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Timestamp: 2020-07-13 16:10:34+00:00
Document Index: 44057468

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Sentenza Cassazione Civile n. 9065 del 02/04/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 9065 del 02/04/2019
Cassazione civile sez. VI, 02/04/2019, (ud. 17/07/2018, dep. 02/04/2019), n.9065
sul ricorso 24017-2017 proposto da:
G.G., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR,
ANTONELLA PILETTA;
T.D., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DELLE
QUATTRO FONTANE 10, presso lo studio dell’avvocato LUCIO GHIA, che
la rappresenta e difende unitamente agli avvocati ROBERTO SCHEDA,
CLAUDIO ROSELLI;
avverso la sentenza n. 1119/2017 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 19/05/2017;
partecipata del 17/07/2018 dal Consigliere Dott. SCARANO LUIGI
Con sentenza del 19/5/2017 la Corte d’Appello di Torino, rigettato quello in via incidentale spiegato dal sig. G.G., in accoglimento del gravame interposto dalla sig.ra T.D. e in conseguente integrale riforma della pronunzia Trib. Vercelli 27/10/2014, ha rigettato la domanda nei confronti di quest’ultima dal primo proposta di risarcimento di danni lamentati in conseguenza della violazione dell’obbligo di fedeltà coniugale da parte della medesima.
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito il G. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 2 motivi, illustrati da memoria.
Resiste con controricorso la T..
Con il 1 motivo il ricorrente denunzia violazione dell’art. 1226 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Con il 2 motivo denunzia “omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Va anzitutto osservato che i motivi risultano formulati in violazione dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, atteso che il ricorrente fa riferimento ad atti e documenti del giudizio di merito (es., all'”atto di citazione notificato in data 30/03/2012″, ai “comportamenti inadatti ad una vita coniugale normale” della moglie, alla “progressivamente affievolita… comunione spirituale tra i coniugi”, al “conseguente logoramento dei rapporti personali”, alla “convivenza… divenuta intollerabile”, al “vivere separati”, ai “contatti per poter addivenire ad una eventuale separazione consensuale”, al “fax inviato dal legale della sig.ra T.”, alla “rivelazione… che M. non è figlio biologico del sig. G. bensì di altra persona”, alla sentenza del Tribunale di Vercelli di “disconoscimento di paternità”, ai “verbali della causa di separazione”, alla “proposta transattiva”) limitandosi a meramente richiamarli, senza invero debitamente (per la parte strettamente d’interesse in questa sede) riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v., da ultimo, Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).
A tale stregua, l’accertamento in fatto e le relative valutazioni operate dalla corte di merito nell’impugnata sentenza rimangono invero non idoneamente censurate dall’odierno ricorrente.
Non può per altro verso sottacersi che, al di là della formale intestazione del motivo, il ricorrente prospetta in realtà doglianze di vizio di motivazione al di là dei limiti consentiti dalla vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (v. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053), nel caso ratione temporis applicabile, sostanziantesi nel mero omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, dovendo riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non anche come nella specie la contraddittorietà della motivazione ovvero l’omesso e a fortiori l’erronea valutazione di determinate emergenze probatorie (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, conformemente, Cass., 29/9/2016, n. 19312).
A tale stregua, risulta allora dal ricorrente inammissibilmente richiesta una rivalutazione delle emergenze probatorie, laddove solamente al giudice di merito spetta individuare le fonti del proprio convincimento e a tal fine valutare le prove, controllarne la attendibilità e la confluenza, scegliere tra le risultanze istruttorie quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione, dare prevalenza all’uno o all’altro mezzo di prova.
Emerge evidente, a tale stregua, come lungi dal denunziare vizi della sentenza gravata rilevanti sotto i ricordati profili, le deduzioni dell’odierno ricorrente, oltre a risultare formulate secondo un modello difforme da quello delineato all’art. 366 c.p.c., n. 4, in realtà si risolvono nella mera doglianza circa la dedotta erronea attribuzione da parte del giudice del merito agli elementi valutati di un valore ed un significato difformi dalle sue aspettative (v. Cass., 20/10/2005, n. 20322), e nell’inammissibile pretesa di una lettura dell’asserto probatorio diversa da quella nel caso operata dai giudici di merito (cfr. Cass., 18/4/2006, n. 8932).
Per tale via, infatti, come sì è sopra osservato, lungi dal censurare la sentenza per uno dei tassativi motivi indicati nell’art. 360 c.p.c., il ricorrente in realtà sollecita, contra ius e cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass., 14/3/2006, n. 5443).
La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 2.200,00, di cui Euro 2.000,00 per onorari, oltre a spese generali ed accessori come per legge, in favore del contro ricorrente.