Source: http://www.civicasrl.it/dettaglio-normative.aspx?id=3019
Timestamp: 2017-11-23 12:41:47+00:00
Document Index: 105107825

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 50', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 50', 'art. 11', 'art. 11']

SINDACO IN GIUDIZIO SOLO CON LA DELIBERA DELLA GIUNTA SE COSI' E' PREVISTO DALLO STATUTO COMUNALE.
Il sindaco di un comune può legittimamente stare in un giudizio (civile, amministrativo e anche tributario) solo in presenza di una delibera della giunta comunale che ne autorizzi la rappresentanza processuale, laddove tale delibera sia prevista nel regolamento o nello statuto del comune.
Il sindaco del comune (o il presidente della provincia), ove non sia prevista dal regolamento o dallo statuto alcuna autorizzazione della giunta dell'ente locale, può comunque stare in giudizio personalmente in quanto ha piena legittimità processuale attiva.
La riflessione su tale argomento ci viene suggerita dalla recentissima sentenza della Corte di cassazione n. 14389 del 7 giugno 2013, emessa ai fini di un contenzioso relativo ad un rimborso Ici promosso da un contribuente, che aveva eccepito che la norma dell'art. 50 Tuel, non consentisse al dirigente o al sindaco di impugnare la sentenza di una commissione tributaria provinciale in assenza di una delibera della giunta, in quanto nel caso in esame, lo statuto comunale attribuiva invece in via esclusiva alla giunta comunale la competenza ad autorizzare il sindaco a stare in giudizio anche dinanzi agli organi tributari.
In via generale, i giudici della Cassazione hanno ritenuto che nel nuovo quadro delle autonomie locali, ai fini della rappresentanza in giudizio del comune, l'autorizzazione a essere parte della controversia da parte della giunta comunale non costituisce più, in linea generale, atto necessario ai fini della proposizione o della resistenza all'azione.
Occorre, però, ad avviso della Cassazione, verificare se lo statuto comunale - competente a stabilire i modi di esercizio della rappresentanza legale dell'ente, anche in giudizio («ex» art. 6, comma 2, del Testo unico delle leggi sull'ordinamento delle autonomie locali, approvato con il dlgs 18 agosto 2000, n. 267) - preveda l'autorizzazione della giunta, ovvero una preventiva determinazione del competente dirigente. Se così fosse, per costituire validamente la legittimazione a stare in giudizio in capo al sindaco o al dirigente amministrativo, occorre una delibera della giunta in tal senso.
Invece, in mancanza di una disposizione statutaria che la preveda espressamente, l'autorizzazione alla lite da parte della giunta municipale, non costituisce atto necessario ai fini della promozione di azioni o della resistenza in giudizio da parte del sindaco.
Nel silenzio quindi del regolamento o dello statuto dell'ente a tale riguardo, il sindaco, infatti, sempre secondo la sentenza in commento, trae la propria investitura direttamente dal corpo elettorale e costituisce, esso stesso, fonte di legittimazione dei componenti della giunta municipale, nel quadro di un sistema costituzionale e normativo di riferimento profondamente influenzato dalle modifiche apportate al Titolo V della Costituzione dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, nonché di quelle introdotte dalla legge n. 131 del 2003 con ripercussioni anche sull'impianto del Testo unico sugli enti locali.
Quest'ultimo, all'art. 50, infatti indica il sindaco quale organo responsabile dell'amministrazione comunale e gli attribuisce la rappresentanza, in via generale, dell'ente locale. Nel caso in esame, invece lo statuto del comune indicava chiaramente che la giunta «autorizza il sindaco a stare in giudizio come attore o come convenuto, dinanzi alla magistratura ordinaria, amministrativa, agli organi amministrativi o tributari, approva transazioni o rinuncia alle liti». Tale organo, quindi, effettua un processo di valutazione sull'opportunità di costituirsi in giudizio sulla base della tutela degli interessi pubblici alla proposizione dell'azione (o alla resistenza alla lite) e la sua delibera costituisce un atto necessario, secondo l'espressa previsione statutaria, ai fini della legittimazione processuale dell'organo investito della rappresentanza. Al di fuori di tale autorizzazione, la parte (ente locale) non può costituirsi in giudizio, né può proseguire il contenzioso, in quanto appare priva del potere di rappresentanza dello stesso ente locale, con tutte gli effetti processuali che conseguono a questa carenza.
Per completezza si consideri che dal punto di vista tributario, l'art. 11 del dlgs 546/1992, è relativo alla capacità di stare in giudizio (legitimatio ad processum).
La disposizione, infatti, prevede al comma 3 dello stesso art. 11, che «l'ente locale nei cui confronti è proposto il ricorso sta in giudizio mediante l'organo di rappresentanza previsto dal proprio ordinamento», con ciò rinviando alle leggi speciali in materia di enti locali, appena rammentate.
Conseguentemente i giudici, in questo, come negli altri casi citati nella giurisprudenza della Suprema corte, precedenti che ormai rappresentano un andamento consolidato, hanno accolto le ragioni del contribuente, condannando alle spese di lite il comune resistente.