Source: http://www.edscuola.it/archivio/handicap/psichiatria.htm
Timestamp: 2019-05-26 08:58:41+00:00
Document Index: 126397394

Matched Legal Cases: ['art. 73', 'art. 423', 'art.4', 'art. 231', 'art. 527', 'art. 232', 'art. 614', 'art. 424', 'art. 434', 'art.74', 'art. 385', 'art. 416', 'art.3', 'art. 10', 'art. 71', 'art. 369', 'art. 14', 'art. 75', 'art. 212', 'art. 314', 'art. 372', 'art. 453', 'art. 538', 'art. 670', 'art. 675']

Indagine del Dap fotografa gli Opg italiani. Il 20% dei degenti ha commesso reati minori e presenta indici di pericolosità ''evanescenti''
Un'indagine, la prima del genere nel nostro paese, che fotografa la situazione di ogni singolo degente (1.282 in totale) nei 6 Opg della penisola. Si intitola “Anatomia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani” la ricerca curata da Vittorino Andreoli e voluta dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Ministero della Giustizia. Grazie all’impegno dell’Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali è venuto alla luce un volume corredato di preziose tabelle, presentato nei giorni scorsi a Roma, durante un convegno presieduto da Giovanni Conso, presidente del Consiglio italiano per i rifugiati e anima del Comitato per la promozione e la protezione dei diritti umani.
Il rilievo compiuto il 12 marzo 2001 nei 6 Opg – Aversa, Montelupo Fiorentino, Castiglione delle Stiviere, Napoli, Barcellona Pozzo di Gotto, Reggio Emilia – fa emergere una visione “da elicottero”, commenta il professor Andreoli: “Per vedere aspetti più ampi si perde certo la dimensione del singolo paziente, che finisce per diventare un numero da inserire in una valutazione statistica per considerazioni generali”, aggiunge lo psichiatra, che ha già svolto altre ricerche in ambito carcerario e manicomiale. In questa indagine Andreoli evidenzia che circa il 20% dei ricoverati negli Opg ha commesso reati minori e presenta indici di pericolosità “talora evanescenti”; inoltre afferma che definire gli Opg “cimiteri” in cui le persone vengono dimenticate è un luogo comune. Lo psichiatra osserva anche che in molti casi i rilevatori hanno faticato per trovare la diagnosi del ricovero. Una possibile alternativa? Piccole strutture diffuse sul territorio regionale o interregionale (ad esempio, 20 “Ospedali di psichiatria forense” che contengano al massimo 50 persone, per favorire una maggiore relazione con i familiari, le istituzioni comunitarie, il volontariato), in rapporto con i servizi psichiatrici territoriali, fortemente proiettate verso la fase successiva all’internamento.
Nell’ottobre 2000 l’Ufficio Studi del Dap esprimeva un parere su uno schema di ddl preparato da Franco Corleone, sottosegretario alla Giustizia: il testo, radicalmente innovativo, prevedeva tra l’altro la soppressione degli Opg e delle case di cura e custodia; in seguito proponeva di “effettuare uno screening degli internati negli Opg e nelle case di cura e custodia per verificare la durata dell’internamento, la diagnosi clinica e la tipologia della pericolosità sociale dalla quale dipendeva l’internamento”, riferisce Giovanni Tamburino, direttore dell’Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali del Dap. Da questo suggerimento prese il via la ricerca ora pubblicata, “realizzata mediante il rilevamento capillare della popolazione internata nei 6 Opg italiani.
È il primo monitoraggio ‘persona per persona’, non a campione”, spiega nella presentazione al volume Tamburino. Nel giorno della rilevazione – attraverso un attento esame delle cartelle cliniche e grazie alla collaborazione dei direttori degli Opg, di medici e infermieri, del personale di Polizia penitenziaria – i ricercatori hanno cercato di sondare le condizioni familiari e personali, la scolarità e la professione degli internati; ancora, la diagnosi e gli strumenti farmacologici e terapeutici, la pericolosità e la casistica del ricorso, i mezzi di contenzione, il reato commesso e le prospettive di dimissione.
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Opg in Italia: pazienti presenti al 12 Marzo 2001
Fonte: Ricerca "Anatomia degli Opg italiani", DAP 2002
1282 degenti, per un'età media di circa 41 anni. La maggioranza dei pazienti con prole resta dentro meno di 2 anni
Traccia l'identikit dei pazienti internati negli Opg la ricerca “Anatomia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani”, a cura dello psichiatra Vittorino Andreoli, promossa dall’Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali dal Dap – Ministero della Giustizia.
Al 12 marzo 2001 è stata rilevata la presenza negli istituti di circa 200 degenti ciascuno (1.282 in tutto, di cui 1.195 uomini), così suddivisi: 243 a Montelupo Fiorentino, 232 a Reggio Emilia, 213 a Barcellona Pozzo di Gotto, 209 a Castiglione delle Stiviere, 197 a Napoli e 188 ad Aversa. Soltanto l’Opg di Castiglione accoglie la popolazione femminile (87 donne nel 2001, pari al 6,5%, con una percentuale più alta di quella delle carceri, dove sono il 4,3%); inoltre la struttura è gestita dalla Usl del luogo ed è affidata completamente al Servizio sanitario nazionale, priva quindi di personale dipendente dall’Amministrazione penitenziaria. Ma i costi di gestione sono più alti e i parametri “non si differenziano significativamente in nulla rispetto agli altri”, commenta Andreoli. Nelle strutture, sopravvissute alla chiusura degli Ospedali psichiatrici ordinari avvenuta con la legge 180 del ’78, erano presenti nel 2000 1.156 ospiti (di cui 1.077 uomini e solo 79 donne). Un dato decisamente ridimensionato rispetto a mezzo secolo fa: infatti nel 1950 i pazienti erano 1.925, con la punta massima di 2.217 nel 1952 (2.011 uomini) e il minimo storico registrato nel ’98 (977 pazienti); la presenza femminile più cospicua si è registrata nel 1958, con 276 donne.
L’età media degli internati è di 41 anni (da un minimo di 19 fino a 82), quindi superiore a quella di coloro che frequentano le strutture di cura per i disturbi psichici delle Usl, “all’interno delle quali domina la popolazione femminile”, commenta Andreoli. Quando entrano negli Opg? Tra i 25 e i 54 anni viene incluso l’82,1% dei maschi e l’83,8% delle femmine; rispettivamente, solo il 4,5% e il 2,3% fa il suo ingresso nelle strutture tra i 18 e i 24 anni di età; poi la popolazione ospitata “decresce con l’aumentare dell’età”. Caratteristiche che restano omogenee indipendentemente dalle sedi. Quale la provenienza dei pazienti? 383 uomini arrivano dal nord Italia, 337 dal sud, 142 dal centro e 250 dalle isole; le donne sono rispettivamente 31, 19, 11, 15, quindi con un’origine soprattutto del nord. La maggioranza degli ospiti è nato in Lombardia, Campania e Sicilia (144, 176 e 192); se la valutazione è fatta in base agli abitanti delle regioni, il contributo più consistente viene dalla Sardegna, poi da Sicilia e Calabria. Gli stranieri risultano 94 in totale, di cui 83 uomini; la maggioranza si trova nell’Opg di Reggio Emilia (21, di cui 10 hanno un’età compresa tra i 25 e i 34 anni); 17 sono rinchiusi ad Aversa, 16 a Castiglione (di cui 11 donne), 15 a Napoli, 14 a Montelupo e 11 a Barcellona.
La maggioranza della popolazione rinchiusa negli Opg è celibe o nubile (945, di cui 900 uomini), mentre i coniugati risultano 148 (125 maschi); 47 i vedovi (di cui 11 donne), 62 i separati (58 uomini) 34 i già coniugati o divorziati, 6 i conviventi. Interessante anche osservare la presenza di figli dei degenti all’esterno dell’Ospedale, a significare l’esistenza di “una relazione forte o di un legame eventuale”: negli istituti sono ospitati ben 156 padri e 43 madri, soprattutto tra i 35 e i 54 anni. Tra loro, 69 hanno un figlio, 65 ne hanno 2, 32 sono genitori di 3 figli, 20 di 4, 6 di 5 figli; 2 casi hanno 6 figli e 5 casi più di 6. La maggioranza dei pazienti con prole resta nell’Opg meno di 2 anni; al di sotto dei 6 mesi di permanenza il 16,1% degli uomini e il 48% delle donne ha figli (da 6 a 11 mesi, rispettivamente il 10,2% e il 69,2%. Per quanto riguarda la scolarizzazione, risulta mediamente bassa. La maggioranza degli internati (485 uomini e 48 donne, cioè il 46,5%) ha conseguito il diploma di scuola media inferiore; seguono coloro che hanno la licenza elementare (336 maschi, 14 femmine, pari al 30,5% del totale) e che hanno raggiunto il diploma delle superiori (88 uomini, 11 donne, pari all’8,6%). I laureati sono pari all’1,2% (13 uomini e solo una donna), 33 gli analfabeti (2,9%) e 32 coloro che hanno una scolarità straniera non identificata. È un elemento definito “essenziale” da Andreoli “non solo per la criminalità in generale, ma anche per quella che associa al comportamento contro norma l’ipotesi di disturbi psichici.
Nell’incrocio dei dati il sud e le isole mostrano un tasso di scolarità inferiore e un minore raggiungimento di livelli più alti: segno che i pazienti degli Opg sono caratterizzati da un livello basso di studi “che potrebbe riferirsi, oltre che ai comportamenti contro legge, a difficoltà che possono essersi instaurate durante la crescita – spiega lo psichiatra – come premessa di patologie psichiche successivamente manifestate con evidenza”. Osservando l’occupazione antecedente al ricovero, emerge che almeno la metà dei pazienti era disoccupato, inoccupato o nullafacente, condizione massima tra i 25-34enni e i 35-44enni. Seguono i pensionati (9,2%) e gli operai (8,9%). “Un ulteriore stimolo a ricordare quanto sia forte la correlazione tra mancanza di lavoro e crimine – commenta Andreoli -, aumentata addirittura per la popolazione negli Opg” rispetto alla popolazione in generale e a quella carceraria.
Opg in Italia: Internati secondo ripartizione geografica di nascita distinti per istituto - Dati al 12 Marzo 2001
Ripartiz. geografica di nascita
Il 75% dei reati commessi sono contro la persona. L'82,6% degli omicidi compiuti da chi ha una bassa scolarità. Spesso la diagnosi non c’è, è casuale o imprecisa.
Reati commessi e disturbi psichiatrici dei degenti negli Opg della penisola: li analizza lo studio “Anatomia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani”, edito nel 2002 e presentato nei giorni scorsi dall’Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali del Dap. Il 75% dei reati sono contro la persona: nel 45,7% dei casi si tratta di omicidio, a cui seguono le lesioni personali volontarie (8,5%), i maltrattamenti in famiglia o verso i minori (5,3%), l’estorsione (3,6%) e la violenza sessuale (2,2). Complessivamente, il 13,9% dei reati è stato commesso contro la proprietà (rapina 7,8%, furto 4,3).
Non emerge alcuna correlazione tra il tempo di presenza nel manicomio giudiziario e il tipo di reato commesso: la presenza media in Opg per chi ha commesso un omicidio volontario è di 49,37 mesi, quella per maltrattamenti in famiglia o verso minori è di 45,23; 29,41 mesi per resistenza a pubblico ufficiale, a confronto con i 22,64 delle rapina. La media di permanenza generale risulta pari a poco più di 3 anni (36,88 mesi). Non esiste, quindi, “un parallelismo tra la gravità del reato e la permanenza nell’istituto: con meno di 2 anni di permanenza ci sono 267 persone il cui reato prevede da 20 a 30 anni di carcere e anche 116 casi la cui pena prevista è compresa tra 6 e 10 anni. E, dall’altro verso, casi di permanenza di 8-9 anni per reati che prevedono una reclusione fino a 6 mesi”, osserva lo psichiatra Vittorino Andreoli, curatore della ricerca, che incrocia anche la scolarità dei degenti con la tipologia di reato commesso. Emerge che lo spartiacque è il diploma di scuola media; alcuni esempi: su 586 omicidi volontari, l’82,6% sono stati compiuti da chi ha una bassa scolarità; nel caso di 109 lesioni personali volontarie, l’87,1% spetta al livello scolare basso.
Per Andreoli i dati invitano a un contrasto deciso alla dispersione scolastica, “che raggiunge in certe aree il 25%”, e di innalzare la frequenza alla scuola dell’obbligo fino ai 18 anni “come richiede la normativa europea”.
Tra gli internati, ben il 37,3% (478 casi, oltre un terzo del totale) è affetto da disturbi schizofrenici, il 23,9% da disturbi psicotici (307 casi, caratterizzati da delirio e spesso da alterazioni del pensiero e della percezione, con allucinazioni visive e uditive) e il 14,8 da disturbi della personalità, mentre l’8,3% presenta un ritardo mentale: una casistica di psicosi gravi che complessivamente riguarda l’84,4% dei casi, “popolazione non facilmente inseribile in un sistema di psichiatria aperto o totalmente territorializzato”. Ad esempio, “la forma paranoidea ingloba il delirio e quindi la forte potenzialità a inserirvi il comportamento violento”. Scarsa la rappresentanza dei disturbi dell’umore (i depressi sono appena il 2,7%), mentre sono presenti nel 14% della popolazione psichiatrica. Bassa negli Opg anche la percentuale dei disturbi d’ansia (2,2%), che passano invece al 18% fra la popolazione psichiatrica e al 30% dei ricoveri nei Servizi di diagnosi e cura della psichiatria nell’ambito del Ssn. Anche i disturbi correlati all’abuso di sostanze sono poco significativi (1,6% dei casi correlati all’alcool) rispetto alla diffusione in ambito psichiatrico ordinario.
Resta tuttavia, alla luce delle diagnosi, il dubbio sull’adeguatezza della misura per il 5% dei degenti.
Sono 44 i casi dubbi (diagnosi non rilevabile o nessuna diagnosi riportata in cartella), a cui vanno aggiunti 8 casi non classificali “poiché i riferimenti alla patologia sono troppo scarsi”: insieme rappresentano il 4% della popolazione degli Opg. Ma negli istituti arrivano soltanto i malati di mente o anche gli incapaci di intendere e volere transitori? Spesso manca “una diagnosi psichiatrica nell’invio all’ospedale, mentre è prevalente la motivazione della sicurezza”, rileva Andreoli, precisando: “Non è ammissibile gestire un paziente senza prima una definizione diagnostica, senza la quale non si propone nemmeno uno schema terapeutico.
Negli Opg invece è stato ed è ancora possibile poiché la diagnosi di per sé non ha alcun significato, o molto scarso, sul destino di quel paziente e per le decisioni giudiziarie. Importante è la incapacità di intendere e volere che va però coniugata con la pericolosità sociale”. Quindi durante la ricerca si sono verificate difficoltà “per trovare le diagnosi, perché non venivano emesse in quanto prive di interesse per i fini per cui esistono gli Ospedali psichiatrici giudiziari”. Dunque poche diagnosi, per lo più casuali, poco precise oppure contraddittorie. “Del resto bisogna ammettere che il paradigma della cura è ancora lontano da tutto il sistema carcerario – commenta Andreoli -: sovente si lasciano senza alcun trattamento soggetti che dovrebbero essere trattati, non fosse altro perché sono in custodia cautelare. Mi riferisco a casi di pedofilia o di tossicodipendenti”.
Opg in Italia: Internati secondo scolarità, stato civile, sesso
Già coniugato/a o divorziato/a
Scolarità elementare non completa
Scolarità media inf. non compl.
Scolarità media sup. non completa
Scolarità straniera non identificata
Opg in Italia: Internati secondo durata della permanenza in istituto e gravità del reato espressa dalla pena media edittale
Classi di durata della permanenza in istituto
Classi di pena edittale (gravità del reato)
da 12 mesi a 18 mesi
da 18 mesi a 2 anni
da 2 anni a 4 anni
da 4 anni a 8 anni
da 9 a 10 anni
da 10 a 11 anni
da 12 a 13 anni
Opg in Italia: internati secondo il reato e la durata della permanenza
< di 6
da 18 a 23
Altri reati (*)
Produzione o commercio di stupefacenti (L. 1990 n.309 art. 73)
Incendio (art. 423)
Detenzione armi (L. 1975 n.111 art.4)
Trasgressione obblighi imposti (art. 231)
Atti osceni (art. 527)
Infermi di mente in stato di libertà vigilata (art. 232)
Violazione di domicilio (art. 614)
Danneggiamento eseguito da incendio (art. 424)
Crollo di costruzioni o altri disastri dolosi (art. 434)
Associazione finalizzata al traffico di stupefacenti (L. 1990 n.309 art.74)
Evasione (art. 385)
Associazione per delinquere (art. 416)
Prostituzione (L. 1985 n.75 art.3)
Detenzione armi (L. 1974 n.497 art. 10)
Spaccio stupefancenti (L. 1975 n.685 art. 71)
Calunnia (art. 369)
Detenzione armi (L. 1974 art. 14)
Detenzione modica quantità stupefacenti (L. 1990 n.309 art. 75)
Sospensione o trasformazione di misure di sicurezza (art. 212)
Peculato (art. 314)
Falsa testimonianza (art. 372)
Falsificazione di moneta (art. 453)
Misura di sicurezza (art. 538)
Mendicità (art. 670)
Collocamento pericoloso di cose (art. 675)
TOTALE PER ALTRI REATI
(*) Raggruppamenti non strettamente corrispondenti alle definizioni del Codice penale o delle altre leggi penali. Quando è indicato soltanto l'articolo, si intende del Codice penale.
Opg: al palo il progetto di sperimentazione in 6 regioni per ricondurre la sanità penitenziaria in quella ordinaria
"Nel nostro sistema gli Opg hanno una doppia natura: strutture sanitarie e al tempo stesso istituti dove si eseguono misure di sicurezza detentive. In quanto strutture sanitarie non si può ragionare di Opg senza inserire il discorso nel quadro complessivo della sanità penitenziaria”, spiega nella presentazione al volume Giovanni Tamburino, direttore dell’Ufficio Studi, ricerche, legislazione e rapporti internazionali “Anatomia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani”, ricerca curata da Vittorino Andreoli e voluta dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria – Ministero della Giustizia.
Se è in atto da diversi anni un programma di riforma che tende a “ricondurre la sanità penitenziaria alla sanità ordinaria”, tuttavia “l’obiettivo non è stato raggiunto”. Infatti il trasferimento delle competenze dalla medicina penitenziaria al Servizio sanitario nazionale doveva avvenire dopo una fase di sperimentazione in 6 regioni (Toscana, Lazio, Puglia, Emilia Romagna, Molise e Campania), che doveva concludersi nel maggio 2002. Secondo Francesco Patrone, magistrato impegnato a seguire la vicenda all’interno del Dap, questa sperimentazione non è “effettivamente iniziata in nessuna delle 6 regioni”. Quali i motivi della stasi? Non solo problemi legati a “ristrettezza di bilancio o a resistenze corporative”, osserva Tamburino: “Vi sono anche specificità della medicina penitenziaria, la cui negazione determinerebbe un’operazione in perdita sotto il profilo dell’adeguatezza della risposta e, nel breve periodo, della professionalità degli operatori”.
Tuttavia gli Opg “non sono compresi nella previsione di riforma della sanità penitenziaria”, anche se, in quanto strutture sanitarie, non possono “ritenersi estranei” a queste vicende, fa notare Tamburino, ricordando che vanno sempre tenuti presenti tre profili problematici, anche laddove l’Opg non esista: “La malattia mentale determina spesso forti difficoltà di integrazione – attiva e passiva – nella comunità carceraria; taluni ricoveri nelle strutture psichiatriche ordinarie devono accompagnarsi con misure dirette a fronteggiare la pericolosità del paziente; esistono alterazioni accompagnate da aggressività che si rinnovano o stabilizzano”. La risposta, prosegue il direttore dell’Ufficio Studi del Dap, può essere diversa dall’Opg, “ma occorrerà comunque costruire soluzioni” che tengano presenti i tre aspetti problematici menzionati: “Pensare di rigettare semplicemente il tutto su un ‘indistinto sociale’ non sembra molto serio”
Sono 87 le pazienti in Opg e sono prevalentemente giovani e nubili. Ma quasi la metà ha figli
Presentano caratteristiche particolari le 87 pazienti in Opg, raggruppate nell’istituto di Castiglione delle Stiviere. Innanzitutto la collocazione in un unico ospedale psichiatrico giudiziario crea disagi e difficoltà sia “rispetto al luogo di provenienza che alla famiglia, dove sovente ci sono anche dei figli”. Sono alcune considerazioni dello psichiatra Vittorino Andreoli, che ha curato la ricerca “Anatomia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani”, promossa dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Si tratta di pazienti prevalentemente giovani: tra i 25 e i 55 anni è compreso l’83,9% (il 33,3% ha tra i 35 e i 44 anni). Il 26,4% delle donne è coniugata, il 12,6% è vedova e l’8% ha un matrimonio fallito alle spalle (separata, già coniugata o divorziata); ma la maggioranza (51,7%) sono nubili. La maggioranza delle internate è originaria delle regioni del nord (35,6%); rilevante è anche la percentuale delle straniere, pari al 12,6% (11 pazienti, di cui 3 tra i 25 e i 34 anni, 4 rispettivamente nelle fasce d’età 35-44 e 45-54). Cospicua anche la provenienza dal sud (21,8%) e dalle isole (17,2%), mentre il dato più basso si registra al centro (12,6%), analogo a quello delle presenze dall’estero. Per quanto riguarda la regione di provenienza, 13 degenti sono originarie della Sicilia (il 14,9%), dato analogo a quello maschile; seguono Campania (12 casi) e Lombardia (9).
Per quanto riguarda la permanenza, il 71,2% è compreso entro 2 anni (il 28,7% meno di 6 mesi, il 16,1% da 12 a 17 mesi). Tuttavia quasi la metà delle donne ha figli (il 49,4%, pari a 43 madri) “e ciò dà una dimensione particolare alla permanenza, proprio per il ruolo materno – commenta lo psichiatra -. Trattandosi di popolazione relativamente giovane, si profila la realtà dei figli ancora in età di crescita”. Nel dettaglio, tra le internate in Opg per 12-18 mesi, una ha un figlio, 3 ne hanno 2 e 3 ne hanno 3; 2 donne in istituto da 18-24 mesi hanno un figlio, mentre 3 pazienti ne hanno 2 e altre 2 hanno 3 figli.
Prima del ricovero, il 34,5% delle donne era casalinga; nel 35,6% dei casi la professione era imprecisa o saltuaria; 4 le operaie e 3 sia le impiegate che le pensionate. Anche in questi casi il livello di scolarità crescente riduce la frequenza del reato. In generale, il grado di istruzione tra la popolazione femminile dell’Opg è più elevato della popolazione maschile: il 55,2% ha conseguito la licenza media e il 12,6% il diploma delle scuole superiori.
Analizzando il tipo di reato, domina anche fra la popolazione femminile dell’Opg di Castiglione l’omicidio volontario (55,2%, pari a 48 casi, con una permanenza nell’istituto che va da meno di 6 mesi a 11 anni): un dato che ne conferma l’incremento fra le donne; le rapine sono state compiute dal 12,6% delle pazienti (11), le lesioni personali volontarie dal 9,2% (8), la detenzione di stupefacenti dal 5,7% (5 casi). Per quanto riguarda le diagnosi, domina la patologia psicotica; si rileva un aumento dei disturbi della personalità rispetto a tutti i ricoverati in Opg (rispettivamente, 21,8% e 14,8%), così come dei disturbi schizofrenici (52,9%, in confronto con il dato generale di 37,3). Poco rilevante la percentuale di disturbi dell’umore (2,3%)
Indagine Opg, Andreoli: ''In 6 mesi è possibile stilare una diagnosi e osservare i comportamenti''
"I tempi di degenza negli Opg non possono essere paragonati a quelli dei servizi psichiatrici presenti in Italia: in genere sono molto più lunghi”. Lo evidenzia lo psichiatra Vittorino Andreoli, curatore della ricerca “Anatomia degli ospedali psichiatrici giudiziari italiani”, promossa dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria.
Analizzando la permanenza negli Opg dei pazienti, il 23,2% è ricoverato da meno di 6 mesi e il 57% da meno di 2 anni; complessivamente i casi che superano i 10 anni sono il 6,6%. Secondo Andreoli questo dato “toglie l’impressione diffusa che i ricoverati siano sepolti in quei ‘manicomi’ giudiziari”; anzi, le cifre documentano il lavoro “teso a dimettere tutti quei casi con possibilità di affido alle famiglie o a istituzioni del territorio, quindi a un’assistenza esterna”. A Montelupo fiorentino il 37,4% dei pazienti ricoverato da meno di 6 mesi, mentre la percentuale più bassa spetta a Castiglione delle Stiviere (14,4%); inoltre l’Opg di Montelupo registra il 78,6% della popolazione presente da meno di 2 anni, dato che a Castiglione scende al 38,3%. La permanenza media si attesta intorno ai 36,33 mesi (dai 61,1 di Castiglione ai 18,2 di Montelupo). “I casi con 6 mesi di permanenza dovrebbero teoricamente rappresentare la maggioranza della popolazione”, osserva lo psichiatra, mentre ora risultano meno di un quarto della popolazione ricoverata; tra loro la percentuale di patologia psicotica scende dall’84,4% al 75,84%, mentre aumentano rispetto alla totalità dei pazienti i casi legati a disturbi d’ansia e depressione (rispettivamente, 8,4% e 6,4%. Andreoli riferisce che in 6 mesi è possibile sia stilare una diagnosi che osservare i comportamenti del paziente, prescrivendogli una terapia idonea e personalizzata che possa accompagnarlo “in un percorso al di fuori della struttura psichiatrica giudiziaria, almeno nella maggioranza dei casi”.
I casi con permanenza superiore ai 13 anni riguardano 43 pazienti (il 3,4% del totale): una scelta quasi obbligata “per mancanza di alternative, di familiari”; il 62,8% dei casi è internato per omicidio volontario (media generale: 45,7%) e il 16,3% per maltrattamenti in famiglia o verso fanciulli, una percentuale elevata se si nota che l’incidenza di questo reato su tutti i ricoverati è del 5,3%. Due categorie di reato che comportano una “notevole pericolosità di chi li ha commessi”, che pongono quindi “il problema della reiterazione e del rischio di una eventuale dimissione”. Tuttavia è difficile giustificare permanenze lunghe “per il caso di resistenza a pubblico ufficiale, incendio, violenza privata e rapina”, fa notare Andreoli, precisando però che “anche in questi casi il reato indica la presenza di un elevato coefficiente di violenza”. Rispetto alle diagnosi, ci si attende una grave malattia psichica per ciascuno dei pazienti; invece non trovano spiegazione i 2 casi di ritardo mentale, per cui esistono istituti al di fuori degli Opg, o altri casi che presentano patologie (come il disturbo bipolare) curabili in condizione extraospedaliera.
I “veterani” degli Opg – non sposati nell’83,7% dei casi, con un tasso di analfabetismo più alto rispetto al dato generale dei ricoverati - provengono soprattutto dal sud e dalle isole (53,5%) e sono concentrati quasi per metà ad Aversa (41,9%) e a Castiglione delle Stiviere (39,5%), con una netta differenza rispetto a Napoli (2,3%), Reggio Emilia (4,7%) e Barcellona Pozzo di Gotto (11,6%). I due estremi, quindi, si collocano tra i 6 mesi e chi ha superato i 13 anni. In relazione alla durata della permanenza, è importante anche la qualità degli ambienti, che non va liquidata come “pura decorazione”; infatti l’intervento terapeutico – che nella maggioranza dei casi è la somministrazione di psicofarmaci – dovrebbe essere costituito anche da “sistemi di relazioni individuali o di gruppo” e da una migliore qualità della vita.
Accanto alle voci dominanti di reato, compaiono reati minori in circa il 20% dei casi, “di poco conto, come i 2 casi di prostituzione, i 26 di resistenza a pubblico ufficiale, il caso per falsa testimonianza, i 2 casi per calunnia”, nota Vittorino Andreoli, curatore della ricerca: reati che di solito prevedono pene modeste. In questi casi “si deve far ricorso alla pericolosità e al comportamento violento, evidenziato o promosso dalle condizioni di degenza”. Per quanto concerne i “casi rari”, ne sono stati individuati 16 “anomali sotto l’aspetto della gravità del reato internati in ospedale giudiziario”: 2 casi di prostituzione, 3 di detenzione di armi, 3 per spaccio di stupefacenti, 2 di calunnia e altrettanti di ingiuria, 1 di peculato, 1 di falsa testimonianza e di falsificazione di moneta, infine 1 accusato del reato di mendicità. Secondo Andreoli “4 casi di disturbo di personalità possono essere seguiti psichiatricamente fuori dell'ospedale e il reato in 2 casi è legato agli stupefacenti: moltissimi casi analoghi non giungono nemmeno nel carcere, godendo di un sistema di pena alternativo”. Per lo psichiatra, dunque, analizzare questi casi può essere utile per cogliere “i punti deboli del sistema dei ricoveri”. La metà delle persone (8 casi) rimane in Opg fino a 6 mesi; fino a un anno i casi di prostituzione, ingiuria e falsificazione di monete; fino a 18 mesi 2 casi, tra cui uno per calunnia; fino a 2 anni un caso per reato di falsa testimonianza; da 2 a 5 anni un caso di ingiuria, da 6 a 12 anni un caso per detenzione d’armi.(lab)
Opg in Italia: Internati secondo il tipo di reato
13,.9
Altri tipi di reato
Fonte:Ricerca "Anatomia degli Opg italiani", DAP 2002