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Timestamp: 2019-04-22 10:58:29+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 32', 'art.4', 'art. 2', 'art. 33', 'art. 3', 'art. 3']

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MIGRAZIONI E DIRITTI FONDAMENTALI – paolo solimeno 30.10.08
L’incerta ospitalità che diamo ai diritti fondamentali risiede probabilmente, oltre che in una oggettiva arretratezza legislativa, in una debolezza culturale. Una cultura dell’uguaglianza dovrebbe permettere anzitutto di vedere l’altro come titolare di un insieme di diritti in quanto persona, senza che gli si chieda di possedere un determinato reddito, cittadinanza, etnia, genere maschile, certe opinioni politiche, o altre condizioni personali che, storicamente, sono state motivo di assoggettamento o discriminazione; pertanto se tutti sono uguali – ed io li riconosco come tali – vorrò che a tutti siano garantiti gli stessi miei diritti, almeno quelli che ritengo essere connaturati alla dignità della persona umana, non ad un suo modo particolare di essere e di sviluppare la propria personalità. Vorrò pertanto che la società in cui vivo tenga come universali alcuni diritti, alcuni caratteri dell’essere uomo, ed infatti universali solitamente è usato in opposizione a particolari, o meglio: diritti dell’uomo come universali, diritti del cittadino come esclusivi.
Così la Dichiarazione del 1789 parlava già di homme e di citoyen, ma la Dichiarazione del 1948 si erge a “dichiarazione universale dei diritti dell’uomo” avendone il pieno diritto; la prima – pur segnando un indiscusso passo in avanti nella costruzione, almeno teorica, di una società più giusta, in cui sono ridotti i privilegi ed è limitato il potere del sovrano fino a cancellare la figura di suddito per delineare quella generale di cittadino in cui tutti si possono riconoscere – non si interessa granché del potenziale conflitto fra citoyen e étranger, né parla di parità fra uomo e donna; la seconda Carta è invece approvata da un’assemblea generale dell’ONU che pretende di rappresentare l’intera umanità ed ha proprio questo compito, fissare le regole di convivenza di tutti, i diritti di tutti ovunque. Quanto quei propositi – anche quelli del 1789, ma ancor più quelli del 1948 – siano rimasti almeno in parte sulla carta è noto.
In particolare negli ultimi decenni in Europa si è affermata l’immagine dell’immigrazione come una minaccia, un fenomeno da limitare; parallelamente emerge l’istanza dell’immigrato utile, non offensivo, che lavora nelle fabbriche o come assistente di bambini e vecchi. Ma l’immigrato utile e dannoso è sempre lo stesso, sono due volti della stessa realtà. E invece di vedere negli immigrati i nostri futuri cittadini, occuparci del modo in cui vivono, del rapporto hanno con noi, come crescono i loro figli, la politica più miope e prevalente si occupa solo di limitazioni dei flussi, di controllo alle frontiere, di espulsione, di permessi di soggiorno. Gli effetti sono disastrosi, invece che di economia e integrazione ci si occupa di repressione e ghettizzazione. Ne fa le spese la nostra società, fatta di immigrati antichi e recenti.
Segno qualche punto specifico di ulteriore regressione tentato o realizzato in questi mesi, anche se ormai sono anni che si stravolgono gli ordinamenti di paesi democratici in nome della sicurezza. Ne fanno le spese non solo gli immigrati, non solo il principio di uguaglianza, ma l’equilibrio fra individuo e società, fra individualismo e solidarismo, la pratica quotidiana del nostro stare insieme, il rapporto fra cittadino e pubblica autorità cui, nel costituire il patto sociale su cui si fondano le democrazie moderne, si è fornito – spogliandocene, salvo eccezioni – il potere di usare in casi estremi la forza (la forza pubblica, appunto) o altri poteri di indagine, coercizione e intromissione non autorizzata nella sfera privata. Recentemente Ralf Dahrendorf ha scritto che “la libertà non è più il diritto degli individui di decidere il proprio modo di vivere bensì il diritto dello Stato di limitare le libertà individuali in nome di una sicurezza che lo stesso Stato è il solo a poter definire”.
Fanno notare gli osservatorii sulla legalità e la sicurezza, e riporta lucidamente Luigi Ferrajoli, che a fronte di una oggettiva maggior sicurezza rispetto al passato, anzitutto per una riduzione dai 5000 omicidi a inizio secolo, 1500 negli anni ‘50, sino ai solo 600 nel 2007, aumenta in modo esponenziale la percezione dell’insicurezza. Certo se questi 600 omicidi sono uno per uno raccontati in televisione la percezione dell’insicurezza diviene elevata, in assoluto. Purtroppo l’allarme creato dai media – dietro cui pure c’è un’evidente volontà politica – ha indotto o legittimato un uso politico delle minacce del terrorismo e delle migrazioni e ha fatto saltare il delicato equilibrio fra sicurezza e solidarietà, ha messo a rischio diritti sociali e di libertà, garanzie di effettività e principio di uguaglianza, mentre una politica più meditata consiglierebbe di usarli quali strumenti di riduzione dei conflitti; ma ormai si nota da più parti che gli Stati, esautorati dal processo di globalizzazione, rinunciano al ruolo di garanti dello stato sociale per esercitare la funzione residua della repressione.
Ma non solo: sia le disgraziate iniziative legislative, anche dell’ultimo governo Prodi (si ricordi il d.l. 181 del I.11.2007, seguìto all’omicidio di una donna all’uscita della metro nella periferia romana da parte di un cittadino romeno), sia le sciagurate dichiarazioni di politici leghisti o neo-fascisti (da Borghezio ad Alemanno, da Bossi a Gentilini), danno la stura, liberano gli istinti più egoisti del razzismo profondo, dell’animale avversione per il diverso e lo straniero. Quando l’aggressività si manifesta e viene ucciso un ragazzo diciannovenne cittadino italiano, ma originario del Burkina Faso (Milano, settembre ‘08), o quando è picchiato a sangue un ambulante bengalese (da parte di quattro ventenni, a Roma, ottobre ‘08) possiamo passare ad analizzare quale sia stata la scintilla, se abbia inciso più la esasperante lotta fra poveri o la martellante propaganda contro il rom o l’africano, ma non possiamo non chiamare razzisti quei delitti intollerabili.
Vediamo alcuni casi, tutti gravissimi, di interventi annunciati o già realizzati.
Reato di immigrazione clandestina: per ora è un disegno di legge, stralciato dal decreto legge, ma confermato da Maroni come priorità. Per come è disegnata ora la legge sull’immigrazione, che sostanzialmente impedisce di entrare regolarmente, ma solo di regolarizzarsi dopo aver trovato un lavoro (col contratto di soggiorno) - salvi gli ingressi per motivi di famiglia, turismo e cura - è una misura vigliacca quanto inapplicabile. I responsabili sarebbero processati e condannati per una condizione che non è di per sé pericolosa né lesiva di beni degni di tutela penale: la condizione di immigrato irregolare è la prima, inevitabile condizione formale in cui si trovano gli stranieri – bisognosi, ma anche indispensabili ai paesi europei – prima di diventare cittadini italiani. E’ la prima volta nella storia della repubblica che la condizione, lo status personale è previsto come reato, per chiunque si introduce e chiunque si intrattiene sul territorio: si trasformerebbero in delinquenti 700.000 persone, l’ANM preannuncia il disastro delle procure e dei tribunali per i processi per direttissima da celebrare; vano l’annuncio di migliaia di espulsioni già oggi irrealizzabili.
Aggravante di immigrazione clandestina (applicabile ad ogni reato in quanto commesso da immigrato irregolare): è concettualmente anche peggio del reato di imm. cland.: concepire lo “status” di immigrato clandestino come aggravante vuol dire trasformare la condizione formale di persona priva di una condizione per la regolare permanenza in un motivo di discriminazione e di sanzione aggravata come se l’irregolarità la rendesse pericolosa; è già stata sollevata l’eccezione di costituzionalità della norma. L’irrazionalità però non manca di razzismo (se vogliamo, anzi, elementi di irrazionalità sono espressamente rivendicati dai movimenti nazionalisti e razzisti della prima metà del ‘900): si tratta più severamente lo straniero clandestino dello straniero regolare e del cittadino, si introduce un elemento di discriminazione che, non avendo altra giustificazione che l’accanimento contro l’immigrato povero, è di puro razzismo, si tratta di una legge razziale, non nascondiamocelo, non abbiamo paura di denunciarlo.
si vogliono inventare nuovi reati e manca una previsione specifica del reato di tortura: tale mancanza è particolarmente grave, anche se non ha impedito che ad esempio le forze dell’ordine che sono intervenute a massacrare i fermati del luglio 2001 durante le manifestazioni per il G8 a Genova fossero condannati per altri reati. E la sua gravità si può desumere con esemplare evidenza dal fatto che la nostra Costituzione parla di diritto penale, di punizione, proprio solo a proposito della tortura, IV comma dell’art. 13 (“E’ punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà”), mentre ogni altro comportamento che violi beni pur segnati senz’altro come inviolabili e fondamentali dalla costituzione, si pensi ai diritti fondamentali della persona e ad alcuni diritti economici (per inciso: il diritto di proprietà non è fra i principi fondamentali, ma nel capo dei rapporti economici e sociali, quindi con evidenza gli è dato un rango inferiore), non hanno costituzionalmente bisogno di una sanzione penale. L’inadempienza del legislatore sul piano dei rapporti internazionali è particolarmente grave anche riguardo al diritto d’asilo che manca di una attuazione specifica.
Denuncia da parte del sanitario: proposta della Lega Nord in Parlamento di imporre alle strutture sanitarie che si trovino a curare un immigrato irregolare di denunciarlo alle autorità di polizia: già è grave che una forza di governo, con decine di rappresentanti in Parlamento, avanzi una proposta del genere; se fosse approvata sancirebbe la subordinazione del diritto di cura (art. 32 Cost.: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti.“) all’accertamento del possesso del requisito della legittima presenza sul nostro territorio: il diritto alla salute (e l’obbligo dei sanitari di prestare tutte le cure necessarie a tutti gli “individui”) non sarebbe tutelato se il medico avesse nemmeno la facoltà, ma l’obbligo di svolgere prima accertamenti di pertinenza delle forze dell’ordine; ed il malato, il ferito, ecc. immigrato irregolare sarebbe indotto a non presentarsi all’ospedale, quindi a sacrificare la propria salute per paura di sanzioni, processi, espulsioni.
Schedatura con rilievo di impronte digitali a migranti irregolari, ma soprattutto gli zingari, di origine Rom e Sinti, compresi i loro bambini infraquattordicenni: grazie alle critiche delle Istituzioni europee1 e anche a meritorie attenzioni da parte di legali (dei G.D., fra l’altro) il Ministero dell’Interno ha diramato quest’estate “interpretazioni” delle ordinanze di Maroni che hanno di molto ridimensionato la portata dell’intervento: si trattava anzitutto di una “schedatura etnica” basata sul presupposto razzista (i nomadi) e che usava modalità diverse da quelle che, eventualmente, avrebbero potuto essere usate per schedature di altri individui (peraltro è di per sé discriminatoria la schedatura di massa, visto che altrimenti le autorità di pubblica sicurezza rilevano i dati personali di singoli individui ed in specifiche circostanze); oltre a ciò tale schedatura conteneva, consapevolmente, un attacco alla dignità di un popolo perché mancava di usare per i suoi bambini le attenzioni prescritte da norme di diritto internazionale che sarebbero risultate riservate ai “non nomadi”. Riporto parte del testo dell’ordinanza del Giudice romano Tiziana Baldunini del 13 agosto 2008: Con specifico riferimento ai rilievi dattiloscopici sono poi state espressamente richiamate le disposizioni dell’art.4 del RD 18 giugno 1931 n.773 ”Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza”disposizioni che presuppongono lo stato di pericolosità, ovvero l’incapacità o il rifiuto di provare la propria identità da parte delle persone assoggettate alla procedura. Dei dati relativi alla salute – ferma restando la facoltatività delle risposte – è stato precisato che potranno essere raccolti solo quelli ritenuti necessari nella prospettiva di interventi di prevenzione e assistenza sanitaria. Le informazioni così acquisite non potranno essere conservate in uno specifico database, ma saranno custodite ed archiviate secondo quanto già avviene per la pluralità dei cittadini, nella responsabilità dei soggetti autorizzati a detenerle (Uffici Anagrafici, Uffici di Polizia, Uffici per l’assistenza sociale , ASL, etc). Il tutto nel necessario rispetto delle norme nazionali ed internazionali a tutela della privacy. Il Ministero dell’Interno ha peraltro già stabilito che i dati finora raccolti , ove trattati in difformità con le citate indicazioni, non potranno essere ulteriormente utilizzati e/o conservati. In quanto infine alla delicatissima posizione dei minori è stato precisato che la loro identificazione sarà effettuata, attraverso rilievi fotodattiloscopici, solo se necessaria alla tutela degli stessi (anche in rapporto ad eventuali abusi da parte degli esercenti la potestà genitoriale) . In particolare, l’acquisizione delle impronte digitali potrà riguardare gli ultraquattordicenni , e ove non sia possibile una ulteriore forma di identificazione. Per i minori di tale età, ma maggiori di 6 anni, le impronte potranno essere acquisite al mero fine del rilascio del permesso di soggiorno, laddove richiesto da coloro che ne esercitano la potestà, secondo quanto previsto dal regolamento UE n.380/2008(…) Al di sotto di tale fascia d’ età, i rilievi dattiloscopici potranno essere potranno essere disposti, d’intesa con la Procura della Repubblica presso il Tribunale dei minori solamente in casi eccezionali, da parte della Polizia giudiziaria, nei confronti dei minori che versino in stato di abbandono o si sospetta possano essere vittime di reato. Anche i rilievi effettuati sui minori non dovranno essere oggetto di alcuna raccolta autonoma, bensì saranno conservati negli archivi già previsti dall’ordinamento come, ad esempio, l’archivio stranieri della Questura e della Prefettura , per coloro che avviano la pratica per il permesso di soggiorno, o quello della cittadinanza per coloro che ne richiedono il riconoscimento. In considerazione di quanto esposto, e rilevato altresì che ai Commissari è tassativamente preclusa la possibilità di raccolta dei dati relativi alla professione religiosa delle persone sottoposte a rilievo, deve escludersi che le ordinanze nn. 3676/3677/3678 del 30 maggio 2008 determinino effetti discriminatori nei confronti dei soggetti sottoposti alla procedura di identificazione.
Classi separate per immigrati: è una proposta razzista, ma anche insensata. Non si tratta di cacciare gli immigrati, ma di segregarli, di impedire la mescolanza e l’integrazione: se la conoscenza della lingua del paese ospite è condizione di integrazione e di possibilità di vivere la cittadinanza, l’unica strada sensata sarebbe garantire in orario extrascolastico lezioni di lingua per stranieri, oppure concordare con la famiglia degli alunni stranieri modalità di svolgimento di lezioni aggiuntive o di inserimento (come in Svezia). Se si prende sul serio l’art. 2 Cost.2 come impegno della Repubblica di garantire i diritti di tutti, se l’art. 33 Cost. garantisce il diritto all’istruzione (e il correlativo obbligo di approntare e mantenere istituti scolastici di ogni ordine aperti a tutti, la vera e propria scuola pubblica), se l’art. 3 Cost., II comma3 impone di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo pieno della persona, allora non possiamo abdicare ad un compito che rappresenta il nucleo della democrazia: dare la possibilità a tutti i futuri cittadini di formarsi in una scuola aperta, apprendere la lingua e la cultura che servirà a vivere e migliorare la società. E’ questo un compito cui corrisponde un diritto dei bambini stranieri che frequentano le nostre scuole, perché i diritti fondamentali spettano a tutti, l’art. 3, per interpretazione costante, parla di cittadini, ma intende uomini.
1Il Parlamento Europeo riunito a Strasburgo il 10 Giugno 2008 con 336 sì, 220 no e 77 astenuti ha approvato la risoluzione sulla raccolta di impronte alle popolazioni nomadi. Nel testo si mette in guardia il Governo italiano dalla violazione delle norme “antidiscriminazione”. Gli europarlamentari hanno approvato un emendamento al testo della
risoluzione col quale si esortano le autorità italiane “ad astenersi dal procedere alla raccolta delle impronte digitali dei rom, inclusi i minori e dall’utilizzare le impronte digitali già raccolte in attesa dell’imminente valutazione delle misure previste annunciata dalla Commissione, in quanto questo costituirebbe chiaramente un atto di discriminazione diretta fondata sulla razza e l’origine etnica”.
2 Art. 2 Cost. “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”: diritti e doveri sono qui posti non come scambio, non è un do ut des, ma si delinea un tipo di società in cui la solidarietà è fatta di responsabilità, in cui il godimento dei diritti è possibile
3 Art. 3, II c., Cost.: “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
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