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Timestamp: 2019-12-07 09:20:40+00:00
Document Index: 15342119

Matched Legal Cases: ['art. 648', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 47', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 52', 'art. 37', 'sentenza ', 'art. 111', 'art. 374', 'art. 374', 'art. 363', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 65', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 737', 'art. 6']

Autodeterminazione terapeutica
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C a pag. 61 onclusioni 1
[1]. Il processo e il tempo
[2]. Il Tempo, il Giudice e «la Gabbia della Ragione»: La ragionevole durata del processo come canone interpretativo
[3]. La “nuova legge Pinto” introdotta con le misure urgenti per la Giustizia Civile (d.l. 22.6.2012 n. 83, conv. in l. 7.8.2012 n. 134).
Procedimento Massima Durata Dies a Quo
Giudizio di Appello 2 anni
Esecuzione Forzata 3 anni
Processo Penale 6 anni
Il processo e il tempo
Tecniche “acceleratorie” e «accomodamenti procedurali» per una “auspicata” riduzione dei tempi di definizione del giudizio di primo grado1
Premessa: il Processo e il Tempo
da pag. 03
. Il processo e il Tempo. 2. Il tempo, il giudice e la «gabbia della ragione»: la ragionevole durata del processo come canone interpretativo. 3. La “nuova legge Pinto” introdotta con le misure urgenti per la Giustizia Civile (d.l. 22 giugno 2012 n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012 n. 134). 4. Tavole sinottiche riepilogative della casistica di maggiore importanza (in riferimento ai casi più recenti).
Ragionevole durata del processo e giudizio di primo grado.
5. Tecniche “acceleratorie” dei tempi di definizione del Giudizio di Primo Grado. – 5.1. Accelerazione della fase decisoria. La motivazione: regole tese ad “agevolare” la redazione della sentenza. – 5.1.1. Motivazione implicita per incompatibilità. 5.1.2. Motivazione implicita per adesione. 5.1.3. Principio della ragione più liquida. 5.1.4. Motivazione semplificata. 5.1.5. Motivazione per relationem. – 5.2. La decisione a seguito di trattazione orale (281-sexies c.p.c.) – 5.3. Accelerazione della fase istruttoria. Maîtrise delle tecniche di non contestazione. 5.3.1. Ragionevole durata del processo e non contestazione. 5.4. Accelerazione della fase impugnatoria: il «filtro» in Appello. 5.5. Accelerazione della fase di legittimità
Accomodamenti procedurali
6. Accomodamenti procedurali in funzione di uno smaltimento più celere del Ruolo. – 6.1. Decisione sulla provvisoria esecuzione ex art. 648 c.p.c. - 6.2. Mediazione su invito del giudice - 6.3. Dispositivo non etero-integrabile - 6.4. Ingresso dei terzi nel processo - 6.5. Misure di contrasto alle liti temerarie e danno cd. strutturato (l. 134/12) - 6.6. Giudizio sommario di cognizione. – 6.7. L’importanza dei protocolli condivisi
a pag. 61
1. Il processo e il Tempo. 2. Il tempo, il giudice e la «gabbia della ragione»: la ragionevole durata del processo come canone interpretativo. 3. La “nuova legge Pinto” introdotta con le misure urgenti per la Giustizia Civile (d.l. 22 giugno 2012 n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012 n. 134). 4. Tavole sinottiche riepilogative della casistica di maggiore importanza (in riferimento ai casi più recenti).
Teofrasto2 scrisse che «il tempo è la cosa più preziosa che un uomo possa spendere»; un monito che, in tempi recenti, ben potrebbe ambire a sostituire, nelle Aule di Giustizia, il classico inciso «la legge è uguale per tutti». D’altro canto gli Autori della manualistica classica, sin da data risalente, hanno analizzato i rapporti tra valori giuridici e società3 dimostrando come, in momenti storici differenti, in ragione delle mutate circostanze economiche e sociali, possa prevalere un valore in luogo di un altro. Sfogliando le ultime riforme legislative, è agevole rilevare come, il fattore “tempo” costituisca la trama comune o, se si vuole, il leitmotiv attraverso cui si snodano gli interventi manipolativi, soprattutto nella materia processuale. Lo sviluppo biologico del processo civile, insomma, viene “sottratto” alla esclusiva discrezionalità del giudice e diventa terreno di esame, valutazione e giudizio, nell’orbita di una nuova linea legislativa di azione che mira a restaurare la funzionalità de procedimento4. In particolare, lo Stato pone maggiore attenzione al proprio dovere di organizzare il sistema giudiziario in modo tale che le proprie giurisdizioni possano garantire a ciascuno il diritto di ottenere una decisione definitiva in un termine ragionevole5. Ma quanto tempo ha a disposizione il giudice di prossimità per esaurire il primo segmento biologico del processo civile? La Corte Europea dei diritti dell’uomo6, ai cui principi il giudice nazionale deve uniformarsi nella determinazione della durata ragionevole del procedimento7, ha in linea di massima stimato tale durata in tre anni (3) per quanto riguarda il giudizio di primo grado e in due anni (2) per quanto riguarda il giudizio di secondo grado8. Si tratta di una impostazione interpretativa che, di recente, ha trovato riscontro legislativo: ai sensi dell’art. 2 comma 2-bis l. 89/01 – introdotto dal d.l. 22 giugno 2012, n. 83 (misure urgenti per la crescita del Paese), conv. in l. 7 agosto 2012 n. 134 - si considera rispettato il termine ragionevole «se il processo non eccede la durata di tre anni in primo grado, di due anni in secondo grado, di un anno nel giudizio di legittimità». Nella valutazione della ragionevole durata dei giudizi occorre, inoltre, tenere conto non soltanto della fase processuale, ma anche dell'eventuale fase procedimentale ad essa precedente, anche se a carattere non contenzioso, purché quest'ultima costituisca presupposto necessario del ricorso giurisdizionale9. Ma quali sono le conseguenze principali che discendono dalla violazione del termine di durata ragionevole? Qual è, insomma, il motivo per cui il legislatore mira a conseguire il rispetto del suddetto termine? L’irragionevole durata dei processi civili determina un rilevantissimo pregiudizio economico per lo Stato Italiano10 e soprattutto danneggia gli utenti del Servizio Pubblico di Giustizia. Basti pensare che, nell’anno 2011, gli oneri per la finanza pubblica sono stati di oltre 200 milioni di euro11 (v. Relazione Illustrativa e Relazione Tecnica al d.l. 83/2012). L’eccessiva durata del singolo processo provoca reazioni negative sull’intera collettività. Come hanno appurato pure le Sezioni Unite (Cass. civ., SS.UU., sentenza 16 luglio 2008 n. 1949912), le istituzioni del Paese annoverano “le inefficienze e le lunghezze del sistema giudiziario civile tra le cause del rallentamento dello sviluppo economico dell'Italia”. Ecco perché il processo – posto sotto la lente severa dell’osservatore economico – viene ad essere celebrato sotto l’incubo della ragionevole durata13. L’interesse pubblico alla celere definizione dei procedimenti è gradualmente permeato, pertanto, nel processo civile mediante un più significativo versamento del principio della ragionevole durata nell’alveo dell’attività ermeneutica giudiziale, divenendo così la «ragionevole durata» uno dei canoni interpretativi di primaria importanza, poiché avvolto dalla coltre costituzionale (art. 111 Cost.), imposto dal diritto comunitario (art. 47, comma II, della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea, la quale ha lo “stesso valore giuridico dei trattati”, con l’entrata in vigore dell’art. 6 del Trattato di Lisbona, in data 1 dicembre 2009 in GUUE n. C 306 del 17 dicembre 2007) e, ovviamente, scandito in modo cogente dalle Carte internazionali vincolanti (v. art. 6, Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata dall'Italia con legge 4 agosto 1955 n. 848).
Il «tempo» diventa, insomma, criterio di interpretazione.
Il principio costituzionale della ragionevole durata del processo deve ritenersi rivolto non soltanto, in funzione acceleratoria, al giudice quale soggetto processuale ma anche e soprattutto al legislatore ordinario ed al giudice quale interprete della norma processuale (in quanto una lettura “costituzionalmente orientata” delle norme che regolano il processo non può prescindere dal principio in esame, che esprime un canone ermeneutico valevole per ogni disciplina processuale) e - in ogni caso - rivolto a tutti i protagonisti del processo (ivi comprese le parti, che, specie nei processi caratterizzati da una difesa tecnica, devono responsabilmente collaborare per lo scopo della ragionevole durata)14.
La forza motrice del principio di ragionevole durata si è disvelata al sistema processuale civile sotto almeno tre profili: 1) profilo sostanzialmente «abrogativo» della norma come vigente; 2) profilo sostanzialmente «modificativo» della norma come vigente; 3) profilo sostanzialmente «integrativo» della norma come vigente15.
Tutti profili di grande impatto concreto sull’attività giurisdizionale, almeno se si tiene conto del fatto che il principio costituzionale di ragionevole durata del processo, “impone all’interprete un nuovo approccio interpretativo con la verifica delle soluzioni sul piano dell’impatto operativo piuttosto che su quello tradizionale della coerenza logico-sistematica”16: insomma, meno forma e più sostanza con conseguente disancoramento dal modello formalistico tradizionale che vedeva nella stretta applicazione della regola processuale in valore in sé per approdare ad un processo in cui il cittadino ha diritto ad ottenere una risposta, affermativa o negativa, in ordine al “bene della vita” oggetto della contesa (in tal senso Corte cost. n. 77 del 2007).
Sotto il primo aspetto (cd. abrogativo), l’applicazione della ragionevole durata nella sede ermeneutica ha comportato, in concreto l’espunzione di una regola processuale, cui ne è stata sostituita un’altra. Gli esempi non mancano. L’art. 52 comma III c.p.c. prevede che la ricusazione sospende il processo. Ma l’effetto automatico è stato “abrogato” per via interpretativa proprio al fine di salvaguardare la ragionevole durata del procedimento: secondo la giurisprudenza delle Alte Corti, infatti, la disposizione va interpretata nel senso che il giudice ricusato può non sospendere affatto il processo se giudica l’istanza non ammissibile o ictu oculi da rigettare17. L’art. 37 c.p.c. prevede che il difetto di giurisdizione del G.O. possa essere rilevato d’ufficio “in qualunque stato e grado del processo”. Ma le Sezioni Unite (Cass. civ., Sez. Un., 9 ottobre 2008, n. 2488318) hanno riscritto l’enunciato nel senso che il giudice può rilevare anche di ufficio il difetto di giurisdizione, ma solo fino a quando sul punto non si sia formato il giudicato implicito o esplicito: dunque, viene inibito il rilievo d’Ufficio là dove impugnando la sentenza di primo grado, nessuna delle parti abbia posto la jurisdictio a base dei motivi di appello. Sotto il secondo aspetto, l’applicazione della ragionevole durata nella sede ermeneutica conduce alla rivisitazione di alcuni istituti processuali con il fine di favorire la contrazione dei tempi. L’esito è una modifica del contenuto semantico della norma processuale. E’ questa la chiave di lettura utilizzata nella decisione dalle Sezioni Unite n. 29290 del 15 dicembre 200819 dove il Collegio ha ritenuto valida ed efficace, ai fini della decorrenza del termine breve per l’impugnazione nei confronti di tutte le parti rappresentate, la notifica del ricorso in appello mediante consegna di una sola copia (o di un numero inferiore) ad un unico procuratore costituito per una pluralità di parti. Lo sbocco interpretativo è di fatto una modifica del perimetro significativo degli artt. 170, 285, 330 c.p.c. (peraltro, oggi divenuta diritto positivo e non più solo droit jurisprudentielle in conseguenza della legge 18 giugno 2009 n. 69). L’ultimo profilo è senz’altro quello di maggiore diffusione poiché utilizza lo strumento interpretativo della ragionevole durata al fine di integrare la norma processuale o addirittura interi sistemi normativi, come è accaduto con l’innesto, nel sistema processuale civile, della translatio iudicii tra le giurisdizioni (Sezioni Unite, sentenze nn. 4109/2007 e 23738/2007)20.
L’utilizzo in chiave interpretativa del principio di ragionevole durata ha anche condotto a un’attività demiurgica (a livello ermeneutico) di tipo salvifico del “processo” valorizzando, come già osservato, l’impatto pratico piuttosto che il rispetto formale delle regole endoprocedimentali, così arrivando la Corte del precedente anche a superare nullità e vizi interni all’architettura del processo. Giova, infatti, ricordare, come la Corte regolatrice - con orientamento giurisprudenziale che costituisce un approdo non più disatteso (a partire da Cass. civ. Sezioni Unite 20604 del 2008) - abbia affermato21 che l'ordinamento vigente impone la necessità di interpretare ed applicare la normativa processuale in armonia con il principio di cui all'art. 111 Cost. sulla ragionevole durata del processo con principio che conduce a escludere che il mancato compimento di adempimenti processuali che si siano appalesati del tutto superflui, quali la rinnovazione della notificazione di un atto ad una parte, la cui attività processuale dimostri che essa ne abbia già avuto conoscenza, possa condurre ad una conseguenza di sfavore per il processo. Essenziale è che siano stati rispettati il principio del contraddittorio e il diritto di difesa22.
Questa attività interpretativa-ortopedica della Cassazione rappresenta un efficace sistema omeostatico del processo civile, e, dunque, un meccanismo essenziale per consentire alla Giustizia di adeguarsi alle variazioni in atto. Ecco perché il diritto vivente (“droit d’origine jurisprudentielle”, adottando il dizionario della Corte Europea dei diritti dell’Uomo), oramai “vincola” e non solo influenza il singolo giudice di prossimità. Il dato non contestabile è che l’efficienza del sistema giudiziario passa necessariamente anche per il contenimento delle divergenze interpretative tra merito e legittimità che, “ove estemporanee ed imprevedibili, sono manifestazione della debolezza del sistema e non della sua vitalità. Questo tipo di divergenze genera infatti sfiducia nella giustizia, fomenta il contenzioso e porta ritardi nelle decisioni, con forti ricadute sulla economia del nostro paese, perché crea distorsioni nella concorrenza in un mercato globalizzato, dove le imprese estere possono invece contare su una giustizia efficiente”23.
Giova, in proposito, ricordare che l’ordinamento civile italiano, perseguendo il fine di deflazionare il contenzioso e al contempo preservando l’esigenza di certezza del diritto, valorizzando l’interesse pubblico alla prevedibilità delle decisioni, ha nel tempo rafforzato l’efficacia vincolante del precedente di legittimità, in particolare di quello autorevole reso a Sezioni Unite, “potenziando” il controllo nomofilattico, valorizzando la peculiare vocazione del giudizio di legittimità, e, così, perseguendo il tendenziale obiettivo di assicurare una esatta ed uniforme interpretazione della legge. In tal senso, dapprima, la legge 2 febbraio 2006 n. 40, modificando l’art. 374 c.p.c., ha previsto che il precedente delle Sezioni Unite non possa essere disatteso tout court dalla Sezione Semplice che, là dove intenda discostarsi dal pronunciamento nomofilattico, deve investire della quaestio juris in riedizione le stesse Sezioni Unite (art. 374, comma III, c.p.c.). Lo stesso saggio di legificazione ha, anche, allargato le maglie procedurali del “principio di diritto nell’interesse della Legge” (art. 363 c.p.c.) sottolineando “una evoluzione legislativa (…) orientata al potenziamento della pura funzione di corretta osservanza della legge ed uniforme applicazione del diritto (su cui cfr. Cass. civ., Sez. Unite, sentenza 1 giugno 2010 n. 13332). Successivamente, la legge 18 giugno 2009 n. 69 ha ulteriormente rafforzato la “tenuta” dalla regola giuridica a formazione nomofilattica introducendo uno scrutinio semplificato (sfociante in rigetto24 con motivazione agevolata) in caso di allineamento del decisum del giudice di merito al precedente conforme di legittimità (art. 360-bis c.p.c., su cui cfr. Cass. civ., Sez. Unite, ordinanza 6 settembre 2010, n. 19051). Il disegno ha trovato un nuovo tassello nella l. 134/2012 almeno là dove ha assegnato un nuovo valore funzionale alla cd. doppia conforme.
Dalle premesse che precedono si trae una conclusione: la giurisprudenza delle Sezioni Unite non è più semplice espressione degli indirizzi di legittimità di un organo giudiziario ma elemento pregnante che contribuisce a garantire la “certezza del diritto” nell’ordinamento (v. art. 65 ord. giud.) così divenendo il suo precedente tendenzialmente vincolante per il giudice di merito. In tal modo si espresse già a suo tempo l’autorevole Dottrina, allorché segnalò come formalmente l'autorità del principio dello stare decisis in Italia si potesse ritrovare in due principi affermati dalla Cassazione: quello della motivazione semplificata in caso di richiamo al precedente di legittimità che si conferma25 e quello dell’obbligo di motivazione rafforzata nel caso in cui il precedente venga disatteso26. Principi che, in tempi recenti, la stessa Corte Costituzionale ha avuto modo di ribadire ed affermare, nella sentenza 12 ottobre 2012, n. 230 (Pres. Quaranta – Rel. Frigo)27.
L’affermazione di una efficacia più “cogente” del precedente è oggi, peraltro, confermata dalla “nuova metodologia” che il Collegio della Nomofilachia ha scelto di adottare nell’alveo delle Sezioni unite, con un indirizzo inaugurato da Cass. civ., Sez. Un., sentenza 18 maggio 2011 n. 1086428: quando due soluzioni interpretative sono entrambe ammesse dall’enunciato legislativo sotto esame del Collegio, deve preferirsi quella su cui le parti hanno fatto affidamento nel tempo e, cioè, quella che si è affermata negli anni come precedente giurisprudenziale29. In presenza di più possibili interpretazioni, va privilegiata quella che assicura la più ragionevole soluzione della controversia fino che non se ne rinvenga un'altra più ragionevole: la uniformità e la prevedibilità non devono infatti essere considerate una sorta di "gabbia della ragione"30. Tutto ciò guardando a quella scelta interpretativa che, più di altre, risulti «conforme ad un economico funzionamento del sistema giudiziario».
La normativa introdotta dalla legge 24 marzo 2001 n. 89 si è rivelata, soprattutto sotto l’aspetto procedimentale, inidonea ad assicurare il rispetto dell’art. 6 CEDU, almeno sotto il profilo del rispetto dei tempi di definizione del processo instaurato per ottenere l’indennizzo da irragionevole durata della lite giudiziaria (cd. Pinto Bis31). Da qui, in tempi recenti, un integrale restyling (non più procrastinabile) introdotto in occasione dell’approvazione di alcune misure urgenti per la Giustizia Civile (d.l. 22 giugno 2012 n. 83, conv. in l. 7 agosto 2012 n. 13432). Il “nuovo” procedimento ex lege Pinto prevede che la domanda di equa riparazione si proponga con ricorso al Presidente della Corte d’Appello33 il quale, in sua persona o tramite un magistrato designato, provvede sulla domanda di equa riparazione con decreto motivato da emettere entro trenta giorni dal deposito del ricorso, con applicazione delle regole previste per il procedimento monitorio (salvo talune deroghe). Il ricorso può essere oggetto di opposizione che viene decisa dal Collegio secondo il rito camerale, ex art. 737 e ss c.p.c.
La Corte deve definire il giudizio entro quattro mesi dal deposito del ricorso, con decreto impugnabile per Cassazione.
Dal punto di vista sostanziale, viene introdotta una forbice risarcitoria compresa tra un minimo di 500,00 euro ed un massimo di 1.500,00 euro. La somma base di euro 500,00 indubbiamente apparirà inferiore agli standard minimi europei (in genere: 1.000,00); ma si tratta di un abbattimento del quantum compatibile con l’art. 6 CEDU. Secondo la giurisprudenza di Strasburgo, infatti, sull’indennizzo dovuto, “può effettuarsi una decurtazione del trenta per cento in conseguenza della facilità (per il ricorrente) della procedura di cui alla legge Pinto”34. Facilità sperata (negli anni immediatamente successivi alla entrata vigore della L. Pinto) ma, poi, non conseguita; facilità, adesso, auspicata e ritenuta altamente probabile, in conseguenza del nuovo rito accelerato. Resta fermo che tutte le somme liquidate a titolo di equa riparazione devono essere al netto di ogni imposta. La normativa introduce, anche, una espressa previsione dei termini di durata “ragionevole” in ragione dello specifico tipo di procedimento.
Giudizio ordinario, Primo Grado
Il processo si considera iniziato con il deposito del ricorso introduttivo del giudizio ovvero con la notificazione dell'atto di citazione
Il processo penale si considera iniziato con l'assunzione della qualità di imputato, di parte civile o di responsabile civile, ovvero quando l'indagato ha avuto legale conoscenza della chiusura delle indagini preliminari.