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Timestamp: 2020-07-12 00:33:34+00:00
Document Index: 30855825

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Sentenza Cassazione Civile n. 1299 del 19/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 1299 del 19/01/2017
Cassazione civile, sez. III, 19/01/2017, (ud. 06/12/2016, dep.19/01/2017), n. 1299
Dott. POSITANO Gabriele u’ Consiglie – –
sul ricorso 4161-2014 proposto da:
VILLA SANTA TERESA DIAGNOSTICA PER IMMAGINI RADIOTERAPIA, in persona
del Presidente del Consiglio di Amministrazione Dott.
M.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 25, presso
lo studio dell’avvocato MASSIMO ERRANTE, rappresentato e difeso
dall’avvocato ROSARIO DI LEGAMI giusta procura speciale in calce al
I.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VITTORE
CARPACCIO 18, presso lo studio dell’avvocato MARCO MAZZAMUTO, che lo
rappresenta e difende unitamente all’avvocato SALVATORE MAZZAMUTO
A.F. in qualità di tutrice di A.M.,
dall’avvocato MASSIMO COCILOVO giusta procura speciale a margine del
avverso la sentenza n. 1831/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,
Con sentenza del 9 dicembre 2013, la Corte di Appello di Palermo ha respinto l’appello proposto da D.A. avverso la sentenza n. 259 del 2007 del Tribunale di Palermo che aveva:
– dichiarato estinto il giudizio promosso dalla Azienda Unità Sanitaria Locale (OMISSIS) di Palermo (AUSL) avverso la società Villa Santa Teresa Diagnostica per immagini e Radioterapia s.r.l. nella persona dell’amministratore giudiziario D.A., nonchè avverso la società A.T.M. Alte Medicologie Medicali s.r.l. avente ad oggetto la domanda risarcitoria per danni subiti consistiti in esborsi non dovuti a fronte di prestazioni effettuate dalla convenute e grave danno all’immagine per essere stata coinvolta in irregolarità contabili per i suddetti fatti per i quali pendeva giudizio penale nei confronti dei responsabili delle sopra menzionate società convenute, a seguito della rinuncia agli atti del giudizio della AUSL e della accettazione della controparte;
– dichiarato estinta altresì la domanda in garanzia formulata dall’amministratore giudiziario della convenuta società Villa Santa Teresa Diagnostica per immagini e Radioterapia s.r.l. nei confronti dei chiamati in garanzia A.M. e I.L. (rispettivamente, il primo titolare delle società convenute e il secondo direttore del Distretto sanitario di Bagheria della Asl (OMISSIS) di Palermo A.), a seguito di rinuncia alla domanda in garanzia formulata dallo stesso amministratore giudiziario della società (nella quale era nel frattempo stata incorporata la società A.T.M.) nei confronti dei predetti, i quali però non avevano accettato la rinuncia.
– condannato l’amministratore giudiziario della società convenuta alla rifusione delle spese di giudizio in favore dei chiamati.
Per quanto qui ancora interessa, la Corte di merito ha confermato la decisione di primo grado, ribadendo di condividere l’orientamento prevalente della giurisprudenza di legittimità secondo cui “in caso di rinuncia agli atti il giudice non ha alcuna discrezionalità sulla compensazione delle spese e pertanto “deve” procedere a liquidare le spese sostenute dalla parte non rinunciante addossandole alla parte rinunciante” e neppure ha ritenuto di procedere alla richiesta riduzione delle spese “in quanto nessuna specifica doglianza al riguardo è stata formulata”.
Avverso questa sentenza, la società Villa Santa Teresa Diagnostica per immagini e Radioterapia ha proposto ricorso per cassazione articolato in un unico motivo.
Hanno resistito con distinti atti di controricorso A.F. nella qualità di tutrice dell’interdetto A.M. e I.L..
1. Con l’unico composito motivo “Violazione e/o falsa applicazione dell’art. 306 c.p.c. – omessa motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio “la società ricorrente ha dedotto che la decisione di merito sarebbe censurabile sotto tre diversi profili: 1) quanto alla violazione dell’art. 306 c.p.c. – poichè il giudice di appello “ha riconosciuto validità allo strumento decisorio della sentenza ai sensi dell’art. 306 c.p.c., comma 1, salvo contraddittoriamente poi applicare il regime di obbligatoria liquidazione delle spese ex art. 306 c.p.c., comma 4, prevista con ordinanza non impugnabile e solo alla ricorrenza di determinati presupposti”, poichè inoltre avrebbe, per un verso, omesso di considerare che A. e I. non “avevano alcun interesse sostanziale a non accettare la rinunzia agli atti del giudizio se non esclusivamente quello di ottenere il pagamento delle spese legali, quindi senza alcun sostanziale interesse alla prosecuzione del giudizio” e, per l’altro, che dalla condanna al pagamento delle spese processuali i predetti “otterrebbero un innegabile vantaggio patrimoniale di molto superiore a quello che hanno conseguito attraverso la estinzione”; 2) quanto alla intervenuta confisca definitiva del patrimonio di A., la decisione sarebbe erronea nella parte in cui ha ritenuto non influente, perchè tardiva, la comunicazione della intervenuta confisca atteso che il provvedimento di confisca definitiva determina un sopravvenuto mutamento della condizione giuridica dei beni già sequestrati, con conseguente acquisto del patrimonio da parte dello Stato; 3) la motivazione sarebbe, infine, omessa e insufficiente per non aver disposto la riduzione chiesta in via gradata del quantum delle spese sul presupposto di una presunta “mancata specifica doglianza” nonchè in virtù del dettato dell’art. 306 c.p.c., u.c., ignorando le deduzioni contenute nell’atto di appello fondate sulla dedotta inesistente soccombenza virtuale.
Nel ricorso si da atto che la sentenza impugnata è stata notificata alla ricorrente in data 14 dicembre 2013, ma insieme con il ricorso è stata depositata copia autentica di detta sentenza non accompagnata dalla relata di notificazione, in violazione di quanto stabilito, a pena d’improcedibilità del ricorso, dall’art. 369 c.p.c., comma 2, n. 2.
Va ribadito il seguente consolidato principio di diritto: “La previsione – di cui all’art. 369 cod. proc. civ., comma 2, n. 2 – dell’onere di deposito a pena di improcedibilità, entro il termine di cui al primo comma della stessa norma, della copia della decisione impugnata con la relazione di notificazione, ove questa sia avvenuta, è funzionale al riscontro, da parte della Corte di Cassazione – a tutela dell’esigenza pubblicistica (e, quindi, non disponibile dalle parti) del rispetto del vincolo della cosa giudicata formale – della tempestività dell’esercizio del diritto di impugnazione, il quale, una volta avvenuta la notificazione della sentenza, è esercitabile soltanto con l’osservanza del cosiddetto termine breve. Nell’ipotesi in cui il ricorrente, espressamente od implicitamente, alleghi che la sentenza impugnata gli è stata notificata, limitandosi a produrre una copia autentica della sentenza impugnata senza la relata di notificazione, il ricorso per cassazione dev’essere dichiarato improcedibile, restando possibile evitare la declaratoria di improcedibilità soltanto attraverso la produzione separata di una copia con la relata avvenuta nel rispetto dell’art. 372 cod. proc. civ., comma 2, applicabile estensivamente, purchè entro il termine di cui all’art. 369 cod. proc. civ., comma 1, e dovendosi, invece, escludere ogni rilievo dell’eventuale non contestazione dell’osservanza del termine breve da parte del controricorrente ovvero del deposito da parte sua di una copia con la relata o della presenza di tale copia nel fascicolo d’ufficio, da cui emerga in ipotesi la tempestività dell’impugnazione” (v. Sez. U, Ordinanza n. 9005 del 16 aprile 2009, Rv. 607363).
5. In conclusione, il ricorso deve essere dichiarato improcedibile.
La Corte dichiara improcedibile il ricorso e, condanna la ricorrente a rimborsare ai resistenti le spese del giudizio di cassazione che si liquidano in complessivi Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis del citato art. 13.