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Timestamp: 2019-01-23 16:01:22+00:00
Document Index: 118988026

Matched Legal Cases: ['art. 474', 'art. 475', 'art. 2699', 'art. 2702', 'art. 480', 'art. 481', 'art. 481', 'art. 739', 'art. 739']

Accettazione dell’eredità, espressa o tacita
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Accettazione dell’eredità, espressa o tacita – l’azione c.d. ‘Interrogatoria’
Chi è chiamato all’eredità – l’erede – di un defunto può acquisirla solo mediante la cosiddetta ‘accettazione’, che può essere espressa o tacita (art. 474 cod. civ.).
L’accettazione è lo strumento con il quale l’erede di una persona defunta acquista l’eredità, ovvero acquisisce la titolarità dei beni e dei diritti che già appartenevano al defunto; come detto, l’accettazione dell’eredità può essere manifestata in modo espresso ovvero tacito, e può essere pura e semplice (senza riserve quindi, di talché il patrimonio del defunto si ‘fonde’ con quello dell’erede e diventa un tutt’uno), oppure con beneficio di inventario, quando l’erede – in sostanza – non risponde con il suo patrimonio di eventuali debiti del defunto (non si verifica alcuna ‘fusione’, cioè, tra il patrimonio del defunto e quello dell’erede).
Nulla quaestio in caso di accettazione espressa. Secondo l’art. 475 cod. civ., infatti, l’accettazione è espressa quando, in un atto pubblico (art. 2699 cod. civ.) o in una scrittura privata (art. 2702 cod. civ.), il chiamato all’eredità ha dichiarato di accettarla oppure ha assunto il titolo di erede. E’ nulla la dichiarazione di accettare sotto condizione o a termine. Parimenti è nulla la dichiarazione di accettazione parziale di eredità.
L’accettazione tacita di eredità, invece, che si ha quando il chiamato all’eredità compie un atto che presuppone la sua volontà di accettare e che non avrebbe diritto di compiere se non nella qualità di erede, può essere desunta anche dal comportamento del chiamato, che abbia posto in essere una serie di atti incompatibili con la volontà di rinunciare o che siano concludenti e significativi della volontà di accettare; ne consegue che, mentre sono inidonei allo scopo gli atti di natura meramente fiscale, come la denuncia di successione, l’accettazione tacita può essere desunta dal compimento di atti che siano al contempo fiscali e civili, come la voltura catastale, che rileva non solo dal punto di vista tributario, ma anche da quello civile per l’accertamento, legale o semplicemente materiale, della proprietà immobiliare e dei relativi passaggi (Cass. Civ., Sez. II, 11.05.2009, n. 10796).
A conferma di tale orientamento giurisprudenziale, gli Ermellini hanno rappresentato (Cass. Civ., Sez. II, 03.03.2009 n. 5111) che: «La mera richiesta di trascrizione di un atto di acquisto relativo a una successione ereditaria, trattandosi di un adempimento caratterizzato da finalità conservative, è privo di rilevanza ai fini di una sua configurazione come accettazione tacita dell’eredità, in quanto inidoneo ad esprimere in modo certo l’intenzione univoca di assumere la qualità di erede».
Nel dettaglio, l’accettazione tacita può risultare: (i) da una dichiarazione: a) vendita, b) promessa di vendita, c) donazione o proposta contrattuale in ordine ad un bene ereditario; d) accettazione di somme di pertinenza dell’asse ereditario; e) concessione di ipoteca su beni ereditari; ovvero (ii) da un comportamento: a) pagamento, anche in proprio favore, di un debito ereditario con denaro prelevato dall’asse; b) conferimento di un mandato a compiere atti relativi all’amministrazione dei beni ereditari; c) istanza per la voltura catastale dei beni immobili del defunto; d) la riscossione di un assegno rilasciato al de cuius in pagamento di un suo credito; e) l’istanza, avanzata dal chiamato, di voltura di una concessione edilizia già richiesta dal de cuius; f) gestione di affari; ovvero ancora (iii) dall’inizio di un’azione giudiziaria: a) azione di riduzione; b) domanda per la pronuncia d’indegnità; c) azione di petizione; d) simulazione; e) impugnativa di disposizioni testamentarie; f) divisione ereditaria; g) esercizio di un’azione di risoluzione di un contratto stipulato dal de cuius; h) mancata opposizione a decreto ingiuntivo; i) ricorso alla commissione tributaria contro l’avviso di accertamento del maggior valore notificato dall’amministrazione finanziaria e la successiva stipulazione di un concordato per la definizione della controversia, non trattandosi di atti meramente conservativi, tendendo invece alla definitiva soluzione della questione fiscale; l) esperimento da parte del chiamato dell’azione di regolamento di confini in quanto atto che eccede la mera gestione conservativa dei beni dell’asse ereditario.
L’erede non deve immediatamente decidere se accettare o non accettare l’eredità, poiché il termine di prescrizione del diritto di accettare l’eredità, secondo l’art. 480 cod. civ., è di dieci anni e decorre dal giorno della morte del defunto. In altri e più chiari termini, decorsi dieci anni, si perde il diritto di accettare e si perde ogni diritto sull’asse ereditario, che si devolve secondo le regole stabilite per legge. Detto termine, però, può essere abbreviato in due modi: (i) il defunto stesso, nel testamento, può prevedere un breve termine di decadenza per l’accettazione dell’eredità da parte dell’erede; (ii) chiunque vi abbia interesse (pensiamo, a titolo esemplificativo, ad un creditore personale del chiamato, o ad un creditore del de cuius) può chiedere al Tribunale del luogo ove si aperta la successione che sia fissato un termine entro il quale il chiamato dichiari se accetta o se rinunzia all’eredità; si tratta, in questo caso, della azione c.d. “interrogatoria”. Trascorso questo termine senza che abbia fatto la dichiarazione, il chiamato perde il diritto di accettare l’eredità (art. 481 cod. civ.).
Si tratta, quest’ultimo, di un istituto di grande importanza sotto il profilo pratica, assolutamente rilevante cioè nell’esperienza quotidiana, avendo la funzione di contemperare l’interesse del chiamato ad accettare con l’interesse di altri soggetti ad avere certezza circa la titolarità del patrimonio ereditario, individuandosi, questi altri soggetti, a titolo esemplificativo, nei chiamati in subordine, nei legatari o nei creditori che abbiano diritti verso l’eredità, nell’esecutore testamentario, nel curatore dell’eredità giacente, etc..
Peraltro, la norma (481 cod. civ.) utilizza volutamente una formula di estrema ampiezza e genericità per comprendere tutte le ipotesi meritevoli di tutela [“Chiunque vi ha interesse”], la cui valutazione viene dunque rimessa al concreto esame del giudice.
Di seguito, un modello di una possibile istanza di fissazione di un termine per l’accettazione dell’eredità.
AL TRIBUNALE DI ______
Il sottoscritto Avv. _________, [non è necessario il patrocinio di un legale], rappresentante per procura del Sig. ___________, elettivamente domiciliato in ___________,
ESPONE QUANTO DI SEGUITO:
Moriva in ________, addì _________, il Sig. __________, ivi domiciliato, senza lasciare testamento. Il parente più prossimo è il fratello, Sig. ___________, domiciliato in ___________ Via _________ n. __________ che, tuttavia, a distanza di _________ mesi dalla apertura della successione, non ha preso possesso dei beni, né ha posto in essere un qualunque comportamento teso ad una accettazione tacita ovvero espressa dell’eredità.
Il ricorrente Sig. ____________, zio del defunto, sarebbe chiamato all’eredità se il Sig. ______ rinunziasse.
Poiché è evidente l’interesse del ricorrente come chiamato in subordine, il sottoscritto
codesto Ecc.mo Tribunale, a norma dell’art. 481 cod. civ. e 749 c.p.c. fissi al Sig. _________ un termine, entro il quale egli dichiari se accetta o rinunzia all’eredità.
Ai sensi e per gli effetti della legge 23.12.1999, n.488, e successive modifiche ed integrazioni, il sottoscritto dichiara che il presente procedimento è di valore indeterminabile.
_______, lì__________
Il Tribunale fissa con decreto l’udienza di comparizione del ricorrente e della persona alla quale il termine deve essere imposto e stabilisce il termine entro il quale il ricorso ed il decreto devono essere notificati, a cura del ricorrente, alla persona stessa.
Una volta sentite entrambe le parti e valutata la sussistenza dei presupposti di fatto posti a fondamento del ricorso, il giudice provvede con ordinanza che potrà avere ad oggetto la fissazione del termine o, diversamente, il rigetto dell’istanza.
Detto provvedimento è soggetto a reclamo dinanzi al Tribunale in composizione collegiale (e non davanti alla corte d’appello come previsto ex art. 739 c.p.c.) che deciderà in Camera di Consiglio, dopo aver ascoltato gli interessati.
Il reclamo va proposto entro il termine perentorio di dieci giorni, con precisazione che il dies a quo per la decorrenza di questo termine è la comunicazione del provvedimento (ad opera della cancelleria) se è dato nei confronti di una sola parte, o la notificazione, se dato in confronto di più parti (art. 739 c. 2 c.p.c.).
E’ fatto divieto al giudice che ha deciso in prime cure, di fare parte del collegio giudicante in fase di reclamo.