Source: https://ltantalo.com/2011/02/08/responsabilita-sanitaria-per-la-cassazione-sono-responsabili-dei-danni-al-nascituro-la-clinica-lequipe-ed-il-ginecologo-cassazione-233472011/
Timestamp: 2018-08-20 20:45:53+00:00
Document Index: 15304694

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 2236']

Responsabilità sanitaria: per la Cassazione sono responsabili dei danni al nascituro la clinica, l’equipe ed il ginecologo (Cassazione 23347/2011). « Studio Tantalo Fornari
Responsabilità sanitaria: per la Cassazione sono responsabili dei danni al nascituro la clinica, l’equipe ed il ginecologo (Cassazione 23347/2011).
Postato il 8 febbraio 2011
Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza 29 novembre 2010 – 1 febbraio 2011, n. 2334
Il Tribunale di Roma, con sentenza 27 giugno 2002, accertava la responsabilità della Casa di cura V.P. di Roma e del chirurgo ginecologico, Dott. M.T. , nella determinazione delle lesioni gravi subite dalla neonata A..C., nonché dell’ulteriore evento morte, avvenuto a distanza di nove anni dalla nascita, condannandoli entrambi in solido al risarcimento dei danni subiti dai genitori, C..C. e R..F. , e dal fratello M.C. , sia in proprio che in qualità di eredi.
Il Tribunale accoglieva, inoltre, le domande di manleva proposte da entrambi i danneggianti nei confronti delle rispettive compagnie di assicurazione, assolvendo invece la terza convenuta, P.I., sul rilievo che la stessa, nella sua qualifica di levatrice, non aveva contribuito a cagionare l’evento.
Proponeva appello avverso tale decisione la Casa di cura V.P., gestita dalla società a responsabilità limitata, P., sottolineando che la ricostruzione del primo giudice aveva erroneamente considerato in colpa la clinica nonostante l’intervento di taglio cesareo fosse stato eseguito in conformità delle tecniche condivise dalla scienza medica.
Il primo giudice aveva posto in evidenza la mancanza di strutture adeguate per l’assistenza della neonata all’interno della Casa di cura, ma non aveva considerato che le sofferenze fetali, antecedenti al ricovero, erano avvenute del tutto al di fuori del controllo della clinica e dei suoi sanitari.
I congiunti della C. si costituivano in giudizio, chiedevano il rigetto dell’appello e con appello incidentale sollecitavano la riforma della decisione di primo grado, con la condanna della P. che aveva accompagnato la partoriente nella clinica ed alla quale la stessa si era affidata dopo aver rilevato la mancanza di movimenti del feto. Gli stessi appellanti incidentali riproponevano tutti gli argomenti svolti nel giudizio di primo grado relativamente alla responsabilità della Casa di Cura e del medico, Dott. T. anche per quanto riguardava il periodo precedente al ricovero.
Il ginecologo, Dott. T., rilevava, a sua volta – costituendosi in giudizio – la mancata integrazione nel giudizio di primo grado del contraddittorio nei confronti degli altri operatori sanitari, in particolare dell’anestesista e del pediatra, ai quali doveva addebitarsi, in effetti, il mancato intervento sulla neonata subito dopo il parto.
Il dottor T. contestava la propria responsabilità ed in subordine chiedeva la riduzione del risarcimento riconosciuto a suo carico.
Le compagnie di assicurazione si costituivano in giudizio. L’AXA, in particolare, deduceva che il massimale di polizza era di duecento milioni, precisando che per persona sinistrata doveva intendersi ogni soggetto che avesse subito il sinistro (e che non potevano considerarsi persone sinistrate i genitori della neonata).
La Corte d’appello di Roma rigettava l’appello principale proposto da P. s.r.l. nei confronti di C.C. e F.R. .
Accoglieva, invece, l’appello incidentale proposto dal Dott. T.M. e dalla Italiana Assicurazioni, rigettando le domande proposte nei loro confronti dai genitori di A.C. .
Accoglieva, infine, l’appello incidentale della AXA, dichiarando che il massimale generale di polizza era di 750.000.000 di lire per ogni sinistro e di lite 200.000.000 per ogni persona danneggiata (ivi compresa la minore, il cui risarcimento era stato riconosciuto “iure successionis” al fratello ed ai genitori).
Una prima responsabilità i giudici di appello rilevavano in quanto accaduto il giorno precedente al parto. L’esame cardiotocografico del (OMISSIS) (del quale non vi era traccia negli atti della clinica) aveva dato esito non tranquillizzante, tanto che la partoriente era stata invitata a ripresentarsi al mattino successivo per essere sottoposta a parto cesareo.
Il riscontro di un tracciato che deponeva per la sussistenza di sofferenza fetale avrebbe dovuto consigliare i medici della clinica a trattenere la F. al fine di controllarla ad intervalli regolari, ove la situazione si fosse fatta critica.
Disinvoltamente, la partoriente era stata invitata a ripresentarsi il giorno successivo, quando avendo il tracciato del nuovo esame segnalato gravi anomalie, e la paziente era stata finalmente sottoposta a taglio cesareo.
Osservavano i giudici di appello che, per quanto riguardava il ginecologo Dott. T., era pacifico che lo stesso non fosse presente in clinica la sera precedente al taglio cesareo.
Poiché il taglio cesareo era stato eseguito in modo regolare e nel breve volgere di una ora dal ricovero, egli non poteva essere considerato responsabile del ritardo con il quale la partoriente era stata sottoposta ad intervento.
Del resto, aggiungevano gli stessi giudici, al momento della nascita della neonata, l’intervento chirurgico non poteva dirsi ancora concluso, occorrendo ancora provvedere alla estrazione della placenta, alla pulizia della cavità uterina, alla chiusura della breccia uterina, al controllo dell’emostasi ed, infine, alla chiusura della parete addominale.
La stessa circostanza che il ginecologo fosse impegnato in tutte queste altre attività, escludeva, ad avviso della Corte territoriale, che lo stesso potesse occuparsi della neonata, soprattutto tenendo conto che erano presenti figure professionali dotate di migliori e specifiche cognizioni tecniche.
Per quanto riguardava le manovre di rianimazione primaria (certamente non eseguite sulla neonata) la Corte di appello sottolineava che le stesse sarebbero state piuttosto di competenza del pediatra e dell’anestesista, che tuttavia non erano stati chiamati in giudizio.
In sintesi, poiché l’intervento di taglio cesareo non aveva provocato di per sé alcun danno cerebrale, dovuto alla sofferenza prenatale pregressa, e rilevato che non era emersa alcuna responsabilità del ginecologo nella scelta di rimandare a casa la partoriente la sera precedente,e poiché per i fatti successivi alla nascita il dottor T. non poteva dirsi responsabile, i giudici di appello riformavano la decisione di primo grado sul punto.
Quanto alla liquidazione del danno, la stessa era effettuata dai giudici di appello con i criteri equitativi seguiti dalla giurisprudenza di merito, tenuto conto del gravissimo danno arrecato alla neonata, ridotta – a causa dalla sofferenza fetale – ad una via quasi vegetativa durata ben nove anni, con la necessaria assistenza dei genitori fino alla data della morte della bambina, ed il conseguente sconvolgimento della vita dei genitori e l’intenso dolore patito.
Avverso tale decisione la P. s.r.l. ha proposto ricorso per cassazione sorretto da sette motivi.
Resiste con controricorso la Italiana assicurazioni, AXA Assicurazioni e C..C. e R..F. (in proprio e quale esercenti la potestà genitoriale sul figlio minore C.M. , con controricorso).
Sia l’AXA assicurazioni che i genitori della minore deceduta hanno proposto ricorso incidentale, cui resistono la Italiana Assicurazioni e la società P. a r.l.
P., la rispettiva compagnia di assicurazione, e Italiana assicurazioni hanno depositato memorie ex art. 378 c.p.c..
Deve preliminarmente disporsi la riunione dei ricorsi proposti contro la medesima decisione. Con il primo motivo la ricorrente principale, P. s.r.l., denuncia violazione e falsa applicazione degli articoli 324 e 112 c.p.c. (vizio di extrapetizione).
La originaria domanda degli attori era circoscritta alla incompetenza della ostetrica, alla insufficienza della casa di cura per le apparecchiature, soprattutto per la mancanza di incubatrice, ed alla negligenza del ginecologo.
Il quesito di diritto con il quale si conclude il secondo motivo è del seguente tenore: “Dica la Corte di Cassazione se – come sostenuto – la Corte di appello sia incorsa nel vizio di extrapetizione in relazione alle originarie domande attoree e se vi sia stata violazione del contraddittorio e delle disposizioni sul litisconsorzio in relazione alla assenza dal giudizio dell’anestesista e del pediatra”.
Nella comparsa di risposta dei coniugi C. e F. in grado di appello si legge: “neppure condividiamo le conclusioni cui perviene il Tribunale riguardo l’esame eseguito la sera precedente il parto, la sera del (OMISSIS) , che, al contrario di quanto sostenuto in sentenza, è pacificamente riconosciuto (essere) avvenuto presso la Casa di Cura, tanto che ad esso fanno riferimento sia il T. sia la P. , nelle rispettive comparse di risposta redatte in prime cure, addirittura assumendo la circostanza come punto di forza, al fine di sostenere la cura con cui sarebbe stato eseguito il caso”.
In particolare, secondo gli originari attori, la colpa del dottor T. (medico di fiducia della F.) sarebbe consistita, innanzi tutto, nel fatto di non avere indirizzato la partoriente verso un centro dotato di apparecchiature idonee, nel non avere trattenuto la F. la sera del (OMISSIS) , ed infine, per non avere – il ginecologo – eseguito personalmente tutte le manovre di rianimazione necessarie sulla neonata (in mancanza di attività svolta da anestesista e pediatra-neonatologo).
Deve necessariamente concludersi che il “devolutum” in sede di appello riguardava l’accertamento della responsabilità del medico T. , oltre che di quella della Casa di cura.
3. Con il terzo motivo, la P. s.r.l. denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione, nonché travisamento dei fatti e dei presupposti, contraddittorietà (art. 360 n. 5 c.p.c.).
Il quesito di diritto formulato è del seguente testuale tenore: “Dica la Suprema Corte se la Corte di appello sia incorsa nella violazione dell’art. 2697 c.c. dando per provati a vantaggio degli originari attori – due fatti – l’esistenza dell’esame cardiotocografico della sera prima del parto e la effettuazione dello stesso presso la Clinica V.P. – contestati dalla Clinica e rimasti privi di prove, sia documentali che orali, invertendo in tal modo l’onere della prova”.
Ciò nonostante, gli stessi giudici avevano ritenuto una responsabilità a carico del personale sanitario della Clinica, che pure aveva provveduto alla ventilazione con A., ed al successivo trasferimento patologia neonatale.
7. Con il settimo motivo, la P. deduce motivazione omessa, insufficiente e contraddittoria in merito alla quantificazione del danno (art. 360 n.5 c.p.c.).
I motivi del ricorso principale, dal terzo al settimo devono essere esaminati congiuntamente insieme con il primo motivo del ricorso incidentale proposto da C..C. e R..F. . Con questo motivo i ricorrenti incidentali denunciano omessa motivazione su un fatto controverso e decisivo per quanto riguarda l’accertamento della responsabilità del Dott. T. (art. 360 n.5 c.p.c.), esclusa dalla Corte territoriale (che ha accolto sul punto l’appello incidentale del Dott. T. ).
Ad avviso dei ricorrenti incidentali, i giudici di appello avevano attentamente esaminato l’opera professionale svolta dal Dott. T., in quanto medico ginecologo, senza spendere – tuttavia – una sola parola sull’addebito relativo alla violazione dei cosiddetti “doveri di protezione” che riguardano anche la fase precedente al ricovero ed al parto.
Ad avviso dei ricorrenti incidentali, escludendo ogni responsabilità a carico del Dott. T., i giudici di appello non avrebbero tenuto conto del mancato rispetto di quel reticolo di doveri di informazione e di cura del proprio assistito, che avrebbe dovuto imporre al ginecologo di avvisare i coniugi C. e F. della situazione organizzativa e funzionale della casa di cura verso la quale egli li stava indirizzando, nonché di attivarsi, nella inerzia della clinica, subito dopo la effettuazione degli accertamenti che avevano posto in evidenza una possibile sofferenza del feto.
Sia la ostetrica P., che il ginecologo T., medico di fiducia della F. , in effetti, erano stretti collaboratori della Casa di cura.
Ritiene il Collegio che il primo motivo del ricorso incidentale dei coniugi C. e F. sia fondato e infondati i motivi dal terzo al settimo del ricorso principale P. s.r.l.
La F. aveva scelto per il parto la Casa di cura V.P. e la sera del (OMISSIS) , accompagnata dalla ostetrica P., si era recata presso la clinica, avendo avvertito una diminuzione dei movimenti fetali.
L’esame cardiotocografico, del quale non vi era traccia agli atti (ma che certamente era stata eseguito presso la Casa di Cura V.P.), non era stato affatto tranquillizzante, tanto che la paziente era stata invitata a ripresentarsi il giorno successivo.
Ha concluso la sentenza impugnata “il non aver predisposto un tale piano costituisce in colpa la clinica per i danni conseguenti al ritardo nella esecuzione del parto cesareo”.
Le censure di vizi della motivazione, denunciate con il primo motivo del ricorso incidentale C. -F. , sono fondate anche alla luce della giurisprudenza di questa Corte relativa all’inadempimento contrattuale.
Si richiama la giurisprudenza in materia di responsabilità professionale medica, secondo la quale (Cass. 19 maggio 1999 n. 4852): “La responsabilità del medico in ordine al danno subito dal paziente presuppone la violazione dei doveri inerenti allo svolgimento della professione, tra cui il dovere di diligenza da valutarsi in riferimento alla natura della specifica attività esercitata; tale diligenza non è quella del buon padre di famiglia ma quella del debitore qualificato ai sensi dell’art. 117 6, secondo comma cod.civ. che comporta il rispetto degli accorgimenti e delle regole tecniche obbiettivamente connesse all’esercizio della professione e ricomprende pertanto anche la perizia; la limitazione di responsabilità alle ipotesi di dolo e colpa grave di cui all’art. 2236, secondo comma cod.civ. non ricorre con riferimento ai danni causati per negligenza o imperizia ma soltanto per i casi implicanti risoluzione di problemi tecnici di particolare difficoltà che trascendono la preparazione media o non ancora sufficientemente studiati dalla scienza medica; quanto all’onere probatorio, spetta al medico provare che il caso era di particolare difficoltà e al paziente quali siano state le modalità di esecuzione inidonee ovvero a questi spetta provare che l’intervento era di facile esecuzione e al medico che l’insuccesso non è dipeso da suo difetto di diligenza”.
Ed ancora (Cass. S.U. 11 gennaio 2008 n. 577): “In tema di responsabilità contrattuale della struttura sanitaria e di responsabilità professionale da contatto sociale del medico, ai fini del riparto dell’onere probatorio l’attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia ed allegare l’inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”.
Per quanto riguarda il caso di specie, deve rilevarsi che il primo contatto ebbe a verificarsi con la clinica V.P. e con il ginecologo T. il (OMISSIS) , quando l’ostetrica P. , amica e levatrice, ebbe ad accompagnare la F. dal ginecologo della Clinica perché la partoriente avvertiva la diminuzione dei movimenti fetali.
Il contatto ebbe a proseguire il giorno successivo, (OMISSIS) , alle ore 10,40, quando avvenne il ricovero contrattualmente convenuto e nel breve volgere di un’ora la partoriente fu sottoposta a taglio cesareo.
Solo alle 14,30 (e dunque circa tre ore dopo il parto) la clinica provvedette a trasferire la neonata, in stato di sofferenza ischemica grave, presso il Centro Specialistico Policlinico (OMISSIS), da cui la neonata venne dimessa in data (OMISSIS) (dopo quattro mesi) con la diagnosi di “asfissia perinatale convulsiva”.
È appena il caso di ricordare che in un caso che presenta alcune analogie con quello di specie, questa Corte ha ritenuto: “correttamente motivata la decisione di merito la quale abbia qualificato in termini di colpa grave la condotta del medico ostetrico che, dinanzi ad un arresto della progressione del feto al momento del parto, abbia atteso più di tre ore prima di predisporre ed effettuare un intervento cesareo” (Cass. 9 maggio 2000 n. 5881).
I motivi dal secondo al quarto del ricorso incidentale C. -F. , espressamente indicati come condizionati, sono assorbiti in conseguenza dell’accoglimento del primo motivo del ricorso incidentale.
Conclusivamente il ricorso incidentale C. -F. deve essere accolto nei limiti sopra indicati (con assorbimento degli altri motivi).
Il ricorso principale di P. e quello incidentale di AXA devono essere rigettati.
Questo articolo è stato pubblicato in Avvocati, Sentenze ed etichettato cassazione, Danno, responsabilità medica, Risarcimento, Risarcimento del danno, sentenze.
Questa mattina in Corte d’Appello una causa del 2005 rinviata al 2012; ieri in mediazione, in due ore e mezza risolta una situazione spinosa, evitando una causa lunga, costosa e inutile.
Cartelle esattoriali, ipoteche e fermi amministrativi illegittimi: i soprusi di Equitalia Gerit