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Timestamp: 2018-01-22 02:24:02+00:00
Document Index: 11373342

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﻿ CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 18103 depositata il 14 settembre 2016 - La riformulazione dell'art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall'art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall'art. 12 delle preleggi, come riduzione al "minimo costituzionale" del sindacato di legittimità sulla motivazione - Studio Cerbone
CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 18103 depositata il 14 settembre 2016 – La riformulazione dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod. proc. civ., disposta dall’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, conv. in legge 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 delle preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione
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CORTE di CASSAZIONE sentenza n. 18103 depositata il 14 settembre 2016
LAVORO – RAPPORTO DI LAVORO – RICORSO IN CASSAZIONE – CANONI ERMENEUTICI – LICENZIAMENTO – MOTIVI DELL’APPLICAZIONE DEL CCNL
Con il primo motivo si allega la violazione dell’art. 84 CCNL in relazione all’art. 7 L. n. 300/70 e degli artt. 1362, 1363, 1364, 1366, 1371, 2070 nonché dell’art. 2697 c.c. degli artt 115 e 132 c.p.c. Il datore di lavoro era decaduto dall’intimare il recesso perché erano decorsi i dieci giorni previsti dall’art. 84 del CCNL per i dipendenti da aziende commerciali, contratto richiamato nella lettera di assunzione. La motivazione della sentenza impugnata non indicava i motivi per i quali si era, invece, ritenuto applicabile quello del terziario; si era richiamato il contratto di assunzione che richiamava il CCNL relativo alle aziende commerciali.
Con il secondo motivo si allega l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. La lettera di assunzione faceva riferimento al CCNL per le aziende commerciali.
Ritiene questo Collegio che la motivazione prima ricordata non soddisfi questi criteri in quanto si compone di due parti, la prima un rinvio per relationem alla sentenza di primo grado contrario ai principi espressi da questa Corte secondo cui il rinvio non può essere “formulato in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che alla affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (Cass., 11 giugno 2014, n. 13148; Cass., 16/12/2013, n. 28113; Cass., 11 maggio 2012, n. 7347; Cass., 12 agosto 2010, n. 18625; Cass., 11 giugno 2008, n. 15483; Cass., 2 febbraio 2006, n. 2268; Cass., 21 ottobre 2005, n. 20454)” (Cass. n. 11508/2016). La seconda parte consiste in un richiamo generico al contratto di assunzione che, invece, fa riferimento proprio al diverso contratto per le aziende commerciali. Nel complesso la motivazione non offre una ricostruzione accettabilmente precisa ed organica del “fatto di cui si discute”, ma o rinvia inammissibilmente a quanto accertato in primo grado o offre riscontri palesemente erronei laddove fa riferimento ad elementi più concreti, quindi al di sotto di quello che va ritenuto un “minimo costituzionale” come ritenuto anche dalle Sezioni unite di questa Corte. Come recentemente affermato da questa Corte “Infine, non sembra superfluo ricordare che il dovere di motivazione è imposto al giudice dall’art. 111, comma 6°, Cost., a garanzia del corretto esercizio dei suoi poteri decisori in conformità delle regole fondamentali che lo disciplinano, a partire dal principio di legalità fino alla garanzia della difesa e a tutti gli altri principi che attengono alla giusta e corretta amministrazione della giustizia. Tale dovere trova altresì consacrazione nell’art. 6 CEDU che, nonostante non contenga un riferimento letterate alla motivazione del provvedimenti giurisdizionali, è comunemente considerato come il fondamento normativo dell’obbligo della motivazione nell’ordinamento sovranazionale.
L’art. 6, sotto la rubrica “Diritto ad un equo processo”, sancisce infatti che “ogni persona ha diritto ad un’equa e pubblica udienza entro un termine ragionevole,davanti ad un tribunale indipendente ed imparziale, costituito per legge, ai fine della determinazione sia dei suoi diritti e delle sue obbligazioni di carattere civile, sia della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta. La sentenza deve essere resa pubblicamente Ma la Corte di Strasburgo, organo giurisdizionale volto ad assicurare il rispetto della CEDU da parte degli Stati contraenti, competente a pronunciarsi su “tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli” (art. 32, par. 1 CEDU), alla cui giurisdizione l’Unione si assoggetta, afferma che il requisito che la pronuncia della decisione sia pubblica, comporta, quale normale conseguenza, che la decisione debba essere motivata. Tali principi sono ora ribaditi nell’art. 47 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea. La Corte costituzionale italiana, con la sentenza n. 349/2007, cit., ha poi precisato che: “La Corte di Strasburgo garantisce l’esatta ed uniforme applicazione delle norme della Convenzione, essendone ad essa attribuita l’interpretazione centralizzata, ed avendo una competenza che si estende a tutte le questioni concernenti l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione e dei suoi protocolli, ciò che solo garantisce l’applicazione del livello uniforme di tutela all’interno dell’insieme del Paesi membri” (cfr. Cass. n. 11508/2016). Pertanto vanno accolti i due motivi, va cassata la sentenza impugnata con rinvio anche in ordine alle spese alla Corte di appello di Roma in diversa composizione che accerterà quale contratto collettivo fosse effettivamente applicabile al rapporto di lavoro di cui è processo. Gli ultimi due motivi concernenti nel merito la legittimità del recesso si intendono assorbiti dall’accoglimento del primi due.
Accoglie i primi due motivi di ricorso, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche in ordine alle spese alla Corte di appello di Roma in diversa composizione.