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Timestamp: 2020-08-10 11:22:45+00:00
Document Index: 75843465

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 2', 'art. 11', 'art. 11', 'art. 21', 'art. 22', 'art. 22', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 11']

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Il punto su... Professionalità del magistrato
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LA PROFESSIONALITA’ DEL MAGISTRATO E LA SUA VALUTAZIONE PERIODICA
Intervento di Mario Fresa
GIORNATA DISTRETTUALE DI FORMAZIONE - Padova 30 novembre 2007
Siamo a Padova e non può iniziarsi un qualsiasi intervento inerente le valutazioni di professionalità se non citando l’artefice e relatore di quella che, a ragione, può definirsi la “madre di tutte le circolari sulla professionalità”, la circolare del 1985.
Giovanni Tamburino diceva, circa venti anni fa, che la professionalità, nell’ordine dei fattori di credibilità della magistratura, occupa un posto di primaria importanza, successivo soltanto ai valori di onestà e probità. E’ vero che la professionalità non è condizione essenziale della giurisdizione, ma è innegabile che il corpus di magistrati, quale delineato dalla Costituzione, riceva la propria legittimazione sostanziale proprio dalla professionalità acquisita sul campo, la cui valutazione risponde quindi a parametri ed esigenze del tutto peculiari e diverse rispetto ad altre professioni e ad altre attività lavorative.
Qualsiasi discorso sulla professionalità non può prescindere da queste considerazioni e dai valori costituzionali cui esse fanno riferimento:
soggezione soltanto alla legge e potere diffuso della giurisdizione;
inamovibilità e pari dignità delle funzioni;
interesse del popolo sovrano in nome del quale è resa giustizia con l’imparziale e sollecito esercizio della giurisdizione.
E’ intorno a questi valori costituzionali, tutti strumentali a garantire il principio dell’eguaglianza sostanziale dei cittadini dinanzi alla legge, che deve ruotare qualsiasi sistema di valutazione della professionalità dei magistrati.
Il sistema “Castelli”, delineato nell’originario testo del decreto legislativo n. 160 del 2006, si poneva lontano da questi valori costituzionali, limitava fortemente le prerogative del Consiglio superiore in tema di valutazioni di professionalità e disegnava una magistratura improntata all’affermazione del carrierismo più spinto, nel quale i più motivati sul piano dell’affermazione individuale avrebbero avuto benefici economici e di carriera, non giustificati né da una pregressa attività giudiziaria più meritevole rispetto ad altri, né da una prognosi ragionevolmente fondata di maggiore attitudine a svolgere le diverse funzioni ricollegate al superamento del concorso anche per esame.
Come noto la legge n. 111 del 31 luglio 2007 è intervenuta incidendo con modifiche rilevanti sul decreto legislativo n. 160 del 2006, riportando le valutazioni di professionalità nell’alveo dei principi costituzionali e rilanciando al C.S.M. il timone della nave-giustizia onde realizzare, in tempi brevi, un modello di magistrato calato nella società, sempre più cosciente che i suoi compiti istituzionali non si riducono allo studio dei fascicoli processuali, ma implicano anche una particolare attenzione al suo status nell’ambito dell’ordinamento giudiziario, ed ai connessi profili organizzativi e gestionali del proprio ufficio e del proprio ruolo.
Le nuove valutazioni periodiche di professionalità si svolgono ogni quattro anni e per sette volte, sicché dopo i 28 anni dal decreto di nomina - anche nel nuovo sistema legislativo, come nel vecchio - non sono previste più valutazioni
Il nuovo art. 11, comma 3, del d.lgs. n. 160 del 2006, ha previsto che il C.S.M. intervenisse, entro 90 giorni (31 ottobre) per disciplinare “gli elementi in base ai quali devono essere espresse le valutazioni dei consigli giudiziari, i parametri per consentire l’omogeneità delle valutazioni, la documentazione che i capi degli uffici devono trasmettere ai consigli giudiziari…”.
Naturalmente, al di là dell’obbligo di legge in tema di valutazioni di professionalità, è parsa subito chiara la necessità di intervenire tempestivamente in attuazione di vari punti della Riforma, anche per sciogliere alcuni nodi interpretativi non pacifici, dovuti alla tecnica di legislazione non sempre adeguata.
Conseguentemente, dai primi di ottobre, il C.S.M. è intervenuto, su proposte delle rispettive commissioni competenti, a varare circolari e delibere attuative della Riforma ordinamentale, anche in tema di trasferimenti, incarichi direttivi e semidirettivi, tabelle…
Con ciò il C.S.M. sta dimostrando che la partita sull’ordinamento giudiziario, lungi dall’essere finita, è solo cominciata ed è destinata ad essere lunga e perigliosa, nella speranza di potere offrire anzitutto ai cittadini una giurisdizione più efficiente ed un modello di giudice adeguato ai tempi.
In questo il C.S.M. avrà l’onere di ribadire il suo ruolo centrale, riempiendo con le sue delibere e le sue circolari lacune legislative ed interpretative.
E’ un compito difficile che spetta al Consiglio e che potrà essere utilmente assolto solo se una cultura nuova pervada non solo l’organo centrale dell’autogoverno, ma tutti gli organi del circuito dell’autogoverno, dai consigli giudiziari, ai capi degli uffici, ai singoli magistrati ed all’intero corpus della magistratura.
Sul tema delle valutazioni di professionalità è dunque intervenuta la circolare n. 20691 dell’8 ottobre 2007.
Essa si articola in tre parti:
- disciplina dei parametri di valutazione e dei relativi indicatori;
- disciplina dell’iter amministrativo di valutazione;
- interpretazione della norma transitoria.
1) Prima parte: i parametri ed i relativi indicatori.
Si afferma anzitutto che le nuove valutazioni di professionalità devono ricostruire con completezza le qualità del magistrato, sì da evidenziare dettagliatamente le caratteristiche professionali, le tipologie di lavoro svolto e le reali attitudini, inquadrando le stesse nei parametri previsti dalla legge.
A tal fine, tutti i provvedimenti di valutazione di professionalità, e quindi anche i pareri dei Consigli Giudiziari, devono procedere ad una indicazione analitica di ciascun parametro di valutazione e degli elementi di fatto positivi e negativi sui quali sono fondati i giudizi. Per facilitare questa attività e garantire omogeneità di valutazioni, abbiamo predisposto specifici modelli ai quali dovranno uniformarsi i Consigli Giudiziari e il Consiglio direttivo della Corte di Cassazione nel formulare i pareri di loro competenza.
In considerazione della natura e del fondamento delle valutazioni di professionalità, sono state fissate due direttive di carattere generale.
Da un lato, non può tenersi conto degli elementi che attengono alla sfera privata del magistrato, salvo che gli stessi assumano rilevanza a fini penali, disciplinari o di fattispecie significative ex art. 2 r.d.l. 31 maggio 1946, n., 511, né dell’attività di interpretazione delle norme di diritto o della valutazione del fatto o delle prove, e neppure degli orientamenti politici, ideologici o religiosi dello scrutinato.
Dall’altro, invece, deve costituire oggetto di verifica la permanenza di elementi significativi già individuati nelle precedenti valutazioni.
Una prima significativa innovazione della nuova circolare è rappresentata dall’avere individuato un nozione in positivo della indipendenza, dell’imparzialità e dell’equilibrio che, per stessa previsione costituzionale, sono vere e proprie pre-condizioni dell’attività giurisdizionale e, quindi, sono condizioni che debbono essere necessariamente presenti in ogni magistrato.
Come tali, indipendenza, imparzialità ed equilibrio sono stati distinti dai parametri veri e propri di valutazione perché la mancanza anche di uno solo di essi impone tout court un giudizio negativo di professionalità.
In particolare, si è intesa l’indipendenza come svolgimento delle funzioni giurisdizionali senza condizionamenti, rapporti o vincoli che possano influenzare le modalità di esercizio della giurisdizione. L’imparzialità è individuata con il corretto atteggiamento del magistrato nei confronti di tutti i soggetti processuali. L’equilibrio consiste nell’esercizio della funzione condotto con moderazione e senso della misura, libero da determinazioni di tipo ideologico, politico o religioso.
Il giudizio sulla sussistenza di ciascuna di queste pre-condizioni dell’attività giurisdizionale, quando non sia negativo, deve essere espresso con la nota formula “nulla da rilevare”. Non può infatti esserci una maggiore o minore indipendenza, una maggiore o minore imparzialità, un maggiore o minore equilibrio.
I parametri in base ai quali devono essere compiute le valutazioni sono previsti dalla legge: CAPACITA’, LABORIOSITA’, DILIGENZA, IMPEGNO.
La legge ha anche previsto che fosse il Consiglio a riempire di contenuti detti parametri, individuando i c.d. “indicatori oggettivi” e fissando in tal modo profili di riferimento precisi, idonei quindi a consentire un giudizio analitico, completo ed ancorato a criteri predeterminati.
Nel riportarmi, per una specifica indicazione degli indicatori, al dettato della circolare, intendo sottolineare in questa sede gli elementi più innovativi e, comunque, quelli suscettibili di più articolate interpretazioni.
Per quanto attiene agli indicatori della CAPACITÀ, si è inteso evitare che l’esame dei provvedimenti giudiziari e delle attività di indagine - ora imposto dalla legge - potesse tradursi in un sindacato sul merito delle decisioni o delle scelte investigative: la valutazione di professionalità, infatti, deve avere ad oggetto esclusivamente la correttezza della metodologia impiegata, poiché altrimenti interferirebbe con l’indipendenza costituzionalmente riconosciuta a ciascun magistrato.
Ne consegue che, la verifica circa l’esito dei provvedimenti giudiziari, nelle successive fasi e nei gradi del procedimento, relativi alla definizione di fasi procedimentali o processuali o all’adozione di misure cautelari, non deve essere compiuta in termini rigorosamente numerici, ma solo in quanto “presenti caratteri di significativa anomalia”, valutata anche alla luce di criteri qualitativi: si pensi, ad esempio, alla vicenda di una pluralità di controversie ‘seriali’ in materia di previdenza decise nel rispetto di un orientamento giurisprudenziale di legittimità che venga poi modificato nelle more dei giudizi di impugnazione; in tal caso, l’elevato numero di riforme non può certamente ritenersi “significativo”, perché spiegabile alla luce di una ‘sopravvenienza’ non controllabile dal magistrato in valutazione.
Per altro verso, per ragioni di coerenza con la scelta affermata nella recente Circolare sugli Incarichi extra-giudiziari - secondo cui “Tutti gli incarichi extragiudiziari non sono valutabili ai fini del giudizio di professionalità” - lo svolgimento di attività qualificabili nell’ambito di questa tipologia non è stato in alcun modo considerato un indicatore rilevante ai fini del giudizio sulla capacità.
Per la prima volta, invece, si tiene conto - ai fini del giudizio sulla capacità del magistrato - delle “conoscenze informatiche applicate alla redazione dei provvedimenti ed all’efficace gestione dell’attività giudiziaria”. Conoscenze informatiche basilari, dunque, che si traducono, ad esempio, nella utilizzazione di un programma di videoscrittura e nella conoscenza di tecniche rudimentali di ricerca giurisprudenziale.
Per quanto riguarda, invece, gli indicatori della LABORIOSITÀ, il vero punctum dolens della circolare è costituito dalla individuazione non ancora precisa, puntuale e tranquillante degli “standard medi di definizione dei procedimenti” che - secondo legge - devono essere articolati “secondo parametri sia quantitativi sia qualitativi, in ragione della tipologia dell’ufficio, dell’ambito territoriale e dell’eventuale specializzazione”.
Il Consiglio, onde acquisire i dati e la documentazione in possesso del Ministero della Giustizia, ha proceduto il 20 settembre scorso, all’audizione del responsabile ministeriale, dott. Fausto De Santis. E’ emerso da questa audizione che i dati statistici ora a disposizione non sono affatto sufficienti a calibrare una valutazione seria dei carichi medi esigibili per singoli magistrati. Il lavoro sin qui svolto dal gruppo misto CSM-Ministero Giustizia ha operato, per così dire, con riferimento al prodotto degli uffici giudiziari e non dei singoli magistrati.
Il Consiglio ha conseguentemente ritenuto di dover lavorare in due fasi. Nella prima fase, quella della redazione della circolare sulle valutazioni di professionalità, ha operato sulla base dei dati esistenti, riservandosi, entro un anno, di modificare la norma, una volta varato il complesso lavoro relativo alla elaborazione, anche informatica, e sul piano nazionale, attinente agli standard di rendimento.
Sicché, in sede di circolare, si è tenuto conto - semplicemente - che il mero raffronto della produzione di ciascun magistrato con la media dei provvedimenti emessi dagli altri magistrati appartenenti al medesimo ufficio dello scrutinato ed assegnati a funzioni omogenee, avrebbe potuto indurre, in qualche caso, a scelte di ‘rallentamento coordinato’ e, in altri casi, a valutazioni ingiuste.
Si è perciò stabilito che il raffronto della produzione del singolo con quella media dell’ufficio di appartenenza dovesse essere compiuto anche tenendo conto dell’eventuale assegnazione del magistrato alle sezioni distaccate, dei flussi in entrata degli affari, della complessità dei procedimenti e dei processi assegnati (si pensi, in particolare, ai maxi-processi), delle attività di collaborazione alla gestione dell’ufficio (si pensi ai titolari di uffici semidirettivi), delle attività istituzionali, dell’espletamento di incarichi di natura obbligatoria (si pensi a coloro che sono designati a comporre le commissioni per l’esame di avvocato), di esoneri dal lavoro giudiziario (quali quelli concessi ai componenti del consiglio giudiziario o ai referenti per l’informatica), di assenze dal lavoro per ragioni diverse dal congedo ordinario (dovranno ovviamente essere presi in considerazione, tra gli altri, i congedi parentali, nonché le aspettative per motivi di salute o di famiglia).
Si è inoltre previsto che il rispetto dei tempi di trattazione dei procedimenti e dei processi possa essere valutato solo in caso di segnalazioni e rilievi specifici, sia perché, allo stato, non esistono adeguati strumenti di ‘misurazione’ di tempi accettabili, sia soprattutto perché, in molti casi, un procedimento o un processo possono essere trattati da più magistrati che si succedono tra loro nel tempo.
Per ciò che si riferisce alla DILIGENZA, va evidenziato che il rispetto dei termini per la redazione e il deposito dei provvedimenti, o comunque per il compimento di attività giudiziarie, deve essere considerato “alla luce della complessiva situazione degli uffici”, al fine di consentire l’apprezzamento di situazioni particolari e di evitare giudizi positivi o negativi ancorati esclusivamente a dati numerici.
Con ciò si prendono le distanze, almeno in termini di valutazione di professionalità, da quella norma inserita in tema di illeciti disciplinari (lett. q) del d.lgs. n. 109 del 2006) secondo la quale costituisce illecito disciplinare “il reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti relativi all’esercizio delle funzioni; si presume non grave, salvo che non sia diversamente dimostrato, il ritardo che non eccede il triplo dei termini previsti dalla legge per il compimento dell’atto”.
Ritengo che la giurisprudenza disciplinare che andrà a formarsi sul tema specifico dei ritardi non potrà non tener conto di ciò che è stato previsto, sia pure sul tema diverso delle verifiche di professionalità, nella circolare in questione.
Per quanto riguarda l’IMPEGNO, infine, si è specificato che i corsi di aggiornamento ai quali il magistrato ha partecipato o in relazione ai quali ha dato la disponibilità a partecipare, fino al momento in cui non inizierà ad operare la Scuola superiore della magistratura, sono quelli organizzati dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Va sottolineato, in questa sede, il passaggio dalla concezione di formazione volontaria al concetto di formazione obbligatoria. Va evidenziata, altresì, l’importanza che in questo contesto assume proprio la formazione decentrata, sicuramente, sino a quando non sarà attuato il sistema della Scuola Superiore, ma forse anche per il futuro. Ritengo, infatti, che il Consiglio possa e debba rivendicare un suo spazio proprio nell’impegno formativo, proprio attraverso il mantenimento della formazione decentrata.
2) Seconda parte: il procedimento di valutazione.
Nel rinviare al testo della circolare per quanto riguarda l’elaborazione delle fonti di conoscenza e delle modalità di acquisizione degli elementi di valutazione, che del resto sono la conseguenza anche della elaborazione dottrinale e dell’ANM sul punto, vorrei sottolineare la confermata assenza di un principio di tipicità delle fonti, codificato nella seguente norma di circolare di chiusura:
“E’ altresì consentita l’utilizzazione di ogni altro atto o documento che fornisca dati obiettivi e rilevanti relativi all’attività professionale e ai comportamenti incidenti sulla professionalità del magistrato”.
Al contempo è confermato l’assoluto divieto di impiegare fonti anonime e voci correnti.
Da sottolineare, poi, il potere di segnalazione che oggi è previsto da parte dei Consigli degli Ordini degli Avvocati i quali, in tal modo, potranno porre ai competenti organi fatti, atti o comportamenti del magistrato suscettibili di valutazione di professionalità.
Per quanto invece attiene all’acquisizione a campione dei verbali di udienza - prevista dalla legge - il Consiglio ha preso atto che, attualmente, ciò non è possibile in gran parte del territorio nazionale per mancanza di informatizzazione dei verbali stessi ed ha rimandato ad una successiva modifica di circolare la procedimentalizzazione delle relative acquisizioni, che saranno in ogni caso previste secondo le modalità indicate nella circolare del 2005 sul prelevamento a campione dei provvedimenti giudiziari.
E veniamo alle innovazioni inerenti le valutazioni di professionalità:
La legge prevede invero solo tre possibili sbocchi del procedimento di valutazione di professionalità, relativamente a ciascuna delle sette verifiche di legge:
il giudizio può essere “positivo”, “non positivo”, “negativo”.
Alla luce di tale disposizione, il Consiglio ha ritenuto che esso deve essere dato in relazione all’esito di una complessa valutazione, attinente la presenza o meno delle c.d. pre-condizioni dell’esercizio dell’attività giurisdizionale e la valutazione dei singoli parametri della capacità, laboriosità, diligenza, impegno.
Con riferimento alla indipendenza, alla imparzialità ed all’equilibrio, l’assenza di specifiche prescrizioni legislative e l’indefettibile sussistenza delle tre ‘condizioni’ quale presupposto per un credibile esercizio della funzione giurisdizionale hanno indotto a prevedere risultati di giudizio più netti di quelli previsti per i parametri di cui al comma 2 dell’art. 11.
L’indipendenza e l’imparzialità, infatti, o sussistono o non sussistono e non appare praticabile la formulazione di un giudizio di ‘carenza’ diversificato rispetto a quello di ‘grave carenza’. Evidentemente, poi, mentre il giudizio ‘positivo’ viene normalmente espresso con la formula “nulla da rilevare”, il giudizio negativo deve essere ancorato alla gravità del fatto o dei fatti ascrivibili al magistrato, anche alla luce delle possibili ripercussioni negative nel tempo sulla credibilità dell’esercizio delle funzioni giudiziarie da parte del magistrato.
Con riferimento ai parametri di legge, il termine di riferimento della valutazione è stato individuato nei risultati desumibili alla luce degli indicatori: questi, infatti, come detto, sono stati previsti per garantire l’acquisizione di elementi precisi e idonei a consentire un giudizio analitico, completo ed ancorato a criteri predeterminati.
Si è, inoltre, ritenuto di prevedere un giudizio ‘positivo’ (da intendersi quale categoria generale comprensiva di tutti gli esiti favorevoli delle valutazioni, in particolare sia il giudizio “sufficiente” previsto espressamente dall’art. 11 comma 9 d.lgs. 160/06, sia ogni altro esito) e si proceduto a specificare dettagliatamente quali sono le condizioni rilevanti ai fini della valutazione sul singolo parametro.
In particolare, in relazione a ciascun parametro può essere dato un giudizio di “sufficienza”, “carenza” o “grave carenza”.
In relazione dunque a ciascun parametro il giudizio è di:
Sufficienza – quando tutti gli indicatori sono sufficienti
Carenza – quando un indicatore difetta in modo significativo
Grave carenza – quando un indicatore difetta del tutto o più indicatori difettano in modo significativo.
Di qui, il giudizio complessivo può essere:
Positivo – quando nulla si rilevi in ordine ad indipendenza, imparzialità ed equilibrio e quando tutti i parametri risultino almeno sufficienti.
Non positivo – quando uno o più parametri sia carente o quando un parametro sia gravemente carente.
Negativo – quando manchi una delle pre-condizioni dell’esercizio della giurisdizione (indipendenza, imparzialità, equilibrio) o quando più parametri siano gravemente carenti.
Il giudizio “non positivo” impone al Consiglio una nuova valutazione, per la medesima classe o categoria, dopo un anno.
In tal caso il magistrato, che ovviamente non avrà aumenti stipendiali per anzianità, dovrà essere nuovamente valutato e dovrà dimostrare di aver superato i limiti precedentemente accertati. La eventuale nuova valutazione “non positiva” equivarrà ad una valutazione negativa.
Il giudizio “negativo” impone invece al Consiglio una nuova valutazione, per la medesima classe o categoria, dopo due anni.
Dopo una doppia valutazione “negativa”, com’è noto, si impone la dispensa del magistrato.
Ritengo interessante chiarire il rapporto esistente tra valutazioni di professionalità e procedimenti disciplinari o penali pendenti.
La circolare ha infatti previsto due distinte modalità di comportamento della Quarta Commissione del Consiglio.
Quest’ultima ha l’obbligo di sospendere la procedura di valutazione di professionalità laddove il magistrato sia stato sospeso in via obbligatoria dalle funzioni e dallo stipendio ai sensi dell’art. 21, D.L.vo n. 109/2006, in quanto sottoposto a misura cautelare personale nell’ambito di un procedimento penale, sia stato sospeso in via facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio ai sensi dell’art. 22, D.Lvo n. 109/2006, in quanto sottoposto a procedimento penale per delitto non colposo, oppure sia stato sospeso in via facoltativa dalle funzioni e dallo stipendio ai sensi dell’art. 22 D.L.vo n. 109/2006, in quanto sottoposto a procedimento disciplinare.
Viceversa l’obbligo di sospensione della valutazione cede il passo ad una mera facoltà di sospensione della valutazione, chiaramente all’esito di una scelta di tipo discrezionale e mediante provvedimento motivato, laddove si registri la pendenza di un processo penale e/o disciplinare nonché nelle ipotesi di formale apertura del procedimento di trasferimento d’ufficio ai sensi dell’art. 2 R.D.Lgs. n. 511/1946. In tali casi è evidente che la previsione di un altro obbligo di sospensione sarebbe parso eccessivo, attesa l’ovvia opportunità di lasciare alla Commissione uno spazio di esame sulla gravità e sulla natura dei comportamenti ascritti al magistrato.
3) Terza parte: la disciplina transitoria.
Al Consiglio si è imposta una non facile interpretazione sistematica della disciplina transitoria di cui all’art. 5, co. 2, della legge n. 111/2007, secondo la quale “nei confronti dei magistrati in servizio alla data di entrata in vigore della presente legge, le valutazioni periodiche operano alla scadenza del primo periodo utile successivo alla predetta data, determinata utilizzando quale parametro iniziale la data del decreto di nomina come uditore giudiziario”.
Il problema si è posto anzitutto con riferimento all’inquadramento da riconoscere a tutti i magistrati che avevano già maturato almeno quattro anni di servizio al giorno di entrata in vigore della legge n. 111/2007, per il periodo compreso tra questa data e quella in cui viene a compimento la prima concreta valutazione di professionalità.
Si è esclusa l’ipotesi, non realistica, di sottoporre tutti questi magistrati ad immediata valutazione. In tal caso, infatti, la valutazione avrebbe riguardato circa 8.000 magistrati.
Neppure si è ritenuto di adottare il meccanismo della mera equiparazione tra qualifiche conseguite alla luce delle leggi previgenti e classi di valutazione di professionalità secondo la disciplina attuale
In tal caso, sarebbero stati comunque da valutare 3.740 magistrati atteso che la mera equiparazione non risolve il problema delle classi di valutazione intermedie, quali la seconda la terza la quarta e la sesta, che in base al periodo di servizio prestato dovrebbero essere già riconosciute.
Pertanto, si è ritenuto di individuare un meccanismo finalizzato al riconoscimento, ai magistrati in servizio alla data di entrata in vigore della L. n. 111/2007, della valutazione di professionalità corrispondente all’anzianità effettivamente raggiunta; e si è stabilito di dare corso alle valutazioni di professionalità, al momento della maturazione del primo quadriennio utile maturato da ciascun magistrato successivamente al 30 luglio 2007.
Si è pertanto previsto che i magistrati in servizio alla data di entrata in vigore della l. 30 luglio 2007, n. 111, debbano essere sottoposti alle valutazioni quadriennali di professionalità nel momento in cui raggiungono, successivamente al 30 luglio 2007, il quarto (1° valutazione), l’ottavo (2° valutazione), il dodicesimo (3° valutazione), il sedicesimo (4° valutazione), il ventesimo (5° valutazione), il ventiquattresimo (6° valutazione) e il ventottesimo anno di servizio (7° ed ultima valutazione), a decorrere dalla data del decreto di nomina come uditore giudiziario.
In tal modo, si garantisce che nell’arco del quadriennio a partire dalla data di entrata in vigore della riforma, tutti i magistrati che non abbiano superato il ventottesimo anno di servizio, e quindi la settima valutazione di professionalità, vengano valutati alla scadenza decorrente dalla legge n. 111/2007.
Viceversa, i magistrati che, al momento dell’entrata in vigore della legge 111, avevano già maturato il diritto alla valutazione secondo le previgenti qualifiche di magistrato di tribunale, magistrato di appello, magistrato di cassazione e magistrato idoneo all’esercizio delle funzioni direttive superiori, per i quali non sia intervenuta la relativa delibera Consiliare, vengono valutati sulla base dei criteri dettati dalla vecchia circolare 1985 che, proprio a tal fine, non è stata espressamente abrogata.
La stessa disciplina si applica nel caso in cui il magistrato sia stato dichiarato non idoneo secondo le previgenti qualifiche e sia maturato il periodo biennale (per la qualifica di magistrato di tribunale e d’appello) o triennale (per le qualifiche di magistrato di cassazione e di funzioni direttive superiori) per la nuova valutazione, secondo le normative previgenti, entro la data del 31.7.2007.
Il riconoscimento a ciascun magistrato in servizio alla data di entrata in vigore della legge 111 della valutazione corrispondente all’anzianità raggiunta trova un duplice limite.
Il primo limite è quello della precedente inidoneità ed in tali casi i magistrati saranno sottoposti ad una nuova valutazione di professionalità dopo un biennio, decorrente dalla scadenza del periodo oggetto di valutazione negativa. Si garantisce così al magistrato escluso dal procedimento di riqualificazione secondo le nuove fasce di valutazione un tempestivo scrutinio di professionalità, con la conseguenza che, in caso di esito positivo, il magistrato consegue la valutazione di professionalità corrispondente alla fascia di valutazione, gravata di un biennio. Se il nuovo giudizio è “non positivo” o “negativo” si applicheranno, a questo punto, le norme ordinarie.
Il secondo limite è quello della condanna penale o disciplinare passata in giudicato successivamente all’ultima valutazione. In tal caso, il Consiglio procederà ad una nuova valutazione immediatamente per la corrispondente fascia decorrente dal decreto di nomina e conseguibile, appunto, ai sensi della disciplina transitoria. Se il giudizio risulti positivo, il magistrato conseguirà la valutazione di professionalità corrispondente; se il giudizio risulti “non positivo” o “negativo”, si applicherà poi la nuova disciplina.
Si è fatto abbastanza? Si poteva fare di più?
Ovviamente, siete voi e l’intero “corpus” dei magistrati, che dovrete trarre le conclusioni.
La mia opinione è che certamente poteva farsi di più e, in particolare, si poteva giungere anche ad una pluralità di giudizi positivi del magistrato (es. positivo, molto positivo, eccellente), secondo gli standard indicati da altri paesi europei.
Dobbiamo però tener presente, anzitutto, il termine brevissimo che il legislatore ci ha dato per una prima stesura di circolare attuativa dell’art. 11 del d.lgs. 160/2006.
In secondo luogo, non possiamo tacere delle diverse sensibilità che su questo tema sussistono tra le diverse componenti consiliari che, probabilmente, avrebbero reso ardua la redazione di un testo così avanzato in tempi brevi.
Mi piace pensare che ciò possa avvenire in futuro e che le valutazioni di professionalità siano più corrispondenti all’effettivo valore del magistrato interessato.
Mi piace pensare che questa nuova circolare sia il punto di partenza e non di arrivo per un salto di qualità nel sistema di valutazione dei magistrati che dovrà far fronte a circa 2500 disamine annue.
Mi piace pensare che questo sistema bene operi in concreto, con la consapevolezza che nessun sistema di regole è da solo sufficiente a garantirsene l’efficacia, se non è supportato dal costume degli uomini.
Mi piace pensare che la nuova valutazione di professionalità somigli di più alla Rosa di Calamandrei, che da sola pesava più delle Pandette.