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Timestamp: 2019-12-14 05:12:52+00:00
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Penale Archivi - Pagina 142 di 159
Impiegati pubblici – Foglio presenza – Atto pubblico (Cass. pen. n. 19299/2012)
1. S.A. propone ricorso per cassazione contro la sentenza della corte d’appello di Venezia che ha confermato la sentenza del tribunale di Padova che la condannava alla pena di nove mesi di reclusione per avere alterato l’orario d’ingresso e di assenza per la pausa pranzo sul foglio presenze della questura di Padova.
2. Contro la predetta sentenza vengono svolti tre motivi di ricorso:
a. violazione degli articoli 157 e 519 cod. pen. per omessa declaratoria di estinzione dei reati a causa dell’intervenuta prescrizione. Sostiene la ricorrente che i reati fossero già prescritti alla data del 10/02/2011 di deposito della sentenza della Corte d’appello di Venezia, ciò in quanto doveva applicarsi il nuovo e più favorevole termine di operatività della causa estintiva introdotto dall’articolo sei della legge 251-2005, pari ad anni sei.
b. Mancanza ed illogicità della motivazione in relazione alla erronea valutazione delle prove; secondo la ricorrente il tribunale di Padova, contro la cui sentenza è rivolta la presente censura, avrebbe valutato gli elementi probatori in modo asimmetrico fondando il proprio convincimento esclusivamente sulla base delle dichiarazioni dei testi del pubblico ministero, mentre l’imputata aveva dovuto rinunciare ai propri testi perché si era resa conto della loro inutilità, a fronte delle risposte date dai testi dell’accusa.
c. Inosservanza ed inidonea applicazione della legge penale in relazione alla individuazione delle fattispecie criminose di cui agli articoli 476 e 479 cod. pen.; secondo la ricorrente il cartellino segnatempo non può essere considerato un documento rappresentativo di un unitario atto di attestazione delle ore di effettiva presenza del pubblico funzionario dell’ufficio; ne consegue che la mancata timbratura del cartellino in occasione di un temporaneo allontanamento del funzionario non da luogo alla reticente formazione di un atto pubblico unitario, tale da tradursi in una falsa rappresentazione della realtà, ma è semplicemente l’omissione del compimento dell’atto.
1. Il ricorso è fondato; non integra, infatti, il delitto di falso ideologico in atto pubblico la falsa attestazione del pubblico dipendente circa la sua presenza in ufficio riportata nei cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, in quanto documenti che non hanno natura di atto pubblico, ma di mera attestazione del dipendente inerente al rapporto di lavoro, soggetto a disciplina privatistica, documenti che, peraltro, non contengono manifestazioni dichiarative o di volontà riferibili alla P.A. (Sez. U, n. 15983 del 11/04/2006, ****, cui si è conformata la successiva giurisprudenza: La falsa attestazione del pubblico dipendente, circa la presenza in ufficio riportata sui cartellini marcatempo o nei fogli di presenza, è condotta fraudolenta, idonea oggettivamente ad indurre in errore l’amministrazione di appartenenza circa la presenza su luogo di lavoro, ed è dunque suscettibile di integrare il reato di truffa aggravata, ove il pubblico dipendente si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza, sempre che siano da considerare economicamente apprezzabili; cfr. sez. 2, n. 34210 del 06/10/2005, ***********).
Annulla senza rinvio a sentenza impugnata perché il fatto non sussiste.
Invia una lettera recante espressioni razziste e contente polvere bianca: è procurato allarme aggravato dal fine di discriminazione (Cass. pen. n. 19265/2012)
1. La Corte di Appello di Trieste, con sentenza dei 9 marzo 2011, ha confermato la sentenza del Tribunale di Trieste del 17 settembre 2008 che aveva condannato D.G. per i reati di procurato allarme per l’Autorità e minacce aggravate da motivi di odio etnico in danno dell’Istituto (omissis).
2. Avverso tale sentenza ha; proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, lamentando:
a) violazione di legge in merito alla sussistenza della contestata minaccia difettando il soggetto passivo del delitto di minacce; che non può essere una persona giuridica;
b) ulteriore violazione di legge in merito alla mancata esclusione dell’aggravante delle finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso di cui alla L. n. 205 del 1993, art. 3.
Si osserva, innanzitutto, come i motivi di ricorso risultino simili se non identici a quelli presentati in sede di appello e logicamente disattesi dalla Corte territoriale, per cui il ricorso sarebbe già affetto da una genericità ai limiti dell’inammissibilità. 2. In ogni caso, quanto ai primo motivo, correttamente i Giudici del merito hanno affermato la sussistenza dei contestato delitto di minaccia, avendone ravvisato, quale soggetto passivo, il personale dell’Istituto (omissis) e quale elemento oggettivo l’inserimento, nella lettera inviata a tale Istituto, di polvere bianca con riferimento alla sostanza tossica dell’antrace e delle frasi deliranti contenenti riferimenti di odio razziale ed etnico.
3. Quanto al secondo motivo, l’orientamento venutosi a consolidare nella giurisprudenza di questa Sezione e che non merita ripensamento è quello secondo cui, per la configurazione dell’aggravante della finalità di discriminazione o di odio etnico, nazionale, razziale o religioso (D.L. n. 122 del 1993, art. 3, conv. in L. n. 205 del 1993), non sia necessario che la condotta incriminata sia destinata o, quanto meno, potenzialmente idonea a rendere percepibile all’esterno ed a suscitare il riprovevole sentimento o, comunque, il pericolo di comportamenti discriminatori o di atti emulatori, giacchè ciò varrebbe ad escludere l’aggravante in questione in tutti i casi in cui l’azione lesiva si svolga in assenza di terze persone (v. Cass. Sez. 5, 11 luglio 2006 n. 37609).
La circostanza aggravante in parola è configurabile, inoltre, quando essa si rapporti, nell’accezione corrente; ad un pregiudizio manifesto di inferiorità di una sola razza, non avendo rilievo la mozione soggettiva dell’agente (v, a citata Cass. Sez. 5, 23 settembre 2008, n. 38591 nonchè, di recente, Cass. Sez. 5, 29 ottobre 2009 n. 49694 e 23 gennaio 2010 n. 22570).
4. Il ricorso va, in definitiva, dichiarato inammissibile e il ricorrente condannato al pagamento delle spese processuali e di una somma di denaro in favore della Cassa delle Ammende.
Prostituta – Stato di soggezione fisica e psichica – Stato di necessità (Cass. pen. n. 19225/2012)
1. Provvedimento impugnato e motivi del ricorso – Pronunciandosi in sede di revisione (e di rinvio a seguito di annullamento di questa S.C.), con la sentenza qui impugnata, la Corte d’appello ha accolto solo in parte l’istanza di revisione proposta dinanzi ad essa ed ha, così, assolto l’imputata dalla condanna che le era stata inflitta, con sentenza della Corte d’appello di Venezia in data 8.9.03, (per agevolazione e sfruttamento della prostituzione della minore P. N.). Ha, invece, respinto l’istanza di revisione avente ad oggetto la sentenza ex art. 444 c.p.p. pronunciata dal Tribunale di Treviso in data 13.12.04 (avente ad oggetto l’accusa di violazione degli artt. 495 e 496 c.p.p. per avere fornito false generalità a varie autorità di polizia in sede di identificazione). Per l’effetto, la Corte ha disposto che riprendesse anche la esecuzione della pena inflittale.
1) insufficienza e contraddittorietà della motivazione (art. 606 c.p.p.lett. e)) nella quale non si tiene conto a sufficienza della condizione di riduzione in schiavitù nella quale operava l’imputata all’epoca dei controlli. Ciò è tanto vero che lo stesso P.G., in sede di conclusioni in dibattimento, aveva chiesto l’assoluzione della D.. Già con memoria difensiva depositata il 15.12.08, la difesa aveva prodotto documentazione idonea a dimostrare l’adescamento della donna (con finto corteggiamento e promessa di un lavoro), il sequestro dei documenti personali e delle foto dei famigliari poi utilizzate come strumento di ricatto (minaccia di ucciderli e di farli rimanere per sempre solo delle foto), l’induzione a mentire sulla propria identità e, comunque, tutto un contesto di complessiva soggezione totale fisica e mentale al punto che l’imputata era costretta a portare soldi al difensore di H.P. (suo sfruttatore). Lo stato di riduzione in schiavitù, caratterizzato dalla c.d. sindrome di Stoccolma, era stato confermato anche dalla consulenza psicologica svolta sulla persona della D.. A tal fine, si riportano brani della dichiarazione della teste R.S. (una ragazza che, come la D., si prostituiva venendo sfruttata da altro soggetto) che ha confermato di avere, essa stessa, mentito e che tutte le ragazze nella sua condizione “erano costrette a non usare il loro nome”.
Nel ricorso, si rammenta altresì come la D. abbia mentito in più occasioni anche a P.N. ed a F.M. (l’uomo con il quale si è poi sposata) sempre perchè terrorizzata all’idea che potesse accadere qualcosa di male ai propri familiari in (OMISSIS).
Il teste F. ha ricordato che la donna era soggiogata al punto da avere persino timore di rivolgersi ad un legale diverso da quello che rappresentava il suo sfruttatore H. e che egli dovette fare molte pressioni affinchè la donna si affrancasse (f 12 ricorso).
Per la D. era così inevitabile mentire che – come riferisce il teste F. (doc 11 allegato ai ricorso) nelle dichiarazioni difensive – in vista di una visita e di un intervento medico cui doveva sottoporsi, la donna si era presentata sotto una diversa identità (cosa non potuta dimostrare perchè, purtroppo il ******** – pur ricordando il fatto – non aveva conservato la documentazione clinica del caso – f. 15 ricorso). F. racconta altresì (f. 16 ricorso) di avere appreso l’esatta identità della sua attuale moglie solo dopo l’arresto di H.;
2) errata applicazione dell’art. 54 c.p. dal momento che la D. avrebbe dovuto essere dichiarata non punibile per le false dichiarazioni rese in ordine alle proprie generalità per avere agito in stato di necessità (come dalla stessa riferito nella propria denuncia alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Treviso ove riferisce che – dietro minaccia di rappresaglie sulla sua famiglia era stata costretta a dichiarare di chiamarsi G. F. – f. 20 ricorso).
Con memoria depositata il 17.10.11 la difesa della D. facendo notare che, medio tempore la Corte d’appello si è pronunciata anche sulla richiesta dell’imputata di riparazione per l’ingiusta detenzione e che, sebbene si sia trattato di una liquidazione inferiore alla richiesta, la D. non ha impugnato quella ordinanza perchè suo obiettivo è, soprattutto dimostrare che in questa vicenda ella è stata vittima e non complice”. Ciò del resto era stato colto anche dal Procuratore ******** che, nelle proprie conclusioni, si era espresso proprio in questi termini.
Si insiste, quindi, nel sottolineare che la decisione qui impugnata di reiezione dell’istanza di revisione è censurabile perchè non ha tenuto conto di tutti gli elementi portati all’attenzione dalla difesa con le proprie indagini ed, in particolare delle dichiarazioni, oltre che di R.S. anche di quelle di F. M. e B.A..
A fondamento di tale decisione, la Corte afferma che solo la R. (“peraltro, non in dibattimento ma nelle dichiarazioni rese al difensore della D.”) ha affermato che tutte le prostitute erano costrette dai loro sfruttatori a non usare il proprio nome.
In primo luogo, va censurato l’inciso (erroneamente insinuante il sospetto di minor credibilità) relativo alla circostanza che quelle della R. sono dichiarazioni acquisite a seguito di indagini difensive; la cosa, infatti, non le rende, per ciò solo, di rango inferiore essendo stato già affermato da questa S.C. (sez. n. 17.10.07, **********, Rv. 238806; sez. n, 30.1.02, ****, Rv. 221550) che gli elementi di prova raccolti dal difensore ai sensi dell’art. 391 bis c.p.p. sono equiparabili, quanto ad utilizzabilità e forza probatoria, a quelli raccolti dal pubblico ministero e, pertanto, il giudice al quale essi siano stati direttamente presentati ai sensi dell’art. 391 octies non può limitarsi ad acquisirli ma deve valutarli unitamente a tutte le altre risultanze del procedimento, spiegando – ove ritenga di disattenderli – le relative ragioni con adeguato apparato argomentativo.
Nella specie, poi, è indubbio – proprio alla luce di tutto quanto detto in precedenza dai medesimi giudici per spiegare la propria decisione di assoluzione – che le parole della teste R. non sarebbero le sole a legittimare una riconduzione della ripetuta condotta antigiuridica di dichiarare false generalità ad uno stato di coartazione morale dell’ H. nei confronti della presente ricorrente.
E’ sufficiente, a tal fine, ricordare alcuni passaggi della decisione impugnata ove si asserisce che “il teste F…..ha confermato lo stato di soggezione e di coartazione in cui all’epoca viveva la donna (f3) ovvero, più avanti, “quanto riferito nel presente giudizio dai testi R. e F. dimostra, dunque, che la D. non condivideva la criminosa attività di sfruttamento della prostituzione svolta in (OMISSIS) dall’ H., ma che ne era una delle vittime” (13).
Proseguendo nel proprio argomentare, la Corte valorizza la complessiva attendibilità della teste P. per giudicare revisionabile la precedente decisione di condanna della D. per induzione e sfruttamento della prostituzione arrivando a sostenere che, anzi, esse “appaiono molto più coerenti con le effettive condizioni di vita dell’odierna imputata, anch’ella per lungo tempo costretta dall’ H., con violenze e minacce, a prostituirsi, nel di lui interesse economico, come riferito dai testi R. e F.”.
A tale stregua, non costituisce certo un salto logico ritenere che, mentire sulla propria identità in caso di controlli da parte delle forze dell’ordine, da parte della ricorrente, potesse costituire, appunto, una delle “modalità” di realizzazione delle condotte imposte dall’ H. alla donna.
Peraltro, anche prescindendo dalla ingiustificata minimizzazione della precisa testimonianza della R. sul punto, e visto che la sentenza ha mostrato di tener conto a pieno delle dichiarazioni dell’attuale marito dell’imputato F., vi è da dire che proprio quest’ultimo ha riferito – come documentatamente attesta la ricorrente nel gravame – che la donna era soggiogata al punto da avergli mentito in più occasioni ed, addirittura, di avere appreso l’esatta identità della sua attuale moglie solo dopo l’arresto di H..
E, comunque, anche la teste P. – alla cui deposizione, come si è detto, la Corte annette grande rilevanza – ha affermato che la D., sempre perchè terrorizzata all’idea che potesse accadere qualcosa di male ai propri familiari in (OMISSIS), le aveva ripetutamente mentito.
In buona sintesi, il clima di complessiva sfiducia reciproca anche tra le stesse vittime di questa squallida vicenda di sfruttamento della prostituzione, messa in piedi dall’ H., e la tendenza alla menzogna erano tali che la stessa P. si era determinata a parlare solo dopo aver saputo che la D. era in carcere per le sue false dichiarazioni e che H. era stato condannato alla pena di 7 anni di reclusione ed era fuggito in (OMISSIS) (f. 13 ricorso).
Da tutto ciò, appare evidente che la menzogna (anche sulle proprie generalità) era una sorta di abito mentale indotto dalla complessiva condizione di subornazione nella quale la D., così come altre ragazze costrette a prostituirsi, vivevano e si rapportavano (non solo con le forze dell’ordine ma, a fortori, proprio con queste ultime).
E’ appena il caso di ricordare che, anche di recente questa S.C. (sez. VI, 16.6.11, Gaibiati, Rv. 250878) ha ravvisato la ricorrenza della causa di giustificazione prevista dall’art. 54 C.p. in una fattispecie sicuramente importante (mendaci dichiarazioni per evitare un’accusa penale nei confronti dell’accusato stesso ovvero per il timore di licenziamento) ma non connotata dall’elevato grado di violenza da cui è intrisa la presente vicenda ove alla D. venivano, tra l’altro, continuamente mostrate le foto dei suoi genitori e familiari stretti prospettando la loro morte (sì che gli stessi sarebbero rimasti solo delle “foto”).
Se, quindi, nella specie, la D. è stata ritenuta così soggiogata da doversi escludere la sua responsabilità penale per le condotte poste in essere nei confronti di altre ragazze da lei indotte a prostituirsi, a fortori, è coerente concludere che, alla luce delle dichiarazioni prodotte dalla P. – che hanno confermato e ribadito il complessivo stato di soggezione in cui la D. viveva – avrebbe dovuto essere rivedibile anche la decisione assunta con la sentenza ex art. 444 c.p.p. in relazione alla violazione degli artt. 495 e 496 c.p., perchè si trattava all’evidenza di comportamento necessitato dal timore che in caso di trasgressione alle regole a lei imposte dall’ H., potesse essere posta in pericolo la vita dei suoi familiari in (OMISSIS).
La decisione impugnata è stata, perciò, giustamente censurata dalla ricorrente perchè viziata sul piano logico e per erronea applicazione della legge penale. Essa deve, pertanto, essere annullata senza rinvio in quanto l’imputata non è punibile per avere agito in stato di necessità.
Visti gli artt. 615 e ss. c.p.p. annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè l’imputata non è punibile per avere agito in stato di necessità.
Sinistro stradale – Stanchezza – Sosta in corsia di emergenza – Omicidio colposo – Concretizzazione del rischio – Mancanza (Cass. pen. n. 19170/2012)
Correttamente la stanchezza dell’automobilista (riferibile nel caso di specie, all’evidenza, in quella situazione che precede il pericoloso c.d. “colpo di sonno”) può essere inquadrata nel concetto di “malessere” che giustifica la sosta sulla corsia di emergenza ai sensi dell’art. 157, c. 1, lett. d) C.d.S.
Invero, il termine “malessere” non può esaurirsi nella nozione di infermità incidente sulla capacità intellettiva e volitiva del soggetto come prevista dall’art. 88 c.p., o nell’ipotesi di caso fortuito di cui all’art. 45 c.p., bensì nel lato concetto di disagio e finanche di incoercibile necessità fisica anche transitoria che non consente di proseguire la guida con il dovuto livello di attenzione, e quindi in esso deve necessariamente ricomprendersi la stanchezza ed il torpore che sono segni premonitori di un colpo di sonno ed impongono al soggetto, per concrete esigenze di tutela per sé e per gli atri utenti della strada, di interrompere la guida.
La corsia di emergenza non ha la funzione di garantire l’incolumità di quanti possano sbandare ed invaderla, bensì quella di consentire a mezzi di Polizia e/o di soccorso di raggiungere al più presto, senza intralcio, il luogo dove è necessario portarsi per un’emergenza determinata da incidente o da altra grave necessità. Nella fattispecie in esame, pertanto, manca del tutto la c.d. concretizzazione del rischio in relazione a quelle che sono in relazione a quelle che sono le finalità della corsia di emergenza. (a cura del **************)
Il (omissis), alle ore 8,15, sull’autostrada del (omissis), A.G., conducente dell’auto Ford Focus tg. (omissis), che viaggiava in direzione di (omissis), a causa dello scoppio del pneumatico posteriore destro, perdeva il controllo del mezzo che, conseguentemente, deviava in avanti e verso destra; dopo aver effettuato alcune evoluzioni su se stesso in senso orario, il veicolo suddetto andava ad urtare, con la propria parte posteriore centro-sinistra, la parte posteriore dell’autoarticolato Scania/******* tg. (omissis) condotto da N.C. S., fermo sul margine destro della corsia riservata alla sosta di emergenza. A seguito del violento impatto, l’autovettura penetrava con buona parte del proprio abitacolo al di sotto del pianale montacarichi del veicolo semirimorchio, rimanendovi incastrata:
A.G. decedeva sul colpo, mentre gli altri occupanti dell’auto riportavano lesioni personali. Dalla documentazione acquisita si evinceva che l’autoarticolato aveva fatto ingresso in autostrada, attraverso la barriera di (omissis), alle ore 7,35. per cui si stimava che il N. aveva arrestato il veicolo in sosta intorno alle ore 7,40, circa 35 minuti prima del fatto: in proposito risultava smentita la versione resa dal N. il quale, quanto agli orari, aveva dichiarato di essersi fermato in sosta verso le ore 23 circa della sera precedente perchè molto stanco e di essere stato poi svegliato da un urto contro il suo automezzo. Il GUP presso il Tribunale di Roma, con sentenza in data 11.10.2010, dichiarava non doversi procedere perchè il fatto non sussiste nei confronti del N. in ordine al reato di omicidio colposo allo stesso ascritto.
Avverso tale sentenza hanno proposto ricorso per cassazione il Procuratore ******** presso la Corte d’Appello di Roma nonchè il difensore e procuratore speciale delle parti civili costituite, deducendo violazione di legge e vizio motivazionale, in particolare sostenendo che il giudicante avrebbe errato nell’assimilare al malessere fisiologico la stanchezza, per giustificare la sosta sulla corsia di emergenza, ed evidenziando che il N. avrebbe potuto fermarsi in luogo di sosta più idoneo e non già sulla corsia di emergenza.
Correttamente il GUP ha inquadrato la stanchezza (riferibile nel caso di specie, all’evidenza, in quella situazione che precede il pericoloso c.d. “colpo di sonno”) nel concetto di “malessere” che giustifica la sosta sulla corsia di emergenza ai sensi dell’art. 157 C.d.S., comma 1, lett. d). Invero, il termine “malessere” non può esaurirsi nella nozione di infermità incidente sulla capacità intellettiva e volitiva del soggetto come prevista dall’art. 88 c.p., o nell’ipotesi di caso fortuito di cui all’art. 45 c.p., bensì nel lato concetto di disagio e finanche di incoercibile necessità fisica anche transitoria che non consente di proseguire la guida con il dovuto livello di attenzione, e quindi in esso deve necessariamente ricomprendersi la stanchezza ed il torpore che sono segni premonitori di un colpo di sonno ed impongono al soggetto, per concrete esigenze di tutela per sè e per gli atri utenti della strada, di interrompere la guida.
Del tutto legittimamente il GUP ha ritenuto quindi di individuare la causa esclusiva del sinistro nelle anomalie di manutenzione del pneumatico posteriore destro dell’auto condotta dall’ A. (al di sotto dei limiti di gonfiaggio o sottoposto ad eccessivo carico) che ne avevano causato lo scoppio.
Risponde di reato di falso ideologico il medico che rilascia il certificato medico senza aver visitato la paziente (Cass. pen. n. 18687/2012)
1. B.D. è stato ritenuto responsabile dalla corte di appello di Milano del reato di cui all’art. 480 c.p., in qualità di medico di base convenzionato con il servizio sanitario nazionale e quindi pubblico ufficiale, rilasciava un certificato medico di proroga del prognosi a favore di G.V. senza averla previamente visitata.
2. ****, a sua volta, veniva ritenuta responsabile del reato di cui all’art. 489 c.p., per aver fatto uso della certificazione di cui sopra, pur conoscendone la falsità. 3. La corte d’appello di Milano sovvertiva la pronuncia di primo grado, che aveva assolto entrambi gli imputati rispettivamente per difetto dell’elemento soggettivo e per insufficienza della prova di colpevolezza.
4. Con due distinti atti propongono ricorso entrambi gli imputati;
5. ****, sulla considerazione di inesistenza del reato contestato al sanitario, e cioè del falso certificato, ne deduce la consequenziale inesistenza del reato a lei contestato di uso della falsa certificazione. In particolare, non sussisterebbe il reato contestato al medico in quanto costui, sulla scorta dei proprio sapere medico maturato un’esperienza pluridecennale e sulla base della visita medica effettuata pochi giorni prima in occasione della prima certificazione, poteva legittimamente ritenere, in scienza e coscienza e sulla base di quanto riferito dalla paziente, ancora sussistente la malattia. In sostanza, secondo la ricorrente non sarebbe necessaria l’effettuazione di un’ulteriore visita qualora il sanitario ritenga di essere in possesso aliunde di adeguati strumenti diagnostici. Il reato contestato alla G., dunque, sarebbe ipotizzabile solo se si ritenesse non veritiera la persistenza della malattia, ma tale aspetto non è emersa prova sufficiente.
1. Il ricorso proposto da B.D. è infondato. Si deve prima di tutto precisare che la falsa attestazione attribuita al medico non attiene tanto alle condizioni di salute della paziente, quanto piuttosto al fatto che egli ha emesso il certificato senza effettuare una previa visita e senza alcuna verifica oggettiva delle sue condizioni di salute, non essendo consentito al sanitario effettuare valutazioni o prescrizioni semplicemente sulla base di dichiarazioni effettuate per telefono dai suoi assistiti. Ciò rende irrilevanti le considerazioni sulla effettiva sussistenza della malattia o sulla induzione in errore da parte della paziente. Quanto, poi, alla asserita natura colposa della condotta, ci si chiede come il medico potesse non essere consapevole del fatto che egli stava certificando una patologia medica senza averla previamente verificata, nell’immediatezza, attraverso l’esame della paziente. Su tutti gli aspetti censurati dal ricorrente vi è, comunque, idonea e logica motivazione in atti, per cui non è consentito a questa Corte sostituirsi al giudice del merito nelle valutazioni discrezionali a lui riservate (si vedano, ad esempio, le pagine 4 e 5 della sentenza di appello ed in particolar modo la sentenze di questa stessa sezione citate alla pagina quattro, in merito alla implicita attestazione dell’accertamento diagnostico).
2. Anche il ricorso proposto da **** è infondato. Il motivo di censura si basa esclusivamente sulla ritenuta insussistenza della falsità del documento e dunque sulla inesistenza del reato contestato al medico. Sul punto, quindi, è sufficiente richiamare ie considerazioni espresse al capoverso precedente; una volta ritenuta la falsità della certificazione medica, ne discende necessariamente la responsabilità della ricorrente per aver fatto uso dell’atto falso.
3. In virtù di quanto sopra, entrambi i ricorsi devono essere rigettati.
Corte di Giustizia UE: le conclusioni dell’Avvocato generale sulla questione pregiudiziale relativa alla responsabilita penale delle persone giuridiche (causa C-79/11)
CONCLUSIONI DELL’AVVOCATO GENERALE *****************
Causa C-79/11
«(a) “vittima”: la persona fisica che ha subito un pregiudizio (…) causat[o] direttamente da atti o omissioni che costituiscono una violazione del diritto penale di uno Stato membro;
«Il responsabile civile per il fatto dell’imputato può essere citato nel processo penale a richiesta della [vittima di tale fatto] (…). L’imputato può essere citato come responsabile civile per il fatto dei coimputati per il caso in cui venga prosciolto o sia pronunciata nei suoi confronti sentenza di non luogo a procedere (…)».
18. Il 2 ottobre 2008 si è verificato un incidente su un nodo ferroviario vicino a Firenze. L’incidente ha asseritamente avuto luogo in conseguenza di carente esecuzione della prestazione lavorativa (costitutiva di reato colposo ai sensi degli articoli 41, 113 e 589, secondo e quarto comma del codice penale italiano) da parte del sig. ********** e di altre quattro persone (8). Nei riguardi di tali persone il pubblico ministero ha presentato una richiesta di rinvio a giudizio dinanzi all’ufficio del giudice delle indagini preliminari presso il Tribunale di Firenze in data 28 luglio 2010. Le persone in questione erano dipendenti della Rete Ferroviaria Italiana (in prosieguo: la «RFI»), azienda pubblica delle ferrovie. In conseguenza dell’incidente, il sig. Marrai è deceduto, il sig. ******** ha subito l’amputazione di una gamba e il sig. ******** è rimasto gravemente ferito. Tutte le vittime erano dipendenti della RFI.
20. Nel procedimento dinanzi al giudice del rinvio, il sig. ******** e i rappresentanti dei parenti stretti del sig. ****** (in prosieguo: i «ricorrenti nella causa principale») hanno chiesto l’ammissione della costituzione di parte civile ai sensi dell’articolo 74 e segg. del codice di procedura penale. Essi chiedono il risarcimento di tutti i danni, patrimoniali e morali subiti in conseguenza dell’incidente, e chiedono al giudice del rinvio l’ammissione della costituzione non solo nei confronti delle persone che avrebbero commesso i reati di cui trattasi, ma anche nei confronti della Elettri Fer e della RFI.
«Se la normativa italiana in tema di responsabilità amministrativa degli enti/persone giuridiche di cui al decreto legislativo (…) e successive modificazioni, nel non prevedere “espressamente” la possibilità che gli stessi siano chiamati a rispondere dei danni cagionati alle vittime dei reati nel processo penale, sia conforme alle norme comunitarie in materia di tutela della vittima dei reati nel processo penale».
24. Hanno presentato osservazioni scritte i rappresentanti processuali dei parenti prossimi del sig. Marrai, i governi tedesco, italiano, dei Paesi ***** e austriaco e la Commissione europea. Nell’udienza del 15 marzo 2012 sono comparsi i rappresentanti processuali dei parenti prossimi del sig. Marrai, i rappresentanti dei governi tedesco e italiano, nonché quelli della Commissione per presentare osservazioni orali.
33. Nelle loro osservazioni, i governi tedesco, dei Paesi ***** e austriaco sono unanimi nel sottolineare lo spazio di azione riservato dalla decisione quadro agli Stati membri per la sua attuazione. La Corte ha, in effetti, riconosciuto l’ampio margine discrezionale esistente a tale riguardo (18). Tale aspetto può assumere particolare rilevanza qualora ne risulti una situazione incompatibile con le norme costituzionali dello Stato membro di cui trattasi, mentre un’altra forma di risoluzione non lo sarebbe (19). Al contempo, tuttavia, non si deve dimenticare il fatto che la decisione quadro era volta ad imporre obblighi agli Stati membri per quanto attiene agli obiettivi da essa perseguiti. Di conseguenza, si tratta di un ambito in cui la Corte deve muoversi con cautela. Questo però non significa che non debba procedere affatto.
«(…) nel processo ex [decreto legge] la posizione del danneggiato è comunque garantita, in quanto oltre a poter tutelare immediatamente i propri interessi davanti al giudice civile, può citare l’ente come responsabile civile ai sensi dell’articolo 83 codice di procedura penale nel giudizio che ha ad oggetto la responsabilità penale dell’autore del reato, commesso nell’interesse nella persona giuridica, e lo può fare – normalmente – nello stesso processo in cui si accerti la responsabilità dell’ente» (24).
50. In terzo luogo, deve sussistere un procedimento penale. Tale requisito è evidente; in mancanza, l’articolo 9, paragrafo 1, sarebbe privo di significato. L’articolo 1, lettera c), della decisione quadro, stabilisce che tale nozione deve essere intesa facendo riferimento al diritto nazionale applicabile. In altre parole, non esiste una nozione europea armonizzata di ciò che si è inteso comprendere nel termine «procedimento penale». Dal momento che, nella fattispecie, non sembrano esserci dubbi sul fatto che il procedimento in questione sia un procedimento penale – un punto confermato dal governo italiano all’udienza (30), non mi pare necessario procedere ad un ulteriore approfondimento di tale elemento.
56. I governi tedesco e dei Paesi ***** sostengono che la deroga è applicabile alla controversia principale. Allorché le vittime possono proporre azione nei confronti delle persone giuridiche che si presume abbiano commesso il reato dinanzi ai giudici civili, lo Stato membro non avrebbe alcun obbligo di garantire che le azioni possano essere esercitate contro tali persone nell’ambito del procedimento penale.
11 – Sentenza del 21 dicembre 2011, (C-507/10, non ancora pubblicata nella Raccolta, punti 18-22).
14 – V., in proposito, sentenza del 28 giugno 2007, Dell’Orto (C-467/05, Racc. pag. I-5557, punto 57).
17 – V., in tal senso, fra le altre, sentenza dell’8 giugno 2006, WWF Italia e a. (C-60/05, Racc. pag. I-5083, punto 18).
18 – V. sentenza 21 ottobre 2010, Eredics e Sápi (C-205/09, non ancora pubblicata nella Raccolta, punto 38).
20 – V., in tal senso, le conclusioni dell’avvocato generale ****** del 12 maggio 2011 Gueye e Sánchez (C-483/09 e C-1/10, non ancora pubblicate nella Raccolta, paragrafo 39.
29 – Si è discusso a riguardo in sede di udienza della sentenza della Corte nella causa Dell’Orto, cit. alla nota 14 supra, e delle conclusioni dell’avvocato generale ****** in detta causa. Se la sentenza Dell’Orto conferma che, sia fondandosi su una lettura letterale, sia basandosi su un’interpretazione teolologica, la «vittima» può essere solo una persona fisica, da tale sentenza non è possibile desumere la corretta interpretazione di «autore del reato».
32 – V., a tal riguardo, le conclusioni dell’avvocato generale ****** presentate nella causa Dell’Orto, cit. alla nota 14 supra, paragrafi 81 e 82.
33 – V. relazione del gruppo «Cooperazione in materia penale» dell’11 luglio 2000, documento 10387/00 ***** 54.
35 – V. sentenza del 16 giugno 2005, ****** (C-105/03, Racc. pag. I-5285, punto 43).
36 – V., in tal senso, sentenza ******, cit. alla nota 35 supra, punti 44 e 47. V. inoltre, in un contesto diverso, sentenza del 5 ottobre 2004, ******** e a. (C-397/01 e C-403/01, Racc. pag. I-8835, punti 118 e 119).
38 – V. sentenza Kokkinakis/Grecia, ricorso n. 14307/88, 260-A, punto 51.
Dentisti: necessaria l’abilitazione per effettuare l’intervento. E l’attenuante del risarcimento del danno non si estende al concorrente (Cass. pen. n. 18154/2012)
1. – Con sentenza dell’11 giugno 2008 il Tribunale di Trieste, all’esito di giudizio abbreviato, ha condannato M.L. e **** alla pena di due mesi e venti giorni di reclusione ciascuno, in ordine al reato di cui agli artt. 110 e 348 c.p., pena interamente condonata.
– violazione dell’art. 62 c.p., n. 6 e vizio di motivazione, per non avere la Corte esteso ex art. 587 c.p.p. ad A. la doglianza relativa alla mancata concessione dell’attenuante di cui all’avvenuto risarcimento in favore della persona offesa.
3.2. – Quanto alla posizione di A. la sentenza ha correttamente motivato la sua responsabilità a titolo di concorso nel reato posto in essere dal coimputato. Infatti, risponde, a titolo di concorso, del delitto di esercizio abusivo di una professione, chiunque consenta o agevoli lo svolgimento da parte di persona non autorizzata di un’attività professionale, per la quale sia richiesta una speciale abilitazione dello Stato (Sez. 6, 9 aprile 2009, n. 17894, **********): nella specie è evidente che A. fosse stato a conoscenza dell’attività abusiva svolta dal suo collaboratore, come dimostra la vicenda, riferita dalla B., della prescrizione dell’antibiotico dopo l’intervento eseguito dal M..
4. – All’infondatezza dei motivi proposti consegue il rigetto dei ricorsi, con la condanna dei ricorrenti al pagamento delle spese processuali.
Legittimità delle operazioni elettorali in relazione alle amministrative del Comune di Napoli 2011: Consiglio di Stato , sentenza n. 2731/2012
N. 02731/2012 REG.PROV.COLL.
N. 10155/2011 REG.RIC.
1. Il signor ***, in qualità di cittadino elettore e di candidato con la lista “Il Popolo della ******à”, impugnava in prime cure gli atti del procedimento relativo alle elezioni per il rinnovo della carica di Sindaco e del Consiglio Comunale di Napoli, tenutesi in data 15 e 16 maggio 2011, con successivo turno di ballottaggio il 29 e 30 maggio 2011. In particolare, oltre al verbale di proclamazione degli eletti, il ricorrente contestava gli atti della Commissione elettorale con cui era stata disposta l’ammissione alla competizione di talune liste collegate alla candidatura a Sindaco del dott. ******************. Deduceva, al riguardo, la censura di violazione e falsa applicazione dell’art.14, comma 1, della L. n.53/1990, dell’art.32, comma 9, n.2, del D.P.R. n.570/1960 e dell’art.73, comma 1, del D.Lgs. n.267/2000, in ragione dell’avvenuta autenticazione delle liste in esame ad opera di consiglieri provinciali e comunali in assenza e, comunque, in epoca anteriore alla comunicazione della disponibilità ad eseguire la suddetta attività ed alla conseguente acquisizione, da parte dei soggetti in esame, del potere certificativo.
La parte appellante contesta gli argomenti posti a fondamento del decisum.
All’udienza del 13 aprile 2012 la causa è stata trattenuta per la decisione.
Si deve prendere le mosse dall’esame del dato normativo.
L’art. 14, comma 1, della legge 21 marzo 1990, n. 53 dispone, all’ultimo periodo, che “sono altresì competenti ad eseguire le autenticazioni di cui al presente comma i consiglieri provinciali e i consiglieri comunali che comunichino la propria disponibilità, rispettivamente, al presidente della provincia e al sindaco”.
Come precisato dalla giurisprudenza, la disposizione in esame, nell’ abilitare i consiglieri provinciali e comunali all’autenticazione delle firme dei presentatori delle liste elettorali, ha inteso agevolare il corretto svolgimento del procedimento elettorale, ampliando il novero dei soggetti abilitati all’autenticazione delle firme dei sottoscrittori di liste (C.d.S., sez. V, 11 aprile 1996, n. 402; 18 settembre 2005, n. 4451).
Venendo all’unica quaestio iuris posta dall’appello, la Sezione non ravvisa ragione per discostarsi dall’orientamento interpretativo secondo cui il potere di autenticazione non discende dall’atto di disponibilità o dal ricevimento dello stesso da parte del presidente della provincia o del sindaco, bensì direttamente dalla legge, radicandosi illico et immediate a decorrere dal centottantesimo giorno precedente il termine fissato per la presentazione delle candidature (cfr. C.d.S., sez. V, 22 settembre 2011, n. 5345).
La tesi della necessità, alla stregua di elementi costitutivi, della formulazione della dichiarazione di disponibilità e della relativa ricezione ad opera del Sindaco o dal Presidente della Provincia è, infatti, contraddetta dal rilievo che la conoscenza della disponibilità ad opera degli organi di vertice dell’amministrazione provinciale e comunale non è funzionale all’esercizio di un potere di autorizzazione, di controllo,inibitorio o conformativo, su una legittimazione che affonda le sue radici su una qualità legalmente tipizzata. Si deve allora la subordinazione del radicarsi della legittimazione ad un incombente che non ha alcuna incidenza funzionale su uno statusregolato in modo compiuto dalla legge non è sorretta da alcuna giustificazione sul piano teleologico e si pone in contrasto con la perseguita esigenza di ampliare l’ambito dei soggetti legittimati all’autenticazione e di semplificare il dispiegarsi del procedimento elettorale.
Ne deriva che la dichiarazione di disponibilità e la relativa ricezione, lungi dall’atteggiarsi a elemento costitutivo della fattispecie o a condizione sospensiva della relativa efficacia, assolve ad una funzione schiettamente notiziale nella misura in cui consente di individuare i soggetti effettivamente disponibili ad esercitare un concreto la potestà astutamente conferita dalla legge, onde evitare che l’espletamento doveroso di tale compito, in assenza di tale dichiarazione di assenso, possa menomare e limitare la peculiare attività del consigliere provinciale o comunale.
Si può allora convenire con l’assunto centrale che sorregge la sentenza gravata, secondo cui la comunicazione al Presidente della Provincia o al Sindaco interessa non già l’esercizio della funzione di autentica, regolata in modo compiuto dalla legge nei sensi sopra specificati, quanto lo svolgimento della carica di consigliere comunale o provinciale da parte di chi l’abbia resa, in considerazione della ravvisata esigenza che il soggetto il quale assume un impegno istituzionale straordinario collegato alla carica di consigliere proceda alla relativa informazione, per ragioni di trasparenza e di efficienza operativa, all’indirizzo dell’organo rappresentativo dell’ente locale di appartenenza.
3. L’appello deve essere, in definitiva, respinto.
Sussistono, tuttavia, giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di giudizio in ragione della peculiarità della questione di diritto esaminata.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 13 aprile 2012 con l’intervento dei magistrati:
Videocamera verso le finestre del vicino: tutela della privacy solo per atti non visibili dall’esterno (Cass. pen. n. 18035/2012)
D.S.R., parte civile, per il tramite del difensore avv. ********, ricorre con due motivi avverso la sentenza del 5-3- 2010 con la quale la Corte d’Appello di Napoli, in accoglimento dell’appello dell’imputato M.A.P.L., aveva assolto quest’ultimo dal reato di cui all’art. 615 bis cod. pen., in riforma della sentenza del Tribunale di Nola in data 24-2-2006, ritenendo non provato che fossero state effettuate videoriprese all’interno dell’abitazione della p.o., non ricorrendo quindi gli elementi costitutivi del reato alla stregua della giurisprudenza di questa corte secondo cui il reato non è configurabile in caso di riprese di comportamenti non sottratti alla normale osservazione dall’esternò (Cass 25453/2011), essendo la tutela del domicilio limitata a ciò che si compie in luoghi di privata dimora in condizioni da renderlo tendenzialmente non visibile agli estranei.
Il difensore dell’imputato, avv. *********, ha depositato memoria difensiva con la quale sollecita la declaratoria di inammissibilità del ricorso per manifesta infondatezza, rilevando come entrambi i motivi si risolvano in censure alla motivazione della sentenza, per contro adeguata sul punto della mancata prova di riprese effettuate all’interno dell’abitazione.