Source: https://mazzolini-associati.com/it/category/archivio/fisco/
Timestamp: 2020-02-25 22:08:12+00:00
Document Index: 185011084

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 360', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 12', '§ 6', '§ 7', 'art. 12', 'art. 230', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 230', 'art. 5', 'art. 21']

Fisco | Mazzolini e Associati
La legge n. 145/2018 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2019 e bilancio pluriennale per il triennio 2019-2021) si compone di 19 articoli. L’articolo 1 è composto da 1143 commi e contiene gli interventi di legge.
Gli interventi di carattere tributario di interesse commentati dall’Agenzia delle entrate sono i seguenti:
Clausola di salvaguardia Iva (comma 2)
Aliquota Iva dispositivi medici (comma 3)
Iva agevolata prodotti di panetteria (comma 4)
Accise carburanti (comma 5 e 6)
Fiscalità delle imprese immobiliari (comma 7 e 8)
Estensione del regime forfetario (comma da 9 a 11)
Deducibilità IMU immobili strumentali (comma 12)
Imposta sostitutiva per lezioni private e ripetizioni (comma da 13 a 16)
Dal 1° gennaio 2019, ai compensi derivanti dall’attività di lezioni private e ripetizioni, svolta dai docenti titolari di cattedre nelle scuole di ogni ordine e grado, si applica un’imposta sostitutiva dell’Irpef (e delle relative addizionali) con aliquota del 15%. È comunque possibile optare per la tassazione ordinaria
Imposta sostitutiva per imprenditori individuali, artisti e professionisti (comma da 17 a 22)
Riporto delle perdite per i soggetti Irpef (comma da 23 a 26)
Detrazione mantenimento cani guida (comma 27)
Tassazione agevolata utili reinvestiti (comma da 28 a 34)
A partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 31 dicembre 2018, le imprese che incrementano i livelli occupazionali (personale dipendente assunto con contratto di lavoro a tempo determinato o indeterminato) ed effettuano investimenti in beni strumentali materiali nuovi possono, a determinate condizioni, applicare un’aliquota IRES più bassa (aliquota ordinaria ridotta di 9 punti percentuali)
Imposta servizi digitali (comma da 35 a 50)
Viene istituita l’imposta sui servizi digitali con aliquota del 3%. Il tributo si applica ai soggetti esercenti attività d’impresa che, singolarmente o a livello di gruppo, nel corso di un anno solare realizzano congiuntamente: a) un ammontare complessivo di ricavi ovunque realizzati non inferiore a 750 milioni di euro; b) un ammontare di ricavi derivanti da servizi digitali realizzati in Italia non inferiore a 5,5 milioni di euro. È abrogata l’imposta sulle transazioni digitali, introdotta dalla legge di bilancio 2018 e che avrebbe dovuto essere operativa dal 1° gennaio 2019
IRES enti non a scopo di lucro e IACP (comma 51 e 52)
Fatturazione elettronica e operatori sanitari (comma 53 e 54)
Credito d’imposta adeguamento tecnologico per invio corrispettivi (comma 55)
Fatturazione nei contratti di sponsorizzazione (comma 56)
Accise autotrasporto (comma 57 e 58)
Cedolare secca sugli immobili commerciali (comma 59)
Iper ammortamento (comma da 60 a 65 e 229)
Estromissione immobili strumentali (comma 66)
Detrazioni recupero edilizio, risparmio energetico e acquisto mobili ed elettrodomestici (comma 67)
Bonus verde (comma 68)
Credito d’imposta ricerca e sviluppo (comma da 70 a 72)
La misura del credito d’imposta relativo agli investimenti in attività di ricerca e sviluppo passa, in via generale, dal 50% al 25%. L’importo massimo annualmente concedibile a ciascuna impresa scende da 20 a 10 milioni di euro. Si indicano più dettagliatamente le spese agevolabili e sono introdotti nuovi adempimenti documentali per la spettanza e l’utilizzabilità del bonus
Credito d’imposta riciclaggio plastiche miste (comma da 73 a 77)
Credito d’imposta formazione 4.0 (comma da 78 a 81)
Terzo settore (comma 82)
Canone TV (comma 89 e 90)
Credito d’imposta rimozione amianto (comma da 156 a 161)
Definizione agevolata debiti contribuenti in difficoltà economica (comma da 184 a 199)
Coloro che versano in una grave e comprovata situazione di difficoltà economica (Isee del nucleo familiare non superiore a 20mila euro) possono estinguere i debiti tributari, diversi da quelli oggetto dello stralcio fino a 1.000 euro previsto dal Dl 119/2018, affidati all’agente della riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2017 e derivanti dall’omesso versamento delle imposte risultanti dalle dichiarazioni annuali e dalle attività di controllo automatico delle dichiarazioni stesse, nonché dall’omesso versamento dei contributi. Per la definizione, è previsto il pagamento (in unica soluzione o in più rate) del capitale e degli interessi in misura percentuale (16, 20 e 35%, a seconda dell’Isee) e delle somme spettanti all’agente della riscossione a titolo di aggio e di rimborso delle spese per le procedure esecutive e di notifica della cartella. Non si pagano, quindi, le sanzioni e gli interessi di mora ovvero, in caso di contributi previdenziali, le somme aggiuntive
PIR (comma da 211 a 215)
Investimenti in start-up innovative (comma 218)
Pensionati “esteri” che si trasferiscono nel Mezzogiorno (comma 273 e 274)
Consultazione delle fatture elettroniche (comma 354)
Sport bonus (comma da 621 a 628)
Esenzione imposta di bollo (comma 646)
Accise birra (comma da 689 a 691)
Raccolta occasionale prodotti non legnosi (comma da 692 a 699)
Trattamento fiscale dei familiari dell’imprenditore agricolo (comma 705)
Zona franca urbana sisma Centro Italia (comma 759)
Credito d’imposta sugli investimenti pubblicitari (comma 762)
Riduzione crediti d’imposta (comma 805)
Credito d’imposta edicole (comma da 806 a 809)
Rivalutazione quote societarie (comma da 940 a 950)
Le imprese che non adottano i principi contabili internazionali possono rivalutare i beni e le partecipazioni, a esclusione degli immobili alla cui produzione o al cui scambio è diretta l’attività, risultanti dal bilancio dell’esercizio in corso al 31 dicembre 2017. È previsto il pagamento di un’imposta sostitutiva con aliquota del 16% per i beni ammortizzabili e del 12% per i beni non ammortizzabili; per l’affrancamento del saldo attivo della rivalutazione, è dovuta un’imposta sostitutiva del 10%
Esenzione IMU comuni terremotati Emilia-Romagna (comma 985)
Proroga termini sisma Centro Italia (comma 991, 993-995, 997 e 998)
Zona franca urbana Genova (comma 1020)
Regime fiscale strutture periferiche enti pubblici non economici (comma 1022)
Incentivi acquisto veicoli elettrici e infrastrutture di ricarica (comma da 1031 a 1047)
Tassa automobilistica per i veicoli storici (comma 1048)
Prelievo erariale unico sugli apparecchi da divertimento (comma 1051)
Disposizioni in materia di giochi (comma 1052)
Rivalutazione terreni e partecipazioni (comma 1053 e 1054)
Abrogazione IRI (comma 1055)
Svalutazioni e perdite su crediti enti creditizi e finanziari e imprese di assicurazione (comma 1056 e 1065)
Incentivi rottamazione per acquisto veicoli non inquinanti (comma da 1057 a 1064)
Acconto imposta sulle assicurazioni (comma 1066)
Deducibilità perdite su crediti Ifrs 9 (comma da 1067 a 1069)
Principi contabili internazionali (comma 1070 e 1071)
Tassazione dei tabacchi lavorati (comma da 1074 a 1078)
Ammortamento del valore dell’avviamento e di altri beni immateriali (comma 1079)
Abrogazione ACE (comma 1080)
Imposta di registro (comma 1084)
Abrogazione deduzioni e credito d’imposta Irap (comma da 1085 a 1087)
IMU-Tasi per immobili concessi in comodato (comma 1092)
Acconto cedolare secca (comma 1127)
Imposta di bollo (comma 1128)
Contributo di sbarco nel comune di Venezia (comma 1129)
Proroga maggiorazione Tasi (comma 1133, lettera b)
Sul sito internet dell’Agenzia delle entrate (www.agenziaentrate.gov.it) è disponibile la nuova guida sulle agevolazioni fiscali per il recupero del patrimonio edilizio aggiornata al 23 novembre.
La guida è scaricabile in formato pdf al seguente link:
Irretroattivo il raddoppio dei termini nelle violazioni da RW
CORTE DI CASSAZIONE – Ordinanza 02 febbraio 2018, n. 2662
Con sentenza n. 989/29/2015, depositata il 28 maggio 2015, la CTR della Toscana rigettò l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti dei signori A.C.P. e G.P. avverso la sentenza della CTP di Lucca, che aveva accolto i ricorsi, di seguito riuniti, separatamente proposti da ciascun contribuente avverso avvisi di accertamento per gli anni 2005, 2006 e 2007, ed atti di contestazione di sanzioni, con i quali erano rispettivamente recuperati a tassazione i maggiori redditi accertati negli anni di riferimento in base a detenzione di capitali in paese a fiscalità privilegiata, in virtù della presunzione di cui all’art. 12, comma 2, del d.l. n. 78/2009, come convertito, con modificazioni, dalla l. 3 agosto 2009, n. 102, ed irrogate le relative sanzioni.
L’Amministrazione finanziaria, ricorrendo contro la sentenza ha denunciato violazione dell’art. 12, comma 2, del d.l. 1 luglio 2009, n. 78 e falsa applicazione degli artt. 3 della l. 27 luglio 2000, n. 212 e 12 disp. prel. cod. civ., in relazione all’art. 360, comma 1, n. 3, c.p.c. lamentando l’erroneità in diritto della pronuncia impugnata nella parte in cui ha ritenuto che l’art. 12, comma 2, del succitato decreto abbia natura sostanziale, con conseguente irretroattività e non applicabilità alle annualità precedenti la sua entrata in vigore.
La Cassazione ha ritenuto tale motivo infondato per il seguente motivo:
L’art. 12, comma 2, del d.l. n. 78/2009, in vigore dal 1° luglio 2009, convertito con modificazioni dalla l. 3 agosto 2009, n. 102, stabilisce che «in deroga ad ogni vigente disposizione di legge, gli investimenti e le attività di natura finanziaria detenute negli Stati o territori a regime fiscale privilegiato di cui al decreto del Ministro delle finanze 4 maggio 1999, n. 107, e al decreto del Ministro dell’economia e delle finanze 21 novembre 2001, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana del 23 novembre 2001, n. 273, senza tener conto delle limitazioni ivi previste, in violazione degli obblighi di dichiarazione di cui ai commi 1, 2 e 3 dell’articolo 4 del decreto legge 28 giugno 1990, n. 167, convertito dalla legge 4 agosto 1990, n. 227, ai soli fini fiscali si presumono costituite, salva la prova contraria, mediante redditi sottratti a tassazione. In tale caso, le sanzioni previste dall’articolo 1 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471, sono raddoppiate».
L’Amministrazione finanziaria insiste nel ritenere che la disposizione in oggetto abbia natura procedimentale e che, come tale, sarebbe soggetta al principio tempus regit actum, trovando applicazione anche riguardo alle somme detenute all’estero in violazione dei suddetti obblighi dichiarativi negli anni precedenti l’entrata in vigore dello stesso decreto legge n. 78/2009.
Gli accertamenti in questione, originati da processo verbale della Guardia di Finanza, che aveva rilevato che i nominativi dei suddetti contribuenti erano inseriti nella cd. “lista Falciani”, riportante quelli dei soggetti detentori di disponibilità finanziarie presso la HSBC Private Bank di Ginevra, sono riferiti agli anni 2005, 2006 e 2007.
Il precedente indicato nella proposta del relatore, Cass. sez. 5, 19 agosto 2015, n. 16951 pure riferito ad annualità (2005) anteriore all’entrata in vigore del succitato decreto legge n. 78/2009, nell’affermare l’utilizzabilità della cd. lista Falciani nell’ambito dell’attività di contrasto e accertamento dell’evasione fiscale, al pari di qualsiasi elemento con valore indiziario, con esclusione di quelli la cui inutilizzabilità discenda da una specifica disposizione di legge tributaria o dall’essere stati acquisiti in violazione di diritti fondamentali di rango costituzionale, ha ancora affermato, per quanto qui rileva, che, «ovviamente, tale principio di diritto, quanto agli effetti, va direttamente e necessariamente correlato sia agli obblighi dichiarativi (art. 4) e alle presunzioni (art. 6) di redditività stabiliti dalla l. n. 167/1990 nel testo vigente ratio ne temporis, a carico del contribuente per i trasferimenti di denaro ed altri valori verso l’estero».
Altre pronunce di questa Corte (cfr. Cass. sez. 5, 19 agosto 2015, n. 16950, in riferimento alla cd. “lista Vaduz”), sebbene non inerenti alla disamina ex professo dell’applicabilità retroattiva o meno della sopra trascritta disposizione di cui all’art. 12, comma 2, del d.l. n. 78/2009, si basano comunque nell’ambito della valutazione della prova presuntiva quale delineata dalla legislazione vigente ratione temporis, o rimarcando, come nel caso di Cass. sez. 5, 26 agosto 2015, n. 17183, relativa alla cd. “Lista Pessina”, l’ordinario regime di prova presuntiva del codice civile a favore del fisco e di controprova del contribuente, ovvero, come ancora in tema di cd. “lista Falciani” (cfr. Cass. sez. 6-5, ord. 28 aprile 2015, n. 8605, § 6.32 e § 7), affermando la sufficienza pure di un unico solido indizio a carico del contribuente, ma sempre senza applicare la novella del 2009.
D’altronde, la pretesa natura procedimentale della norma di cui all’art. 12, comma 2, del d.l. n. 78/2009 che pone, in favore del fisco, una più favorevole presunzione legale relativa rispetto al quadro normativo previgente, oltre a porsi in contrasto con il tradizionale criterio della sedes materiae, che vede abitualmente le norme in tema di presunzioni collocate nel codice civile e dunque di diritto sostanziale e non già nel codice di rito, porrebbe il contribuente, che sulla base del quadro normativo previgente non avrebbe, ad esempio, avuto interesse alla conservazione di un certo tipo di documentazione, in condizione di sfavore, pregiudicandone l’effettivo espletamento del diritto di difesa, in contrasto con i principi di cui agli artt. 3 e 24 Cost.
L’ordinanza della Cassazione depone, quindi, ulteriormente a favore dell’irretroattività del raddoppio dei termini per le violazioni in materia di monitoraggio fiscale delle attività detenute all’estero – riconoscendo la natura sostanziale della norma e non, viceversa, procedimentale come sostenuto dall’amministrazione finanziaria – sulla base del fatto che le norme in tema di presunzione devono essere collocate nel codice civile, ovvero in raccolte di norme di diritto sostanziale e non nei codici di rito. Se così non fosse il contribuente, basandosi sul quadro normativo previgente, potrebbe legittimamente non conservare la documentazione idonea a superare la presunzione legale relativa introdotta successivamente, pregiudicandosi l’effettivo espletamento del diritto di difesa, in contrasto con i principi di cui agli artt. 3 e 24 Cost.
Imputazione degli utili da impresa familiare al convivente di fatto
La Risoluzione 134/E del 26 ottobre 2017 dell’Agenzia delle Entrate risolve il problema dell’imputazione degli utili al convivente di fatto che presta stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente. La risoluzione muovendo dalla legge sulle unioni civili del 20 maggio 2016, n. 76, e dalle modifiche apportate al codice civile (art. 230-ter c.c.), integra – in maniera condivisibile – la lettura dell’art. 5 del Tuir.
La legge 20 maggio 2016, n. 76 (Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze) ha introdotto nel nostro ordinamento l’istituto dell’unione civile tra persone dello stesso sesso (art. 1) e disciplinato il regime delle convivenze di fatto, la cui definizione è contenuta nell’art. 1, comma 36, ovvero “due persone maggiorenni unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile”.
La citata legge (c.d. Legge Cirinnà) ha apprestato forme di tutela differenziate tra le parti dell’unione civile ed i conviventi, estendendo solo alle prime ed in forza dell’art. 20, “le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole coniuge, coniugi o termini equivalenti….contenute nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti nonché negli atti amministrativi nonché nei contratti collettivi”.
La Legge Cirinnà è intervenuta altresì sulla disciplina dell’impresa familiare, in una duplice direzione: – da un lato, estendendo alle unioni civili la disciplina civilistica dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del c.c. (mediante il rinvio contenuto nell’art. 1 comma 13 all’intero capo VI del titolo VI del libro primo del c.c.); – dall’altro introducendo nel codice civile l’articolo 230-ter, rubricato “Diritti del convivente”, recante la regolamentazione delle prestazioni di lavoro rese in favore del convivente more uxorio. Tale ultima norma riconosce “Al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente…il diritto di partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato”. Si prevede inoltre che il diritto di partecipazione non spetti “qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato”.
La scelta del legislatore di introdurre una disciplina specifica per il convivente, diversa da quella dell’impresa familiare regolata dal precedente art. 230- bis del c.c., riflette l’intenzione di mantenere su posizioni differenti la collaborazione del convivente rispetto a quella del familiare (o della parte civile, alla quale la disciplina dell’impresa familiare è applicabile), come si evince da alcune diversità di rilievo dei regimi previsti dagli articoli 230-bis e 230-ter del c.c. Tra queste, l’esclusione del convivente dal diritto al mantenimento nonché dal diritto alla partecipazione alle decisioni dell’impresa, diritti spettanti invece al familiare ed alla parte civile (art. 230-bis comma 1 c.c.).
Gli elementi costitutivi della fattispecie delineata dall’art. 230-ter del c.c. sono:
a) il rapporto di convivenza;
b) lo svolgimento stabile di prestazioni di lavoro;
c) l’esistenza di un’impresa cui risulti connessa la prestazione lavorativa.
Il regime tributario dell’impresa familiare è regolato dal comma 4 dell’articolo 5 del TUIR, recante la disciplina fiscale dei redditi delle imprese familiari di cui all’articolo 230-bis del codice civile. La citata norma stabilisce che tali redditi siano imputati, “limitatamente al 49 per cento dell’ammontare risultante dalla dichiarazione dei redditi dell’imprenditore…a ciascun familiare che abbia prestato in modo continuativo e prevalente la sua attività di lavoro nell’impresa, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili”. Detta imputazione proporzionale non può superare complessivamente il 49 per cento dell’ammontare del reddito risultante dalla dichiarazione annuale dell’imprenditore ed è subordinata al rispetto delle condizioni elencate alle lettere a), b) e c) del comma 4 della medesima norma.
L’imputazione proporzionale con il limite del 49 per cento presuppone a sua volta la partecipazione all’impresa di un soggetto avente lo status di familiare, ovvero “il coniuge, i parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado” (comma 5).
Si osserva che l’articolo 5, comma 4, del TUIR richiama solo l’art. 230-bis del c.c e non anche l’art. 230-ter del c.c., che reca la specifica disciplina dei diritti spettanti al convivente che partecipa all’impresa dell’altro convivente. Ciò porterebbe ad escludere l’applicazione a tale ultima ipotesi della norma fiscale richiamata. Tuttavia, il riferimento alla partecipazione agli utili dell’impresa familiare spettanti al convivente, contenuto nell’art. 230-ter, consente di applicare anche a questa fattispecie i principi generali che hanno portato alla collocazione dell’impresa familiare all’interno dell’articolo 5 del TUIR.
Al riguardo, con circolare n. 40 del 1976 il Ministero delle Finanze ha precisato che tale collocazione non significa che nel caso di impresa familiare si tratta di reddito prodotto in forma associata, ma ribadisce il principio di trasparenza, in virtù del quale il reddito prodotto da un determinato soggetto tra quelli contemplati dallo stesso art. 5 è imputato a ciascuno degli aventi diritto, indipendentemente dalla percezione del reddito ed in proporzione alle rispettive quote di partecipazione agli utili. Nel medesimo documento di prassi si precisa inoltre la duplice qualificazione dei redditi conseguiti nell’esercizio dell’impresa familiare, ovvero reddito d’impresa per il titolare (attesa la natura dell’impresa familiare come impresa individuale), redditi di partecipazione per i collaboratori familiari.
L’incrocio tra i dati della comunicazioni periodiche e gli omessi/carenti versamenti IVA
L’Agenzia delle entrate il 28/9/2017 ha iniziato a notificare a mezzo PEC le comunicazioni di irregolarità ai sensi dell’articolo 54-bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, relative alle liquidazioni IVA del primo trimestre 2017. La pioggia di PEC che si è abbattuta sui contribuenti, con le quali sono stati segnalati gli omessi / carenti versamenti del periodo, risultanti dall’incrocio dei dati della liquidazione IVA con i versamenti a mezzo F24, segue le lettere con la segnalazione delle stesse anomalie recapitate dal mese di luglio.
Mentre le lettere di cui all’articolo 21-bis, comma 5, Dl 78/2010 inviate dal mese di luglio e contenenti i risultati dei controlli, avevano lo scopo di permettere al contribuente di fornire eventuali chiarimenti ovvero di stimolare il versamento spontaneo fruendo del ravvedimento operoso, le comunicazioni di irregolarità ai sensi dell’articolo 54-bis del d.P.R. 633/1972, avviano la fase della riscossione coattiva. In questo caso l’invito di pagamento è accompagnato dalla sanzione amministrativa ridotta a 1/3, e porta con sé l’effetto di escludere la possibilità di accedere agli effetti premiali del ravvedimento operoso.
La possibilità di ricorrere all’istituto del ravvedimento operoso, infatti, non è pregiudicata dall’eventuale invio della segnalazione da parte dell’ufficio che rilevi il mancato o insufficiente versamento d’imposta in virtù di quanto indicato nella comunicazione della liquidazione trimestrale, ma solo dall’avvio della fase di riscossione del tributo con invio della comunicazione d’irregolarità ai sensi dell’articolo 54-bis, Dpr 633/1972, contenente la richiesta di pagamento di Iva, interessi e sanzioni.
La norma di riferimento è l’articolo 13, comma 1-ter del Decreto legislativo del 18 dicembre 1997 n. 472, che dispone “Ai fini dell’applicazione delle disposizioni di cui al presente articolo, per i tributi amministrati dall’Agenzia delle entrate non opera la preclusione di cui al comma 1, primo periodo, salva la notifica degli atti di liquidazione e di accertamento, comprese le comunicazioni recanti le somme dovute ai sensi degli articoli 36-bis e 36-ter del decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 600, e successive modificazioni, e 54-bis del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 633, e successive modificazioni;“.
Il comma 1, primo periodo richiamato nel comma 1-ter, prevede che “La sanzione è ridotta, sempreché la violazione non sia stata già constatata e comunque non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore o i soggetti solidalmente obbligati, abbiano avuto formale conoscenza.“.
Per i tributi amministrati dall’Agenzia delle entrate, allora, il ravvedimento operoso è sempre possibile, anche se sono già iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività amministrative di accertamento delle quali l’autore o i soggetti solidalmente obbligati, abbiano avuto formale conoscenza, salvo che non siano stati notificati atti di liquidazione e di accertamento, oppure, per l’IVA, le comunicazioni recanti le somme dovute ai sensi dell’articolo 54-bis del d.P.R. 633/72.
Diversamente dal passato dove gli “avvisi bonari” venivano emessi a seguito della presentazione della dichiarazione annuale, da ora in poi la fase della riscossione sarà pressoché immediata e senza sconti (fatta salva la riduzione della sanzione del 30% ad un 1/3).
Paradossalmente, il contribuente che volesse continuare a beneficiare della “dilazione” nei termini precedenti potrebbe inviare le Comunicazioni trimestrali delle liquidazioni periodiche I.V.A. e le Comunicazioni dei dati delle fatture con dati volutamente errati o carenti, purché coerenti con gli importi dei versamenti omessi. Così facendo il controllo automatizzato da parte dell’amministrazione finanziaria (incrocio dei dati delle liquidazioni con i versamenti da F24) non darebbe luogo a segnalazioni di incongruenza.
A questo punto il contribuente sarebbe però esposto alla disciplina sanzionatoria di cui al D.L. n. 193 del 2016, che prevede nel dettaglio:
(a) per l’omissione o l’errata trasmissione dei dati delle fatture, l’applicazione della sanzione amministrativa di euro 2 per ogni fattura, con un limite massimo di euro 1.000 per ciascun trimestre. E’ disposta la riduzione della sanzione alla metà, entro il limite massimo di euro 500, se la trasmissione è effettuata entro i quindici giorni successivi alla scadenza ordinaria, ovvero se, nel medesimo termine, è effettuata la trasmissione corretta dei dati;
(b) per l’omessa, incompleta o infedele comunicazione dei dati delle liquidazioni periodiche l’applicazione della sanzione amministrativa da euro 500 a euro 2.000, ridotta alla metà se la trasmissione è effettuata entro i quindici giorni successivi alla scadenza di legge, ovvero se, nel medesimo termine, è effettuata la trasmissione corretta dei dati.
Tenuto conto che l’esposta disciplina sanzionatoria è contenuta nell’articolo 11, commi 2-bis e 2-ter, del D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 471 (così come modificato dal citato D.L. n. 193 del 2016) ed ha, dunque, natura amministrativo-tributaria, in assenza di una deroga espressa, ad essa risulta applicabile l’istituto del ravvedimento operoso previsto dall’articolo 13 del D.Lgs. del 18 dicembre 1997, n. 472.
La regolarizzazione attraverso il ravvedimento operoso per l’omissione o l’errata trasmissione dei dati delle fatture implica l’invio di una nuova comunicazione (inizialmente omessa/errata) soggetta alla sanzione di cui all’articolo 11, comma 2-bis, del D.Lgs. n. 471 del 1997 con le riduzioni previste dall’articolo 13, comma 1, lett. a-bis) e ss., del D.Lgs. n. 472 del 1997, a seconda del momento in cui interviene il versamento.
Per meglio comprendere la portata della disposizione normativa si riprende l’esemplificazione fatta dall’Agenzia delle entrate nella Risoluzione n. 104/E del 28/7/2017. Nel documento citato viene detto che in caso di errata comunicazione dei dati di 180 fatture relative al primo trimestre del 2017 (con scadenza, ex articolo 4, comma 4, del D.L. n. 193 del 2016, entro il 16 settembre 2017), qualora il contribuente si ravveda in data 30 aprile 2018 (termine di invio della dichiarazione annuale IVA) deve nuovamente assolvere all’obbligo comunicativo e versare euro 40 (sanzione base di euro 360, pari a 180 violazioni per euro 2,00 ciascuna, ridotta a 1/8, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, lett. a-bis), del D.Lgs. n. 472 del 1997). Si ricorda che il ravvedimento è possibile salva la notifica degli atti di accertamento.
Così ragionando, nell’esempio che segue, la sanzione complessivamente dovuta per regolarizzare le comunicazioni dei dati delle fatture di un’intera annualità (quattro trimestri dell’anno N) entro il termine dell’invio della dichiarazione annuale IVA (30 aprile anno N+1), ammonterà a euro 204,44:
I° trimestre anno N – errate/omesse indicazioni di fatture 100 – sanzione base euro 200,00 – sanzione ridotta a 1/8 euro 25,00;
II° trimestre anno N – errate/omesse indicazioni di fatture 200 – sanzione base euro 400,00 – sanzione ridotta a 1/8 euro 50,00;
III° trimestre anno N – errate/omesse indicazioni di fatture 800 – sanzione base euro 1.000,00 – sanzione ridotta a 1/8 euro 125,00;
IV° trimestre anno N – errate/omesse indicazioni di fatture 20 – sanzione base euro 40,00 – sanzione ridotta a 1/9 euro 4,44.
Per quanto concerne la regolarizzazione delle Comunicazioni delle liquidazioni periodiche I.V.A. bisogna preliminarmente rammentare che questo adempimento, sebbene diverso ed autonomo rispetto a quello dichiarativo, è, comunque, propedeutico allo stesso. Pertanto, in un’ottica di ravvedimento della mancata/parziale/errata effettuazione della comunicazione, si applicano le regole ordinarie dettate dall’articolo 13, comma 1, lett. a-bis) e ss, del D.Lgs. n. 472 del 1997. In particolare, fermo il versamento della sanzione di cui all’articolo 11, comma 2-ter, del D.Lgs. n. 471 del 1997, eventualmente ridotta per effetto del ravvedimento, qualora la regolarizzazione intervenga prima della presentazione della dichiarazione annuale IVA, è necessario comunque inviare la comunicazione inizialmente omessa/incompleta/errata.
Detto obbligo di invio, invece, viene meno laddove la regolarizzazione intervenga direttamente con la dichiarazione annuale IVA ovvero successivamente alla sua presentazione. In particolare, se con la dichiarazione annuale sono inviati/integrati/corretti i dati omessi/incompleti/errati nelle comunicazioni periodiche, è dovuta la sola sanzione di cui all’articolo 11, comma 2-ter, del D.Lgs. n. 471 del 1997, eventualmente ridotta. Se, invece, con la dichiarazione annuale le omissioni/irregolarità non sono sanate, ai fini del ravvedimento occorre presentare una dichiarazione annuale integrativa, versando la sanzione di cui all’articolo 5 del D.Lgs. n. 471 del 1997, eventualmente ridotta ai sensi dell’articolo 13, comma 1, lett. a-bis) e ss, del D.Lgs. n. 472 del 1997, nonché quella di cui all’articolo 11, comma 2-ter, del D.Lgs. n. 471 del 1997, da versare in misura sempre ridotta a seconda del momento in cui interviene il ravvedimento.
Così, le irregolarità di un’intera annualità delle comunicazioni delle liquidazioni periodiche IVA, saranno sanate dall’invio della dichiarazione annuale I.V.A. corretta e con il pagamento della sanzione complessivamente di euro 243,06 così determinata:
I° trimestre anno N – dati omessi/incompleti/errati – sanzione base euro 500,00 – sanzione ridotta a 1/8 euro 62,50;
II° trimestre anno N – dati omessi/incompleti/errati – sanzione base euro 500,00 – sanzione ridotta a 1/8 euro 62,50;
III° trimestre anno N – dati omessi/incompleti/errati – sanzione base euro 500,00 – sanzione ridotta a 1/8 euro 62,50;
IV° trimestre anno N – dati omessi/incompleti/errati – sanzione base euro 500,00 – sanzione ridotta a 1/9 euro 55,56.
Le suddette sanzioni, non essendo collegate all’importo delle violazioni, avranno, a seconda dell’ammontare degli omessi versamenti IVA, un’incidenza più o meno rilevante.
Norma di comportamento n. 199 dell’Associazione dei Dottori Commercialisti
Pubblicata a metà settembre la Norma di Comportamento n. 199 “Rilevanza del contenuto letterale delle fatture ai fini IVA e delle imposte sul reddito”, approvato dalla Commissione Norme di Comportamento e di Comune interpretazione in Materia Tributaria di AIDC – Sezione di Milano.
La Massima del documento prevede che ai fini IVA, la prescrizione inserita nell’art. 21, commi 1 e 2, lettera g) del DPR 633/72, secondo cui la fattura deve essere emessa e contenere, fra l’altro, l’indicazione della “natura, qualità e quantità dei beni e servizi formanti oggetto dell’operazione”, non comporta, in caso di incompleta o imprecisa o parzialmente erronea descrizione, l’automatica indetraibilità dell’IVA addebitata al cliente, soggetto passivo dell’imposta, se viene dimostrato, con documenti accessori, che sono sussistenti i requisiti sostanziali dell’operazione. Per la deduzione del costo ai fini delle imposte dirette sul reddito, l’esistenza della fattura non è di per sé indispensabile. Ne consegue che, ancorché spesso sia uno dei principali documenti utili alla verifica della corretta determinazione dell’imponibile ai fini delle imposte sui redditi, nondimeno, il contenuto della fattura non é in sé determinante. Perché siano deducibili, infatti, i costi possono essere dimostrati con documenti accessori che consentano di valutare se siano inerenti, determinati (o determinabili), imputati al corretto periodo d’imposta ed effettivi.
Controlli per i soggetti iscritti all’Anagrafe degli italiani residenti all’estero
L’Agenzia delle Entrate ha stabilito i criteri da utilizzare per la formazione delle liste selettive degli italiani iscritti all’AIRE da sottoporre, in via prioritaria rispetto ad altri soggetti, all’attività di controllo sulle attività finanziarie e investimenti patrimoniali esteri non dichiarati. Gli elementi segnaletici della permanenza dei soggetti in Italia, sono i seguenti:
b) movimenti di capitale da e verso l’estero, trasmessi dagli operatori finanziari nell’ambito del monitoraggio fiscale di cui al decreto legge 28 giugno 1990 n. 167, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 1990, n. 227;
c) informazioni relative a patrimoni immobiliari e finanziari detenuti all’estero, trasmesse dalle Amministrazioni fiscali estere nell’ambito di Direttive europee e di Accordi di scambio automatico di informazioni;
e) atti del registro segnaletici dell’effettiva presenza in Italia del contribuente;
l) informazioni trasmesse dai sostituti d’imposta con la Certificazione unica e con il modello dichiarativo 770;
m) informazioni relative a operazioni rilevanti ai fini IVA, comunicate ai sensi dell’articolo 21 del decreto legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122 nonché ai sensi del decreto legislativo 5 agosto 2015, n. 127.
Split payment esteso dal 1° luglio 2017
La Manovra correttiva ha esteso il raggio d’azione del meccanismo dello split payment ​a tutte le operazioni effettuate nei confronti delle Amministrazioni pubbliche inserite nel conto consolidato pubblicato dall’ISTAT (ex articolo 1, comma 2, L. 196/2009), tra cui si annoverano gli enti pubblici non economici nazionali, regionali e locali.
L​’ampliamento riguarda anche altri soggetti, non rientranti nel conto consolidato, che però sono considerati ad alta affidabilità fiscale; in particolare, trattasi di:
​- ​società controllate, ai sensi dell’articolo 2359, primo comma, numeri 1 e 2, del cod. civ., direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri;
​- ​società controllate, ai sensi dell’articolo 2359, primo comma, numero 1, del cod. civ., direttamente dalle Regioni, Province, Città metropolitane, Comuni, unioni di Comuni;
​- ​società a loro volta controllate direttamente o indirettamente, ai sensi dell’articolo 2359, primo comma, numero 1, del cod. civ., dalle società di cui ai punti precedenti (cioè quelle controllate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e dai Ministeri e dagli Enti Locali, Città metropolitane e unioni di Comuni);
​- ​società quotate inserite nell’indice FTSE MIB della Borsa italiana.
Sono esclusi, invece, gli enti pubblici gestori di demanio collettivo, limitatamente alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi afferenti alla gestione dei diritti collettivi di uso civico.
Al fine di facilitare l’individuazione dei soggetti acquirenti in possesso delle caratteristiche per l’applicazione della scissione dei pagamenti, su richiesta dei cedenti o prestatori, i cessionari o i committenti devono rilasciare un documento attestante la loro riconducibilità all’articolo 17-ter del D.P.R. 633/1972.
Conseguentemente, i cedenti e prestatori in possesso dell’attestazione sono tenuti all’applicazione del regime in commento.
Le disposizioni sullo split payment si applicano fino al 30 giugno 2020 (salvo future nuove autorizzazioni da parte del Consiglio UE)​.
​In particolare dal 1° luglio 2017 ​il meccanismo del​lo split payment agirà anche sui compensi per prestazioni di servizi sottoposti a ritenute alla fonte a titolo di imposta sul reddito o a titolo di acconto; pertanto, in base alla nuova disciplina, anche i compensi a favore dei lavoratori autonomi saranno assoggettati alle modalità della scissione dei pagamenti qualora le operazioni vengano effettuate nei confronti della pubblica Amministrazione
​ e degli altri soggetti inclusi nel perimetro normativo.​
Il MEF, con decreto di ieri, ha reso disponibile sul proprio sito internet l’elenco delle società per le quali vige la scissione dei pagamenti al seguente link:
http://www.finanze.it/opencms/it/fiscalita-nazionale/Manovra-di-Bilancio-2017/Scissione-dei-Pagamenti-d.l.-n.-50_2017/