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Timestamp: 2019-05-23 10:59:01+00:00
Document Index: 184659893

Matched Legal Cases: ['art. 138', 'art. 138', 'art. 1219', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 38', 'art. 32', 'Cass. Sez. ', 'art. 13', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 2087', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 142', 'art. 142']

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I giudici della Cassazione hanno accolto la richiesta dei figli della vittima di un incidente stradale, al risarcimento del danno corrispondente alla loro sofferenza interna e al peggioramento delle abitudini di vita quotidiana
I congiunti della vittima di un incidente stradale avevano citato in giudizio, il responsabile del sinistro e la sua assicurazione, al fine di conseguire il ristoro dei danni derivati all’interno del nucleo familiare, a causa di tale evento.
La vittima aveva dichiarato di essere stato travolto dall’autovettura condotta dal convenuto, il quale nell’eseguire una manovra di conversione a sinistra, ometteva di dargli la precedenza, mentre stava sopraggiungendo a bordo del suo ciclomotore, nell’opposto senso di marcia.
Nel corso del giudizio di primo grado, interveniva volontariamente l’INAIL, rilevando di aver erogato, a favore dei ricorrenti, le prestazioni di legge, essendo l’infortunio avvenuto “in itinere” .
Il Tribunale di primo grado, aveva ritenuto il danneggiante responsabile al 70% nella causazione del sinistro e perciò aveva riconosciuto alla vittima, un danno biologico permanente del 67% che liquidava secondo le tabelle milanesi, operandone una personalizzazione nella misura del 25% e una ulteriore del 30%, ai sensi dell’art. 138 cod. assicurazioni, e ciò per l’accertata rilevante incidenza delle gravi lesioni sugli aspetti dinamico-relazionali personali.
Il Tribunale gli aveva riconosciuto anche il danno patrimoniale per perdita delle indennità specifiche connesse alla mansione di infermiere di corsia, precedentemente svolte, nonché di quello derivante per le spese di acquisito di un’autovettura nuova con comandi speciali e, per le prestazioni mediche eseguite, liquidando complessivamente, un danno differenziale pari a 559.149 euro, detratto già quanto erogato dall’INAIL.
Alla moglie era, invece, stato riconosciuto il danno retributivo e pensionistico nella somma di 627.000 euro circa, posto che la stessa, a causa del grave infortunio riportato dal marito, era stata costretta a trasformare il proprio rapporto di lavoro da “full time” a “part time”, in ragione della necessità di attendere alla gestione della propria famiglia composta da tre figli.
Alla medesima e ai figli, era stato inoltre, liquidato il danno non patrimoniale, stimato rispettivamente nella misura di 21.043 euro alla prima e 10.000 euro, per ciascuno dei figli.
Tuttavia, all’esito del giudizio d’appello, proposto dalle parti soccombenti, la corte territoriale, escludeva l’aumento del 30% del danno biologico liquidato dal giudice di primo grado, negando l’applicazione dell’art. 138 cod. assicurazione e, comunque ritenendo già esaustiva la personalizzazione del 25%.
Disconosceva, inoltre, sulla voce del danno patrimoniale quella relativa alle perdite delle indennità speciali tipiche delle mansioni di infermiere di corsia. Rideterminava l’ammontare del danno patrimoniale in 10.000 euro, mentre escludeva tale voce di danno per i figli minori, sul presupposto che le menomazioni subite dal genitore non avessero determinato la compromissione della relazione dello stesso intrattenuta con i figli.
Il punto è stato oggetto, tra gli altri, di pronuncia della Cassazione.
In via preliminare i giudici della Suprema Corte hanno ribadito che “in presenza di un danno alla salute, non costituisce duplicazione risarcitoria la congiunta attribuzione d’una somma di denaro a titolo di risarcimento del danno biologico, e d’una ulteriore somma a titolo di risarcimento dei pregiudizi che non hanno fondamento medico-legale, perché non aventi base organica ed estranei dalla determinazione del gradi percentuale di invalidità permanente, rappresentati dalla sofferenza interiore (quali, ad esempio, il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé la paura, la disperazione)”, perciò, “ove sia correttamente dedotta ed adeguatamente provata l’esistenza d’uno di tali pregiudizi non aventi base medico-legale, essi dovranno formare oggetti di separata valutazione e liquidazione”.
Il presupposto di tale affermazione è la constatazione che “la lesione della salute risarcibile” si indentifica “nella compromissione delle abilità della vittima nello svolgimento delle attività quotidiane tutte, nessuna esclusa: dal fare, all’essere, all’apparire; sicché, lungi dal potersi affermare “che il danno alla salute comprenda il pregiudizio dinamico-relazionali” dovrà dirsi “piuttosto che il danno alla salute è un danno dinamico relazionale”, giacché, se “non avesse conseguenze dinamico relazionali, la lesione alla salute non sarebbe nemmeno un danno medico legalmente apprezzabile e giuridicamente risarcibile.
Ne deriva che “l’incidenza d’una menomazione permanente sulle quotidiane attività «dinamico-relazionali» della vittima non è affatto un danno diverso dal danno biologico, restando, però, inteso che, in presenza di una lesione alla salute, potranno sì aversi le “conseguenze dannose più diverse ma tutte inquadrabili in due gruppi, cioè: a) conseguenze necessariamente comuni a tutte le persone che dovessero patire quel particolare tipo di invalidità; b) conseguenze peculiari del caso concreto, che abbiano reso il pregiudizio patito dalla vittima diverso e maggiore rispetto a casi consimili”.
Ebbene, entrambe costituiscono un danno non patrimoniale, ma se la liquidazione del primo presuppone la mera dimostrazione dell’esistenza dell’invalidità; la liquidazione delle seconde esige la priva concreta dell’effettivo (e maggiore) pregiudizio sofferto.
Anche la perduta possibilità di continuare a svolgere qualsiasi attività, in conseguenza di una lesione alla salute, non sfugge a questo schema e pertanto o è una conseguenza “normale” e allora si terrà per pagata con la liquidazione del danno biologico; o è una conseguenza peculiare e allora, dovrà essere risarcita, adeguatamente, aumentando la stima del danno biologico, attraverso la sua “personalizzazione”.
Sul punto, i giudici della Cassazione hanno ritenuto corretta le decisioni della corte di merito di escludere la doppia personalizzazione del danno biologico, già aumentata del 25%.
Il danno futuro
A causa del grave incidente, il danneggiato era stato costretto ad abbandonare l’attività di infermiere di corsia, precedentemente svolta.
Ebbene, la Cassazione ha più volte ribadito che “chi causa un danno futuro è in mora dal giorno del fatto illecito, ai sensi dell’art. 1219 c.c, per il pagamento del relativo risarcimento; tale mora andrà calcolata sul credito risarcitorio scontato e reso attuale, ma andrà pur sempre calcolata con decorrenza dalla data dell’illecito.
Si tratta di un credito di valore come tale soggetto a “cumulo” di rivalutazione ed interessi che dovranno essere calcolati con rivalutazione annua sino alla data della decisione.
Ed invero, ai fini di “un integrale risarcimento del danno conseguente al fatto illecito sono dovuti sia la rivalutazione della somma liquidata ai valori attuali, al fine di rendere effettiva la reintegrazione patrimoniale del danneggiato, che deve essere adeguata al mutato valore del denaro nel momento in cui è emanata la pronuncia giudiziale, sia gli interessi compensativi sulla predetta somma, che sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subito.”
Il danno non patrimoniale ai figli della vittima
La corte d’appello, all’esito del giudizio di secondo grado aveva escluso l’ulteriore pregiudizio subito dai figli della vittima, affermando che essi non avrebbero “subito alcun pregiudizio relazionale nel rapporto con il padre, giacché costui “seppure con modalità diverse, avrebbe continuato ad interagire e a condividere con loro le attività scolastiche ed extrascolastiche, oltre a quelle più prettamente famigliari”.
Ma per i giudici della Cassazione, tale affermazione non è corretta. Ed in effetti, essa trascurava di dare spazio al riconoscimento del danno non patrimoniale visto nella sua dimensione di “sofferenza interna”.
Del resto, la stessa giurisprudenza di legittimità ha più volte affermato che: “in tema di risarcimento del danno ai prossimi congiunti di persona che abbia subito, a causa di fatto illecito costituente reato, lesioni personali, spetta a costoro anche il risarcimento del danno morale concretamente accertato in relazione ad una particolare situazione affettiva della vittima”. A tal proposito, il giudice di merito deve rigorosamente valutare, sul piano della prova, tanto l’aspetto interiore del danno (danno morale), quanto il suo impatto modificativo in pejus con la vita quotidiana (danno esistenziale), atteso che in questo caso, oggetto dell’accertamento e della quantificazione del danno risarcibile è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto.
Ebbene tale accertamento, la corte di merito l’aveva completamente omesso, concentrandosi sugli aspetti dinamico-relazionali del più ampio pregiudizio non patrimoniale lamentato dai figli della vittima.
Per tali motivi, la sentenza impugnata è stata parzialmente cassata con rinvio alla corte territoriale per un nuovo esame di merito.
In caso di incidente sul lavoro, può ritenersi satisfattiva l’indennità assicurativa erogata dall’INAIL o residua in capo al lavoratore il diritto ad ottenere il risarcimento di ulteriori voci di danno dal proprio datore di lavoro?
Nel 2013 la corte d’appello di Venezia aveva condannato una società operante nel settore dell’edilizia al pagamento del danno biologico e del danno morale in favore di un proprio dipendente, vittima di un incidente sul lavoro
La corte territoriale aveva ritenuto provato il comportamento omissivo del datore di lavoro circa gli obblighi formativi del proprio dipendente, assunto come addetto ai mezzi battipista e, al contempo, aveva escluso un comportamento imprudente o anomalo da parte di quest’ultimo, nell’espletamento delle proprie mansioni.
Aveva perciò confermato la determinazione del danno biologico operata dal giudice di primo grado e previsto anche il risarcimento del danno morale, quale posta distinta e autonoma; ma aveva escluso ogni risarcimento per il pregiudizio alla capacità di lavoro specifica (in quanto non provato), quella per le spese sanitarie (anch’esse non provate e comunque, sostenute dall’INAIL) e quella per le spese delle attività stragiudiziali.
Avverso tale decisione, il lavoratore proponeva ricorso per cassazione lamentando la mancata liquidazione del danno biologico per invalidità temporanea e per la personalizzazione del danno permanente.
Risarcimento del danno (civilistico) ed indennizzo erogato dall’INAIL
La differenza strutturale e funzionale tra l’erogazione INAIL ex art. 13 d.lgs. n. 38 del 2000 e il risarcimento del danno secondo i criteri civilistici preclude di poter ritenere che le somme eventualmente a tale titolo, versate dall’istituto assicuratore possano considerarsi integralmente satisfattive del diritto al risarcimento del danno in capo al soggetto infortunato o ammalato.
La diversità ontologica tra l’istituto assicurativo e le regole della responsabilità civile trova un riscontro sul piano costituzionale, posto che i due rimedi rinvengono ciascuno un referente normativo diverso: la prestazione indennitaria risponde agli obiettivi di solidarietà sociale cui ha riguardo l’art. 38 Cost; mentre il rimedio risarcitorio, a presidio dei valori della persona, si innesta sull’art. 32 Cost.
E dunque, l’assicurazione INAIL non copre tutto il danno biologico conseguente all’infortunio o alla malattia professionale, ed ammettere il carattere assorbente della prestazione indennitaria implicherebbe una riduzione secca del livello protettivo, sia rispetto alle potenzialità risarcitorie del danno biologico, sia a confronto con il ristoro accordato a qualsivoglia vittima di un evento lesivo. (Cass. Sez. Lav. n. 19973 e 23263/2017).
Invero, l’art. 13 del d.lgs. n. 38/2000 include nell’indennizzo erogato dall’INAIL esclusivamente il danno biologico, inteso come “lesione – pari o superiore al 6% all’integrità psicofisica, suscettibile di valutazione medico legale alla persona”, valutata secondo una Tabella delle menomazioni redatta dal Ministero del Lavoro “onnicomprensiva degli aspetti dinamico-relazionali”: da questa definizione legislativa rimangono perciò escluse, senz‘altro voci che concorrono pur sempre a costituire danno non patrimoniali: la lesione all’integrità psicofisica di natura transitoria (il danno biologico temporaneo), le lesioni sotto una determinata soglia minima. il danno morale ossia la sofferenza interiore (ad esempio il dolore dell’animo, la vergogna, la disistima di sé, la paura, la disperazione) che non ha base organica ed è estranea alla determinazione medico-legale.
Per tutti questi motivi, i giudici della Cassazione hanno accolto il ricordo del lavoratore, giungendo nuovamente ad affermare che “le somme eventualmente erogate dall’INAIL non esauriscono il diritto al risarcimento del danno biologico in capo all’assicurato”.
Peraltro, come anticipato, posto che i due istituti afferiscono a due beni o interessi giuridici protetti, diversi, essi meritano di essere liquidati separatamente.
Cosa si intende per attività outdoor? E quando, l’infortunio occorso ai danni di uno studente, durante un’esercitazione pratica in gita scolastica, può dirsi coperto da tutela assicurativa INAIL?
I genitori di un minore citavano in giudizio l’ente provinciale e il MIUR al fine di vederne affermata la responsabilità solidale, in relazione ad un sinistro occorso al proprio figlio, in occasione dello svolgimento di attività scolastica “outdoor” (consistita, per l’esattezza, nella partecipazione ad un corso di calata passiva da una parete rocciosa) organizzata dalla Scuola professionale provinciale per il commercio, l’artigianato e l’industria, del quale, il medesimo era, all’epoca studente.
L’azione giudiziaria intrapresa dai due genitori era diretta, in particolare a conseguire il ristoro dei danni lamentati, dallo stesso per effetto della rottura della corda con conseguente precipitazione al suolo.
Le parti convenute, contestavano la domanda e ne chiedevano il rigetto posto che dell’evento accaduto non era ravvisabile, in alcun modo loro responsabilità.
Ed, invero, era stato accertato che il minore nell’esecuzione della calata passiva, avrebbe disatteso le indicazioni fornitegli dagli accompagnatori, in particolare contravvenendo a quello di scendere verticalmente, spingendo invece la corda contro la parete rocciosa, sicché essa, malauguratamente, si spezzava per sfregamento con un piccolo sperone affilato di roccia, evenienza idonea ad integrare, il caso fortuito.
La corte d’appello, nel qualificare come “attività ludica” quella svolta in occasione del sinistro, aveva escluso l’accoglibilità della domanda; ma così facendo per i ricorrenti avrebbe violato l’art. 4, comma 1, n. 5 del d.P.R. 30 giugno 1965, n. 1124 che prevede la copertura assicurativa obbligatoria INAIL tra gli altri, per “gli insegnanti e gli alunni delle scuole o istituti di istruzione di qualsiasi ordine e grado anche privati, che attendano ad esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche”.
Al riguardo è stata richiamata anche la circolare INAIL n. 28/03 nella quale si precisa che i presupposti della copertura assicurativa “valgono per l’intera attività formativa offerta dai piani scolastici, senza distinzioni tra attività curriculari ed extracurriculari, comunque svolte nel quadro delle iniziative complementari ed integrative del percorso formativo offerto agli studenti”, ivi comprese, secondo il ricorrente, le “esercitazioni pratiche” alle quali (sempre per il ricorrente), “debbono essere assimilate sia le attività di educazione fisica e sportiva che i viaggi di istruzione, sia quelle relative all’acquisizione di competenze di natura comportamentale ed attitudinale da far valere direttamente anche sul piano tecnico specifico”.
Per i giudici della Cassazione “l’attività outdoor non può farsi rientrare tra le “esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche”, alle quali fa riferimento l’art. 4, comma 1, n. 5), d.P.R. n. 1124/1965, già richiamato.
Ciò, in quanto, il presupposto per l’operatività di tale copertura assicurativa resta pur sempre, il collegamento tra le suddette “esperienze tecnico-scientifiche od esercitazioni pratiche” e le attività didattiche, richiedendosi oltretutto, che tra l’una e l’altra ricorra “nesso di derivazione eziologica”, e non un “semplice rapporto di coincidenza cronologica e topografica”, non bastando cioè, che “l’infortunio sia avvenuto sul luogo di lavoro e durante l’orario di lavoro”, ma occorrendo, piuttosto, “che il lavoro abbia determinato il rischio del quale l’infortunio è conseguenza”.
Ebbene, se queste affermazioni valgono con riferimento al caso in cui il soggetto infortunato sia il lavoratore/insegnante, a maggior ragione debbono trovare applicazione per gli studenti, visto che essi, a differenza dei primi “sono una particolare categoria di soggetti che non hanno un rapporto di lavoro e che sono assicurati in via eccezionale, solo per gli infortuni che accadono nel corso delle esperienze tecnico-scientifiche e delle esercitazioni pratiche e di lavoro di cui alla specifica disposizione del Testo Unico”.
E’ proprio l’eccezionalità della copertura prevista per gli studenti ad imporre la necessità di escludere che le attività outdoor -svolte nel corso di gite scolastiche – possano includersi tra le “esperienze ed esercitazioni pratiche” soggette a copertura assicurativa.
Ed è con tali motivi che i giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso proposto dai genitori del minore danneggiato.
SCAPPELLOTTI AGLI ALUNNI, LEGITTIMA LA SOSPENSIONE DELL’INSEGNANTE
Trauma psico emotivo dopo una rapina verificatasi all’interno dell’ambiente di lavoro: i giudici della Cassazione chiariscono i termini della risarcibilità e della sua qualificazione giuridica: infortunio o malattia professionale?
A seguito di una rapina intervenuta all’interno dell’ambiente di lavoro, una lavoratrice aveva presentato istanza al Tribunale di Civitavecchia al fine di ottenere la corresponsione dell’indennizzo per infortunio sul lavoro ai sensi dell’art. 13 del D.Lgs. n. 38 del 2000
La donna asseriva che dopo l’episodio le era stato diagnosticato un trauma psico emotivo con disturbo post traumatico da stress e una inabilità pari al 10%
In primo grado la sua stanza era stata accolta; ma in appello l’esito veniva ribaltato con una sentenza della Corte d’appello di Roma che accoglieva il ricorso proposto dall’INAIL, in ordine alla inapplicabilità della normativa introdotta dal D.Lgs. n. 38 del 2000, alla fattispecie in esame, posto che si trattava di infortunio, e non di malattia professionale e che esso si era verificato prima del 25 luglio 2000, data di entrata in vigore della L. n. 388 del 2000, art. 73, comma 3.
Ebbene secondo la precedente disciplina, di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, la percentuale di inabilità minima per ottenere la prestazione assicurativa doveva essere pari al 11% e non anche il 10% come quella esibita dalla parte attrice.
Rapina sul lavoro: infortunio o malattia professionale?
Al riguardo si sono pronunciati anche i giudici della Cassazione i quali hanno confermato la decisione impugnata per le ragioni che seguono.
Secondo la condivisa giurisprudenza di legittimità (cfr., per tutte, Cass. 26 maggio 2006 n. 12559 e numerose successive conformi), la nozione legale di causa violenta lavorativa comprende qualsiasi fattore presente nell’ambiente di lavoro in maniera esclusiva o in misura significativamente diversa che nell’ambiente esterno, il quale, agendo in maniera concentrata o lenta, provochi (nel primo caso) un infortunio sul lavoro o (nel secondo) una malattia professionale.
Nel caso di specie, era indubbio che la rapina, quale atto doloso del terzo, configurasse una ipotesi di causa violenta e concentrata, potenziale generatrice di danni alla salute della vittima, e cioè quale causa di un infortunio ai sensi dell’art. 2 del tu. n. 1124 del 1965, con ogni conseguenza relativa all’applicazione del criterio di successione di legge derivante dalla introduzione del D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13.
Inoltre, la non immediata percezione delle reali origini dello stato invalidante non assumeva alcun rilievo ai fini della qualificazione dell’evento come malattia professionale.
Non vi erano dubbi, allora per ritenere immune da vizi la decisione impugnata e per tali motivi il ricorso della lavoratrice è stato respinto, con conseguente condanna, di quest’ultima, al pagamento delle spese del giudizio.
SOTTRAE CON FORZA IL CELLULARE ALLA FIDANZATA: CONDANNATO PER RAPINA
Non è il datore di lavoro ma l’Inail a dover essere citata in giudizio per il riconoscimento del risarcimento del danno derivante da mobbing
Lo ha stabilito la Corte di Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dalla società datrice di lavoro, coperta da polizza assicurativa obbligatoria Inail per i danni ai propri dipendenti.
All’esito del giudizio di secondo grado la società datrice di lavoro era stata condannata al risarcimento della somma di 9.300 euro a titolo di somma per il risarcimento del danno biologico da mobbing, in favore del lavoratore ricorrente.
La società tuttavia eccepiva il difetto di legittimazione passiva nel giudizio in questione.
Sul punto si sono pronunciati i giudici della Cassazione.
Il punto controverso sul quale verte il giudizio di legittimità non è tanto il difetto di legittimazione passiva della società datrice, ma piuttosto l’accertamento della sua effettiva titolarità del rapporto fatto valere in giudizio, integrante una questione di merito.
Ed in vero, nell’ipotesi di richiesta del risarcimento del danno patito dal lavoratore alla propria integrità psico-fisica in conseguenza di una pluralità di comportamenti del datore di lavoro e dei colleghi di natura asseritamente vessatoria, il giudice di merito è comunque tenuto a valutare se alcuni dei comportamenti denunciati (esaminati singolarmente, ma sempre in sequenza causale) possano essere considerati vessatori e mortificanti per il lavoratore e come tali ascrivibili a responsabilità del datore di lavoro, a norma dell’art-. 2087 c.c., sia pure non accomunati dal medesimo fine persecutorio (Cass. 18927/2012; Cass. n. 4222/2016).
Qualora, poi, sia accertata la sussistenza di un intento persecutorio idoneo ad unificare tutti gli episodi addotti dall’interessato si configura una condotta di mobbing (Cass. n. 1247/2018).
Ebbene, nel caso in esame, la corte territoriale aveva accertato, sulla base delle risultanze istruttorie, che i danni lamentati dalla lavoratrice erano ascrivibili alla condotta datoriale di mobbing e che pertanto erano riconducibili all’inadempimento della società al debito di sicurezza prescritto dall’art. 2087 c.c.
Ma in tema di malattia professionale, la tutela assicurativa INAIL va estesa ad ogni forma di tecnopatia, fisica o psichica che possa ritenersi conseguenza dell’attività lavorativa, sia che riguardi la lavorazione che l’organizzazione del lavoro e le sue modalità di esplicazione, anche se non compresa tra le malattie tabellate o tra i rischi specificamente indicati in tabella: dovendo il lavoratore soltanto dimostrare il nesso di causalità tra la lavorazione patogena e la malattia diagnosticata (Cass. n. 5066/2018).
A tal proposito, il giudice può procedere alla verifica dell’applicabilità dell’art. 10 del testo unico sull’assicurazione obbligatoria, anche d’ufficio ed indipendentemente da una richiesta di parte, in quanto si tratta dell’applicazione di norme di legge al cui rispetto il giudice è tenuto (Cass. n. 9166/2017).
Ne deriva che il motivo di ricorso della società datrice di lavoro era fondato nel senso, non già del difetto di legittimazione passiva, ma della non effettiva titolarità del rapporto fatto valere in giudizio, per l’accertamento a carico della lavoratrice di un danno biologico dipendente da mobbing in misura dell’8%, in quanto coperto dall’assicurazione obbligatoria dell’Inail, nella sussistenza dei presupposti per l’esonero della responsabilità civile del datore di lavoro (Cass. n. 9166/2017; Cass. n. 20392/2018).
MOBBING LAVORATIVO: DIPENDENTE COMUNALE PERDE LA CAUSA
Danno riflesso: l’infortunio del lavoratore visto con gli occhi della madre
Nel 2014 la Corte d’appello di Trieste, in parziale riforma della sentenza di primo grado, aveva ritenuto totalmente risarcito, tramite indennizzo erogato dall’INAIL, il danno patrimoniale da perdita della capacità di lavoro specifica subito dal dipendente di un’azienda italiana, a seguito di un infortunio verificatosi durante l’orario di lavoro
Nel computo della somma liquidata, a titolo di risarcimento del danno, la corte territoriale aveva riconosciuto il danno biologico subito dalla madre del predetto lavoratore (cd. danno riflesso).
Nella specie, la corte distrettuale aveva ritenuto di liquidare “le ansie, le preoccupazioni, gli sbalzi di umore, le delusioni e in genere le difficoltà caratteriali del figlio” che questi “scaricava – per la vicinanza spaziale oltre che per il rapporto parentale” – sulla madre.
Aveva, inoltre, considerato le “preoccupazioni e delusioni” maturate dalla stessa “per la condizione di difficoltà in cui versava il figlio a causa dell’infortunio”.
Tuttavia, secondo la madre del lavoratore infortunato, tale somma non era sufficiente ed anzi, trascurava delle circostanze per nulla irrilevanti, quali, prima fra tutte, il fatto che si trattasse di un giovane di appena ventisette anni, che questi conviveva in un nucleo familiare formato solo da lui e dalla stessa madre, la gravità della lesione, la lunga ospedalizzazione, gli interventi chirurgici, la perdita del lavoro e del 50€ della capacità lavorativa specifica, nonché la gravità della colpa datoriale.
Per non parlare del fatto, poi, che tale somma non valorizzava la sua dedizione e il suo impegno quotidiano di assistenza nei confronti del figlio, di quella successiva ai ricoveri ospedalieri, delle difficoltà caratteriali di quest’ultimo e delle dinamiche familiari prima e dopo l’incidente.
Seguiva, pertanto, il ricorso per Cassazione
Ebbene per i giudici della Cassazione, a prescindere dalla specifica definizione utilizzata dai giudici di merito, la valutazione effettuava risultava esaustiva di tutto il danno non patrimoniale subito, iure proprio, dalla madre del lavoratore, danno che- a partire dalle c.d. “sentenze di San Martino” del 2008 (CSS. Sez. Un. n. 26972/2008) -costituisce una categoria di danno unitaria, che ricomprende in sé tutte le possibili componenti di pregiudizio non aventi rilievo patrimoniale, da liquidarsi, dunque, in modo onnicomprensivo, evitando duplicazioni risarcitorie.
I giudici di merito avevano perciò fatto bene ad escludere le ulteriori circostante dedotte dalla madre nel computo della somma liquidata a titolo di danno riflesso, stante l’assenza di prove sufficienti.
In conclusione, il ricorso è stato rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Percorso casa-lavoro: niente indennizzo in caso di deviazione
Non è indennizzabile l’incidente occorso al lavoratore che nel viaggio in itinere verso il luogo di lavoro abbia “arbitrariamente” deciso di seguire un percorso diverso da quella suggerito dall’azienda
Nel 2016 la Corte d’Appello di Bari aveva riformato la sentenza del giudice di primo grado che, in prima istanza, aveva accolto la domanda proposta da un lavoratore, dipendente dell’INAIL, nei confronti dell’azienda per il pagamento delle prestazioni derivanti dall’infortunio in itinere subito nel 2005 lungo il percorso quotidianamente effettuato per recarsi dalla propria abitazione sul luogo di lavoro.
Secondo i giudici della Corte territoriale l’infortunio occorso al ricorrente non era indennizzabile perché verificatosi al di fuori del normale tragitto casa-lavoro.
In altre parole, ai sensi dell’articolo 12 decreto legislativo n. 38/2000 è indennizzabile l’infortunio occorso durante il «normale» percorso di andata e ritorno dal luogo di abitazione a quello di lavoro, salvo il caso di interruzione o deviazione del tutto indipendenti dal lavoro o, comunque, non necessitate; ove per normale percorso si intende quello più breve e diretto nonché delimitato entro un ragionevole arco temporale.
Ebbene, da quanto emerso in giudizio, risultava chiaro che il percorso effettuato il giorno dell’incidente, non era certo il più breve: “dalla comparazione tra il tragitto seguito e quello indicato dall’INAIL risultava che quest’ultimo avrebbe comportato un risparmio in termini di tempo pari a 12 minuti e di distanza tra l’abitazione e la sede lavorativa di 11 chilometri. Il rischio di tornanti – (che interessava un tratto di due soli chilometri del percorso più breve ed, alla stregua della documentazione fotografica, non risultava particolarmente allarmante) – non era tale da giustificare il diverso tragitto percorso, in assenza di indicazioni più specifiche (ad esempio, circa il tasso di incidenti in quel tratto o la natura della strada)”.
Ebbene, era emerso che il dipendente, il giorno del sinistro avesse effettuato irragionevolmente una deviazione per raggiungere la destinazione.
Vi era, dunque, un’ipotesi di rischio elettivo causato dal lavoratore per scelte personali tali da interrompere il nesso di causalità tra il lavoro e l’evento subito.
Ma secondo il lavoratore il ragionamento della Corte territoriale – secondo cui il percorso più breve e diretto era quello indicato dall’ INAIL – era fuorviante ed illogico.
La scelta del percorso alternativo non era stata per nulla arbitraria né ingiustificata: egli aveva preferito una strada più agevole e priva di tornanti, il che comportava un aggravio di tempo di poco più di dieci minuti.
E, trattandosi di una minima differenza con i percorsi alternativi non si poteva ritenere un aumento del rischio né una deviazione animata da finalità personali; più semplicemente, il percorso era stato scelto perché ritenuto più congeniale per distanza, tempo e traffico del momento.
Ora, le argomentazioni addotte dal ricorrente sebbene astrattamente coerenti, per i giudici della Cassazione non sono ammissibili.
Ed infatti il ricorrente, pur articolando il ricorso in termini di violazione dell’articolo 360 nr. 5 cod.proc.civ., non aveva allegato alcun fatto storico non esaminato nella sentenza impugnata ma si era limitato a contestare la decisione assunta, contrapponendo al giudizio espresso dalla corte d’appello, in ordine alla sussistenza di una ipotesi di rischio elettivo, una diversa valutazione delle ragioni della deviazione dal percorso normale e della loro apprezzabilità e rilevanza; in tal modo sollecitando ai giudici di legittimità un non-consentito riesame del merito.
Per tali ragioni il ricorso del dipendente è stato respinto.
TRASFORMAZIONE DEL CONTRATTO DI LAVORO IN PART TIME: IL RIFIUTO COSTA CARO
Malattia professionale: il riferimento alle tabelle normative non basta
Ancora una volta gli Ermellini sono tornati a discutere sul tema della prova nelle controversie tra dipendente e datore di lavoro. Nella sentenza in commento è stato affermato che la circostanza per cui la malattia professionale denunciata dal lavoratore risulti compresa tra quelle tabellate, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, non costituisce una presunzione assoluta ma è superabile con prova a carico dell’INAIL
Svolgeva la mansione di installatore e manutentore di stampanti e fotocopiatrici. A seguito della sua morte a causa di un cancro ai polmoni, la moglie aveva deciso di citare in giudizio l’INAIL per ottenerne la condanna alla corresponsione della rendita e dell’assegno funerario, dopo aver accertato il nesso causale tra la mansione svolta e la malattia.
Ma la Corte di Appello di Ancona, in riforma della sentenza di primo grado, aveva rigettato la domanda. Questa, infatti, dopo una approfondita indagine, avvalendosi anche dell’aiuto di un tossicologo occupazionale, aveva escluso che l’attività lavorativa in questione avesse avuto una qualche incidenza nella malattia contratta.
Ebbene, le conclusioni del consulente, frutto di accurate indagini, per la corte territoriale meritavano di essere recepite: da esse derivava che l’attività lavorativa non aveva determinato – nemmeno quale concausa – la malattia e la morte del lavoratore.
Seguiva, quindi, il ricorso per Cassazione
La vedova, tramite il proprio difensore di fiducia, denunciava il grave errore di giudizio commesso dai giudici di secondo grado per non aver tenuto in considerazione che la patologia denunciata (tumore ai polmoni) rientrava tra quelle tabellate ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1975, art. 3. Quest’ultima disposizione contempla il tumore del polmone tra le malattie causate dall’esposizione ad idrocarburi policiclici aromatici.
Ed infatti era incontestabile che il proprio marito fosse stato esposto, negli anni dell’attività lavorativa, agli idrocarburi policiclici aromatici, in quanto toner e devoloper di stampanti e fotocopiatrici contenevano una polvere chimica costituita principalmente da carbon black (o nero fumo).
Sulla cancerogenità del carbon black (o nero fumo) e di altre sostanze chimiche contenute nel toner e nel developer (lo stirene, il nichel monossido, il butadiene), la donna asseriva di aver già ampiamente argomentato nei giudizi di merito e nonostante ciò il CTU nominato in appello aveva escluso il nesso causale tra l’esposizione a carbon black ed il cancro al polmone.
I giudici della Cassazione hanno respinto il ricorso; ma interessanti sono chiarimenti offerti in materia di prova della malattia professionale.
La circostanza che la malattia denunciata rientri tra le malattie tabellate, ai sensi del D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, – afferma – determina la esistenza di una presunzione legale di origine professionale qualora il lavoratore abbia provato l’adibizione ad una lavorazione tabellata – o l’esposizione ad un rischio ambientale provocato da quella lavorazione – e l’esistenza della malattia ed abbia effettuato la denuncia nel termine massimo di indennizzabilità.
Questa presunzione non è tuttavia assoluta ma è superabile con la prova – a carico dell’INAIL – che la malattia è stata determinata da cause extraprofessionali e non dal lavoro.
Il che è accaduto nella fattispecie di causa in quanto il CTU aveva individuato un diverso fattore – il tabagismo – avente rilevanza causale esclusiva nella determinazione della malattia.
Tale rilievo – concludono i giudici della Suprema Corte – esime da ogni altra considerazione in ordine alla effettiva ricorrenza nella fattispecie di causa di una delle lavorazioni specificate al n. 33 lett. a) della nuova tabella delle malattie professionali nell’industria di cui al D.P.R. n. 1124 del 1965, art. 3, e successive modificazioni ed integrazioni (D.P.R. n. 1124 del 1965, all. n. 4).
Lavoratori, Inail meno premi ma più risarcimenti. Lo stato dell’arte
Contano più le casse dell’Inail o le tasche dei lavoratori? Da come guardi il mondo, tutto dipende, cantava Jarabe de Palo
E ciò vale senz’altro per una piccola, grande novità contenuta nel decreto fiscale e sfuggita all’attenzione dei più. Partiamo dal principio. Per effetto della manovra, l’Inail dovrà fare i conti con una riduzione dei premi pagati dalle imprese al fine di assicurare i lavoratori contro gli infortuni e contro le malattie. Il taglio è pari a un 15,24 per cento, per minori entrate stimate in un miliardo e 535 milioni nel triennio 2019-2021. Ma se con una mano lo Stato ha tolto, con una mano (la solita manina?) ha restituito. Infatti, nelle pieghe del decreto fiscale, è stata inserita una novità nient’affatto favorevole per coloro che incorrono in un infortunio sul lavoro “in itinere”, cioè durante il tragitto casa-lavoro, e viceversa. Ci riferiamo alla modifica dell’art. 142 del decreto legislativo nr. 209 del 2005 (Nuovo Codice delle Assicurazioni).
I casi di infortunio del lavoratore
Per capire di cosa stiamo parlando, dobbiamo fare un passo indietro e ricordare cosa succede nel caso in cui il lavoratore incappa in un incidente stradale, riportando lesioni pari o superiori al 16 per cento di invalidità permanente.
L’Inail corrisponde all’infortunato delle somme sotto forma di rendite: una come indennizzo del danno biologico (cioè all’integrità psicofisica) e una come indennizzo del pregiudizio patrimoniale (cioè alla capacità lavorativa). Il lavoratore infortunato, tuttavia, può avanzare nei confronti dell’assicurazione automobilistica del responsabile del sinistro una ulteriore pretesa per vedersi ristorare i cosiddetti danni “complementari” e “differenziali”. Si tratta, per farla molto semplice, di quelle voci di danno che l’Inail non indennizza proprio o non indennizza per intero. Per esempio, il danno biologico temporaneo o quello da sofferenza morale, che l’Inail non paga affatto, o una parte del danno biologico permanente, che l’Inail ristora solo in misura parziale. In genere – ad oggi e di regola – accade che l’assicurazione del responsabile civile tratta con il danneggiato e poi gli risarcisce il danno non patrimoniale in base all’entità delle lesioni accertate e alla conseguente monetizzazione delle stesse effettuata secondo precise tabelle elaborate dalla giurisprudenza del Tribunale di Milano. Una volta fatti i “conti della serva”, per così dire, l’assicurazione, in sede di trattativa, o il giudice all’esito di una causa civile, defalcano da quanto spetterebbe al lavoratore, la somma corrispondente al capitale che l’Inail ha accantonato al fine di erogare alla vittima una rendita a titolo di danno biologico. Questa porzione del risarcimento sottratta al lavoratore finisce nella casse dell’Inail.
In gergo, si dice che l’Inail si surroga nei diritti del lavoratore ed è un meccanismo pensato per evitare che l’infortunato venga risarcito due volte per lo stesso danno.
Secondo la giurisprudenza, però, l’Inail non può rivalersi su tutte le somme erogate, a titolo di danno biologico permanente, dall’assicurazione del responsabile civile a favore del lavoratore danneggiato.
Più precisamente, l’Inail – dalla torta del ristoro del danno biologico permanente spettante al lavoratore – potrà ritagliarsi solo una fetta corrispondente a ciò che l’istituto ha corrisposto alla vittima sempre come danno biologico permanente, non anche una fetta corrispondente a ciò che l’istituto ha corrisposto alla vittima come danno patrimoniale. Il che è logico, giusto e corrispondente a buon senso: il lavoratore non deve essere risarcito due volte per la stessa voce di danno – abbiamo detto – ma non deve neppure ricevere meno di quanto gli spetta. Ebbene, l’art. 142 del Nuovo Codice delle Assicurazioni è stato modificato, dal decreto fiscale 2019, in senso opposto a quello cui era pervenuta la giurisprudenza di cui sopra. Infatti, vi si legge che l’assicurazione potrà procedere alla liquidazione del danno a favore del lavoratore infortunato solo previo accantonamento, a beneficio dell’ente pubblico, di una somma “a valere sul complessivo risarcimento” idonea a coprire il credito dell’ente per le somme erogate o da erogare “a qualsiasi titolo”. Facciamo un esempio ipotetico, con valori puramente simbolici, tanto per capire le conseguenze pratiche di tutta la faccenda: supponiamo che un dipendente, tornando a casa in bicicletta da lavoro, venga investito da un’auto e riporti un danno biologico permanente pari a un tot per cento per un controvalore in denaro di 100.000 euro. Supponiamo, altresì, che l’Inail accantoni, a favore dello sventurato ciclista, 100.000 euro (di cui 50.000 a titolo di ristoro del danno biologico permanente e 50.000 a titolo di ristoro del pregiudizio patrimoniale).
Ebbene, fate due conti: con il “vecchio” sistema, al nostro toccavano 50.000 euro di risarcimento (cioè 100.000 meno 50.000 che finivano all’istituto). Con il nuovo sistema, lo stesso povero diavolo otterrebbe un risarcimento, rispetto alle succitate voci, pari a zero e l’ente si piglierebbe tutta la posta.
Quindi, riassumendo, possiamo tranquillamente affermare che, con la riforma in questione, l’Inail potrebbe guadagnarci un bel po’ di quattrini a tutto svantaggio delle vittime degli infortuni sul lavoro. Forse ciò consentirà all’Istituto di “tamponare” gli effetti della riduzione dei premi di cui parlavamo all’inizio. Di certo – a meno di aggiustamenti giurisprudenziali di segno contrario, sempre possibili in Italia – a rimetterci saranno i diritti dei lavoratori danneggiati a un equo e integrale risarcimento del danno biologico patito.
INFORTUNI SUL LAVORO, NEL 2018 AUMENTANO DENUNCE E VITTIME