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Timestamp: 2019-02-21 05:46:07+00:00
Document Index: 58822204

Matched Legal Cases: ['art. 590', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 590', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 590', 'sentenza ', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 590', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 590', 'art. 6', 'Cass. Sez. ', 'art. 2236', 'sentenza ', 'art. 2236', 'sentenza ', 'art. 43', 'art. 2236', 'art. 2236', 'Cass. Sez. ', 'art. 43', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 590', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 30 maggio 2018, n.24384
| Catalogo libri | Rivista | Distribuzione | Formazione | GIOVEDÌ 21 FEBBRAIO AGGIORNATO ALLE 6:46
CP Art. 590 sexies
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 30 maggio 2018, n.24384MASSIMA
Un medico veniva condannato in primo e secondo grado per la morte di una donna, avvenuta qualche settimana dopo l’intervento chirurgico da lui effettuato di plastica di laparatocele e revisione della cicatrice in seguito a pregressa isterectomia ombelico-pubica. Pertanto, il sanitario ricorreva in Cassazione, denunciando la mancata applicazione della causa di non punibilità di cui all’art. 590-sexies cod.pen e vizio di motivazione in riferimento alla configurabilità del nesso di causalità e della certezza processuale della dipendenza eziologica dell’evento dalla condotta dell’imputato.
Un medico opera una paziente, il cui quadro clinico alcune settimane dopo l’intervento chirurgico si complica progressivamente, finché un blocco intestinale ne causa la morte: che responsabilità possono addebitarsi al medico? A tale interrogativo risponde la Suprema Corte nella sentenza in epigrafe, annullando con rinvio la sentenza di merito, in quanto nella stessa non vi è traccia del dovuto accertamento della conformità o meno dell’operato del medico alle buone pratiche clinico-assistenziali, né del nesso di causalità tra la condotta sanitaria e l’evento. Infatti, evidenziano i giudici di legittimità, per poter verificare se la condotta dell’imputato sia stata penalmente rilevante, non può prescindersi da una verifica della conformità o della non conformità di tale condotta alle suddette regole della medicina, in quanto evocate da disposizioni di legge (l’art. 3 della legge 189/2012 e l’art. 6 della legge 24/2017, introduttivo del nuovo art. 590-sexies cod.pen.) che, pur entrate in vigore in epoca successiva alla commissione del reato ascritto al dottore, erano più favorevoli (almeno per quanto concerne la disciplina recata dalla legge 189/2012) e, perciò, potenzialmente idonee a scriminarne (o a renderne non punibile) l’operato, in base ai criteri generali stabiliti dall’art. 2 cod.pen. Per quanto attiene, infine, al nesso causale, conclude la Corte, merita di essere richiamato l’indirizzo della Corte di legittimità in base al quale il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di elevata probabilità logica, che, a sua volta, deve essere fondato, oltre che su un ragionamento deduttivo basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo induttivo circa il ruolo salvifico della condotta omessa, elaborato sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico e focalizzato sulle particolarità del caso concreto. All’evidenza, nel percorso argomentativo seguito dalla Corte distrettuale siffatta indagine non è stata adeguatamente condotta ed ha lasciato zone d’ombra sia nella ricostruzione del rilievo causale del comportamento addebitato al medico rispetto al decesso della paziente, sia nell’accertamento della portata salvifica del comportamento che egli avrebbe dovuto tenere nell’occorso, avuto riguardo all’evolversi delle condizioni patologiche della paziente.
La sentenza impugnata va perciò annullata con rinvio ad altra Sezione della Corte d’appello di Roma, la quale si atterrà ai principi di diritto dianzi richiamati sia sotto il profilo della sua rispondenza o meno ai criteri riconducibili alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, sia sotto il profilo della portata salvifica che il comportamento eventualmente alternativo e ritenuto doveroso avrebbe avuto, attraverso un giudizio fondato su criteri di elevata probabilità logica e non su mere basi probabilistico-statistiche.
CORTE DI CASSAZIONE, SEZ. IV PENALE - SENTENZA 30 maggio 2018, n.24384 - Pres. Piccialli – est. Pavich
Per meglio comprendere i termini del giudizio, giova precisare che la Co. era stata sottoposta, il (omissis) , presso la casa di cura Sanatrix, a un intervento chirurgico di plastica di laparatocele e revisione della cicatrice in seguito a pregressa isterectomia ombelico-pubica, intervento cui aveva preso parte il dott. M. ; e che dall’addebito a lui inizialmente mosso in cooperazione colposa con altri medici, con riferimento a detto intervento chirurgico - e segnatamente alla circostanza, non confermata nel giudizio, che in tale occasione sarebbe stata procurata alla paziente una perforazione intestinale -, il M. era stato prosciolto già in primo grado. Tale decisione è divenuta definitiva.
4.1. Con il primo motivo si denuncia vizio di motivazione con particolare riguardo ai criteri identificativi della colpa professionale in ambito medico. Dopo avere riassunto il corso degli eventi, l’esponente lamenta in primo luogo che la condotta del M. (giudicata 'attendista' dai giudici d’appello, avendo l’imputato omesso di prescrivere ulteriori accertamenti e di formulare una diagnosi e una valutazione della paziente) sia stata qualificata in termini di imprudenza, e che la Corte di merito non si sia adeguatamente posta il problema della violazione delle regole prescritte dalla professione medica e della presenza o meno di elementi per pervenire a una diagnosi di sospetta occlusione intestinale: elementi che in realtà non si manifestarono, a fronte di una dolenzia del tutto compatibile con un normale decorso post-operatorio e senza i segni classicamente deponenti per una perforazione intestinale, come affermato dallo stesso perito dott. V. . Il ricorrente ribadisce quindi che l’operato del dott. M. non si discostò dai protocolli sanitari previsti in un quadro simile; e sul punto la risposta della Corte di merito, oltreché elusiva delle questioni poste con l’appello, è del tutto illogica nell’affermare che le linee-guida e le buone pratiche non c’entrino nulla con il caso di specie. Da ciò discende, secondo l’argomentare del deducente, l’applicabilità della causa di non punibilità di cui all’art. 590-sexies cod.pen. (introdotto, come detto, dalla recente legge n. 24/2017 meglio nota come legge Gelli-Bianco): ciò in quanto, si afferma nel ricorso, non già di imprudenza, ma al più di imperizia deve parlarsi nella specie; inoltre vi è stata conformità della condotta del sanitario alle linee guida concretamente esigibili (i periti Ve. e V. , nella loro relazione, affermano che la letteratura medica largamente maggioritaria - con la sola eccezione di un singolo autore - consiglia una 'vigile attesa'); ed infine, non può sicuramente parlarsi, nel caso di specie, di colpa grave, questione sulla quale del resto la sentenza impugnata omette completamente di intervenire. Sotto quest’ultimo profilo, indipendentemente dalla qualificazione della colpa del dott. M. come imprudenza o imperizia, troverebbe comunque applicazione l’esimente di cui all’art. 3 della legge Balduzzi (n. 189/2012). Ancora, i periti escludono che la comparsa del vomito (ridotta peraltro a un singolo episodio) avesse sostanziale rilevanza ai fini di una diagnosi di sospetta occlusione intestinale, dovendo al riguardo privilegiarsi la chiusura completa dell’alvo a feci e gas e l’acutizzarsi del dolore addominale: sintomi che il 23 novembre non si erano ancora manifestati nella Co. . Infine, l’esponente conclude escludendo la ravvisabilità di una condotta lato sensu colposa (e a maggior motivo gravemente colposa) da parte del dott. M. sotto il profilo della prevedibilità dell’evento, in mancanza di una legge scientifica di copertura in grado di spiegare le possibili conseguenze dei sintomi presentati dalla paziente in occasione della visita dei 23 novembre.
4.3. Con il terzo motivo di ricorso si denuncia vizio di motivazione con riguardo al trattamento sanzionatorio, che immotivatamente il Tribunale prima, la Corte d’appello poi hanno determinato in misura largamente superiore al minimo edittale: in specie la Corte di merito giustifica la conferma della sanzione applicata in primo grado senza neppure prendere in considerazione le doglianze difensive, e sul solo rilievo che l’elevata professionalità del dott. M. costituiva nella specie, semmai, un fattore di aggravamento della pena. Ciò in sostanziale spregio al principio secondo il quale il giudice, quanto più ritenga di allontanarsi dal minimo edittale, tanto più deve fornire analiticamente le ragioni dell’esercizio di tale potere discrezionale. Inoltre il riferimento al 'danno irreparabile' prodotto, quale fattore di aggravamento della pena, è incomprensibile se rapportato a una fattispecie di omicidio colposo nella quale il danno è, perciò stesso, irreparabile. Infine si censura la parte della motivazione in cui si evidenzia l’irrilevanza della quantificazione della pena in concreto, sul rilievo che essa non verrà mai scontata e che ciò che conta è la condanna come 'punto di riequilibrio del torto commesso, del danno provocato'.
Ciò posto, il fatto che, al momento della visita presso la clinica (...), la Co. stesse male e che presentasse un quadro sintomatico come quello descritto non consente di sapere fino a che punto il dott. M. fosse in grado di apprezzare tale quadro nella sua gravità, se è vero che (come riconosciuto nella stessa sentenza impugnata) la visita fu 'necessariamente non approfondita, ostacolata dalla medicazione' (pag. 3 sentenza d’appello), che il riferimento ai dolori e all’avere 'dato di stomaco' più volte è presente in comunicazioni via sms con altre persone (ma non con il M. ) e che - come detto - neppure i periti sono stati in grado di collocare con certezza l’occlusione intestinale 'a monte' della visita del pomeriggio del 23 novembre.
I periti hanno, di contro, ritenuto che la sintomatologia presentata dalla paziente avrebbe potuto, in via d’ipotesi, orientare verso il sospetto di un quadro occlusivo o sub-occlusivo e suggerire il ricorso ad ulteriori strumenti diagnostici, esprimendo l’avviso che, poiché la visita avveniva in una struttura come la casa di cura (...), tali accertamenti (prelievo per esami ematochimici, RX diretta addome, TAC addominale), pur nella loro complessità, potevano essere eseguiti in tempi sufficienti prima dell’evoluzione degli eventi.
Il primo, fondamentale punto debole è costituito dalla genericità della valutazione circa l’idoneità predittiva ex ante dei sintomi sottoposti all’attenzione del dott. M. a condurre ulteriori accertamenti, sulla scorta del corteo sintomatologico descritto in atti: i segni clinici giudicati suggestivi vengono ricavati sulla base di una valutazione indiretta ed incompleta della sintomatologia lamentata dalla donna attraverso gli sms, piuttosto che sulla base di elementi che, al momento della visita, fossero conoscibili o manifestati al dott. M. . A quest’ultimo furono descritti dalla Co. dolori alla schiena e ai reni (e ciò è confermato dal dott. E. , cui la Co. aveva precedentemente riferito il sintomo in analoghi termini) e fu fatto riferimento dalla paziente alle pur scarse emissioni di feci e di gas (dato, quest’ultimo, confermato anche dagli sms), laddove lo stesso argomentare peritale fa riferimento, tra i segni clinici suggestivi del quadro occlusivo, a un dolore localizzato 'prevalentemente a livello centroaddominale' e alla 'chiusura completa' dell’alvo a feci e gas (pag. 30 sentenza di primo grado).
Il secondo punto, altrettanto importante, è costituito dalla valutazione controfattuale del comportamento indicato dai periti come auspicabile (l’esecuzione di accertamenti strumentali all’interno della clinica (...)), la cui portata salvifica appare però ispirata essenzialmente a un criterio meramente probabilistico/statistico (ricorrono infatti valutazioni ipotetiche di 'potenzialità' e di 'eventualità' nell’apparato argomentativo peritale), piuttosto che a un rigoroso ragionamento logico, nonostante l’affermato richiamo a criteri di credibilità logico-razionale.
Il terzo punto debole è costituito dalla scarsa attenzione ai criteri enucleati dalla letteratura scientifica (che optano, in simili casi, per la c.d. 'attesa vigile'), pur a fronte di una ritenuta - e neppure più di tanto esplorata - carenza di univoche indicazioni provenienti da protocolli, linee-guida o altre procedure consimili. Lo stesso riferimento della sentenza alla condotta diagnostica ideale (la c.d. 'attesa vigile': non è ben chiaro, al riguardo, in che cosa tale condotta sarebbe diversa secondo la Corte di merito rispetto a quella del dott. M. ) finisce per costituire, sul piano della tenuta logica, un elemento di contraddittorietà sotto il profilo dell’indagine causale relativa al nesso fra il comportamento addebitato all’odierno ricorrente e l’evento mortale.
3. In stretta correlazione con quanto si è appena detto, deve registrarsi una sostanziale elusione, da parte della Corte distrettuale (ma, a ben vedere, anche da parte del Tribunale nella sentenza di primo grado), di alcuni temi di fondamentale importanza ai fini dell’individuazione della condotta colposa nell’ambito dell’esercizio della professione sanitaria: ci si riferisce all’omessa considerazione della riconducibilità o meno della condotta del dott. M. alle buone pratiche clinico-assistenziali (ed in specie alla qualificazione come tali dei criteri di 'vigile attesa' accreditati dalla prevalente lettura scientifica); alla riferibilità della condotta dell’imputato (che si assume colposa) ad imprudenza piuttosto che a negligenza o imperizia; ed infine al grado della colpa. Temi, questi, che alla stregua dello ius superveniens non potevano essere liquidati come irrilevanti, ma dovevano essere convenientemente affrontati.
4. Quanto alla conformità o meno della condotta del dott. M. alle best practices, la Corte di merito ha energicamente affermato, nell’impugnata sentenza, che era preciso dovere del sanitario pervenire a una diagnosi e considerare una diagnosi differenziale, e la violazione di tale dovere ha costituito un’abdicazione alla sua funzione di medico, e ciò non avrebbe nulla a che vedere con le linee guida o con le buone prassi, ma solo con la logica. Il problema, però, è che, per poter verificare se la condotta dell’imputato (che il Collegio d’appello giudica 'imprudente', si vedrà con quali implicazioni) sia stata penalmente rilevante, non può prescindersi da una verifica della conformità o della non conformità di tale condotta alle suddette regole della medicina, in quanto evocate da disposizioni di legge (l’art. 3 della legge 189/2012 e l’art. 6 della legge 24/2017, introduttivo del nuovo art. 590-sexies cod.pen.) che, pur entrate in vigore in epoca successiva alla commissione del reato ascritto al dott. M. , erano più favorevoli (almeno per quanto concerne la disciplina recata dalla legge 189/2012) e, perciò, potenzialmente idonee a scriminarne (o a renderne non punibile) l’operato, in base ai criteri generali stabiliti dall’art. 2 cod.pen..
Tale passaggio era tuttavia ineludibile, perché, come noto, l’art. 3, comma 1, della legge Balduzzi parlava non solo di 'linee guida', ma anche di 'buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica', disponendo che l’esercente la professione sanitaria che si atteneva ad esse non rispondeva penalmente per colpa lieve; l’art. 590-sexies, comma secondo, cod.pen. (introdotto dall’art. 6 della legge Gelli-Bianco) stabilisce dal canto suo che, quando l’evento lesivo o mortale si è verificato per imperizia, la punibilità è esclusa qualora siano rispettate le raccomandazioni contenute nelle linee guida approvate ai sensi di legge, o, in mancanza, le buone pratiche clinico-assistenziali, sempre che le suddette raccomandazioni siano adeguate alle specificità del caso concreto.
In dottrina, come noto, alcuni Autori hanno cercato di dare una definizione chiara e netta delle tre nozioni (negligenza, imprudenza, imperizia). In termini affatto generali e necessariamente imprecisi, si tende ad ascrivere alla categoria dell’imperizia il comportamento del soggetto inosservante delle regole cautelari perché 'inesperto', soprattutto sul piano esecutivo; alla categoria della negligenza il comportamento del soggetto inosservante per non avere fatto ciò che era doveroso fare; alla categoria dell’imprudenza il comportamento del soggetto inosservante per avere fatto ciò che era doveroso non fare. Ma, a fronte di tali tentativi, diversi Autori riconoscono e mettono in luce la sussistenza di margini talora evanescenti, quando non di (almeno parziali) sovrapposizioni, tra le tre nozioni appena richiamate.
La giurisprudenza tradizionalmente valuta il concetto di 'imperizia' nei reati colposi - addebitati a soggetti che rivestono determinate qualifiche dirigenziali e che prestano corrispondenti mansioni di elevata delicatezza, specializzazione e responsabilità - 'in rapporto alla qualifica e all’attività svolta in concreto, le quali esigono l’osservanza delle regole e delle precauzioni doverose da parte della media dei soggetti rivestenti identica qualifica e svolgenti identiche mansioni' (così Sez. 4, n. 12416 del 18/04/1986, Vollono, Rv. 174226).
Con particolare riguardo ai casi di responsabilità per delitti colposi in ambito sanitario, è noto che un risalente indirizzo seguito dalla Corte di legittimità (Sez. 4, n. 12249 del 05/11/1984 - dep. 1985, Pinedda, Rv. 171396; Sez. 4, n. 5241 del 11/01/1978, Gandini, Rv. 138892; Sez. 4, n. 1301 del 18/10/1978 - dep. 1979, Andria, Rv. 141044; Cass. Sez. 4, n. 5860 del 19/02/1981, Desiato, Rv. 149347) tendeva a distinguere la valutazione della responsabilità colposa dell’esercente la professione sanitaria a seconda che egli avesse operato con imperizia, ovvero con negligenza o imprudenza: nel primo caso, si prendevano a riferimento i parametri indicati dall’art. 2236 cod.civ. (secondo il quale la responsabilità è limitata al dolo o alla colpa grave se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà); nel secondo caso si giudicava secondo gli ordinari parametri della responsabilità colposa in ambito penale. Secondo tale orientamento, che si poneva nel solco della nota sentenza n. 166/1973 della Corte costituzionale, il carattere colposo della condotta del sanitario doveva essere valutato nel ristretto ambito della colpa grave stabilito dall’art. 2236 cod. civ. quando l’addebito fosse mosso sotto il profilo dell’imperizia, mentre qualora la responsabilità del professionista trovasse la propria origine nella negligenza e nell’imprudenza i criteri per l’accertamento della colpa del medico dovevano essere comuni a quelli con i quali si valuta ogni condotta colposa.
Si legge ad esempio, nella sentenza Lazzeri del 1991 (Sez 4, n. 4028 del 22/02/1991, Lazzeri, Rv. 187774), che la colpa professionale del sanitario 'deve essere valutata con larghezza e comprensione per la peculiarità dell’esercizio dell’arte medica e per la difficoltà dei casi particolari, ma pur sempre nell’ambito dei criteri dettati per l’individuazione della colpa medesima dall’art. 43 del cod.pen.. Tale accertamento non può essere effettuato in base al disposto dell’art. 2236 del codice civile, secondo cui il prestatore d’opera è esonerato dall’obbligo del risarcimento dei danni, quando la prestazione implichi la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, tranne che nell’ipotesi di commissione del fatto con dolo o colpa grave. L’applicabilità di tale norma è esclusa dalla sistematica disciplina del dolo e della colpa in diritto penale per la quale il grado della colpa è previsto solo come criterio per la determinazione della pena, o come circostanza aggravante, e mai per determinare la stessa sussistenza dell’elemento psicologico del reato, sicché il minor grado della colpa non può avere in alcun caso efficacia scriminante'.
Tuttavia, più di recente, la Corte regolatrice ha riconosciuto che il principio civilistico di cui all’art. 2236 cod. civ. che assegna rilevanza soltanto alla colpa grave 'può trovare applicazione in ambito penalistico come regola di esperienza cui attenersi nel valutare l’addebito di imperizia, qualora il caso concreto imponga la soluzione di problemi di speciale difficoltà ovvero qualora si versi in una situazione di emergenza, in quanto la colpa del terapeuta deve essere parametrata alla difficoltà tecnico-scientifica dell’intervento richiesto ed al contesto in cui esso si è svolto. Ne consegue che non sussistono i presupposti per parametrare l’imputazione soggettiva al canone della colpa grave ove si tratti di casi non difficili e fronteggiabili con interventi conformi agli standard' (Cass. Sez. 4, n. 4391 del 22/11/2011 - dep. 2012, Di Lella, Rv. 251941). In tal modo, da un lato, si recuperava la differenziazione tra la valutazione dell’imperizia (con riguardo a situazioni di peculiare difficoltà tecnico-operativa) e quella relativa ai restanti casi 'non difficili'; dall’altro, si faceva riferimento a questi ultimi (da valutarsi secondo gli ordinari criteri di cui all’art. 43 cod.pen.) laddove essi fossero fronteggiabili 'con criteri conformi agli standard', ossia alle normali prassi sanitarie raccomandate per quello specifico intervento.
In seguito all’entrata in vigore della legge Balduzzi, accanto a sentenze nelle quali si ritiene necessario accertare 'se vi sia stato un errore determinato da una condotta negligente o imprudente' pur a fronte del rispetto di linee guida accreditate presso la comunità scientifica (Sez. 4, n. 18430 del 05/11/2013 - dep. 2014, Loiotila, Rv. 261294), ve ne sono altre secondo le quali la disciplina di cui all’art. 3 della legge Balduzzi, pur trovando terreno d’elezione nell’ambito dell’imperizia, può tuttavia venire in rilievo anche quando il parametro valutativo della condotta dell’agente sia quello della diligenza (Sez. 4, n. 47289 del 09/10/2014, Stefanetti, Rv. 260739), o comunque in ipotesi di errori connotati da profili di colpa generica diversi dall’imperizia (Sez. 4, n. 23283 del 11/05/2016, Denegri, Rv. 266903).
Con l’entrata in vigore della legge Gelli-Bianco, il parametro dell’imperizia ha assunto, come si è visto, maggior rilievo. Dopo una travagliata vicenda interpretativa, la questione della corretta interpretazione da dare al citato art. 6 della legge 24/2017 (introduttivo dell’art. 590-sexies cod.pen.) è stata devoluta alle Sezioni Unite, le quali, con sentenza resa il 21 dicembre scorso (Sez. U, n. 8770 del 21/12/2017, ric. Mariotti), hanno affermato il seguente principio di diritto: 'L’esercente la professione sanitaria risponde, a titolo di colpa, per morte o lesioni personali derivanti dall’esercizio di attività medico-chirurgica:
a) se l’evento si è verificato per colpa (anche 'lieve') da negligenza o imprudenza;
b) se l’evento si è verificato per colpa (anche 'lieve') da imperizia quando il caso concreto non è regolato dalle raccomandazioni delle linee-guida o dalle buone pratiche clinico-assistenziali;
c) se l’evento si è verificato per colpa (anche 'lieve') da imperizia nella individuazione e nella scelta di linee-guida o di buone pratiche che non risultino adeguate alla specificità del caso concreto;
d) se l’evento si è verificato per colpa 'grave' da imperizia nell’esecuzione di raccomandazioni, di linee-guida o buone pratiche clinico-assistenziali adeguate, tenendo conto del grado di rischio da gestire e delle specifiche difficoltà tecniche dell’atto medico'.
Sebbene la Corte di merito abbia qualificato il comportamento dell’odierno ricorrente come imprudente, deve evidenziarsi che, secondo la giurisprudenza di legittimità, l’imprudenza consiste nella realizzazione di un’attività positiva che non si accompagni nelle speciali circostanze del caso a quelle cautele che l’ordinaria esperienza suggerisce di impiegare a tutela dell’incolumità e degli interessi propri ed altrui (Sez. 4, Sentenza n. 16944 del 20/03/2015, Rota e altri, Rv. 263388); e nella specie la condotta tenuta dal dott. M. , più che un’attività positiva, sarebbe consistita - secondo la stessa Corte di merito - in un’omessa o incompleta diagnosi, accompagnata da una sottovalutazione della sintomatologia che la paziente presentava, dall’omessa prescrizione di accertamenti strumentali a fini diagnostici e dalla prescrizione di un presidio terapeutico generico (clistere). Ciò che sembra semmai ascrivibile in parte al profilo della negligenza, in parte, e sotto altro profilo, a quello dell’imperizia.
6. Da ultimo, sempre restando nell’ambito dell’accertamento della colpa in capo all’odierno ricorrente, è stata del tutto trascurata la questione della configurabilità della colpa grave nel comportamento del M. . Anche tale accertamento doveva invece essere condotto, perché - come si è avuto modo di vedere supra a proposito dell’evoluzione normativa e giurisprudenziale delle nozioni di imprudenza, negligenza e imperizia - il grado della colpa ha assunto, nelle leggi sopravvenute, un diverso e comunque non trascurabile livello di importanza; e tra l’altro, con la legge Balduzzi (per come interpretata dalla giurisprudenza dianzi richiamata), si è visto che è scriminato il comportamento dell’esercente la professione sanitaria che agisca con colpa lieve, ma attenendosi alle linee-guida e alle buone pratiche, a nulla rilevando - secondo la giurisprudenza di legittimità formatasi sul punto - che la sua condotta sia ascrivibile a imprudenza, negligenza o imperizia.
Ci si riferisce in particolare alla questione - in parte già sottoposta a scrutinio - della carenza della prova che l’esecuzione di accertamenti (numerosi e di non immediata esecuzione, a quanto è dato comprendere dalle stesse sentenze di merito) avrebbe avuto effetti salvifici o, comunque, sicuramente favorevoli; alla verifica di un nesso eziologico tra l’omessa prescrizione di tali accertamenti da parte del dott. M. e il successivo, drammatico evolversi delle condizioni della Co. fino al decesso della paziente; e, a monte (lo si ribadisce), all’individuazione univoca del comportamento alternativo diligente secondo i dettami della migliore scienza medica (e, in definitiva, secondo le buone prassi nella specie applicabili).
La Corte di merito, rispetto ai suddetti profili, affronta unicamente il tema del fattore-tempo; e lo fa non già sulla base di un corretto e adeguato esame delle risultanze probatorie sul punto (limitandosi ad affermare che non è stato comprovato quale fosse il momento in cui insorse la perforazione intestinale, e che con ogni probabilità essa non era intervenuta fino a metà giornata del 24 novembre), ma sulla base di una serie di considerazioni che tendono bensì a divaricare il lasso di tempo - in realtà del tutto incerto - nel quale il dott. M. avrebbe potuto fare qualcosa, ma senza chiarire in modo univoco se il comportamento che ci si sarebbe dovuti attendere da lui fosse tale da rendere oggettivamente, tempestivamente e utilmente praticabile l’adozione dei necessari e conseguenti presidi diagnostico-terapeutici.