Source: https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=BO3EEOPBJSNKGINSMQABZH2ERY&q=
Timestamp: 2019-01-24 02:35:24+00:00
Document Index: 146329249

Matched Legal Cases: ['art. 97', 'art. 3', 'art. 100', 'art. 100', 'art. 100', 'sentenza ', 'art. 100', 'art. 187', 'art. 100', 'art. 13', 'art. 21']

Piazza Friuli s.r.l., in persona del legale rappresentante p.t., rappresentata e difesa dall'avvocato Teresa Billiani, con domicilio eletto presso il suo studio in Trieste, via Martiri della Libertà 13;
Ministero dell'Interno - Questura Udine, in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso per legge dall'Avvocatura distrettuale dello Stato di Trieste, presso la quale è, del pari, per legge domiciliato in Trieste, piazza Dalmazia, 3;
per l'annullamento, previa sospensione cautelare, anche in via interinale e provvisoria inaudita altera parte
- del provvedimento del Questore della Provincia di Udine, DIV. P.A.S.I. CAT. Q.2/2 - 2017, di data 04.03.2017, notificato all’odierna ricorrente in data 03.03.2017;
Visto l’atto di costituzione in giudizio del Ministero dell'Interno - Questura Udine;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 14 luglio 2017 la dott.ssa Manuela Sinigoi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Con un unico articolato motivo di diritto, rubricato “Nullità del provvedimento di sospensione. Violazione di legge. Violazione dell’art. 97 della Costituzione. Violazione e/o erronea applicazione dell’art. 3, 7 e ss. della legge 241/1990 e del giusto procedimento e del contraddittorio. Violazione e/o erronea applicazione dell’art. 100 del R.D. 773/1931. Eccesso di potere sotto il profilo della mancanza e/o erronea valutazione dei presupposti di fatto e di diritto, carenza e/o insufficienza della motivazione, del difetto di istruttoria, della manifesta ingiustizia, illogicità, irragionevolezza, irrazionalità, del travisamento dei fatti. Violazione del principio di adeguatezza e di proporzionalità”, la società Piazza Friuli s.r.l. ha chiesto a questo Tribunale Amministrativo Regionale l’annullamento, previa sospensione cautelare, anche in via interinale e provvisoria inaudita altera parte, del decreto in data 4 marzo 2017, DIV. P.A.S.I. CAT. Q.2/2 - 2017, con cui il Questore della Provincia di Udine, ai sensi e per gli effetti dell’art. 100 del T.U. delle leggi di pubblica sicurezza (r.d. 18 giugno 1931, n. 773), ha disposto la sospensione, per la durata di 15 giorni, delle autorizzazioni commerciali rilasciate dal Comune alla signora Lucilla VOLPE PASINI VOLPE, quale legale rappresentante della detta società, riguardanti il pubblico esercizio di somministrazione di alimenti e bevande sito in Piazza Matteotti, n. 7, denominato “Bistrò italiano Bar Matteotti”.
Il Ministero intimato si è costituito per resistere al ricorso e contestarne la fondatezza, invocandone la reiezione.
All’esito dell’udienza camerale del 5 aprile 2017, il Tribunale ha accordato a parte ricorrente le misure cautelari invocate (ord. caut. n. 61/2017), confermando quelle già concessele in via interinale e provvisoria con decreto presidenziale n. 40 in data 8 marzo 2017.
Le parti non hanno svolto ulteriori difese.
La causa è stata, quindi, chiamata alla pubblica udienza del 14 luglio 2017 e, poi, introitata per la decisione.
Il Collegio non ravvisa, invero, motivi per discostarsi dalla prognosi già formulata nella fase cautelare, ove, al di là dell’irragionevolezza della durata della sospensione disposta, aveva, comunque, ritenuto che l’episodio verificatosi all’esterno dell’esercizio della ricorrente non potesse, per la sua occasionalità, essere in grado di giustificare l’adozione della misura cautelativa adottata dall’Autorità, anche in considerazione del fatto che non risulta (o comunque non è stato offerto alcun elemento di prova in tal senso) che lo stesso abbia potuto trovare un antecedente causale significativo nell’attività economica oggetto di licenza commerciale.
Rammenta, infatti, che il provvedimento ex art. 100 T.U.L.P.S. è stato emesso dal Questore a seguito e in ragione dello “episodio che ha coinvolto alcuni clienti del pubblico esercizio di cui trattasi che, come si evince dalla ricostruzione dei fatti, si è verificato verso le ore 16,00 del 2 marzo u.s., in particolare nella zona dei tavolini esterni, ove a seguito di una discussione degenerata per futili motivi, nasceva una colluttazione fra alcuni giovani avventori, con lancio di un posacenere in vetro e di sedie all’indirizzo dei contendenti, fino all’intervento delle pattuglie della Polizia di Stato di Udine del Reparto Prevenzione Crimine. Interveniva altresì personale della squadra volante della Questura e personale del servizio sanitario del 118. Uno dei giovani coinvolti infatti, a seguito dell’aggressione subita da parte di altro ragazzo di origine straniera, con il quale vi erano già stati recenti motivi di acredine, veniva accompagnato presso il pronto soccorso del locale ospedale Santa Maria della Misericordia per le cure del caso. Allo stesso veniva diagnosticata una lesione tendinea della mano destra con una prognosi di venti giorni”.
Fa leva, dunque, su un unico e isolato accadimento, che sembra, peraltro, prosecuzione di un diverbio insorto il giorno prima, a bordo di un autobus della rete cittadina di trasporto pubblico, tra i medesimi due giovani effettivi protagonisti della discussione sfociata in aggressione.
Orbene, a mente della norma legittimante, il Questore ha facoltà di sospendere la licenza di un esercizio “nel quale siano avvenuti tumulti o gravi disordini, o che sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose o che, comunque, costituisca un pericolo per l'ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini”.
Come condivisibilmente affemato dalla III Sezione del Consiglio di Stato nella sentenza in data 4 maggio 2016, n. 1752 e opportunamente ricordato dalla ricorrente nel proprio ricorso, la formulazione letterale e la ratio dell'art. 100 TULSP lasciano, però, ritenere che “un singolo episodio, non caratterizzato da particolare grave violenza o allarme sociale, non sia sufficiente a rappresentare il legittimo presupposto della sospensione dell'esercizio, sotto alcuna delle ipotesi considerate dalla norma. La misura cautelare di pubblica sicurezza può intervenire in caso di <tumulti o gravi disordini>, ovvero <qualora il locale sia abituale ritrovo di persone pregiudicate o pericolose> o, comunque, se il comportamento costituisca un pericolo per l'ordine pubblico, per la moralità pubblica e il buon costume o per la sicurezza dei cittadini. Si richiede (…) o il ricorrere di plurimi episodi tumultuosi connotati da gravità oppure un comportamento comportante un <pericolo per la sicurezza dei cittadini>; anche quest'ultima ipotesi, nel contesto complessivo della previsione normativa, deve necessariamente rivestire carattere di gravità e allarme per la collettività tale da connotarsi per la pericolosità per la pubblica sicurezza”.
Nel caso di specie, analogamente a quello scrutinato dal Consiglio di Stato, il provvedimento – come già dianzi evidenziato - si fonda sulla constatazione di un unico isolato episodio, privo di significativo collegamento causale con l’attività svolta nel locale (sembra, invero, che al gruppo di giovani di cui faceva parte quello vittima dell’aggressione siano stati, tra l’altro, serviti unicamente caffè e acqua minerale), che, per le sue oggettive caratteristiche, non pare idoneo a giustificare l'adozione della misura cautelativa ai danni dell'esercizio.
A nulla rileva, poi, che - come suggestivamente fatto notare dall’Amministrazione, in particolare nella presente sede - la titolare delle autorizzazioni non fosse presente presso il pubblico esercizio il giorno dell’accaduto e/o non fosse reperibile il giorno immediatamente successivo per esercitare il controllo di competenza o, ancora, che sia stata riscontrata la presenza di lavoratori irregolari, in quanto circostanze che, all’evidenza, non hanno nulla a che fare con i presupposti legittimanti l’adozione della specifica misura.
Né, tanto meno, può assumere importanza l’eventuale legittimo motivo “a rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo” di cui all’art. 187 del regolamento per l'esecuzione del T.U.L.P.S. (R.D. 6 maggio 1940, n. 635), atteso che trattasi, con tutta evidenza, di circostanza del tutto ipotetica, in quanto legata al fatto che i medesimi giovani, coinvolti nell’episodio innanzi descritto, intendano, in futuro, nuovamente consumare bevande o altro presso l’esercizio di che trattasi.
Il ricorso va quindi – come detto – accolto per la violazione e/o erronea applicazione dell’art. 100 del r.d. 773/1931 ed eccesso di potere sotto il profilo della mancanza e/o erronea valutazione dei presupposti di fatto e di diritto, in quanto nella fattispecie concreta non si ravvisano, in effetti, sussistere i presupposti richiesti dalla norma.
Il Ministero sarà, inoltre, tenuto a rimborsare alla ricorrente (all’atto del passaggio in giudicato della sentenza), ai sensi dell’art. 13, comma 6 bis.1, del d.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, come modificato dall’art. 21 della L. 4 agosto 2006, n. 248, il contributo unificato nella misura versata.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Friuli Venezia Giulia, Sezione I, definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie per le ragioni di cui in motivazione e, per l’effetto, annulla il decreto del Questore della Provincia di Udine in data 4 marzo 2017, DIV. P.A.S.I. CAT. Q.2/2 - 2017.
Condanna il Ministero intimato al pagamento a favore della ricorrente delle spese di lite, che vengono liquidate in complessivi € 1.500,00, oltre oneri di legge.
Così deciso in Trieste nella camera di consiglio del giorno 14 luglio 2017 con l'intervento dei magistrati:
Manuela Sinigoi,	Consigliere, Estensore