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Timestamp: 2020-02-23 06:57:31+00:00
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DIMT.IT - google
"Google non può profilare senza il consenso dell'utente", i nuovi paletti del Garante Privacy
"Gli utenti che useranno i servizi o il motore di ricerca di Google in Italia saranno più tutelati". È con questa chiosa che l'Autorità garante per la protezione dei dati personali ha annunciato un provvedimento prescrittivo nel quale si stabilisce che il colosso di Mountain View non potrà utilizzare i dati degli utenti a fini di profilazione se non ne avrà prima ottenuto il consenso e dichiarato loro esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali. Si conclude così l'istruttoria avviata lo scorso anno dal Garante italiano a seguito dei cambiamenti apportati dalla società alla propria privacy policy. "Si tratta - spiega il Garante - del primo provvedimento in Europa che, nell'ambito di un'azione coordinata con le altre Autorità di protezione dei dati europee ed a seguito della pronuncia della Corte di Giustizia europea sul diritto all'oblio, non si limita a richiamare al rispetto dei principi della disciplina privacy, ma indica nel concreto le possibili misure che Google deve adottare per assicurare la conformità alla legge. La società ha infatti unificato in un unico documento le diverse regole di gestione dei dati relative alle numerosissime funzionalità offerte, dalla posta elettronica (Gmail), al social network (GooglePlus), alla gestione dei pagamenti on line (Google Wallet), alla diffusione di filmati (YouTube), alle mappe on line (Street View), all'analisi statistica (Google Analytics), procedendo pertanto all'integrazione e interoperabilità anche dei diversi prodotti e dunque all'incrocio dei dati degli utenti relativi all'utilizzo di più servizi". "Nel corso dell'istruttoria, caratterizzata anche da diverse audizioni con i suoi rappresentanti, Google ha adottato una serie di misure per rendere la propria privacy policy più conforme alle norme. Il Garante ha tuttavia rilevato il permanere di diversi profili critici relativi alla inadeguata informativa agli utenti, alla mancata richiesta di consenso per finalità di profilazione, agli incerti tempi di conservazione dei dati e ha dettato una serie di regole, che si applicano all'insieme dei servizi offerti". L'Autorità ha così prescritto a Google l'adozione di un sistema di informativa strutturato su più livelli, in modo da fornire in un primo livello generale le informazioni più rilevanti per l'utenza quali l'indicazione dei trattamenti e dei dati oggetto di trattamento (come la localizzazione dei terminali e gli indirizzi IP), oltre che dell'indirizzo presso il quale rivolgersi in lingua italiana per esercitare i propri diritti; in un secondo livello, più di dettaglio, le specifiche informative relative ai singoli servizi offerti. Ma soprattutto Google dovrà spiegare chiaramente, nell'informativa generale, che i dati personali degli utenti sono monitorati e utilizzati, tra l'altro, a fini di profilazione per pubblicità mirata e che essi vengono raccolti anche con tecniche più sofisticate che non i semplici cookie, come ad esempio il fingerprinting. Quest'ultimo è un sistema che raccoglie informazioni sulle modalità di utilizzo del terminale da parte dell'utente e, a differenza dei cookie che vengono istallati sul pc o nello smartphone, le archivia direttamente presso i server della società. Consenso - Per utilizzare a fini di profilazione e pubblicità comportamentale personalizzata i dati degli interessati - sia quelli relativi alle mail sia quelli raccolti incrociando le informazioni tra servizi diversi o utilizzando cookie e fingerprinting - Google dovrà acquisire il previo consenso degli utenti e non potrà più limitarsi a considerare il semplice utilizzo del servizio come accettazione incondizionata di regole che non lasciavano, fino ad oggi, alcun potere decisionale agli interessati sul trattamento dei propri dati personali. L'area deputata a raccogliere questo consenso, si legge nel provvedimento:
deve essere parte integrante di un meccanismo idoneo a consentire l'espressione di una azione positiva nella quale si sostanzia la manifestazione del consenso dell'interessato. In altre parole, essa deve determinare una discontinuità, seppur minima, dell'esperienza di navigazione: il superamento della presenza dell'area visualizzata deve cioè essere possibile solo mediante un intervento attivo dell'utente (appunto attraverso la selezione di un elemento contenuto nella pagina sottostante l'area stessa).
Conservazione - Google dovrà inoltre definire tempi certi di conservazione dei dati sulla base delle norme del Codice privacy, sia per quanto riguarda quelli mantenuti sui sistemi cosiddetti attivi, sia successivamente archiviati su sistemi di back up. Per quanto riguarda la cancellazione di dati personali, il Garante ha imposto a Google che richieste provenienti dagli utenti che dispongono di un account (e sono quindi facilmente identificabili) siano soddisfatte al massimo entro due mesi se i dati sono conservati sui sistemi attivi ed entro sei mesi se i dati sono archiviati sui sistemi di back up. Per quanto riguarda, invece, le richieste di cancellazione che interessano l'utilizzo del motore di ricerca, ha ritenuto opportuno attendere gli sviluppi applicativi della sentenza della Corte di giustizia dell'Unione europea sul diritto all'oblio. Google avrà 18 mesi per adeguarsi alle prescrizioni del Garante. In quest'arco temporale, l'Autorità monitorerà l'implementazione delle misure prescritte. La società dovrà infatti sottoporre al Garante, entro il 30 settembre 2014, un protocollo di verifica, che una volta sottoscritto diverrà vincolante, sulla base del quale verranno disciplinati tempi e modalità per l'attività di controllo che l'Autorità svolgerà nei confronti di Mountain View. LEGGI "Niente cookie senza consenso, il provvedimento del Garante privacy: 'Un banner con le informazioni per gli utenti'" 21 luglio 2014
"Innocence of Muslims", la saga continua: il takedown resta, ma il parere è modificato
Se le proteste di piazza si sono da tempo placate, non altrettanto può dirsi in merito alla battaglia legale scatenata da "Innocence fo Muslims", il film i cui trailer, pubblicati su Youtube nel 2012, avevano sollevato un'ondata di indignazione nei Paesi a maggioranza musulmana con violenti scontri culminati in azioni come l'attentato al consolato statunitense a Bengasi, in Libia, nel corso del quale persero la vita quattro persone, tra le quali l'ambasciatore Christopher Stevens. Una spirale che aveva portato la Casa Bianca ad inviare una lettera ai vertici della piattaforma video di Google chiedendo che il contenuto fosse rimosso per la presunta violazione delle condizioni d'uso che vietano l'incitamento all'odio. Tuttavia, i responsabili di Youtube avevano risposto in quell'occasione che le norme sull'incitamento all'odio valgono per i contenuti che si schierano "contro un popolo" ma non per "visioni alternative di una religione", quest'ultime invece tutelate all'interno della libertà di manifestazione del pensiero. Il video veniva comunque reso irraggiungibile in diversi paesi a maggioranza musulmana e ne veniva ordinata la rimozione anche in Brasile da una corte del Paese sudamericano. Garcia vs Google Non ci sarebbero motivi religiosi o ideologici, invece, alla base dello scontro che in territorio statunitense vede opposti in tribunale Google e l'attrice Cindy Lee Garcia, tra gli interpreti della pellicola anche se, nel trailer, appariva solo per cinque secondi. Garcia aveva chiesto la rimozione del trailer di 14 minuti da Yuoutube in quanto sarebbe stata ingannata dai produttori del film sul reale contenuto dello stesso, tanto che il titolo sarebbe dovuto essere "Desert Warriors". In primo grado la sua richiesta è stata respinta dal giudice di Los Angeles Luis Levin; esito opposto, invece, nel febbraio scorso davanti al Nono Circuito della Corte d'Appello, che ha ordinato a Google il takedown dei contenuti e l'implementazione di misure volte a prevenire ulteriori caricamenti futuri degli stessi. La saga legale, tuttavia, si arricchisce ora di un nuovo capitolo; Google, sostenuta da alcune associazioni tra le quali la Electronic Frontier Foundation (EFF), e da colossi come Netflix, Facebook, Twitter e Yahoo, ha ottenuto la rettifica della decisione. Il giudice Alex Kozinski, chief del Nono Circuito, ha infatti modificato il parere nel quale si attribuiva a Garcia il diritto a veder rimosso il video per ragioni legate al copyright, avanzando dubbi in tal proposito in quanto le tutele del diritto d'autore sono previste solo nel caso in cui si possa riscontrare "un minimo di creatività" e citando la decisione del Copyright Office, che ha rifiutato le richieste di Garcia in merito alla sua performance. Kozinski ha inoltre avanzato l'ipotesi che in un nuovo procedimento in Corte distrettuale Google potrebbe avere la meglio su Garcia facendo leva sul principio del fair use, che non è stato tenuto in considerazione nel parere originale in quanto "nessuna delle parti l'ha tirato in ballo". Una posizione dunque ammorbidita che tuttavia non modifica gli esiti della decisione di febbraio; a nulla sono valsi gli argomenti di Google in materia di free speech, con i contenuti che restano dunque oscurati. Almeno, fino alla prossima puntata della saga. 15 luglio 2014
"Law and technology", international workshop in Turin
The Internet of Things (IoT, sometimes Internet of Everything) is the network of physical objects or “things” embedded with electronics, software, sensors, and connectivity to enable objects to exchange data with the manufacturer, operator and/or other connected devices based on the infrastructure of International Telecommunication Union’s Global Standards Initiative. The Internet of Things allows objects to be sensed and controlled remotely across existing network infrastructure, creating opportunities for more direct integration between the physical world and computer-based systems, and resulting in improved efficiency, accuracy and economic benefit. Each thing is uniquely identifiable through its embedded computing system but is able to interoperate within the existing Internet infrastructure. Experts estimate that the IoT will consist of almost 50 billion objects by 2020. The term Internet of Things was coined by British entrepreneur Kevin Ashton in 1999. Typically, IoT is expected to offer advanced connectivity of devices, systems, and services that goes beyond machine-to-machine communications (M2M) and covers a variety of protocols, domains, and applications. The interconnection of these embedded devices (including smart objects), is expected to usher in automation in nearly all fields, while also enabling advanced applications like a Smart Grid, and expanding to the areas such as Smart city. Things, in the IoT, can refer to a wide variety of devices such as heart monitoring implants, biochip transponders on farm animals, electric clams in coastal waters, automobiles with built-in sensors, or field operation devices that assist fire-fighters in search and rescue. These devices collect useful data with the help of various existing technologies and then autonomously flow the data between other devices. Current market examples include smart thermostat systems and washer/dryers that utilize Wi-Fi for remote monitoring. Besides the plethora of new application areas for Internet connected automation to expand into, IoT is also expected to generate large amounts of data from diverse locations that is aggregated very quickly, thereby increasing the need to better index, store and process such data.
[caption id="attachment_5318" align="alignright" width="300"] Ascolta il podcast della puntata del 13 aprile 2014[/caption] Se le domande che ci poniamo su identità e skills delle persone trovano sempre più spesso risposte digitando il loro nome su Google, quali sono gli strumenti che abbiamo per tenere sotto controllo ciò che di noi risulta da una ricerca online? Sono la web reputation e il diritto all'oblio al tempo di Internet le questioni al centro della puntata del 13 aprile di “Presi per il Web“, trasmissione di Radio Radicale condotta da Marco Perduca, Marco Scialdone e Fulvio Sarzana con la collaborazione di Marco Ciaffone e Sara Sbaffi. Ospiti dell'appuntamento Luigi Montuori, Capo Dipartimento comunicazioni elettroniche del Garante Privacy, Matteo Flora, Consulente ed ideatore del progetto "TheFool", Anna Masera, Capo Ufficio stampa della Camera dei Deputati, e Raoul Chiesa, storico hacker italiano ed esperto di sicurezza informatica. "L'esperienza che abbiamo maturato in questo ultimo decennio - ha esordito Montuori - ci porta a dire che in generale il mondo della rete ci richiede interventi su tre importanti aspetti, a noi come ai nostri colleghi europei nonché ai tribunali: il primo è quello degli archivi online dei giornali, perché scrivere una volta sulla carta stampata voleva dire che l'articolo veniva accatastato e la memoria era umana. Oggi, per fortuna, è possibile poter rivedere ciò che è stato scritto con un profondo approccio storico, una ricchezza che da un'altra parte pone delle questioni come quella del diritto all'oblio. Il secondo aspetto è quello dei social network. Il terzo aspetto è quello dell'utilizzo dei nostri dati personali immessi in rete a fini commerciali e di profilazione". Cancellare o aggiornare Sul primo degli aspetti sollevati da Montuori vale la pena menzionare alcuni importanti passaggi maturati in Italia e in Europa. Ad esempio, sul tema della deindicizzazione degli contenuti giornalistici dai motori di ricerca è netta la posizione espressa dall'Avvocato generale della Corte di Giustizia europeanel luglio 2013 e che si schiera a difesa della permanenza negli archivi storici della documentazione relativa a fatti di cronaca. Sul più ampio fronte giornalismo la situazione sembra essere ancor più complicata, con sentenze come quella che nel gennaio del 2013 vedeva il Tribunale di Ortona condannare il direttore del giornale online abruzzese Primadanoi.it al pagamento di un risarcimento nei confronti di alcuni ristoratori della zona. Una sanzione riferita ad un articolo riguardante un fatto di cronaca giudiziaria vero, ma che, a detta del tribunale, era rimasto online troppo a lungo, cagionando così un danno ai protagonisti della vicenda. Un episodio che faceva sollevare dubbi sulla possibilità che un tribunale decidesse in maniera arbitraria quale fosse il tempo consentito di permanenza online di una notizia. Sulla vicenda, ai tempi della prima sentenza del 2011, aveva preso posizione anche l’ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, sul cui sito ufficiale il 26 marzo si leggeva:: "La sentenza [...] pone seri problemi ai giornalisti nell’esercizio del diritto di cronaca . L’articolo in questione, peraltro, secondo anche il parere del Garante per il trattamento dei dati personali, era stato redatto rispettando i criteri fondamentali del codice deontologico dei giornalisti (verità sostanziale dei fatti, interesse pubblico e continenza nel linguaggio). Se i giornali cartacei possono conservare nei loro archivi copie dei giornali pubblicati non si capisce perché i giornali on line non debbano avere la stessa possibilità. Del resto, anche volendo cancellare i dati digitali di una notizia essa rimane indelebilmente presente nelle memorie cache dei motori di ricerca ( feed Rss). Il problema, allora, non è di semplice risoluzione giudiziaria ma occorrerebbe, invece, per il reale esercizio del diritto all’oblio, che il legislatore stabilisca criteri certi e condivisi e non solo a livello nazionale data la complessità della materia e la sua natura globale”. Molto distante dalla decisione del tribunale abruzzese è l'impostazione emersa dalla Corte di Cassazione con la sentenza 5525dell'aprile 2012. La suprema Corte entrava a gamba tesa sul tema del diritto all’oblio, stabilendo che è un dovere dell’editore o comunque del gestore/responsabile di un database Web tenere aggiornati i materiali relativi a procedimenti giudiziari per garantire il diritto alla contestualizzazione dell'informazione. Il caso era quello di un politico che, coinvolto in Tangentopoli ma successivamente assolto, reclamava la rimozione o quantomeno la modifica dell’articolo del Corriere della Sera che parlava del suo caso di imputazione. La Cassazione riteneva lecita la permanenza online dell’articolo ma obbligatorio il suo aggiornamento, così da tutelare sia l’immagine della persona coinvolta che il diritto ad essere informati del lettore. Un'impostazione che veniva recepita nel marzo 2013 anche dal Garante della Privacy e che nel settembre dello stesso anno vedeva esprimersi in tal senso anche la Corte europea dei diritti dell'uomo. "È importante - ha chiosato Montuori - differenziare il diritto all'oblio e il diritto alla contestualizzazione della notizia. Sul primo aspetto, ad esempio, una persona condannata e che ha espiato la sua pena ha diritto ad utilizzare il codice sulla protezione dei dati personali e chiedere che la notizia venga quanto meno deindicizzata. Sul secondo aspetto, immaginiamo un cittadino che viene invece indagato e poi prosciolto e che si ritrova con la notizia del suo essere finito sotto indagine ancora in circolazione senza che si dia conto della conclusione per lui felice della vicenda. Ecco, in questo caso il cittadino, e proprio a fronte della sentenza della Cassazione dell'aprile 2012, ha il diritto di richiedere un richiamo ai fatti successivi. Nel caso in cui il giornale si rifiutasse di fare gli aggiornamenti dovuti ci si può rivolgere al Garante". Anche qui resta da capire quali siano gli oneri in capo all'editore, se sia cioè suo compito tenere aggiornati gli archivi con un'onerosa opera di costante monitoraggio o se debba attivarsi solo dopo la segnalazione rischiando sanzioni solo in caso di inottemperanza. "Mi rendo conto - ha affermato Montuori - che ci sia un onere nei confronti di chi gestisce gli archivi dei giornali online, c'è uno scotto che deve pagare colui che inserisce le notizie ma tutto sommato è il male minore rispetto al diritto che ognuno di noi ha a vedersi rappresentato in maniera corretta in rete". "Non dimentichiamoci - è intervenuto Flora - dell'importanza delle sezioni dei commenti dei giornali online, all'interno delle quali si nascondo spesso molti contenuti diffamanti. In ogni caso le aziende e i privati hanno capito lo straordinario valore di ciò che si dice online su di loro, e se qualche anno fa gli utenti erano pochi e poco influenti, oggi la situazione è ribaltata. È per questo che chi si rivolge a noi lo fa per avere un supporto professionale per vedere rimosse informazioni che impattano sulla sua immagine, anche professionale". Un problema di indexing È chiaro in ogni caso come la permanenza dei contenuti negli archivi dei giornali e la loro rintracciabilità a mezzo motore di ricerca siano due aspetti fortemente intrecciati tra loro; inoltre, sempre più spesso arrivano agli amministratori dei search engine, Google su tutti, richieste come quella avanzata a più riprese dall'ex presidente della Federazione internazionale dell'automobile Max Mosley, che dopo essersi ritrovato al centro di uno scandalo per alcune fotografie che lo ritraevano in pose sadomasochiste con cinque donne in divisa nazista si è visto riconoscere, nel novembre del 2013, dal Tribunal de Grande instance di Parigi il diritto a vedere rimosse dai risultati di ricerca di Google il link a nove di quelle foto. Stesso esito, nel gennaio 2014, in un tribunale di Amburgo. Decisioni contestate da Google con il solito argomento del "non vogliamo essere i poliziotti del Web"e della mancanza di responsabilità diretta sui contenuti restituiti dal motore di ricerca; tuttavia la stessa compagnia di Mountain View nel giugno del 2011 aveva lanciato il servizio “Me on the Web”, che permette all'utente un più facile e diretto controllo dei risultati che il search engine restituisce in merito al proprio nome. "Sul diritto all'oblio per ciò che attiene la stampa online - ha spiegato Montuori - partiamo dal presupposto che il criterio dell'interesse pubblico, che insieme alla veridicità del fatto rappresenta un cardine fondamentale del diritto di cronaca, può variare al passare del tempo; detto in altri termini, se oggi è interesse pubblico che si metta a conoscenza il cittadino di un determinato fatto di cronaca, non è detto che dopo quindici anni questo resti immutato. Il primo intervento del Garante sul tema risale al 2004, quando un signore che era stato condannato per pubblicità ingannevole dall'Agcm si rivolse a noi lamentando che le ricerche online col suo nome facessero riferimento a quella vicenda. Lì il Garante intervenì riconoscendo la veridicità del fatto ma che la continua esposizione dello stesso fosse eccessiva e ordinò pertanto la deindicizzazione della notizia stessa. Nel 2007 l'Autorità era inoltre intervenuta stabilendo che riutilizzare da parte di Google le copie cache era un trattamento operato dal motore di ricerca, visto che si trattava di informazioni già rimosse dal sito di provenienza degli stessi. Nel 2012 c'è stato un caso in Spagna che sta portando a riflessioni importanti in sede di Corte di Giustizia Europea sulla legittimità delle richieste che arrivano a Google per la rimozione dei dati personali". LEGGI "Questioni di eredità digitale" Tra Hackaton a Montecitorio e bug nell'https In apertura di puntata Anna Masera aveva parlato del Barcamp #Facciamolagenda che si è svolto alla Camera dei Deputati l'11 aprile e dell'Hackaton previsto sempre a Montecitorio dal 16 al 18 maggio.
"Vivi internet, al sicuro": Google e Altroconsumo contro il digital divide. Il 20 ottobre convegno di presentazione
In un Paese nel quale solo il 59% dei consumatori usa il web, contro una media Ue del 79%, e il 31% dei cittadini non ha mai navigato online, il digital divide funzionale è ancora un ostacolo da superare per permettere alle tecnologie digitali di esprimere a pieno il loro potenziale. Ed è proprio per avvicinare ad Internet gli italiani che non hanno ancora familiarità con il web che Google e Altroconsumo hanno lanciato "Vivi Internet. Al sicuro", una campagna che mira ad offrire consigli e strumenti per un utilizzo della rete in sicurezza e aumentare così il tasso di fiducia nei consumatori rispetto all'online. Un ostacolo rilevante allo sviluppo di una economia digitale, stando alle analisi di Google e Altroconsumo, è infatti rappresentato dalla mancanza di fiducia degli utenti, ancora fortemente restii ad affidarsi al web per gestire le attività quotidiane; solo il 42% degli italiani, ad esempio, usa servizi bancari online e appena il 35% fa acquisiti sul web. Dai consigli sulla privacy a quelli sul browser da utilizzare passando per la scelta di una password: è una guida a corredare il sito dell'iniziativa, nel quale si menzionano funzionalità avanzate del motore di ricerca per una navigazione sicura soprattutto per i minori e spazi nei quali reperire informazioni utili in tal senso. Come il “Centro per la sicurezza online”, nel quale è presente anche un focus specifico per le famiglie, perché "nessuno strumento informatico potrà mai sostituire la supervisione attenta dei genitori o di un adulto, ma in un mondo online in costante evoluzione, qualche consiglio pratico può essere d'aiuto", e il SafeSearch che, quando è attivo, elimina automaticamente dai risultati delle ricerche la maggior parte dei contenuti per adulti. Gli obiettivi e le modalità d'azione del progetto saranno illustrate il prossimo 20 ottobre in un convegno previsto a Roma. 15 ottobre 2015
“Crescere in digitale": un progetto di Ministero del Lavoro, Google e Unioncamere per gli iscritti a Garanzia Giovani
Il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, in collaborazione con Google e Unioncamere, lancia “Crescere in Digitale”, un progetto che punta a formare giovani in cerca di occupazione attraverso training online e sul territorio focalizzata sulle competenze digitali, e a inserirli nel mondo del lavoro attraverso tirocini formativi nelle imprese italiane. L'iniziativa si inserisce nell’ambito del programma “Garanzia Giovani”. Il progetto è stato presentato oggi nella Sala Polifunzionale della Presidenza del Consiglio, alla presenza di Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Giorgia Abeltino, Head of Public Policy di Google in Italia, e Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere. “Crescere in Digitale” prende spunto dal successo del progetto “Made in Italy: Eccellenze in Digitale”, portato avanti da Google e Unioncamere, che per avvicinare le PMI italiane al web ha formato oltre 100 giovani e li ha incaricati di svolgere attività di sensibilizzazione ai temi del digitale, coinvolgendo oltre 20mila imprese in tutta Italia. Attraverso l’iniziativa “Crescere in Digitale” agli oltre 500mila ragazzi iscritti a Garanzia Giovani verrà offerta l’opportunità di seguire un percorso formativo definito dal Comitato scientifico del progetto, per acquisire competenze digitali strategiche per l'inserimento nel mondo del lavoro. Il programma prevede:
Formazione online: un percorso formativo di almeno 50 ore, erogato su una piattaforma offerta da Google, i cui contenuti vengono identificati e certificati dal Comitato Scientifico del progetto. A conclusione del percorso formativo, attraverso un test online verranno selezionati i giovani che potranno partecipare ai laboratori di gruppo locali.
120 laboratori di gruppo locali (ciascuno di 50 persone) per avviare i giovani a un tirocinio oppure ad attività imprenditoriale. Organizzati da Unioncamere coinvolgendo le associazioni di imprese, i laboratori potranno avere un focus tematico-settoriale oppure territoriale.
fino a 3000 tirocini in aziende tradizionali da avvicinare al digitale, organizzazioni d’impresa, agenzie web, grandi imprese. I tirocini avranno durata di 6 mesi e saranno retribuiti (500€ al mese) attraverso un finanziamento del programma “Garanzia Giovani”. Nessun costo ricadrà sulle imprese ospitanti, che anzi riceveranno un bonus fino a 6.000 euro, in caso assumano il giovane dopo il tirocinio. Già da oggi le imprese interessate possono esprimere il loro interesse ad ospitare un tirocinante sul sito www.crescereindigitale.it compilando l’apposita domanda. Le attività dei tirocinanti saranno supportate, monitorate e coordinate in tempo reale attraverso una community di esperti.
“Questo progetto rappresenta un esempio significativo delle azioni che stiamo portando avanti per rafforzare e qualificare il programma Garanzia Giovani, nel segno dell’innovazione e di un ampliamento delle opportunità che vogliamo offrire ai ragazzi che si registrano - ha dichiarato Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali. "Siamo convinti che un intervento formativo di qualità, che punta a far acquisire ai giovani competenze digitali anche attraverso tirocini nelle imprese, costituisca una leva essenziale per migliorare la loro occupabilità, che è l’obiettivo della Garanzia Giovani. Crediamo che ‘Crescere in digitale’ costituisca, inoltre, un esempio positivo di collaborazione tra istituzioni e soggetti privati che è fondamentale per rendere più agevole l’accesso dei giovani al mercato del lavoro”. “Da tempo siamo impegnati in progetti che favoriscano la digitalizzazione delle imprese tradizionali del Made in Italy e siamo convinti che i giovani siano gli abilitatori naturali di questa transizione - ha dichiarato Giorgia Abeltino, Head of Public Policy di Google in Italia - Di recente, a Bruxelles, abbiamo confermato il nostro impegno a formare 1 milione di cittadini europei sulle competenze digitali entro il 2016. Con questo spirito, insieme al Ministero del Lavoro e Unioncamere presentiamo ‘Crescere in digitale’ e investiamo per offrire formazione dedicata ai giovani senza occupazione con l'obiettivo di inserirli nel mondo del lavoro e al tempo stesso aiutare le imprese a utilizzare al meglio gli strumenti dell'economia digitale”. “Aiutare i giovani a trovare occupazione, utilizzandoli come veicolo dell’innovazione nel mondo delle imprese e del mercato del lavoro – ha sottolineato Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere – E’ questa l’idea fondamentale dell’iniziativa che lanciamo oggi e che affronta alcuni dei temi strategici sui quali Unioncamere e le Camere di commercio sono da tempo attivi: l’auto-imprenditorialità, l’orientamento, l’alternanza scuola- lavoro, l’incontro fra mondo della formazione ed esigenze delle imprese, l’avvicinamento fra domanda e offerta di lavoro, l’innalzamento della competitività delle imprese attraverso l’economia digitale e la proiezione sui mercati internazionali”.
Eccellenze in digitale e Made in Italy: si rinnova il progetto Google-Unioncamere
Acquisti in-app: Google corre ai ripari, Apple "dialoga" con le autorità. Il bilancio della Commissione Europea
"In seguito a un gran numero di denunce presentate nei paesi dell'UE in merito agli acquisti all'interno di applicazioni (in-app) nei giochi on line, e in particolare gli acquisti inconsci fatti da bambini, le autorità nazionali si sono unite alla Commissione europea per cercare una soluzione". È così che la stessa Commissione Europea annuncia i risultati dell'azione coordinata di enforcement condotta nel Vecchio Continente in merito agli acquisti all'interno di applicazioni on line e di giochi sui telefoni cellulari. Una posizione comune concordata dalle autorità nazionali nell'ambito della rete di cooperazione in materia di tutela dei consumatori (CTC) e trasmessa nel dicembre 2013 ad Apple, Google e all'Interactive Software Federation of Europe richiedeva quanto segue:
i giochi non devono contenere inviti diretti ai bambini ad acquistare articoli nell'ambito di un gioco o persuadere gli adulti ad acquistarli per i bambini;
i consumatori devono essere adeguatamente informati sulle condizioni di pagamento degli acquisti e non dovrebbero vedersi addebitare importi in base a un'impostazione predefinita di pagamento senza aver fornito il loro consenso esplicito;
Attraverso il meccanismo di cooperazione per la tutela dei consumatori stabilito dalle norme dell'UE, Apple, Google e le pertinenti associazioni di categoria sono stati invitati a predisporre in tutta l'UE soluzioni concrete alle obiezioni sollevate. "Google - spiega la Commissione - ha deciso di apportare diversi cambiamenti. L'implementazione in corso sarà completata entro la fine di settembre 2014. Ad esempio, non comparirà affatto l'espressione gratis quando i giochi contengono acquisti in-app, è previsto lo sviluppo di orientamenti mirati all'indirizzo degli sviluppatori di app per prevenire l'esortazione diretta ai bambini quale definita dalla normativa dell'UE e sono previste misure scaglionate nel tempo per contribuire a monitorare le palesi violazioni della legislazione consumeristica dell'UE. Google ha anche adattato le sue impostazioni predefinite per far sì che i pagamenti siano autorizzati prima di qualsiasi acquisto all'interno di applicazioni, a meno che il consumatore non scelga attivamente di modificare tali impostazioni". Per quanto riguarda Apple, invece, la Commissione sottolinea che "anche se la purtroppo la compagnia non ha finora prospettato soluzioni concrete e immediate per affrontare le preoccupazioni legate, in particolare, all'autorizzazione di pagamento, ha espresso il proponimento di affrontare tali problematiche. Tuttavia, per la realizzazione di questi eventuali cambiamenti futuri non sono stati forniti né un fermo impegno, né un calendario specifico. Le autorità CTC continueranno le discussioni con Apple per assicurare che l'azienda fornisca dettagli specifici sui cambiamenti richiesti e li ponga in atto conformemente alla posizione comune". Le autorità di contrasto degli Stati membri e la Commissione europea hanno anche invitato le associazioni di sviluppatori di giochi on line e le rispettive piattaforme a riflettere sulle misure concrete che potrebbero adottare per affrontare le questioni sollevate nella posizione comune, tra cui la possibilità di adottare linee guida o standard che tengano conto del regolamento sulla cooperazione in materia di tutela dei consumatori (CTC). L'enforcement, tra cui le eventuali azioni legali, compete alle autorità nazionali che esamineranno ora come affrontare le eventuali questioni legali pendenti. "L'industria - chiosa la Commissione - ha sottoscritto una serie di impegni al fine di tener conto delle preoccupazioni dei consumatori. Questa azione ha accresciuto la fiducia dei consumatori nel settore in rapida crescita delle app". "È la prima azione di enforcement di questo tipo che vede la Commissione europea e le autorità nazionali riunire i loro sforzi - ha dichiarato Neven Mimica, Commissario dell'UE responsabile per la Politica dei consumatori - Sono lieto di constatare che si stanno producendo risultati tangibili. Questo è un aspetto importante per i consumatori, e in particolare per i bambini che devono essere meglio protetti quando giocano online. Questa azione ha costituito inoltre una preziosa esperienza per la riflessione in corso su come organizzare meglio l'attuazione dei diritti dei consumatori nell'Unione. Essa ha dimostrato che la cooperazione si ripaga e contribuisce a migliorare la protezione dei consumatori in tutti gli Stati membri". Il Vicepresidente Neelie Kroes, responsabile per l'Agenda digitale, ha aggiunto: "La Commissione è estremamente aperta all'innovazione nel settore delle app. Gli acquisti all'interno di applicazioni sono un modello commerciale legittimo, ma è essenziale che i realizzatori di app comprendano e rispettino la normativa dell'UE allorché sviluppano questi nuovi modelli commerciali". LEGGI "App di giochi: l’Antitrust avvia istruttoria nei confronti di Google, iTunes, Amazon e Gameloft" "'App gratuite e pagamenti nascosti', Altroconsumo segnala Apple e Google all’Agcm" 18 luglio 2014
Antitrust Ue, Google: "Aumentare la qualità non è anticoncorrenziale"
"Abbiamo sempre lavorato per migliorare i nostri servizi e creare nuove modalità con le quali fornire risposte più accurate e mostrare annunci più utili. Crediamo che le conclusioni preliminari espresse dalla Commissione europea siano errate da un punto di vista fattuale, giuridico ed economico, e che il nostro lavoro aumenta le possibilità di scelta per i consumatori e crea opportunità per le aziende di tutte le dimensioni". È così che Google, in un blogpost firmato da Kent Walker, Senior Vice President e General Counsel della compagnia, presenta la risposta ufficiale allo statement of objection che la Commissione europea ha recapitato a Mountain View nell'aprile scorso in merito a un presunto abuso di posizione dominante in ambito eCommerce. Sotto la lente dell'Antitrust continentale c'è il servizio che, al fianco dei classici risultati di ricerca, mostra una finestra con annunci a pagamento riferiti a prodotti e relativi prezzi, permettendo di acquistare direttamente all'interno di Google Shopping; questo, a detta della Commissione, minerebbe la concorrenza distraendo il traffico dagli aggregatori. "Nello statament of objection - prosegue il post - non si tengono in considerazione i benefici per consumatori e inserzionisti, e non si fornisce una chiara teoria giuridica per collegare le affermazioni alla soluzione proposta. Inoltre, non si considera l’impatto di servizi come Amazon ed eBay, che si sono ritagliati una fetta di traffico molto più grossa rispetto agli annunci di Google Shopping". "Negli ultimi 10 anni - afferma Kent - Google ha indirizzato oltre 20 miliardi di clic gratuiti verso gli aggregatori di online shopping nei paesi interessati dalla comunicazione della Commissione, con un aumento del 227% del traffico organico. E il traffico totale è aumentato ancora di più. Le modalità con le quali le persone cercano, confrontano e acquistano sono in rapida evoluzione; nel fornire risultati sapevamo dunque che avevamo bisogno di andare oltre il modello 10 link blu per tenere il passo con i nostri concorrenti e servire meglio i nostri utenti e inserzionisti. Abbiamo sviluppato nuovi modi per organizzare le informazioni sui prodotti e presentare in formati maggiormente utili e fruibili gli annunci. Per questi motivi nel 2012 abbiamo introdotto la Google Shopping Unit, e non pensiamo questo formato sia anticompetitivo, anzi, i dati ci dimostrano che è un approccio del quale si avvantaggiano sia gli inserzionisti che gli utenti". "La Commissione - continua Kent - propone come soluzione l'inserimento nei nostri spazi pubblicitari di annunci provenienti da alte compagnie, un approccio che rischia di pregiudicare la qualità e la pertinenza dei nostri risultati di ricerca. Inoltre, nella nostra risposta al sob l'ex Presidente del Tribunale dell’Unione Europea Bo Vesterdorf spiega perché un tale obbligo possa essere giustificato solo laddove una società abbia un obbligo di fornitura di un servizio ai suoi concorrenti, perché magari controlla un input essenziale e al contempo non disponibile altrove, come può essere per il gas o l'elettricità; uno standard che non può applicarsi in questo caso alla luce delle tante modalità con le quali si possono raggiungere i consumatori su Internet". A corredo del post è stato anche diffuso un video nel quale alcuni ingegneri di Google ripercorrono "17 anni di preziose innovazioni". 27 agosto 2015
Brevetti, scontro fra titani: "Rockstar" contro Google
Il consorzio che comprende Microsoft, Apple, BlackBerry, Sony ed Ericsson ha citato in giudizio BigG e i suoi partner per le presunte violazioni dei brevetti acquistati dopo la bancarotta della telco canadese Nortel Secondo ArsTechnica è uno scontro legale che trasforma la "guerra dei brevetti" in "conflitto atomico". Una definizione che, a guardare il motivo del contendere e le parti in causa, difficilmente appare esagerata. Il consorzio "Rockstar", che annovera tra i suoi componenti giganti come Microsoft, Apple, BlackBerry, Sony ed Ericsson ha infatti mosso sette azioni legali contro Google e i suoi partner in una corte federale nel distretto orientale del Texas. Motivo del contendere sono i brevetti che il consorzio stesso acquistò nel 2011 dalla telecom canadese Nortel, finita in bancarotta due anni prima. Migliaia di "patent" che coprono tutti i campi relativi alle tecnologie wireless 4G e che costarono 4,5 miliardi di dollari. Un tesoro sul quale aveva puntato le sue attenzioni la stessa Google, salvo vedersi superare dai concorrenti nell'acquisizione. BigG sconta ora una nuova beffa, accusato di aver violato con il suo sistema operativo mobile Android sette dei brevetti contesi. In particolare, le violazioni contestate si riferiscono al sistema "Associative Search Engine". Insieme a Google, il collettivo di querelanti ha chiamato in causa Asustek, HTC, Huawei, LG Electronics, Pantech, Samsung e ZTE. Sarah Reedy su LightReading fa notare che, anche alla luce del fatto che Google ha il suo bagaglio di brevetti derivanti dalla recente acquisizione di Motorola, questa azione legale è destinata ad aprire uno scenario giudiziario lungo e complesso, in una scala finora mai sperimentata e per nulla al sicuro da "rappresaglie".
Il nuovo rapporto ITMedia Consulting sul Video on Demand in Europa di Augusto Preta È ormai evidente che stiamo entrando nella terza fase di sviluppo di Internet, resa possibile dalla convergenza di una serie di dinamiche consumer driven e caratterizzata in particolare da ubiquità della connessione, adozione della banda larga e ultra larga, accesso mobile Internet ed evoluzione dei dispositivi mobili. Questa tendenza crescerà esponenzialmente nei prossimi anni rappresentando il driver di sviluppo di molte industrie, non solo quelle della comunicazione, legate all’economia digitale: la cosiddetta sharing economy (o app economy). Tra gli aspetti più rilevanti: cloud computing, Internet of things, big data, ecc. Tale evoluzione caratterizza appunto la terza fase dello sviluppo di Internet dopo quella rappresentata dal World wide web e dal Web 2.0 (Internet partecipativo e reti sociali), in conseguenza della diffusione della larga (e ultra larga) banda (LTE, 5G, fibra ottica). In questo contesto, il video funge da motore del cambiamento, favorendo la diffusione di reti e servizi sempre più performanti, in grado di soddisfare le crescenti aspettative dei consumatori, attraverso la diffusione dei nuovi servizi a richiesta. In tal senso l’anno da poco trascorso ha visto un radicale cambiamento d’approccio finalmente anche in Europa, con l’ingresso massiccio da parte dei molti broadcaster e fornitori di servizi video in genere nell’arena competitiva. L’obiettivo si è focalizzato in primo luogo sul mantenimento della customer satisfaction anche in ambiente IP, legato soprattutto alla Quality of Service, come condizione fondamentale per garantire prodotti competitivi e un effettivo value for money. Questa tendenza ha riguardato ad esempio accordi di content delivery, come quella tra Orange e Akamai (principale operatore di CDN al mondo) in Francia e relazioni impensabili solo poco tempo fa, come l’accordo tra Netflix e Virgin Media nel Regno Unito. Inoltre negli ultimi mesi è stato un susseguirsi di annunci e lanci di servizi in tutta Europa, che hanno al centro Internet e la broadband Tv. L’accordo Telecom Italia/ Sky segna un passo importante proprio in questa direzione e si lega ad altri fattori significativi, emersi negli ultimi mesi nel resto del continente. Nelle tlc europee si è avviata infatti una nuova fase di sviluppo il cui driver è la banda ultra larga, attraverso il rilancio della domanda, grazie ai servizi video e alla pay-Tv. In Spagna l’acquisizione di Canal Plus, incumbent pay tv satellitare, da parte di Telefonica segue ulteriori acquisizioni di servizi di tv a pagamento da parte delle telco, insieme a fusioni / integrazioni tra fisso e mobile, tlc e cavo, oltre ad accordi di condivisione delle infrastrutture. Nel Regno Unito British Telecom ha acquisito un ruolo di primo piano nell’evoluzione del contesto competitivo nazionale, soprattutto con lo sviluppo della fibra ottica (FTTC). Oltre ad essere presente nell’offerta gratuita, ha fatto il suo ingresso nella Tv a pagamento, attraverso l’acquisto dei diritti delle principali manifestazioni sportive per quasi ￡ 2 miliardi: Champions League, diritti esclusivi su tutti gli incontri, per il triennio 2015/18 per ￡ 900 milioni; Premier League, diritti su due pacchetti, per il triennio 2016/19 per ￡ 960 milioni. Vodafone a sua volta ha sviluppato una serie di operazioni e fusioni a livello europeo, che hanno al loro centro l’integrazione fisso / mobile, l’ingresso nel settore della cable tve il lancio dell’offerta quadruple play sia nel fisso che nel mobile, con al centro la televisione e il video. Liberty Media, il principale operatore via cavo in Europa, dopo l’acquisizione di Virgin Media (incumbent via cavo nel Regno Unito) ha acquisito ulteriori canali e operatori televisivi via cavo nel nord Europa (Ziggo in Olanda su tutti). Alla luce dunque dei fenomeni appena descritti, ITMedia Consulting prevede che nei prossimi anni si assisterà fin dal 2015 in Europa all’esplosione dei servizi video, con una crescita consistente e superiore alle attese nei prossimi tre anni in particolare del video on demand. In tal senso, dopo l’affermazione e il consolidamento avvenuto negli Usa, la diffusione anche in Europa delle offerte di VOD sarà trainata dai seguenti fattori: lo sviluppo delle reti a ultra broadband in fibra ottica sia via reti telco nelle sue varie modalità (FTTH, FTTC, ecc), sia via cavo (Docsis 3.1); lo sforzo e gli incentivi a livello europeo e dei singoli paesi in ambito nazionale di raggiungere gli obiettivi previsti dall’Agenda Digitale (penetrazione della banda larga e ultra larga); il mutato atteggiamento dei fornitori dei contenuti tradizionali (produttori e broadcaster) sottoposti alla crescente competizione dei grandi operatori globali; l’esplosione dei servizi video in streaming e su terminali mobili; lo sviluppo delle offerte in 4k e 8k; il graduale e inarrestabile passaggio di tutta la produzione a utilità ripetuta (film e serie) sulle reti broadband. In particolare ciò che emerge con evidenza è il consolidamento di alcuni modelli di business in specifiche aree (in particolare Regno Unito e Nord Europa), soprattutto attraverso servizi di Subscription VOD, che iniziano a competere direttamente con le dominanti pay-Tv nazionali. A ciò si aggiunge l’ingresso anche al resto d’Europa di nuovi attori globali, a cominciare da Netflix, in aree finora meno soggette alla competizione, in assenza di sufficiente penetrazione della banda larga (in particolare nel Sud Europa); il consolidamento, attraverso fusioni e acquisizioni, da parte dei grandi operatori di telecomunicazioni e via cavo (es. Vodafone, BT, Orange, Telefonica e Liberty Media) attraverso l’offerta quadruple play, integrando voce, dati con accesso a Internet fisso e mobile e video (Tv); un più elevato grado di competizione tra broadcaster, telco, OTT (Netflix e in prospettiva anche Amazon, Apple e Google) sullo stesso o su diversi modelli di business (Francia e Germania in primis); accesso diretto attraverso acquisizione dei diritti live a contenuti premium sportivi in esclusiva, a cominciare dal calcio (campionato nazionale e Champions League) in grado di accrescere la domanda di dati e il traffico sulle reti (Regno Unito e Spagna). Inoltre, se nel 2014 il video entertainment ha rappresentato negli Usa circa il 60% del consumo di banda, con Netflix a farla da padrone (35% in download nei momenti di maggior consumo) è altrettanto chiaro che il modello di business ad esso collegato, lo SVOD, rappresenta la tipologia di offerta dominante destinata ad estendersi rapidamente anche in Europa, dove la competizione con Amazon, iTunes e con i broadcaster appare oltremodo accesa e destinata ad allargarsi nei prossimi mesi. In prospettiva, dunque, il rapporto ITMedia Consulting prevede una tendenza a un superamento dell’attuale fase, caratterizzata comunque da notevole dinamismo, nella quale si confrontano tuttavia diversi business model, che porterà non solo a un sostanziale incremento dei ricavi, ma anche a un maggiore consolidamento dei modelli di finanziamento, in particolare sotto forma di abbonamenti. Successivamente una parte più consistente dei ricavi, soprattutto nei paesi dove lo SVOD si è già affermato (Regno Unito e Nord Europa in particolare), proverrà dalla diretta sostituzione tra le diverse forme di offerta pay (cord-cutting e cord-shaving), con una crescente guerra dei prezzi e un possibile consolidamento del settore. Ciò determinerà in tutti i casi entro il 2018 impatti significativi e dirompenti su tutta l’industria televisiva europea e della pay-Tv in particolare, allo stesso modo di quanto avvenuto in passato per gli altri comparti dell’industria dei media. In questo scenario, ITMedia Consulting stima che il totale delle entrate da servizi VOD in Europa Occidentale raggiungerà i 2.140 milioni di euro alla fine del 2015, con 823 milioni generati da abbonamenti SVOD e 760 milioni da pubblicità AVOD. Il resto da servizi di TVOD (pagamento per singolo prodotto e acquisti video on line sell through). In seguito l’offerta a pagamento in SVOD continuerà ad acquistare rilevanza e i ricavi complessivi raggiungeranno i 3.580 milioni di euro nel 2018, con una crescita media annua del 22% e lo SVOD rappresenterà la componente a maggiore sviluppo del comparto, con un CAGR del 34%. A livello geografico il Regno Unito continuerà a rappresentare la best practice nel settore, soprattutto per quanto riguarda i ricavi da SVOD. Germania e Francia (particolarmente attive nel TVOD) seguiranno, con dinamiche di crescita molto interessanti nei prossimi anni. Più in ritardo i paesi dell’Europa del Sud, tra cui Italia e Spagna, dove le problematiche infrastrutturali e dunque di accessibilità ai contenuti online rappresentano uno dei maggiori colli di bottiglia. In questi Paesi in tutti i casi ITMedia Consulting prevede livelli di crescita superiori a quelli dei big 3.
Netflix, la conferma ufficiale: "Il servizio sarà disponibile in Italia a partire da ottobre 2015"
Crescere in digitale - Roma, 28 aprile 2015
De-indicizzazione risultati di ricerca: a novembre gli URL esaminati da Google aumentano di 2700 al giorno. Mentre arrivano le linee guida dei Garanti europei
Sono in costante aumento le richieste di de-indicizzazione che arrivano a Google a seguito della sentenza con la quale, nel maggio, scorso, la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha stabilito che i cittadini del Vecchio Continente hanno il diritto di chiedere ai motori di ricerca di rimuovere determinati risultati associati al proprio nome. I numeri sono quelli fotografati nel Transparency Report della compagnia di Mountain View, nel quale viene tenuto il conto delle “Richieste di rimozione di risultati di ricerca ai sensi delle leggi europee sulla privacy”. Al 1 dicembre il numero di URL esaminati dalla compagnia toccava quota 625.116, frutto di 178.119 segnalazioni; gli stessi valori il 20 ottobre scorso erano rispettivamente 510.994 e 152.463. Una crescita media quotidiana di circa 2700 indirizzi sotto la lente del motore di ricerca californiano, in un trend che sembra anch'esso in aumento; nella seconda metà di ottobre, infatti, la crescita media quotidiana degli URL esaminati si fermava a 1500 unità. LEGGI Per l’Italia respinte più di tre richieste su quattro E mentre anche Microsoft (leggi Bing) e Yahoo hanno iniziato a rimuovere risultati di ricerca, il Working Group Art. 29, il Gruppo che raccoglie tutte le Autorità per la privacy europee, ha dato seguito agli annunci della scorsa settimana diffondendo le Linee guida sull'applicazione della sentenza della Corte di Gisutizia. Tra i 13 criteri contenuti nel documento, spicca quello secondo il quale la de-indicizzazione, per garantire un'effettivo rispetto del quadro disegnato dalla CGUE, non può essere confinata alle divisioni europee dei motori di ricerca. Si affrontano inoltre le questioni relative ai disclaimer presentati dai search engine in merito alla possibilità che i risultati possono essere incompleti a causa di precedenti rimozioni e alla notifica di de-indicizzazione inviata alla fonte originaria. Sul primo versante, i Garanti affermano che "tale pratica è accettabile solo se le informazioni sono presentate in modo tale che gli utenti non possono, in ogni caso, concludere che un particolare individuo ha chiesto la de-indicizzazione dei risultati che lo riguardano". Sul secondo fronte, invece, si afferma che "i motori di ricerca non dovrebbero di default informare i webmaster degli spazi che hanno originariamente pubblicato le informazioni de-indicizzate"; tuttavia, "in alcuni casi i motori di ricerca potrebbero voler contattare l'editore originale in relazione alla particolare richiesta prima di qualsiasi decisione di cancellazione dall'elenco, al fine di ottenere ulteriori informazioni per la valutazione delle circostanze della richiesta stessa". LEGGI Il search in continuo movimento: i protagonisti di un mercato in evoluzione Diritto all’oblio: cosa non possiamo chiedere a Google. Considerazioni sull’applicazione della sentenza della Corte di Giustizia Diritto all’oblio, “che fare se Google dice no”. Autorità europee al lavoro su criteri comuni Diritto all’oblio, Google ascolta gli esperti. E i nodi restano da sciogliere Pizzetti: “Sentenza CGUE non è su diritto all’oblio. Ma pone questioni fondamentali su evoluzione normativa” Data protection e diritto all’oblio, il Commissario Reicherts: “Dibattito distorto da detrattori. Adottare subito nuove è più forti tutele sulla protezione dei dati” "Diritto all'oblio, Google "interrogato" dai Garanti privacy europei. Accolta la metà delle richieste. In attesa di linee guida condivise" Privacy e diritto all’oblio, il gestore di un motore di ricerca online è responsabile del trattamento da esso effettuato dei dati personali che appaiono su pagine web di terzi. Montuori (Garante Privacy): “Consonanza con direzione intrapresa dall’Autorità”. Google: “Decisione deludente, sopresi differisca da Advocate General” "Google e diritto all’oblio, Giuseppe Busia (Garante Privacy): 'Stabilito un principio sulla competenza territoriale'. Il Prof. Gambino: 'Richiesta ai motori di ricerca è tutela estrema e subordinata, ma aspetti positivi per tutela delle fragilità' " "Uno, nessuno e centomila: tra reputazione online e diritto all’oblio. Montuori (Garante Privacy): 'Importante capire il diritto alla contestualizzazione dell’informazione' " 2 dicembre 2014
Settimana 42265