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Timestamp: 2019-11-19 03:37:26+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art. 40', 'art. 40', 'art. 40', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 147', 'art. 40', 'Cass. Sez. ']

LA MADRE RISPONDE PER GLI ABUSI DEL MARITO SUI FIGLI
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | MARTEDÌ 19 NOVEMBRE AGGIORNATO ALLE 4:37
Violenza endofamiliare e responsabilità del genitore per omesso impedimento dei reati del partner
G. SPADARO, G. BUFFONE, L. NANIA
(Magistrati)
SOMMARIO. 1. La tutela della persona “nella” famiglia - 2. Causalità omissiva – 3. Omesso impedimento del reato altrui. – 4. Responsabilità della madre per non avere impedito le violenze del marito sui figli.
1. La tutela della persona “nella” famiglia.
La violenza endofamiliare colpisce nella maggior parte dei casi i minori. Gli strumenti per contrastare questa forma subdola di criminalità - che colpisce il soggetto proprio nello spazio in cui maggiore dovrebbe essere il senso di sicurezza e serenità – si sono succeduti del tempo non senza buoni risultati e, di fatto, anche una rivisitazione dei principi regolatori della materia. Si è, infatti, passati da un modello di famiglia – istituzione ad un modello di famiglia – comunità attraverso il superamento del ruolo preminente del cd. interesse superiore della famiglia. La concezione tradizionale si fondava sul convincimento che le regole a disciplina della materia familiare costituissero un sistema chiuso e completo laddove la famiglia avesse un valore in sé e per sé quale società naturale, in cui gli interessi dei singoli si annullano in ragione del superiore interesse del nucleo familiare, forza motrice dell’intero tessuto sociale. Siffatta costruzione cede sotto i colpi della riforma del 1975 ed un neo-personalismo licenziato da una lettura più attenta della Carta costituzionale: la famiglia è servente alla persona che resta il baricentro attorno a cui ruotano gli istituti anche fondamentali. La vis espansiva del principio in parola ha portato alla rivisitazione dei vecchi principi anche in altri settori del diritto afferenti al tema della tutela della persona nell’ambito della famiglia. Un argomento particolarmente delicato riguarda l’inerzia del genitore dinnanzi agli abusi o alle violenze dell’altro. Tradizionalmente, infatti, era difficile ritenere che questi potesse reputarsi responsabile per concorso (omissivo) nella condotta (attiva) altrui. <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />La Cassazione ha mutato, però, registro. Una premessa in tema di causalità omissiva è opportuna.
2. Causalità omissiva.
Come noto, l’imputazione del fatto illecito in capo al soggetto avviene sulla base di un criterio soggettivo e di uno oggettivo, sulla scorta della teoria bipartita del reato: il criterio di imputazione soggettiva concerne il rapporto autore – fatto ed attiene alla verifica della sussistenza del dolo o, se ex lege prevista, della colpa. Il criterio di imputazione oggettiva è integrato invece dalla causalità giuridica concernente il rapporto azione – evento. Il rapporto di causalità è presupposto indefettibile del reato integrando gli estremi di uno degli elementi costitutivi della fattispecie incriminatrice: in assenza del nesso eziologico al soggetto non può essere ascritto l’evento illecito. La causa, tecnicamente, è la condizione contingente necessaria per la produzione dell’evento ed il presupposto logico che determina la consequenzialità tra un’azione ed un evento. A livello di inquadramento sistematico, non deve essere trascurata la funzione cd. selettiva della casualità che risponde all’ottemperanza ai principi di personalità e materialità della responsabilità penale poiché circoscrive l’area del penalmente rilevante secondo un indice sintomatico di carattere oggettivo. Proprio sulla scorta di tale indicazione, il nostro ordinamento non ha recepito la teoria della cd. imputazione oggettiva dell’evento, reietta perché punisce l’autore del fatto per la sola presenza dell’aumento del rischio creato dalla condotta. Alla stregua dell’art. 40 del codice penale, clausola generale di tutto l’ordinamento, il nesso causale è il rapporto intercorrente tra azione/omissione ed evento criminoso: la formulazione generale degli artt. 40, 41 ha, tuttavia, suscitato diversi indirizzi interpretativi volti a spiegare quando ed a quali condizioni un evento lesivo fosse conseguenza dell’azione. Le diverse scuole di pensiero hanno infatti prospettato soluzioni anche molto differenti tra di loro proponendo una teoria della causalità scientifica, umana o materiale, al di là delle scuole minoritarie. L’indirizzo accreditato in giurisprudenza, ritiene che il criterio di imputazione oggettiva vada dedotto secondo il principio della condicio sine qua non con il correttivo della cd. causalità adeguata e, quindi, prestando fede al brocardo id quod plerumque accidit: è causa di un determinato evento, quell’antecedente logico indefettibile tipicamente idoneo ed adeguato a produrlo, secondo criteri di regolarità causale ovvero secondo ciò che ordinariamente avviene, anche a prescindere da una nota e accreditata legge di copertura, (se essa manca o non può conosciuta con certezza). La nozione di causalità del moderno diritto penale è, ciò nonostante, sul piano pratico, dibattuta tra teorie ex ante e teorie ex post: le prime propongono un giudizio prognostico con focus sulla condotta; le secondo optano per un giudizio di diagnosi con maggiore interesse per l’evento. Trattasi, in ogni caso, di una causalità reale in cui il rapporto si sviluppa sul piano fenomenico tangibile e concreto. Più precisamente si ricorre al cd. modello nomologico – deduttivo con ammissione dei coeteris paribus. Tale giudizio di realtà, in passato, abbracciava anche il rapporto di causalità nei reati cd. omissivi, in cui, strutturalmente, il reato è posto in essere mediante un’omissione del reo e non una sua azione. Secondo un orientamento dottrinale, infatti, la causalità materiale era tale a prescindere dalla tipologia di reato posto in essere. Nella tradizione classica, infatti, si negava autonoma struttura ai reati omissivi e si riteneva, più semplicemente, che il reato commissivo potesse essere posto mediante azione od omissione: la tipicità omissiva, quindi, diveniva mera modalità di esecuzione del reato. La tradizione classica è stata superata dalla più attenta dottrina la quale ha proposto una autonoma collocazione del reato omissivo ed il riconoscimento di una sua autonomia strutturale. Per reato omissivo, peraltro, si fa riferimento ai reati omissivi propri, (tipizzati ex lege, e prescindenti dalla verificazione di un evento), ma anche a quelli impropri, in cui si verifica un evento e non c’è tipizzazione legislativa: essi sono ricavati in via ermeneutica dall’interprete attraverso il combinato disposto di una norma di parte speciale base e l’art. 40 c.p. Il comma II dell’art. 40, infatti, sancisce il principio di cd. equivalenza causale: non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo. Alcuni autori hanno molto dibattuto in ordine al contenuto, ai limiti ed alla funzione del comma II dell’art. 40 c.p. poiché l’omissione era già stata disciplinata nel I comma il quale, per l’appunto, prevede la causalità per ogni azione od omissione. Si è ritenuto, pertanto, che il II comma abbia perseguito l’intento di estendere l’area della punibilità alle fattispecie di reato cd. commissivo mediante omissione individuando, contestualmente, quali obblighi d’azionarsi siano idonei ed esclusivi all’addebito di responsabilità penale: quelli giuridici. Peraltro, il rapporto di causalità è implicitamente una querelle che attiene ai soli reati di evento, (il cui ambito è più che dibattuto in dottrina). Il reato omissivo improprio presenta delle caratteristiche del tutto peculiari. Quanto alla sua struttura esso è composto dalla situazione tipica derivata, dalla condotta omissiva e dall’evento non impedito. La condotta omissiva è integrata dall’omesso impedimento dell’evento e non dalla semplice omissione, (es. omissione di soccorso): tipico il caso dell’omicidio per omesso intervento terapeutico dovuto. Proprio per la struttura succitata i reati omissivi improprio sono anche definiti, come già fatto presente, commissivi mediante omissione. La rilevanza penale delle condotte omissive discende da un criterio di equivalenza causale normativo che si traduce in una forma di causalità la quale non può dirsi reale. La giurisprudenza e la dottrina più accreditata hanno parlato, infatti, di causalità ipotetica o cd. normativa poiché il rapporto eziologico discende da un giudizio ipotetico prognostico e non reale: il giudizio controfattuale opera all’inverso poiché il giudice deve fingere avvenuta l’azione dovuta per verificare se l’evento persiste o non si sarebbe prodotto. Peraltro, attenta dottrina ha evidenziato che la formula di accertamento è doppiamente ipotetica: nella protasi (azione) e nell’apodosi, (evento) poiché nella protasi mancano dati comportamentali reali e nella protasi vi è solo l’antecedente statico, (omissione), reale solo a condizione di essere animato dall’azione impeditiva, immaginaria. La causalità ipotetica, quindi, si traduce in una evidente difficoltà dogmatica nell’ambito dei reati omissivi impropri, laddove la fattispecie penale non è indicata dal legislatore ma è ricavata dall’opera ermeneutica dell’interprete.
3. Omesso impedimento del reato altrui
Nel caso involgente la responsabilità del genitore per omesso impedimento delle violenze sui figli, da parte del coniuge, emerge tutta la problematicità sin qui descritta: una madre, ad esempio, potrebbe essere imputata del delitto di violenza sessuale mediante omissione sub specie di omesso impedimento degli abusi sessuali del marito. Più precisamente, si tratta di un concorso omissivo nel reato commissivo: al riguardo, in dottrina e giurisprudenza appare incontestata l’interpretazione dell’art. 40, co. 2, c.p., nel senso che il concetto di evento da impedire sia comprensivo, in alcuni casi, di ipotesi di reato; è, pertanto, configurabile un concorso in forma omissiva nel reato commissivo altrui. A tal proposito sarà necessario, però, nel caso concreto, verificare la sussistenza di una cd. posizione di garanzia in capo al soggetto omittente, atteso che solo in questo caso sarà possibile ipotizzare una sua responsabilità penale. Per stabilire se incomba in capo all’agente un obbligo giuridico di impedire l’evento-reato vanno esperite differenti valutazioni a seconda dell’indirizzo ermeneutico prescelto ed in particolare: occorrerà guardare alle sole fonti di attribuzione dell’obbligo se si sposa la tesi formale che individua le stesse nella legge, nel contratto e nella pregressa azione pericolosa; sarà, invece, necessaria la verifica della possibilità empirico-fattuale di impedire l’evento se si segue l’indirizzo sostanziale, salvo richiedere entrambi gli elementi accogliendo la maggiormente garantista tesi mista. Una volta chiarito questo primo fondamentale aspetto il concorso omissivo nel reato commissivo sarà configurabile qualora ed in quanto venga provato un nesso di causalità, anche in forma meramente agevolativa, tra omissione ed evento – reato, oltre che, come ovvio, l’elemento soggettivo. Applicando le esposte coordinate al caso d’esempio, pare configurabile la responsabilità penale della madre per non avere impedito gli abusi sui figli da parte del marito: conforta l’assunto la più recente giurisprudenza; in particolare, in un recentissimo arresto, la Cassazione, in un caso analogo, ha optato per la soluzione positiva.
4. Responsabilità della madre per non avere impedito le violenze del marito sui figli
La Suprema Corte (decisione 4730/2008), nei suoi arresti più recenti, ha confermato la sentenza di condanna per violenza sessuale, pronunciata dal Giudice di merito, nei confronti di una madre che non aveva impedito al proprio coniuge di perpetrare degli abusi sessuali nei confronti delle figlie minori. La responsabilità della donna, secondo la suaccennata giurisprudenza, trova fondamento giuridico nel disposto dell’art. 40, comma 2, c.p., secondo il quale << non impedire un evento, che si ha l'obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo>>. Come già visto, deve sussistere, dunque, in capo al soggetto attivo dell'illecito il dovere di assicurare il rispetto del bene penalmente protetto. Ma qual è l’origine di tale obbligo? Sul punto si contendono il campo fondamentalmente le due teorie già illustrate: una formale, secondo la quale l’obbligo scaturirebbe dalla legge, penale o extrapenale, o dal contratto, ed un’altra sostanziale che attribuisce rilievo al potere di fatto che un soggetto possiede sulle condizioni del verificarsi dell’evento. Con la sentenza sopraccitata, i Giudici di Piazza Cavour sposano la tesi formalistica ed individuano la fonte dell’obbligo della madre nell’art. 147 c.c. che, nell'ambito dei doveri che gravano sui genitori, prevede, in particolare, l'obbligo di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei figli minori contro eventi naturali o altrui aggressioni. La donna avrebbe, quindi, dovuto adottare opportune cautele, quali l’allontanamento del marito dalla casa coniugale o la denuncia dello stesso, volte ad impedire la continuazione del rituale delittuoso e ad assicurare il rispetto del bene protetto. In buona sostanza, la tutela dei figli minori ha natura assolutamente prioritaria rispetto a qualsivoglia altra esigenza. Secondo l’apparato motivazionale della Corte di legittimità, la sudditanza nei confronti del coniuge non funge da scusante: essa può essere mero frutto di uno scellerato legame da salvaguardare anche a scapito delle primarie esigenze di protezione della integrità fisica e morale delle figlie ma non esonera dalla responsabilità.
Da tutte le considerazioni sin qui richiamate emerge che il genitore esercente la potestà sui figli minori, in quanto investito di una posizione di "garanzia" in ordine alla tutela della integrità psico-fisica degli stessi, risponde penalmente degli atti di violenza sessuale compiuti dal coniuge sui figli, quando sussistano le condizioni costituite:
a) dalla conoscenza o conoscibilità dell'evento;
b) dalla conoscenza o riconoscibilità dell'azione doverosa incombente sul "garante";
c) dalla possibilità oggettiva di impedire l'evento.
Ai sensi del citato art. 40 c.p., l'equiparazione tra il non impedire un evento, che si abbia l'obbligo giuridico di impedire, ed il cagionarlo, consente di configurare la stessa equiparazione tra fattispecie commissive ed omissive improprie, tutte le volte che l'ordinamento giuridico ponga in capo al soggetto attivo dell'illecito il dovere di assicurare il rispetto del bene penalmente protetto. In tal caso, infatti, l'inosservanza dell'obbligo di garantire la protezione del bene determina una situazione giuridica di parificazione al comportamento di colui che lo distrugge o lo danneggia (cfr. Cass. Sez. III, 19/1/2006 n. 4331, P.G. in proc. Biondillo ed altri).