Source: http://udupadova.it/anna-azzalin-cnsu/
Timestamp: 2019-07-23 00:03:24+00:00
Document Index: 47134680

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 5', 'art.7', 'art.4', 'art.9', 'art.2', 'art.7', 'art. 2', 'art. 3']

Anna Azzalin per il CNSU | STUDENTI PER - UDU PADOVA
Il 18 e 19 maggio ci saranno le elezioni per il CNSU!
Il CNSU è il Consiglio Nazionale Studenti Universitari, un organo consultivo di rappresentanza degli studenti iscritti ai corsi attivati nelle università italiane, di laurea, di laurea specialistica, di specializzazione e di dottorato.
Il CNSU è composto da ventotto componenti eletti dagli studenti iscritti ai corsi di laurea e di laurea specialistica, da un componente eletto dagli iscritti ai corsi di specializzazione e da un componente eletto dagli iscritti ai corsi di dottorato di ricerca. I componenti sono nominati con decreto del Ministro, durano in carica tre anni, non sono rieleggibili e decadono quando perdono i requisiti necessari. Le elezioni avvengono ogni tre anni.
Di cosa si occupa? Perché dovrebbe interessarmi?
Il CNSU formula pareri e proposte al Ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca riguardo il mondo universitario nel suo complesso (attuazione delle riforme, diritto allo studio, finanziamenti, notizie di rilevanza nazionale che riguardano gli atenei nazionali). In particolare:
su progetti di riordino del sistema universitario predisposti dal Ministro;
sui decreti ministeriali, con i quali sono definiti i criteri generali per la disciplina degli ordinamenti didattici dei corsi di studio universitario, nonché le modalità e gli strumenti per l’orientamento e per favorire la mobilità degli studenti;
sui criteri per l’assegnazione e l’utilizzazione del fondo per il finanziamento ordinario (FFO) delle università.
Inoltre il CNSU:
elegge nel proprio seno otto rappresentanti degli studenti nel Consiglio Universitario Nazionale (CUN);
presenta al Ministro, entro due anni dall’insediamento, una relazione sulla condizione studentesca nell’ambito del sistema universitario;
Come funziona il CNSU?
Il CNSU si riunisce a Roma. Durante la seduta di insediamento, a cui partecipa il Ministro, vengono eletti il Presidente del CNSU e l’ufficio di presidenza, che è composto da almeno tre membri e può essere ampliato fino a sette. Il Consiglio si articola in gruppi consiliari ed ognuno di essi deve essere composto da almeno tre membri, tra cui deve essere individuato un capogruppo. Il Presidente nomina il Vicepresidente e, dopo l’istituzione delle commissioni permanenti e dei gruppi di lavoro interni, ne nomina i rispettivi Presidenti.
È importante che la voce degli studenti sia portate all’interno di organi nazionali a diretto contatto con il Ministero… Ecco perché dobbiamo fare la scelta giusta per il CNSU!
Mi chiamo Anna Azzalin, per gli amici Azza. Sono nata a Rovigo nel 1993, città dove mi sono diplomata al liceo classico e nella quale ho iniziato a sperimentare cosa volesse dire fare rappresentanza studentesca con la Rete degli Studenti Medi. Sono stata eletta rappresentante d’Istituto, successivamente Presidente della Consulta Provinciale degli Studenti. Oggi studio Giurisprudenza a Padova dove, nel 2014, sono eletta come rappresentante degli studenti in Senato Accademico con l’Unione degli Universitari. Nell’UDU ho trovato una bellissima squadra: ho imparato cosa vuol dire guardarsi sempre alle spalle e non lasciare mai nessuno indietro.Voglio continuare a percorrere questa bellissima strada e accolgo con piacere questa sfida per il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, lo faccio con tutta la passione che ho perché credo che la rappresentanza sia un’opportunità straordinaria!
Di seguito trovi il programma elettorale con cui mi candido come consigliera in CNSU.
Qui invece trovi cosa è stato fatto dall’Unione degli Universitari in CNSU nello scorso mandato.
La disciplina del Diritto allo Studio (DSU) italiana trae origine dall’Articolo 34, commi 3 e 4 della Costituzione:
“I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto a raggiungere i gradi più alti degli studi.
Il nostro obiettivo è la piena attuazione di questo diritto.
Attualmente il sistema è gestito a livello regionale e sostenuto da fondi nazionali e regionali ed una tassa fissa pagata da tutti gli studenti universitari. Le borse e gli altri benefici vengono forniti attraverso un bando annuale e troviamo molteplici differenze nella sua gestione tra le diverse regioni e i diversi atenei. Negli anni nuovi problemi si sono accompagnati a criticità preesistenti, provocando un diritto allo studio a maglie larghe attraverso le quali scivolano via moltissimi studenti, i “meritevoli ma privi di mezzi” a cui dobbiamo garantire i propri diritti.
Il sostanziale sottofinanziamento del DSU ha portato alla nascita dell’assurda figura dell’idoneo non beneficiario: colui che, leggi e regolamenti alla mano, ha pieno diritto alla borsa ed altri benefici ma, per mancanza di fondi, non può riceverli. Questo è causa di moltissimi abbandoni e situazioni di forte difficoltà economica per gli studenti. Ma non solo: dovendo per legge essere garantito loro l’accesso gratuito al servizio mensa, all’aumentare degli idonei non beneficiari aumentano le difficoltà economiche anche delle stesse aziende per il diritto allo studio. L’applicazione del nuovo modello ISEE da gennaio 2015 non ha fatto altri che aggravare ulteriormente una situazione già critica, precludendo a migliaia di studenti un loro diritto.
Questa situazione non è più sostenibile: il diritto allo studio va immediatamente rifinanziato. La legislazione nazionale deve garantire a tutti gli studenti idonei l’accesso ai benefici, attraverso un fondo nazionale di garanzia accessibile automaticamente nel momento dell’esaurimento dei fondi regionali, e riservando al Governo la possibilità di commissariare le aziende per il diritto allo studio di quelle regioni i cui studenti sono costretti, a causa di inefficienze, ad attingere regolarmente da tale fondo.
Un rifinanziamento strutturale del DSU permetterebbe di ridurre il carico sulle aziende per il diritto allo studio, liberando loro fondi che andranno necessariamente spesi in nuove e migliori infrastrutture, prime fra tutti mense ed alloggi, preferendo situazioni di proprietà a quelle di convenzionate. La legislazione nazionale deve richiedere ai Comuni di città universitarie o limitrofi di individuare immobili sfitti utilizzabili a tali fini e delegare al Governo la creazione di un Piano Nazionale per l’Edilizia Universitaria, che finanzi parzialmente e svincoli da Patto di Stabilità l’acquisto e la ristrutturazione di tali immobili a condizione che vengano dati in gestione alle agenzie per il diritto allo studio.
Le agenzie per il diritto allo studio sono in ginocchio, anche a causa dei servizi che devono fornire gratuitamente agli idonei non beneficiari. In questi anni abbiamo assistito a un continuo aumento delle tariffe mensa, spesso fin oltre i prezzi di mercato. Il rischio concreto è che sempre più studenti disertino il servizio mensa lasciandolo solo agli idonei non beneficiari, quelli che non devono pagare, aggravando la situazione.
Gli idonei inconsapevoli
Ogni anni centinaia di studenti non fanno richiesta di benefici all’interno del DSU, pur avendone i requisiti, a causa della scarsa chiarezza delle modalità di presentazione della domanda o perché non credono di averne i requisiti. Un sistema di “opt-out”, ovvero presunzione di domanda di benefici, andrebbe a risolvere questo problema. La domanda di iscrizione all’Università deve coincidere con la domanda di benefici del DSU, deve contenere i campi necessari, precompliati ove possibile (per il calcolo della distanza dalla residenza, per eventuali carriere precedenti, etc).
Per quanto riguarda l’ISEE, nella domanda deve essere presente un link a tutta la rete di CAAF in grado di aiutare lo studente e la sua famiglia nella compilazione, insieme all’elenco della documentazione necessaria. Sarà possibile optare per non presentare domanda, ma ciò richiederà un intervento attivo dello studente, del quale verrà chiesta conferma.
Sono troppi gli studenti idonei che, allo stato attuale delle cose, ricevono la borsa di studio abbondantemente dopo aver pagato la prima (e a volte anche la seconda se non la terza) rata di tasse universitarie: prima di ricevere un euro dal DSU, lo studente ha già speso oltre il migliaio di euro. Studenti idonei e potenzialmente beneficiari abbandonano gli studi a causa di questo ritardo. Garantendo a tutti gli idonei i benefici di cui hanno diritto (v. punto 1), l’agenzia per il Diritto allo Studio deve rispondere, confermando o negando l’accesso al beneficio, entro pochi giorni dalla presentazione della domanda e comunque prima della scadenza della prima rata di tasse universitarie. Lo studente deve essere esonerato dal pagamento della prima rata se idoneo. L’Università preleverà tale tassa dall’azienda per il Diritto allo Studio o, in caso di esaurimento fondi, dal fondo nazionale. Lo studente a cui verrà confermato il beneficio avrà diritto a ritardare il pagamento delle tasse universitarie fino all’erogazione. Al fine di garantire la celerità, ad ogni studente richiedente verrà data, al momento dell’iscrizione, una carta di pagamento. Al momento dell’erogazione dei fondi, tale carta verrà attivata, comunicandolo allo studente via sms ed e-mail. Attingerà automaticamente dai fondi dell’azienda per il diritto allo studio e, nel caso del loro esaurimento, passerà immediatamente e senza bisogno di alcun intervento ad attingere al fondo nazionale, con tutte le conseguenze successive per le aziende per il Diritto allo Studio.
Nuovi requisiti e maggiori controlli
Dopo aver denunciato fin da subito gli effetti che si sarebbero presentati con il nuovo ISEE, abbiamo ottenuto sul tema un tavolo ministeriale che ha portato all’innalzamento per il prossimo anno accademico della soglia massima ISEE a 23mila euro e della soglia ISPE a 50 mila euro. Non possiamo però accontentarci.
Richiediamo che i requisiti di merito non siano più fissi ma una frazione fissa dell’andamento medio di quel corso, limitati da un tetto. Nonostante il nuovo modello ISEE limiti fortemente la possibilità di dichiarare il falso è necessario aumentare ulteriormente i controlli per evitare sperequazioni.
È imprescindibile, inoltre, rivedere le soglie nazionali per il riconoscimento della figura di studente lavoratore.
Verso un sistema regionale integrato di Diritto allo Studio
È fondamentale strutturare un sistema integrato a livello regionale che garantisca il Diritto allo Studio nei diversi Ateneo. Un obiettivo ambizioso ma concreto è quello di raggiungere una totale interscambiabilità dei servizi: uno studente di Venezia deve essere libero di usufruire di mense e servizi di foresteria nelle altre città universitarie della regione.
Verso una legislazione nazionale per il DSU
Tutte queste misure possono essere realizzate attraverso un disegno di legge per il diritto allo studio, oggetto di ampia discussione e confronto fra tutte le parti del sistema universitario, studenti per primi. La riforma nazionale del DSU deve limitare le divergenze tra le regioni, sia in modalità che in finanziamenti, bloccando ogni tentativo di fare cassa alle spalle del diritto allo studio.
Non possiamo più rimandare un intervento forte e necessario che determini una vera inversione di tendenza rispetto al passato: in Veneto abbiamo già iniziato a formulare una proposta di legge insieme alla Rete degli Studenti Medi del Veneto con il progetto “Fuori la legge” che mette a sistema proposte e buone pratiche.
Le tasse che pagano gli studenti iscritti ad un Ateneo subiscono dei vincoli nel DPR 306/97 in materia di “Contributi Universitari” all’art. 5 comma 1: la contribuzione studentesca non può eccedere il 20 percento dell’importo del finanziamento ordinario annuale dello Stato. Per chiarire, lo Stato ogni anno impegna un fondo nel finanziamento pubblico agli atenei, il FFO (Fondo di Finanziamento Ordinario, istituito con legge ordinaria 537/93, art. 5 e ripartito per di Decreto Ministeriale) e l’Università non può riscuotere agli studenti tramite tasse universitarie più del 20% di questo. Negli anni la politica tributaria degli atenei ha portato ad un lineare aumento delle contribuzioni in tutta Italia, facendo eccedere i contributi in 36 atenei su 61 pubblici del paese, di cui alcuni addirittura sopra il 30%, come il caso dell’Università Ca’ Foscari a Venezia.
L’Unione degli Universitari, da sempre presente nel Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari, ha sempre denunciato con forza al tavolo con il Ministero la politica scellerata e illegale delle università italiane assieme al mancato investimento dello Stato e ai numerosi tagli trasversali nell’istruzione pubblica, che porta questa situazione a livelli insostenibili.
A far uscire dallo stato di illegalità gli atenei è stato convertito in legge nell’agosto 2012 il DL 95/2012, detto Spending Review, in materia di “disposizioni urgenti per la revisione della spesa pubblica con invarianza dei servizi ai cittadini”. Leggiamo all’art.7 comma 42: All’articolo 5, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 25 luglio 1997, n. 306, sono apportate le seguenti modificazioni: 1-bis. Ai fini del raggiungimento del limite di cui al comma 1, non vengono computati gli importi della contribuzione studentesca disposti, ai sensi del presente comma, per gli studenti iscritti oltre la durata normale dei rispettivi corsi di studio di primo e secondo livello. Se infatti precedentemente nella contribuzione studentesca erano inclusi nel computo del 20% gli studenti che avevano superato la normale durata del corso di studio (gli studenti fuori corso che nel 2011 erano stimati al 34,11%), la loro esclusione a seguito di questa normativa fa crollare la percentuale in rapporto al finanziamento pubblico, scendendo ben sotto il 20% e lasciando spazio a ulteriori aumenti. Una discriminazione inaccettabile in un’università pubblica la cui didattica favorisce ormai da anni la creazione della figura del fuori corso.
La figura del fuori corso è inoltre penalizzata da un aumento della sua contribuzione regolato in fascia ISEE sempre nel medesimo DL: a) il 25 percento della corrispondente contribuzione prevista per gli studenti in corso, per gli studenti iscritti oltre la durata normale dei rispettivi corsi di studio il cui ISEE familiare sia inferiore alla soglia di euro 90.000, come individuata dall’articolo 2, comma 1, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148;b) il 50 percento della corrispondente contribuzione prevista per gli studenti in corso, per gli studenti iscritti oltre la durata normale dei rispettivi corsi di studio il cui ISEE familiare sia compreso tra la soglia di euro 90.000 e la soglia di euro 150.000, come individuata dall’articolo 2, comma 1, del citato decreto-legge n. 138 del 2011;
c) il 100 percento della corrispondente contribuzione prevista per gli studenti in corso, per gli studenti oltre la durata normale dei rispettivi corsi di studio il cui ISEE familiare sia superiore alla soglia di euro 150.000, come individuata dall’articolo 2, comma 1, del citato decreto- legge n. 138 del 2011.
Lo studente fuori corso è penalizzato dall’appiattimento degli aumenti delle tasse sulla sua categoria in maniera trasversale trascurando la fattispecie. Consideriamo ingiusto il livello di tassazione a cui gli studenti universitari sono sottoposti: studiare è un diritto e non un lusso che si compra.
La situazione di illegalità in cui agivano gli atenei a livello di contribuzione è stata oggetto di vertenze sindacali dell’Unione degli Universitari e bbiamo lanciato ricorsi amministrativi al TAR in molti atenei affinché l’Università restituisse il denaro sottratto illegalmente. Il caso più eclatante è quello dell’Università di Pavia nel 2011, in cui l’UDU ricorse al TAR per lo sforamento, dopo aver impugnato il bilancio preventivo e consuntivo davanti al giudice e vincendo il processo che condannò l’ateneo al rimborso di 1,7mln di euro ai ricorrenti.
Al tavolo con il Ministero abbiamo sempre avuto posizione di totale contrarierà all’aumento della contribuzione che grava sulle famiglie degli studenti andando ad inasprire le già desolanti statistiche sul numero di laureati in Italia. Ci siamo sempre battuti sul territorio per la salvaguardia del limite legale del 20% e per l’uguaglianza degli studenti nel rispetto del reddito.
Riteniamo fondamentale portare avanti un lavoro coordinato di proposte di riforma dei sistemi di tassazione nelle università italiane. La contribuzione studentesca deve essere ispirata al principio della progressività, attuando un modello di tassazione continua che eviti forti discrepanze al margine delle fasce di tassazione. È necessario aumentare il valore ISEE della fascia massima ad una soglia congrua (100.000 punti) che sia anche di incentivo alla presentazione delle dichiarazioni ISEE-ISEEU. Il numero elevato di studenti che non presenta tale dichiarazione rappresenta un’incognita difficilmente calcolabile e prevedibile. È e rimane obiettivo primario e fondamentale quello di alleggerire l’importo dei contributi per la fasce cd. “medio- basse”, processo già iniziato attraverso la revisione della no tax area da fissare a 25.000 punti ISEE.
Bisogna limitare il potere decisionale degli atenei in merito all’aumento delle tasse e ad una fasciazione iniqua, consentirà, nella suo essere progressiva, una giustizia e un’equità maggiore nel sistema universitario italiano.
Da sempre pensiamo e sappiamo quanto sia importante per uno studente universitario l’accesso all’alloggio, soprattutto nel caos della giungla degli affitti privati. Quello dell’affitto è un tema molto delicato che tocca profondamente la vita degli studenti, non sono rari i casi di appartamenti fatiscenti o di padroni di casa restii a regolarizzare i propri affittuari.
Per questo ci battiamo per combattere l’affitto in nero, spesso intriso di falsi miti come l’essere più facile e conveniente rispetto ad un regolare contratto.
Informarsi è il primo importante strumento che abbiamo per difenderci, per sfatare i tipici luoghi comuni che speculano sul nostro diritto ad avere un’abitazione decente, sicura, a norma, pagata equamente. Da qui sono partite le nostre campagne di sensibilizzazione anche sui contratti da evitare per non avere ripercussioni legali che mettano in torto chi già subisce condizioni molto discutibili.
Siamo un sindacato, perciò non ci fermiamo alla denuncia ma ci impegniamo con proposte costruttive: già a Padova abbiamo ottenuto un contratto agevolato per studenti grazie ad un tavolo di trattative composto da studenti, inquilini, proprietari, ente per il Diritto allo Studio e Comune. La convenzione stipulata in questa città è purtroppo una mosca bianca nel panorama nazionale, non ci sono altri esperimenti simili, se non piccoli tentativi isolati che purtroppo non hanno ancora fatto scuola.
La tutela per chi affitta è fondamentale al pari di una borsa di studio, a maggior ragione per chi come uno studente fuori sede è costretto a cambiare casa anche più volte nel corso della permanenza universitaria.
In questi tre anni il CNSU è stato attento alla tematica e ha prodotto delle mozioni a riguardo. La nostra proposta è di portare avanti ovunque sia possibile un confronto con gli atenei ed i Comuni per stipulare accordi e convenzioni favorevoli per tutti, proprietari ed inquilini, l’esperimento avviato a Padova ha già avuto infatti esiti molto positivi tanto da riconfermare il progetto. Ci proponiamo quindi di stimolare un mercato più etico e conveniente che porti ad aumentare l’offerta di affitti a prezzi ragionevoli e buone condizioni, rispettando la legge e la salute. Devono essere avviate delle convenzioni quadro applicabili nei Comuni per favorire chi registra i contratti di locazione.
Otto settembre 2011: il Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari approva all’unanimità la Carta dei Diritti degli studenti universitari, ideata e stesa dall’UDU e proposta nell’organo dai suoi rappresentanti eletti. L’approvazione della Carta dei Diritti degli studenti è una conquista storica dell’UDU: in un sistema universitario in cui i diritti degli studenti sono diversi da facoltà a facoltà, in balia di regole non scritte e dell’umore dei professori, essa enuncia i diritti minimi degli studenti universitari, sancisce le soglie minime che devono essere rispettate in ogni ateneo. È chiaramente un testo normativo di importanza senza precedenti nell’evoluzione del diritto allo studio.
La sua approvazione in CNSU comporta l’entrata in vigore in ogni ateneo italiano, essendo un testo giuridico indirizzato unicamente a studenti universitari iscritti e al personale universitario.
Tuttavia prima che il suo testo entri nella dimensione normativa e regolamentare di un ateneo (così come previsto dal nostro statuto nell‘art.4 comma 6) la carta deve essere approvata dal Consiglio degli Studenti dell’ateneo.
Il contenuto della Carta si articola in sette articoli, ciascuno suddiviso in commi.
Il primo articolo è composto da 11 commi ed enuncia i principi fondamentali e ispiratori di tale testo, con annesse le tutele generali e universali: non ci sono distinzioni tra gli studenti e le studentesse della comunità universitaria, tutti hanno il diritto di accedere a percorsi formativi di ogni livello, il diritto di associarsi liberamente, il diritto ad avere luoghi di confronto collettivo, il diritto di denunciare al rettore tramite la rappresentanza le violazioni della Carta, sono previste le tutele fondamentali per gli studenti disabili e infine è prevista l‘esistenza di un Garante degli Studenti per assisterli nell’esercizio dei loro diritti o per accogliere i loro reclami (nell’Università degli studi di Padova tale ruolo è interpretato per Statuto dal Difensore Civico, su nostra proposta accolta e approvata).
Il secondo articolo tratta cospicuamente della didattica, distribuendo i diritti e le tutele in ben 20 commi. Gli studenti hanno diritto a presentare piani di studio individuali, a frequentare corsi di recupero per colmare le lacune nella loro preparazione iniziale, hanno diritto ad attività di orientamento e tutorato vedendosi anche assegnato un tutor-docente, hanno il diritto di poter frequentare la lezione liberamente e gli accertamenti di presenza con firme possono essere usati solo nelle forme indicate dall’ateneo, hanno diritto di poter studiare in strutture adeguate e al passo con i tempi, a poter esprimere liberamente una valutazione su tutti i livelli della didattica e tanto altro ancora. Segue l’articolo 3 sulle modalità d’esame e la valutazione: un articolo interamente dedicato a questo settore proprio perché i soprusi dei baroni verso gli studenti si percepiscono spessissimo nelle prove d’esame, importantissime per la realizzazione della carriera universitaria di uno studente o di una studentessa. Ogni anno accademico tutti gli studenti hanno diritto ad un numero minimo di sette appelli e ad uno straordinario per i fuori corso, è garantito il diritto di ritirarsi da ogni esame e tale scelta non può influire in maniera pregiudizievole sulla carriera futura, diritto a conoscere la correzione e i metodi di valutazione dell’esame, la valutazione di profitto non può essere fatta sulla base di esami precedenti e lo studente ha diritto a consegnare il libretto solo alla conclusione della prova. L’articolo 4 coglie le problematiche relative a tirocini e stage, fissando anche in questo ambito le tutele fondamentali e i diritti minimi degli universitari: effettuare stage o tirocini è un diritto di ogni studente, nel rispetto dei suoi tempi di studio e delle sue condizioni economiche; gli studenti hanno diritto ad essere guidati nell’attività stagista o tirocinante da un tutore individuato tra i docenti didatticamente competenti, durante l’esercizio delle loro mansioni hanno diritto a copertura assicurativa per infortuni verso terzi, a svolgere le attività in un periodo tra settembre e luglio senza sovrapposizioni con le ore di didattica frontale e a svolgere un monte ore corrispondente al numero di crediti indicato nell’ordinamento del corso; gli studenti non devono svolgere più di cinque ore al giorno di stage o tirocinio, hanno diritto ad una sospensione dell’attività almeno cinque giorni prima di un esame e hanno il diritto di valutare liberamente con questionari anonimi la struttura tirocinante e il valore didattico dell’esperienza in sé.
L’articolo 5 riguarda gli studenti lavoratori, riconosce la figura sociale dello studente lavoratore e ne prevede le tutele sostanziali affinché non ci siano discriminazioni con gli studenti normali.
L’articolo 6 si occupa di dare la giusta difesa ai diritti degli studenti stranieri, mentre l’articolo 7 organizza e struttura i principi della rappresentanza studentesca.
Numerose battaglie riguardanti gli stessi temi trattati dalla carta ci hanno visti protagonisti nell’ateneo patavino: abbiamo dovuto lottare contro le deroghe ai cinque appelli richieste per i Corsi di Studio delle Scuole di Ingegneria, Statistica ed Economia. Deroghe presentate contro i cinque e non i sette appelli annuali, ben al di sotto rispetto a quanto previsto nella Carta dei Diritti. Siamo inoltre impegnati ogni giorno contro le sovrapposizioni degli orari tra lezioni, sedute di laboratorio ed esami, contro i salti d’appello taciti ed annunciati, contro gli esami tenuti irregolarmente negli studi dei docenti invece che nelle aule universitarie, occasioni dove troppo spesso gli studenti sono oggetti di soprusi.Crediamo sia necessario un ulteriore ampliamento, per una sempre più incisiva partecipazione democratica. Vogliamo contribuire non solo a portare avanti le giuste istanze degli studenti ed a migliorare la nostra condizione, ma anche governare l’università insieme alle altre componenti della stessa, secondo l’uguaglianza stabilita dalla Carta dei Diritti. Crediamo di poter rispondere ai complessi problemi che l’università si trova ad affrontare ogni giorno, con la una prospettiva lungimirante: trasformando passo dopo passo l‘università in un luogo del sapere condiviso che sia al contempo a misura di noi studenti, dove possiamo realizzare i nostri sogni.
In un’università sconvolta dalla riforma Gelmini, che abbiamo contrastato fin dalla nascita per il suo modello aziendalista e antidemocratico, la Carta dei Diritti è un importante argine di tutela dei Diritti di noi studenti, troppo spesso bistrattati e trattati come l‘ultima ruota del carro. È una conquista dell’UDU ma è una carta di tutti gli studenti universitari: è la base su cui abbiamo intenzione di costruire il futuro dell’università pubblica italiana, un’università libera, fondata sul diritto allo studio e sul valore del sapere.
Testo completo ed ulteriori info http://www.cnsu2013.it/carta-diritti-studenti/
Nell’immobilismo generale italiano, la tematica della mobilità universitaria viene troppo spesso ignorata, mal interpretata o semplicemente rimane un’emerita sconosciuta. Abbiamo deciso di trattare tre punti fondamentali riguardanti questo tema: il ruolo della mobilità come ascensore sociale, le difficoltà nel cambiare percorso e/o Ateneo, e la mobilità internazionale.
LA MOBILITÀ COME ASCENSORE SOCIALE:
La possibilità di iscriversi anche in un Ateneo lontano da casa, per seguire le proprie inclinazioni e obiettivi, dovrebbe essere garantita da un diritto allo studio efficiente. Questo diritto attualmente è annullato dalla distruzione del nostro sistema di diritto allo studio: uno studente privato della sua borsa di studio si ritrova a dover rinunciare o alla possibilità di proseguire nel suo percorso universitario, o dovrà ripiegare su un’opzione che risulti meno pesante a livello economico. La mobilità universitaria significa arricchimento, possibilità di conoscere nuove persone, nuovi mondi, poter davvero affrontare un percorso di studi pieno e soddisfacente. E ogni laureato soddisfatto del suo percorso universitario rappresenta una ricchezza per tutto il Paese (cosa troppo spesso dimenticata in Italia).
LE DIFFICOLTÀ NEL CAMBIO DI PERCORSO:
La totale assenza di coordinamento tra le Università italiane crea situazioni grottesche, per cui un trasferimento da un Ateneo a un altro, pur mantenendo percorsi simili (se non identici), rappresenta un inferno di burocrazia e di esose tassazioni per un semplice passaggio: si possono pagare anche più di 500€ (oltre alle tasse “normali”) per farsi riconoscere una manciata di crediti aggiuntivi, con il rischio inoltre di vedersi riconoscere solo parzialmente gli esami sostenuti in un altro Ateneo e ritrovarsi fuori corso, con potenziali ulteriori aggravi a livello di tassazione. È necessaria una revisione del sistema di trasferimento tra Atenei, e sarebbe auspicabile la creazione di una formula già esistente in Europa, e cioè la possibilità di frequentare corsi in Atenei diversi avendo però la certezza che i crediti ottenuti vengano accettati dalla propria sede amministrativa.
Meno del 20% degli studenti italiani partecipano al progetto “Erasmus”, o ad altri progetti di scambio all’estero. Perché solo una ristretta minoranza fa quest’esperienza? La questione è sempre la stessa: fondi mancanti (nella maggior parte degli altri Paesi europei ci sono fondi previsti per la mobilità internazionale che vanno a “rimpinguare” la borsa di studio Erasmus: in Italia, a parte rarissimi casi con un investimento da parte della propria Università, non è così). Scarsa promozione, creazione di ostacoli burocratici spesso inutili, costi elevati portano lo studente, spesso demoralizzato, a rinunciare alla partenza.
Come membri dell’European Students’ Union stiamo collaborando con altre associazioni studentesche a livello europeo per rafforzare e implementare i progetti di scambio e internazionalizzazione.
Lotta alle baronie
L’università deve essere democratica e deve essere sempre più un luogo di formazione del sapere critico. È necessario ripensarla come spazio incentrato sugli studenti ed è fondamentale colpire senza pietà le baronie che troppo spesso si incrostano nei nostri atenei, pregiudicando negativamente e in maniera drammatica il funzionamento del sistema universitario.
Essere rappresentanti degli studenti significa anche avere la forza, il coraggio e la determinazione di contrastare in ogni modo le baronie.
È ora di cambiare radicalmente questo sistema: gli unici sviluppi della sua logica perversa sono il danneggiamento dell’organizzazione dei corsi di studio, dei concorsi, la violazione dei regolamenti e la tutela delle rendite di posizione acquisite a scapito della capacità e del merito.
Il nostro obiettivo è riformare l’attuale sistema di potere presente all’interno delle università: vogliamo scardinare le rigide gerarchie apparentemente garanti dell’ordine ma che in realtà proteggono solo gli interessi di pochi. Pensiamo di poterlo fare con due proposte cruciali.
Ruolo unico della docenza universitaria
L’attuale sistema di potere all’interno dei dipartimenti va riformato a partire dall’introduzione del ruolo unico nella docenza universitaria, abolendo la distinzione tra professori ordinari, associati e ricercatori.
È oramai evidente e palese che il sistema attuale favorisce il perpetuarsi di gerarchie di potere all’interno dei dipartimenti, laddove non vi è alcun legame tra la progressione della carriera e i meriti dell’individuo. Proponiamo il ruolo unico affinché tutti i docenti abbiano le stesse prerogative in termini di peso decisionale, garantendo che i dipartimenti siano gestiti da un sistema pienamente democratico e trasparente. La progressione della carriera del docente dovrà essere articolata su livelli all’interno del ruolo unico e gli avanzamenti dovranno essere basati su criteri oggettivi di valutazione della didattica e della produzione accademica del singolo docente.
Chiediamo anche che si pongano dei limiti ragionevoli all’esercizio di professioni esterne all’insegnamento, in modo da impedire che l’adeguato svolgimento delle attività didattiche venga pregiudicato e che le professioni dei docenti in linea con il programma formativo siano effettivamente un valore aggiunto e non una scusa per assenze o mancati ricevimenti.
La figura dello studente lavoratore è sempre stata scarsamente considerata all’interno del sistema universitario italiano: ancora oggi non è possibile trovare in tutti gli atenei italiani la piena e uniforme tutela di questa diffusissima figura sociale. Benché il riconoscimento degli studenti lavoratori come soggetti meritevoli di tutela e di sostegno sia un indirizzo normativo in piena conformità con l’ articolo 34 della Costituzione, la legge ordinaria non garantisce in questo specifico ambito la perfetta attuazione dei principi costituzionali del diritto allo studio.
Il recente decreto legislativo n.68 del 29 marzo 2012 definisce in maniera decisamente più sensibile quali sono gli ambiti di ramificazione del diritto allo studio rispetto alla precedente legge 390/1991, ma nel settore specifico riguardante gli studenti lavoratori necessita di ulteriori provvedimenti legislativi regionali per garantire il rispetto dei diritti degli studenti. Le sue norme obbligano lo stato a costruire un sistema integrato di servizi per rendere più ampia possibile la partecipazione agli studi universitari: tali servizi devono includere delle facilitazioni per gli studenti non pienamente impegnati negli studi. All’art.9 comma 7 del decreto queste prescrizioni generali sono sviluppate con maggior chiarezza: è data la possibilità alle università statali di prevedere esoneri totali o parziali dalle tasse d’iscrizione per alcune categorie di studenti, tra cui gli studenti che svolgono un’attività lavorativa documentata. Il gap di questa normativa risiede proprio nel dare solo la possibilità agli atenei, senza dichiarare alcun obbligo coercitivo più ristretto. Non sono inoltre fissati i parametri economici di reddito percepito per l’identificazione dello studente lavoratore, ciò comporta che in molti atenei per ottenere gli esoneri garantiti agli studenti lavoratori è richiesto un reddito annuo inaccessibile per un vero studente universitario. Spesso è richiesto un reddito di circa 6000 euro all’anno e solo da contratti di lavoro a tempo indeterminato: è impossibile che uno studente universitario si trovi in queste condizioni lavorative, è un lavoratore-studente e non uno studente lavoratore!
Tali osservazioni ci inducono a credere necessario uno sviluppo normativo per garantire la giusta tutela agli studenti lavoratori, l’evoluzione della nostra società richiede un progresso dei diritti degli studenti universitari che non sorvoli queste lacune. Dal punto di vista dei diritti fondamentali degli studenti lavoratori l’UDU ha già fatto enormi conquiste: con la Carta dei Diritti degli Studenti Universitari da noi proposta e poi approvata in CNSU nel 2011 sono limpidamente delineati e in vigore in ogni ateneo i diritti da essa previsti. Per quanto riguarda il tema qui trattato essa prevede la figura sociale dello studente con un’attività lavorativa certificata, prevede il diritto che tali attività lavorative siano riconosciute come tirocinio se attinenti alle finalità didattiche del corso di laurea, prevede che non ci siano distinzioni di alcun tipo tra studenti universitari normali e studenti lavoratori e prevede il diritto dello studente lavoratore di concordare con il professore un orario di ricevimento adatto alle sue esigenze lavorative. Fino ad ora abbiamo ottenuto tutto questo, ma non abbiamo intenzione di fermarci: il CNSU è uno strumento politico fondamentale per costruire il diritto allo studio e crediamo di poterlo ulteriormente valorizzare. Valendoci delle opportunità di dialogo e di produzione regolamentare proprie di questo organo vogliamo fissare i criteri economici minimi per la definizione dello studente lavoratore.
Gli stage sono chiaramente una prospettiva importantissima per molti studenti universitari: essi rappresentano la prima interfaccia di applicazione della conoscenza nel mondo del lavoro. Sono dei delicati periodi formativi che vanno gestiti sapientemente, nel pieno rispetto della libertà di scelta e dei diritti fondamentali degli studenti. Attraverso un reale implemento e miglioramento degli stage, l’università italiana potrebbe essere più adatta e rapida nella costruzione delle carriere professionali. La precarietà che affligge la condizione lavorativa dei giovani si smantella costruendo certezze nella formazione, anche in quella extra didattica.
Lo stage è indicato all’ interno della legge italiana con il termine tirocinio, in particolare gli stage formativi per studenti universitari sono indicati nel quadro normativo come “tirocini curricolari”. A queste premesse meramente terminologiche segue un ragionamento particolare nell’ ambito del diritto allo studio poiché il concetto stesso di stage o tirocinio curricolare non ha veri sviluppi normativi: per questi motivi esso non è nemmeno definibile come un istituto giuridico vero e proprio. La disciplina del tirocinio è richiamata dal decreto legge 138/2011 poi convertito in legge ordinaria dalla legge 148/2011: la dicitura della norma prevede solamente che tale disciplina si conformi a criteri garanti dell’effettivo svolgimento dell’attività formativa e tali da assicurare il miglior esercizio della professione. Nulla di più generico: questa aridità contenutistica della legge ordinaria è chiaramente volta a stimolare una produzione normativa diversificata per ogni regione, secondo il principio di sussidiarietà. Per quanto riguarda noi studenti veneti l’aspetto più peculiare si trova proprio nella legge regionale promulgata a tale scopo: essa disciplina soffusamente i vari tipi di tirocini, ma specifica fin dall’art.2 che i “tirocini curricolari” non sono regolati da alcuna legge o regolamento se non dagli ordinamenti dell’offerta didattica dei singoli atenei. In conclusione gli stage per come li conosciamo sono in tutto e per tutto regolati dalle singole università (situazione presente non soltanto in Veneto ma anche in altre regioni) in accordo con enti pubblici, privati, aziende, associazioni, tal volta attraverso degli spin-off. Quella che sembrerebbe una buona impostazione per consentire la diversificazione normativa a seconda del mercato del lavoro nei vari territori, in realtà comporta grandi disagi per gli studenti universitari: spesso l’assenza di effettive tutele per gli studenti stagisti trasforma queste occasioni formative in pretesti per celare uno sfruttamento lavorativo.
Le proposte dell’UDU sono semplici e concrete: tramite l’obbligatoria approvazione della Carta dei Diritti degli studenti universitari in ogni ateneo è possibile riconoscere dei diritti fondamentali per gli studenti stagisti, per questo e per altri suoi importanti contenuti precettivi la Carta deve essere approvata il più presto possibile in ogni università statale italiana. Nell’ambito specifico degli stage essa prevede sostanzialmente i seguenti diritti per gli studenti:
Diritto allo stage o al tirocinio secondo le finalità didattiche stabilite dal corso di laurea e nel rispetto delle condizioni economiche dello studente, le convenzioni stipulate non devono prevedere orari incompatibili o turni di notte e il tirocinante non può essere utilizzato per sostituire il personale operante, il Preside di Scuola è chiamato a vigilare sul rispetto di queste regole
Diritto ad essere guidati da un tutore competente durante l’attività formativa, scelto dai loro docenti universitari
Diritto di copertura assicurativa per infortunio, il raggiungimento dei luoghi dove si svolge lo stage deve essere garantito dall’ateneo se tali luoghi sono distanti dalle sue strutture
Diritto alla sospensione del tirocinio fino a cinque giorni prima di un esame, il controllo della loro frequenza all’attività di tirocinio deve essere sottoposto ad una commissione paritetica
Diritto di valutazione della struttura ospitante per il tirocinio, i risultati sono resi pubblici dall’ateneo, esaminati dal suo Nucleo di Valutazione e resi noti alla struttura ospitante
Diritto a compiere stage con convenzioni che deroghino le norme della Carta in materia di giorni e orari, con motivazione giustificata e approvazione del Consiglio degli Studenti o di una sua Commissione apposita.
Crediamo che tali diritti siano la base per costruire un sistema di interazione fra università e mondo del lavoro. Stage e tirocini sono lo strumento giuridico per consentire tale interazione: siamo pronti a redigere un vero statuto degli studenti stagisti e tirocinanti, un’evoluzione progressiva di quanto abbiamo già ottenuto. La giusta tutela del diritto allo studio deve accompagnare gli studenti anche nella formazione extra didattica. Questa tutela inoltre non può più prescindere dall’aspetto economico: troppe volte gli stage si dimostrano esperienze di sfruttamento e mal retribuite, è tempo che gli studenti universitari stagisti e tirocinanti abbiano un compenso minimo.
Un sistema universitario pubblico dovrebbe consentire il pieno accesso a tutte le sue strutture, soprattutto agli studenti disabili e a coloro che, in quanto soggetti in formazione, non sono sempre dotati di mezzi motorizzati propri. Il ruolo rilevante del trasporto pubblico, la sua capacità di essere servizio fruibile a tutti si intravede anche nell’apporto che esso può dare alla mobilità degli studenti universitari. Studenti pendolari, sedi distaccate, plessi universitari sparsi per la città, sono caratteristiche tipiche dell’università italiana: per rendere produttiva la sua naturale conformazione in termini di servizi agli studenti è necessaria una rete di trasporti ben costruita ed accessibile.
Esaminando le fonti normative della nostra legislazione, si può facilmente notare come la fruibilità e l’accessibilità al trasporto pubblico siano considerate parti del Diritto allo Studio. Il decreto legislativo 68/2012 inserisce i trasporti nei servizi necessari per il successo formativo degli studenti, al pari dei servizi di ristorazione, di abitazione, delle borse di studio eccetera eccetera. L’art.7 della suddetta legge ha il compito di definire i LEP (livelli essenziali di prestazioni) erogabili in modo uniforme su tutto il piano nazionale tramite lo strumento della borsa di studio: nella descrizione delle voci di spesa della borsa, è computato agli idonei beneficiari della borsa anche il costo del trasporto pubblico per spostamenti giornalieri dalla sede abitativa alle strutture d’ateneo oppure dalla residenza fuorisede alla sede universitaria per due volte l’anno. La computazione ovviamente si calcola sulla base delle tariffe più economiche del trasporto pubblico. Eccetto che per questa precisazione della 68/2012 sui costi dei trasporti pubblici computati ai titolari di borsa di studio, il resto del quadro normativo è molto vago al riguardo: i trasporti vengono sempre indicati come mezzo necessario per lo sviluppo uniforme e generale del Diritto allo Studio ma a tali norme non segue un’attuazione specifica. Ad esempio la stessa legge regionale del Veneto per il diritto allo studio universitario del 7 aprile 1998 (unica legge regionale sul DSU) disciplina una vaga “mobilità studentesca” come aspetto centrale del Diritto allo Studio, non segue alcuna altra norma o alcun regolamento più specifico. Non c’è nessuna normativa specifica a nessun livello di fonti di diritto che permetta un utilizzo diffuso ed economico dei trasporti per gli studenti universitari: quando i trasporti sono elencati come parte integrante del Diritto allo Studio ci troviamo di fronte solo a norme generali mancanti di attuazione effettiva.
La crescita e il progresso del Diritto allo Studio, sancito dalla Costituzione ma ancora lontano da una piena realizzazione, dipende anche dallo sviluppo di una rete di trasporti appropriata, a misura di studente universitario. Come il Diritto allo Studio è sancito dalla Costituzione ma manca ancora di una completa attuazione, così la fruibilità e l’accessibilità ai trasporti pubblici è prevista da leggi generali ma non si articola in una vera realizzazione: è il segnale di una grande insufficienza politica che si riflette su diversi livelli essenziali di prestazioni che anche se previsti non vengono concretamente rispettati.
È necessario un forte investimento di collaborazione economica e politica tra stati e regioni per creare una rete di trasporti gomma/ferro adatta alla mobilità universitaria. Tali trasporti devono essere pubblici e tutti gli studenti universitari devono poterli usare liberamente e a prezzi contenuti: è così praticamente in ogni paese europeo, perché non qui?
La legge 264 del 1999 stabilisce quali debbano essere i corsi di laurea ad accesso programmato, comunemente noti come corsi a “numero chiuso”: essa precisa quali di questi corsi sono ad accesso programmato nazionale e quali sono i criteri per costituire corsi ad accesso programmato nelle singole università (ad esempio economia e biologia a Padova o giurisprudenza e sociologia a Trento). Sono corsi di laurea ad accesso programmato a livello nazionale medicina, medicina veterinaria, odontoiatria, tutte le professioni sanitarie, architettura, scienze della formazione primaria, corsi di formazione specialistica per i medici e le scuole di specializzazione per le professioni legali. I singoli atenei possono richiedere e istituire un accesso programmato per un corso di laurea purché sia concretamente soddisfatta almeno una delle condizioni seguenti, fissate dall’art. 2 della suddetta legge: quando l’ordinamento didattico prevede l’utilizzo di laboratori ad alta specializzazione e sistemi tecnologici avanzati per quel determinato corso, quando l’ordinamento didattico prevede l’obbligatorietà del tirocinio per completare il percorso formativo di quel determinato corso. La tipologia del test di selezione e il numero dei posti disponibili per i corsi di laurea ad accesso programmato nazionale sono determinati da un decreto ministeriale del MIUR emanato ogni anno. La legge in questione non pone alcuna imposizione prescrittiva per quanto riguarda il test, tuttavia sancisce all’ art. 3 con quali indicatori il ministero deve determinare il numero programmato complessivo del corso di laurea: deve tener conto del fabbisogno di professionalità del sistema sociale e produttivo e dell’ offerta potenziale di ciascun ateneo.
Annualmente ogni singola università deve formalizzare la propria offerta potenziale in riferimento ai corsi ad accesso programmato, considerando la propria apertura numerica in base ai posti delle aule, ai laboratori e alle attrezzature per la didattica, al personale docente e tecnico, alla quantità di tirocini attivabili e alla sostenibile qualità dei servizi di assistenza e tutorato.
Annualmente è emanato il decreto ministeriale disciplinante la tipologia dei test per i corsi ad accesso programmato e la quantità di posti disponibili ateneo per ateneo. Nel corso degli anni il numero dei posti disponibili è stato progressivamente ridotto in ogni settore: con gli ospedali con sempre meno copertura di personale rispetto al necessario e la fuga dei cervelli sempre più in crescita nel nostro paese, tali scelte sono assolutamente ingiustificabili. Non si può più nemmeno parlare di una “selettività funzionale” preposta dalla normativa, in questi casi la ricerca spasmodica di meritocrazia storpia il valore della stessa sfociando in una cieca selettività. Molte Università inoltre richiedono di versare una somma precisa per poter concorrere al test, essa va dalla cifra irrisoria di 10 euro fino a una inaccettabile richiesta di 100 e oltre. Al di là del costo è assolutamente irrispettoso lucrare in questo modo sulle famiglie degli studenti senza poi dare alcuna controprestazione in termini di diritto allo studio: dalle rendicontazioni dei bilanci dei singoli atenei quelle voci in entrata non si è mai capito dove andassero a finire o se addirittura fossero state mai inserite nella contabilità.
In occasione dei test per l’anno accademico 2014/15 a seguito di pesanti irregolarità è scaturito l’intervento politico e legale dell’Unione degli Universitari, dando avvio al maxi-ricorso con cui migliaia di studenti hanno visto riconosciuto dalla giustizia amministrativa il proprio diritto all’iscrizione al corso di laurea in medicina e chirurgia.
A seguito dei nostri interventi sia il ministro Giannini che il sottosegretario Faraone hanno dichiarato la necessità di una revisione del numero chiuso e del sistema dei test, ma alle parole non è seguita la concreta e fattiva apertura che tutti ci auguravamo. Non solo, il MIUR ha fatto ricorso al Consiglio di Stato contro la nostra vittoria al TAR, ricorso respinto dal massimo organo sancendo in fatto e in diritto la bontà delle nostre ragioni nel merito.
Il TAR ha finalmente convalidato in via definitiva le immatricolazioni dei ricorrenti con diversi pronunciamenti tra dicembre 2015 e febbraio 2016, nonostante i molteplici attacchi ed ostilità da parte del ministero e degli ordini professionali agenti su base meramente corporativa.
In occasione dei test d’ingresso per l’A.A. 2015/16 abbiamo nuovamente vigilato e denunciato le molteplici irregolarità, nonché le inefficienze di questo sistema, presentando diverse istanze al TAR al Consiglio di Stato parzialmente accolte ed attualmente in attesa di valutazione, alla luce del fatto che rimangono più di 1000 posti non sfruttati in tutta Italia per quanto riguarda i corsi a numero chiuso nazionale.
Per vie legali, seguendo i binari del diritto tracciati dai valori della nostra costituzione, siamo stati in grado di frantumare ogni presupposto giuridico della normativa sul numero chiuso: essa è oramai dimostrata come priva di costituzionalità, priva di legittimità. È tempo di sedersi attorno ad un tavolo con il Ministro e formulare una nuova legge, per fare questo è necessario valersi dell’attività consultiva del CNSU: bisogna stabilire dei criteri di selezione mossi unicamente dalle esigenze sociali ed economiche del paese, cominciare a pensare ad un criterio di selezione a lungo termine. Deve esserci sempre una corrispondenza adeguata tra docenti, strutture e numero di studenti: dove essa non c’è la soluzione prioritaria non è l’accesso programmato ai corsi bensì l’aumento dell’investimento pubblico per colmare le mancanze. Vogliamo costruire un’università pubblica a misura di studenti e studentesse, e per farlo noi partiamo da qui.
Il Diritto alla Salute è un diritto fondamentale che deve essere garantito a tutti gli studenti specie a coloro che, per motivi di studio, si trovano a vivere in una Regione diversa dalla propria: a partire da una copertura totale della figura del medico di base in tutte le sedi universitarie, soprattutto quelle distaccate, senza trascurare servizi assistenziali andrologici e ginecologici.
Altresì imprescindibile è il supporto psicologico che ogni ateneo deve essere in grado di fornire a tutti gli studenti, mettendo in risalto l’importanza del servizio che molte volte viene banalizzato o, addirittura, ignorato.
In questo contesto non può mancare una maggiore attenzione verso l’utenza straniera semplificando l’accesso alle strutture, tramite un servizio di mediazione linguistica efficace.
Incrementare tutti questi servizi deve essere prioritario, non solo per la singola realtà locale.
Crediamo sia inoltre necessario attuare convenzioni quadro tra atenei e consultori, istituendo sportelli assistenziali nelle sedi universitarie per favorire l’informazione e un sostegno più accurato e vicino agli studenti. Riteniamo che la difesa di queste strutture pubbliche e un loro corretto utilizzo restino fattori importanti di educazione alla sessualità consapevole, all’autodeterminazione delle persone, che tenga conto della specificità di genere.
È arrivato poi il tempo di adattare gli spazi universitari alle esigenze assistenziali e sociosanitarie dell’utenza, creando asili nido di ateneo per i figli dei dipendenti e studenti-genitori oltre all’installazione di fasciatoi nei servizi igienici e distributori di preservativi e assorbenti.
Abbiamo presentato una mozione sull’assistenza sanitaria garantita dal medico di medicina generale agli studenti fuori sede ed è stata approvata all’unanimità, oltre che recepita dal MIUR. Ora è necessario che venga accolta anche dal Ministero della Salute in modo da poterla attuare, per questo continueremo a batterci all’interno dell’Organo.