Source: http://www.confedertecnica.it/2019/05/06/limiti-di-distanze-tra-fabbricati-la-legge-e-i-tentativi-di-deroghe-parte-ii/
Timestamp: 2019-09-19 06:53:04+00:00
Document Index: 3125940

Matched Legal Cases: ['art. 873', 'art. 6', 'art. 9', 'art. 41', 'art. 17', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Limiti di distanze tra fabbricati: la legge e i tentativi di deroghe. Parte II | Confedertecnica
da Segreteria Presidenza / 6 maggio 2019	News
Dopo aver visto nel precedente articolo la sofferta vicissitudine di un caso oggetto di contenzioso, quello di fabbricati separati da una strada con viabilità, seppur limitata in quanto di fatto vicolo, oggi vedremo quanto sta accadendo con sentenze ancora più recenti sull’argomento.
Lo spunto è tratto da un articolo di Ingenio del 3 maggio u.s. dove viene trattata l’ordinanza 11371/2019 del 29 aprile della Cassazione: per il principio gerarchico delle fonti la legge regionale in materia antisismica non può derogare all’omologa normativa statale nemmeno in materia di distanze.
Ma prima di arrivare a questa ordinanza è interessante fare un passo indietro e andare a vedere alcuni antefatti.
Occorre innanzi tutto ricordare che: le distanze in edilizia sono disciplinate dagli artt. 873, 874, 875 e 877 del Codice Civile. L’art. 873 stabilisce che “le costruzioni su fondi finitimi, se non sono unite o aderenti, devono essere tenute a distanza non minore di tre metri. Nei regolamenti locali può essere stabilita una distanza maggiore.”
Vige il principio di prevenzione che può essere definito come “temporale” nel senso che chi costruisce per primo detta le condizioni (distanze) per le costruzioni sui fondi vicini. Cosa significa? Che là dove il regolamento edilizio locale fissi le distanze non solo tra le costruzioni ma anche delle stesse dal confine, non opera il criterio della prevenzione. E dunque chi costruisce per primo ha la scelta tra il costruire alla distanza regolamentare e il costruire il proprio edificio fino ad occupare l’estremo limite del confine medesimo: ma non anche alla scelta di costruire a distanza inferiore dal confine poiché la finalità di tale prescrizione è di ripartire tra i proprietari confinanti l’onere della creazione della zona di distacco tra le costruzioni (Cassazione Civile Sez. III, 30.10.2007 n. 22896).
Poi sappiamo che le distanze possono essere diverse: 3 metri, 5 metri, 10 metri.
3 metri: i fabbricati, se non costruiti in aderenza ai confini, debbono rispettare l’inderogabile distanza di tre metri l’uno dall’altro (Sentenza n. 10318 del 19.05.2016 delle Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione – con deroga a chi costruisce per primo anche se lo strumento urbanistico locale non consente la costruzione in aderenza o non prevede una distanza minima);
5 metri: chi edifica per primo impone a chi edifica successivamente la distanza da rispettare; la maggior parte degli strumenti urbanistici locali stabiliscono che la distanza minima di un edificio dal confine sia di 5 mt.;
art. 6 D.M. 1444/1968 prescrive una distanza minima di 10 mt. tra edifici antistanti aventi almeno una parete finestrata.
L’argomento, solo apparentemente semplice e con normativa di semplice applicazione, è invece altamente spinoso.
Sentenze su casi sempre più dettagliati sono state enunciate; la normativa si è complicata e per noi progettisti la situazione è veramente difficile da gestire.
Senza entrare nel dettaglio di come si computano le distanze, è facile calcolare la distanza tra una casa e l’altra se le due pareti sono piatte e parallele; più complicato calcolarle quando la linea è spezzata oppure quando sono presenti sporgenze.
Nel primo caso i giudici hanno previsto che quando una costruzione sia stata realizzata non lungo una linea retta, ma lungo una linea spezzata, in parte coincidente con il confine, in parte no, il vicino deve rispettare le distanze imposte dalla legge computate dalle sporgenze e rientranze della costruzione in questione. In sostanza, non è possibile tracciare una linea immaginaria fatta dalla media dei punti di sporgenza e di rientranza dell’altra costruzione (le distanze minime e massime non possono essere compensate). Nel caso invece di presenza di sporgenze, i giudici hanno ritenuto che la distanza legale tra i fabbricati debba essere computata dai punti di massima sporgenza. Quindi, ad esempio, si può chiedere la rimozione di una scala esterna in muratura costruita in violazione delle distanze minime, pur se queste sono rispettate dalla parete su cui la scala è stata costruita. Le sporgenze, però, rilevano a questi fini solo se si tratta di elementi costruttivi aventi i caratteri della solidità, della stabilità e della immobilizzazione rispetto al suolo e non quando si tratta di oggetti di modeste dimensioni ed aventi funzione ornamentale, di rifinitura o comunque di entità trascurabile rispetto agli interessi tutelati dalla legge (sicurezza, salute, igiene).
Vale ricordare come l’argomento delle distanze tra edifici sia stato argomento trattato già nel D.M. 1444/1968 (art. 9) in attuazione dell’art. 41 quinquies l. 1150/1942, introdotto dall’art. 17 l. 765/1967, che attribuiva al Ministro per i lavori pubblici, di concerto con il Consiglio superiore dei lavori pubblici, l’indicazione delle distanze tra fabbricati ai fini della formazione di nuovi strumenti urbanistici o della revisione di quelli esistenti. Nonché nel D.P.R. 380/2001 (Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari per l’Edilizia) il cui art. 14, c. 3, ad esempio, nel prevedere la possibilità di deroga ai limiti di densità edilizia, di altezza e di distanza tra i fabbricati di cui alle norme di attuazione degli strumenti urbanistici generali ed esecutivi, fa salvo in ogni caso il rispetto di quanto stabilito dagli artt. 7,8 e 9 del citato D.M. e da norme locali, cioè dai piani regolatori e dai regolamenti comunali, che svolgono una funzione integrativa della disciplina privatistica.
Come si può immaginare, nel corso degli anni si è cercato di provvedere ad apportare, da parte delle Regioni, “migliorie” al D.M. 1444 le cui norme a differenza di quelle del Codice civile, sono finalizzate a tutelare interessi generali di igiene, decoro e sicurezza degli abitati.
Il percorso di riforma viene considerato necessario per le mutate caratteristiche del contesto urbano anche e soprattutto a fronte delle circostanze inevitabili (o forse evitabili?) dell’aumento di volumetrie.
Entrano dunque a gamba tesa le argomentazioni relative a “Interventi su nuove costruzioni/Interventi su edifici esistenti”. Da qui i pronunciamenti di Corti Civili, TAR Regionali.
Di seguito un breve accenno:
Ciò detto, passiamo finalmente ad analizzare nel dettaglio quanto avvenuto di recente.
Nel ‘nostro’ caso, era stato chiesto, da parte di una cittadina al Pretore del Comune di Naso di ordinare la sospensione della costruzione dell’opera intrapresa da un’altra cittadina sul fondo, sito nel comune di Ucria, limitrofo al proprio, in quanto non rispettava la prescritta distanza di 10 metri.
Con sentenza n. 33/1993, il Pretore confermava le precedenti ordinanze di sospensione dei lavori e ordinava la demolizione o l’arretramento della nuova opera fino al raggiungimento della distanza di 10 metri dalla parete finestrata dell’immobile della ricorrente.
Veniva quindi proposto ricorso lamentando, tra l’altro, l’erronea qualificazione del fabbricato in corso di realizzazione quale “nuova opera”, con conseguente inapplicabilità della distanza di 10 metri tra le pareti finestrate prevista dal regolamento edilizio del Comune di Ucria, in virtù della deroga contenuta nella legge della regione Siciliana n. 38/1978, non richiedendo il ripristino di un fabbricato, danneggiato dal terremoto e poi demolito, il rispetto delle distanze previste per le nuove costruzioni. Il Tribunale di Patti, con sentenza n. 256/2004, accoglieva l’impugnazione e revocava i provvedimenti pretorili di sospensione dell’opera, da qui il contro-ricorso in Cassazione della prima cittadina.
Per la Cassazione, in effetti il Tribunale ha erroneamente ritenuto che la legge regionale n. 38 del 1978, art. 6, autorizzando il ripristino nello stesso sito dell’immobile danneggiato o distrutto dal sisma del 1978, abbia implicita vis derogatoria in tema di distanze rispetto alla normativa antisismica statale. Così facendo non ha però considerato che, per il principio gerarchico delle fonti ciò non sarebbe tecnicamente possibile, e che, in realtà, nella specie non è neppure ipotizzabile un concorso di norme legislative statali e regionali.
Infatti la disciplina delle distanze, ma tale specifica questione non è oggetto di doglianza, rientra nella materia dell’ordinamento civile di competenza legislativa esclusiva dello Stato, alla quale, per quanto concerne lo specifico della doglianza, è per di più riservata l’esclusiva competenza in materia di sicurezza, sì che la consentita conforme ricostruzione nello stesso sito va necessariamente esclusa dall’interprete nella ipotesi in cui interferisca con la legislazione antisismica statale, posta a presidio della pubblica incolumità e sicurezza”; all’accoglimento di tale “assorbente” motivo seguiva la cassazione della sentenza impugnata, con rinvio allaCorte di appello di Messina affinché, applicato il principio richiamato, accertasse “il rispetto delle distanze stabilite dalla normativa antisismica statale all’epoca vigente“.
Riassunto il processo, la Corte di appello di Messina – con sentenza 14 maggio 2014, n. 365 – accoglieva nuovamente l’appello e, in riforma dell’impugnata sentenza del Pretore di Naso, rigettava le domande e revocava i provvedimenti pretorili di sospensione dei lavori. Si rendeva quindi necessario un ulteriore intervento della Cassazione.
Anche il secondo passaggio in Cassazione confermava la tesi originaria, sottolineando il principio di diritto secondo cui la normativa speciale regionale non può avere portata derogatoria rispetto a quella antisismica statale e sulla base di questo principio ha chiesto al giudice di accertare “il rispetto delle distanze stabilite dalla normativa antisismica statale all’epoca vigente“.
Il giudice, invece, aveva del tutto prescisso dalla normativa antisismica statale all’epoca vigente e aveva ritenuto applicabili le norme derogatorie della legge regionale n. 38/1978, e ciò solo perché queste contengono un richiamo ad una legge statale specificamente dettata per una particolare zona, diversa da quella in cui si trova l’opera per cui è causa, nella quale vi è stato un terremoto nel 1968.
Il risultato: la Regione non può derogare alla legge statale antisismica neanche in materia di distanze tra costruzioni: la Cassazione ribadisce un concetto che è molto importante ‘mentalizzare’, soprattutto in periodi nei quali le distanze tra costruzioni sono molto ‘gettonate’, tra presunte modifiche e liberalizzazioni apportate dal Decreto Sblocca Cantieri che, come abbiamo avuto modo di vedere, in realtà per il momento non ha cambiato granché dello status quo.
L’ordinanza 11371/2019 del 29 aprile della Cassazione era stata precisa. Questi i paletti principali:
per il principio gerarchico delle fonti, la legge regionale in materia antisismica non può derogare all’omologa normativa statale, neanche in materia di distanze;
la circostanza che sul territorio regionale, in anni precedenti e in zona diversa sia stata abbassata la distanza tra edifici “nuovi” costruiti in un diverso post terremoto non ha alcuna influenza sull’interpretazione fornita dalla Cassazione in un caso di ricostruzione originato da un successivo sisma in altro ambito regionale.
http://www.neldiritto.it/public/pdf/cassazione%20civile_11371_2019.pdf
(Fonti: Ingenio; EdilTecnico; Diritti e Risposte de Il Corriere della Sera; Casa&Clima.com; ANCE; foto in evidenza: SEDIM)