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Timestamp: 2017-12-13 07:13:39+00:00
Document Index: 158674821

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 2', 'art.18', 'art. 18']

Xº COMANDAMENTO: NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI - RELATORE: MONSIGNOR FRANCO MANENTI :: Caffè Filosofico
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Xº COMANDAMENTO: NON DESIDERARE LA ROBA D'ALTRI - RELATORE: MONSIGNOR FRANCO MANENTI
Secondo tradizione il caffè filosofico di aprile propone una riflessione sul comandamento che verrà analizzato e discusso durante il festival della filosofia di quest’anno.
“Non desiderare la casa del tuo prossimo, né il suo campo, né il suo schiavo, né la sua schiava, né il suo bue, né il suo asino, né alcuna delle cose che sono del tuo prossimo” (Deuteronomio, 5 – 21)
Nel “secondo discorso” Mosè proclama dinanzi al popolo di Israele le leggi e le norme avute da Dio: “imparatele e custoditele e mettetele in pratica”. L’ultima della parola di Dio è un principio di giustizia sociale senza di cui non può esserci pace. Le “dieci parole” infatti sono la condizione della alleanza con Dio da parte degli uomini, ma sono soprattutto – per tutti – le condizioni che allontanano la morte (dell’anima e del corpo) e rendono possibile la vita (individuale e sociale).
Autore: Antonello Bonvini
Oggetto: Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori
L'art. 18 l.300/1970 Statuto dei lavoratori – il dibattito all'interno del Caffè Filosofico di Crema – analisi critiche di alcuni interventi
Questo scritto intende rispondere agli interventi di Carelli e Ornaghi in termini sistematici e scientifici, tentando un riallineamento del dibattito che, dentro e fuori al Caffè, ha preso direzioni e dimensioni in assoluto improprie e non consone all'ambito di discussione.
Innanzitutto, perché si sappia di cosa si sta parlando, è bene estrapolare dal testo della norma i punti salienti, da qui il seguente passo dell'art. 18 :”........il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell'art. 2 della stessa legge (l. 604/1966 n.d.r.) o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore , imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di 15 prestatori di lavoro o più di 5 se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. …..”.
Qualcuno si è forse dimenticato, o non ha mai letto questo testo, che la norma innanzitutto prescrive un rimedio/risarcimento contro un errore del datore di lavoro dichiarato dal giudice, un licenziamento illegittimo perché senza causa o senza giustificato motivo e lo cala in un ambito “spersonalizzato di rapporto”, ovvero una certa dimensione aziendale dove la prestazione di lavoro il legislatore ha giudicato che non comporti dimensioni e profili di rapporto personale, ma solo contrattuali.
Quindi in primo luogo quale etica della responsabilità richiamare nel sostenere o difendere un comportamento giudicato, è questo il termine più appropriato in forza della qualifica dell'autore della dichiarazione, sbagliato, nullo, inefficace e quale etica sostenere nel respingere un meccanismo che tende a conservare un rapporto contrattuale spersonalizzato, nel quale a fronte di un interesse economico – produttivo sta un equilibrio personale e familiare, la sopravvivenza economica di una famiglia che la Costituzione riconosce e difende come un bene della società e dello Stato.
Insistere su questo punto è bene per schiarire idee parecchio confuse nelle varie sedi dove si sproloquia facilmente sul tema: la vexata quaestio consiste nelle scelta di un rimedio reale e specifico (terminologia giuridica) oppure meramente risarcitorio a fronte di un licenziamento intimato senza ragione, ovvero di un'effettiva lesione al diritto del prestatore di lavoro a continuare ad eseguire un contratto stipulato con il datore, ovvero un accordo che deve essere eseguito con correttezza e buona fede da entrambe le parti, così come prescrivono sia le regole della corretta convivenza, sia il codice civile.
Si rende nel contempo necessario distinguere e chiarire due termini che, nell'abusato linguaggio comune, che a volte davvero sconfina in dibattiti “da bar sport”, possono sembrare sinonimi e far apparire le norme come esercizi letterari passibili di confutazione, oltre che di non essere prese sul serio, mentre nel linguaggio giuridico assumono precisi e distinti significati: la giusta causa è quell'evento o ragione che mina il contratto nel suo equilibrio fondamentale di scambio di prestazioni ad esso connaturato, nel contratto di lavoro è lo scambio tra la prestazione lavorativa, la messa a disposizione delle energie psico fisiche, a fronte di un corrispettivo predeterminato; viene meno ad esempio quando, in casi assai sfortunati e purtroppo non di scuola, il lavoratore subisce una menomazione psicofisica che non consente il suo reimpiego in alcuna delle attività previste nell'organico aziendale e quindi, obtorto collo, è licenziato per giusta causa; il giustificato motivo invece ricorre in quelle fattispecie dove si innesta una modalità anomala di eseguire la prestazione, ad esempio un prestatore di lavoro che sistematicamente e senza possibilità di correzione, pur a fronte di richiami e sanzioni più lievi, persista in atteggiamenti gravemente lesivi della produzione, intralcia il lavoro dei colleghi o similia.
Si è parlato di “lavativi”, ma questi sono passibili di licenziamento per giustificato motivo senza alcuna discussione; si è anche detto di lavoratori che “non rendono” pure a fronte di livelli e qualità ineccepibili di prestazione perché sono mutate le condizioni di produzione, il mercato, ma questa è una giusta causa di licenziamento per riduzione di posti di lavoro nell'equilibrio della produzione, i cosiddetti licenziamenti collettivi della l. 604/1966. Quindi in primis è corretto mantenere il tema nel proprio ambito e non mischiare le mele con le pere, come sovente ammoniscono gli insegnanti; o peggio, ricorrere ad argomenti strumentali e capziosi, opportunistici, che prestano il fianco a chi vuole aggirare l'ostacolo ed è mosso da falsa coscienza.
Si è anche detto che il lavoratore deve dare il meglio di sé per accrescere la propria professionalità nel rispetto delle regole del contratto di lavoro e della produzione, così come si è detto, con divertente ossimoro fraseologico, che ha il dovere di eseguire il lavoro al meglio senza fare danni, cosicché il datore di lavoro non si sognerà mai di licenziarlo, ma lo premierà; questa è la vera utopia, il migliore dei mondi possibili, tanto vero che si sta proprio discutendo di come rimediare quando così non funziona, ovvero di quando, a fronte di una prestazione di lavoro ineccepibile, il datore di lavoro, senza giusta causa o giustificato motivo, licenzia il prestatore di lavoro.
Tutti concordano sul modo ottimale di svolgere la prestazione di lavoro e sui suoi effetti positivi sulla crescita del patrimonio aziendale e sulla qualità della produzione, da qui a che gli stimoli siano dati da un rinnovato sistema di regole in cui si possa essere licenziati senza giusta causa o giustificato motivo e il datore di lavoro se la cavi con un risarcimento danni, non solo il passo appare troppo lungo, bensì anche la logica consequenziale di rapporti causa effetto in un sistema che non presenti vistose anomalie va davvero a farsi benedire e non solo si può parlare di un vero e proprio ductus obliquus retorico, ma di logica aberrante e profondamente iniqua.
Si leggono anche fraseggi largamente discutibili, dove si parla di “vecchie teorie economico – sociali che non possono più valere nel mondo contemporaneo”; che siano vecchie tutte le teorie socio – economiche è fuori discussione, dove siano quelle nuove e quali si possano reputare teorie è un altro paio di maniche; se il fenomeno della globalizzazione e di tutte le sue indegne e insostenibili storture sia una teoria piuttosto che uno stato di fatto cui opporre contromisure valide è un altro bel tema, ne parlava anche Marx quando vi vedeva la causa del superamento storico del capitalismo........d'altronde Ornaghi concede che la teoria marxista è interessante e ancora per certi aspetti attuabile, anche se le modalità di recepimento non possono essere quelle di 20, 30, 60 anni orsono; troppa grazia, ma non si confonderà la teoria marxista con misure di tutela del lavoratore ingiustamente licenziato, cosa che il vecchio Karl non pensava nemmeno lontanamente, tanto era concentrato sulla rivoluzione....
Invece Carelli se la prende con il capitalismo, il marxismo, il comunismo, paradisi terrestri del defunto socialismo reale, ideologie, miraggi, idoli andati in frantumi quando il lavoro sarebbe stato invece garantito da aziende che hanno conquistato il mercato a fronte di temibili concorrenti esteri.
A partire dall'ultima affermazione, il lavoro è garantito in primis dalla Costituzione e viene ben prima della libertà economica che è sottoposta all'utilità sociale, poi le imprese italiane non hanno vinto nessuna competizione ma hanno approfittato dell'apertura di una macro fase economica di crescita di lungo periodo quale il dopoguerra, il capitalismo è ben sano e florido all'ombra dell'apertura dei mercati asiatici e il marxismo ha ancora dei simpatizzanti, vedasi supra e anche il sottoscritto, il defunto socialismo reale non è mai nato da nessuna parte a meno che lo si voglia confondere con il regime sovietico di stampo burocratico – militare, di paradisi terrestri e miraggi, visti i tempi che corrono, è meglio non occuparsene e rimanere con i piedi per terra e infine gli idoli e le ideologie, quanto di più elevato e raffinato il pensiero abbia potuto produrre, nel confronto di matrice platonica tra eidos e eidolon, permeano di sé la vita delle comunità e delle civiltà attraversi i simboli (eidolon) e le idee trasfuse e organizzate in sistemi e teorie politiche, economiche e sociali, come dire tutto il dibattico storico politico dalla Rivoluzione francese in poi.
Autore: Gabriele Ornaghi
Oggetto: Voce di uno che grida nel deserto
“lavoratori e datori di lavoro di tutto il mondo unitevi per un etica della responsabilità!”
“Un delirio pasquale,il mio?” si chiedeva di recente il prof. Piero Carelli al termine del suo intervento 1 . A rischio di essere in due a delirare dopo i postumi delle feste pasquali, ritengo che il prof. Carelli abbia azzeccato il nocciolo di un discorso molto ampio: la responsabilità morale anche in ambito lavorativo.
Il mio vuole essere un confronto con chi è da poco uscito dal mondo del lavoro, un lavoro al quale anche io, forse in preda ad una folle utopia, spero un giorno di giungervi (e prima dell’età senile!). Il mio vuole anche essere un confronto da giovane studente lavoratore che scopre pian piano un “nuovo mondo”. Forse più che di mondo, bisognerebbe parlare di giungla, una foresta selvaggia dove purtroppo spesso sopravvive unicamente il più forte. Il “più forte” però non è, come ci aspetteremmo, il più dotato, colui che davvero conosce il suo mestiere, colui che si è preparato, laureandosi magari, ma colui che è il più “furbo”. “Furbo” è colui che ha sì un lavoro, magari a tempo indeterminato, ma che anziché fare ciò che dovrebbe (ovvero lavorare per il bene dell’azienda/ente), non rende al meglio.
La mia tuttavia non vuole solamente essere una denuncia a vuoto, un grido nel deserto, ma un esortazione per la costruzione di un vero “nuovo mondo”. A tutti piace la teoria del migliore dei mondi possibili, di leibneziana memoria, e a tutti piace credere che il proprio mondo, quello creato da noi, possa essere il migliore dei mondi possibili. Ma ciò può essere reale? Possiamo davvero ritenere che il nostro, quello che noi ci prefiguriamo nella nostra “immaginazione”, possa davvero essere il migliore dei mondi possibili senza che esso abbia sostenuto un confronto con il resto dell’umanità? Non esiste alcuna “cartina torna sole”? Forse la “cartina torna sole” non esiste ancora, deve essere ancora costruita fin nei minimi dettagli, ma un abbozzo è già stato prodotto. L’abbozzo iniziale è quello dell’etica della responsabilità che da diversi pensatori, da papa Ratzinger a schieramenti più laici e di altre religioni, vengono negli ultimi anni proposti. Pie illusioni? Sì nella misura in cui non vengono volutamente messe in pratica. Sono illusioni solamente nel momento in cui ci vogliamo ancorarci a vecchie teorie economico-sociali, che non possono più valere nel mondo contemporaneo. Per quanto la teoria marxista sia interessante e ancora per certi aspetti attuabile, può essere messa in pratica nella modalità in cui è stata recepita 20, 30, 60 anni fa? Possiamo ancora “giocare” la carta del capitalismo? La carta del consumismo? Oppure dobbiamo rifarci a qualcosa di nuovo, a qualcosa di più responsabile?
Dal mio canto non posso che lanciare un grido esortativo: lavoratori e datori di lavoro di tutto il mondo unitevi per un etica della responsabilità!
Gabriele Ornaghi
1. Due o tre considerazioni”filosofiche” sull’art.18. 9-4-2012
Oggetto: Due o tre considerazioni "filosofiche" sull'Art. 18
DUE O TRE CONSIDERAZIONI
“FILOSOFICHE” SULL’ART. 18
Si può dire qualcosa di “filosofico” sul tormentone dell’art. 18? Io credo di sì o, almeno, ci provo, anche sulla scorta degli input che ci ha offerto la prof. Giovanna Dossena nell’ultimo appuntamento del “Caffè filosofico”.
Ho la netta sensazione che il “mondo” stia cambiando a ritmi vertiginosi, ma che le “idee” di certe forze politiche e sindacali siano rimaste ferme, immobili.
Sento subito la tua obiezione: perché mai i valori dovrebbero rincorrere il mondo reale e tanto più quello economico?
In linea di principio non posso che concordare con te: la dignità umana (di ogni singolo uomo, di ogni singolo lavoratore) vale immensamente di più del profitto del datore di lavoro.
Ma scaviamo.
Scenario numero uno. Sono un ex operaio appassionato del mio lavoro, tanto appassionato che, con una buona dose di temerarietà, mi sono messo in proprio. Mi sono rimboccato le maniche, ho investito energie, tempo, denaro, intraprendenza, fiuto degli affari e ce l’ho fatta: oggi ho alle mie dipendenze una cinquantina di lavoratori. Ho vissuto – non lo posso negare – un periodo di rendita, ma ora, con un mercato ormai globale, con la concorrenza sempre più spietata dei paesi emergenti, la mia impresa è perennemente esposta a rischi di sopravvivenza. Da qui una lotta estenuante tesa ad accrescere la produttività e quindi a ridurre i costi e i prezzi. Sono io che investo i miei capitali, io che mi indebito presso il sistema creditizio, io che rischio e, di conseguenza, che cosa posso fare di fronte a un operaio che non mi rende? Non ho alternativa: sciogliere il contratto. Non mi interessa se è iscritto a un sindacato a un altro, non mi interessa se in fabbrica fa propaganda politica. L’unica cosa che mi interessa è il suo rendimento. Del resto, il patto tra me e lui è stato chiaro: la “giusta mercede”, quella stabilita a livello contrattuale, in cambio di un valore aggiunto. È questo l’unico parametro. Perché dovrei licenziare un lavoratore che fa il suo dovere e sulla cui formazione ho investito una ingente quantità di soldi? Un lavoratore del genere, anzi, me lo tengo stretto, anche di fronte alle lusinghe che può avere da aziende concorrenti. Nessuno mi può legare le mani: l’impresa è mia e le regole sono quelle del mercato. Nessuno mi può impedire di licenziare a casa mia: l’impresa è… un’impresa, non un ente di beneficenza.
Scenario numero due. Sono un pensionato francese e ho investito una quota del mio reddito in un Fondo da cui mi aspetto solo un obiettivo: un rendimento superiore a quello che mi possono offrire i titoli di Stato. I gestori del Fondo lo sanno ed è per questo che investono e disinvestono a seconda della convenienza. E investono, a parità di condizioni, preferibilmente laddove hanno piena libertà di disfarsi della manodopera con un basso tasso di redditività.
Scenario numero tre. Sono l’amministratore delegato di una multinazionale e, in tale veste, non posso che rispondere alle aspettative degli azionisti della società. Per questo sono molto oculato negli investimenti. Non sono necessariamente attratto dai paesi emergenti. Posso trovare più conveniente investire in aree fortemente industrializzate perché lì posso trovare della manodopera qualificata, infrastrutture all’altezza, mercati interessanti. Ma una cosa è certa: investo dove ho le condizioni più favorevoli, anche la libertà di licenziare.
Tutto qui: le regole sono sempre le stesse.
Ti sento urlare: non si possono confondere così spudoratamente le carte in tavola e dare al capitalismo selvaggio un “volto umano”; non si possono sacrificare sacrosanti diritti – in primis il diritto al lavoro – sull’altare delle leggi di mercato; non si può spacciare “un modello” feroce qual è la concorrenza a tutti i costi come “il modello”.
Già, il Capitalismo, Marx, il comunismo, il paradiso terrestre. Già, il diritto al lavoro garantito dalle aziende del defunto socialismo reale. Ideologie, miraggi, idoli clamorosamente andati in frantumi per implosione.
La libera concorrenza miete vittime, è indubbio, ma sprigiona anche energie, è un potente stimolo al rinnovamento tecnologico. È grazie alla concorrenza che le imprese italiane negli anni Cinquanta e Sessanta si sono tanto irrobustite da conquistare il mercato di concorrenti esteri temibili. E che cosa vorremmo fare oggi? Impedire ai paesi emergenti di fare altrettanto?
Il mercato non è il Male assoluto. Certo, deve essere regolato e reso trasparente perché esprima il massimo delle sue potenzialità positive e limiti al minimo la sua carica distruttiva1.
E il diritto al lavoro? Non lo si può chiedere a un’azienda privata, tanto più quando questa, a causa della concorrenza, registra un esubero di personale. E non può essere garantito neppure da un’azienda statale: un’azienda, anche se ha come azionista di maggioranza il Tesoro, non può prendersi il lusso di sfuggire alla logica di mercato. Quello che può e deve fare uno Stato è creare le condizioni che rendono appetibili gli investimenti (anche con aliquote fiscali particolarmente favorevoli agli imprenditori come hanno fatto a lungo i governi irlandesi), condizioni che non possono prescindere dalla libertà di assumere e di licenziare.
Un sistema disumano, questo? Non è di sicuro il leibniziano migliore dei mondi possibili, ma qual è l’alternativa? Se non si investe, non si crea ricchezza e se non si crea ricchezza, non si può distribuirla. Tu puoi urlare finché vuoi, puoi maledire nelle piazze i padroni e chi ci governa, puoi sparare a zero contro i burocrati di Bruxelles e, in particolare, contro la politica del rigore di Angela Merkel e i Diktat della Bce, ma che cosa pretendi di raggiungere? Puoi, certo, chiedere e ottenere un mix più equilibrato di rigore e sviluppo, ma non puoi lasciare che i conti pubblici impazziscano. La Grecia, con il suo apparato pubblico ipertrofico e col suo grado di protezione sociale, docet. E così docent tutti quei paesi che negli anni della crescita hanno perso in termini di produttività e hanno rotto in modo irresponsabile gli argini della spesa sociale.
L’“etica della responsabilità”
La tua esigenza è dettata da una forte istanza etica e questo è ammirevole. Tu, giustamente, non vuoi rinunciare a dei diritti così faticosamente conquistati, ma vorresti, anzi, globalizzarli. E fai bene: non possiamo permetterci di tornare indietro. Ma, realisticamente, ti sembra questo un traguardo raggiungibile a breve o a medio termine? Non ti sembra una rassicurante fuga in avanti sognare un governo mondiale quando noi europei in mezzo secolo non siamo riusciti a fissare delle regole comuni?
E poi sei proprio sicuro che la libertà dei datori di lavoro di licenziare sia la lesione di un diritto e uno sfregio alla dignità dell’uomo? Non può essere, addirittura, proprio il contrario? Più barriere ci sono in uscita, meno incentivo hai di dare il meglio di te stesso. Tu hai diritto a non essere discriminato, ma hai anche il dovere di non fare il “lavativo” (non puoi negarlo: in ogni azienda ce ne sono di lavativi!) e hai il dovere di eseguire il lavoro al meglio senza fare danni. È questa l’“etica della responsabilità”. Se entri in questa logica, la tua dignità umana viene potenziata, altro che lesa! Sei sempre libero di pensarla come vuoi, anche di parlare male del tuo datore di lavoro (le condizioni di lavoro si possono sempre migliorare), ma se “rispetti le regole”, se addirittura fai di tutto per accrescere la tua professionalità, il tuo “padrone” non si sognerà mai di licenziarti, ma anzi ti premierà.
Invece che rimanere abbarbicati alle idee di Marx e dei suoi nipotini o farsi cullare da utopie palingenetiche, non sarebbe più fruttuoso imboccare la strada finalizzata a coniugare assunzione di responsabilità (anche collettiva, magari provando a sperimentare, mutatis mutandis, un modello introdotto in Germania dai cristiano-democratici e perfezionato dai social-democratici, la cosiddetta Soziale Marktwirtschaft o “economia sociale di mercato”), alta produttività e consistenti premi di produzione?
Non credi sia arrivato il momento di aprire una stagione nuova, con meno tutele (privilegi di chi lavora) e meno assistenza pubblica2 , caratterizzata da un’esplosione di “soggettività”? L’etica della responsabilità può svolgere la stessa funzione della libera concorrenza: sprigionare energie individuali e collettive inimmaginabili. Non è ciò di cui ha un grande bisogno la stessa società civile? Meno mano pubblica (anche se questa non può mancare a tutela di chi è davvero fragile), più “doveri”, più “individualità”, più “creatività”. No?
Un delirio pasquale, il mio? Non credo. Quello che ho fatto è mettere in discussione non poche categorie culturali che hanno contribuito in modo significativo alla mia formazione. Qualche volta è utile liberarsi dalla propria zavorra.
Forse, chissà, se ci pensi, un po’ di zavorra la puoi trovare anche tu.
Crema, 09/04/2012
1 Non stiamo vivendo una crisi che, almeno in qualche misura, ha avuto l’avvio dalla bolla speculativa che ha colpito gli Usa nel 2008?
2 Non è umiliante ricevere per anni la cassa integrazione straordinaria e sussidi di mobilità senza nulla in cambio?
Autore: Giuseppe Maridati
Oggetto: La società da liberare
Piero Carelli, di cui ho condiviso in altri contesti molte affermazioni ed impostazioni, ha lanciato lo slogan della “nuova rivoluzione culturale e nello stesso tempo etica”: liberarci della superprotezioni, dei sussidi pubblici, della inamovibilità del posto di lavoro (nella pubblica amministrazione, ma anche nell’impiego privato), ecc., per liberare le energie individuali.
Scrive che dobbiamo darci “una scossa morale”. “Non è liberando l’individuo (senza mai rinunciare, tuttavia, alla solidarietà) che potremo esaltare ancora di più la dignità umana?”
La solidarietà sembra costituire, nelle parole di Carelli, un limite esterno ai comportamenti individuali.
Non mi è chiaro il concetto di “dignità” umana. Dal contesto sembra connesso a comportamenti che esprimano la orgogliosa iniziativa autonoma dell’individuo. Una versione aggiornata della “bellezza eroica” che costruiva l’ideale dell’uomo greco. Anche il kamikaze, che si imbottisce di tritolo e va a farsi esplodere nelle file degli aspiranti all’assunzione nell’esercito irakeno, ha uno scatto di orgoglio, ed è convinto di farlo per solidarietà con la sua nazione occupata. Analoghi orgoglio e convinzione animavano anche gli eroi del risorgimento, in altra occasione criticati da Carelli.
Per altro aspetto il discorso che commento sottende la fiducia, che era anche di Adam Smith, che il comportamento “razionale” dell’individuo produca automaticamente (per legge “naturale”) il risultato più favorevole anche per la società.
E’ una visione ottimistica dell’individuo e pessimistica verso la società ( o lo stato, che non è esattamente la stessa cosa) di stampo prettamente liberista, che anima anche le scelte politiche (pardon: tecniche) dell’attuale presidente del Consiglio: per ridurre il debito “sovrano” non si interviene sugli oneri finanziari, che ne costituiscono la maggior parte, ma si riducono l’efficienza e la fruibilità dei servizi pubblici, che già da alcuni anni stanno diventando un “colabrodo” per la mancata sostituzione di chi va in pensione o si dimette e per il mancato rinnovamento degli strumenti, ecc.. Monti “perseguitava” i servizi pubblici già quando era commissario all’Unione Europea, in nome della concorrenza e del mercato.
Carelli deduce dalle distorsioni o incongruenze nei rapporti sociali che ci vuole meno società, meno stato. La consecuzione logica non mi è chiara. Getta il bambino insieme all’acqua sporca.
Anche prima degli illuministi gli uomini sapevano che lo sviluppo storico non è completamente razionale o lineare. Anche i disagi attuali appartengono ad una storia individuale e collettiva che ha commesso alcuni “scivoloni”. Ne vogliamo trarre conseguenze epocali o ideologiche?
L’abbondanza (a dir poco) di liquidità monetaria che agita il mondo (almeno quello occidentale) non è solo costituita dai debiti “sovrani” ma anche effetto dei comportamenti privati (pensiamo ai prestiti subprime e alla creazione sempre più fantasiosa di finanza derivata).
Gli errori di un clan, o in un clan, di 10.000 anni fà erano più facilmente correggibili degli errori degli stati, o negli stati, odierni, per giunta interconnessi in un mondo ormai globalizzato. Ma correzioni, almeno parziali, sono possibili (e sono possibili anche nuovi errori).
Da sempre l’uomo è un animale sociale, e si qualifica per l’interazione dei suoi caratteri individuali con i “caratteri” della società in cui vive.
Alla natura non interessa l’individuo, ma la specie (la società), come ben sapeva già Shopenauher. Siamo animali (quindi: siamo parte della natura, anche se spesso preferiamo dimenticarcene) sociali. La “solidarietà”, cioè l’attenzione all’interesse collettivo, non è un limite etico estrinseco al comportamento umano, ma un suo fine intrinseco. Se ne fossimo tutti consapevoli sparirebbero i fenomeni di parassitismo sociale lamentati da Carelli.
La solidarietà si manifesta anche affidando alla collettività (allo stato, storicamente determinato e non assolutizzabile) il compito di distribuire la ricchezza (di favorire cioè l’eguaglianza sostanziale, oltre che formale, come dispone il secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione) e di stabilire quali sono i servizi pubblici che vanno garantiti a tutti, magari con un “concorso spese” (è meno lesivo della dignità di chi lo riceve un servizio pubblico che l’aiuto delle dame della San Vincenzo), lasciando il resto al libero mercato.
E’ necessario riformulare l’etica kantiana: 1) ognuno si comporti avendo presente che la società (l’interesse collettivo) è un fine e non un mezzo; 2) ognuno si comporti avendo presente che l’uomo (l’individuo) è un fine e non un mezzo.
Liberare la società, quindi. Da cosa? Dagli errori, collettivi e individuali.
P.S.: non ditemi che sono pragmatico e socialista, lo so da me.
Oggetto: L'individuo da liberare
ho letto con attenzione il tuo scritto inerente "L'individuo da liberare".
Mi piace la tua visione equilibrata e non ideologica della realtà.
Proprio così: gli italiani sono i peggiori nemici di loro stessi.
Prima votano i delinquenti e poi si lamentano dei risultati.
Dal mio osservatorio ti posso assicurare che la corruzione, anche nelle aziende e istituzioni, è galoppante e in molti casi purtroppo l'estero è l'unica via possibile, non solo per i giovani, ma anche per i professionisti "maturi".
Anche la mia parziale e recente esperienza "politica" cittadina, che ho voluto fare per verificare se erano sopravvissuti spazi di libertà, devo dire che mi ha lasciato molto sorpreso dal funzionamento interno della "macchina del consenso".
Sono contento di averla fatta, anche ingenuamente, questa esperienza, perchè mi sono reso conto che senza un cambio di mentalità sostanziale (alla prossima generazione? questa purtroppo sembra rovinata da vent'anni di berlusconismo), le cose potranno solo peggiorare.
I vecchi marpioni dei partiti tirano ancora le fila del potere locale e nazionale. E i "volontari" sono usati per fini di potere personale.
Siamo un paese incapace di rivoluzione.
Perchè qui non ci sono sbocchi per la meritrocrazia e per l'innovazione. Ci si riempie la bocca, ma poi nessuno o pochissimi realizzano veramente o possono permettersi di passare dall'idea all'azione, con tutte le ostilità che si oppongono a qualsiasi mutamento logico e auspicabile.
A parte alcune isole che ancora resistono.
Ma ormai a resistere, in taluni casi, si rischia di diventare dei combattenti contro dei mulini a vento o dei masochisti.
Gran parte della "nuova generazione" attuale è più viziata della precedente, rovinata dalla stupidità e dalle paure dei genitori (anche molti di quelli che dicono di aver fatto il '68) e da una idea malata di "diritti" senza "doveri".
C'è una parte sana de " la meglio gioventù" ed è eccezionale, ma esporterà i germi di un "Rinascimento" altrove. Il cambiamento va avanti. Se non qui, in altri lidi. Che importanza ha il luogo?
L'essenziale è che il rinnovamento avanzi e si impianti sui terreni fertili, attenti, sensibili.
Il Rinascimento va dove ci sono le condizioni per poter attecchire, dove vi sono spazi che se lo possano meritare.
Mi dispiace che l'Italia abbia perso la sua candidatura al futuro.
Ma è meglio un Rinnovamento da qualche altra parte, vitale, potente, originale, piuttosto di una finzione patetica di quello che i nostri padri hanno saputo fare.
Ciao, grazie per i tuoi stimoli sempre forti.