Source: http://linsicuro.com/progetti-belli/ombre-migranti/ombre-migranti-se-i-diritti-umani-si-fermano-in-turchia/
Timestamp: 2017-09-24 15:53:53+00:00
Document Index: 185365376

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 19', 'art. 33', 'art. 3', 'art. 19', 'art. 3', 'art. 33', 'art. 38', 'art. 15', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 3', 'art. 46']

OMBRE MIGRANTI: SE I DIRITTI UMANI SI FERMANO IN TURCHIA
Accordo UE-Turchia: un colpo di scure a Ginevra ’51
Di Maria Ermelinda Marino
L’accordo di cooperazione in ambito migratorio tra Unione Europea e Turchia dello scorso 7 marzo, rappresenta l’ultimo disperato tentativo di arginare il flusso di migranti e rifugiati, in maggioranza siriani, che continua a raggiungere l’Europa in numeri consistenti attraversando il Mar Egeo e percorrendo la rotta balcanica. Tale soluzione risulta però per molti aspetti controversa, sia dal punto di vista della sua conformità con il quadro giuridico internazionale ed europeo, sia relativamente alla sua praticabilità ed efficacia.
In concreto, i principi cardine dell’accordo sono:
1. tutti i migranti che giungono sulle isole greche vengano ricondotti in Turchia, inclusi i potenziali richiedenti asilo (e tra loro, i rifugiati siriani); e
2. per ogni siriano riammesso in Turchia, un altro siriano venga reinsediato dalla Turchia ad uno Stato Membro UE.
Questo piano presenta una serie di criticità che meritano di essere attentamente analizzate.
Espulsioni collettive e non-refoulement
L’accordo del 7 marzo prevede di «far rientrare tutti i nuovi migranti irregolari che hanno compiuto la traversata dalla Turchia alle isole greche». Esso ha fatto subito insorgere ONG, organizzazioni internazionali e numerosi accademici, che hanno rilevato come dietro ad una formulazione così vaga si nascondesse il rischio di espulsioni collettive, proibite dall’art. 4 del Protocollo 4 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU) e dall’art. 19, par. 1, della Carta dei diritti fondamentali dell’UE (CDF), nonché il rischio di una violazione del principio di non-refoulement, sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra del 1951 sullo status dei rifugiati e ribadito dall’art. 3 CEDU e dall’art. 19, par. 2 CDF.
Per quanto riguarda le espulsioni collettive, la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (Corte EDU) ha stabilito che l’espulsione di un gruppo di stranieri possa avvenire solo dopo una valutazione ragionevole e oggettiva del caso individuale di ciascun straniero del gruppo. Il principio di non-refoulement prevede, inoltre, che nessuno possa essere espulso verso uno Stato dove rischia di essere perseguitato o di essere sottoposto a tortura o altre pene o trattamenti inumani o degradanti. I Paesi europei hanno quindi l’obbligo di verificare, anche qui caso per caso, che l’espulsione di uno straniero verso la Turchia avvenga nel rispetto di questo principio (che peraltro si applica non solo ai richiedenti asilo ma a tutti i migranti). Solo se la Turchia può essere considerata un Paese terzo sicuro, non si ha violazione del principio di non-refoulement. Pertanto, l’applicazione dell’accordo UE-Turchia dovrà necessariamente rispettare il divieto di espulsioni collettive e il principio di non-refoulement e dovrà prevedere procedure per l’esame individuale del caso di ogni migrante e richiedente che approderà sulle isole greche.
Principio dell’‘uno per uno’
Un aspetto molto controverso del piano è il principio in base al quale per ogni siriano riammesso in Turchia, un altro siriano sarà reinsediato in Europa. Questo meccanismo dell’‘uno per uno’ contrasta con i principi fondamentali del diritto d’asilo e della tutela dei diritti umani a livello internazionale ed europeo, dove le circostanze individuali di ogni singola persona rappresentano l’elemento chiave. Manca, ad esempio, un riferimento alla necessità di considerare le specifiche vulnerabilità dei migranti che approdano sulle isole greche, tra i quali, come noto, vi sono numerosi minori non accompagnati, neonati, donne, anziani, famiglie, disabili, vittime di violenza. Un meccanismo che punisce un rifugiato di guerra siriano perché tenta di raggiungere l’Europa e al contempo ne premia un altro perché non ha fatto il tentativo, oltre ad essere moralmente discutibile perché fondato sulla distinzione ‘rifugiato buono’ vs ‘rifugiato cattivo’, è incompatibile con le basi stesse del diritto d’asilo. Un rifugiato non può essere criminalizzato per ingresso irregolare nel Paese in cui cerca rifugio e il suo diritto alla protezione internazionale non può essere subordinato alle modalità (legali o non) con cui entra in un Paese.
Discriminazione sulla base della nazionalità
Nella misura in cui questo meccanismo si applica ai soli siriani, esso risulta in palese contrasto con il divieto di discriminazione sulla base del Paese d’origine, sancito dall’art. 3 della Convenzione di Ginevra sullo status dei rifugiati. L’accordo prevede, infatti, che tutti i richiedenti asilo vengano riammessi in Turchia, ma che solo i siriani possano essere reinsediati in Europa. Solo i siriani avrebbero quindi la possibilità di beneficiare della protezione internazionale in un Paese europeo (attraverso il reinsediamento), mentre tutti gli altri potenziali beneficiari sarebbero costretti a restare in Turchia, dove, come vedremo in seguito, le procedure sono inadeguate e gli standard di protezione insufficienti.
La questione è particolarmente grave se consideriamo che una parte consistente dei migranti che sbarcano in Grecia sono afghani ed iracheni (dall’inizio dell’anno, rispettivamente il 26% e il 17% degli arrivi) a cui si aggiungono iraniani, pachistani, eritrei e somali in percentuali minori. Come noto, la maggior parte di loro ha fondati motivi per richiedere (e vedersi riconosciuto) lo status di rifugiato o un’altra forma di protezione. In Turchia, invece, queste persone non hanno diritto né allo status di rifugiato, né alla protezione temporanea di cui beneficiano i siriani. È legittimo, dunque, chiedersi quali saranno le condizioni di vita e le prospettive per gli afghani, gli iracheni e tutti gli altri richiedenti asilo non siriani ‘intrappolati’ in Turchia.
Il concetto di Paese terzo sicuro
Anche se le dichiarazioni del 7 e del 18 marzo non vi fanno esplicito riferimento, la possibilità di rimandare i richiedenti asilo in Turchia si fonda sul riconoscimento, da parte della Grecia, della Turchia come Paese terzo sicuro. La Direttiva Procedure prevede all’art. 33, par. 2, lettera (c) che uno Stato Membro possa giudicare una domanda di protezione internazionale inammissibile se un Paese non-UE è considerato Paese terzo sicuro per il richiedente. L’art. 38, par. 1, della stessa Direttiva elenca una serie di criteri che il Paese deve rispettare per essere considerato Paese terzo sicuro:
1. non sussistono minacce alla vita e alla libertà del richiedente per ragioni di razza, religione, nazionalità, opinioni politiche o appartenenza a un determinato gruppo sociale;
2. non sussiste il rischio di danno grave (definito dall’art. 15 della Direttiva Qualifiche come: pena di morte; tortura o trattamento inumano o degradante; o minaccia grave alla vita del richiedente derivante da violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato);
3. il principio di non-refoulement è rispettato;
4. esiste la possibilità di chiedere lo status di rifugiato e di ottenere protezione in conformità con la Convenzione di Ginevra.
L’art. 38, par. 2, stabilisce anche una serie di garanzie procedurali. La sicurezza di un Paese terzo va sempre esaminata caso per caso per verificare se il concetto è applicabile alle circostanze individuali del richiedente in questione. Al richiedente deve inoltre essere garantito il diritto di impugnare l’applicazione del concetto di Paese terzo sicuro sulla base del fatto che quel Paese terzo non è sicuro nel suo caso specifico.
Può dunque la Turchia essere considerata un Paese terzo sicuro, sulla base dei criteri stabiliti dalla Direttiva Procedure? Innanzitutto, la Turchia ha ratificato la Convenzione di Ginevra del 1951 e il suo Protocollo del 1967, ma mantiene una limitazione geografica per i richiedenti non europei, in base alla quale riconosce lo status di rifugiato come definito dalla Convenzione solo a chi proviene da un Paese membro del Consiglio d’Europa. Sebbene la legge sugli stranieri e sulla protezione internazionale adottata nel 2013 preveda la possibilità di riconoscere lo status di ‘rifugiato condizionato’ a chi proviene da un Paese non europeo, questo status permette di risiedere solo temporaneamente in Turchia e garantisce un set limitato di diritti. Inoltre, nonostante le recenti riforme, i richiedenti asilo in Turchia affrontano i problemi di un sistema ancora ampiamente non funzionante, in cui mancano le strutture di accoglienza e le garanzie procedurali minime.
In questo contesto i siriani rappresentano un caso specifico. Inizialmente accolti come ‘ospiti’, a partire dall’ottobre 2014 sono soggetti ad un regime speciale di protezione temporanea che evita loro di dover passare attraverso la procedura regolare. Tuttavia, anche i profughi siriani possono risiedere nel Paese solo temporaneamente e i loro diritti sono limitati, in particolare per quanto riguarda l’accesso all’educazione e al lavoro (nonostante il governo turco abbia recentemente cercato di prendere delle misure per facilitarne l’integrazione economica). Risulta quindi evidente che nessun richiedente protezione proveniente da un Paese non europeo (siriani inclusi) può richiedere e vedersi riconosciuto in Turchia lo status di rifugiato in senso pieno, così come definito dalla Convenzione di Ginevra, come invece richiede la lettera (e) dell’art. 38, par. 1, Direttiva Procedure.
In secondo luogo, nonostante la Turchia riconosca nella sua legislazione il principio di non-refoulement e si impegni formalmente a rispettarlo, molteplici episodi di respingimenti sono stati documentati nel corso degli anni ‘90 e 2000.
Infine, in Turchia i migranti e richiedenti si trovano ad affrontare una serie di ostacoli che aumentano il rischio di danno grave, in contraddizione con il requisito alla lettera (b) dell’art. 38, par. 1, Direttiva Procedure. La Turchia ha alle proprie spalle una storia di torture e trattamenti inumani o degradanti ai danni di migranti e richiedenti nei centri di detenzione. Numerosi episodi vengono riportati dalle ONG locali e internazionali e anche la Corte EDU ha riconosciuto in vari casi la violazione dell’art. 3 CEDU (tra gli altri,Abdolkhani e Karimnia c. Turchia e il recente SA c. Turchia). Inoltre, con riferimento al danno grave dovuto alla violenza indiscriminata, il conflitto interno tra il governo turco e i ribelli curdi che si è andato intensificando nel corso dell’ultimo anno, può rappresentare una minaccia per la sicurezza e la vita dei richiedenti e rifugiati che vivono nel Sudest del Paese.
Per queste ragioni, non sembra che la Turchia possieda i requisiti per poter essere considerata un Paese terzo sicuro.
Oltre alle questioni sostanziali, anche alcuni aspetti procedurali dell’accordo appaiono critici, tanto da mettere in dubbio la possibilità di una sua piena ed effettiva attuazione. Il governo greco domenica 20 marzo ha (comprensibilmente) chiesto più tempo per organizzare le operazioni; ma basterà? Ci si interroga in particolare su come riusciranno le autorità greche a registrare ed esaminare un numero presumibilmente molto elevato di domande d’asilo in tempi molto brevi, garantendo al contempo il rispetto della normativa internazionale ed europea, come promette la dichiarazione del 18 marzo. Conformemente alla Direttiva Procedure, ogni domanda dovrà essere valutata individualmente e l’applicazione del concetto di Paese terzo sicuro andrà considerata tenendo conto delle circostanze particolari di ciascun caso. Inoltre, in base all’art. 46 della stessa direttiva, nel caso in cui la sua domanda d’asilo venga dichiarata inammissibile, il richiedente ha diritto ad un ricorso effettivo dinanzi a un giudice (par. 1) e ha diritto a rimanere nel territorio dello Stato membro in attesa dell’esito del ricorso, peraltro in maniera automatica se la decisione di inammissibilità si basa sul concetto di Paese terzo sicuro (parr. 5 e 6).
Riusciranno le autorità giudiziarie greche a decidere in tempi ragionevoli la mole di ricorsi che presumibilmente seguiranno le decisioni di inammissibilità? E dove saranno ‘ospitati’ tutti i richiedenti durante il periodo di tempo che l’intera procedura richiederà, visto che non potranno essere espulsi fino all’esito del ricorso? Inoltre, come si riuscirà a garantire che queste persone non lascino il Paese mentre la procedura è in corso? Va ricordato che il sistema di asilo greco è un sistema debole, che presenta gravi carenze strutturali che limitano la possibilità dei richiedenti di avere accesso alla procedura di asilo e a strutture di accoglienza adeguate. Nonostante le riforme e i miglioramenti degli ultimi anni, le autorità amministrative e giudiziarie greche faticano a gestire le domande e i ricorsi arretrati.
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