Source: https://forum.grnet.it/ff-aa-sistema-retributivo-e-contributivo-1145-60
Timestamp: 2019-11-12 14:40:45+00:00
Document Index: 70609445

Matched Legal Cases: ['art. 54', 'art.44', 'art. 54', 'art. 68', 'art. 395', 'sentenza ', 'art. 395', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 395', 'sentenza ', 'art. 395', 'Cass. Sez. ', 'art.380', 'art. 391', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 59', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 59', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 59', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 59', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 59', 'art. 3', 'art. 59', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 31', 'sentenza ']

FF.AA. Sistema retributivo e contributivo. - Pagina 5 - GrNet.it
Messaggio da panorama » lun lug 08, 2019 1:55 pm
Ricorso perso dei colleghi della GdiF
1) - rifiuto a concludere il procedimento amministrativo relativo all’instaurazione della previdenza complementare di cui agli artt. 67 del D.P.R. 254/99, 74 della l. 388/200 e 1 della l. 243/2000
2) - i ricorrenti - in qualità di appartenenti “al personale non dirigente della Guardia di Finanza”, con svariate qualifiche, specificamente indicate, destinatari del nuovo regime pensionistico “misto” introdotto dalla legge n. 335 del 1995 – impugnano il provvedimento con cui, in data 6 novembre 2013, la Presidenza del Consiglio dei Ministri si è rifiutata di “avviare e concludere il procedimento amministrativo relativo all’instaurazione della previdenza complementare di cui agli artt. 67 del D.P.R. 254/99, 74 della L. 388/2000 e 1 della L. 243/2000”
3) - In ultimo, i ricorrenti chiedono, ancora, la condanna delle Amministrazioni intimate al risarcimento dei danni subiti e subendi.
- Ecco alcuni brani.
4) - Tuttavia, con riguardo al regime pensionistico del personale militare e di polizia, quale disciplinato dal D.Lgs. 30.4.1997 n. 165, va rilevato che per dette categorie di dipendenti pubblici non hanno ancora trovato attuazione le norme del D.Lgs. n. 195/1995, come modificato dal D.Lgs. 31.3.2000 n. 129, poiché il processo di avvio della previdenza complementare dei detti dipendenti pubblici potrà dirsi concluso nella prima fase, allorché saranno emanati i decreti del Presidente della Repubblica, all’esito di una concertazione tra Ministeri interessati, Comandi militari e rappresentanti dei Co.Ce.R. (Consigli Centrali di Rappresentanza), cioè degli organismi rappresentativi dei lavoratori.
5) - L’effettivo passaggio al nuovo regime potrà avvenire soltanto alla data dei provvedimenti presidenziali di recepimento degli accordi sindacali e delle piattaforme di concertazione.
6) - Ciò lascia intendere che il ritardo nelle procedure non possa essere ascritto all’inerzia dei Ministeri intimati, bensì alle lentezze di un tavolo di concertazione del quale fanno parte anche i rappresentanti sindacali delle categorie lavorative interessate.
7) - Se si considera che il DPR 16.4.2009 n. 51 (di recepimento dell’accordo sindacale per le Forze di polizia a ordinamento militare, tra cui vi è la Guardia di Finanza) ha approvato una pre-intesa per l’accelerazione di dette procedure negoziali nel comparto “Difesa-Sicurezza”, appare evidente che senza una definizione dei detti accordi, nessun Ministero possa autonomamente dar luogo all’istituzione della previdenza complementare per i propri dipendenti.
- Tale considerazione potrebbe persino indurre – e in effetti ha indotto il giudice amministrativo in alcune sue pronunce - a ritenere che, in questa fase, gli unici legittimati a stimolare l’iniziativa della concertazione verso i Ministeri siano proprio le rappresentanze sindacali dei dipendenti pubblici (cfr.: TAR Lazio I-bis 6.5.2015 n. 6491; TAR Lazio, I, 17.2.2015 n. 2738; Cons. Stato IV, 4.2.2014, n. 504; T.A.R. Lazio, I-bis, 26.3.2014 n. 3348; T.A.R. Lazio I, 8.3.2011 n. 2092; Cons. Stato IV, n. 5698/2011).
- Anche senza aderire a tale impostazione giurisprudenziale, è, pertanto, evidente che non si possa imputare ai Ministeri alcun ritardo per attività richiedenti una concertazione ai tavoli negoziali.
N.B.: rileggi i punti n. 6, 7 e 8.
Messaggio da panorama » dom ago 18, 2019 3:22 pm
Messaggio da naturopata » dom ago 18, 2019 7:20 pm
Grave errore dell'avvocato del collega. Il Giudice di appello si esprime esclusivamente sulle domande proposte con l'appello. Il collega (il suo avvocato), doveva proporre appello incidentale entro 60gg. dalla notifica dell'appello principale, impugnando la parte in cui, laddove il Giudice d'appello avesse condiviso la prospettazione dell'INPS sull'arrotondamento, dovevasi, in subordine, riconoscere l'applicazione dell'art. 54 in luogo dell'art.44 applicato.
Messaggio da panorama » dom ago 18, 2019 8:07 pm
In mano ormai il collega militare, non si trova né l'arrotondamento né il beneficio dell'art. 54, in quanto non ha chiesto "in subordine" si richiede ……..
Messaggio da panorama » lun ago 19, 2019 9:33 am
Tratto dalla Sent. n. 426/2017 della CdC Sez. 3^ d’Appello
In via preliminare si ricorda che l’“errore di fatto” previsto dall’art. 68 del r.d. n. 1214 del 1934, e più dettagliatamente definito dall’art. 395 n.4
c.p.c., consiste in “un errore di fatto risultante dagli atti o documenti della causa. Vi è questo errore quando la decisione è fondata sulla supposizione di un fatto la cui verità è incontrastabilmente esclusa, oppure quando è supposta l’inesistenza di un fatto la cui verità è positivamente stabilita, e tanto nell’uno quanto nell’altro caso se il fatto non costituì un punto controverso sul quale la sentenza ebbe a pronunciare”.
Applicando i criteri ermeneutici fissati dalla giurisprudenza (ex multis, Cass. civ, Sez. 1 n.4521/2016, Sez.2 n.19921/2012; CdS, per tutte Ad.
Plen.n.36/1980; Corte dei conti, Sez. II, n.778/2016, n.726/2016, n.302/2016) l’errore di fatto deve:
a) consistere in un errore di percezione dei fatti di causa che abbia indotto il giudice a supporre l'esistenza di un fatto che risulta incontestabilmente escluso o l'inesistenza di un fatto che risulta incontestabilmente accertato alla stregua degli atti di causa, sempre che il fatto stesso non abbia costituito oggetto di un punto controverso sul quale il giudice si sia pronunciato;
b) risultare con immediatezza ed obiettività, senza bisogno di particolari indagini ermeneutiche o argomentazioni induttive;
c) essere essenziale e decisivo, nel senso che tra la percezione asseritamente erronea da parte del giudice e la decisione emessa deve esistere un nesso causale tale che, senza l'errore, la pronuncia sarebbe stata diversa per necessità non di tipo storico ma logico-giuridica (ex multis Cass.
n.3935 del 2009; n.6038 del 2016).
Sotto tale ultimo profilo è stato ulteriormente precisato che “nella fase rescindente del giudizio di revocazione, il giudice, una volta verificato l'errore di fatto (sostanziale o processuale) esposto ai sensi dell'art. 395 c.p.c., n. 4 deve valutarne la decisività alla stregua del solo contenuto della sentenza impugnata, vale a dire operando un ragionamento di tipo controfattuale che, sostituita mentalmente l'affermazione errata con quella esatta, provi la resistenza della decisione stessa; ove tale accertamento dia esito negativo, nel senso che la sentenza impugnata risulti in tal modo priva della sua base logico-giuridica, deve procedere alla fase rescissoria attraverso un rinnovato esame del merito della controversia, che tenga conto dell'effettuato emendamento” (Cass., sent. n.6881/2014).
2 Alla stregua del sopra richiamato quadro normativo di riferimento va esaminata l’ammissibilità dei ricorsi in trattazione.
In tale contesto la giurisprudenza della Cassazione ha ulteriormente precisato che “L'omesso esame di atti difensivi della parte, nei cui confronti si sia regolarmente instaurato il contraddittorio, è riconducibile nell'errore di fatto, denunciabile con l'impugnazione per revocazione, ai sensi dell'art. 395 n. 4 c.p.c., soltanto quando si traduca in omissione di pronuncia su domande od eccezioni della parte medesima” (Cass. n. 3137 del 1994). In tale linea ricostruttiva, sempre la Suprema Corte ha ritenuto che “In tema di revocazione di sentenza della Corte di cassazione, integra errore revocatorio di fatto, ai sensi dell'art. 395, n. 4, c.p.c. , il mancato esame di uno dei motivi di ricorso nell'erronea supposizione dell'inesistenza del motivo stesso, che non è frutto di una mera omissione ma di un errore di percezione di un fatto processuale” (Cass. Sez. lavoro, n. 25560 del 2016).
Infine, da segnalare Cass. ord. n. 22561 del 2016 che, sempre in tema di revocazione delle pronunzie della Corte di cassazione, ha precisato che
“l'omesso esame di una memoria depositata ex art.380 bis c.p.c. può costituire errore di fatto, rilevante ai sensi dell'art. 391 bis c.p.c., soltanto
quando la parte ricorrente dimostri, oltre alla mancata considerazione dello scritto difensivo, anche la decisività di quest'ultimo ai fini dell'adozione di una statuizione diversa, nel senso che occorre che nella decisione impugnata emerga un'insanabile illogicità o incongruenza con un elemento di fatto evidenziato nella memoria, in ipotesi per neutralizzare un rilievo imprevedibilmente sollevato dal giudice con la relazione preliminare ovvero
dedotto in controricorso.”.
Messaggio da panorama » lun ott 07, 2019 1:45 pm
arrotondamento ai 18 anni.
- Appellata la sentenza della CdC Piemonte n. 89/2018, depositata il 3 agosto 2018.
La CdC Sez. 3 d'Appello con la sentenza n. 176/2019 ha accolto l'appello dell'INPS e si legge:
1) - l’art. 59, comma primo, lettera b) della legge 27 dicembre 1997, n.449 ha escluso, a partire dal 2 gennaio 1998, arrotondamenti per eccesso o per difetto della frazione di anno dell'anzianità contributiva e ciò sia ai fini del diritto che della misura della prestazione, a conferma di una regola generale che, nel computo dell'anzianità contributiva, non ammette se non il dato letterale (Sez. III Centr. App., sent n. 126/2018).
Anno 2019 Numero 176 Pubblicazione 25/09/2019
Sent. 176/2019
dr.ssa Giuseppa Maneggio, Presidente f.f.
dr.ssa Chiara Bersani, Consigliere
nel giudizio di appello iscritto al n. 53927 del ruolo generale, proposto dal l'I.N.P.S. - Istituto Nazionale della Previdenza Sociale rappresentato e difeso nel presente giudizio sia congiuntamente che disgiuntamente, dagli Avv.ti Filippo MANGIAPANE, Luigi CALIULO e Maria PASSARELLI, con i quali è elettivamente domiciliato in Roma, alla Via Cesare Beccaria n. 29;
il sig. XX XX, rappresentato e difeso dagli Avv.ti Carlo GALVAGNO e XX XX, nato il xxxxxxxx ad X, residente in via xxxxxx, rappresentato e difeso, congiuntamente e disgiuntamente, dall'avv. Carlo Galvagno e dall'avv. Paolo Casetta ed elettivamente domiciliato presso lo studio di quest'ultimo in Torino, via Morgari, 31;
per la riforma della sentenza della Corte dei Conti, Sezione giurisdizionale per la regione Piemonte n. 89/2018, depositata il 3 agosto 2018;
Uditi nella pubblica udienza del 20 settembre 2019, con l’assistenza del segretario, sig.ra Gerarda Calabrese, il relatore, dr.ssa Giuseppina Maio e l’Avv. Sergio Preden, in rappresentanza dell’INPS;
1. Con sentenza n. 89/2018, depositata il 3 agosto 2018, la Sezione Giurisdizionale per la Regione Piemonte ha riconosciuto il diritto dl sig. XX XX, alla riliquidazione del trattamento pensionistico in base al sistema retributivo, in relazione all'anzianità contributiva maturata antecedentemente al 1° gennaio 2012; sulle maggiori somme dovute ha riconosciuto la spettanza degli accessori di legge, rappresentati dagli interessi nella misura legale e la rivalutazione monetaria, limitatamente all'importo eventualmente eccedente quello dovuto per interessi, secondo quanto disposto dalle SS.RR. di questa Corte con la sentenza n. 10/2002/QM; ha compensato le spese.
2. Avverso la sentenza ha proposto appello l’INPS deducendo la violazione e falsa applicazione dell'art. 1, comma 13, della L. n. 335/1995, dell' art. 59, comma 1, lett. b), della L. n. 449/1997, e dell'art. 3 della L. n. 274/1991, ritenendo errata la conclusione cui è prevenuto il giudicante secondo cui, sarebbe possibile l’arrotondamento a frazione di mese ai fini del diritto al mantenimento del criterio di calcolo retributivo di cui all'art. 1, comma 13 della legge n. 335/1995.
L'Istituto appellante contesta, altresì, insufficienza ed apparenza della motivazione, avendo affermato l'applicabilità del criterio di arrotondamento rinviando per relationem a precedenti pronunce di merito che hanno accolto analoghe domande richiamando circolari emanate dall'ex INPDAP, dalla cui corretta lettura emergerebbe "chiaramente come l'ex Inpdap avesse inteso adottare il criterio dell'arrotondamento per frazione di mese esclusivamente ai fini del raggiungimento dei requisiti per le pensioni di vecchiaia, anzianità e inabilità, e non certo per quanto riguarda l'anzianità necessaria per l'accesso al criterio di calcolo interamente retributivo".
Rileva, altresì, l'errato richiamo effettuato dal giudice alla norma disciplinante i criteri di arrotondamento per frazioni di mese recata dall'art. 3 della L. n. 274/1991.
Richiamando infine le pronunce n. 54 e n. 69 del 2018 della Sez. Giur. Lombardia, l'INPS ha concluso per l'annullamento/riforma dell'impugnata sentenza, ritenendo per l'effetto che l'appellato non ha maturato il diritto alla liquidazione della pensione con il sistema retributivo, con il conseguente diritto dell'INPS di ripetere quanto versato in dipendenza della provvisoria esecutività della sentenza di primo grado e con il favore delle spese.
All’udienza del 20 settembre 2019, dopo l’esposizione introduttiva del Giudice relatore, l’Avv. Sergio Preden, in rappresentanza dell’INPS, si è riportato agli atti scritti, confermandone il contenuto e le relative conclusioni. La causa è stata quindi trattenuta per la decisione.
1. Il thema decidendum è rappresentato, come anticipato nella premessa in fatto, dall'individuazione dell’ambito di applicazione della disciplina dei c.d. arrotondamenti, posta dall’art. 59, comma 1, lett. b), della legge n. 449/1997 e, in via analogica, dall’art. 3, comma 1, della legge 274/1991, nonché, e conseguentemente, dalla verifica se tale complesso normativo sia utilizzabile al fine di applicare al trattamento pensionistico in godimento al sig. XX l’art. 1, comma 13, della l. n. 335/1995, a mente del quale: “Per i lavoratori già iscritti alle forme di previdenza di cui al comma 6 che alla data del 31 dicembre 1995 possono far valere un'anzianità contributiva di almeno diciotto anni, la pensione è interamente liquidata secondo la normativa vigente in base al sistema retributivo”.
In giurisprudenza, sull’applicazione dell’art. 1, comma 13, della l. n. 335 del 1995 ed in particolare sull’operatività dei descritti meccanismi d’arrotondamento al fine della determinazione del requisito dell'anzianità contributiva di almeno diciotto anni, recentissima giurisprudenza d’appello (sent. n. 97/2019, depositata il 28/5/2019, della Sez. III Centr. d'Appello) che il Collegio condivide integralmente, ha sostanzialmente affermato che l’art. 1, comma 13, l. n. 335/1995, è disposizione di diritto transitorio, di natura eccezionale, che ha la funzione di consentire l’ultrattività del metodo retributivo, ma non rappresenta una disposizione che disciplina le condizioni d’accesso al trattamento di quiescenza -funzione, affidata, invece, ai meccanismi di arrotondamento- non solo è letteralmente chiara punto del requisito temporale dell’anzianità ("almeno 18 anni di anzianità contributiva"), ma anche risulta tassativa nel limitare unicamente all’effettivo e reale ricorrere del requisito minimo di 18 anni di anzianità contributiva concretamente maturata la conseguenza del mantenimento del calcolo del trattamento pensionistico col metodo retributivo.
“La differente funzione esplicata dall’art. 1, comma 13 della l. n. 335 del 1995 (consentire l’ultrattività del sistema di calcolo retributivo), rispetto a quella propria dei meccanismi di arrotondamento di cui all’art. 3, l. n. 274 del 1991, all’art. 59, comma 1, lett. b) della l. n. 449 del 1997 (fissare i termini di accessibilità al trattamento di quiescenza), in uno con la loro natura di norme eccezionali, porta ad escludere l’integrazione della prima disposizione con regole proprie delle seconde, in ragione delle differenti finalità normative alle quali rispettivamente assolvono.
Infatti, applicare arrotondamenti anche nel caso di una norma che prevede non i requisiti d’accesso al trattamento pensionistico, ma una disciplina di diritto transitorio che regola l’ultrattività di un sistema di calcolo ormai abrogato, comporterebbe che tali norme - che fanno eccezione alle regole generali – vengano applicate oltre i casi ed i tempi in esse considerati, con violazione dell’art. 14 prel." (Sez. III Centr. App., sent n. 97/2019, cit.).
Nel caso di specie è pacifico, pertanto, che l’appellato non possedeva (ancorchè per pochissimi giorni), alla data del 31 dicembre 1995, i requisiti per l’accesso alla pensione di anzianità previsti dalla normativa anteriore alla riforma, ossia non aveva “almeno 18 anni di anzianità contributiva”.
Va ulteriormente evidenziata l'infondatezza della prospettata applicabilità in via analogica o estensiva dell’art. 3, comma 1, della legge 274/91, per le evidenti differenze strutturali e funzionali tra le due disposizioni che regolano istituti diversi.
L’art. 3, comma 1, della legge 274/91, entrato in vigore prima della riforma previdenziale del 1995, reca - sul piano soggettivo - una disciplina specifica del rapporto pensionistico dei dipendenti di enti locali e di insegnanti; sotto il profilo oggettivo, esso regola la determinazione della quota del trattamento di quiescenza di cui al primo comma, lettera a), dell'articolo 3 della legge 26 luglio 1965, n. 965 con riferimento al calcolo del complessivo servizio utile, rotondando a mese intero la frazione del mese superiore a quindici giorni.
Detta conclusione peraltro, risulta suffragata dalla circostanza che l’art. 59, comma primo, lettera b) della legge 27 dicembre 1997, n.449 ha escluso, a partire dal 2 gennaio 1998, arrotondamenti per eccesso o per difetto della frazione di anno dell'anzianità contributiva e ciò sia ai fini del diritto che della misura della prestazione, a conferma di una regola generale che, nel computo dell'anzianità contributiva, non ammette se non il dato letterale (Sez. III Centr. App., sent n. 126/2018).
Inconferente è anche la considerazione secondo la quale l’applicazione in via estensiva dell’art. 3 della l. n. 274/1991, finalizzata all’individuazione dei criteri di computo delle frazioni di mese, ai fini dell’operazione di arrotondamento appunto “al mese”, sarebbe da intendersi ammessa in quanto non ricompresa nel divieto di cui all’art. 59, comma primo, lett. b) della l. n. 449/1997.
“ La proposta interpretazione, al di là di evidenti carenze di tenuta logica (applicando il medesimo principio si dovrebbe concludere che visto che l’art. 1, comma 13 della l. n. 335 del 1995, nulla ha detto sui meccanismi di arrotondamento, non li ha voluti, arrivando a soluzione diametralmente opposta a quella affermata), non considera che quella dell’erogazione del trattamento pensionistico, ancorchè adottata mediante atti paritetici, rientra pur sempre nell’ambito della funzione amministrativa che, nell’autorizzare una spesa - come quella del trattamento pensionistico, che seppur ispirata al metodo contributivo, è sempre finanziata col sistema della ripartizione – impone che la legge che la dispone preveda i mezzi di copertura per farvi fronte, copertura che mancherebbe nel caso in cui sarebbe possibile la teorizzata spesa autorizzata ‘a contrario’.”. (Sez. III Centr. App., sent n. 97/2019, cit.).
7. – Alla luce di quanto sopra l’appello dell’INPS deve essere accolto con conseguente riforma della sentenza impugnata.
Non vi è luogo a provvedere per le spese di giustizia stante la loro sostanziale gratuità.
La particolare complessità della questione, induce il Collegio a ritenere sussistente il carattere di eccezionalità che consente la compensazione delle spese legali ex art. 31, comma 3, c.g.c. (C. cost. n. 77 del 2018).
La Corte dei conti, Sezione Terza Giurisdizionale Centrale d’Appello, definitivamente pronunziando, ogni contraria istanza ed eccezione accoglie l’appello indicato in epigrafe e, in riforma dell’impugnata sentenza, dichiara che il sig. XX XX non ha diritto alla riliquidazione della pensione con il sistema di calcolo retributivo.
Così deciso, in Roma, nella camera di consiglio del 20 settembre 2019.
F.to Dott.ssa Giuseppina Maio F.to Dott.ssa Giuseppa Maneggio
Depositata in Segreteria il 25-09-2019
Messaggio da antoniodm » lun ott 28, 2019 6:02 pm
Ho già scritto su di un altra discussione ma questa mi sembra più pertinente, quindi rigiro la domanda. Siccome sono stato costretto a ricorrere alla Corte dei Conti sez. Veneto, in quanto l'inps non mi ha riconosciuto l'arrotondamento ai 18 anni al 31/12/1995, inoltre, essendoci stata sentenza negativa a tutte e tre le Corti di Appello a Roma, sapete se si è espressa la Cassazione e come? Grazie per le eventuali risposte e un saluto a tutti.
Messaggio da naturopata » lun ott 28, 2019 6:59 pm
antoniodm ha scritto: ↑
La Corte dei Conti è una giurisdizione speciale e consta di due gradi di giudizio e quindi non soggiace alla Cassazione (la cassazione sono proprio le sezioni centrali). Soltanto per il difetto di giurisdizione può essere invocata la Cassazione, ma non è il tuo caso. L'arrotondamento è, ad oggi, questione ormai defunta.