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Timestamp: 2016-12-09 19:17:30+00:00
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Processo a Pirate Bay - BrunoSaetta.it
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Per condividere un file, infatti, si crea un torrent e lo si pubblica su Pirate Bay o su altri siti che svolgono lo stesso servizio di indicizzazione. Chi cerca quel file può usare Pirate Bay, oppure un qualsiasi altro motore di ricerca (compreso Google) e trova il torrent, che contiene le informazioni per scaricare il file condiviso dal computer dell’utente che ha pubblicato il torrent. Si comprende subito che Pirate Bay non pubblica alcun file sul suo sito, ma solo i torrent, cioè indici oppure link a file. E anche tali torrent sono pubblicati esclusivamente dagli utenti, non certo dai gestori del sito svedese. In conclusione The Pirate Bay è una sorta di motore di ricerca specializzato in file torrent, che indicizza milioni di file, tra cui brani musicali di artisti sconosciuti e rifiutati dalle major della musica, artisti i quali, non avendo altro modo di farsi conoscere, mettono legalmente la loro musica in rete, condividendola. Inoltre, tra i file indicizzati ci sono anche documentari che riportano i fatti del mondo senza alcuna censura, documentari che non vengono trasmessi dai media tradizionali, e contenuti che hanno scarsa appetibilità per il mercato, quindi di fatto introvabili. Nella marea di file indicizzati ci sono, però, anche file illegali, cioè brani musicali o file di altro tipo coperti da copyright. I reati contestati a Pirate Bay sono proprio relativi alla violazione del diritto d’autore.
Già in Italia Pirate Bay ha avuto un sequestro per motivi analoghi, anche se a seguito di ricorso i legali del sito svedese hanno ottenuto il dissequestro. Nel processo tenutosi in Svezia, invece, si è giunti alla condanna dei gestori del sito. Il processo in Svezia è iniziato nel febbraio del 2009 ed è giunto a conclusione il 17 aprile 2009. Peter Sunde, Fredrik Neij e Gottfrid Svartholm, gestori del sito, e Carl Lundström, imprenditore che fornisce hosting a Pirate Bay, sono stati dichiarati colpevoli, e condannati a scontare un anno di prigione e pagare 30 milioni di corone svedesi (2,7 milioni di euro). Tutti gli accusati hanno comunque fatto ricorso in appello.
Secondo la sentenza Pirate Bay forniva agli utenti della rete file illeciti sapendo bene che gli utenti usavano il sito proprio come snodo per la diffusione di quei file, e il tutto con intenti commerciali. Il processo si è presentato fin dall’inizio come un processo mediatico, addirittura era stato allestito da Pirate Bay un sito per presentare i progressi del procedimento. Molti donatori, disposti a sostenere la causa di una più libera circolazione dei contenuti, hanno consentito una copertura dell’evento. Fin dal primo momento Peter Sunde, amministratore di Pirate Bay, si è rivolto direttamente agli utenti, dal suo blog, con l’intento di perorare la sua causa. A fronte di una accusa chiara, portata avanti dalle associazioni del settore, MPAA, RIAA, IFPI, la difesa della Baia è altrettanto chiara e semplice: Pirate Bay non viola in alcun modo il diritto d’autore, in quanto è solo un motore di ricerca. I gestori del sito ne approfittano anche per criticare le cifre sulla pirateria online, citando i numeri offerti dalle major e sostenendo che sono ampiamente gonfiati. Sotto questo profilo la stessa MPAA, l’associazione degli studios di Hollywood, ammise nel 2008 che i loro numeri sulla pirateria online nei campus universitari erano falsi, ottenuti manipolando una ricerca al fine di propagandare la lotta alla pirateria digitale. La MPAA nel 2008 ammise che per un errore umano si era sovrastimato il danno della pirateria nei campus dal 15% fino al 44%. Peccato che ci sono voluti 2 anni per accorgersi dell’errore e nel frattempo quei dati sono stati lo strumento di pressione per ottenere varie leggi di favore. All’accusa di sfruttamento commerciale delle opere protette altrui, i gestori del sito rispondono in maniera chiara che gli introiti pubblicitari servono a pagare le spese di hosting, lo spazio web, la connessione, e così via. Alla fine, pagati i conti, in tasca ai gestori non rimane nulla o quasi. Il punto nodale è dato dalle modalità di funzionamento del sito e del protocollo di scambio basato sui file torrent. Nel processo i gestori di Pirate Bay hanno asserito che i torrent non violano il diritto d’autore, perché non contengono altro che un link, e che non necessariamente puntano ad un tracker. Inoltre non è detto che puntino al tracker di Pirate Bay. Di questo l’accusa non era a conoscenza, per cui una parte delle accuse sono cadute nelle prime fasi del processo. In sostanza cade l’accusa di complicità nella produzione di materiale illegale (cioè di violazione del copyright), rimanendo in piedi solo l’accusa di produzione dei file torrent, cioè di rendere disponibili (making available) tramite link il materiale illecito. La difesa si è quindi appellata alla direttiva 2000/31/CE sul commercio elettronico che prevede la non responsabilità dei fornitori di un servizio di trasmissione di informazioni, a condizione che il fornitore non dia origine alla trasmissione, non selezioni il destinatario e non selezioni le informazioni trasmesse, e non le modifichi. In sostanza Pirate Bay è all’oscuro del contenuto dei file che gli utenti si scambiano attraverso, ma non solo, i suoi server.Il giudice invece ha ritenuto che i gestori fossero consapevoli del contenuto delle singole transazione tra utenti, ma pare che l’esistenza del reato presupposto (quello appunto commesso dagli utenti) sia stata accertata in modo statistico, dai suoi accusatori (le organizzazioni private) e non in modo preciso dagli investigatori della pubblica accusa. Sostanzialmente i gestori sono stati riconosciuti colpevoli in concorso, laddove il concorso di persone nel reato nel codice penale svedese è analogo a quello italiano, che prevede due condizioni per aversi la punibilità del soggetto che, pur non avendo direttamente posto in esser la condotta criminosa contestata, ne ha agevolato la realizzazione da parti di altri. E cioè: l’aver contribuito in maniera diretta alla verificazione del fatto illecito e l’aver cooperato volontariamente nel reato altri. Tale normativa consente di non pervenire alla condanna del negoziante che ha venduto l’arma, per concorso in omicidio commesso dall’acquirente dell’arma. Nel caso di Pirate Bay non è stata provata l’intenzione deliberata di appoggiare le condotte illecite altrui, ma il collegio ha desunto la consapevolezza dal rifiuto da parte del sito di rimuovere torrent relativi a contenuti protetti dal diritto d’autore. C’è da rimarcare, però, che i torrent non sono affatto illeciti non essendo altro che link, e non essendo quindi contenuti protetti dal diritto d’autore. Quindi, a rigore, poiché la normativa prevede la rimozione di contenuti protetti, il ragionamento della corte non ci pare giusto. La colpa sarebbe, quindi, di ospitare link leciti a contenuti illeciti. Il processo si è concluso con la condanna di tutti gli imputati, compreso l’imprenditore che si è limitato a fornire mezzi economici alla Baia, con la motivazione che “erano a conoscenza del fatto che veniva condiviso del materiale protetto”. Secondo il tribunale The Pirate Bay è una organizzazione che opera a scopo di lucro basandosi sull'implicito patto stretto con utenti della rete che utilizzano il sito per scambiarsi contenuti che circolano illegalmente online. Gli accusati avrebbero incitato i condivisori a commettere i reati che hanno commesso. L’amministratore Sunde ha commentato che la sentenza non cambierà nulla, che i cittadini continueranno a scaricare lo stesso, e la rete troverà altri mezzi per farlo, e che è tutto un teatrino per i media. Ovviamente l’industria discografica e audiovisiva vede la sentenza come un punto di svolta fondamentale per giungere ad una adeguata protezione del diritto d’autore.
Le conseguenze della sentenza di condanna sono di vario genere. Innanzitutto, come è ovvio, si è rilevato una diminuzione dell’attività P2P in rete. Ma di contro si è avuto un incremento di iscrizioni al Partito Pirata Svedese che nasce nel 2006 con l’intento di modificare la legislazione in materia di diritto d’autore, ritenuta troppo sbilanciata in favore delle major, dei produttori, in genere delle aziende private, e troppo restrittivo per i singoli cittadini. Il processo a Pirate Bay ha dato maggior popolarità a questo partito consentendogli un notevole aumento degli iscritti, circa 25.000 nei soli dieci giorni successivi alla sentenza di condanna. Oggi il Partito Pirata è accreditato come quarto partito del paese con una previsione di circa il 5% dei voti per il 2009. Inoltre i cittadini della rete si sono mobilitati dovunque, manifestando il proprio dissenso alla sentenza di condanna. Attualmente Pirate Bay continua come se nulla fosse accaduto, con punte di utenti pari a 20 milioni, anche perché gli ISP rifiutano di chiudere l’accesso a Pirate Bay sostenendo che non spetta a loro fare i poliziotti della rete.
Nel processo ci sono molti punti oscuri, molte cose che sarebbero da chiarire meglio. Prima di tutto Sunde aveva accusato l’esperto di computer forensic dell'accusa, che aveva indagato su Pirate Bay, di aver preso accordi con Warner e Universal proprio quando la Baia era sotto indagine. Questo, se l’accusa fosse dimostrata, renderebbe l’attività dell’esperto decisamente meno credibile, in quanto “interessato” a favorire i suoi clienti. Queste collaborazioni sarebbero risultate proprio dal profilo su Facebook dell’esperto. Ma le autorità non hanno mai avviato alcuna indagine sul punto, non è nato un procedimento che avrebbe potuto portare alla revisione del processo a carico di Pirate Bay, e questo nonostante ci fossero molti elementi a favore dell’accusa di Sunde. Altro punto oscuro riguarda il giudice che ha condotto il processo a Pirate Bay. Secondo alcune voci il giudice sarebbe stato scelto per quel processo, e non nominato in maniera casuale come dovrebbe essere in Svezia. Secondo alcuni la scelta sarebbe caduta su di lui perché apparentemente coinvolto con le lobby pro-copyright, cioè sarebbe membro a tutti gli effetti sia di organizzazioni dell'industria multimediale che di gruppi coinvolti nella regolamentazione della rete, le stesse che hanno portato avanti l’accusa contro Pirate Bay. Anche questo elemento contribuisce alla richiesta di nuove indagini da parte di Peter Sunde.
A questo punto può essere utile una analisi sulla base dell’attuale legislazione italiana. Premesso che i file torrent non contengono in alcun modo contenuti che violino il diritto d’autore, e che gli eventuali file illeciti sono presenti solo sui computer degli utenti che li mettono a disposizione, e che gli utenti stessi creano i torrent e li mettono in rete, anche su Pirate Bay, è ovvio che il sito non ha alcuna partecipazione attiva al reato di condivisione di file piratati. È solo l’attività di informazione sullo stato di reperibilità della risorsa a essere posta in essere da Pirate Bay.In merito alla accusa di concorso nel reato, soccorrerebbe il decreto legislativo 70 del 2003, che recepisce la direttiva sul commercio elettronico sopra citata, il quale decreto prevede la non responsabilità dei provider per i casi di mere conduit, cioè di semplice trasmissione di informazioni, purché non diano origine alla trasmissione, non selezionino destinatari e contenuti. Nel caso specifico sono gli utenti che danno avvio alla trasmissione selezionando i contenuti che non risiedono sui server di Pirate Bay, ma transitano solo sui loro server. Inoltre il decreto suddetto sancisce l’assenza di un obbligo di controllo sui contenuti. La circostanza che i gestori di Pirate Bay, ammesso fosse provata, abbiano tratto un profitto dalla gestione del sito, non modifica in alcun modo i termini della questione, poiché la direttiva sul commercio elettronico non subordina la “non responsabilità” all’assenza di obiettivi di profitto, cosa che non avrebbe alcun senso trattandosi generalmente di imprenditori privati che operano nel mercato.
È pacifico che se si dovesse giungere alla responsabilità in casi del genere qualsiasi provider telefonico, che mette a disposizione di un utente la connessione internet, sarebbe corresponsabile per i reati commessi dagli utenti. Allo stesso modo si può dire che la funzione di motore di ricerca di Pirate Bay, specializzato in torrent (unica differenza rispetto a Google che indicizza tra l’altro anche i torrent, ma non solo), non comporta di per sé alcuna responsabilità, essendo i torrent file che non violano il diritto d’autore. Se un provider dovesse essere ritenuto responsabile per il solo fatto di agevolare la ricerca dei torrent, allora anche Google sarebbe responsabile in concorso in quanto indicizza i torrent come lo stesso Pirate Bay. E questo nonostante Google ci tenga a chiarire la supposta differenza con Pirate Bay, visto che alla fine la differenza consiste solo nel fatto che Google collabora con le aziende discografiche e Pirate Bay no! È un dato oggettivo che Pirate Bay è uno strumento che viene utilizzato anche per commettere reati, allo stesso modo di Google (che ospita i torrent sui propri server, sotto forma di cache) e degli altri motori di ricerca, ma anche allo stesso modo di un telefono, della linea di connessione ad internet e delle poste. Vogliamo chiuderli tutti? Vogliamo condannare il produttore di pistole o anche, perché no, di cacciaviti, solo perché una pistola od un cacciavite sono stati utilizzati per commettere un reato? Non sarebbe meglio attribuire correttamente la responsabilità dei reati alle singole persone e perseguire loro, invece di prendersela con un intermediario solo perché é più facile colpirlo?