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Timestamp: 2020-05-26 08:00:14+00:00
Document Index: 76671132

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Sentenza Cassazione Civile n. 26299 del 20/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26299 del 20/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 20/12/2016, (ud. 13/10/2016, dep.20/12/2016), n. 26299
sul ricorso 21098-2015 proposto da:
avverso la sentenza n. 1193/2015 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE della LOMBARDIA, depositata il 25/03/2015;
13/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. CRUCITTI ROBERTA.
Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in
data 14 settembre 2016, la redazione della presente motivazione in
forma semplificata.
L’Agenzia delle Entrate ricorre contro il Comune di Erba per la cassazione della sentenza, indicata in epigrafe, con cui la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia, riformando la decisione di primo grado, ha accolto il ricorso proposto dall’Ente avverso il silenzio rifiuto formatosi sull’istanza di rimborso della tassa sulle concessioni governative per l’impiego di apparecchiature per il servizio di telefonia mobile per gli anni 2007 – 2010.
La Commissione Tributaria Regionale ha ritenuto che l’utilizzazione di apparecchi terminali di telefonia mobile non fosse più soggetta ad alcuna forma di omologazione, concessione, o controllo anche a posteriori da parte dell’Autorità amministrativa.
L’Agenzia delle entrate censura, con un unico motivo riferito al vizio di violazione di legge, le argomentazioni su cui si poggia la sentenza gravata, deducendo la violazione del D.P.R. n. 641 del 1972, art. 1, e art. 21 della Tariffa annessa, del D.Lgs. n. 259 del 2003, artt. 160 e 328.
La questione di diritto proposta dal ricorso, già oggetto di un contrasto all’interno della Sezione tributaria di questa Corte è stata definitiva dalle Sezioni Unite di questa Corte con sentenza n. 9560/2014 ove si è affermato che in tema di radiofonia mobile, l’abrogazione del D.P.R. 28 marzo 1973, n. 156, art. 318, ad opera del D.Lgs. 1 agosto 2003, n. 259, art. 218, non ha fatto venire meno l’assoggettabilità dell’uso del “telefono cellulare” alla tassa governativa di cui all’art. 21 della tariffa allegata al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, in quanto la relativa previsione è riprodotta nel D.Lgs. n. 259 cit., art. 160. Va, infatti, esclusa – come anche desumibile dalla norma interpretativa introdotta con il D.I. 24 gennaio 2014, n. 4, art. 2, comma 4, conv. con modif. in L. 28 marzo 2014, n. 50, che ha inteso la nozione di stazioni radioelettriche come inclusiva del servizio radiomobile terrestre di comunicazione – una differenziazione di regolamentazione tra “telefoni cellulari” e “radio – trasmittenti”, risultando entrambi soggetti, quanto alle condizioni di accesso, al D.Lgs. 259 cit. (attuativo, in particolare, della direttiva 2002/20/CE, cosiddetta direttiva autorizzazioni), e, quanto ai requisiti tecnici per la messa in commercio, al D.Lgs. 5 settembre 2001, n. 269 (attuativo della direttiva 1999/5/CE), sicchè il rinvio, di carattere non recettizio, operato dalla regola tariffaria deve intendersi riferito attualmente all’art. 160 della nuova normativa, tanto più che, ai sensi dell’art. 219 del medesimo D.Lgs., dalla liberalizzazione del sistema delle comunicazioni non possono derivare “nuovi o maggiori oneri per lo Stato”, e, dunque, neppure una riduzione degli introiti anteriormente percepiti. Nè, in ogni caso, l’applicabilità di siffatta tassa si pone in contrasto con la disciplina comunitaria attesa l’esplicita esclusione di ogni incompatibilità affermata dalla Corte di giustizia.
Va, ancora, evidenziato che in epoca successiva la Corte di Giustizia – Corte giust. 17 settembre 2015, causa C-416/14, Fratelli De Pra spa e altri – investita da un giudice tributario di merito della questione relativa alla compatibilità del sistema interno con il quadro comunitario pertinente – dir. 1999/5/CE, 2002/19/CE, 2002/20/CE, 2002/21/CE, 2002/22/CE – ha ritenuto che la disciplina UE va interpretata nel senso che non osta a una normativa nazionale relativa all’applicazione di una tassa, quale la tassa di concessione governativa, in forza della quale l’impiego di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre, nel contesto di un contratto di abbonamento, è assoggettato a un’autorizzazione generale o a una licenza nonchè al pagamento di detta tassa, in quanto il contratto di abbonamento sostituisce di per sè la licenza o l’autorizzazione generale e, pertanto, non occorre alcun intervento dell’amministrazione al riguardo.
In tale contesto è stato poi aggiunto che l’articolo 20 della direttiva 2002/22/CE, come modificata dalla direttiva 2009/136/CE, e l’art. 8 della direttiva 1999/5/CEE vanno interpretati nel senso che non ostano, ai fini dell’applicazione di una tassa quale la tassa di concessione governativa, all’equiparazione a un’autorizzazione generale o a una licenza di stazione radioelettrica di un contratto di abbonamento a un servizio di telefonia mobile, che deve peraltro precisare il tipo di apparato terminale di cui si tratta e l’omologazione di cui è stato oggetto.
Inoltre, secondo la Corte il quadro comunitario anzidetto unitamente all’art. 20 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, va interpretato nel senso che non osta a un trattamento differenziato degli utenti di apparecchiature terminali per il servizio radiomobile terrestre, a seconda che essi sottoscrivano un contratto di abbonamento a servizi di telefonia mobile o acquistino tali servizi in forma di carte prepagate eventualmente ricaricabili, in base al quale solo i primi sono assoggettati a una normativa nazionale come quella che istituisce la tassa di concessione governativa.
Ne consegue, in accoglimento del ricorso, la cassazione della sentenza gravata che dai superiori principi si è discostata e, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la decisione della controversia nel merito con il rigetto del ricorso introduttivo.
La novità della soluzione giurisprudenziale induce a compensare integralmente tra le parti le spese dei gradi di merito ed a dichiarare irripetibili quelle del presente giudizio.
La Corte, in accoglimento del ricorso, cassa la sentenza impugnata e, decidendo nel merito, rigetta il ricorso introduttivo.
Compensa integralmente tra le parti le spese processuali dei gradi di merito e dichiara irripetibili quelle del giudizio di legittimità.