Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20110530.htm
Timestamp: 2017-07-22 10:36:42+00:00
Document Index: 179940915

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1194', 'art. 1194', 'art. 1283', 'art. 1194', 'art. 1194', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 67', 'art. 1194', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 1194', 'art. 7', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art. 1283', 'art.1283']

La sentenza della Cassazione S.U. n. 24418/2010: criteri applicativi sulla prescrizione decennale della domanda di restituzione delle voci indebitamente versate alla banca - Tidona e Associati Studio
Da parte di taluni giuristi sono state tuttavia avanzate indicazioni per la predisposizione delle perizie che appaiono affette da pregiudizi: i criteri di calcolo proposti travisano il costrutto giuridico e lo spirito stesso della menzionata sentenza. Nel rinviare ad un precedente lavoro[1] per un’estesa esposizione della problematica, preme qui soffermarsi sulle criticità e contraddizioni insite nei presupposti giuridici dei criteri prospettati. Una corretta valutazione di tali aspetti assume un rilievo determinante nell’accertamento economico dell’indebito ripetibile, relativo ai conti in essere prima del 2000.
Nella maggiore complessità del ricalcolo, indotta dalla distinzione fra rimesse solutorie e ripristinatorie, viene proposto un uso indifferenziato dell’art. 1194 c.c. e un acritico impiego del saldo riveniente dagli estratti conto per discriminare le rimesse solutorie dalle rimesse ripristinatorie. Si sostiene, per il primo aspetto, che “dopo aver verificato se e in che misura il saldo giornaliero attesta l’esistenza di una posizione negativa extra fido, per superamento dello stesso o per mancanza dello stesso, (si) provvederà ad annotare i versamenti aventi carattere solutorio (che consistono in quella parte della rimessa eccedente il fido o relativa ad un conto scoperto) imputando tali versamenti a pagamento delle competenze annotate, a partire dalle più remote, secondo quanto previsto dall’art. 1194 c.c.”
Pertanto, le rimesse con funzione di pagamento che intervengono oltre il fido devono prioritariamente essere rivolte a saldare gli interessi relativi al credito debordante il fido, poi a quest’ultimo e, per l’eventuale parte residua, che non ha natura solutoria, vanno a ricostituire la disponibilità entro il fido. In tali circostanze, per altro, il pagamento degli interessi sul credito in extra fido, calcolato in regime di capitalizzazione semplice, risulta legittimo. Il divieto di anatocismo preclude ogni forma di capitalizzazione degli interessi: questi non possono, salvo le circostanze previste dall’art. 1283 c.c., trasformarsi in capitale, ma non sussiste alcun impedimento a convenire la liquidazione periodica degli stessi[4]. Con la liquidazione degli interessi, conseguente alla rimessa solutoria, non si configura alcuna capitalizzazione.
Un’applicazione dell’art. 1194 c.c. indifferentemente a tutti gli interessi, semplici e anatocistici, relativi al fido e all’extra fido, appare stravolgere l’intento e lo spirito dell’art. 1194 c.c., prima ancora dei menzionati principi posti reiteratamente dalla Cassazione. Le Sezioni Unite hanno di fatto introdotto una deroga, circoscritta e limitata, nella distinta configurazione del rapporto di apertura di credito e conto corrente. Il riferimento al termine del rapporto, esteso nelle precedenti sentenze della Cassazione all’intero coacervo dei rapporti negoziali che confluiscono nel rapporto di conto corrente bancario, con la sentenza in esame viene ad essere circoscritto alla sola apertura di credito, ponendo così un baluardo a presidio dell’anatocismo, la cui ‘perversione’ si configura appunto nella trasformazione di interessi in capitale prima che quest’ultimo venga a scadenza, determinando una lievitazione geometrica del debito.
Strettamente connesso risulta poi l’accertamento del saldo entro il fido o extra fido, che non può essere riferito tout court alle annotazioni effettuate dalla banca in conto. Si sostiene al riguardo: “(…) se il versamento non dovesse, per così dire ‘trovare’ sul conto la somma addebitata a titolo di interesse o altra competenza perché preventivamente eliminata, come se ne potrebbe accertare la natura indebita e stabilire se per esso versamento è intervenuta la prescrizione? Proprio l’impianto argomentativo della Cassazione impone di considerare che ogni versamento sull’extra fido, per essere ripetibile in quanto solutorio deve per l’appunto impattare l’annotazione di addebiti illegittimi, mentre operando ex ante la eliminazione dal conto delle poste negative asseritamente non dovute si esclude che in concreto questo possa avvenire.”.
La questione appare pregiudizialmente mal posta: il versamento trova la somma addebitata a titolo di interesse e altre competenze, ma tale posta è distinta e diversa dal credito concesso. E’ opportuno preliminarmente rilevare che la sentenza delle Sezioni Unite stabilisce che le rimesse “intanto (…) potranno essere considerate alla stregua di pagamenti, tali da poter formare oggetto di ripetizione (ove risultino indebiti), in quanto abbiano avuto lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca”. Qualifica poi come rimesse solutorie i versamenti “eseguiti su un conto in passivo (o, come in simili situazioni si preferisce dire ‘scoperto’) cui non accede alcuna apertura di credito a favore del correntista, o quando i versamenti siano destinati a coprire un passivo eccedente i limiti dell’accreditamento”. La natura solutoria della rimessa è individuata dalla ricorrenza qualificante l’effetto, oltre che lo scopo, di determinare uno spostamento patrimoniale a favore della banca: solo la presenza di un credito liquido ed esigibile attribuisce alla rimessa la funzione di pagamento. La sentenza in esame, nel fissare i principi di diritto non può che riferirsi alla fisiologia del rapporto e, nel distinguere il credito concesso a scadenza dal credito in extra fido, ravvisa solo in quest’ultimo le condizioni di immediata liquidità ed esigibilità che rendono la rimessa in extra fido un pagamento: consequenziale risulta la sorte degli interessi riferiti all’una e all’altra forma di credito. Lo scopo e l’effetto di uno spostamento patrimoniale in favore della banca si determinano solo per l’ammontare massimo corrispondente all’effettivo credito in extra fido (o per l’ammontare del passivo in assenza del fido), comprensivo degli interessi ad esso relativi: solo tali poste sono infatti liquide ed esigibili. La rimessa solutoria è strettamente connessa e condizionata nella misura dall’entità del debito liquido ed esigibile. Per una rimessa che ecceda la misura dell’extra fido, solo la quota ad esso corrispondente costituisce una rimessa solutoria[8]. Per un fido di 100, se la banca ha anticipato credito per 110 e interviene una rimessa di 50, tale rimessa risulterà solutoria limitatamente all’importo dell’extra fido (10) e degli interessi maturati sullo stesso. La circostanza che la banca abbia capitalizzato alla fine di ciascun trimestre tutti gli interessi maturati, gonfiando il saldo e mandandolo in extra fido, non modifica la natura del saldo legale, dal quale ricavare la funzione solutoria o ripristinatoria della rimessa. La giurisprudenza sulla revocatoria, richiamata dalle Sezioni Unite 24418/10, prevede: ‘i versamenti in conto corrente bancario hanno natura di pagamento e sono, quindi, revocabili a norma dell’art. 67, 2° comma, l. fall. soltanto nell’ipotesi di conto ‘scoperto’ (quando cioè la banca abbia anticipato somme oltre i limiti di fido)’ (…). (Cass. I Sez, n. 5413/82). Appare diversa la circostanza del conto che passa in extra fido con l’addebito degli interessi. Lo stesso principio ha fatto escludere, nelle revocatorie bancarie, la scelta del riferimento al saldo per valuta. Con riferimento all’individuazione delle rimesse solutorie e ripristinatorie, la Cassazione 22/3/94 n. 2744 ha avuto modo di precisare: ‘In linea concettuale, quindi, può dedursi che anche il saldo per valuta non dia la soglia di disponibilità del conto, utilizzabile al fine della revocabilità delle rimesse. Nella revocatoria delle rimesse in conto, infatti, occorre accertare se il correntista abbia utilizzato l’intera provvista disponibile sul conto (comunque creata, con mezzi propri o con l’utilizzo dell’apertura di credito concessagli dalla banca) e a questo fine, il ricorso in via esclusiva ad un dato convenzionale, qual è la valuta delle diverse operazioni attive e passive (e per di più convenzionalmente disposto ad un fine diverso da quello della individuazione della disponibilità, qual è la determinazione del tipico compenso, per la banca, dell’operazione finanziaria), può determinare effetti fuorvianti.”. E ancora Cassazione 11/9/98 n. 9018: ‘Al fine di verificare, inoltre, se i versamenti in conto corrente bancario abbiano natura solutoria e siano, conseguentemente, assoggettabili a revocatoria fallimentare se eseguiti in periodo sospetto, la loro funzione di ripianamento di somme prelevate oltre i limiti del fido concesso ben può essere individuata con accertamento ‘ex post’, rilevatore della concreta incidenza sul debito del cliente verso la banca (…).’. D’altra parte, in dottrina e in giurisprudenza si è sempre sottolineata la distinzione fra gli atti giuridici da cui insorgono diritti di credito e debito e le operazioni contabili curate dalla banca, unica titolare del diritto di scritturazione[9].
Esaurito il pagamento del capitale di credito effettivamente concesso in extra fido, e dei relativi interessi maturati, l’illegittima presenza nel saldo degli interessi relativi al fido si traduce in un’indebita limitazione della facoltà di maggior indebitamento, ma non modifica la natura della rimessa, né la misura della quota con funzione solutoria. Ancorché la rimessa risulti di regola neutrale, nel senso che non viene indicata l’imputazione né dal cliente né tanto meno dalla banca[10], in forza del saldo scritturato dalla banca, si vorrebbe rivolgerla a ripianare, prima ancora del capitale in extra fido, tutti gli interessi, senza alcuna distinzione fra fido ed extra fido, con un’impropria estensione dell’applicazione dell’art. 1194 c.c. Così che la rimessa deriverebbe la veste di pagamento dalla presunta natura liquida ed esigibile di un credito gonfiato in extra fido dalla capitalizzazione degli interessi, per venir poi utilizzata prioritariamente al pagamento degli interessi illecitamente scritturati dalla banca in conto. Doppia è la discrasia in cui si incorre, travisando, prima ancora della sentenza delle Sezioni Unite, principi di diritto consolidati.
Si ritiene invece che solo per il credito effettivamente erogato in extrafido ricorra la simultanea liquidità ed esigibilità, di capitale ed interessi. Si può al più valutare se ritenere compresi nel pagamento l’effetto anatocistico degli interessi e l’eventuale parte di interesse ultralegale non convenuti, computati sull’extra fido e addebitati, che, in quanto illegittimi, diverrebbero irripetibili decorsi i dieci anni dal pagamento. Al contrario, per gli interessi sul credito entro il fido, che liquidi ed esigibili non sono, a meno di specifiche imputazioni che di norma non ricorrono, non si può configurare alcuna attribuzione agli stessi di rimesse di pagamento.
La commistione, in conto, del capitale di credito posto a disposizione e utilizzato dal correntista con gli interessi maturati ma non ancora divenuti capitale e con gli illegittimi interessi anatocistici induce l’assimilazione in un unico saldo di poste aventi natura giuridica diversa. Tale commistione riflette la sovrapposizione e confusione di operazioni che attengono ai diversi rapporti negoziali caratterizzanti il conto corrente e l’apertura di credito. Ciò che configura la circostanza di un pagamento o, alternativamente, di un ripristino della provvista, non può essere affidato tout court al saldo risultante dalle appostazioni contabili curate dalla banca (ancorché ordinate secondo la data disponibile), inficiate da una capitalizzazione di interessi affetta da una nullità che – diversamente dalla ripetibilità – è imprescrittibile. Per contro non si possono escludere dal saldo gli interessi sull’extra fido che risultano via via coperti da rimesse solutorie.[11]
"Per l'individuazione degli interessi ed altri oneri oggetto di rimesse solutorie nel corso del rapporto, nonché degli interessi ed oneri da considerare, invece, al termine del rapporto o della scadenza/revoca dell'affidamento, si dovrà procedere a:
5) (qualora si ritenga applicabile la Delibera CICR 9/2/00), previo accertamento delle condizioni di adeguamento previste all’art. 7, gli interessi maturati a partire dal III trimestre ’00 verranno calcolati nei termini e modalità convenuti".
[3] “La disposizione dell'art. 1194 c.c. secondo la quale il debitore non può imputare il pagamento al capitale piuttosto che agli interessi o alle spese senza il consenso del creditore, presuppone che tanto il credito per il capitale quanto quello, accessorio per gli interessi e le spese, siano simultaneamente liquidi ed esigibili” (Cass. civile, sez. I, 16 aprile 2003 n. 6022, Cfr. anche Cass. Civ. Sez. III, n. 10281/01; Cass. Civ. Sez. III, n. 5707; Cass. Civ. Sez. Lav. n. 6228/94; Cass. Civ. Sez. III n. 11014/91; Cass. Civ. Sez. III, n. 2352/88).
[4] “Devesi osservare che la regolamentazione pattizia del rapporto di conto corrente bancario, fino al mutato orientamento giurisprudenziale in materia di capitalizzazione trimestrale, contemplava all'art. 7 co. 2 n.u.b. la previsione della contabilizzazione trimestrale degli interessi dovuti dal correntista: “i conti che risultino, anche saltuariamente, debitori vengono chiusi contabilmente, in via normale, trimestralmente ... applicando agli interessi dovuti dal correntista e alle competenze di chiusura valuta data di regolamento del conto...”. Ora, se è vero che la clausola summenzionata deve ritenersi affetta da nullità, per come sopra evidenziato, avuto riguardo, tra l'altro, alla parte in cui prevede il c.d. anatocismo bancario per violazione dell'art. 1283 c.c., vero è anche che la detta clausola nelle sue due articolazioni segnalate (commi 2 e 3) mantiene una sua rilevanza giuridica ai fini della ricostruzione della comune volontà negoziale delle parti, con particolare riferimento alla debenza degli interessi dovuti dal correntista sulle somme messegli a disposizione dalla banca. Non può infatti seriamente dubitarsi del fatto che gli interessi in questione risultino dovuti, alla stregua della pattuizione citata, a cadenza trimestrale, in forza della chiusura contabile del conto prevista per l'appunto alla fine di ogni trimestre. Il fatto, poi, che la clausola in esame non possa ritenersi operante ai fini della capitalizzazione trimestrale non toglie che essa valga ad individuare la debenza degli interessi alla fine di ogni trimestre. Non appare configurabile nel sistema alcuna norma che precluda alle parti di prevedere una scadenza trimestrale della obbligazione da interessi per la messa a disposizione di somme di denaro da parte dell'istituto bancario.” (Tribunale di Catania, Giudice Fichera, 5-6 agosto 2010).
[6] Risultando tipica del conto corrente l’alternanza e frequenza di poste a debito e a credito, qualora ricorra un saldo in extra fido (o conto non affidato) l’annotazione degli interessi a debito troverebbe un pronto pagamento alla prima rimessa a credito: la circostanza, come mostrato nella tabella, non darebbe luogo ad una formale capitalizzazione, vietata dall’art. 1283 c.c., ancorché nella sostanza economica si realizzerebbe una fattispecie del tutto analoga all’anatocismo. [7] “Tale tesi inficia in radice l'operatività, nella fattispecie in esame, dell'art. 1283 c.c., giacché si risolve nel sostenere che, per estinguere gli interessi passivi, che maturano giorno per giorno, verrebbero utilizzate le poste attive del conto corrente (o le aperture di credito concesse dalla banca al cliente). Se così fosse però, ovviamente alcun anatocismo maturerebbe (il debito da interessi verrebbe, infatti, immediatamente estinto) il che contraddice specificamente quanto statuito dalle Sezioni Unite che, come detto, hanno individuato nel contenuto delle clausole contrattuali “de quibus” proprio la fattispecie degli interessi anatocistici stabiliti in violazione della norma di cui all'art.1283 c.c.” (Trib. Torino, 5 ottobre 2007, in Foro It., 2008, 2, I, pagg. 646 ss.).
[9] E’ opportuno altresì ricordare che: ‘la legittimità della capitalizzazione trimestrale degli interessi a debito del correntista bancario va esclusa (…) in quanto difettano i presupposti per riconoscere (…) la convinzione dei clienti circa la doverosità giuridica di tale prassi’. (Cass. S.U. 4 novembre 2005, n. 21095). [10] Solo nelle ‘operazioni bilanciate’ si può configurare l’imputazione ad uno specifico pagamento.
[11] La Cassazione Civ., Sez. I, n. 10692 del 1/10/07, seppur per altre finalità, ha avuto modo di affermare: “Una volta esclusa la validità della clausola sulla cui base sono stati calcolati gli interessi, soltanto la produzione degli estratti a partire dall'apertura del conto corrente consente, attraverso una integrale ricostruzione del dare e dell'avere con l'applicazione del tasso legale, di determinare il credito della banca, sempreché la stessa non risulti addirittura debitrice, una volta depurato il conto dalla capitalizzazione degli interessi non dovuti. Allo stesso risultato, evidentemente, non si può pervenire con la prova del saldo, comprensivo di capitali ed interessi, al momento della chiusura del conto. Infatti, tale saldo non solo non consente di conoscere quali addebiti, nell'ultimo periodo di contabilizzazione, siano dovuti ad operazioni passive per il cliente e quali alla capitalizzazione degli interessi, ma a sua volta discende da una base di computo che è il risultato di precedenti capitalizzazioni degli interessi” (ripresa anche dalla recente Cassazione n. 23974/10).