Source: http://www.giurcost.org/decisioni/2004/0091s-04.html
Timestamp: 2019-05-22 05:30:44+00:00
Document Index: 105879494

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 38', 'art. 1', 'art. 38', 'art. 38', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1']

Consulta Online - Sentenza n. 91 del 2004
SENTENZA N.91
1.— Nel corso di due controversie previdenziali promosse nei confronti dell’Istituto Postelegrafonici (IPOST) al fine di ottenere il ricalcolo dell’indennità di buonuscita, la Corte d’appello di Bologna, in funzione di giudice del lavoro, con due ordinanze di identico contenuto ha sollevato questione di legittimità costituzionale, in riferimento agli artt. 36 e 38 della Costituzione, dell’art. 1, comma 1, della legge 29 gennaio 1994, n. 87 (Norme relative al computo dell’indennità integrativa speciale nella determinazione della buonuscita dei pubblici dipendenti).
2.— In entrambi i giudizi davanti a questa Corte è intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo, con memorie di diverso contenuto, che la questione venga dichiarata inammissibile o comunque infondata.
3.— Nel giudizio relativo all’ordinanza n. 340 del 2003 il Presidente del Consiglio dei ministri, in prossimità della camera di consiglio, ha depositato una memoria nella quale ha aggiunto ulteriori argomenti a sostegno delle richieste avanzate nell’atto di intervento, ponendo principalmente l’accento sul fatto che il diritto vivente di cui attualmente si discute è del tutto conforme alla finalità primaria dell’art. 1 della legge n. 87 del 1994. Infatti la statuizione, in esso contenuta, secondo cui il computo dell’indennità integrativa speciale nell’indennità di buonuscita (e negli analoghi trattamenti di fine rapporto) deve essere effettuato in percentuale e l’individuazione di percentuali diverse rispettivamente per i dipendenti compresi nella lettera a) e nella lettera b) della disposizione sono principalmente finalizzate alla realizzazione di una soddisfacente equità ed omogeneità del risultato finale del calcolo del trattamento di fine rapporto tra i vari comparti del settore pubblico, da un lato, e tra questi e il settore privato, dall’altro, onde contenere gli effetti della diversità delle rispettive discipline, secondo le indicazioni fornite nella sentenza di questa Corte n. 243 del 1993. L’orientamento giurisprudenziale di cui si tratta ha valorizzato tale obiettivo, mentre la diversa interpretazione auspicata dalla Corte remittente darebbe luogo ad una sensibile sperequazione tra i vari settori a favore di quello pubblico.
1.— La Corte di appello di Bologna dubita della legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1 – recte: art. 1, comma 1, lettera b) – della legge 29 gennaio 1994, n. 87 (Norme relative al computo dell’indennità integrativa speciale nella determinazione della buonuscita dei pubblici dipendenti), nella parte in cui – secondo la costante interpretazione giurisprudenziale costituente diritto vivente – dispone che per i pubblici dipendenti ivi contemplati (e, in particolare, per i lavoratori iscritti all’Istituto postelegrafonici) l’inserimento della prescritta percentuale dell’indennità integrativa speciale (60 per cento) nella base di calcolo dell’indennità di buonuscita (e degli analoghi trattamenti di fine rapporto) debba avvenire attraverso l’applicazione anche a tale percentuale della decurtazione (del 20 per cento) stabilita, dall’art. 38 del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1032, per tutti gli altri emolumenti che concorrono a formare la base contributiva da prendere in considerazione per la liquidazione dell’indennità di buonuscita.
2.— La questione viene sollevata con due ordinanze di contenuto identico, pertanto i relativi giudizi possono essere riuniti per essere definiti con unica pronuncia.
3.— Deve, in primo luogo, essere respinta l’eccezione di inammissibilità presentata dall’Avvocatura dello Stato sul rilievo che il remittente avrebbe dovuto egli stesso attribuire alla norma impugnata il significato ritenuto più idoneo a superare i prospettati dubbi di legittimità costituzionale. Si deve, infatti, osservare che, in presenza di un orientamento giurisprudenziale consolidato che abbia acquisito i caratteri del "diritto vivente", la valutazione se uniformarsi o meno a tale orientamento è una mera facoltà del giudice remittente.
4.— Nel merito la questione non è fondata.
La ragione che indusse la Corte a considerare necessaria – al fine di ricondurre la relativa normativa "a piena conformità ai principi costituzionali" – la previsione del suddetto computo e a ritenere, nel contempo, indispensabile, a tal fine, un intervento del legislatore, è stata quella di riuscire a realizzare un sistema idoneo ad assicurare "una effettiva e ragionevole equivalenza" del calcolo complessivo dei diversi trattamenti di fine rapporto – non solo nell’ambito del settore pubblico ma anche nei confronti del lavoro privato – modellato in modo da attribuire adeguata considerazione, oltre che ai principi di proporzionalità e sufficienza, alle persistenti diversità di regolamentazione, onde evitare l’eventuale creazione di forme di squilibrio ulteriori – e, in ipotesi, di segno opposto – rispetto a quelle all’epoca esaminate.
In base a quanto espressamente affermato dall’art. 1 della citata legge n. 87 del 1994 la determinazione dei suddetti trattamenti, con l’inclusione della prescritta percentuale di indennità integrativa speciale, deve avvenire "in applicazione delle norme già vigenti con riferimento allo stipendio e agli altri elementi retributivi considerati utili". La disposizione in oggetto, per la sua connessione sistematica con l’art. 38 del d.P.R. n. 1032 del 1973, è stata quindi costantemente interpretata nel senso che anche l’indennità integrativa speciale, nell’indicata misura del 60 per cento, rientra nella base di calcolo della buonuscita e subisce l’ulteriore decurtazione del 20 per cento. L’attribuzione del suddetto contenuto precettivo alla norma impugnata non ne determina il contrasto con gli invocati parametri costituzionali.
D’altra parte, l’indennità di buonuscita e gli altri trattamenti analoghi, avendo anche funzione previdenziale, devono essere disciplinati secondo i criteri della solidarietà sociale e del pubblico interesse a che sia garantita, per far fronte agli eventi indicati nell’art. 38, secondo comma, Cost., la corresponsione di un minimum la cui determinazione è riservata alla competenza del legislatore, il quale nell’operare le sue scelte discrezionali deve tenere conto anche delle esigenze della finanza pubblica (v., da ultimo, sentenze n. 506 del 2002 e n. 87 del 2003). Nel caso di specie il giudizio di conformità ai suddetti principi dell’adozione del criterio della computabilità dell’indennità integrativa speciale nell’ambito dei trattamenti di fine rapporto soltanto in una misura percentuale e non integralmente, già espresso più volte da questa Corte, deve essere confermato anche con riguardo alla riduzione della suddetta percentuale derivante dall’interpretazione giurisprudenziale contestata dall’attuale remittente. Tale diminuzione, infatti, comporta un contenimento delle risorse finanziarie necessarie per dare attuazione alla legge n. 87 del 1994 senza incidere sulla "garanzia delle esigenze minime di protezione della persona" che deve essere comunque salvaguardata (v. sentenza n. 434 del 2002 e ordinanza n. 342 del 2002) ed è, altresì, adeguata all’esigenza, sottolineata da questa Corte nella sentenza n. 243 del 1993, di omogeneizzare i risultati finali del calcolo dei diversi trattamenti di fine rapporto.
dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 1, comma 1, lettera b), della legge 29 gennaio 1994, n. 87 (Norme relative al computo dell’indennità integrativa speciale nella determinazione della buonuscita dei pubblici dipendenti), sollevata, in riferimento agli artt. 36 e 38 della Costituzione, dalla Corte d’appello di Bologna con le ordinanze indicate in epigrafe.
Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, l'8 marzo 2004.