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Timestamp: 2018-11-15 07:15:40+00:00
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A. Monti - DRM: in Italia la copia privata è un diritto
di Andrea Monti – 20.03.06
Con la sentenza n. 549, emanata lo scorso 28 febbraio 2006, la prima sezione civile della Corte di cassazione francese ha avanzato un’interpretazione del diritto alla copia privata che non può essere accettata in Italia, alla luce dell’art. 64-ter della legge sul diritto d’autore. Questo il passaggio-chiave della sentenza:
Ritenuto che l’eccezione della copia privata stabilita negli articoli L. 122-5 et L. 211-3 del Codice della proprietà intellettuale, così come deve essere interpretato alla luce della direttiva comunitaria suindicata non può costituire un ostacolo all’inserimento nei supporti sui quali è riprodotta un’opera protetta, delle misure tecniche di protezione destinate a impedire la copia, nel caso in cui potrebbe avere un effetto di recare pericolo all’utilizzo normale dell’opera...
Queste frasi concretizzano l’ennesimo atto di arroganza e supremazia delle major dell’audiovisivo nei confronti dei consumatori che hanno acquisito – pagando – il diritto di fruire di un’opera protetta.
In sintesi – dice la sentenza – ci sarebbe pure una vaga legittimità nella richiesta dei consumatori di potersi fare la copia di riserva di un qualcosa che è stato legittimamente acquistato. Ma è fuori discussione che ciò possa avvenire impedendo ai padroni delle idee di proteggere i “gioielli di famiglia”. L’operazione compiuta da questa sentenza è doppiamente subdola. In primo luogo inverte i termini del problema (da “i DRM non possono limitare la copia privata” a “la copia privata non può essere un limite all’uso dei DRM”) e poi crea il concetto di “eccezione” come “non diritto” (la copia privata non è un diritto, ma una concessione del titolare dei diritti).
Il ragionamento è tutt’altro che nuovo, se è vero che – con una coerenza da incubo – la Corte suprema francese ha recepito supinamente le tesi provenienti da oltreoceano sulla “eccezionalità” della copia privata (opinione, questa, sostenuta anche dai nostrani lobbisti dell’audiovisivo).
Non conosco abbastanza la legge francese per poter esprimere un’opinione sulla bislacca costruzione giuridica secondo cui quello alla copia privata non sarebbe un “diritto” ma, appunto, una eccezione alla regola stabilita dal titolare dei diritti. Certo, mi pare strano che nel sistema giuridico francese oltre ai “diritti” esistano i “non diritti” che, appunto, diritti non sono, ma tant’è; paese che vai...
Quello che è certo, invece (e non si sa fino a quando) dalle nostre parti le cose sono diverse.
Il comma II dell’art. 64 ter della legge italiana sul diritto d’autore stabilisce un principio estremamente chiaro:
Dunque, se un qualcosa non può essermi impedito vuol dire che ho il diritto di ottenere l’applicazione di questa posizione giuridica soggettiva nei confronti di chi mi ostacola. Possiamo chiamarlo “diritto”, “eccezione” o anche “giovanni”, poco importa. Fatto sta che grazie a “giovanni” posso rivolgermi a un giudice e chiedere conto di una azione abusiva.
Ma questo vale per il software! – immagino direbbe l’ipotetico zelante difensore dei titolari dei diritti di sfuttamento economico – e non per la musica o i video!
Obiezione di poco momento, se si considera che da quasi dieci anni la giurisprudenza ha esteso analogicamente il vigore dell’art. 64 ter lda anche alle opere audiovisive rendendo quindi possibile una osmosi delle norme a tutela del consumatore. E poi vale la pena di notare che il diritto alla copia privata è rinforzato anche dall’esistenza dell’equo compenso (la famigerata “tassa” sui supporti): visto che nel prezzo dei supporti è incluso il pagamento della copia personale, questa deve essere concessa, altrimenti l’aumento coatto del prezzo dei supporti sarebbe privo di contropartita.
Pretendere nello stesso tempo di incassare la gabella sui supporti senza consentire la fruizione dell’opera, francamente, è davvero, davvero troppo.