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Timestamp: 2019-10-23 02:15:03+00:00
Document Index: 123606280

Matched Legal Cases: ['art. 380', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 220', 'art. 37', 'art. 167', 'art. 111', 'art. 2697', 'art. 163', 'art. 167', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 384']

Sentenza Cassazione Civile n. 621 del 12/01/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 621 del 12/01/2011
Cassazione civile sez. I, 12/01/2011, (ud. 09/12/2010, dep. 12/01/2011), n.621
sul ricorso 17739-2009 proposto da:
G.P. ((OMISSIS)) elettivamente domiciliato in
ROMA, presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso dagli
avvocati PANA FLAVIO e ZAMPIERI NICOLA, giusta procura a margine del
avverso il decreto n. V.G. 532/2007 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA
del 13.5.08, depositato il 20/05/2008;
E’ presente il Procuratore Generale in persona, del Dott. EDUARDO
p. 1.- La relazione depositata ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c. è del seguente: tenore: “1.- Con il decreto impugnato la Corte di appello di Venezia ha rigettato la domanda di equa riparazione ai sensi della L. n. 89 del 2001 proposta da G.P. in riferimento al giudizio promosso innanzi alla Corte dei conti, con ricorso del 14.7.2000, avente ad oggetto il riconoscimento del diritto ad ottenere la riliquidazione della pensione sulla base di tutti gli aumenti stipendiali di cui al contratto collettivo nazionale di lavoro dei ferrovieri 1.1.1993-31.12.1995, definito con sentenza di rigetto del 19.12.2005.
Ha osservato la Corte di appello che per effetto della inequivoca normativa esistente e delle interpretazioni giurisdizionali espresse al più alto livello (sezioni riunite della Corte dei Conti), anche costituzionale (Corte cost. n. 226/93; n. 409/95 e n. 62/99), l’attore non poteva non essere consapevole dell’infondatezza delle proprie istanze e quindi, data tale consapevolezza, doveva escludersi che avesse sofferto l’asserito danno morale o il danno esistenziale conseguente allo stato d’ansia connesso ad una inesistente incertezza dell’esito della causa.
Contro il decreto della Corte di merito l’istante ha proposto ricorso per cassazione affidato a dieci motivi.
2.- Con i motivi di ricorso il ricorrente denuncia violazione di norme di diritto formulando i seguenti quesiti in relazione a ciascun motivo:
a) 1. Vero che in base alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (ratificata con L. n. 848 del 1955), e alla L. n. 89 del 2001 la Corte d’appello adita per l’equa riparazione non può compiere autonomi accertamenti di merito sulla temerarietà delle domande azionate nel giudizio di cui sì denuncia l’eccessiva durata?” 2. Vero che ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, e alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo il diritto all’equa riparazione prescinde dall’esito del giudizio irragionevolmente protrattosi nel tempo per cui le sofferenze ed ai patemi d’animo che l’interessato assume di aver subito, per l’incertezza e l’ansia derivata dalla prolungata attesa dell’esito del giudizio, vanno risarciti a prescindere dall’esito del giudizio di cui si denuncia l’eccessiva durata? 3. Vero che ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, e alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo l’ansia e la sofferenza – e quindi l’esistenza danno non patrimoniale – per l’eccessivo prolungarsi della causa costituiscono i riflessi psicologici che la persona normalmente subisce per il perdurare dell’incertezza sull’assetto delle posizioni coinvolte dal dibattito processuale, per cui il risarcimento del danno connesso all’eccessiva durata della causa può essere negato solo qualora sia stata tempestivamente eccepita e provata nel giudizio la proposizione della lite temeraria o al solo fine di perseguire proprio il perfezionamento della fattispecie di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2?” 4, Vero che ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, e alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo la consapevolezza sulla infondatezza del ricorso di cui si chiede il risarcimento del danno a causa dell’eccessiva durata va accertato considerando l’età e la preparazione anche scolastica della persona coinvolta nel dibattito processuale?” b) “5. Vero che nozione di stipendio integralmente percepito contenuta nel Testo Unico approvato con il D.P.R. 29 dicembre 1973, n. 1092, art. 220, secondo cui, ai fini della determinazione della misura del trattamento di quiescenza, la base pensionabile è costituita dall’ultimo stipendio integralmente percepito, deve essere intesa non nel senso di stipendio concretamente riscosso, ma nel senso di entrato a far parte della sfera giuridico-patrimoniale del soggetto prima del suo collocamento a riposo, per cui va riferita, in caso di scaglionamento del diritto, a tutti gli aumenti contrattuali allo stipendio per il quale il dipendente ha maturato il diritto all’atto del collocamento a riposo?” c) 6. Vero che l’art. 37 del CCNL del personale dipendente dalla Ferrovie dello Stato al fine di garantire la copertura economica ai nuovi minimi tabellari, prevedeva espressamente uno scaglionamento dei miglioramenti contrattuali spettanti al personale ferroviario in due tranches a decorrere dal 1 ottobre 1994 e dal 1 ottobre 1995″, prevedendo la rateizzazione solo quale modalità di corresponsione di un unico beneficio, unitariamente attribuito dal contratto a tutto il personale in servizio alla data di vigenza del contratto? d) 7. Vero che in base ai principi di non contestazione, di lealtà, probità ed economia principio di economia che deve informare il processo desumibili anche dall’art. 167 c.p.c. e art. 111 Cost. la Corte d’appello adita per l’equa riparazione non può rilevare d’ufficio l’eventuale assenza del danno (connessa alla pretesa temerarietà della domanda azionata nel giudizio di cui si denuncia l’eccessiva durata) qualora la parte convenuta non abbia dedotto e fornito la rigorosa prova della palese infondatezza della domanda? 8. Vero che in base all’art. 2697 c.c. il Ministero dell’Economia ha l’onere di dedurre e provare i fatti che eccezionalmente escludono l’esistenza del danno non patrimoniale ivi compresa l’eventuale temerarietà della lite o piena consapevolezza della manifesta infondatezza della domanda azionata?” e) “9. Vero che la “legitimatio ad causam”, sotto il profilo di legittimazione a contraddire, costituisce una condizione dell’azione attinente alla verifica della regolarità processuale del contraddittorio, rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del giudizio, ed intesa come diritto potestativo di ottenere dal giudice, in base alla sola allegazione di parte, una qualsiasi decisione di merito – la cui esistenza è da riscontrare esclusivamente alla stregua della fattispecie giuridica prospettata dalla parte attrice, prescindendo dalla effettiva titolarità del rapporto dedotto in causa?” 10. Vero che pertanto qualora si costituisca in giudizio un ente diverso da quello convenuto in giudizio il Giudice deve dichiarare inammissibile la costituzione e tutti gli atti processuali posti in essere per difetto di legittimazione processuale rilevabile “ex officio” dal giudice in ogni stato e grado del processo?” f) 11. Vero che la Presidenza del Consiglio dei Ministri nei giudizi in cui è convenuto il Ministero non è legittimata a proporre l’eccezione di manifesta infondatezza del giudizio della cui eccessiva durata si chiede il risarcimento del danno e/o di insussistenza del danno non patrimoniale, trattandosi di eccezione de iure tertii (il Ministero dell’Economia).
12. Vero che l’improponibilità di tale eccezione è rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del processo e, quindi, anche nel giudizio di cassazione, anche se la questione non abbia formato oggetto di espressa pronuncia da parte dei giudici di merito”? g) “13. Vero che l’erroneità nelle indicazioni richieste dall’art. 163 c.p.c., comma 3, n. 2, in relazione all’art. 167 c.p.c. comporta l’assoluta incertezza circa l’identità della parte, e quindi una nullità della memoria di costituzione in giudizio che rechi nell’intestazione dell’atto il nominativo del Ministero dell’Economia e nelle conclusioni il nominativo della Presidenza del Consiglio dei Ministri?” h) “14. Vero che nell’ordinamento vigente al momento della proposizione del ricorso alla Corte dei Conti (anno 2000) l’esistenza di precedenti decisioni giurisdizionale di analoga fattispecie non precludono la proposizione della domanda giudiziaria, atteso che non esisteva, nel nostro ordinamento, un principio – come lo stare decisis degli ordinamenti anglosassoni – che vincoli il giudice al rispetto di una precedente pronuncia?” “15. Vero che nell’ordinamento vigente al momento della proposizione e decisione del ricorso alla Corte dei Conti (anno 2000) l’orientamento della giurisprudenza non si era ancora consolidato in relazione alla fattispecie azionata in giudizio?” i) “16. Vero che la pregressa giurisprudenza elaborata al riguardo dalla Corte Europea costituisce la prima e più importante guida nel ricostruire i lineamenti del diritto all’equa riparazione previsto anche dalla L. n. 89 del 2001? 17. Vero che secondo la giurisprudenza della Corte di Strasburgo (cfr. tra altre, Carnevali c. Italia n. 37147-97; Prisca e altri c. Italia n. 14660-90; 4 Donni c. Italia n. 29128-95) la soccombenza non incide sul diritto alla equa riparazione comportando la prova dell’eccessiva durata del processo l’automatica violazione dell’art. 6 C.E. e il conseguente diritto al risarcimento del danno morale o non patrimoniale? 1) “18. Vero che il danno non patrimoniale sofferto dalla parte per l’eccessiva durata del processo costituisce una conseguenza della violazione che si verifica normalmente secondo l’id quod plerumque accidit e non necessita pertanto di alcun sostegno probatorio relativo al singolo caso? 19. Vero che il giudice in mancanza di apposita contestazione da parte della P.A. convenuta deve quindi ritenerlo sussistere ogni qualvolta non vengano specificamente dedotte dalla parte convenuta, nel caso concreto, circostanze particolari che facciano positivamente escludere che tale danno sia stato subito dal ricorrente? 3.- Le censure sub e), f) e g) (quesiti da 9 a 13) sono manifestamente infondate perchè la domanda è stata proposta contro il Ministero dell’Economia, che risulta quale parte convenuta anche dal decreto impugnato. Talchè l’errore materiale segnalato dal ricorrente non ha certo avuto come conseguenza di determinare l’assoluta incertezza sulla parte costituita a mezzo dell’Avvocatura dello Stato.
4.- Quanto al fondo del ricorso, tutti i restanti motivi – esaminabili congiuntamente per l’intima connessione – sono manifestamente infondati perchè la decisione impugnata è conforme alla giurisprudenza della S.C. secondo la quale “in tema di equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo, ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 2, l’ansia e la sofferenza – e quindi il danno non patrimoniale – per l’eccessivo prolungarsi del giudizio costituiscono i riflessi psicologici che la persona normalmente subisce per il perdurare dell’incertezza sull’assetto delle posizioni coinvolte dal dibattito processuale e, pertanto, se prescindono dall’esito della lite (in quanto anche la parte poi soccombente può ricevere afflizione per l’esorbitante attesa della decisione), restano in radice escluse in presenza di un’originaria consapevolezza della inconsistenza delle proprie istanze, dato che, in questo caso, difettando una condizione soggettiva di incertezza, viene meno il presupposto del determinarsi di uno stato di disagio (Sez. 1, n. 25595/2008, in una fattispecie – analoga a quella concreta – in cui la corte d’appello aveva negato rilevanza alla durata del giudizio avanti alla Corte dei Conti, promosso in materia di riconoscimento di miglioramenti economici sulla pensione, non dovuti secondo “massiccia, pregressa ed anche recente e recentissima giurisprudenza”. In senso conforme v. anche C. n. 17650/2002).
Peraltro, la individuazione e la valutazione degli eventuali elementi in presenza dei quali può positivamente escludersi il patema d’animo (e quindi il danno morale) configurano attività istituzionalmente riservata al Giudice di merito, il quale ne ha dato nella specie esaustiva e persuasiva motivazione, sicchè il relativo giudizio non è censurabile in sede di legittimità.
Viceversa, il ricorrente pretende che questa Corte, attraverso un’autonoma valutazione delle risultanze degli atti di causa, peraltro denunciando la violazione di norme che la Corte dei Conti ha interpretato, rigettando la domanda nel giudizio presupposto, operi un controllo, equivalente in concreto alla revisione del ragionamento decisorio, ossia dell’opzione che ha condotto il Giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata; revisione che si risolverebbe sostanzialmente in una nuova formulazione del giudizio di fatto, contrariamente alla funzione assegnata dall’ordinamento al Giudice di legittimità. Va negato, invero, che alla Corte di cassazione competa un potere di riesaminare e valutare il merito della causa, potendo solo controllare, sotto il profilo logico – formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione operata dal Giudice del merito, cui soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l’attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, con l’unico limite di supportare con adeguata e congrua motivazione l’esito del procedimento accertativo e valutativo seguito.
D’altra parte, nel nostro ordinamento processuale vige il principio di acquisizione, talchè – integrando l’esistenza del danno come conseguenza della violazione del termine ragionevole il fatto costitutivo della domanda – qualora dagli stessi documenti prodotti dall’attore emerga l’insussistenza del diritto azionato, ben può il giudice formare il proprio convincimento ex actis a prescindere da una specifica contestazione da parte del convenuto, il quale si sia limitato “a dedurre la necessità di provare il danno non patrimoniale subito nel giudizio irragionevolmente protrattosi”. Ciò in quanto “la piena consapevolezza nella parte processuale civile della infondatezza delle proprie istanze o della loro inammissibilità rende inesistente il danno non patrimoniale, perchè tale consapevolezza fa venire meno l’ansia ed il malessere correlati all’incertezza della lite, essendo con gli stessi incompatibile” (Sez. un., sent. n. 1338/2004).
p. 2.- Osserva il Collegio che le censure sub a (1-4) sono manifestamente fondate.
Il Collegio, invero, ritiene di non poter condividere le conclusioni della relazione e le argomentazioni sulle quali esse si fondano alla luce della recente giurisprudenza secondo la quale “In caso di violazione del termine di durata ragionevole del processo, il diritto all’equa riparazione di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2 spetta a tutte le parti del processo, indipendentemente dal fatto che esse siano risultate vittoriose o soccombenti, costituendo l’ansia e la sofferenza per l’eccessiva durata i riflessi psicologici del perdurare dell’incertezza in ordine alle posizioni coinvolte nel processo, ad eccezione del caso in cui il soccombente abbia promosso una lite temeraria, o abbia artatamente resistito in giudizio al solo fine di perseguire proprio il perfezionamento della fattispecie di cui al richiamato art. 2, e dunque in difetto di una condizione soggettiva di incertezza. Dell’esistenza di queste situazioni, costituenti abuso del processo, deve dare prova puntuale l’Amministrazione, non essendo sufficiente, a tal fine, la deduzione che la domanda della parte – nella specie di richiesta di riconoscimento di un trattamento pensionistico – sia stata dichiarata manifestamente infondata” (Sez. 1, Sentenza n. 9938 del 26/04/2010).
Il provvedimento impugnato deve essere cassato e, non essendo necessari ulteriori accertamenti nel merito, stante la complessiva durata del processo presupposto di circa 5 anni e 5 mesi e la violazione per anni 2 e mesi 5 del termine ragionevole pari a tre anni per un grado, la Corte, ai sensi dell’art. 384 c.p.c., può liquidare l’indennizzo di Euro 1.812,00 conformemente alla giurisprudenza della CEDU e di questa Corte (Sez. 1, Sentenza n. 21840 del 14/10/2009). Le spese processuali – nella misura liquidata in dispositivo – vanno poste a carico dell’Amministrazione soccombente.
La Corte, accoglie il ricorso nei termini di cui in motivazione, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna l’Amministrazione a corrispondere alla parte ricorrente la somma di Euro 1.812,00 per indennizzo, gli interessi legali su detta somma dalla domanda e le spese del giudizio:
che determina per il giudizio di merito nella somma di Euro 50 per esborsi, Euro 311,00 per diritti e Euro 445,00 per onorari, oltre spese generali ed accessori di legge e che dispone siano distratte in favore del difensore antistatario;
e per il giudizio di legittimità in Euro 595,00 di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre spese generali ed accessori di legge e che dispone siano distratte in favore del difensore antistatario.