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Timestamp: 2018-07-19 05:53:11+00:00
Document Index: 25276061

Matched Legal Cases: ['art. 74', 'art. 185', 'sentenza ', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 9', 'art. 2043', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 171', 'art. 9', 'art. 9']

lpd: Cassazione: Infortunio sul lavoro: sindacato parte civile anche per i non iscritti
Infortunio sul lavoro: sindacato parte civile anche per i non iscritti
Sentenza 18 gennaio - 11 giugno 2010, n. 22558
Del fatto venivano chiamati a rispondere, per quanto qui rileva, F.E. responsabile di produzione della divisione industriale Demont e da essa delegato per sovraintendere alla sicurezza dei propri cantieri, con facoltà di sub delega, e B.G. capocantiere, sub delegato dal F. a sovraintendere alle attività svolte nel cantiere di ****; si contestava loro la colpa generica e specifica di aver consentito l'utilizzo della gru in cattivo stato di manutenzione, non rispondente alle misure di sicurezza e non assoggettata alle verifiche annuali; di averne consentito l'uso non in conformità delle istruzioni del fabbricante in particolare consentendo che la gru lavorasse con due ganci (quello principale e quello ausiliario) installati contemporaneamente, con le staffe antiscarrucolamento recise e rimosse con la fiamma ossidrica;
I motivi preposti per l'imputato F. si estendono altresì contestare la ritenuta posizione di garanzia; si deduce che egli era stato delegato a sovrintendere alla sicurezza dei cantieri Enel in data **** con facoltà di subdelega e che, esercitando tale facoltà, il ****, aveva subdelegato il capocantiere B.G. a sovrintendere alle attività svolta nel cantiere di ****. Il F. all'epoca dei fatti, sovrintendeva alla sicurezza di ben 25 cantieri ed aveva conferito la delega al B. in considerazione della sua competenza e capacità organizzativa; pur potendosi ammettere la necessità comunque di una sua supervisione e controllo, la Corte avrebbe dovuto stabilire se si potesse esigere in concreto dal delegante un controllo tanto penetrante ed incisivo da impedire la inosservanza degli obblighi di sicurezza e il comportamento tenuto dallo S..
La difesa dei ricorrenti prospetta ancora la tesi volta ad attribuire, da un lato, la responsabilità dell'incidente allo stesso S., per avere operato con la impropria configurazione della gru, ovvero, dall'altro, al personale della T.C. snc dove la gru concretamente operava al momento dell'incidente.
Anche tali profili hanno trovato risposta, essendosi correttamente osservato che la colpa non poteva in alcun modo addebitarsi al gruista dal momento che le modifiche della gru (la recisione delle staffe) erano assolutamente visibili, e l'utilizzo della stessa con una configurazione vietata era ben nota ed avveniva nell'interesse della società Demont, per accorciare i tempi necessari a rendere operativa la gru stessa e consentire di effettuare più rapidamente il lavoro , la società dunque, anzi che consentire una prassi pericolosa, avrebbe dovuto vigilare per impedirlo, così come avrebbero dovuto i suoi responsabili curare la manutenzione della gru e la formazione del personale, risultata carente sotto il profilo della specifica attività dei gruista e dei rischi connessi alla stessa.
Deve al riguardo chiarirsi che, come emerge pacificamente delle sentenze impugnate (in particolare da quella di primo grado pag. 30), F. aveva ricevuto delega scritta per la materia della prevenzione infortuni da parte dell'amministratore delegato della divisione industriale della Demont (delega che il giudice di primo grado ha ritenuto effettiva in quanto erano stati trasferiti piena autonomia, poteri di spesa, mezzi economici e obbligo di vigilanza sui subdelegati), e a sua volta aveva conferito a B. parte di tali incombenze, incaricandolo di sovrintendere alle attività svolte nel cantiere aperto in **** con particolare cura per quanto riguarda il rispetto delle disposizioni vigenti in materia di sicurezza del lavoro. si trattava, quanto a quest'ultima delega, della attribuzione al B. delle funzioni tipiche del preposto, quelle cioè che al medesimo B. sarebbero spettate anche in assenza di delega espressa, essendo strettamente collegate alla posizione funzionale, di capocantiere (e dunque preposto), dal medesimo rivestita. Tanto si precisa per fare chiarezza sulle rispettive posizioni degli imputati, da individuarsi quella di F. in relazione alla sua qualità di datore di lavoro (o ad esso equiparato stante la provenienza a pienezza dei poteri che la delega dell'amministratore delegato gli aveva attribuito) e di semplice preposto con riguardo a B.; ed in particolare per eliminare ogni equivoco sulla possibilità che con tale delega il F. potesse considerarsi esentato da ogni responsabilità.
Equivoco che il ricorso che il ricorso in qualche modo sembra contenere, laddove fa riferimento alle dimensioni dell'azienda, sottolineando che vi erano ben 25 cantieri aperti, alla autonomia del delegato B. e alla sua qualificazione professionale per sostenere che non era pure si riconosce che gli competeva, di supervisione e controllo e si lamenta che i giudici di merito, pur dando atto di tale situazione, non ne abbiano tratto le dovute conseguenze. Tanto premesso, risulta assolutamente corretta la ritenuta responsabilità di F. per essere venuto meno al dovere di vigilanza e controllo circa la corretta esecuzione da parte del preposto delle proprie funzioni, dovere che peraltro la tessa delega a F. imponeva di rispettare, e che la pacifica da ultimo sez. 4^ 12.10.2005 n. 44650 rv. 232617 giurisprudenza di questa Corte ha costantemente ribadito affermando in particolare che "In tema di prevenzione infortuni il datore di lavoro, così come il dirigente, deve controllare acchè il preposto, nell'esercizio dei compiti di vigilanza affidatagli, si attenga alle disposizioni di legge e a quelle, eventualmente in aggiunta, impartitegli. Ne consegue che, qualora nell'esercizio dell'attività lavorativa sul posto di lavoro si instauri, con il consenso del preposto, una prassi contra legem, foriera di pericoli per gli addetti il datore di lavoro do il dirigente, ove infortunio si verifichi, non può utilmente scagionarsi assumendo di non essere stato a conoscenza della illegittima prassi, tale ignoranza costituendolo, di per sè, in colpa per denunciare l'inosservanza al dovere di vigilare sul comportamento del preposto, da lui delegato a far rispettare le norme antinfortunistiche" (sez. 4^ 16.11.1998 n. 17491, Raho m. u. 182857; Sez. 4^ 16.1.2004 n. 18638 m. u. 228344).
Riferimento fondamentale in materia è l'art. 74 del codice di rito vigente, a norma del quale "l'azione civile per le restituzioni e per il risarcimento del danno di cui all'art. 185 c.p. può essere esercitata nel processo penale del soggetto la quale il reato ha recato danno ovvero dai suoi successori universali nei confronti dell'imputato e del responsabile civile". La norma è sostanzialmente conforme alla disciplina precedente, rispetto alla quale il termine persona è stato però sostituito con quello "soggetto" per chiarire che sono legittimate non solo le persone fisiche e giuridiche ma anche soggetti non personificati, come appunto è il caso che qui interessa, avendo
il sindacato natura giuridica di associazione non riconosciuta.
In particolare in questa ultima sentenza, premesso che l'azione civile per le restituzioni e il risarcimento del danno è unica, sia che venga esercitata proponendo la relativa domanda al giudice civile, sia che venga proposta in sede penale e che identici sono i presupposti e le condizioni necessarie per l'ammissibilità della domanda, è stato chiarito che la legittimazione alla costituzione di parte civile corrisponde alla titolarità del diritto fatto valere con l'azione proposta e che il danno per essere risarcibile, deve essere ingiusto, ribadendosi che danno ingiusto è quello che deriva dalla lesione di un interesse tutelato in via diretta ed immediata dall'ordinamento e cioè dalla lesione di un diritto soggettivo; si è esclusa la legittimazione a costituirsi parte civile del consiglio di fabbrica sulla base del seguente principio "in caso di reato colposo a danno di un lavoratore, verificatosi per l'inosservanza di una norma di prevenzione degli infortuni da parte di un soggetto obbligato a garantire la sicurezza dello svolgimento del lavoro, il consiglio di fabbrica non ha titolo a pretendere il risarcimento del danno da parte di chi, mediante l'inosservanza della norma di prevenzione, ha cagionato il reato e non può quindi costituirsi parte civile perchè, in tal caso, il diritto leso è quello alla propria integrità fisica, spettante esclusivamente al singolo lavoratore, e non quello, spettante alla collettività dei lavoratori, al controllo dell'applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni e
delle malattie professionali e alla promozione di ricerca, elaborazione e attuazione di tutte le misure idonee a tutelare la salute e l'integrità fisica dei lavoratori".
La sentenza ha approfondito il tema degli interessi collettivi pur riconoscendo che anche tali interessi, definiti collettivi in quanto riferibili appunto ad una collettività indeterminata dei soggetti impersonalmente ritenuti portatori degli interessi stessi, possono essere tutelati in modo diretto ed immediato dall'ordinamento giuridico cosi da assurgere a diritti (e che il danno risarcibile può essere sia patrimoniale che non patrimoniale), ha precisato che l'interesse collettivo assurge a diritto solo quando è individuato a una norma cosiddetta di protezione che dà
giuridico rilievo all'interesse stesso con riferimento ad una collettività determinata, caratterizzata dalla comunanza degli interessi in questione, facendo assurgere la collettività stessa al soggetto di diritto. Ha poi individuato nel potere di diretto controllo sull'osservanza della normativa di protezione dei lavoratori e di autonoma promozione di attività di studio e ricerca al riguardo l'interesse direttamente protetto dall'art. 9 dello Statuto del Lavoratori in capo alla collettività dei lavoratori di ciascuna azienda (nella specie si discuteva della costituzione di parte civile del consiglio di fabbrica), escludendo che il fatto illecito contestato, l'avere gli imputati cagionato lesioni colpose a un dipendente, potesse ritenersi lesivo del diritto individuato dall'art. 9. Allorchè, a causa dell'inosservanza di una norma di prevenzione, si verifichi una lesione della salute di un lavoratore, un tale fatto, di per sè, secondo le Sezioni Unite, non implica la violazione del diritto conferito alla collettività dei lavoratori dall'art. 9; implica la violazione del diritto alla salute del lavoratore, il quale soltanto ha titolo per pretendere il risarcimento del danno da parte di chi, mediante la inosservanza della norma di prevenzione, ha cagionato la lesione.
La necessità della diretta ed immediata consequenzialità tra reato e danno (ancorata allo specifico requisito previsto dall'art. (Ndr: testo originale non comprensibile) c.c. in tema di responsabilità per inadempimento contrattuale) e questa Corte, via via che si evidenziava la natura plurioffensiva dell'illecito penale e si affermava la possibilità di ritenere risarcibili anche danni che nella norma penale trovano solo una protezione mediata, non costituendo gli stessi oggetto pacificamente ritenuto (da ultimo sez. 1 8.11.2007 n. 4060 rv 239189; sez 1 2.3.2005 n. 13408 rv 231336; sez 3 12.7.2004 n. 36059 rv 229481) che il danneggiato dal reato ai sensi degli artt. 185 e 74 c.p.p. non si identifica necessariamente con il soggetto passivo del reato, ma è chiunque abbia riportato un danno attivo del reato. E anche la dottrina ha affermato che la locuzione "danno immediato e diretto" esprime semplicemente reato e danno, richiedendo uno stretto collegamento del danno con gli interessi tutelati dalla norma penale incriminatrice al fine di evitare che vengano esercitate in sede penale azioni civili solo occasionalmente connesse al reato per cui si procede.
Si possono ricordare, in sede civile, la risarcibilità del danno conseguente alla lesione da parte di un terzo di un diritto di credito (cd. tutela aquilana del credito); il riconoscimento di posizioni giuridiche, quali il cd. diritto all'integrità del patrimonio e il cd. diritto alla libera determinazione negoziale che, pur non avendone la consistenza, venivano elevate al rango di diritto soggettivo; il riconoscimento del danno da perdita di chance e quello da lesione di legittime aspettative nell'ambito dei rapporti familiari ed anche al di fuori di essi con riferimento alla
famiglia di fatto. Particolarmente significative, nella prospettiva evolutiva qui evidenziata, sono state le sentenze delle sez. un. Nn. 500 e 501 del 1999, che hanno riconosciuto la risarcibilità, in precedenza sempre negata, del danno provocato dalla lesione dell'interesse legittimo e che, come si ricava dalla semplice lettura di una delle massime estratte, contengono affermazioni di principio di carattere generale che vanno al di là della soluzione dello specifico caso considerato, essendosi ritenuto che "la normativa sulla responsabilità aquiliana ex art. 2043 cod. civ., ha la funzione di consentire il risarcimento del danno ingiusto, intendendosi come tale il danno arrecato "non iure", il danno, cioè inferto in assenza di una causa giustificativa, che si risolve nella lesione di un interesse rilevante per l'ordinamento, a prescindere dalla sua qualificazione formale, ed, in particolare senza che assume rilievo la qualificazione dello stesso in termini di diritto soggettivo.
Sono note le sentenze della 3^ sezione civile di questa Corte del 31 maggio 2003 n. 8828 e 8827 che hanno interpretato l'art. 2059 c.c. nel senso che "il danno non patrimoniale deve essere inteso come categoria ampia, comprensiva di ogni ipotesi in cui sia leso un valore della persona", non potendo valere la limitazione di cui all'art. 2059 (di risarcibilità del danno non patrimoniale solo se derivante da reato) laddove la lesione ha riguardo a valori della persona costituzionalmente garantiti ed in particolare i diritti inviolabili dell'uomo riconosciuti dall'art. 2 Cost.. E'
evidente, ed è stato sottolineato da attenti commentatori, che tale autorevole presa di posizione ha influenza sulla giurisprudenza penale sotto il profilo delle ampliate possibilità per la parte civile di costituirsi nel giudizio penale invocando il risarcimento di danni non patrimoniali diversi dal danno morale soggettivo, in precedenza unicamente qualificato quale danno morale soggettivo, in precedenza unicamente qualificato quale danno non patrimoniale.
Affermazioni che trovano riscontro nella giurisprudenza penale della Corte, essendosi testualmente affermato (sez. 6^ 5.12.2003 n. 21677 rv 229393) che la risarcibilità del danno non patrimoniale è concepibile a favore di un ente pubblico e che (sez. 1^ 8.11.2007 n. 4060 rv 239190) i danni non patrimoniali, rappresentati da turbamenti morali della collettività, sono risarcibili a favoe degli enti pubblici esponenziali di essa, anche qualora taluno di tali enti sia stato costituito in epoca successiva alla consumazione del fatto di reato. (nel caso di specie, relativo alla strage di ****, commessa il ****, la Suprema Corte ha riconosciuto la legittimità della Costituzione di parte civile della Regione Toscana - ente costituito successivamente alla consumazione del fatto di reato -, della Provincia di Lucca, del Comune di Stazzema e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rilevando che il crimine di guerra in esame, "commesso con lo sterminio di buona parte della popolazione di ****, composta prevalentemente da vecchi, donne e bambini, ed ... attuato con modalità efferate, in totale dispregio del più elementare senso di umanità e dei valori comunemente accolti in ogni società civile, anche in tempo di guerra", ha "provocato dolore, sofferenze, sbigottimento nella collettività di cui le parti civili costituiscono enti esponenziali, creando nella memoria collettiva - per l'inimmaginabile livello di spietatezza e di crudeltà - una ferita non rimarginata, che ancora oggi è fonte di indelebile turbamento ed è produttiva di danno non patrimoniale risarcibile").
Particolarmente significativo e foriero di notevoli aperture è il principio affermato dalla 6^ sezione penale con sentenza dell'1.6.1989 n. 59 rv 182947 secondo cui "Gli enti e le associazioni sono legittimati all'azione risarcitorie, anche in sede penale mediante costituzione di parte civile, ove dal reato abbiano ricevuto un danno a un interesse proprio, semprechè l'interesse leso coincida con un diritto reale o comunque con un diritto soggettivo del sodalizio, e quindi anche se offeso sia l'interesse perseguito in riferimento a una situazione storicamente circostanziata, da
esso sodalizio preso a cuore e assunto nello statuto a ragione stessa della propria esistenza e azione, come tale oggetto di un diritto assoluto ed essenziale dell'ente. Ciò sia a causa dell'immedesimazione fra l'ente stesso e l'interesse perseguito, sia a causa dell'incorporazione fra i soci ed il sodalizio medesimo, sicchè questo, per l'affectio societatis verso l'interesse prescelto e per il pregiudizio a questo arrecato, patisce un'offesa e perciò anche un danno non patrimoniale dal reato". La Corte, con questa ed altre coeve, lucide ed approfondite decisioni dello steso tenore, ha osservato come non diversamente da quanto avviene per il territorio, oggetto di un rapporto di integrazione con il Comune che giustifica l'assunzione da parte dell'ente degli interessi che sul territorio stesso incidono, vi sono gruppi o collettività che hanno fatto di un determinato interesse l'oggetto principale, essenziale, della propria esistenza, di talchè l'interesse stesso è diventato elemento interno e costitutivo del sodalizio e come tale ha assunto la consistenza di diritto soggettivo. Sulla base della rivalutazione degli interessi solidaristici e partecipativi riconosciuti dalla Costituzione, questa Corte ha non soltanto ribadito la (peraltro già riconosciuta sez. un. civili n. 2207 del 1978 Italia Nostra; sez. un. penali n. 3 del 1998 Iori) tutelabilità degli interessi collettivi, ma ha affermato che il riconoscimento di un diritto soggettivo in capo al soggetto che degli stessi è portatore deriva non necessariamente dalla c.d. norma di protezione (dalla sentenza Iori, come si è visto, ritenuta necessaria), ma può discendere dalla diretta assunzione di esso da parte dell'ente che ne ha fatto oggetto della propria attività, diventando lo scopo specifico dell'associazione.
Questa impostazione ha trovato seguito nella giurisprudenza della Corte non soltanto con riferimento a casi analoghi, essendosi anche di recente confermata la legittimazione alla costituzione di parte civile dell'ordine professionale nel procedimento a carico di soggetto imputato di esercizio abusivo della professione (sentenza del 6.2.2008 n. 22144 rv 2400017), ma altresì in relazione a situazioni diversificate come quella della ribadita legittimazione delle associazioni ecologiste (sez. 3^ 5.4.2002 n. 22539 rv 221881; sez. 3^ 21.10.2004 n. 46746 rv 231306; sez. 3^ 21.5.2008 n. 35393 rv 240788), quella della Federazione Pirateria Audiovisiva (FEPAV) in procedimento avente ad oggetto il reato di cui alla L. n. 633 del 1941, art. 171 ter sulla tutela del diritto d'autore; del Sindacato unitario lavoratori di polizia (SIULP) di appartenenza della vittima di reato di violenza sessuale posto in essere sul luogo di lavoro (sez. 3^ 7.2.2008 n. 12738 rv 239409); del Sindaco per reato sessuale commesso nel territorio comunale; del Tribunale del malato in procedimento per reato colposo; del Tribunale del malato in procedimento per reato colposo derivante da colpa medica (sez. 5^ 17.2.2004 n. 13989 rv 228025.
E' pacifico che il sindacato annovera tra le proprie finalità la tutela delle condizioni di lavoro intese non soltanto nei profili collegati alla stabilità del rapporto e agli aspetti economici dello stesso, oggetto principale e specifico della contrattazione collettiva, ma anche per quanto attiene la tutela delle libertà individuali e dei diritti primari del lavoratore tra i quali quello, costituzionalmente riconosciuto, della salute. La tutela delle condizioni di lavoro con riferimento alla sicurezza dei luoghi di lavoro e di prevenzione delle malattie professionali costituisce
sicuramente, specie nel momento attuale, uno dei compiti delle organizzazioni sindacali.
Come è stato osservato, il diritto alla sicurezza sui luoghi di lavoro, pur rilevando dal punto di vista della sua titolarità sul piano individuale, trova altresì idonea tutela attraverso gli strumenti della autonomia collettiva essendosi l'azione sindacale rivelata utilissimo strumento di prevenzione. Sotto tale profilo, l'art. 9 dello Statuto dei lavoratori ha costituito il primo riconoscimento della presenza organizzata dei lavoratori a tali fini, consentendo la costituzione di proprie rappresentanze con il compito di controllare l'applicazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali e di promuovere la ricerca al fine della migliore tutela della loro salute e integrità fisica. Anche se tale disposizione non ha avuto nella pratica lo sviluppo e l'intensità di applicazione che sarebbe stata auspicabile, rimanendo la presenza dei lavoratori e delle loro rappresentanze sindacali prevalentemente orientata alla tutela degli aspetti economici della prestazione lavorativa, essa rappresenta tuttavia una innegabile attribuzione di competenza alle forme associative di lavoratori, cui sono stati, con essa, riconosciuti specifici poteri sollecitatori. Come è stato osservato, l'art. 9 dello Statuto dei
lavoratori ha aperto la via al riconoscimento alle organizzazioni rappresentative dei lavoratori della qualità di soggetti istituzionali nella garanzie della sicurezza sul lavoro.
Al rigetto dei ricorsi consegue la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonchè, in solido tra loro,. Alla rifusione delle spese in favore delle parti civili costituite che liquida in favore di D.B.A. in complessivi Euro 2002,00 oltre accessori come per legge e in favore dei sindacati FIOM, CGIL, UILM UIL e FIM CISL (****) in complessivi Euro 2800,00 oltre accessori come per legge.
Rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese processuali nonchè, in solido trai ricorrenti, alla rifusione delle spese in favore di D.B.A. in complessivi Euro 2002,00 oltre accessori come per legge e quelle in favore dei sindacati FIOM CGIL, UILM UIL e FIM CISL (****) in complessivi Euro 2800,00 oltre accessori come per legge.