Source: http://www.diritto-civile.it/I-Contratti/Art-4-dello-Statuto-limiti-di-ammissibilita-dei-controlli-a-distanza.html
Timestamp: 2020-07-03 11:16:19+00:00
Document Index: 179238875

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Art 4 dello Statuto limiti di ammissibilità dei controlli a distanza
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Dal 12/06/09 13554295
La portata dell'articolo 7 dello Statuto dei lavoratori ed i limiti di ammissibilità dei controlli a distanza focus sui controlli difensivi in una recente pronuncia della Cassazione
L’art. 4 Stat. lav. è rivolto al datore di lavoro non alla Polizia Giudiziaria, che pertanto può – nei limiti di legge – effettuare le riprese che ritiene più opportune. In ogni caso, sono comunque ammissibili per il datore di lavoro i controlli c.d. «difensivi», cioè quei controlli diretti a prevenire illeciti di natura penale o pregiudizi al patrimonio aziendale.
Due lavoratori ricorrevano alla Corte di Cassazione contro la sentenza con cui la Corte di Appello di Genova, in parziale riforma della pronuncia di primo grado, li aveva condannati a corrispondere al casinò presso il quale avevano lavorato una consistente somma a titolo di risarcimento del danno all’immagine ed alla reputazione. Esponevano i ricorrenti di essere stati condannati in sede penale per varie sottrazioni di denaro perpetrate ai danni del casinò durante la prestazione lavorativa, comportamenti per i quali il Tribunale civile – nel diverso giudizio radicato dal datore di lavoro per il ristoro dei danni subiti - aveva quantificato i danni risarcibili solo nelle somme indebitamente sottratte. La Corte di Appello di Genova, al contrario, riteneva che la loro condotta avesse provocato al datore di lavoro anche un grave danno all’immagine ed alla reputazione, condannando dunque i ricorrenti al pagamento di un’ulteriore somma per ristorare tale danno.
Con un primo motivo i lavoratori lamentavano l’omessa valutazione da parte dei Giudici di Appello del concorso del creditore nella produzione del danno, atteso che l’ipotetico consistente pregiudizio all’immagine del casinò era stato cagionato per lo più dal clamore dell’indagine, sproporzionato rispetto a quanto realmente accaduto. Clamore riconducibile allo stesso datore di lavoro, il quale aveva ampiamente pubblicizzato l’indagine in corso. Motivo che, ad avviso della Corte, risulta tuttavia privo di pregio. Ed infatti, oltre alla genericità dell’allegazione, la Cassazione rileva come la doglianza dei ricorrenti non tenga conto che «le indagini svolte appaiono clamorose di per sé [....] in quanto la regolarità del “gioco” e l’onestà e la rettitudine dei croupiers è un elemento base dell’affidamento della clientela di un casinò». In questo contesto, non sembra certamente censurabile né l’Autorità Giudiziaria, per avere accertato la sussistenza di reati, né tantomeno il casinò per avere provato a chiarire l’accaduto, «posto che dalla sentenza impugnata emerge la pluralità degli atti di sottrazione con carattere di sistematicità». La sentenza risulta dunque corretta e congruamente motivata nella parte in cui ritiene i fatti commessi idonei a generare un danno non patrimoniale al datore di lavoro, in quanto le condotte dei ricorrenti non potevano che minare l’affidamento dei clienti del casinò.
Se le telecamere sono messe dalla PG non rientrano nell’art. 4 Stat. lav. Con un secondo motivo, i ricorrenti allegavano l’inutilizzabilità nel giudizio civile delle registrazioni acquisite in sede penale, per la pretesa violazione dell’art. 4 Stat. lav. Anche questo motivo viene tuttavia ritenuto infondato dalla Cassazione. Ed infatti, i Giudici di legittimità ritengono condivisibilmente che «l’art. 4 Stat. lav. è rivolto al datore di lavoro, ma non alla polizia giudiziaria per iniziativa della quale sono state effettuate le riprese». In ogni caso, «per giurisprudenza costante», sono ritenuti ammissibili i controlli c.d. «difensivi», ossia quelli diretti a prevenire illeciti di natura penale o pregiudizi al patrimonio aziendale. In conclusione, il ricorso viene rigettato con condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese di giudizio.
Con il primo motivo si allega la violazione e falsa applicazione di legge per irrazionale applicazione della valutazione equitativa e per la mancata considerazione del concorso del creditore alla produzione del danno ex artt. 1226 e 1227 c.c., nonché l'omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione per l'omissione dell'indicazione dei criteri seguiti nella propria determinazione
equitativa nonché in ordine all'accertamento del preteso danno all'immagine del Casinò. Le somme presumibilmente sottratte erano di poche centinaia di Euro ed il danno semmai era stato provocato dal clamore dell'indagine sproporzionata rispetto ai fatti realmente accaduti. L'amministrazione aveva conciliato la controversia con gli altri croupiers che non avevano impugnato il licenziamento.
Era stato lo stesso Casinò a concorrere alla determinazione del danno dando pubblicità all'indagine in corso.
Il motivo appare infondato. In primo luogo nel motivo non si ricostruisce quando e in che termini sia stata sollevata la questione del concorso di colpa del Casinò nel determinare un danno all'immagine ed alla reputazione della Casa di gioco, posto che nella sentenza impugnata non si accenna a tale prospettazione. Le allegazioni di cui al motivo ed al quesito (a pag. 11) circa la
responsabilità da parte dello stesso Casinò nel rendere pubblica l'indagine appaiono privi di qualsiasi riferimento ad atti processuali e quindi sono del tutto generiche. Le indagini svolte appaiono clamorose di per sé, indipendentemente dal valore delle somma sottratte dai dipendenti, in quanto la regolarità del "gioco" e l'onestà e la rettitudine dei croupiers è, in piena evidenza, un elemento di base dell'affidamento della clientela di un Casinò: non sembra criticabile di certo l'Autorità giudiziaria per avere accertato la sussistenza di reati, né tantomeno il Casinò per avere cercato di chiarire l'accaduto, posto che dalla sentenza impugnata emerge la pluralità degli atti di sottrazione con carattere di sistematicità (pag. 11 della sentenza impugnata) coinvolgenti numerosi dipendenti appartenenti allo stesso reparto. Nel motivo non si indica neppure chiaramente (né
comunque la fonte processuale dal quale questa circostanza risulterebbe) se la prima propalazione di notizie sulle indagini sia ascrivibile alle informazioni rese dallo stesso Casinò. Si deve quindi escludere che vi sia stato un concorso di colpa della parte intimata nel determinare il danno alla credibilità della società che gestiva il Casinò o che lo stesso sia da addebitare ad una indagine spropositata rispetto ai fatti commessi che appaiono invece di notevole gravità, soprattutto tenuto conto della specifica attività svolta dal datore di lavoro. Pertanto la sentenza appare congruamente e logicamente motivata in ordine all'idoneità dei fatti commessi a generare un danno non patrimoniale tenuto conto che l'accertamento di plurime e sistematiche appropriazioni di somme da parte di dipendenti infedeli è circostanza che non può che minare l'affidamento dei giocatori clienti di un Casinò sul rispetto delle regole e sulla correttezza dell'operato dei dipendenti che si presume siano stati selezionati soprattutto per la loro fedeltà ed onestà, tenuto conto del rischio che tutti i giocatori di per se sopportano in una attività proibita ai privati ed esercitata in regime autorizzatorio pubblicistico ed in forme "professionalizzate". Circa la doglianza per cui alcuni lavoratori sarebbero
stati ammessi alla conciliazione della causa,
si tratta di una scelta discrezionale da parte della società resistente, insindacabile in questa sede, che certamente non rimuove l'accertata responsabilità civile dei ricorrenti, oltre quella di natura penale. L'entità della somma concessa a
titolo di ri sarcimento del danno patrimoniale appare congruamente motivata in rapporto ad obiettivi elementi fattuali.
Con il secondo motivo si allega la violazione, falsa applicazione dell'art. 651 c.p.p. e dell'art. 654 c.p.p. per avere ricondotto la fattispecie di danno contrattuale al danno extracontrattuale. La fattispecie era regolata dall'art. 654 c.p.p. che pone limiti all'utilizzabilità della prova raccolta insede penale in sede civile.
Il motivo appare infondato. Si mira ad affermare, ex art. 654 c.p.p., la non utilizzabilità della prova emersa in sede penale anche in sede civile posto che l'art. 4 dello Statuto dei lavoratori precluderebbe al datore di lavoro di riprendere i dipendenti nell'attività di lavoro. Sul punto la Corte di appello ha già osservato che l'art. 4 dello Statuto dei lavoratori è rivolto al datore di lavoro, ma non alla polizia giudiziaria per iniziativa della quale sono state effettuate le riprese (pag. 15 della sentenza impugnata); inoltre per giurisprudenza costante (richiamata dai giudici di appello di questa Corte sono, comunque, ammissibili i controlli (ex art. 4 Statuto dei lavoratori) cosidetti difensivi e cioè rivolti a prevenire illeciti di natura penale o pregiudizi al patrimonio aziendale. Inoltre certamente il giudicato in sede penale fa stato in questa sede posto che emerge dalla sentenza impugnata (p. 12) che la sentenza penale di prime cure (poi confermata nei successivi gradi del giudizio) ha condannato gli attuali ricorrenti al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile (l'attuale resistente) da liquidarsi in separata sede, per cui nel presente procedimento non può che discutersi della sola entità dei danni provocati al Casinò di Sanremo, non della responsabilità dei ricorrenti.