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Timestamp: 2017-09-25 04:09:51+00:00
Document Index: 102315480

Matched Legal Cases: ['art. 1228', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art, 1218', 'art. 1218', 'art. 1228', 'art. 1228', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 2236', 'sentenza ', 'art. 1282']

Tribunale di Forlì 20.02.2016, est. Ramacciotti. Responsabilità medica – danno biologico proprio e iure hereditatis – danno terminale biologico onere della prova – quantificazione del danno art. 1228 c.c. – nesso di causalità danno biologico da invalidità temporanea totale e parziale danno biologico permanente – personalizzazione del danno –danno non patrimoniale – danno morale “ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia, nonché deve allegare l'inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l'onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno. | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
SENTENZA MOLTO IMPORTANTE DEL TRIBUNALE DI FORLI SULLA RESPONSABILITA’ MEDICA
l c.d. danno tanatologico o da morte inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita, è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico, ossia del danno che è maturato in capo alla vittima, trasmissibile agli eredi, ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale ancorché minimo. Quanto alla liquidazione la giurisprudenza stabilisce che nell’ipotesi in cui una persona danneggiata muoia prima della liquidazione del risarcimento del danno per causa non ricollegabile alla menomazione risentita in occasione dell’illecito, la determinazione del danno biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va effettuata non con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva”
“ il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato; rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.
(…)mentre non è possibile risarcire il c.d. danno tanatologico o da morte inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita, è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico, ossia del danno che è maturato in capo alla vittima, trasmissibile agli eredi, ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale ancorché minimo. Quanto alla liquidazione la giurisprudenza stabilisce che nell’ipotesi in cui una persona danneggiata muoia prima della liquidazione del risarcimento del danno per causa non ricollegabile alla menomazione risentita in occasione dell’illecito, la determinazione del danno biologico, che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va effettuata non con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva”
in data 2 maggio 1998 l’esame colturale condotto sul sangue risultava positivo per Stafilococco Epidermidis, mentre risultavano a più riprese positivi per Stafilococco Aureo i tamponi condotti a livello del tramite fistoloso in corrispondenza dei tessuti molli della coscia sinistra (nonostante la somministrazione di numerosi e specifici farmaci antibiotici, quali la teicoplanina e la vancomicina);
l’osteomielite cronica recidivante cui era andata incontro la signora B. era attribuibile all’infezione primaria del sito chirurgico contratta in concomitanza con l’intervento di osteosintesi effettuato in data 13 gennaio 1998;
sussisteva perciò la responsabilità contrattuale della Azienda Unità Sanitaria Locale di Forlì, essendo evidente il nesso causale tra l’infezione primaria del sito chirurgico (contratta in concomitanza con il primo intervento di osteosintesi, condotto in data 13 gennaio 1998) e l’osteomielite cronica recidivante cui era andata incontro la signora B.;
La società convenuta si costituiva, con comparsa depositata il 30.07.2012, osservando che l’infezione doveva essere attribuita alla neoplasia in atto ed in generale alla situazione già gravemente compromessa in cui versava la signora B. al momento dell’intervento, onde nessun comportamento negligente poteva essere imputato ai sanitari che avevano eseguito l’intervento. Concludeva chiedendo che il Tribunale respingesse le domande degli attori.
Preliminarmente pare opportuno sintetizzare l’orientamento dei giudici di merito e di legittimità, costante ormai da molti anni, in tema di responsabilità, nei confronti del paziente danneggiato, a carico della struttura sanitaria e del sanitario operante.
In primo luogo, per quanto concerne la responsabilità dell’ospedale o della struttura (anche quando si tratti di un’organizzazione di fatto e anche per le ipotesi di occasionalità della stessa struttura), è possibile ricordare fra le molte altre i principi affermati da Cass. Sez. 3, n. 1620 del 3 febbraio 2012 (Presidente e relatore; Petti), Cass. Sez. 3, n. 975 del 16 gennaio 2009 (Presidente Vittoria Estensore Finocchiaro) e Cass. Sez. 3, n. 7997 del 18 aprile 2005, Cass. Sez. 3, sentenza n. 13953 del 14/06/2007 (Presidente Fiduccia Estensore Trifone), Cass. Sezione 3, sentenza 13066 del 14 luglio 2004, Cass. Sezione 3, sentenza n. 11488 del 21 giugno 2004. Da tali pronunce si ricava, in breve, che l’ospedale (o la struttura) risponde a titolo contrattuale dei danni patiti dal paziente:
per fatto proprio, ex art, 1218 cod. civ., nei casi in cui quei danni siano dipesi dall’inadeguatezza della struttura;
il rapporto che si instaura tra paziente e casa di cura (o ente ospedaliero) trova fonte in un atipico contratto a prestazioni corrispettive con effetti protettivi nei confronti del terzo, da cui, a fronte dell’obbligazione al pagamento del corrispettivo (che ben può essere adempiuta dal paziente, dall’assicuratore, dal servizio sanitario nazionale o da altro ente), insorgono a carico della casa di cura (o dell’ente), accanto a quelli di tipo lato sensu alberghieri, obblighi di messa a disposizione del personale medico ausiliario, del personale paramedico e dell’apprestamento di tutte le attrezzature necessarie, anche in vista di eventuali complicazioni od emergenze;
la responsabilità della casa di cura (o dell’ente) nei confronti del paziente ha natura contrattuale e può conseguire, ai sensi dell’art. 1218 cod. civ., all’inadempimento delle obbligazioni direttamente a suo carico, nonché, in virtù dell’art. 1228 cod. civ., all’inadempimento della prestazione medicoprofessionale svolta direttamente dal sanitario, quale suo ausiliario necessario pur in assenza di un rapporto di lavoro subordinato, comunque sussistendo un collegamento tra la prestazione da costui effettuata e la sua organizzazione aziendale, non rilevando in contrario al riguardo la circostanza che il sanitario risulti essere anche “di fiducia” dello stesso paziente, o comunque dal medesimo scelto;
il principio generale emergente dall’art. 1228 cod. civ., secondo il quale, nell’adempimento dell’obbligazione importante la possibile insorgenza di una responsabilità di tipo contrattuale, il debitore risponde anche dell’opera dei terzi della cui collaborazione si avvale, è applicabile anche al rapporto tra medico operatore e personale di supporto messogli a disposizione da una struttura
sanitaria dalla quale il medico non dipende, dovendosi esigere dal chirurgo operatore un dovere di controllo specifico sull’attività e sulle iniziative espletate dal personale sanitario con riguardo a possibili e non del tutto prevedibili eventi che possono intervenire non solo durante, ma anche prima dell’intervento e in preparazione di esso.
Passando alla distribuzione dell’onere probatorio, è qui sufficiente rinviare a Cass. Sez. 3, Sentenza n. 1538 del 26/01/2010, a Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20101 del 18/09/2009, e a Cass. Sez. 3, Sentenza n. 975 del 16/01/2009, come pure alle successive conformi. Le citate pronunce, in tema di responsabilità civile nell’attività medico chirurgica, affermano che:
qualora sia dedotta una responsabilità contrattuale della struttura sanitaria o del medico per l’inesatto adempimento della prestazione sanitaria, il danneggiato deve fornire la prova del contratto (o del “contatto”) e dell’aggravamento della situazione patologica (o dell’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) oltre che del relativo nesso di causalità con l’azione o l’omissione dei sanitari;
a carico dell’obbligato sia esso il sanitario ovvero la struttura si configura invece l’onere di provare che la prestazione professionale sia stata eseguita in modo diligente e che quegli esiti siano stati determinali da un evento imprevisto e imprevedibile.
Peraltro, come è stato statuito fra le molte da Cass., Sez. 3, nella sentenza n. 15993 del 21/07/2011, da Cass. Sez. 3, Sentenza n. 24791 del 08/10/2008 e prima ancora dalle Sezioni unite (Cass. Sez. U, Sentenza n. 577 del 11/01/2008, è necessario sottolineare che l’insuccesso o il parziale successo di un intervento di routine, comunque, con alte probabilità di esito favorevole, implica di per sé la prova dell’anzidetto nesso di causalità. Infatti quel nesso, in ambito civilistico, consiste anche nella relazione probabilistica concreta tra il comportamento e l’evento dannoso, secondo il criterio, ispirato alla regola della normalità causale, del “più probabile che non”.
il paziente danneggiato deve limitarsi a provare l’esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l’insorgenza o l’aggravamento della patologia, nonché deve allegare l’inadempimento del debitore, che appaia astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato;
rimane a carico del debitore l’onere di dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante; in altre parole, il debitore dovrà dimostrare o che nessun rimprovero di scarsa diligenza o di imperizia possa essergli mosso, oppure che, pur essendovi stato un suo inesatto adempimento, questo non abbia avuto alcuna incidenza causale sulla produzione del danno.
Ancora più sinteticamente, si può dire che il paziente che alleghi di aver patito un danno alla salute in conseguenza dell’attività professionale del medico, ovvero di non avere conseguito alcun miglioramento delle proprie condizioni di salute nonostante l’intervento del medico, deve provare unicamente l’esistenza del rapporto (col sanitario o) con la struttura e l’insuccesso dell’intervento, e ciò anche quando l’intervento sia stato di speciale difficoltà. Invero, come è stato chiarito dalle pronunce da ultimo ricordate, l’esonero di responsabilità di cui all’art. 2236 cod. civ. non incide sui criteri di riparto dell’onere della prova.
Incombe, invece, sul medico (o sulla struttura), per evitare la condanna in sede risarcitoria, l’onere di provare che l’insuccesso dell’intervento sia dipeso da fattori indipendenti dalla propria volontà e tale prova va fornita dimostrando di aver osservato nell’esecuzione della prestazione sanitaria la diligenza normalmente esigibile da un medico in possesso del medesimo grado di specializzazione.
Nella presente vicenda,fatta applicazione di tali principi e rilevato che non vi è stata alcuna istruttoria orale (ad eccezione di quella inerente i rapporti tra la defunta e gli attori e l’assistenza da questi ultimi prestata durante il decorso della malattia) la decisione della controversia può e deve fondarsi sulla relazione depositata il 13.01.2015 dal C.T.U. dott. R.B., che con ampia e approfondita argomentazione perviene a coerenti conclusioni che il giudice ritiene senz’altro di poter condividere.
Sulla scorta di tali premesse, il consulente tecnico d’ufficio è quindi pervenuto alle seguenti sintetiche conclusioni: “l’intervento chirurgico a cui venne sottoposta parte ricorrente in data 13/01/1998 era necessario e venne eseguito con adeguata perizia. È peraltro riscontrabile un profilo di negligenza nel non aver eseguito la profilassi antibiotica peri operatoria. A seguito dell’intervento si è instaurata una osteomielite da mettere in relazione di causalità probabilistica con la mancata profilassi antibiotica, e che ha portato ad una disarticolazione d’anca a sinistra con impossibilità alla protesizzazione.Il danno derivante dalla negligenza, stabilito che il criterio utilizzato sul nesso di causalità, che non può essere quello di certezza, ma più concretamente un criterio di probabilità medio alta, è consistito in osteomielite femore in paziente affetto da Linfoma N. H. che ha determinato la necessità di disarticolazione dell’anca sinistra” (cfr. pp.39 e 40 dell’elaborato peritale).
Il CTU pertanto ascrive ai sanitari operanti presso la società convenuta un profilo di condotta professionale colposa in merito all’esecuzione della profilassi antibiotica preoperatoria.
Alla luce dei principi in tema di responsabilità sanitaria riepilogati all’inizio di questa motivazione e tenuto conto delle conclusioni del CTU (che superano efficacemente e persuasivamente le critiche sollevate dal consulente di parte nominato dalla convenuta e riportate in comparsa conclusionale), si deve perciò riconoscere sussistente la responsabilità della società convenuta nella causazione della patologia (osteomielite) riscontrata nella paziente e nella successiva disarticolazione d’anca a sinistra, con impossibilità alla protesizzazione, per il profilo di colpa sopra evidenziato.
Sul punto si osserva preliminarmente in linea generale che secondo l’ormai consolidato orientamento giurisprudenziale, mentre non è possibile risarcire il c.d. danno tanatologico o da morte inteso quale lesione definitiva ed immediata del diritto alla vita è però ammesso il risarcimento del c.d. danno terminale biologico, ossia del danno che è maturato in capo alla vittima, trasmissibile agli eredi, ove la morte della stessa non sia seguita immediatamente alle lesioni ma tra l’infortunio e la morte sia intercorso un apprezzabile lasso temporale ancorché minimo (Cass. Civ, sez. III, 13 gennaio 2009 n. 458; Cass. Civ. sez. 3, gennaio 2008 n. 870).
Quanto alla liquidazione la giurisprudenza stabilisce che nell’ipotesi in cui una persona danneggiata muoia prima della liquidazione del risarcimento del danno per causa non ricollegabile alla menomazione risentita in occasione dell’illecito, la determinazione del danno biologico che gli eredi del defunto richiedono iure successionis, va effettuata non con riferimento alla durata probabile della vita futura del soggetto, ma alla sua durata effettiva (cfr. Cass. n. 10980 del 9.8.2001, in senso conforme Cass. n..35661 del 1998; Cass. 489 del 1999 e Cass. n. 14767 del 2003, Cass. Civ. Sez. III n. 19057 del 2003; da ultimo Cass. 2297/2011).
Tale personalizzazione si attua mediante la liquidazione di una percentuale dell’’ammontare del danno biologico da invalidità permanente fino ad un massimo, che, con riferimento al caso di specie, è previsto nel 25%.
Tuttavia, come si è già avuto modo di specificare sopra, sulla scorta della giurisprudenza citata, i criteri tabellari per la liquidazione del danno alla salute (da IP) tengono conto dell’età del leso in relazione all’ordinario periodo di sopravvivenza collegato ad essa, ma, quando il danneggiato muore prima della liquidazione, la durata della vita è nota e non costituisce più un dato presunto e di ciò occorre tenere conto.
A ciò consegue che l’importo tabellare va innanzitutto calcolato per il periodo di sopravvivenza media in relazione all’età, moltiplicando, quindi, il risultato ottenuto per il periodo di sopravvivenza concreta.
Dandosi atto di operare il riferimento non già alla vita media di sopravvivenza, come dato generale, bensì, più opportunamente, all’aspettativa/speranza di vita media che, come noto, varia con l’età, dalle relative Tabelle ISTAT per la popolazione femminile relative all’anno 2002 (anno della disarticolazione dell’arto) si evince che la prospettiva di vita della B. era pari ad ancora anni24 circa.
Suddividendo l’importo totale di Euro 539.235,00 per tale denominatore, si ottiene un importo annuo di Euro 22468,125, un importo mensile di Euro 1872, 34 e giornaliero di Euro 61,55, che, moltiplicato per quelli di effettiva sopravvivenza della B. (1803), porta ad una somma finale di Euro 110974,65 calcolata all’attualità.
Per facilitare il suddetto calcolo – tenuto conto in particolare che il danno non patrimoniale è stato liquidato all’attualità ed andrebbe quindi devalutato al fine di poter effettuare la descritta operazione risulta più agevole, e comunque coerente con il metodo equitativo esposto, calcolare il suddetto interesse sulla somma integralmente rivalutata, ma da epoca intermedia (nel caso di specie dal 1.02.2007, quale data intermedia tra l’intervento e la data odierna, per il danno da inabilità temporanea; dal 15.05.2009 quale data intermedia tra la disarticolazione dell’arto e la data odierna, per il danno da invalidità permanente; dal 15.12.2011 quale data intermedia tra il decesso e la data odierna, per il danno da perdita parentale); infatti tale metodo appare concettualmente e, nella sostanza, anche economicamente equivalente a quello espressamente indicato come legittimo dalla sentenza della Cassazione n. 1712/1995, in quanto espressione del potere equitativo del giudice nella liquidazione del danno subìto per il ritardo nel godimento dell’equivalente monetario del bene danneggiato (cfr. Cass. 10565/2002).
Pertanto il complessivo debito risarcitorio dell’Azienda Unità Sanitaria Locale di Forlì, viene individuato nella somma di €.872112,84 sulla quale spetteranno gli interessi legali ai sensi dell’art. 1282 c.c. in quanto trasformatasi in debito di valuta.
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