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Timestamp: 2018-02-20 01:41:43+00:00
Document Index: 85885061

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Seduta di Venerdì 15 gennaio 2016
Missioni valevoli nella seduta del 15 gennaio 2016.
Angelino Alfano, Gioacchino Alfano, Alfreider, Amici, Artini, Baretta, Bellanova, Bernardo, Bindi, Biondelli, Bobba, Bocci, Boccia, Bonifazi, Michele Bordo, Borletti Dell'Acqua, Boschi, Brambilla, Bratti, Bressa, Brunetta, Bueno, Caparini, Capelli, Casero, Castiglione, Catania, Cicchitto, Cimbro, Costa, Crippa, D'Alia, Dadone, Dambruoso, Damiano, Del Basso de Caro, Dellai, Di Gioia, Epifani, Faraone, Fedriga, Ferranti, Fico, Fioroni, Gregorio Fontana, Fontanelli, Franceschini, Garofani, Gentiloni Silveri, Giachetti, Giacomelli, Gozi, La Russa, Locatelli, Lorenzin, Losacco, Lotti, Lupi, Madia, Manciulli, Mannino, Marazziti, Merlo, Migliore, Orlando, Pes, Gianluca Pini, Pisicchio, Portas, Rampelli, Ravetto, Realacci, Rosato, Domenico Rossi, Rughetti, Sanga, Sani, Scalfarotto, Schullian, Scotto, Sereni, Tabacci, Valeria Valente, Velo, Vignali, Zampa, Zanetti.
In data 14 gennaio 2016 sono state presentate alla Presidenza le seguenti proposte di legge d'iniziativa dei deputati:
PROPOSTA DI LEGGE COSTITUZIONALE BIANCONI ed altri: «Modifiche agli articoli 76 e 77 della Costituzione concernenti il divieto di delegazione legislativa al Governo» (3531);
FASSINA ed altri: «Disposizioni concernenti l'amministrazione della città metropolitana di Roma, capitale della Repubblica» (3532).
La proposta di legge QUINTARELLI ed altri: «Disposizioni in materia di fornitura dei servizi della rete internet per la tutela della concorrenza e della libertà di accesso degli utenti» (2520) è stata successivamente sottoscritta dal deputato Librandi.
La proposta di legge CARFAGNA ed altri: «Disciplina dell'unione omoaffettiva» (2974) è stata successivamente sottoscritta dalla deputata Ravetto.
Il Ministro dell'interno, con lettera in data 22 dicembre 2015, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 146, comma 2, del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, la relazione sull'attività svolta dalle commissioni per la gestione straordinaria degli enti sciolti per infiltrazione e condizionamenti di tipo mafioso, riferita agli anni dal 2010 al 2014 (Doc. LXXXVIII, n. 1).
Il Ministro dell'economia e delle finanze, con lettera in data 22 dicembre 2015, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 59, comma 1, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 300, l'atto di indirizzo concernente gli sviluppi della politica fiscale, le linee generali e gli obiettivi della gestione tributaria, le grandezze finanziarie e le altre condizioni nelle quali si sviluppa l'attività delle agenzie fiscali, per il triennio 2016-2018 (Doc. n. CII n. 2).
Il Ministro della difesa, con lettere del 12 gennaio 2016, ha trasmesso le note relative all'attuazione data, per la parte di propria competenza, agli ordini del giorno BASILIO n. 9/2803-A/81, accolto come raccomandazione dal Governo nella seduta dell'Assemblea del 20 febbraio 2015, concernente il mantenimento dell'impegno dei militari nel controllo e nel contrasto alla criminalità organizzata in Campania e l'avvio della sperimentazione del pattugliamento tecnologico, e Gregorio FONTANA ed altri n. 9/2893-AR/18, accolto dal Governo nella seduta dell'Assemblea del 31 marzo 2015, sull'opportunità di rimodulare il Piano nazionale di impiego delle Forze armate, con l'inserimento delle province di Bergamo e Brescia, ai fini di prevenzione e contrasto del terrorismo.
Il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, con lettere del 12 gennaio 2016, ha trasmesso le note relative all'attuazione data ai seguenti ordini del giorno, accolti dal Governo nella seduta dell'Assemblea del 30 luglio 2015: SPADONI ed altri n. 9/3249/6, concernente il rafforzamento della partnership tra l'Unione europea e l'Unione africana, le organizzazioni regionali africane ed i paesi di origine e di transito dei flussi migratori; SIBILIA ed altri n. 9/3249/7, concernente il sostegno al cosiddetto «Processo di Rabat» sulla gestione comune dei flussi migratori; GRANDE ed altri n. 9/3249/8, riguardante il sostegno e l'implementazione di politiche al cosiddetto «Processo di Khartoum» sulla cooperazione economica ed il controllo dei flussi migratori; CORDA ed altri n. 9/3249/9, concernente il rafforzamento della gestione comune internazionale dei flussi migratori.
Il Ministro ha altresì trasmesso le note relative all'attuazione data alla risoluzione AMENDOLA ed altri n. 7/00768 sulla codificazione del diritto umano alla conoscenza, nonché alle risoluzioni conclusive ZAMPA ed altri n. 8/00136, sul processo di transizione democratica in Myanmar e SPADONI ed altri n. 8/00137, sul Vertice per l'adozione dell'Agenda di Sviluppo post-2015, accolte dal Governo ed approvate dalla III Commissione (Affari esteri) nella seduta del 23 settembre 2015.
La Commissione europea, in data 14 gennaio 2016, ha trasmesso, in attuazione del Protocollo sul ruolo dei Parlamenti allegato al Trattato sull'Unione europea, i seguenti progetti di atti dell'Unione stessa, nonché atti preordinati alla formulazione degli stessi, che sono assegnati, ai sensi dell'articolo 127 del Regolamento, alla IX Commissione (Trasporti), con il parere della XIV Commissione (Politiche dell'Unione europea):
Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio, al Comitato economico e sociale europeo e al Comitato delle regioni - Una strategia per l'aviazione in Europa (COM(2015) 598 final);
Relazione della Commissione al Parlamento europeo e al Consiglio – Programma europeo di sicurezza aerea (COM(2015) 599 final) e relativo allegato – Documento relativo al programma europeo di sicurezza aerea – Seconda edizione (COM(2015) 599 final – Annex 1).
Il Dipartimento per le politiche europee della Presidenza del Consiglio dei ministri, in data 12 e 14 gennaio 2016, ha trasmesso, ai sensi dell'articolo 6, commi 1 e 2, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, progetti di atti dell'Unione europea, nonché atti preordinati alla formulazione degli stessi.
Proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio recante regole comuni nel settore dell'aviazione civile, che istituisce un'Agenzia dell'Unione europea per la sicurezza aerea e che abroga il regolamento (CE) n. 216/2008 del Parlamento europeo e del Consiglio (COM(2015) 613 final);
Comunicazione della Commissione al Consiglio e al Parlamento europeo – Attuazione dell'agenda europea sulla sicurezza: piano d'azione dell'Unione europea contro il traffico e l'uso illecito di armi da fuoco ed esplosivi (COM(2015) 624 final);
Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio sulla lotta contro il terrorismo e che sostituisce la decisione quadro del Consiglio 2002/475/GAI sulla lotta contro il terrorismo (COM(2015) 625 final);
Libro verde sui servizi finanziari al dettaglio – Prodotti migliori, maggiore scelta e più opportunità per consumatori e imprese (COM(2015) 630 final);
Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a determinati aspetti dei contratti di fornitura di contenuto digitale (COM(2015) 634 final);
Proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio relativa a determinati aspetti dei contratti di vendita online e di altri tipi di vendita a distanza di beni (COM(2015) 635 final);
Comunicazione della Commissione al Parlamento europeo, al Consiglio e al Comitato economico e sociale europeo – Programma di lavoro annuale dell'Unione per la normazione europea per il 2016 (COM(2015) 686 final).
Nell’Allegato A al resoconto della seduta del 14 gennaio 2016, a pagina 4, prima colonna, quintultima riga, dopo la parola: «V» si intende inserita la seguente: «, X».
Misure per contrastare l'estremismo islamico e i rischi di una sua capillare diffusione – 2-01190
I sottoscrittori chiedono di interpellare il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:
il fenomeno della radicalizzazione delle comunità islamiche ha assunto dimensioni decisamente preoccupanti: il recente aumento di correnti radicali all'interno dell'Islam, il sostegno teoretico e logistico della jihad globale e le ripetute minacce di attacchi terroristici sul suolo italiano sollevano questioni di sicurezza nazionale;
sono oltre ottocento i luoghi di culto sparsi in tutta Italia, da Nord a Sud, isole comprese, definiti impropriamente moschee: una diffusione capillare che si estende per tutto il territorio nazionale, ma che quasi sempre utilizza strutture (comunque «tollerate», perché sono definite «associazioni culturali») in cui mancano i requisiti minimi essenziali per essere riconoscibili come posti in cui si prega;
a parte la Grande moschea di Roma, e poche altre, come quella di Segrate, Catania e Colle Val d'Elsa (che sono individuabili anche architettonicamente), il resto è costituito da garage, scantinati e cantine che raccolgono fedeli all'occorrenza: una galassia che rimane sempre nella penombra e che espone alla mercé di imam, tabligh itineranti e predicatori d'odio, la parte moderata dell'islam, tentando di inculcare la dottrina fondamentalista;
oltre alle moschee riconosciute come «moderate», di cui fanno parte i musulmani devoti alla preghiera, al digiuno e all'elemosina, è da segnalare la presenza anche di quelle più inquietanti dei reclutatori e delle «cellule in sonno» (oltre 5,500 attivabili autonomamente in qualsiasi momento), più volte oggetto di indagini dei servizi di intelligence e delle forze di polizia;
un monitoraggio dell'antiterrorismo ha identificato, in tutta Italia, 184 moschee. Solo a Roma quelle censite sono poco più di 30, ma in realtà sfiorano quota 100 i garage in cui si riuniscono musulmani per pregare; in alcuni di questi centri, infatti, la preghiera è solo una copertura per poter indottrinare alla guerra santa con il grave rischio di infiltrazioni terroristiche;
dal 2001 al 2011 sono state 146 le condanne di terroristi islamici «italiani». È appena il caso di segnalare come stiano tornando a circolare personaggi che frequentarono l'ex imam di Cremona, Mourad Trabelsi, condannato con sentenza definitiva con l'accusa di terrorismo internazionale di matrice islamica. O come Hamed Gouran, predicatore in Calabria, finito in manette perché incitava fedeli alla cacciata dei miscredenti in nome di Allah. A Vicenza, poi, la Digos ha monitorato ingenti somme di denaro inviate all'estero che potrebbero essere state utilizzate per finanziare campagne terroristiche in Medioriente. Roma, poi, ha visto la presenza di numerosi soggetti vicini al terrorismo islamico, come il finanziatore Aweys Dahir Ubeidullah, cittadino somalo già residente a Roma, a Casalbertone, anch'egli incluso nella black list degli Stati Uniti, stilata successivamente ai fatti dell'11 settembre 2001;
si rivela, dunque, una rete fitta e a volte impenetrabile, quella degli estremisti islamici, che negli ultimi venti anni è cambiata e si è arricchita anche grazie al progresso tecnologico che facilita le comunicazioni tra le varie reti di jihadisti;
il «Dossier sulla comunità islamica italiana: indice di radicalizzazione», pubblicato dal Cemiss, Centro militare di studi strategici del ministero della Difesa, fa il punto sulla penetrazione dell'estremismo nella comunità islamica italiana, composta da 1,6 milioni di persone (circa un terzo degli stranieri presenti, cui si aggiungono 60-70 mila italiani convertiti);
l'analisi tiene conto del fatto che l'Italia non ha subito gravi attacchi dal terrorismo islamista ma non può considerarsi al sicuro, soprattutto se si considera che da tempo molti imam predicano odio, dozzine di centri islamici sono impegnati nel proselitismo e nel finanziamento a gruppi terroristici e che dall'Italia partono volontari per i teatri bellici del jihad; per anni, secondo lo studio, ha esportato kamikaze nei teatri di guerra quali Afghanistan, Cecenia, Balcani e Iraq;
il panorama dell'Islam italiano, dunque, fatto di realtà sommerse, conta al suo interno centinaia di potenziali estremisti che orbitano nelle moschee non autorizzate, divenute il centro di accoglienza e smistamento di immigrati arrivati sul territorio senza documenti e quindi senza identità;
per quel che concerne la sicurezza nazionale, non vi è alcun dubbio sul fatto che la radicalizzazione della comunità islamica rappresenti una potenziale seria minaccia, poiché visioni estremiste hanno penetrato varie moschee ed organizzazioni sociali (è opportuno sottolineare che dal 2001 in Italia vi sono stati 13 tentativi e piani per compiere attentati, 6 sono stati effettuati ma non sono riusciti);
in certi casi, il radicalismo si limita alla retorica ma in altri, sostiene attivamente o passivamente il terrorismo: un certo numero di leader sociali e religiosi predica versioni wahabite e salafite dell'islam, odio razziale, intolleranza religiosa e promozione della jihad attraverso reclutamento di martiri, fondi ed armi;
con decreto ministeriale del 23 aprile 2007, l'allora Ministro dell'interno ha adottato la carta dei valori della cittadinanza e integrazione – condivisa da numerose comunità religiose, tra cui alcune rappresentate anche nel Comitato per l'Islam italiano – al fine di «dare un concetto unitario di cittadinanza e di convivenza tra le diverse comunità nazionali, etniche, e religiose, che si sono radicate negli ultimi anni sul territorio italiano», ponendo le basi per «un patto tra cittadini e immigrati, in vista di una integrazione che vuole conciliare il rispetto delle differenze di cultura e di comportamento legittime e positive con il rispetto dei valori comuni»;
al fine di evitare futuri scontri sul piano culturale, sociale e religioso la collaborazione tra ufficiali e forze politiche assume un ruolo di estrema importanza nel fronteggiare la radicalizzazione delle società islamiche –:
se intenda adottare in tempi rapidissimi incisive ed efficaci misure per contrastare l'estremismo islamico e la sua infiltrazione nella società e procedere, anche con la collaborazione della comunità islamica, ad una mappatura delle moschee, verificando che le loro sedi e le attività che vi si svolgono siano in regola con la normativa vigente e, qualora non lo fossero, assumere per quanto di competenza gli opportuni provvedimenti.
(2-01190) «Galgano, Monchiero».
Iniziative di competenza per verificare la sussistenza dei presupposti per lo scioglimento del comune di Quarto (Napoli), ai sensi dell'articolo 143 del decreto legislativo n. 267 del 2000 – 2-01223
durante l'ultima tornata amministrativa del 30 maggio 2015, al comune di Quarto è stato eletto il sindaco Rosa Capuozzo, esponente del Movimento 5 stelle;
Quarto, comune della provincia di Napoli che conta 40 mila abitanti, era stato precedentemente sciolto per infiltrazioni criminali a seguito di un'inchiesta sull'ingerenza del clan Polverino nelle scelte urbanistiche del territorio;
il 3 novembre 2015 gli organi di informazione hanno diffuso la notizia dell'esistenza di un dossier che documenterebbe il reato di abuso edilizio commesso sull'abitazione di proprietà del marito del sindaco; l'appartamento in questione si troverebbe in via Masullo, a Quarto, e costituirebbe la residenza del sindaco e della sua famiglia;
il fascicolo del dossier, costituito da 10 pagine, è stato fatto recapitare ai consiglieri comunali di opposizione che avrebbero poi provveduto a trasmetterlo ai carabinieri di Quarto;
nei documenti consegnati ai militari dell'Arma ci sarebbero le prove che l'abuso edilizio sarebbe stato commesso dopo il 2003, vale a dire dopo il termine previsto per poter usufruire del condono;
secondo quanto riportato dal quotidiano Il Mattino in un articolo pubblicato il 4 novembre 2015 sull'edizione on-line del quotidiano e firmato da Alessandro Napolitano «il manufatto in questione è lo stesso che ospita la tipografia del marito, la loro abitazione e lo studio legale di Rosa Capuozzo. Secondo l'autore del dossier, però, la richiesta di condono sarebbe stata effettuata entro i termini prescritti e cioè entro il 30 aprile del 2003. Tuttavia, dalla fotografia aerea, datata 12 maggio dello stesso anno, risulta che il sottotetto non era stato ancora realizzato. In pratica si tratterebbe di un abuso non sanabile, in quanto non preesistente alla data indicata»;
nel dossier consegnato ai carabinieri comparirebbe anche il nome dell'ingegnere Rosario Altamonte, che ha firmato il certificato di idoneità statica allegato a corredo della pratica e che risulterebbe indagato in un'inchiesta della direzione distrettuale antimafia sulle infiltrazioni del clan Polverino in alcuni comuni della provincia di Napoli, tra i quali Quarto;
la vicenda relativa ai presunti abusi edilizi commessi dal sindaco di Quarto si intreccerebbe con un altro episodio al centro di un'inchiesta avviata dalla direzione distrettuale antimafia di Napoli e coordinata dal pubblico ministero Henry John Woodcock;
nell'ambito dell'inchiesta della direzione distrettuale antimafia, risulterebbe indagato Giovanni De Robbio, consigliere comunale del Movimento 5 Stelle, partito di cui è espressione lo stesso sindaco, risultato essere il consigliere più votato a Quarto nelle ultime elezioni amministrative;
secondo quanto emergerebbe dalle indagini, De Robbio avrebbe usato la foto che documenterebbe l'illecito commesso dal sindaco per minacciarlo, al fine di ottenere, tra l'altro, l'affidamento del campo di calcio di Quarto all'imprenditore Alfonso Cesarano che lo avrebbe sostenuto in campagna elettorale e che risulterebbe vicino ai clan di camorra che controllano il territorio. Tra le accuse rivolte a De Robbio figurerebbero il voto di scambio oltre che la tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso;
il 6 gennaio 2016, il quotidiano La Stampa, in un articolo a firma di Guido Ruotolo, riporta alcuni stralci di intercettazioni telefoniche che confermerebbero l'accordo tra De Robbio e gli esponenti della camorra locale: «Comincia a chiamarlo. Ha preso 890 voti, è il primo degli eletti. Noi ci siamo messi con chi vince, capito?»;
la telefonata in questione risalirebbe al 1o giugno 2015 e sarebbe stata effettuata, tra il primo e il secondo turno delle elezioni amministrative, dall'imprenditore Cesarano, legato al clan camorrista dei Polverino, per dare indicazioni sul voto per il ballottaggio: «Adesso si deve portare a votare chiunque esso sia, anche le vecchie di ottant'anni. Si devono portare là sopra, e devono mettere la X sul Movimento 5 Stelle»;
attraverso le intercettazioni sarebbe anche stata svelata la contropartita attesa dall'organizzazione criminale: «L'assessore glielo diamo noi praticamente. E lui ci deve dare quello che noi abbiamo detto che ci deve dare. Ha preso accordi con noi. Dopo, così come lo abbiamo fatto salire così lo facciamo cadere»; il consigliere Giovanni De Robbio, espulso dal partito, si è dimesso dal consiglio comunale il 27 dicembre 2015;
a fine dicembre 2015 anche l'assessore al bilancio Umberto Masullo ed il consigliere comunale Fabrizio Manzo hanno rassegnato le dimissioni alle quali, secondo quanto apparso sugli organi di stampa, potrebbero seguirne delle altre;
in un articolo a firma Fiorenza Sarzanini, pubblicato il 12 gennaio 2016 da Il Corriere della Sera, risulta che i vertici nazionali del Movimento 5 Stelle sarebbero stati a conoscenza, sin dal novembre 2015, dei fatti accaduti nel comune di Quarto; in particolare, sono state acquisite agli atti dell'inchiesta alcune intercettazioni risalenti ai 24 novembre 2015, del sindaco Rosa Capuozzo, che in una conversazione con la consigliera comunale del Movimento 5 Stelle Concetta Aprile, affermava: «Io ho già avvertito a Luigi Di Maio anche per l'eventuale espulsione, no ma che stiamo scherzando! Io gli ho detto anche a Luigi che qualche sera ci dobbiamo vedere perché qualsiasi cosa veramente loro ci devono commissariare»;
in un'altra intercettazione datata 17 dicembre 2015 e anch'essa riportata su Il Corriere della Sera del 12 gennaio 2016, il sindaco di Quarto Capuozzo intima: «Bisogna gestire mediaticamente (...) più in silenzio possibile, senza mettere i manifesti»;
il 12 gennaio 2016, il sindaco di Quarto Rosa Capuozzo è stata espulsa dal Movimento 5 Stelle –:
alla luce dell'inquietante sequenza che ha come scenario un comune che è già stato sciolto per infiltrazioni criminali, quali iniziative di competenze intenda assumere il Ministro interpellato e in particolare se non ritenga necessario procedere all'istituzione di una commissione d'indagine, che sia incaricata dell'attività di accesso e accertamento, come previsto dall'articolo 143 del Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, affinché il Ministero dell'interno possa verificare in modo strutturale e accurato se ci sono elementi per lo scioglimento del comune per infiltrazione mafiosa, chiarendo, in tal modo, la verità dei fatti a tutela dei cittadini e della legalità.
(2-01223) «Russo, Brunetta».
Iniziative volte a tutelare le vittime di tratta e di sfruttamento, anche in considerazione dei recenti flussi migratori – 2-01213
negli ultimi mesi un importante flusso di cittadini e cittadine extracomunitari richiedenti protezione internazionale sta interessando il territorio nazionale;
le persone coinvolte nel traffico di esseri umani – in particolare le giovani e giovanissime donne nigeriane sfruttate con l'inserimento coatto nei circuiti di prostituzione – confluiscono sempre più spesso nei percorsi dei richiedenti asilo, come per altro ben rappresentato nel recente «Rapporto sulle vittime di tratta nell'ambito dei flussi migratori misti in arrivo via mare aprile 2014-ottobre 2015» dell'OIM, Organizzazione internazionale per le migrazioni;
le situazioni di violenza, abuso sessuale e negazione sistematica delle basilari condizioni di dignità umana a cui sono sottoposte le donne nigeriane coinvolte richiedono con urgenza un intervento di prevenzione e contrasto del fenomeno;
dunque, risulta fondamentale lavorare sempre più sull'integrazione dei percorsi rivolti a vittime di tratta, rifugiati e richiedenti asilo, per aumentare la capacità di identificare e di fornire assistenza alle vittime di tratta all'interno del sistema di protezione internazionale –:
quali iniziative il Governo intenda porre in essere per:
a) contrastare tale fenomeno, sia in termini di repressione delle reti criminali che lo pongono in essere, sia soprattutto per tutelare e promuovere i diritti, la dignità e l'incolumità fisica delle donne che ne sono vittime;
b) migliorare le collaborazioni tra i diversi sistemi di intervento che direttamente o indirettamente vengono in contatto con il fenomeno (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, dispositivo di accoglienza dei rifugiati, sistema anti-tratta), ad iniziare dalla condivisione di prassi comuni finalizzate all'identificazione e alla tutela delle vittime di tratta e sfruttamento, attraverso la strutturazione di un rapporto di costante interlocuzione fra le diverse componenti che operano nei percorsi rivolti a vittime di tratta, rifugiati e richiedenti asilo;
c) incrementare il budget per consentire il mantenimento e lo sviluppo del sistema di interventi e servizi territoriali che in questi anni, attraverso la collaborazione tra enti locali, forze dell'ordine e soggetti del privato sociale, ha consentito a circa 35.000 persone di sottrarsi alla tratta e ai trafficanti e in molte occasioni di denunciare i loro sfruttatori.
(2-01213) «Martelli, Locatelli, Luciano Agostini, Albanella, Amoddio, Antezza, Brandolin, Brignone, Bruno Bossio, Bueno, Capelli, Carloni, Carocci, Civati, Cimbro, Cominelli, Fassina, Fitzgerald Nissoli, Galgano, Giacobbe, Andrea Maestri, Malisani, Marzano, Mognato, Monaco, Pastorelli, Pastorino, Polverini, Realacci, Santerini, Tentori, Tidei, Zardini».
Iniziative per l'attuazione della disciplina inerente al ruolo direttivo speciale della Polizia di Stato – 2-01219
con l'articolo 14, comma 1, del decreto legislativo n. 334 del 2000 è stato istituito il ruolo direttivo speciale della Polizia di Stato;
il nuovo ruolo direttivo avrebbe dovuto essere costituito, a partire dal 2001 e fino al 2005, secondo le previsioni di cui agli articoli 24 e 25 del decreto legislativo medesimo;
le suddette disposizioni di legge sono rimaste inattuate, in quanto, a partire dal 2001, non è stato bandito alcun concorso per la copertura della dotazione organica del ruolo direttivo speciale, che invece è stato regolarmente costituito nelle altre forze di polizia ad ordinamento militare e nella polizia penitenziaria, con grave danno soltanto per il personale della Polizia di Stato;
ad aggravare la situazione di disparità si è aggiunto l'articolo 1, comma 261, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, con il quale, da ultimo, è stato stabilito che «fino a quando non saranno approvate le norme per il riordinamento dei ruoli del personale delle Forze di polizia ad ordinamento civile e degli ufficiali di grado corrispondente delle Forze di polizia ad ordinamento militare e delle Forze armate, è sospesa l'applicazione dell'articolo 24 del decreto legislativo 5 ottobre 2000, n. 334, e successive modificazioni»;
a seguito della sospensione dell'applicazione dell'articolo 24 citato, con il medesimo articolo 1, comma 261, della legge n. 266 del 2005, il legislatore ha previsto, in via transitoria, che «alle esigenze di carattere funzionale» si dovesse provvedere, in particolare, «mediante l'affidamento, agli ispettori superiori-sostituti ufficiali di pubblica sicurezza “sostituti commissari”, delle funzioni di cui all'articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica 24 aprile 1982, n. 335, e successive modificazioni», ossia «le funzioni di vice dirigente di Uffici o unità organiche in cui, oltre al funzionario preposto, non vi siano altri funzionari del ruolo dei commissari o del ruolo direttivo speciale»;
ai sensi del citato articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica n. 335 del 1982, «gli uffici nell'ambito dei quali possono essere affidate funzioni predette, nonché ulteriori funzioni di particolare rilevanza», sono individuati «con decreto del Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza»;
il legislatore del 2005, pur sospendendo l'applicazione dell'articolo 24 del decreto legislativo n. 334 del 2000, ha previsto una disciplina transitoria che l'amministrazione era tenuta ad attuare nell'attesa dell'emanazione delle nuove norme di riordino dei ruoli del personale delle forze di polizia ad ordinamento civile e degli ufficiali di grado corrispondente delle forze di polizia ad ordinamento militare e delle Forze armate;
le predette disposizioni legislative, anche in questo caso, non hanno mai avuto attuazione, con la conseguenza che in molti uffici o unità organiche in cui, oltre al funzionario preposto, non vi sono altri funzionari del ruolo dei commissari, per quanto normativamente previsti, gli appartenenti al ruolo degli ispettori sono costretti a svolgere – di fatto e in maniera non occasionale o temporanea come previsto dalla legge – non soltanto le funzioni proprie del ruolo direttivo, ma, nei casi di assenza o impedimento del titolare dell'ufficio, anche quelle di vice-dirigente o addirittura di dirigente; e ciò senza che l'ufficio sia stato previamente individuato – in considerazione dell'importanza delle funzioni predette – «con decreto del Capo della Polizia-Direttore Generale della Pubblica Sicurezza»;
pertanto, da dieci anni a questa parte, il Ministero dell'interno sta provvedendo «alle esigenze di carattere funzionale» conseguenti alla sospensione dell'applicazione dell'articolo 24 del decreto legislativo n. 334 del 2000 e successive modificazioni ed integrazioni di fatto in maniera non conforme alla legge;
a fronte di tale prolungata inerzia, in data 3 ottobre 2014, il «Comitato per la tutela degli ispettori della polizia di Stato ed equiparati» (identificato anche con l'acronimo Cotipol) ha formalmente chiesto al Ministero dell'interno di dare attuazione alle disposizioni contenute nell'articolo 1, comma 261, lettera a), della legge n. 266 del 2005;
in mancanza di un'adeguata risposta da parte dell'amministrazione, il Comitato per la tutela degli ispettori della polizia di Stato ed equiparati ha adito il Tar del Lazio, che ha accolto il ricorso con sentenza n. 8328 del 2015, ordinando al Ministero dell'interno di provvedere entro 90 giorni, con decreto del Capo della polizia, alla formale individuazione degli uffici nell'ambito dei quali le funzioni di cui all'articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica n. 335 del 1982 possono essere affidate, così come previsto dall'articolo 1, comma 261, della legge n. 266 del 2005;
a seguito dell'impugnazione del Ministero dell'interno, di recente si è pronunciato anche il Consiglio di Stato con sentenza n. 5251 del 2015, il quale, in accoglimento dell'appello, ha osservato che nella fattispecie «non si ravvisa l'obbligo dell'Amministrazione, nella specie il Ministero dell'interno, di provvedere nei confronti del privato in quanto nel caso in esame l'amministrazione anzidetta se pure vincolata nell’«an» ad assumere l'invocato provvedimento non lo è nel ’quando’; di conseguenza, essendo la materia riservata al potere discrezionale dell'amministrazione, nessun vincolo almeno nel ’quando’, sussisterebbe in capo al Ministero dell'interno di emissione dell'invocato provvedimento»;
ciò nondimeno, il Consiglio di Stato ha precisato che, «logicamente, ciò non vuol dire che l'amministrazione possa “sine die” rimanere inerte ed esimersi dal disciplinare gli adempimenti stabiliti dalla legge»;
il personale interessato rappresenta la quasi totalità dei comandanti degli uffici delle specialità della Polizia di Stato, ossia della polizia stradale, ferroviaria e postale, e dei responsabili delle sezioni della squadra mobile, della Digos e dei commissariati, che da oltre 10 anni stanno subendo intollerabili disparità di trattamento, sia sul piano economico che professionale, rispetto agli omologhi delle altre forze di polizia e tali disparità sono generate in primis da un'amministrazione a giudizio degli interpellanti disattenta nei confronti del proprio personale;
il Capo della polizia, nonostante una specifica richiesta di incontro da parte del Comitato per la tutela degli ispettori della polizia di Stato ed equiparati, riconosciuto dal Tar del Lazio come soggetto unitario di rappresentanza degli appartenenti all'intero ruolo degli ispettori, a quanto risulta agli interpellanti continua a rimanere silente –:
se vi siano particolari ragioni per cui il Ministero dell'interno ha ritenuto di poter dare attuazione, negli anni, soltanto al disposto di cui alla lettera b) dell'articolo 1, comma 261, della legge n. 266 del 2005 e non anche al disposto di cui alla lettera a), quantunque dall'attuazione di quest'ultima non sarebbero derivati maggiori oneri per lo Stato, a differenza della prima;
se, a fronte dell'obbligo di legge e alla luce della citata pronuncia del Consiglio di Stato, il Ministro interpellato ritenga di porre fine allo stato di inerzia, ormai protrattosi per ben dieci anni, e dare finalmente attuazione all'articolo 1, comma 261, lettera a), della legge n. 266 del 2005, previa attuazione dell'articolo 31-quater, comma 6, del decreto del Presidente della Repubblica n. 335 del 1982;
se, in vista delle ormai imminenti modificazioni agli ordinamenti del personale delle forze di polizia di cui all'articolo 16 della legge n. 121 del 1981, come stabilito dalla legge delega n. 124 del 2015, sia intenzione del Ministro interpellato assumere iniziative per provvedere alla previa costituzione del ruolo direttivo speciale della Polizia di Stato, in attuazione dell'articolo 25 del decreto legislativo n. 334 del 2000, al fine di riallineare le qualifiche apicali del ruolo degli ispettori alle omologhe qualifiche degli appartenenti alle altre forze di polizia.
(2-01219) «Dadone, Dieni, Nesci, Nuti, Cecconi, Cozzolino, D'Ambrosio, Toninelli, Agostinelli, Alberti, Baroni, Basilio, Battelli, Benedetti, Massimiliano Bernini, Paolo Bernini, Nicola Bianchi, Bonafede, Brescia, Brugnerotto, Businarolo, Busto, Cancelleri, Cariello, Carinelli, Caso, Castelli, Chimienti, Ciprini, Colletti».
Iniziative di competenza volte ad assicurare la trasparenza nell'affidamento e nella gestione del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti nel comune di Afragola, in provincia di Napoli – 2-01202
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'interno, il Ministro dell'economia e delle finanze, per sapere – premesso che:
nel corso degli ultimi mesi una lunga contrapposizione tra amministrazione comunale di Afragola e la ditta concessionaria dei servizi ambientali ha determinato due diverse procedure, la prima attivata dalla ditta concessionaria, il consorzio Sieco/Gema, la seconda dal comune di Afragola, che hanno prodotto la risoluzione del vigente contratto dei servizi ambientali;
dette procedure di risoluzione contrattuale, a parere degli interpellanti, genereranno un contenzioso che potrà vedere soccombente il comune di Afragola che, negli anni di vigenza del rapporto contrattuale, non avrebbe gestito al meglio le incombenze contrattuali previste;
il comune di Afragola, con protocollo n. 34294 del 21 settembre 2015 e protocollo n. 34999 del 28 settembre 2015, provvedeva all'avvio del procedimento di risoluzione del contratto rep. n. 3474/2013, registrato in Casoria (Napoli) il 1o agosto 2013 al n. 143S-1 tra il comune di Afragola e l'Ati Sieco/Gema;
con determina dirigenziale n. 1207 del 29 ottobre 2015, si provvedeva alla risoluzione in danno del citato contratto;
con determinazione n. 1287 del 18 novembre 2015 avente ad oggetto «Servizio di spazzamento, raccolta e trasporto dei Rifiuti Solidi Urbani differenziati e indifferenziati, compresi quelli assimilati, ed altri servizi di Igiene Pubblica», di fatto, s'indice una procedura di gara del tutto anomala, anche in considerazione del fatto che dal 1o novembre 2015 il comune di Afragola, al pari di tutto il sistema delle autonomie, per gli affidamenti e la gestione delle procedure di gara deve avvalersi, obbligatoriamente, della «stazione unica appaltante»;
di fatto, a tale determinazione, è allegato lo schema di una lettera d'invito riservata, come si evince dalla lettura della determina, a 17 ditte che sono comprese in un elenco che non viene allegato alla determinazione ma che sarebbe disponibile presso gli uffici comunali. Non si comprende questa riservatezza ed il tenere in «ombra» le ditte da invitare a tale anomala procedura;
dalla lettura della citata determinazione emergono una serie di circostanze problematiche. In raffronto con gli oneri che in precedenza sosteneva il comune per un appalto che richiedeva una serie di servizi aggiuntivi di notevole entità per la ditta concessionaria, come ad esempio l'utilizzo di un'area di proprietà del comune per l'allestimento del «cantiere operativo», per la quale era richiesto un canone mensile di 10 mila euro, o come la gestione dell'isola ecologica e di tre centri per la raccolta differenziata, l'innaffiamento stradale nei mesi estivi, la raccolta di foglie, il diserbo di tutte le aree scolastiche di competenza comunale ed altro ancora, si scopre che il previsto appalto, per 12 mesi, comporterà un aumento di spesa, rispetto al canone vigente, di oltre il 20 per cento;
dalla lettura della citata determinazione, si evidenzia a giudizio degli interpellanti un astruso calcolo per determinare la spesa per la fornitura del mezzi occorrenti per il servizio, frutto di un complicato meccanismo che mette insieme oneri di ammortamenti ed oneri per la manutenzione, mancando del tutto un'indicazione banale come quella di indicare se i mezzi da fornire debbono essere nuovi o meno. La cifra indicata per la fornitura dei mezzi è di gran lunga superiore a quella precedentemente prevista che si basava su un piano di ammortamento di mezzi nuovi e da immatricolare. Sarebbe bastato prevedere «un noto a freddo» per avere parametri chiari ed indiscutibili. Stesso ragionamento vale anche per la spesa prevista per la fornitura di attrezzature per le quali si riconosce la totalità del costo dei mezzi forniti, senza precisare se al termine della durata del servizio quelle attrezzature restino o meno di proprietà del comune visto che le ha pagate;
tale richiamata deliberazione non chiarisce le modalità organizzative del servizio da svolgersi, omettendo di indicare la sede del cantiere o l'obbligo, sempre previsto in passato, per la ditta concessionaria di aver il «cantiere operativo» sul territorio di Afragola, ne conferma l'obbligo, precedentemente previsto, che i mezzi da utilizzare siano dotati di «sistema di rilevazione satellitare (GPS) in modo da fornire, oltre alla posizione istantanea, anche il resoconto dei percorsi giornalieri, settimanali e mensili.» Non è indicato l'obbligo di dotarsi, per la ditta concessionaria, di «un numero verde» a disposizione dell'utenza e, comunque, si registrano notevoli deficienze rispetto allo standard qualitativo dei precedenti appalti, seppur in presenza di un aumento di oltre il 20 per cento degli oneri a carico del comune di Afragola;
in proposito, la locale prefettura, più volte sollecitata da consiglieri comunali e da atti ispettivi proposti da altri parlamentari, non è mai intervenuta rispetto alla gestione, ad avviso degli interpellanti, illegale ed illegittima del settore che ha determinato, anche, un continuo abbassamento della percentuale di raccolta differenziata, sempre al di sotto delle quote minime richieste per legge, senza che sia intervenuto nessun provvedimento da parte degli organismi prefettizi che devono sovraintendere al rispetto delle quote obbligatorie previste per legge ed ad attivare le sanzioni consequenziali sino alla procedura di scioglimento del consiglio comunale –:
di quali elementi disponga il Governo in ordine a quanto esposto in premessa e quali iniziative, per quanto di competenza, abbia assunto o intenda assumere, anche tramite la competente prefettura e l'unità tecnica amministrativa di cui all'ordinanza del Presidente del Consiglio dei ministri n. 3920 del 28 gennaio 2011, in relazione alle segnalazioni e alle istanze dei consiglieri comunali di Afragola, con particolare riferimento all'opportunità di promuovere un doveroso monitoraggio della grave situazione nel settore della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti nell'area in questione e di evitare eventuali nuove situazioni di emergenza;
se non si intenda promuovere una verifica dei servizi ispettivi di finanza pubblica della Ragioneria generale dello Stato in merito alla regolarità e all'economicità dell'affidamento di cui in premessa, eventualmente in collaborazione con l'Autorità nazionale anticorruzione, in virtù del protocollo di intesa dell'11 febbraio 2015, considerato che sono state seguite procedure, a giudizio degli interpellanti, dubbie sul piano della trasparenza e del rispetto della normativa vigente e che si tratta della gestione di un servizio pubblico per il quale è prevista una spesa annuale di quasi 8 milioni di euro a carico del bilancio dell'ente;
nell'ambito di tali verifiche, se e quali iniziative si intendano assumere per chiarire come si concili con le procedure di legge l'indizione di una gara con modalità a giudizio degli interpellanti «anomale», posto che è stato acquisito il necessario c.i.g. (codice identificativo gara) n. 64546208EB prima ancora dell'approvazione e della pubblicazione dei relativi atti di gara e prima ancora dell'approvazione e della pubblicazione della determinazione dirigenziale n. 1207 del 29 ottobre 2015, con la quale si approvava la risoluzione in danno del precedente contratto d'appalto.
(2-01202) «Castiello, Brunetta».
Iniziative di competenza volte a garantire l'autonomia scolastica in ordine ai programmi relativi all'educazione all'affettività e al contrasto alle discriminazioni – 2-01203
in data 1o settembre 2015 il consiglio regionale del Veneto ha approvato con 24 voti favorevoli e 9 contrari la mozione consiliare «La scuola non introduca ideologie destabilizzanti e pericolose per lo sviluppo degli studenti quali l'ideologia gender»;
i presupposti della mozione che impegna la giunta regionale ad intervenire nelle scuole di ogni ordine e grado della regione Veneto sono oltremodo discutibili, sia riguardo alla veridicità di quanto scritto, sia per la visione a giudizio degli interpellanti alquanto mistificatoria e retrograda in merito all'educazione all'affettività che da anni ispira i programmi delle scuole della Repubblica. Nel testo della mozione si legge che: «In alcuni casi purtroppo l'educazione all'affettività è diventata sinonimo di educazione alla genitalità, priva di riferimenti etici e morali, discriminante per la famiglia fatta da un uomo e da una donna, che induce una sessualizzazione precoce dei ragazzi – in Paesi dove simili strategie sono state applicate, come in Inghilterra e in Australia, questo ha portato ad una sessualizzazione precoce della gioventù, con conseguente aumento degli abusi sessuali (anche tra giovani), dipendenza dalla pornografia, all'attività sessuale prematura con connesso aumento di gravidanze ed aborti già nella prima adolescenza, e all'aumento della pedofilia – i risultati delle indagini sociologiche dimostrano come ritardare l'inizio dell'attività sessuale e ridurre il numero di partner aumenti le possibilità di intrattenere relazioni stabili e riduca i problemi psicologici quali la depressione, specialmente nelle ragazze»;
oltre alla contrarietà allo svolgimento nelle scuole di educazione all'affettività secondo criteri di parità e di correttezza educativa riconosciute da tutte le democrazie occidentali, la mozione dedica un'ampia parte alla fantomatica «ideologia gender», invenzione creata dalle componenti religiose più conservatrici e retrograde. Una strategia comunicativa di reazione all'autodeterminazione delle donne e recentemente utilizzata come strumento di reazione negativa all'equiparazione dei diritti e all'accettazione sociale delle persone lgbt, creando paura e terrore nei genitori per far credere che i programmi educativi che contrastano le discriminazioni e gli stereotipi di genere mirano all'omosessualizzazione dei bambini o all'annullamento delle differenze biologiche fra maschi e femmine;
l'evidente intento di conservazione dei pregiudizi e delle discriminazioni della mozione è reso in modo plastico da questo passaggio: «Errate convinzioni vorrebbero equiparare ogni forma di unione e di famiglia e giustificare e normalizzare qualsiasi comportamento sessuale»; da ciò è richiesto alla giunta regionale del Veneto che: «Siano coinvolte le famiglie nella predisposizione dei progetti sull'affettività e sulla sessualità e nell'opera di educazione, rendendo i loro contenuti trasparenti ed evitando il contrasto con le convinzioni religiose e filosofiche dei genitori – sia oggetto di spiegazione e di studio la ragione per la quale la nostra Costituzione, all'articolo 29, privilegia la famiglia come “società naturale fondata sul matrimonio”, della quale riconosce gli speciali diritti, diversamente da ogni altro tipo di unione – si educhi a riconoscere il valore e la bellezza della differenza sessuale e della complementarietà biologica, funzionale, psicologica e sociale che ne consegue»;
la mozione contiene numerosi riferimenti alla prerogativa delle famiglie di decidere e sovrintendere all'educazione dei propri figli in ambito scolastico;
il diritto delle famiglie all'educazione dei propri figli e alla trasmissione dei propri valori è un diritto riconosciuto e legittimo, ma non può essere utilizzato per la trasmissione di pregiudizi o di preconcetti;
nella formazione della persona umana è compito riconosciuto e conclamato della scuola dare ai ragazzi tutti gli strumenti per comprendere la società e relazionarsi con gli altri, senza pregiudizi o comportamenti discriminatori;
la vicenda in questione appare assai discutibile anche sotto il profilo del rispetto dell'assetto delle competenze, definito a livello costituzionale, relativo ai rapporti Stato-regioni, considerata oltretutto l'estrema delicatezza della materia;
il 6 ottobre 2015 il consiglio regionale della Lombardia ha approvato con deliberazione X/856 la «mozione concernente l'educazione sessuale e il contrasto alla diffusione della teoria gender nelle scuole lombarde» n. 500 che impegna la giunta regionale ad intervenire presso il Ministro interpellato e l'ufficio scolastico regionale sulla medesima materia della mozione approvata dal consiglio regionale del Veneto –:
quali iniziative di competenza si intendano adottare per impedire che le regioni esulino dalle proprie attribuzioni con riferimento ai programmi scolastici relativi all'educazione all'affettività e al contrasto alle discriminazioni;
quali iniziative il Ministro interpellato intenda adottare per tutelare gli insegnanti e i dirigenti scolastici che non vorranno tener conto di interventi – quale quello segnalato in premessa – a giudizio degli interpellanti di natura propagandistica e basati su discriminazione, pregiudizio e omofobia.
(2-01203) «Scotto, Franco Bordo, Marcon».
Iniziative di competenza per salvaguardare i livelli occupazionali dei consorzi di imprese che gestiscono i servizi di pulizia delle scuole – 2-01218
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro dell'istruzione, dell'università e della ricerca, il Ministro del lavoro e delle politiche sociali, per sapere – premesso che:
dal 29 dicembre 2015 i consorzi di imprese che gestiscono i servizi di pulizia e di decoro delle scuole, a fronte delle incertezze di quanto interverrà dopo il 31 marzo 2016, hanno attivato le procedure di licenziamento collettivo ai sensi della legge n. 223 del 1991 e successive modifiche per 6124 lavoratori in tutto il Paese;
i consorzi di imprese Manital e Ciclat, che operano nei lotti che interessano il territorio della Campania e le province di Napoli, Salerno, Caserta, Avellino e Benevento, hanno formalizzato una esuberanza di 3180 lavoratori ex LSU ed appalti storici, di cui 2402 sul territorio di Napoli e Salerno e 778 sul territorio di Caserta, Avellino e Benevento;
il 28 marzo 2014 è stato sottoscritto un accordo presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali con cui il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca si impegnava, al fine di garantire la continuità del servizio di pulizia nelle scuole dei lotti non ancora aggiudicati da Consip nelle regioni Sicilia e Campania, a comunicare alla Presidenza del Consiglio dei ministri uno schema di decreto-legge recante misure urgenti per l'istruzione che disponesse che le istituzioni scolastiche delle regioni in questione avrebbero acquisito, a partire dal 1o aprile 2014, i servizi di pulizia rivolgendosi a quegli stessi raggruppamenti di imprese che li avevano assicurati sino al 31 marzo 2014 alle condizioni tecniche del capitolato Consip ed a condizioni economiche pari alla media delle aggiudicazioni delle regioni in cui sono attive quelle convenzioni;
nello stesso accordo il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca si impegnava, anche al fine di risolvere definitivamente la problematica occupazionale conseguente alla riduzione degli affidamenti derivanti dalle espletate gare Consip e riguardante le lavoratrici e i lavoratori ex LSU ed appartenenti ai cosiddetti «appalti storici», ad utilizzare risorse complessive pari a 450 milioni di euro a decorrere dal 1o luglio 2014 e sino al 31 marzo 2016 per lo svolgimento, da parte del personale adibito alla pulizia delle scuole, di ulteriori attività consistenti in interventi di ripristino del decoro e della funzionalità degli immobili adibiti ad edifici scolastici;
il decreto-legge n. 58 del 2014, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 87 del 2014, ha autorizzato le istituzioni scolastiche ed educative nelle regioni in cui non è attiva la convenzione-quadro Consip all'acquisto dei servizi di pulizia fino e non oltre il 31 dicembre 2014;
la delibera del Cipe del 30 giugno 2014 ha sbloccato 110 milioni di euro, da abbinare a 40 milioni di euro in capo al Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca, per gli interventi di piccola manutenzione, decoro e ripristino che avrebbero interessato alcune migliaia di plessi scolastici nel corso del 2014;
la legge n. 190 del 2014 ha successivamente modificato tale situazione modificando il testo della legge n. 87 del 2014 già citata al fine di ricomprendervi anche il 2015, sino al 31 luglio;
il decreto del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca n. 117 del 2015 ha poi finalizzato al mantenimento del decoro e della funzionalità degli immobili scolastici la somma complessiva, a livello nazionale, di 130 milioni di euro per il periodo intercorrente tra il 1o gennaio 2015 ed il 30 giugno 2015;
per l'anno 2015-2016, invece, a partire dal 16 luglio 2015 sono entrate in vigore le nuove disposizioni normative contenute nell'articolo 1 comma 174, della legge n. 107 del 2015 con cui si è ulteriormente modificata la legge n. 87 del 2014 prolungando l'autorizzazione per le istituzioni scolastiche ed educative nelle regioni in cui non è attiva la convenzione-quadro Consip all'acquisto dei servizi di pulizia fino a non oltre il 31 luglio 2016 dai raggruppamenti e imprese che li avevano assicurati alla data del 31 marzo 2014;
il decreto del Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca n. 596 del 2015 ha destinato 10 milioni di euro ad interventi di manutenzione e decoro come anticipo del secondo semestre 2015;
il 15 ottobre 2015 è stata assegnata alle scuole la rata relativa ai 50 milioni di euro ex delibera del Cipe previsti dal decreto-legge n. 154 del 2015, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 189 del 2015;
il 16 dicembre 2015 il Ministero dell'istruzione, dell'università e della ricerca ha assegnato alle scuole l'ultima rata di 50 milioni relativa al secondo semestre 2015;
il 30 luglio 2015 è stato sottoscritto con le segreterie nazionali di Cgil, Cisl E Uil e di Filcams Cgil, Fisascat Cisl E Uiltrasporti Uil, in sede di Presidenza del Consiglio dei ministri, unitamente ai Ministeri interessati, un accordo quadro al fine di esaminare le problematiche occupazionali e di reddito concernenti le problematiche dei cosiddetti ex LSU ed «appalti storici», in vista della data del 31 marzo 2016;
in assenza di nuove determinazioni è evidente come, a decorrere dal 1o aprile 2016, termineranno gli stanziamenti finanziari e di conseguenza i lavori di decoro;
si tratta dell'ennesimo colpo drammatico ai lavoratori ed in particolare a quelli del Mezzogiorno e della Campania, già falcidiati dalla crisi economica, in cui le percentuali di disoccupazione (specie femminile e giovanile) sono in costante crescita –:
se non ritengano di dover assumere iniziative urgenti al fine di salvaguardare il livello occupazionale ed il salario dei lavoratori coinvolti nella procedura di licenziamento collettivo, nonché garantire servizi di pulizia, igiene e decoro alle strutture scolastiche frequentate quotidianamente da una vasta utenza di studenti, personale scolastico e famiglie;
se non ritengano di dover aprire, in tempi rapidi e non rinviabili, il tavolo di concertazione, di cui all'accordo quadro, con tutte le parti sociali interessate al fine di trovare una soluzione alternativa;
se non ritengano fondamentale evitare il blocco dei lavori di pulizia e di decoro degli istituti scolastici della Campania, del Mezzogiorno e dell'intero Paese.
(2-01218) «Scotto, Franco Bordo, Giancarlo Giordano».
Elementi in merito alle anomalie di funzionamento del Centro Olio Val d'Agri dell'Eni e iniziative volte a salvaguardare l'ambiente e la salute della popolazione in relazione all'attività degli impianti petroliferi – 2-01216
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dello sviluppo economico, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, il Ministro della salute, per sapere – premesso che:
nel centro Cova di Viggiano sito in provincia di Potenza si è registrata di recente l'ennesima «sfiammata», come viene definita in gergo tecnico;
sono state innumerevoli le anomalie registrate al Cova (si pensi solo alle fiammate), tanto nonostante il «tuttappostismo» e le rassicurazioni «di routine» da parte degli enti preposti. Ma stavolta è diverso: forse è la prima volta che dal Cova arriva un video (della tv pubblica) così esplicito, capace di sintetizzare il «paradosso petrolifero» lucano;
la torcia si è alzata di diverse decine di metri creando allarme nella popolazione che continua ad essere tenuta all'oscuro di cosa stia accadendo. Si è ancora in attesa di conoscere dalla regione Basilicata e dall'Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse quali siano i motivi tecnici di tali fiammate, quali i pozzi che produrrebbero quantitativi di gas in pressione non gestibili dall'impianto e se dell'evento (come lo chiamano le compagnie) sia data comunicazione agli enti titolati della sicurezza;
nel frattempo la direzione distrettuali antimafia di Potenza indaga ben 37 persone per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale. Tra gli indagati ci sono nove dipendenti dell'Eni, una decina di imprenditori, quattro ex dirigenti dell'Arpab, funzionari regionali e della provincia di Potenza, varie società del settore ambientale e due rappresentanti del Tecnoparco;
l'inchiesta sul Centro olio Val d'Agri era venuta alla luce a febbraio del 2014 con un primo «blitz» dell'antimafia. Da allora l'ipotesi di reato indicata resta quella del «traffico di rifiuti», ma i filoni d'indagine si sono moltiplicati;
sul tavolo degli inquirenti c’è il tema della corretta qualificazione dei reflui, che sono il prodotto della componente acquosa separata dai greggio destinato alla raffineria, più tutte le sostanze utilizzate per estrarlo e prepararlo all'immissione nell'oleodotto in direzione Taranto;
dalla qualificazione del rifiuto prodotto dipende anche il tipo di trattamento da adottare per smaltirlo correttamente. E il sospetto degli investigatori del Noe dei carabinieri è che per anni non sia stato fatto nella maniera giusta, trascurando la presenza di elementi tossici ed esponendo al rischio di contaminazione non solo i lavoratori dell'impianto di smaltimento, ma anche l'ambiente dove al termine del trattamento vengono sversate le acque «ripulite»;
tra i quesiti sottoposti al super consulente si parlava anche delle autorizzazioni concesse all'impianto della compagnia di San Donato dalla regione Basilicata. Un doppio «via libera», per essere precisi, dato che nel giro di 3 mesi la regione ha concesso prima l'autorizzazione integrata ambientale al Centro olio e poi l’«ok» al suo ampliamento con la realizzazione di una quinta linea capace di aumentare la produzione di greggio in maniera più che notevole;
oltre a quello sulla gestione dei reflui di produzione i pubblici ministeri diretti dal procuratore Gay avevano aperto subito anche altri 2 filoni d'indagine sulle emissioni prodotte dal Centro olio e sui loro effetti sulla salute dei lavoratori di Eni e indotto petrolifero;
per questo i carabinieri del Noe avevano già acquisito tutti i dati a disposizione delle centraline dell'Eni che monitorano in continuo quanto viene emesso in atmosfera: sia il dato «grezzo», sia quello certificato dalla Ecb di Potenza, che in caso di superamento delle soglie autorizzate andrebbe auto-denunciato da Eni. Cosa che si sospetta non sia sempre avvenuta;
da ultimo gli inquirenti si erano posti il problema degli effetti delle emissioni del Centro olio, quindi avevano acquisito gli elenchi dei lavoratori che gli gravitano attorno. In tutto si parla di oltre 5 mila nominativi di persone potenzialmente «esposte» agli inquinanti immessi in atmosfera;
l'indagine della procura fa intravedere il fondo scuro e denso del barile, dove rileva un'altra storia italiana che ha i nomi cambiati ma trame analoghe a quelle dell'Ilva, del petrolchimico di Porto Marghera e delle centrali di Porto Tolle e di Vado Ligure. Le denunce ignorate. Gli avvisi di garanzia a imprenditori amici e portati in palmo di mano dai politici, le istituzioni e i tecnici che abdicano al ruolo di tutori e controllori diventando, con le loro «distrazioni», i primi garanti dell'impunità di chi arricchendosi inquina. E inquinando ancora di più. Lavoratori e residenti stretti nel ricatto tra il posto, l'abbaglio di una ricchezza sussidiata e la salute;
tutti hanno assecondato imprudentemente attività di estrazione di idrocarburi a ridosso di dighe, centri abitati, sorgenti, aree a rischio frana e a rischio sismico, in zone protette a ridosso di parchi. Appare agli interpellanti follia autorizzare l'ubicazione di uno stabilimento a rischio di incidente rilevante, qual è il Centro Olio Eni, a ridosso di un invaso di importanza strategica come il Pertusillo;
l'inchiesta tocca anche la casa del controllore, dove molti funzionari regionali e Arpab indagati per questa vicenda sono anche rinviati a giudizio per disastro ambientale nella vicenda Fenice, inceneritore di San Nicola di Melfi, nato vent'anni fa e oltre a servizio della Fiat di Melfi. L'indagine sulla Val D'Agri ipotizza anche emissioni in eccesso dell'impianto della compagnia di San Donato, in via di potenziamento anche grazie a due autorizzazioni arrivate nel giro di tre mesi;
vengono indagati tutti i vertici dell'Arpab, vecchi e nuovi funzionari. Sotto la lente i tanti pareri tecnici forniti negli anni per contenere le ansie e gli allarmi di residenti e ambientalisti sulla nocività delle emissioni dell'impianto che ora sono oggetto dell'attenzione di magistrati. «I livelli degli inquinanti, soprattutto idrogeno solfato, sono inferiori ai limiti previsti dalle norme», ripeteva ancora pochi mesi fa il direttore Bove, «Abbiamo a cuore i temi dell'ambiente che preserviamo con continui controlli e ammodernamenti», gli faceva eco Roberta Angelini, responsabile sicurezza e ambiente del Distretto Meridionale Eni (Dime). Entrambi sono indagati, proprio per quei pareri. Non a caso la mattina stessa del blitz al Centro Olio sono stati effettuati campionamenti da sottoporre ai tecnici della procura. In altre parole: sono stati fatti ora quei controlli che la regione Basilicata e l'Arpab avrebbero dovuto eseguire già da molto tempo per tutelare i cittadini lucani;
inoltre l'Associazione italiana dei registri tumori ha registrato che la Basilicata ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale –:
se si ritenga che sussistano i presupposti per avviare, tramite l'Istituto superiore di sanità e l'Istituto per la protezione e la ricerca ambientale, un'indagine epidemiologica in relazione agli effetti sulla popolazione dell'attività estrattiva per verificare se il quantitativo di acqua trattata rappresenti un pericolo per le popolazioni del territorio, per la salute e per la catena alimentare e per fare chiarezza sulla situazione e su eventuali rischi per l'uomo e per l'ambiente;
quali iniziative si intendano intraprendere, anche sul piano normativo, per obbligare le società operanti in aree come quelle descritte in premessa ai dovuti investimenti in sicurezza ambientale e per la salvaguardia dei lavoratori e della salubrità delle popolazioni;
se non si ritenga di dovere, con urgenza, assumere iniziative per rivedere al ribasso tutte le soglie di legge per gli inquinanti idrogeno solforato (H2S), biossido di zolfo (S02), idrocarburi policiclici aromatici, composti organici volatili, nonché tutte le sostanze riconducibili alle attività petrolifere, al fine di allinearle ai valori stabiliti dall'Organizzazione mondiale della sanità.
(2-01216) «Liuzzi, Crippa, Da Villa, Cancelleri, Fantinati, Vallascas, Colonnese, Cominardi, Corda, Daga, Dall'Osso, De Lorenzis, De Rosa, Del Grosso, Della Valle, Dell'Orco, Di Battista, Di Benedetto, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, Di Vita, D'Incà, D'Uva, Ferraresi, Fico, Fraccaro, Frusone, Gagnarli, Gallinella, Luigi Gallo, Silvia Giordano».
Iniziative volte a garantire l'operatività delle centrali elettriche della Sardegna e a tutela del sistema industriale e produttivo della regione, con particolare riferimento al riavvio dello stabilimento Alcoa di Portovesme – 2-01221
le centrali elettriche sarde sono state escluse dal regime di essenzialità, ovvero non avranno più il riconoscimento di centrali strategiche;
la comunicazione finale e ufficiale, con la trasmissione alle sedi legali delle centrali della decisione assunta dall'Authority e resa operativa da Terna;
le centrali di Portotorres, Portovesme e Ottana non saranno più supportate da un riconoscimento economico insulare per la loro gestione;
non avranno contributi per sopperire ai maggiori costi gestionali legati al rischio di black out derivanti dall'essere un'isola;
in sostanza, senza contributo gestionale chiudono;
Terna garantisce la continuità elettrica, ma lo fa senza alcun tipo di sicurezza e soprattutto mettendo in conto il drastico taglio del consumo di energia in Sardegna legato alla chiusura della gran parte dell'apparato industriale e produttivo sardo;
la società di gestione della trasmissione elettrica, Terna, sostanzialmente garantisce per il futuro l'energia fondando questa affermazione sulla permanente fine della produzione industriale;
si tratta di una decisione gravissima perché il taglio dell'essenzialità alle centrali sarde è di fatto l'annuncio del «funerale» al sistema produttivo sardo, da quello di Porto Torres a quello di Portovesme, passando per Ottana che potrebbe chiudere già dalle prossime settimane;
un colpo letale alla Sardegna consumato nello scandaloso silenzio della giunta regionale ad avviso degli interpellanti sempre più incapace di affrontare la gestione di queste vertenze strategiche per l'isola;
con questa decisione si aggrava su due fronti la situazione del comparto industriale sardo, da una parte si pregiudica la quantità di energia disponibile e dall'altra, garantendo l'affidabilità del sistema elettrico, si mette in seria discussione il regime di interrompibilità e super interrompibilità in discussione a Bruxelles per le industrie energivore, tra le quali Alcoa e Portovesme srl;
sulla vertenza Alcoa, a distanza di tre anni dalla chiusura degli impianti, non è stato fatto un solo passo in avanti sulla questione energetica;
con questo passaggio dell'Authority si pregiudica alla radice la vertenza Alcoa e si creano seri problemi alla Portovesme srl;
è evidente che Terna, dando le assicurazioni di totale affidabilità della trasmissione elettrica in Sardegna, ha sostanzialmente e contemporaneamente detto che non servono regimi di interrompibilità;
tutto questo sta avvenendo con il silenzio del Governo e della giunta regionale;
si stanno drammaticamente precostituendo scenari tecnici che avranno un effetto letale sul sistema produttivo industriale sardo;
ad Ottana con la decisione di negare il regime di essenzialità a Ottana Energia il risultato rischia di essere catastrofico;
è possibile che già nelle prossime settimane la proprietà decida di chiudere la centrale e questo finirebbe per pregiudicare anche il futuro di Ottana Polimeri compreso l'acquisto dell’asset di Eni necessario a chiudere la filiera del piano energetico (pet) in Sardegna;
in questa direzione appare evidente il rischio della fine di qualsiasi tipo di attività industriale in Sardegna;
a Porto Torres, oltre alla difficile situazione della centrale elettrica di Fiume Santo, dimezzata di fatto nella sua potenzialità con il taglio dell'essenzialità che rischia di essere anch'essa dismessa, si aggiunge la fuga dell'Eni e di società contigue dalla partita della «chimica verde», nonché dei soggetti che sino a qualche mese fa l'hanno venduta come un'importante riconversione in chiave di nuovo sviluppo;
la decisione di cedere a terzi quell’asset è la conferma dell'incapacità di perseguire progetti seri di sviluppo;
sin dal 2012 veniva presentato un «fantomatico» Piano Sulcis con improbabili previsioni finanziarie che ad oggi non hanno prodotto nemmeno un cantiere aperto e la chiusura di due asset importantissimi come la Carbosulcis e Alcoa, oltre alla mancata riapertura di Eurallumina;
sulla vicenda Alcoa il fallimentare confronto con la Commissione europea ha portato ad un risultato inutile e insignificante visto che la concessione di appena due anni di interrompibilità risulta totalmente inadeguata a soddisfare le previsioni indicate nel famoso memorandum sottoscritto dal Governo con la multinazionale Glencore;
in quel memorandum si chiedevano dieci anni minimo di continuità elettrica sotto regime di interrompibilità, ne sono stati concessi due e con valori decisamente diversi;
è evidente che si tratta di un risultato inutile visto che quello stabilimento ha bisogno di oltre un anno per essere riavviato e di investimenti rilevanti non ammortizzabili in un solo anno;
il Governo ha annunciato in occasione dell'ultimo incontro l'interessamento di un possibile acquirente parlando di una certa Sider Alloys, società svizzera ma gestita da italiani;
si tratta di una società che non detiene alcuno stabilimento e non ha mai gestito unità produttive, né di alluminio né di altro –:
se non si ritenga di dover predisporre, alla stregua di altre realtà come l'Ilva, un apposita iniziativa normativa urgente che possa affrontare concretamente le vicende industriali della Sardegna;
se non si ritenga di dover seriamente pensare all'intervento pubblico nel governo del processo di riavvio dello stabilimento Alcoa alla pari di quello che sta avvenendo per altri settori strategici;
se non si ritenga di dover prevedere il riconoscimento dell'alluminio primario come settore strategico nazionale e di assumere iniziative per estendere le procedure straordinarie previste per l'Ilva anche per lo stabilimento Alcoa di Portovesme;
se non si ritenga di dover adoperarsi per persuadere le principali società di produzione elettriche presenti in Sardegna affinché vengano predisposti contratti bilaterali per la fornitura di energia elettrica;
se non si ritenga nell'iniziativa normativa sopra citata di prevedere la proroga del regime di essenzialità per le centrali elettriche sarde proprio in virtù delle condizioni insulari;
se non si ritenga di dover intervenire presso le società impegnate nel processo di «chimica verde» per evitare ulteriori azioni tese a depauperare le opportunità occupazionali;
se non si ritenga di dover fornire un quadro esatto dei risultati del «piano Sulcis» rispetto a tutti gli interventi previsti;
se non si ritenga di dover con urgenza fornire indicazioni sulla società Sider Alloys e perseguire una «soluzione pubblica» per il riavvio dello stabilimento Alcoa di Portovesme.
(2-01221) «Pili, Pisicchio».
Iniziative per garantire la piena compatibilità ambientale dell'elettrodotto «Udine Ovest-Redipuglia» in Friuli Venezia Giulia – 2-01222
su ricorso delle realtà territoriali, il Consiglio di Stato il 23 luglio 2015 ha annullato il decreto di valutazione di impatto ambientale 21 luglio 2011 e le autorizzazioni conseguenti, per un elettrodotto di Terna in Friuli Venezia Giulia lungo circa 39 chilometri, con sostegni alti anche 61 metri;
il Consiglio di Stato ha affermato che l'intero procedimento che ha portato all'approvazione definitiva del progetto Terna è viziato in radice perché il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ha effettuato illegittimamente un bilanciamento di interessi che non gli compete e non ha esercitato la funzione di tutela di cui è per legge titolare;
il Consiglio di Stato ha anche precisato che la tutela paesaggistica ha specialissima dignità in quanto prevista dall'articolo 9 della Costituzione: «Se il giudizio sull'impatto paesaggistico e negativo, il MIBAC, per quella che è la sua parte, non può, compiendo un'inammissibile scelta di merito fondata sull'esigenza di dare priorità ad altri e non suoi interessi, esprimere un parere sviato, per quanto condizionato al rispetto di alcune prescrizioni»;
a seguito della sentenza del Consiglio di Stato è stata disposta la sospensione dei lavori;
ai primi di ottobre 2015 Terna ha presentato al Ministero dello sviluppo economico un'istanza per un nuovo provvedimento, in luogo di quello annullato dal Consiglio di Stato;
l'istanza presentata da Terna sembra mirare al rinnovo del solo contributo del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, specificamente stigmatizzato dal Consiglio di Stato, e non dell'intero procedimento di valutazione di impatto ambientale comunque annullato;
nessuna notizia sulla vicenda si trae dal sito del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare;
il piano energetico della regione Friuli Venezia Giulia, approvato il 22 dicembre 2015, contiene nelle diverse sezioni affermazioni che appaiono incomplete relativamente ai contenuti ed agli effetti della sentenza del Consiglio di Stato: per un verso, ignorando il vizio di illegittimità dell'autorizzazione («il progetto dell'elettrodotto a altissima tensione (380 kV) di collegamento della Stazione elettrica di Redipuglia (GO) con la stazione elettrica di Udine Ovest (UD), autorizzato dal Ministero dello sviluppo economico con decreto n. 239/EL-146/181/2013 del 12 marzo 2013, e cantierizzato» e «Oltre al progetto già autorizzato dell'elettrodotto a altissima tensione Redipuglia – Udine Ovest, sono stati autorizzati i seguenti progetti...»); per l'altro verso, riconoscendo che «è stata dichiarata l'illegittimità del provvedimento di compatibilità ambientale n. 411 del 21 luglio 2011 e di conseguenza anche dell'autorizzazione alla costruzione numero 239/EL146/181/2013 del 12 marzo 2013, con particolare riferimento al parere rilasciato dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo (MIBACT). Tale sentenza ha portato alla sospensione dei lavori di realizzazione dell'elettrodotto a 380 kV in doppia tema» S.E. Udine Ovest – S.E. Redipuglia «(ultimato al 70 per cento) con anche il conseguente non smantellamento delle linee elettriche obsolete», aggiungendo: «La Regione chiede la rapida ripresa del percorso autorizzatorio al fine di riprendere i lavori rimasti in sospeso per rendere più efficiente il sistema elettrico regionale risolvendo le interruzioni di rete che gravano sul sistema industriale regionale» –:
quali iniziative intenda adottare il Ministro interpellato per garantire oggi la piena compatibilità ambientale dell'elettrodotto «Udine Ovest-Redipuglia», la cui valutazione di impatto ambientale è stata annullata dal Consiglio di Stato a seguito dell'impugnativa delle comunità locali che devono, pertanto, oggi essere rassicurate sulle caratteristiche dell'impianto;
quali iniziative intenda assumere il Ministro interpellato per il rifacimento ex novo della valutazione di impatto ambientale sull'elettrodotto in questione, anche ai sensi dell'articolo 29, comma 5, del decreto legislativo n. 152 del 2006, che vagli le alternative realizzative a partire dall'interramento della linea aerea, il rifiuto del quale sembra apodittico nella sentenza del Consiglio di Stato;
se il Ministro interpellato non ritenga in ogni caso necessario approfondire la conoscenza dell'odierna condizione dei territori interessati dall'opera, investendo su veri confronti con le comunità locali, per una valutazione ambientale partecipata, condivisa e pienamente riferita all'attuale realtà dei territori interessati.
(2-01222) «Pellegrino, Scotto».
Elementi ed iniziative di competenza in merito al riordino dei punti nascita della regione siciliana, con particolare riferimento alla salvaguardia del punto nascita di Petralia Sottana, in provincia di Palermo – 2-01220
nel mese di settembre 2015 l'assessore alla salute della regione Siciliana, onorevole. Baldo Gucciardi, ha reiterato al Ministero della salute la proposta di deroga per il mantenimento di alcuni punti nascita per particolari condizioni orografiche ed esattamente: Licata (Agrigento), Mussomeli (Caltanissetta), Bronte (Catania), Nicosia (Enna), Petralia Sottana (Palermo) e Santo Stefano di Quisquina (Agrigento) con rassicurazioni circa l'intervento dello stesso assessorato sui direttori generali delle rispettive aziende per la messa in sicurezza dei punti nascita eventualmente in deroga;
il 31 dicembre 2015 il Ministero della salute ha decretato, fra gli altri, la chiusura definitiva del punto nascite dell'ospedale di Petralia Sottana, non concedendo la deroga ai parametri nazionali, gettando così nello sconforto e nel panico l'intero territorio madonita;
l'ospedale di Petralia Sottana ha da sempre rappresentato un punto strategico per tutte le Madonie;
dalle deroghe concesse agli altri nosocomi si evince una disparità delle scelte operate dal Ministero della salute. La deroga, infatti, secondo il protocollo metodologico elaborato dal Comitato percorso nascita nazionale per la valutazione delle richieste di mantenere in attività i punti nascita con volumi inferiori ai 500 parti/annui, può essere concessa ai centri in condizioni orogeografiche difficili (articolo 1 del decreto ministeriale 11 novembre 2015);
a) Licata: 422 parti e alcuni disallineamenti, fra la cui mancanza di guardia attiva 24 ore su 24 di ginecologo, anestesista e neonatologo;
b) Bronte: 267 parti e alcuni disallineamenti fra cui la mancanza di guardia attiva 24 ore su 24 di ginecologo, anestesista e neonatologo;
c) Petralia Sottana: 128 parti e alcuni disallineamenti fra cui la mancanza di guardia attiva 24 ore su 24 di ginecologo, anestesista e neonatologo;
nel presidio ospedaliero in questione, nell'ultimo quinquennio (2010-2014) le interruzioni volontarie di gravidanza sono state 1293, con una media annua di 258,6, mentre gli interventi di ginecologia ammontano a 249, 49,8 annui;
questa scelta, pertanto, rappresenta un'ulteriore perdita di diritti delle donne, nel tempo acquisiti anche grazie alle tante battaglie femminili;
il territorio madonita è una delle cosiddette aree interne del Paese, selezionato come area prototipale per la Sicilia relativamente alla Strategia nazionale per le aree interne;
la mancata concessione della deroga al punto nascite di Petralia è in assoluta contrapposizione, con il lavoro svolto dal dipartimento nazionale della coesione territoriale e dall'assessorato regionale alla programmazione che hanno inserito la salute nei quattro assi fondamentali per il miglioramento della qualità della vita in aree come quella in questione;
se, da un lato, il Governo lavora perché le aree più depresse del Paese godano di uguali diritti rispetto alle zone più centrali, dall'altro, la chiusura di tale punto nascite rappresenta un ulteriore limite allo sviluppo di questo territorio nonché la palese negazione del diritto alla salute dei cittadini madoniti;
alla lettera che è stata inoltrata dai sindaci del territorio al Ministro interpellato sulla questione, questi ha giustamente e prontamente risposto, ma rispetto alle diverse valutazioni contenute nella missiva, non può non saltare all'occhio che in alcune delle deroghe accordate le condizioni non siano così diverse e migliori rispetto al punto nascita di Petralia;
nella giornata dell'8 gennaio 2016 i sindaci della zona sono stati ricevuti dal neo prefetto di Palermo, Antonella De Miro, la quale ha mostrato ampia disponibilità nel promuovere un tavolo di confronto tra l'assessorato regionale e il Ministro interpellato per tentare di superare le criticità sollevate dagli amministratori locali;
il comitato pro ospedale, costituito per protesta rispetto alle scelte operate dal Ministero della salute nella giornata del 31 dicembre 2015, ha avviato una petizione che ha già raccolto oltre tremila firme –:
se intenda rivalutare tale scelta per le caratteristiche di cui al punto nascita di Petralia Sottana come unico centro ospedaliero collocato sopra i 1000 metri sul livello del mare, con difficoltà nella mobilità, sia per le condizioni della viabilità stradale – per il perenne rischio di innevamento durante il periodo invernale – sia per l'inserimento di tale contesto territoriale, come già citato, nella Strategia nazionale per le aree interne, fermo restando l'obbligo per lo stesso di allinearsi ai requisiti lacunosi o mancanti, elaborati anche per gli altri centri dal Comitato percorso nascita nazionale, sulla base del protocollo metodologico;
se non ritenga di concedere una deroga al punto nascite in questione legando quanto meno la stessa al periodo di sperimentazione della Strategia nazionale per le aree interne, superando in tal modo una scelta contraddittoria circa gli obiettivi dello stesso Ministero della salute;
Elementi in merito alle operazioni di acquisizione di bond da parte di alcune regioni – 2-01201
come previsto dall'articolo 45 del decreto-legge 24 aprile 2014, n. 66, convertito, con modificazioni, dalla legge 23 giugno 2014, n. 89, alcune regioni italiane stanno procedendo al riacquisto dei bond di tipo «bullet» (Bor con rimborso in unica soluzione a scadenza) collocati/emessi a suo tempo per la ristrutturazione dei debiti sottoscritti con le banche e Cassa depositi e prestiti che hanno successivamente generato le note criticità connesse ai contratti derivati ed ai fondi per l'ammortamento del debito («sinking fund»). Le regioni non dispongono di risorse sufficienti al riacquisto dei suddetti strumenti finanziari e per tal motivo sarà necessario emettere buoni del tesoro poliennale (btp) con scadenza trentennale. Un'operazione simile è stata già posta in essere, seppur senza successo, nel mese di dicembre 2014; nello stesso periodo il Governo, nonostante autorevoli pareri contrari, riconosceva a favore delle banche strumenti finanziari come collaterale per garantire le medesime per il pesantissimo «mark to market» negativo sui derivati di Stato così come previsto dai commi 387 e seguenti dell'articolo 1 della legge n. 190 del 2014 (legge di stabilità 2015). I collaterali sono stati richiesti dalle banche per garantirsi il pagamento dei crediti da maturare su 160 miliardi di euro di operazioni in essere, pari a circa 40 miliardi di euro;
da fonti giornalistiche si apprende che alcune regioni hanno chiesto la ristrutturazione del debito;
il riacquisto dei bond implicherebbe la chiusura dei contratti derivati (di copertura e/o per l'ammortamento del debito) connessi. Alcune regioni così come previsto dall'articolo 41 della legge 28 dicembre 2001, n. 448, stanno procedendo all'ammortamento mediante i cosiddetti fondi per l'ammortamento del debito predisposto con titoli o «sinking fund», che si differenzia dall'ammortamento fatto con il più semplice «swap di ammortamento»;
questa ulteriore ristrutturazione, oltre a «liberare» risorse finanziarie immediate (altrimenti impegnate) per ripagare i bond, di fatto, «cancellerebbe», ad avviso degli interpellanti, un passato di operazioni poco trasparenti e di dubbia convenienza economica, così come confermato da numerosi procedimenti giudiziari, sia in sede civile che penale. Infatti, con il decreto-legge n. 112 del 2008 (poi convertito, con modificazioni, dalla legge n. 203 del 23 dicembre 2008), all'articolo 62, era stato posto un divieto normativo a sottoscrivere nuove operazioni rimasto in vigore e confermato ancora con la legge di stabilità per il 2014 (articolo 1, comma 572);
dall'analisi dei dati finanziari si evince che i suddetti bond che immediatamente prima dell'offerta venivano quotati a 300 bps sopra il prezzo «mid swap», ora sono richiesti dalle stesse regioni a soli 40/50 bps. In altre parole, le regioni stanno pagando anche 250 bps in più rispetto al prezzo giudicato «fair» solo poco prima. Ciò lascerebbe intendere che le regioni considerano il proprio merito creditizio – addirittura – pari o superiore a quello di Repubblica italiana –:
se il Governo intenda assumere iniziative normative per rafforzare le garanzie di indipendenza delle professionalità deputate a fornire attività di consulenza per la sottoscrizione dei suddetti strumenti finanziari;
sulla base di quali criteri gli «advisor» abbiano fissato i prezzi di offerta per il riacquisto dei bond;
quali siano i criteri in base ai quali sono state individuate le stime (pricing) dei contratti derivati e dei relativi fondi per l'ammortamento del debito, nonché per la congruità del prezzo di estinzione anticipata (costo di sostituzione);
quali siano i costi connessi ed il differenziale rispetto al «fair value» dei contratti derivati e dei relativi fondi per l'ammortamento del debito;
sulla base di quali criteri e secondo quali modalità sia stata individuata la convenienza economica e finanziaria delle suddette operazioni di ristrutturazione nel rispetto dei principi posti dall'articolo 41, della legge n. 448 del 2001;
quale sia l'ammontare del «cost of funding» per finanziare il riacquisto dei suddetti strumenti finanziari e sulla base di quali criteri siano stati stimati i rischi del credito e il relativo impatto a carico della finanza pubblica;
sulla base delle previsioni del Governo, quanto e quale sarà il maggior vantaggio in termini erariali derivanti dalle suddette operazioni e a quali finalità verrà destinato;
sulla base delle previsioni del Governo, se sia previsto un costo a carico delle regioni ed, in caso affermativo, quale saranno le modalità di accantonamento nei bilanci regionali per ripagare il nuovo debito ristrutturato.
(2-01201) «Ruocco, Pesco, Alberti, Fico, Pisano, Villarosa, D'Incà».
Orientamenti del Governo in merito all'avvio di una procedura di infrazione in sede europea in materia di etichettatura e informazione sull'origine dei prodotti alimentari – 2-01199
I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei ministri, il Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali, il Ministro dello sviluppo economico, per sapere – premesso che:
a seguito dell'emanazione del decreto-legge n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 134 del 2012, che ha introdotto norme di attuazione della legge n. 4 del 2011, recante disposizioni in materia di etichettatura e di qualità dei prodotti alimentari, la Commissione europea ha avviato la procedura EU Pilot 5938/13/SNCO contestando, di fatto, all'Italia, l'incompatibilità della normativa introdotta nel 2011 con quanto disposto dal diritto comunitario in materia di indicazione dell'origine;
oggetto dei rilievi segnalati da Bruxelles è l'articolo 4 della suddetta legge nella parte in cui dispone che per poter definire «made in Italy» un prodotto è necessaria la sussistenza di due requisiti relativi sia al luogo di coltivazione o allevamento che di trasformazione: la materia prima deve essere coltivata o allevata e trasformata in Italia;
la suddetta prescrizione è in contrasto con la normativa comunitaria, e segnatamente con il regolamento (UE) n. 450 del 2008, codice doganale aggiornato, al quale rimanda, per la definizione di Paese d'origine, il regolamento (UE) n. 1169/2011 relativo alla fornitura di informazioni sugli alimenti ai consumatori, che determina l'origine delle merci alla cui produzione hanno contribuito due o più Paesi esclusivamente in funzione del Paese o territorio in cui esse hanno subito l'ultima trasformazione sostanziale;
a fronte di tale situazione, sono sempre più frequenti le segnalazioni e le contestazioni effettuate dalle autorità preposte ai controlli su prodotti, specie salumi e formaggi, trasformati da aziende italiane con materia prima non nazionale e riportanti, in violazione di quanto disposto dalla legge in parola, simboli dell'Italia e diciture del tipo «prodotto italiano» –:
come intendano risolvere il caso relativo alla procedura EU Pilot 5938/13/SNCO citato in premessa, evitando l'apertura della procedura di infrazione ed assicurando la corretta applicazione della legge n. 4 del 2011 nella parte in cui, al fine di determinare l'origine italiana di un prodotto trasformato, prescrive che la materia prima sia coltivata o allevata in Italia.
(2-01199) «Gallinella, Benedetti, Massimiliano Bernini, Gagnarli, L'Abbate, Lupo, Parentela, D'Incà».
Misure volte ad implementare i controlli e la sorveglianza nei musei ed iniziative per verificare l'effettivo valore delle opere rubate presso il museo di Castelvecchio a Verona – 2-01185
I sottoscritti chiedono di interpellare il Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo, il Ministro dell'interno, per sapere – premesso che:
nella serata di giovedì 19 novembre 2015, è stato commesso un furto che ha del clamoroso, un vero e proprio sfregio all'arte italiana: il museo civico veronese di Castelvecchio ha perso in un solo colpo 17 dei suoi capolavori opere di Tintoretto, Bellini, Rubens, Mantegna, Pisanello;
il danno morale e materiale è immenso ma la cifra di valutazione comunicata, pari a 15 milioni di euro, è palesemente incongrua con i dati di mercato. Una valutazione comparativa si può trovare, per esempio, con la piccola tempera su tavola del Mantegna (34x42 centimetri) venduta da Sotheby's, nel gennaio 2003, per 28,6 milioni di dollari. La corretta quantificazione del valore delle opere nei termini della denuncia presentata all'autorità giudiziaria è indispensabile, nel caso in cui venissero individuati i responsabili, nella malaugurata ipotesi di perdita o danneggiamento dei dipinti;
i tre ladri, due dei quali armati, hanno potuto agire poco prima della chiusura, quando al museo era in corso il passaggio di consegne tra il personale, che di giorno è di almeno 11 persone, ma che a quell'ora è ridotto inspiegabilmente alla sola cassiera e all'agente della vigilanza notturna;
questo episodio è una vera e propria mutilazione, oltre che un vero disastro per l'arte italiana e fa emergere il problema della scarsa sicurezza dei musei italiani;
le opere d'arte presenti sul nostro territorio portano milioni di turisti nel nostro Paese e tutto questo garantisce centinaia di migliaia di posti di lavoro;
con 3.609 musei, quasi 5 mila siti culturali tra monumenti, musei, aree archeologiche, 46.025 beni architettonici vincolati, 34 mila luoghi di spettacolo, 49 siti Unesco (pari al 5 per cento di quelli iscritti nelle liste del patrimonio mondiale e all'11 per cento di quelli europei), oltre a centinaia di festival e iniziative culturali che animano i territori, l'Italia si posiziona in testa alla graduatoria dei Paesi a vocazione culturale. Per fare un paragone a livello europeo, basti pensare che la Francia ha un terzo dei musei italiani (1.218) e la Spagna poco meno della metà (1.530);
tuttavia, i finanziamenti stanziati per la cultura in Italia sono sempre meno e, confrontando i dati con il resto dei Paesi europei, l'Italia è il fanalino di coda: il budget del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo è praticamente pari a quello della Danimarca (circa 1.400 milioni di euro) ed è circa un terzo di quello della Francia che, anche a seguito degli attentati terroristici che hanno colpito Parigi, ha confermato i 4 miliardi di euro per il suo dicastero della cultura previsti ogni anno in bilancio;
sia nel nostro Paese che all'estero sono stati messi a punto sistemi di sicurezza innovativi, sia per garantire la tutela delle opere d'arte che delle persone, che si basano sull'utilizzo di nuove tecnologie quali sensori intelligenti, impianti «self-aware» e ambienti reattivi che comportano elevate prestazioni a costi ridotti –:
se il Governo intenda intervenire, per quanto di competenza, per verificare:
a) l'effettivo valore delle opere rubate;
b) la turnazione degli addetti alla vigilanza nei musei per garantire sicurezza ventiquattro ore su ventiquattro e i sistemi e i modelli organizzativi di controllo e di sorveglianza, ove necessario implementando gli stanziamenti di risorse a ciò destinati.
(2-01185) «Galgano, Monchiero».
Iniziative di competenza, anche normative, volte a salvaguardare l'indipendenza e la terzietà dei magistrati, in relazione ad una vicenda giudiziaria che vede coinvolto il presidente della regione Campania – 2-01217
il presidente del collegio del processo d'appello per abuso d'ufficio, in relazione alla vicenda del termovalorizzatore di Salerno, nei confronti del presidente della giunta regionale della Campania Vincenzo De Luca, è il magistrato Michelangelo Russo;
Vincenzo De Luca è accusato di aver proceduto ad una nomina illegittima; si tratta dell'incarico di project manager del termovalorizzatore di Cupa Siglia, figura non prevista dalla legge sugli appalti e per giunta affidata ad una persona priva dei necessari requisiti previsti;
il procedimento giudiziario cui è soggetto il presidente della regione Campania, in caso di condanna, potrebbe provocarne la sospensione dalla carica elettiva, in virtù del decreto legislativo 31 dicembre 2012, n. 235, la cosiddetta legge Severino;
qualche tempo fa, il Consiglio superiore della magistratura avviò un procedimento nei riguardi del dottor Michelangelo Russo, nonché del dottor Luciano Santoro, entrambi magistrati presso la procura della Repubblica di Salerno, per aver tentato di accedere ai computer del tribunale di Salerno al fine di verificare se fossero in corso procedimenti penali a carico di Vincenzo De Luca e di altri imputati, in particolar modo relativamente all'inchiesta Ideal Standard - Sea park sulla realizzazione di un parco marino nell'area industriale di Salerno; il procedimento a carico del giudice Russo si concluse con il suo allontanamento dalla procura di Salerno; il magistrato ricoprì poi il ruolo di consulente del ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, prima di essere riassegnato alla procura di Salerno, come presidente del secondo collegio della corte di appello;
il fratello del magistrato Michelangelo Russo, Remo Russo, commercialista è stato per più di 10 anni presidente del parco scientifico tecnologico di Salerno partecipato del comune, azionista di maggioranza, nomina conferita quando De Luca era sindaco di Salerno. A quanto consta agli interpellanti, l'incarico di presidente è retribuito così come quello di liquidatore attualmente svolto da Remo Russo;
gli interpellanti ritengono che sia assolutamente inopportuno, al fine del corretto esercizio delle funzioni e ancor più per garantire il rispetto del principio della legalità e imparzialità, il fatto che lo stesso magistrato – sottoposto a procedimento del Consiglio superiore della magistratura su procedimenti penali che coinvolgevano lo stesso De Luca e poi trasferito dalla procura di Salerno ad altra sede, coinvolto attraverso un suo stretto congiunto che per lunghi anni ha ricoperto incarichi retribuiti nell'amministrazione sotto la guida di De Luca – sia ora incaricato di giudicare, nel gennaio 2016, Vincenzo De Luca;
va considerato l'inevitabile clima di sospetti che getterebbe ombre sull'esito di un processo dal quale dipende il destino politico di Vincenzo De Luca, tra l'altro già al centro di un'altra inchiesta che mette in dubbio l'imparzialità dei giudici chiamati a valutare la sua posizione –:
se il Ministro interpellato sia a conoscenza dei fatti esposti in premessa, se non ritenga di dover porre in essere, per quanto di competenza, iniziative utili a salvaguardare il principio dell'indipendenza e della terzietà dei magistrati su cui si fonda l'ordinamento giuridico, adottando anche corrispondenti iniziative normative volte a rendere più stringenti i meccanismi di incompatibilità dei magistrati.
(2-01217) «Russo, Brunetta».