Source: http://taxiblu.it/archives/638
Timestamp: 2017-05-01 00:26:01+00:00
Document Index: 6741179

Matched Legal Cases: ['art 29', 'art. 7', 'art. 23', 'art. 5', 'art. 29', 'sentenza ', 'art. 29']

taxiblu.it – UBER : il grande inganno
Home Chi siamo Abbonamenti Normative News Contatti Home Chi siamo Abbonamenti Normative News Contatti 18jul	0	0 UBER : il grande inganno	Posted by Riccardo OrlandoNewsNessun commento	Per comprendere a fondo la vicenda Uber è necessario conoscere la legislazione che regola e differenzia il servizio di noleggio con conducente dal taxi.
Così recita la legge 21/92, seguita nel 2008 dal decreto legge 30/12/2008 n. 207 art 29 comma 1-quater il quale specifica in maniera ancora più dettagliata le modalità di svolgimento e le sanzioni. *
*(Le nuove disposizioni introdotte dal 29 comma 1-quater sono state oggetto di plurime sospensioni da parte di successivi decreti legge, in particolare l’art. 7-bis comma1 del d.l. 10 febbraio 2009, n. 5, in seguito con l’art. 23, comma 2, del d.l. 1 luglio 2009, n. 78 per ultimo l’art. 5 comma 3 del d.l. 30 dicembre 2009 n. 194 che proroga la sospensione al 31
marzo 2010.)
Nessun altro rinvio ha più fatto riferimento al differimento, ne consegue che a decorrere dal primo di aprile del 2010 le modifiche introdotte dall’art. 29 comma 1-quater sono entrate in vigore, come spiega incontrovertibilmente la sentenza della Sezione II, 4 settembre 2012, n. 7516 del TAR del Lazio.
Questo segna un punto fermo, ossia, la legge 21/92 ha subito varie modifiche negli anni, come abbiamo visto nel 2008 con la 29 1-quater, ma anche nel 2012 con il cosiddetto cresci Italia.
Perché in questi ultimi mesi noi tutti abbiamo sentito, come fosse un mantra, tre concetti che un dipendente di Uber ha ripetuto fino alla noia:
la legge 21/92 è vecchia, l’art. 29 1-quater non è in vigore e soprattutto la 21/92 non contempla l’avvento della tecnologia.
Ora i primi due punti sono destituiti da ogni fondamento, come abbiamo visto in premessa, ma è l’ultimo che mi ha, fin dalla prima volta che lo ho sentito, come dire…solleticato, perché questa argomentazione, che è stata utilizzata anche da politici ed amministratori, è totalmente ridicola sbagliata e pericolosa.
La legge Merlin è del 1958, quindi secondo questi fini pensatori ora che la tecnologia è arrivata posso gestire una casa chiusa con una App?
O peggio mi posso attrezzare per gestire la raccolta di pomodori con un’applicazione?
(caporalato tecnologico).
Come potrete leggere nell’articolo su Bruxelles, presente nell’ultimo numero del nostro magazine, il modo di operare di Uber è simile in tutta Europa, ma quello che emerge con chiarezza dall’articolo è che le reazioni della classe politica sono differenti.
E non solo i nostri politici si sono dimostrati svogliati e un po’ pigri nel prendere posizione, ma una volta assunta, allorquando il Ministro Lupi e il Governatore Maroni hanno parlato di Uber pop illegale, è rimasta lettera morta.
Onestamente se fossi un politico che chiede il rispetto delle leggi, e dichiara il servizio di un’azienda illegale, sarei alquanto stupito ed irritato nel constatare che quest’ultima continua imperterrita ad operare.
Bisogna però che sia i politici che l’opinione pubblica come anche noi tassisti, si comprenda che il trasporto pubblico non di linea, è regolamentato, in ogni parte del mondo, sia per quanto riguarda l’organizzazione sia per quanto riguarda le tariffe, non per salvaguardare gli operatori, ma per garantire gli utenti, che hanno il diritto, essendo il nostro un servizio pubblico, di avere la certezza della tariffa e la certezza del servizio.
E’ talmente vero che i comuni e le amministrazioni non marginano sulle corse, e non modificano le tariffe in base a domanda e offerta, perché giustamente l’utenza pretende chiarezza e trasparenza.
Parlano di concorrenza, ma fino all’avvento di Uber l’utente poteva scegliere tra il taxi, con le tariffe stabilite dalle amministrazioni, oppure rivolgersi ai noleggi con conducente, i quali correttamente contattati dall’utilizzatore, soddisfacevano uno dei capisaldi della concorrenza, l’asimmetria informativa, cioè il cliente poteva scegliere il noleggiatore che riteneva soddisfare maggiormente le proprie necessità, non ultima quella del prezzo.
Uber cosa fa? Elimina totalmente questa facoltà del cliente dandogli la finta sensazione di essere lui a scegliere, in realtà non contratta mai il prezzo ma anzi è proprio Uber stessa che modifica la tariffa a proprio piacimento in base a parametri fumosi, quindi cosa vuole fare Uber portare concorrenza o sostituirsi al regolatore pubblico?.
Parlano di costi, ma credo che anche un bambino comprenda che se tra l’offerta e la domanda c’è un terzo soggetto che margina il 20% il risparmio non ci può essere.
Insomma si fanno passare per i paladini del libero mercato, in realtà sono esattamente come i caporali presenti per la raccolta dei pomodori, tu lavori io guadagno.
E questo succede perché l’obbiettivo principale di Uber non è quello di soddisfare l’utenza o gli operatori del servizio, ironicamente chiamati partner, ma il soddisfacimento degli azionisti.
In se questo non è un male, anzi, ma lo diventa quando si tratta di un servizio pubblico, e quando il nuovo soggetto che entra nel mercato non rispetta regole di nessun tipo generando una concorrenza sleale.
Provate a pensare se le regole di Uber fossero applicate alla sanità o alla scuola, più esami clinici i pazienti richiedono più costano, più una lezione è richiesta e più ti faccio pagare, ma non in una sana concorrenza tra ospedali o scuole, basata su qualità e competenza, no, in una sorta di monopolio dove io decido i prezzi io decido le regole io margino e gli altri lavorano.
C’è da stupirsi? No davvero, sappiamo tutti dell’alta considerazione che il CEO di Uber (quello che conta, quello americano) ha del mondo del taxi, e del mondo del lavoro in generale.
Chiaramente, ragionando con questa logica, la presentazione di Uber pop era solo una questione di tempo, ed infatti ecco arrivare la quintessenza dell’illegalità, privati che senza titolo trasportano persone con auto immatricolate per uso proprio con assicurazioni che non coprono i sinistri senza iscrizione all’Inail, Inps camera di commercio e partita iva.
I dipendenti di Uber Italia, ora promuovono l’idea di un servizio di privati tra privati, quasi fosse un’associazione culturale o di solidarietà, parlano di rimborso spese, e tabelle aci.
La realtà è ben diversa, come la cronaca nera di Milano ci ha insegnato. Chiami uber black arriva uber pop, con tutto il corollario che ne consegue, vuoi un’auto blu e ti arriva un’utilitaria, richieste di 20 – 30 euro per corse di pochi chilometri (peraltro in nero) insomma l’opposto di quello che pubblicizzano.
Per comprendere il potere della comunicazione, di come la utilizzano, di come intendono la concorrenza ed il rispetto delle regole e di come riescano a manipolare la verità, basta leggere i blog o i redazionali che molti giornali hanno fatto, trasmettendo alle persone un concetto semplice, semplice, ABBASSO LE LOBBY.
Ora noi saremo anche dei “asshole” come ci ha definito il CEO (quello che conta quello americano) ma non certo stupidi, credo quindi che la domanda che tutti si dovrebbero fare è: sono più lobby dei lavoratori che senza sovvenzioni, senza tutele facendo davvero gli imprenditori con i propri soldi sono riusciti per esempio a mettere in piedi centrali radio delle dimensioni di quelle milanesi, dando lavoro diretto a circa 200 dipendenti, e procurando lavoro a circa 4200 tassisti, investendo in proprio (e parlo solo per Taxiblu) circa 4.000.000 di € in innovazione negli ultimi 5 anni, pagando le tasse in Italia, (i soli tassisti Milanesi versano all’erario tra imposte dirette indirette ed accise circa 60.000.000 di €, mentre per esempio Google uno degli investitori di uber circa 1.800.000) oppure chi da dipendente senza avere investito nemmeno un euro beneficia di capitali che arrivano da società come: Google, Goldman Sachs, Lowercase, Benchmark, Menlo, First Round, capitali in parte sottratti alla tassazione, senza rischiare nulla e cercando di moltiplicarli sempre evitando di pagare le tasse nei paesi dove producono reddito?
Credo che la risposta sia di un’evidenza cristallina. Sono convinto che noi siamo l’avanguardia di una guerra che finirà per toccare tutti i settori del mondo del lavoro, portata avanti con una strategia cara agli antichi romani “dividi et impera”. Stanno cercando di farci fuori utilizzando il sostegno di parte dell’opinione pubblica imboccata e informata in maniera distorta, stanno cercando di dividerci al nostro interno, ma l’opinione pubblica deve comprendere che noi siamo solo i primi, che il momento in cui si prenderanno le assicurazioni su facebook o in qualunque social è vicinissimo, e anche lì verranno bruciate competenze e professionalità. Poi arriveranno i grandi gruppi professionali, quelli che fatturano 800 € l’ora e pagano i partner (!) 1.000 € al mese, fra 5 anni toccherà ai lidi, insomma dobbiamo essere consci del pericolo e bravi a comunicare all’opinione pubblica a cosa stiamo tutti quanti andando incontro.
Questo sarà il nostro futuro? Credo di no, mi guardo attorno e vedo segnali incoraggianti sia in Italia che in Europa, La Svizzera per esempio ha fatto un referendum poche settimane fa per alzare lo stipendio minimo garantito da 3.200 € a 3.900 €, mettendo in primo piano la dignità dei lavoratori anziché gli azionisti delle multinazionali, la Francia sta facendo una lotta feroce ai paradisi fiscali e alle scatole cinesi, qualcosa si muove anche in Italia, e in questo panorama noi possiamo diventare la coscienza critica, in che modo?
Svolgendo nel migliore dei modi il nostro lavoro, non dimenticando mai che è un servizio pubblico, guardando ai nostri clienti come ai nostri migliori alleati, alzando la qualità del servizio, diventando veicolo informativo del pericolo a cui tutti i lavoratori vanno incontro, difendendo con dignità ed orgoglio il nostro lavoro, quello dei nostri dipendenti, e salvaguardando il nostro vero capitale, i clienti.