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Timestamp: 2020-07-12 19:31:57+00:00
Document Index: 111702552

Matched Legal Cases: ['art. 29', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 6']

10 settembre 2007 Salvatore Nuzzo. Adozione nazionale e internazionale: normativa, soggetti coinvolti, procedure, differenze, criticità
Premessa L’adozione è un istituto giuridico che si configura nel quadro dell’attuazione delle politiche di accoglienza dei minori, un’accoglienza che possiamo definire totale e definitiva. Ai sensi della L. 184/1983, modificata dalla L. 149/2001, l’istituto dell’adozione può essere adottato solo in via sussidiaria, cioè quando sia stata accertata l’impossibilità di assicurare il diritto del minore a crescere e ad essere educato nell’ambito della propria famiglia.
Il vero significato dell’adozione sta nell’affermare il diritto alla famiglia per ogni bambino, testimoniando che non sono il concepimento e la procreazione a stabilire una volta per tutte il rapporto genitore-figlio ma il vivere insieme nella reciproca e quotidiana disponibilità. La priorità è quella di dare una famiglia a un bambino, non il contrario, perché «gli adulti possono anche restare senza figli, mentre i bambini dovrebbero sempre avere una famiglia in cui crescere» (Del Bo, Meazza, 2001).
Per questo le motivazioni che inducono o determinano la famiglia all’accoglienza adottiva devono fondarsi non su un bisogno degli aspiranti genitori adottivi, ma su una loro disponibilità e apertura verso l’altro, e cioè verso un minore in stato di abbandono (art. 29 bis della legge 184/1983).
Come ha sostenuto Luigi Fadiga, nella Conferenza Nazionale della famiglia, tenutasi a Firenze dal 24 al 27 maggio 2007, la famiglia accogliente, nell’adozione dei minori, è «una risorsa per mezzo della quale si risponde al bisogno/diritto del minore a una famiglia, e non viceversa. In altre parole, mentre gli aspiranti genitori adottivi non hanno un diritto ad ottenere un bambino in adozione (cfr. Corte costituzionale, 6.6.2001, n. 192), il bambino in stato di abbandono ha un diritto soggettivo perfetto ad avere una nuova famiglia».
La Normativa E’ la legge n. 431/1967 a introdurre in Italia una nuova forma di genitorialità fondata sull’affetto e non sui legami di sangue. Ma la normativa di riferimento per le adozioni nazionali e internazionali è la
Legge 4 maggio 1983, n. 184 - “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori” (G.U. 17 maggio 1983, Supplemento Ordinario N. 184), che pone al centro dell’interesse generale il bambino e il suo diritto ad avere una famiglia, con la conseguenza che la coppia che si dichiara disponibile ad adottare dovrà riconoscere il prevalente interesse del bambino, titolare di diritti e portatore di bisogni specifici collegati con la sua situazione psicologica e con la sua storia. L’art. 1 della legge recita: «Il minore ha diritto di crescere ed essere educato nell’ambito della propria famiglia».
Se la famiglia è “il luogo per eccellenza dell’affettività, dell’amore, della reciproca attenzione” (Saraceno, 1975), la sede naturale dove si svolgono le funzioni di cura e di educazione, è solo quando non vi siano le condizioni per un pieno sviluppo del minore in seno alla sua famiglia d’origine che la legge prende in considerazione soluzioni diverse, ossia l’affidamento e l’adozione (art. 4).
La legge 184/1983 definisce, pertanto, la differenza tra l’affidamento familiare, l’adozione nazionale e quella internazionale, l’adozione speciale, fissando le procedure per l’adozione nazionale e, per la prima volta, anche per quella internazionale, stabilendo pure i limiti della differenza di età tra la coppia adottiva e il bambino adottato, che non può superare i quaranta anni.
La Legge 31 dicembre 1998, n. 476 - “Ratifica ed esecuzione della Convenzione per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale, fatta a l’Aja il 29 maggio 1993.
Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, in tema di adozione di minori stranieri” (G.U. 12 gennaio 1999, N. 8) riscrive e sostituisce tutto il capitolo della legge 184/1983 relativo all’adozione internazionale, introducendo l’obbligo per la coppia di rivolgersi a un Ente autorizzato.
La Convenzione dell’Aja ha come scopo principale quello di stabilire garanzie affinché le adozioni internazionali si svolgano nel superiore interesse del minore e nel rispetto dei diritti fondamentali che gli sono riconosciuti dal diritto internazionale, instaurando un sistema di cooperazione fra gli Stati contraenti al fine di assicurare il rispetto di queste garanzie nonché prevenire il fenomeno della sottrazione e della vendita di minori.
La legge 476/1998 stabilisce che i Servizi sociali devono preparare e informare i coniugi oltre che valutarli; inoltre abbrevia i tempi per l’espletamento dello studio psicosociale della coppia fissandoli in 4 mesi e prevede sanzioni penali per chiunque svolga pratiche per l’adozione internazionale senza autorizzazione. I principi fondamentali della legge sono:
- il “superiore interesse del minore”, che serve da criterio direttivo per risolvere qualsiasi questione;
- il principio di sussidiarietà o residualità, per il quale il minore non può essere avviato all’adozione se lo Stato d’origine non ha prima cercato, senza successo, un idoneo affidamento al proprio interno: si riafferma in tal modo il legame del minore con lo Stato nazionale e l’esercizio della sovranità di quest’ultimo nella scelta di come provvedere ad assisterlo, riconoscendogli il diritto a conservare, se non proprio la sua famiglia, almeno la propria identità culturale, la lingua, la conoscenza dei luoghi che gli sono familiari;
- la cooperazione e competenza esclusiva delle Autorità centrali istituite presso gli Stati membri, rigettando definitivamente il sistema del fai da te; nel caso dell’Italia, l’autorità centrale è la Commissione per le Adozioni internazionali, istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri.
La Legge 28 marzo 2001, n. 149 - “Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante «Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori», nonché al Titolo VIII del libro primo del Codice Civile” (G.U. 26 aprile 2001, N. 96) modifica le parti relative all’adozione nazionale e alcune norme generali e:
- introduce la possibilità di adottare per le coppie non ancora sposate che convivono stabilmente da oltre tre anni;
- amplia a 45 anni la differenza di età tra i coniugi e il minore adottato;
- stabilisce la procedura in base alla quale la persona adottata può chiedere di conoscere la propria storia precedente l’adozione;
- prevede la chiusura degli istituti tradizionali entro il 31 dicembre 2006.
Soprattutto cambia il titolo della legge che non è più “Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori”, ma «Diritto del minore a una famiglia», sottolineando così la centralità del bambino e la prospettiva unitaria con cui vengono proposti i molteplici interventi normativi in suo favore, dal sostegno alla famiglia biologica all’affidamento familiare, fino all’adozione nazionale e internazionale.
Viene ribadita l’importanza della preparazione come strumento orientato a supportare la coppia e il nucleo familiare nelle diverse fasi dello sviluppo della genitorialità, intesa come capacità di prendersi cura e di saper rispondere in maniera adeguata ai bisogni e ai problemi quando si manifestano.
Non solo per la complessità della normativa (che prevede l’affidamento eterofamiliare per il minore “temporaneamente privo di un ambiente familiare idoneo”, l’affidamento preadottivo, l’adozione nazionale e quella internazionale, il rischio giuridico, l’adozione mite, l’adozione a distanza e altri casi particolari) l’adozione può non apparire alla coppia come un’impresa semplice poiché dovrà superare la valutazione dei Servizi, affrontare tempi lunghi e - nell’adozione internazionale - sostenere costi impegnativi. Per questo non serve l’improvvisazione né la superficialità né la semplice emotività di fronte ad un bambino sfortunato, ma è assolutamente indispensabile la preparazione alla genitorialità come capacità di esercitare la funzione educativa attraverso gli affetti, la disponibilità e l’impegno.
I coniugi dovranno soprattutto lasciarsi cambiare dentro e rendersi disponibili ad un processo di formazione permanente, dovranno maturare «la consapevolezza che il figlio adottato non è il sostituito di quello non-nato da loro, ma è loro figlio a tutti gli effetti e dimostrare di aver pienamente compreso che il reale valore e significato della genitorialità e della filiazione scaturisce dai legami affettivi, reciprocamente formativi, che si creano fra genitori e figli, e non derivano automaticamente ed esclusivamente dalla trasmissione dei dati biologici (cioè dalla procreazione)» (Tonizzo e Micucci, 2003).
I protagonisti dell’adozione sono: la coppia adottante, il bambino adottabile, il Tribunale per i Minorenni, i Servizi del territorio, gli Enti autorizzati, la Commissione per le Adozioni Internazionali.
a) La coppia adottante
La coppia che intende adottare presenta al Tribunale per i minorenni non più una domanda di adozione bensì una dichiarazione di disponibilità, corredata dalla documentazione richiesta. Il cambiamento dei termini sottolinea un messaggio di grande rilevanza etica: la coppia non “chiede” più un bambino, ma si dichiara disposta ad “accogliere” un bambino, perché adottare non è il diritto di un adulto, ma la messa a disposizione, da parte di adulti, delle proprie risorse affinché il diritto alla famiglia di un bambino abbandonato possa essere soddisfatto.
Questo passaggio dal desiderio di “avere” un bambino al desiderio di “accogliere” un bambino può essere spiegato col fatto che «occorre superare il comune concetto dell’adozione come una soluzione per colmare vuoti o bisogni personali o di coppia. L’adozione deve essere un atto di accoglienza di un bambino abbandonato e bisognoso di figure di riferimento che possano prendersi finalmente cura di lui, accettandolo completamente, con la sua storia pregressa, nella consapevolezza di essere quelli che dovranno aiutarlo a ricucirla con il suo presente» (Commissione per le Adozioni Internazionali, 2004).
L’affascinante compito dei genitori adottivi è di far sentire al bambino che il “punto d’incontro” è la storia che sta per cominciare insieme, che va a saldare le storie vissute prima: da loro stessi e dal bambino. Nella famiglia il minore adottato deve ritrovare il senso di protezione, necessario per ricostruire le proprie certezze, per fortificarsi e poi «volare fuori dal nido» (D’Andrea, 2000).
Prima ancora ha bisogno «di essere accolto da qualcuno che lo ritiene tanto importante da fargli spazio nella sua vita, da condividere con lui il suo stare al mondo, di preoccuparsi per lui, pensare ai suoi problemi, al suo futuro» (Cattabeni, 1989).
I requisiti richiesti alla coppia per adottare sono identici sia per l’adozione nazionale che per quella internazionale. La normativa stabilisce che si debba essere sposati da almeno 3 anni o che, essendo già coniugati ma da meno tempo, si possa dimostrare al Tribunale per i minorenni di aver regolarmente convissuto per almeno tre anni. In entrambi i casi, non deve esserci stata alcuna separazione nemmeno di fatto.
Così recita infatti l’art. 6 della legge 184/83, come modificata dalla legge 149/2001: “L’adozione è permessa ai coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, o che raggiungano tale periodo sommando alla durata del matrimonio il periodo di convivenza prematrimoniale, e tra i quali non sussista separazione personale neppure di fatto e che siano idonei ad educare, istruire ed in grado di mantenere i minori che intendano adottare”.
La differenza di età tra i coniugi e il minore adottivo non deve essere inferiore a 18 anni e non deve essere superiore a 45 anni per uno dei due coniugi e a 55 anni per l’altro. Possono esservi delle deroghe solo in casi speciali, ovvero se:
- la mancata adozione, secondo il giudizio del Tribunale, provocherebbe grave danno al minore;
- il limite massimo d’età è superato da uno solo dei due coniugi per non più di 10 anni;
- i coniugi sono genitori biologici o adottivi di bambini ancora in età minore;
- se l’adozione riguarda un fratello o una sorella di un minore già adottato dai coniugi.
I limiti di età introdotti dalla legge hanno lo scopo di garantire al bambino adottato due genitori idonei ad allevarlo e seguirlo fino all’età adulta, in una condizione analoga a quella di una genitorialità naturale. Questo dice la legge italiana, ma poiché l’abbinamento con il bambino adottabile è deciso dall’Autorità straniera, i limiti che il nostro legislatore ha spostato molto in avanti, per permettere anche a coppie non giovani di adottare, hanno poca efficacia nella realtà perché la maggior parte dei Paesi stranieri privilegia le coppie giovani. A meno che il bambino non sia grandicello.
Per adottare, i coniugi inoltre devono essere “idonei ad educare, istruire ed in grado di mantenere i minori che intendano adottare” (L. 184/83, art. 6). Ciò viene verificato attraverso l’indagine psicosociale dei Servizi socioassistenziali degli Enti locali, anche in collaborazione con i Servizi delle Aziende Sanitarie Locali e gli altri strumenti di cui il Giudice vorrà eventualmente avvalersi (es. Consulenza Tecnica d’Ufficio).
Il concetto di idoneità ad educare va inteso come l’esito di un processo di maturazione delle motivazioni e dei problemi dell’adozione, come la capacità di saper affrontare i problemi specifici che l’adozione comporta. Non può essere disgiunto perciò dall’informazione, formazione e preparazione of ferte alla coppia sulle tematiche e problematiche adottive.
Nell’idoneità a “educare, istruire e mantenere i minori” sono sottintese le due capacità di base senza le quali è davvero difficile che si possa instaurare una relazione positiva con un bambino, quelle capacità che Donald e Jureidini (2004) considerano come le radici delle capacità genitoriali, ovvero le capacità empatiche e comunicative e la disponibilità a mettere al primo posto i bisogni del bambino, che non possono non fondarsi su una adeguata e consolidata relazione di coppia.
Specialmente nell’adozione internazionale, la coppia deve presentare un buon equilibrio fra le caratteristiche di stabilità e flessibilità; di flessibilità, in particolare, perché la flessibilità è indice di apertura verso la vita, verso ciò che è nuovo ed estraneo. Inoltre deve essere una coppia in grado di affrontare imprevisti e difficoltà di ogni genere nel paese straniero: viaggi lunghi, frustrazioni per l’impossibilità di comunicare direttamente con le persone a causa delle diversità linguistiche, ritardi,
rinvii, ordini, contrordini, intralci burocratici, il sentirsi pedine su uno scacchiere le cui mosse avvengono con regole non conoscibili e non sempre facilmente prevedibili.
Va precisato che in Italia non è consentita l’Adozione Internazionale ad un single in quanto il nostro Paese non ha recepito per intero la Convenzione dell’Aja del 1993 che, all’art. 2, Titolo 1, così recita:
“La presente Convenzione si applica nel caso in cui un bambino che risieda abitualmente in uno Stato contraente (“lo Stato di Origine”) sia stato trasferito, ovvero stia per essere trasferito o debba essere
trasferito in un altro Stato Contraente (“lo Stato Ricevente”) dopo essere stato adottato nel proprio Stato di Origine da due coniugi o da una persona che risiedano abitualmente nello Stato Ricevente”.
Chi può adottare, dunque, ai sensi dell’art. 6 della L. 149/01?
• coniugi uniti in matrimonio da almeno tre anni, tra i quali non sussista o non sia avvenuta - negli ultimi tre anni - separazione personale neppure di fatto;
• coniugi che abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni;
• i coniugi devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che
intendono adottare;
• l’età degli adottanti deve superare di almeno 18 e di non più di 45 anni l’età dell’adottando;
• non è preclusa l’adozione quando il limite massimo di età degli adottanti sia superato da uno solo di essi in misura non superiore a dieci anni, ovvero quando essi siano genitori di figli naturali o
adotttivi dei quali almeno uno sia in età minore, ovvero quando l’adozione riguardi un fratello o una sorella del minore già dagli stessi adottato.
b) Il bambino adottabile
Prima che una qualsiasi adozione inizi è necessario che il bambino sia dichiarato adottabile. Un minore viene dichiarato dal Tribunale per i Minorenni in stato di adottabilità quando:
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