Source: http://www.dirittoegiustizia.it/news/23/0000061347/Tariffe_non_e_una_parolaccia.html
Timestamp: 2020-07-11 13:40:08+00:00
Document Index: 8747359

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 12', 'art. 11', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 96', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 11', 'art. 1', 'art. 91', 'art. 11', 'art. 91', 'art. 3', 'art. 91', 'art. 13']

«Tariffe» non è una parolaccia! - PROFESSIONE | Diritto e Giustizia
Tra gli elementi di maggiore novità spiccano:
- la reintroduzione della previsione che i compensi siano sempre dovuti dal cliente all’avvocato, indipendentemente dalle statuizioni del giudice sulle spese giudiziali (art. 2),
- un deciso aumento dei compensi,
- un limite unico per l’aumento e/o la diminuzione dei parametri da parte del giudice fissato al 30% (art. 5, comma 1),
- l’aggiunta di una nuova fase, quella delle “prestazioni post decisione”, che si va ad aggiungere a quelle (introdotte dal D.M. 140/2012) di studio della controversia, introduzione del procedimento, istruttoria, decisoria ed esecutiva (art. 5, comma 8),
- una rimodulazione degli scaglioni di valore,
- una suddivisione in ben 37 tabelle dei compensi per le diverse prestazioni e giudizi,
- la previsione della possibilità di:
a) aumentare il compenso dell’avvocato che assista e difenda più soggetti aventi la stessa posizione processuale nella misura del 20% per ogni soggetto oltre il primo, fino a un massimo di dieci soggetti, e non più, genericamente fino al doppio a prescindere dal loro numero (art. 5, comma 4),
b) ridurre del 30% il totale del compenso dovuto per ciascuna parte ove l’assistenza e la difesa, pur nell’identità di posizione processuale dei vari clienti, comporti l’esame di singole situazioni particolari di fatto e di diritto rispetto all’oggetto della causa (art. 5, comma 6),
c) maggiorare del 20% il compenso dell’avvocato nel caso in cui assista ambedue i coniugi nel procedimento per separazione consensuale (art. 5, comma 5),
- una rideterminazione del compenso spettante all’avvocato nell’ipotesi di conciliazione giudiziale della controversia pari alla metà del valore indicato per la fase decisionale oltre quello già maturato per l’attività svolta (art. 5, comma 9),
- la scomparsa della riduzione al 50% dei compensi spettanti per le controversie di lavoro il cui valore non superi 1.000 euro, e per quelle per l’indennizzo da irragionevole durata del processo,
- la fissazione della misura del compenso spettante agli praticanti avvocati, abilitati al patrocinio alla metà di quello spettante all’avvocato (art. 9),
- la reintroduzione (art. 12) di un autonomo diritto all’indennità di trasferta (gli affari e le cause fuori dal domicilio professionale) e al rimborso delle spese, se non determinate in convenzione a norma dell’art. 11 della materia stragiudiziale…che però non è purtroppo rinvenibile nella bozza…
- la fissazione di un compenso per l’avvocato incaricato dal cliente o dal difensore di svolgere funzioni di procuratore/domiciliatario, fatta salva la eventuale diversa determinazione convenzionale, al 10% dei compensi per le fasi processuali che lo stesso domiciliatario ha effettivamente seguito e comunque rapportato alle prestazioni concretamente svolte (art. 8, comma 2),
- la mancata riproposizione dell’art. 10 che sanciva pei casi di responsabilità processuale ai sensi dell’art. 96 c.p.c. ovvero, comunque, per quelli d’inammissibilità o improponibilità o improcedibilità della domanda, una riduzione del compenso dovuto all’avvocato del soccombente (di regola) del 50%.
Non ho invece trovato, stranamente, alcun riferimento alle spese forfettarie (o generali), che pure, l’art. 13, comma 10, della nuova legge professionale espressamente riconosce e che, sempre secondo lo stesso articolo, dovrebbero essere regolamentate con le forme previste dal comma sesto.
La stranezza, peraltro, non è forse casuale dato che la bozza sembra poter essere temporalmente (ed inspiegabilmente) collocabile nel mese di luglio 2012, in data addirittura antecedente al vituperato decreto parametri.
Certo che dovendosi presentare una bozza di proposta sarebbe stato lecito attendersi un maggior sforzo nel senso dell’aggiornamento e della completezza...
Ciò detto, la bozza non mi convince granché. Non ne condivido in particolare l’impostazione, sostanzialmente per due ordini di ragioni.
Inutile chiamare parametri quelle che sono delle vere e proprie tariffe. Il primo è terminologico ed è una critica che è comune al vigente decreto parametri. Mi pare francamente inutile continuare a chiamare parametri quelle che sono, di fatto, delle tariffe.
Gli unici veri e propri parametri (puri) previsti dal D.M. 140/2012 sono forse quelli fissati dall’art. 3, commi 1 e 2, per l’attività stragiudiziale: L’attività stragiudiziale è liquidata tenendo conto del valore e della natura dell’affare, del numero e dell’importanza delle questioni trattate, del pregio dell’opera prestata, dei risultati e dei vantaggi, anche non economici, conseguiti dal cliente, dell’eventuale urgenza della prestazione.
Si tiene altresì conto delle ore complessive impiegate per la prestazione, valutate anche secondo il valore di mercato attribuito alle stesse.
In tale articolo non si prevedono cifre, numeri, ma solo degli indici (non direttamente numerici) e dei criteri orientativi per la liquidazione da parte del giudice dei compensi spettanti agli avvocati in campo stragiudiziale e forse, non a caso, sono proprio quelli che hanno creato più incertezze e difficoltà applicative…
Anche nella bozza di proposta in esame l’unico articolo che può considerarsi individuare dei parametri è forse l’art. 5. Esso prevede infatti che:
da parte del giudice deve tenersi conto delle caratteristiche e del pregio dell’attività prestata, quali importanza dell’opera, natura e valore della pratica, quantità delle attività compiute, condizioni soggettive del cliente, risultati conseguiti, numero delle questioni trattate, contrasti giurisprudenziali, quantità e contenuto della corrispondenza intrattenuta dall’avvocato con il cliente e con gli altri soggetti nel corso della pratica.
Ancora una volta manca la predeterminazione di importi che remunerino le attività compiute dall'avvocato e, in loro vece, vengono indicati dei parametri che il giudice dovrà considerare nel liquidare il compenso maturato dall'avvocato.
La finalità in questo secondo caso è purtuttavia quella di operare delle mere maggiorazioni o diminuzioni percentuali entro un +20% (casi di cui al quinto comma), +30% (casi di cui al primo comma), -30% (casi di cui al sesto comma), +200% (casi di cui al secondo comma) +400% (casi di cui al terzo comma) di quanto previsto dalle ben trentasette tabelle proposte.
Possiamo quindi definire questi dei parametri cc.dd. spurii, dato che sono destinati ad incidere, solo in seconda battuta, giustificando i predetti aumenti percentuali, su degli importi pre-determinati.
Per il resto quelli che finora ci hanno spacciato per parametri sono nientepopodimeno (avverbio che mira in parte a rendere l'idea di quanto non mi piacciano) che delle vere e proprie (nuove) tariffe.
Il punto di riferimento sono, infatti, sempre e solo gli importi prefissati per le diverse attività professionali (per mere ragioni di opportunità raggruppate in fasi) ai quali quindi può essere riconosciuta natura sostanziale di tariffe, dato che consistono, come da definizione del vocabolario, in «una serie di prezzi prefissati di servizi».
Solo che, invece di elencare un compenso per ogni attività tipizzata dalle precedenti tariffe, col D.M. 140/2012 ed oggi con la bozza del C.N.F. si è scelto di fissare un unico compenso per ognuna delle fasi nelle quali sono state inserite diverse singole attività (alcune delle quali, non a caso, continuano ad essere esemplificativamente elencate nell’art. 11 del D.M. 140/2012 per chiarire cosa rientri in ogni singola fase).
I c.d. parametri per i compensi degli avvocati (sia quelli vigenti, sia quelli ora proposti dal C.N.F.) non ritengo consistano, insomma, in meri indici o criteri ai quali il giudice può fare riferimento per orientare la propria discrezionalità nella fase liquidativa ma, di fatto, in vere e proprie tariffe rinominate, rivedute e corrette e riproposte con una nuova veste grafica. Nuova veste grafica, lo si ripete, ottenuta solo con l'accorpamento di più attività in un’unica fase...una sorta di diversa impaginazione...o un nuovo layout per usare un termine più grafico-informatico.
Il che non vale certamente a trasformare una voce di tariffa (ora cumulativamente presentata) in un parametro.
Ho quindi l'impressione che gli unici scopi (entrambi, ahimè, raggiunti) sottesi a tale operazione di mistificazione denominatoria e maquillage grafico, portato a compimento con l’alibi della necessità di una maggior semplificazione e chiarezza, siano stati due:
- il primo (indicibile), di ridurre i compensi degli avvocati (nonostante fossero fermi ai valori del 2004),
- il secondo (surrettiziamente introdotto), di ampliare i margini di discrezionalità del giudice, fino agli (attuali) limiti dell’arbitrio cui pericolosamente tende l'art. 1, comma 7, D.M. 140/2012 (In nessun caso le soglie numeriche indicate, anche a mezzo di percentuale, sia nei minimi che nei massimi, per la liquidazione del compenso, nel presente decreto e nelle tabelle allegate, sono vincolanti per la liquidazione stessa).
È evidente che entrambe le predette finalità potevano essere perseguite anche lasciando inalterato il vecchio nomen di tariffe, da un lato, semplicemente, riducendole e dall’altro consentendo al giudice di discostarsene, previa necessaria adeguata motivazione, entro prefissati limiti percentuali in aumento o diminuzione.
Quanto all’esigenza di semplificazione direi proprio non possa considerarsi raggiunta con i vigenti parametri, né affatto raggiungibile con quelli ora proposti dal C.N.F..
Semplificare non vuol necessariamente dire accorpare. Accorpando si generalizza a discapito del dettaglio, della precisione e, a ben guardare, anche della semplicità e della chiarezza.
Si facilita forse il lavoro di chi dovendo liquidare i compensi degli avvocati non voglia perderci troppo tempo e l'attività di chi voglia farsi da sé un'idea, magari online, del costo dell'attività di un avvocato, senza troppi approfondimenti e senza un'esatta cognizione.
Come se si trattasse di un prodotto o di un qualsiasi servizio basico.
Rapidamente, soprattutto rapidamente, come tutte le cose da un po' di tempo a questa parte...
Tutti noi sappiamo però che il patrocinio legale è un'attività complessa e non sempre omogenea. Un'attività, di rilievo costituzionale, che non può essere omologata e comparata con altre prestazioni professionali.
Un'attività, insomma, che non può essere liquidata (in tutti i sensi) frettolosamente e che per sua natura mal si presta a generalizzazioni.
L’ansia da semplificazione e il risultato che ne è sinora conseguito appare pertanto chiaramente in contrasto con l’aspirazione:
- a poter rappresentare al cliente e/o al giudice come è stato svolto l'incarico e quali attività sono state effettivamente svolte;
- a veder valorizzate e remunerate, anche nelle liquidazioni giudiziali, tutte e non solo alcune delle attività svolte dall’avvocato nell'interesse del cliente;
- ad ottenere un ridotto scarto, se non proprio un’uguale remunerazione, dell’attività professionale sia che si guardi al rapporto cliente-avvocato che a quello parte-controparte (ex art. 91 c.p.c.) al fine d’evitare che i costi necessari a far valere in giudizio un diritto rimangano anche solo in parte a carico della parte che ha ottenuto tutela in sede giudiziale;
- ad ottenere prassi liquidatorie dei compensi professionali omogenee sul territorio nazionale senza il rischio di risultati imprevedibili e assolutamente diversificati con buona pace della certezza del diritto, del principio di uguaglianza e in ultimo della stessa giustizia.
Francamente la suddetta operazione appare anche in contrasto con una delle asserite (ma forse pretestuose) finalità della riforma, perché l’inseguita esigenza di chiarezza e trasparenza è in netto contrasto con l’inclusione in ogni singola fase di plurime attività, delle quali, oltretutto alcune magari concretamente solo eventuali (quali ad es. ex art. 11, commi 3 e 4, D.M. 140/2012: «le rinnovazioni o riassunzioni della domanda, la designazione di consulenti di parte, l'esame delle deduzioni dei consulenti d'ufficio o delle altre parti, la notificazione delle domande nuove o di altri atti nel corso del giudizio compresi quelli al contumace, le relative richieste di copie al cancelliere», ecc…).
Volendo fornire al giudice un'indicazione delle concrete attività svolte al fine di consentirgli una corretta liquidazione del compenso dell'avvocato cosa si dovrebbe fare? Predisporre una dettagliata indicazione di tali attività sotto forma di nota spese old style (secondo il layout d'uso ante parametri)?
Se l’avvocato ha compiuto solo alcune di tali attività è giusto, chiaro e trasparente nei confronti del cliente e della controparte soccombente liquidare comunque il compenso per tutta la fase? Ed è giusto liquidare, a parità di valore di causa, lo stesso importo (magari per comodità pigramente livellato sui valori medi ottenibili con i parametri) a due avvocati che abbiano svolto diverse (anche da un punto di vista quantitativo) attività processuali?
Come procedere poi alla liquidazione in tale ipotesi? Decurtando i compensi ex artt. 1 comma 4, 4 commi 2 e 3, e 11, comma 1, D.M. 140/2012? A Udine come a Palermo? Con quali garanzie di omogeneità e di certezza (almeno in tema di art. 91 c.p.c.) del diritto?
E se l’avvocato o il cliente recedono dal contratto di patrocinio durante una singola fase senza averla completata come dovrà liquidarsi il compenso al legale?
Lo chiedo anche chi risponderà che il problema, almeno nel rapporto avvocato-cliente, non si pone ove si sia concluso un contratto. Come disciplinare tale ipotesi? Penalizzando l’avvocato o il cliente? Ed è lecito ricorrere a complicate pattuizioni (per di più di assai dubbia efficacia) comprendenti penali, multe penitenziali, corrispettivi a forfait, ecc…?
Su tal punto anche la proposta del C.N.F. che malauguratamente si adegua alla criticata classificazione denominatoria (i.e. "parametri") inaugurata dal D.M. 140/2012 non è affatto di aiuto limitandosi all’art. 3 a prevedere che: In relazione all’attività prestata dall’avvocato nei giudizi iniziati ma non compiuti, il cliente deve all’avvocato i compensi maturati per l’opera svolta fino alla cessazione del rapporto professionale. A tal fine, l’accordo recante la pattuizione del compenso dovuto all’avvocato potrà prevedere un compenso variabile in funzione dell’attività svolta.
Come si farà in quei casi dato che non abbiamo più singole attività ma fasi omnicomprensive?
Volendo inseguire il fine della semplificazione e della chiarezza sarebbe allora più semplice abbandonare l’impostazione delle fasi e tornare a quella delle singole attività riducendo magari, ora che ne si ha l’occasione, in modo deciso le numerose voci della vecchia tariffa professionale (le 45 voci di diritti previsti dalla tabella B per il processo di cognizione erano effettivamente troppe), aggiornandole ed indicandone chiaramente il contenuto (abbandonando vocaboli oscuri ed obsoleti) e il costo.
Non vedo infatti perché la semplificazione non possa essere ottenuta, anche senza stravolgere la vecchia impostazione delle tariffe forensi, semplicemente sfrondandole e magari rinominandone alcune allo scopo di renderne intelligibile il contenuto.
Si tratterebbe sempre di fare chiarezza e assicurare la trasparenza raggiungendo però anche l’equità e l’effettività della tutela giudiziale posto che, tra l’altro, non liquidando in modo appropriato le spese di soccombenza ex art. 91 c.p.c. si finisce per denegare giustizia.
Un ritorno al futuro per tutta l'Avvocatura. Né si dica che siccome l’art. 13, commi 6 e 7, della nuova legge professionale fa riferimento ai parametri il ritorno alle tariffe non potrebbe costituire valida soluzione a tutti i problemi evidenziati e che un'eventuale proposta del C.N.F. che andasse in quella direzione sarebbe pertanto inopportuna.
Abbiamo infatti già visto che una diversa scelta terminologica non può considerarsi vincolante ove ad essa non corrisponda nella sostanza un effettivo contenuto.
Peraltro il nostro legislatore (primario e secondario) ha di fatto finora utilizzato tale termine oltretutto senza nemmeno pretenderne o indicarne un preciso ambito.
Lo stesso decreto-legge 24 gennaio 2012, n. 1 convertito, con modificazioni nella legge 24 marzo 2012 n. 27, che ha abrogato le previgenti tariffe e ha per la prima volta indicato la necessità di prevedere dei nuovi parametri, non specifica alcunchè sul punto facendo quindi ritenere lecita ogni iniziativa mediante la quale si forniscano comunque adeguati indici per determinare la remunerazione dell’attività forense.
Insomma nulla pare ostare a che tariffe e parametri possano essere utilizzati come sinonimi o varianti terminologiche dovendo consistere necessariamente, per quanto riguarda i compensi degli avvocati e le sottese esigenze di certezza del diritto, precisione, chiarezza, equità e giustizia, in valori ed unità di misura...,in ogni caso, in numeri.
Non rimane che sperare che l'O.U.A., la Cassa forense e i diversi Ordini e associazioni forensi ai quali è stata trasmessa la bozza di proposta dei nuovi parametri da parte del C.N.F. in attuazione dell’articolo 13 del nuovo ordinamento professionale, per opportuna consultazione, in vista della stesura definitiva da inviare al Ministero della giustizia si facciano promotori e propugnatori di un ritorno alle tariffe, previo loro aggiornamento, riduzione e riformulazione, anche grafica.
Lungi dal costituire un'inattuale restaurazione si tratterebbe senz'altro di un ritorno al futuro per tutta l'Avvocatura.