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Timestamp: 2018-04-19 23:12:16+00:00
Document Index: 61485827

Matched Legal Cases: ['art. 52', 'art. 52', 'art. 21', 'art. 11', 'art. 52', 'art. 52', 'art. 21', 'art. 52']

Edilizia e urbanistica - Competenze progettuali di architetti e ingegneri - Interventi su opere di carattere artistico
20/04/2018 01:12
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Martedì 10 Aprile 2012 15:16
TAR Veneto sez. II 14/12/2011 n. 1833
sul ricorso numero di registro generale 1086 del 2010, proposto da Alberto Maria Sartori, rappresentato e difeso dagli avv. Maria Gabriella Maggiora e Giorgio Pinello, con domicilio eletto presso lo studio di quest’ultimo in Venezia, San Polo, 3080/L;
l’Amministrazione per i Beni e le Attività Culturali, in persona del Ministro pro tempore, rappresentata e difesa dall`Avvocatura Distrettuale dello Stato di Venezia, domiciliataria per legge in Venezia, San Marco, 63;
del provvedimento 21.4.2010 n. 8879 con cui l`autorità intimata ha rifiutato di esprimere il parere di competenza sul progetto a firma del ricorrente nonché per il risarcimento del danno.
Visto l`atto di costituzione in giudizio dell’Amministrazione per i Beni e le Attività Culturali;
Relatore nell`udienza pubblica del giorno 24 novembre 2011 la dott.ssa Brunella Bruno e udito l’avv. Maggiora per il ricorrente;
A. Alberto Maria Sartori ha conseguito la laurea in ingegneria civile presso l’Università di Padova nel 1973 e, abilitato all’esercizio della professione, opera da molti anni nel settore.
B. Con provvedimento del 21 aprile 2010 la Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le Province di Vicenza, Verona e Rovigo ha rifiutato la valutazione dei progetti relativi ad un intervento di manutenzione di un edificio tutelato in quanto redatti dal Sartori e, dunque, da un ingegnere e non da un architetto abilitato, regolarmente iscritto al relativo albo professionale ed in considerazione di alcune carenze documentali, segnatamente riferite alla relazione tecnica ed alla descrizione dei serramenti previsti.
C. Avverso il suddetto provvedimento il Sartori ha proposto il ricorso introduttivo del presente giudizio, deducendo le seguenti censure:
- violazione della direttiva CEE n.85/384 e del d. lgs. n. 129 del 1992, giacché con tale direttiva è stata operata una piena equiparazione dei titoli di ingegnere civile/edile e di architetto ai fini dell’accesso alle attività nel campo dell’architettura, quanto meno in relazione ai titoli conseguiti in epoca antecedente alla direttiva in argomento e presi in considerazione dal legislatore comunitario ai fini della parificazione. La difesa del ricorrente sostiene, su tali basi, la disapplicazione dell’art. 52 del r.d. n.2537 del 1925, in quanto norma interna contrastante con la disciplina comunitaria;
- violazione e falsa applicazione dell’art. 52 del r.d. n. 2537 del 1925, in quanto tale disposizione fa espressamente salva la parte tecnica delle opere di edilizia civile, che presentano rilevante carattere artistico, ipotesi, questa, ricorrente nella fattispecie giacché l’intervento ha ad oggetto esclusivamente la manutenzione di un pavimento in porfido e di alcuni infissi, da sostituire con materiali del tutto identici a quelli esistenti, dovendosi, dunque, escludere che il professionista abbia operato scelte di carattere culturale;
- eccesso di potere per carenza di istruttoria e difetto assoluto di motivazione nonché violazione dell’art. 21 del d. lgs. 42 del 2004, a motivo dell’assoluta assenza di giustificativi in relazione alla determinazione assunta, segnatamente riferiti alla valutazione in ordine alla natura prettamente tecnica dell’intervento.
D. Il ricorrente ha, inoltre, agito per il risarcimento del danno subito per effetto della determinazione gravata, quantificato in misura non inferiore ad euro 10.000,00.
E. L’Amministrazione per i Beni e le Attività Culturali si è costituita in giudizio per resistere al gravame.
F. Con ordinanza n. 418 del 2010 questa Sezione ha accolto la domanda cautelare disponendo il riesame della vicenda, in considerazione della sussistenza di un apprezzabile fumus, alla luce delle caratteristiche del progetto, limitato agli aspetti tecnici di edilizia civile; l’ordinanza è stata, in esito all’appello cautelare, riformata dal Consiglio di Stato con provvedimento n. 5540 del 2010, a motivo di una diversa valutazione della natura dell’intervento, non riferito alla sola parte tecnica, nonché dell’orientamento espresso dalla giurisprudenza comunitaria, secondo il quale laddove vengano in considerazione situazioni puramente interne a uno Stato membro, la direttiva 85/384/CEE non osta a una normativa nazione la quale riconosca, in linea di principio, l’equivalenza dei titoli di architetto e di ingegnere civile, riservando tuttavia ai soli architetti i lavori riguardanti in particolare gli immobili vincolati appartenenti al patrimonio artistico.
G. All’udienza del 24 novembre 2011 la causa è stata introitata per la decisione.
1. Il Collegio ritiene di poter procedere direttamente all’esame del merito, non essendo stata sollevata alcuna eccezione preliminare e non emergendo questioni rilevabili d’ufficio.
2.1 Privo di pregio si palesa il primo motivo di ricorso, con il quale la difesa di parte ricorrente ha dedotto la violazione della direttiva CEE n.85/384 e del d. lgs. n. 129 del 1992, in considerazione della piena equiparazione dei titoli di ingegnere civile e di architetto ai fini dell’accesso alle attività nel campo dell’architettura, quanto meno in relazione ai titoli conseguiti in epoca antecedente alla direttiva in argomento e presi in considerazione dal legislatore comunitario ai fini della parificazione.
2.2 Come chiarito, infatti, dalla consolidata giurisprudenza del giudice d’appello, gli artt. 2 e segg. della direttiva comunitaria sopra citata dettano le norme per il reciproco riconoscimento dei titoli di studio conseguiti dai cittadini degli Stati membri a conclusione di studi universitari riguardanti l`architettura, introducendo anche un regime transitorio di reciproco riconoscimento di taluni titoli tassativamente indicati (cfr., ex multis, Cons. St., sez. VI, 11 settembre 2006, n. 5239).
2.3 La stessa Corte di Giustizia delle Comunità Europee ha affermato che la direttiva in argomento non ha attuato nell’ordinamento interno alcuna equiparazione dei titoli di ingegnere civile e di architetto ai fini dell’esercizio delle attività professionali nel campo dell’architettura.
Con ordinanza del 5 aprile 2004, infatti, la Corte ha evidenziato "la Direttiva 85/384 non si propone di disciplinare le condizioni di accesso alla professione di architetto, né di definire la natura delle attività svolte da chi esercita tale professione"; ma ha invece ad oggetto solamente "il reciproco riconoscimento, da parte degli Stati membri, dei diplomi, dei certificati e degli altri titoli rispondenti a determinati requisiti qualitativi e quantitativi minimi in materia di formazione allo scopo di agevolare l`esercizio effettivo del diritto di stabilimento e di libera prestazione dei servizi per le attività del settore della architettura... ".
2.4. In definitiva, secondo la Corte, la direttiva non impone allo Stato membro di porre i diplomi di laurea in architettura e in ingegneria civile indicati all`art. 11 su un piano di perfetta parità per quanto riguarda l`accesso alla professione di architetto in Italia; né tantomeno può essere di ostacolo ad una normativa nazionale che riservi ai soli architetti i lavori riguardanti gli immobili d`interesse storico-artistico sottoposti a vincolo.
2.5. Alla stregua delle conclusioni formulate dalla Corte deve dunque ritenersi infondata la tesi di parte ricorrente, secondo cui la disposizione dell`art. 52 R.D. cit. sarebbe in contrasto con la direttiva comunitaria.
2.6. Per completezza di analisi si evidenzia, inoltre, che nella competenza all’autorizzazione dei progetti delle opere eseguite sugli edifici soggetti a vincolo culturale rientra anche quella alla verifica dell’idoneità professionale del progettista (Cons. St., sez. VI, 11 settembre 2006, n. 5239).
3. Del pari infondato si palesa il secondo motivo di ricorso, con il quale è stata dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 52 del r.d. n. 2537 del 1925.
3.1. La difesa di parte ricorrente sostiene, nello specifico, che giacché tale disposizione fa espressamente salva la parte tecnica delle opere di edilizia civile che presentano rilevante carattere artistico, nella fattispecie non avrebbe potuto essere negata la competenza del ricorrente, in quanto l’intervento ha ad oggetto esclusivamente la manutenzione di un pavimento in porfido e di alcuni infissi, da sostituire con materiali del tutto identici a quelli esistenti.
3.2. Il Collegio evidenzia che la valutazione in merito alla natura tecnica o meno dell’intervento, rilevante ai fini dell’applicazione della prefata disposizione, deve essere condotta ex ante ed in astratto e che, nella fattispecie, contrariamente a quanto affermato dalla difesa del ricorrente, l’intervento ha ad oggetto – come emerge dalla relazione (all. 2 delle produzioni documentali di parete ricorrente), la manutenzione del cortile interno, del portico e degli infissi del complesso edilizio e, dunque, interessa, con tutta evidenza, aspetti di carattere squisitamente estetico e non di carattere meramente funzionale.
3.3. Si osserva, infatti, che la stessa decisione di mantenere l’originaria pavimentazione come pure quella di definire le caratteristiche dei nuovi serramenti costituiscono scelte che non sono ascrivibili nell’ambito della “parte tecnica delle opere di edilizia civile” contemplata dalla disposizione in esame.
3.4. Il richiamo al parere espresso dal Consiglio di Stato, a seguito della proposizione da parte del ricorrente di un ricorso straordinario al Capo dello Stato, in data 24 novembre 2004, non appare conferente, giacché in quell’occasione, in relazione alla specifica fattispecie esaminata, è stato rilevato che l’esponente non era stato “incaricato del restauro integrale” dell’immobile, “ma della sola parte tecnica e consolidativa, mentre l’incarico sugli aspetti più propriamente collegati alle discipline tecniche e di restauro” era stato affidato “ad altro professionista”.
4. Con il terzo motivo di ricorso è stato, infine, dedotto il vizio di eccesso di potere per carenza di istruttoria e difetto assoluto di motivazione nonché la violazione dell’art. 21 del d. lgs. 42 del 2004, a motivo dell’assoluta assenza di giustificativi in relazione alla determinazione assunta, segnatamente riferiti alla valutazione in ordine alla natura prettamente tecnica dell’intervento.
4.1. Anche tale censura è infondata.
4.2. Il provvedimento gravato, infatti, presenta un sufficiente substrato motivazionale, evidenziando le ragioni per le quali l’amministrazione ha ritenuto di non procedere alla formulazione del parere richiesto, individuate nella carenza di competenza del progettista oltre che nelle carenza documentali riscontrate.
4.3. L’espresso richiamo all’art. 52 del R.D. n. 2537 del 1925 ed alle pronunce della giurisprudenza comunitaria e nazionale in materia appaiono, infatti, adeguate al fine dell’individuazione dei presupposi di fatto e delle ragioni giuridiche alla base della determinazione assunta.
5. Dall’infondatezza della domanda di annullamento consegue anche il rigetto della domanda risarcitoria proposta dal ricorrente.
Per le ragioni esposte, il ricorso è, dunque, infondato e va rigettato.
6. Appaiono sussistere giustificati motivi, in considerazione delle peculiarità della fattispecie, della natura della controversia e della circostanza che le difese dell’amministrazione resistente non hanno potuto trovare ingresso nelle valutazioni del Collegio in quanto tardivamente depositate, per compensare integralmente tra le parti le spese di lite.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per il Veneto (Sezione Seconda) definitivamente pronunciando sul ricorso in epigrafe indicato, lo rigetta.
Così deciso in Venezia nella camera di consiglio del giorno 24 novembre 2011 con l`intervento dei magistrati:
Angelo Gabbricci, Consigliere
Brunella Bruno, Referendario, Estensore
Il 14/12/2011