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Timestamp: 2019-12-15 21:53:36+00:00
Document Index: 151921710

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Corte di Cassazione sentenza n. 18694 depositata il 11 luglio 2019 - Insussistenza del diritto all'estensione dell'indennità di maneggio bagagli prevista per il personale addetto al trasporto extraurbano anche agli altri dipendenti, autisti ed amministrativi, impiegati nel trasporto locale - Studio Cerbone
Corte di Cassazione sentenza n. 18694 depositata il 11 luglio 2019 – Insussistenza del diritto all’estensione dell’indennità di maneggio bagagli prevista per il personale addetto al trasporto extraurbano anche agli altri dipendenti, autisti ed amministrativi, impiegati nel trasporto locale
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Corte di Cassazione sentenza n. 18694 depositata il 11 luglio 2019
Lavoro – Rapporto di lavoro – Indennità di maneggio bagagli – Personale addetto al trasporto extraurbano – Non sussiste
C.F. ed altri dieci litisconsorti adivano il giudice del lavoro di Ascoli Piceno per rivendicare il diritto, da essi vantato, alla c.d. indennità maneggio bagagli, quali dipendenti della società di trasporti START S.p.a., che l’aveva riconosciuta invece ai lavoratori provenienti dal consorzio CO.TRA.VAT, azienda di trasporti in ambito extraurbano. Quest’ultima, infatti, con delibera del due ottobre 1981 aveva stabilito che i proventi del servizio trasporto pacchi fossero attribuiti in ragione del 50% al medesimo consorzio e per il restante 50% in parti uguali a tutti i dipendenti a titolo di indennità maneggio bagagli. Gli attori per fondare le proprie ragioni avevano sostenuto che la suddetta indennità era stata riconosciuta dal consorzio a tutti i propri dipendenti, inclusi gli impiegati amministrativi, perciò non direttamente adibiti in modo operativo all’attività di trasporto, nonchè, a seguito del loro passaggio alla S.p.a. START (che aveva incorporato il Consorzio ed altre società di trasporto), a tutti gli altri lavoratori in seguito addetti alle linee extraurbane, già in precedenza gestite dal CO.TRA.VAT, senza distinzioni nè tra assunti prima e dopo la fusione (divenuta operativa il 5 luglio 1999) per incorporazione in START, nè tra dipendenti con mansioni di maneggio o meno di pacchi e bagagli trasportati (però sempre in ambito extraurbano). Per contro, l’indennità non era stata attribuita agli ex dipendenti delle società AMS e SAUC, passati alla START
Gli attori, inoltre, avevano sostenuto la fondatezza del diritto da essi reclamato in base al c.d. principio di armonizzazione, di cui all’accordo sindacale in data 20 settembre 1999, in base al quale per tutti i dipendenti della START (tra cui, perciò, anche gli attuali ricorrenti) i trattamenti salariali sarebbero stati armonizzati al livello più alto entro il 31 dicembre 1999. Di conseguenza, “tutte le attribuzioni” proprie del personale ex AMS, SAUC e COTRAVAT erano state corrisposte, dopo la fusione, a tutto il personale START, e le “attribuzioni corrisposte in misura diversa nelle imprese di provenienza (es. la produttività aziendale) sono state elevate nella misura più alta… per tutti”. Ciò, tuttavia, non era avvenuto per l’anzidetta indennità, sebbene non legata alla mansione in concreto svolta, in quanto era stata erogata indistintamente a tutti dipendenti appartenenti al settore dell’ex CONTRAVAT, prescindendo quindi dal concreto maneggio dei bagagli.
Pertanto, gli attori avevano chiesto la condanna della convenuta START al pagamento, in favore di ciascuno di essi, dell’indennità di maneggio bagagli dal 5 luglio 1999 in avanti per l’importo di Euro 100,00 all’anno, oltre accessori di legge.
Il giudice adito accoglieva le domande dei ricorrenti come da sentenza in data 14 ottobre 2011 / 4 gennaio 2012, quindi impugnata dalla START S.p.a., il cui gravame veniva poi integralmente accolto dalla Corte d’Appello di Ancona, come da pronuncia n. 106/7 febbraio – tre maggio 2013, col rigetto delle domande di cui al ricorso introduttivo del giudizio, spese di lite compensate.
La sentenza di appello, in seguito, è stata impugnata mediante il ricorso per cassazione dai nominati in epigrafe ( C.F. + 10) come da relativo atto in data di (lunedì) quattro novembre 2013, affidato a cinque motivi, cui ha resistito la S.p.a. START mediante controricorso del 27 novembre 2013, con ricorso incidentale condizionato, in seguito illustrati da memoria ex art. 378 c.p.c. per la società medesima.
Con il primo motivo i ricorrenti principali hanno denunciato violazione falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. nonchè artt. 416 e 116 c.p.c. e dell’art. 2719, in tema di prove documentali, e seguenti del codice civile, nonchè omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che era stato oggetto di discussione tra le parti ex art. 360 c.p.c., n. 5.
Hanno sostenuto che nella sua motivazione la Corte d’Appello aveva omesso di considerare la circostanza, in fatto, che la suddetta indennità, come senza contestazioni emerso nel corso del giudizio di merito, era stata corrisposta ai dipendenti provenienti dal Consorzio, a prescindere dalla circostanza che fossero o meno adibiti alla movimentazione dei bagagli, tanto che era stata erogata pure agli impiegati amministrativi, i quali nulla avevano avuto a che fare con tale servizio. In tal sensi la società convenuta non aveva mai contestato e / o provato che l’indennità in questione non fosse corrisposta a soggetti estranei al servizio bagagli ma che appartenevano all’ex Consorzio. Di conseguenza, in applicazione dell’art. 115 c.p.c., comma 2, se ne doveva inferire che comunque l’indennità “veniva corrisposta indipendentemente dalle mansioni svolte, solo come appartenenti all’ex CONTRAVAT in forza alla Delib. 27 ottobre 1981”. Quindi, per volontà dello stesso Consorzio, confermata dalla Start, l’indennità andava attribuita a tutti i lavoratori e l’armonizzazione non impediva di attribuirla a tutti dipendenti delle altre linee per il solo fatto che costoro non maneggiavano bagagli, visto che era stata corrisposta anche a coloro che non espletavano queste particolari mansioni. Tale circostanza non avrebbe, quindi, impedito alla società convenuta di estendere l’indennità in Parola a tutti i lavoratori appartenenti ad altri settori, essenzialmente quelli non addetti ai servizi extraurbani, che non maneggiavano materialmente bagagli, anche in virtù della volontà aziendale, desumibile dalla delibera e dalla prassi, indirizzatasi in tale direzione. A tal riguardo la sentenza impugnata appariva contraddittoria e fraintendeva le risultanze istruttorie circa la pacifica ammissione di controparte della generale estensione dell’indennità anche a coloro che non maneggiavano bagagli. Pertanto, risultava erronea l’affermazione secondo cui la START aveva continuato a corrispondere l’indennità soltanto al personale operativo sulle linee di trasporto extraurbano, essendo invece pacifico che per gli ex COTRAVAT era stata corrisposta anche agli impiegati confluiti in START Risultava così violato il principio della non contestazione. Inoltre, la START non aveva neanche contestato che successivamente all’accordo era avvenuta l’armonizzazione dei trattamenti retributivi a livello più alto in favore di tutti i dipendenti START Nè detta società aveva mai contestato che l’indennità fosse stata corrisposta a tutti i dipendenti ex COTRAVAT (anche agli impiegati) senza distinzioni, sicchè i giudici di appello non potevano sostenere che fosse stata corrisposta soltanto agli addetti al maneggio dei bagagli per desumerne la sua non estensibilità agli ex dipendenti AMS e SAUC delle altre aziende incorporate dalla START, non adibiti a questo particolare compito, trattandosi infatti di un emolumento ormai sganciato dallo svolgimento di tale concreta attività, per volontà aziendale desumibile dagli atti e dalla prassi. Il tutto in violazione dell’art. 1340 c.c., che impone la valorizzazione degli usi aziendali all’interno del contratto individuale di lavoro. Era stata, altresì, disconosciuta la pacifica circostanza che l’indennità era stata corrisposta ai dipendenti assegnati all’extraurbano, assunti direttamente dalla START dopo la costituzione di detta società, sebbene non tenutavi ai sensi dell’art. 2112 c.c.. Da ciò doveva ricavarsi la volontà di mantenere tale trattamento a prescindere dal diritto acquisito per effetto di cessione aziendale, di modo che, trattandosi di trattamento retributivo consolidato doveva essere considerato come oggetto dell’accordo di armonizzazione. Nemmeno era stato considerato il fatto, non contestato, relativo all’estensione dei trattamenti salariali armonizzati al livello più alto, con conseguente smentita dell’interpretazione riduttiva operata dalla Corte territoriale.
Per di più, in un caso analogo la sentenza n. 362/12-04-2012, di accoglimento della domanda di pagamento dell’indennità maneggio bagagli, proposta da altri lavoratori, pronunciata dal Tribunale di Ascoli Piceno, non era stata impugnata dalla START, con conseguente suo passaggio in giudicato a conferma del significato da attribuire all’accordo di armonizzazione. Peraltro, l’interpretazione propugnata da parte ricorrente, risultava secondo quest’ultima, avallata dalla condotta processuale e dalle allegazioni fornite nel procedimento iscritto al r.g. della Corte d’Appello di L’Aquila – sez. lavoro, definito con sentenza n. 107/2013 (oggetto anch’essa di ricorso per cassazione, proposto dai lavoratori, AGOSTINI G. + 17 ed iscritto al n. 28113/13 r.g. di questa Corte, di cui alla medesima pubblica udienza fissata per la stessa data 15-01-2019), laddove START, secondo i lavoratori istanti, non aveva in alcun modo contestato la valenza del contratto di armonizzazione, essendosi soltanto limitata ad eccepire che nell’armonizzazione erano escluse le indennità.
Con il secondo motivo i ricorrenti hanno lamentato violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1365 c.c., artt. 1371 c.c. e segg., ex art. 360 c.p.c., n. 3, nonchè omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5, tanto in relazione alla parte della sentenza di appello che non aveva giudicato fondata la pretesa estensione generalizzata dell’indennità in questione sulla base del c.d. principio di armonizzazione, il cui accordo in data 20-09-1999 era stato interpretato nel senso di una mera previsione di future linee guida di contrattazione collettiva aziendale. Erroneamente, era stato interpretato il suddetto accordo, nel senso che secondo la Corte di merito la menzionata previsione (“per quanto riguarda i trattamenti salariali verranno armonizzati al più alto livello entro il 31-12-1999”) riguardava gli ex dipendenti della FARO, già assunti con il c.c.n.l. metalmeccanici e del commercio in vista del loro trasferimento nel c.c.n.l. autoferrotranvieri.. sicchè la mera previsione di una futura armonizzazione dei trattamenti salariali dei dipendenti delle diverse aziende cedute poteva riferirsi ai soli trattamenti salariali tabellari, ma non a quelli accessori già in godimento secondo la specificità di provenienza. Tanto bastava ad escludere che le parti avessero inteso estendere ad altri settori aziendali l’indennità di maneggio bagagli, già prevista per il personale viaggiante del Consorzio.
Tale interpretazione contrastava, in primo luogo, con il chiaro tenore letterale della clausola, che diversamente non avrebbe avuto alcun senso se non avesse avuto immediata valenza precettiva, tanto più che era stato fissato anche un termine per l’armonizzazione.
L’accordo, quindi, “in conformità ai criteri ermeneutici di legge andava invece interpretato nel senso della chiara estensione, indistintamente, a tutti i dipendenti della START S.p.a. di ogni e qualsiasi trattamento di miglior favore che in precedenza fosse stato erogato ai propri lavoratori da parte dei singoli soggetti che sono stati poi incorporati per fusione della appellante stessa e ciò appunto al dichiarato fine di “armonizzare al livello più alto” i trattamenti salariali e ciò tanto più è vero se si considera che l’accordo del 20-09-1999 è cronologicamente successivo alla disposta incorporazione in START dei vari soggetti e quindi vale a superare e derogare in melius per i lavoratori qualsiasi eventuale disposizione di legge di segno contrarlo”. Tale accordo era volto a far sì che i trattamenti retributivi di coloro che avevano già il c.c.n.l. ferrotranvieri, ma provenienti da altri datori del settore, fossero appunto armonizzati attraverso la rimozione delle differenze tra i trattanti già praticati dalle varie imprese di provenienza, rimozione che doveva avvenire mediante innalzamento (al massimo livello già praticato) dei compensi relativi a tutti i singoli istituti retributivi senza distinzioni tra indennità e salario. E ciò risultava confermato anche dalla mai contestata prassi applicativa (descritta nel capitolo 8 a pag. 3 del ricorso introduttivo di primo grado), secondo cui da un lato tutte le attribuzioni proprie soltanto del personale AMS, SAUC o COTRAVAT erano state corrisposte dopo la fusione societaria all’intero personale START senza distinzioni di sorta, e dall’altro tutte le attribuzioni corrisposte in misura diversa dagli enti di provenienza erano state sempre coerentemente elevate nella misura più alta per tutti i dipendenti indistintamente. Tale incontestata prassi andava, quindi, seguita dal giudice di appello per interpretare il suddetto accordo di settembre 1999 ai sensi dell’art. 1368 c.c., donde la violazione del canone ermeneutico.
Con il terzo motivo l’impugnata sentenza è stata censurata per violazione degli artt. 2099 e 1365 c.c. sulla nozione di retribuzione ed interpretazione del contratto – violazione dell’art. 1340 c.c. in tema di uso aziendale di corrispondere un determinato trattamento retributivo. Si critica, in effetti, l’interpretazione dell’accordo fornita dalla Corte d’Appello, assumendosi non corretta giuridicamente la distinzione tra salari e indennità. Quindi, anche l’indennità in questione aveva natura retributiva, perciò soggetta all’armonizzazione prevista dall’accordo con immediata portata percettiva. Ad avviso dei ricorrenti, risultava dimostrato che le indennità erano da equipararsi ai salari e l’accordo sull’armonizzazione parlando di trattamenti salariali non poteva avere escluso quelli accessori, proprio perchè il problema dell’armonizzazione si poneva per i trattamenti accessori goduti dai dipendenti START provenienti dalle diverse aziende; invece, non si poneva per la retribuzione base, applicando la START lo stesso c.c.n.l. ferrotranvieri.
Appariva, quindi, arbitrario considerare che, nel silenzio, l’armonizzazione potesse riguardare soltanto i trattamenti retributivi tabellari e non quelli accessori. In primo luogo, perchè nella clausola non era posta tale distinzione, sicchè la stessa andava interpretata in modo generale nel senso di comprendere tutti i trattamenti salariali.
Con il quarto motivo di ricorso (pgg. 19 / 20, ivi erroneamente indicato come III) i lavoratori istanti si sono doluti della violazione falsa applicazione degli artt. 1175 e 1375 nonchè seguenti del codice civile – violazione dell’art. 2078 c.c. ovvero ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
Hanno sostenuto che l’interpretazione fornita dal giudice di appello al suddetto accordo, disancorata totalmente da quanto allegato e non contestato dallo stesso datore di lavoro, appariva del tutto irragionevole e contraria ai principi di correttezza e buona fede, che impongono al datore di lavoro di attenersi a criteri di logicità e di uniformità pur in assenza del principio generale di trattamento a parità di prestazione, quanto all’uso aziendale ex art. 2078 c.c., che comunque si sarebbe formato come da sopra citato e incontestato capitolo 8 del ricorso introduttivo di primo grado (alla stregua del quale l’armonizzazione al livello più alto era di fatto sempre avvenuta per qualsiasi altra attribuzione patrimoniale), con conseguente consolidamento di una condizione di miglior favore del diritto acquisito, come tale entrato a far parte del principio di irriducibilità della retribuzione per unilaterale determinazione del datore di lavoro. Era proprio nello spirito della fusione la successiva necessità di armonizzazione retributiva, che l’accordo del 20-09-1999 aveva realizzato. Infatti, non poteva dubitarsi che dopo la fusione la nuova società avesse perseguito come obiettivo quello di uniformare trattamenti retributivi dei dipendenti, ormai facenti parte della medesima società, eliminando trattamenti diversi in ragione della provenienza aziendale. Ma detta uniformizzazione armonizzazione non poteva avvenire al ribasso in violazione del diritto alla irriducibilità della retribuzione di coloro che dovevano trattamenti più elevati.
Da ultimo, con il quinto motivo del ricorso principale (pgg. 20-22, erroneamente indicato come IV) è stata, inoltre, denunciata la “violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. (disponibilità delle prove e principio di non contestazione) nonchè (prove documentali) e sgg.ti c.c., nonchè omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio” ex art. 360 c.p.c., n. 5 relativamente alla parte della sentenza impugnata in cui non era stato motivato il rigetto dei mezzi istruttori riproposti dai ricorrenti in appello, che avrebbero comunque fornito utili elementi ai fini dell’interpretazione ex art. 1362 c.c., n. 2 e art. 1368 c.c., posto che tali norme, dirette all’accertamento della comune intenzione dei contraenti, presuppongono l’accertamento positivo di elementi di fatto, quali il complessivo comportamento anche posteriore alla conclusione del contratto e gli usi aziendali. Il giudice di appello, per contro, non aveva ammesso i mezzi di prova richiesti, diretti anche a dimostrare che l’indennità di maneggio bagagli veniva corrisposta a tutti i dipendenti provenienti dal Consorzio, compresi gli impiegati, perciò a prescindere dal maneggio bagagli, e l’applicazione di fatto del principio di armonizzazione. La riproposizione era contenuta nella memoria di costituzione in appello dei ricorrenti dove testualmente pagina 12 si concludeva in via istruttoria riproponendo le richieste avanzate in primo grado, a tale scopo ritrascritte. In particolare, nel capitolo 12 del ricorso a pagina 4 era stato chiesto di provare se fosse vero che fino alla fusione del Consorzio nella società convenuta, divenuta operativa in data 5 luglio 1999, la cosiddetta indennità di maneggio bagagli era sempre stata corrisposta tutti i dipendenti a prescindere dalle mansioni svolte, quindi anche a coloro che non erano in alcun modo addetti al trasporto di pacchi e bagagli; così pure nel successivo capitolo 13, che dopo la suddetta fusione, che la convenuta aveva erogato e tuttora erogava l’indennità a tutti i dipendenti addetti ai settori e ai servizi corrispondenti a quelli dell’ex Consorzio, “(e quindi al trasporto sulle linee extraurbane), senza distinzione nè tra assunti prima e dopo la fusione, nè tra dipendenti con mansioni attinenti o meno al maneggio trasporto di pacchi e bagagli”; sul capitolo 16 (“In base a tale principio, infatti, tutte le attribuzioni che erano proprie soltanto solo del personale A.M.S., S.A.U.C. o CO.TRA.VA.T. sono state corrisposte, dopo la fusione, a tutto il personale START e parimenti che le attribuzioni già riconosciute in misura diversa nelle imprese di provenienza, quale ad esempio la produttività aziendale, erano state e, del pari, le attribuzioni che venivano attribuite in misura diversa nelle impese di provenienza (ad esempio la produttività aziendale) sono state elevate nella misura più alta (nel caso della produttività quella del S.A.U.C.) per tutti. In sostanza, l’ammissione di tali mezzi istruttori sarebbe servita a chiarire l’intenzione delle parti o comunque il significato della clausola di armonizzazione posto che il Giudice ne ha dato una interpretazione del tutto non condivisibile”.
Con l’unico motivo a sostegno del ricorso incidentale condizionato, per l’ipotesi in cui non dovesse ritenersi l’inammissibilità o l’infondatezza del ricorso principale, la società controricorrente ha dedotto nullità per mancata integrazione del contraddittorio – violazione degli artt. 102 e 354 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4.
Tanto premesso, va rilevata l’inammissibilità e l’infondatezza delle doglianze (tra loro connesse e perciò esaminabili congiuntamente) mosse a sostegno del ricorso principale, che deve, quindi, disattendersi alla stregua di quanto, invece, con lineare e adeguato nonchè esauriente percorso argomentativo, rilevato dalla Corte di merito, esclusivamente competente ad accertare i fatti di causa, nei termini indicati con l’impugnata sentenza n. 106/2013.
Orbene, dagli atti si evince che:
START S.p.a., a totale partecipazione pubblica, fu costituita il 30 dicembre 1998, a seguito di conferimento di aziende concessionarie trasporti pubblici A.M.S. (Azienda Multi Servizi di S. Benedetto del Tronto), CO.TRA.VA.T. (Consorzio Trasporti Pubblici della Valle del Tronto) e S.A.U.C. (azienda in gestione diretta del Comune di Ascoli Piceno); il conferimento AMS e COTRAVAT si perfezionò il 4 luglio 1999, quello di SAUC il primo gennaio 2001;
il ricorso introduttivo del giudizio risale al 13 agosto 2010 (ex dipendenti AMS e SAUC); la convenuta START aveva, tra l’altro, eccepito la mancata integrazione del contraddittorio nei confronti di litisconsorti necessari (tutti gli altri dipendenti, già beneficiari dell’indennità in questione, che si sarebbero visti pregiudicati economicamente dall’applicazione generalizzata dell’accordo, a suo tempo intervenuto con il Consorzio nel 1981, visto che la quota del ricavato da distribuire ai lavoratori interessati, pari al 50%, dalla quale attingere per il pagamento delle indennità in parola, dovendosi nel suo complessivo ammontare attribuire pure a tutti gli altri dipendenti, avrebbe comportato inevitabilmente una riduzione delle singole indennità da corrispondere per effetto dell’ampliamento della platea dei beneficiari) ed il fatto che all’esito dei conferimenti le unità aziendali preesistenti alla START avevano continuato ad operare come rami aziendali tra loro del tutto autonomi, sotto il profilo organizzativo e di gestione dei rapporti di lavoro, tanto che la stessa contrattazione collettiva era rimasta separata;
l’accordo aziendale del settembre 1999 riguardava il diverso complesso aziendale FARO (con dipendenti originariamente soggetti al c.c.n.l. metalmeccanici “c.c.n.l. autoferrotranvieri, senza peraltro che mai fosse intervenuta la ratifica del Consiglio di amministrazione START per rendere operativo detto accordo);
l’indennità di maneggio pacchi era stata originariamente prevista per i soli addetti alla ditta di autotrasporti extraurbani, che perciò espletavano anche questo particolare trasporto; nel dicembre 1998 le società di trasporti furono incorporate nella nuova società, START S.p.a., la quale aveva poi mantenuto il suddetto trattamento accessorio a favore dei dipendenti provenienti dalla ditta in cui era stato applicato il particolare accordo aziendale (di ottobre 1981) applicato altresì ai nuovi assunti in epoca successiva ed impiegati nei ruoli della citata azienda, incorporata, operante per i trasporti extraurbani;
gli attuali ricorrenti, appellati in secondo grado, provenivano da ditte che effettuavano trasporti in ambito urbano;
nell’anno 1999 intervenne l’accordo di cosiddetta armonizzazione, concluso dalla nuova società START, però interpretato dalla Corte di merito soltanto con riferimento al trattamento tabellare, ma non anche in relazione ai singoli trattamenti accessori, già in godimento secondo le specificità di provenienza.
Orbene, la Corte territoriale, escluso l’ipotizzato litisconsorzio necessario per omessa integrazione del contraddittorio nei riguardi di tutti gli altri dipendenti e disattesa, altresì, la reiterata eccezione di nullità delle domande degli attori, osservava come dalla documentazione prodotta si desumesse che, circostanza non contestata, la START società per azioni a partecipazione pubblica fu costituita in data 30 dicembre 98 a seguito di conferimento delle aziende che avevano gestito sino ad allora il servizio di trasporto di persone nell’ambito della vallata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno (A.M.S., CO.TRA.VAT – consorzio trasporti pubblici della valle del Tronto, che gestiva il trasporto extraurbano con sede in Ascoli Piceno e S.A.U.C.).
Risultava, altresì, pacifico che la cosiddetta indennità di maneggio bagagli, già prevista a favore del personale viaggiante del Consorzio, era stata riconosciuta a tale personale anche dopo il trasferimento d’azienda e l’incorporazione dell’ex Consorzio stesso nella START, ai sensi dell’art. 2112 c.c., senza tuttavia che ciò comportasse un’estensione di tali trattamenti risalenti all’intero personale dell’impresa cessionaria, non essendo vigente nel rapporto di lavoro privato il principio della parità di trattamento retributivo nei confronti di tutti i dipendenti della stessa impresa.
Non risultava, altresì, controverso che il riparto dei proventi derivanti dal trasporto pacchi fu istituito nell’ambito del solo CO.TRA.VAT, sicchè la relativa clausola contrattuale (in particolare l’accordo sindacale recepito con la delibera del 1981: con riferimento al trasporto pacchi, i proventi del servizio sono ripartiti in ragione del 50% a favore del Consorzio e del restante 50%, in parti uguali, tra tutti i dipendenti…) doveva ritenersi efficace nell’ambito della originaria platea dei destinatari, sicchè anche l’estensione -disposta dalla START nei confronti degli altri dipendenti, successivamente addetti alle linee di trasporto extraurbano, dove veniva espletato il servizio trasporto pacchi- non risultava idonea a violare le posizioni soggettive di dipendenti che a tale servizio non avevano preso parte.
Non era superfluo evidenziare, inoltre, che i dipendenti della S.p.A. AMS e della SAUC al tempo della conclusione del suddetto accordo (quello recepito con la delibera del consiglio direttivo dell’anno 1981) non potevano considerarsi (anch’essi) destinatari del medesimo, poichè erano confluiti nella START soltanto a seguito della fusione per incorporazione.
In tale ambito ed in coerenza con la finalità premiante, nonchè in relazione al personale addetto in maniera effettiva a quel servizio, ad avviso della Corte anconetana, la società START aveva legittimamente continuato derogare il benefit soltanto al personale addetto a linee di trasporto extraurbano, sulle quali era previsto il servizio di trasporto pacchi (linea Ascoli Piceno – Roma, linea Ascoli Piceno – Montegallo e linea Ascoli Piceno – Civitanova Marche).
Fermo restando che nell’ambito soggettivo di applicazione dell’accordo aziendale erano sicuramente esclusi gli attori – appellati, occupati pacificamente in mansioni di autisti sulle linee urbane, comunque non COTRAVAT- non aveva fondamento giuridico la tesi della estensione generalizzata di tale beneficio a tutti i dipendenti dell’azienda, sulla base del cosiddetto principio di armonizzazione, che a ben vedere, secondo la Corte distrettuale, non integrava una clausola contrattuale immediatamente operativa vincolante, ma una mera previsione di future linee guida di contrattazione collettiva aziendale.
Gli appellati con il proprio ricorso introduttivo del giudizio avevano individuato tale clausola nel punto due dell’accordo 20 settembre 1999, secondo cui “Per quanto riguarda i trattamenti salariali verranno armonizzati a livello più alto entro il 31 dicembre 1999…”. In realtà, ad avviso dei giudici di appello, considerato che tale previsione riguardava gli ex dipendenti della FARO, già assunti con il contratto collettivo nazionale di lavoro dei metalmeccanici e del commercio, in previsione del loro inquadramento secondo il c.c.n.l. autoferrotranvieri, la mera previsione di una futura armonizzazione dei trattamenti salariali dei dipendenti delle diverse aziende cedute poteva riguardare i trattamenti salariali tabellari, ma non anche i singoli trattamenti accessori, già in godimento secondo le specificità di provenienza; il che era sufficiente ad escludere che, in forza di tale clausola, le parti avessero inteso estendere ad altri settori aziendali la cosiddetta indennità di maneggio bagagli, prevista per il personale viaggiante del consorzio.
Le anzidette argomentazioni assorbivano i restanti motivi di gravame, sicchè all’accoglimento dell’appello faceva seguito la piena riforma dell’impugnata sentenza, non risultando fondate le domande di cui al ricorso introduttivo del giudizio. La complessità e la peculiarità delle questioni di interpretazione della contrattazione collettiva aziendale in un contesto di trasferimento di azienda, il diverso esito dei due giudizio unitamente alla carenza di precedenti specifici nella giurisprudenza di legittimità, integravano gravi ed eccezionali ragioni tali disporre l’integrale compensazione delle spese processuali, a norma dell’art. 92 c.p.c. nel testo ratione temporis applicabile, innovato dalla novella sopravvenuta con la L. n. 69 dell’anno 2009.
Risulta, pertanto, evidente come i ricorrenti principali non confutino con rituali, pertinenti e specifici motivi in punto di diritto le anzidette argomentazioni, che invece tendono ad eludere mediante una diversa ricostruzione di fatti, aderente alle loro aspettative, però inammissibile in questa sede di legittimità, laddove rileva quanto accertato dalla Corte di merito, la quale invero non risulta aver pretermesso nelle sue valutazioni alcun esame di fatti, storici e decisivi, avendo evidenziato il dato pacifico e non controverso di talune circostanze, tra cui soprattutto l’attribuzione dell’indennità in questione esclusivamente agli addetti ai servizi di autolinee EXTRAURBANE, soltanto attraverso le quali veniva effettuato il trasporto dei pacchi o bagagli, fermo retando, inoltre, che dall’ambito soggettivo di applicazione dell’accordo aziendale, risalente alla delibera dell’ex consorzio in data due ottobre 1981 “erano sicuramente esclusi i ricorrenti (oggi appellati) occupati, pacificamente, in mansioni di autisti (sulle linee urbane e, comunque, non CO.TRO.VA.T).””.
Orbene, i ricorrenti nel contestare detta ricostruzione fattuale della vicenda, non hanno dettagliatamente e compiutamente riprodotto, soprattutto ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, gli atti processuali ed i documenti a suo tempo depositati, che smentirebbero gli assunti giudicati pacifici ed incontroversi dalla Corte di merito, nè quindi le corrispondenti risultanze da cui poter desumere, con certezza (salvo poi verifica di quanto asserito in ordine al materiale depositato ex art. 369 c.p.c.), le asserite non contestazioni di parte convenuta, per cui sarebbe stata, invece, indispensabile una completa testuale riproduzione, specialmente di quanto allegato e dedotto con il ricorso introduttivo, nonchè delle contrapposte difese ed eccezioni di parte convenuta con la memoria difensiva di costituzione, ciò che non si rileva però dal ricorso de quo. Quest’ultimo, infatti, si è limitato, sommariamente, a riassumere il contenuto dei suddetti atti e documenti, però irritualmente ai sensi delle corrispondenti previsioni a pena d’inammissibilità contemplate dal comma 1 del cit. art. 366, di guisa che, attesa la rilevata genericità o non specificità (ossia il difetto della altrimenti nota autosufficienza), questa Corte di legittimità non è tenuta nemmeno a verificare in concreto il contenuto di tali atti, non essendo neppure valido in proposito il vago accenno mediante rinvio per relationem con riferimento al capitolo 8 del ricorso introduttivo (v. pagg. 16 e 19 – cfr. peraltro anche l’indice assolutamente generico della produzione di parte a pag. 23 del ricorso principale: 1. ricorso per cassazione del 4.11.2013…5. fascicolo di parte dei gradi di merito…). E parimenti va osservato per quanto concerne l’accordo di c.d. armonizzazione in data 20-09-1999, sul quale pure si fondano ampiamente le ragioni dei ricorrenti, circa l’erronea interpretazione che vi si assume operata dalla Corte di merito, attesa l’incompletezza del testo all’uopo trascritto (v. pagine 3, 5, 9, 13 e 14 del ricorso principale: “per quanto riguarda i trattamenti salariali verranno armonizzati al livello più alto entro il 31.12.1999”, per cui soltanto la sentenza di primo grado, poi riformata in appello, ne traeva la conseguenza i precedenti trattamenti più favorevoli dovessero estendersi a tutti i dipendenti).
Invero (cfr. tra le altre Cass. civ. Sez. 6 – 3, ordinanza n. 1926 del 03/02/2015), il ricorso per cassazione deve contenere l’esposizione chiara ed esauriente, sia pure non analitica o particolareggiata, dei fatti di causa, dalla quale devono risultare le reciproche pretese delle parti, con i presupposti di fatto e le ragioni di diritto che le giustificano, le eccezioni, le difese e le deduzioni di ciascuna parte in relazione alla posizione avversaria, lo svolgersi della vicenda processuale nelle sue articolazioni, le argomentazioni essenziali, in fatto e in diritto, su cui si fonda la sentenza impugnata e sulle quali si richiede alla Corte di cassazione, nei limiti del giudizio di legittimità, una valutazione giuridica diversa da quella asseritamene erronea, compiuta dal giudice di merito. Il principio di autosufficienza del ricorso impone che esso contenga tutti gli elementi necessari a porre il giudice di legittimità in grado di avere la completa cognizione della controversia e del suo oggetto, di cogliere il significato e la portata delle censure rivolte alle specifiche argomentazioni della sentenza impugnata, senza la necessità di accedere ad altre fonti ed atti del processo, ivi compresa la sentenza stessa (in senso conforme v. Cass. n. 7825 del 2006, I civ. n. 19018 del 31/07/2017, Sez. 6 – 3 n. 13312 del 28/05/2018, Sez.lav. n. 31082 del 28/12/2017.
V. parimenti Cass. sez. un. civ. n. 11653 del 18/05/2006: il requisito della esposizione sommaria dei fatti, prescritto a pena di inammissibilità del ricorso per cassazione dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, è volto a garantire la regolare e completa instaurazione del contraddittorio e può ritenersi soddisfatto, senza necessità che esso dia luogo ad una premessa autonoma e distinta rispetto ai motivi, laddove il contenuto del ricorso consenta al giudice di legittimità, in relazione ai motivi proposti, di avere una chiara e completa cognizione dei fatti che hanno originato la controversia e dell’oggetto dell’impugnazione, senza dover ricorrere ad altre fonti o atti in suo possesso, compresa la stessa sentenza impugnata.
Cfr. altresì Cass. V civ. n. 29093 del 13/11/2018: i requisiti di contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, devono essere assolti necessariamente con il ricorso e non possono essere ricavati da altri atti, come la sentenza impugnata o il controricorso, dovendo il ricorrente specificare il contenuto della critica mossa alla sentenza impugnata indicando precisamente i fatti processuali alla base del vizio denunciato, producendo in giudizio l’atto o il documento della cui erronea valutazione si dolga, o indicando esattamente nel ricorso in quale fascicolo esso si trovi e in quale fase processuale sia stato depositato, e trascrivendone o riassumendone il contenuto nel ricorso, nel rispetto del principio di autosufficienza.
Cass. lav. n. 195 – 11/01/2016: l’onere del ricorrente, di cui all’art. 369, comma 2, n. 4, c.p.c., come modificato dal D.Lgs. n. 40 del 2006, art. 7, di produrre, a pena di improcedibilità del ricorso, “gli atti processuali, i documenti, i contratti o accordi collettivi sui quali il ricorso si fonda” è soddisfatto, sulla base del principio di strumentalità delle forme processuali, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo di parte, anche mediante la produzione del fascicolo nel quale essi siano contenuti e, quanto agli atti e ai documenti contenuti nel fascicolo d’ufficio, mediante il deposito della richiesta di trasmissione presentata alla cancelleria del giudice che ha pronunciato la sentenza impugnata, munita di visto ai sensi dell’art. 369 c.p.c., comma 3, ferma, in ogni caso, l’esigenza di specifica indicazione, a pena di inammissibilità ex art. 366 c.p.c., n. 6, degli atti, dei documenti e dei dati necessari al reperimento degli stessi. Conformi Sez. un. civ. n. 22726 del 2011).
Nei sensi anzidetti, inoltre, appaiono irrilevanti i mezzi istruttori richiesti, di cui vi è cenno alle pagine 21 e 22 del ricorso principale, tenuto soprattutto conto che le circostanze sub 12 e 13, attinenti specificamente all’indennità maneggio bagagli in argomento corrispondono in effetti sostanzialmente a quanto opinato sul punto dalla medesima sentenza qui impugnata (cfr. specialmente pag. 7, punti 5.2, 5.3 e 5.4, rispettivamente circa gli effetti favorevoli dovuti al regime di cui all’art. 2112 c.c., già prevista per il personale viaggiante COTRAVAT – però senza estensioni generalizzate per tutto il personale dell’impresa cessionaria, non essendo vigente, tra l’altro, nell’ambito del rapporto di lavoro privato il principio della parità di trattamento retributivo, laddove poi neppure era controverso che il riparto dei proventi derivanti dal trasporto pacchi riguardava il solo consorzio, sicchè la relativa clausola contrattuale di cui all’accordo recepito con apposita delibera del 1981, “in parti uguali tra TUTTI i dipendenti”, efficace nell’ambito della originaria platea dei destinatari, venne anche esteso dalla START agli altri lavoratori, però successivamente addetti alle linee di trasporto extraurbano dove si effettuava il servizio di trasporto dei pacchi, di guisa che non potevano esservi inclusi i dipendenti ex AMS ed ex SAUC, i quali all’epoca -anno 1981- non potevano figurarvi, in quanto confluiti successivamente a seguito della fusione per incorporazione). Coerentemente e legittimamente, dunque, la START aveva seguitato ad erogare il benefit soltanto al personale operativo sulle linee di trasporto extraurbano per le quali era previsto l’anzidetto servizio. Ed in proposito conviene evidenziare quanto invece specificamente dedotto con il controricorso dalla società, laddove è stato precisato che con l’atto introduttivo del giudizio, depositato il 13 agosto 2010, gli attori allegarono che dopo il conferimento del 4 luglio 1999 l’emolumento in questione era stato mantenuto da essa START a favore di “tutti i dipendenti addetti ai settori ed ai servizi corrispondenti a quelli dell’ex. CO. TRA. VA. T. (e quindi al trasporto sulle linee extraurbane)”, mentre i ricorrenti -non provenienti dal consorzio, nè giammai addetti al relativo ramo d’azienda ed ai corrispondenti servizi, essendo tutti ex dipendenti di AMS e di SAUC, rimasti sempre ad operare nelle strutture originarie- avevano lamentato come illegittima la loro esclusione dal riparto dei suddetti proventi, assumendo che l’accordo aziendale del 2009-1999 avrebbe esteso la platea degli aventi diritto a tutti i dipendenti della START, la quale resisteva invece le pretese avversarie di cui eccepiva altresì l’infondatezza nel merito, anche con riferimento all’effetto espansivo dell’accordo 20-09-1999, invocato ex adverso in ordine all’originario ambito di efficacia del provvedimento risalente al 2 ottobre 1981. Nè può assumere rilevanza decisiva, ex art. 360 c.p.c., n. 5 (nuovo testo, nella specie ratione temporis applicabile, risalendo la qui impugnata sentenza all’anno 2013) l’anzidetto capitolo di prova per testi, risalente all’anno 2013, siccome non attinente ad uno specifico fatto oggetto della causa di cui è processo, quanto piuttosto ad una deduzione (“in base a tale principio…”), concernente ad ogni modo non meglio individuati emolumenti (“tutte le attribuzioni… che venivano attribuite in misura diversa nelle imprese di provenienza -ad esempio la produttività aziendale – sono state elevate nella misura più alta… per tutti”), non già l’indennità in argomento, che pacificamente dunque non risulta essere mai stata corrisposta, anche di seguito all’operatività dell’anzidetta fusione, a dipendenti adibiti a rami aziendali non esercenti servizio di trasporto extraurbano.
Indipendentemente, altresì, dalle rilevate carenze ex art. 366 c.p.c., comma 1, e art. 369 c.p.c., comma 2, le argomentazioni di parte ricorrente non scalfiscono la correttezza, sotto il profilo giuridico, di quanto opinato dalla Corte di merito circa l’insussistenza del diritto all’estensione de qua, vantato dai lavoratori istanti, anche per quanto concerne l’accordo aziendale (come tale peraltro non rientrante tra quelli di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3, riguardante i soli contratti collettivi e accordi nazionali) del 20-09-1999, la cui interpretazione non appare comunque errata (cfr. punti 5.6 e 5.7 della sentenza impugnata, alle pagine 5 e 6). Ed invero, va ricordato in proposito come in sede di ricorso per cassazione per quanto concerne l’interpretazione dei contratti le censure non possano risolversi nella mera contrapposizione tra l’interpretazione propugnata dal ricorrente e quella accolta nella sentenza impugnata, poichè quest’ultima non deve essere l’unica astrattamente possibile, ma solo una delle plausibili interpretazioni, sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni, non è consentito, alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito, dolersi in sede di legittimità del fatto che fosse stata privilegiata l’altra (Cass. III civ. n. 28319 del 28/11/2017. Conforme, Cass. I civ. n. 16987 del 27/06/2018. In senso analogo Cass. III civ. n. 24539 del 20/11/2009, n. 16254 del 25/09/2012, I civ. n. 6125 del 17/03/2014. V. parimenti Cass. I civ. n. 27136 del 15/11/2017, id. n. 15471 del 22/06/2017. Similmente, cfr. ancora Cass. I civ. n. 10131 del 02/05/2006: la denuncia della violazione delle regole di ermeneutica esige una specifica indicazione dei canoni in concreto inosservati e del modo attraverso il quale si è realizzata la violazione, mentre la denunzia del vizio di motivazione implica la puntualizzazione dell’obiettiva deficienza e contraddittorietà del ragionamento svolto dal giudice del merito; nessuna delle due censure può, invece, risolversi in una critica del risultato interpretativo raggiunto dal giudice, che si sostanzi nella mera contrapposizione di una differente interpretazione. D’altronde, per sottrarsi al sindacato di legittimità, sotto entrambi i cennati profili, quella data dal giudice al contratto non deve essere l’unica interpretazione possibile, o la migliore in astratto, ma una delle possibili, e plausibili, interpretazioni; sicchè, quando di una clausola contrattuale sono possibili due o più interpretazioni plausibili, non è consentito – alla parte che aveva proposto l’interpretazione poi disattesa dal giudice di merito – dolersi in sede di legittimità del fatto che sia stata privilegiata l’altra. In senso pressochè conforme v. anche Cass. III civ. n. 11193 del 17/07/2003).
Pertanto, il ricorso principale va rigettato con conseguente evidente assorbimento di quello condizionato, spiegato subordinatamente in via incidentale, e con condanna dei soccombenti al rimborso delle relative spese, ricorrendo, inoltre, le condizioni di legge per il versamento, a carico della sola parte ricorrente principale, dell’ulteriore contributo unificato, atteso l’esito del tutto negativo dell’impugnazione principale.
la Corte RIGETTA il ricorso principale e dichiara assorbito quello incidentale. Condanna i ricorrenti al pagamento delle spese, che liquida a favore della società controricorrente in complessivi Euro 5000,00 (cinquemila/00) per compensi professionali ed in Euro 200,00 (duecento/00), per esborsi, oltre spese generali al 15%, i.v.a. e c.p.a. come per legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del comma 1-bis dello stesso art. 13.
Indennità di maneggio denaro compete all’agente anche se non previsto con forma scritta – Cassazione sentenza n. 21079 del 2013
Trasferte ed imponibilità – settore edile – Cassazione sentenza n. 18237 del 2013
Ferie mancata fruizione e diritto all’indennità sostitutiva – Cassazione sentenza n. 18168 del 2013