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Timestamp: 2019-11-23 01:37:36+00:00
Document Index: 86787445

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 630', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 41']

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You are here: Home»Avvocatura»Interviste»CEDU: l'Europa nel segno dei diritti umani
Mercoledì 11 Aprile 2012 14:10
Le sfide di un mondo sempre più globalizzato, lo sviluppo tecnologico e la nascita di nuovi diritti o la sostituzione dei vecchi con nuovi, sono riconosciuti dallo Stato. Le esigenze di sicurezza dell'uomo rimangono pressoché immutate, e davanti al rinnovamento di una società, anche dal punto di vista giuridico è esigenza primaria individuare il nucleo dei diritti fondamentali in chiave globale. In questa opera sta assumendo un ruolo fondamentale la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (CEDU), che prescrivendo determinati comportamenti agli Stati membri ha creato un substrato comune ai diritti della maggior parte dei paesi europei. Sulla questione in merito, abbiamo intervistato l'avv. Maurizio De Stefano, da sempre promotore di battaglie sui diritti umani presso la Corte Europea.
Come e quando nasce la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo? Quali sono le principali funzioni? Ed i casi di cui si deve occupare? In cosa differisce rispetto ad altre organizzazioni internazionali della stessa natura?
La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo inizia la sua attività nel 1959, essa ha sede a Strasburgo ed è composta da tanti giudici quanti sono i paesi aderenti al Consiglio d'Europa (oggi 47). La Corte è competente per prendere una decisione giurisdizionale a carattere obbligatorio per gli Stati, dopo aver accertato la sussistenza di una violazione della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, del 4 novembre 1950, compiuta dallo Stato a mezzo della sua legislazione o prassi, applicata dai giudici nazionali. La Corte Europea dei diritti dell'Uomo rappresenta il primo strumento veramente innovatore e rivoluzionario dei tradizionali sistemi nazionali che in passato non avevano mai consentito alcuna ingerenza o limitazione della sovranità nazionale. Non ha paragoni a livello internazionale, per completezza ed effettività d'intervento. Essa si rivolge a circa ottocento milioni di persone (di qualunque nazionalità) soggette alla giurisdizione di uno o più dei 47 Stati europei.
Quali sono le modalità di accesso al ricorso alla CEDU? Come si svolge un processo davanti alla Corte europea?
Innanzi tutto, vale la regola obbligatoria che prima di rivolgersi alla Corte di Strasburgo bisogna aver esperito tutti i gradi di giudizio a livello nazionale (fino in Cassazione, o Consiglio di Stato ad esempio). A differenza della Corte Costituzionale italiana o della Corte di Giustizia dell'Unione europea, che possono essere investite soltanto dal giudice ordinario, il caso è sottoposto all'esame della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ad iniziativa della stessa vittima (persona fisica o gruppo di privati) (ricorso individuale), mediante una semplice lettera raccomandata da inviare entro sei mesi a decorrere dalla pubblicazione della sentenza interna definitiva (termine perentorio di decadenza). Questo l'indirizzo postale: Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, Consiglio d'Europa, F-67075 STRASBOURG-CEDEX FRANCIA. (fax. 00.333 88 41.27.30). La Corte Europea dei Diritti dell'Uomo invierà al ricorrente un formulario, che va restituito sempre per posta e compilato (scritto in lingua italiana) secondo le istruzioni fornite dalla stessa Corte, allegando fotocopia di tutti gli atti processuali (senza uso della carta da bollo e senza alcuna altra spesa). Il ricorrente, nel momento introduttivo della procedura non deve essere necessariamente assistito da un avvocato e può far uso della propria lingua nazionale, ma nel prosieguo della procedura deve essere assistito obbligatoriamente da un avvocato e deve utilizzare una delle due lingue di lavoro della Corte (inglese o francese). La procedura a Strasburgo è totalmente gratuita (non vi è la soccombenza per le spese di giustizia o della controparte, cioè dello Stato convenuto, neppure in ipotesi di rigetto del ricorso) e non è prevista la presenza obbligatoria del ricorrente o del suo Avvocato a Strasburgo, in quanto di regola tutti i rapporti con la Corte si svolgono per via epistolare, o per telefax, salva l'eventuale fase dibattimentale oramai divenuta veramente eccezionale e riservata ai casi di grandissimo rilievo. La Corte provvederà a notificare allo Stato italiano il ricorso ed a raccogliere le repliche difensive dello stesso ricorrente. La sentenza, a seconda delle ipotesi, può essere adottata in via definitiva da un Comitato (composto da tre giudici) per i casi di routine sulla scorta di una consolidata giurisprudenza, oppure da una Camera (composta da sette giudici) e poi può in via eccezionale essere riesaminata da una Grande Camera (composta da 17 giudici).
La condanna. Cosa deve fare l'Italia per "espiare" le colpe di una condanna? Gli Stati sono vincolati nell'esecuzione di una sentenza della Corte?
La Corte, quando accerta la violazione della Convenzione, condanna lo Stato a risarcire la vittima con una somma in denaro, ma se accerta una violazione di carattere strutturale, cioè attinente ad una carenza della legislazione nazionale, che può riguardare una molteplicità di vittime, la Corte può giungere (in via eccezionale) ad indicare delle misure di riforma di carattere generale che lo Stato deve adottare. Lo Stato soccombente è obbligato a dare spontanea esecuzione alla sentenza di condanna, in difetto la vittima vittoriosa (non essendo prevista alcuna forma di esecuzione coattiva) può rivolgersi al Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa che vigila sull'esecuzione della sentenza da parte dello Stato medesimo. Il ritardo nei pagamenti è sanzionato con degli interessi di mora molto pesanti, per cui per prassi anche lo Stato italiano versa il dovuto entro i tre mesi successivi alla sentenza della Corte divenuta definitiva. Nel caso in cui siano state violate le regole dell'equo processo penale, la Corte lo dichiara, ma non può accertare ex novo i fatti. Questo tipo di condanna però oggi in Italia costituisce il presupposto per una nuova ipotesi di revisione del processo penale ex art. 630 del codice di procedura penale a seguito della sentenza della Corte Costituzionale italiana n. 113 del 2011.
Qual è il ruolo della Corte europea nel processo di integrazione europeo rispetto alle sentenze pronunciate dalla Corte di Giustizia UE?
La giurisprudenza della CEDU è sempre stata ritenuta vincolante dalla Corte di Giustizia UE. In sostanza queste due Corti non si sono mai poste in consapevole e dichiarato contrasto tra loro, ben sapendo che qualunque persona anche dopo la sentenza interpretativa della Corte di Giustizia delle Unione Europea potrebbe farne accertare il contrasto davanti alla Corte di Strasburgo. Infatti, sul piano procedurale e temporale sarà sempre la Corte di Strasburgo ad avere l'ultima parola.
I casi legati all'inefficienza del nostro sistema giudiziario e penitenziario sono il motivo per cui la CEDU in Italia è tristemente famosa. Quali altre questioni ha risolto la Corte in Italia, dando così una svolta significativa al diritto nazionale?
La Corte di Strasburgo ha condannato l'Italia, non solo per la eccesiva durata dei processi, ma anche nei seguenti casi: in materia dei termini a difesa dell'avvocato d'ufficio nel processo penale; il processo penale in contumacia; il diniego del diritto dell'imputato in un processo penale di interrogare i testimoni indotti dall'accusa; la mancanza di pubblicità delle udienze nelle procedure di applicazione delle misure di prevenzione; l'insufficiente indennità di espropriazione per pubblica utilità; l'espropriazione senza regole (accessione invertita usurpativa ed acquisitiva); l'inadeguatezza delle carceri e condizioni della detenzione, anche per l'applicazione del regime ex art. 41 bis; il controllo della corrispondenza dei detenuti e del fallito; i respingimenti collettivi in mare degli stranieri; l'applicazione con effetto retroattivo di leggi in pendenza dei processi di cui sia parte lo Stato o gli enti pubblici; la mancata autorizzazione a procedere contro un membro del Parlamento italiano in tema di diffamazione; la mancata regolamentazione del diritto di visita del padre verso la figlia minore affidata alla madre; l'assenza d'informazione della popolazione sui rischi corsi e sui provvedimenti da adottare in caso di incidente in una industria chimica nelle vicinanze; l'incapacità protratta delle autorità italiane di assicurare un corretto funzionamento del servizio di raccolta, trattamento e smaltimento dei rifiuti; la oggettiva mancanza di imparzialità del tribunale penale in conseguenza della sua composizione; il principio nulla poena sine lege.
La CEDU può essere usata quale parametro per sollevare una questione di legittimità costituzionale?
La Corte Costituzionale italiana con le sentenze n. 348 e 349 del 2007, pur mantenendo il distinguo della diretta applicabilità del diritto comunitario da parte del giudice nazionale e pur escludendo che la Convenzione europea dei Diritti dell'Uomo potesse considerarsi parte integrante del diritto comunitario, ha affermato per la prima volta (giurisprudenza ormai costante) che spetta alla stessa Corte Costituzionale dichiarare incostituzionali tutte le leggi ordinarie nazionali che si pongono in contrasto con le norme della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo, siccome interpretate dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, testualmente ; pertanto, non solo è possibile sollevare una questione di illegittimità costituzionale, ma è anche auspicabile e doveroso che tutti gli avvocati la propongano, perché in tal modo si ottiene un risultato immediato e valevole erga omnes in caso di positivo accoglimento da parte della Corte Costituzionale italiana, fermo restando che essa non ha mai abdicato al suo ruolo di arbitro supremo della tutela dei diritti fondamentali.