Source: http://diocesiforli.it/in+evidenza+sopra+box+video/23+gennaio+2020+festa+della+beata+benedetta+bianchi+porro/-hcDocumento/id/3351/benedetta-e-beata-la-lettera-di-papa-francesco-l-omelia-del-card-becciu-e-il-ringraziamento-di-mons-corazza.html
Timestamp: 2020-04-07 06:01:34+00:00
Document Index: 82636458

Matched Legal Cases: ['§ 136', '§ 100', '§ 554', '§ 946', '§ 372', '§ 349', '§ 904', '§ 30']

Benedetta è beata: la lettera di papa Francesco, l'omelia del card. Becciu e il ringraziamento di mons. Corazza
E’ stata davvero una festa di popolo, in una splendida giornata di sole, la beatificazione di Benedetta Bianchi Porro che si è svolta sabato 14 settembre a Forlì. Un migliaio di persone in Cattedrale piena con 15 vescovi, oltre 100 sacerdoti, ammalati, religiosi, giovani, autorità, familiari della neo Beata, amici di Dovadola e Sirmione, un altro migliaio davanti al maxi schermo in piazza Ordelaffi e nella chiesa di San Francesco. Un applauso scrosciante ha salutato lo scoprimento dell'immagine di Benedetta dopo la proclamazione con la proclamazione della lettera apostolica di papa Francesco. E' stato portato poi all'altare il reliquiario che contiene una ciocca di capelli di Benedetta. Un altro sarà portato a Dovadola, uno a Sirmione e uno resterà a disposizione per celebrazioni nelle parrocchie.
Noi, accogliendo il desiderio del Nostro Fratello Livio Corazza, Vescovo di Forlì-Bertinoro, come pure di numerosi altri Fratelli nell’Episcopato e di molti fedeli, sentito il parere della Congregazione delle Cause dei Santi, in virtù della Nostra Autorità Apostolica, concediamo che la Venerabile Serva di DioBENEDETTA BIANCHI PORRO, laica la quale per amore di Cristo accolse come dono prezioso la sua infermità unendola alla Croce gloriosa del Signore, sia chiamata per l’avvenire con il titolo di Beata
e che possa essere celebrata il giorno 23 del mese di gennaio di ogni anno, nei luoghi e nei modi stabiliti dal diritto.
Dato a Roma, in San Pietro, il giorno 22 del mese di agosto nell’anno del Signore 2019, settimo del Nostro Pontificato.
L'omelia del card. Angelo Becciu
Oggi è la Festa dell’esaltazione della Croce; è una festa tanto cara a noi cristiani perché contemplando la Croce capiamo il senso della nostra vita, la bellezza della nostra fede. «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3, 6). Con queste brevi parole l’evangelista Giovanni ci dischiude il significato del legno sacro.
Il sacrificio della croce è tutto avvolto dall’amore, e dall’amore trae il suo senso più profondo. La croce ci mostra un Dio che ci ama, che non è rimasto impassibile e distante da noi, ma è venuto in mezzo a noi, ha condiviso le nostre sofferenze e ha sacrificato sé stesso per la nostra redenzione. In tale croce si congiunge la nostra infinita tensione a voler conquistare il cielo, con l’infinita umiltà di Dio che scende fino al nostro niente per solo amore.
La croce: ecco il legno della nostra salvezza! Per non naufragare nel mare di questo mondo troppo spesso segnato dall’indifferenza, dall’egoismo, dalla violenza, dalla perdita del senso del peccato, siamo chiamati ad aggrapparci a questo legno santo, ed esso ci porterà all’approdo della nostra salvezza. La croce di Cristo continua ancora oggi a testimoniare l’inarrestabile amore di Dio che, con la sua potenza di misericordia e di perdono, vince la prepotenza dell’odio e del male. Solo l’amore di Dio è in grado di liberarci dalle incoerenze e riscattarci dalla schiavitù del peccato e della morte. È naturale che il linguaggio della croce appaia duro e talora susciti paura, ma l’esperienza dei Santi ci conferma che l’abbraccio con Cristo crocifisso è sorgente di luce, di pace e di intima gioia.
Oggi in questa celebrazione non abbiamo bisogno di tante parole per illustrare cosa può e deve essere la croce per noi cristiani. Di essa ci parla Benedetta Bianchi Porro che è stata appena proclamata Beata.
Lei fu una vera testimone della croce. Lei ha immolato la propria vita sull’esempio di Gesù e in unione a Lui. Ci troviamo dinnanzi ad una esistenza affascinante: la grandezza umana e spirituale di una giovane straordinariamente dotata, che è riuscita a superare coraggiosamente e a tradurre in chiave evangelica le condizioni più negative che possono accompagnare un individuo. Ragazza di bell’aspetto, dotata di intelligenza e ricca di personalità, ben presto verrà trasformata da patologie debilitanti e dal dolore insistente e incalzante, che ne deturperà il fisico. Tutto il suo corpo alla fine era diventato un crocifisso vivente: sordità, cecità, paralisi, insensibilità, privazione dell’olfatto e dell’odorato, afonia, quasi l’annullamento di comunicazioni con le persone e l’ambiente. Ma questa sequenza di sofferenze e di distruzioni fisiche, porterà Benedetta ad una unione profonda con Dio nella preghiera e quindi ad una grande eroicità nell’esercizio di tutte le virtù. Se la sua vita fu tutta sotto il crescente segno della sofferenza, fu anche sotto il crescente segno della santità, di cui si accorsero le persone che l’accostavano e ricevevano da lei mirabili insegnamenti di fede e di carità.
Il percorso biografico della nuova Beata evidenzia anche la sua umanità, segnata da fragilità e paure, che non nascondeva. Però ha trovato la grazia e la fortificazione sicura in Dio, fino al punto che, come asserisce un testimone, affermava di «non aver paura della sua paura» (Summ., 42 § 136, al 8). Infatti, quando si accorse di essere diventata cieca, si sentirà illuminata dalla luce di Dio; e quando diventerà anche sorda, vivendo in un silenzioso deserto, si riempirà della presenza di Dio al quale viveva unita intimamente nella preghiera. Da quando scoprì in profondità il mistero della sofferenza, della Croce, si aprì alla intimità con Gesù, realizzando un’esperienza di luce e di amore che la trasformò, un cammino di vera ascesi. Il suo spirito appare tanto più rigoglioso e limpido quanto più vanno in diminuzione le energie e le possibilità corporali. In questo stato, frammisto di debolezza umana e di fortezza divina, la sua principale caratteristica sarà la gioia da diffondere agli altri; i suoi rapporti di amicizia divennero confidenze e messaggi di quello che lei sta vivendo internamente. Così è arrivata ad accettare la malattia come vocazione e come vero apostolato.
Fu consapevole che con la propria sofferenza accettata e offerta a Dio essa collaborava al regno di Dio e perciò si è dedicata a sua volta a consolare gli altri. Durante la sua malattia sia all’ospedale che a casa è stata una fonte di conforto e di edificazione (Summ., 30, § 100). Tante persone si sono affidate ai suoi consigli e alle sue preghiere (Summ., 176, § 554; 314, § 946; 113, § 372). Quanti vanno a trovarla per portarle consolazione, sono stati essi invece veramente consolati ed edificati dal suo spirito di fede sconfinata (Summ., 106, § 349, al 5; 300, § 904, al 6). Un suo amico ha testimoniato: «Benedetta è l’unica persona con cui ho avuto la sensazione di una presenza reale di Dio» (Doc. extrapr., 414). Questa affermazione rivela che, mediante il suo meraviglioso apostolato, Benedetta irradiava pace, serenità e fede ai suoi giovani amici che costantemente attorniavano il suo letto e sui quali esercitava un influsso profondo.
Si resta ammirati dal suo vivo desiderio di donare alle tante persone che si recano a visitarla una briciola dell’amore del Signore, che lei incessantemente sperimentava nella preghiera e nei Sacramenti. In particolare l’Eucaristia era il suo nutrimento spirituale indispensabile; desiderava la comunione ogni giorno, come ogni giorno aveva bisogno dell’alimento materiale. Accennando all’Eucaristia, la definiva «dolcezza infinita … il sostegno sovrano della nostra debolezza» (Summ., 9, § 30; Doc. extrapr., 446). Nell’incontro intimo con Gesù eucaristia e raccolta ai piedi della croce di Cristo, Benedetta traeva pienezza di luce e di serenità. Al riguardo, riascoltiamo le sue toccanti parole: «Nel mio calvario non sono disperata. Io so che in fondo alla via Gesù mi aspetta. Ho trovato che Dio esiste ed è amore, fedeltà, gioia, certezza fino alla consumazione dei secoli. Fra poco io non sarò più che un nome; ma il mio spirito vivrà, qui fra i miei, fra chi soffre, e non avrò neppure io sofferto invano» (Documenta, p. 19).
Il suo spirito è davvero rimasto sempre vivo tra i suoi familiari, tra gli amici, i conoscenti, come dimostra la fama di santità che dal momento della morte si è sviluppata e consolidata in larga parte del popolo di Dio. Proclamandola Beata, la Chiesa vuole perpetuarne la figura spirituale, che contiene un messaggio nobile e particolarmente attuale. Essere “presenza di Cristo”, rivelare il suo volto crocifisso nella totale adesione a Dio in spirito di riconoscenza e di comunione: ecco la fisionomia di Benedetta, quale risulta dal suo doloroso itinerario di grazia: ha creduto all’Amore e dall’Amore si è lasciata portare per strade che non conosceva e non comprendeva. Attraverso la sapienza della Croce ha aperto gioiosamente la Chiesa a tutti, specialmente ai sofferenti. «La Chiesa - scriveva - è madre dei crocifissi» (Pensieri 1962, 1976, p. 189). La vicenda di Benedetta, intrecciata di amore alla vita e di prove sempre più dolorose, indica a tutti noi la permanente centralità del Crocifisso nell’esperienza cristiana e fa riscoprire il carattere salvifico del dolore umano quando è vissuto come Gesù sulla croce. L’umanesimo cristiano ha in questa giovane Beata una nuova testimone, proprio per la paradossale pienezza di vita vissuta in condizioni cruciali: la sofferenza umanamente insopportabile, quando è unita alla sofferenza di Gesù, viene trasformata in autentica esperienza mistica e in eccezionale apostolato, compiendo quello che manca alla passione di Cristo (cfr Col 1,24).
La figura della nuova Beata impressiona soprattutto per l’eroismo con il quale seppe vivere il suo lungo e dolorosissimo calvario. L’esempio meraviglioso che ella ci offre è, cosi, genuinamente evangelico, con la conformazione eccezionale a Cristo Crocifisso, testimone dell’amore misericordioso del Padre.
Nel 1961, Benedetta scriveva: «I santi sono una perenne rivelazione di Dio, come leggere di Lui la loro vita» (Doc. extrapr., 443). È proprio questa la realtà che ci trasmette la vita della nostra Beata. Una giovane laica che si presenta come modello eccelso per la Chiesa di oggi, soprattutto per i giovani e per gli ammalati: apparentemente inoperosa, svolse un fecondo apostolato tra i giovani ed i sofferenti, così da trasformare l’intera sua vita in abbandono ed in sconfinata fiducia nell’aiuto di Dio. Risuonano cariche di profezia le parole con le quali la mamma di Benedetta fa il riassunto della vita della propria figlia: «è morta accanto a noi perché noi imparassimo a vivere» (Informatio., 81). Sì, Benedetta insegna a noi oggi, a porre saldamente l'edificio della nostra esistenza non sulla sabbia di ciò che è effimero e passeggero, ma su Gesù Cristo, la roccia che non viene scalfita dall'usura del tempo.
Grazie a Benedetta noi capiamo qualcosa in più della sapienza della Croce e le siamo profondamente grati per averci condotto sulla comprensione della sofferenza che abbracciata nella croce spalanca le porte del cielo e diventa veicolo di luce che rischiara. Oggi ci affidiamo alla sua intercessione, per improntare la nostra esistenza alla logica della Croce, che è la logica dell’amore donato; per tradurre la fede in una coerente testimonianza evangelica in tutti gli ambiti della società; per essere lievito e seme di amore e di pace tra i nostri contemporanei e, in particolare, tra coloro che soffrono e che attendono un segno di speranza.
Beata Benedetta Bianchi Porro, prega per noi!
Il ringraziamento di mons. Livio Corazza
il rito della beatificazione già ha previsto il ringraziamento formale della Diocesi dopo la proclamazione della nuova beata. Consentitemi però, al termine di questa solenne celebrazione, di esprimere in modo più articolato la gratitudine che sale al Signore dalla Chiesa di Forlì-Bertinoro e dal mio cuore di Vescovo. Il riconoscimento della eterna beatitudine offre a tutti noi BENEDETTA come modello di cammino riuscito: una vita di cui il Padre si compiace, una figlia di Dio che ha risposto alla vocazione alla santità, a cui tutti siamo chiamati, come ci ha ricordato papa Francesco. I santi e i beati sono luci per il nostro cammino di fede.
Vorrei condividere con voi solo tre particolari che la biografia di BENEDETTA mi ha suggerito e che si offrono alla nostra imitazione.
Il primo tratto, LA GIOIA NEL DOLORE DI BENEDETTA.
È stata una giovane donna che ha amato il Signore.
Di fronte alla sofferenza, e a una malattia che non dava scampo, non si è disperata e non si è inacidita. Non ha chiuso gli occhi, e non si è nemmeno illusa. Ma si è affidata al Signore, con fiducia e riconoscenza. Era una serva della gioia, come fa ben capire in uno scritto all’amica Maria Grazia: “... Io penso che cosa meravigliosa è la vita (anche nei suoi aspetti più terribili), e la mia anima è piena di gratitudine e amore verso Dio, per questo”.
La gran parte delle persone stava peggio di lei. E lei non si è ripiegata su se stessa. Non ha chiesto per sé, al Signore, la guarigione del corpo. Ha sviluppato una corrispondenza, centellinando le parole, che erano frutto di un grande sforzo umano, per sollevare gli altri. Era una ministra della consolazione. Scrive alla sua vecchia Maestra, anch’ella malata: “Non temiamo, Signorina. Siamo cadute nelle Sue mani. Ma sono mani dolcissime, che guidano verso una strada d’amore e di pace. E noi, se saremo docili nelle Sue mani, non saremo mai, nemmeno per un soffio, abbandonate. Il Signore ha cura dell’erba dei campi, e degli uccelli dell’aria, eppure loro non seminano e non mietono, e non depongono nei granai. Ecco, perché io attendo serena”.
Sottolineo ancora una volta l’eccezionalità dell’evento. Subito dopo questa celebrazione, inizieranno i pellegrinaggi alla sua tomba. Eppure, prima ancora di essere proclamata serva di Dio o Beata, lei era già venerata dai fedeli, che erano giunti fino a deporre la sua salma in una tomba in chiesa. E questo pellegrinaggio era già iniziato 50 anni fa. Il suo essere in chiesa sottolinea proprio il suo amore per la chiesa. Molti preti e molti consacrati si rivolgevano a lei, che amava e serviva la chiesa, con la preghiera, i consigli, la docilità del suo insegnamento. Scrive nei suoi pensieri: “La Chiesa è Dio fra gli uomini” ma anche: “Caro Ettore, nessuno di noi è più solo, tutti insieme nella Chiesa.”
Fratelli e sorelle carissimi, tutta la Chiesa, a partire da quella di Forlì-Bertinoro, nelle sue molteplici articolazioni, accogliere la testimonianza di BENEDETTA e beneficiare del suo esempio. Non onoriamo Benedetta se non diventiamo anche noi servi della gioia, della consolazione e della chiesa.
Ella incoraggia gli ammalati a trovare un senso profondo nella loro esistenza, che diventi vera testimonianza anche nella sofferenza, e sostenga coloro che li assistono o fanno loro visita, suggerendo parole di conforto credibile, non parole vuote di circostanza che fanno più male che bene. Converta la società tutta, troppo spesso tentata di vedere nella malattia un ostacolo ad una vita vissuta in pienezza di umanità. Benedetta ci ha insegnato che invece è possibile superare ogni ostacolo e barriera.
Accogliamo l’invito di Papa Francesco ad accorgerci dei santi della porta accanto. La vita di Benedetta apra il nostro cuore e i nostri occhi, perché sappiamo accorgerci di alcuni malati e malate che sono sulla vita della santità.
Grazie Eminenza, e ringrazi Papa Francesco, dica che lo attendiamo a pregare sulla tomba di Benedetta.
Grazie ancora a tutti, in particolare al coro composto da tanti giovani e a tutti coloro che in queste settimane hanno lavorato per accogliere e celebrare dignitosamente questo evento.
Fratelli e sorelle carissimi, sappia davvero la Chiesa di Forlì-Bertinoro gioire e rallegrarsi per questa luminosa testimonianza della nostra cara e beata Benedetta, impegnandosi a conoscere, comprendere e diffondere il suo esempio, facendosi da ella ispirare. Beata Benedetta va sì invocata, ma va soprattutto conosciuta e imitata. Porterò domani a Dovadola e sabato prossimo a Sirmione il reliquiario di Benedetta, vorrei anche se iniziasse nello nostre comunità un pellegrinaggio spirituale a Benedetta.
Permettetemi di concludere con le parole con le quali Benedetta rispose alla mamma Elsa, quando le disse che tutti ormai la ritenevano una santa: “Se lo dite e non ci credete, siete solo degli ipocriti. Se lo credete, allora poche chiacchiere, e imitatemi!”.
Poche chiacchiere fratelli e sorelle, imitiamola!
+ Livio, vescovo
Benedetta Bianchi Porro: uniche immagini video