Source: http://www.dialogoweb.org/Pubblica%20Amministrazione/Ato-rifiuti.htm
Timestamp: 2018-12-15 14:49:16+00:00
Document Index: 132140271

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 49', 'art. 3', 'art. 53', 'sentenza ', 'art. 1']

ATO-rifiuti solidi urbani e ATO-acqua: riflessioni su una tassa ritenuta onerosa ed iniqua
Tra i presupposti istitutivi degli ATO (Ambiti Territoriali Ottimali) c’è l’esigenza di razionalizzare, cioè rendere più efficienti, efficaci ed economici, i servizi pubblici relativi al settore idrico ed a quello dei rifiuti solidi urbani. Ma, stando alle bollette pervenute ai cittadini, lo stupore è stato di constatare l’eccessiva onerosità dei tributi richiesti per superfici abitative di circa 100 mq. per una famiglia composta da quattro persone ed altrettanto gravosi per locali ad uso non abitativo. E tanto maggiore è stato lo stupore per i tagli subiti dai già compressi bilanci familiari quanto più si è acquisita la consapevolezza che a fare da cornice della «benvenuta nuova tassa» è uno scenario inquietante, che sa di grottesco, per il fatto che gli ATO sono delle società per azioni che liquiderebbero lauti compensi ai propri consigli di amministrazione del tenore di 6.000 o 7.000 euro, pagati dal cittadino.
Dall’iniziativa intrapresa da qualche Comune sembra che le tariffe imposte ai cittadini non siano state determinate dall’Ente locale, previa individuazione del costo complessivo del servizio e con una modulazione delle tariffe che assicurino agevolazioni per le utenze domestiche e per la raccolta differenziata – come prescritto dall’art. 3 del D.P.R. 27 aprile 1999, n. 158, e dall’art art. 49, comma 10, del D.L.vo 5 febbraio 1997, n. 22 (cosiddetto «decreto Ronchi», di attuazione di alcune direttive CEE - 91/156/CEE - in materia di rifiuti) –, bensì direttamente dall’ATO. Si aggiunga, inoltre, che la tariffa non avrebbe usufruito dell’abbattimento previsto, in quanto l’ATO non avrebbe ancora avviato la raccolta differenziata e la raccolta di materiale riciclabile come carte, materiale ferroso e altro.
Poiché gli ATO nascono come imprese private, è giusto che si differenzino da un’impresa privata qualunque, in quanto il loro fine costitutivo è rappresentato dallo svolgimento di un servizio pubblico essenziale, le cui tariffe «pubbliche» sono imposte unilateralmente, non derivando dal mercato, cioè dall’incontro della domanda e dell’offerta dei beni e servizi al consumo in regime di libera concorrenza.
Ciò significa che il consumatore non è posto in condizione di scegliere, come può fare ad esempio con un paio di scarpe o con un detersivo, ma è costretto a soggiacere alle deliberazioni di un consiglio di amministrazione di una S.p.A., che stabilisce parametri in regime di monopolio quale risultato di una politica gestionale confacente alle strategie aziendali.
Giuridicamente, ma anche eticamente, il balzello ha un senso solo se discende dal volume reddituale complessivo dell’unità familiare e non già quando venga determinato in funzione della composizione del nucleo familiare. Giacché, se l’indice rivelatore di redditività, cui è commisurata la tassa, si basa esclusivamente sul numero dei componenti la famiglia, ciò implica, per il diritto tributario, la «legittimazione» del sistema di tassazione proporzionale. Vale a dire, stabilito che per la pubblica Amministrazione un tributo debba essere fissato – ad esempio – nel 10%, tutti i contribuenti pagheranno il 10%, sia che producano un reddito di 100 euro, sia che ne producano un altro in ragione di 10.000 euro.
A mio modesto avviso, nelle nuove bollette che verranno adottate dagli ATO si ravvisano gli estremi dell’imposizione proporzionale del tributo, in considerazione della riconducibilità della tassa alla persona. Vai a dimostrare che non è corretto operare in questo modo! Vai a dimostrare che non è assolutamente pensabile che se una persona produce un sacchetto di spazzatura, non è detto che quattro persone facenti parte di una stessa famiglia ne producano quattro! Di conseguenza, va già da se che il criterio della proporzionalità non è immediatamente perseguibile, né sul piano logico-deduttivo, né tanto più sul piano costituzionale.
Non solo. Il suddetto modo di operare, a mio parere, si pone in contrasto con gli artt. 3 e 53 della Costituzione. Art. 3: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». L’art. 3 viene invocato per la parte relativa alla dignità sociale di quei contribuenti che intendano formarsi una famiglia e non v’è ragione che gli stessi vengano penalizzati da un sistema tributario che persegua la capacità di procreazione dei consociati. Art. 53: «Tutti sono tenuti a concorrere alle stese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva».
E’ fin troppo chiaro, anche per i non addetti ai lavori, come il principio costituzionale del prelievo fiscale informi la propria politica sul gettito erariale non già sul sistema proporzionale della eguale ed indiscriminata partecipazione dei sacrifici economico-finanziari alla spesa pubblica di ciascun contribuente, bensì in modo direttamente proporzionale o progressivo del volume complessivo della propria capacità contributiva. Cioè a dire, maggiore è il reddito complessivo prodotto dal nucleo familiare, maggiore deve essere inteso il concorso del sacrificio richiesto al mantenimento della spesa pubblica.
A tale riguardo la Corte costituzionale, nel richiamare la propria costante giurisprudenza (sentenze nn. 159 del 1985, 23 del 1968, 128 del 1966, 30 del 1964, 12 del 1960) afferma che il principio di progressività previsto dall’art. 53 della Costituzione non si riferisce alle singole imposte, bensì all’ordinamento tributario considerato nel suo complesso.
Sembra il caso paragonare, per analogia, la nuova tassa ATO alla soppressa I.C.I.A.P. (imposta comunale per l’esercizio di arti, professioni e imprese), ricordando che la Corte costituzionale, con sentenza n. 103 del 1991, ha dichiarato la parziale illegittimità dell’art. 1 del D.L. 2 marzo 1989, n. 66 (Disposizioni urgenti in materia di autonomia impositiva degli enti locali e di finanza locale), convertito, con modificazioni, dalla legge 24 aprile 1989, n. 144, nella parte in cui non consentiva ai contribuenti di fornire alcuna prova contraria in ordine alla propria effettiva redditività.
Questa imposta, come si ricorderà, meglio nota al grosso pubblico come tassa sulla superficie delle attività destinate all’esercizio di attività commerciali, imprenditoriali e professionali, era applicata in uguale misura a tutti i contribuenti che esercitassero un’arte, un’impresa od una professione. Pagavano in uguale misura, cioè, il tabaccaio che disponeva di 100 mq. di locali, ma che dichiarava un reddito di 100.000.000 delle «vecchie lire» ed il gioielliere con gli stessi 100 mq. di locali ma con un reddito di 800.000.000 di lire.
Ricordiamo che il giudizio di illegittimità costituzionale è stato motivato dall’osservanza che l’incidenza percentuale dell’imposta dovuta risultava inversamente proporzionale alla capacità contributiva espressa dagli indici assunti dalla legge, e cioè il reddito e la superficie dell’insediamento produttivo, e non era quindi rispettosa del criterio della progressività espressamente previsto nel parametro costituzionale invocato.
Dal raffronto dell’I.C.I.A.P. appena richiamata con la tassa ATO emergono due aspetti di riflessione:
1) l’incidenza percentuale del nuovo balzello non tiene conto della capacità contributiva di ciascun nucleo familiare, ma è espressa solamente in termini di numero dei componenti la famiglia. Più si è in famiglia e più si paga. E’ scandaloso osservare che i bollettini dei versamenti della nuova tassa perverranno negli stessi importi a due famiglie tipo con lo stesso carico familiare di quattro persone: una con 100 di reddito, l’altra con 500 di reddito;
2) si assisterà contemporaneamente ad una asserita irrazionale disomogeneità del sistema impositivo, potendo ogni ATO fissare importi di tassazione diversi da ATO S.p.A ad ATO S.p.A., se non da Comune a Comune per attività identiche.
Gli accennati principi della «progressione impositiva» dovrebbero costituire linee di condotta da seguire, cui non si può derogare. Significherebbe rinunciare al progresso civile e democratico di un popolo costruito con anni di lotte sindacali per la conquista della libertà di riscatto dai poteri forti – «la politica e le lobbyes economiche» – in vista di maggiore giustizia sociale (Di quella libertà di cui sono stati capaci i cittadini del Comune di Enna, convinti che scendendo in massa in piazza per manifestare contro l’applicazione del nuovo tributo avrebbero sensibilizzato l’attenzione delle autorità competenti a rivedere l’articolazione dei parametri applicati, in quanto ritenuti onerosi ed iniqui. Ed i risultati di quella iniziativa non si sarebbero fatti attendere, dal momento che la Procura della Repubblica della stessa città, in ossequio al principio della obbligatorietà dell’azione giudiziaria, ha ravvisato la necessità di vederci chiaro nella convenzione per l’appalto del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani, al punto di chiedere l’acquisizione dei relativi incartamenti ai propri atti).