Source: https://www.laleggepertutti.it/200243_fisco-quando-scatta-il-penale
Timestamp: 2019-03-22 07:43:46+00:00
Document Index: 4075345

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 8', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 11']

Fisco: quando scatta il penale?
Reati tributari: quando c’è la sanzione penale per l’omessa dichiarazione dei redditi o Iva, fraudolenta dichiarazione e dichiarazione infedele. Le operazioni inesistenti.
La parola evasione fiscale porta spesso con sé l’idea di un reato, di un processo penale, del sequestro dei beni e, magari, l’espropriazione della casa. E invece le conseguenze non sono sempre queste. La violazione delle norme tributarie o la semplice morosità non fa sempre scattare il reato ossia il penale; anzi, ciò succede solo in casi rari, quelli relativi alle violazioni più elevate, di solito collegate ad attività imprenditoriali medio o alto livello. È molto difficile che il piccolo contribuente possa essere inquisito in un processo penale di evasione per piccoli inadempimenti; in tali ipotesi l’unico rischio che corre il moroso è la notifica della cartella di pagamento e il pignoramento dei beni. Nessuna conseguenza però sotto il profilo della fedina penale. In questo articolo ci occuperemo proprio di comprendere qual è questa linea di confine e soprattutto, in materia di fisco, quando scatta il penale.
1 I reati tributari
2 Emissione di fatture false
3 Omessa presentazione della dichiarazione dei redditi
4 Dichiarazione fraudolenta
5 Dichiarazione infedele
6 Omesso versamento IVA
7 Omessa presentazione della dichiarazione IVA
8 Omesso versamento ritenute certificate
9 Cosa succede in tutti gli altri casi?
Quando si parla di evasione fiscale non si ha a che fare con un unico reato. Esistono tanti illeciti tributari a seconda del tipo di imposta e, in base a ciascuna di esse, vengono fissate regole differenti. Per tutte però vale lo stesso principio: il penale scatta solo dopo una certa soglia di evasione. Ed è proprio nel determinare tale soglia che si distinguono le varie discipline del settore. Ad esempio, nel caso di mancato pagamento dell’Irpef (l’imposta sui redditi) la soglia oltre la quale scatta il penale è diversa rispetto all’Iva. Inoltre esistono imposte come l’Irap la cui evasione non comporta mai, a prescindere dall’entità dell’evasione, il reato. Ciò avviene di solito con le imposte indirette. Ma procediamo con ordine e vediamo, quando scatta il penale col fisco.
Farsi rilasciare fatture false al solo scopo di aumentare i costi e detrarli dalle tasse è un illecito tributario. Si tratte della cosiddette operazioni inesistenti. Questo è l’unico caso in cui non sono previste soglie per il penale: il reato scatta sempre, in tutti i casi cioè in cui il contribuente si fa emettere una fattura per una prestazione che non è mai stata resa al solo scopo di pagare meno imposte. Basta quindi anche una fattura di un solo euro. Ad esempio, immagina di avere un amico che fa il ristoratore e che, su tua richiesta, emette una fattura per cena di lavoro (cena che non hai mai fatto né mai pagato) al fine di fartela scaricare dalle tasse. In questo caso, stai commettendo un reato e sei passibile di un procedimento penale. La pena per il reato di emissione di fatture false è prevista la pena:
da sei mesi a due anni di reclusione per fatture fino a 154.937 euro;
da 18 mesi a sei anni per fatture di importo superiore a 154,937 euro.
Se una persona non presenta la dichiarazione dei redditi commette un illecito tributario. E ciò anche se si è dimenticato, se è stato male o se la colpa è del suo commercialista che si è dimenticato (a meno che non si proceda a denunciarlo: in tal caso si potrà scaricare su di lui la responsabilità).
Il reato di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi scatta solo se l’imposta evasa è superiore a 50mila euro (prima la soglia era di 30mila euro). La reclusione è da 1 anno e 6 mesi a 4 anni.
Il penale scatta quando vi è l’indicazione in dichiarazione di elementi attivi per ammontare inferiore a quello effettivo o elementi passivi inesistenti quando congiuntamente:
l’imposta evasa è maggiore a 30.000 euro;
il reddito evaso (anche tramite indicazione di elementi passivi fittizi) è superiore al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque superiore a 1.500.000 euro, oppure qualora l’ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta è superiore al 5% dell’ammontare dell’imposta medesima o comunque a 3.000.000 di euro.
La pena è la reclusione da 18 mesi a 6 anni.
Per l’indicazione in dichiarazione di elementi passivi fittizi mediante fatture o altri documenti per operazioni inesistenti il reato scatta sempre a prescindere dall’evasione.
L’ipotesi più tipica, se vogliamo, dell’evasione fiscale è quella della dichiarazione infedele. Si ha quando il contribuente indica, nella propria dichiarazione dei redditi inviata all’Agenzia delle Entrate, dei dati inesatti o parziali al fine di pagare meno tasse. Si pensi al caso di una persona che percepisce uno stipendio in nero o che vende dei beni e non lo dice al fisco. In questo caso, il reato scatta se sussistono le due seguenti condizioni:
imposta evasa superiore a 150mila euro;
reddito evaso (anche tramite indicazione di elementi passivi fittizi) superiore al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque maggiore di 1.500.000 euro, ovvero qualora l’ammontare complessivo dei crediti e delle ritenute fittizie in diminuzione dell’imposta è superiore 5% dell’ammontare dell’imposta medesima o comunque ad 3.000.000 di euro.
Per sanare l’infedele dichiarazione il ravvedimento si effettua con le seguenti modalità:
presentazione di dichiarazione integrativa dalla quale risulti la maggiore imposta dovuta o il minor credito spettante;
versamento delle somme dovute a titolo di imposta, di interessi legali maturati dal giorno della violazione a quello della regolarizzazione e della sanzione ridotta.
La sanzione dovuta è differente a seconda che la dichiarazione integrativa sia presentata entro 90 giorni dalla scadenza del termine per la dichiarazione originaria o successivamente e se l’errore sia rilevabile in sede di controllo automatizzato o meno.
Il penale scatta quando il contribuente non versa il debito IVA (superiore a 250.000 euro per periodo d’imposta) risultante dalla dichiarazione relativa uno specifico anno entro il 27 dicembre dell’anno successivo.
Il reato presuppone che il debito emerga dalla dichiarazione e non si configura quindi in caso di debito derivante da rettifica della dichiarazione o in caso di omessa dichiarazione.
Si evita la condanna penale se, prima della dichiarazione di apertura del dibattimento di primo grado, il contribuente estingue il debito comprese sanzioni amministrative e interessi, mediante integrale pagamento, anche a seguito di conciliazione, adesione o ravvedimento operoso.
Il reato di omessa presentazione della dichiarazione Iva scatta se l’imposta evasa è superiore a 50mila euro. Le sanzioni sono le stesse previste per le imposte sui redditi [1].
Il penale scatta quando il sostituto (il datore di lavoro) non versa, entro il termine previsto per la dichiarazione annuale dei sostituti (mod. 770), ritenute dovute sulla base della stessa dichiarazione o risultanti dalla certificazione rilasciata ai sostituti per un ammontare superiore a 150.000 euro per periodo d’imposta.
Fino al 22 ottobre 2015, il reato si configurava solo in relazione alle ritenute risultanti dalle certificazioni.
Risponde del reato l’amministratore in carica al momento della scadenza della presentazione della dichiarazione del sostituto d’imposta.
Cosa succede in tutti gli altri casi?
In tutti i casi in cui non scatta il penale, il contribuente rischia solo sanzioni amministrative, ossia aggravi dell’imposta che sarebbe stato obbligatorio versare. La conseguenza è però solo sul piano patrimoniale: l’importo viene iscritto a ruolo, viene notificata la cartella di pagamento e l’Agenzia entrate Riscossione procede al pignoramento dei beni. Ricordiamo che la prima casa è pignorabile solo se accatastata in A/8 e A/9 o quando, insieme ad essa, il contribuente è proprietario di altri immobili o quote di altri immobili. Ma anche in questi casi è necessario il rispetto di una condizione: il debito deve essere superiore a 120mila euro. Non esistono invece limiti di reddito per i pignoramenti di altro tipo (conto corrente, pensione, stipendio, mobili).
[1] Cfr. Cass. sent. n. 15172/18 e n. 15133/18 del 5.04.2018: La nuova fattispecie di reato di cui all’art. 10-ter d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74, come modificata dall’art. 8 d.lgs. 24 settembre 2015, n. 158, che ha elevato a euro 250.000 la soglia di punibilità, ha determinato l’abolizione parziale del reato commesso in epoca antecedente che aveva ad oggetto somme pari o inferiori a detto importo, e in considerazione dell’abrogazione parziale trovano applicazione gli artt. 2, comma 2, c.p. (e non il comma 4 dell’art. 2 c.p.) e 673, comma 1, c.p.p.
Nella sentenza in commento la Suprema Corte rigetta il ricorso della Procura della Repubblica, ritenendo che la modifica della soglia di punibilità abbia comportato la parziale abrogazione della norma incriminatrice, rendendo non più penalmente rilevante le omissioni al di sotto di euro 250.000: secondo il Giudice di legittimità, da ciò consegue che il giudice dell’esecuzione deve revocare la sentenza di condanna, se non sono necessari ulteriori accertamenti.
già in precedenza la Suprema Corte aveva affermato che «la mutata soglia di punibilità dei reati di omesso versamento di ritenute certificate […] e di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto […], al di sotto della quale operano soltanto a misure sanzionatorie di tipo amministrativo, introdotta dal d.lgs. n. 158/2015 rientra […] nell’abrogazione parziale dei due reati, nei quali il mutato giudizio di offensività della condotta omissiva si è tradotto nel restringimento dell’area della loro penale rilevanza, con assegnazione a quella amministrativa delle condotte che si collocano al di sotto della nuova soglia. Configurando la soglia di punibilità un elemento costitutivo di entrambe le fattispecie legali astratte delle suddette disposizioni, è evidente che la sua modifica rende la nuova fattispecie speciale rispetto alla precedente poiché ne restringe l’ambito applicativo, rimanendo l’area della punibilità circoscritta alle sole condotte che si collochino al di sopra della nuova soglia» (così Cass. Pen. n. 10810/18, in CED Cass., non massimata). Con specifico riferimento al reato di omesso versamento di ritenute dovute o certificate ex art. 10-bis d.lgs. n. 74/2000, il Giudice di legittimità ha statuito che la novella del 2015 ha escluso la rilevanza penale delle condotte sino all’ammontare di euro 150.000, determinando così una abolitio criminis parziale con riferimento alle condotte aventi ad oggetto somme pari o inferiori a detto importo, commesse in epoca antecedente (Cass. Pen. n. 34362/17, in CED Cass., Rv. 270961).
Il valore dei beni fraudolentemente sottratti al pagamento di imposte può essere inferiore a euro 50.000. Nella sentenza n. 15133/18 la Terza Sezione Penale della Corte di Cassazione afferma il seguente principio di diritto: «In tema di reati tributari, il valore dei beni sottratti fraudolentemente al pagamento delle imposte può essere inferiore all’ammontare di euro 50.000 previsto dall’art. 11 d.lgs. 10 marzo 2000, n. 74 come elemento costitutivo del reato. L’offensività della condotta va parametrata esclusivamente in base alla sua attitudine a ridurre o eliminare la garanzia patrimoniale, secondo un giudizio ex ante».