Source: https://www.cannabislightdistrict.com/cassazione-ok-a-thc-sino-allo-06/
Timestamp: 2019-03-21 08:01:45+00:00
Document Index: 41680969

Matched Legal Cases: ['art. 75', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 73', 'art. 4', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 14', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 39', 'art. 87', 'art. 141', 'art 73', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 75', 'art. 14', 'art. 73', 'art. 73']

Cassazione: ok a THC sino allo 0,6% -
, Cannabis Light, Normativa
La Corte di Cassazione dà l’ok alla vendita di Cannabis light con THC sino allo 0,6%, qualora il prodotto derivi da coltivazioni realizzate con sementi certificate. Questo è quanto deciso nella Sentenza n. 4920/2019 del 31.01.2019 (testo integrale trascritto nel prosieguo) dove il massimo organo giudiziario mette la parola fine alle diatribe ed alle incertezze esistenti in materia.
Secondo la Corte, il limite di THC fissato dalla Legge n. 242/2016 per ritenere un’infiorescenza come stupefacente è di 0,6%, mentre sino ad oggi per la Cannabis light in generale (per quella non derivante da sementi certificate) aveva sempre parlato di 0,5%. E, la circostanza per cui la Legge 242 non tratta espressamente della vendita al dettaglio di Cannabis light, non implica che la stessa sia da considerarsi come vietata.
Perciò, a giudizio della S.C., tra vendita all’ingrosso – espressamente trattata ed ammessa dalla 242 – e vendita al dettaglio non vi sarebbe alcuna differenza: entrambe le condotte vanno ritenute come lecite. Al riguardo, in un passo significativo ha testualmente affermato che “vale il principio generale secondo il quale la commercializzazione di un bene che non presenti intrinseche caratteristiche di illeceità deve, in assenza di specifici divieti o controlli preventivi previsti dalla legge, ritenersi consentita nell’ambito del generale potere (agere licere) delle persone di agire per il soddisfacimento dei loro interessi (facultas agendi)“.
L’antefatto. La vicenda della quale si è occupata la Corte ha riguardato il ricorso promosso da un giovane di Civitanova (MC) avverso un provvedimento del Tribunale di Macerata che aveva rigettato la sua precedente istanza di dissequestro della Cannabis light requisitagli da parte delle FDO. Gli agenti in pratica si erano recati presso il suo negozio e gli avevano sequestrato tutta la Canapa. Secondo il Tribunale maceratese la Legge n. 242/2016 si applicherebbe ai soli coltivatori e non anche alla vendita a scopo ricreativo, da ciò era conseguito il rigetto dell’istanza.
La Corte come detto ha invece ribaltato tale interpretazione mettendo la parola fine sulla diatriba esistente in materia, anche perchè le sue pronunce costituiscono dei precedenti ai quali i Giudici sono tenuti ad uniformarsi.
Sui sequestri di tutta la merce. La Cassazione ha inoltre censurato il modus operandi delle FDO quando queste, recandosi presso un punto vendita, procedono con il sequestro di tutta la merce: secondo la Corte gli agenti debbono limitarsi a portar via solamente alcuni campioni; mentre il sequestro di tutta la Canapa potrà avvenire solo qualora vi siano degli elementi probatori tali da far ritenere che il prodotto sia stupefacente vero e proprio, o che comunque vi siano state delle alterazioni. Alla luce di tale arresto giurisprudenziale è chiaro che gli agenti saranno quindi tenuti a spiegare al Giudice il motivo per il quale hanno ritenuto di procedere con il sequestro del tutto, con esclusione di azioni più o meno arbitrarie quali quelle a cui si è assistito sino ad oggi.
Sul tema del consumo di Cannabis light. Da ultimo nella decisione in parola viene anche trattato il tema del consumo, ritenuto non punibile dal punto di vista amministrativo, come invece avviene per il consumo dello stupefacente vero e proprio: “Dalla piena legittimità dell’uso della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite deriva che il suo consumo non costituisce illecito amministrativo ex art. 75 d.P.R. n. 309/1990, a meno che non emerga che il prodotto sia stato in qualche modo alterato e che di questa condizione chi lo detenga per cederlo sia consapevole“. Secondo alcuni interpreti tale arresto contenuto nella sentenza de qua escluderebbe la possibilità di irrogare multe anche in capo a chi fuma la Cannabis light “per strada”.
sul ricorso proposto da C.L., nato a Civitanova Marche il __________ avverso l’ordinanza del 12/07/2018 emessa dal Tribunale di Macerata;
udita la relazione svolta dal consigliere Angelo Costanzo; udito il pubblico ministero, nella persona del Sostituto Procuratore generale Roberto Aniello, che ha concluso chiedendo l’inammissibilità del ricorso.
Con il primo motivo di ricorso si deducono violazione del d.P.R. n. 309/1990 e, correlativamente, erronea interpretazione della legge n. 242/2016.
Si assume la contraddittorietà dell’ordinanza impugnata là dove afferma che tale legge costituirebbe normativa speciale ma non derogante rispetto alla disciplina penalistica in materia di stupefacenti e dove sostiene che la commercializzazione al dettaglio dei prodotti derivanti dalla coltivazione della canapa industriale non rientrerebbe fra le previsioni di tale legge. Inoltre, si osserva che il mancato inserimento del commercio di infiorescenze nell’elenco delle attività lecite, contenuto nell’art. 2 della legge, non esclude che esso sia lecito, se vengono rispettati i limiti alla percentuale di THC fissati dalla legge (non oltre lo 0,6%), perché sarebbe incongruo non estendere le guarentigie previste per la produzione delle infiorescenze alla fase della commercializzazione alla quale il frutto della coltivazione perviene senza alcuna modifica; trascurando, peraltro, che la circolare ministeriale n. 70 del 22/05/2018 tratta del commercio delle infiorescenze prodotte da piante sviluppatesi da semi esclusi dalla disciplina del d.P.R. n. 309/1990.
Quanto agli esiti della analisi dei campioni, che rivelano il superamento della soglia dello 0,6%, si osserva che si tratta, comunque, di infiorescenze di piante prodotte con semi appartenenti alle categorie previste dalla direttiva UE, diverse da quelle considerate nel d.P.R. n. 309/1990, evidenziando che, in concreto, il principio attivo rinvenuto nei campioni esaminati non supera mg. 25 di THC e quindi il limite (0,5%) oltre il quale, secondo la giurisprudenza, il THC è ritenuto drogante.
Con il secondo motivo di ricorso si deduce vizio di motivazione nella apodittica affermazione della illiceità del commercio di inflorescenze di canapa legale a scopi voluttuari o ricreativi.
Con il terzo motivo si deducono erronea applicazione dell’art. 4, commi 5 e 7, legge n. 242/2016, anche in relazione all’art. 73, comma 4, d.P.R. n. 309/1990 e vizio di motivazione: si sostiene che dall’art. 4, comma 7, legge n. 242/2016 si deve desumere che se la coltivazione si fonda su semi certificati non vi è mai responsabilità penale anche se si supera la soglia di massima tolleranza (0,6%); inoltre, si evidenzia che non è stato effettuato l’accertamento genetico sui semi usati per la coltivazione.
L’esame del ricorso richiede una preliminare analisi dei rapporti logico- giuridici fra i dati normativi costituiti dalle disposizioni contenute nel d.P.R. n. 309 del 1990, con le sue successive modifiche, e dalla legge n. 242 del 2016, con riferimento ai profili relativi alla commercializzazione delle infiorescenze della cannabis sativa. 1.1. Il d.P.R. n. 309 del 1990, intitolato “Testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza“, rappresenta un micro- ordinamento complesso, al cui interno soltanto una porzione è dedicata alla “Repressione delle attività illecite” (Titolo VIII, artt. 72-86).
La legge n. 242 del 2016 contiene le “Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa“, pianta la cui coltivazione è consentita già dall’art. 26 d.P.R. n. 309/1990 – seppure esclusivamente per la produzione di fibre o per altri usi industriali, diversi da quelli di cui all’art. 27, consentiti dalla normativa dell’Unione europea – che pone il divieto per le coltivazioni indicate nell’art. 14 d.P.R. n. 309/1990.
Deve rilevarsi che l’art. 1, comma 2, della legge n. 242/2016 – legge che è posteriore al d.P.R. 309/1990 – precisa che essa «si applica alle coltivazioni di canapa delle varietà ammesse iscritte nel Catalogo comune delle varietà delle specie di piante agricole, ai sensi dell’articolo 17 della direttiva 2002/53/CE del Consiglio, del 13 giugno 2002, le quali non rientrano nell’ambito di applicazione del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309».
Il legislatore italiano si è interessato tardivamente della coltivazione della canapa come fonte di sostanze stupefacenti perché le un tempo estese colture della pianta erano destinate alla produzione industriale mentre i prodotti contenenti THC provenivano dall’estero già pronti per essere usati a fini stupefacenti.
La legge n. 242 del 2016 mira a promuovere la coltivazione e la filiera agroindustriale della canapa e indica due diversi limiti di THC. Quello dello 0,2% – posto nella disposizione su “controlli e sanzioni” (art. 4) e in nessuna altra parte della legge – ha la sua chiara ragione nella normativa sovranazionale costituita dal Regolamento (CE) n. 73/2009 del Consiglio del 19 gennaio 2009, che «stabilisce norme comuni relative ai regimi di sostegno diretto agli agricoltori nell’ambito della politica agricola comune e istituisce taluni regimi di sostegno a favore degli agricoltori …» e prevede il «pagamento corrisposto direttamente agli agricoltori nell’ambito di uno dei regimi di sostegno».
Nel titolo III (“regime di pagamento unico”) di questo provvedimento, si disciplina dell’aiuto economico corrisposto agli agricoltori in proporzione agli ettari utilizzati per l’attività agricola (definiti “ettari ammissibili”, all’art. 39 (“uso dei terreni per la produzione di canapa“) prevedendo che «le superfici utilizzate per la produzione di canapa sono ammissibili (nel senso di ammesse al regime di sostegno economico diretto) solo se le varietà coltivate hanno un tenore di tetraidrocannabinolo non superiore allo 0,2%».
Al comma 2 si prevede che «… la concessione di pagamenti è subordinata all’uso di semente certificate di determinate varietà».
Nel titolo IV (“altri regimi di aiuto”), capitolo I (“regimi di aiuto comunitari”) Sezione 5 (“aiuto alle sementi”) art. 87, comma 4, si prevede che «le varietà di canapa (cannabis sativa L.) per le quali deve essere versato l’aiuto alle sementi di cui al presente articolo sono determinate secondo la procedura di cui all’art. 141, par. 2».
La ragione della presenza di queste disposizioni particolari per la canapa (come, del resto, ve ne sono per altri prodotti agricoli e allevamenti secondo le rispettive specificità) è dichiarata nel preambolo: «È inoltre opportuno adottare misure specifiche per la canapa, per evitare che siano erogati aiuti a favore di colture illecite». A questo scopo è stato previsto il doppio limite (0,2% e 0,6%) contenuto nell’articolo 4 della legge n. 242 del 2016, che fa riferimento a controlli e sanzioni (senza, però, definire queste ultime.) La normativa europea, che ovviamente non potrebbe incidere in alcun modo sulla normativa penale interna, ha risolto il problema della possibile commistione tra canapa proveniente da colture lecite e canapa con possibili effetti stupefacenti fissando un tenore massimo di THC quale limite per gli aiuti economici a favore degli agricoltori.
La legge 242 prevede i controlli, prendendo atto che dal superamento della percentuale del limite di THC dello 0,2% – determinato, fra l’altro, proprio secondo le modalità di cui al predetto regolamento comunitario (oltre che del dl. 24 giugno 21014 n. 91/2014, relativo a controlli ispettivi di tipo amministrativo sulle imprese agricole) consegue la perdita dei benefici economici. Ma prevede espressamente, con l’ultimo comma dell’articolo 4, che sino alla diversa misura dello 0,6% di THC, la coltivazione di canapa da semente autorizzata è conforme a legge. In altri termini, non lo 0,2%, ma lo 0,6% è la percentuale di THC al di sotto del quale la sostanza non è considerata dalla legge come produttiva di effetti stupefacenti giuridicamente rilevanti.
La legge n. 242/2016 attesta che la coltivazione delle varietà di canapa, nella stessa considerate, non è reato ex art 73 d.P.R. n. 309/1990 e viene consentita senza necessità di autorizzazione: il coltivatore non ha l’obbligo di comunicarne l’inizio alla Polizia giudiziaria, ma solo di conservare i cartellini della semente e le fatture di acquisto, e se all’esito dei controlli – che vanno effettuati secondo il metodo prescritto dalla vigente normativa dell’Unione europea e nazionale di recepimento (art. 4, comma 6, legge n. 242/2016) – il contenuto complessivo di THC della coltivazione risulti superiore allo 0,2 % e entro il limite dello 0,6 % nessuna responsabilità è prevista per l’agricoltore che ha rispettato le prescrizioni (art. 4, comma 5, legge n. 242/2016). Il sequestro o la distruzione delle coltivazioni di canapa impiantate nel rispetto delle disposizioni stabilite dalla legge possono essere disposti dall’autorità giudiziaria solo se, da un accertamento – effettuato secondo il metodo di cui al comma 3 – risulti che il contenuto di THC nella coltivazione è superiore allo 0,6 per cento e anche in questo caso è esclusa la responsabilità dell’agricoltore (art. 4, comma 7, legge n. 242/2016).
Deve sottolinearsi come si faccia riferimento alla produzione dei beni e non alla loro commercializzazione, questo mostra che la legge è diretta ai produttori e alle aziende di trasformazione e non cita i passaggi successivi semplicemente perché non li deve disciplinare. Si tratta di una legge di “sostegno e … promozione” della produzione, nella quale – quindi – il riferimento alla tipologia di uso non comporta che siano di per sé vietati altri usi non menzionati.
Si è sostenuto che la liceità della cannabis è circoscritta alla sua coltivazione e alla destinazione dei prodotti coltivati entro l’alveo delle previsioni esplicite contenute nella legge n. 242 del 2016. Le disposizioni di questa legge che consentono, a certe condizioni, la coltivazione di cannabis, sono ritenute norma eccezionale e sicuramente non estensibili analogicamente alle altre condotte disciplinate dal d.P.R. 309/90 tra le quali la vendita e la detenzione per il commercio. Da questo assunto, si conclude che la presenza di un principio attivo sino allo 0.6% è consentita solo per i coltivatori non anche per chi commerci i prodotti derivati dalla cannabis (Sez. 6, n. 56737 del 27/11/2018, Ricci; Sez. 6, n. 52003 del 10/10/2018, Moramarco; Sez. 4, n. 34332 del 13/06/2018, Durante).
Questo Collegio ritiene che sia possibile una diversa interpretazione – peraltro presente nella giurisprudenza di merito (cfr., Tribunale di Ancona, 27/07/2018; Tribunale di Rieti 26/07/2018; Tribunale di Macerata 11/07/2018; Tribunale di Asti, 4/07/2018) e in dottrina – secondo cui la liceità della commercializzazione dei prodotti della predetta coltivazione (e, in particolare, delle infiorescenze) costituirebbe un corollario logico-giuridico dei contenuti della legge n. 242 del 2016: in altri termini, dalla liceità della coltivazione della cannabis alla stregua della legge n. 242/2016, deriverebbe la liceità dei suoi prodotti contenenti un principio attivo THD inferiore allo 0.6 %, nel senso che non potrebbero più considerarsi (ai fini giuridici), sostanza stupefacente soggetta alla disciplina del d.P.R. 309 del 1990, al pari di altre varietà vegetali che non rientrano tra quelle inserite nelle tabelle allegate al predetto d.P.R..
Riconosciuto questo, la questione da porsi non è se il commercio della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite (senza necessità di autorizzazione) esuli dalla disciplina delle norme incriminatrici dettata nel d.P.R. n. 309/1990, ma se questa disciplina possa riguardare la commercializzazione di prodotti dei quali è riconosciuta la liceità (se la loro natura non deborda dai limiti fissati dalla legge n. 242 del 2016). Né il d.P.R. n. 309/1990 né (inesistenti) fonti normative primarie successive alla legge n. 242/2016 presentano contenuti che consentano di affermare questa conclusione.
La posizione di chi sia trovato dagli organi di polizia in possesso di sostanza che risulti provenire dalla commercializzazione di prodotti delle coltivazioni previste dalla legge n. 242 del 2016 è quella di un soggetto che fruisce liberamente di un bene lecito. Questo comporta che la percentuale dello 0,6% di THC costituisce il limite minimo al di sotto del quale i possibili effetti della cannabis non devono considerarsi psicotropi o stupefacenti secondo un significato che sia giuridicamente rilevante per il d.P.R. n. 309/1990.
Dalla piena legittimità dell’uso della cannabis proveniente dalle coltivazioni lecite deriva che il suo consumo non costituisce illecito amministrativo ex art. 75 d.P.R. n. 309/1990, a meno che non emerga che il prodotto sia stato in qualche modo alterato e che di questa condizione chi lo detenga per cederlo sia consapevole. Questa conclusione non conduce, per altro verso, a un automatismo per il quale dal superamento dello 0,6 % di THC nella sostanza detenuta derivi immediatamente una rilevanza penale della condotta, che, invece, andrà – comunque – ricostruita e valutata secondo i vigenti parametri di applicazione del d.P.R. n. 309/1990. Vale al riguardo evidenziare che l’art. 14 del d.P.R. n. 309/1990, al quale rimanda l’art. 73 d.P.R. n. 309/1990, non prevede (lett. a) che nella tabella I siano indicati la cannabis e il suo principio attivo (tetraidrocannabinolo), ma soltanto, in termini generali (nn.4 e 7), che vi sia indicata ogni «sostanza che produca effetti sul sistema nervoso centrale ed abbia capacità di determinare dipendenza fisica o psichica dello stesso ordine o di ordine superiore a quelle precedentemente indicate» (oppio, coca, anfetamine) e ogni «pianta o sostanza naturale o sintetica che possa provocare allucinazioni o gravi distorsioni sensoriali e tutte le sostanze ottenute per estrazione o per sintesi chimica che provocano la stessa tipologia di effetti a carico del sistema nervoso centrale».
Dovranno, pertanto, ordinariamente provarsi le condizioni e i presupposti per la sussistenza del reato, compreso il superamento della soglia drogante e, ovviamente, la consapevolezza del consumatore: un reato ex art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990 può configurarsi solo se si dimostra con certezza, che il principio attivo contenuto nella dose destinata allo spaccio, o comunque oggetto di cessione, è di entità tale da potere concretamente produrre un effetto drogante (Sez. 6, n. 8393 del 22/01/2013, Cecconi, Rv. 254857; Sez. 6, n. 6928 del 13/12/2011, dep. 2012, Choukrallah, Rv. 252036; Sez. 4, n. 6207 del 19/11/2008, dep. 2009, Stefanelli, Rv. 242860).
Annulla senza rinvio l’ordinanza impugnata nonché il provvedimento in data 15/06/2018 del Giudice per le indagini preliminari.”.