Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-15104-del-21-07-2016
Timestamp: 2020-06-06 05:45:18+00:00
Document Index: 25000354

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 36', 'art. 1', 'art. 96', 'art. 96']

Sentenza Cassazione Civile n. 15104 del 21/07/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 15104 del 21/07/2016
Cassazione civile sez. VI, 21/07/2016, (ud. 27/06/2016, dep. 21/07/2016), n.15104
sul ricorso 17134/2014 proposto da:
AVION COMPANY SPA, elettivamente domiciliata in ROMA, LARGO SOMALIA
67, presso lo studio dell’avvocato RITA GRADARA, rappresentata e
difesa dall’avvocato FRANCESCO TESAURO giusta procura a margine del
EQUITALIA GERIT SPA, (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 62/22/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA
REGIONALE di MILANO del 12/12/2013, depositata il 10/01/2014;
27/06/2016 dal Consigliere Relatore Dott. GIUSEPPE CARACCIOLO;
udito l’Avvocato RITA GRADARA per delega dell’avvocato FRANCESCO
TESAURO, difensore del controricorrente, che si riporta agli scritti
e insiste per il rigetto del ricorso.
La CTR di Milano ha respinto l’appello dell’Agenzia – appello proposto contro la sentenza n. 172/43/2012 della CTP di Milano che aveva già accolto il ricorso del contribuente “Avion Company spa” – ed ha così annullato la cartella di pagamento relativa ad IRES anno 2007 con la quale era stato liquidato un minor credito di imposta rispetto a quanto dichiarato.
La predetta CTR – dopo avere dato atto che la CTP aveva dichiarato cessata la materia del contendere per gli importi sgravati dall’Ufficio ed aveva accolto il ricorso per la parte residua, concernente sanzioni ed interessi per omesso versamento di acconti IRPEF, alla luce dei crediti vantati dalla ricorrente che consentivano di ritenere non dovuti gli acconti – ha evidenziato che i primi giudici avevano correttamente esaminato la documentazione e ritenuto non dovuto l’acconto preteso dall’ufficio, avendo ravvisato che “l’importo in acconto previsto dalla normativa era inferiore ai crediti vantati dal contribuente, facendo riferimento alla L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 301”. La decisione dei primi giudici era perciò corretta ed andava confermata.
Infatti, con il motivo unico di impugnazione (improntato alla violazione del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 36, per “motivazione apparente”) la parte ricorrente – dopo avere trascritto stralci dell’appello e stralci della decisione impugnata ed avere asserito che la pronuncia impugnata è motivata “per relationem” a quella di primo grado – si duole del fatto che la CTR si sia limitata “ad utilizzare formule vaghe e generiche, alle quali si potrebbe ricorrere per fondare il rigetto di qualsiasi appello, qualunque sia la questione controversa: la CTR afferma infatti semplicemente che la decisione della CTP è corretta e va confermata”.
La decisione del giudice del merito non può in nessun caso considerarsi “apparente” ma – semmai – formulata per condivisione di quella del giudice di prime cure, della quale peraltro il giudice d’appello dichiara di avere fatto verifica e riesame, al fine di convalidarne gli esiti e le ragioni.
Vi è quindi rielaborazione chiaramente autonoma della materia controversa ed espressione di un giudizio dichiaratamente consapevole.
Per contro, la medesima parte ricorrente – nel riassumere le ragioni su cui è fondato l’appello e a fronte delle quali il giudice di secondo grado avrebbe risposto con un sostanziale “non liquet” – prospetta con chiarezza che le censure di parte pubblica non erano affatto fondate sull’assunto di una erronea valutazione dei fatti bensì su una tesi (di spessore prettamente giuridico) e cioè che “gli acconti andavano calcolati sull’ammontare dell’IRES dovuta al netto di ritenute d’acconto e crediti di imposta….” con la conseguenza che (facendosi applicazione di tale criterio di computo) gli acconti IRES avrebbero dovuto considerarsi dovuti.
La circostanza che il giudice dell’appello abbia disatteso l’assunto (teorico) di parte appellante con esplicito riferimento alla previsione della L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 301 (“A decorrere dal periodo d’imposta in corso al 31 dicembre 2006, la misura dell’acconto dell’imposta sul reddito delle persone fisiche è fissata al 99 per cento e quella dell’acconto dell’imposta sul reddito delle società è fissata al 100 per centò) non può quindi che significare che il giudicante ha preso chiara posizione a riguardo della tesi di parte pubblica la quale ultima – se ritenuta erroneamente disattesa – avrebbe potuto essere del tutto legittimamente riproposta in questa sede.
E pertanto, il motivo di ricorso – centrato sul flebile assunto del “vizio di motivazione apparente” – si palesa ancor più manifestamente infondato.
Pertanto, si ritiene che il ricorso possa essere deciso in camera di consiglio per manifesta infondatezza. Vedrà la Corte se ricorrano i presupposti per fare applicazione della disciplina dell’art. 96 c.p.c., u.c..
che il Collegio (dato atto che la parte intimata ha depositato tardivo controricorso, del quale non potrà tenersi alcun conto, oltre a partecipare alla discussione orale), a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide i motivi in fatto e in diritto esposti nella relazione e, pertanto, il ricorso va rigettato; nulla va disposto ex art. 96 c.p.c..
che le spese di lite seguono la soccombenza, dovendolesi liquidare in relazione all’attività difensiva effettivamente espletata.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente a rifondere le spese di lite di questo giudizio, liquidate in Euro 5.000,00 oltre al 15% per spese generali, oltre ad accessori di legge ed oltre ad Euro 200,00 per esborsi.