Source: https://www.veryfastpeople.it/covid-19-e-adempimenti-dellamministratore-di-condominio-le-precauzioni-per-lo-studio/
Timestamp: 2020-05-31 08:05:37+00:00
Document Index: 153746306

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art.26', 'art. 2087', 'art. 55', 'art. 2087', 'art. 1', 'art. 1']

Covid19: le precauzioni per lo studio dell'amministratore
COVID-19 E ADEMPIMENTI DELL’AMMINISTRATORE DI CONDOMINIO: LE PRECAUZIONI PER LO STUDIO
Il DPCM 26 aprile 2020, all’art. 1, lettera ii), ma anche, da ultimo, l’art. 1, n.1, lett. ll) del DPCM 17 maggio 2020, dispongono, in relazione alle attività professionali e, di conseguenza, anche per lo Studio dell’Amministratore di Condominio (sia esso gestito in forma unipersonale da un singolo professionista, sia si tratti di un ente, di una società, di un’associazione professionale) alcune precauzioni da adottare:
attuare il massimo utilizzo di modalità di lavoro agile per le attività che possono essere svolte al proprio domicilio o in modalità a distanza;
assumere protocolli di sicurezza anti-contagio e, laddove non fosse possibile, rispettare la distanza interpersonale di un metro come principale misura di contenimento e adottare strumenti di protezione individuale;
incentivare, in ogni caso, le operazioni di sanificazione dei luoghi di lavoro, anche utilizzando a tal fine forme di ammortizzatori sociali.
Vale la pena ricordare che l’Allegato n. 6 del decreto del 17 maggio 2020 riporta integralmente anche il Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro fra il Governo e le parti sociali (www.gazzettaufficiale.it).
Sulla base di tali atti normativi può dunque essere utile fornire alcune precauzioni di massima che lo Studio dell’Amministratore di Condominio dovrebbe adottare per la ripresa o forse, più probabilmente, per la continuazione, dell’attività professionale.
FORNIRE ADEGUATA E PERTINENTE INFORMAZIONE AL PERSONALE
Tutta la normativa emergenziale pone particolare enfasi sulla necessità di predisporre adeguate informazioni per il personale che presta la propria opera all’interno delle organizzazioni lavorative e, di conseguenza e certamente, anche negli Studi professionali.
Si segnala che sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità sono disponibili numerosi materiali utili, che è possibile scaricare e, se del caso, adattare alla propria realtà (www.epicentro.iss.it/coronavirus/sars-cov-2-materiale-comunicazione).
Le Regioni, sui propri siti, forniscono inoltre ulteriori indicazioni e informazioni utili, facilmente reperibili.
Le informazioni da fornire tendono a rendere consapevole il lavoratore della necessità di prestare particolare attenzione al proprio stato di salute, verificando l’eventuale presenza di sintomi del virus (febbre, raffreddore, congiuntivite, ecc.) non solo prima dell’accesso al luogo di lavoro, ma anche durante tutta la giornata lavorativa[1].
Si segnala, altresì, che mentre a livello nazionale le indicazioni dei DPCM in esame optano per la possibilità e non per l’obbligo di sottoporre il personale alla rilevazione della temperatura, in alcune Regioni, come la Lombardia, vige invece la necessità di procedervi (si veda l’ordinanza da ultimo emanata in Lombardia: n. 547 del 18 maggio)[2].
Si noti, a margine, che tale previsione comporta per il datore di lavoro diverse implicazioni sul piano del rispetto della normativa in tema di protezione dei dati personali, come del resto già evidenziato anche nel protocollo tra Governo e parti sociali: la rilevazione costituisce infatti un trattamento di dati personali e ovviamente sussiste differenza tra sola rilevazione e rilevazione con registrazione, con tutto quel che ne consegue in punto di adozione di misure tecniche e organizzative sul piano della sicurezza del trattamento e dell’adozione di adeguate misure[3].
Le misure di volta in volta prese dalle autorità per il lock down ma anche per la “ripartenza”, vertono sostanzialmente su tre fattori:
distanza interpersonale;
utilizzo di dispositivi di protezione individuale, segnatamente delle mascherine.
DISTANZA INTERPERSONALE – ACCESSI
E’ opportuno e richiesto, pertanto, che anche in Studio sia sempre rispettata un’adeguata distanza fisica tra le persone, anche attraverso modalità di turnazione di presenze.
Per il tragitto verso il lavoro e gli accessi andrà privilegiato, se possibile, l’utilizzo di mezzi privati oppure, nel caso di utilizzo di mezzi pubblici, la raccomandazione di mantenere le distanze prescritte di volta in volta dai vettori e di utilizzare sempre le mascherine.
E’ opportuno inoltre vietare l’ingresso agli addetti alla consegna, corrieri, fattorini, pregandoli di lasciare le consegne fuori dalla porta dello studio oppure di fare riferimento al custode dello stabile, cui si saranno date opportune indicazioni.
Altre indicazioni da dare sono quelle di evitare, ove possibile, di utilizzare gli ascensori o, se indispensabile, di utilizzarli una sola persona per volta.
Come anticipato, in studio si entra muniti di mascherina, che dovrebbe essere, come i guanti utilizzati all’esterno, cambiata con un’altra, da usare internamente in caso di contatti che non consentano di mantenere la distanza interpersonale da ultimo fissata in almeno un metro. Altrettanto intuibile è la prescrizione di aerare i locali con frequenza.
Devono essere messe a disposizione, in più punti dello Studio, soluzioni detergenti che rispondano ai requisiti igienizzanti e antivirali necessari e, ovviamente, l’utilizzo dei locali comuni (fotocopiatrici, bagni, cucina) dovrà essere effettuato con il rispetto delle più elementari e opportune norme igienico-sanitarie.
La misura più efficace e adatta a prevenire la possibile trasmissione appare essere quella di una pulizia energica delle superfici unitamente alla loro disinfezione.
Se sono previsti semplici interventi di pulizia e igienizzazione, possono essere affidati a chi abitualmente svolge le pulizie in Studio, con utilizzo di prodotti dei quali gli addetti conoscano le proprietà e modalità di impiego e, ovviamente, con utilizzo dispositivi di protezione. Una tale procedura potrà essere effettuata con frequenza.
In caso siano necessari interventi più radicali e si optasse per una impresa esterna, le ditte specializzate normalmente producono l’iscrizione alla CCIAA e il possesso dei requisiti di idoneità tecnico professionale ex art.26 DLGS 81/08, per quanto in assenza di un obbligo in tal senso.
Tutto ciò salvo il caso di presenza di una persona risultata positiva sul luogo di lavoro, giacché in tale caso sarà necessario l’intervento di sanificazione da affidarsi a ditta specializzata che rilascerà debita documentazione dell’intervento effettuato.
Il recentissimo DPCM del 17 maggio ha confermato il divieto di riunioni e conferenze già adottato con misure precedenti[4].
E’, inoltre, opportuno e, in taluni casi prescritto, che gli appuntamenti in presenza siano ridotti al minimo. Se necessari saranno programmati mediante prenotazione individuale con un congruo lasso temporale tra lo svolgimento di un incontro e il successivo.
Non è questa la sede per affrontare l’ampia e articolata questione delle responsabilità del datore di lavoro. Preme tuttavia ricordare che rimane in ogni caso fermo il generale obbligo di cui all’art. 2087 codice civile in base al quale il datore di lavoro è obbligato ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore e a tenere costantemente adeguati e sicuri gli strumenti e i mezzi con cui il dipendente svolge la prestazione lavorativa. Il datore deve altresì tenere conto delle prescrizioni di cui al d.lgs. 81/2008, ovvero al Testo Unico sulla salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro, che pone in capo ai titolari, laddove applicabile, diversi obblighi, puntualmente sanzionati (v. art. 55 c. 4, lett. h) in relazione al rischio “biologico”).
Senza dir d’altro, la responsabilità del datore di lavoro potrebbe sorgere in virtù di un complesso di normative applicabili: non solo per una violazione della generale imposizione di cui all’art. 2087 codice civile, ma anche per la mancata predisposizione di mezzi e strumenti per una appropriata sorveglianza sanitaria e per una inadeguata valutazione dei rischi derivanti dagli agenti biologici, fattispecie tutte “corroborate” e arricchite dall’eventuale mancata adozione delle numerose misure previste nel più volte citato Protocollo del 24 aprile.
[1] L’art. 1 del DPCM 26 aprile dispone che “b) i soggetti con sintomatologia da infezione respiratoria e febbre (maggiore di 37,5°C)devono rimanere presso il proprio domicilio e limitare al massimo i contatti sociali, contattando il proprio medico curante; c) è fatto divieto assoluto di mobilità dalla propria abitazione o dimora per i soggetti sottoposti alla misura della quarantena ovvero risultati positivi al virus; d) è vietata ogni forma di assembramento di persone in luoghi pubblici e privati; il sindaco può disporre la temporanea chiusura di specifiche aree in cui non sia possibile assicurare altrimenti il rispetto di quanto previsto dalla presente lettera”.
Il DPCM 17 maggio, pubblicato solo poche ore fa, all’art. 1, n. 1, lett. a) conferma che “i soggetti con infezione respiratoria caratterizzata da febbre (maggiore di 37,5°C) devono rimanere presso il proprio domicilio, contattando il medico curante”.
[2] L’Art. 1, al punto 1.3. recita: “Rilevazione della temperatura corporea sui luoghi di lavoro. I datori di lavoro osservano le seguenti prescrizioni: a) deve essere rilevata prima dell’accesso al luogo di lavoro la temperatura corporea del personale, a cura o sotto la supervisione del datore di lavoro o suo delegato.”
[3] Si rimanda alle indicazioni del Protocollo alle note dedicate. Succintamente è possibile indicare, come misure da adottare, oltre ad una ulteriore idonea informazione, le seguenti: i) valorizzare il ruolo del medico competente quale titolare del trattamento dei dati raccolti ove presente; ii) raccogliere solo i dati effettivamente rilevanti per minimizzare il rischio di contagio; iii) limitare l’accesso ai dati unicamente al medico competente, fatto salvo il caso di contagio confermato; iv) proteggere i dati con pseudonimizzazione; v) non comunicare le informazioni che consentono di risalire all’identità di contagiati ad altri dipendenti; vi) cancellare i dati quando non più rilevanti.
[4] Art. 1, 1. lett. DPCM 17/05/2020: “…s) sono sospesi i congressi, le riunioni, i meeting e gli eventi sociali, in cui è coinvolto personale sanitario o personale incaricato dello svolgimento di servizi pubblici essenziali o di pubblica utilità; è altresì’ differita a data successiva al termine di efficacia del presente decreto ogni altra attività convegnistica o congressuale; t) sono adottate, in tutti i casi possibili, nello svolgimento di riunioni, modalità di collegamento da remoto con particolare riferimento a strutture sanitarie e sociosanitarie, servizi di pubblica utilità e coordinamenti attivati nell’ambito dell’emergenza COVID-19, comunque garantendo il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di un metro”.
c. maran2020-05-20T09:47:52+02:0019.05.2020|