Source: https://www.ildubbio.news/tag/cassazione/
Timestamp: 2020-08-12 23:02:54+00:00
Document Index: 8561918

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 47', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'art. 30', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

carcere Damiano Aliprandi	5 Aug 2020 09:45 CEST
La Cassazione, per la prima volta, apre ai domiciliari per i detenuti con problemi psichiatrici. Questa è la prima sentenza dopo la decisione della Corte costituzionale che ha equiparato il disagio fisico con quello mentale. Nel caso specifico parliamo di un detenuto con un disturbo ossessivo- compulsivo con la patologia bipolare dell’umore, al momento in fase depressiva. Quindi non poteva continuare a vivere in un contesto come quello carcerario senza patire un gravissimo disagio sul piano psicologico, acuito dalla impossibilità di adottare i necessari interventi psicoterapici. La Prima Sezione penale, sentenza del 3 agosto scorso, ha così accolto, con rinvio, la richiesta del recluso per un cumulo di pene, da 5 anni e mezzo ed affetto da una grave disturbo ossessivo compulsivo accertato da un medico psichiatra ed in precedenza riconosciuto anche da un altro tribunale di sorveglianza che gli aveva concesso di scontare il residuo pena ai domiciliari.
Tornato in carcere per altri reati, si era nuovamente rivolto al giudice ed al Tribunale di sorveglianza che però non hanno ravvisato ragioni per il rinvio dell’esecuzione della pena (o domiciliari), «atteso che lo stato morboso, non definibile come grave, non comportava una certa prognosi infausta quoad vitam, né risultava che egli potesse giovarsi, in libertà, di cure e trattamenti sanitari non praticabili in detenzione» . Né tantomeno l’espiazione della pena «si palesava in contrasto con il senso di umanità». Tutt’altro il quadro offerto dalla difesa secondo cui il Tribunale aveva del tutto ignorato la perizia dello psichiatra che aveva dato conto di una situazione clinica «incompatibile con la protrazione dello stato di restrizione intramuraria».
Secondo la Cassazione, la relazione non è stata presa in considerazione ai fini della doppia valutazione avente ad oggetto il differimento della pena e l’ipotesi di detenzione domiciliare a esso connessa, nonostante che, una volta esteso il “thema decidendum” da parte del magistrato di Sorveglianza in sede provvisoria, anche quel contributo conoscitivo avrebbe dovuto essere valutato in relazione agli ulteriori profili oggetto di decisione, in specie dopo che la Corte costituzionale, con la sentenza del 19 aprile 2019, ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 47-ter, comma 1-ter dell’ordinamento penitenziario nella parte in cui non prevede che, in caso di grave infermità psichica sopravvenuta, il Tribunale di sorveglianza possa disporre la detenzione domiciliare anche in deroga ai limiti di pena. «
In proposito – scrive la Cassazione – va, infatti, osservato che per effetto della cennata pronuncia è ora possibile concedere, alla persona affetta da gravi problematiche psichiatriche, la misura della detenzione domiciliare, la cui applicazione deve essere valutata all’esito di un articolato giudizio nel quale devono confluire, alla luce della ratio dell’istituto e della ridefinizione del suo perimetro conseguente alla declaratoria di incostituzionalità, il dato relativo alla incidenza sulle condizioni psichiche della protrazione della detenzione, quello attinente agli interventi terapeutici non efficacemente esperibili all’interno del carcere e, infine, quello concernente la attuale pericolosità sociale». Per questo motivo la cassazione ha accolto il ricorso, annullando l’ordinanza e rinvia al tribunale di sorveglianza de L’Aquila per un nuovo giudizio.
Giustizia Giovanni M. Jacobazzi	5 Aug 2020 09:00 CEST
La sospensione cautelare per il magistrato può essere “sine die”. Lo hanno deciso le Sezioni unite della Cassazione con una ordinanza del 16 luglio scorso. Il caso era stato sollevato dall’ex pm ed ex parlamentare di Forza Italia Alfonso Papa. Il magistrato era stato indagato, insieme a Luigi Bisignani, nel giugno 2011 con l’accusa di favoreggiamento, concussione e rivelazione di segreto d’ufficio nell’ambito dell’inchiesta napoletana condotta dal pm Henry John Woodcock sull’associazione P4. Condannato in primo grado, alcune condotte erano state dichiarate prescritte in appello. Nel 2014 era stato nuovamente indagato per concussione sempre dalla Procura di Napoli. La Sezione disciplinare del Csm aveva subito disposto nei suoi confronti la sospensione cautelare dalle funzioni e dallo stipendio ed il collocamento fuori dal ruolo organico della magistratura.
L’ex pm aveva chiesto, senza successo, alla Sezione disciplinare di voler dichiarare l’inefficacia della sospensione cautelare per decorrenza del termine di cinque anni di durata massima previsto dalla legge. La Corte di Cassazione, nel rigettare il ricorso di Papa avverso la pronuncia della Sezione disciplinare, ha affermato che “la specificità dello status di magistrato e delle funzioni dallo stesso esercitate giustifica ampiamente, anche nella fase cautelare, una disciplina più rigorosa rispetto a quella dettata per gli altri pubblici impiegati, essendo necessario tutelare soprattutto il dovere e l’immagine di imparzialità e la connessa esigenza di credibilità nell’esercizio delle funzioni giurisdizionali”.
Infatti, dopo aver evidenziato che la disciplina assicura che la sospensione cautelare obbligatoria sia mantenuta fin quanto permangano i presupposti della sospensione facoltativa, ha sottolineato che il magistrato era stato condannato in primo grado alla pena di 4 anni e 6 mesi di reclusione e che tale condanna rafforzava le esigenze cautelari in quanto l’eventuale condanna definitiva per i gravi reati commessi avrebbe avuto valore di cosa giudicata nel giudizio disciplinare quanto all’accertamento della sussistenza del fatto, della sua illiceità penale e della sua attribuibilità all’incolpato’. Il tipo di reati per i quali Papa era stato condannato in primo grado comportava di per sé «la grave menomazione del prestigio dell’ordine giudiziario, legittimando la persistenza della misura cautelare della sospensione dalle funzioni». In conclusione, per i giudici di piazza Cavour, la Sezione disciplinare del Csm aveva congruamente motivato, senza incorrere in vizi logici e giuridici, «le ragioni del diniego della revoca della sospensione cautelare obbligatoria originariamente disposta».
Giustizia 17 Jul 2020 10:42 CEST
L’ex primo cittadino di Pizzo Calabro si trovava in carcere da dicembre, su richiesta della Dda di Catanzaro. L’accusa: concorso esterno, turbativa d�…
Quasi sette mesi dopo l’arresto, torna in libertà l’ex sindaco di Pizzo Calabro Gianluca Callipo, in carcere da dicembre a seguito del maxi-blitz “Rinascita-Scott”, della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.A deciderlo, questa mattina, è stata la Cassazione, che ha accolto il ricorso proposto dai difensori Francesco Gambardella, Armando Veneto, Clara Veneto, Vincenzo Trungadi per mancanza di gravi indizi di colpevolezza. Callipo è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa, turbativa d’asta e abuso d’ufficio che avrebbe commesso in concorso con lo zio Maurizio Fiumara. A queste accuse, alla conclusione delle indagini, si è aggiunta quella di corruzione elettorale, per la quale risponde a piede libero.
La Procura generale della Cassazione aveva chiesto l’annullamento con rinvio per entrambe le accuse, ma gli Ermellini hanno annullato senza rinvio, consentendo così a Callipo di lasciare il carcere.
L’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa si fonda sui presunti rapporti e favori con il clan di Pizzo, guidato nelle ipotesi da Salvatore Mazzotta, e il clan Gasparro-Razionale di San Gregorio d’Ippona interessato alla gestione del ristorante “Mocambo”, a Pizzo Calabro. Per la Dda, Callipo avrebbe contribuito, pur senza farne formalmente parte, al rafforzamento della “locale” di ‘ndrangheta di San Gregorio, Fiarè-Razionale-Gasparro, e della ‘ndrina di Pizzo.
Nella duplice veste di imprenditore alberghiero e sindaco, l’ex sindaco – dimissionario dopo l’arresto – avrebbe fornito «uno stabile contributo alla vita dell’associazione mafiosa». Sarebbe quindi stato «in diretto contatto con i vertici delle due organizzazioni criminale operanti a Pizzo e a San Gregorio d’Ippona ponendosi quale riferimento per il sodalizio nella risoluzione di problematiche inerenti alla propria funzione di sindaco». In questo modo, avrebbe promosso «gli interessi dell’organizzazione e favorito anche nell’adozione o meno di specifici provvedimenti, personaggi intranei o vicini al sodalizio criminale, comunque garantendo, in caso di necessità, il suo appoggio all’organizzazione, omettendo i dovuti controlli sulle attività di interesse delle consorterie».
Giustizia 15 Jul 2020 15:13 CEST
Il plenum del Csm, riunito a Palazzo dei Marescialli dopo la seduta al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha eletto nuovo…
Il plenum del Csm, riunito a Palazzo dei Marescialli dopo la seduta al Quirinale con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ha eletto nuovo presidente aggiunto della Cassazione Margherita Cassano, attuale presidente della Corte d’Appello di Firenze. La delibera per la nomina, proposta all’unanimita’ dalla Commissione incarichi direttivi, e’ passata con la sola astensione del consigliere laico Stefano Cavanna (Lega). Per la prima volta ai ruoli di vertice della Cassazione arriva dunque una donna Cassano, 64 anni, e’ in magistratura dal 1980. Anche il vice presidente del Csm, David Ermini, che solitamente non vota, si e’ espresso a favore. Poche ore prima, durante il plenum al Quirinale, Pietro Curzio e’ stato nominato primo presidente della Suprema Corte. Apprezzamento per la nomina di Margherita Cassano e’ stato espresso da parte del consigliere laico del Csm Filippo Donati “per il sentimento diffuso di stima da parte del foro Toscano” e per “le eccezionali doti umane. Avere una donna che emerge in Cassazione – ha aggiunto- e’ un orgoglio per tutti noi”.
La togata Paola Braggion ha sottolineato: “La sua nomina porta onore a tutta la magistratura, soprattutto in questo momento delicato. Da magistrato donna lasciatemi esprimere la grande soddisfazione per questa nomina perche’ per la prima volta un Cassazione donna arriva a ricoprire un ruolo cosi’ importante per la Corte di Cassazione e per tutta la magistratura. Sara’, come e’ sempre stata, un modello ed un esempio di preparazione e competenza, e sapra’, come ha fatto in passato, coniugare al meglio le grandissime doti professionali e organizzative a quella amabilita’ non disgiunta da ferma determinazione che la caratterizza”.
Cronaca 3 Jul 2020 10:03 CEST
In fuga dopo la condanna: dopo la pronuncia di ieri della Cassazione, che ha confermato la condanna a 30 di carcere, non si hanno più tracce di Graziano Mesina, ex primula rossa del banditismo sardo. Quando i carabinieri ieri sera sono andati a notificare la decisione e accompagnare Mesina in carcere, di lui non c’era già più traccia nella sua casa di Orgosolo, dove era tornato a vivere in libertà un anno fa per decorrenza dei termini. È condannato per traffico internazionale di droga.
L’ex ergastolano non aveva l’obbligo di firma ma quello di dimora a Orgosolo (Nuoro), il suo paese. Mesina, 78 anni, era stato condannato per omicidio, quand’era giovane, e poi perché ritenuto responsabile di una serie di sequestri di persona, messi in atto tra gli anni ’60 e ’80.
Per lui una lunga detenzione sempre interrotta tuttavia da una serie di evasioni, tra cui quelle dalle carceri di Nuoro, Sassari e Lecce. Nel 1992, quando era in libertà condizionale, fu protagonista dell’opera di mediazione con i banditi che portò alla liberazione Farouk Kassam, il bambino di sette anni sequestrato in Costa Smeralda, e del cui delitto sarà accusato e condannato l’ex latitante di Lula, Matteo Boe.
Nel 2004, anche in seguito al ruolo, seppur controverso per la diversa lettura dei fatti con le forze dell’ordine, avuto nella liberazione del piccolo Farouk, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi gli concedette la grazia, controfirmata dall’allora ministro della Giustizia, Roberto Castelli. Da uomo finalmente libero Mesina è ritornato a vivere nel suo paese, dove si dedicava all’attività di guida turistica, portando i visitatori nel Supramonte e in particolare nei luoghi dove erano accaduti alcuni conflitti a fuoco con le forze dell’ordine, che l’avevano visto protagonista.
Tra i quali quello del 1967, a Osposidda, tra Orgosolo e Oliena, dove rimase ucciso il legionario spagnolo Miguel Atienza, scappato con Mesina dalle vecchie carceri di Sassari. Nella sparatoria furono colpiti a morte anche due carabinieri. Per quelle morti l’ex Primula rossa del Supramonte era stata assolta.
Cricenti, consigliere della Cassazione: «È un fenomeno diffuso in tutta la magistratura. Palamara doveva essere sentito dall’Anm. Separare le carrie…
carcere Damiano Aliprandi	13 Jun 2020 12:14 CEST
Leso diritto difesa se c’è solo un giorno per il reclamo a un permesso negato
Il caso di un detenuto che aveva sforato di 30 minuti nel presentare l’atto, era stato sollevato dalla Cassazione
La Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 30- ter, comma 7, della legge 26 luglio 1975, n. 354 ( Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), nella parte in cui prevede, mediante rinvio al precedente art. 30- bis, che il provvedimento relativo ai permessi premio è soggetto a reclamo al tribunale di sorveglianza entro ventiquattro ore dalla sua comunicazione, anziché prevedere a tal fine il termine di quindici giorni. Questa è la decisione in merito all’ordinanza del 13 novembre 2019 dove la Cassazione, sezione prima penale, ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 24, 27 e 111 della Costituzione, questioni di legittimità costituzionale dell’art. 30- bis, comma 3, in relazione al successivo art. 30- ter, comma 7, della legge 26 luglio 1975, n. 354 ( Norme sull’ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), «nella parte in cui prevede che il termine per proporre reclamo avverso il provvedimento del Magistrato di sorveglianza in tema di permesso premio è pari a 24 ore».
Cosa era accaduto? Un detenuto aveva fatto ricorso per un rigetto alla sua richiesta del permesso premio, ma è stato dichiarato inammissibile. Il motivo? Il provvedimento di rigetto era stato comunicato il 13 novembre 2018 alle ore 8.16 e il reclamo era stato depositato il giorno successivo alle ore 8.44. Dunque ha sforato le 24 ore, quindi fuori tempo massimo come prevede l’articolo dell’ordinamento penitenziario.
Il detenuto ha quindi fatto ricorso in Cassazione. Tra le argomentazioni c’è quella che il tribunale di Sorveglianza non ha svolto alcun accertamento in ordine alla possibilità del reclamante di presentare il reclamo in orario antecedente a quello delle ore 8,44 del giorno successivo a quello di notifica: se le celle sono chiuse fino alle ore 9,00 del mattino, orario dal quale iniziano le varie attività socio- ricreative, rieducative e lavorative, prima di quell’orario è impossibile uscire dalla cella e accedere a qualsivoglia altro locale dell’istituto senza apposita autorizzazione, quindi anche presentare reclamo.
La Corte suprema ha ritenuto la questione non manifestamente infondata. Nella sua ordinanza di rimessione, la Cassazione rilevato vari punti di incostituzionalità, tra le quali quelle in tema di violazione del diritto di difesa: viene sottolineato che bisogna considerare lo squilibrio che si realizza tra le opportunità di impugnazione riservate alla parte pubblica e al detenuto. Violerebbe anche l’articolo 24 della Costituzione laddove il termine di ventiquattro ore per la proposizione del reclamo si rivelerebbe incapace di assicurare alla parte, che intenda fare reclamo, di un tempo utile per articolare la sua difesa tecnica da sottoporre al Tribunale di sorveglianza con l’assistenza di un avvocato. Sempre la Cassazione ha osservato che per evitare il rischio di una pronuncia di inammissibilità il detenuto necessita dell’assistenza di un difensore. Da un lato il sistema consente all’interessato di richiedere l’intervento e l’assistenza della difesa tecnica, ma dall’altro non gli pone le condizioni – causa il breve arco temporale – per esercitarla.
La Consulta ha ritenuto fondata la questione di incostituzionalità. Secondo la Corte costituzionale presieduta dalla giudice Marta Cartabia di cui Francesco Viganò è il relatore, un solo giorno di tempo lede il diritto di difesa del detenuto e rappresenta anche un ostacolo alla funzione rieducativa della pena, alla quale i permessi premio sono funzionali. La Corte ha così accolto la questione sollevata dalla Cassazione su una norma dell’Ordinamento penitenziario, giudicando irragionevole un identico termine per il reclamo sia contro i provvedimenti sui permessi di necessità – legati a situazioni di imminente pericolo di vita di familiari o altri gravi eventi eccezionali – sia contro quelli riguardanti i permessi premio, sebbene siano diverse le finalità.
Commenti & Analisi Renato Luparini	10 Jun 2020 15:00 CEST
Scrivi male e salti le virgole? La Cassazione se poco leggibile ti multa e addio al ricorso
La sesta sezione civile e quella penale sono il “cimitero” dei testi dell’avvocatura mal scritti e non autosufficienti
In effetti si colma una lacuna, visto che da noi a differenza della Francia e della Spagna non esiste un’autorità che abbia potere normativo in materia grammaticale e sintattica o lessicale.
Esiste la benemerita Accademia della Crusca, che però si limita a mere raccomandazioni, senza imposizione.
La Cassazione invece non solo censura i cattivi scrittori, ma li castiga dichiarando inammissibili e condannando lo sgrammaticato ricorrente al pagamento del balzello del raddoppio del contributo unificato.
E’ tutto vero e documentato nella sentenza n. 9996/ 2020 della VI sezione civile ( pubblicata il 28 Maggio) che comunque si innesta su un tracciato già aperto, anche se non con la chiarezza dell’ultima decisione.
Per i non addetti ai lavori la sesta sezione civile, come la settima penale, è il “cimitero “dei ricorsi sfortunati, spessissimo liquidati con poche lapidarie battute che significano il pollice verso della Suprema Corte.
In questo caso il collegio e il dotto estensore hanno sviluppato una motivazione articolata che è chiaramente un avviso ai sempre più timorosi naviganti nel vasto e agitato mare del giudizio di cassazione.
Il ricorso non solo deve essere come ormai la Corte afferma da anni “autosufficiente “e quindi capace di reggersi solo sulle proprie gambe, senza bisogno di far scomodare il Collegio a leggere altri precedenti atti, ma anche chiaro, sintetico e capace di impressionare il lettore a prima vista, come l’inizio di un capolavoro letterario o l’avvio di una cronaca sportiva.
La nostra suprema corte richiama anche riferimenti esteri e cita una sentenza americana ( di una Corte d’ Appello) che censura l’avvocato per la scarsa punteggiatura , come facevano ai miei tempi le maestre di seconda elementare. Del resto l’Europa, tanto per cambiare, ce lo chiede.
La sentenza romana richiama infatti la «Guida per gli avvocati» approvata dalla Corte di Giustizia della Comunità Europea che fa della limpidezza di stile un dovere : «Una semplice lettura deve consentire alla Corte di cogliere i punti essenziali di fatto e di diritto».
Un tempo le guide Rosse tedesche, Blu francesi o le nostrane guide verdi riuscivano a condensare in poche righe la descrizione di monumenti millenari e capolavori dell’arte e infatti erano spesso redatte da grandi scrittori. Ma una buona guida doveva essere anche completa e contenere la descrizione quasi integrale delle stanze del museo.
Oggi l’avvocato cassazionista è chiamato allo stesso compito , unire nel ricorso completezza e chiarezza, accuratezza dei particolari ed eleganza. Tutto bellissimo in teoria. Sennonché spesso gli atti che bisogna richiamare , quelli degli avversari e delle sentenze di merito possono essere non del tutto cristallini e tacitiani e talora le questioni sono complicate da oscillazioni giurisprudenziali e oscurità normative.
E poi non bisogna aver letto Umberto Eco per saperlo, il testo scritto non è mai completamente scritto dal suo autore : è un’opera aperta, dove è il lettore con il suo interesse, la sua curiosità e la sua critica a giocare un ruolo decisivo.
Anche la più avvincente cronaca calcistica risulterà arida e insensata a una persona che considera il calcio un passatempo volgare e molti testi hanno bisogno di più letture per esser apprezzati. La Cassazione invece è orientata verso il “Dolce Stil Novo” : tra giudice e ricorso deve esserci un amore a prima vista come tra Dante e Beatrice.
Per vincere non basta più convincere, bisogna dilettare e far innamorare.
Giustizia Giovanni M. Jacobazzi	6 Jun 2020 19:04 CEST
Possono accedere agli uffici della cancelleria solo gli avvocati muniti di prenotazione, da mostrare all’ingresso. L’applicazione fornirà il giorno e…
Stanno suscitando più di un mal di pancia tra gli avvocati le recenti modalità di accesso in Cassazione previste per la fase due, iniziata lo scorso 12 maggio, della giustizia. In particolare, sono pochi i “posti” disponibili nel singolo giorno.
Ma andiamo con ordine. Fino al prossimo 30 giugno, gli avvocati che devono depositare un ricorso o un controricorso presso la cancelleria civile di piazza Cavour sono obbligati a utilizzare l’applicativo “Ufirst”, disponibile sia su smartphone che tablet. Tramite questo applicativo, che sostituisce il “vecchio” ritiro del ticket presso il totem posizionato all’ingresso della Corte, non più in funzione per evitare gli assembramenti, è possibile accedere al servizio telematico di prenotazione online della Cassazione. Possono accedere agli uffici della cancelleria solo gli avvocati muniti di prenotazione, da mostrare all’ingresso. L’applicazione fornirà il giorno e l’ora dell’appuntamento. La priorità viene data al deposito di atti urgenti che scadono nello stesso giorno o nei giorni appena successivi. Per i ricorsi principali e incidentali, sono aperti tre sportelli, con un intervallo fra gli utenti di 10 minuti. Per ogni prenotazione è possibile depositare un solo atto. Per i controricorsi e atti successivi, invece, ogni prenotazione permette di depositare due atti. In entrambi i casi, ciascun utente può effettuare al massimo tre prenotazioni.
I posti a disposizione, fanno però rilevare gli avvocati, sono pochi e bisogna tenere costantemente sotto controllo l’applicativo per evitare di perdere lo “slot” libero. I servizi della cancelleria centrale civile sono disponibili dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13. Non è stata prevista la giornata del sabato, che avrebbe dato un contributo importante per lo svolgimento di questo genere di incombenze, aggiungono gli avvocati. Dalla Suprema corte fanno sapere che, anche in vista dell’entrata in vigore del processo telematico civile in Cassazione, gli avvocati devono privilegiare l’invio per posta dei ricorsi e dei controricorsi, evitando di venire personalmente in cancelleria.
Il Covid, va detto, ha radicalmente cambiato, come accaduto in tutti i tribunali, anche i riti del palazzaccio. L’accesso alle cancellerie civili e penali, all’archivio centrale civile e all’Urp è ora limitato a un solo utente per volta e nel rispetto del distanziamento di almeno un metro. Negli uffici a diretto contatto col pubblico sono stati installati schermi protettivi in plexigas e colonnine segnapercorso con nastro estensibile per coordinare i flussi degli utenti.
Per l’accesso alle aule di udienza infine, tutti devono essere dotati di guanti e mascherine. Tutto ciò almeno fino alla prossima fase tre quando, si spera, ci sarà il ritorno alla normalità.
carcere Simona Musco	31 May 2020 12:01 CEST
Era stato escluso dalle attività in comune per aver augurato la buonanotte ai detenuti appartenenti ad un diverso gruppo di socialità. Un’inutile afflizione, «non prevista e quindi non consentita, nei confronti del detenuto», secondo la Cassazione, che ha respinto il ricorso avanzato dal ministero della Giustizia contro il Tribunale di Sorveglianza dell’Aquila. Il magistrato di sorveglianza, il 2 aprile scorso, aveva infatti rigettato il reclamo proposto dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria contro la decisione di revocare il provvedimento disciplinare inflitto a Mario De Sena, che all’epoca dell’Nco era il referente di Raffaele Cutolo nella zona di Acerra, escluso dalle attività per avere salutato (augurando la “buonanotte”) detenuti appartenenti a un diverso gruppo di socialità. Il reclamo del Dap si fondava su quanto disposto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario, che prevede l’impossibilità di comunicare tra detenuti di diversi gruppi di socialità e che vieta quindi ogni forma di dialogo e comunicazione tra loro, sottolineando che «la comunicazione può anche essere non verbale». Una constatazione contestata dal Tribunale di Sorveglianza, secondo cui quel divieto di comunicazione, finalizzato ad evitare uno scambio di notizie, doveva pertanto «essere costituito da uno scambio di contenuti». Il semplice saluto, ha dunque evidenziato il Tribunale di Sorveglianza era, invece, «una forma espressiva neutra, dalla quale non poteva evincersi quale tipo di informazione potesse essere scambiata».
L’articolo 41 bis, comma 2, evidenziano i giudici di Cassazione, stabilisce che quando ricorrano gravi motivi di ordine e di sicurezza pubblica, «il ministro della Giustizia possa disporre, nei confronti di detenuti o internati per gravi reati in materia di terrorismo o di criminalità organizzata, la sospensione, in tutto o in parte, delle regole del trattamento che possano porsi in contrasto con le esigenze di ordine e sicurezza, al fine di impedire i collegamenti con un’associazione criminale, terroristica o eversiva». Tuttavia, «non può non rilevarsi che per “comunicazione” si intende il processo e le modalità di trasmissione di una informazione da un individuo a un altro attraverso lo scambio di un messaggio connotato da un determinato significato: il concetto di comunicazione comporta la presenza di un’interazione tra soggetti diversi, nell’ambito della quale due o più individui costruiscono insieme una realtà e una verità condivisa», si legge nelle motivazioni della decisione presa dalla Cassazione. Secondo cui, nel caso specifico, «correttamente il Tribunale di Sorveglianza rilevava che la mera dichiarazione di saluto doveva considerarsi di natura neutra, nel senso che non vi era modo di cogliere una particolare informazione trasmessa in quel modo: in definitiva, un atto privo di un vero e proprio intento comunicativo (o almeno, diverso da quello evidente)». La sanzione, dunque, rappresenta «una inutile afflizione, non prevista e quindi non consentita, nei confronti del detenuto, essendo stata invece rispettata la finalità della norma».
Giustizia 14 May 2020 19:01 CEST
La Cassazione ha confermato la sanzione disciplinare dell’ammonimento per il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano accusato di aver violato il divieto per le toghe di iscriversi a un partito politico e partecipare alla sua attività anche se in aspettativa. Le sezioni riunite della Suprema Corte, con una sentenza depositata oggi, hanno rigettato il ricorso presentato da Emiliano confermando dunque la sanzione dell’ammonimento, la più lieve prevista, decisa nel febbraio dell’anno scorso dalla sezione disciplinare del Consiglio Superiore della Magistratura.
Il diritto del magistrato di partecipare alla vita politica non è senza limitazioni nella Costituzione e deve essere bilanciato con la tutela di altri beni giuridici costituzionalmente protetti, quali il corretto esercizio della giurisdizione, il prestigio dell’ordine giudiziario e i principi di indipendenza e di imparzialità dellamagistratura», di cui parlano gli articoli 101, 104 e 108 della Costituzione, sottolineano le sezioni unite civili della Cassazione. Gli ’altì giudici ricordano anche come, l’articolo 98 della Costituzione «conferisce espressamente al legislatore ordinario la facoltà di introdurre, per i magistrati, limitazioni al diritto di iscriversi ai partiti politici».
Le fattispecie di illeciti disciplinari «costituite dalla iscrizione a partiti politici e dalla partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici» sono «entrambe lesive dell’immagine pubblica di imparzialità del magistrato e della indipendenza e del prestigio dell’ordine giudiziario». Ed è proprio questo uno dei principi di diritto enunciati dalle sezioni unite civili della Cassazione.
Giustizia Simona Musco	13 May 2020 15:00 CEST
Una dichiarazione sostitutiva dei redditi falsa o incompleta non comporta automaticamente la revoca dell’ammissione al patrocinio a spese dello Stato se, effettivamente, i redditi sono inferiori alla soglia dei 11.369,24 euro, fissata dalla legge. Almeno fino a quando non è intervenuta una condanna per il reato di falsa dichiarazione, che sancisce, dunque, il dolo. A stabilirlo sono le Sezioni Unite della Corte di Cassazione, che hanno ribadito il principio alla base di tale istituto: la tutela del diritto inviolabile alla difesa per la persona sprovvista di mezzi economici, sancito dalla Costituzione. La sentenza risale a dicembre scorso, ma le motivazioni sono state depositate il 12 maggio. A porre la questione è stata la Quarta Sezione penale della Cassazione, interpellata dopo il no del Tribunale di Castrovillari all’ammissione al gratuito patrocinio richiesta da P. M., a causa dell’omessa dichiarazione dei redditi di alcuni componenti del nucleo familiare, scoperta a seguito di un controllo della Finanza. Ma quei redditi erano «comunque inidonei a determinare il superamento dei limiti di reddito fissati». Il legale di P. M. impugnando la decisione, ha denunciato il contrasto tra la decisione assunta dai giudici di merito e «i principi direttivi della Costituzione europea nonché della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali che sanciscono l’obbligo per gli Stati membri di garantire in modo effettivo e concreto il diritto di difesa dei non abbienti».
Per la Quarta sezione penale, ad essere indicativa sarebbe la falsità della dichiarazione, nonostante l’effettivo stato di povertà di P. M., in quanto connessa «all’ammissibilità dell’istanza e non a quella del beneficio», dal momento che «solo l’istanza ammissibile genera obbligo del magistrato di decidere nel merito», rendendo, dunque, irrilevante l’effettivo stato delle finanze dell’uomo. Le Sezioni Unite partono però da un assunto «pacifico e non contestato» a P. M.: uno stato reddituale tale da ritenerlo «legittimato alla concessione del beneficio». Ed è questo, dunque, il nucleo fondamentale che ha portato i giudici a sancire l’illegittimità della decisione dei colleghi calabresi, che dunque dovranno ora sottoporre la questione a un nuovo esame. Ciò in quanto «il sistema vigente non contempla alcuna automaticità della revoca del patrocinio a spese dello Stato nel caso in cui il reddito non dichiarato non vada ad incidere sulla soglia prevista dalla norma per l’ammissione al beneficio». Di conseguenza, solo nel caso in cui il reddito reale risulti poi non compatibile con la concessione del beneficio, «l’ufficio finanziario richiederà il provvedimento di revoca». Per le Sezioni Unite, infatti, la revoca può intervenire se risulta provata ( o comunque deducibile) «la mancanza originaria delle condizioni reddituali» ed in caso di condanna per il reato di falsa dichiarazione, ovvero una volta appurato il fatto sotto tutti i suoi profili, soggettivi e oggettivi, in quanto «il dolo generico deve essere rigorosamente provato, dovendosi escludere il reato quando risulti che il falso deriva da una semplice leggerezza ovvero da una negligenza dell’agente, poiché il sistema vigente non incrimina il falso documentale colposo».
Commenti & Analisi Alfredo Galasso	15 Apr 2020 17:00 CEST
La sentenza della Corte di Cassazione- Sezione III Civile n. 7760 depositata l’ 8 aprile scorso ha riconosciuto la responsabilità dei magistrati che non hanno ascoltato le 12 denunce di Marianna Manduca prima di essere uccisa dal marito. Abbiamo sostenuto in ogni stato e grado di giudizio che la vita di Marianna poteva e doveva essere salvata.
Ma il percorso è stato lungo e difficile. Se n’è accorta anche la Suprema Corte che ha rimesso la causa ai giudici di Appello di Catanzaro e non ad altra Sezione della Corte di Appello di Messina “essendosi gli Uffici giudiziari di Messina già pronunciati con esiti grandemente difformi nelle fasi preliminari al merito e di merito”.
Il primo ostacolo processuale che abbiamo affrontato è stata l’inammissibilità della domanda risarcitoria per decadenza del termine, opposta dal Tribunale e dalla Corte di appello di Messina. La Cassazione, la stessa Sezione III Civile, ha accolto la nostra impugnazione affermando che il termine di decadenza non poteva che decorreva dal momento in cui gli orfani di Marianna avevano un rappresentante legale in grado di agire nel loro interesse.
Il processo dinanzi al Tribunale di Messina si è protratto a lungo, riversando nel fascicolo migliaia di pagine di atti e documenti prodotti soprattutto dall’Avvocatura dello Stato. Nel giugno del 2017 il Tribunale ha condannato la Presidenza del Consiglio a risarcire i danni patrimoniali nella misura di 259.000 euro per tutti e tre i ragazzi, ma non i danni morali.
La Corte di Messina, investita dell’appello dell’Avvocatura dello Stato e del nostro per i danni non patrimoniali negati, nel marzo dello scorso anno ha annullato la sentenza del Tribunale, andando perfino oltre la difesa erariale e sostenendo l’inevitabilità del femminicidio in considerazione della determinazione del marito omicida.
Una sentenza stupefacente, ma proprio per questo difficile da impugnare in Cassazione sia per la fluidità dell’argomentazione- che non consentiva la individuazione dei tratti erroneisia per il rischio di impingere nella contestazione in termini di fatto, com’è noto preclusa in Cassazione.
Tanto più appariva discutibile sui massmedia la sentenza della Corte di Appello di Messina, tanto più è stato arduo muoversi negli stretti passaggi dell’art. 360, comma 1, nn. 4 e 5 cpc.
La mattina dell’udienza nell’ aula della Terza Sezione Civile della Corte di Cassazione con noi erano presenti Carmelo e Paola, i genitori che hanno accolto nella loro casa e accanto ai propri tre figli i bambini di Marianna con un gioioso impegno economico e morale che ha consentito agli orfani di non essere soli e di vivere insieme ad altri fratelli di cui oggi hanno il medesimo cognome.
Il Procuratore Generale ha discusso brevemente per dire che il nostro ricorso doveva essere rigettato e che la sentenza di appello secondo cui niente si sarebbe potuto fare per salvare Marianna doveva essere confermata.
Abbiamo discusso con la passione civile che questa vicenda ha suscitato in tanta gente perbene ma anche con la consapevolezza professionale dei gravissimi vizi della sentenza impugnata, raccontando le 12 denunce di Marianna, la sua fiducia nella giustizia, la condanna del suo assassinio per i fatti descritti in una delle sue denunce… In conclusione, abbiamo richiesto alla Suprema Corte di non abdicare al proprio ruolo, di “fare il giudice” della sentenza messinese, e di condannarla al suo destino di sentenza errata ed iniqua.
La Corte ci ha ascoltato con particolare attenzione, leggendo la sentenza depositata l’ 8 aprile 2020 ci accorgiamo che le nostre ragioni sono state riconosciute fondate.
Ci attende Catanzaro. Il giudice del rinvio dovrà decidere anche sul diritto degli orfani di Marianna al risarcimento dei danni morali, ingenti, subiti da tre bambini per la perdita della giovane madre, che i giudici messinesi hanno negato adducendo una sorta di irretroattività della norma che, finalmente, nel 2015, ha abolito l’ingiustificata e incostituzionale esclusione dei danni morali dal risarcimento dovuto da un magistrato colpevole.
Continueremo a difendere con orgoglio la memoria e il coraggio di Marianna, convinti di sostenere un diritto e una libertà comuni a ogni donna. Siamo certi, perciò, di essere sorretti dall’opinione pubblica e dai massmedia, che in questi anni hanno narrato la storia di Marianna e dei suoi figli, tenendo accesa l’attenzione su una storia di grande rilievo civile, oggi su una sentenza che si inserisce negli annali della migliore giurisprudenza italiana.