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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 77', 'sentenza ', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 384', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 203', 'art. 385', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 149', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 10', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 180', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 22', 'sentenza ', 'art. 384', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 203', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 22', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 149', 'art. 4', 'art. 51', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 51', 'art. 59', 'art. 59', 'art. 2', 'art. 474', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 590', 'art. 2044', 'art. 52', 'art. 2045', 'art. 53', 'art. 55', 'art. 52', 'sentenza ', 'art. 2087', 'art. 2087', 'art.2049', 'sentenza ', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 41', 'art. 2051', 'sentenza ', 'art. 2051', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2043', 'art. 2051', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Messaggi: 19634
Messaggioda batmanroma » 31/03/2007, 21:03
Grazie all'idea di Stanislaw nasce questo spazio destinato alla raccolta di giurisprudenza relativa al nostro lavoro.
Segnalate ai moderatori il testo che desiderate inserire.
Con la funzione "cerca" del vostro browser potrete trovare la parola che vi interessa.
Ultima modifica di batmanroma il 31/03/2007, 21:09, modificato 1 volta in totale.
Messaggioda batmanroma » 31/03/2007, 21:05
MODALITÀ DI CONTESTAZIONE, REDAZIONE E NOTIFICA DEL VERBALE
Termine di decadenza per la notifica - "Dies ad quem"
Sez. 5, Sentenza n. 15298 del 10/06/2008 (Rv. 603592)
(Conf.)
(Cassa con rinvio, Comm. Trib. Reg. L'Aquila, 16 Aprile 2002)
Il principio secondo cui gli effetti della notificazione eseguita a mezzo del servizio postale si producono per il notificante al momento della consegna del piego all'ufficiale giudiziario (ovvero al personale del servizio postale) e per il destinatario al momento della ricezione, ha carattere generale e trova applicazione non solo con riferimento agli atti processuali, ma anche con riferimento agli atti d'imposizione tributaria. Ne consegue che è tempestiva la spedizione dell'avviso di rettifica effettuata prima dello spirare del termine di decadenza gravante sull'ufficio, a nulla rilevando che la consegna al destinatario sia avvenuta successivamente a tale scadenza.
CARTELLA ESATTORIALE, TERMINE DI RICORSO A 60 GG SE NOTIFICA VERBALE NULLA.
Cass. civ. Sez. II, Ord., 11-03-2008, n. 6493
La Cassazione, con sentenza n. 6493/2008 ha stabilito il principio di diritto secondo il quale “Qualora venga proposta opposizione a cartella esattoriale emessa per il pagamento di una sanzione amministrativa per violazione del codice della strada, con cui si deduca l’illegittimità di tale atto per omessa notifica del verbale di contestazione dell’infrazione, il termine di presentazione del ricorso è di sessanta giorni.
non vi è alcuna necessità che il verbale sia compilato dal medesimo agente che ha rilevato l’infrazione (Cassazione civile, I Sezione, Sentenza n°. 12105 del 27.9.2001; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 10015 del 10.7.2002; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005);
non vi è alcuna necessità che il verbale notificato al trasgressore contenga una sottoscrizione autografa, invece necessaria per il verbale originario (Cassazione Civile, III Sezione, Sentenza n°. 11949 del 25.10.1999; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005; Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006; Cassazione Civile, Seconda Sezione, Sentenza 22088 del 23.10.2007);
la sentenza n°. 3543 del 15.2.2007 della I Sezione della Corte di Cassazione ha stabilito che nelle ipotesi di irreperibilità del destinatario all’indirizzo risultante dai pubblici registri le attività di notificazione devono essere esperite ai sensi dell’articolo 140 c.p.c. senza quindi remissione in termini dell’organo accertatore;
non è necessaria alcuna sottoscrizione qualora il verbale sia redatto con sistemi meccanizzati (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 10015 del 10.7.2002; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005, Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006)
secondo la sentenza della Corte Costituzionale n°. 27 del 2005“la mancata previsione della contestazione immediata dell’infrazione punita con una misura amministrativa non integra di per sé una violazione del diritto di difesa” e che la ordinanza della Corte Costituzionale n°. 307 del 20.6.2006 ha ribadito la costituzionalità della mancata contestazione immediata nelle ipotesi previste dall’articolo 4 della legge 168/2002; .
Non vi è alcuna necessità che al trasgressore venga notificato il processo verbale dell’infrazione o una copia dello stesso, essendo sufficiente una sintesi contenente i soli estremi necessari ad individuare l’imputazione e del processo verbale di riferimento (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 4095 del 22.3.2001; Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006, Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza 21045 del 28.9.2006; ) in modo che – quale che sia la forma usata – il verbale notificato sia idoneo a garantire l’esercizio del diritto di difesa dell’interessato (Cassazione Civile, I sezione, sentenze 4459 del 2003 e 19979 del 6.10.2004; Cassazione Civile, II Sezione, Sentenza 22088 del 23.10.2007); nella fattispecie non è dubitabile che il ricorrente abbia compreso la contestazione e che abbia potuto sulla base di tale contestazione esercitare compiutamente il proprio diritto di difesa, come peraltro dimostrato dalla presentazione del ricorso in trattazione;
La circostanza che il funzionario abbia omesso di stendere sull’originale e sulla copia dell’atto la relazione di notifica costituisce una mera irregolarità (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 2099 del 13.3.1996, n°. 14005 del 27.9.2002, n°. 12320 del 6.7.2004 e n°. 23024 del 26.10.2006; Cassazione Civile, V Sezione, Sentenze n°. 6923 del 14.5.2002 e n°. 12010 del 22.5.2006; );
gli errori materiali eventualmente contenuti nel verbale non sono da considerarsi rilevanti se non quando non siano facilmente rilevabili dal trasgressore o incidano sul diritto di difesa o rendano comunque incerto il contenuto della contestazione (così la Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006); e nella fattispecie,
La mancata indicazione, nel processo verbale sommario, del numero civico all’altezza del quale si trovava l’autovettura, non configura violazione del diritto di difesa dell’incolpato, quando la località dove avviene l’infrazione è sufficientemente individuata attraverso l’indicazione della città e della via (Pretura Macerata, 30 marzo 1994).
Il sommario processo verbale di accertamento dell’infrazione dell’art. 4 del Codice Stradale (t.u. 15.6.1959 n°. 393) – divieto di sosta – non è necessario contenga l’indicazione del numero civico della strada in corrispondenza del quale il veicolo è stato rinvenuto in sosta vietata, giacché la mancanza di tale elemento non rende per sé nullo l’accertamento se sia dato comunque conoscere il luogo della violazione senza possibilità di equivoci con altri luoghi ed altre violazioni riferibili allo stesso trasgressore (Cassazione Civile, Sezione I, 18.2.1989 n°. 972; Cassazione Civile, Sezione II, Sentenza 5447 del 9.3.2007).
La differenza di dimensioni del cartello installato rispetto a quelle normativamente prescritte ha rilevanza “solo quando tale differenza sia tale da rendere il cartello inidoneo ad assolvere la funzione assegnatoli” (Sentenza n°. 9438 del 21.9.1998 della Corte di Cassazione)
I cartelli stradali debbono essere osservati da tutti gli utenti della strada, senza possibilità da parte loro di censurarne la legittimità; ciò sia perché gli atti amministrativi debbono presumersi legittimi e sono dotati forza esecutiva, sia per evitare che l’altrui affidamento nella legalità della segnaletica stradale generi situazioni di pericolo (Cassazione Penale, IV sezione, sentenza n°. 10203 del 29 settembre 1987);
I segnali stradali debbono essere osservati anche se illegittimi (…) per evitare che l’altrui affidamento nella legittimità della segnalazione, generi situazioni di pericolo” (Cassazione Penale, V Sezione, Sentenza n°. 9584 del 20.10.1982; Cassazione Penale, IV Sezione, Sentenza n°. 10076 del 27.9.1986);
L’art. 77, comma sette del regolamento del codice della strada non prevede che l’omissione delle indicazioni formali sul retro del cartello esima l’utente dall’obbligo di rispettare la prescrizione espressa dal segnale. Quelle indicazioni hanno infatti lo scopo di consentire agli stessi organi della pubblica amministrazione di controllare la regolarità della fabbricazione e della collocazione del segnale e di rimuovere quelli apposti da soggetti che siano privi del relativo potere o che lo abbiano esercitato in violazione delle disposizioni che ne fissano le modalità di esercizio (Cassazione Civile, III Sezione, sentenza n°. 6474 del 18.5.2000; Cassazione Civile, I sezione, Sentenza n°. 7125 del 29.3.2006);
La mancata indicazione del termine previsto a pena di decadenza per proporre opposizione e dell’autorità competente a decidere sulla stessa integra una irregolarità che impedisce il verificarsi di preclusioni processuali a seguito del mancato rispetto da parte dell’interessato del termine di cui all’art. 22 della legge 689/81 senza, quindi, effetti sulla legittimità del provvedimento (Cassazione Civile, I sezione, sentenza n°. 9080 del 13.9.1997; III Sezione, Sentenza n°. 9443 del 18.7.2000; I Sezione, Sentenza n°, 5050 del 25.5.1999; Cassazione Civile, Sentenza n°. 4296 del 3.3.2004; Cassazione Civile, II Sezione, Sentenza n°. 1394 del 23.1.2007; Consiglio di Stato, III sezione, decisione del 2.12.2003, Tribunale Amministrativo Regionale del Lazio, I sezione, Sentenza n°. 968 del 7.2.2007, Tribunale di Frosinone, Sezione di Anagni, Sentenza n°. 2 del 24.1.2006).
La omessa indicazione del tipo di veicolo non produce di per sé sola l’invalidità del verbale, potendo però incidere sull’efficacia probatoria dello stesso (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 1445 del 14.2.1994);
È irrilevante che nel verbale di contestazione sia indicata erroneamente la data di nascita del conducente, in quanto le irregolarità formali relative all’identificazione della persona non inficiano di nullità l’atto se non quando rendono assolutamente incerta la persona cui l’atto è rivolto (Pretore Bologna, Sentenza n°. 976 del 16.12.1992);
Con riguardo ad infrazione amministrativa, un comportamento od una prassi di mera tolleranza da parte della P.A. non possono essere invocati come esimente, né sotto il profilo del difetto di coscienza e volontarietà dell’azione (art. 3, comma 1 l. 689/81), il quale ricorre solo in presenza di azioni non dominabili dalla sfera psichica dell’agente, né sotto il profilo dell’errore incolpevole (comma 2 del citato articolo 3), mancando i requisiti della scusabilità ed inevitabilità dell’errore medesimo (Cassazione, sezione Lavoro, Sentenza n°. 14168 del 2.10.2002; conformi Cassazione, n°. 657 del 25.1.1999 e n°. 10606 del 26.10.1998).
1 l’art. 384 del C.d.S. ha inteso ricomprendere “tra i casi di impossibilità di contestazione immediata (…) tutti quelli in cui in concreto il servizio sia stato organizzato in modo che il fermo del veicolo in tempo utile e nei modi regolamentari non sia possibile ovvero scevro da pericolo” (sentenza n°. 2494 del 14.12.2000 della I sezione della Corte di Cassazione ribadita dalla Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005); inoltre “l’indicazione nel verbale – verificatesi nel caso di specie - di una delle ragioni tra quelle previste dalla lettera “e” dell’articolo 384 del regolamento di esecuzione del codice della strada che rendono ammissibile la contestazione differita dell’infrazione rende ipso facto legittimo il verbale medesimo e la conseguente irrogazione della sanzione” (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 11512 del 17.5.2007).
L’organizzazione del servizio di accertamento da parte della P.A. e la scelta se fermare o no i veicoli in sicurezza sono discrezionali e non possono essere oggetto di contestazione (sentenze n°. 11512 del 17.5.2007, 24355 del 15.11.2006, 16458 del 18.7.2006, 1752 del 27.1.2006, 9222 del 4.5.2005, 6065 del 21.3.2005 n°. 6851 del 7.4.2004, 4048 del 21.3.2002, 9441 del 12.7.2001, 9438 del 12.7.2001, 7103 del 25.5.2001 della I sezione della Corte di Cassazione);
La notifica del verbale di accertamento è validamente eseguita qualora il trasgressore abbia rifiutato di ricevere copia del verbale di contestazione o di firmarlo (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 2943 del 203.1998; Cassazione Penale IV Sezione, sentenza del 14.1.1966; Cassazione Penale IV sezione, Sentenza del 16.12.1964; Cassazione Penale, IV Sezione, sentenza del 16.10.1967);
rientra nei compiti della polizia municipale l’accertamento delle infrazioni al codice della strada consumate nel territorio comunale, anche se fuori dal centro abitato (Cassazione Civile, I Sezione, sentenza n°. 3019 dell’1.3.2002; Cassazione Civile, I Sezione; Sentenza n°. 11183 del 22.8.2001, Cassazione Civile Sentenza del 9.3.2006; Cassazione Civile, Sentenza 5199 del 7.3.2007);
non ricorre la nullità dell’atto amministrativo per carenza del requisito soggettivo quando dallo stesso atto risulti la qualità dell’autore della sottoscrizione e pertanto sebbene questa risulti indecifrabile od incompleta, detta qualità debba ritenersi oggettivamente certa (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 522 del 20.1.1994);
In tema di atti amministrativi informatici, è da escludere la nullità della sottoscrizione stampata su atto meccanografico mediante indicazione della qualifica di “Direttore Generale ff” e l’apposizione di una sigla a stampa non leggibile, atteso che tali modalità sono equipollenti a quelle previste dalla legge, consentendo in caso di necessità, l’identificazione del soggetto indicato come autore dell’atto che è resa più agevole dalla precisazione della qualifica che non dalla indicazione del solo nominativo del provvedimento (Corte di Cassazione, Sezione Lavoro, sentenza del 15.10.2003);
La sottoscrizione autografa non si può configurare quale elemento ontologicamente essenziale per la stessa esistenza giuridica dell’atto amministrativo, quanto meno nell’ipotesi nella quale i dati estrinsecati nello stesso contesto documentativo dell’atto carente di sottoscrizione consentano di accertare aliunde la sicura attribuibilità dello stesso atto a chi deve esserne l’autore secondo le norme positive (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza 16417 del 21.11.2002; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005);
Il mero preavviso di contravvenzione (solitamente apposto sul parabrezza del veicolo del trasgressore) non può essere equiparato né al verbale di contestazione immediata né al verbale di accertamento notificato al trasgressore in quanto – a differenza di essi – atto non idoneo - se non impugnato – a costituire titolo esecutivo ai sensi dell’art. 203 del codice della strada (Cassazione Civile, I sezione, Sentenza n°. 5875 del 24.3.2004); peraltro nessuna norma impone il rilascio di un preavviso di violazione (Cassazione Civile, Seconda Sezione, Sentenza 5447 del 9.3.2007)
L’organo accertatore non deve compilare due distinti verbali – uno di accertamento ed uno di contestazione dell’illecito – ma ai sensi dell’art. 385 del Regolamento di Esecuzione del Codice della Strada, compila un unico verbale (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6634 del 9.5.2002);
la mancata od errata indicazione della somma da pagare in misura ridotta non è comunque motivo di invalidità del verbale: in questo senso si sono espresse la Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 11215 del 14.10.1992 (“L’omissione dell’indicazione della somma da pagare in misura ridotta è del tutto priva di rilevanza ai fini della validità della contestazione”), la Sentenza n°. 2058 del 19.2.1992 (“L’indicazione della somma da pagare in misura ridotta costituisce una mera facoltà e non un obbligo dell’organo accertatore”), la Sentenza n°. 7840 del 21.7.1999 (“l’accertatore non ha alcun obbligo di dare avviso dell’importo esatto per estinguere il proprio obbligo) nonché le sentenze n°. 10081 del 15.10.1997, e n°. 6555 dell’11.5.2001;
L’omessa indicazione del responsabile del procedimento non è motivo di illegittimità del provvedimento dovendosi in tal caso ritenere che il responsabile è il dirigente dell’unità organizzativa competente (Consiglio di Stato, V sezione, Sentenza n°. 1662 del 29.3.2004; Consiglio di Stato, VI sezione, Sentenza n°. 6654 del 5.12.2002);
La collocazione di cartelli pubblicitari su autocarro in sosta per più giorni su area privata in vista di strada pubblica è riconducibile alla previsione del Decreto Legislativo 285 del 1992, articolo 23, comma 4 (Cassazione Civile, Sentenza 13842 del 13.6.2007);
secondo la sentenza 477 del 2002 della Corte Costituzionale, “gli effetti della notificazione a mezzo posta devono dunque essere ricollegati – per quanto riguarda il notificante – al solo compimento delle formalità a lui direttamente imposte dalla legge, ossia la consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario, essendo la successiva attività di quest’ultimo e dei suoi ausiliari (quale appunto l’agente postale) sottratta in toto al controllo ed alla sfera di disponibilità del notificante medesimo” e che quindi il termine per la notifica dell’atto in questione va riferito alla consegna dell’atto medesimo all’agente postale e non al suo ricevimento da parte dell’interessato;
Secondo la sentenza della Corte di Cassazione, Sez. 1, Sentenza n. 9357 del 11/06/2003 secondo cui “In tema di sanzioni amministrative e di notifica all'interessato degli estremi della violazione a norma dell'art. 14 della legge 24 novembre 1981, n. 689, a seguito della sopravvenuta declaratoria di illegittimità costituzionale del combinato disposto degli artt. 149 cod. proc. civ. e 4, terzo comma, della legge 20 novembre 1982, n. 890, nella parte in cui prevede che la notificazione si perfeziona, per il notificante, alla data di ricezione dell'atto da parte del destinatario anziché a quella, antecedente, di consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario (pronuncia la cui efficacia va affermata anche con riguardo ad atti compiuti in precedenza, ma la cui validità ed efficacia sia ancora oggetto di sindacato dopo la predetta sentenza), deve escludersi che eventuali vizi relativi alla fase di consegna del plico al destinatario da parte dell'agente postale possano incidere sull'efficacia della notificazione dell'atto di contestazione rispetto al notificante, tali vizi riguardando il compimento di atti sottratti "in toto" al controllo ed alla sfera di disponibilità del notificante medesimo”.
la sentenza 10844 del 2003 della Corte di Cassazione ha affermato che: “Va peraltro osservato che la Corte costituzionale, con la recente sentenza 26 novembre 2002, n. 477, con riferimento all'art. 4 della legge n. 890 del 1982, ha affermato il principio - valevole in ogni caso come regola ermeneutica - secondo il quale gli effetti della notificazione debbono essere ricollegati, per quanto riguarda il notificante, al solo compimento delle formalità a lui direttamente imposte dalla legge, essendo l'attività degli organi della notificazione sottratti alla sua sfera di disponibilità. Va parimenti osservato che già in precedenza le SS. UU. di questa Corte, con la sentenza 5 marzo 1996, n. 1729, a proposito della notifica a mezzo posta per compiuta giacenza, avevano scisso il momento dell'efficacia della notifica in relazione al notificante ed al notificando, ritenendo realizzato il primo con il deposito del piego presso l'ufficio postale. Ritiene questo collegio che il principio stabilito dalla su detta sentenza delle SS.UU. vada rettificato sulla base di quanto stabilito dalla citata sentenza della Corte costituzionale, affermandosi che anche nel caso previsto dall'art. 8 della legge n. 890 del 1982 gli effetti della notificazione - ove rituale in relazione al destinatario ed al luogo della notifica - per il notificante, si producono dal compimento delle formalità a lui imposte dalla legge. Ne deriva che ove, come in materia di notifica di verbali di accertamento di violazione del codice della strada, sia espressamente prevista la notifica a mezzo posta, secondo la relativa disciplina, l'Amministrazione notificante adempie ai suoi obblighi in proposito con il regolare avviamento della procedura di notifica a mezzo posta, così evitando ogni decadenza procedimentale”.
Il principio è stato quindi ribadito dalla 113 del 2004 secondo cui “…infine, sempre in pendenza del presente ricorso, la Corte costituzionale, con la recente sentenza n. 477 del 26 novembre 2002, ha dichiarato l'illegittimità costituzionale, per violazione degli artt. 3 e 24 Cost., "del combinato disposto dell'art. 149 del codice di procedura civile e dell'art. 4, comma terzo, della legge 20 novembre 1982 n. 890..., nella parte in cui prevede che la notificazione si perfeziona, per il notificante, alla data di ricezione dell'atto da parte del destinatario anziché a quella, antecedente, di consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario" - che in tale ultima sentenza la Corte la Corte ha, tra l'altro, sottolineato che, "in ossequio ai richiamati principi costituzionali, gli effetti della notificazione a mezzo posta devono, dunque, essere ricollegati - per quanto riguarda il notificante - al solo compimento delle formalità a lui direttamente imposte dalla legge, ossia alla consegna dell'atto da notificare all'ufficiale giudiziario, essendo la successiva attività di quest'ultimo e dei suoi ausiliari (quale appunto l'agente postale) sottratta in toto al controllo ed alla sfera di disponibilità del notificante medesimo"; e che "resta naturalmente fermo, per il destinatario, il principio del perfezionamento della notificazione solo alla data di ricezione dell'atto, attestata dall'avviso di ricevimento, con la conseguente decorrenza da quella stessa data di qualsiasi termine imposto al destinatario medesimo" (cfr. n. 3. 2. del Considerato in diritto); (…) "combinando" gli effetti delle tre predette dichiarazioni di illegittimità costituzionale (dell'art. 8 commi 2 e 3 della legge n. 890 del 1982 e del combinato disposto degli artt. 149 cod. proc. civ. e 4 comma 3 della stessa legge n. 890 del 1982), ne consegue che, mentre gli effetti della notificazione, a mezzo del servizio postale, di un atto giudiziario o di un atto adottato dalle pubbliche amministrazioni di cui all'art. 1 del d. lgs. n. 29 del 1993 e successive modificazioni (cfr. art. 12 comma 1 della legge n. 890 del 1982, nel testo sostituito dall'art. 10 comma 5 della legge n. 265 del 1999) devono essere ricollegati, per il notificante, al momento della consegna dell'atto stesso all'ufficiale giudiziario o ad altro soggetto abilitato alla sua notificazione in base alla legge, per il destinatario, la notificazione si perfeziona decorsi dieci giorni dalla comunicazione al destinatario medesimo del compimento delle formalità previste dall'art. 8 comma 2 della legge n. 890 del 1982 - nel testo risultante a seguito della relativa dichiarazione di incostituzionalità - e del deposito del piego nell'ufficio postale; piego, che, a seguito della dichiarazione di illegittimità costituzionale dell'art. 8 comma 3, deve restare comunque depositato nell'ufficio postale, a disposizione del destinatario stesso, sino die, a tutela della concreta possibilità di quest'ultimo di conoscere il contenuto dell'atto;
rientra nei compiti della polizia municipale l’accertamento delle infrazioni al codice della strada consumate nel territorio comunale, anche se fuori dal centro abitato (Cassazione Civile, I Sezione, sentenza n°. 3019 dell’1.3.2002; Cassazione Civile, I Sezione; Sentenza n°. 11183 del 22.8.2001)
multe valide anche senza indicazione della sanzione nel verbale
Corte di Cassazione Civile sez.II 23/1/2007 n. 1412
Sosta vietata - mancata apposizione sul veicolo del preavviso di violazione - mancata contestazione immediata - omessa indicazione del n. civico della via dove la violazione è stata accertata - nessuna norma impone il rilascio di un preavviso di violazione
Corte di Cassazione Civile sez.II 9/3/2007 n. 5447
Cass. sez. II, 18/9/2006 n. 20158 ha stabilito che anche se all'epoca dell'infrazione il trasgressore era minore, laddove il verbale venga notificato quando egli nel frattempo è divenuto maggiorenne, l'invito rivolto ai sensi dell'art. 180 non deve essere osservato dal genitore bensì dal minore stesso divenuto maggiorenne nel frattempo
non vi è alcuna necessità che il verbale sia compilato dal medesimo agente che ha rilevato l’infrazione (Cassazione civile, I Sezione, Sentenza n°. 12105 del 27.9.2001; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 10015 del 10.7.2002; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005)
non vi è alcuna necessità che il verbale notificato al trasgressore contenga una sottoscrizione autografa, invece necessaria per il verbale originario (Cassazione Civile, III Sezione, Sentenza n°. 11949 del 25.10.1999; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005; Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006);
non è necessaria alcuna sottoscrizione qualora il verbale sia redatto con sistemi meccanizzati (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 10015 del 10.7.2002; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005, Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006);
Non vi è alcuna necessità che al trasgressore venga notificato il processo verbale dell’infrazione o una copia dello stesso, essendo sufficiente una sintesi contenente i soli estremi necessari ad individuare l’imputazione e del processo verbale di riferimento (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 4095 del 22.3.2001; Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006) in modo che – quale che sia la forma usata – il verbale notificato sia idoneo a garantire l’esercizio del diritto di difesa dell’interessato (Cassazione Civile, I sezione, sentenze 4459 del 2003 e 19979 del 6.10.2004); nella fattispecie non è dubitabile che il ricorrente abbia compreso la contestazione e che abbia potuto sulla base di tale contestazione esercitare compiutamente il proprio diritto di difesa, come peraltro dimostrato dalla presentazione del ricorso in trattazione;
La circostanza che il funzionario abbia omesso di stendere sull’originale e sulla copia dell’atto la relazione di notifica costituisce una mera irregolarità (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 2099 del 13.3.1996 e n°. 14005 del 27.9.2002);
Il sommario processo verbale di accertamento dell’infrazione dell’art. 4 del Codice Stradale (t.u. 15.6.1959 n°. 393) – divieto di sosta – non è necessario contenga l’indicazione del numero civico della strada in corrispondenza del quale il veicolo è stato rinvenuto in sosta vietata, giacché la mancanza di tale elemento non rende per sé nullo l’accertamento se sia dato comunque conoscere il luogo della violazione senza possibilità di equivoci con altri luoghi ed altre violazioni riferibili allo stesso trasgressore (Cassazione Civile, Sezione I, 18.2.1989 n°. 972).
La mancata indicazione del termine previsto a pena di decadenza per proporre opposizione e dell’autorità competente a decidere sulla stessa integra una irregolarità che impedisce il verificarsi di preclusioni processuali a seguito del mancato rispetto da parte dell’interessato del termine di cui all’art. 22 della legge 689/81 (Cassazione Civile, I sezione, sentenza n°. 9080 del 13.9.1997; III Sezione, Sentenza n°. 9443 del 18.7.2000; I Sezione, Sentenza n°, 5050 del 25.5.1999; Cassazione Civile, Sentenza n°. 4296 del 3.3.2004; Consiglio di Stato, III sezione, decisione del 2.12.2003, Tribunale Amministrativo Regionale del Lazion, I sezione, Sentenza n°. 968 del 7.2.2007, Tribunale di Frosinone, Sezione di Anagni, Sentenza n°. 2 del 24.1.2006) senza, quindi, effetti sulla legittimità del provvedimento;
l’art. 384 del C.d.S. ha inteso ricomprendere “tra i casi di impossibilità di contestazione immediata (…) tutti quelli in cui in concreto il servizio sia stato organizzato in modo che il fermo del veicolo in tempo utile e nei modi regolamentari non sia possibile ovvero scevro da pericolo” (sentenza n°. 2494 del 14.12.2000 della I sezione della Corte di Cassazione ribadita dalla Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 6065 del 21.3.2005), come appunto nel caso di specie, apprendo evidente che fermare un veicolo procedente a forte velocità è operazione che comporta comunque pericoli, tanto per il trasgressore quanto per gli agenti e gli altri automobilisti;.
sentenza della Corte Costituzionale n°. 27 del 2005“la mancata previsione della contestazione immediata dell’infrazione punita con una misura amministrativa non integra di per sé una violazione del diritto di difesa”; ordinanza della Corte Costituzionale n°. 307 del 20.6.2006: ribadita la costituzionalità della mancata contestazione immediata nelle ipotesi previste dall’articolo 4 della legge 168/2002; .
L’organizzazione del servizio di accertamento da parte della P.A. e la scelta se fermare o no i veicoli in sicurezza sono discrezionali e non possono essere oggetto di contestazione (sentenze n°. 1752 del 27.1.2006, 9222 del 4.5.2005, 6065 del 21.3.2005 n°. 6851 del 7.4.2004, 4048 del 21.3.2002, 9441 del 12.7.2001, 9438 del 12.7.2001, 7103 del 25.5.2001 della I sezione della Corte di Cassazione);
Il mero preavviso di contravvenzione (solitamente apposto sul parabrezza del veicolo del trasgressore) non può essere equiparato né al verbale di contestazione immediata né al verbale di accertamento notificato al trasgressore in quanto – a differenza di essi – atto non idoneo - se non impugnato – a costituire titolo esecutivo ai sensi dell’art. 203 del codice della strada (Cassazione Civile, I sezione, Sentenza n°. 5875 del 24.3.2004);
Gli errori materiali eventualmente contenuti nel verbale non sono da considerarsi rilevanti se non quando non siano facilmente rilevabili dal trasgressore o incidano sul diritto di difesa o rendano comunque incerto il contenuto della contestazione (così la Cassazione Civile, I sezione sentenza n°. 21045 del 28.9.2006);
Sentenza 477 del 2002 della Corte Costituzionale, “gli effetti della notificazione a mezzo posta devono dunque essere ricollegati – per quanto riguarda il notificante – al solo compimento delle formalità a lui direttamente imposte dalla legge, ossia la consegna dell’atto da notificare all’ufficiale giudiziario, essendo la successiva attività di quest’ultimo e dei suoi ausiliari (quale appunto l’agente postale) sottratta in toto al controllo ed alla sfera di disponibilità del notificante medesimo” e che quindi il termine per la notifica dell’atto in questione va riferito alla consegna dell’atto medesimo all’agente postale e non al suo ricevimento da parte dell’interessato; tale principio è stato ritenuto applicabile anche agli atti amministrativi dalla sentenza della Corte di Cassazione 9357/2003;
la Pubblica Amministrazione può sanare qualsiasi vizio di una ordinanza ingiunzione con la presentazione entro i termini e prima della formazione del giudicato di una nuova, corretta, ordinanza; così infatti si esprime la Suprema Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, sentenza n°. 3735/2004: “In coerenza con tale parallelo interesse del trasgressore, la Cassazione ha riconosciuto alla stessa Amministrazione la possibilità di intervenire sull'ordinanza ingiuntiva anche dopo l'avvenuto pagamento da parte dell'interessato. Secondo la sentenza 2761/2003, di questa stessa Corte, sino a quando non sia intervenuto il giudicato a seguito dell'opposizione proposta dall'ingiunto avverso l'ordinanza-ingiunzione, l'Amministrazione, nell'esercizio del potere di autotutela, può procedere alla rimozione degli eventuali vizi, ovvero alla rettifica ed alla correzione degli eventuali errori in essa contenuti, provvedendo ad emanare una nuova ordinanza-ingiunzione emendata da detti vizi e/o errori, e ciò può fare anche nel caso in cui l'ingiunto abbia già pagato la somma indicata con il primo provvedimento”. Lo stesso principio è affermato anche nella sentenza n°. 828 del 27.1.1994 della medesima sezione secondo cui è da considerarsi valida la ordinanza emessa in sostituzione di una precedente priva degli elementi di invalidità (“L’annullamento o la revoca dell’ordinanza ingiunzione, disposti dall’amministrazione nell’esercizio della facoltà di autotutela, ancorché nel corso dell’opposizione proposta dall’interessato ai sensi dell’art. 22 della legge 689/81 non privano l’amministrazione – sempre che non sia stata pronunciata sentenza con riguardo alla predetta opposizione – del potere di adottare un nuovo provvedimento sanzionatorio in relazione alla medesima infrazione, rimuovendo gli elementi di illegittimità dell’atto”);
Dalla sentenza della Corte costituzionale n. 477 del 2002 - con la quale è stata dichiarata l'illegittimità costituzionale del combinato disposto dell'art. 149 c.p.c. e dell'art. 4, terzo comma, della legge 20 novembre 1982, n. 890, nella parte in cui prevede che la notificazione si perfeziona, per il notificante, alla data di ricezione dell'atto da parte del destinatario anziché a quella, antecedente, di consegna dell'atto all'ufficiale giudiziario - , BENCHÈ EMESSA IN TEMA DI NOTIFICA DI ATTI GIUDIZIARI, DEVE TRARSI IL PRINCIPIO GENERALE (IN APPLICAZIONE DEL CRITERIO SECONDO IL QUALE TRA VARIE INTERPRETAZIONI POSSIBILI VA PREFERITA QUELLA CHE ESCLUDE DUBBI DI LEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE PER CUI ANCHE LA NOTIFICAZIONE DEGLI AVVISI DI ACCERTAMENTO TRIBUTARI SI PERFEZIONA PER L’AMMINISTRAZIONE AL MOMENTO DELLA SPEDIZIONE DELL’ATTO NOTIFICANDO E NON DELLA RICEZIONE DELLA STESSA DA PARTE DEL CONTRIBUENTE. Ne consegue, in tema di tassa per l'occupazione di spazi ed aree pubbliche (TOSAP), che il termine per verificare la tempestività della notificazione dell'avviso di accertamento, spedito a mezzo posta ex art. 51, comma 3, del d.lgs. 16 novembre 1993, n. 507, coincide con la data di spedizione del plico e non con quella della sua ricezione da parte del contribuente.
Sez. 5, Sentenza n. 1647 del 29/01/2004 (Rv. 569786)
In tema di controllo della velocità dei veicoli a mezzo di apparecchi meccanici da parte di agenti di polizia è legittimo l’uso attuale dell’autovelox il quale non essendo un impianto di telecomunicazione non è sottoposto, prima di essere adottato, all’autorizzazione del Ministero delle Poste (Cassazione Penale, IV Sezione, Sentenza n°. 1553 del 26.2.1981; Giudice di Pace di Santhià (VC), sentenza del 13.1.2001);
L’efficacia probatoria dello strumento rilevatore della velocità dei veicoli (autovelox) perdura sino a quando risultino accertati nel caso concreto, sulla base di circostanze allegate dall’opponente e debitamente provate, inconvenienti ostativi al regolare funzionamento dello strumento stesso (Cassazione, I sezione, sentenza n°. 9441 del 12.7.2001);
la Corte di Cassazione (sentenza n°. 5889 del 24.3.2004) ha inoltre precisato che non occorre l’omologazione del singolo esemplare di autovelox ma solo del singolo modello;
La fonte principale di prova delle risultanze dello strumento elettronico è costituita dal negativo della fotografia, documento che individua con certezza il veicolo e ne consente il riferimento alle circostanze di fatto, tempo e logo indicate, con la conseguenza che la successiva fase di sviluppo e stampa del negativo stesso rappresenta un’attività meramente materiale e strumentale cui non deve necessariamente attendere né presenziare il pubblico ufficiale rilevatore dell’infrazione, ovvero uno degli altri soggetti indicati nell’art. 12 del codice della strada (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 16713 del 7.11.2003);
In tema di controllo della velocità dei veicoli a mezzo di apparecchi meccanici da parte di agenti di polizia è legittimo l’uso attuale dell’autovelox il quale non essendo un impianto di telecomunicazione non è sottoposto, prima di essere adottato, all’autorizzazione del Ministero delle Poste (Cassazione Penale, IV Sezione, Sentenza n°. 1553 del 26.2.1981; Giudice di Pace di Santhià (VC), sentenza del 13.1.2001)
L’efficacia probatoria dello strumento rilevatore della velocità dei veicoli (autovelox) perdura sino a quando risultino accertati nel caso concreto, sulla base di circostanze allegate dall’opponente e debitamente provate, inconvenienti ostativi al regolare funzionamento dello strumento stesso (Cassazione, I sezione, sentenza n°. 9441 del 12.7.2001)
La fonte principale di prova delle risultanze dello strumento elettronico è costituita dal negativo della fotografia, documento che individua con certezza il veicolo e ne consente il riferimento alle circostanze di fatto, tempo e logo indicate, con la conseguenza che la successiva fase di sviluppo e stampa del negativo stesso rappresenta un’attività meramente materiale e strumentale cui non deve necessariamente attendere né presenziare il pubblico ufficiale rilevatore dell’infrazione, ovvero uno degli altri soggetti indicati nell’art. 12 del codice della strada (Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 16713 del 7.11.2003
Obbligo di segnalazione del rilevamento elettronico della velocità da dare agli automobilisti non sussiste solo per le strade principali di cui all'art. 2 C.d.S., lett. A) e B) ma su ogni tipologia di strada. La violazione dell'obbligo di informazione incide sulla legittimità della installazione degli strumenti di rilevazione elettronica delle velocità e, quindi, dell'accertamento dell'infrazione quando esso avviene con modalità derogatorie delle disciplina comune.
Cassazione Civile, sez. II, 17 novembre 2006, n. 24526
L’apparecchiatura telelaser costituisce una legittima fonte di prova qualora corredata delle dichiarazioni degli agenti accertatori (Sentenza n°. 15466/2002 della Prima Sezione della Corte di Cassazione) né vi è alcuna necessità che l’accertamento sia supportato da documentazione fotografica dell’accertamento dell’infrazione (Cassazione Civile, II Sezione, sentenza n°. 17658 del 26.5.2006, Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 5873 del 24.3.2004; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 10895 del 23.3.2005; Cassazione Civile, II Sezione, Sentenza n°. 1835 del 16.12.2005; Cassazione Civile, Sentenza n°. 26629 del 28.10.2005);
L’apparecchiatura telelaser costituisce una legittima fonte di prova qualora corredata delle dichiarazioni degli agenti accertatori (Sentenza n°. 15466/2002 della Prima Sezione della Corte di Cassazione) né vi è alcuna necessità che l’accertamento sia supportato da documentazione fotografica dell’accertamento dell’infrazione (Cassazione Civile, II Sezione, sentenza n°. 17658 del 26.5.2006, Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 5873 del 24.3.2004; Cassazione Civile, I Sezione, Sentenza n°. 10895 del 23.3.2005; Cassazione Civile, II Sezione, Sentenza n°. 1835 del 16.12.2005; Cassazione Civile, Sentenza n°. 26629 del 28.10.2005)
sentenza del Giudice di Pace di Gemona del Friuli, n°. 109 del 20 ottobre 2005: “L'obbligo di taratura previsto dalla L. n°. 273/1991 non riguarda le apparecchiature destinate all’esclusivo accertamento di violazioni al C. d. S. ed in particolare dei limiti di velocità”né tanto meno recepito dalla Cassazione;
sentenza del Giudice di pace di Torino n°. 1502 del 23.9.2005: “Risulta evidente la volontà del legislatore di eludere la procedura di taratura per i rilievi di velocità previsti dal Codice della Strada”;
sentenza del Giudice di Pace di Sanluri n°. 164 del 28.7.2006: “La legge 273/1991 non ha alcuna attinenza con gli apparecchi di misura della velocità per i quali una taratura in senso tecnico non è necessaria”;
la Corte di Cassazione nella sentenza 11328 del 16.5.2007 la Cassazione Civile ha espressamente affermato – sia pure in riferimento all’apparecchiatura Photored - che “nessuna disposizione normativa impone la taratura periodica o prima dell’uso delle apparecchiature di rilevazione automatica dell’infrazione di cui all’articolo 146 del Codice della Strada”, affermazione che può essere senz’altro estesa alle apparecchiature utilizzate per la contestazione impugnata;
la medesima Corte di Cassazione nelle sentenze 16757 del 27.7.2007 e nella sentenza 14566 del 21.6.2007 ha dichiarato “che la normativa europea non riguarda le apparecchiature di accertamento delle infrazioni per le quali è prevista la sola omologazione e non anche la periodica taratura con l’obbligo di attestazione della funzionalità” e che “nessuna disposizione normativa impone la taratura periodica o prima dell’uso della apparecchiature di rilevazione automatica della velocità”.
sentenza del Giudice di Pace di Gemona del Friuli, n°. 109 del 20 ottobre 2005: “L'obbligo di taratura previsto dalla L. n°. 273/1991 non riguarda le apparecchiature destinate all’esclusivo accertamento di violazioni al C. d. S. ed in particolare dei limiti di velocità”né tanto meno recepito dalla Cassazione; sentenza del Giudice di pace di Torino n°. 1502 del 23.9.2005: “Risulta evidente la volontà del legislatore di eludere la procedura di taratura per i rilievi di velocità previsti dal Codice della Strada”; sentenza del Giudice di Pace di Sanluri n°. 164 del 28.7.2006: “La legge 273/1991 non ha alcuna attinenza con gli apparecchi di misura della velocità per i quali una taratura in senso tecnico non è necessaria”. Sentenze contrarie alla necessità della taratura risultano emesse anche dai Giudici di Pace di Legnago, Como, Bergamo, Enna
Ultima modifica di batmanroma il 26/02/2009, 16:16, modificato 25 volte in totale.
Messaggioda batmanroma » 31/03/2007, 21:06
interramento rifiuti di demolizione
Cassazione – Sezione terza penale (up) – sentenza 26 ottobre 2006-26 gennaio 2007, n. 2902
Con la sentenza in epigrafe, il giudice del tribunale di Brescia dichiarò S. Pierluigi colpevole del reato di cui all’articolo 51, comma 1, lettera a), e 2, D.Lgs 22/1997, per avere, quale legale rappresentante della Srl Spagnoli Umberto, smaltito, mediante interramento in un’area destinata alla realizzazione di serre, circa 200 mc. di rifiuti di demolizione provenienti dalla demolizione del muro di recinzione della ditta e quindi effettuato la livellazione e la copertura di detto materiale con terre di scavo e con materiale stabilizzato e trattato, e lo condannò alla pena di euro 5.000,00 di ammenda.
Osservò, tra l’altro, il giudice che sussisteva il reato perché solo la preventiva prova di cessione ai sensi del Dm 5 febbraio 1998 avrebbe consentito di ritenere che non vi fosse pregiudizio per l’ambiente e perché l’imputato non avere provato di avere effettuato tale prova.
L’imputato propone ricorso per cassazione deducendo:
1) erronea applicazione degli articoli 6, comma 1, lettera a), e 7, comma 1 e comma 3, lettera b), D.Lgs 22/1997; dell’articolo 14 Dl 138/02, convertito con legge 178/02, in relazione all’articolo 5 1, comma 1, lettera a), D.Lgs 22/1997, per non avere il giudice escluso dalla nozione di rifiuto il materiale inerte scaturente dalla demolizione del muro di cinta, in presenza della prova della sua effettiva, oggettiva ed integrale riutilizzazione come materiale edile nello stesso ciclo produttivo per la realizzazione di un terrapieno fuori terra mediante rialzo del piano di campagna costituente la base di una nuova serra, ed in assenza della prova di un concreto pregiudizio per l’ambiente. Dagli atti infatti emerge: che si trattava di materiale di risulta proveniente dalla demolizione di una recinzione della società dell’imputato; che il materiale non presentava caratteristiche di disomogeneità né era mescolato a sostanze diverse; che non aveva subito interventi preventivi di trattamento; che il materiale era effettivamente, oggettivamente ed integralmente riutilizzato come base per la costruzione di una serra. Il giudice ha erroneamente richiamato il Dm 5 febbraio 1998, senza considerare che l’articolo 14 del successivo Dl 138/02, convertito con legge 178/02, non fa alcun rinvio a norme tecniche, e segnatamente al test di cessione di cui all’articolo 9 del detto decreto, sicché il legislatore non ha voluto far dipendere astrattamente la qualifica di un materiale come rifiuto a seconda della effettuazione o meno di tale test. Il rifiuto quindi non perde tale sua qualità solamente quando vi sia un reale pericolo per l’ambiente da accertarsi in concreto. Nella specie si trattava di materiale da demolizione reimpiegato totalmente nel medesimo ciclo produttivo in assenza della prova di un concreto pregiudizio ambientale. Lo stesso quindi doveva considerarsi non rifiuto ma materia prima secondaria, con conseguente inapplicabilità della normativa sui rifiuti, ivi compreso il Dm 5 febbraio 1998.
2) manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione, per non avere il giudice escluso dalla nozione di rifiuto il materiale edile in questione a fronte della prova che esso non proveniva da un sito inquinato e non era mescolato a sostanze diverse da quelle già presenti nel manufatto demolito e, pertanto, non poteva costituire un pregiudizio, neppure potenziale, per l’ambiente.
3) erronea applicazione dell’articolo 42, in relazione all’articolo 5 Cp; omessa motivazione su punto decisivo della controversia e segnatamente sulla inescusabilità della norma incriminatrice. Ricorda che è stato condannato per non aver effettuato il test di cessione previsto dall’articolo 9 del Dm 5 febbraio 1998. Sennonché egli non aveva alcuna coscienza e consapevolezza della illiceità del suo comportamento a causa di circostanze di ordine oggettivo e soggettivo che rendevano inevitabile l’ignoranza della legge penale.
Secondo la giurisprudenza di questa Sc, i residui delle attività di demolizioni edili costituiscono rifiuti speciali ai sensi dell’articolo 7, comma 3, lettera b), D.Lgs 22/1997. Tuttavia, ai sensi dell’articolo 14, comma 2, lettera a), del Dl 138/02, convertito nella legge 8 agosto 2002, n. 178, da interpretarsi, peraltro, in senso restrittivo ed in modo da non determinare un contrasto con i principi interpretativi affermati dalla Corte di giustizia europea, i materiali residuali non sono considerati rifiuti qualora gli stessi siano effettivamente ed oggettivamente riutilizzati nel medesimo o in analogo o diverso ciclo produttivo senza subire alcun intervento preventivo di trattamento (o dopo aver subito un trattamento preventivo senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero tra quelle individuate nell’allegato C del D.Lgs n. 22 e senza recare pregiudizio all’ambiente, e sempre che i materiali abbiano carattere di omogeneità e che vi sia certezza in ordine alla individuazione del produttore o detentore in questione, alla provenienza dei materiali, alla sede dove sono destinati, al riutilizzo dei medesimi in un ulteriore ciclo produttivo (cfr. Sezione terza, 46689/04, Falconi. m. 230.421; 37508/03, Papa, m. 225.929; v. anche Corte di Giustizia CE, 11 settembre 2003, causa C 114/0 1; Corte di Giustizia UE 11 novembre 2004, causa C457/02). Il quesito limitato e particolare che nel presente giudizio è stato posto all’attenzione di questa Corte è se la mancanza di pregiudizio per l’ambiente , richiesta dall’articolo 14, comma 2, lettera a), del Dl 138/02, convertito nella legge 178/02, unitamente a tutti gli altri requisiti necessari, perché beni o sostanze e materiali residuali di produzione o di consumo possano effettivamente riutilizzati senza essere considerati rifiuti , debba necessariamente essere provata, nel caso di residui di demolizioni, solo con la effettuazione, da parte dell’interessato, del c.d. test di cessione di cui al Dm 5 febbraio 1998.
Nel caso in esame, infatti, la difesa dell’imputato aveva sostenuto che il materiale inerte scaturente dalla demolizione del muro di cinta della sua azienda non doveva essere sottoposto alla disciplina sui rifiuti essendovi la prova della sua effettiva, oggettiva ed integrale riutilizzazione come materiale edile nello stesso ciclo produttivo per la realizzazione di un terrapieno fuori terra mediante rialzo del piano di campagna costituente la base di una nuova serra e perché mancava ogni prova di un concreto pregiudizio per l’ambiente. In particolare la difesa aveva sottolineato che, al contrario, vi era la prova che il materiale proveniente dalla demolizione del muro di recinzione non presentava caratteristiche di disomogeneità, che non era mescolato a sostanze diverse, che non aveva subito interventi preventivi di trattamento e che era effettivamente, oggettivamente ed integralmente riutilizzato come base per la costruzione di una serra, circostanze tutte in base alle quali doveva presumersi, in difetto di prova contraria, che il suo riutilizzo nello stesso ciclo produttivo non poteva recare in concreto pregiudizio per l’ambiente.
Il giudice del merito, pur dando atto che le guardie ecologiche volontarie avevano accertato che effettivamente il materiale proveniva dalla demolizione del muro di recinzione e che lo stesso, prima del suo riutilizzo, non aveva subito alcun tipo di lavorazione o di trattamento, ha tuttavia rigettato l’eccezione – senza accertare la sussistenza o meno delle altre condizioni che, ai sensi della normativa invocata, avrebbero potuto comportare l’esclusione dalla applicazione della disciplina sui rifiuti , per il solo motivo che sarebbe stato obbligo del prevenuto fornire la prova della mancanza di pregiudizio per l’ambiente mediante l’effettuazione del c.d. test di cessione ai sensi del Dm 5 febbraio 1998, e ciò perché unicamente la effettuazione di questo test consentirebbe di ritenere che non vi sia pregiudizio per l’ambiente.
Ritiene la Corte che questo assunto non possa essere condiviso, nonostante lo stesso si richiami ad una precedente decisione di questa Sezione, che aveva effettivamente ritenuto che i materiali provenienti da demolizione edilizia sono rifiuti speciali non pericolosi e possono essere riutilizzati nello stesso od in diverso ciclo produttivo – ad esempio nelle opre di riempimento – previo preventivo “test di cessione” degli stessi, in conformità del Dm 5 febbraio 1998, in modo da non recare pregiudizio per l’ambiente e che, in assenza di questo test, ogni recupero dei detti materiali di risulta costituirebbe reato (Sezione terza, 30127/04, Piacentino, m. 229.456; seguita peraltro anche da 36955/05, Noto, m. 232.192).
Orbene, re melius perpensa, questo orientamento non può essere confermato. Infatti, il citato articolo 14 del Dl 138/02, convertito con legge 178/02, non fa alcun rinvio, né espresso né implicito, a norme tecniche, e segnatamente al c.d. test di cessione di cui all’articolo 9 del Dm 5 febbraio 1998, sicché non vi è alcun aggancio testuale per poter ritenere che il legislatore del 2002 abbia voluto far dipendere in ogni caso ed astrattamente la qualifica o meno di un materiale come rifiuto a seconda della effettuazione o meno del menzionato test. Non si vede, quindi, in base a quale disposizione dovrebbe ritenersi che il legislatore (nazionale o comunitario) abbia in ogni caso richiesto l’effettuazione di tale test e che abbia addirittura implicitamente posto una presunzione assoluta di sussistenza di pregiudizio per l’ambiente in caso di sua mancanza. Va inoltre considerato che il Dm 5 febbraio 1998 (ora modificato con Dm 186/06 del ministero dell’Ambiente) , emanato in attuazione del D.Lgs 22/1997, e che continua ad avere efficacia anche dopo l’abrogazione di quest’ultimo fino all’emanazione delle nuove norme regolamentali attuative del D.Lgs 152/06, in forza della disposizione di cui all’articolo 214, comma 5, di quest’ultimo , ha introdotto norme dirette ad individuare i rifiuti non pericolosi sottoposti alle procedure semplificate di recupero ai sensi degli articoli 31 e 33 del D.Lgs 22/1997, ed a regolare le relative modalità di recupero (analogamente, ora l’articolo 214 del D.Lgs 152/06, stabilisce che, con decreto del ministero dell’ambiente, sono adottate, per ciascun tipo di rifiuto, le norme che fissano i tipi, le quantità e le condizioni per ammettere le attività di recupero e di smaltimento alle procedure semplificate di cui agli articoli 215 e 216). In particolare, come indicato dall’articolo 1, la finalità del decreto è quella di disciplinare «le attività, i procedimenti ed i metodi di recupero di ciascuna delle tipologie di rifiuti» individuati dal decreto stesso. Ora, ai sensi dell’articolo 6, comma 1, lettera h), del D.Lgs 22/1997, per «recupero» si devono intendere «le operazioni previste nell’allegato G> (con maggior precisione, l’articolo 183, comma 1, lettera h), del D.Lgs 152/06, dispone ora che per «recupero» si intendono «le operazioni che utilizzano rifiuti per generare materie prime secondarie, combustibili o prodotti, attraverso trattamenti meccanici, termici, chimici o biologici, incluse la cernita o la selezione, e, in particolare, le operazioni previste nell’ Allegato C alla parte quarta del presente decreto»). La finalità del Dm in esame è quindi diversa da quella dell’articolo 14, comma 2, lettera a), del citato Dl 138/02, il quale invece stabilisce le condizioni alle quali i materiali residuali possono essere direttamente riutilizzati senza subire alcun intervento preventivo di trattamento, ossia senza che sia necessaria alcuna attività di recupero. La differenza tra le due attività, del resto, emerge anche dall’esame congiunto della lettera b), del medesimo comma 2 dell’articolo 14 cit., la quale dispone che i materiali in questione possono essere riutilizzati anche dopo aver subito un trattamento preventivo, ma « senza che si renda necessaria alcuna operazione di recupero tra quelle individuate nell’allegato C del decreto legislativo n. 22». Ossia, l’articolo 14 in esame non solo distingue tra riutilizzazione diretta del materiale nel ciclo produttivo ed operazioni di recupero di cui all’articolo 6 del D.Lgs n, 22 individuate nell’allegato C del medesimo D.Lgs, ma stabilisce anche che l’esclusione da esso introdotta non opera se per il riutilizzo si rende necessaria una operazione di recupero contemplata nel detto allegato. Anche per questa ragione, quindi, il citato articolo 14 non può essere interpretato nel senso che la mancanza di pregiudizio per l’ambiente (da esso prevista come una delle condizioni per il riutilizzo) debba essere provata esclusivamente mediante l’effettuazione del test di cessione previsto invece dal Dm 5 febbraio 1998 per le operazioni di recupero.
Ne deriva che deve seguirsi invece l’interpretazione secondo cui la prova della mancanza di pregiudizio per l’ambiente richiesta come condizione necessaria dall’articolo 14, comma 2, lettera a), del Dl 138/02, convertito nella legge 178/02, può essere data con qualsiasi mezzo, e quindi anche per presunzioni (ad esempio, omogeneità del materiale, mancanza di sostanze estranee e diverse, e così via), presunzioni che potranno naturalmente essere superate con la prova contraria dell’esistenza del pregiudizio.
La sentenza impugnata deve pertanto essere annullata con rinvio al tribunale di Brescia.
La Corte Suprema di Cassazione annulla la sentenza impugnata con rinvio al tribunale di Brescia
Cassazione su reato connesso a rottamazione di veicoli Il reato di cui all’art. 51, commi 4 e 5, D.Lgs. n. 22/1997 non configura un reato di pericolo concreto, bensì un reato formale, di mera condotta, indipendentemente dal danno ambientale. Peraltro, nella specie il danno concreto risulta ugualmente accertato perché dalla violazione di una prescrizione (mettere gli oli usati al riparo dagli agenti atmosferici) era derivata una tracimazione degli oli sul suolo. (Contestato al titolare di ditta autorizzata per l’attività di raccolta, messa in sicurezza, demolizione e rottamazione di veicoli, nonché per la raccolta e il trasporto di rifiuti speciali che aveva conferito nella discarica comunale diverse tipologie di rifiuti non consentite; aveva conferito in detta discarica rifiuti speciali non assimilabili agli urbani; aveva messo in riserva presso il proprio stabilimento l’olio minerale in condizioni tali da non evitare il suo spandimento sul suolo; aveva stoccato presso il proprio stabilimento l’olio minerale in condizioni tali da non evitare il suo spandimento sul suolo; aveva stoccato presso il proprio stabilimento motori derivanti da bonifica di veicoli in area scoperta e non impermeabilizzata e comunque al di fuori degli appositi contenitori) (Cassazione penale, sez. III, (ud. 10 febbraio 2004) 20 aprile 2004, n. 18055, Pres. Rizzo, Rel. Onorato)
Cassazione in materia di inquinamento – Scarichi – Autorizzazione
“In tema di scarichi di acque reflue, la distinzione fra acque reflue domestiche ed acque reflue industriali non è determinata dal grado o dalla natura dell’inquinamento delle acque, ma esclusivamente dalla natura delle attività dalle quali provengono, così che qualunque tipo di acqua derivante dallo svolgimento di una attività produttiva rientra fra le acque reflue industriali , ed il suo scarico in inferto di autorizzazione configura il reato di cui all’art. 59 del D.L.vo 11 maggio 1999 n. 152. (Fattispecie relativa allo scarico proveniente dal lavaggio delle lastre utilizzate per una attività tipografica nella quale la Corte ha escluso che la bassa concentrazione di sostanze inquinanti escludesse la configurabilità del reato).” (Cass. Pen. Sez. III, 3 settembre 2004, n. 35870 (ud. 1 luglio 2004), Arcidiacono. ( D.L.vo 11 maggio 1999, n. 152, art. 59; D.L.vo 11 maggio 1999, n. 152, art. 2).
Allevamento abusivo di daini senza autorizzazione: configurabilità del reato di possesso di animale pericoloso Cassazione Penale - Sezione III . Sentenza n. 33893 del 9 ottobre 2006 (ud. 9 giu. 2006) Pres. Postiglione , Est. Squassoni, Ric. Lacagnina . In tema di allevamento di daini alla luce del congiunta lettura della L. 150-92 e della L. 157-92 si configura il reato di possesso di animale pericoloso, laddove detta attività avvenga in assenza della prescitta autorizzazione in deroga, in base ai regolamenti regionali sull'allevamento di esemplari di specie selvatiche.
Accesso alle informazioni ambientali ai sensi del d.lgs. 195/05 : per il TAR Puglia non comprendono i dati sulla gestione dei canili e sul fenomeno del randagismo (Sent. 2533/2006, Sez. di Bari)
“Tali atti non possono ricondursi alla nozione di informazione ambientale, salvo a volerne accogliere un'accezione così lata da ricomprendere qualsiasi dato inerente l'ecosistema circostante, indipendentemente dalla sua inerenza ai valori che l'ordinamento imputa all'ambiente come bene giuridico distinto dalle sue componenti materiali, ai quali certo non può riferirsi il fenomeno del randagismo, che piuttosto incide sulla tutela dell'igiene e della salute pubblica in senso lato e sulla difesa degli animali.”
Ultima modifica di batmanroma il 05/05/2007, 18:07, modificato 6 volte in totale.
Contraffazione – falso grossolano – punibilità – ratio della norma – sussistenza [art. 474 c.p.]
La norma relativa all’introduzione nello Stato e commercio di prodotti con segni falsi è volta a tutelare, non la libera determinazione dell'acquirente, ma la pubblica fede, intesa come affidamento dei consumatori nei marchi, quali segni distintivi della particolare qualità e originalità dei prodotti messi in circolazione; ne consegue che non può parlarsi di reato impossibile per il solo fatto che la grossolanità della contraffazione sia riconoscibile dall'acquirente in ragione delle modalità della vendita, in quanto l'attitudine della falsificazione ad ingenerare confusione deve essere valutata non con riferimento al momento dell'acquisto, ma in relazione alla visione degli oggetti nella loro successiva utilizzazione. (1)
Sentenza 12 marzo - 29 maggio 2008, n. 21787
Ultima modifica di batmanroma il 06/08/2008, 11:34, modificato 2 volte in totale.
Messaggioda batmanroma » 31/03/2007, 21:07
DIFESA LEGITTIMA
Proporzione tra offesa e difesa
Codice Penale art. 52
LS 13 febbraio 2006 n. 59 L.
In tema di legittima difesa a seguito delle modifiche apportate dalla l. 13 febbraio 2006 n. 59 all'art. 52 c.p., si è stabilita per legge la proporzionalità nel caso di violazione del domicilio da parte dell'aggressore a cui si contrappone, per salvaguardare la propria incolumità o propri beni, l'uso di arma legittimamente detenuta.
Cassazione penale , sez. V, 28 giugno 2006 , n. 25339
A colui che ferisce con un’arma da taglio un altra persona non può essere riconosciuta la legittima difesa quando non ha agito costretto dalla necessità di difendersi e la sua reazione non è proporzionata al pericolo cui andava incontro, tenuto conto che le precarie condizioni fisiche della persona offesa consentivano al primo, per sottrarsi a costui, di allontanarsi od anche solo dare una spinta a quest’ultimo con la certezza che costui non avrebbe avuto le forze per inseguirlo.
Tribunale Trapani, 20 dicembre 2004
In tema di legittima difesa, affinché sussista la proporzione fra offesa e difesa occorre effettuare un confronto valutativo, effettuato con giudizio ex ante, sia fra i mezzi usati e quelli a disposizione dell'aggredito che fra i beni giuridici in conflitto. Ne consegue che il requisito della proporzione viene comunque meno nel caso di conflitto fra beni eterogenei, allorché la consistenza dell'interesse leso (la vita o l'incolumità della persona) sia enormemente più rilevante, sul piano della gerarchia dei valori costituzionali, di quello difeso (il patrimonio), ed il danno inflitto (morte o lesione personale) abbia un'intensità di gran lunga superiore a quella del danno minacciato (sottrazione della cosa).
Cassazione penale , sez. I, 10 novembre 2004 , n. 45407
I presupposti essenziali della legittima difesa - scriminante ammessa nei confronti di tutti i diritti, personali e patrimoniali - sono costituiti da un'aggressione ingiusta e da una reazione legittima; mentre la prima deve concretarsi in un pericolo attuale di un'offesa che, se non neutralizzata tempestivamente, sfocia nella lesione del diritto, la seconda deve inerire alla necessità di difendersi, alla inevitabilità del pericolo ed alla proporzione tra difesa ed offesa. (Nella fattispecie, relativa ad un'aggressione con pugni e schiaffi subita dall'imputato, ed alla sua reazione che aveva provocato lesioni all'aggressore - per le quali il ricorrente era stato condannato ai sensi dell'art. 590 c.p. - la Corte, accogliendo il ricorso, ha ritenuto proporzionata all'offesa la reazione difensiva consistita nel lancio di un oggetto che solo accidentalmente colpiva l'aggressore ad un occhio).
Cassazione penale , sez. IV, 12 febbraio 2004 , n. 16908
L'art. 2044 rinvia sostanzialmente, per la nozione di legittima difesa quale situazione idonea ad escludere la responsabilità civile per fatto illecito, all'art. 52 c.p., che richiede, a tal fine, la sussistenza, nella fattispecie, della necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di un'offesa ingiusta (sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa). Parimenti, perché sia ravvisabile lo stato di necessità, previsto dall'art. 2045 c.c., è richiesta la sussistenza della necessità di salvare sè od altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona. Nessuna di tali situazioni è ravvisabile nel fatto dell'agente di polizia che, sopraggiunto immediatamente dopo la commissione di una rapina in una farmacia, mentre il rapinatore si stava allontanando, per sottrarsi alla cattura, impugnando una pistola a scopo difensivo, abbia esploso all'indirizzo dello stesso, che si proteggeva con il corpo del farmacista, un colpo di arma da fuoco il quale abbia attinto anche un cliente. Tale ipotesi rientra piuttosto nella previsione di eccesso colposo nell'uso legittimo di armi, per avere l'agente superato per errore i limiti imposti dall'art. 53 c.p., che legittima tale uso solo nel caso in cui l'agente vi sia costretto dalla necessità di vincere una resistenza all'autorità. Infatti, i requisiti della costrizione e della necessità presuppongono la proporzione tra l'interesse che l'adempimento del dovere di ufficio tende a soddisfare e l'interesse che viene offeso per rendere possibile tale adempimento. Detta proporzione va esclusa nella specie, in presenza di una situazione in cui la tutela dell'incolumità fisica e della vita delle persone presenti nella farmacia - beni di cui, secondo la valutazione del giudice del merito, era ben prevedibile la lesione in caso di uso dell'arma - avrebbe dovuto prevalere sull'interesse alla cattura del rapinatore ed al recupero della refurtiva.
Cassazione civile , sez. III, 24 febbraio 2000 , n. 2091
Poiché la difesa legittima presuppone il pericolo attuale di una offesa ingiusta e consiste in una reazione la cui efficacia scriminante implica l'inevitabilità del pericolo attuale, la necessità di difesa, e la proporzione tra questa e l'offesa, non è giustificabile il fatto commesso quando l'offensiva si è esaurita.
Cassazione penale , sez. I, 15 aprile 1999 , n. 9695
L'eccesso colposo sottintende, a sua volta, i presupposti della scriminante col superamento dei limiti a quest'ultima collegati; per stabilire se nel commettere il fatto si siano ecceduti colposamente i limiti della difesa legittima, bisogna prima identificare i requisiti comuni alle due figura giuridiche, poi il requisito che le differenzia: accertata la inadeguatezza della reazione difensiva, per l'eccesso nell'uso dei mezzi a disposizione dell'aggredito in un preciso contesto spazio-temporale e personale, occorre procedere ad un'ulteriore differenziazione tra eccesso dovuto ad errore di valutazione ed eccesso consapevole e volontario, dato che solo il primo rientra nello schema dell'eccesso colposo delineato dall'art. 55 c.p., mentre il secondo consiste in una scelta reattiva volontaria, la quale certamente comporta il superamento doloso degli schemi della scriminante.
Cassazione penale , sez. I, 24 settembre 1997 , n. 4781
In tema di legittima difesa, le espressioni "necessità di difendere" e "sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa", contenute nell'art. 52 c.p., vanno intese nel senso che la reazione deve essere, nella circostanza, l'unica possibile, perché non sostituibile con altra meno dannosa, ugualmente idonea ad assumere la tutela del diritto (proprio o altrui) aggredito.
Cassazione penale , sez. I, 01 dicembre 1995 , n. 2554
Requisiti per l'applicazione della esimente della difesa legittima sono la sussistenza e l'attualità del pericolo, l'ingiustizia dell'offesa e la proporzione della difesa. Ne consegue che, per poter ritenere legittima la reazione di fronte alla imminenza del pericolo, è indispensabile sussista la necessità di difendersi, che si ha quando il soggetto si trova nell'alternativa tra reagire e subire, nel senso che non può sottrarsi al pericolo senza offendere l'aggressore.
Cassazione penale , sez. I, 21 aprile 1994
Ai fini della esimente della difesa legittima, l'estremo della proporzione tra la difesa e l'offesa deve sussistere con riferimento sia ai mezzi che ai beni giuridici. (Nella specie la difesa contro un'aggressione manuale lesiva della incolumità individuale era stata realizzata da parte di un soggetto più giovane e di maggiore prestanza fisica mediante l'uso di una pistola cagionando la morte dell'aggressore: la cassazione ha ritenuto che non sussistesse l'estremo della proporzione tra difesa ed offesa ed ha enunciato il principio di diritto sopra trascritto).
Cassazione penale , sez. I, 27 novembre 1978
Raccolta di karmen, inserita da pacotom
Topic originale QUI
Esporre un certificato assicurativo falso non è truffa
Cass. Pen., 12 ottobre 2006, n. 34179
Non integra il delitto di truffa, neanche nella forma del tentativo, la condotta di colui il quale, alfine di sfuggire alla sanzione amministrativa relativa alla circolazione senza copertura assicurativa, esibisca sul proprio autoveicolo un certificato assicurativo falso. In tale vicenda manca infatti l'atto di disposizione patrimoniale del soggetto ingannato, requisito implicito ma indefettibile della fattispecie di truffa.
Ultima modifica di batmanroma il 17/05/2007, 17:53, modificato 2 volte in totale.
Opera abusiva - Irrogazione della sanzione pecuniaria in luogo della demolizione - Presupposti e limiti - Demolizione tecnicamente impossibile - Costosità della demolizione - Ininfluenza - Fattispecie.
CONSIGLIO DI STATO Sez. V, 20 Marzo 2007 (C.c. 17/11/06), Sentenza n. 1325
L’irrogazione della sanzione pecuniaria in luogo della demolizione è consentita dalla legge solo quando la demolizione sia impossibile, s’intende tecnicamente, e non quando sia costosa. Nella specie, l’autorità comunale ha giustificato la sanzione pecuniaria con la costosità della demolizione, tale motivazione stata ritenuta illogica e illegittima, sia perché essa vanifica la sanzione della demolizione prevista dalla legge (tutte le demolizioni essendo costose), sia perché la demolizione è a spese del contravventore e non già del comune.
Messaggioda batmanroma » 08/06/2007, 09:17
Mobbing nel pubbico impiego: presupposti e riparto di giurisdizione Tar abruzzo 339/2007
Il reiterarsi di una serie di episodi qualificabili come vessatori e prolungatisi nel tempo da parte di un superiore gerarchico, con conseguenze pregiudizievoli sul dipendente, in presenza di un comportamento omissivo della Pubblica Amministrazione, tale da comportare un lassismo e un’assoluta mancanza di controllo, concretizzano un fenomeno di mobbing, dando diritto al risarcimento biologico, professionale o esistenziale subito. A queste conclusioni è giunto il TAR per l’Abruzzo, Pescara, sezione I, nella sentenza 23 marzo 2007 n. 339. La vicenda ha visto coinvolto un Assistente di Polizia penitenziaria, rappresentante sindacale all’interno di un carcere, che si è ritenuto vittima di una serie di vessazioni – costituenti nel loro insieme mobbing – da parte di alcuni dipendenti che rivestivano ruoli superiori, essendo Ispettori o addirittura Direttori, esponenti di altri sindacati. In particolare, vi erano stati da parte di questi ultimi una serie di contestazioni nei confronti dell’Assistente, alcuni di natura disciplinare, conclusi con successiva archiviazione. L’interessato, caduto in una profonda depressione per il clima lavorativo avverso, che aveva nei suoi confronti prodotto un grave isolamento, per cui ha dovuto far ricorso anche a delle cure psichiatriche, avanzava richiesta di danno all’Amministrazione e dopo il respingimento della stessa proponeva ricorso al TAR. Investito della questione, il Collegio affronta dapprima la problematica del riparto di giurisdizione, atteso che la questione riguarda la polizia penitenziaria, è rientrante nel pubblico impiego non privatizzato. Il TAR, richiamando un indirizzo giurisprudenziale maggioritario (Cass. Civ. SS.UU., 22.5.2002, n.7470; 27.2.2002, n.2882; 29.1.2002, n.1147; TAR Liguria, Genova, sez.I, 12.3.2003; TAR Lazio, sez. III bis, 25.6.2004, n.6254) ritiene che al fine di individuare il giudice competente è determinante la qualificazione giuridica, contrattuale o extracontrattuale, dell’azione di responsabilità fatta valere in giudizio. Pertanto, secondo questo orientamento, è competente il giudice ordinario, quando l’azione del risarcimento del danno al dipendente è fondata sulla responsabilità extracontrattuale della Pubblica Amministrazione, come nella richiesta del danno biologico per lesione attinente all’integrità psico-fisica che derivi dalla situazione di disagio e dal comportamento di superiori (Corte Cost. 14.7.1986, n.184); è competente, invece, il giudice amministrativo, quando la domanda risarcitoria scaturisce da una violazione del rapporto contrattuale, essendo fondata sull’inadempimento da parte del datore di lavoro pubblico di obblighi relativi al rapporto di impiego, tra cui anche la violazione dei doveri di imparzialità e buona amministrazione, posti in essere con un comportamento omissivo o commissivo, venendo meno all’obbligo specifico, di cui all’art. 2087 c.c., che vincola il datore di lavoro ad adottare tutte le misure necessarie a tutelare l’integrità psico-fisica e morale del lavoratore. Il giudice amministrativo è competente, altresì, in alcuni casi particolari, quando sussiste il cumulo di responsabilità contrattuale ed extracontrattuale, e in tema di mobbing, possono ricorrere particolari condizioni “ove il rapporto di lavoro non ha costituito la mera occasione per la condotta vessatoria ed ostile di colleghi o superiori gerarchici, ma ha visto anche la configurazione di una culpa in vigilando da parte dell’amministrazione, che, consapevole di tale condotta, nulla ha posto in essere perché cessasse il lamentato atteggiamento di ostilità”. Premessa questa differenziazione processuale, il TAR, tenuto conto delle varie pronunce giurisprudenziali, ha sostenuto che sussiste il mobbing – definito quel “complesso di atteggiamenti illeciti posti in essere nell’ambiente di lavoro nei confronti di un dipendente e che si risolvono in sistematici e reiterati comportamenti ostili, che finiscono per assumere forme di violenza morale o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire l’isolamento e la emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psichico e del complesso della sua personalità” – in presenza delle suddette condizioni: a) la molteplicità dei comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, che siano stati posti in essere in modo miratamene sistematico e prolungato contro il dipendente, in guisa tale da disvelare un intento vessatorio; b) l’evento lesivo alla salute e alla personalità del dipendente; c) il nesso eziologico tra la condotta del mobber e il pregiudizio alla integrità psico-fisica; d) la dimostrazione dell’elemento soggettivo. Nel caso di specie, provata la sussistenza del primo elemento, ammesso in parte dalla stessa Amministrazione, che ha affermato di conoscere la situazione di conflittualità tra i Ispettori e agente interessato, provato l’evento lesivo della depressione e il nesso eziologico, in quanto prima di subire tali atteggiamenti vessatori non accusava tali disturbi, rimaneva la dimostrazione dell’elemento soggettivo. Al riguardo, il Collegio ha fatto rilevare che concorrendo la responsabilità contrattuale con quella extracontrattuale, “sul piano processuale si rende applicabile la disciplina dell’onere probatorio più agevole per il ricorrente, ossia quello contrattuale, e quindi ai sensi dell’art. 2087 c.c., che è la norma più confacente alle ipotesi di mobbing, in quanto trasferisce in ambito contrattuale il più generale principio del neminem laedere, ripartendo l’onere della prova, grava sul datore di lavoro l’onere di aver ottemperato all’obbligo di protezione dell’integrità psicofisica del lavoratore, che, esentato dall’onere di provare il dolo o la colpa del datore di lavoro, è tenuto solo a provare la lesione dell’integrità psicofisica ed il rapporto causale tra il comportamento datoriale e il pregiudizio alla salute (Trib. Tempio Pausania, 10.7.2003, n.157)”. Atteso che l’Amministrazione non ha fornito alcuna prova di aver posto in essere tutte le misure necessarie alla tutela dell’integrità pisico-fisica del lavoratore, ma anzi, il Direttore del carcere non richiamando gli Ispettori ad un senso di maggiore imparzialità e obiettività nell’esercizio del potere gerarchico e ad una visione più serena del rapporto con il ricorrente, ha omesso un intervento doveroso, in violazione dei principi di buona fede e correttezza nella gestione dei rapporti di lavoro, nonché violazione dei doveri di imparzialità e buona amministrazione (siffatto comportamento omissivo, che rileva ai fini della sussistenza dell’elemento soggettivo in testa all’Amministrazione di appartenenza, va considerato tenuto conto del disposto combinato di cui agli artt. 2087, 1218 e 1228 c.c. e di cui all’art.2049 c.c. per quanto concerne la responsabilità extracontrattuale), sulla base delle predette argomentazioni il Tar ha deciso di accogliere il ricorso
La natura dei termini del procedimento disciplinare dipendono dallo scopo
cassazione sezione lavoro 10668/07
La natura dei termini del procedimento disciplinare nel lavoro privatistico-contrattualistico alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni deve essere definita con riguardo allo scopo che essi perseguono, a garanzia della sollecita conclusione, con la conseguenza che il carattere della perentorietà è esclusa in tutti quei termini volti a cadenzarne l'andamento. Così ha sostenuto la Suprema Corte di cassazione, sezione lavoro, nella sentenza 10 maggio 2007, n. 10668. Il caso ha riguardato un dipendente dell’agenzia delle Entrate licenziato per motivi disciplinari, che ha impugnato il provvedimento adducendo tra le motivazioni, il mancato rispetto del termine perentorio di 20 giorni previsto dall’art. 24 del Ccnl Ministeri . Il Collegio, pur ammettendo la perentorietà del termine iniziale e finale del procedimento (d’altronde è così definito dallo stesso contratto collettivo) ha richiamato altra giurisprudenza conforme (Cass. 13 aprile 2005, n. 7601) secondo cui nell'assetto privatistico-contrattualistico del rapporto d’impiego dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, vige il principio in base al quale “la natura dei termini contrattualmente previsti per lo svolgimento del procedimento disciplinare deve essere definita con riguardo allo scopo che essi perseguono nella prospettiva di un'inderogabile garanzia di sollecita conclusione, con la conseguenza che il carattere della perentorietà non è generalmente rinvenibile in tutti i termini volti a cadenzarne l'andamento (quali quello per la segnalazione dell'ufficio, per la contestazione degli addebiti e la relativa comunicazione all'interessato), ma deve essere riconosciuto solo a quello stabilito per l'adozione del provvedimento finale”. La Corte, comunque, a prescindere dalla natura del termine, sottolinea come la “giurisprudenza (Cass. 9955/2005) è ferma nel ritenere la necessità che la contestazione degli addebiti disciplinari sia tempestiva, dovendosi altrimenti ritenere che il datore di lavoro non abbia interesse all'esercizio dei potere disciplinare e incontrando comunque tale esercizio il limite della correttezza e della buona fede in considerazione dei diritto all'effettività della difesa spettante al lavoratore”. Grava sul datore di lavoro, conclude la Corte, l'onere di dimostrare la tempestività della contestazione ed, eventualmente, l'esistenza di uno specifico impedimento a giustificazione del ritardo
Messaggioda batmanroma » 26/02/2009, 16:18
FALCO ha scritto: Il divieto di sostare autoveicoli nelle aree destinate all'attraversomento pedonale non può subire deroghe neppure per gli invalidi in possesso del relativo contrassegno abilitante al parcheggio riservato. E' quanto chiarisce la Corte di Cassazione (sentenza n. 25388) evidenziando che in queste aree la sosta non è consentita essendo la violazione accompagnata dalla presunzione normativa di recare intralcio e pericolo alla circolazione. Sulle zone di attraversamento pedonale dunque è sempre vietata la sosta e la fermata così come gia in precedenza affermato dalla stessa Corte. La specifica configurazione dell'illecito, secondo i Giudici di Piazza Cavour, sussiste "anche quando lo spazio destinato a questo scopo sia stato solo parzialmente occupato ed anche quando non sia stato effettivamente cagionato un impedimento o un intralcio alla circolazione". Nella motivazione la Corte sottolinea che "anche coloro che utilizzano gli autoveicoli per il trasporto delle persone invalide (in possesso dello specifico contrassegno [...] ) nonostante alcune agevolazioni accordate a tale tipologia di utenza (sosta nelle zone vietate dalla specifica segnaletica, circolazione sosta nelle aree tutelate - Z.T.L. ed aree pedonali -, sosta senza limiti di tempo nelle aree destinate a sosta regolamentata, sosta nei parcheggi a pagamento senza corresponsione del rispettivo ticket, circolazione nelle corse preferenziali), devono rispettare divieti imposti [...] proprio per la presunzione accordata dal legislatore di intralcio e pericolo per la circolazione". La Corte non ha ritenuto valide le argomentazioni dell'opponente che aveva sostenuto di non aver trovato altro parcheggio e di aver posizionato il veicolo sull'attraversamento pedonale dovendosi recare presso un istituto di credito. Al contrario hanno rilevato che il Giudice di Pace aveva illegittimamente ed erroneamente ravvisato nel comportamento dell'opponente uno stato di necessità in base a prove e allegazioni non offerte ne idonee ai fini della configurabilità della esimente.
Cassazione 14 marzo 2006, n. 5445
diversa­mente da quanto dall'odierna ricorrente dedotto in con­formità a principio da questa Corte in effetti costan­temente affermato e che il collegio ritiene peraltro di non poter condividere, l'insidia determinante pericolo occulto non è invero dalla norma di cui all'art. 2043 c.c. contemplata, trattandosi di figura di elaborazione giurisprudenziale ( cfr. Cass., 9 novembre 2005, n. 21684; Cass., 13 luglio 2005, n. 14749; Cass., 17 mag­gio 2005, n. 6767; Cass., 25 giugno 2003, n. 10131 ) che, movendo da esigenze di limitazione delle ipotesi di responsabilità, finisce tuttavia per risolversi, laddove viene a porsene la relativa prova a carico del danneggiato, in termini di ingiustificato privilegio per la P.A.
Ai proprietari, o concessionari, delle autostrade previste dall'art. 2 del vecchio e del nuovo codice della strada (d.P.R. 15 giugno 1959 n. 393; d.lg. 30 aprile 1992 n. 285), in considerazione della possibilità di svolgere un'adeguata attività di vigilanza, che sia in grado di impedire l'insorgere di cause di pericolo per gli utenti, in linea generale, è applicabile l'art. 2051 c.c., in riferimento alle situazioni di pericolo immanentemente connesse alla struttura o alle pertinenze dell'autostrada, essendo peraltro configurabile il caso fortuito in relazione a quelle provocate dagli stessi utenti, ovvero da una repentina e non specificamente prevedibile alterazione dello stato della cosa che, nonostante l'attività di controllo e la diligenza impiegata allo scopo di garantire un intervento tempestivo, non possa essere rimossa o segnalata, per difetto del tempo strettamente necessario a provvedere. (Nella specie - immissione improvvisa di un cane nella carreggiata autostradale e scontro con un'autovettura - la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva ritenuto applicabile l'art. 2043 c.c., escludendo l'applicabilità dell'art. 2051 c.c. ed il nesso di causalità fra la condotta della concessionaria e l'evento infortunistico).
Cassazione civile , sez. III, 29 marzo 2007 , n. 7763
La disciplina di cui all'art. 2051 c.c. si applica anche in tema di danni sofferti dagli utenti per la cattiva ed omessa manutenzione delle autostrade da parte dei concessionari, in ragione del particolare rapporto con la cosa che ad essi deriva dai poteri effettivi di disponibilità e controllo sulle medesime, salvo che dalla responsabilità presunta a loro carico i concessionari si liberino fornendo la prova del fortuito, consistente non già nella dimostrazione dell'interruzione del nesso di causalità determinato da elementi esterni o dal fatto estraneo alla sfera di custodia (ivi compreso il fatto del danneggiato o del terzo), bensì anche dalla dimostrazione - in applicazione del principio di c.d. vicinanza alla prova - di aver espletato, con la diligenza adeguata alla natura e alla funzione della cosa, in considerazione delle circostanze del caso concreto, tutte le attività di controllo, di vigilanza e manutenzione su di essi gravanti in base a specifiche disposizioni normative e già del principio generale del "neminem laedere", di modo che il sinistro appaia verificatosi per fatto non ascrivibile a sua colpa. (Nella specie, la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, ha rigettato il ricorso proposto e confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto configurabile la responsabilità da omessa custodia a carico del concessionario gestore di autostrada con riferimento ad incidente verificatosi per la presenza sulla sede autostradale di un cane che aveva tagliato la strada al veicolo del controricorrente sopraggiungente, con conseguente sbandamento e ribaltamento dello stesso in virtù della collisione con i cordoli laterali e la produzione di lesioni personali, senza che la ricorrente, sulla quale incombeva il relativo onere, fosse riuscita a dimostrare che l'immissione dell'animale era riconducibile ad ipotesi di caso fortuito, quale l'abbandono del cane in una piazzola dell'autostrada ovvero il taglio vandalico della rete di recinzione od, ancora, il suo abbattimento in conseguenza di precedente incidente, per il quale non era stato possibile intervenire tempestivamente adottando le necessarie cautele).
Cassazione civile , sez. III, 02 febbraio 2007 , n. 2308
Ai sensi dell'art. 2051 c.c. la responsabilità per danni ha natura oggettiva, in quanto si fonda sul mero rapporto di custodia, cioè sulla relazione intercorrente fra la cosa dannosa e colui il quale ha l'effettivo potere su di essa (come il proprietario, il possessore o anche il detentore) e non sulla presunzione di colpa, restando estraneo alla fattispecie il comportamento tenuto dal custode; a tal fine, occorre, da un lato, che il danno sia prodotto nell'ambito del dinamismo connaturale del bene, o per l'insorgenza in esso di un processo dannoso, ancorché provocato da elementi esterni, e, dall'altro, che la cosa, pur combinandosi con l'elemento esterno (come, nella specie, la strada resa scivolosa dall'elemento esterno costituito dalla neve divenuta ghiacciata), costituisca la causa o la concausa del danno; pertanto, l'attore deve offrire la prova del nesso causale fra la cosa in custodia e l'evento lesivo nonché dell'esistenza di un rapporto di custodia relativamente alla cosa, mentre il convenuto deve dimostrare l 'esistenza di un fattore estraneo che, per il carattere dell'imprevedibilità e dell'eccezionalità, sia idoneo ad interrompere il nesso di causalità, cioè il caso fortuito, in presenza del quale è esclusa la responsabilità del custode. (Nella specie, la sentenza impugnata, nel rigettare la domanda proposta per i danni subiti dall'attrice per effetto della caduta sulla rampa di accesso all'edificio condominiale resa scivolosa dalla neve, aveva escluso l'obbligo del condominio di sgomberare la strada dalla neve in considerazione dell'imprevedibilità e dell'eccezionalità delle ripetute nevicate; sulla base dei principi surrichiamati, la S.C. ha cassato la decisione sul rilievo che i giudici di appello non avevano accertato, ai sensi dell'art. 2051 c.c., se il condominio fosse o meno custode della strada).
Cassazione civile , sez. II, 29 novembre 2006 , n. 25243
La responsabilità civile da custodia ex art. 2051 c.c. non rimane in modo automatico esclusa in ragione dell'estensione della rete viaria e dell'uso da parte della collettività, che costituiscono meri indici dell'impossibilità di un concreto esercizio dei poteri di relativo controllo e di vigilanza, la cui ricorrenza va verificata caso per caso dal giudice del merito, giacché, laddove l'esercizio ne risulti in concreto impossibile rimane esclusa la sussistenza dello stesso rapporto di custodia, e, conseguentemente, la configurabilità della relativa responsabilità. (Nell'affermare il suindicato principio la S.C. ha cassato la sentenza della corte di merito, che aveva fatto discendere l'inapplicabilità dell'art. 2051 c.c. automaticamente dalla notevole estensione della rete viaria di Anzio, ponendo al riguardo ulteriormente in rilievo che localizzazione della strada all'interno della pavimentazione del centro abitato - art. 41 quinquies legge n. 1150 del 1942, e succ. modif. - è indice della possibilità di vigilanza e controllo costante su di essa da parte del Comune).
Cassazione civile , sez. III, 26 settembre 2006 , n. 20823
Dalla proprietà pubblica del Comune sulle strade (e sulle relative pertinenze, come i marciapiedi) discende non solo l'obbligo dell'Ente alla manutenzione, ma anche quello della custodia con conseguente operatività nei confronti dell'Ente stesso della presunzione di responsabilità ai sensi dell'art. 2051 c.c., ove sussista omissione di vigilanza al fine di impedire che i lavori su di essa effettuati costituiscano potenziale fonte di danno per gli utenti. (Nella specie, la S.C. ha cassato con rinvio l'impugnata sentenza che, con riguardo ad un'azione risarcitoria promossa da un pedone per le lesioni conseguenti ad una caduta su un tratto del marciapiede di una strada comunale sconnesso in prossimità di un tombino coperto da foglie, non aveva adeguatamente motivato circa l'estensione del marciapiedi e la sua collocazione all'interno dell'abitato, non considerando la possibile imputabilità del sinistro alla difettosa messa in opera del tombino ed escludendo, altresì, ma con argomentazioni insufficienti ed inidonee, la configurazione dei presupposti per la sussistenza dell'imprevedibilità della situazione di pericolo).
Cassazione civile , sez. III, 21 luglio 2006 , n. 16770
La presunzione di responsabilità per danni da cosa in custodia, di cui all'art. 2051 c.c., non si applica agli enti pubblici per danni subiti dagli utenti di beni demaniali ogni qual volta sul bene demaniale, per le sue caratteristiche, non risulti possibile - all'esito di un accertamento da svolgersi da parte del giudice di merito in relazione al caso concreto - esercitare la custodia, intesa quale potere di fatto sulla stessa. L'estensione del bene demaniale e l'utilizzazione generale e diretta delle stesso da parte di terzi, sotto tale profilo assumono, soltanto la funzione di circostanze sintomatiche dell'impossibilità della custodia. Alla stregua di tale principio, con particolare riguardo al demanio stradale, la ricorrenza della custodia dev'essere esaminata non soltanto con riguardo all'estensione della strada, ma anche alle sue caratteristiche, alla posizione, alle dotazioni, ai sistemi di assistenza che li connotano, agli strumenti che il progresso tecnologico appresta, in quanto tali caratteristiche assumono rilievo condizionante anche delle aspettative degli utenti. Ne deriva che, alla stregua di tale criterio, mentre in relazione alle autostrade (di cui già all'art. 2 del d.P.R. n. 393 del 1959, ed ora all'art. 2 del d.lg. n. 285 del 1992), attesa la loro natura destinata alla percorrenza veloce in condizioni di sicurezza, si deve concludere per la configurabilità del rapporto custodiale, in relazione alle strade riconducibili al demanio comunale non è possibile una simile, generalizzata, conclusione, in quanto l'applicazione dei detti criteri non la consente, ma comporta valutazioni ulteriormente specifiche. In quest'ottica, per le strade comunali - salvo il vaglio in concreto del giudice di merito - circostanza eventualmente sintomatica della possibilità della custodia è che la strada, dal cui difetto di manutenzione è stato causato il danno, si trovi nel perimetro urbano delimitato dallo stesso comune.
Cassazione civile , sez. III, 06 luglio 2006 , n. 15383
In tema di responsabilità per danni da beni demaniali, qualora non sia applicabile la disciplina dell'art. 2051 c.c., in quanto sia accertata in concreto l'impossibilità dell'effettiva custodia sul bene demaniale, l'ente pubblico risponde dei danni subiti dall'utente, secondo la regola generale dell'art. 2043 c.c., che non prevede alcuna limitazione della responsabilità della p.a. per comportamento colposo alle sole ipotesi di esistenza di un'insidia o di un trabocchetto. In tal caso graverà sul danneggiato l'onere della prova dell'anomalia del bene demaniale (come, ad esempio, della strada), che va considerata fatto di per sé idoneo - in linea di principio - a configurare il comportamento colposo della p.a., sulla quale ricade conseguentemente l'onere della prova di fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l'utente si sia trovato di percepire o prevedere con l'ordinaria diligenza la suddetta anomalia.
orientamento spostato verso l'art. 2043...
In materia di responsabilità civile, per aversi insidia (o trabocchetto) idonea a configurare la responsabilità della p.a. ai sensi dell'art. 2043 c.c. in caso di verificazione di un incidente, occorre non solo l'oggettiva invisibilità, ma anche l'imprevedibilità del pericolo, restando esclusa la presunzione di responsabilità di cui all'art. 2051 c.c. nei confronti della p.a. per quelle categorie di beni demaniali, quali le strade pubbliche, che sono oggetto di utilizzo generale e diretto da parte di terzi, poiché in questi casi non è possibile un efficace controllo ed una costante vigilanza da parte della p.a. tale da impedire l'insorgere di cause di pericolo per i cittadini. (Nella specie, relativa ad incidente automobilistico avvenuto su strada comunale, in applicazione dei principi di cui sopra la S.C. ha cassato la sentenza di merito che aveva affermato la corresponsabilità dell'
Giurisprudenza assicurativa
Incidente stradale - Responsabilità del conducente - Imprudenze altrui prevedibili – Irrilevanza - Fattispecie in tema di investimento di un ciclista.
Cassazione Penale, Sezione IV, sentenza 14 febbraio-30 aprile 2008 n. 17481
Poiché le norme sulla circolazione stradale pongono severi doveri di prudenza e diligenza proprio per fare fronte a situazioni di pericolo, anche quando siano determinate da altrui comportamenti irresponsabili, la fiducia di un conducente nel fatto che altri si attengano alle prescrizioni del legislatore, se mal riposta, costituisce di per sé condotta negligente. In altri termini, il conducente risponde anche dei comportamenti altrui, sia pure non corretti, quando rappresentino prevedibili eventi nella circolazione stradale. In questa prospettiva, non varrebbe per escludere la responsabilità di un automobilista che abbia investito un ciclista addurre uno scarto improvviso della bicicletta, essendo pacifica la prevedibilità della instabilità di equilibrio e della possibilità di oscillazioni proprie delle biciclette ed essendo quindi imposto all’automobilista di tenere conto di dette caratteristiche in occasione del sorpasso di tali mezzi.
Oggi è 25/02/2018, 08:53