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Timestamp: 2020-02-28 22:09:54+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.38', 'art.38', 'art.38', 'art.3', 'art.38', 'art.36']

Achtung! Costituzionalizzare l’Euro via riforma costituzionale delle pensioni – Appello al Popolo
di Iacopo Biondi Bartolini · Pubblicato 3 Luglio 2017 · Aggiornato 2 Luglio 2017
1. Riprendo questo commento di Gianni Pinelli all’ultimo post e vi ragguaglio brevemente sul disegno di legge costituzionale di revisione dell’art.38 Cost., in materia di pensioni, proposto sia dall’on.Mazziotti che dall’on. Ernesto Preziosi. Interessante è comunque sapere che:
Il ddl a prima firma Preziosi è stato firmato da tredici parlamentari del Partito democratico, il disegno di legge a prima firma Mazziotti (Cl) è stato firmato da trentacinque deputati di diversi partiti, dal Partito democratico a Fratelli d’Italia, passando Per Forza Italia e Area popolare.
A parte qualche differenza di drafting, le due proposte di riforma costituzionale sulla questione pensioni coincidono pure “lessicalmente“, come viene spiegato dall’Ansa.
Cominciamo dalla fine. Questo è il testo (appunto “lessicalmente” coincidente nelle due iniziative obiettivamente convergenti) del proposto nuovo quarto comma dell’art.38 (su cui si appunta la revisione):
“Perchè questa proposta di legge
Il rapporto Pensions at Glance 2015, diffuso dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE) il 1° dicembre 2015, mette in luce in maniera molto netta alcunedifficoltà del sistema previdenziale italiano.“
Commento: dunque, come invariabilmente accade da qualche anno – o meglio decennio- a questa parte, le riforme costituzionali devono appoggiarsi su qualche esigenza o problema che emerge da una qualche organizzazione internazionale di natura economica che, in qualche modo, si preoccupa di monitorare e dettare l’agenda politica italiana, fino al punto da incidere sulla Costituzione nei suoi principi fondamentali.
Rammentiamo l’incipit giustificativo, in chiave di adeguamento alla nuova governanceimpostaci dall’appartenenza all’Unione politica e monetaria europea, della fatidica maxi-riforma costituzionale oggetto del referendum dello scorso 4 dicembre.
4. Ci vengono poi riportati una serie di numeri e di dati che si compendiano nella consueta affermazione che, quanto alla spesa pensionistica, “l’incidenza sul PIL è cresciuta di 0,2 punti percentuali, dal 16,97 per cento del 2013 al 17,17 per cento del 2014″.
Tuttavia, come già abbiamo visto seguendo gli studi del più attento economista italiano nella materia, sulla base dei dati correttamente assunti, sovrastimati dalL’Eurostat, così come dall’OCSE, le cose stanno in modo diverso:
“In tutti i paesi europei, tranne l’Irlanda, la voce di spesa più importante è la previdenza(15,1% nell’EU-16); questa voce in Italia è pari al 18,8%, in Francia al 16,5% e in Germania al 13,6%.
In ogni caso, dopo le riforme del 1992 e 1995, fin dal 1998 il saldo tra le entrate contributive e le prestazioni previdenziali nette è sempre stato attivo; l’ultimo dato, del 2011, è di ben 24 miliardi di euro. Dunque, il nostro sistema pensionistico pubblico non grava sul bilancio pubblico, anzi lo migliora in misura consistente (pari a sei volte le entrate Imu sulla prima casa!)“.
Ma come al solito si evita di considerare la prestazione al netto dell’imposizione diretta, il cui prelievo porta al consistente attivo sopra visto (circa 24 miliardi di euro) e smentisce in partenza qualsiasi problema attuale di insostenibilità.
Tanto più che, nella stessa Relazione, l’aumento del numero di prestazioni pensionistiche èdistrattamente ammesso come puramente transitorio, senza esplicitarne le cause: cioè laprolungata recessione €uroindotta per l’aggiustamento dei conti con l’estero, da cui l’esigenza di piazzare gli esuberi dei settori desertificati dalla crisi, nonché i pensionamenti anticipati dovuti alle norme-ponte di salvezza per coloro che erano prossimi alla pensione e, avendo maturato i requisiti ultrattivi del vecchio regime, hanno concentrato in pochi anni le richieste di quiescenza per salvaguardarsi dall’entrata in vigore della rifoma “Fornero”.
6. Il problema, infatti, e lo dice pure l’OCSE citato da Mazziotti, non è la sostenibilità finanziaria “di sistema”, ma la sostenibilità della vita dei pensionati futuri, cioè gli attuali giovani.
Qui è il punto chiave che fa crollare tutta l’impalcatura logica delle due proposte di revisione dell’art.38:
“Come avverte l’OCSE, è forte il rischio che i lavoratori più esposti al rischio di una carriera instabile, a una bassa remunerazione in lavori precari non riescano a maturare i requisiti minimi per la pensione contributiva anche dopo anni di contributi elevati.
Più semplicemente, come ha affermato il Presidente dell’INPS, Tito Boeri, i trentenni potrebbero essere costretti ad andare in pensione a 75 anni per ricevere, se matureranno i requisiti, una pensione inferiore del 25 per cento rispetto a quanto ricevono i pensionati di oggi. Sul fronte contributivo, poi, giovani e donne potrebbero scontare in maniera molto più pesante di altre categorie periodi di assenza dal lavoro, disoccupazione e inattività“.
7. Come si vede, nè l’OCSE nè Boeri, a saper capire il senso delle loro affermazioni collegano in alcun modo l’ammontare delle pensioni future dei giovani all’eccesso di prestazioni attribuite ai “vecchi”, come invece insinua la relazione di Mazziotti che, su questo aspetto, giustifica la “disuguaglianza”.
Il problema è esclusivamente dovuto al combinato del nuovo regime del rapporto di lavoro dipendente, del tutto flessibilizzato e precarizzato, per il sovrapporsi delle note riforme supply-side, cioè pro-impresa, “a ondate” volute dall’€uropa, e del simultaneo innalzamento progressivo dell’età pensionabile dovuto alle altrettanto continue riforme pensionistiche, che si basano su un aumento delle aspettative di vita che si sta rivelando, oltretutto, piuttostofallace, via via che, come ci dicono dati accuratamente trascurati dai neo-legislatori costituzionali, si smantella la sanità pubblica rispetto ad una platea crescente di working poors.
Cioè la violazione della parità di trattamento è dovuta al Legislatore, €uro-osservante e “austero”, e non a comportamenti abusivi o moralmente riprovevoli delle precedenti generazioni.
Il Legislatore ha peggiorato irragionevolmente la condizione di lavoratore e, di conseguenza, la base di retribuzione su cui applicare i contributi e ricavare la futura pensione: nel far ciò ha violato sia l’eguaglianza sostanziale (art.3, comma 2, Cost.) che il parametro dell’adeguatezza della prestazione (futura ma già deteminabile), cioè l’art.38 Cost (e, prima ancora, l’art.36, durante la vita lavorativa di tutti i dipendenti, da almeno qualche decennio). Invece di rimediare a queste storture con una legge, si tende a sanare la illegittimità costituzionale, di quanto fatto in nome dell’€uropa, aggiustando il parametro costituzionale!
8. Dunque, su queste basi logicamente labili e confuse si vuol forzare il principio di eguaglianza (Ma non si può considerare equo un Paese nel quale il sistema pensionistico discrimina fra pensionati di generazioni diverse. Viene meno un caposaldo della Costituzione, il principio di uguaglianza), per giustificare il taglio delle prestazioni in godimento, e delle aspettative basate sull’attuale ed effettivo livello contributivo dei “vecchi”, in nome dellanon discriminazione tra le generazioni?
La sintesi di tutto ciò è che, come al solito, si vuol giustificare l’espropriazione della condizione previdenziale legislativamente sancita delle precedenti generazioni, in quanto conforme a Costituzione, per appiattire tutti sulla condizione peggiorativa delle generazioni future determinata da una sopravvenuta disciplina palesemente incostituzionale del mercato del lavoro!
9. Trattandosi della già vista mistica della solidarietà intergenerazionale, richiamiamo quanto detto in proposito (qui p.6), segnalando la gigantesca contrarietà al modello costituzionale lavoristico (artt.1, 3, comma 2, 4 e 36 Cost.) di questo “curioso” concetto:
[Nel caso del disegno della Costituzione del 1948] (qui, p.4) si tratta della redistribuzione ex ante che implica l’intervento dello Stato per rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena parità di ciascun cittadino nell’esprimere appieno le proprie capacità.
Tutto ciò non ha nulla a che fare con la solidarietà intergenerazionale invalsa sotto il regime €uropeista, e accettata dalla nostra Corte costituzionale, fondata sull’idea della scarsità delle risorse conseguente alla privazione della sovranità monetaria statale.
Questo euro-concetto di solidarietà intergenerazionale, corrisponde in essenza a una revanchedel neo-liberismo che si “riprende il maltolto”: essa, infatti, si concretizza in forme di prelievo a posteriori sul reddito previdenziale o sullo stock di risparmio delle classi lavoratrici, prelievo giustificato da limiti di bilancio istituzionalizzati per favorire la “stabilità monetaria”.
b) di un modo per alterare in via indiretta, cioè agendo addirittura su parametri offerti cosmeticamente come “equità” (che manca a monte nel regime del mercato del lavoro, contra Constitutionem) e “non discriminazione tra generazioni” (che sul piano pensionistico è la diretta conseguenza di questa disciplina del lavoro incostituzionale e peggiorativa), i principi fondamentali dell’obbligo di attivazione dello Stato ex artt.3, comma 2, e 4 Cost., che non sarebbero altrimenti assoggettabili a una lecita revisione;
c) nella sostanza più brutale, originando tutto questo dalla idea di scarsità di risorse pubbliche, determinata dalla privazione della sovranità monetaria e fiscale della Repubblica italiana, di un modo (surrettizio, ma nondimeno efficace) di costituzionalizzare l’euro,(prima ancora che siano riformati i trattati nel senso voluto dalla Merkel).
Fonte: http://orizzonte48.blogspot.it/2017/07/achtung-costituzionalizzare-leuro-via.html
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di Simone Garilli · Published 28 Marzo 2017