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Timestamp: 2020-08-03 18:56:09+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 22951 del 13/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22951 del 13/09/2019
Cassazione civile sez. II, 13/09/2019, (ud. 03/04/2019, dep. 13/09/2019), n.22951
sul ricorso 21979/2018 proposto da:
avverso la sentenza n. 74/2018 della CORTE D’APPELLO di ANCONA,
favore delle spese;
Ce.Ag. e S.L. avevano citato in giudizio nel 2001 D.M. e C.C. chiedendo accertarsi stato e condizioni di un pendio adiacente alla strada d’accesso all’abitazione, la reintegrazione nel possesso di una servitù di passaggio, anche con mezzi agricoli, nonchè negarsi diritto di servitù di scolo.
L’adito Tribunale di Pesaro, dato atto della rinuncia alla prima domanda, dichiarò inammissibile l’azione possessoria, rigettò la negatoria servitutis, disattese la domanda di risarcimento, per responsabilità aggravata da lite temeraria, avanzata dai convenuti (e ciò sul rilievo che la intrapresa azione giudiziale non poteva ritenersi permeata da dolo o colpa grave) e compensò per intero le spese di causa, stante il rigetto sia della domanda attorea sia di quella di risarcimento per lite temeraria.
La Corte d’appello di Ancona confermò la sentenza di primo grado con la quale era stata disattesa la domanda di condanna per lite temeraria, che era stata avanzata, ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 1, dai convenuti D.M. e C.C., condannando costoro alla rifusione delle spese del grado in favore degli appellati Ce.Ag. e S.L..
La Corte distrettuale rilevò:
che nel caso concreto era dirimente la questione relativa alla esistenza del danno dedotto, risultando la domanda di condanna per lite temeraria ribadita dagli appellanti carente in punto di prova del pregiudizio lamentato;
che la reiezione della domanda di condanna per lite temeraria, che è domanda autonoma, configura la soccombenza reciproca idonea a giustificare, da parte del Tribunale, la compensazione delle spese di lite, ai sensi dell’art. 92 c.p.c., nel testo ratione temporis applicabile, tanto più che, in ragione delle entità delle somme richieste a titolo risarcitorio, la domanda di risarcimento del danno da lite temeraria ha assunto un apprezzabile rilievo nella economia complessiva del giudizio. Avverso la statuizione d’appello ricorrono D.M. e C.C. sulla base di tre motivi.
– la Corte locale aveva errato nell’avere giudicato più liquido l’accertamento negativo dell’an del danno, poichè quanto allegato dagli esponenti “avrebbe dovuto indurre il Giudicante a ritenere prioritariamente l’esame in riforma circa l’esistenza del dolo e/o della colpa grave”;
– “Gli stati denunciati di sofferenza psichica e morale da parte dei convenuti per affrontare un processo maliziosamente loro imposto dovevano, in realtà, ritenersi provati ex se, intuitivamente, notoriamente conoscendosi i costi morali di un giudizio ed il conseguente patimento”;
– improvvidamente la sentenza aveva sminuito le conseguenze della pretestuosa lite per il fatto che le parti avessero altre cause in corso, presupponendo, senza ragione, che gli appellanti, perciò, fossero adusi al conflitto giudiziario.
Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, con riguardo alla condanna al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 1, è onere della parte che richiede il risarcimento dedurre e dimostrare la concreta ed effettiva esistenza di un danno che sia conseguenza del comportamento processuale della controparte, sicchè il giudice non può liquidare il danno, neppure equitativamente, se dagli atti non risultino elementi atti ad identificarne concretamente l’esistenza, desumibili anche da nozioni di comune esperienza e dal pregiudizio che la parte resistente abbia subito per essere stata costretta a contrastare un’iniziativa del tutto ingiustificata dell’avversario (Cass., Sez. I, 4 novembre 2005, n. 21393; Cass., Sez. I, 30 luglio 2010, n. 17902). Si è infatti chiarito che un tema di responsabilità aggravata per lite temeraria, che ha natura extracontrattuale, la domanda di cui all’art. 96 c.p.c., comma 1, richiede pur sempre la prova, incombente sulla parte istante, sia dell’an e sia del quantum debeatur, o comunque postula che, pur essendo la liquidazione effettuabile di ufficio, tali elementi siano in concreto desumibili dagli atti di causa (Cass., Sez. Lav., 15 aprile 2013, n. 9080).
A tale principio si è puntualmente attenuta la Corte d’appello, la quale, nel ritenere la domanda di condanna per lite temeraria ribadita con l’atto di gravame dagli appellanti carente in punto di prova del pregiudizio lamentato, ha rilevato, con motivazione congrua ed esente da vizi logici, che “nella specie la deduzione del danno conseguito al fatto che i convenuti sarebbero stati costretti, per effetto del giudizio instaurato nei loro confronti, a sottrarre tempo, da dedicare alla causa, alle ordinarie occupazioni (in particolare il D. alla sua attività lavorativa di design nel settore dei mobili) non sono accompagnate da concreti elementi atti a consentire un’attendibile liquidazione del lamentato pregiudizio, così come del tutto generica è l’allegazione dello stato continuo di stress e di apprensione originato dalla pendenza della lite, e ciò anche alla luce delle numerose controversie intercorse tra le parti (aspetto questo desumibile dal contenuto delle difese svolte dagli stessi appellanti)”.
La dedotta violazione di legge non sussiste, non potendosi condividere la ricostruzione in assorbente chiave sanzionatorio repressivo della disposizione dell’art. 96 c.p.c., comma 1, alla quale i ricorrenti correlano una nozione di danno in re ipsa, non previsto dalla legge.
Non interferisce con la superiore osservazione la circostanza che la legge consenta al giudice la liquidazione anche d’ufficio del quantum. La disposizione, infatti, diretta ad agevolare e semplificare la determinazione quantitativa del risarcimento, svincola la parte dal rigoroso rispetto dell’onere allegativo, ma non ne autorizza l’ingiusto arricchimento attraverso l’attribuzione di una somma di denaro alla quale non corrisponda alcun danno da risarcire.
Per le svolte ragioni, correttamente la sentenza impugnata, escluso l’an del risarcimento, non ha oltre indugiato a riguardo del profilo soggettivo (colpa grave o dolo) della condotta processuale asseritamente temeraria, il quale, al contrario di quel che sembrano affermare i ricorrenti, non è bastevole ex se ad integrare l’illecito.
La sussistenza del danno, infatti, anche solo non patrimoniale, è stata esclusa dalla sentenza impugnata con motivazione (pag. 7) in questa sede non censurabile.
– ingiusta appare agli occhi dei ricorrenti la decisione di compensare le spese da parte del giudice di primo grado, nonostante che i convenuti fossero risultati totalmente vittoriosi, equiparando alla domanda principale, palesemente infondata, quella accessoria di condanna per lite temeraria, proposta dai convenuti;
– una tale equiparazione trovava smentita nella più recente giurisprudenza di legittimità.
D’altra parte, non dovrebbero sorgere ostacoli ad una condanna ai sensi dell’art. 92 c.p.c., seconda parte, a carico dell’istante per responsabilità aggravata, ex art. 96 c.p.c., ove, a sua volta, abbia trasgredito al dovere di cui all’art. 88 c.p.c..
3. Con il terzo motivo viene prospettata violazione e falsa applicazione del D.M. 8 aprile 2004, n. 55, art. 5 e art. 91 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4.
La Corte d’appello, precisano i ricorrenti, aveva quantificato le spese liquidate per il grado e poste a carico degli appellanti, in base allo scaglione previsto per le cause di valore indeterminabile da Euro 26.000,01 a Euro 52.000,00, avuto riguardo ai valori medi di tabella. Invece, il valore della causa, siccome dichiarato dagli appellanti, ammontava ad Euro 20.000,00, corrispondente al chiesto risarcimento, ex art. 96 c.p.c., nella misura di Euro 10.000,00 per ognuno dei due appellati.
3.1. L’accoglimento del secondo motivo determina l’assorbimento del terzo.
4. In ragione di quanto esposto la sentenza deve essere cassata con rinvio in relazione all’accolto motivo, rimettendosi al Giudice del rinvio il regolamento del spese del presente giudizio.
accoglie il secondo motivo, rigetta il primo e dichiara assorbito il terzo; cassa, in relazione al motivo accolto, la sentenza impugnata e rinvia alla Corte d’appello di Ancona, in diversa composizione, anche per il regolamento delle spese del presente giudizio di legittimità.