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Timestamp: 2018-06-20 02:03:32+00:00
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Stato-mafia, il processo all'atto conclusivo: le cose da sapere - Lettera43.it
Aggiornato il 20 aprile 2018 16 Aprile Apr 2018 1513 16 aprile 2018
Stato-mafia, il processo all'atto conclusivo: le cose da sapere
Dopo quasi cinque anni, 220 udienze e oltre 200 testimoni i giudici hanno emesso la sentenza. Condannati Mori, Dell'Utri e Ciancimino. Assolto l'ex ministro Mancino. Di Maio: «Oggi muore la Seconda Repubblica».
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Dopo quasi cinque anni di processo, circa 220 udienze e oltre 200 testimoni, il presidente della Corte d'assise di Palermo, Alfredo Montalto, ha dichiarato concluso il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia. I giudici hanno condannato a pene comprese tra 8 e 28 anni di carcere gli ex vertici del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l'ex senatore Marcello Dell'Utri, Massimo Ciancimino e i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà. Assolto dall'accusa di falsa testimonianza l'ex ministro democristiano Nicola Mancino. Prescritte le accuse nei confronti del pentito Giovanni Brusca. Condannati tutti gli altri imputati.
DI MAIO: «OGGI MUORE LA SECONDA REPUBBLICA». «La trattativa Stato-mafia c'è stata. Con le condanne di oggi muore definitivamente la Seconda Repubblica. Grazie ai magistrati di Palermo che hanno lavorato per la verità», ha scritto il capo politico del M5s Luigi Di Maio in un tweet.
«Questo processo e questa sentenza sono dedicati a Paolo Borsellino, a Giovanni Falcone e a tutte le vittime innocenti della mafia», ha detto il pm Vittorio Teresi, dopo la lettura del dispositivo. «È stata confermata la tesi principale dell'accusa che riguardava l'ignobile ricatto fatto dalla mafia allo Stato a cui si sono piegati pezzi delle istituzioni», ha concluso.
DI MATTEO: «DELL'UTRI TRAMITE TRA MAFIA E CAV». «La sentenza dice che Dell'Utri ha fatto da cinghia di trasmissione tra le richieste di cosa nostra e l'allora governo Berlusconi che si era da poco insediato. La corte ritiene provato questo», ha detto il pm Nino Di Matteo, storico magistrato del pool, «il verdetto dice che il rapporto non si ferma al Berlusconi imprenditore ma arriva al Berlusconi politico».
IL M5S: «ORA SALVINI DECIDA». I vertici del M5s restano in attesa della prossima mossa di Matteo Salvini alla luce della decisione dei giudici. La sentenza sulla trattativa Stato-mafia, si sottolinea, obbliga il leader della Lega a prendere una decisione. E comunque la sentenza di Palermo, assieme alle dichiarazione di oggi di Berlusconi, per i vertici del Movimento mettono una pietra tombale su ogni ipotesi di interlocuzione con Forza Italia
LA SODDISFAZIONE DI MANCINO. «Sono sollevato. È finita la mia soffrenza anche se sono sempre stato convinto che a Palermo ci fosse un giudice. La sentenza è la conferma che sono stato vittima di un teorema che doveva mortificare lo Stato e un suo uomo che tale è stato ed è tuttora», ha detto Mancino che è stato assolto dal reato di falsa testimonianza nel processo. Il dibattimento era iniziato il 27 maggio 2013 per uno dei processi che più ha fatto parlare negli ultimi anni, dove boss, politici e carabinieri sono accusati di avere intavolato un dialogo scellerato tra la mafia e le istituzioni.
1. L'obiettivo della presunta trattativa: un accordo per porre fine alle stragi
Una trattativa finalizzata a far cessare gli attentati e le stragi, avviati nel 1992 e proseguiti nel 1993, per indurre lo Stato a piegarsi alle richieste dei 'padrini' di Cosa nostra. Un dialogo fatto di concessioni carcerarie e impunità in cambio della fine del sangue e degli attentati a inizio Anni 90 avevano messo in ginocchio il Paese. Tra gli imputati, i boss mafiosi Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Antonino Cinà (Totò Riina è morto a novembre), gli ex alti ufficiali del Ros Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno; Massimo Ciancimino, l'ex senatore Marcello Dell'Utri e l'ex ministro Mancino. Ciancimino era accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e calunnia nei confronti dell'ex capo della polizia, Gianni De Gennaro. Tutti gli altri erano accusati di violenza a corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato.
2. Le controversie del processo: critiche e polemiche attorno all'impianto accusatorio
A istruire il dibattimento Nino Di Matteo, divenuto simbolo del pool, Roberto Tartaglia, il più giovane dei pm, Vittorio Teresi e Francesco Del Bene. Quattro anni e otto mesi di dibattimento, circa 220 udienze, centinaia di esami testimoniali, audizioni di politici eccellenti tra cui l'ex capo dello Stato Giorgio Napolitano, dichiarazioni spontanee, schermaglie tra le parti, rivelazioni di piani di attentati e minacce ai danni di Di Matteo: la vita di quello che è stato definito il processo del secolo è lunga, complessa e densa di polemiche. C'è chi lo definisce un maldestro tentativo di riscrivere la storia del Paese, chi insorge per la qualificazione giuridica del reato contestato agli imputati.
3. Lo scontro col Colle: i nastri distrutti dopo la sentenza della Consulta
Critiche e invettive che culminano nello scontro tra l'accusa e il Colle dopo le intercettazioni delle telefonate tra Napolitano e Mancino, finito davanti alla Consulta. Alla fine i giudici hanno dato ragione al capo dello Stato e ordinato la distruzione dei nastri irrilevanti per l'inchiesta. La procura ha completato la requisitoria a gennaio. Nel frattempo è morto il boss mafioso Totò Riina.