Source: http://www.stpauls.it/cisf/seminari/conv291102.htm
Timestamp: 2017-10-22 08:13:09+00:00
Document Index: 2065614

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 342', 'art. 8', 'art. 712', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 22', 'art. 709', 'art. 21', 'art. 708', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 708', 'sentenza ']

CISF - Seminari: Mediazione familiare oggi
LA MEDIAZIONE FAMILIARE OGGI:
MODELLI OPERATIVI E PROSPETTIVE
Seminario di studio, Napoli, 29 novembre 2002
CISF - Via Duccio di Boninsegna, 10 - 20145 MILANO
Tel.: 02.480.120.40 - Fax: 02.480.099.38
Sito Internet: www.cisf.it - E-mail: cisf@stpauls.it
Venerdì 29 novembre 2002
Sala Gemito, Museo Archeologico, Via Pessina
Sessione I Apertura dei lavori
Francesco Belletti, direttore CISF
Teresa Armato, Assessore Cultura, Regione Campania
Raffaele Tecce, Assessore Servizi Sociali, Comune di Napoli
10.00 - 10,45 Il processo di divorzio e gli strumenti di aiuto alla famiglia
Vittorio Cigoli, ordinario di Psicologia Clinica,
11.00-13.00 Le forme possibili della mediazione: esperienze a confronto
Costanza Marzotto, docente di Metodi e Tecniche del Servizio Sociale, Università Cattolica di Milano
Luca Pappalardo, docente di Psicologia Giuridica, Università di Firenze
Francesco Canevelli, presidente SIMEF, Società Italiana per la Mediazione Familiare
Caterina Arcidiacono, docente di Psicologia sociale e di comunità, Università Federico II, Napoli
13.00- 13,30 Conclusioni
Sessione II La mediazione e la legislazione
Antisala dei Baroni, Maschio Angioino
Rosa Jervolino Russo, Sindaco di Napoli
Vecchi e nuovi assetti normativi: vincoli e opportunità secondo gli operatori
Paolo Giannino, presidente Tribunale dei minori, Salerno
Francesco Janes Carratù, avvocato, docente di diritto di famiglia, Università di Napoli
Gabriella Ferrari Bravo, psicologa A.S.L. Na 1, Centro per le famiglie, servizio integrato ASL/Comune, Napoli
Adriana Boiani, assistente sociale, operatrice nel Polo di mediazione, Comune di Napoli
Introduce e coordina Francesco Canevelli
Interventi preordinati di:
Maurizio Quilici, presidente dell'Istituto di Studi sulla Paternità
Luisa Santolini, presidente del Forum delle Associazioni Familiari
Il seminario ha il Patrocinio
del Comune di Napoli e della Regione Campania, Assessorato alla Cultura
PERCHÈ RAGIONARE DI MEDIAZIONE FAMILIARE
Francesco Belletti, Direttore del Cisf
1. I Rapporti Cisf e la mediazione familiare
Da oltre 10 anni il Cisf realizza ogni due anni un "Rapporto sulla famiglia in Italia" (il primo è stato pubblicato nel 1989, l’ultimo nel 2001), curato dal Prof. Donati e realizzato da un gruppo di esperti a livello nazionale di diverse discipline, dalla sociologia al diritto, dall’economia alla psicologia, valorizzando cioè un approccio multidisciplinare, unico metodo capace di leggere la famiglia con rispetto, senza pretendere di possedere scorciatoie interpretative semplificatrici.. Di anno in anno viene individuato un "punto nevralgico" della famiglia, attorno a cui tutti gli autori elaborano riflessioni innovative, a partire dai principali dati di ricerca nazionali e internazionali, e spesso anche attraverso l’analisi di dati raccolti specificamente per il "Rapporto". Quindi uno strumento che non si limita ad aggiornare serie storiche di dati statistico-demografici, ma tende ad interpretare le vere emergenze della famiglia nel contesto sociale contemporaneo. Così, per esempio, il "Primo Rapporto", nel 1989, aveva individuato il tema della "famiglia autopoietica, cioè una analisi della famiglia nella sua difficoltà di relazionarsi nella società, nella sua necessità di rispondere da sola ai propri bisogni crescenti; altri temi sono stati l’equità intergenerazionale (Secondo e Quarto Rapporto, 1991 e 1995), o la cittadinanza della famiglia (Terzo Rapporto, 1993), o il rapporto tra "famiglia e società del benessere" (Sesto Rapporto, 1999).
L’ultimo Rapporto realizzato, il Settimo, che è anche l’origine di questo lavoro di riflessione sulla mediazione familiare, affrontava il nodo della "identità e varietà dell’essere famiglia", cioè la questione della "pluralizzazione", della crescente differenziazione delle strutture e delle forme familiari. All’interno di questa riflessione su come cambia la famiglia e come cambiano le diverse famiglie, ci sembrava essenziale anche il tema della fragilità del legame familiare e del legame di coppia e quindi avevamo inserito nel progetto del Settimo Rapporto un capitolo curato da Vittorio Cigoli e Giancarlo Tamanza, con dati inediti, sul tema delle separazioni e sugli interventi di mediazione familiare come strumenti possibili per sostenere genitori e figli che sperimentano queste scelte e questi particolari percorsi familiari, che si frammentano, e che si diffondono sempre di più, lentamente ma con continuità, nel contesto italiano. La situazione italiana delle separazioni e dei divorzi, di fronte ad altri Paesi europei, dal punto di vista della stabilità del legame familiare appare ancora abbastanza positiva, però di anno in anno cresce la quota di famiglie che si dividono e quindi oggettivamente si tratta di un fenomeno con cui ormai tutti i servizi, tutti i territori, tutte le aree geografiche si trovano a doversi misurare.
2. Perché riflettere sulla mediazione familiare
Il tema della mediazione familiare ci era sembrato particolarmente importante per tre principali motivi:
la mediazione rimette al centro le persone in gioco; non è un intervento sostitutivo, non è un intervento assistenziale, che si fa sopra le persone coinvolte, ma mette al centro i veri attori: le persone implicate nella separazione, la coppia, recuperando le loro risorse, le loro capacità di adattamento, etc.; è quindi un intervento promozionale, positivo, non necessariamente riparatorio o sostitutivo delle responsabilità delle persone; qui c’è un soggetto non c’è un utente passivo;
la mediazione sottolinea in modo particolare le responsabilità genitoriali, che è uno dei punti nevralgici delle qualità del familiare in tutte le famiglie contemporanee, non solo delle famiglie separate. In altri termini, dall’esperienza di aiuto "promozionale" ai genitori separati deriva una maggiore comprensione delle difficoltà e dei bisogni che anche nelle famiglie "non separate" i genitori sperimentano di fronte al compito educativo verso i propri figli;
la terza variabile che ci sembrava rilevante in questa scelta di lavorare più approfonditamente sulla mediazione, è l’esistenza di una possibile "opzione positiva" sul conflitto, cioè la possibilità – anzi, la necessità - di maneggiare il tema del conflitto, anche in una situazione complicata, anche in una situazione conflittuale dentro un percorso di recupero di nuove responsabilizzazioni.
Abbiamo infine cercato un contatto con un territorio che non frequentiamo abitualmente., la realtà di Napoli e della Campania, anche perché al Cisf, come centro di ricerca sulla famiglia, interessa anche un riscontro, un confronto, la possibilità di verificare se quanto resta scritto sui libri trova poi una valutazione, una verifica nei contesti territoriali concreti su cui gli operatori e le famiglie vivono. Quindi per noi è anche un’occasione di scambio, e siamo certi che potremo ricavare, da questa occasione di confronto, anche nuove informazioni e orientamenti.
3. Ulteriori prospettive di riflessione
Giova infine segnalare, a partire dalle riflessioni della giornata, alcune ulteriori piste di indagine, che sembrano essenziali per una migliore chiarificazione della natura e delle potenzialità dell’intervento di mediazione familiare, e che si propongono qui in modo concentrico, a partire dall’esperienza familiare fino a riguardare l’ambito giuridico-istituzionale:
sicuramente è importante dare un nome realistico all’esperienza personale, di coppia e familiare di cui la mediazione si occupa; in questo senso è essenziale la sottolineatura, proposta da Vittorio Cigoli, secondo cui ci si deve occupare del "dolore del divorzio", vale a dire di una sperienza che, comunque gestita, pone sfide non semplici nell’esistenza delle persone;
quando poi si riflette sull’identità dell’intervento di mediazione familiare, che si confronta con questa esperienza delle persone, delle coppie e delle famiglie, con una storia breve (non oltre i venti anni), ma certamente ricca e differenziata, appare chiaro che occorre un ulteriore sforzo per ridefinirne con chiarezza l’identità e i confini. Ciò non significa necessariamente ricondurre tutte le diverse esperienze ad un unico modello, quanto riaffermare le caratteristiche irrinunciabili, e insieme definirne le possibili variabilità (magari legate a differenti situazioni e bisogni delle coppie, a diversi contesti territoriali, a diverse qualità dei sistemi di intervento, sociali, sanitari, giudiziari). Ma questa "ridefinizione di identità" dovrà necessariamente passare attraverso una "qualità" di intervento che possa essere comunemente definita, descritta e valutata.
Questa operazione di precisazione di identità e di promozione della "qualità" dell’intervento di mediazione familiare appare tanto più necessario quanto più si riconosce che tale intervento si applica all’interno di una rete di soggetti eterogenei, in organizzazioni molto diverse per logica, meccanismi istituzionali, e regole organizzative. Se cioè l’intervento di mediazione familiare si deve intrecciare con l’azione di consultori, consulenti familiari, avvocati, giudici, assistenti sociali, ecc., è essenziale che questa rete sia in grado di dialogare, e di valorizzare adeguatamente ogni azione, e tra queste anche la mediazione in quanto tale. Senza questa condivisione di significati all’interno della rete, si rischiano atteggiamenti divergenti verso tale strumento, visto o come la panacea per ogni situazione difficile, o come un intervento possibile solo per poche situazioni "privilegiate" (non conflittuali, o di livello socio-culturale alto…), ma sempre "distorto" e incompreso.
Naturalmente un quadro normativo più ceto e preciso potrebbe aiutare in modo significativo questo processo comunicativo e relazionale tra gli attori: in questo senso la mancata definizione normative delle caratteristiche essenziali della professione e l’incertezza che grava sui progetti di riforma della normativa di settore costituiscono fattori di difficoltà per poter promuovere con decisione lo strumento della mediazione familiare.
"L’amministrazione comunale di Napoli, sulla questione più generale del sostegno alla famiglia, ha definito alcune aree di priorità, nell’ambito dei piani di zona previsti dalla Legge 328; l’area di priorità della responsabilità familiare, che è quella al centro del vostro convegno, del vostro seminario, ha riguardato sostanzialmente il 12,34% delle richieste di maggior intervento del Comune nel campo dell’inclusione sociale; ma se uniamo all’area della responsabilità familiare anche l’area dei minori, che ci chiede l’8,51 di interventi, e per alcuni versi anche l’area della donna, che ci chiede il 5% (scusate se parto da freddi numeri, che però sono decisivi per gli amministratori), noi abbiamo praticamente oltre il 25% delle richieste di interventi socio-sanitari che riguardano l’integrazione familiare".
"Rispetto al tema specifico della mediazione familiare, l’Amministrazione comunale di Napoli ha costruito in questi mesi una rete di 5 Centri di mediazione familiare. E’ un’iniziativa che credo molto importante, in quanto ha dimostrato che questo tema, lungi dall’esser visto come un retaggio del passato (la famiglia come elemento di chiusura, di isolamento), è diventato un elemento di integrazione; dentro la mediazione familiare, dentro la famiglia c’è la ricomposizione dell’individuo col territorio e quindi da questo punto di vista questo intervento risponde all’esigenza di essere come istituzioni pubbliche capaci di erogare servizi e di avere strategie di intervento tali da assumere la famiglia non come isolata nel contesto sociale, ma come uno degli strumenti insieme ad altri strumenti – quelli pubblici – per fare un intervento legato all’obiettivo di garantire i diritti di cittadinanza a tutti, e ovviamente di intervenire in questo difficile rapporto, quello fra genitori e figli e quello fra uomo e donna, in caso di separazione o divorzio".
IL PROCESSO DI DIVORZIO E GLI STRUMENTI
DI AIUTO ALLA FAMIGLIA (*)
(*) NOTA: Testo rivisto dall’autore: si è preferito mantenere il tono dialogico-colloquiale dell’intervento tenuto durante il seminario di studio del 29 novembre 2002 a Napoli
Vittorio Cigoli, Professore ordinario di Psicologia Clinica,
TRATTARE IL DOLORE DEL DIVORZIO: LE DIMENSIONI IRRINUNCIABILI PER CAPIRE E AGIRE
Dopo vent’anni di ricerca, indicherei quelle che credo siano le variabili fondamentali da indagare, da studiare, se vogliamo occuparci del "dolore del divorzio".
L’ACCESSO ALLE ORIGINI
Credo che la prima variabile da sottolineare sia il tema dell’accessibilità; l’accesso alle origini, l’accesso alla storia, l’accesso alle stirpi. Dico questo perché vent’anni fa il tema dell’accessibilità - e l’espressione stessa "accesso alle origini" - proprio non esisteva, ed è bello vedere come in vent’anni, un brevissimo lasso di tempo, oggi ben pochi tra coloro che si occupano di queste tematiche tagliano via il tema dell’accesso alle origini. Un ricercatore oggi non credo che possa più accontentarsi di studiare le variabili cognitive, affettive, comportamentali; credo che un buon ricercatore oggi debba tenere conto di questo elemento fondamentale; una buona ricerca non può non tenere conto del tema dell’accesso alle origini.
La seconda variabile riguarda i confini e la natura di questi confini, perché se andiamo a vedere il tema dei confini è estremamente articolato; in particolare potremmo individuare tre tipi di "confini";
in primo luogo abbiamo dei confini interpersonali, definibili come il luogo di regolazione della distanza-vicinanza con l’altro. Se potessimo costruire una variabile curvilineare, potremo dire che nel definire i confini interpersonali, ai due estremi, che come sappiamo sono ciò che crea patologia, cioè forme del dolore non trattabile, troviamo da una parte le relazioni invischiate simbiotiche, dall’altra le situazioni dell’estraneità dell’altro.
ma c’è un altro confine, il confine intergenerazionale, dove la tematica cruciale è il rispetto della gerarchia. Nella vita umana e nel rapporto specie-specifico dell’uomo, ciò che conta è la differenza gerarchica: che cosa le generazioni precedenti fanno o non fanno nei confronti di quelle successive? Anche qui, se costruiamo una variabile curvilineare che descriva le modalità di funzionamento dei confini intergenerazionali, ai due estremi, cioè là dove di fatto si situa la patologia, possiamo trovare da un lato il fatto di parificare i figli a se stessi, e, all’estremo opposto, addirittura il rovesciare i ruoli: fare dei figli, come sappiamo, dei genitori.
C’è poi un terzo confine, il confine specificamente familiare, nel senso di chi è appartenente e di chi non è appartenente; praticamente di "chi sta dentro e chi resta fuori" nell’aspetto rappresentativo e operativo della relazione. Ma la cosa interessante del familiare è che ha una struttura costitutiva sostanzialmente triangolare (detto in altri termini, edipica). È il triangolo che fonda la relazione familiare e non si dà tanto e solo una relazione diadica - per esempio, tra una madre e un figlio, un padre e un figlio come invece fa tanta ricerca specie sull’attaccamento - ma sempre una triade: un padre, una madre e un figlio; oppure il padre, suo padre e suo figlio e via discorrendo. Dal punto di vista del confine familiare noi avremo quindi delle forme estreme di patologia (ossia di "dolore intrattabile"): da un lato la chiusura diadica, vale a dire due persone strettamente chiuse su se stesse, dall’altro l’isolamento del singolo in se stesso.
A questo proposito emerge un fenomeno che ci interessa molto dal punto di vista sociale; abbiamo dati empirici molto precisi (e i dati ci aiutano a riflettere), secondo i quali dal punto di vista dell’accessibilità, della triangolarità familiare, e dei confini che dicevo prima, anche di carattere interpersonale, abbiamo, in circa l’80% dei casi di separazioni e divorzio, un basso livello di accessibilità dei padri. Questo è un problema sociale, non è solo un problema clinico. Sarebbe come dire che la voce e la presenza del padre è ciò che più chiaramente nel nostro contesto sociale viene messo a repentaglio, a rischio.
TENERE INSIEME LE DIMENSIONI DELLO SPAZIO E DEL TEMPO
Riflettendo su queste due variabili, vale a dire l’accessibilità alle origini e i confini e la loro natura, potremmo dire che c’è una unica categoria molto importante che è il rapporto spazio-tempo. Se parliamo di accesso alle origini parliamo infatti di temporalità; se parliamo di confini parliamo in termini di spazialità. Qualora però non tenessimo insieme le due variabili, vale a dire la dimensione spazio- temporale, potremmo cadere in gravissimi rischi dal punto di vista della ricerca. Per esempio i rischi che nella ricerca troviamo di frequente sono quelli di appiattire la relazione sul tema dello spazio, vale a dire, sul tema della orizzontalità tipica dei confini. In altri termini, così facendo rischio di perdere quella specificità della relazione familiare che è appunto il tema dell’accesso alle origini nei passaggi generazionali. Dunque avremmo una categoria assolutamente rilevante che possiamo chiamare spazio-temporale, che contemporaneamente tiene insieme il tema dell’accesso alle origini (i passaggi generazionali) e il tema dei confini nella loro diversa articolazione.
DIFFERENZE DI GENERE E COMPITI DI TRANSIZIONE: L’IDENTITA’
Esiste poi un’altra variabile complessa, articolata su due diverse dimensioni:
la prima è la differenza di genere; ci sono maschi e ci sono femmine, e il modo di trattare il dolore del divorzio presenta specificità, differenze e certe volte omologazioni. Per esemplificare, in una delle più recenti ricerche su tardo adolescenti e giovani adulti "figli del divorzio" (nel senso che sono persone che hanno avuto genitori che si sono divorziati parecchi anni prima) emerge con una certa evidenza come il tema dell’accessibilità ai padri sia una cosa più ricercata dai maschi piuttosto che dalle femmine. Non sto qui ad indicare la possibile significazione di questo. Mi sta a cuore invece sottolineare un dato interessante: in età tardo adolescenziale e da giovani adulti, i figli maschi cercano di più rispetto alle figlie femmine di rivedere e riconsiderare il rapporto col padre, un padre che (è inutile ripeterlo), per i dati che vi ho già dato prima, è in genere o molto marginale, o certe volte addirittura assente.
Insieme alla differenza di genere occorre considerare i compiti di transizione, vale a dire che ciascuno, nella relazione con l’altro, affronta nelle diverse fasi di vita dei compiti specifici. Non si tratta affatto di qualche cosa, come dire, di ciclico, ma si tratta di qualche cosa di specifico. Ogni tempo propone i suoi compiti; così il tempo del giovane adulto, del tardo adolescente propone dei compiti specifici. Si tratta di sfide che noi ci troviamo davanti: ad esempio, il tempo della formazione della coppia e il tempo di quando hai un figlio che impone dei compiti specifici, al di là di te stesso.
Il tema del compito, dunque, non può essere scisso dal tema della differenza del genere; allora l’altra grande variabile che occorre considerare insieme a quella spazio-temporale, è la variabile dell’identità. L’identità è praticamente un luogo d’incontro tra la differenza di genere e il compito specifico di transizione, di passaggio; se sono un ragazzino, se sono un preadolescente, un adolescente, un giovane adulto o una persona che ha istituito una relazione di coppia.
Potremo allora dire, in un lavoro di sintesi di vent’anni di lavoro di ricerca e di attività clinica, che chi affronta il tema del dolore del divorzio non può non fare i conti con una dimensione spazio-temporale e con il tema dell’identità.
2. UN PERCORSO VENTENNALE DI RICERCA E DI COMPRENSIONE DEL DIVORZIO NELLA DINAMICA FAMILIARE
Desidero ora presentare i passi più significativi della ricerca psicosociale e clinica che ho compiuto nel corso di questi venti anni istituendo sempre gruppi di ricerca. È il dialogo e il confronto in gruppo che costituisce infatti l’inesauribile risorsa di pensiero.
1980-1984: ACCESSO ALLE ORIGINI E CONTINUITA’ DELLA RELAZIONE
Nel periodo ’80-’83-’84, facendo ricerca con colleghi come Guglielmo Gullotta, sulla base di materiale che egli aveva raccolto (allora mancavano gli strumenti per trattare questo materiale), ho fatto una serie di studi e di ricerche su come è possibile fare ricerca sulle interazioni familiari. Non a caso allora la parola era solo interazione; di relazione non si parlava da nessuna parte, si parlava solo di interazione cioè di scambio; la dimensione della temporalità era inesistente. La cosa importante emersa in quei lavori, riscontrabile andando a rivedere queste ricerche ancora oggi belle da leggere, è stata proprio l’idea nuova che è emersa, qualcosa che è venuta fuori anche in contrasto con le tradizioni. È stato proprio il tema dell’accesso. Ad esempio, ci siamo trovati di fronte a situazioni in cui i genitori che si separavano e che conducevano delle battaglie feroci l’uno contro l’altro per il possesso dei figli, evidenziavano al di là della loro consapevolezza diversi gradi di possibilità di fare accedere il figlio all’altro genitore.
Non credo che altri avessero considerato questo aspetto. Il tema dominante nella letteratura (e non a caso dominante ancora oggi), anche per molti che fanno consulenze tecniche d’ufficio, era la presenza e l’identificazione del genitore psicologico, vale a dire quel genitore che ha determinate caratteristiche e qualità. In tal modo, però, al di là del valore della "continuità", il tema fondamentale era che si generava una confusione tra continuità e attribuzione di genere (la madre), come se la continuità non fosse un problema comune, non fosse un ostacolo generazionale. In più gran parte del gravame andava proprio a caricare sulle donne. Mentre qui, nelle ricerche di questo periodo, la continuità per la prima volta veniva definita come possibilità di accesso alle origini (o meglio, di accesso all’altro). Ho detto che la concezione prevalente era interazionista; in realtà quello che sono riuscito insieme ai miei colleghi a mettere a fuoco è che la continuità riguardava la possibilità di fare accedere il figlio all’altro genitore. Siamo arrivati fino lì, ma non era un salto da poco. Avevamo intuito che la continuità riguardava la relazione con entrambi i genitori, dato che era, in quel periodo, estremamente difficile da sostenere. Oggi parliamo più chiaramente di accesso all’altro e alle origini.
Se esiste un criterio di accesso ne deriva qualcosa di clinico, nel senso che non mi interessa più cercare qual è il genitore psicologico; mi interessa invece vedere qual è il genitore che conserva, se lo conserva, in alcuni casi non si conservava per niente, almeno un po’ di spazio così per permettere al figlio l’accesso all’altro. Su questo può esserci differenza; ma la differenza non sta tanto tra l’essere madre o padre, la differenza sta nella propensione nei confronti dell’altro. Gli strumenti che abbiamo messo a fuoco e che poi abbiamo utilizzato sono proprio strumenti volti a cogliere questo aspetto inconsapevole alle persone.
1985-1988: IL LEGAME DISPERANTE
La domanda successiva è stata (e questi sono gli anni 85-88): "Ma perché ci sono persone in grado di lottare per tutta la vita con l’altro e in grado di distruggere patrimoni e generazioni? Qualche senso questa cosa l’avrà…" Qui non parlo in termini di conflitto, parola assolutamente inadatta perché qui di conflitto non c’è niente, qui c’è un’altra parola, che si chiama discordia. Perché mai le persone fanno così? Se lo fanno, ripeto, qualche motivo ce l’avranno, un senso ci sarà. Questa è stata la famosa ricerca che ci ha permesso, in collaborazione con i Tribunali, che ci inviavano le coppie-famiglie, e ovviamente d’accordo con le famiglie medesime, di mettere a fuoco il concetto, l’idea del "legame disperante". Col legame disperante cominci a capire il perché; perché le persone sono mosse da un senso e da uno scopo e se noi operatori, noi clinici non riusciamo nella ricerca a dare e riconoscere questo senso veniamo meno alla natura del nostro lavoro. In che cosa consisteva questa natura disperante del legame?
Nel fatto che le persone, in situazione di divorzio, non potevano assolutamente pensare alla fine del legame con l’altro. Allora tutto diventava evidente, "dotato di senso". Ma come, si può obiettare, le persone si divorziano, comunque. Sì, ma:
in primo luogo (cosa non chiara allora, molto più chiara adesso) la natura dei legami per le persone è eterna; cioè tu trasformi i legami ma non li puoi annullare;
in secondo luogo, la rottura del rapporto comunque chiama in causa il valore di te nella relazione dell’altro e dell’altro in relazione con te
In altre parole, attraverso il legame disperante, le persone non possono smettere di sperare e sperano in una maniera incredibile, sperano attaccandosi, sperano impossessandosi e continuano a sperare nel legame con l’altro nelle maniere più incredibili e impossibili. Ma allora da dove può venire un aiuto alle persone? Sembra evidente, però tutt’altro che facile da affrontare, è difficile passare al di là e "trapassare la fine". Perché è la fine che non è trattabile; la fine è vista veramente come fine; è come dire, materializzata e diventa come un tavolo, diventa un oggetto, non è mentalmente trattabile come presenza e come passaggio.
Inoltre, ho focalizzato due forme diverse di questo legame disperante ed è importante questo, perché nella differenza si può verificare anche la trattabilità o meno della situazione;
un primo aspetto del legame disperante era non poter smettere nell’altro; cioè io mi aspetto sempre per tutta la vita che l’altro cambi in qualche cosa;
ma c’era una formula molto più subdola, molto più rischiosa, pericolosa, di danno nella relazione, secondo cui io non posso smettere di sperare in me stesso come fonte di legame. Per fare questo mi resta solo una cosa da fare: annientare l’altro, annullarne la presenza, farlo letteralmente scomparire.
Le due forme dunque sono diverse e un clinico nel suo intervento, nel suo incontrare le persone è importante che colga la differenza perché la prima offre più spazio operativo, la seconda è assai più difficile da affrontare.
IL LEGAME DISPERATO
Poi è stato possibile mettere a fuoco la natura di un’altra forma di legame che non ci poteva apparire da quelle situazioni prima considerate. Sono i legami disperati: mentre il legame disperante ti dice che non puoi smettere di sperare, il disperato ti dice che tu hai finito, e per sempre, di sperare. Cioè tu non hai più speranza nel legame, perché è di questo che si tratta; tu non hai più speranza nel legame con l’altro, già forse prima ne avevi poca, adesso non ne hai più. È vero che tu ti puoi di nuovo accoppiare, è vero che puoi incontrare altre persone, ma tu sai già come andrà a finire. Tu lo sai benissimo, sarà in ogni caso un altro dolore, un’altra fine. Così di fronte alla disperazione attesa e prefigurata mi corazzo, io so già che i legami sono segnati dal male; mi preparo, mi preparo in tantissime maniere e gestisco i legami in questo modo.
Queste forme del legame, peraltro, non sono attribuibili a una persona sola, perché sono riferiti al legame in sé, anche se, di nuovo, ci può essere una differenza tra maschio e femmina, fra marito e moglie. Siccome il legame è istituito nella relazione con l’altro, è ovvio che riguardi tutti e due e saperne uscire è una cosa che riguarda tutti e due anche se c’è qualcuno che ha qualche risorsa in più per affrontare il dolore della fine e qualcuno che ha qualche risorsa in meno.
La domanda che ci siamo posti riguardava il modo in cui si correlano queste situazioni di legame disperante e disperato con la condizione mentale dei figli. Vale a dire quali sono gli scenari entro cui i figli vivono e crescono? Il risultato della nostra ricerca, a questo punto abbastanza chiaro, individua due possibili percorsi:
nel caso del "legame disperante" i figli crescono nella sospensione. Si trovano ad affrontare un problema specifico: la sospensione. Io ho chiamato questa situazione la condizione limbica: sono sempre al limbo, non sono mai in una parte precisa, soprattutto perché a livello della coppia genitoriale non è possibile trattare la fine. Dunque i figli sono sempre "sospesi", anche se in maniera diversa: qualche volta funzionano come se fossero i partner sostitutivi del genitore; altre volte sono visti come il segno del pericolo, perché assomigliano troppo all’altro. In ogni caso si trovano a vivere in un contesto in cui sono il segno della sospensione perché non è stato possibile trattare la fine.
Non vorrei comunque che si cadesse in una concezione deterministica di questi meccanismi; in altre parole, questa dinamica è "determinante", cioè pesa e come nelle relazioni, ma non è "deterministica", perché i figli si trovano ad avere relazioni anche all’esterno della famiglia, a meno che la famiglia sia particolarmente chiusa (altro segno di patologia, perché lo scopo della famiglia è l’apertura verso l’esterno). La possibilità di avere dei nonni, degli altri educatori, delle altre persone con cui identificarsi compresi i pari d’età incide sulla loro condizione, sul loro benessere, per cui noi in realtà, analizzando la relazione genitori-figli spieghiamo sempre solo parte della varianza. Di certo questo però è un aspetto determinante della loro vita.
Nel caso invece dei figli che si trovano dentro il legame di carattere disperato, dove ormai si sa benissimo che la vita è quella che è, e prima o poi il male di vivere ti colpisce, i figli sono – come dire –"il segno della desolazione". L’immagine di cui mi sono servito per rappresentare questi scenari è quella di una città dopo il terremoto, ciò per dare l’idea della condizione mentale entro la quale tu cresci.
1995-2000: TRA BISOGNI ATTESE E PROMESSE (L’INCONTRO SEGRETO E IL PATTO)
A quel punto (siamo tra il ’95 e il 2000), la mia attenzione è tornata di nuovo sulla relazione coniugale. C’è questo passaggio costante tra le relazioni "orizzontali", segnate dalla coniugalità o dalle coppie di fatto, e le relazioni "verticali", generazionali, che riguardano antenati, genitori, figli. Perché? Perché molti elementi di ricerca potevano aiutare a comprendere la relazione di coppia e il divorzio non come una situazione univoca. Potremmo dire che già nella distinzione tra legame disperante e legame disperato si presentano "divorzi differenti".
Ora non c’è il divorzio; in realtà ci sono forme differenti di divorzio. Ne conoscevamo due ad alta patologia, ma non conoscevamo altre forme di divorzio. Ad esempio una delle attese inconsce della coppia è quella di "venirsi incontro nel bisogno", ma non tutte le coppie trovano l’area della collusione. Alcune non la trovano affatto, altre riescono a "giocare assieme", a mettere insieme queste cose; altre ancora ci riescono ma solo per un determinato periodo di tempo: è come se facessero degli incontri segreti di soddisfazioni dei bisogni e di difese della paura e che sono, come dire, datati dopodiché o rilanciano l’incontro segreto o è la fine. Non a caso anche dati statistici ci dicono che per quel che riguarda la nostra cultura, gran parte delle situazioni di divorzio si situano dopo che le persone sono state insieme, hanno fatto coppia tra i dieci e i dodici anni. Nel secolo scorso questo era il tempo medio di vita di una famiglia, perché qualcuno dei genitori entro quella data moriva: le donne morivano di parto, i maschi morivano di broncopolmonite, e così via. Il tema della vedovanza era il tema ricorrente della famiglia e naturalmente era il tempo delle matrigne e dei patrigni.
Questa (la soddisfazione reciproca dei bisogni in buona parte inconsci) però è solo una delle due variabili, perché l’altra variabile è quella della promessa; Così come clinico, se la ricerca dice qualcosa, dovrei essere in grado di chiedere alle persone quando le incontro. Che promesse vi siete fatte, che cosa vi siete promessi? "La promessa che ci siamo fatti è che saremmo stati insieme, ma senza figli… La promessa che ci siamo fatti è che comunque e mai nessuno di noi due avrebbe avuto contatti con le famiglie di origine..". e altro ancora.
Allora vorrei che coglieste la differenza tra la promessa che è un ideale e un impegno in cui in genere l’istituzione pubblica, il sociale è presente, e la presenza di promesse specifiche della coppia oggi molto più frequente di una volta. Le coppie di fatto, ad esempio, dovranno ben essersi fatte qualche promessa ma noi non la conosciamo, può darsi che sia la stessa che viene ricordata dal celebrante: stare insieme nella gioia e nel dolore; nella salute e nella malattia. Può darsi che sia la stessa, ma potrebbe benissimo essere un’altra. Da questo punto di vista è ovvio che laddove il divorzio accade, va comunque a toccare questi due assi: va a toccare cioè sia la questione dell’incontro segreto, dunque la fine legata ai temi dei bisogni, della difesa dalle paure che ciascuno di noi incontra con l’altro, sia il tema dell’impegno e della promessa nei confronti dell’altro.
La promessa proprio per il suo carattere è qualcosa di gettato in avanti, è un ideale; come a dire, è una sfida relazionale su cui facilmente si cade, ma il suo aspetto costitutivo del legame è importante. È quello che chiamiamo l’aspetto etico del legame e che la ricerca psico-sociale chiama "impegno"; impegno nella relazione con l’altro; dedizione; ecc.
Il risultato della ricerca dunque è stato quello di comprendere come ci sono diversi tipi di divorzi e, visto che trattiamo e tratteremo poi oggi di una forma specifica di aiuto alle famiglie, la mediazione familiare, è abbastanza evidente che solo certe modalità di trattare la fine, di rottura dell’incontro segreto del patto possono incontrare un’offerta sociale come la mediazione. È abbastanza evidente, ad esempio, che laddove le persone lottano per imporre il proprio bisogno all’altro; di spazio di mediazione non ne esiste. Non esiste infatti nella mente che l’altro è un altro e che così ha un "suo mondo". Come fai a negoziare se l’altro non è un altro, se nella tua mente l’altro è esattamente come te. Se io abuso dell’altro è perché sono sicuro che l’altro abusa di me; non ho la possibilità di pensare che la mente dell’altro è diversa dalla mia, essa è assolutamente come le mia. Dunque è chiaro che certe situazioni di dolore dovute al divorzio sono intrattabili da questo punto di vista. Ciò non significa che non siano trattabili, ma occorre trovare altre modalità.
GLI SVILUPPI PIU’ RECENTI DELLA RICERCA
Un primo elemento emerge da una rilettura clinica in senso generazionale dei problemi delle famiglie ricostituite. I temi fondamentali che queste famiglie si trovano a incontrare non sono tanto e solo problemi di "confine" (di cui la letteratura ha parlato moltissimo), cioè chi appartiene e chi non appartiene alla famiglia, ma sono anche problemi di "gerarchia" (di differenze generazionali), perché spesso la gerarchia cade. Non è però possibile evadere dalla responsabilità di garantire la differenza generazionale; puoi rispondere o puoi non rispondere, ma non ti è concesso di evaderla.
L’altro tema emerso in questa indagine è quello della triangolarità, vale a dire, se una relazione familiare si basa sempre su triangoli, che destino ha il triangolo relazionale dentro le famiglie ricostituite? In altre parole, di fronte al fatto che io ricostituisco una famiglia, io uomo con un’altra donna, con i figli di un’altra donna, con i figli che nascono da questa, come tengo viva la triangolarità rispetto all’altro genitore? E’ evidente che questo è possibile solo ad una condizione: devo essere in grado mentalmente e operativamente di legittimare l’altro. Per quanto limitato, per quanto non apprezzato, per quanto separato da me come partner, in qualche maniera io devo riconoscere, devo legittimare il fatto che è e rimane genitore. Se questo non avviene, si verifica la patologia. Pensiamo quant’è difficile legittimare l’altro, che è lo stesso altro da cui io faticosamente e dolorosamente mi sono separato (con tutte le difficili dinamiche ricordate prima comprese quelle del legame disperante e disperato). È un’impresa incredibile, difficilissima; e questo è opportuno tenerlo presente, altrimenti si usano parole già fatte, frasi già pronte che purtroppo nelle relazioni umane e nella clinica non funzionano mai.
L’altra riflessione proviene dalle ricerche sulla condizione degli adolescenti e dei giovani adulti "figli del divorzio". Abbiamo visto, in questa situazione, che il tema dell’appartenenza a una sola stirpe è molto frequente, vale a dire, che per le ragioni prima descritte, di fatto abbiamo frequentissime situazioni di legami molto intensi per esempio tra figlia e madre e marginalità, scarsa presenza di padri, per cui potremo dire che al centro del dramma, non solo familiare, ma soprattutto sociale è la figura paterna. Questo è l’aspetto fragile, debole, e non è un problema solo familiare, diventa un problema sociale.
I padri non alzano più al cielo i figli, non li riconoscono; i padri in quanto maschi oggi come oggi riconoscono i figli solo quasi sempre in relazione alla coppia, non in sé. È come a dire che quando c’è una separazione, i maschi separandosi dalla loro donna si separano anche dai figli, hanno difficoltà a discriminare e distinguere; è quasi una difficoltà specifica di genere di distinguere tra la genitorialità e la coniugalità. Non a caso il maschio si precipita molto più di frequente delle femmine in un’altra relazione di coppia, come a dire che ha più bisogno di relazione per sé. Di questo dobbiamo tenere conto.
D’altra parte, le femmine, soprattutto giovani adulte, nei confronti delle madri si sentono troppo legate e devono farsi carico del loro dolore. Infatti la posizione mentale del padre per maschi e per femmine è diversa. I maschi, giovani o adolescenti, ci dicono che quello che a loro manca e che vorrebbero è qualcuno che li orienti, li sostenga, li mandi avanti, qualcuno che ti butta in faccia le sfide. Per le ragazze, giovani adulte, il problema è, invece, quello di un partner accanto alla madre, un uomo vicino alla madre, perché altrimenti tutto ciò che accade alle madri "è mio", cioè tutto viene rimandato alla relazione tra madre e figlia. Non pochi giovani adulti maschi vanno alla ricerca del padre, quando hanno questa età; le femmine invece più facilmente in assenza li idealizzano. Idealizzandoli, però, non vanno alla ricerca del padre, come dire lo salvano in un angolo della mente ma non vanno a incontrare la persona; i giovani maschi vanno invece all’incontro col padre e ci mettono del loro. Qualche volta trovandolo, qualche volta non trovandolo.
La ricerca più recente è infine centrata sulla differenza tra fratelli. Essi vivono lo stesso dramma familiare ma lo trattano allo stesso modo? Tramite un complesso disegno di ricerca impostata in senso clinico cerchiamo di cogliere (dare nome) a tale differenza nel gestire il dolore (e, purtroppo, nel non poterlo gestire) così da avvantaggiare anche il lavoro clinico.
In conclusione, potremmo dire che il divorzio è sicuramente un dolore, un grave dolore, ma il problema non è il divorzio in sé, è ciò che le persone e le generazioni riescono o non riescono a fare per l’altro, perché "mentre faccio per l’altro, faccio per me"; mentre vado incontro all’altro vado incontro a me stesso, ma incontrare l’altro dopo una frattura è un po’ come incontrare l’altro dopo una guerra.
Cigoli V., Gullotta G., Santi G., Separazione, divorzio e affidamento dei figli. Giuffrè, Milano, 1997 (seconda edizione aggiornata e ampliata; prima ed. 1983).
Cigoli V., Intrecci familiari. Realtà interiore e scenari relazionali, R. Cortina, Milano, 1997.
Cigoli V., Psicologia della separazione e del divorzio, Il Mulino, Bologna, 1998.
Cigoli V., Tamanza G., Dalla frattura del patto coniugale alla pluralità dei percorsi familiari, in Donati P. (a cura di), Identità e varietà dell’essere famiglia: il fenomeno della "pluralizzazione". Settimo Rapporto Cisf sulla famiglia in Italia, Ed. San Paolo, Cinisello B (MI), 2001, 229-276.
Cigoli V., Iafrate R., Giuliani C., Il dolore del divorzio: adolescenti e giovani adulti tra ravvicinamento e distacco alla storia familiare, "Psicologia Clinica dello Sviluppo", 2002, 7, 3, 473-492 .
Cigoli V., Confini, gerarchia, triangolarità: per una clinica delle famiglie ricomposte, "Interazioni", 2002, 17, 11-25.
Cigoli V., Margola D., Essere fratelli nel divorzio: alla ricerca delle differenze, in press.
"Le forme possibili della mediazione familiare oggi: esperienze a confronto"
Nell’aprire il mio intervento mi pare necessario rivolgere l’attenzione anche ai principi della mediazione familiare, che devono essere considerati in termini critici, anche un po’ per demitizzare alcuni aspetti della mediazione che in questo decennio di esperienza in Italia sono stati assunti, a mio avviso, come veri e propri miti.
La mediazione si è proposta all’inizio con degli obiettivi che oggi verifichiamo come probabilmente un po’ sovradimensionati; quindi parto subito con un’autocritica rispetto ad alcuni aspetti che probabilmente sono stati mitizzati, della mediazione. Penso in primo luogo a tutte le espressioni (non sono ancora del tutto scomparse, ancora molto presenti) che parlano di genitorialità condivisa, di co-genitorialià, di genitorialità indipendente dalla coniugalità; su questo, ispirandomi direttamente anche a quello che fin qui ha detto Vittorio Cigoli, bisogna stare molto attenti, perché parlare di genitorialità condivisa o co-genitorialità o espressioni di questo tipo, o di genitorialità che possa in qualche modo fondarsi in assenza, anche totale, del legame coniugale, è un parlare molto teorico, che spesso risulta poi essere molto astratto.
Le persone che vengono a chiederci aiuto, prima ancora che una mediazione (perché nella nostra esperienza la richiesta specifica di mediazione è molto marginale ancora, e credo di dire un qualcosa di condivisibile da tutti), in primo luogo ci vengono a chiedere aiuto, ci chiedono aiuto su quello che Cigoli giustamente definiva il dolore del divorzio; a questo punto la mediazione si può proporre al massimo di rappresentare un’esperienza, uno spazio di incontro, molto limitato nel tempo, sulla possibilità di gestione parziale di questo dolore. In questa situazione il punto forte su cui la mediazione può agganciarsi, riveduto e corretto, aggiustato alla luce dei dieci anni di esperienza, è la necessità, il bisogno delle persone che ci chiedono aiuto di gestire soprattutto questo dolore del divorzio; direi l’aspetto della forzata o forzosa interdipendenza dall’altro che sopravvive necessariamente all’esperienza del divorzio; in altri termini, con la mediazione si possono aiutare le persone a rendersi progressivamente conto che l’esperienza del divorzio come idea della fine, della rottura definitiva era in realtà una "idea mitica", mentre l’altro in qualche maniera continua, volente o nolente, a permanere nel panorama relazionale: con l’altro – per dirla banalmente – bisogna continuare a farci i conti.
Oggi il messaggio che la mediazione propone è essenzialmente come trasformare i una opportunità questa realtà inevitabile, che Cigoli ci ha presentato molto bene nella sua descrizione del legame, del legame disperato e del legame disperante, e che le persone che vivono l'esperienza del divorzio possono sperimentare invece come una sciagura, una disgrazia? E una opportunità mirata a cosa? E qui viene il secondo punto: mirata, si diceva solitamente, al benessere dei figli? Anche su questo l’esperienza decennale del lavoro di mediazione dice che questo messaggio è un messaggio delicato da gestire, dove delicato può voler dire anche ambiguo, non affidabilissimo. Puntare molto sulla cosiddetta responsabilità genitoriale per indurre in qualche modo le persone a sottoporsi a fare delle cose (in questo caso si tratta proprio di "sottoporsi", perché l’idea della responsabilità è sempre un qualcosa che spinge le persone controvoglia a fare delle cose) è un messaggio che si rivela non del tutto affidabile per un corretto uso della mediazione; in che senso? Nel senso che in molti casi fallisce, per un motivo molto semplice, che sembra molto banale, ma che si percepisce dopo un po’ di tempo che l’esperienza procede; fallisce perché di solito le persone che vivono l’esperienza del divorzio, magari anche con gravi discordie, di fronte al messaggio teso a sollecitare l’attenzione ai bisogni dei figli, a quello che può succedere loro, in caso di gravi conflittualità, assumono l’atteggiamento di dire: è colpa dell’altro, io sarei responsabilissimo dei miei figli, ma è tutta colpa dell’altro.
Quindi l’idea della necessità di trattare, di gestire il tema dell’interdipendenza con l’altro nell’esperienza del divorzio, non è sufficientemente sostenuta dal messaggio diretto sulla responsabilità genitoriale, messaggio che in ultima analisi implica una colpevolizzazione implicita all’attenzione ai figli; ma un messaggio colpevolizzante è un messaggio da utilizzare con estrema cautela, e questa è un’esperienza quotidiana nel nostro lavoro di mediatori familiari). Le persone ce lo dicono e su questo ci sono dei dati di ricerca a distanza molto precisi: ogni volta che noi percepiamo che la molla fondamentale è rappresentata soprattutto da sollecitazioni esterne, magari anche da sollecitazioni autorevoli, come quelle di un giudice di un tribunale, a preoccuparsi per il benessere dei loro figli, noi vediamo che il percorso della mediazione o procede in maniera molto problematica, o si interrompe nelle sue primissime fasi. La motivazione di questo è abbastanza semplice ed è riscontrabile appunto nell’esperienza: se l’incontro con l’altro è soltanto dettato da una sollecitazione esterna e da un’idea di responsabilità che si ritiene che però l’altro non solo non abbia ma non voglia neanche assumersi, il destino di un lavoro come la mediazione, che presuppone la gestione pur faticosa e penosa della interdipendenza delle due parti, fallisce prima di iniziare.
Per questo stiamo facendo un grosso lavoro di sensibilizzazione anche con gli avvocati, che riconosciamo come indispensabili motori dell’esperienza di mediazione; stiamo in particolare cercando di definire come messaggio più corretto, nella motivazione alla mediazione, quello della propria "convenienza", come dire un messaggio egoistico al posto di un messaggio altruistico; lavorare con gli avvocati del resto è importante, perché l’obiezione che da sempre gli avvocati più accorti, non semplicemente coloro che cercavano di delimitare il proprio campo, il proprio orticello, ma gli avvocati che più approfonditamente interloquivano con noi mediatori, l’obiezione che da sempre ci muovono è: ma io come avvocato come tutelo gli interessi del mio cliente, dove per interesse non si intendono soltanto aspetti più triviali, ma aspetti complessivi di qualità di vita, di tutela di bisogni fondamentali e quant’altro, mai da banalizzare. Quinid il messaggio da far passare, nella mediazione, anche in collaborazione con gli avvocati, è che se l’esperienza della perdurante interdipendenza dall’altro nell’evoluzione dei compiti di sviluppo successivi al divorzio deve, dovrebbe sempre più essere vista come risorsa, come opportunità e non come sciagura, questo è possibile soltanto se si può intravedere che da una positiva gestione di questa interdipendenza ne può derivare soltanto un miglioramento della propria qualità della vita; il messaggio è che la qualità della vita complessiva del tuo cliente dipende da una "buona", "decente", "sufficiente" (per non esagerare con i miti) soluzione del problema della permanente interdipendenza della sua vita da quella dell’altro. Ma questa interdipendenza non è veicolata soltanto dai figli, che sono certamente il veicolo materiale, il veicolo vivente di questa interdipendenza, rappresentando continuamente all’uno e all’altro genitore i propri bisogni e le immagini l’uno dell’altro, ma è legata alle immagini interne, a quello che Cigoli giustamente definiva le identità complessive delle due persone, per come queste identità si sono definite nel legame con l’altro.
Allora, in conclusione, cosa rispondiamo in prima battuta alle richieste di aiuto delle persone rispetto al dolore del divorzio? Proponiamo loro dei doveri, delle responsabilità o in qualche modo cerchiamo di fare intravedere dei percorsi di vita più soddisfacenti per se stessi in primo luogo, prima ancora che per le persone significative nelle loro relazioni familiari?
Ma questa operazione di mediazione non può non essere svolta - e qui è l’altro problema fondamentale della mediazione, oltre quello del messaggio - in una cornice che deve avere le caratteristiche ben precise. Questa è un po’ la scommessa principale della mediazione, cioè di porsi necessariamente come un percorso che se pur limitato nel tempo abbia comunque l’obbiettivo di intervenire su una riorganizzazione della vita delle persone; ma contemporaneamente deve rispettare una serie di determinanti contestuali rispetto ai quali il reperimento degli accordi, cioè la cornice giuridica, socio-giuridica della vicenda, deve essere chiaramente definito e rispettato. Non credo a una mediazione che possa escludere l’aspetto della riorganizzazione personale dell’esperienza di vita, cioè non credo a una mediazione che abbia esclusivamente l’obbiettivo concreto di trovare degli accordi, se non in qualche modo si propone come momento di redifinizione e di ricollocazione più corretta delle due persone, ma questa ridefinizione deve avere una cornice istituzionale, socialmente rilevante, perché questa è una forma fondamentale di garanzia e di tutela per le persone, che non devono sentire che questo processo di riconsiderazione dell’interdipendenza con l’altro è in realtà un processo in cui li si sottopone a una patologizzazione, a forme di terapia introdotta o quant’altro.
Dopo dieci anni di esperienza (perché poi l’esperienza dimostra la bontà di questo atteggiamento) sono sempre più convinto che necessaria conclusione del percorso di mediazione deve essere chiara fin dall’inizio, in una dinamica negoziale e di definizione e di accordi anche materialmente e concretamente verificabili. Su questo i dati di ricerca relativi al nostro lavoro presso il Centro per l’età evolutiva di dieci anni ormai di mediazione dicono fondamentalmente che il nodo per la mediazione, e Cigoli lo sottolineava chiaramente, è il nodo dell’accesso, da considerare tuttora con criticità; in parte si comincia a risolvere ma in parte resta. Quasi il 50%, un po’ meno, il 40-45% delle richieste di aiuto che arrivano al Centro potrebbero essere affrontate con un percorso di mediazione, non procedono nel percorso di mediazione; tra quelle che procedono nel percorso di mediazione i risultati, sia in termini di raggiungimento di accordi, sia in termini poi di mantenimento a distanza nel tempo degli accordi, sono estremamente positivi e si aggirano tra l’85% e addirittura il 95% di accordi soddisfacenti, non perché la mediazione sia un oggetto miracoloso ovviamente, ma perché, condividendo pienamente quello che Cigoli diceva prima, ci sono delle modalità di gestione del divorzio rispetto alle quali la mediazione può essere effettivamente una risorsa potente rispetto agli obbiettivi che dicevo prima, purché non ci dimentichiamo che non è una risorsa che come una bacchetta magica possa essere estesa a tutti. Su questo il dibattito del pomeriggio sulla normativa e su altri aspetti strutturali credo possa offrire ulteriori approfondimenti.
L’esperienza peculiare del Centro delle famiglie e del gruppo napoletano di lavoro sulla mediazione familiare è quella che potrei definire di intervento e di mediazione nell’ambito istituzionale; esistono, in questa esperiezna, alcuni aspetti che in qualche modo ci caratterizzano, come metodologia, Nel 1996 il Comune di Napoli- Assessorato alla Dignità e l’ Asl Na1 hanno istituito il Centro per le famiglie, affidandomene la direzione insieme ad un equipe composta da psicoterapeuti formati alla mediazione familiare e sociale e assistenti Sociali. L’occasione di questo seminario mi sembra un’opportunità per presentare le linee guida per la mediazione istituzionale che si sono strutturate negli anni attraverso il contributo della intera equipe.
Si tratta di una struttura che effettua interventi di presa in carico, sostegno e trattamento delle famiglie ad alta conflittualità.
In questo ambito si è strutturato quello che vorrei definire un intervento di mediazione in ambito istituzionale, che mano a mano ha caratterizzato una propria metodologia e strategia di cui vorrei parlare, perché ritengo di estremo interesse per la discussione. Preliminarmente voglio ricordare che la regola sancita da tutte le scuole di formazione, è che la mediazione avvenga laddove ci sono due soggetti che vi accedono spontaneamente; questa è la regola di base per tutti i percorsi mediativi. La maggior parte delle richieste di mediazione ai servizi, si caratterizza ,invece, per non essere spontanea. Si è sempre in presenza di un invio; ciò che Cirillo chiamava "invio coatto", enfatizzandone gli aspetti problematici, ma che al Centro per le Famiglie, abbiamo sostituito con "regolamentato". Non so esattamente chi lo abbia denominato in tal modo, ma per noi, in una delle tante e vivaci riunioni d’equipe del nostro Centro, tale termine è risultato un concetto chiarificatore autopoietico. Oggi è oramai diventato una parola che caratterizza l’esperienza del Centro per le Famiglie di Napoli; con invio regolamentato, si intende un invio non spontaneo con regole e strategie di accesso predefinite, che proverò a descrivere.
In realtà il Centro per le Famiglie e il connesso progetto integrato285/97 del Comune di Napoli portato avanti dai Servizi sociali del Comune prevede la mediazione spontanea e a tal fine attiva cinque poli di mediazione dislocati sull’intero territorio cittadino, rivolti a coloro che chiedono di accedere a un servizio pubblico e gratuito di mediazione per affrontare i propri problemi; tuttavia, anche in questi casi la "coppia sensibile, disponibile, acculturata, ben motivata " è per ora piuttosto un’eccezione e molti utenti, seppure vi accedono spontaneamente, lo fanno solo in seguito alla segnalazione di altri servizi.
Analizzando questi anni di esperienza di servizio pubblico per la mediazione, che ci ha caratterizzati e contraddistinti nell’ intero panorama nazionale, il primo tema di interesse concerne così l’ approccio con la famiglia e la coppia.
Il tema è delicatissimo e focale per la riuscita della presa in carico e del trattamento. Il richiedente non conosce la proposta che gli verrà fatta e ha tutta la giusta diffidenza verso qualcuno che viene ad "impicciarsi" dei fatti suoi, senza che alcuno glielo abbia richiesto, per di più su invio di un giudice, di un servizio sociale o di un altro servizio. L’impatto è quindi contraddistinto e caratterizzato da una sana diffidenza. Analoga diffidenza è espressa dalle diverse scuole di formazione rispetto all’intervento di mediazione nel servizio pubblico, perché sembrerebbero affermare"voi lavorate in una condizione che è quella di non mediabilità, perché lavorate dove c’è un qualcuno che non è venuto spontaneamente, e pertanto vi mancano le condizioni base perché l’intervento abbia luogo".
In effetti, nell’esperienza del Centro per le famiglie, si lavora spesso con coppie in cui c’è un coniuge che ha una grave esperienza o di abuso, o di violenza, o di carcere, o di patologia psichica grave; quindi, stando alle indicazioni per l’intervento, i nostri casi rientrerebbero nella cosiddetta condizione di "non mediabilità".
Pur tuttavia questa doppia diffidenza ha portato a una soluzione: la costruzione di un percorso che porta a condizioni di aiuto attraverso l’uso di metodi che derivano dal know-how della mediazione famigliare e che si sostanziano nella costruzione di un contesto di mediabilità e nella definizione congiunta degli obiettivi perseguibili per ogni intervento.
Il Centro per le famiglie infatti, costruisce uno spazio a disposizione delle famiglie in cui il personale fa uso di metodi di negoziazione, trova il modo per focalizzare l’attenzione su i punti di positività delle relazioni, ricerca spazi di accordo condivisibili fra i membri della famiglia. Ciò ha allargato il campo dell’intervento e ha superato la rigidità dei confini della trattabilità.
Nella nostra esperienza il concetto di non-mediabilità precedentemente riportato viene di fatto ridefinito.
L’apertura di un nuovo scenario ha permesso maggiore tranquillità esonerando un po’ tutti dall’ obbligo di definirsi rispetto alle procedure e alle regole apprese dai "sacri testi" della mediazione classica, sia essa globale, o relazionale.
Il primo intervento è stato quindi a carattere teorico-metodologico; esso ha posto la cornice di riferimento fuori dal contesto della mediazione e allo stesso tempo ne ha fatto propri ì principi acquisendo un grande bagaglio di esperienza e formazione; il tesoro successivamente speso in sinergia con altri "patrimoni" di più complessi back-ground, primo fra tutti, la formazione clinica.
Vediamo ora alcuni elementi guida del nostro approccio.
Il lavoro di rete è ciò che anzitutto caratterizza la gestione dell’invio. Infatti la definizione del campo e delle modalità di accesso e presa in carico costituisce il fondamento per la sicurezza del contesto; è la premessa a condizioni di mediabilità.
E’ nostra convinzione che l’intervento mediativo in un servizio pubblico può essere fatto solo a condizione che ci sia una grande attività interistituzionale fra le istituzioni coinvolte; infatti, se la sinergia tra servizi (consultorio, centro per le famiglie, servizio sociale e tribunale) non riesce a individuare delle linee d’azione condivise, la "follia" dell’utente" invade il campo e nullifica gli sforzi delle diverse agenzie di riferimento che interloquiscono.
Le coppie con cui abbiamo lavorato sono, infatti, spesso coppie con gravi problemi, ma anche molto abili nella manipolazione; talvolta, come afferma un nostro collega "sono molto più brave di noi e quindi se non stiamo attenti, vincono loro", cioè il nostro intervento alla fine non serve".
E’ quindi essenziale un percorso interistituzionale, per definire strategie condivise, insieme ad un percorso intraistituzionale, all’interno della singola organizzazione/servizio, tra gli operatori che lavorano insieme; non si può lavorare insieme con obiettivi diversi, conviene definire accuratamente qual’ è l’obbiettivo condivisibile per il trattamento, che sia anche piccolo, ma che possa essere raggiunto con chiarezza, determinazione e unitarietà tra operatori e con la coppia.
Quindi anzitutto lavoro di rete inter ed intraistituzionale e poi valutazione degli accordi proponibili e degli esiti ottenuti.
L’aspetto della nostra esperienza, che costituisce una "risorsa", è proprio l’attento lavoro sulle modalità e sugli itinerari dell’invio che portano alla definizione della titolarità della presa in carico. In altre parole non vogliamo che accada di lavorare con un caso, per sei mesi, un anno e poi scoprire che c’è un altro servizio ritenuto referente. Il motivo è semplice e facilmente intuibile. Se il servizio in carica, propone qualche cosa che risulta scomodo per qualcuno della famiglia, la persona andrà all’altro servizio e dirà: "La dottoressa tal dei tali sta facendo un lavoro pessimo", e l’altro, non essendo informato dell’evolversi del trattamento potrebbe essere indotto a sostituirsi. Il ché "brucia" l’azione in corso. Ora può darsi che qualche volta veramente un certo servizio stia facendo un grave errore, ma la risposta dovrebbe esprimersi nella sinergia diretta tra i servizi. Quindi l’aver verificato la possibile evenienza di questa situazione, esplicita l’esigenza di essere informati su quali sono i referenti della persona nelle situazioni problematiche, evitando che improvvisamente appaia un ulteriore soggetto istituzionale che rivendichi la titolarità del caso nella gestione del rapporto tra i coniugi o dell’ affido dei figli.
La caratteristica peculiare, che emerge dall’esperienza del Centro per le famiglie, che dettaglia il lavoro sull’invio, riguarda il creare condizioni di "mediabilità". Come già espresso, il focus è qui sulle condizioni di pre-mediabilità. Ai nostri servizi gli utenti che non vengono volontariamente, ritengono che il Centro non abbia alcuna utilità; allora bisogna, in qualche modo, attivare una relazione che, con adeguata autorevolezza e competenza, possa far vedere che l’intervento a qualcosa può servire; e questo lo si può fare attraverso tutta la serie infinita di incontri che portano al momento in cui due persone- i membri della coppia- vengono insieme. Tuttavia questo aspetto preparatorio è già "lavoro": le telefonate di contatto- che vanno spesso a vuoto-, l’ accoglienza, la fatica di far rispettare preventivamente le richieste per l’incontro (garanzia di privacy, protezione,) fino ad arrivare all’incontro vero e proprio. Quindi l’attivazione di premediabilità e il creare le condizioni per l’incontro tra i famigliari in contrapposizione sono il lavoro indispensabile, ma allo stesso tempo oscuro e difficile, che richiede notevoli energie.
Un ulteriore elemento di specificità della nostra esperienza, rilevato nelle riunioni d’equipe dalla rilettura delle attività dei diversi operatori, riguarda il fatto che spesso il problema su cui occorre intervenire non è all’interno della coppia (anche perché la coppia che ritiene di aver bisogno di aiuto "va per conto suo"); da noi arrivano situazioni famigliari inviate dai servizi e dal tribunale; famiglie in cui il problema è come gestire il figlio, la figlia che si rifiutano di avere rapporti con l’altro genitore; in cui vi sono problemi nella vivibilità quotidiana e nel rispetto degli accordi presi, anche rispetto a nonni che intervengono con forza in un processo disgregativo familiare introducendo istanze proprie che a volte suscitano ed esasperano le tensioni esistenti.
Infine, se le condizioni della mediazione sono quelle che la letteratura suggerisce, va evidenziato che nell’esperienza del servizio pubblico si utilizzano competenze per coppie e famiglie con gravi patologie: dal genitore psicotico, al genitore abusante, al convivente sospettato abusante, con procedimenti penali in corso. Situazioni in cui a gran fatica si riesce a preservare uno spazio di intervento.
Quanto finora espresso sono alcuni orientamenti operativi ricavabili dall’esperienza che abbiamo messo in atto che porto alla discussione perché credo che la nostra possa essere ritenuta una esperienza di "mediazione in situazione di crisi" che presenta anche un carattere innovativo per l’attenzione sviluppata a codificare le varie fasi e i diversi interventi propri del percorso proposto. Rimando ad ulteriori momenti la descrizione dei casi trattati, degli esiti e delle modalità del trattamento all’interno di un servizio pubblico prendendo a titolo esemplificativo l’esperienza maturata d in questi anni ed elaborata nei seminari interistituzionali di sensibilizzazione e formazione organizzati dal Centro per le Famiglie.
La prima considerazione che volevo esprimere riguarda il fatto che qui ed ora siamo riuniti a questo tavolo esponenti di percorsi formativi diversi, di scuole di formazione diverse, in riferimento a circa dieci, forse quindici anni di lavroo di mediazione in Italia, direi un tempo relativamente breve della formazione della coscienza della mediazione in Italia e della sua introduzione nelle prassi operative. Intorno a questi tavoli siamo stati molto spesso attenti a segnalare le differenze, e credo che sia fondamentale ricordare che le differenze informano e fanno crescere; però credo che forse si può incominciare a pensare alle differenze come possibilità di integrazione piuttosto che come rivendicazione di distanze. In altri termini, per esempio analogamente al percorso fatto dalla psicoterapia, si può incominciare a pensare che è bene che esistano delle differenze tra le modalità di mediazione, tra tipi diversi di approccio al problema, perché esistono famiglie, coppie, situazioni problematiche che hanno differenti esigenze; fino ad un certo periodo, anche di recente, si è invece pensato a questo nei termini di differenze da operare tra mediazione ed altri tipi di interventi; ma perché non cominciare a pensare a differenze tra diverse famiglie con diverse forme di mediazione? Perché non pensare: "ad ogni famiglia la sua mediazione?" Ancora: se si pensa di fare un invio di tipo familiare ad un consulente perché sappiamo che lavora con le famiglie in un certo modo piuttosto che in un altro, perché non si può cominciare a pensare che alcuni tipi di mediazione sono certamente più adatti rispetto a certi tipi di famiglie e viceversa? Mi sembrava quindi importante questo confronto tra approcci diversi, non tanto per vedere quali sono ancora le differenze o le somiglianze che ci connotano, quanto piuttosto per cominciare ad avere una gamma di opzioni possibili per una tipologia differenziata di dolore, di sofferenza e di problematicità rispetto agli utenti che abbiamo di fronte. Quindi qui si pone il problema ovviamente dell’invio.
Il confronto molto spesso è stato sulle differenze, però ho avuto l’impressione che molto spesso, al di là dei livelli che parevano alti, fosse un confronto tra le "differenze tecniche"; su questo aspetto un ‘intervento di Umberto Eco su Repubblica sottolineava che noi uomini moderni fondamentalmente siamo un po’ come i primitivi, degli uomini "magici", nel senso che la nuova magia si chiama tecnica: ma che cosa accomuna la tecnica alla magia? Il fatto di saltare il percorso, e di pensare che ad un problema si deve associare il suo giusto rimedio, non importa in che termini. Credo che molto spesso anche nelle nostre formazioni possiamo aver dato – anche ai nostri allievi, molto spesso – questo messaggio; questo ha una conseguenza importante proprio sul piano dell’utenza, nel senso che quei mediatori poi pensano in termini tecnologici invece che in termini scientifici. La scienza ti obbliga infatti ad una chiarezza interiore e a rifuggire quegli aspetti negativi del riduzionismo, per cui se ho un problema provo con un rimedio tecnico. La scienza ti obbliga a pensare in termini un po’ più complessi e ti obbliga a avere una teoria di riferimento, un modo di significare le cose che vedo, e poi una metodologia con cui reperire i dati che mi servono e confrontarli con la teoria, e solo a quel punto riflettere su quale siano eventualmente i nessi che mi possono portare alla soluzione del problema.
In questi termini allora credo che si debba pensare alle differenze e alle appartenenze; a titolo esemplificativo; di fronte al quesito se coinvolgere o meno i bambini nei processi di mediazione, credo che a volte la discussione sia stata una sorta di confronto su aspetti tecnici o peggio ancora di aspetti tecnologici, o di confronti per bisogni di tipo di mercato tra scuole di formazione; invece, più realisticamente, credo che si debba riflettere sul fatto che se io ho – per esempio - una teoria di riferimento sistemico relazionale, a me servono i dati che provengono dall’incontro con vari membri del sistema familiare e non solo perché i sistemi si pensano in termini di sistemi che si integrano; io ho bisogno di certi dati per poter riflettere e poter alimentare la mia riflessione su quella situazione per poter poi intervenire. Anche ad un livello macro sistemico, per esempio, nei rapporti con gli avvocati o con le istituzioni rispetto a quel particolare caso.
Quindi, in questi termini, la scelta di un certo tipo di intervento, o meglio, come dicevo prima, di un certo tipo di mediazione permetta che quella famiglia si salvi dall’applicazione di un rigido paradigma teorico- operativo, per cui è la famiglia che viene adattata alla mediazione, piuttosto che il contrario – come invece si dovrebbe, per rispettare i bisogni di quella famiglia "reale". Insomma, mi sembra essenziale un rifiuto degli automatismi, e anche di quelle scorciatoie riduttive della tecnica che in certi casi sostengono il difficile fare degli operatori, perché è peraltro innegabile che sul front office, cioè, "davanti all’utenza", certe pulizie metodologiche tendono a sfumare, mentre a quel punto l’ansia di dare comunque delle risposte, di ritrovare comunque un senso, può portare a queste rigidità.
E’ chiaro che il rifiuto degli automatismi rimanda ad una necessità di altre risorse; quali sono? Una è la qualità della relazione tra l’utente e l’operatore, un’altra il parametro con cui pensare alle scelte poi operative. Si è parlato molto a queso riguardo del problema della mediabilità e non mediabilità (anche l’intervento di Caterina Arcidiacono poneva con forza l’accento su questo nodo ); è innegabile che alcuni paletti servono, tanto per ricordarne uno mi viene da pensare che sicuramente una presenza di una separazione già in atto possa far pensare che quella famiglia che chiede di fare una mediazione, magari poi ha bisogno di essere supportata anche in un altro modo, però la domanda si pone in maniera legittima da parte di quella coppia ed è diverso se una coppia – come à successo proprio l’altro giorno a me – propone un bisogno del tipo: "Mah, io pensavo di separarmi…"; questo è un indicatore, un primo indicatore anche se poi è la ridondanza che informa, però un primo indicatore del fatto che si possa immaginare che quella coppia è lì per chiedere altro.
Allora il bisogno di parametri per poter pensare alle scelte operative rimanda a questi parametri oggettivi, ma anche ad uno invece più soggettivo, che è appunto la relazione che si stabilisce tra l’utenza e la coppia (per brevità penso ancora alla mediazione) e l’operatore, il mediatore. Da una parte è chiaro che è un incontro tra esigenze e competenze, ma dall’altra parte è un incontro tra modi di significare la relazione. Credo che gli operatori si pongano costantemente in maniera autoriflessiva la domanda circa il significato dei racconti, delle modalità interattive che vedono qui ed ora, dei racconti delle vicende, delle aspettative, rispetto anche al proprio "funzionamento interiore", cioè al modo, per meglio dire, di significare appunto la relazione. Che cosa posso dire per esemplificare questo aspetto; che le risonanze interiori del mediatore rispetto a certe dinamiche che la famiglia, la coppia ti racconta o che mette in atto, sono un qualcosa che attiva te nella relazione con l’altro che hai davanti, e che rimanda da una parte a un rischio di mettere in gioco te stesso "in termini negativi", ma dall’altra parte ad un’opportunità cioè di poter usare queste risonanze per poter capire meglio. Nuovamente, dicevo all’inizio, pensare, riflettere sulla base di un modello teorico che uno ha abbastanza chiaro permette di utilizzare anche questo tipo di strumenti informativi ed è coerente con l’approccio teorico di riferimento.
Su questo aspetto, se penso in termini sistemico- relazionali rispetto alla coppia e al processo di separazione, nonché alla relazione tra l’operatore e l’utente, io mi posso chiedere che cosa vuol dire la famosa questione della posizione del mediatore rispetto al conflitto. Penso in particolare, considerando ormai un po’ datata la questione della neutralità, alla questione dell’equidistanza, che altri, secondo me in maniera simpatica ed intelligente, hanno chiamato forse equivicinanza, o forse si potrebbe dire ancora di una modulazione tra l’equidistanza e la vicinanza; a me piace pensare, con Stirling, ad una sorta di imparzialità affettiva interna del mediatore rispetto alla coppia; cosa vuol dire imparzialità? Vuol dire staticità? Assolutamente, vuol dire la capacità di "oscillare" rispetto a distanze diverse, a momenti diversi, a bisogni diversi che nella relazione si fanno presenti. Credo che questo sia importante tenerlo presente e considerarlo come canale di informazione.
Un altro aspetto da rileggere non tecnologicamente riguarda gli "assunti negoziali", quali lo spostarsi dalle posizioni agli interessi, per andare al di là degli aspetti tecnici e andare nuovamente alle matrici di significato. Cosa vuol dire anche questa formula, che noi mediatori molto spesso abbiamo molto presente nella fase negoziale? Certo che è una tecnica (non disdegno la tecnica ma penso che la tecnica debba sempre essere supportata da un pensiero attivo), ma uno si deve chiedere: ma questi interessi, perché interessano, qual è il significato dell’interesse che questa persona ha per questi interessi? Allora dal concetto tecnico (Signora, guardi è importante non tanto che lei rivendichi che cosa non vuole, ma è importante dire che cosa vuole, che cosa desidera), pur imoortante, occorre interpellarsi sul significato, perché certo questa è la tecnica, ma chiedersi, riflettere appunto come un po’ Vittorio ha fatto durante il suo intervento, qual è il significato? Perché il conflitto, lo sappiamo, è un problema di conflitto di senso, allora teoricamente (nuovamente, cioè in accordo teorico con il modello di riferimento), io, seguendo l’approccio sistemico-relazionale, mi vado a chiedere quale sia il significato trigenerazionale di quell’interesse che il signore e la signora mostrano in maniera divergente per esempio, su un oggetto o sui figli; cioè mi devo chiedere quale sia il significato.
La mediazione familiare nel modello transizionale simbolico
La separazione mette a dura prova e a grave rischio la continuità intergenerazionale, non solo perché la frattura coniugale rende problematico l’accesso alle stirpi, ma anche perché gli "oggetti del conflitto coniugale" sono spesso gli oggetti/ambiti di trasmissione tra le generazioni.
La mediazione familiare, nella misura in cui favorisce non solo il raggiungimento di accordi, ma anche il "rilancio del patto coniugale oltre la sua fine", è uno strumento prezioso per aiutare le persone a salvaguardare la trasmissione intergenerazionale.
Obiettivo principale della transizione del divorzio è quello di realizzare la cooperazione tra ex-coniugi allo scopo di permettere l’esercizio della funzione genitoriale; inoltre e’ indispensabile garantire l’accesso alla storia delle due famiglie d’origine. I due ex-coniugi mantengono un compito importante rispetto alle rispettive famigli e d’origine quello di realizzare uno scambio e un sostegno reciproco ed evitare il rischio di un appiattimento in una relazione solo filiale.
Per permettere una transizione riuscita i genitori separati che vorrebbero rompere con il passato e se fosse possibile cancellarlo, devono invece realizzare un processo di trasformazione del legame da portare in salvo, anche se c’è stato divorzio legale. La cura del legame familiare è da preservare anche se c’è stata violazione del patto. E’ questo uno degli obiettivi principali del lavoro dei mediatori familiari, in quanto rappresentanti del corpo sociale che si prende cura del corpo familiare.
Esistono modelli e forme diverse di mediazione familiare che si differenziano tra l’altro proprio per la diversa attenzione che dedicano ai possibili oggetti ed alla dimensione intergenerazionale del conflitto.
E’ ragionevole ipotizzare che le diverse forme di mediazione producano effetti differenti e che, in particolare, non tutti i modelli di mediazione familiare siano equivalenti rispetto alla tutela ed alla promozione di una continuità dei legami intergenerazionali. Non esistono ancora in Europa e in Italia studi e ricerche che abbiano fatto una valutazione dell’efficacia a lungo termine della mediazione familiare, né studi comparativi tra i diversi modelli da cui sia possibile misurare gli effetti prodotti dalle diverse forme di mediazione. A nostro parere queste ricerche per analizzare le diverse pratiche messe in atto in Europa sono divenute attualmente indispensabili e questo Convegno di Napoli rappresenta un importante tappa in questo percorso.
Qui di seguito presentiamo alcuni risultati di uno studio valutativo "intra-modello" che abbiamo avviato nel 1999 per verificare empiricamente l’efficacia del nostro approccio e per valutare in particolare:
in che misura gli interventi di mediazione familiare producono i risultati attesi;
quali sono i fattori processuali discriminanti, cioè quali le variabili e le condizioni critiche connesse all’esito del processo di mediazione; in che misura (attraverso quali oggetti di negoziazione) l’intervento di mediazione favorisce e tutela la trasmissione intergenerazionale.
In questa sede, allo scopo di rendere possibile il confronto con i rappresentanti di altri modelli, vi propongo una riflessione focalizzata su alcune variabili il tempo, lo spazio, gli attori e gli oggetti della mediazione.
Vediamo però prima di dettagliare alcune questioni, cosa caratterizza il modello transizionale simbolico, così denominato nel volume di Vittorio Cigoli sulla psicologia della separazione e divorzio nel 1998, e che viene portato avanti dal Gruppo del Centro Studi e Ricerche sulla famiglia.
Il nostro Centro è membro fondatore della SIMeF nel 1994, membro fondatore del Forum Europeo e attualmente io sono membro del Comitato per gli Standards della formazione, e promuove ormai per la quarta volta, il corso biennale di formazione presso l’Università di Milano. Dal 2002 si tratta di un Master Universitario che riconosce 60 crediti universitari.
Il modello relazionale–simbolico o transizionale-simbolico ?
Il nostro modello con cui analizziamo le relazioni familiari è denominato relazionale –simbolico. Relazionale in quanto si occupa dei legami (di coppia, tra le generazioni, tra le stirpi, in quanto la famiglia è sempre il luogo d’incontro tra gruppi d’origine diversa); simbolico in quanto si occupa del fondamento delle relazioni familiari al di là dei cambiamenti storici e delle diverse stirpi familiari. Si tratta di riconoscere il valore della fede e della speranza nel legame e della giustizia presente nei legami. Parliamo anche di matris-munus (la fede e la speranza, dono della madre) e di patris-munus (la giustizia, dono del padre).
La Mediazione Familiare all’interno di questo paradigma è un processo di accompagnamento della transizione reale e simbolica della famiglia e spazio di facilitazione e sostegno al processo di rinegoziazione delle relazioni familiari.
Permette una ritualizzazione del conflitto coniugale, del suo riconoscimento/identificazione e della sua elaborazione/superamento: può essere riconosciuta come sostegno del corpo sociale al corpo familiare per permettere una "nuova pattuizione" tra i genitori. Infatti la famiglia che è il frutto di un patto dichiarato, non da quale sia il patto segreto che la sostiene. In occasione della separazione si abbandona o si rompe questo patto dichiarato, ma che cosa ne facciamo dei bisogni soddisfatti dal versante segreto dell’alleanza? Quale nuovo patto sarà possibile ricostruire? Se non ci si fa carico di questo versante, resta solo la ripetizione o la manifestazione dei sintomi.
Il presupposto è che il matrimonio o la coabitazione portano in sé una dimensione pubblica socialmente importante e che l’assenza di un momento forte di passaggio, non aiuta a mantenere fiducia nel legame. In occasione del divorzio si rischia di interrompere la comunicazione (il livello interattivo), di strappare la relazione (il livello relazionale) ma di non curare il legame sociale (il livello simbolico).
Alle nuove generazioni sarà possibile aver cura (essere dei care-givers) di altre relazioni importanti, se le persone avranno fatto esperienza della giustizia e della speranza al di là del conflitto. Ed è nella famiglia che è possibile fare quest’esperienza di base incisiva per la società tutta.
In occasione del divorzio il rischio è quello di abbandonare la speranza nei legami e di costruirne di sempre più fragili per il timore di soffrire troppo quando si romperanno.
Nel nostro modello la mediazione prende il posto di un rito di transizione , di riconoscimento del conflitto coniugale inteso come occasione di individuazione; conflitto non sufficientemente riconosciuto, né "permesso", nei tribunali e nelle cerimonie familiari e sociali.
Si tratta di un rito di passaggio (transizionale) per permetterne il riconoscimento, l’ identificazione ed elaborazione ed accedere così alla dimensione simbolica, arrivare a scoprire il significato di quanto accade per sé, per i figli e per i nonni.
Infatti parliamo di un’apertura "globale" a tutti gli oggetti del conflitto e della negoziazione (sia i figli che i beni materiali). Pur mantenendo un controllo del processo, c’è una flessibilità del setting e degli strumenti e intravediamo la possibilità di ricorre anche ad incontri individuali, o con i figli o di prescrivere dei compiti attivi di facilitazione comunicativa e di insight emotivo.
Caratteristiche della MEDIAZIONE FAMILIARE nell’approccio transizionale simbolico
E’ un processo di accompagnamento della transizione reale e simbolica della famiglia e si offre come uno spazio di facilitazione e sostegno al processo di rinegoziazione delle relazioni familiari
Assume la funzione di ritualizzazione del conflitto coniugale, del suo riconoscimento/identificazione e della sua elaborazione/superamento
Necessita dell’apertura globale agli oggetti di conflitto e negoziazione (i figli ed i beni materiali)
Richiede una flessibilità del setting e degli strumenti (v. ad esempio la presenza dei figli nella stanza della mediazione, la firma scritta o meno del contratto di mediazione o degli accordi finali, ecc. )
E’ privilegiata una funzione non equivoca del ruolo del mediatore, al quale solitamente viene attribuito un compito circoscritto e che utilizza proficuamente uno "stile forte"nella conduzione del processo, con soddisfazione dei genitori e con successo nel raggiungimento degli obiettivi.
Una rilettura di alcune variabili significative :
La ricerca è stata realizzata su 103 interventi/percorsi di Mediazione Familiare condotti tra il gennaio 2000 e il giugno 2002 in diverse città d’Italia, mediazioni condotte sia con coppie con figli , ma anche senza figli (3.9%) .
Sono stati incontrati 154 soggetti di cui 55.1% maschi e 44.9% femmine, per la maggior parte nella fase precedente alla presentazione del ricorso per separazione in tribunale (50,5%).
TEMPO : durata del percorso di mediazione, tempo dedicato alla storia familiare e strumenti peculiari utilizzati (la rappresentazione grafica dei legami familiari)
Dai dati della ricerca emerge che nel 60% dei casi gli incontri sono stati tra i 6 e i 10, pertanto nella media della letteratura, che parla di un massimo di 10.
Viene così fugato quel timore espresso da coloro che dicono che la pre-mediazione non è compito del mediatore: la media è proprio di 2.8 incontri, ovvero non vengono superati i tre, perché in questo caso la coppia viene inviata ad un altro professionista.
Interessante notare che più della metà sono persone che stanno ancora riflettendo sulla crisi del patto di coppia, e anche nel caso in cui hanno già diviso le abitazioni, si trovano ancora in una fase precoce del conflitto, non sono ancora state enunciate rigidamente le posizioni davanti ad un tribunale, e questo ci fa pensare che siano particolarmente capaci di negoziare, soprattutto se incontrano un contesto che lo permette, che non inciti al litigio.
(ci vorrebbe un incrocio tra questo 50.5% e il successo , completezza della mediazione).
Vorrei segnalare che la dimensione temporale e storica della vicenda familiare e della riorganizzazione delle relazioni al di là della fine, è particolarmente esplicitata dallo stramento grafico simbolico per la conoscenza del familiare, denominato Genogramma o rappresentazione grafica delle relazioni storiche del famiglia, utilizzato nell’83.5%.
SPAZIO: qual è la sede dove viene offerta la risorsa della mediazione e qual è l’influenza del luogo sull’esito finale del percorso?
La ricerca ci ha sorpresi: rispetto alla prima fase di questo lavoro presentato a Roma nel 2001 al Congresso dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia, abbiamo riscontrato con nostra grande sorpresa, che è molto aumentata la quota di mediazioni condotte in un servizio pubblico (62.3%) e che in esso si offrono anche altri servizi per la famiglia (31.3%) oltre alla mediazione familiare.
Inoltre, con nostra grande sorpresa l’esito delle mediazioni offerte nei servizi polivalenti è migliore rispetto alle situazioni seguite in un centro specialistico, dove si pratica esclusivamente la mediazione familiare.
Se nel 1984 avevamo sostenuto l’ipotesi che era meglio non enfatizzare l’aspetto problematico della separazione, ed offrire la risorsa della mediazione, all’interno di luoghi di consulenza per la famiglia, successivamente avevamo riflettuto su questo modello organizzativo e avevamo privilegiato la sede specialistica per ritualizzare la mediazione, per permetter alle coppie, deluse della troppo breve procedura della separazione legale, o in mancanza di riti pubblici di démariage in caso di convivenza, ovvero dove ci si occupa esclusivamente del sintomo "separazione" mentre non si accoglie la famiglia nella sua globalità, non la si valorizza , non la si incontra, ad esempio, nella sua genitorialità sociale (come famiglia accogliente).
OGGETTI NEGOZIATI : mediazione globale (figli, assegno di mantenimento, patrimonio, ecc) e successo della mediazione
Per quanto riguarda l’oggetto della negoziazione emerge un dato interessante, già evidenziato nella prima fase della ricerca: al primo posto troviamo la mediazione intorno alle "questioni del quotidiano" relative all’allevamento dei figli (non tanto il così detto affidamento, in quanto la prole "sta tutta con la madre" come sappiamo dai dati ISTAT 2002, in attesa di una riforma della legge sul divorzio che affermi con forza che i figli sono da "condividere " tra i due genitori, sono affidati alle cure di entrambi se vogliono crescere felici.
Vediamo infatti che questi sono i temi in agenda della mediazione
Affidamento dei figli...…………………………………………………. 53.4%
Tempi di frequentazione tra genitori e figli ……………... 68.0%
Frequentazioni tra figli e altri …………………………………….. 41.7%
Assegni di mantenimento ………………..…... ………………... 59.2%
Questioni patrimoniali ………………………………….…….……... 33.0%
Altre questioni riguardanti i figli …………………………………. 83.5%
Implicazioni emotive relative alla separazione…………… 22.3%
E’ interessante notare, come nel 92% dei casi si sia parlato di budget familiare, per arrivare a definire in modo congiunto l’ammontare dell’assegno di mantenimento per figli o ex-coniuge e sono state negoziate altre questioni patrimoniali (assegnazione della casa di famiglia o sua vendita; ridistribuzione dei doni di nozze; divisone dell’arredo, conti in banca, ecc.)
SOGGETTI COINVOLTI: stile direttivo di conduzione del mediatore, compresenza.
Anche senza incentivare la compresenza, abbiamo notato che laddove un gruppo di professionisti seguono un corso di formazione insieme, e con grande piacere per l’interesse dei contenuti e si appassionano al modello, essi avviano molto volentieri esperienze di co-mediazione. Non pensiamo infatti che sia solo la paura o il timore di incontrare una coppia in conflitto che spinge le persone del nostro gruppo a fare Co-mediazione, il 36.0%. Le motivazioni sono di vario tipo Farsi coraggio, integrare le competenze di base, rappresentare la differenza sessuale, o altro; non abbiamo invece dati sull’influenza della riconduzione sul successo della mediazione.
Un fattore determinante è anche il fatto che nell’ente pubblico i clienti non pagano e gli operatori non hanno un compenso differenziato tra il lavoro di base e l’esercizio di questa pratica specialistica: possono solo divertirsi di più e approfondire gli aspetti di metodo se seguono insieme una situazione, in questa fase sperimentale.
Ecco allora che gli attori principali sulla scena della mediazione sono i mediatori, i genitori, e i figli nel 16,5% dei casi: infatti il modello transizionale simbolico, non avendo una preclusione a far entrare i figli nella stanza della mediazione, qualora questo momento venga preparato dettagliatamente con i genitori per quanto riguarda obiettivi, modi e contenuti, esso può positivamente aiutare la transizione, nel senso di favorire la cura dei legami tra le generazioni, lo scambio di doni tra le stirpi, ma anche l’esplicitazione di timori e paure da entrambe le parti.
Alla presenza dei due genitori, indispensabili attori della transizione al di là della fine, si sono previste delle eccezioni e nella ricerca troviamo segnalati 27.2%
Colloqui individuali o caucus, . Se il modello prevede che fin da subito si lavori in compresenza di padri e madri, questo significa che durante il percorso il mediatore si trova nella necessità e richiede alla coppia dei momenti, anche brevi di incontro a due, o facendo tornare in orari diversi, ma anche facendone attendere uno fuori dal locale. Nel successivo momento congiunto sarà compito del professionista mettere in comune i contenuti emersi, in quanto come si sa in mediazione non è possibile avere dei segreti tra i partecipanti, la trasparenza è una delle regole principali.
Questo a significare che non c’è una mania per la gruppalità, che a tutti i costi i genitori debbano solo esprimersi davanti all’altro, ma in alcuni passaggi critici, la cura del famigliare, può richiedere momenti di recupero di senso a quattr’occhi per superare ad esempio un’impasse, per esplorare più opzioni.
Cigoli V., Psicologia della separazione e del divorzio, Il Mulino, Bologna 1998 .
E. Scabini e V. Cigoli, Il famigliare. Legami, simboli e transizioni, R. Cortina Editore, Milano, 2000.
Marzotto C. Telleschi R (a cura di) Gestire il conflitto. La mediazione familiare nella separazione e divorzio, UNICOPLI, 1999.C. Marzotto, G. Tamanza et al., Continuità genitoriale e mediazione familiare, Report di ricerca sul ricorso alla mediazione familiare nei procedimenti di separazione presso la IX sezione del tribunale di Milano, 1999.
V. Cigoli et C. Marzotto, Le fait d’être parents aprés le divorce: une recherche sur la coparentalité. La nécessité d’un nouveau pacte. Atti del Convegno internazionale, " La médiation familiale au XXI Siecle. Le défi de la coparentalité suite à la rupture du couple>>, Quebec, 23-25.9.1999, ediz. IRIS Quebec, 2000.
C. Marzotto e G. Tamanza, Séparation conjugale et transmission intergenérationnelle
Une évaluation empirique de l’efficacité de la médiation familiale, Colloque internationale, ISF, Université Catholique de Lyon, maggio 2000.
L. Gennari, C. Marzotto e G. Tamanza, relazione al Convegno SIMeF, Firenze, ottobre 2002 (in press.)
Francesco Janes Carratù
VECCHI E NUOVI ASPETTI NORMATIVI: VINCOLI E OPPORTUNITÀ SECONDO GLI OPERATORI
Il nostro Paese è decisamente in ritardo nella elaborazione di una disciplina legislativa della mediazione familiare rispetto ad altre nazioni in particolare di quelle di derivazione anglo sassone e francese ove, la mediazione familiare, ormai, ha forti radici sia sociali che legislative.
In questi ultimi anni, però, molti Enti Locali, più sensibili alle problematiche, sociali in genere e della famiglia in particolare, hanno istituito servizi o finanziati corsi di formazione di mediazione familiare, come del resto dimostra il patrocinio del Comune di Napoli e dell’Assessorato alla Cultura della Regione Campania a questo convegno.
Ancor oggi l’attuale legislazione in materia di separazione personale dei coniugi e di divorzio continua ad essere inidonea per la risoluzione delle controversie familiari, quando non è addirittura aggravante delle stesse.
L’iter procedurale, infatti, per la sua stessa struttura può talvolta acuire i conflitti già esistenti tra i coniugi separandi.
Poiché, però, oltre quella giudiziaria si va affermando, come via per la soluzione dei conflitti, la mediazione familiare, sarebbe opportuno che il ricorso a questo strumento, nuovo per l’ordinamento giudiziario, venisse sancito legislativamente.
Premetto che continuo ad essere convinto che la prima opera di mediazione debba essere posta in essere dall’avvocato, e ciò non a difesa della categoria, ma perché è all’avvocato che i separandi, nel raccontare la loro storia manifesteranno le proprie aspettative sull’affidamento dei figli, sul diritto all’assegno di mantenimento e alla sua quantificazione, sull’assegnazione della casa coniugale e sui vari altri problemi che il dissolvimento dell’unione coniugale comporta.
E quasi sempre le aspettative dei coniugi sono parzialmente o del tutto infondate, per cui compito dell’avvocato dovrebbe essere quello di chiarire subito al cliente, i diritti e i doveri conseguenti alla separazione.
Non è ammissibile, infatti, che l’avvocato, forse per compiacere il cliente, lo illuda facendogli credere di poter ottenere dal giudice tutto ciò che egli desidera.
Invece, proprio quando l’avvocato illustra al cliente con equilibrio e obiettività quali sono i suoi diritti e quali delle sue pretese sono giuste e quali, invece, manifestamente infondate, secondo me, fa opera di mediazione, perché costringe la parte a misurarsi non con i propri desideri, ma con quello che, in mancanza di accordo, verrà deciso dal magistrato nel rispetto della legge.
Ritengo che gli avvocati, se e quando si adoperino a che le parti possano ottenere una risposta corretta ai loro problemi legali, pongano in essere quell’opera di mediazione che dovrebbe mirare a risolvere il problema.
Fatta questa precisazione, forse non condivisa dagli esperti in mediazione familiare, è opportuno ribadire che da più parti, si sollecita una compiuta regolamentazione legislativa della mediazione familiare.
Un primo riconoscimento normativo lo si trova nella legge 28 agosto 1997 n. 285 - Disposizioni per la promozione di diritti e di opportunità per l’infanzia e l’adolescenza - il cui art. 4, nel prevedere le modalità attraverso cui possono essere perseguite le finalità dei progetti di cui all’art. 3 della stessa legge, alla lett. i) nomina anche i servizi di mediazione familiare.
Un richiamo alla mediazione familiare lo si trova poi nel d.p.r. 13 giugno 2000 il quale, nell’approvare il Piano nazionale di azione e di interventi per la tutela dei diritti e lo sviluppo dei soggetti in età evolutiva per il biennio 2000/01, riconosce la necessità "di sostenere lo sviluppo e la creazione di servizi di mediazione familiare generalizzando le esperienze positive già compiute in alcuni comuni".
Un nuovo importante e più recente riconoscimento legislativo della mediazione familiare è oggi nell’art. 2 della legge 4 aprile 2001 n. 154 - Misure contro la violenza nelle relazioni familiari - il quale inserendo nel codice civile l’art. 342 ter., prevede che "il giudice possa disporre ove occorra l’intervento dei servizi sociali del territorio o di un centro di mediazione familiare, ...." .
Rinvio generico, alternativo a quello dei servizi sociali, ma che sancisce normativamente la possibilità per il giudice di utilizzare i servizi di mediazione familiare.
Un suo spazio autonomo trovava, invece, la mediazione familiare nel testo unificato del comitato ristretto (proposte di legge nn. 173 - ter. e abbinate) del maggio 1998 "Nuove norme in materia di separazione personale dei coniugi e di scioglimento del matrimonio" il cui art. 8, modificando l’art. 712 del codice di procedura civile, intitolato correttamente "tentativo di mediazione" disponeva che "In ogni stato e grado dei giudizi di separazione personale, di cessazione degli effetti civili del matrimonio, di successiva modifica delle relative condizioni, in presenza di figli minori, nonché nei procedimenti di competenza del tribunale per i minorenni o del giudice tutelare, qualora ne ravvisi la necessità, il giudice, sentite le parti ed ottenuto il loro consenso, può disporre un rinvio non superiore a tre mesi onde consentire che i coniugi, anche avvalendosi di esperti, tentino una mediazione in ordine alle condizioni di separazione, con particolare riferimento alla migliore tutela dell’interesse morale e materiale dei figli".
In questa norma, risultava recuperato così il contenuto dell’art. 155 - quinquies che, come formulato dal deputato Cento nella sua proposta di legge n. 4725 presentata il 31 marzo 1998, però, si intitolava espressamente "mediazione familiare" e che, nello stabilire l’istituzione di appositi consultori specializzati nella mediazione familiare, attivati presso il Tribunale civile prevedeva testualmente che "ove il giudice abbia richiesto, ai sensi del comma quinto dell’art. 155, l’intervento di un consultorio familiare, lo stesso, entro venti giorni dal conferimento dell’incarico, convoca l’intero nucleo familiare, compresi i figli, al fine di poter fornire al giudice le ipotesi di accordo, onde poter effettivamente disporre l’affidamento ai genitori.
Gli esiti della mediazione saranno riportati in un verbale sottoscritto dalle parti, da inviare al giudice dal consultorio".
Alla fine dell’anno 2000, - quindi, sempre nel corso della precedente legislatura - la mediazione familiare, per la prima volta, veniva addirittura definita legislativamente nel testo licenziato dalla Commissione di studio e revisione della normativa in materia di diritto di famiglia e dei minori, presieduta dall’on.le Marietta Scoca.
Questo testo, intitolato "Istituzione presso i tribunali e le Corti d’appello di sezioni specializzate per la famiglia e i minori. Disciplina dei procedimenti di separazione di divorzio, dei procedimenti camerali e disposizioni in tema di esecuzione dei provvedimenti relativi a minori, all’art. 22 prevedendo la sostituzione dell’art. 709 del codice di procedura civile, così definiva la mediazione familiare. "La mediazione familiare è un percorso di riorganizzazione delle relazioni tra genitori separati o separandi in un contesto strutturato e autonomo rispetto all’ambito giudiziario e con l’aiuto di un mediatore neutrale e con formazione specifica che, sollecitato dalle parti e nella garanzia del segreto professionale, permetta loro di elaborare un programma di esercizio della comune responsabilità genitoriale in modo soddisfacente per ambedue e per i figli".
Rimetto a Voi ogni valutazione sulla validità e sulla compatibilità di questa definizione con quella data dalla Corte Europea dei mediatori familiari redatta nel 1992, ripresa e aggiornata dal Forum Europeo dei Centri di formazione alla mediazione familiare nel 1997, secondo cui "per mediazione familiare, in materia di separazione e divorzio, si intende "un processo" nel quale un terzo con una preparazione specifica, è sollecitato dalle parti ad intervenire per affrontare le questioni conflittuali connesse con la riorganizzazione familiare in vista o a seguito della separazione personale dei coniugi".
E’, comunque, da apprezzare lo sforzo della Commissione di definire legislativamente uno strumento a cui sempre più spesso fanno ricorso gli operatori del diritto e in particolare quelli che si interessano di diritto di famiglia per tentare di risolvere la conflittualità tra coniugi.
Nello stesso testo Scoca, ma all’art. 21, si prevedeva quale modifica del l’art. 708 del codice di procedura civile al n. 3: "Se il coniuge convenuto non compare o se la conciliazione non riesce, il giudice (e/o) il presidente invita i coniugi a rivolgersi a consultori pubblici o privati convenzionati autorizzati per un intervento di mediazione e, ad istanza di parte, dispone che il processo rimanga sospeso per un periodo non superiore a tre mesi, ma, anche se uno solo dei coniugi dichiara di non volersi avvalere di tale intervento, dà, anche d’ufficio, con ordinanza i provvedimenti temporanei e urgenti nell’interesse dei coniugi e della prole.
E al n. 6 "Se i coniugi non hanno raggiunto un accordo a seguito dell’intervento di mediazione, il giudice adotta, anche d’ufficio, i provvedimenti urgenti di cui al comma terzo".
La lettura di queste norme richiama l’attenzione dell’interprete su alcuni punti già al centro di vari dibattiti.
Il primo riguarda la volontarietà o l’obbligatorietà della mediazione per i coniugi.
Ritenendo che un’opera di chiarimenti e di sostegno sia particolarmente opportuna proprio quando il conflitto è più forte e radicato, una parte degli operatori ritiene necessario prevedere l’obbligatorietà per i coniugi di esperire il tentativo di mediazione, altrimenti potrebbero rimanere esclusi da un simile utile strumento proprio coloro che più ne avrebbero bisogno.
Secondo altri, invece, la mediazione non potrebbe essere imposta come percorso responsabilizzante contro il volere anche di uno solo dei coniugi.
Un altro punto molto dibattuto riguarda il momento in cui debba svolgersi la mediazione familiare: se nella fase strettamente giudiziale o, invece, anche in quella precedente e/o successiva.
Allo stato pare che la mediazione familiare venga comunemente utilizzata sia nel momento precedente la separazione che durante il processo o anche dopo la sentenza di separazione per rivedere gli accordi.
Personalmente propenderei per la obbligatorietà del tentativo di mediazione familiare collocandolo in un momento ben preciso.
Alla luce della mia esperienza professionale, questo momento potrebbe essere individuato in quello intercorrente tra il deposito in Tribunale del ricorso di separazione personale e l’udienza di comparizione dei coniugi innanzi al Presidente del Tribunale.
Considerando i tempi lunghi - per la verità del tutto insostenibili - tra il deposito del ricorso di separazione e la data fissata per la comparizione dei coniugi innanzi al Presidente - si pensi che oggi il Tribunale di Napoli fissa a non meno di tre / quattro mesi la comparizione personale delle parti - obbligare i coniugi separandi a recarsi presso un centro di mediazione familiare, potrebbe contribuire a smorzare la conflittualità esistente, consentendo loro di giungere, all’udienza presidenziale, in condizioni di maggiore serenità, e quindi, disponibili, nel migliore dei casi, a raggiungere un accordo per una separazione consensuale.
Naturalmente si tratterebbe solo di un primo tentativo di mediazione, in cui gli operatori avrebbero il compito di far comprendere alla coppia il senso della separazione e di suggerire loro ogni utile iniziativa volta a trovare un accordo nell’esclusivo interesse dei figli.
Gli stessi mediatori dovrebbero, comunque, inviare al Presidente del Tribunale, prima della data fissata per l’udienza di comparizione, una dettagliata relazione sulla personalità dei coniugi e - se del caso - dei figli emersa nel corso dei colloqui, al fine di offrire allo stesso Presidente ulteriori elementi di valutazione che gli possano consentire di emettere, con maggiore cognizione di causa, quei provvedimenti provvisori e urgenti previsti dalla legge.
A tutt’oggi, però, nessuna di queste elencate ipotesi normative si è tradotta in legge, per cui si deve, purtroppo, constatare che la mediazione familiare non è ancora entrata a pieno titolo nel nostro ordinamento giudiziario.
Tale introduzione sembra addirittura allontanarsi, considerando che nel disegno di legge recante "Misure urgenti e delega al Governo in materia di diritto di famiglia e dei minori" approvato dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 1° marzo 2002, non vi è alcun cenno o richiamo alla mediazione familiare.
L’art. 12 di tale disegno di legge, infatti, che anch’esso, come la norma citata del testo della Commissione Scoca, prevede la modifica dell’art. 708 c.p.c., non fa alcun riferimento alla mediazione familiare così come nessun cenno emerge dalla lettura dell’intero articolato.
Tale omissione potrebbe indurre quei giudici che sino ad oggi hanno fatto ricorso alla mediazione familiare ad astenersi dall’invitare i coniugi separandi a ricorrervi.
E’ auspicabile che si sia stata solo una svista dell’esecutivo, a cui senz’altro in sede parlamentare potrà porsi rimedio, sempre che l’omissione non si sia stata voluta.
Il che in vero andrebbe contro gli interessi delle coppie in crisi, considerando che la mediazione familiare è uno strumento la cui utilità nella composizione dei conflitti coniugali, non può più essere disconosciuta, come dimostra la sua vasta utilizzazione nelle altre Nazioni.
Intervento di Maurizio Quilici, presidente dell’ISP,
Vorrei fare alcune osservazioni sulla mediazione familiare che forse ripeteranno cose già dette, ma esprimono comunque un punto di vista "esterno": non quello di un tecnico – avvocato, psicologo, mediatore familiare…- ma quello di una associazione – l’Istituto di studi sulla paternità – che da 14 anni si occupa di paternità, ma anche di coppia, di minori, di famiglia. Io stesso non sono avvocato, né psicologo né mediatore, anche se da una trentina d’anni mi occupo di paternità e anche se mi laureai, molto tempo fa, con una tesi in medicina criminologica e psichiatria forense sulla paternità.
Sono ormai molti anni – certamente più di dieci - che in Italia si parla insistentemente di mediazione familiare. Nel 1989 il comune di Milano inaugurava il centro Gea di mediazione familiare. Il 18 novembre 1992 nasceva a Roma il "Servizio di mediazione familiare", organizzato da Francesco Canevelli, oggi presidente della Simef, Società italiana di mediazione familiare, e Gianfranco Dosi.
In quella occasione Canevelli osservava come il percorso giudiziario risultasse assolutamente insoddisfacente ad aiutare la coppia in crisi e a tutelare i bambini contesi, amplificando anzi la conflittualità. E giustamente – mi preme rilevarlo – aggiungeva che lo stesso poteva dirsi per la separazione consensuale, preferita – osservava – più per la rapidità con la quale si ottiene (e quindi per una economia di costi e di stress, aggiungo io) che non per benefici reali come dimostrano – precisava – i sempre più numerosi ricorsi giudiziari per chiedere la modifica delle condizioni e i numerosi ricorsi al giudice tutelare per chiederne la corretta esecuzione.
Mi preme rilevare questa osservazione di Canevelli perché spesso mi trovo a dover correggere quanti, limitandosi alle cifre e contro ogni evidenza, negano una effettiva conflittualità, visto che l’85.5% del totale delle separazioni è consensuale e solo il restante 14,5% giudiziale. Il che, oltretutto, se riflettesse un reale consenso delle parti, renderebbe pressoché inutile la mediazione familiare.
Per capire l’apparente mistero basta aggiungere un dato che gli avvocati e in genere gli operatori del settore sanno bene, magari non così preciso numericamente ma certo nelle linee generali. Ossia che una separazione consensuale dura in media 136 giorni, una giudiziale 1.119.
Nel maggio del 1995 l’allora ministro per la famiglia Adriano Ossicini aveva istituito quattro gruppi di lavoro su temi specifici. Uno di questi gruppi – ne facevo parte anch’io in rappresentanza dell’ISP – aveva per argomento proprio la mediazione familiare. Nel dicembre di quell’anno, dopo aver studiato la MF in Italia e all’estero (in alcuni paesi essa esisteva da decenni) il gruppo (fra i membri ricordo il prof. Bollea e Irene Bernardini chiamata come consulente) elaborò alcune linee guida. Uno dei punti fermi era la convinzione che la MF possa svolgere un fondamentale ruolo di pacificazione e di induzione alla assunzione di responsabilità. Si chiedeva anche, però, che ciò avvenisse in un contesto di riforma, perché numerosi e preoccupanti erano gli esempi di improvvisazione, di superficialità, di autolegittimazione.
Oggi qualcosa è cambiato; il panorama dei centri di MF si è chiarito ed è possibile distinguere quelli che garantiscono serietà e professionalità. La Simef ha acquistato spessore e autorevolezza e costituisce un punto di riferimento. In alcune regioni – cito l’Emilia Romagna a titolo di esempio – l’impegno per offrire una MF in linea con gli standard europei è stato forte. Tuttavia resta ancora molto da fare. Non si sono ancora esaurite le resistenze di una parte degli avvocati nei confronti della MF, il timore di una ‘degiurisdizionalizzazione’ del processo (ma un’altra parte ha pensato di specializzarsi nella mediazione familiare e di organizzare corsi in MF per gli avvocati). Molti ancora non riescono a vedere MF e iter giudiziario come due percorsi paralleli che non si intralciano a vicenda.
Non sono stati ancora risolti alcuni nodi non da poco: uno dei più delicati è quello della obbligatorietà o volontarietà della MF. Assolutamente contrari ad ogni forma coattiva di MF i mediatori e gli psicologi in genere (non tutti) i quali vedono nella volontarietà un requisito essenziale; ritengono infatti che essa, significando la assunzione di una responsabilità personale, esprima un impegno e una volontà che sono le migliori garanzie di riuscita. Secondo loro una mediazione obbligatoria ha pochissime probabilità di successo.
La giustificazione appare plausibile, tuttavia è difficile prendere una posizione netta. Vi sono infatti altre considerazioni da tenere presenti. Se si conosce il clima feroce, la conflittualità esasperata che caratterizza una separazione, allora si capisce che la mediazione solo volontaria consente a una delle parti di opporsi – magari per semplice ripicca, perché l’altro è invece favorevole – rendendo così impossibile ogni tentativo. Tentativo che gli consentirebbe comunque di accedere a informazioni di indubbia utilità.
In qualche stato americano il giudice può disporre la family mediation, senza la quale non pronuncia sentenza di separazione fra i coniugi.
Ricordo che il gruppo di lavoro voluto da Ossicini si arrovellò molto su questo punto. E alla fine propose che – almeno – fosse presa in considerazione l’ipotesi di una forma obbligatoria di informazione: psicologica e giuridica. Ci sono persone che si separano senza avere la più pallida idea di cosa sia un affidamento congiunto o alternato, senza sapere nulla dell’importanza che ognuno dei due genitori riveste per lo sviluppo corretto del figlio (e quindi ostacola la frequentazione dell’altro con i figli, ne svilisce l’immagine…), ignorando i diritti e i doveri che la legge gli impone.
Si presume che nessuno dovrebbe scandalizzarsi per l’obbligo di una semplice informazione. D’altro canto, si fanno i corsi di preparazione al matrimonio (e quelle per le coppie che intendono sposarsi in chiesa sono obbligatori) non si vede perché non si dovrebbero fare corsi di preparazione alla separazione e al divorzio. In Inghilterra alle coppie che presentano domanda di divorzio viene chiesto di partecipare ad incontri "nei quali possono ricevere informazioni e assistenza" (vedi De Filippis, Trattato breve di diritto di famiglia, Cedam 2002)
Che questo sia un punto dolente lo dimostra la querelle subito nata a proposito della proposta di legge 66 che innovava in materia di diritto di famiglia e che poi è stata assorbita nel Testo unico tuttora in discussione alla Camera. Era infatti sembrato di scorgere una forma di invio coatto da parte del giudice a non meglio identificati "centri polifunzionali" dove si sarebbe fatta anche mediazione familiare. Sorvolando sui legittimi dubbi che la vaghezza dei termini comportava (e che infatti sono stati cambiati successivamente) non era però questo che prevedeva la legge. Ma era bastata l’ipotesi di una forma obbligatoria a scatenare le ire dei mediatori familiari.
Che le associazioni che si occupano di famiglia, di minori, di separazione e divorzio si aspettino molto dalla mediazione familiare è fuor di dubbio. Forse si aspettano troppo (tutti i mediatori avvertono: la MF non è la panacea, non è la risoluzione automatica di tutti i problemi). Ma d’altro canto, come dar loro torto quando una associazione, "Ex", pubblica un ricerca dalla quale risulta che fra il 1994 e il giugno 2002 sono avvenuti ben 556 episodi di violenza legati alle separazioni fra coniugi, con 761 morti? Ci sono stati 60 suicidi. Molti di quegli episodi di violenza sono riconducibili a quella terrificante conflittualità che troppo spesso esaspera le separazioni.
Anche l’ISP guarda con fiducia, con speranza alla mediazione familiare. Quei 60 suicidi ai quali ho accennato hanno riguardato 65 uomini, quattro bambini e una donna. A volte uomini che non riuscivano ad accettare l’idea di perdere la propria compagna, più spesso padri che non tolleravano l’idea di perdere i propri figli – perché di perdita si tratta – con la separazione.
Si ripete tante volte che occorre cambiare lo spirito della separazione, creare una cultura della separazione. E’ così: in Italia (non solo in Italia, naturalmente) vige una perversa filosofia della separazione: la separazione non è vista come un momento di passaggio – delicato, doloroso - nella nostra vita, con l’obiettivo di tutelare il più possibile i figli, ma come una guerra senza esclusione di colpi. Una guerra nella quale bisogna colpire a abbattere l’avversario, al termine della quale ci sarà un genitore vincente e uno perdente, una di serie A e uno di serie B, uno premiato e uno punito.
E’ concepito così il sistema delle leggi, questo diritto di famiglia che – pur senza mai fare preferenze, senza mai dare indicazioni, se non quella, inevitabilmente generica, dell’"interesse del minore" – parla di genitore affidatario e di genitore con diritto di visita, sancendo il principio dell’affidamento monogenitoriale; funziona così la giurisprudenza, che affida (sono gli ultimi dati Istat, riferiti al 2000) nell’86,7% dei casi i figli alla madre e nel 6,6% al padre. Si respira questa atmosfera di vittoria e di sconfitta nelle aule di tribunale; la respirano gli avvocati, le parti, persino i giudici. E si respira fuori, dove alla fine tutti – parenti, amici, colleghi…- si congratulano con il vincitore e si rammaricano con il perdente. E pochi capiscono che così hanno perso tutti: padri, madri e soprattutto figli.
Da un lato la mediazione familiare – una mediazione seria, che non permette agli improvvisatori di far danni – potrebbe nascere e diffondersi da questa diversa mentalità che tutti auspicano e che pochi si adoperano a far nascere; dall’altro può anche essere quella che favorisce questa svolta, che insegna un modo diverso di separarsi.
Battiamoci su tutti i fronti perché il risultato sia comunque quello: una separazione che al di là del dolore, del risentimento, persino del senso di rivalsa – tutte reazioni umane comprensibili – tuteli però i figli, insegni a salvaguardare loro, a proteggere loro. Proteggerli (basterebbe riflettere sulla assurdità di quanto sto dicendo per fermarsi) dai loro genitori, che diventano altrimenti i loro peggiori nemici.