Source: https://pcifederazionevarese.wordpress.com/due-proposte-di-legge-costituzionale-per-due-referendum-contro-lunione-europea-e-i-suoi-trattati/
Timestamp: 2020-01-27 00:48:38+00:00
Document Index: 107657470

Matched Legal Cases: ['art.75', 'art.138', 'art.132', 'art. 81', 'art.81', 'sentenza ']

REFERENDUM CONTRO L’UE E I SUOI TRATTATI | Partito Comunista Italiano Federazione di Varese
Lo scorso venerdì 6 aprile è stata presentata presso la Corte di Cassazione a Roma la proposta di Legge costituzionale di iniziativa popolare (ALLEGATO 1) con cui si chiede la possibilità di celebrare un referendum consultivo o di indirizzo in merito all’adesione o meno del nostro Paese ai Trattati europei. Presentatori della proposta, oltre al Partito Comunista Italiano, sono altri soggetti componenti la piattaforma Eurostop tra cui l’Unione Sindacale di Base, la Rete dei Comunisti, Risorgimento Italiano. Come è noto, la nostra Costituzione riconosce esplicitamente la possibilità di referendum abrogativi (art.75), costituzionali (art.138) e territoriali (art.132) ma non prevede quella di referendum consultivi. Tuttavia esiste il precedente di un referendum consultivo che fu tenuto il 18 giugno del 1989 per verificare la volontà dei cittadini italiani in merito al conferimento o meno di un ipotetico mandato costituente al Parlamento europeo e che fu reso appunto possibile dalla preventiva approvazione di una legge ad hoc che lo consentisse. E’ precisamente questa la strada scelta dai presentatori dell’attuale proposta di legge.
Ora vi sono 6 mesi di tempo per raccogliere almeno 50 mila firme da portare alle due Camere per la relativa discussione parlamentare. Ovunque siamo presenti sul territorio nazionale, dovremo quindi attrezzarci con gazebo e banchetti per la suddetta raccolta, organizzandoci da soli o assieme agli altri soggetti impegnati nell’iniziativa, in ogni caso con il nome e il simbolo del nostro partito. In accordo con gli altri componenti di Eurostop si è pensato ad un lancio coordinato nazionalmente per i prossimi 25 aprile e 1° maggio (il tutto da confermare a stretto giro di tempo). Presso i banchetti, oltre a firmare per questa proposta di legge, sarà chiesto ai cittadini di apporre la loro firma anche sulla proposta di Legge per l’indizione di un secondo referendum, gemello del primo (ALLEGATO 2) – proposta già presentata dal Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (referenti: Alfiero Grandi, Domenico Gallo, Franco Russo) – con cui si chiede la riscrittura dell’art. 81 del testo costituzionale e la conseguente eliminazione dal testo medesimo del famigerato “pareggio di bilancio”. Va ricordato che in data 17 aprile 2012 un ddl costituzionale promosse l’attuale versione “riformata” dell’art.81, grazie a cui è stata immessa in Costituzione una concezione dell’equilibrio di bilancio (perorata da Bruxelles) ragionieristica e contraria agli interessi delle classi popolari, centrata sui tagli alla spesa pubblica (in particolare alla spesa sociale). Tale ddl fu sciaguratamente approvato in seconda lettura col voto unanime di Pd, Pdl e Terzo Polo (e con l’astensione della Lega Nord): un voto con il quale il Pd, che aveva già abbandonato Marx alla “critica roditrice dei topi”, ha deciso di gettare alle ortiche anche il riformismo di lord Keynes.
Certo, non si può essere troppo ottimisti sull’esito della discussione parlamentare. Purtroppo non siamo in Parlamento; né possiamo dire che vi sia lì una maggioranza di soggetti politici in sintonia con queste nostre proposte di legge. Anzi, troveremo più di una voce dichiaratamente ostile. Tuttavia è importante che, nello specifico, costoro si pronuncino ufficializzando formalmente la loro opposizione. Ed ancora più importante è che altre voci escano dall’ambiguità dietro cui si sono fino ad ora mimetizzate e dichiarino senza equivoci la loro opinione. Noi avremo il compito di seguire con attenzione gli eventi e contribuire a renderli noti a quanti si fossero distratti, avendo tra l’altro utilizzato i mesi della raccolta di firme per far conoscere nel merito la posizione del Partito Comunista Italiano e per spiegarne nel dettaglio le ragioni.
Del resto, il giudizio del Partito Comunista Italiano sull’Unione Europea e le sue politiche è stato espresso e argomentato con chiarezza sin dall’assemblea costituente bolognese, ove in plenaria si discusse e si votò nel merito. Successivamente, a fine 2016, su mandato unanime della Segreteria nazionale fu costituito un gruppo di lavoro che si incaricò di proseguire e articolare la discussione sui temi europei, fino a produrre un documento (Il Partito Comunista Italiano e la questione europea, ALLEGATO 3) che fu presentato l’8 gennaio 2017 al Comitato Centrale del partito ed ivi discusso e approvato. In connessione con ciò, tra il 2016 e il 2017 il Pci ha promosso sul tema dell’Unione europea e dell’euro due importanti incontri nazionali e internazionali, svoltisi a Roma con l’autorevole presenza di economisti e rappresentanti di partiti comunisti europei, cogliendo in tali circostanze l’occasione per ribadire le proprie posizioni nel quadro di un confronto costruttivo e di lunga prospettiva politica. Nella nota di presentazione del citato documento approvato dal Comitato Centrale si può leggere quanto segue:
“Con questo documento il PCI trae coerentemente le conseguenze politiche dal giudizio radicalmente negativo sull’Unione Europea e sull’area monetaria da questa inaugurata nonché dalla loro sperimentata irriformabilità: conseguenze che dunque vanno a qualificare la linea politica praticata in ambito nazionale e sostenuta nel confronto con gli altri partiti comunisti e le forze della sinistra di classe continentale. Un tale netto giudizio è sostenuto dall’analisi dei dati concernenti l’economia italiana e quella dei Paesi dell’Eurozona nell’arco degli ultimi tre decenni, dai quali si evince senza possibilità di dubbio l’inesorabile arretramento dell’economia del nostro Paese (e, specificamente, delle condizioni di vita del grosso della popolazione) nel quadro di una progressiva divaricazione tra le economie dei Paesi centrali (Germania in testa) e quelle dei Paesi cosiddetti periferici, a tutto danno di questi ultimi. La crisi capitalistica, dal 2008 in poi, ha certamente accentuato un tale regresso, il quale tuttavia ha iniziato a far sentire i suoi effetti con l’inaugurazione dell’Unione Europea e della sua moneta unica. L’Unione europea, lungi dall’essere una soluzione, si è dimostrata per le lavoratrici e i lavoratori italiani il problema; al cuore di tale problema, sta il sistema (l’insieme delle regole) dell’euro (…) Le politiche dell’Ue non sono l’espressione di errori ma di un consapevole orientamento di classe e antipopolare, teso a cercare un equilibrio che tuteli innanzitutto gli interessi della parte egemone del capitale finanziario continentale e, sul piano delle relazioni tra Stati, gli interessi dei creditori. In tale rigido mandato si riassume l’irriformabilità dell’Unione e dei suoi Trattati e la funzione non meramente tecnica ma politicamente costituente della moneta unica e delle sue regole (da Maastricht in poi). Una volta stabilita l’impraticabilità di una strada – la non riformabilità dell’Ue e la necessità di superamento dell’euro – si tratta di costruire una strada alternativa; o, per meglio dire, di contribuire con urgenza alla sua costruzione assieme alle forze politiche italiane ed europee che condividano un tale orientamento di fondo. A partire dai partiti comunisti. Quel che non si può fare è sancire che una strada è sbarrata e poi fermarsi qui, restando a bagnomaria nell’incapacità di offrire una soluzione alternativa e lasciando che altri (le destre) occupino il relativo vuoto politico.”
E’ passato oltre un anno dalla pubblicazione di questo documento e la situazione per le classi popolari del nostro Paese non è affatto migliorata (in termini di occupazione, redditi ecc), nonostante l’enfasi posta in questi giorni dai media sugli assai flebili segnali di ripresa produttiva. Né sembra cambiata la sostanza dell’orientamento in base al quale fu a suo tempo varato il regolamento 1466/97 che – in vista dell’introduzione della moneta unica, avvenuta il 1 gennaio 1999 – prescriveva ai governi dell’Eurozona la parità di bilancio (cioè: possibilità di indebitamento uguale a zero). Una prescrizione che Giuseppe Guarino, classe 1922, giurista e docente emerito di diritto pubblico, ex ministro delle Finanze e dell’Industria, giudicò e continua a giudicare un “vero e proprio golpe”. Invero, è attualmente in corso un dibattito all’interno dell’esecutivo dell’Ue concernente la titolarità del controllo sui conti pubblici dei singoli Stati e l’entità dei vincoli da imporre per la concessione di margini di flessibilità che possano favorire la crescita economica: qui si gioca la possibilità di “sconti” sui vincoli al bilancio pubblico che Bruxelles sta trattando ad esempio con l’Italia, ma tutto nel quadro di una continuità nell’applicazione dei “principi fondamentali” che ispirano la governance dell’Ue. In effetti, a Bruxelles si discute su come procedere ad ulteriori trasferimenti a livello europeo di pezzi di sovranità nazionale e controllo delle regole fiscali, irrobustendo la centralizzazione delle decisioni attraverso la nomina di un Ministro europeo dell’euro o anche solo rafforzando il ruolo di monitoraggio e la dotazione finanziaria del Meccanismo Europeo di Stabilità (Esm). Lo scopo non è cambiato: per usare le parole dell’ex Ministro delle Finanze tedesco e attuale Presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, “sulla base del monitoraggio del Patto di Stabilità e Crescita e dei rischi dei singoli Paesi, fornire un sostegno finanziario temporaneo a condizione di riforme rigorose”. Non si tratta insomma di trasferimenti ordinari di risorse all’interno dell’Eurozona (come avviene normalmente tra regioni di uno Stato effettivamente tale) ma di interventi sui “Paesi in grave difficoltà” in cambio di “riforme strutturali”. E’ precisamente la ricetta che ha ridotto alla fame il grosso della popolazione greca e permesso di ripagare le banche tedesche e francesi, creditrici nei confronti del Paese ellenico. Di mutualizzazione del debito, ovviamente, neanche a parlarne.
Per fortuna in Europa, sui temi suddetti, la disfatta socialista non ha lasciato il campo unicamente alle destre. In Francia ad esempio France Insoumise – il rassemblement che a sinistra si è raccolto attorno a Jean-Luc Melénchon – ha posto in cima al suo programma un giudizio chiaro sull’Unione europea e la sua moneta unica, prefigurando un percorso di possibile affrancamento articolato in due tappe: un Piano A e un Piano B. Ne riproduciamo per conoscenza il relativo testo (ALLEGATO 4). Il Pci è impegnato a condurre anche nel nostro Paese una battaglia politica che giudica prioritaria.
P.S.: In questi giorni saranno resi disponibili in rete i verbali relativi alle due raccolte di firme.
Indizione di un referendum di indirizzo sulla denuncia dei Trattati dell’Unione Europea
Il Presidente della Repubblica, su deliberazione del Consiglio dei Ministri, indice un referendum per il giorno delle elezioni dei rappresentanti del Parlamento europeo, avente per oggetto i quesiti indicati nell’articolo 2.
Hanno diritto di voto tutti i cittadini che, alla data di svolgimento del referendum, abbiano compiuto il diciottesimo anno di età e che siano iscritti nelle liste elettorali del comune, a norma delle disposizioni contenute nel testo unico approvato con decreto del Presidente della Repubblica 20 marzo 1967, n. 223, e successive modificazioni ed integrazioni.
La propaganda relativa allo svolgimento del referendum previsto dalla presente legge costituzionale è disciplinata dalle disposizioni contenute nelle leggi 4 aprile 1956, n. 212, 24 aprile 1975, n. 130, nonché nell’articolo 52 della legge 25 maggio 1970, n. 352, come modificato dall’articolo 3 della legge 22 maggio 1978, n. 199.
Le facoltà riconosciute dalle disposizioni vigenti ai partiti o gruppi politici rappresentati in Parlamento e ai comitati promotori di referendum sono estese anche agli enti e alle associazioni aventi rilevanza nazionale o che comunque operino in almeno due regioni e che abbiano interesse positivo o negativo verso la formazione dell’unità europea e il sostegno e la promozione dell’Europa comunitaria. Tali enti e associazioni sono individuati, a richiesta dei medesimi, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri di concerto con il Ministro dell’interno, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge costituzionale.
La commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi formula gli indirizzi atti a garantire ai partiti, enti ed associazioni di cui al comma 2 la partecipazione alle trasmissioni radiotelevisive dedicate alla illustrazione del quesito referendario, entro i termini stabiliti per l’elezione dei rappresentanti del Parlamento europeo.
(Qui di seguito presentiamo la trascrizione della relazione introduttiva di Bruno Steri alla prima riunione del gruppo di lavoro su Unione europea ed euro, tenutasi lo scorso 19 novembre, integrata con i contributi dei compagni presenti. Erano presenti alla riunione: Mauro Alboresi, Manuela Palermi, Fosco Giannini, Alessandro Hobel, Francesco Della Croce, Francesco Maringiò. Assente giustificato Ugo Moro.)
Cari compagni, in accordo col segretario, con la Presidente del Comitato centrale e con il responsabile del dipartimento Esteri abbiamo convenuto di rompere ogni indugio e convocare una prima riunione che ponga in cima all’agenda del partito la delicata tematica dell’Unione europea e della sua moneta unica, sia sul piano di un ulteriore approfondimento analitico sia su quello delle proposte operative. I due piani sono con ogni evidenza strettamente correlati: non si può infatti operare un salto di qualità sul terreno della concreta iniziativa senza un’articolata riflessione che coinvolga il corpo del partito e il suo gruppo dirigente – Segreteria, Direzione, Comitato centrale – e che precisi ulteriormente e con nettezza la posizione del PCI. Beninteso, non partiamo da zero. Nel merito abbiamo già avuto modo di esprimerci con iniziative e importanti momenti di discussione: ricordiamo in proposito, oltre alle specifiche indicazioni contenute nelle nostre Tesi, l’incontro “Liberare i popoli” promosso a Roma da ricostruirepc , con l’autorevole partecipazione di politici ed economisti, la discussione e il pronunciamento determinatisi in occasione dell’Assemblea nazionale costituente di Bologna, la partecipazione del segretario Mauro Alboresi al convegno internazionale tenutosi a Chianciano lo scorso ottobre, la partecipazione del PCI al coordinamento di forze politiche e sociali Eurostop. Ora l’obiettivo è quello di compiere insieme un altro passo in avanti, così da porci in grado di organizzare per i primi mesi del prossimo anno un incontro sul tema, con la presenza e il contributo di altri Partiti Comunisti europei. Non può sfuggire l’importanza di una problematica che campeggia, al pari della questione immigrazione, in primo piano sulla scena politica. Certo, data la modestia delle forze oggi disponibili (dei comunisti e della sinistra di classe in generale), non possiamo pretendere di dettare nel merito l’agenda del governo italiano. Possiamo e dobbiamo però far crescere a sinistra un orientamento intorno a questioni che gravano sulle condizioni di vita delle classi subalterne e che risultano assolutamente discriminanti sul piano della collocazione politica. Dopo la riunione di Bratislava, l’establishment Ue si è dato appuntamento a Malta per il prossimo gennaio e, successivamente, a Roma per il mese di marzo. E’ essenziale che, lungo tale percorso, si faccia sentire la voce dei comunisti.
Unione europea: a) i dati di un disastro
Provo quindi a fare il punto sul tema proponendovi una larga parte analitica, su cui non penso possano sorgere grosse divergenze di interpretazione, e una parte finale più complessa sul che fare: nella prima si tratta prevalentemente di prendere in seria considerazione alcuni dati evidenziati dalla letteratura economica non mainstream, mentre alla seconda compete di offrire – alla luce della precedente – elementi utili per la costruzione di un coerente orientamento politico. La tesi centrale della prima parte è la seguente: il progetto di un’Unione europea come comunità politicamente progressiva e socialmente solidale è fallito in quanto esso ha viceversa proposto (e sin dall’inizio formalizzato in Trattati) una società a misura degli interessi del grande capitale finanziario e a discapito della stragrande maggioranza della popolazione. Inoltre, come conseguenza della competizione tra capitali più forti e capitali più deboli nonché a dispetto della denominazione utilizzata (“Unione”), non vi è stato alcun processo di integrazione tra Paesi membri, ma al contrario l’ulteriore divaricazione di economie già in partenza diseguali.
Con l’Unione europea è tornato lo Small Government, lo Stato minimo e l’onnipresenza del mercato capitalistico (il laissez-faire, il lasciar fare alle regole del mercato). Ma con ciò si è compiuto il coronamento di un lungo processo di recupero di potere da parte delle classi dominanti. Nel nostro Paese, un passaggio fondamentale di tale involuzione è stato il divorzio tra Banca d’Italia e governo, promosso nel 1981 dall’allora ministro del Tesoro Beniamino Andreatta e dal governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi. Da allora in poi la nostra banca centrale è stata esentata dal compito di sostenere la spesa pubblica attraverso l’acquisto di titoli del debito pubblico, lasciando così tale funzione al libero gioco del mercato e dei privati. Non più calmierati, i tassi d’interesse hanno preso a gonfiare il nostro debito che, nel giro di dieci anni, è passato dal 58% al 120% del Pil. Detto per inciso, rievocare il suddetto momento critico serve a demistificare la litania del taglio della spesa pubblica, continuamente propinataci quale soluzione di tutti i problemi dai cantori dell’ideologia dominante. Basterebbe guardare all’andamento del rapporto tra spesa corrente primaria (spesa pubblica al netto degli interessi) e prodotto interno lordo in Italia e in Germania, nei vent’anni successivi al 1980, per vedere che non ci sono grandi differenze nell’incremento di spesa corrente primaria dei due Paesi: la differenza sta appunto tutta nella spesa per interessi (e poi, con la moneta unica, nella crescita piatta) a netto svantaggio dell’economia italiana.
Una possibile replica a quanto detto è quella di chi ricorda che l’applicazione del pareggio di bilancio prevede comunque una certa flessibilità nel caso di eventi eccezionali che richiedano spese straordinarie o in considerazione di fasi economiche particolarmente critiche. Ciò è solo formalmente vero, poiché nella sostanza è la Commissione europea ad avere l’ultima parola sulla rilevazione della misura secondo cui una tale tolleranza debba concretizzarsi: e disgraziatamente, per la definizione di tale misura, a seconda dei sistemi di calcolo utilizzati si possono ottenere – e nel recente passato sono stati ottenuti – risultati assai diversi (lasciando inevitabilmente la porta aperta al dubbio che dietro gli esercizi contabili partoriti dalla supervisione di Bruxelles possano celarsi decisioni squisitamente politiche). Inoltre c’è da aggiungere che, particolarmente in economia, nessun metodo d’indagine è del tutto neutro rispetto agli interessi di classe: una tale implicazione si evidenzia clamorosamente nel caso dei controlli della Commissione europea. Spetta infatti a quest’ultima decidere quale sia l’ “indebitamento strutturale” di un Paese, cioè il saldo di bilancio al netto delle variazioni indotte dalle oscillazioni (negative) del ciclo economico e che quindi non possono essere attribuite all’azione discrezionale dei governi: in tal modo ci si propone di verificare l’effettiva virtuosità contabile del governo in questione. Per il calcolo di tale parametro viene utilizzato un “tasso di disoccupazione d’equilibrio”, con cui si intende il livello minimo cui il tasso di disoccupazione può scendere, in quanto al di sotto di esso si ingenererebbero dinamiche inflazionistiche. Ebbene, il tasso di disoccupazione d’equilibrio al di sotto del quale secondo Bruxelles in Italia non si dovrebbe scendere ha continuato a lievitare, passando dal 7,5% del 2011 all’11,4% del 2015. Con buona pace degli obiettivi di piena occupazione. Dovrebbe bastare un simile micidiale dato per indurre un governo di sinistra a porre un secco aut aut ai tecnocrati della Commissione e all’Ue in quanto tale. Purtroppo per ora non è alle viste alcun governo di sinistra.
In compenso abbiamo una Corte Costituzionale che non esita a porre il suo autorevole veto rispetto a provvedimenti promossi dal governo sulla base degli indirizzi comunitari ma che violano il nostro dettato costituzionale. E’ quello che ad esempio è accaduto nell’aprile 2015, quando una sentenza della Corte ha dichiarato illegittimo il blocco della rivalutazione delle pensioni di importo superiore a tre volte il trattamento minimo Inps per il biennio 2012-2013, contenuto nel decreto cosiddetto “Salva Italia” già emanato nel 2011 dal governo Monti: nella circostanza, la Corte ha riconosciuto la primazia dei diritti dei pensionati, tutelati dalla carta costituzionale, rispetto alle esigenze contabili prescritte da Bruxelles e disciplinatamente tramutate in legge dal governo italiano. Non serve aggiungere altro per comprendere che Trattati Ue e Costituzione italiana vanno in rotta di collisione sul piano dell’ispirazione di fondo, dei principi che sovrintendono al vivere associato. Difendere la nostra Costituzione dal pervasivo attacco del neoliberismo, preservandone la preminenza giuridica e di orientamento politico generale, è un modo giusto di ridare valore – il valore di una lotta progressiva – ad una questione nazionale che, nella fattispecie, fa tutt’uno con la tenuta degli assetti democratici.
Proposte in costruzione
Una volta reputato irrealistico l’intento di riformare l’Ue, ad esempio attraverso la rinegoziazione dei Trattati, nell’ambito della sinistra di classe europea e di molti partiti comunisti si è preso atto della necessità di pensare a un Piano B e sono state espresse proposte che mirano a individuare un concreto cammino per uscire “a sinistra” dall’impasse. Sono stati organizzati momenti di discussione comune. Su questa via anche in Italia qualcosa si è mosso per immettersi più organicamente sul terreno delle proposte compiute e del confronto operativo.
Nel nostro Paese, nonostante le incertezze e le difficoltà della politica, non ha mancato di svilupparsi un dibattito che ha oltrepassato la ristretta cerchia degli addetti ai lavori: ad esempio, è quello che è successo attorno alle tesi di Sergio Cesaratto. Di tali tesi, nell’economia della presente relazione, è sufficiente richiamare i seguenti punti: a) il modello euro ha consentito alla Germania di guadagnare un incolmabile guadagno di competitività rispetto agli altri membri dell’Eurozona; b) questa Europa a trazione tedesca non è riformabile e le sue scelte non sono errori ma l’espressione di un preciso orientamento, essendo costruita a tutela degli interessi dei capitali forti e dei Paesi creditori e come “strumento disciplinare delle classi lavoratrici, in particolare dell’indisciplinato Sud, Francia inclusa”; c) una larga parte della sinistra ha confuso internazionalismo con europeismo, impedendosi di comprendere che l’euro è il compimento della globalizzazione capitalistica, lo strumento con cui il capitale si sottrae al conflitto nell’unico luogo ove esso ha dato prova di potersi esplicare: lo Stato nazionale; d) non a caso, “l’Ue svuota del tutto lo Stato nazionale dei poteri monetari e fiscali, privando le classi lavoratrici del loro terreno naturale di conflitto”; e) per tutto questo, non c’è alternativa al puntare su un Italexit. Tra gli interlocutori di Cesaratto, ci limitiamo qui a citare Ernesto Screpanti il quale, muovendo dalla medesima analisi critica, ritiene tuttavia che l’eventuale “uscita dell’Italia dall’Unione europea vada intesa come una mossa tatticavolta ad abbattere la dittatura ‘eurista’ e creare le condizioni per far ripartire rapidamente il processo di unificazione politica europea (dell’Europa del Sud, inclusa la Francia)”. Egli propone in sostanza un processo di federazione del Sud Europa. Non proseguo oltre. Ma, come si vede da questi rapidi riferimenti, anche in Italia c’è chi è impegnato a dare risposte alla concreta urgenza del che fare. In sintesi, si è ormai aperta una strada alternativa, ma c’è ancora una pluralità di voci sui mezzi utili a percorrerla. Occorre confrontare le suddette proposte e porle nei termini di un’operatività che sia all’altezza dell’urgenza politica e di una più diffusa consapevolezza. Spetta anche a noi, questo compito: cominciando con il programmare un incontro con i Partiti comunisti che in Europa si attestano su un orientamento affine.
UNIONE EUROPEA: IL PIANO A E IL PIANO B DI FRANCE INSOUMISE
Dobbiamo uscire dai trattati europei che ci obbligano ad effettuare politiche di austerità e ad abolire l’azione dello Stato e gli investimenti pubblici. Tutto questo con il pretesto di un debito che tutti sanno che non potrà mai essere ripagato da nessun paese.
La nostra indipendenza di azione e la sovranità delle nostre decisioni non dovrebbe quindi essere lasciata alle ossessioni ideologiche della Commissione europea né alla superbia del governo di “grossa coalizione” di destra e sinistra in Germania.
“Non c’è scelta democratica contro i trattati europei“. Nel fare queste osservazioni, il Presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker si è posto nel ruolo di tiranno che egli esercita. Il nostro programma non è compatibile con le regole dei trattati europei che impongono austerità fiscale, libero scambio e distruzione dei servizi pubblici. Per applicare il nostro programma, quindi dovremo disobbedire ai trattati al momento dell’arrivo al potere, per garantire la sovranità del popolo francese.
Eliminare il Patto di stabilità e le norme europee in materia di deficit e denunciare il Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance (TSCG) ratificato su iniziativa di Francois Hollande in violazione dei suoi impegni di campagna elettorale
Controllare i movimenti di capitali per evitare l’evasione fiscale e gli attacchi speculativi contro la Francia Piano A. Proporre la rinegoziazione dei trattati europei per una rifondazione democratica, sociale ed ecologicaL’UE è in via di smantellamento. Non ha voluto ascoltare il rifiuto del popolo avvenuto con il referendum francese del 2005. Dobbiamo imporre l’uscita dagli attuali trattati UE. Questa sarà necessariamente una prova di forza, in particolare con il governo tedesco. Proponiamo una strategia di governo in due fasi con un piano A e un piano B in caso di fallimento del piano A. Il Piano A è l’uscita concertata dai trattati europei con l’abbandono delle norme esistenti per tutti paesi che lo desiderano e la negoziazione di altre regole. Il Piano B è l’uscita dai trattati europei unilaterale da parte della Francia per proporre un altra cooperazione. l’UE, o cambia o si chiude. Il mandato di negoziare questi piani sarà presentato prima all’Assemblea Nazionale. La validazione di questo processo comporterà necessariamente una decisione del popolo francese con un referendum.
In questa rifondazione europea, includiamo:
Organizzare il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione Europea senza cercare vendette o punizioni
Porre termine all’indipendenza della Banca centrale europea, modificare la sua missione e gli statuti che autorizzano la richiesta di riscatto del debito pubblico direttamente agli Stati membri, vietare alla BCE di tagliare la liquidità ad uno Stato membro. Senza indugio, la Banca di Francia sarà messa al servizio di questi obiettivi
Organizzare una conferenza europea sul debito sovrano che porti ad una moratoria, ad un abbassamento dei tassi di interesse, alla riprogrammazione o cancellazione parziale
Stabilire un protezionismo solidale: fermare la libera circolazione dei capitali e delle merci tra l’Unione Europea e i paesi terzi, fermare le politiche di libero scambio che minano le economie in via di sviluppo e distruggono l’industria europea, autorizzare gli aiuti ai settori strategici da parte dello Stato
Abbandonare il mercato del carbone e attuare una vera politica di riduzione delle emissioni di gas serra con criteri d convergenza imperativiNoi proponiamo di svolgere le seguenti azioni:
Costruire nuova cooperazione con gli Stati che lo desiderano in campo culturale, educativo, scientifico, etc.I trattati europei impongono concorrenza invece di cooperazione tra i popoli. Vogliamo più cooperazione in campo culturale, scientifico, industriale, ambientale e sociale. Gli spazi esistenti per creare ciò sono molti.
Noi proponiamo di svolgere le seguenti azioni:Difendere e sviluppare la cooperazione con gli altri popoli d’Europa Proporre un’alleanza di paesi del Sud Europa per uscire dall’austerità ed impegnarsi in politiche concertate di rinnovamento ecologico e sociale delle attività economico Rafforzare la partecipazione francese ai programmi di cooperazione più ampia che l’Unione Europea (Erasmus …) o che non hanno nulla a che fare con l’Unione Europea (Cern, Arianespace, Airbus)Proporre nuova cooperazione basata sulla libera partecipazione delle Nazioni in termini sociali o ecologici (programma di pulizia, transizione energetica …)