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Timestamp: 2017-06-27 00:02:04+00:00
Document Index: 305812

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 97', 'art. 97', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 97', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 96', 'art. 97', 'art. 96', 'art. 97', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 97', 'art. 360', 'art. 2712']

GAY PRIDE E’ LECITO LO DICE LA CASSAZIONE | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
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GAY PRIDE E’ LECITO LO DICE LA CASSAZIONE Il ricorrente rileva che la sentenza impugnata ha affermato la natura di evento di rilevanza mediatica del gay pride, in tal modo giustificando la mancanza del consenso del C. alla divulgazione della propria immagine. Tale aspetto non sarebbe stato motivato a sufficienza: la Corte di merito, infatti, avrebbe dovuto specificare le ragioni per le quali, anche ammettendo la natura di evento pubblico del gay pride, tale connotato potesse essere esteso alle riprese avvenute alla stazione di Milano, luogo estraneo alla manifestazione; la previsione dell’art. 97 citato, infatti, presuppone il collegamento tra l’interesse pubblico e la vicenda oggetto di divulgazione, caratteristica che non poteva riguardare, invece, il semplice radunarsi di una folla di persone in partenza da Milano per Roma. È opinione di questo Collegio che il concetto di avvenimento o cerimonia di interesse pubblico non possa essere inteso in senso così restrittivo da escludere tutto ciò che non attiene in via immediata e diretta con l’evento stesso; in altre parole, la cerimonia o l’avvenimento non sono soltanto l’evento assunto nella sua limitata dimensione spazio-temporale, dovendosi ritenere ricompresi nella previsione legislativa anche quegli episodi che, pur non integrando in sé l’evento, al medesimo si ricolleghino in modo inequivocabile. Nella specie, pur svolgendosi la manifestazione in questione nella città di Roma, il radunarsi nella stazione centrale di Milano di una folla di persone pronte a partire per Roma allo scopo di partecipare all’evento indicato costituisce, data l’evidenza e l’immediatezza del collegamento, un fatto di rilevanza mediatica che integra gli estremi di cui all’art. 97, primo comma, della legge n. 633 del 1941, legittimando la riproduzione dell’immagine anche in assenza del consenso della persona interessata. Ciò conduce a respingere la censura di violazione di legge di cui al secondo motivo di ricorso. Quanto al presunto vizio di motivazione, poi, il riconoscimento della natura di evento di rilevanza pubblica in ordine al raduno alla stazione di Milano toglie ogni fondamento alla censura; la sentenza, con motivazione in fatto correttamente argomentata e, perciò, insindacabile in questa sede, ha riconosciuto che la ripresa televisiva riguardava una folla «anonima», mentre perde rilievo il fatto che la ripresa sia stata il frutto – come si prospetta nel ricorso – di una «scelta di riproduzione». 4.2. Il rigetto del secondo motivo conduce al conseguente rigetto anche del terzo. Alla luce dei precedenti rilievi, infatti, non ha alcun fondamento la censura ivi prospettata, la quale è centrata sul problema della mancanza del consenso alla diffusione della propria immagine o, meglio, della impossibilità per il C. di manifestare il proprio dissenso. Col quarto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e dell’art. 97 della legge n. 633 del 1941, oltre ad omessa ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia.
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 18 settembre – 24 ottobre 2013, n. 24110 Presidente Berruti – Relatore Cirillo Svolgimento del processo
Con sentenza del 28 gennaio 2004 il Tribunale di Roma, accogliendo in parte la domanda avanzata da E.C., condannava la RAI – Radiotelevisione italiana s.p.a. a pagare all’attore la somma di euro 20.658,28, col carico delle spese, a titolo di risarcimento danni per la divulgazione non autorizzata della sua immagine – ripresa nell’ambito della partenza dalla Stazione centrale di Milano di numerosi partecipanti alla manifestazione nota come gay pride, tenutasi a Roma nel giugno 2000 – messa in onda nel corso della trasmissione televisiva Sciuscià del 13 luglio 2000.
Avverso la sentenza di primo grado proponeva appello principale la società soccombente ed appello incidentale il C. e la Corte d’appello di Roma, con sentenza del 30 luglio 2007, in riforma di quella del Tribunale, accoglieva l’appello principale, respingeva quello incidentale, rigettava le domande risarcitorie avanzate dal C. che contestualmente condannava alla restituzione della somma di euro 29.126,32, e compensava integralmente le spese del doppio grado di giudizio.
Avverso la sentenza della Corte d’appello di Roma propone ricorso per cassazione il C., con atto contenente quattro motivi.
Conviene procedere all’esame del ricorso, per ragioni di economia processuale, cominciando dal secondo e dal terzo motivo, i quali vanno trattati congiuntamente, per poi esaminare il quarto.
Col terzo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 96 della legge n. 633 del 1941, oltre ad omessa ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia.
È opinione di questo Collegio che il concetto di avvenimento o cerimonia di interesse pubblico non possa essere inteso in senso così restrittivo da escludere tutto ciò che non attiene in via immediata e diretta con l’evento stesso; in altre parole, la cerimonia o l’avvenimento non sono soltanto l’evento assunto nella sua limitata dimensione spazio-temporale, dovendosi ritenere ricompresi nella previsione legislativa anche quegli episodi che, pur non integrando in sé l’evento, al medesimo si ricolleghino in modo inequivocabile. Nella specie, pur svolgendosi la manifestazione in questione nella città di Roma, il radunarsi nella stazione centrale di Milano di una folla di persone pronte a partire per Roma allo scopo di partecipare all’evento indicato costituisce, data l’evidenza e l’immediatezza del collegamento, un fatto di rilevanza mediatica che integra gli estremi di cui all’art. 97, primo comma, della legge n. 633 del 1941, legittimando la riproduzione dell’immagine anche in assenza del consenso della persona interessata. Ciò conduce a respingere la censura di violazione di legge di cui al secondo motivo di ricorso. Quanto al presunto vizio di motivazione, poi, il riconoscimento della natura di evento di rilevanza pubblica in ordine al raduno alla stazione di Milano toglie ogni fondamento alla censura; la sentenza, con motivazione in fatto correttamente argomentata e, perciò, insindacabile in questa sede, ha riconosciuto che la ripresa televisiva riguardava una folla «anonima», mentre perde rilievo il fatto che la ripresa sia stata il frutto – come si prospetta nel ricorso – di una «scelta di riproduzione». 4.2. Il rigetto del secondo motivo conduce al conseguente rigetto anche del terzo. Alla luce dei precedenti rilievi, infatti, non ha alcun fondamento la censura ivi prospettata, la quale è centrata sul problema della mancanza del consenso alla diffusione della propria immagine o, meglio, della impossibilità per il C. di manifestare il proprio dissenso. Una volta riconosciuta la valenza di evento mediatico anche al raduno della folla all’interno della stazione di Milano, ogni presunta lesione dell’art. 96 della legge n. 633 del 1941 viene a cadere, dovendosi ricomprendere l’episodio nell’ambito del successivo art. 97, primo comma, sicché non riveste alcun interesse il profilo della mancanza del consenso.
Col quarto motivo di ricorso si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 112 cod. proc. civ. e dell’art. 97 della legge n. 633 del 1941, oltre ad omessa ed insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia.
Residuerebbe, a questo punto, l’esame del primo motivo di ricorso, col quale si lamenta, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione dell’art. 2712 cod. civ., oltre ad omessa e insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia.
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