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Timestamp: 2019-10-22 12:17:11+00:00
Document Index: 63781110

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Art. 446 codice di procedura penale - Richiesta di applicazione della pena e consenso - Brocardi.it
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Articolo 446 Codice di procedura penale
Dispositivo dell'art. 446 Codice di procedura penale
2. La richiesta e il consenso nell'udienza sono formulati oralmente [141]; negli altri casi sono formulati con atto scritto.
3. La volontà dell'imputato è espressa personalmente o a mezzo di procuratore speciale[122] e la sottoscrizione[110] è autenticata nelle forme previste dall'articolo 583 comma 3 [att. 39] (1).
5. Il giudice, se ritiene opportuno verificare la volontarietà della richiesta o del consenso, dispone la comparizione dell'imputato (2).
6. Il pubblico ministero, in caso di dissenso, deve enunciarne le ragioni [448 1] (3).
(1) Essendo la richiesta un atto negoziale, con il quale le parti rinunciano ai propri diritti e facoltà, ne è requisito indispensabile la volontarietà, quindi necessariamente l'imputato deve agire personalmente o al massimo tramite il difensore munito di procura speciale. Per le persone giuridiche il riferimento è al legale rappresentante, a patto che questi non rivesta la veste di imputato del reato da cui dipende l'illecito amministrativo.
(2) Un vizio della volontà rende invalidi tanto la richiesta quanto il consenso e sarebbe motivo di inamissibilità del rito speciale, di qui la necessità di verificare l'assenza di vizi quale dovere d'ufficio del giudice.
(3) Tale dissenso è idoneo a influire sullo svolgimento procedurale, impedendo la soluzione anticipata del processo, ma non l'applicazione della pena richiesta dall'imputato ovvero il P.M. impone la discussione dibattimentale del caso, ma non preclude una tardiva applicazione della pena, qualora il giudice del dibattimento o dell'appello ritengano ingiustificato il dissenso stesso.
Spiegazione dell'art. 446 Codice di procedura penale
Per quanto concerne la richiesta di patteggiamento, essa può provenire sia dall'imputato che dal pubblico ministero, e dev'essere indirizzata all'altra parte processuale.
Richiesta e consenso possono essere pronunciati anche oralmente, se presentati in udienza. Negli altri casi debbono invece avere forma scritta.
Da qualificarsi come atti negoziali, la richiesta ed il consenso devono innanzitutto presentare il requisito della volontarietà. Per tal motivo, ove il giudice ritenga opportuno verificare la volontarietà della richiesta o del consenso, convoca l'imputato (qualora ad esempio emerga che la richiesta è frutto di una libera iniziativa del difensore).
Per quanto concerne il termine di presentazione della richiesta, essa può essere formulata già nel corso dell'indagine preliminare ex art. 447, nonché nella successiva udienza preliminare, fino a che le parti non abbiano concluso la relativa discussione.
Massime relative all'art. 446 Codice di procedura penale
Cass. pen. n. 5541/2016
In tema di patteggiamento, l'art.446 comma primo cod.proc.pen. prescrive che la richiesta di applicazione della pena conseguente a giudizio immediato deve essere formulata entro il termine di decorrenza di quindici giorni dalla notifica del decreto di giudizio immediato, con la conseguenza che il patteggiamento tardivamente richiesto non deve essere ammesso e, se lo è stato, dà luogo ad una ipotesi di nullità della decisione.
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 5541 del 10 febbraio 2016)
Cass. pen. n. 37879/2015
La richiesta di patteggiamento preannunciata nel corso dell'udienza preliminare ma mai formalizzata è inesistente, in quanto inidonea ad integrare una proposta negoziale, nè può essere rinnovata prima della dichiarazione di apertura del dibattimento, in quanto la sua proposizione "in limine litis" equivarrebbe alla presentazione di essa per la prima volta, in un momento in cui il suo compimento è ormai precluso (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto corretta la decisione che aveva giudicato tardiva la richiesta di patteggiamento formulata in dibattimento dall'imputato che aveva ripetutamente preannunciato in sede di udienza preliminare la volontà di patteggiare, ottenendo a tal fine più volte un rinvio per acquisire il consenso del pubblico ministero, ma non aveva poi mai articolato la richiesta, nè aveva mai domandato che il pubblico ministero si pronunciasse su di essa).
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 37879 del 18 settembre 2015)
Cass. pen. n. 795/2013
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 795 del 8 gennaio 2013)
Cass. pen. n. 16838/2007
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 16838 del 3 maggio 2007)
Cass. pen. n. 11981/2007
La richiesta di «patteggiamento» può essere proposta, oltre che dall'imputato personalmente, anche a mezzo di procuratore speciale; pertanto essa può essere presentata dal difensore soltanto se vi è abilitato a mezzo di procura speciale (articolo 446, comma 3, del c.p.p.). Al procuratore speciale, peraltro, non è consentito delegare altra persona, a meno che tale facoltà non sia stata conferita espressamente dall'imputato con le forme previste per la procura speciale dall'articolo 446, comma 3, del c.p.p. Da ciò deriva che, in difetto di attribuzione di tale facoltà, il sostituto del difensore nominato ex articolo 102 del c.p.p., pur esercitando i diritti e assumendo i doveri del difensore, non è legittimato a presentare la richiesta di «patteggiamento», perché questa in tale evenienza non è in alcun modo riferibile all'imputato. (Mass. redaz.).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 11981 del 22 marzo 2007)
Cass. pen. n. 4585/2000
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 4585 del 16 novembre 2000)
Cass. pen. n. 6609/2000
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 6609 del 5 giugno 2000)
Cass. pen. n. 1369/2000
In tema di patteggiamento, la richiesta di applicazione della pena è atto dispositivo personalissimo dell'imputato, che deve essere manifestato con forme vincolate e predefinite; pertanto, la volontà dell'interessato deve essere necessariamente espressa personalmente o, in mancanza, tramite procuratore speciale. (Nella fattispecie, la Corte ha annullato senza rinvio la sentenza di patteggiamento impugnata dall'imputato, rilevando che l'atto di nomina del difensore, pur contenendo la dicitura “conferisce procura speciale”, non recava alcuna espressione che legittimasse il professionista alla definizione del procedimento con pena concordata, mentre, ai sensi dell'art. 122 c.p.p., la procura deve contenere la determinazione dell'oggetto per cui è conferita e deve, dunque, far riferimento al potere di richiedere la applicazione di pena ai sensi dell'art. 444 c.p.p.).
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1369 del 5 giugno 2000)
Cass. pen. n. 6245/1999
In tema di patteggiamento, la procura speciale con la quale viene conferito al procuratore anche il potere di richiedere l'applicazione della pena si caratterizza per la discrezionalità riconosciuta allo stesso procuratore anche in questa materia, giacché l'indicazione di un limite di pena trasformerebbe quest'ultimo in semplice “nuncius”.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 6245 del 16 febbraio 1999)
Cass. pen. n. 11076/1998
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 11076 del 24 ottobre 1998)
Cass. pen. n. 6545/1998
In tema di patteggiamento, una volta che le parti abbiano sottoposto all'organo giudicante le loro richieste, queste non possono essere più revocate; il che implica che ogni questione concernente la prova in ordine alla sussistenza del fatto e alla sua soggettiva attribuzione, le eventuali nullità verificatesi nella fase procedimentale, l'entità e le modalità di determinazione della pena non possono costituire motivo di impugnazione della sentenza emessa ai sensi dell'art. 444 c.p.p. Tale conclusione vale sia per l'imputato, sia per il pubblico ministero, per il quale, salva l'impugnazione per erronea applicazione formale di norma di diritto, non sussiste alcun concreto interesse che possa rendere ammissibile una doglianza concernente l'inadeguatezza della determinazione di pena. Ed invero, anche per la parte pubblica l'interesse ad impugnare deve essere collegato alla condotta processuale prefigurata dalle norme relative allo speciale rito del patteggiamento, sicché esso va correlato non solo agli interessi coordinati allo scopo del processo, ma anche a che detto scopo si realizzi con il minimo impiego di attività e di tempo per ridurre al massimo il costo del processo. Ne consegue che, nell'ottica della pena patteggiata, ciascuna delle parti deve, preventivamente all'accordo da sottoporre all'organo giudicante, operare una scelta con coerente rinuncia ad alcune delle facoltà esercitabili nel rito previsto come normale dall'ordinamento processuale, di guisa che, costituendo la concorde richiesta presentata alla valutazione del giudice l'espressione dell'interesse delle parti come sopra specificato, ogni successivo ripensamento sul suo contenuto non soltanto non può costituire motivo di impugnazione, ma anche qualifica il gravame come privo di interesse, avendo la parte già rinunciato, partecipando all'accordo con la controparte, a tale sua facoltà.
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 6545 del 26 febbraio 1998)
Cass. pen. n. 4199/1998
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 4199 del 27 gennaio 1998)
Cass. pen. n. 2158/1997
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2158 del 12 luglio 1997)
Cass. pen. n. 699/1997
In tema di patteggiamento, la sentenza con la quale il giudice, ai sensi dell'art. 448, primo comma, seconda parte, c.p.p., applica all'imputato la pena da lui richiesta, a seguito di dibattimento per il dissenso del pubblico ministero, non può prescindere dalla valutazione degli elementi di giudizio propri della cognizione piena, quasi che quel giudizio si sia svolto al solo fine di apprezzare la congruità della pena proposta dall'imputato: questa verrà quindi applicata solo nel caso in cui il giudice ritenga, motivatamente, di dover pronunciare una sentenza di condanna. (Nella specie lo svolgimento del dibattimento era stato ritenuto funzionale al solo fine di «consentire al giudice di potere rettamente valutare la legittimità o meno del dissenso del P.M.»: la Cassazione ha annullato la sentenza in quanto veniva così ipotizzato un giudizio a cognizione semipiena).
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 699 del 20 maggio 1997)
Cass. pen. n. 3892/1997
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 3892 del 24 aprile 1997)
Cass. pen. n. 4675/1997
La richiesta di patteggiamento può essere accolta dal giudice ancorché la procura speciale rilasciata al difensore non contenga la specifica indicazione della pena di cui concordare l'applicazione. (Nell'affermare detto principio la Corte ha osservato che alla procura speciale viene attribuita, sostanzialmente, anche la discrezionalità che è necessaria, in relazione alla fattispecie concreta ed alle contingenti richieste della parte pubblica, per contemperare l'interesse del rappresentato con le prospettazioni, quoad poenam, della controparte e per stipulare l'accordo nella misura che risulti essere l'unica possibile in bonam partem. Il presupposto pattizio dell'istituto postula infatti una preliminare incertezza sia sull'an e che sul quantum, con la conseguenza che la predeterminazione nella procura, da parte dell'interessato, della pena da concordare è di norma inconciliabile con la finalità e la struttura della transazione che riduce ad unità giuridica ed irretrattabile negozio processuale i rapporti ed i contrasti, anche dialettici, delle parti e, in definitiva, la preparatoria trattativa che si instaura tra il procuratore speciale ed il pubblico ministero.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 4675 del 22 febbraio 1997)
Cass. pen. n. 5543/1997
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5543 del 8 febbraio 1997)
Cass. pen. n. 2247/1996
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2247 del 1 marzo 1996)
Cass. pen. n. 2947/1995
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2947 del 25 luglio 1995)
Cass. pen. n. 2113/1995
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 2113 del 20 luglio 1995)
Cass. pen. n. 6193/1995
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 6193 del 27 maggio 1995)
Cass. pen. n. 5169/1994
La ricettazione di un'arma clandestina, utilizzata per commettere un reato, non può essere ritenuta fatto di particolare tenuità. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha annullato la sentenza con la quale, sulla base del mero riferimento alla ritenuta correttezza della qualificazione giuridica del fatto, sussunto dalle parti sotto la previsione di cui all'art. 648 cpv. c.p., il giudice aveva applicato, ai sensi dell'art. 444 c.p.p., la pena che le parti stesse avevano concordemente richiesto).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5169 del 16 dicembre 1994)
Cass. pen. n. 3678/1994
Poiché nessuna formula sacramentale è prevista per il conferimento della procura speciale di cui all'art. 446 c.p.p. per la richiesta di applicazione della pena concordata, la nomina del difensore di fiducia e la contestuale istanza dell'imputato di applicazione della pena, con autenticazione della sottoscrizione da parte dello stesso difensore, integrano la procura speciale prescritta dalla disposizione suddetta.
(Cassazione penale, Sez. II, ordinanza n. 3678 del 28 ottobre 1994)
Cass. pen. n. 10097/1994
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 10097 del 24 settembre 1994)
Cass. pen. n. 2417/1994
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 2417 del 22 agosto 1994)
Cass. pen. n. 8494/1994
In tema di patteggiamento, quando la richiesta sia stata formulata antecedentemente alla dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado e l'altra parte abbia dato il suo consenso, il giudice, se ne ricorrono le condizioni, pronuncia immediatamente sentenza. Nell'ipotesi in cui vi sia stato invece il dissenso del P.M., «dopo la chiusura del dibattimento di primo grado» può ritenerlo ingiustificato ed accogliere l'istanza dell'imputato ovvero decidere nel merito. Ne consegue che, qualora il P.M. abbia dissentito, il giudice ha comunque l'obbligo di procedere all'intero dibattimento ed all'esito o applicare il patteggiamento o condannare l'imputato secondo il rito ordinario. Nella motivazione della sentenza dovrà inoltre spiegare le ragioni dell'accoglimento ovvero del rigetto della richiesta di patteggiamento ed esprimere il suo convincimento sulla correttezza della contrarietà, espressa dall'accusa. Non dovrà invece emettere ordinanza preliminare, per dichiarare esatto il dissenso stesso, poiché soltanto dopo il dibattimento potrà formulare un giudizio completo. Qualora tuttavia preliminarmente pronunci il predetto provvedimento, dovrà poi, al termine del dibattimento medesimo, trasfonderlo o rinnovarlo adeguatamente nella sentenza. La eventuale mancanza si profila come carenza di motivazione, alla quale, in caso di impugnazione, deve porre rimedio la corte d'appello. (La Cassazione ha annullato la sentenza della corte d'appello per difetto di motivazione).
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 8494 del 29 luglio 1994)
Cass. pen. n. 190/1994
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 190 del 13 gennaio 1994)
In tema di patteggiamento, qualora l'accordo raggiunto tra le parti preveda l'indulto, il giudice non è vincolato dall'inscindibilità del petitum così come nel caso in cui esso preveda la sospensione condizionale della pena ex art. 444 comma terzo c.p.p., in quanto l'indulto, a differenza della sospensione condizionale, è materia sottratta alla disponibilità delle parti prevista dall'art. 444 precitato, con la conseguenza che la «clausola», avente ad oggetto l'applicazione di tale beneficio, se inserita nell'accordo, è da considerare tanquam non esset nel senso che vitiatur sed non vitiat.
Cass. pen. n. 2379/1993
In tema di cosiddetto patteggiamento, disciplinato dagli artt. 444 e seguenti c.p.p., la richiesta di applicazione della pena non è più revocabile quando su di essa sia stato espresso il consenso dell'altra parte.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 2379 del 27 settembre 1993)
Cass. pen. n. 8253/1993
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 8253 del 30 agosto 1993)
Cass. pen. n. 412/1993
Le sentenze di applicazione della pena su richiesta delle parti non possono considerarsi sentenze dibattimentali, tranne il caso in cui il giudice provveda dopo la chiusura del dibattimento di primo grado o nel giudizio d'impugnazione, ritenendo ingiustificato il dissenso del P.M. e congrua la pena richiesta dall'imputato. Con l'espressione «nel giudizio» di cui all'art. 448 primo comma c.p.p. si fa riferimento a sentenza emessa, non già nel dibattimento, ma nella fase degli atti preliminari al dibattimento, comunque non oltre la dichiarazione di apertura dello stesso, potendosi solo fino a tale momento formulare la richiesta di applicazione della pena.
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 412 del 20 aprile 1993)
Cass. pen. n. 468/1993
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 468 del 18 marzo 1993)
Cass. pen. n. 617/1993
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 617 del 25 gennaio 1993)
Cass. pen. n. 11195/1992
(Cassazione penale, Sez. II, sentenza n. 11195 del 18 novembre 1992)
Cass. pen. n. 3472/1992
In tema di patteggiamento, allorché vi sia stato il dissenso del pubblico ministero ed il dissenso stesso risulti ingiustificato, la pena richiesta dall'imputato può essere egualmente applicata, ma soltanto in dibattimento ed all'esito di questo, e non nel corso delle indagini preliminari. Ciò si desume dal disposto degli artt. 447 e 448 c.p.p., secondo il quale la ratio che informa detta disciplina sta nella idoneità soltanto del giudizio conseguente all'esito del dibattimento a fornire al giudice gli elementi necessari per concludere sul difetto di giustificazione del dissenso del P.M. e, quindi, per applicare la pena richiesta. (Fattispecie in cui il Gip nonostante il dissenso del P.M. aveva accolto all'udienza preliminare la richiesta di applicazione della pena formulata dall'imputato all'udienza di convalida dell'arresto; la Cassazione ha annullato la relativa sentenza enunciando il principio di cui in massima).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3472 del 15 ottobre 1992)
Cass. pen. n. 878/1992
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 878 del 3 ottobre 1992)
Cass. pen. n. 9353/1992
Dal disposto dell'art. 448, c.p.p. (che prevede che il giudice in primo grado o nel giudizio di impugnazione, quando ritiene ingiustificato il dissenso del P.M. e congrua la pena richiesta dall'imputato, pronuncia sentenza con la quale applica detta pena) scaturisce il principio secondo cui anche in sede di impugnazione deve essere comunque riconosciuto all'imputato che ne abbia fatto richiesta ex art. 444, comma primo, c.p.p., anche al di fuori del dissenso ingiustificato del P.M., il diritto alla riduzione di pena, quando il giudice riconosca che la richiesta era fondata sia in relazione alla qualifica del reato che alla pena da applicare. (Fattispecie in cui il giudice di primo grado non aveva accolto l'accordo delle parti ritenendo non corretta la qualificazione giuridica del fatto dalle stesse prospettata, mentre il giudice di appello aveva invece qualificato il reato e determinata la pena nello stesso modo previsto dall'accordo suddetto, riconoscendone implicitamente la validità e la congruità, ma non aveva provveduto ad applicare la riduzione di pena conseguente all'adozione del rito di cui all'art. 444 c.p.p.; la Cassazione ha censurato per tale ultimo aspetto la decisione del giudice di appello enunciando il principio di cui in massima).
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 9353 del 4 settembre 1992)
Cass. pen. n. 8377/1992
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 8377 del 24 luglio 1992)
Cass. pen. n. 7523/1992
Nella procura speciale finalizzata al cosidetto patteggiamento deve necessariamente ritenersi ricompresa la volontà di accettazione della misura della pena. Questa, infatti, proprio perché applicabile all'esito di un accordo fra le parti, non può essere predeterminata dal rappresentato, ma — a seconda delle esigenze del caso concreto e delle richieste del pubblico ministero — va valutata ed indicata dal procuratore speciale nell'applicazione del mandato conferitogli. Un mandato che, finalizzato alla definizione del procedimento sulla base di un accordo, deve ricomprendere anche la volontà dell'interessato di accettare l'operato del suo procuratore, proprio e principalmente in relazione all'entità della pena
(Cassazione penale, Sez. VI, sentenza n. 7523 del 26 giugno 1992)
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 5154 del 4 maggio 1992)
Cass. pen. n. 1801/1992
La richiesta di patteggiamento non è più revocabile quando su di essa sia stato espresso il consenso dell'altra parte. Infatti nessun recesso è più possibile quando le manifestazioni di volontà delle parti hanno determinato nel procedimento effetti irreversibili e tali effetti si verificano nel caso regolato dall'art. 447 c.p.p. prima della pronuncia della sentenza di accoglimento della richiesta, perché con il consenso del pubblico ministero il procedimento si avvia ad un epilogo anticipato, che, con l'assunzione della qualità di imputato (art. 60 c.p.p.) e l'esercizio dell'azione penale (art. 405, comma primo, c.p.p.), non consente un ritorno alla fase delle indagini preliminari. In tal senso si traggono consistenti argomenti anche dall'art. 447, ultimo comma, c.p.p., il quale prevede che, durante il termine fissato dal giudice per esprimere il consenso o il dissenso sulla richiesta, quest'ultima non è revocabile: sarebbe illogico ritenere che, raggiunto l'accordo, sia possibile revocare la richiesta.
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 1801 del 13 marzo 1992)
Cass. pen. n. 3483/1991
L'incarico affidato da imputato detenuto al proprio difensore diretto alla «presentazione di istanza di patteggiamento della pena o del rito», effettuato non tramite personale presentazione nell'ufficio matricola del carcere, ma per mezzo di telefax, non è idoneo a costituire procura speciale al difensore valida a norma degli artt. 446, terzo comma, e 122, primo comma, c.p.p. per indeterminatezza dell'oggetto e carenza di forma (mancanza di autenticazione).
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3483 del 27 marzo 1991)
Cass. pen. n. 16510/1990
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 16510 del 18 dicembre 1990)
Cass. pen. n. 2618/1990
In tema di applicazione della pena su richiesta delle parti, il difensore non ha un autonomo potere di opporsi all'accordo intervenuto tra di esse o di modificarne i termini, in quanto il suo ruolo si esaurisce nell'affiancare la parte privata ed assisterla nel corso della trattativa, a conclusione della quale viene redatta la richiesta portata al giudice che può dichiararsi d'accordo, recependola nel dispositivo, ovvero rifiutarla disponendo per il rito ordinario, in forza dei poteri, riconosciutigli dalla legge, di accertamento delle condizioni di legittimità del fatto intervenuto nonché di verifica della congruità della pena, come riconosciutigli dalla sentenza 2 luglio 1990, n. 313 della Corte cost. che ha dichiarato l'illegittimità costituzionale «in parte qua» dell'art. 444 c.p.p. (Nella specie si è negato che potesse avere valore modificativo dell'accordo già intervenuto tra P.M. e imputato. La richiesta formulata dalla difesa prima della decisione di concessione dei doppi benefici di legge, sul rilievo che il diritto di libertà dell'imputato non potrebbe essere delegato ad alcuno se non mediante procura speciale).
(Cassazione penale, Sez. Feriale, sentenza n. 2618 del 20 settembre 1990)