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Timestamp: 2020-05-25 22:07:42+00:00
Document Index: 121162665

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2729', 'art. 4', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il Tribunale di Roma condanna con maxi risarcimento il Ministero della salute in favore di un soggetto che ha contratto l'epatite C
Pietro Frisani e Chiara Del Buono | 18/06/2019 12:52
a cura degli avv.ti Pietro Frisani e Chiara Del Buono
Con la sentenza n. 12497/2019 pubblicata il 13 giugno 2019, il Tribunale di Roma ha condannato il Ministero della Salute al risarcimento dei danni quantificati in oltre 500.000,00 euro in favore di un soggetto che aveva contratto l'epatite C a causa di una trasfusione di sangue infetto.
Il soggetto veniva infatti ricoverato nel 1975 presso l'Istituto di Clinica Chirurgica dell'Università di Roma La Sapienza per essere sottoposto a due interventi chirurgici al rene sinistro ed in occasione di detto ricovero veniva sottoposto a due trasfusioni di sangue.
Egli presentava quindi alla ASL domanda con cui richiedeva i benefici della Legge 210/1992 onde ottenere l'indennizzo previsto dall'art. 1 della predetta legge, venendo poi sottoposto a visita medica presso la Commissione Medica Ospedaliera di Roma.
Veniva riconosciuto nesso causale tra l'infermità cirrosi epatica HCV correlata e la trasfusione, con ciò riconoscendosi pertanto la correlazione tra le trasfusioni subite nel 1975 e la contrazione del virus HCV.
Nella sentenza in commento il Tribunale di Roma ha in primis ritenuto infondata l'eccezione di prescrizione sollevata dall'Avvocatura erariale per mancato decorso del termine quinquennale, termine applicabile al reato di lesioni gravi configurabile nel caso di specie, alla data di notifica della citazione. Ha invero osservato che risultava del tutto irrilevante la data di effettuazione delle trasfusioni nel 1975, dovendosi invece dare rilievo al momento nel quale la vittima aveva preso cognizione della derivazione della propria patologia da tale evento storico, e dunque all'anno 2012 nel quale aveva presentato domanda ai sensi della legge 210/1992 per ottenerne i benefici.
Il Tribunale di Roma ha infatti citato la recente Cass. n. 27757 del 22/11/2017, secondo la quale: "in tema di responsabilità per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da pazienti emotrasfusi, la presentazione della domanda di indennizzo, di cui alla l. n. 210 del 1992, attesta l'esistenza, in capo al malato e ai familiari, della consapevolezza che queste siano da collegare causalmente con le trasfusioni e, pertanto, segna il limite ultimo di decorrenza del termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno, a norma degli artt. 2935 e 2947, comma 1, c.c."
Pertanto solo quando la vittima ha raggiunto consapevolezza circa la ricollegabilità causale della patologia alle trasfusioni inizia a decorrere il termine di prescrizione, peraltro nel caso di specie utilmente interrotto da raccomandata di richiesta dei danni inviata nel 2014, seguita poi dalla notifica della citazione nel 2015.
Il Tribunale di Roma ha ritenuto sussistente il nesso di causa fra le trasfusioni praticate al paziente nel 1975 e l'insorgenza di epatite C poi evoluta in cirrosi epatica.
Osserva infatti che l'anamnesi (remota e prossima) del paziente, leggibile nella cartella clinica del ricovero de quo agitur non riporta alcun evento, né patologie o sintomatologie rilevanti ai fini del decidere, e tali da lasciar supporre che l'infezione da virus HCV fosse stata già contratta in data antecedente; piuttosto, la medesima cartella clinica da un lato attesta che il personale sanitario effettivamente praticava due emotrasfusioni, ossia ponendo in essere un intervento astrattamente idoneo a produrre il danno (da contagio) che è motivo della lite, dall'altro non documenta né dimostra che il sangue utilizzato avesse ricevuto una qualsiasi analisi preventiva (ché nulla si legge in proposito, neppure altrove).
Proprio la mancanza di fattori alternativi idonei a produrre l'evento di danno fanno ritenere secondo il Tribunale presuntivamente dimostrato il nesso di causalità tra il contagio da virus HCV, la cui presenza sarebbe stata riscontrata solo diversi anni dopo, e le emotrasfusioni subìte nel 1975.
La sentenza in commento applica dunque il principio di cui alla sentenza n. 582/2008 SS.UU., la quale ha stabilito che la prova del nesso causale, che grava sull'attore danneggiato, tra la specifica trasfusione ed il contagio da virus HCV, ove risulti provata l'idoneità di tale condotta a provocarla, può essere fornita anche con il ricorso alle presunzioni (art. 2729 cod. civ.), allorché la prova non possa essere data per non avere la struttura sanitaria predisposto, o in ogni caso prodotto, la documentazione obbligatoria sulla tracciabilità del sangue trasfuso al singolo paziente, e cioè per un comportamento ascrivibile alla stessa parte contro la quale il fatto da provare avrebbe potuto essere invocato.
Il Tribunale di Roma pone inoltre l'accento sul fatto che anche la CTU medico legale disposta in corso di causa aveva riconosciuto la causalità materiale fra trasfusioni di sangue infetto e patologia nonché delle risultanze del verbale della Commissione Medica Ospedaliera, rammentando la giurisprudenza relativa secondo la quale "il verbale, con esito favorevole, della commissione medico-ospedaliera di cui all'art. 4 della legge 25 febbraio 1992, n. 210 - istituita ai fini dell'indennizzo in favore di soggetti danneggiati da complicanze irreversibili a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni di sangue e somministrazione di emoderivati, costituisce, nel giudizio risarcitorio, un elemento presuntivo sulla sussistenza del nesso causale tra le trasfusioni e la patologia sicché il giudice che intenda disattenderlo ha l'obbligo di indicare nella motivazione le ragioni di tale scelta" (Cass. n. 6843 del 20/03/2018).
RESPONSABILITA' DEL MINISTERO DELLA SALUTE
Nel caso in esame il Tribunale di Roma ha ravvisato la responsabilità del Ministero della Salute, in ragione delle competenze attribuitegli dalla legge in materia di vigilanza sanitaria e di uso di sangue umano a scopo terapeutico.
Infatti, anche il consulente tecnico d'ufficio, nella fattispecie, ha ritenuto, sulla base dei documenti prodotti in giudizio e da lui esaminati, che "è necessario sottolineare il comportamento omissivo di detto Ministero (id est della Salute) che, oltre all'emanazione di direttive ed autorizzazioni in materia di raccolta e lavorazione del sangue umano ed emoderivati, aveva l'obbligo istituzionale di sorveglianza".
Dunque la responsabilità del Ministero convenuto trova la sua fonte sia nel generale precetto dell'articolo 2043 c.c., sia nelle disposizioni che, all'epoca dei fatti (1975), gravavano il Ministero "della Sanità" dell'obbligo di vigilanza in materia sanitaria (dovere da ultimo ribadito con la legge 3 agosto 2001 n. 317, art. 11), nonché del dovere di adottare i provvedimenti indispensabili ad evitare che la salute dei cittadini fosse esposta a rischio, per via dell'impiego di sangue umano ad uso terapeutico.
Peraltro nell'anno 1975 era già in vigore la disposizione del Ministero della Sanità (circolare n. 50 del 28.3.66) con cui si sconsigliava l'uso di sangue umano da donatori con transaminasi superiori a 30 U/l, nel fondato sospetto che il donatore potesse essere portatore di virus epatici, benché allora innominati.
Conclude il Tribunale che, se il Ministero avesse prescritto l'obbligatoria determinazione delle transaminasi per tutti i donatori di sangue, ed avesse vietato l'utilizzazione di sangue caratterizzato dalla presenza di transaminasi in concentrazione tale da lasciar supporre, secondo letteratura medico-scientifica dell'epoca, la presenza di patologie virali, la diffusione dei virus dell'epatite sarebbe stata sicuramente circoscritta.
Pertanto, in carenza di prova che il sangue somministrato fosse stato sottoposto a qualsiasi controllo, vengono ritenute sussistenti le condizioni per predicare la responsabilità dell'amministrazione convenuta.
La sentenza n. 12497/19, dopo aver precisato che la categoria generale del danno non patrimoniale - che attiene alla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da valore di scambio - presenta natura composita, articolandosi in una serie di aspetti (o voci) aventi funzione meramente descrittiva, quali il danno morale (identificabile nel patema d'animo o sofferenza interiore subìti dalla vittima dell'illecito, ovvero nella lesione arrecata alla dignità o integrità morale, quale massima espressione della dignità umana), quello biologico (inteso come lesione del bene salute) e quello esistenziale (costituito dallo sconvolgimento delle abitudini di vita del soggetto danneggiato), dei quali - ove essi ricorrano cumulativamente - occorre tenere conto in sede di liquidazione del danno, in ossequio al principio dell'integralità del risarcimento, ha liquidato i danni sulla base della quantificazione del CTU.
L'invalidità permanente è stata quantificata in una percentuale fra il 70 e il 75%, i giorni di invalidità temporanea totale in 120 e quelli di invalidità parziale in 60.
Il Giudice applica le tabelle del Tribunale di Milano giungendo all'importo finale di € 593.312,23, già comprensivo di devalutazione e adeguamento del credito alla data odierna.
Sul punto la sentenza del Tribunale di Roma risulta interessante posto che, nonostante l'avvenuto deposito da parte dell'Avvocatura di nota attestante la definizione del calcolo dell'importo da erogare e di quello erogato ai sensi della legge 210/92, non ha ritenuto detta documentazione sufficiente a ritenere provato il pagamento in favore della vittima, con ciò non fornendo la prova dell'eccezione di pagamento.
Come stabilito da Cass. 2778/2019, l'indennizzo di cui alla legge 210 del 1992 non può essere scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno ("compensatio lucri cum damno"), qualora non sia stato corrisposto e tantomeno determinato o determinabile, in base agli atti di causa, nel suo preciso ammontare, posto che l'astratta spettanza di una somma suscettibile di essere compresa tra un minimo ed un massimo, a seconda della patologia riconosciuta, non equivale alla sua corresponsione e non fornisce elementi per individuarne l'esatto ammontare, né il carattere predeterminato delle tabelle consente di individuare, in mancanza di dati specifici a cui è onerato chi eccepisce il "lucrum", il preciso importo da portare in decurtazione del risarcimento".