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Timestamp: 2017-11-19 19:55:07+00:00
Document Index: 83931430

Matched Legal Cases: ['art. 51', 'art. 32', 'art. 51', 'sentenza ', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 360', 'art. 32', 'art. 51', 'art. 14', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 32', 'art. 36', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 3', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.36', 'art.6', 'art.2', 'art.2728', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.384', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 51']

LA PROSTITUTA DEVE PAGARE LE TASSE SECONDO LA CASSAZIONE DIRITTO PENALE BOLOGNA
LA PROSTITUTA DEVE PAGARE LE TASSE SECONDO LA CASSAZIONE
E’ IL CASO DELLA DONNA A CUI VENGONO TROVATI INTESTATI APPARTAMENTI, CONTI AUTO DI LUSSO E NON HA MAI FATTO L DICHIARAZIONE DEI REDDITI
Posto, dunque, che i proventi tratti dalla controricorrente, dall’attività di prostituzione, quale accertata dal giudice del merito, vanno assoggettati ad IVA, deve, qui, ribadirsi in relazione al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, quanto sopra si è esposto per l’omologo D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, in tema d’imposta sul reddito, e, cioè, che (Cass. n. 8041/2008; 4589/2009, 18081/2010), in presenza di accertamenti bancari, condotti ex art. 51 cit. è onere del contribuente dimostrare che i proventi desumibili dalla movimentazione bancaria non debbono essere recuperati a tassazione o perché egli ne ha già tenuto conto nelle dichiarazioni o perché (cfr. pure Cass. n. 9573/2007, n. 1739/07, n. 28324/07) non sono fiscalmente rilevanti, in quanto non si riferiscono ad operazioni imponibili.
Corte di Cassazione, Sez. Trib., sentenza 1° ottobre 2010, n. 20528
L’Agenzia delle Entrate – Ufficio locale di Morbegno in data 29 aprile 2002 notificava a A. M. M., nata il (Omissis) nella Repubblica Dominicana e residente in (Omissis), in conseguenza di contestatale omessa presentazione delle pertinenti dichiarazioni, avvisi di accertamento rispettivamente relativi:
a) al reddito imponibile IRPEF, CSSN e Tassa per l’Europa per l’anno 1996;
b) all’IVA dovuta per il medesimo anno;
c) al reddito imponibile IRPEF e CSSN per l’anno 1997;
d) all’IVA dovuta per il medesimo anno;
e) a reddito imponibile IRPEF ed IRAP per l’anno 1998 ed all’IVA dovuta per il medesimo anno e connessi rilievi.
Quale comune presupposto di questi vari atti accertativi veniva ascritta l’esercitata attività di ballerina in locali notturni “in modo professionale” e ciò sulla base di una constatata, sensibile differenza tra i versamenti eseguiti sui conti bancari ed il reddito di lavoro dipendente percepito presso quei luoghi di ritrovo, eccedenza che veniva contestato essere proveniente da redditi attinenti all’esercizio di arti e professioni, e quindi come tale recuperata a tassazione, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, comma 2.
La destinataria, deducendo fra l’altro l’assenza di validi elementi di supporto della pretesa fiscale, impugnava gli avvisi avanti alla Commissione tributaria provinciale di Sondrio, la quale con sentenza del 22/9/2004, riuniti i ricorsi, in fatto evidenziava come l’A. avesse in sostanza documentato, a mezzo di dichiarazioni rilasciatele e degli assegni bancari poi confluiti sui conti di deposito, la loro effettuata emissione da parte di soggetti in nessun modo implicati con la gestione di locali di ritrovo e spettacolo in cui quella avesse svolto l’attività di ballerina, e costituenti invece elargizioni e donativi occorsi in rapporto a varie frequentazioni amicali e relazioni nel tempo intrattenute con terzi.
Ciò premesso, la Commissione adita ne deduceva che “lo stile di vita disinibito e licenzioso … per procurarsi i mezzi finanziari per vivere non può essere fiscalmente perseguito”, essendo “i compensi per attività di prostituzione non … soggetti a tassazione”, ed accoglieva di conseguenza i ricorsi, con spese compensate. Avverso la sentenza proponeva appello l’Ufficio suindicato con atto notificato il 14 dicembre 2004 affermando di non avere invece affatto prospettato la qualificazione poi data dalla Commissione all’attività esplicata dalla A., ribadendo per parte propria di ritenere i redditi accertati derivanti da compensi non dichiarati e benché percepiti per l’attività di lavoro autonomo svolta come “ballerina professionista”, peraltro assumendo che in alternativa l’attività per contro considerata dalla sentenza, qualora dimostrata, comporterebbe parimenti in quanto illecita, la tassazione dei proventi a norma della L. n. 537 del 1993, art. 14, commi 4 e 4 bis.
Si è costituita nel grado l’appellata A., tornando ad affermare di non aver mai svolto alcuna attività come ballerina libera professionista, avendo sempre e soltanto lavorato presso locali notturni di ritrovo come dipendente, e di avere ad ogni modo fornito prova dell’essere i depositi bancari costituiti con disponibilità non soggette ad altra imposizione fiscale, stante l’origine di cui s’è detto.
Anzitutto appare assai poco credibile che l’attività della A. consistesse esclusivamente nel servire ai tavoli i clienti dei vari locali dove assume di avere svolto tale servizio.
E ciò in quanto risulterebbe che tale funzione la stessa avrebbe svolto in diversi locali nello stesso giorno. Orbene è di tutta evidenza che tale funzione può essere svolta esclusivamente in un locale, specie se, come nel caso di specie, tali locali restano aperti sino alle prime luci del giorno dopo, e si basano oltre che nel servizio ai tavoli anche con spettacoli ed esibizioni canore.
Quanto poi all’esercizio dell’attività di prostituta, tale dovendosi qualificare in concreto l’attività della A., che ha coltivato nel tempo numerose relazioni tutte lautamente pagate, non vi è dubbio alcuno che anche tali proventi debbano essere sottoposti a tassazione, dal momento che pur essendo una attività discutibile sul piano morale, non può essere certamente ritenuta illecita.
Quanto poi alla risposta ad interrogazione parlamentare (del 31.07.1990) del Ministero delle Finanze secondo cui i proventi della prostituzione non sarebbero tassabili, tale affermazione non è certamente incidente per i giudici, trattandosi di una valutazione, peraltro risalente nel tempo, che non vincola in alcun modo i giudici tributari e, ovviamente, questa Corte.
Ne consegue la cassazione della sentenza impugnata con rinvio ad altra sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia che provvederà anche alle spese del presente giudizio.
La Corte accoglie il ricorso cassa la sentenza impugnata e rinvia ad altra Sezione della Commissione Tributaria Regionale della Lombardia anche per le spese del presente giudizio.
Sentenza 2 marzo – 13 maggio 2011, n. 10578
(Presidente D.A. – Relatore S.)
Per la cassazione di tale sentenza, ha proposto ricorso l’Agenzia delle Entrate, sulla scorta di due motivi, cui l’intimata resiste, con controricorso.
Con il primo motivo, l’Agenzia delle Entrate, deducendo violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 600 del 1973, artt. 32, 38 e 39, nonché del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, afferma che la ripresa a tassazione è avvenuta in base agli accertamenti dalla Guardia di Finanza, da cui era emerso un notevole divano tra le retribuzioni da lavoro dipendente della contribuente ed i versamenti dalla stessa effettuati sui propri conti correnti, versamenti che dovevano considerarsi ricavi, in assenza di prova contraria da parte della stessa. La ricorrente sottopone, dunque, alla Corte il seguente quesito di diritto: “se, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 51, i singoli dati ed elementi risultanti dai conti correnti bancari, dei quali il titolare del conto non fornisca adeguata giustificazione, possono essere ritenuti rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito imponibile”.
Col secondo motivo, l’Agenzia, deducendo violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 917 del 1986, artt. 1, 3 e 6 e della L. n. 537 del 1993, art. 14, comma 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, afferma che la sentenza non ha considerato che, in base a tali disposizioni, ogni corrispettivo, anche derivante da attività illecite, concorre a formare l’imponibile e formula il seguente quesito di diritto: “se, ai sensi delle disposizioni del TUIR e della L. n. 537 del 1993, artt. 14, 4, qualsivoglia corrispettivo, percepito a qualsiasi titolo, ove non espressamente escluso, contribuisce a formare il reddito complessivo del contribuente, sul quale si deve determinare l’imposta dovuta”.
Procedendo alla valutazione congiunta dei motivi, tra loro connessi, va, anzitutto, disattesa l’eccezione d’inammissibilità del secondo motivo, sollevata dalla controricorrente per supposta violazione dell’art. 366 c.p.c. per essere il “thema decidendum” pienamente individuabile, nonostante i refusi dattilografici su cui si basa l’eccezione.
Nel merito, i motivi sono fondati. In tema d’accertamento dell’imposta sui redditi, la giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 18081 del 2010; n. 7766 del 2008) ha, già, affermato il principio, che qui si condivide, secondo cui, quando l’accertamento, effettuato dall’ufficio finanziario, si fonda su verifiche di conti correnti bancari, l’onere probatorio dell’Amministrazione è soddisfatto, secondo il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, attraverso i dati e gli elementi risultanti dai conti predetti, e si determina un’inversione dell’onere della prova, a carico del contribuente, il quale deve dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili. Questa Corte ha, inoltre, precisato (Cass. n. 18111/2009; n. 9573/2007), con indirizzo al quale si intende dare continuità, che quando sussistono flussi finanziari che non trovano corrispondenza nella dichiarazione dei redditi, il recupero fiscale non è subordinato alla prova preventiva che il contribuente eserciti una specifica attività; in assenza di contestazione sulla legittimità dell’acquisizione dei dati risultanti dai conti correnti bancari, i dati medesimi possono, infatti, essere utilizzati sia per dimostrare l’esistenza di un’eventuale attività occulta (impresa, arte o professione), sia per quantificare il reddito ricavato da tale attività, incombendo al contribuente l’onere di dimostrare che i movimenti bancari, che non trovano giustificazione sulla base delle sue dichiarazioni, non sono fiscalmente rilevanti.
Tale principio non soffre eccezioni se il reddito da assoggettare a tassazione costituisca provento di “tatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo” tenuto conto del disposto di cui al D.L. n. 223 del 2006, art. 36, comma 34 – bis, (inserito dalla L. n. 248 del 2006, art. 1, di conversione) secondo il quale “in deroga alla L. 27 luglio 2000, n. 212, art. 3, la disposizione di cui della L. 24 dicembre 1993, n. 537, art. 14, comma 4, si interpreta nel senso che i proventi illeciti ivi indicati, qualora non siano classificabili nelle categorie di reddito di cui all’art. 6, comma 1, del testo unico delle imposte sui redditi, di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, sono comunque considerati come redditi diversi”.
Con tale disposizione, alla quale va attribuita efficacia retroattiva (Cass. n. 13213/2007, n. 18111/2009, n. 37/2010), per esser stata emanata in espressa deroga al principio di irretroattività delle disposizioni tributarie, sancito dalla L. n. 212 del 2000, art. 3, è stato introdotto nell’ordinamento il principio, di carattere generale, della tassabilità dei redditi per il fatto stesso della loro sussistenza, a prescindere dalla loro provenienza, e, dunque, dalla sussumibilità della relativa fonte in una delle specifiche categorie reddituali di cui al D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 6, essendo normativamente considerati, in via residuale, come redditi diversi, da ascriversi, appunto, alla lettera f) di detto art. 6.
Ne consegue che il reddito tratto dalla controricorrente dall’esercizio dell’attività di prostituzione – tale natura va riconosciuta a quello derivante “da donativi e regali relativi a rapporti di natura “affettuosa”, secondo l’accertamento contenuto nell’impugnata sentenza – va assoggettato all’imposta diretta, dovendo condividersi l’orientamento espresso da questa Corte, con la sentenza n. 20528/2010 – emessa, proprio, nei confronti della controricorrente per gli anni d’imposta 1996, 1997 e 1998 -, secondo cui la risposta del Ministero delle Finanze all’interrogazione parlamentare (del 31.7.1990), invocata dalla contribuente, risalente a tempo antecedente l’emanazione delle disposizioni legislative, sopra menzionate, non vincola, in alcun modo, i giudici tributari e, ovviamente, questa Corte nell’interpretazione delle disposizioni normative applicabili al caso in esame. Deve, dunque, affermarsi il principio secondo cui i singoli dati ed elementi risultanti dai conti correnti bancari vanno ritenuti rilevanti ai fini della ricostruzione del reddito imponibile, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 32, se il titolare del conto non fornisca adeguata giustificazione, a prescindere dalla prova preventiva che il contribuente eserciti una determinata attività, e dalla natura lecita o illecita dell’attività stessa.
La natura dell’attività svolta è rilevante, invece, ai fini dell’ IVA, che, in base al D.P.R. n. 633 del 1972, art. 1 “si applica sulle cessioni dei beni e le prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell’esercizio d’imprese o nell’esercizio di arti e professioni e sulle importazioni da chiunque effettuale”. In base al D.P.R. n. 633, art. 3, comma 1, in esame, “costituiscono prestazioni di servizi le prestazioni verso corrispettivo dipendenti da contratto d’opera, appalto, trasporto, mandato, spedizione, agenzia, mediazione, deposito e in genere da obbligazioni di fare, non fare e di permettere quale ne sia la fonte”; laddove il successivo art. 5, comma 1, specifica che “per esercizio di arti e professioni si intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, di qualsiasi attività di lavoro autonomo da parte di persone fisiche ovvero da parte di società semplici o di associazioni senza personalità giuridica costituite tra persone fisiche per l’esercizio in forma associata delle attività stesse”.
A tale stregua, deve affermarsi l’assoggettabilità ad IVA dell’attività di prostituzione, quando sia autonomamente svolta dal prestatore, con carattere di abitualità: seppur contraria al buon costume, in quanto avvertita dalla generalità delle persone come trasgressiva di condivise norme etiche che rifiutano il commercio per danaro del proprio corpo, l’attività predetta non costituisce reato, e consiste, appunto, in una prestazione di servizio verso corrispettivo, inquadrabile nell’ampia previsione contenuta nel secondo periodo del citato D.P.R. n. 633 del 1972, art. 3, comma 1. La qualificazione della prostituzione in termini di “prestazione di servizi retribuita” risulta, peraltro, già, affermata dalla Corte di Giustizia delle Comunità europee nella sentenza n. 268 del 20.11.2001, in causa C-268/99, in cui la Corte muovendo dalla giurisprudenza, costante, secondo la quale una prestazione di lavoro subordinato o una prestazione di servizi retribuita dev’essere considerata come attività economica ai sensi dell’art. 2 del Trattato CE (divenuto, in seguito a modifica, art. 2 CE), purché le attività esercitate siano reali ed effettive e non tali da presentarsi come puramente marginali e accessorie, ha affermato che “la prostituzione costituisce una prestazione di servizi retribuita”, che rientra nella nozione di “attività economiche”, demandando al giudice nazionale di “accertare in ciascun caso, alla luce degli elementi di prova che gli sono forniti, se sussistono le condizioni che consentono di ritenere che la prostituzione sia svolta come lavoro autonomo, ossia: senza alcun vincolo di subordinazione per quanto riguarda la scelta di tale attività, le condizioni di lavoro e retributive, sotto la propria responsabilità, e a fronte di una retribuzione che gli sia pagata integralmente e direttamente”.
L’impugnata sentenza, che non si è attenuta ai predetti principi, va cassata ed, in assenza di ulteriori accertamenti di fatto, la causa va decisa nel merito, col rigetto del ricorso della contribuente.
Si ravvisano giusti motivi, in considerazione della novità delle questioni affrontate, per compensare tra le parti le spese dell’intero giudizio.
Accoglie il ricorso, cassa e decidendo nel merito, rigetta il ricorso della contribuente. Compensa le spese del giudizio.
Cassazione Civile Ord. Sez. 6 Num. 18030 Anno 2013
Presidente: C. M. – Relatore: D. B. A.
S., rappresentata e difesa, giusta delega a margine del ricorso, dall’Avvocato C. C., elettivamente domiciliata in (Omissis), nel relativo studio RICORRENTE CONTRO AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall’Avvocatura Generale dello Stato, nei cui Uffici,in (Omissis) è domiciliata, CONTRORI CORRENTE AVVERSO la sentenza n.109/10/2010 della Commissione Tributaria Regionale di Roma – Sezione n. 10, in data 25.03.2010, depositata il 03 maggio 2010; Udita la relazione della causa svolta nella Camera di Consiglio del 26 Giugno 2013, dal Relatore Dott. A. D. B.; Presente il P.M. dott.ssa I. Z. SVOLGIMENTO DEL PROCESSO e MOTIVI DELLA DECISIONE Nel ricorso iscritto a R.G. n.3265/2011 è stata depositata in cancelleria la seguente relazione: Viene impugnata la decisione n. 109/10/2010, della CTR di Roma Sezione n.10 in data 25.03.2010, DEPOSITATA il 03 maggio 2010. Con tale decisione la CTR, ha accolto l’appello dell’Agenzia Entrate e dichiarato fondata la pretesa fiscale.
2 – Con il ricorso di che trattasi, che riguarda impugnazione di accertamenti, relativa ad IRPEF degli anni 2002, 2003 e 2004, la contribuente ha chiesto la Cassazione della decisione impugnata, sulla base di due mezzi.
3 – L’intimata Agenzia, giusto controricorso, ha chiesto che l’impugnazione venga dichiarata inammissibile e, comunque, rigettata.
4 – Le questioni poste dal ricorso, sembra possano essere esaminate e risolte, tenendo conto di quanto affermato da questa Corte, in pregresse pronunce. Muovendo dalla sentenza della Corte di Giustizia n.268 del 20.11.2001, che ha affermato che “la prostituzione costituisce una prestazione di servizi retribuita” è stato anche recentemente precisato (Cass. n.10578/2011) che i comuni principi in tema di accertamento dei redditi attraverso i dati bancari si applicano anche quando il reddito da assoggettare a tassazione costituisca provento di fatti, atti o attività qualificabili come illecito civile, penale o amministrativo e che, in coerenza, il reddito derivante dall’esercizio della prostituzione, in base al generale principio della tassabilità dei redditi per il fatto stesso della loro sussistenza, introdotto dall’art.36 comma 34 bis del DL n.223/2006, è sussumibile sotto l’art.6 lett. f) del Tuir e soggetto ad imposizione diretta.
E’ stato, pure, affermato che, sotto altro profilo, che in tema di accertamento dei redditi, la disponibilità dei beni previsti dall’art.2 del dpr n.600 del 1973, costituisce “una presunzione di capacità contributiva da qualificare <legale> ai sensi dell’art.2728 cod.civ., perché è la stessa legge che impone di ritenere conseguente al fatto certo di tale disponibilità la esistenza di una capacità contributiva”, di tal chè “il Giudice Tributario, una volta accertata l’effettività fattuale degli specifici elementi indicatori di capacità contributiva esposti dall’ufficio, non ha il potere di togliere a tali elementi la capacità presuntiva contributiva che il legislatore ha connesso alla loro disponibilità, ma può soltanto valutare la prova che il contribuente offra in ordine alla provenienza non reddituale delle somme necessarie per mantenere il possesso dei beni indicati dalla norma” (Cass. n.19252/05, n.14161/2003, n.12731/2002, n.11611/2001).
L’impugnata decisione sembra in linea con i richiamati principi, avendo, pure, evidenziato che contribuente, sulla quale gravava il relativo onere, non aveva offerto alcuna prova, sottesa a dimostrare che il reddito effettivo dalla stessa prodotto, doveva ritenersi diverso ed inferiore a quello scaturente dalle applicate presunzioni.
4 bis – Sotto altro profilo, avuto riguardo alla ratio, alla statuizione dell’impugnata sentenza ed ai principi innanzi richiamati, le censure non appaiono meritevoli di accoglimento, sia in considerazione del fatto che il ricorrente per cassazione “deve rappresentare i fatti, sostanziali e processuali, in modo da far intendere il significato e la portata delle critiche rivolte alla sentenza senza dover ricorrere al contenuto di altri atti del processo”(Cass. n.15672/05; 19756/05, n.20454/2005, SS.UU. 1513/1998) e, quindi, deve indicare specificamente le circostanze di fatto che potevano condurre, se adeguatamente considerate, ad una diversa decisione, nonché i vizi logici e giuridici della motivazione(Cass. n.11462/2004, n.2090/2004, n.1170/2004, n.842/2002), sia pure perché, in ipotesi, essendo la statuizione conforme a diritto trova applicazione l’ultimo comma dell’art.384 cpc.
5 – Si ritiene, dunque, sussistano i presupposti per la trattazione del ricorso in Camera di Consiglio e la definizione, proponendosene il rigetto, per manifesta infondatezza, ai sensi degli artt.375 e 380 bis cpc. Il Consigliere relatore Antonino Di Blasi La Corte, Vista la relazione, il ricorso, il controricorso e gli altri atti di causa; Considerato che alla stregua dei principi richiamati in relazione, che il Collegio condivide, il ricorso va rigettato, non inducendo a diverso opinamento le difese della contribuente, svolte, da ultimo, con la memoria 18.06.2013; Considerato, altresì, che, avuto riguardo al diverso esito nelle fasi di merito ed all’epoca del consolidarsi degli applicati principi, le spese del giudizio vanno compensate; Visti gli artt. 360 e 380 bis cpc;
Così deciso in Roma il 26 Giugno 2013.
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BONDAGE RAPPORTI SESSUALI VIOLENTI TRA CONSENZIENTI, OMICIDIO COLPOSO AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA La Corte di Assise d’appello di Roma ha, con la sentenza impugnata, confermato quella emessa – all’esito di giudizio abbreviato – dal Giudice dell’udienza preliminare del locale Tribunale, che aveva condannato M.S. per omicidio colposo, aggravato dalla previsione dell’evento, in danno di C.P., e, in riforma della sentenza di primo grado, ha dichiarato non doversi procedere nei confronti del medesimo M. per lesioni personali colpose in danno di F.F. per mancanza di querela, rideterminando, di conseguenza, la pena inflitta all’imputato.
SEQUESTRO DI PERSONA REATO CODICE PENALE ART 605
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