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Timestamp: 2019-05-22 23:55:45+00:00
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Il risarcimento negato agli orfani | Il Tuo Legale
Posted on 9 maggio 2019 9 maggio 2019 by Giordana Monti
La sentenza di condanna dei magistrati imposta dai giudici di primo grado
Abbiamo analizzato poco tempo fa il caso di Marianna Manduca, la donna che denunciò 12 volte il marito senza mai essere ascoltata, finché lui non riuscì ad ucciderla nel 2007. Come precedentemente riportato (https://www.iltuolegale.it/pm-condannati-12-denunce/), nel 2017 il Tribunale di Palermo aveva evidenziato la responsabilità civile dei magistrati della Procura di Caltagirone, che non ascoltarono il grido d’aiuto della donna, imponendo il pagamento di 259mila euro come risarcimento ai tre figli minorenni della vittima, rimasti senza genitori (il padre, infatti, venne condannato a vent’anni di carcere) ed adottati dal cugino di Marianna.
La Corte d’Appello di Messina annulla il risarcimento e chiede agli orfani, figli della vittima, di restituirlo
L’ultima richiesta d’aiuto di Marianna del 2 e del 7 luglio 2007 gridava invano “Aiutatemi, mio marito mi minaccia di morte con un coltello a serramanico di 17 cm”, ma nonostante ciò la Procura di Caltagirone non l’aveva tutelata, lasciandola facile preda della furia omicida del marito. Questo inerte comportamento dei giudici viene confermato anche in secondo grado, dove la Corte d’Appello di Messina definisce nella sentenza “incontestabile l’addebito per omessa perquisizione e mancato sequestro del coltello” del marito.
Viene quindi riconosciuta negligenza in capo ai magistrati, ma secondo i giudici manca il nesso di causalità poiché l’intervento dei magistrati non “avrebbe potuto impedire l’esito mortale del conflitto coniugale”. La Corte reputa l’assassino troppo determinato perché potesse essere indotto a desistere dai controlli giudiziari o da un sequestro. I giudici sostengono inoltre che “ l’eventuale sequestro del coltello da parte della Procura non sarebbe valso a nulla “dato il radicamento del proposito criminoso e la facile reperibilità di un’arma simile“.
Nella motivazione della sentenza di secondo grado è però possibile trovare una grave contraddizione poiché la Corte scrive che le condotte del marito non consentivano l’applicazione di misura cautelare dell’allontanamento dalla casa familiare, perché lo stalking entrò in vigore solo successivamente: scordando così, che quella misura cautelare gli era già stata applicata nel settembre 2006 e revocata nel dicembre successivo.
Ma la storia non è ancora finita, la famiglia non si arrende
Il cugino di Marianna, divenuto genitore adottivo dei suoi tre figli, commenta così la sentenza che impone la restituzione del risarcimento “È stato difficile spiegare loro cos’era successo. Ci sono rimasti molto male: è stato un po’ come dire loro che sono invisibili. E lo siamo tutti, con questa sentenza si conferma che la magistratura si autoassolve, una casta non interessata ai cittadini. I soldi non sono la parte più rilevante di questa sentenza e il futuro che si prospetta” e continua “Si tratta del futuro dei miei figli, chi sogna di fare il medico, chi il calciatore. La voglia di lottare non manca di certo”.
Neppure la vicepresidente della Camera Mara Carfagna risparmia un commento sulla decisione, dichiarandosi incredula ed indignata e aggiungendo che “la Corte d’Appello dice quindi agli orfani, e a tutti noi, che quel femminicidio non poteva essere evitato, denunciare i violenti è vano“.
I figli di Marianna per il momento, comunque, non devono ancora restituire la cifra ottenuta come risarcimento disposta dal Tribunale, ma potranno aspettare la decisione della Corte di Cassazione.
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