Source: http://diritto.regione.veneto.it/?p=1938
Timestamp: 2018-09-19 05:09:49+00:00
Document Index: 79760032

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 117', 'art. 1', 'art. 35', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 11', 'art. 13', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 9', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 118', 'art. 119', 'art. 29', 'art. 1', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 174', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 12', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 117', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 33', 'art. 3', 'art. 27', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 117', 'art. 10', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 7', 'art.119', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 12', 'art. 6', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 16', 'art. 14', 'art. 16', 'art. 117', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 117', 'art. 44', 'art. 14', 'art. 117', 'art. 3', 'art. 59', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 8', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 118', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 119', 'art. 31', 'art. 31', 'art. 81', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 81', 'art. 10', 'art. 81', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 117', 'art. 35', 'art. 120', 'art. 35', 'art. 117', 'art. 117', 'art. 119', 'art. 119', 'sentenza ', 'art. 118', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 119', 'art. 35']

Nell’anno 2012, su un totale di 316 provvedimenti (tra sentenze ed ordinanze), depositati dalla Corte costituzionale, senza considerare quelle che hanno riguardato le Regioni speciali per questioni esclusivamente attinenti ai propri Statuti di autonomia, sono 100 le sentenze d’interesse per le Regioni a statuto ordinario.
Nel complesso 59 sono state le decisioni rese dalla Consulta a seguito di ricorsi statali nei confronti di leggi regionali, 32 le decisioni conseguenti a ricorsi promossi dalle Regioni e Province autonome, 9 le pronunce emesse a seguito di rinvio, in via incidentale, da parte di autorità giurisdizionali.
Per quanto riguarda il periodo novembre – dicembre 2012 le pronunce che hanno riguardato normativa regionale sono state 14, delle quali 12 a seguito di impugnazioni in via principale da parte dello Stato e 2 in conseguenza di rinvio in via incidentale da parte di giudici amministrativi.
Nello stesso periodo sono state invece 8 le decisioni riguardanti normativa statale a seguito di ricorsi promossi da alcune Regioni.
Di particolare interesse la sentenza n. 299 del 2012, che ha dichiarato non fondate le censure sollevate da alcune Regioni nei confronti di una disposizione statale che ha eliminato l’obbligo di chiusura domenicale e festiva ed il rispetto degli orari di chiusura e di apertura degli esercizi commerciali, ritenendo prevalente la competenza esclusiva statale in materia di “tutela della concorrenza” anziché quella residuale delle Regioni in materia di “commercio”.
Si segnala anche la sentenza n. 311 del 2012, con la quale sono state dichiarate non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate da alcune Regioni nei confronti delle disposizioni statali che hanno sospeso, sino al 31 dicembre 2014, il sistema di tesoreria unica c.d. “mista”.
Sentenza 22 novembre 2012, n. 256 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Marche)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 27 della legge della Regione Marche, 31 ottobre 2011, n. 20 (Assestamento del bilancio 2011).
Il legislatore regionale non può attribuire, al dirigente della struttura regionale di protezione civile, il potere di disporre, anche se previa intesa con le organizzazioni sindacali, particolari regimi di turnazione, diurna e notturna, del personale della struttura, in deroga alle previsioni dei contratti collettivi nazionali di lavoro.
Invero una norma regionale di tale contenuto, come quella contenuta nella impugnata legge regionale delle Marche, incidendo sull’orario di lavoro e sulle turnazioni del personale contrattualizzato, ovvero su aspetti del rapporto di lavoro riservati alla contrattazione collettiva, viola l’art. 117, secondo comma, lettera l), della Costituzione, rientrando nell’ambito della materia dell’ordinamento civile, appartenente alla competenza legislativa esclusiva dello Stato.
Sentenza 22 novembre 2012, n. 260 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo)
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate nei confronti dell’art. 1, comma 1, lettere a) e b), della legge della Regione Abruzzo 13 gennaio 2012, n. 3 (Modifiche all’art. 35 della legge regionale 30 aprile 2009, n. 6, concernente disposizioni finanziarie per la redazione del bilancio annuale 2009 e pluriennale 2009-2011 della Regione Abruzzo – Legge finanziaria regionale 2009 – e altre disposizioni di adeguamento normativo).
Con la sentenza in esame la Corte, dopo aver ricostruito i principi fondamentali previsti dalla normativa statale in materia di autorizzazioni e accreditamento delle strutture sanitarie private, ricompresa nella potestà legislativa concorrente in materia di tutela della salute, dichiara non fondate le censure di legittimità sollevate nei confronti delle disposizioni della Regione Abruzzo con le quali è stato previsto che “le strutture pubbliche e private che alla data del 1° gennaio 2009 erogano prestazioni socio-sanitarie a seguito di Progetti obiettivo, sono provvisoriamente autorizzate ed accreditate, ai sensi dell’art. 8-ter del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502(Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 421), fino alla data del 31 dicembre 2012, a continuare ad erogare le stesse prestazioni, in attesa della ridefinizione della normativa regionale che consente di accedere all’accreditamento istituzionale, fermo restando il possesso dei requisiti strutturali, organizzativi e di personale”.
Il giudice, diversamente da quanto sostenuto dal ricorrente, non ravvisa la violazione dei principi fondamentali della materia stabiliti dal legislatore statale contenuti, in particolare, nell’art. 8-quater del d.lgs. n. 502 del 1992, che disciplina l’accreditamento delle strutture distinguendo tra accreditamento temporaneo e provvisorio, e prevedendo che il passaggio all’accreditamento definitivo o istituzionale, per le strutture già temporaneamente accreditate, deve perfezionarsi entro il termine stabilito dalla legge dello Stato.
La Corte osserva che la Regione Abruzzo, con le norme impugnate, si è limitata a prorogare fino al 31 dicembre 2012 – termine che coincide con quello previsto dalla legislazione statale per il passaggio dall’accreditamento provvisorio al definitivo per le strutture non ospedaliere e non ambulatoriali – il temporaneo accreditamento già concesso con precedenti delibere della Giunta regionale, a particolari strutture sanitarie autorizzate, cioè a quelle inserite in “Progetti obiettivo” già approvati che, a loro volta, seguono un regime del tutto particolare, disciplinato dall’art. 1, commi 34 e 34-bis, della legge 23 dicembre 1996, n. 662 (Misure di razionalizzazione della finanza pubblica), che prevede che il Ministero della salute sottopone annualmente all’approvazione della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le Regioni e le Province autonome di Trento e Bolzano, una proposta di Accordo che individua gli indirizzi cui le Regioni dovranno attenersi nell’elaborare specifici “Progetti obiettivo”), destinati ad essere finanziati con appositi fondi dello Stato.
Acquisito l’assenso e formalizzato l’Accordo, viene stabilito il riparto dei fondi tra le varie Regioni sulla base dei progetti presentati, destinato ad essere recepito in apposita intesa.
Pertanto, le norma impugnate non configurano un’ipotesi di “…accreditamento definitivo ope legis, incompatibile con l’art. 8-quater della legge n. 502 del 1992, in quanto elusivo della necessaria verifica della sussistenza dei requisiti ulteriori ivi previsti”.
Al contrario, le norme regionali si riferiscono a prestazioni inserite in “Progetti obiettivo”, per i quali lo stesso Stato ha espresso una valutazione di priorità e di indispensabilità tali da giustificare un autonomo ed eccezionale procedimento di erogazione di fondi e di controllo e valutazione dei risultati raggiunti, ed è solo con riferimento a strutture che erogano tale tipo di prestazioni che è stata prevista la proroga dell’accreditamento al 31 dicembre 2012, in linea con il termine stabilito dal legislatore statale.
Sentenza 28 novembre 2012, n. 262 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Puglia)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 9, comma 1, secondo periodo, dell’art. 10, comma 1, primo periodo, dell’art. 11, comma 1, secondo periodo e dell’art. 13, comma 1, secondo periodo, della legge della Regione Puglia 4 gennaio 2011, n. 1 (Norme in materia di ottimizzazione e valutazione della produttività del lavoro pubblico e di contenimento dei costi degli apparati amministrativi nella Regione Puglia).
La Corte dichiara l’illegittimità di alcune disposizioni con le quali la Regione Puglia, pur adeguando il proprio ordinamento alle norme statali in materia di contenimento dei costi degli apparati amministrativi, ha previsto alcune eccezioni non contemplate dalla normativa di principio.
In particolare, con riferimento ad una disposizione con la quale si prevede che a partire dal 1° gennaio 2011 la spesa per incarichi di studio e di consulenza non deve essere superiore al 20 per cento di quella sostenuta nel 2009, viene dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma regionale nella parte in cui prevede che la stessa non trova applicazione agli incarichi gravanti su risorse del bilancio vincolato e agli incarichi istituzionali di consigliere del Presidente della Regione Puglia.
Parimenti illegittima è un’analoga disposizione con la quale, dopo aver previsto la riduzione del 20 per cento delle spese sostenute nel 2009 per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza, si stabilisce che detta disposizione non si applica alle spese per relazioni pubbliche, convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza a valere su risorse del bilancio vincolato.
In entrambi i casi la Corte osserva che le disposizioni impugnate, pur riproducendo il contenuto previsto dall’art. 6, commi 7 e 8, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito in legge, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, che, quali norme di principio in materia di coordinamento della finanza pubblica, prevedono il contenimento delle spese indicate, stabiliscono delle eccezioni non disciplinate dal legislatore statale.
Il giudice, richiamando la propria giurisprudenza, ricorda che lo Stato “pur non imponendo alle Regioni di adottare i puntuali tagli alle singole voci di spesa da essa considerate, richiede che esse, anche attraverso una diversa modulazione delle percentuali di riduzione, conseguano comunque, nel complesso, un risparmio pari a quello che deriverebbe dall’applicazione di quelle percentuali”.
Poiché la Regione Puglia non ha previsto ulteriori misure dirette ad operare tagli ad altre uscite, compensativi delle minori riduzioni di spesa derivanti dalle previste eccezioni delle spese da contrarre, ne consegue che le norme impugnate si pongono in contrasto con la disciplina in materia di contenimento della spesa delle pubbliche amministrazioni proprio per effetto della violazione dell’art. 6 del decreto-legge n. 78 del 2010, considerato nel suo complesso.
La sentenza in esame dichiara inoltre l’illegittimità costituzionale di ulteriori disposizioni con le quali si prevedono delle esclusioni, non contemplate dal legislatore statale, per quanto attiene alla riduzione delle spese per missioni, ed in particolare quelle relative alle missioni le cui spese gravano su risorse del bilancio vincolato; alle missioni per lo svolgimento di compiti ispettivi; alle missioni per l’assolvimento di compiti di protezione civile e alle missioni necessarie per assicurare la partecipazione a riunioni presso organismi interistituzionali.
Anche in questo caso il giudice rileva che le norme impugnate, in mancanza di ulteriori misure compensative di risparmio, si pongono in contrasto il principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica espresso dall’art. 6 del decreto-legge n. 78 del 2010.
Infine viene accolta la questione di legittimità sollevata nei confronti di una disposizione della Regione Puglia con la quale, pur applicando la riduzione di spesa stabilita dall’art. 9, comma 28, del decreto-legge n. 78 del 2010, per i contratti di lavoro flessibili e per quelli di collaborazione coordinata e continuativa (pari al 50 per cento della spesa sostenuta per le medesime finalità nel 2009), vengono tuttavia esclusi dall’applicabilità del limite di spesa i contratti flessibili e le collaborazioni coordinate e continuative con oneri a valere sul bilancio vincolato.
Sentenza 30 novembre 2012, n. 271 – (promosso da Regione Toscana c/ Presidenza del Consiglio dei Ministri)
In tema di sanzioni amministrative
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 13, comma 3, del decreto legislativo 27 ottobre 2011, n. 186 (Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni del regolamento CE n. 1272/2008 relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio di sostanze e miscele, che modifica ed abroga le direttive 67/548/CEE e 1999/45/CE e che reca modifica al regolamento CE n. 1907/2006), nella parte in cui non prevede che i proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie da versare all’entrata del bilancio dello Stato siano quelli di competenza statale.
Con la sentenza in rassegna la Corte, dopo aver rilevato che la normativa censurata, finalizzata a dettare la disciplina sanzionatoria delle violazioni delle disposizioni del Regolamento (CE) del Parlamento europeo e del Consiglio, del 16 dicembre 2008, n. 1272, relativo alla classificazione, all’etichettatura e all’imballaggio delle sostanze e delle miscele, verte, oltre che in materia di tutela della salute – di competenza legislativa concorrente – anche nelle materie della tutela della concorrenza e dell’ambiente – di competenza esclusiva statale – perseguendo l’obiettivo prioritario di proteggere la salute pubblica e l’ambiente e assicurare la lealtà delle operazioni commerciali, osserva che correttamente lo Stato, nell’ambito delle proprie competenze ha regolato le sanzioni amministrative ed ha corrispondentemente allocato le funzioni amministrative secondo i criteri dell’art. 118 della Costituzione.
“Tuttavia, nel prevedere che i proventi di dette sanzioni amministrative spettino indiscriminatamente al bilancio dello Stato, ha violato l’art. 119, primo comma, Cost., con riferimento al principio di autonomia finanziaria di spesa”.
Infatti, osserva il giudice delle leggi, considerato che il decreto impugnato prevede che le Regioni provvedono, nell’ambito delle proprie competenze, alla irrogazione delle relative sanzioni, ne consegue che i relativi proventi devono afferire al rispettivo bilancio, in applicazione del principio generale affermato dall’art. 29 della legge 24 novembre 1981, n. 689 (Modifiche al sistema penale), in base al quale nelle materie di competenza regionale i proventi spettano alle Regioni.
Viene pertanto dichiarata l’illegittimità costituzionale della norma statale impugnata, nella parte in cui non prevede che i proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie da versare all’entrata del bilancio dello Stato siano solo quelle di competenza statale.
Sentenza 6 dicembre 2012, n. 273 – (giudizio in via incidentale promosso dal Consiglio di Stato, sezione IV, c/ legge della Regione Puglia)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1 della legge della Regione Puglia 10 ottobre 2003, n. 23 (Disposizioni urgenti in materia di Consorzi di bonifica e di personale forestale).
La Corte dichiara l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera l, della Costituzione, di una disposizione della Puglia con la quale si prevede che le assegnazioni di risorse regionali a favore dei Consorzi di bonifica non sono soggette ad esecuzione forzata, a pena di nullità rilevabile anche d’ufficio dal giudice, qualora dette assegnazioni siano destinate a determinate finalità espressamente indicate dalla medesima legge, prevedendo, inoltre, che le ipotesi di impignorabilità trovano applicazione anche in presenza di procedure di esecuzione e di espropriazione forzata non definite alla data di entrata in vigore della medesima legge regionale.
Il giudice, richiamando la propria recente sentenza n. 123 del 2010, rileva che la norma regionale censurata dal Consiglio di Stato, estendendo l’istituto dell’impignorabilità e prevedendo tempi e modi della rilevabilità della stessa da parte del giudice, introduce una limitazione al soddisfacimento patrimoniale delle ragioni dei creditori dei consorzi di bonifica e stabilisce per gli stessi un regime peculiare, operando, quindi, nell’ambito della materia “ordinamento civile”, attribuita dalla Costituzione alla potestà legislativa esclusiva dello Stato.
Sentenza 6 dicembre 2012, n. 274 – (giudizio promosso da Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Veneto)
Materie: tutela della salute; servizi pubblici locali; concorrenza
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 1 e 2 della legge della Regione Veneto 11 novembre 2011, n. 21 (Integrazione della legge regionale 4 marzo 2010, n. 18 “Norme in materia funeraria”, in materia di deroghe per i comuni montani), promosse, in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione.
La Corte costituzionale è chiamata ad esprimersi in merito alla legittimità di alcune disposizioni modificative della disciplina regionale del Veneto, in materia mortuaria, con le quali si prevede: a) che per i Comuni ricompresi nei territori classificati montani, o per le loro associazioni, con popolazione complessiva inferiore a 5000 abitanti, sia ammessa la deroga al regime d’incompatibilità – stabilito dalla legge regionale 4 marzo 2010, n. 18 “Norme in materia mortuaria” – della gestione del servizio cimiteriale e del servizio obitoriale con lo svolgimento dell’attività funebre; b) si stabilisce, per i medesimi Comuni montani o loro associazioni, la possibilità di deroga al regime d’incompatibilità della gestione cimiteriale sia con l’attività funebre che con quelle marmorea e lapidea interna ed esterna al cimitero.
Il ricorrente censura le disposizioni modificative regionali sull’assunto che interverrebbero in una materia – tutela della concorrenza – riservata alla competenza esclusiva statale, posto che “l’abolizione – per una consistente parte dei Comuni della Regione Veneto – delle incompatibilità stabilite dalla precedente legge regionale tra l’esercizio dell’attività funebre, da un lato, e la gestione del servizio obitoriale e cimiteriale, dall’altro, consentirebbe una commistione tra queste attività lesiva della concorrenza, ponendo in essere un’invasione della competenza statale esclusiva in materia, sancita dalla disposizione costituzionale invocata quale parametro”.
Il giudice delle leggi, entrando nel merito della questione sollevata, rileva che le norme impugnate sono ascrivibili alla potestà legislativa della Regione, in materia di tutela della salute e di servizi pubblici locali e solo in via marginale ed indiretta interferiscono con il tema della concorrenza, considerato che le deroghe introdotte non costituiscono “un privilegio per gli operatori che agiscono nei territori esonerati dalle incompatibilità, bensì un intervento legislativo finalizzato a disciplinare in modo non irragionevole situazioni diverse da quelle dei Comuni caratterizzati dall’esistenza di più operatori commerciali qualificati. Questi ultimi solo in contesti di mercato così articolati possono competere, in modo da rendere i servizi obitoriali, cimiteriali e funebri più economici e di migliore qualità. Questa competizione può non essere realizzabile negli ambiti demografici e montani individuati dal legislatore regionale, nei quali sostanzialmente può mancare un mercato di tali attività con potenziale compromissione del diritto alla salute e di un servizio sociale indefettibile”.
Ne consegue che le norme regionali impugnate non si pongono in contrasto con competenze riservate alla esclusiva cura del legislatore statale e non ledono i principi della concorrenza, tenuto conto che, come già rilevato dalla giurisprudenza costituzionale (sentenza n. 430 del 2007), tali tipi di interventi normativi, che in via marginale ed indiretta incidono sulla materia della concorrenza, sono ammissibili al fine di non vanificare le competenze regionali, sempre che tali effetti siano marginali o indiretti e non siano in contrasto con gli obiettivi delle norme statali che disciplinano il mercato, tutelano e promuovono la concorrenza, come nello specifico caso all’esame della Corte.
Peraltro, conclude il giudice delle leggi, la normativa impugnata “lungi dal collidere con i principi dell’Unione Europea in tema di concorrenza, è conforme anzi ad alcuni precetti e raccomandazioni che l’ordinamento comunitario già conosce con riguardo a territori svantaggiati come quelli montani. Infatti, in relazione ad alcuni particolari tipi di servizi ed ai luoghi ove questi devono essere assicurati, l’Unione Europea riconosce che non sempre essi possono essere gestiti secondo una logica meramente commerciale. Pertinenti in tal senso appaiono i richiami formulati dalla Regione resistente all’art. 174 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea ed alla «Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento europeo, al Comitato delle regioni e al Comitato economico e sociale europeo – Libro verde sulla coesione territoriale – Fare della diversità territoriale un punto di forza» (COM-2008 616 definitivo), nei quali viene auspicato il rafforzamento della coesione economica sociale e territoriale, riducendo – anche attraverso regole specifiche – il divario tra i livelli di sviluppo delle varie regioni, tenendo conto a tal fine della diversità delle situazioni da regolare. Ciò ovviamente a condizione che le disposizioni specifiche non alterino le regole fondamentali della concorrenza”.
Sentenza 12 dicembre 2012, n. 278 – (giudizio promosso da Presidente del Consiglio dei ministri c/Provincia autonoma di Bolzano)
Materia: tutela dell’ambiente; caccia
– dichiara l’illegittimità costituzionale di numerose norma della legge della Provincia autonoma di Bolzano 17 luglio 1987, n. 14 (Norme per la protezione della fauna selvatica e per l’esercizio della caccia), come sostituite dalla legge della Provincia autonoma di Bolzano 12 dicembre 2011, n. 14 (Norme in materia di caccia, pesca, foreste, ambiente, usi civici, agricoltura, patrimonio ed urbanistica).
Con questa interessante sentenza la Corte affronta, una volta ancora, i rapporti intercorrenti tra la materia “tutela dell’ambiente”, affidata alla competenza esclusiva statale e la materia “caccia”, di competenza residuale delle Regioni o, come nel caso della Provincia autonoma di Bolzano, in forza del proprio Statuto di autonomia, di competenza primaria.
Il giudice ricorda che la giurisprudenza costituzionale ha già chiarito che quando il carattere trasversale della normativa ambientale comporta fenomeni di sovrapposizione ad altri ambiti competenziali è riconosciuta la prevalenza alla legislazione statale rispetto a quella propria delle Regioni o delle Province autonome.
Infatti “…la disciplina unitaria e complessiva del bene ambiente inerisce ad un interesse pubblico di valore costituzionale primario (sentenza n. 151 del 1986) ed assoluto (sentenza n. 210 del 1987) e deve garantire un elevato livello di tutela, come tale inderogabile da altre discipline di settore. Sotto questo profilo, si configura come limite alla discrezionalità legislativa che le Regioni e le Province autonome hanno nelle materie di loro competenza, cosicché queste ultime non possono in alcun modo derogare o peggiorare il livello di tutela ambientale stabilito dallo Stato (sentenza n. 378 del 2007)”.
Poste queste premesse la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di numerose disposizioni della Provincia autonoma di Bolzano che, nel modificare la propria legislazione in materia di attività venatoria, introducono deroghe alla disciplina statale in materia, contenuta nella legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio).
In particolare, viene dichiarata illegittima una disposizione con la quale la Provincia ha classificato i piccioni domestici inselvatichiti tra le specie escluse dalla nozione di fauna selvatica, in tal modo sottraendoli alla specifica protezione disposta dalla normativa statale.
Viene inoltre dichiarata illegittima la previsione per quattro specie (lepre bianca, pernice bianca, volpe e cinghiale), di un calendario venatorio più ampio di quello previsto dall’art. 18 della legge 157/1992.
Sempre con riferimento all’art. 18 della legge statale, viene censurata una disposizione con la quale si consente nelle zone frutti-vinicole l’esercizio della caccia alla lepre comune, al merlo, alla cesena e al tordo bottaccio fino al 10 gennaio consentendo, nel periodo a partire dal 16 dicembre, la caccia tutti i giorni della settimana.
Viene infatti rilevato che l’art. 18 citato prevede espressamente che: a) il merlo e la lepre comune siano cacciabili dalla terza domenica di settembre fino al 31 dicembre e la cesena ed il tordo bottaccio dalla terza domenica di settembre al 31 gennaio; b) le sessioni di caccia non superino settimanalmente il numero di tre giorni e le Regioni possano consentirne la libera scelta al cacciatore, escludendo i giorni di martedì e venerdì, nei quali l’attività venatoria è in ogni caso sospesa; c) fermo restando il silenzio venatorio nei giorni di martedì e venerdì, le Regioni, sentito l’Istituto nazionale per la fauna selvatica e tenuto conto delle consuetudini locali, possano disciplinare diversamente l’esercizio venatorio da appostamento alla fauna selvatica migratoria, nei periodi intercorrenti tra il 1° ottobre ed il 30 novembre.
Quindi, salvo per quanto concerne la cesena ed il tordo bottaccio, la norma provinciale supera i limiti posti dalla legislazione statale a tutela della fauna selvatica, poiché il calendario venatorio viene esteso al 10 gennaio, anziché al 31 dicembre, per il merlo e la lepre comune.
Viene inoltre rilevato che il comma 6, dell’art. 18 della legge 157/1992, prevede come inderogabile il silenzio venatorio nei giorni di martedì e venerdì e, pertanto, le norme impugnate, che consentono la caccia alle quattro specie tutti i giorni della settimana sono, sotto questo aspetto, illegittime poiché pregiudicano il nucleo minimo di salvaguardia della fauna selvatica, la cui determinazione, ai fini della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema spetta, in via esclusiva, al legislatore statale.
La legge provinciale impugnata prevede, inoltre, che l’esercizio dell’attività venatoria è consentito sia in forma vagante che mediante appostamento fisso.
Tale norma viola il principio della caccia di specializzazione contenuto nell’art. 12, comma 5, della legge 157/1992, che prevede che ciascun cacciatore possa praticare l’attività venatoria in una sola delle seguenti tre forme, a scelta del cacciatore: a) nella caccia vagante in zona Alpi; b) in quella da appostamento fisso; c) nell’insieme delle altre forme di attività venatoria consentite e praticate nel rimanente territorio secondo la programmazione di settore.
“Il descritto criterio di esclusività – che vale a favorire il radicamento del cacciatore in un territorio e, al tempo stesso, a sollecitarne l’attenzione per l’equilibrio faunistico – trova la sua ratio giustificativa nella constatazione che un esercizio indiscriminato dell’attività venatoria da parte dei soggetti abilitati, su tutto il territorio agro-silvo-pastorale ed in tutte le forme consentite, rischierebbe di mettere in crisi la consistenza delle popolazioni della fauna selvatica. In quanto rivolta ad assicurare la sopravvivenza e la riproduzione delle specie cacciabili, la norma statale interposta si inquadra anch’essa nell’ambito materiale della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema riservato alla potestà legislativa esclusiva statale dall’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost. Detta disposizione – concorrendo alla definizione del nucleo minimo di salvaguardia della fauna selvatica – stabilisce, in particolare, una soglia uniforme di protezione da osservare su tutto il territorio nazionale (sentenza n. 116 del 2012; in senso conforme sentenze n. 441 del 2006, n. 536 del 2002, n. 168 del 1999 e n. 323 del 1998)”.
Infine, viene dichiarata l’illegittimità di una disposizione con la quale si prevedeva che l’assessore competente in materia di caccia predisponesse un piano di controllo della nutria, al fine di contenere la propagazione della specie, affidando al corpo forestale e agli agenti venatori la sua attuazione, senza subordinare tale attività alla valutazione tecnica dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA, ex Istituto nazionale per la fauna selvatica – INFS).
La Corte osserva che l’art. 19, comma 2, della legge 157/1992 consente alle Regioni il controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia, al fine di migliorare la gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico e per quella delle produzioni zoo-agroforestali ed ittiche. Tuttavia tale controllo, esercitato selettivamente, può essere praticato di norma attraverso metodi ecologici, sentito l’INFS, oggi ISPRA.
Qualora l’ISPRA verifichi l’inefficacia dei predetti metodi, le Regioni possono autorizzare piani di abbattimento, attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle amministrazioni provinciali, o da altri soggetti abilitati dalla normativa statale.
Pertanto, “la norma provinciale impugnata non è conforme al principio di gradualità espresso nell’evocata disposizione statale, dal momento che prescrive in via immediata e diretta piani di abbattimento, senza prevedere il parere dell’ISPRA circa la previa efficace esperibilità dei rimedi ecologici. Per le stesse ragioni inerenti alle precedenti impugnazioni, la disposizione in esame viola l’art. 117, secondo comma, lettera s), Cost.”.
Sentenza 12 dicembre 2012, n. 284 – (giudizio promosso dalla Regione Veneto c/Presidente del Consiglio dei ministri)
– dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 27 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, sollevata, in riferimento agli artt. 117, 118 e 119 della Costituzione.
La Corte dichiara non fondate le censure sollevate nei confronti dell’art. 27 del decreto-legge 201/2011 che, nell’introdurre l’articolo 33 bis al decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), avrebbe attribuito – secondo quanto prospettato dalla ricorrente – all’Agenzia del demanio un ruolo determinante per la valorizzazione, trasformazione, gestione ed alienazione del patrimonio pubblico anche di proprietà delle Regioni e degli altri enti territoriali, sia attraverso la costituzione di società, consorzi o fondi immobiliari, sia attraverso la selezione dei privati partecipanti, sia nella selezione dei soggetti specializzati dei quali avvalersi.
Il giudice, dopo aver ricostruito la cornice entro la quale iscrivere la normativa oggetto di censura, finalizzata a garantire la stabilità economico-finanziaria del Paese nell’eccezionale situazione di crisi internazionale e nel rispetto del principio di equità, e quindi la ratio che ha ispirato le disposizioni in tema di valorizzazione e gestione del patrimonio immobiliare pubblico, conclude per l’infondatezza delle censure sollevate atteso che il ruolo attribuito all’Agenzia del demanio risulta “…in linea con l’articolata gamma di interventi che alla stessa sono stati via via riservati per conseguire un obiettivo di razionalizzazione e valorizzazione della gestione del patrimonio immobiliare e con gli obiettivi di coordinamento della finanza pubblica e di riduzione delle spese di cui agli obblighi interni e comunitari. Le iniziative che l’Agenzia del demanio può promuovere, a norma del nuovo art. 33-bis del d.l. n. 98 del 2011 – va sottolineato, invero, il carattere promozionale delle stesse – prevedono, peraltro, ampia partecipazione degli enti interessati: è, infatti, espressamente previsto (al comma 2) che l’avvio della verifica di fattibilità di tali iniziative debba essere preceduto dalle attività di cui all’art. 3-ter, comma 4, del d.l. n. 351 del 2001 (articolo aggiunto, per l’appunto, dal comma 2 dell’art. 27 qui impugnato e intitolato «Processo di valorizzazione degli immobili pubblici»), connesse alla formulazione dei «programmi unitari di valorizzazione territoriale», ampiamente partecipati.”.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 287 – (giudizio promosso dalle Regioni Toscana, Emilia-Romagna, Liguria Umbria e Sardegna c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: istruzione e formazione professionale
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 11 del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148.
Alcune Regioni hanno proposto ricorso avverso l’art. 11 del decreto-legge 138/2011 che prevedeva che: “1. I tirocini formativi e di orientamento possono essere promossi unicamente da soggetti in possesso degli specifici requisiti preventivamente determinati dalle normative regionali in funzione di idonee garanzie all’espletamento delle iniziative medesime. Fatta eccezione per i disabili, gli invalidi fisici, psichici e sensoriali, i soggetti in trattamento psichiatrico, i tossicodipendenti, gli alcolisti e i condannati ammessi a misure alternative di detenzione, i tirocini formativi e di orientamento non curriculari non possono avere una durata superiore a sei mesi, proroghe comprese, e possono essere promossi unicamente a favore di neo-diplomati o neo-laureati entro e non oltre dodici mesi dal conseguimento del relativo titolo di studio.
2. In assenza di specifiche regolamentazioni regionali trovano applicazione, per quanto compatibili con le disposizioni di cui al comma che precede, l’articolo 18 della legge 24
giugno 1997 n. 196 e il relativo regolamento di attuazione.”.
La Corte, nell’accogliere le censure delle ricorrenti, ricordato che dopo la riforma del titolo V parte seconda della Costituzione del 2001, la competenza esclusiva delle Regioni in materia di istruzione e formazione professionale “riguarda la istruzione e la formazione professionale pubbliche che possono essere impartite sia negli istituti scolastici a ciò destinati, sia mediante strutture proprie che le singole Regioni possano approntare in relazione alle peculiarità delle realtà locali, sia in organismi privati con i quali vengano stipulati accordi” e che, viceversa, “la disciplina della formazione interna – ossia quella formazione che i datori di lavoro offrono in ambito aziendale ai propri dipendenti – di per sé non rientra nella menzionata materia, né in altre di competenza regionale; essa, essendo intimamente connessa con il sinallagma contrattuale, attiene all’ordinamento civile, sicché spetta allo Stato stabilire la relativa normativa”, dichiara l’illegittimità della norma statale impugnata.
Invero, osserva la Corte, la norma impugnata si pone in contrasto con l’art. 117, quarto comma della Costituzione, poiché invade la competenza normativa residuale delle Regioni.
Non è infatti consentito al legislatore statale stabilire i requisiti che devono essere posseduti dai soggetti che promuovono i tirocini formativi e di orientamento, prevedendo che, fatta eccezione per una serie di categorie, i tirocini formativi e di orientamento non curricolari non possono avere una durata superiore a sei mesi, proroghe comprese, e possono essere rivolti solo ad una determinata platea di beneficiari, posto che, così facendo, la legge statale interviene in via diretta in una materia che non ha nulla a che vedere con la formazione aziendale.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 288 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Marche)
Materie: sistema tributario statale (tassa automobilistica); tutela dell’ambiente
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 10 della legge della Regione Marche 28 dicembre 2011, n. 28 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2012 e pluriennale 2012/2014 della Regione – Legge finanziaria 2012) e dell’art. 22 della medesima legge nella parte in cui consente l’immissione nei corsi d’acqua della trota iridea.
La sentenza in rassegna affronta due diverse questioni.
La prima questione riguarda la legittimità di una norma con la quale la Regione Marche ha previsto che: “a decorrere dall’anno di imposta 2012, la disposizione del fermo amministrativo o giudiziario di beni mobili registrati non esenta dall’obbligo del pagamento della tassa automobilistica regionale”.
Sul punto la Corte, accogliendo le censure sollevate dallo Stato, ricorda che la tassa automobilistica è tributo istituito e regolato da legge statale, in particolare dal d.P.R. 5 febbraio 1953, n. 39 (Testo unico delle leggi sulle tasse automobilistiche), anche se l’intero gettito è stato “attribuito” alle Regioni a statuto ordinario dall’articolo 23, comma 1, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (Riordino della finanza degli enti territoriali, a norma dell’articolo 4 della legge 23 ottobre 1992, n. 421).
Alle Regioni, ai sensi dell’art. 17, comma 10, della legge 27 dicembre 1997, n. 449 (Misure per la stabilizzazione della finanza pubblica), spettano inoltre le funzioni inerenti la riscossione, l’accertamento, il recupero, i rimborsi, l’applicazione delle sanzioni ed il contenzioso amministrativo relativo della tassa.
Il giudice ricorda che, ai sensi dell’art. 7, comma 1, della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’art.119 della Costituzione), è tributo proprio delle Regioni, quello istituito dalle stesse con proprie leggi in relazione ai presupposti non già assoggettati ad imposizione erariale, mentre rientra nella nozione di tributo proprio derivato della Regione, tutti quei tributi istituiti e regolati da leggi statali il cui gettito è attribuito alle Regioni, le quali possono modificarne le aliquote e disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni nei limiti e secondo i criteri fissati dalla legislazione statale e nel rispetto della normativa comunitaria.
Pertanto, conclude la Corte, la tassa automobilistica si qualifica come tributo proprio derivato con riferimento al quale le Regioni non possono modificarne il presupposto ed i soggetti d’imposta (attivi e passivi); modificarne le aliquote nel limite massimo fissato dalla normativa statale; così come non possono disporre esenzioni, detrazioni e deduzioni se non nei limiti di legge o escludere esenzioni, detrazioni e deduzioni già previste dalla legge statale.
Viene inoltre ricordato anche che l’art. 8 del decreto legislativo 6 maggio 2011, n. 68 (Disposizioni in materia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario), dopo aver disposto, a decorrere dal 1° gennaio 2013, la trasformazione di un’ampia serie di tributi statali in tributi propri regionali, stabilisce che “Fermi restando i limiti massimi di manovrabilità previsti dalla legislazione statale, le regioni disciplinano la tassa automobilistica regionale”, prevedendo, inoltre, che alle Regioni a statuto ordinario spettano gli altri tributi ad esse riconosciuti dalla legislazione vigente alla data di entrata in vigore del decreto stesso, che costituiscono tributi propri derivati.
La diversificazione tra tributi operata dal legislatore statale porta alla conclusione che la tassa in questione non ha acquisito, nel nuovo regime, la natura di tributo regionale proprio.
Dall’analisi dell’art. 8 citato, la Corte Costituzionale rileva che la tassa automobilistica regionale, anche oggi, non si configura come tributo proprio delle Regioni, bensì mantiene la natura di tributo derivato anche se, con riferimento ad esso, il legislatore statale ha previsto un regime diverso rispetto a quello stabilito per gli altri tributi derivati, attribuendone la disciplina alle Regioni, “…senza che questo comporti una modifica radicale di quel tributo, come anche confermato dall’inciso «fermi restando i limiti massimi di manovrabilità previsti dalla legislazione statale».”.
“Ne consegue che la norma censurata, nel disporre la esclusione della esenzione dall’obbligo del pagamento della tassa automobilistica regionale in caso di fermo amministrativo o giudiziario di beni mobili registrati, ha violato la competenza esclusiva dello Stato in materia di tributi erariali”.
La seconda questione riguarda la legittimità di una norma regionale che, a fronte del divieto di immissione nei corsi d’acqua di specie o popolazioni non autoctone, consente l’immissione della trota iridea.
Sul punto la Corte, richiamando la precedente sentenza n. 30 del 2009 con la quale è stato accolto un ricorso per conflitto di attribuzione proposto dal Presidente del Consiglio dei ministri avverso una delibera della Regione Veneto che autorizzava piani di immissione di specie non autoctone, tra cui la trota iridea, originaria della costa pacifica del continente americano, ribadisce che le disposizioni relative alla introduzione, reintroduzione e ripopolamento di specie animali, in quanto attinenti alla materia della tutela dell’ambiente e dell’ecosistema e non solo della disciplina d’uso della risorsa ambientale-faunistica, rientrano nella competenza esclusiva statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera s), della Costituzione.
Trova pertanto applicazione il generale divieto di introduzione, reintroduzione e ripopolamento di specie animali, previsto dall’art. 12, comma 3, del d.P.R. 8 settembre 1997, n. 357 (Regolamento recante attuazione della direttiva 92/43/CEE relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali, nonché della flora e della fauna selvatiche), che vieta espressamente, in via generale ed assoluta, la introduzione e il ripopolamento in natura di “specie e popolazioni non autoctone”.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 289 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 6, comma 2, della legge della Regione Abruzzo 9 dicembre 2010, n. 51 (Nuovo ordinamento del Bollettino Ufficiale della Regione Abruzzo).
Viola la competenza statale in materia di ordinamento civile una disposizione regionale, come quella impugnata della Regione Abruzzo, con la quale si preveda che “nelle more dell’assegnazione di personale, anche tramite procedura selettiva, alla struttura organizzativa che cura la pubblicazione del Bollettino Ufficiale della Regione Abruzzo (BURA), sono prorogati i contratti di collaborazione in essere presso l’Ufficio BURA fino a completa copertura della relativa pianta organica.”.
Infatti, osserva la Corte, la proroga dei contratti di collaborazione di cui alla norma impugnata, attenendo ad uno degli aspetti della disciplina di diritto privato di tali contratti, con riferimento alla loro durata, incide nella materia dell’ordinamento civile.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 290 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Sardegna)
Materia: ordinamento civile (trattamento economico dipendenti regionali)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 8 della legge della Regione Sardegna 4 agosto 2011, n. 16 (Norme in materia di organizzazione e personale).
La Regione Sardegna nel disciplinare il personale regionale e degli enti regionali ha previsto l’attribuzione di un’indennità ulteriore rispetto al trattamento economico, proprio delle qualifica di appartenenza, per una precisa categoria di personale (nello specifico a coloro cui sia conferito l’incarico di coordinatore dei programmi integrati d’area).
Nell’accogliere le censure sollevate dalla difesa erariale, la Corte rileva che già in altre occasioni ha avuto modo di dichiarare l’illegittimità di disposizioni regionali intervenute in materia di trattamento economico dei dipendenti regionali.
“In quelle occasioni è stato affermato che, essendo il rapporto di impiego di tali lavoratori ormai contrattualizzato, la sua disciplina (ivi inclusa quella della retribuzione) rientra nella materia dell’ordinamento civile, riservata alla competenza esclusiva statale (sentenze n. 339 e n. 77 del 2011). In particolare, poi, con la sentenza n. 7 del 2011 è stata dichiarata l’illegittimità di una norma regionale che riconosceva, a favore di una certa categoria di personale regionale, un’indennità in aggiunta al normale trattamento economico e, con la sentenza n. 332 del 2010, l’illegittimità di una norma che attribuiva a determinati dipendenti regionali un trattamento accessorio in luogo di quello precedentemente goduto”.
Pertanto, anche con riferimento all’impugnata norma della Regione Sardegna, la Corte ne dichiarata l’illegittimità costituzionale per violazione della competenza statale in materia di ordinamento civile.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 291 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Toscana)
Materie: rispetto dei vincoli derivanti dalla normativa comunitaria ex art. 117, comma primo, Cost.; tutela della concorrenza (principio di liberalizzazione delle attività economiche)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’articolo 6 della legge della Regione Toscana 28 novembre del 2011, n. 63, recante “Disposizioni in materia di outlet ed obbligo di regolarità contributiva nel settore del commercio sulle aree pubbliche. Modifiche alla legge regionale 7 febbraio 2005 n. 28 (Codice del Commercio. Testo unico in materia di commercio in sede fissa, su aree pubbliche, somministrazione di alimenti e bevande, vendita di stampa quotidiana e periodica e distribuzione di carburanti)”.
Con la norma censurata dal Governo, la Regione Toscana ha previsto che per motivi imperativi di interesse generale riconducibili alla sicurezza pubblica, all’incolumità pubblica, al mantenimento dell’equilibrio finanziario del sistema sicurezza sociale e alla tutela dei consumatori, non trovi applicazione, per il commercio su aree pubbliche, l’art. 16 del decreto legislativo 26 marzo 2010, n. 59 (Attuazione della direttiva 2006/123/CE relativa ai servizi nel mercato interno), il quale prevede, che nelle ipotesi in cui il numero di titoli autorizzatori disponibili per una determinata attività di servizi sia limitato per ragioni correlate alla scarsità delle risorse naturali o delle capacità tecniche disponibili, le autorità competenti applicano una procedura di selezione tra i candidati potenziali ed assicurano la predeterminazione e la pubblicazione, nelle forme previste dai propri ordinamenti, dei criteri e delle modalità atti ad assicurarne l ‘imparzialità, cui le stesse devono attenersi.
La Corte, accogliendo le censure sollevate dal ricorrente, rileva che la direttiva 2006/123/CE, relativa ai servizi nel mercato interno, diretta a liberalizzare l’attività economica, prevede la possibilità di porre dei limiti all’esercizio delle attività stesse nel caso che tali limiti siano giustificati da motivi imperativi di interesse generale.
Il d.lgs. 59/2010, di attuazione della direttiva, ha quindi previsto all’art. 14 la possibilità di introdurre limitazioni all’esercizio dell’attività economica istituendo o mantenendo regimi autorizzatori solo se giustificati da motivi di interesse generale, nel rispetto dei principi di non discriminazione, di proporzionalità, nonché da altre disposizioni stabilite dal medesimo d.lgs.
A tal fine il citato art. 16 ha previsto una procedura selettiva tra i candidati allo scopo di garantire sia la parità di trattamento tra i richiedenti – impedendo qualsiasi forma di discriminazione tra gli stessi – sia la libertà di stabilimento, conformemente alla citata direttiva 2006/123/CE.
Pertanto la disposizione regionale impugnata, eliminando i vincoli e i limiti posti dalla disciplina statale relativamente ai regimi di rilascio di autorizzazioni per avere accesso ad un’attività di servizi, si pone in contrasto con la normativa comunitaria e con quella nazionale attuativa della stessa.
Viene infatti rilevato che la Regione non ha introdotto una disciplina concorsuale alternativa, ma ha del tutto escluso l’applicabilità della normativa comunitaria e nazionale in forza di un generico ed indeterminato richiamo a “motivi di interesse generale”, senza individuare, in concreto, i contenuti di tali motivi.
“Così operando, la norma impugnata contrasta con la normativa statale e, ancor prima con quella comunitaria cui il legislatore nazionale ha dato attuazione, non solo perché esclude l’applicazione di una disposizione statale attuativa di quella comunitaria e, pertanto, non osserva i vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea in materia di accesso ed esercizio dell’attività dei servizi (in particolare in tema dei residuali regimi autorizzatori), ma anche perché essa non viene neanche a prevedere forme di «bilanciamento tra liberalizzazione e […] i motivi imperativi di interesse generale», come, invece, richiesto dalla normativa comunitaria…”.
Per tali motivi viene dichiarata fondata la questione sollevata con riferimento all’art. 117, comma primo della Costituzione, per contrasto con il diritto comunitario.
La norma regionale viene inoltre dichiarata l’illegittima anche per violazione della competenza statale in materia di tutela della concorrenza, atteso che “prevedendo la possibilità di escludere meccanismi e procedure di selezione in forza dell’invocazione astratta di «motivi imperativi d’interesse generale», là dove situazioni oggettive non modificabili determinino l’impossibilità di un’apertura a tutti nel mercato, viene sostanzialmente ad operare in termini anti-concorrenziali perché non consente lo svolgimento dell’attività commerciale in spazi adeguati agli operatori più qualificati, selezionati attraverso procedure che garantiscano la parità di trattamento, evitino qualsiasi tipo di discriminazione e tutelino la libertà di stabilimento.” .
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 292 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Campania)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 1, commi 237-undecies, 237-duodecies, 237-sexdecies, 237-vicies e 237-vicies-ter, delle legge della Regione Campania 15 marzo 2011, n. 4 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011), come modificato dall’art. 1, comma 1, della legge della Regione Campania 14 dicembre 2011, n. 23 (Modifiche alla legge regionale 15 marzo 2011, n. 4, recante disposizioni per la formazione del bilancio annuale 2011 e pluriennale 2011-2013 della Regione Campania – Legge finanziaria regionale 2011).
Con la sentenza in esame la Corte affronta più questioni relative alla competenza regionale in materia autorizzazione e vigilanza sulle istituzioni private che rientra nella più generale materia, concorrente con lo Stato, della tutela della salute.
In particolare, viene dichiarata illegittima una disposizione con la quale è stata prevista una procedura di accreditamento delle strutture sanitarie private articolata in due fasi. La prima fase è rappresentata dalla conferma dell’accreditamento provvisorio mediante decreto commissariale di presa d’atto, per le domande regolarmente ammesse sulla piattaforma informatica applicativa. La seconda fase è costituita dalla verifica dei requisiti di accreditamento, che avviene in un momento successivo alla presa d’atto.
La Corte ricorda anzitutto la distinzione tra gli aspetti che riguardano l’autorizzazione – prevista per l’esercizio di tutte le attività sanitarie – da quelli che riguardano l’accreditamento delle strutture autorizzate, distinzione rinvenibile nella normativa statale che disciplina i principi generali della materia e che, mentre per quanto riguarda l’autorizzazione la normativa statale di principio – decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502 (Riordino della disciplina in materia sanitaria, a norma dell’articolo 1 della legge 23 ottobre 1992, n. 42) – prevede dei requisiti minimi di sicurezza e di qualità per poter effettuare le prestazioni sanitarie, per l’accreditamento richiede invece requisiti ulteriori. Ciò premesso il giudice rileva che la disposizione regionale impugnata finisce per riconoscere l’accreditamento definitivo senza previa verifica dei “requisiti ulteriori” richiesti dal legislatore statale e, quindi, in contrasto con il principio generale di cui all’art. 8-quater del d.lgs. 502/1992, secondo cui l’accreditamento istituzionale definitivo può essere concesso solo dopo la verifica del possesso degli ulteriori requisiti.
Parimenti viene dichiarata l’illegittimità costituzionale di un’ulteriore disposizione con la quale si prevede la possibilità di attivare automaticamente, negli ambiti territoriali delle comunità montane, l’accreditamento istituzionale per le strutture sanitarie e socio-sanitarie in possesso del solo titolo autorizzativo e dei requisiti di accreditamento previsti dai regolamenti regionali.
Il giudice osserva che anche in tal modo si stabilisce un accreditamento istituzionale ex lege senza verifica, caso per caso, dei requisiti ulteriori, con conseguente violazione del principio generale di cui all’art. 8-quater citato.
All’esame della Corte anche una norma che prevede una procedura che allunga i tempi per la conclusione delle procedure di accreditamento definitivo, in riferimento a talune ipotesi che riguardano accordi di riconversione di prestazioni sanitarie eccedenti il fabbisogno sanitario regionale, consentendo a determinate strutture sanitarie e socio-sanitarie di continuare ad esercitare le proprie attività in deroga al termine ultimo fissato dalla legislazione nazionale per il passaggio dall’accreditamento provvisorio a quello definitivo.
Anche tale norma viene dichiarata illegittima poiché il fatto che l’accreditamento definitivo non venga condizionato al rispetto del termine del 1° gennaio 2011, per le strutture ospedaliere e ambulatoriali, e del 1° gennaio 2013 per le altre strutture, così come stabilito dall’art. 1, comma 796, lettera t), della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007), “comporta la violazione di quest’ultima norma che, secondo la giurisprudenza costituzionale le Regioni sono tenute a rispettare”.
Da ultimo, viene dichiara l’illegittimità costituzionale di una disposizione con la quale si consente alle strutture di fisiokinesiterapia, già provvisoriamente accreditate, di presentare domanda di accreditamento istituzionale per l’area socio-sanitaria, cioè per un’attività più ampia e diversa da quella per la quale dette strutture sono state autorizzate e provvisoriamente accreditate.
Sul punto la Corte ricorda che, secondo la legislazione statale, l’accreditamento provvisorio è concesso alle strutture già autorizzate che abbiano accettato il pagamento a prestazione. Pertanto per queste vi è già stata la verifica dei “requisiti minimi” prevista dalla legge ma tale verifica ha riguardato le sole attività per le quali è stata accordata l’autorizzazione.
Ne consegue che la norma censurata, che consente alle strutture di fisiokinesiterapia di presentare domanda di accreditamento istituzionale per attività diverse e più ampie rispetto a quelle che sono state oggetto di autorizzazione, “finisce per configurare una sorta di <<autorizzazione implicita>> in riferimento all’esercizio di quelle attività sanitarie che non autorizzate, determinando una situazione non compatibile con i principi della legislazione statale. Secondo la legislazione statale di riferimento (art. 8-ter del d.lgs. n. 502 del 1992), infatti, l’autorizzazione e la verifica dei <<requisiti minimi>> deve essere richiesta non solo al momento dell’avvio di una nuova struttura, ma anche ad ogni variazione che comporti l’adattamento di strutture già esistenti o la loro diversa utilizzazione, il loro ampliamento, trasformazione o trasferimento”.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 293 – (giudizio promosso da Regione Veneto c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: coordinamento informativo, statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale; ordinamento ed organizzazione amministrativa delle Regioni
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 44-bis, comma 4, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), inserito dalla legge di conversione 22 dicembre 2011, n. 214, limitatamente alle parole “presso gli assessorati regionali competenti per le opere pubbliche”.
Rientra nell’ambito della competenza esclusiva statale istituire, come prevede l’art. 44-bis, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), un elenco-anagrafe statale presso il Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, articolato a livello regionale, al fine del coordinamento dei dati relativi alle opere pubbliche incompiute, come definite nei commi 1 e 2 del medesimo articolo, attribuendo al medesimo Ministero il compito di definire le modalità di formazione della graduatoria nonché i criteri in base ai quali le opere sono iscritte nell’elenco, tenendo conto dello stato di avanzamento dei lavori ed evidenziando le opere prossime al completamento.
Invero, contrariamente a quanto sostenuto dalla Regione ricorrente, tale norma non incide sulle competenze regionali atteso che il previsto elenco ha finalità di coordinamento dei dati sulle opere pubbliche, ed è espressione della competenza esclusiva dello Stato in materia di “coordinamento informativo statistico e informatico dei dati dell’amministrazione statale, regionale e locale”, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera r), della Costituzione.
La Corte rileva che la norma impugnata mira a coordinare a livello centrale la raccolta dei dati afferenti alle opere incompiute, al fine di monitorarle e di disporre di un quadro unitario delle medesime.
“In tale prospettiva si giustifica, sia l’inserimento delle opere incompiute nell’elenco-anagrafe, sulla base di criteri relativi al loro riutilizzo e a eventuali ulteriori destinazioni, sia la determinazione con regolamento ministeriale delle modalità di redazione dell’elenco: sono previsioni dirette a predisporre in modo uniforme la rappresentazione di dati, che «vengono resi omogenei al fine di aggregarli per poter così predisporre la base informativa necessaria al controllo delle dinamiche reali» di tali opere”.
Risulta invece invasiva delle competenze regionali, e pertanto ne viene dichiarata l’illegittimità costituzionale, la previsione del comma 4 del citato art. 44, che impone che a livello regionale l’elenco-anagrafe sia istituito presso l’assessorato competente per le opere pubbliche.
Invero, come già chiarito dalla giurisprudenza costituzionale, non è consentito al legislatore statale, pur nell’ambito della propria competenza legislativa esclusiva, indicare specificamente l’organo regionale titolare della funzione amministrativa, trattandosi di “normativa di dettaglio attinente all’organizzazione interna della Regione” (sentenze n. 387 del 2007, n. 22 del 2012 e n. 95 del 2008).
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 296 – (giudizio promosso in via incidentale dal TAR Toscana c/Regione Toscana)
– dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 2, lettera c), della legge della Regione Toscana 18 dicembre 2008, n. 66, (Istituzione del fondo regionale per la non autosufficienza), sollevata dal Tribunale amministrativo regionale per la Toscana, in riferimento all’art. 117, secondo comma, lettera m), della Costituzione.
La Corte dichiara non fondata la questione di legittimità sollevata dal giudice amministrativo con riferimento ad una disposizione regionale che prevede che, nel caso di prestazioni di tipo residenziale a favore di persone disabili, la quota di compartecipazione dovuta dalla persona assistita ultrasessantacinquenne è calcolata tenendo conto altresì della situazione reddituale e patrimoniale del coniuge e dei parenti in linea retta entro il primo grado.
Secondo la prospettazione del giudice rimettente, la norma sarebbe in contrasto con l’art. 3, comma 2 ter, del decreto legislativo 31 marzo 1998, n. 109 (Definizioni di criteri unificati di valutazione della situazione economica dei soggetti che richiedono prestazioni sociali agevolate, a norma dell'art. 59, comma 51, della legge 27 dicembre 1997, n. 449), che imponendo di evidenziare la situazione economica del solo assistito – anche in relazione alle modalità di compartecipazione al costo della prestazione a favore di soggetti ultrasessantacinquenni con handicap permanente grave accertato dalle aziende sanitarie locali – costituirebbe un livello essenziale delle prestazioni (LEP) concernenti diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale.
Di diverso avviso la Corte che chiarisce che la disposizione statale, a differenza di quanto prospettato dal rimettente, non è diretta ad individuare un livello essenziale delle prestazioni relative ai servizi sociali a favore degli anziani non autosufficienti e delle altre categorie protette ivi indicate, poiché la norma prevede che, limitatamente alle prestazioni sociali agevolate assicurate nell’ambito di percorsi assistenziali integrati di natura sociosanitaria, erogate a domicilio o in ambiente residenziale a ciclo diurno o continuativo, rivolte a persone con handicap permanente grave, di cui all’art. 3, comma 3, della legge 5 febbraio 1992, n. 104, accertato ai sensi dell’art. 4 della stessa legge, nonché a soggetti ultra sessantacinquenni la cui non autosufficienza fisica o psichica sia stata accertata dalle aziende unità sanitarie locali, le disposizioni del decreto legislativo 109/1998 si applicano nei limiti stabiliti con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta dei Ministri per la solidarietà sociale e della sanità, adottato, previa intesa con la Conferenza unificata di cui all’art. 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, al fine di favorire la permanenza dell’assistito presso il nucleo familiare di appartenenza e di evidenziare la situazione economica del solo assistito, anche in relazione alle modalità di contribuzione al costo della prestazione, e sulla base delle indicazioni contenute nell’atto di indirizzo e coordinamento di cui all’art. 3-septies, comma 3, del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 502.
Pertanto, rileva il giudice delle leggi, la norma statale è solamente diretta a dettare i principi e criteri direttivi da attuarsi nel successivo decreto allo scopo di perseguire diverse finalità, tra le quali quella di evidenziare, in determinati casi, la situazione economica del solo assistito ai fini del calcolo dell’ISEE.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 297 – (giudizio promosso da Regione Veneto c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Violazione principio leale collaborazione nella determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni (nello specifico determinazione dell’ISEE)
– dichiara l’illegittimità costituzionale del primo e secondo periodo dell’unico comma dell’art. 5 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, nella parte in cui non prevedono che il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri ivi menzionato sia emanato “d’intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281”.
Oggetto di censura da parte della Regione ricorrente alcune disposizioni con le quali il legislatore statale è intervenuto sulla disciplina dell’Indicatore della Situazione Economica Equivalente (ISEE), prevedendo che “con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze, da emanare, previo parere delle Commissioni parlamentari competenti, entro il 31 maggio 2012, sono rivisti le modalità di determinazione e i campi di applicazione dell’indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) al fine di: adottare una definizione di reddito disponibile che includa la percezione di somme, anche se esenti da imposizione fiscale, e che tenga conto delle quote di patrimonio e di reddito dei diversi componenti della famiglia nonché dei pesi dei carichi familiari, in particolare dei figli successivi al secondo e di persone disabili a carico; migliorare la capacità selettiva dell’indicatore, valorizzando in misura maggiore la componente patrimoniale sita sia in Italia sia all’estero, al netto del debito residuo per l’acquisto della stessa e tenuto conto delle imposte relative; permettere una differenziazione dell’indicatore per le diverse tipologie di prestazioni. Con il medesimo decreto sono individuate le agevolazioni fiscali e tariffarie nonché le provvidenze di natura assistenziale che, a decorrere dal 1° gennaio 2013, non possono essere piú riconosciute ai soggetti in possesso di un ISEE superiore alla soglia individuata con il decreto stesso”.
La ricorrente pur riconoscendo che la determinazione dell’indicatore ISEE rientra nella competenza esclusiva dello Stato ai sensi dell’art. 117, comma secondo, lettera m), della Costituzione, osserva che comunque per tale determinazione è necessaria la leale collaborazione con le Regioni, tenuto conto dell’incidenza della competenza legislativa statale sulla competenza legislativa residuale delle Regioni in materia di “servizi sociali”, nonché tenuto conto del principio di leale collaborazione.
La Corte costituzionale, nell’accogliere le censure sollevate dalla Regione Veneto, ricostruisce la normativa statale in tema di livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti all’assistenza sociale, c.d. LIVEAS o LEPS, sia nel periodo antecedente alla riforma del Titolo V della Costituzione – quando la materia della beneficienza pubblica, ovvero dei servizi sociali, rientrava nell’ambito della competenza concorrente ai sensi dell’allora vigente primo comma dell’art. 117 della Costituzione – sia successivamente, chiarendo che oggi la Carta fondamentale attribuisce allo Stato la competenza esclusiva in tema di determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale, mentre ha assegnato alle Regioni la competenza legislativa, ai sensi dell’art. 117, quarto comma, in materia di “servizi sociali”, di “assistenza e beneficenza pubblica” e di “politiche sociali”.
Il giudice osserva che la competenza in tema di determinazione di LEP, non attiene ad una materia in senso stretto, ma costituisce una competenza esclusiva e trasversale, idonea a investire una pluralità di materie.
Proprio questa particolare connotazione dei LEP comporta una forte incidenza sull’esercizio delle competenze legislative ed amministrative delle Regioni, tale da esigere che il suo esercizio si svolga attraverso moduli di leale collaborazione.
Infatti, prosegue la Corte, la determinazione dell’ISEE, delle tipologie di prestazioni agevolate, delle soglie reddituali di accesso alle prestazioni e, quindi, dei LIVEAS incide in modo significativo sulla competenza residuale regionale in materia di “servizi sociali” e, almeno potenzialmente, sulle finanze della Regione, che sopporta l’onere economico di tali servizi.
Ne consegue che “l’omessa previsione, nella norma impugnata, di una qualsiasi forma di leale collaborazione con le Regioni comporta la fondatezza della questione in esame. In particolare, in ragione della natura residuale della competenza regionale su cui incide la disposizione denunciata, appare adeguato strumento collaborativo, nella emanazione del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, l’intesa con la Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281”.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 298 – (giudizio promosso da Regione Veneto c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Violazione principio autonomia finanziaria ex art. 118 Cost.
– dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 33, comma 16, della legge 12 novembre 2011, n. 183, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di stabilità 2012)», in riferimento agli articoli 117, 118, 119 e 120 della Costituzione, nonché al principio di leale collaborazione, promossa dalla Regione Veneto
La sentenza dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale sollevata dalla Regione Veneto nei confronti di una disposizione, contenuta nella legge si stabilità 2012, con la quale si prevede un contributo a favore delle scuole paritarie per il 2012, sul presupposto che tale contributo, pari a 242 milioni di euro, rappresenti lo stanziamento complessivo per la scuola paritaria, operando, in tal modo, una decurtazione pari ad oltre la metà dello stanziamento previsto per gli stessi fini negli anni precedenti e, conseguentemente, in contrasto con l’art. 119 della Costituzione, poiché una tal riduzione inciderebbe sull’autonomia finanziaria dell’ente territoriale.
Sul punto la Corte fuga ogni dubbio interpretativo, osservando che dall’esame della legge 12 novembre 2011, n. 184 (Bilancio di previsione dello Stato per l’anno finanziario 2012 e bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014), risulta chiaro che la spesa di 242 milioni di euro, autorizzata dall’articolo della legge di stabilità del 2012 impugnato, non costituisce lo stanziamento complessivo per la scuola paritaria, ma si aggiunge all’importo di euro 268.880.191 indicato nel bilancio di previsione.
Sentenza 19 dicembre 2012, n. 299 – (giudizio promosso dalle Regioni Piemonte, Veneto, Lazio, Lombardia, Toscana e dalle Regioni autonome Friuli-Venezia Giulia, Sicilia e Sardegna c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materie: commercio; tutela della concorrenza
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 31, comma 1 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214.
Con l’art. 31, comma 1, del decreto-legge 201/2011, il legislatore statale, modificando il decreto-legge l4 luglio 2006, n. 223 (Disposizioni urgenti per il rilancio economico e sociale, per il contenimento e la razionalizzazione della spesa pubblica, nonché interventi in materia di entrate e di contrasto all’evasione fiscale), convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, ha modificato gli ambiti normativi per i quali è escluso che lo svolgimento di attività commerciali possa incontrare limiti e prescrizioni, prevedendo che sempre – e non più solo negli esercizi ubicati nei comuni inclusi degli elenchi regionali delle località turistiche o città d’arte – l’esercizio dell’attività commerciale e di somministrazione di alimenti e bevande possano essere svolte senza vicoli derivanti dal rispetto degli orari di apertura e di chiusura, dall’obbligo della chiusura domenicale e festiva, nonché quello della mezza giornata di chiusura infrasettimanale dell'esercizio.
Contro detta disposizione hanno proposto ricorso numerose Regioni contestando la competenza statale in merito, ritenendo che la disciplina delle deroghe debba essere rimessa alla competenza regionale trattandosi di norme in materia di commercio.
Di diverso avviso la Corte la quale, richiamando la propria giurisprudenza, rileva che l’intervento modificativo dello Stato rientra nell’ambito della competenza esclusiva in materia di tutela della concorrenza.
Viene infatti ricordato che la materia “tutela della concorrenza”, dato il suo carattere “finalistico”, “non è una «materia di estensione certa» o delimitata, ma è configurabile come «trasversale», corrispondente ai mercati di riferimento delle attività economiche incise dall’intervento e in grado di influire anche su materie attribuite alla competenza legislativa, concorrente o residuale, delle regioni (sentenze n. 80 del 2006, n. 175 del 2005, n. 272 e n. 14 del 2004)”.
Ne consegue che, nella sua accezione “dinamica”, la materia “tutela della concorrenza” ricomprende tutte le misure dirette a promuovere l’apertura di mercati o ad instaurare assetti concorrenziali, mediante la riduzione o l’eliminazione dei vincoli al libero esplicarsi della capacità imprenditoriale e alle modalità di esercizio delle attività economiche, ed è pertanto consentito al legislatore statale intervenire anche nella disciplina degli orari degli esercizi commerciali che, “…per ciò che riguarda la configurazione «statica», rientra nella materia commercio attribuita alla competenza legislativa residuale delle Regioni (sentenze n. 288 e n. 247 del 2010, ordinanza n. 199 del 2006)”.
Pertanto la norma impugnata non viola la competenza regionale atteso che la stessa attua un principio di liberalizzazione, rimuovendo vincoli e limiti alle modalità di esercizio delle attività economiche, a beneficio dei consumatori e per la creazione di un mercato più dinamico e più aperto all’ingresso dei nuovi operatori.
Sentenza 20 dicembre 2012, n. 309 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Campania)
Materia: sistema contabile dello stato; violazione art. 81 Cost. (principio di copertura finanziaria)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, commi 1, 2 e 3, della legge della Regione Campania 27 gennaio 2012, n. 2 (Bilancio di previsione della Regione Campania per l’anno 2012 e Bilancio pluriennale per il triennio 2012-2014).
Con la sentenza in rassegna la Corte è chiamata ad esprimersi in merito alla legittimità di una disposizione regionale con la quale si dispone il ricorso al mercato finanziario per l’esercizio 2012, senza indicare in modo chiaro ed univoco la compatibilità delle operazioni di indebitamento programmate con i vincoli derivanti dall’art. 10, secondo comma della legge 16 maggio 1970, n. 281 (Provvedimenti finanziari per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario).
Il giudice, nell’accogliere le censure sollevate dalla ricorrente, rileva che in base alla norma statale citata, le leggi regionali che autorizzano l’accensione di nuovi prestiti devono necessariamente specificare l’incidenza di questi ultimi sui singoli esercizi futuri, i mezzi necessari per la copertura degli oneri, nonché il rispetto del limite percentuale del 20 per cento, con riguardo sia alle rate di ammortamento dei mutui pregressi che di quelli programmati per l’esercizio in corso.
La legge impugnata non dà riscontro, con appropriata allegazione, della compatibilità delle operazioni di indebitamento programmate con i vincoli derivanti dalla norma statale – finalizzati alla tutela degli equilibri strutturali di bilancio dell’ente territoriale – che si configurano come parametri di legittimità per la stipula di nuove operazioni di ricorso al credito, ponendosi quindi in contrasto con i principi contenuti nell’art. 81, quarto comma, e 117, secondo comma, lettera e) della Costituzione.
Invero, osserva la Corte, la dimostrazione del rispetto dei parametri previsti dall’art. 10 della legge n. 281 del 1970, incide sulla copertura della spesa, in relazione alla quale la relativa percentuale è stata fissata per controllare la sostenibilità dell’indebitamento complessivo dell’ente e, quindi, il mancato adempimento viola l’art. 81, quarto comma, della Costituzione.
Il mancato rispetto delle prescrizioni contenute nella citata legge statale, finalizzate a dimostrare il rispetto da parte delle Regioni del tetto di indebitamento, comporta inoltre la violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera e), della Carta fondamentale, poiché espressione anche della materia “sistema contabile dello Stato”.
“Infatti, la codificazione di parametri standardizzati per il calcolo percentuale dell’indebitamento è fondamentale per consolidare, sotto il profilo contabile, le risultanze di tutti i conti regionali in modo uniforme e trasparente così da assicurare non solo dati finanziari complessivi e comparativi attendibili, bensì anche strumenti conoscitivi per un efficace coordinamento della finanza pubblica, materia concorrente ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost. Quest’ultima è inscindibilmente collegata alla disciplina delle regole di natura contabile che nell’ambito della finanza pubblica allargata sono serventi alla funzione statale di monitoraggio e vigilanza sul rispetto dei complessivi obiettivi di finanza pubblica, cui le stesse Regioni concorrono(ex plurimis, sentenze n. 176 del 2012 e n. 52 del 2010)”.
Sentenza 20 dicembre 2012, n. 310 – (giudizio promosso dal Presidente del Consiglio dei ministri c/Regione Abruzzo)
Materia: tutela dell’ambiente – caccia (approvazione calendario venatorio)
– dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 5 della legge della Regione Abruzzo 13 dicembre 2011, n. 43, recante “Modifiche alla legge regionale 11 agosto 2011, n. 28 (Norme per la riduzione del rischio sismico e modalità di vigilanza e controllo su opere e costruzioni in zone sismiche) ed altre disposizioni regionali”.
Con la sentenza in rassegna la Corte dichiara l’illegittimità di una norma di legge regionale con la quale si è provveduto a prorogare il prelievo venatorio del cinghiale, per la stagione di caccia 2011-2012.
Come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza costituzionale (sentenze n. 20, n. 105 e n. 116 del 2012), la proroga del calendario venatorio fatta con atto legislativo anziché amministrativo, si pone in contrasto con l’art. 18, comma 4, della legge 11 febbraio 1992, n. 157 (Norme per la protezione della fauna selvatica omeoterma e per il prelievo venatorio) – norma finalizzata alla tutela dell’ambiente e dell’ecosistema ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera s) della Costituzione – che regola la materia e non consente alle Regioni di provvedere con atti legislativi.
Sentenza 20 dicembre 2012, n. 311 – (giudizio promosso dalle Regioni Piemonte, Veneto, Sicilia e Toscana c/Presidente del Consiglio dei ministri)
Materia: principi di coordinamento finanza pubblica
– dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 35, commi 8, 9, 10 e 13, del decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 (Disposizioni urgenti per la concorrenza, lo sviluppo delle infrastrutture e la competitività), promosse, in riferimento agli artt. 3, 117, terzo e quarto comma, 118, primo e secondo comma, e 119 della Costituzione, nonché al principio di leale collaborazione di cui all’art. 120 della Costituzione.
Con le norme impugnate lo Stato ha sospeso fino al 31 dicembre 2014 la vigenza del sistema di tesoreria unica, c.d. mista, previsto dal decreto legislativo 7 agosto 1997, n. 279 (Individuazione delle unità previsionali di base del bilancio dello Stato, riordino del sistema di tesoreria unica e ristrutturazione del rendiconto generale dello Stato), per tornare al sistema di tesoreria disciplinato dalla legge 29 ottobre 1984, n. 720 (Istituzione del sistema di tesoreria unica per enti ed organismi pubblici).
In particolare il comma 8, dell’art. 35, del decreto-legge n. 1 del 2012, impugnato, prevede che, fino al a 31 dicembre 2014, gli enti territoriali sono tenuti a riversare alle Tesorerie provinciali dello Stato tutte le entrate che percepiscono, che provvederanno a depositarli in due sottoconti: uno infruttifero, per le entrate di provenienza statale, e uno fruttifero, per le entrate cosiddette proprie, provenienti da introiti tributari ed extratributari, per vendita di beni e servizi, per canoni, sovracanoni e indennizzi, o da altri introiti provenienti dal settore privato.
Al sottoconto fruttifero è riconosciuto un interesse stabilito – con decreto del Ministero dell’economia e delle finanze – in una misura compresa fra il valore dell’interesse corrisposto per i depositi sui libretti postali di risparmio e quello previsto per i buoni ordinari del Tesoro a scadenza trimestrale.
Viceversa, in assenza della norma impugnata, il sistema di tesoreria unica “cosiddetta mista”, di cui al decreto legislativo n. 279 del 1997, prevede che tutte somme derivanti direttamente o indirettamente dallo Stato debbano essere mantenute su conti infruttiferi presso la tesoreria erariale, mentre le rimanenti disponibilità possono essere tenute dagli enti presso i propri servizi di tesoreria, con applicazione di tassi d’interesse attivo contrattati con gli stessi tesorieri.
Avverso la disposizione statale che ha sospeso il sistema di tesoreria mista, hanno sollevato ricorso alcune Regioni lamentando, sotto diversi profili, la lesione delle prerogative riconosciute dalla Costituzione.
Un prima censura viene formulata con riferimento all’art. 117, terzo e quarto comma, della Costituzione.
Sul punto il giudice delle leggi osserva che la giurisprudenza costituzionale ha già chiarito che il sistema di tesoreria unica dello Stato è diretto a garantire il controllo della liquidità di cassa ed a disciplinare i flussi finanziari, e che le norme che la disciplinano sono strettamente collegate all’ambito di operatività delle leggi di bilancio.
La norma impugnata, nel prevedere la sospensione dell’attuale regime di tesoreria unica, senza vincolare o limitare la disponibilità “…produce l’effetto immediato di riversare liquidità nelle tesorerie erariali, al fine di ridurre il fabbisogno finanziario, cioè l’ammontare per cui lo Stato deve – o ha già dovuto – ricorrere all’indebitamento mediante l’emissione di titoli. La normativa impugnata, dunque, detta una misura di gestione della liquidità, tramite la quale ingenti somme presenti nel sistema bancario vengono depositate nelle Tesorerie provinciali. L’obiettivo dichiarato è quello di emettere una minore quantità di titoli di Stato, contribuendo così a ridurre il differenziale – cosiddetto spread – tra il tasso d’interesse dei titoli italiani e quello, più basso, di titoli emessi da altri Paesi (in particolare la Germania)”.
Si tratta quindi di una norma che esprime una scelta di politica economica nazionale, in una situazione di contingente emergenza finanziaria, che rientra nell’ambito dei principi fondamentali di coordinamento della finanza pubblica, considerato che il sistema di tesoreria unica “è uno strumento essenziale per assicurare il contenimento del fabbisogno finanziario dello Stato ordinamento”.
Ne consegue che sono infondate le censure sollevate con riferimento ai parametri di cui all’art. 117, terzo e quarto comma, della Carta fondamentale.
Ulteriori censure vengono formulate con riferimento alla pretesa violazione dell’art. 119 della Costituzione, poiché il ritorno al vecchio regime di tesoreria inciderebbe sull’autonomia finanziaria delle Regioni ed enti locali.
In merito a tali censure il giudice delle leggi rileva che il temporaneo ritorno al regime di cui alla legge n. 119 del 1981, non impedisce agli enti territoriali di disporre delle proprie risorse “ma si limita a consentire il controllo del flusso delle disponibilità di cassa, coordinandolo alle esigenze generali dell’economica nazionale”, e quindi non influisce in alcun modo sulla loro autonomia.
Le ricorrenti lamentano, peraltro, che la norma impugnata influisce sul potere delle amministrazioni di decidere l’istituto di credito nel quale depositare le somme derivanti dalle proprie entrate e, quindi, di negoziare un tasso d’interesse attivo superiore rispetto a quello garantito dal deposito nei conti della Tesoreria provinciale.
Sul punto al Corte rileva che la possibile minor redditività dei depositi “non incide in misura costituzionalmente rilevante sulla autonomia finanziaria delle Regioni e degli enti locali, considerato che il sistema di tesoreria unica assicura per legge agli enti ad esso sottoposti un tasso di interesse – determinato secondo criteri di mercato – sulle somme derivanti da entrate proprie, garanzia che il sistema bancario non può offrire con altrettanta certezza a tutti gli enti; e considerate altresì, sia le circostanze straordinarie della finanza del settore pubblico allargato, sia la temporaneità della misura.”.
Il giudice rileva inoltre che i tratti essenziali dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali, ovvero la possibilità di far fronte agli impegni di spesa o all’allocazione delle risorse, non viene intaccata; ciò che viene in discussione è solo una limitazione alla possibilità di ottenere ulteriori entrate grazie all’applicazione di interessi attivi più favorevoli.
Tuttavia, tale possibilità “…può ben essere sacrificata dinanzi alla necessità di adottare principi di coordinamento della finanza pubblica per tutti i soggetti del settore pubblico allargato in circostanze straordinarie che riguardano sia l’ente Stato, sia gli altri soggetti dell’ordinamento.”.
Pertanto anche la questione sollevata con riferimento all’art. 119 della Costituzione viene dichiarata infondata posto che “…, in una situazione di eccezionale gravità economico-finanziaria, nella quale tutti gli enti del settore pubblico allargato sono chiamati a contenere il fabbisogno finanziario e a contribuire alla riduzione dell’emissione di titoli di Stato, i rimedi predisposti dal legislatore non derogano al riparto delle competenze fissato dal Titolo V della Parte seconda della Costituzione, né limitano le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali (sentenza n. 151 del 2012).”.
Infine, vengono dichiarate infondate anche le censure sollevate con riferimento all’art. 118, della Costituzione, considerato che la norma impugnata non determina la soppressione dei servizi di tesoreria degli enti territoriali, che continueranno a svolgere il complesso di operazioni collegate alla gestione finanziaria dei rispettivi enti, con il solo limite derivante dal fatto che, fino al 31 dicembre 2014, i tesorieri debbono coordinarsi con le sezioni di Tesoreria provinciale per quanto riguarda tutte le operazioni di cassa e non solo con riferimento all’uso di somme derivanti dalle entrate non proprie dell’ente, depositate sui conti infruttiferi della tesoreria provinciale.
Ulteriori censure, per violazione degli artt. 117 e 119 della Costituzione, sono state sollevate con riferimento al comma 9, dell’art. 35, del decreto-legge n. 1 del 2012, con il quale si prevede che, con decreto del Ministero dell'Economia e delle finanze da emanare entro il 30 aprile 2012, vengano individuati gli investimenti finanziari che debbono essere smobilizzati entro il 30 giugno 2012, i cui introiti dovranno essere riversati sulle contabilità speciali aperte presso la tesoreria statale.
In merito a tali censure la Corte, nel dichiarare infondata la questione sollevata, rileva che il decreto ministeriale è un atto “di carattere essenzialmente tecnico” che rientra nell’ambito di una funzione amministrativa dello Stato. Non ha natura regolamentare, è attuativo del principio di coordinamento della finanza pubblica di cui al comma 8 del medesimo art. 35 e costituisce uno degli strumenti necessari per avviare il funzionamento del sistema di tesoreria unica, diretto a far confluire tutte le giacenze degli enti territoriali nella Tesoreria erariale, tra le quali rientrano anche gli investimenti finanziari degli enti stessi.
Inoltre, anche in questo caso, così come argomentato con riferimento alle analoghe censure sollevate in merito al comma 8 dell’art. 35, non vi è lesione dell’autonomia finanziaria degli enti territoriali, così come non vi è per gli stessi alcuna perdita economica, poiché lo smobilizzo degli investimenti finanziari non incide sull’assunzione degli impegni di spesa o sull’allocazione delle risorse da parte degli enti.
Da ultimo la Corte esamina anche le ulteriori censure sollevate con riferimento al comma 13 dell’art. 35 del decreto-legge impugnato, in base al quale “fermi restando gli ordinari rimedi previsti dal codice civile, per effetto delle disposizioni di cui ai precedenti commi, i contratti di tesoreria e di cassa degli enti ed organismi di cui al comma 8 in essere alla data di entrata in vigore del presente decreto possono essere rinegoziati in via diretta tra le parti originarie, ferma restando la durata inizialmente prevista dei contratti stessi. Se le parti non raggiungono l'accordo, gli enti ed organismi hanno diritto di recedere dal contratto.”.
Le ricorrenti censurano la norma sull’assunto che a seguito della rinegoziazione dei tassi tra enti pubblici e tesorieri, per effetto della riduzione del tasso d’interesse, si determina una minor redditività delle giacenze di cassa, che configurerebbe una lesione all’autonomia finanziaria di Regioni ed enti locali.
Sul punto la Corte osserva che “una volta riconosciuto che il sistema di tesoreria unica previsto dalla normativa impugnata non viola l’art. 119 Cost. e che la minore redditività da interessi bancari non influisce in misura costituzionalmente rilevante sulla autonomia finanziaria degli enti, le censure prospettate in relazione all’art. 35, comma 13, debbono essere rigettate”.