Source: http://lavocetrasportiediritti.it/index.php/2020/05/11/diritto-del-lavoro-e-rientro-sicuro-in-azienda-principi-regole-e-conseguenze-delle-disposizioni-normative-e-collettive-per-il-passaggio-alla-fase-2/
Timestamp: 2020-05-26 17:10:02+00:00
Document Index: 47075520

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2087', 'art. 42', 'art. 590', 'art. 41', 'art. 17', 'art. 271', 'art. 26', 'art. 25', 'art. 162', 'art. 162']

DIRITTO DEL LAVORO E RIENTRO SICURO IN AZIENDA. PRINCIPI, REGOLE E CONSEGUENZE. | La Voce Trasporti & Diritti
DIRITTO DEL LAVORO E RIENTRO SICURO IN AZIENDA. PRINCIPI, REGOLE E CONSEGUENZE.
By Ilias Gennaro Vigilotti • Mag 11, 2020
Regole, principi e conseguenze delle disposizioni normative e collettive per il passaggio alla “Fase 2”.
Premessa: i princìpi generali della prevenzione del rischio Covid-19.
Con il D.P.C.M. 26 aprile 2020 il Governo ha integralmente recepito le indicazioni e le prescrizioni contenute nel protocollo d’intesa siglato con i sindacati in data 14 marzo 2020 ed integrato il successivo 24 aprile. All’art. 2 del D.P.C.M., infatti, è stabilito che tutte le aziende sono tenute a rispettare le disposizioni concordate dalle parti sociali, pena la sospensione dell’attività e l’esposizione alla responsabilità per la violazione del dovere di sicurezza gravante sul datore di lavoro (art. 2087 cod. civ.).
Il protocollo sulle regole per la riapertura ribadisce princìpi già presenti nei provvedimenti emergenziali emessi nei mesi di marzo ed aprile 2020, ed in particolare riafferma:
l’invito all’utilizzo massimo, ove possibile, del lavoro agile;
l’incentivo alla fruizione delle ferie e dei congedi retribuiti qualora disponibili;
la sospensione dei reparti aziendali non indispensabili;
l’assunzione di protocolli aziendali per l’assicurazione delle distanze interpersonali o, qualora quest’ultime non siano realizzabili, per fornire i dispositivi di protezione individuali;
l’invito a procedere alla preventiva sanificazione dei locali aziendali;
la limitazione massima degli spostamenti tra i siti aziendali ed il contingentamento dell’accesso agli spazi comuni;
l’invito a cooperare con i medici competenti, ascoltando i pareri resi in occasione dell’implementazione delle misure di sicurezza in azienda;
l’invito ad un confronto constante con le rappresentanze sindacali e con RLS ed RLST operanti in azienda.
Le singole misure da adottare: l’informazione ai dipendenti.
Il primo mezzo indicato dalla legge per prevenire il rischio di contagio consiste nell’informazione completa e tempestiva ai lavoratori, ed a chiunque debba accedere in azienda, circa le disposizioni delle Autorità e quelle ulteriori disposte dall’impresa per il contrasto ed il contenimento della diffusione del virus. Le informazioni in questione vanno racchiuse in un documento unico, di agevole fruizione e messo a disposizione mediante consegna e affissione nei luoghi di lavoro. Il novero delle indicazioni da fornire ai dipendenti ed agli altri avventori non costituisce un insieme finito, ma è soggetto al continuo evolversi della situazione emergenziale e, soprattutto, alle concrete caratteristiche dei locali e delle attività interessate. In linea di massima, comunque, i datori di lavoro sono tenuti a fornire informazioni dettagliate circa:
l’obbligo di rimanere a casa in caso di sintomi (febbre oltre 37,5° o disturbi respiratori);
l’obbligo, qualora i sintomi si manifestino sul luogo di lavoro o durante lo svolgimento dell’attività, di dichiararlo tempestivamente e secondo le procedure previste in azienda;
l’obbligo di dichiarare il contatto con persone risultate positive al virus nei 14 giorni precedenti;
l’obbligo di rispettare la distanza interpersonale di sicurezza di minimo un metro;
l’obbligo di rispettare le regole di igiene, come la detersione delle mani;
l’obbligo di indossare i dispositivi di protezione richiesti, quali mascherine, guanti, etc.
l’obbligo di dettagliare le regole di sicurezza in azienda in base alle specifiche mansioni ed attribuzioni dei singoli lavoratori.
La trasmissione delle informazioni richiamate nell’ambito dell’azienda espone quest’ultima ad un ulteriore obbligo in materia di privacy: quando si viene a conoscenza di situazioni di contagio accertato o possibile, il datore di lavoro è tenuto a trattare i dati acquisiti evitando ogni dispersione oltre gli usi strettamente consentiti.
Segue: le modalità di accesso ai luoghi di lavoro.
Particolare attenzione è posta dalle regole del Protocollo Governo-sindacati sulle misure per l’accesso in azienda. Esse prevedono, infatti:
la possibilità per il datore di lavoro di rilevare la temperatura corporea in ingresso;
la possibilità, in alternativa, di richiedere la produzione di autocertificazioni ai lavoratori circa la loro temperatura corporea;
l’obbligo per il datore di lavoro di riammettere in servizio lavoratori guariti dal Covid-19 solo dopo il rilascio di certificato medico di “avvenuta negativizzazione” del tampone;
l’obbligo del datore di lavoro di aderire alle iniziative delle Autorità sanitarie in materia di applicazione dei tamponi al proprio personale;
l’obbligo di scaglionare gli orari di ingresso e di uscita al lavoro, in maniera da ridurre al minimo i contatti nelle zone comuni di accesso;
il divieto di convocare riunioni fisiche, anche finalizzate alla formazione, favorendo il ricorso alla strumentazione telematica;
il divieto di utilizzare aree comuni, quali sale riunioni, aree pasto, aree relax, sale d’aspetto etc.
Le regole di accesso speciali si applicano anche ai fornitori ed ai terzi, i quali potrebbero non solo essere esposti al contagio, ma esporre i lavoratori a tale rischio. In particolare, il Protocollo fornisce le seguenti istruzioni:
per l’accesso di fornitori esterni, individuare procedure di ingresso, transito e uscita, mediante modalità, percorsi e tempistiche predefinite, al fine di ridurre le occasioni di contatto con il personale in forza nei reparti/uffici coinvolti;
se possibile, gli autisti dei mezzi di trasporto devono rimanere a bordo dei propri mezzi: non è consentito l’accesso agli uffici per nessun motivo; per le necessarie attività di approntamento delle attività di carico e scarico, il trasportatore dovrà attenersi alla rigorosa distanza di un metro;
va ridotto, per quanto possibile, l’accesso ai visitatori; qualora fosse necessario l’ingresso di visitatori esterni (impresa di pulizie, manutenzione, etc.), gli stessi dovranno sottostare a tutte le regole aziendali, ivi comprese quelle per l’accesso ai locali aziendali;
in caso di lavoratori dipendenti da aziende terze che operano nello stesso sito produttivo (ad es., manutentori, fornitori, addetti alle pulizie o vigilanza) che risultassero positivi al tampone Covid-19, l’appaltatore dovrà informare immediatamente il committente ed entrambi dovranno collaborare con l’autorità sanitaria fornendo elementi utili all’individuazione di eventuali contatti stretti;
l’azienda committente è tenuta a dare, all’impresa appaltatrice, completa informativa dei contenuti del Protocollo aziendale ed a vigilare affinché i lavoratori della stessa o delle aziende terze che operano a qualunque titolo nel perimetro aziendale, ne rispettino integralmente le disposizioni.
Anche questi adempimenti comportano l’accesso a informazioni personali dei lavoratori e dei terzi, che andranno gestite in maniera da non violare le regole sulla privacy.
Segue: le precauzioni igieniche personali e collettive.
Altro aspetto essenziale è quello dell’igiene dei locali e delle persone.
Con riferimento al primo, il Protocollo, come richiamato dal D.P.C.M. del 26 aprile 2020, impone una sanificazione periodica – in base alle esigenze rilevate dall’azienda – ed una pulizia giornaliera. Inoltre, è previsto l’obbligo di una sanificazione straordinaria preventiva alla riapertura, riferita agli ambienti, alle singole postazioni di lavoro ed a tutte le aree comuni, secondo le indicazioni contenute nella Circolare n. 5443/2020 del Ministero della salute.
Notevole attenzione è rivolta all’igiene personale. In particolare:
è obbligo dell’azienda consentire ai lavoratori un lavaggio frequente delle mani con acqua e sapone, avendo cura di rifornire i locali sanitari con tutto l’occorrente;
è obbligo dell’azienda consentire ai lavoratori la detersione con prodotti a base alcolica, distribuiti con dispenser collocati in luoghi visibili e facilmente accessibili; in caso di indisponibilità sul mercato, è consentita la preparazione in azienda secondo le istruzioni ufficiali fornite dall’Organizzazione Mondiale della sanità (disponibili al seguente link: https://www.who.int/gpsc/5may/Guide_to_Local_Production.pdf).
Segue: i dispositivi di protezione individuale.
Con riferimento ai dispositivi per la protezione individuale, le regole vigenti affermano che è in capo al datore di lavoro l’obbligo di fornire tali strumenti ai lavoratori. L’impresa dovrà dunque:
fornire mascherine chirurgiche ai dipendenti, da cambiare quotidianamente, qualora si possa comunque rispettare la distanza interpersonale di un metro;
qualora non sia possibile rispettare le distanze, fornire ai lavoratori le mascherine più protettive di quelle chirurgiche, guanti, occhiali, tute, cuffie, camici e ogni altro dispositivo individuale ad effetto isolante.
Segue: l’organizzazione aziendale.
La prevenzione non riguarda solo la protezione diretta tramite strumenti ad hoc, ma anche l’assetto organizzativo interno e le misure dettate per la sua riattivazione nella c.d. “Fase 2”. In tal senso sono state confermate alcune precauzioni iniziali, con la concessione di qualche adattamento qualora ci siano ostacoli obiettivi in grado di compromettere la funzionalità aziendale. Tali misure sono:
la chiusura dei reparti non produttivi;
la chiusura dei reparti dove non sono necessari i dipendenti;
la rimodulazione dei livelli produttivi al fine di utilizzare meno personale;
l’introduzione di un piano di turnazione dell’orario di lavoro;
l’utilizzo massimo dello smart working, degli ammortizzatori sociali e, in via residuale, di ferie, permessi, congedi;
la riparametrazione degli spazi aziendali, garantendo il distanziamento minimo di legge tra postazioni di lavoro, nelle zone di stallo ed attesa, nelle aree di passaggio e favorendo il lavoro individuale, cioè il lavoro svolto in aree riservate ad un solo dipendente (evitare il ricorso ad open space);
la riduzione degli effetti del c.d. commuting, ossia del ricorso da parte del dipendente a mezzi pubblici per recarsi a lavoro; l’azienda deve favorire, dunque, il ricorso al mezzo personale per raggiungere il posto di lavoro e, qualora non sia possibile, deve prevedere misure di sostegno, quali, ad esempio, l’istituzione di navette aziendali a numero limitato di posti.
Segue: la sorveglianza sanitaria.
L’azienda è obbligata ad una gestione oculata delle emergenze sanitarie tramite un’azione di sorveglianza non invasiva e specifica.
Bisogna rispettare l’obbligo di isolamento dei lavoratori che presentino sintomi durante le ore di lavoro, fornendo subito una mascherina (qualora non sia già indossata) e proteggendo gli altri dipendenti entrati in contratto con il portatore di sintomi o comunque a rischio contatto con quest’ultimo.
L’azienda deve altresì procedere all’informativa anonima di eventuali contatti con soggetti esposti a contagio certo o presunto, in maniera da consentire l’avvio dei protocolli sanitari gestiti dalle Regioni e dalle ASL.
Segue: il Comitato aziendale per la sicurezza da Covid-19.
Il protocollo incentiva il ricorso all’organismo del Comitato aziendale per la sicurezza da Covid-19, composto da rappresentanti dell’impresa, dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali. Qualora non siano presenti sindacati in azienda, le organizzazioni firmatarie del Protocollo hanno comunque previsto l’istituzione di Comitati territoriali di riferimento.
Il ruolo del Comitato è quello di assistere l’azienda nell’esecuzione della vigilanza sull’implementazione delle misure di sicurezza e sull’adeguamento costante di quest’ultime alle regole emanate tempo per tempo dalle autorità governative e sanitarie.
In tale quadro, il Comitato può assistere l’azienda nella redazione del protocollo aziendale sulla sicurezza e, all’occorrenza, partecipare alla sua adozione tramite la firma di un apposito accordo aziendale.
Il contagio sul lavoro: profili di responsabilità giuridica del datore di lavoro.
I provvedimenti adottati dal Governo per la gestione della fase di riapertura delle aziende non stabiliscono regole specifiche circa la responsabilità del datore di lavoro nelle ipotesi di contagio del lavoratore durante l’esecuzione della prestazione lavorativa. Certamente, però, l’ipotesi del dipendente che contrae il virus in occasione di lavoro è di assoluto rilievo, visto che l’art. 42 del D.L. n. 18/2020 ha stabilito, al comma 2, che in tali casi è “l’INAIL che assicura, ai sensi delle vigenti disposizioni, la relativa tutela dell’infortunato. Le prestazioni INAIL nei casi accertati di infezioni da coronavirus in occasione di lavoro sono erogate anche per il periodo di quarantena o di permanenza domiciliare fiduciaria dell’infortunato con la conseguente astensione dal lavoro. I predetti eventi infortunistici gravano sulla gestione assicurativa e non sono computati ai fini della determinazione dell’oscillazione del tasso medio per andamento infortunistico”. Il contagio sul lavoro, dunque, equivale ad un infortunio coperto da assicurazione INAIL, con la conseguenza che, se attribuibile alla violazione del dovere di sicurezza in capo al datore di lavoro, quest’ultimo risponderà delle conseguenze previste dalla legge in tali ipotesi.
Innanzitutto, il datore di lavoro rischia di incorrere nella responsabilità penale per i reati di lesioni personali gravi/gravissime (art. 590 c.p.) o di omicidio colposo (589 c.p.) – aggravati dalla violazione delle norme antinfortunistiche – qualora non siano state adottate le misure necessarie a prevenire il rischio di contagio dei lavoratori, cagionando la malattia o la morte del lavoratore. In queste ipotesi, secondo la giurisprudenza di legittimità, per ottenere una condanna deve essere dimostrato che il contagio sia avvenuto:
nell’ambiente di lavoro, e non ad esempio presso il proprio domicilio o, ancora, nell’ambito della propria vita privata o sociale;
A tal proposito, la colpa specifica del datore di lavoro potrebbe essere individuata nella mancata osservanza delle disposizioni contenute nel protocollo del 24 aprile 2020, recepito nel D.P.C.M. del 26 aprile 2020, ma è necessario evidenziare come gli obblighi di cui si tratta sarebbero comunque ricavabili dalle norme generali sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.
Tali norme, infatti, già prima dell’emergenza punivano (e puniscono tutt’ora) l’omessa o insufficiente vigilanza sanitaria (art. 41, D. Lgs. n. 81/08, c.d. “Testo Unico sulla Sicurezza”), o la violazione dell’obbligo di effettuare la valutazione dei rischi (art. 17, D. Lgs. n. 81/08), e, in particolare, la valutazione del rischio biologico (art. 271, D. Lgs. n. 81/08).
Si precisa, inoltre, che poiché il datore di lavoro ha l’obbligo di prevenire i rischi c.d. “interferenziali” (art. 26 D. Lgs. 81/08), la colpa specifica potrebbe essere ravvisata anche nelle ipotesi in cui questi non introduca misure di prevenzione volte a regolare e disciplinare l’accesso da parte dei terzi (es. fornitori, appaltatori) ai luoghi di lavoro. A tal proposito è importante verificare, in caso di appalto, che la ditta appaltatrice abbia a sua volta adottato un sistema di misure a prevenzione del rischio da contagio dei propri lavoratori, e che tale sistema sia regolarmente ed efficientemente attivo.
Peraltro, i reati di lesioni gravi/gravissime o omicidio colposo costituiscono reati presupposto della responsabilità amministrativa degli enti in base al D. Lgs. 231/2001, sicché potrebbe essere contestata al datore di lavoro una responsabilità amministrativa in relazione all’art. 25-septies dello stesso D. Lgs. 231/2001, con la possibilità di applicare all’ente, in caso di condanna, sanzioni pecuniarie fino a 1,5 milioni di Euro e misure interdittive (es. interdizione dall’esercizio dell’attività, sospensione/revoca autorizzazioni, esclusione agevolazioni, etc.).
Ma la violazione delle disposizioni del D. Lgs. n. 81/08 sopracitate non comporta solo i rischi penali richiamati: tale violazione, infatti, integra in maniera oggettiva – ovvero a prescindere dalle lesioni o dalla morte del lavoratore – diverse fattispecie contravvenzionali punite con la pena dell’arresto o dell’ammenda, tutte contemplate nel summenzionato Testo Unico. Tali ipotesi di reato sono estinguibili mediante oblazione in sede amministrativa con il pagamento di una somma pari ad un quarto del massimo della ammenda (D. Lgs. n. 758/94) o dinanzi al giudice penale con il pagamento una sanzione pecuniaria pari ad un terzo (art. 162 c.p.), o alla metà (art. 162 bis c.p.), del massimo della pena prevista per la singola violazione.
Sul piano civilistico, infine, il lavoratore che riesca a provare che il contagio è stato generato o anche solo favorito dalla violazione delle norme di sicurezza imposte dalla legge e dai protocolli, potrà chiedere giudizialmente il risarcimento dei danni patiti, siano essi biologici, esistenziali o morali. In caso di decesso, l’azione risarcitoria potrà essere intentata anche dai congiunti, i quali potrebbero far valere gli effetti pregiudizievoli sulle loro vite della perdita del proprio caro.
Infine si evidenzia che il datore responsabile per infortunio da contagio è esposto all’azione di rivalsa dell’INAIL per tutte le prestazioni assistenziali erogate al lavoratore infortunato. L’Istituto previdenziale, infatti, è tenuto comunque ad erogare le prestazione al lavoratore che ha patito il sinistro, anche qualora sia riscontrata ed accertata una responsabilità civile del datore di lavoro, salvo poi avere il diritto di agire nei confronti della persona civilmente responsabile per richiedere un rimborso delle somme a qualsiasi titolo erogate a titolo di indennità e di spese accessorie. Il soggetto civilmente responsabile del sinistro è tenuto a versare all’INAIL anche un importo pari al valore capitale della rendita percepita dal lavoratore e di ogni altra indennità liquidata a qualsiasi titolo.
Tags: CO.VI.D.-19 • Lavoro • Lockdown-fase2