Source: https://www.lenius.it/sentenza-702015-illegittimita-blocco-pensioni/
Timestamp: 2020-01-29 15:19:32+00:00
Document Index: 19599231

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art.24', 'art. 25', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 81', 'sentenza ']

28 Maggio 2015 di Lettore Autore
@www.antimafiaduemila.com
( a cura di Marco Cristiano Petrassi, avvocato e dottore di ricerca)
Con la sentenza 70/2015 la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art.24, comma 25, del d.l. 6 dicembre 2001, n. 2001 (Disposizioni urgenti per la crescita l’equità e il consolidamento dei conti pubblici) con cui il Governo Monti “in considerazione della contingente situazione finanziaria” sospendeva per gli anni 2012 e 2013 la “rivalutazione automatica dei trattamenti pensionistici (…)” superiori “a tre volte il trattamento minimo INPS, nella misura del 100 per cento”. La vicenda è nota.
Erano gli albori del Governo Monti, i tecnici la cui azione politica (nel senso costituzionale) si andava concentrando nella quadratura della finanza pubblica e nella ricerca di azioni sufficienti e necessarie a rassicurare i mercati ammalati da febbre da spread.
Durante una storica conferenza stampa, il Presidente Mario Monti ed il Ministro del Lavoro Elsa Fornero annunciavano una misura straordinaria, giustificata dalla situazione di emergenza: per gli anni 2012 e 2013 la c.d. perequazione automatica dei trattamenti pensionistici (vale a dire l’adeguamento delle pensioni alla spinta inflazionistica) sarebbe stato garantita solo ai trattamenti pensionistici non superiori a tre volte il trattamento minimo Inps, ossia alle pensioni non superiori ad € 1217,00 netti.
La conferenza stampa passerà alla storia non per l’annuncio della misura (in sé e per sé meno eccezionale di quanto apparisse) ma per le lacrime con cui il Ministro del Lavoro accompagnò l’annuncio. Dopo anni di sguaiate risate del Governo Berlusconi, i cittadini si imbattevano in una nuova serietà e profondità umana. La differenza di stile non avrebbe salvato però la misura dalle censure della Corte Costituzionale.
Infatti, la Consulta è stata negli anni successivi investita della questione di costituzionalità della norma da parte di alcuni giudici chiamati ad applicarla. La decisione è quindi giunta all’inizio del mese di maggio 2015 e, come spesso accade, ha suscitato molteplici reazioni.
Al plauso dei sindacati e delle opposizioni si è contrapposto il nervosismo di alcuni membri del Governo che, seppur con le cautele imposte dalla necessità di rispettare l’autonomia della Corte Costituzionale, hanno rimproverato a quest’ultima di aver deciso sulla incostituzionalità della norma senza tenere nel debito conto le conseguenze economiche che una simile decisione avrebbe importato sulle finanze pubbliche.
In altre parole, il governo rimprovera alla Corte Costituzionale di aver deciso quasi con leggerezza o, comunque, astrattamente, senza considerare la situazione concreta in cui la decisione si sarebbe calata. Non dissimile è la critica di Umberto Cherubini, docente di finanza matematica.
Cherubini ricostruisce la decisione del Governo Monti come l’annuncio di un default. Con il blocco della rivalutazione delle pensioni, più che annunciare un sacrificio il Governo avrebbe implicitamente dichiarato la propria incapacità a far fronte agli impegni finanziari con i vari creditori; il Governo avrebbe dunque deciso di sacrificare le ragioni della classe creditoria dei pensionati invece che quella, ben più minacciosa a livello globale, dei portatori dei titoli di stato italiani.
La Corte Costituzionale non avrebbe però né colto il punto né gestito la situazione. Infatti, sempre secondo il docente, la Consulta non si sarebbe avveduta di trovarsi a decidere, quasi come un giudice fallimentare, su una situazione di default e avrebbe maldestramente “lasciato aperto il problema di come ripartire i costi di un default tra i creditori in un episodio come quello del 2011”.
Sentenza 70/2015: scelta del blocco non è stata chiara e realmente motivata
Nella lunga e articolata motivazione, la Corte Costituzionale individua degli elementi di censura all’operato del Governo Monti che dovrebbero indurre anche gli economisti a recitare un deo gratias. La Consulta ha infatti deciso sull’incostituzionalità del blocco delle rivalutazioni delle pensioni sulla base di una ricognizione di normative analoghe emesse, già negli anni scorsi e da altri governi, nonché dopo aver ricostruito i precedenti della giurisprudenza costituzionale ed i moniti già indirizzati in passato al legislatore in occasioni di precedenti provvedimenti di sospensione della rivalutazione pensionistica.
L’elemento che desta più preoccupazione della motivazione è il rilievo della Corte secondo cui:
la disposizione concernente l’azzeramento del meccanismo perequativo, contenuta nel comma 24 dell’art. 25 del d.l. 201 del 2011, come convertito, si limita a richiamare genericamente la “contingente situazione finanziaria”, senza che emerga dal disegno complessivo la prevalenza delle esigenze finanziarie sui diritti oggetto di bilanciamento, nei cui confronti si effettuano interventi così fortemente incisivi. Anche in sede di conversione (legge 22 dicembre 2011, n. 214), non è dato riscontrare alcuna documentazione tecnica circa le attese maggiori entrate, come previsto dall’art. 17, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, recante “legge di contabilità e finanza pubblica” (sentenza n. 26 del 2013, che interpreta il citato art. 17 quale “puntualizzazione tecnica” dell’art. 81 Cost.).
In altre parole, la Consulta ha rilevato che il Governo non ha illustrato le esigenze finanziarie che avrebbero giustificato il blocco della rivalutazione pensionistica. Alla luce di tale rilievo, la Corte conclude che il diritto dei pensionati è stato “irragionevolmente sacrificato” e che, dunque, il blocco della rivalutazione è incostituzionale.
Morale: non importa di che colore e levatura politica sia il governo. Ogni Governo deve dare ragione ed illustrare sempre, con sufficiente chiarezza ed esaustività, le ragioni delle proprie scelte politiche, specie quando esse incidono su diritti e libertà dei cittadini.
Chiedere le ragioni di una scelta o di una posizione è, da sempre, il criterio di indagine del buon giurista. È anzi proprio questo il mestiere del giudice, anche fallimentare. In verità, chiedere e saper dare ragione di una posizione o di una affermazione è anche il criterio del metodo scientifico.
La circostanza che i tecnocrati del Governo Monti non abbiano esplicitato le ragioni finanziarie che suggerivano quella scelta è un autogoal che non t’aspetti, un errore marchiano commesso dal primo della classe. Questa, naturalmente, è la conclusione che si può raggiungere rileggendo la vicenda in modo giuridico e senza ricorrere a dietrologie politiche o giornalistiche.
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