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Timestamp: 2018-06-23 02:15:09+00:00
Document Index: 61229496

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02/04/2010 - CAMERA DEI DEPUTATI - XVI LEGISLATURA
LETTA, VACCARO, ORLANDO, FERRANTI
La presente proposta di legge è volta ad apportare talune importanti modifiche alla normativa vigente in materia di cause di incandidabilità e di ineleggibilità dei magistrati alle elezioni amministrative. Con la riforma del Titolo V della Costituzione è stata modificata la disciplina dell’art.122, che così recita “Il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente e degli altri componenti della Giunta regionale nonché dei consiglieri regionali sono disciplinati con legge della Regione nei limiti dei principi fondamentali stabiliti con legge della Repubblica, che stabilisce anche la durata degli organi elettivi.”.
La Corte costituzionale, con la sentenza n. 224 del 2009, ha dichiarato che, “per la natura della loro funzione, la Costituzione riserva ai magistrati una disciplina del tutto particolare, contenuta nel titolo IV della parte II (artt. 101 e ss.): questa disciplina, da un lato, assicura una posizione peculiare, dall'altro, correlativamente, comporta l'imposizione di speciali doveri. I magistrati, per dettato costituzionale (artt. 101, secondo comma, e 104, primo comma, Cost.), debbono essere imparziali e indipendenti e tali valori vanno tutelati non solo con specifico riferimento al concreto esercizio delle funzioni giudiziarie, ma anche come regola deontologica da osservarsi in ogni comportamento al fine di evitare che possa fondatamente dubitarsi della loro indipendenza ed imparzialità.” Nel prosieguo del suo argomentare, la Corte ha anche ricordato che il diritto di elettorato passivo spettante ai magistrati “non è senza limitazioni”.
Attualmente per i magistrati, nell’ambito delle elezioni ad organi rappresentativi negli enti territoriali, non vige un dettato normativo uniforme. Il quadro normativo in materia di ineleggibilità e incompatibilità a livello regionale risulta dalle seguenti disposizioni:
a) Costituzione (articolo 122);
b) Legge quadro statale 2 luglio 204, n. 165, “Disposizioni di attuazione dell’articolo 122, primo comma, della Costituzione”;
c) Disciplina regionale (ove dettata) e leggi elettorali regionali;
d) Legge statale 23 aprile 1981, n. 154, “Norme in materia di ineleggibilità ed incompatibilità alle cariche di Consigliere regionale, provinciale, comunale e circoscrizionale e in materia di incompatibilità degli addetti al Servizio sanitario nazionale”.
Il sistema di competenze delineato dalla formula costituzionale incardina quindi in capo alle regioni la competenza a determinare i casi di ineleggibilità e di incompatibilità per l’accesso alle cariche regionali. In assenza di diverse disposizioni legislative, adottate dalle regioni in attuazione dell’articolo 122 della Costituzione e in conformità ai principi generali fissati dalla legge quadro n.165 del 2004, continuano però a trovare applicazione le cause di ineleggibilità e di incompatibilità dettate dalla disciplina statale (di cui alla legge n. 154 del 1981, “Norme in materia di ineleggibilità e incompatibilità alle cariche di Consigliere regionale, provinciale, comunale e circoscrizionale e in materia di incompatibilità degli addetti al Servizio sanitario nazionale”). La stessa giurisprudenza costituzionale - Corte Costituzionale sentenza 223/03 e sentenza 270/03 - nel periodo compreso fra l’entrata in vigore del nuovo testo dell’articolo 122 della Costituzione e della legge quadro dello Stato prevista dal medesimo articolo ha affermato il principio in base al quale «il nuovo testo dell’art. 122 della Costituzione (…) da luogo solo a nuove e diverse possibilità di intervento legislativo della Regione, senza che però venga meno, nel frattempo, in forza del principio di continuità, l’efficacia della normativa statale preesistente conforme al quadro costituzionale in vigore all’epoca della sua emanazione». Secondo quanto affermato dalla Corte, dunque, in assenza di una legge regionale ad hoc, la disciplina applicabile alle cause di incompatibilità resta, in forza del principio di continuità, quella dettata dalla legislazione statale, ossia dalla legge n. 154 del 1981.
La Corte d’Appello di Venezia nel trattare la fattispecie concreta di un Consigliere regionale del Veneto, accertatane l’ineleggibilità ai sensi dell’art. 2 della l. n. 154 del 1981, ha così statuito: “L’art. 2 della legge 165 del 2004 non può essere applicato nella specie, essendo diretto a regolare l’attività legislativa regionale in materia di ineleggibilità e non a modificare direttamente le singole ipotesi di ineleggibilità previste dalla legge statale”. Sullo stesso tema e sul medesimo caso, la Corte di Cassazione ha così statuito: “Dal momento che la Regione Veneto non ha provveduto ad emanare una legge regionale nella specifica materia, correttamente la Corte di Appello ha applicato la normativa contenuta nell’art. 2, n. 10, della legge n. 154 del 1981”. “Qualora una Regione – conclude la Suprema Corte nella decisione – non abbia ancora provveduto a disciplinare con legge i casi di ineleggibilità a Consigliere regionale, ai sensi dell’art. 122, primo comma, Cost. e dell’art. 2 della l. 2 luglio 2004 n. 165, è applicabile, nei confronti dell’amministratore di una società interamente partecipata dalla Regione, la causa di ineleggibilità a Consigliere regionale prevista dall’art. 2 n. 10 della legge 23 aprile 1981 n. 154”.
Ciò premesso, l’articolo 1 della presente proposta di legge disciplina in capo ai magistrati, ordinari o speciali, includendo altresì i magistrati collocati fuori ruolo organico, una specifica previsione di incandidabilità – istituto non disciplinato legge 23 aprile 1981 n. 154 – alla carica di presidente della regione o assessore regionale qualora gli stessi abbiano prestato il loro servizio nel territorio regionale nei trentasei mesi antecedenti al giorno fissato per la presentazione delle liste o al giorno di assunzione della carica di assessore. Lo stesso istituto dell’incandidabilità viene altresì esteso ai magistrati che intendano candidarsi come consiglieri regionali; tale divieto sarà limitato alla circoscrizione elettorale nella quale è ricompreso, anche solo in parte, il territorio regionale ricadente nelle competenze della sede o dell’ufficio presso cui gli stessi magistrati hanno prestato, nel termine stabilito dei trentasei mesi anteriori alla presentazione delle liste, il loro officio. Da tale fattispecie di incandidabilità sono fatti salvi i magistrati in servizio presso le giurisdizioni superiori, la cui competenza nazionale interrompe ogni relazione tra funzione e territorio. Le dimissioni, il trasferimento o il collocamento in aspettativa non retribuita del magistrato entro i trentasei mesi precedenti al giorno fissato per la presentazione della candidatura, rendono priva di efficacia l’ipotesi di incandidabilità introdotta al primo comma e permettono al soggetto interessato di candidarsi alla competizione elettorale regionale, esercitando il proprio diritto all’elettorato passivo. Ivi si disciplina inoltre la fattispecie della cessazione anticipata della legislatura: i magistrati potranno candidarsi in qualità di presidente della regione, assessore regionale o consigliere regionale, fin’anche abbiano esercitato le proprie funzioni nel territorio della regione, o in una parte del territorio regionale, ricadente nelle competenze della sede o del proprio ufficio, qualora abbiano cessato le proprie funzioni non meno di diciotto mesi prima della data fissata per le elezioni. Ai magistrati candidati e non eletti non sarà possibile prestare servizio, per un periodo di trentasei mesi, nelle sedi o negli uffici con competenza territoriale su comuni compresi nelle circoscrizioni elettorali nelle quali si sono candidati. Tale divieto sarà altresì esteso a cinque anni per i magistrati candidati ed eletti, una volta terminato il proprio mandato elettorale. Stante il rispetto dei requisiti prodromici e preliminari alla propria candidatura, la norma di chiusura apposta prevede che i magistrati eletti alla carica di presidente della regione o di assessore regionale, una volta cessato il proprio mandato, incorrano nel divieto di prestare il proprio servizio su tutto il territorio regionale.
L’articolo 2 della presente proposta di legge introduce, al momento della presentazione della dichiarazione di accettazione della candidatura alla carica di presidente della regione o in qualità di componente del consiglio, una dichiarazione dello stesso candidato, ulteriore rispetto a quelle attualmente prescritte, in cui certifica di non versare in alcuna delle condizioni di incandidabilità.
L’articolo 3 della proposta di legge, mediante l’introduzione dell’articolo 60bis, apporta una modificazione al Testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali. L’innovazione riguarda nella fattispecie l’ineleggibilità dei magistrati alla carica di sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale, circoscrizionale, e altresì in qualità di assessore, nonché il termine entro il quale i magistrati esercenti la propria funzione devono cessare dall’incarico al fine di non vedere limitato il loro diritto di elettorato passivo. L’articolo 60, comma 1, n.6) del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali in vigore recita: “Non sono eleggibili a sindaco, presidente della provincia, consigliere comunale, provinciale e circoscrizionale: nel territorio, nel quale esercitano le loro funzioni, i magistrati addetti alle corti di appello, ai tribunali, ai tribunali amministrativi regionali, nonché i giudici di pace”.
E’successivamente prevista, al comma 3, l’inefficacia di tale inibizione ove l’interessato cessi della proprie funzioni giurisdizionali per dimissioni, trasferimento, collocamento in aspettativa non retribuita, non oltre il giorno fissato per la presentazione delle candidature. Con la modificazione apportata dalla presente proposta di legge viene ampliato ai trentasei mesi anteriori al giorno fissato per la presentazione della candidatura il termine fissato entro il quale il candidato dovrà cessare le proprie funzioni – per dimissioni, trasferimento o collocamento in aspettativa – al fine di esercitare il proprio diritto all’elettorato passivo.
I magistrati collocati in aspettativa dovranno mantenere tale condizione per tutta la durata del proprio mandato elettivo o del proprio incarico; tale disposizione è prevista al fine di evitare che i magistrati eletti continuino a svolgere la propria funzione nonostante il mandato conferitogli dall’elettorato attivo.
Si prevede all’uopo come norma di chiusura che, anche le caso di elezioni comunali e/o provinciali, i magistrati candidati e non eletti, nonché i magistrati eletti e quelli che abbiano ricoperto la carica di assessori non possano prestare il proprio incarico nella provincia, nel comune o nella circoscrizione per un arco temporale legislativamente determinato: i primi per i trentasei successivi alla data di celebrazione delle elezioni, i secondi per i cinque anni successivi alla data di conclusione del proprio mandato.