Source: https://www.didiritto.it/prime-riflessioni-sullimpatto-del-covid-19-sui-contratti-e-sulla-vita-civile-ed-economica-quotidiana/
Timestamp: 2020-07-06 21:52:00+00:00
Document Index: 93327411

Matched Legal Cases: ['art.1256', 'art. 1256', 'art.1256', 'art. 1463', 'art. 1256', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 1464', 'art 1256']

Prime riflessioni sull’impatto del Covid 19 sui contratti e sulla vita civile ed economica quotidiana | DiDiritto
Prime riflessioni sull’impatto del Covid 19 sui contratti e sulla vita civile ed economica quotidiana
Avv. Manlio Lubrano
Stiamo vivendo tutti una situazione mai neppure immaginata solo a fine gennaio, e il cui termine non riusciamo ancora a intravedere.
Nel frattempo, con le eccezioni di chi è obbligato a lavorare e produrre perché addetto ad attività essenziali, siamo obbligati a restare in casa e a non poter svolgere le nostre normali occupazioni.
Negozi, molte fabbriche, laboratori, studi professionali e tutto l’indotto che vi gira intorno sono chiusi. Le prime preoccupazioni si affacciano in tanti, e non riguardano solo il futuro del posto di lavoro o della propria attività, ma purtroppo anche come far fronte alle esigenze di oggi.
A questi enormi problemi si affianca una questione che, seppur per tanti sta ancora in un “limbo”, è destinata a produrre serie conseguenze.
Mi riferisco alla miriade di impegni contrattuali e di “obbligazioni”, vale a dire di scadenze, debiti, prestazioni varie, che ognuno aveva ed ha in corso in questo periodo.
Teniamo da parte almeno la questione dei tributi, i cui versamenti sono al momento in gran parte sospesi (ma non tutti, attenzione!) dal Decreto legge “Cura Italia”, n. 18 del 17 marzo.
Pensiamo invece ai contratti firmati (anche quelli di locazione, ma di esempi ognuno ne immagina tantissimi) e già in corso di esecuzione o non ancora produttivi di effetti al momento (grosso modo, intorno al 10 marzo) in cui sono state disposte le prime limitazioni del movimento e le prime chiusure; agli obblighi assunti e che oggi non si è in grado di adempiere; ed anche a certe condotte, magari opportunistiche e ingiustificate, di chi, non ricevendo le prestazioni promesse, non abbia pagato il corrispettivo per quelle invece già ricevute.
Per non dire – ma al momento non è opportuno occuparsene – dei possibili, e da più parti paventati, effetti disastrosi che potrebbero prodursi sul sistema produttivo a causa della crisi di liquidità che già colpisce tante persone ed aziende.
Insomma, un ginepraio nel quale ogni ricetta è assolutamente sperimentale, non essendovi alcun precedente cui rifarsi; a meno di non imitare, come già si propone, soluzioni di tipo bellico e post-bellico.
Restando al piano dei rapporti tra privati, si può partire con l’identificazione di una prima situazione-tipo.
Prima delle chiusure imposte dai vari DPCM e dalle ordinanze di molti Presidenti di Giunte Regionali o persino Sindaci, tutti noi avevamo impegni di natura economica con varie scadenze.
A seguito della forzata inattività, ed anche se molte controversie non sono ancora iniziate, è legittimo e naturale chiedersi cosa accadrà, quali saranno le conseguenze del mancato adempimento delle prestazioni che dovevamo rendere o ricevere.
Dal piccolo al grande, dal canone di locazione per il negozio chiuso alle forniture stabilite in contratto, dai pagamenti effettuati in anticipo per eventi che non si sono tenuti o non si potranno tenere, dall’abbonamento alla palestra rimasta chiusa alla caparra per l’acquisto di una casa data da una persona purtroppo deceduta, fino alle consegne da fare a clienti all’estero per l’impresa chiusa d’autorità, ecc., i casi sono e saranno una miriade.
Per gran parte di essi si rendono applicabili poche norme del codice civile, che naturalmente non sono pensate per il caso specifico ma stabiliscono principi generali.
In particolare, anche in internet, molti vedono la norma-chiave nell’art.1256 del codice civile, che riguarda la cd. “sopravvenuta impossibilità della prestazione”.
Dico subito che:
è una norma finora di scarsa applicazione;
è stata “pensata” per un numero evidentemente circoscritto di casi, anche perché fino a prima della pandemia attuale il concetto stesso di “situazione eccezionale” era per noi tutti abbinato all’idea di limitatezza, di quantità ridottissime;
riguarda tipicamente rapporti bilaterali, e già solo per questa ragione è problematica la sua applicazione a una casistica “di massa”;
di conseguenza, è difficile ragionare sulla base degli orientamenti finora espressi dalla dottrina e dalla giurisprudenza, proprio perché le loro elaborazioni nascono dal presupposto di dover considerare casi-limite o comunque destinati a restare isolati.
Lo scenario di una massiccia e diffusa “impossibilità sopravvenuta” delle prestazioni potrebbe quindi condurre a soluzioni nuove.
L’art. 1256 prevede anzitutto che la “impossibilità” della prestazione debba essere oggettiva, cioè non dipendente da volontà o fatto del debitore, perché, evidentemente, se il debitore non adempie per suo dolo o colpa il creditore ha diritto al risarcimento del danno.
L’ipotesi che -con tutta probabilità- la situazione attuale ha determinato o sta determinando è quella dell’impossibilità per effetto di provvedimenti dell’autorità amministrativa o di governo, o addirittura di legge: nel linguaggio legale, il cosiddetto ”factum principis”.
Questa circostanza potrebbe semplificare l’accertamento della natura oggettiva ed “esterna” della impossibilità sopravvenuta: attenzione però alle pieghe della normativa di emergenza, che purtroppo lascia parecchi dubbi interpretativi anche su quali attività siano state fermate d’autorità, e quali invece no.
Altra distinzione è sulla natura, temporanea o definitiva, della prestazione divenuta impossibile.
L’art.1256 si rivela lacunoso, a mio sommesso parere, soprattutto quanto alla impossibilità definitiva.
Occorre chiarire che quest’ultima, secondo quella norma, può verificarsi:
sia quando per fatti obiettivi la prestazione diventi impossibile (classici esempi sono che il bene vada distrutto, diventi inservibile, incommerciabile o confiscato, oppure quando la prestazione di servizio non possa più essere resa per perdita della capacità lavorativa o per il venir meno di altro elemento essenziale);
ma l’obbligazione si estingue, anche, se “l’impossibilità perdura fino a quando, in relazione al titolo dell’obbligazione o alla natura dell’oggetto, il debitore non può più essere ritenuto obbligato a eseguire la prestazione ovvero il creditore non ha più interesse a conseguirla”.
Proviamo a tradurre: in alcune circostanze anche il decorso del tempo può rendere definitivamente impossibile la prestazione, e quindi estinguere l’obbligazione, senza che il debitore possa essere ritenuto inadempiente; oppure si estingue se il creditore perde interesse ad ottenere la prestazione.
Queste due ipotesi, nel contesto attuale, potrebbero dar luogo a una serie di controversie che, per quanto di segno opposto, mirerebbero a provocare il medesimo effetto, vale a dire l’estinzione della prestazione, e, molto spesso, anche la risoluzione del contratto ai sensi dell’art. 1463 c.c.
Uso l’espressione “di segno opposto” riferendomi al fatto che, nelle diverse situazioni, tanto il creditore che il debitore potrebbero essere di volta in volta interessati alla risoluzione del contratto o all’estinzione della prestazione: ed, in effetti, come si è visto l’art. 1256 dà rilievo anche all’interesse del creditore.
In sintesi estrema, se si moltiplicheranno i casi concreti, potremmo trovarci dinanzi a moltissime controversie dove una o più parti (nei rapporti multilaterali) si appellino alla impossibilità sopravvenuta per cercare di liberarsi dai propri obblighi.
Se poi una parte significativa di queste controversie dovesse avere uno sbocco dinanzi ai giudici, non soltanto si ingolferebbero i tribunali, ma potremmo trovarci dinanzi a sentenze con una grande varietà di soluzioni, a grave scapito della certezza del diritto e della stessa giustizia “sostanziale”.
In attesa degli eventi, a me sembra evidente che sarebbe opportuno rivedere i parametri di interpretazione dell’impossibilità sopravvenuta, magari anche “forzando” la lettera delle norme, tenendo presente i seguenti fattori:
La natura pressochè generalizzata ma pur sempre temporanea della presente situazione eccezionale. A tal proposito, è opportuno ricordare che, come è stato segnalato, lo “stato di emergenza” dichiarato con Delibera del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020, non è neanche previsto in Costituzione: siamo dunque al cospetto di circostanze assolutamente nuove e imprevedibili, che addirittura hanno condotto il governo ad “andare oltre” la Costituzione, come peraltro è stato confermato dalle forti e mai viste limitazioni a libertà fondamentali delle persone, a cominciare da quella di movimento. Un simile stato di cose non può durare se non nella misura necessaria a tutelare la salute pubblica, e gli effetti nei rapporti civili ed economici della sua inusitata eccezionalità devono essere minimizzati.
L’opportunità di estendere al massimo la “forza” interpretativa di un principio, già esistente nel diritto privato ed ancor più nel diritto commerciale, che è quello della conservazione dei negozi giuridici.
L’esigenza, in una situazione così straordinaria, di pretendere in ogni singola questione una ragionevole applicazione dei doveri di correttezza e buona fede nell’esecuzione dei contratti e delle prestazioni, alla luce del dovere di solidarietà economica e (per molti versi anche) sociale fissato dall’art. 2 Cost., che per opinione consolidata impone a ciascuna parte di non perseguire soltanto il proprio interesse, ma di tener presente anche quello altrui. Nelle parole di una famosa sentenza della Cassazione, “la sua rilevanza si esplica nell’imporre a ciascuna della parti del rapporto obbligatorio, dovere di agire in modo da preservare gli interessi dell’altra, a prescindere dall’esistenza di specifici obblighi contrattuali, o di quanto espressamente stabilito da singole norme di legge” (Cass., 5/11/1990 n.12310).
A mio modo di vedere, un prima risposta concreta, per quanto anch’essa emergenziale e priva di qualsiasi pretesa di “fare dottrina” può essere quella di espandere il più possibile l’istituto della sospensione degli obblighi e dei contratti, preferendo quindi, in linea di principio, per ritenere “temporanea” l’impossibilità della prestazione.
L’impossibilità definitiva e la consequenziale estinzione dell’obbligo (o risoluzione del contratto) andrebbero riservate solo alle ipotesi estreme, dove l’interesse del creditore certamente non può essere soddisfatto con ritardo, ossia al ritorno alla normalità, né in altro modo.
Accanto alla sospensione, la norma da valorizzare può essere l’art. 1464 del codice civile che consente di “ridurre” l’oggetto o la misura del contratto se l’impossibilità è parziale.
Manca invece al momento nel nostro ordinamento una norma che consenta espressamente la “rinegoziazione”, quantomeno al verificarsi di determinati eventi o condizioni.
Con tutte le difficoltà del caso, mi sembra che la linea “conservativa” qui proposta sia ad oggi l’unica idonea a minimizzare gli effetti di un contenzioso potenzialmente enorme.
Il discorso diventa ancora più complesso nei rapporti internazionali, e dunque soprattutto per le imprese che abbiano contratti in essere con clienti stranieri. A questo tema dedicherò altro intervento.
art 1256 cc, contratti, coronavirus, covid19, impossibilità sopravvenuta, obbligazioni, sopravvenuta impossibilità della prestazione
Manlio Lubrano di Scorpaniello è Professore di Diritto Commerciale presso l’ Università del Sannio di Benevento, dove insegna Diritto commerciale 2, Diritto delle crisi di impresa e Legislazione finanziaria e assicurativa. Vai al profilo