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Timestamp: 2017-07-22 10:43:30+00:00
Document Index: 165953289

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 12', 'sentenza\n', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 43']

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RELAZIONE LUMIA SU CONFISCA BENI ALLE MAFIE
Approvata dalla Commissione Parlamentare Antimafia il 27 novembre 2007
SUL FENOMENO DELLA CRIMINALITA`
(composta dai deputati: Forgione, Presidente; Bono, Bordo, Burtone, Cirino
Pomicino, D’Ippolito Vitale, Incostante, Lagana` Fortugno, Licandro, Lo Monte,
Lumia, Vice Presidente, Mancini, Marchi, Misuraca, Angela Napoli, Pellegrino,
Segretario, Picano, Rotondo, Santelli, Tagliatatela, Tassone, Vice Presidente,
Villari, Vitali, Alfredo Vito; e dai senatori: Adragna, Baccini, Massimo Brutti,
Buccico, Calvi, Castelli, Curto, Di Lello Finuoli, Garraffa, Gentile, Segretario,
Giambrone, Iovene, Malvano, Montalbano, Mugnai, Nardini, Novi, Palma,
Palumbo, Pellegatta, Pistorio, Procacci, Ruggeri, Villecco Calipari, Vizzini)
RELAZIONE SULLO STATO DI ATTUAZIONE DELLA NORMATIVA E
DELLE PRASSI APPLICATIVE IN MATERIA DI SEQUESTRO, CONFISCA
E DESTINAZIONE DEI BENI DELLA CRIMINALITA` ORGANIZZATA
on. Giuseppe LUMIA)
Trasmessa alle Presidenze delle Camere il 28 novembre 2007
ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera n), della legge 27 ottobre 2006, n. 277
1. Premessa …………………………………………………………………….. Pag. 3
2. I lavori della Commissione …………………………………………. » 9
3. Criticita` del sistema ……………………………………………………. » 11
a) Il sequestro e la confisca dei beni ………………………… » 15
1) Disomogeneita` delle norme …………………………………. » 17
2) Azione di prevenzione …………………………………………. » 18
b) La gestione e la destinazione dei beni ………………….. » 29
1) La normativa vigente …………………………………………. » 29
2) I risultati dell’indagine ……………………………………….. » 33
3) La tutela dei terzi creditori ………………………………… » 46
4) Gli amministratori giudiziari ……………………………… » 51
5) Valutazioni …………………………………………………………. » 53
4. Conclusioni …………………………………………………………………. » 60
Camera dei Deputati - 3 - Senato della Repubblica
XV LEGISLATURA - DISEGNI DI LEGGE E RELAZIONI - DOCUMENTI
Camera dei Deputati - 5 - Senato della Repubblica
Relazione sullo stato di attuazione della normativa e delle prassi
applicative in materia di sequestro, confisca e destinazione dei beni della
Uno dei pregi della legge Rognoni-La Torre che, circa venticinque anni or sono,
ha concentrato in poche, ma efficaci, parole l’essenza dell’azione della mafia -
volta ad acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o il controllo delle
attività economiche ed a condizionare l’attività amministrativa -, consiste anche
nell’aver predisposto gli strumenti per l’aggressione alle mafie sul versante
Se, nella strategia di contrasto, l’individuazione di tale aspetto fu di eccezionale
importanza allora, l’evoluzione del fenomeno mafioso rende oggi forse ancora
più attuali quegli strumenti.
Il notevole lasso di tempo intercorso dalla emanazione della legge Rognoni-La
Torre, l’esperienza maturata nella sua applicazione, nonché gli sviluppi che
hanno interessato l’intera società civile, rendono necessario ora un momento di
verifica che costituisca il preludio di modifiche ed aggiornamenti alle norme per
ridare nuovo slancio e vigore al contrasto alle mafie.
È maturo il tempo per dare una svolta positiva all’aggressione dei patrimoni ed
alla gestione dei beni confiscati. Intorno a questi obiettivi si qualifica oggi una
efficace lotta alla mafia.
Gli stessi principi che hanno spinto la società civile verso una crescente
globalizzazione, anche in ragione delle riconosciute libertà di movimento di
Camera dei Deputati - 6 - Senato della Repubblica
persone, di merci e di capitali, sono stati sfruttati dalla criminalità organizzata,
in particolare dalla criminalità di tipo mafioso, per accrescere la propria
efficienza ed assumere sempre più i caratteri della internazionalità e della
transnazionalità.
Sebbene le associazioni mafiose abbiano allargato gli ambiti operativi in cui
operano, che da palcoscenici locali si sono proiettati anche su scenari
internazionali, la componente economica e finanziaria mantiene intatta, se non
accresciuta, la propria importanza.
Appare accresciuta, infatti, la capacità delle organizzazioni mafiose di agire
come soggetti economici sui mercati, distorcendone i meccanismi di
funzionamento, attraverso l’utilizzo delle enormi risorse economiche e
finanziarie reperite nella gestione delle molteplici attività illecite - dal traffico
degli stupefacenti al contrabbando, dalla speculazione edilizia agli appalti
pubblici, al racket ed all’usura - svolte anche oltre i confini nazionali, e spesso
in sinergia con gruppi criminali stranieri.
Come spesso è accaduto nella legislazione antimafia italiana, la piena
consapevolezza della assoluta importanza dell’aggressione dei patrimoni e della
finanza delle mafie fu raggiunta anche sull’onda della reazione della società
civile agli efferati crimini perpetrati dalla mafia in danno di esponenti delle
istituzioni, autori dell’efficacia delle aggressioni alle ricchezze; quella
consapevolezza indusse tutte le forze politiche a trovare le soluzioni che
condussero il Parlamento a varare la legge 13 settembre 1982 n. 646.
Nel 1982, la legge Rognoni - La Torre indicò strumenti e percorsi, che allora
risultavano di assoluta novità, per aggredire le mafie sul terreno economico e
finanziario colpendo, anche attraverso le misure di prevenzione patrimoniale
del sequestro e della confisca, le ricchezze e le risorse economiche che
costituiscono il risultato economico delle illecite attività, la fonte del
finanziamento delle stesse organizzazioni criminali mafiose e, dunque, la
, n. 646.
Camera dei Deputati - 7 - Senato della Repubblica
ragione profonda della loro persistente pericolosità per i sistemi economici e per
La necessità di una specifica disciplina che assicurasse la razionale gestione e
destinazione dei patrimoni sottratti alle organizzazioni criminali, completando
sul piano sistematico un quadro legislativo che - verosimilmente proprio a causa
della sua origine emergenziale - aveva trascurato il problema della sorte dei
beni sottratti ai mafiosi, fu al centro di una intensa mobilitazione, che culminò
nella petizione sostenuta da oltre un milione di firme.
L’approvazione dalla legge 7 marzo 1996 n. 109, rapidamente intervenuta in
Commissione Giustizia in sede deliberante, alla fine della legislatura, ha
meccanismi che fino ad allora impedivano l’uso sociale dei beni confiscati alle
La legge 109 del 1996, infatti, introdusse gli articoli 2-nonies e seguenti della
legge 31 maggio 1965 n. 575 aggiungendo, alla sequenza di disposizioni in
tema di misure di prevenzione patrimoniale, norme specifiche concernenti la
destinazione dei beni confiscati alla mafia, in tal modo completando
opportunamente, sul piano sistematico, il quadro legislativo che non si era
occupato della questione almeno fino alla legge 4 agosto 1989 n. 282, di
conversione del decreto legge 14 giugno 1989, n. 230, che dettò le prime norme
in materia di destinazione dei beni confiscati.
L’indifferibile necessità di una legge che affrontasse organicamente la
questione della destinazione dei beni confiscati alla mafia era suggerita almeno
da due riflessioni.
La prima riflessione scaturiva dalla constatazione che i beni confiscati
deperivano senza alcuna utilità; avveniva, cioè, che aziende confiscate alla
criminalità organizzata conducessero solo alla disoccupazione di chi era
precedentemente occupato in esse, e che immobili interi, talvolta anche di
1965, n. 575,
Camera dei Deputati - 8 - Senato della Repubblica
pregio, andassero sostanzialmente in rovina perché nessuno se ne curava, con il
rischio aggiuntivo che servissero solo a far lievitare le spese sostenute dallo
Stato per amministrare tali beni.
Tale situazione accentuava naturalmente l’idea di uno Stato che limitava la
propria azione alla fase meramente repressiva e si mostrava incapace di
trasformare l’utile mafioso in utile legale.
Ciò, oltretutto, induceva ad un’altra riflessione, che non poteva sfuggire a
chi si rese promotore della legge 109 del 1996: essa attiene alla strategia
antimafia ed in particolare alla “convenienza” dell’antimafia.
Se l’azione antimafia dello Stato si limita esclusivamente al momento
repressivo, essa può apparire contraria allo sviluppo dei territori.
Diversa può apparire, invece, l’azione di contrasto alla criminalità mafiosa se
essa, oltre ad avere gli strumenti giustamente ed equamente repressivi, riesce a
sottrarre alla struttura mafiosa i beni accumulati ed a restituirli alla collettività,
così incentivando l’utilizzazione sociale e dimostrando che legalità e sviluppo
sono insieme una grande risorsa: la villa del mafioso che ospita una casa di
riposo per anziani, il palazzo del mafioso che accoglie uffici pubblici, in
sostanza, inviano un segnale positivo che si aggiunge a quello di avere
assicurato alla giustizia il mafioso; segnalano, infatti, la restituzione alla
collettività di ciò che la criminalità aveva sottratto ad essa.
In definitiva, la misura dell’efficacia delle misure di prevenzione, intesa
come capacità di produrre effetti significativi, può essere compresa proprio sul
piano della riconversione delle ricchezze a finalità che non solo siano lontane
dal crimine, ma che abbiano un segno inverso rispetto ad esso (il volontariato, il
soddisfacimento delle esigenze abitative dei non abbienti, il recupero dei
tossicodipendenti, il risanamento dei quartieri degradati, l’educazione alla
Camera dei Deputati - 9 - Senato della Repubblica
legalità e la promozione di aziende agricole e di nuove attività produttive, sono
solo alcuni esempi).
La legge sulla confisca dei beni e sul loro riutilizzo a fini sociali fu
adottata come strumento in grado di distruggere il “capitale sociale” della mafia
neutralizzandone l’intrinseca potenzialità a divenire volano per la creazione di
relazioni di collusione e complicità con pezzi della politica, delle istituzioni, del
mondo dell’economia e dell’imprenditorialità.
Poiché, inoltre, la mafia impedisce l’affermazione di un tessuto sociale
fondato sulla fiducia e sulla condivisione e fa proprio, nelle zone in cui è
fortemente radicata, anche questo patrimonio di relazioni sottraendo risorse alle
forme di sviluppo nella legalità, il valore simbolico, educativo e culturale
dell’uso sociale dei beni confiscati si rivela idoneo a produrre ricadute negative
sul consenso di cui godono i mafiosi.
I beni confiscati rappresentano, dunque, un valore sociale ed economico
tangibile e possono costituire, come di fatto è stato in alcune circostanze, uno
strumento per far crescere le comunità locali, diventando moltiplicatori di
progettualità positiva da parte dei vari soggetti coinvolti.
Il valore simbolico della destinazione a fini socialmente utili dei patrimoni in
possesso delle organizzazioni criminali ha rappresentato, per le comunità
segnate dalla presenza mafiosa, il segnale più forte e concreto della
riaffermazione positiva dell’autorità dello Stato che, attraverso i nuovi
strumenti, restituiva alla collettività quanto illecitamente era stato ad essa
sottratto con l’intimidazione e la violenza e mascherato in forma di legittima
2. I lavori della Commissione
La Commissione antimafia ritiene fondamentale l’azione di aggressione
dei patrimoni illecitamente costituiti, nella strategia di contrasto alle mafie
Camera dei Deputati - 10 - Senato della Repubblica
operanti sul territorio nazionale. E ritiene, altresì, fondamentale che detti beni,
attraverso l’uso sociale di essi, ritornino alla collettività depauperata.
La centralità di tali temi nei lavori di questa Commissione emerge in tutta la sua
evidenza già dal discorso programmatico del Presidente del 6 dicembre 2006
ove, nel merito, è stata individuata la necessità di un “cambio di paradigma al
quale uniformare tutta la nuova strumentazione legislativa -il nuovo Testo
Unico - con il passaggio dal concetto di pericolosità sociale del soggetto
indiziato di appartenere alla criminalità organizzata di tipo mafioso, al concetto
di pericolosità sociale dei beni, delle ricchezze e dei patrimoni mafiosi”.
Su questi temi il dibattito e la discussione sono stati e continuano ad essere
ricchi ed articolati.
Tuttavia, al di là del giudizio positivo sull’impianto della legge vigente,
l’introduzione di procedure amministrative più rapide e la semplificazione delle
fasi in cui si articolano i procedimenti di sequestro, confisca e destinazione non
hanno impedito che si verificassero lentezze, ritardi, ostacoli.
Quello che appare importante mettere in evidenza è la necessità di confermare
una scelta alla luce dei risultati conseguiti. Se la legge 109 del 1996 aveva
inteso imprimere una direzione all’azione pubblica tesa a sottrarre i patrimoni
illeciti alla disponibilità delle mafie, attribuendo un vincolo finalistico ai beni
definitivamente confiscati, si impone ora una verifica sulla base dei dati
acquisiti dopo più di un decennio dall’emanazione di quella norma.
Se gli esiti non confortano, è necessario ripercorrere gli schemi attraverso i
quali l’azione in argomento si svolge per individuare i punti di debolezza e le
eventuali opportunità di miglioramento.
L’assoluta importanza strategica delle norme che disciplinano l’intero ciclo che,
partendo dall’individuazione dei patrimoni illeciti nella disponibilità delle
organizzazioni criminali, conduce alla definitiva acquisizione dei beni al
patrimonio dello Stato per restituirli alla collettività sotto forma di strumenti per
conseguire finalità sociali e produttive, ha indotto questa Commissione ad
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avviare - in conformità con le previsioni della legge istitutiva 27 ottobre 2006,
n. 277 - un’inchiesta al fine di valutare l’adeguatezza della normativa e delle
prassi applicative in tema di prevenzione e di contrasto delle varie forme di
accumulazione dei patrimoni illeciti - a cominciare proprio dalla legge 646 del
1982, e successive modificazioni -, nonché sull’adeguatezza delle norme sulle
misure di prevenzione patrimoniale, sulla confisca dei beni e sul loro uso
sociale e produttivo.
In tale contesto è stata decisa l’esecuzione di un ciclo di audizioni dei vari
soggetti istituzionali che intervengono nel processo che porta alla destinazione a
fini sociali dei patrimoni illeciti sottratti alle organizzazioni mafiose; si sono,
pertanto, svolte le audizioni del Procuratore Nazionale Antimafia, dei prefetti
delle province di Napoli e Palermo, del Direttore della Direzione Investigativa
Antimafia, dei Questori delle province di Napoli e Palermo e del Direttore
Generale dell’Agenzia del Demanio, alle quali si è aggiunta l’audizione del
3. Criticità del sistema
Gli esiti delle predette audizioni hanno fatto emergere i fattori di criticità del
sistema, in corrispondenza dei quali sono state fornite utili indicazioni nella
prospettiva di una loro risoluzione.
Per comodità di esposizione, l’intero iter viene suddiviso in due grandi aree di
azione: dalle indagini alla confisca dei beni, la prima area; dalla confisca alla
destinazione del bene, la seconda.
La nota di metodo consente di porre in diretto raffronto tra loro le due aree di
azione, in maniera da rilevare con ogni evidenza il grado di congruità degli
strumenti predisposti rispetto agli obiettivi fissati dal legislatore nelle relative
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Procedendo in tal modo, risulta innanzitutto evidente che le risorse mobilitate
per procedere alla gestione ed alla destinazione a fini sociali dei beni appaiono
notevolmente sottodimensionate rispetto all’entità delle risorse impiegate nelle
fasi di individuazione, sequestro e confisca dei beni.
Se, pertanto, è da tenere in debita considerazione la necessità di rinforzare
adeguatamente la fase di aggressione ai patrimoni illeciti, a maggior ragione
occorre operare in tal senso per la fase di gestione e destinazione dei beni
Una tale sproporzione avrebbe potuto trovare ragionevole spiegazione qualora
si fosse trattato semplicemente di gestire beni demaniali, prima di imprimere ad
essi una destinazione, senza alcuna altra implicazione; e se, soprattutto, la
confisca definitiva dei beni determinasse nelle organizzazioni criminali la
rassegnazione alla perdita dei predetti beni.
Così, però, non è. Gli episodi che sono avvenuti solo negli ultimi mesi in
Calabria, in Puglia ed in Sicilia, infatti, dimostrano che l’attenzione della
criminalità organizzata verso i beni illecitamente costituiti e confiscati non
accenna a diminuire, neanche quando ai beni è stata data una destinazione
sociale1.
Ciò pone in condizione di attribuire una notevole importanza al momento della
gestione e della destinazione dei beni confiscati che, anzi, può divenire
determinante per esaltare o vanificare l’azione precedentemente svolta con
notevole impiego, appunto, di risorse pubbliche umane e materiali.
Ovviamente, le ulteriori implicazioni - legate specificamente alla provenienza
dei beni ed al valore assegnato all’azione di sottrazione dei patrimoni alla
criminalità - non consentono di ridurre la questione ad un problema di
1 A Gioia Tauro sono stati distrutti i macchinari e danneggiati i capannoni della cooperativa agricola Valle del
Marro, gestita dall’Associazione Libera sulle terre confiscate a membri delle famiglie Piromalli e Mammoliti. A
Bitonto (Ba) sono state arrestate tre donne, tra le quali due figlie di Cosimo Zonno, narcotrafficante barese
ritenuto il capo dell’omonimo gruppo criminale; le donne sono ritenute responsabili del tentativo di sottrarre la
gestione economica di due macellerie e di un’azienda agricola, sottoposte a sequestro preventivo dalla
magistratura barese alle famiglie Zonno e Valentini, imponendo il pagamento del ‘pizzo’ al custode giudiziario. A
Monreale (Pa) sono stati gravemente danneggiati i vigneti confiscati a Giovanni Simonetti e gestiti dalla
Camera dei Deputati - 13 - Senato della Repubblica
remuneratività dell’azione pubblica; detta azione, in quanto pubblica, deve
comunque essere improntata a criteri di buona amministrazione, vale a dire di
efficienza, efficacia ed economicità, ma occorre rendere espliciti i valori in
ragione dei quali lo Stato si impegna ad integrare gli obiettivi di economicità
con quelli tipici della moderna protezione dei diritti e dello sviluppo sostenibile.
Gli intenti solidaristici ed anche simbolici perseguiti dalla legge 109 del 1996
consentono, in effetti, di fare la scelta di condurre un’azione che non sia
improntata esclusivamente alla logica del profitto in senso stretto; occorre, però,
che gli obiettivi fissati dalla legge 109 del 1996 non siano solo apparenti e che
anche l’azione condotta per il loro perseguimento sia improntata ai criteri di
efficienza ed efficacia. Più degli altri obiettivi dell’azione pubblica, infatti, essi
sembrano capaci di determinare negative ricadute di immagine nel caso in cui il
mancato conseguimento di essi sia dovuto alla pervicace opposizione della
criminalità organizzata, destinataria dei provvedimenti di ablazione dei
Poiché la Commissione ritiene che non siano in discussione né l’attualità né
l’opportunità delle previsioni normative che imprimono un vincolo alla
destinazione dei beni confiscati, appare allora necessario procedere ad una
riflessione sull’adeguatezza dei mezzi predisposti per attuare quelle previsioni.
I lavori svolti dalla Commissione Antimafia negli ultimi mesi hanno messo in
evidenza che tuttora sussiste l’esigenza di approntare sistemi operativi idonei ad
imprimere un significativo impulso alle previsioni della legge 109 del 1996 in
materia di destinazione a fini sociali dei beni confiscati alla criminalità.
Il punto critico, che è parso caratterizzante, attiene proprio alla particolare
origine dei beni, che sono divenuti demaniali per effetto dell’azione di
prevenzione; tale origine determina la continua pressione della criminalità
destinataria dei provvedimenti, tesa al recupero dei beni o, quantomeno, a
cooperativa “Lavoro e non solo”; a Castelvetrano (Tp) si sono verificati danneggiamenti all’azienda agricola
gestita dalla cooperativa “Casa dei giovani”.
Camera dei Deputati - 14 - Senato della Repubblica
renderli inutilizzabili, in un’ottica che suona come aperta sfida alle istituzioni
incaricate di affermare la sovranità delle ragioni democratiche.
È evidente come, a fronte di tali e tante implicazioni, non appaia adeguato far
rientrare la gestione e la destinazione dei beni confiscati alle mafie nell’alveo
delle competenze generali che l’Agenzia del Demanio possiede in materia di
La natura particolare dei beni che giungono al Demanio dopo che sono stati
sottratti alla criminalità organizzata richiede particolari modalità di gestione, e
cura ancora più particolare nella destinazione prevista dalla legge; ciò risulta
ancor più vero quando si versi in materia di beni organizzati in forma di
azienda, per le evidenti implicazioni in termini di mantenimento dei livelli
occupazionali e di garanzie per i creditori dell’imprenditore mafioso.
Questa constatazione, unita alla sperequazione - oggettivamente rilevabile - tra
le risorse impegnate nella delicata fase di gestione e destinazione e le risorse
impegnate nella fase più propriamente investigativa e giudiziaria, induce a
raccogliere le proposte - giunte da autorevoli rappresentanti di vertice delle
istituzioni interessate alla procedura - su una sorta di Agenzia centrale alla
quale affidare compiti specifici (al fine di imprimere una svolta decisiva alle
previsioni di legge, in parte rimaste inattuate) e soprattutto sulle strutture sulle
quali l’azione dovrà essere articolata in sede provinciale.
Lo sforzo necessario all’emanazione della legge 109 del 1996 testimonia la
notevole importanza annessa alla destinazione sociale dei beni confiscati alla
criminalità organizzata. Diviene allora necessario imprimere una svolta. I dati
forniti alla Commissione riferiscono che oltre la metà dei beni confiscati non ha
ricevuto una destinazione: l’individuazione e la successiva rimozione degli
ostacoli appare la strada da seguire.
Camera dei Deputati - 15 - Senato della Repubblica
a. Il sequestro e la confisca dei beni.
In apertura della presente sezione, appare quanto mai utile fornire
preliminarmente pochi dati, tra quelli forniti dal Ministero della Giustizia nella
“Relazione sulla consistenza, destinazione ed utilizzo dei beni sequestrati o, predisposta ai sensi dell’articolo 2-duodecies,
confiscati e stato dei procedimentidi sequestro e di confisca (Doc. CLIV, n. 3,
aggiornata al 31 agosto 2007)”
comma 4, della legge 31 maggio 1965, n. 575, che forniscono una prima
immagine dello stato in cui versa il sistema di cui la Commissione si sta
MISURE DI PREVENZIONE PERSONALI E PATRIMONIALI:
MONITORAGGIO DELLA L. 7 MARZO 1996, N.109 “DISPOSIZIONI IN MATERIA DI GESTIONE E
DESTINAZIONE DI BENI SEQUESTRATI O CONFISCATI. MODIFICHE ALLA LEGGE 31 MAGGIO
1965, N. 575, E ALL’ARTICOLO 3 DELLA LEGGE 23 LUGLIO 1991″: SITUAZIONE AL 31/7/07
Tot. beni
mobili titoli
stimato dei
confiscati e
15.967 6.741 7.127 2.377 490 1.887
€ 460.762.149
Camera dei Deputati - 16 - Senato della Repubblica
Procedimenti patrimoniali inseriti nel database al
Totale 2.681
I dati provenienti dal Ministero della Giustizia testimoniano con sufficiente
chiarezza che il procedimento di confisca, destinazione ed assegnazione giunge
a dare frutti concreti su meno del 15% degli immobili sottoposti a
provvedimento; ma indicano anche con altrettanta chiarezza il deciso calo dei
procedimenti patrimoniali negli ultimi anni.
In questo quadro è, però, necessario operare un’attenta verifica e una lettura
articolata dei dati comunicati dal Ministero della Giustizia al Parlamento nelle
Camera dei Deputati - 17 - Senato della Repubblica
relazioni semestrali, in quanto non attengono a modalità di rilevazione
dell’attività effettivamente svolta nel periodo di riferimento.
Ciò detto, i punti di criticità che attengono alla fase che, dalle indagini
patrimoniali, giunge sino al sequestro ed alla confisca dei beni illecitamente
costituiti - così come emersi dai lavori della Commissione - concernono,
1) le norme di settore, con riguardo specifico ai fattori di disomogeneità e di
eccessiva stratificazione che le caratterizzano;
2) l’azione di prevenzione, con specifico riferimento alla prospettiva di
estendere la legittimazione attiva ad altri soggetti ed alla opportunità di
disgiungere le misure di prevenzione personali dalle misure patrimoniali;
3) il procedimento di prevenzione;
4) il rapporto della procedura di prevenzione con altre procedure e la tutela dei
terzi creditori.
1) Disomogeneità delle norme
Ciò che i lavori della Commissione hanno consentito di rilevare prima di ogni
altra questione concerne la disorganicità e la frammentarietà della normativa
dello specifico settore, dovute all’eccessiva stratificazione delle norme nel
tempo. Nel merito, un’esigenza avvertita ai più alti livelli di responsabilità
istituzionali nello specifico settore, riguarda la formazione di un testo che
raccolga e coordini la normativa vigente.
In tale ottica, occorre innanzitutto operare una scelta in relazione al grado di
intervento da effettuare; vale a dire la scelta tra apportare modifiche ed
integrazioni che adattino il testo vigente alle nuove esigenze, dettate anche dalla
trasformazione della criminalità organizzata mafiosa, oppure, se cogliere la
favorevole occasione, in più sedi dottrinarie auspicata, per cambiare l’intero
impianto delle misure di prevenzione; in tale ultimo contesto si inserirebbe, in
sede di ulteriore valutazione, la possibilità di allargare il catalogo dei reati ai
Camera dei Deputati - 18 - Senato della Repubblica
quali collegare l’applicabilità di misure di prevenzione, accentuando le
somiglianze già esistenti tra la confisca prevista dalla legge 575 del 1965e la
confisca-misura di sicurezza prevista dall’articolo 12-sexies della legge 356/92.
Invero, i punti di criticità fatti emergere dalle Autorità che intervengono nel
lungo procedimento - che va dal sequestro dei beni sino alla definitiva consegna
per l’utilizzazione a fini sociali -, ammettono soluzioni puntuali ad integrazione
e modifica delle norme esistenti, da recepire nell’adozione di soluzioni più
vaste che necessariamente implicano scelte di politica criminale.
Va da sé che la scelta di praticare la prima strada offre un percorso
apparentemente più celere ma che, in ogni caso, richiede un’opera di
coordinamento delle norme vigenti al fine di limare le asperità incontrate dagli
In tale ottica, il modo di procedere della presente relazione prevede
l’illustrazione per punti delle criticità emerse, con l’indicazione delle soluzioni
suggerite, di quelle preferibili e delle relative motivazioni di ordine politico,
normativo, sistematico.
2) Azione di prevenzione
Il doppio sistema penale-preventivo
L’ulteriore questione emersa in maniera prevalente sulle altre concerne
gli strumenti di cui si dispone nello svolgimento dell’azione di aggressione dei
patrimoni illecitamente costituiti nella disponibilità della criminalità
L’importanza delle attività di individuazione e di successiva confisca dei
beni di origine illecita nel contrasto alle organizzazioni delinquenziali di tipo
mafioso è dimostrata dagli strumenti normativi attualmente in vigore: l’art. 12-
della legge 356/1992 (
confisca dei beni nei confronti di condannati per
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determinati, gravi, reati tra i quali l’associazione di tipo mafioso
) e gli artt. 2-
e 2-ter della legge 575 del 1965 (
sequestro e confisca dei beni nei confronti
degli indiziati di appartenere ad associazioni tipo mafioso
), tralasciando di fare
riferimento, in questa sede, agli ulteriori strumenti di confisca previsti dal
codice penale o da norme speciali.
I lavori della Commissione hanno consentito di rilevare unanime favore verso il
mantenimento e, semmai, il rafforzamento dell’attuale sistema, caratterizzato
dal cosiddetto “doppio binario” procedimento penale - procedimento di
prevenzione che consente di azionare, in via alternativa o cumulativa, i due
strumenti della confisca di prevenzione e della confisca intesa come misura di
sicurezza e che negli ultimi anni ha dispiegato positivi effetti sull’azione di
aggressione ai patrimoni illeciti.
Le due forme di confisca appena citate, pur presentando un impianto
normativo simile, sono sostanzialmente diverse per ambito di operatività; nelle
intenzioni del legislatore, infatti, la confisca prevista dalla legge 575 del 1965 è
una misura praeter delictum, mentre la confisca allargata, di cui all’art. 12-
citato si fonda su una responsabilità penale accertata con una sentenza
emanata a seguito di procedimento penale.
Le misure in questione, in effetti, risultano oggi molto ravvicinate dalla
pratica giudiziaria, per effetto di una sorta di processo di giurisdizionalizzazione
subito dalla confisca di prevenzione di cui alla legge 575 del 1965, che ha
portato ad uno spostamento del procedimento di prevenzione verso il
La spiegazione della giurisdizionalizzazione delle misure di prevenzione
viene solitamente rinvenuta nell’esigenza, il cui onere è di fatto ricaduto sui
giudici, di attenuare gli effetti derivanti dalla scarsa chiarezza delle norme, con
specifico riferimento alla loro compatibilità con i principi costituzionali.
Le differenze concettuali che caratterizzano i rispettivi ambiti operativi della
confisca di cui al procedimento di prevenzione e della speciale confisca penale
Camera dei Deputati - 20 - Senato della Repubblica
di cui all’art. 12-sexies della legge 356/92 sono rafforzate dalla totale
autonomia dei due procedimenti sancita dal legislatore, che ha così consentito
l’assoggettabilità del medesimo bene sia al sequestro penale, sia al sequestro di
L’esperienza investigativa e giudiziaria degli ultimi anni consente di affermare
che l’approccio operativo sistematico basato sul contestuale impiego degli
strumenti penali e di prevenzione ha rappresentato una condizione utile a
fornire maggiore incisività all’azione di aggressione dei patrimoni di origine
illecita, ed in linea con il disegno normativo vigente. In questo quadro è utile
valorizzare strumenti e professionalità, già positivamente dispiegati nelle
tradizionali indagini penali, anche nel settore delle indagini finalizzate
all’applicazione delle misure di prevenzione patrimoniale.
Altrettanto utile è la possibilità di prevedere i casi in cui, procedendo per i reati
di cui all’articolo 51, comma 3-bis, del codice di procedura penale, all’avvio
delle indagini preliminari si dia impulso ad indagini patrimoniali ai fini
dell’applicazione di misure di prevenzione.
Né, infine, risulta che la cumulabilità delle due misure abbia determinato
l’insorgere di situazioni critiche, giacché dai dati forniti dall’Agenzia del
Demanio risulta che solo l’1% degli immobili in gestione è soggetto a sequestro
penale concorrente.
Tuttavia, la sostanziale disomogeneità degli strumenti normativi
considerati, richiede un intervento volto a rendere più somiglianti le figure
almeno sotto l’aspetto della disciplina accessoria concernente la fase di
esecuzione - operata sotto il controllo di norme completamente diverse (il
codice di rito penale per la misura prevista dall’art. 12-sexies, il codice di
procedura civile per la misura di cui alla legge 575 del 1965) -, ma concernente
anche le fasi dell’amministrazione dopo il sequestro, della gestione e della
Camera dei Deputati - 21 - Senato della Repubblica
Nondimeno, appare necessario adeguare la normativa dello specifico
settore alle nuove realtà criminali ed alle loro capacità di insinuarsi nel tessuto
imprenditoriale e finanziario. Vanno, pertanto, previste norme che attengano in
maniera specifica alla gestione delle imprese confiscate alla criminalità
organizzata sotto il profilo, ad esempio, della disciplina fiscale applicabile
durante la fase della gestione delle imprese confiscate o dei rapporti tra
procedure concorsuali ed azione di prevenzione, o, ancora, sotto il profilo della
disciplina dei gruppi societari e della specifica professionalità degli
amministratori giudiziari.
In misura altrettanto condivisa, è emersa dalle audizioni svolte la segnalazione
concernente le ripercussioni sul sistema per effetto del nesso di pregiudizialità
che attualmente esiste tra misure di prevenzione personali e patrimoniali
(l’esigenza è apparsa avvertita dal Procuratore Nazionale Antimafia, dal
Direttore della DIA, ma anche dai Prefetti e dai Questori intervenuti).
La normativa vigente prevede, infatti, che la possibilità di sottoporre a misura di
prevenzione patrimoniale un bene sia subordinata alla sussistenza di specifici
presupposti, attinenti alla persona ed alla condotta di vita del soggetto, che
giustifichino l’applicazione di una misura di prevenzione personale; in buona
sostanza, in mancanza di un collegamento con la pericolosità sociale del
soggetto, il bene nella disponibilità del mafioso non assume una sua specifica
qualifica di “pericolosità”.
L’indissolubile relazione che la norma fissa tra la pericolosità del
soggetto e la possibilità di sottoporre a confisca i patrimoni nella sua
disponibilità espone, dunque, i provvedimenti ablatori dei patrimoni alle sorti
Camera dei Deputati - 22 - Senato della Repubblica
dei provvedimenti giudiziari concernenti la pericolosità sociale del soggetto
Appare, pertanto, opportuno procedere a modifiche normative nel senso della
separazione tra le misure di prevenzione personali e le misure patrimoniali, al
fine di prevenire che provvedimenti modificativi della misura di prevenzione
concernente il soggetto travolgano le misure patrimoniali disposte sui beni di
cui è stata accertata la provenienza illecita e che in ragione di tale accertata
illecita provenienza sono dotati di una perdurante pericolosità e di un insito
potere destabilizzante per l’economia lecita. Questo renderebbe possibile,
innanzitutto, che, in caso di morte del proposto, il procedimento di prevenzione
patrimoniale continui nei confronti degli eredi quali beneficiari di un illecito
In sintesi, si immagina una sorta di “perdurante illiceità dei beni” strettamente
connessa alla formazione degli stessi.
In altri termini, per pervenire alla confisca dei predetti beni è sufficiente che i
medesimi siano stati formati o acquisiti illecitamente da parte di soggetto:
a. sottoposto a procedimento di prevenzione;
b. riconosciuto come socialmente pericoloso, anche solo con riferimento
all’epoca dei fatti;
c. titolare, all’epoca dei fatti, di redditi non proporzionati al valore dei beni
Il che equivale ad affermare che il bene non perde la sua caratteristica di
antisocialità, dovuta alla sua formazione illecita, quando il soggetto che di esso
può farne uso non è più socialmente pericoloso.
Tale ipotesi di lavoro non sembra priva di sostegno normativo, né appare
dubitabile la possibilità, in materia di diritto di proprietà e di diritto alla libera
Camera dei Deputati - 23 - Senato della Repubblica
iniziativa economica, di un intervento pubblico a garanzia del rispetto
dell’utilità sociale o a garanzia della sicurezza2.
L’azione prevedibilmente benefica della resezione del legame tra misura di
prevenzione personale e misura di prevenzione patrimoniale consentirebbe,
pertanto, di superare agevolmente le situazioni determinate dalla morte del
proposto; tale evento, infatti, determina attualmente la riconsegna dei beni
sequestrati agli eredi aventi causa del de cuius, poiché alla morte consegue la
cessazione della pericolosità sociale, indi il venir meno della misura di
prevenzione personale che trascina con sé anche la misura patrimoniale (con
l’unica eccezione rappresentata dalla confisca definitiva, poiché alla definitività
consegue l’irreversibile devoluzione dei beni confiscati allo Stato, come
stabilito dalle modifiche introdotte con la legge 109 del 1996).
Un caso per tutti è rappresentato dai beni, del valore di centinaia di migliaia di
euro, sequestrati nel 1985 dai giudici Falcone e Borsellino al boss di Cinisi,
Tano Badalamenti; la morte di Badalamenti, avvenuta il 29 aprile 2004 durante
la detenzione negli Stati Uniti, ha chiuso la vicenda giudiziaria che lo vedeva
imputato del reato di associazione mafiosa, ma ha anche determinato la
cessazione della pericolosità sociale del vecchio boss, ponendo gli eredi nella
condizione di richiedere allo Stato la restituzione di tutti i beni sequestrati oltre
venti anni fa, a cui hanno saputo dare una prima risposta efficace la Procura ed
il Tribunale della prevenzione di Palermo.
Non si può non notare che, in situazioni come quella
2 Illuminante a tal proposito appare la Corte Costituzionale nella sentenza n.335 del 1996, ove afferma
che “… la garanzia della proprietà intanto varrebbe in quanto possa assolvere la propria funzione
sociale che consiste nella sua capacità di favorire e incrementare lo sviluppo di altri diritti
costituzionalmente protetti. Ma, se ciò non avviene, e se anzi si verifica la “mortificazione” di quella
funzione, il diritto di proprietà diviene antisociale e ne viene meno la ragione di tutela … E tra i beni e
gli interessi, costituzionalmente rilevanti, da valutare nell’ambito della tutela della proprietà, vi sono
le esigenze di garanzie dell’iniziativa privata, il cui libero ed equilibrato esercizio viene alterato da
fattori estranei che ne inquinano le condizioni di funzionamento; vi sono, inoltre, i profili della
solidarietà sociale ed economica che trovano concretizzazione attraverso lo svolgimento di attività
lavorative legali, mentre le acquisizioni illecite, se non contrastate, incrementato i vincoli intimidatori
e rendono ‘allettante’ l’attività illegale finalizzata al profitto”.
Camera dei Deputati - 24 - Senato della Repubblica
in questione, dovuto all’originaria costituzione illecita di essi, permane anche
dopo la morte di colui che si era reso responsabile delle condotte illecite; né si
può ignorare che, anche dopo tale evento, permangono intatti gli intrinseci
effetti distorsivi per il circuito economico lecito e, dunque, la necessità di porvi
L’accesso alla suddetta visione riformatrice appare la strada da seguire per
consentire all’azione di contrasto alle mafie, innanzitutto, di intervenire con
maggiore efficacia nell’azione complessiva condotta a tutela dell’economia e
del diritto al libero esercizio dell’impresa, sottraendo definitivamente alla
disponibilità della criminalità organizzata beni ed aziende costruiti con i
proventi illeciti. L’auspicabile riforma in tal senso consente, inoltre, di
salvaguardare la funzione pedagogica assegnata alla sottrazione dei beni alla
criminalità organizzata, poiché impedisce il verificarsi di casi in cui la morte del
proposto - che nulla toglie all’illecita modalità di costituzione del bene -
determini il rientro di tali beni nel circuito dell’economia legale.
D’altro canto, la separazione delle misure di prevenzione di tipo personale dalle
misure patrimoniali avrebbe l’effetto di neutralizzare l’eventualità che l’accesso
a procedimenti di revisione della misura personale abbia, in caso di esito
favorevole, l’ulteriore conseguenza della restituzione dei beni al prevenuto per
effetto, ad esempio, del venir meno del requisito della pericolosità sociale sotto
il profilo dell’attualità.
Con riferimento alla possibilità di revoca della confisca definitiva, riconosciuta
recentemente dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, il Procuratore
Nazionale Antimafia ha posto in luce il prevedibile effetto disincentivante che
può avere la possibilità di una revoca, che in sostanza è una revisione, della
confisca definitiva. Tale effetto, a parere della Commissione, rende necessario
apportare modifiche che, nel quadro delle garanzie costituzionali, garantiscano
che l’eventuale revoca della confisca definitiva non dia luogo alla restituzione
Camera dei Deputati - 25 - Senato della Repubblica
del bene, bensì solo al riconoscimento del risarcimento a favore dell’avente
diritto, salvo casi eccezionali, esplorando la possibilità di mutuare i riferimenti
dalla materia delle espropriazioni per pubblica utilità, nel caso di occupazione
previsto dall’art. 43 del Testo Unico delle espropriazioni, approvato
con D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327.
Inoltre, è da considerare che l’arricchimento illecito accertato in capo al
proposto giunge agli eredi in caso di morte del proposto medesimo prima che il
procedimento sia concluso. La natura illecita dell’arricchimento che perviene
agli eredi rende opportuno prevedere che, in tali casi, il procedimento di
prevenzione continui nei confronti degli eredi medesimi, similmente a quanto
accade, ai sensi della legge n. 20/1994, per i giudizi di responsabilità
amministrativa dinanzi alla Corte dei Conti, nei casi di illecito arricchimento
In relazione all’azione di prevenzione antimafia, univoche indicazioni sono,
altresì, emerse dai lavori della Commissione in ordine all’opportunità che la
legittimazione a proporre l’applicazione di misure di prevenzione venga
attribuita estensivamente anche al Procuratore Distrettuale Antimafia
prevedendo, in corrispondenza di tale legittimazione, un potere di iniziativa, di
impulso e di coordinamento dell’azione delle Direzioni Distrettuali Antimafia
in capo al Procuratore Nazionale Antimafia.
A tale attribuzione in capo al procuratore distrettuale antimafia corrisponde,
ovviamente, la simultanea attivazione dei poteri di indagine finalizzati alla
raccolta di elementi utili alla proposta di applicazione di misure a carattere
patrimoniale; potere di indagine che difetta in capo al procuratore nazionale
antimafia a favore del quale, di converso, è auspicabile il rilascio di un potere di
Camera dei Deputati - 26 - Senato della Repubblica
impulso e di coordinamento da esercitarsi anche attraverso l’applicazione di
sostituti procuratori nazionali a procedimenti di prevenzione presso le Direzioni
distrettuali antimafia, nonché attraverso l’invio di notizie, atti e documenti utili
ai fini dell’esercizio dell’azione di prevenzione.
Attualmente, l’articolo 2-bis della legge 575 del 1965 prevede che il
procuratore della repubblica o il questore territorialmente competente
procedano ad indagini patrimoniali ed alla proposta di applicazione di misure di
prevenzione patrimoniali a carico dei soggetti indiziati di appartenere ad
associazioni criminali di tipo mafioso.
A tali poteri si associano i poteri posti in capo al Direttore della D.I.A. che
derivano da quelli del disciolto Alto Commissario per il coordinamento della
lotta contro la delinquenza mafiosa; tali poteri, all’atto della cessazione del
predetto Ufficio dell’Alto Commissario, transitarono al Ministro dell’interno
con facoltà di delega; la delega fu conferita in via permanente al direttore della
D.I.A. con il d.m. 23 dicembre 1992, per le misure personali, e con il d.m. 30
novembre 1993, per l’esercizio del potere di proposta delle misure patrimoniali.
Il Procuratore Nazionale Antimafia può, invece, solo proporre l’applicazione di
misure di prevenzione personali.
Una riforma nel senso cui si è fatto precedentemente cenno consentirebbe di
dare soluzione alle incongruenze presenti nel sistema attuale, che sconta ancora
un difetto di coordinamento con la legislazione istitutiva delle direzioni
distrettuali antimafia, e che rende possibile il paradosso di una carenza di potere
di azione proprio del procuratore distrettuale antimafia, titolare del principale
Ufficio in tema di indagini antimafia.
Tale potere, peraltro, è stato riconosciuto dall’articolo 13 della legge 16 marzo
2006, n. 146, di ratifica ed esecuzione della Convenzione e dei Protocolli delle
Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale.
La pluralità di soggetti dotati del potere di proposta non si è, finora, rivelata
come causa di inefficienza; piuttosto, l’esistenza di più soggetti legittimati
Camera dei Deputati - 27 - Senato della Repubblica
richiede di prevedere nella Procura distrettuale antimafia un momento di
coordinamento in funzione di razionalizzazione e di canalizzazione delle
proposte verso l’Organo giudicante, anche in funzione di completezza e di
miglioramento dei margini di efficacia delle proposte. Nell’ambito delle misure
di prevenzione antimafia, la richiamata funzione di coordinamento deve
investire, non solo l’attività delle Autorità di polizia legittimate a proporre
l’applicazione delle suddette misure, ma anche l’esercizio dei poteri di proposta
assegnati dalla legge alle Procure ordinarie.
L’assoluta importanza che la Commissione annette al contrasto alle mafie sul
versante economico-patrimoniale pone la necessità di sottolineare il dato
statistico fornito dal Ministero della Giustizia nella Relazione, presentata nel
settembre 2007, al Parlamento sui beni sequestrati e confiscati e sulle misure di
prevenzione personale e patrimoniale; tale dato mostra dal 2001 un costante e
significativo declino dei sequestri e delle confische disposte dall’Autorità
Si aggiunga che, dai dati forniti alla Commissione dal Procuratore nazionale
antimafia nella seduta del 6 marzo 2007, relativi agli esiti di un monitoraggio
effettuato presso i Tribunali di tutta Italia, risulta che su 123 tribunali, ben 65
tribunali non hanno instaurato alcun procedimento di prevenzione patrimoniale
negli ultimi tre anni. Dai dati forniti dal Ministero della Giustizia si evince poi
che nell’anno 2005, ad esempio, alcuni tribunali non hanno emesso alcun
provvedimento di misura patrimoniale. Tra di essi, secondo quanto emerge
dalle tabelle allegate, troviamo al sud Catanzaro, Catania, Cosenza e Salerno;
nello stesso periodo, Trapani, Ragusa, Crotone e Siracusa hanno comunicato un
solo provvedimento. Nell’anno 2006 la situazione non appare più incoraggiante,
giacché dalle Relazioni del Ministero della Giustizia emerge che Trapani e
Catania hanno comunicato tre procedimenti, Crotone nessun procedimento,
Cosenza e Siracusa un procedimento, Catanzaro solo due procedimenti.
Palermo, dove pure si registra un’intensa e qualificata attività di aggressione ai
Camera dei Deputati - 28 - Senato della Repubblica
patrimoni, è passata dai 66 provvedimenti adottati e comunicati nel 2003 ai 26
provvedimenti adottati nel 20063.
Nel complesso, dai dati tratti dalle Relazioni del Ministro della Giustizia al
Parlamento emerge un trend negativo, essendo i provvedimenti adottati e
comunicati passati da 292 nel 2002 a 228 nel 2006, per arrivare ai 90 del primo
semestre del 2007.
Anche su questi dati, forniti dal Ministero della Giustizia al Parlamento, è
necessario un approfondimento, che la Commissione parlamentare antimafia si
riserva di effettuare successivamente in relazione all’attività degli Uffici
territoriali, anche attraverso una specifica ed ulteriore inchiesta da svolgersi in
sede di apposito Comitato.
Inoltre, ancora dai dati della Relazione del febbraio 2007 del Ministero della
Giustizia, emerge che dal 2001 al 2005 è aumentato notevolmente il peso
percentuale dei provvedimenti di rigetto o di dichiarazione di improcedibilità
delle proposte di applicazione di misure di prevenzione, emessi dai Tribunali; si
è passati, infatti, da un peso percentuale del 27% circa del 2001, al 39,4% del
Alla luce di tali dati appare quanto mai condivisibile il suggerimento formulato
dal Procuratore nazionale antimafia e da importanti Procure distrettuali come
Napoli, Palermo e Reggio Calabria, teso a favorire la specializzazione del
Pubblico Ministero nella gestione di indagini patrimoniali particolarmente
complesse, anche attraverso il contributo di impulso della Direzione Nazionale
Antimafia. Da tale auspicabile specializzazione non va disgiunta la necessità di
un’adeguata formazione specialistica degli appartenenti alla polizia giudiziaria
impegnati nel delicato settore.
3 Dati Ministero della Giustizia, tratti dalle Relazioni semestrali al Parlamento.
Camera dei Deputati - 29 - Senato della Repubblica
b. La gestione e la destinazione dei beni.
1) La normativa vigente
Il processo che tende ad eliminare dal circuito legale le iniziative
economiche svolte in contrasto con l’utilità sociale, più volte definito dalla
Corte di Cassazione come processo di restituzione alla collettività di beni
illecitamente ‘sottratti’ ed accumulati, prende corpo nel procedimento che
termina con la confisca dei beni.
Il momento della confisca di beni ed imprese rappresenta, però, solo una fase
dell’opera complessiva dello Stato volta a “correggere” la destinazione dei beni,
indirizzando la stessa verso fini di utilità sociale, e tesa a fornire ulteriore
consistenza al significato del sequestro e dell’amministrazione - prima - e della
confisca - poi - con la restituzione al mercato di attività economiche
L’applicazione da parte del Giudice della prevenzione della misura della
confisca dei beni a carico del soggetto riconosciuto come socialmente
pericoloso, costituisce in tal modo momento di apertura di un altro importante
procedimento: il procedimento per la destinazione dei beni confiscati, il cui
inserimento nel sistema di contrasto alla criminalità organizzata di tipo mafioso
aveva l’intenzione di rendere l’apparato amministrativo portatore di azioni
qualificanti che andassero oltre i provvedimenti di scioglimento dei consigli
comunali o di decadenza da licenze, permessi etc..
I provvedimenti di destinazione dei beni confiscati riguardano
essenzialmente i beni immobili ed i beni aziendali.
Infatti, mentre non presenta problemi di rilievo dare una destinazione ai beni
mobili, giacché per essi è prevista alternativamente la vendita, la cessione
Camera dei Deputati - 30 - Senato della Repubblica
gratuita o la distruzione (queste due ultime possibilità vanno prese in
considerazione qualora la vendita risulti antieconomica), qualche sollecitazione
all’approfondimento deriva dalla destinazione dei beni immobili e dei beni
Nel caso in cui il bene confiscato sia costituito semplicemente da un bene
immobile, esso può, ai sensi del comma 2 dell’articolo 2-undecies della legge n.
575 del 19654:
a. essere mantenuto al patrimonio dello Stato per fini di giustizia, di ordine
pubblico e di protezione civile, sempre che non si debba procedere alla
vendita del bene per il risarcimento delle vittime dei reati di tipo mafioso;
b. essere trasferito al patrimonio del Comune ove l’immobile si trova, per
finalità istituzionali e sociali. In questo caso, il comune può:
MAFIA: GRASSO, SCOPELLITI UCCISO PER FAVORE A COSA NOSTRA
Legalitalia, Reggio Calabria, 8-10 agosto 2008. (leggi…)
Scritto da Orfeo Notaristefano Uscire da Palermo in direzione Messina, senza autostrada, vuol dire percorrere suggestivi territori di rara bellezza, pur se deturpati da speculazioni edilizie selvagge e mafiose, da scempi compiuti da costruttori in combutta con politici corrotti, in un clima sociale degradato dalla presenza capillare di cosche che controllano anche l’aria che si respira.Il porto di Palermo alle spalle, il mare sulla sinistra, davanti una strada che sembra essere ricavata per miracolo tra una spiaggia che non c’è e l’avanzare minaccioso di “case su case, catrame e cemento”. Via Messina Marine ti fa uscire così da Palermo, facendoti vedere sulla destra il quartiere di Brancaccio, un insieme disordinato di costruzioni senza anima, senza un riferimento, senza un luogo di convivenza civile. Brancaccio, il luogo dove fu ammazzato, il 15 settembre 1993, don Pino Puglisi, il prete che aveva avviato per i giovani del quartiere veri e propri percorsi di legalità, percorsi concreti, basati sui fatti, sulle azioni quotidiane, sulle “buone azioni” che la sua fede gli dettava, scelte e azioni positive. Il contrario esatto dei comportamenti, degli atti, delle azioni criminali della mafia. E’ caduto per questo, per questo suo essere contro di loro e per la legalità, per la dignità di persone che la dignità l’avevano persa per aver detto sì ai diktat delle cosche. Prima, durante e dopo l’omicidio di don Puglisi, la mafia di Brancaccio è “governata” da Giuseppe Guttadauro, un medico dell’ospedale Civico di Palermo, boss dai mille legami con altre cosche, nonché con il cosiddetto “capo dei capi” Bernardo Provenzano, finito in manette l’11 aprile 2006, dopo 43 anni di latitanza proprio in questi territori, che vanno da Palermo a Corleone.