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Timestamp: 2020-08-06 07:10:13+00:00
Document Index: 18079043

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Sentenza Cassazione Civile n. 98 del 04/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 98 del 04/01/2017
Cassazione civile, sez. II, 04/01/2017, (ud. 28/04/2016, dep.04/01/2017), n. 98
sul ricorso 19309-2011 proposto da:
B.C., (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA
rappresentata e difesa dall’avvocato SILVESTRO LAZZARI;
T.R., C.F. (OMISSIS), U.A. C.F. (OMISSIS),
elettivamente domiciliati in ROMA, V. L. MANTEGAZZA 24, presso lo
studio dell’avvocato MARCO GARDIN, rappresentati e difesi
dall’avvocato ALFREDO CAGGIULA;
avverso la sentenza n. 457/2011 della CORTE D’APPELLO di LECCE,
udito l’Avvocato Vittoria Capuano con delega depositata in udienza
dell’Avv. Silvestro Lazzari difensore della ricorrente che ha
La lite concerne la violazione in materia di distanze lamentata dalla ricorrente B.C., proprietaria di un immobile sottostante a quello dei convenuti U. e T., in relazione alle opere da essi eseguite nel 2002 in un immobile sito in (OMISSIS).
Le opere di cui chiedeva la demolizione consistevano: nella demolizione della porzione di fabbricato adiacente il cortile di piano terra con arretramento d, a livello di primo piano, del muro perimetrale nell’ampliamento di una centrale termica al secondo piano; nella presenza “all’interno delle chiostrine a p.p.” di travi in cemento armato; nell’intera porzione di fabbricato posta a distanza dai confini inferiore a tre metri; nonchè condanna a demolire la parte del fabbricato elevata oltre i limiti massimi assentiti e risarcimento danni.
Il tribunale di Brindisi sez. Francavilla Fontana rilevava che lo spazio aperto a piano terra di proprietà dell’attrice era da reputare una chiostrina, vano rispetto al quale ravvisava violazione delle distanze legali quanto alla porzione di centrale termica posta al secondo piano, di cui ordinava la demolizione per m. 5,40.
B. ha proposto ricorso per cassazione, notificato il 14 luglio 2011 con otto motivi.
2) La Corte salentina ha accolto l’appello sul rilievo, fatto valere che la B. non era legittimata alle domande di riduzione in pristino in materia di distanze nei confronti dei convenuti, in quanto proprietaria dell’immobile sottostante e non proprietaria del fabbricato frontista.
Il primo motivo di ricorso lamenta violazione e falsa applicazione degli artt. 872 e 873 c.c..
L’attrice ricorrente sostiene che nella qualità di titolare del diritto di proprietà del “fondo finitimo” alla costruzione degli odierni appellanti essa ha “ex art. 873 c.c. la titolarità piena di far valere i diritti che ne derivano e in particolare il rispetto della distanza minima legale”.
Deduce che è proprio interesse recuperare aria e luce che sono state limitate dall’edificazione dei coniugi U., che violerebbe “le norme sulla minima distanza legale dalla chiostrina a piano terra.
In relazione a tale presupposto di fatto, è ineccepibile il rilievo della Corte di appello: le distanze legali che sono oggetto della previsione di cui all’art. 873 sono le distanze lineari; pertanto non possono essere considerate nè quelle che si misurano in verticale tra una porzione di fabbricato sottostante e quella sovrastante, nè le consistenze immobiliari appartenenti ai soggetti terzi.
Più correttamente avrebbe dovuto rilevare la carenza del diritto sostanziale controverso, rilievo che può essere svolto d’ufficio, come di recente ritenuto dalle Sezioni unite della Corte Suprema (SU n. 2951/16) e che può essere oggetto di mera difesa esposta dal convenuto in ogni fase del giudizio, trattandosi di contestazione de un elemento costitutivo della domanda che attiene al merito della decisione.
Trova così rigetto anche il sesto motivo, che denuncia violazione degli artt. 167, 183 e 345 c.p.c. in relazione al rilievo di difetto di legittimazione attiva.
3) Il secondo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 880 c.c., norma che definisce la presunzione di comunione del muro divisorio.
Si sostiene che la B. sarebbe legittimata anche quale comproprietaria di un muro frontista che fungerebbe da divisorio tra due chiostrine al piano terra e che il muro sarebbe fino alla sua sommità comune tra la B. e altri proprietari C.- P..
Il motivo di ricorso è inammissibile per difetto di specificità.
Nelle poche righe in cui è composto si dice che sarebbe stato accertato “in corso di causa” che esisterebbe detto muro e che la B. ne sarebbe proprietaria. In tal modo però si demanda alla Corte di Cassazione la necessaria rivalutazione degli atti di causa per comprendere dove, come e quando sia stata fatta valere la violazione delle distanze in relazione a questo muro. Di esso non viene specificato in quale atto e in qual modo sia stato accertato che sarebbe di comproprietà B..
La sentenza di appello infatti, dopo aver rilevato che la proprietaria sottostante non può avanzare pretese per distanze lineari, ha negato che sussista violazione che legittimi alla riduzione in pristino in relazione a una sola consistenza immobiliare: a) le pareti sul confine ovest del fabbricato delle parti in causa, pareti che sono di proprietà C.- P. Ha poi escluso che sia illegittima la trave di cemento armato avente funzione statica, che è in comproprietà C.- B. quanto al piano terra e C.- U. quanto al piano primo, perchè anch’essa prospiciente a un muro di proprietà di soggetti estranei alle parti in causa.
Il motivo di ricorso, come il precedente, impinge quindi, anche per la sua inammissibile formulazione, nel rilievo di novità che parte controricorrente ha sollevato. Opportunamente i resistenti hanno poi fatto osservare, con precisi rilievi giurisprudenziali, che per vantare il rispetto delle distanze da un muro divisorio che assume di proprietà comune a terzi, la ricorrente avrebbe dovuto documentare a tempo debito la operatività della presunzione di comunione.
4) Il terzo motivo lamenta l’addebito delle spese di ctu e ctp, in contrasto con l’ammissione al gratuito patrocinio ottenuta dalla B. nel 2010.
Il motivo è infondato, poichè le spese in caso di soccombenza dell’assistito sono prenotate a debito, ma, per esserlo, deve essere stabilito dal giudicante a chi debbano far carico (Cass. 14888/12).
5) Il quarto e quinto motivo attengono a violazioni del regolamento edilizio comunale. Il quarto ha riguardo ai parapetti, di cui in sentenza è stato escluso che violino una distanza legale, ancorchè provochino una diminuzione dell’areazione.
Altrettanto deve dirsi per la distanza legale delle chiostrine U. rispetto alla chiostrina al piano terra.
Tale profilo è di notevole rilievo in causa, atteso che eventuali violazioni addebitabili al comproprietario del piano superiore che abbia, sopraelevando o ampliando o modificando il proprio fabbricato, arrecato nocumento al proprietario del piano inferiore trovano ristoro, ex art. 872 c.c. prima parte, nella tutela risarcitoria. E’ questa la distinzione sulla base della quale la sentenza di appello ha respinto la tutela ripristinatoria.
La sentenza nulla dice però in ordine al risarcimento danni, sebbene nelle conclusioni di parte B., riportate in epigrafe della sentenza impugnata, si legga che in via di appello incidentale (come deduce il ricorso) era stato chiesto il risarcimento dei danni subiti “a causa delle opere edilizie illecite”.
Discende da quanto esposto l’accoglimento dell’ottavo motivo di ricorso e il rigetto degli altri.
La Corte rigetta i primi sette motivi di ricorso.
Accoglie l’ottavo. Cassa la sentenza in relazione al motivo accolto e rinvia ad altra sezione della Corte di appello di Lecce, che provvederà anche sulla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.