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Timestamp: 2018-11-12 22:39:06+00:00
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Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza 4 settembre 2015, n. 4116. I manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la potenziale rimovibilità della struttura e l'assenza di opere murarie. La precarietà dell'opera, che esonera dall'obbligo del possesso del permesso di costruire, ai sensi dell'art. 3, comma 1, lett. e.5) del D.P.R. n. 380 del 2001, postula un uso specifico e temporalmente delimitato del bene e non ammette che lo stesso possa essere finalizzato al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo - Avvocato Renato D'Isa
Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza 4 settembre 2015, n. 4116. I manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la potenziale rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie. La precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. e.5) del D.P.R. n. 380 del 2001, postula un uso specifico e temporalmente delimitato del bene e non ammette che lo stesso possa essere finalizzato al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo
Home/Consiglio di Stato, Consiglio di Stato 2015, Diritto Amministrativo, Sentenze - Ordinanze/Consiglio di Stato, sezione VI, sentenza 4 settembre 2015, n. 4116. I manufatti non precari, ma funzionali a soddisfare esigenze stabili nel tempo vanno considerati come idonei ad alterare lo stato dei luoghi, a nulla rilevando la precarietà strutturale del manufatto, la potenziale rimovibilità della struttura e l’assenza di opere murarie. La precarietà dell’opera, che esonera dall’obbligo del possesso del permesso di costruire, ai sensi dell’art. 3, comma 1, lett. e.5) del D.P.R. n. 380 del 2001, postula un uso specifico e temporalmente delimitato del bene e non ammette che lo stesso possa essere finalizzato al soddisfacimento di esigenze non eccezionali e contingenti, ma permanenti nel tempo
sentenza 4 settembre 2015, n. 4116
sul ricorso numero di registro generale 3745 del 2014, proposto dalla soc. ASD To. S.r.l. (anche in qualità di capogruppo di A.T.I. con la soc. A.S.D. Roma So.), in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’avvocato Cl.Ma., con domicilio eletto presso il suo studio in Roma, Via (…)
Comune di Roma, in persona del Sindaco pro tempore, rappresentato e difeso dall’avvocato Angela Raimondo, domiciliata in Roma, Via (…);
A.S.D. Roma So.
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 16 giugno 2015 il Cons. Claudio Contessa e uditi per le parti gli avvocati Ma. ed altri;
La società ASD To. s.r.l. riferisce di avere ottenuto in concessione dal Comune di Roma (Roma Capitale) un impianto sportivo di proprietà comunale in Roma, via (…), impegnandosi altresì ad effettuare lavori di ripristino funzionale dell’impianto finalizzati (fra l’altro) alla realizzazione di adeguati spogliatoi per gli atleti.
Riferisce altresì che, nel corso della complessa vicenda all’origine dei fatti di causa, aveva ottenuto dal Presidente dell’(allora) V Municipio l’autorizzazione “(all’)utilizzo temporaneo dei baraccamenti di cantiere a funzione di spogliatoio propedeutico alla richiesta di agibilità dell’impianto sportivo di Via (…)” (atto in data 11 luglio 2012).
Vi si legge, in particolare, che risulterebbe in loco “(la) presenza di opere urbanistico-edilizie illecite consistenti in:
Il provvedimento in questione veniva impugnato dalla ASD To. s.r.l. dinanzi al T.A.R. del Lazio il quale, con la sentenza in epigrafe, respingeva il ricorso ritenendolo infondato.
La sentenza in questione è stata impugnata in appello dalla ASD To. la quale ne ha chiesto la riforma articolando plurimi motivi.
Con il primo motivo la società appellante lamenta che erroneamente i primi Giudici abbiano respinto il motivo di ricorso con il quale si era lamentata l’erronea contestazione della violazione dell’articolo 2 della legge regionale n. 15 del 2008 (il quale vieta e sanziona la realizzazione di “opere abusive (su) suoli di proprietà dello Stato e di altri enti pubblici”).
Nell’occasione il Pubblico Ministero ha osservato che gli interventi per cui è causa fossero qualificabili come di straordinaria manutenzione (e quindi sottoposti al regime della D.I.A./S.C.I.A.) essendo finalizzati a un uso saltuario e non continuativo e configurandosi come manufatti “di modesta entità e precar(i)”.
– che l’adozione dell’ordine di demolizione impugnato in primo grado contrastava con il pregresso contegno tenuto sulla medesima vicenda dagli Organi comunali (significativo al riguardo sarebbe il fatto che in data 11 luglio 2012 il Presidente dell’allora V Municipio avesse rilasciato apposita autorizzazione “(per l’)utilizzo temporaneo dei baraccamenti di cantiere a funzione di spogliatoio propedeutico alla richiesta di agibilità dell’impianto sportivo di Via (…)”);
– che gli ausiliari di P.G. Ro. e Sc., nella loro ‘Relazione tecnico illustrativa’ al P.M., avevano concluso nel senso: i) che gli interventi per cui è causa fossero qualificabili come di ordinaria o di straordinaria manutenzione (non avendo comunque comportato l’alterazione dello stato dei luoghi); ii) che essi potessero ritenersi “ammissibili e compatibili con la normativa vigente”; iii) che, in ogni caso, non era stato possibile verificare in concreto il contestato cambio di destinazione d’uso.
Con il secondo motivo di appello la ASD To. lamenta che erroneamente i primi Giudici avrebbero omesso di rilevare ed apprezzare i numerosi errori in fatto e in diritto che caratterizzavano l’ordinanza impugnata in primo grado.
Ma il punto è che anche tale relazione, lungi dall’apportare elementi di effettivo rilievo nel senso dell’abusività degli interventi contestati, si limiterebbe a una generica (e a tratti appRo.mativa) descrizione dei luoghi e delle circostanze di causa.
– la circostanza per cui, nel richiedere tale autorizzazione, la stessa società appellante (e con valenza sostanzialmente confessoria) avesse in effetti chiesto “(l’)utilizzo temporaneo di una parte dei baraccamenti di cantiere situati nell’impianto sportivo monotematico di via (…) a funzione di spogliatoi sportivi”;
– la circostanza per cui, nel rendere la propria relazione alla Procura della Repubblica in data 30 novembre 2012, i tecnici comunali geomm. Ro. e Sc. avessero – appunto – rilevato che i sei containers in questione fossero “allestiti ed accessoriati con panchine appendiabiti, w.c. e docce, idonei all’uso di spogliatoi”. Vero è che, nell’ambito di tale relazione si riferisce che “nel corso dei sopralluogo non è stato possibile verificare il cambio di destinazione d’uso dei containers da spogliatoi a servizio dei campi sportivi, in quanto i suddetti containers risultavano liberi da persone e cose, vestiario e suppellettili varie”. Tuttavia, quanto nell’occasione riferito non assume affatto la valenza definitivamente liberatoria invocata dalla società appellante. Ed infatti, la relazione dei tecnici comunali – per un verso – conferma l’assoluta idoneità funzionale e strutturale dei containers in parola a fungere da spogliatoi per gli atleti; per altro verso si limita ad attestare che, al momento degli accessi, non fossero presenti gli atleti e le loro suppellettili. Tale circostanza è stata del tutto plausibilmente ricostruita dal Funzionario di P.L. della Sezione di P.G. nella sua relazione al Sostituto procuratore in data 15 gennaio 2013 (‘relazione Acquistucci’). Nell’occasione il F.P.L. ha osservato che la verifica al cui esito non era stata riscontrata la presenza di atleti nei containers “ha avuto luogo, presumibilmente, previo accordo intercorso col suddetto concessionario che, probabilmente, al fine di ovviare all’inconveniente di incorrere negli stessi addebiti che, a suo tempo, sono stati constatati dal locale Comando del V Gruppo (…), ha provveduto, per tempo, a interdire l’accesso e/o a rimuovere qualsivoglia elemento che avrebbero potuto indurre i tecnici a dare una diversa valutazione circa il loro uso”;
– dalla circostanza (richiamata a pag. 5 della ‘relazione Acquistucci’ e che non è stata puntualmente smentita dall’appellante) secondo cui, nell’informativa in data 21 maggio 2012 resa dagli Operatori comunali del V Gruppo all’esito del sopralluogo ispettivo del precedente 15 maggio, era emerso che “i lavori erano fermi e non v’era alcun operaio nel cantiere sopra indicato, parimenti, all’interno di alcuni containers, presumibilmente, gli stessi avventori dei campi di calcio, avevano collocato sulle panche e sugli appendiabiti presenti, svariati capi di abbigliamento e varie borse sportive, tutte riportanti la dicitura ‘ASD To.’, ritenendo, per tale motivo, che detti locali fossero utilizzati dai vari atleti”.
2.5. Ma una volta rilevato (lo si ripete, sulla base di elementi univoci e difficilmente confutabili) che i containers in questione fossero stati effettivamente destinati (e per un periodo senz’altro lungo – almeno dal luglio 2012 -) alla diversa destinazione di spogliatoi per gli atleti, il Collegio ritiene che la fattispecie in esame sia stata correttamente inquadrata, da parte del Dirigente tecnico del IV Municipio (già V Municipio), nell’ambito applicativo dell’articolo 3, comma 1, lettera e.5) del d.P.R. 380 del 2001 (il quale, come si è già rilevato, ascrive alla nozione di ‘nuove costruzioni’ e assoggetta all’obbligo di permesso di costruire “(i) manufatti leggeri, anche prefabbricati, e (le) strutture di qualsiasi genere, quali roulottes, campers, case mobili, imbarcazioni, che siano utilizzati come (…) ambienti di lavoro, oppure come depositi, magazzini e simili, e che non siano diretti a soddisfare esigenze meramente temporanee (…)”.
Pubblicato da Avv. Renato D'Isa|2015-09-11T21:06:54+00:0011 settembre 2015|Consiglio di Stato, Consiglio di Stato 2015, Diritto Amministrativo, Sentenze - Ordinanze|0 Commenti