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Timestamp: 2017-10-18 09:27:50+00:00
Document Index: 154068037

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art.147', 'art. 2361', 'art. 2361', 'art. 2479', 'art. 111', 'art. 2479', 'e contrario', 'art.2497', 'sentenza ', 'art. 2361', 'art. 2361', 'art. 2479']

Fallimento esteso alle società di capitali socie di fatto
E' fallibile una società di capitali, nella specie SRL, che si accerti essere socia di una società di fatto insolvente.
Decisione: Sentenza n. 12120/2016 Cassazione Civile - Sezione I
Parole chiave: fallimento - società di fatto - società di capitali socia di società di fatto - fallibilità - sussiste
Il curatore di un fallimento relativo a una SRL impugnava la sentenza della Corte di Appello con la quale, in accoglimento del reclamo avverso la sentenza del Tribunale, veniva revocato il fallimento verso la società di fatto ritenuta esistente tra la SRL, già dichiarata fallita, e un soggetto persona fisica; oltre che al fallimento di quest'ultimo soggetto personalmente e della SRL quali soci illimitatamente responsabili.
A giudizio della Corte di Appello, «in nessuna sua parte l'art.147 l.f. potrebbe giustificare l'estensione del fallimento, già dichiarato in capo ad una società a responsabilità limitata, altresì ad un terzo, da qualificare socio esterno illimitatamente responsabile con essa, in un sodalizio di fatto così preposto alla titolarità di una comune "impresa irregolare". Le uniche ipotesi di estensione, verso il socio occulto ma da una società di persone ovvero verso la società di fatto ma muovendo dal fallimento individuale, non si attagliavano alla fattispecie».
La Cassazione ritiene fondato il primo dei due motivi di ricorso, che assorbe il secondo, pronunciandosi per l'accoglimento del ricorso.
La Suprema Corte si richiama, innanzitutto, alla recente pronuncia sul tema della fallibilità di una società di capitali socia di una società di fatto insolvente: «Questa Corte ha recentemente dato risposta positiva all'interrogativo circa la fallibilità di una società di capitali, nella specie società a responsabilità limitata, che si accerti essere socia di una società di fatto insolvente, allorché la partecipazione sia stata assunta in mancanza della previa deliberazione assembleare e della successiva indicazione nella nota integrativa al bilancio, richieste dall'art. 2361, co. 2 cod.civ. (Cass. 1095/2016), atti dettati a tutela dei soci e, rispettivamente, dei creditori sociali. E stato deciso che proprio la partecipazione di una società a responsabilità limitata in una società di persone, anche di fatto, non esige il necessario rispetto dell'art. 2361, co. 2, c.c., dettato per le società per azioni, e costituisce un atto gestorio proprio dell'organo amministrativo, il quale non richiede - almeno allorché l'assunzione della partecipazione non comporti un significativo mutamento dell'oggetto sociale - la previa decisione autorizzativa dei soci, ai sensi dell'art. 2479, Co. 2, n. 5, cod.civ.».
Il Collegio precisa, in particolare, il richiamo delle disposizioni si attuazione al codice civile con riferimento alle sole SRL: «Con esclusivo riferimento alle s.r.1., si è anche aggiunto che l'art. 111duodecies disp. att. cod.civ. — che detta prescrizioni in tema di bilancio delle società in nome collettivo e in accomandita per azioni i cui soci illimitatamente responsabili siano unicamente società di capitali - si limita ad annoverare le s.r.l. fra le società che possono assumere partecipazioni in società di persone».
Con la precisazione che «Va escluso, poi, che la partecipazione della s.r.l. ad una società di persone rientri nelle operazioni comportanti "una rilevante modificazione dei diritti dei soci" che, ai sensi dell'art. 2479 co.2, n. 5 cod.civ., sono - come detto - riservate alla competenza dell'assemblea: la modifica derivante dall'acquisto della partecipazione consiste infatti nell'assunzione da parte della s.r.l. della responsabilità illimitata per le obbligazioni della partecipata, mentre non muta la posizione dei soci, che continuano ad essere vincolati nei limiti del conferimento.».
Dopo aver affrontato l'inquadramento sistematico di diverse questioni, tra le quali la teorica della società apparente e i livelli di protezione dei creditorie dei terzi dell'imprenditore effettivo, individuale e collettivo, e dell'imprenditore apparente societario, la Corte chiarisce che è fondamentale il rigoroso accertamento, da parte del Giudice del merito, "dei parametri organizzativi ed essenziali del contratto di società"; più precisamente, afferma che «l'utilizzo strumentale di una o più società di capitali al fine di una diversificazione e delimitazione degli investimenti e della responsabilità di chi le proietta ideativamente, le dirige e le governa, anche con un sistema di direzione coordinato, di per sé non trasmoda in un abuso, posto che proprio tale schema organizzativo è immanente al paradigma delle diverse responsabilità limitate. E nemmeno permette che il predetto beneficio sia perduto dal singolo (oltre che società o ente) per il sol fatto di aver operato - agendo nell'interesse imprenditoriale proprio o altrui, ma violando i principi di corretta gestione societaria e imprenditoriale delle società dominate - dunque nell'interesse contrario a quello delle società stesse, costituendone reazione ordinamentale espressa, in tal caso, la responsabilità risarcitoria di cui all'art.2497 cod.civ., eventualmente di concorso. In tale evenienza, la dichiarazione d'insolvenza delle società dominate conferisce all'organo concorsuale unicamente la predetta azione, e soltanto per il profilo di tutela spettante ai creditori sociali. La configurazione fallimentare della responsabilità non è pertanto la prima risposta all'abuso dello schermo societario, essendo diverse le due fattispecie, ma, per potersi dare, esige il rigoroso accertamento dei parametri organizzativi ed essenziali del contratto di società, nel senso sopra inteso e quale principio fissato al giudice del rinvio, finendo solo per questa via con il risolversi la predetta responsabilità nel riflesso della dichiarazione di fallimento. E dunque saranno la prassi e le conseguenti ricerche empiriche, e non una gerarchia di principi, che potranno significare se alla residualità astratta dello schema tratteggiato corrisponda anche, e in che termini, la marginalità quantitativa delle vicende di responsabilizzazione ivi organizzate nelle cd. supersocietà di fatto».
La Suprema Corte accoglie quindi il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello in diversa composizione per una nuova pronuncia.
In una recente pronuncia (Cass. 1095/2016) sul tema della fallibilità di una società di capitali socia di una società di fatto insolvente, la Cassazione ha ritenuto fallibile una società di capitali, nella specie SRL, che si accerti essere socia di una società di fatto insolvente, nel caso la partecipazione sia stata assunta in mancanza degli atti dettati a tutela dei soci e dei creditori sociali: cioè della previa deliberazione assembleare e della successiva indicazione nella nota integrativa al bilancio, richieste dall'art. 2361, co. 2 cod.civ.
La partecipazione di una SRL in una società di persone, anche di fatto, non esige il necessario rispetto dell'art. 2361, co. 2, c.c., dettato per le SPA, e costituisce un atto di gestione proprio dell'organo amministrativo, che non richiede - a meno che l'assunzione della partecipazione non comporti un significativo mutamento dell'oggetto sociale - la previa decisione autorizzativa dei soci, ai sensi dell'art. 2479, Co. 2, n. 5, cod.civ.
E' da escludere che la partecipazione della SRL ad una società di persone rientri nelle operazioni comportanti "una rilevante modificazione dei diritti dei soci": la modifica derivante dall'acquisto della partecipazione consiste infatti nell'assunzione da parte della s.r.l. della responsabilità illimitata per le obbligazioni della partecipata, mentre non muta la posizione dei soci, che continuano ad essere vincolati nei limiti del conferimento.
Con la precisazione che l'utilizzo strumentale di una o più società di capitali al fine di diversificare e delimitare gli investimenti e la responsabilità di chi le dirige e le governa, anche con un sistema di direzione coordinato, di per sé non costituisce un abuso, posto che proprio tale schema organizzativo è immanente al paradigma delle diverse responsabilità limitate.
Vigente al: 22-10-2016