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Timestamp: 2020-05-30 17:44:57+00:00
Document Index: 31092040

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La Consulta dichiara incostituzionale la legge elettorale - Ex Parte Creditoris
La Consulta dichiara incostituzionale la legge elettorale
Ecco le motivazioni per le quali non si avrà la reviviscenza del Mattarellum
Articolo Giuridico | Corte Costituzionale | 04.12.2013 |
La legge elettorale che ha determinato la ripartizione dei seggi delle ultime tre legislature è incostituzionale. Lo ha stabilito la Corte Costituzionale, affidando alle poche righe di un comunicato stampa l’anticipazione delle ragioni della propria decisione.
La decisione rischia di lasciare un incolmabile vuoto normativo in una disciplina costituzionalmente necessaria, che deve essere operante in ogni momento nella sua interezza.
“La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l’assegnazione di un premio di maggioranza  sia per la Camera dei Deputati che per il Senato della Repubblica  alla lista o alla coalizione di liste che abbiano ottenuto il maggior numero di voti e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 340 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnati a ciascuna Regione.
La Corte ha altresì dichiarato l’illegittimità costituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste elettorali “bloccate”, nella parte in cui non consentono all’elettore di esprimere una preferenza.
Le motivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime settimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relativi effetti giuridici.
Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi elettorali, secondo le proprie scelte politiche, nel rispetto dei principi costituzionali”.
In particolare può ritenersi che la Corte Costituzionale abbia sostanzialmente superato (e/o travolto) il precedente orientamento espresso con la sentenza n.12 del 24.01.2012, ove aveva ritenuto inammissibili i quesiti referendari per l’abrogazione (anche parziale) della legge n.270/2005, atteso che l’espunzione, totale o parziale, delle disposizioni della legge elettorale dall’ordinamento avrebbe determinato un incolmabile “vuoto normativo” in una materia costituzionalmente necessaria.
Nell’occasione, rigettando la tesi dei comitati promotori del referendum, sostenitori di un possibile effetto di “reviviscenza” o “riespansione” del previgente sistema elettorale, la Corte aveva affermato i seguenti principi di diritto:
“La tesi della reviviscenza di disposizioni a séguito di abrogazione referendaria non può essere accolta, perché si fonda su una visione «stratificata» dell’ordine giuridico, in cui le norme di ciascuno strato, pur quando abrogate, sarebbero da considerarsi quiescenti e sempre pronte a ridiventare vigenti. Ove fosse seguita tale tesi, l’abrogazione, non solo in questo caso, avrebbe come effetto il ritorno in vigore di disposizioni da tempo soppresse, con conseguenze imprevedibili per lo stesso legislatore, rappresentativo o referendario, e per le autorità chiamate a interpretare e applicare tali norme, con ricadute negative in termini di certezza del diritto; principio che è essenziale per il sistema delle fonti e che, in materia elettorale, è «di importanza fondamentale per il funzionamento dello Stato democratico» (sentenza n. 422 del 1995)”.
“Il fenomeno della reviviscenza di norme abrogate [] non opera in via generale e automatica e può essere ammesso soltanto in ipotesi tipiche e molto limitate, e comunque diverse da quella dell’abrogazione referendaria in esame. Ne è un esempio l’ipotesi di annullamento di norma espressamente abrogatrice da parte del giudice costituzionale, che viene individuata come caso a sé non solo nella giurisprudenza di questa Corte (peraltro, in alcune pronunce, in termini di «dubbia ammissibilità»: sentenze n. 294 del 2011, n. 74 del 1996 e n. 310 del 1993; ordinanza n. 306 del 2000) e in quella ordinaria e amministrativa, ma anche in altri ordinamenti (come quello austriaco e spagnolo). Tale annullamento, del resto, ha «effetti diversi» rispetto alla abrogazione – legislativa o referendaria – il cui «campo […] è più ristretto, in confronto di quello della illegittimità costituzionale» (sentenza n. 1 del 1956)”.
E ancora, con particolare riguardo al quesito sulla abrogazione parziale della legge, l’inammissibilità derivava dalla difficile interpretazione della normativa risultante e “ciò non può ammettersi in una materia come quella delle fonti del diritto, regolata da leges strictae, in cui è assente, o comunque minimo, lo spazio per l’interposizione dell’interprete che trae dalla disposizione la norma”.
Con il verdetto oggi espresso, la Corte Costituzionale, ritenendo illegittimi il premio di maggioranza senza soglia e le liste bloccate, ne ha, di fatto, stralciato le relative norme dalla legge n.270/2005, producendo un effetto analogo a quello  in precedenza  ritenuto inammissibile.
Deve concludersi che, per effetto della attuale pronunzia e per i principi espressi con la pregressa sentenza n.12 del 24.01.2012, contrariamente ad un’opinione assai diffusa, giammai si potrà avere la reviviscenza delle norme previgenti con un ritorno automatico al Mattarellum.
Non resta che attendere la pubblicazione della sentenza, con le relative motivazioni, per comprendere a fondo le conseguenze della pronuncia  in assenza di un intervento legislativo riformatore  sul risultante sistema elettorale.
Di seguito si riporta il testo della precedente pronuncia della Consulta, in tema di inammissibilità dei quesiti referendari (sentenza n.13 del 24 gennaio 2012).
Numero Protocolo Interno : 694/2013
Tags : 24-01-2012, comunicato stampa, Corte Costituzionale, Legge elettorale,camera,consulta, ritorno Mattarellum, sentenza n.13
OPPOSIZIONE A DECRETO INGIUNTIVO: AMMESSA LA RIDUZIONE DEI TERMINI DI COMPARIZIONE ANCHE IN APPELLO