Source: https://www.soldioggi.it/patto-di-non-concorrenza-18284.html
Timestamp: 2019-10-16 11:32:59+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2125', 'sentenza ', 'art. 2125', 'art. 2596', 'art. 2596', 'art. 2125', 'art. 2596']

Patto di non concorrenza 2019: dipendente, tra imprese, corrispettivo, esempio | Soldioggi
Quando un’azienda assume un dipendente, desidera assicurarsi che in caso di cessazione del rapporto di lavoro, quell’ormai ex dipendente vada a lavorare altrove portando nella nuova azienda tutto ciò che ha scoperto e attuato nella vecchia. Di fatto, questo comportamento si chiama “concorrenza”.
In questa guida completa sul patto di non concorrenza ti spiego cos’è e come funziona per un lavoratore dipendente e per un lavoratore autonomo, qual è il corrispettivo minimo previsto, la tassazione applicata, i casi in cui il patto è nullo ed infine come aggirarlo.
Come aggirarlo
Cosa si intende. Il patto di non concorrenza, disciplinato dall’art. 2125 del codice civile, è un accordo che si stipula al momento dell’assunzione di un lavoratore, con cui l’azienda gli impone di non intraprendere attività in concorrenza al termine del rapporto di lavoro.
Un’azienda che si occupa di vendita mobili residenziali, ti assume come manager di filiale. Nel contratto c’è il patto di non concorrenza: ciò significa che se il rapporto di lavoro si interrompe (per esempio per dimissioni, ecc.) tu non potrai andare a lavorare in un’altra azienda concorrente, quindi per esempio come manager presso un’altra azienda di vendita mobili. Non potrai neanche aprire una tua attività (ditta individuale, società, ecc.) in concorrenza con quella che hai appena lasciato.
Nella maggior parte dei casi le aziende stipulano il patto di non concorrenza direttamente al momento dell’assunzione. Ma la legge nulla dice in merito: si può stipulare all’assunzione, durante il rapporto di lavoro o addirittura alla cessazione. La legge non indica nello specifico una figura a cui si può proporre: quindi un’azienda può stipularlo con dirigenti, quadri, impiegati e altri lavoratori.
La legge impone solo i seguenti elementi:
Il patto di concorrenza deve essere scritto, non è valido se stipulato oralmente;
Durata: il patto dura massimo 5 anni per i dirigenti e 3 anni per gli altri lavoratori. Se nel contratto compare una durata maggiore, allora la durata in più non è valida. Per esempio se in un contratto per dirigente c’è un patto di concorrenza di 6 anni, esso si riduce automaticamente a 5 anni;
Oggetto: il patto di concorrenza può riferirsi a qualunque attività in concorrenza, quindi non solo una nuova attività come dipendente, ma anche come autonomo, socio, consulente, ecc.;
Corrispettivo: l’azienda deve riconoscere al dipendente un corrispettivo per il “sacrificio” imposto.
Un’azienda non può “togliersi il pensiero” pagando un corrispettivo irrisorio. Il corrispettivo deve essere commisurato al sacrificio e al ruolo del dipendente, nello specifico a:
Ruolo del dipendente. Un corrispettivo a un dirigente sarà più alto di quello riconosciuto a un impiegato;
Limite territoriale. tanto più ampio è il vincolo territoriale maggiore deve essere il corrispettivo. Supponiamo che il patto riguardi la non concorrenza presso aziende italiane; se il patto invece riguarda qualsiasi azienda europea, allora il corrispettivo deve essere maggiore;
Durata. Un patto che dura 5 anni deve essere pagato di più di uno che dura 2 anni.
Tassazione. Se l’azienda paga il corrispettivo durante il rapporto di lavoro, per esempio in busta paga, allora rappresenta retribuzione a tutti gli effetti, quindi si applica l’IRPEF ordinario ed anche i contributi previdenziali INPS (Cassazione, sentenza n.3507/91).
In merito alla modalità di pagamento, la legge non impone nulla. Dunque le parti possono accordarsi per un pagamento durante il rapporto di lavoro, in busta paga, oppure alla cessazione dello stesso per esempio. Di solito gli accordi prevedono il pagamento in busta paga. In tal caso, nella busta paga deve risultare l’apposita voce riferita al patto di non concorrenza.
Per i lavoratori autonomi vale l’art. 2125 del codice civile, il quale sostiene che un patto di concorrenza è valido solo se stipulato per iscritto e se prevede un corrispettivo da pagare per il dipendente. Se sei un lavoratore autonomo, non sei un subordinato, quindi a te si applica l’art. 2596 del codice civile e purtroppo c’è una differenza enorme con i lavoratori dipendenti.
Infatti, mentre nell’articolo 2125 si specifica che il patto non è valido se non c’è corrispettivo l’art. 2596 non lo specifica. Quindi significa che se hai un contratto di lavoro autonomo e c’è un patto di non concorrenza, questo è valido anche se non è previsto corrispettivo. Sei quindi tenuto a rispettarlo.
Puoi recedere dal patto di non concorrenza solo in questi casi:
Il patto è a tempo indeterminato. Nel patto infatti occorre stabilire una durata del patto stesso. Se non c’è scritto nulla, allora è a tempo indeterminato e non si può certo legare una persona per sempre. Puoi quindi recedere inviando una raccomandata al tuo datore di lavoro;
È previsto espressamente dalla legge. Per esempio, se il patto non è scritto, esso non è valido. Se sei un dipendente e il patto non prevede un corrispettivo, non è valido.
Il patto stesso prevede la possibilità di recesso, oppure semplicemente tu e il datore di lavoro vi accordare per risolverlo. In questo caso le parti devono stipulare un’apposita scrittura privata di risoluzione del patto.
Il patto di non concorrenza è nullo se:
Non scritto. non sono ammessi patti di non concorrenza orali: l’accordo deve essere scritto;
Non è retribuito. Questo però vale solo per i lavoratori dipendenti e non per i lavoratori autonomi. Se quindi sei un lavoratore dipendente e l’accordo non prevede un corrispettivo a tuo favore, allora è nullo (art. 2125 c.c.). Se invece sei un lavoratore autonomo, anche se non c’è un corrispettivo, il patto è valido (art. 2596 c.c.);
Prevede un compenso simbolico. Quando il patto prevede il corrispettivo, deve essere commisurato al valore del “sacrificio” del lavoratore e ad altri parametri. Se è troppo basso, allora è nullo.
È troppo restrittivo. Quando impone delle restrizioni troppo grandi che limitano la capacità dell’individuo di creare suo reddito personale o di costruire la sua carriera professionale. Il patto è nullo anche se non evidenzia i limiti territoriali: esso deve indicare entro che zona è valido (regione, nazione, provincia, ecc.). Se non indica uno spazio, allora il patto non è valido.
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