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Timestamp: 2019-06-26 04:12:52+00:00
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“SINISTRO MORTALE: DANNO MORALE E BIOLOGICO HANNO PRESUPPOSTI DIFFERENTI” | news
“SINISTRO MORTALE: DANNO MORALE E BIOLOGICO HANNO PRESUPPOSTI DIFFERENTI”
Cass. civ. Sez. III, 14/10/2015, n. 20619
“Il riconoscimento del pregiudizio morale si fonda sull’accertamento di presupposti di fatto diversi rispetto a quelli che sono alla base del riconoscimento del danno biologico, con la conseguenza che, proposta impugnazione soltanto in relazione al danno biologico, essa non si estende a quello morale”
Dott. ROSSETTI Marco – rel. Consigliere -
XXX XXX, in persona del legale rappresentante, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA XXX, presso lo studio deLL’avvocato XXXX, rappresentata e difesa dall’avvocato XXXXX giusta procura speciale a margine del ricorso;
C.A., D.C.M.L.;
1. Il (OMISSIS) C.M. rimase vittima d’un sinistro stradale.
Per ottenere il risarcimento dei danni da esso derivati, nel (OMISSIS) C.M. convenne P.F. e La Veneta s.p.a. (che in seguito muterà ragione sociale in Unipo s.p.a.; d’ora innanzi, per brevità, “la Unipol”) dinanzi al Tribunale di Belluno.
2. Nel corso del giudizio la vittima morì per cause diverse dalle lesioni, e la causa venne coltivata dai suoi eredi.
Il Tribunale di Belluno, dopo undici anni di giudizio, con sentenza 10.1.2005 n. 1 accolse integralmente la domanda e liquidò il danno in conformità.
3. La sentenza venne appellata dalla XXXX.
La Corte d’appello di Venezia con sentenza 16.1.2012 n. 116 accolse il gravame della Unipol, e liquidò il danno biologico patito dalla vittima tenendo conto della durata della vita effettivamente vissuta tra le lesioni e la morte.
4. La sentenza d’appello è stata impugnata per cassazione dalla Unipol, sulla base di otto motivi.
Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullità processuale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d’appello ha errato là dove ha liquidato il danno biologico tenendo conto della durata della vita effettivamente vissuta dalla vittima, ma non ha fatto altrettanto nel liquidare il “danno morale”.
Si rileva dalla sentenza impugnata che la XXXX, neil’impugnare la decisione di primo grado, si dolse della quantificazione “del danno biologico” (così la sentenza d’appello, p. 6); e chiese una nuova liquidazione “del danno biologico da invalidità permanente” (ibidem, p. 9), che tenesse conto della vita effettivamente vissuta dalla vittima, e non di quella media. Dunque la questione dei criteri di liquidazione del danno c.d. “morale” non formò per nulla oggetto del giudizio di appello, ed è quindi inammissibile in questa sede.
1.3. La ricorrente sostiene che essa, impugnando la liquidazione del danno biologico da invalidità permanente, aveva inteso fare “evidente riferimento con l’intera liquidazione, del danno non patrimoniale da invalidità permanente”, e quindi anche al danno c.d.”morale”, che il Tribunale aveva liquidato in una percentuale del danno biologico.
Questa deduzione non giova all’ammissibilità del ricorso.
La circostanza che due danni abbiano la medesima natura (e il danno biologico e quello morale l’hanno) non comporta affatto, sul piano processuale, che chiesto o contestato il risarcimento dell’uno, ciò valga per ciò solo a chiedere o contestare il risarcimento dell’altro.
Quel che rileva, ai fini dell’effetto espansivo d’una eventuale impugnazione, è la medesimezza dei presupposti di fatto delle due liquidazioni.
Così, ad esempio, anche il danno consistito nel costo di riparazione d’un immobile e quello da perdita dei relativi canoni di locazione hanno la medesima natura (scilicet, patrimoniale): ma nessuno ammetterebbe che, impugnata la liquidazione del primo, si possa rimettere in discussione anche la liquidazione del secondo.
Nel nostro caso il Tribunale accordò alla vittima il danno biologico ed il pregiudizio definito “morale”, evidentemente ritenendo sussistenti i presupposti di fatto dell’uno e dell’altro.
Ora, è certamente vero che il danno definito comunemente “morale”, quando sia causato da una lesione della salute, non è che una personalizzazione del risarcimento del danno biologico, necessaria per tenere conto di eventuali peculiarità del caso concreto.
Tuttavia l’accertamento della sussistenza di circostanze peculiari che giustificano un aumento de quantum del danno biologico, rispetto alla sua misura standard (la si chiami “personalizzazione”, “danno morale”, o come si voglia) si fonda su accertamenti di fatto ben diversi da quelli sui quali si fonda la liquidazione del danno biologico, che esige la sola stima dell’invalidità permanente e l’accertamento di quella temporanea. Ne consegue che la Unipol, non avendo mai contestato che sussistessero i presupposti di fatto per la suddetta liquidazione del danno morate, ha lasciato passare in giudicato la statuizione di esistenza di essi, ed ovviamente quella relativa al loro ammontare.
2. Il terzo ed i quarto motivo di ricorso.
Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullità processuale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Espone, al riguardo, che la Corte d’appello da un lato avrebbe erroneamente confermato l’attribuzione al proprio assicurato P.F. della responsabilità esclusiva del sinistro, sebbene mancasse una prova in tal senso; e dall’altro non aveva provveduto sul relativo motivo d’appello.
Da questi principi pacifici discende che non può chiedersi al giudice di legittimità una valutazione delle prove ulteriore e diversa rispetto a quella adottata dal giudice di merito. Il sindacato della Corte è limitato a valutare se la motivazione adottata dal giudice di merito sia esistente, coerente e consequenziale: accertati tali requisiti, nulla rileva che le prove raccolte si sarebbero potute teoricamente valutare in altro modo. Nel caso di specie la Corte d’appello ha spiegato perchè P. F. dovesse ritenersi responsabile esclusivo del sinistro, ovvero l’avere invaso l’opposta corsia di marcia (p. 8-9), ed ha indicato le fonti del proprio convincimento. Una motivazione dunque esiste e non è illogica; stabilire poi se sia corretta nel merito è questione non proponibile in questa sede.
3. Il quinto ed il sesto motivo di ricorso.
Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe affetta sia da una violazione di legge, ai sensi all’art. 360 c.p.c., n. 3 (si assumono violati gli artt.); sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
Espone, al riguardo, che la sentenza d’appello sarebbe contraddittoria: la Corte d’appello infatti avrebbe dichiarato in motivazione di voler condannare gli appellati ( C. e D.C.) alla rifusione delle spese, ma poi nel dispositivo ha condannato a Unipol e P.F..
Può parlarsi di contraddizione tra motivazione e dispositivo solo quando il contrasto tra l’una e l’altra sia totalmente insanabile, e renda imperscrutabile la volizione dell’organo giudicante.
C.A. e D.C.M. (eredi della vittima C. M.) hanno chiesto la condanna della XXXX ed hanno vinto la causa.
L’esito complessivo della lite vede la Unipol debitrice e quindi soccombente.
A ciò ha fatto chiaramente riferimento la Corte d’appello in motivazione, là dove ha stabilito che:
Il senso della statuizione è chiaro: la Unipol paga le spese perchè perde la lite, ma le spese vanno ovviamente determinate in base al nuovo ammontare del risarcimento determinato in appello.
Dunque non v’è alcun contrasto tra dispositivo e motivazione, ed il riferimento agli “appellati” contenuto nel secondo rigo della pag. 11 della sentenza impugnata – alla luce del tenore complessivo della decisione – va qualificato come un irrilevante lapsus calami, agevolmente superabile in virtù della lettura complessiva della sentenza.
4. Il settimo e l’ottavo motivo di ricorso.
Con essi la ricorrente sostiene che la sentenza impugnata sarebbe viziata sia da una nullità processuale, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 4; sia da un vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5.
Espone, al riguardo, che la Corte d’appello non si sarebbe pronunciata sulla domanda di restituzione degli importi pagati dalla Unipol in esecuzione della sentenza di primo grado.
Per domandare la restituzione d’una somma è necessario che essa sia stata pagata.
Il ricorrente, in violazione del principio di autosufficienza di cui all’art. 366 c.p.c., n. 6, nel proprio ricorso non deduce affatto nè quanto ha versato, nè quando, nè in quale atto di causa abbia dimostrato l’avvenuto pagamento.
Dinanzi a tale carenza assertiva non è dunque possibile stabilire se la Corte d’appello, omettendo di pronunciarsi formalmente sulla richiesta di restituzione, l’abbia correttamente rigettata per implicito, ovvero abbia erroneamente trascurato di provvedere su essa. Il che, ovviamente, rende il motivo inammissibile.
Va da sè che resta il diritto alla restituzione dell’indebito potrà essere fatto valere in altro giudizio, se non prescritto.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte di Cassazione, il 22 giugno 2015.
Questo articolo è stato pubblicato in News il 20 novembre 2015 da root.