Source: https://studiolegaleramelli.it/2018/09/20/equipe-medica-e-colpa-penale-va-condannato-lassistente-che-non-segnala-al-chirurgo-operante-lerrore-in-sala-operatoria/
Timestamp: 2019-10-14 15:47:41+00:00
Document Index: 114916710

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Equipe medica e colpa penale: va condannato l’assistente che non segnala al chirurgo operante l’errore in sala operatoria – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Equipe medica e colpa penale: va condannato l’assistente che non segnala al chirurgo operante l’errore in sala operatoria.
Con la sentenza n. 39733/2018, depositata il 04.09.2018, la IV Sezione penale della Corte di Cassazione è tornata a pronunciarsi in materia di colpa medica e responsabilità d’équipe, in relazione all’ipotesi di grave errore nello svolgimento di intervento chirurgico.
La Corte di Appello di Genova ha confermato la sentenza di condanna resa dal Tribunale di Savona nei confronti dell’imputato, medico-chirurgo, in ordine al delitto di lesioni colpose (590 cod. pen.).
Al predetto, in cooperazione colposa con il primo operatore, si contesta, nella sua qualità di secondo operatore, di avere provocato lesioni gravissime al paziente a seguito di intervento chirurgico eseguito erroneamente; ciò in quanto nel corso di intervento laparoscopico di rimozione di una cisti splenica, veniva erroneamente realizzata una nefrectomia con asportazione del rene sinistro in paziente monorene.
Il Collegio ha sottolineato che il profilo di colpa che si rinviene nella condotta dell’imputato è qualificabile come negligenza, per difetto di attenzione nella visione del campo operatorio. Ciò in quanto l’imputato non si accorse del fatto che il primo operatore stava asportando il rene, pur essendo deputato a visionare il campo operatorio mediante telecamera.
La Corte di legittimità rigetta il ricorso, condividendo la motivazione della Corte territoriale:
“La Corte di Appello ha premesso che la tecnica laparoscopica utilizzata dagli operatori rendeva dirimente il corretto uso della telecamera, trattandosi dell’unico presidio che consentiva ai medici la visione del campo operatorio. (…) Tanto chiarito, il Collegio ha sottolineato che il profilo di colpa che si rinviene nella condotta dell’imputato è qualificabile come negligenza, per difetto di attenzione nella visione del campo operatorio, ovvero di imperizia, per incapacità di identificare il rene: ciò in quanto (omissis) non si accorse del fatto che il primo operatore stava procedendo alla asportazione del rene, anziché della cisti splenica. (…) In sentenza si rileva, in particolare: che tra i compiti del secondo chirurgo vi è proprio quello di facilitare la visione e l’esposizione delle strutture anatomiche; che il primario non praticò l’avulsione del rene improvvisamente; e che l’aiuto chirurgo doveva essere ritenuto responsabile dell’esito infausto dell’intervento, essendo venuto meno ai doveri di diligenza o perizia nello svolgimento delle mansioni affidategli. Sulla scorta di tali insindacabili rilievi, la Corte di Appello ha osservato che l’aiuto chirurgo (omissis) avrebbe dovuto segnalare quanto stava avvenendo. Al riguardo, il Collegio ha precisato che l’aiuto non doveva affatto sostituirsi al primario, ma garantire con la telecamera la visione del campo chirurgico, durante un accesso laparoscopico, come quello in esame. La Corte territoriale ha in particolare considerato che (omissis) ben avrebbe potuto accorgersi di quanto stava avvenendo, nel contesto fattuale sopra descritto; ed ha rilevato che, a fronte dell’errore evidente in cui stava incorrendo il primario, (omissis) aveva colposamente omesso di segnalare cosa stava realmente avvenendo, a causa della negligente disattenzione nella visione del campo operatorio ovvero per un elevato grado di imperizia, che gli aveva impedito di identificare il rene, quale reale organo obiettivo del primo operatore”.
In punto di diritto la Corte, poi, si sofferma sull’applicabilità della causa di non punibilità inerente lo svolgimento della professione sanitaria di cui all’art. 590-sexies c.p. al caso di specie.
“… nel caso in esame, i giudici di merito hanno accertato la ricorrenza di profili di colpa per negligenza a carico del secondo operatore dott. (omissis), come sopra si è ampiamente chiarito. Da tanto consegue l’inapplicabilità della novella alla fattispecie per cui è giudizio, che involge profili di colpa estranei dall’ambito applicativo della invocata causa di non punibilità, ex art. 590-sexies, cod. pen. Del resto, le Sezioni Unite hanno chiarito che l’art. 590-sexies cod. pen., prevede una causa di non punibilità applicabile ai fatti inquadrabili nel paradigma dell’art. 589 o di quello dell’art. 590 cod. pen., operante nei soli casi in cui l’esercente la professione sanitaria abbia individuato e adottato linee guida adeguate al caso concreto e versi in colpa lieve da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse. Ai fini di interesse, si osserva in particolare che secondo diritto vivente la suddetta causa di non punibilità non è applicabile ai casi di colpa da imprudenza e da negligenza, né in ipotesi di colpa grave da imperizia nella fase attuativa delle raccomandazioni previste dalle stesse(Sez. U, n. 8770 del 21/12/2017, dep. 22/02/2018, Mariotti, Rv. 27217401). Conclusivamente sul punto, si osserva che la causa di non punibilità introdotta dall’art. 590-sexies, cod,. pen., di cui la difesa lamenta la mancata applicazione da parte della Corte territoriale, non risulta applicabile al caso di specie per plurime ragioni. Da un lato, sono stati accertati a carico dell’imputato (omissis) profili di colpa per negligenza esecutiva, per disattenzione nell’assolvimento dei compiti assegnati, in seno all’equipe chirurgica, evenienza di per sé ostativa all’operatività del nuovo istituto. Dall’altro, la Corte di Appello ha evidenziato che il grado della colpa doveva ritenersi elevato, circostanza che, come detto, esclude del pari l’operatività della richiamata causa di non punibilità”.
Quadro giurisprudenziale di riferimento in materia di cooperazione tra medici e attività d’équipe:
Nel caso di erronea esecuzione di intervento chirurgico, il secondo aiuto di una equipe medica non può andare esente da ogni responsabilità solo per aver compiuto correttamente le mansioni a lui direttamente affidate, proprio per il principio del controllo reciproco che esiste in relazione al lavoro in équipe, secondo il quale l’obbligo di diligenza che grava su ciascun componente dell’equipe medica concerne non solo le specifiche mansioni a lui affidate, ma anche il controllo sull’operato e sugli errori altrui che siano evidenti e non settoriali: rientra infatti negli obblighi di diligenza che gravano su ciascun componente di una equipe chirurgica, sia esso in posizione sovra o sottordinata, quello di prendere visione, prima dell’operazione, della cartella clinica del paziente contenente tutti i dati atti a consentirgli di verificare, tra l’altro, se la scelta di intervenire chirurgicamente fosse corretta e fosse compatibile con le condizioni di salute del paziente.
Cassazione penale sez. IV 25 maggio 2016 n. 34503
Cassazione penale sez. IV 15 maggio 2014 n. 35953
In tema di colpa medica, deve considerarsi negligente il comportamento del chirurgo il quale, in ragione della sola maggiore anzianità di servizio di altro medico componente la medesima equipe, si fidi acriticamente delle scelte operate da quest’ultimo, pur essendo in possesso delle cognizioni tecniche per coglierne l’erroneità.
Cassazione penale sez. IV 11 ottobre 2012 n. 44830
Cassazione penale sez. IV 15 dicembre 2011 n. 33615
Anche al chirurgo incombe la verifica delle condizioni dell’adeguata preparazione anestesiologica del paziente ai fini dell’esecuzione dell’intervento, fermo l’obbligo, in caso contrario, alla stregua del corretto svolgimento dell’attività medico-chirurgico in équipe, di procrastinarlo o comunque di soprassedere dallo stesso. (Nella specie, relativa a condanna per il reato di omicidio colposo, è stato rigettato il ricorso anche del medico chirurgo cui era stato addebitata, unitamente all’anestesista, la morte di una paziente deceduta dopo il tentativo di sottoporla a intervento chirurgico, evidenziandosi che la diagnosi di occlusione intestinale avrebbe dovuto imporre l’apposizione alla paziente, prima dell’operazione, del sondino naso-gastrico quale ineludibile presidio terapeutico idoneo a evitare l’ingestione nelle vie aeree di materiale gastrico al momento dell’anestesia: evenienza poi verificatasi e risultata tale da avere determinato la morte).
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