Source: https://www.formazionegiuridica.org/linterpretazione-delle-clausole-contrattuali-nella-polizza-assicurativa/
Timestamp: 2019-08-18 07:06:54+00:00
Document Index: 96883048

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 702', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 1363', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'art. 1363', 'art. 1341']

L'interpretazione delle clausole contrattuali nella polizza assicurativa - Formazione Giuridica
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La terza Sezione civile della Corte di Cassazione emette l’ordinanza n. 12710 del 14 maggio scorso in tema di rischio garantito nella polizza assicurativa.
La società BCS Biotech S.r.l. in fallimento (d’ora in poi, “BCS”) ricorre, sulla base di sei motivi, per la cassazione della sentenza della Corte di Appello di Cagliari, che – accogliendo il gravame esperito da Generali Italia S.p.a. (d’ora in poi, “Generali”) contro l’ordinanza ex art. 702–quater cod. proc. civ. pronunciata dal Tribunale di Cagliari – ha rigettato la domanda proposta dall’odierna ricorrente per il pagamento dell’indennizzo assicurativo richiesto in forza di polizza sottoscritta nel 2007.
Riferisce, in punto di fatto, la ricorrente di aver intrapreso, nell’anno 2000, un progetto per la costituzione di una bio-banca genetica, nella quale (con la tecnica della crioconservazione a – 180° di temperatura) venivano conservati i campioni biologici raccolti nel corso dell’attività.
Allo scopo di garantirsi dal rischio della perdita del materiale raccolto e conservato, stante il grande valore scientifico ed economico dello stesso, BCS riferisce di aver sottoscritto un’assicurazione con la società INA Assitalia, poi divenuta Generali. In particolare, all’esito di visita di un ispettore della società assicuratrice, veniva stipulata una polizza.
Successivamente, un’imprevista interruzione del funzionamento del sistema di crioconservazione causava la totale distruzione del materiale biologico conservato.
Denunciato il sinistro, BCS si vedeva, però, opporre il rifiuto della compagnia a corrispondere l’indennizzo, adducendo la stessa trattarsi di un sinistro da “mancato freddo”, estraneo alla polizza in oggetto.
Radicato il giudizio innanzi al Tribunale di Cagliari, il giudice di prime cure accoglieva la domanda di condanna della società convenuta al pagamento dell’indennizzo assicurativo. Veniva, infatti, respinta l’eccezione sollevata da Generali e secondo cui la polizza non opererebbe nel caso di specie, in forza dell’art. 3 dalle condizioni generali di contratto, intitolato “Esclusioni”. Esso, infatti, secondo la convenuta, la esonerava dal pagamento dell’indennizzo dai danni subiti dalle merci in refrigerazione “per effetto di mancata o anormale produzione o distribuzione del freddo o del caldo, conservazione in atmosfera controllata, fuoriuscita del fluido friogeno”.
Il primo giudice, tuttavia, riteneva infondati gli assunti difensivi, in particolare affermando che la clausola di esclusione doveva ritenersi “nulla e inefficace”, in quanto, a ragionare diversamente, “si opererebbe una (inammissibile) neutralizzazione del rischio a esclusivo vantaggio dell’assicurazione, di talché la polizza assicurativa (non tutelando l’assicurato contro lo specifico pregiudizio per il quale aveva ritenuto di sottoscrivere il contratto e quindi privando lo stesso della concreta funzione economico-sociale), finirebbe le con l’essere priva di causa”.
In relazione ad esso, la Corte muove dalla premessa secondo cui “la parte che, con il ricorso per cassazione, intenda denunciare un errore di diritto o un vizio di ragionamento nell’interpretazione di una clausola contrattuale, non può limitarsi a richiamare le regole di cui agli artt. 1362 e ss. cod. civ., avendo invece l’onere di specificare i canoni che in concreto assuma violati, ed in particolare il punto ed il modo in cui il giudice del merito si sia dagli stessi discostato, non potendo le censure risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione del ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poiché quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicché, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra”.
Ciò detto, deve qui ribadirsi che secondo il costante indirizzo di questa Corte è da ravvisare violazione dell’art. 1363 cod. civ. (che è la norma in relazione alla quale risulta meglio circostanziata la censura della ricorrente di violazione delle regole di ermeneutica contrattuale), allorché il giudice, nella interpretazione del contratto, abbia ad “arrestarsi ad una considerazione «atomistica» delle singole clausole”, da escludersi anche “quando la loro interpretazione possa essere compiuta, senza incertezze, sulla base del «senso letterale delle parole», poiché anche questo va necessariamente riferito all’intero testo della dichiarazione negoziale, onde le varie espressioni che in essa figurano vanno coordinate fra loro e ricondotte ad armonica unità e concordanza” (da ultimo, Cass. Sez 5, ord. 30 gennaio 2018, n. 2267, Rv. 649602-01).
Più in particolare, si è precisato, che il criterio dell’interpretazione complessiva delle clausole contrattuali risulta disatteso sia “nell’ipotesi della loro omessa disamina”, sia “quando il giudice utilizza esclusivamente frammenti letterali della clausola da interpretare e ne fissa definitivamente il significato sulla base della sola lettura di questi, per poi esaminare «ex post» le altre clausole, onde ricondurle ad armonia con il senso dato aprioristicamente alla parte letterale, oppure espungerle ove con esso risultino inconciliabili” (Cass. Sez. 1, sent. 4 maggio 2001, n. 9755, Rv. 617805-01).
Da quanto precede consegue, quindi, l’infondatezza della censura, giacché l’addebito mosso a carico della sentenza impugnata non è formulato in questi termini, ma è quello di aver dato “preminenza” alla cd. “clausola di esclusione”, ciò che, di per sé, non costituisce violazione dell’art. 1363 cod. civ.
La Corte territoriale, per contro, ha fissato il significato della clausola non “atomisticamente”, bensì ponendola in correlazione con le altre contenute nel contratto, attribuendole – con apprezzamento non sindacabile in questa sede – il significato di clausola di delimitazione del rischio assicurato, e dunque dell’oggetto del contratto.
Trova applicazione, da ultimo, il principio secondo cui “nel contratto di assicurazione sono da considerare clausole limitative della responsabilità, agli effetti dell’art. 1341 cod. civ. (con conseguente necessità di specifica approvazione preventiva per iscritto), quelle che limitano le conseguenze della colpa o dell’inadempimento o che escludono il rischio garantito, mentre attengono all’oggetto del contratto – e non sono, perciò, assoggettate al regime previsto dalla suddetta norma – le clausole che riguardano il contenuto ed i limiti della garanzia assicurativa e, pertanto, specificano il rischio garantito”.
All’esito, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso e condanna la società BCS Biotech S.r.l. in fallimento a rifondere, alla società Generali Italia S.p.a., le spese del giudizio.