Source: https://bertocchi.law/2014/03/31/sicurezza-sul-lavoro-e-obblighi-imprenditore/
Timestamp: 2018-03-20 23:27:10+00:00
Document Index: 8087031

Matched Legal Cases: ['art. 2087', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 1218', 'art. 1218', 'art. 2087', 'sentenza ', 'art. 2087']

Sicurezza sul lavoro e obblighi dell'imprenditore | Avv. Matteo Bertocchi
Pubblicato il marzo 31, 2014 di Martina Bolis
Sicurezza sul lavoro e obblighi dell’imprenditore
L’art. 2087 c.c. statuisce che “L’imprenditore è tenuto ad adottare nell’esercizio dell’impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro”.
Il rispetto di tale norma non può tradursi in un obbligo per il datore di lavoro di garantire che l’ambiente di lavoro sia completamente privo di rischi, qualora il rischio costituito da un determinato tipo di lavorazione o dalla presenza di un attrezzatura non possa essere eliminato.
Allo stesso modo, non può pretendersi che il datore di lavoro adotti delle misure di prevenzione atte a far fronte a dei rischi e degli infortuni non ragionevolmente ipotizzabili.
Infatti, sostenere il contrario significherebbe porre una responsabilità oggettiva in capo a tale soggetto.
Il principio sopra riportato è stato espresso dalla Corte di Cassazione Civile, nella recente sentenza 1312/2014.
Dott. V.G. – Presidente –
Dott. B.G. – Consigliere –
Dott. M.A. – Consigliere –
Dott. M.C. – rel. Consigliere –
Dott. T.I. – Consigliere –
sul ricorso 21743-2010 proposto da:
C.L. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, VIA D., presso lo studio dell’avvocato D.V., che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
CARIGE ASSICURAZIONI S.P.A. C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA C., presso lo studio dell’avvocato M.F.A., che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;
CI.GI.;
avverso la sentenza n. 822/2010 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 25/06/2010 R.G.N. 811/2009;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 22/10/2013 dal Consigliere Dott. C.M.;
udito l’Avvocato D.V.;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. F.C. che ha concluso per il rigetto del ricorso.
La Corte di appello, giudice del lavoro, di L’Aquila, con sentenza n. 822/2010 del 25/6/2010, decidendo sull’appello proposto da C.L. nei confronti di Ci.Gi. e della Carige Assicurazioni S.p.A. (chiamata in garanzia dal Ci.) nonchè sull’appello incidentale proposto da quest’ultima società, confermava la pronuncia del Tribunale di Pescara che aveva rigettato la domanda del C. diretta ad ottenere il riconoscimento del suo diritto al pagamento della somma di Euro 1.321.183,00 a titolo di danno biologico differenziale, danno morale e danno alla vita di relazione in relazione all’infortunio sul lavoro occorsogli in data 3/12/2001, mentre si trovava alla guida di un autoarticolato, essendo addetto al trasporto di un carico di ferro diretto in una località in provincia di Arezzo, ed a seguito del quale aveva riportato lesioni gravissime. Riteneva la Corte territoriale che, conformemente a quanto sul punto deciso dal Tribunale, fosse da escludere una responsabilità civile addebitabile al Ce. sotto entrambi i profili dedotti in sede di ricorso introduttivo e cioè sotto quello della cattiva manutenzione dell’automezzo e sotto quello dell’omessa informazione all’autista delle strade da percorrere. Quanto al primo, evidenziava come la consulenza tecnica svolta in sede penale avesse escluso che il sistema frenante dell’autoarticolato, pur non ottimale, avesse un’efficienza inferiore ai limiti previsti per la revisione ed avesse altresì accertato che lo spessore dei ferodi era sufficiente a garantire un’adeguata frenatura. Quanto al secondo, riteneva che l’obbligo del datore di lavoro esercente un’impresa di autotrasporto non potesse spingersi fino a richiedergli di accertare le caratteristiche delle strade al fine di consigliare l’utilizzo di quella meno pericolosa. Evidenziava che il sinistro in questione non si sarebbe verificato se l’autista avesse operato correttamente, ossia evitando frenate ripetute ed utilizzando le marce basse adeguate, comportamento questo che aveva determinato il surriscaldamento delle parti di attrito ed una perdita di aria compressa sul circuito frenante che avevano reso lo stesso inefficiente.
1. Con l’unico motivo il ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 cod. civ., del D.Lgs. n. 626 del 1994, artt. 34 e 35, dell’art. 1218 cod. civ. nonchè contraddittorietà della motivazione”. Si duole del fatto che la Corte territoriale abbia ritenuto di fatto sussistente nel caso di specie una sorta di rischio elettivo, intendendosi per tale – a mente di Cass. 22 febbraio 2012, n. 2642 – quello che, estraneo e non attinente all’attività lavorativa, sia dovuto ad una scelta arbitraria del lavoratore, il quale crei ed affronti volutamente, in base a ragioni o ad impulsi personali, una situazione diversa da quella inerente alla attività lavorativa, ponendo così in essere una causa interruttiva di ogni nesso tra lavoro, rischio ed evento. Ciò peraltro in contrasto con il riconoscimento da parte dell’I.N.A.I.L. dell’infortunio sul lavoro. Si duole del fatto che la Corte territoriale, pur avendo riscontrato il funzionamento del 68% dell’impianto frenante del trattore, e dunque un funzionamento non ottimale, non ha tratto da tale circostanza le dovute conseguenze.
Rileva che, come evidenziato dal c.t.u., tale funzionamento non ottimale aveva comportato che il rimorchio, invece di rallentare la corsa un attimo prima del trattore, aveva esercitato su quest’ultimo una spinta, compromettendone la traiettoria.
Come è noto, infatti, il lavoratore che agisca nei confronti del datore di lavoro per il risarcimento del danno patito a seguito di infortunio sul lavoro, seppure non debba provare la colpa del datore di lavoro, nei cui confronti opera la presunzione posta dall’art. 1218 cod. civ. è pur sempre onerato, in base al principio generale affermato da Cass. S.U. 30 ottobre 2001, n. 13533, della prova del fatto costituente l’inadempimento e del nesso di causalità materiale tra l’inadempimento e il danno (cfr. Cass. 19 luglio 2007, n. 16003).
Infatti, soltanto “una volta provato l’inadempimento consistente nell’inesatta esecuzione della prestazione di sicurezza nonchè la correlazione fra tale inadempimento ed il danno, la prova che tutto era stato approntato ai fini dell’osservanza del precetto dell’art. 2087 cod. civ. e che gli esiti dannosi erano stati determinati da un evento imprevisto e imprevedibile deve essere fornita dal datore di lavoro” (v. Cass. 8 maggio 2007, n. 10441). La prova liberatoria a carico del datore di lavoro va, poi, generalmente correlata alla quantificazione della diligenza ritenuta esigibile, nella predisposizione delle misure di sicurezza, imponendosi, di norma, allo stesso l’onere di provare l’adozione di comportamenti specifici i quali, ancorchè non risultino dettati dalla legge (o altra fonte equiparata), siano suggeriti da conoscenze sperimentali e tecniche, dagli “standard” di sicurezza normalmente osservati o trovino riferimento in altre fonti analoghe (Cass. 24 febbraio 2006, n. 4148;
id. 25 maggio 2006, n. 12445; 24 luglio 2006, n. 16881; 27 luglio 2010, n. 17547).
Quanto al primo rilievo, va ricordato che la deduzione con il ricorso per cassazione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata non conferisce al Giudice di legittimità il potere di riesaminare il merito della vicenda processuale, bensì la sola facoltà di controllo della correttezza giuridica e della coerenza logica delle argomentazioni svolte dal Giudice del merito, non essendo consentito alla Corte di cassazione di procedere ad una autonoma valutazione delle risultanze probatorie, sicchè le censure concernenti il vizio di motivazione non possono risolversi nel sollecitare una lettura delle emergenze processuali diversa da quella accolta dal Giudice del merito (vedi, tra le tante: Cass. 20 aprile 2011, n. 9043; id. 13 gennaio 2011, n. 313; 3 gennaio 2011, n. 37; 3 ottobre 2007, n. 20731; 21 agosto 2006, n. 18214; 16 febbraio 2006, n. 3436; 27 aprile 2005, n. 8718).
Nè è possibile far valere con il vizio di motivazione la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, prospettare un preteso migliore e più appagante coordinamento dei dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito di discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento (così Cass. 26 marzo 2010, n. 7394).
Inoltre, contrariamente a quanto lamentato dal ricorrente, la Corte territoriale ha debitamente considerato tutte le circostanze emerse nell’ambito della ricostruzione fattuale dell’infortunio occorso al C..
Quanto al primo aspetto ha valorizzato le circostanze, emerse dalla consulenza tecnica svolta in sede penale, che il sistema frenante dell’autoarticolato, pur non ottimale, avesse un’efficienza superiore ai limiti previsti per la revisione e che lo spessore dei ferodi fosse idoneo a garantire un’adeguata frenatura. Così ha ritenuto che l’inefficienza del sistema frenante determinatasi nel caso concreto non fosse imputabile alle condizioni del sistema stesso bensì ad una condotta di guida non appropriata, caratterizzata da frenate ripetute, dal mancato utilizzo delle marce basse e del freno motore.
Quanto al secondo aspetto, ha ritenuto che l’obbligo del datore di lavoro esercente un’impresa di autotrasporto non potesse spingersi fino a richiedergli di accertare le caratteristiche delle strade al fine di consigliare l’utilizzo di quella meno pericolosa. Sotto entrambi i profili, dunque, la diligenza esigibile è stata correttamente misurata in relazione a quello che si poteva pretendere dal datore di lavoro nel caso concreto in cui l’automezzo (avente una efficienza del sistema frenante pari al 68% e, dunque, superiore ai limiti richiesti dalla normativa per la revisione degli autoveicoli) era stato affidato a chi, in ragione delle conoscenze e competenze connaturate alla qualifica di autista, avrebbe dovuto porre in essere una condotta di guida consona rispetto alla tipologia del mezzo stesso ed alle condizioni della strada da percorrere ed avrebbe altresì dovuto essere in grado di valutare autonomamente il percorso consigliabile.
Le suddette considerazioni reggono alle censure del ricorrente sol che si consideri che la diligenza richiesta è, come detto, esclusivamente quella esigibile per essere l’infortunio ricollegabile ad un comportamento colpevole del datore di lavoro, alla violazione di un obbligo di sicurezza, alla mancata predisposizione di misure idonee a prevenire ragioni di danno per i propri dipendenti. Così, come non può accollarsi al datore di lavoro l’obbligo di garantire un ambiente di lavoro a “rischio zero” quando di per sè il rischio di una lavorazione o di una attrezzatura non sia eliminabile, egualmente non può pretendersi l’adozione di accorgimenti per fronteggiare evenienze infortunistiche ragionevolmente impensabili.
Diversamente vi sarebbe una responsabilità oggettiva in quanto attribuita quando la diligenza richiesta sia stata già soddisfatta (al pari del caso in cui una prestazione sia ineseguibile o la diligenza richiesta non sia più esigibile). Si veda anche la recente Cass. 17 aprile 2012, n. 6002 secondo cui: “L’obbligo di prevenzione di cui all’art. 2087 c.c., che non configura una ipotesi di responsabilità oggettiva, impone al datore di lavoro di adottare non solo le particolari misure tassativamente imposte dalla legge in relazione allo specifico tipo di attività esercitata e quelle generiche dettate dalla comune prudenza, ma anche tutte le altre che in concreto si rendano necessarie per la tutela del lavoratore in base all’esperienza e alla tecnica; tuttavia, da detta norma non può desumersi la prescrizione di un obbligo assoluto di rispettare ogni cautela possibile ed innominata diretta ad evitare qualsiasi danno, con la conseguenza di ritenere automatica la responsabilità del datore di lavoro ogni volta che il danno si sia verificato, occorrendo invece che l’evento sia riferibile a sua colpa, dal momento che la colpa costituisce, comunque, elemento della responsabilità contrattuale del datore di lavoro”.
Ne deriva che l’infortunio di cui trattasi, ancorchè indennizzabile (ed indennizzato), non è, tuttavia, risarcibile.
Nulla va disposto per le spese nei confronti di Ci.Gi.
che non ha svolto attività difensiva, in questa sede.
La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese nei confronti della Carige Assicurazioni S.p.A.; nulla per le spese nei confronti di Ci.Gi..
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