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Timestamp: 2017-08-21 06:29:30+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 16', 'art. 13', 'art. 22', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 24']

Cassazione - Sez. I Civile - Sentenza n. 13054/2002
Permesso di soggiorno per motivi di lavoro: necessaria presenza nel paese d'origine
Permesso di soggiorno per motivi di lavoro:necessaria presenza nel paese d'origine
( Cassazione , sez. I civile, sentenza 09.09.2002 n° 13054 )
Sentenza 9 settembre 2002 n. 13054
- in relazione alla possibilità da parte dell'autorità di P.S. di disporre l'espulsione con accompagnamento coattivo, che la questione è mal posta in quanto si tratta non tanto di libertà personale ma di libertà di circolazione tutelata dall'art. 16 Cost. e che comunque l'art. 13 Cost. prevede una deroga alla riserva giurisdizionale in "casi di necessità ed urgenza previsti dalla legge";
Nel merito affermava la legittimità del decreto di espulsione, precisando che, pur dovendosi escludere l'ipotesi di ingresso nel territorio dello Stato con sottrazione ai controlli di frontiera, era da ravvisare quella della mancata adozione della procedura per il rinnovo del permesso di soggiorno di cui lo straniero era munito per pochi giorni. Dopo aver richiamato la normativa prevista per l'assunzione degli operai stranieri (art. 22 D.L.vo n.286/98), rilevava infatti il Tribunale che il ricorrente era entrato in Italia in data 23.9.2000 con visto di soggiorno fino al 30.9.2000 senza presentare alla scadenza alcuna ulteriore richiesta, che non era stata presentata alcuna richiesta di autorizzazione al lavoro fino alla data del 17.11.2000 e che il contratto di lavoro allegato alla richiesta successivamente avanzata non riportava alcuna data.
Avverso tale provvedimento propone ricorso per cassazione M. I. C., deducendo quattro motivi di censura.
Esulando una misura di carattere restrittivo o coercitivo, nella quale invece rientrano certamente quelle testé menzionate, il provvedimento deve ritenersi quindi estraneo all'ambito delle restrizioni alla libertà personale garantita dal richiamato art. 13 Cost., ma riconducibile in quello ben diverso della libertà di circolazione, come del resto è desumibile anche dalla motivazione della sentenza n.105/01 della Corte Costituzionale che, oltre tutto, anche con riferimento a provvedimenti di espulsione accompagnati da dette misure coercitive, ha dichiarato la piena legittimità della prevista disciplina.
Con il secondo motivo il ricorrente lamenta che il Tribunale non abbia ritenuto che il termine di cinque giorni previsto per l'impugnazione del decreto di espulsione pregiudica per la sua brevità l'esercizio del diritto di difesa in violazione dell'art. 24 Cost..
La questione costituzionale è inammissibile per difetto di rilevanza sia perché, risultando rispettato il termine di cinque giorni per la proposizione del ricorso avverso il provvedimento di espulsione, la sua asserita brevità non ha impedito l'esercizio dei diritto di difesa e sia perché il richiamo alla possibilità di una più efficace difesa in presenza di un termine più lungo è quanto mai generico, non essendo stato precisato, al di là di un mero riferimento all'ignoranza della lingua, quale attività difensiva non sarebbe stata esercitata o svolta adeguatamente per la brevità del termine.
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia difetto di motivazione, deducendo che il Tribunale si sia limitato ad affermare che "l'assunto non è condivisibile" in ordine allo specifico rilievo circa l'assoluto difetto di motivazione del decreto di espulsione.
Contrariamente a quanto sostenuto in ricorso, il decreto del Tribunale deve pertanto ritenersi sufficientemente motivato al riguardo, richiamando le ragioni per le quali il Prefetto ha disposto l'espulsione e ritenendole idonee a legittimarla.
Con il quarto motivo il ricorrente denuncia violazione, per mancanza dei richiesti presupposti, del D.L.vo n.286/98. Deduce la irragionevolezza della norma che prevede la presenza nel territorio di origine del cittadino non comunitario che intenda ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro, pur non potendo la sua finalità essere quella di limitare la possibilità di lavoro ma di regolamentare il flusso migratorio. Sostiene che nel caso in esame erano presenti i presupposti oggettivi richiesti, non vi erano problemi di ordine pubblico da tutelare e non poteva considerarsi decisiva la sua presenza nel territorio dello Stato prima del rilascio del permesso di soggiorno, anche in considerazione della necessità di perfezionare la pratica.
Il motivo di ricorso, così come prospettato, è inammissibile, non potendosi in questa sede sostenere la irragionevolezza della norma senza poi dedurre le debite conclusioni sul piano della legittimità costituzionale.
Il ricorrente non censura infatti l'interpretazione data alla norma dal Tribunale, che espressamente ritiene anzi corretta, ma ne rileva l'incongruenza in relazione alla finalità da essa perseguite, senza però indicare, come avrebbe dovuto, le ragioni giuridiche dì tale incongruenza ed i parametri costituzionali che sarebbero stati violati.
Né perché si instauri un rapporto di lavoro che abbia rilievo ai fini in esame, potrebbe "superarsi", come invece sostiene il ricorrente, la prevista necessità che lo straniero non sia presente in Italia prima della definizione del relativo procedimento disciplinato dalla stessa legge.