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Timestamp: 2020-02-22 06:40:46+00:00
Document Index: 90374765

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 39', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 64', 'art. 419', 'art. 6', 'art. 28', 'art. 152', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 48', 'art. 2', 'art. 39', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 45', 'art. 40', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 35']

﻿ C cost n. 178 del 23/7/2015. La Corte dichiara la illegittimità costituzionale sopravvenuta, a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza in G.U., del regime di sospensione della contrattazione collettiva per il personale delle amministrazioni pubbliche.
C cost n. 178 del 23/7/2015.
La Corte dichiara la illegittimità costituzionale sopravvenuta, a partire dal giorno successivo alla pubblicazione della sentenza in G.U., del regime di sospensione della contrattazione collettiva per il personale delle amministrazioni pubbliche.
La legge di stabilità del 2015 (legge 23 dicembre 2014, n. 190), prorogando il “blocco negoziale”, avrebbe infatti “reso strutturali i blocchi contrattuali introdotti con i precedenti provvedimenti legislativi”, provocando così una situazione di illegittimità costituzionale sopravvenuta.
La Corte Costituzionale, dichiarando l’incostituzionalità sopravvenuta della normativa censurata, opera di fatto una limitazione pro praeterito della portata retroattiva della sentenza, dichiarata efficace soltanto “a partire dal giorno successivo alla pubblicazione.
Viene così riproposto il modello di una sentenza di accoglimento ad effetto ex nunc, operante solo pro futuro: facendo coincidere il dies a quo dell'effetto ablativo con il momento stesso della declaratoria di incostituzionalità, la Corte costituzionale – di fatto – colloca l'insorgenza del vizio in un momento successivo rispetto a quello del suo effettivo manifestarsi, postergando quindi la produzione degli effetti dell'annullamento della disciplina invalidata”
CIRCA L'ILLEGITTIMITA' COSTITUZIONALE SOPRAVVENUTA SI VEDA LA sentenza “Cartabia” (C COST 10/2015), nella quale la Consulta dichiara l'illegittimità costituzionale della c.d. “Robin tax”, il prelievo aggiuntivo da applicarsi alle imprese operanti nel settore degli idrocarburi che abbiano conseguito ricavi superiori a 25 milioni di euro nel periodo di imposta precedente. Salvo poi aggiungere una pregnante postilla: consapevole che le restituzioni dei versamenti tributari connesse alla suddetta declaratoria di incostituzionalità determinerebbero “uno squilibrio del bilancio dello Stato di entità tale da implicare la necessità di una manovra finanziaria aggiuntiva”, essa dispone l'irretroattività degli effetti della propria sentenza. Tale decisum non ha mancato di attirare le critiche della più parte della dottrina costituzionalistica, la quale ha trasversalmente evidenziato la violazione del principio di retroattività e il conseguente svilimento del senso stesso della incidentalità del giudizio di legittimità costituzionale.
Passando ora ai profili di merito, si rammenta che, tra tutte le censure proposte, la Corte ha accolto esclusivamente quella relativa alla violazione dell’art. 39 comma 1 della Costituzione. In forza dell’ultima proroga, il blocco negoziale aveva infatti raggiunto la durata di sei anni, durata ritenuta tale da pregiudicare la libertà sindacale dei dipendenti pubblici in quanto non più giustificata dalla situazione emergenziale di crisi economica.
LA CORTE HA PERO' rigettato la censura relativa all’art. 36, comma 1 Cost., norma che afferma il principio di proporzionalità e sufficienza della retribuzione. Pochi mesi prima di questa decisione, la Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi su un caso simile, ossia il blocco della rivalutazione automatica delle pensioni per gli anni 2012 e 2013 per i trattamenti di importo complessivo superiore a tre volte il minimo INPS. In quella occasione13 il giudice delle leggi dichiarò l'illegittimità costituzionale della normativa impugnata ritenendo che, in base al combinato disposto degli artt. 3, 36 co.1 e 38 co. 2 della Costituzione, il diritto a una prestazione previdenziale adeguata risultasse "irragionevolmente sacrificato nel nome di esigenze finanziarie non illustrate in dettaglio". A un'attenta lettura della pronuncia, emerge chiaramente che l'intero apparato motivazionale è costruito proprio sulla violazione dell'art. 36 co. 1 della Costituzione, norma che necessariamente si pone alla base di ogni argomentazione che – come nel caso in commento – coinvolga il trattamento retributivo e/o previdenziale del lavoratore.
SENTENZA N. 178 ANNO 2015
1.– Il Tribunale ordinario di Roma, in funzione di giudice del lavoro, con ordinanza depositata il 27 novembre 2013 e iscritta al n. 76 del registro ordinanze 2014, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 9, commi 1 e 17, primo periodo, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e dell’art. 16, comma 1, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, prospettando
la violazione degli artt. 2, 3, primo comma, 35, primo comma, 36, primo comma, 39, primo comma, e 53 della Costituzione.
L’art. 64, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001 offrirebbe un argomento a favore dell’ammissibilità dell’intervento, in quanto accorderebbe alle organizzazioni sindacali firmatarie dei contratti
collettivi la facoltà di intervenire nel giudizio anche oltre il termine previsto dall’art. 419 del codice di procedura civile.
Fra tali fonti sovranazionali, la Confederazione menziona l’art. 6 della Carta sociale europea, l’art. 28 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, l’art. 152 del TFUE, gli artt. 11, 12, 13 e 14 della Carta comunitaria dei diritti sociali fondamentali dei lavoratori, adottata a Strasburgo il 9 dicembre 1989, la Convenzione n. 151 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL), relativa alla protezione del diritto di organizzazione e alle procedure per la determinazione delle condizioni di impiego nella funzione pubblica, adottata a Ginevra il 27 giugno 1978 nel corso della 64a sessione della Conferenza generale, ratificata e resa esecutiva con legge 19 novembre 1984, n. 862.
Essa non avrebbe natura tributaria, perseguirebbe l’obiettivo di razionalizzare e contenere la spesa pubblica, in un’ottica di programmazione di bilancio necessariamente pluriennale, e si limiterebbe a
imporre un contributo equamente distribuito tra tutte le componenti dell’apparato pubblico, senza arrecare alcun vulnus al principio di proporzionalità della retribuzione al lavoro svolto.
Il d.l. n. 78 del 2010 stabilisce che non si dia luogo, senza possibilità di recupero, «alle procedure contrattuali e negoziali relative al triennio 2010-2012 del personale di cui all’articolo 2, comma 2 [...] del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, e successive modificazioni» e salvaguarda l’erogazione dell’indennità di vacanza contrattuale «nelle misure previste a decorrere dall’anno 2010 in applicazione dell’articolo 2, comma 35, della legge 22 dicembre 2008, n. 203» (art. 9, comma 17).
Le previsioni regolamentari sono state trasfuse in una fonte di rango legislativo (legge 27 dicembre 2013, n. 147, recante «Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge di stabilità 2014»), con riguardo all’indennità di vacanza contrattuale per il periodo 2015- 2017 (art. 1, comma 452), alla sospensione delle procedure negoziali inerenti alla parte economica per il periodo 2013-2014 (art. 1, comma 453), all’ammontare dei trattamenti accessori (art. 1, comma 456). Per effetto dell’art. 1, comma 254, della legge 23 dicembre 2014, n. 190 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – legge di stabilità 2015), la
sospensione delle procedure negoziali è destinata a protrarsi, per la parte economica, fino al 31 dicembre 2015.
Le caratteristiche delle misure impugnate, che si traducono in un mero risparmio di spesa e non si atteggiano come decurtazione definitiva del patrimonio del soggetto passivo e come atto
autoritativo di carattere ablatorio, diretto a reperire risorse per l’erario, divergono dagli elementi distintivi del prelievo tributario (fra le tante, sentenza n. 70 del 2015, punto 4. del Considerato in diritto).
La medesima eterogeneità dei termini posti a raffronto connota l’area del lavoro pubblico contrattualizzato e l’area del lavoro pubblico estraneo alla regolamentazione contrattuale. Tale eterogeneità preclude ogni plausibile valutazione comparativa sul versante dell’art. 3, primo comma, Cost. e risalta ancor più netta in ragione dell’irriducibile specificità di taluni settori (forze armate, personale della magistratura), non governati dalla logica del contratto e indicati dal giudice ravennate come tertia comparationis. Si valorizza in tal modo una funzione solidaristica delle
misure adottate, strettamente collegata all’eccezionalità della situazione economica generale, in piena armonia con il dettato dell’art. 2 Cost.
Il sistema della contrattazione collettiva nel lavoro pubblico, inteso nella sua interezza, contempla la pianificazione degli oneri connessi al suo svolgersi nel tempo, secondo un modello dinamico, «in coerenza con i parametri previsti dagli strumenti di programmazione e di bilancio di cui all’articolo
1-bis della legge 5 agosto 1978, n. 468, e successive modificazioni e integrazioni» (art. 48, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001).
La natura pluriennale delle politiche di bilancio, espressamente considerata nei precedenti citati, è speculare alla durata triennale delle tornate contrattuali, nei termini consacrati nell’ “Intesa per l’applicazione dell’Accordo quadro sulla riforma degli assetti contrattuali del 22 gennaio 2009 ai
comparti contrattuali del settore pubblico”, siglata a Roma il 30 aprile 2009 dai ministri competenti e da alcune organizzazioni sindacali (si veda, in particolare, art. 2, lettera a).
15.– Sono, invece, fondate, nei termini di cui si dirà, le censure mosse, al regime di sospensione per la parte economica delle procedure contrattuali e negoziali in riferimento all’art. 39, primo comma,
Cost. Esse si incentrano sul protrarsi del “blocco” negoziale, così prolungato nel tempo da rendere evidente la violazione della libertà sindacale
Tra tali fonti spiccano la Convenzione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) n. 87, firmata a San Francisco il 17 giugno 1948, concernente la libertà sindacale e la protezione del diritto sindacale, la Convenzione OIL n. 98, firmata a Ginevra l’8 giugno 1949, concernente l’applicazione dei Principi del diritto di organizzazione e di negoziazione collettiva, entrambe ratificate e rese esecutive con legge 23 marzo 1958, n. 367, e, con specifico riguardo al lavoro pubblico, la Convenzione OIL n. 151, relativa alla protezione del diritto di organizzazione e alle procedure per la determinazione delle condizioni di impiego nella funzione pubblica, adottata a Ginevra il 27 giugno 1978 nel corso della 64a sessione della Conferenza generale, ratificata e resa esecutiva con legge 19 novembre 1984, n. 862.
17.– Il reiterato protrarsi della sospensione delle procedure di contrattazione economica altera la dinamica negoziale in un settore che al contratto collettivo assegna un ruolo centrale (sentenza n. 309 del 1997, punti 2.2.2., 2.2.3. e 2.2.4. del Considerato in diritto). Nei limiti tracciati dalle disposizioni imperative della legge (art. 2, commi 2, secondo periodo, e 3-bis del d.lgs. n. 165 del 2001), il contratto collettivo si atteggia come imprescindibile fonte, che disciplina anche il trattamento economico (art. 2, comma 3, del d.lgs. n. 165 del 2001), nelle sue componenti
fondamentali ed accessorie (art. 45, comma 1, del d.lgs. n. 165 del 2001), e «i diritti e gli obblighi direttamente pertinenti al rapporto di lavoro, nonché le materie relative alle relazioni sindacali» (art. 40, comma 1, primo periodo, del d.lgs. n. 165 del 2001).
4) dichiara inammissibili le questioni di legittimità costituzionale degli artt. 9, commi 1, 2-bis, 17, primo periodo, e 21, ultimo periodo, del d.l. n. 78 del 2010, e 16, comma 1, lettera b), del d.l. n. 98
del 2011, come specificato dall’art. 1, comma 1, lettera a), primo periodo, del d.P.R. n. 122 del 2013, con riguardo alla limitazione dei trattamenti economici complessivi dei singoli dipendenti, del trattamento accessorio, degli effetti economici delle progressioni di carriera, dall’art. 1, comma 456, della legge n. 147 del 2013, con riguardo alla limitazione dei trattamenti accessori, dall’art. 1, comma 1, lettera c), primo periodo, del d.P.R. n. 122 del 2013 e dall’art. 1, comma 453, della legge n. 147 del 2013, con riguardo alla sospensione delle procedure contrattuali e negoziali per la parte economica per il periodo 2013-2014, promosse, in riferimento all’art. 35, primo comma, della Costituzione, dal Tribunale ordinario di Ravenna, in funzione di giudice del lavoro, con l’ordinanza di rimessione indicata in epigrafe;
Omissis Depositata in Cancelleria il 23 luglio 2015. Allegato: Ordinanza letta all'udienza del 23 giugno 2015