Source: https://www.personaedanno.it/articolo/la-legge-sul-fine-vita-e-l-art-580-c-p-al-cospetto-della-consulta
Timestamp: 2019-10-15 23:38:24+00:00
Document Index: 36943015

Matched Legal Cases: ['art. 579', 'art. 580', 'art. 20', 'art. 38', 'art. 53', 'art. 580', 'art. 580', 'art. 580', 'art. 1', 'art. 580', 'art. 580', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 580']

Persona, diritti personalità - Persona, diritti personalità - Valeria Cianciolo - 20/03/2018
1. I riferimenti normativi sul fine vita sono i seguenti:
Codice penale: art. 579 (Omicidio del consenziente); art. 580 (Istigazione o aiuto al suicidio).
Legge del 9 Gennaio 2004 n. 6 che ha introdotto nel Codice Civile l’istituto dell’amministrazione di sostegno con l’obiettivo di tutelare i soggetti con limitata capacità di compiere le funzioni della vita quotidiana.
Legge n. 38 del 15 Marzo del 2010, disposizioni per garantire l’accesso del malato alle cure palliative e alla terapia del dolore.
Codice di deontologia medica: art. 20 “relazione di cura; articolo 35 “consenso e dissenso informato”; art. 38 “Autonomia del cittadino e direttive anticipate“; articolo 33 “Informazione e comunicazione con la persona assistita”; art. 53 “Rifiuto consapevole di alimentarsi”.
La Convenzione sui diritti dell’uomo e la biomedicina (Convenzione di Oviedo)
2. La questione all’attenzione della Consulta.
Fabiano Antoniani, meglio noto come DJ Fabo, a seguito di un gravissimo incidente stradale, rimane tetraplegico e cieco, pur mantenendo piena lucidità mentale. Dopo diversi tentativi di terapie e quasi un anno di ricovero presso l'ospedale Niguarda, le sue condizioni cliniche vengono dichiarate irreversibili. Fabiano si sottopone a cure sperimentali in India, basate sull'uso delle cellule staminali. Cure che non portano ad alcun esito. Fabiano decide di farla finita con quella vita che non considera più “vita”.
Entra in contatto con l'associazione “Luca Coscioni” ed in particolare con Marco Cappato che prospetta a Fabiano e alla sua famiglia diverse possibili strade per dare corso alla sua volontà di togliersi la vita, tra cui quella di recarsi in Svizzera per accedere al c.d. “suicidio assistito”. La scelta di Fabiano è irrevocabile. Vuole percorrere la strada del suicidio. Viene messo in contatto con l’associazione elvetica “Dignitas” dove , il 27 febbraio 2017, pone fine alla propria vita sul letto del centro gestito da quest’ultima, vicino a Zurigo.
Marco Cappato sebbene in questa vicenda abbia soltanto accompagnato dall’Italia in Svizzera in auto il giovane Fabiano, si autodenuncia ai carabinieri di Milano, dando così origine al procedimento penale su cui la Procura si è espressa nel maggio 2017 con la richiesta di archiviazione.
Ai fini del ragionamento condotto dai pubblici ministeri di Milano, particolare rilievo assumono le modalità con cui Antoniani sarebbe stato aiutato a darsi la morte.
Nella ricostruzione operata dalla Procura, infatti, si evidenzia come all’interno del centro di Zurigo Fabiano abbia avuto due colloqui privati con un medico, secondo la procedura prevista dalla legge svizzera, finalizzati ad accertare l’effettività, l’attualità e la libertà della scelta del suicidio. Solo dopo l’esito positivo di tale valutazione, il medico ha prescritto la dose di farmaco letale; tale sostanza è quindi stata posta in una siringa il cui stantuffo è stato azionato da Fabiano premendo con la bocca un pulsante collegato ad un apposito meccanismo. Questa procedura, resa più complessa dalle condizioni di quasi totale immobilità del malato, è predisposta al fine di garantire che il suicidio non si trasformi in una forma di eutanasia attiva volontaria, atto vietato anche per la legge svizzera.
I pubblici ministeri ambrosiani, dopo aver accuratamente ricostruito la vicenda di Antoniani ed il coinvolgimento del Cappato nella stessa, individuano la fattispecie di riferimento nell'art. 580 c.p., ed in particolare, nella condotta di “partecipazione materiale” nel suicidio altrui; sono escluse, al contrario, tanto l'ipotesi di omicidio del consenziente quanto quella di “aiuto morale”, ossia l'istigazione o il rafforzamento del proposito suicida.
Il passaggio più coraggioso ed innovativo della richiesta consiste nell’affermazione dell’esistenza di un diritto costituzionalmente garantito ad ottenere una morte dignitosa.
Il ragionamento dei p.m. è certamente innovativo, in quanto né la Corte costituzionale né la Corte di Strasburgo hanno finora riconosciuto il rango di diritto fondamentale al diritto a porre fine alla propria vita in modo dignitoso. Si può certamente individuare, nella giurisprudenza europea dei diritti dell’uomo, un trend di ampliamento del riconoscimento all’autodeterminazione in relazione a pratiche in senso lato eutanasiche; ma la Corte non si è mai spinta sinora fino al punto di imporre a tutti gli Stati parti della Convenzione la liceizzazione di tali pratiche.
Nel luglio 2017, il GIP del Tribunale di Milano rigetta le richieste avanzate dai pubblici ministeri e dalla difesa di Marco Cappato e impone alla Procura di formulare l’imputazione nei confronti di Marco Cappato per la fattispecie di aiuto al suicidio.
Nel settembre 2017, Marco Cappato chiede di essere giudicato con il rito immediato e, in data 18 settembre 2017 viene emesso dal Tribunale di Milano il decreto che dispone il giudizio immediato fissata per l’8 novembre 2017 davanti alla prima sezione della Corte di Assise.
Secondo la Corte di Assise di Milano la condotta di Marco Cappato non ha inciso sul processo deliberativo di Fabiano Antoniani in relazione alla decisione di porre fine alla propria vita. Stando così le cose, l'imputato deve essere assolto dall'addebito di averne rafforzato il proposito di suicidio. Cappato ha provveduto ad accompagnare Fabiano in Svizzera presso la Dignitas nella consapevolezza di portarlo dove avrebbe realizzato il suo progetto suicidiario, che è poi avvenuto, per opera dello stesso Fabiano, con l'ausilio degli operatori della Dignitas, in conformità alla normativa svizzera. La condotta dell'imputato è stata condizione per il realizzarsi del suicidio e, di conseguenza, secondo l'interpretazione dell'art. 580 c.p. sostenuta dal diritto vivente, tale condotta risulterebbe per ciò solo integrare l'agevolazione sanzionata da detta disposizione.
All’udienza del 14 febbraio 2018, la Corte di Assise di Milano solleva questione di legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p.
Il diritto a morire, rifiutando i trattamenti sanitari, è stato riconosciuto nel nostro Paese con la legge n. 219 del 22 dicembre 2017 che richiama i principi sanciti agli artt. 2, 13 e 32 della Costituzione e agli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell 'Unione Europea. La legge consente la possibilità per ciascun individuo di disporre anticipatamente in ordine ai trattamenti sanitari a cui essere sottoposto e riconosce espressamente il diritto di rifiutare l'idratazione o l'alimentazione artificiale. Si sono così vietati trattamenti terapeutici finalizzati a prolungare la vita ad ogni costo e si è riconosciuto al malato il diritto di scegliere di porre fine alla propria vita in stato di sedazione profonda nel caso di "sofferenze refrattarie alle cure".
La legge però, non ha riconosciuto il diritto al "suicidio assistito" secondo le modalità scelte dai singoli perché l'art. 1 afferma che non è possibile richiedere al medico trattamenti contrari a norme di legge o alla deontologia professionale. Allo stato, pertanto, non è possibile pretendere dai medici del Servizio pubblico la somministrazione o la prescrizione di un farmaco che procuri la morte.
Persiste, pertanto, in base alla normativa esistente, la rilevanza penale della condotta del Cappato.
Da, qui, dunque la decisione della Corte d’assise meneghina di sollevare la questione di legittimità costituzionale dell'art. 580 c.p. nella parte in cui incrimina le condotte di aiuto al suicidio in alternativa alle condotte di istigazione e quindi, a prescindere dal loro contributo alla determinazione o al rafforzamento del proposito di suicidio. La norma è infatti così interpretata dal diritto vivente in funzione del dato letterale dell'art. 580 c.p., del suicidio come un fatto in sé riprovevole e del diritto alla vita come tutelabile a prescindere dalla volontà dell'individuo.
Questa spiegazione è però, per i giudici milanesi, in violazione degli artt. 2, 13, 1 comma e 117 della Costituzione in relazione agli art. 2 e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, in forza dei quali il diritto a por fine alla propria esistenza costituisce una libertà della persona, facendo quindi ritenere non lesiva di tale bene la condotta di partecipazione al suicidio che però non pregiudichi la decisione di chi eserciti questa libertà.
Per questi motivi la sanzione indiscriminata di tutte le condotte di aiuto al suicidio e la previsione della stessa pena prevista per le condotte di istigazione, risulta in violazione dei principi di cui agli art. 3, 13, II comma, 25, II comma, 27, III comma della Costituzione, che individuano la "ragionevolezza" della pena in funzione dell'offensività del fatto.
L’ordinanza con cui la Corte di Assise di Milano ha sollevato questione di legittimità costituzionale nel processo a carico di Marco Cappato è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale mercoledì 14 marzo 2018 ed ora il Governo ha 20 giorni di tempo – dunque fino al 3 aprile – per decidere se dare incarico all’avvocatura dello Stato.
La costituzione in giudizio dell'Avvocatura Generale dello Stato non ha luogo se non su richiesta del Presidente del Consiglio dei Ministri, con il Governo, attraverso l'organo tecnico di rappresentanza in giudizio e manifesta l'interesse politico del Governo alla conservazione della legge oggetto del sindacato della Corte Costituzionale.
Da qui l’appello dell’Associazione Luca Coscioni rivolto “al Governo italiano di non intervenire a difesa della costituzionalità di quel reato, e dunque di non dare mandato all’avvocatura di Stato di costituirsi in tale procedimento”.
Nel complesso e delicato quadro politico attualmente in corso nel nostro Paese, chi è dunque, in grado di manifestare l’interesse politico alla conservazione dell’art. 580 c.p.?
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