Source: http://www.giurcost.org/decisioni/1981/0016s-81.html
Timestamp: 2018-01-21 02:46:30+00:00
Document Index: 157273275

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 164', 'art. 21', 'art. 596', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ']

Consulta OnLine - Sentenza n.16 del 1981
1. - Il giudice istruttore del tribunale di Milano ha considerato che la questione di legittimità costituzionale - se il divieto penale di dare notizia di procedimenti a carico di minori sia compatibile con il principio costituzionale di libertà di manifestazione del pensiero, che comprende logicamente la libertà di cronaca - è stata già esaminata dalla Corte costituzionale, con la sentenza n. 25 del 1965, che dichiarò la incostituzionalità di alcune disposizioni dell'art. 164 c.p.p. e giustificò le rimanenti disposizioni in funzione della tutela di altri interessi costituzionalmente rilevanti tra cui la tutela dei minori, osservando che la pubblicità dei fatti di causa può apportare a questi conseguenze ben gravi sia allo sviluppo spirituale, sia alla loro vita materiale. Tale assunto, secondo il giudice istruttore, non sarebbe giustificato in quanto riconosce rilievo costituzionale alla tutela dei minori senza tenere conto dell'esigenza di un bilanciamento d'interessi anche garantiti dalla Costituzione.
In particolare l'imposizione del limite alla libertà d'informazione -con la quale il legislatore ordinario ha risolto il conflitto tra l'interesse del minore e l'interesse all'informazione, entrambi di rilievo costituzionale- sarebbe in contrasto con l'art. 21 della Costituzione, perchè nel sistema costituzionale la libertà d'informazione avrebbe tale fonda mentale, preminente valore da escludere che essa possa essere compressa dalla tutela che nel sistema costituzionale è riconosciuta al minore. Comunque, il divieto di pubblicità, concernente i processi contro i minori, potrebbe considerarsi legittimo sul piano costituzionale soltanto se realizzasse in concreto la tutela del minore, ma ciò non avviene perchè l'interesse del minore, che sarebbe compromesso dalla cronaca giudiziaria e, prima, più compromesso da eventuali notizie di cronaca sul reato da lui commesso, che sono consentite, rientrando nella generale libertà d'informazione, come si desume dall'art. 596, comma terzo, n. 2, c.p. E. poiché il suddetto divieto è previsto in una norma processuale, a fondamento della sua legittimità costituzionale non potrebbe invocarsi l'interesse di natura sostanziale, come la tutela del minore, che deve essere disciplinata con norme sostanziali. Il divieto, infine, sarebbe in contrasto con il principio di uguaglianza perchè opererebbe una distinzione priva di giustificazione tra notizie ugualmente pregiudizievoli per l'interesse del minore: le une, notizie sul reato commesso, lecite; le altre, notizie sul processo, vietate.
Questa Corte in coerenza con il canone di ermeneutica che ogni norma giuridica deve interpretarsi nella sua unita, in connessione tra le parti che la compongono ha posto in risalto (sentenza n. 122 del 1970) che la libertà di stampa, prevista nel terzo comma dell'art. 21 della Costituzione, non significa affatto che la stampa, in quanto strumento di diffusione, non debba soggiacere agli stessi limiti che circoscrivono la libera manifestazione del pensiero secondo l'interpretazione del primo comma dello stesso art. 21. Con riguardo a tale prospettiva (con la sentenza n. 12 del 1971, richiamata la sentenza n. 25 del 1965, alla quale ha fatto riferimento l'ordinanza del giudice istruttore del tribunale di Milano) ha affermato che la regola della pubblicità del dibattimento è coessenziale ai principi, ai quali, in un ordinamento costituzionale fondato sulla sovranità popolare, deve conformarsi l'amministrazione della giustizia. Ed ha precisato che, quando si tratta del processo penale per il quale la pubblicità del dibattimento ha un valore particolarmente rilevante, le deroghe possono essere disposte soltanto a garanzia di beni a rilevanza costituzionale, mentre negli altri casi un più ampio potere discrezionale deve essere riconosciuto al legislatore nella valutazione degli interessi che possono giustificare la celebrazione dal dibattimento a porte chiuse.