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Timestamp: 2019-05-21 02:57:43+00:00
Document Index: 26507467

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1854', 'art. 1298', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art. 2059', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 66', 'art. 1105']

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Cointestazione del conto corrente: sempre presunzione della comunione?
La cointestazione del conto corrente, fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto, ma tale presunzione può essere superata attraverso presunzioni semplici
Con atto di citazione presentato nel 2007 dinanzi al Tribunale di Rovigo, una donna conveniva in giudizio suo fratello per sentir accertare che le somme depositate su un libretto di deposito bancario e su un certificato di deposito postale dei quali il convenuto era cointestatario insieme alla madre, appartenevano in realtà, esclusivamente a quest’ultima. Chiedeva pertanto, che fosse disposta la divisione delle dette somme secondo le quote spettanti ai due eredi della defunta genitrice.
In primo grado l’istanza principale veniva accolta e la sentenza trovava conferma anche in appello.
Cosicché, il processo proseguiva dinanzi ai giudici della Cassazione.
Come superare la presunzione di comunione derivante dalla cointestazione di un conto corrente bancario o postale?
La giurisprudenza di legittimità ha costantemente affermato che “La cointestazione di un conto corrente, attribuendo agli intestatari la qualità di creditori o debitori solidali dei saldi del conto (art. 1854 c.c.) sia nei confronti dei terzi, che nei rapporti interni, fa presumere la contitolarità dell’oggetto del contratto (art. 1298 c.c., comma 2), ma tale presunzione dà luogo soltanto all’inversione dell’onere probatorio, e può essere superata attraverso presunzioni semplici – purché gravi, precise e concordanti – dalla parte che deduca una situazione giuridica diversa da quella risultante dalla cointestazione stessa“.
Nel caso di specie, sia il giudice di primo grado che la Corte di Appello avevano superato siffatta presunzione mediante il ricorso ad una serie di elementi presuntivi, quali la mancata allegazione, da parte del convenuto, di un reddito idoneo a giustificare la proprietà di ingenti somme a risparmio e la sua giovane età (32 anni) al momento del versamento delle somme sui rapporti causa, il fatto che lo stesso avesse familiari a carico, e la circostanza che l’istruttoria avesse accertato che la cointestazione dei rapporti tra madre e figlio era dovuta esclusivamente alla gestione degli stessi.
Si tratta di accertamenti, riservati al giudice di merito e, peraltro, se non viziati da illogicità o da erronei criteri giuridici, non censurabili in sede di legittimità.
La sentenza impugnata è stata così confermata anche in Cassazione, non avendo – peraltro – il ricorrente specificamente contestato la congruenza dei singoli elementi valorizzati dai giudici di merito rispetto alla decisione finale.
Non sono trasmissibili agli eredi le sanzioni pecuniarie derivanti da violazioni amministrative, le quali si estinguono con la morte del trasgressore
I ricorrenti per cassazione erano gli eredi dell’originaria parte in causa contro il Comune di Roma Capitale. La vicenda riguardava la sanzione per un illecito amministrativo.
In particolare, quest’ultimo non avrebbe adempiuto al pagamento dei canoni ICI relativi ad un proprio terreno ritenuto edificabile.
Cosicché il comune capitolino aveva emesso due avvisi di accertamento per il recupero dell’imposta citata.
Ma per gli eredi, tale accertamento era illegittimo dal momento che il proprio terreno non poteva considerarsi edificabile per il sol fatto di esser stato inserito come tale, nel Piano Regolatore Generale della città di Roma, senza l’approvazione di un piano particolareggiato. E pertanto ricorrevano dapprima davanti al Tar e successivamente al Consiglio di Stato.
Ma in entrambi i giudizi il ricorso è stato respinto. Non restava dunque, che affidarsi ai giudici di legittimità.
Ed invero, la Cassazione ha ritenuto fondata la censura relativa all’illegittimità delle sanzioni amministrative applicate.
È stato già affermato che le sanzioni amministrative previste per la violazione delle norme tributarie hanno carattere afflittivo, onde devono inquadrarsi nella categoria dell’illecito amministrativo di natura punitiva, disciplinato dalla l. 24 novembre 1981 n. 689, essendo commisurate alla gravità della violazione ed alla personalità del trasgressore, con la conseguenza che ad esse si applica il principio generale sancito dall’art. 7 della legge n. 689 appena citata, secondo cui l’obbligazione di pagare la somma dovuta per la violazione non si trasmette agli eredi.
Il principio della intrasmissibilità delle sanzioni amministrative, comminate per la violazione della legge tributaria, agli eredi del de cuius, è principio che si ricava direttamente dalla legge.
Gli artt. 3 e 15 della L. 7 gennaio 1929, n. 4 esplicitamente considerano la pena pecuniaria nascente dalla violazione, per cui l’obbligazione per il pagamento della pena pecuniaria sorge al momento della violazione stessa ed il successivo provvedimento di irrogazione, non un provvedimento costitutivo, ma un semplice provvedimento di liquidazione di un’obbligazione già sorta, con valore dichiarativo (Cassazione 30 novembre 1985, dec. n. 5980).
Ne deriva che l’applicazione della sanzione pecuniaria così disposta non può che essere diretta nei soli confronti dell’autore della violazione medesima, “salvo diversa disposizione di legge”.
Si tratta in altre parole, di un principio generale che può essere derogato soltanto da una contraria ed espressa previsione normativa. (Commissione Tributaria di Monza, 14 aprile 1994 Numero 1130).
DECEDUTA DOPO L’IMPIANTO DI UN PACEMAKER, 470 MILA EURO AGLI EREDI
Il Tribunale di Venezia con una recente sentenza ha condannato una società industriale a risarcire gli eredi della donna deceduta a causa di un grave tumore alla pleura contratto perché per anni aveva respirato le fibre di amianto presenti sugli indumenti di lavoro del proprio marito
Citava in giudizio la società datrice di lavoro del proprio marito, chiedendo il risarcimento dei danni a lei occorsi per essersi occupata della manutenzione degli indumenti di lavoro del coniuge sui quali erano presenti fibre di amianto che lei aveva respirato per anni.
Si era costituita in giudizio la società convenuta, resistendo con proprie allegazioni e chiedendo il rigetto della domanda attorea.
Senonché al decesso della donna, si costituivano volontariamente in giudizio i suoi figli, in qualità di eredi, chiedendo la prosecuzione del processo.
La causa oggetto della vicenda giudiziaria in commento attiene alla tragica sorte che ha riguardato la povera defunta, deceduta a seguito di un mesetelioma, grave tumore alla pleura, che secondo la prospettazione attorea, la stessa aveva contratto in conseguenza dell’attività lavorativa svolta dal marito con esposizione all’amianto.
Quest’ultimo aveva lavorato per anni, come operaio in un cantiere navale con la mansione di carropontista.
Dalla ctu medico legale, disposta sulla donna era emerso che il mesotelioma pleurico è un raro tumore maligno della pleura ed è uno dei tumori per i quali sembra accertato un rapporto di ordine etiologico, identificato con tutte le attività connesse all’estrazione e alla lavorazione dell’absesto (termine che sta ad indicare in alternativa all’amianto numerosi silicati idrati chimicamente differenti, impiegati nelle attività industriali).
Si aggiungeva anche nella CTU che “proprio perché il mesotelioma è un tumore raro nella popolazione generale … è evidente che la sua comparsa in soggetti esposti ad amianto è altamente significativa per la valutazione del nesso di causa. Peraltro, il periodo di latenza tra l’inizio della esposizione e la comparsa della sintomatologia è stimato generalmente come molto lungo, nell’ordine di 30-40 anni.
Inoltre, (…) nella letteratura medico specialistica sono riportate segnalazioni di comparsa di mesotelioma nella popolazione generale residente in aree industriali dove veniva utilizzato amianto e anche tra i familiari dei soggetti professionalmente esposti, per possibile inquinamento dell’abitazione con fibre depositate sugli abiti di lavoro”.
Che dire, allora …
La consulenza tecnica non lasciava dubbi almeno sul piano scientifico dell’accertamento del nesso causale.
Anche dalle risultanze testimoniali raccolte nel corso del giudizio era emerso che l’uomo, coniuge della defunta, aveva lavorato per decenni in quella realtà industriale dove, peraltro, l’amianto era ben presente.
Ed era anche emerso che gli operai di quella azienda, già risultata “sorvegliato speciale” in ragione del presunto utilizzo di agenti cancerogeni, erano soliti portare a casa gli indumenti di lavoro per poi provvedere a lavarli.
Ebbene, quest’ultima circostanza è tutt’altro irrilevante, dal momento che, come evidenziato dalla ctu, la patologia contratta dalla donna era proprio riconducibile all’inquinamento venutosi a creare all’interno delle mura domestiche a causa di fibre di amianto presenti sugli abiti di lavoro del marito che ella stessa provvedeva con buona periodicità a lavare.
Venendo quindi all’accertamento del nesso causale, esso deve essere condotto con criteri probabilistici sulla base di valutazioni scientifiche (pur in mancanza del raggiungimento della certezza sulla correlazione tra fatto – esposizione all’amianto ed evento – mesotelioma – Cass. Sez. Un. 576/2008 e Cass. n. 16381/2010).
Ebbene anche secondo il Tribunale di Venezia (sent. n. 2147/2018), l’esposizione all’amianto del lavoratore (dal 1973 agli anni 90) aveva comportato la translazione della suddetta esposizione alle fibre di amianto all’interno delle mura domestiche della propria abitazione, con la conseguenza che la moglie ha subito su sé stessa gli effetti dell’inquinamento provenienti dalla realtà lavorativa del marito, ammalandosi e scontando tragicamente con la propria vita la convivenza matrimoniale con il suddetto.
Non vi è dubbio– aggiunge il Tribunale veneto – che la responsabilità della impresa convenuta trovi fondamento nella fattispecie di cui all’art. 2087 c.c. poiché come ritiene giurisprudenza consolidata tale norma è fonte sia di responsabilità contrattuale per tutti i danni eziologicamente connessi alla attività prevista dal contratto di lavoro, che extracontrattuale per violazione del generale principio del neminem ledere avente ad oggetto la tutela dei diritti soggettivi primari, quali appunto la salute fisica o addirittura il diritto alla vita, e ciò a prescindere dagli obblighi specificamente imposti dalla relazione contrattuale e quindi anche dei soggetti terzi, come nella vicenda in esame.
Orbene sotto il profilo della sicurezza sul lavoro, ai sensi dell’art. 2087 c.c. spetta all’imprenditore provare di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno.
Non si tratta di una responsabilità oggettiva, ma qualora sia accertato che il danno è stato causato dalla nocività dell’attività lavorativa per esposizione all’amianto, è onere del datore di lavoro provare di aver adottato le misure generiche di prudenza necessarie alla tutela della salute dal rischio espositivo secondo le conoscenze del tempo di insorgenza della malattia, essendo irrilevante la circostanza che il rapporto di lavoro si sia svolto in epoca antecedente all’introduzione di norme per l trattamento di materiali contenenti amianto, quali quelle contenute nel D.Lgs 277/1991 e successivamente abrogato dal D.Lgs. 81/2008.
Nella specie, tale onere non è stato assolto.
La società doveva pertanto essere condannata a risarcire il danno agli eredi della vittima.
Gli attori, proprio in qualità di eredi, avevano chiesto il risarcimento del danno non patrimoniale in tutte le sue configurazioni.
La risarcibilità iure hereditatis del danno “da perdita della vita” conseguente a malattia derivante da fatto illecito è stato di recente rimesso alle Sezioni Unite (sent. n. 15350/2015) le quali hanno affermato che non vi è alcun contrasto con la giurisprudenza della Suprema Corte sul diritto iure hereditatis al risarcimento dei danni che si verificano nel periodo che va dal momento in cui sono provocate le lesioni a quello della morte conseguente alle lesioni stesse e che per la liquidazione di siffatto danno deve essere provato lo stato di coscienza del morituro.
Ebbene, nel caso in esame non vi era dubbio dello stato di coscienza della donna, nell’intervallo tra la diagnosi della malattia e la morte. Cosi, allo stesso modo, non vi era dubbio del dolore psicofisico dalla stessa subito a causa della malattia.
Il tribunale di Venezia ha così proceduto ad una liquidazione equitativa del danno, facendo uso del sistema tabellare adottato dal Tribunale di Milano.
Agli eredi è stato riconosciuto anche il risarcimento del danno iure proprio da perdita del rapporto parentale, ai sensi dell’art. 2059 c.c.
Il danno parentale – ribadisce il Tribunale – consiste nella perdita di un prossimo congiunto che determina un profondo mutamento delle condizioni di vita del familiare. La ratio del danno parentale consiste, dunque, nella privazione e nel vuoto determinato dalla definitiva perdita del godimento del congiunto nonché dall’irreversibile distruzione di un sistema di vita basato sull’affettività, sulla condivisione e sulla quotidianità dei rapporti.
Tutti principi trovano il loro fondamento nella nostra Carta Costituzionale agli artt. 2, 29 e 30, nonché nella Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (art. 8) e tutelano l’intangibilità del bene della famiglia.
ESPOSIZIONE AD AMIANTO: CHIARIMENTI IN TEMA DI PRESCRIZIONE
Assemblea della comunione ereditaria: necessari i termini di preavviso
In materia di convocazione dell’assemblea della comunione ereditaria, il termine di un solo giorno di preavviso non può ritenersi congruo per consentire ai comunisti di partecipare informati e per consentire loro di attivarsi per una personale partecipazione o per delega
Con atto di citazione introduttiva del giudizio, l’attrice esponeva di essere comproprietaria iure ereditatis con le convenute di alcuni immobili e, che nei giorni precedenti si era tenuta un’assemblea della comunione ereditaria alla quale non aveva partecipato.
Le delibere assunte in tale data dovevano pertanto, ritenersi non valide, in quanto, fra l’altro, non erano stati rispettati i giorni liberi di preavviso.
L’istante, concludeva chiedendo che le impugnate delibere fossero annullate e che nulla doveva in base alle stesse.
Si costituiva in giudizio, la parte convenuta chiedendo il rigetto della domanda avversaria.
Nel corso del giudizio era, infatti, emerso che una successiva delibera aveva sostituito quelle impugnate.
La questione è interessante perché richiama il tema del rispetto dei termini di preavviso per la convocazione delle assemblee della comunione ereditaria e, dunque, per la validità della delibere ivi adottate.
Ebbene, il Tribunale di Roma, investito della causa in questione, con sentenza n. 20212 del 23 ottobre 2018, dichiarava cessata la materia del contendere avuto riguardo alla domanda avanzata dall’attrice.
Come era, emerso dalle allegazioni prodotte in giudizio dalle parti, la successiva delibera aveva sostituito quella impugnata con la conseguenza che quest’ultima non poteva più ritenersi idonea ad incidere concretamente sulla res litigiosa (v. Cass. 11961/04 e Cass. 10344/09) né sotto il profilo della validità/invalidità della delibera impugnata né sotto il profilo delle sue ‘conseguenze’ per effetto della sua successiva ‘sostituzione’ non potendo, la delibera sostituita da altra di identico tenore, produrre ulteriormente effetti.
A ciò deve aggiungersi che è errata l’affermazione (fatta dalla difesa della parte attrice) secondo la quale, in caso di identità di delibere, non vi è ’necessità di impugnare la successiva’. Ciò perché la delibera ‘successiva’ costituisce nuova manifestazione di volontà della comunione che supera la prima mentre l’impugnazione della prima non vale a superare gli eventuali vizi della seconda che ben possono essere diversi e devono essere fatti valere con specifica ulteriore impugnazione.
Il Tribunale capitolino ritiene invece, astrattamente fondata l’eccezione sollevata dalla attrice, volta a conseguire una pronuncia di annullamento delle delibere assunte in sua assenza, in quanto non sarebbero stati rispettati i termini liberi di preavviso che debbono decorrere fra la data della ricezione della convocazione e la data fissata per la tenuta dell’assemblea.
Deve infatti, rilevarsi che trattandosi di comunione ereditaria e non vertendosi in ipotesi di condominio negli edifici, non si applica la norma di cui all’art. 66 disp att cc (norma speciale) ma la disposizione di cui all’art. 1105 cc che non prevede un termine di convocazione ma demanda al giudice la valutazione della congruità del termine in concreto concesso (Cass. 9291/92, Cass. 26408/08 e Cass. 29747/17).
Dagli atti prodotti in giudizio, era emerso che l’avviso di convocazione dell’assemblea sarebbe stato recapitato concedendo un solo giorno libero prima dell’assemblea. Ebbene, tale termine (di un solo giorno libero) non può ritenersi congruo per consentire ai comunisti di partecipare informati e per consentire loro di attivarsi per una personale partecipazione o per delega, che deve essere rilasciata per iscritto, previa individuazione del soggetto incaricato a partecipare per conto di altri. La necessità della concessione di più di un giorno libero si appalesa necessaria per quanto emerge dalla comune esperienza laddove sia necessario organizzarsi per la partecipazione o per l’individuazione di altro soggetto cui conferire delega scritta.
ACQUISTI IN CONTANTI: POSSONO ENTRARE NELLA COMUNIONE DEI BENI?