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Timestamp: 2019-10-23 11:48:11+00:00
Document Index: 131754775

Matched Legal Cases: ['art. 21', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 98', 'art. 49', 'art. 51']

autonomia della magistratura e libertà di manifestazione del pensiero/
Autonomia della magistratura e libertà di manifestazione del pensiero
La sezione ospita le principali delibere del Consiglio superiore della Magistratura e le sentenze della Corte costituzionale relative a uno dei profili più rilevanti dell'autonomia della magistratura, connesso alla libertà di manifestazione del pensiero e alla partecipazione alla vita politica.
I magistrati, come tutti i cittadini, godono della libertà riconosciuta e garantita dall’art. 21 Cost., la libertà, cioè, di manifestare il proprio pensiero.
Tale libertà, però, attesa la peculiare funzione svolta dalla magistratura, si declina diversamente rispetto al cittadino comune, venendo in rilievo altri valori costituzionali, che consentono un ideale bilanciamento e, quindi, una compressione dell’espansione del diritto di libera manifestazione del pensiero. In particolare, la necessaria imparzialità e indipendenza che devono caratterizzare l’esercizio delle funzioni giudiziarie impongono dunque che il diritto in discorso non sia esercitato in modo anomalo o se ne abusi, abuso che si concreta ove vengano lese proprio imparzialità e indipendenza del magistrato (in questi esatti termini si è espressa Corte cost., 7 maggio – 8 giugno 1981 n. 100).
Di particolare rilievo, in ordine alla libertà di manifestazione del pensiero e ai sui limiti è la delibera del 15 febbraio 2012, relativa a dichiarazioni rese da un magistrato durante il congresso di un partito politico, e reperibile nella sezione "incompatibilità ambientale e funzionale dei magistrati".
Uno degli aspetti più caratteristici della manifestazione del pensiero è la manifestazione di opinioni politiche che, a sua volta si lega alla partecipazione alla vita politica, tematiche che – per i magistrati – si connotano di alcune peculiarità.
La Corte costituzionale (con la sentenza 8-17 luglio 2009 n. 224), nell’esaminare la conformità a Costituzione dell’art. 3 del d.lgs. 109 del 2006, nella parte in cui prevede come illecito disciplinare l’iscrizione o la partecipazione sistematica e continuativa del magistrato a partiti politici, riconosce ai magistrati la libertà di “condividere un’idea politica” e “manifestare le proprie opzioni”, libertà riconosciuta a tutti i cittadini.
Tale libertà, però, entra in necessario bilanciamento con l’autonomia e l’indipendenza che devono connotare le funzioni svolte dai magistrati stessi.
Pertanto, la stessa Costituzione, all’art. 98, pone per talune categorie di dipendenti pubblici un ideale limite alla libertà – altrimenti riconosciuta a tutti i cittadini ai sensi dell’art. 49 Cost. – di associarsi in partiti politici. Limitazione che, come accennato, per i magistrati trova giustificazione nell’esigenza di garantire l’imparzialità degli stessi nell’esercizio delle funzioni.
Quindi, la previsione del divieto di iscrizione a un partito politico o di parteciparvi continuativamente e sistematicamente trova piena giustificazione nella Costituzione stessa.
Diretto corollario della necessità di garantire l’indipendenza e l’imparzialità del magistrato che abbia svolto attività politica sono le previsioni che incidono sul rientro in ruolo del magistrato dopo un impegno in politica. Posto che il diritto di elettorato passivo, ai sensi dell’art. 51 Cost. non può essere negato, la candidatura per un partito politico o lo svolgimento di un mandato elettorale o di un incarico politico impongono particolari accortezze per evitare che possano sorgere sospetti di parzialità per il magistrato che abbia effettuato la campagna elettorale o svolto incarichi politici o amministrativi, accortezze che consistono in particolari regole che impediscono di svolgere - successivamente - le funzioni giudiziarie nel luogo in cui gli incarichi sono stati svolti. In questo senso si pronuncia Corte cost. 19-26 ottobre 1982 n. 172.