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Timestamp: 2019-02-21 12:41:05+00:00
Document Index: 99735213

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 43', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ']

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Molti interessi poco conflitto
Ultimo aggiornamento: martedì, agosto 2, 2011
Come possiamo leggere nella medesima relazione, tali disposizioni si applicano al “Presidente del Consiglio dei ministri, ai ministri, ai vice ministri, ai sottosegretari di Stato e ai commissari straordinari del Governo”.
Nell’apposita sezione la relazione tratta le fattispecie di violazioni dell’art. 3 della legge 215 del 2004, cioè le fattispecie di “conflitto di interessi per incidenza specifica e preferenziale”. Sono i casi nei quali il titolare della carica di governo partecipa all’adozione di un atto (anche formulando la proposta) o omette un atto dovuto, quando l’atto o l’omissione incide direttamente sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, oppure delle imprese o società da essi controllate.
Nella relazione, quindi nel semestre scorso, l’Agcm si è occupato specificamente dell’iter legislativo del “decreto legge 31 marzo 2011 c.d. Omnibus che, nel riscrivere l’art. 43, comma 12, del Testo unico dei servizi di media audiovisivi e radiofonici (d. lgs. 31 luglio 2005, n. 177), ha introdotto una nuova disciplina del divieto di incroci tra settore della stampa e settore della televisione”.
L’originaria formulazione del Testo unico sanciva il divieto, per tutti i soggetti che esercitano l’attività televisiva a livello nazionale, di acquisire partecipazioni in giornali o in imprese editrici di giornali, con termine al 31 dicembre 2010. Tale termine del divieto fu poi prorogato al 31 marzo 2011, conferendo al Presidente del Consiglio il potere di adottare un’ulteriore proroga non oltre il 31 dicembre 2011.
È evidente, e lo evidenzia anche l’autorità, che la materia è molto delicata e foriera di possibili conflitti di interesse, data la proprietà del nostro Presidente del Consiglio di imprese che agiscono nel settore televisivo a formare il primo polo privato dell’informazione. E quindi il fatto che sia affidato proprio al Presidente del Consiglio il potere di intervenire direttamente nella materia deve essere oggetto di attenta osservazione.
Il problema viene, quindi, risolto con il Consiglio dei ministri, cioè il governo Berlusconi, che emana il decreto legge che proroga ulteriormente, al 31 dicembre 2012, il divieto di partecipazioni in giornali da parte di chi è proprietario di televisioni.
Secondo l’Agcm non vi è alcun conflitto, nonostante la legge sia proposta dal Presidente del Consiglio, perché il testo è stato predisposto dal ministro della Sviluppo economico, cioè Paolo Romani, ex uomo Mediaset, e al momento della votazione sia il Presidente del Consiglio che Gianni Letta sono usciti dalla stanza.
Quindi, secondo l’Agcm, è tutto normale, un decreto legge che incide in materia di editoria, proposto dal Presidente del Consiglio, primo editore privato di Italia che nel contempo controlla, quale Presidente del Consiglio, la Rai e elargisce le provvidenze all’editoria, non determina alcun conflitto di interesse perché il Presidente del Consiglio al momento della votazione esce dalla stanza.
Tra l’altro è piuttosto interessante leggere nella relazione quali accertamenti l’Agcm ha svolto per verificare se il Presidente del Consiglio avesse o meno partecipato all’iter di formazione del decreto legge: “è stato chiesto alla Presidenza del Consiglio dei ministri di precisare se, nel corso dell’iter di approvazione del decreto, il Presidente del Consiglio in carica avesse partecipato o meno all’adozione dell’atto, posto che ne risultava formalmente proponente insieme al Ministro dell’economia. In risposta, la Presidenza rappresentava all’Autorità che: la norma interessata (art. 3 decreto legge n. 34/11) era stata elaborata presso il Ministero dello Sviluppo economico, trasmessa al Dicastero dell’Economia ed, infine, inserita nello schema di decreto legge che il Ministro Tremonti aveva direttamente illustrato nella riunione del Consiglio dei ministri del 23 marzo 2011”.
Da cui l’autorità ricava che “il contenuto del DL n. 34/11, ed in particolare del richiamato art. 3, non potesse essere ascritto al Presidente del Consiglio, non avendo egli, di fatto, concorso a determinarne il contenuto”.
Dal punto di vista contenutistico, poi, l’autorità ritiene che la norma non configuri né un vantaggio né un danno per l’interesse pubblico, in quanto si limita a prorogare un divieto legale, in assenza della quale proroga anche le imprese del Presidente del Consiglio avrebbero potuto espandere i propri interessi nel settore dei giornali.
Viene da chiedersi perché non si verifica anche se il titolare della proprietà dell’azienda televisiva ottiene dei vantaggi, invece di considerare solo vantaggi e danni per il pubblico.
In conclusione, come certifica ogni sei mesi l’Agcm, anche stavolta in Italia non c’è nessun conflitto di interessi!
Tiziana Bisogno - 2 agosto 2011
E questo solo in riferimento alle aziende editoriali. Dei decoder ha detto nulla, anche alla luce della sentenza europea?
Come viene specificato sul sito istituzionale – “L’Autorità garantisce il rispetto delle regole che vietano le intese anticoncorrenziali tra imprese, gli abusi di posizione dominante e le concentrazioni in grado di creare o rafforzare posizioni dominanti dannose per la concorrenza, con l’obiettivo di migliorare il benessere dei cittadini.”
Autorità indipendente, ma con presidente e componenti nominati congiuntamente dai Presidenti di Camera e Senato.
Andrez - 2 agosto 2011
…l’autorità ricava che “il contenuto del DL n. 34/11, ed in particolare del richiamato art. 3, non potesse essere ascritto al Presidente del Consiglio, non avendo egli, di fatto, concorso a determinarne il contenuto”.
Che fortunati che siamo (da bolognese dovrei dire busoni) ad avere organismi come l’Agcm che vigilano attentamente e scrupolosamente sui nostri diritti ed interessi!
Pensandoci bene, tutti quelli che sono rimasti nella camera ed hanno concorso a determinare il contenuto sarebbero dipendenti o comunque a libro paga del puttaniere; che conti qualcosa?
Pensandoci ancor meglio, i 4 componenti del Consiglio della stessa Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, (un’autorità amministrativa indipendente) sono stati nominati dai Presidenti di Camera e Senato congiuntamente, nel 2004-5-9 (Casini prima, poi Fini; Pera poi Schifani). Il Segretario Generale dell’Autorità (Luigi Fiorentino), è nominato dal Ministro dello Sviluppo Economico (Scajola [a sua insaputa] poi Berlusconi, quindi Romani *). Che voglia dire qualcosa?
* Paolo Romani:
A seguito del fallimento di Lombardia7 nel 1999, Romani viene indagato dalla procura di Monza per bancarotta preferenziale. Interrogato, nega ogni coinvolgimento, avendo ceduto l’azienda prima del fallimento. Il reato è derubricato in falso fallimentare, le cui pene sono ridotte dalla nuova legge sul falso in bilancio. La sua posizione è infine archiviata, ma deve risarcire 400.000 euro al curatore fallimentare.
Nella XII legislatura è stato deputato per Forza Italia
Responsabile del Dipartimento nazionale informazione radiotelevisiva Forza Italia
Nella XIII legislatura è stato eletto con il Polo per le Libertà
Da giugno 2007 è assessore presso il comune di Monza, dapprima all’urbanistica, quindi dal novembre 2007 all’Expo 2015. Come assessore all’urbanistica, Romani viene criticato per favoritismi immobiliari alla famiglia Berlusconi, interessata alla costruzione di Milano 4 nell’area della Cascinazza.
il lobbying (concertato con quella del presidente di Mediaset Fedele Confalonieri) per impedire a Sky di ottenere dalla Commissione Europea e dal suo commissario Joaquín Almunia una deroga per partecipare all’asta sulle frequenze per il digitale terrestre. L’intervento di Romani e Confalonieri ha causato l’irritazione di Almunia. Il “Financial Times” scrisse «il governo italiano usa trucchi per condizionare la Ue». Il canale Cielo di Sky ha dovuto rimandare l’avvio delle trasmissioni, previsto per il 1º dicembre 2009, a causa della mancanza di autorizzazione a trasmettere sul digitale terrestre da parte di Romani.
il progetto di una nuova rete telefonica superveloce, lanciata assieme a Vodafone e Wind e rimasto al palo. Secondo La Repubblica, l’obiettivo sarebbe dotare Mediaset di una rete propria, scorporando ed acquisendo la proprietà della rete Telecom. Romani avrebbe manovrato, senza successo, per sostituire Franco Bernabè con l’amico Stefano Parisi di Fastweb; quindi, avrebbe richiesto una consulenza a Francesco Caio, che concludeva con la raccomandazione di scorporare la rete e suddividerla tra tutti gli operatori. Romani avrebbe quindi pianificato l’azione assieme a Caio e Confalonieri, all’oscuro di Telecom, ma l’operazione venne bloccata.
l’autorizzazione a Mediaset ad occupare il canale 58 per il digitale ad alta definizione(agosto 2010), considerata un regalo ad un privato per permettergli di sperimentare l’alta definizione prima del beauty contest, modalità alternativa e meno concorrenziale rispetto alla gara d’asta.
la mancata definizione di una gara d’asta per passare alla banda larga le frequenze televisive liberate col passaggio al digitale terrestre. Nonostante la raccomandazione dell’AgCom (piano frequenze di luglio 2010) e la prospettiva di un introito di 2-4 miliardi di euro, il Ministero non ha ancora indetto la gara d’asta. Secondo l’Espresso, la prospettiva è che le frequenze restino alle televisioni.
L’ambasciatore americano a Roma David H. Thorne ha criticato severamente il decreto Romani, in un cablogramma confidenziale spedito a Washington il 3 febbraio 2010. Secondo Thorne, la legge “sembra essere stata scritta per garantire al governo abbastanza libertà da bloccare e censurare ogni contenuto web“. Thorne lamenta la mancanza di cooperazione del governo italiano nella lotta alla pirateria informatica, e il passaggio ad un approccio regolamentativo che consenta di attaccare la concorrenza, commerciale (Sky) o politica del governo Berlusconi. Sempre secondo Thorne, ciò rispecchia l’utilizzo privato del potere, da parte di Berlusconi, sin dai tempi di Craxi, e potrebbe avere l’effetto di dare ad altri governi, come la Cina, una giustificazione per limitare la libertà di espressione al loro interno.
Che bastardi che siamo. Non c’entra nienta dai. 😀
Molti interessi poco conflitto | Informare per Resistere - 4 agosto 2011
[…] http://www.andrez.cotti.biz/molti-interessi-poco-conflitto-7240.html […]
Bsaett - 4 agosto 2011
Nel discorso alla Camera di ieri il nostro Presidente del Consiglio ha detto, per rassicurare i mercati, quanto segue: “Non dimenticatevi che state ascoltando un imprenditore che ha tre aziende in Borsa. E che ogni giorno è nella trincea finanziaria”.
Sinceramente pare una vera e propria confessione del conflitto di interessi del premier, il quale, lo dice lui, ogni giorno sta in trincea a difendere le sue aziende. La domanda è ovvia: quando sorge un conflitto tra gli interessi dello Stato e delle sue aziende, lui da che parte sta?
Ecco, un po’ di materia per l’Agcm, che ci potrà scrivere la prossima relazione sul conflitto di interessi.
E adesso sarà il puttaniere Presidente del Consiglio che dovrà imporre al puttaniere di Mediaset come restituire allo Stato i 220 milioni di €. finanziati dal puttaniere Presidente del Consiglio al puttaniere di Mediaset come contributi statali per l’acquisto dei decoder digitali terrestri, dichiarati illeciti dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea con una sentenza pubblicata lo scorso 28 luglio.
La Corte ha difatti definitivamente stabilito che il Governo Berlusconi tra il 2004 e il 2005 ha riconosciuto ai cittadini italiani un aiuto di Stato (110 milioni di €/anno) per l’acquisto di atrezzature atte a ricevere solo i programmi di Mediaset, e non quelli di altre società come Sky Italia, e che questo è incompatibile con il diritto dell’Unione Europea.
Bsaett - 7 agosto 2011
Per quanto riguarda la vicende dei decoder, l’Agcm se ne è già occupata.
Pur ritenendo che la scelta del finanziamento fosse da ricondurre al Presidente del Consiglio, quindi in astratto sarebbe sorto un conflitto di interessi, il conflitto non nasceva perchè mancava il vantaggio patrimoniale e il danno per il pubblico interesse. Cioè, il conflitto c’era ma nessuno se ne avvantaggiato, e soprattutto il pubblico interesse (gli italiani) non hanno ricevuto alcun danno.
Non so, ma a me pare un po’ una presa per i fondelli!
Adesso i giudici europei ci dicono che il danno c’è stato.