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Timestamp: 2017-08-19 18:44:58+00:00
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JUS & LAW: Corte Costituzionale sentenza 17.12.2010 n° 359 indigenza del clandestino causa di giustificazione per la condotta di cui all'art 14 co. 5 ter
Corte Costituzionale sentenza 17.12.2010 n° 359 indigenza del clandestino causa di giustificazione per la condotta di cui all'art 14 co. 5 ter
Straniero gravemente indigente: la permanenza illegittima in Italia è giustificata
Corte Costituzionale , sentenza 17.12.2010 n° 359 (Antonia Quartarella)
Il grave stato di indigenza giustifica la permanenza illegittima dello straniero sul territorio nazionale.
Lo ha stabilito la Corte Costituzionale con la sentenza 13-17 dicembre 2010, n. 359 con la quale è intervenuta, ancora una volta, a picconare l’impianto del D.lgs. 286/1998, meglio noto come legge Bossi-Fini, così come da ultimo modificata dalle “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica” del 15 luglio 2009, Legge n. 94.
La Consulta, si ricorderà, era già intervenuta questa estate con la sentenza n. 249 dell’8 luglio 2010, a dichiarare l’illegittimità costituzionale della c.d. aggravante della clandestinità, ex art. 61 n. 11bis c.p., che prevedeva un aumento di 1/3 della pena per i reati commessi dallo straniero, che si fosse trovato illegalmente sul territorio nazionale al momento della sua commissione.
In quella occasione, la Corte aveva affermato che i diritti inviolabili dell’uomo spettano “ai singoli non in quanto partecipi di una determinata comunità politica, ma in quanto esseri umani”, sicché “la condizione giuridica dello straniero non [può] né [deve] essere considerata come causa ammissibile di trattamenti diversificati e peggiorativi, specie nell’ambito del diritto penale, che più direttamente è connesso alle libertà fondamentali della persona, salvaguardate dalla Costituzione con le garanzie contenute negli artt. 24 e seguenti, che regolano la posizione dei singoli nei confronti del potere punitivo dello Stato. Il rigoroso rispetto dei diritti inviolabili implica l’illegittimità di trattamenti penali più severi fondati su qualità personali dei soggetti che derivino dal precedente compimento di atti del tutto estranei al fatto-reato, introducendo così una responsabilità penale d’autore in aperta violazione del principio di offensività”. Il principio di uguaglianza di cui all’art. 3 Cost., inoltre, impone al legislatore di assicurare che le condizioni sociali e personali di ciascuno non siano in qualche modo ostacolo o addirittura impedimento al riconoscimento della pari dignità di tutti gli individui dinanzi alla legge.
Aveva, pertanto, concluso per la declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 61 n. 11bis c.p. – introdotto dal primo pacchetto sicurezza D.L. n. 92/2008 (conv. Legge n. 125/2008) – e, in via conseguenziale, dell’art. 1 comma 1 Legge n. 94/2009, che aveva interpretato autenticamente la previsione normativa de qua, riservandone l'applicazione ai soli cittadini di paesi non appartenenti all’UE ed agli apolidi.
Con la sentenza 13-17 dicembre 2010, n. 359, invece, la Corte è stata chiamata a valutare la compatibilità, con i principi della Carta fondamentale, dell’art. 14, comma 5quater D.lgs. 286/1998, come modificato dall’art. 1 co. 22 lettera m) Legge n. 94/2009, secondo cui “Lo straniero destinatario del provvedimento di espulsione di cui al comma 5ter e di un nuovo ordine di allontanamento di cui al comma 5bis, che continua a permanere illegalmente nel territorio dello Stato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Si applicano, in ogni caso, le disposizioni di cui al comma 5-ter, terzo e ultimo periodo”.
Invero, sulla questione la Consulta si era già pronunciata con l'ordinanza n. 41 del 9/2/2009. Il Tribunale di Ivrea – in riferimento agli artt. 3 e 27, terzo comma, della Costituzione – aveva posto la questione di legittimità costituzionale dell'art. 14 co. 5quater D.lgs. n. 286/1998, come sostituito dal D.L. n. 241/2004, "Disposizioni urgenti in materia di immigrazione" (convertito con modificazioni nella Legge n. 271/2004), nella parte in cui, nel configurare come delitto la condotta dello straniero che veniva trovato nel territorio dello Stato dopo esserne stato espulso, ai sensi del precedente comma 5ter, non conteneva la clausola "senza giustificato motivo".
Nell'ordinanza di rimessione, il giudice a quo aveva prospettato il contrasto della norma con il principio di uguaglianza, ex art. 3 cost., e con quello della finalità rieducativa della pena, ex art. 27 cost., in quanto, irragionevolmente, il legislatore aveva previsto il "giustificato motivo" con riferimento al reato di cui al co. 5 ter art. 14, D.lgs. 286 (violazione dell'ordine di allontanamento impartito dal questore) e non anche con riguardo a quello di cui al successivo co. 5quater (rinvenimento sul territorio dello Stato dello straniero già espulso).
La Corte Costituzionale aveva, tuttavia, ritenuto non fondata la questione prospettata, perché "le scelte legislative aventi ad oggetto la configurazione delle fattispecie criminose e il relativo trattamento sanzionatorio sono censurabili, in sede di sindacato di costituzionalità, solo nel caso in cui la discrezionalità sia stata esercitata in modo manifestamente irragionevole". "Secondo la giurisprudenza costituzionale consolidata, il raffronto tra fattispecie normative, finalizzato a verificare la ragionevolezza delle scelte legislative, deve avere ad oggetto fattispecie omogenee, risultando altrimenti improponibile la stessa comparazione". Nel caso oggetto di analisi, le fattispecie di reato erano in tutta evidenza eterogenee, essendo censurato nella prima un comportamento omissivo – l'indebita osservanza dell'ordine di allontanamento del questore – e nella seconda un comportamento commissivo – il reingresso nel territorio nazionale dopo l'avvenuta espulsione, con accompagnamento coattivo alla frontiera – dotato di maggiore offensività, perché vanificava gli effetti dell'attività amministrativa e giudiziale culminata con l'allontanamento.
Secondo la Corte, la ratio sottesa al riconoscimento dell'efficacia giustificativa a situazioni ostative diverse dalle esimenti codificate dal legislatore, per il solo reato di cui al co. 5ter art. 14, andava rintracciata nella peculiarità dell'espulsione ivi contemplata, la cui esecuzione era affidata alla buona volontà dello straniero.
La mancata previsione di simile "clausola di salvezza" anche per il reato di cui al co. 5quater art. 14, invece, non poteva dirsi manifestamente irragionevole, atteso che in quest'ultima ipotesi lo straniero già espulso si era attivato per fare nuovamente ingresso nel territorio nazionale. La condizione dello straniero già espulso, il quale intendeva fare rientro nel territorio nazionale, era tutelata da norme ad hoc, che, in presenza di specifici e tassativi motivi, consentivano di ottenere la relativa autorizzazione: "in presenza di ragioni di tale cogenza da non consentire l'attesa connessa al procedimento di autorizzazione, risulterà verosimilmente integrata una delle cause di giustificazione ordinarie, con conseguente esclusione della rilevanza penale della condotta". Ergo solo in presenza di cause di giustificazione già codificate dal legislatore lo straniero che avesse fatto reingresso nel territorio italiano dopo l'espulsione sarebbe andato esente da responsabilità penale per il reato di cui al co. 5quater art. 14.
Una nuova occasione per ritornare sull'art. 14, D.lgs. n. 286/1998 viene fornita dal Tribunale di Voghera, che, con ordinanza dell’8/1/2010, solleva la questione di legittimità costituzionale dell'art. 14 co. 5quater TU Immigrazione, così come modificato dal D.L. n. 92/2008: "Lo straniero destinatario del provvedimento di espulsione di cui al comma 5ter e di un nuovo ordine di allontanamento di cui al comma 5bis, che continua a permanere illegalmente nel territorio dello Stato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. Si applicano, in ogni caso, le disposizioni di cui al comma 5ter, terzo e ultimo periodo". La norma impugnata prevede un aumento di pena per lo straniero che non abbia ottemperato ad un precedente ordine di allontanamento e continui a permanere sul territorio nazionale. Pur nell'identità materiale della condotta rispetto al reato di cui al precedente co. 5ter1, il co. 5quater non reca alcun cenno alla causa esimente ivi contemplata del "giustificato motivo".
Il Tribunale paventa la violazione degli artt. 2, 3 co. 1, 25 co. 2 e 27 Cost., nella parte in cui l'art. 14 co. 5quater D.lgs. n. 286/1998 non esclude, in presenza di un "giustificato motivo", la punibilità dello straniero che permane sul territorio nazionale, pur essendo stato già colpito da un ordine di allontanamento. In particolare, a suo avviso, la norma violerebbe il principio di solidarietà, perché la relativa previsione incriminatrice colpirebbe la condizione sociale dell’essere cittadino straniero migrante; sarebbe in contrasto con il principio di uguaglianza, per l’ingiustificata difformità di trattamento introdotta rispetto alla previsione di cui al precedente comma 5ter, ove la punibilità dell’inottemperanza all’ordine di allontanamento è esclusa in presenza di un giustificato motivo; colliderebbe con gli artt. 25 co. 2 e 27 Cost., perché la punizione di fatti commessi in presenza di un "giustificato motivo" contrasterebbe con i principii di offensività e di personalità della responsabilità penale.
La Consulta, in piena coerenza con il discorso condotto nell'ordinanza n. 41/2009 e nella sentenza n. 249/2010, accoglie i rilievi del giudice a quo. La clausola del «giustificato motivo», dice la Corte, è una "valvola di sicurezza” del meccanismo repressivo; impedisce l'applicazione della pena, quando, pur in mancanza di cause di giustificazione codificate dal legislatore, l’osservanza del precetto penale sia concretamente “inesigibile” per ragioni ostative a carattere soggettivo od oggettivo. A titolo esemplificativo, si possono ritenere integranti gli estremi del "giustificato motivo" le ipotesi di estrema indigenza, indisponibilità di un vettore o di altro mezzo di trasporto idoneo. Ora, come già precisato nella sentenza n. 250/2010, la previsione del "giustificato motivo" non è indispensabile al fine di assicurare la conformità al principio di colpevolezza di ogni reato in materia di immigrazione. La sua essenzialità, dunque, va vagliata caso per caso. Nell'ipotesi che ci occupa, però, la Corte Costituzionale ritiene imprescindibile il richiamo alla clausola di salvezza, in virtù del fatto che "una volta inserita tale clausola in riferimento ad una data condotta (co.5ter art. 14, D.lgs. n. 286/1998), la circostanza che il «giustificato motivo» sia riscontrabile in plurime occasioni o venga in evidenza per la prima volta in seguito ad un successivo ordine (co. 5quater art. 14 D.lgs. n. 286/1998), non muta la sua attitudine, a parità di condizioni, ad escludere la rilevanza penale del comportamento dell’inosservante. Se una particolare situazione è tale da giustificare il mancato allontanamento entro cinque giorni, non si vede perché la considerazione giuridica della stessa debba mutare radicalmente per il semplice fatto che la situazione permanga, si ripresenti o insorga in occasione di un successivo ordine di allontanamento.Inibire al giudice di valutare se le ragioni addotte dall’interessato possano rientrare nella previsione legislativa, significa ritenere il comportamento assolutamente ingiustificabile ex lege, per il semplice fatto che la situazione ostativa venga allegata a seguito di un successivo ordine di allontanamento, con la conseguenza di far ridondare sulla stessa configurabilità del reato valutazioni che – secondo la discrezionalità del legislatore – possono semmai incidere sulla maggiore o minore severità della pena". Le condotte di cui all'art. 14 commi 5ter e 5quater si differenziano solo per la reiterazione dell’ordine di allontanamento rimasto inosservato da parte dello straniero. Tale circostanza, però, lascia immutate le ragioni che hanno indotto il legislatore ad attenuare, in presenza di date situazioni, il rigore della norma penale. "Un estremo stato di indigenza, che abbia di fatto impedito l’osservanza dell’ordine del questore nello stretto termine di cinque giorni, non diventa superabile o irrilevante perché permanente nel tempo o perché insorto o riconosciuto in una occasione successiva. Il rimedio ordinario previsto dalla legge per la presenza illegale nel territorio dello Stato del destinatario di un provvedimento di espulsione – occorre ricordarlo – è l’esecuzione coattiva del provvedimento stesso. In assenza di tale misura amministrativa, l’affidamento dell’esecuzione allo stesso soggetto destinatario del provvedimento incontra i limiti e le difficoltà dovuti alle possibilità pratiche dei singoli soggetti", che, "in un ragionevole bilanciamento tra l’interesse pubblico all’osservanza dei provvedimenti dell’autorità, in tema di controllo dell’immigrazione illegale, e l’insopprimibile tutela della persona umana", non possono essere considerate rilevanti nella fattispecie di cui al comma 5ter ed irrilevanti in quella di cui al comma 5quater, senza incorrere nella violazione dell’art. 3 Cost..
(Altalex, 20 dicembre 2010. Nota di Antonia Quartarella)
1 Art. 14 comma 5ter, D.Lgs. n. 286/1998: "Lo straniero che senza giustificato motivo permane illegalmente nel territorio dello Stato, in violazione dell’ordine impartito dal questore ai sensi del comma 5bis è punito con la reclusione da uno a quattro anni se l’espulsione o il respingimento sono stati disposti per ingresso illegale nel territorio nazionale ai sensi dell’articolo 13, comma 2, lettere a) e c), ovvero per non aver richiesto il permesso di soggiorno o non aver dichiarato la propria presenza nel territorio dello Stato nel termine prescritto in assenza di cause di forza maggiore, ovvero per essere stato il permesso revocato o annullato. Si applica la pena della reclusione da sei mesi ad un anno se l’espulsione è stata disposta perché il permesso di soggiorno è scaduto da più di sessanta giorni e non ne è stato richiesto il rinnovo, ovvero se la richiesta del titolo di soggiorno è stata rifiutata, ovvero se lo straniero si è trattenuto nel territorio dello Stato in violazione dell’articolo 1 comma 3 della legge 28 maggio 2007, n. 68". immigrazione permanenza illegittima straniero indigente Antonia Quartarella
Sentenza 13-17 dicembre 2010, n. 359
Depositata in Cancelleria il 17 dicembre 2010
dal sito web http://www.altalex.com/index.php?idnot=12601
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