Source: https://studiolegaleberto.net/2017/09/la-separazione-dei-beni-nel-matrimonio/
Timestamp: 2020-07-16 13:04:34+00:00
Document Index: 37872552

Matched Legal Cases: ['art. 159', 'art. 191', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 58', 'art. 619', 'art. 621', 'art. 143', 'sentenza ']

La separazione dei beni nel matrimonio – Studio Legale Berto
Pubblicato il 3 Settembre 2017 22 Aprile 2018 di Piergiorgio Ghiotti
La separazione dei beni nel matrimonio
Il regime di separazione dei beni, la tempistica in cui può essere operata la scelta della separazione e la rilevanza della stessa nei rapporti con i creditori.
La separazione dei beni nel matrimonio è il regime patrimoniale in cui ciascuno dei coniugi ha la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio, il godimento e l’amministrazione dei beni di cui è titolare esclusivo e i redditi derivanti da tali beni.
La stessa è prevista dall’articolo 215 c.c. che prevede come i coniugi possano convenire che ciascuno di essi conservi la titolarità esclusiva dei beni acquistati durante il matrimonio.
Il regime patrimoniale della famiglia, in assenza di diversa convenzione tra i coniugi, è quello della comunione dei beni ex art. 159 c.c. e, comporta la contitolarità e cogestione da parte dei coniugi dei beni acquistati, anche separatamente, in costanza di matrimonio. Pertanto, salvo diverso accordo tra i coniugi, il regime patrimoniale stabilito dalla legge durante il matrimonio, è quello della comunione legale dei beni.
La scelta della separazione dei beni può essere operata prima del matrimonio a mezzo di una convenzione redatta innanzi al notaio per atto pubblico; al momento della celebrazione del matrimonio con indicazione nell’atto stesso, sia che si tratti di matrimonio civile sia di matrimonio concordatario. Può essere, inoltre, convenuta anche durante il matrimonio sempre con atto pubblico avanti il notaio, con atto che produrrà i propri effetti ex nunc, ossia dal momento dello scioglimento della comunione legale. In tale caso l’atto deve essere redatto in presenza di due testimoni ed annotato a margine dell’atto di matrimonio, conservato presso l’ufficio di stato civile del Comune nel quale è stato celebrato il matrimonio.
La separazione dei beni può anche essere originata da un’azione giudiziale nei casi indicati dal legislatore quali l’interdizione o l’inabilitazione.
L’art. 191 c.c. elencando i casi di scioglimento della comunione prevede, infatti, che la comunione dei beni nel suo complesso si sciolga anche in caso di separazione giudiziale, pronunciata dal giudice in presenza dell’interdizione o dell’inabilitazione di uno dei coniugi ovvero di cattiva amministrazione della comunione o, ancora, quando il disordine negli affari di uno dei coniugi o la condotta tenuta da uno di questi nell’amministrazione dei beni rischi di pregiudicare gli interessi dell’altro o, infine, quando uno dei coniugi non contribuisca proporzionalmente ai bisogni della famiglia; a seguito del mutamento del regime patrimoniale della comunione per effetto della scelta della separazione compiuta dai coniugi; nell’ipotesi di fallimento di uno dei coniugi.
Questo comporta, per esempio, come possa essere alienata da uno dei coniugi, anche senza il consenso dell’altro, la quota di casa coniugale, in caso di dichiarazione di fallimento dello stesso (Corte di Cass. 8803/2017). Tale sentenza stabilisce che se una coppia di coniugi è in comunione dei beni e uno dei due viene dichiarato «fallito» dal tribunale, si scioglie automaticamente la comunione nel momento stesso del deposito della sentenza di fallimento e la coppia di coniugi si considera in regime di separazione dei beni. La Cassazione in tale sentenza ritiene che il fatto che la comunione legale sia chiamata “senza quote”, è in realtà un artificio tecnico – giuridico, utile soltanto ad affermare il diritto del coniuge a non entrare in rapporti di comunione con estranei alla stessa ed a difendere il patrimonio familiare da intromissioni di terzi.
In ragione di questo vi è la possibilità e la necessità di alienare il bene nella sua interezza o di espropriarlo vendendolo per intero, mentre vige la comunione dei beni.
Il regime di separazione di comunione o di separazione dei beni comporta degli effetti anche in relazione al rapporto con i creditori.
La regola generale prevede che nel caso di coppia che abbia optato per la comunione dei beni, il creditore di uno dei due coniugi (anche se si tratti di un credito derivante da attività lavorativa, d’impresa o di società di persone) può pignorare, oltre al patrimonio di quest’ultimo, anche il 50% dell’altro coniuge.
Invero l’espropriazione, per crediti personali di uno solo dei coniugi, di un bene (o di più beni) in comunione, ha ad oggetto il bene nella sua interezza e non per la metà, con scioglimento della comunione legale limitatamente al bene staggito all’atto della sua vendita od assegnazione e diritto del coniuge non debitore alla metà della somma lorda ricavata dalla vendita del bene stesso o del valore di questo, in caso di assegnazione (Corte di Cassazione, Sez. 3, Sent. n. 6575 del 2013). Diversa, invece, la soluzione nel caso di separazione dei beni, in cui il creditore può aggredire solo i beni del debitore. Con la separazione dei beni, tutti gli immobili o i mobili o le azioni, i conti correnti o qualsiasi altro bene acquistato durante il matrimonio resta di proprietà esclusiva del coniuge acquirente. In caso di un acquisto congiunto, i coniugi acquistano il bene in comunione ordinaria con comproprietà al 50%; così, ad esempio, ciascuno di essi può sempre chiederne la divisione.
Discorso a parte merita il caso in cui si proceda con un pignoramento mobiliare nei confronti di uno dei coniugi.
A riguardo si segnala che l’art. 58 del Dpr 29 settembre 1973, n. 602, consente al fisco di pignorare i beni del parente, fino al terzo grado, che lo ospita, per via della presunzione di comproprietà dei beni mobili. Il parente o l’affine del debitore fino al terzo grado, può certamente cercare di dimostrare la proprietà dei beni mobili pignorati nella casa del debitore solo con atto pubblico o scrittura privata di data certa anteriore a determinate epoche in cui è sorto il presupposto dell’iscrizione a ruolo. Peraltro al di là della specifica norma avente efficacia nei rapporti con il fisco, comunque, nel caso in cui sia provata la coabitazione del terzo opponente con il debitore, il primo, al fine di evitare il pignoramento dei propri beni, stante il rapporto di convivenza, deve fornire comunque la prova della proprietà dei beni. Secondo un consolidato orientamento della Corte di Cassazione “qualora in una casa convivano più persone, tutti i beni ivi esistenti possono essere pignorati per il debito di ciascuno, salvo il diritto dei conviventi non debitori di proporre opposizione a norma dell’art. 619 cpc, con le limitazioni di prova stabilite dal citato art. 621, ancorché l’opponente sia un parente” (Corte Cassazione, Sez. 3, Sentenza n. 10287 del 2006).
Al regime di separazione dei beni, si applica ad ogni modo il principio del dovere di contribuzione stabilito dall’art. 143 c.c.; per questo motivo entrambi i coniugi sono tenuti a contribuire al soddisfacimento dei bisogni della famiglia, secondo le proprie capacità economiche a disposizione.
Nessuna norma prevede che i debiti di un coniuge in regime di separazione dei beni devono essere pagati dall’altro coniuge, anche se per alcun debiti, quali i debiti contratti “nell’interesse della famiglia”, potrebbe valere la regola della responsabilità solidale dei coniugi. Il coniuge che non li ha contratti potrebbe, dunque, doverne rispondere anche con beni personali.
La Cassazione con sentenza n. 25026/2008 ha evidenziato che tale principio si applica solo nei casi in cui il debito contratto abbia a che fare con l’esigenza di soddisfare bisogni primari della famiglia, come quello della salute dei suoi componenti. Nelle altre ipotesi, richiamando i principi enunciati dal codice civile, la Suprema Corte ha precisato che: “Nella disciplina del diritto di famiglia, introdotta dalla L. 19 maggio 1975, n. 151, l’obbligazione assunta da un coniuge, per soddisfare bisogni familiari, non pone l’altro coniuge nella veste di debitore solidale, difettando una deroga rispetto alla regola generale secondo cui il contratto non produce effetti rispetto ai terzi. Il suddetto principio opera indipendentemente dal fatto che i coniugi si trovino in regime di comunione dei beni, essendo la circostanza rilevante solo sotto il diverso profilo dell’invocabilità da parte del creditore della garanzia dei beni della comunione o del coniuge non stipulante, nei casi e nei limiti di cui agli artt. 189 e 190 c.c.” (Cass. Sentenza n. 3471 del 15/02/2007).
Per completezza si deve rilevare come la scelta tra comunione o separazione dei beni non incida sulle regole della successione, regole che, in entrambi i casi, seguono i medesimi principi.
Categoriefamiglia Tagcomunione, coniugi, famiglia, quote, regime
Articolo precedente:Precedente Compravendita. Segnalazione certificata di agibilità
Articolo successivoSuccessivo Società di persone. Perdita, mancata ricostituzione pluralità soci e continuazione in forma unipersonale