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Timestamp: 2020-08-15 17:10:23+00:00
Document Index: 5627943

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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 21837 depositata il 20 settembre 2017 - Il legale rappresentante della società fallita, a differenza di quest'ultima, non è legittimato a proporre reclamo ex art. 26 l. fall. avverso il provvedimento del giudice delegato che abbia negato la sospensione della vendita coattiva dei beni sociali, in quanto egli non vanta alcun reale diritto su quei beni, essendo perciò titolare non del necessario interesse ex art. 100 c.p.c., bensì di un mero interesse di fatto alla conservazione del patrimonio sociale - Studio Cerbone
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 21837 depositata il 20 settembre 2017 – Il legale rappresentante della società fallita, a differenza di quest’ultima, non è legittimato a proporre reclamo ex art. 26 l. fall. avverso il provvedimento del giudice delegato che abbia negato la sospensione della vendita coattiva dei beni sociali, in quanto egli non vanta alcun reale diritto su quei beni, essendo perciò titolare non del necessario interesse ex art. 100 c.p.c., bensì di un mero interesse di fatto alla conservazione del patrimonio sociale
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 21837 depositata il 20 settembre 2017
FALLIMENTO – ORGANI PREPOSTI AL FALLIMENTO – GIUDICE DELEGATO – PROVVEDIMENTI – RECLAMI – INTERESSE EX ART. 100 C.P.C. – NECESSITA’ – SUSSISTENZA – FALLIMENTO DI SOCIETA’ DI CAPITALI – PROVVEDIMENTI SULLA LIQUIDAZIONE DEI BENI SOCIALI – SOSPENSIONE DELLA VENDITA – LEGITTIMAZIONE DEL LEGALE RAPPRESENTANTE – ESCLUSIONE – RAGIONI
Ritenne il tribunale che il reclamo fosse tardivo, poiché proposto oltre il termine di tre giorni dalla conoscenza del provvedimento; in ogni caso affermò il collegio che non sussistevano le condizioni per la sospensione della vendita, consentita soltanto nel caso in cui il prezzo fosse stato sproporzionato rispetto al valore di mercato del bene, circostanza che nella fattispecie non ricorreva.
2. Preliminarmente, come evidenziato dal Procuratore Generale nelle conclusioni scritte, d’ufficio va rilevato che il ricorso proposto in proprio da M.A., già amministratore della (omissis) s.r.l., è inammissibile per difetto di interesse ad agire, avendo questa Corte già in precedenza affermato per i soci della società fallita il principio – all’evidenza applicabile anche al suo legale rappresentante -, a tenore del quale essi non sono legittimati a proporre reclamo ex L. Fall., art. 26 avverso il provvedimento del giudice delegato che abbia negato la sospensione della vendita coattiva dei beni sociali, in quanto privi di alcun diritto reale su quei beni, e perciò non titolari del necessario interesse ex art. 100 c.p.c., bensì di un mero interesse di fatto alla conservazione del patrimonio sociale (Cass. 28/05/2012, n. 8434).
Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, in tema di liquidazione dell’attivo fallimentare, al giudice delegato è attribuito, ai sensi della L. Fall., art. 108, comma 3, – nel testo ratione temporis applicabile, precedente alla novella introdotta dal d.lgs. n. 5 del 2006 -, il potere discrezionale di disporre la sospensione della vendita anche ad aggiudicazione avvenuta, qualora sussista una notevole sproporzione tra il prezzo offerto e quello giusto, senza che peraltro la legge indichi un rigoroso criterio quantitativo cui correlare la conseguente determinazione, affidata al prudente apprezzamento del giudice (Cass. 16/07/2010, n. 16755; Cass. 22/01/2009, n. 1610).
5.1. Né, infine, appare utile richiamare la regola generale in materia fallimentare, a tenore della quale i provvedimenti del giudice delegato nel fallimento sono (al pari di quelli del giudice dell’esecuzione) sempre revocabili o modificabili, d’ufficio o su istanza di parte, sino a quando essi non abbiano avuto esecuzione e, quindi, ove siano preordinati al trasferimento del bene espropriato, fino al momento in cui sia stato pronunciato il relativo decreto, cui consegue l’effetto traslativo, non prodotto invece dalla sola ordinanza di aggiudicazione (Cass. 18/01/2001, n. 697).
È chiaro, infatti, che l’esercizio della facoltà di revocare o modificare i provvedimenti ancora improduttivi di effetti, costituisce manifestazione di quel potere di vera e propria “direzione” della procedura fallimentare un tempo accordato al giudice delegato (L. Fall., art. 25, comma 1, nel testo qui ancora applicabile); potere, tuttavia, chiaramente non ancorato a presupposti di legge rinvenibili nella disciplina delle procedure concorsuali e, proprio per la sua natura discrezionale, non suscettibile di sindacato in sede di legittimità nel caso del mancato suo esercizio da parte degli organi della procedura.
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