Source: https://www.tidona.com/rimedi-al-decreto-ingiuntivo-bancario-non-opposto-rimedi-pretori-per-antichi-problemi-tra-limiti-del-giudicato-usura-ed-equita-sostanziale/
Timestamp: 2019-12-07 16:32:10+00:00
Document Index: 118541049

Matched Legal Cases: ['art. 640', 'art. 633', 'art. 647', 'art. 647', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 64', 'art. 647', 'art. 324', 'art. 2909', 'sentenza ', 'art. 395', 'sentenza ', 'art. 2909', 'art. 324', 'art. 2909', 'art. 647', 'art. 645', 'art. 650', 'art. 656', 'art. 395', 'art. 324', 'art. 656', 'art. 395', 'art. 650', 'art. 647', 'art. 647', 'sentenza ', 'art. 647', 'art. 124', 'art. 153', 'sentenza ', 'art. 647', 'art. 52', 'art. 92', 'art. 324', 'art. 2909', 'art. 95', 'art. 95', 'art. 647', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 95', 'sentenza ', 'art. 647', 'art. 345', 'art. 644', 'art. 161', 'art. 647', 'art. 188', 'art. 647', 'art. 656', 'art. 395', 'art. 404', 'art. 324', 'art. 395', 'sentenza ', 'art. 647', 'art. 2909', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 633', 'sentenza ', 'art. 642', 'sentenza ', 'art. 647', 'art. 2909', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2909', 'art. 656', 'art. 395', 'art. 404', 'art. 656', 'art. 395', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2909', 'art. 642', 'art. 642', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Rimedi al decreto ingiuntivo bancario non opposto: rimedi pretori per antichi problemi, tra limiti del giudicato, usura ed equità sostanziale | Studio Legale Tidona e Associati | Diritto Bancario e Finanziario
16 Ottobre 2015 In Diritto bancario
1 – Decreto ingiuntivo e giudicato
Un problema molto sentito dal litigator bancario consiste nella impossibilità di reagire a un decreto ingiuntivo della banca il cui termine impugnatorio sia oramai perento.
Ciò in special modo laddove il decreto ingiuntivo porti un credito che andrebbe depurato da illegittima capitalizzazione anatocistica degli interessi, da commissioni di massimo scoperto illegittime, da interessi divenuti usurari.
4. – In termini opposti, rispetto alla giurisprudenza richiamata sopra in altre occasioni questa corte ha affermato — peraltro — che l’ambito oggettivo del giudicato va valutato in relazione alla richiesta fatta valere in giudizio.
5. – Ritiene il collegio che il contrasto vada composto privilegiando il primo degli enunciati indirizzi, sulla base delle osservazioni che seguono, con conseguente accoglimento del primo motivo di ricorso.
5.1. – In primo luogo, a premessa del discorso che seguirà, è opportuna una precisazione.
5.2. – Contemporaneamente, sempre in limine, si osserva che l’art. 640 c.p.c. espressamente prevede che il decreto di rigetto della domanda proposta in via monitoria non pregiudica la riproposizione della domanda stessa anche in via ordinaria.
5.3. – Contrariamente a quanto evidenziato da parte di alcune pronunzie di merito e privilegiato da autorevole dottrina, ancora, deve escludersi che il «giudicato» (o, come da alcuni si sostiene la «preclusione pro iudicato») quanto alla domanda (o parte di domanda) non accolta derivi dalla notifica, su istanza del creditore, al debitore, del decreto (che ha accolto parzialmente la sua richiesta).
5.4. – Attesa la natura del decreto monitorio questo, divenuto definitivo per la mancata opposizione dell’intimato, ha un’efficacia assimilabile a quella della sentenza, per la parte con cui ha accolto la domanda: non l’ha, invece, per la parte con cui l’ha respinta, perché la reiezione non è una pronunzia di accertamento negativo a favore del convenuto, non presente nel procedimento.
5.5. – Irrilevante, al fine di pervenire a una diversa conclusione, ancora, è il rilievo che il creditore con la notifica del «decreto» che ha accolto, parzialmente, la sua domanda notifica il ricorso contenente la diversa (maggiore) pretesa azionata e, per l’effetto, sollecita il contraddittorio anche sulla «maggiore» domanda (per la parte non accolta).
5.6. – L’assunto che qui si critica, inoltre, non considera che ove il giudice, adìto con ricorso per ingiunzione, «rigetta», ancorché parzialmente, la domanda, la rigetta non perché la stessa non trova, in assoluto, alcun riscontro (è, cioè, infondata) ma perché fanno difetto le «condizioni di ammissibilità» di cui agli art. 633 ss. c.p.c.
5.7. – Al fine di pervenire ad una soluzione diversa da quella sopra indicata come corretta — da ultimo — non è pertinente neppure l’invocazione del principio secondo cui il giudicato copre il dedotto e il deducibile.
6. – Non essendosi, il giudice del merito, attenuto ai principî di diritto di cui sopra il primo motivo del ricorso deve accogliersi con assorbimento dei restanti.
Il motivo è infondato. Nella giurisprudenza di questa Corte è costante l’affermazione del principio secondo cui non è opponibile al fallimento il decreto ingiuntivo non munito di decreto di esecutorietà ai sensi dell’art. 647 c.p.c.. In tale giurisprudenza, peraltro, come rileva esattamente la difesa della ricorrente, l’affermazione è spesso contenuta in un obiter dictum, come nel caso di Cass. 25 marzo 1995, n. 3580 ove si affermava “che entrambi i provvedimenti sopra individuati (ex art. 647 c.p.c., ovvero sentenza sull’opposizione) non possono più essere emessi a seguito del fallimento, con effetti vincolanti per la massa”, ma in una situazione nella quale al momento del fallimento pendeva l’opposizione al decreto ingiuntivo; ovvero nel caso di Cass. 20 settembre 1971, n. 2627, che decideva, per escluderla, sulla sindacabilità in sede fallimentare della erroneità della sentenza che aveva accolto l’opposizione al decreto ingiuntivo; ovvero ancora nel caso di Cass. 3 gennaio 2013, n. 38 chiamata a decidere sul rilievo di una sentenza emessa all’esito di opposizione a decreto ingiuntivo, pubblicata dopo la dichiarazione di fallimento. Nella giurisprudenza di legittimità, peraltro, è stata sempre salda l’affermazione, resa indipendentemente dal fallimento del debitore, che il decreto ingiuntivo munito del decreto di esecutorietà ha efficacia di cosa giudicata (così dalle risalenti Cass. nn. 659/1966, 1246/1966, 1776/1967, 1125/1968 sino alla più recente Cass. 31 ottobre 2007, n. 22959).
Tuttavia, all’attenzione di questa Corte è venuta anche la specifica questione, risolta sempre in senso negativo, della opponibilità al fallimento del decreto ingiuntivo, munito o meno della provvisoria esecutività, ma non munito del decreto ex art. 64 7 c.p.c., quando i termini per proporre opposizione siano inutilmente scaduti prima della dichiarazione di fallimento (Cass. 26 marzo 2004, n. 6085; Cass. 13 marzo 2009, n. 6198; Cass. ord. 23 dicembre 2011, n. 28553;Cass. 13 febbraio 2012, n. 2032; Cass. 17 luglio 2012, n. 12205; Cass. 11 ottobre 2013, n. 23202). In alcuni casi si è anche precisato che il decreto ingiuntivo è opponibile soltanto quando il decreto di esecutorietà è stato emesso prima della dichiarazione di fallimento (le citate Cass. nn. 6085/2004; 6198/2009; 12205/2012).
Tali ultime decisioni hanno argomentato, in un caso, distinguendo tra “giudicato formale, interno, endoprocessuale”, che si formerebbe al momento della scadenza dei termini per proporre opposizione, e giudicato sostanziale, che si formerebbe soltanto al momento della apposizione del decreto di esecutorietà ex art. 647 c.p.c. (Cass. n. 6085/2004, richiamata da Cass. n. 6198/2009) e, in un altro, sottolineando che è “solo con la dichiarazione di esecutività che il giudice verifica se non sia possibile che, per la nullità della notificazione del decreto di ingiunzione, l’intimato non ne abbia avuta conoscenza, e dichiara che, per non esservi stata tempestiva opposizione, si sono verificate le condizioni perchè esso sia divenuto non ulteriormente opponibile ed abbia acquistato esecutorietà, si da poter fondare il diritto a procedere alla esecuzione forzata per la realizzazione coattiva del credito” (Cass. n. 12205/2012). A tale orientamento deve darsi continuità con qualche precisazione.
La diversificazione sul piano temporale tra giudicato formale e giudicato sostanziale non può essere accolta (esula, ovviamente, dal tema il caso delle decisioni in rito suscettibili di giudicato formale, ma non di giudicato sostanziale). La distinzione tra i due concetti si basa sulla disciplina dettata, da una parte, dall’art. 324 c.p.c. (la cui rubrica è intitolata “cosa giudicata formale”) e, dall’altra, dall’art. 2909 c.c. (la cui rubrica è intitolata “cosa giudicata”). Il primo stabilisce che “si intende passata in giudicato la sentenza che non è più soggetta nè a regolamento di competenza, nè ad appello, nè a ricorso per cassazione, nè a revocazione per i motivi di cui all’art. 395, nn. 4 e 5”. Il secondo stabilisce che “l’accertamento contenuto nella sentenza passata in giudicato fa stato a ogni effetto tra le parti, i loro eredi o aventi causa”. Come è evidente, e come è riconosciuto da autorevole dottrina e dalla pacifica giurisprudenza di questa Corte (Cass. 3 luglio 1987, n. 5840; Cass. 2 marzo 1988, n. 2217), non esiste alcuna contrapposizione fra cosa giudicata formale e cosa giudicata sostanziale, posto che i due concetti sono relativi a due aspetti del medesimo fenomeno. L’art. 2909, stabilisce, infatti, gli effetti sul piano sostanziale del giudicato, presupponendo che altrove si stabilisca quando si forma il giudicato. La decisione giurisdizionale non più impugnabile con i rimedi ordinari previsti dall’art. 324 c.p.c., determina, d’altro canto, gli effetti sul piano delle certezze giuridiche, che, ai sensi dell’art. 2909 c.c., vengono definiti giudicato sostanziale.
Affermata la coincidenza temporale del giudicato formale e di quello sostanziale, si deve stabilire se il giudicato si forma al momento del decorso dei termini per proporre opposizione al decreto ingiuntivo quando questa non sia stata proposta, ovvero al momento in cui il giudice, dopo averne controllato la notificazione, dichiara esecutivo il decreto ingiuntivo. La seconda soluzione si impone per due connesse ragioni. In primo luogo, al momento dello scadere dei termini per l’impugnazione non vi è stato alcun controllo giurisdizionale sulla notificazione e sulla sua idoneità a provocare un contraddittorio eventuale e posticipato sulla domanda proposta con il decreto ingiuntivo. Tale controllo, invece, rappresenta un momento irrinunciabile a garanzia del diritto di difesa dell’intimato ed ha natura analoga all’imprescindibile controllo che nel giudizio a cognizione ordinaria il giudice deve necessariamente effettuare prima di dichiarare la contumacia del convenuto (artt. 164, 183 e 291 c.p.c.). Senza tale controllo sarebbe “fuori sistema” parlare di giudicato anche solo formale e vi è spazio, come si preciserà più avanti, solo per un giudicato interno, i cui presupposti, però, sono oggetto di verifica da parte del giudice all’interno del processo. In secondo luogo, l’art. 647 c.p.c., prevede che, nel caso in cui non sia stata fatta opposizione nel termine, “il giudice deve ordinare che sia rinnovata la notificazione, quando risulta o appare probabile che l’intimato non abbia avuto conoscenza del decreto”. L’eventuale rinnovazione della notificazione consente perciò all’ingiunto di proporre, nei termini decorrenti dalla nuova notificazione, opposizione che va qualificata come ordinaria, ai sensi dell’art. 645 c.p.c., e non già tardiva ai sensi dell’art. 650 c.p.c.; il che conferma che alla scadenza dei termini per proporre opposizione non si forma la cosa giudicata formale e che questa si forma solo dopo il controllo del giudice sulla notificazione. Coerentemente, l’art. 656 c.p.c., prevede che, non il decreto non opposto, ma “il decreto d’ingiunzione, divenuto esecutivo a norma dell’articolo 647, può impugnarsi per revocazione nei casi indicati nell’art. 395, nn. 1, 2, 5 e 6”; sono esperibili, perciò, come emerge chiaramente dal confronto con l’art. 324 c.p.c., mezzi straordinari previsti per l’impugnazione contro i provvedimenti passati in cosa giudicata, ai quali mezzi si aggiunge, per espressa previsione dello stesso art. 656, la revocazione per contrasto con precedente giudicato (art. 395, n. 5) nonchè, per l’espressa previsione dell’art. 650 c.p.c., l’opposizione tardiva (sul fatto che l’efficacia di giudicato del decreto ingiuntivo non opposto e munito di esecutorietà ex art. 647, non viene meno di per sè a seguito dell’opposizione tardivamente proposta v. Cass. s.u. 16 novembre 1998, n. 11549 e Cass. 6 ottobre 2005, n. 19429). E’ il caso di rilevare, sul piano sistematico, che la mancata definizione del procedimento d’ingiunzione con il decreto ex art. 647 c.p.c., non rende ovviamente irrilevante il fatto che il decreto ingiuntivo non sia stato opposto nei termini. Qualora, infatti, l’intimato dovesse proporre opposizione, e non ricorressero i presupposti per una opposizione tardiva, il giudizio di opposizione, che si configura come uno sviluppo della fase monitoria, dovrebbe chiudersi, previa ancora una volta l’imprescindibile verifica della regolarità della notificazione del decreto ingiuntivo, con il rilievo d’ufficio del giudicato interno, formatosi nell’ambito dell’unitario procedimento in corso (Cass. 6 giugno 2006, n. 13252; Cass. 26 marzo 1991, n. 3258; Cass. 3 aprile 1990, n. 2707). Il giudicato formale e sostanziale, tuttavia, si formerebbe solo con la sentenza che dichiara l’inammissibilità dell’opposizione, come è reso evidente dal fatto che ove il giudice dell’opposizione erroneamente non rilevasse il giudicato interno ed accogliesse l’opposizione, la sentenza, se non impugnata, sarebbe idonea a passare in cosa giudicata (Cass. 20 settembre 1971, n. 2627).
In conclusione, la funzione devoluta al giudice dall’art. 647 c.p.c., è molto diversa da quella della verifica affidata al cancelliere dall’art. 124 d.a.c.p.c. sulla mancata proposizione di una impugnazione ordinaria nei termini di legge e dall’art. 153 d.a.c.p.c. sulla verifica che “la sentenza o il provvedimento del giudice è formalmente perfetto”. Se ne differenzia, infatti, per il compimento di una attività giurisdizionale avente ad oggetto la verifica del contraddittorio, che, come già detto, nel processo a cognizione ordinaria ha luogo come primo atto del giudice e nel processo d’ingiunzione, ove non sia stata proposta opposizione, ha luogo come ultimo atto del giudice. La conoscenza del decreto da parte dell’ingiunto non rappresenta perciò una condicio juris che può essere accertata al di fuori del processo d’ingiunzione, eventualmente anche dal giudice delegato in sede di accertamento del passivo, ma costituisce l’oggetto di una verifica giurisdizionale che si pone all’interno del procedimento di ingiunzione e che “chiude il cerchio” dell’attività in esso riservata al giudice in caso di mancata opposizione. Ne consegue che il decreto ingiuntivo non munito, prima della dichiarazione di fallimento, di decreto di esecutorietà ex art. 647 c.p.c., non è passato in cosa giudicata formale e sostanziale nè può più acquisire tale valore con un successivo decreto di esecutorietà per mancata opposizione poichè, intervenuto il fallimento, ogni credito, secondo quanto prescrive l’art. 52 l. fall., deve essere accertato nel concorso dei creditori, secondo le regole stabilite dalla L. Fall., art. 92 e ss., in sede di accertamento del passivo
Col primo motivo del ricorso si deduce violazione degli artt. 641, 645, 647 c.p.c. in relazione agli art. 324 c.p.c. e art. 2909 c.c., per aver ritenuto che solo il c.d. visto di esecutorietà determinasse il passaggio in giudicato del d.i., mentre non solo, in generale, il passaggio in giudicato consegue al decorso del tempo unito al comportamento processuale della parte e non ad un provvedimento del giudice, ma, in particolare, l’affermato principio non trova conforto nelle disciplina dell’istituto, evidenzia confusione tra l’esecutorietà del d.i. e la sua definitività ed inoppugnabilità; si richiama a norme che si riferiscono soltanto ai decreti ingiuntivi che non siano già stati dichiarati provvisoriamente esecutivi.
Col secondo motivo di ricorso si assume la violazione e falsa applicazione degli art. 95 R.D. n. 267 del 1942, artt. 641 e 647 c.p.c.. La Corte territoriale, secondo la banca ricorrente, avrebbe errato nel ritenere che la deroga all’accertamento del credito nelle forme della procedura concorsuale sia esclusa solo nelle ipotesi previste dall’art. 95.3 L.F. (R.D. n. 267 del 1942) e non ricorra anche per i titoli giudiziari dotati di inoppugnabilità ed inopponibilità; avrebbe errato ancora nel ritenere che tale inoppugnabilità discenda solo dal decreto pronunciato ex art. 647 c.p.c., così attribuendo a tale decreto una funzione costitutiva del diritto anziché di mera verifica, in contrasto con una giurisprudenza talmente ovvia che il principio risulta affermato solo a contrario (Cass. 7221/98; 1754/97).
Col terzo motivo del ricorso si denuncia come error in procedendo la carenza ed illogicità della motivazione conseguente all’omesso esame delle ampie argomentazioni formulate dalla ricorrente nell’atto d’appello e nella comparsa conclusionale.
Esaminando i motivi in ordine inverso alla rilevanza, si può osservare che il terzo motivo è inammissibile: non solo, violando il principio di autosufficienza, le ampie argomentazioni contenute nell’atto d’appello e nella comparsa conclusionale non vengono neppur genericamente accennate – onde solo l’esame diretto di tali atti, in questa sede precluso, consentirebbe di valutare la fondatezza del motivo – ma configura inoltre come vizio processuale quella che, secondo la stessa esposizione del motivo, costituirebbe invece una carenza motivazionale.
Infondato è poi, in parte qua, il secondo motivo, perché non è vero che la sentenza impugnata abbia negato l’opponibilità, alla massa dei creditori, della cosa giudicata, risultando, anzi, dalla ratio decidendi già ricordata in narrativa, l’esatto contrario: “ogni … provvedimento, ancorché a carattere giurisdizionale, ricognitivo di un credito, quale appunto il decreto ingiuntivo… è inefficace nei confronti della massa, tranne il caso che lo stesso abbia assunto carattere di sentenza passata in giudicato” afferma (c.3 della motivazione) la sentenza d’appello, negando poi al decreto de quo l’efficacia di giudicato, perché privo del visto di esecutorietà. Il richiamo all’art. 95.3 R.D. n. 267 del 1942 (L.F.) completa l’indagine, precisando che, per il carattere eccezionale e perciò tassativo della previsione della norma richiamata, al decreto ingiuntivo privo del visto e quindi dell’efficacia di giudicato, non può attribuirsi neppure il regime derogatorio che la legge fallimentare riconosce alle sentenze non definitive.
Rimane – ed è il motivo essenziale del ricorso – da esaminare il primo motivo e la residua parte del secondo motivo che pongono il quesito se la efficacia di cosa giudicata consegue all’inutile decorso del termine per proporre opposizione – non vengono qui in esame altre ipotesi: ordinanza di estinzione, mancata riassunzione (in caso di cancellazione, sospensione, interruzione) sentenza di rigetto dell’opposizione – od occorra invece il visto di esecutorietà che verrebbe ad espletare così una funzione accertativa della regolarità della notifica e costitutiva dell’efficacia di giudicato (Cass. 1028/70).
L’efficacia di giudicato (sostanziale) del decreto ingiuntivo non opposto, senza necessità di visto, viene affermata, non univocamente, in dottrina, nel rilievo che sarebbe inutile la previsione di un termine (perentorio: Cass. 1251/66; 15959/00) per proporre opposizione se poi, all’inutile decorso, non si collegasse alcun effetto di irrevocabilità del decreto; più univoca, invece, la soluzione giurisprudenziale che, nelle massime più risalenti, è esplicita nel senso che il decreto ingiuntivo, solo se dichiarato esecutivo ai sensi dell’art. 647 c.p.c., acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata (Cass. 784/64; 659/66; 1246/66; 1776/67; 1125/68; 2627/71) mentre l’ulteriore effetto del visto, di conferire l’esecutività al decreto che ne è privo, è sottolineato da altre pronunce (Cass. 181/65; 1028/70; 2412/70; 3244/73).
Non sono in contrasto, sul punto, le sentenze che ammettono la possibilità di eccepire l’irrevocabilità del decreto ai sensi dell’art. 345 c.p.c. (Cass. 3107/91; 758/90; S.U., 2388/82) e di rilevarne la irrevocabilità come giudicato interno (Cass. 2707/90; 1492/89) o riconoscono, nel caso di notifica nulla (ma non inesistente) o di notifica oltre il termine fissato dall’art. 644 c.p.c., la necessità dell’opposizione – eventualmente, tardiva: Cass. 9872/97; 10183/01 – onde evitare la sanatoria per eventuale acquiescenza (perché anche all’opposizione a decreto ingiuntivo è applicabile il principio, dettato dall’art. 161 c.p.c. c. 1, della conversione delle nullità in motivi di impugnazione: Cass. 2724/90; 5234/91). Si tratta, infatti, del giudicato formale, interno, endoprocessuale che si esprime nella impossibilità di utilizzare, contro il decreto, i mezzi di impugnazione ordinali, mentre la necessità del visto riguarda il giudicato sostanziale, ovverosia la possibilità del decreto non opposto di produrre effetti al di fuori del processo.
Tanto premesso, l’esigenza di un controllo giudiziario sulla esistenza e validità della notifica del decreto sembra ineliminabile, perché è conseguente al principio del contraddittorio: solo nei confronti dell’ingiunto che ha avuto conoscenza della provocano dell’ingiungente si può configurare una acquiescenza alla pretesa avversaria ed il visto ex art. 647 c.p.c. ne costituisce l’accertamento, necessario all’efficacia extraprocessuale del giudicato, come, simmetricamente, l’accertamento dell’omessa od inesistente notifica è condizione ineliminabile della declaratoria di inefficacia ex art. 188 disp.att.c.p.c.. La esecutività, in quanto può conseguire anche ai provvedimenti di cui agli artt. 641, 642, 654 c.p.c.., costituisce un effetto ulteriore e distinto rispetto all’accertamento del giudicato sostanziale. Il ricorso va perciò rigettato; con compensazione delle spese in considerazione del carattere controverso della questione
1.1. L’esecutorietà del decreto per mancata opposizione del destinatario o per omessa costituzione dell’opponente ai sensi dell’art. 647 c.p.c. comporta, per il successivo art. 656, l’impugnabilità di esso per revocazione, nei soli casi dei nn. 1, 2, 5 e 6 dell’art. 395 c.p.c. e per opposizione di terzo ex art. 404 c.p.c. e, quindi, la formazione della cosa giudicata formale ex art. 324 c.p.c., dovendosi limitare la prevista revocazione ex art. 395 n. 5 solo al caso dell’opponente che ha eccepito l’autorità del giudicato di una precedente sentenza e non si è poi costituito, quando su tale eccezione non si sia pronunciato il giudice che dichiara esecutivo il decreto. Per tale profilo, non vi è quindi ostacolo a ritenere che, in caso manchi l’opposizione a decreto, dichiarato esecutivo ex art. 647 c.p.c., lo stesso s’intende passato in giudicato in senso formale, con il naturale effetto ulteriore che gli accertamenti in esso contenuti fanno stato ad ogni effetto tra le parti, i loro eredi e aventi causa (art. 2909 c.c.). Il decreto non opposto “accerta” sicuramente il credito azionato in sede monitoria e le fonti di esso e, per la prevalente dottrina e giurisprudenza, esclude l’inesistenza o inefficacia di fatti precedenti al ricorso introduttivo che potevano essere oggetto del giudizio di opposizione, a cognizione piena e tendente all’accertamento negativo delle pretese del ricorrente. Entro detto limite costituito dal thema decidendum del ricorso monitorio, come in ogni ipotesi di sentenza definitiva, si produce il giudicato sostanziale di decreto ingiuntivo non impugnato e si è quindi esattamente affermato: “Il giudicato d’accoglimento formatosi a seguito della mancata opposizione avverso un decreto ingiuntivo recante intimazione di pagamento di canoni arretrati in relazione ad un rapporto di locazione, non si limita a fare stato tra le stesse parti circa l’esistenza o la validità del rapporto corrente inter partes e sulla misura del canone preteso ma anche circa l’inesistenza di ogni fatto impeditivo o estintivo, anche non dedotto ma deducibile nel giudizio di opposizione, quale quello atto a prospettare l’inesistenza totale o parziale del credito azionato in sede monitoria dal locatore a titolo di canoni insoluti, per effetto di controcrediti del conduttore per somme indebitamente corrisposte in ragione di maggiorazioni contra legem del canone” (Cass. 11 giugno 1998 n. 5801, sulla scia di Cass. 20 aprile 1996 n. 3757 richiamata nella sentenza impugnata). Nel procedimento monitorio il giudice che emette il decreto è giudice dell’azione di cui al ricorso e ne decide, con l’ammissibilità, la fondatezza nel merito, esaminando l’esistenza dei fatti costitutivi del credito azionato; contestualmente egli è tenuto a rilevare l’assenza di fatti ostativi alla pretesa anteriori al ricorso e da lui rilevabili di ufficio che emergano dalla documentazione allegata dal ricorrente o dalla prova scritta presupposto indefettibile dell’ingiunzione (art. 633 n. 1 c.p.c.). Il giudice del decreto non può tener conto invece delle eccezioni in senso proprio che solo l’altra parte del rapporto può proporre con l’opposizione, la quale ha natura non solo d’impugnazione del decreto ma anche di comparsa di risposta al ricorso introduttivo dell’azione monitoria (Cass. 13 dicembre 1999 n. 13980); in mancanza di detta opposizione l’esecutorietà comporta il superamento di ogni eccezione che l’interessato avrebbe potuto rilevare con l’unica forma d’impugnazione riconosciutagli. Pertanto erroneamente la Corte territoriale ha ritenuto che la preclusione del giudicato da decreto ingiuntivo non opposto sia processuale e impedisca la sola ripetizione di indebito, in quanto essa copre anche il deducibile non dedotto con l’opposizione, cioé fatti impeditivi, modificativi e estintivi del credito azionato anteriori al decreto (Cass. 10 aprile 2000 n. 4531); quindi il giudicato sostanziale del decreto non opposto si estende non solo al statuizione (*) sul credito azionato, cioé sul bene della vita oggetto di ricorso, ma anche all’esistenza e validità del rapporto sul quale detto credito si fonda(Cass. S.U. 16 novembre 1998 n. 11549, con le sentenze citate a pag. 7 del ricorso). Nel procedimento monitorio il magistrato che provvede è giudice non solo dell’azione di cui al ricorso espressamente esaminato per emettere l’ingiunzione, ma anche delle eccezioni non proposte per mancata opposizione, coprendo la sua decisione con il dedotto dal creditore ricorrente anche il deducibile del debitore non opponente, per cui il giudicato da decreto non può che avere la medesima portata e misura di quello da sentenza nel giudizio ordinario, non potendosi riesaminare le questioni da esso decise definitivamente per l’acquiescenza del debitore che non ha tempestivamente proposto opposizione ovvero l’ha proposta non costituendosi successivamente. Il debitore ha l’onere d’opporsi al decreto se vuole impedire gli effetti del giudicato; quando adempie a detto onere, non si ha problema di giudicato che quindi non si forma nell’esecuzione provvisoria dell’art. 642 c.p.c. né con i decreti di rigetto del ricorso per ingiunzione o d’accoglimento parziale di esso per la parte non accolta, cui si riferisce la sentenza impugnata, che sul punto non rileva che in questi casi non può proporsi opposizione e quindi non v’é giudicato né un dedotto e deducibile sul quale lo stesso possa formarsi, come invece avviene nell’art. 647 c.p.c. Il giudicato sostanziale del decreto ovviamente non copre questioni sulle quali il giudice non si sia pronunciato se esse siano esterne al rapporto sostanziale e non costituiscono presupposto logico di questo, come si è detto per la questione della legittimazione alla causa rispetto al rapporto obbligatorio implicitamente riconosciuto dal decreto ingiuntivo (Cass. 19 aprile 2000 n. 5092) e come deve affermarsi per i fatti successivi al giudicato che si eccepisce, come ad es., nel caso, per le autorizzazioni ai pazienti per le analisi di medicina nucleare di cui si chiede il pagamento
Vero è, come afferma il ricorrente, che una parte della dottrina sostiene, in base alla lettera dell’art. 2909 c.c., che l’autorità del giudicato può derivare solamente da una sentenza e che il decreto ingiuntivo non opposto può dar luogo soltanto “a un fenomeno di preclusione presunzione pro iudicato” che impedisce all’ingiunto di opporsi all’esecuzione forzata e di esercitare la condictio indebiti (con la conseguenza che “dal decreto non si possono desumere effetti che vadano oltre i limiti della pura e semplice protezione di quanto conseguito o conseguibile in via di esecuzione”), ma è altrettanto vero che questa concezione è contrastata, oltre che dalla giurisprudenza, da un’altra parte, più consistente, della medesima dottrina, secondo la quale il decreto divenuto definitivo per mancata opposizione o a causa di opposizione dichiarata inammissibile deve essere assimilato in tutto e per tutto alla sentenza passata in giudicato. Si asserisce, al riguardo, che non può darsi peso al fatto che l’art. 2909 c.c., a proposito del giudicato, menzioni solamente la sentenza, dato che ciò non impedisce che la stessa efficacia abbiano anche altri provvedimenti che, pur avendo una forma diversa, sono identici nella sostanza alla sentenza, e, inoltre, che non possono trarsi argomenti, a favore della tesi contraria, dalla sommarietà del procedimento e dall’assenza del contraddittorio, dato che il provvedimento contiene pur sempre un accertamento operato dal giudice e dato che l’ordinamento non esclude in via assoluta l’eventualità della cognizione piena e del contraddittorio, ben potendo l’interessato, tramite l’opposizione, instaurare un ordinario giudizio contenzioso.
In particolare, a sostegno di questo secondo indirizzo, ritiene la Corte di dover riportare, condividendoli, i risultati cui è pervenuta una autorevole dottrina in base all’analisi di alcune disposizioni contenute nel codice di rito.
In primo luogo, poiché l’art. 656 c.p.c. consente l’impugnazione del decreto ingiuntivo divenuto esecutivo con i mezzi cd. straordinari (art. 395 c.p.c., n. 1, n. 2 e n. 6 e art. 404, comma 2, c.p.c.) – 1 quali, in quanto tali, presuppongono il giudicato – è evidente che anche al provvedimento in questione è dall’ordinamento riconosciuta l’autorità del giudicato.
In secondo luogo, come pure stabilisce l’art. 656 c.p.c., il decreto ingiuntivo divenuto esecutivo può essere impugnato per revocazione anche per il motivo previsto dal n. 5 dell’art. 395 c.p.c., che prevede il contrasto con una precedente sentenza passata in giudicato. Pertanto, poiché da parte dell’ordinamento si ammette una tale impugnazione, si deve del pari ammettere – altrimenti la disposizione di legge, in quanto priva di ratio, sarebbe addirittura illogica – che anche il provvedimento che chiude la procedura monitoria produce il giudicato.
In terzo luogo, è pacificamente riconosciuto che, come avviene per l’opposizione all’esecuzione promossa sulla base di una sentenza passata in giudicato, il debitore non può dedurre con l’opposizione all’esecuzione, instaurata in base a un decreto ingiuntivo divenuto esecutivo, eccezioni su fatti accaduti in epoca antecedente alla pronuncia del decreto, dato che tali eccezioni possono essere fatte valere solamente con l’opposizione prevista dagli artt. 645, 646 e 650 c.p.c. (v., in tal senso, per quanto concerne la giurisprudenza, Cass., 27 novembre 1973, n. 3244). E, da ciò, si trae la conseguenza che, qualora il decreto sia divenuto esecutivo, non può essere più contestato il diritto che ne costituisce l’oggetto, il che equivale ad affermare che, ai sensi dell’art. 2909 c.c., il diritto oggetto di accertamento nel procedimento monitorio può formare oggetto di giudicato.
Infine, posto che l’art. 642 c.p.c. ammette la richiesta di decreto ingiuntivo anche nel caso che il creditore sia già munito di un titolo stragiudiziale, se si negasse l’autorità del giudicato al provvedimento monitorio la norma dovrebbe essere ritenuta illogica, perché consentirebbe l’esercizio di un’azione da parte di un soggetto privo del necessario interesse ad agire. Né si dica che un tale interesse sussisterebbe comunque per il fatto che solo con il decreto ingiuntivo può essere iscritta l’ipoteca giudiziale sui beni del debitore, dato che il suddetto art. 642 c.p.c. non limita la richiesta del procedimento monitorio a colui che non sia ancora munito di ipoteca, ma la consente anche se il creditore, per altro verso, abbia già conseguito la garanzia reale; senza contare, poi, che l’iscrizione dell’ipoteca, costituendo un effetto secondario del provvedimento emesso dal giudice, non può giustificare, prescindendosi dagli effetti principali e diretti, l’interesse ad ottenere il provvedimento di cui si discute.
Questa essendo l’elaborazione che in dottrina è stata tratta dall’interpretazione delle indicate disposizioni di legge, la giurisprudenza, come è stato sopra accennato, ne condivide i risultati. Da parte di questa Corte, infatti, è stato più volte affermato che il decreto ingiuntivo, non opposto nel termine stabilito dalla legge, acquista autorità ed efficacia di cosa giudicata al pari di una sentenza di condanna (Cass., 2 aprile 1987, n. 3188; v., in ordine all’assimilabilità del decreto alla sentenza di condanna, anche Cass., 16 aprile 1968, n. 1125, Cass., 14 luglio 1967, n. 1776 e Cass., 17 maggio 1966, n. 1246) e che tanto la mancata opposizione quanto l’opposizione tardiva fuori dai casi previsti dalla legge fanno acquistare al decreto ingiuntivo autorità di cosa giudicata sostanziale in relazione al diritto in esso attribuito (Cass., 10 febbraio 1972, n. 349) e in ordine sia ai soggetti che alla prestazione dovuta (Cass., 7 ottobre 1967, n. 2326; per la configurabilità del giudicato interno, rilevabile anche d’ufficio, v. Cass., Sez. Un., 19 aprile 1982, n. 2387 e Cass., 26 marzo 1991, n. 3258).
Come avviene per la sentenza, inoltre, anche riguardo al decreto ingiuntivo il giudicato copre non solamente la decisione relativa al bene della vita chiesto dal ricorrente, ma anche quella, implicita, inerente all’esistenza del fatto costitutivo del diritto del quale viene chiesta la tutela. Ed invero, ancorché l’accertamento compiuto dal giudice con il procedimento monitorio sia sommario ed eventuale in quanto soggetto a verifica in caso di opposizione, è evidente che lo stesso deve riguardare, prima di ogni altra cosa, l’esistenza e la validità del rapporto giuridico sul quale si fonda l’effetto dedotto e che costituisce il presupposto logico-giuridico della pronuncia finale (cd. punto pregiudiziale, che dà luogo al giudicato cd. implicito).
Questo principio, ricorrente nella giurisprudenza di legittimità con riferimento al giudicato derivante dalla sentenza (cfr., da ultimo, Cass., 28 settembre 1994, n. 7890 e Cass., 13 febbraio 1993, n. 1811), è stato espresso da questa Corte anche in relazione al decreto ingiuntivo. In più occasioni, infatti, è stato affermato che il giudicato derivante dal decreto ingiuntivo non opposto produce l’effetto di rendere indiscutibile il rapporto giuridico dedotto (Cass., 22 maggio 1987, n. 4647) e che, per conseguenza, è impedito al giudice, in un successivo giudizio, di procedere a un nuovo accertamento del rapporto giuridico che aveva formato oggetto di esame nel procedimento monitorio, dal momento che l’efficacia del decreto ingiuntivo divenuto esecutivo “si estende a tutte le relative questioni, impedendo che in un successivo giudizio avente per oggetto una domanda fondata sullo stesso rapporto si proceda a nuova esame” (Cass., 10 febbraio 1972, n. 349, sopra indicata). E, sulla base di questi principi, è stato asserito che la pronuncia di condanna al pagamento di una somma di danaro, anche se contenuta in un decreto ingiuntivo, deve necessariamente fondarsi sul compiuto accertamento del dedotto rapporto obbligatorio, con efficacia preclusiva piena in relazione ai soggetti e all’esistenza dei fatti che ne costituiscono il fondamento (Cass., 7 ottobre 1967, n. 2326, sopra indicata, in motivazione).
Nella specie, pacifico essendo che con il precedente decreto divenuto esecutivo per mancata opposizione era stato ingiunto al Bertoldo di pagare all’INPS le somme di danaro corrispondenti ai contributi previdenziali omessi nel periodo dal 1° gennaio 1981 al 31 luglio 1985, legittimamente da parte dello stesso INPS è stato richiesto un secondo decreto ingiuntivo per ottenere il pagamento delle sanzioni civili relative alle medesime omissioni (v., in ordine alla possibilità che ha il creditore di chiedere in via ordinaria o per mezzo di altro decreto ingiuntivo gli accessori del credito oggetto di un precedente decreto, Cass., 2 aprile 1987, n. 3188, sopra indicata).
D’altra parte, come bene ha affermato il Tribunale, le sanzioni civili costituiscono veri e propri mezzi di rafforzamento dell’obbligazione contributiva e sono disposte dalla legge, come conseguenza automatica dell’inadempimento, allo scopo di risarcire in maniera predeterminata il danno cagionato all’ente assicuratore (v., fra le tante sentenze, Cass., 14 aprile 1994, n. 3476 e Cass., 17 marzo 1992, n. 3239). Di tal che, trovando le due distinte domande proposte dall’INPS la loro fonte nel medesimo fatto generatore (il mancato pagamento dei contributi previdenziali), non può essere sindacata la decisione impugnata nella parte in cui è stato asserito che, attesa l’efficacia preclusive del precedente giudicato, non poteva essere più contestato il rapporto giuridico inerente sia al credito principale che alle sanzioni civili. Il che equivale ad asserire, contrariamente a quanto pretende il ricorrente, che non può essere più rimessa in discussione l’efficacia dei mezzi di prova – già valutati e ritenuti sufficienti nel precedente procedimento – diretti a dimostrare l’esistenza del rapporto obbligatorio e l’inadempimento del debitore e, quindi, idonei a fondare tanto la richiesta di pagamento dei contributi omessi quanto la domanda inerente agli accessori, salva, ovviamente, la possibilità che aveva l’obbligato, come pure bene ha osservato il Tribunale, “di contestare le condizioni specifiche per l’applicabilità di dette sanzioni e l’entità delle stesse”
12. Il dispositivo della sentenza impugnata è conforme al diritto anche nella parte in cui ha accolto l’opposizione senza lasciare fermo il decreto di ingiunzione.
Invero, è presente nella giurisprudenza della Corte, espresso da non poche decisioni, l’indirizzo secondo il quale il decreto ingiuntivo deve essere revocato nel giudizio di opposizione, in caso di cessazione della materia del contendere, soltanto quando risulti la fondatezza dei motivi dell’opposizione medesima, con riferimento alla data di emissione di quel provvedimento, sicché, qualora il debito si estingua per sopravvenuto adempimento (ipotesi praticamente coincidente con quanto si è avverato nel caso di specie), e sia da escludere l’indicata fondatezza, deve negarsi la revoca del decreto e devono porsi a carico dell’ingiunto le spese con esso liquidate, oltre le spese del giudizio di opposizione secondo il criterio della soccombenza virtuale (Cass. 12521/1998, 4804/1992, 6121/1983).
Ma di gran lunga più persuasivo, oltre che prevalente, è l’opposto indirizzo, secondo il quale il fatto sopravvenuto (sia esso considerato come estintivo del fondamento della pretesa azionata, ovvero come carenza sopravvenuta di interesse), se idoneo a precludere una decisione sul merito della pretesa, necessariamente travolge anche la pronunzia (di merito e suscettibile di passare in cosa giudicata) resa nella fase monitoria (Cass., sez. un., 7448/1993 e Cass. 1690/1989, 1690/1992, 9490/1995, 13027/95, 5336/1997).
Infatti, l’oggetto del giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo non è limitato alla verifica delle condizioni di ammissibilità e di validità del decreto, ma si estende all’accertamento dei fatti costitutivi, modificativi ed estintivi del diritto in contestazione con riferimento alla situazione esistente al momento della sentenza, sicché anche quando risulti fondata un’eccezione di pagamento solo parziale del debito in un momento posteriore all’emissione del decreto, si deve revocare in toto il decreto opposto. Del resto, l’indirizzo dal quale ci si discosta è costretto a precisare che resta in ogni caso salva l’opponibilità dell’avvenuto pagamento, se il creditore, ancorché soddisfatto, si avvalga del decreto non revocato come titolo esecutivo, dimostrando così l’incongruità e il contrasto con il principio di economicità di una soluzione che lasci persistere formalmente un titolo esecutivo per la realizzazione di un diritto che più non esiste
Con l’unico motivo la ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 647, 34 e 324 c.p.c. e 2909 c.c; omessa motivazione su punto decisivo della controversia, assumendo che la normativa richiamata attribuisce al decreto ingiuntivo non opposto, come alla sentenza, efficacia di cosa giudicata sostanziale, in relazione al diritto accertato, ai soggetti, all’oggetto e ai presupposti, così impedendo che in un successivo giudizio avente ad oggetto una domanda fondata sullo stesso rapporto se ne rinnovi l’esame. Lamenta che la Corte del merito abbia erroneamente interpretato la normativa sulla cosa giudicata e sui relativi effetti preclusivi sul piano processuale.
L’eccezione è infondata, perché la. ricorrente ha impugnato la sentenza deducendo fondamentalmente violazione e falsa applicazione di legge, oltre che un vizio di motivazione, chiedendo la cassazione della sentenza.
Il ricorso è tuttavia infondato, sotto entrambi i profili dell’unico motivo, rivolto a contestare l’assunto della sentenza impugnata, secondo cui i decreti ingiuntivi definitivi, per mancata opposizione, non hanno efficacia di giudicato sostanziale in ordine alla legittimazione passiva della USL 53 di Salerno, rispetto alle pretese di credito fatte valere nel presente giudizio.
Se non è controverso, in punto di diritto, quanto deduce la ricorrente con la prima prospettazione della censura, e cioé che il decreto ingiuntivo non opposto sia provvedimento idoneo ad acquistare, in difetto di opposizione, autorità di cosa giudicata, sia sulla regolarità formale del titolo che sulla esistenza del credito (Cass. 11641/1997; 3757/1996; 4547/1987), tanto in ordine all’oggetto che ai soggetti, così che la sua efficacia si estende a tutte le questioni relative, impedendo che in un successivo giudizio, avente ad oggetto una domanda fondata sullo stesso rapporto, se ne proceda a nuovo esame (cfr.. Cass. 1994/1997; 7891/1995), è però altrettanto pacifico che l’ambito della sua estensione si determina in funzione di tutto ciò che è stato oggetto di contrasto reale tra le parti e sulla base di ciò che il giudice ha ritenuto certo e sempreché quell’accertamento sia necessariamente ed inscindibilmente legato alla statuizione finale (Cass. 11228/1997; 6532/1995; 1460/1995).
Conseguentemente non può condividersi l’assunto che, ritraendo le pretese di credito ragione dal medesimo rapporto corrente tra le stesse parti già fatto valere con i ricorsi per ingiunzione, accolti con i decreti non opposti, anche quelle pretese debbano trovare il proprio regolamento nella disciplina di quei decreti, in forza del dedotto giudicato, e ciò sia per il diverso arco temporale che essi hanno riguardato – come appresso si vedrà e come bene ha evidenziato la sentenza impugnata – sia per la specificità della causa che la Corte di merito ha valutato nella presente controversia, che non corrisponde a quella stessa posta a base delle ingiunzioni non opposte.
É ius receptum che il giudicato è ancorato non solo alla identità soggettiva ma anche a quella oggettiva tra rapporto definito e rapporto da definire e si forma sia sulle statuizioni contenute in dispositivo che sugli accertamenti risultanti dalla motivazione, in ordine a fatti o rapporti giuridici controversi – questioni in senso lato – o anche non controversi (Cass. 5968/1995), purché non si tratti di affermazioni incidenter tantum; nonché sulle questioni che di quelle decise con la pronunzia dispositiva costituiscono la premessa necessaria ed indefettibile o il fondamento logico – giuridico (Cass. 11228/1997; 12905/1997; 501/1996). Sicché, quando del rapporto controverso mutino alcuni elementi, come il dato temporale, che sulla sua evoluzione abbia inciso, per effetto della successione di norme che ne abbiano trasformato il regime o per effetto della cessazione di quelle che a tempo determinato hanno operato, ovvero dalle situazioni giuridiche che da esso derivino si prospettino variazioni qualitative, in ordine alla legittimazione, attiva o passiva che sia, il pregresso giudicato cessa di operare, essendo venuta meno la originaria causa petendi, fatta valere su basi fattuali e giuridiche diverse, rispetto a quelle attuali (Cass. 12084/1990, 8358/1998; 4686/1997; 9744/1992), essa corrispondendo non tanto ad un generico rapporto obbligatorio, che ne è alla base, quanto al fatto o all’atto da cui si afferma che esso sia sorto, non essendo sufficiente la mera affermazione che taluno è debitore, – come mostra di ritenere la ricorrente – potendo più fatti ed atti creare altrettanti e distinti rapporti obbligatori, mentre solo con la precisazione del fatto costitutivo di ciascuno di essi si indica su che cosa la pretesa dell’attore esattamente si fonda, con la conseguenza che, in materia obbligatoria, il giudicato trova un limite in tale fatto costitutivo, che del diritto finisce per essere il segno distintivo
2 – La soluzione proposta dal Tribunale di Monza, 25.7.15
La conseguenza che il Tribunale di Pordenone trae, seguito da quello di Monza, consiste nella inesigibilità parziale del credito da interesse, nella misura in cui essi superano il tasso soglia. A tale conclusione era già pervenuto il T. Padova, 10.8.01, citato dal Tribunale di Pordenone.
In contrario, deve rilevarsi: i) che il principio che sottrae dal deducibile le eccezioni fondate su norma penale sembra tutt’altro che consolidato, venendo anzi affermato dalla sentenza del T. Pordenone, che viene citata al proposito; ii) che l’unico spiraglio può essere ravvisato nella usurarietà che si sia verificata dopo il passaggio in giudicato del decreto ingiuntivo, poiché – in un caso del genere – si esulerebbe dal concetto di deducibile, in quanto al tempo del giudizio di opposizione gli interessi non avevano ancora superato il tasso soglia.
[1] Mi permetto di rinviare al mio Banche inseguitrici. Equitalia, creditori e tutela della prima casa e del patrimonio. Strumenti e strategie di tutela (titolo provvisorio), Maggioli, 2015 (in corso di pubblicazione).
Il mutuo con piano di ammortamento “alla francese”: validità sostanziale e possibili contestazioni di anatocismo 8 Gennaio 2018