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Timestamp: 2020-08-06 06:26:00+00:00
Document Index: 125401369

Matched Legal Cases: ['art. 20', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 22', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 617', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 617', 'art. 51', 'art. 96', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21']

Il 13 gennaio scorso l’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM - vulgo Antitrust) ha multato i principali operatori telefonici - Telecom e H3G € 1.750.000; Vodafone e Wind € 800.000 - per aver essi posto in essere pratiche commerciali scorrette nell’ambito della commercializzazione dei servizi a pagamento (c.d. premium - giochi, musica, video, contenuti erotici, ecc.), utilizzati via internet da terminale mobile. Servizi non richiesti o richiesti inconsapevolmente dagli utenti che venivano, ciononostante, addebitati durante la navigazione in mobilità, cliccando, ad esempio, su banner (forma di messaggio promozionale, consistente nell'inserire un annuncio su una pagina web).
Cosa avveniva in concreto? Su siti web ed applicazioni ci sono i banner contenenti pubblicità, all'apparenza innocui, ma se gli utenti navigando via cellulare cliccavano sui banner o usavano “applicazioni”, si trovavano abbonati ad un servizio premium: 5 euro a settimana per ricevere contenuti in mobilità, che però non avevano mai richiesto. In certi casi, addirittura, i banner sono invisibili perché nascosti all'interno del codice della pagina aumentando enormemente l'insidia. I costi venivano (e sono) automaticamente addebitati dall'operatore sul conto telefonico.
Da qui le numerosissime segnalazioni, delle associazioni di consumatori e fruitori del servizio di telefonia mobile. Dalle segnalazioni alle sanzioni.
Secondo l'Antitrust, di questo comportamento non sono responsabili solo i fornitori dei servizi o delle pubblicità, ma anche gli operatori telefonici stessi: “…altri fattori: gli operatori traggono infatti uno specifico vantaggio economico dalla commercializzazione dei servizi premium, in quanto condividono con i fornitori i ricavi dei servizi erogati, trattenendone un’elevata percentuale. E inoltre, si sono dimostrati ampiamente consapevoli circa la sussistenza di attivazioni e di addebiti relativi a servizi non richiesti da parte dei propri clienti mobili”.
L’Antitrust si è avvalso della collaborazione della Guardia di Finanza (Gruppo Antitrust – Nucleo speciale Tutela mercati), le cui ispezioni hanno evidenziato l’effettiva illiceità dell’operato dei fornitori di telefonia denunciati ( si è parlato di un business da quasi un miliardo di euro l'anno), palesatosi come segue: “…da un lato, l’omissione di informazioni circa il fatto che il contratto di telefonia mobile sottoscritto pre-abilita la sim alla ricezione dei servizi a sovrapprezzo, nonché circa l’esistenza del blocco selettivo per impedire tale ricezione e la necessità per l’utente che voglia giovarsene di doversi attivare mediante una richiesta esplicita di adesione alla procedura di blocco; dall’altro, l’adozione da parte dell’operatore di telefonia mobile di un comportamento qualificato come aggressivo, consistente nell’attuazione di una procedura automatica di attivazione del servizio e di fatturazione in assenza di qualsiasi autorizzazione da parte del cliente al pagamento, nonché di qualsiasi controllo sulla attendibilità delle richieste di attivazione provenienti da soggetti quali i fornitori di servizi estranei al rapporto negoziale fra utente e operatore.” (Da: Comunicato stampa dell’Autorità garante della Concorrenza e del Mercato del 21 gennaio 2015).
Come se non bastasse, si era rilevato che due operatori su quattro avevano commesso un’ulteriore infrazione (da qui le multe di importo superiore), per avere diffuso messaggi che omettono informazioni rilevanti circa gli elementi principali dell’offerta e i diritti dei consumatori nella contrattazione a distanza (recesso ecc.), e altri 3 caratterizzati da meccanismi che determinano l’accesso ai predetti servizi e la loro attivazione con conseguente relativo addebito sul credito telefonico, in modo accidentale o, comunque, in assenza di una espressa manifestazione di volontà del consumatore (sfioramento manuale dello schermo da parte dell’utente, click sul pulsante che identifica il comando di chiusura del relativo banner ecc.).
L’Autorità ha giudicato tutte queste condotte contrarie al Codice del Consumo (artt. 20, 22, 24, 25 lett. a e 26 lett. f), ed alla diligenza professionale, nonché idonee “…a falsare in misura apprezzabile il comportamento economico del consumatore.”
Oltre a sanzionarli l'Antitrust ha imposto agli operatori il divieto di diffondere o continuare queste pratiche, corroborato, come visto, dall’inflizione di sanzioni, e dall’obbligo, per gli operatori, di comunicare entro 60 giorni le iniziative assunte per ottemperare alla diffida, dunque rimediare al problema.
Segnaliamo, infine che alcune associazioni di consumatori, dopo le sanzioni del Garante ai quattro gestori hanno avviato una richiesta collettiva di rimborso e prevedono eventuali successive class action.
Nota: In data 23 maggio 2013 l’Autorità garante per le comunicazioni aveva accolto le richieste di un utente, intestatario di 2 utenze fisse e 3 mobili, che reclamava contro alcune fatture indebite emesse da un operatore di telefonia dopo la migrazione verso altro gestore, rendendo dunque lampante che il traffico in questione e i canoni del piano tariffario non fossero imputabili all’utente. L’AGCom intimava alla società telefonica di stornare integralmente tutte le fatture contestate e di erogare gli indennizzi di euro 109,00 per il ritardato riscontro ai reclami e di euro 100,00 per spese di procedimento.
ARTICOLI DEL CODICE del CONSUMO CITATI:
art. 20 Divieto delle pratiche commerciali scorrette
Art. 22. Omissioni ingannevoli
1. E' considerata ingannevole una pratica commerciale che nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, nonche' dei limiti del mezzo di comunicazione impiegato, omette informazioni rilevanti di cui il consumatore medio ha bisogno in tale contesto per prendere una decisione consapevole di natura commerciale e induce o e' idonea ad indurre in tal modo il consumatore medio ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso.
5. Sono considerati rilevanti, ai sensi del comma 1, gli obblighi di informazione, previsti dal diritto comunitario, connessi alle comunicazioni commerciali, compresa la pubblicita' o la commercializzazione del prodotto.
1. E' considerata aggressiva una pratica commerciale che, nella fattispecie concreta, tenuto conto di tutte le caratteristiche e circostanze del caso, mediante molestie, coercizione, compreso il ricorso alla forza fisica o indebito condizionamento, limita o e' idonea a limitare considerevolmente la liberta' di scelta o di comportamento del consumatore medio in relazione al prodotto e, pertanto, lo induce o e' idonea ad indurlo ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso.
Art. 26. Pratiche commerciali considerate in ogni caso aggressive
In vigore dal 13 giugno 2014
f) esigere il pagamento immediato o differito o la restituzione o la custodia di prodotti che il professionista ha fornito, ma che il consumatore non ha richiesto, salvo quanto previsto dall'articolo 66-sexies, comma 2.
Tag: AGCM, Antitrust, Autorità garante concorrenza mercato, banner, codice Consumo, contratto, internet, operatori telefonici, servizi premium, sim, telefonia mobile
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Questo il principio sancito dalla Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione, con sentenza n. 952/2015, sulla base del quale il titolare di un esercizio commerciale è stato condannato a 23.000,00 euro di ammenda e alla pena di gg. 15 di arresto (!) per aver istallato un condizionatore d'aria fuori dal negozio.
La Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso proposto dal negoziante in quanto i climatizzatori o i condizionatori, per consolidata giurisprudenza amministrativa, costituiscono impianti tecnologici; quindi se installati fuori dai fabbricati, sono considerati interventi edilizi così come definiti dall'art. 3 d.P.R. n. 380 del 2001 e dunque assoggettati alla relativa normativa di settore; con la conseguenza che la loro realizzazione o installazione, seppure non necessitante del permesso di costruire, è tuttavia soggetta a segnalazione certificata di inizio di attività (S.C.I.A.) ai sensi dell'art. 22 d.P.R. n. 380 del 2001.
Tag: climatizzatori, condizionatore, impianti tecnologici, SCIA
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4893/15 del 2 febbraio 2015 ha condannato definitivamente (a tre mesi di reclusione e 800 euro di multa) un ciclista, sorpreso “alticcio” in sella alla sua bicicletta.
La Corte aveva già condannato (sentenza n. 10684 del 2012) un padre che aveva inforcato la bici, portando con sé anche il figlioletto, dopo aver abbondantemente alzato il gomito, tanto da risultare al test alcolemico ben oltre la soglia massima.
Dunque, secondo i Giudici, il reato di guida in stato di ebbrezza si può commettere anche guidando una bicicletta, perché anche questo mezzo di trasporto può “….interferire con il regolare e sicuro andamento della circolazione stradale, con la conseguente creazione di un obiettivo e concreto pericolo per la sicurezza e l’integrità del pubblico degli utenti della strada” e a nulla rileva che il mezzo sia dotato o meno di motore o il numero delle ruote. Quale la conseguenza? Le Forze dell’Ordine potranno fermare anche i ciclisti, non solo gli automobilisti, per sottoporli alla cosiddetta prova del “palloncino”.
A colui che risulterà trasgressore verrà comminata la sanzione amministrativa o penale, a seconda della gravità del fatto e del tasso alcolemico rilevato. Il limite minimo è di mezzo grammo di alcol per litro di sangue, lo stesso che vale per qualsiasi automobilista.
Ovviamente, per il ciclista valgono le stesse garanzie prescritte per l’automobilista. Ed infatti anche il primo ha diritto a farti assistere da un avvocato; però, ha precisato la Cassazione (sent. n. 50053/14 del 1.12.2014 e sent. n. 7967/2014), affinché il controllo sulla quantità di alcol presente nel sangue del conducente sia efficace, la prova dell’etilometro deve essere fatta nel più breve tempo possibile rispetto al fermo.
Dunque, quando le Forze dell’Ordine fermino l’automobilista o ciclista, che si sospetti essere alla guida in stato di ebbrezza, è loro consentito procedere immediatamente all’alcool test (atto urgente e indifferibile), senza dover per forza aspettare che, nel frattempo, giunga sul posto l’avvocato. Le volanti, infatti, hanno solo l’obbligo di avvisare il fermato che può farsi assistere dal legale, nel caso in cui si stia per procedere alla verifica dell’alcoltest, ma non sono tenute anche ad aspettare che questo arrivi sul posto, in quanto il decorso di troppo tempo potrebbe pregiudicare l’efficacia della prova dell’etilometro. Né può invalidare l’accertamento la mancata nomina d’ufficio di un difensore (il cosiddetto avvocato d’ufficio), qualora il fermato non intenda farsi assistere dal suo professionista di fiducia.
Tag: alcol test, alcolismo, alcool, bici, bicicletta, circolazione, condanna, ebbrezza, reato
Sulla Gazzetta Ufficiale n. 21 del 27.1.2015 è stato pubblicato il Regolamento sul procedimento sanzionatorio per le violazioni delle disposizioni del Regolamento (UE) n. 181/2011, che modifica il Regolamento (CE) n. 2006/2004, relativo ai diritti dei passeggeri nel trasporto effettuato con autobus, del 21 gennaio 2015.
«Con l’adozione di questo Regolamento – ha dichiarato il Presidente dell’Autorità, Andrea Camanzi - anche i passeggeri italiani nel trasporto su autobus godranno, finalmente, di un livello di tutela pari a quello adottato da anni negli altri Paesi europei».
L'Autorità ha approvato anche il “Modulo di reclamo” per l’accertamento e l’irrogazione delle sanzioni previste dal Decreto legislativo n. 169/2014.
In base al Regolamento, i passeggeri che abbiano già presentato reclamo all’impresa di trasporto su autobus, potranno rivolgersi – anche mediante associazioni rappresentative dei loro interessi, ove a ciò espressamente delegate – in seconda istanza all’Autorità di regolazione dei trasporti, per segnalare le violazioni degli obblighi di cui al Regolamento 181/2011 dell’Unione Europea da parte dell’impresa di trasporto.
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Tag: autobus, diritti, doveri, passeggeri, regolamento
Il caso: un padre separato registra le conversazioni dei figli minorenni con la madre e le consegna su un CD agli assistenti sociali che hanno in carico la famiglia, presumibilmente per provare propri assunti contro la madre e per ottenere risultati a sé utili.
Denunciato, l'uomo viene condannato ma ricorre in Cassazione dicendo:
- l'intenzione di registrare le conversazioni era stata comunicata alla madre;
- i figli minorenni sono soggetti alla vigilanza e alla potestà dei genitori e quindi non sono quelle "altre persone" diverse da sé che l'art. 617 del codice penale prevede come persone offese dal reato, perché non potrebbero sottrarsi ai doveri di vigilanza, che spettano ai genitori, opponendo la riservatezza delle proprie comunicazioni;
- di aver effettuato le registrazioni, esercitando un proprio diritto/dovere di controllare le comunicazioni fatte o ricevute dai figli minori, perché preoccupato dell’influenza negativa esercitata dalla madre su questi ultimi; in altre parole, aveva agito nell’esercizio di un diritto o nell’adempimento di un dovere e quindi sotto la scriminante dell'art. 51 del codice penale ("L'esercizio di un diritto o l'adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità").
La Cassazione con sentenza n. 41192 del 3 ottobre 2014 ha rigettato il ricorso e confermato la condanna dell'uomo, osservando che:
1) I figli, seppur minorenni, sono “soggetti autonomi”; in questo senso, “altri” rispetto al genitore, nei confronti del quale non opera alcuna immedesimazione che possa renderne legittima la condotta incriminata. L’art. 617 del codice penale ”tutela la libertà e la riservatezza delle comunicazioni telefoniche o telegrafiche contro la possibilità di indiscrezioni, interruzioni o impedimenti da parte di terzi. In particolare, il diritto alla riservatezza della comunicazione o della conversazione implica la possibilità di escludere altri dalla conoscenza del contenuto della medesima e coerentemente la norma incriminatrice menzionata punisce in tal senso anche la condotta di colui che invece ne prenda cognizione senza il consenso dei titolari“.
2) Il fatto che l’imputato avesse preavvertito l’ex moglie, nonché madre dei suoi figli, dell’intenzione di registrare le telefonate non equivale a quella di aver informato i figli che le loro telefonate venivano registrate al momento della conversazione. I Giudici scrivevano sul punto: “…. In tal senso l’obiezione difensiva risulta manifestamente infondata, atteso che la mera comunicazione dell’intenzione futura di registrare le telefonate a coloro che dovranno effettuarle non equivale a quella con cui questi ultimi vengono resi partecipi nell’attualità della conversazione dell’interferenza, la quale sola eventualmente potrebbe far venir meno la connotazione fraudolenta della medesima”.
3) La scriminante prevista dall'art. 51 c.p. “sussiste solo se il fatto penalmente illecito sia stato effettivamente determinato dalla necessità di esercitare il diritto o di adempiere il dovere”: ora, “il diritto/dovere di vigilare sulle comunicazioni del minore da parte del genitore” non giustifica “indiscriminatamente qualsiasi illecita intrusione nella sfera di riservatezza del primo”, ma “solo quelle interferenze che siano determinate da una effettiva necessità, da valutare secondo le concrete circostanze del caso e comunque nell’ottica della tutela dell’interesse preminente del minore e non già di quello del genitore”.
Articolo 51 codice penale. Esercizio di un diritto o adempimento di un dovere. L’esercizio di un diritto o l’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica o da un ordine legittimo della pubblica autorità, esclude la punibilità. Se un fatto costituente reato è commesso per ordine dell’autorità, del reato risponde sempre il pubblico ufficiale che ha dato l’ordine.
Risponde del reato altresì chi ha eseguito l’ordine, salvo che, per errore di fatto abbia ritenuto di obbedire a un ordine legittimo. Non è punibile chi esegue l’ordine illegittimo, quando la legge non gli consente alcun sindacato sulla legittimità dell’ordine.
Articolo 617 del codice penale. Cognizione, interruzione o impedimento illeciti di comunicazioni o conversazioni telegrafiche o telefoniche.
Tag: dovere di vigilanza, figli minorenni, padre, registrazione, telefonate
Dal 9 febbraio 2015 scatta l'obbligo di promuovere la negoziazione assistita quando si voglia esercitare in giudizio un'azione in materia di risarcimento del danno da circolazione di veicoli e natanti o di pagamento a qualsiasi titolo di somme non superiori a € 50.000, fatta eccezione per le controversie nelle quali è prevista la mediazione obbligatoria (ovvero quelle in materia di condominio, diritti reali, divisione, successioni ereditarie, patti di famiglia, locazione, comodato, affitto di aziende, risarcimento del danno derivante da responsabilità medica e sanitaria e da diffamazione con il mezzo della stampa o con altro mezzo di pubblicità, contratti assicurativi, bancari e finanziari).
- E' un istituto introdotto nel nostro ordinamento dal recentissimo decreto legge n. 132/2014 (12 settembre), avente titolo "Misure urgenti di degiurisdizionalizzazione e altri interventi per la definizione dell'arretrato in materia di processo civile" convertito, con modificazioni, nella L. n. 162/2014.
La negoziazione assistita è inclusa tra gli strumenti di “ADR” (Alternative Dispute Resolution), ovvero Metodi Alternativi di Risoluzione delle controversie, già previsti nel nostro ordinamento giuridico. Lo scopo del legislatore è quello di tentare di incentivare la risoluzione delle controversie in sede stragiudiziale e, in questo modo, cercare di decongestionare l’immensa mole di lavoro dei Tribunali, causa di lungaggini nell’ottenimento di Giustizia nelle aule.
Gli avvocati hanno il dovere deontologico di informare il Cliente all'atto del conferimento dell'incarico della possibilità di ricorrere alla convenzione di negoziazione assistita. Tale dovere di informativa è analogo a quello previsto dal decreto legislativo n. 28 del 2010, relativo alla possibilità di ricorrere alla mediazione facoltativa.
L'avvocato della parte, che intende proporre azione di risarcimento danni in sede giudiziale, formula alla controparte un invito a stipulare una convenzione di negoziazione.
- Quello che deve contenere l’invito della parte:
a) l'oggetto della controversia;
b) l'avvertimento, che la mancata risposta all'invito entro trenta giorni dalla ricezione o il suo rifiuto può essere valutato dal giudice ai fini delle spese del giudizio e di quanto previsto dagli art. 96 e 642, comma 1, del codice di procedura civile;
c) la certificazione dell'autografia della firma apposta sull'invito da parte dell'avvocato che formula l'invito stesso.
- La trasmissione dell'invito o la sottoscrizione della convenzione producono gli effetti della domanda giudiziale sulla prescrizione ed impediscono (per una sola volta) la decadenza.
1) Se, però, l'invito viene rifiutato o non viene accettato entro trenta giorni, l'azione deve essere proposta entro il medesimo termine di decadenza, previsto dalla legge. Tale termine decorrerà dalla data del rifiuto, dallo scadere dei trenta giorni senza che l'invito sia stato accettato o dalla dichiarazione di mancato accordo, così come certificata dagli avvocati.
2) Qualora l'invito venga, invece, accettato dalla controparte, si procederà alla stipula della convenzione di negoziazione assistita, contenente l'impegno delle parti a cooperare in buona fede e con lealtà, per addivenire alla soluzione in via bonaria della vertenza con l'assistenza di avvocati.
a) un termine per la conclusione della procedura, non inferiore a un mese e non superiore a tre mesi (prorogabile per ulteriori trenta giorni su accordo tra le parti);
b) l'oggetto della controversia
e deve essere:
1) stipulata in forma scritta, a pena di nullità;
2) deve essere sottoscritta dalle parti e dagli avvocati che le hanno assistite, i quali, inoltre, certificano l'autografia delle sottoscrizioni dei propri Clienti.
Dopo la stipula della convenzione, si apre la vera e propria fase di negoziazione che deve essere improntata ai principi di lealtà, buona fede e riservatezza per quanto concerne le informazioni ricevute. .
1) Se, dopo la fase di negoziazione, le parti non raggiungono nessun accordo, verrà compilata la dichiarazione di mancato accordo, che gli avvocati incaricati certificheranno. A questo punto, la condizione di procedibilità si considera avverata e, pertanto, la parte che ne abbia interesse potrà proporre la domanda giudiziale.
2) Se, invece, le parti raggiungano un accordo, quest'ultimo dovrà essere sottoscritto dalle parti e dagli avvocati che le hanno assistite.
Questi ultimi, nella procedura in cui sono intervenuti, qualora impugnassero l'accordo stipulato, commetterebbero un illecito deontologico.
--- L'accordo sottoscritto costituisce titolo esecutivo ed è valido per l'iscrizione di ipoteca giudiziale.
--- Gli avvocati certificano l'autografia delle firme e la conformità dell'accordo alle norme imperative e all'ordine pubblico.
--- Se con l'accordo le parti concludono uno dei contratti o compiono uno degli atti soggetti a trascrizione, per procedere alla trascrizione dello stesso la sottoscrizione del processo verbale di accordo deve essere autenticata da un pubblico ufficiale a ciò autorizzato.
Commento del Negozio Giuridico: a parte una notevole serie di problemi tecnici che si pongono in tema di autenticazione di firme, titolo esecutivo, rapporti con la mediazione civile ecc., lasciati in sospeso e che dovranno essere risolti dai giudici nel corso degli anni; a parte il fatto che tutti (o quasi tutti) gli avvocati prima di iniziare una causa provano a contattare la controparte e cercano di arrivare ad un accordo, e fanno causa solo se non c'è altro da fare, anche in questo caso si è persa l'occasione per pensare a qualcosa di snello e non bizantino.
Non parliamo poi della negoziazione assistita in tema di separazione e divorzio...
Tag: accordo, circolazione veicoli e natanti, improcedibilità, negoziazione assistita, pagamento somme, recupero crediti
La Polizia di Stato mette in guardia i cittadini contro un virus informatico molto pericoloso portato da una semplice email che contiene informazioni su una presunta spedizione a suo favore o su un ordine effettuato online, per il completamento dei quali è necessario visitare un link indicato nel corpo del messaggio. Viene anche allegato un file con l'estensione .cab e la email appare provenire da un mittente plausibile con tanto di indicazione di email su un dominio che ad un semplice verifica risulta inesistente.
Cliccando sul link o aprendo l'eventuale allegato si viene infettati da una variante del virus informatico Cryptoclocker.
L'applicazione cripta tutti i file presenti sul computer infetto e li rende inutilizzabili. Poi chiede all'utente il pagamento di alcune centinaia di euro per "liberare" i dati e quindi renderli di nuovo accessibili, con una vera e propria estorsione (ed in effetti il virus è conosciuto anche come Ransomware - ransom = estorsione).
I dati vengono cifrati con una chiave pubblica RSA a 2048 bit molto resistente che rende necessaria la relativa chiave privata per decifrare i files, solitamente di tipo Microsoft Office, Open Office, immagini e files Autocad.
Una volta effettuato il pagamento i delinquenti inviano, ma non sempre, un software contenente la chiave privata della coppia RSA necessaria alla decriptazione dei files.
Prevenire è la soluzione migliore e le regole base sono:
Non aprire email generiche che contengono allegati e riguardano eventi di cui non si è a conoscenza;
Modificare le impostazioni di Windows in modo che mostri sempre l'estensione dei files e permetta quindi di distinguere quelli eseguibili (.exe) da quelli di archivio (.doc, .pdf, etc.);
Tenere antivirus e sistema operativo sempre aggiornati;
Tenere sempre una copia di backup recente dei dati importanti;
La cifratura dei dati è un processo abbastanza lungo e laborioso, se ci si accorge dell'infezione bisogna procedere immediatamente alla rimozione del virus (non molto complessa) in modo da ridurre la quantità di files criptati.
La Polizia di Stato nel suo comunicato invita a non cedere al ricatto e a non effettuare il pagamento, anche se Symantec, nota casa produttrice di antivirus, stima che circa il 3% degli utenti colpiti dall'infezione decide di pagare.
Tag: chiave privata, chiave pubblica, cryptolocker, dati criptati, estorsione, ransomware, virus
La società che gestisce il garage è responsabile per il furto dell'auto commesso da un terzo estraneo mediante la consegna di un tagliando contraffatto per il ritiro. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza 22807/2014 , respingendo il ricorso della società che gestiva l'autorimessa e condividendo la sentenza di secondo grado della Corte d'Appello.
L'auto era stata consegnata nel 1992 all'apparente proprietario che il giorno dopo la consegna si era presentato a ritirare la preziosa Mercedes Benz esibendo la contromarca falsa.
La Corte d'Appello aveva deciso che «al contratto atipico di posteggio si applicano le norme relative al deposito sicché il depositario assume contrattualmente nei confronti del depositante l'obbligo della restituzione della cosa nello stato in cui è stata consegnata e il conseguente obbligo, in caso di sottrazione, di risarcimento del danno, salvo che fornisca la prova, sul medesimo incombente, della imprevedibilità ed inevitabilità della perdita della cosa nonostante l'uso della diligenza richiesta per la sua attività e comunque quella del buon padre di famiglia; dunque la colpa del depositario si presume e detta presunzione può essere superata solo se costui prova che l'inadempimento sia derivato da fatto a lui non imputabile». E non risultava che «l'addetto alla riconsegna avesse diligentemente verificato l'autenticità del predetto tagliando o avesse accertato che il possessore era autorizzato al ritiro».
La Corte ha condiviso il ragionamento della Corte aggiungendo che non basta nemmeno asserire « l'idoneità della contraffazione ad "ingannare chiunque"».
Tag: auto, buon padre di famiglia, causa non imputabile, consegna, contraffazione, deposito, diligenza, furto, ritiro, tagliando contraffatto
Sci, sciatori imprudenti e responsabilità del gestore delle piste
Nel caso di una signora vittima di un grave incidente sugli sci, la Cassazione, con sentenza n. 22344 del 22 ottobre 2014, ha rigettato la pretesa della signora di far condannare la società di gestione della pista da sci che, a suo dire, non aveva fatto allontanare lo sciatore imprudente che l'aveva investita e che aveva posizionato dei paletti per delimitare una pista di slalom sul bordo della pista dove era avvenuto il sinistro.
La Corte ha osservato che "sotto il profilo degli obblighi nascenti, a carico del gestore di un comprensorio sciistico dal contratto di ski-pass, e cioè della responsabilità contrattuale, non c'è dubbio che il titolare dell'impianto assume l'impegno di garantire la buona manutenzione delle piste e di prevenire situazioni di pericolo, predisponendo le opportune protezioni e segnalazioni. A siffatti incombenti non può tuttavia darsi un'estensione tale da far ricadere sul gestore la responsabilità della non appropriata condotta degli utenti, tutte le volte in cui da questa sia derivato un danno a terzi. Si tratterebbe, a ben vedere, di un'obbligazione praticamente inesigibile, stante la natura intrinsecamente pericolosa dell'attività sportiva esercitata sulle piste da sci, le dimensioni ragguardevoli che esse di solito hanno, la normale imprevedibilità di quelle condotte, anche per la contestuale incidenza di fattori naturali non governabili dal gestore".
Quindi, la signora avrebbe dovuto provare che la condotta imprudente dell'altro sciatore fosse avvenuta sotto la diretta percezione dei gestori e che la segnalazione fosse stata ignorata dai gestori dell’impianto, con una omissione inescusabile.
La Cassazione portava sostegno alle proprie conclusioni richiamando, sull’inesigibilità del controllo generale da parte dei gestori di impianti su condotte imprevedibili degli utenti, anche l’art. 21 della l. 363/2003, che detta prescrizioni proprio sulla sicurezza degli sport invernali. Questa norma affida, infatti, il controllo della sicurezza sulle piste alle forze pubbliche, quali Carabinieri, Polizia di Stato e Corpo Forestale e non anche dai gestori di piste ed impianti di risalita.
In conclusione, non è ravvisabile alcuna responsabilità contrattuale in capo al gestore di impianti sciistici, non potendosi pretendere che egli vigili su ogni comportamento imprudente degli sciatori. Sul piano della responsabilità extracontrattuale del gestore è necessario provarne la colpa.
Tag: condotta imprudente, controllo, Forze pubbliche, impianto sciistico, imprudenza, omissione, pista, responsabilità, sci, sicurezza, skypass