Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-231-codice-civile-paternita-del-marito
Timestamp: 2020-08-06 23:02:45+00:00
Document Index: 147916915

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 108', 'art. 231', 'art. 232', 'art. 93', 'art. 3', 'art. 29', 'art. 2', 'art. 93', 'art. 93', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 29', 'art. 3', 'art. 231']

Art. 231 codice civile: Paternità del marito | La Legge per tutti
Art. 231 codice civile: Paternità del marito
Il marito è padre (1) del figlio concepito o nato durante il matrimonio (2).
(1) Art. così sostituito ex d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione) (art. 8), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).
(2) La legge, per accertare che il figlio è stato concepito dal marito e per accertare che è stato concepito in costanza di matrimonio, soccorre con due presunzioni: la presunzione di paternità (art. 231) e la presunzione di concepimento (art. 232).
La funzione della norma è quella di rendere certo uno dei presupposti necessari della filiazione, senza precludere la possibilità di dimostrare l’esistenza, in concreto, di una situazione diversa.
È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis e 231 c.c., censurati, in riferimento agli art. 3 e 29, comma 1, cost., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio. Analoga questione è già stata dichiarata non fondata, sia perché l'art. 29 cost. si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile come unione tra persone di sesso diverso, e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica, sia perché le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio, e non risultano allegati profili diversi o ulteriori rispetto a quelli già esaminati (sent. n. 138 del 2010; ordd. n. 16, 34, 42 del 2009, 276 del 2010).
È manifestamente inammissibile, in riferimento all'art. 2 cost., la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143 bis, 156 bis e 231 c.c., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio. Analoga questione è già stata dichiarata inammissibile perché diretta ad ottenere una pronunzia additiva non costituzionalmente obbligata e poi manifestamente inammissibile, e non risultano allegati profili diversi o ulteriori rispetto a quelli già scrutinati (sent. n. 138 del 2010; ord. n. 276 del 2010).
È manifestamente infondata la q.l.c. degli art. 93, 96, 98, 107, 108, 143, 143- bis, 156- bis e 231 c.c., nella parte in cui non consentono che le persone dello stesso sesso possano contrarre matrimonio, per contrasto con gli art. 3 e 29, comma 1, cost. Infatti, con la sentenza n. 138 del 2010, la medesima questione è stata dichiarata non fondata, sia perché l'art. 29 cost. si riferisce alla nozione di matrimonio definita dal codice civile come unione tra persone di sesso diverso, e questo significato del precetto costituzionale non può essere superato per via ermeneutica sia perché (in ordine all'art. 3 cost.) le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio. Gli argomenti addotti nella detta pronuncia sono stati ribaditi nella successiva ordinanza n. 276 del 2010, di manifesta infondatezza. Identiche considerazioni valgono anche con riguardo all'art. 231 c.c., censurato dall'attuale rimettente insieme con le altre norme.