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Timestamp: 2020-02-16 20:27:35+00:00
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Matched Legal Cases: ['art 54', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 101', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 8']

DIMT.IT - agcm
"Internet 2.0", tutti i video degli interventi del Convegno del 9 maggio presso l'Università Europea di Roma
Sono online i video integrali degli interventi di “Internet 2.0: nuovi profili della regolazione", Convegno che ha avuto luogo presso l'Università Europea di Roma il 9 maggio scorso.
I nuovi profili della regolazione di Internet: il report della ricca giornata
Di seguito una selezione del materiale disponibile sul canale Youtube dell'Università. 30 maggio 2014
"Proprietà intellettuale e Antitrust: conflitto o sinergia?", l'intervento del Prof. Andrea Stazi
Di seguito l’intervento con il quale il Prof. Andrea Stazi, Docente di Diritto Comparato presso l’Università Europea di Roma, ha partecipato a "Proprietà intellettuale e Antitrust: conflitto o sinergia?", convegno che ha avuto luogo lo scorso 26 marzo 2014 presso l’Autorità Garante per la Concorrenza e il Mercato (AGCM) Il mio intervento trae origine da una questione evidente ma densa di implicazioni che mi pare emergere a seguito della relazione di Emanuela Arezzo e degli altri interventi che l’hanno preceduta. Proprietà intellettuale e antitrust: di cosa stiamo parlando? Il tema essenziale è, mi sembra, quello del rapporto tra i diritti fondamentali previsti agli artt. 16 e 17 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Il Professor Ghidini nella sua introduzione lo accennava con chiara immediatezza. Perché “tutto si tiene”? Nel suo intervento introduttivo si faceva riferimento alle ricadute penalistiche del Codice della proprietà industriale, così come anche la decisione dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato riguardo al caso Roche-Novartis, analogamente, ha prodotto delle ricadute penalistiche. Emerge, in quest’ottica, la necessità di una visione sistematica dell’ordinamento, che non si chiuda a compartimenti stagni rispetto all’inquadramento di ogni fattispecie di cui si proceda all’esame (come nel caso analizzato quest’oggi dell’intersezione tra proprietà intellettuale e antitrust), bensì proceda alla luce dei diritti fondamentali che di volta in volta vengono in rilievo, i quali andranno coniugati – come ha evidenziato sempre il Prof. Ghidini in un suo recente saggio – sulla base dei criteri della gerarchia e della proporzionalità. Questo scenario di intersezione tra diritti fondamentali, che non sono soltanto la libertà di iniziativa economica tutelata dalla disciplina antitrust e la protezione della proprietà intellettuale, ma sono i tanti altri che vengono in rilievo di volta in volta (farò alcuni esempi tra breve), nel mondo del “diritto ideale” dovrebbe dare luogo a una legislazione e a un enforcement che potrebbero dirsi “a fisarmonica”, nel senso che si dovrebbero espandere e ritirare a seconda dei casi per lasciar prevalere volta per volta l’interesse principale, ossia il diritto fondamentale sottostante che in quella fattispecie è prevalente sugli altri. Così, ad esempio, negli interventi dell’AGCM cui si è accennato, la tutela del consumatore diviene altresì tutela del consumatore-paziente, che è una figura ben diversa da quella del tradizionale consumatore-cliente, poiché è chiaro che i pazienti non sono dei clienti che possono scegliere se essere o non essere consumatori, non hanno la stessa libertà di scelta di quando acquistano un bene o un servizio, e alcuni hanno più bisogno di cure sanitarie rispetto ad altri. E’ soltanto un esempio di come quella “moltiplicazione” della figura del consumatore registratasi nel diritto dell’Unione Europea degli ultimi anni, che qualcuno ha denunciato, abbia una sua ragion d’essere nella misura in cui volta per volta l’autorità competente – “meglio posizionata” nel quadro dell’ordinamento e più efficace rispetto alla tutela richiesta – intervenga a tutelare il consumatore, considerato in questo caso quale portatore di un interesse che può essere più ampio di quello del suo benessere come cliente, come ad esempio quello della tutela della sua salute (e ciò può avvenire anche – si è visto – attraverso un intervento ai sensi della disciplina antitrust). D’altronde, questo andare di volta in volta ad individuare l’interesse prevalente non deve significare che esso debba diventare quello esclusivo, poiché altrimenti si ricadrebbe nell’abuso del diritto di cui all’art 54 della Carta dei diritti fondamentali dell’UE; così, ad esempio, là dove l’intervento sia volto alla tutela della proprietà intellettuale non potrà essere pretermesso il rispetto del diritto alla protezione dei dati personali e della libertà di informazione (rispettivamente di cui agli artt. 8 e 11 della Carta; cfr. e.g. le sentenze della Corte di Giustizia UE riguardo ai casi Promusicae, LSG, Bonnier Audio, Scarlet-Sabam e Sabam-Netlog). Il principio alla base di questo inquadramento, dunque, è la sussidiarietà, sia tra le discipline – ossia volta per volta dovrà applicarsi la norma e si tutelerà il diritto sottostante che prevale in quella fattispecie (variamente atteggiato, ad esempio come accennato quello del consumatore quale destinatario indiretto dell’antitrust può significare del consumatore-paziente, quindi con una visione differente da quella tradizionale) – ma anche tra le istituzioni, per cui dovrà intervenire l’istituzione che possa essere più efficace per tutelare quello specifico interesse fatto valere. Ciò, ad esempio, si verifica di frequente nelle dinamiche tra AGCM ed Autorità giudiziaria, ma anche rispetto ad altre autorità di settore; si pensi ai citati interventi appunto dell’AGCM riguardo ai casi Pfizer e Roche-Novartis, ovvero alla questione della competenza in tema di pratiche commerciali scorrette di cui da ultimo al d.lgs. n. 21/2014. In tale prospettiva, nell’ordinamento statunitense, nel 2012 e 2013 si sono registrate le sentenze relative ai casi Myriad e Mayo, nelle quali la Corte Suprema ha tutelato anche lì indirettamente, attraverso la disciplina brevettuale, quello che poi era in effetti il diritto di accesso alle cure da parte dei pazienti, che nel caso Myriad erano le donne rispetto ai test genetici relativi al cancro al seno e alle ovaie, ed erano altresì la concorrenza e l’innovazione da parte di altri produttori di test genetici. Allo stesso modo, a mio avviso – e sono in assoluta minoranza su questo, anche rispetto ad autorevole dottrina presente in sala – la Corte di Giustizia nella sentenza Brüstle del 2011, sempre in tema di invenzioni biotecnologiche, ha affermato, ribadendo quanto è previsto nella direttiva n. 98/44/CE, la prevalenza della tutela dell’embrione anche nell’ambito dell’applicazione della disciplina brevettuale (secondo lo stesso approccio che aveva seguito l’EPO nella decisione WARF del 2008). Ora, autorevoli studiosi ritengono che non si potrebbe utilizzare una disciplina nata e concepita per il mercato per tutelare dei diritti che sono esterni ad esso; ma seguendo questa linea di pensiero, ad esempio, dovrebbe abrogarsi anche il divieto della pubblicità di prodotti da fumo? Infine, mi sembra doveroso un cenno al regolamento dell’Autorità per le Garanzie delle Comunicazioni sul diritto d’autore online adottato con delibera n. 680/13/CONS, come noto oggetto di diverse critiche. In proposito, al di là della necessità di rispettare la riservatezza e la libertà d’informazione cui ho accennato prima, qualcuno sostiene che il diritto d’autore sarebbe in contrasto con la liberta d’espressione; viceversa, il Presidente dell’AGCOM, nella sua Audizione al Parlamento del 15 gennaio scorso innanzi alle Commissioni riunite VII e IX, ha ricordato come la Corte Suprema degli Stati Uniti abbia affermato esattamente l’opposto (copyright quale “engine of free expression”). Del resto, i problemi sollevati da internet, così come i casi di intersezione tra proprietà intellettuale, antitrust e diritto alla salute citati quest’oggi, rendono particolarmente evidente – grazie alla notevole semplicità di diffusione, modifica e riproduzione dei contenuti – la possibilità di “relazioni pericolose” tra diritti fondamentali. In tal senso, si è parlato prima del caso Google News, ma si pensi altresì alla “bad practice” del caso Google Books: se gli interventi dei giudici rispetto a Google Books sono stati giustificati in quanto a tutela della proprietà intellettuale, nella fattispecie vi erano anche, come poi piano piano è emerso, altri diritti fondamentali che eventualmente potevano essere considerati prevalenti. In conclusione, la riflessione che propongo è la seguente: l’opportunità di una lettura “a fisarmonica” delle norme – basata sui diritti fondamentali che prevalgono di volta in volta – le quali dovrebbero essere applicate, secondo un principio di “sussidiarietà istituzionale”, da parte dell’autorità che risulti “meglio posizionata”, ossia più efficace per intervenire rispetto alla specifica fattispecie, attraverso la disciplina più utile per tutelare i diritti prevalenti nel caso in esame. 12 maggio 2014
"Verso il recepimento della Direttiva 2014/104/UE sul risarcimento del danno antitrust", a Roma l'11 settembre
Anche in Italia si è entrati nel vivo del recepimento della Direttiva sul private enforcement (Dir. 2014/104/UE). Con questa si conclude un percorso tortuoso che si è snodato attraverso il Libro Verde del 2005 e il Libro Bianco del 2008, per approdare ad una articolata disciplina di armonizzazione (non massima) tesa a rafforzare l'effettività delle regole di concorrenza. La strada da intraprendere è chiaramente tracciata dal Legislatore e consiste nel realizzare un più efficace coordinamento tra gli ordinamenti nazionali in materia di risarcimento del danno antitrust. Come pure è chiaramente delineato il metodo da seguire, incentrato sulla necessità di ricomporre l’asimmetria informativa che normalmente sconta chiunque (impresa, consumatore o autorità’ pubblica) subisca un danno derivante da un illecito concorrenziale. La portata innovativa di alcune delle misure di genesi comunitaria da un lato e la discrezionalità lasciata agli Ordinamenti in sede di recepimento dall'altro impongono al Legislatore ‎di operare un sapiente bilanciamento tra le diverse istanze nel rispetto del principio di proporzionalità e di qui a verificare scrupolosamente la necessità di introdurre adeguati pesi e contrappesi. Di questo si discuterà alla LUISS il prossimo 11 settembre in un Convegno organizzato nell’ambito della III Edizione del Master in Diritto della concorrenza e dell'innovazione dall’Università LUISS Guido Carli insieme all’Università Europea di Roma, con il patrocinio dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato. Al Convegno, coordinato scientificamente dalla Proff.sa Valeria Falce e dal Prof. Gustavo Olivieri, che introdurrà i lavori in qualità di Direttore del Master in Diritto della concorrenza e dell'innovazione, interverranno oltre al Prof. Giovanni Pitruzzella, Presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, e al Prof. Alberto Maria Gambino, Direttore del Dipartimento di Scienze Umane dell’Università Europea di Roma, i Proff. Richard Whish e Josef Drexl, che analizzeranno le opportunità e i limiti schiusi dalla Direttiva in una prospettiva comparata. Seguirà una Tavola Rotonda sulle principali questioni problematiche che si presenteranno al legislatore nazionale in sede di recepimento, a cui prenderanno parte oltre al Cons. Roberto Chieppa, Segretario Generale della stessa Autorità e al Dott. Andrea Pezzoli, che di questa è Direttore Generale, i Proff. Bruno Sassani, dell’Università di Roma "Tor Vergata", Valeria Falce, dell’Università Europea di Roma, e Alberto Heimler, della Scuola Nazionale dell’Amministrazione. Il punto di vista delle imprese verrà presentato dall’Avv. Marcella Panucci, Direttore Generale di Confindustria, mentre quello dei consumatori verrà esaminato dall’Avv. Marco Pierani, Responsabile delle Relazioni Istituzionali di Altroconsumo. Le conclusioni saranno affidate al Prof. Gustavo Ghidini, dell’Università LUISS Guido Carli. Presidente e moderatore della Tavola Rotonda sarà il Cons. Massimo Scuffi, Presidente del Tribunale di Aosta. Il convegno di studi, con la partecipazione di illustri studiosi ed eminenti rappresentanti delle istituzioni, si propone di offrire al legislatore nazionale spunti di riflessione e possibili soluzioni per il difficile compito che lo attende. È stato richiesto l’accreditamento per la formazione continua degli Avvocati e dei Dottori Commercialisti. La partecipazione è gratuita, previa iscrizione all’indirizzo mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
“Internet 2.0: nuovi profili della regolazione”, il convegno del 9 maggio presso l’Università Europea di Roma
Agenzie turistiche on line: l'Antitrust avvia istruttoria nei confronti di Booking ed Expedia per "verificare l’esistenza di violazioni concorrenziali”
A detta dell'Agcm "attraverso le commissioni e le clausole previste nei contratti con le strutture alberghiere limiterebbero la concorrenza nei servizi di prenotazione ostacolando la possibilità per i consumatori di trovare offerte migliori" L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato(Agcm), nella riunione del 7 maggio 2014, su segnalazione di Federalberghi, del gruppo Antitrust del Nucleo Speciale Tutela Mercati della Guardia di Finanza e di AICA, ha deciso di avviare un’istruttoria per verificare se le agenzie turistiche on line Booking ed Expedia limitino, attraverso gli accordi con le strutture alberghiere, la concorrenza sul prezzo e sulle condizioni di prenotazione tra i diversi canali di vendita, ostacolando la possibilità per i consumatori di trovare sul mercato offerte più convenienti. Oggetto di analisi dell’Antitrust sono "le clausole previste da Booking ed Expedia che vincolano le strutture ricettive a non offrire i propri servizi alberghieri a prezzi e condizioni migliori tramite altre agenzie di prenotazione online, e in generale, tramite qualsiasi altro canale di prenotazione (siti web degli alberghi compresi)". Secondo l’Antitrust l’utilizzo di queste clausole da parte delle due principali piattaforme presenti sul mercato "potrebbe limitare significativamente la concorrenza sia sulle commissioni richieste alle strutture ricettive che sui prezzi dei servizi alberghieri, in danno, in ultima analisi, dei consumatori finali". Il procedimento deve concludersi entro il 30 luglio 2015. 19 maggio 2014
Antitrust ed eCommerce: sanzioni per mezzo milione di euro a quattro operatori
L'Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato ha sanzionato per "mancata consegna dei prodotti" i quattro operatori di eCommerce Kgegl, Moonlooker, Il Mercato dell’Affare e Zionsmartshop. Complessivamente le sanzioni ammontano a 500mila euro. "I procedimenti - spiega in una nota la stessa Antitrust - sono scaturiti dalle numerose segnalazioni di consumatori che lamentavano comportamenti gravemente scorretti da parte di aziende specializzate nelle vendite on line. Questi consistevano, in particolare, nella diffusione di informazioni non veritiere sulla disponibilità e sui tempi di consegna dei prodotti offerti e nell’opporre difficoltà di varia natura al rimborso delle somme pagate per prodotti che non venivano consegnati ovvero all’esercizio di alcuni diritti contrattuali dei clienti, come per esempio il recesso". "Queste iniziative - prosegue la nota - s’inquadrano nel contesto di un monitoraggio organico sul settore delle vendita a distanza, volto ad assicurare comportamenti corretti dagli operatori che operano nel commercio elettronico, anche in rapporto alla posizione particolarmente debole dei consumatori". 24 agosto 2015
Antitrust sanziona Roche e Novartis per l’intesa restrittiva nel mercato dei farmaci biotecnologici: nota al provvedimento del 27/02/2014
di Martina Provenzano Abstract: nella nota che segue si dà conto delle motivazioni corredate al provvedimento emanato dall’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, volto a sanzionare le società farmaceutiche Roche e Novartis per l’intesa orizzontale restrittiva della concorrenza posta in essere nel mercato dei farmaci biotecnologici. A margine del commento, vengono brevemente sviluppate alcune considerazioni critiche, descrivendo il processo di riforma in atto, tanto sul piano legislativo che su quello giurisprudenziale, nell’ambito dell’impiego off-label dei farmaci. Il 27 febbraio 2014 l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha irrogato le società farmaceutiche capogruppo Roche e Novartis, con oltre 180 milioni di euro, per aver posto in essere un’intesa (orizzontale) restrittiva della concorrenza nel mercato dei farmaci biotecnologici, impiegati per la cura delle patologie della vista, e per aver procurato un danno ingente al Sistema Sanitario Nazionale italiano (SSN). A conclusione del procedimento avviato dall’AGCM, in contraddittorio tra le parti e gli altri soggetti intervenuti, infatti, è emerso che le due società farmaceutiche si erano previamente accordate per ostacolare il commercio del farmaco Avastin, usato off-label per curare le stesse patologie curate dal farmaco clone [1] Lucentis, quest’ultimo usato on-label e molto più costoso. In breve, si dice che un farmaco viene usato on-label quando vengono rispettate le indicazioni terapeutiche e le modalità di somministrazione riportate nel riassunto delle caratteristiche del prodotto (RCP). Viceversa, si dice che un farmaco viene usato off-label quando viene impiegato per una diversa indicazione terapeutica, per un diverso dosaggio, o per un diverso gruppo di pazienti riportati in RCP e diversi da quelli per cui il farmaco ha ottenuto l’autorizzazione all’immissione in commercio (AIC). In ambito europeo, la disposizione normativa di riferimento è l’art. 5, comma 1, direttiva 2001/83/CE; in Italia, la legislazione è molto più complessa e, in definitiva, si rimette al libero convincimento del medico curante purché dell’impiego off-label di quel farmaco sia stato dato atto nella letteratura scientifica. A tutt’oggi tale pratica risulta fortemente disincentivata dall’entrata in vigore della L. n. 189/2012 che, mentre da un lato esclude la responsabilità penale per colpa lieve del medico che si attiene a linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica, dall’altro lato ha introdotto un criterio di responsabilità civile di tipo extracontrattuale per le decisioni terapeutiche prese quando le informazioni sulla sicurezza delle terapie risultano controverse (come nell’impiego del farmaco off-label). Invero, dal carteggio raccolto nel corso della fase istruttoria, è emerso che Roche, in qualità di “Marketing Authorization Holder” (MAH) del farmaco Aventis, tra il 2007 e il 2011 abbia posto in essere numerose attività volte ad ottenere da varie autorità di vigilanza avvertenze e limitazioni sull’uso off-label di Avastin. Secondo l’AGCM, alla base di queste attività vi era l’accordo, concluso tra Novartis e Roche, di sviluppo e commercializzazione esclusiva del farmaco Lucentis, che riconosceva i diritti commerciali esclusivi sullo stesso farmaco al di fuori degli Stati Uniti, dietro pagamento di un importo fisso e di royalties in favore di Roche. Novartis, dopo aver ottenuto dall’European Medicine Agency (EMA) l’AIC nell’Unione europea, aveva anche ottenuto dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) la collocazione del Lucentis nella classe farmacologica H/OSP1. La conseguenza è stata quella di declassare l’Avastin, impiegato off-label, in favore del Lucentis: quest’ultimo, costituendo una “valida alternativa terapeutica” on-label, ai sensi del L. n. 648/1996, ha ottenuto la rimborsabilità da parte del SSN. Come noto, per intese restrittive della concorrenza si intendono tutti quei comportamenti delle imprese che, invece di competere tra loro, si accordano per impedire, restringere o falsare la concorrenza (ad es. fissando congiuntamente i prezzi, spartendosi i mercati, sottoscrivendo accordi distributivi in esclusiva). Le intese restrittive sono dunque vietate dall’art. 101 TFUE e, in Italia dall’art. 2, L. 287/1990, in quanto idonee a pregiudicare il libero commercio tra gli Stati membri o all’interno del territorio di uno Stato membro, avuto riguardo al contesto economico e giuridico, ossia al mercato rilevante. La ratio del divieto si colloca nella necessità di raggiungere gli obiettivi del mercato unico europeo, il quale potrebbe essere pregiudicato da un’influenza diretta, indiretta, attuale o potenziale sulle correnti di scambio tra Stati membri. Analogamente, allorché le pratiche restrittive siano attuate all’interno del territorio di un solo Stato membro, la compartimentazione del mercato che ne deriva si ritiene in grado di ostacolare di per sé l’integrazione economica voluta invece dai Trattati dell’Unione europea. Ebbene, nel caso in commento, l’AGCM sembra aver tenuto conto dei seguenti elementi: a) in primo luogo, del fatto che i farmaci Avastin e Lucentis coprissero l’intero mercato rilevante dei farmaci biotecnologici impiegati per la cura delle patologie della vista; b) in secondo luogo, del fatto che Novartis non dovesse temere la concorrenza dell’Avastin grazie all’accordo di sviluppo e commercializzazione concluso con Roche; c) in terzo luogo, del fatto che quest’ultima trovasse maggior convenienza a mantenere i profitti derivanti dalle royalties piuttosto che dalla registrazione dell’Avastin come farmaco on-label. Secondo l’AGCM, dunque, le due società avrebbero posto in essere un vero e proprio piano di “differenziazione” dei due farmaci, per evidenziare in maniera artificiosa profili di specifica pericolosità dell’uso off-labeldi Avastin; attività di condizionamento informativo funzionali a sostenere l’intesa restrittiva della concorrenza nel mercato dei farmaci biotecnologici per la cura di patologie visive. In definitiva, a conclusione del procedimento, risulta che l’intesa orizzontale restrittiva abbia consentito la massimizzazione dei profitti di entrambe le società e abbia profondamente alterato i meccanismi della domanda, limitando la libertà di scelta dei consumatori e dei medici. Gli effetti che ne sono derivati si sono ripercossi sul SSN e sul Sistema Sanitario Regionale (SSR), stando alla necessità di riprogrammare le risorse finanziarie da destinare all’acquisto del farmaco più costoso, nonché su tutti i pazienti che hanno concretamente subito una limitazione nell’accesso alle cure. A margine di questo commento si ritengono opportune alcune osservazioni critiche. Come si è avuto modo di accennare, le disposizioni normative attualmente vigenti in Italia e volte a regolare l’impiego di farmaci off-label sono assai complesse e limitanti. Tuttavia, le motivazioni corredate al provvedimento sanzionatorio de quo sembrano quasi proiettare un percorso di riforma tale per cui si agevoli l’impiego di farmaci off-label, almeno quando tale farmaco sia stato giudicato omologo o equivalente rispetto ad altro farmaco impiegato on-label, e quest’ultimo sia notevolmente più costoso. In questa direzione dovrebbe essere superata anche la preclusione legislativa agli enti pubblici di richiedere l’autorizzazione all’uso nel sistema sanitario per lo stesso farmaco fino a quel momento impiegato off-label. Così facendo, infatti, si supererebbe l’eventuale inerzia del MAH che, per ragioni evidentemente legate a logiche di profitto aziendale, non si attivi per l’ottenimento dell’AIC per il proprio prodotto farmaceutico. L’ipotesi di un avvio di un processo di riforma in materia sembra essere suffragata dalla notizia che il 15 marzo scorso l’attuale Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge contenente “norme per favorire l’impiego di farmaci off-label meno onerosi per il Sistema sanitario nazionale ma altrettanto efficaci dal punto di vista farmaceutico”. Invero, si segnala che le osservazioni di cui sopra corrispondono alle eccezioni di incostituzionalità sollevate dal T.A.R. Emilia-Romagna nell’ordinanza n. 378/2012, con la quale il giudice amministrativo ha investito la Corte Costituzionale della questione di legittimità dell’art. 1, comma, 4, D.L. n. 536/1996, dell’art. 3, D.L. n. 23/1998 e dell’art. 2, commi 348 e 349, L. n. 244/2007, per la parte in cui tali disposizioni impediscono l’uso off-label di farmaci meno costosi di un farmaco autorizzatorio on-label (nonostante la comprovata equivalenza), nonché dell’art. 8, D. Lgs. n. 219/2006, per la parte in cui non consente agli enti pubblici di presentare la richiesta per l’autorizzazione all’uso nel sistema sanitario (consentendo una maggiore sostenibilità economica e, quindi, l’effettività delle cure). La soluzione di tali interrogativi, dunque, viene lasciata alla decisione della Corte Costituzionale, la cui pronuncia sembrerebbe attesa per la fine del 2014, nella speranza che il decisum della Corte non si discosti dalle misure legislative prese in questi giorni. Nel frattempo, il procedimento sanzionatorio dell’AGCM ha prodotto ulteriori conseguenze: è notizia recente che la Procura della Repubblica stia indagando sugli amministratori e i dirigenti di Roche e Novartis coinvolti nell’intesa restrittiva. I reati contestati sarebbero: associazione a delinquere, corruzione, truffa ai danni dello Stato, aggiotaggio e disastro doloso. Note: [1] In particolare lo statunitense National Eye Institute, facente parte dei National Institutes of Health, ha lanciato un ampio studio comparativo (c.d. studio CATT) di Avastin e Lucentis, i cui risultati hanno confermato sia nel 2011 che nel 2012 l’equivalenza dei due farmaci per la cura della DMS. Analoghi risultati sono stati ottenuti anche da un altro studio comparativo, commissionato da due strutture del sistema sanitario inglese, il National Institute for Health Research e il Health Technology Assessment Programme, pubblicato nel 2012 (c.d. studio IVAN). Immagine in home page: Vivilascuola.studenti.it 20 marzo 2014
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