Source: http://www.laltraagrigento.it/index.php?option=com_content&view=article&id=3313:dossier-ospedale-psichiatrico-ripercorriamo-quegli-anni-bui-della-storia-agrigentina-terza-parte&catid=37:dossier&Itemid=415
Timestamp: 2019-10-16 01:50:17+00:00
Document Index: 31314484

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Dossier Ospedale Psichiatrico, ripercorriamo quegli anni bui della storia agrigentina. Terza parte
Tu sei qui: APPROFONDIMENTI DOSSIER Dossier Ospedale Psichiatrico, ripercorriamo quegli anni bui della storia agrigentina. Terza parte
Domenica 26 Giugno 2011 00:22
Il giorno dopo ed esattamente il 19 gennaio 1997 i giornali pubblicano la requisitoria del pm Giuseppe Bianco, una galleria degli orrori descritta nei dettagli nel primo processo per lo scandalo dell'ospedale psichiatrico cittadino.
Al termine della requisitoria durata tre ore e mezzo il pm chiese la condanna dello psichiatra Gerlando Taibi a 8 anni di reclusione e del direttore sanitario (allora già in pensione) Angelo Mongiovì a 6 anni, entrambi per i capi d'accusa di omicidio colposo e abbandono d'incapace. Nell'aula che sprofondò nel silenzio, Bianco parlò della morte di numerosi degenti e del trattamento per anni riservato "a tanti ricoverati sporchi, lavati con getti d'acqua gelida, nudi, mal nutriti. Un lager, una «fossa dei serpenti» in cui fu anche partorito un bambino, il 17 dicembre 1950, in un clima di mistero e di coperture incrociate. Addirittura - disse il pm - non si seppe più nulla del bambino né fu mai accertata l'identità della madre: Concetta Graci o Gerlanda Caruana? Vi fu un giallo pure sulle loro cartelle cliniche, in tutto identiche sebbene compilate con calligrafie diverse".
Infine la sentenza che arrivò l'uno febbraio 1997. Ecco come il giorno seguente i giornali raccontarono il fatto con, a seguire a questo articolo che descrive la giornata, un disgustato Gad Lerner che descrisse, a suo modo, anche particolari caratteriali degli agrigentini.
02-02-1997 - Nove anni di denunce, indagini, polemiche a non finire sull'ospedale psichiatrico lager di Agrigento hanno portato all'assoluzione dei due imputati per non aver commesso il fatto. E i pazienti fotografati nudi, luridi, denutriti? E la sporcizia da «fossa dei serpenti»? Forse frutto d'immaginazione o, come hanno sostenuto accusati e difensori, parto di strumentalizzazioni.
L'ex direttore sanitario Gerlando Taibi e l'ex primario Angelo Mongiovi, per i quali il pm Giuseppe Bianco aveva chiesto la condanna rispettivamente a 8 e 6 anni di reclusione per omicidio plurimo oltre che per abbandono d'incapace, alla lettura del verdetto dopo quasi quattro ore di camera di consiglio hanno pianto dalla gioia.
Il pm ha annunciato appello sia contro la sentenza del tribunale presieduto da Maria Agnello sia contro l'ordinanza con la quale i giudici il 27 luglio scorso non ammisero nel processo le conclusioni dei professori Luigi Cancrini e Claudio Crini, periti della pubblica accusa. Secondo i due esperti, i decessi di numerosi ricoverati erano attribuibili alle deprecabili condizioni di vita nello «psichiatrico». Addirittura 36 le morti sospette.
L'attenzione si sposta ora sugli altri due filoni dell'inchiesta sviluppati separatamente dal processo concluso ieri e nei quali sono coinvolti personaggi in vista ad Agrigento. Tra di loro, l'ex presidente della Provincia Michelangelo Taibi e l'ex presidente della Usl Giosuè Salamone, oltre a 8 assessori provinciali in carica fra il 1980 e il 1982 e al coordinatore sanitario della Usl Pietro La Russa.
«Il fatto che ci siano più processi è un segno del pasticcio» ha commentato ieri a Roma subito dopo la sentenza il sottosegretario alla Giustizia Franco Corleone. Nel 1988, con Domenico Modugno senatore radicale come lui, Corleone presentò un'interpellanza di fuoco. «I fatti erano di un'evidenza solare - ha aggiunto ieri precisando di non parlare in qualità di rappresentante del governo - e non mi aspettavo questa conclusione. Non avrei gioito a una sentenza particolarmente dura, ma occorreva riconoscere la gravità di quanto era accaduto».
E ancora Corleone: «Come persona che ha denunciato le violenze, ritengo che la sentenza non renda giustizia alle vittime e soprattutto non renda memoria a tutti i cittadini di quanto è accaduto in un luogo che doveva essere di cura dei più deboli della nostra società e che invece era un luogo di sofferenza».
E loro, gli assolti dopo 9 mesi di dibattimento e 32 udienze? Gerlando Taibi: «Ero sereno perché ho sempre fatto il mio dovere». Angelo Mongiovi: «I giudici hanno avuto il grande merito di non essersi fatti influenzare dall'esterno. C'era stato un insistente martellamento.
La sentenza di ieri ha portato all'assoluzione dei due imputati per non avere commesso il fatto. L'ex primario e l'ex direttore sanitario del centro psichiatrico erano accusati di omicidio plurimo e abbandono d'incapace.
E l'avvocato Empedocle Mirabile, il legale di Taibi ha commentato: «La sentenza costituisce affermazione di verità e giustizia. Conferma che la magistratura, pur nel deteriore politicismo che ha segnato questa vicenda, continua a fare fino in fondo il suo dovere. Conferma inoltre che una certa fascia della magistratura italiana è ancora oggi sicura garanzia per i cittadini». Il penalista ha parlato pertanto di «soddisfazione duplice per l'assoluzione e per la magistratura».
Fino all'ultimo il pm Bianco, prima che il tribunale alle 14,30 si ritirasse in camera di consiglio, nella replica aveva insistito perché fosse riaperta l'istruttoria dibattimentale per consentire un confronto fra i periti della magistratura e di parte, che erano giunti a conclusioni divergenti soprattutto sulle morti sospette. Quando, nel 1988, ne fu denunciata l'aberrante situazione, il manicomio agrigentino accoglieva 300 infermi di mente.
Dopo un'ispezione, la Regione sostituì su due piedi i vertici della Usl con tre commissari «ad acta». Oggi lo «psichiatrico» è tutt'altra cosa. E' possibile considerarlo una struttura modello. Vi sono stati spesi 20 miliardi ed è stato trasformato in «centro residenziale assistito», come vuole la legge che ha abolito ì manicomi.
Una giustizia vecchio stile Verdetto di un potere arrogante e sempiterno
Lo sapevano tutti, a partire dai giudici che ieri si sono autoassolti dopo avere insabbiato denunce su denunce a partire dal 1977. Lo sapevano da ben prima del mio articolo sull'«Espresso» del 1988, accompagnato dalle fotografie inequivocabili di Franco Zecchin, dall'iniziativa parlamentare del senatore Franco Corleone, dal generoso impegno di Maurizio Costanzo.
Basti dire quanto tempo c'è voluto dall'avvio dell'inchiesta per arrivare al rinvio a giudizio: quattro anni. E poi un anno ancora per la celebrazione della prima udienza nel 1993, e altri quattro anni per trascinare un processo che nessuno tra i potenti di Agrigento voleva fino allo scandaloso esito odierno.
Questa è la giustizia siciliana vecchio stile che qualcuno magari in Italia rimpiange ancora. E' la giustizia che dice al popolo di Agrigento: guardate che tanto non potrà cambiare mai niente. Quel popolo, del resto, non è forse abituato da sempre a soppesare i cognomi? Poteva forse ignorare che il cognome del direttore sanitario del manicomio è lo stesso del presidente della provincia, trattandosi di due fratelli?
E con chi mai si vedevano a cena nella sempre uguale Agrigento il direttore sanitario e il presidente della provincia, se non con il magistrato, l'avvocato, il funzionario, il sindaco, l'onorevole e via elencando? Magari lamentandosi tutti insieme di quanta sporcizia c'era al manicomio senza che ci si potesse fare nulla? Dunque Gerlando Taibi e Angelo Mongiovi, entrambi laureati in medicina nelle nostre prestigiose università, dopo anni di gestione dentro quel luogo maledetto di sofferenza e sopruso, vengono assolti dal reato di abbandono di incapaci «per non aver commesso il fatto».
E questo dopo l'esibizione in tribunale di cartelle cliniche che da sole gridano vendetta. L'idea dunque sarebbe che i colpevoli vanno ricercati altrove: ma poiché si annidano nella pubblica amministrazione locale, dalla Usl ai più svariati enti, questo altrove diventa un tutto e niente, una beffa pirandelliana, l'ennesima manifestazione di arroganza di un potere che si vive sempiterno.
Noi continueremo a chiederci come si possa fare di mestiere il medico e accettare senza vergogna di convivere quotidianamente con l'abominio di una condizione umana spietatamente mortificata. Come ci si possa abituare a ciò. Agrigento invece si è abituata al peggio.
Nei caffè del centro stamattina in molti sogghigneranno dell'ingenuo pubblico ministero Pino Bianco che ha voluto a tutti i costi trascinare il processo fino alla sentenza. «E' giovane», diranno col sarcasmo che resta l'unica consolazione di chi si è abituato a subire. Noi invece speriamo che Bianco non invecchi come gli altri suoi colleghi del tribunale di Agrigento.
LE IMMAGINI DELL'OSPEDALE PSICHIATRICO DI AGRIGENTO PRESENTI IN QUESTO DOSSIER SONO STATE GENTILMENTE CONCESSE DAL FOTOGRAFO LILLO RIZZO (CLICCA QUI PER I LINK AI SITI DEL FOTOGRAFO: LINK 1 - LINK 2 Le immagini sono coperte da Copyright.
Dossier Ospedale Psichiatrico, ripercorriamo quegli anni bui della storia agrigentina. Seconda parte