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Timestamp: 2018-10-23 01:46:21+00:00
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STORICA SENTENZA: È ufficiale, la mafia in Liguria c’è | Inchiostro Scomodo STORICA SENTENZA: È ufficiale, la mafia in Liguria c’è | Inchieste di Santi & Sinatti – vincitore del 'Premio Scomodo 2015' della Fondazione A. Caponnetto
STORICA SENTENZA: È ufficiale, la mafia in Liguria c’è
È ufficiale, la mafia in Liguria c’è.
Dopo la Lombardia – sentenza definitiva del 2014 nel processo ‘Infinito’ contro i boss che avevano esportato a Milano gli affari delle ‘ndrine – ora la Cassazione conferma l’attività della ‘ndrangheta anche in Liguria.
I giudici della suprema corte hanno ribadito le condanne inflitte a Genova in appello alla criminalità organizzata calabrese (famiglie Marcianò a Ventimiglia e Pellegrino-Barilaro a Bordighera).
Sui quotidiani liguri, come accadde nel 2014 in Lombardia, campeggia il titolo: “STORICA SENTENZA…”.
Ecco, l’utilizzo dell’aggettivo “storica”, dimostra che qualcosa non va.
In quei territori i segnali erano forti e chiari da tanti, troppi anni. Sia in Liguria sia in Lombardia erano state commissariate, per infiltrazioni mafiose, anche alcune città.
Una cosa è certa, almeno in Liguria e Lombardia le sentenze definitive di condanna sono arrivate.
Nelle altre regioni del Centro e del Nord Italia quando arriveranno?
Probabilmente dovremo aspettare, se va bene, altri vent’anni.
Anche in Toscana i procedimenti penali per associazione mafiosa sono tabù. L’unica condanna per mafia fu comminata, nel 1999, nei confronti di un’organizzazione criminale cinese, la famiglia Hsiang, di cui fu riconosciuta la rilevante forza intimidatoria verso l’interno e l’esterno.
Sull’argomento “espansione territoriale delle mafie”, probabilmente, il sistema giustizia evidenzia una visione anacronistica del problema.
E’ assolutamente necessaria una riflessione, urgente, sulla questione.
Le procure e i collegi giudicanti, nella maggior parte dei casi, hanno una concezione forse un po’ troppo restrittiva, non solo dei presupposti previsti dall’articolo 416 bis del codice penale (associazione di tipo mafioso), ma anche sui reati aggravati dall’articolo 7 del decreto-legge n. 152 del 1991, al fine di agevolare l’associazione mafiosa.
Eppure il radicamento nelle Regioni “vergini” è più che trentennale e, in alcune zone, le organizzazioni criminali hanno in parte assunto anche il controllo del territorio.
E’ la capacità di mimetizzazione della criminalità organizzata nelle aree centrali e del settentrione d’Italia ad influire fortemente sulle scelte investigative delle Direzioni distrettuali antimafia. Proprio per questo motivo, preferiscono optare su ipotesi di associazione per delinquere (416 c.p.).
La mafia si manifesta nelle forme di delocalizzazione. Il territorio diventa terra di conquista per investimenti economici, i cui proventi verranno poi, a loro volta, reimmessi nel circuito dell’illecito.
Per poter parlare di criminalità organizzata e capire se, ad esempio, in Toscana c’è la presenza di un’associazione di tipo mafioso, è necessaria la presenza di una serie di circostanze, di elementi e di strutturazioni attuali, quali: l’intimidazione del vincolo associativo, la condizione di assoggettamento, l’omertà e il controllo del territorio.
Detto questo, mettendo da parte l’ipotesi della visione “restrittiva” sull’applicazione del 416 bis c.p. da parte dei magistrati, la domanda sorge spontanea: le norme vigenti sono idonee a reprimere le condotte attraverso cui la mafia si manifesta al Centro e al Nord del Paese?
E’ evidente che, considerata l’evoluzione delle mafie, qualcosa andrebbe rivista. In questo senso, nel solco di uno sforzo di comprensione circa lo scarsissimo numero di accertamenti giudiziari aventi ad oggetto reati comuni commessi con finalità di agevolazione delle cosche mafiose, sarebbe stato utile raccogliere una proposta molto interessante esplicitata dal dott. Ettore Squillace Greco, procuratore di Livorno, il 24 ottobre 2012, alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia. L’argomento trattato in quella circostanza era:”espansione delle mafie nel Centro-Nord Italia”. Ettore Squillace Greco, all’epoca sost. proc. della Direzione distrettuale antimafia di Firenze: propose la modifica dell’art. 7 del decreto-legge n. 152 del 1991. E’ interessante e illuminante rileggere lo stralcio dell’intervento:
<<SQUILLACE GRECO […] Per quanto riguarda la ‘ndrangheta, una delle cose che ho provato a fare arrivando a Firenze è stata quella di chiedere la presenza numerica di tutti i soggetti distribuiti nel territorio toscano che avevano pregiudizio per 416-bis o per reati aggravati all’articolo 7 della legge n. 203 del 1991. I risultati, che mi sono stati forniti da un ottimo lavoro di elaborazione dei dati della Direzione investigativa antimafia, per certi versi sono stati sorprendenti per me che sono calabrese e che prima avevo lavorato in Calabria. Mi sono infatti ritrovato un gran numero di soggetti calabresi che non immaginavo fossero così presenti anche in Toscana.
Tutto quello che dirò deve essere letto e preso con il beneficio della presunzione di innocenza, ma possiamo dire che una serie di indagini, alcune delle quali sono ancora in corso ed altre sono già definite con sentenza di primo grado, hanno comunque registrato la presenza di soggetti appartenenti a cosche di ‘ndrangheta particolarmente importanti. […] Vi è però una serie di presenze che si caratterizzano, da un lato, per la commissione di reati che sono quelli classici delle mafie (estorsioni, incendi, traffico di droga,usura), dall’altro lato, potrebbero – e probabilmente lo sono – costituire il momento di collegamento per un’attività di riciclaggio e di reinvestimento dei capitali illeciti. Uso il condizionale perché, in realtà, rispetto a questo fenomeno abbiamo una serie di dati, che sono incompleti, e per lo più intuizioni. Esprimendo quella che è una mia personalissima idea, posso dire che sull’aggressione ai patrimoni illeciti in questo Paese siamo in gravissimo ritardo; siamo arrivati a livello nazionale almeno 20 o 30 anni dopo, perché abbiamo ormai le mafie di quarta generazione.
Come prendiamo questi beni? Come aggrediamo soggetti che sono puliti, che vengono da genitori che sono immacolati ed è impossibile risalire alla fonte illecita del profitto? Non sto parlando dell’investimento nel terziario. Se comprano il ristorante o gestiscono la casa di massaggi, li trovo. […] Il problema è la grande quantità di denaro, cioè quella che è già entrata nei circuiti finanziari internazionali. È su questo che dobbiamo insistere. Vorrei solo approfittare di questa sede, così qualificata e importante, per comunicare un’idea sulla quale non ho delle conclusioni da consegnarvi. Parlo ovviamente di quello che è il mio settore; faccio il magistrato, mi occupo di reati e di persone che commettono reati.
La prima questione è sull’articolo 7 e riguarda il legame tra operatore economico (soggetto economico, imprenditore, non imprenditore o commerciante) che opera nel circuito economico pulito e soggetto intraneo alla cosca di ‘ndrangheta. Molto spesso, anzi nella quasi totalità dei casi,l’articolo 7 è applicabile non nella sua versione del cosiddetto profilo oggettivo, cioè quello del cosiddetto metodo mafioso, ma nel profilo soggettivo; avere cioè commesso il delitto per agevolare l’attività di una cosca di ‘ndrangheta o clan camorrista. Loro sanno quali effetti può produrre il riconoscimento in sede giudiziaria dell’aggravante di cui all’articolo 7 e come questo possa fungere da meccanismo che consente di spezzare una sorta di solidarietà tra l’operatore economico estraneo al gruppo criminale e il gruppo stesso.
La legge punisce per la verità chi commette un delitto ‘al fine di’ e ove ricorra, quindi, un dolo specifico. Mi sono trovato a trattare personalmente un caso particolare in cui un imprenditore pratese, per stare tranquillo e poter commerciare in una certa area, aveva consegnato un settore commerciale al genero di Stefano Zeno che, insieme a Giovannino Birra, è il reggente del clan camorristico Birra Iacomino: i campani sanno bene che ad Ercolano non si vendono stracci se non si è legati ai Birra Iacomino. Il risultato era che ogni attività svolta passava attraverso questo soggetto.
Ci tengo a precisare che in questo caso – che mi è sembrato significativo, configurando una vera e propria ipotesi di impresa a partecipazione camorrista – io ho rappresentato l’accusa edè stata già emessa la sentenza, con il riconoscimento dell’aggravante dell’articolo 7: si tratta comunque di una sentenza di primo grado, per cui mi potrei anche sbagliare e questo signore potrebbe essere assolto. L’imprenditore però giustamente dice: ‘Perché mi contestate l’articolo 7? Non ho agito al fine di agevolare il clan di camorra. Che cosa volete che me ne importi del clan di camorra? Io dovevo vendere gli stracci e volevo vendere gli stracci’. Nel processo ho insistito con il giudice sul fatto che non bisogna confondere il movente interno – che era quello del profitto – con l’atteggiarsi del soggetto rispetto al reato; l’imprenditore è stato poi condannato con l’aggravante prevista dall’articolo 7.
Non dico questo perché credo che si debba arrivare per forza alla condanna – sono il primo ad essere convinto che certi problemi non si risolvano solo per via giudiziaria – ma perché sono convinto che sia necessario spezzare il nesso – è di questo che io mi occupo – se vogliamo trattare delle infiltrazioni delle mafie nei circuiti economici legali e sani. Devo dire allora che, se nella norma (ndr: art. 7 del decreto-legge n. 152 del 1991) fosse scritto, anziché «al fine di», «consapevole di», cambierebbe moltissimo.
Ho cominciato a chiedere in giro – perché sono dati che non possediamo – quante siano le condanne ex articolo 416-bispassate in giudicato da Roma in su. […] come si fa a trovare la mafia o la ‘ndrangheta in Toscana? È difficile ontologicamente: non troveremo cioè mai in Toscana l’elemento caratterizzante la fattispecie criminosa, cioè quel potere e quella carica intimidatoria diffusa nel territorio che connota la fattispecie. Al contrario, potremo invece certamente trovare in Toscana l’aggravante prevista dall’articolo 7.
In ogni caso, credo che le sentenze passate in giudicato, anche con l’aggravante prevista dall’articolo 7, si contino sulle dita di una mano, o forse di due: sono pochissime. In Toscana, per esempio, negli ultimi 10 anni non c’è stata nessuna sentenza passata in giudicato, così come in Umbria. In Liguria le sentenze passate in giudicato sono state invece una o due.
A questo punto però bisogna capirsi: o io non so fare le indagini – e questo è pur possibile – o non sanno fare le indagini quelli che lavorano con me – anche se vi assicuro che abbiamo una polizia giudiziaria molto qualificata, nonostante i mezzi complessivamente carenti – oppure c’è qualcosa che non funziona. Probabilmente qualcosa non funziona anche nella capacità complessiva di lettura di certi meccanismi e di certi fenomeni, stante l’abitudine a decodificare determinate situazioni, ma questa non è una spiegazione sufficiente.
Detto questo, credo di aver svolto decentemente il mio compito sottoponendo alcuni interrogativi all’attenzione e alla grande capacità di riflessione di questa Commissione.>>
Insomma, una proposta c’è: << se nella norma (ndr: art. 7 del decreto-legge n. 152 del 1991) fosse scritto, anziché «al fine di», «consapevole di», cambierebbe moltissimo>>, ma qualcuno l’ha tenuta in considerazione?
Durante quell’audizione il membro della Commissione, Raffaele Lauro affermò: << […] È interessante il suggerimento del sostituto procuratore Squillante Greco relativo alla modifica dell’articolo 7 della legge n. 203 del 1991. […] Potremmo recepire questo suo suggerimento e trasferirlo in qualche provvedimento, anche se la legislatura è in articulo mortis. […] >>
Appunto, il suggerimento è morto lì.
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