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Timestamp: 2020-02-26 07:05:12+00:00
Document Index: 88845939

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'sentenza ', 'art. 125', 'art. 183', 'art. 167', 'art. 163', 'art. 163', 'art. 26', 'art. 16', 'art. 17', 'art. 17', 'sentenza ', 'art. 645', 'art. 4', 'art. 183', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 5']

Il Caso.it, Sez. Giurisprudenza, 21317 - pubb. 02/03/2019
Cassazione Sez. Un. Civili, 31 Gennaio 2019, n. 2840. Est. Frasca.
In materia di ingiunzione di pagamento europea, di cui al Regolamento CE n. 1869/2006, l’opposizione deve avvenire secondo le regole della proceduta civile ordinaria di diritto interno italiano atteso che essa si risolve in una mera manifestazione di contestazione generica della sua fondatezza – l’opposizione all'IPE è atto immotivato - e non può, dunque, in alcun modo essere assimilata all'opposizione al decreto ingiuntivo di diritto italiano. Il giudice italiano che ha emesso l'IPE, una volta proposta l'opposizione deve limitarsi ad adottare un provvedimento con cui, essendo pendente un procedimento dinanzi al suo ufficio, dispone che esso prosegua secondo le regole di ordinaria procedura civile.Ne segue che il giudice italiano che ha emesso l'IPE deve limitarsi, unitamente all'avviso al creditore della proposizione dell'opposizione all'IPE, ad invitare il creditore ad esercitare l'azione secondo quella che sarà suo onere individuare come procedura civile ordinaria di tutela della situazione giuridica soggettiva posta a fondamento dell'IPE (in base alla controversia: il rito ordinario di cui agli artt. 163 e segg. cod. proc. cv. e quello del lavoro).
"Per effetto della prosecuzione del giudizio con la forma di introduzione dell'azione individuata dal creditore, la litispendenza resterà ricollegata alla proposizione, cioè al deposito, della domanda di ingiunzione Europea". (Giuseppe Buffone) (riproduzione riservata)
1. La …., società di diritto tedesco (di seguito AOAG), ha proposto ricorso per cassazione contro la …. s.r.l. (di seguito BG) avverso la sentenza del 20 aprile 2016, con la quale la Corte d'Appello di Torino ha rigettato il suo appello avverso la sentenza non definitiva ed accolto parzialmente quello contro la sentenza definitiva, pronunciate dal Tribunale di Torino a seguito del procedimento seguito all'introduzione, con deposito dell'8 agosto 2011, da parte della BG, di una domanda di c.d. ingiunzione Europea ai sensi del Reg. CE 1896 del 2006 (di seguito IPE), per l'importo di Euro 577.748,03 oltre interessi e spese.
Poichè la prosecuzione secondo la disciplina ordinaria italiana concerne l'azione introdotta con la domanda di IPE dal creditore e il Regolamento esaurisce la disciplina della posizione del debitore nella proposizione dell'opposizione, si deve ritenere che la prosecuzione sia rimessa esclusivamente all'iniziativa del creditore.
4.10. Mette conto di osservare che nella ricostruzione qui sostenuta, ancorchè l'opposizione ex art. 16 interrompa il procedimento di ingiunzione Europea, l'affidare alla parte creditrice l'onere di individuare la forma di tutela ordinaria e di introdurla nella forma che sarebbe prevista per il normale esercizio dell'azione non esclude che il processo iniziato secondo la forma così individuata prevista dall'ordinamento italiano possa rappresentare la prosecuzione del procedimento di IPE, come esige il Regolamento, sì che possa essere assicurata l'implicazione "naturale" di tale prosecuzione (nonostante il venir meno dell'efficacia dell'IPE). Essa è rappresentata dal ricollegarsi della tutela giurisdizionale, introdotta a seguito del provvedimento del giudice che emise l'IPE dal creditore secondo la disciplina italiana, all'iniziale domanda di emissione dell'IPE e, dunque, dalla conseguenza che la litispendenza secondo il diritto italiano si ricollega alla proposizione di quella domanda.
Le Sezioni Unite rilevano, altresì, che quanto appena affermato no-n. è in alcun modo in contrasto con quanto la Corte di Giustizia CE ha affermato nella sentenza 13 giugno 2013, resa nella causa C-144/2012, là dove ha espressamente negato che il procedimento di emissione dell'IPE e quello che in ipotesi di opposizione segue secondo le regole della procedura civile ordinaria di diritto interno sono due procedimenti distinti: l'affermazione è stata fatta solo per sottolineare che l'opposizione all'IPE senza contestazione della giurisdizione del giudice adito non ha alcun effetto ai fini del giudizio che venga proseguito secondo quelle regole. Non si è trattato di un'affermazione diretta anche implicitamente a negare la litispendenza unitaria, bensì soltanto di un'affermazione ricollegata al carattere immotivato dell'opposizione ed alla decisività di tale carattere pure quando, come era accaduto nel caso di specie, l'opposizione all'IPE venga proposta non sul modulo F, bensì in forma libera (come ammette il secondo inciso del Considerando 23 del Regolamento).
Così dicasi per la soluzione dottrinale che ha opinato che quel giudice debba assicurare il passaggio alla trattazione con le regole di procedura ordinaria disponendo la riassunzione ai sensi dell'art. 125 disp. att. c.p.c., a carico dell'attore, con la conseguenza che costui dovrebbe in una comparsa riassuntiva e il debitore nella sua comparsa di costituzione provvedere ad integrare le rispettive prospettazioni secondo le regole del rito ordinario di cognizione.
Parimenti non condivisibili sono quelle soluzioni giurisprudenziali di merito che si sono articolate con il riconoscimento al giudice dell'IPE di un potere di fissazione dell'udienza ai sensi dell'art. 183 c.p.c., talora imponendo al creditore di avvisare l'ingiunto del dovere di costituirsi con comparsa ai sensi dell'art. 167 c.p.c., talaltra imponendogli di notificare per detta udienza un atto avente i requisiti dell'art. 163 c.p.c..
5.1. Inoltre, l'attribuzione al detto giudice di un siffatto potere dovrebbe implicare certamente che egli compia delle valutazioni sul rito applicabile in relazione alla natura della situazione azionata, a meno di ritenere che tale valutazione non debba compiersi e la prosecuzione debba fissarsi sempre secondo il rito dell'art. 163 c.p.c. e segg. (quale rito ordinario "normale), salva poi l'emersione del problema del rito applicabile allorquando la prosecuzione sia realizzata.
Tutte le soluzioni dottrinali e giurisprudenziali di cui si è detto si scontrano con il dato normativo del Regolamento che non prevede che il giudice dell'IPE individui come il processo deve proseguire secondo la disciplina della procedura civile ordinaria e, quindi, quale sia tale disciplina, sicchè esse attribuiscono al giudice dell'IPE, in mancanza di esercizio del potere di regolamentare il passaggio da parte dello Stato Italiano, un potere sull'erroneo presupposto che venga in rilievo, nonostante quella mancanza, che invece impone di applicare il Regolamento in via diretta nel senso sopra precisato, una questione procedurale non trattata in esso, per parafrasare l'art. 26 di esso.
6. All'esito delle considerazioni svolte debbono essere enunciati i seguenti principi di diritto: "In tema di ingiunzione Europea ai sensi del Regolamento CE n. 1896 del 2006, qualora l'ingiunzione emessa dal giudice italiano venga opposta dal debitore ingiunto a norma dell'art. 16 del Regolamento ed il creditore abbia chiesto all'atto della domanda di emissione dell'ingiunzione Europea oppure prima della sua emissione che il processo, per il caso di opposizione, prosegua secondo la disciplina della procedura civile ordinaria, si deve ritenere che, nella situazione di mancato esercizio da parte dello Stato Italiano del potere di dettare una disciplina delle modalità della prosecuzione, quest'ultima sia regolata direttamente dalle disposizioni emergenti dall'art. 17, del Regolamento ed al lume del Considerando 24 di esso, con la conseguenza che la regola per la prosecuzione si rinviene reputando spettante al giudice italiano che emise l'ingiunzione, all'atto della comunicazione al creditore della proposizione dell'opposizione ai sensi del paragrafo 3 dell'art. 17, il potere di fissare un termine al medesimo creditore invitandolo ad introdurre la tutela secondo la disciplina processuale civile ordinaria secondo la forma che egli individuerà in base alla disciplina processuale italiana ed in relazione alla natura della situazione giuridica creditoria azionata con la domanda ingiuntiva, restando escluso il potere del giudice di procedere a tale individuazione".
7. Alla luce delle considerazioni svolte il primo motivo di ricorso dev'essere accolto e la sentenza dev'essere cassata là dove la corte territoriale, condividendo il modus procedendi del tribunale ha ritenuto che la ricorrente avrebbe dovuto eccepire il difetto di giurisdizione del giudice italiano nell'atto che il tribunale le aveva imposto di notificare alla creditrice, come se quell'atto fosse equivalente ad un'opposizione ai sensi dell'art. 645 c.p.c., e, dunque, equivalesse, quanto alle difese da svolgervi ad una sostanziale comparsa di risposta, come tale rilevante evidentemente ai sensi della L. n. 218 del 1995, art. 4, comma 1, quale primo atto difensivo.
La proposizione dell'eccezione di difetto di giurisdizione soltanto all'udienza fissata ai sensi dell'art. 183 c.p.c., risulta, in conseguenza rituale, in quanto, dovendo l'iniziativa della prosecuzione e, quindi della proposizione della domanda secondo le regole del processo civile italiano imporsi alla creditrice ed avendo essa compiuto la sua prima attività utile in tal senso con la comparsa di costituzione, la sede di cui a detta udienza era quella in cui la ricorrente poteva e doveva - sebbene in ragione dell'illegittimo modus procedendi svolgere la prima difesa.
La ricorrente ha sostento l'insussistenza della giurisdizione del giudice italiano alla stregua del Regolamento CE n. 44 del 2001. Ha addotto che il credito azionato dalla BG con la domanda di IPE concerne forniture di merce alla AOAG, la cui consegna doveva avvenire presso la sede di quest'ultima, che trovasi in Germania ed in conseguenza, vertendosi in tema di vendita internazionale, ha addotto la sussistenza della giurisdizione del giudice tedesco sia sulla base dell'applicabilità del foro del convenuto di cui all'art. 2 del Regolamento CE n. 44 del 2001 sia postulando l'applicabilità del foro di cui all'art. 5, lett. b) dello stesso Regolamento, siccome interpretato da Cass., Sez. Un., n. 21191 del 2009.
La resistente ha preso atto del precedente invocato ed ha infondatamente sostenuto che esso non sarebbe pertinente al caso, là dove invece il principio di diritto affermato da quella decisione lo è certamente, in quanto, nell'ipotesi in cui, come nella specie, la merce doveva consegnarsi ad un vettore incaricato dall'acquirente per essergli dal medesimo recapitata, il luogo di consegna agli effetti della citata lettera b) dell'art. 5 resta pur sempre quello in cui il vettore deve recapitare la merce all'acquirente. Il principio di diritto della sentenza del 2009 è così espresso: "In tema di vendita internazionale di cose mobili, qualora il contratto abbia ad oggetto merci da trasportare, il "luogo di consegna" va individuato in quello ove la prestazione caratteristica deve essere eseguita e come "luogo di consegna principale" va riconosciuto quello ove è convenuta l'esecuzione della prestazione ritenuta tale in base a criteri economici - ossia il luogo di recapito finale della merce, ove i beni entrano nella disponibilità materiale e non soltanto giuridica dell'acquirente -, con la conseguenza che sussiste la giurisdizione del giudice di tale Stato rispetto a tutte le controversie reciprocamente nascenti dal contratto, ivi compresa quella relativa al pagamento dei beni alienati".
La resistente, oltre a contestare senza alcun valido argomento e del tutto genericamente l'individuazione del luogo di consegna espressa dal principio di diritto riprodotto, adduce, sebbene solo per alcune fatture, che la merce non sarebbe stata ritirata dalla ricorrente e che, pertanto, il principio non potrebbe per i relativi crediti avere valore: l'assunto è privo di pregio, atteso che l'art. 5, lettera b) dispone che "La persona domiciliata nel territorio di uno Stato membro può essere convenuta in un altro Stato membro" e che "nel caso della compravendita di beni, il luogo, situato in uno Stato membro, in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto" in modo espresso fa riferimento anche al luogo in cui i beni avrebbero dovuto essere consegnati, così comprendendo anche l'ipotesi in cui la consegna non sia avvenuta, come nel caso delle dette fatture.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio delle Sezioni Unite Civile, il 10 aprile 2018.
Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2019