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Timestamp: 2018-07-17 13:10:02+00:00
Document Index: 14863555

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 31', 'art. 53', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 22', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 53', 'art. 53', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 69', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 2', 'art. 24', 'art. 24']

Il Presidente del Gruppo Romano dei Giornalisti Pensionati Pierluigi Roesler Franz ha diramato i seguenti comunicati:
Home Archivio Archivio Notizie Il Presidente del Gruppo Romano dei Giornalisti Pensionati Pierluigi Roesler Franz ha diramato i seguenti comunicati:
PERCHE’ LA CONSULTA HA BOCCIATO IL TAGLIO DELLE PENSIONI (IMPROPRIAMENTE DEFINITE “D’ORO” DA ALCUNI ORGANI DI STAMPA DISINFORMATI) SUPERIORI AI 90 MILA EURO LORDI L’ANNO, INTRODOTTO NELL’ESTATE 2011 DAL GOVERNO BERLUSCONI E POI CONFERMATO DAL GOVERNO MONTI.
Con sentenza n. 116 del 5 giugno scorso la Corte Costituzionale, presieduta dal professor Franco Gallo, ha cancellato i tagli (rispettivamente del 5%, 10% e 15%) su tutte le pensioni pubbliche e private superiori, rispettivamente, ai 90 mila, ai 150 mila e ai 200 mila euro lordi l’anno, introdotti nell'estate 2011 dal governo Berlusconi e poi confermati dal governo Monti.
I giudici di palazzo della Consulta hanno ritenuto irragionevole e discriminatorio e quindi illegittimo tale prelievo sui vitalizi di centinaia di ex magistrati, avvocati dello Stato, ambasciatori, ammiragli, generali, docenti universitari, manager pubblici, dirigenti e alti funzionari pubblici, notai, avvocati, manager privati, nonché di circa mille giornalisti in pensione. Motivo: si tratta di "un intervento impositivo irragionevole e discriminatorio ai danni di una sola categoria di cittadini" con violazione del principio dell’uguaglianza a parità di reddito, attraverso un’irragionevole limitazione della platea dei soggetti passivi, e della progressività del sistema tributario".
Per effetto dell'importante pronuncia che avrà effetto legale da giovedì 13 giugno (giorno successivo alla sua pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale) tutti questi pensionati (io non sono tra loro) avranno diritto alla restituzione entro l'autunno di quanto é stato loro illegittimamente trattenuto per 23 mesi a partire dall’agosto 2011 e non dovranno più pagare nulla fino al 31 dicembre 2014. La restituzione sarà automatica da parte dell'INPS e degli altri enti previdenziali (INPGI, Cassa del Notariato, Cassa Forense, ecc., compresi). Pertanto saranno anche rimborsati circa mille (per la precisione 981) giornalisti.
L'Alta Corte ha accolto le eccezioni sollevate dalla Corte dei Conti della Campania e del Lazio cui si erano rivolti un centinaio di ex presidenti di Cassazione, Consiglio di Stato, Tar Lazio, Corte dei Conti, giudici militari, avvocati dello Stato e un ammiraglio. La Consulta, pur dichiarando inammissibile (ma solo per un motivo tecnico-formale) l'intervento adesivo del Gruppo Romano Giornalisti Pensionati, ne ha comunque sostanzialmente accolto le conclusioni con cui si sollecitava l'incostituzionalità dell'art. 18, comma 22-bis, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, come modificato dall’articolo 24, comma 31-bis, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201 (Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici), convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214 perché tali norme violavano apertamente gli articoli 3 e 53 della Costituzione.
La maggior parte dei commenti su giornali, radio, tv ed internet si è purtroppo incentrata nel criticare la sentenza della Corte Costituzionale riportando giudizi affrettati di uomini politici e sindacalisti che neppure l’avevano letta, creando ingiustificatamente solo confusione e fantasiose ipotesi scandalistiche tra i cittadini e contribuendo ad alimentare senza ragione un clima di tensione sociale del tutto fuori luogo.
Ma é corretto commentare a vanvera sulla stampa una sentenza della Corte Costituzionale senza neppure averne letto l’articolata e ben argomentata motivazione, redatta dal professor Giuseppe Tesauro, ma aprendo bocca e dando fiato alle proprie tesi di comodo arrampicandosi sugli specchi?
A mio parere i giudici di palazzo della Consulta hanno, invece, dato ancora una volta dimostrazione di saggezza, buon senso, equilibrio ed equità, limitandosi ad applicare correttamente la Carta repubblicana ed infischiandosene delle pressioni politiche e di alcuni sindacalisti che, purtroppo, solo a chiacchiere dimostrano di tutelare effettivamente i propri iscritti.
Titoli giornalistici come quello: “sulle pensioni d'oro i ricchi non pagano mai”, ovvero: “Prelievo sulle pensioni d'oro illegittimo? I sindacati non ci stanno: "a pagare la crisi sono le fasce più deboli", possono a prima vista fare effetto, quasi fosse uno scoop.
Ma una volta ben analizzata la questione finiranno per ritorcersi come un boomerang contro chi ha scritto una simile congerie di sciocchezze, prive di qualsiasi valore giuridico.
Innanzitutto è assolutamente improprio parlare di “pensioni d’oro” di fronte a lavoratori dipendenti che hanno versato contributi previdenziali per 40-45 o addirittura anche per più di 50 anni!! Parliamo di contribuenti che hanno sempre puntualmente pagato le tasse senza evadere nulla.
“D’oro” saranno semmai le baby pensioni, maturate in giovane età con pochissimi anni di contributi, o i vitalizi di molti parlamentari creati spesso per miracolo quasi dal nulla, grazie ad un’anomala interpretazione dell’art. 31 dello Statuto dei lavoratori in vigore da 43 anni che ha causato finora un buco nel bilancio dello Stato di almeno 6 miliardi di euro!
Ma non possono assolutamente essere chiamate “d’oro” pensioni frutto di un lunghissimo periodo di lavoro subordinato coincidente il più delle volte con l’intera vita lavorativa. Usare questo termine appare quindi ingiusto, improprio e fuorviante.
In secondo luogo l’articolo 3 della Costituzione stabilisce che “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” A sua volta il successivo art. 53 prevede che: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”.
Sono parole di una chiarezza esemplare che anche chi non é laureato sarebbe in grado di interpretare facilmente. Quando la nostra Carta repubblicana indica il termine “tutti” sta a significare che nessuno - a parità di reddito dichiarato al fisco - può sottrarsi ad una contribuzione a favore dello Stato. E’ un principio elementare cui tutti - governo Letta e Parlamento - debbono sottostare, evitando di prendere nuove analoghe decisioni sbagliate nei confronti dei pensionati.
Peraltro va ricordato che i pensionati sono stati privati sin dal gennaio 2012 e fino al 31 dicembre 2014 (così come era già avvenuto nel 1998 e nel 2008) della rivalutazione monetaria ISTAT delle loro pensioni con una notevole perdita secca e irrecuperabile, ma anch'essa di dubbia legittimità costituzionale perché di fatto l'importo netto medio di una pensione é oggi inferiore ai valori di quattro anni fa.
Per quanto riguarda poi i liberi professionisti, giornalisti compresi, di età superiore ai 65 anni che da pensionati continuino a lavorare vi é da un anno e mezzo l'obbligo di pagare una seconda contribuzione previdenziale alla Gestione Separata INPS o delle Casse privatizzate, INPGI compreso. Un obbligo imposto dal governo Berlusconi che appare anch'esso molto discutibile perché rappresenta un'ulteriore forma impropria di tassazione.
Ma torniamo al verdetto della Consulta.
I giudici hanno stabilito che non si può colpire una sola categoria di contribuenti, cioè quella dei pensionati pubblici e privati (come erroneamente avevano, tra l'altro, sostenuto l'Avvocatura generale dello Stato e l'INPS), escludendo a parità di reddito tutte le altre.
Infatti la disposizione di cui comma 22-bis dell'art. 18 del decreto-legge n. 98/2011, convertito, con modificazioni, nella legge n. 111/2011 e successive modificazioni e integrazioni, recante l'introduzione di un'imposta speciale, ancorché transitoria («a decorrere dal 1° agosto 2011 e fino al 31 dicembre 2014») ed eccezionale («In considerazione della eccezionalità della situazione economica ...») a carico dei soli «trattamenti pensionistici corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatoria», penalizzava ingiustamente tutti i titolari di pensioni - pubblici e privati, compresi i giornalisti iscritti all'INPGI - di importo superiore ai 90 mila euro lordi l'anno.
Per tale ragione si poneva in contrasto con il principio di parità di prelievo a parità di presupposto d'imposta economicamente rilevante. La disparità di trattamento non era quindi riferita alla posizione dei pensionati pubblici rispetto ai pensionati privati, come erroneamente sostenuto dalla Corte dei Conti della Campania, ma alla diversa e ingiustificata posizione dei pensionati pubblici e dei pensionati privati, pretermettendo tutti gli altri contribuenti italiani (lavoratori dipendenti pubblici e privati, manager, lavoratori autonomi, liberi professionisti, artigiani, atleti, calciatori, allenatori, piloti, ecc.), sia il loro reddito superiore o inferiore alla soglia dei 90.000 o dei 150.000 o ei 200.000 euro perchè la suddetta categoria di pensionati é stata così colpita in misura maggiore rispetto ai titolari di altri redditi e, più specificamente, di redditi da lavoro dipendente.
In altri termini, solo se fossero stati contestualmente colpiti anche tutti gli altri contribuenti italiani a parità di reddito sarebbe stato legittimo il taglio delle pensioni di importo superiore ai 90 mila euro lordi l'anno.
Invero, da un lato, a parità di reddito con la categoria dei lavoratori (pubblici o privati), il prelievo é ingiustificatamente posto a carico della sola categoria dei pensionati di enti gestori di forme di previdenza obbligatoria, con conseguente irragionevole limitazione della platea dei soggetti passivi. A tal proposito si deve tener conto che, se l'eccezionalità della situazione economica che lo Stato deve affrontare consente al legislatore di intervenire con strumenti eccezionali, nondimeno é compito dello Stato garantire il rispetto dei principi fondamentali dell'ordinamento costituzionale ed, in particolare, del principio di uguaglianza su cui si fonda l'ordinamento costituzionale.
Un'ulteriore anomalia era costituita dal contributo di solidarietà previsto dall'art. 2, comma 2, del decreto-legge n. 138 del 13 agosto 2011 convertito in legge n. 148 del 14 settembre 2011. Detta norma dispone che «in considerazione dell'eccezionalità della situazione economica internazionale e tenuto conto delle esigenze prioritarie di raggiungimento degli obiettivi di finanza pubblica concordati in sede europea, a decorrere dal 1° gennaio 2011 e fino al 31 dicembre 2013 sul reddito complessivo di cui all'articolo 8 del testo unico delle imposte sui redditi di cui al decreto del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917, e successive modificazioni, di importo superiore a 300 mila euro lordi annui, é dovuto un contributo di solidarietà del 3 per cento sulla parte eccedente il predetto importo. Ai fini della verifica del superamento del limite di 300 mila euro rilevano anche il reddito di lavoro dipendente di cui all'articolo 9, comma 2, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, al lordo della riduzione ivi prevista, e i trattamenti pensionistici di cui all'articolo 18, comma 22-bis, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111, al lordo del contributo di perequazione ivi previsto. Il contributo di solidarietà non si applica sui redditi di cui all'articolo 9, comma 2, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, e di cui all'articolo 18, comma 22-bis, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 luglio 2011, n. 111. Il contributo di solidarietà é deducibile dal reddito complessivo. ...».
Per effetto di questa norma si era venuta a determinare un'ulteriore conseguenza irragionevole ed ingiustificata - con riferimento a interventi «di solidarietà connotati da sostanziale identità di ratio - che i contribuenti titolari di un reddito complessivo superiore a 300 mila euro, erano tenuti al versamento di un contributo di solidarietà del 3% sulla parte di reddito che eccede il predetto importo, qualunque fossero le componenti del loro reddito complessivo, ivi compresi i redditi pensionistici e fermo restando che il contributo medesimo si applica sui redditi ulteriori a quelli già assoggettati al contributo di perequazione.
Al contrario, invece, tutti i contribuenti assoggettati al contributo di perequazione, cioé i titolari di pensioni soggetti al taglio perché superiori a 90 mila euro, erano tenuti a versare (per far fronte alla medesima eccezionale situazione economica) quanto previsto secondo gli scaglioni indicati dall'art. 22-bis del d.l. n. 98/2011, convertito in legge n. 111/2011, come successivamente modificato dall'art. 24, comma 31-bis del d.l. 6 dicembre 2011, n. 201, convertito con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214, subendo così assurdamente un prelievo del 15% sui redditi superiori a 200 mila euro.
In sostanza si poteva paradossalmente verificare in concreto che oltre la soglia di reddito di 300 mila euro lordi annui, a parità di reddito, si aveva universalmente per tutti un'imposizione del 3%, mentre per la sola categoria dei pensionati titolari di trattamenti di quiescenza superiori a 90 mila euro, corrisposti da enti gestori di forme di previdenza obbligatoria, un'imposizione del 15%, E ciò in aperta e palese violazione dei canoni costituzionali dell'eguaglianza e della ragionevolezza stabiliti dall'art. 3, nonché del canone della capacità contributiva e del criterio di progressività delle imposte sanciti dall'art. 53 della Carta repubblicana. Di qui l'irrazionalità della normativa per irragionevole ed arbitrario disallineamento derivante dall'asimmetricità, nel meccanismo impositivo del contributo di solidarietà, dei presupposti reddituali di esclusione.
Ed è proprio quello che ha ora riaffermato la Corte Costituzionale bocciando la normativa varata circa due anni fa dal governo Berlusconi e confermata dal governo Monti proprio perché integra una decurtazione patrimoniale definitiva del trattamento pensionistico, con acquisizione al bilancio statale del relativo ammontare, che presenta tutti i requisiti per caratterizzare il prelievo come tributario.
Difatti “i redditi derivanti dai trattamenti pensionistici non hanno, per questa loro origine, una natura diversa e minoris generis rispetto agli altri redditi presi a riferimento, ai fini dell’osservanza dell’art. 53 Cost., il quale non consente trattamenti in pejus (cioé peggiorativi, ndr) di determinate categorie di redditi da lavoro”. E "se da un lato l’eccezionalità della situazione economica che lo Stato deve affrontare è suscettibile di consentire il ricorso a strumenti eccezionali, nel difficile compito di contemperare il soddisfacimento degli interessi finanziari e di garantire i servizi e la protezione di cui tutti cittadini necessitano, dall’altro ciò non può e non deve determinare ancora una volta un’obliterazione dei fondamentali canoni di uguaglianza, sui quali si fonda l’ordinamento costituzionale”.
Nel caso di specie, peraltro, "il giudizio di irragionevolezza dell’intervento settoriale appare ancor più palese, laddove si consideri che la giurisprudenza della Corte ha ritenuto che il trattamento pensionistico ordinario ha natura di retribuzione differita (fra le altre sentenza n. 30 del 2004, ordinanza n. 166 del 2006); sicché il maggior prelievo tributario rispetto ad altre categorie risulta con più evidenza discriminatorio, venendo esso a gravare su redditi ormai consolidati nel loro ammontare, collegati a prestazioni lavorative già rese da cittadini che hanno esaurito la loro vita lavorativa, rispetto ai quali non risulta più possibile neppure ridisegnare sul piano sinallagmatico il rapporto di lavoro".
A fronte di un analogo fondamento impositivo, dettato dalla necessità di reperire risorse per la stabilizzazione finanziaria, il legislatore ha scelto di trattare diversamente i redditi dei titolari di trattamenti pensionistici: il contributo di solidarietà si applica su soglie inferiori e con aliquote superiori, mentre per tutti gli altri cittadini la misura è ai redditi oltre 300 mila euro lordi annui, con un’aliquota del 3 per cento, salva in questo caso la deducibilità dal reddito.
La Consulta ha, infine, "bacchettato" i governi Berlusconi e Monti rilevando che se lo Stato avesse colpito tutti i contribuenti, e non solo i pensionati, avrebbe incassato molto di più dei 26 milioni di euro annui percepiti esclusivamente dai vitalizi. Nella sentenza n. 116 si ribadisce infatti che la sostanziale identità di ratio dei differenti interventi “di solidarietà”, determina un giudizio di irragionevolezza ed arbitrarietà del diverso trattamento riservato alla categoria colpita, «foriero peraltro di un risultato di bilancio che avrebbe potuto essere ben diverso e più favorevole per lo Stato, laddove il legislatore avesse rispettato i principi di eguaglianza dei cittadini e di solidarietà economica, anche modulando diversamente un “universale” intervento impositivo».
A titolo personale rilevo, purtroppo, con dispiacere l'imbarazzo della FNSI e dell'UNGP - Unione Nazionale Giornalisti Pensionati, che, colti quasi di sorpresa dalla sentenza della Consulta, hanno finora evitato non solo qualsiasi commento, ma - stranamente - di darne persino notizia sui loro siti internet.
Mi auguro comunque un immediato ravvedimento perché é loro dovere tutelare i diritti dei Soci iscritti tra i quali molti pensionati con i vitalizi tagliati da quasi due anni, i quali per di più quando erano ancora al lavoro hanno versato consistenti contribuzioni previdenziali che l'INPGI ha utilizzato in parte - proprio in virtù del principio di solidarietà - per pagare l'indennità di disoccupazione e/o il trattamento di cassa integrazione a centinaia di colleghi in momentanea difficoltà economica.
LA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO SPIEGA PERCHE' E' LEGITTIMO IL BLOCCO DELLA PEREQUAZIONE DELLE
PENSIONI PUBBLICHE E PRIVATE PER IL 2012 e 2013 DECISO DAL GOVERNO MONTI
Di recente la Corte dei Conti del Lazio ha confermato il blocco della perequazione delle pensioni pubbliche e private per il 2012 e 2013 (vedere acclusa decisione).
A mio parere occorre trovare un altro giudice che sollevi la questione di costituzionalità. Credo, però, che di questi tempi non sarà facile. Ma vi sono parecchie chanches di successo se si contestasse il solo anno 2014 legato per legge al finanziamento degli esodati.
Appare chiaro che la decisione della Corte dei Conti sia prevalentemente "politica" più che "giuridica" dove la ragion di Stato prevale su qualsiasi altro argomento o ragionamento.
Tuttavia vi sono almeno 3 punti deboli in questa decisione:
1) viene sì citata la sentenza della Corte Costituzionale n. 316 del novembre 2010, ma, guarda caso, si omette di riportare il suo ultimo capoverso in cui la Consulta aveva chiaramente lanciato un monito a Governo e Parlamento a non proseguire sulla strada dei futuri blocchi della perequazione: "Dev’essere, tuttavia, segnalato che la sospensione a tempo indeterminato del meccanismo perequativo, ovvero la frequente reiterazione di misure intese a paralizzarlo, esporrebbero il sistema ad evidenti tensioni con gli invalicabili principi di ragionevolezza e proporzionalità (su cui, nella materia dei trattamenti di quiescenza, v. sentenze n. 372 del 1998 e n. 349 del 1985), perché le pensioni, sia pure di maggiore consistenza, potrebbero non essere sufficientemente difese in relazione ai mutamenti del potere d’acquisto della moneta". Mi sembra, però, che queste profetiche parole siano state ora completamente disattese dalla Corte dei Conti;
2) non viene adeguatamente sottolineato il danno irreversibile derivante a tutti i pensionati medio-alti dal blocco della perequazione perché ciò che si é perso nel 2012, che si sta perdendo nel 2013 e che si perderà nel 2014 non é più recuperabile nel tempo;
3) non si ricorda affatto che il blocco é stato esteso dall'ultima finanziaria del dicembre 2012 anche fino a tutto il 31 dicembre 2014 con la motivazione formale, o meglio con la scusa ufficiale, che questi soldi serviranno a coprire il buco causato dai cosiddetti lavoratori "esodati". Ma una simile motivazione non appare affatto in linea con numerosi parametri costituzionali.
335-820.12.40
LA CORTE DEI CONTI DEL LAZIO SPIEGA PERCHE' E' LEGITTIMO IL BLOCCO DELLA PEREQUAZIONE DELLE PENSIONI PUBBLICHE E PRIVATE PER IL 2012 e 2013 DECISO DAL GOVERNO MONTI.
Sent. 214/2013
Visto il ricorso iscritto al numero 72083/PC del registro di Segreteria;
Uditi - nella pubblica udienza del 22 febbraio 2013 – per i ricorrenti l’avv. Giovanni C. Sciacca e per l’INPS Gestione ex Inpdap l’avv. Andrea Botta, che hanno concluso come in atti;
nel giudizio introdotto con il ricorso in premessa, proposto da
- B. G., ed altri tutti magistrati amministrativi (del Consiglio di Stato e dei Tribunali Amministrativi Regionali), titolari di pensione ordinaria diretta, ovvero aventi causa da magistrati amministrativi;
- B. I., ed altri, tutti magistrati della Corte dei conti, titolari di pensione ordinaria diretta, ovvero aventi causa da magistrati della Corte dei conti;
- G. G., ed altri , tutti magistrati ordinari titolari di pensione ordinaria diretta;
- S. G., magistrato militare titolare di pensione ordinaria diretta;
tutti rappresentati e difesi dagli avvocati Piero d'Amelio, Giovanni C. Sciacca e Maria Stefania Masini, ed elettivamente domiciliati presso il loro studio in Roma, via della Vite 7,
l’INPS ( Istituto Nazionale della Previdenza Sociale), in persona del legale rappresentante pro-tempore
1) il trattamento pensionistico loro attribuito a partire dal mese di agosto 2011, nella parte in cui è assoggettato al "contributo di perequazione" previsto dal comma 22-bis dell'art. 18 del d.l. n. 98/2011, convertito, con modificazioni, in l. n. 111/2011, come reintrodotto dall'art. 2 comma 1 del d.l. n. 138/2011, convertito con modificazioni dalla legge n. 148/2011, nelle percentuali ivi stabilite, come risulta dalle rispettive certificazioni CUD per l'anno 2011;
2) la mancata rivalutazione automatica del loro trattamento pensionistico in applicazione del comma 25 dell'art. 24 del d.l. n. 201/2011 convertito, con modificazioni, dalla legge n. 214/2011, per la dichiarazione del diritto alla corresponsione del trattamento pensionistico senza assoggettamento al predetto "contributo di perequazione" e con sua completa rivalutazione automatica, con condanna alla restituzione di quanto trattenuto per tali titoli, con rivalutazione monetaria e interessi dal dì di ciascuna trattenuta e rateo di pensione sino al soddisfo.
Reputa questo giudice che la seconda questione di legittimità costituzionale di cui al punto B) che precede, ovvero del comma 25 dell'art. 24 del d.l. n. 201/2011 convertito, con modificazioni, in legge n. 214/2011, per contrasto con gli artt. 3, 53, 27, 36 e 38 Cost., ai sensi dell’art. 24 della legge n. 87 del 1953, in relazione ai parametri costituzionali evocati, sia manifestamente infondata, alla luce della giurisprudenza costituzionale intervenuta in materia.
Ed invero, la Corte costituzionale ha avuto modo di affermare che dagli artt. 36 e 38 Cost. scaturisce "una particolare protezione per il lavoratore, nel senso che il suo trattamento di quiescenza, al pari della retribuzione in costanza di servizio, della quale costituisce sostanzialmente un prolungamento a fini previdenziali, deve essere proporzionato alla quantità ed alla qualità del lavoro prestato, e deve in ogni caso assicurare al lavoratore medesimo ed alla sua famiglia i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita per un'esistenza libera e dignitosa: proporzionalità ed adeguatezza, che non debbono sussistere soltanto al momento del collocamento a riposo, ma vanno costantemente assicurate anche nel prosieguo in relazione ai mutamenti del potere d'acquisto della moneta" ( sent. n. 349/1985); precisando altresì che “appartiene alla discrezionalità legislativa, col solo limite della palese irrazionalità, stabilire i modi e la misura dei trattamenti di quiescenza, nonché le variazioni dell'ammontare delle prestazioni, attraverso un bilanciamento fra valori contrapposti che contemperi le esigenze di vita dei beneficiari con le concrete disponibilità finanziarie e le esigenze di bilancio” ( sent. 372 del 1998 ).
In sostanza, alla luce della costante giurisprudenza costituzionale, da una parte non esiste un principio costituzionale che possa garantire l'adeguamento costante delle pensioni al successivo trattamento economico dell'attività di servizio corrispondente, essendo l'individuazione di meccanismi che assicurino la perdurante adeguatezza delle pensioni riservata alla valutazione discrezionale del legislatore, operata sulla base di un ragionevole bilanciamento del complesso dei valori e degli interessi costituzionali coinvolti, compresi quelli connessi alla concreta e attuale disponibilità delle risorse finanziarie e dei mezzi necessari per far fronte ai relativi impegni di spesa; dall’altra, solo l'eventuale verificarsi di un irragionevole scostamento tra i due trattamenti può costituire un indice della non idoneità del meccanismo scelto dal legislatore ad assicurare la sufficienza della pensione in relazione alle esigenze del lavoratore e della sua famiglia ( Sentenza n. 30 del 2004 ).
In particolare, l’attuale meccanismo scelto dal legislatore prevede che gli aumenti a titolo di perequazione automatica delle pensioni si applichino sulla base del solo adeguamento al costo della vita con cadenza annuale, secondo misure percentuali diverse correlate agli importi dei trattamenti pensionistici ( cfr. art. 69 della legge n. 388 del 2000).
Il giudice delle leggi in casi analoghi a quello qui sottoposto, ha avuto modo di affermare in via generale la manifesta infondatezza di questioni di legittimità costituzionale relative a disposizioni che escludono l'attribuzione, per le pensioni di importo più elevato, dell'adeguamento automatico, trattandosi di misure per la stabilizzazione della finanza pubblica (cfr. ord. n. 256 del 2001 ); precisandosi successivamente che, dal principio enunciato nell'art. 38 Cost., non può farsi discendere, come conseguenza costituzionalmente necessitata, quella dell'adeguamento con cadenza annuale di tutti i trattamenti pensionistici, a fortiori allorchè le pensioni incise dalla normativa impugnata, per il loro importo più elevato, presentino margini di resistenza all'erosione determinata dal fenomeno inflattivo; con la conseguenza che la loro mancata perequazione per un tempo limitato, non tocca il problema della loro adeguatezza in relazione al parametro costituzionale dell’art. 38; né ipotesi di blocco della perequazione automatica per periodi limitati con riferimento ai trattamenti più elevati, concretano ex se violazione del principio di eguaglianza, posto che tale limitazione del meccanismo perequativo realizza un trattamento differenziato di situazioni obiettivamente diverse rispetto a quelle, non incise dalla norma impugnata, dei titolari di pensioni più modeste ( sent. n.316 del 2010 ).
In conclusione, la disposizione di blocco della rivalutazione automatica, per gli anni 2012 e 2013, per i trattamenti pensionistici di importo complessivo superiore a tre volte il trattamento minimo INPS, risponde alla ratio di far fronte alla “contingente situazione finanziaria”, ed è inserita in un articolo (art. 24 ) della legge n. 214 del 2011 il cui comma 1 espressamente prevede che “ 1. Le disposizioni del presente articolo sono dirette a garantire il rispetto, degli impegni internazionali e con l'Unione europea, dei vincoli di bilancio, la stabilità economico-finanziaria e a rafforzare la sostenibilità di lungo periodo del sistema pensionistico in termini di incidenza della spesa previdenziale sul prodotto interno lordo, in conformità dei seguenti principi e criteri: a) equità e convergenza intragenerazionale e intergenerazionale, con abbattimento dei privilegi e clausole derogative soltanto per le categorie più deboli; b) flessibilità nell'accesso ai trattamenti pensionistici anche attraverso incentivi alla prosecuzione della vita lavorativa; c) adeguamento dei requisiti di accesso alle variazioni della speranza di vita; semplificazione, armonizzazione ed economicità dei profili di funzionamento delle diverse gestioni previdenziali.”; connotando pertanto la scelta discrezionale del legislatore come non irrazionale o arbitraria né, per quanto suesposto, violativa dei principi di adeguatezza e proporzionalità del trattamento pensionistico o del principio di eguaglianza, vista anche la temporaneità della misura che non consente di inferire irragionevoli scostamenti dell’entità delle pensioni rispetto alle variazioni del potere di acquisto della moneta.
Ne consegue, alla luce della univoca giurisprudenza della Corte costituzionale, la declaratoria di manifesta infondatezza della dedotta eccezione di costituzionalità della disposizione di cui al comma 25 dell'art. 24 del d.l. n. 201/2011 convertito, con modificazioni, in legge n. 214/2011, con riferimento agli artt. 3, 36 e 38 Cost. non potendosi ravvisare alcuna palese irragionevolezza od irrazionalità nel rallentamento della dinamica perequativa delle pensioni di importo più elevato e per un tempo limitato ( due anni ) in relazione alla grave situazione finanziaria del Paese; mentre inconferente si appalesa infine il richiamo agli artt. 23 e 53 della Costituzione, non versandosi in fattispecie normativa di imposizione di prestazione patrimoniale o di imposizione tributaria, bensì di mero rallentamento della dinamica rivalutativa delle pensioni, senza alcuna riduzione quantitativa dei trattamenti in godimento.
Dalla declaratoria di manifesta infondatezza della dedotta questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui al comma 25 dell'art. 24 del d.l. n. 201/2011 convertito, con modificazioni, in legge n. 214/2011, con riferimento agli artt. 3, 53, 23, 36 e 38 Cost., consegue necessariamente il rigetto in parte qua del ricorso.
Rinvia alla sentenza definitiva la regolazione delle spese processuali.
Quanto alla prima questione di legittimità costituzionale (comma 22-bis dell'art. 18 del d.l. n. 98/2011, convertito, con modificazioni, in legge n. 111/2011, come reintrodotto dall'art. 2 comma 1 del d.l. n. 138/2011, convertito in legge, con modificazioni, dalla l. n. 148/2011 e s.m.i., per contrasto con gli artt. 3, 53 e 23 Cost.), questo giudicante provvede con separata ordinanza di rimessione degli atti alla Corte costituzionale nei termini e motivi ivi indicati, con conseguente parziale sospensione del presente giudizio.
Quanto alla seconda questione di legittimità ( comma 25 dell’art. 24 del d.l. n. 201/2011 convertito con modificazioni, in legge n. 214/2011, per contrasto con gli artt. 3, 53, 27, 36 e 38 cost. ) previa declaratoria di incompetenza territoriale relativamente ai ricorrenti C.D.,T. L. ( Sezione Giurisdizionale per la Regione Marche), D.V.P.G., F. F. A. e W. I. (Sezione Giurisdizionale per la Regione Campania); D. M. M. (Sezione Giurisdizionale per la Regione Emilia Romagna); F. A.( Sezione Giurisdizionale per la Regione Liguria); L. E. e N. G. ( Sezione Giurisdizionale per la Regione Toscana ); P. B. ( Sezione Giurisdizionale per la Regione Veneto); S. N. V. ( Sezione Giurisdizionale per la Regione Puglia); L. C. G. ( Sezione Giurisdizionale per la Regione Lombardia), parzialmente decidendo, dichiara manifestamente infondata la dedotta questione di legittimità costituzionale della disposizione di cui al comma 25 dell'art. 24 del d.l. n. 201/2011 convertito, con modificazioni, in legge n. 214/2011, con riferimento agli artt. 3, 53, 23, 36 e 38 Cost.; con conseguente necessario rigetto in parte qua del ricorso.
Così deciso parzialmente in Roma, nell’udienza pubblica del 22 febbraio 2013.
f.to (Cons. Enrico TORRI)
Pubblicata mediante deposito in Segreteria il 27/02/2013