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Timestamp: 2018-12-15 01:02:23+00:00
Document Index: 163165129

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 38', 'art. 114', 'art. 171', 'art. 28', 'art. 11', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 191', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 8', 'art. 2', 'art. 162', 'art. 171', 'art. 7', 'sentenza ']

Discussione: Telecamera di videosorveglianza - Filmato di un furto: prova non utilizzabile?? (1/1) - Forum Diritto - De Stasio - Studio Legale
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Telecamera di videosorveglianza - Filmato di un furto: prova non utilizzabile??
ARGOMENTO: Telecamera di videosorveglianza - Filmato di un furto: prova non utilizzabile??
Telecamera di videosorveglianza - Filmato di un furto: prova non utilizzabile?? 5 Anni 11 Mesi fa #658
ho avuto il sospetto che mancassero soldi dal mio portafogli che, per eccesso di fiducia, spesso lascio in ufficio.
Ho piazzato una microtelecamera che punta direttamente sulla mia scrivania e in meno di un giorno ho acquisito il filmato chiarissimo di un collega che si siede alla mia scrivania, apre il cassetto dove abitualmente metto il portafogli, apre la borsa, estrae il portafogli e prende il denaro.
Ora, io ho la certezza del furto e di chi lo ha commesso, ma temo di non potere usare quell'elemento come prova, a meno che il mio ufficio non possa essere in qualche modo equiparato alle mura domestiche. Vorrei evitare di prendermi sanzioni più gravi di quelle che potrebbe magari prendersi il ladro, per il solo fatto di avere piazzato una telecamera senza segnalazione...
In termini di legge, come dovrei comportarmi per recuperare il denaro sottratto o per fare arrestare il ladruncolo?
Ultima modifica: 5 Anni 11 Mesi fa da giglio.
Re: Telecamera di videosorveglianza - Filmato di un furto: prova non utilizzabile?? 5 Anni 11 Mesi fa #659
Ti rispondo riportando un articolo di Andrea Stanchi comparso sul n. 26/2010 di “Guida Al Lavoro” (un settimanale del Sole 24ore). La questione è un po’ diversa ma i principi sono applicabili anche al tuo caso.
La sentenza 1° giugno 2010, n. 20722 in commento e sopra massimata si riferisce alla conferma di una decisione d'appello di condanna per appropriazione indebita aggravata di una cassiera di un bar che, mediante videoripresa di una telecamera installata all'interno del locale, è stata colta nel mettersi in tasca dalla cassa somme di denaro, dopo essersi guardata intorno ed avere poi chiuso la cassa stessa.
L'imputata ricorre in Cassazione sostenendo l'inutilizzabilità delle riprese perché ottenute da una telecamera installata in violazione dell'articolo 4 e dell'articolo 38 della legge n. 300/1970 (Statuto dei Lavoratori).
Lo stato dell'arte sui controlli difensivi e l'art. 4 dello Statuto dei Lavoratori
I principi cui si ispira la normativa citata possono così sintetizzarsi:
- divieto assoluto ed inderogabile di installazione ed uso di apparecchiature esclusivamente destinate al controllo dell'attività dei lavoratori (art. 4, comma 1, legge n. 300/1970: Cass. lav. n. 8250/ 2000; cd. controlli intenzionali);
- divieto flessibile, nel senso che, ricorrendo specifiche condizioni e limiti, è possibile l'installazione e l'uso di apparecchiature che rispondono ad esigenze produttive, organizzative o di sicurezza (art. 4, comma 2, legge n. 300/1970; cd. controlli preterintenzionali).
Le esigenze di sicurezza sono ritenute dall'opinione anche giurisprudenziale prevalente (cfr. Cass., sez. lav., n. 4647/2002, n. 15892/2007, in Guida al Lavoro n. 44/2007, pag. 24 e n. 4375/2010, in Guida al Lavoro n. 11/2010, pag. 24) giustificare il ricorso alla procedura del comma 2, anche quando si tratti dei cd. controlli difensivi (cioè controlli per la tutela del patrimonio aziendale).
In tale caso, l'imprenditore deve seguire la seguente procedura:
- Gli impianti ed apparecchiature suddetti possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali.
- In difetto di accordo, il datore di lavoro può chiedere alla Direzione provinciale del lavoro, Servizio Ispettivo, l'autorizzazione all'installazione. In tal caso lo stesso Organo dispone le modalità per l'uso degli impianti ammessi.
- Contro i provvedimenti della Direzione provinciale del lavoro il datore di lavoro e le citate rappresentanze sindacali possono ricorrere, entro trenta giorni dalla comunicazione del provvedimento, al Ministro del lavoro. In caso di ulteriore rigetto, si apre la fase giudiziale davanti al giudice amministrativo (Tar e poi Consiglio di Stato).
Nella casistica è stata affermata la vigenza del divieto nelle seguenti fattispecie:
- controllo sul complessivo comportamento del lavoratore esorbitante dalla subordinazione tecnico-funzionale (Cass. n. 1236/1983);
- anche in presenza di semplice possibilità di controllo dei lavoratori, a prescindere dalla concreta idoneità dei mezzi usati (Cass. n. 9211/1997);
- qualora le apparecchiature siano state solo installate ma non siano ancora funzionanti (Cass. n. 9211/1997);
- controllo discontinuo perché esercitato in locali dove i lavoratori possono trovarsi solo saltuariamente (Cass. n. 9211/1997);
- qualora i lavoratori siano stati preavvertiti del controllo (Cass. n. 9211/1997);
- controllo effettuato su un lavoratore che utilizzi il telefono come strumento di lavoro, laddove l'azienda sia dotata di centralina telefonica elettronica che effettui tutte le registrazioni indicate (Cass. n. 11403/1997);
- controllo della prestazione attraverso il sistema di verifica degli accessi all'azienda (Cass. n. 15892/2007);
- controllo continuativo delle navigazioni internet attraverso apposito programma spyware (Cass. n. 4375/2010).
La violazione dell'art. 4 St. Lav. è sanzionata penalmente (art. 38, richiamato dall'art. 114 del Codice della Privacy e dall'art. 171 della medesima legge).
Dà luogo alla denunzia per condotta antisindacale (art. 28 St. Lav.: il giudice che ritenesse fondata la domanda può adottare ogni provvedimento opportuno idoneo a ripristinare la situazione antecedente la messa in atto dell'attività antisindacale). La prova acquisita è (giurisprudenza costante: Cass. n. 8250/2000), ai fini della controversia giuslavoristica eventualmente fondata su tale prova, inutilizzabile (cfr., più in generale, anche art. 11, ultimo comma, Codice Privacy).
La portata penalisticamente rilevante dell'art. 4, legge n. 300/1970 e l'utilizzabilità della prova nel giudizio penale
La Corte di Cassazione penale, V sezione, con la sentenza in commento respinge il ricorso per l'inutilizzabilità della prova rilevando che ciò che la norma tutela è la riservatezza del lavoratore come diritto di libertà nell'adempimento della propria attività lavorativa. Il che presuppone l'adempimento fedele. Secondo la Suprema Corte cioè (che richiama propria risalente giurisprudenza) giurisprudenza) ciò che la norma tutela è solo l'esatto adempimento e la riservatezza entro quei limiti.
Se invece ciò che l'imprenditore cerca è la prova dell'illecito che costituisce reato, la protezione dell'art. 4 (cosiccome del 2 e del 3), non si può ritenere precludere l'utilizzabilità della prova ­ancorché acquisita in difformità dalla procedura prevista dalla norma­ nel procedimento penale (ai sensi dell'art. 191 c.p.p.).
L'affermazione interpretativa della sentenza in esame è del tutto condivisibile, ma richiede invece alcune cautele nell'astrazione del principio e nella trasposizione nell'ambito dell'ordinamento giuslavoristico.
La prima cautela è che l'affermazione della Cassazione in commento è fatta nell'ambito di un procedimento penale.
Nessuna limitazione può dunque porsi alla tutela del patrimonio e/o dei beni quando si tratta di produrre la prova di un reato.
Non consente una simile interpretazione restrittiva il principio di non contraddizione, per il quale una parte dell'ordinamento non può legittimare comportamenti che sono da altra parte considerati illeciti (e la riservatezza di colui che si pone scientemente in condizione di illiceità mi pare non dia diritto a nessuna aspettativa di privacy tutelabile, e cede di fronte alla tutela del buon diritto del proprietario del bene di scoprire l'identità del colpevole del reato: cfr. in tema Cedu, caso KU c. Finlandia, 2008).
La seconda è che il mondo moderno (digitale) e gli strumenti (di lavoro/sicurezza) che offre richiedono come primo approccio interpretativo del giurista quello di comprenderne il funzionamento (la tecnica).
Cioè, come insegna la semiotica (anche se ci si deve perdonare la semplificazione), il mezzo utilizzato determina anche in certa misura la significanza del messaggio che produce (1).
Ciò è tanto più vero rispetto allo strumento di videosorveglianza, che offre una riproduzione della realtà di per sé significante (cioè di trasposizione sequenzialmente compiuta ed acritica del messaggio ripreso) nella quale ­a seconda dell'impiego che se ne fa ­possono essere accomunati i momenti di liceità (esatto adempimento dell'attività di lavoro) a quelli di illiceità (ad esempio il fatto di reato).
Se ciò è vero, mentre va senz'altro condivisa l'interpretazione penalisticamente rilevante per cui la prova ­per quanto raccolta non in conformità all'art. 4 Stat. Lav.­ sarà ammissibile nel giudizio penale, molto più complesso è ammettere che sia utilizzabile la stessa prova autonomamente e direttamente nel processo civile giuslavoristico che fosse fondato su tale prova (ad esempio il licenziamento: mentre non avrei remore a considerare l'utilizzabilità del risultato del procedimento penale, o del rinvio a giudizio, a fondamento di decisioni rilevanti nel rapporto di lavoro).
Infatti la ripresa dell'illecito viene per forza dopo la ripresa di ogni singolo atto di adempimento, che invece è lecito.
E se lecito è l'adempimento che precede, necessitata ­per la legittimità dell'installazione ­la procedura prevista dalla legge.
Insomma, se lo strumento ­rispetto ad una prova che si intende esercitare nell'ordinamento giuslavoristico­ offre una riproduzione complessiva della attività lavorativa, non è possibile non considerare che l'illecito è annegato nel lecito (è molto diversa una telecamera che riprende una cassa, a cui non è addetto alcun cassiere, e si accende solo quando questa viene aperta; da una telecamera che riprende sistematicamente per tutto il tempo l'attività di una cassiera addetta alla cassa in discussione).
Depone in questo senso anche una lettura corretta di Cass., sez. lav., n. 4375/ 2010, la quale (in tema di controlli attraverso spyware) afferma: "i programmi informatici che consentono il monitoraggio della posta elettronica e degli accessi Internet sono necessariamente apparecchiature di controllo nel momento in cui, in ragione delle loro caratteristiche, consentono al datore di lavoro di controllare a distanza e in via continuativa durante la prestazione l'attività lavorativa e se la stessa sia svolta in termini di diligenza e di corretto adempimento". Cosa evidente laddove "nella lettera di licenziamento i fatti accertati mediante il programma Super Scout sono utilizzati per contestare alla lavoratrice la violazione dell'obbligo di diligenza sub specie di aver utilizzato tempo lavorativo per scopi personali (e non si motiva invece una particolare pericolosità dell'attività di collegamento in rete rispetto all'esigenza di protezione del patrimonio aziendale)".
Laddove invece il controllo è circoscritto (ad esempio al periodo fuori dall'orario di lavoro, come nel caso di Cass., sez. lav., n. 4746/2002) alla tutela del patrimonio in funzione ricostruttiva a posteriori della prova di un comportamento illecito di reato, oppure preventiva ma limitata all'individuazione di singoli comportamenti illeciti (ad esempio la telecamera puntata verso accessi al luogo di lavoro remoti, non utilizzati e non di utilizzazione da parte dei dipendenti; oppure sui parcheggi per tutela di cose e persone; ecc.), laddove quindi non c'è attività di controllo dell'attività lavorativa, ma solo attività di tutela del patrimonio, siamo nell'area che non rientra nei "controlli" considerati dall'articolo 4 St. Lav.
Ovviamente la sentenza in commento non considera in alcun modo gli aspetti, del tutto preliminari a qualsiasi installazione di telecamere da parte di datori di lavoro, relativi al rispetto delle regole del Codice della Privacy.
Sotto questo profilo, con provvedimento dell'8 aprile 2010(2), l'Autorità ha aggiornato le regole relative, precisando ­quanto ai luoghi di lavoro­ che: "Nelle attività di sorveglianza occorre rispettare il divieto di controllo a distanza dell'attività lavorativa, pertanto è vietata l'installazione di apparecchiature specificatamente preordinate alla predetta finalità: non devono quindi essere effettuate riprese al fine di verificare l'osservanza dei doveri di diligenza stabiliti per il rispetto dell'orario di lavoro e la correttezza nell'esecuzione della prestazione lavorativa (ad esempio orientando la telecamera sul badge). Vanno poi osservate le garanzie previste in materia di lavoro quando la videosorveglianza è resa necessaria da esigenze organizzative o produttive, ovvero è richiesta per la sicurezza del lavoro: in tali casi, ai sensi dell'art. 4 della legge n. 300/1970, gli impianti e le apparecchiature, dai quali può derivare anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l'Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l'uso di tali impianti" (v., altresì, artt. 113 e 114 del Codice; art. 8, legge n. 300/1970 cit.; art. 2, Dlgs n. 165/2001).
Tali garanzie vanno osservate sia all'interno degli edifici, sia in altri contesti in cui è resa la prestazione di lavoro, come, ad esempio, nei cantieri edili o con riferimento alle telecamere installate su veicoli adibiti al servizio di linea per il trasporto di persone (artt. 82, 8587, Dlgs 30 aprile 1992, n. 285, "Nuovo codice della strada") o su veicoli addetti al servizio di noleggio con conducente e servizio di piazza (taxi) per trasporto di persone (le quali non devono riprendere in modo stabile la postazione di guida, e le cui immagini, raccolte per finalità di sicurezza e di eventuale accertamento di illeciti, non possono essere utilizzate per controlli, anche indiretti, sull'attività lavorativa degli addetti, v. punto 4.4).
Il mancato rispetto di quanto sopra prescritto comporta l'applicazione della sanzione amministrativa stabilita dall'art. 162, comma 2ter, del Codice. L'utilizzo di sistemi di videosorveglianza preordinati al controllo a distanza dei lavoratori o ad effettuare indagini sulle loro opinioni integra la fattispecie di reato prevista dall'art. 171 del Codice. Sotto un diverso profilo, eventuali riprese televisive sui luoghi di lavoro per documentare attività od operazioni solo per scopi divulgativi o di comunicazione istituzionale o aziendale, e che vedano coinvolto il personale dipendente, possono essere assimilati ai trattamenti temporanei finalizzati alla pubblicazione occasionale di articoli, saggi ed altre manifestazioni del pensiero. In tal caso, alle stesse si applicano le disposizioni sull'attività giornalistica contenute nel Codice (artt. 136 e ss.), fermi restando, comunque, i limiti al diritto di cronaca posti a tutela della riservatezza, nonché l'osservanza del codice deontologico per l'attività giornalistica ed il diritto del lavoratore a tutelare la propria immagine opponendosi, per motivi legittimi, alla sua diffusione (art. 7, comma 4, lett. a), del Codice)".
Insomma, la sentenza in commento è di estremo interesse e aiuta a precisare i confini di un quadro normativo che resta però, nella sua varia interrelazione, complesso.
Complessità che ­quindi­ suggerisce cautela all'impresa ed ai professionisti e non consente facili entusiasmi in merito alla generalizzazione delle affermazioni della Corte, che devono restare opportunamente contestualizzate per non esporre a rischi chi si avventuri baldanzosamente in un campo che non può considerarsi sminato.
(1) Si perdoni il rinvio per l'articolazione maggiore degli argomenti in tema a Apparecchiature di controllo, strumenti di comunicazione elettronica e controlli difensivi del datore di lavoro: diritti e doveri della "digital citizenship" nel "digital workplace". Intervento tenuto nell'ambito del convegno "Privacy e controlli difensivi sui lavoratori" organizzato il 19 dicembre 2007 dal Centro Nazionale Studi di Diritto del Lavoro Domenico Napoletano ­ Sezione di Milano.
(2) In G.U. 29 aprile 2010, n. 99; cfr. anche P. Gremigni in Guida al Lavoro n. 19/2010, pag. 25.
Ultima modifica: 5 Anni 11 Mesi fa da perry.