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Timestamp: 2017-11-19 04:32:05+00:00
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DELL’UTRI DIMENTICA…
Pubblicato da Luca Cianflone il 11/12/2016
I giudici hanno poi messo in evidenza come “il perdurante rapporto di Dell’Utri con l’associazione mafiosa anche nel periodo in cui lavorava per Filippo Rapisarda e la sua costante proiezione verso gli interessi dell’amico imprenditore Berlusconi veniva logicamente desunto dai giudici territoriali anche dall’incontro, avvenuto nei primi mesi del 1980, a Parigi, tra l’imputato, Bontade e Teresi, incontro nel corso del quale Dell’Utri chiedeva ai due esponenti mafiosi 20 miliardi di lire per l’acquisto di film per Canale 5″. L’ex braccio destro di Berlusconi non rinnega Forza Italia ed il partito creato nel 1994 però rimpiange di essere in cella oggi che “si avvicina il finale”. Poi aggiunge: “Avrei fatto meglio a farmi arrestare prima e scontare subito la condanna”. Eppure se volesse veramente tornare a casa basterebbe poco, decidendosi a “vuotare il sacco” e rivelare quel che sa di quei rapporti con la mafia intrattenuti almeno fino al 1992. Per gli anni successivi Dell’Utri è stato assolto ma di elementi che possano far pensare che gli stessi siano proseguiti non mancano.
Basta ricordare le parole del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza che al processo trattativa Stato-mafia aveva ribadito le sue accuse: “Ci recammo presso il bar Doney, in via Veneto a Roma. Già fuori c’era Giuseppe Graviano ad attenderci. Lui era latitante e sebbene sarebbe dovuto salire in macchina mi invita ad entrare al bar per consumare qualcosa. Aveva un’aria gioiosa e mi disse che avevamo ottenuto tutto quel che cercavamo grazie a delle persone serie che avevano portato avanti la cosa. Io capii che alludeva al progetto di cui mi aveva parlato già in precedenza, in un altro incontro a Campofelice di Roccella”. “Poi – aveva spiegato – aggiunse che quelle persone non erano come quei quattro crasti (cornuti, ndr) dei socialisti che prima ci avevano chiesto i voti e poi ci avevano fatto la guerra”. “‘Ve l’avevo detto che le cose sarebbero andate a finire bene’”, avrebbe detto Graviano. “Poi – aveva continuato – mi fece il nome di Berlusconi. Io gli chiesi se fosse quello di canale 5 e lui rispose in maniera affermativa. Aggiunse che in mezzo c’era anche il nostro compaesano Dell’Utri e che grazie a loro c’eravamo messi il Paese nelle mani”. E per Paese, specifica Spatuzza, “intendo l’Italia”.
Una “vittima”, dunque, capace di ridurre ad una semplice “leggenda metropolitana” la sua fuga verso il Libano (guarda caso uno dei Paesi fuori “dall’Area Schengen”, il trattato che ha abolito le frontiere tra gli stati, per cui non ha valore il mandato di cattura europeo), per darsi alla latitanza. “Se avessi voluto sottrarmi alla giustizia avrei soggiornato nel più famoso albergo di Beirut? Ero andato a verificare la possibilità di una collaborazione tra la mia fondazione ‘Biblioteca di via Senato’ e un’analoga fondazione culturale dell’ex presidente Gemayel” sostiene rispondendo alla domanda di Bianconi. Anche in questo caso, però, l’ex politico, arrestato il 12 aprile 2014 a Beirut, continua ad omettere alcuni dettagli. Si era infatti reso irreperibile a pochi giorni dalla sentenza della Cassazione nonostante l’ordine di custodia cautelare emesso dalla Corte d’Appello di Palermo per pericolo di fuga.
La sua volontà di recarsi all’estero era un dato noto agli inquirenti grazie ad un’intercettazione ambientale della Procura di Roma che indagava su Gianni Micalusi, imprenditore calabrese, nell’ambito di una inchiesta di riciclaggio. Alberto Dell’Utri, parlando con il titolare del ristorante Assunta Madre di Roma, Vincenzo Mancuso, discuteva su un eventuale rifugio all’estero per il fratello, e faceva riferimento al fatto che la Guinea “è un Paese che concede i passaporti diplomatici molto facilmente… bisogna accelerare i tempi”. E Mancuso gli rispondeva: “Ma scusami, Marcello non ha pensato a farsi nominare ambasciatore della Guinea?”.
Ma anche il Libano poteva andare bene in quanto, diceva sempre Alberto Dell’Utri, “Il programma è quello di andarsene in Libano perché lì è una città dove Marcello ci starebbe bene perché lui c’è già stato la conosce, c’è un grande fermento culturale… per lui andrebbe bene”. A questi dati si sono successivamente aggiunte segnalazioni anonime e testimonianze sulla sua presenza in un volo Parigi-Beirut.
TRATTO DEL SITO ANTIMAFIADUEMILA
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SENTENZA MANNINO- LE MOTIVAZIONI SECONDO INGROIA
Pubblicato da Luca Cianflone il 05/11/2016
Ingroia: “Sentenza Mannino frutto di una somma di pregiudizi”
“Mi aspetto che la Procura impugni e ricorra in appello”
“E’ una sentenza annunciata”. Così Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo, aveva commentato la sentenza con cui lo scorso anno, il gup di Palermo aveva assolto l’ex ministro della Dc, Calogero Mannino al processo trattativa Stato-mafia, per non “aver commesso il fatto” in base all’articolo del codice di procedura penale 530 comma secondo. Una formula che ricalca la vecchia assoluzione per “insufficienza di prove” e che viene applicata quando la prova del reato “manca, è insufficiente o è contraddittoria”. Nei giorni scorsi, a quasi un anno di distanza dalla lettura del dispositivo, è stata depositata la motivazione della sentenza.
Dottor Ingroia, dopo l’assoluzione di Mannino, intervistato da “La Repubblica”, aveva ricordato che “nessuno, in Italia e soprattutto dentro le Istituzioni politiche e giudiziarie, voleva questo processo che ha creato grattacapi e persino conflitti con il Quirinale. Ma quello che in tanti volevano era che si cancellasse la trattativa dal vocabolario e dal pubblico dibattito del Paese”. Leggendo questa sentenza è uscita rafforzata questa sua convinzione?
Ovviamente esce rafforzata e ancora una volta la mia fiducia nella giustizia e nella magistratura italiana viene colpita duramente. Personalmente denoto che questa sentenza non sia frutto di un giudizio ma si una somma di pregiudizi. E’ infarcita di petizioni di principio non dimostrate e di reprimende nei confronti dei pubblici ministeri per come hanno operato. Quindi si parla di testimoni e di imputati che non hanno raccontato la verità solo perché, oltre a raccontarla nelle aule giudiziarie, lo hanno fatto anche davanti all’opinione pubblica, utilizzando i mezzi di comunicazione. Quindi diventa una sentenza in alcuni passaggi presuntuosa ed arrogante che in modo sprezzante rifiuta persino di confrontarsi con risultanze processuali.
Personalmente credo che vi siano prove evidenti che non vengono affatto tenute in considerazione. Il caso più clamoroso è quello relativo alla “grossolana manipolazione del papello”. Il giudice lo definisce così ignorando le prove che l’accusa aveva accompagnato come le approfondite ed accurate perizie tecniche svolte proprio su quei documenti. Perizie molto sofisticate, disposte a suo tempo e che non sono mai state smentite ma che confermano l’autenticità intrinseca del documento. A meno che non si ipotizzi che Ciancimino jr fosse un preveggente. Che già vent’anni fa avesse previsto che avrebbe dovuto fabbricare un falso, custodendo una risma di carte del tempo, al fine di ingannare i periti che avrebbero fatto la perizia merceologica successivamente. Senza contare che vent’anni addietro, quando esisteva quella carta, le perizie merceologiche non consentivano di ricostruire la datazione della carta utilizzata. Nelle oltre 500 pagine, poi, non si entra nel merito dei fatti ma si riportano parzialmente le posizioni delle parti, la tesi dell’accusa e della difesa, con qualche chiosa del giudice.
Da più parti si grida che con questa sentenza “crolla il processo trattativa” che si sta celebrando davanti alla Corte di Assise di Palermo. E’ d’accordo?
Questa è una autentica sciocchezza. I due processi hanno un’impostazione differente. E’indubbio, e va a merito dei legali di Mannino che hanno scelto la strada del giudizio abbreviato, che la posizione dell’ex ministro della Dc, rispetto a quella di altri imputati, sul piano probatorio non era altrettanto fortissima. A differenza degli altri imputati, in questo caso, vi sono pochi testi che offrono un contributo sul concorso diretto di Mannino alla realizzazione della minaccia. Benché a mio parere la sua posizione sia solidamente provata, questo certamente era un punto critico. Ma ci sono anche altre cose insolite che hanno preceduto questa sentenza.
E’ un fatto senza precedenti che le motivazioni di una sentenza escano dopo pochi giorni dalla pubblicazione di un articolo di giornale in cui da una parte si blandisce e ci si complimenta per l’assoluzione del potente di turno e dall’altra si sollecita a fare in fretta per il deposito delle motivazioni, sottolineando il ritardo. Coincidenza vuole che, all’improvviso, il sollecito ottiene l’effetto. Non solo. Vi è un comunicato del Presidente del Tribunale di Palermo che comunica il deposito anche alla stampa e poi, agli stessi, viene consegnata una “bozza” di motivazioni di sentenza, priva di correzioni. Ciò significa che ancora non era stata depositata la motivazione definitiva? O erano stati depositati entrambi i documenti ed alla stampa è stata data la bozza? Comunque la si mette è un caso anomalo e ci possono essere elementi per verificare se vi sia qualche responsabilità disciplinare. Quando nel recente passato parlai delle intercettazioni tra Mancino e Napolitano immediatamente furono mandati gli ispettori per verificare se le stesse fossero state distrutte effettivamente. Cosa accadrà ora?
Tornando alle motivazioni della sentenza, per il Gup la minaccia al corpo politico dello Stato c’è stata ma bisogna comprendere chi l’ha messa in atto e chi ne ha preso parte “consapevolmente”.
Personalmente credo che quel passaggio dimostri il muoversi della motivazione nella totale confusione di idee. Sul punto della minaccia, di fatto, si dice e non si dice. Si conferma che è avvenuto dal punto di vista “naturalistico” e bisognerebbe chiedere all’estensore cosa volesse dire con questo termine. Poi non si sbilancia sulla configurabilità del reato contestato, l’art.338, senza neanche valutare l’ipotesi prevista dall’articolo 289 c.p., ovvero “Attentato contro organi costituzionali e contro le assemblee regionali”, come richiesto dalla difesa. Inoltre si denota una certa ansia nel cercare di demolire, non so se per accontentare le varie pressioni di stampa degli ultimi tempi, l’impianto accusatorio nel suo complesso; esaminando persino la posizione di altri imputati nel procedimento principale. In questa maniera la sentenza straripa e va al di là del seminato. Senza dimenticare poi la presenza delle accuse ai pm per aver presentato troppo materiale, quasi a giustificare anche il ritardo del deposito delle motivazioni della sentenza.
Nei passi in cui si motiva la formula utilizzata, ovvero quella “per non aver commesso il fatto” con la formula dubitativa dell’insufficienza di prove, bisogna dire in primo luogo le prove che si sono ritenute sussistenti per Mannino, poi le altre che sono contradditorie. Io credo che questo non sia stato fatto in maniera adeguata. E credo che il problema sia stato la non completa lettura e comprensione degli atti. Questo si inserisce in un quadro complessivo per cui, salvo rarissime eccezioni, spesso non si vuole guardare la verità che traspare dai fatti processuali. E’ la punta dell’ iceberg di un Paese sommerso che, nelle istituzioni e non solo, non ha nessuna voglia di fare i conti con la verità su quella stagione.
In un’intervista rilasciata all’Adnkronos Mannino dice che il gip Piergiorgio Morosini, nel suo rinvio a giudizio aveva scritto che “bisogna che i pm provino che Mannino ha influenzato l’avvio della trattativa”. Ad onor del vero, però, Morosini non ha mai usato quelle parole ma scriveva testualmente: “In ordine a questi punti della ricostruzione fattuale, vanno evidenziate prove di natura documentale e dichiarativa, il cui spessore probatorio andrà ulteriormente sondato con la futura verifica dibattimentale”. Un nuovo caso di strumentalizzazione delle parole?
Personalmente non me la sento di fare polemica nei confronti di Mannino, anche se da parte sua non ha mai mancato di farla, dimostrando di provare irritazione per chi oggi non ha più limiti per esporre propri pensieri in maniera libera, specie se si tratta di verità scomode. Quello che è certo, e credo che fosse più che ragionevole e condivisibile, il passaggio del provvedimento del gup del tempo, Morosini il quale sanciva la necessità di un vaglio giudiziario rigoroso ed attento. E io credo che l’attività svolta ulteriormente, l’integrazione probatoria fatta dopo la richiesta di rinvio a giudizio, gli ulteriori elementi acquisiti possono far arrivare ad una verità processuale. Quello che mi auguro si farà una volta che la Procura di Palermo presenterà ricorso contro questa sentenza di primo grado.
Ancora una volta scorgo il pregiudizio riguardo ad una presunta attendibilità minorata di un teste solo perché fa il giornalista in un giornale dove sono stati riportati con attenzione fatti di cronaca e commenti riguardo al processo e le indagini. Ciò lascia il tempo che trova. Io posso dire questo. La Amurri la sentii nell’immediatezza dei fatti e devo dire che lei ebbe una straordinaria correttezza. Il giudice non tiene in nessuna considerazione un fatto. Se davvero fosse stata condizionata dal suo ruolo, anziché recarsi presso l’autorità giudiziaria, avrebbe scritto un articolo, costringendoci ad interrogarla successivamente. Così non è stato. Lei ha dimostrato di essere prima un cittadino. Un atteggiamento trasparente ed immune di qualsiasi tipo di sospetto.
Sempre nella sentenza si fa un lungo elenco di fatti (dai timori di Mannino, agli incontri con Guazzelli, passando per l’indagine “Corvo 2”, “mafia appalti” ed altri ancora) che vengono considerati dal giudice come “notori”, “pacifici” o “irrilevanti”. Fatti che poi vengono affrontati con una visione non complessiva ma frazionata e, in alcuni casi, vengono solamente citati. Vede qualche parallelismo con il passato?
Nella sentenza si parla anche del contatto che i vertici del Ros hanno avuto con Vito Ciancimino. Per analizzarli si citano sentenze ed anche altri procedimenti. E’ questo il giusto approccio?
Anche in questa procedura, del tutto non ortodossa, un giudice dovrebbe valutare gli elementi di prova che ha davanti, senza fare una sorta di sondaggio sui presunti orientamenti prevalenti. Il giudice deve assumere una sua autonoma valutazione sulla base degli elementi di prova e deve scrivere le motivazioni per le quali gli sembrano attendibili, rilevanti i singoli elementi di prova. Per le sue valutazioni non deve ripararsi sulla presunta maggiore o minore autorevolezza di questa o quella sentenza o questo o quell’ufficio giudiziario. Penso al passaggio in cui si sottolinea che sulla credibilità di Ciancimino le valutazioni e le impostazioni della Procura di Palermo sono diverse da quelle di altri uffici giudiziari. Questo genere di valutazioni possono essere proprie di un giornalista, non di un giudice.
In occasione dell’anniversario della strage di via D’Amelio lei ha dichiarato: “Noi viviamo una stagione di declino in quella corsa alla verità. In questi anni si è commesso un grave errore. Quello di delegare alla sola magistratura la lotta per cambiare il Paese. E’ accaduto con Falcone e Borsellino. E’ accaduto con Caselli, Scarpinato, con Ingroia, ora con Di Matteo e così si rischia di creare un circolo vizioso”. Siamo ancora in tempo per rimediare a questo declino nella ricerca della verità?
Siamo ancora in tempo solo se si fa in fretta. Il conto alla rovescia è andato molto avanti fino al punto di non ritorno. Per evitare si superare questo occorre un’inversione ad U e non vedo le energie etiche, prima ancora che professionali, dentro le istituzioni giudiziarie e politiche. Poi c’è anche una magistratura che quell’energia la ha ma è messa all’angolo e quasi del tutto neutralizzata. Per evitare questo processo di annientamento occorre una riappropriazione di quella delega, da parte di cittadini onesti che hanno un alto senso di giustizia. Parlo di quei cittadini che credono che senza verità non solo non c’è giustizia ma anche democrazia. Loro devono farsi carico della responsabilità, devono scendere in piazza, protestare, manifestare, prendere posizione, e contestare fino alle istituzioni più alte. Il non smuovere un dito, dal Presidente della Repubblica in giù, non è un atto innocente ma colpevole. Quando riusciremo a rilanciare questo movimento dal basso da parte dei cittadini si potrà dare più forza ai magistrati ed a quegli uomini all’interno delle istituzioni, che ci sono e sono onesti, appassionati di verità, giustizia e democrazia costituzionale. Personalmente credo che sia necessario un impegno in prima persona. Se continuiamo a delegare, a fare il tifo nei confronti di quei magistrati che sono in difficoltà, all’angolo, siamo tutti destinati alla sconfitta. Serve un’iniziativa forte e continua. Penso ad una raccolta di firme, ad una proposta di legge popolare. Penso che possa essere importante anche riproporre una Commissione d’inchiesta parlamentare antimafia seria che si occupi delle stragi. Quella attuale si è fin qui occupata di tutt’altro mentre, a mio parere, sarebbe importante affrontare il tema di un processo che affronta la storia del nostro Paese che spesso viene ignorata e dimenticata.
Io ero d’accordo anche in passato alla realizzazione di una Commissione su questo punto. Oggi la magistratura non ha la forza per affrontare da sola questo tema. Serve una Commissione di inchiesta diversa, che non sia controllata dalla politica e che permetta la partecipazione dei rappresentanti delle Associazioni dei familiari delle vittime. Una partecipazione in prima persona della società civile e dei cittadini onesti che chiedono verità e giustizia. Una Commissione paritetica e mista. Al momento la legge non prevede questa modalità e potrebbe essere uno spunto per qualche parlamentare di appoggiare una proposta simile o persino per una proposta di legge popolare. Come dicevo prima non vi può essere democrazia se non si ha verità su quella che non fu la stagione delle stragi ma la stagione della trattativa Stato-mafia. Perché le stragi, non si può ignorare, sono state causate proprio da questa.
Nel suo libro “Dalla parte della Costituzione. Da Gelli a Renzi: quarant’anni di attacco alla Costituzione” lei affronta anche la questione di quei “sistemi criminali” (individuati assieme ad alcuni suoi colleghi in un’inchiesta poi archiviata) che sono alla base del processo sulla trattativa Stato-mafia. Gli attacchi vergognosi al processo sulla trattativa, o anche sentenze come queste che in maniera schizofrenica smontano e rimontano fatti e circostanze, finiscono per rinvigorire questo attacco alla Costituzione?
Ovviamente si. La storia del nostro Paese negli ultimi 40-50 anni mette in evidenza una frattura. Da una parte c’è l’Italia degli onesti e da un’altra l’Italia delle lobby occulte. Alcune delle quali a forte connotazione criminale ed altre economiche che con quelle criminali fanno affari. La Costituzione è stata a lungo l’arma con cui l’Italia dei cittadini onesti, dei partigiani della Costituzione, ha affrontato l’Italia delle lobby. Questa è sopravvissuta, ha vissuto dei momenti difficili ed ora è passata al contrattacco. Oggi quella Costituzione è diventata una “cittadella fortificata” dove all’interno ci sono asserragliati gli italiani onesti, i partigiani della Costituzione, gli assetati di verità e giustizia, che ora rischia di crollare. Il referendum Costituzionale rappresenta l’assalto finale in linea con i desideri e gli interessi delle lobby occulte all’interno delle quali si trova anche la mafia. Vi sono gli interessi di quei pezzi di ceto politico, di istituzioni che con la mafia hanno trattato, ci sono i misteri dei tanti delitti politico-mafiosi che sono rimasti senza colpevoli, dello stragismo della trattativa Stato-mafia del ’92/’93. E l’esito di questo scontro finale è decisivo per il futuro delle lobby e per il futuro dei cittadini onesti. Se dovesse vincere il si vi sarà il saccheggio e la devastazione con la cittadella che andrà a fuoco assieme alla Costituzione. Con il No, l’assedio sarà vinto e potrebbe esserci la possibilità di uscire fuori dalle mura per una controffensiva. Potrebbe essere l’inizio di una nuova alba della democrazia. Sarà in quel momento che le migliori componenti delle istituzioni potranno venire fuori e sconfiggere definitivamente queste lobby. Una strada difficilissima in questo momento, che a mio avviso è uno dei peggiori per le sorti del nostro Paese. Tuttavia non ho perso la speranza e spero che ciò possa diventare realtà una volta che sarà vinta la sfida referendaria del 4 dicembre.
TRATTO DAL SITO ANTIMAFIADUEMILA
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