Source: https://www.mondobalneare.com/mantenimento-annuale-strutture-balneari-tar-conferma-validita-della-legge/
Timestamp: 2020-07-12 05:57:24+00:00
Document Index: 109015571

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Importante sentenza del Tar Lecce, che conferma la piena validità della legge 145/2018
Di Cna Balneari 2 Febbraio 2020 Nessun commento
Gli stabilimenti balneari possono mantenere i manufatti installati per tutto l’anno, senza la necessità che i concessionari presentino nessuna istanza: lo ha stabilito il Tar di Lecce, annullando un recente provvedimento del Comune di Castrignano del Capo che aveva ordinato la rimozione immediata delle strutture a uno stabilimento balneare di Leuca. I giudici hanno anche escluso la legittimità di qualsiasi forma di discrezionalità dei Comuni e della Sovrintendenza nel concedere il mantenimento annuale delle strutture.
Con sentenza pubblicata ieri, la I sezione del Tar Lecce (presidente Antonio Pasca) ha così interpretato e applicato, per la prima volta a livello nazionale, la cosiddetta norma “salva lidi” contenuta nella legge nazionale 145/2018, sancendo il diritto dei titolari di strutture stagionali, funzionali alle attività turistico-ricreative ubicate su area demaniale in concessione, a mantenere installati i manufatti per l’intero anno solare e sino al 31 dicembre 2020.
La storica sentenza trae origine a seguito di un provvedimento del Comune di Castrignano del Capo nei confronti della società Capo di Leuca srl, titolare del noto stabilimento balneare “Lido Samarinda” associato con Cna Balneari Puglia, rappresentata e difesa dall’avvocato Danilo Lorenzo.
Il Comune aveva imposto di rimuovere la struttura balneare assentita con titolo edilizio stagionale, nonostante la società concessionaria avesse comunicato di volersi avvalere del disposto di cui all’art. 1, comma 246 della legge n. 145/2018, la quale prevede che «i titolari delle concessioni demaniali marittime ad uso turistico ricreativo e dei punti di approdo con le medesime finalità turistico ricreative, che utilizzano manufatti amovibili, possono mantenere installati i predetti manufatti fino al 31 dicembre 2020, nelle more del riordino della materia, previsto dall’art. 1, comma 18, del decreto legge 30 dicembre 2009, n. 194, convertito con modificazioni dalla legge 26 febbraio 2010 n. 25». Da qui il ricorso della società titolare del Lido Samarinda, affidatasi alla difesa dell’avvocato Lorenzo, la quale eccepiva l’illegittimità della citata ingiunzione di demolizione sotto vari profili, tra cui una omessa ed errata applicazione della norma detta “salva lidi”.
Il Tar Lecce si è trovato, pertanto, chiamato ad affrontare la questione della corretta applicazione della norma di legge citata, evidenziando che «non si rinviene nella giurisprudenza amministrativa, sia di primo che di secondo grado, alcuna pronuncia che abbia affrontato ex professo la questione relativa all’interpretazione della norma in questione».
La sentenza n. 110 del 1° febbraio 2020, nell’accogliere il ricorso promosso dalla Capo di Leuca srl con una dettagliata e articolata motivazione, affronta nodi cruciali e fondamentali della questione, sancendo un diritto storico per i concessionari demaniali e per i titolari di punti di approdo. I passaggi fondamentali della sentenza posso essere così riassunti:
In primo luogo, i giudici amministrativi di Lecce hanno evidenziato che l’art. 1 comma 246 nulla ha a che vedere con la direttiva n. 2006/123/CE (la cosiddetta direttiva “Bolkestein”).
Quanto all’utilizzo del termine “possono”, che ha dato vita a diverse interpretazioni da parte della dottrina in merito alla portata della legge, il Tar salentino ha confermato la tesi difensiva sostenuta in giudizio, affermando che l’utilizzo del termine “possono”, in luogo di termini come “mantengono” o “devono mantenere”, significa semplicemente che il legislatore non ha inteso costringere i titolari delle concessioni demaniali a mantenere le strutture in questione, ma ha rimesso agli stessi e nell’ambito delle proprie valutazioni imprenditoriali, la decisione di mantenere le strutture ovvero di procedere al relativo smontaggio.
Pertanto, il Tar ha considerato non corretto qualificare la comunicazione ex art. 1 comma 246 come “istanza”, atteso che tale termine postula “risposta” positiva o negativa da parte dell’amministrazione, richiedendo di conseguenza l’avvio di un procedimento. Tale procedimento tuttavia non è previsto in alcun modo dalla norma in esame, considerato che nel caso di specie non è consentita alcuna attività interpretativa da parte di nessuno, sia esso il giudice o la pubblica amministrazione, per difetto dei relativi presupposti.
La sentenza prosegue affermando che in nessun caso è consentito al giudice – sia esso civile, penale o amministrativo – di sovrapporre il proprio intendimento a quello perseguito dal legislatore, evidenziando che la norma si presenta assolutamente piana e di immediata comprensione:
«La norma in questione, nella sua portata precettiva, si rivolge a due destinatari, in quanto da un lato attribuisce ai soggetti indicati la facoltà e il diritto di mantenere le strutture amovibili fino al 31 dicembre 2020, dall’altro – correlativamente – impone alla pubblica amministrazione di astenersi da provvedimenti volti ad imporre lo smontaggio delle stesse fino alla data suindicata, in palese violazione del chiaro dettato normativo […] non essendo previsto alcun procedimento o necessità di conseguimento di titoli e pareri – l’effetto sospensivo consegue ex lege ed in via automatica; non occorre pertanto alcuna previa dichiarazione o manifestazione della volontà di volersi avvalere dell’effetto previsto in via automatica dalla norma in esame».
Il Tar ha anche evidenziato che la legge non soffre di alcuna ipotesi di contrarietà alla Costituzione, sia perché trattasi di una norma statale e non regionale e si muove dunque nell’alveo delle competenze attribuite allo Stato, sia perché, in quanto introduttiva di una deroga rispetto al procedimento ordinario, la stessa costituisce una legge speciale e in quanto tale prevalente sulla legge generale. I giudici amministrativi di Lecce concludono, poi, affermando che l’art. 1 comma 246 della legge 145/2018 non realizza alcuna violazione delle competenze paesaggistiche della Soprintendenza e della tutela del paesaggio ex art. 9, né delle competenze in materia urbanistica edilizia riservate nella specie ai Comuni e alla Regione, sotto vari profili:
«In sostanza, la Corte costituzionale ha ritenuto compatibile con i principi della Carta costituzionale una norma statale che introduca proroga di termini o deroga alle competenze amministrative previste dalla legge ordinaria, in considerazione di una adeguata giustificazione, intesa come scelta di politica economico sociale e nell’ambito della discrezionale valutazione del legislatore, purché la deroga o proroga sia contenuta entro un ristretto spazio temporale».
Estrema soddisfazione per la pronuncia è stata espressa dal legale della società ricorrente, l’avvocato Danilo Lorenzo: «La statuizione dei giudici amministrativi di Lecce rappresenta una pietra miliare nel panorama giurisprudenziale italiano per completezza di esposizione, chiarezza e approfondimento di ogni tematica connessa alla materia. Un altro tassello è stato incastonato nel mosaico della materia demaniale, nell’ottica del raggiungimento di quella chiarezza normativa necessaria un settore importante per l’intera economia nazionale».
Anche Toti Di Mattina e Giuseppe Mancarella, rispettivamente presidente regionale e provinciale di Cna Balneari Puglia, hanno sottolineato l’importanza della sentenza: «Abbiamo sempre creduto nella bontà della legge e nella sua corretta formulazione. Oggi il nostro convincimento ha avuto un sigillo autorevolissimo come quello del Tar Lecce».
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