Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-civile/art-1464-codice-civile-impossibilita-parziale
Timestamp: 2019-05-22 12:05:10+00:00
Document Index: 67108607

Matched Legal Cases: ['art. 1464', 'art. 1464', 'art. 18', 'art. 2110', 'art. 2110', 'art. 3', 'art. 2110']

Art. 1464 codice civile: Impossibilità parziale | La Legge per tutti
Art. 1464 codice civile: Impossibilità parziale
Quando la prestazione di una parte è divenuta solo parzialmente impossibile, l’altra parte ha diritto a una corrispondente riduzione della prestazione da essa dovuta, e può anche recedere dal contratto qualora non abbia un interesse apprezzabile all’adempimento parziale (1).
(1) Quando in un contratto a prestazioni corrispettive risulta all’obbligato possibile eseguire solo parte della prestazione contrattuale, a causa di un impedimento a lui non imputabile, l’altro contraente può, alternativamente, accettare la prestazione parzialmente ridotta, eseguendo, però, in tal caso, in misura proporzionalmente ridotta la propria prestazione, o non accettarla.
La scelta tra la riduzione della controprestazione e il diritto di recedere consente di porre rimedio allo squilibrio sopravvenuto tra gli interessi delle parti.
L'impossibilità parziale della prestazione lavorativa (nella specie, di esercente professione sanitaria di fisioterapista), sussiste anche nel caso di sopravvenuta insufficienza, rispetto all'instaurazione del rapporto di lavoro (quale massofisioterapista) di un titolo di abilitazione professionale a causa del mutamento della legislazione. Ne consegue che la mancanza di valido titolo abilitativo in capo al prestatore di lavoro, unitamente all'incertezza del tempo necessario per conseguirlo, o per adeguare quello posseduto alla mutata disciplina della professione sanitaria, radica l'interesse del datore alla risoluzione del contratto in forza dell'art. 1464 cod. civ., dovendosi tenere conto del nesso tra il possesso di idoneo titolo abilitativo e lo svolgimento della relativa attività professionale. Rigetta, App. Napoli, 19/10/2010
Cassazione civile sez. lav. 07 novembre 2013 n. 25073
È legittimo il licenziamento, ex art. 1464 c.c. (impossibilità parziale), del massofisioterapista che non sia in possesso di un diploma universitario, richiesto per legge, o di un titolo equipollente conseguito all'esito di un corso triennale.
La disciplina di cui all'art. 18 l. 300 del 1970, per la parte eccedente le cinque mensilità, non introduce deroghe al principio generale dell'imputabilità dell'inadempimento e pertanto, per evitare la condanna al risarcimento in misura pari alla retribuzioni medio tempore maturate dal recesso alla reintegra, salvo il predetto limite minimo delle cinque mensilità, il datore di lavoro può provare che il licenziamento illegittimo è frutto di causa a lui non imputabile. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che l'accertamento da parte della commissione medica di primo grado della temporanea inidoneità del lavoratore non giustificasse la perdita d'interesse alle prestazioni future).
Cassazione civile sez. lav. 30 ottobre 2013 n. 24527
Tutte le volte che l'imprenditore è privato della opportunità di utilizzare la prestazione della controparte a seguito della perdita della disponibilità della struttura aziendale, si realizza una sospensione dell'obbligo retributivo per impossibilità sopravvenuta. (fattispecie in cui gli stabilimenti aziendali erano stati sottoposti a sequestro preventivo, nell'ambito di un procedimento penale a carico dell'amministratore, e che pertanto ogni attività produttiva era stata sospesa, determinando una impossibilità sopravvenuta di riprendere la produzione).
Cassazione civile sez. lav. 21 ottobre 2013 n. 23783
La sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, tale da rendere impossibile la prestazione corrispondente alle mansioni assegnate o ad altre equivalenti, integra un giustificato motivo oggettivo di recesso del datore di lavoro. Il recesso può essere escluso qualora il lavoratore possa essere utilmente adibito ad altra attività corrispondente alle mansioni già assegnate o, con il consenso del lavoratore, a mansioni inferiori, sempre che ciò sia compatibile con l'assetto organizzativo aziendale.
Cassazione civile sez. lav. 25 giugno 2013 n. 15935
Lo stato di detenzione del lavoratore per fatti estranei al rapporto di lavoro non costituisce inadempimento degli obblighi contrattuali, ma integra gli estremi della sopravvenuta temporanea impossibilità della prestazione. Conseguentemente, il licenziamento è giustificato solo ove, in base ad un giudizio ex ante - che tenga conto delle dimensioni dell'impresa, del tipo di organizzazione tecnico-produttiva in essa attuato, della natura ed importanza delle mansioni del lavoratore detenuto, nonché del già maturato periodo di sua assenza, della ragionevolmente prevedibile ulteriore durata della sua carcerazione, della possibilità di affidare temporaneamente ad altri le sue mansioni senza la necessità di procedere a nuove assunzioni e, più in generale, di ogni altra circostanza rilevante ai fini della determinazione della misura della tollerabilità dell'assenza - costituisca un giustificato motivo oggettivo di recesso, non persistendo l'interesse del datore di lavoro a ricevere le ulteriori prestazioni del dipendente detenuto.
Cassazione civile sez. lav. 07 giugno 2013 n. 14469
La malattia del lavoratore, tanto nel caso di una sola affezione continuata, quanto in quello del succedersi di diversi episodi morbosi (cosiddetta eccessiva morbilità), è soggetta alle regole dettate dall'art. 2110 c.c., che prevalgono, per la loro specialità, sia sulla disciplina generale della risoluzione del contratto per sopravvenuta impossibilità parziale della prestazione lavorativa, sia sulla disciplina limitativa dei licenziamenti individuali. Ne consegue che il datore di lavoro, da un lato, non può recedere dal rapporto prima del superamento del limite di tollerabilità dell'assenza (cosiddetto periodo di comporto), il quale è predeterminato per legge, dalla disciplina collettiva o dagli usi, oppure, in difetto di tali fonti, determinato dal giudice in via equitativa, e, dall'altro, che il superamento di quel limite è condizione sufficiente di legittimità del recesso, nel senso che non è necessaria la prova del giustificato motivo oggettivo né della sopravvenuta impossibilità della prestazione lavorativa, né della correlata impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse (nella specie, la Corte ha affermato che, nella fattispecie in esame, nella quale non vi era stato superamento del periodo di comporto né accertamento dell'inidoneità fisica del lavoratore a svolgere le mansioni per le quali era stato assunto, ma risultava denunciato soltanto il fenomeno di malattie intermittenti, l'incidenza delle assenze per malattia del lavoratore dovevano ritenersi regolate unicamente dall'art. 2110 c.c. che si pone in rapporto di specialità, e quindi di deroga, sia rispetto alle norme degli artt. 1256 e 1464 c.c., sia rispetto a quella dell'art. 3 della legge 15 luglio 1966 n. 604).
Cassazione civile sez. lav. 23 gennaio 2013 n. 1568
Le regole dettate dall'art. 2110 c.c. per le ipotesi di assenze determinate da malattia del lavoratore prevalgono, in quanto speciali, sia sulla disciplina dei licenziamenti individuali che su quella degli articoli 1256 e 1463 e 1464 c.c., e si sostanziano nell'impedire al datore di lavoro di porre fine unilateralmente al rapporto sino al superamento del limite di tollerabilità dell'assenza (cosiddetto comporto) predeterminato dalla legge, dalle parti o, in via equitativa, dal giudice, nonché nel considerare quel superamento unica condizione di legittimità del recesso; le stesse regole hanno quindi la funzione di contemperare gli interessi confliggenti del datore di lavoro (a mantenere alle proprie dipendenze solo chi lavora e produce) e del lavoratore (a disporre di un congruo periodo di tempo per curarsi senza perdere i mezzi di sostentamento e l'occupazione), riversando sull'imprenditore, in parte ed entro un determinato tempo, il rischio della malattia del dipendente. Ne deriva che il superamento del periodo di comporto è condizione sufficiente a legittimare il recesso, e pertanto non è necessaria, nel caso, la prova del giustificato motivo oggettivo né dell'impossibilità sopravvenuta della prestazione lavorativa né quella della correlativa impossibilità di adibire il lavoratore a mansioni diverse.
Cassazione civile sez. lav. 31 gennaio 2012 n. 1404