Source: https://renatodisa.com/2015/09/29/corte-di-cassazione-sezione-iii-sentenza-21-settembre-2015-n-18473-nelle-controversie-soggette-al-rito-del-lavoro-come-quelle-in-materia-agraria-il-termine-di-dieci-giorni-assegnato-allappel/
Timestamp: 2018-11-19 15:51:20+00:00
Document Index: 56630982

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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 21 settembre 2015, n. 18473. Nelle controversie soggette al rito del lavoro (come quelle in materia agraria), il termine di dieci giorni assegnato all'appellante per la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell'udienza di discussione (art. 435, comma 2, cod. proc. civ.) non è perentorio e, pertanto, la sua inosservanza non comporta decadenza, sempre che resti garantito (come nel caso all'esame) all'appellato lo spatium deliberandi non inferiore a venticinque giorni prima dell'udienza di discussione della causa (art. 435, comma 3, cod. proc. civ.), perché egli possa apprestare le proprie difese - Avvocato Renato D'Isa
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sentenza 21 settembre 2015, n. 18473
Ciò posto, si osserva, secondo principio ripetutamente affermato da questa Corte, che nelle controversie soggette al rito del lavoro (come quelle in materia agraria), il termine di dieci giorni assegnato all’appellante per la notificazione del ricorso e del decreto di fissazione dell’udienza di discussione (art. 435, comma 2, cod. proc. civ.) non è perentorio e, pertanto, la sua inosservanza non comporta decadenza, sempre che resti garantito (come nel caso all’esame) all’appellato lo spatium deliberandi non inferiore a venticinque giorni prima dell’udienza di discussione della causa (art. 435, comma 3, cod. proc. civ.), perché egli possa apprestare le proprie difese (ex multis, cfr. Cass. ord. 14 luglio 2011, n. 15590; Cass. ord. 15 ottobre 2010, n. 21358). Invero – come evidenziato in specie nell’ordinanza n.21358/2010 – l’art. 435 cod. proc. cív., comma 2, alla stregua del quale “l’appellante, nei dieci giorni successivi al deposito del decreto, provvede alla notifica del ricorso e del decreto all’appellato”, deve essere letto ed interpretato in relazione al contenuto del successivo comma 3 dello stesso articolo, alla stregua del quale “tra la data di notificazione all’appellato e quella dell’udienza di discussione deve intercorrere un termine non minore di venticinque giorni”. Dal che si evince che lo stesso legislatore, nel porre il suddetto termine (ordinatorio) di cui al comma 2, ha disciplinato le conseguenze di una eventuale inosservanza di tale termine, prevedendo, in buona sostanza, al comma 3, che la notifica effettuata mantiene i suoi effetti, anche in caso di mancato rispetto del termine di cui al comma precedente, allorchè tra la data di notificazione e quella dell’udienza permanga un termine non inferiore a venticinque giorni. In sostanza appare chiaro, dal complesso dei due commi della disposizione all’esame, che il legislatore ha regolato normativamente le conseguenze della inosservanza del termine di cui al comma 2, prevedendo in via generalizzata il permanere degli effetti della compiuta notifica nell’ipotesi prevista dal comma 3, in tal modo superando – alla stregua delle stesse previsioni codicistiche – la necessità di uno specifico provvedimento autorizzatorio o di proroga da parte del giudice prima della scadenza del stesso termine.
2.4. Merita aggiungere che, da ultimo, la Corte Costituzionale con ordinanza n.253 del 2012 – nel dichiarare la manifesta infondatezza della q.l.c. dell’articolo 435 comma 2 cod. proc. civ. sollevata proprio dalla Corte di appello di Roma in riferimento all’art. 111 Cost. con riguardo all’interpretazione della norma, sopra esposta e assunta a “diritto vivente” – ha evidenziato che la norma, nella interpretazione censurata dal collegio rimettente, lungi dal violare la parità delle parti, è finalizzata, invece, a realizzarla sul piano del reciproco diritto di azione e di difesa. Con il risultato di tutelare, all’un tempo, l’interesse dell’appellante – impedendo che la sola violazione del termine ordinatorio in questione determini l’improcedibilità del gravame – e quello dell’appellato, cui resta comunque garantito un termine a comparire sufficiente ad apprestare le proprie difese.