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Timestamp: 2019-01-19 16:09:13+00:00
Document Index: 112180809

Matched Legal Cases: ['art 3', 'art.8', 'art.12', 'art.18', 'art. 3', 'art.13', 'sentenza ']

Mediazione Familiare Sistemica 3/4: RELAZIONE INTRODUTTIVA ALLE SESSIONI DI MEDIAZIONE FAMILIARE 1
di Marcellino Vetere Psicologo, psicoterapeuta didatta ITFV-Treviso itfv.vicenza@virgilio.it
Nell’introduzione alle sessioni di lavoro delle due giornate, per non superare il limite dei dieci minuti, ho presentato in forma molto sintetica e schematica (dieci diapositive), riservandomi di inviare agli atti la relazione integrale.
I mutamenti del costume nella società
Negli ultimi anni si è prodotto un rilevante cambiamento nel costume, nell’organizzazione dei rapporti sociali, nel tenore di vita e tale cambiamento ha investito naturalmente anche la famiglia nel suo funzionamento, nella sua organizzazione, nel sistema di valori fra i suoi componenti.
Il Difensore Civico del Veneto, in un recente convegno sui nuovi strumenti extragiudiziali1, faceva notare che i diritti nascono dai bisogni e che oggi i diritti costituiscono una vera e propria galassia in espansione. Per ogni nuovo bisogno che viene riconosciuto come essenziale, gli Stati devono organizzarsi per garantirne la soddisfazione. Nascono così nuovi servizi.
Il Tutore Pubblico per i Minori, Difensore Civico dell’Infanzia del Veneto, nello stesso convegno, sottolineava il fatto che oggi, in tutti i Paesi di democrazia costituzionale “il diritto positivo” ha due fonti prevalenti da cui si nutre: le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa, l’Unione Europea da un lato ed il cambiamento del costume, con l’emergere di nuovi bisogni e l’esigenza di riconoscere i nuovi diritti, dall’altra.
Si assiste così ad una specie di circuito ricorsivo tra cambiamento del costume - nuovi bisogni - nuovi diritti - nuovi servizi - nuovi cambiamenti di costume. Per ogni nuovo bisogno che viene riconosciuto come essenziale, gli Stati devono organizzarsi per garantirne la soddisfazione. Nascono così nuovi servizi.
Per quanto riguarda i diritti del fanciullo. la Convenzione di New York (1989) e la Convenzione di Strasburgo (1996) sono le “pietre angolari” per la legislazione di tutti gli stati membri.
“Il principale problema per i singoli Stati è come dare corpo e concreta fruizione ai diritti sociali e di relazione che trovano nelle Carte internazionali la loro enunciazione”2.
La mediazione: uno strumento tra tanti
Le società democratiche riescono a garantire tali diritti promuovendo un sempre maggior numero di Istituzioni Indipendenti che nascono come emanazione del potere statale, ma che hanno poi una loro autonomia di funzionamento.
Esempi di risposte istituzionali alternative sono ad esempio, il Difensore Civico, il Garante dei diritti dell’Infanzia, l’Ombudsman, la Curia Mercatorum ecc…. che utilizzano metodi cooperativi per la risoluzione dei conflitti.
Un tratto comune a tutte queste istituzioni è il potere assegnato loro di trattare eventuali dispute in sede extragiudiziale tramite l’utilizzo di metodi cooperativi per la risoluzione dei conflitti (arbitrato, negoziato, conciliazione, mediazione ecc…)
Come si osserva, la mediazione è uno di questi metodi. Il tratto più saliente che la distingue dagli altri metodi ( arbitrato, compromesso, negoziato) è lo spazio che assegna alla relazione ed al mantenimento del rapporto tra le parti anche dopo aver chiuso la vertenza con un accordo condiviso.
Il Veneto, anticipando una scelta di indirizzo che si è fatta poi strada in Italia ed in Europa, con la legge regionale n°42 del 1988, ha istituito l’Ufficio di Protezione e Pubblica Tutela dei Minori. Esso nasce dal processo di armonizzazione fra gli indirizzi degli organismi sovranazionali, le istanze della società civile ed il diritto dei singoli stati: Il Veneto è la prima regione ad istituire l’Ufficio del Pubblico Tutore dei Minori:
vper innovare le istituzioni democratiche;
vper promuovere i diritti della persona;
vper predisporre forme di garanzia, di tutela e di mediazione;
vper offrire alle persone più deboli, in primo luogo ai bambini, supporti adeguati, pari dignità ed opportunità di crescita.
Il sistema dei valori contenuto nella Convenzione di N. York approvata l’anno successivo (20 novembre 1989) è basato sul presupposto del riconoscimento dei diritti del fanciullo e sull’assunto che egli è una persona in formazione, titolare, anche se minore di età, di diritti inerenti la sua dignità personale.
In sintesi, la Convenzione di N. York porta in scena il “superiore interesse del fanciullo” (art 3); il “diritto del fanciullo a preservare la propria identità, ivi compresa la sua nazionalità, il suo nome e le sue relazioni familiari” (art.8); il “diritto di esprimere liberamente la propria opinione su ogni questione che lo interessa” (art.12) ed i diritti, doveri dei genitori “entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per quanto riguarda l’educazione del fanciullo ed il provvedere al suo sviluppo…” (art.18).
In sintesi, la Convenzione di Strasburgo, ribadisce i diritti dei fanciulli, qualora siano implicati in procedimenti giudiziari a:
vricevere ogni informazione pertinente
vessere consultato ed esprimere la propria opinione
vessere informato delle eventuali conseguenze che tale opinione comporterebbe nella pratica e delle eventuali conseguenze di qualunque decisone (art. 3)
e prevede espressamente la mediazione come uno dei metodi alternativi alla giustizia per la soluzione dei conflitti: “ Al fine di prevenire o risolvere i conflitti, e di evitare procedimenti che coinvolgono minori dinanzi ad un’autorità giudiziaria, le Parti incoraggiano il ricorso alla mediazione e a qualunque altro metodo di soluzione dei conflitti atto a concludere un accordo, nei casi che le Parti riterranno opportuni”. (art.13)
I mutamenti nel costume nella famiglia
In meno di mezzo secolo sono avvenuti più cambiamenti di costume di quanti ne siano avvenuti dall’uomo di Neandertal a 50 anni fa. Tali cambiamenti hanno investito naturalmente anche la famiglia, nella sua composizione, nel suo funzionameneto, nelle regole di trasmissione del sistema dei valori fra I suoi componenti.
Questi cambiamenti hanno rivoluzionato sia il modo di vivere delle famiglie, sia il concetto stesso di famiglia.
Per esempio, il passaggio dalla civiltà contadina alla civiltà industriale ha spostato le masse dalla campagna alla città.
La crescita dei figli, che una volta avveniva nel contesto della famiglia allargata con un gran numero di adulti presenti ed un gran numero di fratelli e cugini che garantivano la forte risorsa del “gruppo dei pari”, è andata via via perdendosi.
Con la migrazione verso le città, le famiglie si sono progressivamente smembrate e, con la drastica riduzione del numero dei figli per coppia, essa si configura con un nucleo sempre più ristretto.
Nasce così la “famiglia nucleare” che, dovendo far fronte ad una vasta gamma di bisogni vitali per la famiglia ed evolutivi per i singoli, si è trovata costretta a rivolgersi sempre di più alle istituzioni e strutture sociali.
Riportiamo di seguito alcune cifre che mostrano i cambiamenti in atto nella struttura familiare in Italia e nel Veneto3.
vNel 2000 le coppie senza figli sono 4,5 milioni (nel 1991 erano 3,7 milioni)
vOgni 100 matrimoni ci sono 12,2 separazioni o divorzi
vL’età media in cui la donna partorisce sono i 30 anni
vPer quanta riguarda i minorenni fuori dalla famiglia, nel 2000 si sono avuti 3847 decreti di affidamento preadottivo e si stimano in circa 11.000 gli affidamenti familiari a fronte di 22.000 inserimenti in strutture residenziali (nel 1980 erano circa 200.000)
vIl numero medio dei componenti la famiglia è di 2,7
vLe coppie con figli sono pari al 60%
vL’età media in cui la donna partorisce è di 30,4 anni
vLe separazioni sono pari a 23,9 ogni 100 matrimoni, i divorzi sono pari a14 ogni 100 matrimoni
vI bambini in affidamento familiare sono 719 a fronte dei bambini e dei ragazzi inseriti in strutture educative assistenziali che nel 2000 erano 1.314.
Come si può osservare, si tratta di cambiamenti di costume molto consistenti che creano, nella società, una sorta di indifferenza generale rispetto a ciò che lega e tiene assieme le persone, con gravi rischi per i minori. In altri termini, questi mutamenti finiscono con il configurarsi come un vero e proprio "attacco ai legami" tra le generazioni, richiamando l'attenzione e l'intervento delle Organizzazioni Sovranazionali.
In particolare, nella convenzione di Strarsburgo, come abbiamo visto, si fa esplicito riferimento alla necessità di ricorrere alla mediazione familiare proprio in quanto strumento privilegiato per salvaguardare i legami tra le generazioni.
La mediazione, dunque, si inserisce in un processo di difesa del corpo sociale che peraltro sollecita il registro delle responsabilità genitoriali congiunte.
Di fronte al dilagare del fenomeno del divorzio, che non trova equivalenti in altre culture, il corpo sociale sembra aver avvertito il rischio grave che esso stesso corre.
Il desiderio di riparazione sociale è così intenso che ha spinto e spinge operatori e formatori a creare un circolo da cui risultano praticamente assenti i veri protagonisti: gli ex coniugi e le famiglie. Come se si trattasse piu' di un desiderio degli operatori e di un bisogno del corpo sociale che non di un’opportunità riconosciuta da chi vive una situazione di crisi con il rischio di frattura dei legami.
Contrariamente a quanto avviene di solito che i servizi nascano per rispondere a bisogni sociali già largamente diffusi, qui si registra un’anticipazione del bisogno.
La mediazione: uno strumento antico
La mediazione intesa come un aiuto fornito a persone per risolvere i loro conflitti, non è affatto circoscrivibile al solo ambito delle separazioni e dei divorzi (mediazione familiare), ma si riferisce ad una pratica agita da sempre in tutte le latitudini.
Da sempre, infatti, sono stati trovati metodi pacifici per risolvere le dispute tra i singoli, le famiglie o i gruppi, utilizzando un terzo che aiutava a trovare soluzioni accettabili per tutte le parti in causa.
La ricerca della figura che si assumesse questo compito è variata da cultura a cultura e da momento storico a momento storico.
Già cinque secoli prima di Cristo, nell’antica Cina, si ricorreva alla mediazione come metodo preferenziale per risolvere i conflitti.
Così pure presso diverse tribù dell’Africa centrale.
In alcuni villaggi del Giappone, oggi come un tempo, vige l’usanza, allorché sorgano degli attriti tra i membri della comunità, di riunire in assemblea gli anziani e di sottoporre al loro giudizio i termini della questione.
Questi eleggono un capo che riveste il ruolo di mediatore tra le parti e le aiuta a superare la contesa in modo collaborativo.
Nelle grandi comunità, la tradizione considerava normale rivolgersi al capoclan in quanto riconosciuto come autorevole per dirimere le questioni di carattere civile, comprese le dispute familiari.
Nelle nostre società occidentali, nelle famiglie patriarcali, gli anziani, in quanto “capi” riconosciuti, garantivano una risorsa di mediazione a vantaggio della giovane coppia.
Con l’industrializzazione e l’urbanizzazione la famiglia estesa scompare, il clan non c’è più: nasce la famiglia nucleare.
Dovendo far fronte ad una vasta gamma di bisogni vitali per la famiglia ed evolutivi per i singoli, ci si trova costretti a rivolgersi sempre di più alle istituzioni e strutture sociali.
Nella prima era industriale, all’inizio del fenomeno dell’urbanesimo furono la Chiesa e le autorità religiose a rivestire l’importante ruolo di mediatori familiari.
Questo ruolo è stato ed è comune a tutte le religioni.
Oggi come nel passato, nelle civiltà occidentali, il cristianesimo propugna valori etici quali il rispetto reciproco, la pace, il perdono, la riconciliazione fraterna ecc…, valori questi coerenti con la filosofia sottesa alla mediazione.
In Cina ed in Giappone, il confucianesimo nel passato così come la mediazione oggi rispondono allo stesso principio etico che vuole l’universo teso verso uno stato di armonia universale.
L’attuale mediazione riprende il copione ereditato da queste forme storiche e si propone come un percorso nel quale le persone vengono aiutate a stabilire degli accordi che possano sostenere l’impatto del tempo e migliorare i rapporti.
La doppia genitura della mediazione
La moderna mediazione nasce come un processo legato agli scambi commerciali. Nel 1913 negli Stati Uniti viene introdotta l’attività di mediazione da parte del Dipartimento del Lavoro allo scopo di dirimere le questioni sindacali inerenti i rapporti tra dipendenti ed aziende.
Lo stesso Heynes J.M. ha iniziato la sua attività come mediatore nelle controversie di lavoro.
La mediazione è solo una delle procedure che le società moderne utilizzano per dirimere le controversie al di fuori del contesto giudiziario4.
Il modello di mediazione attuale e più conosciuto nel nostro Paese è quello collegato alle dispute che si manifestano nel contesto di lavoro, tra dipendenti, maestranze ed organizzazioni sindacali da un lato e organizzazioni imprenditoriali dall’altro.
Per questo atto di nascita si può affermare che buona parte delle tecniche che costituiscono l’asse portante del processo di mediazione familiare sono una “traduzione” ed un riadattamento del modello originatosi nel contesto di lavoro.
O.J.Coogler, J.M. Haynes pionieri della mediazione familiare provenivano dalle fila dei sindacati e dei mediatori del lavoro5.
Nei primi anni settanta O.J.Coogler, avvocato, terapeuta familiare ed esperto in mediazione del lavoro, discutendo con i suoi colleghi Neville e Wood sulle frustrazioni e lo stress conseguenti al recente divorzio dalla moglie e se e come fosse possibile rendere più razionale, civile ed economico il processo legale di separazione per i coniugi, già duramente provati sul piano della rottura del legame affettivo, ebbe l’intuizione di elaborare una procedura di mediazione, ad impostazione sistemica, chiamandola mediazione strutturata dal momento che prevedeva un percorso in tappe prestabilite per arrivare alla formulazione degli accordi.
Nel 1975 fonda la Family Mediation Association rivolta ai coniugi che intendono negoziare la loro separazione o rinegoziarne gli accordi in un’ottica di superamento della logica vincitore/vinto6”.
In Inghilterra nel 1978, per iniziativa dell’ assistente sociale Lisa Parkinson viene organizzato il primo servizio di conciliazione familiare, indipendente dal Tribunale e nascono due associazioni professionali: una composta da operatori psicosociali ed una composta da operatori del diritto.
Nel 1984 in Quebec viene redatto un protocollo di intesa tra il Centre de Service Sociale di Montreal e la Cour Superieur del Quebec per definire le procedure della mediazione.
Successivamente entra a far parte di un progetto permanente di aiuto alla famiglia ed il 13 giugno del 1997 viene emanata una legge che prevede un colloquio informativo rivolto alla famiglia sulle risorse disponibili per la soluzione negoziata del conflitto, al quale possono seguire cinque incontri gratuiti di mediazione.
Nel 1988 a Bruxelles si tiene il primo ”Colloque International sur la Mediation en Europe”.
Nel 1990, organizzato dall’APMF (Assiociation pour la Promotion de la Mediation Familiare) si tiene a Caen il primo congresso europeo.
Il dibattito in quella sede si concentra principalmente sulla legislazione necessaria per un riconoscimento ufficiale della mediazione, sulle sedi extragiudiziali in cui svolgerla e sulla sistematizazzione tecnica della metodologia di intervento7.
Come si è visto, le matrici storiche della mediazione familiare sono duplici. Da un lato la società tecnocratica ha da sempre fatto ricorso ad un terzo professionale per affrontare e cercare di risolvere i non pochi problemi di convivenza sociale. E’ il caso dell’intervento del giudice ed anche degli stessi interventi di mediazione presso i Consultori Familiari ecc…Buona parte del bagaglio del mediatore ha le sue origini nelle negoziazioni condotte all’interno delle dispute del mondo del lavoro e di quelle utilizzate in campo politico per addivenire ad accordi internazionali.
L’altra matrice storica della mediazione familiare è quella che proviene dalla psicologia clinica, dalla psicologia sociale e dalla psicoterapia focale. Qui la negoziazione assume un diverso significato. Si tratta sempre di far addivenire gli ex coniugi ad un accordo, ma il “negotium” necessario per stipulare il nuovo patto non può avvenire se non riconoscendo uno spazio ai pensieri, agli affetti, alle aspettative attuali ed a quelle che c’erano al momento alla base dell’incontro iniziale ed alla base dell’intreccio dei bisogni.
Per questo motivo il lavoro più coinvolgente e faticoso che proponiamo nei corsi di formazione, al futuro mediatore familiare sistemico, tende a sviluppare la loro capacità di saper trattare con i sentimenti propri ed altrui.
La principale qualità richiesta agli accordi è di soddisfare gli interessi di entrambi i membri della coppia per poter durare nel tempo. Per ottenere questo risultato sappiamo che “ se non si trattano, non si masticano i sentimenti provati e non si affrontano i timori e le angosce” connesse alla transizione che la separazione ed il divorzio comportano, il contenuto dell’accordo rischia di restare sulla carta.
Fino agli anni ’80 due coniugi che intendevano separarsi, se non riuscivano a trovare da soli un accordo, potevano, a seconda dell’aspetto che ritenevano prevalente, rivolgersi al giudice, ad un avvocato, ad uno psicologo.
Negli anni ’80, con il diffondersi del divorzio ed il consolidamento della pratica della separazione consensuale, gli operatori sociali più sensibili iniziano a pensare ad un tipo di setting in cui potesse essere possibile il contributo di più specialisti al fine di aiutare i clienti a trovare da loro stessi la soluzione. Iniziano così consulenze congiunte tra psicologi ed avvocati.
Alla fine degli anni ’80 queste consulenze vengono chiamate mediazione familiare.
Nel 1989, su iniziativa dell’Associazione GeA (Genitori Ancora), viene istituito dal Comune di Milano un servizio pubblico di mediazione familiare.
Nel 1992 nasce la Charte che da un primo contributo per una definizione di cosa si debba intendere per mediazione familiare.
A metà degli anni ’90 nascono quasi contemporaneamente due Associazioni, la S.I.M.E.F. e l’A.I.M.S. che partecipano in prima fila al dibattito che si sviluppa intorno alla mediazione familiare ed intorno alla nuova figura professionale che ne deriva.
Nel febbraio 1997 si costituisce a Marsiglia il Forum europeo dei Centri di formazione e ricerca sulla mediazione familiare,
Nel giugno 1999 il Forum Europeo tiene a Lione il suo primo congresso.
Il primo problema era se considerare la mediazione una nuova professione o, invece una specializzazione per professionisti che si trovano a dover affrontare situazioni in cui è presente un conflitto familiare. La nostra scelta è stata quella di considerare la mediazione una specializzazione con un suo specifico setting di intervento.
E’ dunque stato necessario definire con esattezza cosa fosse la mediazione familiare ed in che cosa si differenziasse da altri interventi.
Tuttora è in corso un notevole sforzo per differenziare gli ambiti dei vari interventi.
La Charte considera la mediazione familiare quasi sinonimo di mediazione per la separazione ed il divorzio come “un processo nel quale un terzo neutrale e qualificato viene sollecitato dalle parti per fronteggiare la riorganizzazione resa necessaria dalla separazione, nel rispetto del quadro legale esistente” (pag. 4 Charte,1992) restringendone, dunque, il campo di intervento alla riorganizzazione della famiglia in coincidenza della separazione.
Noi pensiamo che, se richiesto il mediatore familiare possa occuparsi di conflitti familiari relativi a qualsiasi fase del ciclo di vita. Parliamo, in questo caso di mediazione di conflitti familiari.
Possiamo avere, dunque, una mediazione sistemica in senso generale, una mediazione familiare sistemica, una mediazione sistemica di conflitti familiari8.
Il termine sistemico non qualifica un intervento, ma l’humus culturale, il retroterra epistemologico su cui l’intervento si poggia.
Tutti i modelli di mediazione possono essere situati lungo un continuum che si snoda da un polo caratterizzato dalla centralità assegnata all’aspetto negoziale ad un polo caratterizzato dalla centralità assegnata ai vissuti ed alle dinamiche relazionali (Mazzei 2002)
Il modello A.I.M.S.
Il modello AIMS nel trattare i conflitti nei vari sistemi, assegna grande attenzione alle dinamiche relazionali sottostanti agli “oggetti del contendere”. Che si tratti di un conflitto tra colleghi sul posto di lavoro, di una conflittualità tra subalterni e superiori, di una lite tra una vittima ed un aggressore, o anche semplicemente di un contrasto tra soggetti di culture diverse, questi conflitti, questi contrasti, attengono in parte al ruolo ed in parte ai vissuti personali.
Nei conflitti che riguardano le coppie, l’intreccio delle storie e l’intensità degli investimenti affettivi è tale per cui la mediazione familiare si situa sicuramente e decisamente sul polo che da importanza e centralità alle dinamiche relazionali9.
L’orientamento relazionale-simbolico considera la crisi come possibilità /impossibilità di separazione del legame.
Il legame è vincolo, obbligo, impedimento, ma è anche congiunzione, comunione, memoria storica, lealtà verso la parola data, fiducia nel rapporto.
Se poniamo la coppia coniugale quale segno vivo e concreto del legame generazionale, i temi fondanti non sono piu' e solo l’autonomia individuale e la normalità sociale, ma la “responsabilità personale” e “l’appartenenza” al corpo familiare e sociale.
Ciò che è cruciale e centrale nel legame che la coppia istituisce è il rapporto “comunione-identità” e la sua vicessitudine.
Con il divorzio si insinua un tratto, si disegna una linea che separa, si agisce uno strappo.
Ciò che si strappa è “l’unità di coppia”, il suo porsi come incastro di bisogni ed attese solo in parte consapevoli. Lo spazio vuoto che si viene a creare rimanda alla “differenza-identità di ciascuno” dei partners. Identità che non è data in sé, ma che si costruisce nel rapporto con gli altri significativi, in primis i propri familiari.
Il divorzio è un evento imprevisto che muove inevitabilmente alla sofferenza sia di chi viene lasciato sia di chi lascia proprio perché riguarda il rapporto comunione-identità.
Esso è un’occasione di separazione-smembramento di se stessi rispetto alla propria storia ed all’appartenenza familiare, così come occasione di presa in carico della responsabilità.
E proprio perché la coppia è il luogo della comunione-identità, il divorzio provoca non solo il legame di coppia per ciò che ha vincolato sulla base dei bisogni, attese e desideri inconsapevoli (identità di coppia), ma anche per ciò che ha vincolato sulla base delle relazioni tra le generazioni della propria famiglia di origine (identità personale).
M. Bowen affermava che si uniscono persone che hanno raggiunto lo stesso livello di differenziazione rispetto alle famiglie di origine.
La coppia funziona come una trappola per chi si avvicina, la matrice comunione-identità ha una natura ambigua in quanto, da un lato, propone il tema dell’individuazione personale (che è quello che rivendica chi spinge per la separazione), dall’altro propone il tema del legame e della sofferenza che la separazione comporta (che è quello incarnato da chi si sente lasciato e non si capacita della perdita).
A noi spetta il compito di tenere insieme i due lati della medaglia ed aiutare ognuno dei due partners a staccarsi dalla coppia ed a riconnettersi alla propria storia familiare.
Certo non è facile non cadere nella trappola di identificarci con una parte del problema (il tema deli’individuazione personale o il tema del legame) perdendo di vista la connaturata ambiguità della coppia10.
Una visione del trauma del divorzio come crisi prevedibile e normale nel ciclo di vita di una famiglia risponde alla tendenza in atto, nella nostra società, di “normalizzare” tutto ciò che può essere fonte di dolore e di pericolo sia per la persona sia per la relazione tra le generazioni.
In effetti buona parte dei divorzi può essere considerato il risultato di una qualche esenzione dalla responsabilità nei confronti del legame.
In questi casi, la crisi sferrando un attacco traumatico al legame, sfocia nella violazione del patto stesso decretandone la fine-fallimento11.
C’è, però da dire anche che l’esperienza clinica ci dimostra che il divorzio rappresenti solo uno degli esiti possibili di una crisi del patto coniugale.
Come ben indicano gli antropologi, infatti, i passaggi sono sempre altamente rischiosi nel senso che possono produrre la catastrofe così come possono avere come esito una nuova organizzazione relazionale e nuove appartenenze, ”.
Capita spesso, infatti, che la crisi non segnali necessariamente la fine del patto coniugale, ma il fatto di aver portato a termine con successo il compito assegnato al patto coniugale.
Ci sarà, in questi casi, la possibilità di superamento della crisi che rivelerà, a questo punto, il suo potenziale evolutivo consentendo la rinegoziazione della relazione di coppia e la spinta maturativa per la crescita individuale di ciascuno dei due.
Dunque la mediazione non solo non è l’unica strada possibile, ma spesso non è neanche la strada più idonea ad affrontare le crisi coniugali.
La difficoltà della transizione
Nel caso in cui il percorso più adatto sia proprio la mediazione, il compito non sarà per niente facile.
Spesso, infatti, a legami come quello coniugale le persone hanno affidato salute, benessere, speranza di accedere ad un’identità matura, e persino di rinascita rispetto ai dolori provati nella famiglia di origine.
Dunque, l’impresa non è facile né per la coppia né per i mediatori.
Il compito dei mediatori, infatti, è principalmente quello di accompagnare la coppia in questa fase di transizione il che significa lavorare a “dipanare la matassa che lega il vincolo coniugale con quello genitoriale in modo da portare in salvo il secondo sciogliendo il primo”12.
Il timore che tale transizione sia impraticabile spesso spinge i mediatori a costruire setting rigidi nella speranza di riuscire a tenere a bada gli affetti.
Cosa non facile dal momento che, come dice Cigoli, “ la fine eccita in quanto si esce dalla chiusura-vincolo del legame. La fine travolge se nulla del legame può essere portato in salvo” (nota pag. 72 Cigoli op. cit.)
Basti pensare che mentre le persone vengono da noi per trovare un accordo, stanno vivendo un vero marasma emotivo Si stanno confrontando, ad esempio, con l’elaborazione del lutto che la separazione comporta.
Ognuno dei due sta vivendo in un vortice dove dolore, rabbia ed amore si rincorrono ciclicamente.
Si tratta di due cicli emotivi che pur caratterizzati dagli stessi sentimenti, non s’incontrano dal momento che i due ex coniugi non provano mai gli stessi sentimenti contemporaneamente, anzi i sentimenti dell’uno alimentano il ciclo emotivo dell’altro.
L’elaborazione di coppia del lutto
Un aspetto interessante di questi cicli emotivi è costituito dal fatto che i due ex coniugi non provano gli stessi sentimenti nello stesso momento e si alimentano reciprocamente: il partner che è stato lasciato si sente ferito ed offeso e perciò in collera e da qui la tristezza.
La tristezza e la sofferenza di chi ha subito la separazione fa sentire molto in colpa chi ha lasciato, con il conseguente senso di tristezza che lo porta a sentirsi ed a riconoscere la responsabilità che ha nei confronti del dolore che sta provocando nel partner.
A questo punto prova perfino un sentimento di amore nei suoi confronti.
Il partner avverte questo passaggio e spera, riprova ancora amore verso chi l’ha lasciato.
Ma se ha preso questa decisione è stato perché sente di avere subito un’ingiustizia e dunque bene ha fatto, diventa aggressivo, prova rabbia, il che offende profondamente chi è stato lasciato dal momento che se c’è uno tra i due che ha il diritto di essere arrabbiato questi è proprio lui/lei.
La sensazione di essere rifiutati si rinnova e diventa così penosa che ti deprime e ti fa sentire veramente triste.
Come si fa a sentirsi arrabbiati con chi è triste? Ed il circolo riparte.
Ma è solo percorrendo ricorsivamente questo circuito che è possibile procedere ad una progressiva elaborazione del lutto.
La coppia ancora una volta mantiene fede ad uno dei compiti più importanti per cui si era formata: aiutare ognuno dei due a crescere.
L'elaborazione del lutto contribuisce ad una progressiva riduzione del conflitto e pertanto rende più facile stabilire nuovi confini tra coppia coniugale e coppia genitoriale.
Dunque, la sfida che la coppia lancia ai mediatori è di reggere nel mettere mani in cose segrete che smuovono i sentimenti e che riaffiorano ad ogni negoziazione relativo ai beni tipici dello scambio generazionale: i figli e di conseguenza anche tutti i “beni materiali” di cui i figli abbisognano per vivere casa, sicurezza economica ecc…
I timori dei mediatori di essere travolti non è così infondato. E’ per questo motivo che la procedura messa a punto da O.J. Coogler prevedeva una mediazione strutturata.
Ma come la storia ci ha insegnato si è subito dovuto correre ai ripari con formule più flessibili nel setting e più attente al registro degli affetti.
Talvolta tale registro è talmente sovraccarico che la mediazione non è neppure la strada più utile per quella coppia, in quel momento.
Come AIMS, nella formazione dei mediatori, stiamo ponendo molta cura nel far sì che nella “cassetta degli attrezzi” dei nostri allievi abbia uno spazio particolare la capacità di saper “leggere la domanda”.
Il primo problema che un nostro allievo sia esso avvocato, assistente sociale, psicologo, psicoterapeuta, o altro si troverà ad affrontare, sarà quello di essere in grado, in poco tempo di elicitare quelle informazioni che gli permettano di suggerire la strada più adatta a quella coppia in quella situazione.
Non a caso i Centri di molti Istituti di Terapia Familiare, principali soci istituzionali dell’AIMS, si definiscono CO.ME.TE., stando ad indicare che si tratta di Centri nei quali non viene fornito un servizio unico: la mediazione, ma viene svolto un essenziale opera di smistamento verso l’intervento più congruo con la situazione.
La crisi provocata dalla separazione non si esaurisce con il momento in cui si verifica la frattura, ma si snoda lungo un processo di transizione lento e faticoso.
Tale processo può essere distinto in fasi sia per quanto concerne i pensieri ed i sentimenti sia per quanto riguarda il funzionamento familiare.
Il modello della Kaslow, ad esempio, individua sostanzialmente tre momenti fondamentali (stadio della decisione in cui i coniugi manifestano un crescente disimpegno, stadio legale in cui la decisione della separazione diventa ufficiale e stadio postlegale nel quale la famiglia si riorganizza)13.
In ogni separazione, inoltre, ci sono sempre tre giornate particolarmente significative:
a) il momento in cui uno dei due comunica all’altro la volontà di separarsi;
b) il momento dell’uscita dalla casa coniugale;
c) il momento del divorzio legale.
Si tratta di tre momenti che sono caratterizzati dallo stesso sentimento di estrema “solitudine”.
Durante il tempo del processo emotivo del divorzio si alternano e si rincorrono ciclicamente momenti di tristezza e momenti di sollievo.
E’ un po’ come andare sulle “montagne russe”. Talvolta la sensazione può essere quella di essere entrati in un tunnel buio e freddo. Se e quando si esce dal tunnel, la persona scopre una luce più brillante.
Mentre la ripresa dalla morte di un coniuge può aggirarsi anche solo intorno ad un anno di tempo, per un divorzio di anni ce ne vogliono dai due ai cinque.
E ciò per un motivo molto concreto; mentre in caso di morte, la separazione dall’altro viene aiutata dai sentimenti di rivalutazione della figura del coniuge morto da parte del coniuge in vita, per poter accettare un divorzio, è senz’altro più funzionale nutrire sentimenti di rancore, rabbia, risentimento accompagnati da una denigrazione dell’immagine dell’altro. Dolore, incertezza e rabbia sono i sentimenti di base che caratterizzano questa fase del ciclo vitale.
Le modalità con cui è avvenuto il 1° matrimonio e le modalità con cui si realizza il divorzio hanno un notevole impatto sul secondo matrimonio.
C’è, infatti, una grande differenza tra il perdere un coniuge perché muore dal perderlo perché ci si separa. Mentre per la morte, la società è organizzata per sostenere questo passaggio, così come avviene negli altri passaggi importanti, quali la nascita, il battesimo, il matrimonio, non c’è alcun rito sociale che sostenga questo passaggio.
Come si sa, i riti svolgono una funzione di guida ai sentimenti e comportamenti adatti, e di supporto alla difficoltà del passaggio.
Non esiste alcunché di analogo per quanto riguarda il divorzio. In tutti gli altri passaggi i riti servono a garantire un senso di solidarietà che nel divorzio manca. La legge è povero strumento per trattare la complessità del mondo affettivo e dell’appartenenza sociale e può costituire un ulteriore problema; l’intervento della legge ha, però, un’alta valenza simbolica,
La legge svolge una funzione importante in quanto organizza una cerimonia del divorzio. La sentenza di divorzio, infatti, va al di là del semplice contenimento delle angosce, propone anche un passaggio sociale in quanto celebra un rito.
Così come le persone si sono comunitariamente legate attraverso riti civili e religiosi, così comunitariamente si separano.
La legge, inoltre affermando il diritto di tutti alla vita, contrasta i desideri violenti di vendetta ed i pensieri di distruzione dell’altro.
Questo lungo processo non può essere ridotto al semplice passaggio dall’essere sposati all’essere separati, è invece un momento chiave delle relazioni familiari, il cui obiettivo fondamentale è quello di affrontare la fine del patto sapendo portare in salvo il legame di tutte le generazioni coinvolte15.
Un punto cardine del lavoro di mediazione è l’ipotesi che la crisi pur manifestando in maniera violenta le difficoltà, riveli al tempo stesso risorse latenti nei soggetti. Essa, dunque si presenta come uno spazio-tempo in cui la coppia accantona momentaneamente il conflitto per ritrovarsi ad affrontare gomito a gomito i problemi concreti relativi alla nuova situazione.
Solo tramite un ritorno alle origini del patto è possibile riflettere su di sé ed effettuare il passaggio, il transito.
E’ dunque nella fase ”liminale” tra la frattura del legame e la conferma del suo valore che si gioca gran parte del destino della transizione.
La responsabilità di sostenere la famiglia separata a perseguire l’obiettivo della transizione compete non solo alla famiglia di origine, ma anche al corpo sociale che ha il compito di aiutare la coppia a mantenere vivo e saldo il legame tra le generazioni15.
La rappresentazione del divorzio come una “nuova fase del ciclo di vita “costituisce solo un aspetto della rappresentazione sociale del “buon divorzio” essendo l’altro lato di detta rappresentazione l’angoscia sociale rispetto a quest’evento che apre la stura ad abusi e maltrattamenti di vario tipo nei confronti delle generazioni più deboli.
Alla mediazione viene richiesto di fare da diga di fronte all’irruenza di sentimenti che possono farsi distruttivi del sé e delle relazioni. Ma la strada non può essere quella di minimizzare l’intensità ed il peso dei sentimenti provati dalle persone nella spasmodica ricerca di un adattamento socioemotivo, bensì quello di lasciar dire le parole sulle difficoltà connesse al dover affrontare problemi affettivi e materiali nuovi16.
Dunque, la sfida che la coppia lancia ai mediatori è di "reggere" loro per primi cose segrete che smuovono i sentimenti profondi che riaffiorano ad ogni negoziazione relativa ai beni tipici dello scambio generazionale: i figli e di conseguenza anche tutti i “beni materiali” di cui i figli abbisognano per vivere: casa, sicurezza economica ecc…
Per tutti questi motivi, i timori dei mediatori di essere travolti non sono così infondati, e forse non è un caso che la prima procedura messa a punto da O.J. Coogler prevedeva una mediazione molto strutturata.
Ma come la storia della mediazione ci ha insegnato si è subito dovuto correre ai ripari con formule più flessibili nel setting e più attente al registro degli affetti.
In “Contro l’enfasi della mediazione familiare” V. Cigoli17 afferma che come “insieme ci si lega, insieme ci si separa” per cui la fine non può essere trattata se non collegandosi all’inizio ed alle vicissitudini del legame di coppia. “Solo certe forme di divorzio, lette e comprese entro la teoria dei legami generazionali e di coppia, si prestano ad incontrare la mediazione familiare”.
La tesi sostenuta è che le persone si rivelano pienamente solo nelle relazioni intime, per cui certi aspetti del sé di solito coperti dalla facciata sociale non possono non manifestarsi.
L’autore individua alcuni principali tipi di percorsi del legame dal patto iniziale al momento del divorzio.
1. Fallimento del patto
Se il patto iniziale si era costruito su una relazione di potere concepito e agito o come assoluto o come inesistente, è evidente che non c’è possibilità di negoziare con l’altro. Se una persona pensa di sé che o può disporre dell’altro come vuole o non conta nulla, è impossibile che possa accettare di negoziare in quanto presupporrebbe riconoscere che anche l’altro ha potere e che questo non significa che lui/lei non valga assolutamente nulla. Questo tipo di coppie, dice Cigoli, è assai difficile che si presenti in mediazione e se lo fanno è solo per alzare la posta delle pretese e degli addebiti di colpa. Molte più coppie arrivano alla crisi coniugale perché il “compito” affidato al legame si è esaurito.
2. Esaurimento del compito
Se il patto iniziale era basato sull’esigenza di uno dei due di uscire dalla propria famiglia di origine o di mettere al mondo un figlio, è evidente che quando lo scopo è stato raggiunto il legame di coppia ha esaurito il suo “compito”. Questo tipo di fine può portare a due differenti soluzioni: accettazione dolorosa della fine, in genere da parte di chi lascia; intollerabilità della fine, in genere in chi viene lasciato. Nel primo caso la mediazione è possibile, nel secondo forse sarà più opportuno un altro tipo di intervento.
3. Evento sconcertante
Se uno dei due coniugi incontra in maniera inattesa un’altra persona di cui si innamora o che gli/le sollecita la nascita di un nuovo legame, il divorzio può essere una strada obbligata. Talvolta l’evento sconcertante è rappresentato dalla nascita di un figlio, in genere alla nascita del primo. Anche in questo caso la coppia si trova davanti due strade: accettazione dell’inatteso, in genere da parte di chi lascia; vissuto dell’imbroglio, in genere da parte di chi subisce la decisione. Anche in questo tipo di divorzio, nel primo caso una mediazione è possibile, nel secondo caso è molto più difficile.
4. Debolezza di pattuizione
Se il patto iniziale si caratterizzava per il suo carattere “consumista connesso com’è all’emozione del momento e a sentimenti che si legano poco e male alla gestione dell’inevitabile crisi a cui ogni coppia è sottoposta”. In questo caso proprio per la mancanza di un bivio, la debolezza del patto corre lo stesso rischio del fallimento del patto. Capita spesso in questi casi che “i padri abbandonino letteralmente i figli e siano indifferenti al loro destino”
Poiché la mediazione riesce ad operare solo entro un contesto nel quale sia disponibile la capacità di negoziare è evidente, da quanto sopra detto, che in molte situazioni tale abilità non è disponibile.
L’autore suggerisce che circa il 50% delle coppie divorziate potrebbe utilizzare la mediazione in quanto dotata della capacità e possibilità di negoziare, ma poiché le variabili personali vanno incrociate con quelle delle modalità delle forme di divorzio, tale percentuale tende a scendere sensibilmente.
Nel fallimento del patto così come nella debolezza di pattuizione, ad esempio, tale capacità negoziale viene negata ad uno dei due: il percorso più probabile è quello della via giudiziale.
Negli altri due percorsi la coppia si trova ad un bivio: se prevale la non accettazione, la via più probabile torna ad essere quella giudiziale.
Nel caso in cui prevalga l’accettazione che il compito assegnato alla coppia si sia esaurito o che l’evento sconcertante sia potuto accadere, allora la coppia si trova di fronte ad un nuovo bivio: rinegoziare la relazione per ricostruire il loro rapporto o rinegoziare il rapporto portando in salvo la “continuità genitoriale”.
Nel primo caso il percorso più adatto potrebbe essere quello di una terapia di coppia o di una psicoterapia focale sulle funzioni genitortiali, nel secondo caso la mediazione è senz’altro il percorso per eccellenza.
La delicatezza di questo screaning, rende indispensabile una fase preliminare nel corso della quale, insieme alla coppia, si proceda al rilevamento sia delle risorse ancora disponibili, (individuali, di coppia o di famiglia di origine) sia dei limiti dovuti a dolori intollerabili e intrattabili (del presente o del passato).
“ Per aiutare una coppia genitoriale a passare aldilà del divorzio occorre che,insieme, si sappia riconoscere quale trauma del legame si sia verificato e quanto territorio esso abbia colpito”18.
Per questo motivo, Cigoli, dopo un incontro iniziale con la coppia, prevede un tempo di rimando individuale perché ognuno possa riflettere sul proprio “corpo familiare”, per riconsiderare la propria storia e valutare la propria posizione in tale storia.
Da qui la crescente importanza assegnata alla fase iniziale di consulenza.
Il primo problema che un nostro allievo, sia egli avvocato, assistente sociale, psicologo, psicoterapeuta, o altro si troverà ad affrontare, sarà quello di essere in grado, in poco tempo di elicitare quelle informazioni che gli permettano di suggerire la strada più adatta a quella coppia in quella situazione.
Il mediatore esperto dovrebbe essere in grado, al termine di questa fase (un incontro/due per un massimo di 2 ore complessive ) di poter indicare alla coppia il percorso più adatto.
A queso scopo, la Commissione Didattica dell'A.I.M.S., ha organizzato nel 2001, in occasione del Congresso di Riccione, una giornata di autoformazione dei didatti, affidando ai didatti del Centro CO.ME.TE. dell'Istituto Veneto di Terapia Famuliare il compito di fare il punto della situazione e proporre una base di discussione19.
In quella occasione, dal confronto sul tema, pur essendoci differenze che attengono alle specificità dei singoli istituti, emergeva con chiarezza un modello AIMS la cui specificità è quella di dedicare comunque molta molta cura ed attenzione sia nella formazione che nella pratica di mediazione, alla prima fase di analisi della domanda ed all’ascolto della storia dei legami familiari.
Emery20, altro autore cui il nostro modello attinge a piene mani prevede, sia pure in misura e con modalità differenti, una fase iniziale di ascolto empatico prima di passare alla mediazione vera e propria.
Nello specifico prevede un primo incontro, della durata di due ore, strutturato in 5 parti distinte:
1. viene presentata la mediazione, precisando i motivi per partecipare alla mediazione, facendo firmare il contratto e stabilendo le regole procedurali;
2. vengono messi i figli in primo piano al fine di stabilire un’alleanza con i genitori e di evidenziare gli interessi comuni;
3. viene definito il problema identificando i principali motivi di contrasto e consentendo l’espressione della rabbia;
4. ciascun genitore ha un colloquio individuale il cui scopo è di consentire di esprimere ed analizzare le emozioni, stabilire un’alleanza sul piano emotivo, esplorare le opzioni ed esplorare i problemi inespressi;
5. dopo aver passato in rassegna i punti di accordo e di disaccordo, e ridefinito i problemi dal punto di vista genitoriale, l’incontro si conclude con un feedback da parte dei genitori.
Mattucci21, suggerisce di mettere una particolare cura già nel primo contatto telefonico.
a) Contatto telefonico sulla base dei contenuti emersi nel corso della telefonata iniziale, decide se effettuare il primo colloquio di consultazione separatamente o congiuntamente. Se la richiesta telefonica è di una terapia di coppia o di una richiesta di aiuto a separarsi e la scelta è condivisa, il colloquio iniziale non può che avvenire congiuntamente. Se la richiesta segnalasse una significativa confusione nella domanda e/o nell’invio, può essere preferibile un primo momento individuale.
Analogamente quando si percepisce che il conflitto risulta talmente intenso da far preferire un ascolto individuale.
b) Fase di consultazione: 1-2 incontri nel corso dei quali si procede ad un’attenta analisi dell’invio ed analisi della domanda, prima di procedere ad una ridefinizione della domanda e del contesto.
Mazzei prevede:
a) contatto telefonico nel corso del quale si raccolgono informazioni circa la struttura della famiglia, la fase del processo di separazione e la richiesta esplicita
b) intervista con la coppia nel corso della quale si chiede la definizione della situazione, la storia del problema, le posizioni legali, informazioni su figli e famiglia di origine, storia della coppia: incontro, aspettative ecc… 22
Mediazione? No, non si può!
In “Il divorzio. Rinegoziare le relazioni familiari” R.Emery23 afferma che le motivazioni per l’esclusione dei casi fanno riferimento o a:
a) incapacità di uno o entrambi i partecipanti di rappresentare adeguatamente i propri interessi, oppure ad una:
b) distribuzione estremamente diseguale del potere negoziale tra le parti.
Tra le condizioni che riducono la capacità di una persona a rappresentare adeguatamente i propri interessi ci possono essere una patologia psichiatrica grave, oppure il ritardo mentale od anche l’abuso di sostanze stupefacenti.
Tra le condizioni che rendono diseguale il potere negoziale tra le parti, si può citare il caso di abuso o violenza di un coniuge sull’altro. L’ipotesi che, nel corso della mediazione, la vittima possa venire intimidita dall’autore delle violenze deve essere presa in seria considerazione.
In questi casi è possibile procedere con sedute individuali di mediazione in presenza di un sostenitore della vittima. Se le inique distribuzione del potere sono molto grandi, la mediazione non può aver luogo.
Nel caso di procedimenti penali in corso, la mediazione viene sospesa fino a conclusione del processo.
Le questioni oggetto di procedimento penale non possono essere negoziate.
In ogni caso la mediazione può avvenire solo se vengono sospese azioni penali.
In “Consulenza, Mediazione, Terapia: quale intervento?24, A. Mattucci afferma che “non riescono ad utilizzare positivamente lo strumento della mediazione familiare e vengono pertanto definite non mediabili (Mattucci-Pappalardo 2001):
- coppie che procedono nel conflitto per anni senza trovare soluzione alle proprie difficoltà e senza mai fare ricorso con successo all’aiuto di un professionista della psiche;
- coppie che tendono ad escludere un genitore, favorendo così l’instaurarsi della cosidetta sindrome di alienazione genitoriale (Gardner 1989, Clawar & Rivlin, 1992, Buzzi 1997);
- coppie nelle quali il conflitto ha determinato il disinteresse pressoché totale da parte di uno dei due genitori nei riguardi dei figli oppure uno dei due ha fatto sì che l’altro rinunciasse sin dall’esordio alla propria funzione genitoriale, non riconoscendo il nuovo nato come proprio figlio-discendente.
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1 V. Bottoli “Il difensore Civico della Regione Veneto: caratteristiche ed attività” intervento al Convegno sul tema: “Il difensore Civico e gli Organi di Mediazione alternativi alla Giustizia Ordinaria”, teatro Accademico di Castelfranco Veneto, 18/10/2003
2 L. Strumento: il Veneto per l’Infanzia e l’Adolescenza: un primato-un impegno” intervento al Convegno di Castelfranco Veneto 18/10/2003
3 Regione Veneto Ufficio di Protezione e Pubblica Tutela dei Minori, “Tutela e promozione dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” Edizioni Eurooffset, Martellago (VE), Aprile 2003
4 “Bambini divorziati”, pagg. 176-178,. Bogliolo-Bacherini, ed. Del Cerro, 1998, Lucca
5 “Dal Conflitto al consenso”, Gullotta-Santi pagg.42-45, Giuffrè editore, 1988, Milano
6 V. Neri in “ La mediazione familiare” pag. 4 R: Cortina ed.,2002, Milano
7 V. Cigoli “Psicologia della separazione e del divorzio” Il Mulino,Urbino 1998 pag. 52-54
8 “La Mediazione familiare sistemica:modello teorico ed ambiti di applicazione”, P.Busso in Professione mediatore rivista Maieutica n°15/16 2003
9 “Il modello di mediazione familiare dell’AIMS”, D: Mazzei in Professione mediatore rivista Maieutica n°15/16 2001
10 V:Cigoli “Intrecci Familiari. Realtà interiori e scenario relazionale”, R. Cortina ed. 1997, Milano
11 V. Cigoli “ Il famigliare” pag. 202, R. Cortina ed.Milano, 2002
12 V. Cigoli Psicologia della separazione e del divorzio pag. 66 Il Mulino, Urbino, 1998
13 V.Cigoli “Il Famigliare”, pag 202, Ed. Cortina, Milanio,2002
14 Kaslow, appunti dal seminario tenuto a Treviso nel 2001
15 V. Cigoli, “Il famigliare”, pag 204, Ed.Cortina, Milano, 2002
16 V.Cigoli, “Psicologia della separazione e del divorzio”, pagg.66/67, Ed. Il Mulino, Urbino, 1998
17 V.Cigoli “Contro l’enfasi della mediazione familiare” in Terapia Familiare, n°72, Roma 2003
18 V.Cigoli “Contro l’enfasi della mediazione familiare” in Terapia Familiare, n°72, Roma 2003 pag. 13
19 M. Vetere, "La prima seduta di consulenza: quali indicatori per quale intervento" pagg.52/53 n° 1 Rivista di Mediazione Familiare Sistemica,2003, Torino
20 R.Emery “Il divorzio. Rinegoziare le relazioni familiari” Franco Angeli ed., Milano 1998
21 A. Mattucci “Consulenza, mediazione, Terapia: quale intervento?” pag147 e segg..in Il Trauma delle Separazioni Difficili a cura di Roberta Gommi, edito da Istituto di Ricerca e Formazione, Firenze 2003
22 D. Mazzei, “La Mediazione Familiare.il modello simbolico-trigenerazionale”,R. Cortina, Milano, 2002
23 R.Emery “Il divorzio. Rinegoziare le relazioni familiari” Franco Angeli ed.,Milano 1998
24 A. Mattucci “Consulenza, mediazione, Terapia: quale intervento?” pag161.in Il Trauma delle Separazioni Difficili a cura di Roberta Gommi, edito da Istituto di Ricerca e Formazione, Firenze 2003