Source: http://www.personaedanno.it/responsabilita-oggettiva-semioggettiva/il-danno-cagionato-da-malato-mentale-non-ricoverato-di-chi-e-la-responsabilita-riccardo-mazzon
Timestamp: 2015-05-24 06:56:25+00:00
Document Index: 8268430

Matched Legal Cases: ['art. 2047', 'art. 2047', 'art. 2047', 'art. 34', 'art. 2047', 'art. 2047', 'art. 2047']

"IL DANNO CAGIONATO DA MALATO MENTALE NON RICOVERATO: DI CHI E' LA RESPONSABILITA'?" - Riccardo MAZZON - Persona e Danno
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"IL DANNO CAGIONATO DA MALATO MENTALE NON RICOVERATO: DI CHI E' LA RESPONSABILITA'?" - Riccardo MAZZON	Mazzon Riccardo	Quando il malato mentale non sia ricoverato, non è di norma configurabile la responsabilità di cui all'articolo 2047 del codice civile a carico della struttura sanitaria, rientrando in tal caso l'esigenza di assicurare la pubblica incolumità tra i compiti demandati, in via generale, agli organi che si occupano di pubblica sicurezza; si pensi, ad esempio, alla recente presa di posizione della Suprema Corte che, sulla scorta dell'enunciato principio, ha rigettato il ricorso proposto dai parenti di un congiunto, ucciso da un soggetto affetto da vizio totale di mente, all'interno di un bar -
“occorre accertare se il fatto si è verificato in un intervallo di lucidità mentale” Visintini, I fatti illeciti, I, Padova, 1987, 480 - cfr. amplius, da ultimo, "Responsabilita' oggettiva e semioggettiva", Riccardo Mazzon, Utet, Torino 2012 -
“momento in cui anche l'incapace legale può rendersi conto delle proprie azioni e quindi essere tenuto a risarcire il danno” Bruscuglia, L'interdizione giudiziale per l'infermità di mente, Milano, 1983, 26 -
nei confronti dell'Azienda sanitaria, non potendosi configurare nei riguardi di quest'ultima uno stretto obbligo di sorveglianza a carico dell'omicida, risultato malato di mente nell'ipotesi esaminata, considerandosi, altresì, che il T.S.O. può essere disposto solo se esistono alterazioni psichiche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall'infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure extraospedaliere; nonché senza trascurare che, nel caso in questione, l'aggressore omicida, fino a pochi giorni prima del compimento del fatto delittuoso, non aveva dato segni di squilibrio e premonitori di una possibile manifestazione di follia:
“la presunzione di responsabilità prevista dall'art. 2047 c.c. nei confronti di chi sia tenuto alla sorveglianza dell'incapace è configurabile a carico della struttura sanitaria soltanto in caso di ricovero ospedaliero del malato mentale, dovendosi, peraltro, considerare priva di tutela a carico del Servizio Sanitario l'esigenza di assicurare la pubblica incolumità che possa essere messa in pericolo dal malato mentale, rientrando tale compito tra quelli demandati in via generale agli organi che si occupano di pubblica sicurezza. ” (Cass. civ., sez. III, 20 giugno 2008, n. 16803, GCM, 2008, 6, 994 GC, 2009, 10, 2195).
La questione, peraltro, che presuppone l'accertamento - da parte del giudice di merito - dello stato di incapacità di intendere e di volere, al momento del fatto, del doggetto assunto infero di mente,
“la responsabilità vicaria dell'Usl per il danno cagionato da soggetto infermo di mente, non interdetto nè sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio, presuppone l'accertamento - da parte del giudice di merito - dello stato di incapacità di intendere e di volere, al momento del fatto” (Cass. civ., sez. III, 20 marzo 1997, n. 2483, GI 1998, 23);
è spinosa e controversa – si pensi, soprattutto, ai soggetti legalmente capaci, ma di concreta e nota incapacità naturale, ove, secondo molti, deriva il dovere, a carico della struttura sanitaria, di continua sorveglianza, onde evitare che detti incapaci naturali possano arrecare danno a terzi:
“dal rapporto instaurato tra una struttura sanitaria ed un soggetto legalmente capace, ma di concreta e nota incapacità naturale, deriva il dovere, a carico della prima, di continua sorveglianza onde evitare che l'incapace naturale possa arrecare danno a terzi. Ne consegue che, qualora detto incapace cagioni un danno, la struttura sanitaria ne dovrà rispondere, salvo che non fornisca la prova liberatoria posta a suo carico dall'art. 2047 c.c.” (Trib. Monza 4 luglio 1996, GC, 1997, I, 541; RCP, 1997, 776) -,
risentendo notevolmente, la decisione finale, dalle circostanze del caso concreto, come ne fan fede le seguenti, sofferte, pronunce:
“sussiste responsabilità della U.s.l., ai sensi dell'art. 2047 c.c., per i danni cagionati a terzi da un infermo di mente, seguito dai servizi psichiatrici con formula di trattamento volontario ai sensi dell'art. 34 l. n. 833 del 1978, solo nell'ipotesi in cui siano provate specifiche carenze di ordine assistenziale” (App. Trieste 22 settembre 2001, Studium Juris, 2002, 1018);
“l'art. 2047 c.c. non presuppone un controllo assoluto da parte dei soggetti tenuti alla sorveglianza nei confronti di chi a questa è soggetto. Tuttavia l'art. 2047 (anche in seguito all'introduzione della legge n. 180 del 1978, che ha determinato l'abbandono della concezione "custodialistica" sugli incapaci caratteristica della legislazione manicomiale) consente di configurare a carico dei servizi psichiatrici doveri con contenuto di sorveglianza in maniera da garantire un giusto equilibrio tra la libertà di movimento e di esplicazione della personalità dei soggetti sottoposti a controllo e la necessaria tutela dei terzi. Pertanto la Usl che non abbia svolto alcuna seria e meditata azione preventiva di cura e sorveglianza nei confronti di un infermo psichico, adeguata ad evitare il compimento di un illecito da parte di quest'ultimo, la cui pericolosità fosse già ampiamente dimostrata, è tenuta al risarcimento dei danni patrimoniali e morali” (Trib. Trieste 23 novembre 1990, NGCC, 1993, I, 986);
“l'USL di un comune non è responsabile, ex art. 2047 c.c., per l'omicidio commesso da un infermo di mente, assistito continuativamente dal servizio materno e infantile del luogo, e autore in precedenza di comportamenti tali da giustificare ripetute segnalazioni all'autorità di polizia, il quale non sia però al momento del fatto nè minore nè interdetto” (Trib. Reggio Emilia 18 novembre 1989, NGCC, 1990, I, 549).
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