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Timestamp: 2019-08-19 04:38:04+00:00
Document Index: 112804695

Matched Legal Cases: ['art. 173', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 61', 'art. 58', 'art. 43', 'art. 43', 'art. 58', 'art. 41', 'art. 42', 'arte 43', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 58', 'art. 43', 'art. 5', 'art. 131', 'art. 55', 'art. 131', 'art. 2729', 'art. 116', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 173', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 13', 'sentenza ']

Valida la contravvenzione anche al Console Onorario che, durante la guida, fa uso di apparecchio telefonico senza auricolare tenuto con la mano (Corte di Cassazione, Sezione II Civile, Ordinanza 4 aprile 2019, n. 9385). – Noi Radiomobile™
Home »Circolazione Stradale»Valida la contravvenzione anche al Console Onorario che, durante la guida, fa uso di apparecchio telefonico senza auricolare tenuto con la mano (Corte di Cassazione, Sezione II Civile, Ordinanza 4 aprile 2019, n. 9385).
Valida la contravvenzione anche al Console Onorario che, durante la guida, fa uso di apparecchio telefonico senza auricolare tenuto con la mano (Corte di Cassazione, Sezione II Civile, Ordinanza 4 aprile 2019, n. 9385).
Posted on 20 Aprile 2019 AuthorNoi Radiomobile
B.L., rappresentato e difeso da sè medesimo ed elettivamente domiciliato in ROMA, VIA AUGUSTO RIBOTY 28, presso lo studio dell’avvocato DOMENICO PAVONI;
COMUNE di FERRARA, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato difeso dagli avvocati EDOARDO NANNETTI, BARBARA MONTINI e MATILDE INDELLI del Servizio Affari Legali del Comune di Ferrara dall’avvocato GUIDO FIORENTINO, presso il cui studio, in ROMA, VIA TIBULLO 10, elegge domicilio;
1. Con ricorso notificato in data 24/10/2011 B.L. ha impugnato innanzi al giudice di pace di Ferrara verbale in data 31/08/2011 mediante il quale agenti del corpo di polizia municipale di quel comune hanno elevato nei suoi confronti la contravvenzione di cui al D.Lgs. 30 aprile 1992, n. 285, art. 173 (in prosieguo, codice della strada), con irrogazione della sanzione pecuniaria di Euro 152 oltre decurtazione di n. 5 punti/patente per aver egli, alla guida di automobile, “circolato in via (OMISSIS), direzione…, facendo uso di apparecchio telefonico senza auricolare, tenuto con la mano all’orecchio sinistro”.
2. Sulla resistenza del comune di Ferrara con sentenza depositata il 27/06/2013 il giudice di pace ha rigettato il ricorso di B.L., sulla considerazione che – rispetto all’eccezione dallo stesso svolta nel senso “che si trattava di una telefonata relativa a una situazione di emergenza relativa all’attività di console onorario della repubblica del Sudafrica” – anche “nella non compiutamente provata ipotesi… avrebbe dovuto accostare l’auto”, non sussistendo alcuna esimente.
3. Prodotto appello da B.L. nei confronti del comune, con sentenza resa mediante lettura di dispositivo e motivazione all’udienza del 20/11/2014 il tribunale di Ferrara, in composizione monocratica, ha rigettato l’appello.
4. A sostegno della decisione il giudice d’appello ha considerato: a) che con il ricorso originario il trasgressore aveva sostenuto di essere console onorario della repubblica del Sudafrica con giurisdizione estesa a tutta l’Emilia Romagna, veste di cui non avrebbero tenuto conto gli accertatori, comprovata dalle caratteristiche della vettura, munita di placche anteriori e posteriori con l’indicazione “corpo consolare” rilasciate dal ministero degli affari esteri italiano, cui la violazione – di cui ha comunque negato il sussistere – avrebbe dovuto essere semplicemente segnalata per le comunicazioni da effettuarsi in via diplomatica in base all’art. 131 C.d.S.;
1. Con il primo motivo si denuncia violazione dell’art. 131 C.d.S.; nel corso della trattazione del motivo si fa riferimento altresì a disposizioni della convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, ratificata dall’Italia con L. 9 agosto 1967, n. 804 (di seguito, convenzione di Vienna o convenzione).
1.3. Sarebbe “assurdo” – secondo il mezzo di ricorso – che il “rappresentante di uno Stato estero debba mettersi a discutere di questioni diplomatiche per definizione riservate – o dissertare circa l’esistenza di trattati internazionali – con un agente di polizia municipale” (cfr. ricorso p. 7). Da ciò discenderebbe la violazione di legge, non dovendo il ricorrente “dimostrare di essere nell’esercizio delle proprie funzioni nè al vigile urbano, nè al giudice di Ferrara, bensì unicamente al ministero degli esteri” (cfr. ricorso p. 8).
5. Le disposizioni del presente articolo si applicano a condizione di reciprocità, salvo gli accordi speciali con le organizzazioni internazionali.”
1.6. Ciò posto, risulta dal testo dello stesso articolo il collegamento che esso presuppone con la disciplina delle “immunità” godute dagli “agenti diplomatici e consolari accreditati in Italia, o da altre persone che, con riguardo a tali violazioni, godano, nei limiti previsti dalle norme internazionali, delle immunità spettanti agli agenti suddetti” (cfr. comma 1).
1.7. Data per scontata la distinzione – basata sul diritto internazionale – tra agenti diplomatici e consolari anche in rapporto ai compiti da essi svolti (distinzione non sempre chiara nell’ambito del mezzo di ricorso, che fa riferimento promiscuamente all’una e all’altra figura, accostando le funzioni consolari, in particolare onorarie, a quelle diplomatiche – cfr. supra 1.3), la materia delle immunità consolari è stata, com’è noto, codificata dalla convenzione di Vienna del 1963 sulle relazioni consolari, già sopra richiamata.
Nell’ambito della distinzione tra consoli di carriera (funzionari diplomatici o consolari dello stato d’invio) e consoli onorari (non appartenenti ai ranghi della carriera diplomatica o consolare, non svolgenti l’attività consolare a titolo esclusivo, e normalmente cittadini o comunque residenti permanenti dello stato di residenza) è di rilevanza ai fini di cui in prosieguo il dato per cui le immunità e i privilegi dei consoli residenti permanenti sono alquanto ridotti, analogamente essendo ridotti quelli dei consoli onorari.
1.9. A prescindere dalla loro residenza, comunque, le immunità e i privilegi consolari si applicano del pari limitatamente a tutti i consoli onorari. Oltre all’immunità degli archivi (art. 61), spetta a essi – in quanto tali – l’immunità giurisdizionale, ma limitatamente a quella c.d. “funzionale”: l’art. 58 comma 2, rinviando all’art. 43 comma 1 della convenzione, estende infatti ai consoli onorari la previsione per cui non vi è soggezione “alla giurisdizione delle autorità giudiziarie e amministrative dello stato di residenza per gli atti compiuti nell’esercizio delle funzioni consolari”, con le eccezioni previste dallo stesso art. 43.
L’art. 58, non estendendo l’applicazione dell’art. 41 sull’inviolabilità personale dei funzionari consolari di carriera ai consoli onorari, estende invece a essi, al comma 2, la sola disposizione dell’art. 42, per cui – qualora il console onorario sia sottoposto a una misura detentiva o ad azione penale – lo stato di residenza deve darne pronta informazione al capo del posto consolare o allo stato d’invio; anche in tal senso sussiste dunque una tutela limitata a fronte dell’immunità personale dei consoli di carriera.
1.12. In tale quadro – da cui discende l’ovvia conseguenza, già acclarata dalla giurisprudenza di questa corte, che l’immunità consolare dell’arte 43 della convenzione di Vienna riguarda non soltanto le attività direttamente esplicative delle funzioni proprie dell’ufficio consolare, ma pure quelle che siano strumentalmente ed eziologicamente connesse ad atti di esercizio di dette funzioni, e quindi anche quelle di guida e parcheggio, da parte del console, della sua autovettura privata (Cass. sez. U n. 4834 del 10/11/1977, pronunciata in riferimento a console di carriera) – può procedersi all’interpretazione dell’art. 131 C.d.S. sollecitata dal mezzo di ricorso.
Anzitutto deve rilevarsi sul tema che detto articolo al comma 2 regola il rilascio di “targhe” (diverse dal “contrassegno” c.c. di cui si è detto, fornito ai consoli onorari dal ministero degli esteri) per i veicoli in “uso promiscuo” dei soggetti aventi diritto a immunità di cui al comma 1.
La disciplina procedimentale è dettata dal comma 3: “le violazioni commesse alla guida di veicoli muniti delle targhe speciali di cui al comma 1 da soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 sono perseguite nei modi ordinari di legge, oltre alla segnalazione per via diplomatica nei confronti del titolare dell’autoveicolo” (sottolineature aggiunte); il comma 1 resta applicabile qualora il veicolo – munito o no della speciale targa – sia guidato da soggetto indicato al comma 1 medesimo, di tal che si procede alla “segnalazione … al ministero degli affari esteri, per le comunicazioni da effettuarsi per via diplomatica”.
1.13. Si desume dalla semplice lettura di quanto prescritto dall’art. 131 che è insita nell’operatività della disciplina non la mera facoltà, ma la doverosità di accertamenti – estesi all’ambito di applicabilità di norme di diritto internazionale – da parte dei pubblici ufficiali che constatino violazioni del codice della strada, diversamente da quanto opinato dal ricorrente (pp. 7 e 8 del ricorso).
Qualora infatti si tratti di veicoli muniti di targa c.c. (ciò che non è stato nel caso in esame), sarà compito dell’accertatore verificare se il soggetto conducente abbia titolo all’immunità. Nessun dubbio ermeneutico può porsi in argomento, posto che, come detto, “le violazioni commesse alla guida di veicoli muniti delle targhe speciali di cui al comma 1 da soggetti diversi da quelli indicati nel comma 1 sono perseguite nei modi ordinari di legge, oltre alla segnalazione per via diplomatica nei confronti del titolare dell’autoveicolo”.
Ipotizzare che, di fronte a una pretesa immunità non riconoscibile dall’accertatore, per la semplice pretesa egli debba astenersi dall’avvio del procedimento sanzionatorio equivarrebbe a un’interpretatio abrogans dell’obbligo di “persegui(re) nei modi ordinari di legge” chi non rientri tra i soggetti di cui al comma 1. Se ciò è vero, l’accertatore dovrà verificare – almeno nei limiti che competono a tale fase (v. infra per i rimedi successivi) – se il soggetto rientri o no tra quelli astrattamente immuni; e ciò potrà fare – per quanto riguarda i consoli onorari – attraverso una serie di elementi notiziali, verificabili anche “sul ciglio della strada” da un vigile urbano (per utilizzare un’espressione del ricorrente – cfr. ricorso p. 5), quali anzitutto l’esibizione della carta d’identità speciale e – nei tempi moderni anche via web – la consultazione della lista consolare.
1.14 Se quanto innanzi è vero in riferimento all’applicabilità alternativa del comma 3 in rapporto al comma 1, non vi è ragione per non affermare che la medesima conclusione – desumibile dallo stesso testo dell’art. 131 – non valga per le (invero più complesse, ma non per questo inesigibili) valutazioni degli accertatori inerenti l’applicabilità del comma 1 in quanto autonomamente considerato.
Requisito di applicazione di detta norma è che le violazioni siano commesse da persone che “godano, nei limiti previsti dalle norme internazionali, delle immunità”, tra i quali gli agenti diplomatici e consolari di carriera, ma anche i consoli onorari.
Come menzionato dal ricorrente, ai fini dell’applicazione può essere necessario accertare – per quanto concerne le violazioni ascritte ai consoli onorari – se le medesime siano coperte dalla sola immunità di cui essi fruiscono (al di là di quella di archivio), quella “funzionale” ex art. 58, comma 2 in relazione all’art. 43, comma 1 della convenzione di Vienna relativa agli “atti compiuti nell’esercizio delle funzioni consolari”, quali definite dall’art. 5 della convenzione stessa. L’art. 131 C.d.S., poi, ai fini delle modalità applicative, prevede la verifica della condizione di reciprocità.
In proposito è a ritenersi che – in assenza di disposizioni derogatrici – l’accertatore, pur trattandosi di disamine di diritto internazionale talora complesse, non possa essere esentato da esse, od obbligato a soprassedere dall’avvio del procedimento sanzionatorio in virtù di una mera pretesa di un soggetto che dichiari – semmai senza fornire alcun elemento – una situazione di immunità, specie se funzionale (per il cui sussistere rilevano prevalenti valutazioni di fatto).
Nè rileva il dato che possa rivestire la posizione di accertatore, semmai, un pubblico ufficiale addetto a ordinari compiti di regolazione del traffico stradale: in tal senso, diversamente da quanto asserito inopportunamente dal ricorrente, non è affatto “assurdo” che il console onorario debba interloquire “con un agente di polizia municipale” (cfr. ricorso p. 7), posto anche il già ricordato obbligo di cui all’art. 55 della convenzione di Vienna, intitolato al “rispetto delle leggi e dei regolamenti dello stato di residenza”, secondo il quale “senza pregiudizio dei loro privilegi e delle loro immunità, tutte le persone che ne godono hanno il dovere di rispettare le leggi e i regolamenti dello stato di residenza”.
1.15 In tale ambito va detto che è parimenti infondata la tesi del ricorrente secondo la quale, di fronte all’invocazione dell’immunità consolare, l’operante debba astenersi dall’accertamento dei fatti, che sarebbero da “discutere” da parte del console onorario “unicamente al ministero degli esteri” (cfr. ricorso p. 7-8).
Pur quando, infatti, l’accertatore dovesse riconoscere il sussistere dell’immunità, poichè l’accertamento non è di per sè lesivo della stessa, dovrà procedere all’accertamento della violazione, dando atto dei fatti da cui emerge l’immunità e delle dichiarazioni del console onorario: invero, il comma 1 dell’art. 131 in tal senso discorre di “violazioni… commesse” dal soggetto immune che “sono segnalate… al ministero degli affari esteri, per le comunicazioni da effettuarsi per via diplomatica”, mentre il comma 3 parimenti prescrive che le “violazioni” commesse da soggetti diversi siano anch’esse “segnalate per via diplomatica nei confronti del titolare dell’autoveicolo” in quanto immune (evidentemente, ai fini della responsabilità solidale del proprietario del veicolo), mentre devono essere “perseguite nei modi ordinari di legge” nei confronti del conducente non immune. La distinzione fra “segnalazione” e “perseguimento”, dunque, rinvia esclusivamente ai fini delle modalità di seguito rispetto a un atto che, comunque, è di accertamento di “violazione”.
1.18 All’eventualità dell’annullamento ex post dei processi verbali di accertamento, del resto, fa riferimento lo stesso “manuale sul trattamento riservato al corpo diplomatico accreditato presso la repubblica italiana – dicembre 2013”, predisposto dal ministero degli esteri e richiamato e prodotto dal ricorrente in quanto incidentalmente concernente le immunità anche consolari (p. 7 del ricorso).
Infatti detto manuale, la cui valenza è esclusivamente di prassi, al paragrafo 7.7 intitolato alle “violazioni del codice della strada”, riporta che il ministero, nel ricordare “il dovere del pieno rispetto delle leggi dello stato accreditatario, attira in particolare modo l’attenzione sulle disposizioni vigenti in materia di circolazione stradale.
Sulla base del principio di reciprocità, e nei limiti delle infrazioni stradali commesse nell’esercizio delle funzioni diplomatiche e consolari” esso “potrà prendere in considerazione le richieste di annullamento dei processi verbali di accertamento redatti dai vari corpi di polizia che gli perverranno notificati con nota verbale dalle rappresentanze diplomatiche” (sottolineatura aggiunta).
In tale contesto, appare particolarmente rilevante il ruolo riconosciuto alle rappresentanze diplomatiche, che con nota verbale fanno propria dopo averla quindi valutata – la dichiarazione dell’interessato circa il sussistere del nesso tra violazione ed espletamento delle funzioni.
1.19 Parimenti di rilievo è il caveat contenuto nel prosieguo di detto paragrafo del manuale, per cui “si fa presente che violazioni particolarmente gravi del codice della strada che costituiscano pericolo per la sicurezza pubblica comportano il dovere del pagamento delle relative sanzioni e possono determinare, in caso di recidiva, anche l’annullamento delle targhe CD-CC”.
Viene, dunque, posto un limite, a quanto consta emergente nella prassi internazionale anche di altri paesi, all’immunità in materia di violazione delle norme sulla circolazione stradale, correlato alla gravità del fatto.
“svolti accertamenti, in sede di contestazione, se del caso con il supporto dei servizi del ministero degli esteri, anche circa il sussistere dei presupposti per l’immunità e per le conseguenziali modalità di segnalazione e comunicazione (tra i quali i fatti da cui si evinca il nesso funzionale tra violazione ed esercizio dell’attività consolare e il ricorrere della condizione di reciprocità), a seconda degli esiti l’accertatore deve procedere, da un lato, alla contestazione immediata o alla notifica differita della violazione o, dall’altro, alla trasmissione del verbale all’ufficio o comando dal quale dipende per la segnalazione al ministero degli affari esteri per le comunicazioni da effettuarsi per via diplomatica”.
2. Con il secondo motivo il ricorrente deduce violazione dell’art. 2729 c.c. in relazione all’art. 116 c.p.c.
Lamenta che l’unica prova dell’infrazione sia costituita dal verbale, avendo il tribunale di Ferrara erroneamente ritenuto che esso “desse conto del fatto che stesse parlando al telefono cellulare mentre era alla guida e non avesse azionato il vivavoce”, mentre invece i verbalizzanti non avevano dato contezza del parlare al telefono ma semplicemente affermato che “circolava… facendo uso di apparecchio telefonico senza auricolare tenuto con la mano all’orecchio sinistro”; poichè il ricorrente teneva il cellulare con la mano al fine di attivare il vivavoce, il tribunale aveva tratto dal verbale una presunzione semplice relativa al fatto che stesse parlando, esclusa dalla carenza di gravità, precisione e concordanza, nonchè dal fatto che lo stesso comune aveva ancorato la contestazione al dato che il cellulare era tenuto con la mano e non all’attivazione di una conversazione.
2.3. Il mezzo è destituito di fondamento per essere insussistenti le dedotte violazioni: la ratio decidendi espressa con il passaggio motivazionale censurato è semplicemente quella di affermare che quanto emerge dal verbale conferma il sussistere della trasgressione sanzionata, quand’anche il passaggio stesso, se considerato isolatamente, veicoli il concetto in maniera poco chiara.
Come si evince da una lettura complessiva del brano anzidetto unitamente alle espressioni che lo precedono (“nè si possono nutrire dubbi, provvisti d’una qualche consistenza fattuale e giuridica, sulla circostanza che l’infrazione contestata sia stata effettivamente commessa: il verbale, nella parte in cui accerta circostanze di fatto, possiede una fede probatoria privilegiata e, nel caso di specie, non è stato infirmato con la querela di falso” – sottolineatura aggiunta), il giudice del merito non ha inteso sottolineare, in sè e per sè, l’avvenuta prosecuzione di una conversazione telefonica, dato in quanto tale non risultante dal verbale nè comunque percepibile dagli operanti, bensì il mero avvio di essa (eventualmente anche senza instaurazione di una interlocuzione) mediante manovre con la mano sull’apparecchio (anche portato all’orecchio).
Ciò tiene del resto conto della posizione del comune, secondo il quale pur solo il tentativo di avviare il vivavoce, a telefono squillante, tenendolo appoggiato all’orecchio con la mano, configurasse “concretamente uso dell’apparecchio telefonico senza auricolare” (p. 7 della sentenza).
In altri termini, dire, come dice la sentenza impugnata, che il trasgressore “stesse parlando al telefono cellulare mentre era alla guida e non avesse azionato il vivavoce” significa, in una lettura unitaria del testo della sentenza, confermare semplicemente che resta integrata, in base al tenore del verbale, la fattispecie dell’art. 173 C.d.S., comma 2, che sanziona non in concreto chi “parla” al telefono (dato di fatto sostanzialmente non verificabile dall’esterno dell’abitacolo di un veicolo), ma il “conducente” che “fa uso durante la marcia di apparecchi radiotelefonici”, salvo “l’uso di apparecchi a viva voce o dotati di auricolare purchè il conducente abbia adeguate capacità uditive ad entrambe le orecchie che non richiedono per il loro funzionamento l’uso delle mani” (così l’art. 173 cit.).
Nel caso di specie, dunque, pur riportando la sentenza la frase citata, il nucleo della ratio decidendi non risiede nell’accertamento dello “star parlando” o rectius “stare per parlare” da parte del trasgressore, circostanza del tutto irrilevante, ma del suo non aver azionato prima di mettersi alla guida, altrimenti essendo necessario l’uso, vietato, delle mani – un sistema automatico viva voce (o un auricolare impegnante un solo orecchio); ciò che è confermato dal fatto che egli non nega di aver usato le mani per reggere l’apparecchio, notato peraltro dagli operanti vicino all’orecchio.
2.4. Il motivo, dunque, non infirma l’accertamento contenuto nella sentenza per cui l’apparecchio era comunque in “uso” con le mani senza previa attivazione di sistema di viva voce.
Esso, soffermandosi su una espressione di contorno (“st(ar) parlando”), non rilevante nell’economia dell’accertamento, va dunque disatteso, in quanto la sentenza è pienamente conforme al principio (per il quale v. ad es. Cass. n. 20441 del 21/09/2006 – in materia di percezione del parlare al telefono durante la guida – oltre altre, tra le quali recentemente n. 23800 del 07/11/2014) per cui il verbale di accertamento dell’infrazione fa piena prova, fino a querela di falso, con riguardo ai fatti attestati dal pubblico ufficiale come avvenuti in sua presenza e conosciuti senza alcun margine di apprezzamento o da lui compiuti, nonchè alla provenienza del documento dallo stesso pubblico ufficiale.
3. Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 91 e 92 c.p.c. e del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, per essere stati liquidati dal tribunale – in controversia del valore di Euro 152 pari alla sanzione pecuniaria, non mutato dall’applicazione della sanzione accessoria (cfr. Cass. n. 13598 del 16/06/2014) – i compensi per tre fasi nella misura di Euro 1.550 in luogo del parametro medio di Euro 440, aumentabile al massimo fino a Euro 817 (come da conteggi analitici contenuti nel motivo di ricorso per cassazione); l’aumento sarebbe potuto avvenire, poi, previa motivazione, invece del tutto assente nella sentenza del tribunale. Si censura dunque a un tempo assenza di motivazione ed eccesso rispetto al massimo di parametro.
3.1. Il motivo è fondato, in quanto sussistono entrambe le violazioni, come denunciate.
Invero, la somma liquidata si pone manifestamente al di là dei massimi liquidabili in base ai parametri e non sussiste la richiesta motivazione. La sentenza va dunque cassata in relazione al motivo in esame, che va accolto.
4. Con il quarto motivo si deduce violazione dell’art. 2 del predetto D.M. 10 marzo 2014, n. 55, che prevede che il compenso dell’avvocato debba essere incrementato di “una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15% del compenso totale della prestazione”. Secondo il ricorrente, avendo la sentenza meramente liquidato il compenso “oltre al rimborso delle spese forfetarie”, senza nulla specificare circa la percentuale di esso, la mancata determinazione concreterebbe la dedotta violazione di legge.
4.2. Invero, il testo dell’art. 2, comma 2 del regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense ai sensi della L. 31 dicembre 2012, n. 247, art. 13 comma 6 legge come segue: “Oltre al compenso e al rimborso delle spese documentate in relazione alle singole prestazioni, all’avvocato è dovuta – in ogni caso ed anche in caso di determinazione contrattuale – una somma per rimborso spese forfettarie di regola nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione”.
4.3. Detto testo regolamentare trova la sua scaturigine nell’art. 13, comma 10, della accennata L. n. 247 del 2012, il quale dispone che “oltre al compenso per la prestazione professionale, all’avvocato è dovuta, sia dal cliente in caso di determinazione contrattuale, sia in sede di liquidazione giudiziale, oltre al rimborso delle spese effettivamente sostenute e di tutti gli oneri e contributi eventualmente anticipati nell’interesse del cliente, una somma per il rimborso delle spese forfettarie, la cui misura massima è determinata dal decreto di cui al comma 6, unitamente ai criteri di determinazione e documentazione delle spese vive” (sottolineatura aggiunta).
4.6. Ciò non è tuttavia sufficiente a comprendere esaurientemente la portata della disciplina regolamentare in esame. Invero, come ricordato, al regolamento era stato demandato dal legislatore di determinare la misura “massima” del rimborso (“la cui misura massima è determinata dal decreto di cui al comma 6…”). Di fronte a tale finalità posta dal legislatore deve ritenersi – in una lettura integrata della legge e del regolamento – che la stessa sia stata recepita, pur a fronte di una mancanza di chiarezza del testo regolamentare.
5. Essendo accolto il ricorso limitatamente al terzo motivo, le spese del giudizio di legittimità debbono essere compensate per un mezzo stante la soccombenza reciproca. La residua metà – secondo la liquidazione di cui al dispositivo – va posta a carico del comune globalmente soccombente in relazione alla maggiore importanza economica del motivo accolto rispetto agli altri.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater non va dato atto del sussistere dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo pari al contributo unificato dovuto per il ricorso a norma del comma 1-bis dell’art. 13 cit.
rigetta il primo, il secondo e il quarto motivo di ricorso, accoglie il terzo, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e, pronunciando nel merito, liquida in Euro 800 i compensi spettanti al comune di Ferrara per il giudizio di appello, ferma nel resto l’impugnata sentenza;
compensa le spese del giudizio di legittimità per un mezzo; condanna il controricorrente alla rifusione a favore del ricorrente del residuo mezzo, aliquota che liquida in Euro 325 per compensi, oltre il 15% per spese generali e accessori di legge.
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