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Timestamp: 2018-12-19 07:23:46+00:00
Document Index: 56913641

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 141', 'art. 157', 'art. 21', 'art. 117', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 37', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 117', 'art. 24', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 141', 'art. 157', 'art. 21', 'art. 117', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 4']

CORTE COSTITUZIONALE - Sentenza 12 maggio 2017, n. 111 - Collocamento a riposo al raggiungimento - 65° anno di età - Requisiti per il conseguimento della pensione al 61° anno di età e con venti anni di contribuzione alla data del 31 dicembre 2011 - Studio Cerbone
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CORTE COSTITUZIONALE – Sentenza 12 maggio 2017, n. 111
Previdenza – Lavoratrici – Collocamento a riposo al raggiungimento – 65° anno di età – Requisiti per il conseguimento della pensione al 61° anno di età e con venti anni di contribuzione alla data del 31 dicembre 2011
1.- Il Tribunale ordinario di Roma, in composizione monocratica e in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza del 7 aprile 2016, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 11, 37, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione – l’art. 11 Cost. in relazione all’art. 141 (recte: art. 157) del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e all’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE) e l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 2 della direttiva 5 luglio 2006, n. 2006/54/CE, recante «Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (rifusione)» – questioni di legittimità costituzionale del combinato disposto dell’art. 24, comma 3 (recte: 24, comma 3, primo periodo), del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, come interpretato dall’art. 2, comma 4, del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101 (Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, e dell’art. 2, comma 21, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), «nella misura in cui detto combinato disposto impone il collocamento a riposo al raggiungimento del 65° anno di età delle impiegate che abbiano maturato i requisiti per il conseguimento della pensione con il raggiungimento del 61° anno di età e di venti anni di contribuzione alla data del 31 dicembre 2011, laddove gli impiegati, che si trovino nella medesima condizione lavorativa, sono collocati a riposo al raggiungimento dell’età di 66 anni e tre mesi/sette mesi».
1.1.- Il Tribunale rimettente riferisce in punto di fatto che, con ricorso depositato il 7 maggio 2015, la ricorrente A. C., nata il 28 gennaio 1950, esponeva di avere prestato servizio alle dipendenze del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, con incarico di funzionario bibliotecario e che, con provvedimento del 17 dicembre 2014, detto Ministero aveva disposto il suo collocamento a riposo dal 1° febbraio 2015, nonostante ella avesse diffidato l’amministrazione a trattenerla in servizio fino al raggiungimento dell’età di sessantasei anni e tre mesi; sosteneva che, non avendo maturato, alla data del 31 dicembre 2011, alcuno dei requisiti per il pensionamento dei dipendenti pubblici, aveva diritto, a norma dell’art. 24 del decreto-legge n. 201 del 2011, a rimanere in servizio fino al compimento dell’età di sessantasei anni e tre mesi, come previsto, per tutti i dipendenti, a decorrere dal 1° gennaio 2012; chiedeva pertanto che fosse accertato il proprio diritto a essere trattenuta in servizio fino al raggiungimento dell’età di sessantasei anni e tre mesi e che, conseguentemente, il convenuto Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo fosse condannato a trattenerla in servizio e, per l’effetto, a reintegrarla nell’incarico di funzionario bibliotecario. Lo stesso rimettente riferisce altresì che il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo si era costituito in giudizio il 30 ottobre 2015, sostenendo che la ricorrente non rientrasse tra i soggetti che maturano i requisiti per il pensionamento a decorrere dal 1° gennaio 2012, giacché la stessa, alla data del 31 dicembre 2011, avendo trentatré anni e due mesi di contribuzione e avendo raggiunto il sessantunesimo anno di età, aveva già maturato i requisiti per il pensionamento di anzianità.
1.2.- Il rimettente ricostruisce poi il complesso quadro normativo in cui le disposizioni censurate si inseriscono.
1.2.1.- Il Tribunale ordinario di Roma espone anzitutto la normativa dettata, nel regime dell’assicurazione generale obbligatoria e per le forme di previdenza sostitutive ed esclusive di tale assicurazione, in tema di età e di requisiti assicurativi e contributivi per il pensionamento di vecchiaia.
1.2.2.- Il rimettente richiama poi l’art. 2, comma 21, della legge n. 335 del 1995, nel suo testo originario – secondo cui, «Con effetto dal 1°(gradi) gennaio 1996, le lavoratrici iscritte alle forme esclusive dell’assicurazione generale obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti al compimento del sessantesimo anno di età, possono conseguire il trattamento pensionistico secondo le regole previste dai singoli ordinamenti di appartenenza per il pensionamento di vecchiaia ovvero per il collocamento a riposo per raggiunti limiti di età» – osservando come tale disposizione non avesse modificato la disciplina del collocamento a riposo per raggiunti limiti di età, previsto, per gli impiegati, dall’art. 4, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), al compimento del sessantacinquesimo anno di età, senza distinzione tra uomini e donne.
1.2.3.- Il giudice a quo afferma quindi che le impiegate, fermo restando il loro collocamento a riposo al raggiungimento del detto limite massimo di sessantacinque anni di età, avevano la facoltà, purché avessero maturato anche i requisiti assicurativo e contributivo ventennali, di accedere, a domanda, al trattamento pensionistico di vecchiaia al compimento del sessantesimo anno di età.
1.2.4.- Tanto esposto, il Tribunale ordinario di Roma passa a esaminare la sentenza della Corte di giustizia 13 novembre 2008, in causa C-46/07, Commissione delle Comunità europee contro Repubblica italiana, nonché le misure successivamente adottate dal legislatore al fine di adeguare l’ordinamento italiano a tale pronuncia.
1.2.5.- Il Tribunale ordinario di Roma prosegue rappresentando che sul descritto quadro normativo si è innestata la nuova disciplina dei trattamenti pensionistici dettata dall’art. 24 del decreto-legge n. 201 del 2011, che ha previsto un generale aumento dell’età pensionabile da sessantacinque a sessantasei anni a decorrere dal 1° gennaio 2012 e che ha eliminato le pensioni di vecchiaia anticipata e di anzianità.
1.3.- Tornando alla controversia sottoposta al proprio esame, il Tribunale ordinario di Roma osserva che la ricorrente A. C., alla data del 31 dicembre 2011, aveva già compiuto sessantuno anni di età e aveva altresì i requisiti assicurativi e contributivi ventennali, avendo maturato – come indicato da entrambe le parti in causa – trentatré anni, due mesi e un giorno di anzianità.
1.4.- In punto di non manifesta infondatezza, il rimettente ritiene che il «sistema normativo sopra indicato» faccia sorgere dubbi di legittimità costituzionale in riferimento agli artt. 3, 11, 37, primo comma, e 117 Cost.
1.4.1.- Il deteriore trattamento della lavoratrice rispetto al lavoratore contrasterebbe, anzitutto, con il principio di eguaglianza, sancito dall’art. 3 Cost., in assenza di ragioni idonee a giustificare questa disparità, non potendosi, in particolare, considerare tali i possibili vantaggi per la finanza pubblica derivanti da una riduzione del personale femminile, collocato a riposo prima di quello maschile, con il riconoscimento di un trattamento pensionistico inferiore.
1.4.2.- La normativa censurata lederebbe, in secondo luogo, l’art. 37, primo comma, Cost., esplicazione del generale principio di cui all’art. 3 Cost. Tenuto anche conto di quanto ritenuto dalla Corte di giustizia nella menzionata sentenza del 13 novembre 2008, il trattamento pensionistico dei dipendenti dello Stato costituisce un regime «professionale» di previdenza sociale ed è, quindi, soggetto al principio della parità di trattamento retributivo, senza distinzioni di sesso. Il rimettente ribadisce quindi che, in base alla normativa censurata, «le donne che abbiano maturato i requisiti per poter fruire di pensione raggiungendo il 61° anno di età entro il 31.12.2011, si trovano in posizione deteriore rispetto agli uomini che abbiano raggiunto la medesima età entro lo stesso termine, non potendo continuare a lavorare per almeno altri quindici mesi e perdendo quindi la relativa retribuzione con quanto ne consegue».
1.4.3.- Il censurato combinato disposto, ponendosi in contrasto con disposizioni del diritto primario e derivato dell’Unione europea, violerebbe infine gli artt. 11 e 117, primo comma, Cost.
Il Tribunale rimettente afferma conclusivamente sul punto che il contrasto con principi fondamentali dell’ordinamento dell’Unione europea si traduce in una lesione dell’art. 11 Cost., in quanto la normativa censurata «appare impedire o pregiudicare l’osservanza del Trattato in uno dei suoi principi essenziali, quale quello di non discriminazione per ragioni di sesso», mentre il contrasto con la direttiva n. 2006/54/CE si traduce in una lesione dell’art. 117, primo comma, Cost.
1.5.- In punto di rilevanza, il rimettente afferma che «la questione […] è certamente rilevante poiché la domanda sulla quale si deve giudicare trova ostacolo proprio nella normativa che impone il collocamento a riposo ad età inferiore a quella stabilita per gli uomini».
2.- È intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che le questioni sollevate siano dichiarate inammissibili o infondate.
2.1.- La difesa del Presidente del Consiglio dei ministri afferma, preliminarmente, che il giudice a quo avrebbe «erroneamente valutato positivamente il requisito della rilevanza».
2.2.- Secondo l’Avvocatura generale dello Stato le questioni sarebbero, comunque, infondate.
2.2.1.- Essa afferma anzitutto che l’art. 24 del decreto-legge n. 201 del 2011 deve essere interpretato nel senso che, per i dipendenti pubblici, il limite ordinamentale, previsto dai singoli settori di appartenenza per il collocamento a riposo d’ufficio e vigente alla data di entrata in vigore dello stesso decreto-legge n. 201 del 2011, non è stato modificato dall’elevazione dei requisiti anagrafici per la pensione di vecchiaia e costituisce un limite non superabile, se non per il trattenimento in servizio o per consentire all’interessato di conseguire la prima decorrenza utile della pensione ove essa non sia immediata, al raggiungimento del quale l’amministrazione deve far cessare il rapporto di lavoro o di impiego se il lavoratore ha conseguito, a qualsiasi titolo, i requisiti per il diritto a pensione.
2.2.2.- Con riguardo al prospettato contrasto con il diritto dell’Unione europea, l’Avvocatura generale dello Stato cita l’art. 7, comma 1, lettera a), della direttiva 19 dicembre 1978, n. 79/7/CEE (Direttiva del Consiglio relativa alla graduale attuazione del principio di parità di trattamento tra gli uomini e le donne in materia di sicurezza sociale), nonché l’interpretazione di tale disposizione fatta propria dalla sentenza della Corte di giustizia 7 luglio 1992, in causa C-9/91, The Queen contro Secretary of State for Social Security.
1.- Il Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, dubita, in riferimento agli artt. 3, 11, 37, primo comma, e 117, primo comma, della Costituzione – l’art. 11 Cost. in relazione all’art. 141 (recte: art. 157) del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea (TFUE) e all’art. 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (CDFUE) e l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 2 della direttiva 5 luglio 2006, n. 2006/54/CE, recante «Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio riguardante l’attuazione del principio delle pari opportunità e della parità di trattamento fra uomini e donne in materia di occupazione e impiego (rifusione)» – della legittimità costituzionale del combinato disposto dell’art. 24, comma 3 (recte: 24, comma 3, primo periodo), del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, come interpretato dall’art. 2, comma 4, del decreto-legge 31 agosto 2013, n. 101 (Disposizioni urgenti per il perseguimento di obiettivi di razionalizzazione nelle pubbliche amministrazioni), convertito, con modificazioni, dalla legge 30 ottobre 2013, n. 125, e dell’art. 2, comma 21, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare).
Muovendo da questi presupposti, il Tribunale ordinario di Roma osserva che, in presenza dei requisiti di anzianità assicurativa e contributiva per l’accesso a tale pensione, mentre alle impiegate pubbliche che abbiano raggiunto l’età di sessantuno anni entro il 31 dicembre 2011, avendo esse conseguito il diritto alla pensione di vecchiaia, si applica obbligatoriamente la normativa vigente prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 201 del 2011, agli impiegati pubblici di sesso maschile della stessa età – i quali non hanno maturato, entro la stessa data, il requisito di età (di sessantacinque anni) per l’accesso al medesimo diritto – si applica, invece, la “nuova” disciplina dell’art. 24 del d.l. n. 101 del 2011 (ndr art. 24 del d.l. n. 201 del 2011). Da ciò discendono le doglianze del rimettente. Mentre le impiegate pubbliche, in applicazione della normativa vigente prima dell’entrata in vigore del d.l. n. 201 del 2011, in particolare, della regola “ordinamentale” di cui all’art. 4, primo comma, del d.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092 (Approvazione del testo unico delle norme sul trattamento di quiescenza dei dipendenti civili e militari dello Stato), devono essere collocate a riposo «al compimento del sessantacinquesimo anno di età», gli impiegati pubblici di sesso maschile che si trovino in una situazione analoga, in applicazione della “nuova” normativa pensionistica, sono invece collocati a riposo, sempre secondo il rimettente, all’età di sessantasei anni (successivamente elevata a sessantasei anni e tre mesi a decorrere dal 1° gennaio 2013 e a sessantasei anni e sette mesi a decorrere dal 1° gennaio 2016).
2.- Preliminarmente, deve essere esaminata l’eccezione della difesa del Presidente del Consiglio dei ministri secondo cui le questioni sollevate sarebbero inammissibili, poiché il giudice rimettente avrebbe «erroneamente valutato positivamente il requisito della rilevanza».
3.- Le questioni sono tuttavia, inammissibili per i motivi di seguito illustrati. È preliminare la considerazione del fatto che il rimettente, nel sollevare le questioni relative alla violazione degli artt. 11 e 117, primo comma, Cost., ha prospettato il contrasto con norme di diritto dell’Unione europea, alcune delle quali sicuramente provviste di efficacia diretta.
4.- Si deve aggiungere che la complessità della materia, così come emerge dalle disposizioni censurate e dal quadro normativo in cui esse si inseriscono, avrebbe potuto tanto più indirizzare il giudice rimettente verso la strada del rinvio pregiudiziale, al fine di verificare l’effettiva incompatibilità della normativa interna con il diritto a una effettiva parità di trattamento tra lavoratori uomini e donne.