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Timestamp: 2018-12-14 06:03:28+00:00
Document Index: 38534570

Matched Legal Cases: ['art. 48', 'art. 29', 'art.\n37', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 7', 'art. 8']

S356 - Stare alle Regole.it - Simone Scuola - Tomo 1
Percorso 1 - Il vivere civile
Lezione 1 - La società e le regole
Lezione 2 - Le fonti del diritto
Lezione 3 - Lo Stato
Lezione 4 - Le forme dello Stato
Percorso 3 - Costituzione e cittadinanza
Lezione 1 - I soggetti e gli oggetti del diritto
Lezione 2 - La Costituzione della Repubblica
Lezione 3 - I diritti di libertà
Lezione 4 - L’organizzazione della comunità
Lezione 5 - Lavoro, diritti politici e doveri del cittadino
Percorso 3 Lezione 2
Applicazioni concrete del principio d’uguaglianza
L’uguaglianza dei sessi
Il divieto di discriminazione in ragione dell’appartenenza all’uno o all’altro sesso è sancito e ribadito in numerose norme della Costituzione. L’affermazione dell’eguaglianza giuridica dei sessi ha trovato un riscontro immediato nell’attribuzione del diritto di voto alle donne (art. 48), diritto che esse hanno potuto esercitare soltanto nel 1946, in occasione della scelta referendaria tra la Repubblica e la monarchia.
Nella maggior parte dei casi l’attuazione del dettato costituzionale è stata molto lenta, infatti:
— l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi , pur prevista dall’art. 29 Cost., ha avuto riconoscimento soltanto con la L. 151/1975 di riforma del diritto di fa- miglia, che ha modificato gli equilibri all’interno del nucleo familiare, eliminando l’istituto della «potestà maritale» e ridimensionando il ruolo di assoluta preminenza del marito nell’ambito della comunità familiare.
la parità di trattamento economico e giuridico tra lavoratori e lavoratrici, sancita dall’art.
37 Cost., è stata realizzata progressivamente in seguito a lunghe lotte sindacali. Un primo risultato è stato raggiunto con l’approvazione della L. 903/1977 che ha affermato il principio della parità di retribuzione per prestazioni uguali o di pari valore, mentre l’impegno a favo- re delle pari opportunità si è concretizzato con la L. 125/1991 che promuove «azioni posi- tive» per la realizzazione della parità uomo-donna nel mondo del lavoro e con la L. 215/1992 a sostegno dell’imprenditoria femminile.
Sempre contrastato è stato, invece, il riconoscimento della facoltà da parte dello Stato di adottare azioni positive a favore di una maggiore partecipazio- ne delle donne alla vita politica (cd. «quote rosa»).
I primi interventi legislativi del 1993 che riservavano una percentuale delle candidature alle elezioni a candidati di sesso femminile furono, infatti, bocciati dalla Corte costituzionale. Per questo motivo sono stati modificati sia l’articolo 117 sia l’articolo 51 della Costituzione, allo scopo di garantire adeguata copertura costituzionale a interventi legislativi di incentivo alla partecipazione delle donne alla vita politica nazionale e locale. Nel primo caso il comma 7 dell’articolo 117 (nel testo introdot-
to dalla L. cost. 18 ottobre 2001, n. 3) così recita: «Le leggi regionali rimuovono ogni ostacolo che impedisce la piena parità degli uomini e delle donne nella vita sociale, culturale ed economica e promuovono la parità di accesso tra donne e uomini alle cariche elettive»; nel secon-.
Per le forze politiche che non rispettino tale criterio è prevista una sanzione consistente in una riduzione del rimborso per le spese elettorali.
Uguaglianza senza distinzione di razza o di lingua
La norma sul divieto di discriminazione in base alla razza, nella nostra Carta costituisce una reazione polemica contro la politica antisemita del regime fasci- sta. Il dettato costituzionale ha trovato attuazione nella L. 654/1975, che ha recepito la convenzione internazionale firmata a New York nel 1966, sull’abo- lizione di tutte le forme di discriminazione razziale, ed in varie leggi successive.
Negli ultimi anni i problemi connessi all’immigrazione e alla conseguente diffusione nel nostro paese di un modello di società multirazziale hanno reso necessaria l’adozione di una nuova disciplina sull’ingresso e sul soggiorno degli stranieri. In proposito viene in rilievo il D.Lgs.
215/2003 (come modificato dal D.l. 59/2008, conv. in l. 101/2008), che ha introdotto disposi- zioni relative all’attuazione della parità di trattamento tra le persone indipendentemente dalla razza e dall’origine etnica.
Per quanto riguarda il divieto di discriminazione in base alla lingua, il combinato disposto dell’art. 3, con l’art. 6 Cost. prescrive che le minoranze alloglotte (soprattutto nel Trentino-Alto Adige, Valle d’Aosta e Friuli-Venezia Giulia) vadano tutelate, in quanto il patrimonio linguistico di tali comunità rappresenta un aspetto fondamentale della loro identità culturale.
La normativa a tutela delle minoranze linguistiche si completa, poi, con le previsioni della legi- slazione regionale, soprattutto delle Regioni e Province autonome dove risiedono consistenti gruppi linguistici non italiani (val d’Aosta, Trentino etc.).
Uguaglianza in materia di religione
Nel nostro ordinamento solo dopo il concordato del 1984, ha trovato pieno riconoscimento il principio della laicità dello Stato, in base al quale lo Stato garantisce a tutti la piena libertà di religione in un regime di pluralismo di confessioni e di culti (2). Tale principio si ricava dal comma 1 dell’art. 8 Cost., che riconosce a tutte le confessioni religiose eguale libertà davanti alla legge. I rapporti fra Stato e confessioni religiose sono tuttora disciplinati diversamen- te a seconda che si tratti del culto cattolico (concordato) o di altre fedi (intese).
In omaggio alle tradizioni storiche e culturali del nostro paese, l’art. 7 Cost. riconosce diretta- mente alla Chiesa cattolica la qualità di ordinamento giuridico sovrano, i rapporti col quale sono regolati da accordi bilaterali che già dal nome riecheggiano la sostanza dei trattati internaziona- li (Concordato).
Alle confessioni acattoliche, invece, è solo riconosciuto il diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, purché non in contrasto con l’ordinamento italiano e i loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze (art. 8, comma 2, Cost.).
È tutelata anche la condizione dei non credenti in ossequio del principio di libertà negativa di religio- ne (sent. Cass. 117/1979).
Lo stato italiano e l'ambiente
Le leggi sulla tutela ambientale
Il Parlamento italiano ha affrontato con molto ritardo il problema dell’inquinamento e della tutela ambientale. La prima legge organica, la cosid- detta legge antismog, risale al 1966 e detta misure contenitive per l’inquinamento atmosferico. La sua approvazione resta, tuttavia, un fatto episodico e contingente a fronte delle emergenze denunciate da più parti.
Soltanto nel 1976 vengono varate norme sull’inquinamento idrico: la cosiddetta legge Merli (dal nome del suo proponente), per quanto sottoposta negli anni a numerosi ritocchi, modifiche e integrazioni, ha il merito di colmare una grave lacuna.
Negli anni ottanta la produzione legislativa subisce un forte incremento. È in questo periodo che vengono approvate alcune leggi sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani e in difesa del mare, mentre nel 1985, con lalegge Galasso, si adottano disposizioni particolarmente restrittive per la tutela di zone di rilevante interesse ambientale.
Ma è solo nel 1986, con la legge n. 349, che si affrontano in maniera armonica tutti gli aspetti relativi alla tutela dell’ambiente. Nasce, infatti, il Ministero dell’ambiente (che ora ha assunto la denominazione di Mini- stero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare) e, contemporaneamente, con lo scopo di individuare e punire i comportamenti che violano l’integrità ambientale, viene introdotto nel nostro ordinamento giuridico il concetto di danno ambientale. Sono considerati delitti contro l’ambiente e come tali punibili, ad esempio, l’inquinamento, la distruzione del patrimonio naturale, il traffico illecito di rifiuti, la frode ambientale (falsificazione o omissione della documentazione prevista dalla normativa ambientale). Chi viola le leggi a tutela dell’ambiente, alterandolo o dan- neggiandolo, è obbligato al risarcimento nei confronti dello Stato.
La disciplina della tutela dell’ambiente è stata oggetto di una importante riorganizzazione nel 2006. Il nostro Governo, infatti, in base ad una delega ricevuta dal Parlamento, ha risistemato le norme già esistenti in materia ambientale nel Codice dell’ambiente (che ha conosciuto in seguito diverse modificazioni: l’ultima nel giugno del 2010). Si tratta di un unico corpo normativo che contiene disposizioni relative alla lotta alla desertificazione, alla gestione delle risorse idriche, alla gestione dei rifiuti ed alla riduzione delle emissioni dell’atmosfera. Il nuovo testo, oltre a coordinare l’intera normativa con nuove norme generali, cioè a mettere correttamente in relazione le diverse leggi che hanno disciplinato in momenti diversi la materia, ha anche introdotto alcune novità: per adeguare la legislazione italiana all’ordinamento europeo ha introdotto, ad esempio, istituti europei come la Valutazione ambientale strategica (VAS) e il risarcimento per il danno ambientale.
Le politiche a favore dell’ambiente
Gli interventi che lo Stato italiano adotta per gestire in modo razionale le risorse ambientali sono oggi di varia natura: emanazione di norme per disciplinare i comportamenti collettivi, prescrivendo precisi obblighi che i cittadini devono osservare; strumenti economici e finanziari come ad esempio gli incentivi erogati alle imprese per dotarsi di tecnologie pulite o di impianti depurativi. Allo stesso modo va considerata l’iniziativa di de- tassare i costi che le aziende sostengono per prevenire, ridurre o riparare gli eventuali danni causati all’ambiente dalle loro attività (investimento ambientale); politiche di sensibilizzazione alla questione ambientale volte ad ottenere dal singolo cittadino un comportamento ecologicamente cor- retto, espressione di un personale convincimento.
La nuova sensibilità dei cittadini verso l’impoverimento delle risorse naturali ha spinto molte aziende a dotarsi di certificazione ambientale: una sorta di patente ecologica attestante che la produzione avviene in modo compatibile con l’ambiente. L’adesione alla certificazione, che è volontaria, implica un uso più razionale delle risorse e l’adozione di tecnologie più pulite (minori rifiuti, minor costo di smaltimento, minori emissioni atmosferiche ecc.), maggiori garanzie in termini di sicurezza, creando i presupposti per un maggiore equilibrio tra necessità di svi- luppo e tutela ambientale e, soprattutto, ha un impatto positivo sui consumatori.
Le due certificazioni più diffuse riguardanti le attività di produzione sono lo standard internazionale ISO 14000 (International Organization for Standardization) e quello europeo EMAS (Eco-Management and Audit Scheme). Un’altra forma di certificazione ambientale riguarda non il processo indu- striale ma il prodotto finito, del quale si esamina il ciclo di vita completo, dalle materie prime al momento successivo in cui, dopo l’uso, viene gettato via. In questo caso si parla di Ecolabel, l’etichetta che attribuisce qualità ecologica ai prodotti più rispettosi dell’ambiente sulla base di rigorosi cri- teri fissati dall’Unione europea. Il marchio riproduce una «margherita» i cui petali sono costituiti dalle stelle che appaiono sulla bandiera dell’Unione. Finora l’Ecolabel è stato concesso a prodotti come vernici, tessili, carta, detersivi, calzature.
Anche le Regioni, le Province e i Comuni hanno un ruolo di primaria importanza nella salvaguardia dell’ambiente. Per col- legare i problemi locali con le politiche nazionali di prevenzione e protezione è stata creata una rete di agenzie ambientali, composta dall’Agenzia per la protezione dell’ambiente e per i servizi tecnici (APAT), che opera a livello nazionale, e dalle Agenzie regionali (ARPA) e provinciali (APPA). Tra i principa- li compiti: il monitoraggio e il controllo del territorio e delle attività umane, la valutazione di impatto ambientale di piani e opere, il sostegno tecnico-scientifico a Regioni, Province e Comuni in materia. È anche prevista la loro collaborazione con l’Agenzia europea per l’ambiente, un organismo dell’Unione europea che raccoglie e valuta dati sullo stato dell’ambiente, attuale e futuro, e fornisce agli Stati membri informazioni su proposte, attuazione e valutazione delle politiche ambientali. Non dimentichiamo, infine, che nei Comuni il sindaco, in quanto rappresentante della collettività, è responsabile della salute pubblica e può adottare tutti i provvedimenti richiesti dalle circostanze per tutelare le risorse naturali e il benessere dei cittadini.
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