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Timestamp: 2018-03-21 16:46:19+00:00
Document Index: 55574064

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Notifica della sentenza al Comune: a chi?
Lo sai che? Notifica della sentenza al Comune: a chi?
Notifica della sentenza, decorso dei termini brevi per impugnare, appello, Comune, procuratore, sindaco, notifica presso la casa comunale, termine lungo dal deposito della sentenza.
Per far decorrere i termini brevi per l’impugnazione di una sentenza che ha visto, come parte in causa, il Comune, la notifica nei confronti di quest’ultimo va fatta al Comune, in persona del sindaco, ma va esplicitato il riferimento al procuratore dell’ente, anche se anch’egli domiciliato presso la Casa Comunale. È quanto chiarito da una recente sentenza della Cassazione [1] di cui qui di seguito si riportano massima e testo per esteso.
Non è idonea a far decorrere il termine breve per l’impugnazione la notifica della sentenza effettuata al comune, parte in causa, in persona del sindaco e presso la casa comunale, ove l’organo è domiciliato per la carica, in assenza di qualunque richiamo al procuratore dell’ente, anch’egli domiciliato presso la casa comunale, in quanto la sola identità di domiciliazione non assicura che la sentenza giunga a conoscenza della parte tramite il suo rappresentante processuale, professionalmente qualificato a vagliare l’opportunità dell’impugnazione.
[1] Cass. sent. n. 9843/2014.
Dott. BENINI Stefano – rel. Consigliere –
sul ricorso 26397-2009 proposto da:
COMUNE DI BRINDISI (C.F. (OMISSIS)), in persona del Sindaco pro
l’avvocato STELLA RICHTER PAOLO, che lo rappresenta e difende
unitamente agli avvocati PORTALURI PIER LUIGI, DE CARLO CHIMIENTI
EMILIO, giusta procura a margine del ricorso;
C.A., C.G., C.L., C.
M.A., C.M. (C.F. (OMISSIS)),
elettivamente domiciliati in ROMA, CORSO DEL RINASCIMENTO, 11, presso
l’avvocato PELLEGRINO GIOVANNI, che li rappresenta e difende
unitamente all’avvocato CAFIERO MARCELLO, giusta procura a margine
avverso la sentenza n. 677/2008 della CORTE D’APPELLO di LECCE,
depositata il 15/10/2008;
27/02/2014 dal Consigliere Dott. STEFANO BENINI;
uditi, per il ricorrente, gli Avvocati PAOLO STELLA RICHTER e PIER
LUIGI PORTALURI che ha chiesto l’accoglimento del ricorso;
udito, per i controricorrenti, l’Avvocato GIOVANNI PELLEGRINO che ha
Con atto di citazione notificato il 18.11.2003, C. A., C.L., C.M., Ca.Ma.
e C.G. convenivano in giudizio il Comune di Brindisi davanti alla Corte d’appello di Lecce, opponendosi alla stima e chiedendo la determinazione dell’indennità di esproprio relativamente a terreni di loro proprietà, in rione (OMISSIS), per l’estensione di mq. 16.151, assoggettati a procedura espropriativa da parte dell’amministrazione convenuta per la costruzione di alloggi di edilizia economico-popolare.
Si costituiva in giudizio il Comune di Brindisi, contestando il fondamento della domanda, di cui chiedeva il rigetto.
Con una sentenza non definitiva, depositata il 12.2.2007, la Corte d’appello, ritenuta la tempestività dell’opposizione alla stima, qualificava i terreni espropriati come edificabili, siccome inclusi in un piano per l’edilizia economica e popolare (peep), avente carattere conformativo, con un proprio indice territoriale di fabbricabilità. Con sentenza definitiva depositata il 15.10.2008, recependo le indicazioni del c.t.u., applicando il metodo analitico- ricostruttivo, determinava l’indennità per l’esproprio in Euro 5.231.407,49, oltre interessi.
Ricorre per cassazione il Comune di Brindisi, affidandosi a sei motivi (uno avverso la sentenza non definitiva, gli altri cinque avverso la definitiva), al cui accoglimento si oppongono con controricorso C.A., C.L., C. M., Ca.Ma. e C.G.. Entrambe le parti hanno depositato memorie.
1. Con l’unico motivo di ricorso avverso la sentenza non definitiva, del 2007, il Comune di Brindisi, denunciando violazione e falsa applicazione di norme di diritto e segnatamente del combinato disposto del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, artt. 9 e 10 e art. 32, comma 1; carenza e contraddittorietà (interna ed esterna) della motivazione in ordine alla qualificazione dei vincoli introdotti dalla variante e conseguentemente della natura edificatoria delle aree espropriate, censura la sentenza impugnata per aver ritenuto la valenza generale della variante apportata dal peep, quando si è trattato, invece, di un intervento particolare incidente su beni determinati, e quindi per aver attribuito carattere conformativo all’intervento urbanistico.
2.1. Con il primo motivo di ricorso avverso la sentenza definitiva, del 2008, il Comune di Brindisi, denunciando violazione o falsa applicazione di norme di diritto, e segnatamente del D.P.R. n. 327 del 2001, art. 32, comma 1; omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa il coefficiente riduttivo introdotto, il calcolo effettuato e l’oggetto dell’applicazione del coefficiente, censura la sentenza impugnata per aver valutato i terreni espropriati in data (2007) diversa dall’epoca del decreto di esproprio (2003), attualizzando il valore con un indice riduttivo annuale (2%) arbitrario; per non aver consequenzialmente ridotto in valore dell’8% (trattandosi di riportare il valore a quattro anni prima); per aver male applicato il metodo analitico-ricostruttivo apportando l’indice riduttivo ad un solo elemento, quello degli immobili ultimati, mentre tutte le voci di costo sono soggette a variazione nel tempo.
Con il secondo motivo di ricorso, il Comune di Brindisi, denunciando omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su fatto decisivo e controverso, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, censura la sentenza impugnata per aver concepito il fattore di allineamento cronologico, nell’applicazione del metodo analitico-ricostruttivo, come causa di diminuzione dei costi e non di aggravamento degli oneri finanziari.
Con il terzo motivo di ricorso, il Comune di Brindisi, denunciando nullità della sentenza o del procedimento per violazione dell’art. 115 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4, omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su fatto decisivo e controverso, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, censura la decisione della Corte d’appello per aver non aver tenuto conto, nella valutazione dei beni espropriati, dell’incidenza negativa del vincolo aeroportuale, riferendosi ai risultati di altra non precisata consulenza tecnica relativa allo stesso comparto.
Con il quarto motivo di ricorso, il Comune di Brindisi, denunciando omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su fatto decisivo e controverso, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, censura la sentenza impugnata per aver disconosciuto l’attendibilità degli annunci delle agenzie immobiliari, per poi determinare il valore solo sulla base di essi (oltre che sulle indicazioni dell’Agenzia del territorio), assumendo il consenso del c.t.p., che invece non vi è stato.
Con il quinto motivo di ricorso, il Comune di Brindisi, denunciando omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione su fatto decisivo e controverso, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5, censura la sentenza impugnata per aver assunto a parametri di confronto i prezzi di immobili di edilizia residenziale, senza curarsi dell’assenza di omogeneità rispetto alla tipologia sovvenzionata e agevolata.
3. Va preliminarmente smentita l’eccezione, argomentata nel controricorso C., di inammissibilità del ricorso per pretesa tardività, per essere stato lo stesso notificato (il 25.11.2009) oltre il termine di gg. 60 dalla notifica della sentenza (il 29.10.2008). Nella specie la sentenza è stata notificata al Comune di Brindisi, in persona del Sindaco, domiciliato per la carica presso la sede municipale di Brindisi. Non è idonea a far decorrere il termine breve per l’impugnazione la notifica della sentenza effettuata al Comune, parte in causa, in persona del Sindaco e presso la casa comunale, ove l’organo è domiciliato per la carica, in assenza di qualunque richiamo al procuratore dell’ente, anch’egli domiciliato presso la casa comunale, in quanto la sola identità di domiciliazione non assicura che la sentenza giunga a conoscenza della parte tramite il suo rappresentante processuale, professionalmente qualificato a vagliare l’opportunità dell’impugnazione (Cass. 11.6.2012, n. 9431). E neppure tale effetto è riconducibile alla notificazione della sentenza al Comune presso l’avvocatura comunale, per non essere effettuata con il riferimento nominativo al procuratore, perchè in tal caso non può considerarsi eseguita alla parte nel domicilio eletto presso il procuratore, essendo la domiciliazione è riferibile al procuratore, con il quale sussiste il rapporto di rappresentanza tecnica, e non all’organo suddetto (Cass. 18.4.2007, n. 9298).
4. Il motivo di doglianza del ricorso avverso la sentenza non definitiva è infondato.
Il ricorrente ritaglia proposizioni formulate nei due interventi delle Sezioni unite di questa Corte in tema di indennità di esproprio per l’attuazione dei peep, nell’intento di creare un’artificiosa distinzione casistica che ammetta la configurabilità di piani di zona contenenti previsioni solo espropriative, di cui dunque non dovrebbe tenersi conto, nè sul punto della qualificabilità dei terreni come edificabili, nè sul punto della volumetria esprimibile sugli stessi. Contrariamente al processo logico dell’intervento nel settore, in cui la revisione delle scelte di politica urbanistica precede l’individuazione delle modalità attuative della scelta, secondo l’amministrazione ricorrente, l’obiettivo nella fattispecie in causa sarebbe stato di insediare direttamente l’opera pubblica, conseguendone che l’approvazione della variante non avrebbe alcun rilievo nella determinazione dell’indennità.
Il ricorrente cita norme che a parte la loro inapplicabilità nella presente causa (il t.u. espropriazioni, per espresso disposto D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, art. 57, come modificato dal D.Lgs. 27 dicembre 2002, n. 302, riguarda le procedure iniziate con dichiarazione di pubblica utilità successiva al 30.6.2003, e nel caso in esame la dichiarazione di pubblica utilità risale almeno all’11.2.2002), non escludono che la destinazione ad interventi sottratti all’iniziativa privata possano avere funzione conformativa.
La giurisprudenza di questa Corte riconosce, almeno fin dall’intervento delle Sezioni unite, che la destinazione a edilizia popolare o residenziale pubblica, imposta dai peep, comporta la natura edificabile delle aree site nella zona con tale destinazione, trattandosi di previsione conformativa del territorio e delle proprietà che vi sono comprese (Cass. 18.11.1997, n. 11433;
21.3.2001, n. 125/SU; più di recente, tra le tante: Cass. 11.6.2002, n. 8330; 31.5.2007, n. 12771; 10.6.2011, n. 12850). Ogni operazione, che preludendo all’acquisizione di aree private con il ricorso a procedure espropriative, possieda connotati urbanistici, estrinsecati in programmi che, qualche che sia l’estensione dell’intervento, prescindano dal regime di appartenenza delle stesse, possiede connotati conformativi.
Non è dato distinguere all’interno di tali programmi urbanistici, che in fase attuativa possano contenere varianti alla disciplina stabilita a più grandi linee da piani sovraordinati, la ripartizione degli spazi a seconda della logica interna di regolamentazione dei servizi richiesti da un insediamento abitativo: per questo si è stabilito che il valore delle aree interessate non può essere stabilito in base alle localizzazioni interne, cioè in funzione delle disposizioni del piano per l’edilizia attinenti alla collocazione sui singoli fondi di specifiche edificazioni ovvero di servizi ed infrastrutture (Cass. 22.11.2010, n. 23584), ma deve semmai ricorrere a indici medi (Cass. 30.10.2013, n. 24497) .
Il ricorrente decontestualizza tale proposizione per riferire l’indifferenza delle singole destinazioni, che riguarda l’accertamento del valore, alla condizione giuridica, per concludere che anche i peep, a seconda della tipologia dell’intervento, possono non essere conformativi, e che della relativa destinazione residenziale, non si debba tener conto nella determinazione indennitaria.
La proposizione è erronea, perchè basata su una non consentita trasposizione logica.
La violazione di legge non è riconoscibile nella sentenza impugnata, che dei principi ora illustrati ha fatto diligente applicazione, attribuendo correttamente natura conformativa al piano di zona in attuazione del quale è avvenuta l’espropriazione della cui indennità si discute. Viene anche censurato il vizio di motivazione, che il ricorrente denuncia in rapporto alla faticosa ricostruzione storica dell’intervento urbanistico sul territorio interessato dal peep in Rione (OMISSIS), per inferirne il carattere localizzativo dell’opera pubblica, al di fuori della zonizzazione.
Di tale specifica questione non risulta che il giudicante sia stato investito, e il ricorrente non si da cura di dimostrare, in ottemperanza al principio di autosufficienza (Cass. 19.12.2006, n. 27169; 30.7.2010, n. 17915), di averne sollecitato l’esame. Nella narrazione dello svolgimento processuale contenuta nella prima sentenza, si riferisce che l’amministrazione ebbe semplicemente a contestare l’irrilevanza delle previsioni peep rispetto alla destinazione di prg ad attrezzature di quartiere.
Nella stessa ricostruzione della vicenda urbanistica del Comune di Brindisi, puntualmente riportata in sentenza e non contestata sul punto dall’amministrazione ricorrente, emerge che i suoli in Rione (OMISSIS) erano ricadenti in zona residenziale già per effetto del programma di fabbricazione del 1962; che nel 1972 tutta la zona Campo Paradiso venne destinata all’edilizia economica e popolare; che nel 1990 venne approvato il peep (che comporta variante alla destinazione a servizi del prg); che la destinazione venne confermata nel 2002 con variante semplificata; che i decreti di esproprio vennero emanati il 17.9.2003.
Appare irrilevante che il peep in attuazione del quale è avvenuta l’espropriazione delle aree di proprietà C., sia stato concepito per dare ospitalità a centoventi famiglie alloggiate nelle “baracche polacche” (vicenda che il ricorrente nemmeno si cura di localizzare nel tempo, in relazione alla successione delle vicende urbanistiche illustrata dal giudice). La finalità riferita dalla ricorrente è comunque proprio quella che sovrintende ai programmi di edilizia economica e popolare, quale che sia la portata quantitativa dell’intervento.
Nella concezione generale dell’edilizia economico-popolare, che rende obbligatoria la formulazione dei peep in certi Comuni, in rapporto alla popolazione, il programma è proiettato allo sviluppo delle esigenze abitative nei dieci anni successivi (L. 18 aprile 1962, n. 167, art. 3). La mutevolezza delle esigenze, tuttavia, non può ingessare la programmazione secondo scansioni rigidamente temporali, essendo anzi ammessa una modulazione nel tempo delle esigenze attraverso i programmi pluriennali di attuazione (L. 28 gennaio 1977, n. 10, art. 13), come pure non è preclusa la variante di aggiornamento ai piani di zona stessi (Cons. Stato, sez. 4, 15.9.1998, n. 1156; 11.9.2001, n. 4753; sez. 5, 8.10.2002, n. 5312).
5.1. Il primo motivo avverso la sentenza definitiva, del 2008, è inammissibile.
Va premesso che il giudice, nella indisponibilità di dati comparativi rigorosamente contemporanei alla vicenda ablativa di cui è causa, si dichiara consapevole della necessità che ai fini dell’utilizzo di quei dati occorre l’omogeneità del parametro di confronto, e dunque, applica un coefficiente correttivo, idoneo all’attualizzazione. Non è dunque ravvisabile violazione di legge, giacchè l’operazione di adeguamento temporale della valutazione, risponde proprio all’intento di accertare il valore del bene alla data del decreto di esproprio. Ai fini della determinazione dell’indennità di esproprio, la censura in ordine a elementi incidenti sulla concreta liquidazione del credito, si risolve non in una critica ad un principio di diritto, ma in un apprezzamento di fatto, che dunque è censurabile solo sotto il profilo del vizio di motivazione, che non può essere proposto per la prima volta nel giudizio di legittimità, occorrendo indicare, proprio a tale fine, l’atto del giudizio di merito in cui la contestazione sia stata tempestivamente formulata (Cass. 11.1.2007, n. 324).
In particolare si trattava di riportare dati del 2007 (anno in cui il c.t.u. compie le sue valutazioni, sfociate nella relazione depositata il 27.7.2007), al 2003, in cui si è compiuta la vicenda ablativa.
Parte ricorrente censura le modalità attraverso le quali è avvenuta la temporizzazione dei dati, con l’adozione di un coefficiente ritenuto arbitrario.
Va ricordato che ove con il ricorso per cassazione sia censurato il vizio di motivazione, è onere della parte ricorrente, in ossequio al principio di autosufficienza, non solo di allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, onde dar modo alla Corte di cassazione di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare nel merito la questione stessa (Cass. 22.1.2013, n. 1435; 18.10.2013, n. 23675).
Parte ricorrente riferisce che la contestazione dell’erroneo riferimento temporale è avvenuta con la relazione tecnica nell’interesse del Comune di Brindisi, recante la data 28.2.2009, a firma del prof. G.S., in particolare a pag. 2;
inoltre nella comparsa conclusionale davanti alla stessa Corte d’appello. In realtà, tale consulenza di parte non è allegata agli atti depositati dalla parte in Cassazione, che il ricorrente aveva interesse a mostrare, basandosi su di esso il ricorso (art. 369 c.p.c., n. 4): risulta che il Comune abbia depositato una consulenza di parte nel giudizio di merito, firmata dal dott. P.A. e dal geom. M.A., che è stata depositata il 6.10.2007, e che fa riferimento alla relazione del c.t.u. del 27.7.2007, ma non quella cui ora il ricorrente attribuisce la contestazione dell’operato del c.t.u.. Nè, logicamente, tale documento potrebbe essere agli atti, se è vero che la stessa relazione, secondo l’indicazione del ricorrente, sarebbe stata compilata nel 2009, cioè in data successiva alla sentenza impugnata.
Non rileva che della questione si sia fatta menzione nella comparsa conclusionale in Corte d’appello. La comparsa conclusionale di cui all’art. 190 c.p.c. ha la sola funzione di illustrare le domande e le eccezioni già ritualmente proposte, sicchè ove sia prospettata per la prima volta una questione nuova con tale atto nel procedimento di appello, il giudice non può e non deve pronunciarsi al riguardo: nè la questione stessa può essere riproposta con ricorso per cassazione (Cass. 12.2.2000, n. 1074; 29.7.2002, n. 11175; 7.4.2004, n. 6858).
E’ appena il caso di osservare, peraltro, che alla misura del correttivo, adottata secondo il dato medio del 2% annuo, il ricorrente non contrappone altri possibili dati cui possa riconoscersi maggiore oggettività e attendibilità. Inoltre, la denunciata non corrispondenza della riduzione all’8% (2% per quattro anni) è spiegabile per l’entità del periodo, inferiore ai quattro anni, che distanzia la valutazione del luglio 2007 all’esproprio del settembre 2003. Quanto alla censura in ordine all’applicazione solo parziale del correttivo (al valore dell’immobile non ai vari costi), il ricorrente non ha interesse a dolersene, poichè l’importo inferiore degli stessi, logicamente postulabile per un momento più remoto, costituendo il minuendo del valore dell’immobile secondo la formula adottata, abbasserebbe in misura minore lo stesso valore, cui è commisurato l’onere indennitario a carico dell’espropriante, con un risultato a lui più sfavorevole.
Della critica in ordine all’applicazione del fattore di allineamento cronologico, da atto lo stesso giudice di merito, e ritiene di superarlo con un ragionamento, che non regge ad una verifica di logicità.
Se è vero che il costo dell’area ricavabile con il metodo analitico- ricostruttivo dal valore dell’immobile meno i costi di trasformazione, è un valore attuale, mentre il valore dell’immobile potrà essere realizzato solo dopo un tempo ragionevole, il fattore di allineamento cronologico (o di sconto all’attualità) tiene conto che l’incasso ipotizzato si realizza dopo un certo numero di anni dalla valutazione dell’area. E’ perciò evidente che il fattore di allineamento cronologico deve riguardare il realizzando valore dell’immobile, oltre che i costi necessari a produrlo.
La giustificazione data dal giudice per sfuggire alla critica che in sede di valutazione è stata sollevata, non è logica e si risolve (“serve a realizzare un maggiore adeguamento alla realtà del valore dei costi sostenuti dall’edificatore”) in una petizione di principio, perchè l’esigenza è quella di riportare a data attuale un incasso futuro, e l’incasso è soprattutto costituito dal valore dell’immobile, beninteso depurato dai costi. La formula da impiegare deve dunque porre in rapporto al fattore di allineamento non solo i costi, ma la differenza tra il valore dell’immobile realizzando depurato dai costi.
5.3. Anche il terzo motivo fondato.
Il ricorrente censura il richiamo operato dal giudice a consulenza svolta in altra causa avente ad oggetto lo stesso comparto.
Anche in tal caso è la stessa sentenza a dar conto della censura concernente la possibile incidenza, sull’edificabilità del suolo, del vincolo aeroportuale. Da un lato, la motivazione con cui il giudice nega la rilevanza della questione, è insufficiente: nel riferire della possibilità ammessa dallo stesso tecnico comunale di sviluppare sul fondo costruzioni di una certa altezza dei costruendi edifici, il giudice non relaziona l’affermazione alla specifica questione del vincolo. Dall’altro, nel riferirsi ad altra consulenza svolta in altra causa, senza neppure indicarne gli estremi, vi è violazione dell’art. 115 c.p.c.: condizione di utilizzabilità delle prove acquisite in altro processo, è quella della presenza della documentazione nel giudizio, al fine di farne oggetto di valutazione critica delle parti e stimolare la valutazione giudiziale su di essa (Cass. 10.12.2004, n. 23132; 5.12.2008, n. 28855).
5.4. Il quarto motivo è inammissibile, sotto due profili.
All’affermazione del giudice circa il concordamento, da parte del c.t.p., al metodo di accertamento dei prezzi degli immobili presi a raffronto, il ricorrente deduce ora che la consulenza di tale prof. G. è di tutt’altro tenore. Ma, come sopra rilevato, detta relazione non è agli atti, nè potrebbe esserlo, risalendo ad una data posteriore alla sentenza impugnata.
Sotto il secondo profilo, il ricorrente deduce che dai dati dell’agenzia del territorio si ricaverebbero valori inferiori. A parte che un dato proveniente da detta fonte viene ben considerato dal c.t.u., come da tabella che lo stesso ricorrente trascrive in ricorso, quest’ultimo non indica da quali ulteriori fonti di confronto potrebbero provenire dati per una determinazione di un valore inferiore del bene, a sè più favorevoli.
L’esercizio del diritto di impugnazione non può prescindere dall’esistenza, in capo a chi se ne avvale, di un interesse che, dovendo essere concreto e attuale e configurandosi come condizione dell’azione, deve desumersi dal raffronto fra il contenuto della sentenza ed il gravame, e, in caso di ricorso per cassazione con cui si censuri la determinazione del credito, deve estrinsecarsi secondo il requisito dell’autosufficienza, che impone, tra l’altro, che sìa stato fatto specifico riferimento ad un eventuale esito più favorevole in termini monetari mercè l’applicazione dei criteri e della normativa di cui si invochi l’applicazione in sede di legittimità (Cass. 6.10.2005, n. 19510). Sicchè non emerge un interesse al ricorso per cassazione, se a fronte di una liquidazione di indennità espropriativa, censurata come erronea, non si proponga – in ottemperanza al principio di autosufficienza un criterio alternativo, quantitativamente più favorevole nei risultati (Cass. 13.12.2006, n. 26693; 21.3.2007, n. 6808).
5.5. Il quinto motivo è inammissibile.
Anche in tal caso, la questione in ordine alla disomogeneità dei parametri assunti a confronto, per riferirsi ai prezzi di immobili di edilizia residenziale, è nuova, giacchè, ancora una volta, non risulta sottoposta al giudice di merito, giacchè non è agli atti una c.t.p. del tenore di quella citata nel ricorso ora in esame.
6. In accoglimento delle censure accolte la sentenza va cassata, con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Lecce, che provvederà anche sulle spese di questo giudizio.
La Corte accoglie il secondo ed il terzo motivo avverso la sentenza definitiva, rigetta i restanti motivi. In relazione alle censure accolte cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, ad altra sezione della Corte d’Appello di Lecce.