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Timestamp: 2018-02-24 15:49:16+00:00
Document Index: 33203680

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﻿CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 14388 depositata il 14 luglio 2016 - L'attribuzione dei buoni pasto rappresenta una agevolazione di carattere assistenziale che, nell'ambito dell'organizzazione dell'ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze del servizio con le esigenze quotidiane del dipendente - Studio Cerbone
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 14388 depositata il 14 luglio 2016 – L’attribuzione dei buoni pasto rappresenta una agevolazione di carattere assistenziale che, nell’ambito dell’organizzazione dell’ambiente di lavoro, è diretta a conciliare le esigenze del servizio con le esigenze quotidiane del dipendente
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 14388 depositata il 14 luglio 2016
LAVORO – RAPPORTO DI LAVORO – BUONI PASTO AZIENDALI – AGEVOLAZIONE DI CARATTERE ASSISTENZIALE – SCOPO – SOSTITUZIONE CON SERVIZIO MENSA – BENESSERE FISICO NECESSARIO
1. – La sentenza attualmente impugnata (depositata il 30 aprile 2010) respinge l’appello di C.D.S. avverso la sentenza n. 2882/2006 del Tribunale di Salerno, di rigetto della domanda del D.S. volta ad ottenere l’accertamento dell’inadempimento della convenuta Agenzia delle Entrate derivante dalla avvenuta corresponsione nel periodo 1 ottobre 2003-23 settembre 2004 di buoni pasto per il ricorrente non spendibili né all’interno dell’esercizio commerciale presente nell’azienda né in strutture limitrofe, con la condanna dell’Amministrazione stessa al risarcimento del danno.
La Corte d’appello di Salerno, per quel che qui interessa, precisa che:
f) coerentemente con tale configurazione l’art. 99, comma 4, del CCNL da applicare nella specie stabilisce che: “l’attribuzione del buono pasto non può in alcun modo ed a nessun titolo essere sostituita dalla corresponsione dell’equivalente in denaro”;
2. – Il ricorso di C.D.S. domanda la cassazione della sentenza per un unico motivo; resiste, con controricorso, l’Agenzia delle Entrate, rappresentata e difesa dalla Avvocatura generale dello Stato.
1. – Con l’unico motivo di ricorso si denunciano: a) in relazione all’art. 360, n. 3, cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione delle seguenti disposizioni (indicate specificamente nel corpo del motivo): 1) artt. 4, 5 dell’Accordo sindacale sottoscritto il 30 aprile 1996 – poi integrato dall’accordo sindacale del 12 dicembre 1996 -di attuazione per il personale del “Comparto Ministeri” dell’art. 2, comma 11, della legge 28 dicembre 1995, n. 550, che aveva previsto la corresponsione dei buoni pasto al personale civile dei Ministeri; 2) art. 19 (orario di lavoro) del CCNL 6 maggio 1995 Comparto Ministeri; 3) artt. 98 e 99 del CCNL relativo al personale del Comparto delle Agenzie fiscali per il quadriennio normativo 2002 – 2005 e biennio economico 2002 – 2003; 4) ogni altra norma di principio in materia di interpretazione delle disposizioni collettive di diritto comune e dei contratti in genere; b) in relazione all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa, insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
2. – Il ricorso è da accogliere, per le ragioni e nei limiti di seguito esposti.
2.2. – Nella specie, ricorre tale seconda fattispecie in quanto, come si è detto, il ricorrente sostiene che la Corte d’appello non ha valutato la pretesa azionata nella suo reale contenuto.
Tale erronea prospettazione vizia tutta la sentenza impugnata, non essendosi in essa , tenuto conto del contenuto sostanziale della domanda giudiziale proposta in relazione alle finalità che il ricorrente, fin dal ricorso introduttivo del giudizio, ha manifestato di voler i perseguire.
2.3. – Al riguardo va precisato che sono incontestate: 1) la sussistenza delle condizioni per l’ottenimento, da parte del ricorrente, dei buoni pasto, come previste dalla contrattazione collettiva generale (del Comparto Ministeri) e specifica (del Comparto delle Agenzie fiscali); 2) la condizione di non vedente del ricorrente.
In particolare, il D.S. ha precisato che; 1) i buoni pasto in oggetto, corrisposti dopo l’abolizione del servizio mensa gratuito assicurato da una struttura di ristoro collocata all’interno della sede dell’Ufficio, non erano accettati dalla mensa che si trovava all’interno dell’azienda; 2) neppure erano fruibili in esercizi commerciali situati nelle vicinanze della sede aziendale o comunque raggiungibili da parte del ricorrente, dato il suo handicap; 3) di avere rappresentato inutilmente alla Agenzia tale situazione; 4) di aver provveduto a restituire alla Agenzia i buoni pasto ricevuti proprio perché non fruibili; 5) di essere stato costretto a consumare i pasti in un esercizio prossimo all’ufficio che era per lui l’unico raggiungibile, date le sue condizioni; 6) tale esercizio, però, non accettava i buoni pasto fornitigli; 7) di aver chiesto reiteratamente all’Amministrazione il rimborso di quanto era stato costretto a spendere per i suddetti pasti (pari a euro 4,65 per ciascun pasto); 8) di avere instaurato il presente giudizio, non avendo ricevuto tale rimborso, al fine di ottenere, in via giudiziale, una somma corrispondente a quanto speso per i suddetti pasti e, in via subordinata, il risarcimento dei danni patiti in conseguenza del suddetto comportamento della datrice di lavoro.
2.4. – Nella suindicata situazione è del tutto evidente che la censura fondamentale proposta dal lavoratore non era quella di ottenere la sostituzione dell’attribuzione del buono pasto con la corresponsione dell’equivalente in denaro, ma piuttosto era quella di ottenere un risarcimento – che, infatti, non è stato richiesto con commisurazione al valore dei buoni pasto non utilizzati e restituiti – per essere stato danneggiato dalla corresponsione da parte dell’Agenzia di buoni pasto che per il D.S. non erano spendibili, in considerazione della sua condizione di persona non vedente che ne limita la capacità di spostamento, si può aggiungere, specialmente dovendosi rispettare la durata limitata e predeterminata della pausa, entro la quale va consumato il pasto.
2.5. – La Corte territoriale – pur avendo riferito, nello “svolgimento del fatto” della sentenza Impugnata, che l’appello proposto dal lavoratore censurava, in via principale, la mancata considerazione, da parte del Giudice di primo grado, dell’aspetto centrale delle doglianze, rappresentato dalla rilevata materiale non spendibilità da parte del D.S. dei buoni pasto forniti dalla Amministrazione – al pari del primo giudice, non ha esaminato tale censura ed ha respinto l’appello sul principale assunto secondo cui: i buoni pasto non possono essere liquidati per equivalente, come integrazioni retributive in denaro, non rientrando nel sinallagma contrattuale del rapporto di lavoro in oggetto.
Tale erroneità di approccio risulta confermata anche dal richiamo, contenuto nella sentenza impugnata, a Cass. 17 luglio 2003, n. 11212 e Cass. 1 luglio 2005, n. 14047, visto che, come risulta anche dal testo della massima riportato dalla Corte salernitana, tali sentenze hanno esaminato fattispecie nelle quali veniva in rilievo la questione della sussistenza o meno per il datore di lavoro dell’obbligo di corrispondere all’INPS i contributi di previdenza e assistenza sociale sulle somme erogate per il servizio di mensa aziendale.
2.6. – Peraltro nelle due sentenze richiamate – e anche nella sentenza della Corte salernitana qui esaminata – è stato anche ribadito il fermo indirizzo di questa Corte secondo cui il valore dei pasti o il c.d. buono pasto, salva diversa disposizione, non è un elemento della retribuzione concretandosi lo stesso in una agevolazione di carattere assistenziale collegata al rapporto di lavoro da un nesso meramente occasionale (Cass. 1 dicembre 1998, n. 12168; Cass. 17 luglio 2003, n. 11212; Cass. 1 luglio 2005, n. 14047; Cass. 21 luglio 2008, n. 20087; Cass. 8 agosto 2012, n. 14290; Cass. 6 luglio 2015, n. 13841).
Infatti, benché né l’art. 4 dell’Accordo – né la contrattazione di settore che lo copia, nella specie, art. 98 del CCNL relativo al personale del Comparto delle Agenzie fiscali cit. – contemplino alcuna eccezione basata su motivi di salute del lavoratore – limitandosi a subordinare la concessione dei buoni pasto alla impossibilità per il dipendente di poter fruire a titolo gratuito della mensa o di altro servizio sostitutivo – tuttavia nella premessa dell’Accordo stesso si fa espresso riferimento al l’opportunità di disciplinare l’attribuzione dei buoni pasto “al fine di favorire l’estensione dell’orario di lavoro europeo nelle Amministrazioni dello Stato, per incrementarne l’efficienza, !a fruibilità dei servizi, i rapporti interni ed esterni”.
Ebbene, in ambito europeo, la disciplina dell’organizzazione dell’orario di lavoro – anche sulla base dei Trattati – è sempre stata collegata alla promozione del miglioramento dell’’ambiente di lavoro, nel senso di garantire un più elevato livello di protezione della sicurezza e della salute dei lavoratori (vedi, per tutti: direttive 93/104/CE e 2000/34/CE, cui è stata data attuazione con il d.lgs. 8 aprile 2003, n. 66; Carta dei diritti fondamentali UE, art. 31).
É del tutto evidente che, in questo contesto, l’Amministrazione datrice di lavoro debba tenere, a maggior ragione, in considerazione la situazione di disabilità dei lavoratori che possa impedire la fruibilità dei buoni pasto.
In tal modo non si è tenuto conto neppure dell’art. 7 del d.lgs. n. 165 del 2001, secondo /cui: a) nella versione vigente all’epoca del fatti: nell’applicazione degli istituti previsti dalla disciplina relativa all’orario di lavoro, vanno favoriti i dipendenti che si trovino in particolari situazioni di svantaggio personale, sociale e familiare (comma 3); b) nel testo risultante dalle modifiche di cui alla legge n. 183 del 2010: “le pubbliche amministrazioni garantiscono … l’assenza di ogni forma di discriminazione, diretta e indiretta, relativa …. alla disabilità …. nel trattamento e nelle condizioni di lavoro e garantiscono altresì un ambiente di lavoro improntato al benessere organizzativo” (comma 1).
Del resto, anche il CCNL relativo al personale del Comparto delle Agenzie fiscali 2002-2005 cit., richiama espressamente la necessità di disciplinare, nell’ambito della contrattazione integrativa, fra l’altro: “le misure necessarie per facilitare il lavoro dei dipendenti disabili, secondo quanto previsto a livello nazionale di Agenzia” (art. 4, che sostanzialmente replica l’art. 5, comma 5, lettera c del CCNL 6 maggio 1995 Comparto Ministeri) e si occupa della tutela dei dipendenti portatori di handicap (sia pure a fini che qui non interessano specificamente, vedi art. 57). Inoltre, l’art. 1, comma 2, del CCNI dell’Agenzia delle Entrate, 2002-2005, stabilisce che: “il CCNI regola le materie demandate al livello di contrattazione integrativa dal contratto collettivo nazionale di lavoro del comparto Agenzie fiscali 2002-2005, di seguito indicato come CCNL, le cui disposizioni si intendono, comunque, integralmente richiamate”.
2.8 – Con riguardo al merito delle censure può, infine, aggiungersi che per effetto della direttiva 2000/78/CE (cui è stata data attuazione con il d.lgs. 9 luglio 2003, n. 216) è stato stabilito un quadro generale per la parità di trattamento in materia di occupazione, di condizioni di lavoro e di formazione professionale, finalizzato, in particolare, a combattere qualunque tipo di discriminazione in ambito lavorativo e/o di formazione fondato, fra l’altro, sugli handicap.
Nella citata sentenza – così come nelle coeve sentenze HK Danmark, 11 aprile 2013, C- 335/11 e C-337/11; Z., 18 marzo 2014, C-363/12 – la Corte ha precisato che: a) la nozione di “handicap” non è definita nella citata direttiva 2000/78/CE; b) tuttavia tale nozione, anche alla luce della Convenzione dell’ONU sui diritti delle persone con disabilità del 13 dicembre 2006 (ratificata e resa esecutiva dall’Italia con la L. n. 18 del 2009), deve essere intesa nel senso di riferirsi ad una limitazione risultante in particolare da menomazioni fisiche, mentali o psichiche durature che, in interazione con barriere di diversa natura, possono ostacolare la piena ed effettiva partecipazione della persona interessata alla vita professionale su base di uguaglianza con gli altri lavoratori; e) pertanto l’espressione “disabile” utilizzata nell’art. 5 della direttiva 2000/78/CE deve essere interpretata come comprendente tutte le persone affette da una disabilità corrispondente alla definizione enunciata nel punto precedente.
Conseguentemente, con il D.L. n. 76 del 2013, convertito dalla L. n. 99 del 2013, al D.Lgs. n. 216 del 2003, art. 3 è stato aggiunto il comma 3 bis, secondo cui: “Ai fine di garantire il rispetto del principio della parità di trattamento delle persone con disabilità, i datori di lavoro pubblici e privati sono tenuti ad adottare accomodamenti ragionevoli, come definiti dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilita, ratificata ai sensi della L. 3 marzo 2009, n. 18, nei luoghi di lavoro, per garantire alle persone con disabilità la piena eguaglianza con gli altri lavoratori. I datori di lavoro pubblici devono provvedere all’attuazione del presente comma senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica e con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente”.
3. – Per tutte le suesposte ragioni il ricorso deve essere accolto.