Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20150507.htm
Timestamp: 2017-04-27 10:51:24+00:00
Document Index: 180104442

Matched Legal Cases: ['art. 40', 'art. 1219', 'art. 1453', 'art. 40', 'art. 40', 'art. 40', 'art. 1186', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 1456', 'art. 40', 'art. 1186', 'art. 40', 'art. 1186', 'art. 40', 'art. 1186']

Studio Legale Tidona - La risoluzione per inadempimento del contratto di mutuo fondiario
La risoluzione per inadempimento del contratto di mutuo fondiario
Maurizio Tidona, Avvocato
L’art. 40 del Testo Unico Bancario
[1] prevede che la banca può invocare come causa di risoluzione del contratto il ritardato pagamento quando lo stesso si sia verificato almeno sette volte, anche non consecutive, precisando che a tal fine costituisce ritardato pagamento quello effettuato tra il trentesimo e il centoottantesimo giorno dalla scadenza della rata.
In tale disciplina, che sembra presupporre un sistema di rate a cadenze semestrali con evidenti problemi di coordinamento per quelle con cadenze inferiori e per le ipotesi di finanziamenti regolati in conto corrente, si possono quindi individuare tre periodi. - Il primo periodo: quando il pagamento avviene nei trenta giorni successivi alla scadenza della rata entro i quali la banca può solamente richiedere gli interessi moratori per il pagamento dopo la scadenza (ex art. 1219 c. 3, per il quale il debitore che non effettua il pagamento nel termine pattuito è costituito in mora).
- Il secondo periodo: quando il pagamento avviene dopo il trentesimo ma prima del centottantesimo giorno: in questa fase (che è quella di ritardato pagamento) il debitore può pagare la rata con gli interessi di mora, mentre la banca può chiedere la risoluzione del contratto per "ritardato pagamento" solo se questo si verifica almeno sette volte, anche non consecutive.
- Il terzo periodo: quando il pagamento non è eseguito entro il centottantesimo giorno dalla scadenza della rata; trascorso tale periodo di sopportazione dalla scadenza della rata, la banca può risolvere il contratto per inadempimento oppure, non avvalendosi della risoluzione del contratto, richiedere l'adempimento coattivo per ottenere il pagamento della rata scaduta e degli interessi di mora, ex art. 1453 c.c.
Al di sotto dei trenta giorni, il ritardo nel pagamento è quindi privo di conseguenze (nella lettera della legge, non costituisce neppure un ritardo). Il ritardo superiore a trenta giorni, purché non superi i centoottanta giorni dalla scadenza della rata, non autorizza ancora la banca a risolvere il contratto, purché non si tratti di episodio reiterato, anche non consecutivamente, per almeno sette volte. L’art. 40 del Testo unico individua pertanto un termine, prima della scadenza del quale viene operata dall’ordinamento una valutazione di difetto di gravità dell’inadempimento del mutuatario; di modo che un vero e proprio “mancato” pagamento - come tale legittimante la risoluzione - potrà realizzarsi solo una volta che sia inutilmente trascorso il termine di centoottanta giorni dalla scadenza della rata.
È comunque salva la possibilità per la banca di dimostrare, con onere della prova a suo carico, che le concrete circostanze dimostrino inequivocabilmente che si tratti non di “ritardo”, ma di definitivo “inadempimento”, come nel caso in cui sia stata espressa dal debitore la volontà di non pagare le rate.
Al di fuori di questi casi, sono nulle e sostituite di diritto dalla predetta norma tutte le clausole contenute nei contratti di mutuo fondiario che prevedono e consentono alla banca di risolvere, anche di diritto (clausola risolutiva espressa, diffida ad adempiere e termine essenziale), il contratto di mutuo, in caso di ritardo che non abbia le caratteristiche espressamente indicate nell’art. 40 Testo unico.
Si segnala che esiste giurisprudenza di segno opposto, che ritiene valida la clausola del contratto di mutuo fondiario che legittimi la banca a dichiarare la risoluzione del rapporto anche in caso del mancato pagamento di una sola rata:
Tribunale Napoli, 17 luglio 2012 (in Banca Borsa Titoli di Credito 2013, 5, II, 575)
Nel mutuo fondiario, la previsione contenuta nell'art. 40 comma 2 t.u.b. non preclude alla banca di dichiarare la decadenza dal beneficio del termine ex art. 1186 c.c. a fronte del mancato pagamento anche di una sola rata, in presenza di un'apposita pattuizione negoziale in tal senso.
Questa soluzione non convince, in quanto contraria a norma imperativa (art. 40, T.U.B.).
Giustamente, in tal senso ha provveduto, il Tribunale Salerno, con sentenza del 4 febbraio 2011:
Deve ritenersi nulla la clausola risolutiva espressa di un contratto di credito fondiario secondo cui la banca può risolvere il mutuo ai sensi dell'art. 1456 c.c., allorquando la parte finanziata non abbia provveduto all'integrale pagamento anche di una sola rata, per contrasto con l'art. 40, 2 comma, d.lg. 1 settembre 1993 n. 385, norma inderogabile con cui il legislatore, a tutela del mutuatario inadempiente, ha limitato, in deroga ai principi di diritto comune, la possibilità della risoluzione nel caso di ritardo o di mancato pagamento.
È sempre comunque possibile che il contratto si sciolga per altre ipotesi previste legislativamente o contrattualmente, che però non siano contrarie al testo normativo in punto di qualificazione del ritardo (e cioè compreso tra il trentesimo ed il centottantesimo giorno dalla scadenza) o del mancato pagamento (quello avvenuto dopo il centottantesimo giorno dalla scadenza).
La banca potrà perciò comunicare al debitore la decadenza del beneficio del termine nel caso si verifichino, ad esempio, gli eventi previsti nell'art. 1186 c.c. (“Quantunque il termine sia stabilito a favore del debitore, il creditore può esigere immediatamente la prestazione se il debitore è divenuto insolvente o ha diminuito, per fatto proprio, le garanzie che aveva date o non ha dato le garanzie che aveva promesse”).
Qualora il ritardo non abbia ancora raggiunto il grado di gravità richiesto dall’art. 40, comma 2, la banca potrà pertanto invocare la decadenza del debitore dal beneficio del termine ai sensi dell’art. 1186 c.c., ove intervengano le situazioni descritte tassativamente da tale norma, e, in particolare, l’insolvenza del debitore, da desumersi comunque da elementi ulteriori e diversi rispetto al ritardato pagamento delle rate entro il limite di tolleranza fissato dall’art. 40 del testo unico, che - se non consente la risoluzione del contratto di finanziamento - non potrà essere assunto quale indice di insolvenza ai fini della decadenza dal termine; diversamente, il richiamo dell’art. 1186 c.c. da parte della banca potrebbe essere ritenuto illegittimo, perché applicato con finalità elusive della norma speciale del Testo unico.
[1] Decreto legislativo n. 385 del 1° settembre 1993, in Gazzetta Uff. n. 230 del 30 settembre 1993, in vigore dal 1° gennaio 1994.
[2] Art. 1453 c.c. (Risolubilità del contratto per inadempimento): “[I]. Nei contratti con prestazioni corrispettive, quando uno dei contraenti non adempie le sue obbligazioni, l'altro può a sua scelta chiedere l'adempimento o la risoluzione del contratto, salvo, in ogni caso, il risarcimento del danno. [II]. La risoluzione può essere domandata anche quando il giudizio è stato promosso per ottenere l'adempimento; ma non può più chiedersi l'adempimento quando è stata domandata la risoluzione. [III]. Dalla data della domanda di risoluzione l'inadempiente non può più adempiere la propria obbligazione”.