Source: http://www.iussit.com/praticanti-avvocati-tirocinio-professionale-novita/
Timestamp: 2017-09-19 22:14:42+00:00
Document Index: 67636941

Matched Legal Cases: ['art.1', 'art. 16', 'art.41', 'art, 3', 'art 43', 'art. 3', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 5', 'art 40', 'art. 1', 'art 5', 'art.9', 'art.41', 'art.14', 'art. 704', 'art. 688', 'art. 336', 'art. 343', 'art. 349', 'art. 588', 'art. 625', 'art. 648', 'art.9', 'art. 35', 'art.46', 'art. 3', 'art 46']

Praticante Avvocato: tirocinio professionale, le novità - Iussit.com
Novità per il tirocinio professionale forense (già pratica forense)
alla luce del nuovo regolamento, decreto del Ministero della Giustizia 17 marzo 2016, n. 70 ( in G.U. 19 maggio 2016, n.116) , in attuazione della Riforma Forense, legge 31 dicembre 2012, n. 247(in G.U. 18 gennaio 2013, n. 1)
Andrea Pesacane
In primis, chiariamo che queste novità, si applicheranno ai tirocini iniziati a partire dalla sua entrata in vigore, 3 giugno 2016, ergo a tutti i praticanti legali (oggi tirocinanti) che si sono iscritti nel registro dei praticanti del proprio Consiglio dell’Ordine in data pari o successiva, al 3 giugno 2016. Ai tirocini in corso a tale data continua ad applicarsi la normativa previgente, ferma restando la riduzione della durata a diciotto mesi e la facoltà del praticante di avvalersi delle modalità alternative di svolgimento del tirocinio (art.1del decreto n.70/2016).
Il tirocinio professionale è svolto con assiduità, diligenza, riservatezza e nel rispetto delle norme di deontologia professionale.
L’avvocato (dominus) è tenuto ad assicurare che il tirocinio si svolga in modo proficuo e dignitoso e non può assumere la funzione per più di 3 praticanti.
Il tirocinio legale, svolto in forma continuativa per 18 mesi, potrà essere svolto:
a) presso un’ avvocato (dominus) , con anzianità di iscrizione all’albo non inferiore a cinque anni;
b) presso l’Avvocatura dello Stato o presso l’ufficio legale di un
ente pubblico o presso un ufficio giudiziario per non più di dodici mesi;
c) per non più di sei mesi, in altro Paese dell’Unione europea
presso professionisti legali, con titolo equivalente a quello di avvocato,
abilitati all’esercizio della professione;
Fermo restando quanto previsto dal comma 6, il diploma conseguito presso le Scuole di Specializzazione per le Professioni Legali di durata biennale, di cui all’art. 16 del decreto legislativo 17 novembre 1997, n. 398, e successive modificazioni, è valutato ai fini del compimento del tirocinio per l’accesso alla professione di avvocato per il periodo di un anno.
Rimborso Spese e Compensi
E’ Bene ricordare che il tirocinio professionale non determina di diritto l’instaurazione di rapporto di lavoro subordinato anche occasionale (del resto anche la professione di avvocato ordinario è incompatibile con qualsiasi attività lavorativa subordinata, pubblica o privata eccezion fatta per i prof.ri univeristari, ricercatori universitari etc).
Negli studi legali privati, al praticante avvocato è sempre dovuto il rimborso delle spese sostenute per conto dello studio presso il quale svolge il tirocinio. Ad eccezione che negli enti pubblici e presso l’Avvocatura dello Stato, decorso il primo semestre, possono essere riconosciuti con apposito contratto al praticante avvocato un’indennità o un compenso per l’attività svolta per conto dello studio,commisurati all’effettivo apporto professionale dato nell’esercizio delle prestazioni e tenuto altresì conto dell’utilizzo dei servizi e delle strutture dello studio da parte del praticante avvocato. Gli enti pubblici e l’Avvocatura dello Stato riconoscono al praticante avvocato un rimborso per l’attività svolta, ove previsto dai rispettivi ordinamenti e comunque nei limiti delle risorse disponibili a legislazione vigente (art.41 Riforma Forense, legge 31 dicembre 2012, n. 247).
Frequenza obbligatoria e con profitto di corsi di formazione
(art, 3 Decreto 17 marzo 2016, n. 70 e art 43 Riforma Forense, legge 31 dicembre 2012, n. 247)
Attenzione, contestualmente alla pratica legale, ergo in aggiunta ad essa, il neo praticante dovrà seguire (con profitto) dei corsi di formazione (sicuramente a pagamento) per un periodo non inferiore a 18 mesi tenuti da ordini e associazioni forensi, nonchè dagli altri soggetti previsti dalla legge. La frequenza di detti corsi, quindi, è obbligatoria e deve anche essere effettuata “con profitto“(art. 3 Decreto 17 marzo 2016, n. 70 e art. 43 della legge 31 dicembre 2012, n. 247.)
In che senso “con profitto” ?
Nel senso che ci saranno, durante il corso, verifiche intermedie e finale del profitto, affidate ad una commissione composta da avvocati, magistrati e docenti universitari, in modo da garantire omogeneità di giudizio su tutto il territorio nazionale. Ne consegue che, in caso non si dovessero superare con profitto queste verifiche , non si potrà provare a sostenere l’esame di stato di avvocato in quanto non idonei art. 43 della legge 31 dicembre 2012, n. 247. Lo stesso articolo specifica che verranno stabilite modalità e condizioni per la frequenza. Ergo si prevederanno test di ingresso selettivi per l’accesso a detti corsi di formazione.
La ratio, è evidente, creando una pre-valutazione (selettiva, basata sia sulla preparazione, ma anche sulla possibilità economica del neo laureato) con i nuovi corsi di formazione obbligatori, si abbasseranno il numero dei futuri avvocati e si “scoraggeranno” i neo laureati in giurisprudenza, ancora indecisi, ad intraprenderla. Insomma un vero è proprio filtro pre-esame di stato. Anzi, un doppio filtro, costituito in primis dai test di ingresso e prova finale dei corsi e in secundis dall’esame di stato di avvocato vero e proprio.
Anticipazione di un semestre di tirocinio durante gli studi universitari
(art. 5 Decreto 17 marzo 2016, n. 70 e art 40 Riforma Forense, legge 31 dicembre 2012, n. 247)
Per quanto riguarda oggi, la possibilità di anticipare un semestre di tirocinio in costanza dell’ultimo anno di studi universitari, non è ancora possibile per mancanza di convenzioni quadro tra il Cnf (Consiglio Nazionale Forense) con la Conferenza dei presidi delle facoltà di giurisprudenza. Oggi, è prevista, la facoltà di anticipare per un massimo di sei mesi l’iscrizione già nell’ultimo anno di laurea in giurisprudenza (cfr. art. 1 d.lgs. 24 aprile 2006 n. 166) solo per gli aspiranti notai.
Sicuramente a breve verranno stipulate dette convenzioni. Comunque, già oggi, si conoscono, tramite l’art 5 del Decreto 17 marzo 2016, n. 70, i requisiti per poter chiedere l’anticipazione di un semestre di tirocinio.
Per l’ammissione all’anticipazione di un semestre di tirocinio durante gli studi universitari, lo studente deve:
1) essere in regola con lo svolgimento degli esami di profitto del corso di laurea in giurisprudenza e avere già ottenuto il riconoscimento dei crediti nelle seguenti materie: diritto civile, diritto processuale civile, diritto penale, diritto processuale penale, diritto amministrativo, diritto costituzionale, diritto dell’Unione europea.
2) Nei casi in cui non consegua il diploma di laurea entro i due anni successivi alla durata legale del corso, il praticante studente universitario può chiedere la sospensione del tirocinio per un periodo massimo di sei mesi, superato il quale, se non riprende il tirocinio, è cancellato dal registro e il periodo di tirocinio compiuto rimane privo di effetti.
3) Il periodo di tirocinio durante gli studi universitari rimane privo di effetti anche quando il praticante, pur avendo conseguito il diploma di laurea in giurisprudenza non provvede, entro sessanta giorni, a confermare l’iscrizione al registro dei praticanti
Si riservano perplessità su questa nuova facoltà di anticipare di un semestre il tirocinio se poi, una volta conseguita la laurea, bisognerà seguire comunque altri 18 mesi di corsi di formazione obbligatori. Vero si, che resteranno 12 mesi di pratica legale (avendone anticipato 6 pre- laurea) ma comunque l’esame di stato si potrà sostenere solo (anche) al termine del superamento con profitto dei sopracitati corsi.
Praticante Abilitato – riduzione a 6 mesi per la richiesta e forti limiti nell’ esercizio dell’attività giudiziale
Innanzitutto, chiariamo prima, che c’è differenza tra praticante avvocato semplice e praticante avvocato abilitato. Il primo non può svolgere alcuna attività processuale (né in proprio, né in sostituzione del dominus) ma può svolgere attività stragiudiziale e di consulenza legale. Il secondo, con la nuova riforma può svolgere anche attività giudiziale in sostituzione del dominus.
Decorsi sei mesi (e non più 12 mesi) dall’iscrizione nel registro dei praticanti, purché in possesso del diploma di laurea in giurisprudenza, può richiedere di esercitare attività professionale in sostituzione dell’avvocato presso il quale svolge la pratica e comunque sotto il controllo e la responsabilità dello stesso anche se si tratta di affari non trattati direttamente dal medesimo, in ambito civile di fronte al tribunale e al giudice di pace, e in ambito penale nei procedimenti di competenza del giudice di pace, in quelli per reati contravvenzionali e in quelli che, in base alle norme vigenti anteriormente alla data di entrata in vigore del decreto legislativo 19 febbraio 1998, n. 51, rientravano nella competenza del pretore.
L’abilitazione decorre dalla delibera di iscrizione nell’apposito registro. Essa può durare al massimo cinque anni, salvo il caso di sospensione dall’esercizio professionale non determinata da giudizio disciplinare, alla condizione che permangano tutti i requisiti per l’iscrizione nel registro (art.9 del Decreto 17 marzo 2016, n. 70 e art.41 Riforma Forense 2012).
Alla luce della Riforma Forense, oggi, i nuovi praticanti abilitati possono esercitare attività professionale giudiziale solo ed esclusivamente in sostituzione del proprio dominus, con delega non orale bensì scritta da parte di quest’ultimo (art.14 Riforma Forense “Gli avvocati possono farsi sostituire da altro avvocato, con incarico anche verbale, o da un praticante abilitato,con delega scritta.” )
Ergo, ai nuovi praticanti abilitati, non possono più essere conferite procure (quindi avere cause proprie) come in passato e di conseguenza non possono più svolgere l’attività giudiziaria nei limiti definiti dalla c.d. legge Carotti del 16.12.99, n. 479. In particolare, prima della Riforma Forense del 2012, dopo il conseguimento dell’abilitazione, l’aspirante avvocato poteva esercitare il patrocinio nelle cause di competenza del Giudice di Pace e dinanzi al Tribunale in composizione monocratica (non collegiale) limitatamente a:
beni mobili e immobili, ma il cui valore non ecceda 25.822,84 euro (lire cinquanta milioni);
azioni possessorie, salvo il disposto dell’art. 704 del c.p.c.;
denunce di nuova opera e di danno temuto, salvo il disposto dell’art. 688, 2° c., c.p.c. in giudizi di valore superiore a 25.822,84 euro); ;
violenza o minaccia a un pubblico ufficiale previsti dall’art. 336 c.p.;
oltraggio ad un magistrato in udienza aggravato a norma dell’art. 343, 2° c., c.p.;
violazione dei sigilli aggravata a norma dell’art. 349, 2° c., c.p.;
rissa aggravata a norma dell’art. 588, 2°c., c.p., con esclusione dell’ipotesi in cui nella rissa taluno sia rimasto ucciso o abbia riportato lesioni gravi o gravissime;
furto aggravato a norma dell’art. 625 del c.p.;
ricettazione prevista dall’art. 648 c.p.;
Sicuramente è un notevole passo indietro, e sopratutto penalizza i nuovi praticanti avvocati che non potendo essere intestatari di procure non possono più fare cause per conto proprio e magari guadagnare qualcosa per andare avanti. Si è cosi penalizzato molto il giovane praticante abilitato rendendolo ancora più debole e poco competitivo nel “mercato” lavorativo. E’ bene ricordare che questa norma non si applica ai vecchi praticanti avvocati abilitati i quali potranno continuare a svolgere cause proprie ricordando anche che in base al Dm 55/2014 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 77 del 2/4/2014 ed è in vigore dal 3/4/2014, la “parcella” è dimezzata del 50% rispetto a quanto stabilito per gli avvocati (art.9 Dm 55/2014 “Ai praticanti avvocati abilitati al patrocinio è liquidata di regola la metà dei compensi spettanti all’avvocato”).
Infine si ricorda che il CNF ha adottato il nuovo testo dell’art. 35 del Codice deontologico forense: “L’iscritto nel registro dei praticanti avvocati può usare esclusivamente e per esteso il titolo di “praticante avvocato”, con l’eventuale indicazione di “abilitato al patrocinio” qualora abbia conseguito tale abilitazione”, escludendo, di conseguenza, le diffuse forme di abbreviazione ad esempio: p. avvocato, pr.avvocato, pr.avv. , p.avv. etc.).
Dal 2017 Esame di Stato per Avvocato – con codici nudi e crudi
(Decreto Ministero Giustizia 25 febbraio 2016,n. 48)
Il recente Decreto Ministero Giustizia 25 febbraio 2016, n. 48, attuativo della riforma forense, Riforma Forense, legge 31 dicembre 2012, n. 247 conferma l’art.46 in materia di Esame di Stato per l’abilitazione alla professione di avvocato (dal 1997 il praticante avvocato, con il superamento dell’esame di stato, assume direttamente il titolo di avvocato e non più quello di procuratore legale, art. 3 l. 24-2-1997, n. 27.).
In particolare le prove scritte si svolgono con il solo ausilio dei testi di legge senza commenti e citazioni giurisprudenziali. L’appello dei candidati deve svolgersi per tempo in modo che le prove scritte inizino all’ora fissata dal Ministro della giustizia. Si ricorda che ai candidati vi è fatto il divieto assoluto di portare con sé testi o scritti, anche informatici, né ogni sorta di strumenti di telecomunicazione, pena la immediata esclusione dall’esame. L’art 46 della Riforma Forense specifica, con l’intento di dissuadere il più possibile i candidati, anche quanto segue: ” Chiunque faccia pervenire in qualsiasi modo ad uno o più candidati, prima o durante la prova d’esame, testi relativi al tema proposto è punito, salvo che il fatto costituisca più grave reato, con la pena della reclusione fino a tre anni”.
C’è da dire, però, che l’uso dei codici commentati aveva una sua ratio, in quanto si basava sul fatto logico (ma non per tutti scontato) che l’avvocato non sia tanto una sorta di computer, macchina perfetta che sappia a memoria leggi, articoli e i numerosi orientamenti giurisprudenziali (non sempre coerenti), quanto un professionista capace di districarsi, ragionare e saper interpretare leggi, sentenze, e dottrina, in modo da creare una difesa congenita e coerente per ogni cliente.
Ergo, il candidato, nell’affrontare le prove scritte, doveva dimostrare non tanto la memoria, quanto l’uso del ragionamento per risolvere casi pratici.
Il c.d. ragionamento giuridico, che parte da un certo insieme finito di premesse nell’ambito delle varie argomentazioni giuridiche, per giungere alle più giuste conclusioni del caso.
Dott. Andrea Pesacane
andreapesacane@email.it
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