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Timestamp: 2017-11-21 09:48:08+00:00
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Mi serve aiuto...Cercasi sentenze... - Massimario - ROMOLOROMANI.IT
Mi serve aiuto...Cercasi sentenze...
a firma di sonia., January 23, 2012 in Massimario
urgentemente... please...
sonia. 18
Pubblicato il giorno January 23, 2012
Non riesco a reperire due sentenze della Cassazione:
1) n. 6065 17/03/06
2) n. 10470 01/08/01
Mi aiutate per piacere??? Ho bisogno di sapere di cosa trattano...
maffi 133
Pubblicato il giorno January 23, 2012 (modificato)
Cassazione civile, sez. II 01/08/2001 n. 10470
Dott. Rafaele	CORONA	- Presidente -
Dott. Carlo	CIOFFI	- Consigliere -
Dott. Umberto	GOLDONI	- Rel. Consigliere -
BRAGANTINI GIORGIO, CERPELLONI AUGUSTO, CERPELLONI ELISA, CORSI ZENO;
avverso la sentenza n. 1859-98 della Corte d'Appello di VENEZIA,
depositata il 23-11-98;
Massimo FEDELI che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.
Con citazione notificata in data 2.5.1983 Antonio Avesani, Rosa Stella Avesani e Angela Berzacola esponevano che: essi erano proprietari dei fondi censiti in catasto del Comune di Verona, sez. O, Quinzano, fol.5 (attuale fol. 46) mappali nn. 74, 75, 77, 78, 111, 112, 113, 114, 85-b, 134, dei quali il mappale 78, nella parte sud, era delimitato da un muretto a secco con sovrastante recinzione; nel maggio 1963 Giorgio Bragantini, proprietario dei mappali 92, 93, 120 dello stesso foglio, aveva ottenuto il permesso di attraversare, per circa un mese, la loro proprietà, ma, scaduto il termine, aveva continuato a passare attraverso il mappale 78 per accedere ai predetti mappali di sua proprietà; nelle more del giudizio, promosso dal loro dante causa Albino Avesani nei confronti del Bragantini e volto a ottenere sentenza negatoria di servitù (e che si sarebbe concluso con sentenza, emessa dal Pretore di Verona in data 28.5.79, di accoglimento della domanda), Augusto Cerpelloni ed Elisa Cerpellini, proprietari dei beni censiti in catasto terreni del Comune di Verona, sez O, Quinzano, fol.5 (attuale fol.46) mappali nn. 86, 148, 149 e 150, avevano iniziato a transitare attraverso il predetto mappale n.78 (attuale 141) di proprietà di esso Avesani, approfittando dell'apertura creata dal Bragantini nel mappale 78, quantunque avessero la possibilità di usufruire di altro passaggio, proveniente da via Are Zovo e posto in fregio ai mappali 81, 82, 83 e 84.
Premesso quanto sopra, convenivano in giudizio - dinanzi al Tribunale di Verona - i predetti consorti Cerpelloni, chiedendo sentenza negatoria di servitù di passaggio, a carico dei fondi di loro proprietà, nonché a favore dei mappali 86 e 149 di proprietà di Elisa Cerpelloni.
I consorti Cerpelloni, sul presupposto di aver esercitato il passaggio fin dal 1948 sugli immobili degli attori, per accedere e recedere dai loro fondi, chiedevano il rigetto delle domande e, in via riconvenzionale, l'accertamento dell'acquisto - per usucapione - del diritto di servitù di passaggio a favore delle loro proprietà e a carico dei terreni degli avversari.
Con altra citazione, i medesimi consorti Avesani - Berzacola - menzionando le stesse circostanze di fatto descritte nella citazione sopra indicata e precisando che anche Danilo Cherubini, proprietario del mappale 87 del medesimo foglio aveva iniziato a passare attraverso l'apertura del muro sul mappale 141 ex 78 - citavano in giudizio lo stesso, pure dinanzi al Tribunale di Verona, per ottenere sentenza negatoria di servitù a favore di detto mappale e a carico delle proprietà di essi attori.
Si costituiva il Cherubini, chiedendo il rigetto delle domande e, in via riconvenzionale, l'accertamento del diritto di servitù a favore del mappale 87 e a carico dei fondi degli attori.
Le due cause venivano riunite.
Con sentenza n.199-1995, emessa in data 20.12.1994-27.1.1995, il Tribunale di Verona: 1) dichiarava estinto il processo tra gli attori e Danilo Cherubuni, per rinunce agli atti, reciprocamente adottate; 2) pronunziava l'inammissibilità delle domande possessorie, proposte da Giorgio Bragantini, osservando che - non essendo egli parte del giudizio petitorio - non esisteva la competenza del Tribunale, poiché l'art.704, 1 comma cpc presupponeva la connessione non solo oggettiva, ma anche soggettiva, tra le cause petitoria e possessoria; 3) osservava che - con memoria istruttoria 23.9.1993 e nell'udienza di precisazione delle conclusioni in data 4.11.1993 - i consorti Cerpelloni - Bragantini avevano svolto, per la prima volta, domanda di costituzione di servitù coattiva a favore dei fondi di rispettiva proprietà e a carico degli immobili dei consorti Avesani - Berzacola; pertanto, mentre quest'ultima domanda - da ritenere nuova rispetto a quella dichiarativa dell'usucapione - era inammissibile, essendo stato rifiutato il contraddittorio dagli attori Avesani - Berzacola, la proposizione di tale domanda, del tutto incompatibile con la riconvenzionale precedentemente svolta, conduceva a dichiarare abbandonata l'originaria domanda; 4) in ogni caso, la domanda di acquisto della servitù per usucapione era infondata nel merito, sia perché attraverso le testimonianze assunte era risultato che il passaggio attraverso i fondi dei consorti Avesani - Berzacola non era avvenuto a vantaggio - ovvero per utilità - di altri immobili, ma solo a titolo personale da parte di indeterminate categorie di soggetti, per raggiungere un roccolo idoneo a esercitare la caccia, sia perché non era risultata la presenza di un'opera visibile e permanente, atta all'acquisto del diritto di servitù di transito per usucapione; 5) in ogni per caso, considerato che il possesso era stato esercitato non prima del 1968, il decorso del ventennio utile all'acquisto del diritto era stato interrotto sia con la notifica della citazione nel 1983, sia con la proposizione di un ricorso possessorio, nel 1965, da parte del dante causa degli attori in negatoria.
Di conseguenza il Tribunale, accolta la domanda negatoria e dichiarata inammissibile la domanda di servitù coattiva, respingeva le domande petitoria di usucapione e possessoria, osservando riguardo a quest'ultima la legittimità dell'operato degli Avesani - Berzacola sul proprio fondo.
Con sentenza in data 3.11-29.11.98, la Corte di appello di Venezia dichiarava la nullità della sentenza di primo grado, ordinando la remissione della causa al primo giudice e compensava le spese.
Rilevava la Corte territoriale che il percorso della servitù di passaggio richiesto dagli appellanti interessava anche il fondo di proprietà di tali Aleotti, non evocati in giudizio. Poiché si condivideva il principio secondo cui qualora il giudice debba pronunciarsi sulla esistenza di una servitù riguardante un passaggio, che debba esercitarsi su più fondi che si frappongano rispetto alla pubblica via, l'azione va esercitata nei confronti di tutti i proprietari di tali fondi, in qualità di liticonsorti necessari, perché attiene a un rapporto unico e inscindibile, in quanto una pronuncia che accogliesse la domanda proposta nei confronti solo di alcuni di essi sarebbe inidonea all'attuazione di quella utilità per la quale l'azione medesima è contemplata in quanto è possibile che gli "accordi diversi" non siano conclusi per mancanza di volontà dei proprietari dei fondi da assoggettare a vincolo, ovvero che le "domande separate" siano rigettate; la verifica, anche per le parti che hanno interesse contrario alla costituzione del peso, dell'esistenza di "opere visibili e permanenti" - condizione, tra l'altro, del modo di acquisto della servitù (usucapione), di cui si controverte nella fattispecie - non può non riferirsi all'intero percorso compreso tra il preteso fondo dominante e la via pubblica, il contraddittorio andava necessariamente integrato - nel corso del primo grado - nei confronti dei predetti "F.lli Aleotti", con la conseguenza che - in difetto - doveva essere dichiarata nulla la sentenza impugnata, e, ai sensi dell'art.354, 1 comma cpc, la causa andava rimessa al Tribunale di Verona, ai fini dell'integrazione stessa.
Con un unico motivo, i ricorrenti lamentano erronea applicazione dell'art.102 cpc e, conseguentemente, dell'art.354 stesso codice, avendo la Corte di appello di Venezia dichiarato la nullità della sentenza di primo grado rilevando come, relativamente alla domanda di intervenuta usucapione di servitù di passaggio avanzata dai Cerpelloni, dovesse essere integrato il contraddittorio nei confronti di tali Aleotti, proprietari di altro terreno su cui pure detta servitù si sarebbe consolidata.
È giurisprudenza consolidata quella secondo cui la servitù di passaggio costituita per usucapione ha natura di servitù volontaria ed è perciò irrilevante lo stato di interclusione del fondo, dovendosi prescindere dai requisiti per la costituzione ed il mantenimento della servitù di passaggio coattivo, desumibili dagli artt. 1051 - 1052 - 1055 c.c., che regolano detto istituto (cfr.
Cass.22.11.1996, n.10317; 29.5.1991, n.6063).
In un caso siffatto, la giurisprudenza di questa Corte è concorde e consolidata nel senso che l'actio negatoria servitutis è un'azione di accertamento diretta soltanto a far dichiarare l'inesistenza del diritto nei confronti di chi lo afferma, e pertanto la relativa causa ha natura scindibile per cui, nel caso di pluralità di fondi, siano essi serventi o dominanti, non da luogo, nè dal lato attivo nè dal lato passivo, ad un'ipotesi di litisconsorzio necessario, tra i proprietari interessati, dovendo sempre ravvisarsi una pluralità di rapporti di servitù (v. Cass.11.2.1987, n.1495; 28.9.1996, n.8565).
In un caso quale quello in esame, conseguentemente, non si verte in ipotesi di litisconsorzio necessario; ne consegue che sussiste la denunciata violazione dell'art. 102 cpc, e, conseguentemente, dell'art.354 stesso codice.
La statuizione delle Sezioni Unite di questa Corte (3.2.1989, n.670) riguarda infatti esclusivamente la servitù coattiva, e non può pertanto trovare applicazione nel caso che ne occupa; non sussiste l'ipotesi di litisconsorzio necessario (con violazione dell'art. 102 cpc) sicché non ricorrono i casi tassativamente previsti dall'art.354 stesso codice.
La Corte accoglie il ricorso, cassa e rinvia anche per le spese ad altra Sezione della Corte di appello di Venezia.
Così deciso in Roma, il 11.4.2001.
p.s. sei sicura che gli estremi della prima siano corretti?
Modificato January 23, 2012 da maffi
Grazie!!!!!!!!! Purtroppo non posso avere la certezza assoluta per gli estremi dell'altra sentenza perchè sono riportate in un atto di citazione... avrei bisogno di conoscerne il contenuto per ovvi motivi... (anche a me è venuto il dubbio che ci sia stato qualche errore nel riportare gli estremi)
Modificato January 23, 2012 da sonia.
Mi è venuto il dubbio che possa essere stato uno scambio di numeri e che quindi sia la 6056...
In ogni caso dovrebbe riguardare l'integrazione del contraddittorio nel caso di litisconsorzio necessario...
Comunione e condominio - Cose e servizi comuni di edifici - Condominio - Azione di accertamento della proprietà comune - Oggetto - Litisconsorzio necessario fra tutti i condomini - Configurabilità - Sussistenza - Fondamento.
Cassazione civile, sez. II 17/03/2006 n. 6056
Dott. PONTORIERI Franco	- Presidente -
Dott. MENSITIERI Alfredo	- Consigliere -
Dott. BOGNANNI Salvatore	- Consigliere -
Dott. CIOFFI	Carlo	- Consigliere -
Dott. TROMBETTA Francesca	- rel. Consigliere -
COSTRUZIONI EDILMONTANARI SPA, in persona dell'Amm.re unico e legale
rappresentante sig.	M.P., elettivamente domiciliato
in ROMA VIA POMPEO MAGNO 2/B, presso lo studio dell'avvocato
GRASSETTI FABRIZIO, che lo difende unitamente all'avvocato TURCHI
MASSIMO, giusta delega in atti;
Z.C., + ALTRI OMESSI
ROMA, VIA NAPOLEONE COLAJANNI 3, presso lo studio dell'avvocato
GIUGNI OTTORINO, che li difende unitamente agli avvocati FERRARESI
MARCO, BUONTEMPI SIMONETTA, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 704/01 della Corte d'Appello di BOLOGNA,
depositata il 12/07/01;
25/05/05 dal Consigliere Dott. TROMBETTA Francesca;
udito l'Avvocato TURCHI Massimo, difensore del ricorrente che ha
chiesto l'accoglimento del ricorso;
udito l'Avvocato GIUGNI Ottorino, difensore dei resistenti che ha
CAFIERO Dario che ha concluso per l'inammissibilità del 1^ motivo
del ricorso; accoglimento del secondo, assorbito il terzo.
Con atto di citazione notificato il 17.10.95 Z.C. ed altri 32 proprietari di unità immobiliari facenti parte del Condominio " (OMISSIS), convennero in giudizio davanti al Tribunale di Modena, la Costruzioni Edil - montanari s.p.a, deducendo: che la convenuta dopo aver costruito e venduto ad essi attori i singoli appartamenti e le relative pertinenze, non aveva trasferito ai condomini il possesso di due locali posti al pianoterra del fabbricato, da considerarsi parti comuni dell'edificio.
Chiedevano, pertanto, che il Tribunale accertasse proprietà comune pro indiviso dei locali in oggetto, a favore degli stessi attori, con condanna della convenuta all'immediato rilascio. Costituitasi, la convenuta si opponeva alla domanda, chiedendone il rigetto.
Il Tribunale con sentenza 18.5.98 accoglieva la domanda condannando la convenuta al pagamento delle spese giudiziali.
Su impugnazione della società attrice, la Corte di Appello di Bologna, con sentenza del 12.7.2001, rigettava l'appello.
Precisato che la proprietà comune dei locali di cui è causa, è basata sull'art. 1117 c.c. che l'attribuisce, in via presuntiva, alle parti dell'edificio, di qualunque genere che servano all'uso ed al godimento comune; afferma la Corte d'appello che eloquente e risolutiva è la denominazione "sale condominiali" attribuita dal proprietario costruttore dell'edificio, ai locali di cui si discute;
inizialmente progettati quali "garages" e successivamente denominati "cantine" su unilaterale iniziativa del costruttore denominazione quest'ultima priva tuttavia di rilievo per inusuale dislocazione a pianoterra, per il mancato uso come tali da parte del costruttore, per l'incompatibilità delle dimensioni rispetto alle cantine attualmente realizzate nei fabbricati di nuove costruzioni.
Ribadisce, la Corte d'appello, le attitudini funzionali dei suddetti locali all'uso ed al godimento comune, quali: la loro collocazione prossima alle scale ed in diretta comunicazione con l'esterno, le loro dimensioni, idonee allo svolgimento di assemblee condominiali ed alla fruibilità collettiva da parte di condomini di qualsiasi età per le più svariate ragioni.
Quanto all'esistenza del danno, ravvisato dal primo Giudice nella mancata disponibilità da parte dei condomini, afferma la Corte d'appello che il danno non richiede una prova specifica in quanto la privazione del possesso di un bene, idoneo di per se a recare utilità, è fonte di danno; essendo, inoltre, indubbio che i condomini siano dovuti ricorrere al disagevole ed oneroso reperimento di altri locali per tenervi le riunioni condominiali, per cui fondato è il criterio di liquidazione equitativa del danno, nella specie applicato.
Avverso tale sentenza ricorre in Cassazione la società Costruzioni Edilmontanari s.p.a.. Resistono con controricorso i condomini ivi indicati.
Deduce la società ricorrente a motivi di impugnazione:
1) la nullità della sentenza impugnata e della sentenza di primo grado, per violazione dell'art. 102 c.p.c.(art. 360 c.p.c., n. 4):
- per avere la Corte d'appello, nel confermare la sentenza del Tribunale che ha riconosciuto la proprietà dei locali in contea- stazione in capo a tutti i condomini (cioè anche a quelli che non hanno agito in giudizio), attribuito diritti e pronunciato condanne a favore di soggetti che non avevano partecipato al giudizio, per non essere stato integrato il contraddittorio nei loro confronti, quali condomini litisconsorti necessari, la cui esistenza risulta dalle stesse conclusioni della citazione in giudizio, dalla conclusionale di 1^ grado, nonchè dalle tabelle millesimali prodotte; 2) la violazione e falsa applicazione dell'art. 1117 c.c.;
contraddittorietà ed illogicità di motivazione su punto decisivo (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5).
- per avere la Corte d'appello erroneamente attribuito alla proprietà comune condominiale i locali di cui è causa, in forza della presunzione ex art. 1117 c.c., nonostante gli stessi, in quanto dotati di propria autonomia funzionale e strutturale potessero essere ritenuti comuni solo in forza di "titolo" nella specie, insussistente; contraddittoriamente argomentando dalla designazione come "sale condominiali" in una variante presentata al comune, nonchè dalla collocazione (vicino alle scale) e dalla dimensione dei locali argomenti incongrui nel ragionamento seguito dalla Corte finalizzato ad individuare una destinazione dei locali all'uso comune per iniziativa della stessa società costrut-trice, " per cui il dato rilevante era l'ultima destinazione dei locali ("cantine") all'epoca di stipula dei contratti di compravendita; mentre illogico era trarre prova a favore della proprietà condominiale dalle dichiarazioni del geom. C. (di voler ricavare un corrispettivo dalla realizzazione dei locali), presupponente nella società costruttrice la qualità di proprietaria; 3) la violazione degli artt. 1226 e 2697 c.c.; carenza di motivazione su punto decisivo (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5);
- per avere la Corte d'appello erroneamente confermato la sentenza di primo grado anche in ordine alla liquidazione equitativa del danno per la mancata disponibilità dei locali nonostante fosse ben possibile, nella specie, provare di aver tenuto le riunioni in altri locali, la relativa spesa, nonchè fornire elementi di giudizio sul valore locativo dei locali;
attribuendo, peraltro, la somma di L. 20.000.000, riferita all'intero condominio, solo ad una minoranza di condomini.
Il primo motivo di ricorso è fondato. E', infatti, opinione di questo collegio che, nella specie, trattandosi di accertare la proprietà comuni dei locali di cui è causa, in possesso della società Costruzioni Edilmontanari s.p.a., che assume di esserne proprietaria esclusiva, l'azione proposta, in quanto relativa ad un rapporto sostanziale plurisoggettivo unitario, legittimi ad agire congiuntamente tutti i condomini, configurandosi, quindi, una ipotesi di litisconsorzio necessario. L'accertamento della proprietà, da intendersi chiesto dai condomini attori con efficacia di giudicato, non può non comportare, data la natura plurisoggettiva unitaria del rapporto sostanziale, la presenza in giudizio di tutti i condomini, dal momento che il giudicato si forma nei confronti dei soli soggetti presenti in giudizio e che, affinchè esso sia opponibile a tutti i soggetti del rapporto sostanziale, è necessario che il processo si svolga con la presenza di tutti.
Nè è possibile superare la necessaria corrispondenza fra parti del rapporto plurisoggettivo dedotto in giudizio e parti processuali, come si sostiene da parte della dottrina, facendo applicazione del criterio che si ricava, in virtù del rinvio ex art. 1317 c.c., per le obbligazioni indivisibile, dall'art. 1306 c.c., che consente di estendere gli effetti favorevoli di una sentenza pronunciata nei confronti di uno o di alcuni dei diversi componenti dell'obbligazione solidale o indivisibile, a tutti gli altri; trattandosi di disciplina specifica dei rapporti obbligatori, la cui estensibilità ai rapporti assoluti appare arbitraria.
La tesi dei condomini attori, secondo cui l'azione proposta si configurerebbe come azione di tutela del loro diritto reale su una quota pro indiviso di una porzione immobiliare non è condivisibile, ai fini dell'esclusione della sussistenza del litisconsorzio necessario, in quanto, nella specie, la domanda mira ad accertare la contitolarità del diritto di proprietà in capo a tutti i condomini, perchè contestata nei confronti di tutti, dalla società ricorrente che vantando la proprietà esclusiva dei locali oggetto di causa, ha posto in discussione l'esistenza della condominialità e, quindi, di un rapporto soggettivo unico ed inscindibile (v. sent. 853/94); e ciò indipendentemente dalla mancata proposizione di una domanda riconvenzionale di riconoscimento della proprietà esclusiva.
Pertanto, emergendo dalla stessa sentenza di 1^ grado che esistono altri condomini, (oltre quelli che hanno agito in giudizio, circostanza, peraltro, non contestata), facenti parte del condominio (OMISSIS) la cui estraneità al presente giudizio, in una ipotesi cioè di litisconsorzio necessario, integra la violazione del principio del contraddittorio, con vizio dell'intero procedimento e conseguente nullità delle sentenze di 1^ e 2^ grado, rilevabile d'ufficio in ogni stato e grado del giudizio, e quindi anche in Cassazione; la causa in accoglimento del primo motivo di ricorso e con assorbimento degli altri, va, ai sensi dell'art. 383 c.p.c., comma 3, rimessa al primo Giudice, come dispongono gli artt. 353, 354 c.p.c.; nella specie al Tribunale di Modena che deciderà anche sulle spese del presente giudizio.
La Corte, in accoglimento del primo motivo di ricorso, dichiara la nullità delle sentenze di 1^ e 2^ grado e rinvia la causa al Tribunale di Modena, anche per la liquidazione delle spese del presente giudizio.
Così deciso in Roma, il 25 maggio 2005.
Depositato in Cancelleria il 17 marzo 2006
Grazie, davvero disponibile e....provvidenziale!