Source: http://www.eumed.net/rev/rcdcp/02/fv.html
Timestamp: 2018-04-26 21:05:21+00:00
Document Index: 158705705

Matched Legal Cases: ['§ 1', 'art 47', 'art 4899', 'art 50103', 'art 50', 'art 51108', 'art 47']

Genesi del concetto di amore coniugale nella dottrina del Concilio Vaticano II
Federica VIOLA*
Federica Viola (2015): “Genesi del concetto di amore coniugale nella dottrina del Concilio Vaticano II”, en Revista crítica de Derecho Canónico Pluriconfesional, n. 2 (febrero de 2015), pp. 109-134. En línea en: http://www.eumed.net/rev/rcdcp/02/fv.pdf.
Riassunto: Al centro del presente studio vi è l’amore coniugale, valorizzato per la prima volta dal Magistero del Concilio Vaticano II sulla famiglia, quale comunità di vita e di amore. Partendo dagli atti preparatori al Concilio e dalla Genesi del Capitolo I, parte II della Gaudium et Spes nei lavori delle Commissioni preparatorie, si riflette, infine, sull’importanza attribuita dalla Costituzione Pastorale a tale amore.
Parole chiave: Concilio Vaticano II, Commissione preparatoria, Gaudium et Spes, Interventi, Matrimonio, Orocreazione, Amore coniugale.
Abstract: At the center of this study there is “conjugal love”, valued for the first time by the Teaching of the Second Vatican Council on the family, as a community of life and love. Starting from the preparatory acts to the Council and from the Genesis of the first chapter, part two of the Gaudium et Spes in the work of the preparatory commissions, one reflects, finally, to the importance given by the Pastoral Constitution to such love.
Keywords: Second Vatican Council, Preparatory Commission, Gaudium et Spes, Interventions, Marriage, Procreation, Conjugal love.
Il codice piano-benedettino sembrava aver definitivamente stabilito gli elementi essenziali del matrimonio, ma solo pochi anni dopo la sua promulgazione si aprì un intenso dibattito che rimise in discussione la dottrina tradizionale sull'essenza e i fini dello stesso: dibattito che coinvolse moralisti, canonisti e dogmatici1. In tale contesto, l'Enciclica Casti Connubii ebbe un ruolo fondamentale: pur rifacendosi alla dottrina classica dei tre beni, per ben sette volte richiamava l'amore coniugale2 e forniva un primo contributo personalistico che, successivamente, confluì nel Concilio. Il Magistero di Pio XII, invece, collocando l'amore coniugale nella prospettiva della cura della prole, sembrava aver finalmente chiuso quel dibattito che, però, si riaccese in seno al Concilio Ecumenico Vaticano II3 ad opera di alcuni autorevoli interventi4.
1. Gli atti preparatori al Concilio
Durante il Concilio, due furono le tesi di fondo che si scontrarono sul problema del matrimonio5: la prima tendenza si definiva classica e la seconda moderna. La prima assegnava al matrimonio, come fine primario, la procreazione ed educazione della prole mentre considerava fine secondario e subordinato al primario il mutuo aiuto e il mutuo perfezionamento degli sposi. La dottrina moderna, invece, non parlava né di fine primario e secondario, né di gerarchia di fini, ma vedeva il matrimonio come una comunione di vita e d’amore, mediante la quale gli sposi si perfezionano e la prole come il frutto e il coronamento dell’amore coniugale6. La prima tendenza, rifacendosi alla tradizione e al costante insegnamento del Magistero7, poneva l’accento sulla prole e criticava la seconda per aver fornito una concezione troppo disinvolta dell'amore e della sessualità, concezione che evidenziava eccessivamente l'unione a due a scapito della dimensione sociale della prole e della illibatezza.
La seconda8, più personalista, esaltava soprattutto l’amore coniugale e accusava i classici di non dare il giusto rilievo, parlando dei fini del matrimonio, a tale forma di amore; inoltre, di sottovalutare eccessivamente l’aspetto sessuale del matrimonio e di voler per forza ricercare una giustificazione estrinseca all’atto coniugale. I sostenitori erano dell’idea che la teoria dei fini almeno per quanto riguardava l’ordine gerarchico non era così chiara e ferma nella tradizione. Infatti, secondo loro, anche Sant’Agostino dava grande rilievo all’amore coniugale, fino a farne un fine anch’esso primario9 e il catechismo del Concilio di Trento, citando le cause del matrimonio, al primo posto parlava del mutuo aiuto e al secondo e terzo posto della procreazione e l’acquietamento della concupiscenza10.
Inoltre, la dottrina moderna criticava la visione pessimistica dei classici riguardo la sessualità e traeva spunto dalle moderne filosofie personalistiche, che risaltavano la centralità della persona umana e i valori personali: il matrimonio, oltre ad essere rivolto alla procreazione ed educazione dei figli, aveva valore anche per il perfezionamento personale dei coniugi ed era inteso come comunità di vita e d’amore, nella quale i due esseri umani si completano e si perfezionano e nello stesso tempo sono cooperatori di Dio nell’opera della procreazione. I sostenitori di questa tendenza ‒ che divennero gradualmente la maggioranza ‒, erano a favore di una lettura più ampia della Scrittura e della Tradizione rispetto allo schema gerarchico dei “fini” e sostenevano la necessità di reinserire l'amore e la sessualità nel disegno del Creatore, facendo scaturire tutte le esigenze del matrimonio (compresa la prole) dalla natura intrinseca dell'amore coniugale.
Le due tendenze si scontrarono con vigore soprattutto nell’ultima fase della redazione del testo conciliare11.
Tra gli interventi d'ispirazione personalistica, all’interno del Vaticano II, si ricorda quello del Cardinale canadese Lèger, Arcivescovo di Montrèal, che, ritenendo inadeguata l’esposizione dei fini del matrimonio, sottolinea come sia rimasta oscurata l’importanza dell’amore coniugale e sia, invece, prevalso un atteggiamento ostile verso lo stesso che non trova nessun riscontro nella Scrittura e nella Tradizione. L’amore tra i coniugi deve essere considerato vero fine del matrimonio, non può essere relegato a fine secondario; è, in altre parole, un finis operis e rende legittima l’unione anche se a questa non seguirà la procreazione12. Il matrimonio è inteso come una comunità intima di vita e di amore fra gli sposi, dove la procreazione ha un ruolo proprio perché appartenente a questa stessa comunità. A questo proposito, Massimo IV Saigh, Patriarca dei Melchiti, ha sottolineato come “nel matrimonio lo sviluppo della persona e la sua integrazione nel piano creatore di Dio sono una cosa sola. La finalità del matrimonio non deve essere perciò smembrata in finalità primaria e in finalità secondaria. Questa considerazione apre la via a nuove prospettive sulla moralità del comportamento coniugale considerato nel suo insieme”13.
Tra gli altri interventi, si ricorda quello del Cardinale Suenens che ritenne che si è troppo concentrati sull’espressione «crescete e moltiplicatevi14» lasciando un po’ in ombra il «saranno in due in una sola carne15». Infatti, oltre ad esaltare la procreazione si dovrebbe sottolineare, a suo avviso, l’importanza della comunione coniugale e trovare, così, un equilibrio tra il fine della procreatio e quello dell’intercomunione delle persone.
Invece, il cardinale Alfrink ha evidenziato l’inesistenza del conflitto tra due valori separati e che la procreazione è messa in pericolo lì dove non ci sia amore e fedeltà16. Ad aderire a questa impostazione personalistica fu anche il Cardinale Colombo che esaltò l’amore coniugale considerandolo fine intrinseco al matrimonio e coessenziale alla finalità procreativa17.
Tutte queste autorevoli voci evidenziano il ruolo dell’amore all’interno del rapporto, sottolineando come la relazione tra i coniugi abbia valore non solo in vista della procreazione, ma anche e forse soprattutto, in vista del perfezionamento spirituale degli sposi. Le teorie personalistiche che si andavano ad affermare non facevano altro che collocare sullo stesso piano il fine primario della procreazione e quello secondario del muutum adiutorium, o davano prevalenza a questo su quello, sconvolgendo la gerarchia dei fini affermata dal can. 1013 § 1 del CIC' 17 e più volte richiamata a seguito degli interventi di Pio XII18.
I sostenitori di tali teorie erano consapevoli di andare contro alla linea di pensiero tradizionale, sulla scia di quelle concezioni personalistiche propugnate, per la prima volta, dal teologo tedesco Doms19 e sostenute anche da Rochol, Krempel e altri20. Krempel, da parte sua, affermava che essendo il matrimonio una società, questo ha un unico fine: rendere cioè possibile, in modo degno, l'unione di vita di ambedue i sessi. I coniugi sono spinti a unirsi per realizzare un intima comunione di vita, nella quale si completano a vicenda e tale completamento, sia sul piano fisico che su quello spirituale, è reso possibile solo attraverso il matrimonio. La stessa cosa, invece, non vale per la prole che, a suo avviso, può essere generata ed educata anche fuori dallo stesso.
Dunque, in seno al Concilio, diverse voci hanno invocato un’affermazione di chiarezza e di simpatia sull’amore coniugale in quanto tale, considerato nella totalità dei suoi contenuti e delle sue manifestazioni. Tale amore è stato interpretato e concepito e dall’incontro di questi punti di vista, spesso divergenti, è maturata una concezione più serena ed equilibrata del matrimonio che ha portato alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes21.
La famiglia era tra gli argomenti che il Concilio avrebbe dovuto trattare e lo stesso Giovanni XXIII aveva sottolineato come uno dei problemi da risolvere consisteva «nella stregua difesa del carattere sacro del matrimonio, che impone agli sposi amore consapevole e generoso; da ciò discende la procreazione dei figli, considerata nel suo aspetto religioso e morale, nel quadro delle più vaste responsabilità di natura sociale, nel tempo e per l'eternità»22.
La visione globale con forte ispirazione personalistica del matrimonio trovò ampia diffusione con il Concilio e la concezione materialistica e contrattualistica, dapprima prevalente, divenne minoritaria. Si rivolse, per la prima volta, l’’attenzione al tema dell’amore coniugale andando a dedicare allo stesso un intero numero23.
2. Genesi del capitolo I, parte II della Gaudium et Spes nei lavori delle Commissioni preparatorie
Diversi sono stati gli organismi preparatori al Concilio annunziati da Giovanni XXIII24. Tra questi si ricordano: la Commissione centrale teologica; dei vescovi e del governo delle diocesi; per la disciplina del clero e del popolo cristiano; dei religiosi per la disciplina dei sacramenti; della sacra liturgia; degli studi e dei seminari; per le Chiese Orientali; per le missioni; per l’apostolato dei laici; per il cerimoniale; per il Segretariato della Stampa e dello spettacolo; per il Segretariato per l’unione dei cristiani; infine per il Segretariato amministrativo.
Furono costituite non meno di 129 Commissioni miste o altri gruppi di lavori stabiliti o occasionali. Gli schemi disciplinari o dottrinali elaborati furono 75, contenuti in 125 fascicoli di complessive 2.026 pagine. Con l’approvazione del Papa, il 9 Luglio 1960 la Segreteria generale inviò alle singole Commissioni e Segretariati un opuscolo (Quaestiones Commissionibus praeparatoriis Concilii Oecumenici Vaticani II positae, pp. 24) dove erano indicate le linee generali del lavoro da svolgere.
Gli schemi preparati dal Concilio ebbero diverse redazioni: la prima fu quella presentata all’esame della Commissione centrale, la seconda fu quella degli stessi schemi così come furono stampati dopo la revisione e gli emendamenti proposti dalla Commissione centrale; la terza fu quella compiuta in seguito alla sfoltimento operato dalla Commissione di coordinamento nel 1963.
L’argomento del matrimonio, nella fase preparatoria, era stato trattato dalla Commissione teologica e dalla Commissione per la disciplina dei sacramenti. Tra i temi della Commissione teologica, il quinto era intitolato De castitate, virginitate, matrimonio et familia e fu affidato a una Sottocommissione (coetus) denominata De matrimonio25. Più importanti, però, sono stati gli schemi preparati dalla Commissione teologica, perché in essi possiamo ritrovare il materiale oggetto di trattazione nella Gaudium et Spes26.
Di particolare importanza, inoltre, è stato lo Schema Constitutionis de castitate, virginitate, matrimonio, familia27, che trovò la sua prima opposizione in seno alla Commissione centrale preparatoria del Concilio, dove fu presentato dalla Commissione teologica nella seduta del 7 maggio 1962. Lo schema venne modificato e venne inviato poi, per mandato di Giovanni XXIII, dal Segretario di Stato a tutti gli aventi diritto a partecipare al Concilio, il 13 luglio 196228. La seconda parte, in quattro capitoli, era dedicata al matrimonio e alla famiglia e lo schema fu comunque giudicato privo di elementi nuovi, quasi una summa theologica, morale e canonica, della dottrina cristiana sul matrimonio e sulla famiglia fondata sull’insegnamento della Casti Connubii e di Pio XII.
Si sottolineava (n 11) che, tra i fini obiettivi stabiliti da Dio, il fine primario del matrimonio è solo la procreazione ed educazione della prole, fine che non può essere equiparato per la sua grandezza ad altri fini. Si mettevano anche in luce i fini secondari del matrimonio quali il mutuo aiuto e la gioia e la consolazione che si trovano nella convivenza domestica e il soddisfacimento della concupiscenza. Questi fini, ricercati nel modo debito, costituirebbero dei diritti subordinati che non devono disprezzarsi ma vanno promossi nella vera carità. Inoltre i fini, per essere realizzati, avrebbero dovuto richiedere che il matrimonio fosse sorretto dall’amore coniugale. Lo schema respingeva le pratiche anticoncezionali ritenendole peccaminose, condannando il matrimonio civile e i quattro capitoli di cui si componeva concludendosi con condanne di una serie di errori dottrinali e pratici circa il matrimonio e la famiglia29. Questo schema non venne discusso durante il primo periodo del Concilio, e alla fine di esso fu deciso di ridurre a 17 gli schemi da esaminare e si decise anche che gli altri de ordine sociali, de communitate gentium e de matrimonio et familia, avrebbero fatto parte di un unico schema che avrebbe trattato dei rapporti tra la Chiesa e il mondo contemporaneo.
La Commissione mista nel febbraio-marzo 1963 preparò uno schema30 che fu discusso in seduta plenaria nel maggio dello stesso anno, dal titolo De praesentia efficaci Ecclesiae in mundo hodierno. La materia si divideva in sei capitoli31, di cui il terzo, De matrimonio et familia, comprendeva ‒ dopo un introduzione sui segni dei tempi ‒ altri tre paragrafi: il secondo De matrimonii et familiae sanctitate et santificante vi, il terzo De amore et caritate in matrimonio et familia, il quarto De fecunditate matrimonii. Si chiudeva, poi, nel quinto paragrafo con un esortazione ai fedeli a testimoniare, con la propria vita matrimoniale e familiare, e ad unirsi con gli altri cristiani e con coloro che riconoscono la legge divina iscritta nei cuori, per far sì che i fidanzati abbiano un adatta e adeguata preparazione ad accollarsi con serietà i compiti del matrimonio e della famiglia; inoltre, che in ogni parte del mondo vengano dati agli sposi quegli aiuti materiali e spirituali di cui hanno bisogno per compiere bene quei compiti. Si invitano, successivamente, gli uomini di scienza a fare ricerche dai cui frutti, i coniugi e le famiglie, potessero essere veramente aiutati nel compimento dei propri doveri secondo la legge di Dio. Il nuovo testo si muoveva in alcuni punti sulla scia di quello della Commissione preparatoria mentre in altri se ne distaccava notevolmente.
Nel testo precedente veniva esposta, con precisione e forza, la dottrina cattolica ma emergeva comunque una punta polemica contro gli errori e le deviazioni, così gravi e frequenti, riguardanti la famiglia e il matrimonio. In esso poi non si teneva conto delle nuove concezioni della teologia e della psicologia circa l’amore coniugale anzi verso queste, si era sospettosi e negativi. Il testo della Commissione mista voleva essere soprattutto un documento pastorale, caratteristica questa che mancava a quello precedente, e sulla scorta della Casti Connubii e del Decreto del S. Uffizio del 1 aprile 194432, ricordava le verità cristiane sul matrimonio e la famiglia. Non parlava di fini del matrimonio ma, in base agli insegnamenti sopra richiamati, sembrava abbastanza chiaramente trattare la prole come fine proprio del matrimonio e l’amore coniugale non era inteso come fine secondario, in quanto ad esso era consacrato un intero paragrafo.
Neppure questo schema piacque alla Commissione di Coordinamento così nel corso del 1964, ne fu redatto un altro con il titolo De Ecclesia in mundo huius temporis33che fu inviato ai Padri il 3 luglio 1964. Questo era accompagnato da un volume più corposo contenente gli Adnexa34 che trattavano, in maniera più completa, gli stessi problemi del capitolo IV dello schema. Al numero 21 (Dignitas matrimonii et familiae) del capitolo quattro intitolato De praecipuis muneribus a christianis nostrae aetatis implendis, suddiviso in quattro paragrafi, trattava del matrimonio. Dopo l’invito ai cristiani a promuovere i valori della famiglia, con la testimonianza della vita e con l’azione concorde a rimuovere gli ostacoli che oggi incontra la vita familiare, il primo paragrafo metteva in rilievo la natura sacra della famiglia e si indicavano così gli scopi del matrimonio «Deus enim caritatis suae consilium voluit coniugium non solum ad prolis procreationem et educationem ac mutuum viri et muliebri adiutorium in rebus terrestri bus sed etiam ad mutuam sanctificationem et comune Dei glorificationem». Spiegava anche che l’amore coniugale, immagine e partecipazione del patto d’amore tra Cristo e la Chiesa, impone ai coniugi cristiani il dovere di illuminare il mondo sulla vera natura dello stesso che va al di là dell’attrazione puramente affettiva ed è indissolubilmente fedele nella prospera come nell’avversa sorte (secondo paragrafo).
Nel terzo, invece, si richiama la fecondità dell’amore coniugale; si diceva che il matrimonio non è un mero strumento per la procreazione ma, la stessa natura di patto indissolubile tra persone e specialmente il bene della prole, esige che i coniugi si amino veramente. Anche se manca la prole, il matrimonio non perde il suo fondamentale valore e non è privato della sua indissolubilità. Tuttavia l’indole dell’amore coniugale è tale che il matrimonio è per sua natura ordinato alla procreazione ed educazione della prole. Per il numero dei figli, è opportuno che i coniugi facciano una prudente riflessione. Il quarto paragrafo parlava delle difficoltà che oggi incontra l’amore coniugale, particolarmente la difficile conciliazione della responsabilità che impedisce di aumentare il numero dei figli e la pratica dell’amore coniugale con le sue dimostrazioni d’affetto, cessando le quali i coniugi diventano quasi estranei l’uno all’altro, cosicché si mette in pericolo la fedeltà coniugale e si reca danno alla prole.
L’annesso II ‒ De matrimonio et familia ‒, pur trattando lo stesso tema del numero 21 dello schema, aveva un legame debole con esso e si rifaceva al capitolo III dello schema del 1963. Le varie questioni erano trattate in 7 paragrafi, di cui il quarto si soffermava sull’amore e sulla carità nel matrimonio e sottolineava come “l’amore coniugale per sua natura è pronto ad accogliere la prole ed educarla secondo il dettame della prudenza cristiana”35. Poi “dalla natura, dall’ordinazione e dalla stessa forza dello stesso amore coniugale segue la castità coniugale, perciò la castità fiorisce là dove fiorisce il vero amore coniugale”36. Perciò “i coniugi cristiani sono chiamati a testimoniare dinanzi al mondo con la parola e con la vita il vero amore coniugale”37. Nel quinto paragrafo si trattava della fedeltà matrimoniale da praticare nel matrimonio indissolubile e si accennava alla dottrina teologica canonica dell’indissolubilità matrimoniale. Infine, nei paragrafi successivi ci si concentrava sulla fecondità del matrimonio e l'ultimo era concentrato sulla consacrazione del matrimonio in questo mondo.
Non si può non ricordare un episodio che avvenne pochi giorni prima che lo schema De Ecclesia in mundo huius temporis fosse inviato ai Padri conciliari. Paolo VI, parlando ai cardinali il 23 giugno 196438, avocò a se la decisione finale circa le questioni più gravi della moralità familiare, quali la liceità della pillola e in genere i problemi riguardanti il controllo delle nascite. La Commissione39 costituita da Paolo VI, composta da moralisti e specialisti nelle varie discipline attinenti al problema del controllo delle nascite, si mise a lavoro ma subito incontrò una serie di difficoltà. Al suo interno sorsero molte divergenze che perdurarono a lungo, oltre l’inizio del terzo periodo conciliare, quando lo schema doveva essere discusso in aula. In particolare, sorsero divergenze sulla riformabilità dell’insegnamento di Pio IX, che nella Casti Connubii riteneva contro natura gli atti che miravano ad impedire il concepimento. Altre divergenze si manifestarono sul concetto di natura. Fortemente dibattuta era la questione della liceità della pillola: alcuni ne sostenevano la liceità, altri sulla base dell’insegnamento di Pio XII ritenevano che ogni privazione deliberata e indotta artificialmente della potenza procreativa dell’atto coniugale è una sterilizzazione.
Si arrivò poi al terzo periodo conciliare in cui si doveva discutere il testo riguardante il matrimonio e la famiglia, senza che il Papa in mancanza di conclusioni della Commissione, avesse potuto risolvere le questioni più importanti. Questa situazione di vaghezza e mancanza di concretezza accompagnarono il capitolo sul matrimonio e la famiglia fino alla sua redazione definitiva, perché il Concilio si chiuse senza che la Commissione avesse potuto concludere i suoi lavori. Dunque, i dibattiti in aula si svolsero in un clima di grande difficoltà.
Lo schema De Ecclesia in mundo huius temporis fu discusso nel terzo periodo conciliare: i primi interventi si ebbero nella 112 Congregazione generale (29 ottobre 1964) e risultò chiara una doppia tendenza: da un lato c’era chi voleva rifarsi senza alcun cambiamento alla dottrina precedente, dall’altro, invece, c’era chi avvertiva l’esigenza di una innovazione. Ad introdurre il dibattito fu l’arcivescovo di Detroit, mons. J. F. Dearden che con una breve relazione affermava come il paragrafo 21 dello schema si concentrava solo sugli aspetti più importanti del matrimonio40. Questi mise in evidenza il legame che unisce fra loro i fini del matrimonio. L’amore coniugale è per sua natura ordinato alla procreazione ed educazione dei figli e sono gli sposi a dover decidere il numero di figli da avere secondo coscienza.
Diversi furono gli interventi da parte dei Padri conciliari e, tra i primi, si ricorda il card. Ruffini che riteneva che il problema della famiglia e quello della dignità del matrimonio non erano stati trattati con chiarezza e prudenza e criticava anche il testo perché non risolveva il problema delle nascite41. Tra le altre voci, si ricorda Lèger42, Suenens, Massimo VI Saigh, patriarca dei Melchiti che si soffermò sulla limitazione delle nascite sottolineando come ci sia squilibrio tra la dottrina ufficiale della Chiesa e la pratica contraria dell’immensa maggioranza delle famiglie cristiane43. Questi era dell’idea che non si sarebbe dovuto smembrare la finalità del matrimonio, perché in esso lo sviluppo della persona e la sua integrazione nel piano creatore di Dio sono una cosa sola. Sulla scia di questi cardinali ne seguirono altri, tra i quali, si ricordano i cardinali Ottaviani e Browne44 che non aderivano alla concezione personalistica, ma si rifacevano e difendevano con molto rigore la posizione tradizionale. Per Browne, per far posto nel matrimonio all’amore coniugale, bisogna distinguere tra l’amore di amicizia e l’amore di concupiscenza45.
Prima le Sottocommissioni nel mese di febbraio e poi la Commissione mista (coetus mixtus) nel mese di aprile 1965, si misero a lavoro per redigere un nuovo testo che tenesse conto degli interventi dei Padri. Il 28 maggio 1965 fu inviato agli stessi il nuovo schema dove del matrimonio e della famiglia si parlava nel primo capitolo (n. 60-64) della seconda parte. La nuova redazione anche se formalmente corrispondeva al vecchio testo, era sotto molto aspetti del tutto nuova46 come ha sottolineato il 29 settembre 1965 Mons. F. Hengsbach durante la presentazione ai Padri della seconda parte dello schema.
Sul nuovo testo parlarono 25 di loro, alcuni dei quali, come Ruffini, erano già intervenuti nel periodo precedente e la questione di fondo fu ancora quella sui fini del matrimonio. L’11 ottobre del 1965 la Sottocommissione incaricata di apportare al capitolo sul matrimonio e la famiglia gli emendamenti proposti dai Padri, cominciò il lavoro di previsione, coadiuvata da quattro membri della Commissione pontificia per i problemi del matrimonio.
Il 12 ottobre il testo venne distribuito ai Padri47 i quali avrebbero dovuto esprimere il loro voto il 16 Novembre: il nuovo testo comprendeva i numeri 51-56 e aveva alcuni cambiamenti e alcune aggiunte rispetto al testo precedente. Così al n. 51 “ut inde ab initio dicatur hanc communitatem esse communionem dilectionis et amori set tantum matrimonio ius oriri ad vitam colendam, inserdum proponitur (pluribus petentibus): in communitate amoris fovenda et in vita colenda”48. Al n˚ 52 era anzitutto mutato il titolo “all’indole sacra” del matrimonio e della famiglia era sostituito il termine di santità. Per sottolineare poi che il matrimonio non è solo un istituzione, ma una comunione di vita, le parole “comunità coniugale” furono corrette in quelle “di intima comunità di vita e d’amore”49: questa comunità nasce da un irrevocabile consenso personale. Per fare apparire meglio il fondamento naturale dell’indissolubilità del matrimonio si disse che “questo sacro vincolo in vista del bene tanto delle persone quanto della società, non dipende più dal solo arbitrio umano”50. Invece di dire che “Dio dotò il matrimonio di beni e di fini” si disse che “Dio stesso è autore del matrimonio che è dotato di vari beni e fini” si sottolineava in tal modo che i beni e i fini del matrimonio erano intrinseci alla natura stessa del matrimonio51.
Non fu accolta la proposta di alcuni Padri di trattare i fini del matrimonio secondo la triade agostiniana (fides, proles, sacramentum), né quella di parlare di fini personalistici e spirituali: la Sottocommissione preferì parlare sinteticamente “di vari beni e fini”. Nel testo precedente si diceva che “l’amore coniugale generoso e consapevole deve animare lo stesso istituto matrimoniale, il quale è ordinato alla procreazione ed educazione della prole, da cui come in un fastigio è perfezionato e coronato”52, si preferì dire “lo stesso istituto matrimoniale e l’amore coniugale, generoso e consapevole sono coronati dalla procreazione ed educazione della prole come dal loro fastigio”53.
Importante poi, è stata la motivazione delle due proprietà del matrimonio: questo è uno e indissolubile in forza della natura stessa dell’amore coniugale. Perciò, in luogo di “l’unione coniugale degli sposi, per la stessa natura dell’amore coniugale, esige la piena fedeltà dei coniugi e urge l’indissolubile unità”, si disse: “la quale intima unione, essendo una mutua donazione di due persone, esige la piena fedeltà dei coniugi e urge l’indissolubile unità, anche in vista dei figli”54 .
Nel n. 53, consacrato all’amore coniugale, veniva conservato il testo discusso in aula con alcune correzioni che mettevano in luce il carattere spirituale di tale amore e la sua diversità dalla libidine. Si decise quindi di dire: “l’amore coniugale in quanto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che si radica con la volontà, abbraccia il bene di tutta la persona e perciò è capace di dare particolare dignità ai movimenti dell’anima e del corpo e di nobilitarli come elementi e segni speciali dell’amicizia coniugale”55. Furono poi aggiunte diverse parole alla frase: “quest’amore si esprime in maniera singolare e si perfeziona con l’atto proprio del matrimonio. Perciò gli atti con i quali i coniugi si uniscano intimamente e castamente, sono onesti e degni e, fatti in modo veramente umano, significano e fomentano la mutua donazione, con la quale vicendevolmente si arricchiscono con lieto e grato animo”56.
Si mostrava come l’amore, investendo tutta la persona, dava alla fedeltà coniugale tutte le dimensioni, quindi non solo come fatto fisico bensì anche come fatto spirituale. Notevoli interventi furono apportati al n. 54 sulla fecondità del matrimonio per venire incontro a quei Padri che avevano notato che si parlava troppo del matrimonio come strumento di procreazione. Perciò dopo aver detto, “che il matrimonio e l’amore coniugale per loro natura sono ordinati alla procreazione ed educazione della prole”, si affermava anche che “la vera pratica dell’amore coniugale e la vita familiare che da esso deriva tendono anche a far sì che i coniugi con animo forte siano disposti a cooperare con l’amore del Creatore e Salvatore, che per mezzo di essi ogni giorno dilata ed arricchisce la sua famiglia”57. Si sostituiva, infine, la frase “il matrimonio benché sia ordinato alla prole, non è una mera istituzione per la procreazione”, con un'altra: “tuttavia il matrimonio, benché sia ordinato alla prole, non è soltanto un’istituzione per la procreazione”58.
Il brano dedicato alla fecondità responsabile fu totalmente rifatto al fine di sottolineare che essa deve essere dedotta all’amore e vi si aggiungevano le norme morali che devono guidare gli sposi. Nel n. 55 si pose l’accento sulla necessità di accordare l’amore umano con il rispetto della vita, mentre fu addolcita la frase circa le difficoltà di accordare l’amore con le esigenze della fecondità. Si aggiunse poi un brano per insistere sui criteri oggettivi che devono regolare la vita coniugale. Poiché molti Padri avevano chiesto che il capitolo si chiudesse con una conclusione pastorale, in cui si trattasse dei doveri delle diverse categorie di persone per quanto riguarda la promozione e la cura del matrimonio e della famiglia, fu aggiunto il numero 56.
Questo nuovo testo nella votazione del 16 novembre 1965 riportò una grandissima maggioranza59. Il capitolo aveva avuto i due terzi dei suffragi ed era dunque approvato, ma il forte numero dei placet iuxta modum60 impose alla Sottocommissione a vagliare le nuove proposte avanzate con i modi61 e non solo queste. Importante è stata la lettera del 23 novembre con la quale il Segretario di Stato, il card. Cicognani, comunicava al Presidente della Commissione dottrinale, il cardinale Ottaviani, che era desiderio del Papa che la stessa, incaricata di esaminare i modi, apportasse al testo alcuni emendamenti. Per prima cosa si doveva riaffermare la dottrina contenuta nella Casti Connubii62 e nel discorso di Pio XII alle Ostetriche63. Bisognava condannare i metodi anticoncezionali di cui parla la Casti Connubii e conveniva che nel testo si dicesse chiaramente della necessità di usare il matrimonio onestamente e di coltivare la castità coniugale. In un foglio a parte erano indicati alcuni modi che secondo la lettera “videntur in textum induci debere”64.
I modi voluti dal S. Padre erano i seguenti: a) al n. 51, p. 5, linea 22 dello schema bisognava menzionare i metodi anticoncezionali e dire: “siquidem (matrimonium) polygamia, divortii lue, amore sic dicto libero, artibus anticonceptionalibus, alliisve deformationibus obscurantur” ed aggiunge in nota: “cfr. Pius XI, Litt. Encycl. Casti Connubii: AAS, 22 (1930), 559 ET 560. Denz. 2239-2240 (3716-3717). b) al n. 54, p. 8, linea 11, dal testo: “unde verus amoris coniugalis cultus totaque familiaris ratio inde oriens etiam eo tendunt, ut coniuges forti animo dispositi sint ad cooperandum cum amore Creatoris atque Salvatoris, qui per eos suam familiam in dies dilatate et ditat” bisognava togliere l’avverbio etiam e aggiungere la frase: “filii sunt praestantissimum matrimonii donum et ad ipsorum parentum bonum maxime conferunt”. c) al n. 55, p. 9, linee 28-29, invece bisognava dire: “quibus principiis innixis (invece di imbutis), filiis Ecclesiae in procreazione regulanda vias inire non licet (invece di ne vias ineat), quae a Magisterio improbatae sunt vel improbentur (invece di improbantur)”. Inoltre in nota bisognava far menzione dei documenti più importanti in questa materia, cioè della Casti Connubii, specificando i passi che sono riportati in Denzinger - Schönmetzer, 3716-3718, e del discorso di Pio XII alle Ostetriche: AAS 43 (1951) 835-854. d) al n. 55, p. 9, linea 15 occorreva aggiungere al testo: “at Ecclesia in memoriam revocat varam contradictionem inter divinas leges vitae transmittendae et germani amoris coniugalis fovendi adesse non posse”, “sed ad difficultates superandas omnino requiri ut coniuges castitatem coniugalem sincero animo colant”. Lo scopo degli emendamenti al punto a) e c) era evidente: da un lato si voleva chiarire la posizione della Chiesa sui metodi anticoncezionali, rifacendosi e confermando il Magistero precedente, con l’emendamento sotto la lettera b) si voleva stabilire un equilibrio tra il valore nel matrimonio dell’amore coniugale e quello dei figli. Con l’emendamento indicato sotto la lettera d), si voleva sottolineare la necessità di coltivare la virtù della castità coniugale per superare le difficoltà della vita matrimoniale.
La presentazione di questi quattro modi65 o emendamenti del S. Padre, creò diversi problemi alla Commissione mista ma anche ai membri della Commissione Pontificia. In particolare sembrava una decisione gravissima riaffermare la dottrina della Casti Connubii in un documento solenne del Concilio. Le difficoltà furono espresse in una lettera che i membri laici e gli uditori, che assistevano ai lavori della Commissione mista, scrissero al S. Padre e nella quale si evidenziava come i modi trattavano quelle questioni alle quali l’opinione pubblica era estremamente sensibile.
Ai membri della Commissione mista fu reso noto il 26 novembre successivo il testo di una seconda lettera della Segreteria di Stato in cui si precisava che i modi contenuti nella lettera del 23 novembre dovevano essere considerati come consigli del Sommo Pontefice e, in quanto alla forma, non avevano nulla di definito, perciò non dovevano essere necessariamente presi alla lettera; con la conclusione che la Commissione poteva proporre anche altre enunciazioni, che tenessero però conto degli stessi consigli e desideri del Papa, il quale si riservava di approvare le nuove enunciazioni.
La Commissione non si sentì di accettare tra i modi generali quello proposto da due Padri di “parlare chiaro della gerarchia dei fini”66 e quello presentato da venti di affermare che la procreazione è il fine primario del matrimonio. Al n. 51 accolse l'emendamento, proposto dal Papa, insieme alla richiesta di altri Padri, di parlare dell'onanismo e dell'anticoncezione, con alcuni cambiamenti del testo pontificio. Invece di parlare di artes anticonceptionales, propose infatti di dire: usus illliciti contra generationem67; non accettò il riferimento alla Casti Connubii e pose l'aggiunta consigliata dal Papa alla frase seguente a quella indicata nella lettera Pontificia, perché le pratiche anticoncezionali riguardano la vita coniugale e non il matrimonio come istituzione.
Al n 52 non è stato accolto il modo proposto da 190 Padri di introdurre nel testo, in luogo della mutua traditio personarum, il termine usato dal Codice di Diritto Canonico: “ita actu voluntatis legitime manifestato, quo utraque pars tradit et acceptat ius in corpus, perpetuum et exclusivum in ordine ad actus per se aptos ad prolis generationem.” Non accolse nemmeno, dello stesso modo, che si dicesse “de finibus hierarchice connexis”, questo perchè in tale documento non si richiedevano elementi giuridici. Inoltre, il termine di “traditio personae” è usato dalla Casti Connubii la quale parla di “generosa propriae personae traditio”68. Per quanto riguarda la gerarchia dei beni e dei fini del matrimonio, essa si può considerare sotto diversi aspetti: la stessa Casti Connubii, parlando della “castitatis fides”, dice che l'amore coniugale “quendam tenet in christiano coniugio principatum nobilitatis” e può essere detto “etiam primaria matrimonii causa et ratio”69, se il matrimonio è inteso come comunità di vita e non come un istituzione destinata alla procreazione e all'educazione.
Furono proposti altri modi per far sì che si parlasse della procreazione ed educazione come fine primario del matrimonio e, per venire incontro a tale richieste, la Commissione decise di mutare la frase: “ipsum autem institutum matrimonii amorque coniugalis, generosus atque conscius, procreatione et educatione prolis veluti suo fastigio coronantur”, in un’altra “indole sua naturali ipsum institutum matrimonii amorque coniugalis ad procrationem et educationem prolis ordinantur iisque veluti suo fastigio coronantur”.
Ci furono più di cinquanta Padri che chiedevano di far esaltare la dottrina della spiritualità coniugale e la Commissione accettò di mutare la frase: “cuius virtute munus sum coniugale explentes, gradatim ad propriam humanae personae perfectionem mutuamque santificationem, ideoque communiter ad Dei glorificationem accedunt”, in un’altra: “cuius virtute munus suum coniugale et familiale explentes, spiritu Christi imbuti, quo tota eorum vita fide, spe et caritate pervaditur, magis ac magis ad propriam suam perfectionem mutuamque santificationem, ideoque communiter ad Dei glorificationem accedunt”. Infine, alcuni Padri chiesero che si parlasse della verginità e della vedovanza, il suggerimento però venne accettato solo per quest'ultima. Si decise perciò di aggiungere la frase: “viduitas, in continuitate vocationis coniugalis forti animo assumpta, ab omnibus honoretur” e di citare in nota 1 Tim. 5, 3. Per il n. 54, la Commissione accolse la proposta di citare i passi del Genesi 2, 18; 1, 28 e quelli di Matteo 19, 14. per mostrare che l'opera procreativa è una partecipazione all'opera creativa di Dio.
Poi, per affermare la gerarchia e il primato della prole, molti Padri, proposero, che l'avverbio “etiam” fosse tolto e sostituito con “praecipue” o con “praesertim”. La Commissione ritenne che questo non potesse essere tolto del tutto perché altrimenti si sarebbe potuto pensare che gli altri fini non meritavano considerazione ed ammise che esso era stato introdotto nel testo per sottolineare che la procreazione non è l'unico fine del matrimonio. La Commissione dunque propose di togliere “etiam” e dire “non posthabitis coeteris matrimonii finibus”. La validità di questi era riconfermata con il mutamento della frase, relativa alla permanenza del matrimonio in assenza di prole, senza colpa dei genitori, dicendo: “matrimonium vero, non est tantum ad procreationem institutum” al posto di “matrimonium tamen (quamquam in prolem ordinatur), non est tantum ad procreationem institutum”.
Al n. 55 diverse erano state le modifiche proposte e tra queste quelle del Papa. Secondo alcune di esse si trattava di condannare i metodi anticoncezionali, già respinti dal Magistero, e di parlare di norme morali oggettive che devono regolare la vita coniugale. La Commissione decise di menzionare in nota i documenti pontifici sulla morale matrimoniale (Casti Connubii, Disc. di Pio XII alle ostetriche, Allocuzione di Paolo VI ai cardinali del 23 giugno 1964). Le prime due citazioni erano state proposte dal Pontefice, la terza invece fu di iniziativa della Commissione con lo scopo di non compromettere il futuro sviluppo della dottrina e il lavoro della Commissione Pontificia70. Infatti, ricordando le parole di Paolo VI “non abbiamo finora motivo sufficiente per ritenere superate e perciò non obbliganti le norme date da Papa Pio XII in questa materia; esse devono perciò ritenersi valide almeno finché non ci sentiamo in coscienza obbligati a modificarle”, la Commissione intendeva dire che le norme date da Pio XI e Pio XII in materia di moralità coniugale erano suscettibili di mutamenti e di sviluppi. Circa il n. 56, invece, non furono presentati modi di rilievo71.
Gli emendamenti apportati al testo dalla Commissione furono approvati dal S. Padre il 29 novembre e il nuovo testo venne distribuito ai Padri il 3 dicembre72. I Padri passarono alla votazione del capitolo sul matrimonio il 4 dicembre 1965. Il 6 dicembre fu votato nel suo insieme la Costituzione pastorale De Ecclesia in mundo huius temporis e il 7 dicembre ci fu il voto solenne e definitivo73. Dopo la votazione dei Padri, Paolo VI promulgò solennemente la Costituzione pastorale che invece di avere 97 numeri come la redazione precedente, ne aveva ora 93: questo fece sì che il capitolo riguardante il matrimonio invece di comprendere i numeri 51-56, comprendesse i numeri 47-5274.
3. La riflessione dell'Enciclica Gaudium et Spes
Il Concilio Vaticano II ha fornito una visione più personalistica e meno essenzialista del matrimonio, dedicando espressamente allo stesso e alla famiglia il capitolo primo parte seconda75.
Gli articoli 47-52 della Costituzione pastorale Gaudium et Spes76sono imperniati proprio sul concetto di amore coniugale e in essi appaiono, con singolare forza, i punti cruciali del dibattito conciliare: l'essenza dell'amore, l'importanza della corporalità e degli affetti, l'apertura dell'ambito personale verso la società, la connessione con la natura. Il Concilio Vaticano II, volendo superare la concezione prevalentemente giuridica anche nel linguaggio corrente, ha costantemente evitato le espressioni come contratto o ius in corpus, e ha presentato il matrimonio non più come contratto (contractus), ma come patto coniugale (foedus coniugii), che dà forma a quell'intima comunità di vita e di amore che rappresenta l'essenza del matrimonio e della famiglia.
Il nuovo linguaggio utilizzato consente maggior chiarezza e, parlando di patto77 al posto di contratto, si evitano confusioni circa la natura stessa del matrimonio. Il termine foedus, infatti, meglio evidenzia il carattere consensuale tipico del patto e la perpetuità del vincolo, a differenza di quello di contractus che è stato usato a partire dal VII secolo e si è affermato nel XIII secolo78. Il termine patto esprime un forte collegamento biblico79, richiamando quell'alleanza tra Jhaweh e il suo popolo, quindi fra Cristo e la Chiesa, unitamente all'indicazione che il costitutivo del matrimonio vada raggiunto a partire dalla realtà dell'amore coniugale. Il riferimento biblico ci fa comprendere il ruolo della famiglia cristiana che è partecipazione del patto di amore di Cristo e della Chiesa: “il matrimonio è visto, qui, soprattutto come espressione e compimento dell'amore; nasce dall'amore, all'amore porta e nell'amore trova la sua perfezione. Un matrimonio senza amore non è che un matrimonio fallito. Forse non potrà dimostrarsi che, ove manchi l'amore, il matrimonio debba considerarsi invalido. È però innegabile che un unione senza amore, non potrà mai realizzare il senso genuino del matrimonio, e chi deliberatamente lo contraesse senza amore difficilmente potrebbe essere scusato di peccato contro il matrimonio”80.
La Gaudium et Spes ha ripreso i punti più importanti della Casti Connubii, fornendo, però, un approccio pastorale che porta alla luce nuove prospettive81.Diverse interpretazioni sono sorte dopo la promulgazione del documento pastorale intorno alle sue formulazioni. La Costituzione Pastorale, nella prima parte, fornisce una sintesi dell'antropologia cristiana, proprio perché la Chiesa ha da sempre avvertito l'esigenza di accostarsi all'uomo, e si concentra nella definizione che le Sacre Scritture danno dello stesso inteso come immagine di Dio:
«Sacrae enim Litterae docent hominem 'ad imaginem Dei', creatum esse, capacem suum Creatorem cognoscendi et amandi, ab eo tamquam dominum super omnes creaturas terrenas constitutum, ut eas regeret, eisque uteretur, glorificans Deum. 'Quid est homo quod memor es eius? Aut filius hominis, quoniam visitas eum? Minuisti eum paulo minus ab angelis, gloria et honore coronasti eum, et constituisti eum super opera manuum tuarum. Omnia subiecisti sub pedibus eius' (Ps. 8, 5-7). At Deus non creavit hominem solum: nam inde a primordiis 'masculum et feminam creavit eos' (Gen. 1, 27), quorum consociatio primam formam efficit communionis personarum. Homo etenim ex intima sua natura ens sociale est, atque sine relationibus cum aliis nec vivere nec suas dotes expandere potest. Deus igitur, sicut interum in sacra Pagina legimus, vidit 'cuncta quae fecerat, et erant valde bona' (Gen. 1, 31)82».
Le radici della dignità umana sono date proprio dalla relazione che esiste tra Dio e l'uomo e tutta la Costituzione Pastorale concentra l'attenzione sulla dignità della persona, per poi passare ad analizzare quella del matrimonio in una chiave più personalistica83.
L'art 47 della Gaudium et Spes inizia parlando dei problemi del matrimonio e della famiglia nel mondo attuale. Nel primo quadro sono descritti gli aspetti positivi della situazione; nel secondo, quelli negativi dell'odierna vita matrimoniale e familiare84. Tra i problemi, appaiono prima quelli che minacciano l'istituzione matrimoniale (poligamia, divorzio e amore libero) e dopo quelli che, vissuti all'interno del matrimonio, sono contrari al vero amore coniugale (egoismo85, edonismo, uso del matrimonio contro la generazione). Al centro del matrimonio, tanto come istituzione naturale quanto come sacramento, c'è l'amore coniugale. Circa il suo reale significato e le sue manifestazioni, diversi sono stati gli interrogativi ai quali il Concilio ha risposto consacrando al tema dell'amore coniugale un intero numero.
L’esigenza di trattare l’argomento scaturiva da un duplice motivo: da un lato si voleva assegnare una esatta definizione al concetto di amore coniugale, evitando i problemi che un inesatta concezione può generare; dall'altro si intendeva rispondere a quello “spiritualismo cristiano” che, “mentre esaltava l'amicizia coniugale tra gli sposi, si mostrava anche sospettoso verso la funzione che la sessualità ha nell'amore degli sposi, e la giustificava solo perché necessaria al matrimonio per raggiungere il suo fine principale: la procreazione dei figli o col fatto che essa è remedium concupiscentiae86”.
Dell'amore coniugale si parla nell'articolo 4987 della Gaudium et Spes che al primo paragrafo si sofferma sulle sue sacre origini 88, sottolineando come tale amore non venga esaltato solo dalla Sacra Scrittura ma anche da personalità autorevoli:
«I fidanzati sono ripetutamente invitati dalla parola di Dio a nutrire e potenziare il loro fidanzamento con un amore casto, e gli sposi la loro unione matrimoniale con un affetto senza incrinature. Anche molti nostri contemporanei annettono un grande valore al vero amore tra marito e moglie, che si manifesta in espressioni diverse a seconda dei sani costumi dei popoli e dei tempi».
La Costituzione pastorale dedica particolare attenzione al ruolo e alla dignità di questo amore che, anche “se primariamente è incontro spirituale e affettivo tra persona e persona, concretamente però, a causa delle misteriose e profonde radici che lo immergono nella sessualità, si esprime in un contesto di gesti esterni di affetto e di dono che coinvolgono, in tutte le sue componenti fisiche e spirituali, la persona. Il matrimonio è dono reciproco e reciproca accettazione di due persone nella loro totalità, nel loro essere e nel loro agire, per un complemento reciproco interpersonale che si esprime a tutti i livelli: dello spirito e del corpo; della volontà, del cuore, dei sensi”89:
«Proprio perché atto eminentemente umano, essendo diretto da persona a persona con un sentimento che nasce dalla volontà, quell'amore abbraccia il bene di tutta la persona; perciò ha la possibilità di arricchire di particolare dignità le espressioni del corpo e della vita psichica e di nobilitarle come elementi e segni speciali dell'amicizia coniugale. Il Signore si è degnato di sanare, perfezionare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e carità. Un tale amore, unendo assieme valori umani e divini, conduce gli sposi al libero e mutuo dono di se stessi, che si esprime mediante sentimenti e gesti di tenerezza e pervade tutta quanta la vita dei coniugi anzi, diventa più perfetto e cresce proprio mediante il generoso suo esercizio. È ben superiore, perciò, alla pura attrattiva erotica che, egoisticamente coltivata, presto e miseramente svanisce. Questo amore è espresso e sviluppato in maniera tutta particolare dall'esercizio degli atti che sono propri del matrimonio. Ne consegue che gli atti coi quali i coniugi si uniscono in casta intimità sono onesti e degni; compiuti in modo veramente umano, favoriscono la mutua donazione che essi significano ed arricchiscono vicendevolmente nella gioia e nella gratitudine gli sposi stessi. Quest'amore, ratificato da un impegno mutuo e soprattutto consacrato da un sacramento di Cristo, resta indissolubilmente fedele nella prospera e cattiva sorte, sul piano del corpo e dello spirito; di conseguenza esclude ogni adulterio e ogni divorzio. L'unità del matrimonio, confermata dal Signore, appare in maniera lampante anche dalla uguale dignità personale che bisogna riconoscere sia all'uomo che alla donna nel mutuo e pieno amore. Per tener fede costantemente agli impegni di questa vocazione cristiana si richiede una virtù fuori del comune; è per questo che i coniugi, resi forti dalla grazia per una vita santa, coltiveranno assiduamente la fermezza dell'amore, la grandezza d'animo, lo spirito di sacrificio e li domanderanno nella loro preghiera. Ma l'autentico amore coniugale godrà più alta stima e si formerà al riguardo una sana opinione pubblica, se i coniugi cristiani danno testimonianza di fedeltà e di armonia nell'amore come anche di sollecitudine nell'educazione dei figli, e se assumono la loro responsabilità nel necessario rinnovamento culturale, psicologico e sociale a favore del matrimonio e della famiglia. I giovani siano adeguatamente istruiti, molto meglio se in seno alla propria famiglia, sulla dignità dell'amore coniugale, sulla sua funzione e le sue espressioni; così che, formati nella stima della castità, possano ad età conveniente passare da un onesto fidanzamento alle nozze90».
Il Concilio si sofferma sul significato e sull’importanza della sessualità nell’amore coniugale. Richiamando ancora una volta l'insegnamento delle Sacre Scritture91, l'atto coniugale viene considerato come “atto umano, ispirato dall'affetto e accompagnato da manifestazioni di tenerezza e di affettuosa sollecitudine per il coniuge, espressione particolare dell'amore coniugale, lo sviluppa e lo fa progredire. L'unione sul piano fisico, rafforza e approfondisce l'unione sul piano affettivo e spirituale”92. Il Concilio, andando a definire gli atti con i quali i coniugi si uniscono “onesti e degni”, intende respingere quel sospetto e quella diffidenza mostrata da alcuni cristiani verso la sessualità. Si afferma che l'atto coniugale non può essere inteso come peccaminoso e indecente, ma se è compiuto secondo l'ordine della castità coniugale va molto al di là del suo significato biologico93. er gli sposi “la sessualità è fonte di reciproco arricchimento, attraverso la donazione del proprio corpo, è tutta la ricchezza spirituale dei coniugi che diviene comune”94. La fusione del corpo e dello spirito, nell'esperienza matrimoniale, viene affermata anche dal Magistero ecclesiastico. In questa Costituzione Pastorale, anzi, la logica dell'amore coniugale, inteso come vincolo interpersonale, viene portata alle sue ultime conseguenze. Secondo il pensiero del Concilio, in “un equilibrata esperienza coniugale la fusione del corpo e dello spirito è così semplice e serena, ma anche piena e totale che trasforma l'amore in coraggiosa espressione di vita; impegna i coniugi a una reciprocità che non ammette tradimenti; dispone il cuore e lo spirito a una continua testimonianza di responsabilità; invita ad accogliere e a vivere l'amore come una vocazione; e nell'amore uomo e donna si danno e si accettano uguali, e insieme si aiutano per diventare migliori”95.
Dall'analisi, emerge come il carattere essenziale dell'amore coniugale sia rappresentato dall'indissolubile fedeltà, nella buona e nella cattiva sorte96: indissolubilità naturale, poiché tale amore riproduce l'unione di Cristo con la Chiesa, più volte richiamata da San Paolo97. L'indissolubilità intesa sia sul piano fisico, ma anche sul piano dell'affettività e dello spirito. Viene descritta l'autenticità dell'amore coniugale, che non può ridursi a mera inclinazione erotica e ci si sofferma sull'unità del matrimonio che presuppone l'eguale dignità dei coniugi. Per la stabilità e la salvezza dello stesso, è necessario che l'amore dei coniugi sia forte e duraturo, in grado di resistere all'abitudine, al trascorrere del tempo e alla stanchezza che molto spesso questo genera. Gli sposi devono cercare di superare le difficoltà che ogni giorno la vita di coppia riserva, mettere da parte i rancori, non cadere in ripicche e dissapori, ma affrontare il tutto con amore, con pazienza e dolcezza. Bisogna aprirsi nell’accogliere l'altro, bisogna perdonarsi e comprendersi per adeguarsi alle esigenze del coniuge98.
Negli altri articoli dalla Gaudium et Spes dedicati al matrimonio, si richiama continuamente l’amore coniugale e si fornisce una visione dell'istituto matrimoniale fortemente personalistica. Infatti, la Costituzione pastorale descrive tale istituto come “intima comunità di vita e d'amore”, presenta il consenso matrimoniale come “mutua donazione di due persone...”, ed insiste sul fatto che marito e moglie, aiutandosi e servendosi reciprocamente, “sperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la raggiungono”. L'art 4899 sottolinea anche la sacralità del matrimonio: “il matrimonio è sacro come istituzione naturale; è istituito da Dio il quale lo ha dotato di leggi proprie che gli sposi devono accettare per il loro bene, per il bene dei figli e della società”100. Certamente il matrimonio nasce dal mutuo consenso personale e irrevocabile degli sposi, consenso che crea un intima comunità di vita e d'amore.
Il matrimonio non si esaurisce, però, in esso: gli sposi con il consenso, entrano in un istituzione che li supera e che non dipende da essi. La Costituzione, nella dizione dell'articolo, ha preferito non adottare una gerarchia dei fini per evitare di confondere, ulteriormente, le idee dei fedeli101. Si è deciso, invece, di valorizzarli tutti ritenendo che il matrimonio, prima di essere strumento di procreazione, sia una comunità di vita e di amore102.
E' particolarmente interessante notare che, mentre l'ordinazione naturale ed intrinseca del matrimonio e dell'amore coniugale alla procreazione viene espressa due volte (nn. 48, 50), si ha solo una breve referenza al mutuum auditorium (non chiaramente indicato come fine), mentre il remedium concupiscentiae non viene assolutamente menzionato.
La Costituzione accenna, poi, alle due proprietà essenziali del matrimonio: la totale fedeltà degli sposi e la loro indissolubile unità. L'articolo, in seguito, si sofferma sull'amore coniugale che è santo anche perché è partecipazione dell'amore di Dio e simbolo dell'amore di Cristo per la Chiesa.
Nell'art 50103 è trattato il tema della fecondità del matrimonio e si sottolinea come questo, vissuto nell'autentico amore coniugale, per sua natura sia fecondo. La fecondità qui è intesa non in senso prettamente biologico, bensì in senso umano, ovvero regolata dalla ragione. Si chiarisce come la regolamentazione della fecondità spetti ai genitori, che il matrimonio non è istituito solo in vista della procreazione e trova la sua affermazione il principio che l'amore coniugale è essenzialmente ordinato alla prole.
Occorre ricordare come la redazione di questo numero sia stata particolarmente tormentata a causa dello scontro delle due tendenze che si manifestarono in seno al Concilio: quella classica e quella moderna104. Se nel numero precedente prevalse la seconda qui, invece, la prima. Si ribadisce come “il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole”105: la prole che rappresenta il loro fine intrinseco e la Costituzione pastorale evita di ricorrere, adottando un linguaggio del tutto nuovo, a una terminologia troppo giuridica. Per parlare dei figli si usa la parola dono e non si è, invece, fatto ricorso ai termini più tradizionali come bonum o finis, questo per evitare di prendere una posizione nella controversia sui fini del matrimonio.
La fecondità, di cui tratta l'art 50, è iscritta nella natura stessa del matrimonio e dell'amore coniugale e quest'ultimo, dal testo conciliare, è inteso nella sua accezione più ampia: lo si riferisce tanto al matrimonio in senso stretto quanto a quello in senso largo, sia in fieri che in facto esse. Nell'articolo si affronta il problema della procreazione ragionevole e responsabile: cioè i coniugi devono aver consapevolezza del compito che li è stato assegnato da Dio che è quello di generare altri esseri umani e con retto giudizio, decidere riguardo il numero di figli da avere, tenuto conto di diverse circostanze106. Si analizza il problema dell'infecondità del matrimonio e si chiarisce che lo stesso ha valore anche in mancanza di figli107 perché non è istituito solo per la procreazione, ma soprattutto per salvaguardare quella comunità di vita e d'amore tra l'uomo e la donna.
Importante è stato anche l'art 51108 che cerca di risolvere la contraddizione esistente tra amore e fecondità. Da un lato, infatti, l'amore coniugale si deve esprimere in tutte le sue componenti, dunque anche quella sessuale; dall'altra però la fecondità deve essere regolata e responsabile, dunque, l'amore coniugale si può esprimere nell'unione sessuale nella misura in cui lo esige la regolamentazione della fecondità. La Costituzione riconosce tale problema e una volta scartate le soluzioni disoneste109, sottolinea come l'uomo non sia padrone di tutto ciò che riguarda la vita umana perché solo Dio può determinarne il destino e decidere della sua esistenza. Il compito dell'uomo è quello di conservare e di salvare la vita e tale missione deve compierla nel rispetto della sua natura e delle sue esigenze. La sessualità umana si differenzia da quella animale, che è solamente riproduttiva, poiché il suo esercizio, oltre a servire alla riproduzione di nuovi esseri umani, serve anche ad arricchire e a perfezionare la persona ed è espressione del suo più alto valore che è l'amore.
Per questo gli atti coniugali hanno una determinata nobiltà e quindi vanno rispettati mentre gli altri atti sessuali umani, esercitati al di fuori del matrimonio, devono definirsi immorali perché non sono espressione dell'amore verso il coniuge.
Recibido el 14 de enero de 2015 y aceptado el 13 de febrero de 2015.
* Dr.ssa Federica Viola, Cattedra di Diritto Ecclesiastico, Diritto Canonico e Storia del Diritto Canonico, Dipartimento di Economia e Giurisprudenza, Università degli Studi di Cassino, Italia.
1 Cfr. P. Fedele, “L’ordinatio ad prolem” e i fini del matrimonio con particolare riferimento alla Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, in AA.VV., L’amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 3-4; A. Lanza, De fine primario matrimonii, in Apollinaris, 13 (1940), pp. 53-83; 13 (1940), pp. 218-264; 14 (1941), pp. 12-39; V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L’amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 57.
2 Si può ricordare, come punto di partenza del dibattito, un libretto dal titolo Matrimonio: il mistero dell'amore fedele pubblicato da D. Von Hildebrand nel 1929. Qui ci si concentrava sull'amore coniugale inteso come elemento specifico del matrimonio. Si descriveva un amore che richiedeva unità e indissolubilità già considerato nel suo spessore tipicamente umano e non è autentico se non veniva espresso dal consenso che lo sottrae all'arbitrio di entrambe le parti. Il sacramento fondava le caratteristiche dell'amore umano su Cristo e la Chiesa. D. Von Hildebrand, Matrimonio: il mistero dell'amore fedele, Brescia, 1931, pp. 49-50.
3 Il Concilio ecumenico Vaticano II è stato il ventunesimo e ultimo concilio. Si svolse in quattro sessioni, dal 1962 al 1965, sotto i pontificati di Giovanni XXIII e Paolo V. Sul punto, cfr. G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II, vol. I, parte I (1959-1962), Roma, 1966, pp. 39 e ss.; L. Capovilla, Giovanni XXIII, Ed. Vaticana, 1963, pp. 186-195; L. Capovilla, Giovanni XXIII, Ed. Vaticana, 1963, p. 195; E. Fogliasso, in Il Concilio Ecumenico Vaticano II nella vita del Santo Padre Giovanni XXIII, Roma, 1962.
4 Tra questi si ricordano il cardinale Léger, arcivescovo di Montrèal, il card. Primate del Belgio Suenens, il cardinale olandese Alfrink, il cardinale Colombo. Questi autorevoli interventi si contrapposero alle posizioni tradizionali difese dai cardinali Ruffini, Ottaviani e il Browne. Sul punto cfr. P. Fedele, “L’'ordinatio ad prolem” e i fini del matrimonio con particolare riferimento alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 15 e ss.
5 Una parte della dottrina ritiene, invece, che le tendenze non furono due ma tre: accanto alle due che sono state definite una tradizionalista e l'altra progressista, c'era la tendenza moderata. Quest'ultima come la prima riteneva che fine primario del matrimonio era la prole, ma nello stesso tempo come la seconda accoglieva le istanze per una concezione più personalistica del matrimonio. Cfr S. Lener, L'oggetto nel consenso e l'amore nel matrimonio, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 132.
6 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 713-721; V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 80-81.
7 S. Agostino, De nuptiis et concupiscentia, lib. I, c. XVII, 19, PL., 44, 424; Pio XI, Lettera Enciclica Casti Connubii, 31 dicembre 1930, in AAS 22 (1930), p. 543; Pio XII, L'apostolato delle ostetriche. Questioni morali di vita matrimoniale, IV, in Discorsi e Radiomessaggi di S. S. Pio XII, Roma, 1955, col. XIII, pp. 347-348.
9 S. Agostino, De bono coniugali, c. III; PL. 40, 375.
10 Cfr. Catechismo del Concilio di Trento, Istituzione e finalità del matrimonio, p. 291.
11 Per una descrizione più dettagliata delle discussione e la relativa documentazione, cfr. A. Favale, Fini del matrimonio nel Magistero del Concilio Vaticano II, in AA.VV., Realtà e valori del sacramento del matrimonio, LAS, 1976, Roma, pp. 188-189; G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II edite da “La Civiltà Cattolica”, Terzo periodo, vol. IV, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1965, pp. 299-310; G. De rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 704-713.
12 «Possa il Concilio senza paura e senza reticenza, proclamare chiaramente i due fini del matrimonio come ugualmente buoni e santi. Una volta affermato questo, i medici, gli psicologi e tutti gli esperti potranno determinare sempre meglio, fin nei casi più minuti, i doveri e della fecondità e dell’amore», in G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 699-700; T. Beemer, Problematica coniugale e controllo delle nascite. Il matrimonio è veramente una situazione immutabile?, in AA.VV., Diritti del sesso e matrimonio- superato il dilemma amore procreazione nell’incontro libero e responsabile fra uomo e donna, Milano, 1968, pp. 122-124. Sulla legittimità dell’unione il Cardinale Leger afferma: «l’unione intima degli sposi trova il suo fine legittimo in se stessa, anche quando non è ordinata alla procreazione. Da parecchi secoli si considerano legittime le coppie sterili», in L. Lorenzetti, Concilio e Humanae vitae, Bologna, 1969, pp. 57-58.
13 A riportare queste parole è G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 700.
14 Gn 1, 25-31.
15 Gn 2, 24; Mt 19, 4-5.
16 «Non è perciò un conflitto tra due valori separati. Giacché se non c’è amore e fedeltà, spesso anche lo stesso scopo della procreazione è messo in pericolo. Di qui il conflitto morale nel porre un unico atto: se con esso i coniugi vogliono rispettare la finalità biologica, ne viene a scapitare il dovere dell’educazione umana e cristiana della prole presente e futura; se invece si vuole tutelare il bene della fedeltà e dell’educazione, allora non ci sono altre soluzioni se non la continenza periodica, che spesso porta con se gravi incomodi, o la continenza completa che esige una forza morale molto maggiore da quella che normalmente si presume che ci sia di fatto, o porre l’atto coniugale escludendo la prole. E se quest’ultima cosa avviene mediante l’uso di mezzi che senza dubbio sono intrinsecamente cattivi, la Chiesa non potrà mai ammettere il sacrificio di un valore particolare allo scopo di salvare, per così dire, il valore totale del matrimonio. Ma l’approfondita conoscenza dell’uomo e specialmente della distinzione essenziale tra la sessualità meramente biologica e la sessualità umana fa sì che presso molti coniugi, come pure fra gli scienziati e fra alcuni moralisti, sorga un dubbio onesto, almeno riguardo gli argomenti addotti per dimostrare che l’unica soluzione veramente efficace, morale e cristiana, in questi conflitti interiori della vita coniugale è la continenza completa o periodica», in P. Fedele, “L’ordinatio ad prolem” e i fini del matrimonio con particolare riferimento alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 17; anche in De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 701-702.
17 Per gli interventi in seno al Concilio Vaticano II si può consultare: P. Fedele, “L’ordinatio ad prolem” e i fini del matrimonio con particolare riferimento alla Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 15-17; V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 79-80; G. De rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 697-702, pp. 704 – 713; L Lorenzetti, Concilio e Humanae vitae, Bologna, 1969, pp. 56-61; F. V. Joannes, Tradizione ed evoluzione nella morale coniugale. I documenti segreti della Commissione pontificia sulla natalità, in AA.VV., Diritti del sesso e matrimonio - superato il dilemma amore procreazione nell’incontro libero e responsabile fra uomo e donna, Milano, 1968, pp. 216-218.
18 Pio XII, Allocuzione al Tribunale della Sacra R. Rota, 3 ottobre 1941, in AAS, 1941, p. 423; tale subordinazione è stata poi confermata nel decreto del S. Uffizio, del 1 Aprile 1944 in AAS, 36 (1944), p. 103, ma soprattutto nel Discorso alle Ostetriche, del 29 ottobre 1951 in AAS, 43 (1951), p. 847, dove la gerarchia dei fini e la subordinazione di quelli secondari al principale è al centro dell'intera trattazione.
19 Questo autore è considerato il capostipite di coloro che mettono l'amore coniugale al centro del matrimonio. A suo avviso, si deve abbandonare lo schema tradizionale agostiniano-tomista del matrimonio, che non dà la giusta valorizzazione alla mutua relazione dei coniugi e all'amore coniugale. Il significato del matrimonio è l'unità a due, che esige una mutua donazione fisico-spirituale (e quindi l'amore coniugale): la prole viene definita come quell'arricchimento dell'unità a due. La gerarchia dei fini è così radicalmente corretta: fine oggettivo prossimo del matrimonio è la realizzazione dell'unità a due; questo fine si orienta, a sua volta, verso altri due: il completamento reciproco dei coniugi e la procreazione. La prole quindi entra solo come fine secondario indiretto del matrimonio. Il matrimonio inteso come comunione di tutta la vita predomina su quello inteso come istituzione ordinata alla procreazione e alla educazione della prole. H. Doms, Du sens et de la fin du mariage, trad. franc. Paris, Desclèe De Brouwer, 1937, pp. 103-117. Sul pensiero del Doms si sofferma anche G. Martelet, L’esistenza umana e l’amore, Assisi, 1970, p. 25; P. Piva, Problemi del matrimonio, in Quaderni di teologia morale, Assisi, 1973.
20 Si ricordi per esempio il P. B. Lavaud, Sen set fin du mariane. La thèse de Doms et la critique, in Revue Tomiste, XLIV, 1938, pp. 737-765.
21 Cfr. A. Tessarolo, Saggio teologico su l'amore coniugale, Roma, 1967, pp. 103-104.
22 Radiomessaggio: La grande aspettazione del Concilio Ecumenico, 11 settembre 1962, in AAS, 54 (1962), p. 681.
23 F. Menillo, Rilevanza giuridica dell'amore coniugale nel matrimonio canonico. [Collana Seconda Università di Napoli ‒ Facoltà di Studi Politici e per l'Alta formazione europea e mediterranea Jean Monnet], 2006, p. 24.
24 Nel concistoro semipubblico del maggio 1960 e costituiti ufficialmente col motu proprio Superno Dei nutu del 5 giugno 1960. Per ogni altra notizia sulla preparazione si cfr.: G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II edite da La Civiltà Cattolica. L’annuncio e la preparazione, 1959-1962, vol. I, parte I, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1966, pp. 181 e ss.
25 Tale sottocommissione tenne 18 riunioni prima di passare il materiale elaborato alla Commissione, che poi preparò il testo dello schema che fu presentato alla Commissione centrale
26 Per la storia del capitolo primo della parte seconda della Costituzione pastorale Gaudium et Spes,dal titolo De dignitate matrimonii et familiae fovenda, si possono consultare gli scritti di G. De rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 680-804; V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 57-92; R. Tucci, Introduzione storico-dottrinale alla costituzione pastorale Gaudium et Spes, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 17-134; G. Turbanti, Un concilio per il mondo moderno, La redazione della Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, Bologna, 2000; R. Burigana, Progetto dogmatico del Vaticano II: la commissione teologica preparatoria (1960-1962), in Verso il Concilio Vaticano II (1960-1962). Passaggi e problemi della preparazione conciliare, a cura di G. Alberigo e A. Melloni, Genova, Marietti, 1993, pp. 141-206; J. Grootaers, Il Concilio di fronte ai problemi del matrimonio e della famiglia, in AA.VV., Diritti del sesso e matrimonio - superato il dilemma amore procreazione nell’incontro libero e responsabile fra uomo e donna, Milano, 1968, pp. 135-171.
27 Schemata Costitutionum et Decretorum de quibus diceptabitur in Concilii sessionibus, Typis Poliglottis Vaticanis, 1962, Series Prima, Pars secunda De Matrimonio et Familia (nn. 8-34), pp. 115-149.
28 G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II edite da “La Civiltà Cattolica”, vol. I, parte II, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1966, pp. 341, 503.
29 Il capitolo quarto invece trattava questioni più attuali: in particolare della responsabilità dei genitori con riguardo al numero dei figli e quella demografica.
30 Primo schema preconciliare a tutti noto come Schema XVII. Si trattava di un testo dattiloscritto di pagine 66. Così com'era venne respinto per poi essere ripreso quasi interamente nell'Adnexum II e poi nelle successive redazioni dello schema sulla Chiesa e il mondo moderno.
31Che riportiamo per completezza: De admirabili vocatione hominis; De persona humana in societate; De matrimonio et familia; De culturae progressu rite promuovendo; De ordine aeconomico et de iustitia sociali; De comunitate gentium et pace
32 In AAS, 36 (1944), p. 103. Cfr X. Ochoa, Leges Ecclesiae, vol. II, Roma, 1969, coll. 2240-2241.
33 Schema De Ecclesia in mundo huius temporis, Typis Poliglottis Vaticanis, 1964, pp. 4; II n. 21 si trova alle pp. 22-24. Alle pp. 39-43 c'è la relazione di mons. E. Guano.
34 Schema De Ecclesia in mundo huius temporis: Adnexa, Typis Poliglottis Vaticanis, 1964 pp. 63. L'Adnexum II - De matrimonio et familia - si trova alle pp. 15-25.
35 Cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 689; V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 77.
36 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 697-702, p. 689.
38 V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 78.
39 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 693-697; G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II edite da “La Civiltà Cattolica”, Terzo periodo,vol. IV, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1965, pp. 296 e ss.
40 “In questo paragrafo..., non si intende presentare l'intera dottrina sul matrimonio, ma solo alcuni aspetti molto importanti di essa. E' messo in evidenza il legame che unisce fra loro i diversi fini del matrimonio. L'amore che unisce gli sposi è ordinato per sua natura alla procreazione e all'educazione dei figli per questo e per l'altro mondo” in G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II edite da “La Civiltà Cattolica”, Terzo periodo, vol. IV, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1965, p. 298.
41 V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 79.
42 P. Fedele, L'ordinatio ad prolem e i fini del matrimonio con particolare riferimento alla Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Concilio Vaticano II, in AA.VV., Città del Vaticano, 1971, p. 15; G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 707-708.
43 Per la conoscenza degli interventi, cfr. anche G. Caprile (a cura di), Il Concilio Vaticano II. Cronache del Concilio Vaticano II edite da “La Civiltà Cattolica”, Terzo periodo, vol. IV, in La Civiltà Cattolica, Roma, 1965, pp. 299-210.
44 Cfr. quanto detto nelle note precedenti.
45 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 702.
46Constitutio pastoralis De Ecclesia in mundo huius temporis, Typis Poliglottis Vaticanis, 1965, Part II, caput I, De dignitate matrimonii et familiae fovenda, nn. 60-64, pp. 45-51.
47 Schema Constitutionis pastoralis, De Ecclesia in mundo huius temporis. Textus recognitus et Relationes, Typis Poliglottis Vaticanis, 1965, pp. 5-21.
48 V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 82.
49 “Multi Patres inde ab initio non tantum institutum sed communionem vitae in instituto sublineare intendunt: quare additio in textu proponitur: Intima communitas vitae et amoris”. Cfr. Fasc. Schema Constitutionis pastoralis de Ecclesia in mundo huius temporis, Textus recognitus et Relationes, Pars II, Typis Poliglottis Vaticanis, 1965, p. 14.
50 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 723
51 V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 82.
52 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 723.
54 V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 83.
55 Ibidem. Cfr anche G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 725.
57 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 726-727.
59 Le votazioni furono tre: la prima riguardava i numeri 51-53, la seconda i numeri 54-56 e la terza globale sui numeri 50-56. Il numero più elevato di voti contrari si ebbe nella seconda votazione, 140 contro 2011; mentre in quella d’insieme si ebbero 484 placet iusta modum.
60 Voti cioè che erano stati espressi con riserva, perché legati a nuovi emendamenti del testo.
61 I modi sono le correzioni e le aggiunte proposte dai Padri, furono ordinati sotto 134 numeri e furono vagliati attentamente.
62 Pio XI, Lettera Enciclica Casti Connubii, 31 dicembre 1930, in AAS, 22 (1930), pp. 539-592.
63 Pio XII, Discorso all'Unione Cattolica italiana delle Ostetriche, 29 ottobre 1951, in AAS, 43 (1951), pp. 848-850.
64 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 732.
65 G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 731-744; V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 86-88; L. Vannicelli, Modi pontifici alla Gaudium et Spes, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 186-188.
66 “Se tuttavia il capitolo deve essere approvato, almeno lo si riveda, parlando in maniera chiara della gerarchia dei fini, dell’intrinseca malizia dell’onanismo, dei mezzi disonesti con i quali si impedisce la prole, della validità del matrimonio anche quando l’amore viene a mancare, della personale e mutua donazione dei diritti e dei doveri propri del matrimonio”.
67 V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 88.
68 AAS, 22 (1930), p. 553.
69 AAS, 22 (1930), pp. 547-548.
70 Alle tre citazioni la Commissione aggiunse una nota in cui si spiegava perché nel testo conciliare non erano date soluzioni concrete ai problemi della moralità familiare: “alcune questioni che hanno bisogno di ulteriori e più diligenti ricerche, per ordine del Sommo Pontefice, sono state trasmesse alla Commissione per lo studio della popolazione, della famiglia e della natalità, affinché, dopo che questa avrà adempiuto il suo compito, il Sommo Pontefice esprima il suo giudizio. Data quindi l'attuale fase in cui si trova la dottrina del Magistero, il Concilio non intende ora proporre soluzioni concrete”.
71 Per tutte le modifiche proposte e accolte, cfr. V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 84-92; cfr. anche G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 737-745; V. Fagiolo, La formula di approvazione e promulgazione dei decreti conciliari, in Il Diritto Ecclesiastico, n. 4, 1964, pp. 370-386.
72 Lo stesso giorno Mons. Garrone, relatore, fu chiamato in alto per prendere in considerazione un nuovo emendamento, sul paragrafo primo del n. 54 dove si diceva: “non posthabitis ceteris matrimonii finibus”; veniva suggerito di usare le parole, “non neglectis” o “non exclusis ceteris matrimonii finibus”. La Sottocommissione convocata urgentemente, ritenne l'emendamento inopportuno.
73 Nella votazione globale l'intero schema riportò 251 non placet, in quella della Sessione pubblica lo schema fu approvato con 2309 voti favorevoli e 75 contrari.
74 Il redattore finale dello schema 13, mons. Haubtmann, in seguito spiegò che al fine di conferire valore dottrinale al capitolo sul matrimonio e la famiglia, era stata anche rifiutata la scissione del testo in una Costituzione ed in una Dichiarazione, riservando all'intero testo il titolo: Constitutio pastoralis de Ecclesiae in mundo huius temporis chiamata dal 7 dicembre 1965, in poi, Gaudium et Spes, dalle sue parole iniziali.
75 Sugli articoli della Gaudium et Spes dedicati al matrimonio e alla famiglia, si cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 746 e ss.; U. Navarrete, Structura iuridica matrimonii secundum Concilium Vaticanum II. Momentum iuridicum amoris coniugalis, Roma, 1968, pp. 7-16 e pp.112-127.
76 La Costituzione Pastorale al numero 47 tratta del Matrimonio e della famiglia nel mondo d'oggi, al numero 48 della Santità del matrimonio e della famiglia e al numero 49 dell'Amore coniugale, dedicando a questo particolare attenzione. Negli articoli seguenti (50-51-52) si concentra rispettivamente sulla Fecondità del matrimonio, sull'Accordo dell'amore coniugale col rispetto della vita e, infine, sull'Impegno di tutti per il bene del matrimonio e della famiglia.
77 C’è chi si sofferma sul doppio significato della parola foedus, da intendersi in un duplice senso: quello giuridico, e quello socio-etico-teologico. Cfr. O. Robleda, Il presupposto dell’indissolubilità del matrimonio, in AA.VV; Amore e stabilità nel matrimonio, Roma, 1976, p. 91.
78 F. Menillo, Rilevanza giuridica dell'amore coniugale nel matrimonio canonico, [Collana Seconda Università di Napoli ‒ Facoltà di Studi Politici e per l'Alta formazione europea e mediterranea Jean Monnet], 2006, pp. 24-25.
79 Nella Sacra Scrittura si vedano per l'Antico Testamento: G. Quell, Alétheia, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol. II, Brescia, 1966, coll. 1017-1065; J. Behm, Ivi, coll. 1065-1094; per il Nuovo Testamento, invece, cfr. J. Guhrt, Alleanza, in Dizionario dei concetti biblici del Nuovo Testamento, a cura di L. Coenen - E. Beyreuther – H. Bietenhard, EDB, Bologna, 1976, pp. 66-72.
80 A. Tessarolo, Saggio teologico su l'amore coniugale, Roma, 1967, p. 105.
81 Il matrimonio sacramento è preso in considerazione dal Concilio Vaticano II non solo nella Costituzione pastorale Gaudium et Spes, ma anche nella Lumen Gentium che affronta tale tema al numero 11.
82 Cfr. GS 12.
83 F. Menillo, Rilevanza giuridica dell'amore coniugale nel matrimonio canonico, [Collana Seconda Università di Napoli ‒ Facoltà di Studi Politici e per l'Alta formazione europea e mediterranea Jean Monnet], 2006, pp. 29-32.
84 GS 47: “Il bene della persona e della società umana e cristiana è strettamente connesso con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. Perciò i cristiani, assieme con quanti hanno alta stima di questa comunità, si rallegrano sinceramente dei vari sussidi, con i quali gli uomini favoriscono oggi la formazione di questa comunità di amore e la stima ed il rispetto della vita: sussidi che sono di aiuto a coniugi e genitori della loro eminente missione; da essi i cristiani attendono sempre migliori vantaggi e si sforzano di promuoverli. Però la dignità di questa istituzione non brilla dappertutto con identica chiarezza poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, dal cosiddetto libero amore e da altre deformazioni. Per di più l'amore coniugale è molto spesso profanato dall'egoismo, dall'edonismo e da pratiche illecite contro la fecondità. Inoltre le odierne condizioni economiche, socio-psicologiche e civili portano turbamenti non lievi nella vita familiare. E per ultimo in determinate parti del mondo si avvertono non senza preoccupazioni i problemi posti dall'incremento demografico. Da tutto ciò sorgono difficoltà che angustiano la coscienza. Tuttavia il valore e la solidità dell'istituto matrimoniale e familiare prendono risalto dal fatto che le profonde mutazioni dell'odierna società, nonostante le difficoltà che ne scaturiscono, molto spesso rendono manifesta in maniere diverse la vera natura di questa istituzione. Perciò il Concilio, mettendo in chiara luce alcuni punti capitali della dottrina della Chiesa, si propone di illuminare e incoraggiare i cristiani e tutti gli uomini che si sforzano di salvaguardare e promuovere la dignità naturale e l'altissimo valore sacro dello stato matrimoniale”.
85 In uno dei suoi numerosi discorsi agli sposi novelli (17 giugno 1942), Pio XII indicava proprio nell'egoismo la causa che porta alla rottura di molti matrimoni. Pio XII, I nemici dell'amore indissolubile, in Discorsi e Radiomessaggi di S. S. Pio XII, Roma, 1955, vol. pp. 122-124.
86 Cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 766-768.
87 Per un attenta analisi dell’articolo 49 della Gaudium e Spes, cfr U. Navarrete, Structura iuridica matrimonii secundum Concilium Vaticanum II- momentum iuridicum amoris coniugalis, Roma, 1968, pp. 120 e ss.
88 Cf. Gen 2, 22-24; Pr 5, 18-20; 31, 10-31; Tb 8, 4-8; Ct 1, 1-3; 2, 16; 4, 16-51; 7, 8-11; 1 Cor 7, 3-6; Ef 5, 25-33.
89 A. Tessarolo, Saggio teologico su l'amore coniugale, Roma, 1967, pp. 105-106.
90 GS, 49.
91 Il Genesi più volte afferma che è proprio della condizione degli sposi divenire una “sola carne”; San Paolo poi nella prima lettera ai Corinti scrive: “il marito renda alla moglie il debito coniugale, e la moglie faccia altrettanto col marito. La moglie non può liberamente disporre del proprio corpo, ma il marito; e parimenti, neanche il marito può disporre del proprio corpo, ma la moglie. Non rifiutatevi l'uno all'altra, se non di comune accordo, per un certo tempo, allo scopo di darvi alla preghiera. Poi riprendere come prima, affinché Satana non vi tenti per via della vostra incontinenza” (1 Cor. 7, 3-5).
92 Cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, pp. 770-771.
93 Già Pio XII, nel noto discorso alle Ostetriche (1951), sottolineava come era stato il Creatore a volere “per la conservazione e la propagazione del genere umano servirsi dell'opera dell'uomo e della donna, unendoli nel matrimonio, ha disposto anche che in quella funzione i coniugi provino un piacere e una felicità nel corpo e nello spirito. I coniugi dunque nel cercare e nel godere questo piacere, non fanno nulla di male. Essi accettano quello che il Creatore ha loro destinato”, in AAS, 43 (1951), p. 851.
94 Cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 771. Il Bonnet, invece, osserva come il Concilio negli articoli dedicati al matrimonio parla di mutuo dono d'amore, e la totalità personale di quanto viene reciprocamente donato per l'autore non può intendersi altro che la sessualità. Questo arricchimento reciproco è definito di natura personalissima poiché l'uomo e la donna danno e ricevono se stessi. Si afferma che: “questa mutua volontà dell'uomo e della donna investe non una qualche attività, ma la loro stessa persona, in quanto si esprime in una vicendevole specificità sessuale, coinvolgendo responsabilmente in un impegno singolarmente gravido per il futuro la loro stessa libertà. L'uomo e la donna si donano cosi vicendevolmente in ciò che sono comunicandosi il proprio essere per attingere, nella dimensione unitaria di una compresenza essenzialmente complementare, l'esaltazione della propria specifica esistenzialità, a causa di questa sua stessa intensità più sicuramente orientata ed aperta allora verso l'Essere assoluto. Sarà chiaro così come un siffatto atto d'amore, pur esprimendo la sensualità umana, in realtà la trascenda di gran lunga radicandosi in una genuina quanto profonda volontà esistenziale che investe la piena sessualità dell'essere umano nella sua specificità maschile e femminile”. In L'essenza del matrimonio canonico: contributo allo studio dell'amore coniugale, Volume I, Padova, 1976, pp. 138-139.
95 A. Tessarolo, Saggio teologico su l’amore coniugale, Roma, 1967, p. 109.
96 Cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 772.
97 Ef (5, 22-32).
98 Cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 773.
99 GS, 48: “L'intima comunità di vita e d'amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita dall'alleanza dei coniugi, vale a dire dall'irrevocabile consenso personale. E così, è dall'atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, che nasce, anche davanti alla società, l'istituzione del matrimonio, che ha stabilità per ordinamento divino. In vista del bene dei coniugi, della prole e anche della società, questo legame sacro non dipende dall'arbitrio dell'uomo. Perché è Dio stesso l'autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini: tutto ciò è di somma importanza per la continuità del genere umano, il progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana. Per la sua stessa natura l'istituto del matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati alla procreazione e alla educazione della prole e in queste trovano il loro coronamento. E così l'uomo e la donna, che per l'alleanza coniugale 'non sono più due, ma una sola carne' (Mt 19, 6), prestandosi un mutuo aiuto e servizio con l'intima unione delle persone e delle attività, esperimentano il senso della propria unità e sempre più pienamente la conseguono. Questa intima unione, in quanto mutua donazione di due persone, come pure il bene dei figli, esigono la piena fedeltà dei coniugi e ne reclamano l'indissolubile unità. Cristo Signore ha effuso l'abbondanza delle sue benedizioni su questo amore dai molteplici aspetti, sgorgato dalla fonte della divina carità e strutturato sul modello della sua unione con la Chiesa. Infatti, come un tempo Dio ha preso l'iniziativa di un'alleanza di amore e fedeltà con il suo popolo così ora il Salvatore degli uomini e sposo della Chiesa viene incontro ai coniugi cristiani attraverso il sacramento del matrimonio. Inoltre rimane con loro perché, come egli stesso ha amato la Chiesa e si è dato per essa così anche i coniugi possano amarsi l'un l'altro fedelmente, per sempre, con mutua dedizione. L'autentico amore coniugale è assunto nell'amore divino ed è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e dalla azione salvifica della Chiesa, perché i coniugi in maniera efficace siano condotti a Dio e siano aiutati e rafforzati nello svolgimento della sublime missione di padre e madre. Per questo motivo i coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, ed assieme rendono gloria a Dio. Prevenuti dall'esempio e dalla preghiera comune dei genitori, i figli, anzi tutti quelli che vivono insieme nell'ambito familiare, troveranno più facilmente la strada di una formazione veramente umana, della salvezza e della santità. Quanto agli sposi, insigniti della dignità e responsabilità di padre e madre, adempiranno diligentemente il dovere dell'educazione, soprattutto religiosa, che spetta loro prima che a chiunque altro. I figli, come membra vive della famiglia, contribuiscono pure in qualche modo alla santificazione dei genitori. Risponderanno, infatti, ai benefici ricevuti dai genitori con affetto riconoscente, con pietà filiale e fiducia; e li assisteranno, come si conviene a figli, nelle avversità della vita e nella solitudine della vecchiaia. La vedovanza, accettata con coraggio come continuazione della vocazione coniugale sia onorata da tutti. La famiglia metterà con generosità in comune con le altre famiglie le proprie ricchezze spirituali. Allora la famiglia cristiana che nasce dal matrimonio, come immagine e partecipazione dell'alleanza d'amore del Cristo e della Chiesa renderà manifesta a tutti la viva presenza del Salvatore nel mondo e la genuina natura della Chiesa, sia con l'amore, la fecondità generosa, l'unità e la fedeltà degli sposi, che con l'amorevole cooperazione di tutti i suoi membri”.
100 Cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 752.
101 P. Fedele, “L'ordinatio ad prolem” e i fini del matrimonio con particolare riferimento alla Costituzione Gaudium et Spes del Concilio Ecumenico Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 20; cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 753; P. Fedele, Ancora su “L'ordinatio ad prolem” e i fini del matrimonio, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, p. 27.
102 Importante, al riguardo, l'interessante studio di V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 58-102; A. Gutierrez, Il matrimonio. Essenza, fine, amore coniugale, Napoli, 1974; U. Navarrete, Structura iuridica matrimonii secundum concilium Vaticanum II, in Periodica de re morali, 1957, pp. 357 e ss; pp. 554 e ss.; 1958, pp. 131 e ss.; pp. 169 e ss.
103 GS, 50: “Il matrimonio e l'amore coniugale sono ordinati per loro natura alla procreazione ed educazione della prole. I figli infatti sono il dono più eccellente del matrimonio e contribuiscono grandemente al bene dei genitori stessi. Dio che disse: 'non è bene che l'uomo sia solo' (Gn 2,18) e 'che creò all'inizio l'uomo maschio e femmina' (Mt 19,4), volendo comunicare all'uomo una speciale partecipazione nella sua opera creatrice, benedisse l'uomo e la donna, dicendo loro: 'crescete e moltiplicatevi' (Gn 1,28). Di conseguenza un amore coniugale vero e ben compreso e tutta la struttura familiare che ne nasce tendono, senza trascurare gli altri fini del matrimonio, a rendere i coniugi disponibili a cooperare coraggiosamente con l'amore del Creatore e del Salvatore che attraverso di loro continuamente dilata e arricchisce la sua famiglia. I coniugi sappiano di essere cooperatori dell'amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria. E perciò adempiranno il loro dovere con umana e cristiana responsabilità e, con docile riverenza verso Dio, di comune accordo e con sforzo comune, si formeranno un retto giudizio: tenendo conto sia del proprio bene personale che di quello dei figli, tanto di quelli nati che di quelli che si prevede nasceranno; valutando le condizioni sia materiali che spirituali della loro epoca e del loro stato di vita; e, infine, tenendo conto del bene della comunità familiare, della società temporale e della Chiesa stessa. Questo giudizio in ultima analisi lo devono formulare, davanti a Dio, gli sposi stessi. Però nella loro linea di condotta i coniugi cristiani siano consapevoli che non possono procedere a loro arbitrio, ma devono sempre essere retti da una coscienza che sia con forme alla legge divina stessa; e siano docili al Magistero della Chiesa, che interpreta in modo autentico quella legge alla luce del Vangelo. Tale legge divina manifesta il significato pieno dell'amore coniugale, lo protegge e lo conduce verso la sua perfezione veramente umana. Così quando gli sposi cristiani, fidando nella divina Provvidenza e coltivando lo spirito di sacrificio, svolgono il loro ruolo procreatore e si assumono generosamente le loro responsabilità umane e cristiane, glorificano il Creatore e tendono alla perfezione cristiana. Tra i coniugi che in tal modo adempiono la missione loro affidata da Dio, sono da ricordare in modo particolare quelli che, con decisione prudente e di comune accordo, accettano con grande animo anche un più grande numero di figli da educare convenientemente. Il matrimonio tuttavia non è stato istituito soltanto per la procreazione; il carattere stesso di alleanza indissolubile tra persone e il bene dei figli esigono che anche il mutuo amore dei coniugi abbia le sue giuste manifestazioni, si sviluppi e arrivi a maturità. E perciò anche se la prole, molto spesso tanto vivamente desiderata, non c'è, il matrimonio perdura come comunità e comunione di tutta la vita e conserva il suo valore e la sua indissolubilità”.
104 Sulle due tendenze che si sono scontrate in seno al Concilio, si cfr. G. De Rosa, Dignità del matrimonio e della sua famiglia e sua valorizzazione, in AA.VV., La Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo. Introduzione storico-dottrinale. Testo latino e traduzione italiana. Esposizione e commento, Torino, 1966, p. 713-721; V. Fagiolo, Essenza e fini del matrimonio secondo la Costituzione Pastorale Gaudium et Spes del Vaticano II, in AA.VV., L'amore coniugale, Città del Vaticano, 1971, pp. 80-81.
105 GS 48, 50.
106 Quest'ultima accezione verrà ripresa e ampliata successivamente nella Enciclica Humanae Vitae, di cui faremo riferimento nei paragrafi seguenti di questa nostra trattazione.
107 Si parla qui del piano oggettivo non di quello soggettivo. Oggettivamente quando i figli mancano il matrimonio conserva comunque il suo valore.
108 GS, 51: “il Concilio sa che spesso i coniugi, che vogliono condurre armoniosamente la loro vita coniugale, sono ostacolati da alcune condizioni della vita di oggi, e possono trovare circostanze nelle quali non si può aumentare, almeno per un certo tempo, il numero dei figli; non senza difficoltà allora si può conservare la pratica di un amore fedele e la piena comunità di vita. Là dove, infatti, è interrotta l'intimità della vita coniugale, non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli: allora corrono pericolo anche l'educazione dei figli e il coraggio di accettarne altri. C'è chi presume portare a questi problemi soluzioni non oneste, anzi non rifugge neppure dall'uccisione delle nuove vite. La Chiesa ricorda, invece, che non può esserci vera contraddizione tra le leggi divine, che reggono la trasmissione della vita, e quelle che favoriscono l'autentico amore coniugale. Infatti Dio, padrone della vita, ha affidato agli uomini l'altissima missione di proteggere la vita: missione che deve essere adempiuta in modo degno dell'uomo. Perciò la vita, una volta concepita, deve essere protetta con la massima cura; l'aborto e l'infanticidio sono delitti abominevoli. La sessualità propria dell'uomo e la facoltà umana di generare sono meravigliosamente superiori a quanto avviene negli stadi inferiori della vita; perciò anche gli atti specifici della vita coniugale, ordinati secondo la vera dignità umana, devono essere rispettati con grande stima. Perciò, quando si tratta di mettere d'accordo l'amore coniugale con la trasmissione responsabile della vita, il carattere morale del comportamento non dipende solo dalla sincera intenzione e dalla valutazione dei motivi, ma va determinato secondo criteri oggettivi, che hanno il loro fondamento nella dignità stessa della persona umana e dei suoi atti, criteri che rispettano, in un contesto di vero amore, il significato totale della mutua donazione e della procreazione umana; cosa che risulterà impossibile se non viene coltivata con sincero animo la virtù della castità coniugale. I figli della Chiesa, fondati su questi principi, nel regolare la procreazione, non potranno seguire strade che sono condannate dal Magistero nella spiegazione della legge divina. Del resto, tutti sappiamo che la vita dell'uomo e il compito di trasmetterla non sono limitati agli orizzonti di questo mondo e non vi trovano né la loro piena dimensione, né il loro pieno senso, ma riguardano il destino eterno degli uomini.
109 Sono quelle indicate nell'art 47 con l'espressione usus illiciti contra generationem.