Source: http://www.filcams.cgil.it/circolare-inps-17-01-2003-n-8/
Timestamp: 2018-12-19 16:57:19+00:00
Document Index: 118005177

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 39', 'art. 13', 'art. 40', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 39', 'art. 40', 'art. 2', 'art. 12', 'art. 20', 'art. 6', 'art. 30', 'art. 22', 'art. 21', 'art. 11', 'art. 36', 'art. 34', 'art. 36', 'art. 32', 'art. 55', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 17', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 54', 'art. 24', 'art. 17', 'art. 24']

Circolare Inps 17-01-2003, n. 8
Circ. 17-1-2003 n. 8
Prestazioni economiche di maternità di cui al D.Lgs. n. 151 del 26 marzo 2001 (testo unico sulla maternità). Chiarimenti.
Con la circolare n. 109 del 6 giugno 2000 sono state date disposizioni attuative della legge n. 53 del 8 marzo 2000 in materia di maternità, con particolare riguardo alla astensione facoltativa, ai riposi orari, e alla astensione obbligatoria (flessibilità, parto prematuro, astensione del padre con indennità all’80%). Com’è noto, successivamente alla legge n. 53 del 2000, al fine di conferire omogeneità e sistematicità alle norme in materia di sostegno della maternità e della paternità, come previsto dall’art. 15 della stessa legge, è stato emanato il D.Lgs. 26 marzo 2001, n. 151 ("Testo unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità" …), entrato in vigore il 27 aprile 2001.
Con la presente si forniscono ulteriori precisazioni sull’argomento (per quanto riguarda le lavoratrici autonome si rinvia alla circolare n. 136 del 26 luglio 2002).
1) "Genitore solo".
Ai sensi dell’art. 32, comma 1, lettere a) e b), del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001), la madre lavoratrice ed il padre lavoratore hanno diritto al godimento di un periodo individuale massimo di congedo parentale (astensione facoltativa) pari, rispettivamente, a 6 mesi e a 7 mesi. Ai sensi della lett. c) del medesimo comma «qualora vi sia un solo genitore» il periodo è elevato fino a un massimo di 10 mesi.
La situazione di "genitore solo" è riscontrabile, oltre che nei casi di morte dell’altro genitore o di abbandono del figlio o di affidamento esclusivo del figlio ad un solo genitore (casi già indicati nella circolare n. 109 del 6 giugno 2000 citata), anche nel caso di non riconoscimento del figlio da parte di un genitore.
La situazione di "ragazza madre" o di "genitore single" non realizza DI PER SÉ la condizione di "genitore solo": deve infatti risultare anche il non riconoscimento dell’altro genitore. Analogamente dicasi per la situazione di genitore separato: nella sentenza di separazione deve risultare che il figlio è affidato ad uno solo dei genitori.
La situazione di "genitore solo" viene meno con il riconoscimento del figlio da parte dell’altro genitore, circostanza che, si rammenta, deve essere portata a conoscenza sia dell’I.N.P.S. che del datore di lavoro. È ovvio che il riconoscimento interrompe la fruizione del maggior periodo di congedo parentale concesso al genitore inizialmente considerato "solo" ed è ovvio, altresì, che il maggior periodo di congedo, già fruito in tale qualità, determina la riduzione del periodo di congedo spettante all’altro. In proposito si rammenta che il periodo di congedo fruibile tra i due genitori è, in via ordinaria, di 10 mesi e che l’elevazione a 7 mesi a favore del padre (con conseguente totale, tra i due, di un massimo di 11 mesi) è prevista solo nel caso in cui il padre abbia già fruito di un periodo di congedo non inferiore a 3 mesi: tanto comporta, ad esempio, che se la madre abbia goduto, come "genitore solo" (quale era da considerare fino al riconoscimento del figlio da parte del padre) di un periodo di 8 mesi, il padre non potrà mai arrivare ad un periodo di tre mesi di congedo.
Congedo parentale già fruito come "genitore solo": Congedo parentale fruibile dall’altro genitore che successivamente ha riconosciuto il figlio:
10 mesi 1 mesi
2) Riposi giornalieri (cosiddetti per allattamento).
A chiarimento di quanto disposto nella circolare n. 109 del 6 giugno 2000, si conferma che la madre ha diritto ai riposi giornalieri di cui all’art. 10 della legge n. 1204 del 1971 (ora art. 39 del testo unico, D.Lgs. n. 151 del 2001) durante il congedo parentale del padre.
Non è, invece, possibile che il padre utilizzi i riposi di cui all’art. 13 della legge n. 53 del 2000 (ora art. 40 del testo unico) durante il congedo di maternità e/o parentale della madre, come pure nei casi in cui la madre non si avvale dei riposi in quanto assente dal lavoro per cause che determinano una sospensione del rapporto di lavoro (es.: aspettative o permessi non retribuiti, pause lavorative previste nei contratti a part-time verticale di tipo settimanale, mensile, annuale).
Si ricorda che in caso di parto plurimo, invece, le ore aggiuntive di cui all’art. 41 del testo unico possono essere utilizzate dal padre anche durante il congedo di maternità parentale della madre lavoratrice dipendente.
Se la madre non è lavoratrice, il padre lavoratore non ha diritto ai riposi giornalieri per allattamento. Non ha diritto, come pure se la madre è una lavoratrice autonoma, neanche alle ore che il citato art. 41 riconosce al padre, in caso di parto plurimo, come "aggiuntive" rispetto alle ore previste dall’art. 39 (vale a dire quelle fruibili dalla madre), per l’evidente impossibilità di "aggiungere" ore quando la madre non ha diritto ai riposi giornalieri.
Un diritto "autonomo" del padre ai riposi giornalieri è previsto solo nelle ipotesi di cui alle lettere a), c) e d) dell’art. 40 del testo unico.
La distinzione tra "affidamento" e "inserimento" dei minori, rilevabile dall’art. 2, comma 2, della legge n. 149 del 28 marzo 2001, è da tenere presente non solo ai fini delle provvidenze previste in favore dei genitori di disabili gravi (v. circolare n. 138 del 10 luglio 2001, par. 1, 11° e 12° cpv.), ma anche ai fini delle prestazioni economiche di maternità e di paternità.
Pertanto, l’inserimento del minore in "comunità di tipo familiare" non è equiparabile all’affidamento.
La circolare n. 109 del 6 giugno 2000, contenente le prime istruzioni applicative in materia di flessibilità del congedo di maternità (già art. 12 della legge n. 53 del 2000, ora art. 20 del D.Lgs. n. 151 del 2001), è stata integrata dalle disposizioni della circolare n. 152 del 4 settembre 2000, sulla quale si forniscono alcuni chiarimenti.
Per i giorni in cui la lavoratrice si è avvalsa della flessibilità senza esserne formalmente autorizzata (attraverso le attestazioni dei medici sopra indicati), l’indennità di maternità non è erogabile ai sensi dell’art. 6, comma 2, della legge n. 138 del 1943 in quanto, per tali giorni, la lavoratrice ha percepito o ha diritto a percepire la retribuzione dal datore di lavoro; i suddetti giorni, pur non potendo essere recuperati dalla lavoratrice dopo il parto, quali giorni di congedo per maternità, devono essere comunque conteggiati ai fini della durata complessiva del congedo stesso.
L’assenza dal lavoro per cause (come il congedo parentale) legate non ad una "sospensione" del rapporto di lavoro ma ad una semplice inesigibilità della relativa prestazione lavorativa non configura, agli effetti erogativi della indennità di malattia, una sospensione del rapporto di lavoro.
Tanto comporta che il periodo di protezione assicurativa (60 gg. o 2 mesi), previsto per le prestazioni di malattia dall’art. 30 del C.C.N. 3 gennaio 1939, decorre dal giorno immediatamente successivo al termine finale del periodo di assenza dal lavoro correlato ad una delle cause di cui trattasi.
Per la malattia della lavoratrice madre (o del lavoratore padre) insorta DOPO la conclusione del periodo di congedo parentale, a cui faccia seguito una mancata ripresa dell’attività, configurabile quale "sospensione del rapporto di lavoro", il periodo di protezione assicurativa decorre, secondo le regole ordinarie, dal giorno successivo alla fine del congedo parentale, da considerare periodo neutro.
Ai fini del calcolo del periodo massimo di congedo parentale (6 mesi per la madre, 7 mesi per il padre, 11 mesi fra i due genitori), durante il quale si siano verificati periodi di malattia, vanno tenute presenti le indicazioni fornite per i casi in cui frazioni di congedo siano intervallate da ferie (v. circolare n. 82 del 2 aprile 2001, punto 1, ultimo capoverso).
La malattia insorta durante il congedo di maternità (astensione obbligatoria) non è indennizzabile, in quanto l’indennità per congedo di maternità è comprensiva di ogni altra indennità spettante per malattia (art. 22, comma 2, del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001).
Anche il congedo di maternità – analogamente a quello parentale (v. lett. a) – è da considerare periodo "neutro" ai fini del computo della cosiddetta "protezione assicurativa", in caso di malattia insorta successivamente.
L’art. 21 del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001) stabilisce che la lavoratrice è tenuta a presentare, entro trenta giorni, il certificato di nascita del figlio o dichiarazione sostitutiva (ex legge n. 445 del 2000).
Tale articolo assorbe la disposizione già contenuta nell’art. 11 della legge n. 53 del 2000 relativa alla presentazione, entro 30 giorni, del certificato attestante la data del parto in caso di parto prematuro, nel senso che il termine di trenta giorni per la presentazione della suddetta documentazione è ora previsto in tutti i casi di parto (anche non prematuro).
Si ritiene opportuno riassumere i criteri applicativi delle disposizioni del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001), che, peraltro, confermano quasi integralmente quelli già indicati nella circolare n. 109 del 6 giugno 2000, riguardanti il congedo parentale in caso di adozione o di affidamento.
L’art. 36, comma 2, del testo unico stabilisce che il limite di età del bambino (3 anni) previsto dall’art. 34, comma 1, per la corresponsione dell’indennità al 30%, indipendentemente dalle condizioni di reddito e per un periodo di congedo parentale massimo complessivo tra i genitori di sei mesi, sia elevato a 6 anni di età in caso di adozione o di affidamento. Stabilisce anche che, in ogni caso, il congedo parentale può essere fruito nei primi tre anni dall’ingresso del minore in famiglia.
In caso di adozione o di affidamento preadottivo internazionale si applica la disposizione prevista dall’art. 36 del testo unico.
8) Congedo parentale in caso di parto gemellare o plurigemellare.
Come già precisato nel messaggio n. 569 del 27 giugno 2001, che ad ogni buon conto si allega, in caso di parto gemellare o plurigemellare, ciascun genitore ha diritto a fruire, PER OGNI NATO, del numero di mesi di congedo parentale previsti dall’art. 32 del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001).
9) Dimissioni.
L’art. 55 del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001) stabilisce che le dimissioni volontarie presentate dalla lavoratrice durante il periodo di gravidanza o dal lavoratore che abbia fruito del congedo di paternità, fino al compimento di un anno di vita del bambino o entro un anno dall’ingresso del minore in famiglia, devono essere convalidate dal Servizio ispettivo del Ministero del lavoro, competente per territorio.
Con l’occasione si fa presente che detta verifica non è richiesta neppure ai fini del riconoscimento del diritto all’indennità di disoccupazione che, com’è noto, spetta anche in caso di dimissioni volontarie intervenute durante il periodo previsto per il divieto di licenziamento o entro un anno dall’ingresso del minore nella famiglia adottante o affidataria (v. circolare n. 128 del 5 luglio 2000 e circolare n. 143 del 16 luglio 2001), indennità di disoccupazione che frequentemente costituisce il presupposto per la erogabilità dell’indennità per congedo di maternità.
Infatti, se il congedo di maternità ha inizio trascorsi 60 giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro e la lavoratrice, all’inizio del congedo di maternità, fruisce o ha comunque un diritto teorico all’indennità di disoccupazione, alla stessa è erogabile l’indennità giornaliera di maternità, anziché quella di disoccupazione (art. 24, comma 4 del testo unico).
Si rammenta, ad ogni buon conto, che il diritto o meno all’indennità di disoccupazione è ininfluente quando il congedo di maternità inizia entro 60 giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro (per dimissioni o licenziamento), periodo entro il quale è senz’altro riconoscibile il diritto all’indennità giornaliera di maternità (art. 24, comma 2 del testo unico).
10) Indennità di paternità.
L’art. 28 del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001) riconosce al padre lavoratore il diritto al congedo di paternità per tutta la durata del congedo di maternità o per la parte residua che sarebbe spettata alla lavoratrice madre, in caso di morte o di grave infermità della stessa ovvero di abbandono del figlio da parte della madre, nonché in caso di affidamento esclusivo del bambino al padre.
Tuttavia, la "ratio" dell’astensione obbligatoria post-partum vuole garantire al neonato, proprio nei primi tre mesi di vita, l’assistenza materiale ed affettiva di un genitore (vedi sent. Corte Costituzionale n. 1 del 19 gennaio 1987).
Qualora, infatti, la richiesta del padre di fruire del congedo di paternità venisse riconosciuta solo subordinatamente al fatto che la madre sia o (sia stata) una lavoratrice, non solo si arrecherebbe un danno al neonato, ma ciò risulterebbe in contrasto con l’ordinanza n. 144 del 16 aprile 1987 con cui la Corte Costituzionale ha stabilito a proposito della suddetta sentenza n. 1 del 1987: «in luogo di lavoratrice madre leggasi madre, lavoratrice o meno».
Per tali ragioni, è da ritenere che, in tutti i casi previsti dall’art. 28 del testo unico, il padre lavoratore abbia un diritto autonomo alla fruizione del congedo di paternità, correlato, quanto alla sola durata, alla eventuale fruizione del congedo di maternità da parte della madre (ovviamente lavoratrice). In tale ipotesi, la durata del congedo di paternità è pari al periodo di astensione obbligatoria non fruito in tutto o in parte dalla madre, compresi quindi i periodi di astensione obbligatoria post-partum di maggiore durata conseguenti alla flessibilità e/o al parto prematuro.
12) Sentenza della Corte Costituzionale n. 405 del 2001.
Si rende noto che, con la sentenza n. 405 del 3-14 dicembre 2001, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 17, comma 1, della legge n. 1204 del 1971 nella parte in cui esclude la corresponsione della indennità di maternità nell’ipotesi prevista dall’art. 2, lett. a), della medesima legge (vigente all’epoca del procedimento instaurato davanti alla Corte).
Ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 24, comma 1, del D.Lgs. n. 151 del 2001, nella parte in cui esclude la corresponsione dell’indennità di maternità nell’ipotesi prevista dall’art. 54, comma 3, lett. a), del medesimo decreto legislativo.
In attuazione della suddetta sentenza, pertanto, il diritto alla indennità di maternità potrà essere riconosciuto anche nei casi di licenziamento per giusta causa che si verifichino durante i periodi di congedo di maternità previsti dagli artt. 16 e 17 del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001).
Il comma 5 dell’art. 24 del testo unico (D.Lgs. n. 151 del 2001) recita testualmente: «La lavoratrice, che si trova nelle condizioni indicate nel comma 4, ma che non è in godimento della indennità di disoccupazione perché nell’ultimo biennio ha effettuato lavorazioni alle dipendenze di terzi non soggette all’obbligo dell’assicurazione contro la disoccupazione, ha diritto all’indennità giornaliera di maternità, purché al momento dell’inizio del congedo di maternità non siano trascorsi più di centottanta giorni dalla risoluzione del rapporto di lavoro e, nell’ultimo biennio che precede il suddetto periodo, risultino a suo favore, nell’assicurazione obbligatoria per le indennità di maternità, ventisei contributi settimanali».
Ciò, a differenza dell’art. 17, comma 4, della legge n. 1204 del 1971 (non più in vigore) che prevedeva per la lavoratrice nelle medesime condizioni di cui al suddetto comma 5 dell’art. 24 ora vigente il possesso di 26 contributi settimanali nell’assicurazione di malattia.
Com’è noto, infatti, la norma della legge n. 1204 del 1971 era già divenuta non più attuale, essendo venuto meno, dal 1° gennaio 1998, l’obbligo di versamento all’I.N.P.S. (Ente subentrato agli Enti assicuratori di malattia) dei contributi di malattia per il S.S.N.