Source: https://www.laleggepertutti.it/106136_il-procedimento-di-adozione-requisiti
Timestamp: 2018-04-21 13:36:22+00:00
Document Index: 89869827

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 25', 'e contrario', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 147', 'art. 28']

Il procedimento di adozione: requisiti
Professionisti Il procedimento di adozione: requisiti
I requisiti richiesti dalla L. 184/1983 per adottare: matrimonio, età, capacità affettiva.
Secondo quanto dispone l’art. 6 L. 184/1983 (Diritto del minore ad una famiglia), l’adozione è consentita a coniugi: a) uniti in matrimonio da almeno tre anni; b) tra i quali non vi sia e non vi sia stata, negli ultimi tre anni, separazione personale, anche di fatto.
La stabilità del rapporto si ritiene realizzata anche quando:
a) i coniugi abbiano convissuto, in modo stabile e continuativo, prima del matrimonio per un periodo di tre anni: la continuità e la stabilità della convivenza deve però essere accertata dal Tribunale per i minorenni, avuto riguardo a tutte le circostanze del caso concreto;
b) i coniugi, inoltre, devono essere affettivamente idonei e capaci di educare, istruire e mantenere i minori che intendono adottare.
La norma sulla convivenza s’inserisce, dunque, come è chiaro, nell’annoso dibattito circa la giustezza di escludere i conviventi more uxorio dalla possibilità di adottare: la soluzione scelta è, a nostro avviso, la più pasticciata ed ipocrita possibile .
Il legislatore, infatti, pur non potendo dimenticare le considerazioni di quanti hanno messo in luce che il nostro ordinamento, per più versi, dà rilevanza alle unioni di fatto e che la solidità e la tendenziale stabilità di un rapporto di coppia si basano proprio sulla libertà dei due soggetti interessati di continuamente verificare il legame affettivo, mentale e fisico che li unisce (rispetto a questo, il matrimonio è un dato esterno e secondario), non si è sottratto alle argomentazioni più confessionali esistenti nel nostro paese. La convivenza, in questo modo, non conferisce alla coppia dignità umana e giuridica necessaria per aspirare all’adozione ma, pur essendo stabile e continuativa (per un periodo ritenuto congruo dalla norma), deve, comunque, essere sfociata nel matrimonio.
Continua poi a non essere prevista, come si vede, l’adozione da parte di una singola persona: si era detto, a favore di quest’ultima soluzione, che l’art. 25 L. adoz. (rimasta, sul punto, immutata) prevedeva, ove fosse intervenuta una separazione personale durante il periodo di affidamento preadottivo, che fosse possibile, nell’interesse del minore, pronunciare l’adozione a favore di un solo coniuge; se la singolarità dell’adottante fosse stata ritenuta un dato negativo e contrario agli interessi dell’adottando, non ci sarebbe stato spazio per le eccezioni .
In proposito, si era, peraltro, rilevato che l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 24 aprile 1967 (ratificata, in Italia, con L. 357/1974) permetteva l’adozione anche da parte di una singola persona: la Cassazione, però, con sent. n. 7950 del 21-7-1995, rilevò che l’art. 6 della Convenzione di Strasburgo non impone agli Stati firmatari l’obbligo di prevedere, accanto all’adozione da parte dei coniugi, anche quella da parte di persone singole, ma si limita ad individuare una categoria di soggetti alle quali i legislatori nazionali possono consentire l’adozione di minori. L’espressione «affettivamente idonei» che il secondo comma dell’art. 6 della Convenzione di Strasburgo cit. aggiunge alla capacità degli adottanti di educare, istruire e mantenere i minori ci sembra, francamente, irrilevante perché è del tutto ovvio che, anche in precedenza, bisognava verificare che gli adottanti avessero la capacità di creare valide relazioni affettive con l’adottando.
Dunque, il problema in esame resta aperto, trattandosi di una realtà della nostra società così come è una realtà la famiglia di fatto. Il legislatore non ha ancora trovato una soluzione, in quanto non è riuscito a mediare tra istanze di immutabilità dei modelli sociali, istanze di rivoluzione degli stessi modelli e l’affermarsi, indipendentemente dai diversi modelli sociali, di nuovi stili di vita. Il dato di fatto è che, per l’adozione, occorre una coppia unita in matrimonio.
Limiti di età dei coniugi e deroghe: ratio
Per quanto riguarda l’età che consente ai coniugi l’adozione, la precedente normativa si limitava a stabilire che l’età degli adottanti doveva superare di almeno diciotto anni e di non più di quaranta anni l’età dell’adottando. Su tale limite era però intervenuta più volte la Corte Costituzionale con sentenze che, senza revocare in dubbio il principio della differenza di età, lo mettevano, tuttavia, in relazione con altri valori, quali l’interesse del minore o l’unità della famiglia. E, così, la Consulta, con sentenza n. 148/1992, dichiarò l’illegittimità costituzionale della norma in discussione (art. 6, co. 2, L. 184/1982), nella parte in cui non prevedeva l’adozione di uno o più fratelli in stato di adottabilità, quando per uno di essi l’età degli adottanti superava di più di quarant’anni l’età dell’adottando e dalla separazione derivava ai minori un danno grave per il venir meno della comunanza di vita e di educazione, per contrasto con gli artt. 2, 3 e 31 Cost. Inoltre, con sentenza n. 303/1996, sancì l’illegittimità costituzionale del secondo comma del vecchio art. 6 della Convenzione di Strasburgo del 1967, per contrasto con gli artt. 2 e 31 Cost., nella parte in cui non prevedeva che il giudice potesse disporre l’adozione, valutando esclusivamente l’interesse del minore, quando l’età di uno dei coniugi adottanti avesse superato di oltre quarant’anni l’età dell’adottando, pur rimanendo la differenza di età in quella che di solito intercorre tra genitori e figli, se dalla mancata adozione fosse derivato un danno grave e non altrimenti evitabile per il minore . Ancora, con sentenza n. 349/1998, dichiarò l’illegittimità della norma previgente in argomento, per violazione degli artt. 2 e 31 Cost., nella parte in cui non prevedeva che il giudice potesse disporre l’adozione, valutando l’interesse del minore in modo esclusivo, quando l’età di uno dei coniugi adottanti non superasse di almeno diciotto anni l’età dell’adottando, pur rimanendo la differenza di età compresa in quella che di solito intercorre tra genitori e figli, se dalla mancata adozione derivava un danno grave e non altrimenti evitabile per il minore. Infine, la Corte costituzionale, con sentenza n. 283/1999, dichiarò l’illegittimità costituzionale degli artt. 6 e 30 della L. adoz., con riferimento agli artt. 2, 3 e 31 Cost., nella parte in cui non prevedevano che il giudice potesse disporre 1’adozione, valutando esclusivamente l’interesse del minore, quando l’età di entrambi gli aspiranti superasse di oltre quaranta anni l’età dell’adottando (pur rimanendo la differenza di età compresa in quella che, di solito, intercorre tra genitori e figli di sangue), qualora dalla mancata adozione derivasse un danno certo, grave e non altrimenti evitabile per il minore.
A seguito delle citate sentenze, il testo dell’art. 6 della legge 184 in esame fu sostituito dalla L. 149/2001.
Il testo vigente dell’art. 6 della L. 184/1983 si occupa dell’età degli adottanti ai commi 3, 5 e 6, stabilendo che:
a) l’età degli adottanti deve superare di almeno diciotto anni e di non più di quarantacinque anni l’età dell’adottando;
b) i limiti di cui sopra possono essere derogati qualora il Tribunale per i minorenni accerti che dalla mancata adozione derivi un danno grave e non altrimenti evitabile per il minore;
c) l’adozione, inoltre, non è preclusa quando il limite massimo di età degli adottanti sia superato da uno solo di essi in misura non superiore a dieci anni ovvero quando gli adottanti siano genitori di figli anche adottivi dei quali almeno uno sia in età minore ovvero quando l’adozione riguardi un fratello o una sorella del minore già adottato dai richiedenti .
La normativa riportata ha dunque aperto un ampio e inaccettabile varco nel principio, peraltro, ribadito nelle citate sentenze della Corte Costituzionale, secondo il quale la differenza di età tra adottanti e adottandi deve essere compresa in quella che di solito intercorre tra genitori e figli: la disciplina risente, non dei puntuali rilievi circa il bisogno dei minori di una giovinezza fisica e psichica dei genitori o delle documentate ricerche che hanno dimostrato come l’età giovane dei genitori adottivi è fattore rilevante di buon esito dell’adozione, ma delle campagne demagogiche, incolte ed interessate, a favore di un allargamento delle possibilità di adozione.
La capacità affettiva
L’art. 6 della legge 184 in esame, al secondo comma, chiede che la coppia aspirante all’adozione sia «affettivamente idonea e capace di educare, istruire e mantenere il minore».
Le caratteristiche richieste, ad eccezione della capacità affettiva, sono identiche a quelle previste dall’art. 147 c.c. in tema di doveri genitoriali.
Tra i vari doveri dei genitori una particolare attenzione deve essere posta alla capacità educativa, che deve rispettare la personalità e le inclinazioni del minore, capacità questa che, nell’adozione, soprattutto per minori di una certa età, deve essere associata a particolari doti di accettazione dei vissuti del bambino.
La norma in esame introduce poi un’ulteriore caratteristica sconosciuta nel codice civile: l’idoneità affettiva. Per la verità, tale idoneità dovrebbe essere richiesta a chiunque sia genitore. È, infatti, un requisito indispensabile per creare quel legame e quell’intesa relativi al rapporto genitore-figlio, senza le quali non si determina l’armonico sviluppo della personalità del minore.
In tema di idoneità affettiva, si sostiene che questa si concretizzi, tra l’altro, nella disponibilità all’accoglienza di un minore adottabile per quello che è e per quello che può divenire.
A parere di chi scrive, sembra peraltro che l’accoglienza così intesa debba essere caratteristica di qualsiasi genitore e, a maggior ragione, di genitori che hanno a che fare con minori che hanno molto spesso vissuto il trauma dell’abbandono e la sofferenza destrutturante di ricoveri in istituzioni .
In particolare, è necessario che il genitore adottivo non voglia annullare la storia del bambino adottato. Proprio a tal fine l’art. 28, co. 1, della legge 184 in esame stabilisce che: «Il minore adottato è informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni». Si noti che tale dizione impone la lettura della disposizione in relazione all’idoneità affettiva come sopra delineata. Se, infatti, il dettato normativo non prevede una facoltà all’informazione ma un obbligo, è pur vero che si tratta di norma priva di sanzione, cosicché il suo adempimento è lasciato alla capacità degli adottanti di essere genitori.