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Timestamp: 2020-07-05 02:59:19+00:00
Document Index: 125551390

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 1223', 'art. 1223', 'art. 112', 'art. 2059', 'art. 1226', 'art. 366', 'art. 360', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ']

Centrale rischi si risarcisce anche il danno alla reputazione ed immagine dell'azienda - GiornaleGiuridico.com
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sul ricorso 5419/2008 proposto da:
GESIS S.R.L. IN LIQUIDAZIONE C.F. (OMISSIS), in persona del Liquidatore pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIACINTA PEZZANA 62, presso l’avvocato ESPOSITO CARMELA, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati SALVATORI WALTER, BECCHETTI ILARIA, giusta procura speciale per Notaio Dott. STEFANIA AGOSTINO di ROMA – Rep.n. 45598 del 6.3.2012 e procura a margine del ricorso;
– intimata ù sul ricorso 9581/2008 proposto da:
BANCA MONTE DEI PASCHI DI SIENA S.P.A., C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO VITTORIO EMANUELE II 326, presso l’avvocato SCOGNAMIGLIO CLAUDIO, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato SCOGNAMIGLIO RENATO, giusta procura a margine del controricorso e ricorso incidentale;
GESIS S.R.L. IN LIQUIDAZIONE;
avverso la sentenza n. 2349/2007 della CORTE D’APPELLO di ROMA, depositata il 24/05/2007;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 06/06/2014 dal Consigliere Dott. LOREDANA NAZZICONE;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato CARMELA ESPOSITO che ha chiesto l’accoglimento del ricorso principale, il rigetto dell’incidentale;
udito, per la controricorrente e ricorrente incidentale, l’Avvocato CLAUDIO SCOGNAMIGLIO che ha chiesto il rigetto del ricorso principale, l’accoglimento dell’incidentale;
udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. PRATIS Pierfelice che ha concluso per il rigetto del ricorso incidentale e del ricorso principale.
Ha premesso che presupposto della segnalazione non è nè l’esistenza di un credito in sè, nè uno stato di conclamata insolvenza, ma la ragionevole ed oggettiva opinione che il credito non possa essere soddisfatto in tempi congrui, sulla base di un sospetto qualificato dalla presenza degli elementi sintomatici dell’inadempimento.
Ha poi argomentato nel senso che il credito non era, nella specie, esigibile e che vi era controversia tra le parti sull’importo dovuto alla banca, quanto agli interessi calcolati; che, quindi, non vi era alcun inadempimento e che da nessun elemento emergeva una situazione di pericolo, anche perchè il credito di L. 142.000 sussistente alla data della segnalazione del 17 novembre 1997 era assistito dalle fideiussioni personali di P.F. e T.P. e da garanzia reale, mentre nel gennaio dello stesso anno era stato accordato un finanziamento ampiamente restituito sino ad allora, senza che nessun nuovo fatto negativo fosse emerso; ha aggiunto che la società aveva rapporti contrattuali significativi con grandi società di servizi.
La banca, quindi, allorchè nel gennaio 1998 aveva revocato il fido, dopo che la cliente aveva comunque manifestato la volontà di risolvere il rapporto, e concesso un giorno di tempo per il rientro, appariva aver tenuto una condotta contraria a buona fede, atta piuttosto a giustificare ex post l’avvenuta segnalazione.
Con riguardo, in particolare, al quantum del risarcimento, ha escluso la debenza del danno da lucro cessante (Euro 593.925, secondo il tribunale) e ridotto il danno emergente (Euro 290.920, secondo il tribunale): infatti, la società aveva proseguito la sua attività, con fatturato pressochè immutato; dopo tre anni, i soci avevano posto la società in liquidazione e costituito la Gesis Italia 2000 s.r.l., utilizzando la medesima denominazione, evidentemente reputata non compromessa, ma anzi desiderabile presso la clientela.
Con il secondo motivo, lamenta l'”insufficiente e contraddittoria motivazione”, avendo la corte d’appello ridotto l’entità del risarcimento disposto in primo grado, senza indicare i presupposti del suo convincimento e pur dopo avere affermato che la segnalazione alla centrale dei rischi aveva compromesso la reputazione della società determinando anche un danno patrimoniale.
3. – Con il primo motivo del ricorso incidentale, la banca deduce l’omessa motivazione sul fatto decisivo, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, consistente nell’avere il giudice di primo grado posto a base della decisione, nel reputare illegittima la segnalazione alla centrale dei rischi, circostanze di fatto (lo stato complessivo della situazione patrimoniale del debitore verso le banche) non corrispondenti a quelle allegate dalla società (l’insussistenza dell’insolvenza).
Con il secondo motivo, censura la violazione o falsa applicazione degli artt. 112 e 342 c.p.c., ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per avere la sentenza impugnata omesso l’esame del motivo di appello, concernente la circostanza che il giudice di prime cure ha recepito una nozione di insolvenza, rilevante ai fini della segnalazione, diversa da quella allegata dall’attore nella sua domanda.
Con il terzo motivo, deduce la nullità della sentenza per mancata pronuncia sul motivo predetto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4.
Con il quinto motivo, censura la carenza o contraddittorietà della motivazione sul fatto decisivo della determinazione delle voci di danno risarcibile, non avendo adeguatamente valorizzato la circostanza che risultava variato solo il fido erogato mediante anticipazione su fatture e revocato il fido dell’Istituto San Paolo, che i testi avevano escluso altre revoche di finanziamenti, e che comunque queste non producono in sè un danno, mentre vi è un lasso temporale prima della evidenziazione della segnalazione sul sistema.
Con il sesto motivo, deduce la violazione o falsa applicazione degli art. 1223, 1226 e 2697 c.c., in quanto mancava la prova dell’an del pregiudizio, non risultando la contrazione del fatturato, nè l’incidenza sull’attività sociale della dedotta revoca dei finanziamenti.
Con il settimo motivo, deduce la violazione o falsa applicazione degli art. 1223 e 2059 c.c. e art. 112 c.p.c., in quanto la Gesis s.r.l. non aveva mai chiesto la liquidazione del danno non patrimoniale, nè alle persone giuridiche può riconoscersi un danno da patema d’animo o da stress, neppure in astratto; non vi era, inoltre, accertamento della lesione di diritti inviolabili della persona costituzionalmente garantiti da ricondurre all’art. 2059 c.c..
4.1. – Il primo motivo contiene, infatti, un quesito di diritto affatto generico, con il quale si chiede alla Corte se sia vero che la corte territoriale “ha operato una valutazione equitativa del danno ex art. 1226 c.c. illegittima poichè in assenza dei presupposti per farne ricorso e motivata in modo insufficiente e contraddittorio” o “addirittura non motivata”.
4.2. – Il secondo motivo, che attiene al vizio di motivazione, a sua volta si palesa inammissibile per mancanza del c.d. momento di sintesi, posto che secondo la costante giurisprudenza di questa Corte (e multis, Cass. 20 maggio 2013, n. 12248; 18 novembre 2011, n. 24255; sez. un., 1 ottobre 2007, n. 20603), nei ricorsi per cassazione avverso i provvedimenti pubblicati dopo l’entrata in vigore del D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40 ed impugnati per omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione, secondo l’art. 366 bis c.p.c. da tale decreto legislativo introdotto, la censura formulata ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti.
5. – Il primo, il secondo ed il terzo motivo del ricorso incidentale, censurando tutti, sotto il profilo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 5, l’omesso esame di un motivo di appello, vanno congiuntamente esaminati.
Occorre ricordare che la decisione del giudice di secondo grado, la quale non esamini e non decida un motivo di censura della sentenza impugnata, è ricorribile per cassazione non già per omessa o insufficiente motivazione su di un punto decisivo della controversia, o per violazione di legge, ma per omessa pronuncia sul motivo di gravame, onde il motivo che denunzia il vizio ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 o n. 5, è inammissibile (e multis, Cass. 15 maggio 2013, n. 11801 ed ord. 24 marzo 2010, n. 7023).
Quanto alla violazione di norma processuale, premesso che la censura di alterazione delle circostanze di fatto allegate dall’attrice in primo grado è priva di pregio, posto che nella deduzione dell’insussistenza di uno stato di “insolvenza” va ragionevolmente ricompresa quella della mancanza di una situazione patrimoniale – finanziaria compromessa verso il sistema bancario, quale presupposto per l’operata segnalazione dei crediti in sofferenza alla centrale dei rischi, si osserva come la corte d’appello abbia ampiamente motivato con riguardo a tali presupposti, nel caso di specie: che ha reputato necessario individuare non nell’esistenza di un credito in sè, nè nello stato di conclamata insolvenza, ma piuttosto nella ragionevole ed oggettiva opinione che il credito non possa essere soddisfatto in tempi congrui, sulla base di un sospetto qualificato dalla presenza degli elementi sintomatici dell’inadempimento.
Ne deriva che il vizio denunziato non sussiste, posto che l’omessa pronuncia sopra un vizio del provvedimento impugnato va accertata con riferimento alla motivazione della sentenza nel suo complesso, senza privilegiare aspetti formali, sicchè esso può ritenersi sussistente soltanto quando risulti non essere stato esaminato il punto controverso e non quando, al contrario, la decisione sul motivo di impugnazione risulti implicitamente da un’affermazione decisoria di segno contrario ed incompatibile.
Ha aggiunto che da nessun elemento emergeva una situazione di pericolo, anche perchè il credito di L. 142.000.000, sussistente alla data della segnalazione del 17 novembre 1997, era assistito dalle fideiussioni personali di P.F. e T.P. e da garanzia reale, mentre nel gennaio dello stesso anno era stato accordato un finanziamento ampiamente restituito sino ad allora, senza che nessun nuovo fatto negativo fosse emerso; ha precisato che la società aveva rapporti contrattuali significativi con grandi società di servizi, come provato in corso di causa.
La banca, quindi, allorchè nel gennaio 1998 aveva revocato il fido, dopo che la cliente aveva comunque manifestato la volontà di risolvere il rapporto, e concesso un giorno di tempo per il rientro, secondo la corte territoriale ha tenuto una condotta contraria a buona fede, atta piuttosto a giustificare ex post l’avvenuta segnalazione.
a) ai fini dell’obbligo di segnalazione che incombe sulle banche, il credito può essere considerato in sofferenza allorchè sia vantato nei confronti di soggetti in istato di insolvenza, anche non accertato giudizialmente o che versino in situazioni sostanzialmente equiparabili, nozione che non si identifica con quella dell’insolvenza fallimentare, dovendosi far riferimento ad una valutazione negativa della situazione patrimoniale, apprezzabile come “grave difficoltà economica” (Cass., 10 ottobre 2013, n. 23093 e 12 ottobre 2007, n. 21428);
Dall’altro lato, il motivo sottopone alla Corte questioni di fatto e valutazione di prove già compiute, senza vizi logici o giuridici, dal giudice del merito ed unicamente allo stesso spettanti, onde l’argomentare della corte territoriale non è altrimenti sindacabile, dovendosi ricordare che, con la proposizione del ricorso per cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli elementi di valutazione disponibili ed in sè coerente (e multis, cfr., in motivazione, Cass., ord. 21 giugno 2012, n. 10347; ord. 14 giugno 2012, n. 9764; 1 giugno 2012, n. 8877; 10 gennaio 2012, n. 86; ord., 6 aprile 2011, n. 7921; 12 agosto 2004, n. 15693; 7 agosto 2003, n. 11936).
La corte d’appello ha ridotto notevolmente il danno liquidato in primo grado (lucro cessante di Euro 593.925,00 e danno emergente di Euro 290.920,00 secondo il tribunale): infatti, ha ritenuto provato che la società abbia proseguito la sua attività, con fatturato pressochè immutato e che, dopo tre anni, i soci avevano sì posto la società in liquidazione, ma costituendo la Gesis Italia 2000 s.r.l..
In tal modo, la società aveva subito la rinuncia, almeno temporale, a piani di espansione, avendo l’errata segnalazione inciso sulla libera concorrenza ed avvantaggiato altre aziende del settore, con conseguente perdita di competitività sul mercato per le occasioni commerciali sfumate, ed avendo il c.t.u. accertato le difficoltà in cui si trovò ad operare la società; inoltre, le energie psico- fisiche, facenti capo agli amministratori della società, erano state per un certo tempo dirottate verso l’individuazione di altre fonti di finanziamento e, quindi, sottratte al reperimento di nuovi clienti o all’acquisizione di altre commesse, con conseguenze reddituali e con danno non patrimoniale costituito dal patema e dallo “stress” di reperire in breve tempo fonti alternative di finanziamento.
In particolare, anche nei confronti dell’ente collettivo è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale, intesa come qualsiasi conseguenza pregiudizievole di un illecito che, non prestandosi ad una valutazione monetaria basata su criteri di mercato, non possa essere oggetto di risarcimento ma di riparazione:
allorquando, cioè, il fatto lesivo incida su di una situazione giuridica dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla costituzione (Cass. 1 ottobre 2013, n. 22396; 12 dicembre 2008, n. 29185; 4 giugno 2007, n. 12929).
Con riguardo, infine, alle censure di cui ai motivi settimo ed ottavo, l’attrice in primo grado aveva chiesto, come anche la banca afferma, la liquidazione di “tutti i danni” derivanti dalla dedotta segnalazione: ed è principio incontroverso che la domanda di risarcimento “di tutti i danni” è indicativa della volontà di conseguire l’integrale risarcimento di tutte le voci di danno legittimamente ricollegabili all’evento lesivo (Cass. 11 ottobre 2013, n. 23147; 17 dicembre 2009, n. 26505; 22 agosto 2007, n. 17873;
8 giugno 2007, n. 13391; 20 febbraio 2007, n. 3936; v. pure Cass. 16 giugno 2011, n. 13179).
La Corte riunisce i ricorsi principale ed incidentale e li rigetta;
compensa per intero fra le parti le spese di lite.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 6 giugno 2014.
Depositato in Cancelleria il 9 luglio 2014