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Timestamp: 2018-06-20 13:40:51+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 5', 'sentenza ']

I limiti e le criticità dell’attuale dibattito sull’abolizione delle Province - Quotidiano Legale
Posted by Carlo Rapicavoli | Lug 13, 2013 | Dottrina, Enti Locali e P.A., Notizie
Il dibattito intorno all’abolizione delle Province denuncia la grande difficoltà dell’attuale classe politica.
La risposta, con inusitata tempestività, data dal Governo all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale, senza neanche attendere le motivazioni, mostra tutte le sue contraddizioni e incoerenze.
1) Il d.d.l. costituzionale per l’abolizione delle Province, approvato dal Governo il 5 luglio scorso, è privo di logica e di coerenza rispetto all’ambizioso disegno complessivo di riforma sollecitato dal Governo stesso.
Non si comprende, pertanto, la coerenza del Governo che ha ritenuto invece di accelerare l’approvazione di un disegno di legge costituzionale per la soppressione delle Province, non organico al progetto complessivo di riforma e per l’approvazione del quale il Presidente del Consiglio Letta ha auspicato tempi brevissimi.
2) Il d.d.l. costituzionale del Governo ignora i principi fondamentali della Costituzione stessa.
Ora, se la promozione va intesa quale leale collaborazione tra tutti i soggetti istituzionali che compongono la Repubblica, o meglio disponibilità da parte di questi a cooperare ogniqualvolta è in discussione una problematica inerente le autonomie locali territoriali, allora, anche una legge di modifica costituzionale dovrà rispettare il contenuto di questo principio, prevedendo forme concertative tra le diverse realtà istituzionali che compongono l’ordinamento repubblicano.
Una soppressione delle Province decisa autoritativamente da parte dello Stato (art. 1, comma 1, ddl costituzionale), in assenza di qualunque meccanismo che coinvolga Comuni e Regioni, sembra porsi in contrasto proprio con il principio descritto dall’art. 5.
Questo, evidentemente, non significa immodificabilità dell’attuale sistema; significa che, in materia di delimitazione e/o soppressione delle circoscrizioni provinciali (ma il discorso può riguardare anche le Regioni ed i Comuni), allo Stato è preclusa la possibilità di stabilire d’imperio la loro identificazione territoriale e, di conseguenza, anche la loro cancellazione.
3) Tali principi si ritrovano affermati nella giurisprudenza della Corte costituzionale. Nella sentenza 106/2002 si legge: “Il nuovo Titolo V ha disegnato di certo un nuovo modo d’essere del sistema delle autonomie. Tuttavia i significativi elementi di discontinuità nelle relazioni tra Stato e regioni che sono stati in tal modo introdotti non hanno intaccato le idee sulla democrazia, sulla sovranità popolare e sul principio autonomistico che erano presenti e attive sin dall’inizio dell’esperienza repubblicana. Semmai potrebbe dirsi che il nucleo centrale attorno al quale esse ruotavano abbia trovato oggi una positiva eco nella formulazione del nuovo art. 114 della Costituzione, nel quale gli enti territoriali autonomi sono collocati al fianco dello Stato come elementi costitutivi della Repubblica quasi a svelarne, in una formulazione sintetica, la comune derivazione dal principio democratico e dalla sovranità popolare“.
4) Se è vero che le Province, al pari dello Stato, delle Regioni e dei Comuni, nel disegno costituzionale (rafforzato dal nuovo titolo V, ma già presente nel disegno costituzionale originario) hanno la comune essenza fondata sul principio democratico e sulla sovranità popolare, appare evidente che non può essere un semplice tratto di penna a cancellare le Province dall’ordinamento costituzionale;
5) Ulteriore e chiara conferma di tale disegno costituzionale è rinvenibile nella VIII disposizione transitoria e finale della Costituzione: “Le elezioni (…) degli organi elettivi delle amministrazioni provinciali sono indette entro un anno dall’entrata in vigore della Costituzione”.
6) E l’art. 5 “La Repubblica, una ed indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali” non fa che sancire, tra i principi fondamentali, questo riconoscimento, dando piena e intangibile copertura costituzionale all’assetto storico delle autonomie locali.
7) Si trascura il tema fondamentale: le funzioni, le competenze e i servizi. La vera grande riforma sarebbe la chiarificazione delle funzioni dei diversi soggetti del sistema, che sono poi l’aspetto che comporta la maggiore spesa ed i maggiori costi, evitando sovrapposizione di interventi sulla medesima materia, individuando l’ambito territoriale ottimale e il livello di governo migliore per l’esercizio delle funzioni, precisando con chiarezza ed univocità chi fa cosa. La nuova Carta delle Autonomie, il cui esame si è bloccato nel corso della passata legislatura, dovrebbe essere la base fondamentale di una vera riforma, fuori dagli slogan e dalle proposte demagogiche.
Dalle motivazioni della sentenza della Corte Costituzionale, dopo l’udienza del 2 luglio, probabilmente si troveranno nuovi elementi di approfondimento.
Nulla è immodificabile, certo. Il nostro ordinamento va riformato e reso più efficiente.
Ma la soluzione non può essere un intervento spot senza un’approfondita analisi.
Traendo spunto da un’analisi del prof. Cassatella dell’Università di Trento, va sottolineato come ogni dibattito sul tema dovrebbe tener conto che la scelta organizzativa costituente è stata anche un’opzione di valore, qualificando la Provincia come ente territoriale necessario ai fini della realizzazione degli obiettivi della Repubblica a sensi degli artt. 2 e 3, comma 2, della Costituzione.
Qualche esempio può aiutare ad inquadrare meglio i termini del discorso: abolendo le Province si dovrebbero automaticamente abolire gli strumenti di intervento di queste amministrazioni, come i piani urbanistici di coordinamento, gli strumenti di programmazione di servizi pubblici di rilevanza provinciale, o, ancora, gli strumenti di tutela di aree protette, di controllo delle attività formative, di sostegno all’imprenditoria locale.
Eliminare l’ente territoriale di riferimento implicherebbe anche la cancellazione o il trasferimento di funzioni, attività e servizi riconducibili alla Provincia, ed una possibile – se non certa – perdita delle garanzie poste a tutela di interessi e diritti della stessa cittadinanza.
Utilizzando come termine di paragone l’attività di pianificazione urbanistica, cancellando la Provincia si eliminerebbe anche il piano urbanistico di coordinamento provinciale; lo sviluppo del territorio sarebbe così direttamente affidato ai Comuni, con evidenti problemi di raccordo fra le scelte effettuate dalle singole amministrazioni locali, o, alternativamente, al dirigismo della Regione, sacrificando le esigenze delle collettività locali e le specificità di ciascun territorio.
Per scendere ancor più nel concreto, la localizzazione di una discarica di rifiuti a servizio di cinque piccoli Comuni montani sarebbe probabilmente impossibile se si cercasse lo spontaneo accordo fra amministrazioni locali, o se si affidasse il tema all’agenda di una Regione con altre – evidenti – priorità.
Non ne verrebbe svilito solamente il principio di sussidiarietà, inteso come metodo razionale di esercizio della funzione amministrativa, ma anche, e soprattutto, la tutela di diritti ed interessi fondamentali per la collettività stessa.
c) Tutela dell’ambiente (gestione dei rifiuti, emissioni in atmosfera, scarichi, valutazione di impatto ambientale, ecc.) e difesa del suolo;
d) Pianificazione territoriale
e) Trasporto pubblico locale (servizio extraurbano)
i) Caccia e pesca
j) Polizia Provinciale
k) Assistenza scolastica ai disabili sensoriali della vista e dell’udito e trasposto scolastico (per le scuole superiori) dei disabili;
l) Turismo
m) Assistenza tecnica e amministrativa agli enti locali del territorio provinciale.
Qualunque analisi di diritto comunitario comparato dimostra come l’ente intermedio costituisca una costante dei vari ordinamenti europei proprio in forza della sua “necessità funzionale” e dal bisogno di erogare determinate prestazioni e servizi amministrativi in ambiti territoriali predefiniti ed a favore della collettività che vive ed opera in quei determinati spazi.
Il vero problema giuridico riguarda dunque l’efficacia dell’azione di tali enti, e, dunque, la loro idoneità a realizzare i fini stabiliti dalla Costituzione o dalla legge.
La creazione degli enti intermedi, dipendendo in ultima analisi da necessità di ordine funzionale che le Costituzioni o le leggi ribadiscono sul piano normativo, è dunque strettamente legata agli interessi pubblici che questi organismi devono tutelare o soddisfare, con i mezzi garantiti dall’ordinamento, e, dunque, alla responsabilità politico-istituzionale dei propri rappresentanti.
La questione non è, allora, quella di abolire le Province, ma del modo in cui riformarle, consapevoli dell’enorme costo – politico e culturale – di una simile iniziativa, i cui risultati potrebbero essere apprezzati soltanto nel medio periodo e senza i clamori che accompagnano gli inni ad una semplificazione che si rivela, alla prova dei fatti, più complicata delle apparenze.
Il d.d.l. del governo purtroppo trascura del tutto ogni analisi del problema, procede alla mera cancellazione della parola “Province” dai vari articoli della Costituzione e conclude con una norma transitoria “Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale le province sono soppresse e, sulla base di criteri e requisiti generali definiti con legge dello Stato, sono individuate dallo Stato e dalle Regioni, nell’ambito delle rispettive competenze, le forme e le modalità di esercizio delle relative funzioni”.
Una recente intervista rilasciata dal Ministro per le Autonomie Locali fa emergere la grande confusione in cui ci sta muovendo: “Penso che riusciremo a fare le riforme, da un lato l’abolizione delle Province attraverso il ddl costituzionale, dall’altro una riforma ordinamentale che possa consentire di avere delle certezze nel 2014 e non essere ancora in fase transitoria. Ovviamente dobbiamo riorganizzare tutte le funzioni di area vasta. Ci sarà un ripensamento nell’organizzazione di tutti gli enti di area vasta, come la nascita delle Città metropolitane di cui si parla da tempo, e nel frattempo che la Provincia venga gestita come ente di secondo livello o a elezione diretta questo non mi pare sia decisivo. Dobbiamo far partire un piano di accompagnamento alla creazione delle Città metropolitane. Presenteremo presto una legge”.
Non serve aggiungere alcun commento.
Si può concludere invece con un estratto di un intervento di un senatore nell’aula del Senato, durante il dibattito sull’approvazione del d.d.l. per l’istituzione del Comitato parlamentare per le riforme costituzionali “Il decisionismo senza idee ha prodotto un’alluvione normativa che soffoca l’economia e la vita quotidiana dei cittadini. Ce la prendiamo con la burocrazia come se fosse un destino cinico e baro, ma essa dipende dalle troppe leggi che approviamo qui. Non è la velocità, ma la qualità che manca al procedimento legislativo. La causa è nello strapotere dei governi che da tanti anni impongono a colpi di fiducia le leggi omnibus, con centinaia di commi disorganici, improvvisati, spesso modificati prima di essere applicati. (…) Ogni volta che abbiamo modificato la Costituzione ce ne siamo poi dovuti pentire: il Titolo Quinto ha creato conflitti permanenti tra Stato e Regioni; dopo lo ius sanguinis del voto all’estero oggi si passa a invocare lo ius soli per i figli degli immigrati; prima si blocca il pareggio di bilancio e poi si esulta per la deroga concessa dall’Europa.
D’altro canto, basta leggere il testo per notare la discontinuità. La bella lingua italiana, con le parole semplici e intense dei padri costituenti, viene improvvisamente interrotta da un lessico nevrotico e tecnicistico, scandito dai rinvii a commi, come in un regolamento di condominio. Sono queste le parti aggiunte da noi (…). Dovremmo avere un senso del limite. I nostri partiti rappresentano oggi a malapena la metà del corpo elettorale. L’altra metà ha manifestato in tutti i modi il suo disagio e la sua sfiducia. Non è saggio usare la revisione costituzionale per santificare un governo privo del mandato elettorale. Questo è il vulnus che segna la modifica del 138. Il procedimento lega la sorte del governo ai tempi e ai modi della revisione costituzionale. Porre un vincolo di maggioranza come inizio e come fine della riforma è una forzatura politico-costituzionale senza precedenti in Italia e in Europa. I governi passano e le costituzioni rimangono – non dimentichiamolo”.
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