Source: http://www.autodichia.com/2017/01/07/docenti-universitari-rispondono-al-questionario-della-campagna-noautodichia/
Timestamp: 2018-12-14 09:34:16+00:00
Document Index: 143413530

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 111', 'art. 12', 'art. 12', 'art 12', 'art. 64', 'art. 66', 'art. 40']

Docenti universitari rispondono al questionario della campagna “NOAUTODICHIA” – Autodichia
dal professor Augusto Cerri ordinario di Istituzioni di diritto pubblico all’Università degli studi “la Sapienza” di Roma
dal professor Fulvio Pastore associato di Diritto costituzionale all’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale
4) Quanto la decisione – che la Corte costituzionale è chiamata ad assumere, il 19 aprile 2016 – influirà su tutti gli altri atti amministrativi che assumono le Camere? Quando esse agiscono come mere pubbliche amministrazioni, l’autodichia sarà spontaneamente abbandonata? Oppure occorreranno nuovi conflitti tra poteri sugli appalti, sugli affitti d’oro e sui vitalizi?
dal professor Salvatore Curreri associato in Istituzioni di diritto pubblico all’Università degli studi della Sicilia centrale “Kore” di Enna
L’udienza del 19 aprile prossimo alla Corte costituzionale riguarda solo un caso personale o una categoria di atti amministrativi? Stabilire che il demansionamento del geometra Lorenzoni è proseguito, nonostante le condanne del Senato, significa necessariamente che la giustizia interna sui dipendenti degli Organi costituzionali è inefficiente, e che va sempre sostituita dal giudice esterno?
rispondo al questionario che mi ha sottoposto, richiamando sostanzialmente il contenuto delle difese svolte a favore di alcuni dipendenti della Camera innanzi al Giudice del lavoro con riguardo al profilo dell’autodichia, difese che il Giudice ha ritenuto di condividere tant’è che ha adito la Corte costituzionale, sollevando, con l’ordinanza anche da Lei richiamata, la questione di costituzionalità per conflitto di attribuzioni.
A nostro parere la Costituzione riserva alla Camera una autonomia ed indipendenza operativa ma sempre che non vengano lesi diritti altrettanto costituzionalmente garantiti quali quello alla difesa in giudizio e soprattutto ad avere un giudice terzo ed imparziale. Ebbene il rapporto di lavoro dei dipendenti delle Camere non si vede perchè dovrebbe essere sottratto alla giurisdizione del giudice del lavoro, così come ogni altro lavoratore subordinato. L’organismo giurisdizionale interno composto da parlamentari, dei quali non si pone in dubbio sia la preparazione professionale sia (in astratto) l’equilibrio, non offrono e non manifestano quella terzietà ed indipendenza che sono propri dell’amministrazione giudiziaria. Come suol dirsi, il giudice non soltanto deve essere terzo, ma deve anche apparire terzo. E’ noto che l’istituto dell’autodichia nasce per garantire l’autonomia delle Camere da altri poteri dello Stato, per garantire un’espressione libera e non soggetta a condizionamenti delle funzioni e delle prerogative che la Costituzione assegna loro: tra esse non rientra certo quella di decidere sui ricorsi promossi dai propri lavoratori dipendenti per questioni attinenti al contratto di lavoro stipulato con le stesse Camere!
…dal dottor Leonardo Brunetti Ricercatore e dottore di ricerca in Diritto pubblico all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
La questione all’esame della Corte costituzionale, seppure influirà sul caso di specie, non riguarda il solo caso del geom. L.: la Corte di Cassazione aveva, infatti, già sollevato, innanzi il giudice delle leggi, la questione di legittimità costituzionale delle norme su cui, in breve, si fonda l’autodichia del Senato (in particolare, l’art. 12 Reg. Senato della Repubblica).
La Corte costituzionale, confermando la sua giurisprudenza precedente (sentenza n. 154/1985), con decisione n. 120/2014 – per il commento della quale mi permetto di rinviare al mio Un significativo passo avanti della giurisprudenza costituzionale sull’autodichia delle camere, nella pronuncia della Corte che conferma l’insindacabilità dei regolamenti parlamentari, in Forum di Quaderni costituzionali, 23 maggio 2014 – ha, però, dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale proposta, suggerendo che la “sede naturale” per la decisione fosse il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato.
La Corte di Cassazione adisce, quindi, ora la Corte costituzionale in tale sede, con una c.d. vindicatio potestatis,rivendicando cioè il potere di decisione dei ricorsi dei dipendenti delle camere, che il regolamento c.d. minore del Senato, invece, inibisce: vengono quindi, tecnicamente impugnati gli artt. 72-84 T.u. norme regolamentari dell’amministrazione riguardanti il personale del Senato della Repubblica, dell’11 dicembre 2003 n. 9962, sostenendo che essi esorbitino dalle competenze del Parlamento, come disciplinate artt. 3, c. 1°, 24, c. 1°, 102, c. 2° (in combinato disposto con VI disp. trans. e fin. Cost.), 108, c. 2°, e 111, c. 1°, 2° e 7°, Cost.
Il ragionamento che la Corte di Cassazione espone nella propria ordinanza di rinvio, è, in estrema sintesi, il seguente: la Corte costituzionale ha già chiarito (sent. n. 120/2014) che i regolamenti delle camere sono, ovviamente, parte dell’ordinamento generale dello Stato, né poteva essere diversamente. Essi devono quindi mantenersi nell’“ambito disegnato in Costituzione”.
Nel caso delle posizioni azionate dai dipendenti delle camere, “viene in gioco […] il rispetto dei diritti fondamentali, tra i quali – ricorda la Corte – il diritto di accesso alla giustizia (art. 24, c. 1°, Cost.). Pertanto il rispetto dei diritti fondamentali costituisce un limite alla competenza regolamentare delle Camere. L’eventuale superamento di questo limite non […] costituisce un’invasione di campo, una violazione delle regole di competenza, un’alterazione dell’equilibrio dei poteri dello Stato”.
Quale la conclusione? A mio avviso, delle due l’una: o il potere di giustizia domestica (autodichia) della camera è un potere giurisdizionale, e quindi – ex art. 111, c. 7 – deve sempre ritenersi ammissibile il ricorso per Cassazione, oppure i rimedi interni alle camere non sono giurisdizionali: in questo caso, o la disciplina regolamentare delle camere esorbita dai poteri dell’organo parlamentare, oppure le decisioni degli organi contenziosi interni sono pur sempre ricorribili innanzi il giudice comune (ordinario o amministrativo a seconda del caso).
La questione, pur concernendo il regolamento del Senato, riguarda, in effetti, anche la Camera: l’art. 12 Reg. Camera dei Deputati è, infatti, del tutto simile all’art. 12 Reg. Senato ed è, anzi, maggiormente preciso di quest’ultimo.
Si può anzi affermare che, in prima approssimazione, si ritiene che la norma regolamentare del Senato ricomprenda anche l’autodichia – prevista dai regolamenti minori – in quanto interpretata conformemente all’art 12 Reg. Camera dei Deputati.
La Camera dei Deputati interviene quindi ad adiuvandum, perché alla decisione della questione non può a priori dirsi estraneo l’interesse della Camera dei Deputati.
“Autodichìa” e “autocrinìa” sono spesso ritenuti sinonimi: in realtà, se per autodichia s’intende ciò che alcuni definiscono (a mio avviso non correttamente) un “privilegio” delle camere, consistente nella facoltà di decidere tutto ciò che riguarda l’attività interna delle camere, per autocrinia si intende, invece, un fenomeno non del tutto identico, e cioè la possibilità che, in conseguenza della propri autonomia – nel caso di specie riconosciuta alle camere dall’art. 64 Cost. – un organo costituzionale estenda la propria sfera di competenza nella misura in cui intenda farlo con i propri atti normativi. L’autodichia non è però autocrinia.
Anzi, si deve precisare che l’autodichia va distinta anche dalla c.d. verifica dei poteri che – ex art. 66 Cost. – certamente compete in via esclusiva al Parlamento, a garanzia della propria indipendenza.
L’autodichia nasce storicamente come presidio dell’indipendenza del Parlamento nei confronti del re: in uno Stato costituzionale di diritto, quale è l’ordinamento repubblicano italiano, che garantisce l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, molti autori ritengono, però, che l’autodichia abbia oggi poco senso.
La mia personale opinione è che l’autodichia possa essere mantenuta, ma entro i limiti che la Costituzione prevede: va cioè garantita l’insindacabilità degli interna corporis delle camere, ma questa deve essere limitata agli atti che sono esercizio della “funzione legislativa”: limitatamente alla garanzia degli atti che sono esercizio o partecipano della funzione legislativa, è corretto che la garanzia del Parlamento sia massima.
Ciò che, infatti, appare contestabile è il fatto che siano le camere stesse a farsi arbitri, con lo strumento regolamentare, delle cause che intendono sottoporre alla propria giurisdizione. Ed infatti, i regolamenti di Camera e Senato estendono la competenza degli organi contenziosi delle rispettive camere anche agli atti amministrativi concernenti i terzi: ad esempio, una ditta che partecipando ad procedimento ad evidenza pubblica (es. una gara di appalto) non risulti vincitrice, o venga addirittura esclusa, dovrà ricorrere agli organi contenzioni delle camere, e così anche un terzo che partecipi ad un concorso per l’assunzione al Senato o alla Camera, e risulti non idoneo o venga escluso.
Riterrei certamente possibile che ciò avvenga: è anzi interessante osservare che un simile dibattito si ebbe tra la fine del XIX e l’inizio del XX sec., allorché, istituita la IV sez. del Consiglio di Stato, di pose il problema se gli atti amministrativi di autorità non amministrative potessero essere impugnate dinnanzi ad essa.
Qui si impone una precisazione: l’autodichia degli organi costituzionali ha fonti normative diverse. La Corte costituzionale è investita della questione concernente l’autodichia del Senato (ovvero parlamentare) ma anche di quella del Segretariato generale della Presidenza della Repubblica, che è stata in passato riconosciuta dalla stessa Corte di Cassazione.
L’autodichia della Corte costituzionale ha invece una fonte legale diversa.
Pur potendo sussistere qualche dubbio al riguardo, non mi pare l’art. 40 della riforma costituzionale in itinere muti il quadro istituzionale sul punto: è vero che esso prevede l’integrazione funzionale delle amministrazioni delle camere, con un ruolo unico del personale delle due camere, le quali “adottano uno statuto unico del personale dipendente nel quale sono raccolte e coordinate le disposizioni già vigenti nei rispettivi ordinamenti e stabilite le procedure per le modificazioni successive da approvare in conformità ai principi di autonomia, imparzialità e accesso esclusivo e diretto con apposito concorso”, ma se la Corte stabilisse che non compete alle camere il potere di disciplinare il ricorso in via esclusiva dei dipendenti ai rimedi interni, il regolamento dovrebbe adeguarsi, permettendo il ricorso all’autorità giudiziaria, nel senso previsto dalla Corte.
Dal professor Vincenzo Baldini Ordinario di diritto costituzionale all’Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale
5. Le due decisioni appena menzionate – l’ordinanza delle SS.UU. della Cassazione e la decisione della Corte costituzionale – sembrano convergere nel sostenere l’ esigenza di uno scrutinio di stretta proporzionalità nell’ apprezzamento dell’ esercizio dell’ autodichia, escludendone la legittimità quando essa non inerisca ad attività che gravitano nella sfera delle cd. funzioni primarie della Camera rappresentativa.
Dal professor Nicola Cesare Occhiocupo emerito di diritto costituzionale all’Università di Parma
Le faccio avere l’appunto in cui sono indicati taluni profili di in
incostituzionalità dell’autodichia, sviluppati ed analizzati compiutamente nei
Dal professor Ciro Sbailò docente di Diritto pubblico comparato all’Università degli studi della Sicilia centrale “Kore” di Enna