Source: https://paperzz.com/doc/5212824/21-3-2015---studio-ducoli
Timestamp: 2017-02-26 01:55:37+00:00
Document Index: 65605716

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 39', 'art. 13', 'art. 36', 'art. 6', 'art. 22', 'art. 12', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 131', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2389', 'sentenza\n', 'art. 36', 'art. 6', 'art. 39', 'art. 13', 'art. 36', 'art. 6', 'art. 22', 'art. 12', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'e contrario', 'art. 13', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 17', 'art. 30', 'art. 38', 'art. 17', 'art. 42', 'sentenza ', 'art. 42', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 42', 'art. 67', 'art. 17', 'art.\n67', 'art. 10', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 10', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 8', 'art. 20', 'e contrario', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7']

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/ SABATO, 21 MARZO 2015
l’amministratore che
si autoattribuisce i
Assicurazione professionale per
i 730, via libera dell’IVASS
Una recente pronuncia della Suprema Corte (la n. 11405/2015)
torna sul tema del reato configurabile (bancarotta fraudolenta per
distrazione o preferenziale) in
capo all’amministratore di una societ&agrave; fallita che, in precedenza, si
sia “autoattribuito” compensi, riproponendo la soluzione di maggior rigore; conclusione difficilmente condivisibile, soprattutto
se correlata alla ricostruzione,
pressoch&eacute; univoca, della bancarotta fraudolenta per distrazione
come reato di mero pericolo.
La questione &egrave; rilevante e di attualit&agrave;. Rilevante perch&eacute;, si ricorda, la bancarotta fraudolenta per
distrazione, ex artt. 223 e 216
comma 1 n. 1 del RD 267/42, punisce gli amministratori con la reclusione da tre a dieci anni,
mentre la bancarotta fraudolenta
preferenziale, ex artt. 223 e 216
comma 3 del RD [...]
Con un provvedimento del 19 marzo reso noto
ieri, &egrave; finalmente arrivato il via libera
dell’IVASS (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) sull’estensione delle polizze assicurative al fine di coprire le nuove responsabilit&agrave;
previste in caso di rilascio infedele del visto di
conformit&agrave; sui modelli 730.
Per effetto delle modifiche apportate dall’art. 6
del DLgs. 175/2014 all’art. 39 del DLgs. 241/97,
infatti, in relazione ai modelli 730, i certificatori
che rilasciano il visto infedele non sono pi&ugrave; soggetti alla sanzione amministrativa da 258 a
2.582 euro, ma diventano tenuti, nei confronti
dello Stato o del diverso ente impositore, al pagamento di una somma pari all’importo dell’imposta, della sanzione (30%, ai sensi dell’art. 13
del DLgs. 471/97) e degli interessi che sarebbero stati richiesti al contribuente ai sensi
dell’art. 36-ter del DPR 600/73 (controllo formale delle dichiarazioni), ove l’errore non sia
imputabile a dolo o colpa grave del contribuente
Conseguentemente, l’art. 6 del DLgs. 175/2014
ha altres&igrave; modificato l’art. 22 del DM 31 maggio 1999 n. 164, in base al quale i professionisti
che rilasciano i visti di conformit&agrave; devono stipu-
Le somme da pagare in caso di visto infedele hanno natura risarcitoria
e non di sanzione amministrativa
Il visto di conformit&agrave; entra nel modello TR
Accertamenti firmati dai dirigenti decaduti “al nodo”
Da oggi, utilizzabile il credito d’imposta per il sisma
richiesto nel 2014
Occultamento o distruzione di scritture contabili solo
con l’elemento commissivo
Stabile organizzazione solo se la struttura &egrave;
lare una polizza di assicurazione della responsabilit&agrave; civile, con massimale adeguato
al numero dei contribuenti assistiti, nonch&eacute; al
numero dei visti di conformit&agrave; rilasciati e, comunque, non inferiore a 3.000.000 di euro
(prima 1.032.913,80 euro), al fine di garantire
ai propri clienti il risarcimento dei danni
eventualmente provocati dall’attivit&agrave; prestata
e al bilancio dello Stato o del diverso ente impositore l’incasso delle suddette somme.
A fronte di tali previsioni, per&ograve;, molte compagnie assicuratrici hanno preferito non procedere con la concessione di tale estensione, in
virt&ugrave; di un quadro giuridico che non consente di assicurare il rischio per le sanzioni irrogate direttamente nei confronti del professionista.
Ai sensi dell’art. 12 del DLgs. 7 settembre
2005 n. 209 (Codice delle assicurazioni private), infatti, sono vietate “le assicurazioni che
hanno per oggetto il trasferimento del rischio
di pagamento delle sanzioni
Concetto ribadito dall’art. 4 del regolamento
ISVAP 16 marzo 2009 n. 29, concernente le
istruzioni applicative sulla [...]
Redditometro a prova
di sequestro del “beneindice”
Con la sentenza n. 5606 depositata ieri, la
Cassazione ha esaminato il caso di un contribuente sottoposto ad accertamento redditometrico sulla base del possesso di un panfilo di
29 metri di lunghezza e con 7 persone di equipaggio. Naturalmente, si tratta del vecchio
“redditometro”, ma gli effetti del decisum
possono assumere rilievo anche per il nuovo
strumento accertativo.
La particolarit&agrave; del caso di specie risiede nel
fatto che il panfilo era stato [...]
Bancarotta per l’amministratore che si
autoattribuisce i compensi
Ribadita l’integrazione della bancarotta per distrazione, e non preferenziale, con
inapplicabilit&agrave; anche della non punibilit&agrave; per particolare tenuit&agrave;
Una recente pronuncia della Suprema Corte (la n.
11405/2015) torna sul tema del reato configurabile (bancarotta fraudolenta per distrazione o preferenziale) in capo
all’amministratore di una societ&agrave; fallita che, in precedenza,
si sia “autoattribuito” compensi, riproponendo la soluzione di maggior rigore; conclusione difficilmente condivisibile, soprattutto se correlata alla ricostruzione, pressoch&eacute; univoca, della bancarotta fraudolenta per distrazione come reato di mero pericolo.
La questione &egrave; rilevante e di attualit&agrave;. Rilevante perch&eacute;, si
ricorda, la bancarotta fraudolenta per distrazione, ex artt. 223
e 216 comma 1 n. 1 del RD 267/42, punisce gli amministratori con la reclusione da tre a dieci anni, mentre la bancarotta fraudolenta preferenziale, ex artt. 223 e 216 comma 3
del RD 267/42 riserva loro la reclusione da uno a cinque
anni. Di attualit&agrave; perch&eacute; solo tale ultimo limite edittale consentirebbe di avvalersi della esclusione della punibilit&agrave; per
particolare tenuit&agrave; del fatto prevista dal nuovo art. 131-bis
c.p. (in base al quale, il fatto non &egrave; punibile quando: l’offesa
&egrave; particolarmente tenue, tenendo conto sia della modalit&agrave;
della condotta e sia dell’esiguit&agrave; del danno o del pericolo; il
comportamento dell’autore non sia abituale).
Ebbene, la citata sentenza ha ritenuto correttamente motivata la decisione di merito che aveva desunto la prova della
bancarotta fraudolenta per distrazione, avente ad oggetto
somme di denaro prelevate dalle casse sociali dall’amministratore a titolo di compenso non previsto dallo statuto della societ&agrave; e non deliberato dall’assemblea, dalla circostanza
del mancato rinvenimento, all’atto del fallimento, nell’attivo
della societ&agrave; delle somme di denaro annotate in bilancio
sotto la voce “salari e stipendi” (piuttosto che in quella
“compensi agli amministratori”); non avendo, nel contempo,
l’imputato fornito nessuna giustificazione al riguardo.
&Egrave; reputato, infatti, condivisibile il principio di diritto, stabilito dalla sentenza n. 46959/2009, secondo il quale integra il
delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione la condotta
dell’amministratore che prelevi somme dalle casse sociali, a
titolo di pagamento di competenze, in quanto la previsione di
cui all’art. 2389 c.c. stabilisce che la misura del compenso
degli amministratori di societ&agrave; di capitali, qualora non sia
stabilita nello statuto, sia determinata con delibera assembleare; n&eacute; detta specifica delibera pu&ograve; considerarsi implicita in quella di approvazione dei bilanci, a meno che un’assemblea, convocata solo per l’approvazione del bilancio, con
i caratteri dell’assemblea totalitaria, non abbia espressamen/ EUTEKNEINFO / SABATO, 21 MARZO 2015
te discusso e approvato la proposta di determinazione dei
compensi degli amministratori (cfr. SS.UU. n. 21933/2008).
La punibilit&agrave; della condotta – sottolinea, inoltre, la sentenza
n. 11405/2015 – non &egrave; subordinata alla condizione che la
stessa distrazione sia causa del dissesto, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, i fatti distrattivi
assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati
commessi, e, dunque, anche quando l’impresa non versava
ancora in situazione di insolvenza; n&eacute; rileva, trattandosi di
reato di pericolo, che – al momento della consumazione –
l’agente non avesse consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa per non essersi lo stesso ancora manifestato
(cfr., tra le pi&ugrave; recenti, Cass. nn. 5590/2015, 483/2015 e
47616/2014; contra, ma isolata, Cass. n. 47502/2012). In
questa prospettiva la dispersione dei beni attraverso l’atto distrattivo &egrave; gi&agrave; dotata di un potenziale effetto pregiudizievole per i creditori, che diventa concreto nel momento in cui il
reato si perfeziona con la dichiarazione di fallimento.
Gli esiti cui si perviene aderendo a tale impostazione appaiono decisamente eccessivi. Ben pi&ugrave; ragionevole, quindi, sembrerebbe essere la soluzione proposta da altre pronunce dei
giudici di legittimit&agrave;, secondo le quali l’elemento su cui fondare la verifica dell’integrazione dell’una o dell’altra fattispecie &egrave; rappresentato dall’accertamento della sola congruit&agrave; o meno della somma prelevata dalle casse di una societ&agrave;
in stato d’insolvenza a titolo di compensi; congruit&agrave; che va
valutata o stabilita dal giudice e non dagli organi societari.
Non si pu&ograve;, infatti, parlare di indebito vantaggio quando la
somma prelevata corrisponda a quanto normalmente ricevuto dall’amministratore a titolo di compenso negli anni
precedenti (quando la societ&agrave; non si trovava in stato
d’insolvenza) e percepito da amministratori di societ&agrave;
Il diritto al compenso per una prestazione lavorativa trova
fondamento direttamente nell’art. 36 Cost., rendendo determinante non tanto la regolarit&agrave; formale dell’operazione,
quanto la corrispondenza tra la somma appresa e l’attivit&agrave; effettivamente svolta per la societ&agrave; (Cass. nn. 21570/2010
e 38149/2006). In un simile contesto, la mancanza di una
delibera degli organi sociali perde di rilevanza, non essendo
in grado di pregiudicare il diritto alla percezione del
compenso. Di conseguenza, non &egrave; sulla base di questa
irregolarit&agrave; formale che &egrave; possibile fondare la distinzione tra
bancarotta fraudolenta per distrazione e preferenziale (lungo
la stessa linea si pone anche Cass. n. 28077/2011).
Assicurazione professionale per i 730, via
libera dell’IVASS
Le somme da pagare in caso di visto infedele hanno natura risarcitoria e non di
Con un provvedimento del 19 marzo reso noto ieri, &egrave; finalmente arrivato il via libera dell’IVASS (Istituto per la vigilanza sulle assicurazioni) sull’estensione delle polizze assicurative al fine di coprire le nuove responsabilit&agrave; previste in
caso di rilascio infedele del visto di conformit&agrave; sui modelli
Per effetto delle modifiche apportate dall’art. 6 del DLgs.
175/2014 all’art. 39 del DLgs. 241/97, infatti, in relazione ai
modelli 730, i certificatori che rilasciano il visto infedele
non sono pi&ugrave; soggetti alla sanzione amministrativa da 258
a 2.582 euro, ma diventano tenuti, nei confronti dello Stato
o del diverso ente impositore, al pagamento di una somma
pari all’importo dell’imposta, della sanzione (30%, ai sensi
dell’art. 13 del DLgs. 471/97) e degli interessi che sarebbero stati richiesti al contribuente ai sensi dell’art. 36-ter del
DPR 600/73 (controllo formale delle dichiarazioni), ove
l’errore non sia imputabile a dolo o colpa grave del
contribuente stesso.
Conseguentemente, l’art. 6 del DLgs. 175/2014 ha altres&igrave;
modificato l’art. 22 del DM 31 maggio 1999 n. 164, in base
al quale i professionisti che rilasciano i visti di conformit&agrave;
devono stipulare una polizza di assicurazione della responsabilit&agrave; civile, con massimale adeguato al numero dei contribuenti assistiti, nonch&eacute; al numero dei visti di conformit&agrave;
rilasciati e, comunque, non inferiore a 3.000.000 di euro
(prima 1.032.913,80 euro), al fine di garantire ai propri
clienti il risarcimento dei danni eventualmente provocati
dall’attivit&agrave; prestata e al bilancio dello Stato o del diverso
ente impositore l’incasso delle suddette somme.
A fronte di tali previsioni, per&ograve;, molte compagnie assicuratrici hanno preferito non procedere con la concessione di tale estensione, in virt&ugrave; di un quadro giuridico che non consente di assicurare il rischio per le sanzioni irrogate direttamente nei confronti del professionista.
Ai sensi dell’art. 12 del DLgs. 7 settembre 2005 n. 209 (Codice delle assicurazioni private), infatti, sono vietate “le assicurazioni che hanno per oggetto il trasferimento del rischio di pagamento delle sanzioni amministrative”.
Concetto ribadito dall’art. 4 del regolamento ISVAP 16 marzo 2009 n. 29, concernente le istruzioni applicative sulla
classificazione dei rischi all’interno dei rami di assicurazione, secondo cui “non &egrave; assicurabile il rischio relativo al pagamento di una sanzione amministrativa anche nel caso di
accollo da parte di un ente della somma corrispondente alla
sanzione comminata all’autore dell’illecito, quando l’ente ri/ EUTEKNEINFO / SABATO, 21 MARZO 2015
nuncia alla rivalsa nei confronti del responsabile stesso”.
Secondo l’IVASS, tali disposizioni non sono per&ograve; in contrasto con l’estensione dell’obbligo assicurativo previsto dal
DLgs. 175/2014, in quanto l’Agenzia delle Entrate ha confermato “come la somma che i soggetti che prestano assistenza fiscale sarebbero tenuti a pagare in caso di errore abbia natura risarcitoria e non di sanzione amministrativa”. I
CAF e i professionisti abilitati a prestare assistenza fiscale,
infatti, svolgono un ruolo essenziale di intermediazione nei
rapporti tra Amministrazione finanziaria e contribuente, con
conseguente affidamento dei contribuenti e la responsabilit&agrave; per l’errato controllo dei dati documentali previsti per il
rilascio del visto di conformit&agrave;.
La polizza assicurativa della responsabilit&agrave; civile per i danni causati nel fornire assistenza fiscale deve garantire la totale copertura degli eventuali danni subiti dal contribuente,
dallo Stato o altro ente impositore, non includendo franchigie o scoperti, e prevedere il risarcimento nei cinque anni
Chiusa la questione relativa alla possibilit&agrave; di stipulare le polizze assicurative in esame, entra quindi nel vivo il capitolo
prezzi; si parla, infatti, di aumenti considerevoli dei premi
che potrebbero indurre i professionisti a rinunciare all’abilitazione al rilascio dei visti di conformit&agrave; sui modelli 730.
Secondo quanto chiarito dalla circ. Agenzia delle Entrate 26
febbraio 2015 n. 7, infatti, i professionisti che non intendono apporre il visto di conformit&agrave; sui modelli 730, ma rilasciare visti di conformit&agrave; solo in relazione ai modelli UNICO, IRAP e IVA, per la compensazione nel modello F24
dei crediti tributari di importo superiore a 15.000 euro, ovvero per il rimborso dei crediti IVA annuali o trimestrali superiori a tale soglia, non sono obbligati ad adeguare la polizza
per coprire anche i nuovi rischi riguardanti solo i modelli
Tutti i soggetti abilitati al rilascio del visto di conformit&agrave; sono invece tenuti ad adeguare il massimale della polizza al
nuovo importo minimo di tre milioni di euro, fermo restando che il massimale deve comunque essere adeguato al numero dei contribuenti assistiti e dei visti di conformit&agrave; rilasciati.
Inoltre, la suddetta circolare ha stabilito che tale adeguamento deve avvenire prima dell’apposizione del visto, anche
nell’ipotesi in cui la polizza non sia ancora scaduta al 13
dicembre 2014, data di entrata in vigore del DLgs. 175/2014.
Redditometro a prova di sequestro del
“bene-indice”
Se tale bene utilizzato per la valorizzazione redditometrica &egrave; sottoposto a sequestro,
poco o nulla cambia ai fini del risultato
Con la sentenza n. 5606 depositata ieri, la Cassazione ha
esaminato il caso di un contribuente sottoposto ad accertamento redditometrico sulla base del possesso di un panfilo di
29 metri di lunghezza e con 7 persone di equipaggio. Naturalmente, si tratta del vecchio “redditometro”, ma gli effetti del decisum possono assumere rilievo anche per il nuovo
La particolarit&agrave; del caso di specie risiede nel fatto che il panfilo era stato sottoposto a sequestro dall’Autorit&agrave; giudiziaria
e, quindi, di fatto, non era stato utilizzato nel periodo oggetto di accertamento. Per tale ragione, il contribuente aveva
contestato, in sede di ricorso, l’utilizzo di tale bene-indice ai
fini della determinazione delle spese presunte di mantenimento secondo i vecchi coefficienti ministeriali del 1992.
Il Supremo Collegio ha confermato, innanzitutto, la sua consolidata giurisprudenza pregressa, secondo cui quella che
assiste il redditometro &egrave; una presunzione legale, sebbene recentemente vi sia stato anche qualche arresto proteso alla
classificazione della presunzione come semplice (cfr. Cass.
23554/2012), sostanzialmente alla stessa stregua di quella integrata dagli studi di settore (cfr. Cass. 13289/2011).
Ci&ograve; che pi&ugrave; rileva, per&ograve;, &egrave; che i giudici di legittimit&agrave; – in relazione all’eccezione sollevata dal contribuente circa l’insussistenza del maggior reddito presunto con riguardo alla disponibilit&agrave; del panfilo, giacch&eacute; sottoposto a sequestro, quindi non utilizzato e “non mantenuto” con alcuna spesa da cui
possa presumersi, appunto, il maggior reddito – hanno stabilito che, in ordine alla presunzione legale di capacit&agrave; contributiva data dalla disponibilit&agrave; di determinati beni e dal correlato onere posto a carico del contribuente di dimostrare che
il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore, la
circostanza che il natante, considerato quale bene-indice
reddituale, non fosse concretamente utilizzabile dal contribuente perch&eacute; sottoposto a sequestro, &egrave; al pi&ugrave; idonea ad una
riduzione delle spese correlativamente gravanti sul
contribuente per l’uso dello stesso ma, non certo, alla loro
totale elisione.
In sostanza, per la Cassazione, se il bene-indice utilizzato
per la valorizzazione redditometrica &egrave; sottoposto a sequestro,
nulla, o poco, cambia ai fini del risultato dello strumento accertativo, atteso che, al pi&ugrave;, il contribuente avrebbe diritto ad
una riduzione dell’ammontare accertabile, correlato alla
presunzione di minori spese del bene sequestrato rispetto a
quello liberamente utilizzabile, ma non all’espunzione dal
calcolo redditometrico della quota parte imputabile al bene
/ EUTEKNEINFO / SABATO, 21 MARZO 2015
non utilizzato, giacch&eacute; sottoposto a sequestro.
Deve a tal proposito rilevarsi che, in effetti, anche l’unica
sentenza di merito sul punto – a quanto consta – perverrebbe alle medesime conclusioni, laddove &egrave; stabilito che non
rileva il fatto che il bene (nel caso di specie, l’autovettura)
sia stata sottoposta a sequestro, dato che le minori spese di
mantenimento del bene, a fronte della sua minore disponibilit&agrave;, sono bilanciate dalle spese legali sostenute per la sua restituzione (C.T. Reg. Brescia n. 103 del 25 ottobre 2013).
Gli effetti possono assumere rilievo anche nel nuovo
La sentenza rileva anche per il nuovo redditometro di cui
al DM 24 dicembre 2012, giacch&eacute; sia il possesso di auto che
di imbarcazioni costituisce, anche per il nuovo strumento
accertativo, un elemento a cui si possono applicare dei valori medi per la determinazione delle spese presumibilmente
sostenute e, quindi, il maggior reddito accertabile: si tratta,
cio&egrave;, di quelle che la circolare n. 24/2013 definisce “spese
per elementi certi” (da non confondere con le “spese di ammontare certo”). In sostanza, anche ai fini del nuovo redditometro vi sono spese presunte sulla base del possesso di
beni e, quindi, potrebbe porsi il problema delle conseguenze sull’accertamento derivanti dalla loro temporanea
indisponibilit&agrave;, come nel caso di sequestro.
Nonostante la sentenza della Cassazione abbia sancito sostanzialmente l’irrilevanza del sequestro, ovvero la considerazione marginale ai fini di un’eventuale riduzione
dell’imponibile (come ed in che misura non &egrave; poi dato sapere), l’Agenzia delle Entrate, invece, al punto 2.3 della citata
circolare, ha affermato che, proprio in relazione alle “spese
per elementi certi”, il contribuente, in sede di contraddittorio con l’Ufficio, oltre a dimostrare l’eventuale inesattezza
delle informazioni contenute nell’invito, potr&agrave; dare evidenza
di fatti, situazioni e circostanze, supportate anche indirettamente da documentazione, da cui si possa riscontrare l’inesattezza relativa alla ricostruzione della spesa, o la diversa
imputazione della stessa, come, ad esempio, in caso di sequestro temporaneo del mezzo di trasporto per
provvedimento dell’autorit&agrave; municipale o giudiziaria
relativamente alla quantificazione delle spese per carburanti,
Per il Fisco, quindi, a differenza di quanto affermato dai Supremi Giudici, il sequestro del bene assume certamente rilie/ 04
vo ai fini della determinazione redditometrica (in teoria
dovrebbe assumerne anche il fermo amministrativo), potendo anche comportare l’esclusione degli effetti redditometrici del bene sul calcolo sintetico complessivo.
Del resto, &egrave; evidente che, se l’auto non &egrave; stata utilizzata perch&eacute; sequestrata, &egrave; assolutamente contrario ai canoni di ra-
gionevolezza presumere che per la stessa siano state sostenute delle spese per il suo mantenimento, quali quelle considerate dal nuovo redditometro, ovvero le spese per i pezzi di
ricambio, olio e lubrificanti, carburanti, manutenzione e riparazione (cfr. Tabella A del DM 24 dicembre 2012).
L’Agenzia delle Entrate ha pubblicato il nuovo modello per i rimborsi IVA trimestrali, da
utilizzare anche per le operazioni in split payment
Con il provvedimento n. 39968, datato 20 marzo 2015,
l’Agenzia delle Entrate ha approvato il nuovo modello IVA
TR, per le richieste di rimborso o per l’utilizzo in compensazione del credito IVA trimestrale, nonch&eacute; le relative istruzioni e le specifiche tecniche per la trasmissione telematica
Il modello in questione, che sostituisce quello precedentemente approvato con provvedimento n. 43436 del 26 marzo
2014, deve essere utilizzato per le istanze di rimborso IVA
relative al primo trimestre 2015, da effettuarsi entro la data
del 30 aprile 2015.
Il modello recepisce le novit&agrave; in materia di esecuzione dei
rimborsi IVA disposte dall’art. 13 del decreto “semplificazioni” (DLgs. 175/2014), che ha riscritto l’art. 38-bis del
In base alla nuova disciplina, le eccedenze di credito IVA di
importo inferiore a 15.000 euro possono essere richieste a
rimborso senza la necessit&agrave; di adempimenti specifici, mediante la sola presentazione del modello TR (o della
dichiarazione annuale IVA, nel caso di rimborso del credito
Fatte salve specifiche ipotesi di contribuenti considerati “a
rischio” per gli interessi erariali (indicate all’art. 38-bis comma 4 del DPR 633/72), i rimborsi di importo superiore a
15.000 euro sono erogati senza prestazione della garanzia
(in precedenza obbligatoria), essendo sufficiente:
- l’apposizione sul modello TR del visto di conformit&agrave;, ovvero la sottoscrizione alternativa resa dall’organo di revisione contabile;
- la presentazione di una dichiarazione sostitutiva dell’atto
notorio che certifichi il possesso di specifici requisiti patrimoniali e contributivi.
Si tratta, nello specifico, dell’attestazione dei seguenti requisiti soggettivi:
- il patrimonio netto non &egrave; diminuito, rispetto alle risultanze contabili dell’ultimo periodo d’imposta, di oltre il 40%
(requisito che, evidentemente, non riguarda le persone fisiche);
- la consistenza degli immobili non si &egrave; ridotta, rispetto alle
risultanze contabili dell’ultimo periodo d’imposta, di oltre il
40% per cessioni non effettuate nella normale gestione
dell’attivit&agrave; esercitata;
- l’attivit&agrave; non &egrave; cessata, n&eacute; si &egrave; ridotta per effetto di cessioni di aziende o rami di aziende;
- non risultano cedute, nell’anno precedente la richiesta,
azioni o quote della societ&agrave; stessa per un ammontare supe-
riore al 50% del capitale sociale (requisito che riguarda le
sole societ&agrave; di capitali quotate);
Al fine di recepire le nuove modalit&agrave; di esecuzione dei rimborsi, il modello TR recentemente approvato modifica il rigo TD8 (relativo all’erogazione del rimborso) contemplando:
- la specifica sezione per il visto di conformit&agrave; (o per la sottoscrizione dell’organo di controllo contabile);
- il campo ove rendere la dichiarazione sostitutiva dell’atto
notorio, che attesti il possesso dei suddetti requisiti (campo
Si ricorda che, analogamente a quanto previsto per la dichiarazione annuale IVA, le istruzioni alla compilazione del modello TR richiedono che la dichiarazione di atto notorio, debitamente sottoscritta dal contribuente, e la copia del documento d’identit&agrave; dello stesso, siano ricevute e conservate
da chi invia l’istanza ed esibite a richiesta dell’Agenzia delle
Avendo ad oggetto il rimborso delle eccedenze di credito
IVA relative al primo trimestre 2015, il nuovo modello TR
recepisce anche la nuova disciplina della “scissione dei pagamenti” (o “split payment”) di cui all’art. 17-ter del DPR
633/72, relativa alle operazioni effettuate nei confronti della
Considerato che il meccanismo impositivo dello “split payment” determina una costante posizione creditoria IVA del
fornitore della Pubblica Amministrazione, il legislatore ha riconosciuto il diritto al rimborso IVA annuale e trimestrale,
ai sensi dell’art. 30 comma 2 lett. a) del DPR 633/72, richiamato dall’art. 38-bis comma 2 del DPR 633/72.
A tal fine, il nuovo modello TR prevede il nuovo rigo TA13,
nel quadro TA, al fine di includere tra le operazioni per le
quali &egrave; ammesso il rimborso trimestrale anche le operazioni
ex art. 17-ter del DPR 633/72.
Il rimborso per i contribuenti che effettuano operazioni nei
confronti della Pubblica Amministrazione con il meccanismo dello “split payment” &egrave;, peraltro, attribuito in via prioritaria alle condizioni fissate dal decreto ministeriale del 23
gennaio 2015 (come modificato dal successivo decreto del
20 febbraio 2015), vale a dire nei limiti dell’ammontare
complessivo dell’IVA applicata mediante “split payment”
nel periodo oggetto del rimborso. Per l’erogazione del rimborso prioritario dovr&agrave; essere barrata la nuova casella 2 nel
rigo TD8 del modello.
Accertamenti firmati dai dirigenti decaduti
“al nodo” dell’onere della prova
&Egrave; sufficiente sollevare il motivo, per far scattare l’onere di prova contraria in capo
Negli scorsi giorni abbiamo evidenziato, tecnicamente, la ragione per cui i contribuenti che hanno eccepito o eccepiranno, nel ricorso introduttivo, il vizio di sottoscrizione
dell’atto ai sensi dell’art. 42 del DPR 600/73 possono, in
sostanza, beneficiare degli effetti della sentenza n. 37/2015
Il discorso ormai &egrave; noto: i dirigenti che non sono stati nominati a seguito di concorso pubblico rivestono illegittimamente tale carica e ci&ograve; ha, “a cascata”, effetti in merito alla
validit&agrave; degli atti.
Riservandoci di approfondire l’argomento, evidenziamo per
ora che il problema, di certo, riguarda gli accertamenti imposte sui redditi, IRAP e IVA, stante la chiara previsione
dell’art. 42 del DPR 600/73.
Del pari, seguiranno approfondimenti sulla cognizione incidentale del giudice tributario: in virt&ugrave; dell’art. 2 del DLgs.
546/92, infatti, la Commissione tributaria, a prima vista, ben
pu&ograve; esaminare la questione relativa alla legittimit&agrave; della nomina del dirigente, non esistendo alcuna riserva di
Uno dei problemi che, giustamente, gli operatori del diritto
tributario stanno sollevando riguarda come il contribuente
possa sapere per quali nominativi si pone il problema
dell’illegittimit&agrave; della nomina.
In base ad un’opinione, il contribuente potrebbe/dovrebbe
inoltrare istanza di accesso agli atti amministrativi, onde
appurare i nomi dei dirigenti “incriminati”.
Si ritiene che, per il momento, tale strategia non sia opportuna, per i motivi seguenti.
La domanda di accesso ben pu&ograve; essere presentata dall’ADUSBEF (come palesato in un comunicato stampa di ieri, 20
marzo), che persegue finalit&agrave; di tutela generale dei contribuenti e dei consumatori, ma il singolo contribuente ha di
fronte a s&eacute; una strada pi&ugrave; efficace, rispetto a quella di instaurare magari un contenzioso di fronte ai TAR per censurare
l’eventuale diniego.
Ormai la Cassazione &egrave; lapidaria nel sostenere che, nel momento in cui il contribuente solleva l’eccezione consistente
nel vizio di sottoscrizione per illegittimit&agrave; della delega, scat-
ta, in capo al resistente, l’onere di produrla e di dimostrarne
la legittimit&agrave;.
In parole povere, il contribuente non deve adoperarsi per entrare in possesso della delega che il capo dell’ufficio locale
ha rilasciato ai propri dirigenti, n&eacute; occorre che essa sia allegata all’accertamento. Semplicemente, quando il contribuente chiede di appurarne la legittimit&agrave;, il Fisco deve assolvere all’onere della prova e, se non lo fa, il ricorso &egrave; accolto.
Da ultimo, si veda la sentenza n. 18758/2014, ove si stabilisce: “incombe all’Amministrazione dimostrare, in caso di
contestazione, il corretto esercizio del potere sostitutivo da
parte del sottoscrittore o la presenza della delega del titolare
Possibile divulgazione dei nominativi
Questi principi possono a nostro avviso essere estesi al caso
che ci occupa: del resto, come stiamo cercando di dimostrare, l’illegittimit&agrave; dell’atto in quanto firmato da un dirigente
che non doveva essere tale rientra pur sempre nell’art. 42 del
Allora, il contribuente, nel ricorso introduttivo, deve semplicemente contestare la legittimit&agrave; della firma,
richiamando la nota vicenda che sta facendo tanto scalpore
A fronte di ci&ograve;, l’Ufficio potr&agrave; fare due cose: sostenere che
ai fini tributari il problema dei dirigenti decaduti non ha rilievo, e quindi non produrre nulla, oppure dimostrare in che
modo &egrave; stato assunto il dirigente.
Se esso pone in essere una condotta inerte sostenendo l’inconferenza della problematica, oppure se dai documenti esibiti emerge la mancanza del concorso, l’accertamento andrebbe annullato.
Nessun problema, invece, se c’&egrave; stato un regolare concorso.
&Egrave; chiaro che se, nei prossimi giorni, verranno resi pubblici,
da una fonte per quanto possibile “ufficiale”, i nominativi, il
tutto sar&agrave; pi&ugrave; facile.
Da oggi, utilizzabile il credito d’imposta per
il sisma richiesto nel 2014
L’Agenzia delle Entrate ha reso note le percentuali massime dell’agevolazione relativa
ai costi 2012 e 2013
L’Agenzia delle Entrate, con provvedimento n. 39951 di ieri,
20 marzo, ha definito le percentuali massime del credito
d’imposta spettante a imprese e lavoratori autonomi danneggiati dal sisma del 20 e 29 maggio 2012 che hanno
presentato la richiesta nel 2014, consentendone cos&igrave;
l’utilizzo in compensazione.
Si ricorda che l’art. 67-octies del DL n. 83/2012 (conv. L. n.
134/2012) ha istituito un credito d’imposta a favore dei soggetti che alla data del 20 maggio 2012 avevano sede legale
od operativa e svolgevano attivit&agrave; d’impresa o di lavoro autonomo in uno dei comuni interessati dal sisma del 20 e 29
maggio 2012 e che per effetto del sisma hanno sub&igrave;to la distruzione o l’inagibilit&agrave; dell’azienda, dello studio
professionale, oppure la distruzione di attrezzature o di
macchinari utilizzati per la loro attivit&agrave;.
Con DM 23 dicembre 2013 sono state adottate le disposizioni attuative del credito d’imposta in esame. A seguito delle
modifiche recate dal DL n. 74/2014, il DM 3 ottobre 2014 ha
disposto la sospensione della procedura di attribuzione delle
risorse relativa alle istanze presentate all’Agenzia delle Entrate entro il 30 giugno 2014 e la riapertura dei termini di
presentazione delle domande (il provvedimento del 28 novembre 2014 ha fissato i nuovi termini per la presentazione
delle richieste dal 1&deg; al 29 dicembre 2014), stabilendo che
la misura percentuale sia determinata sulla base del rapporto
tra le risorse stanziate e l’ammontare del credito d’imposta
complessivamente richiesto nell’anno 2014.
Il provvedimento di ieri ha, quindi, stabilito che la misura
percentuale del credito d’imposta spettante &egrave; pari:
- per i costi agevolabili sostenuti nell’anno 2012, al 100%
del credito d’imposta richiesto nel 2014 (in quanto le risorse
stanziate per il 2013, pari a 9.873.019 euro, risultano sufficienti a soddisfare le richieste pervenute);
- per i costi agevolabili sostenuti nell’anno 2013, al
65,0934% del credito d’imposta richiesto nel 2014 (percentuale determinata sulla base del rapporto tra l’ammontare
delle risorse stanziate per il 2014, pari a 9.447.608 euro, e
l’ammontare del credito complessivamente richiesto per tali
costi, pari a 14.513.908 euro, risultante dalle istanze validamente presentate nel 2014).
Con riferimento ai costi 2013 viene precisato che l’importo
risultante dall’applicazione della predetta misura percentuale all’ammontare del credito richiesto deve essere troncato
Il provvedimento dispone, inoltre, che il credito d’imposta &egrave;
utilizzabile a decorrere dal giorno successivo alla pubblicazione del provvedimento stesso sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate. Pertanto, da oggi, 21 marzo 2015, &egrave;
possibile utilizzare tale agevolazione.
Il credito d’imposta &egrave; utilizzabile in compensazione, ai sensi dell’art. 17 del DLgs. 241/97, presentando il modello di
pagamento F24 esclusivamente attraverso i servizi telematici dell’Agenzia delle Entrate (Entratel o Fisconline), pena
lo scarto dell’operazione di versamento.
Istituito il codice tributo “6843”
A tal fine, l’Agenzia delle Entrate ha istituito, con la risoluzione n. 30 di ieri, 20 marzo, l’apposito codice tributo
“6843”, denominato “Credito d’imposta a favore dei
soggetti danneggiati dal sisma del 20 e 29 maggio 2012 - art.
67-octies del D.L. 22 giugno 2012, n. 83 - Istanze presentate
tributo &egrave; esposto nella sezione “Erario”, in corrispondenza
delle somme indicate nella colonna “importi a credito
compensati” (ovvero, nei casi in cui il contribuente debba
procedere al riversamento dell’agevolazione, nella colonna
“importi a debito versati”). Il campo “anno di riferimento” &egrave;
valorizzato con l’anno di sostenimento dei costi, nel formato
L’Agenzia delle Entrate, nel provvedimento di ieri, ha inoltre previsto l’effettuazione di controlli automatizzati su ciascun modello F24 ricevuto.
Nel caso in cui il contribuente non abbia validamente presentato la richiesta di attribuzione del credito d’imposta,
oppure qualora l’importo del credito utilizzato in compensazione risulti superiore all’ammontare del credito spettante,
il modello F24 &egrave; scartato. Lo scarto &egrave; comunicato al soggetto che ha trasmesso il modello F24 tramite apposita ricevuta
consultabile sul sito internet dell’Agenzia delle Entrate.
contabili solo con l’elemento commissivo
Per la Cassazione l’art. 10 del DLgs. 74/2000 non &egrave; integrato da una condotta
meramente omissiva
Il delitto di occultamento e distruzione di scritture contabili previsto all’art. 10 del DLgs. 74/2000 &egrave; nuovamente oggetto di una sentenza della Cassazione, la n. 11643 depositata ieri; questa volta, per&ograve;, tale fattispecie viene in rilievo in
concorso con il reato di omessa dichiarazione (art. 5 del
citato decreto).
Il fatto riguarda un caso di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi al fine di evadere le imposte, per un
valore superiore alle soglie previste per la penale rilevanza,
e di contestuale occultamento o distruzione per la medesima finalit&agrave; delle scritture contabili obbligatorie. Il ricorso
presentato alla Cassazione contesta, tuttavia, sia che possa
essere qualificata come omessa dichiarazione la mera emissione di fatture fittizie, allorch&eacute; non sia stato percepito alcun reddito; sia la configurazione del reato di cui all’art. 10
laddove non sia provato che le scritture contabili siano mai
Riguardo all’art. 5, la presente sentenza non fa che precisare
che se viene emessa fattura per operazioni inesistenti l’imposta &egrave; dovuta per l’intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura. Dunque, essendo comunque dovuto il versamento dell’imposta, l’omessa presentazione della dichiarazione IVA, se finalizzata alla evasione
delle imposte e se di un valore soprasoglia, ha rilevanza penale a prescindere dalla natura fittizia o reale delle
operazioni sottostanti. Riguardo all’art. 10, la questione va
letta anche tenendo a mente quanto stabilito dalla Cassazione
nei giorni precedenti (Cass. n. 11248 del 17 marzo 2015 e
nn. 11479 e 11480 del 19 marzo 2015) proprio con
riferimento a questa fattispecie (si veda “La mancata
esibizione di scritture contabili non ha di per s&eacute; rilievo
penale” del 20 marzo 2015).
Tali sentenze si soffermano sull’oggetto materiale del reato
de quo e in particolare sulla prova che deve essere fornita ai
fini dell’accertamento delle condotte di occultamento e distruzione, da queste distinguendo nettamente la mera mancata esibizione della documentazione.
La sentenza oggi in commento torna a focalizzarsi sulla
condotta descritta dal citato art. 10 confermando quell’interpretazione della normativa (cfr. Cass. n. 38225/2010), per
cui per l’integrazione del reato &egrave; necessaria sia la materiale istituzione dei documenti contabili e della produzione di
reddito e di volume d’affari (nozioni desumibili rispettivamente dall’art. 8 del DPR n. 917/1986 e dall’art. 20 del DPR
n. 633/1972), sia il raggiungimento della prova in ordine
alla loro istituzione ed alla loro distruzione o occultamento.
La condotta penalmente rilevante, infatti, per come “nitidamente scolpita” dalla norma in esame, non pu&ograve; sostanziarsi
in un mero comportamento omissivo – ovvero nel non
aver tenuto le scritture in modo tale da rendere obiettivamente difficoltosa la ricostruzione della situazione contabile
ai fini fiscali – bens&igrave; richiede un quid pluris costituito
dall’elemento necessariamente commissivo dell’occultamento o della distruzione. Solo quest’ultimo consente di evidenziare quel determinato e concreto atteggiamento
dell’agente indirizzato alla sottrazione dall’obbligo fiscale
e, dunque, meritevole di una sanzione penale.
Orientamento contrario da valutare nel suo contesto
L’orientamento richiamato come contrario va, in realt&agrave;, valutato nel suo contesto. Si tratta del principio enunciato da
talune sentenze (Cass. n. 28656/2009, ma anche in parte dalla recentissima sentenza n. 11480/2015) secondo cui sarebbe condotta idonea ad integrare il reato di cui all’art. 10 non
solamente quella volta all’evasione delle imposte dirette sul
reddito o sul valore aggiunto consistente nell’occultare o distruggere le scritture contabili ovvero la documentazione la
cui tenuta &egrave; obbligatoria, ma anche la condotta di chi, al medesimo fine, si limiti ad omettere la tenuta della documentazione contabile.
In tal modo, si concentra l’attenzione sul risultato della condotta piuttosto che sulle sue modalit&agrave; esplicative, divenendo sufficiente per la realizzazione dell’illecito penale anche
la sola impossibilit&agrave; relativa ovvero una semplice difficolt&agrave; di ricostruzione del volume degli affari e dei redditi derivante dal comportamento tenuto dal contribuente. &Egrave; evidente, tuttavia, che – sebbene sia sempre auspicabile una lettura
delle norme in chiave sostanziale e teleologica – ci&ograve; non pu&ograve;
mai sconfinare nella violazione dei principi di legalit&agrave; e tassativit&agrave;, per cui, per una condanna ai sensi dell’art. 10, sar&agrave;
sempre necessaria la prova di un effettivo occultamento o distruzione posti in essere dal soggetto tenuto alla conservazione delle scritture contabili obbligatorie. Tale prova muover&agrave;
innanzitutto dalla indagine sulla reale esistenza o sull’effettivo possesso di tale documentazione, posto che la sua inesistenza ab origine (cos&igrave; come la consegna al commercialista
di fiducia di cui si trattava nella sentenza n. 11479/2015) non
possono che fondare una mera omissione irrilevante sul
piano penale.
La Corte di Cassazione non ritiene plausibile che una societ&agrave; con soli 4 dipendenti
possa costituire S.O. di un grande gruppo non residente
La sentenza n. 5649 della Corte di Cassazione di ieri, 20
marzo 2015, ha affrontato un complesso caso di accertamento della sussistenza in Italia di stabile organizzazione ai fini delle imposte sui redditi e dell’IVA. La sentenza, che si &egrave;
conclusa con il rinvio ad altra sezione della Commissione
tributaria regionale delle Marche, riguarda i rapporti tra una
societ&agrave; lussemburghese e una societ&agrave; italiana, entrambe facenti capo al gruppo Bikkembergs, e analizza presupposti e
conseguenze della qualificazione della societ&agrave; lussemburghese come S.O., a cui sono seguiti il recupero a tassazione
dei profitti realizzati in Italia e dell’IVA relativa alle vendite
(in capo alla societ&agrave; lussemburghese stessa), nonch&eacute; il recupero dell’IVA sulle cessioni dalla societ&agrave; italiana alla societ&agrave; lussemburghese, che a seguito della riqualificazione di
quest’ultima come S.O. avrebbero perso la natura di cessioni intracomunitarie non imponibili per assumere quella di
cessioni interne soggette all’IVA italiana.
L’Agenzia delle Entrate aveva proceduto a qualificare la societ&agrave; lussemburghese come S.O. – con giudizio sostanzialmente non condiviso dalla Commissione tributaria regionale delle Marche – sulla base dei rapporti strutturati tra la
societ&agrave; italiana (che si occupava della produzione) e la societ&agrave; lussemburghese (che si occupava invece del ramo commerciale), unico cliente della societ&agrave; italiana stessa: questi si
estrinsecavano nella concessione in uso dei locali della societ&agrave; italiana, nella presenza in tali locali del personale di entrambe le societ&agrave;, nella gestione degli ordini degli agenti da
parte del personale della societ&agrave; italiana e nella presenza
dell’anagrafica clienti della societ&agrave; lussemburghese presso la
Ma l’aspetto sul quale si &egrave; incentrata la vicenda riguarda il
sistema informatico che, a decorrere dal maggio 2005, ha
sostituito la gestione cartacea degli ordini; in questo senso,
mentre l’Agenzia delle Entrate ha fatto leva sull’ampiezza
delle prestazioni per giustificare l’accertamento della sussistenza della S.O., la societ&agrave; lussemburghese ha ritenuto, nelle proprie controdeduzioni, che prima di tale data non poteva ritenersi sussistente una S.O. in quanto l’attivit&agrave; di intermediazione non avrebbe potuto essere svolta da soli quattro
dipendenti. L’impostazione assunta sul punto dalla Corte di
Cassazione va sostanzialmente nel senso di quest’ultima affermazione; si sostiene, infatti, che non sono illogiche le
conclusioni a cui sono giunti i giudici di secondo grado, in
base alle quali pu&ograve; essere plausibile che un’attivit&agrave; organiz-
zata possa avere tra i suoi presupposti l’implementazione di
un sistema informatico performante, in luogo dell’attivit&agrave;
“manuale” di pochi dipendenti.
&Egrave; stato poi rigettato in toto un ulteriore motivo addotto
dall’Agenzia delle Entrate nel ricorso per cassazione, secondo cui uno dei fatti che portano a ritenere sussistente la S.O.
in Italia poteva essere costituito dalla movimentazione di un
conto italiano intestato alla societ&agrave; estera, con bonifici e assegni, da parte di personale italiano: sul punto, la Cassazione ha ritenuto possibile, in linea teorica, che tale movimentazione potesse anche essere gestita dall’estero. Trattasi, ad
ogni modo, di indicazioni da prendere con estrema cautela,
in quanto nel caso specifico risultano evidenti le carenze di
documentazione delle movimentazioni che sono state poste
a fondamento della posizione dell’Agenzia delle Entrate, sicch&eacute; il principio potrebbe non risultare altrettanto certo qualora questa prova dovesse essere fornita.
Altre parti della sentenza, relative al ricorso incidentale della societ&agrave; lussemburghese, meritano di essere ricordate, in
quanto richiamano alcune tematiche tipiche delle cause che
hanno ad oggetto strutture commerciali a servizio di soggetti esteri. Nel confermare che, ai fini dell’IVA, devono
sussistere sia l’elemento materiale che quello umano, la
Corte di Cassazione precisa che, in questi casi, non &egrave; il mero
server l’elemento a cui si deve guardare per delineare un giudizio sulla questione, anche se per il tramite di questo risulta
possibile la vendita on line di prodotti. Diversamente, nel
caso in esame ci&ograve; che potrebbe dare vita alla S.O. &egrave; il “combinato disposto” di tale sistema informatico e del personale
che, per il tramite di esso, svolge i servizi a favore della societ&agrave; estera; per usare le parole della sentenza, “non &egrave; la mera introduzione del sistema informatico ad integrare la stabile organizzazione, ma il fatto che il personale a disposizione, potendo fare affidamento sullo strumento informativo,
era in grado di dare vita alla stabile organizzazione”. Allo
stesso tempo, non &egrave; tanto lo strumento informatico piuttosto
che la gestione “manuale” delle pratiche a essere il
discrimine tra S.O. e societ&agrave; indipendente, bens&igrave; l’ampiezza
delle prestazioni rese dall’entit&agrave; situata in Italia.
Nella complessit&agrave; e nell’importanza delle questioni esaminate occorrer&agrave;, quindi, attendere il nuovo responso della
Commissione tributaria regionale delle Marche, i cui principi potrebbero risultare fondamentali per la gestione di
situazioni similari.
I commercialisti chiedono pi&ugrave; controlli per
Presentata una serie di emendamenti alla Commissione Affari sociali della Camera,
dove &egrave; allo studio la legge delega di riforma del settore
La riforma del terzo settore rappresenta “un passaggio epocale per la riorganizzazione dell’intero movimento no profit
italiano”, ma il disegno di legge che delega il Governo al
riordino della disciplina, attualmente all’esame della Commissione Affari sociali della Camera, “pu&ograve; e deve essere migliorato”, ispirandosi ai principi di “pubblicit&agrave; e trasparenza”.
Ne &egrave; convinto il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili che, dopo le osservazioni consegnate qualche mese fa al Sottosegretario al Welfare, Luigi Bobba (si veda “Enti non profit, le proposte del CNDCEC per la
riforma del settore” del 22 ottobre 2014), ha realizzato delle
proposte di emendamento al disegno di legge, fatte
recapitare ieri alla suddetta Commissione parlamentare.
Proposte, quelle redatte dalla Commissione “No profit” (istituita in febbraio presso il Consiglio nazionale), che prendono le mosse dall’asserita “necessit&agrave; di creare un adeguato livello di controllo sull’attivit&agrave; di tali enti”. Queste le parole
di Sandro Santi, Consigliere nazionale del CNDCEC delegato alla materia, secondo cui &egrave; importante partire da una “nozione univoca di ente no profit, creando uno stretto
collegamento tra la norma civilistica e quella di natura
Fatto ci&ograve;, bisogner&agrave; intervenire per aumentare il livello di
pubblicit&agrave; dei documenti con cui si rende conto dell’attivit&agrave;
svolta da tali enti. Attualmente, il disegno di legge prevede
l’istituzione di un “Registro unico del terzo settore” presso il Ministero del Lavoro. Ma una soluzione del genere, per
i commercialisti, sarebbe “troppo costosa” e, in pi&ugrave;, non garantirebbe la conoscibilit&agrave; di tutti gli atti. Cosa che, invece,
potrebbe accadere se il Registro fosse “tenuto presso le Camere di Commercio”. In questo caso, trattandosi di strutture
gi&agrave; avviate, i “costi di gestione sarebbero inferiori e, in pi&ugrave;,
si garantirebbe una maggiore accessibilit&agrave; ai documenti
depositati dalle associazioni”.
Documenti la cui redazione, secondo i commercialisti, andrebbe resa obbligatoria, perch&eacute; un adeguato sistema di enti
privati del terzo settore, ricorda ancora il Consigliere delegato, “non pu&ograve; prescindere dalla previsione, in una logica modulare, di adeguati sistemi di rendicontazione e controllo”.
Ad oggi, infatti, “sono solo le organizzazioni di pi&ugrave; grosse
dimensioni a predisporre dei veri e propri bilanci e le relazioni di missione”. Per questo, i commercialisti chiedono
che venga introdotto l’obbligo di redazione e pubblicazione
di tali documenti, necessario se si considera che gli enti
senza scopo di lucro “godono di una tassazione agevolata e
usufruiscono di fondi pubblici”.
In tale contesto, diventa centrale anche il ruolo degli organi
di controllo interni, anch’essi, allo stato, solo facoltativi per
le organizzazioni di questi genere. Per i commercialisti, la
discrezionalit&agrave; deve essere eliminata, imponendo la nomina di un organo che possa verificare “il rispetto effettivo,
non solo formale o statutario, delle finalit&agrave; sociali che si intende perseguire”. Un sistema del genere, articolato sul modello del collegio sindacale, permetterebbe anche di introdurre strumenti e procedure volte alla misurazione dell’impatto sociale degli enti non lucrativi, magari da effettuare
periodicamente, proprio attraverso l’organo di controllo
Insomma, pur rimanendo “sostanzialmente positiva” la valutazione dei commercialisti in merito all’introduzione di un
vero e proprio Testo unico degli enti no profit (fine ultimo
del disegno di legge delega), sono diverse le criticit&agrave; da correggere, per realizzare una disciplina organica ed esaustiva
in merito ad un settore che “risulta essere fra i pochi, se non
l’unico, in costante crescita, non solo in termini di giro
d’affari, ma anche di personale occupato”.
Riviste le istruzioni del 730/2015
Pubblicato ieri il provvedimento dell’Agenzia contenente adeguamenti a nuove
disposizioni e correzioni di errori materiali
Con il provvedimento n. 39957 di ieri, l’Agenzia delle Entrate ha disposto una serie di modifiche alle istruzioni del
modello 730/2015, approvato con provvedimento del 15
gennaio scorso (si veda “Modello 730 e dichiarazione IVA
2015 &laquo;definitivi&raquo;” del 16 gennaio).
Come spiega la stessa Agenzia, le modifiche si rendono necessarie sia per correggere alcuni errori materiali, sia per
adeguare le istruzioni ad alcune disposizioni normative intervenute dopo l’approvazione del modello.
Nel dettaglio, i due principali cambiamenti riguardano
l’IMU e il due per mille IRPEF.
La prima novit&agrave;, rispetto alla data di approvazione del modello 730, &egrave; infatti legata alla questione dell’IMU dei terreni agricoli.
Al riguardo, si ricorda che il DL n. 4/2015, recante “Misure
urgenti in materia di esenzione IMU”, il cui Ddl. di conversione &egrave; stato tra l’altro approvato in via definitiva due giorni
fa ed &egrave; in attesa di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale (da
ultimo, si veda “Terreni delle isole minori esenti da IMU”
del 20 marzo), ha ridefinito i parametri affinch&eacute; i terreni
agricoli possano beneficiare dell’esenzione dall’IMU di cui
all’art. 7 comma 1 lett. h) del DLgs. n. 504/92, dopo che il
TAR del Lazio aveva sospeso gli effetti di quelli contenuti
nel DM 28 novembre 2014. Inoltre, con la risoluzione n.
2/DF/2015, il Ministero dell’Economia ha risolto due quesiti sul calcolo dell’IMU per il 2014 sui cosiddetti terreni
montani (si veda “Senza delibera, IMU sui terreni agricoli
con aliquota dello 0,76%” del 4 febbraio).
Modifiche su terreni esenti IMU e due per mille IRPEF
Di conseguenza, a pagina 18 delle istruzioni al modello, nel
paragrafo “Terreni non affittati”:
- il titolo del paragrafo “Terreni non affittati”, &egrave; modificato
in “Terreni esenti Imu”;
- nella sesta riga le parole “Sono esenti dall’Imu” sono sosti-
tuite con il testo “Per effetto del decreto interministeriale del
28 novembre 2014 e del decreto legge 24 gennaio 2015, n. 4,
sono esenti dall’Imu, per l’anno 2014”;
- dopo il secondo punto elenco sono inseriti i seguenti: “i terreni agricoli, nonch&eacute; quelli non coltivati, ubicati nei comuni
classificati totalmente montani di cui all’elenco dei comuni italiani predisposto dall’Istituto nazionale di statistica
(ISTAT); “i terreni agricoli, nonch&eacute; quelli coltivati, posseduti e condotti da coltivatori diretti e dagli imprenditori
agricoli professionali o a questi concessi in comodato o affitto, ubicati nei comuni classificati parzialmente montani
di cui allo stesso elenco ISTAT”;
- la frase che segue i punti elenco &egrave; sostituita con la seguente: “In tali casi va barrata la casella &laquo;Imu non dovuta&raquo; (colonna 9)”.
A pagina 19, poi, nelle istruzioni relative alla “Colonna 9
(IMU non dovuta)”: la prima frase &egrave; sostituita da “barrare la
casella se il terreno rientra tra le ipotesi di esenzione descritte nel paragrafo &laquo;Terreni esenti Imu&raquo;”; i punti elenco corrispondenti ai tre codici sono soppressi; nell’ultimo paragrafo
le parole “il codice da indicare in questa colonna va riportato” sono sostituite da “la casella di questa colonna va
barrata”.
In relazione, invece, alla destinazione volontaria del due
per mille dell’IRPEF 2015 a favore dei partiti politici, con
la risoluzione n. 27/2015 l’Agenzia delle Entrate ha fornito
l’elenco dei beneficiari con relativo codice (si veda “Pronto
l’elenco dei partiti politici a cui si pu&ograve; devolvere il due per
mille” del 18 marzo).
Di conseguenza, a pagina 10 delle istruzioni, nel paragrafo
“Scelta per la destinazione del due per mille dell’Irpef”,
nell’ultima riga le parole “verr&agrave; reso noto successivamente”
sono sostituite dalle parole “&egrave; riportato nella tabella &laquo;Partiti
politici ammessi al beneficio della destinazione volontaria
del due per mille dell’Irpef&raquo; nella penultima pagina delle
istruzioni”.