Source: http://www.jus.unitn.it/cardozo/Review/Contract/Edmondo-1997/nota.htm
Timestamp: 2018-06-24 05:26:09+00:00
Document Index: 29579210

Matched Legal Cases: ['art. 1388', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1705', 'sentenza ', 'art. 1388', 'art. 1388', 'art. 1388', 'art. 2208', 'art. 147', 'art. 1372']

PIO EDMONDO
Cassazione Civile, II sezione, 14 novembre 1996, n.9980 - FAVARA Presidente - VOLPE Relatore - PALMIERI P.M. - Ditta Cantine Manicor di Fabio Manicor (avv. Moser) - Toller (avv. Satta e Borgia).
Conferma Tribunale di Trento, 19 aprile 1994, n. 470
OBBLIGAZIONI E CONTRATTI - Contratti in genere - Rappresentanza - Contemplatio domini tacita - Ammissibilità (C. c. art. 1388).
L’esternazione del potere rappresentativo non richiede una espressa dichiarazione di spendita del nome del rappresentato, essendo sufficiente che il sottostante rapporto di procura sia manifestato al terzo contraente attraverso elementi univoci e concludenti dai quali risulti chiaramente che l’attività del soggetto agente si svolge, appunto, in attuazione di un potere rappresentativo a lui conferito (cd. contemplatio domini tacita) (1).
Svolgimento del processo. - In data 6 marzo 1989 il Pretore di Trento, su ricorso della ditta Cantine Manicor di Fabio Manicor, emetteva decreto ingiuntivo nei confronti di Giorgio Toller per l’importo di lire 3.328.021, oltre accessori e spese.
Con citazione notificata il 3 aprile 1989 l’ingiunto proponeva opposizione, esponendo che nel novembre 1988 aveva incaricato tal Vito Novelli di organizzare l’apertura e l’inaugurazione di un proprio locale con il corrispettivo di un certo compenso e rimborso spese. e che in tale contesto aveva emesso a favore del Novelli un assegno di lire 3.328.060, dietro presentazione di una distinta che descriveva liquori ed altro, pagandogli successivamente il compenso di lire 6.000.000. Esponeva, altresì, che in seguito gli pervenivano richieste di pagamento di vari fornitori, tra cui il Manicor, che era in possesso dei dati fiscali di esso Toller, a cui doveva fatturare sia le proprie spettanze sia gli acquisti.
L’opposto si costituiva deducendo l’irrilevanza nei propri confronti dei rapporti interni tra il Toller e il Novelli, presentatosi quale mandatario del primo, dichiarando di acquistare la merce in nome e per conto del medesimo.
Evidenziava in particolare che sia la bolla di consegna sia la fattura erano intestate al Toller, che non le aveva in alcun modo contestate.
Il Pretore concedeva la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo e, assunta prova per testi e per interrogatorio formale, pronunciava sentenza in data 9 novembre 1991, con la quale, in accoglimento dell’opposizione, revocava il decreto ingiuntivo e condannava l’opposto, oltre alla rifusione delle spese di giudizio, anche alla restituzione della somma di lire 4.245.722, versata dal Toller dopo la concessione della provvisoria esecuzione del decreto.
Il Manicor proponeva appello, cui resisteva il Toller, chiedendo il riconoscimento del maggior danno da svalutazione monetaria e gli ulteriori interessi maturati dalla data della sentenza sulla somma indebitamente pagata.
Con sentenza 27 gennaio - 19 aprile 1994 il tribunale di Trento rigettava l’appello; rigettava la domanda di risarcimento del maggior danno da svalutazione monetaria proposta dall’appellato; condannava l’appellante al rimborso a favore dell’appellato delle spese del grado.
Osservava, infatti, il Tribunale che non vi era sufficiente prova che il Novelli, trattando con il Manicor, avesse dichiarato di agire in nome e per conto del Toller. Erano, poi, elementi equivoci l’intestazione a costui della bolla di consegna e della fattura, dimostrando tali elementi soltanto che il Manicor era a conoscenza dei dati fiscali del Toller.
Ha proposto ricorso per Cassazione la ditta Cantine Manicor di Fabio Manicor sulla base di due motivi, successivamente illustrati con memoria.
Resiste con controricorso Giorgio Toller.
Motivi della decisione. - Con il primo motivo, denunciando "violazione e falsa applicazione degli artt. 1388 e 1326 c. c. e motivazione carente e illogica", la ditta ricorrente sostiene che il giudice d’appello ha errato nel ritenere che la contemplatio domini di cui si doveva accertare l’esistenza dovesse essere espressamente dichiarata. Il combinato disposto dei menzionati articoli, al contrario, non richiede che la spendita del nome avvenga mediante una formale dichiarazione di agire in nome e per conto: si può, infatti, esprimere la volontà di stipula esercitando un potere di rappresentanza anche ponendo in essere tutta una serie di comportamenti che, molto spesso, hanno maggiore pregnanza delle parole stesse. Sia la dottrina sia la giurisprudenza di legittimità affermano che la contemplatio domini può ben essere esplicitata attraverso i comportamenti e che perciò deve essere valutata alla stregua di un criterio di normale riconoscibilità, di rilevanza e di apprezzamento sociale, perseguendo il fine della tutela del terzo contraente. Peraltro, nella specie. dai documenti accessori al contratto e dai comportamenti del Novelli appariva evidente l’univoca ed esplicita intenzione di quest’ultimo di stipulare come rappresentante.
Con il secondo motivo, denunciando "motivazione carente ed illogica circa le modalità della spendita del nome", la ditta ricorrente lamenta che non sia stata operata in maniera corretta la valutazione degli elementi che potevano condurre a ritenere sussistente la contemplatio domini. L’uso del timbro e del codice fiscale del Toller da parte del Novelli erano elementi che andavano valutati in uno con altri comportamenti dello stesso Novelli, che facevano capire alle Cantine Manicor di dover effettuare la prestazione di consegna al suo diretto contraente, il Toller.
Il Tribunale non ha osservato il principio di valutazione complessiva e unitaria di tutti gli elementi probatori, limitandosi a considerare il fatto dell’intestazione della bolla e della fattura senza nemmeno menzionare gli altri elementi, nonostante fossero stati tutti segnalati ed esaminati negli scritti difensivi. Anche sull’unico elemento della bolla e della fattura, la motivazione della sentenza è carente, essendosi il tribunale limitato a definire questi dati come elementi equivoci, senza altra spiegazione.
Questi motivi - congiuntamente esaminati per la loro stretta connessione - non possono essere accolti.
La giurisprudenza più recente del Supremo Collegio afferma il principio che la contemplatio domini non richiede necessariamente l’uso di formule sacramentali, nel senso che, indipendentemente dall’uso di espressioni verbali dirette a rendere noto il rapporto rappresentativo, questo può essere manifestato da univoci elementi idonei a rivelare tale rapporto, da ogni elemento, cioè, da cui risulti che l’attività del soggetto agente si svolga, appunto, in attuazione di un potere rappresentativo a lui conferito (v. sent. 3634/79, 6320/80. 4131/81, 5471/82, 1125/86).
In precedenti decisioni la Suprema Corte ha seguito un orientamento più rigido, escludendo che la contemplatio domini potesse essere desunta da elementi presuntivi, dovendo la spendita del nome del rappresentato, nel mandato con rappresentanza, essere espressa.
Secondo questo orientamento, nei contratti conclusi per mezzo di rappresentante la spendita del nome del rappresentato deve avvenire in maniera espressa e univoca, ancorchè senza necessità di formule sacramentali, con l’effetto che, mancando la dichiarazione espressa del rappresentante, non è ammissibile che la spendita del nome del rappresentato possa essere desunta da elementi presuntivi (cosiddetta contemplatio domini tacita) e, pertanto, la conoscenza che l’altro contraente abbia dell’esistenza della procura non è sufficiente ad attribuire al rappresentato la titolarità del negozio, che si considera perciò concluso dal rappresentante in nome proprio, a norma dell’art. 1705 c. c. (v. sent. 5057/78, tra le tante che hanno seguito questo orientamento: sent 2900/69, 550/76, 2728/76, 270/78, 5777/78, 1999/79 ).
Ritiene il Collegio che vada seguito l’orientamento più recente, ben potendo l’esternazione del potere rappresentativo avvenire anche senza espressa dichiarazione di spendita del nome del rappresentato, purché vi sia un comportamento del mandatario che, per univocità e concludenza, sia idoneo a portare a conoscenza dell’altro contraente che egli agisce per un soggetto diverso, nella cui sfera giuridica gli effetti del contratto sono destinati a prodursi direttamente (v. sent. 2790/70, 1532/76, 439/79, 3290/82).
Come già ritenuto da questa Corte, l’accertare se vi sia stata o non la spendita del nome del rappresentato è compito istituzionalmente devoluto al giudice del merito, il cui accertamento è incensurabile in sede di legittimità, ove sorretto da motivazione congrua e immune da vizi logici e da errori di diritto (v. sent. 1532/76, 1117/80).
Ciò posto, si osserva che, nella specie, con l’indagine in fatto, il giudice di appello ha ritenuto di poter condividere la decisione pretorile per l’accennata assenza, nei rapporti tra il Manicor e il Novelli, della spendita del nome del Toller.
Secondo il motivato apprezzamento del predetto giudice, non vi era - come si è accennato - sufficiente prova che il Novelli, contrattando con il Manicor, avesse dichiarato di agire in nome e per conto del Toller. Non vi erano - ad avviso del Tribunale - circostanze che dimostrassero la spendita del nome del Toller, non valendo la deposizione del teste Carli, invocata dal Manicor, a sorreggere l’assunto che vi era stata, da parte del Novelli, spendita del nome del Toller, da cui il primo aveva ricevuto l’incarico di organizzare l’apertura e l’inaugurazione di un proprio locale. Anche l’intestazione della bolla di consegna e della fattura, infine, era da ritenersi, secondo il Tribunale, elemento non decisivo nel senso della univoca riferibilità degli effetti della contrattazione direttamente in capo al Toller.
La mera detenzione da parte del Novelli del timbro del Toller e del suo codice fiscale è stata a ragione ritenuta irrilevante, trattandosi di elemento non univoco e concludente.
La decisione d’appello statuisce dalla valutazione complessiva ed unitaria di tutti gli elementi probatori e si sottrae, quindi, alle censure in esame, riguardanti il merito.
Il ricorso va, pertanto, rigettato. - Omissis
NOTA A SENTENZA DI PIO EDMONDO
(1) La spendita del nome del rappresentato: la cd. contemplatio domini tacita.
La sentenza in epigrafe affronta un aspetto tra i più discussi ed interessanti che riguardano la rappresentanza negoziale (artt. 1387-1400 c. c.).
L’art. 1388 c. c., nello stabilire che "il contratto concluso dal rappresentante in nome e nell’interesse del rappresentato, nei limiti delle facoltà conferitegli, produce direttamente effetto nei confronti del rappresentato", nulla dice in ordine agli oneri formali che devono essere assolti dal procurator nell’atto di esercitare il potere conferitogli, nel momento cioè in cui agisce "in nome" e nell’interesse altrui.
Secondo la dottrina dominante, per la validità del contratto concluso dal rappresentante in nome e per conto del rappresentato devono sussistere determinati requisiti, poichè il semplice conferimento a favore del procurator del potere di rappresentanza non basta di per sé a far presumere che l’atto sia compiuto dal rappresentante nella sua qualità.
Tali requisiti sono stati individuati in: a) conferimento del potere rappresentativo, b) osservanza dei limiti indicati in procura, c) spendita del nome del rappresentato, o contemplatio domini (BIANCA, Diritto Civile, III, Il contratto, Milano, 1984, 95),
Quanto a quest’ultimo profilo, la medesima dottrina insiste nel sottolineare che non è sempre necessario che vi sia un’espressa dichiarazione di spendita del nome del rappresentato, poiché ciò che importa è che l’atto appaia al terzo, alla stregua di una normale valutazione, come atto compiuto dal rappresentante nella sua qualità, cioè come atto da riferire direttamente al rappresentato, e consistendo la spendita del nome del rappresentato nella sostanziale esternazione del potere rappresentativo, in qualunque forma esso si manifesti (BIANCA, ibidem; CARIOTA FERRARA, il negozio giuridico nel diritto privato italiano, Napoli, s.d., 669 e ss.; MESSINEO, Il contratto in generale, in Trattato di diritto civile e commerciale diretto da Cicu e Messineo, XXI, Milano, 1968, 246; BETTI, Teoria generale del negozio giuridico, in Trattato di diritto civile italiano diretto da Vassalli, XV, tomo II, 1955, 588; NATOLI, La rappresentanza, Milano, 1977, 101-103; MIRABELLI, Delle obbligazioni e dei contratti in generale, in Commentario al codice civile, Torino, 1980, 360; PUGLIATTI, Studi sulla rappresentanza, Milano, 1965, 251; contra, MOSCO, La rappresentanza volontaria nel diritto privato, Napoli, 1961, 305; DI MAJO GIAQUINTO, recensione di MOSCO, in Riv. Dir. Civ. 1962, I, 398).
Secondo tali autori, la circostanza che il contraente-procurator agisca nella qualità di rappresentante può desumersi anche dalla natura dell’affare e dalle circostanze in cui l’atto è compiuto (cd. contemplatio domini tacita, o per comportamenti concludenti); in particolare, se l’atto rientra nell’attività tipica di un’impresa, può presumersi che costituisca esercizio di tale attività anche se l’amministratore non faccia un’espressa spendita del potere rappresentativo (in questo senso, Cass. 28 settembre 1977, n. 4133, in Mass. Giur. it., 1977).
Ma se la dottrina appare sostanzialmente orientata nel senso appena illustrato, in giurisprudenza coesistono due indirizzi tra loro antinomici.
a) Secondo l’orientamento prevalente, l’esteriorizzazione nei confronti del terzo contraente del rapporto di rappresentanza (contemplatio domini) deve risultare da una dichiarazione espressa ed univoca, anche se non manifestata in modo solenne, occorrendo che da tale dichiarazione emerga in maniera inequivocabile ed in modo espresso, cioè senza dover ricorrere ad elementi presuntivi, la volontà di contrarre in nome altrui (nel senso della inammissibilità di una contemplatio domini tacita, cfr.; Cass., 10 ottobre 1962, n. 2897, in Mass. Giur. it., 1962; Cass., 24 gennaio 1966, n. 299, in Giust. Civ., 1966, I, 885; Cass., 21 marzo 1969, in Foro it., I, 2958; Cass., 1976 n. 1676, in Giust. Civ. 1976, I, 1275; Cass., 8 febbraio 1985 n. 987, in Giur. it. 1986, I, 1482, con nota di VECCHI; Cass., 24 febbraio 1986, n. 1125, in Mass. Giur. it. 1986; Cass., 6 dicembre 1988 n. 6631, in Id., 1988; più recentemente, Cass., 7 dicembre 1994, n. 10523, in Corr. Giur. 1995, 297, con nota di MESSINA; Cass., 28 marzo 1995, n. 3670, in Mass. Giur. it., 1995; Cass., 30 agosto 1994, n. 7590, in Giur. it. 1995, I, 1, 1029).
Le sopracitate decisioni sono concordi nel sottolineare che, in virtù del principio della chiarezza e certezza dei rapporti giuridici, la spendita del nome deve essere tale da porre l’altro contraente in grado di individuare il sottostante rapporto di rappresentanza tra dominus e procurator senza incorrere in alcun equivoco; l’art. 1388 c.c., infatti, è espressione del principio secondo cui in ogni negozio giuridico sussiste l’imprescindibile esigenza che il contraente abbia una completa consapevolezza della parte che si obbliga nei suoi confronti, dell’oggetto e della causa del negozio, ed in generale di ogni possibile conseguenza giuridica che può derivare dal contratto che sta per concludere.
Secondo tale orientamento, di conseguenza, se manca un’espressa spendita del nome del dominus, gli effetti del negozio si consolidano direttamente in capo al procurator, anche se l’altro contraente abbia avuto in qualche modo conoscenza del mandato e dell’interesse del mandante nell’affare (Cass., 19 febbraio 1976, n.550, in Mass. Giur. it., 1976; App. Firenze, 30 gennaio 1989, in Arch. Civ., 1989, 1092, con nota di BRONZINI).
La medesima giurisprudenza è peraltro concorde nell’affermare che la spendita del nome del dominus non necessiti di particolari formule solenni, ritenendosi anzi sufficiente, ad es., l’espressione "per la ditta" (Cass., 13 luglio 1967, n.1739, in Giust. Civ., 1967, I, 1584; Pret. Barletta, 24 settembre 1979, in Foro Nap., 1979, I, 162), l’apposizione della formula "per procura" o "la direction"(Cass., 28 ottobre 1969, n. 3562, in Foro it., 1979, I, 859), la consegna fotostatica al terzo dell’atto di conferimento dei poteri di rappresentanza (Cass., 20 gennaio 1979, n. 439, in Mass. Giur. it. 1979), la sottoscrizione di una lettera di garanzia rilasciata nello studio di un notaio contemporaneamente alla redazione dell’atto pubblico (Cass., 25 maggio 1981, n. 3433, in Mass. Giur. it., 1981), e considerandosi incensurabile in sede di legittimità l’accertamento sufficientemente motivato del giudice di merito che, in forza di atti univoci e concludenti ed in relazione al comportamento tenuto dalla parte, abbia ritenuto sussistere nel caso di specie tanta l’esistenza dei poteri di rappresentanza quanto la valida spendita del nome del rappresentato (giurisprudenza costante, cfr. per tutte, Cass., 14 dicembre 1985, n. 6334, in Mass. Giur. it. 1985).
In una recente decisione la Corte di Cassazione ha affermato che "nel caso di contestazione della vera identità del dominus, è il contraente che assume di aver agito in nome e per conto altrui a dover fornire la prova di avere, al momento della stipulazione del contratto, espressamente dichiarato di agire in virtù di un potere rappresentativo a lui conferito, e non già l’altro contraente a dover dimostrare che, invece, la contemplatio domini sia nella specie mancata (Cass., 7 dicembre 1994, n. 10523, cit.; contra, Cass., 17 dicembre 1981, n. 6689, in Mass. Giur. it., 1981); la prova può essere data dal rappresentante anche attraverso le ammissioni del terzo che lo convenga in giudizio quale responsabile in proprio, non risultando necessario che tale prova risulti da documenti provenienti dallo stesso mandante o mandatario.
b) Secondo un altro (minoritario) orientamento giurisprudenziale, cui tuttavia la decisione che si annota aderisce e che concorda con le soprariferite opinioni dottrinali, l’ammissibilità di una contemplatio domini tacita va senz’altro sostenuta poiché oltre a non richiedersi l’uso di formule sacramentali, indipendentemente dall’uso di espressioni verbali dirette a rendere noto il potere rappresentativo, questo può essere manifestato attraverso tutte le circostanze idonee a rivelare il sottostante rapporto di procura, quali la struttura del contratto stesso, la sua intestazione, e/o la titolarità del bene (Cass., 7 giugno 1969, n. 2002, in Giur. agr. it., 1970, II, 292; Cass., 20 gennaio 1979, n. 439, in Mass. Giur. it., 1979; Cass., 12 gennaio 1980, n. 287, id. 1980; Cass., 4 dicembre 1980 n. 6320, id. 1980; Cass., 25 giugno 1981, n. 4131, in Arch. Civ., 1981, 750; Cass., 7 agosto 1982 n. 446, Mass. Giur. it., 1982; Cass., 26 agosto 1982, n. 4735, id. 1982; Cass., 24 febbraio 1986, n. 1125, id., 1986; Cass., 6 dicembre 1988, n. 6631, in Mass. Giur. it., 1988).
Va inoltre ricordato che la regola dell’art. 1388 c. c. vale sostanzialmente anche in altri settori dell’ordinamento, quali nell’ambito dei contratti conclusi per conto di un’impresa (anche se l’art. 2208 c. c., dopo aver ribadito il requisito della contemplatio domini disponendo che l’institore deve "far conoscere al terzo che egli tratta per il preponente", aggiunge che tuttavia in mancanza della spendita del nome "il terzo può agire anche contro il preponente per gli atti compiuti dall’institore che siano pertinenti all’esercizio dell’impresa cui è preposto", ritenendo quindi superfluo una esplicita contemplatio domini in tali casi), e quello della rappresentanza cd. organica (ma nel settore delle società di persone la regola incontra un deroga nel disposto dell’art. 147, 2° comma , L. Fall.); in tema di rappresentanza legale, invece, la necessità di una espressa spendita del nome è esclusa (cfr. per tutte Cass., 18 giugno 1987, n. 5371, in Giur. it., 1989, I, 1, 1056, con nota di PETRELLI).
In chiusura di questi brevi annotazioni, non può tacersi la considerazione che l’argomento affrontato dalla decisione che si annota presenta interessanti punti di contatto con l’istituto della cd. rappresentanza apparente.
Infatti può verificarsi il caso che, nonostante la mancanza di un valido conferimento del potere rappresentativo, il comportamento reticente o comunque non espresso del procurator possa procurare ugualmente nel terzo contraente un affidamento incolpevole circa la legittimazione attiva del "rappresentante"; in altre parole, se nel terzo si ingenera un affidamento incolpevole attraverso una serie di circostanze oggettive dalle quali una persona di media diligenza desumerebbe la preesistenza di un conferimento di potere rappresentativo, in presenza tuttavia di un comportamento colposo da parte del procurator e del dominus volto a trarre in inganno l’altro soggetto, la tutela dell’altra parte contraente è ormai riconosciuta dalla giurisprudenza in applicazione dei principi della apparenza giuridica (cfr. per tutte Cass., 17 marzo 1975. n. 1020, in Giur. it. 1976, I, 1, 797 con nota di STOLFI; ma anche recentemente, Cass., 1 marzo 1995, n. 2311, in Giur. it., 1995, I, 1, 2032, con nota di GREGORIO), in base ai quali gli effetti del contratto concluso dal procurator (sprovvisto in realtà di valido conferimento di poteri) dispiega pienamente effetti nella sfera giuridica del dominus, il quale è quindi tenuto al contratto stipulato a tutti gli effetti di legge (art. 1372 c. c.).