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Timestamp: 2017-06-22 18:34:18+00:00
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Sentenza n. 6301 del 15/10/2003
Incarico di rappresentare l’Amministrazione innanzi alle Commissioni tributarie non costituisce conferimento di incarico superiore
CONSIGLIO DI STATO, SEZ. V – sentenza 15 ottobre 2003 n. 6301 – Pres. Elefante, Est. D’Ottavi - **** (Avv.ti A****) c. Comune di Roma (Avv. ****) –(conferma T.A.R. Lazio, Sez. II bis, 26 giugno 1997, n. 1113).
Pubblico impiego – Mansioni e funzioni – Mansioni superiori - Istruttore direttivo – Incarico di rappresentare l’Amministrazione innanzi alle Commissioni tributarie – Non costituisce conferimento di incarico superiore – Ragioni – Riferimento anche alla natura revocabile della delega.
L’incarico relativo alla rappresentanza dell’Amministrazione innanzi alle Commissioni tributarie svolto da un dipendente pubblico avente la qualifica di "istruttore direttivo", rientrando nelle funzioni proprie della qualifica formale rivestita ed essendo connesso all'espletamento delle relative funzioni di ufficio, non costituisce conferimento di incarico superiore; in ogni caso, la delega alla rappresentanza - oltre ad essere oggettivamente inidonea ad esplicare esercizio di funzioni superiori - è anche oggettivamente revocabile e, pertanto, in ogni caso, insufficiente per qualificare l’incarico medesimo come conseguente ad un atto formale dell’Amministrazione di conferimento per lo svolgimento, stabile, di funzioni superiori.
L’istante rappresenta che con deliberazione n.2843, del 27 luglio 1979, il C.C. di Roma disponeva l’inquadramento dei propri dipendenti nei livelli funzionali di cui al D.P.R. 1° giugno 1979. Con successiva deliberazione n.3447 del 16 aprile 1985, la G.M. dettava, tra l’altro, criteri interpretativi in merito alla disposizione di cui al punto B) della citata deliberazione consiliare, fissando un nuovo termine per la presentazione di domande da parte dei dipendenti che, pur ritenendo di averne titolo, non avessero ancora ottenuto il passaggio a qualifica superiore o a diversa qualifica a parità di livello.
L’originario ricorrente, ritenendo di aver svolto mansioni corrispondenti a qualifica dirigenziale e comunque superiore a quella formalmente rivestita – di istruttore direttivo -, per un periodo superiore a cinque anni, proponeva tempestiva domanda per l’inquadramento in qualifica superiore.
Con deliberazione n.7421, del 25 novembre 1987, la G.M. accoglieva le istanze di un più favorevole inquadramento di alcuni dipendenti mentre respingeva quelle dei dipendenti in cui i nominativi erano indicati nell’allegato B) alla deliberazione medesima, tra cui quello dell’attuale ricorrente.
Di tale determinazione l’interessato veniva informato con nota sindacale n.26140, prot. in data 19 aprile 1988.
Avverso tale provvedimento l’istante proponeva rituale ricorso dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, deducendone l’illegittimità per i seguenti motivi:
1) Violazione di legge; eccesso di potere per discriminazione, disparità di trattamento, contrarietà ai principi di buona amministrazione; 2) Violazione di legge; travisamento dei fatti, carenza e contraddittorietà della motivazione.
Con la richiamata sentenza il Tribunale respingeva il ricorso.
La sentenza, secondo l’appellante è ingiusta ed illegittima per i seguenti motivi.
Violazione di legge (art. 36 Cost. norma fondamentale sulla retribuzione); motivazione illogica e carente.
Secondo l’appellante si deve considerare violata la legge in ordine all’interpretazione dell’art.36 cost. e ai suoi limiti di applicazione; per quanto riguarda la natura dell’incarico, l’appellante insiste sul fatto che la natura stessa dei compiti svolti comporta la concessione delle relative funzioni mediante atto formale, poiché è impensabile che l’interessato si sia potuto recare dinanzi alle Commissioni tributarie, assumendo deliberazioni talvolta assai rilevanti, senza esibire alle commissioni il titolo di legittimazione e cioè l’investitura ufficiale da parte dell’autorità comunale.
Secondo l’appellante l’illogicità è manifesta quando la sentenza deduce dalla revocabilità della delega invocata dal ricorrente quale titolo della pretesa; la carenza della qualità di effettività e stabilità del conferimento di funzioni superiori, in quanto la natura revocabile del provvedimento non esclude affatto la stabilità e continuità dell’incarico.
Si è costituito in giudizio il Comune di Roma, la cui difesa con analitica memoria espressa l’infondatezza del ricorso concludendo per la sua reiezione.
Alla pubblica udienza del 16 maggio 2003 il ricorso veniva trattenuto in decisione su conforme istanza degli avvocati delle parti.
Come riportato nella narrativa che precede con l’appello in esame viene impugnata la sentenza n.1113/97, del 27 giugno 1997, con cui il Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, Sezione Seconda bis, ha respinto il ricorso proposto dall’attuale appellato per l’annullamento, in parte qua, della delibera della G.M. di Roma n.7421, del 25 novembre 1987, avente per oggetto inquadramento dei dipendenti nei livelli funzionali e relative qualifiche in base alle disposizioni di carattere generale di cui al punto b) della deliberazione del Consiglio comunale di Roma, n.2843, del 27 luglio 1979, per quanto riguarda la fattispecie.
Come pure considerato nella narrativa che precede l’appellante reitera in questa sede, sia pur rimodulandole avverso il contenuto motivazionale dell’impugnata decisione, le censure già dedotte in primo grado (puntualmente disattese dal Tribunale), censure secondo cui sostanzialmente all’appellante andava riconosciuto l’inquadramento nel superiore livello richiesto con tutte le conseguenze economiche e giuridiche.
Le censure sono infondate e l’appello deve essere respinto.
Come esattamente presupposto dall’Amministrazione intimata nel provvedimento impugnato e come altrettanto correttamente ritenuto dal Tribunale nell’impugnata sentenza, l’incarico espletato dall’interessato – relativo alla rappresentanza dell’Amministrazione dinanzi alle Commissioni tributarie – non comporta il titulus di conferimento di incarico superiore alla qualifica formale attribuita all’appellante; invero l’attività connessa a tale rappresentanza per le sue caratteristiche e la tipologia tipica delle relative mansioni, rientra certamente nelle funzioni proprie della qualifica formale rivestita di "istruttore direttivo" ed è connessa all'espletamento delle relative funzioni di ufficio.
In ogni caso, come pure correttamente rileva il Tribunale, la delega alla rappresentanza oltre ad essere oggettivamente inidonea ad esplicare esercizio di funzioni superiori, era anche oggettivamente revocabile e, pertanto, in ogni caso, insufficiente per qualificare l’incarico medesimo come conseguente ad un atto formale dell’Amministrazione di conferimento per lo svolgimento, stabile, di funzioni superiori.
Rileva poi il Collegio che in ogni caso, al contrario di quanto dedotto dall’appellante, nella fattispecie non sussiste l’ulteriore necessario requisito della vacanza del posto in organico, in quanto l’affermazione, del tutto generica e comunque non provata, della vacanza di posti nella qualifica dirigenziale – a cui l’appellante riferisce in via del tutto "virtuale" la corrispondenza con le funzioni svolte – non è certo sufficiente a parametrare l’effettiva vacanza del posto, essendo il risultato di pure congetture basato sulla presunta corrispondenza delle funzioni svolte (in via di fatto e con modalità saltuarie) a quelle proprie della qualifica dirigenziale.
Conclusivamente pertanto l’appello va respinto.
Sussistono tuttavia validi motivi per disporre tra le parti l’integrale compensazione delle spese.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Quinta, definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe indicato, respinge l’appello.
Così deciso in Roma, il 16 maggio 2003, dalla Quinta Sezione del Consiglio di Stato, riunita in Camera di consiglio con l’intervento dei Signori Magistrati:
f.to Francesco D’Ottavi f.to Agostino Elefante
Depositata in Segreteria il 15 ottobre 2003.