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Timestamp: 2019-01-24 03:03:41+00:00
Document Index: 129195166

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N. 01477/2017REG.PROV.COLL.
N. 02846/2016 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 2846 del 2016, proposto da:
Eleni Tenedios, rappresentata e difesa dall'avvocato Michele Vittorio Anelli, con domicilio eletto presso l’avvocato Raffaella Chiummiento, presso lo studio dell’avvocato Fabio Lorenzoni, in Roma, via del Viminale, 43;
Comune di Corato, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dall'avvocato Michele Dionigi, con domicilio eletto presso lo studio Michele Di Carlo in Roma, via Raffaele Caverni, 6;
della sentenza del TAR Puglia, sede di Bari, sezione III 16 settembre 2015 n.1241, resa fra le parti, con la quale è stato respinto il ricorso per l’annullamento dell’ordinanza 27 marzo 2012 n.47 del Comune di Corato, concernente ingiunzione a demolire in quanto abusive opere realizzate nella villetta sita a Corato, lottizzazione Pandorea, lotto 7, consistenti a) in una divisione interna al lotto realizzata con muretto e rete metallica in modo difforme da quanto previsto dagli elaborati tecnici allegati al titolo edilizio; b) un’altezza media interna maggiore di quanto previsto da detti elaborati, con incremento volumetrico al piano sottotetto; c) opere di tramezzatura, rifinitura e impianti al piano sottotetto, tali da renderlo abitabile, con incremento volumetrico e cambio di destinazione d’uso implicanti variazione degli standard;
Visto l'atto di costituzione in giudizio del Comune di Corato;
Relatore nell'udienza pubblica del giorno 9 marzo 2017 il Cons. Francesco Gambato Spisani e uditi per le parti gli avvocati Francesco Vannicelli in dichiarata delega dell'avv. Michele Vittorio Anelli e Michele Dionigi;
La ricorrente appellante è proprietaria in Comune di Corato (Ba) di una villetta composta da un primo piano e da un sottotetto, la quale fa parte del lotto n.7 di un complesso di unità unifamiliari e plurifamiliari denominato “lottizzazione Pandorea”, sito ai lati dell’omonimo viale.
Con l’ordinanza 47/2102 indicata in epigrafe, gli è stata ingiunta la demolizione in quanto abusive di alcune opere, realizzate sull’immobile in questione: in primo luogo, una recinzione divisoria non autorizzata, asseritamente fatta di mattoni e di rete metallica; poi altre opere che, complessivamente considerate, avrebbero trasformato il sottotetto da locale di servizio non abitabile in un piano ulteriore dell’abitazione. In particolare, si tratterebbe di un tetto in legno diverso da quello di progetto, che avrebbe determinato un’altezza interna maggiore, e quindi un volume, maggiori di quanto assentito, e dell’esecuzione di tramezzi, rifiniture ed impianti in modo da creare nuove stanze di soggiorno (doc. 3 ricorrente appellante, ordinanza citata).
Con la sentenza meglio indicata in epigrafe, il TAR ha respinto il ricorso proposto contro quest’ordinanza; ha in sintesi ritenuto anzitutto che la recinzione, proprio perché fatta di muratura e rete metallica, e quindi non facilmente amovibile, necessitasse di un titolo abilitativo; ha poi ritenuto che effettivamente la trasformazione del sottotetto in un piano abitabile sussistesse nei termini contestati, e integrasse una variazione essenziale al progetto approvato ai sensi dell’art. 31 T.U. 6 giugno 2001 n.380, da sanzionare con la demolizione.
Contro tale sentenza, l’originaria ricorrente propone impugnazione, con appello contenente sette motivi:
-	con il primo di essi, deduce eccesso di potere per falso presupposto, perché a suo dire la recinzione non necessiterebbe di alcun titolo edilizio, essendo fatta di semplice rete metallica amovibile;
-	con il secondo motivo, deduce eccesso di potere per falso presupposto perché il sottotetto, diversamente da quanto ritenuto nella sentenza impugnata, non sarebbe abitabile, e quindi l’abuso sarebbe se mai riconducibile alla parziale difformità di cui all’art. 34 T.U. 380/2001;
-	con il terzo motivo, deduce difetto di motivazione nella sentenza impugnata, che non si sarebbe pronunciata sull’omessa indicazione nell’ordinanza comunale da un lato delle misure di progetto, dall’altro di quelle dell’abuso effettivamente realizzato;
-	con il quarto motivo, deduce violazione del D.M 16 gennaio 1996 in ordine al criterio adottato per la misurazione dell’altezza interna del tetto, misurata nella specie dal pavimento al tavolato del tetto in legno di copertura;
-	con il quinto motivo, deduce propriamente violazione dell’art, 34 comma 3 bis T.U. 380/2001, perché da una consulenza di parte prodotta in primo grado e non valutata dal Giudice risulterebbero misure comunque contenute nel 2% di tolleranza ammesso dalla norma citata, per cui non sussisterebbe alcun abuso;
-	con il sesto motivo, deduce propriamente violazione dell’art. 31 del T.U. 380/2001, perché l’ordinanza di demolizione non indica l’area che verrà acquisita in caso di non ottemperanza;
-	con il settimo motivo, deduce infine che un’ordinanza di acquisizione sarebbe illegittima, perché rivolta contro un soggetto semplicemente proprietario, e non responsabile dell’abuso.
Il Comune ha resistito, con atto 9 maggio e memoria 3 febbraio 2017, ed ha chiesto che l’appello sia respinto, osservando che la sussistenza dell’abuso va valutata guardando al complesso delle opere eseguite, non previste dal progetto e volte all’evidenza ad aggiungere un piano all’abitazione
All’udienza del giorno 9 marzo 2017, la Sezione ha trattenuto il ricorso in decisione.
1.	L’appello è parzialmente fondato, per le ragioni di seguito esposte.
2.	Il primo motivo, concernente la recinzione interna al lotto, è fondato per errato apprezzamento del fatto da parte sia dell’amministrazione, sia della sentenza impugnata. Per giurisprudenza del tutto pacifica – si vedano C.d.S. sez. V 9 aprile 2013 n.1922 e 28 ottobre 1998 n.1537- non richiede alcun titolo edilizio una recinzione, anche se posta al confine di proprietà per escluderne gli estranei, realizzata con rete metallica e semplici paletti di sostegno di legno o di metallo.
3.	Nel caso di specie, come risulta dalla relazione tecnica di parte doc. 13 in primo grado ricorrente appellante, pp. 2-3, e come non è stato specificamente contestato dalla controparte, la recinzione nell’ordinanza impugnata è stata descritta in modo errato. Essa risulta in realtà costituita appunto da un manufatto leggero in rete e paletti di sostegno, nemmeno inteso a proteggersi dagli estranei perché destinato, a dire della parte, a sostenere piante rampicanti. Il titolo edilizio per esso non era quindi necessario, e quindi la demolizione non poteva esserne ordinata.
4.	Per completezza, si rileva che altra cosa sono i manufatti ulteriori che la stessa relazione di parte (doc. cit. a p.4) descrive come “muri contro terra a raso nel punto più alto ubicati nel retroprospetto”, e che nulla hanno a che vedere con la recinzione citata. Si tratta allora di opere estranee alla materia del contendere, rispetto alle quali, secondo le regole generali, il Comune potrà esercitare autonomamente il proprio potere di vigilanza su eventuali abusi.
5.	I motivi secondo, terzo, quarto e quinto vanno esaminati congiuntamente in quanto connessi, e risultano tutti infondati, alla luce della descrizione delle opere abusive compiuta nella verificazione disposta in primo grado e non contestata in questa sede: si tratta, in sintesi, di tre stanze e un bagno completo di sanitari, raccordate da un disimpegno e collegate con il piano terra dell’abitazione da una scala interna, il tutto collegato con la fognatura e dotato di impianto idrico, di riscaldamento, elettrico con illuminazione di emergenza, di antifurto e di prese antenna per la televisione (cfr. la relazione dell’ ing. Cortone, in particolare le pp. 7-8, nonché la planimetria e le foto allegate)
6.	Come è del tutto evidente, le opere sono considerate nel loro complesso formano uno spazio abitabile in permanenza, e quindi sostanzialmente una mansarda che forma un piano in più della casa. Vale pertanto quanto afferma, per un caso del tutto analogo, la sentenza della Sezione 30 marzo 2015 n.2825, correttamente citata dalla difesa del Comune: “quando un ambiente possiede nel suo complesso caratteristiche oggettive, tali da renderlo idoneo ad ospitare stabilmente la vita domestica, al fine di escludere la volontà del privato di destinarlo a funzione abitativa, non si può addurre la circostanza che la sua altezza sia di poco inferiore rispetto a quella prescritta dal regolamento edilizio per i vani abitabili”.
7.	Di conseguenza, il sottotetto in questione va considerato non vano tecnico, non rilevante sotto il profilo edilizio urbanistico, ma nuovo spazio abitativo, e quindi modifica di destinazione d’uso del vano tecnico di progetto, la quale determina variazione degli standard, così come ritenuto dall’ordinanza impugnata e non contestato sul punto specifico: si tratta allora di un intervento con variazioni essenziali, sanzionato con la demolizione, ai sensi degli artt. 32 comma 1 lettera a) e 31 comma 2 T.U. 380/2001.
8.	In tali termini, è infondato il secondo motivo, che critica la qualificazione del manufatto abusivo nel suo complesso; sono però infondati anche i motivi terzo, quarto e quinto, perché, una volta dimostrato che l’opera nel suo complesso costituisce una mansarda abitabile, divengono irrilevanti le questioni particolari relative alla precisa misura di alcune sue dimensioni, che comunque in sede di rimessione in pristino andranno ricondotte ai valori in origine assentiti.
9.	Infondato è ancora il sesto motivo, per il quale si ripete quanto affermato da costante giurisprudenza, per tutte C.d.S. sez. VI 5 gennaio 2015 n.13, e sez. IV 25 novembre 2013 n.5593: l'ordinanza di demolizione la quale non indichi l'area che verrà acquisita di diritto e gratuitamente al patrimonio del Comune, ai sensi del comma 3 dell'art. 31 T.U. 380/2001, per il caso di inottemperanza, non è per ciò solo illegittima, poiché il suo destinatario è tutelato dalla previsione di un successivo e distinto procedimento, nel quale anzitutto si deve accertare l'inottemperanza, si deve poi solo in quel caso indicare con precisione l'area stessa.
10.	Per quanto già detto, è infondato da ultimo il settimo motivo, formulato con riguardo ad un provvedimento di acquisizione gratuita allo stato soltanto futuro ed eventuale.
11.	In conclusione, la sentenza impugnata va riformata, nei termini di cui al dispositivo, nella sola parte relativa alla recinzione; va confermata per intero nel resto.
12.	Il parziale accoglimento dell’appello è giusto motivo per compensare le spese.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale (Sezione Sesta), definitivamente pronunciando sull’appello come in epigrafe proposto (ricorso n.2846/2016 R.G.), lo accoglie in parte e, per l’effetto, in riforma parziale della sentenza impugnata, accoglie in parte il ricorso di primo grado ed annulla l’ordinanza 27 marzo 2012 n.47 del Comune di Corato nella sola parte in cui ingiunge di demolire la divisione interna al lotto di cui in motivazione. Spese compensate.