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Timestamp: 2018-01-19 04:08:12+00:00
Document Index: 92246973

Matched Legal Cases: ['art. 23', 'art. 17', 'art. 30', 'art. 32', 'art. 30', 'art. 208']

NEL n 1 _ gennaio 2012 by Notiziario Enti Locali FPCGIL Piemonte - issuu
Notiziario Enti Locali della CGIL FP Piemonte Fe b b r a i o 2 0 1 2 Nu m e r o 1 - A n no I
5-7 marzo 2012 - Elezioni RSU PERCHE’ VOTARE LE LISTE DELLA FP CGIL di Rossana Dettori, segretaria generale FP CGIL nazionale Perché per noi la democrazia rappresenta un valore irrinunciabile
IN QUESTO NUMERO interventi di
Rossana Dettori Gianni Abbona Serena Moriondo Aldo Reschigna Antonio Saitta Donatella Turletti
Poter scegliere chi ti rappresenta sul tuo posto di lavoro è un elemento decisivo per rendere davvero democratico il rapporto che c’è tra lavoratrici e lavoratori e chi fa la contrattazione. Essere eletti nelle RSU è un’assunzione di responsabilità e la fiducia che viene accordata deve necessariamente essere verificata nel tempo. Inoltre le elezioni delle RSU verificano periodicamente la rappresentatività delle Organizzazioni Sindacali: è una sorta di esame a cui si sottopongono, è la misurazione esercitata da tutti i lavoratori e le lavoratrici della bontà o meno delle scelte e delle azioni portata avanti dalle singole organizzazioni. I settori pubblici sono gli unici ad avere “il privilegio” di una legge sulla rappresentanza, una legge che la Cgil vorrebbe fosse estesa a tutto il mondo del lavoro: legge che se fosse stata in vigore, avrebbe reso impossibile quanto, ad esempio, è avvenuto alla Fiat e all’AIAS (dove lavorano operatori del settore socio-sanitario). Per affermare il valore del lavoro pubblico e della sua utilità sociale e universale
Spesso da soli, sostenuti da lavoratricilavoratori-movimenti e cittadini, in questi anni abbiamo combattuto - come Cgil - contro campagne denigratorie nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici; abbiamo difeso il lavoro e i servizi pubblici dagli attacchi di chi vorrebbe privatizzare servizi che garantiscono diritti universali previsti dalla nostra Costituzione. Non abbiamo rinunciato mai a contrastare chi vuole negare diritti di cittadinanza e del lavoro. Abbiamo lottato per rivendicare i rinnovi contrattuali e rifiutato di firmare accordi sbagliati e punitivi. Abbiamo sostenuto che le leggi Brunetta erano sbagliate e abbiamo chiesto a questo Governo di abrogarle. Non ci siamo mai rassegnati e non ci rassegneremo ad accettare che venga messa in
discussione la dignità del nostro lavoro. Pensiamo che la contrattazione nazionale e decentrata sia lo strumento principale per migliorarlo: per rendere migliore la nostra professionalità e, di conseguenza, i servizi in cui operiamo. Infine, il voto alle nostre liste è un riconoscimento delle battaglie sindacali che la Cgil ha messo in campo insieme alle migliaia di delegate e delegati che nei posti di lavoro si sono ostinatamente impegnati a mantenere in piedi la contrattazione, a risolvere i problemi che quotidianamente si devono affrontare, grandi o piccoli, collettivi o individuali. Perchè il diritto al voto dei precari della pubblica amministrazione non è stato garantito. Abbiamo lavorato fino all’ultimo affinché questo diritto alla democrazia sindacale non avesse barriere, esclusioni. Fino all’ultimo abbiamo sostenuto l’esigenza di riconfermare, attualizzandole, le previsioni contenute nel regolamento elettorale del 2007 che aveva previsto il voto delle lavoratrici e dei lavoratori precari. Qualcuno però ha provato a strumentalizzare questo tema per un altro fine: riaprire la partita del regolamento elettorale con l’obiettivo non di non far votare i precari. La motivazione posta da altri sindacati, in buona sostanza gli stessi che per mesi hanno continuato a lavorare per far saltare le elezioni, è stata: «O si conferma senza modifiche il regolamento elettorale del 2007 o si riapre tutta la discussione sulle elezioni RSU». Ciononostante, siamo riusciti a ottenere un risultato parziale: ammettere al diritto di voto migliaia di lavoratrici e lavoratori precari con incarichi rinnovati. Noi pensiamo che la democrazia e l’esercizio delle sue pratiche non debbano essere selettivi e per questo continueremo a batterci. La conferma delle elezioni RSU 2012, a dispetto di tutto e di tutti, è la precondizione per questa battaglia.
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O.d.G. della Provincia di Novara
na riforma della pubblica amministrazione che abbia quale obiettivo fondamentale la restituzione ai cittadini di buoni servizi in grado di sostenere e promuovere l’economia del Paese e di garantire nel contempo i diritti di cittadinanza non è in vero rinviabile. Con questa finalità va posta mano a una riorganizzazione che abbia riguardo anche alla riduzione degli sprechi che indubitabilmente esistono nella gestione degli apparati dello Stato, delle Regioni e delle Autonomie Locali: lo si deve fare perché è grave l’attuale momento di crisi ed ognuno deve assumersi le responsabilità per il ruolo che riveste (politici, dipendenti, cittadini); ma lo si deve fare anche guardando al futuro, per ridefinire il ruolo della Pubblica amministrazione, rafforzandola e soprattutto rafforzandone le attività che presta a favore dei cittadini, liberandola da una mancanza di prospettive certe che si va cronicizzando come conseguenza dell’assenza di politiche di lungo termine. ..... L’art. 23 del D.L. 201/2011 in pochi commi procede di fatto alla cancellazione delle Province, svuotandole di funzioni e riducendole a un guscio vuoto, cui fa da corollario la drastica riduzione di trasferimenti di risorse. A fronte di questo, i lavoratori della Provincia di Novara non possono che esprimere tutta la loro preoccupazione in merito al loro futuro. E’ infatti forte il timore che finiranno per scontare, come capri espiatori, gli esiti di un’indiscriminata campagna anche mediatica nei confronti dei dipendenti pubblici, nonostante si siano sempre fatti carico della gestione dei servizi e questo anche in assenza di politiche di valorizzazione professionale del personale. Comprendono altresì che la salvaguardia del loro lavoro e della loro professionalità non può essere disgiunta dalla salvaguardia del servizio pubblico, dalla sua estensione e miglioramento. Con queste premesse la RSU della Provincia di Novara -
auspica che si recuperi il terreno per un sereno confronto sull’attribuzione delle funzioni amministrative ai diversi livelli di governo territoriale, prescindendo dalla difesa di posizioni demagogiche ed anche localistiche;
sollecita che, nel momento attuale, venga riservata una particolare attenzione sul come continuare a garantire i servizi forniti dall’Ente, a tutela dei cittadini e nel rispetto del lavoro dei dipendenti provinciali che si trovano ad operare in una condizione di incertezza;
chiede che si avviino da subito (senza attendere la scadenza legislativa del 31 dicembre di quest’anno) a livello regionale e nazionale tavoli di confronto che prevedano la partecipazione dei rappresentanti dei dipendenti delle Province per analizzare in modo serio, ragionato e condiviso le ricadute in termini di occupazione, mobilità, professionalità che il provvedimento legislativo necessariamente produrrà, così come si dovrebbe fare per ogni processo di razionalizzazione legato a ristrutturazioni aziendali. La RSU della Provincia di Novara”, 31 gennaio 2012.
Tre domande a... Aldo Reschigna
“Noi chiediamo che le Comunità Montane accentuino il loro ruolo”
capogruppo del Partito Democratico in Regione Piemonte Quali sono le differenze tra il Disegno di legge presentato dal PD e quello presentato dall’assessore regionale Maccanti? La principale differenza sta nell’impostazione iniziale tra le due proposte. Il Piemonte è una regione ricca di esperienze associative: consorzi dei servizi sociali, Comunità Montane, Comunità collinari e Unioni di Comuni. Non tutte hanno sviluppato la stessa qualità di gestione associata di servizi ma comunque rappresentano una base importante su cui lavorare per realizzare un sistema dei poteri locali più forte ed efficace. Noi partiamo da questa considerazione: vogliamo cioè rendere più forte il sistema e non distruggerlo. L’assessore Maccanti, invece, vuole fare piazza pulita di tutto ciò che esiste, immaginando che dalle ceneri rinasca una nuova stagione. Sono convinto - al contrario - che dalle ceneri rinascerà un’esperienza di gestione associata più debole e parcellizzata. Prendiamo l’esempio dei consorzi dei servizi sociali: oggi in Piemonte esistono 54 soggetti gestori con una popolazione che va dagli 8.000 ai 120.000 abitanti di riferimento. Noi poniamo un obiettivo che è quello della riduzione del numero dei soggetti gestori in ambito delle politiche sociali perchè questa è la condizione affinchè anche nelle aree a dispersione demografica o territoriale possano essere garantiti i servizi alla popolazione. La Giunta regionale, abbassando i limiti di popolazione (30.000 e 20.000 ), crea le condizioni perchè aumentino i soggetti gestori e si accentui la non coincidenza territoriale con i distretti sanitari . Noi vogliamo un sistema più forte e meno frammentato: la Giunta pensa invece ad aumentarne i livelli di parcelizzazione. Il Partito Democratico si schiera apertamente per il mantenimento delle Comunità Montane: non pensate di essere in contrasto con l’opinione pubblica? No. Non credo di essere in contrasto con l’opinione pubblica perchè chiediamo che le Comunità Montane accentuino il loro ruolo, in qualità di soggetti gestori - in forma associata - di servizi comunali. Noi chiediamo che le Comunità Montane si trasformino e diventino protegoniste di un grande obiettivo perchè avere dei poteri locali più forti ed efficenti significa avere sistemi territoriali più forti ed efficenti.
Vorrei che sia chiaro un elemento: quella che dovremo realizzare non è un’operazione di architettura istituzionale che dovrà riguardare gli addetti ai lavori ma dovrà – invece - avere un’importanza fondamentale nel garantire servizi alle persone e alle attività economiche in ogni parte del Piemonte. La scommessa è tutta qui: evitare che si accentuino le differenze tra le aree urbane capaci di garantire alle persone e alle attività economiche funzioni e servizi efficenti e tutto ciò che è fuori dalle aree urbane che rischia di arretrare. In questo è anche la specificità della montagna del Piemonte, che va rispettata e salvaguardata anche con apposite forme di governo locale. Agli amministratori, anche quelli delle aree montane, chiedo però di non puntare alla conservazione dell’esistente. Da conservare vi è il valore dei municipi che rappresentano un pezzo fondamentale di democrazia e di tutela delle comunità locali; da innovare vi è la scelta di unirsi nella gestione dei servizi. E bisogna farlo in modo più forte rispetto al presente. Realisticamente, lei pensa che uno dei due Disegni di legge vedrà la luce entro il 2012? Io credo di sì, e mi auguro che il tema venga affrontato con una grande disponibilità al confronto di merito. È un’occasione importante e sarebbe un bel segnale che al termine di una seria discussione di merito venga costruito un nuovo testo che diventi legge regionale.
I nostri emendamenti al DDLR Enti locali Giovedì 9 febbraio la CGIL Regionale ha presentato gli emendamenti al DDLR 192/11, riforma delle Autonomie locali Disegno di legge Maccanti. La CGIL ha presentato degli emendamenti che tendono a modificare gli ambiti territoriali passando dall’attuale previsione di 3.000 abitanti per le Unioni montane e collinari a 5.000 abitanti (scelta legata alla necessità di avere stazioni appaltanti - in caso di acquisiti di prodotti o servizi - che raggruppino enti con una popolazione non inferiore). Per i Consorzi e per le Comunità montane è prevista l’automatica trasformazione in Unione di Comuni. Gli enti locali che non vogliono far parte dell’Unione, per la gestione dei servizi sociali o per l’unione montana, possono rescindere il loro patto associativo con l’Unione e scegliere una nuova via. Questo per non cancellare l’esperienze associative positive già in atto e perché risultano utili a garantire la tutela del personale, indipendentemente da clausole di salvaguardia sulla prosecuzione occupazionale contenute nella legge. È stata poi evidenziata la contrarietà al finanziamento dei servizi in convenzione. Questo emendamento trova la sua logica nel fatto che le Convenzioni, a differenza delle Unioni di Comuni, non hanno alcun costo. Infine, un’ultima considerazione. Le leggi succedutesi in questi anni sono state tutte tese a favorire l’associazionismo e a ridurre le spese gestionali. In quest’ottica, non si comprende perché si debba prevedere la chiusura delle Comunità montane che svolgono funzioni associate da più di 40 anni e che non necessitano di nuovi costi per l’avvio della gestione associata di servizi. Allo stesso modo, non si comprende perché non si cerchino di tutelare gli ex Consorzi socio assistenziali con una loro trasformazione giuridica. Anche in questo caso, ci sono esperienze positive di associazionismo per la gestione dei servizi socio assistenziali e sanitari che hanno continuato a essere erogati in una sostanziale assenza di finanziamenti nazionali e, conseguentemente, regionali. Qalcuno dovrebbe spiegare perché, dovendo svolgere le funzioni fondamentali in forma associata, si cancellano le attuali forme associative con un inutile spreco di risorse economiche. Come categoria abbiamo presentato, in questo caso unitariamente, proposte tese a estendere i periodi di copertura economica per gli enti locali che intendono assumere personale proveniente dalle Comunità montane e ad ampliare garanzie occupazionali. Per questo l’emendamento più significativo è quello che riguarda la garanzia occupazionale: «All’art. 17 comma 2 del DDLR 192/11 dopo le parole “finanziarie, umane e trasferire agli enti locali delle funzioni conferite” aggiungere: facendo salvi i rapporti di lavoro a tempo indeterminato, in essere alla data del trasferimento delle funzioni
COS’E’ UNA CONVENZIONE?
(d.lgs. 267/2000 - Articolo 30 – Convenzioni) La convenzione è un accordo tra Enti che intendono regolare reciproci rapporti al fine di svolgere in modo coordinato funzioni e servizi determinati. È prevista dall’art. 30 del TUEL. Vantaggi: • strumento leggero e flessibile • non altera la geografia amministrativa del territorio • produce un modesto miglioramento economico ed organizzativo Svantaggi: • scarsa integrazione amministrativa tra i contraenti • consente di “contare di più” solo in presenza di molti impegni vincolanti • non è autosufficiente, perché non è un soggetto giuridico autonomo
COS’E UNA UNIONE DI COMUNI?
( d.lgs. 267/2000 - Articolo 32 - Unioni di comuni È un Ente Locale, costituito da due o più comuni, che ha lo scopo di esercitare e gestire una pluralità di servizi e funzioni. È prevista dall’art. 32 del TUEL. Vantaggi • ha grande flessibilità ed autonomia • ha capacità operativa su tutte le funzioni comunali • rappresenta i comuni dal punto di vista economico e politico • non prevede l’obbligo di fusione tra comuni associati Svantaggi • è un Ente aggiuntivo e comporta spese aggiuntive • è efficiente solo se multifunzionale
Tre domande a... Antonio Saitta
“Monti non può abolire le Province ad assetto costituzionale invariato”
presidente della Provincia di Torino Perché le Province non devono essere abolite? Il modello Piemonte, dove le Province stesse hanno proposto di autoridursi da otto a quattro, si è ormai esteso a tutta Italia. Come UPI abbiamo presentato al Governo un disegno di legge delega che consentirebbe in pochi mesi un risparmio di 5 miliardi di euro con la nascita delle città metropolitane, il riordino delle Province - con una forte riduzione del numero di quelle piccolissime - e la razionalizzazione degli Uffici periferici dello Stato unita all’eliminazione degli enti strumentali intermedi. Il nostro primo obiettivo è difendere la nostra Costituzione: il Governo Monti non può abolire le Province ad assetto costituzionale invariato. Proprio il 31 gennaio, mentre a Novara si celebravano le esequie del Presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ho voluto ricordare le parole che pronunciò nel 2001 a Torino, in occasione delle celebrazioni per i 50 anni della prima elezione diretta dei Consigli Provinciali. Ricordando il dibattito sul governo degli Enti Locali in sede di Assemblea Costituente, Scalfaro difese la scelta di attribuire alle Regioni il potere legislativo, mentre le funzioni amministrative rimanevano in capo a Province e Comuni. I padri costituenti hanno stabilito che sono le Province l’ente in grado di operare con competenze di area vasta e non possono eliminarle con un decreto.
Quanto costano realmente? Oggi più che mai l’opinione pubblica è attenta al tema dei costi della politica e purtroppo una colpevole e semplicistica
interpretazione ha indicato nelle Province italiane un’inutile fonte di spreco: lo studio dell’Università Bocconi ha il grande pregio di aver compiuto in modo autorevole una operazione verità sul lavoro delle Province e la spesa collegata. I 12 miliardi che politici e opinion leader impreparati additano come fonte di spreco sono in realtà la spesa che le Province italiane sostengono per offrire servizi a Comuni e cittadini, compiti che dovrebbero essere presi in carico da altri (le Regioni, ad esempio) con un aggravio di costi considerevole. Pensiamo a chi potrebbe gestire in modo unitario e con economie di scala la manutenzione delle strade, occuparsi dell’edilizia scolastica, gestire i centri per l’impiego… Solo per citare alcune grandi deleghe che le Province gestiscono con personale preparato ormai da lunghi anni.
Quale sarà secondo lei il futuro delle Province nel nostro Paese? Sono moderatamente ottimista sul futuro dell’ente intermedio in Italia. Il Governo dovrà ragionare con dati e cifre alla mano e noi come UPI li abbiamo forniti. L’abolizione delle Province porterebbe un risparmio irrisorio di poche decine di milioni di euro, la nostra proposta di riordino farebbe risparmiare al Paese al meno 5 miliardi. Un esecutivo tecnico questo discorso non potrà rifiutarlo a prescindere. Personalmente sono impegnato a fondo in questa battaglia di verità: sarebbe gravissimo disperdere il patrimonio di competenze dei circa 65mila dipendenti delle Province perché costituisce un valore aggiunto che nessun Governo ha il diritto di disconoscere.
disegno di A. Sartoris, pgc Lazzaretti ed. tratto da I Racconti del guardaparco
La nuova legge sui parchi regionali di Gianni Abbona, coordinatore FP CGIL Parchi Una “rivoluzione” per la politica dei parchi regionali. L’istituzione della rete ecologica e della Carta della natura regionale; l’affidamento in gestione dei Siti di Interesse Comunitario; l’abrogazione di un numero notevole di leggi e, soprattutto, l’accorpamento di 29 enti di gestione in 14 nuovi. Un nuovo assetto che - se non governato preventivamente - rischia di avere effetti devastanti sul sistema delle aree protette. L’interesse sindacale a questa legge non nasce oggi ma nel 2005, quando si iniziò a parlare di “accorpamenti”. Grande fu il dibattito nei parchi e i dipendenti si divisero in due fazioni: coloro che all’accorpamento davano un giudizio negativo e chiedevano al sindacato di starne fuori, e coloro che preferivano invece stare all’interno di questo processo per cercare di apportare modifiche migliorative. Nel 2006, quando vi furono le audizioni per il disegno di legge, CGIL e UIL presentarono un documento comune (la CISL ne presentò uno a parte) che analizzava tutti gli aspetti relativi al personale ma entrava anche nel merito della legge. La legge fu approvata nel 2009 e il direttore regionale De Giorgio diede incarico a una ditta privata, la Praxi, di elaborare una proposta di dotazioni organiche dei nuovi enti accorpati. Pronta a breve, venne presentata ai sindacati che chiesero l’avvio della concertazione ritenendo inaccettabile una proposta che non teneva conto della tipologia di lavoro nei parchi e soprattutto che tagliava circa 100 posti dalle piante organiche pre-accorpamento. L’allora assessore De Ruggiero accolse le nostre richieste e congelò la proposta Praxi. A fine 2009, CGIL CISL UIL presentarono una piattaforma unitaria da portare al tavolo regionale previsto dalla legge. Nella piattaforma si ribadiva l’assoluta contrarietà a qualsiasi tentativo di smantellare il sistema parchi e la certezza delle sedi di lavoro; si presentava un ragionamento sulle dotazioni organiche e sulla loro composizione e si chiedeva una equa ripartizione dei fondi. Il nuovo assessore ai parchi, Casoni, riesumò la proposta Praxi. I sindacati, in assenza di una concertazione sulla materia, furono costretti a indire una manifestazione di fronte al palazzo della Giunta regionale nel luglio del 2010 che coinvolse 400 dipendenti, compresi amministratori e direttori contrari alla proposta Praxi. Durante l’incontro con l’assessore, i sindacati
dichiararono che era necessario un ampio dibattito per giungere a una soluzione. Alle nostre richieste di avvio del tavolo regionale il Direttore regionale De Giorgio non volle perdere tempo per alcuna trattativa. La Giunta presentò modifiche alla Legge regionale e il sindacato, unitariamente, fece alcune osservazioni, ma senza ottenere alcun confronto. Dal 1 gennaio 2012 i nuovi enti accorpati hanno iniziato a funzionare. In taluni casi, i presidenti nominati sono degnissime persone, in altri sono dichiaratamente anti-parco (in un caso, il presidente era presidente di un’associazione “noparco”). Come il sindacato aveva previsto, non appena iniziato un nuovo corso senza regole comuni, sono nati i problemi all’interno dei nuovi enti. I direttori pro-tempore sono scelti del presidente ma in un caso, l’unico direttore con tale qualifica è stato “scalzato” da un facente funzione (scelta che potrebbe risolversi con un ricorso). La sede dell’ente capita che sia scelta per la vicinanza alla casa del Presidente o, peggio, è stata scelta a rotazione fra gli enti. I direttori si stanno muovendo con calma, per non fare danni in attesa di direttive regionali, ma in un caso è stato già deciso di azzerare tutte le indennità riducendo lo stipendio ai 4 responsabili di vigilanza che continueranno a fare il lavoro di sempre ma con 2500 € in meno, mentre permangono le 7 fra alte professionalità e posizioni organizzative nelle aree tecniche e amministrative. Spesso i ruoli di responsabilità sono stati attribuiti in base alla conoscenza diretta del direttore e non per merito. Alcuni enti hanno fermato le auto perché è necessario fare una voltura, altri non faranno alcuna voltura. Per alcuni dipendenti è stato previsto uno spostamento di sede e per i molti, troppi, precari, non vi è alcuna certezza di continuità. Dopo che il Piemonte è stato per anni la Regione principe della politica dei parchi, si è persa un’occasione storica per ripensarsi. Dopo 30 anni di parchi, era necessario mettere insieme tutti i soggetti interessati: dal sindacato alle associazioni di categoria, imprenditori e mondo ambientalista, cacciatori, cittadini, agricoltori e la politica. E’ veramente triste vedere come la politica sia stata ancora una volta arrogante e sorda, incapace di gestire un vero cambiamento.
Un consiglio: occupati della tua pensione fin da oggi! di Donatella Turletti, segretaria organizzativa FP CGIL Piemonte Noi tutti, lavoratrici e lavoratori della CGIL siamo stai protagonisti della riforma del sistema pensioni del 1995. Riforma per sua natura molto complessa, che dispiegava i suoi effetti su un arco di tempo medio lungo e che creava un vero patto tra generazioni, consentendo di passare gradualmente attraverso la diversità dei sistemi. Prevedeva che un’apposita Commissione facesse una verifica periodica degli effetti. Il percorso fu interrotto da una marea di correttivi, la Commissione non è mai stata istituita e, di governo in governo, si è messo mano ai termini di vecchiaia e ai
L’adesione a un fondo di previdenza complementare, aiuta a migliorare il risultato finale del valore della pensione e dà annualmente un risparmio fiscale: le somme investite sono deducibili nel 730. Coinvolge il datore di lavoro nella contribuzione (1% del nostro reddito annuo ). È reversibile come la pensione. Ai lavoratori pubblici assunti prima del 2001 non si applica il TFR , ma ancora il TFS. L’adesione al fondo ne fa scattare l’applicazione, con questi vantaggi : −
il TFR vale mediamente un
sistemi di calcolo penalizzando sempre
20-30 % in più del TFS perchè
più i lavoratori, Questo per un bisogno di
contabilizza il 100% del reddito
cassa e per non volersi occupare di una
(TFS solo 80%)
buona riorganizzazione della pubblica amministrazione.
del pensionamento comprende
Oggi, ci troviamo a dover affrontare
anche il TFR in
una vita lavorativa esasperatamente
oggi liquidabile dopo 9 mesi
lavorativa e non esiste, in Italia, investimenti che dia al mondo del lavoro speranza di nuova stabilità. Avanza velocemente la progressione del sistema contributivo e le percentuali
contabilizzato, non così il TFS
lunga. Abbiamo un’alta discontinuità un piano economico di sviluppo e
la liquidazione del fondo all’atto
(manovra Monti) −
in caso di premorienza, gli
eredi riscattano il fondo compreso il TFR in esso
contabilizzato,
diversamente il TFS non si eredita.
di trasformazione da reddito a pensione diminuiscono. Nonostante il ministro Fornero sostenga che il sistema è stato semplificato, ormai la pensione non è un automatismo, ma prevede un’attenta analisi della propria posizione assicurativa, che va trattata e pianificata come un investimento finanziario.
La CGIL, tutti i giorni, interviene per chiedere più equità nelle riforme: flessibilità dei tempi di uscita dal lavoro, revisione dei coefficenti di trasformazione, applicazione del calcolo al 100% anche al TFS e la partenza del fondo complementare Perseo per Enti locali e Sanità. Un buon consiglio: occupati della tua pensione fin da oggi!
#liberidallaprecarietà (Prima della fine del mondo..) “Mentre il Presidente Monti ci fa la paternale sulla monotonia del posto fisso la precarietà e la disoccupazione dilagano sempre di più e le nostre vite diventano ogni giorno più impossibili. Come dire le “emozioni” non ci mancano.. Ma ad averci veramente annoiato sono le paternali di chi sale in cattedra mostrando di non conoscere la nostra condizione. Forse per questo le soluzioni fin qui proposte, tra contratti unici e flexicurity, hanno tutta l’aria di essere l‘ennesimo inganno. Ne è la riprova l’ultimo provvedimento sulle liberalizzazioni che cancella l’equo compenso per i praticanti. Noi vogliamo soluzioni vere, che partano dalla riduzione delle tipologie contrattuali, dalla cancellazione dei contratti truffa, dal contrasto all’abuso facendo costare e pagando di più il lavoro discontinuo. Vogliamo una vera estensione dei diritti e non l’estensione della precarietà! Questo significa tutele sociali per tutte le figure e una vera continuità di reddito per i periodi di non lavoro.
Queste per noi sono le soluzioni da cui partire e su questo vogliamo si apra un grande dibattito, in particolare tra i giovani e i precari: lo faremo nelle assemblee e nelle inziative che stiamo organizzando in tutta Italia”. Queste le parole dei ‘giovani NON+ disposti a tutto’ della Cgil che sono tornati a lanciare l’allarme precarietà. Lo hanno fatto a Roma, con un dibattito dal titolo ‘Liberi dalla precarietà’ in cui si sono confrontati con il segretario generale della Cgil Susanna Camusso i giovani e precari che hanno animato la mobilitazione del 9 aprile 2011 e le tante vertenze di questi mesi, per discutere sulle soluzioni per azzerare la precarietà ed estendere i diritti, a partire dalla riduzione delle 46 tipologie contrattuali e la garanzia per i precari di una reale continuità di reddito. Il tutto in piena polemica sull’aumento vertiginoso della precarietà, sulle critiche alla battuta del Presidente Monti sul posto fisso e sulla trattativa tra Governo e parti sociali sul mercato del lavoro e la crescita.
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Servizi all’infanzia: a che punto siamo? di Serena Moriondo – Segretaria Generale FP CGIL Asti Il servizio asili nido nasce in Italia (Legge 1044 del 1971) insieme alla creazione delle Regioni e a un primo processo di decentralizzazione. Da allora a oggi si sono succedute varie normative e in alcune Regioni il servizio nidi ricopre il ruolo di servizio educativo piuttosto che di servizio sociale. Nel nostro Paese, si spende solo l’1,4 % del Pil per le famiglie con bambini, contro una media dei Paesi Ocse del 2,2 %. Solo il 12% dei bambini e delle bambine al di sotto dei tre anni usufruisce dei servizi pubblici all’infanzia. Il Governo, dopo che il precedente ha azzerato i fondi, ha lasciato agli Enti locali la loro realizzazione. Questo vuoto ha diverse ragioni. Le politiche della famiglia, o meglio di sostegno alle responsabilità familiari nel nostro Paese hanno una storia di marginalità. Sono per lo più il sottoprodotto di altre politiche (assistenziali, sanitarie, previdenziali) e, solo recentemente, da misure di contrasto alla povertà sono state considerate strumenti di sostegno alle “responsabilità familiari in condizione di normalità”. Di fatto, i servizi all’infanzia sono razionati e largamente al di sotto della domanda sia effettiva che potenziale, l’accesso è regolato da una graduatoria del bisogno diversa tra un Comune e l’altro. Un’altra ragione deriva dal fatto che le politiche per le famiglie, in particolare in Italia, si basano su una particolare concezione di famiglia in cui la Chiesa ha precise responsabilità. Sostenere una o l’altra misura specifica significa proporre un modello di famiglia. Da un lato, infatti, vi è sostanziale condivisione – da parte di tutte le parti politiche e anche dal sindacato – di un modello di famiglia basata sul maschio capofamiglia. Dall’altro, anche in proposte che si vogliono neutrali rispetto a modelli specifici di famiglia è prevalente un minore riconoscimento sociale. Da questo Paese vorremmo politiche per l’infanzia che consentano a quel 25% di bambini e bambine in lista di attesa di poter frequentare gli asili nido. Politiche pubbliche in grado di controllare l’aumento di circa il 300% del ruolo del privato in pochi anni, sapendo che la metà di questi servizi - il 31,1% per l’esattezza - nasce su iniziativa del privato senza che sia valutata la qualità dei servizi offerti. Oggi il blocco delle assunzioni e il taglio delle risorse agli Enti locali
stanno accentuando privatizzazioni ed esternalizzazioni. E’ però evidente che vi sono costi nella gestione di un asilo nido scarsamente comprimibili oltre un certo limite. C’è necessità di un welfare adeguato alle nuove condizioni demografiche e del mercato del lavoro, attento a sostenere i diritti individuali a partire da quelli delle bambine e dei bambini. Non si può auspicare una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, una maggiore flessibilità dei contratti di lavoro, l’innalzamento della età pensionistica e contestualmente la disponibilità delle reti familiari a farsi carico della fragilità degli anziani o dei disabili, chiedendo la disponibilità dei giovani e in particolare delle donne ad avere figli, senza mutare l’organizzazione del tempo di lavoro, il sistema di protezione sociale e l’offerta di servizi. Occorre un forte investimento sui più piccoli, anche in termini di uguali opportunità, riducendo le diseguaglianze sociali sempre più ampie. In alcune realtà i diritti dei bambini sono stati tradotti in leggi regionali. In Piemonte la riflessione avvenuta all’interno del mondo di esperti e operatori dei nidi e i modelli pedagogici si sono dimostrati tra i più avanzati e oggetto di studio e imitazione da parte di altri Paesi. Ma da alcuni anni è iniziato un processo involutivo influenzato dalle gravissime condizioni finanziarie in cui versano i Comuni. Le esperienze realizzate definiscono gli elementi di identità dei servizi, il loro orientamento educativo e sociale: un valore, quello piemontese, che rischia di scomparire se sarà approvato il nuovo disegno di legge regionale per l’infanzia voluto da Cota dove non vi è traccia della volontà di perseguire il rafforzamento della finalità pubblica dell’offerta socio-educativa; dove non c’è condivisione sulle modalità di gestione e il rapporto numerico educatore-bambini; né una maggiore valorizzazione di tutte le figure professionali coinvolte, su cui anche l’Anci ha espresso un parere fortemente critico. Siamo consapevoli che non esiste un’unica misura risolutiva. Le politiche per l’infanzia devono essere un mix di trasferimenti monetari e di servizi. E soprattutto, non si può pensare che siano riforme a costo zero.
Polizie locali Convenzione tra Comuni senza Ente unico
I comuni convenzionati non possono costituire un corpo unico di polizia municipale con una semplice associazione che normalmente ammette solo alla condivisione delle risorse disponibili senza trasferimento di funzioni e responsabilità. In pratica l’istituzione di un corpo diverso da quello dei comuni convenzionati pone problemi concreti sulla soggettività giuridica del nuovo ente e sulla titolarità delle funzioni riconosciute per legge al primo cittadino in materia di polizia amministrativa locale. Lo ha stabilito il ministero dell’Interno con il parere n. 2674 del 16 febbraio 2011, divulgato dalla prefettura di Forli-Cesena. Una serie di comuni della vallata del Savio ha deciso di procedere alla costituzione di un corpo unico di polizia locale sottoscrivendo una convenzione per la gestione associata del servizio. Il ministero dell’interno, interessato sulla questione, ha bocciato questa determinazione evidenziando l’irregolarità del complesso passaggio di consegne del servizio vigili urbani. La legge quadro n. 65 del 1986, specifica innanzitutto il parere centrale, prevede certamente la possibilità di gestire in forma associata il servizio di polizia municipale “rinviando alle forme associative previste dalla legge, ovvero mediante convenzione, consorzi e unioni dei comuni ex art. 30 e seguenti del D.Lgs. n. 267 del 2000, mentre non prevede la possibilità di costituire un corpo unico di polizia municipale né autorizza in alcun modo i comuni a trasferire o delegare la titolarità delle funzioni loro attribuite dalla legge”. Ovvero non ammette la costituzione di un corpo unico con una semplice associazione intercomunale. Le forme associative, prosegue il Viminale, rappresentano infatti solo uno strumento operativo finalizzato a garantire un servizio più efficiente nell’ambito territoriale degli enti convenzionati “fermo restando, tuttavia, che la titolarità delle predette funzioni rimane in capo agli enti che hanno stipulato il patto associativo”. In pratica l’istituzione di un corpo diverso da quello dei comuni convenzionati pone problemi concreti sulla soggettività giuridica del nuovo
ente e sulla titolarità delle funzioni riconosciute per legge al primo cittadino in materia di polizia amministrativa locale. Resta letteralmente sempre possibile però attivare un vero trasferimento di funzioni anche in materia di vigilanza urbana con la costituzione di una unione di comuni. In questo caso i singoli enti locali possono legittimamente spogliarsi di funzioni, compiti e personale delegando il nuovo ente pubblico, anche integralmente, allo svolgimento delle delicate attività di polizia locale. In pratica qualora si intendessero accogliere le eccezioni sollevate nel parere in predicato e comunque procedere con la costituzione di un ufficio unico convenzionato ci si dovrà preoccupare quantomeno che l’atto associativo preveda: 1. che i Sindaci associati decidano in piena autonomia del loro servizio di polizia locale e dell’utilizzo del proprio monte orario non rimettendo in capo al Comune Capofila le decisioni in ordine la gestione della sicurezza urbana sul loro territorio; 2. che tutti i provvedimenti sindacali contingibili ed urgenti vengano adottati dal singolo Sindaco; 3. che i provvedimenti gestionali rimangano di competenza dei dirigenti di ogni singolo ente ( ordinanze viabilistiche - ordinanze ingiunzioni - etc.); 4. che gli introiti da sanzioni amministrative vengano riversati al singolo comune secondo il principio dell’accertamento territoriale ossia del locus commissi delicti anche al fine di consentire agli enti di poter ottemperare a quanto previsto dall’art. 208 in ordine la destinazione dei proventi del c.d.s.; 5. che la riscossione coattiva venga adottata con ruoli emessi dal singolo comune; 6. che gli operatori rimangano dipendenti dei comuni di provenienza; 7. che la rappresentanza in giudizio (es. avverso i verbali del c.d.s.) venga delegata dal singolo sindaco e che il funzionario si costituisca in iudicium in nome e per conto del comune associato; 8. che qualsivoglia autorizzazione venga firmata dai dirigenti di ogni singolo comune. (dal sito IPSOA.it)
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- A.T.C. Quale ruolo, quale futuro? ne discutiamo MERCOLEDÌ 22 FEBBRAIO - DALLE 9.30 SALONE AT.C - c.so Dante,14 Torino Chiude i lavori Stefano BIANCHI FP CGIL Nazionale
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NEL n 1 _ gennaio 2012