Source: http://dirittofacile.net/page/4
Timestamp: 2020-08-10 19:50:28+00:00
Document Index: 67931798

Matched Legal Cases: ['art.1849', 'sentenza ', 'art.641', 'art.346', 'art.2735', 'art.27']

Diritto Facile - Page 4 of 31 - Guide Facili per Capire il Diritto Online
Pegno Rotativo
Prima di parlare del pegno rotativo, dobbiamo fare brevi accenni al concetto di pegno, che nel diritto civile di molti paesi, tra cui l’Italia, consiste in un diritto reale di garanzia su beni altrui, con la finalità di funzionare da garanzia per un credito. Esso è disciplinato dagli artt.2784 e seguenti del Codice Civile e ha natura accessoria al credito garantito, con la conseguenza che se questi risulta privo di causa, anche il pegno decade. Il debitore del credito dato in pegno può opporre al creditore pignoratizio tutte le eccezioni che potrebbe opporre al suo creditore, tranne che non abbia accettato la costituzione del pegno senza riserve.
Il pegno può essere costituito anche in relazione a crediti futuri, sempre che ne sia determinato l’oggetto. Non è ammessa la costituzione di pegni omnibus, ovvero riferiti a tutte le posizioni debitorie presenti o future del debitore, dovendo l’oggetto del rapporto creditizio essere determinato o almeno determinabile. Una volta che il debitore paga il debito per intero, il bene dato in pegno gli sarà restituito. In caso contrario, il creditore potrà disporne la vendita tramite un mediatore o rivolgendosi al giudice. In questa seconda ipotesi, dovrà essere effettuata una stima preliminare per verificare se il bene oggetto di pegno non sia di valore superiore al credito vantato dal creditore.
Se il bene in pegno venduto per inadempienza contrattuale frutta al creditore un ricavato maggiore all’importo del suo credito, la differenza positiva dovrà essere restituita al debitore o agli altri eventuali creditori di questo.
Altro aspetto importante, il bene dato in pegno non può essere restituito parzialmente, mentre il debitore paga le rate del debito, nemmeno nel caso in cui il bene sia divisibile. Dunque, il bene oggetto di pegno verrà restituito dal creditore solo nel caso in cui il debitore abbia adempiuto integralmente alla sua obbligazione, fatto salvo quanto sopra detto con riguardo all’eventuale differenza positiva registrata in fase di vendita del bene.
Il pegno può avere come oggetto anche crediti, per cui il creditore pignoratizio otterrà sostanzialmente il mandato di incassarli alla scadenza, tenendo le somme o altri strumenti finanziari a garanzia del credito erogato. Ora, nella prassi si è diffuso nel tempo quello che definiamo pegno rotativo e che riguarda l’anticipazione bancaria. La banca eroga al cliente una somma di denaro, che viene garantita dal cliente con la concessione in pegno di beni, che possono consistere anche in denaro o altri beni fungibili, caso in cui si suole anche parlare di pegno irregolare. La caratteristica del pegno rotativo risiede nella deroga, ai sensi dell’art.1849 del Codice Civile, del principio di indivisibilità del pegno. Il creditore, ossia la banca, può restituire al cliente debitore parte del bene ottenuto in pegno, mentre questo alle sue obbligazioni, per esempio, versando le rate del debito pattuito.
Il pegno rotativo viene disciplinato dall’1851 c.c., Se, a garanzia di uno o più crediti, sono vincolati depositi di denaro, merci o titoli che non siano stati individuati o per i quali sia stata conferita alla banca la facoltà di disporre, la banca deve restituire solo la somma o la parte delle merci o dei titoli che eccedono l’ammontare dei crediti garantiti. L’eccedenza è determinata in relazione al valore delle merci o dei titoli al tempo della scadenza dei crediti.
Oggetto del pegno rotativo, quindi, può essere anche un credito o una somma di denaro, in modo che alla scadenza del titolo, alla banca venga conferita la facoltà di trasformarlo in liquidità, che potrà essere reinvestita per acquistare altri titoli da sottoporre al medesimo vincolo di garanzia reale. La rotazione consiste proprio in questo, ovvero nella possibilità per la banca creditrice di modificare l’oggetto del pegno, senza che ciò comporti a una continua rinnovazione del contratto. La giurisprudenza prevalente propende per la tesi positiva, cioè che sia possibile costituire pegno su un nuovo oggetto, senza modificare il contratto esistente. La tesi negativa, anche se minoritaria, sostiene che tale possibilità non dovrebbe essere consentita al creditore.
Di certo questa facoltà non è possibile per i casi di pegno regolare, in conseguenza della sentenza della Cassazione del 1998, secondo cui il patto di rotatività è consentito, a patto che il negozio costitutivo di garanzia abbia data certa, contenga l’indicazione della cosa data in pegno e il valore del bene sostituito nel bene abbia identico valore di quello originario.
Esplicitamente consente il ricorso al patto di pegno rotativo il decreto che lo prevede per i contratti di garanzia finanziaria, per i quali introduce la clausola di sostituzione, ovvero quella clausola del contratto di garanzia finanziaria che prevede la possibilità di sostituire interamente o in parte l’oggetto nei limiti del valore dei beni in origine costituiti in garanzia. Per contratti di garanzia finanziaria, si intendono la cessione del credito, della proprietà di attività finanziarie con funzione di garanzia, i pronti contro termine e qualsiasi contratto di garanzia reale che abbia come oggetto attività finanziarie e con la finalità di garantire l’adempimento di obbligazioni finanziarie.
Secondo l’art.641 del Codice Penale, Chiunque, dissimulando il proprio stato di insolvenza, contrae un’obbligazione col proposito di non adempierla è punito, a querela della persona offesa, qualora l’obbligazione non sia adempiuta, con la reclusione fino a due anni o con la multa fino a 516 euro. L’adempimento dell’obbligazione avvenuto prima della condanna estingue il reato.
Sul piano giuridico, l’insolvenza fraudolenta si trova in una posizione a metà tra il reato di truffa e la semplice inadempienza contrattuale. Abbiamo un creditore che contrae, confidando sull’adempimento dell’obbligazione della controparte, e una parte debitrice, che dal momento della stipula del contratto si pone come obiettivo di non adempierla. Il reato scatta con l’inadempimento dell’obbligazione, ma il suo presupposto fondamentale risiede nella dissimulazione dello stato d’insolvenza, così come il proposito di non adempierla si configura quale premessa indispensabile.
In questo caso a essere tutelato come bene è la buona fede contrattuale. Il dolo consiste nel non volere adempiere l’obbligazione a partire dal momento in cui è sorta l’obbligazione, oltre che nella volontà consapevole di non adempierla successivamente. Inoltre, bisogna dissimulare lo stato d’insolvenza. Questa dissimulazione può consistere in varie forme, come un comportamento negativo, il silenzio o la menzogna. Tuttavia, la concreta distinzione con il reato di truffa sta nel fatto che, a differenza di questo, con l’insolvenza fraudolenta non vengono messi in atto veri e propri artifizi o raggiri per indurre l’altra parte a stipulare il contratto.
Non si configura quale reato di insolvenza fraudolenta la condotta di chi, all’atto della stipula di un contratto, si riserva mentalmente di non adempiere all’obbligazione, ma per una causa diversa dallo stato di insolvenza simulata, come nel caso di ripicca. Per insolvenza si intende l’impossibilità a pagare nel momento in cui è sorta l’obbligazione, mentre se questa è sopravvenuta non costituisce reato.
Riassumendo, si ha il reato di insolvenza fraudolenta, quando una parte contrae un’obbligazione con l’intento di non adempierla. Deve trattarsi di obbligazione contrattuale, ovvero volontaria, lecita e in grado di produrre effetti giuridici. Inoltre, deve consistere in un dare e non in un fare una specifica attività in favore dell’altra parte.
Quanto alla prova della preordinata volontà della parte di non adempiere all’obbligazione a partire dal suo sorgere, essa può essere riscontrata in comportamenti univoci e ricavabili dal contesto dell’azione, anche messi in atto successivamente alla contrazione dell’obbligazione, mentre il semplice inadempimento costituisce indizio di dolo, non reato in quanto tale.
Fino a quando non viene consumata l’inadempienza contrattuale, non vi è reato. Quanto ai termini per presentare querela di falso, questi scattano non dal momento in cui si verifica l’inadempienza contrattuale, ma dal momento in cui la parte creditrice ha avuto certezza della simulazione dello stato di insolvenza della controparte debitrice.
Nel reato di truffa, l’agente induce l’altra parte a stipulare il contratto, attraverso comportamenti che si configurano quali raggiri o artifizi, anche mentendo sullo stato di solvenza con argomentazioni e atti propri o con il sostegno di terzi. Con l’insolvenza fraudolenta, invece, la parte creditrice stipula il contratto senza che sulla sua volontà di farlo abbiano influiti raggiri o artifizi messo in atto dall’altra parte, rilevando solo l’intento della parte debitrice di non adempiere all’obbligazione e l’effettivo mancato inadempimento.
Anche il silenzio si può configurare tra gli elementi messi in atto dall’agente per dare origine al reato di insolvenza fraudolenta, nel caso in cui questi abbia omesso di comunicare all’altra parte lo stato di insolvenza e lo abbia fatto con il preciso proposito di non adempiere successivamente all’obbligazione.
Come sopra scritto, il reato scatta formalmente con l’inadempimento contrattuale, la cui data dovrà essere accertata sulla base delle norme che regolano la materia civilistica. La conseguenza è che esso non può configurarsi, anche in presenza del mancato intento di adempiere, se non sia prima scaduto il termine relativo. Nel caso in cui l’obbligazione fosse adempiuta prima della condanna di primo o secondo grado, il reato si estingue.
La Cassazione ha sentenziato nel 2011 che non trattasi di insolvenza fraudolenta la stipulazione di un contratto da parte dell’agente con l’intento di non adempiere all’obbligazione, se la riserva mentale non fosse collegata allo stato di insolvenza. Nel caso specifico, il soggetto inadempiente aveva sottoscritto alcune cambiali senza volerle pagare e non ha adempiuto ai pagamenti, ma perché sosteneva che il debito fosse stato acceso in relazione all’acquisto di una vettura che non andava bene su strada.
Per quanto sopra detto, aspetto fondamentale per configurare o meno il reato di insolvenza fraudolenta sta nel proposito del soggetto a non adempiere all’obbligazione, indipendentemente dallo stato effettivo di solvenza o meno all’atto della stipula del contratto. Per esempio, se un individuo contrae debiti, con la consapevolezza di navigare in cattivie acque sul piano finanziario, ma con la speranza di poterli ripagare, nel caso di insolvenza mancherebbe la frode, in quanto non vi sarebbe stato intento di non adempiere, per cui saremmo in presenza di una semplice inadempienza contrattuale, rilevante sul piano civilistico.
Millantato Credito – Significato e Definizione
In questa guida spieghiamo in cosa consiste il millantato credito.
L’articolo 346 del Codice Penale prevede due ipotesi di reato, con riferimento al millantato credito. Nel primo comma esso stabilisce che chiunque, millantato credito presso un pubblico ufficiale, presso un pubblico impiegato che presti un pubblico servizio, riceve, fa dare o fa promettere denaro o altra utilità, come prezzo della propria mediazione verso il pubblico ufficiale o impiegato, è punito con la reclusione da uno a cinque anni e con la multa da 309 a 2.065 euro.
Al secondo comma si aggiunge che la pena è della reclusione da due a sei anni e della multa da 516 a 3.098 euro, se il colpevole riceve o da fare o promettere denaro o altra utilità, con il pretesto di dovere comprare il favore di un pubblico ufficiale o impiegato, o di doverlo remunerare.
Le due ipotesi di reato di cui sopra appartengono alla categoria dei delitti contro la Pubblica Amministrazione. In questo caso il termine millantare viene inteso come amplificare in maniera esagerata o in assenza di fondamento, anche implicitamente, l’esistenza di un credito nei confronti di un funzionario pubblico. L’utilità di cui si parla può essere intesa anche del tipo non patrimoniale. Non è illecita in quanto tale qualsiasi mediazione verso la Pubblica Amministrazione. Sono da escludersi quelle imposte dalla legge per determinate attività e quelle fondate sulla generica influenza che l’intermediario potrebbe avere nei confronti dei funzionari pubblici.
Negli anni Trenta la norma era stata intesa per tutelare l’integrità e il prestigio della Pubblica Amministrazione, in modo che all’esterno non si diffondesse l’immagine che i funzionari pubblici fossero soggetti a influenze illecite. L’interpretazione attuale è diversa, ovvero che la tutela si ha nei confronti dell’andamento degli uffici pubblici.
Il fatto materiale che consegue dal millantare credito presso un funzionario pubblico consiste nell’ottenere, in conseguenza di ciò, una dazione, una promessa, di denaro o altro tipo di utilità, come mezzo per la propria mediazione. Deve trattarsi di una falsa promessa, ovvero di un semplice pretesto, perché se il denaro servisse effettivamente a corrompere il funzionario, i soggetti coinvolti risponderebbero del reato di corruzione. L’atto deve avvenire con dolo, cioè con la consapevolezza e la volontà di carpire la promessa o la dazione di denaro o altra utilità, millantando credito.
Per quanto sopra detto, risulta abbastanza delicato il rapporto tra il millantato credito, la truffa e la corruzione di pubblico ufficiale. Con riguardo al reato di corruzione, ci si è posti l’interrogativo se esso potesse concorrere con quello di millantato credito, nel caso in cui l’attività di corruzione fosse stata posta in essere. Di recente, la giurisprudenza ha riconosciuto i due reati quali alternativi tra di loro, nel senso che il millantato credito finisce al verificarsi di un caso di corruzione di pubblico ufficiale. Inoltre, il millantato credito deve riguardare un’attività ancora da intraprendere da parte del pubblico ufficiale e non già compiuta, perché in questo secondo caso si ricade nel reato di truffa.
Il delitto si considera consumato nel luogo in cui avviene la dazione di denaro o altra utilità o viene resa la promessa.
Quanto al rapporto tra millantato credito e truffa, la Corte di Cassazione ha sentenziato nel 2006 che tra i due reati non può esservi concorso formale. Infatti, il reato di truffa deve ritenersi assorbito da quello di millantato credito, altrimenti l’imputato si troverebbe a dovere rispondere di due reati, quando già il fatto negativo emergerebbe dal secondo comma dell’art.346 c.p.
Dunque, nel reato di millantato credito, il soggetto passivo è oggetto di raggiro, tramite vanterie, esplicite e implicite, commesse da un soggetto che si mostra in grado di influire sull’attività pubblica. In pratica, il raggirato viene indotto a credere, tramite esagerazioni o ostentazioni del tutto infondate, che il funzionario pubblico sarebbe avvicinabile, ovvero che egli sia disposto ad agire per fare gli interessi privati del millantatore, invece che svolgere il proprio compito nella Pubblica Amministrazione con la dovuta diligenza e imparzialità.
Non importa che il millantatore assicuri l’esito positivo del suo intervento, perché risulta sufficiente per configurare il reato che lo faccia credere al soggetto passivo. La vanteria non deve essere puramente discorsiva, ma può anche implicita e non espressa, sempre che risulti credibile. Il reato si ha anche nel caso in cui il millantatore sostenga di non conoscere il funzionario. Non è nemmeno importante che il pubblico ufficiale o impiegato sia competente rispetto al risultato promesso e che il favore promesso non sia conforme ai suoi doveri di ufficio. Risulta essere sufficiente che il millantatore ottenga anche solo una promessa di denaro o di altra utilità da parte del soggetto passivo, in conseguenza delle sue vanterie. Infine, non importa nemmeno che il denaro o altra utilità venga promesso al millantatore, potendo andare anche a una terza persona, e che il millantatore si sia concretamente attivato nei confronti del pubblico ufficiale.
Quietanza di Pagamento – Fac Simile e Guida
La quietanza di pagamento è una dichiarazione scritta da parte del creditore che attesta il pagamento di una determinata obbligazione. Sul piano giuridico essa può essere considerata una dichiarazione di scienza, che può essere contestata dal creditore sotto il profilo della veridicità, ma che non può essere sottoposta a termine o condizione, non trattandosi di un negozio.
Abbiamo scritto che può esserne contestata la veridicità. Ci riferiamo a quelle ipotesi di simulazione della dichiarazione, ovvero quando il creditore intende dimostrare che le prestazioni quietate indicate non sarebbero state, invece, adempiute. Un altro caso di possibile contestazione si ha nel caso in cui la dichiarazione sia stata estorta con la violenza. Attenzione, perché non essendo un negozio, non se ne deve chiedere l’annullabilità, quanto l’inefficacia. Si pensi al caso limite di un creditore che venisse minacciato con la violenza per redigere una dichiarazione, in base alla quale sostiene di essere stato soddisfatto con riguardo a un dato debito di un debitore specifico.
Stando all’art.2735 del Codice Civile, la quietanza di pagamento può considerarsi una confessione stragiudiziale fatta all’altra parte o a chi la rappresenta, il cui valore è pari a quello di una confessione giudiziale. Se è resa a un terzo, il giudice la apprezza direttamente. Inoltre, essa non ammette testimoni, se verte su un oggetto che non ammette la prova testimoniale.
Quanto alla forma, la quietanza di pagamento deve essere scritta per atto pubblico o dichiarazione ricevuta dal notaio o da altro pubblico ufficiale. Non essendo, poi, un atto negoziale, non necessita, secondo parte della dottrina, di alcuna firma del creditore. Con riferimento al contenuto, invece, bisogna indicare espressamente il debito che si intende quietare, il nome del debitore, il rapporto obbligatorio, vale a dire la causale, riportando la data e la firma, con i dubbi citati in precedenza per questo elemento. La quietanza deve essere rilasciata dal creditore su richiesta del debitore e il primo non può esimersi dal redigere tale dichiarazione. Le spese sono a carico dell’acquirente.
La dichiarazione contenente la quietanza può essere riportata sul contratto stesso o su un altro documento, spedita per posta elettronica certificata o tramite raccomandata. Si sconsiglia, invece, l’uso della posta elettronica ordinaria, che non essendo certificata si presterebbe facilmente a contestazione.
Abbiamo scritto che risulta necessario indicare la causale, ovvero l’obbligazione alla quale si fa riferimento. Tuttavia, la sua assenza non comporta l’annullamento della dichiarazione, ma genererebbe confusione nel caso di sussistenza di diversi rapporti di debito credito tra le parti. Si pensi, per esempio, al caso di un’azienda e di un fornitore che intrattengono rapporti frequenti. Pertanto, se dalla quietanza non emerge con chiarezza la causale, si fa riferimento al rapporto obbligatorio più datato tra le parti.
La quietanza può essere rilasciata sia dal creditore che da un suo rappresentante o mandatario, sempre che sia munito del potere di quietanzare un pagamento, anche se il mandato è stato conferito successivamente all’avvenuto pagamento o in mani di terzi. Come detto, invece, può essere rilasciata spontaneamente dal creditore, oppure su richiesta del debitore adempiente.
Nel caso in cui il creditore dichiari di avere ricevuto il pagamento dell’intera somma vantata a credito, si parla anche di quietanza liberatoria, nel senso che libera in modo completo il debitore, essendo formalmente riconosciuto adempiente dalla controparte di un rapporto obbligatorio. In un simile caso, si intende che il creditore è stato soddisfatto anche con riferimento al versamento degli interessi dovuti. Al contrario, se il creditore dichiara di avere ricevuto parte del pagamento spettante, si è in presenza di una quietanza parziale, che ovviamente non libera il debitore per il debito residuo non ancora ottemperato. Si ha, poi, il caso di remissione del debito residuo, quando il creditore dichiara di avere ricevuto solo parte del pagamento che gli spetta, ma di non avere nulla più a pretendere. In pratica, egli condona il debito residuo, cosa non infrequente nelle relazioni commerciali, quando si chiude spesso un occhio sulle controprestazioni, al fine di non intaccare il rapporto con la clientela.
Riepilogando, la quietanza di pagamento è un atto unilaterale con cui il creditore dichiara di avere ricevuto l’ottemperanza da parte del creditore di un rapporto obbligatorio. Deve essere redatta in forma scritta, per atto pubblico o in qualità di dichiarazione ricevuta da un notaio o altro pubblico ufficiale, deve contenere i dati riferiti sia al debito che al nome del debitore, oltre che la causale. Infine, dovrebbe essere apposta la data e firmata, anche se non tutti concordano sulla necessità della sottoscrizione.
In questa pagina è possibile scaricare un fac simile di quietanza di pagamento da utilizzare come modello per questo documento.
Principio di Colpevolezza – Guida
La colpevolezza raggruppa quegli elementi soggettivi per i quali è prevista la responsabilità penale. Per quanto nel nostro Codice Penale non si faccia riferimento ad essa, i criteri fondamentali per delimitare il principio di colpevolezza li troviamo all’art.27 della Costituzione, dove si sancisce che la responsabilità penale è personale, che l’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva e che le pene non possono essere contrarie al senso di umanità.
In poche parole, sono sintetizzati i cardini su cui si appoggia la nostra attuale civiltà giuridica. Oggi potrebbe sembrarci persino logico che la responsabilità penale sia personale, ma non sempre e non in ogni luogo è così. In alcuni sistemi giuridici odierni, per esempio, si è passibili di pena anche se a commettere un reato, spesso anche di sola opinione, sia un parente o un amico. Altro principio fondamentale risiede nella considerazione dell’imputato come non colpevole fino alla condanna definitiva. Questo significa che, in caso di ricorso del condannato, si è non colpevoli fino alla condanna definitiva. Inoltre le pene non possono essere disumane. Già è oggetto di dibattito in giurisprudenza se il 41-bis applicato per i reati gravissimi, come quelli di mafia, prevedendo l’isolamento in carcere dell’imputato non sia contrario allo spirito costituzionale.
Ad essere colpevole è chi abbia commesso un reato con dolo o colpa, ovvero la fattispecie prevista dalla legge come tale. Elementi della colpevolezza sono l’imputabilità, il dolo o la colpa, la conoscibilità del precetto penale e l’assenza di cause che escludano la colpevolezza.
Condizione preliminare per la colpevolezza di un individuo è la sua imputabilità, ovvero nel momento in cui questi commette un reato deve essere capace di intendere e di volere, ovvero di capire i fatti. Cause di esclusione dell’imputabilità sono l’assenza di capacità di intendere e di volere per la minore età, per infermità mentale o di natura tossica. Non sono imputabili i minori di 14 anni, mentre i soggetti di età compresa tra i 14 e i 18 anni lo sono sulla base della valutazione del giudice. Il legislatore riconosce, quindi, che la maturazione dell’individuo non può determinarsi a scatti, e che avviene nel tempo in modo soggettivo. Quanto all’infermità mentale, può aversi anche per un breve periodo,limitatamente al momento in cui è stato commesso il reato.
Dolo e colpa sono altri requisiti necessari per l’imputabilità. Il primo si ha quando un soggetto commette un reato con la volontà e la consapevolezza di compierlo, la colpa, invece, presuppone che il soggetto agisca con volontà, ma che non sia consapevole delle conseguenze della sua azione, ovvero del non rispetto di leggi, regolamenti o ordini. Infine, esiste anche la preterintenzione, una situazione mista, per la quale il soggetto agisce con volontà, è consapevole delle conseguenze delle sue azioni, ma allo stesso tempo queste producono un effetto diverso dalle intenzioni. Per il concetto di colpa, si fa riferimento oggi alla condizione psicologica dell’individuo e quella normativa. La prima pone in relazione il soggetto con l’azione commessa, mentre la seconda pone in risalto la volontà dell’individuo e il contrasto con le norme della società in cui esso agisce. In sostanza, questo diventa oggetto di censura per il suo comportamento contrario alle leggi.
Sulla base di quanto sopra scritto, desumiamo che il principio di colpevolezza implica, almeno in teoria, che i casi di responsabilità oggettiva debbano avere origine nel nostro ordinamento, che il soggetto non sia mai impunibile e che la pena debba essere commisurata alla colpevolezza del soggetto e ad essa proporzionata. In pratica, maggiore sarà stata la sua volontà di commettere un reato, maggiore dovrebbe essere la pena. Da questo deriva la constatazione di condanne anche molto differenti per la stessa fattispecie, a seconda della valutazione del giudice, caso per caso, del grado di volontà dell’imputato.
In considerazione di questo, l’aggravante per un reato si ha a carico del reo solo se sussiste colpa o dolo. Inoltre, l’ignoranza della legge non è scusabile, tranne nel caso in cui il soggetto non sia impossibilitato a conoscere il precetto penale.
« Precedente 1 2 3 4 5 6 … 31 Successivo »
© Copyright 2020 Diritto Facile • Designed by MotoPress • Proudly Powered by WordPress