Source: http://www.studiomarcolongo.it/category/newsprevidenza/
Timestamp: 2019-06-15 22:29:59+00:00
Document Index: 61208761

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 410', 'art. 411', 'art. 412', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Pubblicato il 14 June 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Pubblicato il 12 June 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Esonero ex art. 1, commi 361 e 362, L. 266/2005 1,00%
Non svantaggiati — 100%
Pubblicato il 6 June 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Pubblicato il 30 May 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Conciliazioni successive a diffida accertativa: prevale sempre l’accertamento dall’organo ispettivo
Nel caso di emissione di diffida accertativa per crediti patrimoniali, eventuali accordi conciliativi, che siano intervenuti prima della validazione della diffida o in fase successiva, non possono avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo.
Come noto, qualora nell’ambito dell’attività di vigilanza emergano inosservanze alla disciplina contrattuale da cui scaturiscono crediti patrimoniali in favore dei prestatori di lavoro, il personale ispettivo degli Ispettorati del lavoro diffida il datore di lavoro a corrispondere gli importi risultanti dagli accertamenti. Entro 30 giorni dalla notifica della diffida accertativa, il datore di lavoro può promuovere tentativo di conciliazione presso l’Ispettorato territoriale del lavoro. In caso di accordo, risultante da verbale sottoscritto dalle parti, il provvedimento di diffida perde efficacia; decorso, invece, inutilmente il termine predetto o in caso di mancato raggiungimento dell’accordo, il provvedimento di diffida acquista efficacia di titolo esecutivo, con provvedimento del Direttore dell’Ispettorato territoriale del lavoro.
Ciò premesso, sono pervenute all’Ispettorato nazionale del lavoro richieste di chiarimento riguardanti i casi di possibili interferenze tra il procedimento di emanazione e convalida della diffida accertativa per crediti patrimoniali e le procedure di conciliazione svolte presso l’Ispettorato territoriale del lavoro (art. 410 c.p.c.), in sede sindacale (art. 411 c.p.c.) o nelle forme della risoluzione arbitrale (art. 412 c.p.c.). In particolare, vengono in rilievo sia ipotesi in cui, successivamente all’emanazione della diffida accertativa ma prima della sua validazione, sia sottoscritto dalle parti un verbale di conciliazione tra quelli sopra menzionati, sia casi in cui la conciliazione intervenga dopo la validazione della diffida accertativa.
Al riguardo, si chiarisce che la conciliazione sulle retribuzioni non può avere riflessi sull’imponibile contributivo che deve essere comunque calcolato secondo quanto accertato dall’organo ispettivo, in misura non inferiore all’importo delle retribuzioni stabilito da leggi, regolamenti, contratti collettivi, stipulati dalle organizzazioni sindacali più rappresentative su base nazionale, ovvero da accordi collettivi o contratti individuali, qualora ne derivi una retribuzione di importo superiore a quello previsto dal contratto collettivo.
Altresì, non è mai possibile dare rilievo ad accordi conciliativi intervenuti in forme diverse da quella prescritta in sede di diffida accertativa, sia nel caso in cui esse intervengano prima della validazione della diffida accertativa che in fase successiva.
Pubblicato il 28 May 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Diritto alla pensione di anzianità e soluzione di continuità fra successivi rapporti di lavoro
La cessazione del rapporto di lavoro costituisce una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione del trattamento pensionistico, sicché per conseguirne il diritto è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione relativa di simulazione della risoluzione del rapporto di lavoro, che può essere vinta mediante il ricorso a indici idonei a provare il carattere novativo del rapporto
Una Corte d’appello territoriale, riformando la sentenza del Tribunale di prime cure, ha accolto la domanda proposta da un lavoratore, tesa all’accertamento del diritto a fruire della pensione di anzianità revocata dall’Inps in ragione del divieto di cumulo della stessa pensione con i redditi derivanti da attività lavorativa. Al riguardo, il Tribunale aveva escluso che il ricorrente avesse cessato il proprio rapporto di lavoro prima del pensionamento, dal momento che egli aveva continuato a lavorare alle dipendenze dello stesso datore di lavoro con le stesse mansioni ed alle stesse condizioni, senza soluzione di continuità tra la formale cessazione del rapporto del 28 febbraio 2002 e la instaurazione del nuovo rapporto il 1° marzo 2002. Secondo la Corte territoriale, invece, pur essendo necessaria, al fine di conseguire il diritto alla pensione di anzianità, la cessazione del rapporto di lavoro, tale circostanza, nel caso di specie, doveva ritenersi provata attraverso la produzione del libretto di lavoro, la corresponsione del TFR e la produzione dei prospetti paga. Tali fonti di prova dimostravano che il rapporto di lavoro era cessato alla data del 28 febbraio 2002, mentre la pensione era stata liquidata con effetto dal 1° marzo 2002 ed anche se nella stessa data l’appellante è stato nuovamente assunto dalla stessa società, non era necessario subordinare la liquidazione della pensione alla sussistenza di un lasso temporale minimo tra la cessazione del rapporto di lavoro ed il successivo reimpiego.
Avverso tale sentenza ricorre l’Inps, deducendo che la Corte territoriale avesse erroneamente escluso la necessità del requisito della inoccupazione vigente al momento della domanda di pensione di anzianità, presentata dal lavoratore il 25 febbraio 2002.
Resiste con controricorso il lavoratore che eccepisce, fra l’altro, l’inammissibilità del ricorso per acquiescenza alla sentenza ora impugnata realizzatasi per l’avvenuta comunicazione della liquidazione degli importi pretesi, prima ancora della pubblicazione della sentenza.
Per la Suprema Corte il motivo di ricorso è infondato. Secondo l’orientamento giurisprudenziale, il requisito della inoccupazione era ricavabile dalla disposizione di legge per cui le pensioni di anzianità a carico dell’AGO dei lavoratori dipendenti ed autonomi e delle forme di essa sostitutive, nonché i trattamenti anticipati di anzianità delle forme esclusive, non erano cumulabili con redditi da lavoro dipendente, nella loro interezza, e, in parte, con quelli da lavoro autonomo. Il fatto che poi la legge avesse consentito il cumulo tra pensione di anzianità e redditi da lavoro dipendente non toglie che la prestazione non poteva essere erogata se non dopo la cessazione del rapporto di lavoro, che è un requisito indefettibile, prescritto dalla norma che ha introdotto la pensione di anzianità. La cessazione del rapporto di lavoro costituisce, infatti, una “presunzione di bisogno” che giustifica l’erogazione della prestazione sociale, sicché per conseguire il diritto al trattamento pensionistico è comunque necessaria, in caso di medesimo o diverso datore di lavoro, una soluzione di continuità fra i successivi rapporti di lavoro al momento della richiesta della pensione e della decorrenza della stessa. Peraltro, laddove l’attività lavorativa successiva al pensionamento intercorra con il medesimo datore di lavoro ed alle medesime condizioni, si configura una presunzione di simulazione di risoluzione del rapporto di lavoro al momento del pensionamento. Tale presunzione, tuttavia, può essere vinta mediante il ricorso a potenziali indici sintomatici, idonei a provare il carattere realmente novativo del rapporto di lavoro successivo al pensionamento.
Pubblicato il 22 May 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.
Pubblicato il 21 May 2019 da Teleconsul Editore S.p.A.