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Timestamp: 2019-08-23 03:19:27+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 318', 'art. 318']

Il Dirigente prevenzionistico "di fatto" privo di delega: individuazione e responsabilità
Con sentenza del 19 ottobre (n.48302 sez. IV) 2017, la Corte di Cassazione penale torna ad interessarsi dell'individuazione delle posizioni di garanzia in materia di sicurezza sul lavoro, della qualifica di "dirigente prevenzionistico" e del principio di effettività.
Nuovamente la Suprema Corte ribadisce che la posizione di responsabilità in capo ai diversi destinatari può essere generata dall' "esercizio di fatto delle funzioni tipiche delle diverse figure di garante".
Ciò che conta dunque per l'assunzione della responsabilità, al di là ed a prescindere dall'esistenza di investiture formali, è la concreta organizzazione della gestione del rischio all'interno del quale il lavoratore è introdotto.
Se il garante poteva influire nel decorso causale dell'evento -evitandolo o facendo sì che avvenisse in modo meno grave- e non lo ha fatto, potrà essere chiamato a risponderne penalmente.
In sostanza quindi il diritto penale del lavoro poggia sulla seguente implicazione logica: se un soggetto, pur sprovvisto di incarichi formali o deleghe, gestisce di fatto uno o più lavoratori nella loro attività quotidiana e funzionale, dando loro direttive, organizzandone il lavoro e verificandone la correttezza, allora assume nei suoi / loro confronti il ruolo prevenzionistico di dirigente ed è tenuto a tutelarne l'incolumità.
Tale ruolo non è attribuibile contrattualmente, ma deriva direttamente dalla legge penale.
Di conseguenza, non esiste manleva che possa liberare il dirigente dai suoi doveri prevenzionistici, se non un atto con il quale egli venga sollevato dal suo ruolo funzionale e quindi privato dello status di dirigente.
In questo senso, l'organigramma funzionale diviene un importante strumento processuale utilizzabile dal Pubblico Ministero o dal Giudice per valutare e definire i ruoli gerarchici ed individuare il titolare o i titolari della posizione di garanzia.
La sua redazione rappresenta dunque un'operazione strategica e delicata.
Da ultimo, la Suprema Corte ribadisce un principio di diritto noto ma spesso "inconsciamente" accantonato da parte di chi, pur rivestendo la qualifica di dirigente, non sia titolare anche di una delega di funzioni, ovvero quello in base al quale: "in tema di omicidio o lesioni colpose derivanti da infortuni sul lavoro, se più sono i titolari della posizione di garanzia, ciascuno è, per intero destinatario dell'obbligo giuridico di impedire l'evento, con la conseguenza che, se è possibile che determinati interventi siano eseguiti da uno dei garanti, è però, doveroso per altro o per gli altri garanti, dai quali ci si aspetta la stessa condotta, accertarsi che il primo sia effettivamente intervenuto, anche quando le posizioni di garanzia siano sullo stesso piano".
E' evidente infatti che, se la delega di funzioni funge indubbiamente da "calamita" delle responsabilità penali in materia, essa non libera mai totalmente gli altri garanti (Dirigenti, Preposti etc.) dai loro doveri prevenzionistici, che essi sono tenuti comunque ad adempiere nell'ambito delle rispettive attribuzioni e competenze.
il Dlgs 231/01 non introduce una responsabilità per l'ente automatica, conseguente a quella penale
La sentenza in commento (Tribunale di Fermo sez. pen. 28.2.2017), si mette in luce per l'efficacia con cui rimarca l'autonomia tra la responsabilità penale connessa al verificarsi dell'infortunio (il cui fondamento è rappresentato dalla violazione della normativa antinfortunistica e dal nesso di causalità tra violazione ed evento) e quella dell'ente ex D.Lgs 231/01, la cui fonte è, invece, costituita, dalla prova dell'esistenza dell'interesse o del vantaggio derivanti dalla mancata osservanza della normativa cautelare.
In primo luogo, il Giudice di Fermo sottolinea che "la disciplina dettata dal dlgs 231/01 non introduce una responsabilità connotata da automatismi (sul modello di quella civilistica), che faccia seguire alla responsabilità penale del legale rappresentante dell'ente quella dell'ente medesimo".
Ne consegue, secondo la sentenza di merito, che una volta accertata la sussistenza del reato presupposto (lesioni colpose nel caso di specie), la responsabilità dell'ente possa essere pronunciata solo in presenza della "prova che l'ente abbia tratto un vantaggio dal delitto posto in essere dall'imputato persona fisica, intesa come beneficio/utilità conseguita per effetto del reato".
Quanto alla definizione dei concetti di interesse e di vantaggio, il Tribunale di Fermo ne ribadisce i tratti distintivi, facendo riferimento agli ormai consolidati orientamenti della giurisprudenza di legittimità (ed in particolare Sez. Un. 38342/2014), in base ai quali i due elementi "sono alternativi e concorrenti tra loro, in quanto il criterio dell'interesse esprime una valutazione teleologica del reato, apprezzabile "ex ante", cioè al momento della commissione del fatto e secondo un metro di giudizio marcatamente soggettivo, mentre quello del vantaggio ha una connotazione essenzialmente oggettiva, come tale valutabile "ex post", sulla base degli effetti concretamente derivati dalla realizzazione dell'illecito"
Dunque, secondo la motivazione della sentenza in commento, l'esistenza del vantaggio per l'ente deve essere ricercata e provata, alla medesima stregua degli elementi costitutivi della fattispecie penale e non può darsi per assodata (rectius "per scontata"), in presenza della violazione della cautela antinfortunistica.
Tale violazione, se in alcuni casi può rappresentare il primo segnale della sussistenza della c.d. "colpa d'organizzazione" e dunque dell'elemento su cui può fondarsi la responsabilità ex D.Lgs 231/01, in altri può costituire il mero risultato di una semplice sottovalutazione dei rischi o di una cattiva considerazione delle misure di prevenzione necessarie, sintomo dell'esistenza di colpa, ma non necessariamente della responsabilità dell'ente.
In conclusione, la sentenza in commento insegna come l'individuazione dell'origine - intesa come ragione essenziale - della violazione divenga un elemento logico fondamentale nel percorso decisionale del Giudice, il quale, nel motivare la sentenza di condanna nei confronti dell'ente, dovrà analiticamente dare atto del processo mentale in ragione del quale abbia ritenuto sussistente uno dei criteri di imputazione oggettiva di cui all’art. 5 d.lgs. 231/01.
In mancanza di tale elemento, la sentenza rischierebbe di essere ancorata ad un inammissibile principio di responsabilità oggettiva.
Pubblicate le linee Guida di Ispra per la estinzione delle contravvenzioni in materia ambientale con prescrizione
L'introduzione del sistema della prescrizione per l'estinzione delle contravvenzioni in materia ambientale rappresenta senza dubbio una delle novità più interessanti e di maggiore impatto della L. 68/2015 che ha introdotto la parte sesta-bis nel D.Lgs 152/06 (Codice dell'Ambiente).
Si tratta, in sostanza, della possibilità per l'organo di controllo che abbia rilevato una violazione della normativa ambientale di tipo contravvenzionale, di impartire al contravventore una prescrizione che indichi le modalità di regolarizzazione dell'illecito entro un termine stabilito, durante il quale il procedimento penale rimane sospeso.
Nel caso in cui il contravventore adempia alla prescrizione entro il termine, verrà ammesso al pagamento in sede amministrativa di una pena pecuniaria pari ad un quarto del massimo dell'ammenda stabilita per legge. Una volta avvenuto il pagamento, il reato si estingue ed il Pubblico Ministero chiede l'archiviazione del relativo procedimento.
Il sistema, ampiamente noto nel modo della sicurezza sul lavoro per effetto del D.lgs 758/94 , era inedito alla normativa ambientale sino all'anno scorso.
Uno dei temi maggiormente dibattuti in sede di prima applicazione della nuova normativa è rappresentato dal contenuto delle condizioni che limitano il ricorso allo strumento della prescrizione.
Nello scorso novembre il consiglio federale dell'ISPRA ha emanato il documento "Indirizzi per l'applicazione della procedura di estinzione dei reati delle contravvenzioni ambientali ex parte VI - bis D.Lgs 152/06" che riassume l'attività svolta dal gruppo di lavoro interagenziale di ARPA ed ISPRA.
Viene innanzitutto chiarita nel documento la natura di atto di polizia giudiziaria del verbale di prescrizioni impartito ai sensi dell'art. 318-bis Dlgs 152/06.
Ciò comporta che tale atto non sia impugnabile con gli strumenti della giustizia amministrativa (ricorso al TAR o ricorso straordianrio al Presidente della Repubblica).
In secondo luogo viene sancita l'obbligatorietà dell'applicazione della procedura estintiva in presenza dei presupposti richiesti dalla nomrativa.
Ciò comporta, come del resto avviene già nell'ambito della sicurezza sul lavoro, che l'organo ispettivo debba applicare la procedura anche quando non risulti possibile impartire la prescrizione, ad esempio, qualora il trasgressore abbia già autonomamente provveduto all'adempimento dell'obbligo di legge, senza attendere l'imposizione della prescrizione da parte dell'organo di vigilanza (c.d. prescrizione "ora per allora"), con conseguente ammissione al pagamento della sanzione pecuniaria.
Altro argomento trattato dal documento in esame è quello rappresentato dai rapporti intercorrenti tra la prescrizione e i provvedimenti che concludono i procedimenti amministrativi (misure oggetto di diffide emesse dall'autorità competente, in caso di inosservanza delle prescrizioni autorizzatorie dell'AIA).
Per questi casi viene stabilito che le prescrizioni non sostituiscano i provvedimenti amministrativi, ma siano entrambi necessari, dato che agli stessi sono ricollegabili diversi effetti giuridici.
Le prescrizioni infatti incidono sul procedimento penale, mentre i provvedimenti amministrativi emanati dall'autorità competente producono i loro effetti sul piano amministrativo e talvolta, come nel caso della diffida, sono individuati dalla normativa ambientale come atti propedeutici per l'emanazione di successivi provvedimenti amministrativi.
Viene, al fine di evitare contrasti tra le misure prescritte, esortato un coordinamento tra gli enti coinvolti.
Quanto alla tipologia di contravvenzioni che possono essere sussunte nella procedura estintiva, viene chiarito che esse sono quelle punite con la sola pena dell'ammenda; vengono pertanto esclusi i reati puniti con l'arresto ed anche quelli sanzionati con arresto e ammenda.
L'art. 318-bis del D.lgs 152/06 stabilisce che il procedimento di estinzione della contravvenzione possa avere luogo solamente in ipotesi contravvenzionali ed in assenza di profili di danno o pericolo.
Questo aspetto rappresenta indubbiamente uno di quelli maggiormenti controversi ed allo stesso tempo rilevanti per l'applicazione della disciplina.
Le indicazioni fornite nel documento in oggetto sono assai specifiche e forniscono un valido supporto sia agli operatori, sia alle aziende che si trovino a dover affrontare casi simili.
Il gruppo di lavoro preposto a questa attività è arrivato addirittura ad individuare alcune prescrizioni tipo per l'estinzione delle principali contravvenzioni ambientali ed a fornire indicazioni operative per valutare, caso per caso, la sussistenza o meno del danno ambientale ovvero del relativo pericolo.
E' emerso in particolare che:
- nei casi di abandono o deposito incontrollato di rifiuti con evidenza di percolamento al suolo o immissione di rifiuti nelle acque superficiali e sotterranee non è mai possibile attivare la procedura di prescrizione;
- nel caso di abbandono o deposito incontrollato di rifiuti senza evidenza di sversamento di liquidi al suolo, è possibile impartire la prescrizionie ma solo se accompagnata dallo svolgimento di verifiche analitiche;
- nel caso di emissioni in atmosfera oltre i limiti di legge o dell'AIA è possibile impartire la prescrizone purchè consistente nell'adozione di accorgimenti tecnici volti ad evitare il ripetersi della violazione.
Quanto alla motivazione dell'eventuale non applicazione della procedura prescrittiva, viene ritenuto doveroso da parte dell'organo di PG, fornire adeguata e specifica motivazione delle sue ragioni.
Per quanto riguarda il contenuto della prescrizione nel caso di violazione di natura meramente formale (mancanza di autorizzaizone /titolo abilitativo ad una certa attività), è stata istituita un'apposita tabella che prevede, a seconda della casistica, l'orientamente ritenuto più adatto per regolarizzare le diverse fattispecie: o prescrivendo la sospensione dell'attività, o prescrivendo la regolarizzazione sul piano amministrativo.
Il documento prosegue con altri interessanti passaggi, certamente utili a tutti coloro che abbiano a che fare con le tematiche ambientali in azienda, fornendo altresì agli organi ispettivi i criteri guida per la valutazione degli effetti e dell'entità delle conseguenze ambientali dei reati ed individuando prescrizioni - tipo per l'estinzione delle principali contravvenzioni ambientali.