Source: https://www.laleggepertutti.it/182229_furto-cassette-di-sicurezza-in-banca-che-fare
Timestamp: 2018-02-26 03:44:20+00:00
Document Index: 43454557

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Furto cassette di sicurezza in banca: che fare?
Lo sai che? Furto cassette di sicurezza in banca: che fare?
Rapina in banca: per le cassette di sicurezza svaligiate non vale il massimale di risarcimento previsto nel contratto.
Devi partire per un viaggio di diversi mesi. Il tuo palazzo è stato già oggetto dell’interesse dei ladri. Così hai deciso di custodire, in una cassetta di sicurezza in banca, tutti gli oggetti preziosi che hai in casa: i più importanti gioielli di tua moglie, un paio di orologi di marca, un libretto al portatore e alcuni atti notarili. Senonché proprio quando sei fuori, vieni a sapere che l’istituto di credito in questione è stato assalito dai rapinatori che – sfortuna vuole – si sono fatti aprire la cassaforte e le cassette di sicurezza. A questo punto vuoi sapere chi ti restituirà i soldi persi, se e quanto puoi chiedere il risarcimento. Di tanto si è occupata più volte la Cassazione. Vediamo dunque che fare in caso di furto delle cassette di sicurezza in banca.
1 La banca è responsabile per il furto nelle cassette di sicurezza?
2 Quando la banca è responsabile per il furto nelle cassette di sicurezza?
3 Come stabilire se i sistemi di sicurezza della banca sono adeguati?
4 Si può chiedere un rimborso superiore al massimale?
5 Quando costa una cassetta di sicurezza?
La banca è responsabile per il furto nelle cassette di sicurezza?
Il cliente che paga alla banca fior di quattrini per blindare i propri beni preziosi in una cassetta di sicurezza, deve essere risarcito in caso di furto da parte di ladri o rapinatori. A meno che la banca non riesca a dimostrare che i ladri son stati così abili da superare tutte le misure di sicurezza. Di sicuro l’arrivo dei rapinatori, per quanto armati, non può considerarsi un fatto imprevedibile e inevitabile (cosiddetto «caso fortuito») tale da escludere la responsabilità dell’istituto di credito. È dunque la banca che deve risarcire il proprio cliente che si è visto svaligiare il contenuto della cassetta di sicurezza.
Quando la banca è responsabile per il furto nelle cassette di sicurezza?
Per stabilire se la banca è responsabile per il furto nelle cassette di sicurezza bisogna valutare quali sistemi di allarme e di prevenzione ha predisposto. Difatti l’istituto di credito si mette in salvo solo se dimostra di aver predisposto adeguati sistemi di sicurezza. Se la Banca ha adottato tutti i sistemi di sicurezza disponibili all’epoca dei fatti, e se viene accertato che i ladri hanno agito con particolare abilità, con l’uso di tecniche sofisticate all’avanguardia, deve escludersi una colpa grave in capo alla Banca che, di conseguenza, non è responsabile verso i clienti per il furto subito, se non nei limiti del massimale previsto dal contratto [1].
Secondo una sentenza della Cassazione di questi giorni [2], è vero che la banca non può
essere responsabile dei furti quando si è dotata di un sistema di sicurezza a protezione delle cassette; ma è anche vero non ci si può limitare a valutare l’ipotetica idoneità delle misure
di sicurezza, ma bisogna verificare la loro effettiva capacità di difesa. In buona sostanza solo una particolare abilità dei ladri esenta da responsabilità la banca. Spetta all’Istituto l’onere di provare l’assenza di sua colpa grave e, secondo la Cassazione, tale onere viene assolto non solo con la dimostrazione di aver predisposto tutti i sistemi di allarme possibili in base alla tecnica attuale, ma anche dando conto delle speciali capacità delinquenziali dei ladri.
Il furto non può certo essere considerato un evento imprevedibile per una banca, che deve quindi mettersi in anticipo al riparo dalle possibili incursioni dei ladri, preservando gli interessi dei propri clienti. Spetta alla banca dimostrare di non aver potuto evitare l’evento pur adottato tutte le misure possibili; è sempre la banca che deve «chiarire le ragioni per le quali il furto è stato possibile nonostante le misure di sicurezza previste», nonché provare che si tratta di ragioni che escludono una sua condotta colposa.
Come stabilire se i sistemi di sicurezza della banca sono adeguati?
Visto che per capire se si ha diritto o meno al rimborso in caso di furto alle cassette di sicurezza, bisogna valutare l’idoneità dei sistemi di sicurezza adottati dalla banca, dobbiamo capire quali sono gli strumenti adeguati per difendersi dai ladri.
Le cassette di sicurezza devono essere collocate in appositi locali dotati di chiusure ermetiche e adeguati dispositivi di allarme. Ci devono essere guardie giurate, telecamere o metaldetector; infine anche i congegni di apertura a tempo del caveau.
Si può chiedere un rimborso superiore al massimale?
Come noto, i contratti che si firmano in banca per le cassette di sicurezza prevedono un limite massimo di risarcimento: il cosiddetto massimale. La questione – anche questa affrontata dalla Cassazione [3] – è se il cliente può chiedere un rimborso superiore alla cifra massima consentita dal contratto per la cassetta di sicurezza. Secondo la Suprema Corte, la clausola del contratto che prevede il massimale finisce per limitare eccessivamente la responsabilità della banca: l’istituto di credito, clausola o non clausola, deve quindi risarcire l’intero valore dei beni contenuti nella cassetta, il cui importo viene stabilito in base a testimonianze e presunzioni, visto che il contenuto è segreto.
Già nel 2008 la Cassazione aveva detto stop alle condizioni generali che, in caso di danni alle cose custodite, assumono come limite il valore dichiarato dal cliente e il massimale assicurativo [4]. È vessatoria – e quindi inefficace – la clausola che limita la responsabilità contrattuale della banca ai soli danni comprovati e obiettivi, con esclusione di altre componenti del danno come, ad esempio,il valore affettivo a determinati oggetti (si pensi a un vecchio gioiello di famiglia o all’anello di fidanzamento). Quindi la banca non può assumere come limite quantitativo dell’indennizzo il valore delle cose custodite dichiarato dal cliente e il conseguente massimale assicurativo.
È altrettanto vessatoria la clausola che riconosce alla banca il diritto al risarcimento dei danni che derivano dalla mancata corrispondenza fra il valore delle cose custodite dichiarato dal cliente e il valore effettivo: si tratta di una condizione – osservano – che viola il divieto di limitare la responsabilità contrattuale in caso di dolo o colpa grave e produce inoltre un ingiustificato squilibrio fra le parti.
Quando costa una cassetta di sicurezza?
Il costo di una cassetta di sicurezza è tutt’altro che minimo. Si paga innanzitutto un canone annuale che va da 100 a 500 euro. Poi vi sono costi aggiuntivi legati a particolari servizi (come la duplicazione chiavi, la cointestazione della cassetta, ecc.).
[1] Cass. sent. n. 19363/2011 del 22.09.2017.
[2] Cass. sent. n. 28835/2011 del 27.12.2011.
[3] Cass. sent. n. 18637/2017 del 27.07.2017.
[4] Cass. sent. n. 13051/2008 del 21.05.2008.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 14 luglio – 22 settembre 2011, n. 19363
Presidente Vitrone – Relatore De Chiara
I sigg. M..R., F..P. e I..R. convennero davanti al Tribunale di Roma il Banco di Sicilia s.p.a. chiedendo il risarcimento – nella misura di L. 36.500.000 oltre accessori – del danno subito per il furto del contenuto della loro cassetta di sicurezza presso l’agenzia n. XX del Banco, in Roma. Le circostanze del furto, consumato tra il 30 giugno e il 2 luglio 1989 da. ignoti ladri, che erano penetrati nel caveau dell’agenzia e avevano svuotato la maggior parte delle cassette, evidenziavano secondo gli attori gravissime responsabilità della banca.
La convenuta resistette, mettendo a disposizione il massimale di L. 1.000.000 previsto dal contratto in caso di responsabilità della banca, e deducendo la mancanza di colpa grave da parte sua (per il caso di ritenuta nullità della clausola limitativa della responsabilità ai sensi dell’art. 1229 c.c.).
Il Tribunale accolse la domanda, ma la sua sentenza è stata poi riformata in accoglimento dell’appello proposto da R.I. anche quale erede dei genitori M..R. e P.F. deceduti nelle more (e previa integrazione del contraddittorio nei confronti della coerede sig.ra L..R.).
La Corte di Roma, infatti, ha ritenuto che la banca abbia fornito la prova dell’assenza di sua colpa grave e, riconosciutane la sola colpa lieve, l’ha quindi condannata al risarcimento nel limite del massimale contrattuale di L. 1.000.000, oltre accessori.
I giudici di appello, premesso che l’onere della prova dell’assenza di colpa grave deve ritenersi assolto con la dimostrazione del comportamento positivo tenuto dal banchiere, in cui risultino ravvisabili solo elementi di colpa lieve, hanno osservato che nel caso di specie gli argomenti svolti dal Tribunale sul coinvolgimento doloso o colposo di dipendenti della banca, sulla violazione delle norme di sicurezza e sull’ inadeguatezza degli impianti di prevenzione si risolvevano in mere petizioni di principio. In effetti era risultato che i locali dell’agenzia erano blindati e dotati di allarme collegato con la Questura; che la porta di accesso antitesoro era dotata di impianto pure collegato con la Questura; che la portaforte di accesso al caveau era dotata di un triplice sistema: doppia chiave, combinazione e time lock; che erano inoltre predisposti un controllo TV via cavo del caveau e una vigilanza periodica con cinque visite diurne e cinque notturne affidata ad impresa specializzata; che le varie chiavi erano custodite con complesse modalità; che le indagini svolte in sede penale avevano confermato l’avvenuta chiusura delle porte, l’attivazione della combinazione e del time lock e la pronta esecuzione di tutte le procedure di emergenza allorché, alle ore 23,23 del (omissis), era scattato l’allarme nella Centrale della Questura.
I giudici hanno pertanto concluso che il complesso delle indicate misure di sicurezza, attivate in occasione del furto, era da ritenere oggettivamente adeguato a tutelare l’intangibilità delle cassette, avuto riguardo alle possibilità tecniche e ai criteri di esperienza acquisiti all’epoca dei fatti.
In risposta a specifici rilievi dell’appellata, hanno quindi osservato: che non vi era motivo di dubitare dell’accuratezza del controllo effettuato, subito dopo l’accensione dell’allarme la notte del xxxxxxxx, sia dalla vigilanza privata che dalla polizia; che il piantonamento dei locali era confermato dalle dichiarazioni rese alla polizia giudiziaria dai vigilanti privati e dal direttore della banca; che il cavo di allarme risultava tagliato praticamente nel punto ove era collegato il congegno deviatore dei segnali, rimosso dai ladri a furto avvenuto, il che convalidava il convincimento che fosse stato proprio il suono dell’allarme a mettere in fuga i malviventi; che, se era vero che il monitor attraverso il quale fu effettuato il controllo dell’interno del caveau (dopo che era scattato l’allarme) non consentiva una grande visibilità, non per questo poteva ritenersi l’inadeguatezza delle misure predisposte dalla banca, trattandosi di valutazione da fare ex ante, con riguardo al complesso dei sistemi di sicurezza approntati, e considerato che ciò, seppure aveva ritardato la scoperta del furto, non era risultato rilevante nella produzione dell’evento; che, in tale quadro probatorio, il fatto che i ladri avessero agito indisturbati per diverse ore sino alle 23,30 del xxxxxxxx e che il furto fosse stato eseguito senza scasso non denotavano, di per sé, particolari negligenze o imprudenze della banca, quanto piuttosto le capacità delinquenziali dei ladri o, comunque, limiti obiettivi dei sistemi di sicurezza, considerato che l’appellante aveva anche documentato due analoghi fatti criminosi verificatisi alcuni anni dopo, nei quali era emersa l’adozione, da parte dei ladri, di sistemi elettronici altamente sofisticati e idonei a neutralizzare gli impianti di allarme, sicché poteva fondatamente ipotizzarsi che anche nel xxxx era stata adottata la medesima tecnica, all’epoca sicuramente inedita, confermandosi, così, che alla banca non poteva addebitarsi altro che una colpa lieve.
R.I. e L. hanno quindi proposto ricorso per cassazione con un solo motivo di censura, illustrato anche da memoria. Il Banco di Sicilia s.p.a. ha resistito con controricorso e Unicredit s.p.a., in qualità di incorporante del Banco di Sicilia s.p.a., ha poi presentato memoria (con nomina di nuovi difensori).
1. – Con l’unico motivo di ricorso si denuncia violazione di norme di diritto e vizio di motivazione. I ricorrenti lamentano che la Corte d’appello abbia illegittimamente addossato al cliente l’onere della prova della colpa grave della banca – necessaria, ai sensi dell’art. 1229 c.c., per superare la limitazione di responsabilità contrattualmente prevista in suo favore – ed abbia, comunque, illogicamente dedotto l’esclusione della colpa grave dalla sola esistenza di un sistema di difese antifurto, senza nulla accertare circa l’effettivo funzionamento di tali difese al momento del furto e traendo dalla impossibilità di spiegazione delle modalità del medesimo il convincimento di eccezionali capacità criminali dei ladri, tali da esonerare conseguentemente la banca da colpa grave. E ciò abbia ritenuto nonostante fosse emerso: a) il cattivo funzionamento dell’impianto di video-sorveglianza dei locali blindati; b) il tardivo accertamento delle manomissioni all’impianto di allarme; c) la mancanza di assiduità degli incaricati della vigilanza la notte del furto; d) che nessuno dei sistemi di sicurezza si era in effetti dimostrato idoneo ad impedire l’evento; e) che i ladri avevano agito indisturbati per diverse ore; f) che l’autorità giudiziaria penale non aveva dimostrato il coinvolgimento doloso di funzionari e dipendenti della banca, ma non aveva certo escluso “tutte quelle trascuratezze, imprudenze, negligenze commesse dal personale della banca, sia precedentemente sia durante il tempo del furto, le quali erano state poste in evidenza dal Giudice di primo grado a seguito della sua istruttoria”.
2.1. – Inammissibile è anzitutto la censura di violazione di legge – ossia del principio per cui incombe sulla banca l’onere di provare la mancanza di sua colpa grave – perché non ha attinenza con la ratio della decisione impugnata. Nella quale, invece, tale principio viene confermato (richiamando Cass. 7081/2005 – che lo aveva enunciato – con l’espressa ammissione della conseguente necessità di una “puntualizzazione” del precedente diverso orientamento della Corte territoriale) e si sostiene che la banca aveva appunto fornito la prova del fatto negativo, dell’assenza, cioè, di una sua colpa grave.
La questione del riparto dell’onere della prova della colpa grave di cui all’art. 1229 c.c. non deve quindi essere affrontata, pacifica essendo in causa la soluzione sopra indicata.
E se sulla banca incombe l’onere della prova dell’assenza di colpa grave, è esatto che la mera registrazione dell’impossibilità di spiegare le cause del furto non può essere sufficiente a scagionarla. Il dubbio, infatti, è l’opposto della prova. Occorre, pertanto, che la banca chiarisca e dimostri le ragioni per cui il furto sia stato possibile nonostante le misure di sicurezza previste, e che si tratti di ragioni escludenti una sua condotta gravemente colposa.
Ma la Corte d’appello ha ritenuto, appunto, che la banca abbia fornito questa dimostrazione. A suo giudizio l’accertamento, da una parte, della previsione e concreta attivazione di misure di prevenzione dei furti adeguate alle conoscenze dell’epoca, e la documentata esperienza, dall’altra, di due casi analoghi in cui il furto era stato consumato grazie all’utilizzo, da parte degli autori, di sistemi elettronici altamente sofisticati e idonei a neutralizzare gli impianti di allarme, consente di concludere che anche il furto per cui è causa sia stato possibile grazie all’uso della medesima tecnica adottata in quei due casi.
2.2. – Essendo questa una statuizione in fatto, è alla censura di vizio di motivazione che occorre fare riferimento per verificarne la solidità.
Neanche tale censura supera, però, il vaglio di ammissibilità.
Non è esatto, invero, che la Corte d’appello si sia limitata a trarre dall’impossibilità di spiegare la consumazione del furto il convincimento delle eccezionali capacità criminali dei suoi autori, si da escludere per questa via la colpa grave della banca. Vero è, invece, che la Corte ha tratto la conclusione – più precisamente – che il furto sia stato possibile grazie all’uso di tecniche sofisticate, all’epoca ignote a chi aveva il compito della prevenzione, sia dall’accertamento della predisposizione di idonee misure preventive, sia dalla esperienza di due analoghi furti successivi in cui quelle sofisticate tecniche erano state adottate.
Ebbene, i ricorrenti per un verso omettono del tutto di darsi carico, nel ricorso, di quest’ultima argomentazione la documentata esperienza, cioè, degli altri due furti – essenziale nel ragionamento della Corte d’appello (se ne danno carico, tardivamente, solo in memoria); per altro verso muovono all’altra argomentazione – ossia la predisposizione di idonee misure preventive – rilievi inammissibili. Infatti le circostanze sub a), b), d) ed e) del motivo in esame sono state prese in considerazione dai giudici di appello e motivatamente ritenute non rivelatrici di colpa grave, come risulta da quanto esposto sopra nella narrativa in fatto; la circostanza sub c) deve considerarsi nuova, in assenza sia di riferimento ad essa nella sentenza impugnata, sia di specifica indicazione, nel ricorso, degli atti in forza dei quali la medesima avrebbe avuto ingresso nel giudizio di merito; infine il rilievo sub f) è del tutto generico, in difetto di qualsiasi specificazione delle “trascuratezze, imprudenze, negligenze” del personale della banca asseritamente accertate dal giudice di primo grado.
Deve dunque concludersi che nessuno dei due pilastri su cui poggia la ricostruzione in fatto dei giudici di appello viene incrinato dalle censure dei ricorrenti.
L’inammissibilità delle censure dispenserebbe dal confronto – sollecitato dai ricorrenti – della decisione impugnata con Cass. 7081/2005, cit., che aveva confermato una decisione di segno opposto dei giudici di appello in un caso per vari aspetti analogo. Non è fuori luogo, tuttavia, evidenziare anche le decisive differenze di quel caso con il caso ora in esame: in questo i giudici di appello hanno ritenuto di inferire, soprattutto dalla successiva esperienza di analoghi fatti criminosi, l’uso, da parte dei ladri, di sofisticate tecniche di neutralizzazione degli impianti di sicurezza, mentre in quello giudicato da Cass. 7081/2005 nulla del genere era affermato nella sentenza impugnata e si registrava soltanto un’assai rudimentale modalità di neutralizzazione – mediante lo spostamento di qualche armadio – dell’impianto televisivo a circuito chiuso.
3. – Il ricorso va pertanto respinto. Le spese processuali, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alle spese processuali, liquidate in Euro 1.700,00, di cui 1.500 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge.
Cassazione – Sezione prima – sentenza 14 novembre 2007 – 21 maggio 2008, n. 13051
Presidente Proto – Relatore Salmè
Pm Apice – conforme – Ricorrente Banca Popolare di Milano Soc. Coop. a r.l. ed altri – Controricorrente Altroconsumo ed altri
Costituendosi, l’ABI ha eccepito la carenza di legittimazione attiva del Movimento Federativo Democratico, perché privo del requisito della rappresentatività della generalità dei consumatori (anche ai sensi della legge n. 281/1998), e la carenza della propria legittimazione passiva, deducendo di non essere associazione di professionisti utilizzatrice delle condizioni generali di contratto. Nel merito ha chiesto il rigetto delle domande, opponendosi in particolare alla richiesta di pubblicazione del provvedimento in quanto di natura emulativa.
Con sentenza del 21 gennaio 2000 il tribunale: 1) ha ritenuto la sussistenza della legittimazione attiva dell’attore e dell’intervenuto, trattandosi di associazioni rappresentative di interessi diffusi dei consumatori alle quali, ai fini dell’azione inibitoria ex art. 1469 sexies c.c., non era applicabile la legge n. 281/1998 (peraltro entrata in vigore dopo l’instaurazione della causa); 2) ha accertato la legittimazione passiva dell’ABI in quanto l’art. 7 della direttiva CEB 93/13 fa riferimento anche alle associazioni di professionisti che raccomandano l’inserzione di clausole; 3) ha dichiarato ammissibile e tempestivo l’intervento del Comitato Consumatori Altroconsumo; 4) accogliendo in misura pressoché integrale la domanda, ha dichiarato abusive numerose clausole, inibendone l’uso sia nei rapporti pendenti che in quelli futuri, ordinando alle convenute di dare notizia della sentenza a mezzo lettera circolare e disponendo la pubblicazione del dispositivo su tre quotidiani; 5) ha rigettato la domanda relativa a clausole destinate a disciplinare rapporti contrattuali con soggetti diversi dai consumatori e di quelle che erano state già tolte dalle condizioni generali dei contratti di apertura di credito.
La corte d’appello di Roma, con sentenza del 24 settembre 2002, ha parzialmente riformato la sentenza di primo grado, rigettando la domanda di Cittadinanzattiva (già Movimento Federativo Democratico) e del Comitato Consumatori Altroconsumo relativamente ad alcune clausole.
a) quanto alla legittimazione passiva dell’ABI, che la previsione, nel testo dell’art. 1469 saxies c.c., della legittimazione passiva delle associazioni di professionisti che “utilizzano” condizioni generali, a differenza da quanto previsto nell’art. 7 della direttiva CEE 93/13, secondo cui sono passivamente legittimati all’azione inibitoria anche le associazioni di professionisti che “raccomandano” l’inserzione di clausole generali, non può essere interpretata come manifestazione della volontà del legislatore di limitare la legittimazione ai soli soggetti contraenti, potendosi ritenere compresa implicitamente nella nozione di utilizzazione anche quella di elaborazione, diffusione e espressione di parere positivo di utilizzabilità delle clausole; l’autorevolezza dalle raccomandazioni dell’ABI sarebbe rilevata dall’espressione “norme bancarie uniformi” con la quale, fino a un recente passato, venivano indicate le condizioni generali elaborate dall’associazione, alle quali era anche riconosciuta natura di raccolta di usi con valore normativo” la legittimazione passiva dell’ABI è simmetrica a quella delle associazioni dei consumatori, con l’aggiunta che la rappresentanza del settore avrebbe per l’ABI natura monopolistica;
b) quanto alla clausola riguardante il servizio delle cassette di sicurezza – nella parte in cui, dopo aver fatto obbligo al cliente di dichiarare il massimale assicurativo adeguato a coprire il rischio della banca, prevede che il cliente stesso sottoscriva una dichiarazione integrativa con la quale prende atto che la banca avrà titolo per richiedere il risarcimento di eventuali danni subiti in conseguenza della mancata corrispondenza del massimale indicato all’effettivo valore delle cose contenute nella cassetta – chat 1) non è chiaro se la clausola preveda l’esclusione del risarcimento per valore eccedente il massimale dichiarato o una facoltà di rivalsa; 2) la clausola stessa costituisce elusione del principio di cui all’art. 1229 c.c., sulla base del quale il risarcimento è dovuto per intero quando la perdita è dovuta a dolo o colpa grave della banca, perché finisce per trasferire il danno sul cliente, sulla base di una sua violazione della buona fede in contrahendo che è irrilevante a fronte dell’assorbente responsabilità della banca; 3) più che vessatoria, la clausola sarebbe in realtà nulla; 4) il danno derivante dall’infedele dichiarazione del cliente, peraltro, potrebbe essere neutralizzato da un’adeguata copertura assicurativa, che prescinda dalla dichiarazione stessa e assuma la funzione di una voce dei costi generali d’impresa, da distribuire tra tutti gli utenti del servizio;
c) quanto alla facoltà della banca di modificare le “norme” relative ai conti correnti di corrispondenza e servizi connessi, per adeguarle a nuove disposizioni di legge ovvero a proprie necessità organizzative, e di mutare le condizioni economiche del rapporto, anche in senso sfavorevole al correntista, con il solo limite del rispetto delle condizioni previste dal decreto legislativo n. 385 del 1993, senza che, in entrambi i casi, sia richiesto un giustificato motivo, come previsto dall’art. 1469 bis, 4° comma n. 2 c.c., che, da un lato, le esigenze organizzative sono una formula vaga che finirebbe per rendere legittima qualsiasi determinazione unilaterale della banca, comportando un significativo squilibrio sinallagmatico in danno del consumatore, e, dall’altro, che l’art. 118 t.u. in materia bancaria, che prevede il diritto della banca di modificare le condizioni contrattuali economiche, con il solo limite che ciò sia oggetto di una preventiva pattuizione, deve essere integrato con la successiva disciplina delle clausole vessatorie, che, come già osservato, richiede un giustificato motivo;
d) quanto, infine, all’efficacia temporale dell’inibitoria, che doveva confermarsi l’applicazione anche ai contratti in corso, perché: 1) la dichiarazione di invalidità di una disposizione negoziale ha effetto ex tunc, anche sui rapporti contrattuali di durata, con il solo limite dei rapporti esauriti, come è confermato dal fatto che, a seguito dell’orientamento giurisprudenziale formatosi in tema di nullità delle clausole che prevedevano l’anatocismo bancario, è stata emanata una norma di legge di sanatoria (art. 25, 3° comma d.lgs. n. 342 del 1999, dichiarato incostituzionale con sentenza n. 425 del 2000); 2) a ritenere il contrario, le clausole dichiarate abusive avrebbero effetti ultrattivi, con disparità di trattamento tra rapporti identici contemporaneamente in vigore; 3) l’inibizione dell’uso non si riferisce al solo atto istantaneo dell’inserzione della clausola in un nuovo contratto, ma alla costante utilizzazione delle clausole vessatorie che, altrimenti, nei rapporti di durata prolungata, potrebbero continuare ad applicarsi indefinitamente.
Avverso la sentenza della corte d’appello di Roma ha proposto ricorso per cassazione articolato in tre motivi la Banca Popolare di Milano, resistono con controricorso Cittadinanzattiva e l’associazione Altroconsumo (già Comitato Consumatori Altroconsumo), l’ABI e la Banca Fideruram hanno anche proposto ricorsi incidentali “adesivi”, ciascuno affidato a due motivi (mediante rinvio ai propri ricorsi autonomi). L’ABI ha proposto anche autonomo ricorso affidato a due motivi, al quale resistono con controricorso Cittadinanzattiva e Altroconsumo, Banca Popolare di Milano e Banca Fideuram hanno proposto ricorsi incidentali “adesivi” affidati, rispettivamente a tre e a due motivi (mediante rinvio ai propri ricorsi autonomi). Altro ricorso principale, articolato in due motivi, ha proposto Banca Fideuram, al quale resistono con controricorso Cittadinanzattiva e Altroconsumo, l’ABI e Banca Popolare hanno anche proposto ricorsi incidentali “adesivi” affidati, “rispettivamente a tre e a due motivi. Banca Popolare di Milano, ABI, Cittadinanza attiva e Altroconsumo hanno presentato memorie.
I tre ricorsi autonomamente proposti, nonché i ricorsi incidentali della Banca Popolare di Milano, dell’ABI e della Banca Fideuram, in quanto diretti nei confronti della stessa sentenza, debbono essere riuniti.
2. 1. In ordine logico deve essere esaminato, innanzi tutto, il primo motivo del ricorso dell’ABI, con il quale, deducendo la violazione dell’art. 1469 sexies c.c. e dell’art. 100 c.p.c, nonché vizio di motivazione, censura la sentenza impugnata per avere respinto la propria eccezione di difetto di legittimazione passiva.
La ricorrente non contesta che, alla luce dell’art. 7 della direttiva Cee 93/13 (e come risulta confermato dal testo dell’art. 1469 sexies c.c., modificato con l’art. 6 della legge n. 14 del 2003) l’azione inibitoria generale può essere esercitata non solo nel confronti delle associazioni di professionisti che utilizzano le condizioni generali, ma anche nel confronti di quelle che ne “raccomandano” l’utilizzo. Sostiene, tuttavia, che la “raccomandazione” non può consistere nella semplice elaborazione e diffusione delle clausole, e neppure nell’espressione di un parere positivo circa l’utilizzabilità, implicito nella stessa diffusione, ma richiede che l’associazione solleciti, favorisca o caldeggi l’inserimento delle clausole nei contratti dei propri associati. Ora, se è vero che fino al provvedimento n. 12/94 della Banca d’Italia, che l’aveva invitata a precisare che quelle che all’epoca venivano indicate come “norme bancarie uniformi” non avevano valore vincolante o di raccomandazione, l’associazione effettivamente aveva svolto attività, appunto, di “raccomandazione” dell’utilizzazione delle clausole, dopo questa data tale attività era cessata essendosi l’ABI limitata a prestare attività di consulenza, come risulterebbe sia dalla precisazione, contenuta nelle periodiche comunicazioni agli associati, del carattere non vincolante delle clausole predisposte, sia dalla sentenza della corte di giustizia Ce 21 gennaio 1999, nella cause riunite n. 215/96 e 216/96, che ha dato atto del mutamento intervenuto nell’attività svolta. E poiché la legittimazione passiva, come condizione dell’azione, deve sussistere al momento della decisione, il giudice del merito avrebbe dovuto tenere conto del fatto che era venuta meno l’attività di “raccomandazione” dell’utilizzazione delle clausole, mentre la corte d’appello aveva omesso di motivare sul punto.
Da un lato, per confermare l’autorevolezza della “raccomandazione”, la corte territoriale ha fatto riferimento alle norme bancarie uniformi e alla opinione che costituissero una raccolta di usi, dotate di costante efficacia conformativa dei contratti stipulati dalle banche, e, dall’altro, non ha potuto non dare atto che quella denominazione e quella natura di uso normativo sono state superate dall’orientamento della giurisprudenza di questa corte. Peraltro, l’insussistenza di un’attività di “raccomandazione” sarebbe dimostrata anche nel presente giudizio dalla circostanza che le due banche inizialmente convenute utilizzavano clausole diverse tra loro. Né era fiondato il rilievo del carattere monopolistico della rappresentanza del settore bancario, smentito dall’esistenza di altre associazioni bancarie, come quella delle banche popolari e delle banche di credito cooperativo, e dalla citata sentenza della corte di giustizia CE che ha escluso l’esistenza di una posizione dominante collettiva.
Ulteriore contraddizione viene evidenziata nel fatto che, dopo avere escluso che l’accoglimento dell’azione inibitoria abbia una portata invalidante assoluta delle clausole, ben potendo le clausole dichiarate abusive essere validamente inserite nei singoli contratti se, per effetto delle trattative individuali, sia eliminato lo squilibrio delle prestazioni, la corte territoriale non ha ordinato alla ricorrente di cessare dalla (peraltro inesistente) attività di raccomandazione, ma le ha inibito di utilizzare le clausole abusive. Poiché l’ABI non stipula né ha mai stipulato (né potrebbe stipulare) contratti individuali, l’inibitoria non può avere altro effetto che escludere definitivamente le clausole giudicate abusive dai propri formulari, proprio, quindi, un effetto invalidante assoluto che lo stesso giudice del merito aveva dichiarato di non poter produrre.
2.2. Il motivo, a parte i profili che attengono alla sussistenza in concreto dei caratteri di “raccomandazione” o “uso” nell’attività svolta dall’ABI, che non sono ammissibili in questa sede, non è fondato.
L’accertamento della legittimazione passiva all’azione inibitoria è stato effettuato dalla corte d’appello in presenza del testo dell’art. 1469 sexies c.c. anteriore alla modifica apportata con l’art. 6 della legge 3 febbraio 2003, n. 14 che, in esecuzione della sentenza della corte di giustizia CE 24 gennaio 2002 in causa n. 372/1999, ha aggiunto al primo comma della disposizione il riferimento ai professionisti o alle associazioni di professionisti “che raccomandano l’utilizzo” di condizioni generali, così rendendo conforme la disciplina nazionale all’art. 7 della direttiva CE n. 93/13 e facendo venir meno l’accertata violazione degli obblighi comunitari. Il giudice del merito, proprio allo scopo di dare alla norma interna un’interpretazione conforme alla direttiva di cui avrebbe dovuto costituire attuazione e in conformità con la dottrina, ha fatto propria una nozione molto ampia dell'”utilizzazione”, tale da comprendere l’elaborazione, la diffusione e l’espressione di parere positivo sull’utilizzabilità delle clausole. D’altra parte, poiché la norma prende in considerazione non solo i professionisti, ma anche le associazioni di professionisti, che, per loro natura, non utilizzano direttamente le clausole in contratti individuali, una diversa e più restrittiva interpretazione avrebbe finito non solo per aggravare il contrasto con la direttiva comunitaria, ma anche per abrogare la previsione della legittimazione passiva delle associazioni di professionisti.
Infatti, l’elaborazione e la diffusione (nella quale, come esattamente rileva la ricorrente, è implicito il parere positivo circa l’utilizzazione) di clausole da parte di un’associazione di imprese, portatrice di un interesse di categoria, non consiste in una mera attività di studio di modelli e di consulenza teorica, in quanto il predetto interesse può essere soddisfatto solo attraverso l’inserimento delle clausole nei contratti individuali stipulate dalle imprese associate, perché solo in questo modo si realizza l’interesse delle imprese bancarie alla standardizzazione degli strumenti contrattuali con conseguente riduzione dei costi, onde a tale inserimento le attività di elaborazione e diffusione sono necessariamente indirizzate. Che tali attività abbiano influenza sul mercato dipende, poi, certamente dal grado di rappresentatività e quindi di autorevolezza dell’associazione. E poiché è notorio e, comunque è pacifico tra le parti, che l’ABI rappresenta autorevolmente se non la totalità, certamente una larghissima parte delle imprese bancarie, non può escludersi che l’attività di elaborazione e diffusione di clausole indirizzata all’inserimento nei contratti individuali è idonea a influire sul mercato.
Non la prima, perché la “raccomandazione” è logicamente incompatibile con il carattere vincolante della clausola, essendo evidente che, se la clausola avesse tale natura, sarebbe sufficiente la semplice diffusione di conoscenza. D’altra parte, mai nei precedenti giudizi si è discusso tra le parti circa la natura vincolante delle clausole elaborate e diffuse dall’ABI, essendo pacifico tra le parti che, anche a seguito dell’evoluzione della giurisprudenza sul punto, tali clausole hanno natura di condizioni generali di contratto.
Né è decisiva la citata sentenza della corte di giustizia (in un giudizio avente ad oggetto l’accertamento dell’eventuale contrasto di alcune norme bancarie uniformi – così denominate nella sentenza stessa – utilizzate in contratti conclusi tra il 1989 e il 1992, con l’art. 85, n. 1 e l’art. 86 del trattato CE) perché la corte stessa si è limitata a dare atto, nella parte descrittiva delle vicende rilevanti per il processo, della precisazione inserita dall’ABI, su richiesta della Banca d’Italia, circa il carattere non vincolante delle clausole, ma, come si già osservato, tale precisazione non di per sé idonea a escludere che l’attività di elaborazione e diffusione di condizioni generali di contratto da inserire nei contratti individuali abbia natura di “raccomandazione” o di “uso” in senso lato.
2. 4. Non sussistono neppure le denunciate contraddittorietà dalla motivazione della sentenza impugnata.
La corte d’appello ha correttamente dato atto che, “fino a un recente passato” le cosiddette norme bancarie uniformi erano ritenute avare natura di raccolta di usi normativi, con ciò accertando che tale natura non era più riconosciuta al momento della decisione. Il riferimento alla passata esperienza delle cosiddette norme bancarie uniformi è stata infatti utilizzata solo come una delle argomentazioni sulla quali si è basato il giudizio di autorevolezza delle raccomandazioni dell’ABI e non ha certo il significato di affermare l’attuale “vigenza” delle predette “norme”.
Quanto alla considerazioni svolta (al fina di accertare in quale modo si distribuisce l’onere della prova dell’abusività delle clausole) sulla natura relativa e non assoluta dell'”effetto invalidante” dell’accertamento della vessatorietà – nel senso che la clausola inserita nelle condizioni generali predisposte dall’ABI e dichiarata vessatoria, può validamente essere inserita in un singolo contratto se, a seguito di trattative individuale, sia superato lo squilibrio contrattuale derivante dalla previsione generale – deve rilevarsi che si tratta di considerazioni del tutto corrette, che non confliggono con il fatto che per la natura stessa dell’associazione, che non stipula contratti bancari individuali, il predetto “effetto invalidante” finirebbe per diventare assoluto, invece che relativo. Infatti se fossero fondati i rilievi della ricorrente la noma che prevede la legittimazione passiva all’azione inibitoria delle associazioni di professionisti sarebbe sempre inapplicabile, perché in ogni caso l’accertamento dell’abusività e la conseguente inibizione dell’uso produrrebbero l’effetto “assoluto” denunciato.
3. 1. Con il secondo motivo dell’autonomo ricorso la Banca Popolare di Milano, deducendo la violazione e falsa applicazione degli articoli 118 d. lgs. n. 365 del 1993, recante il t.u. delle leggi in materia bancaria e creditizia, 1469 ter, 3° comma c.c. in relazione all’art. 1469 bis, 5° comma e dell’art. 1469 bis, 1° comma c.c. e vizio di omessa e contraddittoria motivazione, censura la dichiarazione di vessatorietà della clausola delle condizioni generali con la quale si prevede che “La banca si riserva la facoltà di modificare le condizioni economiche applicate ai rapporti regolati in conto corrente, rispettando, in caso di variazioni in senso sfavorevole al correntista, le prescrizioni del decreto legislativo 1° settembre 1993, n. 385 e delle relative disposizioni di attuazione”.
Poiché il terzo comma dell’art. 1469 ter c.c. esclude dalla valutazione giudiziale di vessatorietà le clausole riproduttive di disposizioni di legge e la clausola di cui si tratta sarebbe conforme a quanto previsto dall’art. 118 del t.u. bancario (d. lgs. n. 385 del 1993), erroneamente la corte territoriale ne ha dichiarato il carattere abusivo.
In senso contrario non potrebbe invocarsi il disposto dell’art. 1469 bis, 5° comma c.c. che richiede l’esistenza di un giusto motivo per escludere la vessatorietà della clausola che, nei contratti aventi ad oggetto prestazioni di servizi finanziari, prevede la facoltà del professionista di modificare il tasso d’interesse o qualunque altro onere relativo alla prestazione originariamente prevista. Tale norma non avrebbe effetto derogatorio dell’art. 118 t.u. bancario, come ritenuto dalla corte territoriale, perché non sarebbe ipotizzabile che le autorità comunitarie, nell’approvare la direttiva 93/13, di cui l’art. 1469 bis c.c. costituisce tardiva attuazione nel diritto interno, avessero intenzione di abrogare la norma del t.u. bancario, dovendo piuttosto desumersi dall’art. 1469 ter 3° comma c.c. l’Intento di coordinare la nuova disciplina dei contratti dei consumatori con quella preesistente. Anzi, se fosse fondata la tesi seguita dalla corte d’appello, ne deriverebbe l’abrogazione dell’art. 1469 ter 3° comma, che invece costituisce attuazione di quanto previsto nell’art. 1, 2° comma e nel “considerando” n. 13 della direttiva CE 93/13.
Né potrebbe attribuirsi efficacia abrogativa dell’art. 118 t.u. bancario all’art. 1469 bis 5° comma c.c. per il fatto di essere entrato in vigore successivamente, perché l’art. 118 t.u. bancario ha natura speciale rispetto alla disciplina generale dei contratti dei consumatori e, comunque, ha ad oggetto la prestazione non di servizi finanziari e ma di servizi bancari.
3.2. Il motivo è ammissibile. Contrariamente a quanto sostenuto dal controricorrente Altroconsumo, la ricorrente non censura l’accertamento in concreto del carattere vessatorio della clausola, ammesso che un accertamento di tale natura sia possibile rispetto alle condizioni generali di contratto predisposte dal professionista o dall’associazione di professionisti, ma critica l’applicazione delle norme (art. 18 t.u. bancario e 1469 bis 5° comma c.c.) di cui si tratta, in quanto sarebbe basata su un’erronea interpretazione delle norme stesse.
Per altro verso, l’interesse al ricorso non è venuto meno a seguito dell’entrata in vigore dell’art. 10 del d.l. 4 luglio 2006, n. 223, introdotto con la legge di conversione n. 28 del 2006, che ha modificato l’art. 118 t.u. bancario, subordinando l’esercizio della facoltà di modificare unilateralmente i tassisti prezzi e le altre condizioni del contratto alla sussistenza di un giustificato motivo e al rispetto dell’art. 1341, 2° comma c.c., non essendovi alcun elemento per ritenere che la modifica legislativa abbia natura interpretativa e non innovativa, con la conseguenza che la modifica stessa è irrilevante nel presente giudizio che ha ad oggetto una clausola predisposta in epoca anteriore all’entrata in vigore della nuova disciplina.
Innanzi tutto, la necessità di interpretare l’art. 1469 ter, 3° comma c.c. in conformità con la direttiva n. 93/13 impone di limitarne la portata alle clausole che riproducono norme che direttamente o indirettamente disciplinano clausole di contratti con consumatori, come si desume dal tredicesimo “considerando” della direttiva citata, mentre l’art. 118 t.u. bancario si riferisce a tutti i contratti bancari, siano essi stipulati con consumatori o non. Inoltre, per escludere la vessatorietà di una clausola ai sensi dell’art. 1469 ter, 3° comma c.c., è necessario che la stessa si limiti a riprodurre, anche se non in senso formalistico, ma contenutistico, il nucleo precettivo di una norma imperativa, mentre restano soggette al controllo giudiziale di vessatorietà quelle clausole con le quali il predisponente si avvale autonomamente di una facoltà che la norma gli riconosce, nei limiti in cui tale riconoscimento opera. Questo è il caso dell’art. il8 t.u. bancario, che, insieme con l’art. il7, 5° comma, detta i limiti entro i quali la banca può esercitare la facoltà convenzionale di modificare unilateralmente e in senso sfavorevole al cliente le condizioni economiche del contratto.
Inoltre, la norma sui contratti dei consumatori la cui “riproduzione” avrebbe potuto sottrarre la clausola al giudizio di vessatorietà non può essere quella di cui all’art. il8 t.u. bancario, che disciplina anche i contratti con soggetti diversi dai consumatori, ma soltanto l’art. 1469, bis 5° comma c.c., che richiede la sussistenza del giustificato motivo per escludere la vessatorietà della clausola che riconosce al professionista la facoltà di modificare unilateralmente le condizioni economiche del contratto avente ad oggetto prestazioni finanziarie.
Tali rilievi rendono non decisiva l’indagine circa l’effetto abrogativo da riconoscere all’art. 1469 bis, 5° comma c.c. rispetto all’art. 118 t.u. bancario.
Infine, quanto all’irrilevanza della buona fede in senso oggettivo nel caso di specie, a fronte dell’espressa previsione di cui all’art. 1469 bis 5° comma c.c., è evidente che l’affermazione secondo la quale la clausola di cui si tratta non potrebbe mai porsi in contrasto con il dovere di correttezza, essendo riproduttiva dell’art. 118 t.u., si risolve in una petizione di principio, dovendosi prima dimostrare sia l’applicabilità della predetta disposizione e sia la natura “riproduttiva” della clausola stessa.
4. 1. Con il terzo motivo la Banca Popolare di Milano, deducendo la violazione e falsa applicazione degli articoli 1229, 1469 bis, 2697, 2059, 1460 e 1469 ter c.c. e vizio di motivazione, critica la dichiarazione di vessatorietà delle clausole delle condizioni generali relative al servizio di cassette di sicurezza con le quali il risarcimento del danni derivanti dalla sottrazione, dal danneggiamento o dalla distruzione delle cose custodite viene limitato ai danni comprovati e obbiettivi, con esclusione del valore d’affezione, tenendo conto del massimale assicurativo adeguato a coprire il rischio della banca che il cliente deve dichiarare e con il riconoscimento del diritto della banca al risarcimento dei danni subiti in conseguenza della mancata corrispondenza tra l’effettivo valore delle cose contenute in cassetta e il massimale dichiarato.
La corte territoriale, osservano entrambe le ricorrenti, ha motivato la conferma della dichiarazione di vessatorietà delle clausole facendo esclusivo riferimento alla violazione dell’art. 1229 c.c. che deriva dalla limitazione del risarcimento nel caso in cui la perdita delle cose custodite derivi da dolo o colpa grave della banca. Ma dalla rilevata violazione, secondo la stessa sentenza impugnata, deriva non la vessatorietà, ma la nullità della clausola, che esclude l’idoneità della clausola stessa a provocare un significativo squilibrio delle prestazioni. Inoltre, la conferma della dichiarazione di vessatorietà delle clausole, nel loro complesso, si pone in contrasto con la limitazione della nullità ai casi di perdita delle cose custodite derivante da dolo o colpa grave. In tali casi la previsione dell’obbligo del cliente di dichiarare il valore delle cose custodite e la limitazione del risarcimento, in caso di violazione di detto obbligo, è conforme alla disciplina legale, il cui contenuto è riprodotto dalle clausole di cui si tratta (che in particolare sono riproduttive delle regole sulla distribuzione dell’onere della prova, di cui all’art. 2697 c.c.; dei limiti di risarcibilità del danno non patrimoniale: art. 2059 c.c., del diritto del contraente adempiente di rifiutare la prestazione in caso di inadempimento dell’altra parte: art. 1460 c.c.; dell’obbligo generale di correttezza e buona fede, dal quale derivano i più specifici obblighi di informazione e di collaborazione: art. 1375 c.c. e della limitazione del risarcimento ai danni prevedibili: art. 1225 c.c.) e non comporta nessun squilibrio dalla prestazioni, essendo il pregiudizio economico dal cliente conseguenza delle sue violazioni dagli obblighi di correttezza.
Rilavano, infine, le ricorrenti, che erroneamente la corta territoriale ha affermato che il dazino derivante dall’infedele dichiarazione preventiva del cliente potrebbe essere neutralizzato da un’adeguata copertura assicurativa, perché nessuna copertura sarebbe possibile in caso di impossibilità di attendibile valutazione del rischio.
La sentenza impugnata, nel confermare integralmente la dichiarazione di vessatorietà delle clausole sopra indicata pronunciata dal tribunale – sulla base del duplice rilievo della scarsa chiarezza e trasparenza a del significativo squilibrio dai diritti e obblighi contrattuali che deriva dalla previsione dell’eventuale risarcimento dei danni a carico del cliente – ha limitato il suo esame al profilo relativo al limite della risarcibilità dei danni subiti a causa dalla perdita delle cose custodite, affermando che sia che si intenda la clausola come esclusione del risarcimento dei danni accedenti il valore dichiarato, sia che la clausola stessa debba essere interpretata come previsione di un diritto di rivalsa in caso di risarcimento per valori superiori al massimale indicato dal cliente, si verificherebbe un’elusione di quanto disposto dall’art. 1229 c.c. per il caso che la perdita sia conseguenza del comportamento doloso o gravemente colposo della banca. Ma, dopo avere ribadito, in conformità con il costante orientamento di questa corte (a partire dalla sentenza delle sezioni unite n. 6225/1995, seguita da cass. n. 8820/1995, 750/1997, 1355/1998, 9640/1999, 1682/2000, 4946/2001, 3389/2003, 9902 e 14462/2004) che la clausola di esonero o di limitazione della responsabilità in caso di dolo o colpa grave della banca è nulla, la corte territoriale, richiamando espressamente la sentenza di questa corte n. 4946 del 2001 ha affermato che, indipendentemente da tale nullità (e quindi al di là delle ipotesi di dolo o colpa grave) la clausola è affetta da un concorrente vizio di vessatorietà. Con ciò deve intendersi che la corte territoriale abbia anche fatto rinvio alle argomentazioni utilizzate dalla predetta sentenza n. 4946/2001 secondo cui la clausola di cui si discute, comunque, comporta uno “squilibrio” a carico del cliente-consumatore ex art. 1469 bis c.c. e, ancora più specificamente, anche se ha formato oggetto di trattativa, determina, in caso di inadempimento (per colpa lieve) della banca, una limitazione nella proposizione dell’azione risarcitoria nei confronti della stessa (art. 1469 quiquies 2° comma n. 2, c.c.).
A parte dunque la correttezza, riconosciuta dalla ricorrente Banca Popolare di Milano, dell’affermazione relativa alla possibile concorrenza del giudizio di validità e di quello di inefficacia per vessatorietà della stessa clausola, con riferimento ai diversi parametri sostanziali previsti, rispettivamente dall’art. 1229 c.c. e dagli articoli 1469 bis e seguenti c.c., e alle diverse tutele, individuali o collettive, all’interno delle quali i parametri possono essere utilizzati, non sussiste la denunciata contraddizione tra la conferma dell’accertamento della vessatorietà delle clausole e il richiamo all’orientamento secondo il quale è nulla la limitazione o l’esclusione del risarcimento dei danni da perdita delle cose custodite in cassette di sicurezza in caso di dolo o colpa grave della banca, trattandosi di affermazioni tra loro compatibili in quanto relative ad effetti giuridici appartenenti a piani diversi.
Deve inoltre rilevarsi che tra le parti non è controverso che le clausole di cui si tratta prevedano, direttamente o indirettamente, l’esclusione o la limitazione dei diritti o delle azioni che il cliente può esercitare in caso di inadempimento della banca e pertanto deve confermarsi quanto rilevato nella sentenza n. 4946/2001, e cioè che la clausola stessa rientra nella previsione dell’art. 1469 bis, 3° comma n. 2 o dell’art. 1469 quinquies, 2° comma n. 2 c.c., a seconda che abbia o non formato oggetto di trattativa.
Per superare la presunzione di vessatorietà di cui all’art. 1469 bis, 2° comma e la sanzione di inefficacia prevista dall’art. 1469 quinquies, 2° comma c.c., le ricorrenti affermano che la clausola di cui si tratta sarebbe riproduttiva di norme di legge (art. 1469 ter 3° comma c.c.) e che non sussisterebbe il significativo squilibrio tra i diritti e gli obblighi derivanti dal contratto.
5. 1. Con il primo motivo del suo ricorso la Banca Popolare di Milano, deducendo la violazione e falsa applicazione degli articoli 1469 sexies c.c., 1 e 12 disp. prel. al c.c., 2909 c.c. e vizio di motivazione, censura, con una complessa e articolata argomentazione, l’estensione degli effetti dell’inibitoria ai rapporti contrattuali già in essere al momento della pronuncia.
Premesso il principio del dovere del giudice nazionale di interpretare le norme di diritto interno in conformità con le direttive comunitarie di cui costituiscono attuazione, incorrendo in caso contrario nella violazione delle regole in tema di gerarchia delle fonti, la ricorrente lamenta che il giudice del merito abbia interpretato l’art. 1469 sexies c.c., nella parte in cui prevede il potere di inibire “l’uso” delle condizioni ritenute vessatorie, nel senso di possibilità di inibire l’utilizzazione delle predette clausole nei contratti già conclusi e non nel senso di attribuzione del potere di “far cessare l’inserzione” di clausole abusive nei contratti stipulati con i consumatori, come previsto nel “considerando” n. 24 e nell’art. 7, 1° e 3° comma della direttiva CEE 93/13, così come interpretata anche da corte giustizia CE 24 gennaio 2002, in causa n. 372/99, che ha esplicitamente affermato che le azioni inibitorie collettive hanno “natura preventiva e ..finalità dissuasiva”. La necessità dell’interpretazione conforme al diritto comunitario è stata anche alla base dell’intervento del legislatore nazionale il quale, con l’art. 6 della legge n. 14 del 2003 ha aggiunto al primo comma dell’art. 1469 sexies c.c. il riferimento all’attività di “raccomandazione dell’utilizzo” di clausole, che sarebbe corrispondente all’espressione “raccomandano l’inserzione”, di cui al terzo comma dell’art. 7 della direttiva.
Né la difforme interpretazione sostenuta dalla sentenza impugnata potrebbe giustificarsi con la necessità di evitare una disparità di trattamento tra i clienti che hanno stipulato prima, rispetto a quelli che stipulano dopo il provvedimento giudiziario e quindi una violazione del principio d’eguaglianza di cui all’art. 3 cost., perché, per la diversità dei piani sui quali si svolgono la tutela collettiva e quella individuale, la diversità di trattamento non dipenderebbe dalla mancata estensione degli effetti dell’inibitoria, ma dall’inerzia del singolo cliente a far valere i propri diritti individuali. Conseguentemente, la disparità di trattamento sarebbe legittimamente superata solo dal fatto che i “vecchi” clienti facciano valere le proprie pretese a fronte delle quali la banca potrebbe stipulare nuovi contratti nei quali non sarebbe possibile inserire le clausole dichiarate vessatorie. Sarebbe piuttosto l’interpretazione seguita dal giudice del merito, che, avendo per effetto la sostituzione indebita della tutela collettiva alle iniziative individuali, verrebbe a violare il diritto dell’impresa a disciplinare i rapporti con i clienti sulla base di contratti standard, in tal modo contenendo i costi.
Sarebbe irrilevante, poi, il richiamo alla sentenza della corte costituzionale n. 425 del 2000, avente ad oggetto l’art. 25, 3° comma del d. lgt n. 342 del 1999, norma con efficacia validante successiva delle clausole sull’anatocismo bancario da ritenere nulle per effetto del più recente orientamento di questa Corte, perché il problema degli effetti dello jus superveniens sui singoli rapporti contrattuali in corso è diverso da quello relativo all’identificazione degli effetti dell’inibitoria collettiva sulle condizioni generali.
Del pari inconferente sarebbe il richiamo che la sentenza impugnata ha fatto alle class action come modello di azione che proietta i suoi effetti su scala generale, a conferma del fatto che l’accoglimento dell’azione inibitoria provoca automaticamente l’illegittimità dell’uso concreto delle clausole ritenute vessatorie, perché a differenza che nelle class action le associazioni che agiscono per la inibitoria collettiva non rappresentano i consumatori.
5. 2. Il motivo non è fondato.
5.2.1. L’art. 8 della direttiva CEE 93/13 prevede che gli stati membri possono adottare o mantenere, nel settore della disciplina dei contratti con i consumatori, disposizioni più severe, compatibili con il Trattato, per garantire un livello di protezione più elevato per il consumatore. Il legislatore nazionale con l’art. 1469 sexies c.c., a fronte di un testo della direttiva (art. 7) che, in materia di inibitoria, prevedeva l’obbligo di adottare mezzi adeguati ed efficaci per “far cessare l’inserzione” di clausole ritenute vessatorie ha scelto di assegnare all’azione giudiziaria collettiva la finalità di “inibire l’uso” delle condizione ritenute vessatorie. Non può negarsi che l’inserimento di una clausola in un formulario o in un contratto individuale rappresenti una delle modalità di uso o utilizzazione della clausola stessa, ma è altresì vero che la nozione di “uso” è più ampia di quella di “inserzione”, perché comprende tutta l’ampia gamma dell’esercizio dei diritti e dei poteri che nella clausola trovano fondamento. E poiché, tenendo presente il significato proprio delle parole, l’impiego dell’espressione di più ampia portata (“uso”) certamente assicura un livello di protezione del consumatore più elevato di quello garantito dall’utilizzazione dell’espressione di portata più ristretta (“inserzione”), in quanto consente di inibire una serie di comportamenti più estesa, la scelta del legislatore nazionale non si pone in contrasto con la direttiva. Infatti, le istituzioni comunitarie, che pure, mostrando di considerare la disciplina di cui all’art. 7 della direttiva uno degli aspetti fondamentali della tutela introdotta, hanno iniziato una procedura d’infrazione riguardante l’aspetto dell’art. 1469 sexies c.c. relativo all’individuazione dei legittimati passivi (esaminato sub 2), che ha portato alla condanna dell’Italia per inadempimento agli obblighi comunitari (sentenza 24 gennaio 2002, in causa 372/99), non hanno ritenuto di contestare alcuna infrazione per la diversità dell’oggetto dell’inibitoria nazionale rispetto a quello previsto dalla direttiva.
Né può dubitarsi della conformità della disciplina dell’inibitoria collettiva di cui all’art. 1469 sexies c.c. al Trattato, nella parte in cui considera prioritario l’obbiettivo dell’armonizzazione delle discipline nazionali, perché è la stessa direttiva, sulla cui conformità al Trattato non sono sorti dubbi, che autorizza l’introduzione o il mantenimento di discipline nazionali diversificate con il solo limite che abbiano per effetto di ampliare e non di restringere la tutela dei consumatori.
Si possono pertanto superare tutte le censure della ricorrente basate sul richiamo alla necessità di osservare, anche in sede interpretativa, la direttiva di cui si discute e la stessa sollecitazione del rinvio pregiudiziale alla corte di giustizia Ce, perché a fronte del chiaro tenore dell’art. 8 della direttiva non si pone alcun dubbio di conformità della normativa interna agli obblighi derivanti dalla direttiva stessa.
5.2.2. L’inibitoria dell’uso delle clausole ritenute vessatorie, anche con riferimento ai contratti esistenti al momento della pronuncia, non si pone in contrasto con la funzione preventiva di tale strumento di tutela. L’esigenza di prevenzione non riguarda solo l’inserimento delle clausole nei moduli o formulari utilizzati per la stipula di contratti successivamente all’adozione del provvedimento inibitorio, ma anche il prodursi, sempre in epoca successiva al provvedimento, degli effetti che le clausole producono o sono idonee a produrre nel tempo, mediante l’esercizio del poteri che dalla clausola stesse derivano.
Infatti deve distinguersi tra fatto generatore del rapporto ad effetti che da tale fatto prendono origine; mentre il giudizio di validità del primo va condotto alla stregua della situazione normativa esistente al momento in cui si è prodotto, per gli effetti che si producono nel tempo deve tenersi conto dell’evoluzione dei parametri di valutazione dipendenti dalla successione di norme (cosi casa. n. 831/1999, in materia di nuova disciplina della fideiussione omnibus 827/1999, in materia di intese restrittive della concorrenza e, tra la più recenti, cass. n. 2140/2006 a 4093/2005, in materia di rinvio agli usi per la determinazione degli interessi; 5286, 1126 e 14899/2000 in materia di interessi usurari). Mentre, quindi, contrasterebbe con la funzione preventiva dell’inibitoria ammettere che possa incidere sul fatto generatore, resta coerente con tale funziona fondamentale il riconoscimento dell’idoneità del provvedimento inibitorio a impedire il verificarsi dai futuri effetti derivanti dalle clausole inserite in formulari utilizzati prima della pronuncia del provvedimento.
5.2.3. La tesi interpretativa seguita dalla corte territoriale, che si inserisce in un orientamento della giurisprudenza di merito non univoco, consente, tuttavia, di attribuire all’azione collettiva quel valore centrale nell’ambito della tutela che la direttiva CEE 93/13 intende apprestare e che le istituzioni comunitarie più volte hanno affermato. Solo infatti se l’inibitoria collettiva è in grado di per sé di impedire che le clausole ritenute vessatorie possano produrre effetti per il futuro può essere ritenuta una forma di tutela efficace ed adeguata (anche dal punto di vista della garanzia di eguaglianza di trattamento) dei diritti dei consumatori, mentre se tale finalità fosse riservata esclusivamente alle azioni individuali, come pretende la ricorrente, la tutela collettiva sarebbe meramente virtuale e teorica e quindi avrebbe un ruolo del tutto trascurabile e secondario nell’ambito degli strumenti a tutela del consumatore.
Né appare convincente l’obiezione secondo cui, se fosse corretta la soluzione data dalla corte territoriale, si verificherebbe un’indebita sostituzione dell’azione collettiva a quella individuale, sia perché quest’ultima resterebbe sempre ammissibile, sia perché la tutela collettiva voluta dalla direttiva CEE ha specificamente la finalità di ovviare alle difficoltà che i consumatori incontrano, sia sul piano dei costi che su quello probatorio, per far valere in giudizio i propri diritti individuali.
Infine, il diritto dell’impresa bancaria di disciplinare i rapporti con i clienti sulla base di contratti standardizzati, che permettono un contenimento dei costi dei servizi, non si pone in contrasto con l’inibizione degli effetti delle clausole stipulate precedentemente all’adozione del provvedimento giudiziario, essendo sufficiente introdurre nei contratti in corso, che resterebbe per il resto conformi agli standard recentemente elaborati e costruirebbero per il futuro standard altrettanto efficaci, le modificazioni necessarie per superare il giudizio di vessatorietà. Sarebbe invece contrario alla lettera e alla ratio della norma (art. 1469 sexies c.c.) consentire che le imprese continuassero a usare le clausole dichiarate vessatorie, esercitando i poteri o giovandosi comunque degli effetti che dalle clausole stesse derivano.
6. In conclusione, dichiarato estinto per rinuncia il giudizio promosso con ricorso dì Banca Fideuram e nel quale sono stati proposti ricorsi incidentali “adesivi” di Banca Popolare Italiana e ABI, debbono essere rigettati i ricorsi principali di Banca Popolare di Milano e di ABI e gli altri ricorsi incidentali dalle stesse proposti.
E’ inammissibile la domanda risarcitoria ai sensi dell’art. 96, 1° comma c.c. formulata da Altroconsumo nella memoria ex art. 378 c.p.c. (cass. 17300/2003), Le spese seguono la soccombenza.
La corte riunisce i ricorsi; dichiara estinto il giudizio su ricorso della Banca Fideuram (r.g. m. 27056/03), con ricorsi incidentali della Banca Popolare di Milano (r.g. n. 30373/03) e dell’ABI (r.g.n. 30778/03 r.g.), compensando le spese tra le parti; rigetta gli altri ricorsi, dichiara inammissibile la domanda ex art. 96 c.p.c. di Altroconsumo e condanna la Banca Popolare di Milano e l’ABI, in solido, al pagamento delle spese di questo giudizio che si liquidano in € 12.100,00 (di cui € 100,00 per esborsi) in favore di ciascuno dei controricorrenti, Cittadinanzattiva e Altroconsumo.
Corte di Cassazione, sez. I Civile, sentenza 13 ottobre – 27 dicembre 2011, n. 28835
Presidente Rovelli – Relatore Cristiano
Nelle notti comprese fra il 30 giugno ed il 3 luglio del 1989, ignoti ladri, penetrati nel caveau dell’agenzia 14 di Roma del Banco di Sicilia s.p.a., trafugarono, fra l’altro, il contenuto delle cassette di sicurezza, lì custodite, nella disponibilità di G.A. , M.C..G. , F..A. , B.A..C. , M..A. , M..P. , A..T.O.P. , G..P. , G.E. , S..P.J.D.G. , I..G. , G.G.L. , F..P. , R.P.M.L. , G..B. , M..S.B. , D..B. , R..S. , S..G. , D.R.C.A. , L..G. , M.A..P. , M.C. , P..G. e Lu..St. . Costoro convennero in giudizio il Banco di Sicilia, per sentirlo condannare al risarcimento dei danni subiti per la perdita dei beni depositati nelle cassette.
Il Tribunale adito, con sentenza non definitiva del 2002, affermò che la convenuta era tenuta a rispondere integralmente dei danni, ma la Corte d’Appello di Roma, con sentenza del 5.5.05, in accoglimento del gravame immediatamente proposto dal Banco di Sicilia contro la decisione, respinse le domande.
La Corte territoriale precisò in premessa che la clausola limitativa della responsabilità invocata dal Banco di Sicilia non influiva sul contenuto del contratto ma, eventualmente, sul quantum del risarcimento e che doveva ritenersi operante pur in assenza della causa di inimputabilità costituita dal fortuito, salva la prova, che in presenza di tale pattuizione gravava sui clienti, che l’evento si era verificato per il concorso di colpa grave della banca. Rilevò quindi che, ai fini dell’affermazione della responsabilità del Banco di Sicilia oltre il massimale indicato in detta clausola, era ininfluente l’argomentazione del Tribunale, secondo cui il furto non poteva essere definito evento incolpevole o caso fortuito, ed occorreva, piuttosto, orientare l’indagine all’accertamento dell’esistenza di condizioni idonee a dimostrare gli estremi della colpa grave nella condotta della banca. Affermò poi che la sussistenza di tale colpa andava fondatamente esclusa alla luce degli elementi di fatto emergenti dalla prova orale acquisita in primo grado e desumibili, ex art. 2727 c.c., dagli atti dell’indagine penale, sostanzialmente travisati o obliterati dal Tribunale.
Ritenne, in particolare, che l’assunto del primo giudice, secondo il quale uno o più dipendenti della banca, seppure non identificati, avevano concorso al reato, perché “altrimenti il furto sarebbe stato impossibile”, costituisse mera petizione di principio, priva di sostegno probatorio.
In risposta a specifici rilievi degli appellati, la Corte territoriale escluse poi che l’obsolescenza dell’impianto potesse trarsi dal contenuto della lettera della ADT del 25.5.81, cui avevano fatto riferimento il ctu ed il primo giudice, dalla quale si desumeva esclusivamente che la ditta si era riservata di sottoporre al Banco di Sicilia un’adeguata quotazione per l’aggiornamento delle centrali di gestione, proponendo nell’immediato un’implementazione del sistema che era stata attuata.
Asserì, infine, che gli elementi di “debolezza” del sistema (passaggio a vista del cavo elettrico per il collegamento con la Questura, mancanza di blindatura delle cassette di sicurezza, scarsa visibilità della televisione a circuito chiuso, presenza di un cono d’ombra rispetto alla telecamera) non giustificavano l’addebito di colpa grave della banca, trattandosi di fattori di scarsa importanza nei meccanismi di difesa del caveau. Concluse, pertanto, che, in tale quadro probatorio, il fatto che i malviventi avessero agito indisturbati per diverse ore, sino alle 23,30 del 2 luglio, eseguendo il furto senza scasso, non denotava, di per sé, particolari negligenze o imprudenze det Banco di Sicilia, quanto piuttosto le capacità delinquenziali dei ladri o, comunque, limiti obiettivi dei sistemi di sicurezza, considerato che l’appellante aveva anche documentato due analoghi fatti criminosi verificatisi alcuni anni dopo, nei quali era emersa l’adozione, da parte degli autori del furto, di sistemi elettronici altamente sofisticati e idonei a neutralizzare gli impianti di allarme, sicché poteva fondatamente ipotizzarsi che anche nel 1989 era stata adottata la medesima tecnica, all’epoca sicuramente inedita, confermandosi, così, che alla banca non poteva addebitarsi altro che una colpa lieve.
P.F. , R. , A. ed An. , eredi di M.L..R.P. , deceduta in corso di causa, e tutti gli altri attori in primo grado, fatta eccezione per St.Lu. (già contumace in grado d’appello), hanno proposto ricorso per la cassazione della sentenza, affidato a quattro motivi ed illustrato da memorie. Il Banco di Sicilia s.p.a. ha resistito con controricorso.
Unicredit s.p.a., in qualità di incorporante del Banco di Sicilia s.p.a., ha depositato memoria.
1) Con il primo motivo, i ricorrenti, denunciando violazione degli artt. 1218, 1229, 1839 e 2697 c.c., lamentano che la Corte territoriale abbia posto a loro carico l’onere della prova della sussistenza della colpa grave della banca. Rilevano che, verificatosi l’evento (furto) che la banca ha contrattualmente l’obbligo di impedire, spetta a quest’ultima di provare l’idoneità della custodia dei locati ed, ancora, del verificarsi del caso fortuito e dell’evento inevitabile.
2) Col secondo motivo, denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 1176 comma 2, 1218, 1229, 1453 e 1455 c.c. nonché vizio di omessa motivazione, i ricorrenti lamentano che, partendo dall’erronea interpretazione delle richiamate norme di legge, la Corte abbia valutato il grado di colpa della banca prescindendo dalla causa e dalla natura del contratto tipico portato al suo esame e dunque dalla natura della principale obbligazione gravante sul banchiere, fornendo una sua propria valutazione della gravità della colpa ascritta alla banca che prescinde dai principi costantemente enunciati in materia dal giudice di legittimità.
In tale contesto, come correttamente rilevato dalla Corte territoriale, la clausola limitativa della responsabilità della banca, in relazione al valore delle cose custodite, integra un patto che si riflette sull’ammontare del debito risarcitorio e non sull’oggetto del contratto e che è soggetto alla disciplina dell’art. 1229 c.c., che ne commina la nullità ove escluda la responsabilità del debitore per dolo o colpa grave.
Tuttavia, in presenza di tale clausola, la questione della distribuzione dell’onere della prova non trova ragione di essere prospettata in termini diversi, rispetto alla disciplina che regola l’inadempimento delle obbligazioni contrattuali, come prevista dall’art. 1218 c.c., in forza del quale è il debitore che, per liberarsi dalla responsabilità, ha l’onere di provare, in caso di inadempimento o ritardo, che l’impossibilità della prestazione è dovuta a causa a lui non imputabile, non essendo sufficiente a dimostrare l’assenza di colpa la prova generica della sua diligenza (Cass. n. 7081/05).
Infatti il citato art. 1228 c.c. va coordinato con l’art. 1218 c.c., che è norma generale del regime processuale della responsabilità contrattuale, in forza della quale la regola della presunzione della responsabilità non trova motivo di essere derogata, in difetto di norme scritte o di ragioni giustificative di una diversa interpreta zio ne dell’art. 1229 c.c. (Cass. n. 7081/05 cit.).
Il giudice d’appello ha dunque errato nell’affermare che, attesa la pattuizione della clausola limitativa della responsabilità del Banco di Sicilia, gravava sui clienti l’onere di provare la ricorrenza della colpa grave dell’istituto.
3.2} Secondo la corretta ripartizione dell’onere di cui all’art. 2697 c.c., spetta dunque alla banca di chiarire le ragioni per le quali il furto è stato possibile nonostante le misure di sicurezza previste e di provare che si tratta di ragioni escludenti una sua condotta gravemente colposa.
In sostanza, in un’ottica volta a verificare il superamento della presunzione posta a carico dell’istituto di credito dall’art. 1839 c.c., l’indagine del giudice del merito deve essere diretta ad accertare se lo stesso abbia fornito dimostrazione positiva di aver adempiuto all’obbligo di garantire la sicurezza dei locali e delle cassette secondo la diligenza professionale richiestagli dall’art. 1176 comma 2 c.c., che gli impone di tenersi aggiornato sull’evoluzione delle specifiche soluzioni studiate allo scopo e di adottarle tempestivamente.
La conclusione alla quale è pervenuta la Corte territoriale – che ha ravvisato una colpa lieve della banca, per non aver previsto e fronteggiato la possibilità che i ladri si dotassero di una strumentazione altamente sofisticata, atta a neutralizzare il sistema d’allarme ed a consentire l’accesso al caveau senza effrazione delle porte corazzate – avrebbe dunque potuto giustificarsi solo nel caso in cui fosse stato concretamente accertato che l’impianto installato dal Banco di Sicilia rispondeva alle più recenti prescrizioni in tema di sicurezza raccomandate dalle ditte operanti nel settore, ciò nonostante (come in effetti ipotizza la sentenza, accennando a limiti obiettivi del sistema) inidonee a garantire un livello di protezione al passo col progredire delle conoscenze tecniche in materia, tuttavia accessibili ad altri soggetti professionalmente attrezzati (quali, come pure presume la sentenza, dovevano essere gli autori del reato).
L’adozione dell’errata regola di giudizio circa la distribuzione dell’onere di cui all’art. 2697 c.c. ha invece indotto il giudice d’appello a ritenere “il complesso delle misure di sicurezza e delle procedure di emergenza previste ed attivate in occasione dell’evento oggettivamente adeguato a tutelare l’intangibilità delle cassette di sicurezza, avuto riguardo alle possibilità tecniche ed ai criteri di esperienza acquisiti all’epoca dei fatti”, in base ad un apprezzamento, per così dire, “capovolto” delle risultanze istruttorie, che, anziché essere indirizzato al predetto accertamento positivo (e dunque alla verifica della effettiva riscontrabilità della diligenza dovuta dalla banca) si è sostanzialmente arrestato alla constatazione che dagli atti non emergeva la prova della colpa grave dell’istituto. Così, ad es., le conclusioni del ctu sono state ritenute scarsamente attendibili in quanto non sorrette da una sufficiente valutazione della situazione di fatto esistente al momento dell’evento, nonostante dovesse imputarsi al Banco di Sicilia di aver disattivato l’impianto e smantellato l’apparato di sicurezza e, dunque, di aver reso estremamente difficoltosa l’indagine demandata al consulente.
Analogamente, è stata ritenuto arbitrario desumere l’obsolescenza dell’impianto da una lettera proveniente da società specializzata, che, già nel 1981, si era riservata di sottoporre al Banco di Sicilia “un’adeguata quotazione., per l’aggiornamento delle centrali di gestione”, laddove, a fronte di tale lettera, sarebbe spettato alla banca di allegare, in via alternativa, di aver provveduto all’aggiornamento o di averlo fondatamente reputato superfluo.