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Timestamp: 2020-08-09 18:30:51+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 19159 del 01/08/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19159 del 01/08/2017
Cassazione civile, sez. II, 01/08/2017, (ud. 07/07/2017, dep.01/08/2017), n. 19159
sul ricorso iscritto al N.R.G. 12836 del 2016 proposto da:
avverso il decreto della Corte d’appello di Perugia depositato in
data 24 novembre 2015;
1. – Con decreto in data 24 novembre 2015, la Corte d’appello di Perugia ha rigettato il ricorso in opposizione di A.B. ed altri, relativamente al mancato riconoscimento dell’indennizzo per equa riparazione, ai sensi della L. n. 89 del 2001, in relazione ad un giudizio presupposto svoltosi dinanzi al TAR del Lazio.
La Corte d’appello ha innanzitutto evidenziato che il giudizio presupposto, instaurato in data 26 luglio 1999 ed avente ad oggetto l’accertamento del diritto al computo nell’indennità di buonuscita della c.d. indennità pensionabile di polizia, è stato definito con sentenza del TAR del Lazio in data 29 gennaio 2014, la quale è passata in giudicato il 29 luglio 2014, con la conseguenza che il ricorso per equa riparazione, depositato in data 23 luglio 2015, è palesemente tardivo per mancato rispetto del termine di sei mesi dal passaggio in giudicato della sentenza che ha concluso il procedimento protrattosi oltre il termine di durata ragionevole. A tale riguardo, la Corte d’appello ha ritenuto la sentenza conclusiva del giudizio presupposto soggetta al termine di impugnazione di sei mesi (ex art. 92 cod. proc. amm., comma 3 applicabile anche ai processi in corso), e non a quello di un anno previsto dall’art. 327 c.p.c. (vecchia formulazione), riguardante i soli giudizi civili.
La Corte di Perugia ha ritenuto altresì improponibile la domanda di equa riparazione per omesso deposito dell’istanza di prelievo nel giudizio presupposto, ritenendo correttamente applicato il D.L. n. 112 del 2008, art. 54 nel testo novellato dal D.Lgs. n. 104 del 2010.
La Corte d’appello ha, infine, confermato la condanna, disposta dal consigliere designato, di ciascun ricorrente al pagamento, in favore della cassa delle ammende, della sanzione prevista dalla L. n. 89 del 2001, art. 5-quater nella misura di Euro 1.000.
2. – Per la cassazione del decreto della Corte d’appello A.B. e gli altri litisconsorti indicati in epigrafe hanno proposto ricorso, con atto notificato l’8 giugno 2016, sulla base di sei motivi.
1. – Con il primo mezzo, i ricorrenti denunciano violazione e falsa applicazione dell’art. 2 dell’allegato 3, titolo 2, del D.Lgs. n. 104 del 2010, nella parte in cui prevede che per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice continuano a trovare applicazione le norme previgenti, per avere la Corte d’appello ritenuto applicabile alla sentenza pronunciata dal TAR del Lazio il termine semestrale di impugnazione previsto dall’art. 92 cod. proc. amm., comma 3 in luogo di quello annuale previsto dalla disciplina previgente.
Con il secondo motivo, posto in via subordinata, viene prospettata eccezione di illegittimità costituzionale del D.Lgs. n. 104 del 2010 nella parte in cui all’art. 2, all. 3, titolo 2, del D.Lgs. n. 104 del 2010 prevede che per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice continuano a trovare applicazione le norme previgenti, perchè eccedente i limiti della delega legislativa conferita al Governo dalla L. n. 69 del 2009, art. 44.
Con il terzo motivo, anch’esso prospettato in via subordinata, si eccepisce l’incostituzionalità della medesima disposizione per violazione degli artt. 3,24 e 113 Cost., e all’art. 117 Cost., in relazione all’art. 6, par. 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Il quarto motivo lamenta violazione e falsa applicazione del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, come ulteriormente modificato dal D.Lgs. n. 104 del 2010. Erroneamente la Corte d’appello avrebbe dichiarato improponibile il ricorso per equa riparazione per la mancata presentazione dell’istanza di prelievo nel giudizio presupposto. Tale decisione colliderebbe con l’orientamento espresso dalla Corte europea dei diritti dell’uomo con la sentenza Olivieri ed altri c. Italia del 25 febbraio 2016, la quale ha statuito che anche in caso di mancata presentazione dell’istanza di prelievo, sussiste la violazione dell’art. 6 della Convenzione quando il processo amministrativo eccede la sua ragionevole durata.
Con il quinto motivo, posto in via subordinata rispetto al mezzo che precede, i ricorrenti sollevano questione di legittimità costituzionale del D.L. n. 112 del 2008, art. 54, comma 2, come successivamente modificato, per violazione degli artt. 3,24 e 113 Cost., e all’art. 117 Cost., in relazione all’art. 6, par. 1, della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.
Il sesto mezzo censura violazione e falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 5-quater per avere la Corte d’appello confermato la condanna di ciascun ricorrente al pagamento della somma di euro 1.000 in favore della cassa delle ammende. I ricorrenti rilevano che non doveva essere dichiarata l’improponibilità della domanda di equa riparazione per la mancata presentazione dell’istanza di prelievo; che a fronte degli evidenti dubbi interpretativi sulla ultrattività della normativa previgente in punto di termini per la proposizione dell’appello al Consiglio di Stato, era configurabile un errore scusabile; che, in ogni caso, i ricorrenti avevano proposto non un ricorso individuale, ma collettivo.
2. – I primi tre motivi – che per il loro comune riferimento al termine lungo per impugnazione delle sentenze del giudice amministrativo (ai fini della individuazione del dies a quo per la proposizione della domanda di equa riparazione) possono essere trattati unitariamente – sono privi di fondamento.
L’art. 92 cod. proc. amm. prevede che, in difetto della notificazione della sentenza, l’appello si propone entro sei mesi dalla pubblicazione della sentenza, mentre l’ultrattività della disciplina previgente (e quindi del termine annuale per proporre impugnazione), disposta dall’art. 2, all. 3 medesimo codice, vale “per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice”. In questo quadro normativo, l’ultrattività della disciplina previgente è prevista non per i processi in corso in primo grado alla data di entrata in vigore del codice del processo amministrativo, ma, appunto, “per i termini che sono in corso alla data di entrata in vigore del codice” per essere già stata pubblicata la sentenza di primo grado e pendente il termine per proporre impugnazione: di conseguenza, alle sentenze pubblicate dopo l’entrata in vigore del codice del processo amministrativo si applica la nuova disciplina dei termini per le impugnazioni (Cass., Sez. 6-2, 1 settembre 2015, n. 17377; Cass., Sez. 4-2, 22 febbraio 2017, n. 4637).
Tale interpretazione trova riscontro anche nella giurisprudenza del Consiglio di Stato, ove pure è stato affermato più volte che l’art. 2, all. 3 codice del processo amministrativo, il quale con norma transitoria dispone che per i termini in corso alla data di entrata in vigore del codice stesso (16 settembre 2010) continuano ad operare le norme previgenti, non trova applicazione ai casi in cui il mutamento del termine – come quello c.d. lungo per proporre appello – sia già entrato in vigore anteriormente al deposito della sentenza impugnata. Ciò in quanto già prima dell’entrata in vigore del codice del processo amministrativo, le norme del codice di procedura civile si applicavano al giudizio amministrativo in quanto compatibili e salvo non fosse diversamente previsto. Tra dette norme si applicava l’art. 327 c.p.c., che nel testo modificato dalla L. n. 69 del 2009, art. 46, comma 17, entrato in vigore il 4 luglio 2009, prevede per l’impugnazione il termine (non più di un anno, ma) di sei mesi (v. Cons. Stato nn. 4055/13, 6646/12 e 5793/11).
La contraria tesi dei ricorrenti si scontra con la costante giurisprudenza di questa Corte e pertanto non coglie nel segno, mentre la questione di legittimità costituzionale per eccesso di delega è manifestamente infondata: la Legge Delega n. 69 del 2009, art. 44, comma 2, lett. g) prevedeva espressamente che i decreti legislativi di cui al comma 1, oltre che ai principi e criteri direttivi di cui alla L. n. 59 del 1997, art. 20, comma 3, in quanto applicabili, si attenessero ai seguenti principi e criteri direttivi: “g) riordinare il sistema delle impugnazioni, individuando le disposizioni applicabili, mediante rinvio a quelle del processo di primo grado, e disciplinando la concentrazione delle impugnazioni, l’effetto devolutivo dell’appello, la proposizione di nuove domande, prove ed eccezioni”.
Come si vede, in materia di impugnazioni, la delega non prevedeva rinvii al processo civile in tema di disciplina transitoria e limitava invece il campo di operatività del delegato ad altri temi (rinvio alle norme del processo di primo grado, concentrazione delle impugnazioni ed effetto devolutivo dell’appello, disciplina dei nova): dunque l’eccesso di delega non sussiste così come non sussiste la violazione dell’art. 6 CEDU sotto il profilo della compressione del diritto di difesa, essendo più che ragionevole il termine di sei mesi.
Nè può parlarsi in questa sede di mutamento di regole a giudizio in corso e di violazione del principio di affidamento ed in ogni caso la disposizione transitoria del processo amministrativo che ha disciplinato le regole sui termini dell’appello nel giudizio presupposto è entrata in vigore ben prima della pubblicazione della sentenza: ben diversa sarebbe stata l’ipotesi se le regole fossero mutate in pendenza del termine per impugnare, ma tale evenienza è stata espressamente esclusa dal legislatore, come si visto.
3. – Sulla scorta di quanto esposto, non merita nessuna censura la prima ed autonoma ratio decidendi utilizzata dalla Corte d’appello (tardività del ricorso di equa riparazione per decorrenza del termine semestrale di decadenza) e, conseguentemente vanno dichiarate inammissibili, per difetto di interesse, le ulteriori censure con cui si attacca l’altra ratio utilizzata dalla Corte di Perugia per giustificare la correttezza della pronuncia del consigliere delegato sull’an debeatur (improponibilità della domanda per mancanza di istanza di prelievo): come infatti, costantemente affermato da questa Corte, qualora la decisione di merito si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte e autonome, singolarmente idonee a sorreggerla sul piano logico e giuridico, la ritenuta infondatezza delle censure mosse ad una delle rationes decidendi rende inammissibili, per sopravvenuto difetto di interesse, le censure relative alle altre ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, in quanto queste ultime non potrebbero comunque condurre, stante l’intervenuta definitività delle altre, alla cassazione della decisione stessa (tra le tante, Cass., Sez. 3, 14 febbraio 2012, n. 2108).
4. – Resta da esaminare la censura (sesto motivo) sulla sanzione processuale di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 5-quater.
La doglianza – come già statuito in identica fattispecie (Cass., Sez. 6-2, 22 febbraio 2017, n. 4637) – è infondata sotto tutti i profili in cui si articola:
– lo è innanzitutto sotto il primo profilo (insussistenza delle condizioni per la declaratoria di inammissibilità del ricorso alla luce della sentenza CEDU 25 febbraio 2016, nel caso Olivieri) perchè i motivi di ricorso sulla rilevanza dell’istanza di prelievo sono stati dichiarati inammissibili;
lo è sotto il secondo profilo (insussistenza delle condizioni per la declaratoria di inammissibilità del ricorso per il principio dell’affidamento incolpevole ovvero della scusabilità dell’errore) perchè non è configurabile il lamentato dubbio interpretativo;
lo è sotto il terzo profilo (irrazionalità della condanna nei confronti di ciascun ricorrente, benchè si trattasse di ricorso collettivo e quindi di unica domanda) perchè la formula legislativa (“… condanna il ricorrente…”) deve intendersi – nel caso di ricorso proposto da più soggetti – come riferita a ciascuno di essi: ragionare diversamente significherebbe annullare la finalità dissuasiva della norma a cui ha mirato il legislatore, posto che in tale materia sono tutt’altro che infrequenti i ricorsi di equa riparazione proposti collettivamente da decine e a volte anche da centinaia di soggetti; la decisione della Corte d’appello appare dunque corretta oltre che coerente col principio, valevole nell’ipotesi inversa, secondo cui, in caso di accoglimento della domanda di equa riparazione, l’indennizzo viene attribuito per intero a ciascuno dei ricorrenti e non già al gruppo;
lo è infine, sotto il quarto profilo (inopportunità della applicazione della sanzione stante l’evidente incertezza giuridica nell’interpretazione della norma transitoria di cui all’art. 2 all. 3 codice del processo amministrativo e la non necessarietà dell’istanza di prelievo, anche per evitare un danno ulteriore agli istanti): trattasi invero di una mera censura in fatto, che interferisce nel potere direzionale del giudice di merito, come tale non prospettabile in questa sede.
5. – In conclusione, il ricorso va respinto con addebito di spese alla parte soccombente.
6. – Trattandosi di procedimento esente, non si applica il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del procedimento, che liquida in Euro 800 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.