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Timestamp: 2020-05-26 16:42:12+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 22999 del 02/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22999 del 02/10/2017
Cassazione civile, sez. lav., 02/10/2017, (ud. 20/06/2017, dep.02/10/2017), n. 22999
sul ricorso 9407-2012 proposto da:
MAZZINI 27, presso lo studio dell’avvocato SALVATORE TRIFIRO’, che
B.S., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GERMANICO
172, presso lo studio dell’avvocato SERGIO NATALE EDOARDO GALLEANO,
avverso la sentenza definitiva n. 137/2011 della CORTE D’APPELLO di
VENEZIA, depositata il 12/04/2011 R.G.N. 377/08;
Che la Corte di appello di Venezia, con sentenza non definitiva, in riforma della sentenza del Tribunale di Vicenza ha accertato l’illegittimità del termine apposto al contratto intercorso tra Poste Italiane s.p.a. e B.S. dal 14 giugno 1999 al 14 settembre 1999 ai sensi dell’art. 8 del c.c.n.l. del 26 novembre 1994 per esigenze eccezionali conseguenti alla fase di ristrutturazione degli assetti occupazionali in corso ed in ragione della introduzione di nuovi processi produttivi di sperimentazione di nuovi servizi ed in attesa del progressivo e completo equilibrio sul territorio delle risorse umane; ha escluso che in relazione al mero trascorrere del tempo potesse ravvisarsi una chiara e certa volontà della lavoratrice di risolvere il rapporto per mutuo consenso; ha condannato la società a ripristinare il rapporto ed a risarcire il danno a decorrere dall’offerta della prestazione lavorativa del 13 gennaio 2006.
Che con la successiva sentenza definitiva la Corte territoriale ha dichiarato che dalle somme dovute a titolo risarcitorio dovessero essere detratti gli importi percepiti in relazione all’attività lavorativa medio tempore svolta.
Che Poste Italiane s.p.a. ha proposto ricorso per la cassazione di entrambe le sentenze articolato in sette motivi ulteriormente illustrati con memoria al quale ha resistito B.S. con controricorso. Il Procuratore Generale ha depositato requisitoria scritta chiedendo l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32.
Che preliminarmente si deve escludere che la circostanza che successivamente alla sentenza di primo grado la lavoratrice sia stata licenziata non può comportare che sia venuto meno l’interesse delle parti alla decisione, con conseguente declaratoria di cessazione della materia del contendere auspicata dalla società ricorrente, poichè tale situazione si realizza solo quando i contendenti si diano reciprocamente atto dell’intervenuto mutamento della situazione e sottopongano al giudice conclusioni conformi (cfr. Cass. 24/02/2015 n. 3693 ed ivi le richiamate Cass. 30/01/2014 n. 2063; Cass. 08/11/2007 n. 23289; Cass. 22/12/2006 n. 27460; Cass. 22/05/2006 n. 11931; Cass. S.U. 26/07/2004 n. 13969; Cass. 24/06/2000 n. 8607).
Che le censure formulate nei motivi dal secondo al quinto possono essere esaminate congiuntamente e sono infondate. La Corte di merito non ha infatti dubitato della facoltà delle parti sociali di prevedere liberamente nuove ipotesi di assunzione a termine in base all’ampia delega contenuta nella L. n. 56 del 1987, art. 23, ma ha tuttavia ritenuto, in linea con la giurisprudenza di questa Corte e dell’autonomia negoziale collettiva, che tali pattuizioni contenessero un preciso limite temporale di validità, da individuarsi al 30 aprile 1998 (ex plurimis, Cass. 09/06/2006 n. 13458, Cass. 20/06/2006 n. 1074, Cass. 03/02/2006 n.2345, Cass. 02/03/2006 n.4603 e da ultimo in fattispecie analoga Cass. ord. 09/06/2017 n. 14464). Ne consegue che, non essendo prospettate ragioni idonee a rivedere tale consolidato orientamento la sentenza, non definitiva, deve essere sul punto confermata.
Che del pari è infondata la censura con la quale nel primo motivo di ricorso si investe la statuizione della Corte di appello che ha escluso, riformando sul punto la sentenza di primo grado, che il rapporto si fosse risolto per mutuo consenso. La Corte di merito ha fatto corretta applicazione dei principi ripetutamente affermati da questa Corte secondo i quali (cfr. tra le tante e da ultimo Cass. n. 14464 del 2017 cit. ed ivi le richiamate 5240 del 2015, 28/01/2014 n. 1780, 11/03/2011 n. 5887, 18/11/2010 n. 23319), ai fini della configurabilità della risoluzione del rapporto di lavoro per mutuo consenso non è di per sè sufficiente la mera inerzia del lavoratore dopo l’impugnazione del licenziamento, essendo piuttosto necessario che sia fornita la prova di altre significative circostanze denotanti una chiara e certa volontà delle parti di porre definitivamente fine ad ogni rapporto lavorativo e che tale prova non può consistere nel reperimento di altre precarie occupazioni (cfr. oltre a quelle già citate Cass. 6-L 13/02/2012 n. 2044 e Cass. 09/10/2014 n. 21310) rispondendo tale comportamento alla necessità di provvedere semmai al sostentamento quotidiano.
Che con riguardo alla denunciata la violazione dell’art. 1419 c.c. in relazione alla L. 6 settembre 2001, n. 368, art. 1, oggetto del sesto motivo di ricorso, va rilevato in primo luogo che le censure formulate, pur aderenti alla motivazione della decisione impugnata, sono infondate per l’assorbente ragione che al contratto in esame, stipulato ben prima dell’entrata in vigore della L. n. 368 del 2001, si applica la previgente normativa dettata dalla L. n. 230 del 1962.
Che è fondato il settimo motivo di ricorso con il quale si chiede, con riguardo alle conseguenze risarcitorie dell’accertata nullità del termine l’applicazione della L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32 alla luce dell’insegnamento di questa Corte che ha ritenuto che tale disposizione trovasse applicazione a tutti i giudizi pendenti, ivi compreso il giudizio di legittimità a condizione che sul punto non si sia formato il giudicato.
Che pertanto in accoglimento dell’ultimo motivo di ricorso la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio alla Corte di appello di Venezia che, in diversa composizione, determinerà in concreto l’indennità spettante alla lavoratrice, per il periodo compreso tra la scadenza del termine e la pronuncia del provvedimento che ha ordinato la ricostituzione del rapporto (cfr. Cass. n. 14461 del 2015), con interessi e rivalutazione da calcolarsi dalla data della sentenza dichiarativa dell’illegittimità del termine (Cass. n. 3062 del 2016), oltre che per la regolamentazione delle spese di lite, ivi comprese quelle del presente giudizio di legittimità.
La Corte accoglie l’ultimo motivo di ricorso, rigettati gli altri. Cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia, anche per le spese, alla Corte d’appello di Venezia in diversa composizione.