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Timestamp: 2017-06-27 15:30:30+00:00
Document Index: 8975332

Matched Legal Cases: ['art. 51', 'art. 19', 'art. 51', 'art. 7', 'art. 51', 'art. 52', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 7', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 2', 'art. 52', 'art. 51', 'art. 5', 'art. 51', 'art. 13']

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Ministero della Salute Circolare 17 dicembre 2004 Indicazioni interpretative e attuative dei divieti conseguenti all'entrata in vigore dell'articolo 51 della legge 16 gennaio 2003, n. 3, sulla tutela della salute dei non fumatori
Nell'approssimarsi della data di piena entrata in vigore delle prescrizioni dell'art. 51 della legge 16 gennaio 2003, n. 3, sulla tutela della salute dei non fumatori - prevista per il 10 gennaio 2005 ex art. 19 del decreto-legge 9 novembre 2004, n. 266 - si ritiene proficuo, con la presente, fornire alcuni chiarimenti e utili indicazioni sulla portata ampiamente innovativa di dette disposizioni. Il quadro normativo di riferimento è rappresentato dai provvedimenti di seguito cronologicamente elencati:
La normativa sopra richiamata - e, in particolare, l'art. 51 della legge n. 3/2003 - persegue il fine primario della "tutela della salute dei non fumatori", con l'obiettivo della massima estensione possibile del divieto di fumare, che, come tale, deve essere ritenuto di portata generale, con la sola, limitata esclusione delle eccezioni espressamente previste. Il fumo di tabacco è la più importante causa di morte prematura e prevenibile in Italia e rappresenta uno dei più gravi problemi di sanità pubblica a livello mondiale; ecco perché la prevenzione dei gravi danni alla salute derivanti dalla esposizione attiva e passiva al fumo di tabacco costituisce obiettivo prioritario della politica sanitaria del nostro Paese e dell'U.E. La nuova normativa si inserisce in questa visione strategica e per questo si rende necessario garantire il rispetto delle norme di divieto e il sanzionamento delle relative infrazioni. Il divieto di fumare trova applicazione non solo nei luoghi di lavoro pubblici, ma anche in tutti quelli privati, che siano aperti al pubblico o ad utenti. Tale accezione comprende gli stessi lavoratori dipendenti in quanto "utenti" dei locali nell'ambito dei quali prestano la loro attività lavorativa. E' infatti interesse del datore di lavoro mettere in atto e far rispettare il divieto, anche per tutelarsi da eventuali rivalse da parte di tutti coloro che potrebbero instaurare azioni risarcitorie per danni alla salute causati dal fumo. In forza di detto generalizzato divieto, la realizzazione di aree per fumatori non rappresenta affatto un obbligo, ma una facoltà, riservata ai pubblici esercizi e ai luoghi di lavoro che qualora ritengano opportuno attrezzare locali riservati ai fumatori devono adeguarli ai requisiti tecnici dettati dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 23 dicembre 2003.
Per quanto concerne specificamente le responsabilità che gravano sui gestori degli esercizi pubblici, l'art. 7 della legge n. 584/1975, come espressamente disposto dal comma 5 dell'art. 51 della legge n. 3/2003, è stato sostituito dall'art. 52, comma 20, della legge n. 448 del 28 dicembre 2001 che prevede un inasprimento delle sanzioni amministrative per i trasgressori al divieto di fumo e per coloro cui spetta, in base all'art. 2 della legge n. 584/1975, di curare l'osservanza del divieto, qualora non ottemperino al loro compito. A tale riguardo e per comprendere esattamente la portata della norma, deve essere richiamato l'art. 4, lettera c), della direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri del 14 dicembre 1995, il quale prevede testualmente: "Per i locali condotti da soggetti privati, il responsabile della struttura, ovvero dipendente o collaboratore da lui incaricato, richiamerà i trasgressori all'osservanza del divieto e curerà che le infrazioni siano segnalate ai pubblici ufficiali ed agenti competenti a norma dell'art. 13 della legge 24 novembre 1981, n. 689". Al riguardo si precisa che sui soggetti responsabili della struttura o sui loro delegati ricadono gli obblighi di:
1. richiamare formalmente i trasgressori all'osservanza del divieto di fumare; 2. segnalare, in caso di inottemperanza al richiamo, il comportamento del o dei trasgressori, ai pubblici ufficiali e agenti ai quali competono la contestazione della violazione del divieto e la conseguente redazione del verbale di contravvenzione. Sarà loro cura anche esporre cartelli, come indicato nell'accordo stipulato in sede di Conferenza Stato-Regioni nella seduta del 16 dicembre 2004. In presenza di violazioni a detta disposizione si applicano le misure sanzionatorie previste dall'art. 7, secondo comma, della legge 11 novembre 1975, n. 584, recante "Divieto di fumare in determinati locali e su mezzi di trasporto pubblico" con particolare riferimento all'art. 2 della medesima legge. L'art. 2 della legge n. 584 dell'11 novembre 1975 inquadrato nel contesto organico della disciplina all'esame, porta ad escludere limitazioni agli obblighi dei gestori, i quali pertanto non sono tenuti soltanto alla materiale apposizione del cartello di divieto di fumo ma anche ad attuare interventi attivi di dissuasione nei confronti dei trasgressori osservando così gli adempimenti previsti dal richiamato art. 4, lettera c), della direttiva 14 dicembre 1995. Infatti, il tenore letterale del sopra citato art. 2, che recita testualmente "... curano l'osservanza del divieto ...", risulterebbe assolutamente privo di concreto significato pratico ove inteso nel senso di limitare gli obblighi dei gestori alla mera esposizione del cartello, poiché ciò non giustificherebbe in alcun modo la applicazione delle misure sanzionatorie, comprese tra un minimo di 200 e un massimo di 2000 euro, previste dall'art. 52, comma 20, della legge n. 448 del 28 dicembre 2001. Inoltre, considerato che il comma 9 dell'art. 51 della legge n. 3/2003 ha fra l'altro mantenuto in vigore anche l'art. 5 della citata legge n. 584/1975, qualora non siano osservati gli obblighi che ricadono sui gestori, il questore può sospendere, per un periodo da tre giorni a tre mesi, o revocare la licenza di esercizio del locale.
Con l'accordo definito nella seduta della Conferenza Stato-Regioni del 16 dicembre 2004 è stata data attuazione al comma 7 dell'art. 51 della legge n. 3/2003, ridefinendo in particolare le procedure per l'accertamento delle infrazioni e l'individuazione dei soggetti legittimati ad elevare i relativi processi verbali. L'approvazione di tale accordo ha completato il quadro organico della disciplina di settore relativa al divieto di fumo. Va precisato, in questo senso, che i dirigenti preposti alle strutture amministrative e di servizio di pubbliche amministrazioni, di aziende e di agenzie pubbliche individuano con atto formale i soggetti cui spetta vigilare sull'osservanza del divieto, accertare e contestare le infrazioni. Resta inteso che, ove non vi abbiano provveduto, spetta ad essi stessi esercitare tale attività di vigilanza, di accertamento e di contestazione. Nei locali privati in cui si svolge comunque un servizio per conto dell'amministrazione pubblica sono invece tenuti a vigilare sul rispetto del divieto di fumare, ad accertare le infrazioni ed a contestare la violazione i soggetti cui spetta per legge, regolamento o disposizioni di autorità assicurare l'ordine interno dei locali. Nelle strutture pubbliche e private soggette al divieto di fumare i soggetti incaricati della vigilanza, dell'accertamento e della contestazione delle infrazioni, come pure il personale dei corpi di polizia amministrativa locale, conformemente alle disposizioni vigenti, nonché le guardie giurate espressamente adibite a tale servizio, su richiesta dei responsabili o di chiunque intenda far accertare infrazioni al divieto:
Le indicazioni finora espresse, ovviamente, non pregiudicano la possibilità degli ufficiali ed agenti di polizia giudiziaria, normalmente impegnati in altri compiti istituzionali di maggior rilievo, di svolgere tali attività di accertamento e di contestazione delle infrazioni di propria iniziativa ovvero nell'ambito dei servizi di cui sono incaricati, come previsto dall'art. 13, quarto comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689. Nei locali privati, infine, i soggetti cui spetta vigilare sul rispetto del divieto si identificano nei conduttori dei locali stessi o nei collaboratori da essi formalmente delegati che, in base a quanto chiarito al punto 4 della presente circolare, richiamano i trasgressori all'osservanza del divieto e provvedono a segnalare immediatamente le infrazioni ad uno dei soggetti pubblici incaricati della vigilanza, dell'accertamento e della contestazione delle violazioni in precedenza indicati. Fermi i chiarimenti e le indicazioni di cui sopra, corre l'obbligo di ribadire anche in questa sede che ogni eventuale, ulteriore dubbio che dovesse emergere dalla normativa sul divieto di fumare a tutela della salute dei non fumatori dovrà essere valutato alla luce del fondamentale principio cui e' informata tale disciplina, in base al quale "è proibito fumare in tutti i locali chiusi, ad eccezione delle abitazioni private e dei locali riservati ai fumatori se esistenti e purché dotati delle caratteristiche previste dal decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 23 dicembre 2003". Roma, 17 dicembre 2004 Il Ministro della Salute
Siete sicuri che questo Governo stia realmente tutelando gli italiani ? E la legge anti – fumo , siete sicuri che sia un bene per tutti? Rag. Alessandro Nicolicchia
MOVIMENTO ITALIA SOCIALE SEGRETERIA PROVINCIALE
AL MINISTRO DELL’AMBIENTE MATTIOLI AL SIG. SINDACO DI PALERMO
COMUNE DI PALERMO lì .......................
GABINETTO DEL SINDACO Piazza Pretoria – Tel. 091 7402301 – 091 7402295 – Fax 091 7402275
e p.c. Al Movimento Italia Sociale
Con questa legge veniva superato il regime mutualistico, che rimborsava le prestazioni sanitarie in funzione di contributi precedentemente versati, e la gestione della salute ricadeva in una delle fondamentali funzioni dello Stato, perché la salute costituisce un diritto. Per la precisione, si e trattato di una estensione delle funzioni dello Stato perché in precedenza tanto l'igiene quanto la prevenzione in senso lato, come le vaccinazioni, erano state, da sempre, a carico della collettività. In questo caso nella sostanza si e trattato di sostituire i vecchi Istituti mutualistici col Servizio Sanitario Nazionale, garantendo interventi generalizzati, mentre in precedenza potevano venire rimborsati soltanto gli interventi in precedenza stabiliti. Ciascun lavoratore pertanto poteva usufruire soltanto di quanto gli passava la mutua alla quale era iscritto, a seconda della tipologia del lavoro svolto. Esisteva pertanto una differenza sostanziale fra cittadino e cittadino su qualcosa riconosciuto come fondamentale nella vita civile. Si tratta di una riflessione che dobbiamo fare, perché con la prevista "devolution" rischiamo di ritrovarci nella stessa situazione, questa volta pero dovuta alle differenze di qualità dell' assistenza fornita da ogni Regione. L avvento del S.S.N. veniva a coincidere con l evoluzione della percezione del concetto di salute, che passava dall'assenza di malattia a condizione di benessere psicofisico. Come si sa, quando vengono riconosciuti nuovi diritti ed aumentano le gratuità dei servizi, si innesta un meccanismo che si autoalimenta, con forzature dovute alla pressione della pubblicità commerciale. Tuttavia, malgrado questo processo che prosegue tuttora, amplificato per di più dalla moltiplicazione delle proposte multimediali che propongono incessantemente modelli di vita sostenibili con interventi di tipo sanitario, e grazie all'occupazione da parte della partitocrazia delle strutture di base del S.S.N, la Legge 833/78 restava inapplicata nelle sue premesse sostanziali.
Negli ultimi decenni abbiamo registrato l accelerazione di alcuni fenomeni:Progresso tecnologico, diffusione di informazioni quasi sempre a scopo propagandistico e conseguente aumento delle attese da parte dei singoli (si pensi alla diffusione del "Viagra" ), enorme aumento di richieste sulla base di esigenze indotte dalla pubblicità ( si pensi che da più parti ed insistentemente è stato richiesto che gli interventi di chirurgia estetica siano inseriti fra quelli elargiti gratuitamente dal SSN ), ma quello che appare più grave, è l'aumento strepitoso degli iscritti alle facoltà di medicina con l'immissione nella società di decine di migliaia di nuovi laureati. Quest'ultimo fattore, mai sottolineato dai molti analisti del sistema sanitario, è una delle cause principali della moltiplicazione degli interventi, del processo di sanitarizzazione della società e della spesa pro capite.
E' evidente che, se da una parte tanto le macchine quanto le medicine permettono una notevole semplificazione procedurale, dall'altra l'assenza di un sistema chiaro e definito di valutazione e discriminazione basato sulla reale efficacia degli strumenti utilizzati giustifica ogni pretesa da parte dei cittadini ed ogni abuso da parte di chi gestisce e lucra su questi strumenti. D'altronde, ogni cittadino si sente giustamente in diritto di pretendere quanto ritiene utile alla propria salute da un Sistema Sanitario al quale contribuisce lautamente con le tasse. Se a quanto scritto aggiungiamo la pressante e spesso ottundente propaganda esercitata dalle industrie, tanto sul corpo sanitario quanto, con ogni mezzo, sul cittadino, come dimostra la punta d'iceberg degli scandali apparsi a ripetizione sui Media, la conclusione non può che essere la bancarotta generalizzata. Prospettiva che da una parte sgomenta, anche perché il sistema politico non e attualmente in condizione di affrontare seriamente il problema per tema delle conseguenze elettorali, come dimostrato dalla esplosione dei consumi farmaceutici quando il governo di centrosinistra aveva eliminato il ticket per ragioni esclusivamente elettorali. IL PRINCIPIO DI EFFICACIA.
Fortunatamente per noi, il concetto di efficacia e la necessità della verifica si sono andati amplificando all'unisono con la supposta amplificazione della potenza tecnologica che l'industria mette a disposizione delle strutture sanitarie, e ciò dovrebbe aiutare coloro che intendono contrastare, in nome della difesa di margini sempre più stretti di umanesimo, l'invadenza della tecnologia nei più reconditi anfratti dei meccanismi biologici. Fin dai primi studi di verifica a posteriori del valore reale delle ricerche pubblicate sulle riviste scientifiche internazionali più prestigiose, si è capito che ben poche ricerche potevano essere accettate dal punto di vista scientifico, mentre sono subito emersi "conflitti di interesse" fra i ricercatori più conosciuti e le industrie che commissionavano loro le ricerche sui propri prodotti. Ciò ha costretto di recente gli editori di queste prestigiose riviste ad un atto pubblico di "mea culpa" ed alla ricerca di una comune via d' uscita al fine di garantire la continuità del loro perduto prestigio. Tuttavia, come si può facilmente capire, la questione è di difficile soluzione, perché quasi sempre è l'industria che finanzia la ricerca, che costa fior di miliardi, nonché le spese della pubblicazione dei risultati, ed investe cifre non indifferenti nella pubblicità, e ciò chiarisce perché vengono quasi sempre pubblicate soltanto le ricerche con esito "positivo", tanto sui farmaci quanto su apparecchiature tecniche. Tutto ciò, ovviamente, genera una situazione di generalizzata incertezza, che non si riverbera sul grande pubblico il quale, invece, è bersagliato quotidianamente da informazioni positive. Una recente ricerca canadese, riportata nell'importante libro di Marco Bobbio (Giuro di esercitare la medicina in libertà ed indipendenza - Einaudi editore) dedicato al rapporto fra medici ed industria, ha evidenziato come sono stati presentati ai lettori dei quotidiani pregi e difetti di cinque farmaci commercializzati tra il 1996 ed il 2001. Tutti i 193 articoli dei quotidiani evidenziavano almeno un effetto positivo dl farmaco, ma solo il 32% faceva cenno ai possibili effetti collaterali. Oggi anche in Italia, la " Evidence based medicine", che coinvolge ancora pochi operatori del settore, ha potuto dimostrare che molti interventi sono inutili e potenzialmente nocivi. La persistenza di questa situazione, però, è una logica conseguenza di molti fattori, fra cui: l'assoluta libertà di concorrenza fra le industrie, in contrasto peraltro con dettati di legge molto chiari ed inequivocabili (mai di fatto imposti da parte degli inoperanti organi istituzionali di controllo); la delega generalizzata ad alcune categorie di "specialisti" in assenza di specifiche garanzie di legge, se si esclude il vincolo rappresentato dagli Ordini professionali (al momento, come è facile constatare, del tutto inoperanti per quanto riguarda le garanzie agli utenti dei servizi svolti dagli iscritti); e non ultima, la ipotetica applicazione di una legge molto tardiva sull'obbligo di aggiornamento (indipendente!) di tutto il personale sanitario.
In questo quadro, che è d'obbligo definire desolante, l'unica soluzione che si impone è quella suggerita dalle circostanze. I cittadini, già consumatori passivi da manipolare a piacimento, ma detentori a tutti gli effetti del diritto alla salute, devono prendere in mano la situazione e tornare ad una gestione diretta della propria qualità di vita senza deleghe preordinate, né imposizione di "competenze" non dimostrate con certificazioni di qualità, anche ai fini di autotutela contro i rischi sempre più incombenti di manipolazioni biologiche e genetiche per fini industriali mascherate da ricerca scientifica. Il "come" dovrà essere stabilito, ma per il momento le Associazioni dei consumatori e degli utenti devono assumersi l'incarico e l'onere della tutela anche del diritto alla salute, che oggi si caratterizza come fondamentale della società civile. SALUTE / ALIMENTAZIONE
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