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Timestamp: 2020-01-26 17:10:22+00:00
Document Index: 184500508

Matched Legal Cases: ['art. 180', 'art. 191', 'art. 210', 'art. 1120', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 1110', 'art. 228', 'art. 184', 'art. 184', 'sentenza ', 'art. 191', 'art. 191', 'art. 210', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 112', 'art. 191']

Anche se i coniugi mutano regime patrimoniale, ai beni acquistati durante il precedente assetto patrimoniale continua ad applicarsi la disciplina di quest’ultimo - Scuola di Legge
Di Scuola di Legge|2018-06-29T17:36:46+02:0029 Giugno 2018|Sentenze|
Cass. Civ. sent. 28.02.2018 n. 4676
Con la pronuncia in esame la Suprema Corte ha affermato che, nel caso in cui i coniugi scelgano di mutare il proprio regime patrimoniale (nel caso di specie da comunione a separazione dei beni), per quei beni acquistati durante il previgente regime di comunione legale continua a trovare applicazione la disciplina propria di cui agli art. 180 c.c. e seguenti e non la disciplina della comunione di cui agli artt. 1100 e ss., e ciò nonostante l’art. 191 c.c. annoveri, tra le cause di scioglimento della comunione legale, proprio il “mutamento convenzionale del regime patrimoniale” di cui all’art. 210 c.c.
Dopo avere ottenuto dal Tribunale di Rieti il decreto di omologa della separazione consensuale, Tizio chiedeva al medesimo Tribunale lo scioglimento della comunione sugli immobili acquistati in costanza di matrimonio in regime di comunione legale, sui quali il medesimo aveva successivamente edificato a proprie spese tre fabbricati. Chiedeva, quindi, disporsi CTU volta alla stima degli immobili e alla determinazione del valore dei fabbricati, e chiedeva in via principale l’assegnazione a sè delle porzioni dei terreni interessate dai fabbricati medesimi.
Costituitasi in giudizio la convenuta Caia, questa deduceva che la realizzazione dei fabbricati sarebbe avvenuta in violazione delle norme che disciplinano la comproprietà e, in specie, dell’art. 1120 c.c., configurandosi quindi il suo diritto di ottenerne la demolizione, solo una volta eseguita la quale avrebbe potuto essere riproposta domanda di divisione. Chiedeva pertanto il rigetto della domanda di divisione e l’accoglimento contestuale, della propria domanda riconvenzionale avente ad oggetto la condanna dell’attore ad abbattere i tre manufatti.
Con sentenza non definitiva il Tribunale di Rieti accoglieva la domanda riconvenzionale della convenuta condannando l’attore alla demolizione dei fabbricati eretti sui terreni in comunione, e disponeva procedersi al giudizio di divisione.
Avverso tale sentenza Tizio proponeva appello, che veniva rigettato dalla Corte d’Appello di Roma. Proponeva quindi ricorso in Cassazione sulla base di sei articolati motivi, tra qui, per quanto qui di interesse, la nullità della sentenza ex art. 360 c.p.c., n. 4 per violazione del principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato ex art. 112 c.p.c., dato dalla omessa pronuncia sul motivo di appello fondato sull’inapplicabilità, alla edificazione oggetto di causa, della disciplina della comunione ordinaria (artt. 1101 c.c. e ss.), a favore della applicabilità, a detta fattispecie, della diversa disciplina della comunione legale dei coniugi.
La comunione legale dei coniugi si differenzia dalla comunione ordinaria, tra l’altro, in quanto non prevede distinzione delle quote di proprietà e, pertanto, non ammette la amministrazione della singola quota del bene, essendo invece necessaria la amministrazione del bene inteso nella sia globalità. Prima della riforma del diritto di famiglia (L. n. 151 del 1975) vigeva il regime della separazione dei beni acquistati in costanza di matrimonio, con conseguente applicazione ai medesimi delle norme in materia di comunione ordinaria (art. 1110 e ss. c.c.).
Con l’entrata in vigore della riforma, il regime patrimoniale ordinario della famiglia, che viene adottato in difetto di specifica convenzione, diviene quello della comunione legale, disciplinata dagli artt. 159 e ss. c.c.; non è previsto alcun automatismo volto a modificare il regime dei beni acquistati prima della data di entrata in vigore della riforma (15.01.1978), essendo invece il passaggio al nuovo regime subordinato alla espressa volontà dei coniugi. Pertanto, la precedente comunione convenzionale che in ipotesi sussista con riferimento ad un bene della famiglia, non si trasforma ex lege in comunione legale per effetto dell’entrata in vigore della riforma stessa, ma resta disciplinata dalle norme di cui agli artt. 1110 e ss. cc. Salvo non venga posta in essere la convenzione di cui all’art. 228 c.c.
In tale quadro normativo, la Cassazione ha affrontato la questione se il principio applicabile agli acquisti ante 1975 e per il quale i beni acquistati in un previgente regime patrimoniale continuino ad applicarsi (salva diversa volontà dei coniugi) le norme proprie di siffatto regime e non quelle del successivo e sopravvenuto regime coniugale, sia applicabile anche ai beni acquistati dopo il 1975 in costanza di matrimonio e in regime di comunione legale dei coniugi. Tale questione viene risolta nel senso che ai beni acquistati in un previgente regime patrimoniale, continuino ad applicarsi (salva diversa volontà dei coniugi) le norme proprie di siffatto regime e non quelle del successivo e sopravvenuto regime coniugale, e ciò fino allo scioglimento della comunione, allorquando il bene cadrà in comunione ordinaria.
Con riferimento al caso concreto, la Corte, in primo luogo dà atto che i terreni (sui quali insistono i tre fabbricati in questione) furono acquistati nel 1987 da entrambi i coniugi in regime di comunione legale dei beni, e che nel 1988 questi mutarono il loro regime patrimoniale scegliendo quello della separazione dei beni, senza tuttavia procedere allo scioglimento della comunione sui beni precedentemente acquistati e senza che venisse mossa alcuna contestazione in merito fino alla separazione personale dei medesimi, avvenuta nel 2003. Ritiene, pertanto, che l’immobile acquistato dai coniugi in regime di comunione legale dei beni continui ad essere disciplinato dalle norme proprie del detto regime, fino allo scioglimento della comunione, e ciò anche se l’anno successivo all’acquisto questi abbiano optato per il regime di separazione dei beni.
Per quanto sopra detto, la questione della edificazione del fondo deve essere quindi risolta sulla base delle disposizioni di cui agli artt. 180 c.p.c. e ss., e non già di quelle disciplinanti la comunione ordinaria. Ne consegue che essendo la realizzazione del fondo atto eccedente l’ordinaria amministrazione, il compimento spetta ad entrambi congiuntamente, e la mancanza del consenso da parte dell’altro coniuge è motivo di annullabilità dell’atto ex art. 184 c.c. da far valere in giudizio nel termine di un anno dalla data in cui ha avuto conoscenza dell’atto. Nel caso di specie, non risulta che detta azione di annullamento sia stata intrapresa da Caia nel termine annuale di cui all’art. 184 c.c., ed invece risulta che la stessa Caia, nel periodo intercorso tra l’edificazione e la separazione personale (13 anni), non abbia mai manifestato alcun dissenso rispetto alla costruzione dell’edificio.
La Corte, dunque, ritenendo necessario un nuovo esame da parte del Giudice di rinvio, cassa la sentenza impugnata, enunciando il seguente principio:
“ai beni acquistati in un previgente regime patrimoniale, si continua ad applicare (salva diversa volontà dei coniugi) le norme proprie di siffatto regime e non quelle del successivo e sopravvenuto regime coniugale. Il che significa che il fondo acquistato dai coniugi in comunione legale dei beni continua a mantenere il suo specifico assetto giuridico, fino allo scioglimento della comunione, anche se successivamente detto regime muti, per volontà dei medesimi, in quello di separazione dei beni. In particolare, la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi permane sino al momento del suo scioglimento, per le cause di cui all’art. 191 c.c., allorquando i beni cadono in comunione ordinaria e ciascun coniuge, che abbia conservato il potere di disporre della propria quota, può liberamente e separatamente alienarla, essendo venuta meno l’esigenza di tutela del coniuge a non entrare in rapporto di comunione con estranei.”
Resta tuttavia da capire come è possibile che la comunione legale persista anche dopo la convenzione di separazione e fino allo scioglimento della comunione, dal momento che l’art. 191 c.c. annovera, tra le cause di scioglimento della comunione, proprio il mutamento convenzionale del regime patrimoniale ex art. 210 c.c.
[Francesco Todeschini]
Cass. civ. Sez. II, Sent., (ud. 21-12-2017) 28-02-2018, n. 4676
1.4.1. – Subordinatamente “omessa motivazione, ex art. 360 c.p.c., n. 5, sul fatto controverso, e decisivo ai fini del giudizio, costituito dall’applicabilità alla fattispecie integrata dai fatti di causa – e cioè all’edificazione controversa ed oggetto di causa realizzata da parte di uno solo dei due comproprietari – del regime giuridico proprio degli atti di gestione dei beni comuni dettato dalla disciplina generale della comunione ordinaria (artt. 1100 e ss. c.c.) ovvero del diverso e incompatibile regime, speciale e di carattere eccezionale, della comunione legale dei coniugi (artt. 177 e ss. c.c.)”.
– Il primo motivo non è fondato.
2.1. – Il ricorrente I. si duole del fatto che l’impugnata sentenza abbia ritenuto infondato il primo motivo d’appello, incentrato sul lamentato vizio di ultrapetizione della sentenza di primo grado, denunciato sull’assunto dell’avere erroneamente il Tribunale accolto la domanda riconvenzionale, formulata viceversa dalla convenuta P. solo nell’ipotesi in cui fosse stata accolta la sua opposizione avverso la domanda di divisione proposta dall’appellante. Secondo la tesi dell’appellante, il Giudice, una volta accolta la domanda di divisione, avrebbe dovuto esaminare non già la riconvenzionale di demolizione dei fabbricati, bensì la domanda subordinata dell’appellata di divisione con assegnazione in parti uguali di terreni fabbricati tra i condividenti.
Non si configura pertanto nè il vizio di difetto di motivazione (ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo anteriore alla riforma di cui al D.L. n. 83 del 2012, applicabile ratione temporis alla fattispecie), che peraltro potrebbe formare oggetto di ricorso per Cassazione solo per quanto attiene all’accertamento ed alla valutazione dei fatti rilevanti per la decisione (Cass. sez. un. n. 22963 del 2014) e non anche per quanto concerne l’interpretazione e l’applicazione delle norme di diritto e la soluzione di questioni giuridiche (ex plurimis Cass. n. 26292 del 2014). Nè il vizio di ultrapetizione (ex art. 112 c.p.c.), giacchè questo ricorre solo quando il giudice pronuncia oltre i limiti delle pretese e delle eccezioni fatte valere dalle parti, ovvero su questioni estranee all’oggetto del giudizio e non rilevabili di ufficio, attribuendo un bene della vita non richiesto o diverso da quello domandato; mentre al di fuori di tali specifiche previsioni il giudice, nell’esercizio della sua potestas decidendi (anche riguardo alla interpretazione della domanda), resta libero non solo d’individuare l’esatta natura dell’azione e di porre a base della pronuncia adottata considerazioni di diritto diverse da quelle all’uopo prospettate, bensì di rilevare altresì, indipendentemente dall’iniziativa della controparte, la mancanza degli elementi che caratterizzano l’efficacia costitutiva od estintiva di una data pretesa della parte, in quanto ciò attiene all’obbligo inerente all’esatta applicazione della legge (Cass. n. 12265 del 2003; conf. Cass. n. 6945 del 2007).
– Ragioni di priorità logico-giuridica rendono opportuno muovere dall’esame congiunto (per ragioni di connessione) del quarto e quinto motivo di impugnazione (nella sua sopra trascritta ampia articolazione), che appaiono fondati, nei termini che seguono.
Quello che rileva dalla decisione (al di là della già evidenziata diversità della fattispecie) è il principio generale secondo cui, ai beni acquistati in un previgente regime patrimoniale, continuino ad applicarsi (salva diversa volontà dei coniugi) le norme proprie di siffatto regime e non quelle del successivo e sopravvenuto regime coniugale. Il che significa che, nel caso in oggetto, il fondo acquistato dai coniugi in comunione legale dei beni continua a mantenere il suo specifico assetto giuridico, fino allo scioglimento della comunione, anche se successivamente detto regime muti, per volontà dei medesimi, in quello di separazione dei beni. In particolare, questa Corte osserva che la natura di comunione senza quote della comunione legale dei coniugi permane sino al momento del suo scioglimento, per le cause di cui all’art. 191 c.c., allorquando i beni cadono in comunione ordinaria e ciascun coniuge, che abbia conservato il potere di disporre della propria quota, può liberamente e separatamente alienarla, essendo venuta meno l’esigenza di tutela del coniuge a non entrare in rapporto di comunione con estranei (Cass. n. 8803 del 2017).