Source: https://www.neldiritto.it/appgiurisprudenza.asp?id=16806&id=16806
Timestamp: 2020-07-04 22:24:12+00:00
Document Index: 64405895

Matched Legal Cases: ['art. 19', 'art. 19', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 31', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 31', 'art. 31', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 31', 'art. 19', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 6', 'art. 19', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 21', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 117', 'sentenza ', 'art. 19', 'art. 21', 'art. 19', 'art. 21', 'art. 19', 'art. 19', 'art. 21']

CORTE COSTITUZIONALE - SENTENZA 13 marzo 2019, n.45
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Scia, per la Corte Costituzionale è legittimo l'art. 19, co. 6ter, L. 241 del 90
CORTE COSTITUZIONALE - SENTENZA 13 marzo 2019, n.45MASSIMA
Sussiste la legittimità costituzionale dell’art. 19, comma 6-ter, della legge 7 agosto 1990, n. 241 sollevate in riferimento agli artt. 3, 11, 97, 117, primo comma – con riguardo anche all’art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) e all’art. 6, paragrafo 3, del Trattato sull’Unione europea (TUE), – e secondo comma, lettera m), della Costituzione, nella parte in cui non prevede un termine finale per la sollecitazione, da parte del terzo, dei poteri di verifica sulla segnalazione certificata d’inizio attività (SCIA) spettanti all’amministrazione.
CORTE COSTITUZIONALE - SENTENZA 13 marzo 2019, n.45 -
−�la ricorrente P. M., in data 14 settembre 2016 (e prima ancora nelle date 12 novembre e 16 dicembre 2015, nonché 12 aprile e 23 giugno 2016), aveva presentato al Comune di Campo Bisenzio istanza di inibitoria dei lavori di manutenzione straordinaria su un immobile facente parte del suo condominio, oggetto di�SCIA�presentata da E. C. il 6 dicembre 2012;
−�in particolare, gli interventi progettati dal segnalante consistevano nell’apertura di una finestra a servizio di una camera da letto posta al primo piano dell’edificio, nella demolizione di un tramezzo interno del sottoscala, nella diversa conformazione dei gradini di accesso all’abitazione e nella copertura dell’ingresso con una tettoia di modeste dimensioni; di tali lavori era stata realizzata solo la finestra, poiché il Comune li aveva sospesi, con ordinanza n. 4 del 14 gennaio 2013, dietro istanza dell’assemblea del condominio che ne lamentava il contrasto con il regolamento condominiale;
−�avverso il silenzio serbato dall’amministrazione P. M. aveva proposto ricorso ai sensi dall’art. 31 dell’Allegato 1 (Codice del processo amministrativo) al decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104 (Attuazione dell’articolo 44 della legge 18 giugno 2009, n. 69, recante delega al governo per il riordino del processo amministrativo), lamentando, nel merito, la illegittimità della�SCIA�per violazione di diverse disposizioni del regolamento edilizio comunale e chiedendo al Tribunale adito di accertare l’illegittimità e inefficacia della�SCIAmedesima o della sola parte relativa all’apertura di una finestra – con conseguente ordine all’amministrazione di adottare i provvedimenti necessari a sanzionare le opere eseguite – ovvero di dichiarare l’obbligo del Comune resistente di pronunciarsi sulle istanze di verifica presentate;
−�si erano costituiti in giudizio il Comune di Campi Bisenzio e il controinteressato E. C., eccependo la inammissibilità del ricorso per tardiva sollecitazione, da parte del terzo, dei poteri inibitori della pubblica amministrazione, la inammissibilità delle azioni di mero accertamento e, secondo la sola amministrazione resistente, anche la inammissibilità del ricorso per carenza di legittimazione attiva;
−�il TAR adito, con sentenza non definitiva n. 618 del 2017, aveva esaminato e respinto l’eccezione di inammissibilità per difetto di legittimazione attiva, evidenziando come nella specie sussistessero i presupposti della cosiddetta vicinitas, quale «peculiare fattore di legittimazione» all’azione giurisdizionale; aveva esaminato e dichiarato inammissibili le due prime azioni di accertamento, stante il disposto dell’art. 19, comma 6-ter, della legge n. 241 del 1990, a mente del quale «[g]li interessati possono sollecitare l’esercizio delle verifiche spettanti all’amministrazione e, in caso di inerzia, esperire esclusivamente l’azione di cui all’art. 31, commi l, 2 e 3, del decreto legislativo 2 luglio 2010, n. 104»; aveva quindi avviato lo scrutinio di quest’ultima azione, esaminando l’eccezione di tardività della sollecitazione del potere inibitorio della PA e riservandosi di sollevare, con separata ordinanza, questione di legittimità costituzionale dell’art. 19, comma 6-ter, della legge n. 241 del 1990, nella parte in cui non indica un termine entro il quale il terzo è chiamato, a pena di decadenza, a sollecitare le verifiche amministrative sulla�SCIA.
1.2.− Ciò premesso in punto di fatto, il rimettente ritiene utile, da un lato, illustrare «l’insieme delle norme attualmente regolanti l’istituto della�SCIA» e, dall’altro, «ripercorrere i passaggi fondamentali dell’evoluzione giurisprudenziale riguardante la tutela del terzo controinteressato rispetto all’attività oggetto di segnalazione».
1.3.− Quando al quadro normativo di riferimento, il TAR Toscana osserva che, l’art. 19, comma 1, della legge n. 241 del 1990 consente al privato di avviare, mediante semplice�SCIA, l’esercizio di un’attività che dipende esclusivamente dall’accertamento di requisiti e presupposti richiesti dalla legge o da atti amministrativi a contenuto generale e per la quale non sia previsto alcun limite o contingente complessivo o specifici strumenti di programmazione settoriale.
L’attività oggetto di�SCIA�− prosegue il rimettente − può essere iniziata dalla data della presentazione della segnalazione all’amministrazione competente (comma 2), salvo il potere di quest’ultima di verificare successivamente l’effettiva sussistenza dei suoi presupposti. In caso di accertata carenza di quest’ultimi, l’attuale versione dell’art. 19, comma 3, prevede che l’amministrazione adotti motivati provvedimenti di divieto di prosecuzione dell’attività e di rimozione degli eventuali effetti dannosi, nonché, ove possibili, provvedimenti diretti alla conformazione dell’attività ai requisiti di legge, purché proceda in tal senso entro sessanta giorni dal ricevimento della segnalazione certificata del privato, ovvero trenta giorni nei casi di�SCIA�in materia edilizia (comma 6-bis). Ai sensi del successivo comma 4, una volta decorsi i suddetti termini, l’amministrazione competente adotta comunque i provvedimenti previsti dal medesimo comma 3 ma in tal caso alle condizioni previste dall’art. 21-novies della stessa legge n. 241 del 1990, che disciplina il potere di annullamento in autotutela dei provvedimenti illegittimi.
Alla luce di tali disposizioni, dunque, il potere di verifica spettante all’amministrazione a seguito della presentazione di una�SCIA�assumerebbe natura diversa a seconda che venga esercitato prima o dopo il decorso dei citati termini di sessanta o trenta giorni.
Nel primo caso l’amministrazione sarebbe tenuta solo ad accertare la sussistenza o meno dei presupposti di legge per lo svolgimento dell’attività segnalata e, pertanto, i poteri «repressivi» sarebbero doverosi e vincolati. Nel secondo caso, invece, i poteri dell’amministrazione sarebbero discrezionali, in quanto soggetti agli stessi presupposti previsti dalla legge per l’annullamento d’ufficio, tra cui l’obbligo di previa valutazione delle ragioni di interesse pubblico giustificative della loro adozione.�
1.4.− Quanto al panorama giurisprudenziale, il TAR Toscana si sofferma sulla sistemazione data alla materia dalla sentenza dell’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato 29 luglio 2011, n. 15, secondo cui:�
b) il controinteressato che abbia impugnato il silenzio negativo, benché siano scaduti i termini per l’adozione dei provvedimenti inibitori, ha comunque diritto «ad ottenere una pronuncia che impedisca lo svolgimento di un’attività illegittima mediante un precetto giudiziario puntuale e vincolante che non subisca l’intermediazione aleatoria dell’esercizio di un potere discrezionale»; perciò esso può sempre proporre, congiuntamente all’azione di annullamento del diniego tacito, la cosiddetta azione di adempimento, tesa ad ottenere una pronuncia che imponga all’amministrazione l’adozione del negato provvedimento inibitorio, ove non vi siano spazi per la regolarizzazione della�SCIA�ai sensi del comma 3 dell’art. 19 della legge n. 241 del 1990;
c) nelle more della formazione del titolo tacito, il terzo che abbia avuto conoscenza dell’iniziativa segnalata può proporre un’azione di accertamento autonoma in ordine alla legittimità o meno della�SCIA�(azione suscettibile di conversione automatica nel mezzo impugnatorio in caso di sopravvenuta emanazione dell’atto conclusivo del procedimento di verifica), nonché, congiuntamente a tale azione, chiedere la tutela interinale di cui agli artt. 55 e 61 dell’Allegato 1 al decreto legislativo n. 104 del 2010 (d’ora in avanti: cod. proc. amm.).
In questo senso deporrebbero i seguenti rilievi: 1) il terzo, prima di promuovere il ricorso, è tenuto a «sollecitare l’esercizio delle verifiche spettanti all’amministrazione», il che dimostrerebbe che ha l’onere di attivare un procedimento di verifica dei presupposti della�SCIA�separato ed autonomo rispetto a quello disciplinato dal comma 3 dell’art. 19; 2) la disposizione richiama i commi 1 e 2 dell’art. 31 cod. proc. amm., che individuano il presupposto dell’azione avverso il silenzio inadempimento nell’obbligo di concludere il procedimento amministrativo mediante una determinazione espressa, obbligo, che, come è noto, non è configurabile rispetto al potere di autotutela; 3) il richiamo anche al comma 3 dell’art. 31 cod. proc. amm., secondo cui il giudice adito con l’azione avverso il silenzio può «pronunciare sulla fondatezza della pretesa dedotta in giudizio», può avere senso esclusivamente con riferimento a un potere vincolato; 4) l’opposta tesi darebbe luogo a una interpretazione della norma non conforme a Costituzione, poiché, come chiarito dalla stessa Adunanza plenaria nella sentenza citata, il controinteressato avrebbe diritto di ottenere una pronuncia che impedisca lo svolgimento di un’attività illegittima senza passare dalla intermediazione aleatoria dell’esercizio di un potere discrezionale, quale quello di autotutela.
1.7.− Osserva ancora il giudice a quo che il meccanismo di tutela del terzo congegnato dall’art. 19, comma 6-ter, della legge n. 241 del 1990 richiede, per la sua concreta operatività, l’individuazione di tre distinti termini: il primo è quello entro il quale il terzo deve sollecitare le verifiche spettanti all’amministrazione; il secondo è quello entro cui l’amministrazione si deve pronunciare su tale istanza e decorso il quale essa deve considerarsi inerte; l’ultimo è quello entro il quale il terzo deve esperire l’azione avverso il silenzio mantenuto dall’amministrazione.�
1.8.1.− Non sarebbe convincente la tesi che il termine in questione sia lo stesso assegnato all’amministrazione per l’esercizio del suo potere inibitorio, cioè sessanta ovvero trenta giorni dalla presentazione della�SCIA, secondo quanto disposto dai commi 3 e 6-bis dell’art. 19 della legge n. 241 del 1990, in quanto «manifestamente illogica»: tali termini sono strutturati con riferimento all’esercizio dei poteri di verifica d’ufficio, il che giustifica che il loro dies a quo sia fatto coincidere con il ricevimento della segnalazione da parte dell’amministrazione, ma essi finirebbero per risultare di pratica inoperatività ove applicati all’esercizio della sollecitazione del terzo, atteso che nessuna norma assicura la tempestiva comunicazione ad esso della presentazione della�SCIA�né tanto meno dell’inizio dell’attività segnalata; il terzo finirebbe, quindi, per rimanere privo di qualsiasi forma di tutela, ove apprendesse dell’intervento dopo il decorso del termine concesso all’amministrazione per provvedere; d’altra parte, anche ove il terzo si attivasse tempestivamente ma in prossimità della scadenza di tale termine, ben difficilmente otterrebbe l’intervento cui aspira, restringendosi l’arco temporale entro cui l’amministrazione dovrebbe accertare l’illegittimità dell’attività oggetto di�SCIA, nonché inibirne la prosecuzione.
1.8.2.− Nemmeno potrebbe condividersi la diversa tesi che la facoltà del controinteressato di proporre l’istanza inibitoria sia soggetta al termine decadenziale di sessanta giorni previsto per la proposizione dell’ordinario ricorso annullatorio, termine che, in caso di�SCIA, decorrerebbe dalla data in cui il terzo ha avuto notizia della segnalazione lesiva (con la precisazione che, spirato tale termine, esso conserverebbe in ogni caso il potere di diffida dell’amministrazione all’adozione di atti di autotutela).
1.8.3.− Ancora non condivisibile sarebbe l’ulteriore tesi, secondo cui il terzo, in applicazione dell’art. 31, comma 2, cod. proc. amm., dovrebbe sollecitare l’amministrazione entro l’anno dal deposito della�SCIA.�
1.9.− Alla luce di tali considerazioni, secondo il TAR Toscana, l’attuale regime della�SCIA�non prevede un termine per la presentazione, da parte del terzo, dell’istanza sollecitatoria delle verifiche amministrative di cui all’art. 19, comma 6-ter, e tale termine non è desumibile dal sistema normativo, con la conseguenza che la sua diffida dovrebbe ritenersi tempestiva anche se proposta a notevole distanza di tempo dall’avvenuto deposito della segnalazione.
L’azione giudiziaria era stata notificata il 23 ottobre 2016 e quindi, anche considerando la prima delle istanze della ricorrente (presentata il 12 novembre 2015), essa risulterebbe proposta nell’anno dalla formazione del silenzio sulla richiesta inviata all’amministrazione. Conseguentemente, in assenza della previsione espressa di un termine per sollecitare l’intervento inibitorio dell’amministrazione, il Tribunale dovrebbe rigettare l’eccezione di tardività, nonostante la ricorrente abbia atteso dopo la presentazione della�SCIA�ben due anni e undici mesi (tre anni e nove mesi, se si considera l’ultima istanza).
1.11.− In punto di non manifesta infondatezza, il giudice a quo ritiene che la disposizione, così interpretata, contrasterebbe con il principio − ricavabile dagli artt. 3, 11 e 117, primo comma, Cost., quest’ultimo in relazione all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU e all’art. 6, paragrafo 3, TUE − di tutela dell’affidamento del segnalante, che sarebbe esposto sine die al rischio dell’inibizione dell’attività oggetto di�SCIA.
1.12.− Con specifico riguardo alla materia edilizia, poi, la soluzione normativa darebbe luogo, in violazione dell’art. 3 Cost., ad una irragionevole disparità di trattamento tra gli interventi assoggettati a�SCIA�e quelli assoggettati a permesso di costruire, dal momento che in tale ultimo caso la reazione del terzo è possibile solo nel breve termine decadenziale per l’impugnazione del titolo edilizio espresso.
1.14.− La norma censurata, infine, violerebbe il principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost., «in relazione» all’art. 117, secondo comma, lettera m), Cost., perché la mancata previsione del termine si tradurrebbe in una violazione degli standard minimi che il legislatore statale deve assicurare nella normazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; perché darebbe luogo a una disciplina contraddittoria, che, da un lato, incentiva la semplificazione e la liberalizzazione delle attività economiche e, dall’altro, espone chi si avvale dell’istituto della�SCIA�al rischio permanente di vedere travolta, su iniziativa del terzo, l’attività segnalata; e perché tradirebbe «l’esigenza di uniformità normativa che caratterizza l’istituto», aprendo «la strada a discipline territoriali eterogenee [...] con conseguente disomogeneità degli standards di tutela».
Osserva l’interveniente che – dopo la sentenza dell’Adunanza plenaria n. 15 del 2011 che ha riconosciuto alla�SCIA�il valore di atto con valenza comunicativa, oggettivamente e soggettivamente privato, non sostitutivo di un provvedimento tacito e pertanto non impugnabile − il legislatore con l’art. 6, comma 1, lettera c), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, nella legge 14 settembre 2011, n. 148, ha introdotto nell’art. 19 della legge n. 241 del 1990 il censurato comma 6-ter, con cui ha espressamente accolto la tesi della non impugnabilità della�SCIA�e ha precisato che i controinteressati possono sollecitare l’esercizio delle verifiche spettanti all’amministrazione, avendo a disposizione, in caso di inerzia, il solo rimedio dell’azione avverso il silenzio.
Successivamente, il legislatore è intervenuto a regolare i poteri di autotutela, esercitabili dall’amministrazione decorsi i termini di trenta e sessanta giorni previsti dal comma 3 dell’art. 19, quando l’attività prevista dalla�SCIA�si presume essere in atto, se non già completamente esaurita.
In particolare, la legge 7 agosto 2015, n. 124 (Deleghe al Governo in materia di riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche), all’art. 6, rubricato «Autotutela amministrativa», ha inciso direttamente sull’art. 19 della legge n. 241 del 1990, riformulandone i commi 3 e 4. Quest’ultimo estende alla�SCIA�la disciplina dell’autotutela dettata dall’art. 21-novies, anch’essa modificata con la previsione del termine finale di diciotto mesi per il suo esercizio.
Il Presidente del Consiglio dei ministri ritiene che, alla luce di quanto affermato dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 49 del 2016 sulla necessaria ponderazione tra la tutela dell’affidamento del privato e le esigenze alla base dell’intervento amministrativo sulle attività regolate in base a�SCIA, le sollevate questioni di legittimità costituzionale possano essere superate con una lettura costituzionalmente orientata della norma censurata, in combinato disposto con il comma 4 dell’art. 19, in modo da individuare un termine certo per l’esercizio dei poteri di sollecitazione riconosciuti ai terzi controinteressati.
Così, il privato potrebbe sollecitare i poteri di verifica dell’amministrazione nei termini di cui all’art. 19, commi 3 e 6-bis, decorsi i quali, a tutela dell’affidamento del segnalante, i poteri della PA sarebbero esercitabili non liberamente ma solo alle condizioni previste dall’art. 21-novies della legge n. 241 del 1990; scaduti i diciotto mesi, pur a seguito della sollecitazione del privato, resterebbe preclusa all’amministrazione la possibilità di intervenire sull’attività oggetto di�SCIA.
Aggiunge il Presidente del Consiglio dei ministri che, nel caso in cui l’attività oggetto di�SCIA�non venga di fatto tempestivamente iniziata e conseguentemente il terzo non sia in grado di proporre la sua istanza entro i termini sopra detti, l’onere della sua attivazione dovrà essere condizionato all’effettiva intrapresa dell’attività segnalata, «conformemente ai principi del codice amministrativo».
Quanto alla diversità di trattamento rispetto ai soggetti il cui intervento sia assoggettato a permesso di costruire, sarebbe evidente che si tratta di congegni abilitativi assolutamente diversi, sicché non potrebbe predicarsi una necessaria eguaglianza nei meccanismi di tutela.�
Con riferimento alla censura di violazione del principio del buon andamento, la previsione «di un vero e proprio stallo» dell’attività amministrativa sarebbe infondata, sia perché «le richieste di verifica in termini statistici sono sempre un numero minimo rispetto a quello delle pratiche semplificate» sia in ragione della digitalizzazione dei procedimenti amministrativi.�
2.− Secondo il rimettente la disposizione censurata vìola, in primo luogo, gli artt. 3, 11 e 117, primo comma – quest’ultimo in relazione all’art. 1 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848, e all’art. 6, paragrafo 3, del Trattato sull’Unione europea (TUE), firmato a Maastricht il 7 febbraio 1992, entrato in vigore il 1° novembre 1993 − e secondo comma, lettera m), della Costituzione, perché non tutela l’affidamento del segnalante, che sarebbe esposto sine die al rischio di inibizione dell’attività oggetto di�SCIA.
La disposizione censurata, ancora, violerebbe i principi di ragionevolezza e buon andamento della pubblica amministrazione di cui agli artt. 3 e 97 Cost., poiché l’amministrazione sarebbe costretta a verificare i presupposti dell’attività segnalata anche qualora sia trascorso un notevole lasso di tempo dal deposito della�SCIA�e nonostante abbia già esercitato il controllo d’ufficio, così aggravandosi l’attività amministrativa; perché la possibilità incondizionata di rivalutare, anche a notevole distanza di tempo, l’assetto di interessi già definito aumenterebbe il rischio di decisioni amministrative contraddittorie; e perché l’incertezza normativa sull’esistenza di un termine e sul dies a quo della sua decorrenza − e quindi sull’obbligo dell’amministrazione di attivarsi a fronte dell’istanza del terzo − inciderebbe sull’efficienza dell’attività amministrativa.
Il principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost., infine, sarebbe violato anche «in relazione» all’art. 117, secondo comma, lettera m), Cost., perché la mancata previsione del termine si tradurrebbe in una violazione degli standard minimi, che il legislatore statale deve assicurare nella normazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale; perché darebbe luogo a una disciplina contraddittoria che, da un lato, incentiva la semplificazione e la liberalizzazione delle attività amministrative e, dall’altro, espone chi si avvale della�SCIA�al rischio permanente di vedere travolta, su iniziativa del terzo, l’attività segnalata; e perché tradirebbe «l’esigenza di uniformità normativa che caratterizza l’istituto», aprendo «la strada a discipline territoriali eterogenee [...] con conseguente disomogeneità degli standards di tutela».
5.− Con la terza eccezione la parte privata lamenta l’inammissibilità delle questioni per difetto di rilevanza, poiché il TAR Toscana si sarebbe limitato a sostenere di dovere fare applicazione della norma censurata, senza che «i parametri costituzionali invocati risultino [...] in concreto violati»: il rimettente, cioè, avrebbe sollevato una questione del tutto «ipotetica ed eventuale», fermandosi ad un esame di principio o «estetico» del quadro normativo di riferimento.
Il TAR Toscana, con motivazione non solo plausibile ma anche corretta, ha osservato che, per decidere sull’eccezione di tardività sollevata dall’amministrazione e dal controinteressato, deve fare applicazione della norma censurata, che, secondo la ricostruzione fatta propria dal rimettente, consentirebbe al terzo di sollecitare in ogni tempo le verifiche spettanti alla PA sull’attività oggetto di�SCIA�(nel caso di specie, la prima sollecitazione è stata presentata dopo due anni ed undici mesi circa dal deposito della segnalazione e l’ultima dopo tre anni e nove mesi circa).
7.− Certamente non sbaglia il TAR Toscana a ritenere che la previsione di un termine costituisca, nel contesto normativo in questione, un requisito essenziale dei poteri di verifica sulla�SCIA�a tutela dell’affidamento del segnalante (sentenza n. 49 del 2016).
In particolare, il comma 3 dell’art. 19 attribuisce alla PA un triplice ordine di poteri (inibitori, repressivi e conformativi), esercitabili entro il termine ordinario di sessanta giorni dalla presentazione della�SCIA, dando la preferenza a quelli conformativi, «[q]ualora sia possibile»; mentre il successivo comma 4 prevede che, decorso tale termine, quei poteri sono ancora esercitabili «in presenza delle condizioni» previste dall’art. 21-novies della stessa legge n. 241 del 1990.
Il comma 6-bis dell’art. 19 applica questa disciplina anche alla�SCIA�edilizia, riducendo il termine di cui al comma 3 da sessanta a trenta giorni e prevedendo, inoltre, che, «restano [...] ferme le disposizioni relative alla vigilanza sull’attività urbanistico-edilizia, alle responsabilità e alle sanzioni previste dal decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380, e dalle leggi regionali».
8.1.− A tale conclusione si perviene anzitutto sulla base del dato testuale: la locuzione «verifiche spettanti all’amministrazione» lascia chiaramente intendere che la norma rinvia a poteri già previsti.�
Quanto al secondo profilo, la diversa opzione ermeneutica seguita dal giudice a quo darebbe luogo ad una evidente incongruenza del sistema, per come si è evoluto a seguito della introduzione − ad opera della legge n. 124 del 2015 − del termine di esercizio dell’autotutela nell’art. 21-novies della legge n. 241 del 1990, termine reso applicabile anche ai poteri di controllo sulla�SCIA�dall’art. 19, comma 4, della stessa legge: si avrebbe qui, infatti, un potere sempre vincolato, e quindi più incisivo, e purtuttavia temporalmente illimitato.
8.3.− Non meno evidente, infine, è l’incompatibilità della lettura proposta con l’istituto della�SCIA, per come conformato dalla sua storia normativa e giurisprudenziale.
9.− Le verifiche cui è chiamata l’amministrazione ai sensi del comma 6-ter sono dunque quelle già puntualmente disciplinate dall’art. 19, da esercitarsi entro i sessanta o trenta giorni dalla presentazione della�SCIA�(commi 3 e 6-bis), e poi entro i successivi diciotto mesi (comma 4, che rinvia all’art. 21-novies).