Source: https://www.peilex.com/2018/11/06/rassegna-stampa-05-novembre-2018/
Timestamp: 2018-11-15 13:06:37+00:00
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Rassegna stampa 05 novembre 2018 - Studio Legale Roma - P&I Guccione e Associati
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da Alessia peilex|Pubblicato 6 novembre 2018
02/11/2018 – Italia Oggi
Contratti p.a., partono i rinnovi
MANOVRA 2019/ Gli aumenti in busta paga cresceranno da 33 a 53 euro mensili
Stanziati 4,2 mld. In ritardo gli accordi decentrati
Parte la stagione dei rinnovi contrattuali nazionali di lavoro del pubblico impiego, mentre è tutt’ altro che chiusa quella dei rinnovi dei contratti decentrati. Su input del ministro della pubblica amministrazione, Giulia Bongiorno, il disegno di legge di bilancio stanzia per il triennio 2019-2021 complessivamente 4,2 miliardi, dei quali 1,1 per il 2019, 1,425 per il 2020 e 1,775 per il 2021. L’ incremento a regime è di 1,775 miliardi, comprensivi anche degli oneri riflessi e dell’ Irap (per circa il 45% complessivo), sicché gli incrementi mensili in busta paga progrediranno da 33 a 53 euro mensili. Il finanziamento deve anche considerare la spesa necessaria per l’ indennità di vacanza contrattuale (lo 0,42% dello stipendio tabellare a partire da aprile 2019, che sale allo 0,70% a partire da luglio 2019) e per la conferma dell’ elemento perequativo necessario per i dipendenti delle categorie più basse, che coi rinnovi del 2018 non avevano ottenuto gli incrementi medi di 85 euro mensili. Una volta approvata la legge di bilancio, dunque, potrà partire la complessa macchina per la stipulazione dei nuovi contratti, che come è noto è estremamente lunga e complicata. Anche perché, occorre ricordare che la legge di bilancio stanzia solo le risorse per il personale dipendente dalle amministrazioni statali: sono fuori gli enti locali e la sanità, che dovranno reperire nei propri bilanci le risorse necessarie, simmetriche a quelle stanziate per lo Stato, così da garantire anche ai dipendenti dei comparti funzioni locali e della sanità gli incrementi previsti. Nel 2018 nonostante la fretta e la furia per giungere alla sottoscrizione dei contratti prima delle elezioni, solo a fine febbraio si siglarono le preintese, mentre la sottoscrizione definitiva dei Ccnl è giunta a fine maggio. Difficile che i rinnovi per il prossimo triennio possano giungere prima di quanto avvenuto quest’ anno. Il tutto è reso complicato dalla circostanza che le singole amministrazioni sono attualmente impegnate nell’ impresa quasi disperata di sottoscrivere i contratti decentrati attuativi dei Ccnl sottoscritti a maggio. Obiettivo particolarmente complicato per i comparti funzioni locali e sanità, afflitti dalla clausola che impone di rispettare comunque il tetto della spesa per il salario accessorio del 2016, prevista dall’ articolo 23, comma 2, del dlgs 75/2016, norma che il disegno di legge «concretezza» intende interpretare autenticamente allo scopo di eliminarne gli effetti negativi sulla contrattazione. In parte tali effetti sono stati neutralizzati dalla deliberazione della Sezione Autonomie della Corte dei conti 19/2018, che esclude dal tetto del 2016 gli incrementi sulle posizioni di sviluppo acquisite con le progressioni orizzontali e l’ indennità di 83,2 euro dovuta a partire dall’ 1.1.2019. Ma, proprio la tardività del chiarimento della magistratura contabile ha a sua volta ritardato la costituzione dei fondi decentrati, cosa che ha reso impossibile fin qui per le amministrazioni avviare la contrattazione decentrata. La quale, per altro, risulta estremamente complicata, perché si accompagna necessariamente anche a revisioni rilevanti dei sistemi di valutazione permanente ai fini della definizione dei criteri per premiare il risultato dei dipendenti e delle posizioni organizzative, e inoltre contempla nuove indennità e nuovi istituti difficilmente regolabili nei pochi giorni a disposizione. È concreto il rischio che le amministrazioni si vedano costrette a sottoscrivere contratti-stralcio o a rinviare la sottoscrizione del contratto al suo completo nel 2019. Soccorre ai problemi che potrebbero derivare soprattutto per l’ erogazione dei risultati del 2018 il recente orientamento applicativo CFL37 dell’ Aran, che ribaltando opportunamente un ventennale orientamento, prende atto che la contrattazione decentrata non ha voce in capitolo sulla produttività e che essa è erogabile anche se il contratto decentrato non è stato sottoscritto, purché l’ ente abbia costituito per tempo il fondo ed abbia fissato ad inizio anno gli obiettivi e i risultati. LUIGI OLIVERI
Contratti, spingere sul digitale
Parere del comitato europeo per le regioni in merito al pacchetto sugli appalti pubblici
La semplificazione deve incrementare l’ accesso delle pmi
Maggiore attenzione alle piccole e medie imprese; garanzie di una rapida trasformazione digitale delle procedure di appalto; semplificazione delle procedure e standardizzazione dei documenti di gara e delle fasi di fatturazione e pagamento. Sono questi alcuni dei punti toccati nel parere espresso dal Comitato europeo per le regioni sul cosiddetto pacchetto sugli appalti pubblici (costituito da due comunicazioni e una raccomandazione della Commissione europea) pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell’ Unione europea il 25 ottobre 2018. Nel documento si premette che «parecchi Stati membri hanno recepito le direttive sugli appalti pubblici del 2014 soltanto di recente» e che questo comporta «azioni di formazione e consulenze». Viene poi toccato il tema degli appalti digitali per i quali «sono necessari maggiori progressi» e, al riguardo, vengono auspicati «maggiori orientamenti sui moduli elettronici e le procedure di appalto elettroniche, per impedire l’ adozione di approcci nazionali in contrasto con l’ approccio dell’ Ue ed evitare che gli enti locali e regionali siano lasciati nell’ incertezza su come e quando utilizzare moduli e procedure differenti». Nel parere si punta poi l’ accento sul tema della «professionalizzazione degli appalti pubblici» e in particolare sul fatto che si debba «garantire una rapida trasformazione digitale delle procedure e l’ introduzione di processi elettronici per tutte le fasi salienti, segnatamente quelle di notifica, accesso ai bandi e presentazione, valutazione, aggiudicazione dell’ appalto, ordinazione, fatturazione e pagamento». Sul fronte della complessità delle procedure e dell’ assenza di documenti standardizzati, il parere nota che si tratta di elementi che hanno «fatto lievitare i costi amministrativi degli appalti pubblici (sia per gli acquirenti che per i venditori)». Per questo «la normativa degli Stati, facendo proprio l’ obiettivo delle direttive, non dovrebbe rendere più complessa la regolamentazione, né estenderla in modo lineare al di sotto delle soglie previste, come è avvenuto in alcuni casi». Per quel che riguarda gli appalti in materia di innovazione il comitato delle regioni «solleva ulteriori problemi di governance e di coerenza per quanto riguarda gli obiettivi principali degli appalti pubblici e la propria finalità di fare degli appalti pubblici uno strumento di politica di innovazione; l’ innovazione nel settore degli appalti presuppone, inoltre, la disponibilità di maggiori capacità concettuali, operative e gestionali, nonché di documenti standardizzati, per affrontare i negoziati multilaterali inerenti a progetti complessi». Una particolare attenzione viene riservata anche al tema delle piccole e medie imprese: «Al momento dell’ adozione delle nuove direttive sugli appalti pubblici, la promozione delle pmi venne messa in evidenza come uno dei cinque punti principali della riforma del settore; tuttavia il grado di semplificazione raggiunto è tuttora insufficiente ad incrementare l’ accesso delle pmi ai contratti di appalti pubblici; osserva che gli appalti pubblici rivestono una grande importanza per le pmi, e che i loro interessi dovrebbero essere posti al centro della politica in materia di appalti pubblici e della sua attuazione». Altro punto trattato nel parere è quello degli appalti transfrontalieri: «la causa principale di gran parte delle difficoltà che sorgono alle frontiere risiede nella diversità dei regolamenti nei sistemi giuridici e amministrativi nazionali; spesso le norme del diritto dell’ Ue sono applicate in modo più o meno rigoroso nei vari Stati membri: pertanto, la coesistenza di due sistemi diversi lungo le frontiere interne dell’ Unione può essere fonte di complessità e, talvolta, di incertezza giuridica, facendo così lievitare i costi». © Riproduzione riservata. PAGINA A CURA DI ANDREA MASCOLINI
03/11/2018 – Il Messaggero
Autostrade, ora le concessioni finiscono nel mirino dell’ Anac
La segnalazione inviata a governo e Parlamento: «Anomalie e criticità anche nel comparto del gas» Cantone: «Deficit di controllo e incongruenze tra i dati di Aspi e del Mit». La società: solo interpretazioni diverse
IL CASO ROMA Ci sono «fenomeni particolarmente gravi di inosservanza o di applicazione distorta della normativa di settore». Dopo il tragico crollo del Ponte Morandi di Genova, è un report pesante dell’ Anac a riaccendere i riflettori sull’ intero settore delle concessioni pubbliche, dal gas agli aeroporti fino alle autostrade. Il presidente Raffaele Cantone ha appena inviato il dossier a governo e Parlamento nella speranza che agiscano in fretta di fronte a «una serie di fenomeni potenzialmente sintomatici di singolari criticità e anomalie», che assumono «nuovo valore», dice lo stesso presidente, dopo quanto accaduto a Genova. Tre le sollecitazioni arrivate dunque dall’ Anac: la necessità di fare nuove gare sul gas, ma anche di controllare di più tutti i concessionari ed, eventualmente, «rivisitare le concessioni in essere». Ce n’ è abbastanza per permettere al ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli in prima linea nello scontro con Autostrade per l’ Italia dopo la tragedia di Genova, di alzare di nuovo la bandiera contro «un vigilante che non vigilava» e «certi potentati che accumulavano profitti». Ma gli effetti arriveranno anche oltre le autostrade. Del resto, dice Cantone, sono 3.728 le concessioni scadute, oltre il 72% del totale, soltanto nel settore del gas, con tanto di «dumping, rovesciamento delle norme sulla concorrenza», e «monopolio di fatto» in mano a pochi big del comparto capaci di «incidere» sulle tariffe, senza nemmeno passare da una procedura di gara. Le procedure in questione dovevano essere avviate almeno un anno prima della scadenza e invece, niente: «Allo stato attuale sopravvivono con proroghe sistematiche». LA FOTOGRAFIA Questa è solo una parte della fotografia scattata dall’ Anac con il censimento a tutto campo sulle concessioni pubbliche svolto tra tra maggio e settembre scorso. Sono molte, infatti, le divergenze tra i dati inviati, soprattutto dal fronte autostrade, mentre sugli aeroporti il giudizio è sospeso. In questo caso, gli ostacoli alle verifiche sono stati molti e i concessionari reclamano l’ esclusione dal censimento. Ma sarà il Consiglio di Stato a decidere. Nel frattempo, l’ Autorità guidata da Cantone, che ha analizzato i 6.700 moduli pervenuti incrociando i dati forniti dagli enti pubblici concedenti e dalle società concessionarie, ha riscontrato «incongruenze» e «divergenze» tra i dati economici comunicati dalle due parti, soprattutto nel settore autostrade. Il tema ruota attorno agli investimenti e riguarda quel 60% di lavori che le concessionarie autostradali devono affidare all’ esterno e quindi mettere a gara. Il punto è che le concessionarie tendono a «sottostimare gli adempimenti a loro carico». E «il massimo scollamento dei dati esaminati si è verificato per Autostrade per l’ Italia», seguita a ruota dal Consorzio per le Autostrade siciliane, le Autostrade del Frejus, le Concessioni autostradali venete e la Milano-Serravalle. Nessuna omissione di dati, fanno sapere però da Aspi. «Esiste al momento una divergente interpretazione rispetto al Ministero di due successive, importanti e contrastanti modifiche normative intervenute nel 2016 e 2018 sul tema dei lavori a controllate e collegate», ha spiegato in una nota la società che aspetta il verdetto del Tar in proposito. A bene vedere, però, il dito dell’ Anac è puntato soprattutto sul «deficit dei controlli sistematici del Concedente», cioè dello Stato. Colpa della «scarsa consapevolezza del ruolo», in alcuni casi, ma anche «dello schema di convenzione», E il ministro Toninelli non perde l’ occasione di incassare: l’ Anac «ci dà ragione, lo Stato aveva abdicato di fronte allo strapotere dei concessionari privati», Roberta Amoruso © RIPRODUZIONE RISERVATA.
03/11/2018 – Italia Oggi
Aziende sanzionate, lo stop alle gare parte da subito
Il periodo massimo di esclusione dalle gare di appalto va calcolato a partire dalla data della decisione dell’ autorità nazionale competente, che ha sanzionato il comportamento dell’ impresa. Il principio è stato espresso dalla quarta sezione della Corte di giustizia europea, nella sentenza del 24 ottobre 2018, relativa alla causa C-124/17. Che aggiunge: le amministrazioni aggiudicatrici possono escludere (o possono essere obbligate dagli Stati membri a escludere) dalla partecipazione a una procedura d’ appalto un operatore economico, se dimostrano con ogni mezzo adeguato che la medesima impresa non ha ottemperato agli obblighi relativi al pagamento di imposte o contributi previdenziali. Non solo: l’ esclusione dell’ impresa dalla gara può avvenire anche se l’ amministrazione aggiudicatrice è a conoscenza dell’ inottemperanza e se ciò è stato stabilito da una decisione giudiziaria o amministrativa a carattere definitivo e vincolante (in base alla legislazione del paese in cui l’ amministrazione risiede). I giudici però avvertono la p.a aggiudicatrice. Questa, ai fini dell’ esclusione, deve poter chiedere all’ impresa, ritenuta responsabile di una violazione al diritto della concorrenza, di fornire la decisione dell’ Autorità garante che la riguarda. Una assurdità? Non proprio: agli occhi dei giudici Ue non rileva che la trasmissione di un simile documento da parte dell’ impresa possa facilitare l’ avvio di un’ azione di responsabilità civile da parte dell’ amministrazione aggiudicatrice nei suoi confronti. Perché, ricordano i giudici Ue, tra le misure che un operatore economico deve adottare per provare la sua affidabilità, vi è che esso dimostri di aver risarcito o di essersi impegnato a risarcire qualunque danno causato dal reato o dall’ illecito che ha commesso. Marco Ottaviano.
05/11/2018 – Il Sole 24 Ore
Società in house: il giudice ordinario decide sugli illeciti
La Cassazione ripartisce le competenze fra tribunali e Corte dei conti
La decisione sull’ azione di responsabilità proposta nei confronti di sindaci e amministratori di una società in house providing dichiarata fallita spetta al giudice ordinario. Lo ha stabilito la Cassazione con l’ ordinanza 22406/2018 delle Sezioni unite con cui la Suprema corte mette un punto fermo sull’ evoluzione giurisprudenziale in tema di giurisdizione sviluppatasi nell’ ultimo decennio. Nella pronuncia 22406/2018 le Sezioni unite, a conclusione di un lungo dibattito giurisprudenziale, hanno stabilito la possibilità di concorso tra la giurisdizione ordinaria e quella contabile, nell’ ipotesi di danni cagionati ad una società in house dalla condotta dei suoi amministratori. Laddove dunque sia prospettabile anche un danno erariale, potranno essere proposti, per i medesimi fatti, sia un giudizio civile che un giudizio contabile risarcitorio, la cui diversità di oggetto e funzione esclude la violazione del principio del ne bis in idem. La questione era stata già affrontata dalle Sezioni unite con la decisione 26806/2009 che riguardava però la giurisdizione sull’ azione di risarcimento dei danni subiti da una società a partecipazione pubblica in relazione a contegni illeciti posti in essere da amministratori o dipendenti. In quel caso le Sezioni unite avevano assegnato la competenza al giudice ordinario sul presupposto che, nella fattispecie, non sarebbero stati individuati elementi idonei a giustificare la devoluzione della vertenza alla decisione della Corte dei conti. Nella pronuncia in questione veniva peraltro ribadito che le condotte idonee a ledere o compromettere la partecipazione sociale dell’ ente pubblico sarebbero invece rimaste appannaggio del giudice contabile, così sancendo una giurisdizione concorrente nelle ipotesi in cui fosse configurabile un danno erariale. La specifica condizione delle società in house era invece stata esaminata nella sentenza 26283/2013, nella quale però la Cassazione aveva espresso un principio di diritto più restrittivo, secondo il quale la Corte dei conti ha giurisdizione sull’ azione diretta a far valere la responsabilità degli organi sociali per danni al patrimonio di una società in house, ossia di una società costituita da uno o più enti pubblici per l’ esercizio di pubblici servizi, la cui gestione è assoggettata a forme di controllo analoghe a quelle esercitato dagli enti pubblici sui propri uffici. Ma la pronuncia del 2013 (criticata in dottrina e da cui ha preso le distanze anche la Corte dei conti) è stata poi oggetto di importanti puntualizzazioni da parte della stessa Cassazione che ha affermato il principio secondo il quale, per tutto quanto non derogato da disposizioni speciali, le società a partecipazione pubblica sono a tutti gli effetti disciplinate dalle norme codicistiche sulle società (Cassazione, 24591/2016). Ne consegue che la scelta di perseguire l’ interesse pubblico attraverso lo strumento privatistico, comporta l’ applicazione degli istituti tipici delle società di capitali sia in materia di insolvenza che di responsabilità degli organi amministrativi di controllo, onde evitare l’ alterazione delle regole della concorrenza. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Enrico Comparotto
03/11/2018 – La Repubblica
roma Cinque miliardi da spendere in opere pubbliche nel 2019, ma il rischio è che si finisca come tutti gli anni nell’ ennesimo e ulteriore passo indietro degli investimenti. L’ allarme arriva dall’ Ance, l’ associazione costruttori, preoccupati dalle norme di ” snellimento” amministrativo previste dalla manovra, che però rischiano di avere l’ effetto opposto, bloccando ancora a lungo la partenza dei nuovi cantieri. A preoccupare i costruttori soprattutto l’ articolo 17 della legge di bilancio, che istituisce la Centrale per la progettazione delle opere pubbliche: «É una buona iniziativa nel medio lungo termine – dice il presidente dell’ Ance Gabriele Buia – ma passeranno mesi prima che sia operativa; finirà per bloccare tutto per il 2019 e andrà come negli ultimi due anni: nel 2017 era previsto un aumento degli investimenti per opere pubbliche del 2,4%, e invece si è chiuso l’ anno con una riduzione del 5%. Quest’ anno si parlava di un più 2,8%, ma noi al momento prevediamo un arretramento del 2,3%. Se si vuole che gli investimenti abbiano un effetto sul Pil già nel 2019, serve altro». L’ ennesimo blocco delle opere pubbliche, ragiona l’ Ance, si innesterebbe in una situazione che vede un calo del 55% negli ultimi quindici anni. A causare il blocco degli investimenti non è tanto e solo la scarsezza delle risorse destinate alle opere pubbliche, quanto, denuncia Buia, una burocrazia lentissima e implacabile. «Il vero problema dell’ Italia – spiega il presidente dell’ Ance – è che anche quando finalmente le somme vengono stanziate passano in media quattro anni per l’ apertura dei cantieri. I fondi stanziati devono passare attraverso una griglia infinita di decisioni burocratiche e amministrative, dal Cipe alla Corte dei Conti al Consiglio Superiore delle Opere Pubbliche. Un esempio per tutti: la Statale Jonica è rimasta bloccata tre anni solo nell’ attesa dell’ autorizzazione del Cipe. Ogni volta che poi cambia qualcosa nella delibera principale interviene di nuovo la Corte dei Conti. E il nuovo codice degli appalti ha aggravato il problema». Una volta che un’ opera parte, poi, deve affrontare anche altri ostacoli, rischiando spesso l’ interruzione: il problema è emerso in particolar modo con l’ attuale governo, che da parte grillina intende farsi portavoce dei vari comitati contrari ad alcune tra le principali infrastrutture già avviate. «Dobbiamo cambiare modello, imparare da altri Paesi, a cominciare dalla Francia, – dice Buia – che ha introdotto il debat publique prima che l’ opera venga avviata, non dopp. Però, una volta che si parte non si può più tornare indietro sulle decisioni già prese » . L’ Ance ha da tempo avviato una campagna ” Sbloccantieri”, con un sito dedicato alle opere pubbliche rimaste appese a blocchi di varia natura: si contano 300 infrastrutture, che se realizzate metterebbero in moto 27 miliardi di euro. © RIPRODUZIONE RISERVATA La legge prevede che nasca una Centrale per la progettazione delle infrastrutture Il presidente Ance Gabriele Buia: “Buone intenzioni, ma nel 2019 bloccherà tutti i lavori” ROSARIA AMATO
Ai Comuni conto-ombra da 1 miliardo
Le novità della manovra: autonomie
Nella legge di Bilancio la sezione dedicata ai Comuni è piena di norme. C’ è la riforma del pareggio di bilancio che libera a regime i risparmi degli anni precedenti, attesa da anni. C’ è l’ avvio del fondo per gli investimenti, per rianimare una spesa ormai ridotta al lumicino (si veda l’ articolo sotto). E ci sono il ripescaggio, parziale, del bando periferie e la rinegoziazione almeno dei mutui più vecchi, quelli pre-2003 passati al Mef. Ma è lungo anche l’ elenco delle assenze. Che secondo i primi calcoli dei sindaci valgono oltre un miliardo di euro di “tagli ombra” o di compensazioni mancate. Tutti sulla spesa corrente, per ora sacrificata dietro all’ attenzione concentrata sugli investimenti. Ma dal 1° gennaio è in calendario anche lo sblocco delle addizionali. E l’ incrocio si fa pericoloso. La finanza locale negli anni si è complicata. E nasconde dietro a incroci di norme o a fredde etichette tecniche effetti concreti sui bilanci. Il primo vale 563,4 milioni all’ anno. È un taglio avviato dal decreto Renzi dell’ aprile 2014, quello che ha introdotto il bonus da 80 euro coinvolgendo anche Regioni ed enti locali nella ricerca delle coperture. Il taglio era in programma per tre anni, le manovre successive l’ hanno allungato fino al 2018. Dall’ anno prossimo decade. Ma in manovra i 563,4 milioni per far risalire i fondi comunali non ci sono. Sul punto è partito un conflitto interpretativo fra sindaci e ministero dell’ Economia, perché nel frattempo è stato rideterminato il fondo di solidarietà comunale fissandone la cifra complessiva. Questa operazione, lamentano però gli amministratori locali, è stata fatta quando il taglio era in vigore. E dall’ anno prossimo non dovrebbe esserci più. C’ è poi una seconda partita, che vale 300 milioni e interessa 1.800 Comuni. È quella del Fondo Tasi, nato anche lui nel 2014 per far quadrare i conti del passaggio dall’ Imu alla Tasi negli enti che si erano allontanati dall’ aliquota standard sull’ abitazione principale. Il fondo si è via via alleggerito, dai 640 milioni del primo anno ai 300 del 2018. Per l’ anno prossimo non se ne parla. Ma non è tutto. La riforma dei conti locali ha imposto ai sindaci di accantonare ogni anno una quota di risorse proporzionale alle entrate che non riescono ad incassare. Si crea così un fondo di garanzia sui «crediti di dubbia esigibilità», pensato per evitare sorprese in arrivo dai buchi della riscossione. Oggi il meccanismo “congela” poco più di 4 miliardi di euro all’ anno, e nel 2019 la quota di accantonamento deve crescere ancora (dal 75% all’ 85% delle mancate riscossioni calcolate sulla media degli ultimi cinque anni). Non si tratta di un taglio vero e proprio. I soldi (intorno ai 100-200 milioni in più il prossimo anno) rimangono nella disponibilità delle amministrazioni. Che però non le possono spendere. Anche se la fase di preparazione è stata quest’ anno particolarmente complicata, il confronto sulla manovra è appena cominciato. Ed è facile prevedere che su tutti questi temi il confronto fra sindaci e governo sarà acceso. Ma c’ è di più. La legge di Bilancio mette da parte 1,1 miliardi di euro per il rinnovo dei contratti degli statali. I Comuni devono provvedere con fondi loro, in una misura proporzionale agli stanziamenti della Pa centrale che sarà misurata da un decreto. Sono altre risorse che vengono bloccate obbligatoriamente (si veda il servizio a pagina 24 per le modalità di calcolo), e che riducono gli spazi di spesa per tutto il resto. gianni.trovati@ilsole24ore.com © RIPRODUZIONE RISERVATA. Gianni Trovati
semplificazioni complicate
Le strutture create in forma associata continueranno a operare per beni e servizi
I Comuni non capoluogo dovranno gestire le gare per appalti di lavori superiori a un milione tramite le stazioni uniche appaltanti presso Province e Città metropolitane. La legge di bilancio (si veda Il Sole 24 Ore del 30 ottobre) modifica integralmente l’ articolo 37, comma 5 del Codice appalti. La nuova norma stabilisce che dal 1° gennaio, in attesa della qualificazione delle stazioni appaltanti in base all’ articolo 38 del Codice, l’ ambito territoriale di riferimento delle centrali di committenza coincide con il territorio provinciale o metropolitano e i Comuni non capoluogo ricorrono alla stazione unica costituita presso Province e Città. La disposizione contenuta nel disegno di legge di bilancio 2019 delinea il particolare obbligo solo per le procedure di affidamento degli appalti e delle concessioni di lavori di valore più rilevante: per gli appalti di servizi e di forniture di valore superiore alle soglie comunitarie, i Comuni non capoluogo potranno continuare ad avvalersi delle centrali uniche di committenza costituite in questi anni in forma associata. Nella prospettiva delineata dalla nuova norma, le Province e le Città metropolitane dovranno attivarsi presso i Comuni non capoluogo per verificare sia le procedure in preparazione e da attivare all’ inizio del nuovo anno sia gli strumenti di programmazione triennale (focalizzando l’ attenzione sugli elenchi annuali). Il potenziamento del ruolo delle stazioni uniche appaltanti, soprattutto nei contesti nei quali le centrali uniche di committenza tra Comuni gestivano significativi numeri di gare per lavori, comporta anche il rafforzamento delle strutture deputate a sviluppare le procedure di affidamento, con risorse umane qualificate. Le Province e le Città metropolitane, inoltre, sono chiamate a rivedere gli aspetti convenzionali dei rapporti con i Comuni non capoluogo, in ragione del passaggio, per gli appalti di lavori, da un sistema che aveva varie alternative a uno che definisce un preciso obbligo di ricorso alle loro strutture. I Comuni non capoluogo possono, da qui al termine dell’ anno, avviare mediante le centrali uniche di committenza le procedure che hanno a base progetti esecutivi già approvati, per ricondurre al nuovo sistema le procedure derivanti dalla programmazione triennale decorrente dal 2019. Particolare attenzione, inoltre, dovrà essere posta da tutti gli attori del processo (Comuni non capoluogo e Province-Città metropolitane) sulla ripartizione dei compiti tra il Responsabile unico del procedimento che dovrà seguire (nel comune) la programmazione, la progettazione e l’ esecuzione e il responsabile del procedimento di gara individuato dalla stazione unica appaltante. © RIPRODUZIONE RISERVATA. Alberto Barbiero
05/11/2018 – Corriere della Sera
Alitalia, vendere oppure rilanciare?
Dopo la gestione disastrosa di etihad e l’ ultimo salvataggio, la compagnia è al bivio. Stando alle stime, cederla non conviene. ma il vero tema sono i manager
Ci risiamo: terzo salvataggio di Alitalia in dieci anni! Come si fa a perdere tre miliardi di euro in un mercato, quello italiano, che intanto è passato dai 50 milioni di passeggeri nel 1997, ai 143,7 milioni nel 2017? Da quando, nel 2008, Alitalia fu data ai privati ripulita dai debiti (Cai), il cuore del fallimento è rappresentato da una straordinaria combinazione di piani industriali sbagliati e incapacità di gestire i costi. L’ errore più grave si verifica nel 2009 con il disimpegno dal settore più remunerativo, il lungo raggio. In tutti i Paesi europei i vettori tradizionali l’ hanno aumentato e, inoltre, lo Stato ha difeso le compagnie di bandiera, impedendo alle low cost di usare gli aeroporti più importanti. Noi abbiamo fatto il contrario: oggi l’ Italia è, tra i grandi Paesi europei, quello nel quale le low cost hanno le più alte quote di mercato. A risollevare le sorti, il primo gennaio 2015, arrivano gli arabi di Etihad: con 387 milioni di euro si comprano il 49% della società. «Allacciate le cinture, Alitalia decolla per nuove destinazioni» disse l’ allora premier Matteo Renzi. Gli arabi annunciano che punteranno sul lungo raggio e aumenteranno la flotta, però poi vendono 21 aerei, indebolendo ulteriormente la compagnia che passa da 139 velivoli a 118. Attuano poi una politica industriale che in due anni e mezzo, anziché decollare per nuovi orizzonti, è costretta a un veloce atterraggio d’ emergenza. Luca Cordero di Montezemolo, presidente Alitalia fino a marzo 2017, ha dichiarato: «Ci sono state cose poco chiare nella gestione di Etihad». Vediamole. Con 60 milioni compra a Heathrow i cinque slot di Alitalia, e glieli riaffitta a 3,7 milioni all’ anno. Secondo una perizia degli attuali commissari il prezzo è in linea con il mercato, secondo altri esperti no. Capire quale sia il valore giusto non è facile, ma il prezzo degli slot Alitalia è fra i più bassi degli ultimi anni. I cinquemila piloti e assistenti di volo vengono mandati a rotazione quattro giorni ad Abu Dhabi per sviluppare lo spirito di corpo. Sempre ad Abu Dhabi viene rifatta la livrea degli aerei di lungo raggio (che viaggiano vuoti andata e ritorno). Il tutto a spese di Alitalia. Il vecchio sistema informatico va bene, ma gli arabi impongono il loro, Sabre: costa 57 milioni di euro, più altri 35 annui per diritti di prenotazione per dieci anni. «Un programma caro e insoddisfacente» dirà il commissario Luigi Gubitosi. La manutenzione pesante viene smantellata e affidata all’ israeliana Bedek, così i pezzi da revisionare vanno spediti ogni volta a Tel Aviv. Etihad firma contratti di copertura delle variazioni del prezzo del carburante a prezzi superiori alla media di mercato, nonostante il petrolio sia in costante calo dal 2014 al 2016, pertanto mentre il greggio oscilla tra i 30 e 45 dollari al barile, Alitalia ne paga 65. Così come più cari del 20% sono i leasing per la flotta: i costi aggiuntivi raggiungono i 90 milioni all’ anno. Infine la compagnia emiratina chiude Alitalia Cargo (che ha buone performance) e ne assorbe il business con Etihad Cargo. Poi c’ è il famoso Airbus 340 per la presidenza del Consiglio, che il ministero della Difesa prende in leasing da Etihad, tramite Alitalia, per 144 milioni di euro in otto anni. Un quadrimotore fuori produzione dal 2011 perché consumava troppo: l’ ultimo era stato venduto a 27 milioni di euro (fonte Air Transport World). In due anni e mezzo la compagnia ha perso circa un miliardo di euro. Sulla sua gestione indaga la magistratura: l’ ipotesi è quella della bancarotta fraudolenta. Il 2 maggio 2017 arrivano i commissari Luigi Gubitosi, Stefano Paleari e Enrico Laghi (in aria di conflitto di interessi perché presente da anni in Alitalia come presidente della Midco, la Spa attraverso cui la Cai controllava l’ azienda con il 51%). La situazione è drammatica: Alitalia ha già venduto 4,5 milioni i biglietti per un valore di 530 milioni di euro, ma in cassa ce ne sono solo 83. L’ ossigeno arriva ancora una volta dallo Stato, con un prestito ponte da 900 milioni. La mission dei commissari è chiara: un anno e mezzo di tempo per risanare la compagnia e poi metterla sul mercato al miglior offerente. Vengono rinegoziati i contratti di leasing, cambiato il fornitore di catering, tagliati i costi commerciali e il numero dei dirigenti (passati da 64 a 50); ridato vita al settore Cargo, e riportato all’ interno la manutenzione pesante. Dopo poco più di un anno è aumentata la vendita dei biglietti digitalizzati e le ore di volo, mentre il lungo raggio, di gran lunga il settore più remunerativo, sale del 7,3% . Viene ottimizzato l’ handling (-30% di bagagli persi nel 2018), e Alitalia conquista il secondo posto per puntualità in arrivo a livello europeo. Oggi i ricavi sono saliti del 7% e le perdite scese di circa l’ 80%. Il tempo è scaduto il 31 Ottobre. Ora le opzioni sono due: vendere o rilanciare. Tutti gli operatori interessati all’ acquisto hanno chiesto pesanti tagli sul personale, anche se il costo dei dipendenti è in linea con quello delle altre compagnie (20% del totale). Per rilanciare, invece, servono due miliardi di euro. Il governo ha messo in campo Ferrovie, ma ci vuole un partner tecnico. Gli aspiranti sono Delta, Easyjet, China Airlines mentre, a bordo campo, Lufthansa osserva. Il 15 dicembre scade anche il prestito da 900 milioni di euro (più il 10% di interessi), ma in cassa ce ne sono 700 e si prevede una proroga. Domanda: dopo aver sperimentato ogni sorta di gestione disastrosa, conviene riprendersi la nostra ex compagnia di bandiera? Se si guarda all’ andamento di mercato la risposta è sì. Secondo la Iata, nei prossimi vent’ anni i passeggeri nel mondo raddoppieranno rispetto agli attuali 4,3 miliardi ed entro il 2035 in Italia si crescerà del 30%. Quello che il mercato invece non può fornire è una classe dirigente capace di fare un piano industriale serio e regole di protezione, rispetto alla concorrenza, non sempre corretta in termini fiscali, delle low cost. E sappiamo che la differenza fra un rilancio o un altro fallimento passa dalle mani del manager a cui consegni le chiavi. Questo è il vero grande tema. DOMENICO AFFINITO E MILENA GABANELLI
05/11/2018 – Il Fatto Quotidiano
“La prescrizione va fermata. Salva i corrotti e i mafiosi”
l’ intervista – Di Matteo. Il pm dice sì alla norma Bonafede che la interrompe alla prima sentenza e rilancia: “Bloccarla alla richiesta di giudizio”
La direzione è giusta, anche se si potrebbe fare meglio. Così il magistrato Nino Di Matteo commenta la proposta del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede di sospendere dopo la sentenza di primo grado il decorrere dei tempi che azzerano i processi per prescrizione. “Qualcuno, anche tra i magistrati, ha cambiato opinione. Io resto dell’ idea che vada realizzata una seria riforma della prescrizione”. Per quali motivi? In Italia c’ è la sostanziale impunità di molti reati che riguardano la pubblica amministrazione e la corruzione. La stragrande maggioranza di questi processi si conclude con la dichiarazione di intervenuta prescrizione. Questo è molto grave. Perché il fenomeno corruttivo s’ intreccia con i reati delle organizzazioni criminali e dunque finisce per favorire le mafie. Poi perché così mortifichiamo le attese dei cittadini che si aspettano che la pubblica amministrazione sia condotta secondo i criteri stabiliti dalla Costituzione, cioè il buon andamento e l’ imparzialità. Questa impunità crea una giustizia a due velocità, efficace e a volte addirittura spietata con i deboli, invece con armi completamente spuntate nei confronti dei delitti dei colletti bianchi. Molti critici sostengono che la riforma va nella direzione “giustizialista” di imbarbarire il sistema giudiziario, tenendo i cittadini sotto processo per tempi irragionevoli. Non condivido questa impostazione. L’ istituto della prescrizione trova fondamento nel venir meno, con il passare del tempo, dell’ interesse dello Stato a punire determinate condotte. E allora nel momento in cui lo Stato, con la richiesta di rinvio a giudizio, esercita l’ azione penale dimostrando di non aver perso quell’ interesse, il decorso della prescrizione dovrebbe bloccarsi per sempre. Non c’ è il rischio, così, di rallentare la giustizia e di finire per allungare i tempi dei processi? Sono convinto del contrario. Anche perché verrebbe meno l’ interesse di molti imputati a utilizzare tecniche processuali ostruzionistiche e dilatorie, proprio per puntare alla prescrizione. Il giusto principio della ragionevole durata del processo, poi, può essere garantito in altri modi. Una seria depenalizzazione di reati lievi e bagatellari. Un significativo rafforzamento delle risorse per la giustizia: più magistrati, più cancellieri, più personale per la giustizia. E uno snellimento di alcuni passaggi del rito accusatorio penale che appesantiscono inutilmente il dibattimento. Anni fa, un avvocato al termine di un importante processo ha gridato tre volte davanti alle telecamere “Assolto! Assolto! Assolto!”. Invece Giulio Andreotti, sette volte presidente del Consiglio, era stato non assolto, ma prescritto. Quell’ avvocato era Giulia Bongiorno e ora è al governo. Al di là dell’ espressione utilizzata allora da quell’ avvocato, ancora oggi quella sentenza viene spacciata per una assoluzione completa, mentre invece furono dimostrati fatti di grave collusione tra Andreotti e Cosa nostra, fino al 1980: ma per quei fatti è intervenuta la prescrizione. Se le cifre sono esatte, soltanto il 20 per cento dei processi si prescrive dopo il primo grado. La riforma proposta dunque non salverebbe l’ 80 per cento dei processi che si prescrivono in Italia. Non dobbiamo ragionare soltanto in termini statistici. La recente storia giudiziaria ci insegna che molti politici e colletti bianchi sono stati salvati dalla prescrizione proprio in appello o in Cassazione. Io ritengo che la proposta di riforma vada nella direzione giusta. Ma poi ripeto: potrebbe diventare più incisiva bloccando la prescrizione al momento della richiesta di rinvio a giudizio. Quello che oggi più mi stupisce è la serie di perplessità avanzate da chi per anni ha condiviso le ragioni che sto esponendo e ora improvvisamente sembra aver cambiato idea. Negli ultimi anni, queste posizioni sono state espresse e condivise anche da molti magistrati, a volte pure rappresentanti della magistratura negli organi associativi. Sarebbe grave se il ripensamento di molti fosse in realtà frutto del non gradimento verso la forza politica che oggi propone la riforma. La mia non è una provocazione: io sono soltanto coerente con quello che ho sempre pensato e detto, in funzione di una lotta efficace al sistema mafioso e al sistema della corruzione. Se questa lotta finalmente acquistasse in futuro dignità di obiettivo primario della politica, dovremmo tutti esserne felici, a prescindere dal colore del governo. Gianni Barbacetto
05/11/2018 – Il Sole 24 Ore – Edilizia e Territorio
Codice appalti, il governo scongela il Dm progettazione ma Comuni e Regioni vogliono snellimenti
A sei mesi dal primo schema di Dm (che attua l’art. 23, comma 3), gli enti hanno proposto modifiche per sfoltire adempimenti e procedure
Accelera l’iter dei due decreti attuativi del codice appalti che riguardano la progettazione: il decreto (più importante) sui livelli di progettazione, in attuazione dell’articolo 23, comma 3; e poi il decreto sulla progettazione semplificata (per lavori di manutenzione ordinaria di importo fino a 2,5 milioni di euro), in attuazione dell’articolo 23, comma 3-bis.
Il 30 ottobre scorso, dopo vari rinvii, i rappresentanti del ministero delle Infrastrutture, delle Regioni e dei Comuni si sono incontrati per un confronto tecnico sui due provvedimenti. Si è trattato del primo vero esame tecnico da quando il Mit, nel maggio scorso – per iniziativa del precedente ministro Graziano Delrio – ha definito i due schemi di decreto e ha avviato l’iter del confronto istituzionale. Con gli effetti del cambio di governo, l’iter si è praticamente fermato, anche se il ministero delle Infrastrutture ha ricevuto – in particolare sul provvedimento più importante (livelli di progettazione) – le richieste di modifica da parte del ministero dell’Ambiente (nel maggio 2018) e successivamente le osservazioni del Consiglio di Stato (a giugno 2018). Poi tutto è rimasto fermo, fino a pochi giorni fa.
Gli Enti locali e soprattutto le Regioni hanno messo nero su bianco la lista delle richieste di modifica, complessivamente volte ad alleggerire il più possibile gli adempimenti che riguardano le due principali novità legate all’attività preliminare alla progettazione, e cioè il “quadro esigenziale” e il “documento di indirizzo alla progettazione”. Novità sulle quali interviene nel dettaglio lo schema di Dm ministeriale.
Secondo i comuni, «l’intero impianto del provvedimento si caratterizza per una mole rilevante di elaborati e relazioni tecniche da dover redigere, all’interno dei tre diversi livelli di progettazione che, ad avviso di Anci, rischiano di appesantire il provvedimento». In particolare i comuni chiedono semplificazioni procedurali soprattutto per quanto attiene alla «fase di pre-programmazione». Per esempio gli enti locali chiedono che per gli interventi di importo inferiore ai 100mila euro (che in quanto tali non sono inseriti nella programmazione degli enti) non si debba approvare il “quadro esigenziale”, «purché il primo livello di progettazione sottoposto ad approvazione» contenga gli elementi da includere nel quadro esigenziale.
LE PROPOSTE DI MODIFICA ALLO SCHEMA DI DM PRESENTATE DALL’ANCI
Snellimenti richiesti anche dalle Regioni, le quali hanno consegnato al Mit un documento più articolato che riporta le numerose richieste di integrazione e modifica elaborate da Itaca, cioè l’organo tecnico degli enti territoriali. Anche in questo caso si punta il dito sul “quadro esigenziale” «La presenza del quadro esigenziale – dicono le Regioni – quale documento necessario per l’avvio della progettazione è comunque un appesantimento nell’iter di avvio della realizzazione di un’opera; tenendo conto che comunque le amministrazioni devono attuare pianificazioni settoriali si propone la definizione dei suoi contenuti in coerenza con quanto già previsto lì».
LE PROPOSTE DI MODIFICA ALLO SCHEMA DI DM PRESENTATE DALLE REGIONI
Come si diceva, già nel maggio scorso, anche il Consiglio di Stato aveva esaminato lo schema di decreto del Mit e aveva dato una valutazione complessivamente positiva, suggerendo alcune modifiche al testo.
LE OSSERVAZIONI DEL CONSIGLIO DI STATO AL DM SUI LIVELLI DI PROGETTAZIONE
La discussione tecnica non si è esaurita. I documenti presentati da Regioni e Comuni, vanno infatti considerati un «contributo istruttorio» e sono «da ritenere ancora parziali e non definitivi». Il lavoro ora prosegue presso il ministero delle Infrastrutture, presso un tavolo tecnico ad hoc chiesto dalle Regioni, per discutere anche lo schema di Dm sulla progettazione semplificata. © RIPRODUZIONE RISERVATA
Codice appalti/2. Allo start in Senato la «maratona» delle audizioni per riformare il Dlgs 50/2016
È un calendario molto impegnativo quello definito dalla commissione Lavori pubblici del Senato, per iniziativa del presidente Mauro Coltorti (M5S), per l’indagine sull’applicazione del codice dei contratti. «Vogliamo farci trovare pronti quando si tratterà di discutere le correzioni al codice», aveva anticipato il senatore a questo giornale qualche giorno fa. Lo scorso 30 ottobre il presidente Coltorti ha riferito che l’indagine conoscitiva sul codice dei contratti è stata autorizzata (dal presidente del Senato) e ha per tanto comunicato all’VIII commissione la lista (non definitiva) delle associazioni di categoria che – su proposta o su richiesta – saranno audite nei prossimi giorni.
Le sigle abbracciano ampiamente il vasto perimetro dei lavori pubblici e tengono anche conto delle diverse professionalità collegate. Nell’elenco sono per indicati 37 soggetti, tra associazioni, gruppi e rappresentanze istituzionali, sia di matrice pubblica che privata. L’elenco iniziale comunicato dal presidente della commissione indicava 31 soggetti ma si è ulteriormente arricchito a seguito delle richieste di integrazione presentate da alcuni senatori.
Oltre alle principali categorie degli operatori economici (Ance, coop, artigiani), dei sindacati e dei professionisti tecnici (architetti, ingegneri, geologi, geometri) saranno ascoltati anche notai, commercialisti, esperti contabili, archeologi, e rappresentanti del mondo della qualificazione (Union Soa, General Soa) e della certificazione (Accredia).
Il mondo dell’immobiliare è per ora rappresentato dalla sola Confedilizia, la cui audizione è stata richiesta dal senatore Massimo Mallegni (Fi-Bp). Tra gli interventi previsti ci sono l’Anac, i provveditorati alle opere pubbliche e le prefetture.
Il lavoro di indagine della commissione sarà collegato anche al “cantiere” sul codice appalti avviato dal governo: «Siamo in contatto con il governo e c’è uno scambio di informazioni», ha detto a questo proposito Coltorti. Il principale concetto guida dell’impegnativo lavoro che attende l’VIII commissione è quello della semplificazione: «Se ci si mette almeno sei mesi per aggiudicare un appalto qualcosa che non funziona di sicuro c’è – ha detto sempre Coltorti -. Dobbiamo semplificare i passaggi che portano i finanziamenti a trasformarsi in cantieri». © RIPRODUZIONE RISERVATA
Concessionari autostradali, “elusione” dell’obbligo di gare esterne
Anac: nei dati di 28 operatori «incongruenze» e «divergenze» sul rispetto della quota 60%-40% per i lavori
Sulla quota di lavori da affidare all’esterno e i vincoli stabiliti dal Codice appalti, le rilevazioni effettuate da Anac hanno fatto emergere «incongruenze» e «divergenze» tra i dati comunicati dal Mit in quanto concedente e quelli comunicati invece dalle società concessionarie, che tendono a «sottostimare gli adempimenti a loro carico». Si legge nell’atto di segnalazione che l’Anac ha inviato a Governo e Parlamento in generale sull’attività dei concessionari – dal gas agli aeroporti, dall’acqua alle autostrade – nel quale c’è però un esplicito riferimento a 28 concessionari autostradali, in cui spicca Autostrade per l’Italia. «Il massimo scollamento dei dati esaminati», afferma il documento in riferimento ai dati comunicati da concedente e concessionario, «si è verificato con riferimento a quelli dichiarati dal Concessionario Aspi e dal Concedente Mit (non si può escludere né una diversa interpretazione delle voci degli investimenti, né la volontà del Concessionario di non fornire questi dati). Altre concessioni dove la differenza è risultata assai significativa sono stati il Consorzio per le Autostrade Siciliane, le Autostrade del Frejus; le Concessioni Autostradali Venete; la Milano Serravalle, ecc».
Il monitoraggio dell’Anac (approvato dal Consiglio lo scorso 17 ottobre) è stato condotto tra il 17 maggio 2017 e il 30 settembre 2017 analizzando 6.700 moduli ricevuti dalle concessionarie. L’obiettivo era appunto di verificare, su un campione il più attendibile possibile, il rispetto della quota 80%-20% tra appalti da mandare in gara e appalti in house, che nel caso dei soli concessionari autostradali è pari al 60%-40%. Ebbene, nel caso delle autostrade – come del resto di altri settori di beni in concessione – l’Autorità guidata da Raffaele Cantone, ha riscontrato il mancato rispetto dell’indicazione, ma soprattutto ha riscontrato una sostanziale mancata vigilanza del concedente: «In definitiva – scrive sempre l’Autorità – le circostanze dinanzi segnalate mettono in evidenza che vi è stato sino ad oggi un deficit di controlli sistematici del Concedente sulle attività del Concessionario, dovuto, a seconda dei casi, sia a una scarsa consapevolezza del ruolo sia a schemi di convenzioni troppo risalenti».
L’ATTO DI SEGNALAZIONE DELL’ANAC
Da qui la sollecitazione a Governo e Parlamento ad agire su tre fronti: sollecitare l’affidamento con gara delle concessioni scadute; richiamare i concessionari al dovere di rispettare «i limiti percentuali previsti dall’art.177 del Codice»; «richiamare, altresì, l’attenzione dei Concedenti a rivisitare le convenzioni di concessione in essere, esercitando anche le proprie prerogative di monitoraggio dei rispettivi concessionari come, peraltro, disciplinato nelle linee guida n. 11 del 2018 e, più in generale, nelle linee guida n. 9 del 2018 (monitoraggio dei contratti di partenariato pubblico privato)».
Aeroporto di Malpensa, a tre società venete il progetto di ampliamento del terminal 1
F&M Ingegneria di Mirano (Venezia), Dba Progetti di Villorba (Treviso) e Steam di Padova vincono l’incarico da 920mila euro
Aggiudicato il servizio professionale per potenziare l’aeroporto di Malpensa. La Sea ha assegnato a tre società di ingegneria associate Oice – F&M Ingegneria di Mirano (Venezia), Dba Progetti di Villorba (Treviso) e Steam di Padova – il progetto di fattibilità tecnico economica della progettazione definitiva ed esecutiva per l’ampliamento Nord del terminal 1. Il possesso delle nuove tecnologie e una visione condivisa hanno favorito la partnership fra le tre società venete che realizzeranno il progetto secondo logiche di Building Information Modeling (Bim), tecnologia digitale in 3D.
L’investimento di Sea ha l’obiettivo di migliorare la funzionalità, ampliando in modo significativo le aree operative e i flussi dei passeggeri sia nell’area partenze, sia nell’area arrivi. Saranno migliorate la qualità percepita e l’immagine architettonica nel suo complesso. L’aerostazione risulterà ampliata per favorire l’incremento dell’offerta commerciale a disposizione di nuovi corner di brand internazionali. L’investimento complessivo dei lavori è di 48,5 milioni di euro e pari a 920 mila euro il budget della progettazione.
«F&M Ingegneria è orgogliosa di poter mettere a disposizione di questo team le proprie conoscenze in campo ingegneristico ed architettonico. Grazie alla nostra esperienza nell’utilizzo di metodologie innovative, riguardanti il Bim, saremo in grado di offrire un servizio all’altezza del valore di uno dei principali aeroporti italiani ed internazionali», ha detto Sandro Favero.
«Sostenibilità, efficienza e ottimizzazione dei processi sono gli elementi fondanti dell’approccio Bim per riportare l’ingegneria al centro della gestione del ciclo di vita di edifici e infrastrutture. Noi abbiamo aggiunto la partnership di tre società di ingegneria e garantiamo così l’insieme di competenze e specializzazioni necessarie a progetti di questa complessità», ha sostenuto Stefano De Bettin di Dba Progetti.
«Il contributo di Steam, la cui forza sta in un team di professionisti in continua formazione, in particolare sul Bim, presente e futuro dell’organizzazione progettuale, si fonde perfettamente con le altre società il cui scopo è garantire il miglior servizio per Sea Aeroporti Milano. La mia lunga esperienza in ambito aereoportuale darà un valore aggiunto al nuovo che avanza» ha dichiarato Mauro Strada.
03/08/2018 – MF Iren cresce e alza le stime di ebitda Il mol è salito a 505,8 milioni e l’ ad punta […]
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