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Timestamp: 2018-08-18 12:08:08+00:00
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Lavoro subordinato, estinzione rapporto, licenziamento individuale, vizi formali, conseguenze, risarcimento danno Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 05/07/2016 n° 13669 | Sindacato FSI
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Lavoro subordinato, estinzione rapporto, licenziamento individuale, vizi formali, conseguenze, risarcimento danno Cassazione Civile, sez. lavoro, sentenza 05/07/2016 n° 13669
Sentenza 5 luglio 2016, n. 13669
EDISUD S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 73 sc. B int. 2, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO AUGUSTO, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
Z.E. C.F. (OMISSIS), domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR, presso LA CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dall’avvocato ETTORE SBARRA, giusta delega in atti;
EDISUD S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 73 se. B int. 2, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO AUGUSTO, che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 4794/2012 della CORTE D’APPELLO di BARI, depositata il 23/11/2012 R.G.N. 6524/2009:
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MATERA Marcello, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di ragione del ricorso principale, rigetto del ricorso incidentale.
Inoltre, rilevava ancora la Corte territoriale, non vi era dimostrazione che Z. avesse lavorato tutte le domeniche, anziché soltanto tre al mese, così come stabilito dal giudice di primo grado; mentre la richiesta di rideterminazione del trattamento economico, sul rilievo dell’insufficienza e inadeguatezza della retribuzione minima contrattuale riferita al “collaboratore fisso” e riconosciuta dal Tribunale nella misura dello scaglione massimo delle “almeno 8 collaborazioni mensili”, era da considerarsi tardiva, secondo quanto già esattamente ritenuto dal Tribunale, poiché proposta solo nelle note conclusive e, quindi, tale da integrare una inammissibile mutatio libelli.
Con il primo motivo la ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2094 c.c. , non avendo la sentenza considerato che il giornalista, pur nel quadro della “subordinazione attenuata” che ne caratterizza Il rapporto, è comunque tenuto ad essere costantemente disponibile per assolvere le esigenze dell’azienda e per eseguire le direttive datoriali e che tale elemento è necessario a ritenere dimostrato quello stabile inserimento nell’organizzazione aziendale che configura l’essenza della subordinazione, anche in difetto dei suoi elementi tipici e tradizionali.
Con il secondo motivo la società denuncia la nullità della sentenza ( art. 360 c.p.c. , n. 4) nella parte in cui, pur in presenza di espressa deduzione sul punto, ha ritenuto che non fosse stata gravata dall’appellante la sentenza di primo grado laddove aveva accertato l’avvenuta realizzazione, da parte del lavoratore, di complessivi 1330 articoli nel corso di quattro anni e mezzo; denuncia ancora, nell’ambito del medesimo motivo, che la sentenza si è limitata a considerare il solo numero di articoli indicato nella pronuncia di primo grado per desumerne incongruamente, sulla base di una media giornaliera, la quotidianità dell’attività prestata dal lavoratore.
Con i motivi quarto, quinto, sesto e settimo la società denuncia il vizio di cui all’art. 360 c.p.c. , n. 5 per avere la sentenza omesso di esaminare fatti decisivi per il giudizio, quali rispettivamente: – l’esecuzione della collaborazione in stretta connessione con gli eventi sportivi, che Z. era incaricato di seguire e sui quali redigeva gli articoli, a riprova che non vi era persistenza di impegno tra una prestazione e l’altra e che, risultando la pubblicazione dei pezzi connessa all’oggetto dello specifico settore seguito (le partite e gli incontri delle varie discipline sportive), essa non indicava una generale e più ampia messa a disposizione delle energie lavorative; – la circostanza che i fatti riferiti dai testi, su ogni elemento oggetto di indagine (cura e responsabilità di una rubrica settimanale; attività di impaginazione, di scelta del corredo fotografico e di impostazione grafica; frequenza della redazione; disponibilità di una postazione lavorativa e utilizzo degli strumenti aziendali; modalità di compenso e di verifica delle prestazioni), risultassero decisivi in senso negativo rispetto alla tesi della connotazione subordinata del rapporto, con la conseguenza che la Corte era giunta alle proprie diverse ed erronee conclusioni prescindendo dall’esame di elementi rilevanti e univoci; – il fatto che Z. frequentasse la redazione sportiva non solo in assenza di qualsivoglia obbligo o richiesta, ma contro le direttive emanate dal Direttore e comunque nella sua Inconsapevolezza; – la buona fede del datore di lavoro circa la natura autonoma del rapporto, peraltro erroneamente trascurata dalla Corte di appello sul rilievo della sua irrilevanza a fronte dell’avvenuto l’accertamento della natura subordinata del rapporto.
Con l’ottavo motivo la ricorrente principale denuncia violazione e falsa applicazione della L. n. 604 del 1966, art. 2 ed il vizio di ultrapetizione ( art. 360 c.p.c. , nn. 3 e 4) per avere la sentenza, dopo avere qualificato la cessazione del rapporto di lavoro in termini di licenziamento orale, ritenuto “automatica” la conseguenza dell’obbligo del pagamento delle retribuzioni dalla data del recesso alla riammissione in servizio e ciò oltre la stessa prospettazione del lavoratore, che aveva fatto decorrere il proprio diritto alle retribuzioni dalla formale offerta delle prestazioni e che, proponendo appello incidentale, aveva specificamente censurato la sentenza di primo grado nella parte in cui aveva disconosciuto l’esistenza di una tale offerta, non ravvisandola nelle missive depositate.
Con il primo motivo del proprio ricorso incidentale Z.E. denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2103 c.c. e degli artt. 1, 2 e 7 e Allegato A CCNL giornalisti 11/4/2001 nonché insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per avere la sentenza escluso lo svolgimento delle mansioni di redattore nonostante l’avvenuto accertamento proprio degli elementi (la quotidianità della prestazione e la responsabilità esclusiva del servizio relativo al settore sportivo) decisivi per qualificare in tal senso l’attività.
Con il secondo motivo il ricorrente incidentale denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 19 CCNL giornalisti nonché insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, per avere la sentenza affermato la mancanza di univoca prova In ordine all’esecuzione di attività per ogni domenica del mese, e così limitando erroneamente le maggiorazioni per il lavoro domenicale a sole tre domeniche al mese, mentre vari testi avevano riferito che il ricorrente lavorava in primo luogo di domenica, occupandosi di discipline sportive che si svolgono in tale giornata.
Con il terzo motivo il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 36 Cost. , art. 1419 c.c. , comma 2, art. 112 c.p.c. e art. 2 CCNL giornalisti, nonché il vizio di insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, sul rilievo che la sentenza non gli aveva riconosciuto una retribuzione proporzionata all’impegno e alle caratteristiche dell’attività effettivamente svolta, ritenendo che l’adeguamento retributivo richiesto costituisse una irrituale mutatio libelli.
Esso, infatti, per ciò che attiene al profilo della inammissibilità, trascura di enucleare dal corpo motivazionale della sentenza impugnata le parti che si porrebbero in contrasto con l’esatta applicazione dell’art. 2094 c.c. e con i principi su di esso elaborati dalla giurisprudenza di legittimità, omettendo una critica specifica; né, a tal fine, può ritenersi idonea e sufficiente l’elencazione dei punti (4), sui quali, ad avviso della ricorrente, si sarebbe erroneamente formato il convincimento della Corte sullo stabile inserimento del lavoratore nell’organizzazione dell’azienda editoriale (cfr. ricorso, p. 12): punti che, oltre a rappresentare una mera sintesi “tematica” funzionale alla tesi proposta, non tengono conto dell’ampiezza e complessità dell’accertamento compiuto dal giudice di merito, il quale ha valutato l’insieme degli indici fattuali offerti dall’analisi del caso di specie e così, fra gli altri, Il dato della continuità della prestazione, che è situazione ben diversa dal numero degli articoli prodotti e non coincidente, in tutta evidenza, con la “frequenza” della redazione, e quello dello svolgimento delle attività di scelta del corredo fotografico, di impaginazione e di impostazione grafica dell’articolo, in costante interrelazione con la redazione sportiva.
Su tali premesse, il motivo si rivela anche infondato, non essendo dubbio che la sentenza si sia uniformata alla giurisprudenza di questa Corte, la quale ha di recente ribadito (Cass. 7 ottobre 2013 n. 22785) che “in materia di attività giornalistica, la qualificazione dei rapporto di lavoro intercorso tra le parti come autonomo o subordinato deve considerare che, in tale ambito, il carattere della subordinazione risulta attenuato per la creatività e la particolare autonomia qualificanti la prestazione lavorativa, nonché per la natura prettamente intellettuale dell’attività stessa, con la conseguenza che, ai fini della individuazione del vincolo, rileva specificamente l’Inserimento continuativo ed organico delle prestazioni nell’organizzazione di impresa”; con la precisazione che nel giudizio di cassazione “è sindacabile solo la determinazione del criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto, mentre costituisce accertamento di fatto – incensurabile In tale sede ove congruamente motivata – la relativa valutazione”.
Ove, invece, il motivo in esame si proponga di contestare la motivazione sul piano della congruenza e della completezza, come lascia ritenere la parte espositiva che lo sostiene, al di là della rubrica e del richiamo, che vi è contenuto, all’art. 360 c.p.c. , n. 4, esso non si sottrae al rilievo che investe anche i motivi successivi fino al settimo e cioè di aderire allo schema normativo di cui all’art. 360, n. 5 nella versione anteriore alla modifica introdotta con il D.L. 22 giugno 2012, n. 83 , convertito in L. 7 agosto 2012, n. 134 , pur in presenza di sentenza di appello depositata in data 23/11/2012 e, pertanto, posteriore all’entrata in vigore della modifica (11 settembre 2012).
Come precisato da questa Corte a Sezioni Unite con le sentenze 7 aprile 2014 n. 8053 e n. 8054, l’art. 360 c.p.c. , n. 5, così come riformulato a seguito della novella legislativa, configura un vizio specifico denunciabile per cassazione, costituito dall’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (e cioè che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia); con la conseguenza che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c. , comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c. , comma 2, n. 4, il ricorrente è tenuto ad indicare il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il come e il quando tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua decisività, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, Il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.
Nella specie, risulta che i fatti, in relazione ai quali il ricorrente, con i motivi in esame, censura la sentenza Impugnata, hanno formato oggetto di specifica valutazione da parte della Corte di appello di Bari; né il ricorrente ha ottemperato in alcun modo agli oneri di deduzione richiesti dalla nuova formulazione dell’art. 360, n. 5, come precisati dalla giurisprudenza di legittimità sopra richiamata.
“tuttavia, vertendosi in tema di contratto a prestazioni corrispettive, l’inidoneità del licenziamento ad incidere sulla continuità del rapporto di lavoro non comporta il diritto del lavoratore alla corresponsione delle retribuzioni maturate dal giorno del licenziamento inefficace, bensì solo il risarcimento del danno da determinarsi secondo le regole in materia di inadempimento delle obbligazioni” (Sezioni Unite, 27 luglio 1999 n. 508). Conformi: Cass. n 7008/2000; n. 7382/2000; n. 9187/2000; n. 6879/2001; n. 2392/2003; n. 12079/2003; n. 11670/2006; n. 19344/2007; n. 18844/2010.
In particolare, con quest’ultima pronuncia la Corte ha ribadito (cfr. Cass. 19 maggio 2001 n. 6879) che “il licenziamento affetto da uno dei vizi formali di cui alla L. n. 604 del 1966, art. 2 e succ. mod. non produce effetti sulla continuità del rapporto, che deve pertanto considerarsi mal interrotto. Per i rapporti non rientranti nell’area della tutela reale, la conseguenza di tale continuità consiste nel fatto che il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno, determinabile secondo le regole In materia di inadempimento delle obbligazioni, anche facendo eventualmente riferimento alle retribuzioni perdute ma sempre considerando che la natura sinallagmatica del rapporto richiede, ai fini dell’adempimento dell’obbligazione retributiva, che siano messe a disposizione le operae e, cioè, l’offerta della prestazione lavorativa”.
Ed invero essi, pur formulando censure di violazione e falsa applicazione di norme di diritto e del CCNL giornalisti, omettono di fare oggetto la sentenza di rilievi specifici, chiarendo dove e in quali termini, nel percorso logico-giuridico seguito dalla Corte, il vizio denunciato avrebbe trovato realizzazione, tendendo in modo scoperto a provocare un riesame della controversia con riferimento alla qualificazione del rapporto come di collaboratore fisso (anziché di redattore, peraltro correttamente esclusa dalla Corte di appello alla stregua di consolidato orientamento: cfr. per tutte Cass. 27 marzo 1998 n. 3272 e, più di recente, Cass. 20 agosto 2003 n. 12252) e all’attribuzione del compenso per lavoro domenicale in ragione di tre sole domeniche al mese (anziché per tutte); mentre laddove denunciano il vizio di cui all’art. 360, n. 5 non si sottraggono anch’essi alle stesse considerazioni (di non conformità al nuovo assetto del vizio “motivazionale”) già esposte a proposito di plurimi motivi del ricorso principale.
A fronte di domande così articolate, risulta esatta e del tutto condivisibile la sentenza impugnata là dove, confermando sul punto la pronuncia di primo grado, ha ritenuto tardiva, poiché proposta soltanto nelle note conclusive depositate avanti al Tribunale e quindi integrante una inammissibile mutatio libelli, la diversa richiesta di riconoscimento di una retribuzione adeguatamente rapportata all’impegno di frequenza, al numero delle collaborazioni e all’importanza delle materie trattate; né il ricorrente incidentale, con il motivo In esame ha censurato, come pur necessario, la sentenza là dove questa, prima di ogni ulteriore considerazione, ha ritenuto che la statuizione del giudice di prime cure, circa l’inammissibile ampliamento del petitum integrato da tale ulteriore domanda, non avesse formato oggetto di censura da parte del lavoratore.