Source: https://urladalsilenzio.wordpress.com/tag/art-27-cost/
Timestamp: 2018-10-20 19:54:41+00:00
Document Index: 23057666

Matched Legal Cases: ['art. 27', 'art. 27', 'art. 1', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 41', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 4', 'art. 41', 'art. 1', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 55', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 201', 'art. 27', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 21', 'art.30', 'art. 50', 'art. 4', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 22', 'art. 36', 'art. 27', 'art. 41', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 69', 'art.30', 'art. 30', 'art. 4', 'art. 30', 'art. 15', 'art. 30', 'art. 4', 'art. 27', 'art. 27', 'art. 2', 'art. 101', 'art. 2', 'art. 27', 'art. 27']

art. 27 Cost. | Le Urla dal Silenzio
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Proposte di riforma carceraria (seconda parte).. di Domenico Papalia
Pubblico oggi la seconda e ultima parte del progetto di riforma carceraria stilato da Domenico Papalia, detenuto da alcuni mesi a Nuoro (per vedere la prima parte vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2013/02/03/proposte-di-riforma-carceraria-prima-parte-di-domenico-papalia/).
Sarebbe opportuno un Regolamento che valesse per tutte le carceri italiane, mentre ogni carcere ha un proprio regolamento interno e poiché il detenuto è soggetto a continui trasferimenti, si trova spesso che ciò che gli viene consentito in un carcere gli è precluso in un altro. Un esempio banale: sono 15 anni che non posso mangiare un fico, ecc, ecc., in quanto capito in carceri dove non sono consentiti. Senza nessun motivo, solo perché la Direzione li considera un frutto privilegiato.
Con la legge n. 354/75 nelle carceri italiane è stata istituita le figure dell’educatore, assistente sociale, Psicologo. Il loro compito dovrebbe servire il detenuto per un periodo dai 3 ai 9 mesi di osservazione e formare una Equipe sotto la presidenza del Direttore e con la presenza del Dirigente Sanitario nonché del Cappellano, che a fine osservazione dovrebbe esprimere indicazioni sul percorso trattamentale e rieducativo del soggetto, previsto dall’art. 1 e 13 legge n. 354/75 e 28 e 29 dell’Ordinamento Penitenziario DPR n. 230/2000. Purtroppo, la carenza di organico non soddisfa questo adempimento da parte degli operatori penitenziari e dell Magistratura di Sorveglianza, per cui anche il Magistrato di Sorveglianza dovrebbe vigilare su carcere e conoscere il detenuto attraverso periodici colloqui che spesso lo stesso detenuto chiede. Ma nessuno esaurisce le sue richieste e allora succede che un condannato chieda un beneficio, gli operatori non lo conoscono e chiedono informazioni al personale di polizia penitenziaria. Quindi, lo stesso Magistrato di Sorveglianza che concede il beneficio non ha mai parlato con il detenuto. Per cui, allo stesso è stato fatto un trattamento superficiale che on corrisponde alla realtà della sua personalità. In questo modo può succedere che il Magistrato rigetti il beneficio ad un detenuto che lo meritava, oppure lo concede ad uno che non lo meritava che poi questo, durante il beneficio, magari commette qualche reato amplificato dalla stampa, e la colpa viene data alla legge Gozzini, mentre la responsabilità sta nella mancanza di una seria osservazione sul soggetto.
Dal 1986 al 1992 vi sono stati gli anni di applicazione prima della legge Gozzini e quindi le carceri erano state portate ad una vivibilità di civiltà penitenziaria molto avanzata, venivano concessi i benefici ed applicato in pieno il principio previsto dall’art. 27 c.III della Costituzione che prevede la finalità rieducativa della pena. Il numero dei detenuti si era ridotto a circa 25000. Oggi le carceri sono sul punto di esplodere e siamo arrivati alla soglia dei 70000 detenuti.
In tutti gli anni del governo Berlusconi non si è fatto un provvedimento di politica carceraria, dimostrando soltanto disprezzo per la popolazione detenuta, facendo in questo modo aumentare la popolazione detenuta che è più che triplicata rispetto a quella del 1990. Nei 223 istituti penitenziari i posti sono 41000 circa. Per cui ci sono circa 30000 detenuti in più e vi lascio immaginare come può essere la nostra vivibilità.
Il carcere come luogo di punizione secondo me è fallito ed il nostro legislatore dovrebbe sforzarsi a lavorare più di fantasia per trovare una forma alternativa al carcere che sia più educativa e remunerativa per la società.
Tenere il detenuto “a vegetare”, chiuso in cella 22 ore su 24, fa male a lui, ma fa tanto male alla società, mentre si dovrebbe fare in modo che possa rendersi utile alla collettività, facendogli fare lavori socialmente utili o azioni risarcitorie nei confronti della vittima del reato, nonché opera di volontariato. La pena oggi non ha più una funzione rieducativa finalizzata all’inserimento del soggetto nella società, in quanto detta finalità è stata svuotata di significato con tutte le leggi di emergenza. Tutto il processo rieducativo del reo ha perso il suo senso. Dicevo prima che il Governo uscente ha dimostrato poca sensibilità per e carceri, tanto che il DPR n. 230/2000 prevedeva che entro il settembre 2005 tutti gli istituti avrebbero dovuto essere dotati di acqua calda e di doccia nelle celle, nonché abbattere i muri divisori nelle sale colloqui. Ciò è stato attuato in alcuni istituti. A causa del sovraffollamento e delle disperate condizioni di vita, nel 2011 ci sono stati circa 60 suicidi nelle carceri italiane, senza che il Ministero della Giustizia si scomponesse.
Voglio sperare che il nuovo governo faccia una politica seria sulle carceri e senza “doppi binari”, in quanto per tutti i detenuti dovrebbe valere il principio stabilito dall’art. 27 della Costituzione, anche per chi è stato condannato per reato associativo e rientra nell’art. 4 bis della legge n. 354/75 (articolo che esclude alcune tipologie di reati dai benefici). Anche chi rientra in queste categorie di detenuti ha diritto di essere recuperato, di fare autocritica, di rientrare nel consorzio civile, una volta che accetti di essere sottoposto all’osservazione scientifica sulla personalità, a meno che non si pensi che il carcere non debba avere una funzione educativa. Ormai gli stessi esperti -psicologi, filosofi e conoscitori del settore- sono convinti che il carcere ha fallito in quella che dovrebbe essere la sua funzione. Ma se si vuole mantenerlo, se si vuole fare in modo che la pena possa soddisfare le finalità previste in costituzione, allora andrebbero affrontati le modifiche alla legge penitenziaria che indico in questa proposta.
1) Abolizione dell’art. 4 bis della legge penitenziaria n. 354/75 e di tutti quelli ad esso collegati che seguitano a penalizzare anticostituzionalmente una categoria di detenuti.
2) Abolizione del regime di cui al famigerato art. 41 bis O.P. o, perlomeno, umanizzarlo in quanto il regime del 41 bis impedisce, in relazione alla norma costituzionale, la finalizzazione della pena stessa alla rieducazione e al reinserimento sociale del condannato.
3) Abolizione dell’ex legge Cirielli (L. 5.12.2005 n. 251) approvata dal governo Berlusconi.
4) Regionalizzazione dell’esecuzione della pena. Cioè, ogni detenuto sconti la pena nelle carceri della Regione di appartenenza della propria famiglia, affinché i familiari possano essere agevolati nei colloqui. Infatti, il colloquio con le persone care agevola il reinserimento sociale attraverso la valorizzazione dei legami personali e, nel contempo, attenuare la solitudine che accompagna i detenuti durante il periodo di espiazione della pena. “Interrompere il flusso dei rapporti umani significa separare l’individuo dalla sua stessa storia personale, significa amputarlo di quelle dimensioni sociali che lo hanno generato, nutrito e sostenuto” (dott. Claudio Ceraudo, Presidente Medici Penitenziari).
5) Aumentare l’organico della Magistratura di Sorveglianza e degli operatori penitenziari (educatori, psicologi, ecc.). Oggi, per 223 istituti e circa 70 mila detenuti, ci sono 551 educatori e 400 psicologi. Per cui non può essere fatta un’attenta osservazione scientifica del detenuto, per cui, un basso livello qualitativo dell’osservazione psicologica e del trattamento penitenziario per mancanza di organici mortifica il piano rieducativo individualizzato del soggetto detenuto.
6) Approvazione del nuovo codice penale, con meno reati ed ancor meno carcere, insieme ad un umano abbassamento delle pene ed alla conseguente automatica abolizione dell’ergastolo.
7) Innalzamento a 120 giorni all’anno del beneficio della liberazione anticipata, senza alcuna limitazione in merito ai reati commessi ed applicazione automatica della Direzione del carcere.
8) Prestare più attenzione all’edilizia penitenziaria.
9) Diritto di voto per i detenuti, come già pronunciatasi con sentenza favorevole la Corte Europea, in un ricorso di un cittadino inglese contro la Gran Bretagna.
10) Istituzione del Difensore Civico per i detenuti a livello nazionale.
11) Ampliamento delle misure alternative per tutti i reati, rafforzando le sanzioni per chi non rispetta le regole durante i benefici, e la previsione di forma di lavoro socialmente utile che potrebbero essere una forma di risarcimento nei confronti della società.
12) Affettività in carcere (o sesso, o come lo si voglia chiamare) che, in mancanza di strutture, potrebbe essere attuata con la concessione regolare dei permessi premio. Questo eviterebbe la distruzione di tante famiglie e consentirebbe di esercitare la responsabilità della funzione genitoriale.
13) Rivedere la discrezionalità della Magistratura di Sorveglianza, in relazione alla concessione di benefici, stabilendo certi parametri e requisiti che, una volta acquisiti, facciano scattare automaticamente il beneficio. Altre proposte ci sarebbero; ma chiudo questo capitolo, con l’augurio che il nuovo governo se ne faccia carico.
Livorno 14/12/2011
Pubblicato da alfrhaed in Saggio e contrassegnato con affettività, art. 27 Cost., art. 4 bis, art. 41 bis, benefici, carceraria, Comitato europeo per la prevenzione della tortura, difensore civico, Domenico Papalia, educatori, governo, legge Gozzini, Nuoro, operatori penitenziari, Ordinamento Pentienziario, proposte, psicologi, recupero, riforma, risocializzazione, sovraffollamento | Lascia un commento
Lettera al Ministro Paola Severino- dalle detenute di Lecce
Recentemente, il 18 luglio, avevo pubblicato una lettera appello delle detenute del carcere di Lecce (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/07/18/dalle-detenute-del-carcere-di-lecce-lettera-appello/).
In questi giorni me ne è giunta un’altra, rivolta più direttamente al Ministro di Grazia e Giustizia Paola Severino.
E’ molto intesa… è una forte chiamata ad essere riconosciuti, ad essere tutelati, ad avere la possibilità di non soccombere adesso in un carcere (in genere.. in tutta Italia..) che è allo sfascio, e di avere nel tempo chance concrete per potersi rifare una vita.
La lettera è preceduta di un estratto di una psicologa del Lazio, in cui si parla di.. “resilienza”.
Dal pensiero di una psicologa del Lazio:
La capacità di resistere agli urti della vita– Il termine resilienza sta ad indicare la proprietà che alcuni materiali hanno di riacquistare la forma originaria dopo essere stati sottoposti a schiacciamento o deformazione. In psicologia connota la capacità delle persone di fare fronte agli eventi stressanti o traumatici e di riorganizzare in maniera positiva la propria vita dinanzi alle difficoltà. Non è quindi solo capacità di resistere, ma anche di “ricostruire” la propria dimensione, il proprio percorso di vita, trovando una nuova chiave di lettura di sé, degli altri e del mondo. E’ resiliente, pertanto, chi è disposto a cambiamento quando necessario, chi è disposto a pensare di potere sbagliare e si dà la possibilità di potere correggere la propria rotta e ricostruire.
LETTERA AL MINISTRO DI GRAZIA E GIUSTIZA
Illustrissimo Ministro di Grazia e Giustizia, avvocato Paola Severino, tutta la sezione femminile della casa circondariale di Lecce le invia un urlo di disperazione e una richiesta di aiuto attraverso il Blog.
Lei è un avvocato, una persona che capisce le problematiche carcerarie, chissà con quanti detenuti ha interloquito durante il percorso della sua carriera professionale.
Di ieri (09/07/2012) la notizia che lei non è contraria all’amnistia, ma purtroppo la decisione spetta alle Camere.
Per noi, già sapere che lei è propensa a questo beneficio non può che darci la speranza di un ritorno alla vita terrena, perché sinceramente questa del carcere non è “vita”.
Nel corso degli anni abbiamo assistito a varie sfilate, soprattutto nei giorni festivi principali dell’anno, di politici curiosi, a volte di destra, a volte di sinistra. Quando giungono vicino ai cancelli delle celle si mostrano dispiaciuti per le condizioni in cui versiamo, si informano delle nostre condanne, delle nostre posizioni giuridiche, dimostrano interesse davanti all’emergenza sovraffollamento, ci danno anche parole di conforto. Poi, usciti fuori da queste mura, rilasciano le loro interviste ai giornalisti, e tutto finisce nel silenzio, si mette una pietra sopra.
Questo è per noi una grande delusione, perché, evidentemente, noi detenuti non veniamo presi in seria considerazione, ma siamo solo fenomeni da baraccone (per loro!).
Siamo persone umane, non oggetti. E’ sbagliato, sbagliatissimo, da parte di una società moderna come la nostra, pensare che in carcere ci siano solo rifiuti umani da sopprimere, o peggio, degli appestati.
In carcere ci sono diplomati, laureati, persone che fuori svolgevano regolarmente attività lavorativa, nella nostra nazione che è l’Italia, una Repubblica fondata sul lavoro, così come recita l’art. 1 della Costituzione.
Persone che nel corso della loro vita hanno commesso degli errori, si dice che sbagliare è umano.. ma chi non sbaglia mai?
Anche il nostro Governo è caduto, nel corso degli anni, in errori.
L’errore di non rispettare, ma di calpestare quotidianamente l’art. 27 della Costituzione. Decine sono i ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo e ai tribunali di sorveglianza, sulle condizioni disumane.
Allora, le chiediamo dal profondo buio delle nostre celle di intervenire concretamente su una situazione difficile e al collasso quale è l’emergenza carceri.
La legge cosiddetta “sfolla carceri” è stata solo fumo negli occhi e di certo non ha risolto nessuna emergenza, tant’è vero che la situazione peggiora di giorno in giorno e adesso ci si mette anche il caldo africano, come si suol dire.. “OLTRE AL DANNO ANCHE LA BEFFA”.
Abbiate coraggio, perché ne avete tanto bisogno, ma soprattutto scuotete le vostre coscienze e il vostro senso di umanità.
Da anni si vedono le immagini dei documentari.. con celle sovraffollate, condizioni disumane in tutte le carceri italiane, da Nord a Sud, da Ovest ad Est. Siamo 68.000 detenuti, tutti sulla stessa barca.
Mettete fine alla moltitudine di suicidi, agli atti di autolesionismo provocati dalla disperazione di non vedere più uno spiraglio di luce. Basta ai bambini in carcere.
Il Governo continua imperterrito a fare tagli per risanare il debito pubblico. Non ha più soldi per portare avanti le spese carcerarie, tant’è vero che le forniture sono ridotte all’osso, ormai riusciamo ad avere a malapena un rotolo di carta igienica a settimana a persona. Non c’è abbastanza fornitura d’acqua corrente, infatti l’erogazione è interrotta quotidianamente per circa 2-3 ore, perché le riserve non ce la fanno a garantire la distribuzione per tanti detenuti.
Questi sono solo piccoli esempi dei grossi problemi che ci sono in carcere. Altra nota dolente è la sanità che è carente; pochi medici e infermieri a fronte di tanti detenuti, alcuni con patologie gravi.
I tribunali non concedono misure alternative e se lo fanno accade molto di rado, nonostante le leggi ci siano, vedi legge Simeone, ecc. La maggior parte delle detenute presenti in questa sezione hanno figli minori di 10 anni, ma intanto stanno qua, lontane dai loro figli.
Dal 18 al 22 luglio aderiamo allo sciopero della fame di Marco Pannella che da anni ci affianca e lotta per i diritti del detenuto ininterrottamente.
Forse è l’unico parlamentare, insieme al partito radicale, ad avere il gran senso dell’umanità che gli fa onore e che dietro queste sbarre, queste mura di cemento armato vede “persone” e non dei mostri da abbattere.
Per cui, Dott.ssa Severino, le chiediamo di pronunciare finalmente la parola “amnistia” e di applicarla, e da lì ripartire per una giustizia più equa, anche in memoria del nostro caro pontefice Giovanni Paolo II, che in vita aveva espresso la volontà affinché venisse concesso tale beneficio.
Anche il personale di polizia penitenziaria è al collasso a fronte di turni massacranti e carenza di personale, e con tanta fatica sopporta il peso di tanti detenuti. Siamo consapevoli dei nostri errori, non ne siamo fieri e li stiamo pagando anche a caro prezzo, perché il nostro cammino in questi luoghi è uguale alla passione di Cristo.
Ma abbiamo diritto ad una seconda possibilità nella vita, abbiamo bisogno delle nostre famiglie che fanno enormi sacrifici per venire a trovarci al colloquio e a lasciarci quei pochi soldi per mantenerci, a seconda delle possibilità.
Le chiediamo un po’ di compassione, sia a lei che a tutti i politici del nostro Governo, che sicuramente sono contrari a concedere l’amnistia, ma non devono fare di tutta un’erba un fascio.
Faremo quattro giorni di sciopero della fame, uniti con Marco Pannella.
TUTTA LA SEZIONE FEMMINILE DEL CARCERE DI LEGGE
Pubblicato da alfrhaed in Fuori categoria e contrassegnato con acqua, amnistia, Art. 1 Cost., art. 27 Cost., detenute, erogazione, errori, forniture, governo, Lazio, Lecce, ministro della Giustizia, Pannella, Paola Severino, possibilità, psicologa, resilienza, sanità, sfilate, sovraffollamento
L’ergastolo è da abrogare… di Domenico Papalia
L’otto luglio abbiamo pubblicato il primo intervento di un nuovo amico del Blog, Domenico Papalia, detenuto a Spoleto (vai al link.. https://urladalsilenzio.wordpress.com/2012/07/08/nemmeno-lo-stato-puo-togliere-la-vita-di-domenico-papalia/).
Oggi pubblichiamo un altro suo articolo.. che si ricollega a un filone di testi che ormai è un classico della “letteratura dal carcere”.. ovvero uno scritto sul perché l’ergastolo è da abolire.
Poche chiacchiere: l’ergastolo è da abrogare
Le forze democratiche più volte si sono interrogate se l’ergastolo è compatibile con i diritti fondamentali sanciti dalla nostra Costituzione, e la risposa è sempre stata la stessa, cioè che, sì, è in profondo e radicale contrasto con i principi del nostro ordinamento e, in particolare, con quanto stabilito dall’art. 27 della Costituzione in tema di finalità rieducativa della pena.
Purtroppo le varie proposte di abrogazione non hanno mai superato l’esame dei due rami del Parlamento. Nel 1998 il Senato l’approvò, ma poi si arenò alla Camera, nonostante in precedenza una mozione parlamentare, passata a maggioranza, avesse impegnato il governo in tal senso. Da allora è avanzata sempre di più la cultura forcaiola.
Chi pensa che l’ergastolo o la pena di morte possano servire come deterrente sbaglia. Chi va a commettere un crimine lo fa convinto di non essere scoperto, altrimenti si asterrebbe dal farlo, e ciò anche se rischiasse un solo giorno di carcere. Al contrario, può diventare pericoloso perché rischiando l’ergastolo, non si esiterebbe a eliminare eventuali testimoni.
L’ergastolo è una pena terrificante, ancora peggiore della pena capitale. Con l’ergastolo si muore per ogni attimo della giornata ed ogni istante della notte, oltre ad essere una sofferenza perpetua per i familiari dello stesso ergastolano. Mentre con la pena di morte la sofferenza finisce prima, ma con ciò non ammetto la pena di morte, perché uno Stato che l’attua si mette sullo stesso, anzi con ancora più feroce premeditazione, di un criminale.
Come è stato ricordato nella lettera inviata da molti ergastolani al Presidente della Repubblica, Luigi Settembrini sosteneva:
<<La pena può essere dura, può essere lunga, ma deve avere una fine ed una speranza. Sta scritto che Dio vuole la penitenza; non la distruzione del peccatore>>.
Con il sistema punitivo attuale, l 90% degli ergastolani finirà i suoi giorni in carcere, che equivale alla pena di morte. Tale pena, esemplare quanto infamante, disumana quanto premoderna, fa apparire il nostro Paese quale Stato d’inciviltà giuridica non indifferente, visto che in quasi tutto gli Stati europei l’ergastolo è stato abolito e, dove vige, ha un termine perentorio per i benefici, dopo avere scontato un certo tetto di pena.
Per capire la crudeltà della pena dell’ergastolo, basta considerare come il codice penale francese del 28 settembre 1791, pur prevedendo la pena di morte, avesse abolito l’ergastolo, ritenuto molto più grave della pena capitale, disumano, illegittimo, inaccettabile nella misura in cui rende l’uomo schiavo, realizzando di fatto una ipotesi di servitù coatta legittimata in nome di una pretesa superiore ed inviolabile ragion di Stato. N consegue quindi la necessità giuridica, politica e morale di abolire una pena contraria ai principi fondamentali dell’ordinamento costituzionale.
E’ vero che l’ergastolo vigeva nella legislazione penale preunitaria (vedasi artt. 3-7 c.p. del Regno delle Due Sicilie; artt. 13-15 del c.p. Toscano; artt. 10-16 codice penale Stati Estensi). Anche nel codice penale ZANARDELLI del 1889 era previsto. Era però meno crudele perché l’art. 55 prevedeva, per gli imputati di età minore, dai 14 ai 18 anni, la sostituzione dell’ergastolo con la pena da 12 a 20 anni di reclusione; mentre l’art. 5, per gli imputati da 18 a 21 anni, la sostituzione dell’ergastolo con la reclusione da 25 a 30 anni. Quindi per gli imputati al di sotto dei 21 anni non veniva applicata la pena perpetua. Questo codice ha avuto la sua validità fino al primo luglio 1931. Vi furono già allora lunghe discussioni sul mantenimento o meno dell’ergastolo che lo si fece seguire alla pena di morte e con i lavori forzati a vita. Quindi, i legislatori di allora avevano molti dubbi sull’utilità della pena dell’ergastolo. A circa 120 anni di distanza i legislatori di oggi non si pongono questo problema di coscienza.
Solo qualche decennio fa, la Corte Costituzionale (con sentenza n. 168 del 27-28 aprile 1994) ha dichiarato l’illegittimità degli artt. 17-22-69 quarto comma del codice penale che non ne prevedevano l’esclusione per i minori di anni 18.
Per il resto è stata sempre respinta dalla Consulta l’eccezione d’incostituzionalità, sostenendo a volte, che doveva essere il legislatore a mettere mano a tale modifica penalistica; altre volte invece che la pena perpetua, ormai, con i benefici penitenziari applicabili anche ai condannati all’ergastolo, non esiste più di fatto perché: dopo l’espiazione di 10 anni si può ottenere il permesso premio; dopo 20 anni la semilibertà; dopo 26 anni la liberazione condizionale, più la liberazione anticipata computabile ai fini dei benefici anzidetti.
Questo è vero, ma è anche vero che è ancora più grave, in quanto rimanda la discrezionalità ala magistratura di sorveglianza competente per l’applicazione dei benefici sopra richiamati. Per cui, a seconda della giurisprudenza (al di là del merito), la valutazione spesso varia da tribunale a tribunale, e quindi varia se si possono ottenere o no i benefici prima citati. Per cui, se due condannati all’ergastolo si trovano detenuti in due giurisdizioni diverse con due Tribunali di sorveglianza che applicano due giurisprudenze differenti, uno più garantista e l’altro più restrittivo, accadrà che due ergastolani con identica posizione giuridica ed identica partecipazione all’opera rieducativa, avranno trattamenti diversi, nel senso che uno può accedere ai benefici ed uno no.
Con il regolamento penitenziario del 1931 (art. 201), l’ergastolano dopo avere espiato 20 anni di carcere veniva proposto per la grazia dalla direzione del carcere, con esito quasi sempre positivo, se il condannato aveva mantenuto la buona condotta. Oggi, nonostante siamo al terzo millennio, siamo andati sempre peggio in tema di funzionalità della pena e di utilità della pena perpetua.
L’ergastolo, inventato come lavoro perpetuo nel codice ecclesiastico, si è man mano andato ad affermare come pena perpetua anche nella legislazione recene, come stiamo provando a nostre spese.
Spoleto, giugno 2012
Pubblicato da alfrhaed in Messaggi nella bottiglia e contrassegnato con art. 27 Cost., benefici, Codice penale francese 1791, Codice Zanardelli, discrezionalità, Domenico Papalia, ergastolo, Luigi Settembrini, spoleto
Una nuova disciplina dell’ergastolo ostativo?.. di Giovanni Lentini
Il nostro Giovanni Lentini è stato da poco trasferito dal carcere di Bologna a quello di Opera, e francamente non si è ancora capito in base a quale motivazione ciò sarebbe stato fatto.
In questo suo breve testo che ci ha inviato… e che è stato scritto mesi fa da Bologna… Giovanni racconta come le nuove normative avrebbero fatto venire meno il barbaro sistema dell’ostatività, a patto di avere scontato almeno metà della pena, e comunque non più di dieci anni.
Ma, si chiede dopo, perché queste norme non vengono applicate?
Le norme esistono, perché non vengono applicate?
L’art. 4.bis, fino a poco tempo fa rendeva inapplicabili le misure alternative al carcere per i condannati per reati mafia o di terrorismo (salvo collaborazione con la giustizia).
Oggi, grazie ad alcune modifiche del codice dell’Ordinamento Penitenziario e con l’introduzione della L. del 15/07/2009 n. 94 sull’art. 4 bis O.P., ci sono delle norme (gli art. 21,co.1; l’art.30-ter, co.4, lett.C; e l’art. 50, co.2, ord. pen., che tra l’altro fanno specifico riferimento proprio al co.1 dell’art. 4 bis), che prevedono la concessione di benefici penitenziari, cioè, del lavoro esterno, dei permessi premio e della semilibertà, anche per i condannati per reati di mafia e/o terrorismo, dopo l’espiazione di almeno metà della pena e comunque di non oltre dieci anni di carcere e senza l’obbligo di collaborare con la giustizia.
Mi chiedo, perché molto spesso queste norme non vengono applicate, rendendo così impossibile un reinserimento sociale?
Chi è condannato all’ergastolo non ha un fine pena, è destinato a morire in carcere se non vengono applicate le norme vigenti, rendendo così inefficace il fine rieducativo previsto dall’art. 27 della Costituzione italiana.
Bologna 15/03/2012
Pubblicato da alfrhaed in Messaggi nella bottiglia e contrassegnato con applicazione, art. 27 Cost., Bologna, Giovanni Lentini, Opera, ostatività, trasferimento
Diario di Pasquale De Feo- 22 aprile – 21 maggio
Il diario mensile di Pasquale De Feo, detenuto a Catanzaro.
Uno degli appuntamenti principali di questo Blog.
Ogni mese arriva un mazzo di fogli, un piccolo libro, il viaggio di un mese, il viaggio di un uomo, che vive tra sbarre e mondo, tra rabbia e studio, tra indignazione e attualità, tra godimento del conoscere e amarezza, delusione verso il potere e i meccanismi burocratici e speranza che ritorna, a getto continuo, come un geyser che non può mai smettere di fare uscire il suo spruzzo dalla terra.
Pasquale a volte va con l’accetta, giudizi forti, netti, precisi. Per questo a qualcuno non piace. Ma alcuni confondono l’apprezzamento con il dover condividere tutto. Si apprezza qualcuno per la sua dedizione, per la sua umiltà, per il suo studio, per la sua voglia di imparare, anche quando non non si condivide qualcosa di quello che dice. E si trova l’umanità che serpeggia tra le righe, quella umanità che volte urla per farsi sentire, ma che a volte abbassa il tono come in una improvvisa malinconia. Ogni mese qualcuno scrive la sua, in un rituale che ha qualcosa dell’appuntamento con la propria coscienza e con la propria mente. E c’è un respiro in pagine che cercano la boccata d’aria quando l’orizzonte a volte si spegne, per poi accendersi, ad ogni alba prima di ogni notte.
Stavolta metterò solo tre brani -estratti dal diario- come anticipazione. Non i più importanti, o i più “scottanti” e taglienti, ma giusto tre corde toccate, molto diverse tra loro..
Il primo brano parla di due algerini rimpatriati a cui era stato appiccicato una sorta di nastro adesivo sulla bocca:
“Stavano rimpatriando due algerini sul volo Roma-Tunisi, sull’aereo si trovava anche il regista Francesco Sperandeo, ha visto i due deportati con lo schiaccio da imballaggio sulla bocca. Alla richiesta di trattare in modo umano i due algerini, in modo arrogante gli agenti gli hanno intimato di tornare al suo posto e di non intromettersi, perché si trattava di una normale operazione di polizia. Sperandeo ha fatto una foto con il telefonino e con una cronaca dei fatti l’ha messo su facebook. Sia il Ministro degli interni Cancellieri e che il capo della polizia Antonio Manganelli (quello che prende circa 700,000 euro di stipendio, quasi quattro volte lo stipendio del capo dell’ F.B.I. americana, tenendo presente che l’America ha 350 milioni di abitanti e non solo 60 milioni), hanno dichiarato di non sapere niente.” (24 aprile)
Nessuno deve essere trattato così. Ha fatto bene Sperandeo a fare girare questa scena. E più persone sugli aerei prenderanno testimonianza di questo trattamento da bestie -quando ne saranno testimoni- e lo diffonderanno, meglio sarà.
In un altro passaggio, Pasquale parla di un allenatore di calcio, Zdnek Zema:
“Ogni vola che gioca la serie B vado a vedere il risultato del Pescara allenato da Zeman. L’anno scorso guardavo i risultati del Foggia in serie C, sono un suo tifoso. Con lui le squadre hanno sempre spettacolo, oggi ha vinto sei a zero con il Vicenza. Credo che sia uno dei pochi che insegni calcio con onestà e professionalità, senza escamotage come con i medicinali, anche se questo l’ha pagato a caro prezzo, ma da galantuomo qual è non ha spostato di una virgola il suo modo di essere, come uomo e come allenatore. ” (1 maggio)
Zeman è un personaggio letterario quasi. Un simbolo della coerenza assoluta. Uno di quelli che, come diceva una canzone di Venditti a lui dedicata, “non cambia mai”.
E poi un passaggio stupendo:
“Nella rubrica di un quotidiano ho letto una notizia che mi ha riportato alla mente un documentari che facevano su Rai Tre, “c’era una volta”. L’articolo da’ notizia della presentazione di un libro “Lavorare senza padroni” scritto da Evira Corona. Racconta l’esperienza della autogestione delle fabbriche in Argentina, attraverso la voce dei protagonisti. Nel 2001 ci fu una forte crisi economica in Argentina, causando la chiusura o la svendita di numerose imprese che non riuscivano a reggere la concorrenza internazionale. Gli operai risposero con l’autogestione delle fabbriche. Il documentario che avevo visto raccontava proprio questo fenomeno, il giornalista entrava nelle fabbriche e parlava con gli operai, per capire come avevano fatto. Tra tutte le imprese si era creata una rete per vendere tra di loro i prodotti e all’interno del Paese si aiutavano reciprocamente. La cosa funzionò tanto bene che i padroni, dopo essere scappati, rivolevano le fabbriche, ma gli operai tennero duro anche a dispetto della violenza della polizia, come sempre al servizio dei padroni. In questo articolo leggo con piacere che a dieci anni dalla crisi, l’autogestione è diventato stabile e in forte aumento. L’autrice afferma che il risultato si deve alla enorme rete sociale creata dai lavoratori e alla grande solidarietà della società civile. Con la chiusura di migliaia di piccole, medie e grandi imprese, anche in Italia si dovrebbe prendere esempio dal sistema creato in Argentina.” (5 maggio)
In Argentina avvenne questo e altro. Le persone possono farcela, possono allearsi per ricostruire nuovi tessuti di relazione, di produzione e di economia sulle macerie che il fanatismo e la follia finanziaria e bancaria producono.
Come avete potuto afferrare, si tratta -quelli che ho citato- di tre brani che no non parlano di carcere. Per fare intendere come il diario di Pasquale De Feo non è solo lo spazio di un detenuto che parla del carcere. E’ questo, ma è anche molto altro.
Vi lascio al diario di Pasquale De Feo.. detenuto a Catanzaro.. mese di aprile.
A Milano, il PM Gaetano Ruta ha rinviato a giudizio quattro agenti per l’omicidio di Michele Ferrulli, dopo averlo ammanettato lo massacrarono di botte, procurandogli un infarto. I quattro agenti si chiamano Francesco Ercole, Michele Lucchetti, Roberto Stefano Piva e Sabastiano Cennizzo. La singolarità di questi omicidi è che, per le forze di qualsiasi polizia, l’assassinio diventa un incidente, per il popolino diventa omicidio volontario. Se io litigo con una persona e malauguratamente con un pugno, una caduta o per qualsiasi altro incidente, la persona muore, mi accuseranno di omicidio volontario, viceversa le polizie, o con le mani, o con il manganello, oppure ti sparano, è sempre omicidio colposo. Questo dimostra che non siamo tutti uguali davanti alla legge, come sancisce la Costituzione. – 22/04/2012
Stavano rimpatriando due algerini sul volo Roma-Tunisi, sull’aereo si trovava anche il regista Francesco Sperandeo, ha visto i due deportati con lo schiaccio da imballaggio sulla bocca. Alla richiesta di trattare in modo umano i due algerini, in modo arrogante gli agenti gli hanno intimato di tornare al suo posto e di non intromettersi, perché si trattava di una normale operazione di polizia. Sperandeo ha fatto una foto con il telefonino e con una cronaca dei fatti l’ha messo su facebook. Sia il Ministro degli interni Cancellieri e che il capo della polizia Antonio Manganelli (quello che prende circa 700,000 euro di stipendio, quasi quattro volte lo stipendio del capo dell’ F.B.I. americana, tenendo presente che l’America ha 350 milioni di abitanti e non solo 60 milioni), hanno dichiarato di non sapere niente. Si smentiscono da soli, perché il poliziotto nel dire che era una normale operazione di polizia, significa che non era un caso sporadico, ma una normale procedura, pertanto un metodo autorizzato dai vertici. Tutte le polizie si sono imbarbarite negli ultimi 20 anni, ogni tanto viene a galla qualche episodio, ma è solo la punta dell’iceberg, poi tutto torna alla normale oscurità. – 23/04/2012
Mi hanno notificato il cumulo di pene, fattami dalla Procura Generale della Repubblica di Salerno, nel leggere la firma del Sostituto Procuratore Generale che ha redatto il cumulo, rimango sorpreso: “Antonella Giannelli”. La stessa è stata artefice della mia condanna all’ergastolo; con una scusa che un ispettore di polizia aveva interrogato uno degli imputati dieci minuti prima della mezzanotte del 24 ottobre 1989. Il procedimento fu istruito con il vecchio rito, e il giudice istruttore era la dott.ssa Antonella Giannelli. Il 24 ottobre 1989 andò in vigore il nuovo codice di procedura penale, i procedimenti dopo la mezzo natte andarono con il nuovo rito, quelli prima della mezzanotte rimanevano con il vecchio rito. Tralascio tutte le acrobazie e le creazioni cervellotiche che furono fatte per confezionare in rinvio a giudizio. Quando andai al processo mi ritrovai la dott.ssa Antonella Giannelli come PM in aula. All’epoca non mi rendevo conto delle costruzioni inverosimili che furono fatte in aula, con la complicità del presidente della Corte. Ritenevo normale che un giudice, principalmente i vecchi giudici istruttori e i PM potessero fare qualsiasi imbroglio per fare condannare una persona. Tutta l’architettura improntata sul reato associativo, un centinaio di persone, furono assolte, ma tennero in piedi lo stesso la condanna dell’ergastolo. Oggi mi ritrovo di nuovo lo stesso giudice che ha rovinato la mia vita con azioni illecite. Mi auguro che almeno nel giudicato non si accanisca come fece allora. – 24/04/2012
Oggi è il giorno della liberazione. 67 anni fa finiva la seconda guerra mondiale con la sconfitta dei nazifascisti, anche se la fine non fu uno spettacolo edificante con la barbarie di Piazzale Loreto. Per colpa di una parte politica-sinistra-che ne ha monopolizzato la ricorrenza in modo settario e ideologico, per un tornaconto elettorale, ha emarginato tutte le altre parti politiche che avevano combattuto, tra cui anche i vinti, in più legittimarono, rendendoli delle icone, tutti gli intellettuali, giornalisti e scrittori ecc. che cambiarono la camicia nera con quella rossa, come quel nazista e razzista di Giorgio Bocca, gli altri divennero nemici in “eternum”. Non è una eresia affermare che in tutti questi anni il 25 aprile è stato la festa di una minoranza del Paese, e non di tutti gli italiani. In Francia, il 14 luglio, giorno della presa della Bastiglia, è la festa di tutti i francesi, inclusi i monarchici e i partiti di destra. In Italia non si fa questo passo avanti per renderla festa nazionale per superare il passato e riconciliare tutte le anime politiche del Paese, ma si continua con questi mezzucci di piccola bottega. Una grande nazione si riconosce anche da questo, il superamento dei conflitti interni, perché le manifestazioni nazionali devono includere tutti i cittadini dello Stato. – 25/04/2012
Ho finito di leggere il libro “Ricatto allo Stato” di Sebastiano Ardita, ex vice Direttore del D.A.P. Scritto dopo che ha lasciato il ruolo al Ministero della Giustizia, dove si occupava del regime di tortura del 41 bis. Premetto che mai avrei comprato un libro del genere, sia per non incrementare il reddito di chi lo ha scritto e sia per non dargli nessuna visibilità. In vita mia ho letto tanti libri, alcuni mi hanno disgustato, come quello di Giorgio Bocca sul Meridione, inzuppato di un razzismo peggiore di quello della Lega, ma mai mi era capitato di leggere in un libro tante falsificazioni, frottole e omissioni della realtà. Distorcere la storia con cervellotiche elucubrazioni dettate da un settarismo corporativo della magistratura. Una nebbia oscurantista e impregnata di veleni, sospetti, trame tipo spectre, agguati, ombre. Un mondo malvagio dove i buoni sono solo i magistrati. Santifica il regime di tortura del 41 bis, ritenendolo giusto e adeguato alla nostra civiltà, perché rispetta i diritti umani e i principi della Costituzione. Il 41 bis è stato l’atto più infame di questa Repubblica, neanche Mussolini era arrivato a tanto, solo i Savoia fecero di peggio con i lager sulle Alpi, tra cui il mostro “Fenestrelle”, una fortezza a 2000 metri di altezza, vicino Torino; la si può paragonare a Pianosa. Anche all’epoca c’erano giudici e militari che intendevano la repressione come l’annientamento di ogni diritto e calpestare le persone con ogni mezzo. Con la legge Pica fecero da esempio alle SS tedesche 80 anni dopo. Oggi non è dissimile, con gli ultimi 20 anni di repressioni con le leggi emergenziali, tipico d uno stato di polizia, in questo caso di dittatura giudiziaria. Scrive che nel 1992, quando fu emanato il 41 bis a Pianosa e all’Asinara, i detenuti non furono torturati; perché non c’è nessun documento che lo provi, come testimone tira in ballo il Procuratore di Livorno che dichiarò che non succedeva niente a Pianosa. La Procura di Livorno ha insabbiato tute le denunce fatte dai detenuti e dai loro familiari; aggiunge che il 6 aprile 2000 la Corte Europea condannò l’Italia solo per avere svolto indagini ufficiali sulle denunce presentate dai detenuti. Credo sia più corretto affermare con certezza che “non furono mai fatte”, essendo le Procure complici e coprirono le torture che succedevano. Ricordo che il CPT (Comitato per la Prevenzione della Tortura in Europa), non condannò l’Italia per tortura sui fatti di Pianosa, per un solo voto, anche se materialmente la scampò; come dichiarò Luigi Manconi: “A Pianosa sono successe cose gravissime e moralmente siamo stati condannati”. Altro che non è successo niente, come scrive nel libro. Tutte le associazioni internazionali, in primis Amnesty International, hanno condannato il 41 bis come regime di tortura, perché di tortura si tratta, persino la magistratura USA condannò il 41 bis come una tortura, negando l’estradizione di Rosario Gambino. Anche la nascita di questo regime infame viene strumentalizzata e manipolata per appagare il dispotismo malvagio di tanti Savonarola. Le bombe del 1992 non successero per fare abolire il 41 bis, perché prima non esisteva, furono le bombe a fare emanare questo regime di tortura. Le bombe non servirono alla criminalità, ma alla politica per i suoi scopi e la repressione del popolino è stata funzionale ai poteri dello Stato che avevano interessi politici ed economici da portare a termine. Nel Meridione la responsabilità non è personale come sancisce la Costituzione, ma collettiva, pertanto quando succede qualcosa, la repressione colpisce indiscriminatamente tutto il Meridione, come facevano nelle colonie africane “terrorizzare gli indigeni affinché facessero quello che volevano i padroni, la stessa cosa succede nella “colonia meridionale d’Italia”, e ci sono solerti poliziotti e giudici che applicano rigorosamente le leggi per rendersi visibili agli occhi dei padroni. Il libro è l’autocelebrazione della corporazione della magistratura, persino la legge Gozzini non la scrisse il senatore Gozzini, ma l’attribuisce ai magistrati del ministero Gozzini diede solo il suo nome. Questa è falsificazione della storia. All’epoca ero in carcere, e Gozzini venne nei carceri toscani e spiegò la legge. Tutto è strumentalizzato, persino una lettera al Papa e ad altre persone, nel chiedere il rispetto dei diritti e la denuncia delle torture di Pianosa. Il rigore che spesso viene citato nel libro è tortura, in tutte le salse possibili, è sempre tortura. Durante la sua permanenza al ministero ha costruito il 41 bis “intelligente”, prima era ignorante perciò ci massacravano, ora la tortura è psicologicamente peggiore di quella ignorante, ma è sempre tortura, ma per lui è sempre rigore. Le parole non possono cancellare i fatti, la verità anche se soffocata da aggettivi, mendaci, verrà a galla. L’unica verità che ho letto, quando cita il Direttore del carcere di Spoleto Ernesto Padovan, ritenendola una delle persone più elle che ha conosciuto da quando ha preso servizio al ministero: “un uomo che riesce a gestire nella più ‘stretta legalità’ la vita del 41 bis, senza dimenticare l’art. 27 della Costituzione: ‘Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato’ “. Per lui rappresenta un modello. Nel panorama nazionale tutti i detenuti rispettano il Direttore di Spoleto per la sua umanità e la corretta applicazione delle regole, mantenendosi nella legalità. Se il Direttore Padovani gestisce il carcere nel rispetto della legalità, perché gli altri non lo fanno? E il D.A.P. da lui presieduto perché non è mai intervenuto? Il carcere di Spoleto è un fiore all’occhiello e ci portano tante delegazioni in visita, perché tutti i 41 bis e le carceri non possono essere come Spoleto? La tortura, la repressione e le vessazioni derivate da un sistema totalizzante e dispotico produce resistenza e odio, innescando un circuito vizioso senza fine. – 26/04/2012
Pensando al libro finito di leggere ieri, mi sono ricordato del reclamo fatto da Attanasio Alessio in regime di tortura del 41 bis nel carcere di Terni, contro una delle circolari del D.A.P. dell’ex vice direttore del DAP Sebastiano Ardita. Quelle restrizioni dispotiche e cervellotiche che Ardita chiama 41 bis intelligente perché secondo lui lo stabilizza, coniugando rigore e umanità. La circolare del. DAP in questione vieta la ricezione e possesso di libri, riviste, quotidiani ed altro tipo di stampa o pubblicazioni. Il reclamo di Attanasio smonta pezzo per pezzo questa disposizione “intelligente” del DAP, che conferma come arroganza e dispotismo vanno a braccetto con l’ignoranza, causa di ogni estremismo e che conosce solo il linguaggio della repressione, della vessazione e il calpestare la dignità altrui. Attanasio cita una frase del poeta inglese Johon Milton, merita di essere letta perché attinente al caso “uccidere un uomo significa distruggere una creatura ragionante, ma proibire un buon libro significa distruggere la ragione stessa”. Di queste circolai di “rigore” Ardita ne ha emanate tante e quando i direttori e comandanti dei carceri hanno anche ecceduto nell’applicazione trasformando la restrizione in tortura, lui non è mai intervenuto, perché lo faceva sono in favore delle direzioni, mai a favore dei detenuti che chiedevano solo il rispetto dei diritti che gli spettavano per legge. Credo che sia il reclamo presentato da Attanasio Alessio e la risposta del Magistrato di Sorveglianza di Spoleto, Dott. Fabio Gianfilippi, meritano di essere trascritti nel Blog, affinché tutti possano leggere e capire cosa sia il 41 bis intelligente e di rigore del PM Sebastiano Ardita. – 27/04/2012
Leggo un piccolo articolo riguardante la responsabilità civile dei giudici “giudici furibondi perché il ministro Severino non ripristina il principio della libertà nell’interpretare la legge che non da’ luogo a responsabilità”. Hanno preso in mano il potere tenendo in ostaggio la democrazia e le libertà civili del Paese. Ormai si può affermare senza sì e senza ma che viviamo sotto la scure della dittatura delle Procure della Repubblica. La legge si applica non si interpreta Ci sono gli organi adibiti a farlo: Corte Costituzionale, Corte di Cassazione e altri uffici, i singoli giudici non possono mettersi a interpretare le leggi, le devono solo applicare. Assistiamo a una baraonda interpretativa da un tribunale all’altro, perché vogliono continuare a servire se stessi e non la legge. Difendono il potere acquisito negli ultimi 20 anni, per il vuoto politico creatosi dal 1992 in poi, ma chi ne paga le conseguenze sono i cittadini e i malcapitati che si ritrovano tra le loro maglie giudiziarie. – 28/04/2012
Ormai l’Italia è diventata la maglia nera d’Europa, e per il quinto anno consecutivo è stata condannata per la lentezza dei processi. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha condannato l’Italia 2522 volte. Dal 1993, anno della prima condanna, l’Italia resta il sorvegliato speciale del Consiglio d’Europa per la gravità e la quantità delle violazioni commesse nei confronti dei propri cittadini. Violazioni a cui nessun governo è finora riuscito a trovare un rimedio. Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa, a cui spetta il compito di vigilare sull’esecuzione delle sentenze della Corte di Strasburgo da parte degli Stati membri, ha emesso, tra il 1997 e il 2010, nove risoluzioni per chiedere alle autorità italiane di risolvere i problemi legati alla giustizia. La Corte Europea dei diritti umani, inoltre ha già condannato più volte l’Italia anche per il malfunzionamento dell’unico rimedio alla lentezza dei processi, la legge Pinto. L’unico strumento fortino agli italiani per rivalersi contro lo Stato per la durata eccessiva dei processi. I giudici di Strasburgo hanno stabilito che l’Italia risarcisce troppo poco e in ritardo. Il comitato dei ministri del Consiglio d’Europa ha sottolineato che l’Italia deve adottare ulteriori misure su larga scala per rimediare con urgenza al problema. Questa situazione è unica in Europa, come lo è il numero dei magistrati in proporzione agli abitanti, primi in Europa, ma con tutto ciò i magistrati invece di riconoscere che sono la causa del problema, scaricano sugli altri le loro responsabilità. A mio parere, in questo marasma ci sguazzano e alimentano il loro potere, pertanto si adoperano per conservare questo stato di cose. – 29/04/2012
Un mio compagno mi ha riferito che nel regime di tortura del 41 bis, con una circolare del DAP hanno vietato di potere avere contatti epistolari tra detenuti sottoposti al 41 bis, anche con altri detenuti di altri regimi. Questa circolare del D.A.P. che viola la Costituzione e anche la Convenzione europea è scaturita da un motivo che avrebbe dovuto far intervenire il DAP e il suo ufficio ispettivo per controllare le accuse di ruberie ai danni dei detenuti, invece hanno eliminato la corrispondenza per impedire il confronto dei prezzi tra vari carceri, proteggendo le ditte che riforniscono le carceri, affinché possano continuare indisturbate a rubare con prezzi sproporzionati, e dare le tangenti ai vari funzionari fino al Ministero della Giustizia. I detenuti, tramite lettera, si spedivano i listini dei prezzi del sopravitto, questo gli consentiva di far presente il direttore del carcere e al magistrato di Sorveglianza che i prezzi erano troppo alti. Questo ha indispettito i funzionari del DAP perché toccavano un nervo scoperto, e hanno vietato la posta tra detenuti, anche se è censurata. Lo Stato italiano è dispotico e violento, abusa delle leggi, come in uno stato di polizia. Quando i politici parlano di legalità riempiendosi la bocca, la infangano solo per averla pronunciata. – 30/04/2012
Ogni vola che gioca la serie B vado a vedere il risultato del Pescara allenato da Zeman. L’anno scorso guardavo i risultati del Foggia in serie C, sono un suo tifoso. Con lui le squadre hanno sempre spettacolo, oggi ha vinto sei a zero con il Vicenza. Credo che sia uno dei pochi che insegni calcio con onestà e professionalità, senza escamotage come con i medicinali, anche se questo l’ha pagato a caro prezzo, ma da galantuomo qual è non ha spostato di una virgola il suo modo di essere, come uomo e come allenatore. Per il dopo Prandelli darei a lui la panchina della nazionale, sono certo che avremmo tante soddisfazioni sia per il bel gioco che per i risultati. – 01/05/2012
Ieri il presidente Obama è andato in Afghanistan a visitare le truppe americane, vedendolo in TV mi sono ricordato di un articolo in cui si raccontava che, per l’ostracismo di americani e inglesi, Obama ha rischiato di non nascere. Nel 1959, il padre del Presidente americano fu il primo africano a studiare alle Hawaii dove conobbe la moglie Ann Dunham, la madre di Obama. Ma Londra e Washington volevano fermare la sua borsa di studio, lui veniva dal Kenia, se fosse successo Obama non sarebbe mai nato. Il padre di Obama era bollato dai servizi segreti come attivista anti-americano e anti-bianco. Questa documentazione è stata resa nota per la prima volta in Inghilterra per ordine dell’Alta Corte, dopo che le autorità britanniche li hanno tenuti segreti per mezzo secolo. Mi convinco sempre di più che è il caso a fare girare il mondo e a indirizzare il nostro destino. – 02/05/2012
La moglie di Bossi si è intestata diciotto proprietà, ville, appartamenti, cascine e terreni, iniziando dal 1994 fino a qualche mese fa. La favoletta che Bossi non sapeva niente, se la possono bere solo i polli. Come al solito scaricano sempre sul tesoriere. Circa 20 anni fa, con la tangente Enimont fu sacrificato il tesoriere dell’epoca, Padelli, ora hanno sacrificato Belsito. Quello della famiglia Bossi è solo la punta dell’iceberg, tutti i notabili della Lega hanno rubato a man bassa e usato i soldi dello Stato. Centinaia di milioni di euro per foraggiare le iniziative più disperate per creare la clientela politica, moltiplicando a più non posso qualunque cosa. Un esempio, il giro ciclista mondiale del 2008 a Varese, l’ex Presidente Marco Reguzzoni, ella provincia di Varese, spese 70 milioni, l’anno dopo per lo stesso giro in Svizzera spesero 9 milioni. Ci sono tanti altri esempi simili che gli hanno consentito di rubare e dilapidare soldi pubblici. Però credo che il danno più grave e che durerà nel tempo, saranno i danni al tessuto sociale del Paese e alla convivenza nazionale, con i peggiori sentimenti ancestrali della gente comune venissero fuori e tramutati in politica. La colpa non è solo di Berlusconi, ma principalmente della sinistra che avallò e legittimò come folklore il razzismo della Lega, dopo che Bossi aveva fatto cadere il governo Berlusconi ne 1994. – 03/05/2012
Siccome la maggioranza dei cervelli scappa dall’Italia, perché non ci sono opportunità, ma all’estero si affermano in vari campi. Il ministro Giulio Terzi ha convocato alla Farnesina i principali protagonisti del mondo scientifico italiano all’estero, presentando loro un progetto che, se funzionerà, potrebbe rivelarsi rivoluzionario. Creare una piattaforma WEB per consentire ai talenti emigrati, tramite la rete, a collaborare alla crescita economica dell’Italia. Lo strumento si chiama CROWDSOURCING “la collaborazione di moltissime persone attraverso la rete per compiere un determinato lavoro. Per realizzare questo progetto il ministro si è rivolto a Gioacchino La Vecchia di Agrigento, uno dei pionieri mondiali del WEB: ha partecipato alla realizzazione del primo server del World Wide Web (WWW). Ha un’azienda nella Silicon Valley, una società creata con l’obiettivo di mettere il crowdsourcing a disposizione di grandi aziende, oppure dei governi. Mettono insieme migliaia di persone per fare determinate cose, spiega La Vecchia. Il ministro con questo sistema vuole evitare di perdere questo immenso capitale umano di intelligenze e prova a cavalcarlo con le tecnologie che lo permettano, userà le ambasciate e i consolati e con il network extender che riunisce le imprese interessante ai business all’estero in modo che un’unica grande rete lavorerà per creare un nuovo miracolo italiano. – 04/05/2012
Nella rubrica di un quotidiano ho letto una notizia che mi ha riportato alla mente un documentari che facevano su Rai Tre, “c’era una volta”. L’articolo da’ notizia della presentazione di un libro “Lavorare senza padroni” scritto da Evira Corona. Racconta l’esperienza della autogestione delle fabbriche in Argentina, attraverso la voce dei protagonisti. Nel 2001 ci fu una forte crisi economica in Argentina, causando la chiusura o la svendita di numerose imprese che non riuscivano a reggere la concorrenza internazionale. Gli operai risposero con l’autogestione delle fabbriche. Il documentario che avevo visto raccontava proprio questo fenomeno, il giornalista entrava nelle fabbriche e parlava con gli operai, per capire come avevano fatto. Tra tutte le imprese si era creata una rete per vendere tra di loro i prodotti e all’interno del Paese si aiutavano reciprocamente. La cosa funzionò tanto bene che i padroni, dopo essere scappati, rivolevano le fabbriche, ma gli operai tennero duro anche a dispetto della violenza della polizia, come sempre al servizio dei padroni. In questo articolo leggo con piacere che a dieci anni dalla crisi, l’autogestione è diventato stabile e in forte aumento. L’autrice afferma che il risultato si deve alla enorme rete sociale creata dai lavoratori e alla grande solidarietà della società civile. Con la chiusura di migliaia di piccole, medie e grandi imprese, anche in Italia si dovrebbe prendere esempio dal sistema creato in Argentina. – 05/05/2012
Lo studioso Vincenzo Pacelli ha ricostruito un assassinio di quattro secoli fa, consultando documenti di archivio del Vaticano e l’archivio di Stato di Roma. Si tratta del pittore Caravaggio, che la storia ci aveva tramandato morto di malaria a Porto Ercole. Invece fu assassinato con il tacito assenso della curia romana, per ordine dei Cavalieri di Malta a Polo Laziale, e il suo corpo gettato in mare. Lo storico pertanto afferma che fu omicidio di Stato. Credo che se ci fosse libero accesso agli archivi del Vaticano, la storia degli ultimi duemila anni sarebbe da riscrivere. – 06/05/2012
Il film “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, girato nel carcere di Rebibbia, con attori detenuti, sta avendo molto successo, ed è molto premiato, l’ultimo riconoscimento sono stati cinque David di Donatello. Ne sono molto contento perché la gente che va a vedere il film, inizierà a pensare o almeno ad avere qualche dubbio che i detenuti non sono quei mostri che descrivono i Savonarola di turno, i pennivendoli salariati e i demagoghi della politica. Il dubbio innescherà il pensiero e con esso un confronto tra quello che dicono i media, che fanno di tutto per tenere i riflettori sui problemi di ordine pubblico, ingigantendoli e mostrificando ogni cosa, e mantenendo un profilo basso sui veri mali del Paese: l’usura delle banche e di Equitalia, le truffe, i privilegi e le ruberie della casta (politica, magistratura, ecc.). Se un giorno la gente aprirà gli occhi e farà questo confronto, sarà una sorta di rivoluzione, perché il potere diventerà come il re “nudo”. – 07/05/2012
I partiti politici non prendono soldi solo dai rimborsi elettorali, ma da tanti rivoli poco conosciuti del sottobosco politico dove il marciume dilapida migliaia di milioni di euro. Ci sono anche i quotidiani dei partiti che usufruiscono di finanziamenti da parte dello Stato, ad esempio il quotidiano “La Padania” della Lega, ha un contributo di 4 milioni, come un altro milione di euro lo prende Radio Padania, e non si capisce a quale titolo. Sia sul quotidiano che alla radio, non fanno altro che offendere i meridionali, on un razzismo rozzo e volgare. Vene da piangere perché con i soldi pubblici che sono anche dei meridionali, dobbiamo essere offesi in ogni modo. Mi auguro che non diano alla Lega la possibilità di riprendersi di nuovo, e sia l’inizio della sua scomparsa. – 08/05/2012
Leggendo un articolo su Pasquale Saraceno, economista, lombardo di nascita, padre siciliano e madre campana, era un meridionalista convinto. A parte tra le tante cose che ha fatto, due punti mi hanno colpito. Nel 1996 ebbe uno scambio di idee con il vice presidente di Confindustria, Franco Mattei. Gli scrisse sottolineando il credito del Sud verso il Nord, che le industrie del triangolo industriale del Nord erano state negli anni molto aiutate dagli interventi dello Stato. Le evidenziò con queste parole: “rilevantissimo fu l’appoggio statale dato alla nostra industria per oltre mezzo secolo, appoggio al cui confronto gli oneri oggi comportati dall’industrializzazione del Sud appaiono irrisori”. A leggere le sue analisi, vengono capovolte le teorie sbandierate per anni dalla Lega sui soldi dati dal Sud. Il secondo punto era una lettera spedita ad Antonio Maccanico, segretario generale al Quirinale con il Presidente Pertini. Saraceno si lamentava della scarsa presenza di giornalisti ad una conferenza stampa sul Meridione, appena cinque giornalisti. Aggiungeva: “il disinteresse nazionale per il Mezzogiorno si fa ora più evidente con l’emergere dei problemi di crisi dalla parte importante del Paese”. La crisi al Nord soppianta l’interesse per il Sud. Precisa ancora meglio il pensiero: “Fare valere le ragioni del Mezzogiorno in periodi di crescita e di espansione è difficile, in periodi di rallentamento e di recessione è veramente impresa sovrumana. Non è cambiato niente, anzi il Nord per difendersi da qualche pensiero contrario, ha inventato la Lega che con il suo razzismo capovolge la storia e la realtà. Nulla di nuovo sotto il cielo. – 09/05/2012
L’Occidente è diventato come le orde fameliche di Attila, dovunque passano non cresce più niente, lasciando un deserto. Gli enormi pescherecci europei saccheggiano i mari dell’Africa, costringendo alla fame i pescatori locali. Questo continente sia nel passato che nel presente e continuando di questo passo lo sarà anche in futuro, viene depredato delle sue risorse minerarie, dei suoi terreni e ora lo stanno facendo con i suoi mari. Dopo che sono stati impoveriti i mari europei, ora stanno rastrellando quelli africani, con l’aiuto dell’Unione Europea che finanzia le flotte da pesca con il denaro dei contribuenti. Greenpeace svolge con una sua nave una lotta contro i pescherecci, perché a parte impoverire i mari di pese, uccidono migliaia di specie, anche a rischio di estinzioni, come tartarughe, razze e squali. L’Europa deve capire che non può continuare all’infinito questo sistema, deve avere il coraggio di cambiare totalmente registro. – 10/05/2012
Leggo una notizia che conferma come certe corporazioni si inventano le notizie carpendo la buona fede dei cittadini. Certe associazioni si fanno coinvolgere, mi auguro in buona fede. Tempo fa avevano lanciato l’allarme che non c’era vitto sufficiente per tutti i detenuti nel carcere di Poggioreale. La loro preoccupazione non era per questo motivo, ma perché persone ritenute vicino alla camorra potessero aiutare nei loro bisogni primari questa moltitudine di poveri che sono la maggioranza nel carcere. Vogliono fare diventare un reato penale anche la solidarietà, cancellare quel poco di umanità che ancora sopravvive nelle carceri, senza comprendere che l’umanità è una componente essenziale del trattamento rieducativo. Questa associazione afferma che ogni giorno vengono buttati 2500 pasti, il vitto dell’amministrazione penitenziaria, sarebbe una strategia dei boss per reclutare nuove leve. Tempo fa dichiararono che mancava il vitto per la metà dei detenuti a Poggioreale, oggi affermano che viene buttato perché lo decide la camorra per reclutare detenuti. Il cibo a Poggioreale è immangiabile, c’è un giro vorticoso di affari dell’impresa che rifornisce il carcere. Siccome tutti inzuppano il pane, la ditta è intoccabile, anche se i NAS hanno chiuso diverse volte la cucina. La stragrande maggioranza è indigente, e nella povertà c’è molta solidarietà, cosa che non succede nel mondo dei ricchi In concomitanza con questa notizia, il sindacato della Polizia Penitenziaria lancia l’allarme che nel carcere di Poggioreale, la camorra ricicla circa 8 milioni di euro l’anno, perché i soldi dei familiari che depositano o spediscono tramite vaglia non sono rintracciabili. Una bufala enorme, ma anche stupida nel congegnarla. Il giornalista Tullio De Simone, usato per darle visibilità, poteva benissimo verificare i numeri inseriti nell’articolo, perché parlano da soli. L’affluenza dei soldi depositati dai familiari per i loro congiunti detenuti porterebbe ad una cifra di circa 640.000 euro al mese, per un totale di 2690 carcerati, facendo una divisione, sarebbero 240 euro a testa, tenendo presente che ogni giorno entrano ed escono qualche centinaia di detenuti, arrestati per pochi giorni, pertanto la cifra di 640000 euro mensili, comprende anche questo persone e i 240 si riducono. I 200 euro non sono una cifra alta, perché devono comprarsi tutto, dai prodotti per l’igiene personale a quelli della cella, dagli alimenti per sopperire al vitto immangiabile del carcere, la cartoleria per scrivere e tante altre piccole cose che servono nella quotidianità. Una stecca di sigarette costa in genere 50 euro, chi fuma ha bisogno mediamente di re stecche al mese, che sono 150 euro al mese. L’assessore del comune di Napoli, tempo fa (ne ho scritto nel diario) dichiarò ai quotidiani che nel carcere di Poggioreale i prezzi del sopravvitto erano i più alti d’Italia. Invece di pensare ai veri problemi che ci sono nell’inferno di Poggioreale, se li inventano per dimostrare che fanno qualcosa di utile; come i politici che si fanno tutti una verginità sparandole grosse contro la criminalità. Tutti conoscono la parola riciclaggio sanno cosa significa: soldi di cui non si può giustificare la provenienza, si investono per farli ritornare puliti e di natura lecita. Ora, circa tremila detenuti, provenienti da varie parti della regione, con il 30% di stranieri, il 30% di tossicodipendenti e un 10% di altre regioni, facessero riciclaggio con quelle poche centinaia di euro che gli mandano i familiari è qualcosa di assurdo. I soldi vanno spesi e incamerati dall’impresa, e non ritornano ai famigliari, e semmai l’impresa li distribuisce con le mazzette all’interno del carcere. Una persona di buon senso capisce che questa diceria è priva di qualsiasi fondamento: un riciclaggio senza ritorno. L’unica verifica che bisognerebbe fare è sull’impresa, sia per i prodotti scadenti con cui rifornisce il carcere, sia per i prezzi troppo alti (estorsione legalizzata) e sia per le tangenti che paga affinché i vertici del carcere chiudano tutti e due gli occhi. Siccome i sindacati ci sguazzano anche loro in questo fango, fanno dell’allarmismo per alzare polveroni, sia per proteggere i funzionari e sia per nascondere la melma e non farla venir a galla. Alla fine che ne paga le conseguenze di queste castronerie è sempre il detenuto, perché essendo ritenuto l’ultimo gradino della scala sociale è privo di tutela effettiva, può essere usato come un oggetto, senza nessun riguardo, come non fosse un essere umano, ma un mostro senza diritti. – 11/05/2012
L’imprenditore Salvatore Moncada, ritenuto il re dell’eolico in Sicilia, con l’impresa Moncada Energy Group ha gettato la spugna e ha dato l’addio alla Sicilia per trasferirsi all’estero, parte dell’attività negli USA, Sudafrica e Bulgaria, licenziando un centinaio di dipendenti. Il motivo è perché la maggioranza delle pratiche sono bloccate dalla Regione, questo impedisce di lavorare e anche di dare uno sviluppo al settore. Credo che i suoi problemi non derivano solo dalla regione, ma principalmente dagli scontri avuti con il fronte antiracket dell’associazione che fa capo a Ivan Lo Bello e Confindustria siciliana da cui ne è uscito nel 2010. Chi si mette contro questi Savonarola alla fine deve soccombere, perché il potere di cui fanno parte è troppo forte e stritolano chiunque si opponga. Ivan Lo Bello è diventato l’alfiere di questo sistema di potere e pertanto è pericoloso mettersi contro di lui e Confindustria. Chi perde è il Paese e i cittadini e ne usufruiscano come sempre i pochi “aristocratici” di ogni tempo. – 12/05/2012
Su un quotidiano leggo una notizia molto curiosa; le prime immigrate che arrivarono in Europa, giunsero 11.000 anni fa, provenienti dall’Africa sub sahariana. Questa antica integrazione è stata scoperta nel dna di un centinaio di europei. Le mappature genetiche sono precise e difficilmente ci sono errori. Quello che mi faceva riflettere è come mai ancora oggi si crede che circa 5500 anni fa Dio creò la terra, come è scritto nella Bibbia. Comprendo che la religione si basa molto sull’ignoranza e sul fanatismo, ma in numeri non si possono discutere, non mentono. La conoscenza e il sapere consentono di avere gli strumenti per avere un pensiero logico e razionale, per valutare la realtà. Sarebbe opportuno per la loro credibilità di iniziare a ragionare su queste incongruenze storiche, per evitare che il pensiero spirituale venisse offuscato. – 13/05/2012
Mi hanno mandato della documentazione scaricata da internet, sul ministro della giustizia Paola Severino. Se Alfano era il segretario lacchè di Berlusconi, la signora è anima e corpo dei poteri che gestiscono il Paese, fortemente voluta anche da Berlusconi. Doveva già sostituire Alfano, poi scelsero Palma. L’elenco delle sue funzioni e delle difese processuali attraversano tutte le strutture dello Stato e tutti più grossi scandali del Paese. Suo marito, Paolo Di Benedetto, fu nominato commissario della Consob da Berlusconi. Ha avuto ed ha diverse cattedre, tra cui quella di diritto penale alla scuola Ufficiali Carabinieri di Roma. E’ stata anche Presidente del Consiglio della Magistratura Militare. L’amicizia con Augusta Iannini, moglie di Bruno Vespa, ritenuta la vera testa pensante del ministero della giustizia, come coma del dipartimento degli affari legislativi di via Arenula, ha avuto parte attiva in tutte le proposte di legge volte a tutelare Berlusconi, è stata determinante per la scelta della Severino a ministro della giustizia. Anche Luca Palanora, Presidente dell’ ANM (Associazione Nazionale Magistrati) ha decantato le doti del ministro Severino. Credo che sia dovuto al fatto che le riforme sulla giustizia le sta facendo con il CSM. E’ benvoluta da tutti i potentati italiani, perché li ha difesi nei loro processi: Prodi, Geronzi, Caltagirone, Gifuni, l’En, ecc. Se tanto mi da’ tanto, non ci sarà nessun riforma, al massimo saranno restaurazioni, come la vecchia massima di Tommaso di Lampedusa “cambiare tutto per non cambiare niente”. Pertanto l’unica soluzione è che si vada presto alle elezioni, perché questo governo è l’espressione per la salute dei poteri e non per la salute pubblica. – 14/05/2012
Dalle nebbie della storia iniziano ad uscire anche le stragi commesse dagli americani quando sbarcarono in Sicilia. Per ordine del generale Patton, uno psicopatico criminale, ancora oggi ritenuto un errore. Lo scrittore Andrea Augello ha scritto il libro “Uccidi gli italiani” –edito da Mursia- racconta un episodio successo vicino Caltagirone, all’aeroporto “Biscari Santo Pietro”, difeso da una guarnigione composta da italiani e tedeschi, quando si arresero dopo 24 ore di combattimento, furono massacrati dagli americani a sangue freddo, crimini di guerra coperti dall’epopea che ci hanno inculcato nei libri di storia sui liberatori americani. Tra le vittime c’era Luz Long, l’atleta che all’Olimpiade del 1936, doveva vincere la gara di salto in lungo per dimostrare la superiorità della razza ariana, invece fu battuto dal nero Jesse Owen (vinse quattro medaglie d’oro). Long si congratulò stringendogli la mano sportivamente, nonostante la rabbia di Hitler che assisteva dalla tribuna d’onore. Lo scrittore commenta questo eccidio con un aforisma di Oscar Wilde: “La verità raramente è pura, e non è mai semplice”. Aggiungo che.. “la verità alla fine viene sempre a galla”. – 15/05/2012
Hanno dato il computer al mio compagno di fronte alla mia cella, dopo che ha fatto 15 giorni di sciopero della fame e sono intervenuti i suoi avvocati. Lo vedevo assorto assorto nello smanettare seduto al suo tavolo, ho provato una bella sensazione. Avere il computer in cella è una grande cosa, perché ti permette di fare tante cose con meno lavoro. Anche il diario che scrivo con il computer sarebbe più agevole, perché non dovrei riscriverlo come faccio ora. Ho rifatto l’istanza qualche mese addietro alla Direttrice, glielo ho detto a voce un giorno che passava in sezione. Era prima di Pasqua, di darmi una risposta positiva o negativa, ancora niente. Dopo Pasqua ho scritto una lunga memoria con documenti ufficiali al Magistrato di Sorveglianza, allegandoci l’istanza di reclamo per avere computer e stampante. Mi auguro che rispondano presto e in modo positivo, e mettono termine a queste discriminazioni. – 16/05/2012
L’altro giorno leggevo un articolo in cui riportava che in Palestina i prigionieri si erano messi a fare lo sciopero della fame. Due detenuti erano da circa 70 giorni in sciopero della fame, altri 1600 prigionieri li stavano seguendo da circa un mese. Stamane sento Euronew, va in onda la mattina presto, lo sciopero è finito perché il governo Israeliano ha ceduto su tutte le richieste. Ho provato una profonda gioia, perché ciò mi ha confermato che la lotta paga sempre. Dovremmo fare così anche noi prigionieri italiani, principalmente noi ergastolani, che vegetiamo in una non vita. Sono convinto che se facessimo uno sciopero a oltranza, risolveremmo il problema dell’ergastolo. Fino a quando non ne prendiamo conoscenza, saremo destinati a morire in carcere. – 17/05/2012
Ieri nei TG hanno fatto vedere la visita del Presidente Napolitano in Tunisia, con immagini di contorno, dove non ho visto nessuna donna senza velo. La Tunisia prima della rivoluzione era il Paese più laico dell’Africa, con l’avvento degli islamici al governo, la rivoluzione dei gelsomini si sta trasformando in un’oppressione peggiore di quella del dittatore Ben Alì. Gli islamici si stanno comportando come un’erba infestante e pericolosa, che vuole limitare le libertà civili con le leggi coraniche della Sharia. Stanno attaccando anche le università perché vogliono imporre il velo e la separazione tra donne e uomini. La primavera araba invece di portare democrazia e libertà, sta immergendo la Tunisia nella nebbia dell’oscurantismo. Mi viene in mente Tommasi di Lampedusa “cambiare tutto per non cambiare niente”. La dittatura laica viene sostituita dalla dittatura religiosa, peggiore della prima. – 18/05/2012
Graziano Mesina, l’ex ergastolano sardo chiede i salari arretrati allo Stato. Elenca nell’articolo anche altri nomi che chiedano gli aumenti contrattuali. Il carcere non è solo il posto più illegale del Paese, ma lo è anche dal punto di vista lavorativo. Ci viene corrisposto un salario da schiavi, per di più dal 1993 non viene rivalutato secondo l’Istat. L’art. 22 dell’Ordinamento Penitenziario stabilisce che i detenuti devono avere “un retribuzione non inferiore ai due terzi della retribuzione stabilita dal contratto nazionale dei lavoratori”. La media della mercede, neanche stipendio viene chiamato, è tra 100-150 euro, pertanto molto lontano da ciò che stabilisce la legge. L’art. 36 della Costituzione sancisce che “il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro, in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla sua famiglia un’esistenza libera e dignitosa”. Mi chiedo come può insegnarci la legalità questo sistema penitenziario se pratica a piene mani l’illegalità? – 19/05/2012
L’Eni e l’Enel fanno di tutto per contrastare le energie rinnovabili. L’Enel si presenta con gli spot –altrettanto l’Eni- come la paladina delle rinnovabili, invece nella realtà hanno sempre tramato e sabotato il corso delle rinnovabili. Ora è uscita allo scoperto, perché, nonostante i suoi sforzi nell’ostacolare le rinnovabili, sono arrivate a coprire il 50% del consumo elettrico e ciò limita i loro impianti tradizionali a idrocarburi, che stanno funzionando molto al di sotto delle loro potenzialità. Nel 2011 l’energia pulita ha prodotto 84 miliardi di chilowattora, più dei consumi elettrici di tutte le famiglie italiane, pertanto ormai sono un fatto e non più una chimera, come dichiaravano questi boiardi. Invece di pensare a frenare la nuova era dell’energia, dovrebbero chiudere i loro impianti inquinanti e convertirli con i bio combustibili. L’Eni e l’Enel non pensano che a incrementare il mercato degli idrocarburi, non solo in Russia e in Italia, ma in tutto il mondo. Ora vogliono trivellare nel Belice. La politica deve decidersi a stilare un programma strategico chiaro e ad agevolare la nuova era delle energie rinnovabili. – 20/05/2012
Siamo tutti rimasti scossi per l’attentato a Brindisi. Ci sono qui in carcere nonni, padri, zii, fratelli e cugini, e ognuno rivedeva in quelle ragazze un proprio caro. I nostri sentimenti non sono diversi da quelli degli altri. Era del tutto evidente che qualche pazzo, per motivi sconosciuti, aveva commesso questa viltà. Come al solito i profeti dell’odio, hanno subito cavalcato l’indignazione e il dolore suscitato in tutto il Paese; sembravano sciacalli. A Don Ciotti non sembrava vero che avessero fatto questo attentato, e lui si trovasse al centro dell’attenzione, subito se ne è impadronito dichiarando che era contro la sua presenza nella zona. L’ex procuratore di Firenze Vigna, in diretta televisiva, ha creato su due piedi un teorema, bisognava scegliere solo il colpevole. Altrettanto ha fatto il suo sodale Caselli. Ho immaginato tutti gli imputati che sono capitati tra le loro mani, quello che hanno dovuto passare. Solo Saviano non si è sentito. Il furbetto avrà capito, o qualcuno della Procura lo avrà informato, che la teoria non era quella che cianciavano i suoi amici del circolo dell’odio. Ormai queste jene vivono sulle sofferenze e la repressione, perché ciò gli ha consentito di diventare ricchi e potenti. Stamane c’era addirittura la foto dell’attentatore, e le indagini si sono rivolte all’interno della scuola. Come è lontana la civiltà della Norvegia, dove sciacalli simili vengono zittiti dal 99% della popolazione. – 21/05/2012
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Lettera appello dei detenuti studenti di Bologna
Oggi siamo “tematici”, e pubblichiamo un altro testo che proviene dal Carcere “Dozza” di Bologna.
Questa è una lettera collettiva che ci invia il nostro Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba -entrambi detenuti a Bologna- ma che può considerarsi espressione di una riflessione, valutazione e denuncia comune a tutti gli studenti detenuti del carcere di Bologna, appartenente al circuito dell’Alta Sicurezza.
Questa lettera è stata già inviata a soggetti determinati che ricoprono particolari ruoli, ed è stata mandata anche a noi per essere pubblicata.
Il fatto che leggerete è il FALLIMENTO dell’istruzione scolastica in carcere. E’ il fallimento della stessa idea di istruzione.
Nell’ultimo anno scolastico, a fronte di una richiesta di iscrizione al corso di ragioneria, pervenuta da 50 detenuti, solo 18 hanno potuto iscriversi.
E, preparatevi a sgranare gli occhi… nella stessa si è tenta di svolgere un programma che che va dal primo al quinto anno di corso e che richiederebbe cinque classi o (come propongono i detenuti) almeno tre classi.
Standard scolastici di questo tipo credevamo di leggerli solo in qualcuno di quei libri della letteratura italiana dell’ottocento, o in qualche film del neorealismo degli anni ’50.
Va detto, per onestà, che non si può gettare la croce solo ai singoli carceri, ma che esiste in Italia una questione enorme, che è quella della spesa pubblica, in un sistema feroce che, tramite divinità quali il Debito pubblico di fatto succhia la capacità della spesa agli stati.. costringendoli a tagliare all’infinito, nell’orbita di diktat economici imposti dal sistema bancario e finanziario.
Comunque sia, ciò non toglie che il carcere di Bologna deve tentare di tutto, per garantire a questi detenuti una istruzione decente, e che se c’è da tagliare alcune spese, ci si indirizzi verso spese non di preziosissima ricaduta sociale, come quelle relative all’istruzione.
Prima di lasciarvi alla lettera-denuncia-appello degli studenti detenuti di Bologna, un pensiero per il nostro Giovanni Lentini, che da sempre è una presenza di valore in questo Blog.
Al Direttore della Casa Circondariale della Dozza
Al Dirigente dell’Istituto ISIS Keines di Castelmaggiore
Al Dirigente dell’Ufficio Scolastico Provinciale
All’ufficio Garante del Comune di Bologna
All’ufficio Garante della Regione Emilia Romagna
All’ufficio dell’assessore della scuola e della cultura della Regione Emilia Romagna
Gli studenti detenuti della sezione Alta Sicurezza della “Casa Circondariale Dozza” di Bologna desiderano mettere a conoscenza gli enti citati in epigrafe della situazione attualmente presente nella struttura penitenziaria.
Secondo gli scriventi la rieducazione e il reinserimento sociale per i condannati, previsti dall’art. 27 della Cost., non possono non passare attraverso una formazione scolastica, un’istruzione che sensibilizzi in modo particolare coloro che si sono macchiati di un reato. Questa sensibilizzazione è mirata al rispetto delle istituzioni, del bene pubblico e della società nella sua completezza.
Crediamo fermamente, per questo motivo, che la scuola in carcere dovrebbe essere un obbligo per tutti i detenuti e non uno strumento per pochi privilegiati. Uno strumento per valutare il percorso di reinserimento sociale, che diversamente verrebbe vanificato.
Quello che si è verificato in questo ultimo anno scolastico (2011/2012), è che per motivi economico/organizzativi, sono ad un numero ridotto di 18 detenuti è stato permesso di frequentare il corso di ragioneria, a fronte di una richiesta che supera le cinquanta unità; senza contare che nelle sole sezioni di Alta Sicurezza siamo oltre cento detenuti che, se ne avessero l’opportunità, sarebbero sicuramente determinati a frequentare la scuola.
Questo non è il solo problema, in quanto ci troviamo ad avere una sola classe in cui contemporaneamente viene svolto o si tenta di svolgere, un programma che va dalla prima alla quinta classe, con evidente frammentazione e con il risultato che la maggior parte degli studenti ha difficoltà a seguire le lezioni. Gli stessi professori si trovano in grande disagio, cercando di far fronte alle frequenti richieste, rispetto alle difficoltà di comprensione che scaturiscono dalla frammentazione dei programmi svolti contemporaneamente per cinque classi.
Ora ci chiediamo: come è possibile con queste premesse aspirare ad un reinserimento sociale?
Se pensiamo che tutto questo avviene in una città come Bologna, una città tradizionalmente attenta al sociale, in cui la scuola per diversi secoli è sempre stata il fiore all’occhiello, una credenziale per la città stessa, in cui è nata la prima Università al mondo.
Non riusciamo a comprendere come si possa venir meno di fronte ad una esigenza così importante.
Ci chiediamo quale direzione si voglia prendere e, prima di tutto, quale decisione di fronte a questa prospettiva.
Per i motivi sopra citati, gli studenti detenuti a cui si aggiungono tutti coloro che hanno fatto espressamente richiesta tramite domanda scritta di poter essere inseriti nella scuola di ragioneria, chiedono che, per il prossimo anno scolastico, vengano garantite almeno tre classi, in modo da permettere la frequenza a tutti coloro che ne hanno fatto richiesta, così da potere avere una prima classe per il biennio, una seconda classe per III° e IV°, e una classe per la sola V° in previsione dell’esame di Stato.
Confidiamo in un accoglimento della presente richiesta, perché crediamo che le istituzioni vogliano favorire la rieducazione e il reinserimento sociale dei condannati, e concretizzare ciò che è sancito dalla normativa vigente.
Gli studenti/detenuti delle sezioni di Alta Sicurezza 3°A e 3°B della Casa Circondariale di Bologna.
Giovanni Lentini e Flavio Dell’Erba
Pubblicato da alfrhaed in Fuori categoria e contrassegnato con alta sicurezza, art. 27 Cost., confusione, corso, disagio, Dozza, fallimento, Flavio Dell'Erba, Giovanni Lentini, istituzioni, istruzione, onestà, problema, professori, ragioneria, scolastica, spesa, standard, tagli
Intervista a Claudio Conte
Pubblico oggi questa intervista fatta a Claudio Conte -detenuto a Catanzaro- da Elia, studente presso la facoltà di filosofia di Brescia e redattore di radio Onda d’urto di Brescia.
Domande su pena e carcere di Elia (studente 22 anni filosofia di Brescia – redattore di radio Onda d’urto di Brescia)
Risponde Claudio Conte – carcere di Catanzaro.
1)Quale è la cosa che pesa di più nella condizione carceraria dell’ergastolano?
L’assenza di un fine pena determinato dalla legge e le conseguenze immaginabili. Ossia impossibilità di una progettazione esistenziale in cui vengono trascinate anche le relazioni affettive.
2)L’art. 27 della Costituzione sancisce la finalità rieducativa della pena volta a un reinserimento nella società. Nel caso dei condannati al “fine pena mai”, l’istituzione carceraria come si comporta? La scomparsa delle possibilità di questo reinserimento si trasforma in abbandono? In vessazione?
a-Il riferimento alla Costituzione permette di evidenziare una questione che interessa molto anche i liberi cittadini. Perché l’ergastolo non è solo una pena, ma rappresenta il potere di uno Stato di trasformare lo status di cittadino in quello di schiavo. Poiché con l’ergastolo si diventa “cosa sua”, non un uomo col “diritto” di ritornare in società dopo avere pagato il prezzo dell’errore. L’ergastolo, infatti, prevede il ritorno alla libertà solo come “graziosa concessione”. Orbene, può dirsi “cittadino eguale e libero” chi è soggetto al potere di essere trasformato in “cosa”? Può accettarlo un cittadino titolare di diritti inviolabili e inalienabili? Diritti che non sono il risultato della concessione di qualcuno, ma sono originali, naturali. Ossia che preesistono allo Stato stesso, che può solo riconoscerli e al massimo limitali (temporaneamente) e mai, mai privarli. La previsione dell’ergastolo è un monito (offensivo) per il cittadino libero, che gli ricorda la sua potenziale condizione di “suddito”- Ciò non può essere tollerato alla luce dei principi di libertà espressi dalla Costituzione vigente, che rappresenta un limite anche per il Legislatore. Perché la libertà è di tutti.
B-Sul comportamento dell’istituzione carceraria nei confronti degli ergastolani. Il comportamento dipende dalla funzionalità-organizzativa del singolo carcere. In alcuni lo stato di abbandono include anche i non ergastolani. In altri, dove l’offerta tratta mentale esiste, si trasforma in una forma di “vessazione”. Nel senso di “accanimento terapeutico”,c on due risvolti negativi: da una parte, incidendo nella sensibilizzazione del reo ne aumenta il carico-percezione di sofferenza; dall’altra , rende frustrante anche per gli stessi operatori penitenziari lo sforzo tratta mentale-rieducativo. In quando lo vedono vanificato da ostacoli e procedure normative che guardano al “passato” e si disinteressano del presente.
3)Esiste l’assuefazione alla condizione carceraria?Quanto incide in questa assuefazione il fatto che la detenzione sia senza fine?
Più che di assuefazione si può parlare di adattamento e inutilità sotto il profilo tratta mentale. Inutile poiché raggiunto un certo grado di “rieducazione”, la pena non può svolgere più alcuna funzione risocializzante-riflessiva in senso positivo. L’adattamento deriva invece dall’abitudine a vivere in un certo modo. Anche se l’uomo nasce libero e sente sempre il “peso” della coercizione, della limitazione. Personalmente ricordo che all’inizio della carcerazione, verso le 19.00, sentivo proprio una necessità fisica di “uscire”. Perché a quell’orario da libero e giovanissimo iniziava la “serata”. Adesso, trascorsi molti anni in carcere, il bisogno fisico è quello di andare a letto alle 20.30… J!
4) Che consigli daresti a chi si trova a dover varcare per la prima volta la porta di un carcere, a prescindere dalla sua colpevolezza o innocenza?
Pazienza (molta, anzi moltissima) e approcciarsi con spirito di avventura e di sopravvivenza. Non è molto dissimile dall’essere naufragato su un’isola realtà sconosciuta. E’ inutile essere, sentirsi, proclamarsi innocenti o colpevoli. In questi luoghi si è solo “detenuti”, ossia custoditi da chi non ha alcun potere di liberarvi. Significativo è il film di Alberto Sordi “Detenuto in attesa di giudizio”. Dunque, tra le prime cose da fare è informare i vostri famigliari. Sul come consigliarvi con gli operatori del carcere, di regola sono più “efficienti” i compagni di detenzione. Poi informatevi sulla presenza di persone del vostro stesso luogo di provenienza: quartiere, città, regione, ecc. Specie nelle carceri giudiziarie (dopo l’arresto), le relazioni più efficaci e risolutive diventano quelle basate su legami interpersonali-amicali e non quelle predisposte normativamente dall’istituzione, per carenza di operatori e risorse.
5) Aumentano i suicidi in carcere. Credi che la causa siano le condizioni della detenzione? Ovvero non si toglierebbero la vita se il carcere fosse più vivibile? O queste cause vanno ricercate intrinsecamente al sistema giudiziario o della pena? O ancora, in un ipotetico giudizio morale della società su chi è detenuto?
Escluderei la “riprovazione morale” (salvo casi eccezionali”. Per due ragioni. Attualmente, perché un Paese eticamente informato al “Bunga-bunga”, non credo che possa rappresentare-emettere autorevoli giudizi morali. Allo stesso modo, perché in molte zone del Meridione, entrare in carcere, specie in passato per determinati reati, era un motivo di “orgoglio”. Dimostrava l’appartenenza a un’area culturale. Quasi una forma di rivendicazione culturale contro uno Stato che imponeva cultura e costumi con la repressione, mentre avrebbe dovuto “spiegarla”. Altro che paura di un giudizio morale. Tutte le altre possono essere concause per un gesto estremo come quello del suicidio. E’ chiaro che una situazione di sovraffollamento, comporta un aumento del livello di aggressività ambientale e conseguente stress, che diventano insopportabili. Se la decisione viene presa successivamente è perché la capacità di “resistenza” è finita. Dopo un’inutile attesa per una scarcerazione poi rifiutata. Oppure di un giudizio definitivo ad una condanna sproporzionata (in Italia le più alte). Vedi il caso di Diana Blefari Melazzi, brigatista suicidatosi a Rebibbia nel 2009, dopo la conferma di condanna all’ergastolo. Infatti, la permanenza in carcere è scandita da fasi-speranza: dopo l’arresto, speri-attendi la scarcerazione al Tribunale del riesame. Al rigetto di questo, aspetti la Cassazione (organo superiore a cui si ricorre avverso le decisioni dei primi). Nel frattempo fissano l’udienza di rinvio a giudizio. Poi attendi il giudizio di primo grado. Sicuramente sarai riconosciuto innocente… ti diranno, ti dirai. Se condannato spererai nell’appello. Se confermato, guarderai alla Cassazione. Nel frattempo hai già scontato un certo numero di anni e anche se condannato definitivamente, inizi a sperare di fruire dei benefici alternativi alla pena: permesso, semilibertà, liberazione condizionale. La vergogna di questo sistema è che anche la maggior parte di queste decisioni (al 95%) sono tutte negative. E, infatti, si esce a fine pena. Per chi il fine pena lo ha, naturalmente. Questo è un percorso snervante, perché nel frattempo, non si vive ma si sopravvive, si contano i giorni, ore, minuti che logorano. Al peso del “carcere”, si aggiunge quello famigliare che sfigura le esistenze quotidianamente. In alcuni, troppi casi, come hai osservato, determinano il suicidio. Sono la conseguenza dell’abuso della carcerazione preventiva, e dell’omessa applicazione delle pene alternative in fase esecutiva. Tutto questo ha un nome: indifferenza! Indifferenza di una società che al carcere affida la soluzione di conflitti generati dai diversi interessi espressi all’interno di una società complessa come quella moderna.
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Lettera degli ergastolani in lotta per la vita.. di Carinola
“Gli ergastolani in lotta per la vita di Carinola”, ci hanno inviato, tramite Carmelo, questa lettera collettiva, scritta in forma individuale (nel senso di un testo che formalmente è in prima persona e ogni ergastolano sottoscrive.. ma che è unitario in quanto verrà sottoscritto da tutti gli ergastolani, e rappresenta la loro presa di posizione collettiva).
Questa lettera è inviata ufficialmente a una serie di autorità e soggetti ricoprenti un particolare ruolo.. Presidente della Repubblica.. Ministro della Giustiza.. Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.. Garante dei detenuti.
Ma essa è considerata rivolta anche all’opinione pubblica, perchè conosca la situazione che tanti ergastolani vivono.
Nel testo c’è una fortissima contestazione verso l’operato del Magistrato di Sorveglianza “responsabile” della Casa di Reclusione di Carinola, e la cui sede “d’ufficio” è a Santa Maria Capua a Vetere.
In sostanza, gli ergastolani di Carinola contestano al Magistrato di sorveglianza di agire in violazioni del diritto e della Costituzione.
Vi lascio alla lettera collettiva de.. gli ergastolani in lotta per la vita di Carinola.
Ecc.mo Presidente della Repubblica e del Consiglio Superiore della Magistratura
Ecc.mo Ministro della giustizia.
Ecc.mo Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione.
Dott.ssa Adriana Tocco Garante dei detenuti della Regione Campania.
Il sottoscritto … nato a … il … detenuto .. nel carcere di Carinola (CE), con pena definitiva dell’ergastolo, intende denunciare la violazione della legge 26 lugliio 1975, n.354 “Norme sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà”, più specificatamente quelle che sono “le funzioni e i provvedimenti del Magistrato di Sorveglianza” sancite dall’art. 69.
Il Magistrato di Sorveglianza, non rispondendo alle istanze avanzate da moltissimi detenuti, che da anni le hanno presentate, vanifica quei diritti e quella tutela giurisdizionale attribuitile dalla Costituzione (Titolo IV-Sezione I e II- articolo 101 e ss.), impedendo di fatto di poter ricorrere nelle sedi superiori, quali il Tribunale di Sorveglianza e la Corte di Cassazione.
Nel carcere di Carinola ci sono circa 180 ergastolani che sono detenuti ininterrottamente dai 15 ai 30 anni di pena. E da oltre 20 anni nessun ergastolano beneficia di permessi ex art.30, permessi premio ex art. 30 ter, semilibertà; pur se in Istituti di pena di altre regioni, gli ergastolani usufruiscono a pieno titolo di tutti i benefici previsti dalla legge penitenziaria.
Il Magistrato di Sorveglianza ignora le modifiche apportate dal legislatore a seguito dell’entrata in vigore della legge 23.4.2009, n.38.. che ha modificato l’art. 4 bis O.P., e della legge 15.07.2009, n.94 che ha modificato l’art. 30 ter co.4 lett. c O.P. Tra le due norme è riscontrabile un’antinomia in quanto la prima prevede una impossibilità assoluta di fruire di permessi premio, mentre la seconda norma stabilisce che il condannato può fruire di premessi premio dopo avere espiato metà pena, o, comunque, dopo avere espiato dieci anni di pena.
1) Che i criteri di risoluzione delle antinomie elaborati, quasi unanimemente, dalla teoria generale del diritto sono il criterio gerarchico (lex superior derogat lex inferiori), quello di specialità (lex specialis derogat lex generalis) e quello temporale;
2) Che anche nell’ordinamento giuridico italiano, i criteri per la risoluzione delle antinomie sono quelli indicati ai sensi dei principi desumibili dal sistema normativo previsto dalla Costituzione (criterio gerarchico) e dall’art. 15 delle preleggi, che esplicitamente richiama il criterio temporale e, più implicitamente, richiama il criterio di specialità (“Le leggi non sono abrogate che da leggi posteriori per dichiarazione espressa del legislatore, o per incompatibilità tra le nuove disposizioni e le precedenti o perchè la nuova legge regola l’intera materia già regolata dalla legge anteriore”);
3) Che nel caso concreto è possibile fare riferimento esclusivamente al criterio di specialità ed a quello temporale, poichè entrambe le norme appartengono al medesimo corpo normavivo;
4) Che la norma di cui all’art. 30 ter co. 4 lett. c O.P., è estressamente rivolta a disciplinare i permessi premio e l’ammissibilità delle relative istanze, nei casi dei reati ostativi, deve essere considerata speciale rispetto a quella rivolta a disciplinare, in generale, le condizioni di ammissibilità di tutti i benefici penitenziari, per cui l’istanza di permesso premio deve essere considerata ammissibile se il detenuto, condannato per i reati previsti dall’art. 4 bis co. 1 O.P. ha espiato metà della pena, oppure dieci anni in caso di ergastolo.
Il Magistrato di Sorveglianza, invece, le istanze le dichiara inammissibii sottraendosi a quei doveri d’ufficio impostigli dalla Costituzione e dalla legge.
Questa ulteriore violazione, oltre ai principi stabiliti dalla legge penitenziaria in materia di benefici, nega la massima espressione dei Padri Costituenti che all’art. 27 comma 3 sancirono “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. ll Magistrato di Sorveglianza di questi principi se ne fa carta straccia.
Uno dei Padri del diritto italiano, Francesco Carnelutti, in uno scritto, “La voce di S. Marco”, così si esprimeva: <<Il processo non finisce con la condanna, ma si continua con la rieducazione che avviene all’interno dei vari istituti; la sua sede si trasferisce dal tribunale al penitenziario, ma deve essere chiaro, nell’interesse della civiltà, che chi ha sbagliato deve essere rieducato e restituito alla società>>.
Qui a Carinola si è equiparato il penitenziario al camposanto, dal momento che noi ergastolani usciamo solo da morti. Invece, il penitenziario deve essere equiparato ad un ospedale, dove la condanna rappresenta la malattia e da qui ripartire con la diagnosi, che gli operatori penitenziari tutti, fino a giungere al Magistrato di sorveglianza che rappresenta il primario, si adoperino per dimettere il condannato-malato. E’ chiaro che il pensiero del grande giurista Carnelutti richiamava il principio de dell’art. 27 comma 3 della Costituzione, che qui, purtroppo, è ignorato.
Già in precedenza i detenuti di Carinola si sono rivolti alle Istituzioni competenti esponendo simili problematiche, ma il C.S.M. ha risposto che “in base all’art. 2 del D.L. gs, 23 febbraio 2006, n. 109 l’attività di interpretazione di norme del diritto e quella di valutazione del fatto e della prova non danno luogo a responsabilità disciplinare”. Il giudice è soggetto soltanto alla legge (art. 101 Cost.), ma il C.S.M. può disporre, su proposta della prima commissione, che è organo diverso e separato dalla sezione disciplinare, il trasferimento d’ufficio del magistrato “quando per qualsiasi causa indipendente da loro colpa, non possono, nella sede occupata, svolgere le proprie funzioni con piena indipendenza ed imparzialità a sensi dell’art. 2 R.D. 31 maggio 1946, n.511”.
Il presente esposto tratta una problematica completamente diversa dalla precedente. Riguarda l’omissione dei doveri d’ufficio da parte del Magistrato di sorveglianza di S. Maria Capua Vetere, di rispondere alle istanze presentate a vario titolo e per ragioni diverse dalla maggior parte dei detenuti. Tale comportamento, oltre a violare la legge, mira a vessare inutilmente i detenuti affinchè desistano dal fare richieste che non solo non avranno risposta, ma, se l’avranno, sarà negativa. Ciò si palesa non solo contrario alle norme interne, ma anche alle norme di Diritto Sovranazionale in tema di Diritti Umani e di rispetto della dignità dell’uomo, considerato che un detenuto è sullo sesso piano di tutti gli altri uomini.
Quanto fin qui esposto, ovviamente, non lascia trasparire lo stato d’animo in cui vive un detenuto che ha scontato moltissimi anni e che si chiede se sia giusto continuare a coltivare quella speranza per se e per i propri cari sulla base dei principi enunciati dalla Costituzione e dalle leggi, oppure se dopo avere pagato così ampiamente il debito per le proprie colpe deve lasciarsi morire essendo l’unico modo per potere riacquistare la libertà.
di intervenire a porre fine al modus operandi del Magistrato di sorveglianza, affinché vengano applicati tutti quei principi che in uno Stato di Diritto qual’è il nostro Paese, non possono essere vanificati.
Carinola,
IL CONDANNATO ALL’ERGASTOLO………………………………………….
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Giustizia folle o imparziale.. di Sebastiano Milazzo
In questo testo che pubblico oggi, Sebastiano torna sulle discrepanze inaccettabili che avvengono, nel nostro sistema, relativamente al trattamento processuale, giudiziario e penitenziario.
Sebastiano Milazzo è uno dei più colti tra gli ergastolani… ha scritto pagine molto belle, anche dei libri di rara potenza espressiva.
Sebastiano diversi mesi scrive da Carinola, dove è stato trasferito dal carcere di Spoleto.. sembrerebbe perchè si era opposto, insieme ad altri detenuti (alcuni dei quali anch’essi trasferiti) alla pratica (illegale e immorale) che alcune carceri stanno tentando di porre in essere (per ovviare al problema del sovraffollamento) di aggiungere alla cella degli ergastolani un altro posto letto, in sostanza.. trasformandola da cella “singola” a cella “doppia”.
Sebastiano Milazzo era da più di dieci anni detenuto a Spoleto. Si era segnalato per la sua estrema correttezza e collaboratività in tutte le occasioni di crescita, studio, confronto, lavoro offerte dal carcere. Quindi era un detenuto verso il quale non si sarebbero potuti fare appunti critici.
Sebastiano Milazzo aveva chiesto un trasferimento, ma al fine di andare più vicino alla famiglia, che abita in Toscana. La moglie è malata, e per via della malattia e della lontananza Sebastiano non vede la moglie e i due figli da quasi due anni! E neanche la madre, anch’essa malata.
Naturalmente nella sua lungimirante saggezza e comprensione umana, oltre che nell’ “acuta” comprensione dei processi di reinserimento (sigh) delle illustrissime persone che “scrupolosamente” sovrintendono al “bene” della giustizia e dei detenuti.. è stato non avvicinato.. ma mandato molto più lontano, rispetto a dove era, dai famigliari.. a Casa di Dio, come si dice da queste parti.. a Carinola, un carcere che gode di bassa stima e considerato “punitivo”.
GIUSTIZIA FOLLE O IMPARZIALE
In questi giorni i media, scandalizzati, hanno diffuso la notizia che Ruggero Juker, condannato a 16 anni per aver ucciso la fidanzata, pena ridotta a 13 con la concessione dell’indulto, decorsi i termini di legge ha avuto concesso un permesso premio, per iniziare a reinserirsi gradatamente nella società, in previsione che fra due anni finisce di scontare definitivamente la sua pena. In totale 10 anni per aver spento una vita umana. A meno di non pensare a una catena di corruttele, circostanza nemmeno ipotizzabile vista la molteplicità di magistrati ed esperti che hanno svolto le indagini, valutate le responsabilità, e le accurate valutazioni necessarie per stabilire la concessione del beneficio, non si vede dove sta lo scandalo. Scandalose, ma di questo nessuno si scandalizza, sono semmai le differenze di pene effettive da scontare per lo stesso identico reato, a causa di leggi che consentono margini di discrezionalità che alimentano, di fatto, l’antica certezza che la Giustizia è cieca ma quando vuole e se vuole sa vederci benissimo, non solo al momento di stabilire l’entità della pena, ma anche quando questa deve effettivamente avere termine.
-La concessione del permesso a Juker è prevista da un regolamento penitenziario, rispettoso dei buoni principi costituzionakli, che prevede le misure alternative al carcere, misure che hanno, oltretutto, il pregio di garantire la sicurezza sociale, più di quanto sia in grado di farlo il carcere. Ostinarsi a negarle significa non avere a cuore la sicurezza. Ormai è accertato che la ricaduta nel reato si ferma all’19% quando avviene il graduale reinserimento del condannato nella società, mentre sale all’80% quando il condannato sconta la pena sino all’ultimo giorno segnato in sentenza.
Scandaloso, oltre che controproducente, è che per aver spento una vita umana c’è chi prende sempre l’ergastolo e non si vede rispettare l’articolo 27 della Costituzione che prevede per tutti, e non solo per alcuni, che le pene devono tendere alla rieducazione e al reinserimento.
Se questi principi non valgono per gli ergastolani, se è stata tolta loro ogni speranza di futuro, sarebbe il caso di cancellare dalle aule dei tribunali la frase :
Una frase che suona come una beffa , per chi non solo non ottiene alcun beneficio dopo 20/30/40 anni di detenzione, ma viene anche allontanato ulteriormente dai proprio affetti per rendere quanto più disumana la pena, come è successo a me, dopo 22 anni di pena scontata, prendendo a pretesto l’aver chiesto il rispetto di una norma del codice, in un luogo come il carcere, dove si dovrebbe rieducare alla legalità.
Milazzo Sebastiano
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