Source: https://www.diritto.it/gli-imputati-sono-sottoposti-ad-un-trattamento-penitenziario-analogo-a-quello-riservato-ai-condannati/
Timestamp: 2019-08-20 07:31:56+00:00
Document Index: 138045837

Matched Legal Cases: ['art. 37', 'art. 18', 'art. 37', 'art. 18', 'art. 18', 'art. 1', 'art. 15', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 69', 'art. 1', 'art. 3']

Gli imputati sono sottoposti ad un trattamento penitenziario analogo a quello riservato ai condannati
Secondo gli Ermellini, infatti, si deve tener conto, ai fini dell’applicazione del d.p.r. n. 230/2000, non solo di chi è condannato definitivamente, ma anche di colui che si trova in custodia cautelare in attesa di giudizio.
Infatti, come è noto, questa norma giuridica prevede che il “direttore dell’istituto, con provvedimento motivato da trasmettere in copia al Ministero, può ammettere gli imputati, che abbiano tenuto regolare condotta, ed i condannati e gli internati, che, oltre ad avere tenuto regolare condotta, abbiano collaborato attivamente all’osservazione scientifica della personalità ed al trattamento rieducativo attuati nei loro confronti, alla fruizione di ulteriori due colloqui mensili, nonchè di due telefonate mensili al di là dei limiti stabiliti dal secondo comma dell’art. 37, da concedere dalle autorità competenti ai sensi dell’ottavo comma dell’art. 18 della legge ed ai sensi del primo comma del presente articolo e del primo comma dell’art. 37″ ”.
La Cassazione, dunque, alla luce di tali valutazioni, ha affermato l’illegittimità dell’ordinanza impugnata atteso che, nel caso di specie, la riduzione operata dei colloqui telefonici, in quanto facente parte del trattamento penitenziario, aveva inciso “in maniera peggiorativa sullo stesso trattamento”[2].
1)l’art. 18 o.p. il quale prevede che, fermo restando quanto previsto dall’art. 18 bis, anche gli imputati possono avere permessi di colloquio e effettuare conversazioni telefoniche;
In effetti, già in precedenti pronunce, seppur risalenti nel tempo, la Cassazione ha rilevato che anche gli imputati in stato di custodia cautelare sono “soggetti ad una forma di “trattamento” (art. 1 comma 5 della l. n. 354/75) e destinatari di norme quali, ad esempio, quelle in materia di colloqui, di corrispondenza, di remunerazione, di peculio, di permessi per gravi eventi familiari”[3] e quindi, anch’essi possono essere ammessi, a loro richiesta, “ai sensi dell’art. 15 comma 3, della stessa legge, a partecipare ad attività anche di carattere espressamente definito come “educativo” ”[4].
Da ciò ne dovrebbe discendere una palese violazione dell’art. 3 Cost. posto che tale norma giuridica é violata ogniqualvolta vi siano “arbitrarie distinzioni normative tra situazioni omologhe”[6].
La Corte EDU ha stabilito a tal proposito, che la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e, segnatamente, l’art. 3, CEDU, “impone allo Stato di accertarsi che ogni persona reclusa sia detenuta in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione del provvedimento non provochino all’interessato uno sconforto e un malessere di intensità tale da eccedere l’inevitabile livello di sofferenza legato alla detenzione e che, tenuto conto delle necessità pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati in modo adeguato, in particolare attraverso la somministrazione delle necessarie cure mediche”[7].
Dunque, va da sé che secondo la giurisprudenza comunitaria, i diritti fondamentali devono essere garantiti in sede carceraria a chiunque sia ristretto dato che il diritto sancito dall’art. 3 di non essere sottoposto a tortura o a pene o trattamenti inumani o degradanti, non solo “consacra uno dei valori fondamentali delle società democratiche”[8] ma costituisce, altresì, “un diritto assoluto che non subisce alcuna deroga in nessuna circostanza”[9].
Infatti, “secondo l’orientamento giurisprudenziale adottato dalla Corte europea, il campo di applicazione del divieto di tortura e trattamenti disumani e degradanti si estende a qualsiasi forma e titolo di restrizione della libertà (esecuzione di pena, misura di sicurezza, di prevenzione, cautelare, fermi e arresti di polizia, ecc.)”[10].
Difatti, il d.p.r., 5/06/12, n. 136 (pubblicato sulla g.u. il 14/08/12) nello statuire, novellando l’art. 69, co. II, del d.p.r., n. 230/00, che, all’ “atto dell’ingresso, a ciascun detenuto o internato e’ consegnata la carta dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati, contenente l’indicazione dei diritti e dei doveri dei detenuti e degli internati, delle strutture e dei servizi ad essi riservati”, evidenzia per l’appunto come il trattamento carcerario da riservare alla persona ristretta debba essere lo stesso.
Ciò emerge confrontando “la formula legislativa « salvo giustificati motivi » relativa agli imputati (articolo 15, comma 3, O.P.) con la corrispondente « salvo casi di impossibilità » relativa ai condannati e agli internati (articolo 15, comma 2, O.P.)”[14] in cui “si evince come il dovere gravante in capo all’amministrazione penitenziaria di attivarsi mediante l’offerta di adeguati posti di lavoro, venga configurato in maniera più intensa riguardo agli internati e ai condannati rispetto a quanto lo sia nei confronti degli imputati”[15].
Infatti, il trattamento riservato al condannato – fermo restando le peculiarità proprie di chi sta scontando una pena – deve essere comunque lo stesso serbato all’imputato in stato di custodia cautelare in carcere, sia alla luce di quanto richiesto dalla nostra Legge Fondamentale, che in virtù di quanto previsto dalla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
[2] Anna Teresa Paciotti, “Nessuna discriminazione”, http://www.studiolegalelaw.net/consulenza-legale/43412.
[4] Cass. pen., sez. I, 23/05/94, Cass. pen. 1995, 2690 (s.m.), Mass. pen. cass. 1994, fasc. 9, 95; in senso conforme Cass. pen., sez. I, 16/04/86, Cass. pen. 1987, 1459 (s.m.), Giust. pen. 1987, III,248 (s.m.), Giust. pen. 1987, III,608: “a mente dell’art. 1 comma 4 citato d.P.R. è prevista anche per essi (ovvero gli imputati ndr.) una forma di trattamento”.
[6] Relazione sulla Giurisprudenza costituzionale del 2008; Parte II, Profili sostanziali; Capitolo I, Principi fondamentali; par. 1, I principi di eguaglianza e di ragionevolezza (tratto da: http://www.cortecostituzionale.it/ActionPagina_1090.do).
[7] Corte europea dir. uomo sez. grande chambre, 26/10/00, n. 30210, Kudla C. Polonia. In senso conforme: Corte europea dir. uomo sez. grande chambre, 8/07/04, n. 48787, Ilascu e altro C. Moldova e Russia: “L’art. 3 della Convenzione impone allo Stato di accertarsi che ogni persona reclusa sia detenuta in condizioni che siano compatibili con il rispetto della dignità umana, che le modalità di esecuzione della misura non provochino nell’interessato uno sconforto o un malessere di intensità tale da eccedere l’inevitabile livello di sofferenza inerente alla detenzione e che, tenuto conto delle necessità pratiche della reclusione, la salute e il benessere del detenuto siano assicurati in maniera adeguata”.
[10] Canepa – Merlo, Manuale di diritto penitenziario, Giuffrè, 2004, p. 39.