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Timestamp: 2017-06-25 10:26:00+00:00
Document Index: 40215855

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 21', 'art. 36', 'art. 7', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 38', 'art. 20', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 110', 'art. 37', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 36', 'art. 54', 'art. 13', 'art. 43']

LE NOVITÀ FISCALI DI MAGGIO 2011
La presente circolare illustra le principali novità fiscali di interesse per le imprese relative al mese di maggio 2011.
1. CFC - Risposte a quesiti (Circ. 23/E)
2. Fusioni - Riporto perdite (Ris. 54/E)
3. Operazioni di cartolarizzazione (Ris. 53/E)
4. Deducibilità provvigioni (Cass. 9539/11)
5. Deducibilità perdite su crediti (Cass. 9218/11)
6. Operazioni di copertura perdite ed elusione (Cass. 10549/11)
IRPEF/SOSTITUTI D’IMPOSTA
7. Irpef - Risposte a quesiti (Circ. 20/E)
8. Imposta sostitutiva emolumenti relativi alla produttività aziendale (Circ. 19/E)
9. Definizione perdite su credito indeducibili (Cass. 11217/11)
10. Comunicazioni telematiche alla Agenzia delle Entrate (Circ. 24/E)
11. Liquidazione di gruppo - Eccedenze pregresse e dichiarazione annuale (Ris. 56/E)
12. Omessa prestazione delle garanzie per rimborsi (Circ. 17/E)
13. Onere della prova in caso di operazioni fraudolente (Cass. 10414/11)
14. Differimento di termini tributari per l’anno 2011 (Dpcm 12/5/2011)
15. Prevenzione e contrasto all’evasione fiscale – Indirizzi operativi (Circ. 21/E)
16. Controllo automatizzato dichiarazioni - Sanzioni (Circ. 18/E)
17. Gestione contenzioso - Indirizzi operativi 2011 (Circ. 22/E)
18. Utilizzo benefici di legge ed abuso del diritto (Cass. 10383/11)
19. OCSE – Rapporto Taxing wages 2011
20. CCCTB – Audizione Confindustria
21. Studio Confindustria – Deloitte “Imposizione societaria – regimi a confronto”
1. CFC - Ulteriori chiarimenti (Circ. 23/E)
A seguito della presentazione di numerosi quesiti da parte delle imprese e di associazioni di categoria, l’Agenzia delle entrate ha pubblicato una seconda circolare in materia di CFC – Controlled Foreign Companies, che integra i chiarimenti forniti con la circolare n. 51 del 6 ottobre 2010. Tra i temi più rilevanti si segnalano:
• Proroga del termine di presentazione dell’interpello disapplicativo. In considerazione della complessità delle tematiche affrontate e dei tempi di pubblicazione dei nuovi chiarimenti, vengono concessi ulteriori 30 giorni per la presentazione dell’interpello disapplicativo. Pertanto, le imprese per le quali i tempi di presentazione scadono tra il 1° e il 30 giugno p.v. potranno inoltrare l’istanza entro il 30 giugno p.v. e non più entro il 1° giugno p.v..
• Soggetti tenuti alla presentazione dell’interpello. In caso di catene di controllo con più società, l’istanza deve essere presentata dalla controllante residente di “ultimo livello”. Tuttavia, si dà la possibilità di presentare l’interpello alla società residente controllante più vicina alla controllata estera, che è in grado di disporre di informazioni e dati della CFC con maggior facilità.
• Tax rate virtuale domestico. Nel calcolo del tax rate (virtuale) domestico non si deve tener conto della disciplina di indeducibilità degli interessi passivi prevista dalla c.d. “Legge Prodi”, nonché della disciplina sulle c.d. “società di comodo”. L’applicazione delle disposizioni speciali extra – TUIR avverrà in sede di tassazione per trasparenza del reddito della controllata estera non black list.
• Perdite fiscali estere. Nella determinazione del tax rate estero, per ragioni di semplicità e di omogeneità di confronto con il tax rate (virtuale) domestico vanno azzerate le perdite fiscali pregresse maturate dalla controllata estera antecedentemente all’applicazione - nei suoi confronti - delle disposizioni in materia di CFC, a prescindere dalla loro anzianità o dai motivi che hanno portato alla loro formazione.
• Holding estere. Nel caso di strutture estere particolarmente articolate - c.d. a grappolo – dove la holding estera, controllata da una società residente, detiene numerose partecipazioni in società estere collegate tra loro da un nesso funzionale, il socio italiano potrà presentare una unica istanza di interpello. Tuttavia, tenuto conto che la dimostrazione che non si tratta di una costruzione di puro artificio deve essere fornita a livello di singola società controllata estera, in sede di interpello sarà valutata la circostanza che tale struttura non comporti la distrazione di utile dall’Italia verso altri Paesi o territori, nonché le ragioni economiche-imprenditoriali alla base della stessa.
Nel caso di fusione con effetti fiscali e contabili retrodatati la società incorporante, ai fini della determinazione del quantum di perdite fiscali dell’incorporata riportabili, deve considerare il patrimonio netto del bilancio della società incorporata relativo all’ultimo esercizio chiuso prima della data di efficacia giuridica della fusione, anche se approvato successivamente a tale data.
L’Agenzia delle Entrate, con riferimento ad un’operazione di cartolarizzazione di crediti realizzata da una società emittente (SPV) lussemburghese, ha confermato che i titoli emessi da SPV non residenti rientrano tra i titoli esteri cui si applica il meccanismo dell’imposta sostitutiva previsto dal DL 239/1996 (come già indicato nella circolare 213 del 2000). Ai fini dell’assimilazione, i titoli emessi nell’ambito di un’operazione di cartolarizzazione di diritto estero devono presentare le stesse caratteristiche che la normativa nazionale prevede per le operazioni di cartolarizzazione di diritto interno.
Di conseguenza, se l’operazione di cartolarizzazione estera è di fatto realizzata secondo le modalità delineate dalla normativa nazionale (legge 130/1999), i relativi proventi saranno soggetti ad un’imposta sostitutiva nella misura del 12,5% se i titoli hanno scadenza pari o superiore a 18 mesi, ovvero del 27% se hanno la scadenza inferiore a tale periodo.
Diversamente, se l’operazione di cartolarizzazione non è in linea con la normativa italiana, si applicherà ai proventi percepiti da soggetti italiani la ritenuta del 27%, quali titoli “atipici”. La ritenuta è effettuata da parte degli intermediari che intervengono nel pagamento.
I costi delle provvigioni dell’agente sono deducibili per competenza nell’esercizio in cui il preponente esegue la prestazione prevista dal contratto. E’ questo il momento dell’esigibilità della provvigione da parte dell’agente. Non rileva, invece, ai fini dell’individuazione dell’esercizio di competenza, il momento in cui è stato stipulato il contratto ed è sorto il diritto dell’agente alla provvigione.
Le perdite su crediti debbono essere integralmente dedotte nell’esercizio in cui si manifestano elementi certi e precisi sull’irrecuperabilità del credito.
Il caso in esame riguardava un credito vantato nei confronti di un debitore apparente, vittima di un raggiro. L’irrecuperabilità del credito era stata sancita da una sentenza penale che aveva accertato l’esistenza di una frode in danno sia della società creditrice che della società debitrice e l’assoluta l’estraneità del debitore alla frode, mentre non era stato possibile individuare il responsabile della frode. Il creditore non aveva tuttavia eliminato la relativa posta dal bilancio a seguito della sentenza, ma aveva intrapreso ulteriori (imprecisate) iniziative per il recupero.
La Corte, riprendendo per analogia i criteri di deduzione delle perdite su crediti per soggetti sottoposti a procedure concorsuali, ha indicato che gli elementi di certezza della perdita si sono manifestati nell’anno di emissione della predetta sentenza, a nulla rilevando le successive infruttuose ricerche attivate dalla società creditrice. Il periodo di competenza in cui operare la relativa deduzione fiscale è pertanto quello in cui è intervenuta la sentenza.
La Cassazione analizza un complesso passaggio di pacchetti azionari tra una società italiana ed una società francese, realizzato attraverso l’attribuzione preliminare delle azioni ad altre società del gruppo, le quali hanno poi ceduto tale pacchetto azionario alla società estera realizzando plusvalenze che erano state compensate con le perdite fiscali di tali società.
L’Amministrazione finanziaria aveva contestato la legittimità del risparmio fiscale ottenuto attraverso la cessione indiretta alle partecipate dotate di perdite fiscali contestando la interposizione fittizia con riferimento alle operazioni intervenute nel 1990 e 1991.
Con riferimento alla prima annualità (1990) oggetto di verifica, i giudici di merito avevano annullato l’accertamento perché l’Amministrazione finanziaria non aveva adeguatamente contestato la simulazione delle operazioni di cessioni, ritenute effettive dai giudici.
La Cassazione, con la sentenza 1542/2001 aveva ritenuto corretto il convincimento del giudice di merito sostenendo che “..l’imputazione di un determinato atto ad un soggetto diverso da quello indicato come autore, non è autorizzato dal mero riscontro di un risparmio fiscale”.
Con riferimento alla seconda annualità (1991) la Cassazione, premettendo che il giudicato formatosi per l’anno 1990 sull’effettività delle operazioni non è vincolante per l’anno 1991 poiché l’operazione è stata realizzata secondo moduli e con l’intervento di soggetti diversi, giunge ad una conclusione differente.
Tenendo conto della recente giurisprudenza sull’esistenza del nostro ordinamento di un principio generale sull’abuso di diritto, la Corte cassa la sentenza di appello rinviando al giudice di merito il giudizio di fatto sugli eventuali scopi elusivi e vantaggi indebiti concretamente perseguiti da tale progetto.
In particolare, la Cassazione evidenzia come nella sentenza cassata sia mancata un’attenta valutazione se “.. la controllata che ha realizzato la plusvalenza compensata fosse una società realmente operativa o soltanto un "docile strumento" della controllante e se le sue perdite fossero riconducibili ad una vera attività d’impresa o trovassero la loro genesi all’interno della vicenda in questione”.
L’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti su varie questioni interpretative in ordine alla deducibilità e alla detraibilità di alcune spese, alle agevolazioni per i disabili, ai premi incentivanti e al reddito prodotto all’estero.
Tra le risposte più rilevanti segnaliamo:
- Il lavoratore che presta la sua attività all’estero in modo continuativo e come oggetto esclusivo del rapporto di lavoro non può usufruire del regime di tassazione sulla retribuzione convenzionale, se il settore economico nel quale viene svolta l’attività da parte del dipendente non è previsto nel decreto del Ministero del Lavoro. Non è ammesso far riferimento ad attività similari;
- Il regime di tassazione al 50% dell’indennità di volo, previsto dall’art. 51, comma 6 del TUIR, è alternativo all’applicazione dell’imposta sostitutiva del 10% prevista per le somme connesse ad incrementi di produttività;
- Le somme detassate connesse ad incrementi di produttività non concorrono alla formazione del reddito complessivo ai fini della determinazione dell’ISEE. Sulla base di un’interpretazione logico-sistematica si intendono infatti implicitamente prorogate anche le relative disposizioni contenute nell’articolo 3 del DL 93/2008, benché le leggi successive di proroga dell’agevolazione per il 2009 e 2010 avessero esplicitamente richiamato solo il primo comma di tale articolo.
La circolare n. 19 fornisce ulteriori indicazione sull’applicazione dell’imposta sostitutiva agli emolumenti relativi alla produttività aziendale. Si rinvia il commento ad un documento di approfondimento in proposito, che sarà preparato congiuntamente dall’Area Fisco, Finanza e Welfare e dall’Area Relazioni Industriali, Sicurezza e Affari sociali di Confindustria.
9. Definizione perdite su crediti indeducibili (Cass. 11217/11)
Le perdite su crediti indeducibili ai fini IRAP sono soltanto quelle che si verificano quando il credito, già determinato nell’importo, è stato successivamente scontato o ridotto, ad esempio perché non incassato. Non sono invece qualificabili come perdite su crediti i minori introiti, rispetto ad un credito non definito, che derivano da un accordo fra le parti con le quali viene determinato il prezzo definitivo del bene o servizio.
L’Agenzia delle Entrate ha fornito alcuni chiarimenti sulla comunicazione telematica delle operazioni rilevanti ai fini IVA, di importo non inferiore a 3.000 euro (c.d. spesometro), introdotta con l’art. 21 del DL n. 78/2010. Si ricorda che, con il Provvedimento n. 184182 del 22 dicembre 2010, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate aveva disposto che devono essere comunicate:
· entro il 31 ottobre 2011, le operazioni di importo pari o superiore ai 25.000 euro al netto dell’IVA rese e ricevute nel periodo d’imposta 2010, limitatamente a quelle per le quali è previsto l’obbligo di emissione della fattura;
· entro il 30 aprile 2012, le operazioni di importo pari o superiore a 3.000 euro, al netto dell’IVA rese e ricevute nel periodo d’imposta 2011, per le quali è previsto l’obbligo di emissione della fattura;
· entro il 30 aprile 2012, le operazioni di importo pari o superiore a 3.600 euro, al lordo dell’imposta sul valore aggiunto per le quali non è previsto l’obbligo di emissione della fattura, con esclusivo riferimento a quelle rese e ricevute dal 1° luglio 2011.
I dati raccolti con la comunicazione dovrebbero consentire una ricostruzione più puntuale del volume d’affari e dei costi dichiarati dai contribuenti, “nonché l’individuazione di spese e consumi di particolare rilevanza necessari per la concreta individuazione della capacità contributiva delle persone fisiche, in specie ai fini dell’accertamento sintetico”. Di seguito, si riassumono le indicazioni di maggiore interesse:
• Ambito soggettivo. Tutti i soggetti passivi IVA sono obbligati alla presentazione della comunicazione. Pertanto, l’obbligo trova applicazione anche nei confronti dei soggetti in regime di contabilità semplificata, degli enti non commerciali, limitatamente alle operazioni effettuate nell’esercizio di attività commerciali o agricole, dei soggetti non residenti con stabile organizzazione in Italia, o operanti tramite rappresentante fiscale, ovvero identificati direttamente; dei curatori fallimentari e dei commissari liquidatori, dei soggetti che si avvalgono della dispensa da adempimenti per le operazioni esenti (art. 36-bis decreto IVA), dei soggetti che applicano il regime fiscale per le nuove iniziative imprenditoriali e di lavoro autonomo. Sono esclusi solo i soggetti che utilizzano il regime dei contribuenti minimi, ad eccezione dell’ipotesi in cui il contribuente cessi dal regime in corso d’anno.
• Ambito oggettivo. Oggetto della comunicazione sono le operazioni rilevanti ai fini IVA, di importo pari o superiore rispetto a quelle in precedenza indicate; pertanto, una operazione carente di almeno uno dei requisiti soggettivo, oggettivo o territoriale non deve essere inserita nella comunicazione. Per i soggetti che, pur obbligati a documentare le operazioni mediante fattura, non hanno l’obbligo di indicare separatamente l’ammontare dell’imposta, il valore di riferimento è l’importo di 3.600 euro (e non quello di 3.000).
Con riferimento alle operazioni oggetto di comunicazione già dall’anno 2010, l’Agenzia delle Entrate precisa che la comunicazione deve essere effettuata anche nelle ipotesi di cessioni o prestazioni effettuate a favore di consumatori finali per le quali viene emessa la fattura.
In caso di pagamento frazionato del corrispettivo, relativo a prestazioni oggetto di un unico contratto con corrispettivi periodici oppure di più contratti tra loro collegati (ed il corrispettivo, considerato nel suo complesso, supera i limiti di 3.000 o di 3.600 euro), dovrà essere comunicato l’importo complessivo delle operazioni rese e ricevute nell’anno di riferimento, anche qualora il pagamento sia regolato in modo frazionato ed effettuato in anni diversi ovvero il corrispettivo relativo ad uno solo dei contratti collegati sia inferiore ai limiti indicati.
Tra i casi di esclusione dall’obbligo di comunicazione, di particolare rilievo è la precisazione dell’Agenzia delle Entrate secondo cui non sono soggette all’obbligo di comunicazione le operazioni effettuate e ricevute in ambito comunitario, in quanto già oggetto di rilevazione mediante i modelli intrastat. Non è chiaro, al riguardo, se tale esclusione – come, invero, apparirebbe dalla lettura della circolare – riguardi anche le prestazioni di servizi escluse dall’ambito applicativo degli elenchi riepilogativi dei servizi resi e ricevuti (quali ad esempio, quelle oggetto dell’art. 7-quater del Decreto IVA, rese o ricevute da un soggetto comunitario).
Tra le altre principali fattispecie di esclusione si segnalano quelle relative alle operazioni che hanno già costituito oggetto di comunicazione all’anagrafe tributaria (ad esempio, contratti di somministrazione di energia elettrica, contratti di mutuo), nonché le operazioni effettuate nei confronti di contribuenti non soggetti passivi, il cui corrispettivo sia stato pagato mediante l’utilizzo di carte di credito, carte di debito, carte prepagate (come disposto dal DL n. 70/2011 – c.d. Decreto Sviluppo), a condizione che la carta utilizzata non sia stata emessa da un istituto di credito non residente e privo di stabile organizzazione in Italia.
L’Agenzia delle Entrate fornisce utili indicazioni circa le modalità di compilazione della dichiarazione IVA per i soggetti che nel corso dell’anno d’imposta hanno partecipato alla liquidazione IVA di gruppo e che dispongono di eccedenze di credito relative a periodi d’imposta anteriori a quello di esercizio dell’opzione per l’IVA di gruppo. Tali eccedenze, per effetto delle disposizioni introdotte con la Legge finanziaria per il 2008, non possono confluire nella liquidazione di gruppo, ma restano nell’esclusiva disponibilità del soggetto che le ha maturate.
Con risoluzione n. 4/DPF del 14 febbraio 2008, il Dipartimento delle Finanze aveva precisato che i soggetti che hanno maturato i crediti IVA considerati possono chiederne autonomamente il rimborso, in presenza dei presupposti di cui alle lettere a), b), c), d) ed e) del secondo comma dell’art. 30 del DPR n. 633/1972, oppure del presupposto disciplinato dal successivo terzo comma (permanenza triennale della situazione creditoria). In alternativa, tali soggetti possono rinviare le eccedenze di credito al periodo d’imposta successivo per:
§ farne oggetto di richiesta di rimborso in anni successivi;
§ computarle in detrazione in anni successivi, una volta venuta meno la partecipazione alla liquidazione di gruppo;
§ utilizzarle in compensazione.
In merito a queste indicazioni, l’Agenzia delle Entrate con la risoluzione in commento chiarisce che i presupposti di cui all’art. 30, co. 2, possono essere fatti valere dalla società che ha iniziato a far parte della liquidazione di gruppo solo nel primo anno d’ingresso e con riferimento al credito maturato nell’ultimo anno. Per gli anni successivi al primo, i crediti maturati anteriormente all’ingresso nell’IVA di gruppo e, quindi, non confluiti in tale tipo di liquidazione ma portati a nuovo, potranno essere chiesti a rimborso unicamente nel caso in cui la società richiedente realizzi il presupposto di cui al comma 3 dell’art. 30 del Decreto IVA (minor eccedenza creditoria del triennio).
La circolare fornisce chiarimenti relativi alle ipotesi in cui il contribuente non presenti, pur non essendone esonerato, le garanzie richieste dall’art. 38-bis del DPR n. 633/1972 connesse all’esecuzione dei rimborsi IVA.
Nel caso di erogazione del rimborso secondo la procedura ordinaria (pertanto, per rimborsi di importo superiore a 516.457 euro, operati direttamente dal competente ufficio dell’Agenzia delle Entrate), l’Amministrazione finanziaria effettua i controlli sulla regolarità formale dell’istanza di rimborso presentata dal contribuente entro tre mesi dalla scadenza della presentazione della dichiarazione IVA.
La presentazione della idonea garanzia da parte del contribuente avviene successivamente al controllo formale, con esito positivo, nella fase di liquidazione del rimborso.
Quindi l’atto di garanzia, pur rappresentando un documento da acquisire durante l’iter di esecuzione del rimborso, non è richiesto al contribuente ai fini del controllo della regolarità formale dell’istanza presentata ma è propedeutico alla sola fase di liquidazione del rimborso stesso; tale atto è ininfluente ai fini dell’accertamento e della rettifica della dichiarazione da cui risulta il credito IVA.
Da ciò consegue che, secondo l’Agenzia delle Entrate, l’eventuale mancata presentazione della garanzia non è idonea a prolungare indefinitamente il termine di decadenza del potere di accertamento da parte dell’Amministrazione finanziaria.
Inoltre, la garanzia è destinata a cessare o ad essere superflua, se originariamente non presentata, nel caso in cui il credito richiesto a rimborso sia diventato incontestabile.
Infine, si chiarisce che, in caso di mancata prestazione della garanzia, il contribuente può rettificare la richiesta di rimborso del credito eccedente presentando una dichiarazione integrativa, al fine di indicare il medesimo credito (o parte di esso) come eccedenza da utilizzare in detrazione o compensazione.
Diverse invece sono le indicazioni da seguire con riferimento ai rimborsi eseguiti con procedura semplificata (quindi, effettuati direttamente dagli Agenti della riscossione, e per importi non superiori al limite di 516.457 euro), poiché l’art. 20 del decreto n. 567 del 28 dicembre 1993, relativo alle modalità di erogazione del rimborso in conto fiscale, dispone che, se la garanzia non viene prestata entro i successivi quaranta giorni dalla data di presentazione della dichiarazione, la richiesta non ha corso.
Tuttavia, anche in tale circostanza, come già precisato con riferimento ai rimborsi ordinari, il contribuente può rettificare la richiesta di rimborso del credito eccedente presentando una dichiarazione integrativa al fine di indicare, alternativamente, il medesimo credito (o parte di esso) come eccedenza da utilizzare in detrazione o compensazione, ovvero come eccedenza da erogare tramite procedura ordinaria.
Con la sentenza n. 10414 del 2011 - concernente gli oneri probatori a supporto della individuazione di una operazione fraudolenta, la Corte di Cassazione ha chiarito che, in tutte le controversie relative ad operazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti, il principio generale è che l’onere della prova grava sul contribuente il quale, se vuole dedurre un costo, deve provarne i presupposti. Tale onere, tuttavia, viene assolto in tutti i casi in cui le operazioni sono documentate da fatture regolari inserite in una corretta contabilità. Nelle ipotesi in cui, per una determinata operazione, la documentazione sia apparentemente regolare, ma l’Amministrazione sostenga che l’operazione documentata nella fattura formalmente corretta sia inesistente, con accertamento di un maggiore imponibile o con indeducibilità di un costo, l’onere della prova grava sulla Amministrazione.
La Corte di Cassazione, inoltre, cerca di definire in che modo il contribuente possa dimostrare la propria estraneità ad una operazione fraudolenta, dando contenuto al c.d. test di conoscenza, come coniato dalla giurisprudenza comunitaria (in particolare, con la sentenza sul caso C-439/04).
Secondo la Corte di Cassazione, la dimostrazione che il contribuente devo fornire a dimostrazione di non sapere o di non aver potuto sapere di partecipare con il proprio acquisto ad una operazione che si iscriveva in una frode all’IVA, si sostanzia in un obbligo di diligenza nella scelta del fornitore e di attenzione ai requisiti del soggetto cedente, non formali ma sostanziali. Il cessionario, in altri termini, deve verificare l’effettiva esistenza del cedente, l’esistenza di una efficiente struttura operativa e della capacità di fornire autonomamente i beni acquistati, senza che si possa pretendere un dovere di accurata indagine; nelle sue valutazioni dovrebbe fondarsi su elementi obiettivi (ad es. assenza di strutture, assenza di una clientela qualificata, mancanza di indici di capacità commerciale - pubblicità, giro di affari ecc.) che non possono sfuggire ad un contraente onesto che operi in un determinato settore commerciale e che, in particolare, non devono sfuggire ad un imprenditore mediamente accorto.
Con il DPCM del 12 maggio 2011, pubblicato sulla G.U. n. 111 del 14 maggio 2011 sono stati prorogati i termini per l’effettuazione dei versamenti d’imposta per l’anno 2011.
La proroga, in particolare, riguarda i versamenti risultanti dalle dichiarazioni dei redditi e da quelle in materia di IRAP, nonché il versamento dell’imposta cedolare secca (di cui all’art. 3 del D.Lgs. n. 23/2011) ai quali erano tenute entro il 16 giugno 2011:
§ i soggetti diversi dalle persone fisiche, che esercitano attività economiche per le quali sono stati elaborati gli studi di settore e che dichiarino ricavi o compensi di ammontare non superiore al limite stabilito per ciascuno studio di settore.
I versamenti prorogati vanno effettuati
§ entro il 6 luglio 2011, senza alcuna maggiorazione;
§ dal 7 luglio al 5 agosto 2011, con maggiorazione dello 0,40%.
L’art. 2 del DPCM dispone anche la proroga dei termini per la presentazione e la trasmissione dei modelli 730; il modello 730 può essere consegnato al sostituto d'imposta entro il 16 maggio e ai CAF o ai professionisti abilitati entro il 20 giugno.
Per i CAF e i professionisti, inoltre, il DPCM dispone un differimento dal 30 giugno al 12 luglio 2011 del termine di trasmissione telematica dei 730 presentati dai lavoratori dipendenti e dai pensionati.
Il DPCM, infine, dispone il differimento dei termini degli adempimenti fiscali che hanno scadenza nel periodo compreso tra il 1° agosto ed il 20 agosto 2011: gli adempimenti ed i versamenti d’imposta che scadono nel periodo indicato, possono essere effettuati entro il giorno 20 agosto senza alcuna maggiorazione o irrogazione di sanzioni. Sono tuttavia esclusi da tale ultima proroga i versamenti con la maggiorazione dello 0,4%, che devono essere effettuati dal 7 luglio al 5 agosto.
La Direzione Centrale Accertamento dell’Agenzia delle Entrate ha diramato la consueta circolare di indirizzo dell’attività di accertamento per l’anno 2011. Tra le indicazioni di maggior rilievo, si segnalano, per quanto riguarda le attività specifiche di controllo:
• Grandi contribuenti. Le principali aree di interesse che l’Agenzia indica, con riferimento ai controlli sui grandi contribuenti, sono connesse a situazioni che si ricollegano all’applicazione di disposizioni di recente adozione. In particolare, concernono la corretta applicazione:
- delle disposizioni in tema di oneri documentali sulle operazioni rientranti nella disciplina dell’art. 110, co. 7, TUIR in materia di prezzi di trasferimento;
- delle norme relative al procedimento di accertamento nei confronti dei soggetti che aderiscono al regime del consolidato nazionale, nonché di quelle che consentono al contribuente la facoltà di chiedere, tramite apposita istanza, il computo in diminuzione dai maggiori imponibili accertati, delle perdite del consolidato non utilizzate.
Vengono, inoltre, richiamate le linee guida impartite con le circolari n. 13/E del 2009 e n. 20/E del 2010 in tema di tutoraggio delle imprese di grandi dimensioni; si ricorda che le attività di tutoraggio nel 2011 sono state estese ai soggetti che, nel corso del 2009, avevano conseguito un volume d’affari o di ricavi non inferiore a 150 milioni di euro.
Secondo le Entrate, le attività istruttorie esterne vanno indirizzate in particolare sulle annualità più recenti, soprattutto 2008 e 2009; tuttavia, vanno comunque individuate ulteriori posizioni da trattare con priorità in base ai seguenti criteri:
- posizioni riguardanti periodi di imposta per i quali il potere di accertamento decade alla data del 31 dicembre 2011;
- elementi che necessitano di ulteriore attività istruttoria (ad esempio, le segnalazioni ex art. 37-bis del DPR n. 600/1973 o relative alla deducibilità di costi connessi ad operazioni con soggetti residenti in Paesi “black list”);
- situazioni che evidenziano rischi connessi con la tutela del credito erariale (erogazione di rimborsi, decadenza di polizze fideiussorie, situazioni debitorie di particolare rilevanza, etc.).
• Imprese di medie dimensioni. Per i controlli da eseguire nei confronti delle imprese di medie dimensioni, l’Agenzia delle Entrate indica l’esigenza di riferirsi alle prescrizioni dell’art. 24, co. 2 del DL n. 78/2010, secondo cui sono previsti specifici piani di intervento, elaborati sulla base di analisi di rischio a livello locale, che riguardino almeno un quinto delle imprese di medie dimensioni. Tali piani hanno come imprescindibile fondamento l’analisi del rischio di evasione/elusione dei contribuenti oggetto di controllo da parte della Direzione provinciale di competenza.
Qualora dall’analisi del rischio emergano elementi di rischio equivalenti, vanno privilegiati nella selezione i seguenti criteri:
- assenza di controlli negli ultimi quattro anni e
- presenza di perdite “sistemiche”, come definite dall’art. 24, co. 1, DL n. 78/2010.
Una specifica attenzione va riservata al controllo del corretto adempimento degli obblighi in materia di IVA.
• Imprese di minori dimensioni. Per l’analisi del rischio relativa ai soggetti di minori dimensioni sono di preminente importanza le indicazioni che emergono dagli studi di settore. In particolare, secondo l’Agenzia delle Entrate, la selezione delle posizioni dovrebbe essere operata facendo riferimento a
- soggetti che hanno presentato il modello studi di settore e sono risultati non congrui;
- soggetti congrui e “appiattiti” alle risultanze degli studi di settore, nonché i soggetti congrui a seguito di adeguamento significativo alle risultanze degli studi stessi;
- soggetti che, seppure rientranti nel campo di applicazione degli studi di settore, non hanno presentato il relativo modello;
Tra le attività di carattere trasversale che l’Agenzia intende svolgere per il perseguimento dell’evasione fiscale, grande attenzione sarà rivolta al contrasto dell’evasione internazionale. Tale forma di evasione si configura principalmente nell’illecito trasferimento e/o detenzione all’estero, da parte di contribuenti nazionali, di attività produttive di reddito, mediante il fittizio trasferimento all’estero della residenza fiscale e l’interposizione fittizia o l’estero-vestizione da parte di contribuenti italiani di entità, prevalentemente allocate in paradisi fiscali (trust, società anonime, fondi d’investimento e così via), finalizzata alla sottrazione a tassazione dei redditi prodotti in Italia e all’estero.
Di preminente importanza per il controllo di queste forme di evasione risulta, quindi, secondo l’Agenzia delle Entrate lo sviluppo di iniziative operative basate sulle informazioni ottenute mediante il c.d. monitoraggio fiscale delle transazioni finanziarie.
L’Agenzia delle Entrate chiarisce che, a seguito del controllo automatizzato delle dichiarazioni, effettuato ai sensi degli art. 36-bis, DPR n. 600/1973 o art. 54-bis, DPR n. 633/71972, dal quale emerga l’utilizzo in compensazione di crediti inesistenti, la base su cui calcolare la riduzione delle sanzioni qualora il contribuente decida di avvalersi del ravvedimento operoso o di versare la sanzione ridotta entro 30 giorni dalla contestazione, è rappresentata dalla sanzione ordinaria dovuta nei casi di omesso versamento (30% dell’importo non versato, ai sensi dell’art. 13 del .D.Lgs. n. 471/1997)
Con riferimento, inoltre, alla possibilità per il contribuente di presentare dichiarazione integrativa o correttiva – entro i termini previsti dall’art. 43, DPR n. 600/1973 – per correggere eventuali errori od omissioni commessi in sede di redazione della dichiarazione, l’Agenzia precisa che la ricezione da parte del contribuente o dell’intermediario che ha provveduto all’invio dalla dichiarazione originaria, della comunicazione degli esisti del controllo automatizzato non preclude, di per sé, la possibilità di presentare, nei termini di legge, la dichiarazione correttiva.
L’Agenzia delle Entrate rileva, tuttavia, che la formale conoscenza dell’attività ispettiva esercitata nei confronti del contribuente, attestata dalla comunicazione degli esiti circa il controllo automatizzato, preclude al contribuente la possibilità di ricorrere al ravvedimento operoso in relazione ai rilievi sollevati con tale comunicazione.
L’Agenzia delle Entrate ha diramato nuovi indirizzi operativi in materia di gestione del contenzioso per l’anno 2011, che integrano le linee guida già indicate per l’anno precedente.
L’obiettivo principale dell’Agenzia delle Entrate è rappresentato dalla riduzione del contenzioso. In tale ottica, è di primaria importanza il miglioramento della qualità degli atti notificati. Le linee guida che devono orientare la gestione del contenzioso consistono nel garantire un’efficace difesa in giudizio, strettamente ancorata ai principi di legittimità e imparzialità dell’azione amministrativa, assumendo le esperienze del contenzioso come significativi parametri di misurazione della qualità degli atti impugnati oltre che degli atti in corso di emanazione.
Nell’ambito della generale azione di miglioramento del contenzioso, viene attribuito un ruolo importante anche all’autotutela che va esercitata, secondo le Entrate, tutte le volte che ne ricorrono i presupposti, escludendo di resistere indebitamente in giudizio.
Secondo la Corte di Cassazione la mera costituzione di iniziative produttive che beneficino di incentivi fiscali non può mai ritenersi integrare abuso del diritto (anche nei confronti dei soggetti che intrattengono rapporti economici con l’impresa beneficiaria) perché l’incentivo fiscale costituisce la contropartita della costituzione e non ha una finalità contra ius.
Per contestare la presenza di attribuzione fittizia di utili dal fornitore alla società che beneficia di una agevolazione fiscale, non è sufficiente individuare la presenza di un indubbio vantaggio fiscale, ma è necessaria la dimostrazione dell’esistenza di scelte anti-economiche.
E’ stato pubblicato l’11 maggio 2011 il Rapporto annuale dell’OCSE Taxing wages. Il Rapporto indica che – con un’inversione rispetto al trend degli anni precedenti – nel 2010 il prelievo fiscale e contributivo sui redditi di lavoro dipendente è aumentato nella maggior parte dei paesi industrializzati. L’Italia sale al quinto posto nella classifica dei paesi a più alta tassazione sul lavoro, con un cuneo fiscale pari al 46,9% (in percentuale del costo del lavoro). Tale dato complessivo può essere scomposto in tre componenti:
· la quota del cuneo dovuta al peso delle imposte dirette sul reddito di lavoro dipendente è in Italia del 15,4%, rispetto ad una media OCSE del 12,2%;
· la quota del cuneo a carico del lavoratore è del 7,2% (media OCSE dell’8,5%)
· la quota del cuneo a carico del datore di lavoro è del 24,3%, rispetto ad una ben più bassa media OCSE del 14,2%.
L’OCSE evidenzia gli svantaggi di un’elevata tassazione sul lavoro. Raccomanda inoltre che i singoli Stati, nell’ambito dell’impegno a consolidare le proprie finanze ma anche a rilanciare la crescita, adottino politiche di rimodulazione del prelievo dalle imposte dirette alle imposte indirette.
Confindustria è stata audita il 24 maggio 2011 presso la Commissione Finanze e Tesoro del Senato della Repubblica sulla proposta di Direttiva del Consiglio relativa a una base imponibile comune per l’imposta sulle società (COM (2011) 121 definitivo).
Confindustria ha ribadito il giudizio positivo sull’impegno della Commissione Europea per l’eliminazione degli ostacoli fiscali che ancora impediscono la realizzazione del mercato unico, con riferimento alle attività d’impresa transnazionali.
In questa ottica Confindustria, pur rinviando ad una fase successiva l’approfondimento degli aspetti tecnici di dettaglio e degli impatti economici della proposta, ha indicato di ritenere sin d’ora possibile esprimere un parere positivo sulla proposta CCCTB, a condizione che 1) si tratti di un regime opzionale per le imprese, 2) si preveda sin dall’inizio il consolidamento, ovvero la possibilità di compensazione di profitti e perditi, 3) si tratti di un regime che comporti semplificazioni e non maggiori oneri per le imprese.
Si tratta di una proposta ambiziosa che, seppur di complessa attuazione, può avere potenziali effetti dinamici importanti sull’economia, grazie alle prospettive di riduzione dei costi e di maggiore certezza e stabilità normativa per le imprese, e di correlati aumenti di produttività, di occupazione, e di attrattività per gli investitori multinazionali. Risultati che sarebbe impossibile ottenere con interventi individuali dei singoli Stati.
Il livello raggiunto in Italia dal prelievo fiscale sui fattori produttivi costituisce da tempo un serio elemento di svantaggio rispetto agli altri paesi industrializzati, con effetti negativi su crescita e occupazione.
Su impulso dell’ing. Pieralisi, componente del Comitato Tecnico Fisco di Confindustria e presidente della Commissione Confindustria per la lotta all’evasione fiscale, Confindustria ha curato in collaborazione con la Deloitte uno studio che confronta il tax rate effettivo sugli utili di un’impresa in quattro tra i più importanti Paesi dell’Unione Europea: Francia, Germania, Regno Unito e Spagna.
Nella prima parte dello studio si individua l’onere fiscale gravante su una società per azioni residente in Italia, e lo si confronta con l’onere fiscale che la stessa società avrebbe subito applicando le regole fiscali di ciascuno dei Paesi considerati. Nella stima dell’onere fiscale sono state prese in considerazione, oltre alle imposte sul reddito, anche le altre principali forme di imposizione che nei paesi in esame gravano sulle società: ad esempio, le imposte locali sugli affari, le imposte sugli immobili, le imposte di solidarietà sociale ed altre specifiche imposte locali. Inoltre, è stata analizzata anche la tassazione del reddito in capo al socio, dopo l’assolvimento delle imposte dovute sull’utile prodotto e distribuito.
Il risultato generale conferma che l’imposizione fiscale complessiva in rapporto al reddito imponibile (effective tax rate) risulta ampiamente superiore in Italia (58%) rispetto alla Germania (43%), al Regno Unito (40%) e alla Spagna (29%). Di poco diversa la situazione della Francia, dove il carico fiscale complessivo (60%) risulta lievemente superiore a quello italiano, per effetto dell’indeducibilità del compenso corrisposto ad amministratori esterni all’impresa.
Nella seconda parte dello studio, sono sintetizzate le disposizioni fiscali applicabili nei quattro Paesi considerati, in modo da evidenziare quali sono le determinanti delle differenze nel livello del prelievo sulle imprese. Il testo completo dello studio “Imposizione societaria – Regimi fiscali a confronto” è disponibile sul sito Internet di Confindustria nella Comunità Professionale Fisco o anche – per chi non avesse ancora richiesto la password di accesso alla Comunità – nella Sezione Da leggere / D