Source: http://www.giustiziadellavoro.it/articolo.php?pg=189
Timestamp: 2017-11-21 17:23:39+00:00
Document Index: 58474979

Matched Legal Cases: ['art. 410', 'art. 2033', 'art. 2033', 'sentenza ', 'art. 2033', 'art. 2946', 'sentenza ']

Corte App., 30.03.2011, n. 2874 (tentativo obbligatorio di conciliazione - ripetizione dell'indebito oggettivo) - Giustizia del lavoro a Roma e nel Lazio
Corte App., 30.03.2011, n. 2874 (tentativo obbligatorio di conciliazione - ripetizione dell'indebito oggettivo)
Rapporto di lavoro subordinato - tentativo obbligatorio di conciliazione - art. 410 c.p.c. - omissione - sospensione del giudizio - irrilevanza in appello.
L’omessa sospensione del giudizio per procedere al tentativo obbligatorio di conciliazione, in quanto non espletato o espletato su una sola parte della domanda o in modo irritale, costituisce vizio del procedimento irrilevante ai fini del giudizio di appello, esaurendo i suoi effetti in quello di primo grado.
Rapporto di lavoro subordinato - recupero del trattamento economico indebitamente erogato - ripetizione dell’indebito oggettivo- art. 2033 c.c. - prescrizione ordinaria- doverosità del recupero da parte della pubblica amministrazione - irrilevanza della buona fede dell’accipiens ai fini dell’adozione del provvedimento di recupero.
Le somme erogate a titolo di trattamento economico per malattia ritenute non dovute, non soggiacciono al termine di prescrizione quinquennale, previsto per i crediti retributivi, ma a quello ordinario decennale, rientrando nella fattispecie dell’indebito oggettivo.
La pubblica amministrazione ha il dovere, discendente dall’art. 2033 cod. civ., di procedere al recupero delle somme indebitamente corrisposte a titolo retributivo ai propri dipendenti.
Ne consegue che l’eventuale buona fede dell’accipiens non costituisce ostacolo all’adozione del relativo provvedimento da parte del solvens, ma rileva soltanto in ordine alle modalità di recupero, che devono essere tali da non incidere in maniera eccessiva sulle esigenze di vita del debitore.
La Cortedi Appello di Roma con la sentenza in commento ha fissato alcuni principi fondamentali in tema di recuperabilità dei trattamenti retributivi indebitamente corrisposti dalla P.A. ai propri dipendenti, affermando che in tale ipotesi si versa nell’ipotesi di indebito oggettivo, ex art. 2033 c.c., con la conseguenza che la relativa azione è assoggetta all’ordinario temine prescrizionale di dieci anni, previsto dall’art. 2946 c.c., in luogo di quello quinquennale previsto per i crediti retributivi.
La Corteha inoltre manifestato di aderire alla tesi fatta propria dalla giurisprudenza amministrativa e, segnatamente, dal Consiglio di Stato[1], secondo cui in tali ipotesi la pubblica amministrazione ha il dovere di procedere al recupero delle somme indebitamente corrisposte ai propri dipendenti.
La buona fede dell’accipiens, infatti, non costituisce ostacolo all’adozione del relativo provvedimento, ma rileva unicamente in ordine alle modalità di recupero, che devono essere tali da non incidere in maniera significativa sulle esigenze di vita del debitore.
Con la sentenza in commento, la Corte è tornata sul tema della deducibilità, quale motivo di gravame, dell’omesso esperimento del previo tentativo di conciliazione (in epoca in cui era ancora obbligatorio) ed aderendo ad un principio ormai consolidato sia nella giurisprudenza di merito che di legittimità[2], ha precisato che l’omessa sospensione del giudizio per procedere al tentativo obbligatorio di conciliazione, in quanto non espletato o espletato su una parte della domanda o in modo irritale, costituisce vizio del procedimento irrilevante ai fini del giudizio di appello, esaurendo i suoi effetti in quello di primo grado.
[1] Consiglio di Stato, sezione VI, 3.12.2003, n. 7953; Consiglio di Stato, sezione VI, 25.9.2006, n. 5602; Consiglio di Stato, sezione V, 13.7.2006, n. 4413
[2] Corte di Cassazione, sezione lavoro, 16.8.2004, n. 15956
Corte App., 30.03.2011, n. 2874