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Timestamp: 2019-11-22 06:17:42+00:00
Document Index: 33112639

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 244', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2697', 'art. 2051', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 345', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 253', 'sentenza ']

Infortuni in edificio pubblico e risarcimento danni: non occorre dimostrare l'insidia - Corte di cassazione civile - sentenza n. 19653/04 del 01/10/2004
Infortuni in edificio pubblico e risarcimento danni: non occorre dimostrare l'insidia
sentenza 19653/04 del 01/10/2004
Nella sentenza de qua una donna chiedeva il risarcimento danni al comune per una caduta in un palazzetto dello sport di proprieta' del comune stesso.
La Suprema Corte afferma qui il principio secondo cui il cittadino, in casi di infortuni in edifici pubblici, ha diritto al risarcimento del danno senza l'incombenza di dover dimostrare l'esistenza dell'insidia o del trabocchetto, bensi' occorre dimostrare soltanto l'evento dannoso e il nesso causale fra la cosa e la sua verificazione.
Suprema Corte di Cassazione, Sezione Terza civile, sentenza n.19653/2004
1. Con atto di citazione notificato il 15 febbraio 1995, (...) conveniva in giudizio avanti al Tribunale di Napoli, il Comune di Napoli, per sentirlo condannare al risarcimento dei danni subiti il 17 dicembre 1994, alle 21, in conseguenza di una caduta, determinata dal sollevamento della copertura antiscivolo di una rampa del Palazzetto dello Sport, che presentava una notevole sporgenza di materiale in plastica, non segnalata né protetta.
Il Comune convenuto si costituiva contestando l'avversa domanda e, previa autorizzazione, chiamava in causa, a garanzia e per l'eventuale rivalsa, la (...), che restava contumace.
L'adito Tribunale rigettava la domanda e compensava le spese, ritenendo che dalla prova per testi non fosse emersa l'esistenza dei presupposti della c. d. insidia o trabocchetto, cioè sul piano oggettivo la non visibilità e su quello soggettivo la imprevedibilità, essendo risultato che la sporgenza della copertura antiscivolo era "notevole", onde non costituiva pericolo occulto ed era evitabile con l'uso della normale diligenza.
Contro la sentenza proponeva appello la (...), argomentando a sostegno: che la copertura antiscivolo, ancorché notevole ed ingombrante, non si poteva ritenere visibile, stante l'ora notturna, tanto che due testi escussi avevano dichiarato di non averla vista prima della caduta della (...); che il primo giudice non aveva considerato che non vi erano segnalazioni o protezioni; e che sul Comune gravava la presunzione di responsabilità ex art. 2051 cod. civ. [1] , nella qualità di custode dell'immobile, il che rendeva sufficiente per l'attrice la sola prova dell'evento dannoso e del nesso causale. In subordine l'appellante chiedeva di essere ammessa a provare per testi la scarsa illuminazione del Palazzetto dello Sport all'atto dell'evento, il colore nero della copertura antiscivolo e, dunque, la sua non visibilità nell'oscurità, nonché la presenza, sul posto, di una calca di persone in uscita, che limitava ulteriormente la visibilità.
2. Con sentenza del 23 marzo 2001 la Corte d'Appello di Napoli rigettava l'appello (con compensazione delle spese) sulla base delle seguenti ragioni:
a) non era configurabile una responsabilità extracontrattuale della P.A., in quanto tenuta a curare la manutenzione del Palazzetto dello Sport, giacché occorreva all'uopo la dimostrazione del nesso causale tra l'evento ed una situazione di pericolo occulto, non percepibile dall'utente con l'uso della normale diligenza, la c. d. insidia, "figura sintomatica di colpa elaborata dalla giurisprudenza per distribuire fra le parti l'onere probatorio", atteso che dalla destinazione all'uso pubblico discendeva l'obbligo dell'ente di assicurare lo svolgimento del medesimo in condizioni di regolarità e senza pericolo per gli utenti, in osservanza del generale principio del neminem laedere e, dunque, di evitare la verificazione di elementi insidiosi;
b) le testimonianze escusse in primo grado avevano evidenziato il carattere notevole della sporgenza del tappetino di gomma antiscivolo presente sul percorso in uscita del pubblico dalla manifestazione appena svoltasi, in cui era inciampata la (...), quindi, di un'anomalia non segnalata né transennata, ma di grosse dimensioni "e pertanto tale da venire presumibilmente, in condizioni ordinarie, notata ed evitata";
d) peraltro, il sinistro, occorso ad una donna di cinquantatré anni era avvenuto non all'esterno, in condizioni in cui difettava la luce naturale, ma in un luogo pubblico, "da ritenersi illuminato, come si verifica di norma";
e) apparivano rilevanti le circostanze ulteriori che l'appellante intendeva dimostrare, ma la prova richiesta non era ammissibile, "in quanto formulata in violazione del principio di infrazionabilità dei mezzi di prova, ricavabile dall'art. 244 coma 2 C.P.C., secondo il quale la novità, in sede di gravame, di una prova testimoniale, rispetto a quella espletata in primo grado, può configurarsi solo allorquando essa attenga a circostanze del tutto diverse e distinte da quelle già oggetto della prova assunta, senza tendere ad inficiarne le risultanze, mediante la surrettizia prospettazione di modalità nuove in ordine allo svolgimento delle vicende accertate..., mentre nel caso di specie l'esame dei testi è previsto su circostanze strettamente connesse ai fatti provati in primo grado, destinate a connotarli diversamente e a consentire la formazione di un convincimento opposto a quello espresso dal primo giudice, ovviando al difetto di prova che ha comportato il rigetto della domanda risarcitoria";
f) sulla base delle risultanze processuali formatesi nel primo grado restava, pertanto, indimostrata la responsabilità ex art. 2043 cod. civ. ed andava "condiviso il giudizio di infondatezza della domanda espresso dal primo giudice sotto il profilo evidenziato";
g) restava, del resto, esclusa la configurabilità di una responsabilità da custodia ex art. 2051 cod. civ., sia perché "buona parte della giurisprudenza ritiene necessario che anche in tal caso si renda configurabile una situazione di pericolo occulto, connotato dalla non visibilità e dalla non prevedibilità", che era esclusa in base ai rilievi già svolti a proposito dell'invocazione dell'art. 2043 cod. civ., sia perché doveva considerarsi che nei confronti degli enti pubblici e riguardo ai beni demaniali o patrimoniali, la notevole estensione e le generalizzate modalità di uso del bene, non rendevano possibile un continuo ed efficace controllo, idoneo ad impedire l'insorgenza di cause di pericolo per gli utenti, onde solo in difetto di uso diretto della collettività si poteva ricollegare alla P.A. l'obbligo di un'adeguata vigilanza.
3. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione in data 29 maggio 2001 la (...), sia contro il Comune di Napoli, sia contro la (...), chiedendone la cassazione sulla base di quattro motivi.
Ha resistito con controricorso soltanto il Comune di Napoli.
l. Con il primo motivo si deduce violazione e falsa applicazione del combinato disposto di cui agli artt. 2051 e 2697 cod. civ. in relazione al n. 3 dell'art. 360 e si propone connessa censura di illogicità, contraddittorietà ed insufficiente motivazione.Nell'illustrazione del motivo si premette che sull'accertamento del nesso causale tra il sollevamento della copertura antiscivolo e la caduta della (...) (con la conseguenza del verificarsi per la stessa della frattura del terzo medio della mano destra) non vi era stata contestazione e/o impugnazione da parte del Comune e, quindi, sul punto si doveva ritenersi formato giudicato.
L'impugnata sentenza avrebbe errato nell'applicare l'art. 2051 in relazione all'art. 2697 cod. civ., là dove ha ritenuto che incombeva ad essa ricorrente attrice di dare la prova che l'evento dannoso era riconducibile ad una situazione di pericolo occulto (insidia o trabocchetto). Viceversa, il custode, anche quando si tratti di P.A. (per cui l'art. 2051 opererebbe, in quanto essa non ha solo l'obbligo di manutenzione ex art. 5 del r.d. n. 2056 del 1923, ma anche quello di custodia), per liberarsi dalla presunzione di responsabilità per il danno cagionato dalla cosa, deve provare che esso si è verificato per caso fortuito, non ravvisabile come conseguenza della mancanza di prova, da parte del danneggiato, dell'esistenza dell'insidia, che questi, invece, non deve provare - così come non ha l'onere di provare la condotta commissiva od omissiva del custode - essendo sufficiente che provi l'evento dannoso ed il nesso di causalità con la cosa [vengono citate Cass. n. 4070 del 1998 e Cass. n. 12500 del 1995]. D'altro canto, la prova del caso fortuito risiederebbe nella dimostrazione di un fatto avente i caratteri dell'imprevedibilità ed inevitabilità, che non ricorrerebbero nell'evento che può essere prevenuto dal custode attraverso l'esercizio dei normali poteri di vigilanza che gli competono.
L'impugnata sentenza avrebbe, in realtà, interpretato il contenuto dell'art. 2051 assumendo come ratio decidendi il generale principio del neminem laedere, di cui all'art. 2043 cod. civ.
Con il secondo motivo si lamenta violazione o falsa applicazione del combinato disposto degli artt. 2051 e 2697 cod. civ. e omessa motivazione su un punto decisivo della controversia ex n. 5 del 360.
Erroneamente la Corte d'Appello avrebbe ritenuto inapplicabile l'art. 2051, sulla base del principio per cui nei confronti degli enti pubblici l'applicazione di tale norma dovrebbe fare i conti, relativamente a beni demaniali o patrimoniali, col fatto che la notevole estensione e generalizzazione delle modalità di uso non renderebbero possibile un continuo ed efficace controllo, idoneo ad impedire l'insorgenza di cause di pericolo, onde solo in difetto di uso diretto della collettività, sarebbe ricollegabile alla P.A. l'obbligo di adeguata vigilanza. In particolare, la corte napoletana non avrebbe motivato sulle ragioni per le quali il Palazzotto dello Sport di Napoli sarebbe ricompreso tra i beni aventi i requisiti della "notevole estensione e delle generalizzate modalità d'uso". Viceversa, tale manufatto, costituito da struttura in cemento armato e travi di ferro, sarebbe di dimensioni limitate (20.000 mq.) e soggetto alla ordinaria manutenzione degli operai comunali e, quindi, non riconducibile ai luoghi (ad es. scavi, grotte, arenili, vulcani) che la giurisprudenza della C.S. avrebbe ritenuto sfuggire ad un controllo continuo della P.A., che invece sarebbe configurabile per i luoghi di dimensione ristretta, che restano sottoposti al suo controllo (strade, edifici, complessi immobiliari).
Con il quarto motivo si deduce violazione e falsa applicazione dell'art. 345 c. p.c. per erronea valutazione di novità delle prove e connessa contraddittorietà di motivazione sotto il profilo che l'imputata sentenza, pur essendosi posta il problema delle condizioni di visibilità riconducibili all'illuminazione, avrebbe contraddittoriamente escluso che le circostanze su cui era stata richiesta la prova in appello fossero nuove, ancorché vertessero sulla scarsa visibilità.
D'altro canto, la novità della prova sussisterebbe in appello sia quando si tratti di mezzo di prova diverso da quello assunto in prime cure, sia quando si tratti dello stesso mezzo di prova, ma esso verta su fatti diversi [vengono citate Cass. n. 3808 del 1995 e n. 1719 del 2001]. La sentenza impugnata avrebbe trascurato tali principi ed omesso di motivare sulla loro applicazione.
Va semmai rilevato che gli altri due motivi - afferendo a doglianze che pertengono a questioni le quali, in base al tessuto motivazionale della sentenza di appello, sembrerebbero concernere sia la negazione della responsabilità ex art. 2043, sia di quella ex art. 2051 - appaiono astrattamente riferibili alla decisione impugnata, tanto sotto l'uno quanto sotto l'altro profilo. Tuttavia, in assenza di precisi indici rivelatori dell'effettiva volontà della ricorrente di porre in discussione la sentenza impugnata rispetto al profilo concernente la negazione della responsabilità ex art. 2043 cod. civ., detti motivi, in coerenza con la riferibilità dei primi due motivi esclusivamente all'erronea applicazione dell'art. 2051 cod. civ., vanno considerati strumentali soltanto rispetto alla motivazione della sentenza impugnata in punto di negazione della responsabilità alla stregua di tale norma.
L'assunto è smentito dall'affermazione contenuta nella pagina numero sei della sentenza impugnata. Ivi, infatti, si legge che "nel caso concreto, le risultanze processuali hanno dato conto dello stato dei luoghi, così come descritto in citazione, avendo i testi confermato le circostanze di cui ai capi 1, 2 e 3 dell'atto indicato, e pertanto il carattere notevole della sporgenza del tappetino di gomma antiscivolo nella quale è inciampata l'infortunata [...]". Anche senza considerare i capitoli di prova cui il passo della decisione fa riferimento (cosa che questa Corte potrebbe fare, trattandosi di delibare la verificazione di un giudicato interno), fu di tutta evidenza che l'espresso riferimento all'essere l'infortunata inciampata nella sporgenza del tappetino di gomma, palesa una chiara affermazione da parte della sentenza impugnata del nesso di causalità fra l'evento della caduta e l'anomalia presente nel tappetino. Onde, correttamente la ricorrente deduce che su tale punto, non essendovi stata impugnazione da parte del resistente, si è formata cosa giudicata.
Infatti, dall'esame degli atti dei fascicoli di parte (che e, naturalmente, possibile, vertendosi in tema di eccezione processuale relativa allo svolgimento del giudizio di cassazione), emerge:
a) che parte ricorrente invocò, con ampi richiami di giurisprudenza della Corte e di merito, l'art. 2051 cod. civ., già nell'atto di appello; b) che la parte qui resistente nella comparsa di risposta in appello non eccepì in alcun modo la novità della prospettazione invocativa dell'art. 2051 (che, del resto, non sarebbe stata considerabile come domanda nuova in appello, trattandosi di nuova qualificazione giuridica della domanda); c) che la parte qui ricorrente svolse ampiamente le proprie considerazioni nella conclusionale in appello proprio sull'invocazione del 2051 cod. civ.; d) che la sentenza d'appello non contiene alcun riferimento ad eccezioni di novità della prospettazione successiva.
3.1. Ciò premesso, il secondo motivo, per il profilo concernente il n. 3 dell'art. 360 è articolato lamentandosi che erroneamente il giudice del gravame avrebbe ritenuto inapplicabile l'art. 2051 cod. civ. nel caso di specie, osservando "che nei confronti degli enti pubblici, con riferimento a beni demaniali o patrimoniali la notevole estensione e le generalizzate modalità di uso non rendono possibile un continuo ed efficace controllo, idoneo ad impedire l'insorgenza di cause di pericolo per gli utenti per cui solo in difetto di uso diretto della collettività, potrebbe ricollegarsi alla P.A. l'obbligo di una adeguata attività di vigilanza". La sentenza impugnata avrebbe errato nel considerare applicabile tale principio ad un bene come il Palazzetto dello Sport di Napoli, che, consistendo in un edificio, non potrebbe considerarsi di notevole estensione.
Al motivo così prospettato si accompagna la deduzione di una censura ai sensi del n. 5 del 360 cod. proc. civ. per non avere la sentenza impugnata spiegato in alcun modo perché detto edificio dovrebbe considerarsi bene di notevole estensione.
Nelle sopra riportate affermazioni della sentenza impugnata si coglie l'eco del principio al quale la giurisprudenza di questa Corte si è per lungo tempo ispirata, nell'applicazione dell'art. 2051 cod. civ. alle ipotesi di responsabilità civile extracontrattuale originatesi da beni pubblici demaniali o patrimoniali, là dove l'esistenza di un uso generale e diretto del bene da parte di un rilevante numero di utenti congiunta alla notevole estensione del bene stesso veniva automaticamente ritenuta idonea ad escludere l'applicabilità della norma.
Si è così sottolineato (in riferimento alle autostrade, ma con rilievi che possono ritenersi generalizzabili allorché ricorrano le succitate caratteristiche del bene e delle modalità di godimento da parte dei cives) che al riguardo deve farsi un diverso apprezzamento delle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze del bene demaniale o patrimoniale di cui trattasi ed di quelle che invece possano originarsi da comportamenti riferibili agli utenti ovvero ad una repentina od imprevedibile alterazione dello stato della cosa. Mentre con riguardo alle situazioni del primo tipo "l'uso generalizzato e l'estensione della res costituiscono dati in via generale irrilevanti in ordine al concreto atteggiarsi della responsabilità del custode, per quelle del secondo tipo dovrà configurarsi il fortuito tutte le volte che l'evento dannoso presenti i caratteri della imprevedibilità e della inevitabilità; come accade quando esso si sia verificato prima che l'ente proprietario o gestore, nonostante l'attività di controllo e la diligenza impiegata al fine di garantire un intervento tempestivo, potesse rimuovere o adeguatamente segnalare la straordinaria situazione di pericolo determinata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere" (in questo senso, in motivazione, Cass. n. 298 del 2003; e in senso pressoché analogo la coeva Cass. n. 488 del 2003; nella stessa logica si pone, altresì, sostanzialmente sempre in motivazione anche Cass. n. 11446 del 2003).
In relazione alle situazioni del secondo tipo, l'essere stata la situazione pericolosa determinata dagli utenti o da un'alterazione della cosa assolutamente repentina ed imprevedibile, comporta che l'assolvimento della prova liberatoria attraverso la dimostrazione del caso fortuito si sposti tutto sul versante della verifica della esigibilità o della inesigibilità di un intervento dell'ente, nell'espletamento della custodia, volto a rimuovere la situazione pericolosa o a segnalarla agli utenti, nel lasso di tempo fra il verificarsi della situazione pericolosa e l'evento dannoso, sì che possa concludersi che quest'ultimo è dipeso da caso fortuito, nel senso che il bene sia stato solo occasione e non concausa dell'evento, perché esso ha contribuito a determinarlo senza assumere rilievo, in dipendenza dell'indicato fattore temporale, in quanto bene soggetto a relazione di custodia.
A tali principi, come si è detto emergenti dalla più recente giurisprudenza di questa Corte (ma a ben vedere sostanzialmente presenti anche in meno recenti decisioni, come non mancano di ricordare le citate sentt. nn. 298 e 488 del 2003: Cass. n. 526 del 1987; n. 58 del 1982; n. 1314 del 1995), la corte napoletana non si è attenuta, avendo escluso l'applicabilità dell'art. 2051 cod. civ. del tutto automaticamente sulla base della pretesa ricorrenza delle caratteristiche innanzi indicate e senza ad esse attribuire invece rilievo solo nei sensi sopra chiariti, naturalmente previa opportuna verifica in relazione al caso di specie.
Inoltre, come esattamente ha dedotto la ricorrente, la sentenza impugnata ha errato nell'applicazione dell'art. 2051 cod. civ., anche là dove, ai fini della verifica della sussumibilità della fattispecie concreta sotto quella norma ha considerato riferibile la caratteristica della notevole estensione del bene ad un edificio, quale il Palazzetto dello Sport di Napoli, che, invece: a) in linea generale proprio per essere "edificio" non può logicamente considerarsi di notevole estensione agli effetti per i quali a tale nozione si è fatto inesatto riferimento per escludere l'operare dell'art. 2051 cod. civ., poiché un edificio, per quanto grande che sia non può mai considerarsi di estensione tale da impedire l'espletamento costante della custodia; b) in particolare, per essere un bene soggetto all'uso diretto della collettività non permanentemente, bensì in relazione a specifici eventi, il che esige come normale implicazione della custodia che l'ente proceda allo svolgimento di una specifica attività di vigilanza e controllo dell'inesistenza di situazioni pericolose sulla cosa specie in prossimità di detti eventi.
Ne consegue che, in accoglimento del duplice profilo del secondo motivo di ricorso la sentenza impugnata dev'essere cassata ed il giudice del rinvio, in ottemperanza alle ragioni della cassazione si atterrà al seguente principio di diritto:"L'applicabilità dell'art. 2051 cod.civ. (nei confronti della P.A (o del gestore) non è automaticamente esclusa allorquando il bene demaniale o patrimoniale da cui si sia originato l'evento dannoso, risulti adibito all'uso diretto da parte della collettività (anche per il tramite di pagamento di una tassa o di un corrispettivo) e si presenti di notevole estensione, ipotesi quest'ultima comunque non ravvisabile ove si tratti di edificio. Queste caratteristiche del bene, infatti, quando ricorrano congiuntamente, rilevano soltanto come circostanze le quali - in ragione dell'incidenza che abbiano potuto avere sull'espletamento della vigilanza connessa alla relazione di custodia del bene ed avuto riguardo alle peculiarità dell'evento - possono assumere rilievo sulla base di una specifica e adeguata 1valutazione del caso concreto, ai fini dell'individuazione del caso fortuito e, quindi, dell'onere che la P.A. (o il gestore) deve assolvere per sottrarsi alla responsabilità, una volta che sia dimostrata l'esistenza del nesso causale".
L'impugnata sentenza, infatti, ha errato: aa) nel considerare che, ai fini dell'applicabilità della fattispecie di cui all'art. 2051, sarebbe necessaria la ricorrenza di una situazione di pericolo occulto, connotato dalla non visibilità e dalla non prevedibilità; bb) nel farne discendere che la qui ricorrente era onerata della prova della ricorrenza di una simile situazione; cc) e, conseguentemente, nel rilevare, valutando le risultanze probatorie, che doveva escludersi che quella situazione fosse sussistita.
In accoglimento del primo motivo, la sentenza deve, dunque, cassarsi, con l'enunciazione del seguente principio di diritto, al quale il giudice di rinvio dovrà conformarsi: "Allorquando invochi la responsabilità di cui all'art. 2051 cod. civ. contro una P.A. (o il gestore) in relazione a danno originatosi da bene damaniale o patrimoniale soggetto ad uso generale, il danneggiato non è onerato della dimostrazione della verificazione del danno in conseguenza dell'esistenza di una situazione qualificabile come insidia o trabocchetto, bensì esclusivamente - come di regola per l'invocazione dalla suddetta norma - dell'evento dannoso e del nesso causale fra la cosa e la sua verificazione".
5. Il quarto motivo dev'essere rigettato, per la ragione che si verte su tema di prova già esperita in primo grado, come questa Corte rileva procedendo al confronto fra i capitoli di prova articolati nella citazione in primo grado e quelli dedotti in appello: quest'ultimo articolato di prova propone domande che bene avrebbero potuto porsi ai testi quali domande a chiarimento o dal giudice di primo grado, d'ufficio o su sollecitazione delle parti (art. 253, primo comma, cod. proc. civ.) e che, anzi, bene avrebbero potuto essere oggetto dell'articolazione probatoria in primo grado, afferendo a mere specificazioni dei fatti oggetto della stessa.
In proposito rileva la Corte che la prova testimoniale in primo grado era stata dedotta nell'atto di citazione, per quanto qui interessa, sulle seguenti circostanze: "Vero che il giorno 17/12/1994, alle ore 21.00 circa in Napoli, nel Palazzetto dello Sport (... allorché l'istante si accingeva ad uscire, a seguito della manifestazione ricreativa organizzata dal Cral/Der della Regione Campania, stante il sollevamento della copertura antiscivolo di una rampa, con la presenza di una notevole sporgenza di materiale in plastica, priva di qualsiasi segnalazione e/o protezione cadeva violentemente sul corridoio, riportando una frattura scomposta al terzo medio della mano destra".
Nell'atto di appello la (...) ebbe a chiedere di provare: che il giorno 17/12/94 alle ore 21.00 circa il Palazzetto dello Sport era scarsamente illuminato; che la copertura antiscivolo della rampa sulla quale era caduta era di colore nero e non era visibile nell'oscurità; e che al momento del sinistro vi era una calca in quanto centinaia di persone percorrevano la zona per guadagnare l'uscita, anche per la presenza di musica assordante per cui la visibilità era limitata anche dalla presenza di molte persone avanti ad essa appellante.
È di tutta evidenza che tutte le circostanze ex novo capitolate in appello non propongono un tema di prova nuovo, ma tendono soltanto a proporre nell'ambito di quello già individuato in appello domande ai testi intese a specificare le allegazioni oggetto di prova nella citazione.
Correttamente e con valutazione ineccepibile la Corte d'Appello ha escluso la novità della prova, che, allorquando si solleciti lo stesso mezzo probatorio già esperito in primo grado, deve afferire a fatti diversi.
La Corte accoglie i primi tre motivi del ricorso, rigetta il quarto e cassa la sentenza impugnata con rinvio ad altra Sezione della Corte d'Appello di Napoli anche per la regolazione delle spese.
Depositata in Cancelleria il 1 ottobre 2004.