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Timestamp: 2018-05-21 07:17:47+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 70', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 589']

Corte di Cassazione, sez. IV Penale, sentenza 19 aprile – 6 giugno 2013, n. 25134 - Presidente Romis – Relatore Dell’Utri
1. - Con sentenza resa in data 27.5.2009, il tribunale di Trapani, sezione distaccata di Alcamo, ha condannato U.M. alla pena di un anno di reclusione, oltre al risarcimento dei danni in favore delle parti civili costituite, in relazione al reato di omicidio colposo commesso, in violazione delle norme sulla prevenzione degli infortuni sul lavoro, ai danni di G.S. , in (omissis) .
All'imputato, in qualità di datore di lavoro di G.S. e di amministratore unico della Ugri s.n.c. (società appaltatrice dei lavori di rimozione della tettoia in eternit dell'edificio della società Colomba s.r.l., sito in (omissis) ) era stata contestata, oltre ai tradizionali parametri della colpa generica, la violazione dell'art. 16 d.p.r. n. 164/56, per non aver predisposto, pur essendo in esecuzione lavori a un'altezza superiore ai due metri, idonee opere provvisionali o comunque precauzionali atte ad eliminare i pericoli di caduta di persone e di cose; nonché dell'art. 70 d.p.r. n. 164/56, per non aver accertato, prima di procedere all'esecuzione dei lavori di rimozione della copertura del tetto, la resistenza della stessa copertura a sostenere il peso dei lavoratori addetti e per non aver posto in essere le opere provvisionali atte a garantire la sicurezza dei lavoratori addetti, in particolare per non aver disposto al di sotto delle aperture e delle lastre di copertura, sottopalchi o reti di protezione, e comunque per non aver predisposto idonei dispositivi di ancoraggio delle cinture di sicurezza a parti stabili del capannone.
In particolare, per effetto di tali violazioni, il lavoratore G.S. , intento a rimuovere le lastre di eternit poste a copertura del tetto a un'altezza di circa 8 metri da terra, appoggiava i piedi su una parte della copertura del tetto non protetta in vetroresina, che si sfondava sotto il suo peso e precipitava al suolo riportando lesioni che ne determinavano la morte.
2.1. - Con il primo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione di legge in relazione agli artt. 589 c.p., 16 e 70 d.p.r. n. 164/56, nonché vizio di motivazione per travisamento della prova.
Tale serie di imprudenze commesse dal lavoratore dovevano ritenersi pertanto tali da escludere, in ragione della relativa impreve-dibilità ed eccezionalità, ogni possibile responsabilità dell'odierno imputato.
Proprio a tale riguardo, nel corso del giudizio di primo grado -pacificamente accertata l'impossibilità di elidere il rischio di caduta dal tetto mediante la predisposizione di reti o altre simili opere provvisionali - era stata comprovata la circostanza (inspiegabilmente ed erroneamente trascurata o travisata dalla corte d'appello) della corretta consegna al lavoratore dei dispositivi di sicurezza idonei ad eliminare le conseguenze dannose di eventuali cadute, ossia, in particolare, "un'imbracatura di sicurezza completa di cordino e gancio", da ritenersi pacificamente utilizzabile, in caso di impossibilita di predisporre adeguati impalcature o ponteggi, a tutela dei lavoratori impiegati in lavorazioni da eseguirsi a più di due metri dal suolo.
Da ultimo, il ricorrente si duole che la corte d'appello abbia ritenuto irrilevante, ai fini dell'attestazione della responsabilità penale dell'imputato, la circostanza costituita dalle funzioni di capo cantiere in concreto esercitate dal lavoratore deceduto: funzioni a loro volta comprensive del compito di vigilare sul rispetto delle norme di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il cui grave inadempimento, da parte dello stesso responsabile, non poteva non incidere, nei termini di un integrale assorbimento, sulla responsabilità del datore di lavoro.
2.2. - Con il secondo motivo, il ricorrente censura la sentenza impugnata per violazione di legge e vizio di motivazione in relazione agli artt. 62-bis e 133 c.p., con particolare riguardo al mancato riconoscimento della prevalenza delle circostanze attenuanti generiche rispetto alla circostanza aggravante di cui all'art. 589, comma 2, c.p..
E invero, muovendo preliminarmente dai profili della colpa specifica ascritti in sede d'imputazione e da quelli relativa alla colpa generica (pure contestati all'U. ), secondo l'insegnamento di questa corte di legittimità, in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, qualora le lavorazioni devono essere eseguite ad altezza superiore a due metri, all'obbligo di apprestare (quando possibile) impalcature, ponteggi o altre opere provvisionali, non può sostituirsi l'uso delle cinture di sicurezza, previsto solo sussidiariamente o in via complementare (Cass., Sez. 4, n. 6532/1990, Rv. 184235; Cass., Sez. 4, n. 11968/1986, Rv. 174167).
Quanto alla censura avanzata dal ricorrente, relativa alla pretesa idoneità della qualità di capocantiere, rivestita dal lavoratore deceduto, ad assorbire le responsabilità precauzionali del datore di lavoro, è appena il caso di richiamare l'insegnamento di questa corte di legittimità, ai sensi del quale, in materia di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il “capo cantiere” è titolare di un'autonoma posizione di garanzia, in quanto egualmente destinatario, seppure a distinti livelli di responsabilità, dell'obbligo di dare attuazione alle norme dettate in materia di sicurezza sul lavoro. Peraltro, la nomina di un “capo cantiere” non implica di per sé il trasferimento a quest'ultimo della sfera di responsabilità propria del datore di lavoro (cfr. Cass., Sez. 4, n. 39606/2007, Rv. 237878), atteso che l'esistenza sul cantiere di un preposto - salvo che non vi sia la prova rigorosa di una delega espressamente e formalmente conferitagli, con pienezza di poteri ed autonomia decisionale, e di una sua particolare competenza - non comporta il trasferimento in capo allo stesso degli obblighi e delle responsabilità incombenti sul datore di lavoro, essendo a suo carico (peraltro, neppure in maniera esclusiva quando l'impresa sia di dimensioni molto modeste) soltanto il dovere di vigilare a che i lavoratori osservino le misure e usino i dispositivi di sicurezza e gli altri mezzi di protezione, comportandosi in modo da non creare pericolo per sé e per gli altri (Cass., Sez. 4, n. 3602/1998, Rv. 210641).
Nel caso di specie, correttamente i giudici del merito hanno evidenziato come nessuna prova rigorosa di tale espressa e formale delega con pienezza di poteri e autonomia decisionale, né di alcuna particolare competenza del G. , è stata fornita dall'imputato, a tacere delle dimensioni particolarmente modeste dell'impresa dell'odierno imputato, caratterizzata della forma della società in nome collettivo e dotata di livelli occupazionali esauriti da poche unità di lavoratori dipendenti.
La Corte Suprema di Cassazione, rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Lo condanna inoltre a rimborsare alle parti civili P.M. , G.R. e G.V. le spese di questo giudizio che si liquidano in complessivi Euro 3.500,00 oltre I.V.A. e C.P.A. (Euro 2.500,00 per una parte civile, oltre Euro 5.00,00 quale aumento per ciascuno delle altre due parti civili).
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27 nov 2013 0 1117