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Timestamp: 2020-07-07 18:36:58+00:00
Document Index: 84810093

Matched Legal Cases: ['art. 42', 'art. 582', 'art. 590', 'art. 43', 'art. 584', 'art. 18', 'art. 40', 'art. 57', 'art. 44', 'art. 183', 'art. 133', 'art. 85', 'art. 97', 'sentenza ', 'art. 42', 'art. 43', 'art. 40', 'art. 27', 'art. 423', 'art. 85', 'art. 43', 'art. 39', 'art. 27', 'art. 117', 'art. 92', 'art. 42', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2050', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 20']

Art. 42 codice penale - Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 42 Codice penale
Nessuno può essere punito per un'azione od omissione preveduta dalla legge come reato, se non l'ha commessa con coscienza e volontà(1).
Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come delitto, se non l'ha commesso con dolo, salvo i casi di delitto preterintenzionale o colposo espressamente preveduti dalla legge(2).
La legge determina i casi nei quali l'evento è posto altrimenti a carico dell'agente, come conseguenza della sua azione od omissione(3).
Nelle contravvenzioni ciascuno risponde della propria azione od omissione cosciente e volontaria, sia essa dolosa o colposa(4).
(1) Tale comma esige per la configurabilità del reato la c.d. suitas, ovvero la coscienza e volontà della condotta. Viene quindi richiesta l'esistenza di un nesso psichico tra l'agente ed il fatto, il quale si viene a creare tutte le volte in cui la condotta è posta in essere volontariamente e quando, anche se non sussisteva tale esplicita volontà, con uno sforzo del volere la condotta integrante il reato poteva essere evitata dal soggetto.
(2) Viene precisato che, per i delitti il criterio generale di imputazione della responsabilità penale è il dolo. Solo il legislatore può derogarvi, prevedendo per un delitto sia l'ipotesi dolosa che colposa , come ad es. in tema di lesioni: dolose (art. 582 del c.p.) e colpose (art. 590 del c.p.). Ulteriore deroga è rappresentata dal delitto preterintenzionale (art. 43 del c.p.), esplicitamente previsto nelle sue sole due ipotesi di realizzazione: l'omicidio preterintenzionale (art. 584 del c.p.) e l'aborto preterintenzionale (art. 18, comma 2, l. 22 maggio 1978, n.194).
(3) Si fa qui riferimento all'ipotesi di responsabilità oggettiva, per cui un soggetto è chiamato a rispondere della propria condotta, in base al mero rapporto di causalità materiale (art. 40 del c.p.), senza necessità che si provi la sussistenza della colpevolezza. Tracce di tale responsabilità sono ravvisabili, ad esempio, in materia di reati commessi a mezzo della stampa (art. 57 del c.p.), condizioni obiettive di punibilità (art. 44 del c.p.) e aberratio delicti (art. 183 del c.p.).
(4) Le contravvenzioni, invece, sono punibili sia a titolo di dolo che a titolo di colpa. Si ricordi però che la legge sancisce una presunzione di colpa e la sussistenza del dolo potrà essere rilevante solo, ad esempio, per la maggior misura di pena da irrogare (art. 133 del c.p. comma 3).
La norma qui prende in esame l'elemento soggettivo del reato, ovvero la colpevolezza.
In merito alla definizione di colpevolezza la dottrina non è concorde. Secondo la concezione psicologica, la colpevolezza consiste nel rapporto psicologico esistente tra il soggetto agente e l'azione che cagiona l'evento. Invece, la concezione normativa ritiene che si debba parlare di rapporto di conflittualità tra la volontà del soggetto agente e la volontà della società, immanente nella norma violata, per cui assume rilievo l'atteggiamento antidoveroso della volontà, più che la volontà dell'azione causativa dell'evento.
Secondo tale impostazione l'imputabilità dell'agente (cioè la sua capacità di intendere e di volere (art. 85 del c.p.)), ne sarebbe il presupposto, contrariamente alla dottrina dominante che, invece, la ritiene uno stato della persona che nulla ha a che vedere con la colpevolezza, dal momento che un reato può essere commesso anche da un soggetto non imputabile (es.: minore di anni 14 (art. 97 del c.p.)).
Il codice infatti tratta separatamente della colpevolezza nel Titolo III dedicato al reato e dell'imputabilità nel Titolo IV dedicato al reo. Si ricordi che il principio di colpevolezza è stato confermato dalla sentenza della Corte Costituzionale del 24 marzo 1988, n. 364, la quale ha stabilito che i principio in esame deve essere fondamento di qualsiasi responsabilità penale. Ne consegue, quindi, un tendenziale ripudio delle ipotesi di responsabilità oggettiva nelle quali vi è punibilità anche senza dolo o colpa.
Spiegazione dell'art. 42 Codice penale
La norma in esame descrive essenzialmente gli elementi soggettivi del reato, la cui presenza è necessaria al fine di poter valutare la colpevolezza, e quindi la rimproverabilità, di un soggetto.
Il dolo rappresenta la forma massima di colpevolezza, oltre ad essere il criterio generale di imputazione soggettiva. Infatti, tutti i reati, per essere addebitati al colpevole, devono essere stati commessi con coscienza e volontà, tranne i casi in cui la legge espressamente punisce anche chi abbia agito con colpa o con preterintenzione (oltre l'intenzione). I vari delitti presenti nella parte speciale del codice non accennano minimamente alla necessaria presenza del dolo, dandola per scontato.
Mentre il dolo, la colpa e la preterintenzione sono descritti nei loro caratteri essenziali nell'art. 43, la responsabilità oggettiva accennata dal terzo comma (“la legge determina i casi nei quali l'evento è posto altrimenti a carico dell'agente come conseguenza della sua azione od omissione”) non ha goduto di altrettanta specificazione da parte del legislatore. Tale forma di imputazione è connotata dall'assenza di un rimprovero per dolo o colpa in relazione all'evento, e l'agente ne risponde solamente in base all'apporto causale (art. 40 da lui fornito.
Nel corso degli anni la responsabilità oggettiva è stata via via guardata sempre con maggior sfavore dagli operatori del diritto, essendo incompatibile con il principio di personalità della responsabilità penale di cui all'art. 27 della Carta fondamentale, il quale vieta la responsabilità senza colpa.
Residua cionondimeno una ristretta area in cui la responsabilità oggettiva può risiedere. La Corte Costituzionale, sin dagli anni '80, ha sancito che l'attribuzione di un reato su base meramente oggettiva contrasta con i valori della Costituzione solamente quando riguarda gli elementi più significativi della fattispecie, quali quelli direttamente fondanti l'offesa al bene giuridico tutelato dalle singole norme (senza i quali viene dunque meno la natura illecita del fatto).
La responsabilità oggettiva può allora trovare applicazione solo quando non riguarda gli elementi più significativi, e ricomprenderebbe unicamente le condizioni di punibilità estranee all'offesa.
Esemplificando, nel reato di incendio di cosa propria ex art. 423, comma 2, il soggetto viene punito perchè ha messo in pericolo la pubblica incolumità, anche se egli in realtà voleva solo liberarsi di un suo bene personale. Al soggetto viene dunque attribuita la lesione del bene giuridico tutelato (la pubblica incolumità) anche se ciò non era assolutamente sua intenzione.
I concetti di "coscienza e volontà" indicati nel primo comma della disposizione in oggetto non vanno confusi con la nozione di imputabilità, contemplata dall'art. 85, e con quella di colpevolezza, disciplinata dal successivo art. 43.
Con "coscienza e volontà" il legislatore del Codice penale ha voluto intendere una sorta di pre-requisito dell'imputabilità e della colpevolezza. Si parla in dottrina di "suitas" per indicare la riconducibilità di una certa azione al suo autore, intendendo con tale nozione qualcosa di diverso e di antecedente rispetto alla imputabilità, che mira già ad accertare un requisito ulteriore: la capacità dell'autore di comprendere il valore sociale dell'atto posto in essere.
Così, sono venuti in rilievo i c.d. atti "automatici" i quali, trovando la loro origine al di sotto della sfera di coscienza del soggetto, non sono per questo da lui voluti. Lo stesso dicasi per gli atti "riflessi" (tosse, starnuto) e "istintivi". In tutti questi casi, sarebbe da escludere la coscienza e volontà di tali atti in capo all'agente.
Per fare un esempio concreto, si può pensare al caso di sinistro stradale mortale cagionato da un colpo di sonno del conducente. Se si è trattato sonno fisiologico conseguente ad un pasto abbondante non si esclude la configurabilità del reato, mentre se il sonno è dovuto a cause patologiche come un improvviso e non prevedibile malore, non si potrà parlare di reato.
Va poi precisato che la "suitas" assume connotati diversi a seconda dell'elemento soggettivo del reato.
Quindi, nelle fattispecie dolose (così come in quelle punite a titolo di colpa cosciente) la "suitas" consisterebbe in una coscienza e volontà reali, connotandosi sulla base di aspetti psicologico-naturalistici. Viceversa, nel caso di reati puniti a titolo di colpa, la "suitas" andrebbe identificata con una coscienza e volontà solo potenziali, avendo un contenuto ipotetico-normativo.
Sono da considerare riferibili al loro agente gli atti automatici o abituali dominabili con uno sforzo di volontà, poiché questi atti sono frutto sì di un impulso dell'agente, ma non riflesso o automatico, bensì dominabile dallo stesso.
Per esemplificare ulteriormente, la giurisprudenza ritiene che tipiche cause di esclusione della "suitas" siano, oltreché la forza maggiore e il costringimento fisico, gli stati di delirio febbrile, il sonnambulismo e i malori improvvisi in generale.
Tuttavia, l'agente non andrà esente da responsabilità allorquando, pur avendo commesso il fatto di reato durante un episodio di sonnambulismo, fosse a conoscenza di tale sua patologia, per essersi la stessa già verificata diverse volte in precedenza.
Oltre alla "suitas", anche l'imputabilità e la colpevolezza esprimono concetti diversi, che operano su piani distinti.
In generale, si ritiene che l'imputabilità vada accertata con precedenza rispetto alla colpevolezza, poiché ne costituirebbe un presupposto naturalistico. Tuttavia, altra parte della giurisprudenza ritiene che l'imputabilità costituirebbe solamente il presupposto per affermare la responsabilità dell'agente. Per questo motivo, il rapporto tra le due figure risulterebbe invertito e la colpevolezza andrebbe comunque accertata anche nei confronti di un soggetto non imputabile.
Da ultimo, la norma precisa che nelle contravvenzioni il colpevole è punito indifferentemente dal suo agire colposo o doloso (v. art. art. 39 del c.p.).
Tuttavia, bisogna rilevare come una giurisprudenza risalente ritenesse che il giudice, nel caso di contravvenzioni, sarebbe stato esentato dal compiere l'accertamento della sussistenza dell'elemento psicologico poiché sussisterebbe una "presunzione di colpa".
Tale presunzione, ritenuta priva di fondamento da attenta dottrina, è stata sconfessata anche dalla giurisprudenza più recente, la quale attualmente ritiene che l'ultimo comma della norma in esame non contenga una presunzione di colpa, affermando più semplicemente l'indifferenza rispetto all'elemento soggettivo riscontrato in capo all'autore, restando comunque necessario l'accertamento almeno della colpa.
Per quanto attiene poi al ruolo rivestito dalla buona fede, si ritiene che essa possa acquistare giuridica rilevanza solamente se derivi da un elemento estraneo all'agente che non gli permetta di avere consapevolezza intorno all'illiceità del fatto. Tale elemento deve essere provato dall'agente, che deve oltretutto dimostrare di avere tenuto una condotta diligente ai fini di una corretta informazione rispetto all'azione posta in essere.
Per esemplificare, si può pensare al caso del comportamento antigiuridico di colui che trasgredisce alla normativa in materia di rifiuti, in seguito ad un fatto positivo dell'autorità amministrativa, che sia valso in concreto a produrre un errore scusabile circa la condotta posta in essere.
Per quanto riguarda infine la possibilità di attribuire un determinato fatto al suo agente sulla base di una responsabilità "oggettiva", si è affermato come tale criterio di imputazione, previsto dal legislatore penale del 1930, contrasti oggi apertamente con il disposto di cui all'art. 27 Cost..
Il principio di personalità della responsabilità penale, infatti, vieta l'imputazione di un reato per fatto altrui o comunque non riconducibile all'imputato. La responsabilità penale, infatti, è "responsabilità per fatto proprio colpevole".
Ciononostante, residuano dei casi in cui emerge l'attribuzione di un fatto in virtù di una responsabilità di tipo oggettivo.
Si pensi al caso dell'aberratio ictus mono e plurioffensiva; all'aberratio delicti; al concorso nel reato proprio in ipotesi di mutamento del titolo del reato ex art. 117; alla finzione legale d'imputabilità sottesa all'ubriachezza non derivata da caso fortuito o forza maggiore ex art. 92.
Tuttavia, la dottrina ritiene che, anche in queste ipotesi in cui residua una forma di responsabilità oggettiva, sia necessario rivisitare le fattispecie alla luce di una responsabilità "per colpa", sanzionando il soggetto solamente se lo stesso si sia venuto a trovare in una situazione in cui non abbia utilizzato quei criteri di diligenza media che avrebbero scongiurato la realizzazione del fatto di reato.
Massime relative all'art. 42 Codice penale
Cass. pen. n. 32793/2016
(Cassazione penale, Sez. V, sentenza n. 32793 del 27 luglio 2016)
Il responsabile di attrezzature sportive o ricreative è titolare di una posizione di garanzia a tutela dell'incolumità di coloro che le utilizzano, anche a titolo gratuito, sia in forza del principio del "neminem laedere", sia nella sua qualità di "custode" delle stesse attrezzature, come tale civilmente responsabile, fuori dall'ipotesi del caso fortuito, dei danni provocati dalla cosa ex art. 2051 cod. civ, sia quando l'uso delle attrezzature dia luogo a un'attività da qualificarsi pericolosa ai sensi dell'art. 2050 cod. civ., rispetto alle quali egli è obbligato ad adottare tutte le misure idonee ad evitare l'evento dannoso. (Fattispecie in cui è stata affermata la colpevolezza sia del legale rappresentante della società gerente il "kartodromo" sia del responsabile della pista per il decesso di una cliente, alla quale era stato consentito di accedere al "kart" nonostante indossasse una sciarpa che le cingeva il collo, la quale, impigliandosi nei meccanismi del circuito, ne aveva provocato la morte per soffocamento).
Cass. pen. n. 4107/2009
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 4107 del 28 gennaio 2009)
Cass. pen. n. 29968/2008
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 29968 del 17 luglio 2008)
Cass. pen. n. 13943/2008
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 13943 del 3 aprile 2008)
Cass. pen. n. 36055/2004
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 36055 del 8 settembre 2004)
Cass. pen. n. 39949/2003
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 39949 del 22 ottobre 2003)
Cass. pen. n. 34620/2003
(Cassazione penale, Sez. IV, sentenza n. 34620 del 21 agosto 2003)
Cass. pen. n. 19642/2003
Il legale rappresentante di una società di notevoli dimensioni non è responsabile allorché l'azienda sia stata decentrata, mediante una suddivisione preventiva, in distinti settori, rami o servizi ed a ciascuno di questi siano stati in concreto preposti soggetti qualificati ed idonei, dovendosi presumere in re ipsa la sussistenza di una delega di responsabilità, anche organizzative e di vigilanza, per le singole sedi, anche in assenza di un atto scritto. (Nella fattispecie è stato ritenuto che il legale rappresentante di una società di gestione di autogrill lungo le autostrade non fosse responsabile di una contravvenzione relativa alla detenzione per la vendita di un rilevante numero di bottiglie di acqua minerale in cattivo stato di conservazione).
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 19642 del 28 aprile 2003)
Cass. pen. n. 10671/1997
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 10671 del 24 novembre 1997)
Cass. pen. n. 12710/1994
Nelle fattispecie contravvenzionali la buona fede può acquistare giuridica rilevanza solo a condizione che si traduca in mancanza di coscienza dell'illiceità del fatto (commissivo od omissivo) e derivi da un elemento positivo, estraneo all'agente, consistente in una circostanza che induca alla convinzione della liceità del comportamento tenuto. La prova della sussistenza di un elemento positivo di tal genere, però, deve essere data dall'imputato, il quale ha anche l'onere di dimostrare di aver compiuto tutto quanto poteva per osservare la norma violata. (Nella specie, relativa a rigetto di ricorso, la Suprema Corte ha ritenuto che tale onere probatorio non potesse ritenersi adempiuto attraverso la mera produzione in giudizio di una fattura rilasciata da un architetto, che il ricorrente assumeva di avere incaricato di provvedere alle pratiche amministrative necessarie per l'autorizzazione dell'impianto-forno per le carrozzerie di autoveicoli da lui esercitato, allorché si consideri inoltre che il conferimento dell'incarico professionale, anche così configurato, non esonerava il ricorrente medesimo comunque dal vigilare affinché l'incaricato espletasse puntualmente l'attività affidatigli).
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 12710 del 21 dicembre 1994)
Cass. pen. n. 3822/1994
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 3822 del 31 marzo 1994)
Cass. pen. n. 9691/1992
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 9691 del 8 ottobre 1992)
Cass. pen. n. 2336/1992
(Cassazione penale, Sez. III, sentenza n. 2336 del 3 marzo 1992)
Cass. pen. n. 5533/1991
(Cassazione penale, Sez. I, sentenza n. 5533 del 20 maggio 1991)
relative all'articolo 42 Codice penale
Norma di riferimento: Articolo 42 Codice penale - Responsabilità per dolo o per colpa o per delitto preterintenzionale. Responsabilità obiettiva | Quesito Q201923866
domenica 25/08/2019 - Campania
“Nel mese di luglio 2019, i vigili del fuoco , a seguito di un esposto anonimo, presso il condominio dove abito, hanno effettuato un sopralluogo riscontrando l'assenza del certificato antincendio dell'autorimessa condominiale (vedasi allegato).
Ora, anche se attualmente non sono indagato, mi conviene intraprendere subito qualche iniziativa o meglio aspettare gli esiti dei vv.ff. i quali mi hanno riferito che comunque
( sia che vengano o non vengano effettuati i lavori per ottenere la SCIA antincendio) loro dovranno inviare una informativa di reato alla Procura.
Preciso che i vv.ff. già nel 2015 fecero un primo sopralluogo presso l'autorimessa in argomento ed i condomini (seppur già all'epoca 9 proprietari) non si sono mai attivati per nominare un amministratore e per fare i lavori di adeguamento antincendio. Ora sono passati quasi 4 anni e la situazione è rimasta la stessa del 2015 come si evince dal secondo sopralluogo.
Io sono diventato proprietario,con mia moglie in comunione dei beni,di uno di questi box auto, solo da pochi mesi in quanto mediante un'asta giudiziaria (avvenuta il 19.12.2018) mi sono aggiudicato un appartamento ed il pertinente box. Sono venuto in possesso del relativo decreto di trasferimento (datato 05 aprile 2019 e trascritto in conservatoria in data 12 giugno 2019) solo nel mese di giugno 2019.
Inoltre sia nella perizia del CTU che nell'avviso di vendita non è stato indicato che l'autorimessa era priva di certificato antincendio perché mai realizzato e richiesto dal costruttore come anche l'agibilita' di tutto il condominio, infatti risulta solo il collaudo statico ed una attestazione di fine lavori rilasciata dal Comune.
Preciso che io non ho mai utilizzato in alcun modo il box auto né come deposito e né come parcheggio, comunque potrei essere ritenuto responsabile del reato previsto dall'art. 20 d.lvo 139/2006?
In attesa della nomina di un amministratore e/o di un accordo con gli altri condomini proprietari per deliberare i lavori richiesti, io volevo tutelarmi dalla inerzia degli altri condomini e dal fatto che non posso essere ritenuto responsabile se altri condomini non rispettano le prescrizioni urgenti dei vv. ff. e cioè divieto di parcheggio, divieto di depositare legna e sostituire con urgenza la porta che collega i garage alla Scala che conduce agli appartamenti (tale porta era già presente nel 2015 al primo sopralluogo dei vv. ff.) probabilmente installata dal costruttore ( io non posso sostituire la porta in autonomia?).
Avv. pertanto secondo lei :
1) il costruttore ed il Comune non hanno alcuna responsabilità avendo ( nel 2009) redatto l'attestazione di fine lavori?
2) anche se il costruttore non ha mai chiesto l'agibilita' del condominio costruito ed il CPI per autorimessa?
3) se i vigili contestano solo la violazione dell'art. 20 d.lvo n. 139/2006, la Procura procederà solo nei confronti di coloro che hanno utilizzato e/o utilizzeranno l'autorimessa o anche nei confronti di coloro che risulteranno proprietari al momento della contestazione della violazione di tale articolo o anche nei confronti dei precedenti proprietari?
4) Non comporta alcuna omissione il fatto che dal primo sopralluogo dei vigili del fuoco (avvenuto nel novembre 2015) al secondo sopralluogo (avvenuto a Luglio 2019) i vigili non abbiano fatto altri controlli ed i proprietari non abbiano fatto i lavori per ottenere il CPI?
Infine, da un colloquio avuto con un responsabile vv.ff. , questi mi ha consigliato di rappresentare la mia posizione tramite una lettera da inviare a loro, alla Prefettura, al Comune ed ai Carabinieri dove ho la residenza e dove è ubicata l'autorimessa in questione (infatti i Carabinieri del mio paese già sono stati informati del secondo
sopralluogo).”
Al fine di dirimere il presente quesito pare innanzitutto opportuno riportare l'articolo 20 del D.lgs 139/2006 (funzioni del Corpo nazionale dei Vigili del Fuoco):
“SANZIONI PENALI E SOSPENSIONE DELL'ATTIVITÀ
3. Ferme restando le sanzioni penali previste dalle disposizioni vigenti, il prefetto può disporre la sospensione dell'attività nelle ipotesi in cui i soggetti responsabili omettano di richiedere: il rilascio ovvero il rinnovo del certificato di prevenzione incendi; i servizi di vigilanza nei locali di pubblico spettacolo ed intrattenimento e nelle strutture caratterizzate da notevole presenza di pubblico per i quali i servizi medesimi sono obbligatori. La sospensione è disposta fino all'adempimento dell'obbligo.”
Orbene , come già si evince dal nome della norma, essa presenta una natura penale, con tutte le (in questo caso favorevoli) conseguenze del caso.
Infatti, dato il richiamo ai presupposti penalistici, si applica l'articolo 42 del codice penale, il quale stabilisce che: “nessuno può essere punito per un'azione od un omissione preveduta dalla legge come reato, se non l'ha commessa con coscienza e volontà”. Il dolo rappresenta la forma massima di colpevolezza, oltre ad essere il criterio generale di imputazione soggettiva. Infatti, tutti i reati, per essere addebitati al colpevole, devono essere stati commessi con coscienza e volontà, tranne i casi in cui la legge espressamente punisce anche chi abbia agito con colpa o con preterintenzione (oltre l'intenzione).
Fatte le necessarie premesse, è chiaro come il nuovo (e recente) proprietario non debba rispondere del reato previsto dall'articolo 20 D.lgs 139/2006, soprattutto alla luce del fatto che nel decreto di trasferimento datato 12 giugno 2019 non si fa alcun riferimento a tali irregolarità e nemmeno al precedente accertamento del 2015. Sembra potersi dunque tranquillamente affermare la mancanza di responsabilità dei nuovi proprietari. Oltretutto, è questo è assolutamente dirimente, la norma fa espresso riferimento al titolare di una delle attività soggette al rilascio del certificato in questione.
Chiariti dunque i profili strettamente penalistici, che non potranno che riguardare il titolare dell'attività soggette al rilascio del CPI (vale a dire il proprietario, o l'amministratore, per la regolarizzazione successiva all'accertamento), viene ora appunto fondamentale comprendere come si possa agire in mancanza dell'amministratore.
Per ovviare a qualsiasi futura problematica, il singolo condomino potrà fare riferimento all'articolo 1129 del codice civile, il quale conferisce a ciascun condomino di rivolgersi all'autorità giudiziaria (tramite ricorso al Tribunale competente) al fine di ottenere la nomina di un nuovo amministratore, se l'assemblea non vi provvede.
Tale norma presenta chiaramente l'utilità pratica di superare l'empasse dell'assemblea, cosicché ogni singolo condomino possa ottenere l'esercizio dei vari diritti che gli competono. Nella presente fattispecie, il nuovo amministratore, se non vuole anche lui incorrere nella violazione del succitato articolo 20, dovrà adottare gli opportuni provvedimenti “suggeriti” dai vigili del fuoco.
Per quanto concerne le responsabilità in tema di SCIA asseverata e di CPI, è chiaro come tali adempimenti sarebbero dovuti essere assolti dal proprietario del condomino, il quale ha invece omesso di procedervi. Il costruttore potrebbe semmai concorrere nel reato, ma anche qui è necessario accertare la presenza del dolo, così come sopra descritto.
Nel caso di difformità tra stato di fatto e di progetto di un immobile, la responsabilità per le violazioni della normativa urbanistica, può coinvolgere in generale il titolare del permesso a costruire, il committente, il costruttore, il direttore dei lavori e il progettista per le opere subordinate a segnalazione certificata di inizio attività (v. artt. 44 e 29 T.U.E.D.). Tutti e quattro questi soggetti, allorquando venga accertata la realizzazione di un abuso edilizio, sono chiamati a rispondere penalmente e, quindi, a pagare le relative sanzioni, nonché a sostenere in solido le spese per la demolizione dell’abuso.
Per ottenere il certificato prevenzione incendi occorre presentare apposita richiesta al comando dei Vigili del Fuoco allegando la relativa documentazione. L'iter cambia a seconda del tipo di attività:
Per le attività classificate nella Categoria A (in cui rientra l'autorimessa in questione) sarebbe stato sufficiente inviare al SUAP (Sportello Unico per le Attività Produttive, terziarie e commerciali) il progetto dell'opera e una SCIA con allegata la documentazione che attesti la conformità dell'attività realizzata alle prescrizioni vigenti in materia di sicurezza antincendio. Una volta presentata la documentazione, l'impresa ottiene la ricevuta dal SUAP e può immediatamente cominciare la sua attività. I Vigili del Fuoco effettuano controlli a campione entro 60 giorni e rilasciano, dietro richiesta, una copia del verbale della visita tecnica.
Per quanto concerne poi il quesito n. 4, gli altri condomini potrebbero rispondere delle relative omissioni, dato che non hanno provveduto alla nomina di un amministratore nel periodo intercorrente tra le due diverse contestazioni.
Da ultimo, pare opportuno segnalare che il nuovo proprietario potrebbe sicuramente citare in giudizio il venditore del box garage (i responsabili dell'asta giudiziaria in questo caso), al fine di ottenere il risarcimento del danno, data l'impossibilità di utilizzo del box, se non addirittura l'annullamento del contratto, qualora si ritengano sussistenti i presupposti di cui agli articoli 1427 e seguenti del codice civile.