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Timestamp: 2018-08-21 18:13:57+00:00
Document Index: 6622894

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 24', 'art. 98', 'art. 24', 'art. 32', 'art. 24']

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Qui la conferenza stampa Renzi-Madia del 30 aprile 2014.
Quale sia la strada per una rivoluzione del pubblico impiego nel senso dell'efficienza (e della seria lotta alla corruzione dei pubblici poteri) lo scrissero a chiare note i professori Cassese, Pizzorno, e Arcidiacono, chiamati a comporre il c.d. “Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione”, istituito con decreto n. 211 del 30.9.1996 dall’allora Presidente della Camera dei Deputati Luciano Violante. «Una delle ragioni principali della corruzione -scrissero- è la debolezza dell’Amministrazione, data dall’assenza o dall’insufficienza dei ruoli professionali. Essa costringe le Amministrazioni ad affidarsi a soggetti esterni per tutte le attività che riguardano l’opera di specialisti. Il rimedio ipotizzabile è che i professionisti dipendenti iscritti agli albi vanno organizzati in corpi separati, con uno stato giuridico ed un trattamento economico che consentano di attrarre personale di preparazione adeguata. Non ci si deve illudere di poter acquisire le professionalità necessarie, se non si è poi disposti a pagare il loro prezzo, né che la corruzione abbia termine, finchè le Amministrazioni non abbiano superato questa loro debolezza».
Occorre integrare e considerazioni dei professori Cassese, Pizzorno e Arcidiacono con una necessaria differenziazione di trattamento delle professioni tecniche rispetto alle professioni giuridiche: per le professionalità giuridiche i ruoli delle amministrazioni devono esser rafforzati in maniera più decisa di quanto debba farsi per le professionalità tecniche. Infatti, se per le professionalità tecniche ha senso ricercare l'eccellanza "nel mercato" (magari designando a componenti delle commissioni aggiudicatrici degli appalti "giurie miste individuate dalla stazione appaltante in collaborazione con gli ordini professionali a seguito di pubblico sorteggio"), non ha senso, e non è tollerabile, che sulle regole giuridiche da applicare le amministrazioni pubbliche debbano chiedere consulenze all'esterno. Hanno, dunque, ragione coloro (tra i quali la Rete delle Professioni Tecniche, che in tal senso presenta un ampio documento sulla riforma degli appalti) che evidenziano che è anacronistica e ipocrita la norma che: 1) consente l'affidamento esterno di servizi ingeneristici a liberi professionisti o a società di ingegneria solo dopo aver dimostrato la carenza in organico di personale tecnico, o la speciale complessità o rilevanza architettonica o ambientale, oppure le difficoltà di rispettare i tempi della programmazione, oppure che si tratti di progetti integrati; 2) correlativamente impone alle pubbliche amministrazioni di affidare prioritariamente ai propri dipendenti la progettazione degli interventi. Si deve concordare con il presidente del Consiglio Nazionale degli Ingegnari, Armando Zambrano, per il quale "E' paradossale che l'amministrazione chieda ai liberi professionisti requisiti severissimi di fatturato, competenze, lavori svolti, dipendenti, licenze e poi affidi prioritariamente incarichi al proprio interno a qualcuno che non ha nessuno di questi requisiti" (vedasi l'articolo intitolato <<Basta affidare i progetti all'interno della PA>>, ne ilsole24ore del 7/5/2014).
Nella lettera ai dipendenti pubblici del 30 aprile, con la quale il Presidente del Consiglio Renzi e la ministra Madia invitano a proporre innovazioni organizzative, si legge, al quarto posto degli intendimenti già certi del Governo,: "agevolazione del part-time".
Dunque, occorre consentire ai dipendenti pubblici a part time di fare, se abilitati, l'avvocato. Sussistono, infatti, motivi imperativi di interesse generale per reintrodurre nell'ordinamento la compatibilità tra impiego pubblico a part time ridotto e l'esercizio delle professione forense. Escludere i c.d. "avvocati-part-time" dalle pubbliche amministrazioni va contro ogni serio intento di riforma delle pubbliche amministrazioni: la funzionalità dei publici poteri deve essere incentivata con interventi che ridisegnino in primo luogo competenze e organigrammi nel segno della professionalità vera (come quella quotidianamente aggiornata dalla frequenza delle aule di giustizia). Si dovrebbe assicurare all'ente pubblico lo stabile consiglio dei suoi dipendenti abilitati all'esercizio della professione forense, ammettendo questi ultimi all'iscrizione all'albo professionale degli avvocati entro i limiti che Corte cost. 189/2001 ha ritenuto l' "uovo di Colombo" per conciliare risparmi notevoli per le pubbliche finanze, miglioramento delle capacità professionali dell'apparato pubblico, salvaguardia della libertà di lavoro professionale.
Per scrivere a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. puoi anche trarre spunto da quanto riporto di seguito ma ripeto: attenzione, l'indirizzo Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. non consente la ricezione di messaggi di dimensione superiore ai 50kb. Anche Qui trovi ulteriori argomenti per scrivere a Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. proponendo di consentire ai dipendenti pubblici a full time di trasformare il loro rapporto di lavoro in un part time particolarmente ridotto e fare anche l'avvocato.
LEGGI DI SEGUITO (CLICCANDO SUL BOTTONE "LEGGI TUTTO") TANTI ARGOMENTI PER CHIEDERE CHE AI DIPENDENTI PUBBLICI ABILITATI ALLA PROFESSIONE FORENSE TORNI A CONSENTIRSI DI ANDARE IN PART TIME PER FARE L'AVVOCATO (LIBERANDO, IN TAL MODO, POSTI IN ORGANICO PER NUOVE ASSUNZIONI O EVITANDO, ALMENO, LICENZIAMENTI DI DIPENDENTI GIUDICATI IN ESUBERO O L'ODIOSA MOBILITA' OBBLIGATORIA).
GLI ARGOMENTI DI SEGUITO ESPOSTI SONO IN PARTE TRATTI DA UN INTERESSANTE ARTICOLO DI SERGIO PIGNATARO.
IN FONDO RIPORTO LA LETTERA DEL 30 APRILE 2014 INDIRIZZATA IL 30 APRILE 2014 DAL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO, MATTEO RENZI, E DALLA MINISTRA MADIA AI DIPENDENTI PUBBLICI E A TUTTI COLORO CHE VOGLIONO PROPORRE MODIFICHE ALLA REGOLAZIONE DEL PUBBLICO IMPIEGO FINALIZZATE A FARE DI QUEL SETTORE L' "AZIENDA PIU' EFFICIENTE DEL PAESE"...
Le incompatibilità nel pubblico impiego sono comparse nell’ordinamento in base a ragioni di ordine più sociale che giuridico all’inizio del secolo XX e la svolta di tipo pubblicistico impressa all’ordinamento le ha giustificate e conservate nella prospettiva di uno speciale contenuto etico (ancor prima che giuridico) del rapporto tra Stato e dipendente pubblico, in cui il contenuto economico ricopriva un ruolo non determinante nella qualificazione della relazione. Inoltre, l’evoluzione in senso autoritario dello Stato e soprattutto la sua identificazione con l’esecutivo portarono a definire come tratto tipico del rapporto di lavoro pubblico un obbligo di esclusiva, che lo distingueva notevolmente da quello del lavoro privato.
Una volta instauratosi l’ordinamento democratico, è venuta sostanzialmente meno l’identificazione dello Stato con l’esecutivo e si è avuta maggiore percezione dell’autonomia dell’amministrazione dall’influenza di quest’ultimo, ponendosi il problema di recuperare una dimensione economica del rapporto di lavoro pubblico e di ricondurlo nell’alveo del diritto comune.
In tal modo si è creata una certa confusione tra esigenze pubbliche di varia natura e regolazione del rapporto di lavoro, per cui in nome dell’interesse pubblico, indubbiamente sotteso all’azione delle singole amministrazioni, si sono giustificati aspetti peculiari del rapporto di lavoro pubblico.
Un simile sistema presenta delle contraddizioni che non sono riconducibili a ragioni di effettivo interesse generale.
E' notorio che proprio i divieti eccessivi di svolgere una seconda attività lavorativa spingono i pubblici dipendenti in part time ridotto, abilitati all'esercizio della professione forense, ad optare per lo svolgimento di attività "in nero", spesso nell'ambito delle usuali attività d'avvocato. Infatti, a fronte di un’organizzazione del lavoro pubblico in part time ridotto, legittimamente caratterizzata da orari mediamente contenuti, non sono pochi coloro che ritengono di utilizzare il proprio tempo libero in attività remunerative che, se anche avessero l’intenzione di regolarizzare, dovrebbero comunque tenere nascoste a fronte dei divieti di cui stiamo parlando. Credo che ci troviamo, sotto questo profilo, davanti ad un caso tipico di eterogenesi dei fini: l’intento di combattere situazioni irregolari (anche sul piano fiscale) in realtà le incoraggia.
Peraltro l’esigenza di assicurare al solo datore pubblico la piena disponibilità delle energie morali e fisiche dei propri dipendenti non può assolutamente giustificarsi, se non in base ad una sistematica che preveda una specialissima soggezione del lavoratore; esorbitante ormai rispetto a quanto chiarito da Corte cost. 189/01 in ordine al superamento della c.d. esclusività del rapporto di lavoro del semplice impiegato pubblico.
Ma non basta: in un sistema democratico e liberale quale è il nostro, il sacrificio di parte delle libertà individuali (e massimamente di quelle che possono permettere al singolo di soddisfare i propri bisogni e di promuovere la propria posizione socio-economica) deve essere giustificato in base a solide basi di portata generale. Anche in un sistema in cui il rapporto tra datore pubblico e dipendente si caratterizzi per una speciale supremazia del primo rispetto al secondo, il sacrificio delle libertà in parola può essere giustificato sul piano dei principi generali dell’ordinamento, solo a fronte della effettiva necessità di tutelare un preciso e rilevante interesse pubblico; interesse che non si può più asserire esistente in maniera generale nel caso dei semplici impiegati pubblici a part time ridotto che intendano fare anche l'avvocato.
Bene da tutelare è certamente il buon andamento dell’azione amministrativa che deve essere protetto da ogni minaccia di “parzialità” nel suo concreto svolgimento. In un contesto in cui il rapporto di lavoro con le pubbliche amministrazioni è da considerarsi un rapporto di diritto, però, tale protezione non inerisce –salvo casi eccezionali di necessità preventive che non ricorrono riguardo al parallelo esercizio della professione forense– le prestazioni dei dipendenti se non con la previsione, a tutela del loro corretto adempimento, delle normali regole sul contratto e del potere disciplinare.
In altre parole ogni volta che un dipendente pubblico, per ragioni personali della più svariata natura (l’interesse personale, ma anche la negligenza o la superficialità), non adempie alla propria prestazione, tale inadempimento determina un’inefficienza del servizio per la quale egli sarà sottoposto al potere disciplinare dal datore di lavoro, senza nessuna necessità di ricorrere, di regola, a misure preventive di conflitti di interessi. Qualora, tuttavia, si voglia tutelare maggiormente il datore pubblico a garanzia della efficienza e correttezza del servizio, si potrà prevedere in capo al dipendente qualche divieto di svolgere attività extralavorative solo e soltanto qualora queste possano condizionare negativamente il risultato dell’azione amministrativa.
E’ evidente come sia eccessiva, illogica e incostituzionale la previsione di divieti generalizzati e assoluti, dal momento che in capo alla gran massa dei semplici impiegati pubblici non è riconoscibile la possibilità di condizionare direttamente l’azione dell’ente dal quale dipendono (condizionare cioè l’azione dell’ente fino a trasgredire i principi del buon andamento e imparzialità dell’azione amministrativa).
Peraltro, volendo mantenere la previsione di norme generali sull’incompatibilità nel pubblico impiego, occorrere riconoscere che l’azione amministrativa può essere “parziale” a causa di ingerenze di varia natura riconducibili alla sfera degli interessi religiosi, politici, sindacali, ideologici ed (anche ma non solo) economici, che possono condizionare il lavoratore nello svolgimento della propria attività in qualità di pubblico dipendente. Tali “moventi” del lavoratore non potranno tuttavia sempre e comunque condizionare l’azione amministrativa nel senso dell’effettiva negazione della sua imparzialità, soprattutto per l’ovvia ragione che non tutti i pubblici dipendenti che siano semplici impiegati (e, si badi, non dirigenti) possono condizionare l’azione dell’amministrazione. Ciò potrà avvenire soltanto in casi particolari e specifici, che le singole amministrazioni potrebbero individuare, sia in termini generali ed astratti sia in termini di effettivo pericolo/danno del bene tutelato, a fronte dell’individuazione di limiti normativi chiari in relazione al fine perseguito.
In tale prospettiva ci si deve indirizzare verso un sistema in cui: le singole amministrazioni analizzino e disciplinino concretamente le situazioni riscontrabili al loro interno; la normativa faccia chiaro riferimento all’individuazione del bene tutelato; la autorità giudiziaria venga investita della piena conoscenza sostanziale delle fattispecie.
E’ evidente che i cennati pericoli appaiono ben rari a fronte di profili professionali di medio/basso livello (come nel caso del ricorrente) e, soprattutto, tali da non contribuire alla determinazione e all’attuazione delle scelte o alla formazione della volontà dei soggetti pubblici.
Sarebbe, al più, da implementare un sistema in cui venga imposto al dipendente, anche semplice impiegato, in base alla posizione che occupa nell’ente, un dovere di informazione relativo alle attività e agli interessi della sua vita privata che possono potenzialmente determinare il conflitto in parola affinchè, alla luce delle dichiarazioni formulate, l’amministrazione possa eventualmente segnalare l’insuperabile ostacolo allo svolgimento (corretto) delle mansioni ovvero provvedere a mutare le modalità di utilizzazione del dipendente.
--- Come giustamente afferma Sergio Pignataro in un suo articolo su www.lexitalia.it, dal titolo "Spunti critici su taluni profili della disciplina della professione forense": "È importante rilevare che l’attività economica è garantita anche ove non persegua fini di utilità sociale o non miri allo sviluppo della libertà, della sicurezza e della dignità umana, essendo sufficiente – per poter soddisfare il precetto costituzionale – che essa non sia svolta in contrasto con tali valori. Né può ritenersi che la legge determinativa di programmi e controlli abbia la capacità di far venire meno il principio di libertà dell’iniziativa economica, non solo in ragione dell’unitarietà dell’art. 41 Cost., e dei suoi tre commi, ma anche sulla base delle risultanze dei lavori preparatori dell’Assemblea costituente. La legge non può far altro che indicare degli obiettivi, dotati di una valenza puramente orientativa o indicativa (ad esempio mediante misure di incentivazione); non ha la facoltà di incidere autoritativamente sulla libertà del privato di determinare le proprie iniziative e di organizzarsi di conseguenza, non potendo i programmi ed i controlli essere tali da sopprimere l’iniziativa privata, ma solo da indirizzarla e condizionarla. ... Il divieto legislativo in esame appare espressione di una concezione iperstatalista che sancisce il predominio e la supremazia incondizionati dello Stato o pubblico potere sull’individuo, i cui interessi sono in posizione di subalternità rispetto ai presunti interessi di cui è portatrice la parte pubblica. Non può certamente affermarsi che l’avvocato dipendente pubblico garantisca, di per sé, livelli più bassi di affidabilità e di professionalità: è il cliente che, scegliendo il professionista a cui affidare la propria difesa, stabilisce scientemente il grado di tutela della sua posizione costituzionalmente garantita (art. 24 Cost.). E non sembra sufficiente a sostenere argomentazioni contrarie la presunta esistenza di asimmetrie informative tali da impedire al cliente di valutare correttamente ex ante la competenza e la qualità della prestazione professionale. Invero, l’attuale normativa sulle professioni e le normali dinamiche di mercato dei servizi professionali pongono il cliente in una posizione non dissimile da quella rivestita in altri mercati che presentano profili di estrema delicatezza rispetto alle esigenze dei consumatori. Per di più, ben potrebbe un dipendente pubblico con rapporto part time specializzarsi in una determinata branca giuridica e gestire un numero molto limitato di pratiche all’anno di consulenza o di rappresentanza e difesa processuale del cliente nel migliore dei modi. ... Peraltro, specie a causa delle politiche fiscali restrittive adottate negli ultimi anni dal Governo, che hanno visto una sensibile diminuzione dei salari reali dei dipendenti pubblici, vi sono impiegati della pubblica amministrazione che percepiscono stipendi di entità insufficiente ai bisogni propri e della propria famiglia, che potrebbero giustamente voler integrare la loro retribuzione svolgendo attività autonome professionali. I professionisti devono, comunque, competere ed affermarsi in un mercato pienamente concorrenziale che premi i più competenti, capaci ed affidabili, indipendentemente dal tempo che dedicano alla professione e dal numero delle pratiche che gestiscono. Semplicemente, sarebbe necessario impedire ai dipendenti pubblici in regime di diritto privato e part time che vogliano esercitare la professione di avvocato di agire in conflitto di interessi con l’amministrazione di appartenenza. E ciò, come è parso avallare la stessa Consulta nella citata sent. n. 189 del 2001, sembrerebbe garantito dall’ordinamento vigente. Tutt’al più, si potrebbe rendere necessario o opportuno rinforzare l’apparato normativo che garantisce le amministrazioni in tal senso e sanziona i comportamenti scorretti. ..... In realtà, però, tale norma sancisce essenzialmente il divieto, per il pubblico impiegato, di assumere un rapporto alle dipendenze di altro soggetto pubblico o privato che sia retribuito. Non può intendersi, invece, in senso ampio, divieto di esercitare qualsiasi altra attività oltre a quella di servizio. Altrimenti, dovrebbero rientrare nel dovere di esclusività anche le attività a titolo gratuito di carattere politico, sportivo, culturale, assistenziale, religioso, di beneficienza, ecc. e ciò sarebbe inammissibile. Anche le attività sportive o culturali, come la frequenza di piscine e palestre e lo studio, assorbono energie lavorative. Ma, vietare qualsiasi altra attività che comporti il dispendio di energie fisiche e mentali rispetto al lavoro pubblico sarebbe una limitazione della libertà personale assolutamente non consentita dalla Costituzione, né possibile in pratica. Del resto, la legge vigente consente al pubblico dipendente qualificato in una o più branche giuridiche di svolgere, se autorizzato previamente dall’amministrazione, attività di consulenza in qualità di esperto delle discipline che vengono in rilievo. Vieppiù, è stata la stessa Corte costituzionale ad escludere, nel previgente ordinamento, che la cumulabilità tra impiego pubblico e professione forense ledesse il disposto dell’art. 98 Cost. (sent. 189 del 2001). Per quanto riguarda la peculiarità del diritto di difesa sancito costituzionalmente e caratterizzante precipuamente l’attività di avvocato, basti notare che non solo l’attività di avvocato ha un addentellato costituzionale (art. 24 Cost.), ma anche quella di medico (art. 32 Cost.), di professore (artt. 9 e 33 Cost.), di magistrato (artt. 101 e seguenti Cost.) ecc. L’attività di medico di una struttura pubblica interessa un bene assoluto, come la salute dei cittadini, e quella di professore un valore primario, come l’istruzione, ma sia il medico che il professore possono essere influenzati fortemente dallo svolgimento di attività ulteriori come quelle libero-professionali che spesso assorbono o distraggono, in maniera rilevante, interessi, tempo ed energie. Anche le attività degli ingegneri e dei dottori commercialisti possono avere ricadute su interessi di rilievo costituzionale come l’incolumità psico-fisica e l’integrità della proprietà e del patrimonio. Si pensi all’ingegnere che sbaglia il progetto di costruzione di un edificio che crolla e produce la morte o le lesioni di persone e danni gravi alle cose, ovvero una dichiarazione dei redditi errata o un bilancio non correttamente redatto che producono danni patrimoniali, anche ingenti, ai privati clienti e all’erario, con conseguenze talvolta penali. Nè può sostenersi che il diritto di difesa, sancito dall’art. 24 Cost. come diritto inviolabile dell’individuo, riguardi direttamente la professione di avvocato, giacché questa viene in rilievo in chiave unicamente strumentale e servente rispetto alla tutela dei diritti e degli interessi della persona assistita. Ed, invero, l’importanza dell’assistenza tecnica di un difensore si desume dalla necessità di una completa e corretta prospettazione, in termini giuridici, delle ragioni e richieste delle parti indispensabile nella generalità dei procedimenti giurisdizionali. Non sembra corretto dare per scontato che la professione di avvocato comporti maggiori, più pericolosi e più frequenti possibilità di interferenze e conflitti di interessi con la posizione di dipendente pubblico rispetto ad altre professioni, come sembrerebbe aver valutato la Consulta nella citata sent. n. 390 del 2006. Un maggiore rischio di commistione e una maggiore possibilità di conflitto paiono più plausibili per dipendenti pubblici, come i docenti universitari o i soggetti che svolgono funzioni giudicanti o occupano ruoli politici di rilievo, ai quali la legge non vieta affatto, ma tutt’al più limita, la possibilità di esercitare la libera professione di avvocato. E' pur vero che potrebbe sostenersi l’incostituzionalità delle previsioni di legge che consentono l’esercizio di funzioni di giudice, docente, ovvero la copertura di cariche politiche congiuntamente alla professione di avvocato, piuttosto che l’illegittimità della norma che preclude tale professione ai dipendenti pubblici; ma la Consulta non è sembrata, nelle occasioni in cui si è espressa a riguardo, avallare nemmeno tale conclusione. Peraltro, l’attività di avvocato non sempre incide sulla libertà personale e su interessi rilevanti della vita del cliente (come la famiglia o la proprietà). Un civilista che non curi adeguatamente una causa, ad esempio di risarcimento danni, potrebbe produrre solo conseguenze patrimoniali, a volte di esiguo valore."
Questa la lettera a firma Renzi e Madia indirizzata il 30 aprile (soprattutto ma non solo) a tutti i dipendenti pubblici:
"Vogliamo fare sul serio.
1. Il cambiamento comincia dalle persone. Abbiamo bisogno di innovazioni strutturali: programmazione strategica dei fabbisogni; ricambio generazionale, maggiore mobilità, mercato del lavoro della dirigenza, misurazione reale dei risultati, conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, asili nido nelle amministrazioni.
2. Tagli agli sprechi e riorganizzazione dell'Amministrazione. Non possiamo più permetterci nuovi tagli orizzontali, senza avere chiari obiettivi di riorganizzazione. Ma dobbiamo cancellare i doppioni, abolendo enti che non servono più e che sono stati pensati più per dare una poltrona agli amici degli amici che per reali esigenze dei cittadini. O che sono semplicemente non più efficienti come nel passato.
3. Gli Open Data come strumento di trasparenza. Semplificazione e digitalizzazione dei servizi. Possiamo utilizzare le nuove tecnologie per rendere pubblici e comprensibili i dati di spesa e di processo di tutte le amministrazioni centrali e territoriali, ma anche semplificare la vita del cittadini: mai più code per i certificati, mai più file per pagare una multa, mai più moduli diversi per le diverse amministrazioni.
Sarà per noi importante leggere le Vostre considerazioni, le Vostre proposte, i Vostri suggerimenti. Scriveteci all'indirizzo: Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
mercoledì 30 aprile 2014"
Le peggiori cose sono sempre fatte con le migliori intenzioni (O. Wilde)