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Timestamp: 2020-07-15 12:05:57+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 11539 del 11/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 11539 del 11/05/2017
Cassazione civile, sez. I, 11/05/2017, (ud. 14/12/2016, dep.11/05/2017), n. 11539
D.M., elettivamente domiciliata in Roma, alla via Piave n.
52, presso l’avv. RENATO CARCIONE, unitamente all’avv. MICHELE
MILITELLO del foro di Palermo, dal quale è rappresentata e difesa
COMUNE DI CINISI, in persona del Sindaco p.t., elettivamente
domiciliato in Roma, alla via S. Pellico n. 2, presso l’avv. IGNAZIO
FIORE, unitamente all’avv. GIUSEPPE LI GRECI del foro di Palermo,
dal quale è rappresentato e difeso in virtù di procura speciale a
avverso la sentenza della Corte di Appello di Palermo n. 179/11,
pubblicata il 14 febbraio 2011;
udito l’avv. Carcione per delega del difensore della ricorrente;
1. D.M., già proprietaria di un fondo della superficie di mq. 37.864 sito in (OMISSIS), convenne in giudizio il Comune di Cinisi, proponendo opposizione alla stima dell’indennità dovuta per l’espropriazione dell’immobile, disposta dal Sindaco con ordinanza del 31 marzo 1995 per la realizzazione di un impianto sportivo.
Si costituì il Comune e resistette alla domanda, chiedendone il rigetto.
1.1. Con sentenza del 13 dicembre 1999, la Corte d’Appello di Palermo determinò in Lire 361.760.000 l’indennità dovuta per l’espropriazione dell’area, oltre a Lire 15.500.000 per i manufatti ivi esistenti, Lire 3.800.000 per un deposito attrezzi e Lire 201.300.000 per un fabbricato residenziale, ed in Lire 222.417.000 l’indennità per l’occupazione legittima, protrattasi dal 6 agosto 1991 al 31 maggio 1995.
2. Su ricorso della D., questa Corte, con sentenza del 25 giugno 2003, n. 10073, dispose la cassazione della sentenza impugnata, enunciando il seguente principio di diritto: “la localizzazione di un singolo impianto pubblico in zona agricola, in virtù dell’approvazione del progetto, non comporta ai fini indennitari l’acquisizione della natura edificabile delle aree che vengono assoggettate ad esproprio ai fini della realizzazione dell’opera”.
3. A seguito della riassunzione del giudizio, la Corte d’Appello, con sentenza del 14 febbraio 2011, ha determinato l’indennità di espropriazione in Euro 271.690,00, oltre interessi legali con decorrenza dalla data del relativo decreto, e l’indennità di occupazione in Euro 90.670,00, oltre interessi legali con decorrenza dalla data di scadenza di ciascuna annualità, condannando l’attrice a restituire la somma riscossa in eccedenza, oltre interessi legali dalla data del pagamento.
A fondamento della decisione, la Corte ha innanzitutto escluso la possibilità di contestare l’applicabilità alla fattispecie del principio di diritto enunciato dalla sentenza di cassazione, sia pure in relazione al periodo di tempo intercorso tra la approvazione del progetto dell’impianto e l’occupazione del fondo di proprietà dell’attrice, osservando comunque che tale circostanza non era idonea a spezzare il nesso teleologico tra la delibera di localizzazione e la procedura espropriativa, e quindi a far venire meno il carattere espropriativo della prima e la sua irrilevanza ai fini della determinazione del valore dell’immobile. Premesso inoltre che il carattere confermativo di una variante allo strumento urbanistico vigente non dipende dalla sua collocazione in una determinata categoria di strumenti urbanistici, ma dai requisiti oggettivi dei vincoli in essa contenuti, e cioè dalla finalità di realizzare una nuova zonizzazione dell’intero territorio comunale o di parte di esso, sì da incidere su una generalità di beni nei confronti di una pluralità indifferenziata di soggetti, in funzione della destinazione dell’intera zona in cui i beni ricadono ed in ragione delle sue caratteristiche intrinseche o del rapporto con un’opera pubblica, ha affermato che, anche a voler ritenere che la sentenza di cassazione si fosse limitata ad escludere la riconducibilità della destinazione edificatoria del fondo alla localizzazione dell’impianto sportivo, lasciando impregiudicata la questione riguardante l’intrinseca edificabilità del fondo. quest’ultima avrebbe dovuto essere accertata con riferimento alla data del decreto di espropriazione, e quindi in base al piano di fabbricazione approvato dal Consiglio comunale con Delib. 15 agosto 1973 ed approvato con decreto assessoriale del 17 marzo 1978, che includeva il fondo in zona di espansione C3-bis con densità 0,03 mc./mq., non essendo stato all’epoca ancora approvato il piano regolatore generale adottato con Delib. 6 aprile 1993, il quale, comunque, includeva il bene in zona destinata ad attrezzature sportive. La Corte ha pertanto concluso che l’indennità di espropriazione doveva essere determinata in base al criterio del valore agricolo medio, previsto dalla legge 22 ottobre 1971, n. 865, osservando che le dichiarazioni d’illegittimità costituzionale del D.L. 11 luglio 1992, n. 333, art. 5 bis convertito con modificazioni dalla L. 8 agosto 1992, n. 359, pronunciate dalla Corte costituzionale con le sentenze n. 348 e 349 del 2007, avevano riguardato i soli criteri di determinazione dell’indennità relativi alle aree edificabili, senza peraltro intaccare la validità della norma nella parte in cui richiedeva la valutazione delle possibilità legali ed effettive di edificazione.
Ciò posto, è precisato che per mero errore materiale la superficie complessiva dell’area espropriata era stata indicata in mq. 37.684, anzichè in mq. 37.772, la Corte ha ritenuto che l’indennità dovesse essere rideterminata esclusivamente con riguardo alla superficie libera, pari a mq. 37.252, non essendo stata censurata la liquidazione delle indennità dovute per il fabbricato (Lire 201.300.000) e gli altri manufatti (Lire 19.300.000). Rilevato che il valore agricolo medio previsto per la coltura più pregiata (agrumeto) tra quelle risultanti dal certificato catastale (agrumeto, seminativo. uliveto) era pari a Lire 8.200 al mq., ha liquidato l’indennità di espropriazione in Lire 305.466.400, pari ad Euro 157.760,00; ha quindi determinato l’indennità di occupazione in complessivi Euro 50.212,96, pari ad un dodicecimo dell’indennità di espropriazione per ciascun anno dell’occupazione, protrattasi dal 6 agosto 1991 al 31 maggio 1995, liquidando invece in complessivi Euro 40.457,50, pari agl’interessi legali sull’indennità di espropriazione, l’indennità dovuta per l’occupazione temporanea del fabbricato e del deposito attrezzi. Ha dichiarato infine inammissibile la domanda di risarcimento del pregiudizio arrecato alla parte residua del fondo, non essendo stato in alcun modo censurato l’omesso esame della stessa da parte della sentenza di primo grado.
3. Avverso la predetta sentenza la D. ha proposto ricorso per cassazione, affidato ad un solo motivo, illustrato anche con memoria. Il Comune ha resistito con controricorso.
1. Con l’unico motivo d’impugnazione, la ricorrente denuncia la violazione della L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39 e dell’art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, censurando la sentenza impugnata per aver determinato l’indennità di espropriazione in base al criterio del valore agricolo medio, previsto dalla L. n. 865 del 1971, art. 15, comma 1, secondo periodo, e art. 16, commi 5 e 6, e richiamato dal D.L. n. 333 del 1992, art. 5-bis, comma 4. Premesso che tali disposizioni sono state dichiarate costituzionalmente illegittime dalla Corte costituzionale con sentenza n. 181 del 2011, pubblicata in data successiva al deposito della sentenza impugnata, afferma che, non essendo quest’ultima passata in giudicato, gli effetti della dichiarazione d’incostituzionalità si estendono anche alla fattispecie in esame, con la conseguente inapplicabilità del criterio di stima seguito dalla Corte di merito. Aggiunge che, a seguito del venir meno del predetto criterio, deve considerarsi nuovamente applicabile quello del valore di mercato, previsto dalla L. n. 2359 del 1865, art. 39 che, oltre a rappresentare l’unico criterio ancora vigente, per di più destinato ad operare in linea generale per ogni tipo di espropriazione, risulta idoneo ad assicurare la riparazione integrale della perdita subita dal proprietario, conformemente all’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU.
A seguito dell’esclusione dell’edificabilità del fondo espropriato, determinata dalla classificazione prevista dal piano di fabbricazione vigente alla data di emissione del decreto di espropriazione, e rimasta incensurata in questa sede, la Corte di merito ha infatti proceduto alla liquidazione delle indennità di occupazione ed espropriazione in base al criterio del valore agricolo medio, previsto dal titolo 2 della L. n. 865 del 1971 e richiamato dal D.L. n. 333 del 1992, art. 5-bis, comma 4, per l’espropriazione delle aree agricole e di quelle non edificabili, rilevando che tale disposizione non era stata attinta dalle dichiarazioni d’incostituzionalità pronunciate dalla Corte costituzionale con le note sentenze n. 348 e 349 del 2007, le quali avevano avuto ad oggetto soltanto i criteri indennitari e risarcitori previsti per le aree edificabili.
Successivamente alla pubblicazione della sentenza impugnata, la Corte costituzionale, con sentenza n. 181 del 2011, ha peraltro dichiarato anche l’illegittimità costituzionale dell’art. 5-bis cit., comma 4 (e, in via consequenziale, del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 40, commi 2 e 3), per contrasto con l’art. 117 Cost., comma 1, in riferimento all’art. 1 del Primo Protocollo addizionale alla Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dello Uomo e delle Libertà fondamentali, nonchè con l’art. 42 Cost., in quanto tale disposizione, in combinato disposto con la L. n. 865 del 1971, art. 15, comma 1, secondo periodo, e art. 16, commi 5 e 6, come sostituiti dalla L. 28 gennaio 1977, n. 10, art. 14 faceva riferimento, per la determinazione delle indennità di espropriazione relative ai suoli agricoli ed a quelli non edificabili, ad un valore che prescindeva dall’area oggetto del procedimento espropriativo, trascurando le caratteristiche di posizione del suolo, il valore intrinseco del terreno, la maggiore o minore perizia nella conduzione del fondo e quant’altro può incidere sul valore venale di esso, in tal modo eludendo il ragionevole legame con il valore di mercato. prescritto dalla giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo e coerente con il serio ristoro richiesto dalla giurisprudenza consolidata della stessa Corte costituzionale. Ai sensi della L. 11 marzo 1953, n. 87, art. 30, comma 3, la dichiarazione d’illegittimità costituzionale della predetta disposizione ne esclude l’applicabilità con effetto retroattivo, con l’unico limite delle situazioni consolidate per essersi il relativo rapporto definitivamente esaurito, potendosi legittimamente considerare esauriti, peraltro, i soli rapporti rispetto ai quali si sia formato il giudicato o si sia verificato un altro evento cui l’ordinamento collega il consolidamento del rapporto medesimo, ovvero si siano verificate preclusioni processuali. o decadenze e prescrizioni non direttamente investite, nei loro presupposti normativi, dalla pronuncia d’incostituzionalità (cfr. Cass., Sez. 20 aprile 2010, n. 9329; 19 luglio 2005, n. 15200; Cass., Sez. 1, 18 luglio 2006, n. 16450). La sentenza citata spiega pertanto efficacia anche in riferimento ai giudizi non ancora definiti alla data della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale, tra i quali deve comprendersi anche quello in esame, non assumendo alcun rilievo, a tal fine, la circostanza che alla predetta data fosse già stata pronunciata la sentenza d’appello e non fosse stato proposto il ricorso per cassazione, in quanto, non essendo ancora decorso il termine annuale per l’impugnazione, il giudizio doveva considerarsi a tutti gli effetti ancora pendente.
Quanto all’individuazione del criterio da applicare per la liquidazione delle indennità di espropriazione relative ad aree non edificabili, il venir meno di quello previsto dalle disposizioni dichiarate costituzionalmente illegittime comporta la reviviscenza del criterio del valore venale di cui alla L. 25 giugno 1865, n. 2359, art. 39 la cui applicabilità si desume, come già affermato da questa Corte, dall’art. 834 c.c.: tale disposizione, infatti, nel prevedere che l’indennità dovuta a chi sia stato privato della sua proprietà per una causa di pubblico interesse legalmente dichiarata debba essere “giusta”, evoca un requisito di congruità della indennità che. in assenza di indicazioni legislative, rimanda a categorie del diritto naturale ed accosta inevitabilmente l’interprete alla CEDU ed al relativo Protocollo addizionale, nell’interpretazione fornitane dalla Corte Europea dei Diritti dello Uomo, secondo cui l’indennizzo non può considerarsi legittimo se non consiste in una somma che si ponga in rapporto ragionevole con il valore del bene, e che equivalga, nel caso di espropriazione isolata, ad una riparazione integrale (cfr. Cass.. Sez. 1, 7 dicembre 2011, n. 26357: 14 dicembre 2007. n. 26275: Corte EDU, sent. 29 marzo 2006. Scordino c. Italia). Non può condividersi, al riguardo, l’eccezione sollevata dalla difesa del Comune, secondo cui l’applicazione del criterio del valore venale dovrebbe considerarsi preclusa, nella specie, dalla mancata prospettazione. nella precedente fase processuale. di possibilità di sfruttamento del fondo ulteriori e diverse da quelle agricole, ma compatibili con la destinazione prevista dagli strumenti urbanistici, tali da giustificare il riconoscimento di un valore di mercato che, pur senza raggiungere quello delle aree edificabili, risulti superiore a quello corrente per le aree agricole: in quanto consentita soltanto dalla sopravvenuta dichiarazione d’illegittimità costituzionale del criterio applicato dalla sentenza impugnata, la valutazione delle predette potenzialità non avrebbe potuto essere sollecitata in quella sede, ostandovi l’automatica operatività dei valori tabellari, preclusiva di qualsiasi indagine in ordine al diverso valore eventualmente ricollegabile alle possibilità effettive di utilizzazione del suolo. Non può quindi escludersi la possibilità di far valere le medesime potenzialità nel giudizio di rinvio. la cui configurazione come un giudizio sostanzialmente chiuso, nel quale non sono ammesse la formulazione di nuove conclusioni e la proposizione di nuove domande o eccezioni, nonchè la richiesta di nuove prove, restando le parti vincolate rigorosamente alle posizioni processuali e alle tesi difensive svolte nelle precedenti fasi di merito, non preclude il compimento di nuove attività assertive o probatorie, ogni qualvolta la relativa necessità emerga dalla sentenza di cassazione, la quale abbia diversamente definito il rapporto o, come nella specie, fatto applicazione dello jus superveniens (ivi compresa, come nella specie, la dichiarazione d’illegittimità costituzionale), sì da imporre l’adozione di un nuovo sistema difensivo (cfr. ex plurimis, Cass., Sez. lav., 17 gennaio 2014, n. 900; 132 febbraio 2006, n. 3047; Cass., Sez. 3, 10 febbraio 1990, n. 978).
2. La sentenza impugnata va pertanto cassata, con il conseguente rinvio della causa alla Corte d’Appello di Palermo, che provvederà, in diversa composizione, anche al regolamento delle spese del giudizio di legittimità.
La Corte accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia alla Corte di Appello di Palermo, anche per la liquidazione delle spese processuali.