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Timestamp: 2018-01-19 15:05:37+00:00
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Lo svolgimento del rapporto di lavoro a progetto:la specificita del progetto nella giurisprudenza di merito: la temporaneita del progetto e risoluzione del contratto. | successione
SUCCESSIONE EREDITA Roma: successione La risoluzione del Contratto nel lavoro a Progetto
Lo svolgimento del rapporto di lavoro a progetto:la specificita del progetto nella giurisprudenza di merito: la temporaneita del progetto e risoluzione del contratto.
LA SPECIFICITÁ DEL PROGETTO NELLA GIURISPRUDENZA DI MERITO
La dottrina nell’analizzare l’istituto del lavoro a progetto si è a lungo dibattuta nella ricerca semantica del diverso significato dei termini progetto e programma.
In merito erano emerse due linee interpretative divergenti: per la prima[1], il programma/progetto dovrebbe presentare caratteristiche di originalità, individuabile in un contenuto ideativo; mentre per la seconda, esso potrebbe invece avere ad oggetto la realizzazione di qualsiasi opera e servizio, purchè svolte in modo autonomo e non subordinato[2].
Nell’ambito della definizione e differenziazione tra le nozioni di progetto e programma, si è sostenuto che il primo sarebbe caratterizzato per la sua funzionalità ad un risultato finale cui il collaboratore partecipa direttamente con la sua prestazione, ed il secondo per la produzione di un risultato solo parziale destinato ad essere integrato, in vista di un risultato finale, da altre lavorazioni e risultati parziali[3].
In ambedue le accezioni, il risultato diventa un fattore chiave che rende ragione dell’autonomia gestionale del progetto o del programma di lavoro, sia nei tempi sia nelle modalità di realizzazione, e ciò perché l’interesse del creditore è relativo al perfezionamento del risultato convenuto e non, come avviene nel lavoro subordinato, alla disponibilità di una prestazione di lavoro eterodiretta.
Il progetto, allora, deve essere dotato di una sua compiutezza e autonomia ontologica realizzato dal collaboratore con la propria prestazione e reso all’impresa quale adempimento della propria obbligazione, di un’obbligazione ad adempimento istantaneo seppure a esecuzione prolungata nel tempo, volta alla realizzazione di un bene o servizio in vantaggio del committente.[4]
Questa proposta dottrinale, ha così sostenuto che il progetto dovrebbe consistere in una ideazione per lo più accompagnata da uno studio relativo alle possibilità di attuazione o di esecuzione determinato unilateralmente dal committente, e pertanto esso dovrebbe essere specifico e riguardare un opus o un servizio ben individuati.[5]
Parte della giurisprudenza, invece, mostra adesione alla tesi secondo cui, manca una significativa differenza tra i due concetti, costituendo la locuzione una endiadi, con la quale il legislatore richiede alle parti la predisposizione e l’esposizione di un piano ben identificato e definito che indichi un’azione o un’attività che si intende realizzare e che diventa oggetto della prestazione del collaboratore autonomo.[6]
Ciò che viene richiesto al committente è di esplicitare ex ante, in forma scritta, l’obiettivo che l’azione si prefigge di raggiungere, che può anche riguardare un’attività rientrante nel normale ciclo produttivo, ed il risultato della prestazione richiesta al collaboratore, che deve essere necessariamente funzionalizzata a quell’obiettivo; non viene, invece, richiesto che il progetto abbia ad oggetto un’attività altamente specialistica o di particolare contenuto professionale, e tanto meno che sia unica e irripetibile.[7]
In senso contrario si è espressa la Corte di appello di Firenze con la recente sentenza del 29/01/2008, n. 100.
Nella sentenza in esame la Ko S.p.A impugna la sentenza del tribunale di Arezzo che ha respinto l’opposizione da essa proposta al verbale di accertamento in data 22 novembre 2005 con cui l’Inps, disconoscendo la natura di co.co.pro. di due contratti, affermava la natura subordinata dei rapporti.
La società ribadisce l’esistenza di progetti per l’organizzazione e lo sviluppo all’interno dei supermercati gestiti del banco vendita macelleria e carni fresche, quindi, richiama la circolare n. 1/2004 del Ministero del lavoro, con cui viene fornita l’interpretazione delle previsioni di legge e si chiarisce da un lato che la richiesta della forma scritta è da intendersi ad probationem e non ad substantiam, e critica la decisione gravata per non avere ammesso la prova contraria alla presunzione semplice dell’esistenza in caso di assenza di progetto di altro rapporto di lavoro autonomo, citando al proposito precedenti giurisprudenziali.
Conclude, pertanto, per la riforma della decisione appellata e per la declaratoria che i signori Nu. e Ca. hanno prestato in suo favore prestazioni di natura autonoma in base al contratto di collaborazione a progetto stipulato e che nulla è dovuto all’Inps di quanto preteso con il verbale di accertamento impugnato.
La Corte di Appello ha ritenuto l’impugnazione infondata, confermando di conseguenza la sentenza del Tribunale di Arezzo, essendo il verbale di accertamento dei funzionari Inps, corretto nella valutazione in fatto e legittimo riguardo alla interpretazione giuridica della fattispecie.
La Corte ha, infatti, sostenuto che il contenuto caratterizzante il c.d. contratto di lavoro a progetto, richiede un effettivo progetto, inteso come genuino apporto del prestatore di lavoro al committente di una capacità specialistica, di una collaborazione anche particolarmente circoscritta ad un segmento distinto della sua ampia organizzazione produttiva per la soddisfazione di esigenze particolari e puntuali dell’andamento del ciclo di produzione ovvero anche in occasione di riassetto/miglioramento di esso.
Si richiede, che il progetto deve perseguire il raggiungimento di un obbiettivo particolare da attingere attraverso la collaborazione del prestatore e la sua attività consulenziale, ossia con un peculiare apporto ideativo, mentre il programma rimanda in maggior misura ad attività chiamate a realizzare una nuova modalità organizzativa e temporale della struttura del committente.
Con specifico riferimento all’identificazione del progetto, la sentenza ha sostenuto che il contenuto progettuale richiede un apporto al committente di una capacità specialistica che possa soddisfare esigenze particolari e puntuali dell’andamento del ciclo di produzione, o di riassetto/miglioramento di esso.
Secondo questa particolare accezione, il progetto deve pertanto risultare funzionale al raggiungimento di un particolare obiettivo tecnico, da perseguire attraverso un intervento del collaboratore, chiamato a svolgere una attività consulenziale caratterizzata da uno specifico apporto ideativo: mentre la nozione di programma si attaglia ad attività destinate a realizzare una nuova modalità organizzativa e temporale della struttura del committente. Ambedue sono pertanto caratterizzate da un significativo, contenuto creativo, destinato a qualificare l’opera consulenziale.
La sentenza in esame ha essenzialmente ritenuto necessario per il riconoscimento del contratto a progetto, la rilevazione di un elemento di specialità inteso come eccezione al principio di normalità, a sua volta identificabile in un genuino apporto del prestatore di lavoro al committente di una capacità specialistica, funzionale al raggiungimento di un obiettivo particolare da attingere attraverso la collaborazione del prestatore e la sua attività consulenziale, con un peculiare apporto ideativo.
In sostanza, ai requisiti tipici della specificità dell’incarico, e della temporaneità della relativa esecuzione la sentenza ha
sostanzialmente aggiunto/sostituito quelli della specialità del contenuto ideativo dell’apporto.
La sentenza richiede che il conferimento dell’incarico debba rivestire uno specifico e sofisticato contenuto intellettivo/ideativo, caratterizzato da un apporto innovativo rispetto agli strumenti organizzativi o alle tecnologie già in uso nell’impresa committente.
In questi termini, l’Appello fiorentino si è posto in radicale contrasto con la diffusa linea giurisprudenziale che da tempo aveva invece sostenuto che il progetto o programma di lavoro richiedesse essenzialmente l’individuazione di un’attività espletata con caratteristiche di autonomia e come tale funzionale ad un risultato[8], riservando, alla magistratura il compito di verificare: a) che l’obbligazione (la prestazione d’opera) sia effettivamente riconducibile ad un opus (concordato dalle parti e dedotto nel contratto) b) che l’attività descritta nel progetto sia coerente rispetto a quel risultato[9].
Al committente è, pertanto, richiesto di determinare preventivamente in modo puntuale l’ambito nel quale la prestazione deve svolgersi e l’obiettivo cui la stessa è funzionalmente collegata, oltre alle modalità con cui deve essere resa e, in particolare, alle relative forme di coordinamento[10].
Tuttavia, da nessuna disposizione normativa è dato ricavare l’ulteriore esigenza che questo incarico debba rivestire un particolare contenuto ideativo, né implicare un apporto innovativo rispetto all’organizzazione interna. In effetti, la diversa accezione proposta dalla Corte fiorentina sembra voler adombrare nel progetto una sorta di contenuto inventivo, non solo difficilmente compatibile con la diffusione del know how ormai acquisito nel mercato globalizzato, ma a maggior ragione addirittura incompatibile con gli elementi strutturali tipicamente pertinenti sia ad un progetto, ed ancor più ad un programma[11].
È così che ad una nozione onnicomprensiva di progetto e programma di lavoro, si affiancano i requisiti che lo stesso deve necessariamente contenere: la specificità e la temporaneità.
La legge non richiede solo che il progetto esista, ma anche che sia specificatamente individuato nel contratto: l’art. 61 del D.lgs. n. 276 del 2003 parla espressamente di riconducibilità “a uno o più progetti specifici …”, mentre il successivo art. 62 , sub b), esige che il contratto di lavoro a
progetto, o fasi di esso, individuata nel suo contenuto caratterizzante…”.
La giurisprudenza di merito si è più volte soffermata sulla necessità che il progetto sia specifico, non ritenendo ad esempio di riscontrare il requisito nel caso in cui lo stesso non venga indicato in modo puntuale[12], o si concretizzi nella mera descrizione delle mansioni del lavoratore, le quali non consentono di delimitare l’obiettivo aziendale per il quale il collaboratore è stato assunto.
A riguardo, parte della giurisprudenza attribuisce al progetto la funzione di indicare segmenti dell’attività organizzata dal committente ben identificati e definiti sia sotto il profilo strutturale che temporale, consentendo la stipulazione di contratti a progetto solo in presenza di situazioni produttive particolari e teleologicamente individuate, anche se non necessariamente uniche e irripetibili.[13]
Pertanto, pur volendo interpretare in termini estensivi la norma, il progetto non può coincidere con l’attività aziendale, semmai con parte di essa.
In merito alla mancata individuazione del progetto altra sentenza ritiene che si debba intendere “sia la mancata indicazione formale del contenuto del progetto o programma nel contratto sia la mancanza, in concreto, di questi ultimi, per mancata corrispondenza dell’attività di fatto svolta a quanto previsto dal contratto”.[14]
Altra sentenza ancora sostiene che il progetto deve caratterizzarsi per la specificità, dunque, “l’organizzazione aziendale deve distinguersi dall’attività del collaboratore che ad essa si rapporta” (Trib. Torino, 15 aprile 2005)
Tale ultima sentenza segnala che si può stipulare un contratto di lavoro a progetto anche per attività lavorative che non hanno carattere specialistico o di elevato contenuto professionale, ma avverte che in quanto tale questo contratto non può “riguardare prestazioni eventualmente identiche a parte dell’attività aziendale”.
E ciò nel senso che, sebbene non si debba necessariamente giungere ad “individualizzare” il progetto per ogni singolo collaboratore che operi sul medesimo contesto produttivo, commerciale o di servizio, non è parimenti accettabile quella standardizzazione di contratti in tutto e per tutto identici fra loro che finisce per svilire la necessaria “specificità” del progetto richiesta dalla norma.[15]
Nella costruzione del contratto a progetto, pertanto, tenendo conto delle indicazioni fornite dai giudici di merito, il Committente o Datore di Lavoro dovrà aver cura di riempire di contenuto il progetto, mediante una chiara specificazione dell’attività negoziata, dalla quale si possa agevolmente distinguere l’oggetto del contratto rispetto al più generale ambito operativo del committente, differenziando, inoltre, lo specifico campo di azione dei singoli progetti che vengano affidati, contestualmente, a più collaboratori, finalizzando distintamente i diversi profili di attività affidati a ciascun collaboratore.
Sarà, infatti, esclusiva cura del committente, secondo il dettato normativo del D. lgs. n. 276/2003, e non del collaboratore, individuare e determinare quel contenuto caratterizzante che rappresenta l’oggetto del contratto di collaborazione prescelto: il tipo di apporto professionale o lavorativo che occorre al datore di lavoro e alla sua realtà organizzativa è conosciuto e desiderato solo dal committente.[16]
Tant’è che stipulato il contratto, il committente non può richiedere una prestazione lavorativa che sia esulante o esorbitante rispetto a quanto dedotto nel progetto, essendo egli del tutto privato dei poteri direttivi e organizzativi che soli consentono al datore di lavoro del lavoratore subordinato, di modificare e determinare in qualsiasi momento il contenuto della prestazione lavorativa che può esigere dal dipendente.
L’elemento della specificità del progetto è, inoltre, al centro di altra recente pronuncia del Tribunale di Modena del 19 aprile 2006.
Secondo il Tribunale di Modena, la funzione propria del progetto sarebbe quella di delineare il risultato richiesto al collaboratore.
Individuando nel risultato il requisito tipizzante del lavoro a progetto, formalizzato e delimitato in contratto, ne consegue per il Tribunale di Modena, che esso non deve essere generico, ma dotato di una sua compiutezza e autonomia, anche in quanto distinto dal risultato finale dell’impresa.[17]
La caratteristica pregnante del progetto sarebbe la specialità intesa come eccezione al principio di normalità.
Il risultato resta ciò che il collaboratore deve sempre tener presente nel realizzare il proprio lavoro, in base ad un progetto gestito autonomamente dal collaboratore.
Parlare di collaborazione in funzione del risultato, significa sostenere che esso non potrebbe mai essere quello aziendale, ossia quello cui tende l’organizzazione del committente quale interesse finale dell’impresa.
Il risultato, cui deve tendere l’agire del collaboratore, deve restare quindi sempre quello specificato in progetto e “ dotato di una sua compiutezza e autonomia ontologica realizzato dal collaboratore con la propria prestazione reso all’impresa quale adempimento della propria obbligazione, oggetto di un obbligazione ad adempimento istantaneo seppur ad esecuzione prolungata nel tempo, volta alla realizzazione di un bene o servizio in vantaggio del committente”.[18]
Passiamo ad analizzare un’altra caratteristica del progetto:la temporaneità
- la temporaneità del progetto e risoluzione del contratto
Il decreto legislativo del 2003, oltre ad avere per la prima volta fissato i requisiti di forma del contratto di collaborazione coordinata e continuativa, ha dettato una disciplina speciale del rapporto regolandone la durata e l’estinzione e in definitiva, imponendone la temporaneità.
La scelta del legislatore è stata dettata dall’intento di garantire la genuinità del ricorso alla nuova tipologia, volendosi evitare la stipula di contratti senza limiti temporali ritenuti sul piano presuntivo più idonei a nascondere rapporti di lavoro subordinato.
Anche qui, peraltro, la preoccupazione antielusiva approda a risultati eccessivi, poiché non è infrequente rinvenire rapporti di lavoro genuinamente coordinato che postulano una soddisfazione stabile e ininterrotta dei rispettivi interessi delle parti, rispetto ai quali rapporti il requisito della temporaneità è penalizzante o invita ad “aggiramenti”.[19]
Il vincolo della temporaneità è desumibile dall’espressa richiesta di “indicazione della durata, determinata o determinabile, della prestazione di lavoro” (art. 62 lett. a) nonché, implicitamente, dal riferimento “a progetti specifici o programmi di lavoro” che esclude una collaborazione priva di un predeterminato risultato e termine finale.
Si può, dunque, ritenere dal combinato disposto dell’art. 62 lett. a e l’art. 61, secondo cui il progetto è gestito “autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato”, che il progetto debba riflettere un interesse produttivo specifico e temporaneo che il committente intenda conseguire; questo interesse, che deve potersi valutare nella sostanza, cioè come attività da svolgersi fino ad un termine finale, coincidente con la cessazione dell’interesse stesso, si realizza mediante una collaborazione esterna finalizzata ad un preciso risultato, che costituisce anche l’oggetto dell’adempimento dell’obbligazione a carico del collaboratore, sicché la mancanza della determinabilità del termine comporta la non riconducibilità della collaborazione al progetto.[20]
Il vincolo della temporaneità rappresenta una delle più notevoli innovazioni del decreto legislativo.
Il legislatore ha, infatti, valutato negativamente la libertà, fin qui consentita all’autonomia delle parti, di non porre limiti di tempo alle collaborazioni, stipulando contratti di lavoro autonomo di durata indeterminata, spesso muniti di clausole di disdetta oppure di rinnovazione tacita e ha imposto la fissazione di un limite di tempo all’esecuzione di un progetto o programma di lavoro.[21]
Tuttavia, l’importanza pratica del vincolo e, in concreto, la sua incidenza restrittiva sulla libertà delle parti non va sopravvalutata.
Non si rinvengono infatti nel decreto limiti alla durata della prestazione del collaboratore e, a monte, all’estensione nel tempo del progetto o programma la cui realizzazione potrebbe essere dalle parti prevista come di lungo periodo.
Allo stesso modo non sono stati posti limiti alla reiterazione del contratto di collaborazione tra le stesse parti e per la medesima attività.
Precisamente, il committente ha la facoltà di rinnovare con lo stesso collaboratore una collaborazione a progetto sulla base di un progetto nuovo o affine ma non identico a quello già portato a compimento.
Ciò che, invece, deve essere escluso è il rinnovo di un contratto di lavoro a progetto che abbia quale contenuto lo stesso identico progetto, proprio al fine di evitare qualsiasi forma di elusione e di frode alla legge, in una intollerabile fuga dal lavoro subordinato mediante collaborazioni no genuine perché non autonome.[22]
Conseguentemente, data l’angolazione della ratio entro cui dichiara di muoversi la riforma, che è quella di evitare l’abuso della nuova tipologia e senza forzature rispetto al piano civilistico, l’indicazione della durata, come previsto dall’art. 62 lett. a, potrebbe avere il significato di un termine minimo e non massimo di scadenza posto a favore del prestatore.[23]
A supporto di questa conclusione può richiamarsi la stessa disciplina comune dei contratti, laddove specifica che, se vi è un indicazione del termine, questo si presume a favore del debitore, nel senso che il creditore non può esigere la prestazione fino al momento della scadenza (art. 1183 c.c.).
In questo caso, il risultato previsto dal progetto non può essere oggetto di esazione fino al momento della scadenza del termine, come indicato per iscritto nel contratto.
Del resto non va dimenticato che ci si muove qui sul piano del lavoro autonomo, sul quale l’elemento durata non ha mai ricevuto particolari apprezzamenti, in quanto contrapposto appunto all’elemento risultato, che rende irrilevante la durata.
Così, se nel lavoro subordinato, ove il modello dominante è il contratto a tempo indeterminato, l’indicazione di una scadenza risulta tendenzialmente sfavorevole al lavoratore; nel lavoro autonomo, ove mai durata alcuna è stata garantita da norma di legge, l’indicazione del termine vale in senso contrario, come previsione di un minimo garantito, con esclusione della facoltà di recedere, per entrambe le parti, ante tempus se non in presenza di una giusta causa.
Pertanto, l’indicazione della durata, rappresenta una garanzia, introdotta per la prima volta nell’area del lavoro autonomo.[24]
Si deve riconoscere nella temporaneità un limite intrinseco del contratto di collaborazione a progetto.
Ma è un limite non specificamente sanzionato dalla legge e, dunque, qualora si intenda reagire a tutela del collaboratore ad una durata eccessiva del contratto o all’abuso della sua reiterazione, il rimedio potrà essere soltanto quello generale offerto dalla norma (art. 1344 c.c.) che sancisce la nullità del contratto in frode alla legge.
In tale ipotesi incombe sul ricorrente l’onere di dimostrare l’intento elusivo in riferimento più che alla violazione dello specifico precetto che impone la predeterminazione della durata della prestazione , al principio o regola generale della delimitazione nel tempo delle prestazioni d’opera.[25]
La temporaneità del rapporto di collaborazione è inoltre riaffermata dal decreto a proposito della risoluzione del contratto e dei suoi effetti. Qui l’art. 67, co. 2° ha previsto la possibilità del recesso ante tempus riconoscendone tale facoltà, quando vi sia una giusta causa, ad entrambe le parti.
Giusta causa è una formula impiegata dal codice con la finalità di indicare nei rapporti di durata i presupposti per l’esercizio del diritto di recesso c.d. straordinario e cioè motivato da fatti incompatibili con la prosecuzione del rapporto.[26]
Di per sé, la nozione di giusta causa identifica una situazione oggettiva e, in definitiva, una fattispecie il cui verificarsi, incidendo sul presupposto fiduciario del rapporto, ne impedisce il normale svolgimento.
In linea generale ne sono inclusi tanto comportamenti delle parti, quanto i fatti che pur non essendo imputabili siano tuttavia contrari all’aspettativa di collaborazione tra le parti.
Tuttavia, questa definizione c.d. oggettiva della giusta causa non si adatta al contratto di collaborazione a progetto.
Qui può trovare applicazione la nozione elaborata in chiave c.d. soggettiva dalla giurisprudenza formata sull’art. 2119 c.c. per giustificare il recesso e, in particolare, il licenziamento per giusta causa, giustificato motivo soggettivo.
Pertanto, non solo il grave inadempimento così del collaboratore come del committente, ma anche ogni altro fatto ad essi imputabile che sia tale da porre in grave crisi l’elemento fiduciario, sarà idoneo a determinare la risoluzione immediata del rapporto.[27]
Inoltre, il legislatore, consapevole dell’opportunità di iniettare maggiori dosi di flessibilità, riconosce, nella seconda parte del 2° comma dell’art. 67, ai contraenti la libertà di risolvere volontariamente il rapporto con o senza preavviso secondo le modalità e per le causali convenzionalmente stabilite, ammettendo, quindi, la possibilità del recesso convenzionale dal contratto non solo per giustificato motivo ma anche ad nutum.
Sarà, quindi, possibile all’autonomia delle parti riconoscere una facoltà di recesso nel corso della realizzazione del progetto, sia prevedendo specifiche causali o motivi di recesso anticipato, sia con l’apposizione di condizioni risolutive, collegate per esempio a determinate casistiche di inadempimento o anche al verificarsi di situazioni di natura organizzativa e produttiva; o, ancor più, riconoscendo ad entrambi i contraenti la facoltà di recesso ad nutum, con o senza preavviso, dal contratto.[28
F- FORMA ED ELEMENTI DEL CONTRATTO
Il d. lgs. n. 276/2003 prevede all’art. 62, che il contratto a progetto deve essere stipulato per iscritto ai fini della prova, e, sempre ai medesimi fini, deve contenere l’indicazione del progetto, della durata, del corrispettivo, delle forme di coordinamento al committente, delle eventuali misure per la tutela della salute e sicurezza del collaboratore.
La rilevanza quasi sostanziale della “formalizzazione” del progetto è ricavabile dalla ratio retrostante il progetto, che è quella di fungere da contrassegno di genuinità di un rapporto autonomo coordinato.[29]
Il decreto legislativo chiede la forma scritta di alcuni degli elementi essenziali della fattispecie ai fini della prova, e non ad substantiam.
Di qui i rilievi, sulla scarsa chiarezza delle conseguenze dell’assenza della forma scritta della durata e del progetto, perchè se è vero che l’assenza del progetto determina la conversione in rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato, l’art. 69 non dice alcunché sull’assenza dell’indicazione per iscritto del progetto.
Il problema fondamentale riguarda le conseguenze prodotte dall’assenza della forma scritta del progetto.
Vale essa come assenza del progetto, ai fini della sanzione di cui all’art. 69, ovvero la conversione in contratto subordinato a tempo indeterminato?
Seguendo una delle tracce lasciate dal legislatore, l’interprete potrebbe sentirsi autorizzato a ritenere che la sanzione sia quella della conversione del rapporto, dal momento che l’art. 69, 1° c., fa esplicito riferimento ai contratti instaurati senza l’individuazione di uno specifico progetto, e l’individuazione pare impossibile in assenza di formalizzazione scritta del progetto stesso.
Quindi, dovrebbe concludersi che l’assenza della forma scritta del contratto e dell’indicazione del progetto nel contratto coincide con l’ipotesi di assenza del progetto, considerando, pertanto, la forma scritta richiesta dall’art. 62, come forma ad substantiam con conseguente nullità del contratto.[30]
Seguendo un’impostazione più rispettosa del dato letterale, si può prevedere che il giudice difficilmente fonderà la conversione sul dato meramente formale dell’assenza dell’indicazione per iscritto del progetto; ma da quell’assenza potrà agevolmente risalire, salvo prova contraria dell’esistenza del progetto in substantia rerum, all’ipotesi della sua inesistenza, potendo la parte che invoca l’autonomia del rapporto essere posta in forte crisi sul versante probatorio.[31]
A favore della forma ad probatinem, in difetto della quale il contratto di lavoro a progetto rimane comunque valido sul piano sostanziale, senza che si verifichi alcuna nullità o conversione in altro tipo di contratto si è espressa anche la giurisprudenza.
In particolare sia il Tribunale di Torino, con sentenza del 5 aprile 2005, che il Tribunale di Ravenna, con sentenza del 24 novembre 2005, hanno sottolineato l’esatta natura dell’obbligo di forma scritta sancito dall’art. 62 del D. Lgs. n. 276/2003.
In argomento, già la Circolare n. 1 dell’8 gennaio 2004 del Ministero del lavoro aveva nettamente dichiarato la natura ad probationem della forma scritta prevista dal dettato normativo, seppure chiarendo che essa “sembra assumere valore decisivo rispetto all’individuazione del progetto, programma, o della fase di esso in quanto in assenza di forma scritta non sarà agevole per le parti contrattuali dimostrare la riconducibilità della prestazione lavorativa appunto a un progetto, programma di lavoro o fase di esso”.
Sul punto, il Tribunale di Torino, riecheggiando la lettura ministeriale dell’art. 62, segnala come sia il committente e cioè “la parte che vuole sostenere, prima ancora che la bontà, l’esistenza del progetto”, colui su cui ricade “l’onere di produrre il contratto”, rilevando, peraltro, che la stipula del contratto in forma scritta avrebbe giovato ad una migliore comprensione del progetto.[32]
D’altro canto, il Tribunale di Ravenna entra più nel dettaglio e rigetta ogni possibile lettura bifasica dell’art. 62[33], segnalando che la tesi volta a configurare il contratto di lavoro a progetto in modo duplice sotto il profilo formale, da una parte il contratto di lavoro con forma scritta ad substantiam e dall’altra il progetto con forma scritta ad probationem, trova propriamente un ostacolo insuperabile nel testo legislativo, giacché può serenamente rilevarsi come “nulla all’interno della norma autorizzi una distinzione di tale natura: sia perché la forma (“ai fini della prova”) è riferita allo stesso contratto di lavoro; sia perché gli elementi per cui la norma richiede la forma per iscritto attengono tanto al progetto (o programma o fase) che agli altri elementi essenziali del contratto (la indicazione della durata; il corrispettivo; le forme di coordinamento; le eventuali misure per la tutela della salute).
Più in generale non si capisce come possa essere richiesta (caso più unico che raro) l’osservanza di due diversi oneri formali riferiti al medesimo tipo negoziale (ed in parte agli stessi elementi del contratto); senza che da ciò possano derivare assurde conseguenze”. [34]
Se ne deduce allora, che le parti avranno l’onere di stipulare il contratto a progetto in forma scritta, in quanto l’attestazione documentale delle originarie volontà negoziali delle parti, consentirà ad entrambe ed ai terzi, in ogni sede (anche contenziosa), di definire e valutare al meglio le reciproche responsabilità ed i rispettivi obblighi.[35]
Di conseguenza, la mancanza di forma scritta non incide sull’esistenza del contratto, che resta pienamente valido sia pur senza il suo involucro formale, si determinano, però,nel caso in cui sulla sua natura o contenuto insorga una controversia, le consuete limitazioni sul piano probatorio: il contratto non potrà essere provato per testimoni o per presunzioni, a meno che non si provi l’incolpevole perdita del documento che forniva la prova.
La forma scritta, dunque, è ad probationem tanto per il contratto quanto per tutti gli elementi indicati, senza distinzioni; del resto occorre tener conto del fatto che lo stesso decreto legislativo con riguardo alla somministrazione e al contratto di inserimento ha, invece, espressamente previsto la forma scritta a pena di nullità.[36]
[1] M. Miscione, Il collaboratore a progetto, in Lav. Giur.2003.
[2] G. Proia, Lavoro a progetto e modelli contrattuali di lavoro, in Arg.dir.Lav. 2003.
[3] E.Ghera, Sul lavoro a progetto, in Riv.it.dir.lav,2005,I,193.
[4] M. Delle Donne, Lavoro a progetto; definizione e differenziazione delle nozioni di progetto, programma, fase nelle pronuncie giurisprudenziali, in Mass. Di Giur.del Lav, 2008.
[5] A. Perulli,G. Santoro Passarelli, Opinioni sul lavoro a progetto, in Giorn.dir.lav.rel.ind. 2006.
[6] G. Proia, Lavoro a progetto e modelli contrattuali di lavoro, in Arg. Dir. Lav., 2003, 665.
[7] P. Capurso, Patologia del lavoro a progetto, in Il lavoro nella giurisprudenza, vol. I, 2007.
[8] Cons. Stato 3 aprile 2006, n.1743, per il quale “è il risultato che si pone al centro del tipo normativo”; Trib. Milano, 13 ottobre 2005; Trib. Milano 2 agosto 2006.
[9] Secondo quanto affermato da Trib. Torino, 10 maggio 2006, che ha riconosciuto la natura subordinata di un rapporto di lavoro a progetto dove l’attività descritta nel contratto non era coerente rispetto all’obiettivo dichiarato dalle parti nel medesimo testo contrattuale.
[10] G. Santoro Passarelli, Dal contratto d’opera al lavoro autonomo economicamente dipendente, attraverso il lavoro a progetto, in Riv.It.dir.lav. 2004, I.
[11] M. Papaleoni, Lavoro a progetto: nozione e regime sanzionatorio, nota a sentenza in Corte di Appello n. 100 del 29 gennaio 2008, in Massimario di giurisprudenza del lavoro, ottobre 2008 n.10.
[12] Trib. Piacenza, 15 febbraio 2006, in Il lavoro nella giurisprudenza, 2006, 885.
[13] Trib. Genova, 7 aprile 2006, in, Rivista giuridica del lavoro e della previdenza sociale, vol. II, 2007, con nota di Micaela Vialetti.
[14] Trib. Milano, 23 febbraio 2006, in Rivista giuridica del lavoro e della previdenza sociale, vol II 200, con nota di Micaela Vialetti.
[15] P. Rausei, Contratto a prova di ispezione, in Diritto e Pratica del lavoro, vol. III, 2006.
[16] P. Rausei, Contratto a prova di ispezione, in op. cit.
[17] Alessia Muratorio, Il lavoro a progetto: il punto della situazione a tre anni dalla sua introduzione, in Giurisprudenza – Lavoro a progetto, vol. II, 2006.
[18] Tribunale di Modena ordinanza 19 aprile 2006.
[19] R. De Luca Tamajo, Dal lavoro parasubordinato al lavoro” a progetto”, in WP C.S.D.L.E. “Massimo D’Antona”. IT – 9/2003.
[20] P. Capurso, Patologia del lavoro a progetto, in op. cit.
[21] E. Ghera, Il Nuovo diritto del lavoro, Torino, 2006.
[22] P. Rausei, Contratto a prova di ispezione, in op. cit.
[23] F. Carinci, Commentario al D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, vol II, Milano, 2006.
[24] F. Carinci, Commentario al D. Lgs. 10 settembre 2003, n. 276, op. cit.
[25] E. Ghera, Il nuovo diritto del lavoro, Torino, 2006.
[26] F. Santoro- Passarelli, Giusta causa, in NDI, vol. VIII.
[27] G. Grezzi, La disciplina del mercato del lavoro, proposta per un Testo Unico, Roma, 1996.
[28] E. Ghera, Il nuovo diritto del lavoro, op. cit.
[29] E. Ghera, Il nuovo diritto del lavoro, Torino, 2006.
[30] E. Ghera, Il nuovo diritto del lavoro. Subordinazione e lavoro flessibile, Torino, 2006.
[31] F. Carinci, Commentario al D. Lgs. 10 settembre 2003, n.276, op. cit.
[32] P. Rausei, Contratto a prova di ispezione, op. cit.
[33] In tal senso, E. Ghera, Il nuovo diritto del lavoro,Subordinazione e lavoro flessibile,Torino, 2006.
[34] Tribunale di Ravenna, sentenza del 24 novembre 2005.
[35] N. Colucci, F. De Stefani, Contratto di lavoro a progetto, in G. Pellicani, M. Tiraboschi, La Certificazione dei Contratti di lavoro, Spec. di Guida lav. settembre 2005, 105.
[36] R. De Luca Tamajo – G. Santoro Passarelli, Il nuovo mercato del lavoro, op. cit.