Source: http://www.spaziomotori.it/ecocompatibilit%C3%A0_ambientale_recupero_energetico.htm
Timestamp: 2019-03-23 07:57:48+00:00
Document Index: 179366137

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 42', 'art. 183', 'art. 183', 'art. 2', 'art. 7']

ECOCOMPATIBILITA' AMBIENTALE E RECUPERO ENERGETICO
INTRODUZIONE............................................................................................................... 1
2. IL PROBLEMA AMBIENTALE....................................................................................... 3
2.1. Cenni storici............................................................................................................. 4
3. Utilizzo delle bioenergie e Gestione integrata dei rifiuti e norme attuative:........................ 6
3.1. Decreto Ronchi e T.U................................................................................................ 8
4. LA BIOENERGIA....................................................................................................... 11
4.1. Breve storia dei Biocarburanti................................................................................... 13
4.2. Sistemi di certificazione nazionale e comunitaria: ...................................................... 16
4.4. Processo di Reazione.............................................................................................. 20
5. OLIO VEGETALE ESAUSTO-(UCO)............................................................................ 21
5.1. Caratteristiche dell'UCO e impatto ambientale............................................................ 23
5.2. Il CONOE................................................................................................................ 24
6. Conclusione............................................................................................................... 27
La società umana vive oggigiorno l'allerta della degradazione ambientale che urge di significativi interventi nei processi produttivi dei beni, nella diminuzione dei consumi energetici e di un maggiore utilizzo di risorse energetiche naturali a basso impatto ambientale.
Uno sviluppo attento al futuro deve conciliare equità sociale, attenzione ecologica ed efficienza economica. E' pero' indispensabile agire rapidamente con delle soluzioni applicabili nel piu' breve tempo possibile, con uno sforzo comune e in modo risoluto a livello mondiale.
In questo lavoro, ho cercato di mettere in risalto l'urgente bisogno di trovare delle misure precauzionali che proteggessero l'ambiente da un uso smisurato di prodotti petroliferi per l'approvvigionamento energetico, cercando di far capire l'importanza della bioenergia come sostituto valido a tale scopo.
Cosi' con l'avvento di nuove tecnologie, si scopre come un rifiuto di origine organica, come ad esempio l'olio esausto di frittura, regolamentato da leggi specifiche, possa essere riutilizzato come fonte di energia termica o come biocarburante, grazie anche all'introduzione da parte della Comunità Europea di decreti che incentivano l'uso di queste energie rinnovabili.
Di conseguenza anche le aziende produttrici, dovranno fare la loro parte certificando l'utilizzo e la produzione di prodotti ecosostenibili nella loro filiera produttiva. Tutto questo con l'obiettivo di cercare di diminuire l'avanzamento sempre piu' massiccio del depauperamento che l'ambiente sta subendo a causa dei vari tipi di inquinamenti che le potenze industriali hanno provocato, senza alcun riguardo per gli ecosistemi circostanti.
Lo scopo, quindi, è quello di incoraggiare la trasformazione del nostro sistema energetico, sia per quanto riguarda la produzione, che l’utilizzo dell’energia, per uno sviluppo sostenibile in simbiosi con l'ambiente.
2. IL PROBLEMA AMBIENTALE
Un problema che affligge gran parte del pianeta è sicuramente l’impatto dell’uomo sull’ambiente e la conseguente minaccia dei delicati equilibri terrestri. Le crescenti emergenze ambientali impongono interventi concreti con lo scopo di salvaguardare gli ecosistemi attraverso, ad esempio, lo sviluppo e l'uso di risorse energetiche rinnovabili ed ecosostenibili
La crescita inarrestabile dei consumi, legata all'aumento della popolazione, e l'uso eccessivo di combustibili fossili non rinnovabili quali petrolio e gas, reputati i maggiori responsabili per la generazione di residui e di sostanze tossiche di difficile degradabilità, stanno creando alterazioni sempre più massicce sull'intero ecosistema del pianeta. Il deterioramento delle risorse naturali (come l'acqua, l'aria, la terra, le foreste) è la causa del disequilibrio che l'ambiente sta subendo da anni (desertificazione, inquinamento delle falde acquifere, frane, perdita di biodiversità, inquinamento atmosferico, emissioni di CO 2 , aumento del buco dell'ozono ecc.).
La consapevolezza di salvaguardare l'ambiente per le generazioni future, promuovendo comportamenti ecosostenibili di consumo, hanno portato i governi dei diversi Paesi ad assumere impegni in questa direzione. In altre parole, il termine “ecosostenibilità” descrive la corretta simbiosi tra le attività dell’uomo e l’ambiente, attraverso il rispetto, la tutela e la protezione non solo delle risorse naturali ma anche del cosiddetto fine vita del prodotto (la sua dismissione).
Nel 1983 l’Assemblea generale delle Nazioni Unite affidò alla Commissione Mondiale su Ambiente e Sviluppo (World Commission on Environment and Development, WCED) la redazione di un rapporto sulla situazione mondiale dell’ambiente “Our Common Future”, più comunemente detto Rapporto Brundtland, dal nome del primo ministro norvegese Gro Harlem Brundtland che presiedeva la Commissione, e che venne presentato il 4 agosto del 1987. Tale trattato tocca punti molto importanti tra i quali quelli di uno sviluppo sostenibile che incrementi l'uso delle risorse rinnovabili a basso impatto ambientale, in maniera consapevole, cercando di diminuire l'uso delle risorse energetiche non rinnovabili per una migliore salvaguardia nei confronti dell'ambiente e incoraggiando la riduzione, lo smaltimento corretto dei rifiuti e il suo eventuale riciclaggio.
Si crea quindi un nuovo modello di crescita che pone come obiettivi primari il mantenimento delle risorse naturali di generazione in generazione, e la protezione dell'equilibrio ambientale del nostro pianeta. Altri appuntamenti internazionali si sono succeduti negli anni per definire e mantenere vivo l'impegno sulla sostenibilità ambientale ; ad esempio la conferenza di Rio de Janeiro nel 1992, dove sono state firmate le convenzioni sui cambiamenti climatici e sulla biodiversità , programmi contro la desertificazione, l'approvazione dell'agenda 21 con programmi ben precisi sullo sviluppo sostenibile sino al 21° secolo e adottate misure di prevenzione e controllo degli effetti delle attività umane sul pianeta. Tali argomentazioni si sono riproposte recentemente, dal 20 al 22 giugno 2012, nella conferenza di RIO +20, a Rio de Janeiro, con l' obiettivo principale di aggiornare l’impegno politico per lo sviluppo sostenibile e di verificare lo stato di attuazione degli impegni internazionali assunti negli ultimi anni, per raggiungere obiettivi comuni a favore di uno sviluppo sostenibile globale. A tale appuntamento hanno partecipato anche importanti organizzazioni ambientali come WWF, Greenpeace e Legambiente.
Ma l'appuntamento sul quale voglio soffermarmi maggiormente, è la Conferenza di kyoto nel 1997, presieduta dai paesi firmatari della conferenza di Rio del 1992, con la sottoscrizione di un protocollo entrato in vigore definitivamente nel febbraio del 2005 dove è stato definito l' impegno di tutti i paesi firmatari a ridurre complessivamente, entro il 2012,del 5,2% rispetto ai livelli del 1990, le principali emissioni di gas capaci di alterare il naturale effetto serra del pianeta.
Le cause che piu' aggravano l'aumento dei gas effetto serra sono le emissioni di inquinanti in atmosfera specie nei grandi poli industriali. L'uso eccessivo di combustibili fossili per usi energetici e la gestione dei rifiuti inadeguata (mancanza di differenzazione durante il processo di incenerimento dei rifiuti e scorretto utilizzo delle discariche per i rifiuti solidi) hanno causato danni molto gravi all'ecosistema del pianeta come l' innalzamento della temperatura globale della terra con conseguente graduale scioglimento dei ghiacciai perenni.
Per rispettare le direttive del Protocollo, si sta cercando di andare in una direzione piu' ecosostenibile per la produzione del fabbisogno energetico mondiale favorendo le bioenergie ai combustibili fossili e favorendo uno sviluppo economico locale sostenibile, in quanto le filiere di utilizzazione energetica sono strettamente legate al territorio, senza pero' compromettere la “capacità di carico dell’ambiente”, cioè su quella capacità che ha l'ambiente stesso di autoriprodursi scongiurando cosi' il depauperamento delle sue risorse naturali e la sopravvivenza degli ecosistemi.
A livello europeo i punti trattati nel Protocollo di kyoto sono stati delineati nella Direttiva RES(Renewable Energy Sources) introdotta dalla Comunità europea nel 2009, con un meccanismo di certificazione che garantisce la regolamentazione e l'utilizzo delle energie rinnovabili, in modo tale da raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni CO2, anche dopo il 2012.
3. Utilizzo delle bioenergie e Gestione integrata dei rifiuti e norme attuative:
La possibilità di utilizzare le bioenergie all'interno del sistema di produzione del fabbisogno energetico mondiale ha permesso l'introduzione di una diversa organizzazione della gestione integrata dei rifiuti. Queste nuove potenziali risorse, che in precedenza venivano semplicemente raccolte e smaltite nelle discariche comunali, gestite attraverso questa nuova metodologia basata su semplici regole comportamentali costituite da quattro fasi principali, ovvero la raccolta del rifiuto, la sua differenzazione, il riciclaggio ed infine il suo possibile riutilizzo, possono fortemente contribuire alla diminuzione di gas effetto serra. Un esempio importante da prendere in considerazione è il processo di fermentazione anaerobica dei rifiuti solidi organici che, in assenza di ossigeno, comporta lo sviluppo di Biogas.
Attraverso un processo di raffinazione dello stesso, si puo' arrivare ad una concentrazione di metano pari al 95%, dando origine al Biometano. Il primo è utilizzabile per la produzione di energia termica ed elettrica, mentre il secondo utilizzabile nei veicoli al pari del gas naturale. La combinazione di nuove regole comportamentali e nuovi metodi per produrre energia pulita, ha portato ad una consapevolezza sempre maggiore di considerare il rifiuto stesso non come scarto da portare allo smaltimento, ma come materia prima secondaria da riutilizzare per scopi energetici.
Così, le azioni rivolte alla prevenzione della produzione dei rifiuti, al miglioramento della qualità di quelli raccolti (con appropriata differenziazione), al riciclo dei materiali e al loro riutilizzo per usi energetici ne hanno migliorato il ciclo vita. Massimizzando tale processo, che permette lo sfruttamento del rifiuto per la produzione di energia pulita, viene drasticamente diminuita la quantità di prodotto non recuperabile, in termini stretti quello che potremmo considerare il vero e proprio rifiuto.
Questa parte considerevolmente ridotta sarà ciò che rimane del processo di riciclaggio da inviare alla discarica, momento finale di questo percorso. Per monitorare il ciclo di vita dei rifiuti, nasce nel 2009 il SISTRI su iniziativa del Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Esso permette l'informatizzazione telematica dell'intera filiera dei rifiuti speciali con il controllo della tracciabilità del rifiuto stesso dall'origine alla sua destinazione finale(smaltimento o riutilizzo) e che va a sostituire tutta la documentazione cartacea usata in precedenza quale: registro di carico e scarico rifiuti, il modello unico di dichiarazione ambientale(MUD) e il formulario rifiuti. Attualmente, è stato temporaneamente messo in disuso per problemi informatici e ripristinato dal cartaceo, ma con l'impegno di riorganizzare quanto prima questo sistema all'avanguardia. Grazie a questo nuovo approccio di gestire il rifiuto, sono state emanate nuove leggi a livello comunitario quindi a livello nazionale che si basano su una migliore integrazione tra politica industriale e politica ambientale, come fattore determinante della competitività.
In particolare, nella materia dei rifiuti, gli obiettivi comunitari si concentrano prevalentemente su quattro punti:
-promozione della prevenzione e della minimizzazione dei rifiuti
-rafforzamento della capacità delle istituzioni nella gestione degli stessi
-massimizzazione del recupero e del riciclaggio
-riduzione della quantità da avviare a smaltimento
3.1. Decreto Ronchi e T.U.
A tal proposito gli argomenti trattati in precedenza sono stati ben definiti in Italia dal Decreto legislativo 5 febbraio 1997, n. 22 (meglio noto con il nome di “Decreto Ronchi), emanato in attuazione delle dette direttive comunitarie 91/156, 91/689 e 94/62, ha sostituito il D.P.R. n. 915/1982, costituendo la normativa “quadro” in materia di rifiuti. Con tale decreto è stata adottata una impostazione innovativa rispetto alla previgente normativa: vengono dettate, cioé, norme volte ad integrare le politiche di tutela dell’ambiente e della salute dell’uomo con le regole di mercato, visto che la politica ambientale doveva tener conto anche di esigenze di natura economica, quali: il contenimento del costo dei servizi; il recupero economico di sostanze riutilizzabili; il risparmio energetico, ecc.
Diversamente dalla vecchia normativa, - che privilegiava la distruzione finale del rifiuti e solo in via del tutto marginale il loro avvio al recupero-, il decreto legislativo n. 22 del 1997 capovolse la situazione, ponendo l’accento sulla “gestione”, basata su attività finalizzate al “recupero” (anche energetico) e, solo residualmente, alla distruzione o “smaltimento” finale (artt. 4 e 5). Il rifiuto, cioè, non viene più considerato come un <<residuo>> dell’attività umana “abbandonato o destinato all’abbandono” (definizione del DPR 915, art. 2), da avviare a distruzione in discarica o all’ incenerimento, ovvero a parziale riutilizzo (ad es., tramite trattamento di compostaggio); il rifiuto, per la nuova legge, rappresentava una risorsa da utilizzare, finché è possibile, o tal quale, ovvero trattata: il rifiuto, cioè, costituiva “materia prima” da reinserire nel ciclo economico e produttivo.
Per fare ciò, sono state individuate delle attività finalizzate, come accennato, principalmente alla valorizzazione ed al recupero dei rifiuti, fra le quali va ricordata l’<<informazione>> al pubblico sulle attività di gestione (raccolta, recupero, smaltimento), sia come attività di prevenzione , sia come strumento di conoscenza e di indirizzo delle utenze (informazioni sul ciclo dei rifiuti, sul loro concreto riutilizzo, sulle modalità di smaltimento, ecc.) (art. 4, c. 3).
Si è detto che il nuovo sistema del “Ronchi”si basava non più sullo smaltimento-distruzione del rifiuto, bensì sulla gestione. Ciò implicò uno spostamento della centralità di interesse non già sulla presenza di una adeguata rete di impianti di smaltimento – com’era in vigenza del D.P.R. n. 915/1982 -, ma sui problemi gestionali dell’intero ciclo di vita dei rifiuti, del quale lo smaltimento rappresenta il momento conclusivo, riservato in via residuale alle frazioni non più recuperabili (art. 5, c.1).
Momento fondamentale divenne, pertanto, l’attività di prevenzione (art. 3), costituita da un complesso di azioni dirette, a ridurre la quantità e la pericolosità dei rifiuti , - lo sviluppo di tecnologie pulite, che consentano un maggiore risparmio di risorse naturali (art. 3, c. 1, lett. ) e massimizzare il recupero delle frazioni riutilizzabili (art. 25 ed art. 42). Quindi, Il nuovo sistema - che in fase attuativa risultava più complesso del precedente - si fondava sulla cooperazione e sulla responsabilizzazione di tutte le parti in causa, nel rispetto dei principi comunitari di <<chi inquina paga>> e della <<responsabilità condivisa>>.
Oggi la materia dei rifiuti è disciplinata nella Parte IV del T.U. sull’ambiente, approvato con il Dlgs. 3 aprile 2006, n. 152. che ha sostituito, abrogandolo, il precedente decreto Ronchi, e da' una visione piu' ampia e accurata riguardo la gestione dei rifiuti comprendendo una serie di attività (o fasi) che vanno dalla “raccolta”, al “trasporto”, al “recupero” , allo “smaltimento finale” ed al controllo di tali attività (art. 183, c. 1, lett. d). Per comprendere meglio la nozione di “gestione” è necessario conoscere cosa la legge intende per rifiuto.
Infatti attraverso l’identificazione delle specificità del rifiuto e la sua classificazione è possibile determinarne le modalità gestionali, rispettando le disposizioni normative
La definizione di “rifiuto” data dal nuovo T.U. (art. 183, c. 1, lett. a) ricalca quella del precedente decreto Ronchi. Viene definito rifiuto:
<<qualsiasi sostanza od oggetto che rientra nelle categorie riportate all’Allegato A alla parte quarta del presente decreto e di cui il detentore si disfi o abbia deciso o abbia l’obbligo di disfarsi>> . (Fonte: pubblicazioni varie sulla gestione dei rifiuti).
4. LA BIOENERGIA
Da questa serie di normative, atte a migliorare il ciclo di vita del rifiuto, si deduce di come esso possa essere riciclato o riutilizzato come recupero energetico. Infatti tra le materie prime secondarie di nuova concezione, che piu' si prestano a tale scopo sono ad esempio, i rifiuti alimentari di tipo organico , con cui si produce il Biogas e il Biometano, provenienti, come abbiamo già detto, dal loro processo di fermentazione anaerobica e l'olio esausto proveniente dalla frittura dei cibi (used cooking oil - UCO) per la produzione di biodiesel.
La bioenergia, grazie all'utilizzo di queste risorse è in grado di soddisfare in modo sostenibile la futura domanda di approvvigionamento energetico. Essa rappresenta, a livello mondiale, la fonte piu' importante per la produzione di energia elettrica, di energia termica e di energia combustibile ad uso autotrazione (biocarburanti nel settore dei trasporti). Nel corso degli anni si è diffusa l'importanza di tale risorsa tra i vari Paesi, prediligendo la valorizzazione energetica dei vari tipi di Biomasse, che si definiscono come la frazione biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui di origine biologica provenienti dall'agricoltura( comprendente sostanze vegetali e animali), dalla silvicoltura, e dalle industrie connesse(pesca e acquacoltura e stralci di potature del verde pubblico e privato) nonchè la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani.(Dlg. 28/2011, art. 2 lettera E). (Fonte: a.a. 2011/12 - Fonti energetiche rinnovabili – E. Moretti)
Oltre alla definizione sopra indicata, si possono distinguere due grandi categorie ben precise di biomasse:
Biomasse solide (Residui forestali, agricoli e solidi urbani organici per la produzione di energia termica, biocombustibili e biogas): vengono utilizzate per lo piu' per la produzione di energia termica direttamente da residui di varia natura quali il legno da potature boschive o residui di segherie come il cippato, dalle vinacce che sono scarti delle operazioni di pigiatura e torchiatura dell'uva, che dopo opportuna essiccazione, hanno un buon potere calorifico, dal pellet ottenuto dalla sfibratura dei residui legnosi e compattato in seguito per pressione, la sansa di oliva che rappresenta lo scarto di lavorazione dell'olio di oliva e utilizzato come ottimo combustibile, ecc.
Un ulteriore utiizzo riguarda la produzione di bioetanolo ottenuto dalla fermentazione zuccherina o amidacea della canna da zucchero, dal mais, o dalle vinacce utilizzato nel settore autotrazione, al posto della benzina.
Biomasse liquide (olio vegetale e reflui zootecnici e urbani per la produzione di Biocarburanti, Bioliquidi e biogas) che a loro volta si possono distinguere in:
-Bioliquidi usati per fini energetici quali: riscaldamento, raffreddamento, produzione di elettricità o come combustibile per impianti di cogenerazione o trigenerazione (Olio vegetale puro, biometano, biomassa solida)
-Biocarburanti: carburanti liquidi o gassosi, usati per autotrazione (Biodiesel da oli vegetali ad uso alimentare, colza, soia, palma, ecc...) e non alimentare (Jatropa Curcas o Tabacco energetico, alghe, ecc...), biodiesel da oli esausti provenienti dal setttore della ristorazione (UCO) e Biogas dalla fermentazione anaerobica dei rifiuti urbani.
4.1. Breve storia dei Biocarburanti
I Biocarburanti nascono e si sviluppano con le automobili; nel 1853 gli scienziati E. Duffy e J. Patrick realizzano la trans-esterificazione dell'olio vegetale per dare vita al Biodiesel.
L'utilizzo di tale biocarburante fu reso noto soltanto all'Esposizione mondiale di Parigi nel 1898 quando il ricercatore tedesco Rudolf Diesel lo provo' per alimentare il propulsore omonimo di sua invenzione costruito cinque anni prima nel 1893. Da allora viene celebrata in data 10 agosto di ogni anno " la giornata mondiale del biodiesel" anche se per la verità lo scienziato adopero' per le sue prove in pubblico puro olio di arachidi.(fonte ecoage.com)
Cosi', nel corso degli anni questa invenzione innovativa fece si' che tra i vari paesi si concretizzasse l'idea dell'uso sostenibile di tale risorsa naturale.
Come accennato in precedenza, la direttiva 2009/28/ CE(RES), rappresenta a livello europeo, il documento principale per l'attuazione degli obiettivi di riduzione da combustibili fossili per usi energetici, con la promozione delle fonti rinnovabili alternative. L'obiettivo vincolante che deve raggiungere l'Europa entro il 2020, è quello della riduzione del 20% dei gas effetto serra, l'aumento del 20% del risparmio energetico e un aumento del 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili. Le fonti di energia rinnovabile che contribuiscono alla riduzione dei gas effetto serra e che devono essere incentivate sono: energia eolica, fotovoltaica, idroelettrica, geotermica, biomasse, biogas. Bioliquidi e biocarburanti.
Riguardo questi ultimi, vengono regolamentati con la direttiva 2009/30/CE, che integra la precedente e che riguarda nello specifico i criteri di sostenibilità dei biocarburanti e bioliquidi.
Tale decreto, così come la direttiva che recepisce, è volto a definire le specifiche relative a benzina, combustibile diesel e gasolio e ad introdurre un meccanismo inteso a controllarne le emissioni di gas a effetto serra.
È proprio nell’ambito degli obblighi di riduzione delle emissioni di gas effetto serra a cui sono tenuti ad adempiere i fornitori di carburanti fossili e di miscelazione di questi ultimi con biocarburanti, che emerge il principio di sostenibilità. -L’articolo 1 comma 6 del decreto, che modifica l’articolo 7 del decreto legislativo 21 marzo 2005 n.66, introduce (art. 7-ter) i “criteri di sostenibilità per i biocarburanti”. I biocarburanti devono assicurare grazie al loro utilizzo, un risparmio di emissioni di gas a affetto serra ed è stata individuata una soglia minima di risparmio di tali emissioni prodotte nell'intero ciclo vita specificando la Rintracciabilità della materia prima al prodotto finito (dalla coltivazione del seme, alle fasi di lavorazione, al trasporto e alla produzione finale del biocarburante) rispetto a quelle causate dal corrispondente combustibile fossile convenzionale di riferimento.
Il calcolo che tiene conto di tutti questi valori, determina l'indice di sostenibilità ed è chiamato GHG saving che deve essere pari, almeno al 35%. al 2012. Tale risparmio dovrà poi ulteriormente ridursi sino al 50% a decorrere dal 1 gennaio 2017 ed al 60% dall’anno successivo. Per far si' che gli operatori economici rispettino tale obbligo, deve eesre pure compreso nel calcolo del GHG saving, la provenienza della materia prima coltivata sia all'interno che all'esterno della Comunità Europea, la quale non deve provenire da terreni con elevato stock di carbonio(zone umide, zone boschive continue) o che presentino un elevato grado di biodiversità(foreste primarie, terreni erbosi naturali).
Il recepimento italiano dei decreti comunitari sopracitati, è stato il Dlgs. Del 3 marzo 2011, entrato in vigore il 29/03/2011. A livello nazionale la quota complessiva di energia da fonti rinnovabili sul consumo finale lordo di energia da conseguire nel 2020 e' pari a 17%.
Nell'ambito dell'obiettivo, la quota di energia da fonti rinnovabili in tutte le forme di trasporto dovra' essere pari almeno al 10% del consumo finale di energia nel medesimo anno.(Fonte: Direttiva 2009/28/CE e 2009/30/CE)
4.2. Sistemi di certificazione nazionale e comunitaria:
L'8 febbraio 2012, al fine della verifica dei criteri di sostenibilità di tutti gli operatori economici appartenenti alla filiera di produzione di biocarburanti è entrato in vigore il Decreto del Ministro dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, di concerto con il Ministro dello Sviluppo Economico e il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali,(Decreto ministeriale del 23 gennaio 2012) che ha istituito in Italia il "Sistema di certificazione nazionale della sostenibilità dei biocarburanti e dei bioliquidi".
Le aziende produttrici nazionali, devono essere certificate da enti qualificati che controllano i requisiti richiesti di sostenibilità e il loro mantenimento lungo tutta la filiera, con rilascio di certificato di conformità. Queste visite ispettive vengono fatte periodicamente da questi organismi certificati, per verficare di volta in volta il corretto funzionamento del sistema. Il Decreto stabilisce che i produttori di biodiesel e bioliquidi, utilizzati per il trasporto e per la produzione di energia elettrica e termica, debbano ottenere la certificazione che attesti il rispetto dei criteri di sostenibilità e rintracciabilità del processo produttivo e di bilancio di massa, consentendo di verificare l'effettiva riduzione di CO2. La certificazione, è obbligatoria per avere accesso al sistema degli incentivi e deve essere rilasciata da un Organismo di terza parte qualificato da ACCREDIA, ente unico di accreditamento nazionale, che stabilisce a fronte della norma UNI CEI EN 45011:1999 i "Requisiti generali relativi agli organismi che gestiscono sistemi di certificazione di prodotti". In Italia SGS, è un ente accreditato a tale scopo.
A livello comunitario vi sono altri enti a cui si puo' fare riferimento quali: la BUREAU VERITAS, francese, che adotta uno schema volontario, il 2BSvs(Biomass Biofuels voluntary scheme) ideato in collaborazione con un consorzio di produttori agricoli francesi.
In Germania, l’Agenzia federale tedesca per l'agricoltura e l'alimentazione ha riconosciuto altri due sistemi di certificazione volontaria che sono:
• ISCC ("International Sustainability and Carbon Certification"), promosso dal ministero dell’agricoltura, come schema nazionale tedesco.
•REDCert, nata da organizzazioni private ed associazioni appartenenti alla filiera agricola tedesca ed al settore della produzione dei biocarburanti. Tutti questi sistemi volontari di certificazione, sono stati approvati dalla Commissione Europea essendo in linea con i criteri di sostenibilità dei biocarburanti e possono certificare gli operatori economici del settore di tutti gli stati membri. (Fonte Assocostieri.it e Centro studi APER-REEF a cura di Cosetta Vigano).
Oggi ,le aziende produttrici di beni e servizi, sono certificate con un sistema di gestione ambiente qualità e sicurezza(SGAQS) con lo scopo di ottenere un miglioramento continuo di tutte le attività a tutti i livelli aziendali. Per gli operatori del settore biocarburanti tale sistema di gestione va a integrare gli obiettivi recepiti nell'ambito della sostenibilità, i cui contenuti sono descritti nel manuale della sostenibilità che ha come scopo quello di definire un sistema di Rintracciabilità che permetta, ad esempio, di identificare l’origine delle materie prime, documentare il flusso d’informazioni che dalle materie prime conduce al prodotto in uscita lungo l’intera filiera produttiva, definire il lotto di Sostenibilità, definito come la quantità di un prodotto, definita dall’azienda, che garantisce la rintracciabilità dello stesso ai fini della valutazione del rispetto dei requisiti di sostenibilità fissati dalla Direttiva RES, gestire il bilancio di massa definito come il sistema nel quale le informazioni sulle caratteristiche di sostenibilità, rimangono associate alla partita, il calcolo dell'indice di sostenibilità (GHG saving) ecc.
4.3. Vantaggi dei biocombustibili:
I biocombustibili, come già detto possono essere liquidi o gassosi; essi sono definiti “rinnovabili” non solo perché prodotti da fonti rinnovabili, ma anche perchè le emissioni di CO2 derivanti dal loro utilizzo sono riassorbite, in tempi brevi, dalle colture da cui si ottiene la materia prima per la loro produzione. L’uso dei biocombustibili consente una riduzione significativa di emissioni inquinanti rispetto al diesel minerale di origine petrolifera, e hanno la caratteristica di essere a basso impatto ambientale.
Quelli piu' in uso oggi, sono i biocombustibili liquidi(biodiesel e bioetanolo) essendo piu' facilmente utilizzabili rispetto ai gassosi; nello specifico il biodiesel, ottenuto da oli vegetali come soia, colza e girasole, è un prodotto naturale utilizzabile come carburante in autotrazione e come combustibile nel riscaldamento, con le caratteristiche indicate rispettivamente nelle norme UNI 10946 ed UNI 10947.
Esso ha una serie di vantaggi per l'ambiente molto significativi e la Comunità Europea tende ad incentivarli sempre piu' allo scopo di miscelarli col gasolio fossile per uso autotrazione. Prima di tutto è un prodotto biodegradabile, non ha emissioni di biossido di zolfo (SO2), dato che non contiene zolfo, se non in minima parte, non contribuisce all’« effetto serra» poiché restituisce all’aria solo la quantità di anidride carbonica utilizzata da colza, soia e girasole durante la loro crescita, ha una buona efficienza energetica e buona affidabilità nei motori, previene le incrostazioni avendo un ottimo potere detergente, riduce le emissioni di CO2 del 35%, e dei idrocarburi incombusti, del 20% in meno, ha un contenuto di ossigeno superiore al 10% migliorandone la combustione e un punto di infiammabilità piu' alto(170°) rispetto al gasolio tradizionale(70°) il che' viene tradotto in maggiore sicurezza nel trasporto e stoccaggio. L unico punto critico quando viene usato in autotrazione dipende dalla sua maggiore viscosità rispetto al diesel convenzionale creando dei problemi nel suo impiego a causa di depositi che si possono formare sugli iniettori dei motori; oggi pero' grazie alle nuove tecnologie delle case automobilistiche si è cercato di ridurre al minimo tale inconveniente. Chimicamente, il biodiesel è una miscela di esteri metilici di acidi grassi (FAME: fatty acid methyl ester) che deriva da un processo di esterificazione di oli vegetali con metanolo.
4.4. Processo di Reazione
Il processo di produzione del Biodiesel è una reazione chimica basata sulla transesterificazione di oli vegetali (colza,soia,girasole,e palma)con metanolo, il cui principale risultato è la rottura delle molecole dei trigliceridi cioè degli acidi grassi degli oli vegetali, e che sono alla base della loro viscosità, la cui azione è accellerata da un catalizzatore, producendo da un lato biodiesel e dall'altro glicerolo secondo la seguente reazione:
CH2-OOCR1 R1COOCH3 CH2OH
| catalizzatore |
CH -OOCR2 + 3 CH3OH + -----------à R2COOCH3 + CH-OH
| CH3ONa |
CH2-OOCR3 R3COOCH3 CH2OH
trigliceride metanolo esteri glicerina
In realtà la reazione avviene secondo un processo a stadi in cui i trigliceridi sono convertiti attraverso reazioni reversibili in Di poi in Mono e infine in Glicerina.
In ogni stadio viene liberata una mole di estere
Trigliceride + ROH ======== Digliceride + estere
Digliceride + ROH ======== Monogliceride + estere
Monogliceride + ROH ======== Glicerina + estere
Tale reazione è leggermente endotermica pari a ca
35 Kcal / kg di olio in presenza di catalizzatori basici o acidi. Inoltre la formazione finale del sottoprodotto glicerina, non è considerato un rifiuto ma un prodotto pregiato con una grande valorizzazione economica e decine di possibili utilizzi nell'industria farmaceutica, alimentare e cosmetica.
5. OLIO VEGETALE ESAUSTO-(UCO)
Nel corso degli anni, si è intensificata sempre piu' la coltivazione di piante oleaginose di tipo alimentare sia in Europa che nei paesi Extra-Europei; tramite la fase di spremitura meccanica o chimica dei loro semi oleosi si dà origine agli oli vegetali, per produrre il biodiesel((definito di 1° generazione) sottraendo, pero', terreni adibiti a colture intensive di tipo alimentare e causando delle ripercussioni negative, constatate anche dalla Fao, riguardo la sicurezza alimentare mondiale, la protezione dei contadini poveri e la sostenibilità ambientale. Successivamente si è constatato che far percorrere migliaia di km ai prodotti destinati alla trasformazione in biocarburante, si riduce qualsiasi vantaggio dal punto di vista della sostenibilità ambientale a causa delle emissioni connesse al trasporto dei prodotti agricoli, dai luoghi di produzione all’Italia. Per risolvere questo delicato aspetto ambientale e per rispettare la politica di riduzione delle emissioni di CO2, si cerca di incentivare la ricerca e lo sviluppo di biocarburanti, derivanti da residui ligneo cellulosici , da scarti alimentari o da rifiuti solidi urbani di tipo organico.(definiti di 2° generazione).
Una alternativa valida è rappresentata proprio dall'utilizzo dell'olio vegetale esausto (UCO), utilizzato per produrre biodiesel, che risolverebbe le problematiche accennate in precedenza. Infatti, essendo un prodotto, cosiddetto, di filiera corta, tutte quelle operazioni che riguardano la raccolta, la raffinazione e la trasformazione finale in biodiesel verrebbero fatte localmente, con un notevole vantaggio per l'ambiente e una notevole riduzione di emissioni di CO2 in atmosfera. eliminando o diminuendo, principalmente, la fase di trasporto da un paese all'altro. Il recupero di questi oli, è disciplinato dal Dlgs 3 aprile 2006, che prescrive l'obbligo di raccolta, recupero e riciclaggio degli oli e grassi vegetali e animali esausti.
Secondo il testo definitivo della “Decisione 2000/532/CE”, l'UCO” è classificato all‟interno dell' ‟Elenco dei rifiuti a livello comunitario e
recepito anche dalla normativa italiana, nella categoria “20 Rifiuti urbani inclusi i rifiuti della raccolta differenziata” con il codice “ 20 01 25: oli e grassi commestibili”. Esso è assimilabile ai rifiuti urbani, domestici e da attività commerciali, e viene definito come rifiuto speciale non pericoloso ma può essere raccolto solo da imprese iscritte all‟albo nazionale dei gestori ambientali e al registro provinciale per lo stoccaggio. Inoltre la C.E., ha emanato altre direttive, come la 2008/98/CE, che privilegiano la prevenzione e il recupero dei rifiuti per usi energetici.(Fonte: Conoe.it)
5.1. Caratteristiche dell'UCO e impatto ambientale
L‟olio vegetale esausto è il prodotto che deriva dalla frittura degli oli e grassi vegetali e animali. Dopo la frittura l'olio vegetale alimentare modifica la sua struttura polimerica originaria, si ossida e assorbe le sostanze inquinanti dalla carbonizzazione dei residui alimentari. Una serie di reazioni conduce alla formazione di numerosi prodotti di ossidazione e di un gran numero di prodotti di decomposizione, sia volatili sia non volatili. I prodotti volatili vengono perduti durante la frittura, quelli non volatili si accumulano nell'olio; quest'ultimo, dopo un certo numero di riscaldamenti, si deteriora e viene arricchito di sostanze inquinanti derivanti dalla carbonizzazione dei residui al suo interno.
Se non viene smaltito in modo appropriato, i rischi per l'ambiente sono molteplici; l'immissione in ambiente degli oli usati (quelli ad esempio utilizzati per friggere, molto spesso gettati nel lavandino o negli altri scarichi domestici) è dannosa per vari motivi. Inquina le acque superficiali, può penetrare nel terreno impendendo l’assorbimento delle sostanze nutritive da parte delle radici delle piante, nelle falde acquifere rende l’acqua imbevibile alterandone il gusto, puo' arrecare danni notevoli ai depuratori influenzando negativamente i trattamenti biologici e accumulato sulla superficie dell’acqua può impedire gli scambi gassosi limitando l’ossigenazione dell’acqua stessa.
5.2. Il CONOE
Il “Consorzio Nazionale di Raccolta e Trattamento Oli Vegetali e Grassi Animali” è nato nel 1991 da un accordo tra aziende raccoglitrici e aziende rigeneratrici di olio vegetale usato. Successivamente grazie ad una normativa nazionale, il Dlgs del 3 aprile 2006 n. 152 , che stabilisce l'obbligo della raccolta, del recupero e del riciclaggio degli oli vegetali esausti. ha iniziato praticamente la propria attività nel 2001. Gli obiettivi principali sono quelli di ottimizzare la raccolta su tutto il territorio nazionale e fornire alla propria clientela da un lato un servizio capillare ed efficiente, dall’altro la garanzia di assoluto rispetto della legislazione vigente. Grazie all'impegno e alla consapevolezza di voler proteggere l'ambiente da un rifiuto altamente inquinante che puo' essere smaltito in modo improprio, oggi il Consorzio vanta un numero considerevole sia di associati che smaltiscono l'olio esausto in maniera corretta e sia di aziende raccoglitrici e rigeneratrici, che sono sparse per tutto il territorio nazionale.
Le tre fasi, regolamentate dal decreto del 3-04-2006, per far si' che tale rifiuto sia trasformato in risorsa energetica, sono:
I produttori o detentori di oli di frittura sono obbligati a stoccare tale rifiuto al consorzio obbligatorio o alle aziende di raccolta incaricate a tale scopo.
Le aziende incaricate CONOE, provvedono a raccogliere gli oli esausti da mense, ristoranti, friggitorie e isole ecologiche,dove ogni cittadino puo' stoccare il proprio olio usato in maniera corretta. Infine provvedono a stoccare il quantitativo raccolto presso il proprio sito e previo controllo dello stato di non pericolosità dello stesso, lo conferiscono alle aziende di recupero.
Queste aziende, iscritte nella rete consortile di recupero, al momento del ricevimento dell'olio, controllano prima di tutto, le specifiche di questa materia prima da trasformare, con analisi di routine come: contenuto in acidità, presenza o meno di saponi,percentuale di prodotti insolubili, presenza eventuale di corpi estranei, umidità ecc.
Successivamente subisce dei trattamenti specifici di filtrazione e decantazione, che possono essere fatti sia dalle aziende di raccolta che da quelle di trasformazione, le quali possono avere annesso all'impianto di produzione di biodiesel un sistema del genere, prima di immetterlo nel processo di esterificazione. C'è da dire, che quest'olio esterificato alla fine del processo e usato per autotrazione vanta di una riduzione di CO2 maggiore del biodiesel da olio vegetale pari all'88% in meno, rispettando piu' di ogni altro biocarburante i criteri di sostenibilità ambientale. Oltre a questo uso, l'olio rigenerato puo' essere utilizzato anche per scopi industriali come sostituto di lubrificanti, detergenti emulsionanti e oli minerali.
Per tale scopo l'olio, oltre ai trattamenti sopra descritti, subisce il processo di winterizzazione che consiste nel far raffreddare l'olio a 8°-10° e poi fatto centrifugare. All'interno di questa centrifuga avviene la separazione fisica dei cristalli dei trigliceridi solidi formatisi, con il liquido, il quale viene filtrato ulteriormente. L'eliminazione di questi cristalli impedisce all'olio di intorbidirsi col freddo, rendendolo piu' fluido anche a basse temperature.(fonte:http://www.ecorec.it/pag-olio.html e CONOE.IT)
Da queste considerazioni, si capisce di come sia importante mettere in risalto l'impiego di biomasse liquide e gassose di seconda generazione, incentivandone l'uso al posto dei combustibili fossili.
Aumentando la produzione e l'uso di biogas, biometano, e olio fritto si hanno due importanti ripercussioni positive sull'impatto ambientale: il riciclo dei rifiuti prodotti localmente, col riutilizzo della parte organica per fini energetici e la stabilizzazione nell'atmosfera della concentrazione dei gas effetto serra, obiettivo primario della Direttiva RES.
Da qualche anno, la produzione delle rinnovabili per quel che riguarda la produzione di biodiesel da olio vegetale, ha risentito delle problematiche causate dalla riduzione di terreni adibiti a colture alimentari, facendo schizzare il prezzo della materia prima troppo al di sopra dei prezzi di mercato normali, costringendo alla fermata provvisoria, molti impianti produttivi nella zona UE, visto che era diventato ormai antieconomico produrre a quelle condizioni. In piu', l'inadeguata defiscalizzazione del prodotto finito e la mancanza di incentivi capaci di poter far ripartire il sistema produttivo, hanno permesso ai paesi extra-europei quali America, Venezuela ecc. di importare biodiesel finito a prezzi ridotti per continuarlo a miscelare al gasolio minerale, a discapito pero' del sistema produttivo italiano.
Oggi, il Governo Italiano, consapevole del problema,sta lavorando per far si' che nei prossimi mesi siano operativi dei decreti che porranno una serie di certificazioni aggiuntive al biodiesel prodotto extra Unione Europea, rendendo tale prodotto difficilmente importabile e favorendo così la produzione di biodiesel da impianti europei, infine verrà incentivato dal punto di vista energetico, il biodiesel prodotto in Europa e i biodiesel prodotti a partire da rifiuti o sottoprodotti(olio fritto), con l'intento di far ripartire la filiera produttiva in Italia e non solo, la quale vanta impianti e tecnologie di ultima generazione che ben si prestano a produzioni ecocompatibili.
La condizione essenziale per proseguire verso questa direzione ecologista è che ognuno di noi faccia la propria parte con gesti quotidiani rispettosi dell'ambiente circostante, che le aziende produttrici garantiscano l'effettiva sostenibilità delle relative filiere produttive, ma soprattutto con queste azioni congiunte, si cerca di preservare gli ecosistemi dagli agenti inquinanti, per noi e per le generazioni future , affinchè vi sia un equilibrio armonico tra l'uomo e la natura che ci ospita.