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Timestamp: 2018-08-16 20:11:15+00:00
Document Index: 31604279

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 1', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 32', 'sentenza ']

L’impugnazione del contratto a termine dopo la legge 92 del 2012
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L’impugnazione del contratto a termine dopo la legge 92
La Riforma Fornero di cui alla legge 92 del 2012 e il nuovo regime dell'impugnazione del contratto a termine - limite al quantum del risarcimento e termini di decadenza per l'impugnativa
la nullità dell'apposizione del termine
ricorso in materia di contratto a termine
contratti a termine indennizzo ridotto
La riforma Fornero, di cui alla Legge n 92 del 2012, interviene sui termini di impugnazione del contratto a termine, modificando il disposto dell’art. 32, comma 3, della L. n. 183/2010, c.d. Collegato Lavoro, la cui applicazione è fissata con decorrenza al 1° gennaio 2013 (art. 1, commi 11 e 12 della legge di riforma).
Significativo risulta anche l'intervento che limita il quantum risarcibile in caso di accertamento della nullità dell'apposizione del termine; è stato, infatti, precisato che, salvo l'indennizzo compreso tra un minimo di 2,5 mensilità e un massimo di 12 mensilità, null'altro potrà esigere il lavoratore il cui rapporto di lavoro, all'esito del giudizio, sia ripristinato dalla pronuncia giudiziale.
Ai sensi della nuova lett. a) del suddetto art. 32, comma 3, i termini di decadenza dell’art. 6, L. n. 604/1966, trovano applicazione rispetto “ai licenziamenti che presuppongono la risoluzione di questioni relative alla qualificazione del rapporto di lavoro ovvero alla nullità del termine apposto al contratto di lavoro, ai sensi degli articoli 1, 2 e 4 del decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, e successive modificazioni”.
Nel caso in cui l’oggetto dell’impugnazione riguardi la nullità del termine apposto al contratto, l’impugnazione stragiudiziale deve essere proposta nel termine di 120 gg. dalla scadenza del contratto (il termine, oggi, corrispondeva a giorni 60), mentre l’azione giudiziale deve essere proposta nel termine di 180 gg (termine, questo, oggi corrispondente a gg. 270).
Il legislatore, con l’art. 1, comma 13 della riforma, è intervenuto formulando l’interpretazione autentica dell’art. 32, comma 5, L. n. 183/2010, ai sensi del quale: “Nei casi di conversione del contratto a tempo determinato, il giudice condanna il datore di lavoro al risarcimento del lavoratore stabilendo un'indennità onnicomprensiva nella misura compresa tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell'ultima retribuzione globale di fatto, avuto riguardo ai criteri indicati nell'articolo 8, della legge 15 luglio 1966, n. 604”.
Orbene, la riforma, facendo proprie le indicazioni provenienti da quanto affermato dalla Corte Costituzionale, con la sentenza 311/2011 e dalla Suprema Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 1409/2012, ha sancito che: “l’indennità … ristora per intero il pregiudizio subìto dal lavoratore, comprese le conseguenze retributive e contributive relative al periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice abbia ordinato la ricostituzione del rapporto di lavoro”.