Source: http://effimera.org/le-tutele-crescenti-alla-prova-della-corte-costituzionale-pier-luigi-panici2/?replytocom=17909
Timestamp: 2019-09-20 11:47:52+00:00
Document Index: 23334194

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 1453', 'art. 2058', 'art. 2043', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 2043', 'art. 2058', 'art. 18', 'art.18']

Le tutele crescenti alla prova della Corte Costituzionale – di Pier Luigi Panici – Effimera
Federica aveva trovato lavoro in un ristorante di Roma, a tempo indeterminato. Pochi soldi, necessari per vivere. Il suo contratto, però, lo aveva firmato dopo l’approvazione del Jobs Act e per lei non c’era più la protezione dell’art. 18. Era uno dei posti di lavoro contrabbandati come definitivi dal governo delle larghe intese. Il licenziamento non ha valida giustificazione, questo appare chiaro. Tuttavia, con la nuova legge, Federica non poteva riavere il suo posto, le spettava soltanto l’indennità di quattro mesi. Il Giudice del lavoro, Maria Giulia, ha mandato gli atti alla Corte Costituzionale, chiedendo di cancellare dall’ordinamento il Jobs Act (in gergo giuridico: contratto a tutele crescenti) perché in contrasto con la nostra Carta. Verso l’estate arriverà la decisione. La scadenza è di notevole importanza: ove mai Federica la spuntasse la decisione si estenderebbe, automaticamente, a tutti i licenziamenti. Le imprese sono in allarme e hanno subito allertato i loro giuslavoristi; a Milano si è tenuto venerdì 23 febbraio un affollato convegno nazionale degli altri giuslavoristi, quelli che stanno dalla parte dei lavoratori, al fine di preparare il terreno anche politico di sostegno a Federica. E all’impostazione di Maria Giulia.Pubblichiamo di seguito il testo completo su cui l’avvocato Piero Panici, di Roma, ha poi basato la sua relazione agli intervenuti.
Tanti facili profeti avevano previsto la remissione alla Corte Costituzionale del D.Lgs n. 23 del 4 marzo 2015, così evidente era apparso il frontale contrasto delle «tutele crescenti», sia con i principi fondamentali della nostra Costituzione sia con i limiti posti dall’Ordinamento Comunitario e dai Trattati internazionali al potere di licenziamento e con le previsioni di tutela adeguata per i prestatori di lavoro a fronte del suo esercizio arbitrario.
Il D.Lgs 23/2015 nonostante la ambigua rubrica di «Disposizioni in materia di contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti»:
si limita a regolare le conseguenze del licenziamento illegittimo per tutti gli assunti dopo il 7.03.2015, in modo diverso dai lavoratori assunti prima di tale data: in particolare, per il licenziamento per giustificato motivo oggettivo illegittimo (l’ipotesi che qui ci occupa) viene eliminata sia la «tutela forte» di cui all’art. 18 l. 300/70, come novellato dalla l. 92/2012 (reintegrazione, pagamento retribuzioni perdute, versamento contributi) sia quella «debole» (indennità risarcitoria da 12 a 24 mensilità).
Dunque a partire dal 2027 i lavoratori che avranno avuto la fortuna di lavorare continuativamente per 12 anni presso lo stesso datore di lavoro potranno accedere alla stessa «tutela debole» oggi prevista per gli assunti prima del 7.03.2015.
Fortuna che, come vedremo, non ha avuto la lavoratrice nel caso rimesso alla Corte Costituzionale (al pari delle molte centinaia di migliaia di licenziati ogni anno e dei molti milioni sino al 2027).
L’ordinanza di rimessione alla Corte Costituzionale è solida, molto articolata e chiara non solo nell’accurata disamina delle fonti normative nazionali, comunitarie e dei Trattati internazionali rispetto alle quali è prospettata la questione di costituzionalità ma anche della impraticabilità della cd «interpretazione conforme»: si argomenta in modo persuasivo come il Giudice non possa determinare una sanzione diversa – in aderenza ai suddetti principi dell’Ordinamento – nel caso di licenziamento illegittimo, non essendo consentito per via interpretativa «abrogare» il D.Lgs 23/2015.
Merita quindi una lettura ed un approfondimento più accurato di quello possibile in questo breve intervento e probabilmente un convegno specifico, con trattazione: a) delle singole norme richiamate; b) dei principi ispiratori della riforma e delle modalità della sua attuazione (delega sostanzialmente in bianco e successivo voto di fiducia, che hanno impedito un reale confronto e approfondimento parlamentare); c) delle conseguenze della riforma non solo sull’Ordinamento giuridico ma anche su quelle sociali e addirittura sul contrasto alla criminalità organizzata: farò un cenno più avanti alla Relazione del Procuratore Generale di Palermo dr. Scarpinato del 27.01.2018 alla inaugurazione dell’anno giudiziario ove è indicato il nesso diretto tra precarizzazione del lavoro, eliminazione delle tutele, aumento delle disuguaglianze, frantumazione sociale e crescita dell’area della illegalità e della impunità.
Non si ipotizza certo un patto Renzi/Poletti–Mafia dopo quello Stato-Mafia per cui è in corso il processo a Palermo, ma viene effettuata una accurata disamina di come le disuguaglianze sociali ed il «tradimento» dei principi costituzionali determinino «la disaffezione di larghe componenti popolari non solo nei confronti della politica ma anche nei confronti dello Stato» e crea una vasta area di disagio sociale che costituisce un humus fertile per lo sviluppo della criminalità organizzata.
Merita poi una riflessione il ruolo svolto dalla Corte Costituzionale in questi ultimi anni, nuovo ed esorbitante rispetto alle sue tradizionali attribuzioni e che, nel caso di sentenze con efficacia «ex nunc» e addirittura solo «pro futuro», costituiscono «un inedito epitaffio per la pregiudizialità costituzionale» (Puggiotto).
Ma trattandosi di un quesito complesso ma «univoco ed omogeneo» nel chiedere la eliminazione dei limiti che varie leggi ordinarie pongono alla applicazione della tutela reale nei licenziamenti, doveva e poteva essere rimesso all’Ufficio Centrale del Referendum presso la Cassazione perché provvedesse alla separazione dei quesiti: ciò rientra nelle attribuzioni della Cassazione. Probabilmente, ancora sbagliando, non è stato richiesto dai promotori ma poteva – ripeto – essere rimesso dalla Corte Costituzionale all’Ufficio Centrale e così consentire alla Sovranità popolare di esprimersi in una materia così rilevante – nell’unica reale forma di democrazia diretta (l’altra, i disegni di legge di iniziativa popolare, non giunge mai all’esame delle aule parlamentari).
C’è anche un drammatico paradosso storico.
L’erede dell’allora PCI, che si astenne sulla l. 300/70 proprio perché non condivideva la limitazione dell’art. 18 ai datori di lavoro con più di 15 dipendenti (un diritto è di tutti altrimenti può diventare un privilegio), oggi si chiama P.D., e prima ha ridotto le ipotesi di applicazione dell’art. 18, ora – con le «tutele crescenti» – lo ha eliminato per tutti gli assunti dopo il 7.03.2015! (Quando si scriverà la storia del fallimento della sinistra in Europa e del suicidio delle sue classi dirigenti, questa vicenda sarà uno spunto per il caso Italia).
Si è trattato, sempre per essere ancora più precisi, del più grande trasferimento di risorse della storia della Repubblica (circa 40.000 miliardi di vecchie lire) dai lavoratori dipendenti e dai pensionati (che si sobbarcano oltre l’80 percento dell’Irpef) ai proprietari delle aziende (che, secondo la CGIA di Mestre, solo l’anno scorso hanno sottratto al fisco circa 93 miliardi di euro).
Insomma un gigantesco «welfare per i ricchi» pagato dai poveri, che è una delle cause delle disuguaglianze cresciute a dismisura in questi ultimi anni. Una riforma che per un verso supera quelle di Trump, il quale ha ridotto sì le tasse per i ricchi ma non ha mai trasferito loro risorse tolte ai lavoratori e pensionati!
Il Giudice si è trovato di fronte ad un licenziamento con il vizio più grave la «non ricorrenza degli estremi del licenziamento per giustificato motivo oggettivo» (secondo il D.Lgs 23/15) ovvero «la manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per giustificato motivo oggettivo» (secondo la previsione dell’art. 18 l. 300/70 come novellato dalla l. 92/2012).
Se assunta prima del 7.03.2015 la lavoratrice avrebbe avuto diritto:
Nulla di tutto questo, e solo perché assunta dopo il 7.03.2015.
«il Giudice dichiara estinto il rapporto». Una novità – aberrante – in uno Stato di diritto: il Giudice accerta la illegittima risoluzione di un contratto a prestazioni corrispettive di durata (quello di lavoro) disposto dal contraente «forte», e lo estingue lui!
A proposito della «supplenza» dei Giudici tanto avversata in questi anni: qui, per condannare alla disoccupazione e miseria il lavoratore licenziato ingiustamente viene chiamato il Giudice del lavoro, per dare concreta attuazione – premiandolo – all’illecito contrattuale. Insomma il «Giudice della privazione del lavoro» all’esito dell’accertamento di un recesso illegittimo.
Codice che, come è noto, prevede all’art. 1453 c.c. sia l’azione di adempimento nei contratti con prestazioni corrispettive di durata, oltre a quella di risarcimento danni; ed inoltre consente la «reintegrazione in forma specifica» ove possibile, ai sensi dell’art. 2058 c.c., per il «danno ingiusto» da fatto illecito ex art. 2043 c.c.
Quando fu approvato lo «Statuto dei diritti dei lavoratori» lo rivendicarono con orgoglio i giuristi che lo avevano elaborato: Giugni, Federico Mancini, Ghezzi, Romagnoli.
Una rapida disamina dei punti cardine della Ordinanza di rimessione del Tribunale di Roma del 26.07.2017.
a) Il contrasto con l’art. 3 Costituzione
I dubbi di costituzionalità vengono dunque in evidenza in quanto la nuova normativa priva la lavoratrice ingiustamente licenziata di «gran parte delle tutele tutt’ora vigenti per coloro che sono stati assunti a tempo indeterminato prima del 7.03.2015».
art. 3 della Costituzione in quanto la indennità così modesta per gli assunti dopo il 7.03.2015 ingiustamente licenziati «viola il principio di uguaglianza». Il regresso di tutela appare «irragionevole e sproporzionato, viola l’art. 3 Cost. differenziando fra vecchi e nuovi assunti, pertanto non soddisfa il test del bilanciamento dei contrapposti interessi in gioco imposto dal giudizio di ragionevolezza».
E, aggiungiamo noi, discrimina per sempre gli assunti dopo il 7.03.2015 perché saranno «i prescelti» nel licenziamento visto che con essi, diversamente dagli altri dipendenti, il datore rischia davvero poco.
Ciò è sparito nel «contratto a tutele crescenti» che cristallizza, contrariamente alle premesse, il «dualismo» delle tutele tra vecchi e nuovi assunti, penalizzando i giovani che entrano nel mondo del lavoro (e non conosceranno mai l’art. 18 che rimane solo come privilegio per i genitori o i fratelli e le sorelle maggiori).
Osserva al riguardo il prof. Umberto Romagnoli – uno degli Autori dello Statuto del 1970 – («Renzismo al lavoro» in Sinistra Lavoro n. 13).
“… Nell’intenzione dei teorici ispiratori della normativa all’esame nonché nella prima versione della delega, infatti, il contratto «a tutele crescenti», proprio per renderlo compatibile con il principio di uguaglianza e reale disincentivo alla precarizzazione, avrebbe dovuto favorire l’inserimento stabile nel mercato del lavoro attraverso una attenuazione della tutela contro i licenziamenti di carattere meramente temporaneo, e dunque fatta salva l’applicazione della ordinaria tutela ex art. 18 al termine di una prima fase (per quanto lunga) del rapporto; le tutele del D.Lgs. n. 23/2015, invece, non sono affatto «crescenti», giacché con lo scorrere del tempo non aumentano le garanzie ma soltanto l’indennizzo in proporzione alla maggiore anzianità del lavoratore, che non può più, permanentemente, accedere alle tutele standard degli assunti anteriormente al 7.03.2015; e che anzi incontra un tetto massimo indennitario dopo dodici anni di servizio …”.
Fu Massimo D’Antona, ispiratore della legge di cd. «privatizzazione del pubblico impiego», ad indicare la strada della uguaglianza nelle tutele a fronte del licenziamento illegittimo, così unificando il mondo del lavoro in una grande comunità di uguali nei diritti e nei doveri. Anche dopo la eliminazione delle «tutele crescenti» dal nostro Ordinamento giuridico sarà necessario un intervento legislativo di «ricostruzione».
nel settore privato, per gli assunti prima del 7.03.2015:
illegittimità, nelle due ipotesi di insussistenza – e manifesta insussistenza – del giustificato motivo oggettivo; nelle tre ipotesi di inesistenza del fatto contestato, o perché il lavoratore non lo ha commesso ovvero perché il fatto rientra tra le condotte punibili con sanzione conservativa, ai sensi del CCNL, per la giusta causa; infine per inidoneità fisica;
Per queste ipotesi sono poi previste quattro diverse tutele: quella cd. forte con la reintegrazione e tutte le retribuzioni perdute, quella attenuata con la reintegrazione ed il limite massimo di 12 mensilità per il danno patito, quella solo economica tra 12 e 24 mensilità, quella infine solo economica, ma ridotta, da 6 a 12 mensilità; per i dirigenti infine è prevista una tutela contrattuale solo economica ma forte (tranne rari casi di nullità ove è prevista la reintegrazione).
Vi è un ulteriore argomento. La discriminazione nel risarcimento irrisorio delle «tutele crescenti» non è solo con dipendenti assunti prima del 7.03.2015 – e, per sempre, con i dirigenti – ma anche tra gli assunti dopo il fatidico 7.03.2015 e la generalità degli altri cittadini titolari di un contratto a prestazioni corrispettive di durata, i quali possono, nel caso di una sua risoluzione illegittima, ottenere l’integrale risarcimento danni (così come per ogni fatto illecito anche extracontrattuale ex art. 2043 c.c. ed anche la reintegrazione in forma specifica ex art. 2058 c.c., come già rilevato).
b) Il contrasto con gli artt. 4 e 35 della Costituzione
Per concludere sul punto: è di solare evidenza che il riconoscimento del diritto al lavoro e del dovere della Repubblica «di promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto» impongono al legislatore, innanzitutto, di predisporre una normativa che vieti la privazione arbitraria del lavoro e non certo la agevoli.
c) Il contrasto con gli artt. 76 e 117 della Costituzione. Una tutela adeguata e congrua: ce la chiede l’Europa
E cosa riguarda questo stanziamento? Il finanziamento degli ammortizzatori sociali e le «politiche attive del lavoro»!
Proprio così: l’incentivo e sostegno economico ai licenziamenti, anche illegittimi, è considerato politica attiva del lavoro.
Ecco dunque non il semplice contrasto con la Costituzione, ma il suo esatto rovesciamento: “… secondo il legislatore quello di licenziare non è più un potere da limitare; tutt’altro, al contrario, è un diritto da proteggere nell’interesse della collettività. Tant’è che essa è pronta persino a farsi carico delle conseguenze del suo esercizio abusivo …” (Umberto Romagnoli «Renzismo al lavoro» in Sinistra lavoro n. 13).
Condivisibilmente l’Autore propone anche di cambiare denominazione alla materia: «del lavoro il diritto ha preso il nome non le ragioni»
Si è infatti diffusa, sia nella contrattazione individuale che collettiva, la previsione di una clausola, in caso di nuova assunzione, che richiama la disciplina dei licenziamenti previgente al 7.03.2015 (in sostanza l’applicazione dell’art. 18 così come modificato dalla l. 92/2012).
E’ questa la norma «manifesto» di fine legislatura, viatico verso le elezioni del 4.03.2018 della sedicente «sinistra di governo» che ben evidenzia la sua bancarotta morale e sociale, prima ancora di quella politico/ elettorale.
Ed infatti il fallimentare esito del contrasto alla disoccupazione delle numerose contro-riforme del mercato del lavoro realizzate prevalentemente dai governi di centro – destra negli ultimi 20 anni, tutte improntate alla riduzione delle tutele e dei diritti dei lavoratori, non faceva in alcun modo presagire ulteriori interventi di tale portata.
Dalle favole del rottamatore alla dura realtà dei provvedimenti di legge che generalizzano la precarietà e ristabiliscono la sovranità assoluta del datore di lavoro nella gestione del rapporto di stampo ottocentesco. Altro che “rivoluzione copernicana”! Copernico ci introdusse nella modernità ma il Jobs Act ci riporta indietro nei secoli, al sistema tolemaico «…dove i profitti ed il potere assoluto dell’impresa sono al centro dell’universo renziano e tutt’intorno orbitano poveri che lavorano in totale soggezione…» (U. Romagnoli).
«Nel regime giuridico duale, cioè con la competizione innestata dalla norma diseguale che differenzia tra vecchi e nuovi assunti servendosi di profili discriminatori l’impresa spera di ottenere maggiori potenziali di ricatto sul lavoro, diviso e sotto minaccia in virtù di nuovi poteri dispositivi e sanzionatori. Con il suo Pier delle Vigne, la comandante dei vigili urbani di Firenze nominata sul campo capo dell’Ufficio legislativo di palazzo Chigi, Renzi ha davvero posto fine al costituzionalismo della Repubblica…E’ cominciata un’altra epoca nel segno della destra economica, cioè con lo sfacciato potere dell’impresa, con la sua giurisdizione privata spietata e senza contropartite. Il lavoro è sconfitto ma non vinto» (Michele Prospero, “Jobs Act: si spengono i diritti. Un premier che marcia spedito verso l’800”, Il Manifesto 10.03.2015).
La Costituzione rovesciata: la tutela del contraente forte nel rapporto di lavoro
Art. 3. «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali di fronte alla legge ad eccezione dei lavoratori subordinati assunti dopo il 7.03.2015».
La Costituzione tradita, più poveri, più delitti e impunità per tutti: precarietà ed eliminazione di tutele, terreno fertile per lo sviluppo della criminalità
Nella Relazione del 28.01.2018 per la inaugurazione dell’anno giudiziario il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Palermo dr. Roberto Scarpinato ha lanciato un allarme sul pericolo di una «decostituzionalizzazione strisciante» che «passa da politiche che hanno determinato una ascesa vertiginosa delle diseguaglianze sociali».
Art. 18, ovvero la gigantesca opera di disinformazione dei mass media e del ceto politico: la lezione di Goebbels è ancora viva
Franco Palazzi2019-04-15T10:36:37+02:00Febbraio 25th, 2018|Categories: Critiche della crisi, Lavoro, precarietà, diritti e conflitti|Tags: art.18, Corte costituzionale, Costituzione, Jobs Act, licenziamento, Pier Luigi Panici, reintegra, tutele crescenti|2 Comments
La Rassegna Stampa del CRS - CRS - Centro per la Riforma dello Stato 28 Febbraio 2018 at 16:30	- Reply
[…] Pier Luigi Panici, “Le tutele crescenti alla prova della Corte Costituzionale”, effimera… […]
Marcella 6 Marzo 2018 at 7:50	- Reply
Se il salvatore della “patria” ( leggi PD) dovesse essere “Bonaccini” ci sarebbe proprio da ridere…..basta pensare alle contraddizioni che esistono fra le “grida” ufficiali del PD, in materia di tutela del territorio, e la demenziale Legge Urbanistica voluta e fatta approvare da Bonaccini. Solo un “uomo di paglia”, nelle mani della speculazione edilizia più retriva, poteva immaginare di escludere le opere infrastrutturali dalle limitazioni del 3% relative al consumo di suolo. In questo modo il “bellimbusto renziano” inaugura una stagione di devastazione del nostro contesto ambientale con la realizzazione di autostrade “a man bassa”, di cui l”orrendo “passante di mezzo” è solo il primo, scellerato esempio. Se questo è il “pontiere” suggerirei ai collaudatori dei ponti di verificare con la massima attenzione se nel conglomerato c”è anche il cemento