Source: https://www.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-25013-del-23-10-2017
Timestamp: 2018-05-23 05:55:10+00:00
Document Index: 75351740

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Sentenza Cassazione Civile n. 25013 del 23/10/2017 – La Legge per tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25013 del 23/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 23/10/2017, (ud. 25/05/2017, dep.23/10/2017), n. 25013
sul ricorso 7284-2012 proposto da:
T.M., G.V., elettivamente domiciliati in ROMA,
VIA RENO 21, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO RIZZO, che li
avverso la sentenza n. 1267/2011 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 09/03/2011 R.G.N. 9217/07.
che con sentenza del 9 marzo 2011 la Corte di Appello di Roma ha confermato la pronuncia di primo grado nella parte in cui aveva dichiarato la nullità della clausola appositiva del termine “per esigenze tecniche, organizzative e produttive, anche di carattere straordinario, conseguenti a processi di riorganizzazione”, in relazione agli accordi sindacali del 2001/2002, congiuntamente alla “necessità di espletamento del servizio in concomitanza di assenze per ferie”, di cui al contratto di lavoro stipulato per il periodo 1.7.2002 30.9.2002 tra T.M. e Poste Italiane Spa ed al contratto di lavoro stipulato per il periodo 5.7.2002 – 30.9.2002 tra G.V. e la stessa società, con conseguente declaratoria di rapporti di lavoro subordinato a tempo indeterminato e condanna della società al risarcimento del danno commisurato alle retribuzioni non percepite da entrambi i lavoratori dalla messa in mora, oltre accessori;
che avverso tale sentenza Poste Italiane Spa ha proposto ricorso affidato a plurimi motivi, cui hanno resistito gli intimati con controricorso, illustrato da memoria.
che il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione di legge, per avere la sentenza impugnata ritenuto generica la motivazione posta a fondamento dell’assunzione, omettendo di considerare adeguatamente lo specifico riferimento ai vari accordi sindacali; il secondo motivo sostiene la violazione di legge perchè sarebbe stato onere della controparte provare l’estraneità dell’assunzione rispetto alle esigenze individuate nei singoli contratti; il terzo motivo deduce omessa ed insufficiente motivazione in ordine alla ammissibilità ed alla rilevanza di un capitolo di prova testimoniale richiesto dalla società; il quarto motivo lamenta violazione e falsa applicazione di legge per non avere la Corte di Appello compiutamente esaminato l’intera causale, dalla quale avrebbe avuto modo di riscontrare sufficienti elementi di specificazione;
che infatti il decisum della Corte territoriale si fonda su di una duplice ratio decidendi, ciascuna idonea a sorreggere la decisione: l’una attinente alla genericità della clausola appositiva del termine, statuizione censurata con il primo e quarto motivo di ricorso; l’altra attinente l’onere e la carenza di prova in ordine al fatto che si fossero effettivamente verificate le indicate esigenze tecniche, organizzative e produttive, statuizione censurata con il secondo e terzo mezzo di gravame;
che, infatti, per pacifica giurisprudenza di legittimità, l’onere probatorio di provare la sussistenza delle ragioni legittimanti l’apposizione del termine grava sul datore di lavoro (tra tante: Cass. n. 2279 del 2010; Cass. n. 3325 del 2014),
mentre la doglianza che lamenta la mancata ammissione di mezzi istruttori ed il mancato esercizio dei poteri officiosi è sussumibile nell’ambito del vizio di motivazione, di cui deve avere forma e sostanza (Cass. n. 16997 del 2002; Cass. n. 15633 del 2003) e può essere denunciato per cassazione solo nel caso in cui essa abbia determinato l’omissione su di un fatto decisivo della controversia e, quindi, ove la prova non ammessa ovvero non esaminata in concreto sia idonea a dimostrare circostanze tali da invalidare, con un giudizio di certezza e non di mera probabilità, l’efficacia delle altre risultanze istruttorie che hanno determinato il convincimento del giudice di merito, di modo che la ratio decidendi venga a trovarsi priva di fondamento (Cass. n. 11457 del 2007; Cass. n. 4369 del 2009; Cass. n. 5377 del 2011); in definitiva, le censure in esame, trascurando tali principi e mancando di enucleare il fatto controverso e decisivo anche secondo il previgente testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, prospettano una diversa ricostruzione della vicenda storica in ordine alla sussistenza fattuale della causale giustificativa, così scivolando “sul piano dell’apprezzamento di merito, che presupporrebbe un accesso diretto agli atti e una loro delibazione, in punto di fatto, incompatibili con il giudizio innanzi a questa Corte Suprema” (da ultimo Cass. n. 16346 del 2016);
che secondo consolidata giurisprudenza: “in tema di ricorso per cassazione, qualora la motivazione della pronuncia impugnata sia basata su una pluralità di ragioni, convergenti o alternative, autonome l’una dall’altra, e ciascuna da sola idonea a supportare il relativo dictum, la resistenza di una di esse all’impugnazione rende del tutto ultronea la verifica di ogni ulteriore censura, perchè l’eventuale accoglimento di tutte o di una di esse mai condurrebbe alla cassazione della pronuncia suddetta” (Cass. n. 3633 del 2017, in contenzioso analogo; in precedenza, ex multis, Cass. n. 4349 del 2001, Cass. n. 4424 del 2001; Cass. n. 24540 del 2009);
che pertanto nella specie, poichè l’indicata ragione della decisione “resiste” all’impugnazione proposta dal ricorrente con il secondo e terzo motivo, è del tutto ultronea la verifica delle censure di cui al primo e quarto motivo sulla genericità della causale, perchè l’eventuale accoglimento di essi non potrebbe comunque determinare la cassazione della sentenza gravata;
che con il quinto motivo si denuncia vizio di motivazione e violazione di legge per avere la Corte territoriale ritenuto erroneamente formato il giudicato sulle conseguenze risarcitorie in relazione all’applicabilità della L. n. 183 del 2010, art. 32 per omessa impugnazione in grado d’appello, e con il sesto si eccepisce ancora vizio di motivazione in ordine alla condanna risarcitoria dalla messa in mora;
che tali censure, esaminabili congiuntamente, vanno accolte per quanto di ragione, essendo applicabile lo ius superveniens rappresentato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32 commi 5, 6 e 7, secondo l’orientamento consolidato di questa Corte (v. fra le altre Cass. n. 16763 del 2015 ed i precedenti ivi richiamati); nè rileva l’avvenuta abrogazione dell’art. 32, commi 5 e 6, della L. n. 183 del 2010 ad opera del D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, art. 55, lett. f, (cfr. Cass. n. 7132 del 2016);
che dunque non vi è giudicato sulle conseguenze risarcitorie sino a quando resta impugnato l’an sulla illegittimità del termine ed ove questa statuizione venga confermata occorre tenere conto della L. n. 183 del 2010, art. 32 affinchè la decisione adottata sia conforme all’ordinamento giuridico;
che, pertanto, respinti i primi quattro motivi di ricorso, vanno accolti gli ultimi nei sensi e nei limiti del detto ius superveniens, con la conseguente cassazione della sentenza impugnata in relazione ad essi e con rinvio per il riesame, sul punto, alla Corte di Appello indicata in dispositivo, che dovrà limitarsi a quantificare per ciascuno dei lavoratori l’indennità spettante ex art. 32 cit. per il periodo compreso fra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento con il quale il giudice ha ordinato la ricostituzione dei rapporti di lavoro (cfr., per tutte, Cass. n. 14461 del 2015), con interessi e rivalutazione su detta indennità da calcolarsi a decorrere dalla data della pronuncia giudiziaria dichiarativa della illegittimità della clausola appositiva del termine (cfr. per tutte Cass. n. 3062 del 2016), provvedendo altresì alle spese del giudizio.
La Corte accoglie i motivi concernenti l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32 rigettati gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.