Source: https://www.laleggepertutti.it/129952_la-testimonianza-nel-processo-penale
Timestamp: 2019-04-21 01:18:00+00:00
Document Index: 17181740

Matched Legal Cases: ['art. 392', 'art. 500', 'art. 192', 'art. 472', 'art. 498', 'art. 498', 'art. 498', 'art. 195', 'art. 203', 'art. 195', 'art. 351', 'art. 357', 'art. 357', 'art. 195', 'art. 196', 'art. 205', 'art. 192', 'art. 391', 'art. 64', 'art. 197', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 371', 'art. 64', 'sentenza ', 'art. 197', 'art. 192', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 307', 'art. 199', 'art. 199', 'art. 200', 'art. 200', 'art. 201', 'art. 202', 'art. 134', 'art. 204', 'art. 207', 'art. 372', 'art. 476', 'Cass. Sez. ', 'art. 195', 'art. 195', 'art. 266', 'art. 12', 'art. 64', 'art. 197', 'Cass. Sez. ', 'art. 197', 'art. 39']

Oggetto e limiti della testimonianza, l’esame incrociato, la testimonianza indiretta, capacità e incompatibilità del testimone.
1 Oggetto e limiti della testimonianza
2 La testimonianza indiretta
3 La capacità di testimoniare
4 Incompatibilità con l’ufficio di testimone
5 Facoltà di astensione
6 Falsa testimonianza
La testimonianza è il tipico mezzo di prova, che garantisce, ad un tempo, l’oralità della stessa ed il diritto al contraddittorio attraverso il cd. esame incrociato (cross examination).
L’istituto della testimonianza, in quanto attinente alla formazione della prova, trova la sua naturale sede di assunzione nella istruzione dibattimentale (artt. 497-500), nonché in quella particolare sede di formazione anticipata della prova che è l’incidente probatorio (art. 392).
Stante la inidoneità a formare la prova, non si ha testimonianza, in senso tecnicogiuridico, durante la fase delle indagini preliminari e in quella dell’udienza preliminare, entrambe non finalizzate alla formazione della prova. Ivi la persona informata dei fatti rende «informazioni» utili ai fini delle investigazioni e della decisione del G.U.P., ma non già «testimonianza». Tali dichiarazioni, comunque, sono utilizzabili in dibattimento dopo le contestazioni (art. 500, c. 6).
La testimonianza ha ad oggetto la formazione della prova in ordine ai fatti utilizzabili dal giudice ai fini della sua deliberazione (artt. 194 e 526).
Oggetto della testimonianza sono fatti determinati, specifici, e non pure giudizi sulla moralità dell’imputato, apprezzamenti personali o voci correnti. Solo al fine di valutare la credibilità del testimone e la personalità dell’offeso dal reato, l’esame può estendersi a temi diversi da quelli dei fatti racchiusi nell’atto di incolpazione.
Alla testimonianza, in particolare a quella della persona offesa, non si applicano le regole dettate dal terzo comma dell’art. 192 (necessità di riscontri esterni in tema di chiamata in correità); pertanto le sue dichiarazioni possono essere legittimamente poste da sole a fondamento dell’affermazione di penale responsabilità dell’imputato, previa verifica, corredata da idonea motivazione, della credibilità soggettiva del dichiarante e dell’attendibilità intrinseca del suo racconto, che peraltro deve in tal caso essere più penetrante e rigoroso rispetto a quello cui vengono sottoposte le dichiarazioni di qualsiasi testimone [1].
La legge 15-2-1996, n. 66, per evitare che le vittime di reati sessuali patiscano in dibattimento una seconda violenza, questa volta psicologica, ha introdotto, nel corpo dell’art. 472, il comma 3bis ove è sancita l’inammissibilità di domande sulla vita privata o sessuale della persona offesa, salvo che siano necessarie per la ricostruzione del fatto. La legge 3-8-1998, n. 269 ha esteso tale disposizione anche ai processi per reati di prostituzione e pornografia minorile.
Inoltre l’art. 498 consente l’audizione «protetta» (con l’assistenza di uno psicologo e senza contatto con le parti ed il giudice) dei testi minori nei processi per reati di violenza sessuale e prostituzione e pornografia minorile (art. 498, commi 4, 4bis e 4ter).
Inoltre, quando si procede per i reati previsti dal comma 4ter dell’art. 498 (tra i quali vi è quello di violenza sessuale), se la persona offesa è maggiorenne, il giudice deve assicurare che l’esame venga condotto anche tenendo conto della particolare vulnerabilità della stessa persona offesa ed, ove ritenuto opportuno, disporre, a richiesta della persona offesa o del suo difensore, l’adozione di modalità protette.
La finalizzazione della testimonianza alla creazione della prova comporta che, da un lato, il testimone deve essere detentore di scienza diretta dei fatti da lui affermati, sicché, se egli trae da terzi la loro conoscenza, i testi di riferimento debbono essere chiamati a deporre, anche su impulso del giudice, che così si sostituisce all’inerzia delle parti, nell’interesse dell’acquisizione della verità materiale (art. 195).
La testimonianza indiretta in questione serve allora come mezzo per individuare nuove fonti di prova e per acquisire queste ultime. Se le persone a cui il teste fa riferimento non sono chiamate a deporre nonostante l’istanza di parte, la testimonianza «de relato» raccolta è inutilizzabile, a meno che l’esame non risulti impossibile per morte, infermità od irreperibilità del teste di riferimento [2] [3].
Tale divieto è assoluto, essendo proibito sia aggirare gli ostacoli dei segreti professionali o di ufficio, attraverso la testimonianza de relato di terzi, sia avvalersi della testimonianza della polizia giudiziaria in ordine a dichiarazioni rese da terzi.
Anche le informazioni provenienti da informatori o confidenti e fornite alla polizia giudiziaria o ai servizi di sicurezza non possono essere oggetto di testimonianza da parte di questi organi, in quanto anch’esse sono conoscenze de relato. Ovviamente gli informatori, se la loro identità viene svelata, possono rendere testimonianza dei fatti di cui siano a diretta conoscenza (artt. 195 e 203).
Giova chiarire che la P.G. e il P.M. hanno piena facoltà di avvalersi di persone indirettamente informate e di cd. confidenti di polizia, e di rispettare per questi ultimi l’anonimato; ma tale utilizzazione, mediante eventuali verbali di «informazioni», vale ai soli fini dell’espletamento delle indagini e non già per la formazione della prova. Le informazioni scritte de relato e quelle verbali ed informali fornite dai confidenti, sempre alla P.G. e al P.M., oltre a non avere dignità di «testimonianza», non possono nemmeno essere utilizzate all’interno del procedimento nei rapporti col giudice delle indagini preliminari e cioè nelle richieste al G.I.P. di provvedimenti (es.: ordinanze cautelari, intercettazioni telefoniche), e in sede di udienza preliminare proprio perché inidonee in radice a trasformarsi in oggetto di «testimonianza» innanzi al giudice dibattimentale (art. 203).
Il comma 4 dell’art. 195, inoltre, prevede il divieto per la polizia giudiziaria di deporre sulle dichiarazioni ricevute dai testimoni, quando le dichiarazioni sono state assunte dalla P.G. ai sensi degli dell’art. 351 c.p.p. (deposizioni delle persone informate dei fatti), dell’art. 357, c. 1, lett. a) (informazioni ricevute con denunce, querele etc.), dell’art. 357, c. 1, lett. b) (sommarie informazioni ricevute dall’indagato). La Corte Costituzionale ha precisato peraltro che la P.G. non può deporre su tali dichiarazioni, anche se abbia omesso di assumerle con le forme previste in detti articoli [4].
Se le dichiarazioni sono state rese alla P.G. al di fuori delle predette ipotesi (ad es. spontaneamente nel corso di una perquisizione o di un’individuazione personale), la testimonianza è ammissibile, ma in quanto «de relato», si applica la disciplina dell’art. 195, c. 1, 2, 3 [5].
La capacità processuale di testimoniare appartiene a qualsiasi persona. Altra cosa è la capacità fisica e mentale di testimoniare, che vale ad attribuire maggiore o minore credibilità e attendibilità, sicché tale capacità può essere assoggettata ad accertamenti, anche peritali (art. 196).
Capacità processuale ad assumere veste di testimone hanno anche il Presidente della Repubblica ed i vertici costituzionali (presidenti della Camera, del Consiglio dei ministri e della Corte Costituzionale).
Per il primo l’assunzione della testimonianza ha luogo nella sua sede istituzionale; per gli altri, invece, l’esame nel domicilio istituzionale è subordinato ad una loro espressa richiesta (art. 205).
Vicende, per vari profili, ostative alla testimonianza sono quelle ricollegabili alla incompatibilità con l’ufficio di testimone.
Vi è divieto di assunzione dell’ufficio di testimone per il responsabile civile, nonché per la persona civilmente obbligata per la pena pecuniaria: tali soggetti, in quanto parti, potranno essere «esaminati», ma non essere sentiti come testimoni imparziali.
Tutti i soggetti innanzi elencati sono presunti non indifferenti rispetto ai fatti oggetto del processo, sicché le loro dichiarazioni, rese con le formalità previste per le «parti», non hanno piena attendibilità, ma necessitano di riscontri (art. 192, c. 3).
Per quanto attiene, invece, alla parte civile, essa può assumere la veste di testimone, ma il giudice è chiamato a valutare le sue dichiarazioni con particolare rigore, tenuto conto che ha in gioco nel processo un personale interesse risarcitorio [6].
Incompatibilità a deporre sussiste anche per le persone che nel medesimo procedimento svolgono o hanno svolto funzioni di giudice, P.M. o di loro ausiliario, nonché il difensore che abbia svolto investigazioni difensive, documentate ai sensi dell’art. 391ter.
In passato un’assoluta incompatibilità a deporre sussisteva anche per i coimputati, imputati di reati connessi o collegati che avessero reso dichiarazioni riguardati altri.
La L. 63/2001 sul «giusto processo» ha introdotto una novità importante in tema di dichiarazioni rese dall’imputato. In particolare, quando questi risponde sulla sua responsabilità assume la veste di imputato; quando invece riferisce sulla responsabilità di altri, assume la veste di testimone (v. art. 64, c. 3, lett. c), nella nuova formulazione).
Ne è conseguita la modificazione della disciplina della incompatibilità a deporre, prevista dall’art. 197 c.p.p.
Attualmente possono assumere l’ufficio di testimoni anche:
i coimputati di un medesimo reato, anche se per essi si procede in un separato processo connesso (a norma dell’art. 12, lett. a)), a condizione che sia intervenuta sentenza irrevocabile di proscioglimento o di condanna o di patteggiamento [7];
gli imputati in un procedimento connesso ai sensi dell’art. 12, lett. c) (per reati commessi per eseguire od occultarne altri) o di un reato collegato ai sensi dell’art. 371, lett. b) (per reati commessi in occasione di altri; per conseguire il profitto o l’impunità di altro reato; in danno reciproco; quando vi è un vincolo probatorio), a condizione che gli sia stato fatto l’avviso previsto dall’art. 64, c. 3, lett. c) c.p.p. (se tale avviso non sia stato fatto potranno essere assunti come testimoni solo dopo che sia intervenuta sentenza definitiva di proscioglimento o di condanna o di patteggiamento) [8];
gli imputati in altro procedimento per cui non vi sia vincolo di connessione.
Circa le modalità di assunzione della testimonianza, l’art. 197bis, di nuovo inserimento nel codice, prevede che: a) l’imputato sentito come testimone deve essere assistito da un difensore, di fiducia o d’ufficio (cd. testimonianza «assistita»); b) non può essere obbligato a deporre su fatti per i quali ha subito una condanna, se nel relativo processo aveva negato la sua responsabilità ovvero non aveva reso dichiarazioni.
In ordine ai criteri di valutazione della prova assunta: a) le sue dichiarazioni non possono essere utilizzate contro di lui in un eventuale procedimento di revisione o in un giudizio civile od amministrativo; b) le sue dichiarazioni devono essere valutate secondo i parametri di cui all’art. 192, comma 3, il che significa che per la loro attendibilità necessitano dei riscontri estrinseci.
La Corte Costituzionale ha di recente precisato che se l’imputato in procedimento connesso o collegato è stato assolto per non aver commesso il fatto, con sentenza divenuta irrevocabile, non si applicano le regole della testimonianza assistita che prevedono l’assistenza del difensore e l’applicazione alle dichiarazioni dell’art. 192, c. 3 (necessità di riscontri estrinseci) [9]. Infatti una volta che l’assoluzione sia divenuta definitiva, l’imputato cessa di essere tale e pertanto per la sua escussione come testimone non necessitano particolari garanzie, né particolari cautele per la valutazione delle sue dichiarazioni.
Possono deporre, ma hanno la facoltà di astensione, i prossimi congiunti dell’imputato ed i soggetti tenuti al segreto professionale, di ufficio o di Stato.
Quanto ai prossimi congiunti (identificati ai sensi dell’art. 307, c. 4 c.p.), questi hanno facoltà e non obbligo di assumere la veste di testimone. Ad essi sono parificati, entro limitati profili, i conviventi more uxorio e gli ex-coniugi ed i separati.
A pena di nullità, tali soggetti devono essere preavvertiti dal giudice che hanno facoltà di non deporre (art. 199, c. 2).
Tutti, però, hanno obbligo di testimoniare se hanno assunto la veste di offesi dal reato o denuncianti o querelanti, in quanto investiti di un particolare interesse al processo, cui non possono più sottrarsi (art. 199, c. 1).
Come già accennato, vi è un’ampia categoria di soggetti che nel processo hanno una particolare veste che consente loro di non deporre opponendo il segreto. In particolare tale facoltà spetta ai soggetti portatori di segreto professionale per ragione del proprio ministero, ufficio o professione (art. 200), quali i ministri di confessioni religiose, gli esercenti la professione forense (come gli investigatori privati autorizzati e i consulenti tecnici), gli esercenti la professione sanitaria e notarile. Per i giornalisti, l’usbergo del segreto professionale vale alla condizione che le notizie abbiano carattere fiduciario ed esso è limitato alla sola fonte informativa (nome dell’informatore). L’opposizione di tali segreti è direttamente sindacabile dal giudice che può ritenerla infondata, ordinando che il testimone deponga e, per il giornalista, ordinando di rivelare la fonte (art. 200, c. 3).
Per i detentori del segreto di ufficio ( art. 201), il divieto di testimoniare è subordinato alla condizione che i fatti debbano, per legge, rimanere segreti anche verso la A.G. Comunque, il giudice può sindacare e disattendere l’opposizione di tale segreto, ordinando di deporre.
Per il segreto di Stato [10], la cui disciplina è stata modificata dalla L. 124/2007, la particolare delicatezza intrinseca di esso comporta che il giudice non ha potere di valutare e disattendere l’assunto della persona chiamata a testimoniare; però può provocare il controllo sul segreto da parte dell’autorità politica (Presidente del Consiglio dei ministri) e, in caso di silenzio di essa, ordinare al testimone di deporre (art. 202).
— i pubblici ufficiali, pubblici impiegati o incaricati di un pubblico servizio possono astenersi dal deporre su fatti coperti dal segreto di Stato;
— se il teste oppone il segreto, l’A.G. informa il Presidente del Consiglio per un’eventuale conferma;
— se tale conferma non interviene entro 30 giorni dalla notificazione della richiesta, l’A.G. può procedere oltre;
— se invece il segreto viene confermato, con atto motivato del Presidente del Consiglio, le notizie coperte dal segreto non possono essere acquisite ed utilizzate. Può essere comunque sollevato conflitto di attribuzioni innanzi alla Corte Costituzionale, ai sensi dell’art. 134, c. 1, Cost.
L’art. 204 c.p.p. disciplina le ipotesi di esclusione del segreto. Va ricordato che per i reati di cui agli artt. 285, 416bis, 416ter, 422, nonché per i reati di eversione dell’ordinamento costituzionale non sono opponibili né il segreto di ufficio, né quello di Stato; compete al giudice determinare la natura eversiva del reato per cui procede; resiste, invece, il segreto professionale (ad es.: dell’avvocato difensore del terrorista).
In ordine al trattamento processuale della cd. falsa testimonianza (art. 207) è da rilevare che il giudice non è detentore di una verità già processualmente acquisita. Innanzi a lui le prove sono in corso di formazione e tra le prove è anche quella testimoniale.
Ciò spiega perché, per il testimone sospettato di falsità o reticenza, non solo non è previsto l’arresto in aula, mancando appunto una verità processualmente precostituita, ma il giudice ne informerà il P.M. solo all’esito della fase processuale, allorché potrà avere un quadro probatorio più chiaro e completo; nell’immediatezza può solo rinnovare al teste l’avvertimento a dire la verità. Quando, però, il teste rifiuta di deporre (testimone renitente), essendo subito evidente il quadro probatorio, il giudice dispone l’immediata informativa al P.M. Questi, d’altra parte, avendo diretta cognizione della notitia criminis, può chiedere ed ottenere subito copia degli atti utili ed eventualmente procedere subito anche per la testimonianza falsa e reticente, oltre che per il rifiuto di deporre (art. 372 c.p.). Non è consentito l’arresto del testimone in udienza (art. 476).
[1] Cass. Sez. Un. n. 41461 del 24-10-2012.
[2] Nel caso in cui il processo si svolga nelle forme del rito abbreviato (artt. 438 e seg.), la regola della inutilizzabilità della deposizione di chi si rifiuta o non è in grado di indicare la persona o la fonte da cui ha appreso la notizia dei fatti oggetto dell’esame opera solo nell’ipotesi in cui la parte abbia subordinato, l’accesso al rito abbreviato, ad un’integrazione probatoria costituita dall’assunzione del teste indiretto e se, nonostante l’audizione, sia rimasta non individuata la fonte dell’informazione (Cass. III, 12-3-2008, n. 111000).
[3] L’elencazione di tali cause è tassativa, in ogni altro caso di impossibilità di esame, la deposizione «de relato» è inutilizzabile (Cass. III, 26-9-2002, n. 32144). La giurisprudenza ha precisato che la sanzione dell’inutilizzabilità della deposizione de relato ricorre solo se vi è stata richiesta di parte di escussione del teste di riferimento ed il giudice non abbia ammesso la prova (Cass. VI, 29-11-1993, n. 10937, rv. 196918). Pertanto se le parti non avanzano tale richiesta, la dichiarazione de relato è utilizzabile. Inoltre è stato affermato che le dichiarazioni «de relato» sono utilizzabili anche al di fuori delle ipotesi tassativamente previste dall’art. 195, c. 3, c.p.p., ove le parti rinuncino espressamente all’assunzione del teste di riferimento (Cass. III, 15-1 2008, n. 2001).
[4] Vedi sent. Corte Cost. n. 305 del 30-7-2008.
[5] Un caso particolare è costituito dall’intercettazione ambientale delle conversazioni della parte offesa da un delitto, nel cui corso sono state registrate le dichiarazioni rese confidenzialmente alla polizia giudiziaria ed in relazione alle quali la parte rifiutava la verbalizzazione. In tale caso non è violato il divieto di testimonianza indiretta degli ufficiali e agenti di polizia giudiziaria, previsto dall’art. 195, c. 4, c.p.p. e le dichiarazioni captate sono utilizzabili sempre che vi sia stata l’autorizzazione del giudice prevista dall’art. 266 c.p.p. (Cass. sez. VI, 24-9-2007, n. 35412).
[6] Le persone offese o danneggiate dal reato, costituite parte civile, possono assumere la qualità di testimoni se sono a conoscenza di fatti rilevanti per la decisione. Anche nel vigore del nuovo codice di rito, ispirato al sistema del libero convincimento del giudice, va riaffermato il principio che alla formazione di tale convincimento possono concorrere anche le testimonianze delle persone offese, costituite parti civili, essendo sufficiente che il giudice ne dimostri la credibilità ponendo in relazione tali testimonianze con altri elementi emergenti dalle risultanze processuali (Cass. III, 22-1-1998, n. 766). In sostanza, poiché la parte civile è portatrice nel processo di interessi economici, l’attendibilità delle sue dichiarazioni deve essere valutata con maggior rigore, ed ove necessario fino a ricercare riscontri estrinseci (Cass. VI, 2-8-2004, n. 33162).
[7] La possibilità di escussione come testimoni non opera nei confronti degli indagati per i quali è intervenuto decreto di archiviazione (cfr. Corte Cost., ord. n. 76 del 27-3 2003).
[8] Non sussiste incompatibilità a testimoniare per il soggetto indagato in procedimento connesso ai sensi dell’art. 12, c. 1, lett. c), c.p.p., per il quale sia intervenuto un provvedimento di archiviazione, anche se non abbia ricevuto gli avvisi di cui all’art. 64, c. 3, lett. c), c.p.p. In tal caso la sua deposizione sarà raccolta come avviene per gli ordinari testimoni e non con le cautele di cui all’art. 197bis c.p.p. (Cass. Sez. Un. 29-3-2010, n. 12067; in passato in senso contrario, Cass. 19-4-2007, n. 15804).
[9] Corte Cost. 21-11-2006, n. 381, che ha dichiarato la parziale illegittimità dei commi 3 e 6 dell’art. 197bis c.p.p.
[10] Circa l’ambito del segreto di Stato, ai sensi dell’art. 39 della legge 3-8-2007, n. 124, «1. Sono coperti dal segreto di Stato gli atti, i documenti, le notizie, le attività e ogni altra cosa la cui diffusione sia idonea a recare danno all’integrità della Repubblica, anche in relazione ad accordi internazionali, alla difesa delle istituzioni poste dalla Costituzione a suo fondamento, all’indipendenza dello Stato rispetto agli altri Stati e alle relazioni con essi, alla preparazione e alla difesa militare dello Stato.… 3. Sono coperti dal segreto di Stato le informazioni, i documenti, gli atti, le attività, le cose o i luoghi la cui conoscenza, al di fuori degli ambiti e delle sedi autorizzate, sia tale da ledere gravemente le finalità di cui al comma 1».