Source: https://www.iusinitinere.it/cass-pen-sez-ii-7-maggio-2018-n-19739-18723
Timestamp: 2020-07-07 03:20:48+00:00
Document Index: 169382523

Matched Legal Cases: ['art. 643', 'Cass. Sez. ', 'art. 643', 'Cass. Sez. ', 'art. 643', 'Cass. Sez. ', 'art. 405', 'sentenza ', 'art. 606', 'art. 62', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 61', 'sentenza ', 'sentenza\n']

Cass. Pen., Sez. II, 7 maggio 2018, n. 19739 - Ius in itinere
Cass. Pen., Sez. II, 7 maggio 2018, n. 19739
Pres. Davigo
Est. Di Pisa
Lamenta, in particolare, parte ricorrente che la corte di merito, senza operare alcun vaglio critico dei motivi di appello, aveva omesso di considerare che non via era prova alcuna in ordine alla sussistenza di uno ‘squilibrio’ nei rapporti quale causa delle dazioni di somme, non avendo la corte territoriale considerato che Ì asserita deficienza psichica, come valutata nella relazione di consulenza d’ ufficio acquisita, non era in alcun modo percepibile ad opera della ricorrente;
Viene dedotto che la corte territoriale non aveva congruamente valutato i tre episodi nei quali sarebbe consistita la condotta induttiva, non considerando che: per quanto concerneva il primo prestito pari ad Euro 10.000,00, secondo la ricostruzione dei giudici di merito, la persona offesa era disposta a concedere in prestito la minore somma di Euro 5.000,00 sicché l’induzione avrebbe determinato il solo ‘aumento’ della cifra concessa e per altro verso i giudici non avevano considerato che si era sempre parlato di prestiti (nel caso specifico restituiti dopo pochi mesi) e non già di donazioni; non vi era prova alcuna dell’induzione avente ad oggetto il prestito di Euro 400,00 nonché in ordine alla presunta condotta induttiva con riferimento all’ulteriore prestito di Euro 2.000,00;
Viene rilevato che la corte territoriale aveva del tutto apoditticamente fatto riferimento alla mancanza di ‘resipiscenza’ senza considerare che l’imputato aveva riconosciuto di avere ricevuto in prestito la complessiva somma di Euro 20.000,00 e si era impegnato seriamente a restituirla;
3. In punto di configurabilità del reato di cui all’art. 643 cod. pen. occorre richiamare i seguenti principi che l’odierno collegio condivide integralmente: ‘Ai fini dell’integrazione dell’elemento materiale del delitto di circonvenzione di incapace, devono concorrere: (a) la minorata condizione di autodeterminazione del soggetto passivo (minore, infermo psichico e deficiente psichico) in ordine ai suoi interessi patrimoniali: (b) l’induzione a compiere un atto che comporti, per il soggetto passivo e/o per terzi, effetti giuridici dannosi di qualsiasi natura, che deve consistere in un’apprezzabile attività di pressione morale e persuasione che si ponga, in relazione all’atto dispositivo compiuto, in rapporto di causa ad effetto; (c) l’abuso dello stato di vulnerabilità del soggetto passivo, che si verifica quando l’agente, ben conscio della vulnerabilità del soggetto passivo, ne sfrutti la debolezza per raggiungere il fine di procurare a sé o ad altri un profitto (Cass. Sez. 2, sent. n. 39144 del 20/06/2013, dep. 23/09/2013, Rv. 257068). Pacifico è, poi, in punto di diritto che ‘il delitto di circonvenzione di incapace non esige che il soggetto passivo versi in stato di incapacità di intendere e di volere, essendo sufficiente anche una minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione e pressione’ (Sez. 2, n. 3209 del 20/12/2013 – dep. 23/01/2014, P.O. in proc. De Mauro Luigi e altro, Rv. 25853701). Rientra pertanto nella nozione di ‘deficienza psichica’ ex art. 643 cod. pen. la minorata capacità psichica, con compromissione del potere di critica ed indebolimento di quello volitivo, tale da rendere possibile l’altrui opera di suggestione, perché è ‘deficienza psichica’ qualsiasi minorazione della sfera volitiva ed intellettiva che agevoli la suggestionabilità della vittima e ne riduca i poteri di difesa contro le altrui insidie (Cass. Sez. 2, sent. n. 24192 del 05/03/2010, dep. 23/06/2010, Rv. 247463). È, poi, altrettanto pacifico che il convincimento circa la prova dell’induzione per la configurabilità dell’art. 643 cod. pen. ben può essere fondato su elementi indiretti e indiziari, cioè risultare da elementi precisi e concordanti come la natura degli atti compiuti e il pregiudizio da essi derivante (cfr. in tal senso Cass. Sez. 2, Sent. n. 17415 del 23/01/2009, dep. 23/04/2009, Rv. 244343).
In tema di sindacato del vizio di motivazione non è certo compito del giudice di legittimità quello di sovrapporre la propria valutazione a quella compiuta dai giudici di merito né quello di ‘rileggere’ gli elementi di fatto posti a fondamento della decisione la cui valutazione è compito esclusivo del giudice di merito: quando, come nella specie, l’obbligo di motivazione è stato esaustivamente soddisfatto dal giudice di merito, con valutazione critica di tutti gli elementi offerti dall’istruttoria dibattimentale e con indicazione, pienamente coerente sotto il profilo logico- giuridico, degli argomenti dai quali è stato tratto il proprio convincimento, la decisione non è censurabile in sede di legittimità.
4.3. Va, ancora, rilevato che, specie con riferimento alle censure riguardanti la asserita erronea valorizzazione della c.t.u. espletata nell’ambio del procedimento ex art. 405 cod. civ. che il giudizio sulla rilevanza ed attendibilità delle fonti di prova è devoluto insindacabilmente ai giudici di merito e la scelta che essi compiono, per giungere al proprio libero convincimento, con riguardo alla prevalenza accordata a taluni elementi probatori, piuttosto che ad altri, ovvero alla fondatezza od attendibilità degli assunti difensivi, quando non sia fatta con affermazioni apodittiche o illogiche, si sottrae al controllo di legittimità della Corte Suprema. Si è in particolare osservato che non è sindacabile in sede di legittimità, salvo il controllo sulla congruità e logicità della motivazione, la valutazione del giudice di merito, cui spetta il giudizio sulla rilevanza e attendibilità delle fonti di prova, circa contrasti testimoniali o la scelta tra divergenti versioni e interpretazioni dei fatti. (Sez. 2, n. 20806 del 05/05/2011 – dep. 25/05/2011, Tosto, Rv. 25036201).
4.4. In ordine alla riconoscibilità dello stato di infermità o deficienza psichica va, poi, ribadito che se è vero che lo stesso deve essere oggettivo, non è tuttavia necessario che tutti ne siano consapevoli, essendo richiesta la relativa consapevolezza solo in capo all’autore del reato desumibile anche dalla arrendevolezza del soggetto. Nella specie la corte territoriale ha accertato, con motivazione congrua e corretta, che sussisteva tale consapevolezza come ben poteva desumersi dalla circostanza che taluni dei testi escussi avevano affermato che la stessa era facile da condizionare’ nonché in ragione di quanto riferito dallo stesso M. in ordine al fatto che la stessa era solita acquistare ‘accendini, cioccolato, 20/30 pacchi da masticare e li regalava a tutti’ (dato questo assai anomalo per una persona nel pieno delle sue facoltà intellettive), ponendo l’accento anche sul livello intellettivo degli imputati certamente in grado per estrazione sociale e culturali di accorgersi della debolezza patologica di tipo psichico della vittima pronta ad elargire denaro pur non avendone alcun vantaggio.
Nella fattispecie, per le ragioni dinanzi esposte, la condotta degli imputati si è sostanziata chiaramente in una forma di pressione psicologica che ha indotto indubbiamente il compimento degli atti pregiudizievoli per la vittima e favorevoli per gli agenti risultando chiaro come solo la minorazione psichica e lo squilibrato rapporto che le causava con gli ‘amici’ poteva spiegare il perché la Ma. avesse compiuto le operazioni a favore degli imputati meglio indicate nei capi di imputazione (v. sentenza ff. 6,7 ove si fa riferimento della insistenza della R. al fine ottenere somme di denaro previo prelievo dal Banco di Sicilia, operazione non andata a buon fine in quanto l’impiegato dell’istituto di credito si era insospettito della presenza della R. ed aveva avvisato un parente della vittima ovvero a quanto riferito dai parenti della vittima in ordine alla consegna di tutto il TFR al M. con la subdola promessa ‘che avrebbe investito quel denaro e glielo avrebbe raddoppiato’).
5. In ordine al motivo di censura proposto dalla R. in tema di provvisionale, fermo restando che la determinazione della somma assegnata è riservata insindacabilmente al giudice di merito che non ha l’obbligo di espressa motivazione quando l’importo rientri nell’ambito del danno prevedibile (vedi Sez. 5, n. 12762 del 14/10/2016 – dep. 16/03/2017, Ottaviani, Rv. 26970401), va osservato che lo stesso deve essere ritenuto inammissibile ex art. 606 comma 3 cod. proc. pen. in quanto il relativo profilo non è stato formulato in appello ove è stato genericamente contestata la mancata prova del danno sicché non può essere dedotto, per la prima volta, in questa sede.
6. Va, quindi, rilevato che anche il profilo, dedotto dal M. , relativo mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche ex art. 62 bis cod. pen. deve ritenersi del tutto privo di fondamento. Occorre rilevare che i giudici di merito, nel negare le circostanze attenuanti generiche all’imputato, hanno correttamente valutato i criteri di cui all’art. 133 cod. pen., evidenziando la mancanza di elementi di segno favorevole tenuto conto della gravità dei fatti contestati. La Suprema Corte ha, d’altronde, affermato che il dovere di motivazione sulla ricorrenza delle condizioni per il riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche è adempiuto dal giudice ove, con una pur sintetica espressione del tipo ‘al fine di meglio adeguare la pena al fatto’, dia dimostrazione di avere valutato la gravità del fatto, che è uno degli indici normativi per la determinazione del trattamento sanzionatorio. (Sez. 3, n. 11963 del 16/12/2010 – dep. 24/03/2011, Pg in proc. Picaku, Rv. 249754) sicché la sentenza anche sul punto è immune da censure.
7. Posto che in tema di motivazione, in sede di impugnazione, il giudice non è obbligato a motivare in ordine al mancato accoglimento di istanze, nel caso in cui esse appaiano improponibili sia per genericità, sia per manifesta infondatezza (Sez. 2, n. 49007 del 16/09/2014 – dep. 25/11/2014, Iussi e altri, Rv. 26142301) va osservato che il primo giudice ha congruamente motivato in ordine alla aggravante in contestazione ex art. 61 n. 7 cod. pen. in ragione all’entità complessiva del danno patrimoniale cagionato alla vittima (v. f. 21) laddove nell’atto di appello il ricorrente si è limitato a dedurre del tutto genericamente: ‘la circostanza aggravante non è motivata in sentenza quindi deve essere esclusa’ (v. appello f. 7) sicché non sussiste il vizio lamentato dal M. .
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