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Timestamp: 2018-01-18 23:18:06+00:00
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I matrimoni same-sex nella giurisprudenza costituzionale statunitense – C'era una volta l'«America»
I matrimoni same-sex nella giurisprudenza costituzionale statunitense
Andrea Casati 0	25 luglio 2013 02:07
Jack Baker e Michael McConnell richiedono una licenza di matrimonio, 18 maggio 1970
Il 26 giugno scorso la Corte suprema americana si è pronunciata su due casi riguardanti da vicino la questione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso (in breve, same-sex): U.S. v. Windsor (570 U.S. ___ [2013]) e Hollingsworth v. Perry (570 U.S. ___ [2013]). Negli Stati Uniti è da più di quarant’anni che coppie omosessuali si appellano al potere giudiziario perché sia affermato il loro diritto al matrimonio. Il caso capostipite di questa lunga serie è Baker v. Nelson (191 N.W.2d 185 [Minn. 1971], appello presso la Corte suprema federale in 409 U.S. 810 [1972]), istituito nel 1970 per il ricorso di due attivisti gay del Minnesota. 1 Dato che la regolazione delle relazioni domestiche è di fatto di esclusiva competenza dei singoli stati, dal 1970 a oggi si è creata una giurisprudenza piuttosto ricca sul tema, che comprende sentenze di 18 stati più il District of Columbia. Nel considerare l’istanza presentata e nel dare le proprie opinioni, è emerso un vero e proprio dibattito tra le corti, che ha continuato a mantenersi vivo anche perché la Corte suprema federale non è mai intervenuta direttamente sulle questioni costituzionali coinvolte nei same-sex marriage cases. C’è da dire che, nonostante le due recenti sentenze, le aspettative per le quali la Corte avrebbe potuto dare un’interpretazione definitiva su almeno alcuni dei quesiti principali su cui si sono finora divisi i giudici statali 2 sono state disilluse.
In questo articolo cercherò innanzitutto di riassumere le modalità di risoluzione della questione dei matrimoni same-sex da parte dei giudici e successivamente farò una breve analisi delle due sentenze della corte suprema in relazione alla giurisprudenza precedentemente citata.
Il dibattito delle corti nei same-sex marriage cases
Quasi tutti i casi esaminati dalle corti statali sono dipesi dal ricorso di una o più coppie omosessuali per la mancata concessione di una licenza di matrimonio da parte delle autorità locali. Le corti statali sono quindi state chiamate a decidere se la negazione alle coppie same-sex della possibilità di accedere all’istituto matrimoniale fosse costituzionale. Più nel dettaglio, alle corti era solitamente chiesto se tale negazione andasse a inficiare un diritto fondamentale protetto dalla due process clause o se essa incidesse ingiustificatamente su un gruppo di persone che necessitasse la protezione dell’equal protection clause. Le corti interpellate hanno dovuto prima ponderare la forza della richiesta dei ricorrenti, e successivamente fare un bilanciamento tra questa e le ragioni dell’autorità governativa. Vista la complessità della giurisprudenza costituzionale americana, è bene fare una piccola digressione sull’applicazione delle due clausole sopra citate.
La due process clause, contenuta negli emendamenti quinto e quattordicesimo, vieta allo Stato federale e agli stati federati di privare un individuo di vita, libertà e proprietà senza un giusto processo. Da più di un secolo tale clausola è interpretata in modo da garantire non solo gli standard “procedurali” del giusto processo, come ad esempio il diritto a un avvocato, ma anche quelli “materiali”, ovvero quei diritti non contenuti nel Bill of Rights, ma che sono “da molto tempo riconosciuti in common law come essenziali per la regolare ricerca della felicità da parte degli uomini liberi” (Meyer v. Nebraska, 262 U.S. 390 [1923], 399). Tra i diritti finora riconosciuti dalla Corte suprema vi sono la libertà di associazione, il diritto alla privacy e il diritto al matrimonio.
L’equal protection clause, contenuta nel solo quattordicesimo emendamento, vieta agli stati federati di negare a una persona l’equa protezione delle leggi. Dapprima considerata come “l’ultima risorsa tra gli argomenti costituzionali” (Buck v. Bell, 274 U.S. 200 [1927]), con la famosa nota 4 della sentenza U.S. v. Carolene Products (304 U.S. 144 [1938]) le è stato attribuito un ruolo di protezione di determinate categorie di persone soggette a legislazione a loro avversa. Si noti che la Costituzione degli Stati Uniti vincola solo gli stati federati a garantire l’equa protezione delle leggi. Tramite la sentenza Bolling v. Sharpe (347 U.S. 497 [1954]), tuttavia, la Corte suprema ha stabilito che la due process clause del quinto emendamento protegge gli individui anche da discriminazioni ingiustificate da parte dello Stato federale. Ad oggi, la Corte suprema ha stabilito che le leggi che operano una classificazione basata su razza, origine etnica, religione e (con eccezioni) condizione giuridica dello straniero sono da considerare “sospette” di incostituzionalità, mentre quelle che classificano in base al sesso e all’illegittimità dei figli sono da ritenere “quasi-sospette”.
In un’analisi di due process, quindi, la Corte procede valutando se il diritto rivendicato dai ricorrenti sia considerabile come fondamentale, o rientri all’interno di un diritto fondamentale già riconosciuto. In un’analisi di equal protection, invece, essa esamina se la legge contestata delinei una classificazione da considerare sospetta o quasi-sospetta. Nel caso in cui la Corte riscontri l’esistenza di una violazione di un diritto fondamentale o di una classificazione così come definita, essa dovrà valutare, tramite uno scrutinio stringente, se l’autorità governativa abbia una ragione sufficientemente forte per sostenere tale interferenza. In caso contrario, invece, la Corte esaminerà se la legge contestata superi il rational basis review, un tipo di analisi che ne presuppone la costituzionalità e che attribuisce ai ricorrenti il compito unico di dimostrare che essa non ha alcun fondamento su un qualsiasi obiettivo legittimo; si tratta quindi di uno scrutinio molto deferente nei confronti dell’autorità governativa.
In un’ottica di semplificazione, per ognuna di queste fattispecie è possibile registrare l’esistenza di un dibattito tra i giudici attorno a due opinioni contrapposte. Brevemente, per quanto riguarda l’analisi di due process clause, alcune corti hanno esaminato l’istanza restrittivamente, concludendo che il matrimonio same-sex non è tutelabile in quanto non è assimilabile al matrimonio opposite-sex, mentre altre hanno interpretato la richiesta inclusivamente, definendolo come diritto a sposare la persona di propria scelta e rilevando come questo sia effettivamente protetto dai diritti al matrimonio e alla privacy. In generale, tuttavia, le corti sono state restie a pronunciarsi su un’analisi di due process a causa della crisi della sua interpretazione a garanzia dei suddetti standard “materiali” di giusto processo; questa dottrina è infatti spesso accusata di essere “legislazione giudiziale”, cioè di sovrapporsi al potere legislativo allontanandosi dalla funzione propria del potere giudiziario. Per quanto riguarda l’analisi di equal protection, bisogna fare due discorsi diversi per le classificazioni basate sul sesso e per quelle basate sull’orientamento sessuale. Se la prima sentenza a favore dei ricorrenti, Baehr v. Lewin (852 P.2d 44 [Hawaii 1993]), riconobbe l’esistenza di una sex-based classification, in quanto sosteneva che le leggi contro i matrimoni same-sex vietavano a un uomo di fare ciò che una donna poteva fare – cioè sposare un altro uomo – e viceversa, le sentenze successive hanno abbandonato tale interpretazione, probabilmente perché essa crea una discordanza tra il tipo di discriminazione e la classe discriminata. In altre parole, il problema è che le leggi contro il matrimonio same-sex incidono non su uomini e donne di per sé, ma su una categoria, gli omosessuali, che non è definibile tramite il sesso. Per quanto riguarda le sexual-orientation-based classifications, non essendovi una pronuncia della Corte suprema federale in proposito, i giudici si sono divisi sul livello di protezione costituzionale da attribuire a queste. Il compito delle corti è quindi stato quello di esaminare se tali classificazioni rispondessero ai quattro requisiti stabiliti dalla giurisprudenza della Corte suprema federale: 1) la “classe” deve aver sofferto significative discriminazioni, 2) deve essere soggetta a pregiudizi e stereotipi che non riflettono le reali capacità dei propri membri, 3) deve essere definita da una caratteristica immutabile che va oltre il proprio controllo e 4) deve essere una minoranza politicamente impotente. I problemi qui si sono concentrati sulla dimostrazione dell’immutabilità dell’omosessualità e dell’impotenza politica degli omosessuali, che alcuni giudici hanno ritenuto non soddisfatte.
Come ho accennato nell’introduzione, con le sue ultime due sentenze del 2013, la corte suprema ha deciso di rimanere defilata da questo dibattito e di influenzarlo nella minor misura possibile. Esaminiamo meglio i due casi e le relative pronunce.
Nel caso U.S. v. Windsor, la Corte suprema è stata chiamata a determinare “se la sezione 3 del DOMA [Defense of Marriage Act] – violasse la garanzia di equa protezione delle leggi del quinto emendamento” (Petition for a writ of certiorari before judgment, U.S. v. Windsor, i). Il DOMA è una legge approvata nel 1996, dopo che la sentenza Baehr v. Lewin aveva dimostrato che la legalizzazione dei matrimoni same-sex poteva diventare realtà in alcuni stati. La sezione 3 della legge, in particolare, definisce ai fini della legislazione federale il termine “matrimonio” come un’unione legale tra un uomo e una donna come marito e moglie e il termine “coniuge” come persona di sesso opposto che è marito o moglie. Il caso è stato istituito per il ricorso di una donna che, a seguito del decesso di sua moglie, a causa del DOMA non aveva potuto beneficiare dell’esenzione della tassa di successione prevista per il coniuge superstite, nonostante il suo matrimonio fosse valido in base alle leggi dello stato di New York.
Nel caso Hollingsworth v. Perry, invece, la corte doveva decidere se “l’equal protection clause del quattordicesimo emendamento proibisse allo stato della California di definire il matrimonio come unione tra un uomo e una donna” (Petition for a writ of certiorari, Hollingsworth v. Perry, i). Questo caso è particolarmente interessante perché racchiude una battaglia politico-giudiziaria quasi decennale, iniziata quando, nel febbraio 2004, la municipalità di San Francisco iniziò a concedere licenze di matrimonio alle coppie same-sex, contravvenendo alle leggi della California. Anche se queste furono ben presto dichiarate illegali e annullate con il caso Lockyer v. San Francisco (95 P.3d 459 [Calif. 2004]), le fazioni contrapposte si scatenarono portando all’apertura di sei processi sulla costituzionalità del divieto di matrimonio per le coppie same-sex, poi accorpati nel solo In re Marriage Cases (183 P.3d 384 [Calif. 2008]). Nella sua sentenza pronunciata nel maggio del 2008, la Corte suprema della California dichiarò l’incostituzionalità di tale divieto, rendendo quindi legali i matrimoni same-sex nello stato. Nel novembre dello stesso anno, tuttavia, un referendum statale introdusse nella Costituzione della California un emendamento che dichiarava il matrimonio come istituzione unicamente opposite-sex. I sostenitori del matrimonio same-sex non si rassegnarono, denunciando tale emendamento in una corte statale – il caso Strauss v. Horton (207 P.3d 48 [Calif. 2009]), conclusosi con una sentenza che confermava la legalità di esso e allo stesso tempo dei matrimoni same-sex celebrati nel loro breve “periodo di legalità” – e in una Corte federale – il caso Perry v. Schwarzenegger, diventato Perry v. Brown in appello e Hollingsworth v. Perry davanti alla Corte suprema; quest’ultima pronuncia è quindi probabilmente l’ultimo atto della vicenda.
Esaminiamo ora le sentenze nello specifico.
Edith Windsor saluta i suoi sostenitori uscendo dalla Corte suprema, 27 marzo 2013
In U.S. v. Windsor, l’opinione di maggioranza fa innanzitutto notare come il DOMA violi la consolidata tradizione di lasciare agli stati le questioni riguardanti il matrimonio. Nel corso del suo pronunciamento, tuttavia, la Corte abbandona questo filone di analisi per concentrarsi su un’analisi di equal protection. Seguendo la sua stessa giurisprudenza, la Corte avrebbe dovuto inizialmente accertare che la legge non creasse una classificazione contro una minoranza discriminata. Essa, tuttavia, si è discostata da tale procedura, usando un “escamotage” già applicato in due famosi casi riguardanti i diritti degli omosessuali, Romer v. Evans (517 U.S. 620 [1996]) e Lawrence v. Texas (539 U.S. 558 [2003]), che le ha permesso di dichiarare il DOMA incostituzionale sulla base del semplice rational basis review. Si noti che solitamente sotto tale scrutinio la discrezionalità lasciata alle autorità pubbliche nel definire la legislazione è tale che, prendendo in prestito le parole del giudice Stevens, di fatto esso “equivale a nessuna analisi” (F.C.C. v. Beach Communications, 508 U.S. 307 [1993], n. 3 [Stevens, conc.]). Vi sono però due eccezioni informali, con le quali la Corte suprema ha applicato un rational basis review meno favorevole all’atto contestato – il cosiddetto rational basis review with bite. Queste sono l’“eccezione di ostilità”, applicata quando la legge contestata maschera la mera volontà di stigmatizzare un gruppo di individui, e l’“eccezione logica”, applicata quando delle classificazioni sospette o dei diritti costituzionali potrebbero essere coinvolti, ma la Corte non si pronuncia su di essi in quanto la norma contestata non supera nemmeno il rational basis review. Nel caso US v. Windsor, la Corte applica abbastanza evidentemente l’“eccezione di ostilità”, citando il caso “capostipite” di tale eccezione – U.S. Department of Agriculture v. Moreno (413 U.S. 528 [1973]) – e affermando che “l’obiettivo dichiarato e l’effetto pratico [del DOMA] sono di imporre uno svantaggio, uno status separato e quindi uno stigma su tutti coloro che entrano in matrimoni same-sex resi legittimi dall’indiscussa autorità degli stati” (U.S. v. Windsor, 21). L’evidenza di tale obiettivo e l’assenza di altri scopi legittimi a sostegno della legge permettono quindi alla maggioranza di cinque giudici di dichiarare la sezione 3 del DOMA incostituzionale sulla base del quinto emendamento.
Kristin Perry e Sandra Stier si sposano a San Francisco, 28 giugno 2013
Per il dibattito giudiziale in materia di matrimoni same-sex, la sentenza Hollingsworth v. Perry è purtroppo ancora meno significativa, in quanto una maggioranza ideologicamente trasversale di giudici ha deciso che i ricorrenti non avevano diritto a impugnare la sentenza di primo grado in vece delle autorità statali preposte all’applicazione della legge sul matrimonio, le quali si erano unanimemente rifiutate di difendere l’emendamento costituzionale in primo grado e avevano deciso di non ricorrere in appello. La Corte suprema della California aveva infatti concesso ai promotori dell’emendamento costituzionale contestato la possibilità di ricorrere al posto delle autorità citate dai ricorrenti in primo grado. La Corte suprema federale, tuttavia, rileva come gli appellanti non abbiano subito un danno personale e tangibile, così come richiesto perché il caso possa essere considerato come un’effettiva controversia ai sensi dell’articolo 3 della Costituzione statunitense. L’appello è quindi annullato e, di conseguenza, la sentenza di primo grado che aveva dichiarato l’incostituzionalità dell’emendamento è da considerarsi come passata in giudicato. Ciò ha portato in soli due giorni alla ripresa della concessione di licenze di matrimonio alle coppie same-sex in California.
I due casi esaminati dalla Corte suprema sono stati considerati come due vittorie per la comunità LGBT, ma non hanno risolto alcuna questione che andasse al di là del quesito ristretto a essa rivolto. La Corte si è ancora una volta dimostrata cauta nell’affrontare un tema così polarizzante, e con le sue due sentenze ha preferito lasciare aperti interrogativi che è improbabile siano risolti a breve. Il caso U.S. v. Windsor, infatti, non aggiunge altro ai casi precedenti sui diritti degli omosessuali se non il fatto che la Corte prende atto che il matrimonio non è solo eterosessuale – affermazione che, al di là della valenza mediatica che le è stata attribuita, si limita ad affermare un dato di fatto, visto che al momento della sentenza 12 stati americani più il District of Columbia già riconoscevano i matrimoni same-sex. Il caso Hollingsworth v. Perry, dal canto suo, sarà probabilmente un precedente importante per quanto riguarda il delineamento del right of standing davanti a una corte federale, ma non ha alcun effetto sulla definizione del matrimonio come unione opposite-sex che è ancora contenuta nelle costituzioni di ben 29 stati americani.
Quali potranno essere gli sviluppi futuri del dibattito giudiziale così come delineato? C’è da dire che vista la forte polarizzazione ideologica che questo argomento suscita, sono ormai poche, solo 8, le giurisdizioni in cui a oggi non vi è né riconoscimento né divieto costituzionale dei matrimoni same-sex. Considerando anche il peso che negli ultimissimi anni la lotta politica ha avuto nel dirimere la questione, 3 sono quindi sempre minori gli spazi per nuove sentenze che possano arricchire il dibattito illustrato in questo articolo. In questo contesto, è ragionevole pensare che solo la Corte suprema con una nuova e più risolutiva pronuncia potrebbe portare novità significative e magari una sistemazione definitiva sul problema del riconoscimento dei matrimoni same-sex. Per ora, tuttavia, non sembrano esserci casi pendenti sul tema a cui la Corte potrebbe entro breve concedere il writ of certiorari; dovremo quindi aspettare almeno qualche anno prima che si presenti tale eventualità.
Baker v. Nelson è anche il primo – e fino a poco fa – unico caso su questa tematica che sia arrivato fino alla Corte suprema federale: nel 1972, infatti, essa concesse il writ of certiorari, ma si limitò a emettere una sentenza priva di opinione per “mancanza di un’importante questione di diritto federale” (Baker v. Nelson, 810). ↩
Si noti che, nonostante le corti statali siano state spesso chiamate a pronunciarsi sulla questione dei matrimoni same-sex in base al diritto statale, nelle loro sentenze esse hanno quasi sempre applicato il medesimo schema interpretativo usato per il diritto federale. ↩
Si consideri che sui 13 stati in cui le nozze same-sex sono attualmente legali, solo in 4 vi è stata una “costrizione giudiziale”, mentre nei restanti 9 vi è stata una decisione del parlamento e/o degli elettori. ↩
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