)
Nella sua forma Quoniam è un rescritto commemorativo, cioè un documento scritto che riporta quanto è stato detto e deciso dal suo predecessore, Papa Celestino V, in concistoro insieme ai Cardinali. L’autorità di papa Bonifacio di emettere il rescritto quindi è duplice: sia in quanto testimone oculare e partecipante alle discussioni sia, in quanto Romano Pontefice, aveva l’autorità di decidere in modo determinante su questioni di diritto canonico.
Mentre lo scopo principale di Bonifacio era semplicemente affermare il suo Magistero riguardo ad un aspetto preciso del potere papale, la questione del suo rescritto tocca la natura stessa dell’ufficio papale, come era stato concepita nelle menti di papa Celestino V e dei suoi cardinali: come un ufficio, come un dovere, come dignità. L’ufficio è quello del papato (papatus), un termine tardo medievale derivato dal famoso appellativo in uso all’indirizzo del Pontefice Romano, papa (in greco “papas”). Il dovere è una carica o un onere (onus): non solo un termine sobrio data la grandezza e l’importanza degli affari che il Papa deve condurre, ma anche un termine che implica che questo dovere è conferito dall’alto, un riferimento alla conferimento del’Ufficio, fatto dal Nostro Signore, in Matteo 16:18. Infine, l’ufficio papale è una dignità (onore), che distingue ed eleva chi accetta la sua elezione canonica, sopra tutti gli altri nella Chiesa.
Dal rescritto di Bonifacio, con il quale stabilisce Quoniam tra le Costituzioni Perpetue della Chiesa, possiamo vedere una riflessione diretta e fedele nel presente Codice di Diritto Canonico al Canone 332 §2, ove si definisce l’Ufficio Papale come un munus, si afferma che la rinuncia al munus è validamente effettuata quando il Papa agisce liberamente, e richiede la forma (substasntia) consistente un atto pubblico in senso forensico. Nella sua clausola finale, il Canone 332 §2 ribadisce che il potere relativo alla rinuncia risiede unicamente nell’ufficio papale, negando che la sua validità derivi da una accettazione dell’atto da parte di chiunque sia.
È chiaro, quindi, dall’insegnamento magisteriale di Papa Bonifacio VIII, che l’ufficio papale non è un servizio [ministerium], ma piuttosto una dignità, un incarico e un dovere unico, che in essere rinunciato deve essere rinunciato nella sua stessa natura secondo ciò che è. Da notare che ai tempi di Bonifacio anche coloro che dubitavano che un papa potesse avere un tale potere,affermavano proprio ciò, essere contestuale al dubbio, che sollevavano, vale a dire: se un papa potesse rinunciare al papato, alla sua carica e al suo onore.
Corrispettivamente: in quanto Papa Bonifacio afferma che un papa può rinunciare a queste cose, afferma che tutte e tre devono essere rinunciate per effettuare una rinuncia papale, dato che, affermando che il potere papale su queste si estende, afferma implicitamente che se il potere papale in cui consiste la rinuncia NON si è esteso su ciascuna di queste, la rinuncia non ha avuto luogo. Ciò deriva dalle regole della scienza logica, che insegna che ogni negazione di un termine deve riguardare e comprendere in sé, rigorosamente, l’intera estenzione – ambito categoriale inerente al termine.
Pertanto, poiché una rinuncia è una forma di negazione, una rinuncia al papato deve rinunciare all’ufficio, all’onere e alla dignità. Se si rinunciasse al solo esercizio dell’ufficio e si continuasse ad esercitare il ministero passivo, conservare la dignità di essere chiamato Santità, dare la Benedizione Apostolica, indossare gli abiti che solo il Papa può indossare, sarebbe chiaro le dimissioni non siano venute a realizzarsi. Perché non è alcuna una rinuncia a tutti i diritti, se non si rinunci a tutti i diritti.
Papa Bonifacio VIII da eminente giurista, che era, ovvia a questi problemi, che possono sorgere riguardo alla rinunci, usando la forma intransitiva del verbo latino resignare (da quale deriva l’italiano rassegnare), ciò è in Quoniam, nell’ultima affermazione riguardo al potere papale. Questo perché, a differenza di “renuntiare”, la parola latina “resignare” implica da sé la rinuncia all’ufficio e tutti i suoi diritti, essendo il suo significato originale è il dare un segno, un segnale o un sigillo che va all’indietro, annullando quello precedente che ha emanato o approvato qualcosa. Quindi in latino “resignare” ha il significato di annullare tutto, oltre dare le dimissioni, e ricorda i poteri investiti nell’ufficio di San Pietro, quando Nostro Signore disse: e qualunque cosa tu sciolga sulla terra… .
Il presente Codice di Diritto Canonico, impiegando il verbo renuntiare, richiede per forza del negativo — come abbiamo già visto — che l’oggetto dell’atto, munus, sia una parola piena, ricca di significato, e che racchiuda tutto ciò che è essenziale all’Ufficio Papale, per poter significare un atto di rinuncia dell’onere, dell’onore e della dignità. E lo splendore della latinità di coloro che prepararono il Nuovo Codice sotto Papa Giovanni Paolo II si evidenza in questa parola, “munus”, che significa sia dono [munus in latino significa dono, ed è usato nella Liturgia per i doni dei Magi], officio [canone 145 definisce ogni ufficio ecclesiastico come un munus], che carica [munus e onus in latino condividono questo significato], ed anche “ciò che edifica una persona“ [munire in latino significa costruire o fortificare].
A questo proposito, se si dovesse rinunciare all’Ufficio Papale con un termine che non è co-esteso a tutti e tre gli aspetti dell’ufficio papale, è chiaro che la rinuncia sarebbe incompleta e quindi di nessun effetto nella Legge. Infatti è proprio della nostra natura di creature umane, che la comprensione sia legata alle parole che usiamo per esprimerci; ed è ugualmente chiaro che se uno dovesse usare nella rinuncia, un altro termine, diverso da questo, con deliberatezza, le sue azioni conseguenti rispecchierebbero tanto quella rinuncia parziale che le dimissioni incomplete.
Questo dovrebbe essere ovvio per tutti, che abbia occhi per vedere.
Esiste dunque una logica interna al Canone 332 §2, ed una necessità incorporata nello stesso dal legislatore, il grande Papa Giovanni Paolo, che si basa sulla relazione delle parole latine munus e renuntiare, la cui relazione viene trasgredita, e violata, se si sceglie un diverso oggetto del verbo.
Ma è infatti questo è ciò che è successo. Il Papa Benedetto XVI, sia che mosso da una ispirazione, sia per errore, ha scelto di rinunciare al ministero che ha ricevuto dalle mani dei Cardinali, e non al papato in se stesso, come tutti sanno, coloro che abbiano hanno letto ”Non Solum Propter“ nell’originale latino: ha fatto una rinuncia al ministerium e non al munus.
Come il Padre ha appena spiegato nel suo intervento, la parola latina {ministerium, usata l’ 11 Febbraio 2013 da papa Benedetto} nel Codice di Diritto Canonico non ha né il valore né l’equivalenza di “ufficio ecclesiastico” ma solo di esercizio di esso, o riguardo alla disponibilità ad agire. Quindi, colui il quale fa una rinuncia al ministero ha rinunciato ad agire, e non all’onore, o all’ufficio. Forse si potrebbe dire che tale rinuncia è equivalente a una rinuncia a compiere gli oneri, ma in nessuno senso, che sia giusto, è rinuncia all’onore o all’ufficio.
Inoltre, il munus petrino come Onere, Onore e Dignitas replica in un certo modo i tre munera donati al Bambino Gesù in omaggio a colui che è Profeta, Prete e Ré, poiché come profeta, il successore di San Pietro ha il suo incarico a predicare il Vangelo di Gesù: come Prete o Romano Pontefice, ha l’onore che è prima di tutti gli altri, e come Ré o Papa, ha la dignità che è sopra tutti gli altri.
Quindi, ogni critica o analisi di una rinuncia papale deve tener presente che questo ufficio grandissimo viene non dai Cardinali, non dalla Chiesa, non dagli Apostoli, non dagli uomini, non dalla storia, ma dalla Bocca di Dio Vivente e Incarnato, che ha costretto Se Stesso in un modo meraviglioso a osservare i decreti di Papa Giovanni Paolo sui termini requisiti per una rinuncia papale. Perciò sembra ormai incredibile che i Cardinali e i Vescovi siano stati tanto imprudenti nel comprendere ed nell’intendere quell’atto come un atto di rinuncia al papato!
E perciò, adesso è possibile infine riunire insieme tutte queste considerazioni, in un sommario, ed intendere compiutamente dell’argomento canonico, tratto dai termini del Codice, che stabilisce con certezza che Papa Benedetto XVI è ancora il vero Successore di San Pietro con tutte i poteri e i privilegi papali, nella parte quarta di questa conferenza:
L’argomento canonico
Per L’invalidità della Rinuncia di Papa Benedetto XVI
dell’Associazione Veri Catholici
Prima di leggere l’argomento canonico, chiediamo 2 volontari italiani con il talento per la retorica di servire quali lettori dell’ argomento, che per facilità di comprensione è stato scritto in forma di dialogo socratico, in Italiano, e dunque ai fini di una buona resa è opportuna una pronuncia retta e chiara.
Una ultima premessa: si deve capire che l’argomento canonico evita 7 errori che ostacolano il giusto intendimento del valore canonico della rinuncia fatta da Papa Benedetto. Questi gli errori:
1) L’ignorare che l’atto è stato fatto in lingua latina è quindi è necessario esaminare il testo latino quale presupposto.
2) L’ignoranza della distinzione tra esse primum ed esse secundum, cioè in questo caso tra un officio ecclesiastico e il ministero che ne consegue in azione.
3) La mancanza di leggere il Canone 332 §2 secondo la norma di Canone 17 che richiede che ogni canone va letto secondo il senso proprio dei termini.
4) Che la parola equivalente alla latina munus, in tedesco è Amt non Dienst, e quindi la traduzione tedesca dell’atto non corrisponde al senso latino nella clausula centrale dell’atto.
5) Il non riconoscere che un atto di successione papale o petrino va esaminato con riferimento ai principi di ius testamentarie e non sotto i principi di ius contrattuale. E quindi la successione petrina non si presume per niente.
6) L’errore di interpretare un atto canonico secondo il suo contesto e non secondo la sua forma.
7) La mancanza dei collaboratori responsabili, intorno il Papa: di non chiedere che un testo contenente errori canonici fosse corretto, prima di qualsiasi annuncio pubblico sul suo valore o significato. Individuati questi errori, procediamo alla lettura dell’argomento canonico per la invalidità o la nullità assoluta della Rinuncia.
Attenzione! Quindi! Ecco l’argomento canonico, trattato dei documenti ecclesiastici la certezza dei quali è indiscutibile, e costruito con sillogismi validi che ci portano ad accettare una conclusione la certezza di cui è assoluta. Quindi, non si possa negare questo argomento senza negare proprio la ragione o la realtà.
SEGUE l’ARGOMENTO CANONICO (LINK al testo Italiano, qui)
One can find the same Argument in Many other languages at PPBXVI.ORG
CREDITS: Testo del trascritto con il permesso dei contributori. L’immagine della Sala del Risorgimento con permesso del Hotel Massimo D’Azeglio, Via Cavour 18, Roma, un’ottima sala per i convegni. Uso del striscione ufficiale per il Movimento per la restaurazione di Papa Benedetto al potere, con permesso di Veri Catholici.
11 Febbraio 201318Alexis Bugnolocanone 145 §1canone 17canone 188canone 332 §2canone 40canone 41Codice di Dirtto canonicoConferenzaMassimo D'AzeglioMatteo 16MinisteriumMunusNon solum propterPapa Benedetto XVIPapa Bonifacio VIIIPapa Giovanni Paolo IIPd. Walter CovensQuoniamRinuncia