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Timestamp: 2019-07-20 13:00:45+00:00
Document Index: 143634619

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 116', 'art. 360', 'art. 2', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 2', 'art. 46', 'art. 59', 'art. 6', 'art. 2', 'art. 49', 'art. 49', 'art. 1', 'art. 43', 'art. 1', 'art. 44', 'art. 44', 'art. 35', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 44', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 18', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 97', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 22', 'art. 378', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 13', 'art. 13']

Iscrizione avvocato alla gestione separata Inps
12 Febbraio 2019 | Autore: Noemi Secci
> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 Febbraio 2019
In quali casi l’avvocato è obbligato ad iscriversi alla gestione Separata dell’Inps, quanto deve pagare, deve versare contributi anche alla Cassa Forense?
L’iscrizione alla Cassa Forense, la cassa di previdenza per i professionisti del settore legale, è obbligatoria per la generalità degli avvocati: ci sono però delle eccezioni, come i praticanti, che hanno la facoltà, e non l’obbligo, di iscriversi anticipatamente alla Cassa. Non sono tenuti ad iscriversi a questa gestione previdenziale, inoltre, coloro che esercitano l’attività legale occasionalmente.
Sono invece obbligati ad iscriversi alla Cassa [1]:
gli avvocati iscritti agli albi professionali forensi;
gli iscritti agli albi forensi che sono contemporaneamente iscritti in altri albi professionali, salvo che non abbiano esercitato diritto di opzione, se previsto, presso altra gestione, prima del 1° febbraio 2013;
gli iscritti agli albi forensi che svolgono funzioni di giudice di pace, di giudice onorario di tribunale e di sostituto procuratore onorario di udienza.
Per gli iscritti ad un albo forense che esercitino l’attività professionale in modo concorrente o esclusivo in un altro Stato membro della Unione Europea, si applicano i regolamenti UE [2] per la determinazione della legislazione previdenziale applicabile.
Ma che cosa succede nei casi in cui non sia obbligatoria l’iscrizione alla Cassa Forense? È obbligatoria l’iscrizione avvocato alla gestione Separata Inps?
Facciamo il punto della situazione, dopo aver ricordato quali sono i presupposti che determinano l’obbligo d’iscrizione alla gestione Separata, in particolar modo per i liberi professionisti che hanno una cassa di categoria.
1 Quali professionisti devono iscriversi alla gestione Separata?
2 Quali professionisti non devono iscriversi alla Gestione Separata?
3 Quali avvocati devono iscriversi alla gestione Separata?
Quali professionisti devono iscriversi alla gestione Separata?
Devono iscriversi alla Gestione Separata Inps i liberi professionisti per i quali non è prevista un’apposita cassa di previdenza. Sono obbligati all’iscrizione anche i liberi professionisti che non possono iscriversi alla gestione previdenziale di categoria per ragioni di incompatibilità o di altra natura: è il caso, ad esempio, dell’ingegnere già coperto da altre forme di previdenza obbligatorie, situazione che non consente l’iscrizione all’ente di categoria (Inarcassa), in base al regolamento.
Nel dettaglio, l’obbligo di iscriversi alla gestione Separata Inps è geneticamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio di un’attività professionale, per la quale può essere, o meno, prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco. L’esercizio dell’attività può essere sia abituale (anche se non esclusivo) che occasionale; l’iscrizione ed il relativo pagamento dei contributi sono possibili anche quando lo stesso professionista svolge anche altre attività, per cui risulta già iscritto ad un’altra gestione previdenziale.
Quanto illustrato costituisce il cosiddetto principio di universalizzazione della copertura assicurativa obbligatoria [3]: in parole semplici, l’obbligo di versare i contributi alla gestione Separata Inps è rivolto a chiunque percepisce un reddito derivante da un’attività professionale, per la quale la legge prevede l’iscrizione ad un albo, anche se l’attività non è svolta in maniera abituale ed il compenso percepito non è l’unica fonte di guadagno del professionista. Questo, perché lo Stato deve tutelare non solo i professionisti senza cassa, ma anche coloro che, pur avendo una cassa di categoria, non sono iscritti.
Quali professionisti non devono iscriversi alla Gestione Separata?
Non sono obbligati ad iscriversi alla gestione Separata, come già osservato, i professionisti privi di una cassa di categoria. L’obbligo di iscrizione alla gestione Separata, per il professionista avente una gestione previdenziale specifica, viene meno solo se il reddito prodotto dall’attività professionale è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di categoria: lo ha chiarito la Corte di Cassazione, con una recente sentenza [4].
Nello specifico, secondo la Cassazione, coloro che esercitano per professione abituale, anche se non esclusiva, un’attività di lavoro autonomo, sono tenuti all’iscrizione presso l’apposita gestione Separata Inps solo se:
l’esercizio dell’attività non è subordinato all’iscrizione ad appositi albi professionali;
l’attività non è soggetta al versamento di contributi sia soggettivi che integrativi.
In pratica, il professionista non è tenuto a iscriversi alla gestione Separata solo se è già interamente coperto dalla sua cassa professionale, ossia se non versa soltanto il contributo integrativo sui compensi percepiti (che non dà luogo, nella generalità delle ipotesi, ad alcuna prestazione di previdenza), ma corrisponde anche la contribuzione obbligatoria.
Quali avvocati devono iscriversi alla gestione Separata?
Per quanto riguarda gli avvocati non iscritti obbligatoriamente alla Cassa forense, sussiste quindi l’obbligo d’iscriversi alla Gestione Separata Inps, in quanto non versano la contribuzione obbligatoria.
Gli stessi sono comunque obbligati a versare alla Cassa forense un contributo integrativo, nel caso in cui percepiscano dei compensi per l’attività professionale, senza che per questo venga meno l’obbligo di iscrizione alla Gestione Separata, nonostante il versamento integrativo non comporti la costituzione di alcuna posizione previdenziale a loro beneficio.
[1] Art. 1 del Regolamento di attuazione Art. 21, L. 247/2012.
[2] Regolamenti Comunitari n. 883/2004 e n. 987/2009.
[3] Art.35 Cost.
[4] Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza n. 3799/19.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, ordinanza 8 novembre 2018 – 8 febbraio 2019, n. 3799
Presidente Manna – Relatore Bellè
Con sentenza n. 309 del 2017, la Corte d’Appello di L’Aquila ha riformato la pronuncia di primo grado con la quale era stato accolto il ricorso proposto dall’avv. S.A. nei confronti dell’I.N.P.S., al fine di contestare la propria iscrizione d’ufficio nella Gestione separata di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, e la pretesa dell’ente di riscossione dei conseguenti contributi per il lavoro autonomo svolto nell’anno 2006.
A sostegno della decisione, la Corte territoriale, dopo avere svolto una dettagliata ricostruzione della normativa, sottolineava la ratio ispiratrice della norma di cui alla L. n. 335 del 1995, da essa individuata nel fine, attraverso la Gestione Separata, di assicurare le tutele per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti a quei lavoratori autonomi che svolgono attività escluse da ogni assicurazione.
Categoria residuale in cui rientrava, osservava la sentenza, la posizione del legale che, per ragioni di reddito, risultasse non tenuto all’iscrizione presso la corrispondente Cassa professionale.
La Corte territoriale riteneva altresì che fosse giustificata, trattandosi di evasione contributiva, l’applicazione delle sanzioni nella misura di cui alla L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 8, lett. b).
Su tali presupposti la Corte distrettuale respingeva pertanto l’originaria domanda dispiegata dall’avv. S. .
Quest’ultimo ha proposto ricorso per cassazione, articolato su due motivi, poi illustrati da memoria.
L’I.N.P.S. ha resistito con difese articolate attraverso rituale controricorso, anch’esse successivamente illustrate da memoria esplicativa.
Con il primo motivo di ricorso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 2, comma 26 e ss., del D.L. 6 luglio 2011, n. 98, art. 18, comma 12, (conv. con modif. in L. 15 luglio 2011, n. 111).
Egli censura la sentenza per avere affermato la sussistenza dell’obbligo di iscrizione alla Gestione separata e del pagamento della contribuzione in capo all’avvocato che ha svolto attività libero professionale per la quale, in difetto del superamento dei limiti di reddito stabiliti, non era obbligatoria l’iscrizione alla Cassa professionale, con versamento del contributo c.d. soggettivo, ma solo dei c.d. contributi integrativi.
La questione principale, oggetto del motivo proposto, concerne l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata presso l’I.N.P.S. degli avvocati non iscritti obbligatoriamente alla Cassa di previdenza forense alla quale hanno versato esclusivamente un contributo integrativo in quanto iscritti agli albi, cui non segue la costituzione di alcuna posizione previdenziale a loro beneficio, è già stata decisa, sebbene riferita alla categoria professionale degli ingegneri ed architetti, da questa Corte di cassazione con le sentenze. nn. 30344 del 2017, n. 30345 del 2017, n. 1172 del 2018, n. 2282 del 2018, n.1643 del 2018, con le quali si è affermata la sussistenza dell’obbligo in discorso.
Questa Corte di cassazione ritiene di dover dare seguito ai propri specifici precedenti in ragione, oltre che di quanto nei medesimi affermato, anche di considerazioni più ampie sollecitate dalla estensione della questione oggetto del presente ricorso a diverse categorie di professionisti (avvocati, praticanti avvocati, commercialisti) che, al pari degli ingegneri e degli architetti, svolgono attività per cui è necessaria l’iscrizione ad albo o ad elenco e per i quali esiste una cassa che gestisce l’assicurazione obbligatoria di categoria alla quale chi esercita l’attività professionale, pur senza esservi iscritto per varie ragioni, versa obbligatoriamente un contributo integrativo.
Le tesi reciprocamente contrapposte poggiano sull’affermazione o sulla negazione della permeabilità del sistema professionale di categoria rispetto alla regola fissata dalla L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, laddove risulti che il reddito prodotto attraverso l’esercizio della professione de qua non sia inciso da obbligo contributivo utile a costituire una posizione previdenziale in favore dello stesso professionista.
Esiste, dunque, una questione di fondo, comune alle singole tipologie professionali nei cui confronti l’I.N.P.S. ha fatto valere l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata la cui soluzione impone, da un lato la verifica dell’ambito di concreta, attuale, operatività di tale Gestione e, quindi, l’individuazione della sua funzione all’interno del sistema della previdenza; b) il confronto del risultato di tale verifica con l’ambito di concreta operatività della gestione affidata dalla legge alle apposite casse professionali (in ragione del disposto del D.Lgs. n. 194 del 1994, o del D.Lgs. n. 103 del 1996).
Giova ricordare, con riguardo al caso di specie, che per l’iscrizione alla Cassa di Previdenza ed Assistenza Forense, al tempo in cui si colloca la fattispecie, occorrevano due requisiti: l’iscrizione all’albo professionale e l’esercizio della professione con carattere di continuità.
Non potevano infatti usufruire della previdenza forense coloro che esercitavano la libera professione in modo occasionale pur rimanendo iscritti all’albo professionale.
L’obbligo di iscriversi alla Cassa Forense, con conseguente obbligo di contribuzione nei limiti fissati dal Comitato dei Delegati della Cassa, conseguiva al raggiungimento, nel corso dell’anno, di un reddito netto e di un volume di affari (Iva) superiore ai limiti determinati, anno per anno, sempre dal Comitato dei Delegati.
Limiti che, pacificamente, non sono stati superati dal ricorrente nell’anno di riferimento.
Come è noto, questa Corte di cassazione con la sentenza a SS.UU. n. 3240 del 2010, che, per questo aspetto, continua ad esprimere arresti del tutto condivisibili e non contrastati, a proposito della L. 8 agosto 1995, n. 335, art. 2, comma 26, il cui testo dispone: “26. A decorrere dal 1 gennaio 1996 sono tenuti all’iscrizione presso una apposita gestione separata, presso l’Inps, e finalizzata all’assicurazione obbligatoria per l’invalidità, la vecchiaia ed i superstiti, i soggetti che esercitino, per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo, di cui al T.U. delle imposte sui redditi approvato con D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 49, comma 1, e successive modificazioni e integrazioni, nonché i titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, di cui all’art. 49, comma 2, lett. A), medesimo testo unico e gli incaricati alla vendita a domicilio. Sono esclusi dall’obbligo i soggetti assegnatari di borse di studio, limitatamente alla relativa attività”, ha affermato che:
– con la creazione della nuova gestione separata si è inteso estendere la copertura assicurativa, nell’ambito della cd. “politica di universalizzazione delle tutele”, non solo a coloro che ne erano completamente privi, ma anche a coloro che ne fruivano solo in parte, a coloro cioè che svolgevano due diversi tipi di attività e che erano “coperti” dal punto di vista previdenziale, solo per una delle due, facendo quindi in modo che a ciascuna corrispondesse una forma di assicurazione;
– la caratteristica della norma, che si evince dal testo, è l’aver assoggettato ad assicurazione non più determinate categorie di lavoratori ma due tipi di reddito da lavoro autonomo: quelli di cui all’art. 49, comma 1, del TUIR che derivano dall’esercizio, abituale ancorché non esclusivo, di arti e professioni e quelli di cui al secondo comma dello stesso articolo, derivanti dagli uffici di amministratore e sindaco di società e da altri rapporti di collaborazione coordinata e continuativa;
– la Gestione separata presenta per tale motivo aspetti diversi rispetto alle altre (la gestione dell’assicurazione generale obbligatoria dei lavoratori dipendenti e le gestioni dei lavoratori autonomi, ossia commercianti, artigiani, coltivatori diretti), che sono caratterizzate da una definizione compiuta del proprio campo di applicazione, corrispondente alla attività lavorativa svolta;
– diversamente, nel citato art. 2, comma 26, il riferimento è invece eteronomo e supportato esclusivamente dalla norma fiscale (i citati articoli del TUIR), per cui, nella gestione separata, l’obbligazione contributiva è basata sostanzialmente sulla mera percezione di un reddito: più che un contributo destinato ad integrare un settore previdenzialmente scoperto, i conferimenti alla gestione separata hanno piuttosto il sapore di una tassa aggiuntiva su determinati tipi di reddito, con il duplice scopo di “fare cassa” e di costituire un deterrente economico all’abuso di tali forme di lavoro;
– la nuova tutela previdenziale può, quindi, essere “unica”, in quanto corrispondente all’unica attività svolta, oppure “complementare” a quella apprestata dalla gestione a cui il soggetto è iscritto in relazione all’altra attività lavorativa espletata;
– la compatibilità, per i percettori dei redditi di cui all’art. 46 del TUIR, della doppia iscrizione è testualmente prevista dalla L. 27 dicembre 1997, n. 449, art. 59, comma 16, laddove, all’interno della gestione separata, è prevista un differente aliquota per coloro i quali sono iscritti ad altre forme di previdenza obbligatoria e per quanti non lo sono le peculiarità indicate comportano differenze fondamentali fra la gestione separata e tutte le altre sopra indicate e cioè: a) contribuzione basata sul criterio di cassa e non di competenza; b) mancanza di un minimale contributivo, esistente invece, oltre che per l’AGO, anche per l’assicurazione commercianti (per cui, quale che sia il reddito ricavato, la contribuzione non può scendere al di sotto di una certa soglia, cfr. L. 31 dicembre 1991, n. 415, art. 6, comma 7); c); la negazione del principio dell’attività prevalente;
– nella Gestione separata la contribuzione si commisura esclusivamente ai compensi percepiti ed i decreti ministeriali a cui fa rimando la L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 30, ossia il D.M. 24 novembre 1995, ed il successivo D.M. 2 maggio 1996, n. 281, dettano i criteri per il versamento della contribuzione, distinguendo tra i redditi di cui art. 49, comma 1, TUIR, che sono quelli da lavoro autonomo derivanti dall’esercizio di arti o professioni, per i quali il soggetto onerato del versamento della contribuzione è lo stesso soggetto percettore (come previsto per gli altri lavoratori autonomi iscritti nelle gestioni Inps artigiani, commercianti e coltivatori diretti), e i redditi di cui al medesimo art. 49, comma 2, che derivano dagli uffici di amministratore, sindaco o revisore di società e dagli altri rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, per i quali il soggetto obbligato al versamento della contribuzione è invece il soggetto erogatore dei compensi (come prescritto per la gestione AGO dei lavoratori dipendenti) attraverso un meccanismo analogo a quello previsto per il sostituto di imposta (il D.P.R. n. 917 del 1986, è stato modificato dal D.Lgs. 12 dicembre 2003, n. 344, con effetti dal primo gennaio 2004, ma l’impianto fondamentale, per quanto interessa, è rimasto lo stesso);
– la regola generale è quindi che all’espletamento di duplice attività lavorativa, quando per entrambe si prevede la tutela assicurativa, deve corrispondere la duplicità di iscrizione e non si ha, peraltro, duplicazione di contribuzione, perché a ciascuna fa capo una attività diversa. Inoltre ciascuna delle obbligazioni contributive viene parametrata sulla base dei compensi rispettivamente percepiti, che non si cumulano, ma restano distinti e sottoposti alla rispettiva aliquota di prelievo.
Alle conclusioni cui giunsero le Sezioni Unite n. 3240 del 2010, può aggiungersi, consolidandole e rendendole attuali, che la finalità di conseguire l’estensione delle tutele attribuita alla gestione separata sin dalla sua costituzione, si è accentuata (tanto da realizzare, secondo una condivisibile opinione, una sorta di positiva eterogenesi dei fini rispetto all’originaria mera finalità di cassa) attraverso un’opera di costante ampliamento delle categorie di lavoratori tenute a detta iscrizione.
Si è giunti, dunque, all’estensione dell’obbligo assicurativo a quasi tutti i lavoratori autonomi, ricomprendendovi non solo i lavoratori definiti parasubordinati (lavoratori coordinati e continuativi secondo il D.Lgs. n. 81 del 2015), ma anche, con interventi normativi mirati, varie altre categorie, quali: addetti a servizi turistici, addetti ad attività di intermediazione, incaricati di vendite a domicilio, beneficiari di borse di studio per la frequenza ai corsi di dottorato di ricerca (L. n. 315 del 1998, art. 1), associati in partecipazione (D.L. n. 269 del 2003, art. 43, conv. in L. n. 326 del 2003, ed L. n. 311 del 2004, art. 1, comma 157); (D.L. n. 269 del 2003, art. 44, comma 2) lavoratori autonomi occasionali al di sopra di una certa soglia di reddito (Euro 5.000); spedizionieri doganali non dipendenti (L. n. 230 del 1997); assegnisti di ricerca; amministratori locali; beneficiari di borse di studio a sostegno della mobilità internazionale degli studenti (solo da maggio a dicembre 2003) e degli assegni per attività di tutorato, didattico – integrative, propedeutiche e di recupero, i medici con contratto di formazione specialistica, i Volontari del Servizio Civile Nazionale (avviati dal 2006 al 2008).
Il presupposto da cui deriva l’obbligo di iscrizione dei suddetti soggetti è in linea di principio strettamente correlato alla qualificazione fiscale dei redditi che essi percepiscono ed alla entità dei medesimi; che diventa irrilevante se inferiore alla soglia di cui al D.L. n. 269 del 2003, art. 44, comma 2.
Tale complessivo ed articolato quadro normativo, che si è correttamente ricondotto ad una consapevole scelta legislativa di estensione della copertura assicurativa anche attraverso il piano oggettivo, perché ancorata direttamente alla produzione di redditi qualificati secondo la disciplina tributaria, induce a ritenere che la copertura previdenziale realizzata attraverso la istituzione della Gestione separata non è limitata alla protezione nominativa di singole figure di lavoratori autonomi rimaste prive di tutela assicurativa ed emergenti via via a seconda delle evoluzioni del sistema economico e produttivo, ma ha assunto una funzione di chiusura del sistema che si rivolge alle aree soggettive ed oggettive non coperte da altre forme di assicurazione obbligatoria e che risponde all’obbligo dello Stato di dare concretezza al principio della universalità delle tutele assicurative obbligatorie relative a tutti i lavoratori (art. 35 Cost.), rispetto agli eventi indicati nell’art. 38 Cost., comma 2, nei modi indicati dallo stesso art. 38 Cost., comma 4.
Sono lavoratori tutti coloro che traggono dalla loro personale attività professionale i mezzi necessari a soddisfare le esigenze di vita proprie e familiari, ivi compresi anche i lavoratori autonomi ed i liberi professionisti, secondo il dettato costituzionale, per cui essi vanno tutelati dal punto di vista previdenziale al verificarsi di una delle situazioni di bisogno individuate dallo stesso art. 38 Cost..
Su queste premesse va verificata la sostenibilità, rispetto alla appena enunciata regola dell’universalizzazione delle tutele, della tesi avallata dal ricorrente secondo cui, in applicazione del disposto della L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, come interpretato dal D.L. n. 98 del 2011, art. 18, comma 12, conv. in L. n. 11 del 2011, si sottrae all’obbligo di iscrizione alla gestione separata il professionista che, per svariate ragioni dovute alle specifiche discipline previdenziali di categoria, non sia soggetto alla iscrizione presso la cassa professionale di riferimento benché soggetto all’obbligo di versamento del contributo integrativo.
La risposta non può essere positiva proprio in quanto la funzione assunta nel sistema dalla Gestione separata risponde ad una logica di copertura universale, soggettiva ed oggettiva, delle attività umane produttive di reddito da lavoro che è ben distante dalla logica, sostanzialmente rispondente a scelte organizzative dello Stato in materia previdenziale, sottesa all’attribuzione alle casse professionali (sia privatizzate che di nuova istituzione) della gestione dei rapporti assicurativi degli iscritti.
In altri termini, il principio di universalizzazione soggettivo ed oggettivo della copertura assicurativa obbligatoria si traduce operativamente nella regola secondo la quale l’obbligo (L. n. 335 del 1995, ex art. 2, comma 26) di iscrizione alla gestione separata è genericamente rivolto a chiunque percepisca un reddito derivante dall’esercizio abituale (anche se non esclusivo), ma anche occasionale (entro il limite monetario indicato nel D.L. n. 269 del 2003, art. 44, comma 2) di un’attività professionale per la quale è prevista l’iscrizione ad un albo o ad un elenco, anche se il medesimo soggetto svolge anche altra diverse attività per cui risulta già iscritto ad altra gestione.
Tale obbligo viene meno solo se il reddito prodotto dall’attività professionale predetta è già integralmente oggetto di obbligo assicurativo gestito dalla cassa di riferimento. Per tale ragione non è corretto adottare, nella ricerca della soluzione della questione, una logica limitata ad un mero riparto di competenze tra Gestione separata e cassa professionale con la pretesa di paralizzare il pieno dispiegarsi del principio di universalizzazione delle tutele, improntato a precisi obblighi derivanti dalla Costituzione, per effetto dell’attribuzione alla cassa professionale del compito di gestire il rapporto assicurativo dei propri associati.
Va, infatti, rimarcato che il principio di autonomia riconosciuto alle Casse professionali dal D.Lgs. n. 509 del 1994, realizza, nel rispetto della natura pluralista dell’intero sistema previdenziale, il diverso scopo di rispettare le istanze del gruppo professionale nella gestione dell’assicurazione obbligatoria, all’interno dello spazio assegnato loro dalla legge (L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 12), senza il concorso finanziario da parte dello Stato.
Il D.Lgs. n. 509 del 1994, art. 2, ha attribuito autonomia gestionale, organizzativa e contabile a tali associazioni o fondazioni, con i limiti dovuti “alla natura pubblica dell’attività svolta” (art. 2, comma 1). Così i nuovi soggetti fruiscono di autonomia statutaria e regolamentare (art. 1, comma 4), si finanziano attraverso i versamenti contributivi dei propri iscritti, con divieto di contribuzioni pubbliche (art. 1, commi 1 e 3) ma permane, nei loro confronti, il controllo pubblico (art. 3).
Anzi, tale controllo si è rafforzato con modifiche alla legge di sistema (v. L. 30 luglio 2010, n. 122 e L. 15 luglio 2011, n. 111) e con leggi di settore che, per specifici aspetti, hanno attratto le attività delle Casse nel proprio ambito oggettivo. La dottrina, che aveva approfondito, sin da prima della privatizzazione di quelli di tipo professionale, la natura degli enti previdenziali, aveva colto la differenza tra quelli gestori di forme di tutela per i lavoratori dipendenti e quelli gestori di alcune forme di tutela per i lavoratori autonomi. In particolare, il tratto differenziale era stato ravvisato nella diversa struttura e nella disciplina di scelta degli organi di governo.
Ciò chiarito quanto alla struttura, sotto il profilo funzionale rimane la considerazione che in realtà entrambi gli enti si pongono nello stesso modo nei riguardi dello Stato, giacché seppure in passato poteva ritenersi che il fine della solidarietà all’interno della categoria fosse proprio ed esclusivo della stessa categoria protetta, con il nuovo assetto costituzionale la copertura assicurativa previdenziale è divenuto un compito diretto dello Stato a cui spetta fissare i limiti delle tutele.
La giurisprudenza costituzionale conforta tale assunto, essendo stato rilevato che la trasformazione in soggetti privati ha lasciato immutato il carattere pubblicistico dell’attività istituzionale di previdenza ed assistenza svolta dagli enti, articolandosi invece sul diverso piano di una modifica degli strumenti di gestione e della differente qualificazione giuridica dei soggetti stessi: l’obbligo contributivo costituisce un corollario, appunto, della rilevanza pubblicistica dell’inalterato fine previdenziale. L’esclusione di un intervento a carico della solidarietà generale consegue alla stessa scelta di trasformare gli enti, in quanto implicita nella premessa che nega il finanziamento pubblico o altri ausili pubblici di carattere finanziario” (Corte Cost. n. 248/1997). La Corte ha pure chiarito, quanto alla natura della “contribuzione obbligatoria” che non si tratta di finanziamento pubblico ma del “corollario della rilevanza pubblicistica del fine previdenziale”. Costituisce lo strumento per abilitare, facilitare promuovere l’auto-organizzazione di una comunità di professionisti in fatto di previdenza e, conseguentemente, l’equilibrio di un sistema previdenziale basato su una “solidarietà endo-categoriale” o “comunanza d’interessi”; l’appartenenza obbligatoria all’ente privatizzato non lede la libertà negativa di associazione, riconosciuta dall’art. 18 Cost., in quanto è funzionale alla “(…) tutela di altri interessi costituzionalmente garantiti”, “purché non siano altrimenti offesi libertà, diritti e principi costituzionalmente garantiti (diversi dalla libertà negativa di associarsi)”, e risulti al tempo stesso che tale previsione “assicura lo strumento meglio idoneo all’attuazione di finalità schiettamente pubbliche, trascendenti la sfera nella quale opera il fenomeno associativo costituito per la libera determinazione dei privati” (sentenza n. 40/1982), o di un fine pubblico “che non sia palesemente arbitrario, pretestuoso o artificioso” (sentenza n. 20/1975; e cfr. anche le sentenze n. 120/1973 e n. 69/1962).
Corte Cost. n. 15/1999 rammenta che “la privatizzazione degli enti pubblici di previdenza e assistenza è inserita nel contesto del complessivo riordinamento o della soppressione di enti previdenziali, in corrispondenza ad una direttiva più generale volta ad eliminare duplicazioni organizzative e funzionali nell’ambito della pubblica amministrazione”, le Casse sono sfuggite a questo processo di “razionalizzazione organizzativa” o “fusioni ed incorporazioni” in quanto “enti che, non usufruendo di alcun sostegno finanziario pubblico, intendono mantenere la loro specificità ed autonomia, assumendo la forma dell’associazione o della fondazione”.
Da ultimo, con la sentenza 7/2017 la Corte ha ribadito che la trasformazione delle Casse operata dal decreto n. 509/1994, “pur avendo inciso sulla forma giuridica dell’ente e sulle modalità organizzative delle sue funzioni, non ha modificato il carattere pubblicistico dell’attività istituzionale di previdenza ed assistenza. Peraltro, la Corte delle leggi ricorda come il principio del buon andamento di cui all’art. 97 Cost., stia alla base del portato normativo del D.Lgs. n. 509 del 1994, essendo la riforma stata ispirata dall’esigenza di “percorrere una strada alternativa di tipo mutualistico rispetto alla soluzione “generalista” della previdenza”.
Risulta, per quanto sin qui detto, non decisivo il richiamo ai precedenti di questa Corte nn. 3622 del 2007, 11634 del 2007 e 13218 del 2008 che miravano a stabilire se una certa attività (quella delle guide turistiche) dovesse o meno essere inquadrata nell’ambito della Gestione separata e, quindi, erano orientati a definire i soli profili soggettivi dell’obbligo assicurativo presso la Gestione separata e non la ben diversa ipotesi qui trattata della possibile esistenza di un vuoto di obbligo assicurativo relativo all’attività professionale del libero professionista iscritto ad un ordine professionale per cui esiste una cassa previdenziale di riferimento.
Sulle premesse sin qui esposte va esaminato il disposto del D.L. 6 luglio 2011, n. 98, art. 18, comma 12, convertito dalla L. 15 luglio 2011, n. 111, che, esplicitando l’intento di voler chiarire quali liberi professionisti siano tenuti alla iscrizione alla gestione separata, dispone che la L. n. 335 del 1995, citato art. 2, comma 26, va inteso nel senso che “i soggetti che esercitano per professione abituale, ancorché non esclusiva, attività di lavoro autonomo tenuti all’iscrizione presso l’apposita gestione separata INPS sono esclusivamente i soggetti che svolgono attività il cui esercizio non sia subordinato alla iscrizione ad appositi albi professionali ovvero attività non soggette al versamento contributivo agli enti di cui al comma 11 in base ai rispettivi ordinamenti, con esclusione dei soggetti di cui al comma 11”.
La congiunzione “ovvero” può avere sia funzione meramente esplicativa, per cui sarebbero tenuti alla iscrizione i soggetti che esercitano una attività professionale per il cui esercizio non è richiesta l’iscrizione agli albi professionali e che dunque non sono tenuti al versamento di alcuna contribuzione alle casse professionali, che funzione disgiuntiva, per cui sarebbero tenuti alla iscrizione i soggetti che esercitano una attività professionale per il cui esercizio non è richiesta l’iscrizione agli albi professionali ed altresì coloro che, pur iscritti agli albi, non sono tenuti al versamento di alcuna contribuzione alle casse professionali.
Dal punto di vista astratto, è possibile, poi, intendere il “versamento contributivo”, come riferito al contributo soggettivo o anche a quello integrativo, giacche viene messo in dubbio se il versamento che esonera dalla iscrizione sia solo quello soggettivo, finalizzato alla creazione di una posizione previdenziale o anche quello integrativo (che viene versato da tutti coloro che sono iscritti agli albi ma non alle casse). Quest’ultimo versamento in quanto “sterile”, perché non produttivo di alcuna prestazione per il soggetto tenuto al pagamento, avrebbe una mera finalità solidaristica in senso lato.
Queste ulteriori questioni derivate dalla legge interpretativa, come già sottolineato dai precedenti specifici di questa Corte nn. 30344 del 2017, n. 30345 del 2017, n. 1172 del 2018, n. 2282 del 2018, n. 1643 del 2018, vanno risolte, necessariamente, alla luce della ricostruzione sistematica sopra rappresentata perché una interpretazione meramente letterale non potrebbe mai giungere a soluzioni certe essendo il termine “versamento contributivo” senza ulteriore specificazione del tutto ambiguo così come la valenza della congiunzione “ovvero”. Per tale ragione va certamente condivisa l’impostazione dei precedenti specifici di questa Corte ricordati al punto 3) che hanno correttamente rimarcato che la legge interpretativa non può essere letta senza considerare la norma che si intende interpretare e sul cui contenuto di centrale rilievo sistematico si è sin qui detto.
La norma interpretata, infatti, significativamente intitolata all’armonizzazione degli ordinamenti pensionistici, pur nel rispetto della pluralità degli organismi assicurativi (L. n. 335 del 1995, art. 1, comma 10), ha chiaramente indicato la volontà di estendere l’area della tutela assicurativa attraverso l’istituzione della Gestione separata, facendone un principio dell’intera riforma. Il principio ha trovato sostanziale, seppure non totale, concretizzazione nei sensi sopra ricordati, e la sua portata deve incidere anche sulla disciplina sostanziale delle previdenze di categoria, ridimensionando in caso di sua negazione, i criteri di autonomia e di separazione delle tutele, che caratterizzano il provvedimento sulla privatizzazione, adottato dal D.Lgs. n. 509 del 1994.
Pertanto, l’unica forma di contribuzione obbligatoriamente versata che può inibire la forza espansiva della norma di chiusura contenuta nella L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, come chiarita dal D.L. n. 98 del 2011, art. 18, comma 12, non può che essere quella correlata ad un obbligo di iscrizione ad una gestione di categoria, in applicazione del divieto di duplicazione delle coperture assicurative incidenti sulla medesima attività professionale.
Per tale ragione la contribuzione integrativa, in quanto non correlata all’obbligo di iscrizione alla cassa professionale, ed a prescindere dalla individuazione della funzione assolta all’interno del sistema di finanziamento delle attività demandate alla cassa professionale, non attribuisce al lavoratore una copertura assicurativa per gli eventi della vecchiaia, dell’invalidità e della morte in favore dei superstiti per cui non può essere rilevante ai fini di escludere l’obbligo di iscrizione alla Gestione separata presso l’INPS.
La conclusione qui esposta non è contraddetta, infine, neanche dalle considerazioni, evocate soprattutto in sede di discussione, circa la eventuale non utilità della contribuzione versata dal professionista presso la Gestione separata a seguito della sua iscrizione d’ufficio, posto che questa Corte di cassazione ha avuto modo da tempo (Cass. n.10396 del 2009) di ribadire che dall’obbligo introdotto dalla L. n. 335 del 1995, art. 2, comma 26, e dal successivo comma 32, che regola l’emanazione di norme regolamentari, si trae la deduzione che la nuova gestione separata è chiamata fondamentalmente a rappresentare un’ulteriore gestione della assicurazione generale obbligatoria, che si aggiunge a quelle preesistenti per i lavoratori dipendenti e i lavoratori autonomi dell’agricoltura, commercio e artigianato. Peraltro, anche gli sviluppi recenti della legislazione (vd. L. n. 228 del 2012, e L. n. 232 del 2016) si sono mossi nel senso di ampliare la sfera della cumulabilità della diversa contribuzione, non coincidente, maturata da ciascun lavoratore secondo le proprie valutazioni di convenienza.
Si tratta certamente di una estensione della copertura assicurativa e non può certo confondersi la funzione dell’imposizione dell’obbligo dell’iscrizione alla Gestione separata con la concreta valorizzazione della contribuzione maturata da ciascun iscritto, come tale legata alle peculiarità della vita lavorativa di ciascuno, in assenza un rapporto di indefettibile corrispondenza tra le pensioni e le retribuzioni e tra le pensioni e l’ammontare della contribuzione versata, ed in presenza di “(…) una tendenziale correlazione, che salvaguardi l’idoneità del trattamento previdenziale a soddisfare le esigenze di vita” (Corte Cost. n. 259 del 2017).
Va infine chiarito che, la L. n. 576 del 1980, art. 22, comma 1, afferma l’obbligatorietà dell’iscrizione alla Cassa forense degli avvocati che esercitano la libera professione con carattere di continuità, laddove poi, al comma 2, stabilisce che l’accertamento di tale continuità avvenga sulla base di parametri reddituali o di volume di affari fissato dal Comitato dei delegati.
È proprio il mancato superamento di quest’ultimo limite (indicato dal ricorrente in Euro 7.470,00 quanto ad Irpef ed in Euro 11.205,00 quanto a volume di affari Iva) che ha consentito al legale di non versare la contribuzione soggettiva, con carenza di copertura che, per quanto finora detto, viene ad essere colmata dall’iscrizione alla Gestione separata, rispetto alla quale la deduzione di un reddito di Euro 5.066,00 nell’anno di riferimento (v. la memoria ex art. 378 c.p.c., pag. 2, con riferimento a quanto allegato nel ricorso introduttivo) comporta il superamento dei minimi di Euro 5.000,00, di cui si è detto.
In definitiva, il primo motivo di ricorso va rigettato.
Con il secondo motivo l’avv. S. censura la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3, per avere violato la L. n. 388 del 2000, art. 116, comma 15, in quanto, nonostante la palese sussistenza di contrasti interpretativi sulla interpretazione della normativa, in sé ammessa anche dall’ente previdenziale in sede stragiudiziale, non era stata data applicazione alla previsione citata, secondo cui, su tali presupposti, doveva aversi riduzione delle sanzioni civili fino alla misura degli interessi legali.
La giurisprudenza di questa Corte ha ripetutamente ritenuto che l’applicazione dell’art. 116, comma 15, cit., postuli il previo pagamento della contribuzione (Cass. 1 marzo 2016, n. 4077; Cass. 7 maggio 2015, n. 9185; Cass. 10 dicembre 2013, n. 27513) e tale assunto va condiviso.
La normativa sulla riduzione delle sanzioni civili va letta nel suo complesso ed essa si articola in due previsioni di fondo.
La prima è quella della L. n. 388 cit., art. 116, comma 10, secondo cui “nei casi di mancato o ritardato pagamento di contributi o premi derivanti da oggettive incertezze connesse a contrastanti orientamenti giurisprudenziali o amministrativi sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo, successivamente riconosciuto in sede giudiziale o amministrativa, sempreché il versamento dei contributi o premi sia effettuato entro il termine fissato dagli enti impositori, si applica una sanzione civile, in ragione d’anno, pari al tasso ufficiale di riferimento maggiorato di 5,5 punti” con il limite massimo del 40 della contribuzione dovuta.
La seconda è quella dell’art. 116, comma 15, lett. a), secondo cui “fermo restando l’integrale pagamento dei contributi e dei premi dovuti alle gestioni previdenziali e assistenziali, i consigli di amministrazione degli enti impositori, sulla base di apposite direttive emanate dal Ministro del lavoro e della previdenza sociale, di concerto con il Ministro del tesoro, del bilancio e della programmazione economica fissano criteri e modalità per la riduzione delle sanzioni civili di cui al comma 8 fino alla misura degli interessi legali”, anche in relazione ai “casi di mancato e ritardato pagamento di contributi o premi derivanti da oggettive incertezze connesse a contrastanti ovvero sopravvenuti diversi orientamenti giurisprudenziali o determinazioni amministrative sulla ricorrenza dell’obbligo contributivo successivamente riconosciuto in sede giurisdizionale o amministrativa in relazione alla particolare rilevanza delle incertezze interpretative che hanno dato luogo alla inadempienza”.
Le due norme prevedono una diversa e progressivamente più intensa riduzione delle sanzioni, fino all’interesse legale di cui al comma 15, ma si basano chiaramente su identici presupposti, per quanto attiene al pagamento dei contributi dovuti.
Ne deriva che, anche la previsione del comma 15 va intesa, come da giurisprudenza citata, alla luce del più esplicito disposto del comma 10 e quindi nel senso che, omessa od evasa ab origine l’obbligazione contributiva, vi sia pagamento di essa “nel termine fissato dagli enti impositori”, evidentemente in concomitanza o correlazione con la richiesta di adempimento dell’obbligo inadempiuto.
Il caso in cui l’ente impositore non proceda alla richiesta stragiudiziale di adempimento su cui si basa la riduzione delle sanzioni non è quello di specie e non va quindi qui affrontato, essendo pacifico, dallo stesso tenore del ricorso per cassazione, che fu proprio l’I.N.P.S. a proporre, prima del ricorso giudiziale avversario, la riduzione delle sanzioni.
Ciò palesemente avrebbe imposto al ricorrente, sulla base della citata normativa di cui all’art. 116 cit., commi 10 e 15, di aderire, al fine di godere dell’agevolazione e se del caso con riserva, alla proposta avversaria, procedendo al pagamento della contribuzione omessa, il che non risulta sia avvenuto.
Pertanto anche il secondo motivo va rigettato.
La novità della questione principale sulla sussistenza dell’obbligo contributivo determina la compensazione delle spese del giudizio di legittimità.
La Corte rigetta il ricorso; compensa le spese del giudizio di legittimità. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.