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Timestamp: 2020-08-13 11:54:41+00:00
Document Index: 22799836

Matched Legal Cases: ['art. 346', 'art. 346', 'art. 323', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 25', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 8', 'art. 49', 'art. 50', 'art. 51', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 648', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 358', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 314', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 255', 'art. 255', 'art. 192', 'sentenza ']

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Il 31 gennaio 2019 è entrato in vigore il chiacchierato decreto “anticorruzione” che ha apportato una serie di modifiche rilevanti al codice penale, al codice di procedura e dulcis in fundo anche al d.lgs.231/01.
Lo scopo precipuo della novella è il contrasto dei fenomeni corruttivi, come evoca l’appellativo che è stato attribuito al decreto. La delicata posizione dell’Italia nelle classifiche internazionali nonché la percezione della corruzione a livello globale e nazionale, hanno determinato il legislatore a stilare un provvedimento normativo ad ampio raggio. Tuttavia, già prima facie, la giustizia penale appare utilizzata come strumento di politica sociale che si risolve in un sostanziale e generale inasprimento sanzionatorio.
Prima di affrontare le modifiche in materia di responsabilità degli enti, vale qui la pena di fare un breve riferimento alle novità più importanti. Innanzitutto sono aumentate le pene per alcune fattispecie e ridisegnati i contorni di altre. Viene ad esempio abrogato l’art. 346 c.p. che prevedeva il reato di “Millantato credito“, assorbito dalla nuova formulazione dell’art. art. 346-bis c.p. che prevede il delitto di “Traffico di influenze illecite“.
Vengono inoltre apportate delle modifiche in tema di confisca e in tema di pene accessorie. Quest’ultime vengono innalzate fino a divenire quasi perpetue e sono state considerate il fulcro della nuova riforma.
Ancora, a mitigare gli effetti di questa novella punitiva, vi è la previsione di una nuova speciale causa di non punibilità per chi entro 4 mesi dalla commissione del fatto, fornisce un effettiva collaborazione alle indagini mettendo a disposizione quanto percepito o l’equivalente in denaro (art. 323- ter c.p.).
La novità più discussa e al centro di dibattiti dottrinali è stata sicuramente quella in tema di prescrizione: la nuova disciplina restrittiva prevede che la prescrizione venga sospesa dopo la pronuncia della sentenza di primo grado o del decreto penale di condanna fino alla data di esecutività della sentenza che definisce il giudizio o dell’irrevocabilità del decreto. Tuttavia l’entrata in vigore di questa speciale disciplina è stata differita ad un momento successivo, in particolare al 1 gennaio 2020.
Giungiamo ora alle modifiche apportate al d.lgs.231/01.
Innanzitutto è stata prevista la sanzione pecuniaria fino a 200 quote, in relazione alla commissione dei delitti di cui agli artt. 318, 321, 322, commi primo e terzo, 346-bis c.p.
Tuttavia la rivoluzione riguarda le sanzioni interdittive: per i reati previsti dal comma secondo e terzo dell’art. 25 si applicheranno sanzioni interdittive ben più alte! Ed infatti nel caso in cui il reato sia stato commesso da apicale le sanzioni avranno durata non inferiore a quattro anni e non superiore a sette, mentre nella ipotesi meno grave in cui il fatto illecito sia attribuito al cosiddetto sottoposto il range andrà dai due ai quattro anni.
E’ prevista, tuttavia, una speciale ipotesi di ravvedimento operoso, mutatis mutandis: viene aggiunto all’art. 25 un comma 5 bis, che così dispone:
5-bis. Se prima della sentenza di primo grado l’ente si e’ efficacemente adoperato per evitare che l’attivita’ delittuosa sia portata a conseguenze ulteriori, per assicurare le prove dei reati e per l’individuazione dei responsabili ovvero per il sequestro delle somme o altre utilita’ trasferite e ha eliminato le carenze organizzative che hanno determinato il reato mediante l’adozione e l’attuazione di modelli organizzativi idonei a prevenire reati della specie di quello verificatosi, le sanzioni interdittive hanno la durata stabilita dall’articolo 13, comma 2
Anche questa previsione pare rispondere alla logica del bastone e della carota che anima l’intero spirito del d.lgs. 231/01: da un lato le sanzioni interdittive vengono inasprite in caso dei delitti contro la P.A. citati, dall’altro si concede all’ente di riportarle entro i normali limiti se dimostra un atteggiamento collaborativo e di segno opposto rispetto all’illecito attribuitogli. E’ ancora troppo presto per avanzare letture critiche della novella, tuttavia, non è difficile pensare che, quando richiede l’assicurazione delle prove dei reati e l’individuazione dei responsabili, possa ingenerare il fenomeno – peraltro non nuovo – della ricerca di un capro espiatorio, al fine di ottenere i benefici suddetti. Benefici che sono apprezzabili a maggior ragione quando si tratta di durata delle sanzioni interdittive, già temutissime quando contenute nel tempo.
Del resto, c’è già chi in dottrina paventa censure di costituzionalità per il diverso trattamento sanzionatorio riservato agli enti per i delitti contro la P.A., rispetto a quello disposto per reati ritenuti anche più gravi dal codice Rocco.
Ancora una volta, questo non pare essere altro che il riflesso di una crociata avverso la corruzione senza eguali.
Il 20 Novembre 2018 a Milano, presso l’Hotel Michelangelo in Piazza di Savoia, si terrà un incontro formativo che si inserisce nel filone dei cosiddetti Tavoli 231.
La sessione inizierà alle 9:30 e verterà su vari argomenti di rilievo e attualità, fra cui i reati presupposto contestati in via indiretta, il rating di legalità e la due diligence documentale per la verifica della idoneità del modello 231.
In particolare, inoltre, l’Avv. Michele Bonsegna si occuperà di riferire agli uditori circa l’impatto della nuova legge anticorruzione sulla organizzazione 231.
LEGAL BREAKFAST: Prevenzione del rischio reato nella gestione aziendale
Prevenire è meglio che curare, soprattutto dopo la previsione della responsabilità amministrativa degli enti ad opera del d.lgs. 231/01. Ma come può essere concretamente attutito il cosiddetto rischio reato nella gestione aziendale?
Si tratterà, dunque, dei modi in cui si struttura un modello organizzativo valido che, lungi dall’essere un impianto standard, deve essere tarato sulla specifica realtà aziendale. Si parlerà, quindi, della cosiddetta mappatura dei rischi, che consente un’individuazione precisa delle fattispecie che più espongono l’ente a pericoli di contestazione. In seguito, sarà opportuno accennare alla creazione delle procedure specifiche che consentono la minimizzazione del rischio nelle aree sensibili e forniscono un valido scudo di difesa anche ove il reato sia stato già commesso e il procedimento iniziato.
Si guarderà poi ai fenomeni corruttivi che negli ultimi anni sono stati oggetto di un’escalation di attenzione da parte del legislatore e anche da parte dell’Autorità Nazionale Anticorruzione. Quali sono i rapporti fra le normative strictu sensu e la cosiddetta soft regulation di ANAC? Perché questa crescente attenzione alle fattispecie corruttive? E ancora, cosa sono i Piani Triennali Anticorruzione?
Questo e molto altro sarà oggetto di riflessione e discussione, poiché questo affastellarsi di fonti di vario rango sviluppa un peso ingente sulla vita d’impresa.
La società che intenda dimostrarsi virtuosa dovrà tenerne conto al fine di difendersi vigorosamente nel procedimento penale, che potrebbe vederla imputata accanto alla persona fisica autrice del reato.
Non solo: ogni ente che abbia contatti con la Pubblica Amministrazione dovrà dotarsi di una procedura specifica anticorruzione e dovrà fare particolare attenzione al codice appalti e al codice antimafia, anche al fine di sottrarsi alla scure della temuta interdittiva antimafia.
RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI E SISTEMA ANTICORRUZIONE. Convegno sul tema a Roma, il prossimo 19.12.2016.
Si terrà a Roma, il prossimo 19.12.2016, alle ore 15.30, presso l’Aula Avvocati della Suprema Corte di Cassazione il Convegno dal titolo “RESPONSABILITÀ AMMINISTRATIVA DEGLI ENTI E SISTEMA ANTICORRUZIONE: il D. Lgs. 231/2001 e la L. 190/2012 a confronto”.
Organizzato dall’ORDINE DEGLI AVVOCATI DI ROMA, l’incontro vedrà la partecipazione fra i relatori di
il Dott. Costantino De Robbio, Giudice per le indagini preliminari presso il Tribunale penale di Roma, il quale svolgerà un “Confronto tra le discipline di cui al d.lgs. 231/2001 e alla L. 190/2012”.
l’Avv. Lorenzo Contrada, Avvocato penalista del Foro di Roma, che illustrerà la natura de “Le misure cautelari e sanzionatorie” che possono essere comminate alle società.
l’Avv. Michele Bonsegna, Avvocato penalista del Foro di Lecce ed Organismo di vigilanza ex D. Lgs. 231/2001, il quale analizzerà la portata de ” Il modello 231 quale strumento di dialogo con la Magistratura”.
Cliccando sul seguente link, potranno essere visualizzate tutte le informazioni necessarie e la locandina del convegno: responsabilita-231-e-sistema-anticorruzione_convegno-roma-19-12-2016
I PAGAMENTI IN CONTANTI SOPRA SOGLIA: PROFILI PENALISTICI ED OBBLIGHI DI COMUNICAZIONE AL MEF.
Come noto, nell’ottica di tutelare ed implementare il principio della trasparenza e della correttezza del mercato, il legislatore è intervenuto negli ultimi anni limitando la circolazione del denaro contante. In tale ottica è stato posto un tetto massimo ai pagamenti in contanti, che in precedenza era pari a 999,99 euro ed oggi è stato innalzato a 2999,99 euro.
Nello studio della casistica ricorrente, è bene soffermarsi ad analizzare quella del dipendente di una società che, durante una transazione commerciale, accetti pagamenti in contanti per valori oltre-soglia, in maniera frazionata, ricevendo più pagamenti di importo minore rispetto al citato tetto legale di utilizzo del contante, ma, comunque, per l’erogazione di una prestazione unitaria.
Orbene, detto comportamento può astrattamente integrare la fattispecie giuridica del riciclaggio individuata dall’art. 648-bis c.p. e far scattare gli obblighi di comunicazione di operazioni sospette ai sensi dell’articolo 51, comma 1, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231[1].
IL CONCETTO DI RICICILAGGIO SECONDO L’ART. 648 BIS C.P.
Al fine di meglio addentrarsi nello studio della materia in esame non si può prescindere dalla individuazione della definizione di riciclaggio riportata dall’art. 648-bis c.p.:detta norma incrimina il comportamento di colui che, fuori dei casi di concorso nel reato, sostituisce o trasferisce denaro, beni o altre utilità provenienti da delitto non colposo, ovvero compie in relazione ad essi altre operazioni, in modo da ostacolare l’identificazione della loro provenienza delittuosa.
Si deve ricordare che la giurisprudenza ravvisa nel riciclaggio un reato a forma libera che può essere integrato da qualsiasi condotta idonea ad ostacolare l’identificazione della provenienza delittuosa del bene ricevuto[2]. L’elemento oggettivo della condotta in esame, dunque, consiste nella dissimulazione della provenienza illecita del bene economico ricevuto.
Tuttavia, anche il contegno dissumulatorio, pur necessario, non è, di per sé, sufficiente a configurare l’ipotesi di reato in questione.
Chi accetta il bene deve anche essere consapevole della provenienza delittuosa dello stesso[3].
Sovrapponendo, ora, la definizione di riciclaggio al caso in esame – e, cioè, al pagamento effettuato in contanti per importi superiori alla soglia ma conferito frazionatamente – il reato sussiste nel momento in cui colui che agisce è consapevole della provenienza delittuoso del denaro e pone in essere comportamenti tali da rendere difficile l’identificazione della provenienza delittuosa stessa.
LA RATIO E GLI SCOPI DELL’ART. 51 DEL D. LGS. 231/2007.
Definito il concetto di riciclaggio, è doveroso incrociare il dettato della norma con la ratio e gli scopi dell’art. 51 del D. Lgs. 231/2007, al fine di comprendere quando scatti l’obbligo di comunicazione al M.E.F. delle operazioni sospette.
Ebbene, l’obbligo di comunicazione, ai sensi del citato art. 51 – come, più in generale, quelli individuati dall’intero D. Lgs. 231/2007 – è stato posto dal legislatore per tutelare, da un lato, la correttezza e la trasparenza del sistema economico e, dall’altro, per punire il reimpiego di valori economici provenienti da reato (ciò che è la finalità della norma penale). L’ampiezza della ratio della normativa si riverbera anche sulla portata del concetto di riciclaggio adoperato nel testo dello stesso decreto[4], tanto che l’ambito di applicazione del D. Lgs. 231/2007 è più vasto rispetto alla fattispecie di riciclaggio di cui all’art. 648-bis c.p..
Definito il doppio binario delle ragioni a fondamento della doverosità delle operazioni sospette, è opportuno cercare di stabilire cosa debba intendersi per “sospetto”.
Orbene, detta connotazione può essere attribuita alla eventuale presenza di indicatori di anomalia nella concreta esplicazione della operazione economica. Tali indicatori, aggiornati costantemente dalla Banca d’Italia, costituiscono gli strumenti di ausilio previsti dal d.lgs. 231/2007 per la rilevazione delle operazioni sospette[5] e permettono al soggetto che è tenuto a segnalare l’operazione sospetta una valutazione quanto più oggettiva possibile, come richiesto dalla giurisprudenza[6].
Ciò posto, anche se la stessa Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia[7] sottolinea, di concerto con la giurisprudenza settoriale, che tali indicatori non sono esaustivi né tassativi, dagli stessi bisogna partire per accertare se un’operazione possa essere o meno definita sospetta.
Uno dei più importanti indicatori di anomalia è proprio il “ricorso a tecniche di frazionamento dell’operazione con presumibili finalità elusive degli obblighi di adeguata verifica o di registrazione, in assenza di giustificate esigenze rappresentate dal cliente, soprattutto se volte a dissimulare il collegamento con altre operazioni”. Il Decreto specifica, in proposito, che è da considerarsi frazionata quella “operazione unitaria sotto il profilo economico, di valore pari o superiore ai limiti stabiliti dal presente decreto, posta in essere attraverso più operazioni, singolarmente inferiori ai predetti limiti, effettuate in momenti diversi ed in un circoscritto periodo di tempo fissato in sette giorni ferma restando la sussistenza dell’operazione frazionata quando ricorrano elementi per ritenerla tale”.
La normativa finora richiamata parrebbe sancire il principio secondo il quale il frazionamento del pagamento, in quanto indicatore di anomalia, rende sospetta, ispo facto, l’operazione.
Ma così, tuttavia, non è.
Come l’operazione è sospetta al cospetto di elementi anomali oggettivamente individuabili, così il frazionamento può dirsi “scriminato” laddove il medesimo sia posto in essere per oggettive esigenze connaturate ai traffici commerciali.
Infatti, lo stesso Ministero dell’Economia e delle Finanze ha previsto una esimente dal regime sinora illustrato. Come si legge nella Circolare MEF n. 2 del 16/01/2012: “se la suddivisione di un importo pari o superiore a 1.000 euro [ora 3.000 euro] dipende invece da contratti già stipulati tra le parti, di cui si possa avere contezza o prova, che prevedano ad es. rateazioni o somministrazioni, in tal caso può interpretarsi la molteplicità dei trasferimenti come prassi commerciale e non elusione della normativa in questione”[8].
Tanto premesso, ove nel caso in esame il bene oggetto della transazione fosse stato fornito proprio sulla base di un contratto di somministrazione – le cui fatture venivano saldate con vari pagamenti in contanti di entità inferiore al tetto massimo per l’uso del contante (ma che, con riferimento al beneficiario della fornitura, supervano lo stesso) – l’operazione non può essere considerata anomala, proprio alla luce di quanto riferito nella narrativa che precede.
Per l’effetto, la condotta tenuta dal dipendente della società non risulta integrare l’ipotesi di reato ex art. 648-bis c.p. né si ravvedono, nella stessa, finalità elusive della normativa antiriciclaggio di cui al D. Lgs. n. 231/2007, atte a far considerare l’operazione “sospetta” e ad impegnare il dipendente (o gli organi societari di controllo) alla comunicazione al MEF.
[1] L’articolo 51, comma 1, del decreto legislativo 21 novembre 2007, n.231, come da ultimo modificato dall’art. 8, comma 7, del decreto legge 2 marzo 2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile 2012, n. 44, obbliga i soggetti destinatari della normativa di prevenzione del riciclaggio a comunicare al Ministero dell’economia e delle finanze le infrazioni alle disposizioni previste dall’art. 49, commi 1, 5, 6, 7, 12, 13, e 14, e dall’art. 50 del citato d.lgs. 231/2007 di cui hanno notizia. Il medesimo comma 1 dell’art. 51 prevede, ancora, che tale obbligo sussiste per consentire al Ministero dell’economia e delle finanze la contestazione delle violazioni, per porre in essere gli altri adempimenti previsti dall’articolo 14 della legge 24 novembre 1981, n. 689, “e per la immediata comunicazione della infrazione anche alla Guardia di Finanza la quale, ove ravvisi l’utilizzabilità di elementi ai fini dell’attività di accertamento, ne dà tempestiva comunicazione all’Agenzia delle Entrate”.
[2] Così Cass. pen. Sez. II, 07/01/2011, n. 546: “Integra di per sé un autonomo atto di riciclaggio, poiché il delitto di riciclaggio è a forma libera e potenzialmente a consumazione prolungata, attuabile anche con modalità frammentarie e progressive, qualsiasi prelievo o trasferimento di fondi successivo a precedenti versamenti, ed anche il mero trasferimento di denaro di provenienza delittuosa da un conto corrente bancario ad un altro diversamente intestato, ed acceso presso un differente istituto di credito. (In applicazione del principio, la Corte ha affermato che il termine di prescrizione, trattandosi di reato continuato, decorre dalla data di ogni singolo prelievo o trasferimento documentalmente individuabile”.
[3] E questo sarebbe secondo la giurisprudenza (Cass. pen. Sez. II, 10/01/2003, n. 18103), l’elemento caratterizzante del riciclaggio, atto a distinguerlo da fattispecie analoghe, come la ricettazione: “Tra il reato di impiego di denaro, beni o utilita’ di provenienza illecita e quello di riciclaggio, nonché tra quest’ultimo e quello di ricettazione vi e’ rapporto di specialità, che discende dal diverso elemento soggettivo richiesto dalle tre fattispecie incriminatrici – essendo comune l’elemento materiale della disponibilità di denaro o altra utilità di provenienza illecita: il delitto di cui all’art. 648 c.p. richiede una generica finalità di profitto, quello di cui all’art. 648-bis c.p. lo scopo ulteriore di far perdere le tracce dell’origine illecita, quello infine di cui all’art. 648-ter c.p. che tale scopo sia perseguito facendo ricorso ad attività economiche o finanziarie”.
[4] Afferma l’art. 2 del Decreto: “1. Ai soli fini del presente decreto le seguenti azioni, se commesse intenzionalmente, costituiscono riciclaggio: a) la conversione o il trasferimento di beni, effettuati essendo a conoscenza che essi provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività, allo scopo di occultare o dissimulare l’origine illecita dei beni medesimi o di aiutare chiunque sia coinvolto in tale attività a sottrarsi alle conseguenze giuridiche delle proprie azioni; b) l’occultamento o la dissimulazione della reale natura, provenienza, ubicazione, disposizione, movimento, proprietà dei beni o dei diritti sugli stessi, effettuati essendo a conoscenza che tali beni provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività; c) l’acquisto, la detenzione o l’utilizzazione di beni essendo a conoscenza, al momento della loro ricezione, che tali beni provengono da un’attività criminosa o da una partecipazione a tale attività; d) la partecipazione ad uno degli atti di cui alle lettere precedenti, l’associazione per commettere tale atto, il tentativo di perpetrarlo, il fatto di aiutare, istigare o consigliare qualcuno a commetterlo o il fatto di agevolarne l’esecuzione. 2. Il riciclaggio e’ considerato tale anche se le attività che hanno generato i beni da riciclare si sono svolte nel territorio di un altro Stato comunitario o di un Paese terzo. 3. La conoscenza, l’intenzione o la finalità, che debbono costituire un elemento degli atti di cui al comma 1, possono essere dedotte da circostanze di fatto obiettive”.
[5] Consultabili in http://uif.bancaditalia.it/.
[6] Il Tribunale di Roma, ad es., con la sentenza n. 4168/2013, ha chiarito che l’obbligo di segnalazione è correlato anche all’esistenza di un mero sospetto, non necessariamente qualificato da ulteriori indizi: “per effettuare una segnalazione di operazione sospetta non sono necessarie prove o indizi concreti di reato di riciclaggio, essendo Sufficiente che l’operazione sia anomala o poco giustificabile e rappresenti un possibile passaggio di operazioni di ripulitura del denaro”. Cass. civ. Sez. V, 30/10/2009, n. 23017 ha affermato: “In materia di sanzioni amministrative per violazione della disciplina antiriciclaggio, ai sensi dell’art. 3 del d.l. n. 143 del 1991 (conv. dalla legge n. 197 del 1991, sostituito dall’art. 1 del d.lgs. n. 153 del 1997), il potere di valutare le segnalazioni e (se le ritenga fondate) di trasmetterle al questore spetta solo al “titolare dell’attività” (ossia all’organo direttivo della banca), mentre il “responsabile della dipendenza” deve segnalare al suo superiore ogni operazione che lo induca a ritenere che l’oggetto di essa possa provenire da reati attinenti al riciclaggio, sulla base di elementi oggettivi riferibili all’operazione stessa o alla capacità economica e all’attività del cliente. Ne consegue che anche una pluralità di operazioni può non richiedere di essere segnalata, se risulti giustificata alla luce dell’attività economica notoriamente svolta dal soggetto. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito che, nell’accogliere l’opposizione riguardante l’omessa segnalazione di operazioni sospette, consistite nel versamento di rilevanti somme di denaro in modo frazionato e parzialmente in contanti, anche da parte di soggetti non titolari di conto corrente presso la stessa banca, aveva valorizzato circostanze che non dovevano essere valutate dal responsabile della dipendenza della banca, come la conoscenza personale del soggetto e la provenienza del denaro)”.
[7] L’Unità di informazione finanziaria per l’Italia (UIF), istituita dal decreto legislativo 21 novembre 2007, n. 231 presso la Banca d’Italia in posizione di indipendenza e autonomia funzionale, ha iniziato a operare il 1° gennaio 2008, subentrando all’Ufficio italiano dei cambi (UIC) nel ruolo di autorità centrale antiriciclaggio.
[8] Confermando quanto statuito dal Parere del Consiglio di Stato n. 1504/1995: “Non parrebbe in realtà giustificata l’applicazione del predetto limite all’uso di denaro contante o di titoli al portatore nell’ipotesi in cui sia convenuto un pagamento rateizzato o, comunque, dilazionato nel tempo, con previsione di una pluralità di pagamenti per somme comunque inferiori al limite di legge, come avviene generalmente con il contratto di somministrazione mediante il quale viene pattuita una serie di prestazioni con pagamenti a scadenze prefissate: in tale situazione, pur mettendosi in atto un unico disegno negoziale, la imposizione del limite non risponderebbe ad apprezzabili ragioni di contrasto del riciclaggio, rappresentando invece, in qualche modo, una remora alla normale esplicazione dei rapporti correnti tra gli operatori economici”.
Peculato o appropriazione indebita? Sulla qualificazione pubblicistica dell’amministratore di una società controllata da un ente pubblico.
Con la recente sentenza n. 688 del 27.09.2016 (depositata il 29.09.2016), il Tribunale di Lecce – sezione dei Giudici per le indagini preliminari, all’esito di un giudizio celebrato nelle forme del rito abbreviato, ha condannato per appropriazione indebita il Presidente del Consiglio di Amministrazione di una Farmacia comunale, gestita da una società a responsabilità limitata controllata al 51% dall’ente pubblico e, per il restante 49%, da un consorzio di farmacisti privati.
Ebbene, è risaputo che la condotta di appropriazione di somme di cui si ha il possesso in virtù della propria posizione è idonea ad integrare, come noto, sia il reato di peculato che quello di appropriazione indebita. Tuttavia, la distinzione tra le due fattispecie criminose, fondata sulla connotazione pubblicistica della posizione del soggetto attivo (pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio) per il reato di peculato, contrapposta a quella privatistica per l’appropriazione indebita, risulta non agevole laddove la distrazione del denaro da parte di un soggetto in posizione apicale avvenga all’interno di strutture ibride, quali le società di capitali partecipate da un ente pubblico e, segnatamente, in quei particolari tipi di società partecipate che sono le farmacie comunali, le quali svolgono il servizio di vendita di farmaci a prezzo ridotto e di consegna a domicilio.
Ciò posto, si deve osservare che l’analisi della normativa e dei principi elaborati dalla giurisprudenza permette di ricondurre alla pubblica amministrazione, perlomeno quali incaricati di un pubblico servizio, soggetti che, per il proprio nomen juris, sono ritenuti privati.
Ciò che non è accaduto nel caso di specie!
All’amministratore era, infatti, originariamente contestato il reato di peculato per essersi impossessato di somme di denaro, prelevandole dalle casse dell’azienda. Ma, come anticipato, il G.U.P. ha proceduto alla riqualificazione del fatto, derubricandolo ad appropriazione indebita, sulla scorta della ritenuta natura privatistica della figura dell’amministratore della società. Si afferma in sentenza che occorre “[…] escludere una qualsivoglia qualificazione pubblicistica in capo all’imputato, amministratore delegato di una società a responsabilità limitata il cui funzionamento è disciplinato dalle comuni norme civilistiche […]: non essendo egli né un incaricato di pubblico servizio né tantomeno un pubblico ufficiale.
Orbene, questa soluzione, se corretta nel non configurare l’amministratore della farmacia comunale quale pubblico ufficiale, in quanto al medesimo non è demandato l’esercizio di funzioni amministrative disciplinate da norme di diritto pubblico e da atti autoritativi, risulta non condivisile, in quanto il soggetto attivo della condotta va comunque perseguito per peculato.
Lo stesso è , invero, da qualificarsi come incaricato di pubblico servizio. Invero, tale tesi è alimentata dalla stessa lettera dell’art. 358 c.p., recante la definizione di incaricato di pubblico servizio: “agli effetti della legge penale, sono incaricati di un pubblico servizio coloro i quali, a qualunque titolo, prestano un pubblico servizio”. L’espressione “a qualunque titolo” risulta idonea ad includere anche la prestazione di un servizio che soddisfa interessi pubblici attraverso l’attività economica organizzata nella forma di una società di capitali.
Tale assunto è pacifico non solo per la Suprema Corte, che, valorizzando il “criterio funzionale” nella individuazione delle qualifiche pubblicistiche, ha statuito: “il legislatore del 1990 (Legge n. 86 del 1990, articolo 18), nel delineare la nozione di incaricato di pubblico servizio ha privilegiato il criterio oggettivo-funzionale, utilizzando la locuzione “a qualunque titolo” ed eliminando ogni riferimento (contenuto nel previgente articolo 358 c.p.) al rapporto di impiego con lo Stato o altro ente pubblico; che quindi, come correttamente enunciato nella sentenza impugnata, non si richiede che l’attività svolta sia direttamente imputabile a un soggetto pubblico, essendo sufficiente che il servizio, anche se concretamente attuato attraverso organismi privati, realizzi finalità pubbliche”[1], ma fatto proprio anche dalla giurisprudenza contabile[2], che riporta nell’alveo pubblicistico tutte quelle condotte di mala gestio del pubblico denaro, a prescindere dal fatto che lo stesso sia gestito da società formalmente private.
La sentenza in commento rappresenta un revirement anche rispetto alla giurisprudenza in materia del Tribunale di Lecce, che correttamente, con sentenza 04.02.2016, ha condannato, ex art. 314 c.p., Tizio per avere, in qualità di dipendente dell’ufficio territoriale di Poste Italiane S.p.A., prelevato una ingente somma di denaro da un libretto di risparmio di una cliente.
Orbene, si deve concludere osservando come contrariamente a quanto affermato dal G.U.P di Lecce, l’amministratore della società partecipata dall’ente pubblico deve essere sottoposto alla disciplina dei reati propri contro la P.A., quale incaricato di pubblico servizio, in quanto la società partecipata – per di più quando la suddetta partecipazione pubblica sia maggioritaria, come nel caso di specie – svolge un’attività che soddisfa interessi pubblici, sottoposta al controllo della Magistratura contabile e di quella penale.
[1] Cfr. Corte di Cassazione, sezione VI, sentenza 18-03-2015, n. 11397; si vedano anche: Cass., Sez. VI, sentenza 20-11-2014, n. 48036; Cass. pen. Sez. VI, sentenza 20-12-2012, n. 49759; Cass. pen. Sez. VI, Sentenza 26-03-2012, n. 11636.
[2] Cfr. Così Corte dei Conti, sez. contr. Lombardia, 217/2015/PAR.
La Suprema Corte, con la pronuncia n. 40212/2014, ha ritenuto che le operazioni necessarie alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti in stato di abbandono, possono essere disposte unicamente dal Sindaco e non dal Dirigente del settore ambiente. Pertanto, l’inottemperanza all’ordinanza di rimozione di rifiuti emessa dal Dirigente comunale non integra la fattispecie di reato prevista dall’art. 255 comma 3 del D. Lgs. 152/2006.
Infatti, l’articolo 192 (“Divieto di abbandono”) del citato Testo Unico Ambientale – al quale si fa riferimento nel comma 3 dell’art. 255 – prevede che “chiunque viola i divieti di cui ai commi 1 e 2, [abbandono, deposito e immissione di rifiuti sul suolo e nelle acque superficiali e sotterranee], è tenuto a procedere alla rimozione, all’avvio a recupero o allo smaltimento dei rifiuti ed al ripristino dello stato dei luoghi in solido con il proprietario e con i titolari di diritti reali o personali di godimento sull’area, ai quali tale violazione sia imputabile a titolo di dolo o colpa, in base agli accertamenti effettuati, in contraddittorio con i soggetti interessati, dai soggetti preposti al controllo. Il Sindaco dispone con ordinanza le operazioni a tal fine necessarie ed il termine entro cui provvedere, decorso il quale procede all’esecuzione in danno dei soggetti obbligati ed al recupero delle somme anticipate.
Orbene, il T.U.A. riserva, in via esclusiva, in capo al Sindaco la competenza a disporre, con ordinanza, le operazioni per la rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati, con conseguente annullabilità per incompetenza, dell’ordinanza eventualmente adottata dal Dirigente comunale.
È con questa motivazione che la Corte di Cassazione, ha ritenuto fondato il ricorso proposto avverso una pronuncia della Corte d’appello di Genova, che aveva confermato la condanna di primo grado comminata ad un soggetto che non si era conformato all’ordinanza del dirigente del Comune di Genova di rimuovere un mezzo lasciato in abbandono sulla pubblica via.
Non appare superfluo sottolineare, inoltre, che la questione scaturita dalla suddetta vicenda processuale, relativa all’individuazione dell’organo competente ad emanare l’ordinanza in parola, ha riproposto un tema alquanto controverso e spinoso che vede contrapposti due orientamenti giurisprudenziali:
– un primo orientamento minoritario che, attribuendo una competenza esclusiva al Sindaco relativa alle ordinanze volte ad eliminare/prevenire danni che minacciano l’incolumità dei cittadini, riserva ai dirigenti del settore la competenza all’emissione di provvedimenti di carattere ordinario, (come l’ordinanza ex art. 192 T.U.A.);
– un secondo orientamento giurisprudenziale maggioritario, invece, che, in linea con quanto affermato dalla Corte di legittimità con la sentenza di cui si annota, conferisce il potere di adozione dei provvedimenti relativi alla rimozione e lo smaltimento dei rifiuti abbandonati esclusivamente in capo al Sindaco.
In definitiva, la pronuncia della Suprema corte 40212/2014, pone chiarezza ai dubbi interpretativi suddetti e, in aderenza con l’indirizzo maggioritario citato, riserva tale potere in via esclusiva all’organo apicale dell’amministrazione comunale, ritenendo che l’inottemperanza all’ordinanza emessa dal dirigente comunale non integra la fattispecie di reato, determinandone l’insussistenza.