Source: http://www.laleggepertutti.it/141388_malattia-sul-lavoro-per-ambiente-nocivo-e-dannoso
Timestamp: 2017-02-27 15:45:26+00:00
Document Index: 16928940

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 153', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 41', 'sentenza ']

Lo sai che? Pubblicato il 30 novembre 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Malattia sul lavoro per ambiente nocivo e dannoso L’AUTORE: Redazione
Azienda responsabile per il lavoratore esposto a sostanze pericolose e dannose per la salute: all’ammalato o agli eredi spetta il risarcimento del danno.
Brutta vita quella di chi, pur di lavorare, è costretto a stare a contatto con fattori di rischio di malattie come, ad esempio, vernici, amianto, idrocarburi aromatici policiclici, cemento, bitume, pvc. Ma che succede se il dipendente effettivamente si ammala? Può fare causa all’azienda e come deve fare per vincerla? C’è la possibilità di ottenere un risarcimento del danno, se mai si può parlare di un vero e proprio risarcimento quando in mezzo c’è la salute? Diciamo subito che la causa è tutt’altro che semplice, e questo per una semplice ragione: chi chiede un risarcimento deve dimostrare non solo il danno (la malattia), ma anche che tale danno è stato determinato dall’ambiento di lavoro nocivo e non anche da ulteriori fattori. Ad esempio, sarebbe difficile stabilire se una neoplasia polmonare, sopraggiunta a un lavoratore a contatto di sostanze pericolose, sia stata piuttosto dovuta al vizio del fumo che questi aveva. Insomma, per ottenere i soldi dall’Inail bisognerebbe dimostrare che non vi siano state cause concorrenti, il che è molto difficile.
Questa impostazione è avvalorata dalla stessa legge [1] che richiede un vero e proprio legame di dipendenza della malattia dall’attività lavorativa. Secondo anche la giurisprudenza, il lavoratore deve fornire la prova che non esistano concause all’insorgenza della malattia oltre all’esposizione a sostanze pericolose sul luogo di lavoro.
Si comprende benissimo che fornire una tale dimostrazione è assai arduo perché presuppone la conoscenza di tutti i fattori di rischio di una determinata malattia – dato di cui la nostra scienza non sempre è in possesso (si pensi al tumore) – e che l’ammalato non è mai stato esposto a nessuno di essi.
Senonché la Cassazione è intervenuta qualche giorno fa con una sentenza [2] che sembra aprire la strada a una più facile risarcibilità delle malattie professionali. È vero che è necessario fornire la prova che la malattia sia derivata unicamente dall’ambiente lavorativo insalubre cui è addetto il dipendente, ma è anche vero – sostiene la Corte – che, per ottenere l’indennizzo dall’Inail, è comunque sufficiente il semplice «rischio ambientale» ossia che il lavoratore abbia contratto la malattia in virtù di un pericolo comunque presente nell’ambiente di lavoro, ossia per via delle lavorazioni eseguite al suo interno.
Questo significa che se il lavoratore è messo a contatto, nello svolgimento delle sue mansioni, con sostanze pericolose, la malattia può essere ben dipendente da tali cause anche se ve ne possono essere altre (come ad esempio il tabagismo).
Esistono poi le cosiddette malattie professionali tabellate, ossia indicate in una apposita tabella redatta e aggiornate periodicamente in base alla legge allo scopo di agevolare il lavoratore esposto a determinati rischi nella dimostrazione del nesso di causalità sul terreno assicurativo Inail. Per cui, tutte le volte in cui la malattia è inclusa nella tabella, basterà al lavoratore provare la malattia e di essere stato addetto alle suddette mansioni nocive “tabellate”, perché il rapporto di causa-effetto della malattia rispetto all’ambiente di lavoro sia presunto dalla legge. L’azienda e l’Inail potranno anche dimostrare il contrario, ma occorre provino l’esistenza di un’altra causa di per sé capace di provocare, da sola, la malattia contratta dal dipendente, tanto da escludere la responsabilità del luogo di lavoro.
Non si può quindi negare, in via assoluta e astratta, il ruolo causale di un fattore nocivo professionale tabellato qualificando semplicemente la sua pericolosità come “modesta”.
[1] Art. 3 TU n. 1124/65.
[2] Cass. sent. n. 23653/16 del 21.11.2016.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 27 settembre – 21 novembre 2016, n. 23653
5. Ciò premesso, va ricordato che benché l’ordinamento richieda ancora all’art. 3 del T.U. 1124/65, anche sul terreno assicurativo INAIL, un vero e proprio stretto nesso di derivazione causale tra la malattia e l’attività lavorativa esercitata dal medesimo lavoratore (“a causa e nell’esercizio delle lavorazioni specificate nella tabella“) – non è men vero che ai fini dell’operatività della tutela assicurativa per la giurisprudenza anche costituzionale (Corte. Cost. 206/74) è comunque sufficiente il rischio ambientale (cfr. Cass. SU 13025/2006; 15865/2003, 6602/2005, 3227/2011), ossia che il lavoratore abbia contratto la malattia di cui si discute in virtù di una noxa comunque presente nell’ambiente di lavoro ovvero in ragione delle lavorazioni eseguite al suo interno, anche se egli non fosse stato specificatamente addetto alle stesse. Fermo restando che il nostro ordinamento in materia di nesso casuale è ispirato al principio di equivalenza delle cause; per cui, al fine di ricostruire il nesso di causa, occorre tener conto di qualsiasi fattore, anche indiretto, remoto o di minore spessore, sul piano eziologico, che abbia concretamente cooperato a creare nel soggetto una situazione tale da favorire comunque l’azione dannosa di altri fattori o ad aggravarne gli effetti, senza che possa riconoscersi rilevanza causale esclusiva soltanto ad uno dei fattori patologici che abbiano operato nella serie causale.
7. Si tratta di una decisione lacunosa ed apodittica; che non si regge su una spiegazione razionalmente e scientificamente plausibile e che da luogo al vizio di “omessa, contraddittoria ed insufficiente motivazione rispetto ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, previsto dall’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., nella formulazione risultante dalle modifiche introdotte dal d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, qui applicabile ratione temporis.
11. Nel caso del tumore polmonare (malattia di natura multifattoriale), in relazione all’esposizione ad amianto, il fattore di rischio è stato previsto in tabella (dal DPR 336/1994 e ss.; ed oggi alla voce n. 57 della tabella di cui al decreto 9 aprile 2008 del Ministero del lavoro e della previdenza sociale) in termini ampi (“Lavorazioni che espongono all’azione delle fibre di asbesto“); e senza indicazione di soglie quantitative, qualitative e temporali. Dovendo perciò ritenersi che l’ordinamento abbia compiuto il giudizio sulla correlazione causale tra i due termini come riferito anche all’apporto concausale.
14. Non per niente l’ordinamento (I. 257/1992 e ss.), per altro verso, ha pure stabilito la cessazione totale dell’uso dell’amianto e la bonifica di ogni struttura dove esso risulti impiegato e costituisca un pericolo per le persone.
16. Altro vale ai fini del finanziamento del sistema assicurativo INAIL in relazione al quale il limite della “concentrazione tale da determinare il rischio” di cui all’art. 153 del DPR 11243/65 opera nell’ottica del premio assicurativo supplementare asbestosico, come criterio statistico attuariale volto a circoscrivere la platea dei datori tenuti al pagamento del premio (Cass. 9078/2013). Ma lo stesso limite non ha mai esercitato alcun effetto ai fini della determinazione dell’ambito di operatività dell’assicurazione; né ai fini di accordare la tutela al lavoratore, né quindi ai fini della copertura assicurativa per asbestosi. Lo dice espressamente l’allegato n. 8 al DPR 1124/1965 contenente la tabella relativa all’assicurazione obbligatoria per silicosi ed asbestosi che parla di “lavori che comportano impiego ed applicazione di amianto e di materiali che lo contengono o che comunque espongano ad inalazione di polvere di amianto“. Basta dunque, anche a tal fine, essere stati “comunque esposti all’amianto” per motivi professionali (ad un rischio professionale amianto anche se non era diretto e qualificato in concentrazioni determinate; anche se non era collegato agli stessi presupposti identici utilizzati per calcolare il pagamento del premio supplementare) per poter essere protetti, in caso di accertamento della malattia professionale, dal sistema assicurativo e perciò indennizzati.
17. Altre differenti considerazioni valgono pure ai fini del giudizio sul nesso di causalità fuori della tabella, nel campo civile o penale (o per le malattie non tabellate anche sul terreno assicurativo), settori rispetto ai quali, in mancanza di tabellazione, esso non può essere affermato in modo rigidamente deterministico sulla base del solo riscontro della presenza di un fattore di rischio nel luogo di lavoro; ma – pur tenendo conto della diverse regole di giudizio presenti in ciascuno dei medesimi settori – andrà ricostruito ai sensi degli artt. 40 e 41 c.p. secondo il criterio della conditio sine qua non, della causalità necessaria. Occorrerà perciò la verifica della probabilità logica (Sez. Un. Penali 30328/2002) che rispetto a quella epidemiologica o statistica richiede la verifica aggiuntiva dell’attendibilità dell’impiego della legge scientifica al singolo evento, in base al c.d. giudizio contro fattuale.
20. La stessa sentenza impugnata non è neppure conforme alla più recente giurisprudenza di questa Corte che si è pronunciata di recente in fattispecie consimile con la sentenza n. 6105 del 26/03/2015, osservando che ” nella materia degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali trova diretta applicazione la regola contenuta nell’art. 41 cod. pen., per cui il rapporto causale tra evento e danno è regolato dal principio dell’equivalenza delle condizioni, secondo il quale va riconosciuta efficienza causale ad ogni antecedente che abbia contribuito, anche in maniera indiretta e remota, a determinare l’evento, sicché solo qualora possa ritenersi con certezza che l’intervento di un fattore estraneo all’attività lavorativa sia stato di per sé sufficiente a produrre la infermità deve escludersi l’esistenza del nesso eziologico richiesto dalla legge. (Nella specie, la S.C., nel riaffermare il detto principio, ha cassato la sentenza di merito che, con giudizio probabilistico, aveva ritenuto il tabagismo prevalente in punto di efficacia causale della malattia neoplastica polmonare, senza dare rilievo alla esposizione lavorativa ai fumi di fonderia di fusione dell’acciaio)”.
ARTICOLI CORRELATI 27/02/17 Lavoratore in malattia: quante visite fiscali può mandare l’azienda? 27/02/17 Il medico può rilasciare un certificato senza fare la visita? 27/02/17 Per tornare al lavoro c’è bisogno del certificato di fine malattia? Lascia un commento Annulla risposta	Usa il form per discutere sul tema. Per richiedere una consulenza vai all’apposito modulo.Commento Nome NEWSLETTER Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato. Informativa sulla privacy
GLI STUDI DI LLpT IN ITALIA Angelo Greco Avvocato Vai alla pagina dello studio I PROFESSIONISTI DEL NOSTRO NETWORK Andrea Rinaldi Commercialista Vai al Profilo Carmelina Turi Avvocato Vai al Profilo Stellamarina Cavallo Avvocato Vai al Profilo Vai a tutti i professionisti > Hai bisogno di una consulenza? Contattaci subito Oppure iscriviti alla nostra newsletter per rimanere sempre aggiornato. Informativa sulla privacy