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Timestamp: 2019-07-18 08:41:15+00:00
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Kataweb.it - Blog - Federico Aldrovandi
Stralci dall’ordinanza emessa dal TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI BOLOGNA, che in data 22 gennaio ha rigettato le misure alternative e i domiciliari per fare scontare i sei mesi di pena residui – grazie all’applicazione dell’indulto – dei tre anni e mezzo di condanna, a Segatto Monica.
Vi chiedo cortesemente di non offendere.
Dimostriamo, come in questi anni abbiamo avuto modo di mettere alla luce dell’opinione pubblica, senza odio, senza manie di vendetta e senza processi di piazza, di essere civili e di pretendere solo un piccola giustizia che non ci restituirà nessuno, ma almeno la dignità e il rispetto per una vita a insegnamento di quelle tante componenti di questa società, troppo spesso indifferenti e distratte e forse qualcosa di più…, perché non accada mai più, anche ai figli degli ipocriti benpensanti.
I figli sono un po’ tutti nostri.
Le parole utilizzate da tutti i giudici dei tre gradi di giudizio e del Tribunale di sorveglianza che aveva il difficile compito di decidere sul tipo di pena da adottarsi (servizio socialmente utili, domiciliari o carcere) parlano più di ogni offesa e sono macigni di piccola giustizia “senza un ritorno”, purtroppo.
Una domanda mi sorge spontanea e la vorrei rivolgere a chi ora ha il compito di decidere (commissioni, capo della polizia, ministro degli interni…), sul futuro di chi uccise senza una ragione un ragazzo innocente che non aveva fatto nulla di male, alla luce delle parole utilizzate da tutti i giudici: “queste persone sono degne di continuare a vestire una divisa che quella mattina soffocarono, bastonarono e uccisero, in tutto e per tutto?” Provate a immaginare se quel figlio fosse stato il vostro…, ne avrete una risposta immediata, senza se e senza ma. L’immagine che ne è “uscita…” di questi signori, è incompatibile con l’immagine della “Polizia di Stato” e crea rabbia e dolore.
Attualmente si trova in carcere a Rovigo per scontare i 6 mesi di pena comminatigli. I suoi avvocati si sono riservati di richiedere ulteriormente che la pena sia scontata agli arresti domiciliari…, in attesa come per gli altri tre dei provvedimenti disciplinari del loro datore di lavoro: “lo Stato…” che dovrà decidere se licenziarli o meno. In questi 8 anni sono stati stipendiati e considerati come poliziotti.
Stralci dall’ordinanza che ha deciso per la carcerazione:
in linea generale come per il FORLANI e il POLLASTRI.
Nel particolare che riguarda la SEGATTO:
… – precisando la S.C. in ordine alla Segatto – … Le considerazioni svolte non consentono, pertanto, di distinguere neppure la posizione dell’agente Segatto, rispetto agli altri compartecipi, atteso che la prevenuta, secondo quanto insindacabilmente ritenuto in punto di fatto dai Giudici di merito, percuoteva le gambe dell’Aldrovandi, mentre gli altri colleghi tenevano schiacciato il ragazzo contro il terreno; e tale azione, per il fattore psichico di connessione ora richiamato si fonde con la complessiva condotta illecita posta in essere dagli agenti – che costituisce il fattore di innesco della sequenza causale che ebbe a determinare la morte del giovane, come sopra si è evidenziato – condotta proseguita senza dissenso da parte di alcuno, sino all’arrivo dei Carabinieri e del personale di soccorso”.
E’ opportuno focalizzare altresì, in ordine al diniego delle attenuanti generiche, confermato in appello, quanto in detta sede osservato, dopo il richiamo alla già esaustiva motivazione sul punto del primo Giudice, cui anche in questa sede si fa per necessità di sintesi espresso rinvio (v. pag. 563 e ss., sentenza Tribunale Ferrara, e pag. 231 e ss. Sentenza di appello): che il dato relativo alla incensuratezza, trattandosi di agenti di Polizia di Stato, si qualifica come condizione dovuta; che il fatto di reato, in relazione alla grave colpa accertata a carico degli imputati, è connotato da rilevante gravità, di per sé sola sufficiente a giustificare il diniego delle attenuanti; che parimenti decisivo, per negare le attenuanti generiche, era stato il comportamento processuale degli imputati, attesa la distorsione, sin dalle prime ore successive al delitto, di rilevanti dati probatori, posto che “… Pubblici Ufficiali, privi di precedenti disciplinari, sono infatti, portatori di un ben diverso onere di lealtà e correttezza processuale, rispetto ad un imputato “comune”, ed avrebbero dovuto portare un contributo di verità, ad onta delle manipolazioni ordite dai superiori. Il non avere voluto, comunque, squarciare il velo della cortina di manipolazioni delle fonti di prova, tessuta sin dalle prime ore di quel 25 settembre, getta una luce negativa sulla personalità degli appellanti. Lo stesso “onorevole stato di servizio” dei quattro, documentato dalle loro difese, ben lungi dal costituire un elemento attenuante, connota negativamente la loro condotta, improntata alla violenza ingiustificata prima ed alla dissimulazione del vero poi, comportamenti che non hanno evidentemente trovato freno nello stato di servizio sino a quel momento immacolato…”.
Sul trattamento sanzionatorio la Corte di Appello rilevava che “… infine la gravità del fatto è accentuata dal discredito che la condotta dei quattro appellanti ha comportato per il Corpo di Polizia cui ancora essi appartengono, implicitamente riconosciuta con il tempestivo e pingue risarcimento in via transattiva dal Ministero dell’Interno, prima della celebrazione del processo di appello…”.
La S.C., nel ripercorrere i detti passaggi della motivazione dei Giudici di merito, in punto di diniego delle attenuanti generiche, osservava che “… Sul punto deve infine sottolinearsi che i giudici di merito hanno evidenziato – sviluppando un percorso argomentativo che si colloca nell’alveo dell’orientamento espresso dalla giurisprudenza di legittimità, che viene conosolidandosi – che gli odierni imputati avevano anche omesso di fornire un contributo di verità al processo, da reputarsi doveroso per dei pubblici Ufficiali, a fronte delle manipolazioni delle risultanze investigative pure realizzate dai funzionari responsabili della Questura di Ferrara: ed invero, la Corte regolatrice ha ripetutamente affermato che il diritto del Pubblico Ufficiale di non esporre circostanze auto incriminanti, deve qualificarsi come recessivo, in riferimento agli atti di polizia giudiziaria, la cui rilevanza documentale non può essere sacrificata, all’interesse difensivo del singolo verbalizzante.”
Ciò posto, occorre dunque considerare la gravità della condotta delittuosa, anche se qualificata come colposa, per come accertata e ritenuta in via definitiva, a carico della Segatto, come dei coimputati, senza riconoscimento di ruoli marginali o secondari. Come bisogna considerare il comportamento oltremodo negativo degli agenti (indistintamente), dopo il fatto ed in ambito processuale, come ben stigmatizzato dal primo Giudice – “… alla gravità della colpa si associano gli aspetti negativi più propriamente processuali con l’assenza di concreti segni di pentimento e di consapevolezza degli errori commessi, tradottisi in palesi menzogne ed in ostacoli frapposti all’accertamento della verità…” – e da ultimo sottolineato dalla Cassazione.
. In questo contesto è peraltro emerso come il Pollastri, il cui manganello si rompeva durante l’azione (come quello del Forlani), nello spostarsi a più riprese verso l’auto di servizio, nel corso della fase di contenimento del ragazzo, per comunicare via radio o telefono, lasciando dunque di tanto in tanto la presa del ragazzo a terra, comunque pur sempre nel contempo trattenuto – e compreso, come detto – dai colleghi coimputati, continuasse anche in tale frangente a percuotere il giovane, stando in piedi (v. pag. 47 ess., 216 e ss. Sentenza appello). Del resto, risulta pure eloquente che il Pontani ebbe ad un certo punto a comunicare alla Centrale, a riprova della protratta aggressione “… l’abbiamo bastonato di brutto per mezz’ora…”, e d’altra parte, l’eccessivo ed inarrestabile accanimento dei poliziotti si evince anche dalla frase, anche questa oltremodo insensibile ed insieme eloquente, che la teste Tsague sente dire alla Segatto: “… moderate che ci sono le luci accese…” (v. sentenza appello a pag. 48), a riprova tra l’altro della non necessità di siffatto accanimento e della possibilità di contenerlo.
Orbene, rileva il Tribunale che, a fronte del quadro negativo evidenziato dalla intera vicenda, fattuale e processuale, non è dato di individuare elementi concreti atti ad indicare una positiva evoluzione della personalità del soggetto. Ed infatti, al di là delle note positive di apprezzamento sul lavoro, che non hanno particolare significato ai fini in interesse, (anche considerato che la predetta, assistente Capo della P.S., spostata dal 2007 presso la Questura di Padova, è attualmente addetta alla squadra di controllo passaporti e vigilanza portuale presso la Polizia di frontiera di Venezia, e quindi – ovviamente – non più presso la sezione volanti della Questura o addetta a servizi esterni operativi), e della stabile situazione familiare , (abitando a P… con il compagno, appartenente alla Polizia di Stato), null’altro può in pratica evidenziarsi. Non un atto concreto, atto ad indicare effettiva comprensione della vicenda delittuosa, connotata come sopra, e presa di distanza dalla stessa; nessuna manifestazione esplicita e concreta di autocritica e di resipiscenza; non un gesto anche solo simbolico, nei confronti della vittima o dei suoi familiari, cui peraltro il risarcimento è stato pagato solo dallo Stato; non un gesto di riparazione sociale, e tanto meno di ricordo manifesto di monito rispetto al ripetersi di simili comportamenti da parte di altri. Solo nella istanza in esame la generica quanto strumentale disponibilità “…all’espletamento di tutte le attività prescrittegli dai servizi sociali cui venisse affidata la prova. “… evidentemente per svolgere, solo ora, in vista della esecuzione della pena, un’attività riparatoria, finora, dal 2005, neanche abbozzata. (V. Cass.,In.31809,9.7.2009, Gobbo).
E d’altra parte, anche la mancata comparizione personale all’udienza camerale dinnanzi a questo Tribunale, appare connotarsi di significato negativo, non dando modo al Collegio di verificare direttamente alcunché.
In tale situazione neanche appare necessario per il Tribunale acquisire la relazione UEPE, mancante, avendo già con quanto fin qui a disposizione tutti gli elementi necessari per la decisione. (Cass,I,n.5223,28.9.1999, Sergio).
In conclusione, non riesce il Tribunale ad individuare qualsivoglia elemento di meritevolezza atto a sostenere la concessione e poi la corretta fruizione, ai fini rieducativi, dei benefici penitenziari, atteso che nessun percorso di rieducazione e recupero può in concreto ipotizzarsi, in mancanza di consapevolezza piena ed effettiva di quanto commesso dalla condannata, specie in considerazione della sua qualità di P.U., che a maggior ragione avrebbe dovuto suscitare sentimenti di resipiscenza e di revisione.
Ragioni per cui deve essere respinta ogni istanza, dall’affidamento alla detenzione domiciliare ex art. 47 ter 1 bis O.P., ed anche quella semilibertà, atteso oltretutto, che l’attività di lavoro di cui sopra, di appartenente alla Polizia di Stato è con tutta evidenza incompatibile con il regime stesso della semilibertà. (Cass.,I,n.5061,21.9.1999, Navone).
Sul parere conforme del P.G.,
visti gli artt. 47 e ss. O.P.
respinge le istanze di cui in premessa.
Manda la Cancelleria per i consequenziali incombenti.
Bologna 22.1.2013
Il Magistrato rel. Est. Il Presidente
Oggi, 29 gennaio 2013-02-14
Continua con la situazione di PONTANI Enzo… in attesa del carcere…
Stralci dall’ordinanza emessa dal TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI BOLOGNA, che in data 22 gennaio ha rigettato le misure alternative e i domiciliari per fare scontare i sei mesi di pena residui – grazie all’applicazione dell’indulto – dei tre anni e mezzo di condanna, a Pollastri Luca.
Attualmente si trova in carcere a Ferrara per scontare i 6 mesi di pena comminatigli. I suoi avvocati hanno richiesto ulteriormente che la pena sia scontata agli arresti domiciliari…, in attesa come per gli altri tre dei provvedimenti disciplinari del loro datore di lavoro: “lo Stato…” che dovrà decidere se licenziarli o meno. In questi 8 anni sono stati stipendiati e considerati come poliziotti.
in linea generale come per il FORLANI e la SEGATTO.
Nel particolare che riguarda il POLLASTRI:
Tanto evidenziato, occorre dunque considerare la gravità della condotta delittuosa, anche se qualificata come colposa, per come accertata e ritenuta in via definitiva, a carico del Pollastri, come dei coimputati, senza riconoscimento di ruoli marginali o secondari. Come bisogna considerare il comportamento oltremodo negativo degli agenti (indistintamente), dopo il fatto ed in ambito processuale, come ben stigmatizzato dal primo Giudice – “… alla gravità della colpa si associano gli aspetti negativi più propriamente processuali con l’assenza di concreti segni di pentimento e di consapevolezza degli errori commessi, tradottisi in palesi menzogne ed in ostacoli frapposti all’accertamento della verità…” – e da ultimo sottolineato dalla Cassazione.
La personalità del condannato, dunque, si presenta negativamente connotata da quanto fin qui esposto, evidenziandosi dal tutto, difetto di autocontrollo, assenza della capacità di gestire adeguatamente una situazione, quale quella in oggetto, che sia pure delicata, non era certo così eccezionale e tale da richiedere un’attività di contenimento di siffatte caratteristiche, addirittura rivelatasi letale, nei confronti di un ragazzo solo e disarmato, benché agitato e sia pure karateca, come viene in evidenza la mancanza di attenzione per il dolore e la sofferenza della vittima, percossa e contenuta, fino a morirne. Ciò che tanto più è grave in quanto riferito ad appartenente alla Polizia di Stato, preposto alla salvaguardia ed alla tutela, sul campo, dei diritti e della sicurezza dei cittadini. Ed infatti, come detto, il giovane veniva percosso anche quando era già a terra e pur avendo chiesto, purtroppo inascoltato, aiuto. In questo contesto è peraltro emerso come il Pollastri, il cui manganello si rompeva durante l’azione (come quello del Forlani), nello spostarsi a più riprese verso l’auto di servizio, nel corso della fase di contenimento del ragazzo, per comunicare via radio o telefono, lasciando dunque di tanto in tanto la presa del ragazzo a terra, comunque pur sempre nel contempo trattenuto – e compreso, come detto – dai colleghi coimputati, continuasse anche in tale frangente a percuotere il giovane, stando in piedi (v. pag. 47 ess., 216 e ss. Sentenza appello). Del resto, risulta pure eloquente che il Pontani ebbe ad un certo punto a comunicare alla Centrale, a riprova della protratta aggressione “… l’abbiamo bastonato di brutto per mezz’ora…”, e d’altra parte, l’eccessivo ed inarrestabile accanimento dei poliziotti si evince anche dalla frase, anche questa oltremodo insensibile ed insieme eloquente, che la teste Tsague sente dire alla Segatto: “… moderate che ci sono le luci accese…” (v. sentenza appello a pag. 48), a riprova tra l’altro della non necessità di siffatto accanimento e della possibilità di contenerlo.
Orbene, rileva il Tribunale che, a fronte del quadro negativo evidenziato dalla intera vicenda, fattuale e processuale, non è dato di individuare elementi concreti atti ad indicare una positiva evoluzione della personalità del soggetto. Ed infatti, al di là delle note positive di apprezzamento sul lavoro, che non hanno particolare significato ai fini in interesse, (anche considerato che il Pollastri, Assistente Capo della P.S., spostato dopo il fatto presso il Centralino della Questura e Prefettura di Vicenza, è attualmente addetto alla vigilanza presso la Questura di Vicenza, e quindi – ovviamente – non più presso la sezione volanti della Questura o addetto a servizi esterni operativi), e della stabile situazione familiare, (egli abita a F…. con la moglie), null’altro può in pratica evidenziarsi.
Pur a fronte della condanna per fatto colposo, non è dato registrare un atto concreto, atto ad indicare effettiva comprensione della vicenda delittuosa, connotata come sopra, e presa di distanza dalla stessa; nessuna manifestazione esplicita e concreta di resipiscenza; non un gesto anche solo simbolico, nei confronti della vittima o dei suoi familiari, cui peraltro il risarcimento è stato pagato solo dallo Stato; non un gesto di riparazione sociale, e tanto meno di ricordo manifesto di monito rispetto al ripetersi di simili comportamenti da parte di altri.
Neanche la scarna relazione UEPE in atti fornisce contezza di seri e concreti elementi di resipiscenza, non essendo sufficiente la mera esternazione, in quella sede, peraltro generica, di rammarico per “il tragico epilogo…” della vicenda, e la mera intenzione, sia pure seguita dalla individuazione di una associazione di volontariato, per svolgere, solo ora, in vista della esecuzione della pena, un’attività riparatoria, finora, dal 2005, neanche abbozzata. (V.Cass.,In.31809,9.7.2009, Gobbo).
D’altra parte, anche la mancata comparizione personale all’udienza camerale dinanzi a questo Tribunale, appare connotarsi di significato negativo, non dando modo al Collegio di verificare direttamente alcunché.
In conclusione, non riesce il Tribunale ad individuare qualsivoglia elemento di meritevolezza atto a sostenere la concessione e poi la corretta fruizione, ai fini rieducativi, dei benefici penitenziari, atteso che nessun percorso di rieducazione e recupero può in concreto ipotizzarsi, in mancanza di consapevolezza piena ed effettiva di quanto commesso dal condannato, specie in considerazione della sua qualità di P.U.
Dette ragioni militano per l’insufficienza e l’inidoneità di prescrizioni, ai fini delle misure alternative richieste.
Per cui deve essere respinta ogni istanza, dall’affidamento alla detenzione domiciliare ex art. 47 ter 1 bis O.P., ed anche quella di semilibertà, atteso oltretutto che l’attività di lavoro ipotizzata come dagli atti, di appartenente alla Polizia di stato, è con tutta evidenza incompatibile con il regime stesso della semilibertà. (Cass.,I,n.5061,21.9.1999,Navone).
Continua con l’ordinanza per SEGATTO Monica…
Stralci dall’ordinanza emessa dal TRIBUNALE DI SORVEGLIANZA DI BOLOGNA, che in data 24 gennaio ha rigettato le misure alternative e i domiciliari per fare scontare i sei mesi di pena residui – grazie all’applicazione dell’indulto – dei tre anni e mezzo di condanna, a Paolo Forlani.
…occorre dunque considerare la gravità della condotta delittuosa, anche se qualificata come colposa, per come accertata e ritenuta in via definitiva, a carico del Forlani, come dei coimputati, senza riconoscimento di ruoli marginali o secondari. Come bisogna considerare il comportamento oltremodo negativo degli agenti (indistintamente), dopo il fatto ed in ambito processuale, come ben stigmatizzato dal primo Giudice – “… alla gravità della colpa si associano gli aspetti negativi più propriamente processuali con l’assenza di concreti segni di pentimento e di consapevolezza degli errori commessi, tradottisi in palesi menzogne ed in ostacoli frapposti all’accertamento della verità…” – e da ultimo sottolineato dalla Cassazione.
Orbene, rileva il Tribunale che, a fronte del quadro negativo evidenziato dalla intera vicenda, fattuale e processuale, non è dato di individuare elementi concreti atti ad indicare una positiva evoluzione della personalità del soggetto. Ed infatti, al di là delle note positive di apprezzamento sul lavoro, che non hanno particolare significato ai fini in interesse, (anche considerato che il Forlani non pare più addetto a servizi esterni operativi essendo attualmente in servizio presso il settore Polizia di frontiera di Tarvisio-Udine), e della stabile situazione familiare, (egli abita a V…. con la compagna, infermiera), null’altro può in pratica evidenziarsi. Non un atto concreto, atto ad indicare effettiva comprensione della vicenda delittuosa, connotata come sopra, e presa di distanza dalla stessa; nessuna manifestazione esplicita e concreta di autocritica e di resipiscenza; non un gesto anche solo simbolico, nei confronti della vittima o dei suoi familiari, cui peraltro il risarcimento è stato pagato solo dallo Stato; non un gesto di riparazione sociale, e tanto meno di ricordo manifesto di monito rispetto al ripetersi di simili comportamenti da parte di altri; bensì le ormai note e pessime esternazioni su face book, all’indirizzo della madre dell’Aldrovandi proprio all’indomani della condanna definitiva, a denotare la riottosità del predetto ad accettare la pronunzia giudiziale, tanto più grave in quanto espressa da parte di appartenente all P.S.. Riottosità, oltretutto, che ancora trapela dalla comunicazione di pretese scuse che il Forlani ha inteso poi rivolgere alla madre del povero Aldrovandi, dopo le esternazioni di cui sopra, (v. atti allegati dalla difesa e dal P.G.), continuando infatti ancora a professarsi innocente, al di là delle omai definitive risultanze del processo. In linea con ciò, il Forlani conclude poi la citata comunicazione dicendo “… voglio chieder perdono – ovviamente, non per la morte violenta del giovane Aldrovandi – bensì “…per quel mio contegno estemporaneo alle persone che ho citato nei miei messaggi… per una reale presa di coscienza dell’errore commesso…”, ovvero per la imprudente – ed impudente – esternazione.
Infine, neanche la scarna relazione UEPE in atti fornisce contezza di seri e concreti elementi di resipiscenza da parte del soggetto, non essendo sufficiente la dichiarazione del suo “estremo rammarico per il tragico epilogo…” della vicenda, peraltro, esprimendo tuttora “la tesi difensiva condotta durante il processo, che tende a ridurre la responsabilità…”, come l’avere condiviso la proposta all’UEPE di effettuare un’attività di volontariato, sia pure per accompagnare persone disabili. In definitiva, per svolgere, solo ora, in vista della esecuzione della pena, un’attività di riparazione sociale, finora, dal 2005, neanche abbozzata. (V.Cass.,In.31809,9.7.2009, Gobbo).
D’altra parte, occorre aggiungere che anche la sindrome ansioso depressiva reattiva in trattamento, patologia che si è aggiunta al trauma discorsivo al II° dito mano dx, per cui egli è in aspettativa per malattia dal 22 giugno 2012, (in coincidenza, si noti, con la decisione definitiva della S.C. del 21.6.2012), a tuttora, come documentato in atti, appare a, sua volta riconducibile alla reazione, per le conseguenze per sé medesimo, della condanna definitiva intervenuta, che egli continua a non volere accettare, rifiutando in pratica l’accertamento della sua responsabilità ed il rispetto per la giustizia, pittosto che alla sofferenza indotta per la morte causata al giovane Aldrovandi, (ed infatti: “il quadro dei sintomi sta virando verso una caratterizzazione più di tipo di depressione reattiva, probabilmente dovuto al fatto che fino all’ultimo grado di giudizio il soggetto conservava una quota di fiducia e di speranza che poi gli è stata completamente negata…”, v. in tal senso la relazione psicologica dr. Secchieri in data 25.7.2012 allegata dalla difesa). Così come le richiamate pessime esternazioni pubbliche, denigratore per lo stesso Corpo di Polizia, tanto che intervennero per le debite scuse il Capo della Polizia ed il Questore di Ferrara, e nondimeno il Ministro dell’Interno, v. atti allegati del P.G.
In tale quadro, in definitiva, le dichiarazioni rese dal Forlani in udienza camerale, dinanzi a questo Tribunale, rappresentanti manifestazioni di intenti di attività di risarcimento e di riparazione sociale, appaiono tardive quanto strumentali, in vista della esecuzione della pena.
In conclusione, non riesce il Tribunale ad individuare qualsivoglia elemento di meritevolezza atto a sostenere la concessione e poi la corretta fruizione, ai fini rieducativi, dei benefici penitenziari, atteso che nessun percorso di rieducazione e recupero può in concreto ipotizzarsi, in mancanza di consapevolezza piena ed effettiva di quanto commesso dal condannato, specie in considerazione della sua qualità di P.U., che a maggior ragione avrebbe dovuto suscitare sentimenti di resipiscenza e di revisione, e sottomissione alla giustizia, piuttosto che reazioni riottose e scomposte dinanzi alla sentenza definitiva..
Ragioni per cui deve essere respinta ogni istanza, dall’affidamento alla detenzione domiciliare ex art. 47 ter 1 bis O.P., richiesta in via subordinata, dal difensore in udienza, (ed in ipotesi anche di semilibertà, regime infatti incompatibile e con la qualità e l’attività di Poliziotto, come con l’aspettativa per malattia attualmente in corso).
Ordinanza depositata in cancelleria il 29 gennaio 2013-02-14
Continua con l’ordinanza di Luca Pollastri…
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Che dire di cose che non siano state dette e ridette e che danno quasi fastidio agli indifferenti perché a loro non succederà mai.
Per il nuovo anno… non si augura il male a nessuna persona, nemmeno al peggior nemico. Confondere la vendetta con la giustizia, anche se piccola, è una cosa che non mi appartiene. Sono semplicemente contro alla violenza, agli abusi di ogni tipo, ai soprusi, alle impunità, alle ingiustizie, con la realtà orribile vissuta che mi hanno ucciso un figlio. Bastonandolo e soffocandolo senza una ragione, affermando il falso per giustificare l’indifendibile, come sancito da tre gradi di giudizio di tre Tribunali. Ma con l’aggravante pesante e insopportabile di averlo fatto con una divisa addosso. Per il nuovo anno vorrei farti un dono Federico, il mio ultimo dono. Vorrei tanto restituirti la vita e magari io andare all’inferno. Ne sarei felice e baratterei la mia, con un tuo ritorno. Non ho saputo difenderti da un mondo violento, arrogante e meschino. Un mondo in parte ancora cattivo e disonesto nella tua storia, anche dopo una sentenza definitiva di colpevolezza non ancora applicata, dei suoi autori. Ma quante altre pesanti e insopportabili dolorose ingiustizie, in altre tantissime storie, immerse troppe volte nell’indifferenza, in questa nostra piccola Italia che possiede comunque, e per fortuna, nonostante tutto, anche un grande cuore che fa sperare… Caro Federico la nostra “normalità” non l’avremo mai più se non in un’altra vita, perché ci è stata strappata, sradicata e lesa, in tutto e per tutto, da un gruppo di determinate persone, una maledetta mattina, di una domenica assurdamente assassina. Vorrei porgerti quel dono Federico, come in questa ennesima immagine rubata dallo scrigno dei nostri ricordi, per rivedere la felicità negli occhi di tua madre e soprattutto di tuo fratello. Poi li saluterei con un sorriso, per quello splendido baratto… per il dono più meraviglioso che possa esistere: “la vita di un figlio”.
Caro Federico, il 21 giugno di quest’anno, attraverso un lungo, faticoso e sanguinante cammino, durato 7 anni, lo Stato, attraverso le leggi, ti ha restituito un granello di giustizia http://www.estense.com/?p=228553, ritenendo colpevoli senza attenuanti 4 persone in divisa, tre uomini e una donna, responsabili della tua morte, anzi della tua uccisione. Una morte ritenuta dagli stessi giudici dei tre gradi di giudizio, assurda, inconcepibile e ingiustificabile. Opera di schegge impazzite diranno addirittura. Tre anni e 6 mesi la condanna a loro inflitta, ridotta a 6 mesi per effetto dell’indulto, con la trasformazione della pena detentiva ai servizi socialmente utili, in attesa di quei provvedimenti disciplinari che io, come te, attendiamo pazientemente, anche se non servirà a nulla, perché tu non tornerai. Quella divisa macchiata del tuo sangue e testimone delle tue grida inascoltate di aiuto devono restituirla tutti e 4, colpevoli in egual misura secondo una sentenza definitiva, senza se e senza ma, perché la Polizia non può essere confusa con questa e mai dovrà esserlo. Ai miei occhi, una pena misera, rispetto a quello che ti hanno realmente fatto senza una ragione, ma questo è un altro discorso che riguarda la conseguenza delle indagini successive di quell’assurda mattina. Lo dicono le sentenze. Il tempo passa inesorabile e queste persone, dopo sette mesi dalla sentenza, e dopo sette anni da quella mattina bastarda e assassina, sono ancora lì al loro posto, quasi che l’immagine della tua uccisione si cercasse lentamente, di alleggerirla nel tempo, di renderla quasi accettabile. Non punire questi atti in modo forte e deciso (il Ministro degli Interni Sig.ra Cancellieri, incontrandoci in data 21/09/2012, ci disse: “è una sentenza forte”), ed il licenziamento dovrebbe esserne la conseguenza, anche se in ritardo di 7 anni, sarebbe come avallare queste violenze, quasi giustificarle, quasi coprirle, quando tu quella mattina non eri un pericolo per nessuno, anzi, il pericolo l’hai incontrato maledettamente in chi avrebbe dovuto proteggere la tua vita. Sarebbe interessante, se prima o poi certe coscienze “esplodessero positivamente…”, per parlare di quello che forse non sappiamo. Questo, al fine di capire, al fine di riflettere con calma, purtroppo solo ora, cosa realmente sia accaduto in quell’iniziale incontro di quell’alba di morte di quel 25 settembre 2005, visto che quegli individui, secondo i giudici dei tre gradi di giudizio hanno sempre detto il falso per difendersi. Il dopo, ovvero la fine, lo conosciamo tutti. Penso che un qualsiasi poliziotto onesto, e anche lui, cittadino e genitore, dovrebbe essere il primo, alla luce di quello che gli accade intorno (non solo concentrando la sua attenzione al caso di Federico, ma anche ad altri casi maledetti) a volere e pretendere, di non essere confuso con chi abbia a tradire la fiducia della sua gente e del suo popolo con una divisa addosso. Qualcuno l’ha fatto. Ho sempre pensato che bisogna cercare di crescere insieme, cittadini e istituzioni, e specialmente e a maggior ragione in questi tempi complessi, delicati e difficili, dove tutti hanno sempre ragione e mai torto. Riconoscere i propri errori ed orrori, senza lo scudo di corporativismi, di sigle, di colori, di interessi, vorrebbe dire fare un passo avanti per tutti, un passo avanti per quel rispetto della vita di cui ogni essere vivente ne ha il diritto. Non ti vedrò invecchiare insieme a me Federico e questo, giorno dopo giorno, inevitabilmente, e lo sta già facendo, mi ucciderà lentamente, e non ci posso fare niente. Sorrido comunque nel ripensarti e ritengo di essere stato fortunato nell’averti conosciuto, ora custode della tua bellezza, soprattutto quella interiore, che mi abbraccia ogni volta che rischio di cedere. Vorrei caro Federico, che col tempo, avendo ben salda e impressa nella mente la “memoria del passato”, che parlassimo poco delle forze dell’ordine, e molto del futuro dei figli, perché a quel punto vorrebbe dire che anche le fastidiose e inaccettabili impunità, non esisterebbero più. Ma così ora non è, e dobbiamo parlarne senza stancarci mai, fino a quando ciò sarà considerato “normale”…. Pensa Federico che anche la semplice e normale previsione di poter prevedere di identificare, per trasparenza, immagine e opportunità, chi ci controlla (chi è “normale” non deve averne paura… anzi), al pari di prevedere di poter introdurre nelle nostre leggi il reato di tortura, per chi si macchi di simili atti (Diaz…), come l’intera Europa ha recepito “normalmente”, trova allo stato attuale attriti da parte di certe forze politiche, come se non li riguardasse come cittadini e non li toccasse nemmeno. Troppe ingiustizie assurde verso la gente normale, in questo mondo spesso ipocrita, cinico, violento, in mezzo a tanti onesti, la gente. Per cercare di evitarle, per sperare e credere di poter cominciare a vivere in un paese civile, basterebbe che ognuno facesse sempre il proprio dovere e che i delinquenti, a qualunque livello, quando accertatene le colpe venissero allontanati, sempre. In questa festa che dovrebbe essere d’amore e che ci dovrebbe unire per tutti i 365 giorni dell’anno, un dolce pensiero ed un sorriso a tutti i bimbi che cresceranno, e uno a Federico, che non ha potuto farlo perché ucciso, bambino per sempre. Perché a 18 anni si è ancora bambini dentro, e non si può morire in quel modo. Non ammazzare, non dire falsa testimonianza, questo dicono due comandamenti della Bibbia ed in questo giorno di tanti significati per i cristiani, una domanda: “Come si avvicinano, se credenti, certe persone alla luce di Dio, alla luce di Gesù?
Quaggiù, abbiamo bisogno di un po’ di luce Federico. Di una luce calda e intensa che illumini il cuore e la mente degli uomini di buona volontà, affinchè affrontino giorno dopo giorno con forza e coraggio una vita difficile, quella di tutte le persone “normali” fatta di troppe ingiustizie e soprusi, facendo in modo che non si dimentichi una cosa semplice ma grandiosa, il sorriso di “ogni bimbo”, con un futuro davanti. Quel sorriso non dovrà mai smettere di splendere sul cammino della nostra vita, affinchè non capiti mai più a nessuno quello che è successo a te Federico, o almeno si tenti. Ed è per questo che io e la tua mamma abbiamo lottato guardando altri figli. Abbiamo aspettato una sentenza la cui verità, anche se non completa, ci hanno costretto a rincorrerla ad un prezzo umano altissimo e che tu conosci, lì in quell’angolo di cielo. Chi ti ha tolto quel sorriso per sempre, fermandoti il cuore con violenza inaudita usata sul tuo corpo e sulla tua anima senza una ragione, deve essere licenziato, senza se e senza ma, quantomeno per l’onore di una divisa macchiata e lesa e per una piccolissima, quasi impercettibile giustizia che ti restituisca definitivamente dignità e rispetto, per un maledetto, ingiustificabile e assurdo riposo eterno. Chiudendo gli occhi sospiro dolcemente e nell’avvicinare la mano al mio cuore, nel sentirne il battito, ti penso fortemente mio ragazzino, come se quel battito mi fosse vicino, nell’immaginario stringerti per augurarti Buon Natale e la realizzazione di tutti i tuoi sogni. Ma non è, e non sarà così.
Paolo Forlani, Monica Segatto, Enzo Pontani e Luca Pollastri - scrivono i giudici – “non agirono affatto perché costretti dalla necessità di difendere un proprio diritto” ma ponevano in essere “una violenta azione repressiva” mal dosando la forza da utilizzare, e senza mettere in atto un atteggiamento “dialogico”, picchiandolo alle gambe anche quando era inerme a terra (Monica Segatto).
I poliziotti hanno agito in modo “sproporzionatamente violento e repressivo”, scrive il presidente Carlo Giuseppe Brusco, che respinge anche la richiesta di applicare le attenuanti generiche – già respinta in secondo grado – proprio sottolineando il comportamento dei quattro poliziotti. Che hanno tentato di depistare le indagini fin dal principio, e hanno omesso “di fornire un contributo di verità al processo”.
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