Source: https://www.rassegnadirittolavoro.it/pubblico-impiego-concorsi-e-passaggi-interni/
Timestamp: 2020-07-11 08:38:50+00:00
Document Index: 94391220

Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art. 52', 'art. 1338', 'art. 1337', 'art. 1337', 'art. 2697', 'art. 2697', 'art. 1226', 'art. 1336', 'art. 1362', 'art. 63', 'sentenza ', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 35', 'art. 97', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 401', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 118', 'art. 18', 'art. 5', 'art. 35', 'art. 1226', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 1338', 'art. 1338', 'art. 97', 'art. 34', 'art. 17', 'art. 360', 'art. 24', 'art. 15', 'art. 13', 'art. 17', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 15', 'art. 20', 'art. 34', 'art. 20', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 97', 'art. 1418', 'art. 62', 'art. 97', 'art. 35', 'art. 18', 'art. 36', 'art. 35', 'art. 36', 'art. 22', 'art. 3', 'art. 19', 'art. 15', 'art. 16', 'art. 35', 'art. 97', 'art. 63', 'art. 118', 'art. 40', 'art. 2', 'art. 52', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 97', 'art. 1418', 'art. 39', 'art. 39', 'sentenza ', 'art. 15', 'art. 97', 'art 1218', 'art. 14', 'art. 45', 'art.49', 'art.23', 'art. 97', 'art. 14', 'art. 13']

Pubblico Impiego - Reclutamento - Concorsi - Progressioni - Rassegna di diritto del lavoro
Pubblico Impiego – Reclutamento – Concorsi – Progressioni
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Cass. n. 13622/2020
Questa Corte, ha affermato (Cass., n. 214 del 2018) che in materia di pubblico impiego privatizzato, la disciplina delle procedure selettive interne, finalizzate alla mera progressione economica o professionale all’interno della medesima area o fascia, è strettamente correlata a quella degli inquadramenti del personale pubblico “privatizzato”, delegificata (in quanto non esclusa dalla previsione di cui al comma primo dell’art. 40 del d.l.gs. n. 165 del 2001) ed affidata alla contrattazione collettiva chiamata a disciplinare i rapporti di lavoro dei pubblici dipendenti “privatizzati” (artt. 2 comma 2 e 3, 45, 51, 52, 69 comma 1, 71 del d.lgs. n. 165 del 2001), la quale, per quanto concerne le progressioni all’interno della stessa area, può derogare alle disposizioni contenute nel d.P.R. n. 497 del 1994, nel rispetto del principio dì selettivìtà (art. 52, comma 1 bis del d.lgs. n. 165 del 2001).
Le selezioni interne sono destinate a consentire alle Amministrazioni di valorizzare le professionalità già inserite nella organizzazione dell’Ente, nei limiti in cui sono concesse.
Inoltre, si è statuito (fattispecie realtiva a personale dipendente dell’Ipsema transitato all’Inail, per cui è stata ritenuta legittima l’esclusione da una selezione indetta presso quest’ultimo Istituto, riservata a dipendenti in servizio ad una certa data con rapporto di lavoro a tempo indeterminato) che “la prosecuzione giuridica del rapporto di lavoro non fa venir meno la diversità fra le due fasi di svolgimento del rapporto medesimo, sempre che il trattamento differenziato non implichi la mortificazione di un diritto già acquisito dal lavoratore, sicché può risultare irrilevante, ai fini della progressione di carriera, l’anzianità maturata presso l’ente di provenienza, ove il nuovo datore di lavoro abbia inteso valorizzare, con il bando di selezione, l’esperienza professionale specifica maturata alle proprie dipendenze, differenziandola da quella riferibile alla pregressa fase del rapporto” (Cass., n. 10528 del 2018).
Cass. n. 12836/2020
Come posto in evidenza da questa Corte (Cass., n. 7481 del 2007), la responsabilità prevista dall’art. 1338 cod.civ., a differenza di quella di cui all’art. 1337 cod. civ., tutela l’affidamento di una delle parti non sulla conclusione del contratto, ma sulla sua validità, sicchè non è configurabile una responsabilità precontrattuale della Pubblica Amministrazione ove l’invalidità del contratto derivi da norme generali, da presumersi note alla generalità dei consociati e quindi tali da escludere l’affidamento incolpevole della parte adempiente.
La Corte d’Appello ha quantificato il danno facendo corretta applicazione dei principi affermati da questa Corte, secondo cui la responsabilità precontrattuale prevista dall’art. 1337 cod. civ., coprendo nei limiti del cd. interesse negativo tutte le conseguenze immediate e dirette della violazione del dovere di comportarsi secondo buona fede nella fase preparatoria del contratto, secondo i criteri stabiliti dagli artt. 1223 e 2056 cod. civ., si estende al danno per il pregiudizio economico derivante dalle rinunce a stipulare un contratto (e dunque a non svolgere la relativa attività professionale), ancorchè avente un contenuto diverso rispetto a quello per cui si erano svolte le trattative, se la sua mancata conclusione si manifesti come conseguenza immediata e diretta del comportamento della controparte, che ha lasciato cadere le dette trattative quando queste erano giunte al punto di creare un ragionevole affidamento nella conclusione positiva di esse (Cass., n. 4718 del 2016).
Cass. n. 12490/2020 (NB. Principi di diritto affermati in relazione all’azione proposta avverso l’esito di una procedura concorsuale e della predisposizione della graduatoria)
“Il criterio di vicinanza della prova, quale mezzo di definizione della regola finale di giudizio di cui all’art. 2697 c.c., non può operare allorquando l’interessato abbia la possibilità, secondo le regole di cui al diritto di accesso agli atti della P.A. o eventualmente sulla base degli strumenti processuali a tal fine predisposti dall’ordinamento, di acquisire la documentazione necessaria a suffragare le proprie ragioni; in ogni caso, il criterio di vicinanza neppure può essere richiamato qualora il fatto rimasto ignoto e destinato ad integrare uno degli elementi costitutivi del diritto azionato, quale è, in ambito di responsabilità contrattuale, il nesso causale tra inadempimento e danno, risulti integrato da più possibili evenienze concrete che risultino, anche solo per taluna di esse, estranee alla sfera di conoscenza della parte di cui si prospetta la prossimità rispetto alle circostanze rilevanti”.
«Nel valutare il nesso causale rispetto ad un’azione di risarcimento del danno a titolo contrattuale non possono operare a favore della parte inadempiente, dal punto di vista probatorio, evenienze che scaturiscono dal suo stesso inadempimento, dovendosi apprezzare tale nesso, secondo un giudizio prognostico ex ante, sulla base di quanto sarebbe accaduto e della complessiva situazione dedotta in giudizio, ove l’inadempimento non vi fosse stato».
Cass. n. 12489/2020
«In tema di reclutamento dei docenti nella scuola pubblica, mediante concorso per soli titoli e secondo il sistema delle c.d. graduatorie ad esaurimento, il candidato non vincitore che successivamente abbia ottenuto, per altra via, l’immissione in ruolo e che sostenga di essere stato assunto a tempo indeterminato in ritardo a causa dell’inosservanza, da parte della P.A., di regole non discrezionali di formazione della graduatoria, può proporre domanda di risarcimento del danno in forma specifica, nel solo contraddittorio dell’Amministrazione, al fine di ottenere la condanna della predetta al riconoscimento della decorrenza giuridica del rapporto di lavoro sin dal momento del compimento delle originarie operazioni di selezione, a condizione che sia dimostrato, secondo criteri processuali di certezza, che lo svolgimento della procedura in osservanza delle regole violate avrebbe determinato l’esito positivo in suo favore».
L’azione gradatamente dispiegata dal lavoratore ha una duplice natura, qualificandosi essa, nella formulazione principale, come domanda di risarcimento del danno in forma specifica, volta ad ottenere la condanna a riconoscere gli effetti favorevoli perduti a causa dell’inadempimento del Ministero agli obblighi derivanti dalla normativa sulle assunzioni nella scuola e consistendo, in ipotesi subordinata, nella richiesta di adempimento ai medesimi obblighi, attraverso la riformulazione in forme legittime della graduatoria, che è l’attività di cui consiste l’obbligo assunto come violato.
Nella giurisprudenza di questa Corte (v. Cass. 9 gennaio 2019, n. 268, nonché, in tema di promozioni interne, Cass. 22 ottobre 2019, n. 26966) a fronte di procedure selettive nel rapporto di lavoro si riconosce, a chi si dolga della violazione delle regole che il datore è tenuto ad osservare, sia la pretesa all’adempimento, sia quella al risarcimento del danno, quest’ultima esercitabile anche in forma specifica, essendo da tempo pacifico che tale rimedio sia parimenti ammesso in ambito di inadempimento di obbligazioni e dunque di responsabilità contrattuale (Cass. 2 luglio 2010, n. 15726; Cass. 30 luglio 2004, n. 3004);
La domanda di adempimento, finalizzata ad imporre alla P.A. di fare quello che era obbligata a fare e non ha correttamente fatto, può consistere nella richiesta di condanna alla ripetizione delle operazioni invalidamente condotte (Cass. 268/2019 cit.) o in altre analoghe richieste idonee al ripristino della legalità lesa (ad es., richiesta di attribuzione di un dato punteggio dapprima disconosciuto, che inevitabilmente comporta il rifacimento della graduatoria: v. Cass. 21 novembre 2019, n. 30425; Cass. 9 novembre 2018, n. 28766).
L’azione di adempimento è anzi l’unica esercitabile ove si persegua il posto perduto, perché ciò comporta necessariamente la perdita del medesimo posto in capo a chi viceversa lo ha ottenuto in esito alla stessa procedura.
In caso di azione di adempimento, proprio perché si determinano effetti verso altri, il processo è inoltre destinato a svolgersi necessariamente con la partecipazione dei controinteressati (Cass. 30425/2019; Cass. 28766/2018, citt.).
La domanda di risarcimento del danno in forma specifica non pone invece alcun problema di estensione del contradittorio, in quanto essa è destinata solo al riconoscimento giuridico di determinati effetti, idonei a rimediare al pregiudizio cagionato, ed è priva di portata costitutiva, non attribuendo, in luogo di altri, quel determinato posto, ma soltanto dichiarativa (ove si manifesti con l’affermazione tout court del diritto a quegli effetti) o condannatoria (ove si imponga alla P.A. di procedere, nelle forme più idonee, alla mera assicurazione di quegli effetti).
La domanda finalizzata al risarcimento in forma specifica è diversa poi da quella di risarcimento della perdita di chance riconnessa ad illegittimità commesse nell’ambito di procedure selettive o concorsuali.
Il risarcimento per perdita di chance, in tale ambito, ha per oggetto la perdita della mera possibilità di conseguire un dato risultato utile (v. Cass. 29 maggio 2018, n. 13483) ed è propria delle selezioni che si basino su valutazioni discrezionali, di idoneità o di merito, non ripetibili in sede giudiziale, per la spettanza esclusiva di esse a chi sia preposto alla loro conduzione, sicché è giustificato soltanto il rifacimento totale (domanda di adempimento) o appunto il ristoro per equivalente della perdita di chance (domanda di risarcimento).
La perdita di chance, per essere accolta, secondo costante orientamento di questa Corte, richiede poi la dimostrazione, anche presuntiva, ma in termini, almeno per quanto riguarda le procedure lato sensu selettive, di «elevate probabilità, prossime alla certezza» di ottenimento del risultato utile (Cass. 9 maggio 2018, n. 11165; Cass. 12 maggio 2017, n. 2017; Cass. 1 marzo 2016, n. 4014, ove si è fatto riferimento ad una probabilità del 90%) e, in caso positivo, consente il riconoscimento del diritto su base equitativa calcolata tenendo conto, in abbattimento rispetto al valore del risultato perseguito e non ottenuto, del grado di probabilità che è stato leso dall’illecito nel caso concreto (Cass. 13483/2018 cit.; Cass. 15 marzo 1996, n. 2167).
Il risarcimento in forma specifica, a differenza del risarcimento per equivalente della chance perduta, ha invece ad oggetto il riconoscimento degli effetti di un diritto che si assume spettasse pienamente e non la lesione della mera possibilità di perseguirlo e il giudizio va pertanto condotto secondo parametri di certezza e non di mera (e seppur alta) probabilità logica.
D’altra parte, rispetto ad una procedura concorsuale o selettiva, in cui il bene perseguito è ontologicamente limitato (spettando solo ai vincitori e non agli altri concorrenti), va da sé che, in presenza di più candidati, il riconoscimento del fatto che, adempiendo regolarmente, si sarebbe ottenuto il posto perseguito, ha quale presupposto che il medesimo posto non spettasse ad altro concorrente, sicché chi agisce è comunque onerato di dimostrare la prevalenza sugli altri candidati potenzialmente destinati a colmare i posti per i quali vi era capienza.
Il parametro di certezza richiesto consegue ad un procedimento valutativo che deve dunque chiudersi, pur a fronte della ricostruzione ipotetica di un evento mancato, non in forza di un giudizio meramente probabilistico, ma di certezza, per quanto pur sempre di natura processuale, destinata come tale a realizzarsi sulla base di criteri giuridico-convenzionali attinenti al riparto degli oneri probatori.
In osservanza dell’art. 2697 c.c., è del resto a carico di chi agisce la dimostrazione che, osservando i comportamenti dovuti, vi sia certezza di raggiungimento del risultato utile perseguito partecipando alla selezione, mentre è a carico di chi resiste la prova dei corrispondenti fatti impeditivi, estintivi e modificativi.
Cass. n. 12028/2020
Nel pubblico impiego contrattualizzato qualora sia stato accertato un inadempimento del datore di lavoro pubblico consistente nel mancato rispetto degli obblighi di correttezza e buona fede nella gestione di una procedura selettiva per una progressione economica e/o di carriera può configurarsi per gli interessati – che ne forniscano la relativa prova, anche per presunzioni – il diritto al risarcimento del danno per perdita di “chance” di promozione (vedi, per tutte: Cass. SU 23 settembre 2013, n. 21678; Cass. 6 dicembre 2016, n. 24984).
Il danno patrimoniale da perdita di “chance” è un danno futuro, consistente nella perdita non di un vantaggio economico, ma della mera possibilità di conseguirlo, secondo una valutazione “ex ante” da ricondurre, diacronicamente, al momento in cui il comportamento illecito ha inciso su tale possibilità in termini di conseguenza dannosa potenziale (Cass. 17 aprile 2008, n. 10111; Cass. 12 febbraio 2015, n. 2737; Cass. 15 ottobre 2018, n. 25727).
L’accertamento e la liquidazione di tale perdita, necessariamente equitativa, sono devoluti al giudice di merito e sono insindacabili in sede di legittimità se adeguatamente motivati (Cass. 25 settembre 2012, n. 16233; Cass. 14 gennaio 2016, n. 495).
A tale ultimo riguardo va precisato che in termini generali l’esercizio, in concreto, del potere discrezionale conferito al giudice del merito di liquidare il danno in via equitativa non è suscettibile di sindacato in sede di legittimità quando la motivazione della decisione dia adeguatamente conto delle ragioni della scelta dell’uso di tale facoltà, indicando il processo logico e valutativo seguito (Cass. 15 marzo 2016, n. 5090; Cass. 13 ottobre 2017, n. 24070).
Laddove, come accade nella specie, la liquidazione equitativa del danno derivi dalla natura del danno stesso, la relativa decisione del giudice del merito è sindacabile in sede di legittimità come violazione dell’art. 1226 cod. civ. e/o come ipotesi di assenza di motivazione, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, se non siano stati indicati, nemmeno sommariamente, i criteri seguiti per determinare l’entità del danno e gli elementi su cui il giudice ha basato la sua statuizione in ordine al “quantum”, onde stabilire che essi non siano manifestamente incongrui rispetto al caso concreto, oppure radicalmente contraddittori, ovvero che l’esito della loro applicazione risulti particolarmente sproporzionato per eccesso o per difetto (Cass. 20 giugno 2019, n. 16595; Cass. 25 maggio 2017, n. 13153);
Cass. n. 11893/2020
Il bando di concorso, anche interno, per l’attribuzione di una qualifica o una classe stipendiale costituisca, ove contenga gli elementi del contratto alla cui conclusione è diretto, un’offerta al pubblico, ai sensi dell’art. 1336 c.c. (cfr., per tutte, Cass. S.U. nn. 16728/12 e 23327/09 e sez. L. n. 28067/11).
Come tale, l’interpretazione delle disposizioni contenute nel bando costituisce una operazione che si sostanzia in un accertamento di fatto, riservato al giudice di merito e incensurabile in cassazione se non per vizi attinenti all’applicazione dei criteri legali di ermeneutica contrattuale di cui all’art. 1362 c.c. e segg. ovvero per vizi di motivazione ex articolo 360 nr. 5 cod.proc.civ.
Al fine di far valere in sede di legittimità una violazione sotto i due richiamati profili occorre fare esplicito riferimento alle norme asseritamene violate ed inoltre precisare in quale modo il giudice del merito si sia discostato dai canoni legali assunti come violati ovvero dedurre l’omesso esame di un fatto storico decisivo ed oggetto di discussione tra le parti, non essendo consentito il riesame del merito in sede di legittimità (cfr., per tutte, Cass. n. 17168/12).
Cass. n. 11892/2020
E’ pacifico che spetta alla Amministrazione decidere discrezionalmente in ordine ai tempi e alle modalità di assunzione del personale.
Solo dopo che la suddetta scelta è stata operata e se è stata operata nel senso della indizione di un concorso o di una selezione, per i candidati che abbiano partecipato al concorso o alla selezione ovvero ne siano stati illegittimamente esclusi (dopo aver presentato la prescritta domanda) si può ipotizzare la sussistenza di diritti soggettivi al rispetto delle regole procedimentali e/o della corretta gestione della graduatoria e così via, in quanto in tal caso le eventuali scorrettezze riscontrate non investono provvedimenti discrezionali della P.A. ma atti posti in essere dall’Amministrazione nell’esercizio del proprio ruolo di datore di lavoro (Cass. 23 febbraio 2018, n. 4436; Cass. 22 ottobre 2019, n. 26966).
Solo se ricorrono tali condizioni è possibile l’esercizio dei poteri di accertamento, costitutivi e di condanna, attribuiti al giudice ex art. 63, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001 (Cass. 9 gennaio 2019, n. 268).
Cass. n. 11537/2020
Sul punto, le Sezioni Unite di questa Corte, con la sentenza n. 4685 del 2015, hanno osservato che “la circostanza che con l’art. 35 (del d.lgs. n. 165 del 2001) le assunzioni di alcune categorie di pubblici dipendenti possano avvenire mediante espletamento di procedure selettive, o mediante avviamento dei soggetti iscritti nelle liste di collocamento, rappresenta, dunque, una semplificazione dello strumento tecnico (il pubblico concorso), ma non il superamento delle esigenze di trasparenza ed imparzialità insite nel concetto di concorsualità volute dalla norma costituzionale”.
La sentenza da ultimo citatq, ha, altresì, ricordato che la Corte Costituzionale (sentenza del n. 159 del 2005) ha statuito che il concorso pubblico costituisce la forma generale ed ordinaria di reclutamento per il pubblico impiego, in quanto meccanismo strumentale all’efficienza dell’Amministrazione, e che a tale regola può derogarsi solo in presenza di peculiari situazioni giustificatrici, nell’esercizio di una discrezionalità che trova il suo limite nella necessità di garantire il buon andamento della pubblica Amministrazione ed il cui vaglio di costituzionalità passa attraverso una valutazione di ragionevolezza della scelta del legislatore; la regola stessa può ritenersi rispettata solo qualora le selezioni non siano caratterizzate da arbitrarie ed irragionevoli forme di restrizione dei soggetti legittimati a parteciparvi.
Pertanto, va disattesa la deduzione del ricorrente circa la non riferibilità all’art. 36, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001, della fattispecie in esame, in quanto l’assunzione da parte del Comune era avvenuta a seguito di avviamento degli iscritti alle liste di collocamento, ai sensi dell’art. 35, comma 1, lett. b), del d.lgs. n. 165 del 2001, atteso che anche in questo caso vanno salvaguardati e trovano applicazione i principi di buon andamento, trasparenza ed imparzialità dell’Amministrazione (art. 97 Cost.) che sottendono la regola del pubblico concorso e la disciplina di cui all’art. 36, comma 5, del d.lgs. n. 165 del 2001.
Come già statuito nella sentenza n. 11595 del 2016, il lavoro pubblico e il lavoro privato non possono essere totalmente assimilati (Corte costituzionale sentenze n. 120 del 2012 e n. 146 del 2008) e le differenze, pur attenuate, permangono anche in séguito all’estensione della contrattazione collettiva a una vasta area del lavoro prestato alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni, e che la medesima eterogeneità dei termini posti a raffronto connota l’area del lavoro pubblico contrattualizzato e l’area del lavoro pubblico estraneo alla regolamentazione contrattuale (Corte cost., sentenza n. 178 del 2015): in particolare i principi costituzionali di legalità ed imparzialità concorrono comunque a conformare la condotta della Pubblica amministrazione e l’esercizio delle facoltà riconosciutele quale datore di lavoro pubblico in regime contrattualizzato.
Cass. n. 10221/2020
Con la sentenza n. 28250 del 2017 è stato affermato che “la trasformazione delle graduatorie permanenti di cui all’art. 401 del d.lgs. n. 297 del 1994 in graduatorie ad esaurimento ex art. 1, comma 605, della legge n. 296 del 2006 non ha determinato l’abrogazione per incompatibilità dell’art. 1, comma 1 bis, del d.l. n. 97 del 2004, convertito in legge n. 143 del 2004, nella parte in cui prevede che, a domanda, il docente cancellato possa essere reinserito nella graduatoria con il punteggio maturato al momento della cancellazione”.
Il Collegio ritiene di dare continuità ai principi affermati nella sentenza sopra richiamata condividendone le ragioni esposte, da intendersi qui richiamate ex art. 118 disp. att. c.p.c. atteso che non sono stati apportati argomenti decisivi che impongano la rimeditazione dell’orientamento giurisprudenziale innanzi richiamato (il Ministero e i controinteressati sono rimasti intimati).
Cass. n. 9085/2020
Nell’ipotesi di contestazione circa l’esito di una procedura concorsuale, non scaturisce, il diritto al risarcimento del danno patrimoniale equivalente alle retribuzioni che gli attori, ove vincitori, avrebbero potuto percepire, poiché essi non sono in grado di fornire la prova che sarebbero risultati certamente vincitori; non scaturisce il danno da cosiddetta perdita di chance, poiché manca una valutazione comparativa tra candidati idonea a soddisfare i principi giurisprudenziali elaborati riguardo ( ossia gli elementi atti a dimostrare, seppure in modo presuntivo, e sulla base di un calcolo delle probabilità, la possibilità che essi avrebbero avuto di vittoria del concorso, che non può derivare dal calcolo matematico tra numero dei concorrenti e i posti da assegnare, dovendo essere comparati titoli e requisiti posseduti dai candidati (cfr. Sez. L, Sentenza n. 495 del 14/01/2016, Rv. 638519 – 01).
Cass. n. 8261/2020
L’ordinamento, nell’ambito delle assunzioni alle dipendenze delle P.A., prevede, quindi, tre diverse modalità di assunzione dei soggetti con disabilità:
1) la chiamata numerica per le categorie e i profili per cui è richiesto il solo requisito della scuola dell’obbligo in base all’alt. 35, comma 2, del d.lgs. 165 del 2001, disciplina comune ai lavoratori che non appartengono alle categorie protette, (cfr. art. 18, comma 2, della I. n. 68 del 1999 secondo il quale le assunzioni dei predetti soggetti sono effettuate con le modalità di cui all’articolo 7, comma 1, della stessa legge);
2) il concorso (con riserva di posti) per le altre qualifiche secondo quanto previsto dall’alt. 16 della I. n. 68 del 1999 (l’art. 5, comma 3, del d.P.R. n. 487 del 1994, nel fissare l’ordine di preferenza dei riservatari nei concorsi, richiama, al punto 1, la “riserva di posti a favore di coloro che appartengono alle categorie di cui alla legge 2 aprile 1968, n. 482, e successive modifiche ed integrazioni”);
3) le convenzioni ai sensi dell’articolo 11 della medesima I. n. 68 del 1999 (oggi anche per le qualifiche e i profili per i quali è richiesto un requisito superiore alla scuola dell’obbligo, ai sensi dell’ad. 3, comma 9, lett. c), I. 19 giugno 2019, n. 56, recante “Interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell’assenteismo”).
Deve ritenersi che per le assunzioni relative a profili e a comparti non oggetto di specifica disposizione di legge non possa, allora, che operare la regola generale del pubblico concorso, salva l’eccezione della previsione di cui all’art. 35, comma 1, lett. b) per i posti pubblici per cui è richiesto come titolo di studio la scuola media inferiore.
Pertanto, per le qualifiche per cui non è sufficiente il solo requisito della scuola dell’obbligo, le pubbliche amministrazioni diverse dai Ministeri in applicazione delle regole ordinarie di reclutamento di cui al richiamato articolo 35, comma 1, lett. a) del d.lgs. 165 del 2001, devono ricorrere alla procedura concorsuale, nell’ambito della quale i soggetti protetti godono del diritto di precedenza rispetto ad ogni altra categoria e di preferenza a parità di titoli rispetto alla riserva prevista dal bando di concorso ai fini della copertura delle quote d’obbligo;
Come per i Ministeri la quota che, ai fini della I. n. 68 del 1999, è prioritariamente coperta dalla categoria delle vittime del terrorismo e della criminalità organizzata, nonché delle categorie equiparate è quella dell’articolo 18, comma 2, della medesima legge.
Cass. n. 5679/2020
Ove si contesti la legittimità del procedimento, il giudizio deve svolgersi in contraddittorio con gli altri partecipanti se il soggetto pretermesso chiede la riformulazione della graduatoria onde conseguire una determinata utilità (promozioni, livelli retributivi, trasferimenti, assegnazioni di sede, ecc.), così rendendo necessari i raffronti con i partecipanti al concorso che ne siano coinvolti, dovendosi escludere il litisconsorzio necessario solo qualora la domanda sia limitata al risarcimento del danno o a pretese compatibili con i risultati della selezione (Cass. 9 novembre 2018, n. 28766).
Cass. n. 4617/2020
Il lavoratore che lamenti la violazione da parte del datore di lavoro dell’obbligo di osservare, nell’espletamento di una procedura concorsuale per la promozione di una qualifica superiore, criteri di correttezza e buona fede in ordine allo svolgimento delle procedure ed al rispetto della par condicio fra gli aspiranti, chiedendo il risarcimento dei danni derivanti, gli dalla perdita della possibilità di conseguire la promozione (perdita di chances), ha l’onere di provare anche gli elementi atti a dimostrare, pur se solo in modo presuntivo e basato sul calcolo delle probabilità, la possibilità che egli avrebbe avuto di conseguire la promozione, atteso che la valutazione equitativa del danno, ai sensi dell’art. 1226 c.c., presuppone che risulti comprovata l’esistenza di un danno risarcibile» (cfr., tra le molte, Cass. nn. 25727/2018; 11165/2018; 21678/2013; 16233/2012; 2581/2009; 22524/2004).
Inoltre, il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno da perdita di chances, non condizionato alla prova, da parte dello stesso, che la scelta, ove correttamente eseguita, si sarebbe certamente risolta in suo favore, nel caso in cui il datore di lavoro tenuto ad effettuare, nel rispetto di criteri determinati e non escludenti apprezzamenti discrezionali, una selezione tra i lavoratori a fini di promozione o conferimento di altro beneficio, non abbia operato in modo trasparente, né motivato adeguatamente la scelta effettuata (cfr. Cass. n. 3415/2012).
Cass. n. 4393/2020
Il diritto del partecipante al concorso mediante lo scorrimento della graduatoria presuppone necessariamente l’esistenza di un obbligo dell’Amministrazione di coprire il posto, con attribuzione della qualifica ad un soggetto dichiarato idoneo non vincitore di un precedente concorso; è stato precisato che tale obbligo può derivare dalle indicazioni del bando ovvero da una apposita determinazione dell’Amministrazione stessa di rendere disponibile il posto vacante e dì coprirlo senza l’apertura dì una nuova procedura concorsuale e che in mancanza di una sìffatta determinazione l’amministrazione non è tenuta all’assunzione di candidati non idonei (Cass. SSUU 19595/2012; Cass. 15212/2013, 19006/2010, 17780/2007).
Questa Corte ha affermato che l’obbligo di servirsi della graduatoria entro il termine di efficacia della stessa preclude all’amministrazione di bandire una nuova procedura concorsuale ove decida di reclutare personale, ma non la obbliga all’assunzione dei candidati non vincitori in relazione a posti che si rendano vacanti e che l’amministrazione stessa non intenda coprire (Cass. SSUU 19595/2012; Cass. 30611/2017, 15212/2013, 21509/2008, 3253/2003).
Cass. n. 2316/2020
Lo scorrimento della graduatoria, che costituisce modalità prioritaria di reclutamento del personale delle Pubbliche Amministrazioni, è precluso in caso di nuova istituzione o di trasformazione di posti non previsti dalla dotazione organica adottata al momento della indizione della procedura concorsuale, ma il divieto, in caso di deliberato aumento del fabbisogno del personale, resta limitato alle posizioni aggiuntive e non si estende a quelle già previste nella precedente dotazione organica, divenute vacanti.
La proroga dei termini di validità delle graduatorie concorsuali, prevista dall’art. 1, comma 100, della legge n. 311/2004 e, successivamente, dall’art. 1, comma 536, della legge n. 296/2006 nonché dall’art. 5, comma 1, del d.l. n. 207/2008, convertito dalla legge n. 14/2009, si riferisce a tutte le graduatorie approvate successivamente al 10 gennaio 1999, ivi comprese quelle relative a procedure concorsuali ancora in corso alla data di pubblicazione del richiamato art. 1, comma 100, I. n. 311/2004, e si applica anche alle amministrazioni che abbiano rispettato il patto di stabilità, perché in tal caso, pur non essendo configurabile un divieto di nuove assunzione, sussistono comunque limitazioni all’instaurazione di nuovi rapporti;
Nell’impiego pubblico contrattualizzato, qualora il contratto di lavoro sia nullo per violazione di norma imperativa, il dipendente non può fare valere l’affidamento riposto sulla legittimità dell’assunzione per fondare una domanda di reintegrazione o di risarcimento del danno per la perdita del posto di lavoro oggetto del contratto nullo;
In tal caso è esperibile l’azione risarcitoria disciplinata dall’art. 1338 cod. civ. ed il lavoratore, sul quale grava l’onere della prova quanto al pregiudizio subito, può ottenere il risarcimento del danno rappresentato, oltre che dalle spese sostenute, dal mancato guadagno derivato dalla perdita di altra occupazione o di altre occasioni di lavoro;
La Pubblica Amministrazione va esente dalla responsabilità ex art. 1338 cod. civ. nei casi in cui la nullità del contratto di impiego dipenda dalla violazione di norme imperative concernenti i requisiti di validità delle assunzioni, che si presumono conosciute dalla generalità dei cittadini, ma a condizione che le circostanze di fatto dalle quali dipende l’invalidità dell’assunzione fossero conosciute o conoscibili attraverso l’uso della normale diligenza.
Cass. n. 984/2020
Il bando, che costituisce un’offerta al pubblico, impegna il datore di lavoro ad adempiere le obbligazioni assunte e consolida nel patrimonio dell’interessato l’acquisizione di una situazione giuridica soggettiva (cfr. fra le tante Cass. n. 14275/2014 e Cass. n. 18685/2015 e fra le più recenti Cass. n. 4436/2018), non può essere utilmente invocato nei casi in cui l’avviso sia affetto da vizi genetici che incidono alla radice sulla sua validità, posto che non è predicabile, all’evidenza, un diritto soggettivo alla conclusione di una procedura concorsuale o selettiva contra ius, diritto a maggior ragione non ravvisabile nella fattispecie, nella quale si sostiene che l’amministrazione nella determinazione dei contingenti non avrebbe rispettato i limiti posti dall’art. 97, ultimo comma, Cost. (conf. Cass. n. 9808/2020).
Cass. n. 814/2020
La questione controversa attiene all’applicabilità dell’art. 34, comma 3, del CCNL 16.2.1999, per il personale non dirigenziale del comparto Ministeri, alla progressione economica all’interno delle aree, che lo stesso CCNL disciplina all’art. 17.
In particolare, nell’esercizio del potere di interpretazione diretta delle disposizioni contrattuali attribuito dal d.lgs. n. 165/2001 e dall’art. 360 n. 3 cod. proc. cìv., questa Corte è chiamata a stabilire se le parti collettive, nel prevedere che «le mansioni superiori formalmente conferite prima dell’entrata in vigore del presente CCNL o successivamente per i casi previsti dall’art. 24, commi 2 e 3 sono valutate – nell’ambito della determinazione dei criteri generali per la definizione delle procedure di’ selezione interna – tra tutti gli altri elementi e titoli presi in considerazione purché non in modo esclusivo», abbiano voluto dettare un criterio da valere in ogni ipotesi di valutazione comparativa dei dipendenti, limitando di conseguenza gli spazi di intervento della contrattazione integrativa, o se, al contrario, abbiano inteso riferirsi alle sole procedure disciplinate dall’art. 15 lett. a) dello stesso contratto.
Nel sistema di classificazione del personale delineato dal CCNL 1999, fondato sulla previsione di aree di inquadramento alle quali ricondurre i profili professionali che, se esprimenti differenti gradi di complessità e di contenuto della prestazione, possono essere collocati in posizioni economiche diverse ( art. 13), la progressione economica in senso stretto rimane circoscritta alle posizioni super, rispetto alle quali l’art. 17 prescrive che le stesse devono essere attribuite « sulla base di criteri – definiti nel contratto collettivo integrativo di amministrazione – ispirati alla valutazione dell’impegno, della prestazione e dell’arricchimento professionale acquisito, anche attraverso interventi formativi e di aggiornamento.
L’art. 15 del CCNL disciplina, invece, alla lettera a), il passaggio tra aree, stabilendo che lo stesso avviene «mediante procedure selettive volte all’accertamento dell’idoneità e/o della professionalità richiesta previo superamento di corso-concorso con appositi criteri stabiliti dall’amministrazione con le procedure indicate nell’art. 20», ed alla lettera b) il passaggio da una posizione all’altra all’interno dell’area, conseguibile, nei limiti dei contingenti previsti, «mediante percorsi di qualificazione ed aggiornamento professionale con esame finale, al termine dei quali sarà definita una graduatoria per la cui formulazione sarà considerato, in ogni caso, elemento determinante la posizione economica di provenienza. Sono considerati altresì elementi utili, l’esperienza professionale acquisita e il possesso di titoli di studio e professionali coerenti con i processi di riorganizzazione o innovazione tecnologica.
La distinzione fra le procedure trova poi riscontro nell’art. 20 del CCNL che, nel disciplinare le relazioni sindacali con riferimento al sistema classificatorio, rimette alla contrattazione integrativa la «determinazione dei criteri generali per la definizione delle procedure per le selezioni di cui all’art. 15, lett. B)» ( art. 20 lett. a), mentre prevede solo un obbligo di informazione preventiva e di concertazione quanto alla «determinazione dei criteri generali per la definizione delle procedure di selezione interna di cui al medesimo art. 15, lett. A)» ( art. 20 lett. b).
E’, quindi, a queste ultime procedure che si riferisce l’art. 34 ed a detta conclusione si perviene, da un lato, valorizzando l’espressione letterale utilizzata, che richiama esattamente quella di cui all’art. 20 lett. b), dall’altro considerando che per le altre forme di valutazione comparativa le parti collettive, agli artt. 15 lett. b) e 17 comma 2, hanno indicato gli elementi da valorizzare ai fini dell’attribuzione della posizione economica, senza fare cenno all’esercizio di mansioni superiori e senza introdurre in relazione allo stesso alcun vincolo per la contrattazione integrativa.
Cass. n. 713/2020
Qualora il bando quale lex specialis della procedura selettiva esiga come requisito utile ai fini della qualificazione professionale un determinato titolo culturale si è in presenza di una clausola che può essere eterointegrata solamente dall’equipollenza ex lege, nella specie determinata in modo tale da escluderla in termini assoluti da un atto amministrativo generale quale la tabella di omogeneità del MIUR
Cass. n. 34557/2019
L’atto con il quale l’amministrazione revochi un’assunzione o un incarico a seguito dell’annullamento della procedura concorsuale o dell’inosservanza dell’ordine di graduatoria «equivale alla condotta del contraente che non osservi il contratto stipulato ritenendolo inefficace perché affetto da nullità, trattandosi di un comportamento con cui si fa valere l’assenza di un vincolo contrattuale» ( Cass. nn. 8328/2010, 19626/2015, 13800/2017, 7054/2018, 194/2019, 17002/2019 e Cass. S.U. n. 2396/2014), principio sulla base del quale si è ritenuto che nel settore scolastico fossero affetti da nullità i contratti stipulati in violazione delle norme speciali che disciplinano le modalità di reclutamento (fra le più recenti Cass. n. 13800/2017).
Cass. n. 30992/2019
Nell’impiego pubblico contrattualizzato, poiché alla stipula del contratto di lavoro si può pervenire solo a seguito del corretto espletamento delle procedure concorsuali previste dall’art. 35, comma 1, lett. a) del d.lgs. n. 165/2001 o, per le qualifiche meno elevate, nel rispetto delle modalità di avviamento di cui al combinato disposto del richiamato art. 35, comma 1, lett. b) e degli artt. 23 e seguenti del d.P.R. n. 487/1994, la mancanza o l’illegittimità delle richiamate procedure si traduce in un vizio genetico del contratto, affetto, pertanto, da nullità, che l’amministrazione, in quanto tenuta a conformare il proprio comportamento al rispetto delle norme inderogabili di legge, può fare unilateralmente valere, perché anche nei rapporti di diritto privato il contraente può rifiutare l’esecuzione del contratto nei casi in cui il vizio renda il negozio assolutamente improduttivo di effetti giuridici (v. in particolare Cass. 25 giugno 2019, n. 17002; Cass. 7 maggio 2019, n. 11951).
Il principio di diritto è stato affermato in continuità con un orientamento già espresso da questa Corte, la quale da tempo ha evidenziato che l’atto con il quale l’amministrazione revochi un’assunzione o un incarico a seguito dell’annullamento della procedura concorsuale o dell’inosservanza dell’ordine di graduatoria «equivale alla condotta del contraente che non osservi il contratto stipulato ritenendolo inefficace perché affetto da nullità, trattandosi di un comportamento con cui si fa valere l’assenza di un vincolo contrattuale» (Cass. nn. 8328/2010, 19626/2015, 13800/2017, 7054/2018, 194/2019).
In ordine al rapporto fra procedura concorsuale e contratto di impiego si è evidenziato che gli atti principali della procedura presentano una duplicità di natura giuridica, poiché il bando e la graduatoria finale, pur inserendosi nell’ambito del procedimento di evidenza pubblica, hanno anche la natura sostanziale, rispettivamente, di proposta al pubblico e di atto di individuazione del futuro contraente (Cass., Sez. Un., 16 aprile 2007, n. 8951; Cass., Sez. Un., 26 febbraio 2010, n. 4648; Cass., Sez. Un., 2 ottobre 2012, n. 16728). Da ciò si è tratta la conseguenza che la procedura concorsuale costituisce l’atto presupposto del contratto individuale, del quale condiziona la validità, sicché, sia l’assenza sia l’illegittimità delle operazioni concorsuali si risolvono nella violazione della norma inderogabile dettata dall’art. 35 del d.lgs. n. 165/2001, attuativo del principio costituzionale affermato dall’art. 97, comma 4, della Carta fondamentale (Cass. n. 13884/2016).
Quanto alla qualificazione del vizio assume, poi, specifico rilievo il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte le quali, nell’individuare i casi in cui la violazione di norme inderogabili rende nullo il contratto ai sensi dell’art. 1418, 1° comma, cod. civ., pur ribadendo la tradizionale distinzione tra norme di comportamento dei contraenti e norme di validità del contratto, hanno precisato che a quest’ultima tipologia vanno attratte non solo quelle disposizioni che si riferiscono alla struttura ed al contenuto del regolamento negoziale ma anche quelle che «in assoluto, oppure in presenza o in difetto di determinate condizioni oggettive o soggettive,
direttamente o indirettamente, vietano la stipulazione stessa del contratto: come è il caso dei contratti conclusi in assenza di una particolare autorizzazione al riguardo richiesta dalla legge, o in mancanza dell’iscrizione di uno dei contraenti in albi o registri cui la legge eventualmente condiziona la loro legittimazione a stipulare quel genere di contratto, e simili. Se il legislatore vieta, in determinate circostanze, di stipulare il contratto e, nondimeno, il contratto viene stipulato, è la sua stessa esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa; e non par dubbio che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni – se così può dirsi – ancor più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto medesimo» (Cass., Sez. Un., n. 26724/2007).
Cass. n. 30425/2019
In materia di selezioni concorsuali, allorquando, come nella fattispecie, l’attore chieda la riformulazione della graduatoria al fine di conseguire una determinata utilità (promozioni, livelli retributivi, trasferimenti, assegnazioni di sede ecc.), il giudizio deve svolgersi in contraddittorio degli altri partecipanti al concorso coinvolti dai necessari raffronti, e, pertanto, il giudice deve ordinare l’integrazione del contraddittorio nei confronti di tutti i controinteressati, che va esclusa solo qualora la domanda sia limitata al risarcimento del danno o a pretese compatibili con i risultati della selezione (Cass.28766/2018, 988/2017, 15981/2016, 13968/2010, 15912/2009, 14914/2008).
La domanda della odierna ricorrenteera finanziata ad ottenere il riconoscimento di un maggiore punteggio in virtù della rivalutazione dell’esperienza lavorativa prestata in regime di lavoro a tempo parziale e la conseguente nomina quale vincitrice della procedura concorsuale.
Non può pertanto essere negata la configurabilità di un rapporto sostanziale plurisoggettivo, comportando l’accoglimento della domanda la produzione di effetti, in via diretta e immediata, nella sfera giuridica di soggetti diversi.
Cass. n. 26615/2019
“La graduazione della retribuzione di posizione in rapporto a ciascuna tipologia d’incarico prevista dall’art. 62 del CCNL 9.8.2000 per il personale del comparto università ha natura discrezionale e non può essere sindacata nel merito dal giudice perché in sede giudiziale il controllo è limitato al rispetto delle regole procedimentali e dei parametri valutativi nonché degli obblighi di correttezza e buona fede, i quali implicano il divieto di perseguire intenti discriminatori o di ritorsione e di determinarsi sulla base di motivazioni non ragionevoli. In tali casi il dipendente può reagire all’inadempimento dell’amministrazione esercitando l’azione di esatto adempimento, al fine di ottenere la ripetizione della procedura valutativa, o domandando il risarcimento del danno, perché il giudice non può sostituirsi al datore di lavoro nell’espressione del giudizio ed attribuire il punteggio negato, salva l’ipotesi in cui lo stesso datore abbia limitato la propria discrezionalità prevedendo punteggi fissi da attribuire in relazione a titoli oggettivamente predeterminati»
E’ configurabile un inadempimento nei casi in cui la valutazione discrezionale, sebbene insindacabile nel merito, persegua intenti discriminatori o di ritorsione, sia basata su motivazioni non ragionevoli, appaia manifestamente illogica o irrazionale, si ponga in contrasto con i criteri predeterminati che devono presiedere alle operazioni valutative (cfr. fra le tante Cass. S.U. n. 13176/2013; Cass. n. 24984/2016; Cass. n. 2141/2017).
Nelle ipotesi sopra indicate il prestatore, titolare di un diritto soggettivo all’effettivo e corretto svolgimento delle operazioni valutative (Cass. n. 23424/2004), può esercitare l’azione di esatto adempimento, al fine di ottenere la ripetizione della valutazione (cfr. fra le più recenti Cass. n. 268/2019), e può agire per il risarcimento del danno anche da perdita di chance, ma non può domandare al giudice di esprimere una diversa e più favorevole valutazione, perché la predeterminazione di criteri valutativi non trasforma in attività vincolata il giudizio discrezionale (Cass. n. 20979/2009), con la conseguenza che l’attribuzione di un diverso punteggio può essere consentita nel solo caso in cui lo stesso datore di lavoro, per autonoma iniziativa o pattiziamente, abbia vincolato la propria discrezionalità rapportando il punteggio in maniera fissa al ricorrere di un titolo o, più in generale, di un determinato presupposto fattuale ( Cass. n. 18198/2005);
I richiamati principi, condivisi e ribaditi dal Collegio, sebbene affermati in fattispecie nelle quali si discuteva della legittimità delle procedure selettive finalizzate alla progressione di carriera o all’attribuzione delle posizioni organizzative, ben possono essere estesi a tutti i casi nei quali venga in rilievo l’esercizio di un potere discrezionale del datore di lavoro pubblico, perché la discrezionalità non può legittimare scelte arbitrarie, che mortifichino immotivatamente ed ingiustificatamente l’interesse del prestatore e che, nell’impiego pubblico contrattualizzato, finiscano per risolversi nella violazione, oltre che dei canoni generali di correttezza e buona fede, dei principi di imparzialità e trasparenza imposti dall’art. 97 Cost..
Cass. n. 20915/2019
L’accesso dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni a funzioni più elevate non sfugge, di norma, alla regola del pubblico concorso e che non sono pertanto ragionevoli norme che prevedano scivolamenti automatici verso posizioni superiori (senza concorso o comunque senza adeguate selezioni o verifiche attitudinali) o concorsi interni per la copertura della totalità dei posti vacanti (v. sentenze n. 218 del 2002, n. 373 del 2002, n. 274 del 2003, n. 159 del 2005, n. 195 del 2010).
Cass. n. 20416/2019
La regola che impone l’individuazione del contraente sulla base di una graduatoria formulata all’esito della procedura concorsuale nel rispetto dei criteri imposti dalla legge e dal bando (art. 35 d.lgs. n.
165 del 2001), seppure non direttamente attinente al contenuto delle obbligazioni contrattuali, si riflette necessariamente sulla validità del negozio, perché individua un /requisito che deve imprescindibilmente sussistere in capo al contraente.
Diversamente da quanto opinano i ricorrenti, la nullità della procedura concorsuale per violazione di norme imperative di legge costituisce causa di nullità dei contratti sottoscritti in esito a tale procedura indipendentemente dalla circostanza che gli odierni ricorrenti vi abbiano dato causa e a prescindere anche dal fatto che delle irregolarità commesse nella procedura concorsuale abbiano avuto consapevolezza.
Ove, infatti, si consentisse la continuazione dello svolgimento del rapporto con un soggetto privo del requisito in parola si finirebbe per porre nel nulla la norma inderogabile, posta a tutela di interessi pubblici, alla cui realizzazione deve essere costantemente orientata l’azione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici ovvero delle società, quali l’Ama spa, alle quali si applica l’art. 18 del d.l. n. 112 del 2008 convertito con modificazioni dalla L. n. 133 del 2008 (Cass. 15506/2019, 11951/2019).
Pertanto, l’estraneità dei lavoratori agli illeciti ed alle irregolarità che connotarono la procedura culminata nell’assunzione, ove pure accertata e provata non avrebbe potuto fondare alcuna domanda volta alla continuazione del rapporto di lavoro geneticamente nullo per insussistenza dei presupposti previsti dal bando per la costituzione del rapporto di lavoro (Cass. 3644/2019).
Cass.n 17002/2019
L’art. 36 del d.lgs. n. 165/2001 ha sempre previsto, nelle diverse versioni succedutesi nel tempo, che «in ogni caso la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori da parte delle pubbliche amministrazioni non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni » e la norma, per come formulata, ha una portata generale che va oltre il più ristretto ambito di applicazione indicato dalla rubrica dell’articolo ed è idonea ad attrarre nella sfera della nullità anche il mancato rispetto delle procedure imposte per le assunzioni a tempo indeterminato dall’art. 35 del decreto.
Non a caso la disposizione ricalca esattamente la formulazione del comma 8 dell’art. 36 del d.lgs. n. 29/1993, come modificato dall’art. 22 del d.lgs. n. 80/1998, che disciplinava tutte le forme di reclutamento del personale, anche le assunzioni a tempo indeterminato, e non a caso il legislatore, ogniqualvolta ha qualificato il vizio del rapporto di impiego derivato dalla violazione delle norme inderogabili che disciplinano forme e requisiti per l’assunzione, si è espresso per la nullità della nomina o del vincolo contrattuale ( art. 3 d.p.r. n. 3/1957; art. 19 I. n. 448/2001, art. 15 I. 111/2011), nullità che è stata ravvisata anche in presenza di operazioni concorsuali espletate in forza di norma di legge dichiarata poi incostituzionale ( art. 16 I. n. 111/2011).
La regola che impone l’individuazione del contraente sulla base di una graduatoria formulata all’esito della procedura concorsuale nel rispetto dei criteri imposti dalla legge e dal bando, seppure non direttamente attinente al contenuto delle obbligazioni contrattuali, si riflette necessariamente, sulla validità del negozio, perché individua un requisito che deve imprescindibilmente sussistere in capo al contraente, di tal ché, ove si consentisse lo svolgimento del rapporto con soggetto privo del requisito in parola, si finirebbe per porre nel nulla la norma inderogabile, posta a tutela di interessi pubblici alla cui realizzazione, secondo il Costituente, deve essere costantemente orientata l’azione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici.
Cass. n. 15506/2019
L’atto con il quale l’amministrazione revochi un’assunzione o un incarico a seguito dell’annullamento della procedura concorsuale o dell’inosservanza dell’ordine di graduatoria “equivale alla condotta del contraente che non osservi il contratto stipulato ritenendolo inefficace perché affetto da nullità, trattandosi di un comportamento con cui si fa valere l’assenza di un vincolo contrattuale” (Cass. nn. 194/2019, 7054/2018, 19626/2015, 8320/2010).
Dalla natura privatistica degli atti di gestione del rapporto discende inoltre che, qualora il dipendente intenda reagire all’atto unilaterale adottato dalla P.A., deve fare valere in giudizio il diritto soggettivo che da quell’atto è stato ingiustamente mortificato e non limitarsi a sostenere l’illegittimo esercizio di poteri di autotutela, perché il giudice ordinario è giudice non dell’atto ma del rapporto e dei diritti/doveri che dallo stesso scaturiscono.
Ciò comporta che il “thema decidendum” necessariamente si estende alla sussistenza o meno della ragione di nullità fatta valere dall’amministrazione, essendo incontestabile che nel sistema privatistico l’atto nullo, in quanto improduttivo di effetti giuridici, non può essere posto dal dipendente a fondamento del diritto soggettivo azionato (Cass. 194/2019, 25018/2017).
I principi innanzi richiamati operano anche nell’ipotesi, che qui viene in rilievo, in cui l’Amministrazione risolva il rapporto di lavoro in conseguenza dell’ annullamento in tutto o in parte della procedura concorsuale da parte del giudice amministrativo (Cass. 194/2019, 6775/2017).
Gli atti principali della procedura presentano una duplicità di natura giuridica, poiché il bando e la graduatoria finale, pur inserendosi nell’ambito del procedimento di evidenza pubblica, hanno anche la natura sostanziale, rispettivamente, di proposta al pubblico e di atto di individuazione del futuro contraente (Cass. SS.UU 16728/2012, 4648/2010, 8951/2007).
La procedura concorsuale costituisce l’atto presupposto del contratto individuale, del quale condiziona la validità, sicché sia l’assenza sia l’illegittimità delle operazioni concorsuali si risolvono nella violazione della norma inderogabile dettata dall’art. 35 del d.lgs. n. 165/2001, attuativo del principio costituzionale affermato dall’art. 97, comma 4, della Carta fondamentale (Cass. n. 194/2019, 13884/2016).
Cass. n. 15004/2019
Il bando di concorso per l’assunzione di personale costituisce “lex specialis” della procedura ed ha duplice natura giuridica di provvedimento amministrativo e di atto negoziale vincolante nei confronti dei partecipanti, impegnando il datore di lavoro pubblico non solo al rispetto della norma con la quale ha delimitato la propria discrezionalità, ma anche ad adempiere l’obbligazione secondo correttezza e buona fede (fra ‘le tante: Cass. 10 luglio 2015, n. 14397; Cass. 6 maggio 2015, n. 9107).
Cass. n. 14803/2019
Nel caso di progressioni economiche interne all’area non è necessario dare applicazione al disposto di cui al dPR 487 del 1984 che disciplina le procedure concorsuali stabilendo che il possesso dei requisiti richiesti deve sussistere al momento di scadenza del termine per la presentazione della domanda.
Le Sezioni Unite di questa Corte n. 26272 del 2016, con riguardo alle controversie aventi ad oggetto i concorsi interni, hanno affermato che il riferimento all’assunzione, contenuto nel quarto comma dell’art. 63 del d.lgs. n. 165 del 2003, va inteso in senso non strettamente letterale, ma come comprendente anche le “prove selettive dirette a permettere l’accesso del personale già assunto ad una fascia o area superiore.
Dopo avere precisato che il concorso è in ogni caso rivolto all’assunzione allorché sia pubblico, cioè aperto agli esterni, ed è indifferente che vi partecipino anche lavoratori già dipendenti pubblici e che esso è ugualmente rivolto all’assunzione, ove sia riservato agli interni, quante volte risulti finalizzato ad una progressione verticale che consista nel passaggio ad una posizione funzionale qualitativamente diversa, tale da comportare una novazione oggettiva del rapporto di lavoro, le Sezioni Unite hanno affermato che in presenza di progressioni all’interno di ciascuna area professionale o categoria, secondo disposizioni di legge o di contratto collettivo, necessariamente ci si trova al di fuori dell’ambito delle attività amministrative autoritative e la Pubblica amministrazione agisce con la capacità e i poteri del datore di lavoro privato.
Ai principi innanzi richiamati, il Collegio ritiene di dare continuità, rilevando come già affermato da Cass. n. 214 del 2018, alle cui motivazioni sirimanda ex art. 118 disp. att. cod. proc. civ., che gli stessi evidenziano che la disciplina delle procedure selettive interne, finalizzate alla mera progressione economica o professionale all’interno della medesima area o fascia, è strettamente correlata a quella degli inquadramenti del personale pubblico “privatizzato”, delegificata (in quanto non esclusa dalla previsione di cui al comma primo dell’art. 40 del d.l.gs. n. 165 del 2001) ed affidata alla contrattazione collettiva chiamata a disciplinare i rapporti di lavoro dei pubblici dipendenti “privatizzati” (art. 2 c. 2 e 3, 45, 51, 52, 69 c. 1,71 del d.lgs. n. 165 del 2001), la quale, per quanto concerne le progressioni all’interno della stessa area, può derogare alle disposizioni contenute nel dPR n. 497 del 1994, nel rispetto del principio dì selettività (art. 52 c. 1 bis d.lgs. n. 165 del 2001).
Le peculiarità delle selezioni interne destinate a consentire alle amministrazioni di valorizzare le professionalità già inserite nella organizzazione dell’Ente, nei limiti in cui sono concesse (Corte Costituzionale n. 363 del 2006; Cass. n. 25194 del 2016), non consentono, infatti, di equipararle alle procedure concorsuali disciplinate dal D.P.R. n. 487 del 1994, recante le norme sull’ “accesso agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni e le modalità di svolgimento dei concorsi, dei concorsi unici e delle altre forme di assunzione nei pubblici impieghi”.
Cass. n. 14429/2019
A seguito dell’istituzione delle Agenzie fiscali operata con il d.lgs. 30 luglio 1999, n. 300, l’art. 3, comma 5, del d.lgs. 3 luglio 2003, n. 173, come autenticamente interpretato dall’art. 5, comma 1-novies del d.l. 31 gennaio 2005, n. 7, convertito nella legge 31 marzo 2005, n. 43, nel .riconoscere al personale in servizio (nella specie, all’Agenzia del demanio) l’opzione per la permanenza nel comp”arto delle agenzie fiscali ovvero per il transito ad altra P.A. non ha comportato l’insorgere di un diritto di scelta del dipendente all’individuazione dell’Amministrazione statuale a cui transitare ma solo quello di poter restare nell’ambito dei lavoratori dipendenti delle amministrazioni statali, restando alla contrattazione collettiva ovvero agli accordi tra le amministrazioni l’individuazione della soluzione più adatta per il ricollocamento del personale.» (Cass. n. 21002/2013; Cass. n. 17334/2016; Cass. n. 24451/2017).
Cass. n. 11951/2019
“Nell’impiego pubblico contrattualizzato, poiché alla stipula del contratto di lavoro si può pervenire solo a seguito del corretto espletamento delle procedure concorsuali previste dall’art. 35, comma 1, lett. a) del d.lgs. n. 165/2001 o, per le qualifiche meno elevate, nel rispetto delle modalità di avviamento di cui al combinato disposto del richiamato art. 35, comma 1, lett. b) e degli artt. 23 e seguenti del d.P.R. n. 487/1994, la mancanza o l’illegittimità delle richiamate procedure si traduce in un vizio genetico del contratto, affetto, pertanto, da nullità, che l’amministrazione, in quanto tenuta a conformare il proprio comportamento al rispetto delle norme inderogabili di legge, può fare unilateralmente valere, perché anche nei rapporti di diritto privato il contraente può rifiutare l’esecuzione del contratto nei casi in cui il vizio renda il negozio assolutamente improduttivo di effetti giuridici.
Il mancato rispetto delle quote di riserva, imposte per legge, rende invalida la graduatoria dei vincitori che di dette quote non abbia tenuto conto e determina la nullità del contratto di lavoro stipulato con un aspirante all’assunzione non ricompreso nella categoria protetta nei casi in cui il posto di lavoro doveva essere assegnato ad un riservatario”.
Non vi è dubbio che, a partire dalla conclusione del contratto, la Pubblica Amministrazione non eserciti più poteri di carattere autoritativo, ma agisca con le capacità proprie del datore di lavoro privato, sicché non può far valere la mancanza o il vizio della procedura concorsuale attraverso lo strumento tecnico-giuridico dell’autotutela.
Ciò, però, non significa che le norme inderogabili di legge che disciplinano le modalità e le forme del reclutamento non condizionino la validità del contratto concluso, bensì solo che, definita la fase concorsuale ed individuato sulla base della graduatoria il destinatario della proposta di assunzione, il vizio del negozio deve essere necessariamente ricondotto ad una delle categorie note al diritto civile ed assoggettato alla relativa disciplina.
Muovendo da detta premessa questa Corte ha da tempo affermato che l’erronea autoqualificazione del potere in termini di autotutela non comporta che per ciò solo l’agire dell’ente debba integrare inadempimento, perché il datore di lavoro pubblico è sempre al rispetto della legalità ed a conformare la propria condotta ai precetti inderogabili di legge, con la conseguenza che il giudice ordinario ben può diversamente qualificare l’atto adottato, ritenendolo illegittimo solo qualora riscontri l’insussistenza del vizio fatto valere dalla P.A. ( Cass. n. 25761/2008).
E’ stato, pertanto, affermato, e deve essere qui ribadito, che l’atto con il quale l’amministrazione revochi un’assunzione o un incarico a seguito dell’annullamento della procedura concorsuale o dell’inosservanza dell’ordine di graduatoria «equivale alla condotta del contraente che non osservi il contratto stipulato ritenendolo inefficace perché affetto da nullità, trattandosi di un comportamento con cui si fa valere l’assenza di un vincolo contrattuale» (Cass. nn. 8328/2010, 19626/2015, 13800/2017, 7054/2018, 194/2019).
In ordine al rapporto fra procedura concorsuale e contratto di impiego si è evidenziato che gli atti principali della procedura presentano una duplicità di natura giuridica, poiché il bando e la graduatoria finale, pur inserendosi nell’ambito del procedimento di evidenza pubblica, hanno anche la natura sostanziale, rispettivamente, di proposta al pubblico e di atto di individuazione del futuro contraente (Cass. S.U. 16 aprile 2007 n. 8951, Cass. S.U. 26.2.2010 n. 4648, Cass. S.U. 2.10.2012 n. 16728).
Da ciò si è tratta la conseguenza che la procedura concorsuale costituisce l’atto presupposto del contratto individuale, del quale condiziona la validità, sicché, sia l’assenza sia l’illegittimità delle operazioni concorsuali si risolvono nella violazione della norma inderogabile dettata dall’art. 35 del d.lgs. n. 165/2001, attuativo del principio costituzionale affermato dall’art. 97, comma 4, della Carta fondamentale (Cass. n. 13884/2016).
Le Sezioni Unite di questa Corte, nell’individuare i casi in cui la violazione di norme inderogabili rende nullo il contratto ai sensi dell’art. 1418, 1° comma, cod. civ., pur ribadendo la tradizionale distinzione tra norme di comportamento dei contraenti e norme di validità del contratto, hanno precisato che a quest’ultima tipologia vanno attratte non solo quelle disposizioni che si riferiscono alla struttura ed al contenuto del regolamento negoziale ma anche quelle che «in assoluto, oppure in presenza o in difetto di determinate condizioni oggettive o soggettive, direttamente o indirettamente, vietano la stipulazione stessa del contratto: come è il caso dei contratti conclusi in assenza di una particolare autorizzazione al riguardo richiesta dalla legge, o in mancanza dell’iscrizione di uno dei contraenti in albi o registri cui la legge eventualmente condiziona la loro legittimazione a stipulare quel genere di contratto, e simili.
Se il legislatore vieta, in determinate circostanze, di stipulare il contratto e, nondimeno, il contratto viene stipulato, è la sua stessa esistenza a porsi in contrasto con la norma imperativa; e non par dubbio che ne discenda la nullità dell’atto per ragioni – se così può dirsi – ancor più radicali di quelle dipendenti dalla contrarietà a norma imperativa del contenuto dell’atto medesimo» ( Cass. S.U. n. 26724/2007)
La regola che impone l’individuazione del contraente sulla base di una graduatoria formulata all’esito della procedura concorsuale nel rispetto dei criteri imposti dalla legge e dal bando, seppure non direttamente attinente al contenuto delle obbligazioni contrattuali, si riflette necessariamente, per quanto sopra detto, sulla validità del negozio, perché individua un requisito che deve imprescindibilmente sussistere in capo al contraente, di tal ché, ove si consentisse lo svolgimento del rapporto con soggetto privo del requisito in parola, si finirebbe per porre nel nulla la norma inderogabile, posta a tutela di interessi pubblici alla cui realizzazione, secondo il Costituente, deve essere costantemente orientata l’azione amministrativa dello Stato e degli enti pubblici.
Cass. n. 11787/2019
A partire dall’art. 39 della legge n. 449 del 1997, la programmazione del fabbisogno di personale è diventata parte strutturale dei piani di nuove assunzioni per una migliore gestione delle risorse finanziarie pubbliche (si veda Cass. 26 settembre 2018, n. 23019, ove è stata esclusa la nascita di alcun diritto soggettivo alla stabilizzazione dei contratti a termine per inadempimento da illegittimo ritardo che era stato configurato nel mancato avvio delle relative procedure indicate nel piano delle assunzioni, dovuto al superamento del tetto di spesa stabilito, aggiungendosi che la sussistenza di un simile diritto sarebbe ammissibile solo nell’ipotesi in cui l’interessato abbia la concreta possibilità di definire con successo la procedura).
Dalla piana lettura delle citate norme risulta evidente che, pur essendo gli atti di programmazione del fabbisogno di personale finalizzati a trovare il loro naturale sbocco nel reclutamento effettivo della forza lavoro, tuttavia essi non hanno efficacia immediatamente precettiva in quanto, nel rispetto del principio di riduzione complessiva della spesa di cui all’art. 39 della legge n. 449 del 1997 (vedi: Corte cost., sentenza n. 4 del 2004), perché possano essere avviate le procedure relative alle assunzioni programmate è, in primo luogo, necessario il relativo impegno finanziario.
Cass. n. 1388/2019
Nel lavoro pubblico, il bando di concorso per l’assunzione di personale costituisce “lex specialis” della procedura ed ha duplice natura giuridica di provvedimento amministrativo e di atto negoziale vincolante nei confronti dei partecipanti, impegnando il datore di lavoro pubblico non solo al rispetto della norma con la quale ha delimitato la propria discrezionalità, ma anche ad adempiere l’obbligazione secondo correttezza e buona fede (fra le tante: Cass. 10 luglio 2015, n. 14397; Cass. 6 maggio 2015, n. 9107).
Cass. n. 1194/2019
L’art. 15 del contratto collettivo 1998-2001 del comparto Ministeri, che disciplina i passaggi interni nell’ambito di ciascuna area professionale, non esclude la partecipazione dei dipendenti appartenenti a posizioni non immediatamente inferiori a quelle di accesso, stante l’esplicita rilevanza, ai fini della graduatoria, della posizione di provenienza e il valore meramente descrittivo del passaggio dalla posizione “C2” alla posizione “C3” nella tabella riepilogativa dei passaggi interni; inoltre, il passaggio, riferito a posizioni economiche all’interno di una medesima area, è limitato ai posti preventivamente individuati, all’esito di un percorso di riqualificazione nell’ambito di un procedimento selettivo per esami e titoli, sicché l’accesso “per saltum” previsto dalla menzionata disposizione contrattuale, condizionato agli esiti del corso e dell’esame finale e all’utile collocazione nella graduatoria di merito, non presenta profili di contrasto con i principi costituzionali, in particolare con l’art. 97 Cost., posto che non implica la progressione del personale dipendente in modo automatico e generalizzato o l’automatica valorizzazione della sola anzianità” (Così Sez. Un. n.23329 del 2009, seguita da Cass. n.6502 del 2012; n.9294 del 2014; n.4435 del 2015; n.15981 del 2016, n.1892 del 2017 e n. 4436 del 2018).
Cass. n. 31175/2017
Dall’approvazione della graduatoria discende il diritto all’assunzione del partecipante collocato in posizione utile della graduatoria, cui corrisponde l’obbligo di adempimento dell’amministrazione assoggettato al regime di cui all’art 1218 c.c. (Cass. SSUU 8951/2007; 1399/2009).
Cass. n. 30930/2017
Questa Corte con riguardo alla progressione di carriera dei dipendenti dell’Inps, ha affermato che: l’art. 14, comma 14, del d.P.R. n. 43 del 1990 – nel condizionare l’accesso ai livelli differenziati di professionalità ad un concorso per titoli cui possono partecipare i dipendenti, appartenenti alla decima qualifica funzionale, in possesso di una data anzianità e che abbiano, per un determinato periodo, effettivamente prestato servizio nella predetta qualifica – ha inteso riconoscere l’aumento retributivo solo a coloro che si fossero dimostrati più meritevoli, correlando la progressione economica al maggior valore professionale della prestazione resa; tale normativa va letta in coerenza con i principi di perequazione retributiva – ricavabili dal combinato disposto degli articoli 3, primo comma, e 36, primo comma, della Costituzione e dalla normativa in materia di pubblico impiego (art. 45 del D.Igs 165 del 2001, che ha recepito l’art.49 del d.lgs n.29 del 1993, come sostituito dall’art.23 del d.lgs n.546 del 1993 – e di buon andamento e imparzialità dell’amministrazione pubblica (art. 97 II comma Cost.).
Sicché la progressione economica deve tradursi nel correlato maggior valore professionale della prestazione richiedibile, e quindi in un risultato del quale l’amministrazione possa effettivamente valersi, il quale solo giustifica l’incremento patrimoniale; l’introduzione (ad opera dell’art. 14 del DPR 13.1.1990 n. 43, aggiunto dall’art. 13 del D.L. n. 344 del 1990, convertito con modificazioni in L.n. 21 del 1991) dei concorsi per titoli rispetto alle precedenti mere progressioni automatiche di anzianità ha perseguito la finalità di correlare la progressione stipendiale al maggior impegno professionale manifestato ossia all’accertamento, mediante concorso per titolo, dì una acquisita maggiore capacità professionale rispetto agli altri concorrenti che rappresentasse garanzia di una “migliore organizzazione dell’amministrazione” ed una maggiore affidabilità al fine dell’assegnazione di mansioni più complesse (Cass. n. 4448, 4325, 3377, 3376, 2815, 2506 del 2017 e n. 7424 del 2016).