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Timestamp: 2020-02-23 20:32:41+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 2', 'art. 39', 'art.141', 'art.19', 'sentenza ', 'art. 77', 'art. 39', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 20']

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Revisione del catasto: arrivano le nuove commissioni censuarie, ecco che cosa succede
Pubblicato il 5 luglio 2014 da Redazione Casanews24
Sul filo d’arrivo il primo decreto legislativo per l’attuazione della revisione del catasto fabbricati previsto dalla legge delega n. 23/2014, passato venerdì scorso al Consiglio dei Ministri, già con l’innesco di alcune polemiche su sui contenuti e quelli della legge delega.
Solo per Trento e Bolzano è previsto un ulteriore membro designato dalle rispettive Province autonome nell’ ambito dei propri dipendenti di ruolo.
2. le competenze della commissione censuaria locale (art. 14, comma 3 del decreto legislativo) sono limitate alla alla validazione delle funzioni statistiche di cui all’articolo 2, comma 1, lettera h), n. 1.2) e lettera i, n. l) della legge 11 marzo 2014, n. 23. Ma le funzioni statistiche rappresenteranno solo una parte delle metodologie per il calcolo nei nuovi estimi, in quanto la legge delega prevede all’articolo 2, comma 2, lettera h punti 1.3“ qualora i valori non possano essere determinati sulla base delle funzioni statistiche di cui al presente numero, applica la metodologia di cui al numero 2)” cioè viene costruito un algoritmo (funzione di stima) con metodi empirici (metodi standardizzati e parametri di consistenza specifici).
Il decreto legislativo di recepimento della direttiva 2012/27/UE sull’efficienza energetica, approvato dal Governo il 30 giugno 2014, impone la termoregolazione in tutti gli edifici, stabilendo che gli impianti di riscaldamento centralizzati dovranno essere dotati di contabilizzatori installati, in tutta Italia, entro il 31 dicembre 2016.A decorrere da tale data, pertanto, condomini e singole unità immobiliari saranno obbligati a installare dispositivi specifici per la termoregolazione e la contabilizzazione del calore. Si precisa che il nuovo testo approvato dal Governo non si sostituisce ai disposti regionali che, pertanto, conservano efficacia vincolante per i cittadini. Restano pertanto valide ed efficaci le determinazioni assunte da Lombardia e Piemonte che, già da tempo, hanno fissato, rispettivamente,i termini del 1° agosto 2014 e del 1° settembre 2014 per l’adozione delle valvole termostatiche e della contabilizzazione. Nel merito, il testo del decreto prevede a carico dei condomini la cui fornitura energetica proviene da una rete di teleriscaldamento l’obbligo dell’installazione di dispositivi che, collegati ad apposite centraline di rilevamento, registrino e contabilizzino i consumi dei singoli palazzi. Anche le centrali termiche a servizio dei cosidetti super condomini dovranno rispettare la disposizione di legge contenuta nel decreto dell’efficienza energetica, a patto che ci sia una centrale termica che serva i diversi edifici che compongono la struttura condominiale.L’obbligo della contabilizzazione del calore vale anche per i singoli appartamenti, che dovranno dunque essere dotati di tali apparecchi per monitorare il consumo energetico per il riscaldamento invernale, il raffrescamento estivo e la produzione di acqua calda sanitaria.Il condominio che non ripartisce le spese in conformità alle nuove disposizioni è soggetto aduna sanzione amministrativa da 500 a 2500 euro. Occorrerà pertanto che venga modificato il regolamento nella parte in cui disciplina la ripartizione delle spese del riscaldamento; eventuali delibere condominiali e le clausole del regolamento contrattuale in contrasto con la nuova norma devono ritenersi nulle.
Pubblicato il 1 luglio 2014 da Redazione Casanews24
Il Ministro dell’Interno Angelino Alfano ha presentato il prosieguo di un progetto iniziato con il DPR 151/2011 che ha trasferito parte dei controlli antincendio, ex ante, dai Vigili del Fuoco ai professionisti esperti di antincendio, consentendo di impiegare più efficacemente le risorse nelle verifiche, ex post, successive all’avvio dell’esercizio.
Il progetto prevede la semplificazione del corpo normativo relativo all’antincendio, messo a punto dal Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, ed è finalizzato allo snellimento delle norme e delle procedure antincendio.
Il nuovo testo unico (T.U.) delle norme di prevenzione incendi rende i professionisti assolutamente protagonisti assegnando loro la responsabilità della scelta delle misure di prevenzione incendi da adottare. Il tutto è finalizzato a rivoluzionare la burocrazia e a semplificare decisamente l’iter relativo alla prevenzione incendi.
Il Ministero dell’Interno ha comunicato che il nuovo testo unico si basa sui seguenti principi:
L’approccio utilizzato nel T.U. lascia la professionista molta libertà nella effettuazione delle scelte progettuali, infatti i diversi allegati tecnici allo stesso riporteranno in modo logico-sistematico:
le regole tecniche verticali semplificate (RTV): le specifiche misure integrative per talune attività civili e commerciali, quali uffici, autorimesse ecc., nonché per quelle in applicazione delle recenti leggi approvate su strutture sanitarie, scuole e strutture turistico-ricettive esistenti
Le RTO contengono le nuove regole generali applicabili per la progettazione antincendio delle attività soggette. Le RTV prevedono le specifiche disposizioni, integrative a quelle delle regole generali, applicabili alle attività soggette ivi disciplinate.
L’insieme delle RTO e delle RTV costituisce il nuovo quadro normativo di riferimento completo ed esaustivo per la progettazione antincendio di tutte le attività soggette.
Allo scopo di rendere il documento un testo unico organico per l’intera materia antincendio, è prevista una ulteriore sezione (Metodi), che introduce metodologie di progettazione antincendio innovative ed alternative a quelle riportate nelle altre sezioni, volte alla risoluzione di specifiche problematiche tecniche ai fini antincendio di difficile soluzione con l’approccio sistematico delle prime tre sezioni. La sezione Metodi è basata sull’utilizzo delle tecniche della Fire Safety Engineering (FSE) infatti contiene tre allegati denominati:
In estrema sintesi il T.U. stabilisce un metodo finalizzato per la determinazione delle misure (definite strategie antincendio) idonee a minimizzare il rischio di incendio, in termini di probabilità e di conseguenze, entro limiti considerati accettabili, da adottare per la progettazione antincendio di un’attività soggetta, garantendo gli obiettivi primari di sicurezza della vita umana, di incolumità delle persone e di tutela dei beni e dell’ambiente.
L’allegato del T.U. denominato “Determinazione dei profili di rischio delle attività” fornisce:
In funzione dei profili di rischio R-vita, R-beni ed R-ambiente per l’attività, sono attribuiti i livelli di prestazione alle misure antincendioappartenenti alle singole strategie antincendio da adottare, in funzione degli obiettivi di sicurezza da raggiungere.
Il nuovo T.U. introduce i concetti di “misure convenzionali” e di “misure alternative” da utilizzare a scelta del progettista, li definisce nel seguente modo:
Ampio spazio è dato all’applicazione dei metodi prestazionali per la progettazione della sicurezza antincendio.
I metodi prestazionali sono impiegabili per:
Molto interessante appare la possibilità di proporre soluzioni alternative senza ricorrere obbligatoriamente alla procedura di deroga, in questo modo il T.U. ammette l’utilizzo dei metodi dell’ingegneria prestazionale (FSE) al di fuori del campo di applicazione del D.M. 9 maggio 2007 (che peraltro sarà abrogato) che ricordiamo ammette (art. 2) il seguente campo di applicazione del metodo:
In definitiva la progettazione antincendio dovrà seguire i seguenti passi:
La progettazione di attività normate e NON normate dovrà seguire i seguenti schemi:
Nell’ultima bozza del T.U. sono presenti 10 allegati riportanti le regole tecniche verticali per le seguenti attività:
Locali di intrattenimento e di pubblico spettacolo, impianti sportivi
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Pubblicato il 14 giugno 2014 da Redazione Casanews24
In relazione al tipo di intervento è possibile presentare la richiesta di detrazione fiscale del 65 % oppure del 50 % delle spese sostenute per la sostituzione e manutenzione dei caloriferi.
Possono usufruire della detrazione tutti i contribuenti, anche se titolari di reddito d’impresa, che possiedono a qualsiasi titolo l’immobile oggetto di riqualificazione. Tuttavia, bisogna fare molta attenzione ad analizzare non soltanto il tipo di intervento, ma anche il contesto in cui si realizza e se si può beneficiare delle detrazioni al 50 % previste per le ristrutturazioni edilizie oppure quelle per il risparmio energetico al 65 %.
In questo caso, se non si esegue nessun altro intervento, le spese sostenute possono beneficiare della detrazione fiscale del 50 % sulle ristrutturazioni edilizie. Ciò è possibile sia per interventi eseguiti sulle singole unità abitative che su parti condominiali. L’Agenzia delle Entrate specifica a tal proposito che risulta indifferente se si installano elementi uguali o diversi rispetto ai precedenti.
Anche in questo caso è ammessa la detrazione del 50 %.
Questo tipo di intervento, che prevede la semplice installazione di valvole termostatiche su termosifoni esistenti, è molto comune nei condomini che hanno un sistema di riscaldamento centralizzato. Anche in questo caso, l’intervento può beneficiare della detrazione del 50 % prevista per le ristrutturazioni edilizie.
In questo caso le possibilità sono diverse in relazione al tipo di caldaia. Se questa è a condensazione è possibile valutare la detrazione del 65 %. Queste devono tuttavia avere anche delle caratteristiche ben precise. Saranno ammesse ad ottenere le agevolazioni sia le spese tecniche, come progettazione del nuovo impianto, eventuali pratiche da presentare in Comune, sia quelle tecniche, come la dismissione dell’impianto precedente, delle valvole termostatiche e opere idrauliche. Questo tipo di bonus è ammissibile anche per negozi,uffici e laboratori. Prima di procedere alla richiesta di beneficio fiscale è necessario consultare il sito dell’Enea dedicato all’efficienza energetica.
Se la caldaia non è a condensazione ma di tipo tradizionale, non è possibile valutare la detrazione sul risparmio energetico. Tuttavia il medesimo intervento, se eseguito su singole abitazioni oppure parti comuni condominiali, può beneficiare della detrazione fiscale sulle ristrutturazioni edilizie. Tra l’altro sempre alla medesima detrazione si può accedere anche quando si installa un nuovo impianto di riscaldamento in un edificio che prima ne era sprovvisto.
Come è ormai noto la legge di stabilità fissava un tetto massimo al 2,5 per mille per la prima casa e al 10,6 per mille per la seconda (somma di Tasi ed Imu). Il governo è poi intervenuto per concedere ai Comuni la possibilità di aumentare le aliquote fino ad un massimo dello 0,8% distribuendo l’aumento tra la prima e la seconda casa. La maggiorazione deve essere però vincolata alla concessione delle detrazioni, scomparse a livello nazionale rispetto all’Imu.
L’aliquota potrà dunque salire fino a un massimo del 3,3 per mille.
Si potrà arrivare all’11,4 per mille complessivo. Sulle seconde case e tutti gli altri fabbricati (uffici, negozi, capannoni, ecc…) si pagano sia l’Imu che la Tasi.
Gli immobili accatastati nelle categorie di pregio (A/1, dimore signorili; A/8, ville e A/9, castelli) continueranno a pagare l’Imu sulla prima casa, con un’aliquota massima del 6 per mille e con la sola detrazione di 200 euro, senza i 50 euro extra per ogni figlio. Su questi immobili si pagherà anche la Tasi, anch’essa con aliquota massima del 3,3 per mille, ma il totale di Imu e Tasi non potrà superare il 6,8 per mille.
Anche in questo caso si pagherà sia l’Imu che la Tasi con il limite massimo dell’11,4 per mille. L’Imu verrà pagata interamente dal proprietario, mentre la Tasi peserà anche sulle spalle dell’inquilino che dovrà versarne una quota compresa tra il 10 e il 30% in relazione alla delibera comunale.
La base imponibile è la stessa dell’Imu. Si parte dunque dalla rendita catastale, la si rivaluta del 5 % e si moltiplica il risultato per il coefficiente che varia in base al tipo di immobile (160 per le abitazioni). Su questo valore si applica l’aliquota comunale, con le eventuali detrazioni.
Per pagare la Tasi di potrà utilizzare il modello F24 oppure il bollettino di conto corrente postale. Le rate previste sono due: la prima il 16 giugno, la seconda il 16 dicembre. Se il Comune non avrà preso alcuna decisione sulle aliquote entro i termini utili per far pagare l’acconto a giugno (23 maggio, con delibera da pubblicare sul sito portalefederalismofiscale.gov.it), quella di fine anno rimane per i proprietari di prime case l’unica data utile. Per le seconde case, invece, resta fisso l’appuntamento del 16 giugno, quando dovranno pagare sia l’Imu che la Tasi. Per la Tasi, in caso non sia stata deliberata un’aliquota dal Comune, dovranno pagare il 50% dell’aliquota base dell’1 per mille, togliendo però una quota forfettaria il cui onere spetta invece all’inquilino.
Dal 2013 l’aliquota per questi contratti è pari al 15% (Dl 102/2013), ridotta al 10% per il quadriennio 2014-2017 (Dl 47/2014).
Nel nostro Paese la rilevanza del fenomeno delle edificazioni abusive ha imposto al legislatore una speciale attenzione per risolvere un duplice problema. Da un lato quello di scoraggiare l’attività abusiva di edificazione, sanzionando gli speculatori, dall’altro di come eventualmente pervenire ad un recupero, ove possibile, di quanto edificato, cogliendo quantomeno l’opportunità per le casse pubbliche di giovarsi di entrate straordinarie.
Una prima risposta alle predette questioni venne tentata con l’emanazione della Legge 28 febbraio 1985, n. 47 , entrata in vigore il successivo 17 marzo. La detta normativa previde una serie di sanzioni, tra le quali anche la demolizione degli immobili abusivamente realizzati.
E’ importante sottolineare l’intervento della Giudice delle leggi (Corte Cost., 302/88 ) che si pronunziò nel senso dell’illegittimità del reiterato ricorso allo strumento del decreto legge, il che indusse in qualche misura le Camere ad approvare la Legge 13 marzo 1988, n. 68 per il cui tramite venne convertito, sia pure con modifiche, il D.L. 12 gennaio 1988, n. 2.
Punti qualificanti della disciplina della legge del 1985 (avente ad oggetto, tra le altre cose, la disciplina le procedure di sanatoria delle opere abusivamente realizzate fino al giorno 1 ottobre 1983), possono essere considerati la precisazione circa l’attività di vigilanza sull’edificazione; la predisposizione di un sistema sanzionatorio rigoroso in relazione agli illeciti, con la previsione di una generale possibilità di una sanatoria per gli abusi meramente formali; l’introduzione di procedure semplificate per la formazione di strumenti urbanistici (con particolare riferimento alle opere interne agli edifici, non più soggette nè a concessione nè ad autorizzazione). Venne inoltre previsto il rilascio da parte del Comune del certificato di destinazione urbanistica attestante la situazione giuridica urbanistica dei suoli, con specifico riferimento alle prescrizioni relative all’attitudine edificatoria dei medesimi.
Per quanto attiene all’ impatto della nuova normativa sull’ attività negoziale, occorre rammentare i seguenti aspetti:
previsione della nullità per gli atti di trasferimento a titolo oneroso della proprietà e di altri diritti reali (ad eccezione dell’atto costitutivo di servitù) relativi a terreni privi di allegazione del certificato di destinazione urbanistica;
previsione della nullità degli atti trasferimento a titolo oneroso della proprietà e di altri diritti reali relativi a fabbricati non contenenti le menzioni relative alla disciplina urbanistica. Successivamente la Legge 8 giugno 1990, n. 142 (ora abrogata dal D. Lgs. 267/00 ), mediante la quale sono stati introdotti nuovi principi dell’ordinamento dei Comuni e delle Province, venne a porre importanti novità concernenti le competenze degli enti locali in materia di gestione del territorio e di urbanistica. Tra esse vanno ricordate l’introduzione del piano territoriale di coordinamento di competenza della Provincia, l’individuazione della città metropolitana quale nuovo organo di governo delle aree urbane (cui sono tra l’altro attribuite le competenze dell’accordo di programmazione quale istituto, con precise possibilità di incidenza sugli strumenti urbanistici, per la realizzazione di interventi che richiedono l’azione integrata di una pluralità di soggetti pubblici).
Da ultimo, con la legge 17 febbraio 1992, n. 179 venne addirittura disposta l’eliminazione di ogni termine.La Legge 4 dicembre 1993, n.493 stabilì un procedimento più macchinoso. Quando l’Amministrazione fosse rimasta silente a fronte delle richieste del cittadino, si sarebbe attivato un controllo sostitutivo da parte della regione. Ad esso avrebbe potuto fare seguito la nomina di un commissario ad acta presso il Comune inadempiente, commissario che avrebbe successivamente dovuto provvedere all’emanazione dell’atto. Lo strumento normativo certamente ebbe ad appesantire la procedura. Ecco allora che il legislatore venne, con singolare pendolarismo, a reintrodurre nuovamente per il tramite del D.L. 26 luglio 1994, n. 468 la procedura del silenzio-assenso.Successivamente, con il D.L. 27 marzo 1995, n. 88, la disciplina ha conosciuto l’ennesima inversione di rotta, con il ritorno ad un sistema simile a quello già disciplinato nella Legge 493/93 . Questa impostazione venne ribadita dalla Legge 23 dicembre 1996, n.662 .
Attraverso la decretazione di urgenza succedutasi a decorrere dal D.L.468/94 erano state apportate significative innovazioni al regime delle trasformazioni edilizie ed urbanistiche del territorio fra le quali vanno ricordate:
l’inserimento della mancata adozione degli strumenti urbanistici generali fra le cause di scioglimento dei Consigli comunali previste dall’art. 39 della Legge 142/90 (ora abrogata dal D. Lgs. 267/00 ) e attualmente dall’art.141 D. Lgs. 267/00;
la previsione dell’approvazione tacita degli strumenti urbanistici generali, da parte della Regione (o degli enti da essa delegati), per l’infruttuoso decorso del termine fissato dalla legge per l’approvazione esplicita;
la soppressione del regime autorizzatorio per gli interventi edilizi e la sottoposizione di una serie di essi alla c.d. DIA, vale a dire la denuncia di inizio dell’attività (prevista dall’art.19 della Legge 241/90 ) accompagnata da una relazione tecnica di asseverazione di un professionista abilitato. Con la L.122/10, in sede di conversione del D.L. 78/10 la disciplina della DIA è stata rivoluzionata. Al posto della stessa è stata introdotta la c.d. SCIA (cioè la “Segnalazione di inizio di attività”). Essa sostituisce ogni autorizzazione il cui rilascio dipenda esclusivamente da accertamento di requisiti di carattere tecnico. La SCIA non puà essere utilizzata in presenza di vincoli ambientali, paesaggistici o culturali.
Tuttavia la Corte Costituzionale con la sentenza 360/96 affermò nettamente l’incompatibilità rispetto all’art. 77 della Cost. della prassi consistente nella costante reiterazione dei decreti-legge.Il Giudice delle Leggi pertanto escluse che in caso di mancata conversione il Governo potesse riprodurre, con un nuovo decreto, il contenuto normativo dell’intero testo o di singole disposizioni del decreto non convertito, nei casi in cui il nuovo provvedimento non risultasse fondato su autonomi (e pur sempre straordinari) motivi di necessità ed urgenza, motivi che, in ogni caso, non avrebbero potuto essere ricondotti al solo fatto del ritardo conseguente dalla mancata conversione del precedente decreto.Qualsiasi ulteriore intervento normativo del governo, quindi, non avrebbe potuto porsi in un rapporto di continuità sostanziale con il decreto non convertito, dovendo risultare caratterizzato da contenuti sostanzialmente diversi, ovvero da nuovi presupposti giustificativi di natura straordinaria. Decaduto così il D.L. 24 settembre 1996, n. 495 , laLegge 23 dicembre 1996, n. 662 , collegata alla finanziaria per il 1997, oltre a specificare ulteriormente la disciplina del condono delle costruzioni abusive, ha costituito l’occasione per ribadire le norme procedurali già poste in materia di rilascio della concessione edilizia e per modificare il procedimento di denuncia dell’inizio di attività, che non sostituisce più il regime autorizzatorio, piuttosto affiancandosi a questo.
Nell’elaborare il c.d. “nuovo condono edilizio”, introdotto inizialmente con il D.L. 26 luglio 1994, n. 468 , quantomeno il legislatore mostrò di tener conto dell’esperienza già fatta nel 1985, ponendo quale condizione per la regolarizzazione dell’immobile da sanare, non solo le somme a titolo di oblazione, bensì anche la corresponsione degli oneri concessori.Il D.L. 468/94 , per la parte riguardante il condono, venne inizialmente reiterato con i DD.LL. 551/94 e 649/94. In seguito la relativa normativa fu trasfusa nell’art. 39 della Legge 23 dicembre 1994, n. 724(Corte Cost., 416/95 ). Alcuni aspetti hanno rinvenuto la loro disciplina in successivi provvedimenti normativi (cfr. DD.LL. 24/95,88/95,193/95,310/95,400/95, 498/95,30/96,154/96,285/96,388/96,495/96) e nell’art. 2 commi 37-59, della Legge 23 dicembre 1996, n. 662 .
Per le linee guida dell’intervento è stata presa a riferimento la disciplina già contenuta nei capi IV e V della Legge 47/85 , in relazione alla quale sono state comunque apportate rilevanti modifiche.
alle opere aventi dimensioni non eccedenti una volumetria pari a 750 metri cubi (ovvero ad ampliamenti di misura non superiore a 750 metri cubi o al 30% dell’opera legittima ampliata);
La legge prevede il perfezionamento di una fattispecie di silenzio assenso, in base alla quale la sanatoria si perfeziona (sempre che l’oblazione dovuta sia determinata correttamente e ne sia stato corrisposto integralmente l’importo unitamente a quello concernente il contributo concessorio) con il decorso del termine di un anno, elevato a due anni per i Comuni con popolazione superiore a 500.000 abitanti. Tale termine decorre dal 1° gennaio 1997.
La disciplina del nuovo condono è stata comunque posta in correlazione a quella concernente i particolari vincoli che possono sussistere relativamente alla tutela paesaggistica, idrogeologica, dei parchi naturali . Nelle zone soggette a tali vincoli non vige il principio del silenzio-assenso, dovendo piuttosto applicarsi l’opposta regola del silenzio-rifiuto ogniqualvolta l’autorità preposta alla tutela del vincolo sia stata richiesta dell’emissione del prescritto parere. Ciò anche in esito all’entrata in vigore della Legge 14 maggio 2005, n.80 (che ha convertito con modificazioni il D.L. 14 marzo 2005 n. 35 ), il cui art. 3 al comma n. 6 ter ha modificato l’art. 20 della Legge 7 agosto 1990, n. 241 .
Di particolare interesse si manifestano le conseguenze, di cui si dirà partitamente, relative alla negoziazione delle edificazioni abusive ovvero alla carente allegazione all’atto di trasferimento della proprietà del bene del certificato di destinazione urbanistica.
La previsione di una cauzione (detta anche deposito cauzionale) è frequente in qualsiasi contratto di locazione di immobili sia ad uso abitativo che commerciale.
La cauzione serve a tutelare il locatore da qualsiasi inadempimento contrattuale del conduttore, e in particolare:a) il regolare pagamento dei canoni;b) il ripristino dei danni che il conduttore abbia eventualmente arrecato all’immobile locato.
L’importo del deposito cauzionale non può superare tre mensilità del canone pattuito: una cauzione di entità superiore è nulla, mentre è possibile la pattuizione di una cauzione di misura inferiore. Se il contratto non prevede alcuna cauzione, si deve intendere che i contraenti vi hanno rinunciato.La garanzia dell’adempimento del contratto può essere ottenuta dal locatore anche in forma diversa dal deposito cauzionale, ad esempio con fidejussione bancaria, o polizze assicurative, o garanzia di terzi da sottoscrivere e inserire nel medesimo contratto di locazione.
All’atto del rilascio dell’immobile locato, al termine del contratto, il locatore deve restituire la cauzione ricevuta, sempre che non si debbano effettuare “trattenute” a titolo di inadempimenti subiti dal locatore o di danni.
La cauzione va restituita aumentata degli interessi legali maturati di anno in anno, a meno che il locatore abbia annualmente rimborsato il conduttore degli interessi che il deposito cauzionale ha fruttato nell’anno appena decorso.
Il diritto alla restituzione della cauzione è sottoposto all’ordinaria prescrizione decennale.Quando si vende un immobile concesso in locazione, è buona regola per il compratore informarsi circa il diritto del conduttore ad avere il rimborso della cauzione. Infatti, nel caso sia stato versato un deposito a mani del locatore, questi deve riversarlo al nuovo proprietario aumentato degli interessi fino a quel momento dovuti al conduttore, in modo che questi non si trovi nella condizione di dover nuovamente versare la cauzione senza averne ricevuto provvista.
La legge n. 431 del 9 dicembre 1998 ha abolito il regime vincolistico previsto dalla legge 27 luglio 1978, n. 392 ( meglio conosciuta come “equo canone” ) che obbligava ad affittare gli immobili ad un canone prestabilito.
· il contratto “a canone libero”, in cui le parti (proprietario e inquilino) stabiliscono liberamente l’ammontare del canone e le altre condizioni della locazione con l’unico obbligo di rispettare la durata minima di 4 anni più 4 di rinnovo, tranne casi particolari tassativamente previsti (subentro del proprietario, vendita o integrale ristrutturazione dell’immobile, ecc.);
· il contratto “a canone concordato” con il corrispettivo stabilito in accordi territoriali stipulati tra le organizzazioni degli inquilini e quelle dei proprietari. Ovviamente in questo tipo di contratto il canone è inferiore ai correnti prezzi di mercato, ma lo scopo di tenere basso il canone è quello di venire incontro alle esigenze di chi è costretto a prendere in locazione un immobile. Per questo, il legislatore ha stabilito di concedere, sia al proprietario che all’inquilino, alcuni vantaggi fiscali (reddito Irpef, imposta di registro, Ici solo nei Comuni che hanno deliberato di favorire tale forma contrattuale).
– agevolazioni fiscali per il proprietario: nessuna (l’Irpef è calcolata sull’85% del canone percepito);
– schema di contratto: libero.