Source: http://www.opiniojuris.it/la-corte-penale-internazionale-limmunita-tra-il-diritto-internazionale-consuetudinario-e-lo-statuto-di-roma/
Timestamp: 2017-12-18 09:01:33+00:00
Document Index: 30439517

Matched Legal Cases: ['arte 9', 'art. 97', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 12', 'art. 98', 'art. 98', 'art. 98', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 32', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 98', 'art. 97', 'sentenza ']

La Corte Penale Internazionale: l'immunità tra il diritto internazionale consuetudinario e lo Statuto di Roma - Opinio Juris
La Corte Penale Internazionale: l’immunità tra il diritto internazionale consuetudinario e lo Statuto di Roma
Xenia Camerini 3 November 2017 Africa, Diritti Umani, Diritto Internazionale, Jus, Sudan 2366 Views
Il 6 luglio 2017, la Seconda Camera Preliminare della Corte Penale Internazionale ha statuito che il Sudafrica, non avendo eseguito la richiesta di arresto e consegna di Omar Al-Bashir quando questi si trovava nel suo territorio, tra il 13 ed il 15 giugno 2015, non aveva rispettato gli obblighi derivanti dallo Statuto di Roma, disponendo altresì “[…] a referral to the Assembly of States Parties or the Security Council of the matter of South Africa’s non-compliance with the Court’s request for the arrest of Omar Al-Bashir and his surrender to the Court is not appropriate”[1].
La comprensione della decisione richiede un’attenta analisi delle circostanze di fatto e di diritto che l’hanno determinata.
I. La ricostruzione dei fatti
Il 31 marzo 2005, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, adottò la risoluzione n. 1593(2005), con la quale deferì al Procuratore della Corte la situazione in Darfur, stabilendo che il Governo del Sudan e tutte le altre parti del conflitto avrebbero dovuto collaborare pienamente e fornire qualsiasi assistenza necessaria alla Corte e al Procuratore. A seguito delle indagini nel caso de quo, la Seconda Camera Preliminare emise, il 4 marzo 2009 e il 12 luglio 2010, due mandati di arresto contro Omar Al-Bashir per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio perpetrati in Darfur nel periodo intercorrente dal marzo 2003 ad, almeno, il 14 luglio 2008.
Successivamente all’emissione di tali mandati, la Corte, ai sensi della parte 9 dello Statuto[2], trasmise agli Stati Parte dello Statuto richieste di collaborazione per l’arresto di Omar Al-Bashir e la sua consegna alla Corte.
In un secondo momento, e precisamente nel maggio 2015, la Corte Penale Internazionale apprese dai media che Omar Al-Bashir intendeva recarsi in Sudafrica per partecipare al vertice dell’Unione Africana svoltosi poi a Johannesburg dal lunedì 7 giugno al martedì 15 giugno 2015. Il 28 maggio 2015, il Registrar della Corte, sulla base di questi rapporti mediatici, notificò alle autorità competenti del Sudafrica una richiesta di cooperazione chiedendo: “to arrest and surrender Omar Al Bashir to the Court should he enter into the territory of South Africa in accordance with articles 86 and 89 of the Statute; and, in case of any problem impeding or preventing the execution of the request for cooperation; to consult with the Court without delay in order to resolve the matter” [3].
Il 12 giugno 2015, la Seconda Camera della CPI ricevette la richiesta del Sudafrica di svolgere una riunione di consultazione con la Corte alle 17.00 del medesimo giorno. Così, la riunione si svolse in quella data e fu presieduta dal giudice Cuno Tarfusser, Presidente della Camera, con la partecipazione dei rappresentanti del Sudafrica, del Registar e dell’Ufficio del Procuratore. Durante tale riunione, il Presidente della Camera rilevò, inter alia, che: “all of the issues tabled by South Africa had already been decided upon by the Court; and the consultations had no suspensive effect on South Africa’s outstanding obligations under the Statute to cooperate with the Court. On 13 June 2015, Judge Cuno Tarfusser issued a decision stating that there was no need for any additional reminder to South Africa or further clarification as regards the existence of its obligation to immediately arrest and surrender Omar Al Bashir to the Court[4]”.
Il 13 giugno 2015, Omar Al-Bashir entrò nel territorio della Repubblica sudafricana. Nel corso della giornata, il Consigliere della Repubblica incontrò separatamente i rappresentanti del Registrar della Corte e quelli dell’Ufficio della Procura.
La sera dello stesso giorno, la Camera ricevette una richiesta urgente da parte del Procuratore che chiedeva al giudice di emettere un ordine al fine di chiarire che non vi era ambiguità circa l’obbligo immediato del Sudafrica, il quale non poteva essere soggetto a ritardi ovvero ad effetti sospensivi. Ciò nonostante, il Presidente del Sudan, lasciò il Sudafrica la mattina del lunedì 15 giugno 2015. Dunque, malgrado la richiesta, il Sudafrica non eseguì l’arresto.
II. Submissions: Sudafrica e Procuratore
Il Sudafrica, prima facie, presentò all’udienza i tre errori fondamentali che avevano avuto luogo nel corso delle consultazioni ai sensi dell’articolo 97 [5] nel giugno 2015: (i) la richiesta di consultazioni del Sudafrica fu trattata erroneamente, così come lo svolgimento delle stesse; ii) la richiesta fu sottoposta a un procedimento quasi giudiziario piuttosto che diplomatico e politico; iii) non furono disponibili regole applicabili alle consultazioni ex art. 97 dello Statuto[6].
In sostanza, il Sudafrica all’udienza sostenne che Omar Al-Bashir avrebbe goduto dell’immunità dai procedimenti penali, compreso l’arresto, in base al diritto internazionale consuetudinario e che poiché l’immunità non era stata rinunciata dal Sudan, non sussisteva in capo al Sudafrica nessun obbligo giuridico con tale contenuto. Diversamente, nelle osservazioni scritte presentate precedentemente si fece espresso richiamo all’art. VIII comma 1 dell’accordo concluso tra il Sudafrica e l’Unione Africana al fine di affermare la sussistenza dell’immunità.
Inoltre, sempre secondo la difesa sudafricana, la risoluzione 1593(2005) non poteva essere interpretata alla stregua di una rinuncia all’immunità di Omar Al-Bashir quale Capo di Stato. Lo stesso Stato aggiunse che, anche se fosse accolta l’interpretazione avanzata dalla controparte ossia che trattasi di immunità implicite, il significato ordinario della risoluzione suggeriva che solo il Sudan sarebbe stato obbligato a rinunciare all’immunità e pertanto il Consiglio avrebbe potuto agire contro la non conformità del Sudan ai sensi del diritto internazionale.
In aggiunta, lo Stato sottoposto alla giurisdizione della CPI, per quanto riguarda l’oggetto e la finalità della risoluzione 1593(2005), dichiarò che “a holistic reading of the resolution is that the resolution is multifaceted and that the jurisdiction of the ICC is but a cog in the strategy of the Council. If you look at the resolution as a whole, you get a sense that jurisdiction is not to be achieved at all costs [7] ”.
A fondamento della sua tesi secondo cui ogni rinuncia all’immunità deve essere esplicita, il Sudafrica fece riferimento, altresì, da un lato all’articolo 32, paragrafo 2 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche[8] e, in generale, alle risoluzioni sulla pirateria e sul terrorismo; dall’altro alla circostanza che dal punto di vista interpretativo gli Stati Membri del Consiglio di sicurezza non avrebbero mai espresso l’opinione che la risoluzione 1593(2005) sia da considerarsi come una rinuncia all’immunità e, separatamente, che gli Stati Parte dello Statuto hanno precedentemente ospitato Omar Al-Bashir non provvedendo all’arresto[9].
Infine, il Sudafrica si riferì ai “contesti politici e diplomatici” affermando che “[a]s a leading player in peace efforts, [it] cannot disengage from the African Union or adopt a policy that would suggest [it is] not going to host AU heads of state”[10].
Invece, all’udienza il Procuratore, in primo luogo, dichiarò che il Sudafrica ben consapevole dell’obbligo di arrestare e di consegnare Omar Al-Bashir sin dal giugno 2015 aveva avuto la capacità di adempiere ma che ciò nonostante aveva deliberatamente scelto di non farlo.
In secondo luogo, per quanto riguarda le consultazioni di cui all’articolo 97 dello Statuto, il Procuratore rammentò, ancora una volta, che la circostanza che le stesse fossero state richieste e svolte non alterò o sospese il “pre-existing, clear, standing obligation to comply with the arrest warrants”[11].
In terzo luogo, il Procuratore sottolineò che la fonte dell’obbligo di cooperazione in capo al Sudan era rinvenibile nel Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, ma che altresì era evidente che la Corte poteva esercitare la propria competenza solo conformemente allo Statuto. Inoltre, furono posti a supporto di tale argomentazione i riferimenti all’articolo 13 dello Statuto[12] e all’articolo 17 dell’accordo di negoziazione[13] stipulato tra la Corte Penale Internazionale e le Nazioni Unite.
In risposta all’argomento del Sudafrica relativo alla pratica successiva seguita dal Consiglio di Sicurezza, il Procuratore ribadì che in seguito alle richieste di rinvio e sospensione del giudizio contro Omar Al-Bashir in base allo status di Capo di Stato, la CPI rifiutò tale istanza ai sensi dell’articolo 16 dello Statuto e che pertanto non sussisteva alcuna causa in grado di interferire nell’ottemperanza di quanto previsto dalla Corte.
Il Procuratore, presentò altresì osservazioni sulla relazione sussistente tra gli artt. 27 n.2 e 98 n.1 dello Statuto sostenendo che non vi era alcun obbligo per la Corte di chiedere il consenso di uno Stato Parte ai fini della rinuncia dell’immunità nell’esecuzione di una richiesta di consegna di un soggetto da parte di un altro Stato Parte, poiché il consenso all’esercizio della giurisdizione della Corte era già stato fornito ai sensi dell’articolo 27 n.2.
Di conseguenza, fu evidente come il Consiglio di Sicurezza di concerto con la Corte decise che nei confronti di tale Stato gravava un dovere di collaborazione, così come risultante dallo Statuto di Roma in virtù della risoluzione 1593(2005), la cui ratio era dunque “to place the Sudan in a situation comparable to States Parties”[14]. Pertanto, il Procuratore affermò che nel caso di specie non esisteva alcun obbligo in conflitto a livello orizzontale tra il Sudafrica e il Sudan.
III. Le statuizioni della Corte
Sulla base di quanto sinora affermato, risulta necessario affrontare le due questioni salienti affrontate dalla CPI: “(i) whether South Africa failed to comply with the request for arrest and surrender of Omar Al-Bashir contrary to the provisions of the Statute; and (ii) whether a referral of the matter to the Assembly of States Parties and/or the Security Council is warranted”[15].
IV. La prima questione: l’immunità
Per quanto concerne il primo punto, la Camera fu chiamata a stabilire se il Sudafrica avesse avuto il diritto di non rispettare la richiesta della Corte per due motivi indipendenti, vale a dire: “(i) on account of Omar Al-Bashir’s immunity; and/or (ii) as a result of South Africa’s interactions with the Court in June 2015”[16].
In via preliminare, occorre ricostruire il regime vigente delle immunità di cui gode l’organo individuale dello Stato; al riguardo le immunità possono distinguersi in funzionali (o ratione materiae) e personali (o ratione personae).
Con riferimento al primo tipo, tale immunità si sostanzia “nell’esenzione dalla giurisdizione del foro a favore degli individui-organo che operano nell’esercizio delle mansioni loro affidate da uno Stato estero”.[17] Dunque, titolare del diritto all’immunità è solo lo Stato (che detiene in via esclusiva la facoltà di rinunciarvi) e non già l’individuo-organo. Ciò nonostante è bene chiarire che l’immunità dalla giurisdizione (civile, penale ed amministrativa) sussiste solo per gli atti iure imperii, ossia quelli posti in essere nell’esercizio delle funzioni di organo statale e vengono meno per gli atti compiuti iure privatorum. Pertanto, l’immunità perdura anche dopo la cessazione dalla carica.
Diversamente, l’immunità personale è riconosciuta a Capi di Stato, Capi di Governo, Ministri degli Affari Esteri e agenti diplomatici in virtù della posizione di vertice che tali individui-organo ricoprono all’interno dello Stato. In questo caso, si tratta di una tutela supplementare, la quale prevede una immunità assoluta dalla giurisdizione penale e una immunità relativa per quanto concerne la giurisdizione civile e amministrativa dello Stato del foro anche per gli atti compiuti a titolo privato; pertanto tale immunità comporta altresì l’inviolabilità della persona e del suo domicilio ma cessa con la conclusione della carica.
Dunque, come precisato da parte della dottrina: “il presupposto della norma è quello di proteggere l’organo individuale da qualunque interferenza che ne ostacoli il pieno e libero svolgimento delle sue funzioni (ne impediatur legatio).”[18]
Come si dirà, è ampiamente dibattuto nella prassi interna ed internazionale la questione concernente l’individuo accusato di crimini internazionali, ossia se lo stesso possa godere di tali immunità ovvero debba rispondere della commissione di un crimine internazionale a titolo personale. Per quanto concerne il diritto internazionale pattizio, occorre chiarire che pacificamente è ammissibile, se espressamente prevista, l’inapplicabilità di tali immunità all’interno di trattati o di Statuti istitutivi, e questo in quanto i trattati sono configurabili quali atti dipendenti dalla volontà delle parti e ad efficacia inter partes.
Piuttosto la querelle verte sulla esistenza in tal senso di una norma di diritto internazionale consuetudinario: trattasi di prassi abbastanza controversa. Si distinguono varie posizioni. Tra le tante spicca quella espressa dalla Pre-Trial Chambers della CPI, la quale negò la sussistenza dell’immunità utilizzando come fondamento della sua posizione la distinzione tra mandati di arresto nazionali ed internazionali, chiarendo che i primi potrebbero essere utilizzati da parte degli Stati in via strumentale al fine di porre in essere una persecuzione giudiziaria mentre i tribunali internazionali sono “totally independent of states and subjects to strict rules of impartiality”.[19]
Parte della dottrina critica fortemente tale impostazione sulla scorta di tre argomentazioni: 1) appare azzardato ritenere che una modificazione così rilevante possa basarsi su valutazioni astratte e di massima che potrebbero essere smentite in concreto; 2) si consideri che per quanto riguarda il carattere dell’imparzialità e dell’indipendenza dei tribunali internazionali, questo possa essere messo in dubbio già solo osservando che i Tribunali di Norimberga e Tokyo furono voluti dagli Stati vincitori della guerra per punire gli Stati vinti, mentre l’ICTY e l’ICTR furono creati tramite risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza, il quale, si rammenta essere considerato organo politico per eccellenza in virtù dei rapporti di forza esistenti tra i cinque membri permanenti; 3) bisogna altresì sottolineare come la ratio di tale immunità sia quella di tutelare lo Stato e non già l’individuo-organo[20].
Altra parte della dottrina si è espressa in tal senso: “l’immunità dalla giurisdizione copre qualsiasi atto e dunque anche eventuali crimini internazionali commessi dall’individuo al quale spettano le immunità diplomatiche. Ciò peraltro finché dura la funzione. Anche nel caso dell’immunità funzionale si ritiene ormai che questa debba soccombere […] rispetto all’esigenza della punizione di siffatti crimini”[21]. E questo in quanto, nella maggior parte dei casi i crimini internazionali sono commessi dagli organi supremi dello Stato e pertanto sarebbe assurdo negare che possa essere punito l’individuo, una volta cessata la funzione.
In tale contesto, ad abundantiam sono intervenute alcune organizzazioni non governative[22] a supporto della decisione della Corte, stante il rischio di impunità e il prevalere del sentimento di giustizia nei confronti vittime dei crimini internazionali.
Invece, la giurisprudenza italiana[23] ha affermato che in presenza di crimini internazionali, l’immunità funzionale degli organi di Stato non possa essere invocata, concludendo pertanto nel senso della prevalenza della regola della giurisdizione universale dei giudici interni per crimini internazionali dell’individuo rispetto a quella sull’immunità ratione materiae.
Altra parte della giurisprudenza[24], in particolare quella inglese, ha cercato di supportare l’impossibilità di inquadrare un crimine internazionale quale atto funzionale di governo in quanto atto contrario al diritto internazionale e dunque rientrante nella categoria degli atti personali perseguibili una volta che l’alto organo abbia cessato le sue funzioni. Allo stesso scopo si qualificano i crimini internazionali quali atti ultra vires, ossia commessi oltrepassando i limiti del mandato.
In tale contesto è intervenuta anche la Corte Internazionale di Giustizia[25], in particolare nel caso Mandato di arresto dell’11 aprile 2000, dove la stessa ha statuito l’esclusione dell’esercizio della giurisdizione universale per i crimini di guerra e crimini contro l’umanità rispetto ad un Ministro degli Esteri in servizio o cessato dall’incarico se commessi nell’esercizio delle sue funzioni ufficiali.
Tornando alla disamina della controversia in esame, si rammenta come il Sudafrica individuò due basi giuridiche distinte per sostenere l’immunità di Omar Al-Bashir, ossia da un lato il diritto internazionale consuetudinario in virtù della carica di Capo di Stato del Sudan, e dall’altro l’Host Agreement concluso tra il Sudafrica e l’Unione Africana per lo svolgimento del summit.
In riferimento a quest’ultimo argomento veniva in rilievo l’articolo VII, paragrafo 1 dell’Host Agreement, che espressamente prevedeva: “The Government shall accord the Members of the Commission and Staff Members, the delegates and other representatives of Inter-Governmental Organizations attending the Meetings the privileges and immunities set forth in Sections C and D, Articles V and VI of the General Convention on the Privileges and Immunities of the OAU”[26].
A prescindere da qualsiasi altra considerazione relativa all’argomento da parte del Sudafrica, la Corte ritenne sufficiente osservare che la disposizione controversa non si applicava ad Al-Bashir. Ed infatti, il Presidente sudanese non era presente in territorio sudafricano nel giugno 2015 in qualità di membro della Commissione dell’Unione Africana, o come delegato o altro rappresentante di una organizzazione intergovernativa, ma piuttosto quale Capo di Stato del Sudan.
Le considerazioni mutano per quanto riguarda il diritto internazionale consuetudinario. A questo proposito, la Camera osservava che il diritto internazionale consuetudinario impedisce l’esercizio di una giurisdizione penale da parte degli Stati nei confronti dei Capi di Stato di altri Stati. Questa immunità si estende a qualsiasi atto di autorità che ostacolerebbe il Capo di Stato dall’esercizio della sua funzione.
Diversamente, la questione in esame riguardava lo stabilire se sussistesse un dovere da parte del Sudafrica di eseguire la richiesta di arresto e di consegna di Omar Al-Bashir alla Corte mentre si trovava in territorio sudafricano. In altri termini, doveva essere individuata la legge applicabile tra Stati, ossia nel caso di specie, tra il Sudafrica e il Sudan.
La Camera, dunque, ebbe l’arduo compito di determinare se e in quale circostanza sarebbero configurabili deroghe al regime generale delle immunità ai sensi del diritto internazionale nel caso in cui la Corte avesse richiesto l’arresto e la consegna di un Capo di Stato. Questa determinazione si riferiva principalmente all’interpretazione dell’art. 27 n.2 e del suo rapporto con l’articolo 98 n.1 dello Statuto.
L’art. 27 n.2 espressamente prevede: “Le immunità o regole di procedura speciale eventualmente inerenti alla qualifica ufficiale di una persona in forza del diritto interno o del diritto internazionale non vietano alla Corte di esercitare la sua competenza nei confronti di questa persona”.
La Camera spiegò che, poiché l’immunità dall’arresto impedirebbe alla Corte di esercitare la sua giurisdizione, la clausola generale di esclusione prevista ex art. 27 n.2 dello Statuto, comprende altresì l’istituto della immunità. Ciò significa, in altri termini che se i redattori dello Statuto avessero voluto intendere l’esclusione solo di una categoria ristretta di immunità, lo avrebbero previsto espressamente; dunque, il linguaggio usato in tale disposizione risultava, e risulta, del tutto completo, secondo la ricostruzione operata dalla Corte in sentenza.
Inoltre, l’affidamento degli Stati Parte dello Statuto di Roma sulle immunità o le norme procedurali speciali per negare la cooperazione con la Corte avrebbe creato un ostacolo insormontabile alla capacità della Corte di esercitare la propria giurisdizione. Tale situazione sarebbe chiaramente incompatibile con l’oggetto e lo scopo dell’articolo 27 n. 2. Infatti, la competenza della Corte nei confronti delle persone che beneficiano di una official capacity sarebbe ridotta a un concetto puramente teorico se gli Stati Parte avessero la facoltà di rifiutare la cooperazione invocando tale giustificazione.
Ciò posto, la Camera ritenne che l’effetto dell’art. 27 n. 2 dello Statuto appena descritto, riguarda sia verticalmente la relazione tra uno Stato Parte e la Corte, sia orizzontalmente i rapporti tra Stati.
In particolare, per quanto riguarda la linea verticale, in conformità dello Statuto, uno Stato Parte avrebbe il dovere di arrestare e di consegnare alla Corte il proprio Capo di Stato nel caso in cui la Corte avesse presentato una richiesta di cooperazione in tal senso. A tal uopo, la Camera rammentò che le immunità funzionali basate sulla official capacity non sono stabilite nel diritto internazionale a vantaggio di un determinato individuo, ma sono basate sulla necessità di evitare interferenze con il funzionamento e la sovranità di uno Stato da parte di un altro Stato. Pertanto, con la ratifica dello Statuto, gli Stati Parte hanno, infatti, accettato l’irrilevanza delle immunità basate sulla official capacity, comprese quelle che possano altrimenti possedere in base al diritto internazionale. Altresì, basti considerare che, accanto alla formulazione dell’articolo 27 n.2 dello Statuto, tale assunto è anche un corollario necessario dell’obbligo generale degli Stati Parte di dare esecuzione alle richieste di cooperazione da parte della Corte.
Di conseguenza, lo stesso effetto esisterebbe orizzontalmente tra gli Stati Membri, il che significa che gli stessi non possono invocare tali immunità quando la cooperazione nell’arresto e nella consegna di una persona è fornita da un altro Stato Parte. Questo è l’effetto inter partes dello Statuto, ossia un trattato internazionale. Non è richiesta alcuna rinuncia perché non esiste una immunità da rinunciare.
È evidente che ciò vale solo per coloro che hanno acconsentito ad un tale regime, che sono gli Stati Parte dello Statuto e quelli che hanno accolto la competenza della Corte ai sensi dell’art. 12, n. 3,[27] dello Statuto.
Ex adverso, per quanto riguarda gli Stati che non sono Parte dello Statuto, il regime applicabile è quello dell’articolo 98, paragrafo 1[28] dello Statuto.
In altri termini, la distinzione fondamentale quando si affrontano questioni di cooperazione con la Corte è, quindi, tra gli Stati Parte e gli Stati che non sono Parte dello Statuto. Tuttavia, lo Statuto di Roma prevede una situazione peculiare, ossia il caso in cui gli obblighi definiti nello stesso possono diventare incombenti nei confronti di uno Stato, non già a seguito dell’accettazione degli obblighi previsti dallo stesso, ma a causa e in rispetto della Carta delle Nazioni Unite. È a questo regime sui generis che la Camera si rivolge.
Ed è proprio in tal senso che viene in rilievo l’effetto della risoluzione 1593(2005) del Consiglio di sicurezza.
La giurisdizione della Corte nel caso di specie deriva dalla risoluzione 1593(2005) del Consiglio di sicurezza, in base alla quale quest’ultimo, ai sensi del capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, ha deferito alla Corte la situazione in Darfur.
Inoltre, il Consiglio di sicurezza, oltre a far valere la competenza della Corte, ha imposto al Sudan, ai sensi del capo VII della Carta delle Nazioni Unite, un obbligo di piena collaborazione a fornire qualsiasi assistenza necessaria, che al Sudan non comporterebbe altrimenti, stante la mancata ratifica dello Statuto[29].
Dunque, le condizioni di tale cooperazione risultano stabilite dallo Statuto di Roma. In altri termini, ciò significa che l’obbligo di collaborazione è limitato alla situazione in Darfur e che il Sudan ha diritti e doveri analoghi a quelli degli Stati Parte dello Statuto. Trattasi di un’espansione dell’applicabilità di un trattato internazionale ad uno Stato non Parte. Tuttavia, la constatazione della maggioranza della Camera in questo senso è in linea con la Carta delle Nazioni Unite, che consentono al Consiglio di Sicurezza di imporre obblighi agli Stati[30].
Una conseguenza di tale ricostruzione è che l’articolo 27 n.2 dello Statuto si applica ugualmente nei confronti del Sudan, rendendo inapplicabile qualsiasi immunità in virtù della official capacity che sarebbe generalmente esistente ai sensi del diritto internazionale.
In primo luogo, ciò significa che il Sudan non può pretendere, nei confronti della Corte l’immunità di Omar Al-Bashir in qualità di Capo di Stato: il Sudan ha l’obbligo di arrestarlo e di consegnarlo alla Corte.
In secondo luogo, le immunità del Presidente sudanese non si applicano nei confronti degli Stati Parte dello Statuto quando gli stessi intendano eseguire una richiesta di arresto e di consegna della Corte.
Di conseguenza, nessuna immunità deve essere rinunciata e gli Stati Parte possono eseguire la richiesta della Corte senza violare i diritti del Sudan. Pertanto, gli Stati Parte, incluso il Sudafrica, hanno l’obbligo di arrestare Omar Al-Bashir e di consegnarlo alla Corte. Ciò è il risultato dell’effetto orizzontale dell’articolo 27 n.2 dello Statuto.
Dunque, in conclusione la Corte sostiene -come sopra ampiamente argomentato- che tutte le immunità basate sulla official capacity che potrebbero impedire alla Corte di esercitare la propria giurisdizione sono state rese inapplicabili a seguito degli effetti dell’articolo 27, n.2 dello Statuto e della risoluzione n.1593(2005) del Consiglio di Sicurezza.
Inoltre, la Camera, alla luce di alcuni argomenti sollevati dal Sudafrica nel corso del procedimento, circoscrisse altresì l’ambito di applicazione dell’art. 98 n.1 dello Statuto, precisando che tale disposizione non conferiva il diritto degli Stati Parte di rifiutare il rispetto delle richieste di cooperazione della Corte.
Infatti, tale articolo non è fonte di diritti sostanziali in favore degli Stati Parte, e pur ammettendo che possa esistere una tensione tra il dovere di uno Stato Parte di cooperare con la Corte e l’obbligo di rispettare le immunità ai sensi del diritto internazionale, la disposizione lascia alla Corte, e non allo Stato Parte, la responsabilità di affrontare la questione.
Pertanto, la Camera stabilì, che il Sudafrica non avrebbe avuto il diritto di far valere la propria interpretazione dell’art. 98 e dunque decidere unilateralmente di non rispettare la richiesta della Corte.
Infine, la Camera concluse, in via maggioritaria, che i diritti e gli obblighi previsti dallo Statuto, compreso l’articolo 27 n.2 sono applicabili al Sudan. Le immunità di Omar Al-Bashir in qualità di Capo di Stato non ostano all’esecuzione della richiesta della Corte di arresto e di consegna per i reati di competenza della Corte commessi in Darfur nel rispetto dei parametri del rinvio operato dal Consiglio di Sicurezza[31].
V. La seconda questione: le interazioni tra il Sudafrica e la Corte
All’udienza del 7 aprile 2017, come già chiarito, il Sudafrica dichiarò che alcuni errori fondamentali si verificarono nella conduzione delle consultazioni di cui all’articolo 97 dello Statuto.
La Camera ribadì che l’art. 98 n.1 dello Statuto non forniva diritti procedurali, compreso il diritto di sospendere o negare la cooperazione, ma piuttosto prevedeva la possibilità da parte dello Stato di avanzare una richiesta di consultazione nei confronti della Corte al fine di risolvere i problemi che avrebbero potuto ostacolare o impedire l’esecuzione di una richiesta di cooperazione. Invero, tale disposizione menziona alcuni possibili esempi[32], ma trattasi comunque di un elenco non è esaustivo.
In ogni caso, la Camera sottolineò come le consultazioni tra uno Stato e la Corte non sospendano in quanto tali o alterino in alcun modo la validità della richiesta di cooperazione della Corte. Ciò è particolarmente importante in casi come quello in questione, in cui l’esecuzione della richiesta di cooperazione potrebbe essere esperita solo in uno stretto lasso di tempo.
La Camera concluse che, non avendo arrestato Omar Al-Bashir tra il 13 e il 15 giugno 2015, il Sudafrica non rispettò la richiesta della Corte impedendole, in tal modo, di esercitare le proprie funzioni e poteri ai sensi dello Statuto in relazione al procedimento penale avviato contro Omar Al-Bashir.
Successivamente, la Camera si rivolse alla seconda questione pregiudiziale: “whether circumstances are such that a formal finding of non-compliance by South Africa and a referral of the matter to the Assembly of States Parties to the Rome Statute and/or the Security Council of the United Nations within the meaning of article 87(7) of the Statute is warranted”[33].
Così, la Corte chiarì subito che nel decidere sulla necessità di tale rinvio la Camera “has discretion to consider all factors that may be relevant in the circumstances of the case, including whether external actors could indeed provide concrete assistance to obtain cooperation requested taking into account the form and content of the cooperation”[34].
In particolare, la Camera notò che il Sudafrica fu il primo Stato Membro ad invocare specificamente l’articolo 97 dello Statuto dopo la ricezione di una richiesta di arresto e di consegna. Si rammenta che a norma dell’art. 97 dello Statuto se sono individuate difficoltà riguardanti la richiesta di cooperazione, scatterà il meccanismo della consultazione al fine di poter dirimere le stesse.
A questo proposito, la Camera osservò che il Procuratore, nelle sue osservazioni scritte, dichiarò che il Sudafrica adottò misure per creare un impedimento giuridico all’esecuzione dei mandati e che tale circostanza costituiva un fattore rilevante per la Camera da prendere in considerazione nella determinazione della buona fede delle parti coinvolte nel processo di cooperazione.
Innanzitutto, la Camera spiegò che qualsiasi ritardo nei confronti della Corte da parte del Sudafrica ebbe origine a seguito dello svolgimento dei processi interni considerando da un lato la complessità delle questioni che dovevano essere affrontate dai giudici sudafricani, dall’altro il livello di incertezza dovuto alla novità delle questioni derivanti dall’uso dello strumento delle consultazioni.
La CPI fu pertanto del parere che, contrariamente a quanto sostenuto dalla Procura, il fatto che il Sudafrica non si sia avvicinata alla Corte fino all’11 giugno 2015 non indicava ex se l’assenza di buona fede.
Allo stesso modo, la Camera non fu persuasa dall’argomento del Procuratore che il Sudafrica adottò misure per creare un impedimento giuridico all’esecuzione dei mandati d’arresto pendenti contro Omar Al-Bashir.
Per quanto concerne la concessione dell’immunità ad Omar Al-Bashir in virtù dell’Host Agreement per il vertice dell’Unione Africana nel giugno 2015, in primo luogo, la Camera rammentò, come tale accordo non forniva immunità e privilegi ai Capi di Stato partecipanti al vertice; in secondo luogo la Camera fece cenno all’articolo 31 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati, sostenendo la sussistenza dell’interpretazione in buona fede dell’accordo da parte dello Stato ospitante. A tale riguardo, la Camera rilevò che l’Accordo non riguardava specificamente Omar Al-Bashir, ma piuttosto si trattava di un documento giuridico di portata generale che disciplinava un’ampia gamma di questioni. Pertanto, era da escludere che la firma dell’accordo da parte del Sudafrica riflettesse l’intenzione di porre in essere ostacoli per l’esecuzione della richiesta della Corte per l’arresto e la consegna del Capo di Stato del Sudan.
Inoltre, la Camera esplicitò la ratio dell’articolo 87 paragrafo 7 dello Statuto, ossia quella di favorire la cooperazione e quindi un rinvio all’Assemblea degli Stati Parte e/o al Consiglio di Sicurezza non era destinato ad essere la risposta standard ad ogni istanza di non conformità, bensì ciò risultava necessario solo nel caso in cui la Camera avesse considerato tale eventualità il modo più efficace al fine di ottenere la cooperazione nelle circostanze concrete.
A tal uopo, la Camera precisò come i tribunali nazionali del Sudafrica riscontrarono che il Governo violò gli obblighi derivanti dal proprio ordinamento giuridico interno (l. di attuazione n.27/2002) non ottemperando alla richiesta della Corte[35], stabilendo inequivocabilmente, anche a livello nazionale, che qualora il Sudafrica si dovesse trovare in futuro in situazioni analoghe al caso de quo debba arrestare Omar Al-Bashir e consegnarlo alla Corte. Per tale motivazione il meccanismo di rinvio non avrebbe apportato alcuna conseguenza vantaggiosa al fine di ottenere un incentivo per la cooperazione.[36]
Tenuto conto delle circostanze specifiche del caso di specie e tenuto conto del suo potere discrezionale di cui all’articolo 87, paragrafo 7 dello Statuto, la Camera ritenne non giustificato un rinvio all’Assemblea degli Stati Parte o al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.
Dalla ricostruzione emerge con chiarezza che trattasi di tematica fortemente dibattuta dove si è creata una sorta di conflitto tra norme internazionali: da un lato, quelle sull’immunità dalla giurisdizione penale e dall’altra quelle sulla repressione dei crimini internazionali dell’individuo. Invero, quello esaminato è un conflitto ancora non risolto, dai confini indeterminati, come emerge dalle opinioni espresse dalla dottrina, nonché dalle posizioni della giurisprudenza interna ed internazionale.
Nell’acceso dibattito c’è chi sostiene che se la logica sottesa alla regola dell’immunità è quella di preservare la sovranità dello Stato dal giudice interno, questa logica viene meno rispetto alla responsabilità penale individuale di colui che ha commesso un crimine internazionale nell’esercizio di funzione pubbliche. In particolare è stato sostenuto: “in tale situazione è possibile scindere due fattispecie di responsabilità: quella dello Stato, discendente dall’attribuibilità a quest’ultimo della condotta illecita ratione personae e quella penale dell’organo dello Stato, dove la prima sarebbe totalmente coperta dall’immunità relativa agli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni pubbliche, mentre la seconda quando viene meno il legame funzionale organo- individuo, fuoriesce dall’ambito applicativo dell’immunità”[37].
Dall’altro lato, non si può negare che vadano considerati nel valutare la prassi vigente due elementi in particolare: in primo luogo in quasi tutte le legislazioni nazionali la perseguibilità dei crimini internazionali è subordinata all’esistenza di criteri di collegamento personali, territoriali e di procedibilità tra fatto criminoso ed ordinamento giuridico; in secondo luogo le clausole di giurisdizione penale universale sono scarsamente diffuse negli ordinamenti interni, a causa delle pressioni in tal senso da parte degli Stati più a rischio di iniziative giudiziarie[38].
Incontestabile è la circostanza che i crimini internazionali siano atti lesivi di valori essenziali della società internazionale; tuttavia non si può affermare con certezza l’esistenza di una eccezione nel regime dell’immunità per gli atti compiuti dagli organi dello Stato stante le numerose contestazioni da parte di attori internazionali e altresì considerando i requisiti necessari per la modifica delle norme di diritto internazionale consuetudinario.
Non resta che attendere il passare del tempo per capire in che direzione andrà la prassi degli Stati, che non si esclude, potrebbe anche dirigersi verso quanto statuito dalla Corte Penale Internazionale.
In ogni caso, nell’attesa è auspicabile la ricerca di strumenti nuovi e più efficaci per la repressione dei crimini internazionali stante l’atrocità degli stessi da un lato, e il rischio di impunità dall’altro.
[1] Corte Penale Internazionale, Situation in Darfur, Sudan in the case of the Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 6 luglio 2017, p.53.
[3] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber II, situation in Darfur, Sudan the Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 8 dicembre 2016, Conf-Anx1, p.3.
[4] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber II, situation in Darfur, Sudan the Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 13 giugno 2015, p.4.
[5] L’art. 97 dello Statuto di Roma espressamente prevede: “Consultazioni.Quando uno Stato parte, investito di una richiesta ai sensi del presente capitolo, constata che la stessa solleva difficoltà che potrebbero intralciarne o impedirne l’esecuzione, esso consulta senza indugio la Corte per risolvere il problema. Tali difficoltà potrebbero, in modo particolare, essere le seguenti:
b) nel caso di una richiesta di consegna, la persona reclamata rimane introvabile malgrado ogni sforzo dispiegato, oppure l’inchiesta svolta ha permesso di determinare che la persona che si trova nello Stato di detenzione non é manifestamente quella indicata dal mandato;
c) il fatto che lo Stato richiesto sarebbe costretto, per dar seguito alla richiesta nella forma in cui si trova, di infrangere un obbligo convenzionale che già ha nei confronti di un altro Stato”.
[6] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, pag. 11, all’udienza, il Sudafrica ha sottolineato che il presente procedimento e il procedimento nazionale in Sudafrica su un argomento molto simile, recentemente completato, sono diversi e che la questione dinanzi alla Camera non è se il Sudafrica avesse violato i propri obblighi giuridici ai sensi del diritto nazionale sudafricano, ma se il Sudafrica avesse agito in violazione delle sue funzioni in virtù dello Statuto di Roma e del diritto internazionale generale.
[7]Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber II, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 17 marzo 2017, p. 30.
[8] L’art. 32 della Convenzione di Vienna sulle relazioni diplomatiche prevede:
“1. Lo Stato accreditante può rinunciare all’immunità giurisdizionale degli agenti diplomatici e delle persone che ne godono in virtù dell’articolo 37.
Un agente diplomatico o una persona fruente dell’immunità giurisdizionale in virtù dell’articolo 37, che promuova una procedura, non può invocare questa immu- nità per alcuna domanda riconvenzionale connessa con la domanda principale.
La rinuncia all’immunità giurisdizionale per un’azione civile o amministrativa non implica una rinuncia quanto alle misure d’esecuzione dei giudizio, per la quale è necessario un atto distinto”.
[9] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, p.15, il Sudafrica ha sostenuto che, se la Camera dovesse trovare una non conformità da parte sua, un rinvio al Consiglio di Sicurezza e/o all’Assemblea degli Stati Parte sarebbe ingiustificato, dato che il suo unico scopo sarebbe quello di lanciare in Sudafrica una cattiva luce e che tale circostanza di certo non avrebbe fornito un incentivo alla cooperazione.
[10] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber II, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 17 marzo 2017, p. 8.
[11] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber III, Situation in The Central African Republic in the case of the Prosecutor v. Jean-Pierre Bemba Gombo, Aime Kilolo Musamba, Jean-Jacques Mangenda Kabongo, Fidele Babala Wandu and Narcisse Arido, 15 luglio 2016, p. 10.
[12] L’art. 13 dello Statuto di Roma stabilisce: “Condizioni di procedibilità
La Corte può esercitare il proprio potere giurisdizionale su uno dei crimini di cui all’articolo 5, secondo le disposizioni del presente Statuto, se:
a) uno Stato Parte, in conformità dell’articolo 14, segnala al Procuratore una situazione nella quale uno o più di tali crimini appaiono essere stati commessi;
b) il Consiglio di Sicurezza, nell’ambito delle azioni prevedute dal capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, segnala al Procuratore una situazione nella quale uno o più di tali crimini appaiono essere stati commessi; oppure
c) il Procuratore ha aperto un’indagine su uno o più di tali crimini, in forza dell’articolo 15”.
[13] Article 17 of the Negotiated Relationship Agreement between the International Criminal Court and the United Nations establishes that:
“Cooperation between the Security Council of the United Nations and the Court
When the Security Council, acting under Chapter VII of the Charter of the United Nations, decides to refer to the Prosecutor pursuant to article 13, paragraph (b), of the Statute, a situation in which one or more of the crimes referred to in article 5 of the Statute appears to have been committed, the Secretary-General shall immediately transmit the written decision of the Security Council to the Prosecutor together with documents and other materials that may be pertinent to the decision of the Council. The Court undertakes to keep the Security Council informed in this regard in accordance with the Statute and the Rules of Procedure and Evidence. Such information shall be transmitted through the Secretary-General.
When the Security Council adopts under Chapter VII of the Charter a resolution requesting the Court, pursuant to article 16 of the Statute, not to commence or proceed with an investigation or prosecution, this request shall immediately be transmitted by the Secretary-General to the President of the Court and the Prosecutor. The Court shall inform the Security Council through the Secretary-General of its receipt of the above request and, as appropriate, inform the Security Council through the Secretary-General of actions, if any, taken by the Court in this regard.
Where a matter has been referred to the Court by the Security Council and the Court makes a finding, pursuant to article 87, paragraph 5 (b) or paragraph 7, of the Statute, of a failure by a State to cooperate with the Court, the Court shall inform the Security Council or refer the matter to it, as the case may be, and the Registrar shall convey to the Security Council through the Secretary-General the decision of the Court, together with relevant information in the case. The Security Council, through the Secretary-General, shall inform the Court through the Registrar of action, if any, taken by it under the circumstances”.
[14] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, p. 71.
[15] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, p. 24.
[16] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, p. 25.
[17] Carbone-Luzzatto-Santa Maria, Istituzioni di diritto internazionale, Torino, p. 203.
[18] Sinagra-Bargiacchi, Lezioni di Diritto Internazionale pubblico, Milano, 2016, p. 506.
[19] Cassese, International Criminal Law, Oxford, 2008, p. 312.
[20] Sinagra-Bargiacchi, Lezioni di Diritto Internazionale pubblico, Milano, 2016, p. 511.
[21] Conforti, Diritto Internazionale, Napoli, 2015, p. 265.
[22] Il riferimento è alle seguenti dichiarazioni rilasciate in http://www.coalitionfortheicc.org/news/20170706/icc-panel-confirms-south-africa-legally-required-arrest-albashir :“Today’s finding confirms what everyone, including South African authorities, knew all along. Al-Bashir does not have immunity from arrest and all States Parties to the Rome Statute must arrest him the minute he steps onto their territory and hand him over to the ICC”, said Amnesty International’s Africa Director for Research and Advocacy, Netsanet Belay.“The ICC decision that South Africa should have arrested Sudanese President Omar al-Bashir is consistent with previous ICC rulings,” said Dewa Mavhinga, Southern Africa Director at Human Rights Watch. “Al-Bashir is a fugitive on genocide, war crimes, and crimes against humanity charges in Darfur, and the ICC relies on its members to enforce its warrants. The judges, however, decided not to issue a formal finding of non-cooperation this time given the factors surrounding the incident.”
[23] Corte di Cassazione, caso Ferrini, sent. n. 5044, 11 marzo 2004.
[24] House of Lords, caso Pinochet, 25 novembre 1998.
[25] Corte Internazionale di Giustizia, Mandato di arresto dell’11 aprile 2000, sent. 14 febbraio 2002.
[26] Agreement between the Republic of South Africa and the Commission of the African Union on the material and technical organization of the meetings of the 27 ordinary session of the Permanent Representatives Committee from 7 to 9 June 2015, the 27 ordinary session of the Executive Council from 10 to 12 June 2015 and the 25 ordinary session of the Assembly on 14 to 15 June 2015 in Pretoria (7 and 8 June 2015) and Johannesburg (10 to 15 June 2015), Republic of South Africa.
[27] L’art. 12 dello Statuto di Roma stabilisce:
“1. Lo Stato che diviene parte del presente Statuto accetta con tale atto la competenza della Corte sui crimini di cui all’articolo 5.
Nell’ipotesi- preveduta dall’articolo 1 3, lettere a) o c) la Corte può esercitare il proprio potere giurisdizionale se uno dei seguenti Stati, o entrambi, sono Parti del presente Statuto o hanno accettato la competenza della Corte in conformità delle disposizioni del paragrafo 3:
a) lo Stato nel cui territorio hanno avuto luogo l’atto o l’omissione in oggetto o, se il crimine é stato commesso a bordo di una nave o di un aeromobile, lo Stato della bandiera o di immatricolazione di tale nave o aeromobile;
b) lo Stato del quale la persona accusata ha la nazionalità.
Se é necessaria, a norma delle disposizioni del paragrafo 2, l’accettazione di uno Stato non Parte del presente Statuto, tale Stato può, con dichiarazione depositata in Cancelleria, accettare la competenza della Corte sul crimine di cui trattasi. Lo Stato accettante Corte coopera con la Corte senza ritardo e senza eccezioni, in conformità al capitolo IX”.
[28]L’art. 98 dello Statuto di Roma stabilisce:
“Cooperazione in relazione a rinuncia ad immunità e consenso alla consegna.
La Corte con può presentare una richiesta di assistenza che costringerebbe lo Stato richiesto ad agire in modo incompatibile con gli obblighi che le incombono in diritto internazionale in materia d’immunità degli Stati o d’immunità diplomatica di una persona o di beni di uno Stato terzo a meno di ottenere preliminarmente la cooperazione di tale Stato terzo in vista dell’abolizione dell’immunità.
La Corte non può presentare una richiesta di consegna che costringerebbe lo Stato richiesto ad agire in modo incompatibile con gli obblighi che gli incombono in forza di accordi internazionali secondo i quali il consenso dello Stato d’invio é necessario per poter consegnare alla Corte una persona dipendente da detto Stato, a meno che la Corte non sia in grado di ottenere preliminarmente la cooperazione dello Stato d’invio ed il suo consenso alla consegna”.
[29] Ciò è stato anche stabilito dalla Camera d’Appello in una situazione simile alla presente, vale a dire la situazione in Libia. In tale contesto, la Camera di Appello ha confermato che la Libia, che non è uno Stato Parte dello Statuto, ha l’obbligo di collaborare con la Corte in rispetto alla risoluzione del Consiglio di sicurezza, così come stabilito dalla Appeals Chamber, The Prosecutor v. Saif Al-Islam Gaddafi and Abdullah Al-Senussi, “Decision on the request for suspensive effect and the request to file a consolidated reply”, 22 November 2013, Corte Penale Internazionale, The Appeals Chamber, Situation in Libya in the case of the prosecutor v. Saif Al-Islam Gaddafi and Abdullah Al-Senussi, 17 ottobre 2013, p.6.
[30] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, pag. 34.
[31] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, p. 38.
[32] L’art. 97 dello Statuto di Roma menziona come possibili esempi: “1) informazioni insufficienti per eseguire la richiesta; 2) nei casi di richiesta di consegna, il fatto che, nonostante i migliori sforzi, la persona ricercata non possa essere trovata o che l’indagine condotta abbia determinato che la persona nello Stato richiesto non è chiaramente la persona nominata nel mandato; 3) il fatto che l’esecuzione della domanda nella forma in cui è stata fatta comporterebbe lo Stato richiesto a violare un obbligo preesistente del trattato avviato nei confronti di un altro Stato”.
[33] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, p. 44.
[34] Corte Penale Internazionale, Pre-Trial Chamber I, Situation in Darfur, Sudan, in the case of Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 4 marzo 2009, p. 45.
[35] Corte Penale Internazionale, Situation in Darfur, Sudan in the case of the Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 6 luglio 2017, p.50. Importante è la circostanza che tale sentenza è diventata definitiva in quanto il governo del Sudafrica ha ritirato il suo appello precedentemente presentato contro di essa. Sembra pertanto che il governo del Sudafrica abbia accettato l’obbligo di collaborare con la Corte.
[36] Corte Penale Internazionale, Situation in Darfur, Sudan in the case of the Prosecutor v. Omar Hassan Ahmad Al-Bashir, 6 luglio 2017, p.52. Tuttavia, i 24 incontri passati del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite dopo l’adozione della risoluzione 1593(2005), comprese le riunioni tenute in occasione delle relazioni semestrali dal Procuratore al Consiglio, non hanno provocato misure contro gli Stati Parte che non hanno rispettato i loro obblighi di cooperazione con la Corte, nonostante le proposte di Stati diversi per sviluppare un meccanismo di follow up relativo al rinvio degli Stati al Consiglio di sicurezza dalla Corte. La Camera ritiene che queste considerazioni rafforzino ulteriormente la sua convinzione che il rinvio del Sudafrica non sia giustificato come un modo per ottenere la cooperazione.
[37] Leanza-Caracciolo, Il diritto internazionale: diritto per gli Stati e diritto per gli individui, Parti Speciali, Torino, 2010, p. 53.
[38] Sinagra-Bargiacchi, Lezioni di Diritto Internazionale pubblico, Milano, 2016, p. 513.
Photo: A photo provided by the South African Government Infomation Service shows South Africa’s President Jacob Zuma (L) speaking to Sudanese President Omar al-Bashir (R) attending a session of the 24th African Union Summit of the NEPAD Heads of State/Government Orientation Committee (HSGOC) at the African Union Headquaters in Addis Ababa, Ethiopia, on 29 January 2011. EPA/Ntswe Mokoena – https://www.dailymaverick.co.za/article/2015-10-27-icc-plays-hardball-with-south-africa-on-al-bashir/
Conseguita la laurea magistrale in Giurisprudenza nell'ottobre 2015,
ha deciso di proseguire gli studi in Scienze Politiche, laurea
magistrale in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario,
percorso ultimato nel marzo 2017. Al fine di approfondire le tematiche
internazionali ha frequentato nel 2016 il Corso di Esperto in
Cerimoniale e Protocollo Nazionale ed Internazionale, e nel settembre
2017 ha concluso con esito positivo il corso di Master Universitario
di I livello per le funzioni Internazionali. Attualmente, in virtù
delle sue ambizioni professionali è iscritta al Master in Studi
Diplomatici presso la SIOI.
La Corte Penale Internazionale: l’immunità tra il diritto internazionale consuetudinario e lo Statuto di Roma - 3 novembre 2017
Enrico Massa 12 days ago