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Timestamp: 2017-08-22 01:30:48+00:00
Document Index: 156939929

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 33', 'art. 345', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 33', 'art. 9']

Le relazioni tre Stato italiano e Chiesa e i suoi riflessi sull'istruzione – dal Risorgimento alla seconda repubblica
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Posted by Guest on 23 Giu 2016 in Formazione, Non Categorizzato | 0 comments
di Alessandro Pascale (coordinatore Giovani Comunisti/e Milano)
Nel 1867 inizia una vera e propria svolta nei rapporti tra Stato e Chiesa: vengono aboliti gli enti ecclesiastici e soppresse le esenzioni tributarie per gli ordini monastici, con esproprio dei beni delle congregazioni a vantaggio di Stato e Comuni; con il ricavato lo Stato crea un fondo per il culto, cioè la congrua per i preti. La conquista con la forza dello Stato pontificio che pone fine alla cosiddetta “Questione Romana” (1870) è il tassello finale che incrina per decenni le relazioni tra Stato e Chiesa. Pio IX vive la conquista sabauda come una violenza alla Chiesa stessa, e vieta ai cattolici di partecipare alla vita politica del nuovo Stato considerato “usurpatore”, con una bolla, il “Non expedit” (1874), che resterà in vigore fino agli inizi del ‘900. I rapporti vengono regolati unilateralmente dalla Legge delle Guarentigie. 1
Con il concordato del 19292 si riconosce il cattolicesimo quale religione di Stato in Italia, con importanti conseguenze sul sistema scolastico pubblico, nel quale si introduce e rende obbligatoria l’ora di religione anche nelle scuole medie e superiori, quale «fondamento e coronamento dell’istruzione pubblica».
È però con il dibattito all’Assemblea Costituente (1946-47) che si mostra in pieno l’anomalia vistosa presente in Italia, poiché nella Costituzione viene conservato il regime concordatario con la Chiesa romana: un patto di origine fascista stipulato tra due Stati che si riconoscono reciprocamente indipendenti sul piano territoriale, ma che di fatto assicura a uno solo dei due posizioni di anacronistico privilegio non solo nei confronti di tutte le altre confessioni religiose, ma anche nei confronti dell’intera società civile. Il che impedisce allo Stato nazionale di esprimere con coerenza i propri valori di laicità e di democrazia. Nella nostra Costituzione infatti l’articolo 73, che ha recepito i Patti Lateranensi, configge con gli articoli 3 e 8. L’art. 7 nella sua forma attuale fu fortissimamente voluto dalla Democrazia Cristiana, il nuovo partito di riferimento della Chiesa, e fu in definitiva appoggiato dal PCI di Palmiro Togliatti per ragioni tattiche criticate non a torto dagli altri partiti laici.4
Al di là delle aporie presenti nei “Principi Fondamentali” la Costituzione italiana del 1948 stabilisce i principi fondamentali dell’insegnamento: libertà di arte, scienza e insegnamento; iniziativa dello Stato per istituire scuole; diritto dei privato di istituire scuole purché senza spese ed “oneri per lo Stato”: una clausola che scoraggia i governi democratico cristiani dal presentare una legge sulla parità tra scuola privata e scuola pubblica. Il fronteggiarsi di laici e cattolici nell’Assemblea Costituente produce i contraddittori risultati dell’art. 33 del testo costituzionale: in sostanza si individuava nello Stato l’ente dirigente, lasciando la libertà a chi volesse di istituire altre scuole senza oneri per lo Stato, demandando alla legge l’applicazione. Con l’art. 345 viene stabilita l’istruzione pubblica, gratuita e obbligatoria per almeno 8 anni. Viene sancita la libertà di istituire scuole “senza oneri per lo stato” formula che avrà una interpretazione controversa nei decenni successivi. Tuttavia restava il sistema scolastico precedente: scuola elementare quinquennale e i tre anni successivi divisi in “scuola media” (che permetteva di proseguire gli studi grazie alla materia del latino) e “scuola di avviamento professionale” (che senza l’insegnamento del latino, escludeva da qualsiasi proseguimento degli studi).
L’elezione di Wojtyla a papa e negli anni ’80 il ritorno del Vaticano a una visione integralista dell’educazione hanno portato prima all’approvazione delle modifiche del Concordato, poi a richieste sempre più pressanti di finanziare l’esangue diplomificio cattolico, entrato in crisi a causa del fenomeno della secolarizzazione di massa. Solo con l’accordo di Villa Madama (detto anche “nuovo Concordato”) firmato dal primo ministro Bettino Craxi e dal cardinal Casaroli nel 1984 viene meno l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica nelle scuole. Ma nel complesso la condizione di laicità peggiora sostanzialmente: anche se si abolisce l’anticostituzionale riferimento alla «sola religione dello Stato». si introduce infatti l’ora di religione alle scuole materne, sostituendo nel contempo la congrua col meccanismo dell’8 per mille, molto più vantaggioso per la Chiesa. Particolarmente rilevanti nell’ambito dell’istruzione sono gli articoli 9 e 106 del nuovo patto con cui si conferma la piena parità delle scuole clericali con quelle statali, mentre a livello universitario si ribadiscono, in pari misura al 1929, il riconoscimento dei titoli accademici conseguiti in materie come teologia, paleografia, diplomatica, archivistica, biblioteconomia conseguiti presso le Scuole vaticane.
Gli sviluppi più recenti riguardano il primo governo di centro-sinistra di Prodi. L’inserimento nel programma elettorale dell’Ulivo (tesi 66)7 di uno specifico riferimento alla necessità di una forma di parità tra scuola pubblica e privata, precondizione necessaria per l’alleanza tra centro e sinistra, provoca dopo la vittoria elettorale del 1996 l’inizio di una accesa discussione sul tema. Si propone la parità tra scuole pubbliche e private, dichiarando pari alla propria la scuola di uno Stato estero “indipendente e sovrano”, quale è la Chiesa cattolica. Si iniziano a dare finanziamenti alle scuole private, contro il principio costituzionale del “senza oneri per lo stato”. Mentre il “principio supremo della laicità” e della “libertà d’insegnamento”, sanciti anche da una sentenza delle Corte Costituzionale, vengono negati assumendo nell’orbita statale una scuola dogmatica che esige l’adesione degli insegnanti alla propria dottrina, senza quindi possibilità di pluralismo e di libero insegnamento. Nel marzo 2000 il Parlamento ha approvato in via definitiva un nuovo testo sulla materia. In tal modo le scuole private entrano a far parte di un «sistema pubblico integrato», usufruendo di un trattamento fiscale agevolato e di finanziamenti concessi ad hoc dal governo. Il resto è attualità politica, da cui emerge purtroppo che ad ogni riforma scolastica degli ultimi anni, con i conseguenti tagli al settore dell’istruzione pubblica, conseguono sempre cospicui finanziamenti al settore privato, egemonizzato dalla Chiesa. Nel gennaio 2015 il giornale L’Espresso denuncia che sono circa 700 i milioni di euro di denaro pubblico che ogni anno vanno ad aiutare gli istituti paritari. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame. Gli istituti paritari, stante dati del 2013-14, sono oltre 13 mila in tutta Italia (praticamente il 10%) e sono frequentati da circa un milione di studenti; non tutte tali scuole sono però cattoliche, anche se queste ne costituiscono la quota maggioritaria (il 63%). Sono soprattutto i più piccoli a frequentare una scuola non statale: sono infatti quasi 10mila gli asili, il 71% della complessiva galassia delle paritarie. Le scuole paritarie vengono così definite perchè non sono amministrate dallo Stato e hanno una libertà di scelta su materie e insegnanti, in quanto, secondo la legge n° 62 del 2000, le scuole paritarie vanno considerate sullo stesso piano delle scuole pubbliche. Tutt’oggi anche nelle scuole pubbliche, in ossequio ai Patti Lateranensi, gli insegnanti di religione sono scelti dalla Chiesa e pagati (con uno stipendio maggiore rispetto a quello medio dei docenti) dallo Stato, e qualora un insegnante non diventi più gradito alla curia può nominarne un altro lasciando allo Stato l’obbligo di ricollocare il “licenziato” nell’amministrazione pubblica. Il costo degli insegnanti di religione cattolica (13.675 quelli a tempo indeterminato in ruolo a fine 2010) è stato stimato in circa un miliardo di euro l’anno.
1 La legge riconosceva l’autorità religiosa del Papa, gli concedeva un assegno annuale e l’uso, ma non la proprietà, di Vaticano, Laterano e Castel Gandolfo, inoltre fissò l’assegno mensile o congrua per i membri del clero. Però la sinistra liberale, allora all’opposizione, avrebbe voluto che la Chiesa fosse trattata come un’associazione privata, voleva la nomina statale dei vescovi, non una libera Chiesa in libero Stato, ma la supremazia dello stato verso tutte le religioni, erano contro indennizzi e assegni annui al Papa. Prevalse la via di mezzo della Legge delle guarentigie, che definì le prerogative del Pontefice: il Papa aveva diritto ad essere trattato come un sovrano straniero e non era responsabile davanti alla giurisdizione penale italiana, poteva ricevere diplomatici accreditati, disporre di una guardia, di telegrafo e di corrieri diplomatici; lo Stato rinunciava al controllo sulla Chiesa, alla nomina dei vescovi e al loro giuramento di fedeltà. La Legge delle guarentigie rimase in vigore per 58 anni, fino al Concordato del 1929 con Mussolini: al Vaticano fu riconosciuta l’extraterritorialità e una rendita annua, il Papa si proclamava prigioniero e, per protesta, si chiuse entro le mura vaticane; Pio IX (1846-1878) era contro le dottrine moderne e con il non expedit, rimasto in vigore fino al 1904, impedì ai cattolici di partecipare alle elezioni. La Legge delle guarentigie del 13 maggio 1871 ebbe risonanza mondiale. Il Papa, senza sovranità territoriale, era dichiarato esente dalla giurisdizione penale italiana, si punivano attentati e ingiurie al Pontefice, con garanzie al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede; i cardinali potevano partecipare ai conclavi, gli stranieri titolari d’uffici ecclesiastici a Roma non potevano essere espulsi, il papa però rinunciò alla dotazione annua. La Legge delle guarentigie del 1871 riconosceva al Papa il diritto a nominare i vescovi in tutta Italia e non solo nel territorio dell’ex stato pontificio, questo diritto era stato sempre conteso dai principi, i vescovi non dovevano giurare fedeltà al re, lo stato riconosceva al papa sovranità e indipendenza in campo internazionale. La Chiesa respinse il risarcimento, ma accettò la congrua per i preti, introdotta la prima volta nel Concilio di Trento (1545-1563), la cui misura fu ritoccata negli anni dallo stato italiano, a richiesta dei papi; lo Stato rinunciava al controllo sulle leggi ecclesiastiche e sugli atti delle autorità ecclesiastiche ed all’assenso governativo per i concili.
2 I Patti Lateranensi constano di tre distinti documenti: il primo riconosce l’indipendenza e la sovranità della Santa Sede e fondava lo Stato della Città del Vaticano; la Convenzione Finanziaria che prevedeva un risarcimento di 750 milioni di lire a beneficio della Chiesa; e il Concordato che definiva le relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa e il Governo (prima d’allora, cioè dalla nascita del Regno d’Italia, sintetizzate nel motto: «libera Chiesa in libero Stato»). La “Convenzione Finanziaria” regolava le questioni sorte dopo le spoliazioni degli enti ecclesiastici a causa delle leggi eversive. È stata inoltre prevista l’esenzione, al nuovo Stato denominato «Città del Vaticano», dalle tasse e dai dazi sulle merci importate e il risarcimento di “1 miliardo e 750 milioni di lire e di ulteriori titoli di Stato consolidati al 5 per cento al portatore, per un valore nominale di un miliardo di lire” per i danni finanziari subiti dallo Stato pontificio in seguito alla fine del potere temporale. Il governo italiano acconsente inoltre di rendere le sue leggi sul matrimonio e il divorzio conformi a quelle della Chiesa cattolica di Roma e di rendere il clero esente dal servizio militare.
3 L’art. 7: “Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.”
4 Quando, dopo la Seconda Guerra, l’Assemblea costituente pose in discussione l’articolo 7, Togliatti e Dossetti si espressero a favore del suo inserimento nella Costituzione, però, mentre l’articolo 8 della Costituzione dichiarava l’eguaglianza delle religioni, l’articolo 7 dichiarava che la religione cattolica era la sola religione dello Stato. L’articolo 7 affermava anche che le modificazione consensuali dei patti non implicavano la revisione della Costituzione, l’inserimento in costituzione di quest’articolo fu votato da democristiani e comunisti, votarono contro socialisti e repubblicani. Per la difesa dell’art. 7, la Dc era disposta a provocare una crisi di governo; anche Dossetti voleva l’inserimento dei Patti nella Costituzione, e affermava che erano maturi anche prima del fascismo e che avevano composto un dissidio secolare. I comunisti cedettero perché desideravano rimanere nel governo con i democristiani, nell’ottica dell’attuazione togliattiana della “democrazia progressiva”. Nel 1944 era esistito anche un patto d’unità sindacale tra cattolici e sinistra e nel Cln comunisti e cattolici avevano cooperato contro il fascismo. Dal 1943 al 1945 a Roma edifici religiosi avevano nascosto dirigenti socialisti e comunisti per sottrarli ai nazisti. Quando nel 1948 il Pci fu espulso dal governo, tornò a vedere nella chiesa la riserva del capitalismo e della reazione.
5 L’art. 33: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.”
6 L’art. 9: “1. La Repubblica italiana, in conformità al principio della libertà della, scuola e dell’insegnamento e nei termini previsti dalla propria Costituzione, garantisce alla Chiesa cattolica il diritto di istituire liberamente scuole di ogni ordine e grado e istituti di educazione. A tali scuole che ottengano la parità è assicurata piena libertà, ed ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole dello Stato e degli altri enti territoriali, anche per quanto concerne l’esame di Stato.
7 Intitolata “La Scuola è la base di ogni ricchezza”, recita così:
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