Source: http://www.responsabilecivile.it/tag/onere-della-prova/
Timestamp: 2019-04-24 09:57:20+00:00
Document Index: 48934522

Matched Legal Cases: ['art. 2051', 'art. 2051', 'art. 1227', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2697', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 2697', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ']

onere della prova | Responsabile Civile
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“Il decesso non può ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili”
E’ quanto si legge una C.T.U. medico legale. Quale incidenza assumono in materia di responsabilità medica le complicanze “note”, relative ad un intervento?
Il Tribunale di Milano, espletata la C.T.U., respinge in toto le richieste di risarcimento avanzate dai familiari e tale decisione viene confermata in secondo grado dalla Corte d’Appello di Milano.
In particolare la Corte territoriale condivide integralmente le conclusioni della C.T.U. secondo cui “il decesso non può ricondursi ad un comportamento colposo del personale sanitario, ma a complicanze note in relazione all’intervento, prevedibili, ma non prevenibili, quali embolia polmonare, anuria, infarto intestinale, shock settico“, con esclusione della sussistenza di “comportamenti imperiti o negligenti da parte dei sanitari, nè negli accertamenti pre-operatori, nè nel trattamento chirurgico, nè nella gestione del paziente dopo l’intervento”.
Col primo motivo viene ritenuto che i Giudici milanesi ingiustamente avrebbero addossato al paziente la prova del nesso causale e che in secondo grado, non veniva motivato per quale ragione sarebbe conforme al diritto in materia l’avere onerato il danneggiato della prova certa dell’inadempimento qualificato.
Gli Ermellini ritengono tale motivo privo di interesse considerato che la decisione impugnata non ha “la sua ratio fondante nell’individuazione della spettanza dell’onere probatorio in punto di nesso causale, ma esclude – a monte – che vi sia stato un qualche inadempimento da parte dei sanitari del Policlinico, negando il presupposto stesso della responsabilità contrattuale della struttura, senza necessità – quindi – di affrontare il profilo del nesso causale fra la condotta sanitaria e il decesso… “
Oltre a ciò, sul punto, gli Ermellini ribadiscono che l’orientamento ormai consolidato ha chiarito che anche in ambito di responsabilità professionale sanitaria, il danneggiato è sollevato dall’onere di dover provare la colpa del sanitario, ma non è sollevato dall’onere di provare il nesso di causa tra la condotta del sanitario e il danno di cui invoca il risarcimento.
Gli Ermellini ritengono il motivo infondato in quanto la Corte territoriale ha evidenziato la presa di posizione della struttura sanitaria su tutte le circostanze dedotte dai familiari del paziente.
Il terzo e il quarto motivo di impugnazione lamentano l’esclusione di responsabilità della struttura Sanitaria nella fase preoperatoria e nella fase post operatoria.
Entrambi i motivi vengono ritenuti inammissibili in quanto presentati in maniera generica e senza l’individuazione di specifici errori di diritto e appaiono finalizzati a sollecitare una inammissibile nuova e diversa lettura della vicenda, allo scopo di conseguire un apprezzamento di merito funzionale all’affermazione della responsabilità del Policlinico, in relazione alle varie fasi (preoperatoria e peri-infra-post operatoria) in cui si è articolata la prestazione dei sanitari della struttura ospedaliera.
Col quinto motivo viene censurata l’insufficiente e incongrua motivazione di esclusione del nesso causale tra l’inadempimento sanitario e le lesioni mortali.
Il motivo viene ritenuto infondato in quanto la Corte territoriale ha correttamente affermato che attesa l’insussistenza di responsabilità in capo alla Struttura Sanitaria è del tutto superflua l’analisi del nesso di causalità.
Con ulteriore motivo i ricorrenti lamentano la negazione del nesso causale giuridico tra l’inadempimento sanitario e le chances terapeutiche e chiedono che la Sentenza venga cassata con rinvio alla Corte territoriale affinché, rinnovata la C.T.U. venga valutata “la percentuale di sopravvivenza, guarigione o miglioramento in caso di tempestiva e corretta gestione, anche chirurgica, delle complicanze postoperatorie, e per l’effetto riconosca e quantifichi, secondo equità circostanziata, il relativo ristoro del danno da perdita di chances terapeutiche”.
I Supremi Giudici ritengono anche questo motivo infondato attesa l’esclusione di qualsiasi profilo di condotta colposa dei sanitari che non consente di considerare la possibilità di soluzioni alternative che avrebbero consentito un prolungamento, oppure una migliore qualità della vita del paziente.
Al riguardo evidenziano che “anche il danno da perdita di chances terapeutiche presuppone l’esistenza di una condotta colposa – commissiva od omissiva- che integri la causa del pregiudizio”.
Disabile su una carrozzina rimane incastrata in una buca ricoperta d’acqua
Il Comune di Como è stato condannato a risarcire tutti i danni subiti da una persona disabile che, a causa del dissesto del manto stradale, rimaneva incastrata con la sua carrozzina, in una buca piena d’acqua
Con atto di citazione ritualmente notificato, l’attrice conveniva in giudizio il Comune di Como, in persona del suo Sindaco pro tempore, al fine di sentirlo condannare, in qualità custode della strada (ai sensi dell’art. 2051 c.c.), al risarcimento di tutti i danni conseguenti ad un incidente che le era occorso mentre tentava di rientrare a casa.
A sostegno della domanda, la donna aveva esposto che, mentre si trovava a percorrere una via cittadina, sulla propria carrozzina motorizzata sulla quale era costretta a causa di paraplegia, rimaneva incastrata con le ruote del mezzo in una buca del manto stradale, non visibile.
A causa di tale insidia, la donna disabile rimaneva intrappolata tra la pedana e la ruota anteriore della carrozzina, riportando lesioni fisiche e morali.
Si costituiva in giudizio il Comune di Como, il quale negava la propria responsabilità ai sensi dell’art. 2051 c.c., per carenza di nesso di causalità tra il dissesto del manto e il danno patito dalla parte attrice, ed eccependo il concorso colposo ex art. 1227 c.c. della danneggiata.
L’azione rivolta dalla parte attrice attiene alla responsabilità da cose in custodia.
Come noto tale forma di responsabilità ha natura di responsabilità oggettiva, o comunque di colpa presunta, in quanto prescinde dall’accertamento dell’elemento soggettivo, salva la prova liberatoria del caso fortuito che deve essere fornita dal custode.
Ed è proprio su tale ultimo aspetto che si sofferma la sentenza del Tribunale di Como.
E’ altrettanto noto, oltre che pacifico in giurisprudenza, che, per caso fortuito, si intende non solo l’accadimento assolutamente eccezionale, imprevisto ed imprevedibile, ma anche la stessa condotta del danneggiato, la quale, incidendo sul nesso di causalità, elidendolo, vale ad escludere la responsabilità ex art. 2051 c.c.
La funzione della norma è infatti, quella di far ricadere sul custode i danni causati dalla cosa, allorché tali danni scaturiscano da una concreta mala gestio del custode, con la conseguenza che una responsabilità ex art. 2051 c.c. non può essere invocata allorché la cosa rappresenti la mera occasione del danno.
Recente giurisprudenza di legittimità ha inoltre precisato, in tema di corretto riparto dell’onere della prova, che per la prova del nesso causale occorre dimostrare che lo stato dei luoghi presenti una obiettiva situazione di pericolosità, tale da rendere molto probabile, se non inevitabile, il danno stesso.
La responsabilità del comune per dissesti al manto stradale
Inoltre, la giurisprudenza di legittimità formatasi in materia di danno cagionato da dissesti al manto stradale in custodia al Comune di competenza, ha indicato con chiarezza come l’onere del danneggiato sia “dimostrare che l’evento si è prodotto come conseguenza normale della particolare condizione, potenzialmente lesiva, posseduta dalla cosa, mentre resta a carico del custode offrire la prova contraria alla presunzione iuris tantum della sua responsabilità, mediante la dimostrazione positiva del caso fortuito, cioè del fatto estraneo alla sua sfera di custodia, avente impulso causale autonomo e carattere di imprevedibilità e di assoluta eccezionalità”.
In altri termini, “l’ente proprietario di una strada aperta al pubblico transito si presume responsabile, ai sensi dell’art. 2051 c.c., dei sinistri riconducibili alle situazioni di pericolo connesse in modo immanente alla struttura o alle pertinenze della strada stessa, indipendentemente dalla sua estensione, salvo che dia la prova che l’evento dannoso era imprevedibile e non tempestivamente evitabile”.
Ebbene, nel caso in esame, il fatto storico generativo della responsabilità, vale a dire l’incastro della carrozzina a motore dell’attrice a causa della presenza di una buca, resa invisibile da uno strato d’acqua, era stato provato grazie alla presenza di un testimone oculare; il quale aveva confermato la dinamica del sinistro, descritta nell’atto di citazione, in particolare la presenza di un notevole strato d’acqua sulla buca, tale da far emergere come il dissesto del manto stradale che aveva provocato il sinistro, fosse difficilmente visibile, escludendo la configurabilità di una condotta negligente in capo all’attrice, tale cioè da elidere il nesso di causalità tra la cosa in custodia e l’evento dannoso.
Non vi erano dubbi allora per affermare la responsabilità del comune che, del resto nulla aveva dedotto in ordine al caso fortuito.
Per tali motivi, la domanda della ricorrente è stata accolta e risarcito il danno patrimoniale quantificato in euro 244,00 e 4.183,01 euro, a titolo di danno non patrimoniale complessivamente valutato.
DIVIETO DI CONDURRE GLI ANIMALI IN SPIAGGIA: IL COMUNE PUO’ FARLO?
Costretto a lavorare in condizioni “stressogene”: è mobbing?
Aveva denunciato di esser stato costretto, per anni, a lavorare in condizioni lavorative “stressogene”, ma per i giudici della Cassazione il comportamento datoriale non era stato caratterizzato da iniziative idonee a ledere i diritti fondamentali del dipendente
Un’azione volta ad ottenere il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, quantificato nella somma di 1.056.512 euro a carico del proprio datore di lavoro, per aver tenuto una condotta mobbizzante nei suoi confronti, nel lungo periodo compreso tra il 1996 il 2004.
In primo grado la domanda era stata respinta con sentenza confermata anche in appello.
Nella specie, la corte d’appello di Roma aveva ritenuto non raggiunta la prova né della sistematica emarginazione del dipendente “protratta per anni” e presuntivamente mossa da un intento persecutorio né del contestato demansionamento.
Ma per l’originario attore, così facendo la corte di merito sarebbe incorsa in errore, avendo fatto cattiva applicazione delle disposizioni vigenti in materia di distribuzione dell’onere della prova (art. 2697 c.c.).
Quindi il ricorso per Cassazione.
Il “mobbing” lavorativo e l’onere della prova
Premesso che è configurabile il “mobbing” lavorativo ove ricorra l’elemento obiettivo, integrato da una pluralità di comportamenti del datore di lavoro, e quello soggettivo dell’intendimento persecutorio del datore medesimo, è onere del lavoratore che lo denunci e che chieda di essere risarcito, provare l’esistenza di tale danno e il nesso causale con il contesto di lavoro.
Ebbene, secondo i giudici della Cassazione, la corte territoriale esattamente applicando tale regola e sulla base delle allegazioni e delle prove acquisite in giudizio, aveva ritenuto non provato che le singole condotte denunciate, fossero state connotate da un’emarginazione o da un intento persecutorio del datore di lavoro.
Nella sostanza aveva escluso che il comportamento datoriale fosse stato caratterizzato da iniziative che potessero ledere i diritti fondamentali del dipendente mediante l’adozione di condizioni lavorative “stressogene”.
Quanto, invece, al lamentato progressivo demansionamento, la stessa Corte di merito non aveva potuto compiere un puntuale accertamento, dal momento che il lavoratore aveva omesso di allegare l’esatta descrizione delle mansioni svolte in precedenza.
Per tutti queste ragioni, la decisione impugnata è stata confermata e respinto in via definitiva, il ricorso del lavoratore dipendente.
L’INAIL RISPONDE DELLA DOMANDA DI RISARCIMENTO DANNI DA MOBBING
Obiettivo principale per i medici legali: appropriarsi del nesso di causalità e fornire al giudice una consulenza che non lasci spazio a interpretazioni di diritto diverse da quelle espresse dai consulenti
Ho aderito all’invito pervenuto dal Movimento Forense di relazionare il prossimo 3 Aprile a Roma (via di Santa Chiara 5 presso la parrocchia di Santa Lucia) a un convegno per avvocati (io aggiungerei anche i medici legali) per discutere del nesso di causalità in responsabilità sanitaria focalizzando il tutto sul nuovo filone giurisprudenziale che ha preso piede ad aprile 2017 dalla ormai famosa sentenza del Consigliere Scoditti.
“Nesso di Causalità, onere della prova e buone pratiche nelle consulenze tecniche di ufficio” è il titolo della mia relazione che impegnerà l’attenzione dei partecipanti più di un’ora e che rappresenterà il contenuto del prossimo convegno organizzato dall’Accademia della Medicina Legale in varie città d’Italia, che interesserà esclusivamente i medici legali e gli altri medici specialisti impegnati spesso come CTU.
Quindi, questo vuole essere un invito rivolto ai medici forensi a partecipare al convegno del Movimento Forense (partecipazione gratuita con 3 crediti ECM ma per i soli avvocati) per avere un’anticipazione di ciò che sarà il tour medico legale della nostra Accademia nei prossimi mesi del 2019.
Leggere molte delle sentenze di Cassazione e di merito di questi ultimi due anni mi ha veramente turbato per molti aspetti: il principale è quello di constatare come dei consolidati principi giurisprudenziali possano essere “aboliti” perché qualcuno si accorge di determinati “squilibri” nel seno del rapporto medico-struttura-paziente.
Atto medico, danno evento e danno conseguenza sono legati strettamente e da questo legame nascono principi giurisprudenziali mutevoli che fanno perdere il sonno al cittadino danneggiato.
Oggi (2019) si è creato un nuovo concetto: la parte più debole del contratto (il cittadino danneggiato) deve essere tecnica e facoltosa.
Deve capire di medicina e deve avere i soldi per “assumere” avvocati e medici forensi di ottime qualità tecniche per provare il proprio diritto al risarcimento.
Al diavolo il principio della vicinanza della prova allora…armatevi e partite!
Mi piacerebbe vedere in aula tanti medici legali il prossimo 3 luglio (per iscriversi inviare email a massimilianocesali@movimentoforense.it)
Con ricorso presentato dinanzi al Tribunale di Perugia l’utente contestava l’emissione di alcune bollette ad opera della società fornitrice del servizio di somministrazione gas, non corrispondenti agli effettivi consumi, ma “gonfiate” a causa di un malfunzionamento del contatore
Ma sia in primo grado che in appello, il processo si concludeva con la condanna per il ricorrente al pagamento della somma contenuta nelle predette bollette.
Cosicché questi si rivolgeva ai giudici della Cassazione con ricorso presentato a mezzo del proprio difensore di fiducia.
Con un primo motivo il ricorrente chiedeva la censura della decisione impugnata per violazione dell’art. 2697 c.c. (in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e/o 5): la corte territoriale avrebbe erroneamente omesso di rilevare la necessità della dimostrazione, da parte della società di somministrazione del gas (al fine di ritenere adeguatamente comprovato il credito dalla stessa vantato), della corretta funzionalità del contatore relativo all’impianto di distribuzione del gas, non essendo sufficiente la prova della sola circostanza che la fornitura di gas fosse ancora in corso all’atto dell’emissione delle fatture o del rilevamento dei consumi.
E che, pertanto la mancata dimostrazione, da parte della società attrice, della corretta funzionalità del contatore relativo all’impianto di erogazione del gas avrebbe dovuto imporre il rigetto della relativa pretesa creditoria, pena la violazione del principio relativo alla distribuzione dell’onere della prova (di cui all’art. 2697 c.c.).
I giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno accolto il ricorso per le ragioni che seguono.
Secondo il consolidato insegnamento della giurisprudenza di legittimità, in tema di contratti di somministrazione, la rilevazione dei consumi mediante contatore è assistita da una mera presunzione semplice di veridicità, sicché, in caso di contestazione, grava sul somministrante l’onere di provare che il contatore era perfettamente funzionante, mentre il fruitore deve dimostrare che l’eccessività dei consumi è dovuta a fattori esterni al suo controllo e che non avrebbe potuto evitare con un’attenta custodia dell’impianto, ovvero di aver diligentemente vigilato affinché eventuali intrusioni di terzi non potessero alterare il normale funzionamento del misuratore o determinare un incremento dei consumi (cfr. Sez. 3 -, Sentenza n. 23699 del 22/11/2016).
Nel caso in esame, i giudici della corte d’appello avevano “inammissibilmente” ritenuto sufficiente la prova della circostanza costituita dalla continuità della fornitura di gas nel periodo relativo al rilevamento dei consumi o all’atto dell’emissione delle fatture poste a fondamento del credito azionato in giudizio, senza alcun riferimento, neppure indiretto, alla decisiva circostanza relativa al regolare funzionamento del contatore dell’impianto, di per sé destinata a dar conto dell’effettiva entità della fornitura effettuata e indicata a fondamento del corrispettivo rivendicato dalla società somministrante.
Così facendo la decisione impugnata avrebbe sostanzialmente, invertito l’onere della prova imposto al creditore di prestazioni rese a titolo di somministrazione, violando l’art. 2697 c.c.
Interessante evento gratuito promosso dal Movimento Forense. Importanti problemi processuali: nesso di causalità, onere della prova e buone prassi nelle consulenze tecniche d’ufficio. Roma 3 Aprile ore 13.00-16.00 (vedi locandine allegata).
Problemi processuali e crucialità dell’accertamento tecnico medico-legale, ossia un incontro di tre ore organizzato dal Movimento Forense (sezione romana) mercoledì 3 aprile 2019 (dalle 13 alle 16) dove si affronteranno temi su cui ruota tutta la responsabilità medica (e non solo!): nesso di causalità, onere della prova e la qualità di una consulenza tecnica d’ufficio.
Un convegno che si pone l’obiettivo di far luce anche sul nuovo filone giurisprudenziale, il doppio ciclo causale, che sembra aver annullato molti principi giurisprudenziali dell’ultimo ventennio.
Nesso causale astratto versus nesso causale iper qualificato: la responsabilità sanitaria diventa tutta extra contrattuale?
Una sfida che sembra cadere tutta sulle spalle del cittadino danneggiato e che nasce per riequilibrare ciò che già era equo dopo un ventennio di pronunce civili della Suprema Corte di Cassazione.
In qualità di presidente dell’Accademia della Medicina Legale sono stato chiamato a relazionare, insieme all’illustre avv. Danilo Paolillo, sui problemi processuali e tecnici non ancora risolti dopo la legge Gelli-Bianco.
Si ritiene che una buona ctu (e per buona significa completa, chiara e senza vulnus) sia la cometa per i Giudici che non dovranno sforzarsi ad interpretare ciò che non è farina del loro sacco (quella medica evidentemente).
Una consulenza tecnica chiara in termini di nesso di causalità tra l’atto medico e il danno lamentato dal paziente non lascia strada ad interpretazioni giuridiche tecnico-fantasiose.
Insomma la qualità tecnica e l’autorevolezza del CTU fa sempre luce sulla ormai abusata “causa incerta” che poi incerta non è. E questa eventuale incertezza il ctu deve saper gestire in termini di causalità giuridica conoscendo bene le poche “regole del gioco”.
Saranno, dunque, tre ore intense per un convegno gratuito e con 3 crediti formativi per gli avvocati ai fini della formazione continua. Per la partecipazione bisognerà inviare una email all’indirizzo di posta elettronica: massimilianocesali@movimentoforense.it
Macchia d’olio sulla strada provoca la caduta di un motociclista: chi paga?
Spetta al Comune, anche sulla base di presunzioni semplici, dimostrare che la macchia d’olio presente sul manto stradale era tanto recente rispetto all’incidente da non potersi evitare che lo causasse
Un motociclista aveva citato in giudizio il comune di Roma Capitale, al fine di ottenere il risarcimento dei danni alla propria persona ed alla sua motocicletta, causati della caduta provocata da una macchia d’olio presente sul manto stradale.
In primo grado l’istanza era stata rigettata, avendo il tribunale, ritenuto sussistenti gli estremi della responsabilità extracontrattuale (di cui all’art. 2043 c.c.).
Aveva perciò negato, date le risultanze di causa, che la macchia d’olio avrebbe potuto considerarsi un’insidia attribuibile alla colpa dell’ente proprietario della strada.
L’esito è stato confermato in appello, sia pure qualificando la domanda diversamente: non già riferendola alla fattispecie dell’art. 2043 c.c., bensì a quella dell’art. 2051 c.c., ipotizzando dunque, anche sulla scorta della giurisprudenza di legittimità, una responsabilità da cose in custodia.
Ciononostante era stato ritenuto provato il caso fortuito, in quanto non risultava che la macchia d’olio fosse li da tanto tempo e che dunque il Comune di Roma non avrebbe potuto rimuoverla tempestivamente.
Contro la decisione di merito, il danneggiato proponeva ricorso per cassazione, affidandosi a due motivi.
Col primo motivo denunciava la violazione dell’art. 2051 c.c., attribuendo alla corte di appello di aver disatteso la regola probatoria che quella norma prevede.
Ebbene a detta del ricorrente, una volta che il danneggiato abbia provato il nesso di causa tra la cosa ed il danno, compete al custode della strada fornire la prova liberatoria del caso fortuito.
Invece, nella fattispecie in esame, la corte di appello aveva esonerato il custode dalla dimostrazione del fortuito, ritenendo apoditticamente o presuntivamente che la macchia d’olio fosse caso fortuito di per sé, decidendo in tal modo; senza cioè, pretendere dal Comune di Roma la prova della estraneità di quella macchia alla condotta di custodia.
Per i giudici della Cassazione il motivo è fondato, per le ragioni che seguono.
Nella specie, il Comune aveva invocato la regola (astrattamente corretta) del riparto dell’onere probatorio che si ricava dall’art. 2051 c.c., ossia quella secondo cui prima occorre che il danneggiato dimostri il nesso di causa con la cosa e, solo dopo che tale dimostrazione sia fornita, il custode è chiamato a liberarsi da tale responsabilità fornendo la prova del fortuito. Con la conseguenza che se difetta la prima dimostrazione (nesso di causa tra la cosa ed il danno) non si dà luogo neppure alla seconda (interruzione di quel nesso di causa ad opera del fortuito).
La responsabilità da cose in custodia e la prova del caso fortuito
Come noto, l’art. 2051 c.c. pone una regola di responsabilità oggettiva, ossia che prescinde dalla colpa del custode.
Questa ricostruzione trova conferma proprio nel contenuto della prova liberatoria che non coincide con la dimostrazione dell’assenza di colpa, ma richiede, per l’appunto, la prova del caso fortuito, ossia di un elemento esterno al rapporto tra il custode e la cosa, e che incide autonomamente sul nesso causale. Questa ricostruzione corrisponde anche alla ratio della norma, che attribuisce la responsabilità al custode fino al limite del fortuito, in quanto il custode è il soggetto in grado di governare la cosa.
Il che comporta che, una volta che sia ammesso che v’è un nesso causale tra la cosa ed il danno, dimostrazione rimessa al danneggiato, compete al custode la prova liberatoria, ossia la dimostrazione della estraneità dell’evento alla sua sfera, allegando elementi, anche presuntivi, a supporto del caso fortuito.
Ebbene, nel caso in esame, la corte d’appello aveva ritento insussistenti le circostanze di fatto da cui poter desumere che “la sostanza oleosa fosse presente da un certo tempo, si da far apprezzare come possibile l’adempimento dell’obbligo manutentivo e di custodia dell’ente proprietario”.
Il che significa chiaramente che il danneggiato avrebbe dovuto provare che la macchia era risalente da un tempo sufficiente a che il Comune se ne avvedesse e provvedesse ad eliminarla.
Doveva perciò interrogarsi sul seguente aspetto: ossia se emergevano o meno elementi per dire che la macchia era recente.
La precisazione – chiariscono gli Ermellini- non è sofistica.
Dire infatti, che non vi sono prove che la macchia è risalente nel tempo, significa dire che il fatto da provare è la presenza da molto tempo della macchia d’olio, e questo fatto è favorevole al danneggiato, e quindi la prova è a suo carico; dire invece, che il fatto da provare è che la macchia sia recente, vuol dire richiedere la prova del fortuito (ossia della impossibilità di evitare l’evento, dato il lasso breve di tempo), che grava invece sul danneggiante.
Cosi che, nel momento in cui la Corte non ritiene provato che la macchia sia risalente, inverte l’onere della prova, che avrebbe dovuto avere ad oggetto non già la dimostrazione che essa si fosse formata da molto tempo, ma semmai che era recente.
Il fatto che la macchia sia recente, non avendo il proprietario della strada la possibilità di evitare in tempi brevissimi l’incidente, fa si che questa sia per lui una circostanza imprevedibile ed inevitabile, secondo lo schema del caso fortuito.
Ciò significa che la corte doveva chiedersi se vi fossero prove che la macchia era recente, non già presumere che lo fosse, per difetto di prove del contrario.
Spettava invece al Comune, anche sulla base di presunzioni semplici, dimostrare che la macchia era tanto recente rispetto all’incidente da non potersi evitare che lo causasse.
Questa inversione dell’onere della prova è altresì dimostrata dal ricorso alla presunzione secondo cui la macchia d’olio “di per sé non è conoscibile nella immediatezza”.
“La stranezza di simili affermazioni”
A prescindere dalla stranezza in sé di una simile affermazione, per cui l’ente proprietario della strada non può mai sapere con tempestività che si è formata una macchia d’olio sul manto stradale, a prescindere dalla situazione concreta, la conclusione che la macchia era recente è stata assunta in via presuntiva dalla corte di merito pur in assenza di elementi addotti dal Comune di Roma a fondamento di tale presunzione.
In sostanza, concludono i giudici della Cassazione – ritenere che la presenza di una macchia d’olio, di per sé, è “emblematica in quanto consente di considerare come fortuito il pericolo creato da terzi”, equivale ad affermare che l’estraneità della macchia d’olio alla sfera del custode è in re ipsa, e che dunque (se ne deve trarre conclusione obbligata) ogni macchia d’olio è caso fortuito, e non ha bisogno di dimostrazioni da parte del custode.
Ecco perché, “la prova della presenza recente di una macchia d’olio, non prevedibile e dunque non evitabile da parte del Comune, a cagione del fatto di essersi formata poco prima dell’incidente, in quanto prova di un fatto esterno al rapporto tra il custode e la cosa, e come tale in grado di costituire da solo causa del danno, grava sul custode medesimo, ossia sull’ente comunale che deve allegare elementi, anche semplicemente fonti di presunzioni, tali da consentire di affermare l’incidenza del fortuito nella causazione dell’evento”.
Per tali motivi il ricorso del motociclista danneggiato è stato accolto e la sentenza impugnata cassata con rinvio alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, per un nuovo esame di merito.
ASL citata a giudizio: l’onere della prova tra professionista e paziente
Nel 2013 il Tribunale di Venezia aveva respinto l’azione risarcitoria proposta dai ricorrenti nei confronti dell’ASL, ove era deceduto il proprio congiunto
Gli istanti riferivano che nel maggio del 2009, mentre alla guida della propria auto insieme alla moglie e alla figlia, l’uomo avvertiva un forte “dolore al fianco sinistro”, cosicché decideva di recarsi in pronto soccorso. Ma poco dopo veniva mandato a casa con la prescrizione di un controllo del medico curante e la somministrazione di un antidolorifico, in via intramuscolare.
Nuovamente colto da malore, il paziente si recava alla guardia medica, ma questa volta fu troppo tardi. Dopo qualche tempo senza neppure essere sottoposto all’intervento di defibrillazione per l’assenza di personale sanitario competente, questi moriva.
I congiunti della vittima decisero perciò, di sporgere denuncia-querela contro ignoti. Ma l’instaurato procedimento penale si concludeva con un provvedimento di archiviazione, che recepiva le conclusioni dal consulente nominato dalla Procura della Repubblica.
Nell’elaborato si leggeva chiaramente che “la grandezza statistica della probabilità che il paziente, giunto nuovamente in pronto soccorso e sottoposto a defibrillazione si sarebbe salvato, da un punto di vista penalistico, non assurge[va] ai richiesti parametri della «ragionevole certezza»” dell’esito salvifico, potendo, nondimeno, “trovare ampia dignità in responsabilità civile, a fronte dell’assunto giuridico del cosiddetto «più probabile che non»“.
E infatti, i congiunti della vittima decisero di adire il giudice civile, chiedendo che la predetta ASL fosse condannata a risarcire tutti i danni patiti dal loro congiunto, per il fatto del personale operante presso il suddetto Presidio di Guardia Medica.
E il giudice di primo grado accolse la loro istanza, ma l’esito non fu confermato in appello.
Per la corte territoriale la struttura sanitaria non aveva alcuna responsabilità e perciò, la mandò indenne da qualsiasi obbligo risarcitorio.
In particolare, secondo la corte d’appello di Venezia, il giudice di primo grado aveva errato nell’aver attribuito rilevanza causale “al fatto della mancata presenza del medico presso il PS al momento dell’episodio, presumibilmente ischemico, che lo condusse al decesso e, quindi, al fatto del mancato utilizzo tempestivo del defibrillatore”.
Ma in realtà tale omissione, imputata ai sanitari del Presidio di Guardia Medica, “non si era inserita nella serie causale che aveva, poi, condotto all’evento di danno, potendosi configurare al massimo, come una sorta di «occasione mancata», riferita al luogo di soccorso, in collegamento con il mancato utilizzo del defibrillatore”, ovvero una circostanza “priva di efficacia causale o concausale”.
Non vi era infatti, alcun riscontro probatorio circa la presenza di personale di PS pronto ad intervenire immediatamente con il defibrillatore e, soprattutto – aggiungevano i giudici dell’appello – “non è dato sapere” (essendo “impossibile dirlo”, – – secondo la stessa valutazione fatta dal consulente del Pubblico Ministero in sede penale) se il suo utilizzo “sarebbe stato salvifico”, e ciò anche in ragione del fatto che “il decesso era stato quanto mai improvviso e repentino”.
Per la cassazione della sentenza agivano in giudizio gli originari istanti, parenti della vittima.
Interessante il primo motivo di ricorso: violazione o falsa applicazione di norme di diritto in relazione agli artt. 1218, 1176, comma 2, e 2697 cod. civ.”, oltre che “del principio della c.d. vicinanza dell’onere della prova, in ambito di responsabilità civile del medico”.
A detta gli istanti, la sentenza impugnata non si sarebbe curata di accertare se la diligenza dei sanitari della Guardia Medica fosse stata provata (come era suo onere) dalla convenuta, così realizzando una prima violazione del principio della vicinanza della prova.
Costoro, infatti, si limitarono, chi a consigliare un controllo del medico curante (eventualmente anche per un’impegnativa di elettrocardiogramma), chi invece a somministrare una terapia con antinfiammatori, senza disporre essi stessi l’elettrocardiogramma, o ulteriori rilievi medici, così mostrando di reputare “non grave né urgente la situazione clinica del paziente”.
Contestavano, inoltre, l’affermazione della Corte veneziana secondo cui “non vi è riscontro probatorio circa la presenza di personale di PS pronto ad intervenire immediatamente con il defibrillatore e, soprattutto, non è dato sapere” se il suo utilizzo “sarebbe stato salvifico”, atteso che l’incertezza sulla sussistenza del nesso causale grava sul presunto danneggiante (struttura/medico) e non sul paziente.
Il doppio ciclo del nesso causale
I giudici della Cassazione, investiti del caso in esame, preliminarmente hanno fatto memoria del principio di diritto secondo il quale, in tema di responsabilità per attività medico-chirurgica si delinea “un duplice ciclo causale, l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle.
Il primo, quello relativo all’evento dannoso, deve essere provato dal creditore/danneggiato, il secondo, relativo alla possibilità di adempiere, deve essere provato dal debitore/danneggiante. Mentre il creditore deve provare il nesso di causalità fra l’insorgenza (o l’aggravamento) della patologia e la condotta del sanitario (fatto costitutivo del diritto), il debitore deve provare che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile la prestazione (fatto estintivo del diritto)“.
Ne consegue, dunque, che “la causa incognita resta a carico dell’attore relativamente all’evento dannoso, mentre resta a carico del convenuto relativamente alla possibilità di adempiere. Perciò, se, al termine dell’istruttoria, resti incerti la causa del danno o dell’impossibilità di adempiere, le conseguenze sfavorevoli in termini di onere della prova gravano rispettivamente sull’attore o sul convenuto. Il ciclo causale relativo alla possibilità di adempiere acquista rilievo solo ove risulti dimostrato il nesso causale fra evento dannoso e condotta del debitore. Solo una volta che il danneggiato abbia dimostrato che l’aggravamento della situazione patologica (o l’insorgenza di nuove patologie per effetto dell’intervento) è causalmente riconducibile alla condotta dei sanitari sorge per la struttura sanitaria l’onere di provare che l’inadempimento, fonte del pregiudizio lamentato dall’attore, è stato determinato da causa non imputabile” (Cass. Sez. 3, sent. n. 18392 del 2017).
L’onere della prova dei ricorrenti
Ebbene, alla luce di tali principi, era chiaro, nel caso in esame, che gli eredi del defunto avrebbero dovuto dimostrare che l’omissione addebitata ai sanitari fosse stata “più probabilmente che non” la causa del decesso, ovvero, che l’intervento omesso (da intendersi, come meglio si dirà più avanti, non nella sola sottoposizione del paziente alla defibrillazione) avrebbe “più probabilmente che non” scongiurato l’evento letale.
Sotto questo profilo, dunque, non coglieva nel segno la loro censura inerente la prova del nesso causale tra evento dannoso e condotta dei sanitari, gravante a loro giudizio, sul danneggiante (struttura/medico) e non anche sul paziente.
Ma allo stesso tempo, anche la sentenza impugnata non aveva fatto buon governo delle norme esistenti in materia di accertamento del nesso causale, avendo operando una “segmentazione” della complessiva condotta omissiva della struttura sanitaria, indicata dagli attori come potenzialmente idonea a cagionare il decesso del loro congiunto.
Per intenderci, la Corte lagunare avrebbe incentrato la propria valutazione esclusivamente sull’ultimo episodio, in cui l’uomo ebbe a rivolgersi ai medici del Presidio della Guardia Medica, limitando la propria indagine alla verifica se, prontamente inviato presso il Pronto Soccorso, sarebbe stato possibile sottoporlo ad un intervento “salvifico”, mediante defibrillazione.
Il giudizio finale avrebbe dovuto, invece, tenere conto di tutta la vicenda sin dal momento in cui il paziente fece il suo primo ingresso in pronto soccorso e successivamente, mandato a casa con la somministrazione di semplice antidolorifico.
Errato dunque, è considerare – come, invece, ha fatto la corte di merito – la mancata presenza del personale medico presso la struttura del Pronto Soccorso, come una mera “occasione mancata”, o come circostanza estranea alla “serie causale che ha condotto all’evento di danno”, trattandosi, invece, soltanto dell’ultimo anello di una catena di omissioni che andavano tutte adeguatamente indagate, specie di fronte delle risultanze della consulenza tecnica disposta in sede penale e ritenuta, peraltro, sufficiente dal primo giudice per l’accoglimento della domanda risarcitoria.
Nella relazione tecnica, era infatti, emerso che fossero ipotizzabili, con riferimento alla morte del paziente, profili di responsabilità per il delitto di omicidio colposo, sebbene tali elementi non erano sufficienti a superare il ragionevole dubbio, ma comunque rilevanti civilisticamente, a fronte dell’assunto giuridico del cosiddetto «più probabile che non»”.
E, invero, “in presenza di una situazione in cui risultava quantomeno un principio di prova, offerto dagli attori, in ordine alla ricorrenza del nesso causale tra condotta dei sanitari (e, per essi, della struttura convenuta) e l’evento dannoso, il ricorso ad un simile accertamento tecnico si palesava come necessario, e ciò sulla scorta del principio secondo cui, “in tema di risarcimento del danno, è possibile assegnare alla consulenza tecnica d’ufficio ed alle correlate indagini peritali funzione «percipiente»”, purché a condizione che “essa veda su elementi già allegati dalla parte, ma che soltanto un tecnico sia in grado di accertare, per mezzo delle conoscenze e degli strumenti di cui dispone”, giacché, anche quando la consulenza “può costituire essa stessa fonte oggettiva di prova”, resta pur sempre “necessario che le parti stesse deducano quantomeno i fatti e gli elementi specifici posti a fondamento di tali diritti” (Cass. Sez. 3, sent. 26 novembre 2007, n. 24620).
Per tutti questi motivi, il ricorso è stato nuovamente accolto con rinvio della sentenza impugnata alla Corte di Appello di Venezia, per un nuovo esame di merito, attenendosi ai principi sopra meglio identificati.