Source: https://www.dirittieuropa.it/blog/13321/news/la-misteriosa-scomparsa-di-trentasei-ceceni-la-corte-edu-accerta-la-responsabilita-della-russia/
Timestamp: 2020-02-28 10:00:28+00:00
Document Index: 102398354

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art 2', 'art 3', 'art 5', 'art 13', 'art 2', 'sentenza ']

La misteriosa scomparsa di trentasei ceceni: la Corte Edu accerta la responsabilità della RussiaDiritti Europa
Home / Categorie Violazioni CEDU / La misteriosa scomparsa di trentasei ceceni: la Corte Europea accerta la responsabilità della Russia
Posted by: Roberto Federico Proto in Categorie Violazioni CEDU, Diritto ad un ricorso effettivo, Diritto alla vita, I diritti in Europa, In evidenza, Ingiusta detenzione 13 gennaio 2014
Giovedì, 9 Gennaio 2014 – La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha emesso una importante sentenza contro la Russia, nella quale si è dovuta rapportare con l’irrisolta, e forse troppo facilmente dimenticata, questione Cecena, considerata da molti storici e giornalisti come “una delle più grandi tragedie dell’Europa contemporanea”, che porta ancora dietro di sé gli stralci di una silenziosa e continua repressione di Diritti Umani nei confronti del popolo ceceno che dalla prima metà del ‘900 tenta di liberarsi dal giogo russo, combattendo un’ invisibile battaglia per la propria indipendenza. In questa sentenza (sentenza Pitsayeva e Others v. Russia ), in particolare, la Corte cerca di scavare e portare alla luce la verità, e le responsabilità, intorno alla misteriosa scomparsa di 36 cittadini russi, di origine cecena, avvenute tra il 2000 e il 2006.
I ricorrenti sono 95 cittadini russi, parenti dei 36 ceceni scomparsi, che hanno presentato 5 distinti ricorsi contro la Russia, denunciando i medesimi fatti: ossia che i loro parenti fossero stati rapiti dalle proprie abitazioni, in diversi cantoni della Cecenia , per lo più durante le ore di coprifuoco, cioè in tarda notte o nelle prime ore del mattino, da gruppi di uomini non identificati. Ma dalla descrizione dei fatti si comprende chiaramente che probabilmente i loro cari siano stati rapiti dai militari russi, poiché indossavano mimetiche, erano armati di mitragliatori e si muovevano con mezzi corazzati in dotazione alle esercito russo; in particolare avevano sembianze slave e parlavano con un marcato accento russo.
Inoltre, le autorità competenti, investite del caso, hanno più volte aperto delle indagini, che non hanno portato alcun risultato, bensì vennero più volte sospese e riaperte. Da qui si aleggia il pressante dubbio di un sabotaggio o di pressioni russe sull’operato degli investigatori per finalità politiche.
Nello specifico, nei ricorsi dei 96 cittadini russi sono state sollevate le censure dell’articolo 2 Cedu, che sancisce il divieto assoluto della privazione arbitraria della vita, degli articoli 3 e 5 della Convenzione, per le sofferenze psicologiche causate dalla scomparsa e per l’illegittima detenzione dei loro cari, e infine dell’articolo 13 Cedu in combinato disposto con gli articoli 2 e 3 della Convenzione, a causa di un mancato ricorso effettivo in torno alla vicenda in questione da parte delle autorità interne.
Dal canto suo, il Governo russo, pur non respingendo la descrizione generale dei fatti principali dei ricorrenti, afferma che non vi sono alcune prove che possano dimostrare, secondo la formula del “oltre ogni ragionevole dubbio”, che i parenti dei ricorrenti fossero stati rapiti e detenuti dagli agenti statali russi. E , curiosamente, sottolinea che tra il 1996 e il 2003 dei mercenari di origine slava, compresi quelli ucraini, camuffandosi da militari o agenti di polizia russa compirono vari reati.
La Corte di Strasburgo, dopo aver respinto l’eccezione preliminare del previo esaurimento delle vie di ricorso interno sollevata dal Governo russo, accerta all’unanimità le violazioni di tutte le censure presentate dai ricorrenti: quindi dell’art 2 Cedu dal punto di vista procedurale, dell’art 3 Cedu, per la sofferenza che i famigliari delle vittime hanno patito a causa della loro scomparsa, dell’art 5 Cedu a causa della detenzione illegittima, e infine dell’art 13 Cedu in combinato disposto con gli art 2 e 3 della Convenzione. In particolare per quest’ultima censura la Corte rileva che un’indagine penale non costituisce un rimedio efficace per le sparizioni che si sono verificati in Cecenia tra il 1999 e il 2006, e che tale situazione costituisce un problema sistemico ai sensi della Convenzione; inoltre chiarisce che la mancanza di prove non giustifica un’assenza di responsabilità da parte della Russia, poiché in questo caso di specie l’onore della prova pendeva in capo allo stato che, dinanzi al fumus boni iuris provato dai ricorrenti, non ha dimostrato l’estraneità dei fatti degli agenti russi. E pertanto, a causa di queste numerose violazioni dei diritti contenute nella Convenzione, la Russia è stata condannata a pagare un risarcimento complessivo di 1,9 milioni di euro a favore delle vittime.
Questa sentenza ci riporta alla mente i terribili fatti della prima e seconda guerra cecena, in cui la Russia si è macchiata dei più efferati crimini: bombardamenti, detenzioni illegali, esecuzioni sommarie, torture e soprattutto sparizioni forzate.
Secondo Amnesty International le persone scomparse in Cecenia dal 1999 vanno dalle 3000 alle 5000 unità. Un numero terrificante, che ci dà un’idea della diffusione di tale pratica nel conflitto ceceno.
Un altro caso di sparizione forzata, che ebbe risonanza internazionale, è «il caso Bazorkina»: la storia di una madre di settantaquattro anni che incessabilmente ricerca suo figlio, Khadži-Murat Aslanbekovič Jandiev, studente di Sociologia di Mosca, scomparso improvvisamente nell’agosto del ’99. La questione giunse, anche, dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che riconobbe le medesime violazioni del caso che abbiamo appena trattato da parte della Russia.
Molteplici sono ancora le vicende simili a quelle che abbiamo raccontato, o di cui ancora non si sa nulla, frutto di questa “sporca guerra” che meritano e devono essere ricordate, perché, come diceva Anna Politkovskaja, “a volte la gente paga con la propria vita per dire a voce alta ciò che pensa“; e lei ha pagato con la propria vita per raccontare ciò che pensava e vedeva durante la guerra in Cecenia.
– “Russia ordered to pay $A3m to Chechens” pubblicato su skynews.com.au;
-“European court orders Russia to pay damages to Chechen families” pubblicato su europeonline-magazine.eu;
-“European Court Rules Against Russia” pubblicato su Radio Free Europe Radio Liberty: rferl.org;
Art 13 CEDU Art 2 CEDU Art 3 CEDU Art 5 CEDU Isabelle Berro-Lefèvre Prima Sezione Russia	2014-01-13
Tagged with: Art 13 CEDU Art 2 CEDU Art 3 CEDU Art 5 CEDU Isabelle Berro-Lefèvre Prima Sezione Russia
Previous: Il Centro Interuniversitario Europeo per i Diritti Umani e la Democratizzazione – EIUC organizza un corso su “LA TUTELA DEI DIRITTI UMANI PRESSO LE CORTI EUROPEE”
Next: ILVA DI TARANTO: LA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO COMUNICA AL GOVERNO ITALIANO IL CASO SMALTINI