Source: https://www.laleggepertutti.it/168158_il-medico-del-lavoro-deve-sollecitare-la-valutazione-dei-rischi
Timestamp: 2018-02-22 17:04:49+00:00
Document Index: 111506884

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 18', 'art. 25', 'art. 25', 'art. 58', 'art. 58', 'art. 42', 'art. 25']

Il medico del lavoro deve sollecitare la valutazione dei rischi?
Professionisti Il medico del lavoro deve sollecitare la valutazione dei rischi?
La sicurezza sui luoghi di lavoro e i compiti del medico interno all’azienda: il medico competente è responsabile anche in caso di inadempimento parziale?
Occorre chiedersi se il medico competente debba prestare la sua collaborazione professionale al datore di lavoro di propria iniziativa oppure solo su richiesta di quest’ultimo. Ci si chiede, in altre parole, se in caso di totale inerzia del datore di lavoro, il quale ometta perfino di promuovere l’avvio della specifica procedura di valutazione dei rischi disciplinata dall’art. 29 D.Lgs. 81/2008, la condotta omissiva del medico competente assuma rilevanza penale.
Una parte della dottrina afferma che l’area dell’illecito penale del medico competente è delimitata dalla richiesta di collaborazione del datore di lavoro, in assenza della quale l’inattività del sanitario non costituisce reato.
Questa ricostruzione, però, non appare convincente.
Si deve infatti considerare che, in materia di valutazione dei rischi, l’operato professionale del medico competente è sorretto da due fondamentali canali di acquisizione di dati:
le informazioni che devono (o dovrebbero) essergli fornite dal datore di lavoro, in assenza delle quali viene meno la stessa base conoscitiva sulla quale il medico competente dovrebbe valutare e operare (si pensi alle informazioni sull’organizzazione del lavoro, la descrizione degli impianti e dei processi produttivi, la natura delle sostanze impiegate ecc. che il datore di lavoro è tenuto ad indicare al medico competente ai sensi dell’art. 18, co. 2);
le conoscenze che il medico competente può e deve acquisire di sua iniziativa, per esempio in occasione delle visite annuali agli ambienti di lavoro previste dall’art. 25, lett. 1), o in conseguenza delle informazioni ricevute direttamente dai lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitaria, delle segnalazioni provenienti dal servizio di prevenzione e protezione, di quelle fornite dal rappresentante dei lavoratori per la sicurezza, ecc.
Ora, mentre è evidente che il medico competente non può rispondere dell’omessa valutazione dei rischi la cui conoscenza gli era impedita dall’inerzia del datore di lavoro, lo stesso non può dirsi per quei profili di rischio che egli poteva e doveva conoscere in virtù dei canali officiosi di acquisizione dei dati. In questo caso deve ritenersi che rientri nei compiti di collaborazione prescritti dall’art. 25 l’obbligo di segnalare al datore di lavoro tutti i profili di rischio di cui il medico competente sia comunque venuto a conoscenza unitamente all’indicazione delle misure di tutela ritenute necessarie, senza bisogno di attendere di essere a ciò richiesto dall’imprenditore.
Il medico competente è responsabile anche in caso di inadempimento parziale?
Occorre stabilire se l’art. 58, lett. c), D.Lgs. 81/2008 sanzioni solo la totale violazione dell’obbligo di collaborazione incombente sul medico competente o anche le violazioni parziali.
Deve ritenersi che la sanzione penale, nell’intenzionale genericità del precetto introdotto dall’art. 58, lett. c), colpisca ogni inosservanza dell’obbligo di collaborare, anche se parziale, e anche se sorretta dal solo elemento soggettivo della colpa (soccorre infatti, a questo proposito, il generale principio posto dall’art. 42, ult. co., c.p.). Un aggancio interpretativo nel primo senso è fornito dalla stessa lettera dell’art. 25, lett. a), che, delineando le varie finalità e i vari settori cui si riferisce l’obbligo di collaborare del medico competente, rende evidente che l’inadempimento di uno soltanto di questi aspetti non è sanato dall’eventuale soddisfacimento di tutti gli altri: basti pensare al richiamo che la norma incriminatrice fa all’«organizzazione del servizio di primo soccorso», rendendo evidente che, anche se avesse adempiuto tutti gli altri profili della valutazione dei rischi, il medico sarebbe ugualmente responsabile per la mancata organizzazione di quel servizio.
Quanto all’elemento soggettivo del reato, assume indubbiamente rilievo non soltanto l’omissione intenzionale della collaborazione (eventualità difficilmente ipotizzabile per un professionista remunerato) ma anche la collaborazione colposamente incompleta, imperita, inadeguata secondo un principio fissato dalla giurisprudenza, di omessa valutazione dei rischi da parte del datore di lavoro (per il quale assume rilievo penale «non soltanto l’omessa redazione del documento di valutazione, ma anche il suo mancato insufficiente o inadeguato aggiornamento o adeguamento») [1], principio chiaramente estensibile, per identità di presupposti anche alla figura del medico competente [2].
[1] Cass. pen. 28-1-2008, n. 4063.
[2] trib. Pisa 7-12-2011, in www.olympus.uniurb.it – olympus. osservatorio per il monitoraggio permanente della legislazione e giurisprudenza sulla sicurezza del lavoro