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Timestamp: 2018-10-19 05:15:54+00:00
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Lo status giuridico del medico fiscale. Parte 4 | La Medicina Fiscale
Pubblicato il 11 aprile 2018 11 aprile 2018 di adminmedicinafisc
Dopo aver disquisito su rapporto di lavoro autonomo, subordinato e parasubordinato in generale, dopo aver analizzato la libera professione nel nostro SSN e in particolare quella sancita dalle convenzioni siglate sotto la forma di accordi collettivi nazionali dei medici di medicina generale, dei pediatri e degli specialisti ambulatoriali, parleremo dello status giuridico di una professione medica “di nicchia”, quella del medico fiscale, importante visto che in questo periodo si deve definire il primo ACN della Medicina Fiscale, come previsto dalla riforma del Polo Unico all’interno del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 75 e dall’atto di indirizzo approvato con il Decreto Ministeriale del 2 agosto 2017 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale 229/2017).
Il tema è complesso e la giurisprudenza ha affrontato e seguito nel tempo la più che trentennale attività del medico fiscale, come dimostra la sentenza 3137/2011.
“La distinzione tra autonomia e subordinazione è questione tra le più dibattute e controverse, anche sotto il profilo giurisprudenziale, in materia di lavoro – novella il verbale di udienza della sentenza di Nola del 7/7/2011 – distinzione resa ancor più complessa a seguito della progressiva diffusione delle collaborazioni coordinate e continuative, laddove elementi quali la coordinazione, la continuità ed il carattere prevalentemente personale della prestazione sono comuni… Al fine della distinzione tra rapporto di lavoro subordinato e rapporto di lavoro autonomo possono, comunque, enuclearsi da un esame di giurisprudenza di legittimità i seguenti principi:
la qualificazione del rapporto compiuta dalle parti (c.d. “nomen iuris“) non è determinante, stante la idoneità, nei rapporti di durata, del comportamento delle parti ad esprimere sia una diversa effettiva volontà contrattuale, sia una nuova diversa volontà, occorrendo pertanto fare riferimento al concreto atteggiarsi del rapporto di lavoro fin dal momento del suo instaurarsi e sino a quello del successivo suo svolgimento (per tutte, Cass. 20/06/2003, n. 9900):
gli elementi che differenziano il lavoro subordinato da quello autonomo sono l’assoggettamento del lavoratore al potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro con conseguente limitazione di autonomia e l’inserimento nell’organizzazione aziendale. Invece, elementi quali l’assenza del rischio, la continuità della prestazione, l’osservanza di un orario di lavoro, la cadenza e la misura fissa della retribuzione assumono natura meramente sussidiaria e non decisiva (Cas. 14/2/2002, n. 1420):
l’esistenza del vincolo va concretamente apprezzata con riguardo alla specificità dell’incarico conferito; e proprio in relazione alle difficoltà che non di rado si incontrano nella distinzione tra rapporto di lavoro autonomo e subordinato alla luce dei principi sopra indicati, si è precisato che in tale ipotesi sia legittimo ricorrere a criteri distintivi sussidiari, quali la presenza di una seppur minima organizzazione imprenditoriale ovvero l’incidenza del rischio economico, l’osservanza di un orario, la forma della retribuzione e la continuità delle prestazioni (Cass. 3/4/2000, n. 4036: Cass. 27/3/2000, n. 3674)
l’attenzione del potere direttivo e disciplinare, tale da non escludere pregiudizialmente la sussistenza della subordinazione e da consentire il ricorso ai detti criteri sussidiari, è stata di solito riscontrata in relazione a prestazioni lavorative dotate di maggior elevatezza e di contenuto intellettuale e creativo (quali, ad esempio, quelle del giornalista); analogo strumento descrittivo può validamente adottare, all’opposto, con riferimento a mansioni ripetitive ed elementari, le quali, proprio per la loro natura, non richiedono in linea di massima l’esercizio di quel potere gerarchico che si estrinseca nelle direttive volta a volta preordinate ad adattare la prestazione alle mutevoli esigenze di tempo e di luogo dell’organizzazione imprenditoriale e nei controlli sulle modalità esecutive della prestazione lavorativa. In altre parole, ove la prestazione lavorativa sia semplice e routinaria e con tali caratteristiche si protragga per tutta la durata del rapporto, l’esercizio del potere direttivo del datore di lavoro, nei termini appena precisati, potrebbe non avere occasione di manifestarsi (Cass. 5/5/2004, n.8569): al riguardo, è stato affermato da Cass. n. 3674 del 2000, cit., che l’esistenza del potere direttivo e disciplinare del datore di lavoro “è sicuro indice di subordinazione mentre la relativa assenza non è sicuro indice di autonomia“
che la subordinazione possa ritenersi sussistente anche in assenza del vincolo di soggezione al potere direttivo del datore di lavoro e, viceversa, in presenza dell’assunzione da parte del prestatore dell’obbligo di porre a disposizione del datore di lavoro le proprie energie lavorative con continuità “secondo le direttive di ordine generale impartite dal datore di lavoro ed in funzione dei programmi cui è destinata la prestazione per il proseguimento dei fini propri dell’impresa“, è stato affermato sia pure con riferimento all’evolversi dei sistemi di organizzazione del lavoro in direzione di una sempre più diffusa esternalizzazione di interi settori del ciclo produttivo o di professionalità specifiche (Cass. 26/2/2002, n. 2842 e Cass. 6/7/2001, n. 9167). Ciò a necessità di prescindere – con riferimento all’estrema variabilità che la subordinazione può assumere nei diversi contesti – dal potere direttivo dell’imprenditore nei casi in cui esso non possa validamente assumere il ruolo discretivo che normalmente gli è proprio
da ultimo, il giudizio relativo alla qualificazione di uno specifico rapporto come subordinato e come autonomo ha carattere sintetico nel senso che, rilevati alcuni indici significativi, occorre valutarli nel loro insieme, in relazione alle peculiarità del caso concreto (Cass. 2/9/2000, n. 11502; Cass. 18/12/1996, n. 11329).”
Date queste premesse, la sentenza di Nola 3137/2011 novella che l’attività del medico fiscale non ha le caratteristiche della subordinazione.
Viene, invece, riconosciuta l’esistenza di un rapporto di lavoro parasubordinato, ossia dell’esistenza tra le parti di un rapporto di natura autonoma, seppure con carattere prevalentemente personale, continuativo e coordinato.
“Le caratteristiche tipiche del lavoro parasubordinato – continua la sentenza – sono risultate chiaramente dalla prova per testi e dalle modalità di svolgimento della prestazione… La Suprema Corte ha precisato espressamente che l’attività di controllo dei lavoratori assenti per malattia attiene ad un rapporto di prestazione d’opera professionale con carattere convenzionale, ossia autonomo, ancorchè contraddistinto dalla parasubordinazione, in quanto avente i concorsi della collaborazione coordinata e continuativa (Cass. 14026/2001). In particolare, la Suprema Corte (pronunciatosi a Sezioni Unite in un giudizio di regolamento di giurisdizione) ha affermato che: “Per la particolare attività di controllo sullo stato di salute dei lavoratori, l’art. 5 del D.L. 12 settembre 1983 n. 463, convertito, con modificazioni, nella L. 11 novembre 1983 n. 658, prevede la formulazione di schemi-tipo di convenzione da stipularsi con i medici a rapporto d’impiego com pubbliche amministrazioni e con medici liberi professionisti, ai quali possono far ricorso gli istituti previdenziali o i datori di lavoro, medici tratti da apposite liste tenute presso le sedi provinciali INPS. Il rapporto che si instaura tra le componenti strutture sanitarie ed i medici è pertanto un rapporto convenzionale e, quindi, autonomo”.
In base all’attuale giurisprudenza, lo status giuridico del medico fiscale, quindi, è un rapporto di lavoro autonomo, con carattere prevalentemente personale, coordinato e continuativo ed è riconosciuta l’esistenza tra INPS e medici fiscali di un rapporto di lavoro parasubordinato.
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