Source: https://www.mondoadr.it/articoli/la-cassazione-n-8473-2019-una-rondine-che-speriamo-non-faccia-primavera.html
Timestamp: 2020-04-07 10:27:10+00:00
Document Index: 4191045

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 5', 'art. 84', 'sentenza ', 'art. 8', 'art.5', 'art. 4', 'art. 8', 'art.8']

Commento alla Sentenza della Cassazione nr 8473 della Prof.ssa Chiara Giovanucci Orlandi
Spesso mi sono domandata, se gli orientamenti giurisprudenziali abbiano un seguito e quale. La ultima ed unica, sentenza della Cassazione, che io ricordi, è stata quella in materia di mediazione e decreto ingiuntivo (Cass. n. 24629/2015). In quel caso la decisione della Cassazione, non è stata unanimemente accolta dai giudici di merito e, almeno in un primo tempo, non ha risolto il contrasto giurisprudenziale, che anzi, è proseguito a lungo, a sottolineare l’esigenza, probabilmente, di un chiarimento legislativo.
In questo caso, inoltre, non posso che augurarmi che l’intervento della Cassazione non risolva i contrasti e temo possa solo costituire un ingiustificato freno ad uno sviluppo giurisprudenziale della mediazione che, ricco di buone prassi e di risultati concreti di grande livello, è invece degno di essere adeguatamente supportato da un corrispondente intervento legislativo che ben la Corte avrebbe potuto incoraggiare.
Il Tribunale dichiara cessata la materia del contendere, rilevando, in rito, che non si è verificata la condizione di procedibilità della domanda di cui all’art. 5, comma 1-bis, d.lgs n. 28/2010, con conseguente improcedibilità della domanda attorea.
Quanto all’opportunità, le affermazioni della Corte sembrerebbero non lasciare dubbi: «Il successo dell’attività di mediazione è riposto nel contatto diretto tra le parti e il mediatore professionale il quale può, grazie alla interlocuzione diretta ed informale con esse, aiutarle a ricostruire i loro rapporti pregressi, ed aiutarle a trovare una soluzione che, al di là delle soluzioni in diritto della eventuale controversia, consenta loro di evitare l’acuirsi della conflittualità e definire amichevolmente una vicenda potenzialmente oppositiva con reciproca soddisfazione, favorendo al contempo la prosecuzione dei rapporti commerciali» (p. 8). Ma questo non le impedisce di concludere che si tratti di attività delegabile. Per giungere a questa conclusione la Corte non ritiene di dover prendere in esame la vasta giurisprudenza in senso contrario, ma si limita alla constatazione della mancanza di una previsione espressa, adducendo come esempio contrario, la disciplina dell’interrogatorio formale.
Sulla base della normativa vigente in tema di rappresentanza, è innegabile che l’affermazione sia corretta, ma la stessa Corte sente la necessità di precisare che l’oggetto della procura non può essere solo il potere di partecipare alla mediazione, ma deve contenere «il conferimento del potere di disporre dei diritti sostanziali che ne sono oggetto (ovvero, deve essere presente un rappresentante a conoscenza dei fatti (ndr, corsivo mio) e fornito dei poteri per la soluzione della controversia , come previsto dal progetto della Commissione Alpa sulla riforma delle ADR all’art. 84)» (p.10).
È vero che la commissione Alpa ritiene di dover andare anche oltre, precisando che il rappresentante debba essere diverso dall’avvocato che assiste le parti in mediazione. Tale divieto, una volta diventato legge, non dovrebbe creare grande scalpore, ma anzi impedire l’insorgere di possibili conflitti di interesse tra colui che assiste la parte da un punto di vista legale e chi invece ne deve semplicemente valorizzare non le pretese, ma gli interessi per risolvere un conflitto.
La Corte quindi, da una parte, si proclama convinta dell’opportunità della presenza personale della parte, e formula così il primo principio di diritto: «Nel procedimento di mediazione obbligatoria disciplinato dal d.lgs. n. 28 del 2010 e successive modifiche, è necessaria la comparizione personale delle parti davanti al mediatore, assistite dal difensore». Dall’altra, però, ritiene che oggi non sia possibile imporla e quindi passa all’esame delle condizioni formali per una sua sostituzione, formulando il secondo principio di diritto: «Nella comparizione obbligatoria davanti al mediatore la parte può anche farsi sostituire da un proprio rappresentante sostanziale, eventualmente nella persona dello stesso difensore che l’assiste nel procedimento di mediazione, purché dotato di apposita procura sostanziale» (p. 14).
Confermando l’opinione espressa dalla Corte d’appello di Trieste nella sentenza impugnata, la Cassazione sottolinea che «sebbene la parte possa farsi sostituire dal difensore nel partecipare al procedimento di mediazione, in quanto ciò non è auspicato (ndr, corsivo mio) ma non è neppure escluso dalla legge, non può conferire tale potere con la procura conferita al difensore e da questi autenticata, benché possa conferirgli con essa ogni più ampio potere processuale». E aggiunge: «Per questo motivo, se sceglie di farsi sostituire dal difensore, la procura speciale rilasciata allo scopo non può essere autenticata dal difensore, perché il conferimento del potere di partecipare in sua sostituzione alla mediazione non fa parte dei possibili contenuti della procura alle liti autenticabili direttamente dal difensore» (p. 10). Poco conta che la procura fosse stata rilasciata in forma notarile, dal momento che era «comunque una procura dal valore meramente processuale, che non attribuiva all’avvocato la rappresentanza sostanziale della parte» (p. 11).
Diverso è il problema relativo all’accordo sostanziale raggiunto. Certamente se si tratta, ad esempio, di trasferire un bene immobile, l’accordo stesso dovrà, perché si possa procedere alla trascrizione, essere redatto davanti al notaio e sottoscritto dalle parti personalmente oppure da un delegato con procura notarile (adeguata cioè all’atto da sottoscrivere).
Stiamo parlando di quella fase della procedura di mediazione definita «primo incontro» nella legge. In realtà non si può neanche parlare di una definizione, poiché è la descrizione del momento temporale, preciso ed inevitabile, in cui, per la prima volta, si incontrano tutti i soggetti della procedura. Ciò è tanto vero che lo stesso termine risale al testo originario del decreto legislativo 28 e non è accompagnato né in esso, né dopo l’intervento legislativo del 2013, da nessun aggettivo, che il legislatore bene avrebbe potuto aggiungere.
L’uso della terminologia «primo incontro informativo» viene da chi ha voluto dare una determinata interpretazione alla legge ed è quello ora raccolto dalla Cassazione. La lettura corretta è dunque quella di primo incontro di mediazione, al pari di quelli eventuali e successivi richiamati dal legislatore all’art. 8, quando fa riferimento «al primo incontro e agli altri incontri successivi».
La Corte sembra ritenere, da un lato, che il testo della legge sia chiaro nel regolamentare un puro incontro informativo e preliminare e, dall’altro, che ciò sia consono alla necessità di interpretare la presente «ipotesi di giurisdizione condizionata in modo non estensivo, ovvero in modo da non rendere eccessivamente complesso o dilazionato l’accesso alla tutela giurisdizionale» (p. 12).
Tutti conosciamo le vicende del cd. tentativo obbligatorio di mediazione. La Corte costituzionale ne aveva sì dichiarato l’incostituzionalità ma per un semplice difetto di delega (ben avrebbe potuto la Corte di cassazione ricordarlo) non perché il principio di per sé fosse incostituzionale.
Pendente il giudizio della Corte costituzionale, si è pensato però utile, per evitare ulteriori polemiche, rendere chiaro all’utente che lo scopo dell’obbligatorietà è permettere a tutti di conoscere l’istituto e, almeno brevemente, sperimentarlo in concreto. Se poi esistono validi motivi per non proseguire nello svolgimento, interviene l’art.5 comma 2-bis che stabilisce: «Quando l’esperimento del procedimento di mediazione è condizione di procedibilità della domanda giudiziale, la condizione si considera avverata se il primo incontro dinanzi al mediatore si conclude senza l’accordo». Il che, può facilmente far pensare che anche in questa sede si possa raggiungere un accordo conciliativo.
È innegabile che si parli comunque di un’informativa da parte del mediatore, ma bisogna intenderne le caratteristiche. L’informativa generica deve essere già chiaramente pervenuta alle parti, quantomeno con il rispetto dell’obbligo previsto a carico degli avvocati, dall’art. 4, e si farebbe oggi un torto a questa categoria se si pensasse che ciò non avviene.
Quella descritta nell’art. 8 è dunque un’informativa qualificata sia perché proviene dal mediatore, sia perché le parti sono presenti insieme e quindi l’informativa può essere facilmente applicata al caso concreto. In questo modo diviene efficace al punto da permettere alle parti e ai loro avvocati di esprimersi sulla possibilità di iniziare la procedura di mediazione e, nel caso positivo, consentire al mediatore di procedere. Si tratta dunque di verificare insieme la mediabilità della controversia e solo qualora il risultato sia negativo, decidere di non proseguire. È evidente l’utilità di questo approccio che comunque consente un primo confronto tra le parti, con conseguente inevitabile apertura al dialogo, e che può produrre utili frutti anche nel corso del successivo processo.
Da un lato la sensibilità verso questo strumento è ancora assolutamente ridotta per un grande numero di componenti la magistratura. In molte sedi il mancato esperimento del tentativo di mediazione non viene assolutamente eccepito dal giudice e, nel silenzio delle parti, è totalmente ignorata la previsione del legislatore. Là dove il tentativo viene effettuato, e la parte non si presenta (dato ahimè ancora molto alto, se pure in netto miglioramento) i giudici tendono a non applicare il comma 4-bis, dell’art.8 (ricordata anche dalla Corte), che prevede: «Dalla mancata partecipazione senza giustificato motivo al procedimento di mediazione, il giudice può desumere argomenti di prova nel successivo giudizio ai sensi dell’articolo 116, secondo comma, del codice di procedura civile. Il giudice condanna la parte costituita che, nei casi previsti dall’articolo 5, non ha partecipato al procedimento senza giustificato motivo, al versamento all’entrata del bilancio dello Stato di una somma di importo corrispondente al contributo unificato dovuto per il giudizio». A tal punto che è stato sottolineato l’indubbio danno erariale che questo comporta per lo Stato.
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