Source: https://www.meltingpot.org/stampa23253.html
Timestamp: 2020-01-17 18:11:52+00:00
Document Index: 88390349

Matched Legal Cases: ['art. 42', 'art. 42', 'art. 5', 'art. 43', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 23', 'art. 32', 'art. 23', 'e contrario', 'art. 15', 'art. 40', 'art. 22', 'art. 52', 'art. 50']

Qual è la realtà della protezione ai rifugiati in Messico? (Terza (...) - Progetto Melting Pot Europa
Qual è la realtà della protezione ai rifugiati in Messico? (Terza parte)
Parte terza - Ulteriori aspetti procedurali
Avendo toccato nelle due sezioni precedenti alcuni punti critici della realtà dei richiedenti protezione internazionale in Messico, in questa terza parte analizzeremo ulteriori questioni relative ai termini di accesso ai diritti procedurali, in previsione dell’ultima parte, che tratterà nello specifico degli strumenti di accesso a un ricorso effettivo e di integrazione concreta.
L’art. 42 del Regolamento, che riguarda l’analisi delle informazioni fornite dal richiedente, ed enumera i punti che l’ufficiale esaminatore deve valutare ai fini di riconoscere o meno la protezione, contiene un numero preoccupante di disposizioni.
Una prima incongruenza tra la realtà delle interviste e quanto stabilito dalla legge può essere ricavata direttamente dal primo comma dell’art. 42, che precisa i “diritti fondamentali e, quando applicabile, del danno causato”. Questa disposizione deve essere letta congiuntamente con l’art. 5 del Regolamento, che definisce come persecuzione atti (non necessariamente collegati con il richiedente) che, dovuti alla propria natura reiterata, equivalgono a una violazione di un diritto fondamentale.
In aggiunta ai problemi derivanti da un’interpretazione focalizzata nel riconoscimento di violazioni a “diritti umani fondamentali”, il fatto che quanto espresso dal richiedente non debba essere necessariamente riferito a se stesso (cfr. art. 43 del Regolamento) non ha nessun riferimento diretto con la realtà delle interviste, in cui l’ufficiale esaminatore si concentra interamente sull’esistenza di una minaccia diretta alla vita e alle libertà del richiedente.
Senza dubbio, la disposizione che genera maggiori conflitti prevede, in teoria, che il richiedente sia stato vittima di di persecuzioni previe come un requisito necessario per riconoscere lo status di rifugiato. Quanto menzionato, non solo è facilmente riconoscibile da un’analisi rapida della seconda e terza disposizione dell’art. 42, che collocano in posizione subordinata e complementare il rischio alla vita, alle libertà e alla sicurezza, rispetto al primo punto (diritti fondamentali violati e, quando applicabile, il danno causato [1]) -, ma anche dal fatto che durante l’intervista al richiedente è costantemente richiesto di mostrare prove evidenti di essere stato vittima di violazioni ai diritti umani, di modo che gli si possa riconoscere l’esistenza di un fondato timore di persecuzione.
L’ACNUR ha chiaramente evidenziato in diverse occasioni che la parola “timore” non fa solo riferimento ad individui che siano già stati vittime di qualche violazione ai diritti umani, ma anche a coloro che cercano di evitare situazioni che potrebbero, in futuro, generare eventuali persecuzioni.
Questa interpretazione è assolutamente logica: al contrario, la forma in cui le autorità messicane la interpretano è paradossale: “se non sei ancora stato vittima di persecuzione, cortesemente, ritorna a casa, sii vittima di qualcosa, e poi vedremo se possiamo aiutarti”.
La protezione effettiva del Paese d’origine è prevista come requisito solo al sesto posto dell’art. 42 del Regolamento, rappresentando de facto un punto subordinato nella valutazione del richiedente. In ultimo, è bene porre enfasi sulla questione per cui, sebbene la credibilità delle dichiarazioni sia posta all’ultimo comma, la COMAR tende ad analizzare meticolosamente la credibilità del richiedente, invece di concentrare la propria analisi sulla credibilità di quanto dichiarato, svolgendo le interviste con domande induttive e pressanti, nella maggior parte dei casi a maniera di controprova sulla base delle dichiarazioni precedenti, le quali rappresentano fatti minori o periferici che non sono in relazione diretta con le motivazioni del fondato timore.
Un altro punto di contrasto a sfavore del richiedente durante la fase orale del procedimento, è rappresentato dal ruolo del rappresentante legale. Sebbene l’art. 23 della Legge menziona che il richiedente potrà “apportare qualsiasi prova ritenga conveniente”, non c’è nessuna possibilità di inoltrare dichiarazioni spontanee, considerando che ogni dichiarazione presentata in questa forma è ritenuta inattendibile dalla COMAR; in aggiunta, ogni forma di comunicazione tra il rappresentante legale e il richiedente è totalmente a discrezione dell’agente esaminatore.
Le uniche due forme autorizzate di intervento autonomo del rappresentante legale sono o alla fine dell’intervista, attraverso una dichiarazione inerente a quanto sostenuto dal richiedente, o in itinere, in caso di violazioni procedurali.
È importante sottolineare quanto stabilito dall’art. 32 del Regolamento, che specifica gli obblighi che i richiedenti hanno durante l’intervista: la sezione maggiormente contraddittoria è la terza, dove si afferma che il richiedente deve presentare prove che supportino quanto sostenuto, o giustificare la relativa assenza [2]. Oltre a causare un’incongruenza con il testo della legge (l’art. 23 parla della possibilità di apportare prove [3]) – , la normativa in questo modo pone un obbligo palesemente contrario agli standard internazionali in materia stabiliti dall’ACNUR, e a principi generali dell’ “onere della prova” in materia di richiesta di asilo, secondo cui le testimonianze fornite dai richiedenti asilo devono avere il beneficio del dubbio.
Oltre ad andare dunque in contrasto con i principi generali del giusto processo in materia di riconoscimento dello status di rifugiato (cfr. per esempio, le linee guida realizzate nel 2011 dall’ACNUR [4]), questa interpretazione è contraria anche ad un valido strumento esplicativo utilizzato nel contesto messicano: il Protocolo de Actuación para quienes imparten justicia en casos que afecten a personas migrantes y sujetas de protección internacional [5]. Al capitolo quinto, si riconosce chiaramente che l’onere della prova è da considerarsi come “condiviso” tra il richiedente e l’esaminatore, durante un procedimento di riconoscimento dello status di rifugiato, chiarendo che spesso è la stessa natura della “fuga” (finanche etimologicamente, probabilmente) che genera la necessità di lasciare velocemente il proprio Paese e non permette al richiedente di supportare le proprie dichiarazioni con prove fisiche [6].
Vale pertanto la pena ricordare che il procedimento in Messico è dichiarativo e non avversativo. L’onere della prova non è del richiedente, ma dello Stato che deve (in teoria) provare che il richiedente sta mentendo, o che quanto accaduto nella propria vita non è sufficiente per garantire una forma di protezione internazionale. Richiamando quanto detto in precedenza rispetto alla “condivisione” dell’onere stesso, gli obblighi del richiedente si fermano al fornire dichiarazioni veritiere.
Il rifugiato, per definizione, non deve presentare prove: l’unico strumento di cui ha bisogno è la capacità di narrare la propria storia.
In più, l’art. 15 della Legge e l’art. 40 del Regolamento concedono alla COMAR di accedere al Ministero degli Esteri per acquisire informazioni oggettive sul paese d’origine. Il problema che deriva da un utilizzo esclusivo di queste informazioni è di natura evidentemente politica: spesso queste fonti sono parziali ed inesatte, e non permettono di generare un quadro oggettivo del contesto di vita del richiedente.
Il fatto che si ignorino, o si interpretino con dolo, nella maggior parte dei casi, altre fonti d’informazione (report della società civile o di organismi internazionali, per esempio; per non parlare di giurisprudenza internazionale in materia che ha fornito interpretazioni autorevoli, o quanto sviluppato da esperti della materia in testi accademici) rende questa parte del procedimento parziale, addirittura tende a risultare un ostacolo per il richiedente.
Riguardo l’accesso ad un documento d’identità, l’art. 22 della Legge garantisce alle persone richiedenti protezione internazionale il diritto a ricevere un documento che attesti il proprio status di richiedente asilo. Ciononostante, non esiste un termine procedurale per le autorità per emettere il documento. In pratica, molti richiedenti (soprattutto in entità federative che non hanno una delegazione della COMAR) rimangono provvisti del documento fino alla conclusione del procedimento.
Quanto affermato guadagna rilevanza se consideriamo che, ex art. 52 quinto comma, sezione b, un richiedente asilo ha il diritto di ricevere un permesso di soggiorno in Messico (visa humanitaria) della durata di un anno, rinnovabile ogni qual volta il procedimento che ne ha causato la concessione risulti in sospeso. In maniera complementare, secondo l’art. 50 dei Lineamientos para trámites y procedimientos migratorios, è necessario presentare (oltre un documento che attesti la propria identità) il documento emesso dalla COMAR che attesti la propria condizione di richiedenti asilo.
Oltre a considerare che un richiedente asilo non deve presentare nessuna identificazione ufficiale per ottenere un documento migratorio, o non deve trovarsi nella necessità di rivolgersi alle proprie autorità consolari per ottenere un documento che attesti la propria identità (ovviamente, per la natura stessa della fuga), l’ostacolo pratico risulta dal fatto che, fino al momento in cui la COMAR non decide di emettere il documento che attesti che la persona è richiedente asilo, la stessa non può cominciare il proprio procedimento di regolarizzazione migratoria.
In un Paese in cui si sono verificati casi di deportazione di persone messicane in paesi del centroamerica, è facilmente comprensibile di come il richiedente asilo sia esposto a un rischio gravissimo di flagrante violazione del principio di non refoulement [7].