Source: http://astratto.info/ex-post-factum.html
Timestamp: 2019-03-23 05:18:33+00:00
Document Index: 153869448

Matched Legal Cases: ['art. 300', 'art. 300', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 18', 'art. 2043', 'Cass. Sez. ', 'art. 2043', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 2043', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 300']

“Il principio “chi inquina paga” consiste, in definitiva, nell’imputazione dei costi ambientali (c.d. esternalità ovvero costi sociali estranei alla contabilità ordinaria dell’impresa) al soggetto che ha causato la compromissione ecologica illecita (poiché esiste una compromissione ecologica lecita data dall’attività di trasformazione industriale dell’ambiente che non supera gli standards legali). Ciò, sia in una logica risarcitoria ex post factum, che in una logica preventiva dei fatti dannosi, poiché il principio esprime anche il tentativo di internalizzare detti costi sociali e di incentivare - per effetto del calcolo dei rischi di impresa - la loro generalizzata incorporazione nei prezzi delle merci, e, quindi, nelle dinamiche di mercato dei costi di alterazione dell’ambiente (con conseguente minor prezzo delle merci prodotte senza incorrere nei predetti costi sociali attribuibili alle imprese e conseguente indiretta incentivazione per le imprese a non danneggiare l’ambiente)”
(Cons. di Stato, 3.3.2009 n. 3885).
Le cose sono cambiate con l’introduzione della l. 349 nel 1986. Si tratta della norma che, fra l’altro, ha istituito il Ministero dell’Ambiente, e la prima che ha disciplinato espressamente il danno ambientale, dandone una definizione e ha attribuito la giurisdizione in materia di responsabilità per danno ambientale al giudice ordinario.
“Qualunque fatto doloso o colposo in violazione di disposizioni di legge o di provvedimenti adottati in base a legge che comprometta l'ambiente, ad esso arrecando danno, alterandolo, deteriorandolo o distruggendolo in tutto o in parte, obbliga l'autore del fatto al risarcimento nei confronti dello Stato”.
“Per la materia di cui al precedente comma 1 la giurisdizione appartiene al giudice ordinario”.
Responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale, 21.4.2004.
Circa 300.000 siti inquinati nelle Comunità;
“La prevenzione e la riparazione del danno ambientale dovrebbero essere attuate applicando il principio “chi inquina paga”, quale stabilito nel trattato e coerentemente con il principio dello sviluppo sostenibile. Il principio fondamentale della presente direttiva dovrebbe essere quindi che l’operatore la cui attività ha causato un danno ambientale o la minaccia imminente di tale danno sarà considerato finanziariamente responsabile in modo da indurre gli operatori ad adottare misure e a sviluppare pratiche atte a ridurre al minimo i rischi del danno ambientale”.
Il danno ambientale è:
a) danno alle specie e agli habitat naturali protetti, vale a dire qualsiasi danno che produca significativi effetti negativi sul raggiungimento o il mantenimento di uno stato di conservazione favorevole di tali specie e habitat. L'entità di tali effetti è da valutare in riferimento alle condizioni originarie.
b) danno alle acque, vale a dire qualsiasi danno che incida in modo significativamente negativo sullo stato ecologico, chimico e/o quantitativo e/o sul potenziale ecologico delle acque interessate;
Il danno ambientale è poi meglio definito al co. 2 quale “mutamento negativo misurabile di una risorsa naturale o un deterioramento misurabile di un servizio di una risorsa naturale, che può prodursi direttamente o indirettamente”.
La materia del danno ambientale è contenuta nella parte VI del Decreto, negli articoli da 299 a 318.
La “nuova” definizione del danno ambientale è contenuta nell’art. 300: E' danno ambientale qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell'utilità assicurata da quest'ultima
Riprendendo quanto stabilito dalla Direttiva 35/2004/CE, l’art. 300 ricorda che costituisce danno ambientale il deterioramento, in confronto alle condizioni originarie, provocato:
alle specie e agli habitat naturali protetti (fauna selvatica, flora);
alle acque interne, alle acque costiere ed a quelle ricomprese nel mare territoriale;
Chiunque cagioni un danno ambientale con dolo o colpa o chi, svolgendo una delle attività «pericolose» elencate nel decreto (All. 5, parte sesta), cagioni un danno ambientale è obbligato all’adozione di misure di riparazione.
- attività pericolose: es. gestione rifiuti, trasporto di merci pericolose, fabbricazioni di preparati pericolosi, prodotti fitosanitari, biocidi …
«Solo quando l'adozione delle misure di riparazione anzidette risulti in tutto o in parte omessa, o comunque realizzata in modo incompleto o difforme dai termini e modalita' prescritti, il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare determina i costi delle attivita' necessarie a conseguirne la completa e corretta attuazione e agisce nei confronti del soggetto obbligato per ottenere il pagamento delle somme corrispondenti»
La L. 349 del 1986 ha introdotto un nuovo regime di responsabilità applicabile solo in materia di danno ambientale che prende spunto, ma si differenzia, dal regime ordinario per danni previsto dal nostro codice civile all’art. 2043, secondo il quale “Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno”.
Dal regime ordinario della responsabilità extracontrattuale la responsabilità per danno ambientale mutua il criterio di imputabilità (fatto doloso o colposo).
Eccezione (rispetto all’elemento soggettivo) recentemente introdotta: soggetti che svolgono attività pericolose elencate nell’allegato 5 (L. 97/2013).
Sempre necessario il nesso causale.
Accanto a questi profili ci sono poi degli elementi che rendono “speciale” la disciplina del danno ambientale:
manca il riferimento all’ingiustizia del danno, che è invece previsto nell’art. 2043 cc. Nel caso del danno ambientale ex art. 18 l’ingiustizia viene assorbita nella violazione di norme.
deroga al principio solidaristico nei casi di concorso di più soggetti nella realizzazione dello stesso danno, ciascuno rispondeva nei limiti della propria responsabilità individuale.
Nonostante queste differenze sostanziali, la giurisprudenza ha ritenuto che il danno ambientale sia riconducibile all’alveo codicistico dell’illecito aquiliano, anche per permettere la risarcibilità del danno ambientale cagionato prima dell’entrata in vigore della L. 349 del 1986:
“anche prima della legge n. 349/86, la Costituzione e la norma generale dell’art. 2043 apprestavano all’ambiente una tutela organica e piena” (Cass. Civ. n. 1087 1998).
“la configurabilità dell’ambiente come bene giuridico non trova la sua fonte genetica nella citata legge del 1986, ma direttamente nella Costituzione, considerata dinamicamente, come diritto vigente e vivente, attraverso il combinato disposto di quelle disposizioni (quali gli articoli 2,3,9,41 e 42) che concernono l’individuo e la collettività nel suo habitat economico, sociale, ambientale” (Cass. Sez. III n. 5650 del 1996).
La prima a ricondurre il danno ambientale alla disciplina dell’art. 2043 cc è stata la Corte Costituzionale (sentenza n. 641/87), che era stata chiamata a decidere in merito alla sospettata illegittimità costituzionale dell’art. 18 della Legge 349/86 nella parte in cui attribuiva la giurisdizione ordinaria in materia di danno ambientale. Negando l’illegittimità costituzionale, la Corte ha fornito utili indicazioni in merito alla natura del danno ambientale, strettamente connesse alla nozione di ambiente:
“L’ambiente è stato considerato un bene immateriale unitario sebbene a varie componenti, ciascuna delle quali può anche costituire, isolatamente e separatamente, oggetto di cura e di tutela; ma tutte, nell’insieme, sono riconducibili a unità. Il fatto che l'ambiente possa essere fruibile in varie forme e differenti modi, così come possa essere oggetto di varie norme che assicurano la tutela dei vari profili in cui si estrinseca, non fa venir meno e non intacca la sua natura e la sua sostanza di bene unitario che l'ordinamento prende in considerazione.
L'ambiente è protetto come elemento determinativo della qualità della vita. La sua protezione non persegue astratte finalità naturalistiche o estetizzanti, ma esprime l'esigenza di un habitat naturale nel quale l'uomo vive ed agisce e che è necessario alla collettività e, per essa, ai cittadini, secondo valori largamente sentiti; è imposta anzitutto da precetti costituzionali (artt. 9 e 32 Cost.), per cui esso assurge a valore primario ed assoluto.
È, inoltre, specificamente previsto il danno che il bene può subire (art. 18 n. 1). Esso è individuato come compromissione (dell'ambiente) e, cioè, alterazione, deterioramento o distruzione, cagionata da fatti commissivi o omissivi, dolosi o colposi, violatori delle leggi di protezione e di tutela e dei provvedimenti adottati in base ad esse.
Le dette violazioni si traducono, in sostanza, nelle vanificazioni delle finalità protettive e per sé stesse costituiscono danno.
La responsabilità che si contrae è correttamente inserita nell'ambito e nello schema della tutela aquiliana (art. 2043 cod. civ.)”.
Corte Costituzionale sentenza n. 641/87:
“Il danno è certamente patrimoniale, sebbene sia svincolato da una concezione aritmetico-contabile e si concreti piuttosto nella rilevanza economica che la distruzione o il deterioramento o l'alterazione o, in genere, la compromissione del bene riveste in sé e per sé e che si riflette sulla collettività la quale viene ad essere gravata da oneri economici. La tendenziale scarsità delle risorse ambientali naturali impone una disciplina che eviti gli sprechi e i danni sicché si determina una economicità e un valore di scambio del bene.
Pur non trattandosi di un bene appropriabile, esso si presta a essere valutato in termini economici e può ad esso attribuirsi un prezzo.
Consentono di misurare l'ambiente in termini economici una serie di funzioni con i relativi costi, tra cui quella di polizia che regolarizza l'attività dei soggetti e crea una sorveglianza sull'osservanza dei vincoli; la gestione del bene in senso economico con fine di rendere massimo il godimento e la fruibilità della collettività e dei singoli e di sviluppare le risorse ambientali. Si possono confrontare i benefici con le alterazioni; si può effettuare la stima e la pianificazione degli interventi di preservazione, di miglioramento e di recupero; si possono valutare i costi del danneggiamento.
E per tutto questo l'impatto ambientale può essere ricondotto in termini monetari. Il tutto consente di dare all'ambiente e quindi al danno ambientale un valore economico.
Lo schema seguito, però, porta a identificare il danno risarcibile come perdita subita, indipendentemente sia dal costo della rimessione in pristino, peraltro non sempre possibile, sia dalla diminuzione delle risorse finanziarie dello Stato e degli enti minori.
Risulta superata la considerazione secondo cui il diritto al risarcimento del danno sorge solo a seguito della perdita finanziaria contabile nel bilancio dell'ente pubblico, cioè della lesione del patrimonio dell'ente, non incidendosi su un bene appartenente allo Stato”.
La Corte di Cassazione ha poi ampliano la ricostruzione del danno ambientale svolta dalla Corte Costituzionale.
Nel caso relativo al risarcimento del danno per il disastro del Vajont, la Corte di Cassazione ha ritenuto sussistente anche un danno di natura non patrimoniale derivante dalle lesione del bene ambiente:
“i giudici del merito hanno chiaramente affrontato il nodo affermando che il danno non patrimoniale veniva in esame, non più per la sua incidenza negativa sugli interessi di natura economica dei comuni, bensì "per aver comportato nocumento sul piano ecologico paesaggistico, tradotto nella necessità di operare in un habitat desolante e completamente sconvolto da catastrofe di immani proporzioni". Si discute in dottrina sulla natura del danno ambientale, se patrimoniale o non patrimoniale.
Questa Corte, contribuendo alla sistemazione dogmatico strutturale, ha avuto modo di precisare che:
l'ambiente, teso in senso unitario (come bene pubblico complesso, bene-valore, poiché presenta, nella sua intrinseca sostanza, almeno tre valori fondamentali o fattori costitutivi, rappresentati dalle coppie estetico-culturale, igienico-sanitaria ed ecologica-abitativa) assurge a bene pubblico di natura immateriale, ma tale natura non preclude la doppia tutela patrimoniale e non, che è relativa alla lesione di quel complesso di beni materiali e immateriali determinati in cui esso si sostanzia e delimita territorialmente (a partire da quelle comunità storiche e di base che sono i comuni o altre entità protette, come avviene per i parchi naturali o i luoghi di lavoro e via di seguito). Dunque, per questa Corte, non vi è alcuna preclusione, in tesi, per una duplice tutela, sempre che risulti accertato, anche per il danno non patrimoniale, il nesso di causalità tra l'evento lesivo e la condotta determinante (Cass. Sez. III n. 5650 del 25.9.1995).
“Si può ritenere notorio che il fatto di reato accertato in sede penale ha determinato e determina tuttora l’immediata associazione del nome di Stava all’immane catastrofe che ha colpito tale frazione del Comune di Tesero, con la conseguente compromissione della reputazione turistica del paese, sicchè non pare seriamente discutibile che il reato in questione abbia leso, oltreché il composito diritto del suddetto Comune alla propria identità personale, anche i suoi diritti al nome e all’immagine [ …] il Comune di Tesero fa parte di una provincia e una regione che a livello politico, sociale ed economico sono fortemente caratterizzate dalla naturale vocazione turistica del proprio territorio, grazie alla quale sono nazionalmente e internazionalmente conosciute. In altre parole si può ritenere che il reato definitivamente accertato in sede penale abbia determinato e determini tuttora, per usare le parole dell’attore, un collegamento istintivo del suo nome alla tragedia storica”.
Diversi enti territoriali hanno citato in giudizio il Comune di Milano per il danno cagionato dalla ritardata adozione dei depuratori per il trattamento delle acque reflue urbane, danno consistente nell’alterazione dell’acqua del fiume Lambro e Po.
Gli enti territoriali lamentavano anche un danno all’immagine e alla credibilità connessa con l’impedimento nello svolgimento efficace ed effettivo di alcune proprie fondamentali prerogative istituzionali, quali la tutela dell’ambiente.
Tale voce di danno sarebbe, secondo gli attori, in re ipsa, costituendo una diretta conseguenza del danneggiamento de territorio.
Corte Costituzionale n. 641/87: “alle varie forme di godimento del bene ambiente è accordata una tutela civilistica”.
Cass. Sez. III 19.1.1994 n. 439:
“il danno ambientale presenta una triplice dimensione:
personale (quale lesione del diritto fondamentale dell’ambiente di ogni uomo);
sociale (quale lesione del diritto fondamentale dell’ambiente nelle formazioni sociale in cui si sviluppa la personalità umana .- art. 2 Cost);
pubblica (quale lesione del diritto-dovere pubblico delle istituzioni centrali e periferiche con specifiche competenze ambientali)”
Il danno ambientale “consiste nell’alterazione, deterioramento, distruzione, in tutto o in parte dell’ambiente, inteso quale insieme che, pur comprendendo vari beni appartenenti a soggetti pubblici o privati, si distingue ontologicamente da questi e si identifica in una realtà immateriale, ma espressiva di un autonomo valore collettivo, che costituisce, come tale, specifico oggetto di tutela da parte dell’ordinamento” (Cass. Civ. 9.4.1992 n. 4362).
Ma “deve distinguersi, con riferimento ad un’azione di risarcimento del danno ambientale promossa da un Comune, tra il danno ai singoli beni, di proprietà privata o pubblica, o comunque a posizioni soggettive individuali, che trovano la loro tutela nelle regole ordinarie; e il danno all’ambiente considerato in senso unitario, quale bene a sé stante, ontologicamente diverso dai singoli beni che ne formano il substrato, in cui il profilo sanzionatorio nei confronti del fatto lesivo del bene ambientale, comporta un accertamento che non è quello del mero pregiudizio patrimoniale, bensì della compromissione dell’ambiente, vale a dire della lesione, in sé, del bene ambientale” (Cass. Civ. sez. III 3.2.1998 n. 1087).
Un fatto di inquinamento può far sorgere almeno due tipi di danno:
un danno ambientale inteso in senso stretto, quello disciplinato prima dall’art. 18 della L. 349/86 e poi dall’art. 300 e seguenti del Testo Unico Ambiente che va a ledere il valore collettivo del diritto ad un ambiente salubre, di cui è titolare lo Stato in quanto rappresentante degli interessi della collettività.
un danno ai soggetti privati o pubblici che si potrebbe definire collaterale rispetto al danno ambientale in senso stretto, derivante dai danni alla proprietà o alla salute: si tratta di una lesione ad un diritto individuale.
Ci sono delle ipotesi che per legge non rientrano nella nozione di danno ambientale in senso stretto e non possono, quindi, essere oggetto di tutela ai sensi della parte VI del D.Lgs 152/2006.
Si tratta in particolare dei danni cagionati da
atti di conflitto armato, sabotaggi, atti di ostilità, guerra civile, insurrezione;
fenomeni naturali di carattere eccezionale, inevitabili e incontrollabili;
Inoltre, la parte sesta del decreto:
non si applica al danno ambientale o a minaccia imminente di tale danno provocati da un incidente per il quale la responsabilità o l'indennizzo rientrino nell'ambito d'applicazione di una delle convenzioni internazionali elencate nell'allegato 1 alla parte sesta del presente decreto cui la Repubblica italiana abbia aderito (si tratta della convenzione per i danni civili causati da inquinamento di idrocarburi, dal carburante delle navi, dal trasporto via mare, su strada o ferrovia di sostanze nocive e pericolose in un ambito transfrontaliero);
non si applica ai rischi nucleari relativi all'ambiente né alla minaccia imminente di tale danno causati da attività disciplinate dal Trattato istitutivo della Comunità europea dell'energia atomica o causati da un incidente o un'attività per i quali la responsabilità o l'indennizzo rientrano nel campo di applicazione delle convenzioni internazionali in materia di energia nucleare indicati nell’all. 2 del Decreto;
non si applica alle attività svolte in condizioni di necessità ed aventi come scopo esclusivo la difesa nazionale, la sicurezza internazionale o la protezione dalle calamità naturali;
non si applica al danno causato da un'emissione, un evento o un incidente verificatisi prima della data di entrata in vigore della parte sesta del presente decreto; a seguito della modifica al Testo Unico introdotta nel 2009 i criteri di determinazione dell’obbligazione risarcitoria previsti dal D.lgs 152/2006 si applicano anche alle domande di risarcimento proposte o da proporre alla luce della previgente normativa. Si tratta di una modifica importante perché, come vedremo, i criteri sono molto diversi fra le due normative.
non si applica al danno in relazione al quale siano trascorsi più di trent'anni dall'emissione, dall'evento o dall'incidente che l'hanno causato;
non si applica al danno ambientale o alla minaccia imminente di tale danno causati da inquinamento di carattere diffuso, se non sia stato possibile accertare in alcun modo un nesso causale tra il danno e l'attività di singoli operatori;
elenco: MatSup -> 2013 -> L40777
L40777 -> La responsabilità amministrativa degli enti dipendenti da reati ambientali