Source: http://astratto.info/tribunale-di-prato-sentenza-16-01-2008.html
Timestamp: 2020-01-19 16:09:43+00:00
Document Index: 31462741

Matched Legal Cases: ['art. 183', 'art. 203', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2052', 'art. 2048', 'art. 2043', 'art. 1226', 'art. 2059', 'art. 185', 'sentenza ', 'art. 2059']

Svolgimento del processo. — Con atto di citazione ritualmente notificato, D.S., in qualità di genitore esercente la potestà sul minore A.F., conveniva in giudizio innanzi al Tribunale di Prato P.M., al fine di sentirla condannare al risarcimento di tutti i danni subiti dal figlio a seguito del sinistro avvenuto il 13 gennaio 2002. Sosteneva che, in tale data, quest’ultimo, mentre si trovava ospite presso l’abitazione della convenuta, veniva improvvisamente aggredito al viso da un cane di razza dobermann; che detto animale era stato preso in custodia dalla M. presso il canile municipale di Prato appena due giorni prima dell’evento; che al momento del sinistro il cane era stato lasciato libero in casa e senza museruola, in compagnia di tre bambini: A., R. sorella di A., e M. figlia della convenuta; che, a seguito dell’aggressione, il bambino veniva condotto al pronto soccorso dell’ospedale di Prato dove gli veniva diagnosticata «una vasta ferita lacero-contusa della guancia dx e piccola ferita lacero-contusa della guancia sx, con prognosi di giorni otto»; che, in esito al periodo di medicazioni e cure, il bambino veniva dichiarato guarito con postumi, con valutazione dell’invalidità permanente del dodici-tredici per cento e con inabilità assoluta di giorni ventidue, nonché con ripercussioni di ordine psicologico poiché, dopo l’incidente, A. si mostrava turbato e restio ad inserirsi nelle abituali compagnie di gioco e di studio a causa della cicatrice al volto che lo rendeva oggetto di attenzione e scherno da parte dei compagni; che, per evitare ciò, il chirurgo consultato suggeriva un’operazione chirurgica e successivi trattamenti dermoabrasivi, con preventivo di spesa di euro 9.660; che l’attrice aveva anche sporto denuncia-querela presso la questura di Prato in merito agli avvenimenti occorsi e ad oggi il procedimento era in fase di indagini preliminari; che i tentativi di definire bonariamente la questione non avevano avuto esito positivo.
Si costituiva in giudizio P.M., sostenendo che tra la propria figlia e quelli della S. si era instaurato un rapporto di amicizia ed i bambini erano soliti frequentarsi presso la sua casa nei fine settimana; che nel dicembre 2001 aveva informato l’attrice di voler prendere in affido Ronny, un dobermann che si trovava presso il canile «Il Calice», e la S. aveva detto che, avendo paura di quel cane, non sarebbe più andata a trovare la M. in casa; che nel gennaio 2002 la M. prese il cane con sé e, quindi, non invitò più la S. e i suoi figli; che, invece, la mattina del 13 gennaio 2002 la figlia M. le disse che essi sarebbero passati a vedere il cane e quindi, nel pomeriggio, la S. li portava in casa della M. che, dopo aver fatto vedere il cane, stava portando i bambini nella cameretta per farli giocare lì, lontano da Ronny, quando A. si gettava d’improvviso accanto al muso del cane che reagiva mordendolo; che la convenuta tentava di contattare invano la S. e successivamente portava il bambino al pronto soccorso; che, pertanto, l’evento non poteva ascriversi alla convenuta la quale, benché Ronny si fosse dimostrato un cane docile, vista la preoccupazione espressa dalla S., non voleva accogliere in casa i figli di quest’ultima né voleva che essi fossero a contatto col cane, e solo per le insistenze dell’attrice consentiva che i bambini passassero la domenica pomeriggio a casa sua e comunque, dopo aver mostrato il cane, li aveva portati a giocare in altra camera; che solo A., sottrattosi alla convenuta, si gettava a terra provocando l’imprevista reazione del cane. Sotto il profilo giuridico, si doveva sottolineare che la S. non era rimasta con i figli, ma aveva coscientemente lasciato gli stessi sotto la supervisione della S., ben sapendo della presenza del dobermann nell’appartamento della M. la quale, trovandosi sulla porta gli amici della figlia, non aveva potuto lasciarli sul pianerottolo.
All’udienza di trattazione ex art. 183 c.p.c. comparivano solo l’attrice personalmente, di talché non potevano essere espletati gli interrogatori liberi, finalizzati a raggiungere la conciliazione tra le parti.
La causa veniva istruita con l’acquisizione di documenti, l’escussione dell’interrogatorio formale della convenuta P.M., l’espletamento di consulenza tecnica a mezzo di prova delegata ai sensi dell’art. 203 c.p.c. e, sulle conclusioni di cui in epigrafe, veniva trattenuta in decisione all’udienza del 27 settembre 2007, con termine per il deposito di comparse conclusionali e repliche di giorni sessanta e venti.
Motivi della decisione. — La domanda di parte attrice merita accoglimento nei limiti che si verranno ad esporre.
Anzitutto in punto di an, dall’istruttoria espletata è risultato quanto segue:
— in sede d’interrogatorio formale, P.M. ha dichiarato: «... avevo preso un cane dobermann al canile municipale di Prato, che mi aveva rilasciato un foglio di affido. Entro dieci giorni avrei dovuto decidere se tenerlo o meno ... specifico che avevo preso il cane due giorni e mezzo prima ed era sempre tranquillo. Mia figlia era compagna di scuola di A. e a quell’epoca si frequentavano; io avevo preso un po’ di confidenza con la madre di A. quindi le avevo preannunciato che avrei preso questo cane e lei mi disse che, avendone paura, non sarebbe più venuta a casa mia. Tuttavia il 13 gennaio A. e sua sorella chiamarono per venire a casa, la madre li accompagnò. I bambini volevano vedere il cane, che era tranquillissimo ... Dopo un po’ cominciai a dire ai bambini di andare a giocare da un’altra parte; loro si allontanavano e poi tornavano per rivedere il cane. Ad un certo punto ci trovavamo sempre in soggiorno ed i bambini erano: le due bambine ed io seduti sul divano con il cane accucciato ai piedi e A. in piedi di fronte. Ad un certo punto A. si mise seduto con le gambe incrociate ed avvicinò la faccia al cane e poi la ritrasse; il cane in quell’attimo girando la testa prese il viso di A. ... Preciso che ero già io sola seduta sul divano del soggiorno con Ronny (il cane) quando i bambini tornarono nel soggiorno e le bambine si sedettero accanto a me». Ha, infine, confermato che il cane era stato lasciato libero in casa senza museruola, anche se poi ha specificato di non aver mai lasciato l’animale solo con i bambini e che lo stesso era sempre rimasto vicino alla convenuta;
— dalla c.t.u. volta a quantificare le lesioni subite dal minore — dalle cui conclusioni questo giudice non ha ragione di discostarsi essendo congruamente motivate — è emerso il rapporto di causalità tra il morso del cane e le ferite provocate al volto di A.F.
In punto di diritto, ritiene questo giudice da un lato che è applicabile la previsione di cui all’art. 2052 c.c., dall’altro che non è ravvisabile alcun concorso colposo della madre del minore. Quanto al primo punto, ha sostenuto la convenuta, essendo solo affidataria e non proprietaria né «utilizzatrice» del cane, l’inapplicabilità dell’ipotesi di responsabilità speciale sopra richiamata e, soprattutto, della presunzione in essa contenuta; viene al proposito richiamata una posizione della Suprema corte secondo cui «La responsabilità personale del proprietario, ai sensi dell’art. 2052 c.c., per i danni prodotti da un animale permane anche nel caso di affidamento a terzi per ragioni di cura, di custodia, di governo o di mantenimento» (Cass. 30 novembre 1977, n. 5226, Foro it., Rep. 1977, voce Responsabilità civile, n. 121). Tuttavia, l’interpretazione restrittiva dell’art. 2052 c.c. nel senso che esso richieda, dato l’uso dell’espressione «si serve», come presupposto la proprietà o l’uso dell’animale, non è condivisa — sulla scia, peraltro, di importante dottrina — da questo organo giudicante. Ed invero, se s’intendesse lo sfruttamento o uso nel senso economico del termine, oggigiorno la norma in questione non si potrebbe mai applicare alle ipotesi di danni provocati da animali di compagnia — ben più diffusi che nel passato — lasciati in custodia o in cura a terzi, poiché essi non possono in alcun modo essere considerati «strumenti di lavoro». Pertanto, è del tutto legittima un’interpretazione più ampia nel senso di ritenere che il «servirsi» di animali domestici significhi semplicemente averli presso di sé per lo scopo di compagnia, gioco, ecc. e non per trarne vere e proprie utilità economiche; accolta tale interpretazione, oltre al proprietario risponderà per i danni cagionati dall’animale chiunque abbia, in sostanza, la custodia dell’animale intesa come possesso o detenzione dello stesso, con conseguente obbligo di attivarsi per evitare danni a terzi. Nel caso in esame, è stato ammesso dalla M. che il cane le era stato affidato dal canile municipale di Prato con apposito foglio di affido.
L’applicazione dell’art. 2052 c.c. comporta la presunzione di responsabilità in capo al custode salva la prova del caso fortuito, che non può esaurirsi nella mera dimostrazione di aver adottato una condotta diligente, bensì deve riguardare il fatto che il danno si è verificato per l’insorgenza di un evento non prevedibile né superabile con la diligenza normalmente adeguata in relazione alla natura dell’animale; in altre parole, il custode deve dimostrare di aver posto in essere tutte le misure ragionevolmente idonee ad evitare quei danni che i caratteri fisici dell’animale lo rendono suscettibile di arrecare.
Nel caso di specie, dunque, del tutto insufficienti a concretare la prova suddetta sono le dichiarazioni della M. relative al fatto che non aveva mai lasciato i bambini soli con il cane, che pacificamente era senza museruola nonostante, per stessa ammissione della convenuta la razza dobermann sia pericolosa e la stessa non poteva ancora conoscerne l’indole e il comportamento. Neppure costituisce prova del caso fortuito l’asserito comportamento di A., che si sarebbe avvicinato d’improvviso, dopo essersi seduto a gambe incrociate, al muso dell’animale — fermo restando che tale versione non solo è parzialmente contrastante con quella contenuta in comparsa di costituzione secondo cui il bambino, sfuggito al controllo della convenuta, si era gettato d’improvviso accanto al muso del cane, ma è rimasta comunque priva di ulteriori riscontri — poiché le misure idonee ad evitare danni a terzi, che spetta al custode dell’animale predisporre, devono necessariamente tener conto anche dell’inesperienza e dell’immaturità dei soggetti che entrano in contatto con l’animale. In particolare, come ammesso dalla stessa convenuta, i bambini non hanno una esatta percezione della differenza tra pericolo e gioco, né alcuna conoscenza delle possibili reazioni di un animale; conseguentemente, nel momento stesso in cui la M. ha accettato di ospitare i figli della S. nella propria casa — anche se, in ipotesi, inizialmente era contraria — avrebbe dovuto tenere il cane chiuso in una stanza differente da quelle ove avevano accesso i bambini, ovvero libero per la casa, ma con la museruola.
Quanto all’ipotizzato concorso di colpa della madre del minore, che avrebbe omesso qualsiasi vigilanza sullo stesso lasciandolo in una casa ove sapeva che si trovava un animale pericoloso, esso deve essere senz’altro escluso, non essendo applicabile l’art. 2048 c.c., volto a tutelare i terzi da comportamenti dannosi posti in essere dai minori, né ricorrendo i presupposti di cui all’art. 2043 c.c., non potendosi ritenere che sussista in capo al genitore un obbligo di vigilare sempre e ovunque i propri figli affinché ad essi non succeda nulla. Non si vede, quindi, quale norma di diligenza o prudenza potrebbe aver violato la S., considerato che non è stato in alcun modo dimostrato che aveva «abbandonato» i propri figli sul pianerottolo della casa della M. e inoltre, lasciandoli a quest’ultima, glieli aveva temporaneamente affidati e la convenuta li aveva comunque accettati. La circostanza, poi, che la S. — secondo la versione della M. — aveva più volte dichiarato di aver paura del cane e che pertanto non sarebbe più andata a trovare la convenuta, avrebbe dovuto mettere quest’ultima in guardia, nel senso che avrebbe dovuto predisporre ancora maggiori cautele per controllare l’animale.
Passando alla quantificazione dei danni subiti da A.F., va rilevato quanto segue.
a) Danno biologico: risulta dai referti allegati agli atti, nonché dalle conclusioni cui è pervenuto il consulente tecnico d’ufficio, che in occasione del sinistro di cui è causa l’attore ha subìto un evento biologico, inteso quale lesione della struttura complessa dell’organismo umano, consistito in: esito cicatriziale di ferita lacero-contusa suturata, ad andamento arcuato che va dalla regione parotidea verso il solco labio-genieno, discromico, di dimensioni pari a centimetri sette.
— dodici per cento di invalidità permanente;
— sette giorni di inabilità temporanea assoluta;
— venti giorni di inabilità temporanea relativa al cinquanta per cento.
Pertanto, tenuto conto della gravità delle lesioni e dell’età del soggetto leso; posto in relazione il concreto evento biologico con il quadro completo delle funzioni vitali in cui poteva e potrà estrinsecarsi l’efficienza psicofisica del danneggiato, secondo l’insegnamento del giudice di legittimità, si ritiene equo ex art. 1226 c.c. liquidare il danno alla salute da questi patito come segue:
1) a titolo di risarcimento del danno derivante dalla lesione permanente dell’integrità psicofisica, nella misura di euro 23.805,70 attuali (pari a euro 2.088,22 per ogni punto di invalidità permanente, valore che nel caso di specie si ritiene costituire un equo ristoro del pregiudizio personale subìto dal danneggiato). Si perviene a tale valore opportunamente moltiplicando il valore monetario base del punto di invalidità (secondo la tabella adottata dal Tribunale di Firenze, a cui il Tribunale di Prato si riporta) in funzione geometricamente crescente rispetto all’entità dei postumi, e riducendo il risultato ottenuto in base al coefficiente di abbattimento (demoltiplicatore, pari a 0,95) che è direttamente proporzionale all’età del danneggiato, al fine di adattare il risarcimento alle peculiarità del caso concreto;
2) a titolo di risarcimento del danno derivante dall’inabilità temporanea, appare equo liquidare all’attore le somme di:
— per l’inabilità temporanea assoluta, euro 275,59 attuali (pari a euro 39,37 per ogni giorno d’inabilità, valore che nel caso di specie si ritiene costituire un equo ristoro del pregiudizio personale subìto dal danneggiato, secondo il criterio adottato da questo tribunale in conformità alle tabelle elaborate dal Tribunale di Firenze);
— per l’inabilità temporanea relativa, euro 393,8 attuali (pari a euro 19,69 per ogni giorno d’inabilità, valore che nel caso di specie si ritiene costituire un equo ristoro del pregiudizio personale subìto dal danneggiato, secondo il criterio adottato da questo tribunale in conformità alle tabelle elaborate dal Tribunale di Firenze).
Il danno biologico complessivamente liquidato è pari a euro 24.475,09 all’attualità.
b) Danno morale da reato di lesioni personali: la Suprema corte ha ricompreso il «danno morale soggettivo come tradizionalmente inteso» nella più ampia categoria dei danni non patrimoniali risarcibili ai sensi dell’art. 2059 c.c., come diretto ad assicurare, mediante il richiamo all’art. 185 c.p., tutela «alla sofferenza contingente, al turbamento dell’animo transeunte» determinato da fatto illecito integrante reato (Cass. n. 8828 del 31 maggio 2003, id., 2003, I, 2272). La sentenza della Corte costituzionale n. 233 del 2003 (ibid., 2201) ha interpretato l’art. 2059 c.c. nel senso che è sufficiente l’astratta previsione legislativa come reato di un determinato fatto, senza che sia necessaria la ricorrenza in concreto di una fattispecie criminosa in tutti i suoi elementi costitutivi.
Nel caso in esame non vi è dubbio — per la conoscenza incidentale del giudice civile — che il sinistro costituisce reato di lesioni personali; pertanto, appare equo liquidare a tale titolo a favore di A.F. la somma di euro 8.158,36 attuali, pari a un terzo del danno biologico sopra liquidato, secondo la tabella del Tribunale di Firenze applicata anche dal Tribunale di Prato.
c) Danno patrimoniale: per le spese mediche, sostenute in conseguenza del sinistro, la madre del danneggiato minore ha chiesto euro 420 (di cui euro 300 per la perizia di parte), documentando la spesa relativa mediante allegazione delle rispettive fatture; pertanto, tali somme, su cui deve essere applicata la rivalutazione monetaria secondo l’indice Istat al momento delle singole erogazioni, devono essere rimborsate dalla convenuta.