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Timestamp: 2020-04-08 10:16:02+00:00
Document Index: 103597249

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 11', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 331', 'art. 36', 'art. 14', 'art. 63', 'art. 33', 'art. 220']

Reati tributari nel D.lgs. 231/2001 - La Cassazione promuove la riforma ed esorta gli Enti ad aggiornare i modelli organizzativi
Fabrizio Ventimiglia | 27/01/2020 10:23
È in vigore dal 25 dicembre u.s. la Legge 19 dicembre 2019, n. 157, che convertendo il c.d. "Decreto fiscale" (D.l. 26 ottobre 2019, n. 124) ha introdotto alcuni reati tributari nel novero dei reati presupposto da cui deriva la responsabilità "amministrativa" degli Enti ex D.lgs. 231/2001.
In attesa delle prime applicazioni, è già possibile riscontrare alcune preziose indicazioni nella Relazione dell'Ufficio del Massimario della Corte Suprema di Cassazione, n.3/2020.
La Relazione affronta, tra gli altri, il tema della duplicazione di sanzioni nei confronti degli Enti nell'ambito dei quali siano commessi i reati tributari richiamati dal nuovo art. 25-quinquiesdecies, D.lgs. 231/2001. In questi casi, a seguito della riforma in esame, la persona giuridica potrà infatti essere chiamata a rispondere sia delle sanzioni amministrative già previste dall'art. 11, D.lgs. 472/1997, che di quelle comminate dal D.lgs. 231/2001. Senonché, da più parti, si lamenta che una tale circostanza potrebbe rivelarsi incompatibile con il principio del ne bis in idem che, come è noto, tutela il diritto del reo a non essere processato e sanzionato più volte per lo stesso fatto storico.
Al riguardo, l'Alto Ufficio sembra tuttavia escludere la possibilità di frizioni con l'art. 4, Prot. 7, CEDU (1). In particolare, richiamandosi all'evoluzione della giurisprudenza della Corte EDU e della Corte di Giustizia (2), la Relazione evidenzia come il ne bis in idem abbia smesso di agire come regola inderogabile, legata alla sola presa d'atto circa l'irrogazione di più sanzioni di natura afflittiva per uno stesso illecito. Invece, evidenzia la Corte come non vi sarebbe violazione del principio laddove:
• le due o più sanzioni perseguano scopi diversi e complementari;
• la duplicazione dei procedimenti sia prevedibile;
• esista un coordinamento, specialmente sul piano probatorio, tra i più procedimenti;
•il risultato sanzionatorio complessivo non risulti eccessivamente afflittivo.
Già in precedenza, del resto, la Corte di Cassazione si era espressa favorevolmente rispetto all'introduzione dei reati tributari nel D.lgs. 231/2001. Ad esempio, già la nota Sent. Sez. Un. 30 gennaio 2014, n. 10561 (c.d. Gubert) osservava come «la stessa logica che ha mosso il legislatore nell'introdurre la disciplina sulla responsabilità amministrativa degli enti finisca per risultare non poco compromessa dalla mancata previsione dei reati tributari tra i reati presupposto nel d.lgs. n. 231 del 2001».
Tuttavia, la Relazione non ha mancato di sottolineare anche l'esigenza di "valorizzare" le norme che regolano i rapporti tra procedimento amministrativo e penale in materia tributaria, riferendosi in particolare:
• all'art. 13, comma 1, D.lgs. 74/2000, relativo alla causa di non punibilità costituita dalla volontaria estinzione del debito tributario e della sanzione amministrativa;
• alle disposizioni che prevedono obblighi di comunicazione degli illeciti tributari tra la Guardia di Finanza, l'Autorità giudiziaria e l'Agenzia delle Entrate, in quanto indispensabili a favorire l'avvio contestuale degli accertamenti di rispettiva competenza (3);
• alle disposizioni che consentono la circolazione del materiale probatorio raccolto nel corso di indagini condotte da diverse autorità procedenti (4) .
La Relazione contiene, inoltre, un'esplicita esortazione ad aggiornare i contenuti dei modelli organizzativi adottati ai sensi del D.lgs. 231/2001.
Non si tratta di una indicazione scontata.
Il rischio fiscale risulta infatti elevato in processi aziendali, come ad esempio la gestione della contabilità, degli acquisti di beni o servizi, la redazione del bilancio di esercizio, della nota integrativa e delle altre comunicazioni sociali, che sono già disciplinati nella maggior parte dei modelli organizzativi.
Indicare l'esigenza di un aggiornamento «al fine di implementare efficaci sistemi di gestione del rischio fiscale ed evitare la relativa sanzione» equivale, quindi, a richiamare l'attenzione delle imprese sull'esigenza di rimeditare le procedure esistenti, non limitandosi ad interventi formali.
In questa fase sarà fondamentale per le Società l'apporto dell'Organismo di Vigilanza. Non è un caso, allora, che la Cassazione ribadisca ancora una volta l'inidoneità dei modelli organizzativi che non ne prevedano l'istituzione, ovvero che non vi attribuiscano autonomi poteri di iniziativa e controllo rendendoli, di fatto, direttamente sottoposti al soggetto controllato.
Si va dunque, ancora una volta e sempre di più, nella direzione di una elevata e qualificata specializzazione del ruolo dell'Odv, che deve essere composto da professionisti effettivamente calati nella realtà aziendale e messi nelle condizioni di poter esercitare in piena autonomia il proprio incarico, godendo di adeguato e reale budget di spesa, nonché di massima libertà nello svolgimento delle mansioni.
1 - Sent. Corte EDU, Grande Camera, 15 novembre 2016, A. e B. c. Norvegia.
2 - Sent. Corte di Giustizia, Grande Sez., 20 marzo 2018, C-537/16, Garlsson Real Estate SA e atri; C-596/16 - C-597/16, Di Puma e CONSOB; C-524/15, Menci (in materia tributaria).
3 - Vd. art. 331 c.p.p.; art. 36 d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600; art. 14, comma 4, Legge 24 dicembre 1993, n. 537.
4 - Vd. art. 63, comma 1, d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633; art. 33, comma 3, d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600; art. 220 «norme di attuazione, di coordinamento e transitorie del codice di procedura penale».