Source: http://uninetlex-web.com/2018/11/13/concessioni-di-grande-derivazione-idroelettrica-osservazioni-in-ordine-allindennizzo-da-riconoscere-al-concessionario-uscente-al-momento-del-subentro-del-nuovo-concessionario/
Timestamp: 2019-12-06 20:45:44+00:00
Document Index: 91519123

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 37', 'art. 25', 'art. 37', 'art. 2560', 'art. 25', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 25']

Concessioni di grande derivazione idroelettrica: osservazioni in ordine all’indennizzo da riconoscere al concessionario uscente al momento del subentro del nuovo concessionario. – Perno & Cremonese | Radice & Cereda
La sorte degli impianti al termine delle concessioni idroelettriche storicamente è stata regolata dall’art. 25 del R.D. 11-12-1933 n. 1775. Tale disposizione è formalmente ancora in vigore visto che non è stata espressamente abrogata, ma che può vedere limitata la sua operatività – e vedremo di seguito in che misura – a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 37 del D.L. 22-6-2012 n. 83 (“Decreto Sviluppo”).
Essa dispone che, al termine della concessione, le c.d. opere bagnate, vale a dire “tutte le opere di raccolta, di regolazione e di derivazione, principali e accessorie, i canali adduttori dell’acqua, le condotte forzate ed i canali di scarico”, passano in proprietà dello Stato senza che sia dovuto al concessionario alcun compenso. Si noti che la disposizione normativa specifica prevede altresì che i cespiti debbano trovarsi in istato di regolare funzionamento, quindi il concessionario è gravato dall’onere di manutenere a regola d’arte i cespiti pur perdendone la disponibilità senza ricevere alcun corrispettivo. L’art. 25 regola anche la sorte delle c.d. opere asciutte, vale a dire “ogni altro edificio, macchinario, impianto di utilizzazione, di trasformazione e di distribuzione inerente alla concessione” attribuendo allo Stato la facoltà di immettersi nell’immediato possesso di questi; acquisizione in questo caso onerosa visto che deve corrispondersi un prezzo uguale al valore di stima del materiale in opera, calcolato al momento dell’immissione in possesso, astraendo da qualsiasi valutazione del reddito da esso ricavabile. È interessante osservare che il concessionario non vanta alcuna pretesa in ordine al riscatto, spettando allo Stato decidere se procedervi o meno, facoltà che ragionevolmente viene esercitata tenendo conto delle condizioni tecniche di ogni impianto e quindi della convenienza economica dell’acquisizione.
Il già citato art. 37 del D.L. 83/2012 ha profondamente mutato la regolazione della materia. Anzitutto dispone, al comma 5, che oggetto del trasferimento non saranno i singoli cespiti bensì il ramo d’azienda relativo all’esercizio della concessione: comprensivo, oltre che dei cespiti, anche di tutti i rapporti giuridici afferenti alla stessa.
Del ramo di azienda dovrà altresì essere determinato il perimetro, vale a dire i rapporti giuridici che ad esso si riferiscono e che saranno oggetto del passaggio. Normalmente questi vengono stabiliti convenzionalmente dal cedente e dal cessionario, nondimeno la normativa civilistica si preoccupa anche dei diritti dei terzi che non possono essere danneggiati dall’operazione. Dunque gli accordi tra cedente e cessionario incontrano dei vincoli: a titolo d’esempio ai sensi dell’art. 2560 del c.c., “nel trasferimento di un’azienda risponde dei debiti anche l’acquirente se questi risultano dai libri contabili obbligatori”, altri vincoli sono inoltre posti a tutela dei lavoratori.
Ciò detto, deve osservarsi che, nel caso di specie, operando una procedura ad evidenza pubblica, i “confini” del ramo devono essere determinati precedentemente alla gara, e quindi il contraddittore del gestore uscente non potrà che essere l’amministrazione concedente che, nel momento in cui è chiamata (dal comma 6) a concordare il corrispettivo, dovrà gioco forza occuparsi anche dell’aspetto qui in esame.
Per le opere di cui al 2° comma dell’art. 25 viene statuito che l’indennizzo sia determinato sulla base del valore di mercato inteso come “valore di ricostruzione a nuovo”, diminuito nella misura dell’ordinario degrado. Si noti che nulla è indicato in ordine alla detrazione degli eventuali contributi pubblici (come accade per le opere c.d. bagnate), regolazione discutibile posto che (ovviamente laddove vi stata una contribuzione) si consente al concessionario uscente una locupletazione, vedendosi rimborsare costi che non ha sostenuto. Al riguardo, si osserva che potrebbe trovare applicazione in via analogica quanto previsto per i servizi pubblici dall’art. 24 del R.D. 15-11-1925 n. 2578 che prevede la deduzione dei contributi. Per il vero, tale regola è dettata per reti ed impianti destinati a servizi pubblici, ma il principio di evitare un ingiusto guadagno è stato più volte richiamato dalla giurisprudenza ed esteso ad altri settori.
Quanto alle opere di cui al 1° comma dell’art. 25, sempre il comma 6 dispone che sia dovuto un importo determinato sulla base del metodo del costo storico rivalutato, calcolato al netto dei contributi pubblici in conto capitale, anch’essi rivalutati. Tale importo dovrà poi essere diminuito nella misura dell’ordinario degrado. In relazione a questi cespiti si ricorre ad un diverso criterio partendo dai costi effettivamente sostenuti e quindi, per investimenti datati nel tempo, si tratterà di somme di limitata entità (rispetto ai costi attuali) che tuttavia saranno oggetto di rivalutazione. Quindi, in questo caso, si parte dai costi effettivamente sostenuti e tali importi, da un lato, subiranno contestualmente una maggiorazione dovuta alla rivalutazione e dall’altro una riduzione dovuta al degrado, rispetto al quale valgono le considerazioni di cui al paragrafo che precede. Ovviamente – anche in questo caso – non è possibile compiere valutazioni astratte, può tuttavia osservarsi che un notevole rilievo lo avrà la concreta ricostruzione contabile degli investimenti sia sotto il profilo della disponibilità dei dati (che in molti casi potrebbero essere risalenti nel tempo) sia sotto quello della eventuale realizzazione di opere in sostituzione di quelle originarie; in questi casi il rimborso dovrà ragionevolmente riguardare le opere effettivamente esistenti al momento del subentro e non già quelle sostituite, e occorrerà prestare attenzione a non sommare i costi stratificati nel corso del tempo.
Nondimeno, si deve segnalare una contraddittorietà della normativa: infatti se il principio ora enunciato pare chiaro, è necessario considerare anche il disposto del comma 5. Questo infatti dispone che: “Fermo restando quanto previsto […] dall’articolo 25, primo comma, del testo unico di cui al regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775, il bando di gara prevede […]”. Quindi, anche in questo caso, se ci limitasse a considerare tale previsione, si dovrebbe concludere che permane in essere l’originaria regolazione che dispone la devoluzione gratuita delle opere bagnate.
Nel proseguire il percorso interpretativo è necessario ora affrontare un’ulteriore questione e cioè comprendere se – nel ramo di azienda trasferito – rientrano anche le opere bagnate. La perplessità nasce, anche in questo caso, dalla non perfetta tecnica utilizzata dal legislatore.
Il comma 6 quando detta le regole volte a determinare il valore dei cespiti trasferiti, utilizza le seguenti espressioni: “Con riferimento ai beni materiali compresi nel ramo d’azienda diversi da quelli di cui all’ articolo 25 primo comma […]” e “Con riferimento ai beni di cui al citato articolo 25 primo comma […]”. La lettera della legge sembra dunque considerare solo i primi come parte del ramo trasferito, mentre per gli altri manca qualsiasi richiamo al compendio aziendale. Tale impressione è poi confermata dalla Relazione secondo la quale “il valore del ramo d’azienda è definito con riferimento al valore di mercato dei beni materiali diversi da quelli di cui al citato articolo 25, comma 1 […]”.
Si noti che – se non si fanno rientrare le opere bagnate nel novero dei beni compresi nel ramo di azienda – non è indicato chi debba occuparsi della loro valutazione, infatti la disposizione di cui al comma 6, secondo la quale la valorizzazione va concordata tra l’amministrazione regionale e il concessionario uscente, fa esclusivo riferimento al ramo d’azienda.
Il ramo di azienda comprende solo le opere asciutte valorizzate secondo quanto disposto dal comma 6 e tale previsione è chiara non solo sotto il profilo letterale ma anche della logica economica, concretando il trasferimento oneroso di opere dal soggetto che ne è proprietario ad un altro, inoltre non appare in contrasto con le previgenti disposizioni – in particolare il comma 2 dell’art. 25 – che viene tacitamente abrogato dall’entrata in vigore delle disposizioni contenute nel Decreto Sviluppo che regolano compiutamente questa parte della materia.
I beni di cui al 1° comma dell’art. 25 per contro non rientrano nel perimetro del ramo, ma il comma 6 dispone che con riferimento ad essi “[…] è inoltre dovuto un importo […]”. Sotto il profilo letterale, la previsione è chiara laddove prevede un pagamento, lo è meno nel momento in cui l’uso di un’espressione impersonale – “è dovuto” – non specifica chi vi sia tenuto e chi lo debba ricevere e allora deve subentrare una valutazione di carattere logico economico e sistematico.
Chi – invece – non si è posto i dubbi ora espressi sotto il profilo interpretativo è stata la Commissione europea per la quale è evidente che in base alla normativa vigente le opere bagnate devono essere remunerate, tanto che ha aperto la procedura di infrazione n. 2011/2026.
Dovendo comunque al momento prescindere da tale soluzione è utile rilevare come possa farsi ricorso al principio fissato dalla giurisprudenza della Cassazione, secondo il quale: “[…] se una norma di legge sia suscettibile di più interpretazioni, di cui una darebbe alla norma un significato costituzionalmente illegittimo, il dubbio è soltanto apparente e deve essere superato e risolto interpretando la norma in senso conforme alla Costituzione e alle leggi costituzionali” (in tal senso tra le altre n. 4906 del 05-05-1995).