Source: http://www.specchioeconomico.com/201103/detilla.html
Timestamp: 2013-12-11 23:23:18+00:00
Document Index: 19366509

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 24', 'art. 16', 'art. 77', 'art. 24', 'art. 60', 'art. 5', 'art. 60', 'art. 16', 'art. 16', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 60', 'art. 60', 'art. 5', 'art. 16', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 8', 'art. 116', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 76', 'art. 60']

ORGANISMO UNITARIO DELL’AVVOCATURA.
L'OBBLIGATORIETA'
VIOLA LA COSTITUZIONE
di Maurizio de Tilla, presidente dell'OUA
obbligatorietà della mediaconciliazione viola la Costituzione, tanto più perché collegata alla mancata previsione della necessità dell'assistenza dell'avvocato. Anzitutto va chiarito che il legislatore delegante - in conformità alla prescrizione impartita dalla direttiva europea - aveva stabilito che dovesse essere introdotto un meccanismo di conciliazione, ma non ne aveva affatto previsto l'obbligatorietà né aveva consentito che essa potesse essere considerata condizione di procedibilità della domanda giudiziaria.
Con l'art. 5 del decreto legislativo n. 28 del 2010 il Governo, invece, ha introdotto entrambi, ossia obbligatorietà e improcedibilità, arrogandosi un potere che non gli era stato conferito. È così configurabile un evidente eccesso di delega, in quanto appare evidente che una condizione di procedibilità di una domanda giudiziaria, in base all'art. 24 della Costituzione, può essere introdotta esclusivamente dal legislatore, e quindi il Governo avrebbe potuto farlo solamente se ne fosse stato autorizzato dalla legge di delega. Va in proposito rilevato che è incostituzionale anche l'art. 16 dello stesso decreto che, nel prevedere che gli enti pubblici o privati abilitati a costituire organismi di mediazione debbano essere selezionati alla stregua dei parametri della «serietà ed efficienza», lascia aperta un'interpretazione anch'essa non pienamente aderente alle previsioni della legge delega, e dunque contrastante con la previsione di cui all'art. 77 nonché all'art. 24 della Costituzione.
Va osservato che l'art. 60 della legge delega n. 69 del 2009, nel terzo comma lettera a) prescrive che nell'esercizio della delega il Governo si attenga, tra gli altri, al seguente principio e criterio direttivo: «prevedere che la mediazione finalizzata alla conciliazione abbia per oggetto controversie su diritti disponibili, senza precludere l'accesso alla giustizia». Orbene, in aperto contrasto con la prescrizione della legge delega, il suddetto art. 5 del decreto 28 configura il procedimento di mediazione quale condizione di procedibilità della domanda giudiziale, di fatto precludendo l'immediato accesso alla giustizia.
La preclusione alla quale fa riferimento la legge delega non deve essere intesa - e come potrebbe esserlo? -quale inibizione, quanto invece quale limitazione alla tutela processuale. Concependo il procedimento di mediazione quale propedeutico alla domanda giudiziale, il decreto in oggetto impedisce l'immediato accesso dei cittadini alla giustizia e rischia di compromettere l'effettività della stessa tutela giudiziale. Si pensi alle esigenze cautelari che non possono, di per sé, consentire di procrastinare l'accesso alla giustizia posponendolo all'esperimento del procedimento di mediazione. Ecco che di fatto, contravvenendo alle prescrizioni della legge delega, il decreto 28 introduce un sistema di preclusione all'accesso diretto alla giustizia.
Va inoltre osservato che l'art. 60 della legge 69 del 2009 nel terzo comma lettera b) prescrive che, nell'esercizio della delega, il Governo si attenga, tra gli altri, al seguente principio e criterio direttivo: «prevedere che la mediazione sia svolta da organismi professionali e indipendenti stabilmente destinati all'erogazione del servizio di conciliazione». Orbene, il decreto 28 nell'art. 16 e nell'intero capo terzo intitolato «Organismi di mediazione» disattende palesemente la previsione della delega. Non vi è, infatti, traccia, di qualsivoglia criterio o parametro volto a selezionare gli organismi deputati alla mediazione in base a criteri di professionalità e indipendenza.
L'art. 16, infatti, si limita a stabilire che qualunque ente pubblico o privato, che dia garanzie di serietà ed efficienza, sia abilitato a costituire un organismo di mediazione, con ciò disattendendo la previsione della delega ove si attribuisce lo svolgimento dell'attività di mediazione esclusivamente ad organismi professionali e indipendenti, dunque attuando, al di là delle previsioni della stessa legge delega, una sorta di liberalizzazione nella costituzione e abilitazione degli organismi di mediazione.
Entrambe le previsioni del decreto 28 - tanto l'art. 5 quanto l'art. 16 -, si pongono, pertanto, in aperto contrasto con le previsioni della legge delega. Quanto invece al potere di riempimento del legislatore delegato, per quanto ampio possa essere, alla stregua dell'univoco orientamento della giurisprudenza costituzionale «non può mai assurgere a principio o a criterio direttivo, in quanto agli antipodi di una legislazione vincolata qual'è, per definizione, la legislazione su delega» (Corte Costituzionale n. 340 del 2007).
Nel caso della mediaconciliazione, usando i parametri di controllo della conformità della norma delegata alla norma delegante, univocamente indicati dalla stessa giurisprudenza costituzionale in varie sentenze (44, 71 e 98 del 2008, 230 del 2010) emerge l'incoerenza delle previsioni degli articoli 5 e 16 del decreto 28 con la previsione dell'art. 60 della legge 69 del 2009. Ad avviso della giurisprudenza costituzionale, il contenuto della delega deve essere individuato tenendo conto del complessivo contesto normativo nel quale si inseriscono la legge delega e i relativi principi e criteri direttivi, nonché delle finalità che la ispirano, che costituiscono non solo base e limite delle norme delegate ma anche strumenti per l'interpretazione della loro portata. Orbene la previsione di cui all'art. 60 della legge 69, in aderenza agli impulsi dell'ordinamento comunitario e in particolare alle previsioni della direttiva europea 52 del 2008, era orientata a garantire l'introduzione di sistemi alternativi e celeri di tutela delle posizioni giuridiche integranti «diritti disponibili» nonché la «qualità della mediazione» attraverso l'individuazione di organismi professionali e indipendenti.
Tutto ciò è ben lungi dall'essere realizzato ove si consideri la portata e il tenore di previsioni, qual'è quella dell'art. 5 del decreto 28, volta ad appesantire il procedimento di tutela delle posizioni dei singoli attraverso l'introduzione obbligatoria di un procedimento non alternativo e facoltativo, ma obbligatorio e propedeutico all'accesso alla giustizia; nonché quella dell'art. 16 del medesimo decreto volta ad escludere dai criteri di selezione degli organismi di mediazione qualsivoglia parametro di «professionalità» e «indipendenza», quali indicati dalla legge delega.
L'effetto di entrambe le previsioni è la violazione della delega e lo snaturamento della funzione che il legislatore delegante aveva attribuito al procedimento di mediazione e agli organismi professionali e indipendenti deputati alla mediazione. Tutto ciò in palese violazione dei principi costituzionali che sorreggono la disciplina della legislazione delegata e ancor più, sul piano sostanziale, in violazione del principio del diritto di difesa di cui all'art. 24 della Costituzione. Si consideri che, come rilevato dalla Corte Costituzionale fin dagli anni 50 del secolo scorso, la disposizione di cui all'art. 24 della Costituzione garantisce, oltre al diritto a farsi valere le proprie ragioni in giudizio, altresì quello a una difesa «tecnica».
Rileva, a riguardo, la Corte come «il diritto della difesa deve essere inteso come potestà effettiva dell'assistenza tecnica e professionale nella tutela delle rispettive posizioni giuridiche». Ad oggi, invece, per effetto del cattivo uso del potere legislativo delegato, i cittadini, nell'esperimento del procedimento di mediazione, non fruiscono di quella adeguata assistenza e difesa garantita dall'art. 24 della Costituzione. I criteri di selezione degli organismi di mediazione privilegiano, infatti, fattori di natura economico-finanziaria che non sono indicativi della professionalità del mediatore, ed anzi impediscono, per la loro incidenza patrimoniale, l'accesso degli esercenti la professione legale al registro degli organismi di mediazione.
Ma l'incostituzionalità della normativa appare ancor più evidente laddove si considera che quel tentativo di conciliazione non è soltanto obbligatorio, ma anche oneroso e - alla luce delle tariffe poi approvate - può esserlo in misura considerevole. Il Governo, quindi, non si è limitato ad imporre una condizione di procedibilità che non era stata consentita, ma ha anche stabilito che i relativi costi dovessero cadere, quanto meno in via di anticipazione, a carico del cittadino, il quale vedrà così gravemente ostacolato quell'accesso alla Giustizia che la Costituzione garantisce a tutti. Chi di noi, al cospetto di una vertenza di entità economica modesta, non sarà costretto a rinunziarvi per evitare di dover anticipare, nell'ordine: l'indennità dovuta al conciliatore; il compenso all'ausiliare tecnico di quest'ultimo, se necessario; il contributo unificato.
Vi è inoltre un'ulteriore fondata ragione di incostituzionalità. Il legislatore delegante nulla aveva detto circa la necessità di una difesa tecnica nel corso del procedimento di mediazione; tuttavia, aveva avuto cura di evitare che il suo svolgimento potesse avere ripercussioni di sorta sulla decisione di merito del processo: nella legge di delega, il rifiuto della proposta formulata dal mediatore, e poi ritenuta equa dal Giudice, poteva influire sul governo delle spese, ma non mai sull'esito della lite.
Nel fare uso del potere delegatogli, invece, il Governo, nell'art. 8 del decreto 28, ha introdotto la previsione secondo cui dalla mancata partecipazione, senza giustificato motivo, al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio, ai sensi dell'art. 116 secondo comma del Codice di procedura civile. In buona sostanza, una scelta che la parte potrà fare senza l'ausilio di un difensore - partecipare oppure no al procedimento di conciliazione - potrà condizionare in misura determinante l'esito del successivo processo; è noto, infatti, che il comportamento processuale o extraprocessuale delle parti può costituire, ai sensi dell'art. 116 del suddetto Codice, non solo elemento di valutazione delle risultanze acquisite, ma anche unica e sufficiente prova idonea a sorreggere la decisione del giudice di merito (così, tra le tante, la sentenza della Cassazione n. 14.748 del 20 giugno 2007).
Ne risulta evidente la violazione del diritto di difesa di cui all'art. 24 della Costituzione, diritto che è la potestà effettiva dell'assistenza tecnica e professionale in qualsiasi fase del processo, e quindi anche in quelle fasi prodromiche dal cui svolgimento è possibile desumere argomenti di prova, nonché l'eccesso di delega ex art. 76 della Costituzione avendo il legislatore delegato introdotto una possibilità di acquisire elementi di prova pur in assenza di difesa tecnica che il delegante non aveva permesso mai.
Non solo: va sottolineato che la mancata previsione dell'obbligatorietà della presenza dei difensori rileva anche sotto un diverso e forse addirittura più pregnante profilo. Quell'assistenza tecnica, quale che sia il valore della controversia, non è obbligatoria, ma non è neppure vietata: è facoltativa. Il che sta a significare che, chi è in grado di pagarseli, potrà farsi rappresentare da fior di avvocati, consulenti di parte esperti, professionisti di grido, e chi è povero no: dovrà arrangiarsi da solo, perché, non essendo obbligatoria la presenza di un avvocato, non sarà possibile ricorrere al patrocinio a spese dello Stato.
Un'anziana pensionata ultraottantenne, e munita del diploma di licenza elementare, se non sarà in grado di anticipare, oltre a quelli per il mediatore, i compensi per un avvocato, potrà trovarsi di fronte un battaglione di agguerriti specialisti, ma dovrà discutere da sola una proposta di conciliazione in una controversia avente per oggetto ad esempio i tango-bond, o un altro sofisticato prodotto finanziario. Un forte contrasto del decreto 28 con la legge delega si ha, per i riflessi del diniego all'accoglimento della proposta del mediatore, sull'iter del successivo giudizio e segnatamente sulla disciplina delle spese di lite.
Il fatto che alla parte vincitrice del giudizio che non abbia accettato una proposta conciliativa, venuta a coincidere con il contenuto della decisione giudiziaria, debbano essere accollate le spese di lite proprie e della controparte, oltre al pagamento di un importo pari al contributo unificato e alle spese di mediazione, costituisce infatti un evidente deterrente «forzato» dal ricorrere alla tutela giudiziaria e accettare l'esito della mediazione. Ciò in quanto di fronte alla proposta del mediatore, la parte quasi sicuramente preferirà non rischiare, finendo per accettare obtorto collo la soluzione stragiudiziale segnalatagli, anche se non ne è convinta appieno ed anche se può ritenerla ingiusta, piuttosto che ricorrere alla tutela giudiziaria che avrebbe potuto offrirle un risultato anche migliore.
È questo il punto su cui si giocano i dubbi di costituzionalità per eccesso di delega con riferimento alla già riferita lettera a) dell'art. 60 della legge 69, che aveva posto come preciso criterio direttivo quello per cui l'attuazione della mediazione non dovesse in alcun caso precludere il ricorso alla tutela giudiziaria. Preclusione che invece può aversi nel caso della proposta conciliativa che sfacciatamente dissuada psicologicamente la parte dal ricorso al giudizio al quale ha diritto e che potrebbe garantirle anche un migliore risultato.
Si noti che la parte potrà trovarsi di fronte anche a proposte che, a causa di una possibile impreparazione tecnica del mediatore, potranno rivelarsi erronee o squilibrate, anche inconsapevolmente, a favore di uno dei soggetti della lite. Eppure, pur nella probabile infondatezza di tali proposte, la parte, di fronte allo spettro delle pesanti conseguenze sulle spese, può precludersi il ricorso a quella che è l'unica strada naturale e garantistica per la composizione delle liti, data appunto dalla tutela giurisdizionale.  back