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Timestamp: 2017-11-23 11:16:31+00:00
Document Index: 127856641

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 74', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 73', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 125', 'art. 192', 'art. 73', 'art. 133', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 73', 'sentenza ', 'art. 616', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 643']

COME VIENE VALUTATO IL CONCORSO NEL REATO DI SPACCIO?
Tenendo ciò presente, dunque, sembra più appropriato ricordare – come già affermato (sez. iv, 6.2.07, camera, Rv. 236195) – che il discrimine tra la condotta che costituisca concorso nel reato di illecita detenzione di stupefacenti e la condotta che invece dia luogo all’autonomo reato di favoreggiamento personale va rintracciato nell’elemento psicologico dell’agente. Esso deve essere valutato in concreto, per verificare se l’aiuto (che ponga in essere la condotta criminosa costitutiva del reato permanente) consapevolmente prestato ad altro soggetto, sia l’espressione di una partecipazione al reato oppure nasca solo dall’intenzione – manifestatesi attraverso individuabili modalità pratiche – di realizzare una facilitazione alla cessazione del reato
CHI DEVE DARE LA PROVA DELLA DETENZIONE DI SPACCIO RISPETTO ALLA DETENZIONE PER USO PERSONALE?
in tema di detenzione di sostanza stupefacente, la destinazione allo spaccio rappresenta un elemento costitutivo della fattispecie e tale specifica finalità della illecita detenzione deve essere provata dalla pubblica accusa, non potendosi far carico all’imputato dell’obbligo di provare la diversa destinazione, al solo uso personale, della sostanza stupefacente posseduta (Sez. 6, n. 26709 del 29/04/2003, Pezzella, Rv. 226276), tuttavia sia la prova della destinazione della droga ad uso personale, sia quella della destinazione allo spaccio, può essere tratta da qualsiasi elemento o dato indiziario che – con rigore, univocità e certezza – consenta di inferirne la sussistenza attraverso un procedimento logico adeguatamente fondato su corrette massime di esperienza (Sez. 4, n. 4614 del 13/05/1997, Montino, Rv. 207485).
In questa prospettiva, anche il profilo del possibile uso personale, proposto già in sede di merito, ha trovato una risposta non illogica.
Inaccoglibile è la doglianza relativa al fatto di lieve entità.
Il giudicante ha fatto corretta e logica applicazione del principio in forza del quale, in tema di sostanze stupefacenti, il fatto di lieve entità (articolo 73, comma 5, del dpr 9 ottobre 1990 n. 309) può essere riconosciuta solo in ipotesi di “minima offensività penale” della condotta, deducibile sia dal dato qualitativo e quantitativo, sia dagli altri parametri richiamati dalla norma (mezzi, modalità e circostanze dell’azione), con la conseguenza che, ove venga meno anche uno soltanto degli indici previsti dalla legge, diviene irrilevante l’eventuale presenza degli altri. Ciò in quanto la finalità dell’attenuante si ricollega al criterio di ragionevolezza derivante dall’articolo 3 della Costituzione, che impone – tanto al legislatore, quanto all’interprete – la proporzione tra la quantità e la qualità della pena e l’offensività del fatto (Sezione IV, 13 maggio 2010, Lucresi).
Qui, il giudicante ha ampiamente motivato sulle ragioni che deponevano per l’insussistenza dell’attenuante e il relativo giudizio regge al vaglio di legittimità anche a fronte di motivazione sicuramente satisfattiva, siccome basata su una “complessiva” ed attenta disamina dei diversi profili della condotta, con conseguente valorizzazione negativa – nei termini suindicati – di quelli ritenuti significativi, con particolare riguardo al quantitativo della droga, ma senza trascurare la riferita pericolosità della condotta.
Nessuna conseguenza, sotto questo specifico profilo, deriva dal novum normativo introdotto dal decreto legge 23 dicembre 2013 n. 146, convertito dalla legge 21 febbraio 2014 n. 10, con scelta confermata dal decreto legge n. 36 del 2014, convertito dalla legge n. 79 del 2014, in forza del quale quella che prima era, pacificamente, una circostanza attenuante, è stata trasformata in reato autonomo.
Infatti, i presupposti del reato autonomo sono rimasti quegli stessi che potevano
giustificare [o, per converso, negare] la concessione dell’attenuante.
Va affermato con chiarezza, infatti, che nella “ricostruzione” della nuova fattispecie autonoma di reato sono utilizzabili gli stessi parametri che caratterizzavano la previgente previsione di circostanza attenuante. Il fatto di “lieve entità”, cioè, deve essere apprezzato considerando i mezzi, le modalità e le circostanze dell’azione nonché la qualità e quantità delle sostanze stupefacenti, riproponendo l’ormai consolidato orientamento della giurisprudenza, che vale tuttora per cogliere il proprium anche della nuova fattispecie di reato. I principi cardine, in proposito, sono quelli della “valutazione congiunta” dei parametri normativi e della rilevanza ostativa anche di un solo parametri quando risulti “esorbitante” e cioè chiaramente dimostrativo della “non lievità” del fatto.
sentenza 10 luglio 2015, n. 29800
S.M. ricorre avverso la sentenza di cui in epigrafe che, confermando quella di primo grado, resa in esito a giudizio abbreviato, l’ha riconosciuta colpevole del reato di detenzione illecita di sostanza stupefacente del tipo metanfetamina [shaboo o ice] [grammi 7,5 lordi, con percentuale di purezza del 96,66%, utile per il confezionamento di 68 dosi medie singole], in concorso con altri due coimputati, separatamente giudicati.
La doppia conferma statuizione di responsabilità valorizzava, per quanto interessa, le circostanze dell’acquisto della droga, cui pure materialmente non aveva partecipato l’imputata, rimasto sull’autovettura, durante l’acquisto, il ruolo compartecipativo, dimostrato dalla presenza in loco, il quantitativo complessivo della droga e la suddivisione dello stesso in due bustine, tale da non accreditare la versione difensiva dell’imputata [l’avere dato 50 Euro al coimputato che provvedeva all’acquisto per una porzione di droga da utilizzare per uso personale], la qualità di assuntrice di sostanze stupefacenti non era stata comunque dimostrata.
La Corte di merito negava l’ipotesi della lieve entità del fatto valorizzando il quantitativo della droga, ma anche la gravità della condotta, definita come denotante un’attività di spaccio organizzata sia pure rudimentale [sul punto venivano considerate sia la presenza di tre correi, ma anche la disponibilità di strumenti atti al frazionamento della droga, nella disponibilità di uno dei correi].
Con il ricorso si censurano gli argomenti posti a supporto della condanna di cui si sostiene l’insussistenza ai fini di una condanna al di là di ogni ragionevole dubbio.
Si ripropone l’assenza di prova del contributo causale e la tesi dell’acquisto per uso personale.
Si invoca la qualificazione del fatto ex articolo 73, comma 5, del dpr n. 309 del 1990.
Il ricorso è manifestamente infondato, perché, al di là della ricchezza degli argomenti spesi in fatto, si è in presenza di una doppia statuizione di responsabilità, assistita da motivazione che non può essere censurata in quanto non è affatto manifestamente illogica e risulta peraltro anche adottata in ossequio ai principi vigenti in materia.
La Corte territoriale ha ricostruito il ruolo concorsuale efficiente che, come è noto, può essere fornito anche da chi senza avere materialmente commesso o partecipato a commettere il fatto incriminato con la sua presenza in loco. Ciò in ossequio al principio pacifico secondo cui, in tema di concorso di persone nel reato, mentre la connivenza non punibile postula che l’agente mantenga un comportamento meramente passivo, si ha concorso nel reato, penalmente rilevante, ogni qualvolta l’agente partecipa in qualsiasi modo alla realizzazione dell’illecito e, quindi, anche quando con la propria presenza agevola o rafforza il proposito criminoso altrui (Sezione V, 24 giugno 2008, Venuto).
In questa prospettiva, non è in cassazione che può procedersi a rinnovarsi l’apprezzamento sviluppato dal giudice di merito.
Ciò vale anche in relazione alla finalità illecita della condotta incriminata [non arbitrariamente desunta dal quantitativo della droga, dal possesso dello strumentario atto a confezionare le dosi] e alla parallela smentita – con argomenti non illogici, siccome desunti principalmente dalle modalità di confezionamento della droga – della tesi dell’acquisto per uso personale.
È noto, in proposito che, ai fini della configurabilità del reato previsto dall’articolo 73 del dpr 9 ottobre 1990 n. 309, non è la difesa a dover dimostrare l’uso personale della droga detenuta, ma è invece l’accusa, secondo i principi generali, a dover provare la detenzione della droga per uso diverso da quello personale. Infatti, la destinazione della sostanza allo “spaccio” è elemento costitutivo del reato di illecita detenzione della stessa e, come tale, deve essere provata dalla pubblica accusa, non spettando all’imputato dimostrare la destinazione all’uso personale della sostanza stupefacente di cui sia stato trovato in possesso (di recente, Sezione VI, 10 gennaio 2013, Proc. gen. App. Catanzaro in proc. Grillo). Il giudice, in questa prospettiva, in caso di contestazione della detenzione illecita deve prendere in esame, oltre alla quantità di principio attivo, tutti gli indici indicati dalla norma (modalità di presentazione, peso lordo complessivo, confezionamento frazionato, altre circostanze dell’azione: cfr. ora l’articolo 75, comma 1 bis del dpr n. 309 del 1990). L’apprezzamento sviluppato è incensurabile laddove assistito da adeguata motivazione.
Ciò che qui deve ritenersi, non essendovi spazio per la lettura alternativa, opinabile, offerta nel ricorso, avendo il giudice, del resto in modo conforme rispetto alla decisione di primo grado, considerate come significative le suindicate circostanze fattuali.
La valutazione congiunta, infatti, consente di apprezzare, in modo equilibrato, il fatto in tutte le sue componenti, senza peraltro trascurare le connotazioni particolari che assumono, nel concreto, i singoli parametri di riferimento.
Alla inammissibilità del ricorso, riconducibile a colpa della ricorrente (Corte Cost., sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), consegue la condanna della ricorrente medesima al – pagamento delle spese processuali e di una somma, che congruamente si determina in mille Euro, in favore della cassa delle ammende.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e a quello della somma di 1.000,00 Euro in favore della cassa delle ammende.
AVVOCATO PENALISTA BOLOGNA,AVVOCATO PENALISTA FORLI’,AVVOCATO PENALISTA RAVENNA,AVVOCATO PENALISTA CESENA
SPACCIO BASTANO LE INTERCETTAZIONI? OCCORRONO RISCONTRI OGGETTIVI? AVVOCATO PENALE BOLOGNA
Dall’analisi di una semplice frase, estrapolata da un discorso più ampio, rispetto al quale non è possibile avere contezza del contesto in cui si inserisce, non si può attribuire quella pregnanza necessaria per farla assurgere al rango di prova, che deve, da sola, legittimare la formulazione di un giudizio di responsabilità al di là di ogni ragionevole dubbio.
Certamente, continua il ricorrente, la condotta enucleabile dal contenuto delle conversazioni intercorse alle ore 12,02 del 16.6.07 e alle ore 10,29 del successivo 7 giugno tra il coimputato C. e il ricorrente non può essere sussunta nel paradigma normativo di cui all’art. 74 cit. D.P.R..
Ancora il ricorrente non avrebbe mai avuto contatti con soggetti diversi dal C. e, soprattutto, non ne avrebbe mai avuti con la D.M.. Proprio a quest’ultima farebbe riferimento la sentenza per ritenere il S. un associato. Dall’analisi dell’apparato argomentativo offerto della sentenza di primo grado, si coglierebbe come la formulazione di responsabilità in ordine al reato associativo, sia rimesso all’esclusivo accertamento delle singole condotte sussumibili nella fattispecie incriminatrice di cui all’art. 73 cit. D.P.R..
sentenza del 7 gennaio 2013, n. 167
. Osserva la Corte che il ricorso è manifestamente infondato, in quanto il ricorrente tende ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi (ispirati al minor rigore) da quelli adottati dai giudici di appello, che con motivazione ampia ed esente da vizi logici e giuridici hanno ritenuto il P. responsabile per i reati ascritti. Come è stato più volte affermato da questa Corte (cfr. Sez. 4, n. 15227 dell’11/4/2008, Baratti, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Delvai, Rv. 223061), quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente e forma con essa un unico complessivo corpo argomentativo. Inoltre deve essere ribadito che la denunzia di minime incongruenze argomentative o l’omessa esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa decisione (ma che non siano inequivocabilmente muniti di un chiaro carattere di decisività), non possono dar luogo all’annullamento della sentenza, “posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto, in quanto è solo l’esame del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi, oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell’impianto argomentativo della motivazione” (Cfr. Sez. 2, n. 18163 del
La Corte di appello di Bologna, con sentenza depositata il 30 marzo 2011, ha confermato la sentenza emessa all’esito di giudizio abbreviato dal Tribunale di Rimini in data 10 agosto 2010, che ha condannato P.G. alla pena di anni tre di reclusione e 3.000 Euro di multa, per i reati di detenzione a fini di spaccio di grammi 8 di cocaina e di cessione di gr.0,30 della medesima sostanza a C.E. , in (…) , riconosciuta l’attenuante del fatto lieve ed esclusa la recidiva.
2. L’imputato, tramite il difensore, ha proposto ricorso per cassazione, chiedendo l’annullamento della sentenza per i seguenti motivi:
1) Nullità per violazione dell’art. 125 c.p.p. per motivazione apparente; 2) Nullità per violazione dell’art. 192 c.p.p., 73 D.P.R. n. 309 del 1990 e 99 c.p., in quanto la Corte di appello non avrebbe valutato gli elementi di prova dedotti in giudizio quanto allo stato di tossicodipendenza conclamato dell’imputato ed il fatto che lo stesso, essendo benestante e svolgendo la professione di medico, deteneva la sostanza per proprio uso personale, a nulla valendo il rinvenimento a casa dello stesso, oltre che della droga, di una bilancia elettronica; in verità i giudici avrebbero dovuto spiegare le ragioni per le quali hanno ritenuto sussistente la cessione di una dose quando si trattava invece di uso condiviso di cocaina, attesa la relazione sentimentale intercorrente tra l’imputato e la C. , come chiarito dall’imputato nelle spontanee dichiarazioni. Inoltre non sarebbe stato tenuto in alcun conto che nell’abitazione non era stato rinvenuto materiale per il confezionamento della droga; 3) Difetto di motivazione in relazione all’art. 73 comma 5 D.P.R. n. 309 del 1990 e dell’art. 133 c.p., sulle ragioni per le quali non sia stata inflitta il minimo della pena poiché tra i criteri di valutazione per il riconoscimento della circostanza attenuante va certo inclusa la scarsa rilevanza sociale della condotta e la mancanza di prova sulla cessione a fini di lucro della sostanza alla C. , prova fondata sulle sole dichiarazioni della predetta; 4) Erronea applicazione e violazione di legge in relazione all’art. 133 c.p. ed all’omessa concessione delle circostanze attenuanti generiche.
1. Osserva la Corte che il ricorso è manifestamente infondato, in quanto il ricorrente tende ad ottenere una inammissibile ricostruzione dei fatti mediante criteri di valutazione diversi (ispirati al minor rigore) da quelli adottati dai giudici di appello, che con motivazione ampia ed esente da vizi logici e giuridici hanno ritenuto il P. responsabile per i reati ascritti. Come è stato più volte affermato da questa Corte (cfr. Sez. 4, n. 15227 dell’11/4/2008, Baratti, Rv. 239735; Sez. 6, n. 1307 del 14/1/2003, Delvai, Rv. 223061), quando le sentenze di primo e secondo grado concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento delle rispettive decisioni, la struttura motivazionale della sentenza di appello si salda con quella precedente e forma con essa un unico complessivo corpo argomentativo. Inoltre deve essere ribadito che la denunzia di minime incongruenze argomentative o l’omessa esposizione di elementi di valutazione, che il ricorrente ritenga tali da determinare una diversa decisione (ma che non siano inequivocabilmente muniti di un chiaro carattere di decisività), non possono dar luogo all’annullamento della sentenza, “posto che non costituisce vizio della motivazione qualunque omissione valutativa che riguardi singoli dati estrapolati dal contesto, in quanto è solo l’esame del complesso probatorio entro il quale ogni elemento sia contestualizzato che consente di verificare la consistenza e la decisività degli elementi medesimi, oppure la loro ininfluenza ai fini della compattezza logica dell’impianto argomentativo della motivazione” (Cfr. Sez. 2, n. 18163 del 6/5/2008, Federico, Rv. 239789).
Peraltro, nel caso di specie le due conformi decisioni di merito hanno dato conto del fatto che l’imputato fu arrestato nella flagranza di reato, in quanto colto nell’atto di cedere un involucro di cocaina ad una donna, nei pressi di una discoteca e nella successiva perquisizione domiciliare erano state rinvenute altre sette confezioni di droga oltre al bilancino di precisione. Quindi il primo e secondo motivo di ricorso sono del tutto infondati.
Anche il terzo motivo, relativo all’omessa motivazione da parte del giudice circa la dosimetria della pena comminata, atteso il riconoscimento dell’attenuante del fatto di lieve entità di cui all’art. 73, e. 5, D.P.R. 309/90 ed il quarto motivo, che censura la determinazione sanzionatoria per la mancata concessione delle circostanze attenuanti generiche, risultano manifestamente destituiti di ogni fondamento.
La giurisprudenza di legittimità ha affermato il principio che il comportamento da prendere in considerazione ai fini del riconoscimento di tale attenuante è quello che si caratterizza per una ridotta valenza offensiva, da valutare attraverso l’esame di tutti gli elementi indicati nella norma, sia quelli concernenti l’azione (mezzi, modalità e circostanze della stessa), sia quelli che si riferiscono all’oggetto materiale del reato (caratteristiche qualitative e quantitative della sostanza stupefacente), per cui il giudice deve negare la sussistenza del fatto di “lieve entità” anche quando la ricorrenza di uno soltanto degli elementi indicati lo induca ad escludere che la lesione del bene giuridico protetto sia di lieve entità, ma, di contro può ben riconoscerlo quando nei comportamenti concretamente posti in essere accerti l’esistenza anche di un solo elemento positivo di tali elementi, sempreché lo stesso non venga contrastato da uno degli altri previsti dalla disposizione (Cfr. Sez. 6, n. 8857 del 30/7/1998, Canepi, Rv. 212005 e, da ultimo, Sez. U, n. 35737 del 5/10/2010, P.G. in proc. Rico, Rv. 247911 e Sez. 4, n. 43399 del 7/12/2010, Serrapede, Rv. 248947). Per quanto attiene alle circostanze attenuanti generiche, va ribadito che la concessione o meno delle attenuanti generiche rientra nell’ambito di un giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice di merito, il cui esercizio deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente la sua valutazione circa l’adeguamento della pena alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo (cfr, tra le molte, Sez.6, n. 41365 del 28/10/2010, dep. 23/11/2010, Straface, Rv. 248737).
Nel caso di specie, il giudice di prime cure ha ritenuto sussistente l’attenuante del fatto di lieve entità sulla base del dato ponderale, riconoscendo l’assenza del fine di lucro dello spaccio della dose, negando le circostanze generiche e stabilendo la sanzione tenuto conto della capacità a delinquere “per la contiguità con il mondo della detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti, desunta da gravi, reiterati e specifici precedenti”, pur non considerati in disapplicazione della contestata recidiva reiterata. La Corte di appello ha confermato, con motivazione più che congrua, tale valutazione (p. 5-6 della sentenza impugnata), sottolineando anche l’assenza di qualunque revisione critica della condotta illecita da parte dell’imputato.
Le ragioni di tale valutazione del fatto, trasfuse dai giudici di merito in una precisa trama argomentativa, immune da vizi di logicità, oltre che perfettamente aderente alle risultanze acquisite, non sono certamente sindacabili in questa sede di legittimità.
Il ricorso va, in conclusione, dichiarato inammissibile e l’imputato deve essere condannato, ex art. 616 c.p.p., al pagamento delle spese processuali ed al pagamento della somma di mille Euro in favore della Cassa delle ammende.
dichiara inammissibile il ricorso e condanna l’imputato al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro mille in favore della Cassa delle ammende.
Depositata in Cancelleria il 07.01.2013
affermato che, in costanza di detenzione dello stupefacente, il reato di favoreggiamento non è configurabile perché, nei reati permanenti, qualunque agevolazione del colpevole, prima che la condotta di questi sia cessata, si risolve inevitabilmente in un concorso, quanto meno, a carattere morale, ma è anche certo che, nella specie, la condotta del ricorrente – per quanto accertato – si è sicuramente sostanziata solo nella messa a disposizione del proprio appartamento per la custodia di droga. La fattispecie, quindi, è ben diversa da quella presa in esame dalla sentenza prima citata (rv. 233724) ove, invece, si trattava di un caso concreto nel quale l’imputata, all’arrivo della polizia, aveva nascosto la droga detenuta in casa dal convivente, vale a dire, si era trattato di una condotta decisamente attiva (e, per come si dirà più avanti, non assimilabile alla presente neppure considerando il gesto di V.D. , di aver buttato la droga nella cisterna).
Vicenda processuale e provvedimento impugnato – L’accusa mossa al ricorrente è di avere concorso, con il fratello L. , nella detenzione di un quantitativo netto di 909,303 gr. di eroina rinvenuta in una cisterna presso l’abitazione dell’imputato dove i CC. si erano recati per una perquisizione dopo avere effettuato l’arresto di L. . Con la sentenza impugnata, la Corte d’appello ha confermato la condanna inflitta in primo grado alla pena di 4 anni di reclusione e 20.000 e di multa.
Motivi del ricorso – Avverso tale decisione, l’imputato ha proposto ricorso, tramite difensore, deducendo:
3) motivazione illogica ed assente su un aspetto decisivo. La critica si appunta, invero, sulla mancata considerazione del decisivo contributo offerto dal ricorrente all’arresto del fratello (rintracciato proprio grazie ad un vero e proprio “stratagemma” predisposto dallo stesso V.D. ). Oltretutto, la Corte erra, e la motivazione è manifestamente viziata, quando attribuisce significato accusatorio al rinvenimento nell’”abitazione di D. ” (quella occupata anche dai genitori) del bilancino e di ritagli di plastica, qualificando il tutto come strumentario da spaccio quando, per contro, è stato dimostrato che si trattava di normali utensili domestici;
Motivi della decisione – Il ricorso merita accoglimento per le ragioni di seguito precisate.
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