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Timestamp: 2019-09-21 09:19:08+00:00
Document Index: 100029228

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 408', 'art. 5', 'art. 417', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 2034', 'sentenza ', 'art. 143', 'art. 360', 'art. 2034', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 2034', 'art. 2034', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 408', 'art. 5', 'art. 417', 'art. 7', 'art. 6', 'art. 2034', 'sentenza ', 'art. 143', 'sentenza ', 'art. 2034', 'art. 1933', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 360', 'art. 342', 'art. 335', 'art.\n1168', 'art. 1141', 'art. 294', 'sentenza ', 'art. 294', 'sentenza ']

FAMIGLIA DI FATTO,CONVIVENZA MORE UXORIO,AVVOCATO A BOLOGNA MATRIMONIALISTA E CONSULENZE DIRITTO DI FAMIGLIA
Pubblicato daSergio Armaroli	 22 Maggio 2014 23 Agosto 2016 Lascia un commento su FAMIGLIA DI FATTO, CONVIVENZA MORE UXORIO,AVVOCATO A BOLOGNA MATRIMONIALISTA E CONSULENZE DIRITTO DI FAMIGLIA
FAMIGLIA DI FATTO, CONVIVENZA MORE UXORIO, AVVOCATO A BOLOGNA MATRIMONIALISTA E CONSULENZE DIRITTO DI FAMIGLIA
LA TUTELA DELLA CONVIVENZA MORE UXORIO FAMIGLIA DI FATTO, CONVIVENZA MORE UXORIO,AVVOCATO A BOLOGNA MATRIMONIALISTA E CONSULENZE DIRITTO DI FAMIGLIA
Norma fondamentale è lart. 29 comma 1 Cost, che solennemente riconosce preminenza alla famiglia legittima: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio, articolo a lungo interpretato come confermativo del disinteresse dellordinamento verso tipi di organizzazioni familiari diversi dalla famiglia legittima.
Ma la concezione dellassoluta irrilevanza giuridica del fenomeno, sotto la spinta della diffusione sociale del medesimo, è tuttavia stata oggetto di riconsiderazione da parte di chi, pur riconoscendo la diversità delle situazioni, ha proposto una nozione di famiglia di fatto come di modello familiare alternativo alla famiglia legittima, sforzandosi di rinvenire in altri dati normativi un riferimento alla stessa, sia pure diretti alla tutela del singolo membro e non dellintero fenomeno.
Lart. 2 Cost. è stato ritenuto un referente certo: di sicuro il tipo di organizzazione familiare in parola rappresenta una formazione sociale nucleare, in cui lindividuo svolge la propria personalità.
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1) Perché si dovrebbe ricorrere al contratto di convivenza? I conviventi con contratto si assumono dei veri e propri obblighi giuridici e si riconoscono anche dei reciproci diritti. Pertanto ciascun convivente non è libero di mutare il proprio comportamen1) Perché si dovrebbe ricorrere al contratto di convivenza? I conviventi con contratto si assumono dei veri e propri obblighi giuridici e si riconoscono anche dei reciproci diritti. Pertanto ciascun convivente non è libero di mutare il proprio comportamento, altrimenti l’altra parte potrà rivolgersi al giudice per ottenere quanto le spetta.
2) Che durata
hanno i contratti di convivenza? La durata «naturale» del contratto di convivenza coincide convivenza,eredità ,figli,rapporto patrimoniale,
CONVIVENZA DI FATTO NO ALLA RESTITUZIONE SOMME VERSATE DURANTE LA CONVIVENZA
Sotto tale profilo, e senza pretesa di completezza, vale bene richiamare la recente legge 10 dicembre 2012, n. 219, con cui è stata abolita ogni residua discriminazione tra figli “legittimi” e “naturali”; la legge 8 febbraio 2006, n. 54, che, introducendo il c.d. affidamento condiviso, ha esteso la relativa disciplina ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati; la 1. 19 febbraio 2004, n. 40, che all’art. 5 prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte delle coppie di fatto; la l. 9 gennaio 2004, n. 6, che, in relazione ai criteri, di cui all’art. 408 c.c., per la scelta dell’amministratore di sostegno, prevede anche che la stessa cada sulla persona stabilmente convivente con il beneficiario, nonché, all’art. 5, prevedere, in relazione all’art. 417 c.c., che l’interdizione e l’inabilitazione siano promosse dalla persona stabilmente convivente; la l. 4 aprile 2001, n. 154, che ha introdotto nel codice civile gli artt. 342-bis e 342-ter, estendendo al convivente il regime di protezione contro gli abusi familiari; la l. 28 marzo 2001, n. 149, art. 7, che, sostituendo l’art. 6, comma 4, della l. 4 maggio 1983, n. 184, ha previsto che il requisito della stabilità della coppia di adottanti risulti soddisfatto anche quando costoro abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni. 3.6 – Anche nella giurisprudenza di questa Corte si rinvengono significative pronunce in cui la convivenza more uxorio assume il rilievo di formazione sociale dalla quale scaturiscono doveri di natura sociale e morale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, da cui discendono, sotto vari aspetti, conseguenze di natura giuridica. Mette conto di richiamare, nel solco di un più ampio riconoscimento delle posizioni soggettive sotto il profilo risarcitorio (Cass., 22 luglio 1999, n. 500; Cass., 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828; Cass., 11 novembre 2008, n. 26972 e ss.), l’affermazione della responsabilità aquiliana sia nei rapporti interni alla convivenza (Cass., 15 maggio 2005, n. 9801), sia nelle lesioni arrecate da terzi al rapporto nascente da un’unione stabile e duratura (Cass., 21 marzo 2013, n. 7128; Cass., 16 settembre 2008, n. 23725). In altre pronunce si è attribuita rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell’assegno di mantenimento o di quello di divorzio (Sez. 1, 10 novembre 2006, n. 24056; Sez. 1, 10 agosto 2007, n. 17643; Sez. 1, 11 agosto 2011, n. 17195; Sez. 1, 12 marzo 2012, n. 3923); di recente, ancora, muovendo dal rapporto di detenzione qualificata dell’unita abitativa, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, si è affermato che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass., 21 marzo 2013, n. 7214). 4- I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono, secondo un orientamento di questa Corte ormai consolidato, sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza (Cass., 15 gennaio 1969, n. 60; Cass., 20 gennaio 1989, n. 285; Cass., 13 marzo 2003, n. 3713; Cass., 15 maggio 2009, n. 11330). A tale indirizzo, che il Collegio condivide ed al quale intende, anzi, dare continuità, non si è conformata la Corte di appello, la quale ha escluso la ricorrenza degli effetti previsti dall’art. 2034 c.c. sulla base di una serie di rilievi incongrui, fornendo argomentazioni non adeguate e talora contraddittorie. 4.1 – Nella sentenza impugnata si osserva in primo luogo che non risulta che le dimissioni dell’E. siano state in qualche modo suggerite o determinate dal V. , anziché costituire il frutto di un’autonoma scelta della prima, che avrebbe inteso “anteporre l’amore alla carriera”, di talché eventuali pregiudizi di natura economica non sarebbero imputabili, neppure sul piano etico, all’uomo. rale Si attribuisce in tal modo alla nozione di obbligazione naturale fra conviventi una valenza marcatamente indennitaria che, soprattutto quando le dazioni siano avvenute, come nella specie, non alla fine del rapporto, ma nel corso di esso, non le appartiene, in quanto l’assistenza materiale fra conviventi, nel rispetto – come si dirà – dei principi di proporzionalità e adeguatezza – può affermarsi indipendentemente dalle ragioni che abbiano indotto l’uno o l’altro in una situazione di precarietà sul piano economico. Eventuali contribuzioni di un convivente all’altro vanno intese, invero, come adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell’ambito di un consolidato rapporto affettivo che non può non implicare, pur senza la cogenza giuridica di cui all’art. 143, comma 2, c.c., forme di collaborazione, e, per quanto qui maggiormente interessa, di assistenza moe materiale
2 – Con il primo motivo si denuncia violazione degli artt. 2034 e 770 c.c., in relazione all’art. 360, primo comma, n. 3, c.p.c, sostenendosi che la corte territoriale, nell’ambito di una interpretazione riduttiva dei doveri morali e sociali ravvisabili nelle relazioni “more uxorio”, avrebbe erroneamente escluso che i versamenti di somme da parte del V. , pari a circa un decimo dei propri emolumenti, in favore della propria convivente, la quale per seguirlo in Cina aveva rinunciato a un’attività ben remunerata, potessero costituire adempimento di detti obblighi. Viene formulato il seguente quesito di diritto: “Dica la Corte se, in caso di convivenza more uxorio, la parte che risulti disporre di un reddito elevato adempia a un dovere morale e sociale ai sensi dell’art. 2034 del codice civile quando provvede alle esigenze del convivente che risulti privo di reddito proprio (avendo rinunciato a un posto di lavoro in funzione della convivenza), anche attraverso l’erogazione di somme di denaro che risultino costituire una modesta porzione (nel caso di specie circa il dieci per cento) dei propri guadagni e del reddito cui ha rinunciato il convivente più debole sul piano patrimoniale”. 2.1 – Con il secondo mezzo, deducendo, con puntuale formulazione del prescritto momento di sintesi, vizio di omessa o insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, c.p.c, la ricorrente si duole della carenza di adeguate argomentazioni circa l’esclusione della dedotta sussistenza di un dovere ricavabile dalla morale sociale nella situazione illustrata nella precedente censura. 2.2 – Con il terzo motivo l’E. , indicando chiaramente il fatto controverso, denuncia vizio di motivazione in relazione alla esclusione dei requisiti di proporzionalità ed adeguatezza dell’obbligazione naturale, rappresentando che la stessa non poteva ritenersi logicamente adempiuta soltanto con l’assunzione, al momento della cessazione della convivenza, di obblighi (dei quali contraddittoriamente la stessa Corte avrebbe altrove escluso la natura vincolante) relativi al pagamento del prezzo della casa e di debiti contratti dalla ricorrente (laddove la natura non satisfattiva di obblighi morali dei precedenti versamenti, dai quali sarebbero quindi sorti dei crediti, avrebbe condotto a una mera compensazione). Né le consistenze patrimoniali della ricorrente – per altro acquisite in epoca anteriore all’instaurazione della convivenza – avrebbero dovuto essere valutate ai fini dell’insussistenza della dedotta obbligazione naturale. 3- I suesposti motivi, che possono essere esaminati congiuntamente in relazione alla loro intima connessione, sono meritevoli di accoglimento. 3.1 – Vale bene preliminarmente rilevare l’infondatezza dell’eccezione sollevata dal controricorrente relativamente alla formazione del giudicato interno tanto in ordine alle insussistenza degli obblighi morali scaturenti dalla convivenza, per non essere stata censurata l’affermazione, contenuta nella decisione di primo grado, circa la necessità di valutare gli obblighi morali nascenti da convivenza “more uxorio” su un piano di parità e reciprocità, quanto in relazione al rilievo della corte territoriale dell’assenza, al riguardo, di specifici motivi di impugnazione. Invero costituisce capo autonomo della sentenza -come tale suscettibile di formare oggetto di giudicato interno – solo quello che risolva una questione controversa tra le parti, caratterizzata da una propria individualità e una propria autonomia, sì da integrare, in astratto, gli estremi di un “decisum” affatto indipendente, ma non anche quello relativo ad affermazioni che costituiscano mera premessa logica della statuizione in concreto adottata (Cass., 30 ottobre 2007, n. 22863; Cass., 6 agosto 2002, n. 11790). In altri termini, il giudicato non si forma su una mera affermazione contenuta nella sentenza, che non sia stata specificamente censurata, bensì su un punto della decisione che potrebbe formare, in astratto, l’oggetto di separato giudizio, e che non sia inscindibilmente collegato, come nella specie, alla pronuncia indicata nel dispositivo, di tal che l’impugnazione della stessa è sufficiente a escludere qualsiasi forma di acquiescenza (cfr. anche la recente Cass., 8 gennaio 2013, n. 247, nonché Cass., 20 agosto 2003, n. 12267). Non sembra, pertanto, che possa seriamente negarsi che l’E. , impugnando la pronuncia contenente il rigetto della propria eccezione fondata sull’art. 2034 c.c., abbia così contestato anche l’affermazione, del resto, dotata di mera valenza argomentativa, relativa alla necessità di un rapporto paritario fra conviventi. Valenza argomentativa, per il vero, dotata di scarsa efficacia, in quanto solo una lettura distorta del fondamento dell’eccezione – basata sulla mutua assistenza fra conviventi, indipendentemente dal genere conduce a ravvisarvi l’evocazione del “dovere unilaterale dell’uomo verso la donna” (cfr., ad esempio, Cass., 26 gennaio 1980, n. 651, in tema di adempimento di obbligazione naturale ravvisata nella dazione di danaro da una donna a un uomo in occasione della cessazione della loro relazione sentimentale). 3.2 – Tanto premesso, non può omettersi di considerare come le unioni di fatto, nelle quali alla presenza di significative analogie con la famiglia formatasi nell’ambito di un legame matrimoniale si associa l’assenza di una completa e specifica regolamentazione giuridica, cui solo l’elaborazione giurisprudenziale e dottrinale ovvero una legislazione frammentaria talora sopperiscono, costituiscano il terreno fecondo sul quale possono germogliare e svilupparsi quei doveri dettati dalla morale sociale, dalla cui inosservanza discende un giudizio di riprovazione ed al cui spontaneo adempimento consegue l’effetto della “soluti retentio”, così come previsto dall’art. 2034 c.c.. 3.3 – Deve richiamarsi, in primo luogo, l’interpretazione resa dalla Corte di Strasburgo (cfr., ex multis, sentenza 24 giugno 2010, Prima Sezione, caso Schalk e Kopft contro Austria)in merito all’art. 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo, il quale tutela il diritto alla vita familiare, in base alla quale deve ritenersi che la nozione di famiglia cui fa riferimento tale disposizione non è limitata alle relazioni basate sul matrimonio, e può comprendere altri legami familiari di fatto, se le parti convivono fuori dal vincolo di coniugio. 3.4 – A tale indirizzo corrisponde un orientamento inteso a valorizzare il riconoscimento, ai sensi dell’art. 2 Cost., delle formazioni sociali e delle conseguenti intrinseche manifestazioni solidaristiche (così già Corte cost. n. 237 del 1986), nelle quali va ricondotta ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico” (Corte cost., n. 138 del 2010; cfr. anche Corte cost. n. 404 del 1988, con cui il convivente more uxorio fu inserito tra i successibili nella locazione, in caso di morte del conduttore). In tale nozione si è ricondotta la stabile convivenza tra due persone, anche dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri (cfr. la citata Corte cost., n. 138 del 2010, Cass., 15 marzo 2012, n. 4184). 3.5 – Nella stessa legislazione nazionale, ancorché in maniera disorganica, e ferma restando la ovvia diversità dei rapporti personali e patrimoniali nascenti dalla convivenza di fatto rispetto a quelli originati dal matrimonio, sono emersi segnali sempre più significativi, in specifici settori, della rilevanza della famiglia di fatto. Sotto tale profilo, e senza pretesa di completezza, vale bene richiamare la recente legge 10 dicembre 2012, n. 219, con cui è stata abolita ogni residua discriminazione tra figli “legittimi” e “naturali”; la legge 8 febbraio 2006, n. 54, che, introducendo il c.d. affidamento condiviso, ha esteso la relativa disciplina ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati; la 1. 19 febbraio 2004, n. 40, che all’art. 5 prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte delle coppie di fatto; la l. 9 gennaio 2004, n. 6, che, in relazione ai criteri, di cui all’art. 408 c.c., per la scelta dell’amministratore di sostegno, prevede anche che la stessa cada sulla persona stabilmente convivente con il beneficiario, nonché, all’art. 5, prevedere, in relazione all’art. 417 c.c., che l’interdizione e l’inabilitazione siano promosse dalla persona stabilmente convivente; la l. 4 aprile 2001, n. 154, che ha introdotto nel codice civile gli artt. 342-bis e 342-ter, estendendo al convivente il regime di protezione contro gli abusi familiari; la l. 28 marzo 2001, n. 149, art. 7, che, sostituendo l’art. 6, comma 4, della l. 4 maggio 1983, n. 184, ha previsto che il requisito della stabilità della coppia di adottanti risulti soddisfatto anche quando costoro abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni. 3.6 – Anche nella giurisprudenza di questa Corte si rinvengono significative pronunce in cui la convivenza more uxorio assume il rilievo di formazione sociale dalla quale scaturiscono doveri di natura sociale e morale di ciascun convivente nei confronti dell’altro, da cui discendono, sotto vari aspetti, conseguenze di natura giuridica. Mette conto di richiamare, nel solco di un più ampio riconoscimento delle posizioni soggettive sotto il profilo risarcitorio (Cass., 22 luglio 1999, n. 500; Cass., 31 maggio 2003, n. 8827 e 8828; Cass., 11 novembre 2008, n. 26972 e ss.), l’affermazione della responsabilità aquiliana sia nei rapporti interni alla convivenza (Cass., 15 maggio 2005, n. 9801), sia nelle lesioni arrecate da terzi al rapporto nascente da un’unione stabile e duratura (Cass., 21 marzo 2013, n. 7128; Cass., 16 settembre 2008, n. 23725). In altre pronunce si è attribuita rilevanza alla convivenza intrapresa dal coniuge separato o divorziato ai fini dell’assegno di mantenimento o di quello di divorzio (Sez. 1, 10 novembre 2006, n. 24056; Sez. 1, 10 agosto 2007, n. 17643; Sez. 1, 11 agosto 2011, n. 17195; Sez. 1, 12 marzo 2012, n. 3923); di recente, ancora, muovendo dal rapporto di detenzione qualificata dell’unita abitativa, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare, si è affermato che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass., 21 marzo 2013, n. 7214). 4- I doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono, secondo un orientamento di questa Corte ormai consolidato, sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza (Cass., 15 gennaio 1969, n. 60; Cass., 20 gennaio 1989, n. 285; Cass., 13 marzo 2003, n. 3713; Cass., 15 maggio 2009, n. 11330). A tale indirizzo, che il Collegio condivide ed al quale intende, anzi, dare continuità, non si è conformata la Corte di appello, la quale ha escluso la ricorrenza degli effetti previsti dall’art. 2034 c.c. sulla base di una serie di rilievi incongrui, fornendo argomentazioni non adeguate e talora contraddittorie. 4.1 – Nella sentenza impugnata si osserva in primo luogo che non risulta che le dimissioni dell’E. siano state in qualche modo suggerite o determinate dal V. , anziché costituire il frutto di un’autonoma scelta della prima, che avrebbe inteso “anteporre l’amore alla carriera”, di talché eventuali pregiudizi di natura economica non sarebbero imputabili, neppure sul piano etico, all’uomo. Si attribuisce in tal modo alla nozione di obbligazione naturale fra conviventi una valenza marcatamente indennitaria che, soprattutto quando le dazioni siano avvenute, come nella specie, non alla fine del rapporto, ma nel corso di esso, non le appartiene, in quanto l’assistenza materiale fra conviventi, nel rispetto – come si dirà – dei principi di proporzionalità e adeguatezza – può affermarsi indipendentemente dalle ragioni che abbiano indotto l’uno o l’altro in una situazione di precarietà sul piano economico. Eventuali contribuzioni di un convivente all’altro vanno intese, invero, come adempimenti che la coscienza sociale ritiene doverosi nell’ambito di un consolidato rapporto affettivo che non può non implicare, pur senza la cogenza giuridica di cui all’art. 143, comma 2, c.c., forme di collaborazione, e, per quanto qui maggiormente interessa, di assistenza morale e materiale. La sentenza impugnata finisce per confondere la spontaneità dell’esecuzione dei doveri morali e sociali prevista dall’art. 2034 c.c. con l’iniziativa inerente al determinarsi della situazione nella quale detti doveri – dei quali pertanto costituisce soltanto una premessa – trovano la loro scaturigine: allo stesso modo dovrebbe paradossalmente escludersi la soluti retentio del pagamento del debito di gioco, previsto dall’art. 1933, secondo comma, c.c. come ipotesi tipica di obbligazione naturale, nel caso in cui la scelta di partecipare al gioco sia stata assunta in piena autonomia dal perdente che abbia poi onorato il proprio debito. 4.2 – Per quanto attiene alla qualificazione delle dazioni che costituiscono l’oggetto della controversia, deve in questa sede ribadirsi che non può prescindersi, nell’esaminare la ricorrenza o meno di un adempimento effettuato in virtù di doveri sociali e morali, dall’ambiente socio economico cui appartengono le parti, nonché da un esame della concreta situazione in cui i pretesi adempimenti risultano effettuati. Sotto tale profilo, mentre il riferimento, al fine di escludere la contribuzione ad esigenze personali della E. , alla percezione di “vitto e alloggio” costituisce un argomento poco felice e mortificante che non necessita di ulteriori commenti, deve rilevarsi, da un lato, che non risultano adeguatamente considerate le condizioni sociali ed economiche della parti e, dall’altro, che il rilievo attribuito agli accordi di natura economica stipulati al momento della cessazione della convivenza assume, come correttamente denunciato dalla ricorrente, aspetti incongrui dal punto di vista logico, se non addirittura contraddittori. 4.3 – Quanto alla prima questione, non risulta contestato che l’E. , per seguire in Cina il V. , aveva rinunciato alla propria carriera, comportante, fra l’altro, la percezione di un reddito molto elevato: sotto tale profilo non rileva che le somme in questione, che nella stessa decisione impugnata vengono rapportate, in media, a versamenti mensili di lire 1.650.000, non siano state corrisposte in Cina con tale cadenza, ma accreditate in Italia su un conto corrente bancario della convivente. La giustificazione causale delle dazioni, che la stessa corte territoriale sembra individuare nella necessità di soddisfare “debiti personali precedentemente contratti dalla sig.ra E. “, lungi dal richiedere – come pure sostenuto nella sentenza impugnata – un negozio giuridico di accollo, ben può essere ricondotta in quell’assistenza morale e materiale fra conviventi sopra menzionata (laddove il dovere di prestare aiuto alla persona convivente affinché adempia alle proprie obbligazioni dovrebbe assumere, sempre nell’ambito dei doveri morali e sociali, un carattere ben più cogente rispetto alla mera contribuzione economica per l’acquisto di beni di consumo pur adeguati a un alto tenore di vita). Il discrimine fra l’adempimento dei doveri sociali e morali, quale può individuarsi in qualsiasi contributo fra conviventi, destinato al “menage” quotidiano ovvero espressione, come nella specie, della solidarietà fra persone unite da un legame intenso e duraturo, e l’atto di liberalità va individuato, oltre che nella spontaneità, soprattutto nel rapporto di proporzionalità fra i mezzi di cui l’adempiente dispone e l’interesse da soddisfare. Tale requisito, unanimemente riconosciuto dalla dottrina in relazione alle cc.dd. obbligazioni naturali in generale, è stato ribadito da questa Corte proprio con riferimento all’adempimento di doveri morali e sociali nella convivenza more uxorio (cfr. la citata Cass. n. 3713 del 2003). Tale indagine, ove si prescinda da un irrilevante riferimento alle per altro non cospicue consistenze patrimoniali della donna, non è stata effettuata da parte della corte territoriale – ed a tanto dovrà pertanto provvedersi in sede di rinvio – pur a fronte della deduzione dell’E. circa la relativa esiguità, in rapporto alle capacità patrimoniali e reddituali del V. , delle contribuzioni in esame. 4.4 – Il riferimento, poi, alle obbligazioni derivanti dalla scrittura in data 19 gennaio 1998 assume aspetti del tutto contraddittori, sia perché il negozio con cui si provvede a regolare gli aspetti inerenti ai rapporti conseguenti alla cessazione della convivenza prescinde, di regola, dalle precedenti dazioni intervenute nel corso della convivenza stessa (in caso contrario, la ritenuta ricorrenza di un obbligo di restituzione avrebbe comportato, anziché l’assunzione di obblighi futuri, il ricorso a meccanismi di compensazione), sia perché un’obbligazione assunta in funzione di adempimento di doveri morali e sociali è intrinsecamente priva di coercibilità. 5 – Con il quarto motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., in relazione alla statuizione di inammissibilità del gravame relativo alla domanda riconvenzionale già proposta dalla stessa E. , per litispendenza, per non aver la corte territoriale considerato che nell’atto di appello erano ben specificate le diverse previsioni contenute nelle due scritture sottoscritte in data 19 gennaio 1998, con la precisazione che quella già azionata aveva ad oggetto un regolamento negoziale ben diverso da quello posto a base della domanda svolta, in via riconvenzionale, nel giudizio davanti al Tribunale di Torino. 5.1 – La questione di cui al motivo precedente viene riproposta, con l’ultima censura, sotto il profilo dell’omessa ed insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5 c.p.c.. 5.2 – I motivi sopra indicati, da esaminarsi congiuntamente in virtù della loro connessione, sono inammissibili. Essi, infatti, attribuendo alla corte territoriale l’omesso esame della questione inerente alla sussistenza o meno della litispendenza affermata dal primo giudice, non colgono in alcun modo la complessità della ratio decidendi della decisione impugnata, che ha rilevato, per altro con ampia ed esauriente motivazione, l’inammissibilità del motivo di gravame relativo alla domanda riconvenzionale, per carenza di specificità ai sensi dell’art. 342 c.p.c., per non aver espressamente censurato il punto inerente alla proposizione o meno della domanda in altro giudizio, affrontando – come, del resto, è avvenuto in questa sede – la questione dell’esistenza o meno di due titoli giuridici, anziché quella, “di ordine processuale, se la medesima domanda fosse stata o non già proposta in altro giudizio”. Alla declaratoria di inammissibilità dei motivi in esame (il secondo, poi, propone un vizio motivazionale in merito a una violazione di natura processuale, la cui ricorrenza va accertata indipendentemente dalle ragioni indicate dal giudice del merito) non è ostativo il principio, di recente ribadito (Cass., Sez. un., 22 maggio 2012, n. 8077; Cass.,22 gennaio 2006, n. 24856), secondo cui in relazione alla denuncia di errores in procedendo la corte di cassazione è giudice del fatto (inteso in senso processuale) ed ha il potere – dovere di accertarlo procedendo all’esame diretto degli atti, in quanto l’esercizio di tale potere – dovere presuppone che la censura sia stata proposta dal ricorrente in conformità alle regole fissate al riguardo dal codice di rito. 6 – In conclusione, previa declaratoria di inammissibilità dei restanti motivi, vanno accolti i primi tre, con rinvio alla Corte di appello di Torino, che, in diversa composizione, applicherà i principi sopra richiamati, senza incorrere negli evidenziati vizi motivazionali, provvedendo, altresì, in merito al regolamento delle spese processuali relative al presente giudizio di legittimità.
Cassazione II civile del 2 gennaio 2014, n. 7 – (1195)
Preliminarmente il ricorso principale e quello incidentale vanno riuniti, ex art. 335 c.p.c., perche’ sono stati proposti avverso la stessa sentenza.
1.1. – Il primo motivo, lamentando violazione e falsa applicazione dell’art.
1168 c.c., deduce che l’azione proposta si fondava non sulla convivenza more uxorio ma sul possesso diretto esercitato dalla medesima che aveva goduto con animus possidendi – anche dopo l’incidente in cui fu coinvolta insieme al convivente – dell’appartamento in cui aveva trasferito il proprio corredo e gli oggetti personali, senza che fosse mai stata formulata alcuna contestazione da parte del proprietario che era a conoscenza della convivenza e che la Z. aveva continuato ad abitare nell’alloggio anche dopo l’incidente.
1 Cass. Civ. 7/2014 Il convivente e’ un detentore della casa familiare 3.- I motivi – che, per la stretta connessione, possono essere esaminati congiuntamente – sono fondati nei limiti di cui si dira’ infra.
a) Correttamente e’ stata esclusa a favore dell’attrice una situazione qualificabile come di possesso, posto che la relazione di fatto con la cosa era iniziata a titolo di detenzione, essendo stato il bene consegnato dal proprietario in virtu’ del comodato intercorso con Ca.Ma.: se e’, percio’, da escludere la presunzione di cui all’art. 1141 c.c., ai fini del mutamento della detenzione in possesso, chi abbia iniziato il godimento del bene a titolo di detenzione non puo’ acquistarne il possesso finche’ il titolo non venga mutato per causa proveniente da un terzo o in forza di opposizione da lui fatta nei confronti del possessore;
quest’ultimo mutamento richiede, in particolare, il compimento di uno o piu’ atti estrinseci, dai quali sia possibile desumere la modificata relazione di fatto con la cosa detenuta, attraverso la negazione dell’altrui possesso e l’affermazione del proprio (Cass. 212252/2007; 5854/2006; 4404/2006).
Come si dira’ meglio infra la Z., in quanto convivente per un lasso di tempo non trascurabile del comodatario, deve ritenersi codetentrice dell’appartamento destinato ad abitazione in virtu’ del medesimo titolo: la permanenza nell’alloggio, anche durante il periodo di degenza di Ma., rientrava nell’esercizio delle facolta’ inerenti al comodato e dunque alla detenzione trasmessa al convivente con il comodato (Cass. 7293/1992;
b) Peraltro, come gia’ accennato, la qualita’ di convivente del comodatario legittimava l’attrice a esperire l’azione di spoglio, quale detentrice qualificata. Ed invero, secondo il piu’ recente orientamento della giurisprudenza di legittimita’ condiviso dal Collegio, in considerazione del rilievo sociale che ha ormai assunto per l’ordinamento la famiglia di fatto, la convivenza “more uxorio”, quale formazione sociale che da vita ad un autentico consorzio familiare, determina, sulla casa di abitazione ove si svolge e si attua il programma di vita in comune, un potere di fatto basato su di un interesse proprio del convivente ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalita’, tale da assumere i connotati tipici di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare. Al riguardo, e’ stato ritenuto che l’estromissione violenta o clandestina dall’unita’ abitativa, compiuta dal convivente proprietario in danno del convivente non proprietario, legittima quest’ultimo alla tutela 2 Cass. Civ. 7/2014 Il convivente e’ un detentore della casa familiare possessoria, consentendogli di esperire l’azione di spoglio (Cass.7214/2013). Tenuto conto della posizione dei conviventi del comodatario, il principio deve evidentemente trovare applicazione anche qualora lo spoglio sia compiuto da un terzo nei confronti del convivente del detentore qualificato del bene, come appunto e’ avvenuto nella specie in danno della Z..
1.1.- L’unico motivo denuncia che erroneamente non era stato applicato l’art. 294 cod. proc. civ., sussistendo i presupposti della rimessione in termine del convenuto Ca.Ma. che non si era costituito in giudizio atteso che, in considerazione dei postumi del grave incidente in cui era stato coinvolto, il predetto non era in condizione di sostenere lo stress emotivo di un processo, tant’e’ vero che la sua audizione in sede penale era stata rinviata.
La sentenza ha evidenziato come le condizioni di salute non erano tali da non consentire il rilascio della procura al difensore, che nel giudizio civile rappresenta la parte esercitando lo ius postulandi, essendo stato correttamente messo in evidenza il diverso impatto sul piano emotivo di una deposizione da rendere in un giudizio penale. Qui occorre chiarire che la parte la quale non si sia costituita tempestivamente in giudizio non puo’ essere rimessa in termini, ai sensi dell’art. 294 c.p.c., per lo svolgimento di attivita’ per le quali siano maturate le preclusioni, quando deduca che la mancata costituzione le sia stata impedita da uno stato di malattia, perche’ tale stato non puo’ essere considerato una causa di impedimento a essa non imputabile, essendo, in ogni caso, possibile il rilascio di una procura ad hoc per la costituzione (Cass. 5249/1999). Il ricorso incidentale va rigettato.
Accoglie il ricorso principale per quanto in motivazione rigetta l’incidentale 3 Cass. Civ. 7/2014 Il convivente e’ un detentore della casa familiare cassa la sentenza impugnata in relazione al ricorso principale e rinvia, anche per le spese della presente fase, ad altra sezione della Corte di appello di Torino.Cosi’ deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 28 novembre 2013.
Pubblicato daSergio Armaroli 22 Maggio 2014 23 Agosto 2016 Pubblicato inSenza categoriaTag: AVVOCATI A BOLOGNA SEPARAZIONI E DIVORZI, avvocati Bologna, Avvocato Bologna, Avvocato civilista Bologna, AVVOCATO MATRIMONIALISTA BOLOGNA, Avvocato per divorzi Bologna, Avvocato per separazioni Bologna, Avvocato separazioni Bologna, diritto di famiglia avvocato, incidente mortale risarcimento, incidente stradale mortale risarcimento danni, incidente stradale risarcimento, incidenti stradali risarcimento, indennizzo incidente stradale, indennizzo morte incidente stradale, malasanità risarcimento, morte incidente stradale risarcimento, morte per incidente stradale risarcimento, risarcimenti danni incidenti stradali, risarcimenti incidenti stradali, risarcimento assicurazione incidente stradale mortale, risarcimento danni fisici incidente, risarcimento danni incidente, risarcimento danni incidente mortale, risarcimento danni incidente stradale mortale, risarcimento danni per incidente stradale mortale, risarcimento danni sinistro, risarcimento danni sinistro mortale, RISARCIMENTO DANNI SINISTRO STRADALE MORTALE, risarcimento incidente mortale, risarcimento incidente mortale tabelle, risarcimento incidente stradale, risarcimento incidente stradale mortale, risarcimento morte incidente stradale, risarcimento per incidente stradale, risarcimento sinistri stradali, risarcimento sinistro stradale, sinistri stradali risarcimento, sinistro stradale risarcimento, tabella risarcimento morte incidente stradale, Testamento olografo