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Il referendum costituzionale spiegato a Stefano Ceccanti
Posted on 28 agosto 2016 by macosamidicimai	| Lascia un commento
Su il Foglio del 23 agosto Stefano Ceccanti scrive La logica del referendum costituzionale spiegata a Di Maio & co.
Ceccanti , costituzionalista e già deputato del PD, è tra i più attivi sostenitori della riforma costituzionale.
La domanda che regge tutto il suo articolo è “che strategia hanno i sostenitori del NO in caso di vittoria? Come gestiranno il dopo referendum?”
Ceccanti ci spiega che gli inglesi stanno sperimentando cosa voglia dire votare per la Brexit senza sapere come sarà gestita questa desiderata uscita … Allo stesso modo, Ceccanti chiede: come gestiranno il dopo referendum coloro che sostengono il NO alla riforma?
Risulta evidente a chiunque che come in un referendum abrogativo la direzione di marcia è indicata nelle volontà di chi propone l’abrogazione, in un referendum costituzionale la bocciatura della riforma indica che gli elettori ritengono preferibile tenersi la Costituzione vigente e non cambiarla con qualcosa che considerano peggiorativo.
E’ stata una precisa volontà dei parlamentari approvare una sola riforma con tanti aspetti eterogenei, costringendo così l’elettore attento a pesare aspetti positivi e negativi per giungere a u giudizio sintetico: SI o NO.
La domanda di Ceccanti sottende la valutazione, tutta da dimostrare, che una riforma della Costituzione sia indispensabile.
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Caro Senato, quanto ci costi?
Posted on 12 luglio 2016 by macosamidicimai	| Lascia un commento
Per comprendere quali siano i costi del Senato della Repubblica italiana andiamo a curiosare nel bilancio 2015 già approvato dal Senato. Lo potete consultare a questo link http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/935006.pdf
Scopriamo che nel 2015 il Senato è costato complessivamente euro 540.500.000,00 insomma poco più di mezzo miliardo di euro.
Di questa cifra ben 233.595.000,00 euro sono per “Trattamento dei Senatori cessati dal mandato” e “Trattamento del personale in quiescenza” e altre spese previdenziali: una quota che rappresenta circa il 43%.
Il personale di ruolo è costato euro 102.080.000,00 pari al 19% circa del totale e il personale non di ruolo euro 21.430.000,00 apri al 4% del totale.
I Trasferimenti ai Gruppi parlamentari ammontano a euro 21.350.000,00 e il Rimborso delle spese elettorali ammonta euro 17.250.000,00; complessivamente un altro 7% del totale.
I Servizi logistici (Servizi esterni di gestione, Servizi di pulizia, Traslochi e facchinaggio, Smaltimento rifiuti) euro 5.379.500,00 e per Manutenzione ordinaria euro 6.286.900,00; queste due voci rappresentano un altro 2% del totale.
Per IRAP e altre imposte varie sono stati spesi euro 20.800.000,00 (soldi che quindi sono rientrati nelle casse pubbliche) pari al 4% circa del totale.
Senza andare a verificare le altre voci, abbiamo già compreso che il 79% del costo del Senato non è scalfito dalla riforma costituzionale.
Il restante 21% rappresenta il risparmio che sarebbe prodotto dalla riforma costituzionale? NO, perché le utenze, i servizi informatici e i costi relativi al funzionamento dei senatori dopolavoristi comporteranno inevitabilmente dei costi.
In definitiva, le Competenze dei Senatori ammontano a euro 42.185.000,00; su questi importi gravano le imposte che ciascun senatore paga; diciamo che il costo effettivo a carico delle casse pubbliche è di circa 28 milioni.
I Rimborsi di natura indennitaria delle spese sostenute per lo svolgimento del mandato ammontano a euro 37.266.000,00; diciamo che riducendo a un terzo circa i senatori, qualcuno sopporterà un terzo di questo importo e calcolando che sull’importo residuo gravano in ogni caso delle imposte che rientrano nelle casse pubbliche, il risparmio effettivo è di altri circa 20 milioni.
In definitiva tutto questo bailamme sul Senato di dopolavoristi per risparmiare 48 milioni e altre cifre derivanti dalla riduzione dei costi di cancelleria, caffetteria (nel 2015 ben 1.630.000 euro; immaginando di ridurre di due terzi da qui avremo circa 800.000 euro risparmiati) o nei servizi informatici (che complessivamente rappresentano circa 9 milioni di costi)… A essere generosi tutta la riforma del Senato porterebbe a circa 60 milioni complessivi di risparmio.
Facile intuire che questa cifra o una parte importante di essa si poteva con certezza risparmiare riducendo le indennità e le diarie (non previste dalla Costituzione vigente) a tutti i parlamentari con una semplice legge ordinaria. D’altra parte è lo stesso Renzi ad affermare (31 maggio 2016) che “abbiamo il numero di parlamentari più costoso al mondo”; ragionevolezza imponeva di ridurre il costo di tutti i parlamentari con una semplice legge ordinaria, che questa maggioranza non avrebbe avuto difficoltà ad approvare considerando che è così bramosa di ridurre i costi della politica. Poi, con la riforma si poteva ridurre anche il numero dei parlamentari, magari con equilibrio agendo su entrambe le camera.
Ma poi come avrebbero fatto a solleticare i dilaganti populismi?
Della serie tanto fumo negli occhi!
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Il Nuovo Bicameralismo
Posted on 6 giugno 2016 by macosamidicimai	| Lascia un commento
Ancora una volta con la riforma costituzionale targata Boschi – Renzi è stata persa l’occasione per superare il bicameralismo.
Se questa riforma costituzionale fosse approvata, passeremmo dall’attuale bicameralismo paritario al bicameralismo asimmetrico, che potrebbe essere fonte di nuovo caos, inefficienze, inciuci, malaffare e veti incrociati.
Avremo due camere legislative con potere differenziato.
Tutti i governi sono sempre stati sostenuti dalle stesse forze politiche in entrambe le camere; quindi, se il bicameralismo è la palude della politica, evidentemente sono i partiti che hanno utilizzato il passaggio da una camera all’altra per contrattare.
Ebbene, domani succederà la stessa cosa in tutti gli ambiti in cui il passaggio senatoriale è inevitabile.
Infatti, il Senato sarà eletto con metodo proporzionale (art. 57 comma 2° del testo della nuova Costituzione) e in base alle meticolose norme transitorie indicate dall’art 39 del DDL Boschi; rifletterà, dunque, i rapporti di forza esistenti nelle Regioni.
I senatori saranno espressione dei partiti da cui provengono e potranno rappresentare le nuove sabbie mobili in cui affondare l’azione della maggioranza che sostiene l’esecutivo.
In base alla composizione dei Consigli, da cui scaturirà il nuovo Senato, nessuno presumibilmente avrà la maggioranza e se il Senato si metterà di traverso, renderà dura la vita alla maggioranza della Camera e al Governo e potrebbe impedire l’attuazione della stessa nuova Costituzione. Per fare un solo esempio, perché il Senato possa svolgere la funzione di raccordo tra le Regioni e tra le Regioni e lo Stato occorre una legge bicamerale di attuazione della Costituzione perché la riforma non individua procedure e strumenti.
Il Senato conserva la pienezza dell’iniziativa delle leggi, art. 71 comma 1° della Costituzione; può approvare qualsiasi legge su qualsiasi materia e se lo fa con la maggioranza assoluta dei propri componenti, la Camera dovrà deliberare entro sei mesi.
La funzione legislativa del Senato è stata limitata, ma non si può affermare che non sarà una camera legislativa e non si può affermare che le due camere fanno cose differenti.
La realtà è che i dopolavoristi del Senato non saranno messi nelle stesse condizioni dei colleghi Deputati nell’espletamento delle proprie funzioni.
Il Senato avrà fin troppi poteri. Cosa che rende questa riforma contorta e arzigogolata.
Il Senato, oltre a esercitare le funzioni legislative con i nuovi limiti previsti, ha competenza piena su
leggi costituzionali (la riforma ne prevede diverse)
leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, i referendum propositivi,
leggi che determinano l’ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni e delle Città metropolitane
disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni (indispensabili per superare le province),
norme generali, forme e termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea,
leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all’appartenenza dell’Italia all’Unione europea,
l’ordinamento di Roma capitale,
ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti l’organizzazione della giustizia di pace, le disposizioni generali e comuni per le politiche sociali, le politiche attive del lavoro e l’istruzione e formazione professionale, il commercio con l’estero, il governo del territorio …
In tutti questi ambiti è ineludibile il passaggio al Senato.
Inoltre, il Senato
– valuterà l’attività delle pubbliche amministrazioni,
– verificherà l’attuazione delle leggi dello Stato,
– esprimerà pareri sulle nomine di competenza del Governo,
– parteciperà all’elezione del Presidente della Repubblica e ai membri del Consiglio Superiore della Magistratura
– nominerà due giudici della Corte Costituzionale…
Importanti funzioni, dunque, ma allo stesso tempo la modifica dell’art 55 della Costituzione rende la sola Camera dei Deputati rappresentativa della Nazione, però i senatori godranno delle stesse tutele dei deputati.
Chissà cosa succederà il giorno in cui sarà arrestato un Consigliere regionale dopolavorista Senatore.
Se questo pasticciato sistema fosse in vigore già da qualche anno, Fiorito, Minetti, Bossi il Trota… sarebbero potuti essere Senatori.
Dal bicameralismo paritario a quello pasticciato: la riforma non risolve alcun problema.
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Il Senato delle Istituzioni territoriali
Se la riforma costituzionale sarà approvata con referendum, il Senato non dovrà più dare la fiducia al Governo, sarà formato da un sindaco per regione e un numero di consiglieri rapportato al peso demografico di ciascuna regione. Sindaci e Consiglieri saranno scelti da ciascun Consiglio regionale; a questi si sommeranno cinque senatori scelti dal Presidente della Repubblica tra i “cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario”, per un totale di 100 senatori.
Il Senato non rappresenterà più la Nazione, privilegio che spetterà solo alla Camera dei deputati, ma sarà rappresentativo delle Istituzioni Territoriali (art 57 della nuova Cost).
Poiché ciascun Consiglio sceglierà con metodo proporzionale chi inviare al Senato, non si sa in base a quali previsioni e strumenti il Senato rappresenterà le Istituzioni territoriali. Al massimo i senatori rappresenteranno i partiti che li hanno espressi; infatti, non rappresentano i Governi regionali, come avviene in Germania, e non hanno vincolo di mandato.
La funzione del nuovo Senato è una vuota enunciazione.
Poiché si potrà formare in Senato una maggioranza di segno opposto a quella della Camera e, in ogni caso, a ogni senatore è riconosciuta la funzione legislativa (art 71 nuova Cost, nel 1° comma identico alla vecchia), è forte il rischio che si generi uno stato di perenne conflitto con l’altra camera.
Questi rischi sono concreti e riconosciuti persino da tanti sostenitori della Riforma.
Posso convenire, con i sostenitori della Riforma, che la causa di questo compromesso sia da ricercare nel fatto che nessun partito sostenne la soluzione alternativa proposta da Giorgio Tonini (PD), consistente nel replicare il modello tedesco, con un Senato composto dai Presidenti delle Giunte regionali, ma ciò non consente di concludere che poiché su questa formula non c’era accordo, il miglior compromesso fosse ripiegare sulla soluzione descritta, quella approvata, appunto.
Detta così, sembra che non ci fosse altra soluzione, invece il problema nasce da una camicia di forza indossata sin dall’inizio dell’era Renzi per obbedienza a un patto privato tra due segretari di partito. Patto che ha imposto il Senato con elezione indiretta, insieme ad altri punti.
Si poteva prevedere un Senato eletto dai cittadini per dare vita a una assemblea in grado di elaborare un “indirizzo politico repubblicano”, pur rappresentando le Istituzioni territoriali, e quindi con la funzione di individuare e stabilire i confini tra competenze statali e regionali, realizzando un centro istituzionale in cui i conflitti tra Stato e Enti locali potessero trovare la soluzione.
Il Senato così sarebbe stato avviato verso una nuova cultura politica e istituzionale in grado di affrontare e risolvere il contenzioso che caratterizza e caratterizzerà i rapporti tra Stato e Enti locali.
Non si tratta di pensare a soluzioni fantasiose, ma di attenzione istituzionale.
La Corte Costituzionale, più volte intervenuta nel contenzioso Stato-Regioni, con la sentenza n. 6/2004 ha indicato che la “perdurante assenza di una trasformazione delle istituzioni parlamentari e, più in generale, dei procedimenti legislativi” ha impedito che si realizzasse il principio autonomistico della riforma del Titolo V del 2001. Ciò che è mancato sono sedi istituzionali, strumenti e procedure che garantissero il coinvolgimento delle autonomie nel circuito decisionale della legislazione di livello nazionale. Quale occasione migliore della riforma del Senato per renderlo rappresentativo delle Istituzioni territoriali e in grado di fungere da raccordo tra le Regioni e tra lo Stato e le Regioni?
Allora, la scelta non era tra “mantenere l’attuale assetto che esclude la voce delle Regioni dal processo di formazione delle leggi dello Stato” o “un compromesso appoggiato da un ampio arco di partiti che conduce a questo risultato”… perché il risultato è tutto da inventare e non è stato creato alcun presupposto per crearlo. E’ vero che per giungere a questo risultato occorre che maturi una cultura politica condivisa, ma è ancor più vero che perché maturi occorre favorirla. E scegliere tra i gruppi consiliari qualche consigliere da mandare in Senato non è certo il modo migliore per favorire questa nuova cultura.
Se invece l’obiettivo era il risparmio di 315 stipendi, allora bastava dimezzare il numero dei Deputati e dei Senatori: risultato maggiore con molta semplicità e senza creare ulteriore confusione e inefficienza.
Sembra ormai la Repubblica dei costituzionalisti della banana con scontrino.
Le Regioni sono da molti anni al centro di tutto il sistema di corruzione e malaffare che infesta l’Italia. Però, senza attuare alcuna riforma dei Partiti, si decide di affidare alla più discreditata categoria di politici il compito di formare il Senato della Repubblica. Un bel regalo alla partitocrazia e ai comitati d’affari che inquinano le Istituzioni. Il rischio maggiore è avere un Senato dei Consigliori.
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