Source: http://giuridicamente-genova.blogautore.repubblica.it/page/5/
Timestamp: 2019-01-17 19:12:11+00:00
Document Index: 49621663

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art.147', 'art.545', 'art. 1', 'art.147', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 1813', 'art. 230', 'sentenza ']

Consumi: comprare in fiera equivale a comprare in negozio
In una vicenda del 2001, in cui l’acquirente di un gommone in un salone nautico chiedeva il recesso dal contratto per guasti al motore, la Cassazione ha ribadito, con una ordinanza (n. 22863 del 28 ottobre 2014), che non potesse applicarsi la disciplina in materia di contratti negoziati fuori dai locali commerciali.
In questi casi , secondo la legislazione italiana (modificata nel giugno 2014), vi è un obbligo di informativa precontrattuale a carico del venditore; un obbligo di forma scritta e di linguaggio chiaramente comprensibile; il diritto di ripensamento che consente il recesso entro 14 giorni (o entro un anno se della possibilità di recesso il consumatore non è stato informato).
Norme che servono a proteggere il consumatore ma solo “ove il contesto sia tale da giustificare il dubbio che il consumatore sia stato indotto a concludere l’affare senza adeguate possibilità di valutare la convenienza dell’offerta o le sue reali esigenze”.
Per la Cassazione l’accesso allo stand è “frutto di una scelta deliberata e consapevole” del compratore e “lo stand si presenta come sede dislocata, pur se sporadica e provvisoria, di una parte dell’attività e degli affari dell’impresa, per il tempo per cui si protrae la manifestazione commerciale”.
In altre parole, quando si acquista un bene all'interno di uno stand presso una fiera o un salone espositivo, l'attenzione deve essere identica a quella in negozio perché non sarà applicabile il “diritto di ripensamento” e tutta la disciplina più favorevole accordata ai consumatori, ma quella ordinaria.
Fonte: Corte di Cassazione - Quotidiano P.A. - Italian Open Data
Tag: consumi, diritto di recesso, diritto ripensamento, informativa precontrattuale, tutela
Il proprietario di più mezzi deve sempre sapere chi li guida
Il proprietario di un veicolo ha l’obbligo di conoscere sempre l’identità del conducente al quale affida il veicolo stesso, e, di conseguenza, a comunicare tale identità all’autorità amministrativa che gliene faccia legittima richiesta, al fine di contestare un’infrazione amministrativa. Egli non può sottrarsi legittimamente a tale obbligo di collaborazione in base al semplice rilievo di essere proprietario di numerosi automezzi o di avere un elevato numero di dipendenti che ne facciano uso. Cassazione civile, sez. lI., sent. n. 21957 del 16/10/2014.
Tag: autorità amministrativa, circolazione stradale, guida
La proprietà condominiale non può essere limitata da nessun condomino
Una volta accertata la natura condominiale di una parte dell’edificio, questa comproprietà non può essere limitata da nessun condomino (accolta, nella specie, l’azione proposta da un condominio nei confronti di alcuni condomini proprietari della terrazza, di proprietà esclusiva, posta al sesto piano dell’edificio. Il condominio esponeva, che lo stabile era munito di un ascensore e che il locale macchine condominiale era sito sul lastrico solare a cui vi si accedeva salendo la scala condominiale fino alla terrazza dei convenuti; tuttavia, questi avevano apposto un cancello lungo la scala condominiale, non consentendo più il libero accesso ai condomini). Cassazione civile, sez. VI., sent. n. 22192 del 20/10/2014.
Tag: ascensore, condominio, proprietà esclusiva, terrazza
Legittimo il licenziamento del lavoratore che mentre è malato lavora per i parenti
E’ legittimo il licenziamento intimato al lavoratore che, nei giorni di malattia, svolge attività lavorativa gratuita in favore dei familiari, essendo tale attività del tutto incompatibile con lo stato di salute (nella specie, l’attività lavorativa in questione, oltre che ad essere in contrasto con la denunciata patologia osteoarticolare, risultava in contrasto anche con la dedotta depressione, in quanto l’attività di sorveglianza “anti-taccheggio”, prestata dal lavoratore presso il negozio di casalinghi del fratello, comportava la necessità di una costante focalizzazione dell’attenzione e di contatti anche antagonistici con persone non conosciute).
Cassazione civile, sez. lav., sent. n. 21093 del 7/10/2014.
Tag: lavoro, licenziamento, malattia, parenti
Ancora in tema di sovraindebitamento del consumatore: l'accordo di composizione della crisi
Qualche tempo fa ci siamo occupati del piano di ristrutturazione del consumatore (più brevemente “piano”), procedura introdotta dalla Legge n. 3/2012, attivabile del “consumatore” in caso di incapacità di far fronte ai propri debiti. Tale argomento ha riscontrato un certo interesse dei lettori di questo blog, per il che riteniamo possa risultare interessante dare anche qualche informazione su un’altra procedura disciplinata dalla stessa Legge n.3/2012, che ha la stessa finalità, e cui nel primo articolo si era solo fatto cenno. Ci riferiamo all’accordo di ristrutturazione dei debiti (piu’ brevemente ”accordo”), per molte cose vicino al “piano”, visto che ne condivide diversi aspetti.
Andiamo pure per ordine, enucleando talune caratteristiche dell’ “accordo”, di raffronto appunto al “piano”.
Presupposto oggettivo : il sovraindebitamento
Prima d’altro, il “piano” e l’ “accordo” hanno in comune il presupposto oggettivo : il c.d “sovraindebitamento” ossia la situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte (i debiti) e il patrimonio prontamente liquidabile (beni e denaro) per farvi fronte. Squilibrio che determina la rilevante difficoltà, ovvero la definitiva incapacità, di adempiere le obbligazioni.
Presupposto soggettivo : il debitore non fallibile
Al “piano” può far ricorso il solo “consumatore” (lo ricordiamo : il debitore civile, persona fisica che assunto obbligazioni esclusivamente per scopi estranei all’attività imprenditoriale o professionale eventualmente svolta). L’ “accordo” invece è per il debitore non soggetto alle procedure concorsuali previste dalla Legge Fallimentare n. 267/1942.
i professionisti (che non svolgono attività di impresa);
gli imprenditori c.d. sotto soglia (cioè che non soddisfano congiuntamente le condizioni di cui all’art. 1 della Legge Fallimentare, vale a dire : aver avuto, nei 3 esercizi precedenti, un attivo patrimoniale di ammontare complessivo annuo non superiore a 300.000 euro; avere realizzato, in qualunque modo risulti, nei 3 anni antecedenti, ricavi lordi per un ammontare complessivo non superiore a 200.000 euro; avere un ammontare di debiti anche non scaduti non superiore a 500.000 euro);
i soci di società di persone, assoggettabili al fallimento delle società in estensione ai sensi dell’art.147 della Legge Fallimentare;
le associazioni e le fondazioni non commerciali.
Si sostiene che anche il “consumatore”, in alternativa al “piano”, possa proporre l’ “accordo” (ovviamente in presenza di debiti riconducibili anche solo in parte all’esercizio di attività professionali o d’impresa).
In cosa consiste l’ “accordo”. La domanda al Tribunale e il procedimento
Come il “’piano”, l’ “accordo” è un progetto di risanamento dei debiti, secondo dei termini e modalità proponibili con ampia discrezionalità - ad eccezione del regolare pagamento dei crediti impignorabili ex art.545 codice di procedura civile e degli altri contenute in leggi speciali (così i debiti di natura tributaria e previdenziale) - cui può accedere anche una moratoria, sino ad un anno dall’ omologazione, per i crediti muniti di privilegio, pegno o ipoteca.
Se si tratta di un imprenditore, l’”accordo” può disporre la continuità dell’attività di impresa e sarà probabile che via sia una pianificazione di pagamento dei creditori anche mediante la cessione dei crediti futuri del debitore proponente (ovvero i crediti che sorgeranno con la continuazione dell’attività produttiva-commerciale).
Anche la proposta di “accordo” va presentata, con l’assistenza necessaria dell’OCC (il c.d. Organismo di Composizione della Crisi), presso il Tribunale di residenza, insieme alla documentazione di supporto, per ottenere l’omologa. Qualora si tratti di un imprenditore, dovranno far parte della documentazione anche le scritture contabili degli ultimi tre esercizi, unitamente a una dichiarazione che ne attesta la conformità all’originale. Non è invece, prevista, come per il “piano”, la relazione particolareggiata dell’OCC, prevedendosi soltanto l’attestazione dell’OCC sulla fattibilità dell’ “accordo”.
In modo simile al “piano”, il Giudice, ai fini dell’ omologa della domanda di “accordo”, verifica:
(i) l’ammissibilità della proposta [ossia, tra l’altro, ma vedasi quanto già detto per il “consumatore” : che il debitore : (a) non è soggetto ad altre procedure, diverse da quella della Legge n. 3/2012; (b) non ha fatto ricorso, nei precedenti 5 anni, alle procedure della Legge n. 3/2012; (c) ha fornito documentazione che non consente di ricostruire compiutamente la sua situazione economica patrimoniale]; e
(ii) quale aspetto proprio dell’ “accordo”, il consenso dei creditori che rappresentano il sessanta per cento dell’ammontare complessivo dei crediti. Per raggiungere questa percentuale i creditori sono richiesti di dare il proprio consenso alla proposta di ristrutturazione dei debiti anche tramite silenzio-assenso (in quanto il mancato vale consenso – secondo un meccanismo presente sia nel concordato fallimentare che in quello preventivo – vale come consenso). I creditori muniti di privilegio, pegno o ipoteca dei quali la proposta prevede l’integrale pagamento non sono computati per il raggiungimento della maggioranza e non hanno diritto di esprimersi sulla proposta, salvo che non rinuncino, in tutto o in parte, al diritto di prelazione. La raccolta dei consensi o dissensi dei creditori è eseguita tramite l’OCC, che, successivamente, provvede a trasmettere agli stessi una relazione sui consensi espressi e relativa percentuale. Ai creditori è consentito sollevare contestazioni circa il raggiungimento della maggioranza e la quantificazione dei crediti per il calcolo della percentuale. Di dette contestazioni, come del raggiungimento della maggioranza, l’OCC darà conto al Giudice che, né piè né meno come per il “piano”, deciderà sull’omologazione dell’ “accordo” sussistendo le condizioni sopra ricordate.
La proposta di “accordo”, se è presentata da un imprenditore, viene pubblicata nel registro delle imprese; inoltre il Giudice – in attesa dell’eventuale omologa – dispone il divieto di proseguire o iniziare azioni esecutive individuali sul patrimonio del debitore da parte di creditori aventi titolo o causa anteriore.
Gli effetti dell’omologazione dell’ “accordo” e il suo cessare
Come il “piano”, l’ “accordo” omologato è obbligatorio per tutti i creditori anteriori alla pubblicazione della domanda e i creditori con causa o titolo posteriori non possono procedere esecutivamente sui beni oggetto dell’ “accordo”.
Si noti in proposito che l’ “accordo” perde di efficacia nel caso di mancato integrale pagamento, entro 90 giorni dalle scadenza previste, di quanto dovuto alle amministrazioni pubbliche, e agli enti gestori di forme di previdenza e assistenza obbligatorie. Ed è revocato se vengono compiuti, durante la procedura, atti in frode ai creditori.
Medesima conseguenza si ha in caso di mancato pagamento dei crediti impignorabili, nonché dei crediti costituenti risorse proprie dell’Unione Europea, l’imposta sul valore aggiunto e le ritenute operate e non versate.
In considerazione del fatto che l’ “accordo” possa essere richiesto dall’imprenditore, questo perde i suo effetti a seguito dell’eventuale successiva pronuncia di fallimento emessa con riguardo al debitore.
In questa situazione, ad esempio, potrebbero trovarsi:
l’imprenditore commerciale sotto soglia che, successivamente all’omologa dell’ “accordo”, superi anche uno limiti dimensionali dell’art. 1 Legge Fallimentare;
l’imprenditore agricolo che abbia assunto nel frattempo lo status di imprenditore commerciale;
il soggetto non imprenditore che essendo socio illimitatamente responsabile di una società di persone dichiarata fallita, si trovi a sua volta ad essere assoggettato al fallimento in estensione ai sensi dell’art.147 della Legge Fallimentare.
In tali casi gli atti e i pagamenti e le garanzie poste in essere in esecuzione dell’ “accordo” non sono soggetti all’azione revocatoria dell’art. 67 della Legga Fallimentare.
Il Tribunale, su istanza dei creditori può, come per il “piano” :
annullare l’ “accordo” : se è stato, dolosamente o con colpa grave, aumentato o diminuito il passivo, ovvero sottratta o dissimulata una parte rilevante dell’attivo o dolosamente simulate attività inesistenti;
risolvere l’ “accordo” : se le garanzie promesse non vengono costituite o se l’esecuzione diviene impossibile per ragioni non imputabili al debitore.
Ulteriore rinvio alla disciplina del “piano”
Da ultimo, per quanto riguarda ruolo e funzione dell’OCC e le sanzioni a carico del debitore o del componente dell’OCC, si fa rinvio, ancora una volta, a quanto detto sul “piano”.
Avvocati Chiara Romeo e Gian Franco Tita www.ilnegoziogiuridico.it
Tag: accordo composizione crisi, consumatore, legge 3/2012, OCC, piano ci composizione della crisi, sovraindebitamento
Molti di voi ci hanno chiesto di fare il punto sul prestito tra privati (amici, parenti o conviventi).
Innanzitutto, precisiamo che il contratto di prestito tra privati è consentito se si tratta di erogazione occasionale e non sia svolta nei confronti del pubblico in modo continuativo e abituale (Corte di Cassazione, sentenza n. 2404 del 2010).
In secondo luogo, è sempre meglio dare forma scritta al prestito di una somma di denaro. Questo perché:
- l’Agenzia delle Entrate, avendo accesso ai nostri conti correnti, potrebbe valutare la somma ricevuta o concessa in prestito come reddito non dichiarato, vale a dire “nero”, applicando salatissime sanzioni e costringendo a fornire la prova che quei soldi sono stati prestati, prova ardua se non avete un documento che lo attesti;
- conferisce la corretta solennità ai patti tra chi eroga e chi riceve denaro, stabilendone modi (in unica soluzione o a rate, interessi, rivalutazione ecc.) e tempi di restituzione ed eventuali garanzie;
- attesta le condizioni nel caso in cui chi deve restituire i soldi non lo faccia.
Brevemente andiamo a riepilogare le caratteristiche che deve avere il contratto di prestito tra privati o la scrittura privata, che dir si voglia (per correttezza, giuridicamente si dovrebbe parlare di “ contratto di mutuo” ex art. 1813 cod. civ.):
1. gli estremi dei contraenti (nome, data di nascita, codice fiscale), le modalità e le scadenze della restituzione, la causale del prestito, le eventuali penali in caso di ritardo, gli interessi sulla somma erogata se dovuti;
2. deve essere firmato da ogni singolo contraente in ogni pagina e in calce;
3. deve avere la “data certa”. Il modo più semplice per ottenerla è quello di andare in posta e farsi apporre il timbro con la data in ogni foglio del contratto.
Un altro importante aspetto da non sottovalutare sono gli impatti fiscali sul prestito. Facciamo chiarezza:
Alla somma concessa in prestito le parti possono decidere di applicare o meno gli interessi. Va ricordato che, se sono previsti gli interessi, chi li percepisce deve dichiararli nella dichiarazione dei redditi (Modello UNICO, Persone fisiche – Quadro RL 2).
Per chi paga gli interessi, non c’è la possibilità di detrarre gli interessi passivi dall’Irpef. Tale facoltà è prevista solo nel caso di prestiti concessi dagli istituti finanziari o banche.
In caso di registrazione dei contratti di prestito sono previste:
- l'imposta di bollo pari a € 16,00 ogni quattro facciate del contratto di prestito;
- l’imposta di registro pari al 3% sull'importo del prestito erogato, da pagarsi entro 20 giorni dalla stipulazione del contratto. In caso di prestito fruttifero va calcolata sulla somma erogata maggiorata degli interessi.
Se vengono concesse delle garanzie, deve essere inoltre pagata:
- l’imposta di registro pari allo 0,50% sull'importo ipoteca o fidejussione;
- l’imposta ipotecaria pari al 2% sul valore dell’ipoteca.
Abbiamo visto che la registrazione del contratto comporta il versamento del 3% del capitale prestato.
Per la normativa italiana, la registrazione del contratto è obbligatoria solo se il contratto è redatto in forma di “scrittura privata” o “contratto”.
La registrazione non è obbligatoria se il contratto è compilato nella forma “per corrispondenza”, che consiste in un atto scritto nella forma epistolare che viene spedito all’altro contraente. Chi lo riceve, perfeziona il contratto ricopiandolo integralmente, firmandolo e rispedendolo al mittente.
In tale ipotesi, la registrazione (con la stessa tassazione del 3% sull'importo prestato) diverrà obbligatoria solo in caso d'uso: nel caso di deposito in una cancelleria giudiziaria per attività amministrative, oppure negli uffici della pubblica amministrazione o di enti pubblici territoriali o loro organi di controllo.
Non si deve pagare la registrazione se il deposito del contratto deve avvenire per adempiere un obbligo nei confronti delle suddette amministrazioni, o sia obbligatorio per legge o regolamento.
E' bene ricordare anche:
- il rispetto delle norme sull'antiriciclaggio che prevede l’uso dei contanti fino alla soglia di 1.000 euro, oltre tale limite i soldi devono necessariamente essere trasferiti tramite assegno o bonifico, pena l’applicazione di una sanzione amministrativa che va da 1% a 40% dell'importo trasferito;
- se trasferite la somma mediante bonifico, ricordatevi di inserire la causale corretta: prestito infruttifero (o fruttifero se vengono applicati degli interessi).
Se dovete prestare o ricevere un prestito da familiari, amici, conviventi, insomma da terzi in genere, consigliamo:
1. scegliere un prestito infruttifero;
2. redigere un contratto nella forma “per corrispondenza”;
3. apporre sul contratto la data certa;
4. trasferire il denaro mediante bonifico con causale che faccia riferimento al contratto.
Questi sono i fac simile di contratto di prestito che potete scaricare.
Avv. Chiara Romeo www.ilnegoziogiuridico.it e Avv. Cristiana Facco
Tag: contratto di prestito, prestito di denaro, prestito privati, prestito tra privati, scrittura privata, scrittura privata prestito
La costituzione di un'impresa familiare consente un regime fiscale meno oneroso, poiché permette di dividere il reddito tra più soggetti, riducendo così l'aliquota per le imposte dirette
Che cos'è l’impresa familiare
L'impresa familiare è stata introdotta nel 1975 dalla riforma del diritto di famiglia e sussiste quando un familiare presta in modo continuativo la propria attività di lavoro nell'impresa, salvo che sia configurabile un diverso rapporto (art. 230-bis codice civile). Infatti, la collaborazione dei familiari all'impresa potrebbe configurarsi come rapporto di lavoro subordinato o come partecipazione a una società di fatto.
L'impresa familiare è spesso adottata nell'esercizio di attività commerciali (negozi, bar e ristoranti), ma può essere utilizzata anche alla gestione di imprese agricole.
L’attività lavorativa del familiare non può essere saltuaria e occasionale ma deve essere regolare e costante nel tempo. Tuttavia, il familiare può anche svolgere altre attività diverse, l’importante è che vi sia continuità dell’apporto di lavoro all'impresa familiare.
Il tipo di lavoro prestato all'impresa familiare può essere di qualsiasi natura, ma deve riguardare l'attività svolta dall'impresa. Sono intervenute al riguardo numerose sentenze che hanno stabilito che il lavoro esclusivamente casalingo prestato dal coniuge non costituisce titolo sufficiente per la partecipazione all'impresa familiare.
Solo i familiari più stretti dell'imprenditore possono partecipare all'impresa familiare, e precisamente:
Le decisioni riguardanti la gestione, produzione, destinazione degli utili e cessazione dell'impresa familiare sono adottate dai partecipanti e vengono prese a maggioranza calcolata "per teste", vale a dire con un voto per ciascun collaboratore, indipendentemente dalla quota della sua partecipazione. Per le decisioni non è richiesta alcuna formalità.
Si precisa che il familiare che partecipa all'impresa familiare deve limitarsi a collaborare e non a gestirla. Infatti, se i familiari gestissero in comune l’impresa, si andrebbe a configurare una società di fatto e non un’impresa familiare, con l’effetto, per esempio, che un’eventuale dichiarazione di fallimento del titolare si estenderebbe a tutti i familiari gestori.
Al titolare dell'impresa spetta non meno del 51% del reddito, mentre il residuo deve essere attribuito ai familiari che collaborano all'impresa familiare, in proporzione alla quantità e tipo del lavoro prestato in modo continuativo e prevalente.
Le quote di partecipazione all'impresa familiare, che devono essere indicate ogni anno nella dichiarazione dei redditi, vanno determinate a consuntivo, quando la quantificazione del lavoro prestato può essere compiuta in maniera esatta.
I collaboratori hanno diritto al mantenimento secondo la condizione patrimoniale della famiglia e partecipano agli utili dell'impresa e agli incrementi dell'azienda, sia per quanto concerne i beni acquistati sia per quanto riguarda l'avviamento, sempre in proporzione alla quantità e alla qualità del lavoro prestato.
Da ricordare che l'impresa familiare, nonostante la partecipazione di più persone, è pur sempre un'impresa individuale e ciò comporta che il titolare dell’impresa è illimitatamente responsabile delle obbligazioni assunte e risponde con tutto il proprio patrimonio. Pertanto, chi risponde per i debiti contratti dall'azienda è sempre e solo il titolare dell'impresa.
Il codice civile non prevede particolari formalità per costituire un’impresa familiare, ma se si vogliono sfruttare le agevolazioni fiscali, essa deve essere costituita con atto pubblico o scrittura privata autenticata da un notaio prima dell'inizio del periodo d'imposta. Pertanto, si deve stipulare l'atto entro il 31 dicembre, perché questo abbia effetto dal 1° gennaio successivo.
Se viene costituita un'impresa familiare è possibile dividere il reddito tra i soggetti partecipanti, riducendo l'aliquota applicata per il pagamento delle imposte.
Infatti, limitatamente al 49% dell’ammontare derivante dalla dichiarazione dei redditi del titolare (Art. 5, commi 4 e 5 del TUIR) i redditi dell’impresa familiare sono imputati a ogni familiare che abbia svolto in modo continuativo e prevalente attività di lavoro nell'impresa, in proporzione alla quota di partecipazione agli utili.
1. i nominativi dei familiari partecipanti all'impresa risultino da atto pubblico o da scrittura privata autenticata, venga indicata il rapporto di parentela o affinità unitamente alla sottoscrizione dell’imprenditore e dei partecipanti;
3. nella dichiarazione dei redditi vi sia l’attestazione di ogni familiare partecipante di aver prestato la sua attività di lavoro nell'impresa in modo continuativo e prevalente.
Si precisa che, a differenza della normativa civilistica, la normativa fiscale è più limitativa, e precisamente l'apporto lavorativo deve essere:
- rilevante ai fini fiscali è solo è solo quello nell'impresa e non anche quello svolto nella famiglia.
Tag: impresa familiare, l'impresa familiare
Contratto di convivenza per le coppie di fatto
Il contratto di convivenza è un accordo, da redigere per iscritto, che definisce le regole di convivenza delle coppie non sposate, disciplinando principalmente i rapporti patrimoniali e alcuni aspetti dei rapporti personali.
Il contratto può prevedere anche la regolamentazione delle conseguenze patrimoniali della cessazione della convivenza.
Il contratto di convivenza non può disciplinare le disposizioni di carattere ereditario che dovranno essere necessariamente inserite in un testamento.
Inoltre, non può stabilire obblighi di convivenza e di fedeltà.
Il contratto di convivenza può essere stipulato dalle persone che vivono insieme stabilmente e sono legate da un serio vincolo affettivo, siano esse conviventi dello stesso sesso o ancora sposati (perché in attesa della sentenza di divorzio o di annullamento del matrimonio) o non intendono contrarre il matrimonio per scelta.
Cosa è possibile disciplinare?
Il contratto di convivenza può disciplinare:
- la partecipazione alle spese comuni o all'attività lavorativa domestica e la quantificazione dell'apporto all'economia familiare del lavoro domestico;
- la proprietà anche futura dei beni acquistati nel corso della convivenza;
- l’uso della casa adibita a residenza comune,con previsione di varie ipotesi a seconda che la casa sia di proprietà esclusiva di uno dei due o di terzi (es. i genitori di uno dei due) o di proprietà comune;
- la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza;
- la facoltà di assistenza nei casi di malattia fisica o psichica o la designazione ad amministratore di sostegno;
- i rapporti patrimoniali relativi al mantenimento, istruzione ed educazione dei figli. Va ricordato che il nostro ordinamento obbliga i genitori di mantenere, istruire ed educare la prole in proporzione alle rispettive sostanze e secondo la loro capacità di lavoro professionale o casalingo;
- tutte le questioni che per legge non sono sottratte alla disponibilità delle parti.
Quali effetti produce il contratto di convivenza?
Dal contratto di convivenza nascono dei veri e propri obblighi giuridici a carico di chi l’ha sottoscritto.
Pertanto, la violazione degli obblighi assunti concede la possibilità di rivolgersi al giudice per ottenere ciò che è stato stabilito nel contratto di convivenza.
Si può sciogliere il contratto di convivenza?
Il contratto di convivenza è soggetto alle disposizioni dettate per tutti i contratti in generale, pertanto, può essere sciolto per mutuo consenso o per le cause ammesse dalla legge.
Si applicheranno così le norme sulla risoluzione:
- risoluzione per inadempimento di uno dei conviventi;
- risoluzione per sopravvenuta impossibilità della prestazione dovuta;
- risoluzione per eccessiva onerosità della prestazione per il verificarsi di avvenimenti straordinari ed imprevedibili;
Inoltre, i conviventi possono inserire apposite clausole per disciplinare la facoltà di recesso che può essere:
- recesso libero;
- recesso subordinato al verificarsi di determinati eventi o condizioni;
- recesso gratuito;
- recesso subordinato al pagamento di una penale.
E' necessario andare dal notaio per stipulare il contratto di convivenza?
No, non è necessario, a meno che nel contratto non si prevedano cessioni immobiliari, o garanzie ipotecarie o altre pattuizioni che rendano necessario l'atto pubblico.
E' comunque suggerita la consulenza di un professionista esperto, avvocato o notaio, che sappia inquadrare bene la situazione specifica dei conviventi.
Questo è un fac simile che potete scaricare
Tag: contratto di convivenza, contratto di convivenza coppie di fatto, coppie di fatto, Il Negozio Giuridico, patto di convivenza
Affitto con riscatto: l’alternativa al mutuo
In questa situazione di crisi, l’affitto con riscatto è un’alternativa che sta prendendo sempre più piede e viene sempre più proposta dalle agenzie immobiliari.
L’affitto con riscatto può essere stipulato da chiunque abbia intenzione di acquistare un immobile ma non vuole o non può rivolgersi alla banca per l’accensione di un mutuo.
Consiste in un contratto con cui il proprietario concede in locazione (affitto) un immobile (ad uso abitativo o commerciale), riconoscendo all'inquilino l'opzione di acquistare l'immobile ad un prezzo concordato e alla fine del periodo pattuito (generalmente da 2 a 5 anni). L’affitto con riscatto, pertanto, non obbliga mai all'acquisto.
L'inquilino pagherà un canone mensile, solitamente maggiorato rispetto al consueto canone di locazione, che andrà detratto in tutto o in parte, a seconda degli accordi tra i contraenti, dal prezzo fissato per l’eventuale acquisto.
Solo alla scadenza fissata l’inquilino deciderà se riscattare l'immobile.
Se invece alla scadenza non intende più acquistarlo, l’inquilino continuerà a pagare il canone fissato nel contratto oppure potrà disdire e liberare l’immobile (con un preavviso di 6 mesi). In caso di disdetta, l’inquilino non potrà richiedere la restituzione dei canoni versati.
Mario affitta un immobile a Giovanni, stabilendo che dopo 2 anni Giovanni può acquistare l’immobile al prezzo di 200 mila euro. Durante i 24 mesi, Giovanni s’impegna a versare mensilmente a Mario un canone di locazione di 500 euro, di cui 400 euro vengono accantonati per l’eventuale acquisto.
Pertanto, dopo 2 anni, se Giovanni intendesse riscattare l’immobile, lo pagherebbe 200.000 – (400×24) = 190.400 euro.
Con l’affitto con riscatto, l’inquilino ha una serie di vantaggi:
1. acquisto dell’immobile ad una scadenza prefissata (anche dopo anni) con il prezzo bloccato a oggi;
2. bloccare l'acquisto di un 'immobile quando non si ha la liquidità necessaria;
3. in caso di acquisto, i canoni versati saranno imputati in acconto prezzo;
4. tempi ridotti per abitare l’immobile rispetto ai tempi necessari per l'acquisto (solo per le pratiche di accensione del mutuo servono mesi);
5. contributi statali sui canoni per i giovani con età inferiore ai 30 anni;
6. possibilità di vivere un immobile prima di acquistarlo e capire se è l'immobile adatto alle proprie esigenze.
Con l’affitto con riscatto anche il proprietario dell’immobile ha dei vantaggi:
1. l’immobile produce da subito un reddito;
2. buona probabilità di concludere la vendita;
3. possibilità di richiedere un canone di locazione maggiorato in vista della vendita.
L’affitto con riscatto è indicato a chi:
- non ha al momento della stipula un reddito mensile ma pensa di poterlo avere a breve;
- pur avendo un reddito mensile, non dispone dell’acconto da versare;
- non può o non vuole rivolgersi alla banca per l’accensione di un mutuo tradizionale;
- per acquistare un immobile deve venderne un altro.
Questi i fac simile dell'affitto con riscatto che potete scaricare.
Avvocato Chiara Romeo www.ilnegoziogiuridico.it e Avvocato Cristiana Facco
Tag: affitto con riscatto, locazione, locazione e riscatto
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Il counseling giuridico, cos'è?
Altri ambiti di intervento sono tutti quelli in cui è necessario gestire con competenza la negoziazione e il conflitto: per esempio, i rapporti familiari a vario livello, le successioni, i rapporti fra vicini, fra assistito e badante, nei rapporti di lavoro fra colleghi.
Avv. Chiara Romeo www.ilnegoziogiuridico.it
Tag: counseling legale, counselor, divorzio, emotività, emozioni, funzione genitoriale, rapporti familiari, separazione, sfera emotiva