Source: https://www.laleggepertutti.it/234094_se-la-moglie-se-ne-va-via-ha-diritto-alla-casa
Timestamp: 2018-12-13 02:59:42+00:00
Document Index: 54691684

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 342', 'art. 342', 'art. 360', 'art. 2932', 'art. 5', 'art. 377', 'art. 112', 'art. 360', 'art. 342', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112']

Se la moglie se ne va via ha diritto alla casa?
> Diritto e Fisco Pubblicato il 29 Ago 2018
Separazione: assegno di mantenimento e assegnazione della casa coniugale alla moglie anche se scappa via di casa e le viene imputato l’addebito.
È il sogno di tanti mariti insoddisfatti del matrimonio: la moglie alza i tacchi e se ne va via di casa. In questo modo le viene addebitata la separazione e non ha più diritto al mantenimento. Il paradosso però è che, se ci sono figli, lei ha diritto a tenere con sé i bambini e, dopo aver fatto causa all’ex coniuge, a prendersi anche la casa intestata all’uomo. Possibile? Sì, e non è tutto: oltre all’assegnazione del tetto coniugale le spetta anche il mantenimento per far crescere i ragazzi con lo stesso tenore di vita di cui hanno goduto in precedenza. La conferma viene da una recente sentenza della Cassazione [1]. Secondo la Corte, se la moglie se ne va via ha diritto alla casa. Ma procediamo con ordine.
Il cosiddetto “abbandono del tetto coniugale” si verifica quando uno dei due coniugi lascia l’altro e se ne va via con l’intenzione di non tornare più a casa; non scatta quindi quando l’assenza è solo momentanea, per qualche giorno, magari per una breve pausa di riflessione o per un paio di sere a seguito di una litigata furibonda. Non scatta neanche quando è rivolto a tutelarsi in caso di violenze del partner (si pensi alla moglie che scappa perché il marito la picchia).
Comunemente si crede che andare via di casa sia un reato. Lo diventa solo se il coniuge rimasto solo è senza risorse economiche per mantenersi e sopravvivere. Fuori da questa ipotesi (invero abbastanza rara nella società odierna), l’abbandono del tetto coniugale è solo una condizione per ottenere l’addebito ossia la dichiarazione di responsabilità a carico del coniuge scappato. L’unica conseguenza pratica è che quest’ultimo, anche se ha un reddito più basso, non potrà mai chiedere l’assegno di mantenimento per sé.
Le cose però cambiano completamente quando la coppia ha figli. In questo caso il giudice, a prescindere dalla sussistenza di un eventuale addebito, riconosce quasi sempre alla madre il diritto di vivere insieme ai minorenni (fino a quando questi non diventano autosufficienti o non prendono la loro strada). Il che significa che i bambini devono andare a vivere con la mamma mentre il papà ha solo il diritto di vederli in giorni e orari prefissati dalla sentenza della causa di separazione o divorzio.
Ebbene, tutte le volte in cui ci sono dei minori da proteggere, il giudice riconosce al genitore con essi conviventi l’assegnazione della casa coniugale. Ad esempio, se l’immobile è intestato al marito e, un bel giorno, la moglie se ne va via di casa, in presenza di figli quest’ultima ha diritto a tornare nell’appartamento – sempre che nel frattempo non abbia trovato un’altra stabile dimora – e a usarlo come proprio. Insomma, l’eventuale addebito non toglie il diritto a ottenere l’assegnazione del tetto.
Non è tutto. Se ciò può lasciarti a bocca aperta aspetta a considerare il resto. Il marito dovrà lasciare alla donna – che lo ha abbandonato sul più bello – le chiavi della propria casa e, in più, dovrà versarle il mantenimento per provvedere ai figli. Da sottolineare che l’assegno è quello per i figli e non per l’ex coniuge che, avendo ricevuto l’addebito a causa dell’abbandono del tetto coniugale, non ha diritto a nulla per sé.
Ricordiamo che l’assegnazione della casa viene meno tutte le volte in cui l’ex moglie va a vivere altrove, ossia dimostra di non aver interesse all’immobile del marito per avere un’altra sistemazione. Il che può verificarsi sia prima che dopo l’aggiudicazione da parte del giudice.
Su tali punti si è pronunciata la Cassazione riconoscendo alla donna, nonostante l’addebito per la separazione, l’assegno di mantenimento per i figli che la stessa aveva peraltro portato via con sé, senza nello stesso tempo essere indagata per sottrazione di minore.
Respinte tutte le obiezioni proposte dal marito. Confermato il suo obbligo di versare alla moglie ben 2.500 euro al mese. Decisiva la valutazione delle differenti posizioni economiche: solida quella dell’uomo, precaria quella della donna.
Centrale è difatti, secondo i Giudici, la comparazione delle situazioni economiche dei due coniugi. Da un lato è emersa «la florida situazione» dell’uomo, che, sempre secondo i Giudici, ha «parzialmente occultato» le proprie disponibilità, non producendo «le ultime dichiarazioni dei redditi» e sottostimando «i redditi dell’azienda familiare», mentre, dall’altro lato, sono parse evidenti le difficoltà affrontate dalla donna. Ella, in particolare, ha raccontato di «avere perso l’unica fonte di reddito che derivava dall’attività svolta ‘in nero’ in favore del marito» e ha spiegato di «essere attualmente costretta a vivere nell’angusta abitazione della madre, insieme ai figli», che, invece, «hanno la legittima aspirazione di conservare, almeno tendenzialmente, il tenore di vita goduto» prima della separazione tra i genitori e «di disporre di una casa adeguata in cui risiedere insieme alla madre», casa che, osserva la donna, richiederebbe «il pagamento di un canone di locazione indicativamente quantificato in 1.500 euro mensili».
[1] Cass. sent. n. 21272/2018.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile, ordinanza 8 febbraio – 28 agosto 2018, n. 21272
Il Tribunale di Napoli ha dichiarato la separazione dei coniugi D.L. e N.Z. con addebito alla L., per abbandono, insieme ai due figli, della casa familiare e ha imposto, a carico del sig. N.Z. un assegno per il mantenimento dei figli pari a 1.000 euro mensili. La Corte di appello, confermando nel resto la decisione di primo grado ha elevato la misura di tale assegno sino a 2.500 euro mensili.
2. Ricorre per cassazione Z. affidandosi a quattro motivi di impugnazione: a) omessa pronuncia su una eccezione determinante ai fini della decisione. Violazione dell’art. 112 c.p.c. alla luce dell’art. 360 n. 4 c.p.c.; b) omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione fra le parti, ex art. 360 n. 5 c.p.c. in relazione all’art. 342 c.p.c.; c) violazione e falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c., in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.; d) violazione e falsa applicazione dell’art. 2932 c.c. in combinato disposto con gli artt. 155 c.c. prima della riforma di cui all’art. 5 del decreto legislativo n. 154 del 28 dicembre 2013 e altrimenti in combinato disposto con l’art. 377 ter c.c. e violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c. e in relazione all’art. 360 n. 3 c.p.c.
3. Si difende con controricorso D.L..
4. Con i primi tre motivi il ricorrente lamenta che la Corte di appello non ha pronunciato o comunque non ha di fatto esaminato e, in ogni caso, ha erroneamente deciso sulla sua eccezione di inammissibilità dell’appello ex art. 342 c.p.c.
5. I motivi sono infondati. La Corte di appello ha esplicitamente respinto l’eccezione di inammissibilità dell’appello sollevata dall’appellato e ha motivato tale rigetto in relazione alla specifica e chiara indicazione delle parti contestate della motivazione della decisione di primo grado e delle modiﬁche richieste alla ricostruzione del fatto nonché in relazione alle circostanze rilevanti da cui secondo l’appellante deriva la violazione di legge dedotta con riferimento ai capi della sentenza di primo grado impugnati. Dalla stessa lettura delle conclusioni dell’atto di appello, riportate nella parte espositiva della motivazione, risulta la correttezza di tale valutazione perché emerge chiaramente che la L. ha impugnato la sentenza di primo grado ritenendola non conforme ai parametri normativi e giurisprudenziali in materia di determinazione dell’assegno di mantenimento dei figli e sotto il profilo fattuale ha messo in rilievo che ella ha perso la unica fonte di reddito che derivava dall’attività svolta, “in nero”, in favore del marito, che è attualmente costretta a vivere nella angusta abitazione della madre insieme ai ﬁgli e che questi ultimi hanno la legittima aspirazione di conservare, almeno tendenzialmente, il tenore di vita goduto prima della separazione, quanto meno potendo disporre di una abitazione adeguata in cui risiedere insieme alla madre e per la quale si rende necessario il pagamento di un canone di locazione indicativamente quantificato in 1.500 euro mensili. Va pertanto escluso che la Corte di appello abbia omesso l’esame di fatti decisivi, peraltro non indicati dal ricorrente, ovvero che abbia reso una motivazione apparente o violato o falsamente applicato le disposizioni dell’art. 112 e 342 c.p.c.
6. Con il quarto motivo N.Z. deduce violazione di legge quanto alla decisione di elevare l’ammontare dell’assegno perché in violazione delle norme sull’assegno di mantenimento dei figli e sulla prova.
Rileva in particolare di aver costituito una nuova famiglia e di essere padre di due figli avuti dalla sua attuale partner. Contesta le argomentazioni della Corte di appello sulla disponibilità di una florida situazione economica e patrimoniale, che secondo la Corte territoriale sarebbe stata parzialmente occultata dall’odierno ricorrente, che non ha prodotto le ultime dichiarazioni dei redditi e ha dimostrato di sottostimare i redditi dell’azienda familiare, nonché sulla insufficienza dell’assegno di mantenimento dei figli così come determinato in primo grado.
7. Il motivo è inammissibile perché, nonostante sia formulato con la prospettazione di violazioni e false applicazioni di norme di legge, che sono rimaste del tutto generiche e non motivate, consiste in realtà in una contestazione delle valutazioni di merito compiute dalla Corte di appello secondo un iter motivazionale coerente e basato sulla ricostruzione del tenore di vita dei ﬁgli precedentemente alla separazione e sulla ricostruzione delle disponibilità economiche dei coniugi.
La Corte rigetta il ricorso, condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione liquidate in complessivi euro 4.100, di cui 100 per spese, oltre accessori di legge e spese forfettarie.