Source: http://eleaml.org/ne/atti/tornata-531-12-gennaio-1864-repressione-brigantaggio-2014.html
Timestamp: 2017-03-29 03:19:24+00:00
Document Index: 133548448

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PRESIDENZA DEL COMMENDATORE CASSINIS, PRESIDENTE. (se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
Tweet Nella puntata “Il tempo e la storia Brigantaggio: una guerra italiana”
andata in onda prima in aprile 2014 e poi nel settembre 2014, un
medievalista come Barbero viene spacciato come esperto del
brigantaggio.Paradossi, mistificazioni e scarsa cultura storica dell’informazione italiana.Fra
l’altro, nella puntata si riporta un filmato di Giorgio Bocca del 1970,
nel quale si parla delle dimissioni di venti deputati a causa della
repressione del brigantaggio.Una falsità assoluta, basta leggere gli atti parlamentari.Alcuni
deputati, oltre allo stesso Garibaldi, si dimisero agli inizi del 1864,
ma nel resoconto della seduta non si accenna a motivi inerenti il
brigantaggio, se non indirettamente per Cairoli, a proposito del quale
si scrive:“L’onorevole Cairoli, deputato del collegio di Brivio, con lettera di Pavia del 31 scorso dicembre, rassegna le sue demissioni. I motivi ne sono sostanzialmente i seguenti:1° Il voto del 10 dicembre;2°
Il giudizio che ne ha portato l’opinione pubblica, e le funeste
conseguenze che per suo avviso produsse il voto medesimo, quali la
continuazione dell’arbitrio nelle provincie meridionali, la
perturbazione delle coscienze, e dell’accordo necessario
all’adempimento del comune mandato. (Bisbigli).”Invitiamo
i nostri lettori e i naviganti a soffermarsi sul lungo intervento di
Pasquale Staninslao Mancini dell’11 gennaio 1864 che si batte per far
cancellare dalla legge alcune parti, fra cui la richiesta di modifica
dell’espressione “sospetti manutengoli” in “manutengoli”. Da leggere
anche l’intervento del piemontese Brofferio del 12 gennaio 1864 che
vota contro la legge sul brigantaggio in quanto viola il diritto alla
difesa, diritto che in nessuno stato d’Europa, nemmeno nei momenti più
bui, venne mai conculcato.Il voto
del 10 dicembre a cui si rinvia nella lettera di Cairoli è quello relativo alla
interpellanza sui fatti di Sicilia da parte del deputato
D’Ondes-Reggio che potete trovare nel nostro sito, atti parlamentari
della Camera dei Deputati dal 5 dicembre 1863 al 10 dicembre 1863.Buona lettura e tornate a trovarci.Zenone di Elea – 9 Ottobre 2014
SOMMARIO. Atti diversi. = Annunzio del ministro per la pubblica istruzione Amari di ma nomina del deputato Corteo. = Congedo. = Convalidamento di due elezioni. = Seguito della discussione del disegno di legge per repressione del brigantaggio — Aggiunta del deputato D'OnclesBeggio all’articolo 9, per l’audizione dei testimoni e dei difensori dalle Giunte — Protesta del deputato Basile contro alcune parole del deputato D'OndesBeggio — Opposizioni del ministro guardasigilli Pisanelli — Paiole in difesa del deputato Brofferio — L’aggiunta è respinta, e gli articoli 9, 10 e 8 sono approvati — Articolo di aggiunta del deputato Sineo, ritirato — Approvazione--- dell’articolo 11, e di un articolo di aggiunta dii deputato Michelini. = Discussione
del disegno di legge per l'anticipazione di un milione di lire per
opere stradali in Basilicata — Approvazione dei due primi articoli — Osservazioni del deputato Salarìs sull'articolo 3°, e
risposte del relatore Massari e del ministro pei lavori pubblici
Menabrea. — Votazione ed approvazione dei due intieri disegni di legge
sopra discussi. — Domanda del deputato Curzio chea la vendita di una
proprietà demaniale nelle provinole napoletane e risposta del ministro
delle finanze Minghetti. — Incidente sull’interpellanza annunziata dal
deputato Beilazzi intorno ad alcuni atti di monsignor Caccia — Il ministro guardasigilli fa istanza dì differimento — Osservazioni dei deputati Beilazzi, Boggio, Petruceelli, Chiaves e Mosca — L'interpellanza
è differita. — Discussione generale del disegno di legge per le
pensioni agl'impiegati civili — Discorso del deputato Massei contro il
progetto — Incidente d'ordine. La seduta è aperta alle ore 1 12 pomeridiane. MASSARI, segretario, dà lettura del processo verbale dell’altima tornata che è approvato. MISCHI, segretario, espone il seguente sunto di una petizione:
9543. Genisi Ferdinando, da Catanzaro, già sottotenente nella
guardia mobile di Cotrone, esposti i numerosi servizi da lui resi al
Governo nella repressione del brigantaggio, chiede in compenso il posto
di delegato mandamentale di sicurezza pubblica in Savelli. ATTI DIVERSI. VEGEZZI-ZAVERIO. Chiedo di parlare sul sunto delle petizioni. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare. VEGEZZI-ZAVERIO. Ieri si esponeva il sunto di una petizione
di parecchi comuni dei mandamenti dì Gozzano, di Borgomanero e di Momo
e della città di Novara, diretta a sollecitare il Governo a voler
invitare i costruttori della ferrovia da Novara ad Alzo di prendere
qualche accordo perché, stante il rigetto della legge ultimamente
proposta, si provveda in maniera che questa strada sia posta in
esercizio il più tosto possibile. Non occorre di avvertire l’importanza di questa petizione, e i
comuni che collettivamente la fecero le danno tanta importanza che
parrebbe realmente non volersi tener conto di un grandissimo loro
interesse, qualora questa loro petizione non fosse dichiarata
d’urgenza. Io quindi faccio istanza, postoché la domanda non viene a riflettere
né punto né poco il merito dell’istanza dei petenti, perché
si voglia porre nel novero delle petizioni urgenti. (E dichiarata l’urgenza). PRESIDENTE. Il deputato Longo per urgenti affari di servizio chiede un congedo di 25 giorni. (E accordato). Il ministro della pubblica istruzione scrive in data 11 gennaio:
«Onorasi il sottoscritto di partecipare alla S. V. la nomina del
signor deputato di Calatafimi, Corleo Simone, a professore ordinario di
filosofia morale nell’Università di Palermo, seguita sulla proposta di
questo Ministero con decreto reale del 10 corrente in dipendenza di
concorso in cui l’onorevole Corleo rimase vincitore.»
SINEO. Domando la parola per una rettificazione da inserirsi nel rendiconto della Camera. Nell’ultimo rendiconto è stampato l’ordine del giorno sulla legge
che stiamo discutendo, presentato dall’onorevole Crispi e firmato da
parecchi deputati. Fra quelli che lo firmarono eravi senza dubbio
l’onorevole Marcone, eppure manca il suo nome. Avendo l’onorevole
Marcone dovuto assentarsi, egli, per mezzo mio, chiede che sia
rettificato questo errore. Veramente debbo dichiarare che questa non è colpa dei revisori del
rendiconto, ma che è un errore incorso nello stampato che era stato
distribuito alla Camera, nel quale si è ommesso il nome di Marcone. PRESIDENTE. Appunto, per errore fu scritto Maresca invece di Marcone. VERIFICAZIONE DI EVEZIONI. RICCI VINCENZO, relatore. Il collegio di Borgo a
Mozzano è diviso in cinque sezioni: Borgo a Mozzano, Pescaglia,
Coreglia, Bagni di Lucca e Barga. Il numero totale degl’iscritti è dì
471. Nel giorno 20 novembre, in cui era stata fissata l’elezione,
convennero elettori 176. Il risultato fu che il signor Gennarelli Achille ottenne voti 87, il
signor Orsetti conte Stefano voti 71; 17 andarono dispersi, uno fu
dichiarato nullo. Nessuno avendo ottenuto la maggioranza voluta dalla legge, fu
rinnovata l’elezione il 27 dicembre, ed il risultato si fu che
convennero elettori 280, i cui voti si ripartirono come segue: il
signor Orsetti conte Stefano ebbe voti 168, il signor Gennarelli
Achille 108; 4 voti furono dispersi. Fu quindi proclamato a deputato il signor Orsetti conte Stefano. Le operazioni sono regolari, non vi sono reclami, quindi Puffieio VI vi propone la convalidazione di quest’elezione. (E approvata). PRESIDENTE. Il deputato Ferrano ha la parola per riferire pure sopra un’elezione. FERRARIO, relatore. Ho l’onore di riferire alla Camera sull’elezione fatta dal collegio di San Nicandro. Il collegio di San Nicandro è diviso in cinque sezioni: San
Nicandro, Vico, Aprìcena, Viesti, Cagnano, con elettori iscritti 424.
votanti furono 254 ed il signor Di Sangro Michele ottenne voti 146, e
quindi il numero maggiore della metà dei votanti. Dai verbali tanto dell’ufficio provvisorio e definitivo quanto dal
verbale della ricognizione dei voti dell’intero ufficio appare essersi
fatta nessuna eccezione; propongo quindi alla Camera il convalidamento
dell’elezione del signor Di Sangro Michele principe di San Severo a
deputato del collegio di San Nicandro. (E approvata). SEGUITO E FINE DEI. E A DISCUSSIONE DEE DISEGNODI LEGGE PER LA REPRESSIONE DEE BRIGANTAGGIO. PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione sul progetto di legge per la repressione del brigantaggio. Rammenta la Camera come ieri siasi approvato l’articolo 9, cioè le
due parti componenti l’articolo stesso, e come inoltre l’onorevole
D’Ondes Reggio abbia proposto un emendamento da aggiungersi
all’articolo suddetto. Quest’aggiunta è del tenore seguente:
L’onorevole D’Ondes-Reggio ha la parola per isvolgere la sua proposta. D’ONDES-REGGIO. Primieramente mi rivolgo al ministro di
grazia e giustizia perché, se egli accetti il mio emendamento, io non
dico neanche una parola per sostenerlo. PISANELLI, ministro di grazia e giustizia. Non l’accetto. D’ONDES-REGGIO. Non lo accetta? Allora chieggo al ministro di
giustizia se mai negare la difesa sia conforme al nostro Statuto. E
chieggo se queste Giunte siano conformi allo Statuto, siano tribunali
ordinari, non istraordinari, non eccezionali, anche quando innanzi loro
non può portare le difese un difensore scelto dagl’imputati, né
deporre possono testimoni indicati da loro. Ed invero quando intesi
l’altro giorno dire al ministro di giustizia che coteste Giunte non
erano tribunali straordinari ed eccezionali, sono stato preso da vero
stupore. Mi pare che tribunali ordinari siano le Assise e i tribunali di
circondario secondo i vari reati; quando si stabilisce un altro
tribunale qualunque, si chiama, credo, straordinario, cioè non è di
quelli ordinari; una cosa che deroga alla regola generale si chiama
eccezione; dunque le Giunte si chiamano tribunali straordinari od
eccezionali, almeno la lingua nostra e tutte le lingue moderne
dell’Europa così mi pare parlino. Sul serio, signor ministro, via, non c’è da discutere intorno a ciò. Però queste Giunte non solo sono tribunali straordinari ed
eccezionali, sono altro ancora; quando in esse un imputato non può
difendersi, si chiamano tribunali mostruosi. (Esclamazioni a destra)
Signori, sono tribunali mostruosi quelli in cui alcuno non può
allegare la propria difesa; e chi rigetta quel nome, ignora quali siano
i diritti fondamentali dell’umanità. (Mormorio a destra. )
Sì! sì! Ma non sapete voi che se negate il diritto della difesa, non
ci sono più diritti umani, non ci è più diritto né alla vita,
né alla libertà, all’onore, ai beni? Tutti questi diritti, per
essere veri diritti e non una derisione, è di necessità siano sempre
accompagnati dal diritto della difesa. Diffatti, se i diritti alla
vita, alla libertà, all’onore, ai beni non si possono difendere ove in
modo qualunque attaccati siano per malizia o per errore, evidentemente
più non esistono quei diritti. Dunque ho detto bene: chi nega che senza difesa non c’è alcun altro
diritto, egli non conosce i diritti fondamentali dell’umanità. Come volete dunque voi che condannino le Giunte? Per mezzo di accuse
segrete, quindi per mezzo anco (perché non si sa chi siano gli
accusatori) di calunniatori e di spie!
Ed egli è facilissimo, o signori, trovare calunniatori specialmente
in questi tempi di rivoluzione e di spirito di parte, e più facilmente
nei piccoli comuni, dove sono sempre numero di nimicizie antiche, e di
antiche ire. E facilissimo è a’ prefetti trovare delle spie
specialmente promettendo dei premi, che loro con esattezza saranno
retribuiti. Quali sono gli effetti di questo sistema di accuse segrete? Invece
di dirlo io, lo dirà una pagina di un’opera immortale, la quale fu
pubblicata giusto un secolo fa, e che pare fosse stata scritta appunto
per ribattere ora la proposta esorbitantemente ingiusta del Ministero. «Accuse segrete. Un tal costume rende gli uomini falsi e
coperti. Chiunque può sospettare di vedere in altrui un delatore, vi
vede un inimico. Gli uomini allora si avvezzano a mascherare i propri
sentimenti, e coll’uso di nasconderli altrui, arrivano finalmente a
nasconderli a loro medesimi. Infelici gli uomini quando son giunti a
questo segno! Senza principii chiari ed immobili che li guidino, errano
smarriti e fluttuanti nel vasto mare delle opinioni, sempre occupati a
salvarsi dai. mostri che li minacciano, passano il momento presente
sempre amareggiato dalla incertezza del futuro; privi dei durevoli
piaceri della tranquillità e sicurezza, appena alcuni pochi di essi
sparsi qua e là nella trista loro vita, con fretta e con disordine
divorati, li consolano di essere vissuti. E di questi uomini faremo noi
gl’intrepidi soldati difensori della patria e del trono? E fra questi
troveremo gl’incorrotti magistrati che con libera e patriottica
eloquenza sostengano e sviluppino i veri interessi del sovrano; che
portino al trono, coi tributi, l’amore e le benedizioni di tutti i ceti
d’uomini, e da questo rendano ai palagi ed alle capanne la pace, la
sicurezza e l’industriosa speranza di migliorare la sorte, utile
fermento e vita degli Stati?»
Così Cesare Beccaria. Queste sono teoria e sono pratica, sono grande teoria e grande pratica. Ed in Sicilia maggiormente alcune discordie sono avvampate tra gli
abitatori di uno stesso comune, e con assai difficoltà si spegneranno,
e si sono suscitati odìi che per lungo tempo non saranno placabili.
Ciascuno onest’uomo paventa per sè e per i suoi, non sa; più da chi
guardarsi; e se trovi una minore insicurtà da parte dei malfattori, è
esposta ad ogni insicurtà da parte delle Giunte, e gli torna più
difficile a difendersi da queste che da quelli. Si è pervertita ogni
idea di moralità, non si crede più all’esistenza della giustizia, si è
perduta ogni fiducia al regime costituzionale. E prorogando questa
legge que’ mali si accresceranno enormemente, ed assai si
prolungheranno. E così voi renderete morale, civile e prospera la Sicilia? Oh in quale miseria la Sicilia è caduta!
Ma che cosa io domando? Che coloro i quali siano! perseguitati da
spie e da calunniatori, o da qualunque siasi accusatore innanzi alle
Giunte, possano primaj mente scegliersi un difensore. Il difensore, su
cui abbia intera fiducia un imputato non può essere che quello che egli
medesimo sceglie. Un imputato altrimenti te| mera che un difensore
voglia piuttosto perderlo che salvarlo, un difensore destinato da
coloro che debbono giudicare, può sembrare ed essere più ligio ai
medesimi che devoto all’imputato. Che cosa domando inoltre, signori? Che le Giunte! sentano dei
testimoni indicati dagl’imputati, a propria discolpa. E ditemi, invero,
non è una derisione lo stabilire che alcuno dev’essere ascoltato, possa
difendersi, ma senza intanto che abbia diritto a che le Giunte sentano
i testimoni a sua difesa?
Un imputato di reato qualsiasi dirà alla Giunta: io sono innocente,
e degli uomini specchiatissimi possono attestarlo, interrogate coloro.
Ma se le Giunte possono ricusare di sentirli, come l’imputato potrà
provare la sua innocenza? Dite allora francamente: a niuno è conceduto
di difendersi. Signori, mi duole il dirlo, ma la verità avanti tutto. I Borboni osavano eccessivamente, pure non osavano mai di negare la difesa (Sussurro a destra), non lo osarono per delitti politici, e non l’osarono per delitti comuni. Bentivegna, il quale fu precursore della rivoluzione del 1860, fu
mandato al patibolo, ma ebbe conceduta amplissima la difesa. Nel 1837,
quando il cholera flagellò terribilmente la Sicilia, si commisero
furti, omicidi ed altre ribalderie in gran copia, tra per antiche
inimicizie e per pregiudizi che prevalevano presso le popolazioni;
allora si stabilirono dei Consigli subitanei di guerra, pur nondimeno
la difesa fu a tutti gl’imputati conceduta, sia per scegliersi un
difensore a proprio piacimento, sia per il numero dei testimoni da
dover essere ascoltati. E voi, o signori, ora volete fare una legge
così ingiusta che neppure i Borboni fecero mai? (Oh! ohi — Rumori. )
Ed invero non so che cosa significhi quello che diceva l’altro
giorno l’onorevole guardasigilli, che i Borboni perseguitavano uomini i
quali si chiamavano Poerio, Conforti, Crispi, D’Ondes-Reggio, ed il
Governo italiano perseguita ladri ed assassini, come uomini onesti e
liberali. Ma chiunque sia perseguitato lia diritto alla difesa;
chiunque si chiama uomo ha diritto alla difesa, e chi niega la difesa
si chiama disumano. Un solo, un empio, in Francia, disse che la difesa
non era necessaria. Alcuno si è argomentato di obbiettare: col vostro sistema
distruggete tutta la legge, perché se si ammettono testimoni a
discolpa, questi possono essere testimoni falsi, i quali rendono
inutili le disposizioni dei testimoni veraci a carico, i quali già sono
i testimoni segreti, spie, calunniatori, ma veraci, perché contrari
all’imputato. Ora un cotale si mostra digiuno delle nozioni più elementari del
nostro diritto penale. Presso di noi non si giudica con criterio
legale, ma col criterio morale, quindi alcuno può sempre essere
condannato non ostante che molti testimoni depongano in favore della
sua innocenza. Io non approvo un tale ordinamento giuridico, ma esso è legge e presso di noi e presso altri popoli di Europa. Io non mi attendo che i prefetti s’illuminino gran fatto e dal
difensore e dai testimoni: i prefetti veramente non sono uomini di
molti lumi. (Risa e mormorio a destra. ) Eglino, salvo pochi, sono degl’ignoranti. (Nuovi rumori che coprono la voce dell'oratore. )
PRESIDENTE. Prego l’onorevole D’Ondes-Reggio di temperare le sue espressioni. D’ONDES-REGGIO. Ma io voglio sperare che almeno alle volte si svegli la loro addormentata coscienza. Nè lascierò di dire che in Sicilia si è sparsa voce che de’ prefetti
hanno già proposto al ministro di grazia e giustizia di traslocare
alcuni magistrati perché coscienziosamente si sono opposti a che degli
innocenti fossero condannati. Una traslocazione da un luogo qualunque
della Sicilia ad un altro rimoto del continente, specialmente per
magistrati carichi di famiglia, vale quanto la destituzione. Voglio
sperare che ciò non sia vero; e se è vero, che il ministro di grazia e
giustizia rigetti l’indegna proposta. BASILE. Chiedo di parlare. D’ONDES-REGGIO. Ma, signori, alla fine né ciò, né
altro di simile mi farebbe meraviglia, quando un Governo si mette nella
via dell’arbitrio e dell’ingiustizia, è spinto necessariamente a
perseguitare tutti gli uomini onesti che gli si oppongono, perseguitati
ciascuno con vari modi e secondo le varie condizioni in cui ciascuno si
trovi. Onorevole guardasigilli, ella è anche professore di diritto
costituzionale a Napoli; di grazia, se ella salirà di nuovo alla
cattedra, ed un suo discepolo le chiederà: negare la difesa è contro lo
Statuto, è contro a leggi superiori allo Statuto, le leggi eterne del
giusto e dell’onesto: che cosa risponderà? Ella è stato egregio
avvocato: se tornerà all’esercizio di quella nobile professione, e
verrà un antico suo cliente, lo pregherà di difenderlo innanzi a una
Giunta, dicendole: sono innocente, vi sono quattro o cinque specchiati
uomini che possono testimoniare in favore della mia innocenza:
risponderà ella: a produr questi testimoni siete impedito dalla mia
legge? Oh ella sarebbe allora confuso è umiliato e sentirebbe anche
qualche rimorso. (Rumori. )
Tempo verrà, e forse non lontano, in cui voi non sarete più
ministri, in cui probabilmente non avrete più la maggioranza della
Camera. Vi sarà allora forse una maggioranza la quale proporrà delle
altre leggi arbitrarie ed ingiuste, che non andranno a genio vostro.
Allora io colla fronte alta combatterò coloro come ora combatto voi. (Ohi ohi) Ma voi dovrete stare colla testa bassa e tacervi (Rumori), se non volete che vi si ricaccino in gola le vostre parole di oggi, se non vorrete essere oppressi da una tempesta di biasimi. (Rumori)
MASSARI. Ci penseremo noi. D’ONDES-REGGIO. E ci penso io pure, perché la cosa pubblica sta certamente a cuore a me come può stare a cuore al signor Massari. Ma, signori, qualunque saranno le misure che altri proporrà nessuna potrà mai uguagliare questa della negazione della difesa. Signori, qui non si tratta se, quando, o non mai si possa violare lo
Statuto, qui non si tratta di sanguinarie e crudeli pene o di stabilire
con legge come delitti de' fatti che delitti non sono: qui non si
tratta delle gravi questioni di plebisciti, di nazionalità, di
monarchia o di repubblica; qui non si tratta di pace o di guerra, di
sconfitta o di vittoria; qui si tratta di cosa superiore a tutto ciò,
superiore ad ogni altra perché si tratta di principii eterni
dell’umanità! Non voi, non alcun potente della terra, non tutto il
genere umano ha dritto di togliere la difesa ad un solo uomo. Una legge che niega la difesa non è legge, è Crimen omni exitio gravius;
calpesta le leggi divine ed umane, è un sacrilegio; una legge che
nieghi la difesa sarà lutto dell’Italia, farà sorgere un grido di
riprovazione da tutti gli animi onesti del mondo! BASILE. Aveva chiesto la parola. PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare.
BASILE. Io ho chiesto la parola perché già da parecchi giorni
ho inteso sovente a ripetere con sorpresa pari al rammarico l’ingiusta
sentenza che la magistratura meridionale non facesse il suo dovere. Oggi si aggiunge che i prefetti sono ignoranti, incapaci e peggio. Io prego la Camera perché una volta metta freno a queste intemperanze di linguaggio (Bravo! a destra) che distruggono dalle sue fondamenta il principio di autorità. (Bravo! Bene! a destra)
Noi, signori, non sentiamo ogni giorno a parlar di altro che di
magistrati che non fanno i loro doveri, di militari che non sono
abbastanza disciplinati, di funzionari d’ogni ordine che sono incapaci.
D’ONDES-REGGIO. Domando la parola per un fatto personale. BASILE... pur dicendo che si vogliono esecrare: e dovremo concluderne che non ci siano che i briganti, i quali sappiano governare. (Vivi segni d'approvazione a destra)
D’ONDES-REGGIO. Domando la parola per un fatto personale. Voci a destra. Non c'è fatto personale.
D’ONDES-REGGIO. Non c’è fatto personale quando misi accagiona... (Rumori, interazioni a destra) PRESIDENTE. Veramente qui non c’è fatto personale. Dica in che cosa consiste il suo fatto personale. D’ONDES-REGGIO. Signor presidente, le dirò in che consiste il fatto personale. (Rumori a destra)
Mi si accagiona di dire cose che non posso dire, ed io ho il diritto di dichiarare... PRESIDENTE. Non c’è fatto personale; non le do facoltà di parlare. (Il deputato D'Ondes-Reggio volendo continuare a parlare, scoppiano vivi rumori a destra, e voci: All’ordine!)
PRESIDENTE. SÌ Calmino. L’onorevole guardasigilli ha facoltà di parlare. Pisanelli, ministro di grazia e giustizia. Io non
comprendeva la ragione per la quale l’onorevole deputato D’Ondes-Reggio
volesse che io fossi presente al suo discorso, segnatamente quando si
trattava della discussione di un articolo la cui esecuzione era
affidata al ministro dell’interno. Egli nondimeno ha dimostrato col suo discorso che la mia presenza
era necessaria, perché il suo discorso era rivolto continuamente al mio
indirizzo. Egli mi domanda se io credo possibile un tribunale o un giudizio
senza la difesa, e tutto il ragionamento fatto dall’onorevole
D’Ondes-Reggio muove da questa supposizione, che l’articolo 9 della
legge crea un tribunale che dà luogo ad un giudizio. Mi meraviglio come un magistrato antico non abbia un giusto concetto
di ciò che, secondo il diritto odierno, si dice tribunale, di ciò che
significa giudizio. Se veramente l’articolo creasse un tribunale, non
basterebbe stabilire la difesa, bisognerebbe aggiungere l’intervento
del Pubblico Ministero e tutte le altre disposizioni che riguardano
l’andamento di ogni giudizio. Egli dice che questo articolo porta una violazione della
Costituzione. Rammento alla Camera che a me accadeva, nella discussione
generale, di difendere la legge anche contro un discorso dell’onorevole
D’Ondes-Reggio, il quale impugnava la costituzionalità della legge
poggiandosi assolutamente sull’articolo 71 dello Statuto. Io,
limitandomi a rispondere a queste obbiezioni dell’onorevole
D’Ondes-Reggio, dimostrava che l’articolo 71 dello Statuto non era da
questa legge violato. Ma in questa legge evidentemente c’è una
sospensione delle garanzie costituzionali; essa è stabilita
dall’articolo 9... BROFFERIO, Domando la parola. PISANELLI, ministro di grazia e giustizia... ed è la
sospensione delle garanzie che riguardano la libertà personale e
l’inviolabilità del domicilio. Intorno a questo punto si sono uditi
molti oratori, i quali hanno dimostrato i titoli, pei quali questa
sospensione delle garanzie costituzionali è giustificata. Non
aggiungerò altro su questo punto. Che cosa è quest’articolo? Esso
contiene l’esercizio di un potere di pubblica sicurezza. Da questo
articolo è affidata al potere politico la facoltà di decretare un
domicilio coatto alle persone contemplate nell’articolo medesimo. I
poteri di pubblica sicurezza si spediscono senza la forma di un
regolare giudizio. L’esercizio di ogni potere importa un giudizio
psicologico. Colui che opina o che intende ad un’operazione qualunque,
pensa e giudica, ma questo processo logico non costituisce perciò uno
di quei giudizi dati dai tribunali e sanzionati dalla legge comune. Quando però si affidava al potere politico l’esercizio di questa
facoltà, esso il primo, sentendo tutta la responsabilità che assumeva
con essa, e la Camera stessa valutandone tutta l’importanza, si
trovavano concordi nello stabilire alcune guarentigie che venissero a
reggere e sussidiare l’esercizio di questo potere. Una di queste guarentigie è la Giunta, e questa guarentigia noi
abbiamo voluto anche più consolidare e migliorare, facendo sì che i
componenti le Giunte procedessero alle deliberazioni sentendo sempre
coloro che sono soggetti all’esercizio di questo potere, e prendendo le
necessarie informazioni. Ora, con qual ragione si viene qui a leggere le pagine di un
illustre scrittore per raccomandarci e dimostrarci la necessità della
difesa? A che prò si rammentano i tempi borbonici, e quasi si esaltano?
Il potere politico fu esercitato sotto la dominazione borbonica senza
alcuna guarentigia. In que’ tempi il ministro della polizia avrebbe
potuto chiamare l'onorevole D’Ondes-Reggio e altri nobili cittadini, ed
intimar loro l’esiglio dal regno, senza guarentigia di sorta, senza
giudizio, senza difesa. L’onorevole deputato D’Ondes-Reggio ha parlato di magistrati; ha detto che alcuni di essi sarebbero minacciati di tramutamento. Io non ho nessun indizio delle proposizioni fatte dai prefetti a cui
accennava l’onorevole D’Ondes Reggio; ma è mio debito rilevare una
proposizione sfuggita all’onorevole D’Ondes-Reggio in due discussioni,
e che egli prometteva anzi nella tornata di ieri di commentare più
largamente. Egli aveva detto una volta in una discussione, ripeté l’altro giorno
che queste Giunte erano minacciose sopratutto perché in gran parte
composte di agenti governativi. Accennava al regio procuratore
affermando che, mentre secondo le leggi delle provincie napolitane era
un magistrato indipendente, secondo le leggi che egli si compiaceva di
dire piemontesi, è un prefetto.
Io mi meraviglio come l’onorevole deputato D’Ondes-Reggio, il quale è stato regio procuratore sotto il cessato Governo (Movimento e risa) non abbia avuto un concetto esatto dell’ufficio del regio procuratore. D’ONDES-REGGIO. Sono stato un magistrato integro. PISANELLI, ministro di grazia e giustizia. Per confutare
l’onorevole D’Ondes-Reggio e per chiarirlo del suo errore, lo pregherei
di riscontrare ciò che dice del Pubblico Ministero Henriez de Pensey,
ciò che ne scrive il Nicolini. Henriez tratta del Pubblico Ministero francese, che è precisamente
siccome il nostro; Nicolini tratta del Pubblico Ministero secondo le
leggi napolitane. Ebbene, entrambi vi fanno il medesimo ritratto del Pubblico Ministero.
Il Pubblico Ministero, in alcuni affari, è agente del potere
esecutivo, in altri è un magistrato. Non vi ha dunque diversità tra
l’ufficio del Pubblico Ministero secondo le leggi napolitane e quello
ch'è sostituito dalle leggi italiane. La differenza è nell’opinione e nella diversa condizione del Governo. Io, conchiudendo queste osservazioni, non posso che esprimere il
dolore di vedere l’onorevole D’Ondes-Reggio far raffronti strani,
ricorrere a ricordanze che vorrebbero essere ormai sepolte. Così egli
ha parlato de’ tristi effetti della legge, ba detto che nella Sicilia
questa legge aveva conculcata la giustizia, che minacciava la pubblica
morale. Io risponderò a queste affermazioni che credo sincere, col rapporto del procuratore generale di Palermo. L’onorevole D’Ondes-Reggio valuterà da questo rapporto uno dei principali effetti di questa legge in Sicilia. Avanti la Corte d’assise di Girgenti il 2 corrente dicembre
trattavasi una causa a carico di un tal Migliore Antonio per il
ferimento avvenuto il 5 dicembre 1862 sulla persona di un tale Antonio
Noto, che fra poche ore aveva prodotto la costui morte. «Fuori d’ogni aspettazione un testimone, che prima del dibattimento
aveva fatto quattro dichiarazioni senza mai dire che il ferito Noto
negli ultimi istanti di sua vita aveagli confidato essere stato suo
offensore il Migliore, dopo aver giurato di dire tutta la verità,
manifestava quanto nel procedimento non aveva detto, e spontaneo
aggiungeva la fattagli confidenza. «Richiesto del suo ostinato silenzio su tale circostanza nel corso
del processo, disse, che essendo egli un proprietario di campi,
astretto a continue gite, e da solo, ne’ suoi poderi, e a dimorarvi la
notte, essendo latitante il Migliore, e correndo allora tempi difficili
in fatto di pubblica sicurezza, poiché le campagne erano infestate dai
tristi e da uomini sospetti, che sposavano volentieri fra loro una
certa solidarietà, fu consigliato dal suo stesso interesse a tacere
quella confidenza, che avrebbe potuto destare tutto il risentimento del
Migliore e degli altri ancora. Ma dacché fu tratto agli arresti
l’imputato, dacché le campagne furono spazzate dai tristi, e la
sicurezza pubblica rimessa, grazie all’energia del Governo, si è
determinato a dire tutto innanzi alla Corte, come diffatti fece.»
Vegga adunque l’onorevole deputato D’Ondes-Reggio che uno dei più
salutari effetti di questa legge si è quello di ristabilire l'efficacia
dell’amministrazione della giustizia, la quale non è possibile quando
tutti gli animi sono preoccupati da pericoli gravissimi e dal bisogno
della propria sicurezza, quando una testimonianza possa esser pagata
colla vita. Io sono certo che questa legge produrrà benefici effetti per la sicurezza pubblica e per la prosperità della Sicilia. PRESIDENTE. Domando se l’emendamento proposto dal deputato D’Ondes-Reggio sia appoggiato. (È appoggiato). La parola spetta al deputato Brofferio. BROFFERIO. (Segni di attenzione) Signori, benché
questa legge sia legge di eccezione consigliata da gravissime
contingenze, benché in essa non siano sempre rispettati i generali
principii della legislazione, tuttavolta, avuto riguardo alle necessità
della patria, io mi sarei forse rassegnato a dare a questa legge il mio
suffragio, ma ora dichiaro altamente che il mio suffragio questa legge
non lo avrà mai se non si rispetta la difesa la quale fu rispettata
sempre in tutti i luoghi, in tutti i tempi, presso le più barbare
nazioni. SINEO. Benissimo! Bravo! BROFFERIO. Signori, io ho attraversati i tempi più luttuosi che si
aggravarono sul Piemonte: nel 1821, quando si appesero al patibolo
Laneri e Garelli, quando si colpirono di morte, di esilio, di lavori
forzati, molti onorati cittadini per mezzo di una Commissione militare
che sedeva quasi per irrisione nell’Università degli studi, non si ebbe
coraggio di proscrivere la difesa. Nel 1834, quando si fucilavano nelle
spalle i patrioti italiani sulle piazze di Alessandria, di Genova, di
Chamberì, anche allora quel tribunale militare non condannava senza
aver prima udito il difensore.
BROFFERIO. Che più? Si è qui evocato lo spettro del Comitato di
salute pubblica in Francia, e questo tetro fantasma pareva far
rosseggiare di sangue queste cittadine pareti; ebbene, il Comitato di
salate pubblica non proscrisse mai la difesa.
La Convenzione nazionale a Parigi ha condannato a morte Luigi XVI,
ma quel Re fu difeso dinanzi alla Francia, dinanzi all’universo da
eloquente voce di onoratissimo cittadino, il quale non impallidì in
cospetto alla rivoluzione, e proclamò la verità in faccia al patibolo.
(Bravo! a sinistra) Cromwello, signori, lo stesso Cromwello non osò far
giudicare Carlo d’Inghilterra dall’alta Corte di giustizia senza la
presenza del difensore.
Signori, vorrete voi che si dica che noi siamo meno liberali della
Convenzione di Francia e dell’alta Corte di Londra, e che siamo più
intolleranti di Cromwello e di Robespierre? Si è detto dal
guardasigilli, rispondendo all'onorevole D’Ondes-Reggio, che qui non si
tratta di un tribunale, ma sibbene di una Giunta di polizia.
Signori, se questo fosse, io rabbrividirei. Capisco che possa il
potere assoluto, quando a lui convenga, deportare in isola remota
qualunque a lui inviso cittadino; ma non capisco che cosa siano i
giudizi senza giudici e le condanne senza giudizi in un paese
Credono i ministri che la salute della patria richiegga
temporaneamente l’abolizione di ogni legge? E il facciano se l’osano;
assumano essi, se ne hanno il coraggio, questa terribile
risponsabilità, ma non pretendano di aver complice la nazione nel
conculcare gli eterni principii dell’umanità e del diritto.
Sappiamo in Francia di Lambessa e Caienna, ma fu opera del Governo;
e la nazione, muta spettatrice, non fu chiamata a far abdicazione di sè
stessa, come da noi si vorrebbe.
BROFFERIO. Se questa Giunta non è un tribunale, che cosa è dunque?
Io veggo che in essa interviene il presidente del tribunale del
circondario; vedo che interviene il procuratore del Re, il procuratore
del Re che rappresenta il Governo ed è voce dell’accusa; e dove voi
chiamate a giudizio il pubblico accusatore voi non permettete i pietosi uffizi della pubblica carità e vietate l’ingresso al difensore?
Io ho citato, o signori, i più solenni giudizi di alcune nazioni per
dimostrarvi come fosse dovunque rispettata la difesa; ho dimenticato
alcune eccezioni. Sapete voi quali Governi non rispettino la difesa?
Uno è quello dell’Austria il quale ha per altro in questi anni
riparato; l’altra è l’inquisizione cattolica apostolica romana che non
ha riparato e non riparerà mai. (Viva approvazione). Signori, se vogliamo prendere questi degni esempi dai nostri eterni
nemici, dall’Austria che ci ruba Venezia, e dal Papa che ci usurpa
Roma, siamo padroni di farlo. Ma non parliamo più di libertà e di
giustizia: sopra tutto non chiamiamo più barbari i giudizi statarii di
Verona, e feroci le condanne della santa inquisizione. Dopo di questo, o signori, dopo aver fatto suonare una voce di
carità e d’umanità, permettetemi di assumere più severo linguaggio per
dirvi che il Governo non farà eseguire questa legge nelle sue parti
principali, e che retrocederà dinanzi all’opera sua, quando sarà d’uopo
di maggior fermezza. Fu qui detto più volte che il brigantaggio ha sede
in Vaticano, e che per togliere il brigantaggio bisogna andare a Roma.
Io questo non ve io dirò per non commettere un’avventatezza; ma senza
andare a Roma voi potete far guerra ai romani provvedimenti, ponendo in
accusa quelli che fanno arruolamenti per conto di Roma, e mandano
danari nelle terre infestate dai briganti. (Bene!) Io trovo
nella vostra legge comminate gravi pene ai ricettatori, ai
somministratori d’armi, di viveri e di aiuti d’ogni maniera. presidenti;. Si, attenga all’emendamento. Voci. Parli! parli!
BROFFERIO. Io temo, o signori, che non avrete il coraggio nemmeno questa volta di far cessare la raccolta del danaro di San Pietro col quale si fanno somministrazioni e si danno aiuti d’ogni maniera al brigantaggio. (Bene!)
Così voi avrete il tristo coraggio di togliere la difesa agl’imputati e
non oserete far eseguire la legge nelle sue parti più essenziali. Trovo inoltre all’articolo 5 che il Governo avrà facoltà di
assegnare per un tempo non maggiore di due anni un domicilio coatto
agli oziosi e alle persone sospette. Signori, lo dirò apertamente, le
persone più sospette in fatto di brigantaggio sono i vescovi reazionari
(Approvazione a sinistra), i quali, per mezzo dei loro preti, specialmente dei loro parroci, predicano dottrine sovversive (Bene!),
oltraggiano le leggi dello Stato senza che voi, che pur avete un
articolo nel Codice per difendervi legalmente dalle loro aggressioni,
abbiate animo d’invocarlo mai. Per ultimo, io vedo che nella vostra legge sfolgorate la camorra.
Sta bene; ma la camorra più fatale all’Italia, sapete qual è? È quella
che mantiene il brigantaggio: è la camorra clericale, e voi non pensate
a percuoterla. (Biavo!) Dopo tutto questo, o signori, io dichiaro che
non voterò la vostra legge se non ammetterete la libera di fesa. No,
non sia mai che io mi renda complice di una legge, in cui non si
rispetta la carità e la giustizia, in cui si vuole sbandita la più
sacra salvaguardia che non osarono mai proscrivere nemmeno gli assoluti
Governi. (Applausi a sinistra) PRESIDENTE. Metto ai voti l’emendamento aggiuntivo del deputato D’Ondes-Reggio.
Metto ai voti l’intiero articolo 9 di cui darò nuova mente lettura
attese le modificazioni che si sono fatte: «Art. 9. Il Governo avrà
facoltà di assegnare, per un tempo non maggiore di due anni, un
domicilio coatto agli oziosi, ai vagabondi, alle persone sospette
secondo la designazione del Codice penale, nonché ai camorristi e
sospetti manutengoli, dietro parere con forme di una Giunta, composta
del prefetto, del presi dente del tribunale di circondario, del
capoluogo della provincia, del regio procuratore presso il tribunale
medesimo e di due consiglieri provinciali scelti dai primi tre.
«La Giunta dovrà assumere le informazioni opportune, sentire
personalmente i denunziati e potrà solo ordinarne preventivamente
l’arresto per gli effetti di questo articolo mediante deliberazione
sommariamente motivata.» (La Camera approva).
«Art. 10. Gli individui, di cui nel precedente arti colo, sono
soggetti alla sorveglianza della pubblica sicurezza per la durata del
domicilio coatto.
«Quando essi siano trovati fuori del domicilio loro assegnato,
andranno soggetti alla pena del carcere per un tempo non maggiore di
quello che mancasse al compimento della durata del domicilio coatto.
«Questa pena sarà pronunziata dal tribunale del circondario nel
quale è compreso il comune assegnato per domicilio coatto.» Interrogo
gli onorevoli Lovito e Mancini se insistano nel proporre la
soppressione di questo articolo.
Ora viene l’articolo 8, il quale costituisce, per così dire, il
proemio dei due articoli ora votati, e la cui discussione e votazione
si era sospesa per le considerazioni ieri indicate.
«Art. 8. Quanto alle pensioni per cagioni di ferite o mutilazioni
ricevute in servizio per la repressione del brigantaggio, ai volontari
ed alle guardie nazionali saranno applicate le disposizioni degli
articoli 3, 22, 27, 28, 29, 30 e 32 della legge sulle pensioni militari
del 27 giugno 1850. «Il ministro della guerra, con apposito regolamento, stabilirà le norme per accertare i fatti che danno luogo alle pensioni.»
Lo pongo ai voti. (E approvato). Qui sarebbe il caso di dar lettura dell’articolo d’aggiunta proposto
dall’onorevole Sineo. Ricorderà la Camera come l’onorevole Sineo aveva
proposto un articolo, colla riserva che fosse poi collocato dove più
sembrasse opportuno. Esso è il seguente:
«Le sentenze contemplate nell’articolo 2° non saranno esecutorie
fuorché 24 ore dopo che si saranno notificate al primo presidente della
Corte di cassazione per mezzo di copia autentica accompagnata dai
verbali e dai documenti del giudizio. «Il primo presidente convocherà sull’istante la Corte in seduta straordinaria. «Se la Corte riconoscerà essersi violata la legge o leso il diritto
della difesa, potrà ordinare anche col mezzo del telegrafo la
sospensione dell’esecuzione della sentenza e commetterne la revisione
ad altro tribunale militare.»
L’onorevole Sineo ha la parola per isvolgere il suo emendamento. SINEO. Quest’emendamento dovrà essere modificato, dopo i voti
che furono pronunciati dalla Camera, perché veramente, quando l’ho
formulato, non avrei potuto credere che si volesse dare ad una Giunta
il diritto di giudicare sull’onore e sulla libertà di un cittadino
senza lasciare a questo il libero esercizio della difesa. Bisognerà almeno estendere anche alle Giunte il rimedio che suggerisco per il giudizio dei tribunali militari. Svilupperò il mio emendamento nei termini in cui l’ho proposto,
salve poi quelle aggiunte che potrebbero occorrere, quando la Camera
l’abbia accettato. Signori, voi nella giornata di sabbato avete fatta una buona azione;
avete concesso davanti ai tribunali militari il diritto della difesa;
avete inoltre determinato quale sia il carattere dei reati che possono
essere portati davanti ai tribunali militari. Avete escluso che
l’accusato possa essere punito se non è provata la sua intenzione di
delinquere. Ma se volete che siano serie queste cautele, queste guarentigie che
avete date agli accusati, se volete che siano qualche cosa di reale,
bisogna assicurarli che queste guarentigie saranno rispettate. A che
serve la libertà della difesa scritta nella legge, se un presidente di
tribunale militare impedirà che effettivamente sia esercitata, se non
permetterà che sia chiamato il difensore, oppure al difensore chiamato
rifiuterà la parola? A che serve ancora se non si farà l’inchiesta
sull’intenzione dell’accusato, che sia scritta nella legge la necessità
di conoscere la sua intenzione per poterlo punire? Le forme giovano
quando siamo sicuri che saranno osservate. Se possono essere
impunemente trasgredite, non presentano guarentigia nessuna. In tutti i paesi costituzionali, in tutti i paesi nei quali si vuole
che la libertà individuale sia effettivamente guarentita, è affidata a
giudici supremi la grave missione di far rispettare le forme prescritto
dalla legge. Questa grave missione è data alla Corte di cassazione nel
regno d’Italia, come in Francia. In Italia, quando abbiamo ottenute
Costituzioni conformi alle antiche Costituzioni francesi, alle Carte
della Ristorazione, abbiamo nello stesso tempo avuta una guarentigia
che i diritti sanciti dallo Statuto sarebbero rispettati. Questa
guarentigia sta precisamente nella creazione di quella Corte suprema
che è custode vigile dell’osservanza delle leggi, specialmente
dell’osservanza delle forme. Questa instituzione è parte essenziale
della Costituzione, perché, o signori, io, che amo quanto altri il
sistema costituzionale; io, che ho consacrata gran parte di mia vita
per ottenere che nel mio paese s’introducessero istituzioni di questo
genere, e debbo essere conseguentemente e sono affezionatissimo allo
Statuto, io dichiaro che credo che sarebbe più infelice quel popolo il
quale avesse una Costituzione senza giustizia, anziché quello che
avesse la giustizia senza Costituzione. La Costituzione l’abbiamo per
essere sicuri di aver sempre la giustizia. Se la Costituzione non ci
guarentisce la giustizia, se voi togliete ogni ingerenza a quel supremo
potere che veglia affinché la giustizia non sia violata, che rende
impreteribile l’osservanza delle forme, voi entrate in un regime che
certamente non è normale, che urta con le nostre istituzioni. La Camera ha deliberato che non si darebbe luogo a ricorsi in
Cassazione per violazione di legge contro le sentenze pronunciate dai
tribunali militari; ma nulla ancora si è detto circa l’esercizio delle
altre prerogative che sono proprie della Corte di cassazione. La Corte di cassazione, a cagion d’esempio, debbe interporrà la sua
autorità tuttavolta che si tratta di avocare le cause dai tribunali
sospetti e commetterle ad altri tribunali. Voi non avete ancora
deliberato che si debba prescindere interamente né da questa,
né da qualunque altra ingerenza della Corte di cassazione. In Francia vi sono state epoche tremende di reazione, vi sono state
epoche nelle quali i poteri costituiti hanno, secondo che la storia ha
pronunciato, abusato grandemente della forza che era loro affidata;
eppure, signori, in 60 anni di regime più o meno liberale, più o meno
rivoluzionario, più o meno reazionario, voi non avete esempio di un
giudizio che sia stato pronunciato contro un cittadino non militare da
un tribunale militare o da Corte speciale, senza che siasi lasciata
qualche ingerenza alla Corte di cassazione. Napoleone I, il quale era di coloro che vogliono che la rivoluzione
discenda, che venga dall’alto al basso, e che sapeva prendere tutte le
sue precauzioni per impedire che venisse dal basso all’alto, ha avuta
delle Corti marziali, delle Corti speciali, ma non ha mai permesso che
un cittadino francese non militare fosse giudicato da una Corte
speciale, senza dare qualche ingerenza alla Corte di cassazione. Egli ha bensì disposto nel Codice d’istruzione criminale (bramerei
che anche il mio amico l’onorevole Michelini volesse sentirmi, perché
lo assicuro che parlo di cose gravi, che meritano tutta la sua
attenzione). (Si ride)
Signori, si tratta d’introdurre in Italia ciò che in Europa, in niun
Governo costituzionale non ha mai avuto luogo; mi pare dunque che la
questione meriti d’essere esaminata. Mai in nessun Governo costituzionale si è fatto ciò che si farebbe
da noi se si sancisse questa legge senza ammettere il mio emendamento o
qualche disposizione simile. Io per me non ci tengo affatto, non ho
amor di paternità per questo emendamento. Fate quello che volete,
adottate la forma che vi piace, ma rispettate il diritto della
Cassazione, non permettete che si dica che in Italia si fa ciò che non
si fa in nessun paese incivilito; non permettete che si scrivano delle
cautele e si possano impunemente disprezzare; non permettete ohe si
dica che date ad un inquisito il diritto di difendersi, e che un
presidente militare può rifiutare impunemente la difesa: non permettete
che si dica che voi fate delle leggi le quali sono lasciate
all’arbitrio d’uomini che molte volte ignorano le leggi ed il modo in
cui debbono essere interpretate. Napoleone I, nell'introdurre nel suo Codice d’istruzione penale le
Corti speciali, aveva disposto che non si potesse ricorrere in
Cassazione. Ma non sottraeva le Corti speciali da ogni ingerenza della
Corte di cassazione. Non si poteva ricorrere contro una sentenza di una
Corte speciale, perché non voleva l’imperatore che ne fosse ritardata
con un ricorso l’esecuzione, perché voleva che la giustizia fosse
pronta, fosse pronta quanto energica, onde potesse colpire
l'immaginazione di coloro ch’egli voleva reprimere. Ma con questo, ripeto, egli non aveva tolta ogni ingerenza della
Cassazione; egli aveva conservata l’ingerenza della Cassazione
rendendola preventiva; non permetteva che si deferisse una causa ad una
Corte speciale, senza che vi fosse prima la deliberazione di una Corte
imperiale, che riconoscesse e dichiarasse la competenza della Corte
speciale, è questa deliberazione della Corte imperiale era portata
d’uffìzio alla Corte di cassazione. Ora, o signori, io vi propongo qualche cosa di simile. Vedete che
non traggo i miei esempi da ragioni impure, non li attingo a sorgenti
sospette. Io vi domando che facciate quello che ha fatto Napoleone I, o qualche cosa di simile. Se volete delle Corti speciali, se convertite in Corti speciali i
tribunali militari, date almeno ai giudicabili quella guarentigia che
nasce dall’ingerenza della Corte di cassazione. Il tribunale militare, dietro un giudizio molto sommario, procede e
condanna: la sentenza, secondo il Codice penale militare, non può
essere eseguita prima di essere notificata a l comandante generale
militare: ebbene, io vi domando, che nello stesso tempo si notifichi al
presidente della Corte di cassazione. Il presidente della Corte di cassazione non frapporrà indugio di
sorta; convocherà immediatamente la Corte, sottoporrà alla corte la
sentenza cogli atti del procedimento. Se la Corte crede che non vi
siano irregolarità tali che rendano sospetta la giustizia della
sentenza, non dice niente; 24 ore dopo la sentenza si può eseguire. Voi vedete che io non ammetto cavilli forensi, non ammetto sotterfugi per dilazionare la esecuzione della sentenza. Se la Cassazione, esaminando la sentenza ed i documenti uniti,
riconosce che ia legge fu violata, che fu violato il sacro diritto
della difesa, che non furono ammesse quelle cautele che voi avete
inserite nella legge, voi sarete ben persuasi quanto sarà opportuno il
decreto che, ammettendo la revisione, e commettendola ad un altro
tribunale, sospenderà, anche, ove d’uopo, per mezzo del telegrafo, la
esecuzione della sentenza. Voi crederete forse, o signori, a prima giunta di aver provvisto
sufficientemente quando avete ammesso il ricorso al tribunale supremo
militare; il guardasigilli vi ha esposto un intero sistema a questo
riguardo; il tribunale supremo militare è come un’altra Cassazione.
Come un’altra Cassazione! oh Dio! Come? Un’altra Cassazione, o signori?
È un tribunale composto ad arbitrio dal Ministero di giudici non
inamovibili e per lo più di consiglieri di Stato e di militari; ed io
posso ben dirlo, poiché essendo andato varie volte a disputare davanti
a quel tribunale, mi è spesso occorso di non trovarvi alcun membro che
appartenesse, od avesse mai appartenuto all’ordine giudiziario. Vedete dunque che uomini venuti là talvolta per meriti, che non sono
meriti giudiziari, per meriti politici, avranno diritto a tutta la
nostra riverenza, ma non presentano per un giudizio criminale nessuna
specie di guarentigia. Non risulta che abbiamo fatti degli studi speciali, né che
siano tali da formare un tribunale capace di tener luogo di una Corte
di cassazione. Dunque il ricorso a questo tribunale supremo sedente in Torino,
composto di militari e di consiglieri di Stato per lo più, non è una
guarentigia sufficiente. Ma di più, o signori, voi non date questa guarentigia a tutti; voi
non la date che a quelli che a mio avviso sono i più colpevoli, ma che
non sono quelli che avete più premura di punire; voi volete sabito la
fucilazione dei briganti presi colle armi alla mano, ed a questi non
date facoltà, una volta che sono condannati, di ricorrere neanco al
tribunale supremo militare. Mi dite che sono briganti presi colle armi alla mano. Ma si tratta
appunto di essere sicuri che quella giurisdizione eccezionale si
eserciti soltanto contro i veri briganti. Mi fu narrato di un giovane piemontese, che trovandosi nelle
provincie meridionali, fece una partita di caccia con alcuni altri
giovani. Furono presi per briganti e credettero a loro volta di essere
dai briganti assaliti. Per fortuna l’equivoco fu distrutto con una
esclamazione ch’è d’uso frequente nelle provincie subalpine (contagg). (Oh! ohi —Ilarità)
Signori, voi sapete quante volte, leggendo la storia troviamo che equivoci di questo genere produssero effetti calamitosi. Ora dunque se accadesse una simile disgrazia, se uomini innocenti,
per effetto di un deplorabile sbaglio, fossero aggrediti, e si facesse
contro di loro un processo sommario nel calore dell’azione, ebbene non
potrebbe accadere che degli uomini onestissimi fossero puniti come
SINEO. Prova che dobbiamo lasciare una via aperta alla revisione di sentenze di tal fatta. Voi avrete la certezza che ogni equivoco di questo genere sarà
rimosso, quando sarà assicurata una buona e leale difesa, quando sarà
assicurata l’osservanza delle cautele che avete sancite... BOGGIO. Domando la parola. SINEO. ...a guarentigia della giustizia delle sentenze. Ora, o signori, io ho fiducia che sia non vana guarentigia il dare
un’ingerenza anche sommaria, anche tenue a chi siede a capo dell’ordine
giudiziario, e mi piace che questa mia proposta mi dia occasione di
rendere un giusto omaggio all’ordine giudiziario. In verità io sarei giustamente accusato di contraddizione in questo
punto se mi fosse reso accusatori in massa dei componenti l’ordine
giudiziario, se, come supposero l’onorevole guardasigilli e l’onorevole
Rattazzi, io avessi inteso di fare una requisitoria contro tutta la
magistratura napoletana. Questo fu non solo lontano dal mio pensiero,
ma fu assolutamente lontano dalle mie parole. Ed io sfido quelli che
avranno la pazienza di ricorrere ai nostri Atti parlamentari, di
trovare una parola sola da me pronunziata che giustifichi
quest’allegazione. L’onorevole Rattazzi avrebbe dovuto ricordarsi che anche contro la
sua opinione, anche contro le sue proposte, quando era ministro, io ho
costantemente difeso l’onore e l’inviolabilità della magistratura, che
mi sono sempre opposto nel Parlamento subalpino al modo in cui egli
intendeva far frode alle prerogative di essa; mi sono sempre opposto
alla facoltà di traslocazione, che rende evidentemente illusorio il
diritto di inamovibilità. L’onorevole Rattazzi ba creduto di usare dei pieni poteri per
introdurre in una legge una disposizione, la quale io sono persuaso che
non sarebbe mai stata dal Parlamento subalpino assentita. Io l’ho
costantemente combattuta, ed avrei fatto tutto ciò che era in mio
potere per farla respingere se si fosse riproposta nel Parlamento. Io dunque mi glorio di essere sempre stato il difensore della
magistratura ne’ giusti suoi diritti, di aver sempre reso omaggio al
talento ed alle virtù di molti dei suoi membri, ed alla devozione di
molti di essi verso la patria, e quando ho ripetuto coll’onorevole
Bixio, che la magistratura non ha fatto il suo dovere, io ho motivata
la mia asserzione indicando specialmente, come la magistratura avesse
mancato al suo compito nella ricerca degli autori principali e dei veri
complici del brigantaggio. Questa colpa non si riversa sulla
magistratura inamovibile, perché alle Corti, ai tribunali non è dato di
chiamare a loro le cause quando vogliono. So il Ministero Pubblico non
fa il suo dovere, come lo debbono fare i giudici? Non possono già essi
stessi andar dietro ai delinquenti. Adunque quando io propongo che sia
mantenuta l’ingerenza della suprema magistratura a tutela degli
accusati davanti ai tribunali ordinari, io sono coerente a me stesso,
come, grazie al Cielo, sono sempre stato, in tutte le mie parole, in
tutti i miei pensieri. (Conversazioni)
Io certamente avrei voluto che allato alla magistratura napoletana,
che io rispetto al pari delle altre magistrature italiane, vi fosse
stato un Ministero Pubblico sempre zelante, sempre liberale, sempre
affezionato alle nostre istituzioni, il quale fosse andato in cerca
delle vere sorgenti del brigantaggio, di quelle sorgenti a cui alludeva
nuovamente con parole eloquenti l’onorevole Brofferio. Ed appunto
perché ciò non si è fatto, io ho denunciato questo difetto, e persisto
a denunciarlo; l’ho denunciato al guardasigilli ed alla Camera; lo
denunzio alla nazione. Signori, nel richiedervi di restituire all’ordine giudiziario, o di
mantenergli, per dir meglio, una qualche ingerenza in questi gravi
terribili giudizi, io mi appoggio non solo alla lettera ed allo spirito
delle nostre istituzioni, ma ancora all’esempio che ho citato delle
altre nazioni più incivilite del mondo. Io ho citata la Francia, la quale ha una legislazione simile alla
nostra; quella Francia davanti alla quale siamo calunniati tutti i
giorni, ed alla quale dobbiamo avere questo riguardo di non ammettere
nelle nostre leggi, nei nostri atti, nei fatti nostri, niente che possa
venire a giustificare quelle infami imputazioni che si vanno di quando
in quando ripetendo contro di noi. Voci. Alla questione! alla questione! SINEO. I giornali francesi recentemente ancora hanno sparso contro di noi delle calunnie che dobbiamo sdegnosamente ribattere. (Rumori generali)
Una voce. Che importa questo? SINEO. Signori, io trovo necessario che una voce sorga per rivendicare l’onore italiano. MASSARI. L’onore italiano non ne ha bisogno. PRESIDENTE. Prego il signor Sineo di venire alla questione; l’onore italiano è al disopra d’ogni accusa. SINEO. Se vogliamo salvo l’onore italiano, respingiamo leggi che contrastano coll’italiana sapienza. Signori, che volete che dica la nazione francese, che da
sessant’anni non ha mai veduto un francese non militare sottratto alla
giurisdizione della suprema Corte di cassazione, quando sappia che
l’Italia non usa alla libertà individuale gli stessi riguardi?
Vi ho dichiarato sin da principio che io non aveva amore di
paternità a questo emendamento. Io l’ho formolato unicamente per
chiamare l’attenzione della Camera sopra questo grave argomento, sopra
una mancanza deplorabile che vi è nell’attuale progetto di legge. Se le
mie parole hanno valuto a far intendere questa mancanza alla
maggioranza, ne sarò lieto, ed ella troverà modo di supplire. In quanto
a me adesso che ho fatto il mio dovere, ritiro il mio emendamento. (Bravo!)
«In aumento del capitolo 20 del bilancio straordinario del Ministero
dell’interno per il 1864 è aperto il credito di un milione e mezzo di
lire per le spese occorrenti all’esecuzione della presente legge.»
Lo metto ai voti. (E approvato). Avvi ora un articolo aggiuntivo proposto dal deputato Michelini così concepito:
Credo che il proponente rinunzia a svolgerlo. MICHELINI. Il mio articolo aggiuntivo essendo approvato dal
Ministero e dalla Commissione, e sperando lo sia dalla Camera intera,
rinuncio alla facoltà di svolgerlo, essendone chiara del resto la
necessità, affinché non esistano contemporaneamente due leggi sullo
stesso soggetto. PRESIDENTE. Allora lo porrò ai voti. Chi approva questo articolo sorga. (È approvato). L’intero disegno di legge rimane così concepito: «Art. 1. Fino al 30 aprile 1874
nelle provincie napoletane infestate dal brigantaggio e che saranno
dichiarate tali con decreto reale avranno vigore le disposizioni
seguenti. «Art. 2. componenti comitiva o banda armata di
tre persone almeno, la quale vada scorrendo le pubbliche vie o le
campagne per commettere crimini o delitti ed i loro complici e
ricettatori, saranno giudicati dai tribunali militari, di cui nel libro
II, parte n del Codice penale militare e con la procedura ivi
determinata, ammessi però alla diffesa degli accusati anche i
patrocinanti non militari. «Art. 3. colpevoli dei suddetti reati, i quali
armata mano oppongono resistenza alla forza pubblica, saranno puniti
colla fucilazione o, concorrendovi circostanze attenuanti, coi lavori
forzati a vita. «A coloro che non oppongono resistenza sarà
applicata la pena dei lavori forzati a vita e concorrendo circostanze
attenuanti, il maximum dei lavori forzati a tempo, salvo le maggiori pene in cui fossero incorsi per altri reati. «Art. 4. Coloro i quali scientemente e di
libera volontà somministreranno ricovero, armi, munizioni, viveri,
notizie ed aiuti d’ogni maniera, saranno puniti colla; pena del maximum dei lavori forzati a tempo, la quale potrà essere ridotta da uno a quattro gradi, concorrendovi circostanze attenuanti. «Questi potranno ricorrere in nullità presso il
tribunale supremo di guerra a causa d’incompetenza per ragione di
materia nella forma tracciata dagli articoli 508 e seguenti del Codice
penale militare. «Il ricorso è ammessibile soltanto dopo la sentenza definitiva di condanna. «Art. 5. Agli individui contemplati nei due
articoli precedenti che si costituiranno volontariamente sarà accordata
la diminuzione di un grado di pena. «Art. 6, Il Governo del Re avrà facoltà
d’istituire compagnie o frazioni di compagnie di volontari a piedi od a
cavallo, decretarne i regolamenti, l’uniforme e l’armamento, nominarne
gli ufficiali, bassi ufficiali ed ordinarne lo scioglimento. «I volontari avranno dallo Stato la diaria
stabilita per i militi mobilizzati; il Governo però potrà accordare un
soprasoldo il quale sarà a carico dello Stato. «Art. 7. Quanto alle pensioni per cagioni di
ferite o mutilazioni ricevute in servizio per la repressione del
brigantaggio, ai volontari ed alle guardie nazionali saranno applicate
le disposizioni degli articoli 3, 22, 27, 28, 29, 30 e 32 della legge
sulle pensioni militari del 27 giugno 1850. «Il ministro della guerra, con apposito regolamento, stabilirà le norme per accertare i fatti che danno luogo alle pensioni. «Art. 8. La disposizione dell’articolo
precedente sarà estensibile anche a quelli tra gl’impiegati civili che
riportassero ferite o mutilazioni, o incontrassero la morte in servizio
per la repressione del brigantaggio. «Il ministro dell’interno con apposito regolamento stabilirà le norme per accertare i fatti che danno luogo a tali pensioni. «Art. 9. Avranno vigore pur le disposizioni seguenti sino al 30 aprile 1864, in quelle tra le provincie napoletane e siciliane che venissero designate con decreto reale. «Art. 10. Il Governo avrà
facoltà di assegnare, per; un tempo non maggiore di due anni, un
sospetti manutengoli, dietro parere conforme di una Giunta composta del
prefetto, del presidente del tribunale di circondario, del capoluogo
della provincia, del regio procuratore presso il tribunale medesimo e
di due consiglieri provinciali scelti dai primi tre. «La Giunta dovrà assumere
le informazioni opportune, sentire personalmente i denunziati e potrà
sola ordinarne preventivamente l’arresto per gli effetti di questo
articolo mediante deliberazione sommariamente motivata. «Art. 11. Gl’individui, di
cui nel precedente articolo, sono soggetti alla sorveglianza della
pubblica sicurezza per la durata del domicilio coatto. «Quando essi siano trovati
fuori del domicilio loro assegnato, andranno soggetti alla pena del
carcere per un tempo non maggiore di quello che mancasse al compimento
della durata del domicilio coatto. «Questa pena sarà pronunziata dal tribunale del circondario nel quale è compreso il comune assegnato per domicilio coatto. «Art. 12. In aumento del
capitolo 20 del bilancio straordinario del Ministero dell’interno per
il 1864 è aperto il credito di un milione e mezzo di lire per le spese
occorrenti all’esecuzione della presente legge. «Art. 13. E abrogata la legge del 15 agosto 1863.» Si passa alla votazione per iscrutinio segreto sul complesso della legge. PERUZZI, ministro per l'interno. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Parli. PERUZZI, ministro per l'interno. Siccome
c’è un’altra legge all’ordine del giorno per l’anticipazione di un
milione di lire da erogarsi in opere stradali nella provincia di
Basilicata, legge analoga a questa sul brigantaggio, se la Camera
credesse di discuterla subito, si potrebbe poi fare lo scrutinio sopra
le due leggi unitamente, e sarebbe molto utile, perché così non si
arrischierebbe di non trovarsi poi in numero al fine della seduta. (Segni di assenso)
DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE PER L’ANTICIPAZIONE DI UN MILIONE DI DIRE ALLA PROVINCIA DI BASILICATA. PRESIDENTE. La
Camera non avendo nulla in contrario, si procederà dunque alla
discussione dell’altra legge che si trova all’ordine del giorno
relativa all’anticipazione di un milione di lire da erogarsi in opere
stradali nella provincia di Basilicata. Il Ministero accetta il progetto della Commissione?
PERUZZI, ministro per l'interno. L’accetta. PRESIDENTE. È apertala discussione generale. Se nessuno domanda la parola, si passa alla discussione degli articoli. (Si passa alla discussione degli articoli). «Art.
1. È autorizzata l’anticipazione sul tesoro nazionale di un milione di
lire da erogare nella esecuzione di strade provinciali nella provincia
di Basilicata. Questa somma verrà stanziata nel capitolo 27 del
bilancio straordinario del Ministero delle finanze del 1864.»
Lo pongo ai voti. (È approvato). «Art. 2. La restituzione
di detta somma alle finanze dello Stato dovrà essere operata in quattro
rate uguali da ripartirsi negli esercizi del 1865666768.
PERUZZI, ministro per l'interno. Chiedo di parlare. PRESIDENTE. Parli.
PERUZZI, ministro per l'interno. Il
Ministero non ha nessuna osservazione da fare intorno alla sostituzione
delle quattro rate alle due che erano state proposte, perché
effettivamente la provincia di Basilicata è in condizioni tali da non
poter prendere quest’impegno, e la deputazione provinciale non ha
potuto fare di più; ma c’era un secondo paragrafo in quest’articolo, il
quale diceva:
«Questa restituzione sarà
fatta anche avanti l’esercizio 1865 o del 1866, qualora
l’amministrazione provinciale di Basilicata contragga un prestito di
maggiore somma.»
Domanderei alla
Commissione, se volesse avere la bontà di dirmi se ha tolto questo
capoverso, unicamente perché lo crede, come forse è, superfluo;
imperocché dovendo essere un imprestito approvato dal potere esecutivo
è naturalissimo che possa il potere esecutivo mettervi la condizione
che una delle rate sia erogata nella restituzione di questa
anticipazione. In questo caso non avrei nessuna difficoltà di consentire alla soppressione di questo capoverso. MASSARI, relatore. L’obbiezione
fatta dall’onorevole ministro dell’interno è prevenuta dalla relazione;
per conseguenza mi duole di dover osservare che l’onorevole ministro
non l’ha letta. PERUZZI, ministro per l'interno. Confesso ingenuamente che stamane non ho ancora avuto tempo a leggerla. MASSARI, relatore. Nel
progetto primitivo il rimborso era limitato a due anni; nel progetto
che noi proponiamo, ed a cui il ministro fa adesione, questo termine è
ampliato da due a quattro anni; di modo che l’alinea che noi proponiamo
di sopprimere è diventato perfettamente inutile; almeno a noi così è
sembrato. PRESIDENTE. Se non vi hanno altre osservazioni, l’articolo 2 s’intenderà approvato. (E approvato). «Art. 3. Il ministro dei
lavori pubblici, sentita la deputazione provinciale, provvederà alla
compilazione ed esame dei progetti, all’appalto ed all’esecuzione dei
lavori stradali da eseguire colla somma stanziata nell’articolo 1: e le
opere compiute saranno consegnate alla deputazione medesima nell’atto
della collaudazione da eseguire nei modi determinati dai regolamenti
per le opere provinciali.»
MASSARI, relatore. Domando la parola. PRESIDENTE. La parola è all’onorevole Salaris.
SALARIS. Nell’ufficio,
cui ho l’onore di appartenere, allorquando fu esaminato questo schema
di legge feci due proposte, una delle quali vedo con compiacenza
accolta dalla Commissione nell’articolo 2; l’altra proposta tendeva a
sopprimere l’articolo 3, la quale proposta non si accettò, quantunque
siasi alquanto modificata la proposta del Governo. Questo articolo, o
signori, è la più recisa negazione del principio della libertà
provinciale, ed è in urto con le disposizioni della legge comunale e
provinciale vigente, e con quelle che fra, non molto saranno sanzionate
dalla Camera. Il Governo accorda un
prestito alla provincia di Basilicata per opere, stradali provinciali;
la provincia dovrà fare la restituzione del prestito nel tempo fissato
nell’articolo 2; ora non comprendo perché l’esecuzione di queste opere
strettamente provinciali si voglia commettere al Governo centrale, il
quale dovrebbe restare estraneo alle opere medesime, e lasciare che la
provincia eseguisse codeste opere in quel miglior modo e con quei mezzi
che crederebbe più convenienti ai propri interessi. È evidente che l’ingerenza
del Governo centrale in queste opere è soverchia non solo, ma contraria
ad ogni principio di libertà. Se si trattasse di opere
consortili nelle quali lo Stato avesse parte od interesse diretto, io
comprenderei l’ingerenza del Governo; ma trattandosi di opere
provinciali, non comprendo questa eccessiva ingerenza che in forza
dell’articolo 3 gli si vorrebbe attribuire. Si parla sempre di
discentramento amministrativo; ed allorquando si deve stabilire questo
principio santissimo, si pongono avanti disposizioni legislative che
consacrano in modo positivo il deplorato sistema di accentramento. Questa legge sarebbe stata
una felice occasione per tradurre in atto l’applicazione del principio
della libertà provinciale; ma temo assai che la Camera non istabilisca
il principio contrario. Lasciamo, o signori, una
volta, che le provincia provvedano ai bisogni che le premono, e freni
il Governo centrale quella smania di voler far tutto, occupandosi
seriamente di ciò che esclusivamente gli compete e che importa alla
Dazione sia compiuto. Se il Governo giudica
conveniente il prestito e le opere stradali nelle quali il prestito
sarebbe impiegato, accordisi il prestito, e la provincia della
Basilicata provveda alla esecuzione delle opere suddette. In questo
modo, o signori, sorgerà in quelle popolazioni il desiderio del
progresso, in questo modo si abitueranno alla trattazione dei pubblici
affari, e solo in questa guisa apprenderanno che non tutto deve
attendersi dal Governo. Voi vedete dunque che la
disposizione contenuta in questo articolo 3 è la più recisa negazione
del principio della libertà provinciale che da tutti si desidera e che
dal Ministero fu reiteratamente promessa. Egli è vero che la
Commissione volle che il ministro dei lavori pubblici sentisse la
deputazione provinciale; ma è ben facile notare che questa è una
illusione. Intorno a che infatti dovrà il ministro udire la deputazione
provinciale? Non si sa; e con la modificazione introdotta dalla
Commissione non è determinata la materia sulla quale debba il ministro
suddetto udire la deputazione provinciale. La Commissione, o signori,
ha ben compreso che con l’articolo 3 sagrificava di troppo la libertà e
l’autonomia provinciale alla eccessiva ingerenza governativa, e tentò
ripararvi con esigere che la deputazione provinciale fosse sentita; ma
fra due principii opposti era vana la transazione, e quindi è un
concetto illusorio quello che la Commissione volle introdurre in questo
articolo per temperare la eccessiva ed assoluta ingerenza governativa. Uno di questi due
principii dovea la Commissione decisamente seguire, meglio che
accarezzarli entrambi, e volerli entrambi comporre. Riesce poi per me
inaccettevole che il Governo s’ingerisca della collaudazione delle
opere che egli fece eseguire. Io crederei assai più giusto che
dovendosi, compiute le opere, farsi delle medesime consegna alla
deputazione provinciale, la collaudazione delle opere sia fatta da
periti ingegneri scelti da’rappresentanti della provincia. Nella
collaudazione specialmente, o signori, concedete il più ampio diritto
alla provincia a spese della quale furono le opere compiute. Ciò io
credo sia giustizia, come reputo conveniente e decoroso che il Governo,
che per mezzo di suoi impiegati fece eseguire cotesti lavori stradali,
dovesse restare estraneo alla collaudazione di essi. Le modificazioni che la Commissione apportò all’articolo 3 non tolgono gl’inconvenienti da me accennati. L’eccessiva ingerenza
governativa resta, al tempo stesso che alla provincia di Basilicata non
solo si nega l’iniziativa, ma la si esclude da quell’azione diretta,
che dovrebbe a buon diritto esercitare. L’articolo 3 quindi anche con la modificazione della Commissione non potrebbe accogliersi. Propongo per le ragioni esposte la soppressione dell’articolo 3, e prego la Camera di accettare la mia proposta. MASSARI, relatore. Mi
duole di essere obbligato a ripetere ciò che ho già detto nella
relazione, lo ho dichiarato che la Commissione non ha inteso né
punto né poco sollevare una questione di principii. Essa ha
contemplato la legge nel suo aspetto vero, nel solo aspetto sotto cui
possa essere contemplata, vale a dire, come una legge eccezionale, la
quale corrisponde ad un bisogno urgente di una data provincia. L’onorevole Salaris ha
voluto sollevare una questione, la quale certo, quando volesse essere
discussa, richiederebbe ben altro tempo e altra occasione che non non
sia l’attuale. Questa legge è stata fatta per compiacere ad un
desiderio espresso nel modo il più positivo ed il più esplicito dalla
deputazione provinciale di Basilicata. Se la deputazione provinciale di Basilicata è contenta... (Il deputato Solaris pronuncia qualche parola a mezza voce). Perdoni: non bisogna
suscitare ostacoli ad un voto espresso da una deputazione provinciale,
il quale urge che venga appagato. Esiste un documento che l’onorevole
ministro dell’interno ha avuto la gentilezza di comunicare alla
Commissione, cioè la domanda fatta dalla deputazione provinciale al
prefetto, e dal prefetto trasmessa al Ministero. Dunque la legge, ripeto,
non è altro che il compimento di un desiderio reiteratamente espresso
dalle persone le più interessate, dalla rappresentanza provinciale
della Basilicata. L’onorevole Salaris ha
fatto allusione all’ultima parte dell’articolo 3, e dice che non sa
capire ciò che la Commissione ha stabilito a proposito della
collaudazione. Prima di tutto, l’articolo
non è che la riproduzione dell’articolo ministeriale; in secondo luogo,
egli sa meglio di me che quando si tratta di collaudazione è naturale
che ci sieno le due parti, ci sono gli agenti del Governo da una parte,
ed i rappresentanti della provincia dall’altra (Il deputato Solaris fa segni di diniego)
Ma sicuro, la cosa sta
così; altrimenti io non so capire in che consisterebbe la
collaudazione. Ora, è evidente che quando il Governo deve fare la
consegna d’una strada provinciale alla provincia di Basilicata, è
naturale che si debba consegnare alla deputazione provinciale. Credo con ciò d’aver risposto alle obbiezioni fatte dall’onorevole Salaris. Siccome però temo che
anche l’onorevole ministro dei lavori pubblici non abbia avuto agio di
leggere la relazione, io richiamo la sua attenzione sopra un punto di
essa, il quale pure corrisponde ad un voto significato dalla
deputazione provinciale di Basilicata, vale a dire la preghiera che
alla direzione di questi lavori sieno preposti ingegneri del genio
militare. Siccome si è veduto che in Capitanata i lavori delle strade
garganiche sono stati affidati a questi ingegneri, ed eseguiti da un
battaglione di soldati del genio, e si è veduto che questo esperimento
ha fatto un’ottima prova in quella provincia, così la deputazione
provinciale di Basilicata vorrebbe lo stesso si facesse nella propria
provincia. La Commissione, avendo trovato giusto e ragionevole questo
voto, si associa ad essa, e prega l’onorevole ministro dei lavori
pubblici ad avere la compiacenza di dichiarare, se egli è disposto ad
acconsentire a questo desiderio. MENABREA, ministro pei lavori pubblici. Anzitutto
risponderò alla interpellanza dell’onorevole relatore della Commissione
che ho letto la sua relazione, e che certamente l’approvo in tutte le
sue parti, soltanto, circa all’invito che fa al ministro dei lavori
pubblici, di destinare per l’esecuzione delle strade, per le quali
domandiamo un milione, gli uffiziali del genio militare, vista la buona
prova che hanno fatto nelle regioni garganiche, risponderò
all’onorevole interpellante che la cosa non dipende dal ministro dei
lavori pubblici, ma bensì da quello di guerra. È vero che, stante le
circostanze eccezionali, in cui si trovavano le regioni del Gargano, fu
giudicato più conveniente di mandare, per l’esecuzione di alcune
strade, due battaglioni del genio, i quali s’adoperarono per quei
lavori con grande soddisfazione della popolazione, ed anche con grande
benefizio di tutto il paese. Ma io non so se sarà possibile di poter
ripetere la medesima cosa per la Basilicata. Intanto il Ministero si è
molto preoccupato di creare un personale il quale fosse adeguato
all’oggetto di cui si tratta, e fin d’ora si mandarono colà distinti
ingegneri, onde il lavoro fosse eseguito con quell’esattezza che è
necessaria, ed anche colla rapidità che è richiesta dalle circostanze
attuali. Ora vengo alla obbiezione fatta dall’onorevole Salaria. Veramente io non la
capisco troppo. Se egli conoscesse bene l’organizzazione del servizio
di quella provincia, vedrebbe che l’articolo 3° non fa che
corrispondere ad un desiderio, anzi ad un bisogno della provincia
medesima, affinché quel milione, che si dà per l’esecuzione di lavori
stradali, venga ai medesimi effettivamente applicato, e non sia
sciupato in tentativi che forse non potrebbero riescire. . Sa l’onorevole Salaris che
nelle provincie meridionali è fatta facoltà alle deputazioni
provinciali di valersi degli uffici del genio civile per l’esecuzione
dei lavori, e questo avviene anche in altre provincie, ma per loro
spontanea volontà: però siccome nelle provincie meridionali non è
organizzato un servizio speciale per le strade, le deputazioni
provinciali fanno ordinariamente ricorso agli uffici del genio civile,
per l’esecuzione dei lavori che s’intraprendono dalla provincia. Pino a questi ultimi
tempi, i rapporti che doveano esistere tra le deputazioni provinciali
ed il genio civile, non erano ben determinati; indi succedevano degli
urti che tornavano generalmente a danno del servizio. Perciò il
ministro dell’interno ed io abbiamo creduto opportuno di stabilire
testé, mediante decreto regio, norme precise per le relazioni che
debbono esistere tra il genio civile e le deputazioni provinciali, ogni
qual volta queste rappresentanze credano di dover ricorrere agli uffizi
del genio civile. Ora, ciò ch’è facoltativo
per le provincie meridionali in generale, è invece reso obbligatorio
per la Basilicata mediante quest’articolo di legge. Ciò rientra anche
nei principii generali di amministrazione, poiché ogni volta che il
Governo interviene in opere comunali o provinciali mediante sussidi
ragguardevoli, spetta al Governo, quando lo creda conveniente,
d’assumere la direzione delle opere medesime. Questa dunque è una cosa
completamente tecnica, e siccome la provincia di Basilicata non è in
condizione di provvedere al servizio tecnico per nuove opere che
richiedono l’impiego della somma d’un milione, per esse richiesta, è
per questo motivo che la deputazione provinciale ha pregato il Governo
di affidare l’eseguimento dei lavori agli ufficiali del genio civile. Il modo poi con cui le
opere esser debbano regolate viene stabilito col decreto reale, di cui
ho fatto cenno, e da altri regolamenti di recente emanati che
determinano il modo per la formazione dei progetti e per la esecuzione
delle opere affidate al genio civile. Ora veniamo agli appunti speciali che sono fatti all’articolo 8. Dichiaro prima di tutto
che accetto l’emendamento introdotto dalla Commissione, emendamento nel
quale è detto che il ministro dei lavori pubblici dovrà sentire le
deputazioni provinciali, prima di provvedere definitivamente sugli atti
più essenziali che si richiedono per l’esecuzione di questa legge. Siccome le strade debbono
essere fatte a precipuo benefizio della provincia, è naturale che la
provincia stessa sia interpellata per sapere quali sono le strade che
essa desidera. Il ministro dei lavori pubblici non può fare una strada
la quale non sia desiderata e domandata dalla provincia, perciò questo
emendamento non ha fatto che soddisfare a un desiderio, anzi alla
volontà del Ministero, cioè di nulla fare in quella provincia se non
sia domandato da chi direttamente ne rappresenta gl’interessi. La Commissione ha creduto
conveniente di farne esplicita dichiarazione, ed io di buon grado
l'accetto, poiché essa è perfettamente conforme agli intendimenti del
Ministero. Vengo alla questione della collaudazione. Io non so come l’onorevole Salaris vorrebbe escludere la deputazione provinciale dall’intervento alla collaudazione. SALARIS. No! no!
MENABREA, ministro pei lavori pubblici. Mi
permetta. L’onorevole Salaris diceva chela deputazione provinciale deve
nominare essa stessa una Commissione per vedere se l’operato del genio
civile è stato bene o mal fatto. Ora, signori, il genio civile è un corpo la cui azione può esser lasciata ad libitum
della deputazione provinciale, la quale approverà o disapproverà il suo
operato senza che vi sia nessuna norma fissa a suo riguardo. Io credo
che quando il genio civile dirige dei lavori per una provincia ad esso
non debbano essere applicate tutte le regole che sono applicate per i
lavori dello Stato. Una voce. C’è il regolamento.
MENABREA, ministro pei lavori pubblici. Del resto, come si fa giustamente osservare, c’è il regolamento che ciò determina. Certamente se la
deputazione provinciale deve ricevere quelle strade, è naturale che
intervenga alla collaudazione, ed allora se ha osservazioni a fare sul
modo con cui sono stati condotti i lavori, le può esprimere in presenza
dei collaudatori, e tutte le sue dichiarazioni, riserve o proteste
saranno registrate nell’atto stesso della collaudazione, a fine che dal
giudizio eminente del Consiglio superiore dei lavori pubblici siano
risolte. Ma oltre a queste cautele
d’ordine puramente amministrativo, si ha dal lato tecnico la più ampia
guarentigia, perché le collaudazioni sono fatte da ispettori del genio,
i quali hanno la fiducia del Governo per il collaudo d’opere ben
altrimenti importanti di quelle di cui qui si tratta, e possono bene,
mi pare, aver anche la fiducia delle deputazioni provinciali. Ho fiducia di essermi abbastanza spiegato... Voci. Sì! sì!
MENABREA, ministro pei lavori pubblici... e
d’aver dimostrato che tutto nella legge è predisposto a norma dei
regolamenti vigenti e specialmente nell’interesse della provincia di
cui si tratta. Voci. Ai voti! ai voti!
PRESIDENTE. Metto a partito l’articolo 3 già letto. Chi lo approva sorga. (E approvato). APPROVAZIONE A SCRUTINIO SECRETO DEI DISEGNI DI LECCE:1° SUL BRIGANTAGGIO — 2° ANTICIPAZIONE DI UN MILIONEDI LIRE ALLA PROVINCIA DI BASILICATA. PRESIDENTE. Si passa ora alla votazione per iscrutinio segreto sulle due leggi. Risultamento della votazione sul progetto di legge per la repressione del brigantaggio:
Presenti e votanti196
Maggioranza99
Voti favorevoli150
Voti contrari46
(La Camera approva). Risultamento della
votazione sul progetto di legge per anticipazione di un milione di lire
da erogarsi in opere stradali nella provincia di Basilicata:
Voti favorevoli168
Voti contrari28
(La Camera approva). I signori deputati sono pregati di riprendere il loro posto. (Continuano le conversazioni animate nell'emiciclo). Avverto i deputati che stanno nell’emiciclo, che per cagion loro la seduta non potrebbe continuare; spero mi avranno inteso. (I deputati riprendono i loro posti). DOMANDA DEL DEPUTATO CURZIO CIRCA ALLA VENDITA DELLA TENUTA DI PERSANO. PRESIDENTE. Debbo
annunziare alla Camera ed al signor ministro delle finanze una proposta
dell’onorevole deputato Curzio diretta a interpellare il signor
ministro delle finanze sulla cessione di alcuni beni pertinenti al
demanio. Prego il signor ministro a dichiarare se egli intende
rispondere, e quando, a questa interpellanza. MINGHETTI, presidente del Consiglio, ministro per le finanze. Credo
che sarà opportuno di rispondervi allorché si discuterà il bilancio
passivo: quella mi sembra l’occasione la più propizia. CURZIO. Debbo osservare che il signor ministro non avrebbe a rispondere che un sì o un no, dal quale dipende forse l’utilità della mia interpellanza.
MINGHETTI, ministro per le finanze. Allora, se non c’è da dire che un sì o un no, risponderò anche subito. PRESIDENTE. Il
deputato Curzio ha la parola, poiché l’onorevole ministro accetta di
rispondere subito; ritengo però che sarà cosa assai breve. CURZIO. Si ventila una voce a cui si dà credito per l’autorità di persone ragguardevoli che l’asseriscono: la voce è questa:
Fu detto che il conte
Bastogi, concessionario delle ferrovie napoletane, tratta col ministro
delle finanze di ottenere la cessione della tenuta di Persano pel
valore di 800,000 lire. La Camera ha a sapere che
cotesta tenuta fu valutata per due milioni e mezzo di ducati, somma
presso a poco equivalente ad 11,000,000 di lire. Io conosco quanto stiano a
cuore gl’interessi del paese all’onorevole ministro delle finanze, e
temendo che per avventura potesse egli essere stato male informato del
valore effettivo di detta tenuta e intervenire quello che accadde altra
volta per la cessione dell’opificio di Pietrarsa, e che inoltre, nelle
contingenze del nostro erario, le quali non sono troppo vantaggiose,
possa essere ceduta a vil prezzo una possessione di tanto valore, io
domando all’onorevole ministro se quelle voci hanno fondamento sulla
MINGHETTI, ministro delle finanze. Rispondo che non c’è sillaba di vero in quanto suppone l’onorevole Curzio. CURZIO. Tanto meglio!
INCIDENTE SULL’INTERPELLANZA ANNUNZIATA DAL DEPUTATO BELLAZZI SU MONSIGNOR CACCIA. PRESIDENTE. L’ordine
del giorno reca l’interpellanza del deputato Bellazzi al ministro
guardasigilli intorno ai fatti riguardanti il vicario capitolare di
Milano, monsignor Caccia.
PISANELLI, ministro di grazia e giustizia. L’affare di monsignor Caccia è deferito al Consiglio di Stato. BELLAZZI. Domando la parola. PISANELLI, ministro di grazia e giustizia. Questa
condizione potrebbe far giudicare alla Camera, a parer mio, conveniente
di differire l’interpèllanza a tale riguardo. D’altra parte io credo
che la Camera non dubiterà che il Governo procederà in questa
questione... BOGGIO. Domando la parola. PISANELLI, ministro di grazia e giustizia. Senza perdere mai di vista il principio che finora ha guidato i suoi passi in simili argomenti. PRESIDENTE. Il deputato Bellazzi ha facoltà di parlare. BELLAZZI. Prendo
atto della dichiarazione dell’onorevole ministro guardasigilli; la
ritengo primo augurio che d’or innanzi il Governo procederà fermo,
risoluto, energico contro i preti violatori delle leggi dello Stato. Ma
nello stesso tempo prego la Camera di voler permettere che si dia corso
all’annunciata interpellanza, poiché essa non riguarda tanto il Caccia
personalmente, quanto un episodio di un intero sistema mantenuto a
danno del paese dall’italiano episcopato. BOGGIO. Io intendo
sottoporre alla Camera ed allo stesso onorevole Bellazzi, autore
dell’interpellanza, un riflesso che egli nella delicatezza de’ suoi
sentimenti saprà certo apprezzare. La dichiarazione che ha
fatta il ministro guardasigilli ciascuno di noi, e l’onorevole Bellazzi
quanto qualunque altro membro della Camera, hanno compreso che cosa
significhi. Quella dichiarazione
significa che il Consiglio di Stato essendo per legge incaricato delle
funzioni di tribunale riguardo ai sacerdoti, e specialmente riguardo ai
prelati che vengono in voce di aver abusato dell’ufficio loro,
monsignor Caccia ora si trova nelle condizioni d’un giudicabile. Io domando allo stesso
onorevole Bellazzi ed alla Camera intiera, se dal momento che il
ministro guardasigilli dichiara che ora è iniziato un procedimento
verso monsignor Caccia, possa essere opportuna e conveniente una
discussione intorno alla di lui persona e intorno ai di lui atti. PETRUCCELLI. Domando la parola.
BOGGIO. La Camera
mi insegna che è sempre stato uso dettato da un sentimento di alta
convenienza di non mettere in discussione in seno al Parlamento le
persone e gli atti di coloro che già sono chiamati a rispondere innanzi
ai tribunali competenti. (Segni di assenso). Per queste considerazioni
ho fiducia che l’onorevole Bellazzi non vorrà più oltre insistere per
la immediata discussione della sua interpellanza: ad ogni modo io prego
la Camera a non aderire che P interpellanza abbia seguito. PRESIDENTE. La parola è al deputato Petruccelli.
PETRUCCELLI. Io prego la Camera di permettere la interpellanza dell’onorevole Bellazzi. Chi parlerà in favore, chi parlerà contro. In questo modo si fa la
luce, e così il Consiglio di Stato potrà probabilmente giudicare con
coscienza di causa sopra questa questione. (Segni di dissenso) CHIAVES. L’onorevole
guardasigilli ha parlato di questione la quale sarebbe sottoposta al
Consiglio di Stato: ma non ci ha detto in che senso: epperò io credo
che per mandare a monte un’interpellanza non sia efficace cosa né
conveniente pel Governo il dire che il Consiglio di Stato se ne sta
occupando, perché il Governo può sempre fare che si occupi il Consiglio
di Stato d’un affare, richiedendone il parere. E sarebbe per verità un
sistema assai pericoloso, se per ciò solo che il ministro venga dicendo
che il Consiglio di Stato si occupa di una vertenza, la Camera
sospendesse qualsiasi interpellanza al riguardo. Io adunque non mi acqueto
a queste osservazioni dell’onorevole guardasigilli. Parmi che
l’interpellanza in discorso non dovrebbe essere cosa che desse luogo a
lunghissima discussione: che se monsignor Caccia dovrà occupare oggi
qualche momento della Camera, ciò avverrà perché il fatto di monsignor
Caccia è per avventura l’episodio di un intero sistema, che credo
l’interpellante voglia soprattutto fare presente alla Camera onde il
ministro guardasigilli dia qualche spiegazione al riguardo, perché
trattasi qui di argomento che interessa tutto il paese, il quale
comincia ad essere in qualche apprensione per un sistema che sembra
andarsi instaurando in poco convenevole guisa nei rapporti colle
autorità ecclesiastiche. Io quindi ripeto: non mi posso acquetare all’osservazione dell’onorevole guardasigilli. O si parla di violazione
della legge penale, e il Codice penale provvede senza bisogno del
Consiglio di Stato; ovvero si parla di appello ab abusa, ed
allora vedremo che cosa i tribunali competenti siano in grado di dire;
ma se si parla di parere del Consiglio di Stato, io dico che non può
mai la devoluzione d’un affare del Governo al Consiglio di Stato pel
suo parere essere un motivo per cui la Camera sospenda un’interpellanza
che sia per farsi al Governo da un deputato. PISANELLI, ministro di grazia e giustizia. Io
posso assicurare l’onorevole Chiaves e la Camera che, dichiarando di
aver già sottomesso la pratica al Consiglio di Stato, io non intendeva
punto di mandare con ciò a monte la interpellanza dell’onorevole
Bellazzi. Io ho creduto mio debito d’informare la Camera dello stato in
cui si trovava l’affare, e nel tempo stesso di aggiungere la
dichiarazione mia personale, che mi pareva conveniente che, essendosi
già invocata l’autorità, non già il parere, del Consiglio di Stato su
questo affare, essendosi denunziati questi atti come abusivi a quel
Consiglio, mi pareva conveniente che l’interpellanza si differisse. Io assicuro l’onorevole
Chiaves che nessuno ha tanta sollecitudine perché una discussione
grave, seria s’impegni intorno a questo argomento, che riguarda, oltre
monsignor Caccia, tutto il paese, quanto il Governo. Esso è lietissimo
se, protraendosi questa discussione, pure non sarà ritardata di molto. Ecco l’opinione colla
quale il Governo si presenta innanzi alla Camera in questo momento,
rimettendosi del resto al suo giudizio. PRESIDENTE. Il deputato Bellazzi insiste?
BELLAZZI. Io insisto. PRESIDENTE. Allora consulto la Camera... BOGGIO. Domando la
parola solamente per dichiarare all’onorevole Chiaves ed alla Camera
che se io mi acquetai alla dichiarazione dell’onorevole guardasigilli,
egli è perché sapeva, come sa l’onorevole Chiaves, che me lo può
insegnare, che per la legge del 1859 sul Consiglio di Stato, quando si
tratta di abusi commessi dai prelati, non sono i magistrati ordinari,
ma è il Consiglio di Stato che giudica. Vale a dire, che quando
l’onorevole guardasigilli ha dichiarato alla Camera che egli aveva
deferito gli atti di monsignor Caccia a quel Consiglio, io ho inteso
che fosse già iniziato il procedimento contro di lui, di modo che
conserva tutto il suo valore la ragione di convenienza, che io ho
sottoposto allo apprezzamento della Camera, e che spero sarà da essa
accolta. MOSCA. Io veramente
deploro che il signor ministro abbia creduto di dover ubbidire a motivi
forse gravi per deferire in questi pochi giorni l’affare di monsignor
Caccia al Consiglio di Stato, dopo che egli aveva già accettato di
rispondere sulla interpellanza dell’onorevole Bellazzi. Ma io credo che
realmente, essendo il soggetto della medesima il contegno del Governo
verso quel prelato, sarebbe sconveniente per parte della Camera di
occuparsi del seguito dell’interpellanza stessa. Io veramente essendo
iscritto per parlare in questa occasione, voleva portare la questione
ad un livello un poco più elevato: io voleva appunto intendere la
questione come mostrano d’intenderla il signor ministro e l’onorevole
Chiaves, vale a dire che si parli molto meno di monsignor Caccia, e si
parli molto più dei nostri rapporti coll’autorità ecclesiastica: però è
sempre vero che, avendo fornito occasione a queste interpellanze, anche
come le intendo io, l’operato di monsignor Caccia, diventa quasi
impossibile di prescindere da lui e dai suoi atti nell’occasione che si
discuterà siffatta questione. Perciò io dichiaro che,
per parte mia, quantunque mi stia a cuore di vedere questa questione
esaurita, tuttavia io non posso a meno di accondiscendere alla proposta
del signor ministro. Poiché, non facciamoci illusione, se l’onorevole
Chiaves crede che quanto rimane ancora di tempo in questa seduta possa
bastare per esaurire questo grave argomento, io invece mi ho
un’opinione ben diversa. Io credo che su questo grave argomento vi
siano moltissime cose da dire, e forse l’onorevole deputato Chiaves
troverà egli stesso motivo per fare alcune osservazioni sulle cose che
si diranno in senso contrario. Dunque io credo che la
Camera farebbe opera savia rispettando dei principii che sono
inconcussi, rispettando cioè la posizione di un uomo giudicabile, e
vorrà differire per ora di trattare questa questione; però io credo di
dover insistere presso il Ministero perché il più possibilmente sia
sollecitato il disbrigo di questo affare, affinché presto la Camera
possa occuparsi della questione grave, della questione generale, perché
questa è quella che deve presentare, e presenta veramente un interesse
pei legislatori. CHIAVES. Io
comprendo che quando vi ha un giudicabile, e quando l’argomento stesso
che riflette il giudicabile viene portato in quest’assemblea, possa
chiunque sorgere e far osservare che non è il caso che l’assemblea se
ne occupi per non influire, e che la Camera possa rinviare
un’interpellanza; ma qui fra le altre cose non sappiamo l’oggetto vero
delle interpellanze; io so che il Consiglio di Stato pronunzia in
assemblea generale sopra la distinzione delle attribuzioni tra potestà
civile e potestà religiosa; ma questo per avventura non è che un parere
più solennemente emesso che dà il Consiglio di Stato al Ministero, e
rientra in quella serie di pareri che il Ministero può quando che sia
richiedere; o si voglia pure che sia un vero giudizio, ripeto che il
giudizio sarà sempre ristretto alla distinzione tra attribuzioni civili
ed ecclesiastiche, e non può riflettere altro. Ma domando io: la Camera sa ora che l’interpellanza deve raggirarsi appunto sopra questo argomento?
Parmi che potrebbe
lasciarsi che l’onorevole Bellazzi esponesse i fatti; se vedremo che
veramente siamo tratti a discutere in quella speciale materia
contemplata dalla legge del 1859, cui testé ho accennato, la Camera
allora deciderà. PISANELLI, ministro di grazia e giustizia. L’onorevole
Bellazzi ha proposto l’interpellanza; essa, come risulta e dalle parole
di lui e dall’ordine del giorno, riguarda monsignor Caccia. Evidentemente dunque
siffatta questione si volge intorno all’argomento delle relazioni tra
la Chiesa e lo Stato, ed io credo fermamente ciò che poco fa avvertiva
l’onorevole deputato Mosca, cioè che un’interpellanza di questa natura,
quando dalla Camera è ammessa, debba avere ampio sfogo, larga
discussione. Signori, noi ci aggiriamo
da lungo tempo intorno a certe parole, noi abbiamo certi sistemi; molti
credono che le loro idee non siano seguite. Alcuni altri opinano che si
dovrebbe far meglio, che si potrebbe fare diversamente; è giusto, è
utile pel paese che una tale questione si elevi, venga pur una volta
alla Camera e sia discussa una volta; così tutte le opinioni saranno
raffrontate, così avverrà che alcuni vedranno meno discrepanze di
quello che rimanendo al buio possono presumere; io non credo che il
dibattimento possa esaurirsi in una sola tornata, credo che essa debba
essere ampia e larga, che a ciascun oratore debba essere lasciato il
tempo per isvolgere le sue opinioni su questa materia. Evidentemente monsignor
Caccia, come lo stesso deputato Bellazzi poc’anzi diceva, è occasione a
questa interpellanza, ma non è il vero soggetto della medesima;
l’interpellanza ha un soggetto più serio, più ampio, che riguarda
l’interesse di tutto il paese rimpetto all’argomento che è una delle
questioni vitali del paese medesimo; però mi pare che quando
l’interpellanza, non ostante che abbia questa larghezza, prende le
mosse da un fatto speciale che è quello di monsignor Caccia, il quale
fatto è deferito al Consiglio di Stato, ripeto, mi pare sia conveniente
che la discussione sia rinviata, e torno a dichiarare che nessuno è più
sollecito che essa possa riprodursi nel tempo il più breve quanto il
Governo medesimo. Spero che la Camera vorrà
accogliere queste considerazioni, del resto si appigli a quel partito
che nella sua saviezza le parrà il più conveniente. PRESIDENTE. Consulterò la Camera se l’interpellanza debba o no essere differita. Chi è d’avviso ch’ella debba essere differita sorga. (Patta prova e controprova, l’interpellanza è differita). RATTAZZI. Così non si va a Roma! (Movimenti)
DISCUSSIONE DEI. DISEGNO DI LEGGE PER LE PENSIONI AGLI IMPIEGATI CIVILI. PRESIDENTE. L’ordine del giorno porta la discussione del progetto di legge: Pensioni degl'impiegati civili. La discussione generale è aperta.
MINGHETTI, ministro per le finanze. Io farò qualche osservazione intorno ad alcuni articoli, e sono pochi, sui quali non convengo colla Commissione. Nella massima parte delle
proposte sono d’accordo, e la Commissione stessa accetta gli articoli
del Senato. Onde io spero che la legge potrà rapidamente essere
approvata dalla Camera. PRESIDENTE. La discussione seguirà adunque sul progetto della Commissione. Il primo iscritto contro è l’onorevole Bellazzi. Ha facoltà di parlare. BELLAZZI. Io pregherei la
Camera di voler differire a domani il principio della discussione
generale, perché io, primo iscritto per parlar contro, credendo oggi
dovesse seguire la sfuggita interpellanza, non mi troverei al momento
provvisto di molti documenti, alla discussione indispensabili. Se la Camera vorrà esaudire la mia preghiera, sarò ad essa gratissimo; tuttavia sono pronto a fare secondo il suo volere. PRESIDENTE. Allora potrebbe parlare l’onorevole Massai, che è inscritto dopo, riservando a domani la parola all’onorevole Bellazzi. L’onorevole Massei ha la parola. Prego i signori deputati di recarsi ai loro posti.
MASSEI. Quando si
tratta di leggi riguardanti la economia, non vi sono più distinzioni di
partito; non vi ha più destra, non vi ha più sinistra, non vi ha
maggioranza, non vi ha minoranza. Vi ha una Camera composta di deputati
tutti intenti al bene dello Stato. Si apra adunque il tempio della Concordia. La legge che si propone è di somma entità e di non lieve peso al bilancio. Non meno di 32 milioni
all’anno dicesi possano assorbire le pensioni degl’impiegati civili. Se
a questa ingente cifra voi aggiungete quella che riguarda i disponibili
e gli impiegati in aspettativa, voi avete una i somma gravissima, la
quale non ascenderà a meno di 50 milioni all’anno. Non vi maravigliate, o
signori, che fino a questa; somma possa giungere la spesa delle
pensioni e delle disponibilità, quando sappiate che presso il solo
Mini| stero delle finanze ben cinque mila sono i disponibili, dei quali
circa tre mila vengono dalla cessazione del! dazio sul macinato
nell’isola di Sicilia. Adunque, vediamo con quel
zelo che vi distingue, se è possibile di diminuire l’aggravio dello
Stato, senza però deviare dai principii della giustizia. Il progetto di legge che
oggi ci si propone a discutere fu già lungamente discusso dinanzi al
Senato del! regno, il quale in una lunga serie di successive sedute
dimostrò molto senno, e noi avremo agevolato le nostre fatiche col far
tesoro dei suoi lavori. Ma se veramente vi è
bisogno di economia e di risparmio per il nostro pubblico erario, non
conviene dimenticare che il male non sta tutto in questa parte: esso
viene in gran parte dall’aumento continuo di nuovi impiegati. Più volte, o signori, si è
levata in quest’aula la voce contro questo inconveniente del nostro
sistema; più volte si è lamentato l’aumento eccessivo di uomini i quali
aggravano il tesoro di nuovi stipendi, di nuovi pesi; perciò avremo
fatto poco, se non avremo fatto anche una legge sugl’impiegati. Sì,
bisognerebbe che questa legge che ora discutiamo andasse unita a quella
sulla nomina e sugli avanzamenti degl’impiegati civili. . Questa legge tuttavia si
desidera, quantunque sia di assoluta necessità, perché altrimenti,
mentre noi risparmieremo dall’una parte, si spenderà dall’altra. Io veggo, o signori, che
gli Stati meglio amministrati in materia di economia sono quelli che
hanno dato dei limiti al potere esecutivo intorno ai pubblici impieghi.
Io veggo fra gli altri
Stati, ove l’economia si conosce per teorica e per pratica, nel regno
del Wurtemberg, nei Belgio, i quali sono modelli a noi ed a tutti gli
altri Stati d’Europa, io veggo là una saggia ed economica
amministrazione. Ebbene, una tale
previdenza fa sì che la prosperità regni in quegli Stati, e si stia
colà nei limiti fissati al potere esecutivo. Il potere esecutivo,
secondo la Costituzione del Belgio, ha la facoltà delle nomine degli
agenti diplomatici all’estero; ha la facoltà di nominare gl’impiegati
dell’alta amministrazione, ma non così quelli delle altre secondarie
amministrazioni, ove non ha quell’ampiezza e quella latitudine, la
quale rende infelici molti altri Stati. Nel regno del Wurtemberg la
Costituzione del 1819 è anche più savia, è anche più normale in questa
materia. Quando tutte le parti d’Europa piegavano riverenti il capo ai
decreti del Congresso di Vienna, il re di Wurtemberg, nel 1819, dava la
Costituzione liberale ai suoi popoli. Io non istarò qui ad
esaminarvi i singoli articoli di quella Costituzione, non vi starò a
far conoscere quanto delicatamente si agisca in quel regno prima di
conferire un impiego al cittadino; con quanta difficoltà si accordi,
con quanta parsimonia i ministri facciano uso del loro potere, della
loro prerogativa in materia di pubblici impiegati. Io non vi posso negare che
il progetto che vi si propone non abbia molte parti plausibili, non vi
posso negare che esso non sia, nel suo complesso, assai buono; ma nel
tempo stesso non posso non vedere che in alcune parti non soddisfa ai
bisogni del tempo, non adempie ai principii dell’equità e della retta
giustizia. In alcune parti il progetto di legge mi pare troppo stretto,
in alcune altre mi pare troppo largo, troppo generoso. Io credo troppo
stretto il progetto che vi si propone quando restringe il termine entro
il quale il pubblico impiegato può chiedere la sua pensione. E che, o
signori? Quando l’uomo ha consumato la sua vita, quando l’uomo ha
adoperato le sue facoltà, ba messo tutto il suo ingegno per servire il
suo paese, dovrà vedersi privo di ogni sussidio per non aver servito
quel lungo spazio di tempo che si richiede? Se non vado errato, il
termine entro il quale l’impiegato può chiedere la sua pensione è
troppo protratto; egli ha bisogno d’avere 65 anni di vita per ottenere
i quattro quinti dello stipendio, e più di 25 anni di servizio. Poi se non ha servito 10
anni non ha niente! Quell’impiegato, il quale ha lasciato ogni anno una
parte del suo stipendio, sia pur tenue, sia pur modica, dovrà sentirsi
a dire: va a casa e non ti rendiamo neppure la ritenuta che hai
lasciata. Infatti, signori, nel
disegno di legge non si parla menomamente della restituzione della
ritenuta a quelli che non hanno servito 10 anni. Con che titolo lo
Stato deve appropriarsi il danaro che questo impiegato ha
lasciato alla cassa pubblica all’oggetto di essere un giorno
retribuito di pensione, all’oggetto che i suoi figli e la sua vedova
non si trovino nella indigenza? Come si potrebbe abbandonare senza
soccorso un uomo il quale ha lasciato una parte dello stipendio per
evitare a sè ed alla sua famiglia le dure prove della miseria?
Mi riserbo a suo tempo di
proporre qualche emendamento intorno agli articoli dei quali vado
parlando; mi riservo di proporre qualche correzione a questa legge, la
quale se nella sostanza, come diceva testé, è savia, mi sembra talvolta
troppo ristretta. Ma se per una parte vi
sono delle economie eccessive in questo progetto di legge, permettete
che io dica che dall’altra c’è una prodigalità, una generosità fuori di
luogo. Voi avete avuto il
progetto del Ministero con dei limiti che a me sembrano giusti. Questo
progetto fu modificato innanzi al Senato. Il Senato elargì al di là dei limiti che aveva prescritti il progetto del Ministero. Venendo il progetto innanzi alla Commissione della
Camera, ha subito nuove
modificazioni. La Commissione della Camera dei deputati ha elargito
ancor più che non elargì il Senato; di maniera che le eccezioni che
sono state fatte al progetto primitivo ministeriale, le eccezioni che
sono state accresciute al pro: getto elaborato dal Senato minacciano di
assorbire la regola. Queste eccezioni sono
fatte a favore di classi rispettabilissime, sono fatte a favore della
numerosissima e dotta classe dei professori delle Università, a favore
della classe dei consiglieri di Corte d’appello, a favore della classe
degl’ingegneri, della classe dei professori dei metodi superiori
d’insegnamento. E queste classi, che noi dobbiamo venerare e
rispettare, sono state anche troppo generosamente trattate, imperocché
voi vedete che i professori hanno degli onorari elevati, dignitosi,
pari al merito loro; i consiglieri delle Corti hanno degli onorari
dignitosi, elevati, pari al merito loro, e i lo stesso puossi
dire degli altri che sono stati inscritti nel progetto di legge, e che
vengono retribuiti degna; mente, decorosamente, generosamente, Ebbene,
questa generosità non è sembrata sufficiente i alla nostra Commissione,
ed essa ha voluto aggiungere nuove generosità; generosità per una
classe, generosità per un’altra classe, e ci ha portato al punto che
molte eccezioni sono state recate al primitivo progetto del Ministero. Chi non vede, o signori,
che gli stipendi dei professori, gli stipendi dei consiglieri, gli
stipendi degli altri che vengono numerati negli articoli del progetto
sono tra i maggiori stipendi che si paghino dall’erario dello Stato? E
notate bene, oltre gli stipendi, hanno an! che costoro facoltà di
attendere ad altre professioni, professioni che aggiungono lucri e
guadagni a quei: lucri e guadagni che percepiscono per il loro ufficio.
Oltracciò hanno questi una
quantità di tempo di vacanza, il che dà loro agio di occuparsi, di
studiare per poter con più onore loro e vantaggio pubblico tornare di
nuovo sulle cattedre dopo lunghe vacanze. Ora dunque, se da un lato,
io diceva, il progetto di legge è stato stretto, è stato di soverchio
economico, dall’altro a me sembra che sia stato generoso e
soverchiamente generoso. E non dovremo noi far caso
anche dell’onore che i professori, che i consiglieri delle Corti, che
tanti funzionari i quali attendono ad altre simili cariche, ricevono
nell’adempimento delle loro cariche?
Sì, o signori, anche
l’onore fa parte delle ricompense! e può anche farne tutte le veci: e
che l’onore, il solo onore sia di già una grande ricompensa, ne siete
un esempio voi stessi!
Io qui vi vedo raccolti,
lasciando le vostre professioni, lasciando le vostre terre, i vostri
interessi, le vostre famiglie! Ebbene, che vi muove a danno
dell’interesse vostro a raccogliervi in quest’aula se non è l’onore?
Ora dunque, se l’onore è
una grande ricompensa, da tutti agognata, desiderata, stimata, questa
ricompensa, lo ripeto, fa parte di quella che percepiscono i
professori, i consiglieri delle Corti d’appello, e tanti altri pubblici
impiegati di cui si parla nel progetto di legge. Se queste cose hanno
fondamento di vero, se le mie idee sono nette, se le mie intenzioni
sono pure, vale a dire, intese a diminuire da un lato le spese del
pubblico tesoro, dall’altro a mantenere intatti i principii
fondamentali della giustizia, io vi prego a farne qualche conto, e coi
vostri lumi, col vostro criterio voi sarete al caso di portare a questo
progetto quelle modificazioni che nella pochezza mia non sono forse
atto a portarvi. Una cosa sola io debbo ricordarvi prima che io cessi dalle mie brevi parole. Si pensa ordinariamente a
crescere gli stipendi di quelli i quali sono già ben provveduti di
stipendio, non si pensa ad accrescere gli stipendi di quelli che sono
male retribuiti. Guardiamoci da quest’accusa, che i male provveduti di
stipendio non stanno qui con noi, e che quelli che sono ben retribuiti
si stanno qui con noi seduti. Ah! non si dica, o signori, che noi abbiamo pensato a noi, e non abbiamo pensato agli altri. (Bene!)
PRESIDENTE, Il deputato Michelini ha facoltà di parlare. MICHELINI. Parlerò poi sugli articoli. PRESIDENTE. Allora rinuncia. La parola spetterebbe al deputato Marescotti, ma non essendo presente, do facoltà di parlare al deputato Mosca. MOSCA. Mi riservo anch’io di parlare sugli articoli. PRESIDENTE. Allora può chiudersi la discussione generale. BELLAZZI. Poc’anzi aveva detto che mi dava la parola domani. MICHELINI. Chiedo di parlare. BELLAZZI. Prego la Camera di concedermi di parlare domani, non avendo qui alcuni documenti indispensabili ed essendo l’ora tarda. MINGHETTI, ministro per le finanze. Io credo che si possa conciliare l’una cosa con l’altra, se non dispiace all’onorevole Bellazzi. In generale l’articolo 1°,
che è quello che contiene il concetto della legge, fornisce occasione
di entrare anche nella discussione generale. Se dunque l’onorevole
Bellazzi si riservasse di entrare anche in genere sulla legge quando si
parlerà sull’articolo 1°, il che credo che sia lecito di fare, si
potrebbe ora chiudere la discussione generale. BELLAZZI. Io vorrei poter
accedere alla proposta dell’onorevole presidente del Consiglio, ma
siccome le mie parole si rivolgono al complesso della legge, cioè a
tutti gli articoli, così insisto ancora perché la Camera voglia
concedermi di parlare domani. PRESIDENTE. Allora
si potrebbe chiudere la discussione generale, riservando al deputato
Bellazzi di parlare domani al principio della seduta. BELLAZZI. E ben
probabile che le mie osservazioni abbiano a sollevarne delle altre,
quindi la discussione generale si può oltre protrarre. PRESIDENTE. Il deputato Michelini ha facoltà di parlare. MICHELINI. Io
domando che non si chiuda la discussione generale, ma che si rimandi a
domani. Pensi la Camera che la legge è gravissima, sopratutto
relativamente alle finanze. Si rammenti la Camera che
quando al Parlamento Subalpino fu presentata nel 1851 una legge sullo
stesso argomento di questa, nell’anno successivo ebbe luogo una
profonda e lunga discussione. Due giorni, salvo errore, furono
impiegati nella sola discussione generale. Quella degli articoli fu
molto più lunga e minuta. Ad essa presero larga parte i deputati:
fosti, Menabrea, Valerio ed altri oratori. Dopo che i singoli articoli
furono approvati, la legge fu rigettata ad una debole maggioranza. Io domando dunque che la
stessa ponderatezza si adoperi ora, che non si chiuda la discussione
generale, ma, stante l’ora tarda, si rimandi a domani, ed allora
abbiano diritto di parlare coloro che ne chiesero facoltà, secondo
l’ordine dell’iscrizione. Voci. Sì! A domani! a domani!
PRESIDENTE. La discussione generale continuerà domani. La seduta è levata alle ore 5 12. Ordine del giorno per la tornata di domani:
1° Seguito della discussione sul progetto di legge concernente le pensioni degli impiegati civili. Discussione dei progetti di legge:
3° Perequazione dell’imposta fondiaria. Interpellanze sui fatti di Sicilia D'Ondes-Reggio