Source: http://www.amministrativistiveneti.it/la-sanzione-amministrativa-dellabuso-edilizio-conseguente-allannullamento-del-titolo-legittimante-nota-a-t-a-r-del-veneto-sez-ii-21-gennaio-2019-n-642/
Timestamp: 2019-03-22 14:21:38+00:00
Document Index: 30381439

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 98', 'art. 111', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 54', 'art. 98', 'sentenza ', 'sentenza ']

La sanzione amministrativa dell’abuso edilizio conseguente all’annullamento del titolo legittimante (nota a T.A.R. del Veneto, Sez. II, 21 gennaio 2019, n. 642)* – Amministrativisti Veneti
La sanzione amministrativa dell’abuso edilizio conseguente all’annullamento del titolo legittimante (nota a T.A.R. del Veneto, Sez. II, 21 gennaio 2019, n. 642)*
1. Nel merito peraltro ci sono ben altri motivi di sconcerto che coinvolgono/impegnano i principi primi dell’ordinamento proprio nel fondamentale rapporto cittadino-PA, che imponendo di chiedersi chi sia il cittadino, al quale l’art. 1 Cost. conferisce la sovranità; chi sia la PA, i cui esponenti son posti dall’art. 98 Cost. ”al servizio esclusivo” del cittadino; chi infine sia il Giudice, al quale l’art. 111 Cost. impone di giudicare in un ”processo giusto”, che tale è solo quando la legge di materia sia correttamente intesa. Ecco che interpretare due disposizioni d’una legge organica di materia riguardante due fattispecie diverse (costruzione con o senza titolo legittimante) come se fosse un’unica violazione di legge attua un qui pro quo ch’è tipica violazione del primo dovere del giudice ch’è quello del ”processo giusto”; nozione radicalmente diversa da quella che comunemente s’intende con la formula del ”giusto processo”. Invero il ”giusto processo” è quello che segue puntualmente tutte le regole della relativa procedura, mentre il ”processo giusto” è quello che genera una sentenza giusta. Il che non avviene certo quando si catalogano due diverse disposizioni normative (artt. 31 e 38), relative a fattispecie diverse (costruzione con o senza titolo legittimante), assoggettandole alla stessa sanzione (confisca dell’edificio “abusivo”): processo non giusto perché frutto della non corretta interpretazione delle due norme; e quindi sentenza ingiusta, perché non ha correttamene individuato gli elementi “fattuali” delle due fattispecie, ambedue relative ad una costruzione non conforme alla disciplina, di materia. Poniamo che i due edifici siano uguali; ma radicalmente diverse sono le modalità del loro trattamento giuridico. Dove a far la differenza sta il ruolo dell’infedeltà del pubblico Funzionario, che, ai sensi dell’art. 54.2 Cost., è tenuto ad adempiere alla pubblica funzione “con disciplina e onore”, sempre ad esclusivo servizio del cittadino ex art. 98 Cost..
E come si regola la responsabilità del rilascio, magari a costruzione ultimata? Preminente certo quella dei Funzionari rilascianti, rei della violazione del dovere di corretto esercizio della pubblica funzione, rispetto alla responsabilità del costruttore ingordo e/o sprovveduto! Ecco l’abnormità dell’interpretazione data dalla sentenza alla norma punitiva della costruzione su titolo poi annullato, che non solo punisce solo il costruttore “abusivo”, ma giunge ad attribuire al Comune la proprietà della costruzione, vale a dire il frutto del suo malgoverno della funzione! Se l’abuso edilizio è uno scelus, frutto del concorso di due artefici -costruttore e Funzionari rilascianti il p.d.c.- risponde a criteri di ragionevolezza ed equità attribuire l’intero pretium sceleris al Comune, che, attraverso l’infedeltà alla funzione dei suoi Funzionari, ne fu l’artefice primario? Superfluo rammentare la sentenza a Ss. Uu. della Corte Suprema 23.1 2018, n. 1654, che ha stabilito la giurisdizione AGO per i danni subiti da un costruttore che s’è visto annullare il p.d.c., confidando sul quale aveva eretto l’edificio. Perché, fuor di schermi più o meno vaniloquenti, nell’annullamento del p.d.c. il primo e principale soccombente è il Comune che l’ha rilasciato!
a) “con motivata valutazione”: per teoria generale, ogni atto amministrativo dev’essere motivato; qui vien prescritta una motivata valutazione della fattispecie, per individuare come si possa ovviare al vulnus della legalità arrecato dal Comune col rilascio del titolo illegittimo. Il primo munus poenitendi spetta appunto al Comune, che deve ovviare all’illegalità perpetrata con l’atto illegittimo.
Tutto questo porta ad escludere tassativamente che tra le possibili conseguenze restitutorie dell’annullamento del titolo possa mai farsi rientrare la sanzione della confisca (secondo accreditata giurisprudenza europea -cfr. CEDu-Grande Chambre 28-6.2018, GIEM c. Italia- questo è il termine giuridicamente corretto per indicarla), ch’è invece la naturale sanzione per la costruzione senza titolo. Ed è ben ovvio che sia così, perché il primo e più diretto responsabile dell’abuso (sempre ovviamente che abuso esista) è il Comune, che, rilasciando irregolarmente il titolo, ha indotto il richiedente a costruire l’edificio (si pensi al caso che il titolo venga annullato per irregolare composizione della CE in sede di espressione del parere di legge). Ecco la proteiforme configurabilità del rimedio, non già riparatorio ma sempre solo restitutorio, dell’annullamento del p.d.c., ch’ha essere, appunto, frutto di motivata valutazione.
Qui no! Qui si deve verificare se, post-annullamento, sia possibile la “restituzione in pristino” della posizione del primo e più diretto danneggiato dell’illegalità, ch’è il costruttore, reo “d’essersi fidato” di quel titolo. Ovvio che in primis debba essere il Comune ad attivarsi, per riparare -col minimo danno della sua “vittima”- le conseguenze del suo “malfatto”: ecco il dovere di motivata valutazione, che non può che significare il riesame della situazione -di fatto e di diritto- “d’allora”, per eventualmente assumere una nuova decisione, alla luce e rispettosa dei motivi dell’annullamento della determinazione precedente. Si faccia l’ipotesi d’un titolo che abbia autorizzato un edificio d’altezza eccedente il massimo consentito: la “restituzione in pristino” potrà essere l’ingiunzione di ridurne l’altezza; e morta lì!
Solo se, alla luce dei motivi dell’annullamento, non sia possibile nessuna “restituzione in pristino” in natura, si potrà far luogo all’irrogazione (solo) d’una sanzione pecuniaria specialissima ed assolutamente anomala quanto alla modalità della determinazione del suo quantum, veramente unica nell’intero nostro ordinamento giuridico. Tale ammontare deve infatti essere determinato “sulla base di accordi stipulati tra quest’ultima (Agenzia statale del territorio) e l’amministrazione comunale”. Assolutamente anomalo che una funzione assolutamente solo comunale sia attribuita ad un ornano dello Stato, assolutamente estraneo alla vicenda! Ma c’è una ragione ben precisa di tale (altrimenti anomala) disposizione normativa, ch’è piena conferma del nostro assunto ermeneutico: l’annullamento del titolo è un atto principalmente contro il Comune, che ha violato la legge nel rilasciarlo! Ecco l’intervento d’un’Autorità “terza”, l‘Agenzia del territorio, come compositore del contrasto tra Comune prevaricatore e costruttore danneggiato.
Abuso edilizio per annullamento del titolo legittimante – sanzione prevista – demolizione o acquisizione gratuita – è perfettamente uguale a quella della costruzione eretta senza titolo – uguaglianza delle sanzioni previste dagli articoli 31 e 38 del DPR 380/01.
Stefano Canal	2019-03-11T10:58:34+00:00	11 marzo, 2019|Approfondimenti|
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