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Timestamp: 2020-08-07 13:32:08+00:00
Document Index: 104194268

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Sentenza Cassazione Civile n. 26677 del 22/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26677 del 22/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 22/12/2016, (ud. 23/11/2016, dep.22/12/2016), n. 26677
sul ricorso 10892-2014 proposto da:
SCUORPO MARIA, ((OMISSIS)), elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA
MARCONI, 15, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO D’AMBROSIO,
rappresentata e difesa dall’avvocato ENRICO D’ANTRASSI giusta
FARAVALLI 22, presso lo studio dell’avvocato ARTURO MARESCA, che la
avverso la sentenza n. 3927/2013 della CORTE D’APPELLO DI ROMA del
22/4/2013, depositata il 29/5/2013;
1.1 – Il Consigliere relatore, designato ai sensi dell’art. 377 c.p.c., ha depositato in cancelleria la seguente relazione ex artt. 380 bis e 375 c.p.c., ritualmente comunicata alle parti: “Con ricorso al Giudice del lavoro di Roma, S.M. conveniva in giudizio la Poste Italiane S.p.A. chiedendo l’accertamento della nullità del termine apposto al contratto di lavoro concluso inter partes per il periodo 13.4.2007 – 31.7.2007, ai sensi del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, per lo svolgimento dell’attività di operatore sportello junior. Il primo Giudice rigettava la domanda e la Corte di appello di Roma, confermava tale pronuncia. Ritenevano i giudici di appello che, con l’introduzione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, il legislatore, salvaguardando il principio di regola-eccezione, avesse solo previsto precisi limiti temporali e quantitativi nonchè obblighi di comunicazione e che tale norma contrastasse con il sistema delle fonti normative nazionali e sovranazionali.
Avverso l’anzidetta sentenza della Corte territoriale, S.M. propone ricorso per cassazione fondato su tre motivi.
Con il primo motivo la ricorrente ripropone la questione della incostituzionalità del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis sotto il profilo della violazione degli artt. 76 e 117 Cost. immotivatamente sottovalutata dalla Corte territoriale. Rileva che nella sentenza n. 214/09 della Corte Costituzionale la disamina era circoscritta alla compatibilità della normativa con altri precetti costituzionali e che le argomentazioni di infondatezza della questione non precludevano l’analisi del persistente contrasto della normativa indicata in relazione all’art. 76 Cost.. Evidenzia come, pure ove si ritenga che l’art. 2, comma 2 bis, introdotto da una disposizione di legge del Parlamento e non dal Governo con la legge delegata resti avulso dall’indagine di legittimità in ordine all’art. 76 Cost., sia innegabile che lo stesso Parlamento, dopo l’emanazione della L. n. 422 del 2000, si era spogliato dell’onere del recepimento della direttiva comunitaria 1999/70/CI, senza la possibilità di interventi postumi ad integrazione di una legge ormai delegata al Governo, con conseguente impossibilità di successivi interventi peggiorativi non meramente finalizzati alla ricezione tout court del testo comunitario. Evidenzia, poi, il persistente contrasto anche con l’art. 117 Cost., sotto il profilo della sua introduzione postuma in un tessuto del quale era obbligato il mero recepimento normativo, senza possibilità di innovazioni non autorizzate dall’organo comunitario.
Con il secondo e terzo motivo la ricorrente denuncia la violazione del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis in relazione all’art. 1 nonchè dell’art. 2697 c.c.. Censura anche la sentenza impugnata per aver ritenuto applicabile la disciplina di cui all’art. 2 cit. a prescindere dalla tipologia delle mansioni svolte dalla lavoratrice e, quindi, anche nel caso di specie, essendo stata essa ricorrente assunta per svolgere servizi di operatore sportello jumior e cioè attività di bancoposta non riconducibili al servizio postale.
I motivi, da trattarsi congiuntamente in ragione della intrinseca connessione, sono manifestamente infondati.
La sentenza impugnata risulta corretta alla luce dei principi affermati da questa Corte in materia, e cioè che il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, aggiunto dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 558, ha introdotto, per le imprese operanti nel settore postale, un’ipotesi di valida apposizione del termine autonoma e speciale rispetto a quelle stabilite dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, comma 1. Come precisato da questa Corte (cfr. da ultimo Cass., Sez. un., 31 maggio 2016, n. 11374) il testo del citato D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, non pone problemi interpretativi laddove prevede la possibilità, per le imprese concessionarie di servizi postali, di stipulare contratti a termine, con i limiti e nei periodi ivi previsti, a prescindere dal ricorrere delle condizioni di cui al D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, e senza la necessità di indicare, in sede di stipulazione del contratto, le ragioni obiettive che giustifichino l’apposizione del termine. 1.a diversa interpretazione proposta dalla ricorrente, secondo cui, in sostanza, la norma in esame aggiungerebbe condizioni ulteriori rispetto a quelle già contenute nel D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 1, deve ritenersi contraria alla ratio legis che è manifestamente quella di favorire una parziale liberalizzazione delle assunzioni a termine nel settore delle poste con riguardo alla possibilità di ricorrere nello specifico settore all’apposizione del termine, indipendentemente dalla puntuale indicazione delle ragioni giustificatrici di tale apposizione (cfr. Cass. 11 luglio 2012, n. 11659; Cass. 26 luglio 2012, n. 13221). E’ stato, invero, evidenziato come una tale interpretazione della norma abbia trovato autorevole conferma nella sentenza della Corte costituzionale n. 214 del 2009, la quale, premesso che la disposizione in esame costituisce la tipizzazione legislativa di un’ipotesi di valida apposizione del termine, ha affermato che una siffatta valutazione, preventiva e astratta, non è manifestamente irragionevole, atteso che la garanzia alle imprese in questione, nei limiti percentuali previsti, di una sicura flessibilità dell’organico, è direttamente funzionale all’onere gravante sulle stesse di assicurare lo svolgimento dei servizi relativi alla raccolta, allo smistamento, al trasporto ed alla distribuzione degli invii postali, nonchè la realizzazione e l’esercizio della rete postale pubblica i quali costituiscono attività di preminente interesse generale, ai sensi del D.Lgs. 22 luglio 1999, n. 261, art. 1, comma 1 (Attuazione della direttiva 1997/67/C1, concernente regole comuni per lo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari e per il miglioramento della qualità del servizio). Il giudice delle leggi ha escluso la sussistenza di un profilo di incostituzionalità del D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, rispetto ai principi di cui all’art. 3 Cost., avendo ritenuto non manifestamente irragionevole che, ad imprese tenute per legge all’adempimento di simili oneri sia riconosciuta una certa flessibilità nel ricorso (entro limiti quantitativi comunque fissati inderogabilmente dal legislatore) allo strumento del contratto a tempo determinato. E ciò è tanto più valido in quanto il D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, nell’imporre alle aziende di comunicare ai sindacati le richieste di assunzione a termine, prevede un meccanismo) di trasparenza che agevola il controllo circa l’effettiva osservanza, da parte datoriale, dei limiti posti dalla norma. La piena legittimità della norma in esame è stata, poi, ritenuta anche con riferimento all’assenza di violazione dei principi di cui agli artt. 101, 102 e 104 Cost., essendo stato osservato che la norma censurata si limita a richiedere, per la stipula dei contratti a termine da parte delle imprese concessionarie di servizi nei settori delle poste, requisiti diversi rispetto a quelli valevoli in generale (non già l’indicazione di specifiche ragioni temporali, bensì il rispetto di una durata massima e di una quota percentuale dell’organico complessivo), per cui il giudice ben può esercitare il proprio potere giurisdizionale al fine di verificare la ricorrenza in concreto di tutti gli elementi di tale dettagliata fattispecie legale. La disposizione in esame è stata considerata pienamente conforme all’ordinamento comunitario, posto che, come sottolineato dalla Corte costituzionale nella sentenza sopra citata, essa trova il proprio fondamento e la propria giustificazione nella direttiva 1997/67/CE concernente regole comuni per lo sviluppo del mercato interno dei servizi postali comunitari e per il miglioramento della qualità del servizio e tale impostazione ha trovato conferma anche nella giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione Europea, che, nell’ordinanza in data 11 novembre 2010, ha valorizzato, ai fini della propria statuizione, l’assunto che l’adozione dell’art. 2, comma 1 bis, era finalizzata a consentire alle imprese operanti nel settore postale un certo grado di flessibilità allo scopo di garantire l’attuazione della direttiva 1997/67/CE (in tema di sviluppo del mercato interno dei servizi postali), con particolare riferimento allo sviluppo del mercato interno dei servizi postali e il miglioramento della qualità del servizio, ossia ad uno scopo distinto da quello dell’attuazione dell’Accordo Quadro di cui alla Direttiva 1999/70/CE del Consiglio del 28 giugno 1999 prevista dal D.Lgs. n. 368 del 2001. Sulla base di tale rilievo, la Corte di giustizia ha affermato l’irrilevanza di ogni valutazione circa l’efficacia della tutela garantita dall’art. 2, comma 1 bis, rispetto a quella perseguita dall’accordo quadro con riferimento all’assunzione di lavoratori a tempo determinato, non potendo tale normativa nazionale essere considerata contraria alla clausola 8, n. 3, dell’accordo quadro CES UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato (ai sensi della quale l’applicazione del presente accordo non costituisce un motivo valido per ridurre il livello generale di tutela offerto ai lavoratori nell’ambito coperto dall’accordo stesso) di cui alla Direttiva 1999/70/CE del Consiglio del 28 giugno 1999, ove comporti una reformatio in peius che non sia in alcun modo collegata con l’applicazione dell’accordo quadro, ma sia giustificata dalla distinta necessità di promuovere un obiettivo sostanzialmente diverso. Con riferimento al profilo della sussistenza di una violazione dei principi della parità di trattamento e di non discriminazione, concernente i lavoratori a tempo determinato assunti da un’impresa postale con riferimento all’insussistenza dell’obbligo di indicare le ragioni oggettive del ricorso ad un primo o unico contratto a termine, la Corte di giustizia, richiamata la propria giurisprudenza secondo cui, nell’ambito dei contratti di lavoro a tempo determinato, il principio di non discriminazione è stato attuato dall’accordo quadro unicamente per quanto riguarda le disparità di trattamento tra i lavoratori a tempo determinato e quelli a tempo indeterminato (C307/05 13 settembre 2007 Del Cerro Alonso), ha precisato che le eventuali disparità di trattamento tra determinate categorie di lavoratori a tempo determinato non sono soggette al principio di non discriminazione sancito dall’Accordo Quadro (cfr. Cass. 11659/2012 e Cass. 13221/12 cit.).Quanto alle ulteriori questioni di costituzionalità dell’art. 2, comma 1 bis, poste dalla ricorrente con riguardo al preteso contrasto con l’art. 76 Cost. è sufficiente rilevare che tale norma dispone che l’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definitivì, laddove l’art. 2, comma 1 bis, è stato introdotto non per mezzo di normativa delegata al Governo, bensì dalla L. n. 266 del 2005, art. 1, comma 558.
In ogni caso, per le stesse ragioni evidenziate nella decisione n. 214 del 2009, è da escludersi sia la prospettata lesione dell’art. 76 Cost. sia quella dell’art. 111 Cost. (per il mancato rispetto dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali). Non si è realizzato, infatti, un arretramento di tutela ovvero un intervento peggiorativo rispetto) alla direttiva comunitaria 1999/70/CE sol che si consideri che la norma in oggetto è stata introdotta in attuazione della diversa direttiva 1997/67/CE” senza che ciò abbia comportato, contrariamente a quanto sostenuto dalla ricorrente, riduzioni del livello di protezione generale introdotto nei confronti della intera categoria dei lavoratori destinati alle aziende operanti nei servizi in concessione delle Poste (si vedano Cass. 27 novembre 2015, n. 24240 oltre che la già citata Cass., Sez. un., 31 maggio 2016, n. 11374).
Va, infine, ricordato che è stato anche evidenziato che il suddetto D.Lgs. 6 settembre 2001, n. 368, art. 2, comma 1 bis, fa riferimento esclusivamente alla tipologia di imprese presso cui avviene l’assunzione quelle concessionarie di servizi e settori delle poste – e non anche alle mansioni del lavoratore assunto, in coerenza con la ratio della disposizione, ritenuta legittima dalla Corte costituzionale con sentenza n. 214 del 2009, individuata nella possibilità di assicurare al meglio lo svolgimento del cd. servizio universale postale, ai sensi del D.Lgs. 22 luglio 1999, n. 261, art. 1, comma 1, di attuazione della direttiva 1997/67/CE, mediante il riconoscimento di una certa flessibilità nel ricorso allo strumento del contratto a tempo determinato, pur sempre nel rispetto delle condizioni inderogabilmente fissate dal legislatore. Ne consegue che al fine di valutare la legittimità del termine apposto alla prestazione di lavoro, si deve tenere conto unicamente dei profili temporali, percentuali (sull’organico aziendale) e di comunicazione previsti dal D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis, non operando l’onere di indicare sotto il profilo formale e di rispettare sul piano sostanziale la causale, oggettiva e di natura temporanea, giustificatrice dell’apposizione di un termine al rapporto (Cass. 26 luglio 2012, n. 13221; Cass. 2 luglio 2015, n. 13609; Cass. 5 febbraio 2016, n. 2324 nonchè la già citata Cass., Sez. un., 31 maggio 2016, n. 11374). Il solo fatto, dunque, di essere impresa concessionaria di servizi nei settori delle poste (D.Lgs. n. 368 del 2001, art. 2, comma 1 bis) consente a Poste Italiane S.p.A. di assumere a termine secondo le previsioni di cui a detto art. 2, sicchè non rileva accertare le mansioni concretamente svolte dalla lavoratrice e distinguere quelle attinenti strettamente al servizio postale dalle altre.
Per tutto quanto sopra considerato, si propone il rigetto del ricorso, con ordinanza, ai sensi dell’art. 375 c.p.c., n. 5″.
2 – Solo la società controricorrente ha depositato memoria ex art. 380 bis c.p.c., comma 2 (ovviamente adesiva).
5 – Le spese del presente giudizio, per il principio della soccombenza, sono poste a carico della ricorrente e vengono liquidate come da dispositivo.
6 – Il ricorso è stato notificato in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilità del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17), che ha integrato il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13 aggiungendovi il comma 1 quater del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale è respinta integralmente o è dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta è tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma art. 1 bis. Il giudice dà atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito) dello stesso”.
La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente al pagamento, in favore della società controricorrente, delle spese del presente giudizio di legittimità che liquida in Euro 100,00 per esborsi ed Euro 2.500,00 per compensi professionali, oltre accessori come per legge e rimborso spese forfetario nella misura del 15%.