Source: http://orizzonte48.blogspot.com/2013/02/focus-3-costituzione-trattato-e.html
Timestamp: 2017-01-21 00:12:29+00:00
Document Index: 63692260

Matched Legal Cases: ['art.11', 'art.3', 'art.1', 'art.3', 'art.139', 'art.36', 'art.3', 'art.6', 'art.103', 'art.3', 'art.3']

Ma mi rendo conto che invece OCCORRE FARE UN PUNTO DI SINTESI COMPLESSIVA, LA PIU' NITIDA POSSIBILE (nei limiti delle mie facoltà...limitate): - un pò perchè i problemi sono complessi e non facilmente verificabili su un "testo" di riferimento;
Cercherò di dare però una indicazione "semplificante", ricavabile dai post già pubblicati. Avvertiamo comunque di un problema "ineliminabile" (che potrà consolare i non giuristi della difficoltà di cogliere il discorso quando diviene veramente significativo e non meramente "ripetitivo" della singola norma): la "scientificità" del diritto è affermata, peraltro alternativamente, sia sulla base della sua capacità di creare un "sistema" di proposizioni logicamente coerenti tra loro, capaci di fare delle norme dei "dati" (tendenzialmente) univoci ed armonizzati in questa coerenza necessitata, sia sulla base della sua attitudine "logico-ermeneutica" di porre e risolvere sempre e comunque "correttamente" i problemi che le norme sollevano. Pertanto, i discorsi "giuridici" sono sempre invariabilmente svolti sul piano del "meta-linguaggio", cioè esigono un rigore concettuale non immediatamente acquisibile e (si spera) frutto della conoscenza di secoli, se non millenni, di pensiero politico (quindi una conoscenza non affetta da inquietanti rimozioni e dimenticanze, come quella che aleggia in "europa").
Non per questo occorre però "rinunciare" a divulgare la corretta "lezione" del diritto, perchè alla fine, storicamente, dobbiamo sceglierne il significato che deriva dalla Storia e che abbiamo più volte menzionato su questo blog: il diritto, oggi, è, e può essere soltanto, uno strumento di garanzia della democrazia e, quindi, ha un contenuto indeclinabile di "giustizia", intesa come tutela dei valori sociali redistributivi che soli garantiscono la "eguaglianza sostanziale" dei soggetti appartenenti all'ordinamento democratico. E quindi il "loro" benessere. Che le cose stiano così discende dal fatto che la Costituzione italiana è, nelle sue linee essenziali, storiche e contenutistiche, "keynesiana" -e infatti abbiamo ipotizzato "Mortati come Keynes" in questo post , paragrafo 1. Quindi, c'è un dato normativo "super-primario" che correttamente assunto nel suo significato economico di sostanza, non può essere negato poi con uno strumento di diritto dei trattati, com'è appunto Maastricht-Lisbona, senza violare la Costituzione stessa, in specie gli artt. 11 e 139 Cost. Insomma, i vari "tecnici" devono prendere atto che la scelta Keynesiana ha valore fondativo-costituzionale, cioè è, nel suo complesso, riassuntiva dei diritti fondamentali inviolabili della Costituzione (se non si è capito, ditemelo e lo ripeto con altre parole).
c) il libro "La nuova costituzione economica" di Sabino Cassese, (Laterza, Roma-Bari, 2001), che, in modo sufficientemente neutrale, consente di analizzare, con una lodevole attenzione al substrato storico e macroeconomico, l'impatto di Maastricht (lo diciamo per semplificare) sulle norme costituzionali interne in materia economica. Aspetto non direttamente trattato da Mortati e che proprio alla luce delle cognizioni economiche determinate dall'irruzione dell'euro ci consente di capire un conflitto permanente tra Unione e Costituzione democratica, risolto, allo stato, con la "sterilizzazione" di fatto della seconda, al di fuori della procedura di revisione costituzionale e della relativa "riflessione"-consultazione coinvolgente l'intera comunità nazionale. 3- Molte altre cose sarebbero da dire sul punto appena trattato, ma occorrerebbe farlo con uno di quei lunghi libroni illeggibili che neppure gli specialisti e, più che altro, i "decidenti politici" si leggerebbero più...di questi tempi.
"La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale nè essere derogata dalle fonti pattizie di cui all'art.11. In essa sono inclusi tutti i principi fondamentali di cui agli articoli da 1 a 12 nonchè i principi organizzativi che ne assicurano la effettiva e inderogabile realizzazione. In nessun caso possono essere apportate modifiche alle restanti norme costituzionali se non per i fini di cui all'art.3 comma 2, e fatto comunque salvo il carattere solidaristico e fondato sul lavoro dell'ordinamento repubblicano democratico" 5- Ma ciò che importa aggiuntivamente sottolineare è che la stessa struttura della Costituzione italiana (che vale come modello "ottimale" di Costituzione, a buon diritto e merito dei nostri illuminati costituenti...e nonostante le "digressioni" di Benigni), porta a due conseguenze fondamentali:
"...se considerano il diritto al "lavoro", Draghi, Andreatta (a suo tempo) e Fornero, affermeranno che non c'è alcun obbligo preciso in Costituzione nonostante gli art.1 (fondamento "lavorista della Cost.) e 4 Cost (dir. al lavoro). E in effetti, non c'è una formulazione che metta in rapporto preciso il singolo con un'istituzione-competenza dello Stato e determini ciò che questo "debba" fare. Ma l'art.3, comma 2, invece, ci dice che TUTTA LA REPUBBLICA è obbligata a "promuovere" la uguaglianza sostanziale, "rimuovendo gli ostacoli...": se ne desume che, poichè i principi fondamentali sono inderogabili e non revisionabili (art.139 correttamente inteso), TUTTA LA REPUBBLICA DEVE AGIRE PERCHE' IL LAVORO -FONDAMENTO DEL PATTO SOCIALE- "NON DIMINUISCA" E SIA ADDIRITTURA SEMPRE MEGLIO RETRIBUITO (art.36 Cost. in relazione all'art.3). E quindi, per gli artt.11 e 139 Cost, come ho detto in un "lettissimo" post, nessun obbligo europeo può giungere a imporci obblighi che contraggano livello di occupazione e delle retribuzioni."
E questo per la semplice ragione che il trattato di Maastricht, come pure quello di Lisbona, non si rivolgono mai ai cittadini per individuarne degli interlocutori diretti: esistono solo enunciati rivolti alle istituzioni europee e agli Stati, ove i cittadini sono contemplati come "oggetti-destinatari", invariabilmente nel "bilanciamento-prevalenza" degli interessi di altri principali destinatari, tendenzialmente le imprese, e, dunque, i cittadini non sono mai diretti titolari di prerogative. Dunque i trattati affidano, in qualità di "agenti", le loro "proposizioni" di principio agli Stati e alle istituzioni europee, cioè a un tipo di disciplina che, vedendo nella organizzazione multistatale e negli Stati i suoi tipici "soggetti di diritto", rimane, checchè ne dicano gli esponenti della sua governance, compresa la Corte europea, sul piano del diritto internazionale. Un diritto, cioè, che vede la soggettività (anche in senso sintattico delle norme) fare capo agli Stati e, a certe condizioni, alle organizzazione tra essi cui gli stessi "possono" dare vita.
La Corte costituzionale tedesca, a partire dalla pronunzia sul Trattato di Lisbona del 30 giugno 2009, ritiene la “identità costituzionale” tedesca (specialmente i diritti fondamentali e i principi base di organizzazione, ma anche gli obiettivi di “pace” propri dello Stato)…e la stessa “integrazione europea” costituzionalmente sancita, come superiori ad ogni fonte europea,….riconoscendo però alla “norma primaria europea” (trattati ndr.) un rango superiore al resto delle norme costituzionali (e primarie) tedesche- eccettuate le politiche estera e di sicurezza UE, che hanno il rango di semplice diritto internazionale (cioè non “ultraprimario” e “para-costituzionale” come il resto dei trattati UE, ndr.). Secondo il principio fondamentale n.3 del pronunciamento su Lisbona, l’attuazione del diritto europeo deve lasciare “sufficiente” spazio i “diritti umani universali” in quanto di rango superiore".
8- Ciò conferma, se ce ne fosse bisogno, che i trattati nulla più dicono di quanto sarebbe stato implicitamente "obbligatorio" anche in assenza dell'art.6 stesso: cioè che gli Stati (membri) devono rispettare i diritti universali, ovvero fondamentali, essendovi già obbligati per le rispettive Costituzioni e, nel caso alla CEDU, per il vincolo di adesione, proprio del diritto internazionale pattizio e del tutto autonomo dai trattati UE. L'unica novità è che l'Unione "aderisce" alla stessa CEDU, ma all'interno di previsioni che si muovono, senza dubbio, nell'ambito del diritto internazionale e senza "estensione di competenze", la cui ripartizione in sè definisce la parte essenziale del trattato, rendendo la questione dei diritti fondamentali, in pratica, ininfluente.
Ciò, in definitiva, significa tutt'al più che l'Unione - e gli Stati membri- sono soggetti allo jus cogens, dato che non aggiunge nulla nè agli obblighi gravanti sugli Stati aderenti ai vari trattati sui "diritti", nè al fatto che lo jus cogens è considerato, sulla base della prassi formatasi in applicazione dell'art.103 della Carta ONU, una superiore norma consuetudinaria di diritto internazionale, applicabile pacificamente anche al di fuori del suo espresso richiamo in un trattato. Insomma nessuna delle caratteristiche di una Costituzione democratica moderna sono proprie del tipo di enunciati racchiusi nei trattati.
Non sono individuabili, in primo luogo, principi-fine che definiscano il titolare della sovranità nel popolo (tratto minimo essenziale della democrazia) e ne vincolino le istituzioni alla costante realizzazione: esistono piuttosto delle finalità "enfatiche" che, nel loro complesso di gran lunga prevalente, rispondono a una ideologia economica peculiare, e quindi riguardano il tipo di politica economica che gli Stati si vincolano a realizzare. E questa ideologia, qui più volte esaminata, non solo tende esplicitamente a limitare/sopprimere gli interventi dello Stato, ma si rende, in partenza, incompatibile con "diritti fondamentali" che la stessa ideologia economica riduce a ostacoli semmai da sopprimere.
Tant'è che l'Unione, finalmente "rivelando" il propio ruolo attivo, "instaura" un mercato interno e si "adopera" per lo "sviluppo sostenibile" basato sulla "stabilità dei prezzi e un'economia sociale di mercato fortemente competitiva" (art.3, par.3), che, attenzione, "mira alla piena occupazione". Cioè non ritiene quest'ultima un obiettivo da perseguire attivamente ("instaurando" e "adoperandosi" in tal senso), ma, distinguendo con "nonchalance", lo vede come un "effetto" intrinseco, un corollario complementare che, nelle note teorie economiche, si accompagnerebbe alla forte competizione ed alla stabilità dei prezzi!
Si potrebbero citare anche i seguenti simili enunciati dell'art.3, par.3, ma rimane un piccolo particolare: tutte queste "belle" parole non sono poi seguite da previsioni organizzative "stringenti" nel successivo "trattato sul funzionamento dell'Unione" -come quelle che prevedono i compiti dei vari consigli e della commissione nel perseguire il coordinamento di questo o quell'aspetto della politica economica. Cioè non ci sono priorità di azione e relativi organi UE che si facciano programmaticamente carico di questi obiettivi, in modo significativo e "attualizzabile", proprio perchè si tratta sempre e comunque di azioni che pongono capo a "direttive" e risoluzioni" affidate alla realizzazione degli Stati con l'imprinting dell'inutile Parlamento UE. E come constatiamo ogni giorno di più, nella gran confusione di un trattato deliberatamente illeggibile, si tratta sostanzialmente di azioni "dimostrative", pur sempre subordinate alla realizzazione di "un'economia sociale di mercato fortemente competitiva" e alla "stabilità dei prezzi".
Una operazione interpretativa di buona fede può inchiodare cioè il trattato alla sua stessa studiata ambiguità, per ravvisarvi un concetto keynesiano di piena occupazione, dotata perciò di centralità rispetto alla concezione di "equilibrio del sistema": ma sostenere ciò con successo equivarrebbe a un tale mutamento politico-ideologico che sarebbe più facile pervenire a un mutamento radicale del contenuto stesso dei trattati. Piuttosto che all'adesione ad una diversa interpretazione giuridica, dotata di "giustizia" nel senso precisato nel post "La fine dell'euro: giustizia nel diritto e visione UE", sarà più probabile assistere alla dissoluzione-implosione, sotto i colpi della "inattendibilità" della sua stessa ideologia economica, dell'ambigua dissimulazione di ideologia contenuta nei trattati, restauratori maldestri del capitalismo intransigente anteriore alla crisi del 1929.
Neri2 febbraio 2013 09:39Ha l'aria di essere un "post piattaforma" (io sto cercando di arrampicarmi fino alla cima sfruttando un appiglio dietro l'altro...).Ma un commento ce l'ho già, assai banale : il meglio è nemico del bene (in fin dei conti AlCapone fu incriminato per evasione fiscale). Intanto arricchirà tutti noi operare per : «... sostenere ciò con successo equivarrebbe a un tale mutamento politico-ideologico che sarebbe più facile pervenire a un mutamento radicale del contenuto stesso dei trattati. »RispondiEliminaRisposteQuarantotto2 febbraio 2013 09:51Più che un post piattaforma è un post di "scudo" e affilatura...Non se ne può proprio più di sostenitori dell'UE-UEM (che non hanno letto e/o capito il trattato) che accusano chi difende veramente la democrazia dall'europa di fare il gioco di "b". Hai ben colto il paradosso finale: è la radice giuridico-economica dell'ipotesi frattalica :-)EliminaRispondisandra moro3 febbraio 2013 11:52Io ho colto:) la portata di questo post, seppur limitato nella sintesi*: tutti i punti salienti delle analisi precedenti sono esposti chiaramente. Volendo estrapolare un punto essenziale o file rouge che mi ha particolarmente colpito, scelgo questo:"Insomma nessuna delle caratteristiche di una Costituzione democratica moderna sono proprie del tipo di enunciati racchiusi nei trattati.Non sono individuabili, in primo luogo, principi-fine che definiscano il titolare della sovranità nel popolo (tratto minimo essenziale della democrazia) e ne vincolino le istituzioni alla costante realizzazione: esistono piuttosto delle finalità "enfatiche" che, nel loro complesso di gran lunga prevalente, rispondono a una ideologia economica peculiare, e quindi riguardano il tipo di politica economica che gli Stati si vincolano a realizzare. E questa ideologia, qui più volte esaminata, non solo tende esplicitamente a limitare/sopprimere gli interventi dello Stato, ma si rende, in partenza, incompatibile con "diritti fondamentali" che la stessa ideologia economica riduce a ostacoli semmai da sopprimere."*sherzavo:))sintesi impeccabile.RispondiEliminaRisposteQuarantotto3 febbraio 2013 12:19Non dubitavo che avresti colto...E in fondo non era proprio una sintesi (di me stesso),ma uno sviluppo-esplicitazione di una conclusione che (per timidezza? Incultura economica?) si stenta ad assumere, in Italia. Non parliamo poi di diffonderla...Ma per questo ci siete VOI :-)EliminaRispondimauropoggi3 febbraio 2013 20:03Caro 48, un grande lavoro di sintesi, davvero prezioso per orientarmi.RispondiEliminaRisposteQuarantotto3 febbraio 2013 23:26E ti ringrazio perchè è dedicato proprio a quelli che mi avevano variamente sollecitato un "orientamento" di fronte a segnali "disorientanti" :-)EliminaRispondiAggiungi commentoCarica altro...