Source: http://www.sanpaolo.org/fa_oggi06/0504f_o/0504fo13.htm
Timestamp: 2017-11-23 00:06:52+00:00
Document Index: 85745065

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 1', 'art. 14', 'art. 6', 'art. 30', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 6', 'art. 13', 'art. 12', 'art. 13', 'art. 14', 'art. 64', 'art. 75']

Famiglia oggi n. 4 aprile 2005 - Trasformare le difficoltà in risorse
RIFLESSIONI SULLA LEGGE 40
(giurista e presidente del Movimento per la vita)
La normativa messa in discussione dai referendum pone una serie di paletti necessari a regolamentare procedure che toccano il diritto alla vita e alla famiglia dei bambini e anche il principio di uguaglianza fra gli uomini.
Da quando è stata definitivamente approvata – era il 10 febbraio 2004 (la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale è avvenuta il 24 successivo e l’entrata in vigore è del 10 marzo del medesimo anno) – contro la legge n. 40 sulla procreazione medicalmente assistita è stata rovesciata una grande quantità di accuse ingiuste. Con la potenza persuasiva dei grandi mezzi di comunicazione sociale, slogan falsi o indimostrati, ossessivamente ripetuti, sono caduti su un popolo che, nella sua grandissima maggioranza, non poteva difendersi da una sorta di plagio intellettuale, data la complessità della materia, la difficoltà di comprendere bene le metodologie delle nuove tecniche, la apparente incomprensibilità delle stesse parole usate dalla scienza biologica e genetica. È necessario reagire, comunicando la verità e dissolvendo le nebbie.
La democrazia suppone la correttezza dell’informazione, altrimenti il voto può diventare un atto di cieca obbedienza ai padroni dell’informazione. Nonostante le sue insufficienze e imperfezioni la legge 40/04 si colloca sul grandioso percorso della dignità umana destinata a emergere con sempre maggiore forza, oltre le violenze, le discriminazioni e il sangue, che hanno accompagnato la storia, per restituire verità alla libertà, alla solidarietà, alla democrazia, al diritto, alla politica.
Sono parole pesanti, eppure, per quanto piccolo, con la legge 40, è stato compiuto un passo avanti in questa direzione. Ecco perché il prossimo appuntamento referendario non va preso alla leggera. Evitare l’abrogazione della l. 40 non significa soltanto salvare delle vite umane, proteggere il futuro di molti figli, arrestare il cosiddetto "Far West procreatico". Significa anche promuovere una riflessione complessiva sull’uomo, e – sperabilmente – avviare un processo di rinnovamento della intera società. È proprio questa visione, fortemente impegnata, che ha suggerito la strategia del "non voto", si tratta di fare tutto il possibile, proprio tutto, e utilizzando ogni strumento democratico, per evitare un arretramento.
Una lunga discussione
Dicono che la legge 40 è una legge superficiale, improvvisata, blindata. È una bugia. Forse nessuna legge della Repubblica è stata discussa tanto a lungo. Poco dopo la nascita del primo essere umano concepito in provetta (Louise Brown, Londra 1978) i Governi che si sono succeduti hanno chiesto a varie commissioni di esperti di elaborare proposte di legge (Commissione Santosuosso, 1985; Guzzanti, 1995; Busnelli, 1996). Varie mozioni parlamentari hanno cercato di affrettare il lavoro legislativo (basti ricordare il grande dibattito del luglio 1988 alla Camera dei Deputati sulle mozioni Martinazzoli e Martini-Casini). Anche il popolo si è messo a spingere (1987: petizione del Movimento per la vita" Per la vita e la dignità dell’uomo" corredata da 2.500.000 sottoscrizioni; 1995: proposta di legge popolare per il riconoscimento della capacità giuridica di ogni essere umano sin dal concepimento corredata da 200.000 firme autenticate; 1994: petizione del Forum delle famiglie sottoscritta da 1.500.000 cittadini). Infine il vero e proprio dibattito parlamentare si è protratto per tre legislature (la XII, la XIII, la XIV). La legge ha avuto un percorso laborioso perché le forze ad essa contrarie hanno cercato in ogni modo di impedirne l’approvazione. Alcuni degli emendamenti da esse richiesti sono stati approvati mentre altre proposte che invece avremmo voluto fossero introdotte sono state bocciate.
Ma, alla fine, vinti i tentativi di insabbiamento, superate le manovre ostruzionistiche, la legge è stata approvata. Non è una legge totalmente rispettosa dell’antropologia cristiana. Tuttavia nessuno può dire che sia stata frettolosa e che sia stata imposta in modo antidemocratico.
Anche molti avversari della legge 40 riconoscono che essa ha fermato il "Far West della provetta". Perciò, per capire bene il contenuto della norma, bisogna prima chiarire in che cosa consisteva il Far West.
I giornali hanno indicato come eventi particolarmente riprovevoli taluni fatti, realmente avvenuti, come quello della mamma-nonna, dell’utero in affitto, dei tentativi di clonazione di un embrione umano. In realtà questi fatti erano rari. Non erano il vero Far West. Certamente non sono accettabili e colpiscono sfavorevolmente l’opinione pubblica. Ma vi era un "Far West quotidiano", cioè realizzato continuamente, su cui occorre concentrare la nostra attenzione, anche se i mezzi di informazione non mostrano né stupore, né indignazione.
Molte sono le metodiche con cui si può tentare di far nascere artificialmente un bambino. Per opportuna semplificazione limitiamoci a parlare della tecnica chiamata Fivet, che consiste nella generazione di un figlio in un recipiente (la "provetta") al di fuori del corpo di una donna e nel suo successivo trasferimento in utero. Quando un embrione si trova in una provetta custodita in un laboratorio può accadergli di tutto. Può essere distrutto con estrema facilità e può essere trasferito nel corpo di una donna che non è sua madre o che non è coniugata (o convivente) con suo padre, cosicché la provetta può sconvolgere facilmente i rapporti di genitorialità.
Se guardiamo la fotografia di una donna con un bel bambino in braccio proviamo sentimenti di tenerezza. Il desiderio di avere un figlio è profondamente umano. Ma i mezzi usati per avere un figlio in braccio non sempre sono lodevoli. Anzi, a volte sono proprio ripugnanti.
Ci hanno raccontato che dopo il disastro del maremoto che ha investito tanti Paesi dell’Estremo Oriente, una banda di delinquenti ha sequestrato una grande quantità di bambini rimasti privi dei genitori per venderli nei Paesi ricchi. Se una coppia ne ha comprato uno, non si può dire che i mezzi per tenere quel bambino in braccio sono accettabili, anche se il desiderio di avere un figlio resta positivo.
Insomma non si può avere un figlio ad ogni costo. Un costo assolutamente inaccettabile è l’uccisione premeditata e concordata di alcuni fratelli pur di farne partorire uno vivo.
Consideriamo un caso recente, raccontato da televisioni e giornali. In Romania è stata fatta partorire una donna di 67 anni. Il giudizio negativo dei commentatori riguardava, appunto, l’età di lei. Ma la stampa ha riferito anche che l’équipe medica aveva generato in provetta 19 embrioni; che 16 li aveva "buttati via"; che tre erano stati trasferiti in utero; che soltanto due di essi erano riusciti a impiantarsi; che al momento del parto uno dei due gemelli era morto.
Nessuno è sembrato stupirsi per i sedici embrioni soppressi appena generati e neppure per la morte degli altri due all’inizio della gravidanza o al momento del parto. Eppure proprio in questo, anche in Italia, consiste il "Far West quotidiano".
Le nuove tecniche non hanno una grande efficacia. È difficile e piuttosto raro che una donna riesca ad avere veramente un "bambino in braccio". Ecco perché, al fine di aumentare le possibilità di dare una risposta al desiderio degli adulti di avere un figlio si è cominciato a somministrare alla donna delle sostanze capaci di forzarla a far maturare in un ciclo mensile non un solo ovocita, come normalmente avviene in natura, ma molti, in modo da prelevarli tutti, fecondarne il maggior numero possibile, trasferirne alcuni nell’utero, conservare gli altri congelandoli (sotto azoto liquido a 196 gradi sotto zero), in modo da avere una "scorta" nel caso che il primo tentativo non abbia esito positivo.
Questa metodologia cagiona la morte di molti embrioni. Producendone tanti c’è la possibilità di scegliere: alcuni sono usati, altri vengono buttati via (selezione embrionale); quelli sottoposti a congelamento muoiono in notevole misura per le operazioni stesse (di crioconservazione e di scongelamento). Se poi il primo tentativo ha esito positivo, oppure la donna non può o non vuole più avere una gravidanza, si ammassano nei frigoriferi embrioni il cui destino è la morte (produzione soprannumeraria), inevitabile anche quando gli embrioni, congelati o no, vengono sottoposti a ricerche invasive (sperimentazione distruttiva). Se, infine, trasferiti in numero plurimo nel seno di una donna, tutti riescono a impiantarsi, ad alcuni di loro può essere data la morte alla ottava settimana di gravidanza iniettando nel loro cuore una soluzione di cloruro di potassio (riduzione fetale).
Gli effetti dell’eterologa
A questi aspetti nel "Far West quotidiano" si aggiungevano gli effetti della procreazione eterologa: nel caso di ricorso a essa un figlio subisce un abbandono davvero radicale (cioè in radice) da parte dei suoi genitori, il padre o la madre, o entrambi e viene condannato a non conoscerli mai. Si potrebbero indicare altri aspetti del cosiddetto Far West, ma possiamo limitarci a quelli descritti, che sono i più gravi. Proprio quelli che la legge 40 ha fatto cessare.
La terminologia giuridica e la formulazione in articoli può rendere faticosa la comprensione della legge 40. Ma, se teniamo presente il Far West che essa ha fatto cessare, il suo contenuto può essere esposto con poche parole, semplici, comprensibili a tutti. La legge stabilisce che: «Se proprio si ritiene necessario ricorrere alla procreazione artificiale, almeno si deve lasciare a ogni figlio una possibilità di vita e gli si devono assicurare un padre e una madre veri in tutti i sensi, conoscibili e conosciuti».
Questa regola non è davvero "oscurantista" o "clericale". Al contrario: è umana e logica. Tanto umana e logica da essere stata già scritta nella Convenzione universale dei diritti del fanciullo, ratificata da quasi tutti i Paesi del mondo, votata non nel Medio Evo o in Vaticano, ma il 20 gennaio del 1989 nella sede dell’Onu. L’articolo 3 dice che in ogni scelta riguardante gli adulti e i minori bisogna dare prevalente rilievo ai diritti e agli interessi dei minori.
Nel procreare in provetta vi è il desiderio degli adulti, ma vi è anche da considerare il bene del figlio. Vivere e avere un papà e una mamma legati da uno stabile affetto è un gran bene per il figlio. Perciò la legge dice: «Lascialo vivere e fai in modo che i suoi genitori siano veri e conosciuti». Non è un principio solo "cattolico". Ogni persona di buon senso ne riconosce la validità.
Nel 1959 l’Onu approvò una dichiarazione che ha preparato la Convenzione del 1989. Vi si legge una commovente esortazione: «Gli Stati devono dare al fanciullo il meglio di sé stessi».
Dare il meglio al fanciullo
Purtroppo è vero che molti bambini nascono orfani o sono frutto di violenza o del caso. Tuttavia non si può ignorare la differenza tra il generare naturalmente o artificialmente. Nel secondo caso è possibile determinare le condizioni che, per quanto umanamente è possibile prevedere, siano le migliori per il figlio. Perciò va presa sul serio l’esortazione – laicissima – che, quando fanno le leggi, «gli Stati devono dare al fanciullo il meglio di sé stessi».
Possiamo esaminare più dettagliatamente la formula con cui abbiamo sopra riassunto il contenuto della legge 40: «Se proprio si ritiene necessario ricorrere alla procreazione artificiale...» significa che la procreazione artificiale non è proprio l’ideale né per la donna, né per il bambino. Meglio sarebbe guarire in altro modo la sterilità. Le tecniche in questione sono complesse e perciò comportano un alto impegno psicologico e fisico e rischi per la salute della donna e del bambino. Perciò la legge stabilisce che il ricorso alla Pma è consentito solo quando sia accertata l’impossibilità di rimuovere altrimenti le cause impeditive della procreazione (art. 4/1, ma anche art. 1/2).
Si tratta, per l’appunto, di una disposizione che due referendum vorrebbero eliminare del tutto illogicamente. In effetti si deve ricordare anche che l’antropologia cristiana, quale è compiutamente espressa nella istruzione Donum vitae del 1987 e nel n. 14 della enciclica Evangelium vitae del 1995 propone una riserva etica generale sulla procreazione artificiale in quanto lesiva della dignità del procreare umano, come pensato dal Creatore. Ma, anche prescindendo da tale visuale cristiana, è ragionevole considerare le nuove tecniche una "ultima ratio".
«...almeno si deve lasciare a ogni figlio una possibilità di vita...»: suscita inquietudine il fatto che un rilevante numero di embrioni, anche se trasferiti in utero, muore perché non riesce a impiantarsi nella mucosa uterina o non sopravvive nelle successive fasi della gravidanza.
Sebbene molti sostengano che anche nel caso di fecondazione naturale una notevole quantità di concepiti incontra una morte prematura prima ancora che la madre conosca la loro esistenza, tuttavia è ragionevole supporre che il modo artificiale della generazione renda più fragile la incipiente vita. È manifesta, però, la differenza tra la soppressione diretta del concepito, attuata prima del suo trasferimento in utero (come avviene nelle ipotesi di selezione, congelamento, sperimentazione distruttiva, produzione soprannumeraria) o dopo il suo trasferimento (riduzione fetale, aborto) e la morte che può avvenire dopo il trasferimento nel corpo della donna, che lascia al figlio una possibilità di vita. "Possibilità", – diciamo – non "probabilità", data la bassa percentuale di successo delle nuove tecniche.
Vietata la selezione
Gli articoli 13 e 14 della legge 40 costituiscono la principale barriera contro il Far West procreatico proprio perché vietano le eliminazioni premeditate e concordate di embrioni che, invece prima, venivano attuate selezionando, congelando, producendo in soprannumero, sperimentando, procedendo a riduzione fetale.
Una delle disposizioni più criticate della legge è quella, contenuta nell’art. 14, secondo la quale non possono essere generati più di tre embrioni e tutti devono essere immediatamente trasferiti in utero, salva l’eccezione, coerente con la regola, in cui sia impossibile l’immediato trasferimento per una causa di forza maggiore sopravvenuta dopo la formazione dell’embrione e non prevedibile prima. In tal caso – si pensi a un’improvvisa grave malattia della madre – il congelamento, pur con tutti i suoi rischi, è l’unica possibilità per cercare di salvare la vita del figlio.
Ma proprio il limite dei tre embrioni costituisce il cuore positivo della legge. Intanto va detto che si tratta di un limite massimo, non di un obbligo. I medici sono liberi di generarne un numero inferiore, non un numero superiore. È ragionevole perché qualora gli embrioni costituiti in una provetta siano più di tre la vita di essi è in pericolo: se vengono tutti ammessi nell’utero è possibile che tutti si impiantino e questo potrà determinare la riduzione fetale o l’aborto totale. Se, invece, vengono trasferiti in numero uguale o inferiore a tre, gli embrioni non utilizzati dovranno o essere distrutti o congelati, con le conseguenze di morte già indicate. Solo la generazione di non più di tre embrioni e il loro immediato trasferimento garantisce che nessun concepito verrà deliberatamente ucciso e che la gravidanza, anche se per avventura riguarda tre gemelli, potrà concludersi, sia pure con una sorveglianza medica particolarmente attenta.
Coerente con questa impostazione è la regola, dell’art. 6 /3° comma. L’applicazione delle tecniche deve essere domandata per scritto dalla coppia dopo aver ricevuto tutte le necessarie informazioni. La coppia deve ancora attendere 7 giorni prima che vengano iniziate le procedure e può sempre revocare la sua domanda, «fino al momento della fecondazione dell’ovulo». Si noti: la coppia si è fortemente autodeterminata. Ha valutato i problemi economici, sanitari e sociali. Ha lungamente consultato i medici. Probabilmente ha provato inutilmente a usare qualche terapia per superare la sterilità. Alla fine ha deciso di chiedere un figlio ad ogni costo. Non è molto logico, né molto giusto che, appena il figlio arriva, la coppia stessa, oppure la donna o l’uomo, decidano di farlo morire. «Lasciare una possibilità di vita» significa trasferirlo nel seno materno. Questa – dice la legge – è la cosa giusta. Ma non è previsto un trattamento obbligatorio. Non è prevista neppure una sanzione penale per la donna o la coppia.
La legge si limita a indicare ciò che è giusto per orientare il comportamento umano facendo appello soltanto alla responsabilità individuale. Non diversamente nel codice civile si legge che «i figli devono rispettare i genitori» o che «i coniugi hanno l’obbligo di fedeltà». Assurda è quindi l’accusa mossa alla legge di aver previsto uno "stupro legale" (perché nessuno può esercitare una coercizione sulla donna), ovvero di violare il principio di autodeterminazione (perché l’autodeterminazione è stata completa e matura nel momento in cui si è chiesta la procreazione artificiale).
I detrattori insistono: come si fa a ritenere giusto l’obbligo, sia pure non coercibile e non sanzionato, di trasferimento in utero di un embrione "malato", che potrà in seguito essere distrutto ricorrendo all’interruzione di gravidanza?
Si replica domandando: come si fa a sapere se l’embrione è portatore di una malattia ereditaria? È necessario ricorrere a una biopsia embrionale (prelievo di una o due cellule da un concepito allo stadio di quattro o otto cellule), che è di per sé, data la sua invasività, produttrice di morte (anche di embrioni "sani"), che è gravata di un elevato rischio di errore (per cui si possono sopprimere anche embrioni "sani"), che deve avere a disposizione molti ovociti fecondati al fine di selezionarne alcuni tra molti e che quindi accetta la eliminazione o il congelamento degli embrioni sovrabbondanti, (anche se sani), che è capace di produrre essa stessa malformazioni o comunque indebolimenti che riducono ulteriormente i già bassi indici di successo. Insomma: per scoprire il figlio "malato" ed eliminarlo bisogna essere disposti a eliminare anche altri figli "sani".
Nemmeno la legge sull’aborto consente una cosa del genere. Il presupposto dell’interruzione di gravidanza è sempre il pericolo per la salute della madre, non la malformazione del figlio, e anche nel caso di una tale situazione è indicata come preferibile la prosecuzione della gravidanza. In ogni caso l’aborto riguarda il solo feto ritenuto "malato" mentre la diagnosi genetica pre-impianto implica la distruzione di una pluralità di embrioni anche sani. Infine le diagnosi prenatali (amniocentesi e villocentesi) non hanno come unico scopo l’attuazione dell’aborto (potendo servire a predisporre cure per il figlio o, addirittura a rassicurare la donna ed evitare, quindi, l’interruzione) mentre la diagnosi genetica pre-impianto ha il solo scopo di distruggere l’embrione ritenuto malato.
Perciò logicamente l’angolo visuale scelto dalla legge, quello di lasciare ad ogni concepito una possibilità di vita, implica il divieto di diagnosi genetica pre-impianto.
Conoscere padre e madre
«...gli si devono assicurare un padre e una madre veri in tutti i sensi, conoscibili e conosciuti».
L’art. 30 della Costituzione afferma che i genitori hanno «l’obbligo di mantenere i figli». Purtroppo talora questo non è possibile, o perché i genitori sono venuti a mancare fisicamente, oppure perché hanno abbandonato i figli. L’abbandono è il presupposto dell’adozione. Ma l’abbandono non è un bene per il figlio. È un male – l’adozione è un rimedio – essa intende dare dei genitori a chi non ce li ha, non fornire un figlio a chi non ce l’ha. Nella procreazione eterologa, invece, l’abbandono di un figlio appena generato è considerato un gesto meritevole di lode perché dà un figlio a chi non ce l’ha. Nessun paragone con l’adozione è possibile.
Siamo di fronte a una straordinaria occasione per consolidare definitivamente il principio di eguaglianza. Quando si discute di aborto e poniamo la domanda decisiva: «Dentro il seno materno vi è un uomo o una cosa?». Molti riescono a non rispondere, anzi a rifiutare la stessa domanda.
Non è importante sapere se è un uomo o una cosa – dicono – perché, quale che sia la risposta, occorre combattere l’aborto clandestino e garantire, almeno, che l’intervento avvenga senza danno igienico-sanitario della donna. Se poi vogliamo evitare l’interruzione di gravidanza – aggiungono – bisogna dissuadere la donna dal suo proposito di abortire e questo implica – concludono – che lo Stato deve promettere la facile esecuzione dell’aborto per convincere la donna a rivelare la sua intenzione.
Sono argomenti pretestuosi, ma essi hanno permesso la fuga dinanzi alla domanda più vera e inquietante: "Uomo o cosa?". Ma di fronte all’embrione in provetta, quando si decide se gettarlo o no via, anzi, prima ancora, quando si deve decidere sul tipo di tecniche da usare per generare dei figli e cioè se prevedere o no una "superproduzione", che inevitabilmente provocherà la distruzione premeditata e diretta almeno di alcuni di essi, è impossibile non porsi la domanda: "Uomo o cosa?"
Orbene: se la risposta riconosce la dignità di un essere umano, un lungo processo storico trova la sua migliore conclusione; se, invece, la risposta vede soltanto un po’ di materia organica, allora veniamo respinti nei secoli bui della nostra storia dove la discriminazione dell’uomo era un vero e proprio istituto giuridico.
L’istituto giuridico della schiavitù ne è la prova più evidente. Lo strumento concettuale più frequentemente usato per giustificarla era la esclusione della qualità di "persona". Servus nullum caput habet dicevano i giureconsulti romani; servus homo non persona, ripeteva nel 1500 Vultejus, «i neri non sono persone secondo le leggi civili» sentenziava nel 1857 la Suprema Corte degli Stati Uniti nella causa Dred Scott.
La dignità di ogni uomo
Quando sembrava che la schiavitù fosse definitivamente terminata, almeno come categoria giuridica, sono comparse le orrende teorie razziste, dalle quali neppure l’Italia è stata immune, tanto che al terzo comma dell’art. 1 del codice civile del 1942, nel titolo "delle persone fisiche" era scritto che "le leggi sulla razza possono stabilire limitazioni della capacità giuridica". Ci sono voluti gli orrori dei Lager e dei gulag, la memoria dolente di una guerra mondiale e totale da poco terminata, la paura di un futuro terrificante di distruzione atomica, perché l’umanità, nel 1948, con la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, affidasse tutta la sua ansia di libertà, di giustizia e di pace a un atto mentale: il riconoscimento della uguale dignità di ogni essere umano. Questo principio è ormai entrato in ogni Costituzione e in ogni patto internazionale. È il principio che intende dare una risposta definitiva all’antica domanda di quale sia la differenza tra la legge e il comando del più forte, ovvero tra lo Stato e una associazione per delinquere ben organizzata.
Ma il principio di eguaglianza viene distrutto se accettiamo che l’embrione umano sia qualcosa di più di una cosa, ma qualcosa di meno di una persona. Per questo il Comitato nazionale di bioetica ha affermato alla unanimità nel 1996 «il dovere morale di trattare l’embrione umano, fin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si debbono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone».
Tale parere è stato confermato l’11/4/2003 a proposito dell’uso delle cellule staminali embrionali. Una diversa soluzione ci riporterebbe alle epoche della schiavitù, cioè degli uomini-cosa o dei mezzi-uomini. Tanto più urgente è, dunque, l’applicazione del principio di eguaglianza anche all’uomo-embrione, come già avviene per l’uomo-donna, l’uomo-bambino, l’uomo-straniero, l’uomo-malato mentale. Lo ha detto, in un bellissimo passaggio della sentenza 64 del 17/12/91, la Corte Costituzionale ungherese: «Il concetto giuridico di uomo si dovrebbe estendere alla fase pre-natale, fino al concepimento. La natura e la portata di tale estensione potrebbe essere paragonata soltanto alla abolizione della schiavitù, anzi sarebbero ancor più significative perché la soggettività giuridica dell’uomo raggiungerebbe il suo estremo limite e la sua perfezione».
Appare, dunque, evidente che l’impegno per difendere il principio ispiratore della legge 40/04, al di là dei singoli dettagli è di altissimo spessore. Non si tratta soltanto di proteggere il diritto alla vita e alla famiglia dei figli, ma anche di portare a compimento il principio di eguaglianza e conseguentemente di consolidare nella verità tutte le colonne portanti del nostro vivere civile: la democrazia, la libertà, il diritto, la solidarietà.
Un referendum da respingere
Per valutare sinteticamente i quattro referendum contro la legge 40/04 basta considerare che essi, ove venissero accolti, reintrodurrebbero il "Far West quotidiano". Solo il referendum che vuole consentire di nuovo la fecondazione eterologa è autonomo; gli altri tre sono in gran parte sovrapponibili perché vorrebbero, tutti, reintrodurre i comportamenti distruttivi collegati con la selezione, il congelamento, la produzione soprannumeraria, la sperimentazione distruttiva, e anche la riduzione fetale.
I quesiti di due referendum, quello che i promotori hanno denominato "per la salute della donna" e quello chiamato "per l’autodeterminazione e la salute della donna", sono addirittura identici, salvo l’ulteriore eliminazione, richiesta dal secondo, dell’inciso che nell’art. 1 «assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito». Né deve ingannare la salvezza di questa espressione nel primo di questi due referendum: privata delle conseguenze che ne derivano essa verrebbe ridotta a qualcosa di simile a un proclama, certo interessante, ma carico di contraddizione e ipocrisia, così come deve dirsi per l’art. 1 della legge sull’aborto secondo cui «la Repubblica tutela la vita umana fin dal suo inizio».
Questi due referendum, identici salvo quanto ora detto, vogliono: consentire la Pma anche quando non sussiste la sterilità (interventi abrogativi sugli art. 1 e 4), eliminare la irrevocabilità della richiesta della coppia una volta formato l’embrione (intervento sull’art. 6), permettere la selezione e la manipolazione distruttiva sull’embrione a fini diagnostici e terapeutici (intervento sull’art. 13), togliere il limite dei tre embrioni generabili in un unico contesto e consentirne il congelamento (e quindi lo stoccaggio) senza limiti.
Resta il referendum che dai promotori è stato fraudolentemente denominato «per consentire nuove cure per malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, la sclerosi, il diabete, le cardiopatie, i tumori». L’uso dell’avverbio "fraudolentemente" è giustificato dalle letture di vari testi e dichiarazioni del professor Angelo Vescovi e del capitolo sulle cellule staminali del libro di Dulbecco Scienze e società, la tentazione della paura (v. a pag. 108 e segg., Ed. Bompiani 2004), a cui rimando per dimostrare la assoluta inutilità della distruzione di embrioni per guarire malattie per le quali l’uso delle cellule staminali adulte si sta rivelando ricco di prospettive oltre che di applicazioni già realizzate.
Questo referendum vuole consentire la sperimentazione distruttiva degli embrioni, (intervento abrogativo sull’art. 12 e 13), la clonazione terapeutica e riproduttiva (altro intervento sull’art. 13), il congelamento degli embrioni (intervento sull’art. 14).
La comprensione del vero significato della legge 40/04 esige che i quattro referendum siano respinti. La percezione dell’importanza della posta in gioco impone che si usino gli strumenti più efficaci per evitare il ritorno al Far West. Il Comitato "Scienza e vita, per la legge 40/04" ha scelto la strategia del non voto. Non si tratta, come qualcuno ha sostenuto, di una scelta pilatesca o diseducativa. Al contrario: essa suppone un forte impegno informativo ed educativo in ordine ai valori della vita, della famiglia, dell’eguaglianza, della democrazia. Essa costituisce il modo più efficace per dire "no" alla abrogazione della legge e, contemporaneamente, un "no" all’uso distorto dei referendum.
Una legge lungamente discussa non può essere annullata senza essere stata adeguatamente sperimentata nel tempo. Non è giusto costringere i cittadini a recarsi alle urne diffondendo menzogne, come quella che il referendum servirebbe a consentire la cura di «malattie come l’Alzheimer, il Parkinson, la sclerosi, il diabete, le cardiopatie e i tumori». Occorre reagire nel modo più fermo alla arroganza che per mesi e mesi sugli schermi televisivi e sui giornali ha dato voce soltanto alle critiche contro la legge.
Poiché la Costituzione stabilisce che i referendum non hanno effetto se non partecipa al voto il 50% dei cittadini, la scelta del non voto appare non solo legittima e corretta, ma anche doverosa e nobile. È corretta, perché la consultazione referendaria è diversa da una elezione politica o amministrativa, nelle quali si tratta di rinnovare gli organi del sistema democratico: la loro mancanza o la loro cattiva composizione sarebbe un danno e perciò nelle elezioni politiche e amministrative il voto è un dovere etico. Invece nella consultazione referendaria al popolo viene attribuito eccezionalmente un potere legislativo analogo a quello ordinariamente riservato al Parlamento.
Per questo la norma sul quorum del 50% è stabilita sia per l’attività parlamentare (art. 64 Cost.) sia per la consultazione referendaria (art. 75 Cost.). I partiti in Parlamento hanno fatto ricorso centinaia di volte alla strategia di far mancare il quorum per opporsi a leggi da loro ritenute ingiuste. Perché non dovrebbe utilizzare questo strumento anche il popolo? Tanto più legittimato esso è a farlo in quanto il suo potere legislativo è soltanto abrogante e quindi implica una sconfessione dell’operato dei suoi rappresentanti.
Strumento di democrazia
La scelta del non voto, nel concreto caso in esame, è anche doverosa e nobile. Il valore della vita non può essere messo ai voti perché è la base della democrazia. L’aspetto esteriore e formale della democrazia è costituito dalla regola della maggioranza e della minoranza e perciò del voto. Ma vi è un aspetto più profondo e sostanziale della democrazia. Esso consiste nel riconoscimento della uguale dignità di ogni essere umano. Se una maggioranza discrimina gli esseri umani e addirittura considera giusta e da incoraggiare la eliminazione di talune categorie di uomini, allora non sussiste una vera democrazia, almeno nella sua pienezza di verità.
La legge 40/04 afferma l’eguaglianza del non nato e del già nato, di colui che è concepito in provetta e di colui che è concepito naturalmente. Perciò è nobile usare uno strumento della democrazia formale (l’utilizzazione della regola del quorum) per salvare la democrazia sostanziale. Ed è anche doveroso per tutti seguire la scelta del non voto, una volta che i più l’hanno decisa. Infatti i pochi dissenzienti da questa linea che, convinti della necessità di salvare la legge, si recano alle urne, contribuiscono a far scattare il quorum e perciò di fatto votano "sì" all’abrogazione, anche se sulla scheda segnano il "no", perché il "no" non potrebbe mai essere maggioritario.