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Timestamp: 2020-04-04 14:35:31+00:00
Document Index: 18029645

Matched Legal Cases: ['art 19', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 19', 'sentenza ', 'art. 19']

D. Lgs. 231/2001 – Sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente. - DCP - Developement Compliance Partners s.r.l.DCP – Developement Compliance Partners s.r.l.
D. Lgs. 231/2001 – Sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente.
E’ possibile applicare il rimedio del sequestro finalizzato alla confisca per equivalente nel caso in cui il legale rappresentante non assolva gli adempimenti tributari ?
Nell’ambito del procedimento a carico del legale rappresentate di una società che ometteva il versamento dell’IVA relativamente ai periodi di imposta 2009-2010, la Corte di Cassazione rimetteva al collegio la seguente questione: è “possibile o meno aggredire direttamente i beni di una persona giuridica per le violazioni tributarie commesse dal legale rappresentante della stessa”?
La rimessione al Collegio è dovuta al netto contrasto giurisprudenziale sulla configurabilità del sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente sui beni di un Ente in ipotesi di reati fiscali commessi dal legale rappresentante. In effetti l’art 19, secondo comma, del D.Lgs. 231/2001 contempla tra le sanzioni di cui è possibile destinatario l’ente il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente ma l’art. 5 del predetto decreto pone il principio di responsabilità dell’ente nell’ipotesi di commissione di reati nel suo ”interesse” o “vantaggio”. In effetti sul punto le Corti si sono espresse in maniera antitetica:
Da una parte vi sono state pronunce che hanno sostenuto l’applicabilità della suddetta misura sanzionatoria, e ciò sulla base del seguente assunto: se è vero che il reato tributario in quanto tale sia addebitabile all’indagato, è vero anche che l’ente non può considerarsi “terzo estraneo” in quanto partecipa all’utilizzazione degli incrementi economici che ne sono derivati (Sez. III, n. 28731, 19 luglio 2011 e Sez. III, n. 26389, 6 luglio 2011). Inoltre si è affermato che qualora si tratti di società, si può procedere alla confisca diretta dei beni costituenti profitto del reato anche prescindendo dalla previsione di responsabilità amministrativa per il reato medesimo (Sez. III, n. 38740, 4 ottobre 2012).
Tuttavia vi sono state decisioni di senso opposto, le quali hanno statuito l’impossibilità di applicare il sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente sui beni dell’ente qualora si proceda per reati finanziari posti in essere dal legale rappresentante della società. Le ragioni di queste decisioni si basano principalmente nell’assenza dei reati fiscali quali reati presupposto per l’applicazione delle sanzioni in ambito di 231/2001 (a meno che la struttura aziendale sia un vero e proprio apparato fittizio utilizzato per commettere gli illeciti).
Alla luce di quanto sopra, e vista la difficoltà di superare il contrasto giurisprudenziale, la Suprema Corte, investita della questione, nella Informazione Provvisoria n.1 (depositata il 30.01.2014) ha specificato che “è consentito nei confronti di una persona giuridica il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di denaro o di altri beni fungibili o di beni comunque riconducibili al profitto del reato, mentre non è consentito il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente nei confronti di ulteriori beni della persona giuridica”.
Attendiamo le motivazioni della sentenza per fare maggiore chiarezza sull’interpretazione corretta.
Sequestro preventivo funzionale alla confisca per equivalente: il concetto di profitto del reato…
Nell’ambito del “Caso Ilva” il Tribunale del riesame di Taranto aveva confermato il decreto di sequestro preventivo funzionale alla concorrenza della complessiva somma di 8 miliardi di euro con riguardo ai beni nella disponibilità della società, in quanto riteneva configurabile i reati previsti dall’art. 24 ter, comma 2, D.Lgs. 231/2001 in quanto i soggetti apicali, omettendo di attuare le misure di sicurezza, prevenzione e protezione ambientale, cagionavano danni ambientali agendo nell’interesse e a vantaggio della società stessa.
Avverso l’ordinanza del Tribunale, veniva promosso ricorso in Cassazione. La Suprema Corte, con sentenza 3635 depositata il 24.01.14, ha sottolineato che “l’istituto della confisca disciplinato nell’art. 19 del D.Lgs. 231/2001 trova un suo fondamentale presupposto nella sentenza di condanna per uno dei reati ivi tassativamente previsti, dalla cui commissione sia derivata l’acquisizione di un profitto illecito per la società…”.
“Per profitto”, continua la Corte, bisogna intendere il “complesso dei vantaggi economici tratti dall’illecito e a questo strettamente pertinenti, quale sua conseguenza economica immediata”, nel senso che il profitto deve essere causalmente e temporalmente connesso al compimento del reato.
Nel caso concreto si riconduceva la richiesta del rimedio ex art. 19 D.Lgs. 231/2001 sulla base dell’individuazione del profitto del reato nel “risparmio di spesa” ottenuto dalla Società per non aver posto in essere tutte le misure idonee alla protezione ambientale ma la Corte ha espresso chiaramente che ciò non è sufficiente. Pertanto è possibile configurare un profitto assoggettabile a sequestro finalizzato a confisca solo qualora si verifichi “uno spostamento reale di risorse economiche, ossia una visibile modificazione positiva del patrimonio dell’ente”. Pertanto vi deve essere un incremento patrimoniale della società che sia la diretta ed immediata conseguenza dei reati presupposto anche perché non si può prescindere dal principio di tassatività delle sanzioni ex artt. 2 e 9 D.Lgs.231/2001.
La Suprema Corte conclude dicendo che, sebbene sia accertato che l’attività imputabile all’ente abbia arrecato un danno ingiusto a terzi, “non è possibile dedurne automaticamente il conseguimento di un profitto illecito come tale sottoponibile a vincolo reale, ma deve ritenersi essenziale, di contro, una verifica puntualmente orientata a stabilire se quel danno si sia concretato in un vantaggio patrimoniale oggettivamente riconoscibile perché direttamente scaturente dalla commissione del reato-presupposto”. Pertanto, nella fattispecie in esame la Corte, escludendo l’esistenza dei presupposti della confiscabilità del profitto, ha disposto l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza impugnata.
PDF 1 > Giurisprudenza recente in tema di D.Lgs. 231_2001