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Timestamp: 2019-08-24 16:26:19+00:00
Document Index: 118481209

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art.6', 'art.27', 'art.2', 'sentenza ', 'art.3', 'art. 35', 'art. 3']

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Carcere di Poggioreale: è davvero un inferno?
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Posted By Caterina Bracciano on Mar 28, 2019
“Lazzaretto”, “Carcere Impossibile”, “Inferno“: sono queste alcune delle ricorrenti espressioni accostate al carcere di Poggioreale scorrendo le notizie in rete sul tema. Così con la testa piena di suggestioni e aspettative, giovedì 28 febbraio mi sono recata insieme ad un gruppo di studenti del corso di diritto penale della cattedra del Prof. Antonio Cavaliere in visita presso la casa circondariale di via Nuova Poggioreale, intitolata a Giuseppe Salvia, vicedirettore dell’amministrazione penitenziaria ammazzato nel 1981 dalla NCO di Raffaele Cutolo.
Giunti all’ingresso, la supremazia e la grandiosità delle mura evocano i pensieri più cupi e rimandano al lontano 1905 quando la struttura fu progettata in un contesto in cui a farla da padrone era ancora una rigida concezione retribuzionista della pena, mediata dalla scuola classica del diritto penale e dallo Statuto Albertino (1848) ,che si limitava ad un timido riconoscimento dei diritti civili e politici. Ad accoglierci presso la sala convegni, intitolata al sovrintendente capo Pasquale Campanello, ci sono la direttrice dott.ssa Maria Luisa Palma,il comandante della Polizia Penitenziaria commissario Gaetano Digli e il responsabile dell’area giuridico-pedagogica dott. Ercole Formisano.
A prendere la parola per prima è la direttrice, giunta alla guida della casa circondariale nel 2018 che con specchiata onestà e senso etico ha enunciato le determinazioni dell’appellativo “carcere Impossibile” riferito a Poggioreale: la struttura ospita circa 2349 detenuti della categoria “media sicurezza”, a fronte di una capienza di 1400 persone circa. Al sovraffollamento è correlato il problema della carenza di organico con 18 educatori e circa 800 poliziotti che devono garantire le condizioni di sicurezza e un “trattamento individualizzante che deve rispondere ai bisogni della personalità di ciascun soggetto, incoraggiare le attitudini e valorizzare le competenze di sostegno per il reinserimento sociale” (art. 13 L.354/1975). I numeri sono palesemente sproporzionati rispetto a queste finalità e la situazione si fa ancora più drammatica se ci riferiamo alle celle di alcuni padiglioni come ad esempio il “Napoli” , che sono ben lontane dalla definizione normativa di “stanze” ( art.6 L. 354/1975): spesso in un unico ambiente costituito da brande, bagno e cucina vengono collocate decine di persone, le finestre sono spesso inutilizzabili e i muri ammuffiti hanno costretto alcuni detenuti a collocare dei sacchi per contenere l’umidità.
Insomma si può dire che non sussiste ancora quel “senso di umanità” (art.27.3 Cost.) e “dignità” (art.2-3 Cost.) previsti dalla legge per l’esecuzione delle pene. Inoltre, a causa del sovraffollamento e della carenza di organico, molti detenuti tendono ad oziare e a sfuggire all’opera di rieducazione o quantomeno di non desocializzazione realizzando secondo una celeberrima espressione di un penalista tedesco Claus Roxin “una prematura sclerosi in un piatto vegetare”. Eppure la chiara e onesta analisi della direttrice è emblema di uno Stato che non è carnefice e che non gode per le condizioni disumane e degradanti della struttura, ma che al contrario si unisce al coro di proteste della società civile rispetto a quella che è una problematica nazionale, che è giunta anche alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo che con la sentenza pilota Torreggiani del 2013 ha condannato il nostro paese per violazione dell’art.3 della Cedu ( “Nessuno può essere sottoposto a torture né a pene o trattamenti inumani o degradanti”). Il nostro Paese ha cercando di adattarsi ai richiami della Corte, prevedendo ad esempio all’art. 35 ter della L. 354/1975 la possibilità in capo ai detenuti o internati di ottenere un risarcimento per la violazione dell’art. 3 durante il periodo di carcerazione.
Ma quella che voglio raccontare non è solo una storia a tinte fosche del carcere di Poggioreale che nella realtà è ben lontano dalle rappresentazioni del film “Il camorrista” di Tornatore. Al contrario, lo scenario che ci viene presentato è attraversato da detenuti che in molti casi partecipano in modo attivo alle offerte di recupero sociale proposte dalla struttura. Durante la nostra visita, infatti, abbiamo potuto osservare detenuti impegnati nella falegnameria, nella tipografia e nelle cucine.
Ancora nella mia testa risuona la voce di un detenuto, che recitava nel laboratorio teatrale uno dei mestieri dello “Scugnizzo” di Raffaele Viviani. Sono attivi i gruppi Mof(manutenzione Ordinaria Fabbricati) costituiti da detenuti e poliziotti per la ristrutturazione di alcune aree e molto sentita è anche la competizione tra i padiglioni per il presepe più bello e poi ci viene raccontata la multi destinazione della Chiesa, che può ospitare circa 200 persone, adibita a teatro, luogo di preghiera o refettorio a seconda delle esigenze per mancanza degli spazi appositi. Complessivamente quello che emerge è l’immagine di un’amministrazione penitenziaria e di un’area giuridico-pedagogica coalizzati per ridurre i disagi e per rilanciare l’immagine del carcere all’esterno e la vivibilità all’interno marchiata dalle cronache sulle presunte violenze nella “cella zero”, per le quali è in corso un processo fino ai 67 suicidi avvenuti nel solo anno 2018.
Se è vero che la funzione della pena in uno Stato sociale di diritto deve essere “impedire al reo dal fare nuovi danni ai suoi concittadini e rimuoverne gli altri dal farne uguali” (C.Beccaria – Dei Delitti e delle pene 1764), la pace sociale si può raggiungere solo rintracciando la fonte comune di malessere di tutti coloro che commettono dei reati ,che a parer mio è la rabbia per essere nati e cresciuti in famiglie che sostituiscono la violenza al dialogo.
Il compito di tutti noi, operatori e non, come sottolineato anche dalla dott.ssa Palma, deve essere quello di colmare questa rabbia porgendo loro una carezza ideale, che troppo spesso la vita gli ha negato e questo si può fare solo assicurando nelle strutture come Poggioreale condizioni di vita più umane e possibilità concrete di reinserimento sociale attraverso il lavoro e l’istruzione a salvaguardia del “barlume di dignità che sopravvive anche nel più feroce degli assassini” (G. Falcone).