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Timestamp: 2020-08-11 01:05:01+00:00
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Cassazione Civile, sez. I, sentenza 19/09/2016 n° 18302
I controlli diretti ad accertare comportamenti illeciti dei lavoratori, quando comportino la possibilità del controllo a distanza della prestazione lavorativa dei dipendenti, sono soggetti alla disciplina di cui all'art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori in quanto la possibilità di effettuare tali controlli incontra un limite nel diritto alla riservatezza del dipendente, tanto che anche l'esigenza di evitare condotte illecite dei dipendenti non può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore.
La I sez. civile della Corte di Cassazione con la sentenza 24 giugno - 19 settembre 2016, n. 18302 ritorna su un argomento già affrontato diverse volte e cioè la legittimità di controlli effettuati dal datore di lavoro nei confronti dei propri dipendenti alla luce di quanto previsto dall’art. 4 dello Statuto de lavoratori che come noto di recente ha subito alcune modifiche.
Il contenzioso vede contrapposti l’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.a ed il Garante per la protezione dei dati personali in quanto quest’ultimo aveva emesso nei confronti dell’Istituto in data 21 luglio 2011 un provvedimento con il quale vietava l'ulteriore trattamento, nelle forme della conservazione e della categorizzazione, dei dati personali dei dipendenti, relativi: alla navigazione Internet, all'utilizzo della posta elettronica ed alle utenze telefoniche chiamate dai lavoratori, con contestuale imposizione dell'obbligo di informare gli utenti del trattamento dei dati personali. Inoltre il garante aveva richiesto l'adozione di misure idonee ad assicurare che fosse resa nota ai dipendenti l'identità degli amministratori di sistema abilitati ad accedere alle banche dati aziendali e che fosse assicurata la completezza del tracciamento di tutti gli accessi effettuati da detti amministratori.
L’Istituto impugnava senza successo il predetto provvedimento dinanzi al Tribunale di Roma per cui si è arrivati dinanzi alla Suprema Corte al fine di chiarire se effettivamente il comportamento del Poligrafico rivesta i caratteri dell’illegittimità.
La Corte di Cassazione, conferma in toto la decisione del giudice di I grado e al fine di risolvere in modo corretto la controversia in esame ritiene necessario operare, in materia, un contemperamento tra i diritti del datore di lavoro e, in particolare, alla libera iniziativa economica ed alla protezione dei beni aziendali, con la tutela dei diritto del lavoratore, in primo luogo alla riservatezza. Questo bilanciamento, sostiene la Corte, non è affidato alla valutazione della giurisprudenza, avendo il legislatore provveduto a dettare la disciplina generale della materia, in primo luogo proprio mediante le norme previste dall'art. 4 dello Statuto dei lavoratori. Infatti per comprenderne l'esatta portata, è necessario esaminare, oltre il suo testo letterale, anche la finalità della norma.
In particolare la disposizione di cui all'art. 4, comma 2, in esame collocata nel Titolo I dello Statuto, che prescrive regole per la tutela della libertà e dignità del lavoratore è rivolta ad assicurare al lavoratore che il controllo a distanza, anche solo potenziale, della sua attività lavorativa sia protetto da garanzie, qualunque sia la finalità per la quale il datore di lavoro predispone i controlli. Quando l'attività di vigilanza a distanza, realizzata dal datore di lavoro per qualsiasi finalità, permetta anche la mera "possibilità di controllo dell'attività lavorativa" fornita dal prestatore di lavoro, l'attività non è consentita se non a seguito del positivo esperimento delle procedure di garanzia di cui all'art. 4, comma 2, del medesimo Statuto. Non è possibile ritenere che il datore di lavoro possa liberamente utilizzare impianti e apparecchiature di controllo per qualsiasi finalità (di tutela dei beni aziendali, di accertamento e prevenzione dei comportamenti illeciti dei dipendenti, ecc.), eludendo il positivo esperimento delle procedure previste nell'art. 4, comma 2, in esame, quando derivi anche solo "la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori", a prescindere dalle sue intenzioni. Tale, invece, è stato il comportamento dell’Istituto Poligrafico che non ha mai ricercato un accordo con le rappresentanze dei lavoratori al fine di disciplinare i controlli, e neppure ha promosso le procedure suppletive che la legge prevede siano svolte qualora un accordo non sia raggiunto.
E’ vero che la giurisprudenza della Corte di Cassazione in materia con riferimento ai controlli difensivi ha concesso delle aperture si veda ad esempio la sentenza n. 4746 del 2002 con la quale la Suprema Corte ha escluso l’applicabilità dell’art. 4 della legge n. 300/70 ai controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore, i c.d. controlli difensivi. Il ragionamento della Corte, in tal senso, era chiaro: “Ai fini dell’operatività del divieto di utilizzo di apparecchiature per il controllo a distanza dell’attività dei lavoratori previsto dall’art. 4 l. n. 300 citata, è necessario che il controllo riguardi (direttamente o indirettamente) l’attività lavorativa, mentre devono ritenersi certamente fuori dell’ambito di applicazione della norma i controlli diretti ad accertare condotte illecite del lavoratore (cosiddetti controlli difensivi), quali, ad esempio, i sistemi di controllo dell'accesso ad aree riservate, o gli apparecchi di rilevazione di telefonate ingiustificate. Ma successivamente con la pronuncia n. 15892 del 2007, la Corte già rivedeva la propria precedente decisione, affermando che i controlli difensivi non possono giustificare l’annullamento di ogni garanzia: “Né l’insopprimibile esigenza di evitare condotte illecite da parte dei dipendenti può assumere portata tale da giustificare un sostanziale annullamento di ogni forma di garanzia della dignità e riservatezza del lavoratore”.
Tale principio è stato riaffermato in numerose pronunce successive e, con la sentenza n. 4375 del 2010, è stato applicato anche ai programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi ad Internet. La sentenza, dopo aver definito tale tipologia di controllo come “controllo preterintenzionale”, rientrante perciò nell’ambito di applicazione del secondo comma dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori, ha affermato, quanto segue: “i programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi Internet sono necessariamente apparecchiature di controllo nel momento in cui, in ragione delle loro caratteristiche, consentono al datore di lavoro di controllare a distanza e in via continuativa durante la prestazione, l’attività lavorativa e se la stessa sia svolta in termini di diligenza e di corretto adempimento”.
Come già sostenuto dal Garante nei propri accertamenti, il comportamento del poligrafico viola anche l’art. 8 dello Statuto dei lavoratori il quale prevede che è vietato al datore di lavoro "effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore". Ed acquisire e conservare dati che contengono (o possono contenere) simili informazioni importa già l'integrazione della condotta vietata, perché si risolve in una indagine non consentita sulle opinioni e condotte del lavoratore, anche se i dati non sono successivamente utilizzati.
Inoltre il Poligrafico provvedeva - non solo alla, di per sè lecita, inibizione dell'accesso dei lavoratori a determinate categorie di siti Internet, ma anche - alla registrazione dei cd. file Log (identificativi di indirizzo Ip, cioè della postazione di lavoro, dell'utenza contattata, della data ed ora dell'accesso o del tentativo di accesso), senza che fossero state espletate le procedure previste dalla legge per lo svolgimento delle attività che comportino anche solo la possibilità di controllo a distanza dei lavoratori. Ed è irrilevante che i lavoratori fossero stati messi a conoscenza delle modalità di acquisizione dei dati di traffico, conservati per un periodo di tempo prolungato (da sei mesi a un anno).
Con riguardo poi al servizio di posta elettronica il Poligrafico non ha fornito ai lavoratori un’informazione adeguata sulle modalità di trattamento dei dati, in relazione alla conservazione di quelli relativi alle comunicazioni in chiaro, e limitatamente ai lavoratori che avessero deciso di avvalersi del server aziendale per la conservazione dei messaggi di posta elettronica. La Suprema Corte oltre a confermare l’infondatezza delle argomentazioni del ricorrente (che sostiene di aver fornito tutte le informazioni necessarie ai lavoratori senza provarlo) aggiunge che il fatto di aver fornito informazioni ai propri dipendenti non è elemento decisivo per escludere la violazione del disposto di cui all'art. 4, comma 2, dello Statuto dei lavoratori. Inoltre quand'anche si informino i lavoratori della possibilità di archiviare i messaggi di posta elettronica sul server aziendale oppure sul PC messo a disposizione dall'azienda, questo non comporta che essi siano resi edotti che, scegliendo la prima opzione, i loro messaggi rimarranno, per un periodo di tempo prolungato, accessibili in chiaro dai soggetti abilitati alla consultazione.
Illegittima, inoltre, è anche la prolungata conservazione da parte del Poligrafico dei dati relativi al traffico telefonico dei dipendenti giustificata in modo superficiale dall’ esigenza di dover far fronte ad eventuali contestazioni della fatturazione da parte dei soggetti terzi.
Giovedì 07 Luglio 2016 07:27
Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 18/02/2016 n° 3212
L'obbligo in capo al datore di lavoro di garantire l'integrità del lavoratore si estende anche alla prevenzione delle rapine sul luogo di lavoro.
Ai sensi dell'articolo 2087 c.c., è previsto l'obbligo in capo al datore di lavoro di adottare tutte le misure atte a tutelare l'integrità psicofisica e la personalità morale del lavoratore.
Tale obbligo, si configura anche nel caso cui si renda necessario predisporre adeguati mezzi di tutela del lavoratore per contrastare un'attività criminosa di terzi qualora la prevedibilità di episodi di aggressione a scopo di lucro sia insita nella tipologia dell'attività esercitata alla luce della movimentazione di somme di denaro, nonché, qualora vi siano state reiterate rapine in un determinato arco temporale.
Il ricorso della Società soccombente è stato respinto in sede di giudizio di legittimità proprio alla luce di un'interpretazione estensiva dell'articolo 2087 c.c. imponendo l'articolo 2087 c.c., siccome necessario, l'apprestamento di adeguati mezzi di tutela dell'integrità fisiopsichica dei lavoratori nei confronti dell'attività criminosa di terzi, nei casi in cui la prevedibilità del verificarsi di episodi di aggressione a scopo di lucro sia insista nella tipologia di attività esercitata, in ragione della movimentazione, anche contenuta, di somme di denaro, nonché delle plurime reiterazioni di rapine in un determinato arco temporale (la pronuncia richiama altresì Cass. n. 23793/2015; Cass. n. 7405/2015)
Con la suddetta pronuncia, la Corte riconduce altresì la responsabilità del datore di lavoro nell'ambito della responsabilità di tipo contrattuale con il conseguente onere della prova a carico del datore di lavoro.
Più nello specifico, spetta al lavoratore che agisce avverso il datore di lavoro al fine di vedersi riconoscere il risarcimento del danno come conseguenza di infortunio sul lavoro dimostrare il fatto che costituisce l'inadempimento, il danno verificatosi, ed il nesso di causalità tra l'inadempimento ed il danno mentre, per quanto riguarda la responsabilità del datore di lavoro, questa è sottoposta alla presunzione ex art. 1218 c.c.
L'articolo 1218 c.c. infatti dispone come il debitore (in tal caso inteso come datore di lavoro) sia tenuto al risarcimento del danno se non prova che l'inadempimento o il ritardo sono conseguenza di causa a lui non imputabile.
Pertanto, spetterà al datore di lavoro fornire la prova di aver adottato tutte le cautele necessarie per evitare il danno, intendendo come cautele necessarie, anche quelle misure finalizzate a proteggere il lavoratore da eventuali aggressioni causate da terzi.
Mercoledì 06 Luglio 2016 07:04
Avevamo già pubblicato questa sentenza sulla nostra pagina Facebook nel 2012
Ora ci sembra il caso di ricondividerla, perchè sempre più spesso ci dimentichiamo quali siano i nostri diritti.
Sentenza del Tribunale di Roma: la chiusura degli halipak è compito degli OTA. Se imposta agli infermieri è demansionamento
Il giudice del lavoro, nel merito, ha ritenuto che “la chiusura dei ROT è mansione che non spetta agli infermieri bensì al personale OTA, come stabiliscono le declaratorie contrattuali” e che “l’utilizzo di personale per lo svolgimento di mansioni inferiori sia possibile solo occasionalmente e con criteri di flessibilità, e comunque sempre rispettando il criterio della qualifica funzionale immediatamente inferiore; nel caso di specie, essendo il ricorrente infermiere professionale, il suo utilizzo sarebbe dunque possibile solo per svolgere mansioni di infermiere generico e non certo di OTA.” Per tali motivi il giudice ha dichiarato che “la mansione di chiusura e confezionamento dei ROT costituisce demansionamento del ricorrente.”
Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Luglio 2016 07:07
Lunedì 04 Luglio 2016 14:54
Come sottolinea la Cassazione, l'applicazione dell'art. 1218 c.c.comporta per la struttura ed i sanitari convenuti in giudizio l'obbligo di fornire la prova liberatoria richiesta dalla norma. Per quanto riguarda, poi, la tenuta della cartella clinica, si tratta di un obbligo che grava sulla struttura, la cui violazione determina un danno per il paziente.
Ultimo aggiornamento Lunedì 04 Luglio 2016 14:55
Gli straordinari DEVONO essere pagati
Giovedì 21 Aprile 2016 13:29
Il pagamento delle ore effettuate in straordinario, o comunque eccedenti il monte orario previsto, essendo state fatte su richiesta dell'Azienda, e non per scelta personale, devono essere pagate o risarcite con riposi aggiuntivi, ma sempre dietro scelta precisa del dipendente.
Anche al termine del fondo per il pagamento dello straordinario, infatti, la retribuzione oppure il recupero sono esclusivamente a discrezione del dipendente, così come sancito dal CCNL 1998/2001, art.34, comma 6 e dal CCNL integrativo 2001, art.9.
A conferma di quanto detto è intervenuta recentemente anche una Sentenza del Tribunale del Lavoro di Busto Arsizio, la 1077/2014.
Il Giudice ha rilevato il pieno diritto del dipendente di richiedere il pagamento delle ore effettuate in straordinario.
Questo purchè derivanti da turni stabiliti dall'Azienda, per questo più di una volta abbiamo ricordato l'obbligo per l'Azienda ed il diritto del Dipendente di emanare ordini di servizio. Esso infatti permette, oltre alla tutela legale del dipendente, anche di dimostrare che le ore effettuate in straordinario sono state richieste dall'Azienda e non derivanti da una libera scelta del dipendente.
Lapidaria ed insofferrente alle giustificazioni aziendali, nella sentenza del Giudice Limongelli si legge: “….orbene la prassi non è legge mentre è legge che il lavoratore abbia diritto al pagamento almeno ogni anno……ma ciò che taglia la testa al toro e fa comprendere che l’azienda con tale furbo accorgimento, altro che prassi, ottiene di pagare quanto e quando vuole lo straordinario…"
Questa sentenza sancisce il giusto principio delle norme, che determinano il diritto per il lavoratore a vedersi pagato lo straordinario secondo i CCNL vigenti.
L’effettuazione dello straordinario deve essere ben definito, l’eccezionalità, troppo spesso è consolidata come consuetudine. Se c’è carenza costante di personale, si devono assumere gli operatori necessari.
Ultimo aggiornamento Giovedì 21 Aprile 2016 13:44
L'infermiere definito dalla Cassazione
Mercoledì 13 Aprile 2016 09:31
Cassazione Penale N. 2541 del 21 gennaio 2016
C’è chi continua a ricondurre l’infermiere alla figura di fedele assistente del medico nelle esecuzioni di compiti di cura della “persona” malato.
Eppure, anche a livello giurisprudenziale, è ormai acclarato il riconoscimento di una professionalità assolutamente unica e specifica, la cancellazione di ogni concetto di “asservimento” al medico, al management sanitario, e alle Asl.
L’infermiere è un vero e proprio professionista e protagonista del sistema sanitario. Esso è depositario di conoscenze specifiche, di professionalità, di un know-how che non è solo nozionistico, ma si basa su anni di rapporto diretto, stretto, unico, con il paziente. Tutto ciò lo rende un soggetto attivo nelle fasi di cura e, soprattutto, un ottimo osservatore e, quindi, un ottimo consigliere nel miglioramento e nella risoluzione di tutti gli aspetti inerenti i processi assistenziali.
E’ questo il concetto alla base della decisione della Cassazione che, sul solco di un orientamento costante in tema di responsabilità sanitaria omissiva, riconosce l’infermiere quale legittimato passivo di una richiesta di risarcimento danni con conseguente responsabilità penale dello stesso, al posto del medico.
Il caso nasce dalla morte di un paziente ricoverato in un reparto di terapia intensiva cardiologica. L'utente era stato collegato ad un nuovo macchinario per la rilevazione dei parametri vitali che prevedeva l’attivazione manuale degli allarmi che, se non attivati, restavano in stand-by. La mancata attivazione dei detti allarmi impedì il riconoscimento di un arresto cardiaco, con conseguente decesso del detto paziente.
L'accusa per il medico è stata di omissione riscontrabile non solo nel mancato controllo dell’operato degli ausiliari, ma anche per la mancata organizzazione di corsi specifici sul nuovo macchinario. In primo grado il medico è stato assolto, salvo poi essere condannato per omicidio colposo in secondo grado.
Con la sentenza in discorso, quindi, la Cassazione delinea in maniera chiara e specifica la posizione dell’infermiere precisando che esso è da considerarsi come vero e proprio professionista dotato, soprattutto in reparti come la terapia intensiva, di autonomia decisionale e organizzativa, oltre che di conoscenze specifiche che lo rendono in grado di intervenire senza l’ausilio del medico in caso di comparsa di situazioni di crisi per il paziente.
A chiusura della sentenza la Cassazione chiarisce che la preparazione degli infermieri sui macchinari non è responsabilità dei primari che non hanno obblighi formativi da far rispettare o da assolvere nei confronti del personale sanitario.
Tale responsabilità, secondo la Legge n°412/91 è del Direttore Sanitario.
Ad esso spetta, infatti, la verificazione non solo del corretto funzionamento dei macchinari, ma anche del possesso dei titoli e delle conoscenze specifiche del personale in servizio presso la struttura. Da ciò dovrebbe derivare anche l’obbligo di prevedere apposita formazione sull’utilizzo dei macchinari in dotazione presso la struttura o la scelta di personale che sia fornito a priori di certificazioni riguardanti l’utilizzo dei macchinari stessi.
Ultimo aggiornamento Mercoledì 13 Aprile 2016 09:32
Mercoledì 30 Marzo 2016 06:54
Cassazione penale: la sentenza di condanna da parte del Giudice per responsabilità professionale sanitaria non può essere emessa sulla base di testi scientifici o di istruzione professionale utilizzati al di fuori del contraddittorio, in particolare citando aspetti che nessuno, tra i consulenti tecnici e i periti, aveva mai prospettato.
Se il giudice non intende appoggiarsi alle conclusioni peritali, non può disattenderle sulla base di una propria scienza personale derivante da testi di educazione o di buone pratiche, ma deve riconvocare il perito in contraddittorio tra le parti o disporre nuova perizia sul punto.
Qualora disattendesse a questa norma farà illegittimamente utilizzo di prove non acquisite al fascicolo per il dibattimento nel fondare la sua decisione.
Lo ha chiarito la Corte di Cassazione, IV sezione penale, nella sentenza 11631/2016 (qui sotto allegata) che ha offerto una lettura dettagliata sul ruolo del giudice nelle vesti di "peritus peritorum".
Dinnanzi ai giudici ricorrono una ginecologa e un'ostetrica, che il Tribunale e la Corte d'Appello hanno ritenuto responsabili della morte di un nascituro per asfissia, grave complicanza della interruzione della progressione del feto nel canale del parto provocata da distocia alle spalle.
Per i giudici di merito le due sanitarie non erano preparate ad affrontare l'evento e non si erano attivate tempestivamente alle prime avvisaglie dell'interruzione della progressione del feto nel canale del parto. L'ostetrica, inoltre, era responsabile per non aver fatto intervenire tempestivamente la ginecologa quando vi erano stati segnali importanti di rischio.
Le parti avevano evidenziato come già il Tribunale aveva fatto uso, ai fini della decisione, di alcuni testi di formazione professionale per ginecologi ed ostetrici non acquisiti in contraddittorio, affermando, sulla scorta degli stessi, essersi verificata una distocia di spalle che nessuno tra i consulenti e i periti nominati aveva prospettato.
Censure che per la Corte di Cassazione risultano fondate: sbagliata anche la lettura della Corte d'Appello che ha ritenuto, con particolare riferimento a testi scientifici, che il ricorso agli stressi rappresentasse un potere-dovere del giudice che ritiene di discostarsi dalle conclusioni dei periti.
Gli Ermellini chiariscono che il giudice, libero di valutare tutti gli atti processuali e, quindi, anche gli esiti di una perizia, non può, perché peritus peritorum, disattendere una serie di concordi conclusioni provenienti da plurime fonti qualificate, sulla base della propria scienza personale, perché diversamente significherebbe sminuire e porre nel nulla la competenza altrui frutto di anni di studi specialisti.
Il giudice ha utilizzato, per sostenere il giudizio di definibilità (e quindi di prevedibilità) del parto come distocico, ovvero con fattori predisponenti alla distocia di spalle, testi scientifici e universitari, attraverso i quali sono state gettate la basi di uno dei pilastri della decisione
Nessuno tra i diversi e numerosi esperti sentiti nel giudizio aveva, tuttavia, parlato di gravidanza a rischio di parto distocico, al che emerge sul punto la decisività del ricorso ai manuali.
La sentenza va pertanto cassata anche agli effetti civili e rinviata per un nuovo esame alla Corte d'Appello.
Cass., IV sez. penale, sent. 11631/2016
Lunedì 29 Febbraio 2016 08:31
Nel caso di specie, l’imputato tentava di scagionarsi assumendo che la persona offesa, in tal casominorenne, aveva chiesto al l’imputato di “voler fare qualcosa in più” di un semplice bacio, confermando in una lettera depositata agli atti, perciò, la volontà e il consenso della vittima.