Source: http://www.integrazionemigranti.gov.it/Areetematiche/ProtezioneInternazionale/Pagine/assistenza-amministrativa.aspx
Timestamp: 2019-03-21 17:32:32+00:00
Document Index: 40379328

Matched Legal Cases: ['art 14', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 9', 'art. 24', 'art. 25', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 26']

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L'assistenza amministrativa
​​La convenzione di Ginevra
Documento / titolo di viaggio
​LA CONVENZIONE DI GINEVRA
I rifugiati, avendo un fondato timore di persecuzione, non possono rivolgersi alle autorità del proprio paese di origine, comprese le rappresentanze consolari all’estero. Questo può comportare notevoli problemi in alcune procedure amministrative durante le quali il rifugiato è tenuto a dimostrare stati e fatti personali, attraverso la produzione di documenti e attestati rilasciati proprio dalle autorità del paese di origine. La mancanza di tale documentazione, di conseguenza, potrebbe impedire l’esercizio di diritti fondamentali.
Proprio per affrontare questo problema, con riferimento alla Convezione di Ginevra, lo Stato in cui risiede il rifugiato è tenuto ad occuparsi della sua assistenza in termini amministrativi anche attraverso la produzione di documenti o attestati normalmente rilasciati dalle autorità del paese di origine del rifugiato. Questo, in taluni casi, avviene anche nel caso dei richiedenti protezione internazionale e dei titolari di protezione umanitaria o sussidiaria.
In particolare la Convenzione di Ginevra prevede quanto segue:
1. Gli Stati Contraenti rilasciano ai rifugiati che risiedono regolarmente sul loro territorio titoli di viaggio che permettano loro di viaggiare fuori di tale territorio, sempreché non vi si oppongano motivi impellenti di sicurezza nazionale o d’ordine pubblico. Gli Stati Contraenti possono rilasciare un titolo di viaggio di questa natura a qualsiasi altro rifugiato che si trovi sul loro territorio; essi esamineranno con particolare attenzione i casi di rifugiati che, trovandosi sul loro territorio, non sono in grado di ottenere un documento di viaggio dal paese della loro residenza regolare.
In Italia alcune procedure amministrative tengono conto della peculiare condizione del rifugiato e, in taluni casi, anche del richiedente asilo e del beneficiario di protezione umanitaria o sussidiaria.
​ISCRIZIONE ANAGRAFICA
Beneficiari: richiedenti protezione internazionale, rifugiati, titolari di protezione sussidiaria e di protezione umanitaria.
1) permesso di soggiorno in corso di validità oppure permesso di soggiorno scaduto e ricevuta della richiesta del rinnovo.
Istituzione competente: Comune, ufficio anagrafe.
I richiedenti e i titolari di protezione internazionale o umanitaria possono iscriversi all’anagrafe della popolazione residente alle stesse condizioni degli altri cittadini stranieri salvo essere esenti dalla presentazione del passaporto o documento equipollente.
L’articolo 43 del codice civile definisce la residenza quale luogo in cui la persona ha la dimora abituale. In base al Testo Unico sull’immigrazione il cittadino straniero può richiedere l’iscrizione all’anagrafe della popolazione residente alle stesse condizioni dei cittadini italiani, dovendo però dimostrare di essere regolarmente soggiornante. Per quanto riguarda la prima iscrizione anagrafica l’art 14 del Regolamento anagrafico stabilisce che chi trasferisce la residenza dall’estero deve comprovare all’atto della dichiarazione la propria identità mediante l’esibizione del passaporto o altro documento equipollente. Inoltre se il trasferimento riguarda un’intera famiglia, il cittadino straniero deve esibire atti autentici che ne dimostrino la composizione, rilasciati dalle competenti autorità del Paese di provenienza, debitamente tradotti e legalizzati.
Considerato che i rifugiati politici sono privi di passaporto, per non negare loro il diritto fondamentale all’iscrizione anagrafica è previsto che questi siano identificati e iscritti in anagrafe con il solo permesso di soggiorno. In tal senso si è ripetutamente espresso il Ministero dell’Interno attraverso delle risposte a quesiti. La stessa possibilità, inoltre, è estesa anche ai richiedenti protezione internazionale e ai beneficiari di protezione sussidiaria o umanitaria.
Per quanto riguarda la registrazione dei dati personali quali quelli riferibili al matrimonio contratto all’estero e alla paternità e maternità, in assenza di documentazione originale rilasciata nel paese di origine, al momento l’unica indicazione risale a un parere della Commissione Nazionale Asilo del Ministero dell’Interno inviato in data 24/04/2009 al Comune di Pordenone che ritiene che “la certificazione della Commissione che ha riconosciuto lo status agli interessati, unitamente ai relativi permessi di soggiorno rilasciati dalla Questura di residenza, possono sostituire, a parere della scrivente, a tutti gli effetti la documentazione che non può essere richiesta alle Autorità del loro Paese”.
Per quanto riguarda l’abitualità della dimora, l’art. 5, comma 3 del D. Lgs. 142/2015 stabilisce che il centro o la struttura di accoglienza in cui il richiedente o il beneficiario di protezione è ospitato rappresenta dimora abituale ai fini dell’iscrizione anagrafica.
Il D.lgs. 142/2015 ha inoltre ribadito che richiedente deve comunicare alla questura il proprio domicilio o residenza da riportare nella domanda di protezione internazionale, senza l’obbligo di presentare documentazione in merito.
Il Decreto Legge 17 febbraio 2017 n. 13 (Disposizioni urgenti per l'accelerazione dei procedimenti in materia di protezione internazionale, nonché per il contrasto dell'immigrazione illegale) convertito nella legge 13 aprile 2017, n. 46 ha introdotto il nuovo art. 5 bis al D.Lgs. 18-8-2015 n. 142 (Attuazione della direttiva 2013/33/UE recante norme relative all'accoglienza dei richiedenti protezione internazionale, nonché della direttiva 2013/32/UE, recante procedure comuni ai fini del riconoscimento e della revoca dello status di protezione internazionale).
La nuova norma prevede che lo straniero richiedente protezione internazionale, sia nel caso in cui sia ospitato nei centri di prima accoglienza, che nei casi in cui esso sia ospitato nelle strutture temporanee ovvero nei centri di accoglienza del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR), a meno che non sia iscritto individualmente, debba essere iscritto nell'anagrafe della popolazione residente nell’apposito istituto della “convivenza anagrafica” ai sensi dell'articolo 5 del D.p.r. 223/1989. Inoltre il Responsabile della convivenza dovrà comunicare le eventuali variazioni intervenute entro venti giorni dalla data in cui si sono verificati i fatti. L’eventuale comunicazione, da parte del responsabile della convivenza anagrafica, della revoca delle misure di accoglienza o dell'allontanamento non giustificato dello straniero richiedente protezione internazionale costituirà motivo di cancellazione anagrafica con effetto immediato, fermo restando il diritto di essere nuovamente iscritto qualora ne ricorrano le condizioni.
È stata, dunque, introdotta una speciale procedura di cancellazione della residenza anagrafica dei richiedenti asilo, ma, contestualmente, è stato confermato il diritto all’iscrizione in anagrafe dei cittadini stranieri in ogni struttura di accoglienza.
Il Ministero dell’Interno con la circolare n. 5 del 18 maggio 2017 ha chiarito la portata della nuova norma.
Iscrizione e cancellazione anagrafica dei richiedenti protezione internazionale (a cura di ANUSCA)
Linee guida sul diritto di residenza dei richiedenti e beneficiari di protezione internazionale (a cura di Sprar, ASGI, UNHCR, ANUSCA)
​CITTADINANZA ITALIANA
2) Atto di notorietà, con autentica di firma senza marca da bollo, rilasciato dal Tribunale o dal Comune, sostitutivo del certificato di nascita e del certificato penale del paese di origine;
3) Ultime tre dichiarazioni dei redditi (nel caso di richiesta di cittadinanza per residenza).
Istituzione competente: Prefettura, ufficio cittadinanza.
Il rifugiato politico ai fini della richiesta della cittadinanza italiana non deve esibire il proprio certificato di nascita e il certificato penale del paese di origine, con le debite traduzioni e legalizzazioni. È sufficiente che venga prodotto un atto sostitutivo di notorietà, con autentica di firma senza marca da bollo, rilasciato dal Tribunale o dal Comune, contenente tutti i dati del proprio certificato di nascita e del certificato penale del paese di origine. Si ricorda inoltre che, nel caso di richiesta di cittadinanza per residenza, ai sensi dell’art. 16 della Legge 91 del 1992, il rifugiato è equiparato all’apolide e quindi, ai sensi dell’art. 9 comma 1 lettera e della medesima Legge è sufficiente che sia stato residente legalmente in Italia da almeno 5 anni.
​DOCUMENTO / TITOLO DI VIAGGIO
Documento di viaggio: rifugiati.
Titolo di viaggio: titolari di protezione sussidiaria o umanitaria.
1) 2 foto formato tessera;
2) copia del permesso di soggiorno in corso di validità (oppure permesso di soggiorno scaduto e ricevuta della richiesta del rinnovo);
3) marca da bollo;
4) marca della tassa di concessione governativa sull’uso dei passaporti;
5) ricevuta del versamento postale relativa al pagamento dei “Proventi dalla cessione di documenti di viaggio per stranieri”.
Istituzione competente: Questura, ufficio immigrazione.
In base all’articolo 28 della Convezione di Ginevra “gli Stati Contraenti rilasciano ai rifugiati che risiedono regolarmente sul loro territorio titoli di viaggio che permettano loro di viaggiare fuori di tale territorio”. Così l’art. 24 del D. lgs. 251/2007, che recepisce l’art. 25 della direttiva 2004/83/CE, dispone il rilascio in favore del rifugiato di “un documento di viaggio di validità quinquennale rinnovabile secondo il modello allegato alla Convenzione di Ginevra”. Il documento di viaggio viene rilasciato dalla Questura territorialmente competente al rilascio del titolo di soggiorno, di cui ha la medesima durata, a meno che sussistano “gravissimi motivi attinenti alla sicurezza nazionale e l’ordine pubblico che ne impediscono il rilascio” (art. 24, co. 3, Dlgs 251/2007).
Sempre l’art. 24 del D. lgs. 251/2007 prevede il rilascio anche ai beneficiari di protezione sussidiaria di un titolo di viaggio per stranieri, solamente in presenza di fondati motivi che impediscano di chiedere il passaporto alle autorità diplomatiche del paese di cui è cittadino. Anche il titolo di viaggio per stranieri viene rilasciato dalla Questura territorialmente competente al rilascio del titolo di soggiorno, di cui ha la medesima durata, a meno che sussistano “gravissimi motivi attinenti alla sicurezza nazionale e l’ordine pubblico che ne impediscono il rilascio”. Questo è rifiutato o revocato qualora ci siano ragionevoli dubbi sull’identità del beneficiario di protezione sussidiaria.
Il documento e il titolo di viaggio sono equipollenti al passaporto del Paese di cittadinanza e consentono al titolare di circolare liberamente all’interno degli Stati europei dell’Area Schengen e nei territori degli altri Stati, limitatamente a quelli in cui è in vigore la Convenzione di Ginevra per lo status di rifugiato per quanto riguarda il documento di viaggio, il cui utilizzo è escluso anche per recarsi nel paese di origine.
In Italia il “Documento di viaggio” per rifugiati politici era già stato istituito con la Circolare 48 del Ministero degli Esteri del 31 agosto del 1961. La stessa introduceva anche il “Titolo di viaggio per stranieri” da rilasciare “agli stranieri che invece non abbiano la qualifica di rifugiati politici e che, per ragioni varie, non possono ottenere il passaporto delle autorità del loro paese”.
​RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE
Beneficiari: rifugiati e titolari di protezione sussidiaria.
Rilascio del nulla osta al ricongiungimento familiare: Sportello Unico per l’immigrazione.
Rilascio del visto per famiglia: Rappresentanza italiana nel paese di origine o di provenienza del familiare da ricongiungere.
Il beneficiario di protezione internazionale può effettuare il ricongiungimento familiare in base a requisiti più favorevoli rispetto agli altri cittadini stranieri, in quanto non deve dimostrare né la disponibilità di un reddito né quella di un alloggio idoneo. Questo è quanto previsto dal comma 1 dell’art. 29 bis del D. lgs. 286/98 in recepimento della Direttiva Europea 2003/86/CE relativa al diritto al ricongiungimento familiare. I familiari con cui è possibile effettuare il ricongiungimento familiare sono gli stessi previsti per gli altri cittadini stranieri: il coniuge non legalmente separato e di età non inferiore ai diciotto anni; i figli minori, anche del coniuge o nati fuori del matrimonio, non coniugati, a condizione che l’altro genitore, qualora esistente, abbia dato il suo consenso; figli maggiorenni a carico, qualora per ragioni oggettive non possano provvedere alle proprie indispensabili esigenze di vita in ragione del loro stato di salute che comporti invalidità totale; i genitori a carico, qualora non abbiano altri figli nel Paese di origine o di provenienza, ovvero genitori ultrasessantacinquenni, qualora gli altri figli siano impossibilitati al loro sostentamento per documentati, gravi motivi di salute. I minori adottati o affidati o sottoposti a tutela sono equiparati ai figli.
I cittadini stranieri che devono richiedere il visto per ricongiungimento familiare devono dimostrare il proprio legame parentale con il familiare che ha chiesto il ricongiungimento attraverso dei documenti originali tradotti in italiano e legalizzati. Per quanto riguarda il beneficiario di protezione internazionale l’art. 29-bis del D. lgs. 286/98, al comma 2, prevede che qualora “non possa fornire documenti ufficiali che provino i suoi vincoli familiari, in ragione del suo status, ovvero della mancanza di un’autorità riconosciuta o della presunta inaffidabilità dei documenti rilasciati dall’autorità locale, rilevata anche in sede di cooperazione consolare Schengen locale, ai sensi della decisione del Consiglio europeo del 22 dicembre 2003, le rappresentanze diplomatiche o consolari provvedono al rilascio di certificazioni, ai sensi dell’articolo 49 del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1967, n.200, sulla base delle verifiche ritenute necessarie, effettuate a spese degli interessati. Può essere fatto ricorso, altresì ad altri mezzi atti a provare l’esistenza del vincolo familiare, tra cui elementi tratti da documenti rilasciati dagli organismi internazionali ritenuti idonei dal Ministero degli affari esteri. Il rigetto della domanda non può essere motivato unicamente dall’assenza di documenti probatori.”
Sono diversi gli strumenti con cui le Rappresentanze italiane possono provare l’esistenza del vincolo familiare, ma non esistono indicazioni legislative precise in materia. Secondo l’Unhcr, in una nota del giugno 2008, “dovrebbe ricorrersi all’utilizzo del test del DNA per stabilire legami familiari nel contesto dei rifugiati con cautela e giudizio. Si dovrebbe di norma fare affidamento innanzitutto su prove documentali, documenti di registrazione, interviste con gli individui interessati e altre forme di verifica delle asserite relazioni familiari. Quando l’evidenza è soprattutto corroborativa di relazioni presunte e non vi sono seri dubbi, dovrebbe essere accordato il beneficio del dubbio.”
​RICONOSCIMENTO DEI TITOLI DI STUDIO
La procedura per vedersi riconoscere in Italia il proprio titolo di studio conseguito all’estero è molto complessa e può coinvolgere enti differenti a seconda della tipologia del titolo di studio e delle finalità per cui si chiede il riconoscimento. Un problema che si può verificare con frequenza è quello dell’impossibilità per il beneficiario di protezione internazionale di procurarsi i diplomi, i certificati e più in generale tutta la documentazione attinente al proprio percorso di studi svolto in patria. A tal proposito il D. lgs. 18/2014, in recepimento della direttiva 2011/95/UE, ha introdotto una norma che prevede l’istituzione di un sistema di riconoscimento dei titoli in assenza dei documenti originali. Più nello specifico il nuovo comma 3-bis dell’art. 26 del D. lgs. 251/2007, così come modificato dal decreto legislativo 18/2014, prevede che “per il riconoscimento delle qualifiche professionali, dei diplomi, dei certificati e di altri titoli conseguiti all’estero dai titolari dello status di rifugiato o dello status di protezione sussidiaria, le amministrazioni competenti individuano sistemi appropriati di valutazione, convalida e accreditamento che consentono il riconoscimento dei titoli ai sensi dell’articolo 49 del decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394, anche in assenza di certificazione da parte dello Stato in cui è stato ottenuto il titolo, ove l’interessato dimostra di non poter acquisire detta certificazione.”
In presenza della documentazione originale la procedura prevede comunque la produzione di un ulteriore documento che si chiama “dichiarazione di valore”, attestante il valore del titolo conseguito all’estero, e che viene rilasciato dalla Rappresentanza italiana nel paese di origine o comunque dove è stato ottenuto il titolo.
L’assistenza amministrativa avviene tramite la procedura della cosiddetta “dichiarazione di valore in loco”. È infatti il Ministero degli Esteri che assiste il beneficiario di protezione internazionale al fine dell’ottenimento della dichiarazione di valore. In particolare l’Ufficio VII della DGSP provvede a richiedere la dichiarazione di valore in loco al posto del diretto interessato, inviandola successivamente per posta a quest’ultimo.
Documenti richiesti: titolo di studio posseduto in originale; copia di un documento da cui risulti il possesso della qualifica di titolare di protezione internazionale; un foglio dati contenente l’indirizzo, completo di un numero di telefono, del richiedente.
Recapito: Ministero degli Affari Esteri – DGSP (Direzione Generale per la Promozione del Sistema Paese) – Ufficio VII, piazzale della Farnesina 1, 00135 Roma. Telefono 06/36912760, mail pierpaolo.savio@esteri.it.
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