Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-proc-civile/art-94-cod-proc-civile-condanna-di-rappresentanti-o-curatori
Timestamp: 2019-10-21 19:14:14+00:00
Document Index: 129640086

Matched Legal Cases: ['art. 88', 'art. 94', 'art. 88', 'art. 96', 'art. 94', 'art. 94', 'art. 88', 'art. 96', 'art. 2312']

Art. 94 cod. proc. civile: Condanna di rappresentanti o curatori | La Legge per tutti
Art. 94 cod. proc. civile: Condanna di rappresentanti o curatori
Gli eredi beneficiati, i tutori, i curatori e in generale coloro che rappresentano o assistono la parte in giudizio possono essere condannati personalmente, per motivi gravi (1) che il giudice deve specificare nella sentenza, alle spese dell’intero processo o di singoli atti, anche in solido con la parte rappresentata o assistita.
(1) I gravi motivi si possono riscontrare sia nell’ambito della violazione del dovere di lealtà prescritto dall’art. 88, sia nella semplice negligenza e sicuramente in presenza di dolo e colpa grave.
L’art. 94 c.p.c., il quale contempla la condanna alle spese nei confronti dell’avversario vincitore, eventualmente in solido con la parte, del soggetto che la rappresenti, si giustifica con il fatto che il predetto, pur non assumendo la veste di parte nel processo, esplica pur tuttavia, anche se in nome altrui, un’attività processuale in maniera autonoma, conseguendone l’operatività del principio della soccombenza; tale condanna postula la ricorrenza di gravi motivi, da identificarsi in modo specifico dal giudice, per la loro concreta esistenza, nella trasgressione del dovere di lealtà e probità di cui all’art. 88 c.p.c. ovvero nella mancanza della normale prudenza che caratterizza la responsabilità processuale aggravata di cui all’art. 96, secondo comma, c.p.c. Cass. 8 ottobre 2010, n. 20878.
In tema di condanna alle spese del giudizio del rappresentante o del curatore della parte, ai sensi dell'art. 94 c.p.c., la legittimazione ad intervenire nel processo spetta al soggetto passibile, in ragione della carica rivestita e per gravi motivi, di detta condanna, da individuarsi, attesa la natura sanzionatoria dell'eccezionale disposizione, nella persona fisica che abbia rappresentato o assistito la parte principale all'epoca in cui sia stato compiuto l'atto o instaurato il rapporto, oggetto della controversia. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C., con riferimento a giudizio di impugnazione della deliberazione di assemblea condominiale, ha riconosciuto la legittimazione, in veste di interventore adesivo dipendente, dell'amministratore in carica all'epoca di assunzione della delibera impugnata, del quale era stata richiesta la condanna personale alle spese, negando ogni rilievo ai successivi avvicendamenti avvenuti nel medesimo incarico).Cassazione civile sez. II 04 luglio 2012 n. 11194
L'art. 94 c.p.c., il quale contempla la condanna alle spese nei confronti dell'avversario vincitore, eventualmente in solido con la parte, del soggetto che la rappresenti (e, quindi, come nella specie, anche dell'amministratore di una società), si giustifica con il fatto che il predetto, pur non assumendo la veste di parte nel processo, esplica pur tuttavia, anche se in nome altrui, un'attività processuale in maniera autonoma, conseguendone l'operatività del principio della soccombenza; tale condanna postula la ricorrenza di gravi motivi, da identificarsi in modo specifico dal giudice, per la loro concreta esistenza, nella trasgressione del dovere di lealtà e probità di cui all'art. 88 c.p.c. ovvero nella mancanza della normale prudenza che caratterizza la responsabilità processuale aggravata di cui all'art. 96, comma 2, c.p.c. (Nell'affermare il principio, la S.C. ha escluso la coincidenza dei gravi motivi con la mera scelta, del rappresentante di società in accomandita semplice, di costituirsi in giudizio in nome e per conto della società per ivi resistere alle pretese di controparte, senza tenere conto che, nell'arco di svolgimento del processo — anteriore al 1º gennaio 2004, data di entrata in vigore della riforma societaria di cui al d.lg. n. 6 del 2003 — un diffuso orientamento giurisprudenziale riteneva che alla cancellazione della società dal registro delle imprese ed ai relativi adempimenti, ex art. 2312 c.c., non seguisse anche la sua estinzione, determinata invece, come in concreto non accertato, dall'effettiva liquidazione di tutti i rapporti giuridici ad essa facenti capo).Cassazione civile sez. I 08 ottobre 2010 n. 20878