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Timestamp: 2020-07-14 14:01:46+00:00
Document Index: 164477572

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Sentenza Cassazione Civile n. 2338 del 31/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2338 del 31/01/2017
Cassazione civile, sez. III, 31/01/2017, (ud. 23/06/2016, dep.31/01/2017), n. 2338
sul ricorso 2305-2014 proposto da:
C.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,
VIALE COLLI PORTUENSI 187, presso lo studio dell’avvocato ERIK
FURNO, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati
FERDINANDO ALTERIO, ERNESTO FURNO giusta procura speciale a margine
GENERALI ITALIA SPA (OMISSIS), in persona del suo Procuratore, SCPA
GENERALI BUSINESS SOLUTIONS, in persona del dott. P.V. e
dott. D.G., elettivamente domiciliate in ROMA, VIA
rappresentate e difese dall’avvocato STEFANO CARNEVALE giusta
C.G., CA.CA.;
avverso la sentenza n. 2126/2013 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
udito l’Avvocato DONATO TOMA per delega;
C.A. propose appello avverso la sentenza del Tribunale di Torre Annunziata, che ne aveva rigettato la domanda di risarcimento proposta nei confronti di Ca.Ca. (la quale, alla guida dell’autovettura di proprietà di C.G., lo aveva a suo dire colpevolmente investito, provocandogli lesioni con postumi anche permanenti).
La Corte di appello di Napoli rigettò l’impugnazione, previa correzione dell’erronea motivazione della sentenza di primo grado, ritenendo che la responsabilità dell’incidente fosse da ascrivere in toto alla condotta di guida dell’appellante, volta che, a bordo del suo ciclomotore, questi aveva eseguito un’imprudente manovra di sorpasso all’altezza di un incrocio senza rispettare la distanza di sicurezza dal veicolo sorpassato, e giudicando “quantomeno dubbia” la circostanza che entrambi gli zii dell’appellante, escussi quali testi, avessero realmente assistito al sinistro.
Avverso la sentenza della Corte partenopea il C. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di 2 motivi di censura.
Resiste con controricorso la Generali s.p.a., compagnia assicuratrice dell’autovettura.
Con il primo motivo, si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 360 c.p.c., n. 3 in relazione agli artt. 324, 115 e 116 c.p.c., art. 1127 c.c., comma 1 e artt. 2054e 2056 c.c..
Con il secondo motivo, si denuncia omessa, insufficiente e/o illogica pronuncia ex art. 360 c.p.c., n. 5 su punti decisivi della controversia – omesso ed erroneo esame di prove determinanti.
Si impone l’esame congiunto dei due motivi di ricorso, attesane l’intrinseca connessione.
Essi risultano in parte inammissibili, in parte manifestamente infondati.
La Corte territoriale, nel pieno rispetto del principio di diritto processuale che impone, nella motivazione, il rispetto di criteri logici di giustificazione razionale del raggiunto convincimento e dell’adottata decisione, offre chiara e puntuale giustificazione, congruamente argomentata, della valenza e dell’efficacia probatoria attribuita agli elementi acquisiti al processo, ritenendo un’ipotesi di fatto, così come formulata in motivazione, dotata di un più elevato grado di conferma logica e di credibilità razionale. Con apprezzamento di merito scevro da errori logico-giuridici, che questa Corte interamente condivide, il giudice di appello ha, difatti, ritenuto che le risultanze probatorie fossero tutte univocamente congruenti verso l’approdo di una non dubitabile responsabilità esclusiva dell’appellante nella verificazione del sinistro.
I motivi sono, pertanto, irrimediabilmente destinati ad infrangersi sul corretto impianto motivazionale adottato dalla Corte territoriale, dacchè essi, nel loro complesso, pur formalmente abbigliati in veste di denuncia di una (peraltro del tutto generica) violazione di legge e di un (asseritamente) decisivo difetto di motivazione, si risolvono, nella sostanza, in una (ormai del tutto inammissibile) richiesta di rivisitazione di fatti e circostanze come definitivamente accertati in sede di merito.
Il ricorrente, difatti, lungi dal prospettare a questa Corte un vizio della sentenza rilevante sotto il profilo di cui all’art. 360 c.p.c., n. 3 mediante una specifica indicazione delle affermazioni in diritto contenute nella sentenza gravata che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie astratta applicabile alla vicenda processuale, si volge piuttosto ad invocare una diversa lettura delle risultanze procedimentali così come accertare e ricostruite dalla Corte di merito, muovendo all’impugnata sentenza censure del tutto irricevibili, volta che la valutazione delle risultanze probatorie, al pari della scelta di quelle – fra esse – ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, postula un apprezzamento di fatto riservato in via esclusiva al giudice di merito il quale, nel porre a fondamento del proprio convincimento e della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, nel privilegiare una ricostruzione circostanziale a scapito di altre (pur astrattamente possibili e logicamente non impredicabili), non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere in alcun modo tenuto ad affrontare e discutere ogni singola risultanza processuale, ovvero vincolato a confutare qualsiasi deduzione difensiva.
Non senza rammentare come, all’esito delle modificazioni apportate all’art. 360, n. 5, codice di rito dalla L. n. 134 del 2012, il vizio motivazionale denunciabile dinanzi a questa Corte non è più quello (illegittimamente evocato dal ricorrente) di “omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione”, bensì quello di “omesso esame circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio oggetto di discussione tra le parti” – onde l’inammissibilità, in parte qua, della censura mossa alla sentenza impugnata con il secondo motivo.
Per altro verso, il ricorrente, con la restante parte della censura in esame, pur denunciando, formalmente, un insanabile deficit motivazionale della sentenza di secondo grado, inammissibilmente (perchè in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai definitivamente cristallizzate sul piano processuale) sì come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, così mostrando di anelare ad una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai consolidatosi, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione probatoria, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata – quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità.