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Timestamp: 2019-12-15 01:06:38+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2103', 'art. 35', 'art.2103', 'art.35', 'art. 2103', 'art.15', 'art.2103', 'sentenza ', 'art.5', 'art.2', 'art.22', 'art. 22', 'art.22', 'art.22', 'art.52', 'sentenza ']

Trasferimento ingiustificato e trasferimento di ritorsione nel pubblico impiego contrattualizzato.
16 Luglio 2009 Scritto da: Redazione
Da tale indagine nacque l’articolo «Bossing, mobbing, straining nel pubblico impiego. 1) Il trasferimento per ritorsione. Analisi di un caso», pubblicato nel novembre 2006 da LaPrevidenza.it e da LavoroPrevidenza.com, e successivamente anche da altre riviste. Nel marzo 2008, dopo varie vicissitudini (ivi compresi due procedimenti disciplinari*), M.M. ha presentato ricorso al Giudice del Lavoro della sua città.
La Corte di Cassazione, Sez. Lav., 22/3/2005, n°6117, ha avuto modo di affermare che “In tema di trasferimento del lavoratore e con riferimento alla sussistenza delle ragioni organizzative e produttive riferite alla sede di partenza, ai fini della prova che deve fornire il datore di lavoro, rileva – non la dislocazione urbana degli stabilimenti o uffici – ma la nozione di unità produttiva, individuabile in ogni articolazione autonoma dell’azienda avente, sotto il profilo funzionale e finalistico, idoneità ad esplicare, in tutto o in parte, l’attività dell’impresa medesima, anche se composta da stabilimenti o uffici dislocati in zone diverse dello stesso Comune” (in Giust. Civ. Mass., 2005, 3). Per C. Cass., Sez. Lav., 29/7/2003, n°11660, “La tutela predisposta dall’art. 2103 cod. civ. al lavoratore nei confronti dello ius variandi del datore di lavoro ha una portata che va al di la’ della considerazione dei soli interessi familiari e sociali legati ad un determinato territorio; il divieto di trasferire il lavoratore da una unita’ produttiva all’altra, in mancanza di comprovate ragioni tecniche, organizzative e produttive, rileva anche quando lo spostamento avvenga in un ambito geografico ristretto (ad es. nello stesso territorio comunale) e quindi in assenza di disagi personali o familiari, poiche’ lo scopo principale della norma e’ quello di tutelare la dignita’ del lavoratore e di proteggere il complesso di relazioni interpersonali e affettive che lo legano ad un determinato complesso produttivo. Cio’ non significa che le esigenze sociali e familiari legate ad un determinato territorio non vengano in rilievo quando il trasferimento comporti non solo uno spostamento ad altra unita’ produttiva, ma anche lo spostamento del luogo di lavoro in altro Comune; il trasferimento del lavoratore, oltre che nel passaggio da una ad altra unita’ produttiva (nel senso di cui all’art. 35 dello Statuto dei lavoratori), e configurabile altresi’ nello spostamento territoriale delle sue prestazioni lavorative da una ad altra zona, a prescindere all’unita’ produttiva dell’impresa alla quale dette prestazioni risultano imputate, quando comporti disagi personali e familiari dovuti al cambio del luogo di lavoro ed eventualmente di residenza”. Si può considerare ai nostri fini (sussistendo nel caso che stiamo esaminando il requisito della pluralità di “unità produttive” ex art.2103 c.c., quella di provenienza e quella di destinazione, nel senso sopra esposto e con riferimento all’art.35 L.300/1970 che parla di «sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo») anche C. Cass., Sez. Lav., 15/5/2006, n°11103 (in Legge-e-giustizia.it)., per la quale «(…) In base a tale norma il datore di lavoro non può trasferire il dipendente da una unità produttiva ad un'altra se non per comprovate ragioni tecniche organizzative e produttive. La disposizione assume una sua precisa autonomia rispetto ai limiti dettati dallo stesso articolo in tema di mutamento di mansioni, in quanto regola soltanto l'esercizio del potere di mutare il luogo "geografico" di adempimento della prestazioni dovuta dal lavoratore, garantendogli di non essere esposto arbitrariamente al disagio derivante dal cambiamento del luogo di lavoro, ancorché compreso, in ipotesi, nella stessa cerchia cittadina (…)». E poiché la finalità principale della norma di cui all'art. 2103 c.c. è quella di tutelare la dignità del lavoratore e di proteggere l'insieme di relazioni interpersonali che lo legano ad un determinato complesso produttivo, le tutele previste per il lavoratore trasferito rilevano anche quando lo spostamento avvenga in un ambito geografico ristretto (ad esempio, nello stesso territorio comunale) da un'unità produttiva ad un'altra, intendendo per unità produttiva ogni articolazione autonoma dell'azienda, avente, sotto il profilo funzionale e finalistico, idoneità ad esplicare, in tutto o in parte, l'attività dell'impresa medesima, della quale costituisca una componente organizzativa, connotata da indipendenza tecnica ed amministrativa tali che in essa si possa concludere una frazione dell'attività produttiva aziendale (C. Cass. 6117/2005; C. Cass.19837/2004; C. Cass. 11660/2003; C. Cass. 9636/2000; C. Cass. 5934/1988; C. Cass. 11092/1997).
Non solo. Si ricordi che qui stiamo trattando di un trasferimento che il Sig. M.M. assume essere stato adottato nei suoi confronti per ritorsione, quindi di trasferimento discriminatorio. Ai sensi dell’art.15 L.300/1970 «E’ nullo qualsiasi patto od atto diretto a… licenziare un lavoratore, discriminarlo nell’assegnazione di qualifiche o mansioni, nei trasferimenti, nei provvedimenti disciplinari, o recargli altrimenti pregiudizio…», con contenuto, quindi, ampio per ciò che riguarda il provvedimento datoriale/atto discriminatorio. E la sussistenza del motivo di ritorsione o di discriminazione a base del provvedimento datoriale la si può ulteriormente evidenziare proprio facendo riferimento alla correlativa insussistenza in concreto delle ragioni tecnico-organizzative richieste dall’art.2103 c.c. o comunque esplicitate dal datore di lavoro (cfr. C. Cass., Sez. Lavoro, 25/5/2004, n°10047). Quest’ultimo aspetto è stato colto, ad es., dalla Corte d’Appello Penale di Torino nella sentenza confermata dalla Cassazione Penale, Sez. VI, 1/10/2008, n°37354: «gli imputati, nel rispettivo ruolo ricoperto, posero in essere, nel disporre l’assegnazione della dott.ssa xxx all’istituendo ufficio studi e la successiva istituzione dello stesso presso il Comune di xxx, una serie di violazioni di legge, con l’unico intento, concretamente conseguito, di emarginare la detta funzionaria che, per il suo spirito di indipendenza da qualsiasi pressione politica, non era gradita all’organo esecutivo del Comune e al Segretario Generale, che affiancava e ispirava l’azione del primo». Tale «affrettata scelta (…) nascondeva di fatto la volontà di allontanare anche fisicamente dal palazzo comunale la funzionaria, senza con ciò mirare al raggiungimento di un fine di pubblico interesse, essendo stato conseguito con tale scelta l'esatto contrario in termini di pubblica utilità» (Sul punto e per i riferimenti, v. «Potere organizzativo del datore di lavoro pubblico e azione sindacale nei luoghi di lavoro», in Altalex.com).
Ancora: ai sensi dell’art.5, comma 1, D. Lgs. 165/2001 nell’ambito delle leggi e degli atti organizzativi di cui all’art.2, «Le amministrazioni pubbliche assumono ogni determinazione organizzativa al fine di assicurare l'attuazione dei principi di cui all'articolo 2, comma 1, e la rispondenza al pubblico interesse dell'azione amministrativa». Ergo, dalla non libertà dei fini e dal vincolo imposto alle determinazioni organizzative discende l’astratta necessità che l’atto datoriale riguardante l’organizzazione degli uffici pubblici trovi una sua giustificazione.
Ma leggiamo ancora il ricorso che, ricordiamolo, è stato depositato il 17/3/2008: «Se “gestione integrata” significa collaborare con i diversi Servizi nella gestione dei procedimenti, questa “gestione integrata” ancora non c’è e un progetto in tal senso non è mai stato approvato. E che occorra una determinazione in tal senso non c’è dubbio, dato che il Dirigente del Servizio Polizia Locale non può disporre dei procedimenti che sono di competenza di altri Servizi e quindi di altri dirigenti. (…). Il Servizio Polizia Locale continua a seguire solo ed esclusivamente i procedimenti già gestiti in precedenza. Ciò è talmente vero che ancora il 18 luglio 2006 la Giunta, con delibera n°x, affidava la rappresentanza e difesa in giudizio in un procedimento ex art.22 L.689/1981 dinanzi al Tribunale di xxx al Dirigente Servizio Ambiente, il quale aveva adottato l’ordinanza ingiunzione prot. n. x del 26.04.2006 ed aveva dunque portato avanti un procedimento sanzionatorio al di là di qualsiasi “gestione integrata”. Questo un caso di cui, casualmente, il Sig. M.M. è venuto a conoscenza. Ve ne saranno altri? Pare di sì, visto il carteggio del maggio 2007 riguardante il Servizio Bonifica e Forestazione avente ad oggetto il ricorso presentato da xxx avverso l’ordinanza di ingiunzione adottata dal Dirigente di cui allo stesso Servizio il 5.12.2006; ovvero la comunicazione del Servizio Affari Giuridici con cui chiedeva informazioni circa la competenza ad occuparsi di un giudizio in materia di caccia, ovvero, ancora, la comunicazione del Servizio Affari Giuridici con cui chiedeva informazioni circa la costituzione in giudizio nel ricorso promosso da xxx in materia di turismo, e relativa risposta del Dirigente del Servizio Turismo. Da ultimo si consideri la delibera di giunta n. x del 06.12.2007. E infine, è di questi giorni, la delibera di Giunta n°x avente ad oggetto: “Ricorso ex art. 22 e ss. L. 689/81 promosso innanzi al Tribunale di xxx dal Sig. M.G.. Conferimento incarico al legale”.
In che cosa consisterebbe, allora, questa gestione integrata del procedimento sanzionatorio?». Non solo, perché, da un lato, si potrebbe citare anche la delibera di Giunta in data 28/3/2006 (sfuggita al ricorrente, ma che noi abbiamo rintracciato) avente ad oggetto: «Ricorso ex art.22 L.689/1981 dinanzi al Tribunale di xxx promosso dai Sigg. xxx in opposizione a n.4 ordinanze ingiunzione. Affidamento della rappresentanza processuale al Dirigente Servizio Bonifica e Forestazione»; dall’altro, si può citare la delibera del 29/5/2008, quindi successiva al deposito ed alla notifica del ricorso del Sig. M.M., avente ad oggetto: «Ricorso ex art.22 e ss. L.689/81 promosso dalla Società xxx avverso ordinanza-ingiunzione prot.n. x del 22/1/2008 del Dirigente Servizio Ambiente. Conferimento incarico a legale». Dalla documentazione agli atti del processo emerge pertanto che: a) tutti i Servizi dell’Ente (ad eccezione di quelli già indicati) continuano a gestire autonomamente i procedimenti sanzionatori nelle materie di loro competenza adottando le ordinanze ingiunzione senza l’ausilio del Servizio Polizia Locale; b) il Sig. M.M. non ha mai partecipato, neanche in veste di semplice “osservatore”, ai procedimenti sanzionatori relativi alle materie di competenza di questi altri Servizi che si vorrebbero coinvolti nel (mai approvato e men che meno attuato) progetto per l’unificazione del procedimento sanzionatorio, né ha mai partecipato alla stesura delle relative ordinanze ingiunzione; c) che non esiste un atto, un provvedimento o, comunque, una direttiva scritta che formalmente vincoli questi altri Servizi a far partecipare il Servizio Polizia Locale ai procedimenti sanzionatori che si riferiscono alle materie di loro competenza; d) che non risulta adottato un atto, un provvedimento o, comunque, una direttiva scritta che formalmente vincoli questi altri Servizi ad avvalersi del Servizio Polizia Locale per la costituzione in giudizio nei procedimenti di opposizione alle ordinanze ingiunzione da loro adottate (risultando invece adottati atti che vanno, come si è visto, in direzione opposta).
Si consideri, infine, che il trasferimento (o «spostamento» comunque qualificato) che comporti anche un demansionamento è illegittimo qualunque siano le ragioni organizzative (cfr. C. Cass., Sez. Lav., 12/3/2004, n°5161). E da questo punto di vista abbiamo già visto come il trasferimento del Sig. M.M. dal Servizio Gestione Patrimoniale al Servizio Polizia Locale abbia comportato un (evidentissimo) demansionamento (sotto il profilo quantitativo, qualitativo e temporale), in violazione dell’art.52 D.Lgs. 165/2001. (…).
Stefano Gennai «La ritorsione» Lalli Editore 2009 (ISBN 978-88-95798-25-7)
Si consideri poi che per C. Cass., Sez. Lav., 20/3/2009, n°6907, le sanzioni disciplinari possono essere dichiarate nulle se risultano applicate con intento di mobbing: «(…) Anche ammettendo, in via di ipotesi non concessa - ha osservato la Corte - che in quelle circostanze sussistesse, sotto il profilo strettamente formale, la possibilità di irrogare dei provvedimenti disciplinari, quelle specifiche sanzioni adottate in concreto sono state annullate in giudizio (così come lo è stato il licenziamento che ne era stato il completamento) perché - secondo la tesi accolta dai giudici di primo e di secondo grado - erano state irrogate all'interno di un comportamento complessivo di mobbing, anche quando altrimenti non lo sarebbero state se non fosse sussistita una specifica volontà di colpire la dipendente, per indurla alle dimissioni, e/o per precostituire una base per disporre il suo licenziamento (come poi effettivamente è avvenuto). La sentenza impugnata, in realtà - ha rilevato la Corte - non si basa tanto sulla motivazione che le sanzioni fossero illegittime (o che lo fossero una parte di esse), quanto su quella che fossero eccessive e che, in realtà, fossero state irrogate per ragioni strumentali ed in maniera sostanzialmente pretestuosa, amplificando l'importanza attribuita a fatti di modesta rilevanza; in sostanza i giudici del merito hanno ritenuto che i provvedimenti non sarebbero stati adottati, o non sarebbero stati adottati tutti ed in un così breve periodo di tempo, se non fosse sussistita una precisa volontà di colpire la lavoratrice. Le stesse considerazioni - ha concluso la Corte - valgono, del resto, per il licenziamento che si è basato anche sulle precedenti sanzioni, e che - sempre secondo la ricostruzione dei giudici di merito - ha concluso l'operazione di mobbing» (in Legge-e-giustizia.it).