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Timestamp: 2018-11-19 17:43:16+00:00
Document Index: 56013212

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Obbligo di verifica delle conoscenze e manualità minimali dei collaboratori
12 06, 2013 | Area Medica
C.P.A., ricorre, a mezzo del suo difensore, avverso la sentenza 25 ottobre 2012 della Corte di appello di Venezia 1. le difformi decisioni dei giudici di merito.
L’odierno procedimento è nato dalla querela presentata da Co.
G.M. nei confronti di N. e del dr. C. nella quale si descrivevano le conseguenze lesive subite, a seguito di un intervento consistito nell’applicazione di un impianto endoosseo da parte del N. il quale operava, privo della prescritta abilitazione, all’interno dello studio in cui il dottor C. esercitava la professione di medico odontoiatra.
Con sentenza in data 24 aprile 2009, il Tribunale di Treviso in composizione monocratica dichiarava C.P.A. responsabile del reato di cui agli artt. 110 e 348 c.p., contestato al capo A) e, concesse le attenuanti generiche, lo condannava alla pena di Euro 300 di multa, con il beneficio della non menzione della condanna; assolveva l’imputato dal delitto di lesioni in danno del querelante Co. contestato al capo B) per non aver commesso il fatto.
Secondo l’ipotesi accusatoria, il C., in qualità di medico responsabile dal 2001 al 7/12/05 dello studio dentistico corrente in X. , consentiva a N.W. di esercitare abusivamente la professione di medico odontoiatra eseguendo le prestazioni descritte nel capo di imputazione (capo A);
inoltre, attraverso tale attività concorsuale, lì consentiva al N. stesso di eseguire un intervento di applicazione di un impianto endosseo in settore premolare inferiore destro del paziente CO., applicazione contraddistinta da grave colpa, a seguito della quale derivavano al paziente lesioni personali con incapacità protratta per oltre 40 giorni (capo B).
Con sentenza 25 ottobre 2012, a seguito dell’appello proposto dal Procuratore generale e dall’imputato C. (il N. ha definito la sua posizione con richiesta di applicazione della pena), la corte distrettuale, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Treviso, ha confermato la responsabilità per il capo A) e ha dichiarato l’imputato responsabile anche del reato di cui al capo B). Riconosciute le attenuanti generiche equivalenti alla contestata aggravante, ritenuto il concorso formale tra i reati, più grave il reato sub B), la Corte di appello ha condannato il C. alla pena di mesi 1 e giorni 3 di reclusione. Pena sospesa.
Con un primo motivo di impugnazione viene dedotta inosservanza ed erronea applicazione della legge, in relazione all’art. 348 c.p..
Questa Corte si è invero ripetutamente espressa nel senso che risponde a titolo di concorso (cfr. sentenza ultima citata 42174/12) nel delitto de quo chiunque consenta o agevoli lo svolgimento da parte di persona non autorizzata di attività professionale per cui è richiesta come nella specie una specifica abilitazione dello Stato (cfr. Cass. pen. sez. 6, 17893/2009, Zuccarelli; 13170/2012, Colleoni).
E quanto fosse semplice il primo accertamento (titoli) lo si rileva dalla stessa narrativa del ricorso, laddove consta che nella specie, è bastato il mero “contatto” con l’ordine dei medici per ricevere conferma di quanto esposto in denuncia (circa la non iscrizione nell’albo) e che identico convergente risultato ha dato l’esito di domande tecniche (competenza professionale) rivolte dal dr. C., che le ha definite addirittura “domandine”, al N. in punto di fisologia, fisiopatologia e di farmacologia.