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Timestamp: 2020-02-22 11:06:10+00:00
Document Index: 40299826

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Sentenza Cassazione Civile n. 10416 del 12/05/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 10416 del 12/05/2011
Cassazione civile sez. trib., 12/05/2011, (ud. 22/03/2011, dep. 12/05/2011), n.10416
sul ricorso 18351-2009 proposto da:
avverso la sentenza n. 53/2008 della COMM. TRIB. REG. di BOLOGNA,
La Agenzia delle Entrate notificava a Lamda Informatica s.r.l. avviso di accertamento con il quale rettificava la dichiarazione dei redditi della società relativa all’anno 2001, a fini Irpeg, Irap ed IVA, sul presupposto che la stessa avesse contabilizzato fatture concernenti operazioni soggettivamente inesistenti, in quanto, ad avviso dell’Ufficio, gli apparenti cedenti erano in realtà soggetti non operativi e società di comodo, che si interponevano fittiziamente tra il reale fornitore comunitario ed l’acquirente finale, rivendendo la merce ricevuta in esenzione di IVA, a prezzo minorato e con applicazione di tale imposta, al contribuente, il quale detraeva l’IVA versata in rivalsa e si giovava della diminuzione di prezzo, laddove l’interposto lucrava, quale compenso per la attività prestata, la differenza tra l’importo totale ricevuto comprensivo di IVA, che non versava all’Erario, ed il prezzo reale corrisposto al venditore estero.
Appellava L’Ufficio e la Commissione Tributaria Regionale di Bologna con sentenza n. 53/18/08, in data 26 maggio 2008, depositata il 22 settembre 2008, accoglieva il gravame ritenendo legittimo e fondato l’operato dell’Ufficio.
Con il primo motivo la ricorrente deduce insufficiente motivazione su un fatto controverso e decisivo per il giudizio, sostenendo che la motivazione della sentenza impugnata era generica in punto a valutazione delle prove acquisite in causa, avendo omesso di specificare concretamente in cosa queste consistessero, e di argomentare adeguatamente in ordine alla confutazione delle argomentazioni del primo giudice, sì da non risultare comprensibile l’iter logico-giuridico alla base della decisione.
Con il sesto sostengono violazione e falsa applicazione dell’art. 17 e segg. della direttiva del consiglio n. 77/388/CEE (sesta direttiva IVA) nel testo applicabile “ratione temporis” in quanto la Commissione di appello aveva ritenuto applicabile il principio secondo cui spettava al giudice nazionale negare il diritto alla deduzione dell’IVA al cessionario che “sapesse o avrebbe dovuto sapere di partecipare con il proprio acquisto ad una operazione che si iscriveva in una frode all’IVA “nonostante il fatto che la società ricorrente, come esposto nel quesito di diritto” agendo in buona fede era rimasta inconsapevolmente coinvolta, come comprovato anche dalla sentenza penale di proscioglimento, in una catena di cessioni facenti parte di una frode carosello”.
Con il settimo motivo deduce violazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 60 bis sostenendo che la Commissione, pur non menzionando tale disposizione di legge, l’aveva applicata configurando in capo alla società l’obbligo solidale al pagamento del l’IVA in capo al cedente, nonostante la disposizione citata non fosse ancora vigente all’epoca dei fatti.
Con l’ottavo motivo deduce violazione dell’art. 2697 c.c., comma 1 sostenendo che sussiste violazione dell’onere della prova u nel caso in cui, come nella specie, il giudice di merito ritenga che in caso di operazioni inesistenti, spetti al contribuente l’onere di dimostrare la propria estraneità ai fatti, nonostante da un lato l’Ufficio, pur rappresentando una serie di elementi tali da fare sorgere alcuni sospetti, non abbia tuttavia addotto alcuna prova concreta o documento utile a fare trasformare dei meri indizi in fatti provati, e, dall’altro, la società abbia comunque esibito e prodotto tutti i documenti richiesti, risultando in grado di dimostrare la fonte che giustifica la detrazione dell’IVA”.
Per motivi di priorità logica, occorre prendere in considerazione in via preliminare la questione del criterio della ripartizione dell’onere della prova nella fattispecie concreta, essendo un punto di diritto essenziale sulla base del quale può e deve essere valutata la congruenza , la idoneità e la sufficienza della motivazione adottata nella sentenza impugnata. L’argomento è stato trattato dalla ricorrente nel settimo e nell’ottavo motivo, che possono essere esaminati congiuntamente essendo entrambi collegati alla valutazione dell’onere probatorio, secondo i principi generali e le specifiche prescrizioni comunitarie.
Occorre premettere che nella specie, e più generalmente in tutte le controversie concernenti operazioni oggettivamente e soggettivamente inesistenti, il principio generale , trattandosi di deduzioni di costi e di IVA conseguenti a tali operazioni, è che l’onere della prova grava sul contribuente, il quale, se vuole dedurre un costo, sottraendo reddito alla tassazione, deve provarne i presupposti. Tale onere, tuttavia, viene assolto in tutti i casi in cui le operazioni sono documentate da fatture regolari inserite in una corretta contabilità, in quanto, per costante giurisprudenza di questa Corte, “in tema di IVA la fattura è documento idoneo ad attestare un costo dell’impresa, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1992, art. 21” (Cass. n. 27341 del 2005). Ne consegue che nella ipotesi in cui la documentazione sia apparentemente regolare, e che la Amministrazione sostenga che la operazione documentata nella fattura formalmente corretta è inesistente, ovvero che questa è ideologicamente o materialmente falsa, con accertamento di un maggiore imponibile od indeducibilità di un costo (l’IVA versata) l’onere della prova grava sulla Amministrazione. Prova che, ai sensi del D.P.R. citato, art. 54, comma 2, e del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39 può essere data in via presuntiva, con presunzioni anche semplici, purchè queste siano gravi, precise e concordanti. Una volta che il giudice del merito ritenga sussistente tale requisito (che non comporta la prova assoluta del fallo, ovvero “certa” non raggiungibile per presunzioni, bensì la sussistenza di una probabilità di alto grado della conformità dell’accertamento alle indicazioni presuntive – v. Cass. n. 9784 del 2010) riprende vigore il principio generale di cui sopra ed incombe sul contribuente ex art. 2727 c.c. e art. 2697 c.c., comma 2 la prova della infondatezza della pretesa erariale.
Tali principi si applicano alla fattispecie, con la particolarità che vertendosi in materia di IVA, tributo armonizzato a livello Europeo, e di frode che coinvolge necessariamente una importazione intracomunitaria, occorre tenere conto dei principi espressi dalle direttive comunitarie in materia e dalla sentenze della corte di Giustizia (Direttiva del Consiglio n. 77/388/CEE, come interpretata dalla giurisprudenza comunitaria ed in particolare dalla sent. C- 762/93 del 6 luglio 1995, citata dalla ricorrente, e dalla sent. C- 439/04 del 6 luglio 2006, citata dall’Ufficio e dal giudice di appello).
Il principio giurisprudenziale che si trae da dette pronunce è chiaro: ove si sia in presenza di una frode sull’IVA realizzata con una catena di successive cessioni, il cessionario ha il diritto di detrarre l’I VA ove “non sappia o non possa sapere” (sent. C-762/93) di essere coinvolto in un meccanismo fraudolento; del pari, “a contrario” qualora “sapesse o avrebbe dovuto sapere” di partecipare con il proprio acquisto ad una operazione che si iscriveva in una frode all’IVA “il giudice nazionale nega il beneficio del diritto alla deduzione (sent. C7439/04). Si è fatta, tra le parti ed anche nella sentenza impugnata, questione sulla rilevanza delle diverse formulazioni usate, e sulla differenza di significato tra il “poter sapere” ed il “dover sapere”. Ad avviso della Corte tale distinzione è più formale che sostanziale, ed il fatto è comprovato dall’uso indifferenziato di tali termini nell’ambito di una giurisprudenza costante. In concreto, viene posto a carico del cessionario un obbligo di diligenza nella scelta del fornitore e di attenzione ai requisiti del soggetto cedente, non formali (essendo evidente che ogni meccanismo fraudolento si cura in primo luogo di esibire all’esterno una apparente correttezza contabile e cartolare) ma sostanziali, nel senso di una effettiva esistenza nel cedente di una efficiente struttura operativa e della capacità di fornire autonomamente i beni acquistati, senza ovviamente pretendere un inesigibile dovere di accurata indagine, ma fondandosi su quegli elementi obiettivi (ad es. assenza di strutture, assenza di una clientela qualificata, mancanza di indici di capacità commerciale – pubblicità, giro di affari ecc.) che non possono sfuggire ad un contraente onesto che operi in un determinato settore commerciale e che in particolare (e qui è l’unica differenziazione terminologica accettabile) non devono sfuggire ad un imprenditore mediamente accorto.
Passando all’esame delle censure attinenti la motivazione della sentenza impugnata, i primi tre motivi, strettamente tra loro connessi, possono essere trattati congiuntamente. I motivi sono infondati.
Venendo ai rilievi specifici, la motivazione non è nè apodittica nè apparente, in quanto richiama gli elementi di prova esposti dall’Ufficio come specificamente riportati nelle premesse di fatto del processo, estremamente analitiche e precise. Detti clementi non vengono approfonditi ulteriormente in quanto dati per pacifici ed incontestati, come d’altro canto emerge dal presente ricorso, il cui la contribuente da atto di essere stata coinvolta in una frode “carosello” protestando tuttavia la sua buona fede; sicchè il punto qualificante della motivazione insiste esattamente su questo punto, che il giudice di secondo grado ha risolto nel senso di ritenere che poichè tali soggetti erano palesemente inesistenti, la contribuente doveva rendersene conto, e ciò era sufficiente per ritenere fondata la pretesa fiscale. Valutazione che appare corretta e congruamente motivata.
Tale rilievo si lega alla doglianza esposta nel terzo motivo, di simile contenuto, secondo cui la commissione non avrebbe dato il giusto rilievo alle prove documentali offerte dalla società. A prescindere dalla inammissibilità della censura, tesa ad ottenere una rivalutazione della prove in sede di legittimità, è agevole la constatazione che, conformemente all’assunto della sentenza impugnata, tali elementi sono tutti irrilevanti. Nella specie, i fatti in questione, consistenti nella esistenza cartolare della società cedente, nella apparente regolarità della documentazione, nella esistenza oggettiva della fornitura, nella effettività dei pagamenti, sono non contestati ma non hanno rilievo in quanto fanno parte integrante dello schema tipico della frode “carosello” e non toccano alcuno degli aspetti qualificanti della frode, illustrati in premessa.
Del pari, la archiviazione penale, emessa,come enunciato in ricorso, u per difetto di prova rigorosa della consapevolezza della pregressa frode all'”IVA” da un lato non ha effetto nel processo tributario per diversità di presupposti, e dall’altro, se un significato può avere, questo è a carico e non a favore della contribuente, in quanto l’assoluzione penale presuppone una prova piena e certa che nel processo tributario in questo caso specifico non è richiesta, e, in linea di fatto, avvalora la imponenza del materiale indiziario esposto dai verificatori e fatto proprio dall’Ufficio.
La Corte rigetta il ricorso. Condanna la contribuente alle spese, a favore della Agenzia, che liquida in Euro 7.000. oltre spese prenotate a debito.