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Timestamp: 2018-05-25 13:00:31+00:00
Document Index: 87981997

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Esigenze educative ed affettive del minore a confronto con la fissità e l’automatismo delle pene accessorie – Corte Costituzionale 23.01.2013, n. 7
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“L’art. 569 del codice penale è dichiarato costituzionalmente illegittimo, per contrasto con gli artt. 3 e 117 primo comma Cost., nella parte in cui prevede che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di soppressione di stato previsto dall’art. 566, comma secondo del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto”.(Massima Corte Costituzionale).
Il Tribunale di Brescia aveva dichiarato gli imputati colpevoli del delitto di cui all’art. 566, comma 2, c.p. per avere, nella loro qualità di genitori di una bambina nata a Brescia il 13.10.2000, omesso di dichiarare all’ufficiale di stato civile la nascita della stessa entro il termine previsto del D.P.R. n. 396 del 2000; per aver occultato la neonata fino al 27.01.2005 e per averne soppresso, in tal modo, lo stato civile. Nei confronti di entrambi gli imputati veniva disposta l’applicazione, secondo il disposto dell’art. 569 c.p., della pena accessoria della perdita della potestà genitoriale sulla minore.
La sentenza veniva confermata dalla Corte di Appello di Brescia.
Avverso tale decisione gli imputati proponevano ricorso per Cassazione e, in prossimità dell’udienza, gli stessi ricorrenti presentavano una “istanza di rimessione degli atti alla Corte Costituzionale, denunciando la illegittimità degli art. 566 e 569 del codice penale”.
La Corte di Cassazione penale, ritenendo la questione sollevata non manifestamente infondata, ha promosso giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 569 del codice penale.
La Corte rimettente ha rilevato l’intervenuta pronuncia della Corte Costituzionale n. 31 del 2012, con la quale è stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 569 del codice penale, nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato previsto dall’art. 567, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto.
In punto di non manifesta infondatezza, i giudici a quo hanno fatto espresso riferimento agli artt. 2, 3, 29 e 30 della Costituzione, violati perché, escludendo in capo al giudice ogni tipo di valutazione sugli interessi del minore, non sarebbero tutelati i relativi diritti inviolabili del caso concreto, quali sono quelli di crescere con i genitori e di essere da loro educati: salvo che da ciò scaturisca un grave pregiudizio.
In relazione all’art. 117 della Costituzione, vengono evocati:
– l’art. 3, primo comma della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con legge 27 maggio 1991, n. 176 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989) il quale prevede che «In tutte le decisioni relative ai fanciulli di competenza sia delle istituzioni pubbliche o private di assistenza sociale, dei tribunali, delle autorità amministrative o degli organi legislativi, l’interesse superiore del fanciullo deve essere una considerazione preminente»;
– la Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli adottata dal Consiglio d’Europa a Strasburgo il 25 gennaio 1996, ratificata e resa esecutiva con legge 20 marzo 2003, n. 77 (Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, fatta a Strasburgo il 25 gennaio 1996) la quale stabilisce che l’autorità giudiziaria, prima di giungere a qualsiasi decisione riguardante un minore, deve acquisire «informazioni sufficienti al fine di prendere una decisione nell’interesse superiore del minore»;
-la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che all’art. 24, secondo e terzo comma, da un lato, prescrive che «In tutti gli atti relativi ai minori, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del minore deve essere considerato preminente» e, dall’altro, che «Il minore ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo qualora sia contrario al suo interesse».
Secondo la Corte rimettente, dunque, l’ordinamento internazionale considera di assoluta preminenza l’interesse del minore e la medesima centralità è stata “posta a fulcro della riforma del diritto di famiglia e della disciplina dell’adozione”.
Sulla base di tali considerazioni, poste come impianto argomentativo della richiamata pronuncia di illegittimità costituzionale, i Giudici a quo ritengono che la norma denunciata si rileva irragionevole “ in quanto ignora gli interessi del minore stabilendo la perdita della potestà genitoriale in forza di un mero automatismo, preclusivo di qualsiasi apprezzamento del giudice del caso concreto”.
E’ da ritenersi fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 569 c.p., in riferimento agli artt. 2, 3, 29, 30 e 117 della Costituzione nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di soppressione di stato, previsto dall’art. 566, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto?
• Artt. 2,3 ,29, 30 e 117 Costituzione;
• Legge 27 maggio 1991, n. 176. Ratifica ed esecuzione della Convenzione sui diritti del fanciullo fatta a New York il 20 novembre 1989;
• Legge 20 marzo 2003, n. 77. Ratifica ed esecuzione della Convenzione europea sull’esercizio dei diritti dei fanciulli, fatta a Strasburgo il 25 gennaio 1996;
• Art. 24, Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea;
•Art. 566 e 569 codice penale.
La Corte Costituzionale ha ritenuto fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 569 c.p., sollevata dalla Corte di Cassazione, in riferimento agli artt. 2,3, 29, 30 e 117 della Costituzione.
Preliminarmente, i giudici hanno rilevato i principi affermati dalla stessa Corte Costituzionale nella sentenza n. 31 del 23 febbraio 2012, relativa alla fattispecie prevista del delitto di alterazione di stato prevista dall’art. 567, comma 2, c.p. In quella decisione la Corte ha osservato che l’art. 569 c.p., prevedendo la perdita automatica della potestà genitoriale come conseguenza derivante dalla commissione di uno dei delitti del medesimo capo, compromette «l’interesse del figlio minore a vivere e a crescere nell’ambito della propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, dai quali ha diritto di ricevere cura, educazione ed istruzione». Muovendo da tali considerazioni, si è affermato che la norma in oggetto viola il principio di ragionevolezza. Si è osservato, infatti, che attraverso l’automatismo che contraddistingue la pena accessoria, viene completamente ignorato l’interesse primario del minore ed è precluso al giudice ogni tipo di bilanciamento tra quel medesimo interesse e “la necessità di applicare comunque la pena accessoria in ragione della natura e delle caratteristiche dell’episodio criminoso, tali da giustificare la detta applicazione appunto a tutela di quell’interesse».
Viene evidenziato, inoltre, che il delitto previsto dall’art. 567, comma 2 c.p. «diversamente da altre ipotesi criminose in danno di minori, non reca in sé una presunzione assoluta di pregiudizio per i loro interessi morali e materiali, tale da indurre a ravvisare sempre l’inidoneità del genitore all’esercizio della potestà genitoriale».
Tenendo conto della ratio decidendi della richiamata pronuncia, la Corte ha affermato che i rilievi mossi all’art. 567 c.p. possono riguardare anche il delitto di cui all’art. 566 c.p., oggetto del giudizio a quo. Infatti, l’automatismo che contraddistingue l’applicazione della pena accessoria risulta compromettere i medesimi interessi del minore che la richiamata decisione della Corte ha voluto tutelare. Si aggiunge, poi, che le considerazioni “di non necessaria indegnità del genitore” evocate per la fattispecie prevista dall’art. 567 c.p., valgono anche per il reato di soppressione di stato.
Ciò detto, la Corte affronta il nodo problematico che contraddistingue l’applicazione della pena accessoria: il contemperamento tra l’esigenza di personalizzazione del trattamento sanzionatorio, finalizzato alla necessaria rieducazione, e la salvaguardia delle esigenze affettive ed educative del minore. Sulla base di tali argomentazioni, si è affermato che l’automatismo e la fissità delle pene accessorie compromette in maniera inaccettabile la tutela del minore, “ove si fa luogo ad una non necessaria interruzione del rapporto tra il minore e i propri genitori”.
In altri termini, secondo i giudici di legittimità, l’interruzione della relazione tra genitore e figlio può essere giustificata e giustificabile solo in funzione della tutela effettiva e concreta degli interessi del minore: “all’irragionevole automatismo legale occorre dunque sostituire – quale soluzione costituzionalmente più congrua – una valutazione concreta del giudice, così da assegnare all’accertamento giurisdizionale sul reato null’altro che il valore di “indice” per misurare la idoneità o meno del genitore ad esercitare le proprie potestà: vale a dire il fascio di doveri e poteri sulla cui falsariga realizzare in concreto gli interessi del figlio minore”.
Ebbene, la Corte ha ritenuto fondata la questione di legittimità costituzionale in relazione alla necessaria conformazione della legge interna agli impegni internazionali assunti dallo Stato Italiano sul versante specifico della tutela dei minori.
Richiamate le norme internazionali in materia di diritto dei fanciulli, viene evidenziato l’obbligo degli Stati membri di garantire una “giustizia a misura di minore” che sia idonea a tutelare in maniera effettiva e preminente l’interesse superiore del fanciullo. Tale interesse deve essere considerato al primo posto, davanti ad ogni considerazione, in tutte le questioni che riguardano o vedono coinvolti minori.
Proprio in virtù di una interpretazione “internazionalmente” orientata, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 569 c.p. per contrasto con gli artt. 3 e 117 , comma 1 Cost, nella parte in cui prevede che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di soppressione di stato previsto dall’art. 566, comma secondo del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto.
Sentenze conformi e difformi.
Corte Cost. 15.02.2012- Dep. 23.02.2012, n. 31. “E’ costituzionalmente illegittimo l’articolo 569 del codice penale, nella parte in cui stabilisce che, in caso di condanna pronunciata contro il genitore per il delitto di alterazione di stato, previsto dall’articolo 567, secondo comma, del codice penale, consegua di diritto la perdita della potestà genitoriale, così precludendo al giudice ogni possibilità di valutazione dell’interesse del minore nel caso concreto. Nella fattispecie in questione vengono in rilievo non soltanto l’interesse dello Stato all’esercizio della potestà punitiva nonché l’interesse dell’imputato (e delle altre eventuali parti processuali) alla celebrazione di un giusto processo, condotto nel rispetto dei diritti sostanziali e processuali delle parti stesse, ma anche l’interesse del figlio minore a vivere e a crescere nell’ambito della propria famiglia, mantenendo un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori, dai quali ha diritto di ricevere cura, educazione ed istruzione. Orbene, tanto nell’ordinamento internazionale, quanto in quello interno, è principio acquisito che in ogni atto comunque riguardante un minore deve tenersi presente il suo interesse morale e materiale, che ha assunto carattere di piena centralità ed è considerato preminente. Incidendo su di esso la pronunzia di decadenza, non è conforme al principio di ragionevolezza, e contrasta quindi con il dettato dell’art. 3 Cost., il disposto della norma censurata che, ignorando l’interesse del minore, statuisce la perdita della potestà sulla base di un mero automatismo, che preclude al giudice ogni possibilità di valutazione e di bilanciamento, nel caso concreto, tra l’interesse stesso e la necessità di applicare comunque la pena accessoria in ragione della natura e delle caratteristiche dell’episodio criminoso. La violazione del principio di ragionevolezza, che consegue all’automatismo previsto dalla norma censurata, deve essere affermata anche alla luce dei caratteri propri del delitto di cui all’art. 567, secondo comma, cod. pen., il quale, diversamente da altre ipotesi criminose in danno di minori, non reca in sé una presunzione assoluta di pregiudizio per i loro interessi morali e materiali, tale da indurre a ravvisare sempre l’inidoneità del genitore all’esercizio della potestà genitoriale. È ragionevole, pertanto, affermare che il giudice possa valutare, nel caso concreto, la sussistenza di detta idoneità in funzione della tutela dell’interesse del minore”. (Massima Corte Costituzionale).
Difforme: Corte Cost. 23.06.1988 n. 724.
Pene accessorie, in Manuale di diritto penale, Marinucci-Dolcini, Giuffrè 2012.
3 maggio 2013 admin Corte Costituzionale, Massimario No Comment
«Tavola rotonda sulla pazzia dimenticata
Avvocati – procedimento civile – elezione di domicilio – iscrizione del procuratore all’albo del distretto – Corte di Cassazione, Sez. 1, Sentenza n. 7658 del 27/03/2013»