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Timestamp: 2019-01-20 18:04:19+00:00
Document Index: 27009286

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 590', 'art. 1069', 'art. 1130', 'art. 1135', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 36', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 580', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 576', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 38', 'art. 21', 'art. 40', 'art. 1130', 'art. 1135', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 40', 'art. 1130']

Condominio: Corte di Cassazione Sentenza 34147 del 2012 | Federproprietà Abruzzo
Federproprietà AbruzzoResponsabilitàCassazione Penale, Sezione IV, Sentenza 12 gennaio 2012 n. 34147
amministratore, Condominio, corte di cassazione, danni, pavimentazione, tombino
Quanto si estende la responsabilità per danni a cose e persone dell'aministratore di condominio?
Dott. SIRENA Pietro A. – Presidente -
Dott. ROMIS Vincenzo – Consigliere -
Dott. FOTI Giacomo – Consigliere -
Dott. MARINELLI Felicetta – Consigliere -
Dott. VITELLI CASELLA Luca – rel. Consigliere -
1)T.S. N. IL (OMISSIS);
avverso la sentenza n. 12/2010 TRIBUNALE di FIRENZE, del 19/10/2010;
udita in PUBBLICA UDIENZA del 12/01/2012 la relazione fatta dal Consigliere Dott. LUCA VITELLI CASELLA;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott.ssa Cesqui Elisabetta, che ha concluso per l’annullamento con rinvio;
Udito, per la parte civile, l’avv. Corsani Carlotta del foro di Firenze in sost. dell’avv. Bettini chiede l’inammissibilità o rigetto del ricorso.
Il Tribunale di Firenze,con sentenza 19 ottobre 2010, in accoglimento degli motivi d’appello proposti dal Procuratore Generale presso la Corte d’appello e dalla parte civile, in riforma della sentenza emessa il 17 marzo 2009 dal Giudice di Pace di Firenze, dichiarava T.S. responsabile del delitto di cui all’art. 590 c.p., commi 1 e 2, perchè, in qualità di amministratore del condominio di via (OMISSIS), avendo omesso, per imprudenza, imperizia e negligenza, di eseguire i lavori di ripristino dell’avvallamento esistente tra il pavimento ed il tombino di raccolta delle acque reflue condominiali posto sul marciapiedi che da accesso alla farmacia sita al piano terra dello stesso fabbricato condominiale, consentiva o comunque non impediva che D.J., nell’accedere alla farmacia, il (OMISSIS), vi inciampasse sì da procurarsi lesioni personali gravi (frattura omerale) giudicate guaribili in tempo superiore ai quaranta giorni. Seguiva, per l’effetto, la condanna dell’imputato alla pena della multa ritenuta di giustizia oltrechè al risarcimento dei danni in favore della parte civile costituita quale erede di D.J., liquidati in complessivi Euro 5.000,00, restando subordinata la sospensione condizionale della pena, all’integrale risarcimento del danno.
In punto di fatto si era pacificamente acclarato, per quanto in questa sede rileva, che nell’area in cui la persona offesa era caduta a terra, la pavimentazione di proprietà di S.A. ed An. confluiva verso un tombino oggetto di una servitù di scarico di acque meteoriche, della cui manutenzione era gravato il condominio ex art. 1069 c.c., art. 1130 c.c., n. 3, art. 1135 c.c., u.c., e art. 2051 c.c..
L’imputato, per tramite del difensore, ricorre per cassazione avverso la sentenza ed avverso le ordinanze dibattimentali, articolando un unico motivo per inosservanza od erronea applicazione del D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 36, nonchè per violazione di norme processuali stabilite a pena di inammissibilità e per il vizio di mancanza od illogicità della motivazione, che così può sintetizzarsi.
In primo luogo denunzia il ricorrente l’inammissibilità dell’appello proposto dal Procuratore Generale di Firenze avverso la sentenza di assoluzione emessa dal Giudice di prime cure, siccome unicamente impugnabile con ricorso per cassazione à sensi del D.Lgs. n. 274 del 2000, art. 36. Nè comunque il gravame proposto avrebbe potuto convertirsi in ricorso per cassazione, avendo esso ad oggetto la deduzione di questioni di fatto e di merito intese a conseguire, in sede di legittimità, la inammissibile rilettura del materiale probatorio acquisito, giudicato favorevole all’imputato.
Con un secondo ordine di censure, assume il ricorrente l’insussistenza di un comportamento penalmente rilevante attribuibile all’amministratore del condominio, attesa l’inesigibilità di una condotta positiva dallo stesso reclamabile. Ad avviso del difensore, il Tribunale avrebbe erroneamente applicato gli artt. 1130, 1135, 2043 e 2051 c.c., posto che l’imputato, in veste di amministratore del condominio mai aveva avuto incarico dai condomini, riunitisi in assemblea, di provvedere ad eliminare una potenziale situazione di pericolo causata dalla sopravvenuta sconnessione della pavimentazione nè aveva ricevuto dagli stessi o da terzi segnalazioni di una siffatta situazione interessante la proprietà condominiale tale da imporre un tempestivo intervento; donde l’insussistenza di un obbligo positivo cui adempiere. Nè avrebbe potuto l’amministratore disporre lavori di manutenzione straordinaria se non connotati dal requisito dell’assoluta urgenza tantopiù che il dislivello era assolutamente visibile di guisa che, difettando l’invisibilità e l’imprevedibilità, esulava il caso dell’insidia e/o trabocchetto:
circostanza peraltro rimasta priva di motivazione.
Nè comunque, secondo il ricorrente, si era acquisita prova certa del punto esatto ove la parte offesa avrebbe inciampato: se in particolare nel dislivello formatosi tra l’esigua superficie del tombino condominiale e la superficie di proprietà privata ovvero nel dislivello esistente all’interno di quest’ultima.
La parte civile con memoria pervenuta in data 27 dicembre 2011, dopo aver contestato che la pretesa inammissibilità dell’appello proposto dal Procuratore Generale presso la Corte d’appello di Firenze avverso la sentenza di assoluzione di primo grado, in luogo del ricorso per cassazione, potesse riverberarsi anche sull’appello, dalla stessa parte civile proposto agli effetti del riconoscimento della responsabilità civile, ha richiesto farsi luogo alla declaratoria di inammissibilità del ricorso dell’imputato, confutando le singole doglianze introdotte dal difensore in quanto prevalentemente attenenti a questioni di merito, non deducibili in sede di legittimità.
Come già statuito da questa stessa Sezione con la sentenza n.47995 del 2009 (il cui decisum il Collegio condivide e fa proprio), l’appello proposto dal P.M. avverso la sentenza di assoluzione pronunziata dal Giudice di pace è inammissibile,essendo previsto, quale unico mezzo di impugnazione,il ricorso per cassazione D.Lgs. n. 274 del 2000, ex art. 36. I pretesi dubbi di incostituzionalità di detta disposizione limitativa della facoltà di proporre appello sono stati in radice esclusi dal Giudice delle leggi, che ha ritenuto manifestamente infondata la relativa eccezione (cfr. ord. n. 298 del 2008; n. 42 del 2009). E’ peraltro, nel caso concreto, in configurabile la qualificazione dell’impugnazione della Pubblica Accusa come ricorso per cassazione onde potersi far luogo alla conversione in appello ex art. 580 c.p.p., a seguito dell’appello proposto dalla parte civile. Di tanto non v’è in atti il minimo accenno e peraltro, con il proposto gravame, si deducono questioni di mero fatto. Ne discende quindi che la sentenza impugnata deve esser annullata, limitatamente agli effetti penali.
Come sostenuto dalla parte civile nella memoria depositata in vista dell’odierna udienza,deve preliminarmente ribadirsi la incontestabile ammissibilità dell’appello proposto dalla stessa parte avverso la sentenza di assoluzione del Giudice di pace agli effetti del riconoscimento della responsabilità civile dell’imputato, in ossequio alle disposizioni di ordine generale di cui all’art. 576 c.p.p., (ancorchè modificato dalla L. n. 46 del 2006, art. 6) giusta quanto statuito, circa le sentenze di proscioglimento emesse dal Giudice di pace, dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 302 del 2008 ed in via generale, circa le sentenze di assoluzione emesse in primo grado, dalle S.U. di questa Corte con sentenza n. 27614 del 2007, ferma restando D.Lgs. n. 274 del 2000, ex art. 38, la limitazione per la parte civile, alla proponibilità del solo ricorso per cassazione qualora il procedimento risulti instaurato a seguito di ricorso immediato al Giudice di pace ex art. 21, del citato D.Lgs. (cfr. Sez. 5 n.4695 del 2008). Ipotesi esclusa, nel caso di specie, in cui il procedimento fu promosso con decreto di citazione a giudizio emesso dal P.M..
Contrariamente alla dedotta insussistenza della responsabilità dell’imputato, osserva il Collegio che il Giudice d’appello, ha proceduto a ricostruire in fatto l’incidente con apprezzamento delle risultanze processuali – ovviamente non più rivisitabile in sede di legittimità – dandone poi conto con motivazione congrua ed esaustiva. Ha in sintesi in particolare rilevato il Tribunale che l’accesso alla farmacia (OMISSIS), usufruendo dello scivolo a lieve pendenza predisposto al fine di superare l’ostacolo costituito dal gradino tra il piano stradale ed il marciapiedi antistante la farmacia stessa, presentava, alla stregua della documentazione fotografica dei luoghi acquisita agli atti, “evidenti elementi di rischio”, tenuto conto delle condizioni soggettive della persona offesa (di anni 75) ed avuto riguardo “alle diverse intersezioni dei piani inclinati del tombino e delle diverse porzioni di marciapiede nonchè dell’ulteriore pericolo insito nella manovra di aggiramento delle sconnessioni”. Costituiva peraltro dato certo che le rilevate sconnessioni del marciapiede e del tombino avevano ab origine una precisa funzione servente ai fini del deflusso delle acque piovane a beneficio del condominio e che i dislivelli in tal modo creati non erano mai stati oggetto di interventi atti ad eliminare l’avvallamento volontariamente creato, come peraltro ammesso dall’imputato in sede di esame nel dibattimento di primo grado.
Sicchè, diversamente dagli assunti del Giudice di prime cure, non era elemento decisivo individuare il punto esatto in cui l’anziana donna, nell’accedere alla farmacia, inciampò, rovinando a terra, così procurandosi le gravi lesioni.
L’unico responsabile del fatto doveva ritenersi l’imputato in veste di amministratore del condominio per aver colposamente omesso di “sistemare il passaggio pedonale in corrispondenza dell’accesso ai marciapiedi antistante il tombino,mediante apposito scivolo “al fine di eliminare le sconnessioni del piano di calpestio o quantomeno di contenerne la pericolosità con idonee delimitazioni atte ad evitare che esse costituissero una vera e propria insidia; ciò sul rilievo decisivo che in ogni caso anche le sconnessioni esistenti “nella parte di pavimentazione in proprietà esclusiva dei S. (ovvero nell’area diversa da quella occupata dal tombino) sono del tutto funzionali allo scolo delle acque piovane convogliate dalle strutture condominiali”. Non può quindi mettersi in discussione che l’amministratore del condominio rivesta una specifica posizione di garanzia, su di lui gravando l’obbligo ex art. 40 cpv. c.p., di attivarsi al fine di rimuovere, nel caso di specie, la situazione di pericolo per l’incolumità del terzi, integrata dagli accertati avvallamenti / sconnessioni della pavimentazione in prossimità del tombino predisposto ai fini dell’esercizio di fatto detta servitù di scolo delle acque meteoriche a vantaggio del condominio, ciò costituendo una vera e propria insidia o trabocchetto, fonte di pericolo per i passanti ed inevitabile con l’impiego della normale diligenza; massime per una persona anziana di 75 anni di età ( cfr. Sez. 3 n.4676 del 1975 rv. 133249).
Nè l’obbligo di attivarsi onde eliminare la riferita situazione di pericolo doveva ritenersi subordinato, come erroneamente sostenuto dal ricorrente, alla preventiva deliberazione dell’assemblea condominiale ovvero ad apposita segnalazione di pericolo tale da indurre un intervento di urgenza. Il disposto dell’art. 1130 c.c., n. 4, viene invero interpretato dalla giurisprudenza di legittimità nel senso che sull’amministratore grava il dovere di attivarsi a tutela dei diritti inerenti le parti comuni dell’edificio, a prescindere da specifica autorizzazione dei condomini ed a prescindere che si versi nel caso di atti cautelativi ed urgenti (cfr. Sez. 4 n.3959 del 2009; Sez. 4 n.6757 del 1983).
Dalla lettera dell’art. 1135 c.c., u.c., si evince peraltro a contrario che l’amministratore ha facoltà di provvedere alle opere di manutenzione straordinaria, in cado rivestano carattere di urgenza, dovendo in seguito informare l’assemblea. E’ indubitabile che l’eliminazione di un’insidia o trabocchetto derivante dall’omesso livellamento della pavimentazione in corrispondenza di un tombino deputato all’esercizio di una servitù di scolo a vantaggio – ovviamente – dell’edificio condominiale rappresenti intervento sia conservativo del diritto sia manutentivo di ordine urgente anche a tutela della incolumità dei passanti e quindi determinante dell’obbligo di agire ex art. 40 c.p., comma 2.
Quanto infine all’ultima censura dedotta, deve ritenersi ormai assorbita e superata ogni questione attinente alla sospensione della condanna al risarcimento del danno, attesa l’ormai sopravvenuta definitività della stessa.
Annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente agli effetti penali; rigetta nel resto e condanna il T. alla rifusione delle spese sostenute nel presente grado di giudizio dalla parte civile F.F., liquidate in complessivi Euro 1.800,00, oltre spese generali, IVA e CPA. Così deciso in Roma, il 12 gennaio 2012.
Depositato in Cancelleria il 6 settembre 2012.
Cassazione Penale Sez. IV 12 gennaio 2012 n. 34147
L’unico responsabile del fatto doveva ritenersi l’imputato in veste di amministratore del condominio per aver colposamente omesso di “sistemare il passaggio pedonale in corrispondenza dell’accesso ai marciapiedi antistante il tombino,mediante apposito scivolo “al fine di eliminare le sconnessioni del piano di calpestio o quantomeno di contenerne la pericolosità con idonee delimitazioni atte ad evitare che esse costituissero una vera e propria insidia; ciò sul rilievo decisivo che in ogni caso anche le sconnessioni esistenti “nella parte di pavimentazione in proprietà esclusiva dei S. (ovvero nell’area diversa da quella occupata dal tombino) sono del tutto funzionali allo scolo delle acque piovane convogliate dalle strutture condominiali”. Non può quindi mettersi in discussione che l’amministratore del condominio rivesta una specifica posizione di garanzia, su di lui gravando l’obbligo ex art. 40 cpv. c.p., di attivarsi al fine di rimuovere, nel caso di specie, la situazione di pericolo per l’incolumità del terzi, integrata dagli accertati avvallamenti / sconnessioni della pavimentazione in prossimità del tombino predisposto ai fini dell’esercizio di fatto detta servitù di scolo delle acque meteoriche a vantaggio del condominio, ciò costituendo una vera e propria insidia o trabocchetto, fonte di pericolo per i passanti ed inevitabile con l’impiego della normale diligenza; massime per una persona anziana di 75 anni di età ( cfr.
Sez. 3 n.4676 del 1975 rv. 133249).
Nè l’obbligo di attivarsi onde eliminare la riferita situazione di pericolo doveva ritenersi subordinato, come erroneamente sostenuto dal ricorrente, alla preventiva deliberazione dell’assemblea condominiale ovvero ad apposita segnalazione di pericolo tale da indurre un intervento di urgenza. Il disposto dell’art. 1130 c.c., n. 4, viene invero interpretato dalla giurisprudenza di legittimità nel senso che sull’amministratore grava il dovere di attivarsi a tutela dei diritti inerenti le parti comuni dell’edificio, a prescindere da specifica autorizzazione dei condomini ed a prescindere che si versi nel caso di atti cautelativi ed urgenti (cfr. Sez. 4 n.3959 del 2009;
Sez. 4 n.6757 del 1983).