Source: http://terpuglia.it/inaugurazione2016.html
Timestamp: 2019-02-16 19:32:43+00:00
Document Index: 69971222

Matched Legal Cases: ['§2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', '§1', '§ 1', 'sentenza ', '§2', '§2', 'sentenza ', 'art.113']

Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese| Inaugurazione2015
Relazione S.E. Rev.ma Mons. Bruno Forte
Relazione Mons. Larocca, Vicario Giudiziale TERP
Saltuto Moderatore
Un cordiale saluto a tutti voi, che avete gentilmente accolto l’invito a partecipare all’Inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese. Il mio deferente pensiero va alle Autorità civili e militari presenti, sempre così attente alla vita della comunità ecclesiale in tutte le sue articolazioni. La sintonia istituzionale che si realizza e si consolida nel tempo sul territorio è motivo di speranza affinché il bene comune sia perseguito, tutelato e affermato come espressione autentica delle rispettive responsabilità.
Un cordiale benvenuto rivolgo ai Rappresentanti del Tribunale Ecclesiastico di Appello di Benevento. Conosco il rapporto di collaborazione intenso e fruttuoso che, nel tempo, cresce e si rinsalda con sempre maggiore armonia. I fedeli che si rivolgono ai nostri Tribunali non possono che trovare giovamento in questa sinergia di intenti e di azione. Saluto altresì i rappresentanti del Tribunale di Albania, che appella alla Puglia, così come gli Ospiti degli altri Tribunali Ecclesiastici Regionali.
Esprimo particolare gratitudine a S.E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, insigne teologo e saggio pastore, cui mi lega antica e sincera amicizia. La sua esperienza sinodale, narrata in questa sede, sarà la più compiuta espressione di quella sintonia tra diritto e pastorale così intensamente auspicata dai Padri sinodali e felicemente confluita nella recente riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio, promulgata dal Santo Padre ed entrata in vigore nel dicembre scorso. Attraverso il solenne Atto pontificio tutta la Chiesa è stata chiamata a riflettere sulla peculiarità del ministero giudiziale in essa esercitato. I Vescovi, in particolare, sono stati invitati dal Pontefice a condividere con il Successore degli Apostoli “il potere delle chiavi per compiere nella Chiesa l’opera di giustizia e verità”. Papa Francesco, in linea con i Predecessori e nel solco dell’antichissima tradizione giuridica della Chiesa, nelle premesse al Documento di riforma, ha evidenziato che “questa suprema e universale potestà, di legare e di sciogliere qui in terra, afferma, corrobora e rivendica quella dei Pastori delle Chiese particolari, in forza della quale essi hanno il sacro diritto e davanti al Signore il dovere di giudicare i propri sudditi”. È importante sottolineare che il Papa ritorna più volte, nel Motu Proprio appena emanato, sul grande valore della salvezza delle anime (norma di sistema del vigente Codice di Diritto Canonico) e sulla “necessità di tutelare in massimo grado la verità del sacro vincolo”.
Questo duplice riferimento, più volte espresso dal Pontefice, è sufficiente a fugare ogni dubbio sulla serietà e sul rigore che il processo matrimoniale canonico conserva anche nell’attuale normativa. Equipararlo, come taluno ha fatto, al cosiddetto “divorzio breve”, significa non aver compreso lo spirito e la lettera della recente riforma pontificia. Anzi, proprio in questa linea, mi permetto di applicare ad ogni Tribunale ecclesiastico quanto il Pontefice ha affermato nella recente allocuzione alla Rota Romana: “Accanto alla definizione della Rota Romana quale Tribunale della famiglia, vorrei porre in risalto l’altra prerogativa, che cioè essa è il Tribunale della verità del vincolo sacro. E questi due aspetti sono complementari”1.
I Vescovi pugliesi, così come quelli delle altre Conferenze Episcopali italiane, si sono più volte e attentamente confrontati sul come realizzare al meglio gli intenti della recente legge di Papa Francesco. Attraverso un dialogo franco e costruttivo è emerso con chiarezza che, per quanto attiene alla dimensione strettamente giudiziale, l’attuale Tribunale Ecclesiastico Regionale, sulla scorta della pluridecennale esperienza e competenza maturate fin dal lontano 1939 (anno della sua istituzione) è in grado di assolvere opportunamente l’impegno affidatoci dal Supremo Legislatore. È per tale ragione che, con Nota del 7 dicembre scorso, i Vescovi pugliesi, a norma del can. 1673 §2 del Mitisi Iudex Dominus Iesus hanno confermato a questo Tribunale le facoltà giudiziarie per la nostra Regione. Ciò, facendo appello a motivazioni di carattere pastorale, storico e di prudente economia generale, in riferimento al tessuto specifico e alla consolidata esperienza regionale (in analogia con il Seminario Regionale e la Facoltà Teologica Pugliese). In tale direzione si stanno orientando la maggior parte delle Conferenze Episcopali Regionali italiane. Al Vicario giudiziale è stato dato mandato di elaborare criteri di attuazione concreta della legge processuale, uniformando ad essa il Regolamento del Tribunale. Si tratta di una nuova fase nella storia processuale canonica che comporterà pazienza e saggezza, soprattutto nell’iniziale periodo di attuazione. Sono convinto che i giudici ecclesiastici pugliesi rispetteranno questi indirizzi.
Contemporaneamente, ogni singola Diocesi sta approntando una struttura stabile ove accgliere fedeli separati o divorziati, al fine di orientarli, qualora ne ricorrano le condizioni, ad intraprendere la via giudiziaria.
Il solenne Atto inaugurale che oggi insieme celebriamo, oltre ad essere un rito ormai consolidato negli anni, mi dà la possibilità di esprimere sincera gratitudine a quanti, con discrezione e laboriosità, operano per il bene dei fedeli.
L’impegno di tutti gli Operatori del nostro Tribunale sarà illustrato dal Vicario Giudiziale, Don Pasquale Larocca, il quale con competenza e scrupolo accompagna e presiede efficacemente il lavoro di una struttura complessa ben articolata. A lui e a tutti gli Operatori della Giustizia ecclesiastica, il mio personale e grato plauso, anche a nome di tutti i Confratelli dell’Episcopato pugliese.
Mentre rinnovo il mio ringraziamento per la qualificata presenza, auguro a tutti buon ascolto.
Saluto Del Vicario Giudiziario
Eccellenze Reverendissime, distinte Autorità, cari Confratelli, gentili Ospiti,
compio il gradito incarico di illustrare l’attività del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese svolta nell’anno 2015. È il frutto di un impegno corale dei Vicari aggiunti, del Collegio dei Giudici, dei Collaboratori e di tutti gli Operatori della giustizia canonica.
Esprimo innanzitutto un sincero ringraziamento alla Conferenza Episcopale Pugliese per la fiducia accordataci e per l’attenzione a noi riservata anche attraverso il costante consiglio e l’attenta vigilanza dell’Arcivescovo Moderatore. La Nota del 7 dicembre scorso che conferma il riferimento unanime della Chiesa pugliese al nostro Tribunale, è segno ulteriore di stima nei nostri confronti.
Un particolare e grato ricordo va al compianto Mons. Luigi Stangarone, Vicario giudiziale emerito, che il 30 giugno scorso ha vissuto il suo pio transito verso la casa del Padre. La nostra riconoscenza e il sincero affetto per lui si fa preghiera di intercessione costante.
Anche l’anno appena trascorso ha visto il nostro impegno giudiziale confrontarsi con due eventi particolarmente significativi per la vita della Chiesa: la celebrazione della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi, dal 4 al 25 ottobre, e l’entrata in vigore della riforma del processo canonico per le cause di nullità del matrimonio, l’8 dicembre. Abbiamo il privilegio, quest’anno, di attingere alla ricchezza dell’evento sinodale attraverso la testimonianza personale di S.E. Mons. Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto, il quale, su nomina pontificia, ha seguito i lavori di entrambe le sessioni assembleari, nella veste privilegiata di Segretario Speciale. L’argomento del Sinodo, “La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo”, ha inevitabili riflessi anche sul nostro lavoro. Evidenzio il n. 82 della Relazione finale consegnata al Santo Padre Francesco, in cui si fa esplicita menzione ai recenti documenti di riforma processuale1.
Il Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus del 15 agosto 2015, pubblicato l’8 settembre ed entrato in vigore l’8 dicembre scorso, ha rappresentato certamente un evento storico nella vita della Chiesa, in quanto è il terzo intervento di revisione del processo canonico dopo quelli di Papa Benedetto XIV (con la Costituzione apostolica Dei Miseratione, promulgata il 3 novembre 1741, con la quale si decise la necessità della doppia sentenza conforme ai fini della definitiva dichiarazione di nullità di matrimonio) e di Papa Pio X (il quale, con specifica normativa del 1908, diede un decisivo impulso affinché i processi canonici venissero celebrati preferibilmente in diocesi, limitando gli appelli e i ricorsi alla Sede apostolica). Tali elementi sono poi confluiti, in modo diverso, nel Motu Proprio Causas Matrimoniales di Paolo VI (28 marzo 1971) e nel Codice di Diritto Canonico (25 gennaio 1983).
Il tempo ci aiuterà ad apprezzare gli indubbi benefici della recente riforma pontificia che è frutto peculiare del Sinodo straordinario dei Vescovi dell’ottobre del 2014. Tale Sinodo, infatti, ha dato impulso decisivo alla normativa appena emanata. In quel contesto, da parte di alcuni Padri sinodali, è emerso un certo disagio circa il processo matrimoniale, così come veniva celebrato (cfr. Relatio Synodi 2014, n. 482). Taluni proponevano di risolvere i casi di nullità matrimoniali attraverso il foro interno; altri suggerivano la via amministrativa; altri ancora evidenziavano il rischio di privare l’accertamento della nullità matrimoniale delle tutele giuridiche che solo un autentico processo avrebbe potuto garantire. Quest’ultima è la linea emersa e fatta propria dal Supremo Legislatore. Infatti, come espresso nel preambolo del MP, fedele alla linea intrapresa dai Predecessori, il Papa ha stabilito che: “le cause di nullità del matrimonio vengano trattate per via giudiziale, e non amministrativa, non perché lo imponga la natura della cosa, ma piuttosto lo esiga la necessità di tutelare in massimo grado la verità del sacro vincolo: e ciò è esattamente assicurato dalle garanzie dell’ordine giudiziario”.
L'attuale documento pontificio intende perseguire due obiettivi fondamentali: il primo è quello di inserire pienamente la prassi giudiziaria nella dimensione pastorale che pure le appartiene (con le conseguenze che saranno illustrate successivamente sul ruolo del vescovo diocesano e sulla normativa circa l’istituzione di una struttura diocesana stabile); il secondo mira a snellire il processo da elementi storicamente datati (l’obbligatorietà della duplice sentenza conforme decisa dalla Costituzione Apostolica Dei Miseratione di Benedetto XIV, citata) o ritenuti superflui.
1. La vera novità del Motu Proprio, dunque, si manifesta nella sua dimensione pastorale, oltre che giuridica. In questo senso, in linea con la normativa precedente, è stata ribadita la responsabilità del vescovo diocesano, secondo indicazioni precise e articolate. È bene chiarire che la normativa attuale ripropone quella precedente circa i canoni riguardanti il vescovo come giudice nativo nella propria diocesi. Si tratta, infatti, di un principio teologico, prima ancora che giuridico, che deriva dalla tradizionale dottrina della Chiesa. La conseguente possibilità di creare tribunali diocesani che si occupino delle nullità matrimoniali non è, pertanto, una novità esclusiva del presente MP.
Innovativa e più incisiva appare, invece, la norma che chiede di istituire in ogni diocesi una vera e propria “struttura stabile”, con personale qualificato e competente, che dovrà occuparsi dell'indagine “pregiudiziale o pastorale”, previa alla celebrazione del processo canonico (Artt. 2-5 delle Regole Procedurali; cfr. inoltre Relatio Synodi 2015, n. 82, citata). Tale struttura è stata concepita come il punto di riferimento essenziale per tutti i fedeli che vivono il dramma degli affetti spezzati. In tale sede, essi potranno verificare, con l’ausilio di persone “dotate di competenze anche se non esclusivamente giuridico-canoniche” (RP 3), le condizioni che eventualmente consentiranno loro di accedere alla via giudiziaria. È questo il luogo naturale di innesto tra la pastorale familiare ordinaria e la dimensione giudiziaria canonica, fortemente auspicato dalla recente riforma pontificia.
2. Quanto allo snellimento del processo, ciò è avvenuto tramite l’abolizione della obbligatorietà della doppia sentenza conforme. Ciò era già stato anticipato dalle Facoltà Speciali concesse alla Rota Romana da Papa Benedetto XVI, l’11/2/2013. Il processo, infatti, si conclude ora con la sentenza emanata in primo grado di giudizio, salvo il diritto di appello riconosciuto alla parte che si ritiene onerata dalla sentenza. Accanto a questa novità vi sono altre due disposizioni che rendono obbligatorio quanto era semplicemente suggerito nella normativa precedente. Ciò riguarda la fase di introduzione della causa (contestazione della lite, can. 1676) e la fase dibattimentale (possibilità di prendere visione degli atti giudiziari in corso di istruzione, can. 1677 §1). Tali indicazioni, già presenti nella normativa precedente, ma pressoché disattese, nel nostro Tribunale erano già state rese operative, con evidente beneficio nell’economia generale dei tempi processuali.
In linea con lo snellimento della procedura, un riferimento speciale merita il processo brevior, che rende triplice la via giudiziaria ora percorribile (stante il processo ordinario e quello documentale). Tale processo è affidato al vescovo diocesano, secondo le modalità indicate dalla normativa. La richiesta di un simile procedimento, infatti, va presentata al vicario giudiziale (cann. 1676 §§ 1 e 4 e 1685; Art. 15 Regole Procedurali) affinché provveda all’istruzione della causa. I presupposti per la sua celebrazione sono la concordia delle parti e la sussistenza di determinate “circostanze” che “rendano manifesta la nullità” (can. 1683). Solo al termine dell’istruttoria, gli atti del processo saranno consegnati al vescovo diocesano il quale, udito l’istruttore e l’assessore deputato, avrà due possibilità: emettere sentenza affermativa, qualora avesse raggiunto la certezza morale del caso, oppure inviare la causa all’esame ordinario. A seguito del pronunciamento del vescovo, è data possibilità di appello.
Va rilevato, infine, che il MP non ha inteso rendere più facili le nullità matrimoniali né introdurre nuovi capi di nullità. Il Papa ha voluto affermarlo con chiarezza nelle premesse del documento: “si favorisca non la nullità dei matrimoni, ma la celerità dei processi”, stante la preoccupazione, più volte espressa, della salvezza delle anime da un lato e della fermezza della dottrina della indissolubilità del matrimonio dall’altro.
Il documento pontificio ha inoltre posto l’attenzione alla dimensione economica del processo, affermando: “curino per quanto possibile le Conferenze Episcopali, salva la giusta e dignitosa retribuzione degli operatori dei tribunali, che venga assicurata la gratuità delle procedure”. Ciò è prevedibile che sarà motivo di attenta riflessione dell’Assemblea generale della CEI che si terrà il prossimo mese di maggio. In realtà, dal nostro modesto punto di vista, in Italia la questione è stata già ampiamente affrontata e risolta con le varie Delibere della CEI che si sono susseguite a partire dal 1997 e che hanno riconosciuto e disciplinato il gratuito o il semi-gratuito patrocinio così come l’esonero parziale o totale delle spese processuali per quei fedeli che ne dimostrino l’effettiva necessità. Sulla stessa linea si è elaborata una rigorosa disciplina circa gli onorari spettanti ai patroni di fiducia.
Tutto ciò, se già realizza nei fatti l'auspicio pontificio, continua a garantire un minimo di contribuzione da parte dei fedeli per il sostentamento di una Istituzione complessa e articolata quale è il Tribunale ecclesiastico, che attinge le sue risorse finanziarie, in massima parte, dal gettito annuale dell'8 ‰ riconosciuto dallo Stato alla Chiesa cattolica.
È nostra cura costante coinvolgere, per quanto possibile, i parroci dei fedeli che a noi si rivolgono, in questa materia.
Un ultimo riferimento merita la scelta della sede del Tribunale. È noto che l’entrata in vigore della riforma di Papa Francesco ha posto il problema, ampiamente dibattuto, della sussistenza dei Tribunali Regionali, istituiti a seguito dell’entrata in vigore del precedente Motu Proprio Qua Cura (1938). Detto Documento ha affidato la riserva esclusiva della trattazione delle cause matrimoniali, appunto, ai Tribunali Regionali. Il Rescritto pontificio del 7 dicembre scorso ha abrogato tale disposizione, onde consentire ai vescovi di creare liberamente un proprio tribunale diocesano. Agli stessi vescovi è stata data facoltà, a mente del can. 1673 §2 MI (in linea con il can. 1423 CIC), di “accedere a un altro viciniore tribunale diocesano o interdiocesano”. La Conferenza Episcopale Pugliese, riunita in sessione plenaria il 9 dicembre scorso, in una Nota ufficiale ha, tra l’altro, chiarito: “quanto alla dimensione più strettamente giudiziale, stante il can. 1673 §2 MI, la Conferenza Episcopale Pugliese conferma l’intento di affidarsi al Tribunale Ecclesiastico Regionale. In questa delicata fase di attuazione della normativa processuale, infatti, l’Episcopato pugliese ritiene che l'esperienza e la competenza maturata nel corso di una storia pluridecennale (iniziata nel 1939), possa garantire la più compiuta attuazione di quanto previsto dalla recente normativa pontificia”. Simile decisione è stata assunta dalla maggior parte delle altre Circoscrizioni Regionali. La recente riforma pontificia, nell’innestare nella prassi giudiziale della Chiesa elementi di novità, contribuisce a creare una maggiore sensibilizzazione nei confronti di un istituto, il Tribunale Ecclesiastico, appunto, che è e si sente parte viva nell’ambito della più ampia pastorale familiare.
Alla luce della recente normativa, ancora più intenso si è reso il confronto con i Tribunali Ecclesiastici presenti sul territorio nazionale. Nel novembre scorso si è tenuta a Bari una riunione in cui erano presenti 12 dei 18 Vicari giudiziali regionali italiani. All’incontro ha partecipato anche il Prof. Manuel Arroba Conde, Preside dell’Istituto Utriusque Iuris della Pontificia Università Lateranense ed esperto internazionale di Diritto processuale. La sua presenza è stata particolarmente illuminante ed ha contribuito non poco a fornire linee di comprensione e di attuazione puntuale del Motu Proprio. Su nomina pontificia, il Prof. Arroba ha, peraltro, partecipato ai lavori dei due recenti Sinodi, in qualità di esperto.
Merita una particolare menzione, il rapporto che si va consolidando con l’Università degli Studi di Bari, in particolare con la cattedra di Diritto canonico, grazie all’attenzione del Prof. Gaetano Dammacco e della Prof.ssa Carmela Ventrella. Almeno una volta l’anno gli studenti, accompagnati dai Docenti, hanno la possibilità di conoscere da vicino il Tribunale, confrontandosi direttamente con il Vicario giudiziale. Sono in cantiere iniziative comuni, tese ad una reciproca collaborazione formativa e istituzionale. In particolare, si sta elaborando un progetto comune con la Pontificia Università Lateranense di Roma, al fine di agevolare eventuali studenti universitari che volessero completare il loro corso di studi nelle materie canonistiche ecclesiastiche.
Continua con intensità e profitto la collaborazione con i tre Vicari aggiunti, ai quali, d’intesa con i Vescovi della Conferenza Episcopale Pugliese, è stato affidato il compito di istruire, su nomina del Vicario giudiziale, la celebrazione del processo brevior, secondo le zone di competenza, divise nelle tre aree regionali: Mons. Mario Cota per il nord (metropolia di Foggia), Mons. Giacomo Giampetruzzi per il centro (metropolia di Bari-Bitonto), Mons. Paolo Oliva per il sud (metropolia di Taranto). A Mons. Antonio Caricato è affidata la metropolia di Lecce. Ad essi sarà affiancato, in qualità di assessore, un giudice della diocesi d’origine delle parti, qualora vi fosse, o di una diocesi viciniore.
L’intero Collegio dei giudici (composto di ventiquattro sacerdoti e un laico) continua ad operare in modo motivato e intenso, compatibilmente con gli altri impegni diocesani propri di ciascuno. Sono certo che nuove forze potranno essere messe a nostra disposizione dai Vescovi, al fine di realizzare in pienezza lo spirito e la lettera della riforma pontificia.
Evidenzio anche l’impegno, fortemente avvertito da tutti, di un costante aggiornamento che si realizza attraverso la partecipazione a corsi e convegni organizzati dalle Facoltà romane e dalle Associazioni canonistiche italiane.
Gli Avvocati iscritti all’Albo operano con una sostanziale fedeltà all’impegno assunto, al fine di collaborare con il Tribunale all’accertamento della verità. Seppur con qualche sacrificio, ci si attiene alle tabelle remunerative stabilite dalla CEI. È prevedibile che la prossima Assemblea generale dei Vescovi apporterà qualche novità anche riguardo a questo aspetto.
I Patroni stabili operanti presso il Tribunale, con la recente nomina del Dott. Carlo Cassano, sono tornati ad essere tre. In questo modo si riesce a far fronte alle crescenti richieste dei fedeli, che trovano in essi persone esperte e qualificate, idonee a rendere loro il dovuto servizio di assistenza previsto dalla normativa vigente.
DIFENSORI DEL VINCOLO
Il Collegio dei Difensori del Vincolo, composto di undici collaboratori e diretto da Mons. Felice Posa, continua a fornire ai giudici quel contributo prezioso e competente, particolarmente utile e delicato nella trattazione delle nullità matrimoniali. Tale servizio rappresenta un riferimento essenziale e unanimemente apprezzato dal Collegio dei giudici.
Il personale laico, composto di dodici unità e recentemente arricchitosi con la presenza del Sig. Luca Eracleo, offre il proprio servizio con dedizione e spirito ecclesiale. La collaborazione tra gli addetti ai vari servizi, coordinati dal Cancelliere, appare soddisfacente e davvero efficiente. Sottolineo che anche il personale dipendente cura la propria formazione culturale e professionale.
Anche il quadro di riferimento economico potrebbe, in un prossimo futuro, contemplare delle novità normative, stante la citata esortazione pontificia a garantire, per quanto possibile, la gratuità delle procedure.
La gestione economica dello scorso anno, mantenendo un costante e attento contenimento delle spese, pur a fronte di un bilancio preventivo inferiore all’anno precedente, ha consentito nuovamente un risparmio finanziario rispetto allo stesso bilancio approvato per il 2015. Il risparmio è stato di oltre 62.000 euro.
La struttura, entrata in proprietà dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto nello scorso mese di settembre e dalla stessa Arcidiocesi concessa in uso gratuito al Tribunale, continua comunque ad essere puntualmente dotata di nuove attrezzature necessarie al lavoro.
Quanto ai dati numerici, si allegano le tabelle complete e dettagliate circa l’intera attività processuale dell’anno 2015. Ci si limita a evidenziare solo quelli principali.
I libelli introdotti nel 2015 sono stati 200 (rispetto ai 220 del 2014), mentre le cause decise sono state 230 (rispetto alle 260 del 2014). Di conseguenza, le cause pendenti sono scese dalle 452 al 31.12.2014 alle 405 al 31.12.2015. Nonostante le iniziali incertezze dovute all’introduzione della riforma processuale, evidenzio il trend positivo che si è registrato in Puglia rispetto alle altre Regioni italiane. È un fatto indubbiamente apprezzabile. La fiducia dei fedeli pugliesi nel Tribunale Ecclesiastico Regionale e il valore che si attribuisce al sacramento del matrimonio andrebbero sostenuti in tutti i possibili ambiti pastorali.
Le costituende strutture stabili (diocesane o metropolitane) di accoglienza e di discernimento dei fedeli separati o divorziati ove realizzare l’indagine pregiudiziale o pastorale, così come previsto dal MI (artt.1-5 delle RP) sarà di indubbio ausilio al servizio giudiziale.
Attingendo nuovamente ai dati regionali Istat relativi al 2014 (ultimi dati disponibili) risulta che in Puglia, presso i Tribunali civili, sono state concesse 6226 separazioni e 2853 divorzi. La evidente sproporzione numerica rispetto ai procedimenti pendenti presso il nostro Tribunale Ecclesiastico appare impressionante. Ci auguriamo che la riforma processuale in vigore possa contribuire a fare verità sui tanti matrimoni falliti, registrati nel territorio regionale. Da questo punto di vista è sempre più proficua e concreta la collaborazione con gli Uffici diocesani di pastorale familiare, con i Consultori familiari diocesani e, in particolare, con i responsabili della Confederazione regionale degli stessi Consultori.
Concludo citando il Santo Padre che, in modo chiaro e incisivo, esprime lo spirito della riforma processuale nel preambolo del Documento legislativo: “È quindi la preoccupazione della salvezza delle anime, che – oggi come ieri – rimane il fine supremo delle istituzioni, delle leggi, del diritto, a spingere il Vescovo di Roma ad offrire ai Vescovi questo documento di riforma, in quanto essi condividono con lui il compito della Chiesa, di tutelare cioè l’unità nella fede e nella disciplina riguardo al matrimonio, cardine e origine della famiglia cristiana”.
Ed è un servizio alla famiglia e al desiderio di famiglia, custodito nel cuore di ognuno, che si pone il nostro discreto ministero ecclesiale.
La famiglia come promessa, dono e sfida
A partire dal recente Sinodo dei Vescovi
Introduzione: il Sinodo dei quattro Papi e la centralità della famiglia - 1. Crisi dell’istituto familiare? - 2. Il Vangelo della famiglia - 3. Pastorale familiare e delle situazioni difficili o irregolari - Conclusione
Introduzione: il Sinodo dei quattro Papi e la centralità della famiglia
L’Assemblea Straordinaria del Sinodo dei Vescovi, celebrata dal 5 al 19 Ottobre 2014, e quella Ordinaria, celebrata dal 4 al 25 Ottobre 2015, costituiscono un unico cammino sinodale, che è stato accompagnato nelle due tappe da una larghissima consultazione delle Chiese in comunione con Roma, realizzata mediante questionari ad esse inviati e che hanno ricevuto amplissima risposta, non solo dalle Chiese locali, ma anche da molte istituzioni e centri di ricerca in tutto il mondo. Il Sinodo vissuto in due tappe potrebbe essere caratterizzato anzitutto dal suo rapporto a diverse figure di Pontefici, tanto da azzardarne la definizione di “Sinodo dei quattro Papi”. Il primo fra essi è certamente Francesco: la sua impronta si è vista sin dall’inizio, quando ha invitato i vescovi a parlare in assoluta libertà, precisando che non dovesse esserci niente di cui si potesse dire “di questo non si può parlare”. I Padri sinodali hanno preso alla lettera l’invito del Successore di Pietro, dando vita a un dibattito libero e nutrito, dove sono risuonati accenti anche molto diversi fra loro, pur nella comunione della fede e della volontà di cercare il bene maggiore per le famiglie di tutto il mondo, al cui servizio la Chiesa si pone. In questo senso, l’Assemblea sinodale nelle sue due tappe ha rappresentato un esercizio ampio e ricchissimo della collegialità episcopale, della partecipazione attiva e responsabile, cioè, del collegio dei vescovi al governo pastorale del popolo di Dio con il Papa e sotto la sua guida. Ne è risultata l’esperienza di una Chiesa viva, adulta nell’assumere la complessità, accomunata dall’ascolto dello Spirito, in cammino nella ricerca delle vie nuove cui il Signore la chiama: una Chiesa “sinodale”. “Potrei dire serenamente - ha affermato Francesco nel discorso di sabato 18 ottobre 2014 - che con uno spirito di collegialità e di sinodalità abbiamo vissuto davvero un'esperienza di Sinodo, un percorso solidale, un cammino insieme… e come in ogni cammino ci sono stati dei momenti di corsa veloce, quasi a voler vincere il tempo e raggiungere al più presto la mèta; altri momenti di affaticamento, quasi a voler dire basta; altri momenti di entusiasmo e di ardore”. Il Papa non ha esitato poi ad aggiungere: “Personalmente mi sarei molto preoccupato e rattristato se… tutti fossero stati d'accordo o taciturni in una falsa pace quietista. Invece ho visto e ho ascoltato - con gioia e riconoscenza - discorsi e interventi pieni di fede, di zelo pastorale e dottrinale, di saggezza, di franchezza, di coraggio e di parresia. E ho sentito che è stato messo davanti ai propri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la suprema lex, la salus animarum". Nel discorso commemorativo del 50° dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, poi, Papa Francesco ha affermato che esso, “rappresentando l'episcopato cattolico, diventa espressione della collegialità episcopale all'interno di una Chiesa tutta sinodale … Esso manifesta la collegialitas affectiva, la quale può pure divenire in alcune circostanze ‘effettiva’, che con­giunge i Vescovi fra loro e con il Papa nella sollecitudine per il Popolo di Dio”. Soprattutto per questo, il cammino sinodale appena concluso è stato quello del Sinodo di Papa Francesco, caratterizzato dalla grande fiducia che sin dall’inizio del suo servizio petrino egli ha voluto dare alla collegialità episcopale.
Un’altra figura di pontefice che ha ispirato e accompagnato i lavori sinodali è stata quella del Papa emerito Benedetto XVI: sebbene sia stato fisicamente presente solo alla canonizzazione dell’amato Paolo VI il 19 Ottobre 2014, si può dire che la scelta di fondo di affrontare con onestà le sfide e i problemi della famiglia oggi corrisponda a quanto egli ha voluto decisamente per la Chiesa negli otto anni del suo pontificato riguardo a tutti gli aspetti della vita del popolo di Dio. Alcuni temi, poi, sono stati ispirati direttamente al suo magistero: così l’attenzione alla rilevanza della fede degli sposi nella celebrazione del matrimonio. Già da Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, egli aveva affermato: "Ulteriori studi approfonditi esige la questione se cristiani non credenti - battezzati che non hanno mai creduto o non credono più in Dio - veramente possano contrarre un matrimonio sacramentale. In altre parole: si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramentale". Il ragionamento è stringente: dal momento che la fede è parte dell’essenza del sacramento, "l’evidenza della non fede" ha come conseguenza che il sacramento non si realizzi. Gli effetti di una simile conclusione potrebbero essere ampi nel riconoscimento dell’invalidità di molti matrimoni, aprendo così la strada allo snellimento di non pochi processi matrimoniali canonici. Soprattutto, però, l’insistenza di Papa Benedetto sulla rilevanza della fede motiva l’esigenza di un’accurata preparazione alle nozze, intesa anzitutto come “mistagogia”, e dunque come cammino che porti gli sposi cristiani a riscoprire e vivere la grazia del loro battesimo e degli altri sacramenti nella costruzione della nuova famiglia e nell’assumere gli impegni relativi alla indissolubilità del vincolo e all’apertura alla procreazione: temi su cui il Sinodo si è espresso con chiarezza dottrinale e attenzione pastorale.
Il terzo papa di cui si è avvertita particolarmente la presenza ispiratrice al Sinodo è stato Giovanni Paolo II, il “Papa della famiglia”, come lo ha definito Francesco: di frequente il lavoro sinodale si è rifatto al Suo magistero sulla famiglia. Così ne ricorda l’apporto la Relazione finale dell’Assemblea ordinaria del 2015 (RS): “San Giovanni Paolo II ha dedicato alla famiglia una particolare attenzione attraverso le sue catechesi sull’amore umano e sulla teologia del corpo. In esse, egli ha offerto alla Chiesa una ricchezza di riflessioni sul significato sponsale del corpo umano e sul progetto di Dio riguardo al matrimonio e alla famiglia sin dall’inizio della creazione. In particolare, trattando della carità coniugale, ha descritto il modo in cui i coniugi, nel loro mutuo amore, ricevono il dono dello Spirito di Cristo e vivono la loro chiamata alla santità. Nella Lettera alle famiglie Gratissimam Sane e soprattutto con l’Esortazione Apostolica Familiaris Consortio, Giovanni Paolo II ha indicato la famiglia come ‘via della Chiesa’, ha offerto una visione d’insieme sulla vocazione all’amore dell’uomo e della donna, ha proposto le linee fondamentali per la pastorale della famiglia e per la presenza della famiglia nella società” (RS 44). Era stato peraltro Giovanni Paolo II a scegliere “la famiglia cristiana” come tema della V Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi (26 Settembre - 25 Ottobre 1980), non esitando ad affermare nell’Esortazione Apostolica ad esso seguita che “l’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia!” (FC 86).
Infine, viva è stata la memoria del beato Paolo VI, a partire dalla scelta di far coincidere la chiusura dell’assemblea sinodale straordinaria con la sua beatificazione, ma anche e soprattutto per lo stile e lo spirito dei lavori. Papa della conclusione e dell’attuazione del Concilio Vaticano II, Montini è stato il grande testimone del dialogo della Chiesa con la modernità, attento alla ricerca tutt’altro che facile e scontata delle mediazioni opportune fra la salvezza offerta in Cristo e la storia reale. In ascolto fedele dei segni dei tempi e nella rigorosa fedeltà all’identità della Chiesa e del suo patrimonio di fede, Paolo VI ha sovente vissuto in se stesso la tensione della ricerca, quella sofferenza del divenire in cui la luce dell’Eterno andava proposta fra le penombre e perfino nelle tenebre di un’ora carica di contraddizioni e di resistenze. Questo è però anche il compito che i credenti di oggi si trovano ad affrontare in rapporto alle culture del “villaggio globale”, spesso omologate a modelli forti ed insieme diversificate in relazione alla varietà e complessità delle sfide contestuali. Non pochi Padri hanno testimoniato di avvertire un clima di lavoro per tanti aspetti simile alle atmosfere conciliari, prolungate nella grande opera di servizio al popolo di Dio e all’umanità di Papa Montini. Anche così il Sinodo nelle sue due tappe è stata un’avventura bella, che ha aperto la porta a nuovi cammini ed esigerà coraggio e impegno da parte di tutti i credenti per corrispondere a quanto lo Spirito sta dicendo alla Chiesa. Appare anche ricco di spirito montiniano l’appello di Papa Francesco a essere la Chiesa “che non ha paura di rimboccarsi le maniche per versare l’olio e il vino sulle ferite degli uomini; che non guarda l’umanità da un castello di vetro per giudicare o classificare le persone... che ha le porte spalancate per ricevere i bisognosi, i pentiti e non solo i giusti o coloro che credono di essere perfetti! La Chiesa che non si vergogna del fratello caduto e non fa finta di non vederlo, anzi si sente coinvolta e quasi obbligata a rialzarlo e a incoraggiarlo a riprendere il cammino e lo accompagna verso l'incontro definitivo, con il suo Sposo, nella Gerusalemme Celeste”. Una Chiesa di uomini e per gli uomini, decisa a non abdicare mai al suo compito di essere voce del Dio vivo, che ha parlato alla storia in Gesù Cristo.
Già questo legame forte del recente Sinodo ai grandi Papi che hanno governato la Chiesa dal Concilio a oggi, mostra come il tema della famiglia sia stato centrale nel magistero dei Successore di Pietro a noi più vicini nel tempo. Peraltro, la Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et Spes, fra le sfide cui chiedeva di dedicare maggiore attenzione e impegno, aveva menzionato al primo posto la famiglia, fondamento del vivere insieme degli esseri umani: “La famiglia, nella quale le diverse generazioni s’incontrano e si aiutano vicendevolmente a raggiungere una saggezza umana più completa e ad armonizzare i diritti della persona con le altre esigenze della vita sociale, è veramente il fondamento della società” (GS 47). Le ragioni di questa importanza dell’istituto familiare sono riconoscibili nella sua natura e missione, basate sul disegno divino sull’umanità, come afferma la Relazione conclusiva della recente Assemblea Ordinaria del Sinodo: “Grembo di gioie e di prove, la famiglia è la prima e fondamentale ‘scuola di umanità’ (cf. GS, 52) … La famiglia assume per il cammino della Chiesa un’importanza speciale: ‘Tanto era l’amore che [Dio] ha incominciato a camminare con l’umanità, ha incominciato a camminare con il suo popolo, finché giunse il momento maturo e diede il segno più grande del suo amore: il suo Figlio. E suo Figlio dove lo ha mandato? In un palazzo? In una città? A fare un’impresa? L’ha mandato in una famiglia. Dio è entrato nel mondo in una famiglia. E ha potuto farlo perché quella famiglia era una famiglia che aveva il cuore aperto all’amore, aveva le porta aperte’ (Francesco, Discorso alla Festa delle Famiglie, Philadelphia, 27 settembre 2015).” (RS 2). Le riflessioni che seguono toccheranno allora innanzitutto le sfide attuali che riguardano l’istituto familiare, per richiamare poi il “Vangelo della famiglia” che la Chiesa è chiamata ad annunciare, per considerare infine la pastorale familiare in generale e quella delle situazioni difficili o irregolari, alla luce specialmente della relazione finale presentata dall’Assemblea ordinaria del 2015 a Papa Francesco.
Nell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (2013) Papa Francesco ha scritto: “La famiglia attraversa una crisi culturale profonda, come tutte le comunità e i legami sociali. Nel caso della famiglia, la fragilità dei legami diventa particolarmente grave perché si tratta della cellula fondamentale della società, del luogo dove s’impara a convivere nella differenza e ad appartenere ad altri e dove i genitori trasmettono la fede ai figli. Il matrimonio tende a essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno. Ma il contributo indispensabile del matrimonio alla società supera il livello dell’emotività e delle necessità contingenti della coppia” ( 66). Non mancano, naturalmente, aspetti positivi nella situazione attuale dell’istituto familiare, mescolati e talvolta perfino oscurati da aspetti negativi. Gli uni e gli altri sono così presentati nella Relatio conclusiva del recente Sinodo: “Siamo consapevoli … dei cambiamenti antropologico-culturali, in ragione dei quali gli individui sono meno sostenuti che in passato dalle strutture sociali nella loro vita affettiva e familiare. D’altra parte, bisogna egualmente considerare gli sviluppi di un individualismo esasperato che snatura i legami familiari, facendo prevalere l’idea di un soggetto che si costruisce secondo i propri desideri, togliendo forza ad ogni legame. Pensiamo alle madri e ai padri, ai nonni, ai fratelli e alle sorelle, ai parenti prossimi e lontani, e al legame tra due famiglie che tesse ogni matrimonio. Non dobbiamo tuttavia dimenticare la realtà vissuta: la solidità dei legami familiari continua ovunque a tenere in vita il mondo. Rimane grande la dedizione alla cura della dignità di ogni persona – uomo, donna e bambini –, dei gruppi etnici e delle minoranze, così come alla difesa dei diritti di ogni essere umano di crescere in una famiglia” (RS 5).
È necessario considerare in primo luogo i condizionamenti che nei vari contesti gravano sulla realtà familiare: “Nella società odierna si osservano una molteplicità di sfide che si manifestano in misura maggiore o minore in varie parti del mondo. Nelle diverse culture, non pochi giovani mostrano resistenza agli impegni definitivi riguardanti le relazioni affettive, e spesso scelgono di convivere con un partner o semplicemente di avere relazioni occasionali. La diminuzione della natalità è il risultato di vari fattori, tra cui l’industrializzazione, la rivoluzione sessuale, il timore della sovrappopolazione, i problemi economici, la crescita di una mentalità contraccettiva e abortista. La società dei consumi può anche dissuadere le persone dall’avere figli anche solo per mantenere la loro libertà e il proprio stile di vita ... I matrimoni in alcune parti del mondo diminuiscono, mentre le separazioni e i divorzi non sono rari” (RS 7). La Relatio non tace neanche sulle sfide emergenti specie nel Nord del mondo: “Una sfida culturale odierna di grande rilievo emerge da quell’ideologia del ‘gender’ che nega la differenza e la reciprocità naturale di uomo e donna. Essa prospetta una società senza differenze di sesso, e svuota la base antropologica della famiglia. Questa ideologia induce progetti educativi e orientamenti legislativi che promuovono un’identità personale e un’intimità affettiva radicalmente svincolate dalla diversità biologica fra maschio e femmina. L’identità umana viene consegnata ad un’opzione individualistica, anche mutevole nel tempo. Nella visione della fede, la differenza sessuale umana porta in sé l’immagine e la somiglianza di Dio (cf. Gn 1,26-27). ‘… La cultura moderna e contemporanea ha aperto nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità per l’arricchimento della comprensione di questa differenza. Ma ha introdotto anche molti dubbi e molto scetticismo. […] La rimozione della differenza […] è il problema, non la soluzione’ (Francesco, Udienza generale, 15 aprile 2015)” (RS 8).
La stessa Relatio descrive, poi, articolatamente i fattori più rilevanti che incidono sulla crisi della famiglia in ampi settori del “villaggio globale”: “La qualità affettiva e spirituale della vita familiare è gravemente minacciata dalla moltiplicazione dei conflitti, dall’impoverimento delle risorse, dai processi migratori. Violente persecuzioni religiose, particolarmente nei riguardi delle famiglie cristiane devastano zone intere del nostro pianeta, creando movimenti di esodo e di immense ondate di rifugiati che esercitano grandi pressioni sulle capacità delle terre di accoglienza. Le famiglie provate in questo modo, molto spesso, sono forzate allo sradicamento e condotte alla soglia della dissoluzione ... Gli sforzi di tutti i responsabili politici e religiosi per diffondere e proteggere la cultura dei diritti dell’uomo sono ancora insufficienti. Bisogna ancora rispettare la libertà di coscienza e promuovere la coesistenza armoniosa tra tutti i cittadini fondata sulla cittadinanza, l’uguaglianza e la giustizia. Il peso di politiche economiche e sociali inique, anche nelle società del benessere, incide gravemente sul mantenimento dei figli, sulla cura dei malati e degli anziani. La dipendenza dall’alcol, dalle droghe o dal gioco d’azzardo è talora espressione di queste contraddizioni sociali e del disagio che ne consegue nella vita delle famiglie. L’accumulo di ricchezza nelle mani di pochi e la distrazione di risorse destinate al progetto familiare accrescono l’impoverimento delle famiglie in molte regioni del mondo” (RS 8). Non di meno, resta il dato innegabile che, “nonostante i segnali di crisi dell’istituto familiare, nei vari contesti, il desiderio di famiglia resta vivo nelle giovani generazioni” (RS 2). Fra desiderio e rifiuto, la famiglia è decisiva per tutti, e non può non essere oggetto dell’attenzione prioritaria della Chiesa, impegnata ad annunciare il Vangelo alle donne e agli uomini d’oggi.
Alla luce delle sfide e delle attese riguardanti la famiglia oggi la Chiesa si riconosce, dunque, chiamata a proporre con convinzione il “Vangelo della famiglia”, fondato sul disegno del Creatore e sulla parola e l’azione del Figlio incarnato. I contenuti fondamentali di questa buona novella sono così evocati: “La famiglia basata sul matrimonio dell’uomo e della donna è il luogo magnifico e insostituibile dell’amore personale che trasmette la vita. L’amore non si riduce all’illusione del momento, l’amore non è fine a se stesso, l’amore cerca l’affidabilità di un ‘tu’ personale. Nella promessa reciproca di amore, nella buona e nella cattiva sorte, l’amore vuole continuità di vita, fino alla morte. Il desiderio fondamentale di formare la rete amorevole, solida ed intergenerazionale della famiglia si presenta significativamente costante, al di là dei confini culturali e religiosi e dei cambiamenti sociali. Nella libertà del ‘sì’ scambiato dall’uomo e dalla donna per tutta la vita, si fa presente e si sperimenta l’amore di Dio. Per la fede cattolica il matrimonio è segno sacro in cui diventa efficace l’amore di Dio per la sua Chiesa. La famiglia cristiana pertanto è parte della Chiesa vissuta: una ‘Chiesa domestica’” (RS 4).
La buona notizia riguardo alla famiglia abbraccia in particolare quattro aspetti, che vanno proposti nella loro unità: la famiglia come scuola di umanità, di socialità, di vita ecclesiale, di fede e di santificazione. La famiglia è anzitutto scuola di umanità, scuola di amore nella vita e nella crescita della persona (cf. Gaudium et Spes 52). La Familiaris consortio aveva posto giustamente al centro e a fondamento della realtà familiare il vincolo dell’amore che ci fa umani: “L’amore è la fondamentale e nativa vocazione di ogni essere umano… L’istituzione matrimoniale non è una indebita ingerenza della società o dell’autorità, né l’imposizione estrinseca di una forma, ma esigenza interiore del patto d’amore coniugale che pubblicamente si afferma come unico ed esclusivo perché sia vissuta così la piena fedeltà al disegno di Dio Creatore” (FC 11). Perciò, riconoscere il valore di questo amore unitivo ed evangelizzarne continuamente la necessità e la bellezza è compito ineludibile dei credenti: “Testimoniare l’inestimabile valore dell’indissolubilità e della fedeltà matrimoniale è uno dei doveri più preziosi e più urgenti delle coppie cristiane del nostro tempo” (FC 20).
All’amore che nasce dall’alto ed è alla base di ogni vero amore, in particolare di quello familiare, Benedetto XVI ha consacrato la sua Enciclica Deus caritas est (25 Dicembre 2005). Nella distinzione che l’Enciclica fa fra “eros” e “agape”, fra amore passionale e amore oblativo, si avverte l’eco del dibattito novecentesco avviato dalle ricerche di Anders Nygren (autore dell’opera classica Eros e agape). In questo quadro, il Papa afferma che l’amore cristiano “non è rifiuto dell’eros, non è il suo avvelenamento, ma la sua guarigione in vista della sua vera grandezza” (DCE 5). E questo avviene mediante un amore più grande, che ci è donato dall’alto: l’esperienza del Dio Amore rende possibile il dono di sé all’altro e agli altri. “Sì, amore è ‘estasi’, estasi non nel senso di un momento di ebbrezza, ma estasi come cammino, come esodo permanente dall’io chiuso in se stesso verso la sua liberazione nel dono di sé, e proprio così verso il ritrovamento di sé, anzi verso la scoperta di Dio” (DCE 6). È l’amore di chi sa di dover dare la vita: “L’intima partecipazione personale al bisogno e alla sofferenza dell’altro diventa un partecipargli me stesso: perché il dono non umilii l’altro, devo dargli non soltanto qualcosa di mio ma me stesso, devo essere presente nel dono come persona” (DCE 34). Un programma, questo, ineludibile per ogni vita familiare che voglia essere autentica e umanizzante, e che si lasci plasmare dal modello dell’amore eterno: “Il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo e viceversa: il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DCE 11).
Nell’Enciclica Lumen Fidei (29 Giugno 2013) Papa Francesco si sofferma sul tema della famiglia alla luce del primato della fede: “Il primo ambito in cui la fede illumina la città degli uomini si trova nella famiglia. Penso anzitutto all’unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio. Essa nasce dal loro amore, segno e presenza dell’amore di Dio, dal riconoscimento e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale, per cui i coniugi possono unirsi in una sola carne (cf. Gen 2,24) e sono capaci di generare una nuova vita, manifestazione della bontà del Creatore, della sua saggezza e del suo disegno di amore. Fondati su quest’amore, uomo e donna possono promettersi l’amore mutuo con un gesto che coinvolge tutta la vita e che ricorda tanti tratti della fede. Promettere un amore che sia per sempre è possibile quando si scopre un disegno più grande dei propri progetti, che ci sostiene e ci permette di donare l’intero futuro alla persona amata. La fede poi aiuta a cogliere in tutta la sua profondità e ricchezza la generazione dei figli, perché fa riconoscere in essa l’amore creatore che ci dona e ci affida il mistero di una nuova persona” (LF 52). Sulla via dell’amore, illuminato e nutrito dalla fede, la famiglia può profilarsi dunque come un’autentica scuola di umanità buona, sana e felice secondo il progetto di Dio.
La famiglia è anche scuola di socialità: essa fa crescere la persona nello sviluppo delle sue capacità di socializzazione e nella costruzione della società. Afferma la Familiaris consortio: “La famiglia è la prima e fondamentale scuola di socialità: in quanto comunità di amore, essa trova nel dono di sé la legge che la guida e la fa crescere. Il dono di sé, che ispira l’amore dei coniugi tra di loro, si pone come modello e norma del dono di sé quale deve attuarsi nei rapporti tra fratelli e sorelle e tra le diverse generazioni che convivono nella famiglia. E la comunione e la partecipazione quotidianamente vissuta nella casa, nei momenti di gioia e di difficoltà, rappresenta la più concreta ed efficace pedagogia dei figli nel più ampio orizzonte della società” (FC 37). Così, “nel matrimonio e nella famiglia si costituisce un complesso di relazioni interpersonali - nuzialità, paternità-maternità, filiazione, fraternità -, mediante le quali ogni persona umana è introdotta nella famiglia umana e nella famiglia di Dio, che è la Chiesa” (FC 15). Afferma la relazione finale del Sinodo: “La bellezza del dono reciproco e gratuito, la gioia per la vita che nasce e la cura amorevole di tutti i membri, dai piccoli agli anziani, sono alcuni dei frutti che rendono unica e insostituibile la risposta alla vocazione della famiglia. Le relazioni familiari concorrono in modo decisivo alla costruzione solidale e fraterna dell’umana società, irriducibile alla convivenza degli abitanti di un territorio o dei cittadini di uno Stato	“ (RS 50).
In maniera analoga, la famiglia diventa grembo di vita ecclesiale, che educa a vivere nella comunione della Chiesa: “Il matrimonio e la famiglia cristiani edificano la Chiesa: nella famiglia, infatti, la persona umana non solo viene generata e progressivamente introdotta, mediante l’educazione, nella comunità umana, ma mediante la rigenerazione del battesimo e l’educazione alla fede essa viene introdotta anche nella famiglia di Dio, che è la Chiesa” (FC 15). “In quanto «piccola Chiesa», la famiglia cristiana è chiamata, a somiglianza della «grande Chiesa», ad essere segno di unità per il mondo e ad esercitare in tal modo il suo ruolo profetico testimoniando il Regno e la pace di Cristo, verso cui il mondo intero è in cammino” (FC 48). Il protagonismo attivo e rilevante della famiglia nella vita ecclesiale e dell’azione pastorale a favore della famiglia è così messo in luce dalla Relazione finale del Sinodo: “In virtù del sacramento del matrimonio ogni famiglia diventa a tutti gli effetti un bene per la Chiesa. In questa prospettiva sarà certamente un dono prezioso, per l’oggi della Chiesa, considerare anche la reciprocità tra famiglia e Chiesa: la Chiesa è un bene per la famiglia, la famiglia è un bene per la Chiesa. La custodia del dono sacramentale del Signore coinvolge non solo la singola famiglia, ma la stessa comunità cristiana, nel modo che le compete. Di fronte all’insorgere della difficoltà, anche grave, di custodire l’unione matrimoniale, il discernimento dei rispettivi adempimenti e delle relative inadempienze dovrà essere approfondito dalla coppia con l’aiuto dei Pastori e della comunità” (RS 52). D’altra parte, alla famiglia la Chiesa può guardare come ad un modello cui ispirarsi: “Grazie alla carità della famiglia, la Chiesa può e deve assumere una dimensione più domestica, cioè più familiare, adottando uno stile più umano e fraterno di rapporti” (FC 64).
La famiglia è infine scuola di fede e di santificazione, in cui si esercita e si alimenta il cammino di santità dei coniugi e dei figli: “I coniugi cristiani sono fortificati e quasi consacrati da uno speciale sacramento per i doveri e la dignità del loro stato. Ed essi, compiendo con la forza di tale sacramento il loro dovere coniugale e familiare, penetrati dello spirito di Cristo, per mezzo del quale tutta la loro vita è pervasa di fede, speranza e carità, tendono a raggiungere sempre più la propria perfezione e la mutua santificazione, e assieme rendono gloria a Dio” (GS 48). Il sacramento nuziale è in se stesso fonte della grazia necessaria a realizzare un simile progetto di vita: “Come dal sacramento derivano ai coniugi il dono dell’obbligo di vivere quotidianamente la santificazione ricevuta, così dallo stesso sacramento discendono la grazia e l’impegno morale di trasformare tutta la loro vita in un continuo sacrificio spirituale” (FC 56). La realizzazione di questa chiamata alla santità coniugale e familiare è alimentata dai doni del Signore e dalla corrispondenza docile e orante ad essi: “La famiglia, nella sua vocazione e missione, è veramente un tesoro della Chiesa. Tuttavia, come afferma san Paolo nei riguardi del Vangelo, ‘noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta’ (2 Cor 4,7). Sulla porta d’ingresso della vita della famiglia, afferma Papa Francesco, ‘sono scritte tre parole […]: permesso?, grazie, scusa. Infatti queste parole aprono la strada per vivere bene nella famiglia, per vivere in pace. Sono parole semplici, ma non così semplici da mettere in pratica! Racchiudono una grande forza: la forza di custodire la casa, anche attraverso mille difficoltà e prove; invece la loro mancanza, a poco a poco apre delle crepe che possono farla persino crollare’ (Francesco, Udienza generale, 13 maggio 2015) … La preghiera domestica, la partecipazione alla liturgia e la pratica delle devozioni popolari e mariane sono mezzi efficaci di incontro con Gesù Cristo e di evangelizzazione della famiglia. Ciò metterà in evidenza la speciale vocazione degli sposi a realizzare, con la grazia dello Spirito Santo, la loro santità attraverso la vita matrimoniale, anche partecipando al mistero della croce di Cristo, che trasforma le difficoltà e le sofferenze in offerta d’amore” (RS 87).
3. Pastorale familiare e delle situazioni difficili o irregolari
Annunciare il Vangelo della famiglia è dunque dovere prioritario di tutta la Chiesa, che deve adempierlo nella concretezza delle situazioni e nella fedeltà ai tempi in cui opera: “L’azione pastorale della Chiesa deve essere progressiva, anche nel senso che deve seguire la famiglia, accompagnandola passo dopo passo nelle diverse tappe della sua formazione e del suo sviluppo” (FC 65). Occorre, pertanto, discernere attentamente le vie pastorali adatte a meglio proporre la bellezza e l’importanza della famiglia e quelle più consone a manifestare la misericordia di Dio alle famiglie in difficoltà, a quelle in crisi, ai separati, ai divorziati, risposati e no
A tal fine l’azione evangelizzatrice e catechetica del popolo di Dio dovrà anzitutto testimoniare il valore irrinunciabile della dottrina dell’indissolubilità del matrimonio, fondata sull’analogia fra il vincolo nuziale e quello indissolubile di Cristo con la Chiesa. Afferma la Relatio Synodi: “La famiglia offre la possibilità alla persona di realizzarsi e di contribuire alla crescita degli altri nella società più ampia. La stessa identità cristiana ed ecclesiale ricevuta nel Battesimo fiorisce nella bellezza della vita familiare” ( 7). Per questo, la meta dell’indissolubile fedeltà fra i coniugi va sempre incoraggiata e sostenuta e nessuna forma di “divorzio” potrà considerarsi accettabile alla luce della fede ecclesiale. Occorrerà pertanto verificare e potenziare tutte le modalità con cui sostenere i coniugi nel loro impegno di fedeltà reciproca e di dedizione ai figli. Non di meno sarà necessario riflettere sul modo migliore di accompagnare i separati e i divorziati non risposati in una vita di fede e di carità, che li faccia sentire protagonisti della comunione ecclesiale, oltre a individuare le forme e i linguaggi per annunciare ai divorziati risposati che essi restano figli della Chiesa e oggetto della misericordia di Dio, invitandoli a cammini di fede che li aiutino a sentirsi amati dal Padre.
In proposito, la Relatio Synodi afferma: “La Chiesa, in quanto maestra sicura e madre premurosa, pur riconoscendo che tra i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale, e che ogni rottura di esso è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede. ‘Pertanto, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno. […] Un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà. A tutti deve giungere la consolazione e lo stimolo dell’amore salvifico di Dio, che opera misteriosamente in ogni persona, al di là dei suoi difetti e delle sue cadute’ (EG, 44). Questa verità e bellezza va custodita. Di fronte a situazioni difficili e a famiglie ferite, occorre sempre ricordare un principio generale: ‘Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni’ (FC, 84). Il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, e possono esistere fattori che limitano la capacità di decisione. Perciò, mentre va espressa con chiarezza la dottrina, sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione” (RS 51).
Il significato del carattere eminentemente pastorale che ha avuto la recente assemblea sinodale ordinaria sulla famiglia si coglie qui in tutta la sua evidenza: non è in discussione la dottrina della Chiesa, più volte ribadita anche negli ultimi anni dai vari interventi magisteriali. La riflessione del Sinodo ha riguardato le applicazioni pastorali, il modo di proporre la dottrina (ad esempio a livello di linguaggio), di accompagnarne la recezione e la pratica, di mostrarne in maniera chiara le potenzialità umanizzanti a fronte di una diffusa non conoscenza o incomprensione, di favorire processi di discernimento delle situazioni personali e di integrazione. L’Evangelii Gaudium sottolinea in proposito come l’agire pastorale della Chiesa nei confronti delle persone in situazioni familiari difficili o irregolari debba riflettere lo sguardo di misericordia con cui il Padre celeste guarda e ama ciascuno dei suoi figli: di conseguenza, verso chi vive realtà che comportano grande sofferenza “la vera urgenza pastorale è quella di permettere a queste persone di curare le ferite, di guarire e di riprendere a camminare insieme a tutta la comunità ecclesiale” (EG 80). A sua volta la Relatio Synodi afferma: “Lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; GS, 22), ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile o sono divorziati risposati. Nella prospettiva della pedagogia divina, la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto: invoca con essi la grazia della conversione, li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro e a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano” (RS 53). Tutto questo non ha nulla a che vedere con l’idea banalizzante di un eventuale rinuncia a proporre le esigenze della verità che salva: la medicina della misericordia non è mai finalizzata a favorire i naufragi, ma sempre e solo a salvare la barca sul mare in tempesta e a dare ai naufraghi l’accoglienza, la cura e il sostegno necessari. “Tutti hanno bisogno di uno sguardo di comprensione, tenendo conto che le situazioni di distanza dalla vita ecclesiale non sempre sono volute, spesso sono indotte e a volte anche subite. Nell’ottica della fede non ci sono esclusi: tutti sono amati da Dio e stanno a cuore all’agire pastorale della Chiesa” (RS 34). Se non si comprende questa fondamentale intenzione, si equivocherà irrimediabilmente anche quanto il Sinodo ha detto sulla situazione dei separati, dei divorziati, dei divorziati risposati, delle convivenze, delle unioni di fatto, o delle unioni fra persone dello stesso sesso.
La coniugazione di testimonianza alla verità e di esercizio della misericordia deve essere, dunque, lo stile proprio dell’azione pastorale della Chiesa, pronta ad accogliere ed accompagnare chi si trovi in situazioni segnate da ferite o difficoltà. La Relatio Synodi non esita ad affermare: “Quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico – ed è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove – può essere vista come un’occasione da accompagnare verso il sacramento del matrimonio, laddove questo sia possibile ... La situazione di fedeli che hanno stabilito una nuova unione richiede una speciale attenzione pastorale: ‘In questi decenni […] è molto cresciuta la consapevolezza che è necessaria una fraterna e attenta accoglienza, nell’amore e nella verità, verso i battezzati che hanno stabilito una nuova convivenza dopo il fallimento del matrimonio sacramentale; in effetti, queste persone non sono affatto scomunicate’ (Francesco, Udienza generale, 5 agosto 2015)” (RS 54). Un aspetto peculiare di questa sollecitudine pastorale verso le famiglie ferite o divise riguarda la cura dei cammini rivolti ad accertare la validità o la nullità del vincolo matrimoniale: “I recenti Motu Proprio Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus hanno condotto ad una semplificazione delle procedure per la eventuale dichiarazione di nullità matrimoniale. Con questi testi, il Santo Padre ha voluto anche «rendere evidente che il Vescovo stesso nella sua Chiesa, di cui è costituito pastore e capo, è per ciò stesso giudice tra i fedeli a lui affidati» (MI, preambolo, III). L’attuazione di questi documenti costituisce dunque una grande responsabilità per gli Ordinari diocesani, chiamati a giudicare loro stessi alcune cause e, in ogni modo, ad assicurare un accesso più facile dei fedeli alla giustizia” (RS 82). Soprattutto in un’epoca come la nostra, in cui tante coppie di sposi conoscono il dramma del fallimento del loro progetto d’amore, e non pochi cercano di rifarsi una vita affettiva mediante nuovi vincoli sentimentali e nuove nozze civili, quest’aspetto del ministero ecclesiale verso la realtà della famiglia assume un significato rilevante. Peraltro, una costatazione onesta rileverà facilmente come non pochi dei matrimoni celebrati in Chiesa possano risultare non validi, in particolare se si tiene conto dell’importanza della fede in ordine alla valida ed efficace ricezione del sacramento, pur senza svalutare naturalmente la presenza della retta intenzione che salva la validità del vincolo nuziale.
Nell’azione pastorale riguardante i divorziati e risposati, la Relatio Synodi sviluppa significativamente, accanto all’idea di accoglienza e accompagnamento, quelle di discernimento e integrazione: “I battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità” (RS 84)1.
L’esercizio del discernimento rinvia alla necessità di un criterio secondo cui orientarsi: su questo punto il Sinodo ha richiamato le indicazioni offerte dal magistero di Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido. Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido” (FC 84). Il Sinodo ha qui aggiunto: “È quindi compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento ... Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno” (RS 85).
Inoltre, la Relatio Synodi ha sottolineato l’importanza del giudizio della coscienza, che può essere a volte condizionato senza colpevolezza della persona: “Non si può negare che in alcune circostanze ‘l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate’ (CCC, 1735) a causa di diversi condizionamenti. Di conseguenza, il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla ‘imputabilità soggettiva’ (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, 2a). In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. Perciò, pur sostenendo una norma generale, è necessario riconoscere che la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi. Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi” (ib.). Viene a tracciarsi così un preciso percorso pastorale, che il Sinodo ha descritto nella maniera seguente: “Il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. FC, 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa” (RS 86). Il paragrafo dedicato all’attenzione pastorale verso le persone con orientamento omosessuale si ferma a considerare la situazione delle famiglie con figli che abbiano tale tendenza e offre queste indicazioni: “La Chiesa conforma il suo atteggiamento al Signore Gesù che in un amore senza confini si è offerto per ogni persona senza eccezioni (MV, 12). Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare ‘ogni marchio di ingiusta discriminazione’ (Congregazione per la Dottrina della Fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, 4). Si riservi una specifica attenzione anche all’accompagnamento delle famiglie in cui vivono persone con tendenza omosessuale. Circa i progetti di equiparazione al matrimonio delle unioni tra persone omosessuali, ‘non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia’ (Ibidem). Il Sinodo ritiene in ogni caso del tutto inaccettabile che le Chiese locali subiscano delle pressioni in questa materia e che gli organismi internazionali condizionino gli aiuti finanziari ai Paesi poveri all’introduzione di leggi che istituiscano il ‘matrimonio’ fra persone dello stesso sesso” ( 76). Accompagnamento, discernimento e integrazione sono dunque le tappe indispensabili di un atteggiamento pastorale sollecito nei confronti di tutte le possibili situazioni difficili o di famiglie ferite: “Stare vicino alla famiglia come compagna di cammino significa, per la Chiesa, assumere un atteggiamento sapientemente differenziato: a volte, è necessario rimanere accanto ed ascoltare in silenzio; altre volte, si deve precedere per indicare la via da percorrere; altre volte ancora, è opportuno seguire, sostenere e incoraggiare. ‘La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cf. Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana’ (EG, 169)” (RS 77).
È questo il cammino che porta a riconoscere nella famiglia non solo l’oggetto di una specifica attenzione pastorale, ma anche un decisivo soggetto, protagonista della vita della Chiesa e della sua missione: “Se la famiglia cristiana vuole essere fedele alla sua missione, essa dovrà ben comprendere da dove essa scaturisce: non può evangelizzare senza essere evangelizzata. La missione della famiglia abbraccia l’unione feconda degli sposi, l’educazione dei figli, la testimonianza del sacramento, la preparazione di altre coppie al matrimonio e l’accompagnamento amichevole di quelle coppie o famiglie che incontrano difficoltà. Da qui l’importanza di uno sforzo evangelizzatore e catechetico indirizzato all’interno della famiglia. Al riguardo, si abbia cura di valorizzare le coppie, le madri e i padri, come soggetti attivi della catechesi, specialmente nei confronti dei figli, in collaborazione con sacerdoti, diaconi, persone consacrate e catechisti. Questo sforzo inizia sin dalle prime frequentazioni serie della coppia. È di grande aiuto la catechesi familiare, in quanto metodo efficace per formare i giovani genitori e per renderli consapevoli della loro missione come evangelizzatori della propria famiglia. Inoltre, è molto importante sottolineare il nesso tra esperienza familiare e iniziazione cristiana. La comunità cristiana tutta deve diventare il luogo in cui le famiglie nascono, si incontrano e si confrontano insieme, camminando nella fede e condividendo percorsi di crescita e di reciproco scambio” (RS 89). Tutto questo la comunità potrà farlo se saprà “infondere nelle famiglie un senso di appartenenza ecclesiale, un senso del ‘noi’ nel quale nessun membro è dimenticato. Tutti siano incoraggiati a sviluppare le proprie capacità e a realizzare il progetto della propria vita a servizio del Regno di Dio. Ogni famiglia, inserita nel contesto ecclesiale, riscopra la gioia della comunione con altre famiglie per servire il bene comune della società” (RS 90).
Infine, la Relatio Synodi tocca i temi della trasmissione della vita, della denatalità e dell’educazione. Circa il primo punto si osserva come sia “purtroppo diffusa una mentalità che riduce la generazione della vita alla sola gratificazione individuale o di coppia. I fattori di ordine economico, culturale ed educativo esercitano un peso talvolta determinante contribuendo al forte calo della natalità che indebolisce il tessuto sociale, compromette il rapporto tra le generazioni e rende più incerto lo sguardo sul futuro. Anche in questo ambito occorre partire dall’ascolto delle persone e dar ragione della bellezza e della verità di una apertura incondizionata alla vita come ciò di cui l’amore umano ha bisogno per essere vissuto in pienezza. Si coglie qui la necessità di divulgare sempre più i documenti del Magistero della Chiesa che promuovono la cultura della vita.” (RS 62). Il richiamo all’uso dei metodi naturali per la procreazione responsabile e l’accenno ai valori positivi della Humanae Vitae di Paolo VI si collegano al forte invito ad accogliere e promuovere l’accoglienza della vita a tutti i livelli, facendosi carico del compito educativo che introduce la persona cui si è data la vita nella realtà totale illuminata dalla fede nel mistero santo di Dio. Su queste sfide si gioca il futuro stesso dell’umanità, e l’impegno della comunità cristiana in questo campo assume più che mai la rilevanza di un servizio decisivo alla causa dell’uomo e del suo destino.
In conclusione, è lecito chiedersi quale immagine di Chiesa ha espresso il Sinodo dei Vescovi presieduto da Papa Francesco. Non esiterei a dire che emerge il volto di una Chiesa libera, vivissima e fedele. È una Chiesa libera quella che si è manifestata negli interventi e nei dialoghi sinodali: lo è stata per desiderio preciso del Papa, che ha invitato i vescovi rappresentanti di tutte le Chiese del mondo in comunione con Roma a esprimersi in totale franchezza. "Non c'è niente di cui si possa dire: di questo non si può parlare!" E l'invito è stato raccolto con entusiasmo, tanto da poter dire che non ci siano situazioni significative per la vita delle famiglie nel "villaggio globale" che non siano state in qualche modo evocate o rappresentate nell'aula sinodale. D'altronde, lo stesso tema del Sinodo portava naturalmente a riferirsi alla rete complessa di condizioni, di sfide, di possibilità e di problemi che toccano le famiglie nei diversi contesti del pianeta. Dalle lacerazioni connesse alla guerra in varie parti del pianeta, alle difficoltà economiche e sociali del Sud del mondo, alla crisi dell'istituto familiare nell'Occidente europeo e americano, alla variegata considerazione della famiglia in paesi come la Cina e l'India, è veramente il mondo intero e la realtà familiare nei suoi molteplici aspetti e problemi a essere stato al centro della riflessione. L'esame di coscienza sul modo in cui la Chiesa si pone in questa complessità di situazioni ha mostrato luci e ombre: non basta affermare il valore della realtà familiare se poi non si pone al centro dell'azione pastorale la cura delle famiglie, estesa ad abbracciare anche le più diverse situazioni di famiglie ferite (divorziati risposati e no, separati, coppie in crisi...). Dal punto di vista socio-politico, poi, la ferma denuncia di molte carenze di attenzione e di sostegno alla famiglia è stata largamente presente.
La Chiesa che parla con piena libertà delle sfide, dei problemi e delle risorse delle famiglie nei diversi contesti non può non sentirsi interpellata da quanto viene presentato in Sinodo: è una Chiesa viva quella che si è sentita palpitare nel dibattito sinodale. Lo è anzitutto per la testimonianza diretta di innumerevoli iniziative pastorali suscitate e vissute al servizio delle famiglie, per accompagnarle e integrarle nella vita della comunità cristiana e della società civile. Lo è anche dove si denunciano le carenze, sia da parte dell'azione della Chiesa stessa, che da parte delle istituzioni politiche e sociali. Tutt'altro che indifferente alla complessità dei contesti e delle forme di governo che li caratterizzano, spesso è la comunità cristiana che porta avanti azioni di denuncia e di promozione umana, sollecitando alla giustizia i detentori del potere. La Chiesa che il Sinodo ha mostrato al mondo non è in alcun modo una dirimpettaia delle vicende umane, ma un lievito nella pasta della storia, un popolo di donne e di uomini che, uniti ai loro Pastori, vivono la quotidianità della lotta per la giustizia o dell'azione di sensibilizzazione ad essa nei più diversi contesti. Viva in se stessa, nell'articolazione dei compiti e delle responsabilità, la Chiesa cui i Padri sinodali hanno dato voce è presente e partecipe sui fronti più diversi in cui ci si impegna per la causa di tutto l'uomo in ogni uomo. Colpisce infine nell'esperienza vissuta del Sinodo il senso di unità e di comunione profonda che ha unito i sinodali fra loro e al Vescovo di Roma, il Papa, chiamato a “presiedere la Chiesa nell’amore”, come afferma un’antichissima testimonianza di Ignazio di Antiochia, padre della Chiesa delle origini. Per quanto possa apparire impossibile agli occhi del mondo, i Padri sinodali, provenienti dalle più diverse regioni e culture della terra, hanno sperimentato fra loro, con e sotto la guida di Papa Francesco, una profondissima unità nella fede e nel senso di responsabilità verso gli uomini cui si riconoscono inviati ad annunciare il Vangelo. È questa la forza singolare che unisce la Chiesa cattolica nel tempo - i duemila anni della sua spesso non facile storia - e nello spazio, che abbraccia lingue e ambiti culturali e geografici diversissimi dell'intero pianeta. Che questa comunione debba valorizzare le Chiese locali, come i diversi livelli regionali, nazionali e continentali della comunione ecclesiale, lo ha sottolineato lo stesso Papa Francesco nello stupendo discorso fatto il 17 ottobre per il cinquantesimo dell'istituzione del Sinodo da parte di Paolo VI: "In una Chiesa sinodale, il Sinodo dei Vescovi è solo la più evidente manifestazione di un dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali". Se questo vuol dire confessare la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica con libertà e convinzione, farne esperienza come è avvenuto in questo Sinodo è stato un dono singolare, che ha parlato di per sé di una presenza più alta e profonda che tutti univa, valorizzando la dignità di ciascuno: quella del Signore Gesù che il Sinodo ha confessato e proposto come luce, speranza e forza per ogni famiglia del mondo.
Bari 28 marzo 2015
Un cordiale saluto a tutti Voi, che avete gentilmente accolto l’invito a partecipare all’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese.
Il mio deferente saluto è rivolto innanzitutto alle Autorità presenti, civili e militari, che con la loro costante presenza negli anni, dimostrano l’attenzione verso il lavoro della Comunità Ecclesiale in tutte le sue espressioni. La collaborazione e la sintonia tra le Istituzioni religiose e civili, nel rigoroso rispetto delle reciproche funzioni e responsabilità, è motivo di speranza per il perseguimento del bene comune.
A S.E. Mons. Vincenzo Paglia, Presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, rivolgo il mio personale ringraziamento e quello della Chiesa pugliese, per aver voluto accettare l’invito a tenere la Prolusione per questo Atto inaugurale, su un tema che sta impegnando in modo intenso la vita della Chiesa tra l’evento del Sinodo straordinario dell’ottobre del 2014 e quello ordinario del 2015. S.E. Mons. Paglia è persona di dialogo, tra gli uomini e le religioni, strumento privilegiato per generare processi di pace tra i popoli, in un periodo storico nel quale si moltiplicano i conflitti. Anche per questo, a Lui e alla Comunità di S. Egidio, che segue con sapiente discernimento, va il nostro ringraziamento. Saluto altresì con viva cordialità gli operatori del Tribunale Ecclesiastico di Benevento, con il quale si è instaurato da decenni un rapporto intenso e fruttuoso di collaborazione che cresce e si rinsalda nel tempo, al servizio del bene dei fedeli che si rivolgono alla Giustizia della Chiesa. Invio il mio saluto anche S.E. Mons. Angelo Massafra, Arcivescovo di Scutari e Moderatore del Tribunale Ecclesiastico di Albania, di cui il Nostro è sede di Appello, qui rappresentato dal Giudice don Giorgio Meta. Il legame tra le due Istituzioni è ulteriore testimonianza di una consolidata collaborazione e segno di fraternità tra il popolo italiano, e quello pugliese in particolare, e il popolo albanese, tra la Chiesa di Puglia e quella di Albania.
Il solenne Atto che oggi celebriamo, oltre ad essere un rito consolidato, mi offre l’opportunità di manifestare sincera gratitudine ad una Istituzione pastorale che, con discrezione e laboriosità, opera al servizio della Chiesa e per il bene dei fedeli. Il prezioso lavoro di tutti gli operatori del Nostro Tribunale sarà illustrato dal Vicario Giudiziale, don Pasquale Larocca, che con scrupolo, competenza e dedizione conduce il prezioso lavoro di una struttura ben articolata. Giungano, per mio tramite, a Lui e a tutti gli operatori del Tribunale Ecclesiastico Pugliese, i saluti e la riconoscenza dei Vescovi di Puglia. Mi piace in questa sede riprendere un passaggio tratto dal documento preparatorio al Sinodo sulla famiglia, Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione: «La buona novella dell’amore divino va proclamata a quanti vivono questa fondamentale esperienza umana personale, di coppia e di comunione aperta al dono dei figli, che è la comunità familiare. La dottrina della fede sul matrimonio va presentata in modo comunicativo ed efficace, perché essa sia in grado di raggiungere i cuori e di trasformarli secondo la volontà di Dio manifestata in Cristo Gesù». Dentro questa visione deve inserirsi l’applicazione della Legge nella Chiesa. Riflettere sulla relazione tra funzione del diritto e missione della Chiesa come strumento di salvezza è ciò che deve sempre contraddistinguere l’attività degli operatori dei Tribunali ecclesiastici. Sentirsi partecipi della vita e della missione di salvezza attraverso l’applicazione delle norme giuridiche è un’esperienza ecclesiale. Sentire cum ecclesia, si diceva un tempo, è la vera essenza del giurista canonista, ciò che lo qualifica rispetto al giurista in senso lato.
Appare opportuno riflettere in questa sede su alcune parole che il Santo Padre ha voluto proporre durante il Suo recente discorso in occasione dell’inaugurazione dell’Anno Giudiziario del Tribunale della Rota Romana. Il Papa muove dall’analisi del «contesto umano e culturale in cui si forma l’intenzione matrimoniale». È evidente il riferimento alle trasformazioni in atto nella società, che influiscono in modo determinante sull’attuazione del progetto divino sul matrimonio e sulla famiglia. La crisi «del matrimonio – prosegue – è non di rado nella sua radice crisi della coscienza illuminata dalla fede, cioè dall’adesione a Dio e al Suo disegno d’amore realizzato in Gesù Cristo». Questa crisi lascia «campo aperto ai compromessi con il proprio egoismo … la non conoscenza dei contenuti della fede potrebbe portare a quello che il Codice chiama errore determinante la volontà (cfr can. 1099) … Tale errore non minaccia solo la stabilità del matrimonio, la esclusività e fecondità, ma anche l’ordinazione del matrimonio al bene dell’altro, l’amore coniugale come “principio vitale” del consenso, la reciproca donazione per costituire il consorzio di tutta la vita».
È, dunque, la fede nel Cristo Salvatore che deve ispirare l’attività di tutti gli operatori giuridici e pastorali della Chiesa nel mondo di oggi, riaffermando l’idea dell’unità inscindibile tra matrimonio, famiglia e vita. Mi piace, in questo contesto, comunicare che dal 27 al 30 agosto si svolgerà a Bari la 66a Settimana Liturgica Nazionale sul tema: Eucaristia, Matrimonio, Famiglia, a dieci anni dal Congresso eucaristico nazionale. Ci auguriamo che l’assise possa ulteriormente illuminare la dimensione ecclesiale della celebrazione del matrimonio e la missione della famiglia nella Chiesa e nella società. Rinnovo il mio ringraziamento per la Vostra qualificata presenza.
Relazione Mons. Pasquale Larocca, Vicario Giudiziale TERP
Relazione dell’attività dell’anno 2014
In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario 2015
Eccellenze Reverendissime, distinte Autorità, cari Confratelli, gentili Ospiti, per la prima volta, in qualità di Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Pugliese, assolvo al gradito incarico di illustrare l’attività dello stesso Tribunale svolta nell’anno 2014. Lo faccio volentieri, anche a nome dei Vicari aggiunti, del Collegio dei Giudici e di tutti i collaboratori. Avverto innanzitutto il bisogno di ringraziare la Conferenza Episcopale Pugliese per la fiducia accordataci e per l’attenzione a noi riservata anche attraverso il costante consiglio e l’attenta vigilanza dell’Arcivescovo Moderatore. Ringrazio altresì chi mi ha preceduto nell’ufficio, Mons. Luca Murolo e Mons. Luigi Stangarone.
L’impegno giudiziario dell’anno appena trascorso si è svolto in un clima di peculiare e positivo fermento nella vita ecclesiale, che ha tratto non poche suggestioni dal Sinodo sulla Famiglia (“Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione”) in corso di realizzazione, sia nella fase preparatoria sia nella celebrazione straordinaria dell’ottobre scorso sia in vista della sessione ordinaria che si svolgerà il prossimo ottobre. Su questa scia abbiamo ritenuto opportuno invitare S.E. Rev.ma Mons. Vincenzo Paglia, presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia, a tenere la prolusione in occasione della odierna inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale Ecclesiastico. Lo ringrazio vivamente per aver accolto prontamente l’invito. Le riflessioni che stanno accompagnando l’evento sinodale, toccando da vicino il ministero giudiziale, si percepiscono nelle aule del nostro Tribunale, soprattutto attraverso le attese dei fedeli e degli operatori. In particolare, si avvertono due tipi di sollecitazioni. La prima fa riferimento ad una maggiore celerità del processo. Andrebbe chiarito, però, che tale pur legittima aspirazione non dovrebbe essere sovrastimata: un giusto processo richiede tempi opportuni per lo studio di una causa, che molto spesso esige attenzione e ponderazione. La celerità non può e non deve andare a discapito di una retta e cosciente amministrazione della giustizia. Il ministero del giudice ecclesiastico si confronta quotidianamente con la coscienza e i drammi di fedeli feriti nel tempio più sacro della loro esistenza, quello degli affetti più intimi. La seconda sollecitazione fa riferimento alla questione dei costi del processo. Con sempre maggiore chiarezza ci sforziamo di rendere note le indicazioni vincolanti stabilite dalla CEI sia a proposito degli onorari spettanti ai patroni sia a proposito delle spese processuali. Si viene, comunque, sempre incontro alle reali situazioni di difficoltà o di indigenza dei fedeli. Da parte nostra, siamo costantemente impegnati nella ricerca di strade idonee a rispondere sempre meglio alle richieste di quanti attingono al nostro servizio pastorale. Si attende con fiducia, peraltro, l’annunciata riforma della normativa processuale matrimoniale che, quanto meno, dovrebbe andare nella direzione dell’auspicata abolizione della obbligatorietà della doppia sentenza conforme. I tempi processuali ne beneficerebbero notevolmente.
ATTIVITÀ INTERREGIONALE
Nel novembre 2013, su proposta del Vicario giudiziale del Tribunale Ecclesiastico Regionale Campano, Mons. Erasmo Napolitano, ci siamo incontrati a Pompei con i Vicari giudiziali dei Tribunali Ecclesiastici del Sud Italia (Napoli, Salerno, Benevento, Bari, Reggio Calabria e Palermo) per rileggere insieme le procedure processuali al fine di individuare procedure comuni e possibili vie di snellimento dei processi. L’incontro è stato particolarmente proficuo, tanto che si è avvertita l’esigenza di ripeterlo. Una nuova sessione si è tenuta a Sorrento, lo scorso ottobre. In quella circostanza si sono aggregati i Vicari dei Tribunali di Torino, Venezia e Cagliari. Un’ulteriore sessione è stata programmata per il prossimo aprile, nuovamente a Sorrento. L’intento di uniformare e snellire le procedure ha trovato soluzioni condivise, anche attraverso precisi quesiti posti alle Superiori Istanze della Santa Sede e della Conferenza Episcopale Italiana. Anche questo lavoro ha consentito al nostro Tribunale di beneficiare di una nuova impostazione processuale, che, attraverso la valorizzazione di norme presenti nel Codice vigente, ha consentito di avviare percorsi più rapidi nell’espletamento delle formalità giudiziarie. Sono stati determinati, ad esempio, tempi più definiti per la consegna delle difese degli avvocati e delle perizie dei professionisti coinvolti nel processo. Anche nella fase iniziale (formulazione del dubbio) si è scelto un iter meno complesso che ha consentito di abbreviare tempi non del tutto necessari. Riscontri positivi rispetto a quanto posto in atto non sono mancati già nel corso dell’anno appena trascorso.
Molto proficua si è rivelata la collaborazione con i tre Vicari aggiunti. Mons. Paolo Oliva ha assunto la responsabilità dei rapporti con gli avvocati, mentre Mons. Mario Cota e Mons. Giacomo Giampetruzzi si sono dedicati all’ascolto dei fedeli per un discernimento previo all’introduzione di una causa. Gli incontri collegiali sono serviti, poi, a scambiarci idee e a proporre soluzioni ai diversi problemi emergenti. Anche l’intero Collegio dei giudici (composto da 25 sacerdoti e un laico) è apparso particolarmente coeso e motivato nel lavoro. Il Rev.do P. Lorenzo Lorusso ha lasciato l’incarico di giudice, essendo stato nominato Sotto-Segretario della Congregazione per le Chiese Orientali. Un particolare apprezzamento rivolgo ai giudici più anziani, i quali non lesinano il loro tempo e la loro esperienza al servizio del Tribunale. Rilevo con soddisfazione che diversi giudici chiedono di poter offrire più tempo al servizio del Tribunale, intendendo il loro lavoro come un autentico e delicato impegno pastorale per il bene dei fedeli che ci sono affidati. Da sottolineare anche l’impegno, fortemente avvertito da tutti, di un costante aggiornamento che si realizza attraverso la partecipazione a corsi e convegni organizzati dalle Facoltà romane e dalle Associazioni canonistiche italiane.
Per quanto riguarda gli Avvocati iscritti all’Albo, evidenzio una sostanziale fedeltà all’impegno assunto, al fine di collaborare con il Tribunale all’accertamento della verità. Seppur con qualche sacrificio, ognuno si attiene alle tabelle remunerative stabilite dalla CEI. Non si può negare, d’altra parte, che i compensi non sono sufficientemente adeguati all’impegno profuso. Ciò genera, talvolta, qualche piccola licenza che viene comunque opportunamente censurata. Il problema è all’esame degli Uffici della CEI. D’intesa con l’Arcivescovo Moderatore, dall’anno in corso, in linea con la prassi degli altri Tribunali, si ammettono all’Albo esclusivamente avvocati che abbiano conseguito il Dottorato in Diritto canonico, non essendosi rivelata felice l’ammissione ad biennium per i Licenziati. Le nomine vengono fatte per cinque anni, in conformità con gli altri uffici ecclesiastici. Circa i Patroni stabili operanti presso il Tribunale, dal gennaio 2015 le unità sono scese a due, essendosi conclusa la collaborazione con l’Avv. Franca Maria Lorusso. Globalmente si rileva una qualche lamentela da parte dei fedeli affidati al loro patrocinio, circa un impegno talvolta carente nell’esercizio del loro ministero. D’altro canto è oggettivamente difficile per loro essere presenti alle udienze e seguire in modo puntuale lo svolgimento dei processi in cui sono coinvolti. Questo è dovuto al numero sempre crescente di cause loro affidate e al fatto che la presenza in Tribunale veniva limitata dall’impegno presso le diverse Diocesi della Regione. Lo scorso anno, con il consenso dell’Episcopato pugliese ho invitato i Vicari giudiziali delle Diocesi ad un primo incontro plenario, al fine di sensibilizzare ciascuno di loro ad un impegno più incisivo nel territorio di appartenenza, in stretta sintonia con i parroci. In continuità con quell’incontro, nel corso della recente sessione della Conferenza Episcopale Pugliese si è deciso di affidare l’ascolto e la consulenza dei fedeli che si orientano alla richiesta di nullità matrimoniale esclusivamente ai Vicari giudiziali delle singole diocesi, i quali avranno cura di notificare opportunamente tempi e luogo del loro servizio. Alcuni di loro già operano efficacemente in tal senso. Ciò consentirà ai Patroni stabili una maggiore permanenza in Tribunale. Sottolineo che tale consulenza, raccomandata dal Codice, ha una valenza squisitamente e prioritariamente pastorale e non del tutto tecnica. Tale consulenza, infatti, viene concessa ai patroni stabili, in subordine all’esercizio del patrocinio (cfr. can. 1490 CIC e art.113 DC).
Il Collegio dei Difensori del Vincolo, composto da 12 collaboratori e diretto da Mons. Felice Posa, nel 2014 si è arricchito di una nuova unità nella persona del Prof. Claudio Papale, docente presso la Pontificia Università Urbaniana e collaboratore della Congregazione per la Dottrina della Fede. Il suo contributo ha apportato ulteriore esperienza e competenza all’esercizio di un Ufficio particolarmente utile e delicato nella trattazione delle nullità matrimoniali. Tale servizio rappresenta un riferimento essenziale e apprezzato dal Collegio dei giudici.
Il personale laico (composto da 13 unità) offre il proprio servizio con dedizione e spirito ecclesiale. La collaborazione tra gli addetti ai vari servizi appare soddisfacente. Recentemente è stato introdotto l’uso del badge per disciplinare meglio l’orario di lavoro in base al contratto sottoscritto. Mi piace sottolineare che anche il personale dipendente cura la propria formazione culturale e professionale. Il Cancelliere ha conseguito il Dottorato in Diritto canonico nel 2013 e altri due dipendenti hanno già conseguito la Licenza in Diritto canonico, in vista del completamento dell’iter disciplinare per il conseguimento del Dottorato.
Quanto alla gestione economica, a fronte di una sollecitazione da parte della CEI ad un progressivo contenimento delle spese, si sono poste in atto una serie di attenzioni che hanno permesso un notevole risparmio finanziario rispetto al bilancio preventivo proposto e approvato per il 2014. Il risparmio è stato di circa 75.000 euro. Si è inciso positivamente sulle spese postali, sul consumo della carta e sui contratti di manutenzione. Ci si è avvalsi, altresì, nel modo prudente previsto dagli standard di sicurezza informatica, dell’uso della posta elettronica per l’invio degli atti. Si sta lavorando al fine di attivare la posta certificata per l’interlocuzione rapida e a costo zero con i Giudici e con gli Avvocati. Ciò ha consentito, altresì, di dotare la struttura di una serie di nuove attrezzature necessarie al lavoro. Si è ritenuto anche di dover intervenire sullo stabile, per lavori di manutenzione non rinviabili. Il Tribunale è stato provvisto di una Cappellina, particolarmente frequentata dalle persone in attesa di essere ascoltate. Funziona un punto di ristoro sufficientemente fornito e una biblioteca che si sta arricchendo anche grazie a donazioni personali, da ultimo quella realizzata da Mons. Felice Posa. Recentemente è stato totalmente bonificato il piano interrato dello stabile, dove si è potuto allestire un archivio capiente e funzionale. Un sistema di videosorveglianza copre l’interno e l’esterno dell’immobile al fine di garantire la necessaria sicurezza delle persone, degli atti custoditi e dell’intera struttura. Nonostante la riduzione delle risorse, si è fatto fronte alle esigenze di indigenza reali rappresentate da fedeli impossibilitati a sostenere le spese sia attraverso la concessione del gratuito patrocinio sia attraverso l’esonero totale o parziale delle spese processuali. Anche in questo caso si sono utilizzati criteri più rigorosi e oggettivi (la presentazione del certificato ISEE, unitamente alle lettere testimoniali dei propri parroci) già in uso presso altri Tribunali. In quest’ambito, va evidenziata la lodevole premura da parte di alcune comunità parrocchiali nell’assumersi l’onere delle spese processuali dei fedeli indigenti. Anche questa è espressione di squisita carità pastorale.
Quanto ai dati numerici, si allegano le tabelle complete circa l’intera attività processuale dell’anno 2014. Ci si limita a evidenziare solo quelli essenziali. I libelli introdotti nel 2014 sono stati 220 (rispetto ai 213 del 2013), mentre le cause decise sono state 260 (rispetto alle 217 del 2013). Di conseguenza le cause pendenti sono scese dalle 505 al 31.12.2013 alle 452 al 31.12.2014. Evidenzio il trend positivo che si è registrato in Puglia rispetto alle altre Regioni italiane, dove, invece, si è avuta una sensibile flessione delle richieste di nullità matrimoniali. È un fatto indubbiamente apprezzabile. La fiducia dei fedeli pugliesi nel Tribunale Ecclesiastico Regionale e il valore che si attribuisce al sacramento del matrimonio andrebbero sostenuti in tutti i possibili ambiti pastorali. Questo è auspicabile sia attraverso un’azione più incisiva dei parroci e dei sacerdoti che si confrontano più direttamente con i fedeli in crisi matrimoniale sia, come già accennato, attraverso una presenza e un’opera di sensibilizzazione capillare in ogni diocesi a cura del Vicario giudiziale territoriale. Dai dati regionali Istat relativi al 2012 (ultimi dati disponibili, pubblicati il 23 giugno 2014) risulta che in Puglia sono state evase 4713 separazioni presso i Tribunali civili (2943 presso il distretto della Corte di Appello di Bari, 1770 presso quello di Lecce). Dovremmo interrogarci sul motivo per cui solo una piccola percentuale di coniugi si rimette al giudizio della Chiesa, pur avendo celebrato un matrimonio religioso. Anche se, va sottolineato, non tutti i matrimoni falliti sono di per sé nulli. Vero è che, probabilmente, devono ancora essere sfatati alcuni diffusi luoghi comuni che insistono sulla dispendiosità eccessiva delle cause matrimoniali e sulla complessità dei processi canonici. Da parte nostra stiamo collaborando attivamente con gli Uffici diocesani di pastorale familiare, con i Consultori familiari diocesani e, in particolare, con i responsabili della Confederazione regionale degli stessi Consultori. È in atto una positiva sinergia che si sta concretizzando in iniziative comuni.
In conclusione, mi piace richiamare il mandato che il Santo Padre ha affidato ai giudici ecclesiastici nella Sua recente allocuzione alla Rota Romana: «Ecco la difficile missione vostra, …: non chiudere la salvezza delle persone dentro le strettoie del giuridismo. La funzione del diritto è orientata alla salus animarum a condizione che, evitando sofismi lontani dalla carne viva delle persone in difficoltà, aiuti a stabilire la verità nel momento consensuale: se cioè fu fedele a Cristo o alla mendace mentalità mondana». Un auspicio e una sfida che questo nostro Tribunale è pronto ad accogliere. Grazie per l’attenzione.
Sac. Pasquale Larocca
Relazione al 31/12/2015
Cause Pendenti al 31/12/2015
33 affermative
50 affermative
3	affermative