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Timestamp: 2017-11-23 10:55:01+00:00
Document Index: 53776312

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AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA CESENA FORLI RAVENNA ARRESTO GIUDIZIO IMMEDIATO STUPEFACENTI La sentenza impugnata osserva che la revoca, da parte del Tribunale, dell’ordinanza ammissiva della deposizione testimoniale in questione e’ avvenuta contestualmente alla dichiarazione di chiusura dell’istruttoria dibattimentale, stante la rinuncia del Pubblico ministero e nulla osservando la difesa, e che, quindi, ogni doglianza in proposito era, gia’ davanti ad essa, inammissibile.
QUALI ARTICOLI DEL CODICE DI PROCEDURA penale disciplinano il giudizio immediato?
Quando la prova appare evidente, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini, il pubblico ministero chiede(1) il giudizio immediato se la persona sottoposta alle indagini è stata interrogata sui fatti dai quali emerge l’evidenza della prova ovvero, a seguito di invito a presentarsi emesso con l’osservanza delle forme indicate nell’articolo 375 comma 3 secondo periodo, la stessa abbia omesso di comparire, sempre che non sia stato adottato un legittimo impedimento e che non si tratti di persona irreperibile.
1-bis. Il pubblico ministero richiede il giudizio immediato, anche fuori dai termini di cui all’articolo 454, comma 1, e comunque entro centottanta giorni dall’esecuzione della misura, per il reato in relazione al quale la persona sottoposta alle indagini si trova in stato di custodia cautelare, salvo che la richiesta pregiudichi gravemente le indagini. (2)
1-ter. La richiesta di cui al comma 1-bis è formulata dopo la definizione del procedimento di cui all’articolo 309, ovvero dopo il decorso dei termini per la proposizione della richiesta di riesame. (2)
Quando il reato per cui è richiesto il giudizio immediato risulta connesso con altri reati per i quali mancano le condizioni che giustificano la scelta di tale rito, si procede separatamente per gli altri reati e nei confronti degli altri imputati, salvo che ciò pregiudichi gravemente le indagini. Se la riunione risulta indispensabile, prevale in ogni caso il rito ordinario.
L’imputato può chiedere il giudizio immediato a norma dell’articolo 419 comma 5.
Entro novanta giorni dalla iscrizione della notizia di reato nel registro previsto dall’articolo 335, il pubblico ministero trasmette la richiesta di giudizio immediato alla cancelleria del giudice per le indagini preliminari .
Con la richiesta è trasmesso il fascicolo contenente la notizia di reato, la documentazione relativa alle indagini espletate e i verbali degli atti compiuti davanti al giudice per le indagini preliminari. Il corpo del reato e le cose pertinenti al reato, sono allegati al fascicolo, qualora non debbano essere custoditi altrove.
Il giudice, entro cinque giorni, emette decreto con il quale dispone il giudizio immediato ovvero rigetta la richiesta ordinando la trasmissione degli atti al pubblico ministero.
1-bis. Nei casi di cui all’articolo 453, comma 1-bis, il giudice rigetta la richiesta se l’ordinanza che dispone la custodia cautelare e’ stata revocata o annullata per sopravvenuta insussistenza dei gravi indizi di colpevolezza. (1)
Al decreto che dispone il giudizio immediato si applicano le disposizioni dell’articolo 429 commi 1 e 2.
Il decreto contiene anche l’avviso che l’imputato può chiedere il giudizio abbreviato ovvero l’applicazione della pena a norma dell’articolo 444.
Il decreto è comunicato al pubblico ministero e notificato all’imputato e alla persona offesa almeno trenta giorni prima della data fissata per il giudizio.
All’imputato e alla persona offesa, unitamente al decreto, è notificata la richiesta del pubblico ministero.
Al difensore dell’imputato è notificato avviso alla data fissata per il giudizio entro il termine previsto dal comma 3.
Decorsi i termini previsti dall’articolo 458 comma 1, il decreto che dispone il giudizio immediato è trasmesso, con il fascicolo formato a norma dell’articolo 431, al giudice competente per il giudizio.
Gli atti non inseriti nel fascicolo previsto dal comma 1, sono restituiti al pubblico ministero. Si applica la disposizione dell’art. 433 comma 2.
Richiesta di giudizio abbreviato. (1) (2) (4)
L’imputato, a pena di decadenza, può chiedere il giudizio abbreviato depositando nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari la richiesta, con la prova della avvenuta notifica al pubblico ministero, entro quindici giorni dalla notificazione del decreto di giudizio immediato.[Il pubblico ministero ha il termine di cinque giorni dalla notificazione della richiesta per esprimere il proprio consenso.](3)
Se la richiesta è ammissibile, il giudice fissa con decreto l’udienza dandone avviso almeno cinque giorni prima al pubblico ministero, all’imputato, al difensore e alla persona offesa. Nel giudizio si osservano, in quanto applicabili, le disposizioni degli articoli 438, commi 3 e 5, 441, 441-bis, 442 e 443; nel caso di cui all’articolo 441-bis, comma 4, il giudice, revocata l’ordinanza con cui era stato disposto il giudizio abbreviato, fissa l’udienza per il giudizio immediato.
Le disposizioni del presente articolo non si applicano quando il giudizio immediato è stato richiesto dall’imputato a norma dell’articolo 419 comma 5.
DOMANDA :DA CHI PUO’ ESSERE CHIESTO IL GIUDIZIO IMMEDIATO?
il giudizio immediato può essere instaurato in seguito a richiesta del PM oppure in seguito a richiesta dell’imputato. L’imputato può rinunciare all’udienza preliminare, con un’istanza vincolante per il GIP, il quale è tenuto a disporre il giudizio omettendo tale fase processuale.
DOMANDA :QUANDO IL PM PUO’ CHIEDER EIL GIUDIZIO IMMEDIATO?
Perché il PM possa chiedere il giudizio immediato occorre l’evidenza della prova e che la persona sottoposta alle indagini sia stata interrogata sui fatti dai quali emerge l’evidenza della prova oppure che la persona, pur avendo ricevuto l’invito a presentarsi, non si sia presentata.
Si ritiene che l’interrogatorio effettuato in sede di convalida dell’arresto o del fermo o l’interrogatorio di garanzia del sottoposto a misura cautelare siano comunque idonei a consentire l’instaurazione del rito speciale.
DOMANDA ;:QUALE TERMINE PER IL PM PER CHIEDERE IL GIUDIZIO IMMEDIATO?
La richiesta di giudizio immediato deve essere trasmessa alla cancelleria del giudice per le indagini preliminari entro novanta giorni dalla iscrizione della notizia di reato. Il termine di novanta giorni non è tuttavia ritenuto perentorio dalla giurisprudenza quanto all’esercizio dell’azione penale nelle forme qui descritte, è ritenuto vincolante solamente per quanto riguarda il compimento delle indagini dalle quali emerga l’evidenza della prova.
DOMANDA: SE L’IMPUTATO E’ IN CUSTODIA CAUTELARE IL PM PUO’ CHIEDERE IL GIUDIZIO IMMEDIATO ?
Il decreto legge n. 92/2008, conv. in L. n. 125/2008 ha introdotto una nuova ipotesi di giudizio immediato al comma 1-bis dell’art. 453 c.p.p., definita “custodiale”. Il PM richiede il giudizio immediato quando l’indagato si trovi in stato di custodia cautelare in carcere, entro 180 giorni dall’esecuzione del provvedimento di custodia, purché sia definito il procedimento di riesame o questo non sia stato esperito in termini, a condizione che ciò non pregiudichi gravemente le indagini.
La sentenza impugnata osserva che la revoca, da parte del Tribunale, dell’ordinanza ammissiva della deposizione testimoniale in questione e’ avvenuta contestualmente alla dichiarazione di chiusura dell’istruttoria dibattimentale, stante la rinuncia del Pubblico ministero e nulla osservando la difesa, e che, quindi, ogni doglianza in proposito era, gia’ davanti ad essa, inammissibile.
La conclusione della Corte d’appello e’ corretta. Non solo, infatti, costituisce principio consolidato in giurisprudenza quello secondo cui qualora il giudice dichiari chiusa la fase istruttoria senza che sia stata assunta una prova in precedenza ammessa e le parti, corrispondendo al suo invito, procedano alla discussione senza nulla rilevare in ordine alla incompletezza dell’istruzione, la prova in questione deve ritenersi implicitamente revocata con l’acquiescenza delle parti medesime (cfr., tra le tante, Sez. 5, n. 7108 del 14/12/2015, dep. 2016, Sgherri, Rv. 266076, nonche’ Sez. 5, n. 19262 del 06/03/2012, Boni, Rv. 252523). In effetti, si e’ anche espressamente precisato che la revoca dell’ordinanza ammissiva di testi della difesa, resa in difetto di motivazione sulla superfluita’ della prova, produce una nullita’ di ordine generale che deve essere immediatamente dedotta dalla parte presente, ai sensi dell’articolo 182 c.p.p., comma 2, con la conseguenza che, in caso contrario, essa e’ sanata (cosi’, tra le tante, Sez. 2, n. 9761 del 10/02/2015, Rizzello, Rv. 263210, nonche’ Sez. 5, n. 5122 del 30/09/2013, Abatelli, Rv. 257891).
Ne’ d’altro canto, risulta censurabile la decisione della Corte d’appello di non procedere a rinnovazione istruttoria ex articolo 603 c.p.p., comma 1.
E’ sufficiente richiamare il costante insegnamento, piu’ volte autorevolmente ribadito, in forza del quale la rinnovazione dell’istruttoria nel giudizio di appello, attesa la presunzione di completezza dell’istruttoria espletata in primo grado, e’ un istituto di carattere eccezionale al quale puo’ farsi ricorso esclusivamente allorche’ il giudice ritenga, nella sua discrezionalita’, di non poter decidere allo stato degli atti (cfr. per tutte, Sez. U, n. 12602 del 17/12/2015, dep. 2016, Ricci, Rv. 266820, e Sez. U, n. 2780 del 24/01/1996, Panigoni, Rv. 203974).
sentenza 5 giugno 2017, n. 27790
avverso la sentenza del 17/07/2014 della Corte d’appello di Napoli;
udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto procuratore generale Dr. Tampieri Luca, che ha concluso chiedendo dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso.
Con sentenza emessa il 17 luglio 2014, la Corte di appello di Napoli ha confermato la sentenza pronunciata dal Tribunale di Napoli che aveva condannato (OMISSIS) per i reati di illecita detenzione e cessione di sostanza stupefacente del tipo cocaina a norma del Decreto del Presidente della Repubblica n. 309 del 1990, articolo 73, comma 5, e gli aveva irrogato la pena di un anno di reclusione ed Euro 6.000,00 di multa, con diniego delle circostanze attenuanti generiche e della sospensione condizionale della pena.
Precisamente, secondo i giudici di merito, il fatto, commesso il (OMISSIS), ha avuto ad oggetto la detenzione illecita di cocaina per grammi netti 0,417, frazionata in due confezioni, e la cessione di sostanza dello stesso tipo a persona non identificata.
Ha presentato ricorso per cassazione avverso la sentenza della Corte di appello indicata in epigrafe l’avvocato (OMISSIS), quale difensore di fiducia del (OMISSIS), articolando cinque motivi.
2.1. Con il primo motivo, si lamenta violazione di legge, in riferimento all’articolo 374 c.p.p. e articolo 178 c.p.p., comma 1, lettera c), a norma dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera c), avendo riguardo alla emissione del decreto di giudizio immediato nonostante l’omesso interrogatorio dell’indagato dopo lo svolgimento di attivita’ di indagine supplementare.
Si deduce che il Pubblico ministero, dopo aver svolto le ulteriori indagini richieste dalla difesa, ha ignorato l’istanza di nuovo interrogatorio formulata al Pubblico ministero. D’altro canto, lo svolgimento delle indagini richieste dalla difesa e’ la dimostrazione dell’assenza del presupposto dell’evidenza della prova, e, quindi, di una condizione fondamentale per l’emissione del decreto di giudizio immediato.
2.2. Con il secondo motivo, si lamenta vizio di motivazione, a norma dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), avendo riguardo al mancato esame di un testimone.
Si deduce che il testimone era stato indicato nella lista del Pubblico ministero, che il mancato esame dello stesso era stato dedotto in appello con specifico motivo nel quale si richiedeva la riapertura dell’istruttoria, e che nulla ha motivato in proposito la sentenza impugnata.
2.3. Con il terzo motivo, si lamenta vizio di motivazione, a norma dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera e), avendo riguardo all’affermazione di penale responsabilita’ dell’imputato.
Si deduce che la ricostruzione del fatto e’ lacunosa: se il verbalizzante escusso a dibattimento ha detto di avere svolto attivita’ di osservazione unitamente ad altri quattro colleghi, posizionati da tutti i lati, resta incomprensibile la ragione per non e’ stato fermato il preteso acquirente; inoltre, il quantitativo di droga in sequestro rientra nella dose media giornaliera, ed il denaro in possesso dell’imputato e’ il frutto della cessione in locazione del taxi la cui licenza e’ a lui intestata.
2.4. Con il quarto ed il quinto motivo, congiuntamente, si lamenta violazione di legge, in riferimento agli articoli 132 e 133 c.p., nonche’ vizio di motivazione, a norma dell’articolo 606 c.p.p., comma 1, lettera b) ed e), avendo riguardo al trattamento sanzionatorio, al mancato riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche ed alla mancata concessione della sospensione condizionale della pena.
Si deduce che la sanzione non e’ proporzionata al fatto in contestazione e non tiene conto dell’incensuratezza dell’imputato e che, per le stesse ragioni, va concessa la sospensione condizionale della pena, sul cui diniego, per di piu’, nulla ha detto la sentenza impugnata.
Il ricorso e’ infondato per le ragioni di seguito precisate.
Le doglianze formulate con il primo motivo attengono alla ritualita’ e validita’ dell’esercizio dell’azione penale nelle forme del rito immediato, lamentando, da un lato, l’omissione di un nuovo interrogatorio da parte del Pubblico ministero procedente, nonostante lo svolgimento di indagini richieste dalla difesa, e la contestuale istanza, da parte della medesima parte processuale, di un nuovo interrogatorio all’esito delle investigazioni domandate, nonche’, dall’altro, l’insussistenza del presupposto dell’evidenza della prova.
2.1. Quanto alla pretesa illegittimita’ derivante dall’omissione del nuovo interrogatorio richiesto dalla difesa, due sono le questioni poste.
2.1.1. La prima questione e’ se il Pubblico ministero abbia l’obbligo, sanzionato a pena di nullita’, di compiere l’interrogatorio dell’indagato ogniqualvolta vi sia specifica istanza della difesa.
Secondo una pronuncia di legittimita’, non si produce alcuna nullita’ processuale nel caso in cui il pubblico ministero rifiuti di prendere contatto con la persona sottoposta alle indagini che intenda presentarsi per rilasciare dichiarazioni ai sensi dell’articolo 374 c.p.p., posto che da questa disposizione “non puo’ trarsi alcuno spunto ermeneutico per sostenere che e’ operativo un obbligo dell’organo della pubblica accusa” di assumere dichiarazioni spontanee o di procedere ad interrogatorio, e che, anzi, la proposta di modifica di tale disciplina, presentata alla Camera dei Deputati in data 12 ottobre 2004, e ritenuta evidentemente necessaria per fondare il dovere di compiere l’atto richiesto, e’ rimasta senza esito (cosi’ Sez. 1, n. 8158 del 28/01/2010, Cosentino, Rv. 246627).
Puo’ aggiungersi che proprio l’esame del sistema normativo conferma che il legislatore, quando ha voluto attribuire alla richiesta dell’interrogatorio da parte dell’indagato efficacia vincolante per il Pubblico ministero procedente, lo ha fatto espressamente: e’ quanto emerge, in particolare, dall’articolo 415-bis c.p.p., comma 2, nel quale, con specifico riferimento all’istanza presentata successivamente alla notificazione dell’avviso di chiusura delle indagini preliminari, si e’ ritenuto necessario disporre con chiarezza: “Se l’indagato chiede di essere sottoposto ad interrogatorio il pubblico ministero deve procedervi”.
2.1.2. La seconda questione, invece, e’ la seguente: se, ai fini della valida presentazione della richiesta di giudizio immediato, sia necessario procedere a nuovo interrogatorio dell’indagato in conseguenza dello svolgimento di nuove indagini esperite su richiesta della difesa, nonostante il compimento di precedente interrogatorio.
A tal proposito, e’ utile muovere dal dato normativo: secondo la disciplina generale di cui all’articolo 453 c.p.p., comma 1, una valida richiesta di giudizio immediato presuppone che “la persona sottoposta alle indagini e’ stata interrogata sui fatti dai quali emerge l’evidenza della prova ovvero, a seguito di invito a presentarsi emesso con l’osservanza delle forme indicate nell’articolo 375, comma 3, secondo periodo, la stessa abbia omesso di comparire”. Sulla base di tale premessa, sembra corretto ritenere che la parola “fatti”, ai fini dell’articolo 453 c.p.p., sia da intendersi con riferimento non alla realta’ storica oggetto di contestazione, bensi’ agli elementi di indagine addotti dall’accusa a fondamento della richiesta: da un lato, il sintagma usato dal legislatore e’ “fatti dai quali emerge l’evidenza della prova”; dall’altro, la funzione dell’interrogatorio e’ quella di consentire all’indagato di contestare e contrastare l’efficacia persuasiva dei dati conoscitivi acquisiti dall’Autorita’ giudiziaria procedente. Pero’, siccome i “fatti” cui allude l’articolo 453 c.p.p., comma 1, sono costituiti dagli “elementi” dimostrativi che inducono il Pubblico ministero a ritenere la sussistenza dell’evidenza della prova, nel novero degli stessi non rientrano di per se’ gli “elementi” acquisiti su richiesta della difesa per verificare la tesi dell’indagato: questi ultimi, invero, non sono acquisiti per fondare l’evidenza della prova, ma per verificare se i “fatti dai quali emerge l’evidenza della prova” conservano la loro efficacia persuasiva, e, quindi, proprio per assicurare effettivita’ al diritto di difesa, a completamento della garanzia dell’interrogatorio. In altri termini, gli elementi acquisiti su richiesta della difesa in opposizione alla tesi di accusa non implicano, logicamente e giuridicamente, la necessita’ di una contestazione e di una confutazione, e, quindi di un interrogatorio a discolpa, bensi’, diversamente, l’esigenza di una valutazione e precisamente di un’analisi se essi, proprio unitamente a quanto dedotto nell’interrogatorio, siano idonei ad infirmare l’attendibilita’ dimostrativa degli elementi a carico. 4ie
Del resto, con riferimento alla, per certi versi simile, vicenda relativa alla chiusura delle indagini preliminari, costituisce principio consolidato in giurisprudenza quello secondo cui non e’ dovuta la rinnovazione dell’avviso di conclusione delle investigazioni ex articolo 415-bis c.p.p. se il pubblico ministero, sollecitato dalla difesa a seguito della sua notificazione, compie atti di indagine che costituiscono conseguenza delle deduzioni e delle sollecitazioni di quest’ultima (cfr., tra le tante, Sez. 6, n. 12656 del 26/02/2016, Parlascino, Rv. 266870, e Sez. 3, n. 14756 del 03/03/2004, Genovese, Rv. 228531). Interessante, in particolare, per la sua attitudine generalizzante, significativa anche ai fini della necessita’ di rinnovare l’interrogatorio prima di presentare richiesta di giudizio immediato, e’ l’osservazione esposta da Sez. 3, n. 14656 del 2004, Genovese, appena citata: “(…) la rinnovazione dell’avviso (ex articolo 415-bis c.p.p.) comporterebbe il diritto dell’indagato a prospettare altri atti di indagine, qualora richieda di essere risentito, dando luogo ad una spirale infinita, secondo quanto sostenuto dal P.G. nella sua requisitoria scritta, e comportando una sostanziale remissione in termini non stabilita da alcuna norma”.
Puo’ cosi’ concludersi che, ai fini della validita’ della richiesta di giudizio immediato, non sussiste la necessita’ di procedere a nuovo interrogatorio dell’indagato dopo lo svolgimento delle indagini richieste dalla difesa, a verifica della tesi a discolpa.
2.2. Quanto al profilo concernente l’evidenza della prova, invece, si assume che la decisione del Pubblico ministero di disporre lo svolgimento delle indagini richieste dalla difesa dimostra l’insussistenza del requisito in esame: in altri termini, se la prova fosse stata evidente, non ci sarebbe stata alcuna necessita’ di procedere alle ulteriori indagini richieste dalla difesa.
E’ sufficiente rilevare, pero’, che la questione trova puntuale risposta nel principio affermato dalle sezioni unite, ed in relazione al quale non sono addotti elementi di rimeditazione, secondo cui la decisione con la quale il giudice per le indagini preliminari dispone il giudizio immediato non puo’ essere oggetto di ulteriore sindacato, in particolare perche’ il provvedimento adottato dal medesimo G.i.p. chiude una fase di carattere endoprocessuale priva di conseguenze rilevanti sui diritti di difesa dell’imputato, con la conseguenza che l’unica ipotesi suscettibile di verifica da parte del giudice del dibattimento e’ quella relativa ad una richiesta non preceduta da un valido interrogatorio o dall’invito a presentarsi, integrandosi in tal caso la violazione di una norma procedimentale concernente l’intervento dell’imputato, sanzionata di nullita’ a norma dell’articolo 178 c.p.p., comma 1, lettera c) e articolo 180 c.p.p. (cosi’ Sez. U, n. 42979 del 26/06/2014, Squicciarino, Rv. 260018).
Le doglianze formulate con il secondo motivo si riferiscono al mancato esame di un testimone indicato nella lista del Pubblico ministero, e la cui ammissione era stata revocata all’esito dell’istruttoria dibattimentale in primo grado, nonostante specifica deduzione in appello nonche’ richiesta di eventuale rinnovazione istruttoria.
Le doglianze formulate con il terzo motivo riguardano la ricostruzione del fatto, ritenuta lacunosa e logicamente inattendibile.
La sentenza impugnata ha evidenziato che la responsabilita’ dell’imputato e’ il risultato di una diretta attivita’ di osservazione da parte della polizia giudiziaria.
In particolare, uno degli operanti, agente della Squadra mobile di Napoli, ha rappresentato di aver constatato che il (OMISSIS): a) aveva occultato le dosi di cocaina in una scatoletta metallica attaccata con una calamita sotto le autovetture o a profilati metallici di oggetti presenti nella zona destinata a luogo di spaccio; b) dopo aver ricevuto del denaro da un giovane di eta’ tra i venti ed i venticinque anni, si era avvicinato ad una fioriera, si era abbassato, aveva prelevato “qualcosa” dalla scatoletta metallica poi sequestrata, e, dopo aver riposto la stessa, aveva effettuato la consegna; c) all’atto dell’intervento dei poliziotti, si era allontanato ed era stato fermato e rinvenuto nella disponibilita’ di denaro per l’importo di Euro 345,00 in banconote di vario taglio.
L’agente, ancora, ha rappresentato che l’acquirente era rimasto sconosciuto anche perche’, mentre alcuni operanti avevano inseguito il (OMISSIS), altri avevano proceduto al recupero della scatola metallico contenente lo stupefacente.
Sulla base di questi elementi, i giudici di secondo grado hanno rilevato che l’attivita’ di osservazione e di indagine compiuta dalla polizia non da’ luogo ad incertezze e che, inoltre, non vi sono elementi per ritenere che la somma sequestrata corrisponda a quella ricevuta quale rata per la locazione della licenza per l’esercizio di un taxi o che l’imputato, al momento del fatto, fosse abituale assuntore di stupefacente, e, quindi, cessionario e non cedente in relazione allo stesso. Segnatamente, da un lato, il locatore della licenza ha confermato di corrispondere la somma dovuta con cadenza quindicinale e di sera, al termine della giornata lavorativa, ma non anche di poter identificate la somma rinvenuta dalla polizia in quella da lui corrisposta; dall’altro, poi, non e’ stato prodotta alcuna documentazione attestante condizioni di tossicodipendenza relativamente al (OMISSIS).
Le conclusioni esposte dalla Corte d’appello risultano immuni da vizi logici o giuridici. In particolare, resta correttamente spiegato perche’ l’acquirente non sia stato individuato. Inoltre, le deduzioni concernenti la modesta quantita’ dello stupefacente rinvenuto e la legittimita’ della provenienza del denaro sequestrato, a fronte del ragionamento articolato dai giudici di merito, si traducono in una richiesta di rivalutazione delle risultanze istruttorie, non consentita in sede di legittimita’.
Le doglianze formulate con il quarto ed il quinto motivo hanno riguardo al trattamento sanzionatorio, e lamentano la mancata considerazione dello stato di incensuratezza dell’imputato, anche ai fini del diniego della sospensione condizionale della pena.
La sentenza impugnata, innanzi tutto, ha valorizzato, ai fini delle scelte relative alla determinazione della pena base, sia la qualita’ dello stupefacente, cocaina, sia le modalita’ dell’azione, caratterizzate dal ricorso ad un “sistema ingegnoso per eludere le investigazioni (quello mediante l’uso della calamita) che dimostra come l’attivita’ di cessione non fosse affatto ne’ occasionale ne’ estemporanea”. Ha poi rilevato che lo stato di incensuratezza non impone la concessione delle circostanze attenuanti generiche, e che le stesse debbono essere negate proprio per le modalita’ della condotta posta in essere, oltre che per l’assenza di segni di resipiscenza e, anzi, per l’assunzione di successivi comportamenti inosservanti delle prescrizioni imposte con l’applicazione degli arresti domiciliari, per effetto dei quali e’ stata addirittura stabilito l’aggravamento della misura. Ha infine osservato che, a parte tutto, i comportamenti di trasgressione delle prescrizioni imposte con gli arresti domiciliari, denunciati anche dalla moglie convivente, escludono una prognosi favorevole circa l’astensione nel futuro dal compimento di analoghe condotte.
Anche queste conclusioni risultano immuni da vizi logici o giuridici: le stesse, infatti, si pongono all’esito di una analitica valutazione di tutti gli elementi disponibili e ne danno compiuta spiegazione.
All’infondatezza delle doglianze formulate, segue il rigetto del ricorso e la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
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