Source: https://www.laleggepertutti.it/87020_piu-difficile-il-risarcimento-del-danno-da-spam
Timestamp: 2018-07-16 16:39:38+00:00
Document Index: 750444

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Più difficile il risarcimento del danno da spam
Lo sai che? Più difficile il risarcimento del danno da spam
Per il tribunale di Perugia bisogna fornire una prova rigorosa del pregiudizio: non basta la perdita di tempo e la lesione della privacy.
Una sentenza che, certo, farà parlare perché pregiudica – e non di poco – la possibilità di esercitare i sacrosanti diritti dei cittadini riconosciuti dal codice della privacy. Parliamo del caso di spam, ossia di invio non autorizzato di email pubblicitarie sulle caselle degli utenti, in modo indiscriminato e massivo. Un’attività che la legge dichiara illecita, perché è sempre necessario, prima dell’inoltro di comunicazioni promozionali, acquisire il consenso del destinatario al trattamento dei dati personali, anche se per finalità commerciali che potrebbero essere di suo interesse e vantaggio.
Stando però alla recente sentenza del tribunale di Perugia [1], gli obblighi posti dalla legge potrebbero rimanere, di fatto, senza alcuna sanzione. E questo perché, per chiedere il risarcimento al giudice in caso di ricezione di email non desiderate, il consumatore è tenuto a dimostrare uno specifico danno, che non può limitarsi ad essere al danno non patrimoniale per il tempo perso, l’intrusione nella privacy o la semplice violazione della normativa sul trattamento dei dati. Né è convincente – secondo la sentenza in commento – la tesi del danno patrimoniale relativo alla connessione internet “sprecata” per cancellare le email indesiderate, ai minuti sottratti al lavoro e alle giornate perse a mandare fax e richieste di interruzione dello spam.
Verrebbe dunque da chiedere al tribunale di Perugia quale dovrebbe essere il danno risarcibile (se già il trattamento dei dati è esso stesso un danno, senza contare il tempo che si perde nel “ripulire” la propria casella di posta), ma soprattutto a cosa serve porre un obbligo di legge (richiesta del consenso) se poi non è possibile applicare alcuna sanzione risarcitoria?
Nel respingere la domanda, il giudice di Perugia osserva, innanzitutto, che il danno da spamming è quello che deriva da comunicazioni elettroniche a carattere commerciale non sollecitate. Tuttavia, il danno in questione si può risarcire – si legge nella sentenza – solo se “ne sia offerta in giudizio rigorosa prova [2]”. Insomma, una motivazione inaccettabile, specie di questi tempi in cui il rispetto delle comunicazioni elettroniche dovrebbe essere la regola principale per poter favorire il passaggio completo all’era digitale. Così facendo, finiremo per trovare spam anche nella nostra casella di posta elettronica certificata (PEC) senza poterci difendere.
Il Tribunale ricorda che il risarcimento del danno patrimoniale è ammesso solo se ricorre “un pregiudizio economicamente valutabile e apprezzabile”, non solo potenziale o possibile ma “connesso all’illecito in termini di certezza o, almeno, con un grado di elevata probabilità”. Evidentemente, nello scrivere queste astratte e teoriche motivazioni, il giudice ignorava quanti minuti si perdono nel cancellare le email pubblicitarie: il che è stato stimato – da chi studia da anni tali dati – essere una grossa perdita di risorse economiche per le aziende di tutto il mondo.
Quando invece al danno non patrimoniale – prosegue la sentenza – è risarcibile in caso di “lesione di specifici valori della persona integranti diritti costituzionalmente tutelati e, dunque, inviolabili”. Ed evidentemente tali non sono – secondo il tribunale di Perugia – i dati personali garantiti tanto dalla normativa nazionale quanto da quella europea.
Insomma, la sentenza (a nostro avviso da dimenticare) si richiama a un precedente della Cassazione [3] secondo cui i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie e in ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana.
Nel caso di specie, l’attore aveva dato prova di ben 15 email provenienti dalla società convenuta. Ma secondo il giudice il tempo necessario per cancellare i messaggi di posta elettronica in questione non è un pregiudizio serio ma solo un fastidio.