Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-23317-del-05-10-2017
Timestamp: 2020-05-26 17:41:43+00:00
Document Index: 137979303

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 53', 'art. 4', 'art. 526', 'art. 489', 'art. 11', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 23317 del 05/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 23317 del 05/10/2017
Cassazione civile, sez. VI, 05/10/2017, (ud. 07/09/2017, dep.05/10/2017), n. 23317
sul ricorso 24018/2014 proposto da:
P.R.H.;
avverso la sentenza n. 352/2014 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
che il Tribunale di Torino accolse le domande proposte da P.R.H. – docente di scuola alle dipendenze del MIUR in virtù di una serie di consecutivi contratti a termine – riconoscendo, in virtù del principio di non discriminazione tra lavoratori a tempo determinato e lavoratori a tempo indeterminato, ai sensi della clausola 4 dell’Accordo Quadro sul lavoro a t. d. del 18.3.1999, il diritto della predetta alla progressione retributiva legata all’anzianità di servizio limitatamente al periodo dal marzo 2011 allorquando risultava maturato il periodo di tre anni di insegnamento, calcolato come periodo di almeno 180 giorni di insegnamento continuativo, e negando lo stesso diritto per gli anni pregressi in cui le supplenze, pure avendo superato nel loro complesso i 180 gg., non erano state continuative;
che la Corte di Appello di Torino respingeva il gravame proposto dal MIUR e, in accoglimento di quello proposto dalla P., dichiarava il diritto di quest’ultima alla progressione nelle diverse posizioni stipendiali fin dal primo contratto di lavoro in ragione dell’anzianità di servizio conseguente ai contratti a termine stipulati tra le parti, condannando il MIUR a pagare le relative differenze retributive maturate al 31.8.2011, determinate in Euro 1.978,56 e ad inserire l’appellante nella posizione 3/8 dall’anno 2006/07;
che di tale sentenza il MIUR chiede la cassazione sulla base di unico motivo, al quale non ha opposto difese la P., rimasta intimata;
2. che viene denunziata violazione e falsa applicazione: del D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 6,L. 11 luglio 1980, n. 312, art. 53 e L. 3 maggio 1999, n. 124, art. 4,nonchè dell’art. 526 T.U. Istruzione e della Direttiva 99/70/CE e del D.Lgs. n. 297 del 1994, art. 489, come autenticamente interpretata dalla L. n. 124 del 1999, art. 11,comma 14, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3, assumendosi che i rapporti di lavoro a tempo determinato del settore scolastico sono assoggettati ad una normativa speciale di settore, sicchè agli stessi non si applica la disciplina generale dettata dal D.Lgs. n. 368 del 2001 e che il principio di non discriminazione è correlato all’abuso del contratto a termine, che nella specie deve essere escluso in quanto il ricorso alla stipula di contratti a termine del personale docente trova giustificazione in ragioni oggettive e non è maliziosamente finalizzato a consentire al datore di lavoro un risparmio di spesa;
4. che, innanzitutto, il ricorso di primo grado non ha prospettato la questione degli scatti biennali ex L. n. 312 del 1980 (aumenti periodici del 2,50% sullo stipendiò iniziale di qualifica) e che la domanda accolta dal giudice del gravame è stata, come si desume da quanto affermato dalla Corte di appello sull’ambito del devolutum (pag. 6 della sentenza di appello) solo quella tesa all’accertamento dell’avvenuta violazione del principio di non discriminazione economica sancito dalla clausola 4 dell’Accordo quadro ed al riconoscimento di un trattamento paritario, sotto il profilo retributivo (progressione stipendiale correlata al mero decorso del tempo), tra docenti a tempo determinato e docenti a tempo indeterminato;
che la Corte di appello, rispetto all’ambito del devolutum, quale individuato anche sulla base delle domande formulate nel ricorso introduttivo, ha adottato una motivazione pienamente pertinente rispetto alle doglianze formulate nell’atto di gravame, rilevando che negli anni di riferimento tra le varie supplenze non vi erano state significative soluzioni di continuità tali da indurre a ravvisare una differenza in fatto con le prestazioni lavorative rese da personale docente assunto a tempo indeterminato;
5. che, con riguardo alla questione della progressione economica in considerazione dell’anzianità di servizio, la sentenza impugnata è conforme al principio di diritto affermato da questa Corte con le sentenze nn. 22558 e 23868/2016, con le quali si è statuito che “nel settore scolastico, la clausola 4 dell’Accordo quadro sul rapporto a tempo determinato recepito dalla direttiva n. 1999/70/CE, di diretta applicazione, impone di riconoscere la anzianità di servizio maturata al personale del compatto scuola assunto con contratti a termine, ai fini della attribuzione della medesima progressione stipendiale prevista per i dipendenti a tempo indeterminato dai c.c.n.l. succedutisi nel tempo, sicchè vanno disapplicate le disposizioni dei richiamati c.c.n.l. che, prescindendo dalla anzianità maturata, commisurano in ogni caso la retribuzione degli assunti a tempo determinato al trattamento economico iniziale previsto per i dipendenti a tempo indeterminato”; che a dette conclusioni la Corte è pervenuta valorizzando i principi affermati dalla Corte di Giustizia quanto alla interpretazione della clausola 4 dell’Accordo Quadro ed evidenziando che l’obbligo posto a carico degli Stati membri di assicurare al lavoratore a tempo determinato “condizioni di impiego” che non siano meno favorevoli rispetto a quelle riservate all’assunto a tempo indeterminato “comparabile”, sussiste a prescindere dalla legittimità del termine apposto al contratto;
8. che nulla va statuito sulle spese, essendo la P. rimasta intimata;
9. che non può trovare applicazione nei confronti delle Amministrazioni dello Stato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, atteso che le stesse, mediante il meccanismo della prenotazione a debito, sono esentate dal pagamento delle imposte e tasse che gravano sul processo (cfr. Cass. 1778/2016).