Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20100112.htm
Timestamp: 2018-04-19 11:35:11+00:00
Document Index: 51334173

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 1882', 'art. 23', 'art. 1933', 'art. 1933']

Le controversie fra investitori e intermediari finanziari hanno determinato una forte attenzione della letteratura giuridica verso la materia della responsabilità civile delle banche in relazione a cattivi investimenti, tema che - fino a pochi anni fa - poteva considerarsi di nicchia (sulla tematica delle controversie tra risparmiatori e intermediari cfr. Romeo, Il conflitto di interessi nei contratti di intermediazione, in Contratti, 2009, 437 ss.; Sangiovanni, Operazioni inadeguate e doveri informativi dell’intermediario finanziario, in Giur. comm., 2009, II, 557 ss.; C. Scognamiglio, Regole di validità e di comportamento: i principi ed i rimedi, in Eur. dir. priv., 2008, 599 ss.).
Non si rinviene invece, nella nostra legge, una definizione di contratto derivato. Il TUF non dà la definizione di contratto derivato, ma si limita a elencare determinati contratti (art. 1 comma 2 TUF) che - per le loro caratteristiche - vengono qualificati come “derivati” (art. 1 comma 3 TUF).
Le parti del contratto di swap non necessariamente coincidono con le parti del rapporto sottostante (tipicamente un contratto di finanziamento). Può così, ad esempio, capitare che la società Alfa concluda un contratto di mutuo con la banca Beta e che – successivamente - la stessa società Alfa si rivolga alla diversa banca Gamma per concludere un contratto derivato che le offra garanzia di copertura rispetto all’eccessivo indebitamento generato dal finanziamento.
Prendiamo dapprima a esempio gli swaps su tassi d’interesse. Se un contratto di finanziamento viene concluso da una società a tasso variabile e il tasso – con il passare del tempo - si alza in misura considerevole, il finanziamento contratto dall’imprenditore può risultare particolarmente oneroso. Se le rate da pagare a certe scadenze (ad esempio mensili) variano verso l’alto (a causa dell’aumento del tasso variabile), ciò può rendere difficile per la società sia programmare adeguatamente il pagamento di tali rate sia - ancor più grave - pagarle. Ciò è quanto è capitato a numerose piccole e medie imprese italiane negli ultimi anni. Le società hanno cercato, mediante la conclusione di contratti di swap, di ridurre le conseguenze negative derivanti dai tassi variabili che salivano. I contratti di swap vengono strutturati in modo tale che le rate da pagarsi diventino uguali (come se l’indebitamento fosse a tasso fisso e non variabile). Ciò consente alle società una migliore programmazione del flusso di pagamenti e anche un momentaneo sollievo dai loro oneri finanziari. In una situazione del genere il contratto di swap ha essenzialmente funzione di copertura. Naturalmente può capitare anche la situazione opposta: la società si è indebitata a tasso fisso (si supponga al 6%). Dal momento che, nel frattempo, i tassi variabili si sono abbassati (si supponga al 3%), l’impresa si trova a pagare interessi alti rispetto a quelli ora potenzialmente negoziabili sul mercato. Con un contratto di swap si può fare in modo che il tasso d’interesse “si trasformi” da fisso in variabile.
D’altro canto i contratti di swap relazionati a tassi d’interesse servono anche agli intermediari, i quali – grazie alla loro conclusione - si assicurano contro il rischio opposto. Può cioè capitare che, a fronte di un finanziamento a tasso variabile, il tasso divenga particolarmente basso e ciò renda poco lucrativa l’operazione della banca. Con il contratto di swap si prevede non solo la soglia massima del tasso, sopra la quale è l’intermediario a dover versare una somma alla società, ma anche la soglia minima, sotto la quale spetta alla società versare una somma alla banca. L’intermediario può così realizzare l’obiettivo di mantenere lucrativo il finanziamento che ha concesso.
Lasciando ora da parte questi esempi, ai fini del ragionamento che si sta svolgendo è sufficiente in questa sede sottolineare che i contratti di swap perseguono - di norma - una finalità di riduzione del rischio. Questo obiettivo è meritevole di tutela secondo l’ordinamento giuridico. Si tratta, del resto, della finalità propria del contratto di assicurazione, contratto tipico previsto nel nostro ordinamento: “l’assicurazione è il contratto col quale l’assicuratore, verso il pagamento di un premio, si obbliga a rivalere l’assicurato, entro i limiti convenuti, del danno ad esso prodotto da un sinistro, ovvero a pagare un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana” (art. 1882 c.c.).
Si pone così il problema della possibile eccezione di gioco o scommessa cui potrebbero essere esposti i contratti di swap. Quando la finalità non è di copertura, un contraente potrebbe - in ipotesi - opporsi alla richiesta dell’altra parte di pagare il differenziale affermando che il contratto rappresenta una scommessa che non dà diritto ad azione.
L’eccezione di gioco o scommessa verrebbe però, alla luce del diritto vigente, rigettata. Bisogna difatti tenere presente quanto prevede l’art. 23 comma 5 TUF: “nell’ambito della prestazione dei servizi e attività di investimento, agli strumenti finanziari derivati nonché a quelli analoghi individuati ai sensi dell’articolo 18, comma 5, lettera a), non si applica l’articolo 1933 del codice civile”. L’art. 1933 c.c. stabilisce che “non compete azione per il pagamento di un debito di giuoco o scommessa, anche se si tratta di giuoco o di scommessa non proibiti”. Al legislatore è parso opportuno distinguere fra il gioco in sé, che non attribuisce azione in giudizio, e i contratti derivati, che danno invece tutela processuale. L’eccezione di gioco prevista dall’art. 1933 c.c. si giustifica con il fatto che il gioco non svolge una funzione economica degna di tutela; nel caso dei contratti di swap invece – nell’ottica del legislatore - è sempre ricostruibile una tale funzione.
La funzione degli swaps su tassi d’interesse è la riduzione dei rischi connessi ai tassi. Tali contratti consentono, a certe condizioni, di “trasformare” il tasso da variabile a fisso oppure – viceversa - da fisso a variabile. Il contratto di interest rate swap prevede generalmente che se i tassi variabili d’interesse supereranno una certa soglia, allora la banca pagherà una somma alla società per ristorarla dell’eccessivo carico finanziario. Viceversa il contratto prevede che se i tassi variabili d’interesse scenderanno sotto una certa soglia, allora sarà la società a dovere versare una somma alla banca. Con la conclusione del contratto di swap entrambi i contraenti perseguono pertanto un obiettivo di riduzione dei propri costi (e di aumento dei propri guadagni). Sullo stesso valore nozionale (che è, generalmente, il valore del finanziamento sottostante) si calcolano gli effetti di due diversi tassi d’interesse. Un contraente si impegna a pagare secondo una certa modalità di calcolo (a tasso fisso), l’altra parte si impegna a pagare secondo una diversa modalità di calcolo (a tasso variabile).
Alla fine del periodo concordato uno dei due contraenti, quello che risulta a debito, è tenuto a pagare all’altra parte la sola differenza fra gli importi risultanti dall’applicazione dei due distinti tassi d’interesse. È difatti comune la clausola di compensazione (“netting”), per effetto della quale va pagata solo la differenza fra gli importi risultanti dalle due diverse modalità di calcolo. Al termine del rapporto contrattuale si verifica una compensazione e solo la differenza è oggetto di pagamento. Con lo scambio della differenza dei flussi finanziari risultanti dall’applicazione dei due diversi parametri, è come se le passività a tasso variabile diventassero a tasso fisso e – viceversa - le passività a tasso fisso diventassero a tasso variabile.
Gli accadimenti, di norma, seguono il seguente schema. La società interessata, avvertendo che l’onere finanziario conseguente alla prima operazione di swap è eccessivo, chiede all’intermediario di porre termine anticipatamente al rapporto contrattuale. Questa scelta è tuttavia onerosa, in quanto comporta il pagamento del differenziale che si è nel frattempo accumulato (la perdita non sarebbe più solo potenziale, ma diverrebbe reale), oltre che di una penale per lo scioglimento anticipato. La società, messa di fronte a questa prospettiva, spesso cambia idea e - al posto di porre fine al contratto - accetta di modificarne le condizioni. Al primo contratto se ne sostituisce un secondo.
Il problema è che non sempre la rinegoziazione del contratto originario porta benefici alla società. Gli intermediari strutturano il secondo contratto in modo che esso comprenda le passività che erano state accumulate con il primo. Se poi le condizioni di mercato non vanno nella direzione auspicata, le perdite per la società non diminuiscono, anzi aumentano. In questo contesto si colloca talvolta il pagamento di un anticipo (c.d. “upfront”). In occasione della rinegoziazione l’intermediario anticipa alla società una certa somma, che ha la funzione di risollevare temporaneamente dalle ristrettezze finanziarie in cui versa l’impresa. La contropartita dell’anticipo è però un peggioramento delle condizioni contrattuali, nel senso di un aggravamento dei rischi che la società corre, che porta spesso – in definitiva - a un aumento delle perdite. Quando il livello di perdite non è più sopportabile, talvolta si giunge a uno scontro giudiziario fra le parti.
La forma scritta svolge diverse funzioni. Essa assicura anzitutto la trasmissione d’informazioni. Le circostanze di cui si dà atto nel testo scritto del contratto sono a conoscenza di entrambi i contraenti. Tanto più esteso è il contratto, tanto maggiore è la quantità di dati e notizie che viene scambiata. Sotto questo profilo la forma scritta svolge una funzione di protezione dell’investitore che, di norma, non è colui che predispone il testo del contratto e - avendo meno informazioni a disposizione (e anche una minore capacità di comprenderle) - è il soggetto debole del rapporto contrattuale.