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Timestamp: 2020-07-02 17:01:09+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 25430 del 10/10/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25430 del 10/10/2019
Cassazione civile sez. III, 10/10/2019, (ud. 18/06/2019, dep. 10/10/2019), n.25430
sul ricorso 10521/2018 proposto da:
A.R., AP.RA., A.G., A.L.,
AP.GI., AP.LU., G.C., domiciliati ex lege
rappresentati e difesi dall’avvocato GIOVANNI RAUDINO;
GENERALI ITALIA SPA, in persona del legale rappresentante pro
tempore, domiciliata ex lege in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA
CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’avvocato GIANCARLO
TRIGILIO;
avverso la sentenza n. 97/2018 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,
A.R., Gi., Ra., G., Lu. e L. nonchè G.C., quali eredi di A.M. (i primi sei quali figli e l’ultima quale moglie), convennero in giudizio dinanzi al Tribunale di Siracusa P.S. e la Alleanza Toro SpA per sentir dichiarare il primo responsabile dell’incidente accaduto il (OMISSIS), nel quale A.M. aveva subito lesioni poi esitate nella sua morte, e, per l’effetto, condannare entrambi in solido al risarcimento dei danni subiti.
A sostegno della domanda esposero che nella detta data, alle ore 13.10, il loro congiunto, alla guida di autovettura Fiat Uno, dopo avere percorso una stradella posta sulla dx della (OMISSIS) all’altezza di (OMISSIS), dopo avere verificato che non sopraggiungevano autovetture ed avere suonato ripetutamente il clacson, si era immesso sulla detta strada provinciale raggiungendo già la mezzeria della carreggiata di sua pertinenza, allorquando era stato investito dall’autovettura Ford Escort condotta da P.S., proveniente dall’opposta corsia a velocità superiore a Km 92,72 e comunque sproporzionata in relazione allo stato dei luoghi ed alla segnaletica esistente; a seguito dello scontro A.M. aveva riportato trauma discorsivo del rachide cervicale e contusione toracica e trasportato all’Ospedale di (OMISSIS), dove il giorno successivo, dopo diciannove ore dall’incidente, era stato colto da “ictus cerebrale ischemico”, quindi trasportato presso il centro di rianimazione dell’Ospedale di (OMISSIS), ove poi il (OMISSIS) era deceduto.
Con sentenza 1792/2016 del 13-9-2016 l’adito Tribunale ritenne P.S. responsabile al 50% del detto sinistro e, valutato che l’occorso incidente (e, in particolare, lo stress conseguente allo stesso e la lesione all’emitorace sx) aveva avuto un inincidenza causale rispetto al decesso dell’ A. pari al 50% (mentre la rimanente parte era dovuta alle pregresse condizioni di salute dello stesso A., soggetto di anni 72, già affetto da “cardiopatia cronica ipertrofica da ipertensione arteriosa e da diabete mellito e da grave stenosi epatica), condannò i convenuti in solido al pagamento, in favore degli eredi, della complessiva somma di Euro 228.250,00.
Con sentenza 97/2018 del 17-1-2018 la Corte d’Appello di Catania, in parziale accoglimento del gravame proposto da Generali Italia SpA (già Assicurazioni Generali SpA, che aveva incorporato per fusione Toro Assicurazioni SpA ed Alleanza Assicurazioni, ex Alleanza Toro SpA), ha condannato P.S. e Generali Italia SpA a pagare, in favore di ciascuno degli appellati, la somma di Euro 107,14, revocando l’ulteriore condanna disposta in primo grado.
In particolare la Corte territoriale ha ritenuto insussistente il nesso causale tra l’incidente ed il decesso, ed ha quindi escluso che dovesse essere risarcito il danno parentale; al riguardo, dopo avere aderito, in tema di nesso causale tra condotta illecita ed evento dannoso, alla teoria della causalità adeguata (secondo la quale “non è sufficiente che tra l’antecedente ed il dato consequenziale sussista un rapporto di sequenza temporale, essendo invece necessario che tale rapporto integri gli estremi di una sequenza possibile alla stregua di un calcolo di regolarità statistica, per cui l’evento appaia come una conseguenza non imprevedibile dell’antecedente”), ha ritenuto che nella specie, se pur in astratto ipotizzabile che l’incidente potesse avere provocato la morte dell’ A., tale circostanza non era stata provata, e comunque l’evento morte non era certamente sussumibile nel canone della causalità adeguata, non rientrando detto decesso tra le conseguenze “normali” di un incidente stradale nel quale era stata riportata solo una distorsione del rachide cervicale ed una contusione addominale; nello specifico ha ricavato siffatta mancata prova del nesso eziologico dalla consulenza tecnica svolta su delega del P.M. nella fase delle indagini preliminari dal Dott. C.F., che aveva precisato che il decesso era stato causato da un’ischemia acuta ed improvvisa su base embolica, probabilmente dovuta ad un distacco di frammento di placca ateromasica, che aveva provocato un’ostruzione vasale con interruzione del flusso sanguigno; in ordine al collegamento causale tra tale distacco e l’incidente, il consulente aveva precisato che “nulla è possibile affermare con certezza o con sufficiente probabilità, se cioè esso sia avvenuto spontaneamente ed in modo del tutto indipendente dal trauma de quo, o se la causa sia riconducibile ad un’improvvisa crisi ipertensiva dovuta allo stress traumatico in soggetto cronicamente iperteso”.
La Corte, inoltre, ha ritenuto, sulla base degli atti di causa e in particolare del rapporto di incidente, che l’ A. non avesse concesso la precedenza al P. e che quest’ultimo non avesse tenuto in prossimità dell’incrocio una velocità adeguata, valutando più grave (70%) il comportamento negligente di guida dell’ A. rispetto a quello del P. (30%); di conseguenza, tenuta ferma l’entità del danno biologico iure hereditatis riconosciuta dal Tribunale (Euro 5.000,00), operate sulla stesse le riduzioni in base al riconosciuto grado di colpa, ha disposto per la condanna nel su indicato importo.
Avverso detta sentenza A.R., Gi., Ra., G., Lu. e L. nonchè G.C., nella loro qualità, propongono ricorso per Cassazione, affidato a quattro motivi.
Generali Italia SpA resiste con controricorso, illustrato anche da successiva memoria.
Con il primo motivo i ricorrenti, denunziando – ex art. 360 c.p.c., n. 3 – violazione e falsa applicazione degli artt. 2043,2054,2697 c.c., artt. 40 e 41 c.p., si dolgono che la Corte territoriale, facendo riferimento solo alla consulenza del Dott. C., abbia ritenuto insussistente il nesso eziologico tra la morte dell’ A. e l’incidente, poichè l’evento morte non si sarebbe verificato in mancanza dell’incidente; la Corte territoriale, invece, sulla scorta della CTP depositata il 14-6-2005 avanti alla Procura della Repubblica di Siracusa nel corso delle indagini preliminari dal Dott. B.G. (consulente tecnico medico legale degli eredi di A.M.) avrebbe dovuto affermare che non era possibile ritenere che la morte dell’ A. si sarebbe comunque verificata in assenza dell’incidente; alla causa preesistente (patologia vascolare) si erano andate ad aggiungere altre concause sopravvenute, quali le distensioni dei vasi del collo e le modificazioni funzionali del circolo cerebrale reattive allo stress.
Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano – ex art. 360 c.p.c., n. 4 – illogicità manifesta e conseguente nullità della motivazione per avere la Corte d’Appello in ordine alla sussistenza del nesso causale, reso una motivazione non aderente alle risultanze istruttorie, e in particolare alla relazione di parte del Dott. B.G..
Con il terzo motivo i ricorrenti denunziano – ex art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame circa il fatto decisivo e controverso della sussistenza del nesso causale tra l’incidente e la morte, dimostrata dalla CTP del Dott. B.G..
Con il quarto motivo i ricorrenti denunziano – ex art. 360 c.p.c., n. 5 – omesso esame, errata, insufficiente, scorretta e contraddittoria valutazione di fatti storici principali e decisivi concernenti la dinamica dell’incidente.
I primi tre motivi, da esaminare congiuntamente in quanto connessi, sono inammissibili, in quanto si risolvono (il primo prospettato sub specie di violazione di legge) in una critica all’accertamento in fatto compiuto dal Giudice di merito in ordine alla sussistenza in concreto del nesso causale tra evento e danno, correttamente operato dalla Corte territoriale alla luce del criterio della causalità adeguata.
Come già precisato da questa S.C., invero, “in tema di responsabilità civile aquiliana, il nesso causale è regolato dal principio di cui agli artt. 40 e 41 c.p., per il quale un evento è da considerare causato da un altro se il primo non si sarebbe verificato in assenza del secondo, nonchè dal criterio della cosiddetta causalità adeguata, sulla base del quale, all’interno della serie causale, occorre dar rilievo solo a quegli eventi che non appaiano – ad una valutazione “ex ante” – del tutto inverosimili, ferma restando, peraltro, la diversità del regime probatorio applicabile, in ragione dei differenti valori sottesi ai due processi: nel senso che, nell’accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell’evidenza o del “più probabile che non”, mentre nel processo penale vige la regola della prova “oltre il ragionevole dubbio” (Cass. S.U. 576/2008 e successive); con la ulteriore precisazione che lo standard di cd. “certezza probabilistica” della materia civile “non può essere ancorato esclusivamente alla determinazione quantitativa-statistica delle frequenze di classi di eventi (c.d. probabilità quantitativa o pascaliana), che potrebbe anche mancare o essere inconferente, ma va verificato riconducendone il grado di fondatezza all’ambito degli elementi di conferma (e nel contempo di esclusione di altri possibili alternativi) disponibili in relazione al caso concreto (c.d. probabilità logica o baconiana)” (così Cassazione civile, Sez. un., sentenza cit.).
Le doglianze di cui in ricorso non criticano il (come detto) corretto riferimento, operato dalla Corte territoriale, al detto criterio della causalità adeguata, ma si sostanziano in una critica alla valutazione del giudice di merito in ordine alla insussistenza in concreto del nesso causale, per non avere detto giudice considerato le risultanze della consulenza di parte del Dott. B., e sono quindi inammissibili; al riguardo questa Corte ha, infatti, già chiarito che “l’errore compiuto dal giudice di merito nell’individuare la regola giuridica in base alla quale accertare la sussistenza del nesso causale tra fatto illecito ed evento è censurabile in sede di giudizio di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, mentre l’eventuale errore nell’individuazione delle conseguenze derivanti dall’illecito, alla luce della regola giuridica applicata, costituisce una valutazione di fatto, come tale sottratta al sindacato di legittimità se adeguatamente motivata” (Cass. 9985/2019).
In particolare, poi, i denunziati vizi motivazionali (secondo e terzo motivo) non sono in linea con la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, applicabile ratione temporis, che ha introdotto nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario (fatto da intendersi come un “preciso accadimento o una precisa circostanza in senso storico – naturalistico, non assimilabile in alcun modo a “questioni” o “argomentazioni”), la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia), fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie; conf. Cass. S.U. 8053 e 8054 del 2014; v. anche Cass. 21152/2014 e Cass. 17761/2016, che ha precisato che per “fatto” deve intendersi non una “questione” o un “punto” della sentenza, ma un fatto vero e proprio e, quindi, un fatto principale, ex art. 2697 c.c. (cioè un fatto costitutivo, modificativo, impeditivo o estintivo) od anche un fatto secondario (cioè un fatto dedotto in funzione di prova di un fatto principale), purchè controverso e decisivo (conf. Cass. 29883/2017); nel caso di specie il ricorrente si è limitato (inammissibilmente, per quanto detto) a ribadire l’insussistenza del nesso causale e la mancata considerazione della relazione di parte del Dott. B., e non ha quindi indicato alcun “fatto storico” (nel senso su precisato) omesso.
Costituisce consolidato principio di questa Corte che la mancanza di motivazione, quale causa di nullità per mancanza di un requisito indispensabile della sentenza, si configura “nei casi di radicale carenza di essa, ovvero del suo estrinsecarsi in argomentazioni non idonee a rivelare la “ratio decidendi” (cosiddetta motivazione apparente), o fra di loro logicamente inconciliabili, o comunque perplesse od obiettivamente incomprensibili (Cass. sez. unite 8053 e 8054/2014); nella specie la Corte di appello, come agevolmente desumibile dalla su esposta sintesi dell’impugnata sentenza, ha espresso le ragioni della adottata decisione, con argomentazioni logicamente conciliabili, non perplesse ed obiettivamente comprensibili.
Anche il quarto motivo è inammissibile in quanto non in linea con la nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per come interpretato dalle su citate sentenze di questa S.C. a S.U., risolvendosi in una critica alla dinamica dell’incidente, per come ricostruita, sulla base delle risultanze istruttorie, dalla Corte territoriale.
In conclusione, quindi, il ricorso va dichiarato inammissibile.
Atteso l’esito complessivo del giudizio, si ritiene sussistano giusti motivi per dichiarare interamente compensate tra le parti le spese di lite.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, poichè il ricorso è stato presentato successivamente al 30-1-2013 ed è stato dichiarato inammissibile, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso; dichiara interamente compensate tra le parti le spese di lite; dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale.