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Timestamp: 2017-07-28 17:06:14+00:00
Document Index: 57387235

Matched Legal Cases: ['art. 2117', 'art. 2123', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 1', 'art. 36', 'art. 2117', 'art. 2117', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 15']

Você está aqui: Home IL SISTEMA DI GARANZIE PREDISPOSTO IN ITALIA PER LA REALIZZAZIONE DEGLI OBIETTIVI PREVIDENZIALI DEI FONDI PENSIONE: LA CONFIGURAZIONE SOGGETTIVA DELLE FORME PENSIONISTICHE COMPLEMENTARI
Artigo recebido em 20/3/2017 - Aprovado em 26/3/2017
RESUMO: L’Autore analizza la configurazione giuridica soggettiva dei fondi pensione nell’ambito del complesso sistema di garanzie introdotto dal legislatore italiano a tutela della finalità previdenziale perseguita delle forme pensionistiche complementari. Partendo dal dato della loro natura come enti “non profit”, l’Autore si sofferma sulle diverse forme giuridiche (associazione o fondazione) che il fondo pensione assume nell’ordinamento italiano e, dunque, sull’obbligo di costituire il fondo come “ente autonomo”, amministrato da organi sociali e indipendente (e distinto) dai soggetti che hanno partecipato all’istituzione della forma pensionistica complementare. PALAVRAS CHAVE: fondi pensione, previdenza complementare, forme istitutive, garanzie
ABSTRACT:The author analyzes the legal configuration subjective pension funds under the complex system of safeguards introduced by the Italian legislature to protect social security purposes pursued of complementary pension schemes. Starting from the given their nature as "non profit organizations", the author focuses on the different legal forms (association or foundation) that the pension fund takes on Italian law and, therefore, the obligation to establish the fund as "autonomous", administered by corporate bodies and independent (and distinct) by those who took part in the establishment of the shape complementary pension.
KEYWORDS: pension funds, complementary pension, legal forms, guarantees Sommario: 1. Profili generali della previdenza complementare in Italia e specifici dell’analisi – 2. I fondi pensione italiani come enti “non profit organisations”. – 3. Fonte istitutiva e fonte costitutiva. – 4. Gli obblighi strumentali nascenti dalla fonte istitutiva e il passaggio dalla fase istitutiva a quella costitutiva. – 5. La disciplina della struttura soggettiva dei fondi pensione. – 6. Il fondo pensione aperto come patrimonio separato. – 7. I fondi pensione esterni: profili generali. – 8. Trasformazione, fusione, scissione di fondi pensione associativi. – 9. Considerazioni sulla possibile costituzione di un fondo pensione tramite trasformazione di una preesistente associazione o scorporo dalla medesima. – 10. L’organizzazione dei fondi pensione associativi: il principio di pariteticità. – 10.1. Metodo elettivo, principio di democrazia diretta e rappresentatività degli organi collegiali. – 11. La responsabilità degli amministratori delle associazioni di previdenza complementare. – 12. Le fondazioni di previdenza complementare: caratteri tipologici e differenze col patrimonio di destinazione e con l’associazione. – 13. L’evoluzione della figura della fondazione e i fondi pensione. – 14.1. Individuazione dei soggetti fondatori. – 14.2. I fondatori e l’amministrazione della fondazione. – 15. I poteri degli amministratori della fondazione previdenziale. – 16. Il rilievo pratico della forma fondazionale in Italia. – Bibliografia.
Come si avrà modo di rilevare nel prosieguo, in Italia l’analisi giuridica della configurazione soggettiva dei fondi pensione implica una rivisitazione delle tematiche civilistiche dei soggetti e delle persone giuridiche (nonché dei c.d. “patrimoni di destinazione”): rivisitazione che, però, sarebbe sterile se non fosse condotta avendone di mira il proficuo incontro con quella particolare attività non lucrativa, ma a connotazione non altruistica e non riducibile in termini di mera “utilità sociale”, che è l’attività di previdenza privata. Si aggiunga, poi, che la focalizzazione di questi profili coinvolge anche il problema della giustificazione funzionale del ricorso alle figure soggettive del libro primo del codice civile italiano (integrate, in via sostanzialmente residuale, da quella di cui all’art. 2117 codice civile ), sotto la duplice angolazione della possibile valorizzazione della specificità di ciascuna di esse, e dell’accertamento circa la natura permissivo-promozionale, o cogente-conformativa, della regolazione soggettiva dei fondi pensione. Preliminarmente occorre allora soffermarsi sul vincolo previdenziale cui soggiacciono le forme pensionistiche complementari e, in particolare, sulla possibile differenza con le “organizzazioni non profit”. 2. I fondi pensione italiani come “non profit organisations”.
La collocazione legislativa delle forme pensionistiche complementare di tipo negoziale (o chiuse) in Italia – ai quali limitiamo l’analisi cade nel campo delle “organizzazioni non profit”, caratterizzate dall’assenza di lucro soggettivo, in assonanza con la regola nordamericana (e francese, almeno fino al 1978) del non distribution constraint (De Carli 2000, 86 ss.; Ponzanelli 1988b e 1993; Ghezzi 1996, 685; Sandulli 1994, 255; Iorio 1997, 11). Ciò comporta che il divieto di distribuzione degli utili (non distribution constraint) costituisca il più significativo discrimine funzionale tra gli enti del libro primo e quelli del libro quinto del codice civile italiano (sulla questione, v. almeno Galgano 1969 e 1976; Preite 1988, 338 ss.; Ponzanelli 1985; Zoppini 1995, 94 ss.; De Carli 2000, 92 ss.; Carrabba 2001, 763 ss.); l’inserimento dei fondi pensione tra le figure soggettive contemplate nel titolo II del codice civile non esclude la compatibilità tra la disciplina delle organizzazioni non profit e la disciplina della previdenza complementare, essendo individuabile, al contrario, una coerenza di fondo tra questa e la funzione, oltre che la struttura, di tali organizzazioni (v. pure Ongaro 1994, 517). Solo a questa stregua, del resto, si spiega la decisione del legislatore di rinviare a figure organizzative e soggettive già disciplinate e diverse tra di loro, piuttosto che ad una sola di esse, o ancora, piuttosto che crearne una nuova (il caso spagnolo è illuminante a tal proposito: v. Tursi 2001, 174 ss.). Due esempi possono meglio chiarire questa scelta del legislatore. Non contraddice la natura non profit dei fondi pensione l’art. 2123 del codice civile italiano, che attribuisce inderogabilmente ai prestatori di lavoro che abbiano contribuito a fondi di previdenza aziendali il «diritto alla liquidazione della propria quota, qualunque sia la causa della cessazione del contratto». La norma, lungi dall’attribuire al lavoratore, iscritto ad un fondo pensione costituito in forma associativa, il diritto alla liquidazione della quota in caso di recesso dall’associazione, si riferisce all’ipotesi in cui, in conseguenza della “cessazione del contratto” di lavoro, vengano meno i requisiti di partecipazione al fondo pensione; e la soluzione dettata dalla norma codicistica trova un sostanziale avallo nella disciplina stabilita, per tale ipotesi, dall’art. 14 del d.lgs. n. 252/2005. Nella diversa ipotesi in cui il lavoratore manifesti la volontà di recedere dall’associazione-fondo pensione, in costanza dei requisiti di partecipazione alla medesima, trova invece piena applicazione la richiamata normativa codicistica sulle associazioni (Tursi 2001, 318; Mazziotti 1995, 208; P. Tosi 1996, 441; ma sull’eventualità di un “recesso per giusta causa”, cfr.Bessone 2000, 258 ss.).Ne risulta confermata la natura “non restitutoria” dell’operazione negoziale posta alla base dell’attività di previdenza complementare, che la distingue da un qualunque investimento finanziario (Ponzanelli 1985, 155 ss. e 1996, 102 ss.; Galgano 1976, 60 ss., 69; Simonetto 1959, 115): i requisiti di godimento delle prestazioni sono vincolati alla funzione previdenziale, in guisa tale da inibire il profilarsi di un nesso di causalità negoziale con i contributi versati (Tursi 2001, 123, 163 ss.; Squeglia, 2011 e 2014).
Infine, nemmeno la tendenza della giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea ad attrarre nella nozione d’impresa, ai fini dell’applicazione del diritto della concorrenza, i fondi di previdenza complementare, è significativa ai fini della natura lucrativa di tali fondi nel diritto interno. Se è vero che la natura imprenditoriale dei fondi pensione è stata affermata solo nelle ipotesi in cui essi stabiliscano «l’ammontare dei contributi e delle prestazioni» e funzionino «in base al principio della capitalizzazione», restando esclusa quando essi «svolgano una funzione di carattere esclusivamente sociale, fondata sul principio della solidarietà nazionale, in assenza di qualunque scopo di lucro, corrispondendo le prestazioni stabilite dalla legge, indipendentemente dall’importo dei contributi versati» (C. Giust. Europea 17.2.1993, Poucet v. AGF et Camulrac, e Pistre v. Concava); e soprattutto vero che i fondi pensione sono sottratti alle regole della concorrenza«nei limiti in cui l’applicazione di tali norme (...) osti all’adempimento, in linea di diritto e di fatto, della specifica missione loro affidata» (C. Giust. 21.9.1999). La questione della natura for profit o non profit dei fondi pensione negli ordinamenti nazionali resta pertanto, quantomeno, non pregiudicata dalla nozione comunitaria d’impresa ai fini delle regole della concorrenza. 3. Fonte istitutiva e fonte costitutiva.
Partendo dal dato della natura “non profit” delle forme pensionistiche complementari, la tematica di più immediato impatto nell’ambito della configurazione giuridica soggettiva in Italia è quella attinente al momento genetico delle forme pensionistiche complementari e dunque, per quanto specificamente concerne la loro configurazione soggettiva, quella del rapporto tra le fonti negoziali (atti costitutivi, statuti, regolamenti, delibere assembleari, etc.) costitutive e regolamentari delle figure soggettive abilitate ex lege a veicolare la previdenza complementare, e le fonti anch’esse negoziali, ma a connotazione prevalentemente collettivo-sindacale (almeno sulle cosiddette “forme pensionistiche complementari collettive”), che la lex specialis della previdenza complementare chiama “fonti istitutive”. In quest’ambito tematico risulta attratto l’ulteriore profilo attinente al rapporto tra dette fonti e quelle pubblicistiche-normative, che nel loro insieme compongono un vero e proprio «ordinamento sezionale a struttura composita» (Bessone 2000, 45 e 2001, 1260): fonti primarie quali la legge delega 23 agosto 2004, n. 243 e il decreto legislativo 5 dicembre 2005, n.252; fonti secondarie statali quali i regolamenti ministeriali cui la lex specialis di volta in volta rinvia; fonti secondarie e atti amministrativi generali – ma pure “indirizzi”e “orientamenti” di moral suasion –, di altre autorità amministrative (in primis, la Commissione di Vigilanza sui fondi pensione) in qualità di specifica autorità di vigilanza del settore.
Nel procedimento formativo dei fondi pensione “chiusi”si riscontra una netta distinzione tra gli atti negoziali richiamati dall’art. 3,d.lgs. n. 252/2005 che, definendo «identità e programma del fondo pensione, ambito dei soggetti legittimati all’adesione e sue modalità, regime delle contribuzioni e quant’altro costituisce prima regolazione dell'iniziativa previdenziale», pongono le basi del programma pensionistico complementare; e le fonti propriamente “costitutive”, richiamate dall’art. 4, d.lgs. n. 252/2005, che sono invece «gli atti negoziali che organizzano la forma pensionistica con una puntuale disciplina di statuto e la configurano come soggetto di diritto» (associazione o fondazione) o come patrimonio separato (Bessone 2001, 1265-1266).
Più in generale, la possibile informalità del procedimento di costituzione delle forme pensionistiche complementari è drasticamente ridotta, per i fondi di nuova generazione, dalla necessità di conseguire la prescritta autorizzazione, con conseguente iscrizione nell’albodi cui all’art. 4, comma 6, del decreto, nonché dalla necessità, per quelli che aspirino alla personalità giuridica, o che a tale forma siano vincolati perché costituiti nell’ambito di “categorie, comparti o raggruppamenti”, di ottenere il riconoscimento. Si deve osservare che, sul piano formale, il decreto non pone un vincolo di pregiudizialità del riconoscimento rispetto all’autorizzazione e all’iscrizione, contemplando in proposito due distinte procedure, rispettivamente ricadenti nelle competenze del Ministero del lavoro e della previdenza sociale, e in quelle della Commissione di Vigilanza sui fondi pensione.
Si pensi, innanzitutto, alla necessità della indicazione e allegazione distinte della fonte istitutiva, dell’atto costitutivo e dello statuto del fondo pensione o alla prescrizione dell’atto pubblico per la costituzione, in qualsiasi forma, del fondo pensione. 4. Gli obblighi strumentali nascenti dalla fonte istitutiva e il passaggio dalla fase istitutiva alla fase costitutiva.
L’art. 4,d.lgs. n. 252/2005 prescrive, in linea generale, che le “forme di previdenza” di cui all’art. 1 rivestano la forma di “fondi pensione” costituiti o «come soggetti giuridici di natura associativa ai sensi dell’art. 36 del codice civile», o «come soggetti dotati di personalità giuridica», o, infine, «costituiti nell’ambito del patrimonio di una singola società (...) attraverso la formazione di un patrimonio di destinazione, separato ed autonomo (…), con gli effetti di cui all’art. 2117 del codice civile».
6. Il fondo pensione aperto come patrimonio separato Se quella del fondo “interno” ex art. 2117, codice civile,è un’ipotesi ormai residuale nell’ordinamento italiano, come si è già evidenziato in precedenza, sono invece ipotesi normali e strutturali quelle contemplate dall’art. 12,d.lgs. n. 252/2005, in ordine, rispettivamente, ai fondi pensione aperti ed al regime giuridico del patrimonio dei fondi pensione affidati ai soggetti gestori di cui all’art. 6, comma 1.
Soffermando la nostra attenzione sui soli fondi pensione aperti, si deve osservare che tali fondi, non trovando origine in una delle fonti istitutive di cui all’art. 3, ma derivando dall’iniziativa di uno dei soggetti che istituzionalmente possono ricoprire il ruolo di gestori delle risorse, sono patrimoni separati nell’ambito del patrimonio di tali soggetti, i quali li costituiscono ed imprimono loro il vincolo di scopo con apposita deliberazione accompagnata, anche in questo caso, da un “protocollo di autonomia gestionale”. È la COVIP, poi, a chiarire che anche il patrimonio dei fondi pensione aperti, come quello dei fondi chiusi “interni”, «non è (...) soggetto ad azioni esecutive da parte dei creditori della società (…), né da parte dei creditori degli iscritti (…) e non può essere coinvolto nelle procedure concorsuali che riguardano la società» (COVIP, orientamenti in materia regolamentare in tema di fondi pensione aperti in regime di contribuzione definita, 16.9.1997, tit. 6°, punto 1). L’art. 12, comma 3, d.lgs. n. 252/2005, infine, nel delineare il procedimento autorizzatorio, precisa significativamente che esso ha ad oggetto non il semplice “esercizio”, ma la stessa “costituzione” del fondo: donde, sul piano procedurale, la necessità di una specifica delibera istitutiva, successiva all’autorizzazione, e di un successivo sub-procedimento per l’iscrizione nell’albo dei fondi pensione; e sul piano sistematico, la natura costitutivo-discrezionale e non meramente accertativa dell’atto di iscrizione (v. Notarmuzi 1999, 77).
7. I fondi pensione esterni: profili generali Se nei fondi “interni” il vincolo di scopo costituisce il rimedio contro lo “sdoppiamento” tra il titolare de(i rapporti attinenti a)l fondo ed i beneficiari delle prestazioni erogate dal fondo medesimo, nei fondi “esterni” l’eventualità di un utilizzo abusivo del fondo è esclusa dalla coincidenza tra l’interesse istituzionale dei beneficiari e lo scopo del soggetto giuridico cui è affidata la soddisfazione di quell’interesse: ma allora la tutela degli iscritti non risiede più nella separazione rispetto al patrimonio di un soggetto terzo che agisce come amministratore e titolare fiduciario del fondo (così invece, Zoppini 1995, 113), bensì direttamente nella garanzia del corretto funzionamento e della solvibilità del soggetto giuridico cui è assegnato il fine previdenziale.
Analogamente, devono ritenersi in via di principio ammissibili la trasformazione, la fusione, la scissione di fondi pensione costituiti in forma associativa (per la configurabilità iure communi di queste fattispecie, v. i richiami in Tursi 2001, 342 ss.), incontrando limiti, ancora una volta, non nel vincolo di scopo, bensì nella peculiarità del rapporto con le fonti istitutive, oltre che nella disciplina legale dei fondi pensione (la quale, per esempio, esclude che possa operarsi la trasformazione in società di capitali).
In tal senso, le richiamate operazioni costituiranno, di norma, mera attuazione di previsioni delle fonti istitutive; ma non è da escludersi che possano operare autonomamente, nei limiti segnati dai criteri di individuazione dei destinatari, stabiliti dalle fonti istitutive: eventualità che può esemplarmente concretizzarsi quando, per effetto di un trasferimento d’azienda, s’imponga la necessità o anche solo l’opportunità di addivenire all’unificazione di diversi preesistenti fondi aziendali in un unico fondo, in alternativa allo scioglimento del fondo a quo (Tursi 2001, 463 ss.).
10. L’organizzazione dei fondi pensione associativi: il principio di pariteticità Nell’ambito della classificazione dei modelli di corporate governance in funzione del diverso grado di separazione tra proprietà e controllo e del diverso modo in cui essa opera, i fondi pensione negoziali si possono far rientrare nello schema del “two-tier system” nel quale il potere di gestione e di controllo è devoluto a due organi separati: il “supervisory board” (consiglio di sorveglianza), nominato dall’assemblea e privo di poteri esecutivi, che approva il bilancio, nomina, controlla e revoca il “management board” (consiglio di gestione), che è invece l’organo con responsabilità meramente esecutive (Squeglia 2014; Ferraris Franceschi 1994;Ceriani 1996).Tuttavia, è l’assetto. organizzativo dei fondi pensione a sollevare i più seri problemi di coordinamento con la disciplina civilistica delle associazioni.
La critica presuppone l’inapplicabilità della regola in questione all’organo assembleare (Volpe Putzolu 1994, 228, nota 9; Lapadula-Pollastrini 1997, 70, 96): ché se essa valesse anche per tale organo, allora sarebbe superata dal rilievo che ciascuna componente dell’assemblea conserva intatto il suo potere di nomina e revoca degli amministratori. E in effetti non mancano buoni argomenti a sostegno della tesi dell’inapplicabilità del criterio di pariteticità all’organo assembleare.
Si consideri, ad esempio, sul piano normativo-letterale, che l’art. 5, d.lgs. n. 252/2005 non menziona l’organo assembleare; che sui componenti degli “organi di amministrazione e controllo” cui l’art. 5, comma 1, riferisce la regola di pariteticità, grava la responsabilità professionale, amministrativa e penale di cui agli articoli del decreto medesimo: ciò che dimostra la mancata ricomprensione dell’assemblea tra i suddetti organi, ché altrimenti dovrebbe ipotizzarsi la responsabilità degli associati. Sul piano dell’interpretazione logico-sistematica, poi, si deve considerare che se l’art. 5 fosse riferibile anche all’organo assembleare, ne deriverebbe la necessità di tale organo anche per i fondi pensione costituiti in forma di fondazione, relativamente ai quali – come si vedrà – la necessità di tale organo deve invece escludersi.
In primo luogo, si registra la contraddizione tra la responsabilità esclusiva del fondo per le obbligazioni sociali, proprio dei fondi con personalità giuridica, nonché implicito nel rinvio alla disciplina della responsabilità degli amministratori delle società per azioni, contenuto nell’art. 15 del decreto (Ferraro 2000, 19; Squeglia – Tursi 2017), e la responsabilità patrimoniale personale e diretta di quanti agiscano in nome e per conto del fondo pensione, propria delle associazioni non riconosciute: sicché non sorprende che la COVIP (ad esempio, si v. COVIP, orientamenti 18.6.1997, tit. 1°, punto 3, 2° periodo) abbia “sconsigliato” l’adozione della forma associativa non riconosciuta, in considerazione delle «incertezze» da essa ingenerate «nella determinazione della disciplina da applicarsi». D’altro canto, il suddetto regime di responsabilità risulta sproporzionato in eccesso se si considera che la disciplina legale dei fondi pensione ne delimita l’operatività nel campo del mercato finanziario, identifica un severo regime di controlli, costruisce per gli amministratori un sistema di responsabilità amministrative e professionali anche penali: meglio sarebbe stato optare decisamente per un «regime speciale del diritto delle associazioni in quanto soggetti esponenziali degli interessi del sistema di previdenza complementare», eventualmente nel quadro di una complessiva «riconsiderazione dell’intero impianto del diritto dei soggetti giuridici ex artt. 12 e 36 codice civile sotto il profilo delle responsabilità degli amministratori anche in vista della diffusione di detti modelli di soggettività, utilizzati ai fini pensionistici perfino nella (allora progettata, poi attuata) riforma della previdenza di base»(Sandulli 1994, 247, 258).
Si tratta, peraltro, di una scelta sinergica con la lunga “metamorfosi”, tuttora in atto, che la fondazione ha subito per merito soprattutto della prassi statutaria, e che l’ha emancipata dal modello tradizionale dell’ente di mera “erogazione” costituito da un individuo per fini di utilità generale (Zoppini 1995, 13 ss.; Iorio 1997, 22 ss.), determinando la svalutazionedi alcuni caratteri tradizionali, ma da considerarsi non essenziali della fattispecie (Zoppini 1995, 76 ss.), quali il netto e assoluto distacco dell’ente dal fondatore, la posizione “servente” del consiglio di amministrazione, la prevalenza dell’elemento patrimoniale su quello organizzativo. La fondazione ne è risultata riconfigurata nei termini essenziali di “destinazione di un patrimonio allo scopo attraverso la mediazione di una vicenda organizzativa assistita dal rilievo reale”; restando, tuttavia, chiara la differenza col mero patrimonio di scopo, da cui si distingue per l’elemento organizzativo e personale, e quindi per l’essenziale rilievo della personalità giuridica (Zoppini1995, 83, 238; Iorio1997, 23). Il vincolo di scopo, in positivo, e la mancanza di una struttura corporativa, in negativo, caratterizzano poi la fondazione rispetto all'associazione, e costituiscono il fondamento di quella limitazione dei poteri degli amministratori della fondazione e degli stessi fondatori, che nemmeno la richiamata “metamorfosi” dell’istituto ha potuto eliminare, se non nella misura della compatibilità con i caratteri essenziali della fattispecie: misura che va individuata nella stabilità e definitività della destinazione patrimoniale, e quindi nella indisponibilità oggettuale e temporale dello scopo (Zoppini1995, 105; Iorio1997, 23. Contra, Vittoria 1992, 1149).
13. L’evoluzione della figura della fondazione e i fondi pensione Tuttavia, come accennato, all’interno delle coordinate appena tracciate si assiste da tempo in Italia alla forte valorizzazione del ruolo sia di soggetti che il modello tradizionale escludeva nettamente dalla gestione, quali il fondatore e i beneficiari, sia dell’organo amministrativo, che la tradizione considerava, sì, come titolare esclusivo della gestione, ma in chiave “servente”, ossia meramente esecutiva, rispetto alla volontà del fondatore consacrata nelle tavole fondative. È preliminarmente necessario, tuttavia, chiarire i termini soggettivi di questa evoluzione, con specifico riferimento ai fondi pensione: in particolare, è pregiudiziale l’individuazione dei soggetti fondatori. 13.1. Individuazione dei soggetti fondatori.
Quanto alle prime, va ricordato che se esse non sono contratti collettivi ma semplici accordi plurilaterali (accordo tra lavoratori autonomi, liberi professionisti, lavoratori dipendenti in mancanza di contratti collettivi), si rende necessario l’intervento di soggetti collettivi in qualità di “promotori” della fonte istitutiva; quanto alle seconde, va rilevato che se il fondo è di natura fondazionale, si verifica una strutturale separazione tra la figura del fondatore (o dei fondatori) e quella dei beneficiari. Ne consegue che i fondatori devono rinvenirsi tra i soggetti collettivi che hanno stipulato (se trattasi di contratto collettivo) o promosso (se trattasi di “accordo” tra lavoratori) la fonte istitutiva, ovvero, deve ritenersi, il datore di lavoro che contribuisca al fondo aziendale: e ciò integra una differenza sostanziale rispetto ai fondi associativi, in cui parti negoziali sono gli individui beneficiari (oltre all'eventuale parte datoriale). 13.2. I fondatori e l’amministrazione della fondazione.
Quanto alle ipotesi della scissione e della fusione, infine, e richiamando analoga riflessione svolta in relazione ai fondi pensione costituiti in forma associativa, v’è da precisare che esse, ove non espressamente “autorizzate” dalla fonte istitutiva (COVIP, Orientamenti interpretativi sui destinatari dei fondi preesistenti, 26.1.2001), possono ricorrere a fronte di ipotesi eterogenee, tra le quali si segnalano le vicende traslative dell'azienda (v. Tursi 2001, 448 ss., 463 ss.).
Lapadula B. - Pollastrini G., 1997,I fondi pensione: cosa sono, come si costituiscono, Ediesse, Roma.