Source: https://www.privacy.it/2003/07/09/dati-sanitari-provvedimento-generale-sui-diritti-di-pari-rango/
Timestamp: 2020-04-03 23:11:52+00:00
Document Index: 76430477

Matched Legal Cases: ['art. 35', 'art. 38', 'art. 15', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 9', 'art. 43', 'art. 16', 'art. 22', 'art. 26', 'art. 16', 'art. 9', 'art. 22', 'art. 391', 'art. 71', 'art. 391']

Dati sanitari. Provvedimento generale sui diritti di "pari rango" - Privacy.it
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Dati sanitari. Provvedimento generale sui diritti di “pari rango”
Nell’ambito della più ampia categoria dei dati “sensibili”, riguardanti profili particolarmente delicati della vita privata delle persone (sfera religiosa, politica, sindacale e filosofica, origine razziale ed etnica), le informazioni relative allo stato di salute e alla vita sessuale sono oggetto di una speciale protezione.
Il legislatore italiano si è fatto interprete di queste indicazioni individuando nel diritto interno le predette finalità e le corrispondenti garanzie, dapprima con la legge n. 675/1996 che ha approntato un regime di particolare tutela per il trattamento dei dati sulla salute e la vita sessuale e, poi, con i decreti legislativi nn. 135 e 282 del 1999. Tale assetto è stato confermato e rafforzato nel “Codice in materia di protezione dei dati personali” di imminente pubblicazione, che sostituirà le predette fonti normative a decorrere dal 1° gennaio 2004.
Le richieste di accesso di cui si tratta riguardano inoltre documenti per i quali (specie per le cartelle cliniche) specifiche disposizioni possono prevedere speciali modalità o responsabilità di conservazione che si aggiungono ai comuni obblighi di rispetto del segreto professionale. E’ il caso, appunto, dell’ordinamento interno dei servizi ospedalieri, il quale demanda al primario di ciascuna divisione il compito di curare la regolare compilazione delle cartelle cliniche e la loro conservazione fino alla consegna all’archivio centrale, ed attribuisce al direttore sanitario il compito di vigilare sull’archivio delle cartelle e di rilasciarne copia agli aventi diritto, anche in base a criteri “stabiliti” dall’amministrazione (artt. 5 e 7 d.P.R. 27 marzo 1969, n. 128; v., analogamente, il citato art. 35 del d.P.C.M. 27 giugno 1986, per il quale le cartelle cliniche firmate dal medico curante e sottoscritte dal medico responsabile di raggruppamento sono conservate a cura della direzione sanitaria).
La particolare delicatezza dei documenti in questione è desumibile anche dalla specifica attenzione che va prestata alle modalità di accesso e di utilizzazione delle cartelle cliniche da parte del personale interno (artt. 3 e 4 d.lg. n. 135/1999; punti 3 e 4 autorizzazione generale n. 2/2002 del Garante; d.P.C.M. 19 maggio 1995 sullo schema generale di riferimento della Carta dei servizi pubblici sanitari, il quale riconosce il diritto dei pazienti “alla segretezza della propria cartella clinica nei confronti di persone estranee al servizio” -art. 38, allegato 8-; artt. 8, comma 5, e 19 legge n. 675/1996, secondo cui il titolare e il responsabile del trattamento devono individuare ed incaricare per iscritto le persone fisiche che operano sotto la loro diretta autorità, e che sono autorizzate ad effettuare le operazioni di trattamento di competenza, ed impartire loro apposite istruzioni; infine, art. 15 legge n. 675/1996 e d.P.R. n. 318/1999 in tema di misure di minime di sicurezza).
Rispetto ai quesiti formulati, non suscitano particolari problemi l’accesso ai dati personali da parte dell’interessato (art. 13 legge n. 675/1996) e il rilascio di copia della cartella clinica al medesimo interessato a persona munita di specifica delega o, in caso di decesso, a chi “ha un interesse proprio o agisce a tutela dell’interessato o per ragioni familiari meritevoli di protezione” (art. 13, comma 3, legge n. 675, come sostituito dall’art. 9, comma 3, del Codice).
Rispetto all’accesso ai documenti da parte di terzi, il Garante ha più volte evidenziato che la legge n. 675/1996 non ha comportato l’abrogazione della disciplina sull’accesso a documenti amministrativi (art. 43, comma 2, legge n. 675/1996), la cui applicabilità, anche in caso di documenti contenenti dati sensibili, è stata confermata, dalla successiva disposizione (art. 16, d.lg. 11 maggio 1999, n. 135) che in riferimento ai soggetti pubblici ha individuato come di “rilevante interesse pubblico“, i trattamenti di dati sensibili “necessari per far valere il diritto di difesa in sede amministrativa o giudiziaria, anche da parte di un terzo” -lett. b)- e quelli “effettuati in conformità alle leggi e ai regolamenti per l’applicazione della disciplina sull’accesso ai documenti amministrativi” -lett. c)-.
Il medesimo articolo 16, nel comma 2, ha anche introdotto un’ulteriore garanzia riferita unicamente ai dati riguardanti lo stato di salute o la vita sessuale, precisando che il trattamento di tali dati da parte del soggetto pubblico è consentito solo se “il diritto da far valere o difendere … è di rango almeno pari a quello dell’interessato“.
La c.d. questione del “pari rango” interessa poi anche la comunicazione a terzi, da parte di un soggetto privato, di singoli dati personali sulla salute e la vita sessuale (es.: casa di cura privata: art. 22, comma 4, lett. c), legge n. 675/1996; art. art. 26, comma 4, lett. c) del Codice).
Le disposizioni da ultimo indicate hanno posto l’interrogativo sul comportamento che deve tenere il soggetto pubblico o privato (in caso di richiesta di un terzo di conoscere dati sulla salute o la vita sessuale, oppure di accedere a documenti che li contengono), in particolare nello stabilire se il diritto dedotto dal richiedente vada considerato “di pari rango” rispetto a quello della persona cui si riferiscono i dati.
Il destinatario della richiesta, nel valutare il “rango” del diritto di un terzo che può giustificare l’accesso o la comunicazione, deve utilizzare come parametro di raffronto non il “diritto di azione e difesa” che pure è costituzionalmente garantito (e che merita in generale protezione a prescindere dall’”importanza” del diritto sostanziale che si vuole difendere), quanto questo diritto sottostante che il terzo intende far valere sulla base del materiale documentale che chiede di conoscere.
Ciò chiarito, tale sottostante diritto, come già constatato dall’Autorità (v. ad es. l’autorizzazione n. 6/2002, al punto 1, lett. a)) e come ora espressamente precisato dal Codice, può essere ritenuto di “pari rango” rispetto a quello dell’interessato -giustificando quindi l’accesso o la comunicazione di dati che l’interessato stesso intende spesso mantenere altrimenti riservati- solo se fa parte della categoria dei diritti della personalità o è compreso tra altri diritti o libertà fondamentali ed inviolabili: v. gli artt. 71, 92 comma 2 e 60 del Codice.
In particolare, la norma da ultimo citata prevede espressamente che “quando il trattamento concerne dati idonei a rivelare lo stato di salute o la vita sessuale, il trattamento è consentito se la situazione giuridicamente rilevante che si intende tutelare con la richiesta di accesso ai documenti amministrativi è di rango almeno pari ai diritti dell’interessato, ovvero consiste in un diritto della personalità o in un altro diritto o libertà fondamentale e inviolabile”.
Il riferimento normativo ai diritti della personalità e ad altri diritti e libertà fondamentali è collegato ad un “elenco aperto” di posizioni soggettive individuabile in chiave storico-evolutiva, e presuppone una valutazione in concreto, in modo da evitare per le amministrazioni, gli altri destinatari delle richieste e per il giudice stesso in caso di impugnazione, “il rischio di soluzioni precostituite poggianti su una astratta scala gerarchica dei diritti in contesa” (cfr. Cons. Stato, Sez. VI n. 1882/2001 e 2542/2002).
Principio di “necessità” e pertinenza e non eccedenza dei dati
La valutazione sull’istanza di accesso o di comunicazione non deve essere circoscritta al raffronto fra i diritti coinvolti, ma deve basarsi anche sull’ulteriore verifica volta ad appurare -anche ai fini dell’accoglimento solo parziale dell’istanza- se i dati o tutti i dati personali idonei a rivelare lo stato di salute o la vita sessuale oggetto di richiesta siano effettivamente “necessari” al fine di far valere o difendere gli equivalenti diritti in sede contenziosa (cfr., art. 16, comma 1, lett. b) d. lg. 135/1999; Cons. Stato Sez. VI n. 2542/2002, cit. e TAR Emilia Romagna-Bologna n. 1207/2001).
Alle ricordate limitazioni connesse alla pari ordinazione di alcuni diritti coinvolti e all’effettiva “necessità” dei dati ai fini dell’azione o della difesa, va aggiunto il rispetto dei princìpi di pertinenza e non eccedenza nel trattamento, sanciti dall’art. 9 della legge n. 675, ribaditi per i soggetti pubblici dagli artt. 3-4 del d.lg. n. 135/1999 e, ora, dall’art. 22 del Codice.
A conclusioni analoghe a quelle sopra indicate in tema di “pari rango” deve pervenirsi per il caso in cui la richiesta di accesso o di comunicazione di dati sia formulata dal difensore ai sensi della disciplina sulle investigazioni difensive introdotta dalla legge n. 397/2000 e, in particolare, dell’art. 391-quater del codice di procedura penale. Ciò è confermato espressamente dall’art. 71 del Codice, che ha introdotto questo chiarimento il quale opera a prescindere dalla qualificazione che si intenda assegnare sul piano sistematico alla facoltà prevista da tale art. 391-quater, riguardato alla luce del generale diritto di accesso a documenti detenuti dalle pubbliche amministrazioni.
eprivacr	2017-05-21T13:27:38+00:00	9 luglio 2003|Dati salute e altri sensibili, Provvedimenti generali|