Source: http://apidge.altervista.org/forum-maturita-2015/
Timestamp: 2017-07-26 22:29:00+00:00
Document Index: 15817372

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 18', 'art. 3', 'art. 36', 'art. 34', 'art. 117', 'art. 3', 'art. 36', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 118', 'art. 2']

Forum Maturità 2015/2016 | Apidge - Associazione Professionale Insegnanti Scienze Giuridiche ed Economiche
ESAMI DI STATO DIRITTO ED ECONOMIA POLITICA
Il Diritto e l’Economia Politica entrano nell’ambito delle discipline caratterizzanti unicamente nel percorso liceale delle Scienze umane, più precisamente nell’opzione Economico sociale. Si tratta sicuramente di un importante riconoscimento del ruolo assunto da queste discipline nello specifico contesto (per la prima volta “promosse” in sede liceale), ma tutto ciò comporta altresì un enorme impegno per insegnanti e studenti che sono chiamati a predisporre e seguire percorsi didattici speciali e fortemente innovativi.
Per questo motivo Apidge sta organizzando una particolare campagna di sensibilizzazione e di informazione riguardo alle problematiche che stanno emergendo in questo contesto in tutto il territorio nazionale. E’ stato costituito un Comitato scientifico con l’intento di confrontarsi e di supportare – come espressamente richiamato nell’art. 6 delle Indicazioni Nazionali – gli Uffici competenti del MIUR (DG per gli Ordinamenti Scolastici e Corpo ispettivo) chiamati a gestire questa delicata fase del processo di riforma degli ordinamenti scolastici.
Per tali ragioni l’associazione APIDGE ha creato questa sezione speciale che accoglie i contributi di docenti e di cultori delle discipline giuridiche ed economiche in merito alla conclusione dei percorsi didattici nel Liceo Economico Sociale.
27/07/2015 – Maria Rita Casarotti
Esami di Stato 2014-15. Osservazioni sulla seconda prova scritta dell’indirizzo di Scienze umane
I candidati hanno incontrato alcune difficoltà nello svolgimento della seconda prova, attribuibili non tanto agli argomenti proposti, quanto alla stessa struttura della prova. Chi ha riportato una valutazione insufficiente non ha esposto e/o saputo spiegare bene i contenuti richiesti dalla traccia a causa di uno studio troppo superficiale, unitamente ad un linguaggio impreciso e talvolta scorretto.
Nel corso del triennio precedente gli alunni si erano esercitati nella stesura di un saggio breve, secondo le modalità attuate sino agli esami del 2013-14. Soltanto pochi o quasi nessuno di essi però, aveva fatto i conti con la specificità di materie quali Diritto ed Economia Politica come richiesti dall’Esame di Stato. Solo a partire da febbraio, abbiamo lavorato attraverso simulazioni (3 – 4) in classe e a casa (4 – 5) con notevole aggravio del lavoro dei docenti: circa 6 colonne di foglio protocollo, ciascun elaborato da correggere e valutare.
Certamente trovarsi ad affrontare una prova di tipo diverso non ha certo facilitato il loro compito, a prescindere dalle intenzioni di chi l’ha predisposta. Il fatto che solo a breve distanza dagli esami siano giunte alle scuole alcune scarne indicazioni sulle nuove prove non ha consentito di preparare opportunamente gli alunni, come sarebbe stato necessario.
A tal proposito sono emerse due criticità:
Un programma (nelle Indicazioni nazionali) davvero troppo vasto per poter essere approfondito o interamente svolto; dunque ne ha sofferto anche il lavoro di preparazione adeguata agli orali: pochissimo tempo per allenare i ragazzi a discutere serenamente e compiutamente gli argomenti richiesti, in particolare quando si hanno classi numerose.
Comunicazioni ed accesso alle informazioni necessarie effettivamente non così automatiche per tutti, come invece doveva essere, in particolare per chi era fuori dalla rete Les.
La maggiore difficoltà è stata riscontrata nella suddivisione dell’elaborato in due parti: la prima di carattere generale, la seconda articolata in quattro quesiti di cui gli allievi dovevano svolgerne due. Molti candidati non sono riusciti ad affrontare l’esposizione della prima parte senza fare riferimento (e quindi anticipare) agli argomenti posti dai quesiti, con la conseguenza di ripetere nelle risposte cose già scritte. I documenti introduttivi presentavano peculiari difficoltà in base alla tematica, alcuni percorsi sono stati particolarmente tortuosi.
La disposizione ministeriale di suddividere nettamente la valutazione in due parti, comunicata in alcune scuole dagli ispettori nell’incontro preliminare con i presidenti delle commissioni d’esame, ha reso particolarmente ostica la correzione dei compiti. Le griglie di valutazione approntate autonomamente dalle commissioni nonostante l’impegno profuso sono risultate piuttosto farraginose, complicando, invece di semplificare, il lavoro dei commissari. Forse una griglia predisposta dal Ministero avrebbe assicurato, se non una maggiore semplicità, almeno una uniformità delle condizioni operative su tutto il territorio nazionale.
Date queste difficoltà, se “la seconda prova scritta ha lo scopo di accertare il possesso delle conoscenze, abilità e competenze specifiche acquisite dal candidato nell’ultimo anno del corso di studio frequentato” (art. 18 OM n.11 del 29.5.2015), sarebbe auspicabile presentare, come sin’ora era accaduto, diverse tracce sugli argomenti di studio del quinto anno di cui lo studente debba svolgerne una, accompagnando la traccia con citazioni chiare e coerenti, che offrano lo spunto per una trattazione ampia ed articolata del testo. Si avrebbe così l’opportunità di saggiare l’acquisizione sia delle competenze specifiche che delle competenze trasversali indicate nel profilo formativo dell’indirizzo di studi.
a cura di Maria Rita Casarotti – Apidge Emilia Romagna
Allegato al presente articolo è possibile visionare a titolo esemplificativo alcuni dei lavori elaborati per l’esame di Stato e che hanno ottenuto giudizi ottimi.
Elaborato_Attualità_il lavoro come problema
Presentazione_Il lavoro come problema
Migliore 2^ prova Esame Stato
Tutti i diritti sono riservati ed è vietata la riproduzione o la diffusione, salvo espressa autorizzazione dell’autore. 19/06/2015 – Mavina Pietraforte
Abbiamo chiesto a Mavina Pietraforte, dirigente tecnico del MIUR Lombardia, come avrebbe condotto e sviluppato la prova d’esame di una disciplina che caratterizza in modo centrale la didattica nel Liceo Economico e Sociale e che chiediamo debba trovare spazio anche in tutti gli altri percorsi di istruzione e formazione professionale del nostro Paese.
Un contributo prezioso per studenti ed insegnanti, ma anche una interessante riflessione per interpretare quel nuovo concetto diWelfare che caratterizza i nostri tempi. Liceo Scienze Umane – opzione economico sociale
Mercato e welfare state (stato sociale) nell’epoca della globalizzazione
Le riflessioni di Fabrizio Galimberti vanno al cuore del problema evidenziando i limiti della scienza economica che osserva solo il comportamento concludente dell’agire umano, ma non le precondizioni che spiegano le ragioni di quell’agire. Così l’economia politica non indaga sulle diverse situazioni di partenza, considerando come fossero tutti sullo stesso piano e dissertando solo sui comportamenti osservabili, sia pure considerando vincoli e scelte condizionate. Non va alla ricerca dell’etica, l’economia, in condizioni di bisogno e quindi di domanda superiore all’offerta, può considerare economico pagare un prezzo inusitato per un bicchiere d’acqua nel deserto, ma non si chiede se sia giusto che a dissetarsi possa essere solo un miliardario, uno su mille. Ma l’economia politica è pur sempre una scienza sociale e allora occorre andare a ragionare sulle precondizioni, chiedersi perché possa esserci un privilegio di sopravvivenza a fronte di condizioni di povertà di molti. In questo viene in aiuto il mondo del diritto, in specie la Costituzione che nell’art. 3 ci parla di uguaglianza, ma soprattutto al secondo comma parla appunto delle diverse condizioni di partenza, delle situazioni di svantaggio che è cura della Repubblica sanare e livellare.
Affinché un comportamento economico possa essere valutato come tale, ovvero rispondente ai principi di razionalità e del tornaconto, devono poter essere perseguiti liberamente, riducendo al minimo le contraddizioni e lo stato di disagio preliminare. Galimberti parla della necessità di considerare tutto ciò che viene prima del “margine”, ovvero di non potersi contentare di una utilità marginale che spiegherebbe le scelte economiche del consumatore, spingendolo a livellare il proprio livello di soddisfazione nella scelta tra più beni, dati il loro prezzo. Sono principi della microeconomia neoclassica che nel mondo prefetto della libera concorrenza spiegano il comportamento dell’homo oeconomicus. Ma così non è. Non solo la Costituzione repubblicana, ma anche nel il Trattato di Roma del ’57 si è sancito il divieto di pratiche monopolistiche, assunto che la libera concorrenza, come dimostrato dagli studi di J.Robinson[1], è un’utopia.
Ancora, è la Carta dei diritti fondamentali dell’unione europea del 2000 a sancire il diritto alla dignità dell’uomo, ciò che nella nostra Costituzione è legato al diritto ad una retribuzione “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (art. 36 Cost.), e tornando alla Carta dei diritti UE, all’art. 34, Sicurezza sociale e assistenza sociale, è stabilito che “L’Unione riconosce e rispetta il diritto di accesso alle prestazioni di sicurezza sociale e ai servizi sociali che assicurano protezione in casi quali la maternità, la malattia, gli infortuni sul lavoro, la dipendenza o la vecchiaia, oltre che in caso di perdita del posto di lavoro, secondo le modalità stabilite dal diritto comunitario e le legislazioni e prassi nazionali”. Dunque, sia la nostra Costituzione che la Carta dei diritti UE si preoccupano di garantire dignità e sicurezza sociale in termini di previdenza ed assistenza[2], ai cittadini e ai lavoratori.
Tappe miliari questi principi giacché anche nel Terzo Millennio, in piena era di globalizzazione non siamo in realtà lontani dai tempi del Rapporto Beveridge che nel lontano ’42 gettava le basi del Welfare State, costatate le condizioni di povertà della popolazione, cercando di garantire un sistema di tutele dei cittadini “dalla culla alla tomba”. Da allora molte sono state le critiche allo Stato del benessere, rivelatosi un apparato talora inefficiente e costoso, molti rivendicando la flessibilità del mercato e la sua leggerezza. Ma anche questi miti sono da sfatare, giacché i fallimenti del mercato sono sempre più evidenti, a fronte dell’inasprimento delle disuguaglianze economiche e della concentrazione della ricchezza nel sempre minor numero di persone e questo non solo a livello dei singoli paesi, ma mondiale. Uno degli effetti della globalizzazione è difatti proprio l’estendersi delle condizioni di povertà nel mondo. Non sono state raggiunte le condizioni di uno sviluppo tecnologico e di progresso riproponibili in ogni dove, ma sono state esasperate le situazioni di povertà e di disagio socio economico. Non solo nei paesi in preesistenti condizioni di povertà per il meccanismo perverso del c.d. “circolo vizioso della povertà” (bassi redditi/bassi risparmi/bassi investimenti), ma anche in Europa l’onda lunga della recessione colpisce e mina la capacità di reddito.
Nel secondo brano proposto, quello di C. Saraceno, si fa riferimento ad un volume comparativo sugli anni pre-crisi, “quando in Europa è aumentato il tasso di occupazione ma non è diminuito quello di povertà”, a dimostrazione del fatto che non bastano le politiche diempowerment del mercato del lavoro per risollevare una domanda di lavoro che ancora non c’è, supposto “che ci si riesca in un contesto di domanda debole”, ma ciò che occorre è che le scelte di governo siano sensibili alla richiesta di aiuto dei soggetti più deboli, dai giovani alle famiglie monoreddito che sopportano il peso degli anziani o dei malati o dei giovani disoccupati. In questo senso, le “condizioni di base”, come le chiama Galimberti, per un corretto spiegamento dell’agire economico, devono essere oggetto di attenzione da parte delle istituzioni. E’ il governo, la Repubblica in senso più lato, come si esprime la Costituzione, intendendo quindi non solo le istituzioni, ma anche i corpi sociali intermedi a garantire assistenza e cura ai ceti sociali più svantaggiati.
Sanità, Istruzione, Previdenza, Assistenza: i quattro pilastri dello Strato sociale sono ancora le pre-condizioni per assicurare ai meno abbienti una vita libera e dignitosa. E questo anche nell’interesse delle classi agiate che vedrebbe così diminuire il conflitto sociale e quindi di poter godere dei propri privilegi, conquistati magari per merito personali, senza dover sentire un vago senso di colpa visti i baratri delle disuguaglianze.
Oggi che sempre più importante è garantire i diritti di cittadinanza come strumenti di partecipazione alla vita sociale, non si può non sottolineare come l’esercizio di questi diritti passa attraverso una situazione reddituale minima che possa garantire libertà nelle proprie scelte politiche e sociali. Un reddito minimo di cittadinanza affranca i ceti sociali più deboli dal degrado sociale e supporta i “fallimenti del mercato” nelle fasi economiche di crisi e recessione.
Si chiede al candidato di sviluppare due tra quattro quesiti
1. Quali sono i diversi sistemi pensionistici e di assistenza sanitaria?
Le pensioni rappresentano la voce più importante di spesa previdenziale italiana e dunque Il sistema pensionistico è il vero “nodo gordiano” che mette a dura prova le capacità di gestione della finanza pubblica da parte dei governi che man mano si sono provati a scioglierlo. In virtù di questo, diverse sono state le riforme che dagli anni ’90 hanno interessato il sistema pensionistico.
Riforme che hanno avuto ad oggetto da un lato la revisione dell’età pensionabile, dall’altro il sistema in base al quale viene ad essere determinato l’ammontare della pensione che andrà ad essere percepita, o in base alla retribuzione (più favorevole per i pensionati) o in base alla contribuzione (più favorevole per i conti pubblici). Il problema di fondo è che la disoccupazione giovanile fa sì che siano pochi a versare i contributi a fronte di milioni di pensionati, data l’età media che si è allungata.
Così dal ’92 in avanti con le riforme Amato prima e poi Dini, si è da un lato elevato l’età pensionabile e dall’altro passati dal sistema retributivo ad uno contributivo, fino alla riforma Fornero che conferma le pensioni di vecchiaia con requisiti più elevati, gli assegni determinati con il contributivo anche per coloro che avevano conservato il più vantaggioso metodo retributivo, e la sostanziale cancellazione per le pensioni di anzianità. Con l’attuale governo sono allo studio ulteriori modifiche al sistema pensionistico che sembrano voler tenere conto della flessibilità in uscita dei lavoratori, ma con penalizzazioni.
Raggiungere un sistema che garantisca l’effettivo diritto alla salute è stato un traguardo che nel nostro Paese è stato raggiunto con la famosa riforma sanitaria del 1978 con la quale si istituì il Servizio Sanitario nazionale (Ssn). Con esso, venivano abolite le diverse forme d assistenza sanitaria previgenti e si istituivano le Aziende Sanitarie locali aventi autonomia di gestione e attraverso le quali le Regioni provvedevano a garantire i livelli essenziali di assistenza sanitaria (Lea). Si dava attuazione così al dettato costituzionale di cui all’art. 117 Cost., secondo comma, lettera m).
2. Quali conseguenze sul welfare state (stato sociale) ha avuto, a partire dagli anni ’70, il rallentamento dei tassi di crescita del prodotto interno lordo? Il PIL e l’ISU
La ricchezza di una nazione, come è noto, è misurata dal suo livello di prodotto interno lordo. Questo d’altra parte non misura il livello di benessere, ma solo di ciò che in un anno è prodotto in un paese in termini di beni e servizi. Più un paese produce e più e ricco, questo ci dice il suo Pil. Nulla sappiamo con il Pil dei servizi e delle facilitazioni di vita all’interno di uno Stato che possono metter il cittadino anche in condizioni di lavorare di meno accettando un reddito più basso, ma potendo usufruire di efficienti servizi pubblici. Per misurare questo, occorre il ricorso ad un altro strumento, l’ISU (Indice di Sviluppo Umano).
Dopo la grande crisi economica del ’29 e il passaggio ad una finanza funzionale, l’intervento dello Stato nell’economia con finalità di redistribuzione del reddito, ha comportato un notevole aumento della spesa pubblica. Un aumento che a partire già dalla fine degli anni ’60 del secolo scorso, nella maggior parte dei Paesi industrializzati, ha posto il problema della “sostenibilità dello Stato sociale, visti i bassi livelli di crescita economica.
Ovvio che se il Pil rallenta o cresce dello 0,1%, lo Stato non ha le entrate sufficienti per le spese ormai considerate indispensabili per il cittadino, quelle appunto per il welfare state. Le prime conseguenze ad una situazione in cui le spese sociali superano i livelli di crescita del Paese sono quelle di un deficit nei conti pubblici, laddove si voglia mantenere inalterate le prestazioni sociali, o al contrario una drastica riduzione delle spese stesse. Il problema può essere risolto pure con un inasprimento fiscale o con l’indebitamento (emissioni di titoli pubblici). Si è fatto ricorso a queste modalità nel nostro Paese, facendo peraltro i conti con l’aumento dell’evasione fiscale (a fronte di un inasprimento delle imposte) o con un enorme disavanzo pubblico con gli strumenti di “finanza creativa”, come ebbe a dire l’allora Ministro delle Finanze, G. Tremonti. Inevitabile quindi il ricorso a politiche restrittive, di stampo liberista, che negli anni ’80 hanno visto il trionfo della destra reaganiana negli USA e della politica di tagli alla spesa pubblica perpetrata dal primo Ministro M. Thatcher in Inghilterra.
Sicuramente gli anni ’80 hanno visto una inversione di tendenza rispetto alle scelte in favore di un welfare State, anche in considerazione dell’effetto spiazzamento degli investimenti privati (crowding out) delle spese stesse. Gli obiettivi della finanza pubblica dunque non sono stati più volti ad assicurare livelli di benessere per tutti, ma a salvaguardare i conti pubblici.
Nel ’92 il Trattato di Maastricht prima e il Patto di stabilità e di sviluppo hanno fissato obiettivi di contenimento della spesa pubblica con il vincolo del rispetto di precisi parametri con riguardo ai rapporti tra disavanzo e Pil (non superiiore al 60%), come pure tra deficit e Pil (non superiore al 3%), che hanno comportato per i paesi membri l’adozione di politiche di rigore in vista di un futuro sviluppo e di una ripresa possibile. Di fatto, nonostante il rigore, il Pil da solo flebili segnali di ripresa, anche in questa prima metà del secondo decennio degli anni 2000, mentre crescono le sofferenze economiche e sociali delle popolazioni, soprattutto in alcuni Paesi europei. Anche nel nostro Paese la riduzione del welfare state, avvertito soprattutto in materia pensionistica ma anche di insufficienti trasferimenti alle famiglie, in presenza di alti tassi di disoccupazione, è fonte di malessere da parte di larghi strati della popolazione.
Lo Stato sociale o “Welfare State” si fonda sul principio di uguaglianza sostanziale (art. 3 Cost.) e sull’idea della sicurezza sociale, in cui lo Stato garantisce a tutti i cittadini servizi ritenuti indispensabili, quali il diritto allo studio, ad una abitazione, all’assistenza in caso di malattia, alla previfdenza come lavoro differito, alla maternità e in generale ad un’esistenza “libera e dignitosa” (art. 36 Cost.). Ma vista la difficoltà di mantenere alti livelli di welfare, considerata la politica di risanamento dei conti pubblici imposta anche dall’appartenenza all’UE, sono auspicabili forme di cooperazione tra il settore pubblico e quello no profit.
Con la legge quadro n. 328/2000 è venuto a delinearsi un nuovo sistema di protezione sociale (c.d. sistema integrato di interventi e servizi sociali), passando da un welfare state ad un welfare mix (o community). In questo modo lo Stato non è il solo erogatore di servizi pubblici, ma lascia che siano anche altre organizzazioni di comunità (settore non profit o terzo settore) che, affiancandosi alle istituzioni locali, possano meglio rispondere, attraverso una rete di servizi, ai bisogni sociali e sanitari. In questo modo, è maggiormente rispettato il dettato costituzionale che vuole sia la Repubblica (art. 3, secondo comma, Cost.), quindi non solo lo Stato, ma anche le altre “formazioni sociali” (art. 2 Cost.) ad affiancare e sostenere la comunità tutta nella risposta ai bisogni pubblici della popolazione.
D’altra parte, tra i modelli organizzativi dello Stato sociale, accanto a quello di tiposcandinavo , in cui lo Stato svolge direttamente ed esclusivamente le funzioni di programmazione, gestione, controllo, e al modello anglosassone, dove la gestione viene delegata ai privati, (c.d contracting-out dei servizi), applicato nel Regno Unito, in Olanda, in Belgio e in parte della Germania, vi è il terzo modello, quello di tipo misto nel quale esistono combinazioni tra pubblico e privato, con interventi del “terzo settore (organizzazioni non profit, cooperative sociali, volontariato e associazioni).
La P.A. e le organizzazioni private
Il rapporto tra Pubblica Amministrazione e organizzazioni private in questa nuova forma di Welfare mix è dunque di interfaccia e di collaborazione reciproca, avendo come obiettivo comune quello di innalzare i livelli di benessere dei cittadini. Inoltre, in base al principio di sussidiarietà (art. 118 Cost.), tutte le comunità, semplici o complesse, dall’individuo alle famiglie fino agli enti locali, che formano una società, devono svolgere un ruolo prioritario rispetto allo Stato e la Pubblica Amministrazione, in quanto articolazione centrale e periferica dello Stato, deve potersi disporre in posizione di ascolto e di accoglienza delle proposte di solidarietà espresse dalla comunità tutta. Giacché è proprio nell’aiuto e nel riconoscimento reciproco che si realizza la solidarietà di cui all’art. 2 della nostra Costituzione.
4. I processi di globalizzazione hanno portato ad una riduzione della disuguaglianza a livello globale, ma anche ad importanti aumenti della disuguaglianza tra paesi e all’interno di ciascuno di essi. Quali sono i principali meccanismi che possono spiegare queste dinamiche.
La globalizzazione che si è imposta grazie all’imponente sviluppo delle comunicazioni ha da un lato prodotto un notevole aumento degli scambi commerciali internazionali, dall’altro una sempre più marcata interdipendenza fra i Paesi. E non solo, ha anche prodotto l’aumento della disuguaglianza registratasi in molti paesi negli ultimi anni e che appare essere un fenomeno pervasivo, destinato a generalizzarsi a tutte le economie avanzate, sotto la spinta sia della “globalizzazione”, che della “rivoluzione informatica, come pure della cosiddetta “finanziarizzazione” dell’economia. Tutti fenomeni che hanno influenzato la diseguaglianza tra paesi e all’interno di ciascuno di essi, in relazione alla collocazione del paese nell’economia internazionale. Infatti il processo di integrazione internazionale ha finito infatti con lo stimolare, per il tramite delle esportazioni di beni, servizi e capitali, solo alcune zone/settori dei diversi paesi, accentuando i divari regionali nonché quelli tecnologici e occupazionali, e quindi, alla fine, anche le diseguaglianze distributive.
Gli studiosi dell’economia hanno classificato in vario modo i diversi tipi di disuguaglianza. Così si parla di “diseguaglianza tra paesi” Intercountry inequality, prescindendo dalla diversa numerosità della popolazione, oppure di “diseguaglianza internazionale” ( Intercountry inequality), come divario tra i redditi pro capite dei diversi paesi tenendo conto questa volta della numerosità della popolazione, ed infine di “diseguaglianza globale” (Global inequality), che misura la diseguaglianza nella distribuzione dei redditi fra i cittadini (individui o famiglie) considerati come appartenenti tutti ad un unico territorio: il mondo. Coloro che ritengono che gli effetti positivi della globalizzazione siano stati molto numerosi sottolineano come, i divari di reddito pesati per la popolazione, e dunque misurati con l’International inequality, siano diminuiti. Coloro che, invece, sono critici nei confronti della globalizzazione preferiscono considerare l’Intercountry inequalitycome misura della crescente divergenza nei redditi pro-capite dei diversi paesi.
Inoltre, alla disuguaglianza tra i paesi e all’interno di ciascuno di essi, contribuisce un aumento della disparità salariali dovuto anche ad una minore rappresentatività dei sindacati, ma soprattutto al diverso capitale umano in termini di knowledge. Infatti la diffusione di tecnologie ha favorito il lavoro qualificato a scapito di quello meno qualificato. Quale che sia la causa principale, queste tendenze trasferite poi ai redditi familiari complessivi, valgono a spiegare le differenze reddituali all’interno di un paese considerato che se non compensate da politiche di redistribuzione dei governi, potrebbero aumentare le disuguaglianze.
a cura di Mavina Pietraforte
08/12/2014 – Maria Rita Casarotti
Venire a sapere “in corsa” come potrà essere strutturata una prova di Maturità (mi riferisco a qualunque prova, ma in particolare parlo della seconda) non mi sembra corretto, non tanto per la disciplina che verrà scelta, ma proprio per la tipologia che ancora non è data a conoscere. Sarà una relazione su un tema preciso, un’analisi di dati, una relazione più l’analisi di dati, immagini, documenti di vario genere su cui riflettere? E poi che tipo di lavoro deve promuovere un docente per preparare ed addestrare i propri studenti? Considerando anche che nella mia scuola, in vista della conclusione del primo quadrimestre, si inizia già da ora ad effettuare simulazioni delle prove scritte, quando ci verrà comunicato che lavoro verrà chiesto?
La vera nota dolente, a mio avviso, sta proprio nelle Indicazioni nazionali laddove sono definiti i contenuti disciplinari da affrontare nel quinto anno di un Liceo nuovo di zecca qual è il Liceo Economico Sociale. La mole è sproporzionata rispetto al monte ore di lezioni ed alla presenza di classi composte perlopiù da 25-28 studenti; gli argomenti da affrontare appaiono francamente inadeguati per studenti di 18-19 anni impegnati contemporaneamente in tante altre discipline. A titolo di esempio, in Diritto dovrebbero essere pronti ad argomentare sui sistemi elettorali stranieri, padroneggiare (testuale!) temi di diritto processuale, analizzare le regole proprie del contesto del diritto internazionale, procedere all’analisi comparata delle istituzioni giuridiche che si delineano nel mondo e – dulcis in fundo – operare approfondimenti in merito alla lex mercatoria. Il problema dunque non sta dunque nelle modalità di formulazione della prova scritta, ma nella stessa inadeguatezza dei contenuti prescritti in ambito normativo. Va dunque messa mano, ma significativamente, alle stesse Indicazioni nazionali.
Un’ultima osservazione di contorno al problema prospettato: occorre dire “basta!” al proliferare dei concorsi e delle iniziative a sfondo giuridico-sociale nelle scuole. Sta diventando un pericoloso processo di mistificazione didattica: spesso vengono utilizzati per sopperire a carenze della programmazione didattica rispetto alle istanze espresse dal territorio di appartenenza. Di solito infatti si affrontano soltanto superficialmente questioni e problematiche che richiedono invece continuità e sistematicità di studio e di approfondimento. Meglio dunque ridefinire i contorni di una disciplina autonoma, sia essa Cittadinanza e Costituzione o Educazione Civica, affidandola a docenti veramente competenti e preparati.
di Maria Rita Casarotti (Liceo “Ariosto” – Ferrara)
11/12/2014 – Rossana Maragioglio e Orietta Sansone
Vorremmo provare a fare un po’ il punto della situazione, tra perplessità e spinte propositive.
Il LES è un percorso liceale che nasce come opzione del liceo delle scienze umane ma che ha conquistato a poco a poco uno spazio ben definito nel panorama della liceità italiana, grazie alle discipline che lo caratterizzano, a un modo nuovo di fare didattica e alla indiscussa modernità del profilo in uscita delineato dalle indicazioni nazionali. La centralità delle discipline dell’asse giuridico-economico-sociale, le due lingue straniere e una didattica improntata all’interdisciplinarietà, fanno del LES un liceo moderno e in linea con le indicazioni europee.
A seguito della nota ministeriale n.7354 del 26/11/2014 si sono definite le materie caratterizzanti della seconda prova dell’esame di stato e, finalmente, il diritto e l’economia trovano la loro collocazione naturale in un percorso liceale in cui si perde il tecnicismo della disciplina a favore di una formazione specialistica, affidata a docenti, che per formazione professionale, sono in grado di fornire al discente una solida formazione disciplinare globale e unitaria. E’ utile sottolineare come le discipline diritto ed economia, nel rispetto delle differenze contenutistiche sono in realtà funzionali l’una all”altra nel percorso didattico del LES tenuto conto dell’obiettivo formativo finale.
Il Les vuole formare un giovane in grado di comprendere la realtà in cui opera e per farlo deve fornire degli strumenti di intervento che gli consentano di avere uno sguardo ampio sulla realtà. Lo studente LES dovrebbe essere in grado di individuare le connessioni tra i fenomeni sociali, grazie ad uno studio che supera gli steccati disciplinari e consente che uno stesso fenomeno possa essere osservato da più punti di vista.
In quest’ottica il diritto e l’economia insieme contribuiscono alla comprensione dei fenomeni sociali complessi. Proprio per l’importanza di questa discipline e per gli obiettivi ambiziosi delle indicazioni nazionali, il monte ore previsto appare esiguo e dovrebbe essere assolutamente rinforzato. Per quanto riguarda la tipologia delle prove scritte anche in vista degli esami di stato, si auspica un tempestivo chiarimento che consenta ai docenti di preparare al meglio i propri alunni.
A livello propositivo, sembra compatibile con il percorso didattico delineato prima, una prova improntata all’analisi di un fenomeno sulla base di dati di contesto, una trattazione breve su fonti che l’alunno può utilizzare per redigere un testo argomentativo oppure affrontare un problema attraverso lo strumento del problem solving, sempre sulla base di dati forniti al discente.
Un punto di debolezza riguarda a mio avviso, anche i libri di testo che spesso non sono adeguati al nuovo percorso e che continuano a riproporre tematiche sempre uguali con qualche correttivo. Tra gli argomenti che possono essere oggetto di trattazione interdisciplinare e che testimoniano la funzionalità del diritto e dell’economia insieme, si possono a titolo esemplificativo citare i seguenti:
Impresa sociale: nuovo modello di produttività e sviluppo
La sostenibilità e l’economia del terzo millennio: lo sviluppo economico passa attraverso il rispetto dei diritti fondamentali
Il consumo critico e la normativa sulla tracciabilità
Democrazia e partecipazione: cittadinanza attiva e sviluppo economico
La convenienza economica della legalità
Globalizzazione e rispetto dei diritti umani
Mercato del lavoro e tutele dei lavoratori
Il contributo delle associazioni professionali del settore come APIDGE può essere incisivo, se non determinante oltre che per determinare i contenuti della prova, anche per la formazione dei docenti e soprattutto per la necessaria ridefinizione dei curricoli disciplinari.
di Rossana Maragioglio e Orietta Sansone “APIDGE Sicilia” – ONDE (Osservatorio Nuovi Diritti ed Economie)
4 risposte a Forum Maturità 2015/2016
Ci risiamo ancora una volta si fanno le cose non tenendo conto della realtà. Come faranno i docenti di discipline giuridiche ed economiche, nel maggior numero docenti laureati in giurisprudenza, a poter preparare in economia, con modelli matematici a supporto delle teorie economiche? Direi che sono necessari dei corsi di aggiornamento nonchè l’inserimento della Matematica Applicata all’indirizzo economico sociale al posto della Matematica tradizionale. Sarebbe più funzionale al tipo di indirizzo.
maria rita casarotti scrive:
dicembre 16, 2014 alle 5:28 pm
Con piacere rispondo e mi aggrego alle colleghe Maragioglio e Sansone: il programma che loro tracciano è molto interessante e contemporaneo, peccato che noi di Diritto Economia abbiamo in uso libri di testo in quinta che non toccano quegli argomenti, oppure altri temi, come il mercato del lavoro e le tutele dei lavoratori che sono propri del quarto anno. Altrettanto dicasi per le imprese (quelle sociali non sono nemmeno menzionate), il consumo e la tracciabilità; la convenienza economica della legalità poi è assente ovunque.
In compenso abbiamo nel nostro manuale (un buon testo della Tramontana) più di 200 pagine dedicate allo Stato Italiano ed alla Costituzione. Io, ad esempio, sto facendo gli Organi Costituzionali da ottobre. E penso che sia un insegnamento, per un cittadino italiano o comunque per un giovane che vive qui, fondamentale.
Come anche voi sapete le linee di comportamento generali sono quelle di usare i testi e non certo di farli acquistare dalle famiglie per poi non usarli ed andare avanti a suon di fotocopie o altri materiali preparati da noi.
Sono sempre più convinta che prima di portare la ns materia in seconda prova sia necessario pensare bene insieme ai contenuti su cui preparare i candidati.
dicembre 22, 2014 alle 2:35 pm
1 – alcuni contenuti, come evidenziato da Maria Rita, sono francamente inutili per le scuole superiori perchè troppo tecnici o troppo estesi:il diritto processuale ne è un esempio; si spiega la Magistratura e in quel contesto si affronta la differenza essenziale tra processo civile e processo penale. Penso di non andare al di là di questo.
2 – i libri di testo non sono ancora adeguati: avevo già scritto sul forum del LES che per due terzi sono dedicati al diritto e il restante numero di pagine all’ economia (almeno quelli che ho visto io e anche quello che poi ho adottato, non avevo scelta). Ma si chiama liceo ECONOMICO-sociale, non giuridico sociale. I webinar del sito del LES danno un grosso aiuto
3 – per rispondere a Pierfrancesco, mi sembra che facciano già una parte di Statistica in Matematica e poi Metodologia della ricerca in Scienze Umane.
In ogni caso, buon lavoro a tutti! ne abbiamo bisogno…
Concordo con i Colleghi sia riguardo ai libri di testo che abbiamo in uso, anche molto buoni, sia per i programmi che dobbiamo svolgere; anch’io mi comporto così come Carolina per ciò che concerne, ad esempio, il tema riguardante la Magistratura, magari collegandomi con i principi in Costituzione sul diritto alla difesa. Ma il problema così non è risolto: e se dovessimo essere, quest’anno o il prossimo, in seconda prova e ci perviene un quesito dal Ministero su un argomento presente nelle Indicazioni nazionali che però noi non abbiamo potuto (o voluto) fare perché impossibile (vedi gli esempi già citati)? Per questo mi chiedo che cosa sia possibile fare, in concreto, per non incappare in un caso del genere, dannoso per i nostri ragazzi, imbarazzante per noi. Come possiamo “premere” per far sentire il problema e cambiare le cose?