Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-12637-del-19-05-2017
Timestamp: 2020-04-02 12:58:12+00:00
Document Index: 173040713

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Sentenza Cassazione Civile n. 12637 del 19/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 12637 del 19/05/2017
Cassazione civile, sez. trib., 19/05/2017, (ud. 11/04/2017, dep.19/05/2017), n. 12637
sul ricorso iscritto al numero 689 del ruolo generale dell’anno 2012,
V.G., rappresentato e difeso, giusta procura speciale in
calce al controricorso, dall’avv. Giacinto Pelosi, col quale
elettivamente si domicilia in Roma, presso la cancelleria della
regionale della Campania, sede di Salerno, sezione 5, depositata in
data 30 giugno 2011, n. 273/5/11.
L’Agenzia delle entrate ha ricostruito maggiore materia imponibile, ai fini dell’irpef, dell’iva, dell’irap e delle conseguenti addizionali nei confronti di V.G., libero professionista, segnatamente commercialista, facendo leva sui movimenti in entrata ed in uscita dei conti correnti bancari a lui riferibili, giacchè di tali movimenti il contribuente era riuscito a fornire giustificazione soltanto in parte.
L’impugnazione del relativo avviso ha avuto successo sia in primo grado, sia in secondo; in particolare, la Commissione tributaria regionale, nel respingere l’appello dell’Agenzia, ha evidenziato che il giudice di primo grado ha escluso la configurabilità di presunzioni gravi, precise e concordanti, in quanto correttamente ha richiamato altra pronuncia similare e comunque ha reputato adeguate le giustificazioni addotte da Violano.
Contro questa sentenza l’Agenzia delle entrate propone ricorso per ottenerne la cassazione, che affida a due motivi, cui il contribuente replica con controricorso.
1. – Va preliminarmente dichiarata l’inammissibilità della memoria presentata dal contribuente, perchè tardiva, in quanto, a fronte della fissazione dell’adunanza per la data dell’11 aprile, la memoria è stata depositata soltanto in data 4 aprile, in violazione dell’art. 380 – bis c.p.c., comma 1, il quale riconosce alle parti la facoltà di depositate memorie, ma non oltre dieci giorni prima dell’adunanza.
2. – Con i due motivi di ricorso, da esaminare congiuntamente, perchè connessi, l’Agenzia si duole della violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, e D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 1, n. 2, nonchè dell’art. 2697 c.c., in relazione alla statuizione della sentenza impugnata concernente l’adeguatezza delle giustificazioni rese dal contribuente (primo motivo), nonchè della motivazione insufficiente ed illogica, con riguardo alla condivisione della sentenza di primo grado da parte del giudice d’appello, non adeguatamente motivata e comunque errata (secondo motivo).
3. – Infondata è l’eccezione d’inammissibilità del ricorso, il quale espone adeguatamente i profili di fatto e le censure proposte, che sebbene cumulativamente proposte, sono distintamente illustrate (secondo le prescrizioni di Cass., sez. un., 6 maggio 2015, n. 9100).
4. – Nel merito, il ricorso è parzialmente fondato.
Qualora l’accertamento effettuato dall’ufficio finanziario si fondi su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, secondo il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, nonchè il D.P.R. n. 633 del 1972, art. 52, comma 1, n. 2, mediante i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, laddove il contribuente deve dimostrare, con una prova non generica, ma analitica per ogni versamento bancario, che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili (tra varie, Cass. 9 agosto 2016, n. 16697). In proposito, questa Corte ha già chiarito che, contrariamente a quanto sostiene il contribuente, la presunzione stabilita dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, ha portata generale, nonostante l’impiego, nella versione applicabile ratione temporis, dell’accezione “ricavi” e non anche di quella di “compensi”, successivamente introdotta dalla L. n. 311 del 2004 (Cass. 27 giugno 2011, n. 14041; 3 agosto 2012, n. 14026).
Ininfluente è poi, al riguardo, l’ulteriore contestazione concernente la regolarità della contabilità, in quanto la verifica dei movimenti bancari rientra nelle attribuzioni generali degli uffici delle imposte.
4.1. – La presunzione in questione resta invariata anche con riguardo al professionista o lavoratore autonomo, ma limitatamente ai versamenti operati sui relativi conti correnti; è invece, venuta meno, in esito alla sentenza della Corte costituzionale n. 228 del 2014, l’equiparazione logica tra attività imprenditoriale e professionale con riguardo ai prelevamenti sui conti correnti (Cass. 9 agosto 2016, n. 16697 e 16999; ord. 10 febbraio 2017, n. 3628; ord. 16 febbraio 2017, n. 4087; 28 febbraio 2017, nn. 5152 e 5153; 17 marzo 2017, n. 6947).
4.2. – Giova precisare che la Consulta, pur riferendosi in dispositivo ai compensi, ha specificato in motivazione che è arbitraria l’omogeneità di trattamento tra imprenditori da un lato e liberi professionisti e lavoratori autonomi dall’altro soltanto in relazione alla costruzione presuntiva del prelevamento come un costo a sua volta produttivo di un ricavo. E’ quindi soltanto con riguardo alla somma prelevata che la Corte ha escluso l’operatività della doppia correlazione in virtù della quale si ritiene che essa sia stata utilizzata per l’acquisizione, non contabilizzata o non fatturata, di fattori produttivi e che tali fattori abbiano prodotto beni o servizi venduti a loro volta senza essere contabilizzati o fatturati. Ciò perchè per un verso l’attività svolta dai lavoratori autonomi si caratterizza per la preminenza dell’apporto del lavoro proprio e la marginalità dell’apparato organizzativo e, per altro verso, gli eventuali prelevamenti (che peraltro dovrebbero essere anomali rispetto al tenore di vita secondo gli indirizzi dell’Agenzia delle entrate) vanno ad inserirsi in un sistema di contabilità semplificata di cui generalmente e legittimamente si avvale la categoria, da cui deriva la fisiologica promiscuità delle entrate e delle spese professionali e personali.
4.3. – Non sembra dunque persuasivo il diverso principio al quale si è attenuta questa Corte, allorquando ha stabilito che la sentenza della Corte costituzionale “ha posto fine alla presunzione legale in base alla quale le somme prelevate o versate su conti e depositi riconducibili ad esercenti attività professionale costituiscono di per se stessi ulteriori compensi assoggettabili a tassazione se non sono annotati contabilmente” (Cass. 11 novembre 2015, n. 23041).
5. – Alla luce della ricognizione del significato precettivo del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, e dell’omologa norma in tema di iva con riguardo ai lavoratori autonomi ed ai professionisti, si rivela erronea la sentenza impugnata, con la quale il giudice d’appello si è limitato a rilevare che “il contribuente, con quanto dedotto e documentato in primo grado, aveva comunque provveduto a dare sufficiente risposta a quanto previsto dal D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 1, n. 2, e dal D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, comma 2, n. 2”.
5.1. – Ne discendono l’accoglimento del ricorso e la cassazione della sentenza, con rinvio alla Commissione tributaria regionale della Campania in diversa composizione, che si atterrà ai principi dinanzi esposti svolgendo gli accertamenti conseguenti e regolerà le spese.