Source: http://www.anppiemonte.it/blog.htm
Timestamp: 2018-11-22 10:37:49+00:00
Document Index: 26066321

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art.18', 'sentenza ', 'art. 55', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 18', 'art.18', 'art. 17', 'art. 18', 'art. 12', 'art.2', 'art.2', 'art 18', 'art. 55', 'art. 50', 'art. 55', 'art. 17', 'art. 18', 'art.2', 'art. 6']

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Proposte di modifiche (D.Lvo 81/08)
Dopo la pubblicazione, alcune settimane fa, degli articoli sull’analisi del TU 81/08 (analisi non ancora del tutto terminata), sono seguiti confronti e discussioni, che mi inducono a presentare una prima proposta di modifica al testo vigente.
La discussione, in corso alla Camera, del DDL (AC 2994), che presenta due articoli sulla sicurezza (19,20), potrebbe agevolare la presentazioni di modifiche al TU, anche se questo è materia legata al lavoro piuttosto che all’istruzione.
Come sempre è opportuno che i colleghi che abbiano delle osservazioni da proporre, lo facciano su queste pagine.
Una prima modifica, relativa all’articolo 2 (definizione) intende introdurre una figura intermedia tra datore di lavoro (dotato di poteri di spesa e di gestione) e dirigente. Tale figura in cui confluirebbero anche altri dirigenti pubblici oltre a quelli della scuola, che si potrebbe chiamare “dirigente gestionale”, è dotata di solo potere di gestione e non di spesa, per quel che concerne gli aspetti della sicurezza. Tra i datori di lavoro, o i dirigenti gestionali, non devono essere inclusi, per il settore pubblico, coloro che non rivestono ruolo dirigenziale (per il 165/01)
La seconda modifica riguarda l’art. 17 (obblighi non delegabili). Fatto salvo l’obbligo di nomina del RSPP (ma per la questione vedi oltre), rimarrebbe l’obbligo della valutazione edl rischio per la parte organizzativa e gestionale, ma non per quel che concerne la struttura e gli impianti.
L’abrogazione del comma 3 dell’art.18 è conseguenza dell’introduzione di un articolo, ora non presente, sugli obblighi dell’ente proprietario. Sono l’obbligo di fornire le certificazioni e i documenti richiesti dalla legge; la valutazione del rischio inerente alle strutture e agli impianti; la partecipazione, assieme al dirigente gestionale alla valutazione del rischio per l’approntamento delle misure compensative in presenza di anomalie strutturali o impiantistiche.
Un altro articolo da aggiungere riguarda gli obblighi del RSPP. La mancanza di tale articolo è, a mio avviso, una delle cause della singolare sentenza del Darwin. Lascio ad altri, più competenti di me. Entrare nel dettaglio, ma tra gli obblighi devono rientrare quelli del controllo diretto di tutte le fonti di rischio, o, nel caso tale controllo esulasse dalle competenze professionali del RSPP, la segnalazione al datore di lavoro (o dirigente gestionale) della necessità di tale controllo da parte di terzi, e non di semplice presenza nel documento di valutazione dei rischi.
Un’altra modifica, relative alle sanzioni (art. 55), dovrebbe ridurre queste ultime almeno di un terzo per i dirigenti gestionali, ove sia escluso che la trasgressione non sia motivata da interesse privato o di profitto aziendale.
La formazione sulla sicurezza (in quanto lavoratori) del personale assunto in ruolo, tramite concorso, deve avvenire a cura dell’ente che indice il bando concorsuale. Analogamente, dallo stesso ente, deve essere prevista per i dirigenti gestionali.
Si chiede anche l’emanazione del decreto attuativo per la scuola, in ritardi di quasi sette anni. In tale decreto, oltre alle procedure per la formazione dei neoassunti in ruolo, occorre definire a quale figura (dirigente, preposto) appartiente il DSGA, anche per definire nella contrattazione, una retribuzione adeguata al ruolo.
Il decreto potrebbe definire anche una diversa modalità di designazione del RSPP. Questi potrebbe essere una figura di sistema (per reti di 5 o 6 scuole), dipendente dall’amministrazione (si pensi ad esempio agli esuberi derivati dai tagli alle Province; ai dipendenti MIUR, compresi i dirigenti della scuola, che già svolgono questo ruolo). In ogni caso deve essere previsto, da parte del MIUR una retribuzione di almeno di 6.000 euro lorde per l’RSPP, per ogni istituzione scolastica.
Quelli sopra elencati mi sembrano i punti principali che possono rendere più coerente il TU e più rispondente alle problematiche della scuola.
Come si vede ai dirigenti della scuola sono mantenute tutte le responsabilità legate alla gestione e all’organizzazione, in un modo più rispondenti alle caratteristica degli edifici dove si svolgono le peculiari attività scolastiche.
Davide Babboni, 24.4.15
Analisi logica del TU sulla sicurezza (D.Lvo 81/08)
Mi sono accinto a scrivere questo articolo, cosa che da tempo avevo in animo di fare, spinto dalla necessità morale scaturita dalla sentenza definitiva della Cassazione sulla tragedia del “Darwin” di Rivoli. Citando questa tragedia il pensiero non può non andare, commosso, al povero ragazzo morto e alla sua famiglia con un dolore incancellabile nel cuore. Purtroppo, il caso questa volta, dopo aver graziato in tante situazioni analoghe, è stato crudele.
Non si può però tacere, per chi conosce il mondo della scuola, che le responsabilità individuate nascono da una legislazione carente e da una politica inadempiente. Per non scadere nella sterile antipolitica o nel trito, e immotivato, “le sentenze non si criticano, ma si rispettano”, nei limiti delle mie capacità, cerco di dare un piccolo contributo, affinché sia più difficile che capitino queste tragedie, e le responsabilità siano meglio individuate.
Esprimo all’Ing. Paolo Pieri, che conosco e stimo, la mia solidarietà, per quanto può valere.
L’ANP, specialmente la sezione piemontese, insiste da anni per una revisione normativa, che corregga alcune incoerenze presenti nel Testo Unico, per molti versi validissimo, e chiarisca le attribuzioni relative al mondo della scuola. Sarebbe opportuno che tali modifiche intervenissero prima dell’emanazione del decreto attuativo, previsto dal D.Lvo 81/08, ma, fortunatamente, ancora da pubblicare.
Gli assunti, corroborati anche da autorevoli, e a volte inaspettati, pareri, sono sostanzialmente due.
Il primo riguarda la qualifica di “datore di lavoro” (DL) assegnata al Dirigente della Scuola (DS), che è incoerente con la definizione dell’art. 2, nonostante la limitazione prevista dall’art. 18 c. 3, insufficiente a regolare in modo preciso i rapporti con l’ente proprietario. Come corollario anche l’attribuzione ad altre figure della scuola (DSGA, collaboratori del DS, fiduciari,..) della funzione prevista dal TU, dovrebbe essere chiarita (lo strumento, in questo casi potrebbe essere il decreto attuativo). Sostengo la tesi per la quale il DS riveste un ruolo intermedio tra DL e Dirigente (Dir), secondo il TU, agendo a volte come DL, a volte come Dir. In misura diversa, ma analoga, il DSGA agisce in parte come Dir e in parte come preposto (Pr).
Secondo assunto è che l’ente propretariodeve designare un responsabile che firmi il DVR, nella parte che lo riguarda, ossia le strutture e parte degli impianti (con i relativi documenti richiesti dalla legge: collaudo statico, agibilità, destinazione d’uso, mappe varie,..).
Questi due assunti possono portare a scenari diversi, che cercherò di sintetizzare in conclusione, che potrebbero portare a una gestione più razionale, e quindi efficace ed efficiente, della sicurezza della scuola, senza sostanziale variazione di costi. Ciò non libererà il DS dalla responsabilità, che non può che essere sua, ma, parzialmente limitandola e, soprattutto, chiarendola, permetterà a questi un lavoro più sereno; cosa che, in certe regioni d’Italia, e in certi distretti ASL in particolare, oggi non è garantito.
Riportando in calce le definizione del TU, enucleo i fattori che identificano il DL e il Dir (e per confronto anche il Pr), utili alla mia analisi. Alcune caselle sono state lasciate bianche, perché troppo anguste per contenere una più ampia specificazione, che, soprattutto per il DL, è riportata successivamente.
Sovrin-
Formaz. Come
Preposto: persona che, in ragione delle competenze professionali (1) e nei limiti di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell'incarico conferitogli (2), sovrintende alla attività lavorativa (6) e garantisce l'attuazione delle direttive ricevute (3), controllandone la corretta esecuzione da parte dei lavoratori (7) ed esercitando un funzionale potere di iniziativa (8).
Dirigente: persona che, in ragione delle competenze professionali (1) e di poteri gerarchici e funzionali adeguati alla natura dell'incarico conferitogli (2), attua le direttive del datore di lavoro (3) organizzando l'attività lavorativa (4) e vigilando su di essa (5).
Le due definizioni condividono la stessa struttura, e a volte gli stessi termini, se non per qualche variazione – per esempio, “nei limiti dei poteri”, anziché solo “i poteri” (2), oppure “garantisce l’attuazione delle direttive” e “attua le direttive” (3). Sono presenti molte congiunzioni (“e”) che, come le intersezioni tra insieme, riducono il campo di appartenenza, perché dal punto di vista logico, non so se anche giuridico, basta che uno dei termini introdotti dalla e, non sia verificato, per falsificare tutta la proposizione. Si incomincia, forse, a intravedere l’origine delle difficoltà interpretative della norma (i DSGA sono dirigenti o preposti?).
La definizione di datore di lavoro ha delle ulteriori particolarità. Intanto la presenza di una congiunzione rilevante “poteri decisionali e di spesa”, dove per quanto visto prima basta non avere uno dei due poteri perché la definizione cada. Inoltre, nella prima parte della definizione (A: la bipartizione è mia) si introduce un’altra congiunzione (comunque), che amplia il campo della definizione, non solo al titolare del rapporto di lavoro, ma anche a chi ha la responsabilità dell’organizzazione o (altra congiunzione estensiva) dell’unità produttiva, sempre però – è importante – se si possono esercitare i poteri decisionali e di spesa.
A datore di lavoro: “il soggetto titolare del rapporto di lavoro con il lavoratore o, comunque, il soggetto che, secondo il tipo e l’assetto dell’organizzazione nel cui ambito il lavoratore presta la propria attività, ha la responsabilità dell’organizzazione stessa (4) o dell’unità produttiva in quanto esercita i poteri decisionali e di spesa.
La seconda parte (B) estende all’amministrazione pubblica, il campo di applicazione, includendo i dirigenti (e addirittura i funzionari) che esercitano autonomi poteri gestionali, decisionali e di spesa. Tali dirigenti o funzionari sono individuati dall’organo di vertice dell’amministrazione, che, come risulta dal resto del TU, resterà esente da ogni responsabilità, a meno che ometta di individuare il responsabile o lo faccia in modo non conforme.
B. Nelle pubbliche amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 2, del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165, per datore di lavoro si intende il dirigente al quale spettano i poteri di gestione, ovvero il funzionario non avente qualifica dirigenziale, nei soli casi in cui quest’ultimo sia preposto ad un ufficio avente autonomia gestionale, individuato dall’organo di vertice delle singole amministrazioni tenendo conto dell’ubicazione e dell’ambito funzionale degli uffici nei quali viene svolta l’attività, e dotato di autonomi poteri decisionali e di spesa. In caso di omessa individuazione, o di individuazione non conforme ai criteri sopra indicati, il datore di lavoro coincide con l’organo di vertice medesimo”
Sottolineo i termini che, a mio avviso, dovrebbero essere distinti:
1 Titolare del rapporto di lavoro, ossia chi assume il dipendente (TRL).
2 Chi esercita poteri decisionali (EPD).
3 Chi esercita poteri di spesa (EPS).
Inoltre, questa tripartizione, dovrebbe essere accompagnata da una distinzione tra settore privato e pubblica amministrazione, per motivi, a molti chhiari, che riprenderò più avanti.
A mio parere, la gestione (autonoma) è intesa come esercizio congiunto di poteri decisionali e di spesa e, in tal senso, il DS è TPS solo per il personale supplente; è pienamente EPD come responsabile dell’organizzazione dell’unità (produttiva) ubicata in modo decentrato rispetto all’organo di vertice dell’amministrazione (Ministro del MIUR); è solo parzialmente EPS, in quanto le fonti di finanziamento, in parte vincolate, non sono nella sua disponibilità.
Concludo questa prima parte con un esempio alto, per mostrare quello che, a mio parere, è un errore logico di un impianto giuridico che ha voluto procedere, senza poterlo fare, quasi in modo assiomatico deduttivo, forse per evitare una casistica impossibile da gestire; creando confusione, inefficienze e ingiustizie (nella seconda parte dovrò, ovviamente, introdurre il tema capitale, dell’ente proprietario).
La citazione, che forse dal punto di vista della logica moderna ha qualche pecca, è tratta dall’ Etica di Spinoza – opera intenzionalmente assiomatica deduttiva – e, parlando di libertà, mi pare particolarmente pertinente.
“Si dice libera quella cosa che esiste per sola necessità della sua natura e si deter­mina da sé sola ad agire: invece si dice necessaria o, meglio, coatta, quella cosa che è condizionata ad esistere e ad agire da qualcos'altro, secondo una precisa e determinata ragione.”
Come si potrebbe apprezzare questa splendida definizione se continuasse: “..comunque si dice libera anche la cosa che tale si considera, o che tale è individuata da altra cosa coatta”?
Il rapporto con l’ente proprietario è spesso il problema principale che il DS incontra per la gestione della sicurezza e dei locali, ed è, forse, la causa principale delle prescrizioni da parte degli enti ispettivi. L’inadempienza consolidata (per esempio CPI), l’assenza documentale, e le debolezze strutturali, costringono il DS ad azioni compensative che aggravano il carico di lavoro sulla sicurezza, a scapito di altri compiti. Il comma 3 dell’art. 18 non è liberatorio (e, per le azioni urgenti di riduzione del rischio, è più che giusto), anzi nell’esperienza piemontese si riscontra un circuito perverso, che si esplica in due modi complementari.
Il primo: alla segnalazione dell’anomalia strutturale, anziché intervenire, pur non volendo generalizzare (e comprendendo le cause, soprattutto la carenza di risorse), l’ente proprietario, spesso, soprattutto se di grandi dimensioni, prescrive al DS, in termini generali o specifici, le azioni compensative di riduzione del rischio, caricando il DS di ulteriori responsabilità. Infatti, in assenza dell’intervento strutturale, il rischio non è eliminato, e, in alcuni casi, l’unica possibilità di farlo sarebbe chiudere in parte o del tutto i locali della scuola, con evidenti ripercussioni pratiche e anche giudiziarie.
In presenza di rischio in atto, e qui veniamo al secondo aspetto, l’ente ispettivo non può che prescrivere al Datore di Lavoro (DL) azioni risolutive, constatando la parziale inadempienza e, di fatto, caricando il DS delle responsabilità in capo all’ente proprietario. Nella risposta che il DS fornisce all’ente ispettivo, se non fa attenzione, rischia di assumersi anche eventuali inadempienze future dell’ente proprietario; prima fra tutte il limite temporale imposto nella prescrizione.
A mio parere questo stato di cose nasce dalla carenza del TU sul rapporto tra Ufficio Pubblico (non solo la scuola) ed ente proprietario. Non voglio certo qui caricare i colleghi dirigenti degli enti locali di responsabilità che, probabilmente, oltre che dalla legge, sono causate da persistenti e consolidate lacune della politica amministrativa, ma è un dato di fatto che la totale identificazione del DS con il DL ha prodotto un vaso di coccio tra vasi di ferro, cui fa comodo far riferimento.
Una possibile soluzione potrebbe essere l’assunzione di responsabilità anche dell’ente proprietario, nella stesura del DVR nella parte che riguarda le strutture e gli impianti, sia nell’indicazione degli interventi definitivi, sia di quelli provvisori di contenimento del rischio.
Il DS manterrebbe certo l’onere della valutazione complessiva del rischio, richiedendo oltre alla consulenza di RSPP, RLS e medico competente, la partecipazione attiva (non consulenza!) dell’ente proprietario che, con la firma di un suo rappresentante, si assume gli obblighi, su strutture e impianti, del datore di lavoro. In altre parole, occorre distinguere tra il DS che esercita i poteri decisionali e l’ente proprietario che, in questo caso, esercita i poteri di spesa. L’alternativa, che al momento mi pare impraticabile, sarebbe dotare di poteri di spesa, anche per le strutture, il DS. Agli articoli compresi dal 15 al 27, relativi agli obblighi delle figure significative, occorrerebbe aggiungerne uno sugli obblighi dell’ente proprietario (al momento richiamati in forma generica nel famoso comma 3 dell’art.18).
L’art. 17, sugli obblighi non delegabili (nomina dell’RSPP e valutazione del rischio) rimarrebbe immutato; l’art. 18, che – notiamolo – identifica gli obblighi del DL e del Dir (in quanto delegabili dal DL) – rimarrebbe per i commi 1 e 2, mentre dovrebbe essere trasformato in nuovo articolo e precisato il comma 3, nel senso già descritto.
Gli articoli 28 e successivi sulla valutazione del rischio potrebbero rimanere inalterati, anche se un riferimento esplicito alle strutture e agli impianti sarebbe utile.
Il DVR, come si sa, deve tener conto di tutti i rischi. Già ora è opportuno che questi siano distinti, in modo che quelli dovuti alle strutture e agli impianti, indichino chiaramente la responsabilità dell’ente proprietario, ma, nel contempo, le azioni compensative messe in atto dal DS. Queste, generalmente, consistono in maggiore formazione, informazione, addestramento, comunicazione, aumento delle prove di evacuazione, delimitazioni, divieto d’accesso o d’uso, migliore segnalazione,..
Nel DVR devono essere ovviamente essere riportate le azioni previste dal DS per ridurre il rischio dovuto all’organizzazione, alle apparecchiature, e a quant’altro gli compete direttamente. Poiché queste azioni sono di solito scritte dall’RSPP, dovrebbero essere concordate col DS. Se così non fosse, diventano una sorta di “prescrizione” dell’RSPP nei confronti del DS: è bene che questi deve almeno conoscere!
La nomina dell’RSPP è di carattere fiduciario: la procedura prescritta (sondaggio all’interno e, successivamente, alle scuole viciniori) è necessaria, ma non automaticamente deve portare alla scelta.
Il compenso in assegnato dalle scuole all’RSPP, è spesso ampiamente sottodimensionata. Si possono pensare vari scenari: uno, semplice, consisterebbe nell’aumento dei fondi che l’Amministrazione centrale assegna direttamente alla scuola (a proposito di “poteri di spesa”!); un altro è la costituzione di reti di scuole (in questo senso esemplare quella della provincia di Asti). Si potrebbe addirittura pensare a un RSPP dipendente dall’Ente Locale (con il grave difetto di dover rispondere a questo) o dell’Amministrazione Pubblica. Lo svolgimento della funzione di RSPP direttamente dal DS, con la sempre maggiore complessità e dimensione delle scuole, in generale, non è consigliabile, mentre è auspicabile una buona competenza del DS nel campo della sicurezza.
Nel prossimo articolo riprenderò l’analisi delle figure di datore di lavoro, dirigente e preposto in relazione ai ruoli scolastici di DS, DSGA e altri. Termino con una richiamo normativo che permette in prima istanza di porre delle istanze al potere centrale.
L’art. 12 prevede, anche da parte delle associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori, la possibilità di porre quesiti al Ministero del Lavoro. Anche se la forma del quesito non è direttamente propositiva, potrebbe essere una prima forma di azione da parte dell’ANP, per smuovere la situazione, in attesa di un intervento più organico di proposta di modifica normativa.
Dopo la parentesi, sulla necessità logica che sia stabilito l’obbligo per l’ente proprietario di assumersi la responsabilità, esplicitandola sul DVR, di strutture e impianti (e in generale di quanto di sua competenza secondo le norme già esistenti), torno all’analisi delle tre figure di datore di lavoro (DL), dirigente (Dir), e preposto (Pre) e la loro relazione col dirigente della scuola (DS).
Comincio col giustificare la presenza in alcune caselle della riga del DL nella tabella della prima parte, la presenza contemporanea del Sì e del No. Questa apparente contraddizione della tabella, nasce dalla effettiva contraddizione della definizione nell’art.2 del TU. In particolare il No si riferisce alla prima parte della definizione (Am secondo la mia suddivisione) e il Sì alla seconda (B). Infatti il DS, come pressoché tutti i dirigenti pubblici, le “competenze professionali2 (19; sono addirittura verificate per concorso (per quello che può valere), e, pur senza affrontare ora il problema dell’autonomia parcellizzata, che ha peraltro molta importanza nell’interpretazione logoca del TU, il DS, “attua le direttive del datore di lavoro” (3), intendendo per questo, non silo il MIUR, ma tutti gli altri ministeri che hanno competenza sulla Pubblica Amministrazione, primo tra tutti il MEF con le sue erosioni dei “poteri di spesa” del DS (non previsti per il Dir, ma solo per il DL)- A questo si aggiunga che per il DS, in quanto DL, non è , assurdamente, previsto nessun obbligo di formazione, previsto invece per il Dir, che, ricordo, come tale, non deve sottoporsi, a differenza del Pre, alla formazione come lavoratore.
Queste considerazioni fanno apparire il DL definito dalla seconda parte della definizione dell’art.2, considerati anche i limiti di spesa, e quindi il DS, più come Dir, che come DL. A cascata, e vedremo successivamente, diventa difficile sostenere che nella scuola ci siano altri Dir.
L’analisi dell’art 18 c.1 (obblighi del DL e del Dir) e dell’art. 55 (sanzioni), a mio avviso, conferma l’affermazione sopra espressa.
Gli obblighi che di seguito elenco in forma semplificata, sono secondo il TU delegabili dal DL ai Dir (e non ai Pre!), mentre, a mio avviso, sono di totale competenza del DS e non certo delegabili, viste anche le sanzioni, a DSGA, collaboratori del DS, fiduciari di plesso, che, anticipo il mio parere, non sono altro che Pre, pur con una complessità maggiore dei preposti di laboratorio e in palestra.
Gli obblighi sono: nomina del Medico competente; nomina dei vari addetti alla sicurezza; affidare gli incarichi ai lavoratori secondo le loro capacità e condizioni; fornire i DPI (dispositivi di protezione individuale); fornire istruzioni e addestramento adeguato ai lavoratori esposti a rischio; vigilare sull’osservanza delle norme; prevedere la visita medica per i lavoratori che sono nelle condizioni previste dal TU; predisporre i piani di emergenza ed evacuazione; informare immediatamente i lavoratori esposti a un rischio grave; adempiere agli obblighi di formazione, informazione e addestramento; non ordinare a lavori pericolosi; consentire al RSL la verifica delle misure adottate e fornirgli, su richiesta, il DVR; evitare di produrre rischi per la popolazione e l’ambiente; comunicare all’INAIL gli infortuni entro i termini indicati dal TU; consultare il RL come richiesto dall’art. 50 del TU; adottare le misure per la prevenzione degli incendi; (consentire l’identificazione dei lavoratori di ditte in appalto); convocare la riunione periodica; aggiornare le misure di prevenzione ai mutamenti organizzativi; comunicare all’INAIL il nome del RLS: verificare che i lavoratori soggetti a sorveglianza sanitaria siano sottoposti a visita di idoneità da parte del medico competente.
Il comma 2 dello stesso articolo, che si riferisce al solo DL. È effettivamente responsabilità del DS (natura dei rischi, organizzazione, dati vari e procedure).
Non riporto analogo elenco per le sanzioni dell’art. 55, anche per non suscitare terrore. Il punto principale consiste nel fatto che alcune sanzini (DVR; RSPP) riguardano solo il DL, mentre altre possono riguardare anche il Dir, ove questo, nella scuola, sia delegato, tenendo però conto che il delegante non si libera completamente della responsabilità (culpa in eligendo, controllo).
In conclusione riporto la mia opinione, che si può riassumere nella necessità di prevedere una definizione specifica che riguardi il DS (e, in generale, i dirigenti pubblici che condividono con noi la “fortuna” di essere responsabili della sicurezza degli uffici). Tale definizione, sostanzialmente farebbe coincidere il DS al Dir, con assegnati gli obblighi dell’art. 17 (DVR, RSPP), esclusi gli obblighi in capo all’ente locale per strutture e impianti (da definire con articolo al momento non presente nel TU), nei limiti dei poteri decisionali e di spesa cui è soggetto il DS stesso. Prima di riassumere e precisare, mi sembra anche logico proporre una distinzione tra privato e pubblico. Non si tratta di pretendere privilegi, ma credo si debba escludere al dirigente pubblico il movente della mancata spesa per non ridurre il profitto. Ovviamente le sanzioni devono colpire indifferentemente in caso di inerzia, colpa e, a maggior ragione, dolo.
1) Al MIUR dovrebbe rimanere l’obbligo di formare il personale di ruolo (in quanto titolare del rapporto di lavoro): Il DS dovrebbe provvedere solo al controllo dell’avvenuta formazione; alla formazione del personale assunto a tempo determinato (anche se non ci sarà più dopo la “Buona Scuola”); all’informazione e all’addestramento di tutto il personale. Se, come auspichiamo, il reclutamento spettasse al DS, questi assumerebbe anche l’onere della formazione del personale a tempo indeterminato.
2) Il DS provvede alla valutazione dei rischi, esplicitandola con il DVR, assumendosi le responsabilità della gestione di tutte le attività e dell’organizzazione. Nello stesso documento l’ente proprietario si assume la responsabilità delle strutture e degli impianti. DS ed ente proprietario si assumono congiuntamente l’onere delle eventuali misure provvisorie per ridurre i rischi dovuti alle strutture o agli impianti. Il comma 3 dell’art. 18 andrebbe abrogato, e sostituito con un articolo specifico relativo agli obblighi dell’ente proprietario.
3) Al DS spetta la nomina del RSPP, anche se, dal punto di vista logico, questa figura potrebbe essere di sistema all’interno della scuola (o meglio delle reti discuole), ma dedicata solo a questo compito (non docenti o tecnici retribuiti dal FIS).
4) Rimarrebbero al DS tutti gli obblighi del Dir, e quelli del DL coerenti con quanto sopra delineato.
5) Dovrebbero essere escluse le responsabilità dovute ai limiti dei poteri decisionali e di spesa. E’ ovvio che, nel caso tali limiti venissero meno, il DS si assumerebbe tutte le responsabilità del DL.
La figura che così verrebbe determinata, a cui non intendo proporre un nome, per il rischio di confonderla con figure già esistenti, dovrebbe essere prevista in un nuovo comma dell’art.2, mentre la definizione di DL dovrebbe essere modificata (limitandosi alla prima parte – A).
In capo al MIUR, congiuntamente agli altri ministeri interessati (tra cui quello degli interni) dovrebbe cadere l’obbligo della costituzione di una Tavolo permanente formato dai rappresentanti dei vari attori coinvolti (amministrazione, scuole, enti proprietari, enti di controllo e, e, a mio avviso, anche la magistratura), per fornire alle scuole la consulenza necessaria. Alcuni USR regionali hanno già pubblicato interessanti linee guida, ma la consulenza è, davvero, pressoché inesistente.
Per ottenere una modifica normativa (a costo zero!), che pur richiederebbe poche righe, non è sufficiente rifarsi alla possibilità dell’interpello, già richiamata. E’ necessario preparare il terreno con un gruppo di lavoro interno ad ANP, che includa anche le competenze legali e tecniche (RSPP); coinvolgendo le altre OO.SS.; promuovendo il dibattito e la comunicazione con pubblicazioni e convegni.
Ma bisogna fare in fretta – e qui mi concedo l’unica “lamentela” in questo lungo articolo -, perché la categoria è stufa e deve dire basta! Fa troppo comodo, soprattutto in certe regioni d’Italia, e distretti di tali regioni, avere un capro espiatorio facile da individuare e da colpire, perché privo di appoggi e lasciato solo dalla sua amministrazione. E, questo stato di cose, non è soòo nocivo per i DS, ma per la scuola tutta.
E’ naturalmente importante che ogni associato esponga le sue idee, anche critiche nei confronti dei miei articoli, per favorire la costruzione di una proposta logica ed equa. Sottolineo che la mia è una proposta di modifica e non un’interpretazione del TU. Linee guida di alcune regioni, validissime (tra tutte Piemonte e Veneto), propongono interpretazioni, a volte non coincidenti, dovendo, ovviamente, rimanere nell’alveo della Legge.
Pensavo di “cavarmela” con tre parti di un unico articolo, ma sono restate fuori altre figure della scuola anch’esse coinvolte nella sicurezza (DSGA, collaboratori del DS, ASPP, fiduciari di plesso,..). Poiché sono figure centrali, e, non poco bistrattate, come DS non possiamo trascurarle. Dedicherò loro una quarta parte.
Davide Babboni, 1.3.15
Ruolo unico: un confronto
Come sappiamo sul ruolo unico le posizioni delle OO.SS. e delle associazioni dei dirigenti della scuola sono molto diverse, addirittura opposte. Con questo articolo mi pongo l’obiettivo di approfondire la conoscenza delle opinioni contrarie al ruolo unico, partendo dal presupposto che siamo tutti dirigenti della scuola, e sembra difficile credere che le opinioni siano così condizionate alla tessera sindacale (che, per i possessori di doppia tessera, potrebbe considerarsi contraddittorie).
Parto dall’analisi della relazione introduttiva del collega Gianni Carlini (coordinatore dei dirigenti della scuola per la FLC-CGIL) al Convegno svoltosi a Firenze dal 17 al 18 novembre 2014. Il lungo titolo, già indicativo, è: Liberare la dirigenza scolastica: valorizzare la specificità, togliere oneri impropri, impedire invadenze esterne.
Della corposa relazione, molto interessante e condivisibile in alcuni aspetti, mi limiterò agli spetti che si riferiscono al ruolo unico. Col rischio riduttivo della sintesi, provo a enucleare il ragionamento di Carlini.
1) Il dirigente della scuola (DdS) non lavora per gli obiettivi stabiliti dall’Amministrazione, ma da quelli stabiliti dalla Costituzione e dalle leggi.
2) Il lavoro del DdS è più complesso ed oneroso rispetto ad altri dirigenti.
3) La funzione specifica del DdS, per esercitare la quale occupa gran parte del tempo (pur in modo non efficiente a causa di orpelli, adempimenti e ingerenze della burocrazia e di altri enti), consiste nelle relazioni che deve presidiare con tutti gli attori del processo educativo e i portatori di interessi, per garantire il successo dell’azione formativa.
4) Le azioni amministrative sono strumentali a questa funzione specifica, e non costitutive.
5) Il pericolo del disegno di legge sulla Pubblica Amministrazione (n. 1577) è l’introduzione, per tutti i dirigenti dello spoil system.
6) Costituisce un pregio del DdS la provenienza dal ruolo docente e la sua competenza educativa.
7) E’ dannoso e fuorviante rivendicare le funzioni amministrative del resto della dirigenza (esclusi diplomatici e medici), per rivendicare la perequazione economica.
8) E’ la via contrattuale, e non quella legislativa a poter condurre al riconoscimento, anche economico, del carico di lavoro e di responsabilità del DdS.
Su questi punti cercherò di argomentare le mie osservazioni, premettendo di non ritenere affatto che esista un’unica strada per la valorizzazione professionale (e stipendiale) del DdS, e per la sua liberazione dagli orpelli burocratici e dalle ingerenze inopportune, quando non illegittime, di altre amministrazioni.
Premetto due considerazioni di ordine generale.
La differenza principale, a mio avviso, tra la posizione espressa da Carlini e quella dell’ANP, riguarda il ruolo della democrazia nell’organizzazione Tra la partecipazione che determina sia gli indirizzi sia la gestione, e la democrazia che determina gli indirizzi e le regole e lascia la responsabilità (ossia il dovere di rispondere degli atti) a un organo specifico, nel nostro caso monocratico, che può scegliere la struttura organizzativa più adatta per gli obiettivi istituzionali e di indirizzo. La querelle dei famosi punti h, i ed m dell’art. 6 del CCNL, verte su questi aspetti. Il dibattito culturale è certo non solo lecito, ma auspicabile, anche se purtroppo è spesso trasceso in battaglie cruente ideologiche. Il ruolo del DdS nel reclutamento e nella valutazione del personale è un aspetto importante di questa differenza culturale, che investe il concetto stesso di “autonomia”, che mi pare si presti a interpretazioni molto diverse.
Come ulteriore premessa intendo condividere la posizione di Carlini, secondo la quale per certi aspetti amministrativi e gestionali (si pensi tra tutti alla sicurezza), la scuola deve essere trattata a parte e non dedotta, per così dire, da assiomi veri per tutti. Non ne consegue che la specificità della scuola debba corrispondere a una differenziazione del ruolo dirigenziale. Tutti i dirigenti delle varie amministrazioni svolgono, per gli aspetti che caratterizzano i loro obiettivi, compiti specifici, ma, a parte, effettivamente, i diplomatici e medici, hanno responsabilità assimilabili, anche se,forse, differenti quantitativamente e qualitativamente.
Ciò premesso, vengo sinteticamente ai vari punti, e Carlini mi scuserà se l’approfondimento non è paragonabile a quello della sua relazione.
1) Credo che tutte le amministrazioni lavorino per l’attuazione delle leggi nello spirito della Costituzione, che costituisce un riferimento indiretto e non diretto non solo dell’amministratore, ma per ogni singolo cittadino. L’inciso costituzionale sull’autonomia della scuola del rinnovato Titolo V, che non ha ancora trovato applicazioni visibili, o peggio, vede spesso delle sue disapplicazioni, costituirebbe sì un punto cruciale di forza per la scuola, equiparandola, per certi aspetti agli enti locali (viene da ridere – amaramente – se si guarda invece alla realtà dei fatti) e all’Università.
2) Naturalmente altri dirigenti diranno altrettanto, ma, con le mie limitate conoscenze, mi sento di sottoscrivere. Inutile il riferimento alle plurime attribuzioni di “datore di lavoro” o simili (sicurezza, negoziazione sindacale, privacy, responsabilità di archivio, sanitaria,..) e rapporto numerici dirigente/dipendenti, che non credo trovi eguali nell’amministrazione e, forse, neppure nelle aziende private di dimensioni paragonabili a quelle scolastiche (altro che fasce!). Non dobbiamo però chiedere uno “sgravamento” (anzi, con il reclutamento e la valutazione del personale le responsabilità aumenteranno), ma un adeguamento che può essere solo legislativo, delle norme riguardanti la Pubblica Amministrazione alla scuola, e una diversa impostazione strutturale (quadri intermedi, figure di sistema, vicepresidenza, organi collegiali,…), che deve essere definita da legge dello Stato che, lo vogliamo o no, è il primo datore di lavoro della scuola. Con un po’ di ingenuità mi verrebbe da dire che il vero datore du lavoro è il cittadino italiano (e non solo il genitore o l’allievo, né, tantomeno, il funzionario), e so che molti di noi, nel rispetto della legge, agiscono in tal senso.
3) Mi sento di condividere l’affermazione, che potrebbe però valere anche per il “vecchio” preside. Non sono invece certo che la maggior parte del tempo del DdS di oggi, si giochi in questo ambito essenziale, e non solo per gli orpelli burocratici, ma anche per le carenze organizzative e strutturali dovute, a mio parere, a una inadeguata legislazione che, temo, la “Buona scuola” non cambierà sostanzialmente.
4) Qui, invece, dissento in modo netto. Intanto la distinzione tra “funzionale” e “strumentale” non mi pare così pertinente (le “Funzioni Strumentali” - che dovrebbero essere abolite e sostituite da figure di sistema stabili, riconosciute e strutturate – sarebbero un ossimoro vivente), ma soprattutto non corrispondono alla realtà dei fatti. La gestione dell’organico è amministrativa e strutturale, ancor più che funzionale; la contrattazione integrativa d’Istituto è strutturale; la gestione degli edifici è strutturale; la gestione del contenzioso e dei provvedimenti disciplinari nei confronti del personale è, ahimè, strutturale. Lo stesso vale per la responsabilità nei confronti dei Centro per l’Impiego, dell’INAIL, dell’ASL, dell’Agenzia delle Entrate. Per non parlare di negoziazione privatistica, appalti, graduatorie, monitoraggi. Sono compiti la cui responsabilità non è certo delegabile e il cui peso può sicuramente essere alleggerito con procedure amministrative migliori e specifiche per la scuola, oltre che da interventi legislativi, ma, ripeto, sono responsabilità che il Dirigente della Scuola non può non avere. Non stupisce che costituiscano, attualmente, con questa inadeguatezza di risorse e carenza organizzativa la fonte di maggior dispendio di energia. Mi pare, leggendo il resoconto del convegno sul sito (ottimo e trasparente) della FLC-CGIL, che obiezioni del genere siano state presentate nel corso del dibattito.
5) Lo spoil system nella scuola sarebbe un pericolo indubbio e, nonostante la garanzia costituzionale dell’autonomia tenda a escluderlo, potrebbe verificarsi, soprattutto con una dirigenza debole, in modo particolare se le competenze degli enti locali sulla scuola dovessero aumentare. Già ora, in ogni caso, la competenza discrezionale del Direttore Regionale sull’assegnazione degli incarichi costituisce una fattispecie simile. I DdS non sono vicini ai politici: ciò costituisce un vantaggio per l’indipendenza, e uno svantaggio per i privilegi non goduti. Per altri dirigenti, di alto livello, molto vicini ai decisori politici è invece comprensibile che vi sia in intervento diretto per costituire uno staff coerente con l’indirizzo politico (che ciò possa essere visto come “bottino” è una stortura del sistema). Non sono però così competente per affermarlo con sicurezza.
6) Non credo che in tempi brevi nessuno possa pensare che i dirigenti dei vari ruoli vengano assegnati a prescindere dalle loro competenze specifiche: nella scuola come negli altri ambiti. Al momento non mi risulta che nessun dirigente di altre amministrazioni si sia mosso per diventare DdS, mentre i passaggi inversi, seppur non numerosi, sono avvenuti. Le attuali modalità di accesso al ruolo, peraltro, non garantiscono una grande esperienza nell’insegnamento. Considerando anche le numerose forme di assenza e di elusione del servizio (davvero abnormi), consentono, di fatto, l’accesso alla dirigenza scolastica senza nessuna esperienza. L’ultima tornata concorsuale con la rinuncia al ruolo di un’aliquota dei vincitori, credo ne sia un indizio. Personalmente non avrei nessuna remora ad accettare provenienze diverse, laddove fossero presenti, e verificate, le competenze specifiche richieste dalla scuola.
7) L’inserimento dei DdS nel ruolo unico non è certo condizione né necessaria né sufficiente per raggiungere la perequazione interna, ma, vista la storia dei quattordici anno già trascorsi e la situazione in cui ci troviamo, temo che l’esclusione dal ruolo unico faciliti il nostro mantenimento in una “riserva” lodata a parole (a dire il vero neppure tanto se si pensa alla “Buona Scuola”), ma non riconosciuta nei fatti e nei provvedimenti.
8) Mi verrebbe da dire: “Abbiamo visto!”. Il contratto non può che muoversi nei limiti sanciti dalla legge e, senza ripetere quanto già detto prima, molti sono i punti in cui solo l’intervento legislativo può creare le condizioni per garantire un lavoro efficace ed efficiente (e possibilmente sereno) nello specifico scolastico. Il contratto è importantissimo – siamo tutti sindacati! -, ma su alcuni punti non può incidere. Quanto influisca oggi sulle condizioni di lavoro e sulla retribuzione (incluse le numerose sperequazioni, comprese quelle delle fasce, aspetto marginale ma indicativo) è davanti agli occhi di tutti.
Infine, per concludere, devo fare una considerazione, per così dire, quantitativa, non presente nella relazione di Carlini. Escludendo i numerosissimi dirigenti degli Enti Locali che non rientrano nel Disegno di Legge, all’ingrosso i DdS sono circa 8000, mentre gli altri (cosiddetti ministeriali) sono circa (ho sentito valutazioni diverse) 4000. Ne derivano due rilevanti considerazioni:
1) La rappresentanza - anche sindacale – della categoria, una volta unificata, potrebbe cambiare radicalmente: non conosco la ripartizione tra i ministeriali, ma conosco molto bene quella per i DdS.
2) Al di là della retribuzione tabellare, il fondo per quella di posizione e di risultato è attualmente molto diversificati (non sto a dire a favore di chi): se il fondo fosse unico ci sarebbe, al momento, una maggioranza che ci guadagna e una che ci perde. Lavoriamo, a livello contrattuale, perché ciò non abbia risvolti negativi per chi potrebbe perderci.
Ma, naturalmente, queste due ultime osservazioni non hanno alcun peso nella diatriba in corso.
Davide Babboni, 31.1.15
“L’ora di lezione”… vista dal dirigente
Con grande tempestività Massimo Recalcati ha pubblicato, in concomitanza dell’inizio dell’anno scolastico, il suo nuovo libro: L’ora di lezione, Einaudi, 2014.
Il sottotitolo, Per un’erotica dell’insegnamento, ci mostra come l’approccio non sia, ovviamente, quello di un addetto ai lavori, ma di un intellettuale di matrice psicodinamica e, per la precisione, di uno psicoanalista lacaniano. Non è una novità che gli esperti a vario titolo degli aspetti psicologici espongano le loro riflessioni e la loro pratica nella scuola, con competenze diverse e, a volta, con forme di intervento che rasentano l’invasione di campo, se non addirittura l’ingerenza. Tuttavia l’approccio a cui siamo abituati nella scuola è generalmente di tipo cognitivo-comportamentale, un approccio che promette di fornire tecniche spicciole da spendere immediatamente nella pratica quotidiana. Diversa è la posizione psicoanalitica che, fuori dall’aspetto terapeutico, tende a dare una visione strutturale e profonda delle dinamiche psicologiche, per la maggior parte inconsce, ma non per questo prescindibili. Nel testo non si troveranno quindi ricette o procedure, ma un’interpretazione della realtà scolastica in linea con l’approccio psicoanalitico in generale e con il modello lacaniano in particolare.
Devo precisare subito, sulla scorta del titolo, che l’autore si occupa di un aspetto centrale della vita scolastica: l’insegnamento e lascia a margine aspetti fondamentali, come quelli organizzativo e gestionale di cui non è ovviamente competente, che costituiscono invece il punto centrale del lavoro del dirigente nella scuola.
Poiché sono ignorante quanto agli aspetti psicoanalitici, né pretendo di essere rappresentativo dei colleghi dirigenti, mi limiterò ad alcune osservazioni personali, che spero però possano invogliare alla lettura, proponendo, nel contempo, qualche osservazione e accorgimento.
Per iniziare focalizzerei l’attenzione su alcuni termini: Altro, desiderio, erotica, godimento, immaginario, reale, realtà, soggetto, vuoto; che nel linguaggio lacaniano hanno una valenza molto diversa, a volte spiazzante, rispetto a quella corrente. Ciò non deve sorprendere, accade in tutti i linguaggi specifici (i numeri “reali”, in matematica sono tutt’altro che realistici, così come il vuoto, in fisica, non è sinonimo di assenza di alcunché). Il termine “erotica” in particolare, pur non essendo del tutto avulso dal significato comune, assume una valenza specifica nella misura in cui si riferisce al potere della conoscenza di alimentare un desiderio di sapere che apre a un percorso autonomo. Un percorso che non si chiude sull’oggettivazione, ma si fa portatore di nuove scoperte e rivelazioni.
Recalcati si concentra sull’insegnamento, o meglio sull’insegnare come atto etico che si esplica nel rapporto diretto con lo studente. Ovviamente non si occupa della didattica, ma dell’insegnamento come terreno di sviluppo di un rapporto intersoggettivo. In questo ho colto l’eco di quanto ci diciamo sempre: il buon insegnante è colui che ama la sua disciplina e i suoi allievi, in modo che questi lo percepiscano. Ami non soltanto la sua disciplina e non soltanto i suoi allievi, ma l’una e gli altri nella prospettiva della promozione delle potenzialità di entrambi. Naturalmente a ciascuno di noi, come anche a Recalcati, tornano in mente quei pochi insegnanti (si contano sulle dita di una mano) che ci hanno indirizzati nella vita e nelle scelte, se non addirittura salvati. Quegli insegnanti che possono anche essere pochi per ciascuno, ma ampiamente rappresentati nella categoria, capaci di valorizzare il fatto che lo studente non è soggetto passivo e privo di storia, e contribuisce quindi alla relazione che si instaura con il suo insegnante.
Che cosa può fare il dirigente per favorire questa relazione? Questa relazione è sufficiente a determinare una buona scuola?
Quanto alla prima domanda sono incline a pensare che si può cercare di favorire il processo con due strumenti: la buona organizzazione e la formazione. I colleghi sanno benissimo, a differenza forse dell’autore, quanti sono i fattori burocratici, normativi, fattuali e relazionali, che si frappongono a questo proposito. In linea generale la buona organizzazione mette a disposizione dell’insegnante gli oggetti necessari al suo lavoro, non impone adempimenti inutili, nella consapevolezza tuttavia che il profilo professionale del docente supera i confini della classe per incontrare le diverse funzioni istituzionali a cui è chiamato. Non sembri inutile ricordare che le forme di reclutamento non sono indifferenti alla qualità dell’insegnamento (al di là dell’aspetto concorsuale necessario, costituzionalmente, per gli impiegati dello Stato), così come, per quanto difficili, le forme in itinere di valutazione, sia per le competenze sia per la motivazione. Forme di valutazione che devono tendere alla valorizzazione dell’eccellenza, al riorientamento e alla rimodulazione delle situazioni non coerenti con il profilo professionale, nella prospettiva di una sinergia tra valutazione e valorizzazione.
Per un ruolo così cruciale per la crescita dei singoli soggetti e della Nazione, la formazione degli insegnanti non investe soltanto l’aspetto organizzativo (aggiornamento didattico e tecnologico), ma con la sua portata culturale e motivazionale è chiamata a promuovere la riflessione professionale e l’autovalutazione. Non si può certo insegnare a essere “carismatici”, ma è sicuramente utile riflettere, in modo cooperativo, sul proprio lavoro. Sullo stato attuale della formazione dei docenti, non è il caso di spendere parole!
Recalcati, quando esce dal suo campo, non può che proporre cenni molto approssimativi. È certo valido il riferimento alla burocrazia che ostacola il lavoro degli insegnati ma, al di là del facile bersaglio degli orpelli e degli adempimenti stucchevoli, non si può negare che la scuola come sistema (assai) complesso, necessita per il suo buon funzionamento, di organizzazione, regole e procedure.
L’autore si scaglia contro la tendenza della società attuale a dare centralità alle competenze, quando queste tendono a essere considerate come indice dell’oggettivazione del sapere, se non anche del soggetto. La riflessione non è da sottovalutare e sarà utile approfondirla per evitare i fraintendimenti che possono scaturire da accezioni diverse che la specificità del concetto di competenza assume in ambiti differenti. Questo per fare in modo che l’agire nel contesto, in base alle proprie conoscenze e abilità, abbiano un ruolo centrale nella vita della persona e della sua crescita continua.
Di riflesso, e appena accennata, è presente una critica alle prove InValSi e ai voti. Entrambi tendono a un’oggettivazione dei risultati dell’insegnamento, ma le prime sono sostanzialmente un indicatore di sistema, tra i tanti, sia a livello nazionale sia della singola istituzione. I secondi – pur nell’effettiva attuale povertà docimologica nella pratica quotidiana e l’incoerenza con la centralità, spesso solo teorica, delle competenze – costituiscono un indice, forse fin troppo scarno, rispetto all’eccessivo valore che assumono per la carriera scolastica dello studente. Un valore che in ogni caso andrebbe sostituito, o sostenuto, da altri indicatori simbolici o descrittivi.
Dimenticavo un aspetto importante: la lettura. L’autore vi fa spesso riferimento, in sostanziale analogia con l’insegnamento, nell’accezione erotica sopra accennata. Si pensi ai libri fondamentali della nostra vita, ai romanzi di formazione (ma non solo ai romanzi, come per esempio sa chi ha letto l’articolo di Einstein del 1905 sull’effetto fotovoltaico, per me lettura determinante alle superiori). Ai libri che hanno anticipato le esperienze e col progredire dell’età le hanno accompagnate, prefigurate, descritte e, infine, commentate inducendo alla riflessione. E si pensi alla poesia come specchio di sé, ma anche identitario di una comunità, nutrimento della memoria e dell’anima. Valga uno per tutti: l’Ulisse di Dante, in Se questo è un uomo.
Ecco: aiutare i docenti a favorire la lettura autonoma e autodeterminata degli studenti potrebbe essere uno dei tanti stimoli che il dirigente può dare nella scuola.
Oltre all’aspetto relazionale, che sostituisce il focus del libro, Recalcati presenta brevemente, legandolo alla scuola, quanto esposto in modo molto approfondito in altre sue pubblicazioni precedenti. Sostanzialmente si tratta di tre miti classici che hanno alto valore metaforico e, per almeno due di essi, valore clinico ed esplicativo. Edipo, Narciso, Telemaco. Per l’autore, con l’evaporazione del padre del post ’68, siamo entrati in una fase narcisistica di autocompiaciuta osservazione ombelicale, che enfatizza la portata della performance individuale. Forse di qui l’antipatia di Recalcati per le competenze. Egli auspica che questa fase possa essere seguita da una nuova alleanza tra le generazioni, che porti all’accettazione e alla valorizzazione dell’eredità. Come la ricerca di Telemaco apre alla conclusiva e vittoriosa alleanza con Ulisse. Chi siano i Proci ognuno può suggerire! La metafora è certamente suggestiva, anche perché nella scuola, come già indicato da Freud, il docente è figura paterna, indipendentemente dal sesso. Figuriamoci il dirigente. Che valga anche per queste funzioni scolastiche l’evaporazione paterna? A giudicare da certe forme garantistiche, di sostanziale elusione di doveri e di valori, sembrerebbe di sì.
Sarebbe interessante se Massimo Recalcati potesse estendere le sue riflessioni anche ai dirigenti che operano nella scuola. Non possiamo pretendere un libro, ma propongo che l’ANP lo solleciti a un incontro seminariale dove possa dare il suo importante contributo per definire il ruolo, la funzione e il profilo del dirigente. Ruolo che racchiude in sé, ma supera, quello del preside di ormai antica memoria e lo porta a rivestire appieno e senza alcuna limitazione o specificazione, i poteri, le responsabilità e l’autonomia connessi alla dirigenza.
Davide Babboni, 1.2.15
Ancora sulle fasce
Torno, dopo circa cinque anni, sull’argomento delle fasce di complessità che determinano la distribuzione della retribuzione di posizione e di risultato. Mi spinge a farlo, oltre all’ingresso di molti nuovi dirigenti, che forse non conoscono ancora appieno il meccanismo, l’imminente revisione che ne dovrà essere fatta (nonostante la recente riformulazione di alcuni criteri e della determinazione degli indici) e, soprattutto, l’esigenza, a mio avviso, di rivederne la struttura, a livello della contrattazione nazionale e regionale.
Il mio assunto è che i criteri di complessità e di responsabilità siano incompleti, per alcuni aspetti incoerenti e sperequativi; e portino a conflitti tra i colleghi.
Incompletezza e incoerenza
Vari sono i punti critici
1) i criteri sono solo quelli di cui l’Amministrazione ha riscontro oggettivo (da sistema): ciò è ragionevole per trasparenza, ma riduce i fattori, pur importanti, che possono essere utilizzati;
2) ad esempio, tra gli elementi di complessità manca quello legato allo stato degli edifici e alla loro età;
3) i criteri non sono tutti indipendenti. Due esempi:
a. la numerosità dei docenti e del personale ATA è strettamente correlato al numero degli studenti;
b. il numero dei plessi è correlato col numero degli enti locali con cui la scuola deve avere rapporti (a questo proposito non si può ridurre a uno solo il numero di istituzioni pubbliche con cui le scuole delle grandi città hanno a che fare);
In entrambi i casi è evidente come siano supervalutati i grandi numeri.
4) al di là del valore numerico dei criteri e delle lunghe discussioni per calibrarli, l’errore della “misura” sulla vera complessità della scuola è molto alto (lo valuto intorno al 30%), quindi incide in modo significativo sull’attribuzione della fascia.
Oltre al punto 4 del paragrafo precedente, il passaggio da una fascia all’altra può avvenire per differenze molto piccole che non giustificano la differenza stipendiale.
Questo stato di cose porta a “rivendicazioni” relative alla “vera” complessità della propria scuola rispetto ai criteri, o perché ritenuti sotto o sovrastimati, oppure assenti. Oppure si sviluppano diatribe sulla complessità degli istituti comprensivi rispetto, per esempio, agli istituti professionali o a quelli di istruzione superiore. Tutto ciò fa perdere tempo e allontana dall’obiettivo di un più equo riconoscimento.
Occorre riconoscere che nella contrattazione dello scorso anno si è raggiunto un piccolo miglioramento. Finora per molti criteri il punteggio subiva dei salti (funzione discontinua a gradini): ad esempio, passando da 500 a 501 allievi si guadagnavano tre punti, che tali rimanevano fino a 750 alunni. Adesso viene utilizzata una funzione continua lineare che evita tale assurdità, pur mantenendo gli estremi minimo e massimo attribuito al numero degli allievi. Si sommano quindi i valori di tutti i criteri (che possono essere anche decimali) e si ottiene il punteggio della scuola.
A questo punto si ritorna purtroppo alla funzione discontinua a gradini, con solo quattro salti (fasce), ognuno dei quali vale tra i tre e i quattromila euro.
A mio avviso è facilmente possibile limitare tutte le criticità sopra rappresentate, o aumentando il numero delle fasce, o eliminandole del tutto, trasformando anche la retribuzione di posizione in una funzione lineare continua.
Le difficoltà legate a questa trasformazione, oltre che, soprattutto, dovute all’abitudine, sono legate al contratto individuale che prevede anche la retribuzione di posizione (a dire il vero anche oggi in modo provvisorio), e al ritardo con cui si conclude la contrattazione integrativa. Entrambe le difficoltà sono superabili.
Ho lasciato per ultimo il problema che, in ogni caso dovrà essere affrontato.
A causa dei dimensionamenti e della riduzione dei dirigenti, fenomeni difficilmente prevedibili quando è stato contrattato il meccanismo delle fasce, attualmente queste sono pressoché ridotte alle due ultime, con prevalenza dell’ultima (la quarta). Ciò non sarebbe un male, ma un bene, se il fondo non fosse predeterminato (e in diminuzione). Succede invece che l’accumulo nelle fasce sulla parte alta riduce la retribuzione di risultato di tutti, parifica di fatto situazioni molto diverse, oltre che per il salto tra una fascia e l’altra, soprattutto perché, allargandosi la platea della singola fascia, questa viene a rappresentare complessità molto differenziate.
Come sempre auspico che i colleghi, attraverso il Notiziario, esprimano le loro considerazioni sul tema, in modo che la delegazione trattante possa portare al tavolo una proposta il più possibile condivisa al nostro interno.
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