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Timestamp: 2020-03-30 12:31:54+00:00
Document Index: 48496128

Matched Legal Cases: ['art. 112', 'art. 97', 'art. 1161', 'art 112', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 60', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 205', 'art. 27', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 68', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 112']

Pubblicato da "Uguale per tutti" a 23:50 9 commenti
Pubblicato da La Redazione a 10:10 102 commenti
Pubblicato da La Redazione a 10:53 100 commenti
Tra i tanti principi costituzionali riguardanti la giustizia che sono oggetto delle annunciate intenzioni di ammodernamento vi è quello dell'obbligatorietà dell'azione penale.
L'art. 112 Cost. , con poche e chiare parole, stabilisce “ Il Pubblico ministero ha l'obbligo di esercitare l'azione penale”.
Che vuol dire e, soprattutto, qual è la differenza rispetto a qualsiasi diversa attività dello Stato, ad esempio nel settore dell'amministrazione, che pure è dominato dal principio di legalità e di imparzialità (art. 97 Cost.)?
Per spiegarlo nulla di meglio di un esempio concreto.
Se un vigile urbano nota due vetture, una affianco all'altra, entrambe in divieto di sosta, egli è senz'altro obbligato a “fare la multa” ad entrambi gli automobilisti indisciplinati. Se si accorge dell'infrazione e non la sanziona, verrebbe meno ai propri doveri di pubblico ufficiale; se, poi, sanzionasse solo uno dei due automobilisti, la sua condotta apparirebbe ingiustificatamente “parziale”.
Come reagisce l'ordinamento alle inadempienze del vigile urbano?
Certo, se egli tenesse una condotta così discriminatoria si esporrebbe al rischio di accuse di favoritismo, ma questo interesserà solo la sua persona, non eliminerà il fatto che un automobilista è stato multato e l'altro no, perché nessuno, oltre al vigile urbano, ha l'obbligo di controllare, prima che le automobili vengano spostate, che la legge sia fatta rispettare da parte di tutti i cittadini che l'hanno violata.
Supponiamo, adesso, che due imbarcazioni, di notevole stazza, si ancorino al molo di un porto senza aver richiesto le necessarie autorizzazioni; in questo caso l'illecito è penale, poiché come tale il fatto è previsto dall'art. 1161 del Codice della Navigazione.
La Capitaneria di Porto, quindi, dovrà relazionare sul fatto al Pubblico Ministero.
Ipotizziamo che il PM si comporti come il vigile urbano, e cioè che egli eserciti l'azione penale solo contro il comandante di una di quelle due navi, mentre per l'altro decida di non agire.
Per attuare questo disegno egli dovrà richiedere ad un altro soggetto, vale a dire al giudice per le indagini preliminari, di archiviare il caso. Il GIP ha proprio il compito di verificare se, in concreto, vi sia, oppure no, materia che possa interessare il giudice penale.
Come si nota la differenza sta tutta nel “controllo” sull'attività del pubblico ufficiale che ha il dovere di far rispettare la legge nei confronti di tutti i cittadini: nel primo esempio, quello delle automobili, nessuno può sostituirsi al vigile urbano nel sanzionare l'automobilista indisciplinato.
Nella seconda ipotesi, invece, il giudice che ravvisasse scorrettezze potrà imporre al Pubblico Ministero di “rispettare i propri obblighi” e questo sia ordinandogli di indagare, sia imponendogli di portare direttamente il caso all'attenzione di un giudice.
Ecco perché, diversamente dall'opinione di alcuni autorevoli studiosi, può stabilirsi che anche lo svolgimento delle indagini preliminari rientra a pieno titolo nell'obbligo posto dall'art 112 Cost..
Pubblicato da La Redazione a 10:13 6 commenti
E' di oggi la notizia secondo la quale il Governo avrebbe deliberato lo stato d'emergenza esteso a tutto il territorio nazionale con riferimento al problema dell'immigrazione.
In attesa di conoscere nel dettaglio il testo della delibera governativa, saranno utili brevi cenni sul tema.
Nel caso in cui si verifichino calamità naturali, catastrofi o altri eventi che, per intensità ed estensione, debbono essere fronteggiati con mezzi e poteri straordinari (art. 2, lett. C, della legge n. 225 del 1992) il Governo può deliberare lo stato di emergenza (art. 5), purché ne determini durata ed estensione territoriale in stretto riferimento alla qualità ed alla natura degli eventi.
Con le medesime modalità si procede alla eventuale revoca dello stato di emergenza al venir meno dei relativi presupposti.
Lo stato di emergenza giustifica l'adozione da parte del potere esecutivo di ordinanze in deroga alla legge, col solo limite del rispetto dei principi fondamentali dell'ordinamento giuridico; ciò che ordinariamente sarebbe vietato, illegittimo, vista l'eccezionale situazione, è permesso. Si tratta di un rilevante strappo al principio di legalità, giustificabile soltanto in contesti eccezionali e territorialmente circoscritti che devono essere individuati con estrema precisione e concretezza.
Le ordinanze devono essere pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale ed essere comunicate ai sindaci interessati (art. 6).
Questa disciplina dello stato d'emergenza è, sistematicamente, racchiusa nella legge istitutiva del del Servizio nazionale della Protezione Civile, di quell'ente, cioè, che nel caso di calamità naturali, eventualmente collegate anche all'opera dell'uomo (si pensi ad attacchi terroristici), interviene per prestare soccorso alla popolazione coinvolta.
La finalità ispiratrice della legge è di stampo solidaristico, essendo volta al soccorso di persone e non, principalmente, alla repressione delle condotte umane che sono, eventualmente, causa del disastro.
Proprio l'urgenza del soccorso, e la portata eccezionale dell'evento da fronteggiare, che nella considerazione del Legislatore riguarda solo una determinata area del territorio dello Stato, giustificano il ricorso alla decretazione d'emergenza.
Se ne fa, oggi, concreto impiego con riferimento al fenomeno dell'immigrazione, ritenuto talmente esteso da non risultarne esente alcuno dei comuni italiani e, per giunta, così improvviso da essere percepito alla stregua di un terremoto di portata mai vista.
In sostanza può fondatamente dubitarsi che ricorrano i presupposti che giustificano la decretazione dello stato d'emergenza su tutto il territorio nazionale. Questo perché non appaiono sufficientemente delineati i presupposti di fatto che lo giustificano, vale a dire la specifica indicazione del generalizzato pericolo per la popolazione (popolazione evidentemente diversa da quella che si ipotizza aver provocato l'evento disastroso), l'effettiva estensione territoriale dell'evento da fronteggiare, per come esso si manifesta in concreto, nelle specifiche realtà locali, come si ricava dall'art. 6 che impone la comunicazione “ai Sindaci” delle ordinanze adottate in deroga alla legge.
La conseguenza pratica della eventuale illegittimità della deliberazione dello stato d'emergenza sarà, a cascata, quella dell'illegittimità delle ordinanze adottate in deroga alla legge e, conseguentemente, l'illiceità dei comportamenti adottati in forza delle stesse, se lesivi di diritti.
Pubblicato da La Redazione a 20:14 7 commenti
E’ possibile vedere su Radio Radicale il video integrale del convegno “La nascita della Seconda Repubblica sul sangue di Falcone e Borsellino”, tenutosi a Palermo il 18 luglio scorso e organizzato da Antimafiaduemila, del quale abbiamo dato notizia nel post a questo link.
Relatori sono stati, fra gli altri, Salvatore Borsellino, Luigi De Magistris, Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia, Giuseppe Lumia e Giorgio Bongiovanni
Il video si trova a questo link ed è molto interessante.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 00:27 2 commenti
da L’Unità del 23 luglio 2008 e da Voglioscendere
I politici devono rassegnarsi alle critiche, anche aspre.
E devono smetterla di considerarle “insulti” o “attacchi” e di denunciare chi le muove.
Mentre in Italia la Casta si blinda con scudi, immunità e bavagli alla stampa, da Strasburgo arriva un’altra fondamentale sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in difesa del quarto potere «cane da guardia della democrazia».
La sentenza condanna lo Stato italiano a risarcire il politologo Claudio Riolo, condannato a versare 80 milioni di lire (140 con gli interessi) al presidente forzista della provincia di Palermo, Francesco Musotto, per averlo criticato.
Nel novembre 1994 Riolo, che insegna all’Università di Palermo, pubblica su Narcomafie diretto da don Luigi Ciotti l’articolo «Mafia e diritto: la Provincia contro se stessa nel processo Falcone. Lo strano caso dell’avvocato Musotto e di Mister Hyde».
Riolo mette il dito nel conflitto d’interessi di Musotto, che in veste di avvocato difende un mafioso imputato per la strage di Capaci e in veste di presidente della Provincia è parte civile nello stesso processo.
Musotto denuncia Riolo (non la rivista) in sede civile, chiedendo 500 milioni di danno patrimoniale e 200 di danno morale.
Narcomafie ripubblica l’articolo con le firme di altre persone che si autodenunciano con lui. Tra questi, Castellina, Cazzola, Forgione, Lumia, Manconi, Alfredo Galasso, Giuseppina La Torre, Santino, Vendola, Folena, Di Lello.
Musotto non li denuncia. Anche perché intanto viene arrestato col fratello con l’accusa di aver ospitato nella sua villa al mare alcuni boss mafiosi latitanti.
Sarà assolto per insufficienza di prove: non è provato che fosse al corrente che i capimafia soggiornavano in casa sua, mentre è provato che lo sapesse suo fratello, condannato definitivamente per concorso esterno.
In compenso, nel 2000, il Tribunale civile di Palermo condanna Riolo: 80 milioni di danni morali al presidente della Provincia, rieletto trionfalmente alla presidenza della provincia dopo la disavventura giudiziaria.
Condanna confermata in appello e in Cassazione nel 2007.
Il professore si vede pignorare il quinto dello stipendio e della liquidazione.
Ma ricorre a Strasburgo tramite l’avvocato Alessandra Ballerini.
E l’altro giorno ha ottenuto ragione dalla Corte europea: la sua condanna viola l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo, lo Stato italiano deve risarcirlo con 60 mila euro più 12 mila di spese legali.
La Corte, presieduta dalla giudice belga Francoise Tulkens, spiega che «l’articolo incriminato era fondato sulla situazione in cui si trovava Musotto all’epoca dei fatti»: il suo «doppio ruolo» di presidente della Provincia e di difensore di un mafioso «poteva dar luogo a dubbi sull’opportunità delle scelte di un alto rappresentante dell’amministrazione su un processo concernente fatti di estrema gravità» (la strage di Capaci).
L’articolo «s’inseriva in un dibattito di pubblico interesse generale»: Musotto è «uomo politico in un posto chiave nell’amministrazione», dunque «deve attendersi che i suoi atti siano sottoposti a una scrupolosa verifica della stampa». «Sapeva o avrebbe dovuto sapere che, continuando a difendere un accusato di mafia… si esponeva a severe critiche».
Riolo non ha scritto che Musotto abbia «commesso reati» o «protetto gli interessi della mafia»: ha solo osservato che «un eletto locale potrebbe essere influenzato, almeno in parte, dagli interessi di cui sono portatori i suoi elettori».
Un’«opinione che non travalica il limite della libertà di espressione in una società democratica».
Riolo l’ha pure sbeffeggiato con «espressioni ironiche».
Ma «la libertà giornalistica può contemplare il ricorso a una certa dose di provocazione», che non va confusa con «insulti e offese gratuite» se «si attiene alla situazione esaminata» e se «nessuno contesta la veridicità delle principali informazioni fattuali nell’articolo».
Nessun «attacco personale gratuito», allora, ma doverosa critica.
Guai a sanzionare le critiche con multe salate che «possono dissuadere» giornalisti e critici a «continuare a informare il pubblico su temi di interesse generale».
Insomma la condanna inflitta a Riolo è «un’ingerenza sproporzionata nel diritto di libertà di espressione» e va annullata col risarcimento.
Mentre in Italia con la confusione fra critiche e «insulti», si tenta di soffocare la libera stampa, dall’Europa arriva una boccata d’ossigeno.
C’è un giudice, almeno a Strasburgo.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 00:11 12 commenti
Pubblicato da La Redazione a 12:37 30 commenti
E' stato, dunque, approvato il “lodo Alfano”; questa legge viene usualmente collegata dalla stampa al concetto di immunità; si tratta di una temporanea immunità processuale delle quattro alte cariche (i Presidenti della Repubblica, delle due camere, del Consiglio). Gli illeciti eventualmente commessi restano tali e sono astrattamente punibili, solo che è differito il tempo della celebrazione del processo alla fine del relativo mandato. L'immunità sostanziale, invece, esclude la stessa punibilità del fatto.
Una premessa per capire: la distinzione tra procedimento e processo.
Il sistema processuale penale vigente si caratterizza per la netta distinzione dell'attività giudiziaria in due ambiti: le indagini preliminari ed il processo vero e proprio.
Le prime si svolgono sotto la direzione del PM e sono volte a raccogliere gli elementi di accusa (ed anche di difesa) per stabilire se sia necessario procedere al dibattimento oppure chiudere la vicenda con una richiesta di archiviazione. Siamo nel “procedimento”.
Si attiva il “processo” soltanto con uno degli atti in virtù dei quali il soggetto indagato acquisisce la diversa veste di “imputato” (art. 60 c.p.p.): si tratta, solitamente, di una richiesta del PM con la quale, decidendo di promuovere l'azione penale, egli sollecita il giudice a fissare la data di un'udienza (preliminare o dibattimentale) nella quale discutere del caso.
Tutto ciò che è “a monte” di tale attività, quindi, non rientra nel concetto di processo ed è racchiuso nel diverso ambito delle indagini preliminari.
Il testo del lodo Alfano non lascia spazio a dubbi: la sospensione riguarda soltanto il “processo”, tanto da potervi rinunciare esclusivamente un “imputato”. Risultano, al contrario, estranee alla sospensione le indagini preliminari il cui svolgimento resta connotato dai consueti caratteri di obbligatorietà. Sarà quindi necessario procedere alle indagini preliminari anche nei confronti delle alte cariche, sia pure con i limiti già previsti dagli artt. 68, 90 e 96 della Costituzione.
Se, com'era stato annunciato, l'intento di questa legge era quello di evitare il disagio arrecato dall'onere di difendersi, quando ciò riguardi una delle alte cariche dello Stato, può affermarsi che esso è raggiunto solo parzialmente. Infatti l'attività difensiva si esplica anche nel corso delle indagini preliminari: ad esempio nella partecipazione agli atti cd. garantiti, che si devono svolgere alla presenza del difensore; nell'espletamento delle indagini difensive; nei ricorsi contro eventuali misure cautelari di carattere reale (sequestri); nella partecipazione alle udienze dell'incidente probatorio.
La formulazione della legge, invece, esclude soltanto che possa celebrarsi il processo e, in definitiva, che si possa pervenire alla pronuncia di una sentenza (di condanna o di assoluzione).
Per consentire a ciascuno di formarsi un'idea circa la compatibilità costituzionale di questa legge, riportiamo, oltre al testo del lodo Alfano, anche il testo dell'art. 1 della legge n. 140 del 2003 (cd lodo Schifani) e un estratto della sentenza della Corte Costituzionale n. 24 del 2004 che ne aveva dichiarato l'illegittimità costituzionale.
1. Salvi i casi previsti dagli articoli 90 e 96 della Costituzione, i processi penali nei confronti dei soggetti che rivestono la qualità di Presidente della Repubblica, di Presidente del Senato della Repubblica, di Presidente della Camera dei deputati e di Presidente del Consiglio dei ministri sono sospesi dalla data di assunzione e fino alla cessazione della carica o della funzione. La sospensione si applica anche ai processi penali per fatti antecedenti l’assunzione della carica o della funzione.
Legge n. 140 del 2003 (lodo Schifani)
1. Non possono essere sottoposti a processi penali, per qualsiasi reato anche riguardante fatti antecedenti l'assunzione della carica o della funzione, fino alla cessazione delle medesime: il Presidente della Repubblica, salvo quanto previsto dall'articolo 90 della Costituzione, il Presidente del Senato della Repubblica, il Presidente della Camera dei deputati, il Presidente del Consiglio dei Ministri, salvo quanto previsto dall'articolo 96 della Costituzione, il Presidente della Corte costituzionale.
Corte Costituzionale Sent. n. 24 del 2004.
4. - La situazione cui si riconnette la sospensione disposta dalla norma censurata è costituita dalla coincidenza delle condizioni di imputato e di titolare di una delle cinque più alte cariche dello Stato ed il bene che la misura in esame vuol tutelare deve essere ravvisato nell'assicurazione del sereno svolgimento delle rilevanti funzioni che ineriscono a quelle cariche.
5. - La sospensione in esame è generale, automatica e di durata non determinata.
6. - Da quanto detto emerge anzitutto che la misura predisposta dalla normativa censurata crea un regime differenziato riguardo all'esercizio della giurisdizione, in particolare di quella penale.
7. - Si è affermato, per sostenere la legittimità costituzionale della legge, che nessun diritto è definitivamente sacrificato, nessun principio costituzionale è per sempre negletto.
8. - La Corte ritiene che anche sotto altro profilo l'art. 3 Cost. sia violato dalla norma censurata.
Questa, infatti, accomuna in unica disciplina cariche diverse non soltanto per le fonti di investitura, ma anche per la natura delle funzioni e distingue, per la prima volta sotto il profilo della parità riguardo ai principi fondamentali della giurisdizione, i Presidenti delle Camere, del Consiglio dei ministri e della Corte Costituzionale rispetto agli altri componenti degli organi da loro presieduti. Né vale invocare, come precedente e termine di comparazione, l'art. 205 cod. proc. pen. il quale disciplina un aspetto secondario dell'esercizio della giurisdizione, ossia i luoghi in cui i titolari delle cinque più alte cariche dello Stato possono essere ascoltati come testimoni.
9. - La disposizione direttamente impugnata si inserisce in un contesto normativo le cui articolazioni, per quanto riguarda i primi due commi - che si riferiscono, rispettivamente, alle due situazioni della non sottoponibilità a processo e della sospensione dei processi eventualmente già in corso - sono dirette alla medesima, sostanziale finalità, hanno lo stesso ambito soggettivo di applicazione ed entrano in contrasto con gli stessi precetti costituzionali. Pertanto, in via conseguenziale ai sensi dell'art. 27 della legge 11 marzo 1953, n. 87, la dichiarazione di illegittimità costituzionale deve estendersi anche ai commi 1 e 3, non direttamente impugnati, dell'art. 1 della legge n. 140 del 2003: al comma 1 per le ragioni appena dette, ed al comma 3, concernente la sospensione della prescrizione per il tempo di applicazione delle misure di cui ai primi due commi, perché lo stesso, caducati i precedenti, non ha alcuna autonomia applicativa.
Pubblicato da La Redazione a 17:04 23 commenti
di Mario Fantacchiotti
(Presidente di Sezione della Corte di Cassazione)
rispondo alla tua richiesta di informazioni sullo stato di disagio espresso dai magistrati in seguito alle recenti iniziative, anche economiche, del Governo; cercherò di essere conciso.
Vorrei riuscire anche ad essere obbiettivo nonostante la mia appartenenza al quella che la classe politica definisce una “casta” privilegiata che rifiuta di cedere sui suoi ingiustificati privilegi.
L’intenso scambio di mail tra i magistrati è espressione di un vero e proprio dibattito interno alla Magistratura sul tema dei rapporti con il gruppo di potere che, “per volontà del popolo”, legittimamente ci governa.
Questo dibattito sta assumendo toni particolarmente intensi, sofferti ed esasperati.
Esprime un malcontento forte soprattutto dei giovani.
Questo malcontento non può essere compreso dai cittadini soprattutto perché del tutto disinformati o malamente informati; non vuole essere recepito dai politici perché come ti chiarirò meglio in seguito, l’interesse politico, in questo momento, non è quello di costruire, anche attraverso le risorse umane, un ordine giudiziario efficiente ma quello di ridisegnare l’equilibrio tra il potere di governo e quello del magistrato.
Esigenza, è giusto chiarire, sulla quale non esprimo giudizi perché ciò che non condivido non è il profilo generale del problema ma il modo con il quale esso si vuole risolvere, attraverso la diffamazione.
Il malcontento può comprendersi solo se provassimo a metterci, senza pregiudizi, nella prospettiva dei magistrati che lavorano nel modo indicibile con il quale la maggior parte dei magistrati opera.
Quando vedo scrivere, nelle innumerevoli email che in questo momento affollano la mia posta elettronica, di colleghi che impegnano i sabati e le domeniche per lavorare, io mi vedo allo specchio; comprendo quello che vogliono dire e credo in quello che dicono semplicemente perchè anche per me i sabati, le domeniche, il giorno di Pasqua e quello di Natale sono stati regolarmente impegnati per completare o eliminare il lavoro che mi sono sempre ritrovato sulle spalle non perchè prima non avevo lavorato ed ero andato a spasso ma semplicemente perchè questo è ciò che mi era caduto sulle spalle; quando sento parlare delle lunghe ferie dei magistrati mi viene da ridere, anzi da piangere, perchè io non sono mai riuscito ad andare in ferie senza portare nella valigia sentenze da scrivere, talvolta anche complesse; ciò che ho potuto fare con maggiore facilità da quando dispongo dei CD rom con la giurisprudenza dato che, con il mio p.c. (il mio, non quello dell’amministrazione, che si è rotto e non può essere sostituito) quei CD rom mi consentono di portare con me una intera biblioteca.
Il giovane magistrato che sente parlare dei suoi alti stipendi ha motivo di arrabbiarsi dato che lo stipendio iniziale è appena al livello, anzi al di sotto, di un dattilografo della Regione Siciliana o della Assemblea; molto inferiore a quello dei giudici amministrativi e dei giudici della Corte dei Conti che pure svolgono un lavoro non più complesso ed anzi normalmente più tranquillo; ha ragione di arrabbiarsi anche il magistrato più anziano dato che lo stipendio di un magistrato della cassazione con 35/40 anni di servizio è notevolmente inferiore a quello di un dirigente amministrativo; la funzione del giudice di legittimità è meno impegnativa e professionalmente qualificata di quella di un dirigente dello Stato?
Il magistrato avverte anche il diverso metro di valutazione comune del suo operato; se un professionista imbroglia il cliente (per esempio facendogli pagare “acconti” ogni volta che lo vede senza rilasciare ricevuta e pretendendo poi una parcella nella quale non tiene conto degli acconti), fa una costruzione abusiva, esercita attività economiche produttive, il fatto non da scandalo, “sconcerto”, non è riportato dai giornali, non è motivo per un attacco alla categoria; ogni cittadino può scrivere ed esprimere liberamente le sue idee senza essere accusato di … parlare troppo o di occupare spazi che non gli competono; qualche avvocato può anche dire al cliente che la causa è stata persa perchè l’avversario ha corrotto il giudice o che per ottenere la libertà occorre una certa somma per pagare il giudice, o che la causa è stata persa perché il giudice è …… ignorante o cretino, in tal modo esprime, infatti, una sua idea; ogni cittadino può fare insomma tutto quello che fanno gli altri senza destare scandalo perché oggi il dovere di osservanza delle leggi è solo un optional; un magistrato no ! se è solo accusato di una irregolarità, anche non penalmente rilevante, o se ritarda nel deposito di una sentenza di due o tre mesi, è censurabile, il procedimento disciplinare scatta automaticamente se non riesce a dimostrare che le ragioni del ritardo non gli sono imputabili.
Ammetto che queste diversità possono anche farsi entrare, per la verità con una evidente forzatura, nella fisiologia dei rapporti sociali perché il magistrato ha sposato il principio di legalità e ad esso deve rispetto indipendentemente dal timore della pena mentre il cittadino, in una società che disconosce il valore di questo principio, è solo tenuto a comportarsi nel modo che gli assicuri di sottrarsi alla sanzione.
Ma nella corretta gestione del rapporto sociale dovrebbe entrare anche il rispetto della persona e della dignità professionale del magistrato fino a quando non sia provato che questo, cioè l’individuo, è pigro, incapace, cialtrone.
Per gli inetti noi tutti, compreso il CSM, vogliamo, anzi vorremmo applicate rigorose censure, purché con le garanzie di legge (donde il diritto del reo ad essere difeso, il dovere del giudice penale o disciplinare di condannare), del resto dovute anche ai mafiosi.
Il controllo e la critica contro la magistratura dovrebbe individuare i casi di disservizio, non per colpire il corpo ma per colpire il fatto.
In atto esso è invece usato solo per colpire il corpo perchè il fine non è quello del miglioramento ma quello dell’assoggettamento.
Abbiamo assistito sotto tutti i governi, ed assistiamo oggi, ad una precisa involuzione dello Stato di diritto; quello che conta non è il diritto ma la legittimazione del potere; si deve perciò affossare la magistratura perché, anche se con alcuni errori, anche questi fisiologici, e normalmente emendabili dal sistema delle impugnazioni , è organo di garanzia di legalità.
Dunque, non si vuole più questo organo, si vuole un servizio giustizia governato o comunque controllato dal potere; non un garante di legalità che possa mettere sotto accusa gli esponenti elettivi del potere politico.
Non discuto della legittimità della istanza di assegnazione del privilegio della immunità alle cariche politiche (siano esse alte o basse); quello che metto in discussione è la strada che si è voluto imboccare dalla politica (di ogni colore) per raggiungere questo risultato; la strada cioè della distruzione morale di un ordine statale.
In questo contesto il danno che si sta producendo è irreversibile; le lettere di sdegno, le proteste sono forse ancora espressione di una volontà di opposizione a questa involuzione, ma sono, io temo, soprattutto, forme di reazione rabbiosa di chi si sente attaccato mentre lavora, non una ribellione politica, come si è tentati di considerare ogni critica del sistema, ma una difesa personale della propria dignità professionale.
Il prossimo passaggio, la strada che stanno imboccando i giovani magistrati, quelli cioè della magistratura del domani, potrebbe condurre a risultati veramente eversivi: la giustizia e la qualità del lavoro potrebbero non interessare più, ogni individuo potrebbe cercare solo di sgomitare per trovarsi un posto comodo, sicuro o di prestigio (id est di potere); ogni cosa può andare allo sfascio perché “così va il mondo”; potrebbe interessare a nessuno che la magistratura sia inquadrata nel sistema di potere; per i magistrati sarebbe anzi un vantaggio perché in tal modo non vi saranno più disfunzioni perchè anche per la magistratura, come per gli altri corpi (es amministrativi, giurisdizioni amministrative, autorità di controllo), ci sarà il silenzio della informazione, l’importante, per la nuova classe che si potrebbe formare, sarebbe che al corpo omologato sia assicurata la stessa posizione di privilegio che hanno gli uomini del potere.
Probabilmente tutto questo non sarebbe accaduto se fosse stata mantenuta la norma dell’art. 68 comma secondo della costituzione che testualmente stabiliva: “Senza autorizzazione delle Camere alla quale appartiene nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a procedimento penale né può essere arrestato, o altrimenti privato della libertà personale o sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, salvo che sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è obbligatorio il mandato o l’ordine di cattura”.
La norma è stata modificata (in estrema sintesi la necessità dell’autorizzazione a procedere è stata esclusa per i procedimenti penali, resta per i provvedimenti restrittivi della libertà personale, le perquisizioni , le intercettazioni etc) a causa del malgoverno che di essa fu fatto da parte delle Camere, chiuse in difesa corporativa dei suoi; ma gli effetti del rimedio sono stati veramente dirompenti.
Tutto questo mi preoccupa al punto che mi sembra giunto il momento, per quanti possono farlo, di andare a casa.
L’esodo è già cominciato.
Proprio ieri l’altro un valentissimo giudice della Cassazione è andato a fare ... l’avvocato; alcuni mesi addietro un altro magistrato è passato alla avvocatura (che davvero non avrebbe bisogno di essere rafforzata) oggi è saldamente inserito, ha comprato lo studio in un palazzo antico, guadagna il triplo di un consigliere della cassazione con quaranta anni di anzianità; alcuni hanno lasciato per altre attività; un valoroso magistrato operante in zona di criminalità organizzata parteciperà al concorso per l’accesso alla Corte dei Conti.
Chi pagherà le spese, nel domani in cui tutti saranno costretti ad aprire gli occhi, sarà il cittadino.
Spero davvero di sbagliare. Il che non è del tutto impossibile, data la mia personale tendenza al pessimismo.
C’è una stampa capace di rendersi interprete di questo?
Solo per chiudere voglio farti notare che il tempo impiegato per scrivere, oggi, domenica, questo appunto è stato sottratto al lavoro ordinario; mezza sentenza in meno, anche per questo sentirò quello stesso rimorso che avverto tutte le volte in cui mi forzo di andare a fare ginnastica per tenere lontano da me il pericolo di infarto.
Negli ultimi due anni ho scritto un volumetto su un tema giuridico, occupando solo le ferie e le domeniche (e subendo le reazioni della mia famiglia).
Talvolta penso alle sentenze che sarei riuscito a scrivere in più se avessi rivolto verso di loro (le sentenze) la mia attenzione.
Ma il giudice deve essere solo un sentenzificio? L’aggiornamento professionale è un dovere per il giudice? Probabilmente no, basterebbero delle circolari con direttive precise sulle decisioni da prendere!
A me starebbe bene, così non debbo più strizzare il mio cervello alla ricerca del diritto e del giusto.
Pubblicato da "Uguale per tutti" a 07:00 25 commenti
L'articolo pubblicato martedì 15 luglio sul Corriere della Sera, a firma di Angelo Panebianco, è stato oggetto di un precedente post su questo blog. Pubblichiamo le riflessioni, come al solito stimolanti,
di Silvio Liotta,
Consulente per le politiche di sviluppo regionale
Quello che mi piacerebbe sapere sullo storico caso De Magistris (o il caso giustizia, prendendo in prestito qualche idea del generoso Ingroia) è perché l’imputato (se così è possibile chiamarlo in una questione disciplinare) è stato ritenuto disciplinarmente responsabile delle incolpazioni mossegli. Perdonate la mia pervicacia sull’argomento, ma mi piacerebbe capirlo poiché dalla sentenza del CSM non è per nulla chiaro.
De Magistris nell’ambito delle sue indagini ha fatto cose inconsuete all’interno di scenari inconsueti. Mai comunque allontanandosi dal diritto e dalla sua logica. Sembrerebbe semplicistico, eppure le cose, dopo aver assunto tutte le necessarie precauzioni tecniche, diventano semplici.
(Per esempio, su una barca a vela, visto che ormai vanno di moda le barche a vela, dopo aver svolto tutte le faticose operazioni necessarie a rubare il vento, il vento ti porta, con leggerezza, con semplicità.
Il CSM, unico e severo giudice della disciplina, si è fermato alle cose inconsuete fatte da De Magistris. E quindi ha affermato che il magistrato era “inescusabile” nella negligenza dimostrata. Ma se l’organo costituzionale avesse seguito l’equazione dei fatti: azioni inconsuete in contesti inconsueti, avrebbe operato con equilibrio e giustizia. Ma forse era troppo semplice.
Che c’entra con Panebianco? Il tempo di spiegarmi. E comunque di qui a qualche tempo De Magistris c’entrerà sempre qualcosa, in quanto il suo caso ha impresso una svolta decisa al corso della riforma politica sulla giustizia ed ne ha accelerato l’evoluzione.
Lo scenario in cui si muoveva De Magistris, e le sue indagini, non era abitato da una banda di quartiere che brucia macchine o ruba motorini. Non si trattava di ladruncoli di appartamento fuggiaschi che cercavano di guadagnare il più possibile di spazio e tempo dai “cani da guardia” che per conto del magistrato, e delle sue indagini, cercavano di acciuffarli. Si trattava di indagare invece, purtroppo per lui, su magistrati, politici-imprenditori, imprenditori-politici, probabilmente su qualche amico Muratore (gente per bene professionisti affidabili), politici sempre alla ricerca di soldi – peggio di un’amante insoddisfatta – e di voti – certamente non parlo di voti religiosi, oggi seppure qualcuno fosse interessato a cercarli rimarrebbe stupito dalla scarsità.
Insomma tutta gente credibile, alla quale l’opinione pubblica è abituata a credere. Appunto professionisti seri, che ricoprono cariche serie, che conoscono gente seria, che necessariamente fanno cose serie – a parte qualche festino colombiano. Ma soprattutto persone, che grazie a queste loro alte qualità e cariche, hanno la possibilità di manipolare fatti, rallentare indagini, utilizzare il parlamento come megafono di indignazione (neanche fossero il Presidente del Consiglio di Acchiappacitrulli). Insomma persone troppo serie per essere chiamate a dare conto delle loro azioni.
Sono persone rispettabili o no? Mettiamo che uno di questi è un Procuratore generale di Corte di Appello, o che so, un Ministro, un Presidente del Consiglio, un Avvocato da qualche decina di milioni di euro l’anno; insomma persone inconfutabilmente serie. Purtroppo il De Magistris, piuttosto che avere notizie di reato di qualche ladro di polli o di automobili, viene a conoscere di inquietanti fatti che riguardano persone serie. Sarà che è un magistrato missionario, sarà che l’azione penale è obbligatoria, si è trovato in questo guaio grosso. Ma quando una persona si impegna veramente a svolgere un potere-dovere, cioè una funzione dalla quale non può esimersi senza violare il principio di uguaglianza, per conto di altre persone che gli hanno riconosciuto fiducia (alludo alla fiducia che si esprime attraverso il patto costituzionale) purtroppo non può dire “sa, ho paura che questa volta mi gioco la carriera e addio Cassazione. Meglio che mi occupi di quel Marocchino immigrato che ha malmenato uno zingaro perché il di lui figlio gli ha rubato il motorino a sua volta rubato”.
Diavolo di un’obbligatorietà di quell’azione. Senza gli istituti di un contratto costituzionale che, diciamolo pure, urge di qualche po’ di manutenzione, come questa incomprensibile obbligatorietà, adesso le personalità serie non avrebbero preso tutti quegli analgesici, il magistrato missionario avrebbe trascorso più tempo con la sua famiglia e con gli amici in campagna e forse sarebbe giunto in Cassazione ad una certa età, gli organi costituzionali non ci avrebbero fatto una figura barbina, Mastella non si sarebbe arrabbiato così tanto e magari ci avrebbe concesso di conoscere il motivo per cui ha fatto cadere il Governo della Repubblica (come è in uso fare in Parlamenti democraticamente eletti) e Dini avrebbe potuto lui fare cadere il Governo invece di rimanere con un palmo di naso.
Se noi ascoltassimo i sapienti, chi sa, ovviamente non i fatti, chi sa perché è una persona seria, perché è una persona che conosce persone serie, non staremmo adesso a rattristarci del fatto che abbiamo perso il “traghetto” del ricorso, o che persone onorabili come politici e magistrati sono state infangate, o che i dipendenti della Why not pietiscono la stabilizzazione ad una Regione senza soldi che ormai non può più arricchire i politici sulle spalle di quei dipendenti.
Prendete esempio dal Panebianco, lui ne sa tante, e infatti è una persona serissima. Come si può fare a non essere d’accordo con lui, quando dice: “riforma dell’ordinamento della giustizia (separazione delle carriere, responsabilizzazione dei PM, eccetera)”. Ma più di tutto sono d’accordo su eccetera. La riforma dell’ordinamento giudiziario deve riguardare in particolare eccetera. Per esempio Violante che è d’accordo su eccetera io lo vedrei alla presidenza della Corte Costituzionale. Sul fatto dei PM responsabili, poi, sono d’accordissimo. I PM non devono essere delle persone irresponsabili, ma responsabilissime (però forse per questo non è necessario fare una riforma politica, basta lasciare le cose come stanno). Un’altra cosa mi colpisce dello scritto di Panebianco; e mi rivolgo ai magistrati: ma che rapporto avete con la politica? Qual è la sua natura. Ci dobbiamo preoccupare?
Comunque fatto sta che se non ci fosse stata st’obbligarietà, De Magistris non avrebbe indagato. Perché non sarebbe stato titolare di un potere-dovere, cioè di una funzione dalla quale non può esimersi senza violare il principio di uguaglianza; perché la sua priorità dettata dal Governo e dal Parlamento sarebbe quella di acciuffare immigrati illegali nel momento in cui superano la frontiera. Non penso infatti che il Presidente del Consiglio o il Parlamento individuerebbero come priorità quella di reprimere la corruzione nella politica, nella magistratura, negli ambienti dell’economia e della finanza.
Le persone serie devono essere lasciate in pace una volta per tutte!
E se i cittadini dicono che occorre meritarsi la virtù della serietà, fatti loro. I nobili nascevano nobili. Non dovevano certo meritarsi di essere nobili. Lo erano e basta. E’ quindi dovevano avere un trattamento particolare. Oggi i nobili non ci sono più, ci sono le persone serie: politici, magistrati, imprenditori, finanzieri, giornalisti (certo non quelli che fanno i processi televisione, hai capito Marco!), poliziotti che reprimono manifestazioni a suon di torture; insomma le conosciamo bene le persone serie. E come i nobili, devono essere oggetto di trattamenti particolari.
La legge è uguale per tutti quelli che tra loro sono uguali. Infatti le persone serie devono essere trattate nello stesso modo, che però è differente da quello con il quale sono trattate, tra loro in modo eguale, le persone che serie non sono. Le persone non sono uguali tra loro, ci sono quelle serie e quelle non serie. La legge è uguale per tutti se tutte le persone sono uguali. Se assumiamo che esistono persone serie (politici, imprenditori, magistrati soprattutto non dimentichiamo eccetera) e persone non-serie (io ed eccetera) sarebbe un’ingiustizia trattarle con la stessa misura.
Panebianco quindi chiama a raccolta il PD, senza il quale non si può cambiare la Costituzione, là dove istituisce l’obbligatorietà dell’azione penale (l’art. 112 C). Altrimenti una riforma costituzionale di questo tipo, se passasse solo con i voti della maggioranza semplice, le colonne del Corriere coadiuvate dalla restante parte dell’informazione ufficiale non riuscirebbero a salvarla dalle Forche Caudine del referendum confermativo. Quindi il PD dovrebbe eseguire i saggi consigli di un politologo serio, far sì che i fondi della sanità, che servono per i malati che soffrono tanto e non poco per il trattamento insensibile ed incivile che ricevono dalle istituzione sanitarie, vengano saccheggiati da chi ha una insana necessità di denaro sonante, senza che magistrato muova dito. Infatti Panebianco ha di nuovo ragione: perché chi saccheggia il denaro dei fondi destinati alla coesione sociale (aree del Mezzogiorno) deve essere difeso, anche da istituzioni di rango costituzionale, mentre chi ruba alle casse dei malati deve essere perseguito? E’ sempre gente seria, che distrae denaro assegnato a fini sociali e di prevenzione dei guai; si tratta sempre di persone tra loro uguali ed uguale trattamento devono ricevere.
Indaghino pure i magistrati; tanto poi arrivano quelli della disciplinare. Panebianco consiglia, anzi provoca, che questi della disciplinare arrivino presto. Non con il ritardo con cui sono arrivati da De Magistris; se non arrivano per tempo finisce che i fatti si scoprono lo stesso. I magistrati ogni volta che indagano su politici e gente seria di questo tipo devono essere normalizzati immediatamente, altrimenti li disciplinerà il legislativo e l’esecutivo con le sue priorità indiscutibili. E così il potere nullo – in quanto neutro è quello giudiziario – diventerà una nullità e quindi si occuperà delle nullità, cioè delle persone non-serie.
Non ci resta quindi, per volgere la situazione al meglio, che affidarci a Violante.
Grazie all’intramontabile Corriere per essere la punta avanzata della crescita civile, civica e politica di questo paese. Sentitamente
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E' bene sapere che la legge punisce gli insulti alle istituzioni, da chiunque essi provengano.
Riportiamo, in calce, due articoli del codice penale piuttosto significativi e d'attualità.
In molti si chiedono perché alle offese non si risponda con la stessa moneta. Replicare ad un'offesa, che è un delitto, commettendone un altro, non è la risposta che l'Ordinamento si attende, specialmente da chi è chiamato a far rispettare la legge.
All'offesa si reagisce con il ragionamento e con l'argomentazione, mettendo a nudo la pochezza intellettuale di chi viola le regole.
Il rispetto delle norme, e non il vituperarle, è espressione di forza.
Articolo 290. Vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle forze armate.
Articolo 292. Vilipendio o danneggiamento alla bandiera o ad altro emblema dello Stato.
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Pubblicato da "Uguale per tutti" a 10:00 2 commenti