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Timestamp: 2019-02-21 06:29:20+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 316', 'sentenza ', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 316', 'sentenza ', 'art. 538', 'art. 322', 'sentenza ', 'art. 322', 'art. 322', 'art. 322', 'art. 240', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 29 giugno 2018, n.24156
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | GIOVEDÌ 21 FEBBRAIO AGGIORNATO ALLE 7:29
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 29 giugno 2018, n.24156MASSIMA
Il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato, sostanziandosi nella ricezione di indebite prestazioni di emolumenti e previdenze maturate periodicamente, non si configura come reato permanente né come un reato istantaneo ad effetti permanenti, bensì come un reato a consumazione prolungata, giacché il soggetto agente, sin dall’inizio, ha la volontà di realizzare un evento destinato a protrarsi nel tempo. Ne consegue che il momento consumativo del reato di cui all’art. 316 - ter cod. pen. coincide con quello della cessazione dei pagamenti, perdurando il reato fino a quando non vengono interrotte le riscossioni e, pertanto, è applicabile la confisca per equivalente in relazione all’importo complessivamente illegittimamente fruito dall’agente, anche nel caso di reato posto in essere prima all’entrata in vigore della legge n. 190 del 6 novembre 2012, purchè l’ultimo rateo sia stato riscosso sotto la vigenza della nuova normativa.
La Corte di appello di Catanzaro, in riforma della sentenza del Tribunale di Paola del 20 maggio 2014, riqualificati i fatti come fattispecie prevista dall’art. 316-ter cod. pen., confermava la condanna dell’imputata al risarcimento del danno in favore della costituita parte civile INPS, perché quale delegata alla riscossione della pensione di invalidità civile e della indennità di accompagnamento della madre, aveva omesso di comunicare il decesso della genitrice, procurandosi così l’ingiusto profitto della riscossione dei ratei di pensione e dell’indennità di accompagnamento per il complessivo importo di Euro 59.027,00, con corrispondente danno per l’ente pubblico erogatore. Pertanto, l’imputata ricorreva in Cassazione, denunciando l’erroneità della disposta confisca per equivalente dell’immobile, costituente quota di un antico immobile di famiglia, indiviso tra più fratelli, estranei al reato, e, quindi la legittimità del provvedimento ablatorio in quanto avente ad oggetto un bene che non costituisce profitto né prezzo del reato. La intervenuta riqualificazione del reato imponeva alla Corte di appello la revoca della confisca dell’immobile tenuto conto che per il reato di cui all’art. 316 - ter cod. pen. era consentita, fino alla data del 14 novembre 2012, solo la confisca del prezzo del reato e non anche del profitto del reato, nozione nella quale non rientrava il bene in sequestro, trattandosi di un bene di famiglia indiviso tra i coeredi.
Una donna, dopo la morte della madre, ha continuato ad intascare pensione e accompagnamento della genitrice per un importo di quasi 60000 euro: può l’INPS confiscare beni corrispondenti al profitto del reato commesso prima della riforma della normativa in materia, che ha previsto la confisca di beni corrispondenti al profitto del reato? Per dare risposta a tale interrogativo la Suprema Corte evidenzia che in tema di prescrizione il momento consumativo del reato di cui all’art. 316 - ter cod. pen. coincide con quello della cessazione dei pagamenti, perdurando il reato fino a quando non vengono interrotte le riscossioni. In tali casi, vertendosi della ricezione di indebite prestazioni di emolumenti e previdenze maturate periodicamente, non si configura un reato permanente né un reato istantaneo ad effetti permanenti, bensì un reato a consumazione prolungata, giacché il soggetto agente, sin dall’inizio, ha la volontà di realizzare un evento destinato a protrarsi nel tempo. In tali casi, dunque, perdurando il reato fino alla riscossione dell’ultimo rateo, ed il danno addirittura incrementandosi, ai fini della confisca, la consumazione del reato coincide con la cessazione dei pagamenti. Facendo applicazione di tale principio alla fattispecie in esame nella quale è incontestato che l’imputata ha percepito l’ultimo rateo di pensione - relativo al mese di dicembre 2012 - nel gennaio 2013, devono ritenersi del tutto legittime le conclusioni alle quali è pervenuto il giudice di appello che, ritenuto il reato ancora perdurante al momento di entrata in vigore della legge n. 190 del 6 novembre 2012, ha disposto la confisca del profitto del reato, in relazione all’importo complessivamente illegittimamente fruito dall’imputata, confisca che si atteggia a confisca cd. diretta della somma di denaro già oggetto di sequestro preventivo e quale confisca per equivalente (ovvero per valore corrispondente) dell’immobile di proprietà dell’imputata.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. VI PENALE - SENTENZA 29 giugno 2018, n.24156 - Pres. Paoloni – est. Giordano
4. L’imputata denuncia l’erroneità della disposta confisca per equivalente dell’immobile, costituito da due vani ed accessori, e costituente quota di un antico immobile di famiglia, indiviso tra più fratelli, estranei al reato, del valore catastale di Euro 100,00, e, quindi la legittimità del provvedimento ablatorio in quanto avente ad oggetto un bene che non costituisce profitto né prezzo del reato. La intervenuta riqualificazione del reato imponeva alla Corte di appello la revoca della confisca dell’immobile tenuto conto che per il reato di cui all’art. 316 - ter cod. pen. era consentita, fino alla data del 14 novembre 2012, solo la confisca del prezzo del reato e non anche del profitto del reato, nozione nella quale non rientra il bene in sequestro, trattandosi di un bene di famiglia indiviso tra i coeredi. La motivazione della Corte di merito, sul punto, è generica e disposta in violazione degli artt. 2, 322-ter cod. pen. e 321 cod. proc. pen. poiché la confisca avrebbe dovuto essere limitata al profitto conseguito dal reato soltanto per la parte conseguita nel periodo successivo al novembre del 2012, data di entrata in vigore della legge n. 190, avendo la C. riscosso nel dicembre 2012 l’ultimo rateo di pensione.
5.1 la mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata e vizi di travisamento della prova documentale e delle norme di legge (artt. 2, 74, 538, 539 cod. pen. e 2033 e 2036 cod. civ.). Rileva la erroneità della decisione, nella parte in cui ha disatteso il primo motivo di appello proposto dalla parte civile volto a conseguire la condanna al risarcimento dei danni nell’ammontare risultate dagli atti acquisiti e, cioè l’importo dei ratei riscossi dalla C. - pacificamente risultante dai prospetti allegati all’informativa - e che è quantificabile sulla base di una mera operazione aritmetica, importo che la Corte ha contraddittoriamente ritenuto accertato ai fini penali ma non anche ai fini della condanna civile rinviando, ai fini delle attività satisfattive, ad un’ipotetica e futura restituzione da parte dello Stato, a cui favore le somme sono state confiscate, e, peraltro, rimettendone la quantificazione al giudice civile, in violazione del disposto di cui all’art. 538 cod. proc. pen.;
5.2 erronea applicazione della legge penale, in relazione agli artt. 240, 316 ter, 322 - ter cod. pen e 321 cod. proc. pen.. La Corte ha erroneamente qualificato la disposta confisca della somma di denaro (Euro 20.971,05), come confisca per equivalente, poiché, invece, ogniqualvolta il profitto di uno dei reati di cui all’art. 322-ter cod. pen. sia costituito da danaro, il giudice, attesa la fungibilità del bene che ne costituisce oggetto, deve disporre la confisca diretta. Di conseguenza le somme, previa revoca della disposta confisca in primo grado, andavano considerate di appartenenza dell’Istituto ricorrente, perché profitto del reato, al quale andavano restituite;
4. Controversa, in presenza di cd. profitto accrescitivo è la natura - diretta ovvero per equivalente - della confisca che abbia per oggetto somme di denaro. Secondo un più recente orientamento, in vero, in relazione a somme depositate su conto corrente e per le quali vi era prova della non provenienza dal reato si è affermato che in tema di sequestro preventivo funzionale alla confisca, la natura fungibile del denaro non consente la confisca diretta delle somme depositate su conto corrente bancario del reo, ove si abbia la prova che le stesse non possono in alcun modo derivare dal reato e costituiscano, pertanto, profitto dell’illecito (Sez. 3, n. 8995 del 30/10/2017, dep. 2018, P.M. in proc. Barletta e altro, Rv. 272353).
5. Il principio ora richiamato è contrastato dal quell’orientamento giurisprudenziale, secondo il quale, qualora il prezzo o il profitto c.d. accrescitivo derivante dal reato sia costituito da denaro, la confisca delle somme di cui il soggetto abbia comunque la disponibilità, deve essere qualificata come confisca diretta e, in considerazione della natura fungibile del bene, destinato a confondersi con le altre disponibilità economiche del reo, non necessita della prova del nesso di derivazione diretta tra la somma materialmente oggetto della ablazione e il reato (Sez. 5, n. 23393 del 29/03/2017 - dep. 12/05/2017, P.M. in proc. Garau, Rv. 270134), conclusione, questa direttamente riveniente dalla nota sentenza Lucci resa da questa Corte a Sezioni Unite (Sez. U, n. 31617 del 26/06/2015, Lucci, Rv. 264437).
6. In materia di reati contro la pubblica amministrazione, ed incentrando l’attenzione dell’interprete sulla natura fungibile del denaro, questa Corte, in più occasioni, ha affermato che qualora il profitto tratto da uno dei reati indicati nell’art. 322 ter cod. pen. sia costituito dal danaro, il giudice - attesa la fungibilità del bene - deve disporre la confisca obbligatoria del profitto in forma specifica, ai sensi della prima parte del comma primo del citato art. 322 ter, e non la confisca per equivalente ai sensi della seconda parte del predetto comma (Sez. 7, n. 50482 del 12/11/2014, Castellani, Rv. 261199; Sez. 6, n. 21327 del 04/03/2015, Antonelli, Rv. 263482; Sez. 2, n. 21228 del 29.4.2014, Riva Fire S.p.A., Rv. 259717), principio ribadito anche in materia di responsabilità da reato degli enti (Sez. 6, n. 2336 del 07/01/2015, Pretner Calore, Rv. 262082). In altri termini il denaro sottoposto a vincolo di indisponibilità deve soltanto corrispondere al valore della somma formata dal prezzo o dal profitto del reato, non occorrendo accertare alcun nesso pertinenziale tra il reato contestato e il cespite monetario da sottoporre a futura confisca (v. in termini: Sez. 3, n. 1261 del 25.9.2012, dep. 2013, Marseglia, Rv. 254175) e, qualora il profitto tratto da taluno dei reati per i quali è prevista la confisca per equivalente sia costituito da denaro, l’adozione del sequestro preventivo non è subordinata alla verifica che le somme provengano dal delitto e siano confluite nella effettiva disponibilità dell’indagato, in quanto il denaro oggetto di ablazione deve solo equivalere all’importo che corrisponde per valore al prezzo o al profitto del reato, non sussistendo alcun nesso pertinenziale tra il reato e il bene da confiscare.
7. Come già anticipato nel ritenuto in fatto, in materia di reati contro la pubblica amministrazione, solo con la legge n. 190 del 6 novembre 2012, pubblicata nella G.U. del 13 novembre 2012 ed entrata in vigore il 28 novembre 2012, fu inserita nella disposizione di cui all’art. 322 ter. comma 1, ult. parte, cod. pen. la previsione della confisca per equivalente del profitto del reato (....la confisca di beni, di cui il reo ha la disponibilità, per un valore corrispondente a tale prezzo e profitto) ma tale previsione non è affatto di ostacolo, secondo la ricostruzione dell’imputata ricorrente, a ritenere illegittima la conferma della confisca, già disposta in primo grado ai sensi dell’art. 240 cod. pen. e con riguardo al reato di cui all’art. 640 bis cod. pen. in origine contestato, una volta che il reato ascritto alla C. sia stato qualificato come delitto di cui all’art. 316-ter cod. pen., sull’assunto che la confisca per equivalente non era prevista, in relazione a detta fattispecie incriminatrice, con riguardo al profitto del reato. Secondo la tesi della ricorrente C. , l’affermata natura sanzionatoria della confisca ne consente l’adozione, come per il trattamento punitivo, solo con riguardo alle condotte commesse dopo la entrata in vigore della legge n. 190 del 2012, e, nel caso, con riferimento all’ultimo rateo di pensione riscosso dall’imputata.
8. Tale assunto si rivela, tuttavia, infondato atteso che questa Corte ha già avuto modo di precisare, in tema di prescrizione, che il momento consumativo del reato di cui all’art. 316 - ter cod. pen. coincide con quello della cessazione dei pagamenti (Sez. 2, n. 48820 del 23/10/2013, Brunialti, Rv. 257431; Sez. 3, n. 6809 del 08/10/2014 - dep. 2015, P.G. in proc. Sauro e altri, Rv. 26254901) perdurando il reato fino a quando non vengono interrotte le riscossioni. In tali casi, vertendosi della ricezione di indebite prestazioni di emolumenti e previdenze maturate periodicamente, non si configura un reato permanente né un reato istantaneo ad effetti permanenti, bensì un reato a consumazione prolungata, giacché il soggetto agente, sin dall’inizio, ha la volontà di realizzare un evento destinato a protrarsi nel tempo. In tali casi, dunque, perdurando il reato fino alla riscossione dell’ultimo rateo, ed il danno addirittura incrementandosi, ai fini della confisca, la consumazione del reato coincide con la cessazione dei pagamenti. Facendo applicazione di tale principio alla fattispecie in esame nella quale è incontestato che l’imputata ha percepito l’ultimo rateo di pensione - relativo al mese di dicembre 2012 - nel gennaio 2013, devono ritenersi del tutto legittime le conclusioni alle quali è pervenuto il giudice di appello che, ritenuto il reato ancora perdurante al momento di entrata in vigore della legge n. 190 del 6 novembre 2012, ha disposto la confisca del profitto del reato, in relazione all’importo complessivamente illegittimamente fruito dalla C. , confisca che si atteggia a confisca cd. diretta della somma di denaro già oggetto di sequestro preventivo - misura non contestata dalla C. attraverso il ricorso - e quale confisca per equivalente (ovvero per valore corrispondente), dell’immobile di proprietà dell’imputata. La diversa qualificazione, del reato ovvero della natura della confisca, non ridonda a danno dell’imputata, quale reformatio in peius della sentenza di primo grado, poiché ciò che rileva è l’effetto derivante dalla misura applicata, che resta immutato, rientrando nei poteri del giudice la corretta qualificazione giuridica della misura, come diretta ovvero per equivalente (Sez. 6, n. 13844 del 02/12/2016, dep. 2017, Aracu e altri, Rv. 270372).
13. Secondo un risalente orientamento di questa Corte la parte civile non è legittimata ad impugnare la sentenza con la quale l’imputato è stato condannato, anche nell’ipotesi in cui al fatto sia stata data una qualificazione giuridica diversa rispetto a quella contenuta nell’imputazione e oggetto della costituzione di parte civile, potendo, al più sollecitare l’impugnazione del pubblico ministero, che potrà rigettare l’istanza con decreto motivato (Sez. 3, n. 11429 del 02/10/1997, Palmieri, Rv. 209643; Sez. 4, n. 13220 del 27/10/2000, Arancio, Rv. 218687). Da altro orientamento si sostiene, invece, che, ferma la legittimazione, sussiste l’interesse della parte civile ad impugnare ai fini civili la sentenza di condanna che dia al fatto una diversa qualificazione giuridica allorché da quest’ultima possa derivare una differente quantificazione del danno da risarcire, cui si pervenga tenendo conto anche della gravità del reato e dell’entità del patema d’animo sofferto dalla vittima (Sez. 4, n. 39898 del 03/07/2012, Giacalone, Rv. 254672; Sez. 5, n. 12139 del 14/12/2011 - dep. 2012, Martinez, Rv. 252164; Sez. 5, n. 4303 del 04/12/2002, Gunnella, Rv. 223769; Sez. 5, n. 8577 del 26/01/2001, Chieffi, Rv. 218427).