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Timestamp: 2020-08-12 08:34:35+00:00
Document Index: 68963151

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Sentenza Cassazione Civile n. 24417 del 17/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 24417 del 17/10/2017
Cassazione civile, sez. VI, 17/10/2017, (ud. 18/07/2017, dep.17/10/2017), n. 24417
sul ricorso n. 6763 – 2015 R.G. proposto da:
C.E. – c.f. (OMISSIS) – P.C. – c.f. (OMISSIS) –
elettivamente domiciliati in Roma, alla via degli Scipioni, n. 8,
presso lo studio dell’avvocato Francesco Crisci che congiuntamente e
disgiuntamente all’avvocato Roberto Menniti li rappresenta e difende
COMUNE di RAVENNA – c.f. (OMISSIS) – in persona del sindaco pro
tempore, elettivamente domiciliato in Roma, alla via Caio Mario, n.
7, presso lo studio dell’avvocato Maria Teresa Barbantini che
congiuntamente e disgiuntamente all’avvocato Enrico Baldrati,
all’avvocato Giorgia Donati e all’avvocato Patrizia Giulianini lo
avverso la sentenza n. 1930 dei 18.7/1.9.2014 della corte d’appello
Con atto in data 25.10.2002 il Comune di Ravenna citava a comparire dinanzi al tribunale di Ravenna C.E. e P.C..
Deduceva che due piccole porzioni di terreno di sua proprietà, destinate a far parte del parco pubblico alla stregua del progetto urbanistico degli anni 1978/1979, erano possedute dai convenuti, i quali avevano provveduto ad annetterle al giardino di pertinenza della loro casa di abitazione.
Chiedeva accertarsi il suo diritto di proprietà sulle porzioni indebitamente occupate e condannarsi i convenuti al rilasciarle.
Si costituivano C.E. e P.C..
Deducevano che sin dal 1980 le porzioni di terreno erano state accorpate al loro giardino.
Instavano per il rigetto dell’avversa domanda ed in via riconvenzionale chiedevano dichiararsi e darsi atto dell’intervenuto acquisto per usucapione da parte loro ed in danno del Comune della proprietà dei terreni.
Assunte le prove testimoniali articolate, con sentenza n. 57/2008 il giudice adito accoglieva la domanda dell’attore e rigettava la riconvenzionale.
Interponevano appello C.E. e P.C..
Resisteva il Comune di Ravenna.
Con sentenza n. 1930 dei 18.7/1.9.2014 la corte d’appello di Bologna rigettava il gravame e condannava gli appellanti alle spese.
Evidenziava la corte che, pur ad ammettere che il possesso ad usucapionem avesse avuto inizio nel 1980, non vi era prova tuttavia che i terreni fossero stati sdemanializzati, ovvero fossero passati dal patrimonio indisponibile al patrimonio disponibile ed usucapibile dell’ente appellato, allorchè il possesso utile ai fini dell’usucapione aveva avuto origine.
Evidenziava ulteriormente che deponeva in tal senso il rogito notarile con cui nel 1983 gli appellanti avevano acquistato il fondo contiguo ai mappali contesi; che le risultanze del rogito non potevano reputarsi smentite nè dal preliminare che i coniugi C. – P. avevano siglato nel 1980, preliminare contenente “espressioni che rendono sommamente incerta la contemporanea consegna del bene ai C.” (così sentenza d’appello, pag. 7), nè dalle dichiarazioni rese dai testi escussi.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso C.E. e P.C.; ne hanno chiesto sulla scorta di due motivi la cassazione con ogni conseguente statuizione in ordine alle spese.
Il Comune di Ravenna ha depositato controricorso; ha chiesto rigettarsi l’avverso ricorso con il favore delle spese del giudizio.
Con il primo motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione e falsa applicazione degli artt. 826,828 e 1158 cod. civ..
Deducono che a seguito delle delibere consiliari del 23.11.1978 e del 20.3.1979, di approvazione del progetto di parco pubblico, il Comune di Ravenna non ha mai occupato le porzioni in contesa.
Deducono inoltre che rilevano in tal senso il progetto urbanistico “Corso Nord”, approvato dal Comune con Delib. 20 dicembre 1990, e la proposta di accordo transattivo elaborata dal Comune per la vendita dei mappali ad essi ricorrenti.
Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, la violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4 per incoerenza, contraddittorietà ed illogicità manifesta della motivazione, in relazione alla valutazione di inattendibilità delle dichiarazioni testimoniali.
Deducono che i testi escussi hanno chiaramente riferito che le porzioni contese venivano utilizzate come parte integrante del giardino dell’abitazione di essi ricorrenti; che comunque tra le risultanze del preliminare del 1980 e le dichiarazioni dei testi non vi è alcuna contraddizione o incongruenza.
Si premette che ambedue i motivi di ricorso si qualificano in relazione alla previsione dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5.
Occorre tener conto, da un lato, che con gli esperiti mezzi di impugnazione i ricorrenti censurano sostanzialmente il giudizio “di fatto” cui la corte di merito ha atteso (la corte ha errato “nell’aver qualificato i suddetti terreni come facenti parte del patrimonio indisponibile del Comune anzichè del patrimonio disponibile”: così ricorso, pag. 5; “non si vede quindi come le astratte previsioni dell’accordo del 1980 possano inficiare le prove testimoniali”: così ricorso, pag. 12); dall’altro, che è propriamente il motivo di ricorso ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che concerne l’accertamento e la valutazione dei fatti rilevanti ai fini della decisione della controversia (cfr. Cass. sez. un. 25.11.2008, n. 28054; cfr. Cass. 11.8.2004, n. 15499).
Si giustifica pertanto la disamina contestuale di entrambi i motivi di impugnazione.
In ogni caso l’uno e l’altro mezzo sono destituiti di fondamento.
Si rappresenta previamente che un indubbio profilo di novità connota ed inficia precipuamente il primo motivo (cfr. Cass. 13.9.2007, n. 19164, secondo cui nel giudizio di cassazione non si possono prospettare nuove questioni di diritto ovvero nuovi temi di contestazione che implichino indagini ed accertamenti di fatto non effettuati dal giudice di merito nemmeno se si tratti di questioni rilevabili d’ufficio).
Ed invero, da un canto, la corte distrettuale ha dato atto che in sede di censura del primo dictum da parte degli appellanti “si concorda sull’appartenenza delle aree al patrimonio pubblico indisponibile per effetto delle deliberazioni ‘78 – ‘79 di approvazione del progetto di parco, ma se ne sostiene l’esclusione in sede esecutiva nel ‘79 – ‘80” (così sentenza d’appello, pag. 4); dall’altro, gli appellanti, allo stato ricorrenti, hanno in questa sede addotto che “i due mappali in questione non hanno mai acquisito quella indisponibilità (…)” (così ricorso, pag. 7).
Si rappresenta in ogni caso che i supposti vizi motivazionali sostanzialmente veicolati e dall’uno e dall’altro motivo rilevano nel segno della novella formulazione dell’art. 360 cod. proc. civ., comma 1, n. 5 (la sentenza della corte di Bologna è stata depositata 1’1.9.2014) e nei limiti di cui all’insegnamento delle sezioni unite di questa Corte n. 8053 del 7.4.2014.
In primo luogo, che nessuna delle figure di “anomalia motivazionale” destinate ad acquisire significato alla stregua della pronuncia delle sezioni unite testè menzionata, si scorge in relazione alle motivazioni – dapprima riferite – cui la corte territoriale ha ancorato il suo dictum.
In particolare, con riferimento al paradigma della motivazione “apparente” – che ricorre allorquando il giudice di merito non procede ad una approfondita disamina logico – giuridica, tale da lasciar trasparire il percorso argomentativo seguito (cfr. Cass. 21.7.2006, n. 16672) – la corte emiliana ha compiutamente ed intellegibilmente esplicitato il proprio iter argomentativo (“anche ipotizzando che detto inizio risalga al 1980 (…) e anche ipotizzando che i mappali contesi fossero fuori dal perimetro recintato del parco costruito nel ‘79 – ‘80 (…) resta comunque insuperabile il fatto che la volontà amministrativa di dismetterli dal patrimonio indisponibile, nel 1980, era ancora di là da venire (…) la volontà dismissiva del Comune di Ravenna sui beni non può ritenersi provata prima degli atti amministrativi allegati dagli appellanti sub 12 – 13, ma la loro data è contestabilmente ben inoltrata nel ventennio legittimo all’usucapione”: così sentenza d’appello, pagg. 5 – 6).
In secondo luogo, che la corte d’appello ha sicuramente disaminato il fatto storico caratterizzante in parte qua agitur la res litigiosa.
Del resto, i ricorrenti censurano l’asserita distorta ed erronea valutazione delle risultanze di causa (in relazione ai mappali de quibus la destinazione a parco pubblico è rimasta inattuata e tale circostanza è “di per sè sola insufficiente a farne ritenere la natura di beni indisponibili”: così ricorso, pag. 7; “in tale proposta di accordo transattivo (…) vi è l’implicito riconoscimento, da parte del Comune, (…)”: così ricorso, pag. 9; il dictum della corte di merito “in punto di “inattendibilità” delle prove testimoniali appare solo apparentemente motivato”: così ricorso, pag. 12).
D’altronde questa Corte spiega, per un verso, che la sdemanializzazione di un bene può essere anche tacita, indipendentemente da un formale atto di sclassificazione, purchè risulti da atti univoci e concludenti, incompatibili con la volontà dell’amministrazione di conservarne la destinazione all’uso pubblico, e da circostanze tali da rendere non configurabile un’ipotesi diversa dalla definitiva rinuncia al ripristino della funzione pubblica del bene (cfr. Cass. 4.3.1993, n. 2635); per altro verso, che la sdemanializzazione tacita non può desumersi dalla sola circostanza che un bene non sia più adibito anche da lungo tempo ad uso pubblico (cfr. Cass. sez. un. 26.7.2002, n. 11101); peraltro verso ancora, che l’indagine concernente il concreto riscontro degli estremi della tacita sdemanializzazione è rimessa al giudice del merito ed il relativo accertamento è incensurabile in sede di legittimità, se – così come nella fattispecie – è immune da vizi logici e giuridici (cfr. Cass. 4.3.1993, n. 2635).
Il ricorso è datato 3.3.2015.
Si dà atto della sussistenza dei presupposti perchè, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, (comma 1 quater introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), i ricorrenti siano tenuti a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione a norma dell’art. 13, medesimo D.P.R., comma 1 bis.
La Corte rigetta il ricorso; condanna in solido i ricorrenti, C.E. e P.C., a rimborsare al controricorrente, Comune di Ravenna, le spese del presente giudizio di legittimità, che si liquidano nel complesso in Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario delle spese generali nella misura del 15%, i.v.a. e cassa come per legge; ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte dei ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13,comma 1 bis.