Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-13845-del-22-05-2019
Timestamp: 2020-06-02 22:09:01+00:00
Document Index: 141565922

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 20', 'art. 2437', 'art. 33', 'sentenza ', 'art. 2437', 'art. 2437', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 2437', 'art. 56', 'art. 2437']

Sentenza Cassazione Civile n. 13845 del 22/05/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13845 del 22/05/2019
Cassazione civile sez. I, 22/05/2019, (ud. 05/02/2019, dep. 22/05/2019), n.13845
sul ricorso 22847/2017 proposto da:
elettivamente domiciliata in Roma, Largo Giuseppe Toniolo n. 6
presso lo studio dell’avvocato Morera Umberto che lo rappresenta e
difende unitamente agli avvocati D’Arrigo Marco, Cagnasso Oreste,
Montalenti Paolo, giusta procura in calce al ricorso;
A.d.C.F.,
S.G.A.d.C.G., S.F., elettivamente domiciliati in Roma,
Corso Vittorio Emanuele II n. 141 presso lo studio dell’avvocato
Consolo Claudio che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato
Caprioli Vincenzo, giusta procura in calce al controricorso e
Montalenti Paolo, giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 318/2017 della CORTE D’APPELLO di LECCE,
05/02/2019 dal cons. TERRUSI FRANCESCO;
uditi per il ricorrente l’Avvocato Cagnasso e l’Avvocato Montalenti,
che hanno chiesto si riportano;
uditi per il controricorrente l’Avvocato Consolo e l’Avvocato Guizzi
(con delega), che hanno chiesto, riportandosi, il rigetto del
Con atto notificato il 28 e il 30-5-2011 A.d.C.F., S.A.d.C.G. e S.F. convenivano dinanzi al tribunale di Lecce la Banca Sella s.p.a. e la Banca Sella Sud A.G., onde sentir accertare la validità e l’efficacia del recesso dalla seconda società a seguito dell’incorporazione nella prima, e onde ottenere di conseguenza la condanna della prima alla determinazione del valore di liquidazione delle loro azioni.
I. – Col primo motivo la Banca Sella censura la sentenza ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 2, per avere erroneamente affermato la competenza del foro di Lecce anzichè di quello di Biella (oggi di Torino), corrispondente alla sede di essa Banca.
Dalla motivazione risulta – e non è oggetto di contestazione – che gli attori avevano formulato due domande: l’una di accertamento (della legittimità ed efficacia del loro recesso da Banca Sella Sud A.G.), l’altra di condanna (dell’incorporante Banca Sella a liquidare il valore delle azioni detenute).
Dalla trascrizione riportata nel controricorso (collimante con i dati di causa) emerge che l’eccezione di incompetenza territoriale era stata formulata, nella comparsa di risposta dell’attuale ricorrente, con riferimento agli artt. 19 e 20 c.p.c., ma in relazione (i) al foro generale delle persone giuridiche, che si era detto doversi parametrare alla sede di Banca Sella (in (OMISSIS)), (ii) al foro facoltativo per i diritti di obbligazione, che si era detto inapplicabile “per non avere le parti dedotto in giudizio alcun diritto di obbligazione di natura contrattuale e/o extracontrattuale”.
Per converso l’art. 20 era certamente applicabile al caso di specie, poichè riguardante tutte le cause relative a diritti di obbligazione (fossero implicate da azioni di accertamento, costitutive o di condanna), e niente era stato dedotto con riguardo alla competenza relativa alla prioritaria domanda di accertamento della legittimità del recesso, che era stata avanzata in relazione alla posizione dell’altra convenuta Banca Sella A..
Questa – è confermato nell’attuale ricorso – era stata coinvolta nella causa in quanto non ancora estinta al momento della notificazione della dichiarazione di recesso.
Ne consegue che non era stato contestato il foro facoltativo con riguardo al luogo in cui l’obbligazione era sorta, da identificare in quello nel quale si era perfezionata la dichiarazione unilaterale di recesso da Banca Sella A..
Per giurisprudenza costante, l’eccezione di incompetenza per territorio impone di contestare la sussistenza del foro del giudice adito, e di conseguentemente indicare il giudice competente, con riferimento a tutti i concorrenti criteri previsti dagli artt. 18,19 e 20 c.p.c. (ex aliis Cass. n. 24277-07, 25891-10). L’incompletezza della formulazione dell’eccezione è controllabile anche d’ufficio dalla Corte di cassazione (Cass. n. 13202-11). Essa suppone di considerare l’eccezione medesima come non proposta e radica, pertanto, la competenza presso il giudice adito (Cass. n. 5725-13, Cass. n. 24094-14, Cass. n. 6380-18 e molte altre).
II. – Col secondo motivo di ricorso la Banca Sella denunzia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2437 c.c., lett. g), sul cui presupposto è stata accolta la domanda di merito. Assume la necessità di interpretare la disposizione in senso restrittivo, per modo da riferire il pregiudizio legittimante l’esercizio del recesso ai soli diritti partecipativi dei soci in effetti esistenti, non anche invece alle mere aspettative quali sono (o sarebbero) quelle relative alla distribuzione degli utili di esercizio. Da questo punto di vista la ricorrente sostiene che l’art. 33 dello statuto della società risultante dalla fusione non implicava alcun mutamento della quota di partecipazione agli utili delle diverse categorie azionarie, nè dei diritti incorporati nell’azione. E in ogni caso nega che gli attori abbiano subito un pregiudizio dalla previsione statutaria di minore distribuzione degli utili, giacchè l’apparente pregiudizio sarebbe stato “ampiamente compensato dall’aumento del valore patrimoniale” automaticamente derivante dalla minore distribuzione.
III. – Il motivo è in parte infondato e in parte inammissibile.
IV. – Il motivo è invece infondato sul piano della prospettazione giuridica.
A fronte di una delibera che aveva mutato il quorum per le assemblee straordinarie, la sentenza citata ha messo in luce che l’interesse della società alla conservazione del capitale sociale prevale sull’eventuale pregiudizio di fatto subito dal socio, che non vede inciso, nè direttamente nè indirettamente, il suo diritto di partecipazione agli utili e il suo diritto di voto a causa del mutamento del quorum. Sul che non sembra esserci questione, visto che l’art. 2437 c.c., lett. g), allude – per consolidata opinione – a una modifica avente incidenza diretta sui diritti di voto o di partecipazione. Ed è ovvio che una variazione semplicemente riguardante i quorum assembleari non possiede tali caratteristiche.
Il caso concreto è ben diverso, giacchè la fattispecie, in base alla sentenza, si atteggia nel seguente modo: a fronte della versione statutaria di Banca Sella Sud A., che consentiva di distribuire dividendi previa destinazione di almeno il 5 % a riserva legale e di un ulteriore 5 % a riserva straordinaria, lo statuto di Banca Sella (incorporante) consente di distribuire dividendi solo previa elevazione delle percentuali destinate sia a riserva legale (12 %) che a riserva statutaria straordinaria (40 %), e con aumento del tetto di accantonamento complessivo della riserva legale medesima dal 20 % al 40 %.
V. – Ora la proposta esegesi restrittiva dell’art. 2437 c.c., lett. g), per quanto condivisibile nel senso che segue, non può essere spinta fino al punto sostenuto dalla ricorrente, e quindi non rende erronea l’affermazione del giudice d’appello in ordine all’apprezzabile incidenza della modificazione statutaria sui diritti di partecipazione dei soci.
Essa si inscrive all’interno di una rivisitazione del regime del recesso imposta dalla legge delega n. 366 del 2001 – art. 4,comma 9, lett. d), e art. 3, comma 1, lett. f) – col fine di rafforzare, certo, il potere della maggioranza, e conseguentemente comprimere le possibilità di veto delle minoranze, ferma però la necessità di riequilibrare gli interessi in gioco mediante un coerente rafforzamento pure dei diritti individuali dei soci, in vista del possibile disinvestimento della partecipazione.
VI. – L’ampliamento delinea una tripartizione delle cause di recesso, per comune opinione suscettibili di essere distinte in legali inderogabili, legali derogabili e statutarie.
La fattispecie di cui all’art. 2437 c.c., lett. g), facente riferimento alle “modificazioni dello statuto concernenti i diritti di voto o di partecipazione”, rientra nel novero delle cause legali inderogabili di recesso. E per quanto da ciò sia legittimata una esegesi restrittiva della formulazione, insistere su tale circostanza non è proficuo nel caso di specie.
Prefigurare distinzioni non rileva granchè nell’odierna fattispecie, nel senso che può discutersi se con l’espressione “diritti di partecipazione” si abbia a intendere anche i diritti amministrativi; e un’interpretazione restrittiva può anche portare a escluderlo; ma non è dubitabile che l’espressione si riferisca in ogni caso ai diritti patrimoniali, perchè tali sono, nella società di capitali, quelli implicati dal diritto di partecipazione.
Il fine stesso della partecipazione è quello di giungere alla soddisfazione, mediante la distribuzione dell’utile, di un interesse patrimoniale. Sicchè appare consequenziale che una modifica statutaria, relativa alla distribuzione dell’utile, rientri in pieno tra le cause legali inderogabili di recesso.
VII. – Non interessa sottolineare – come fatto dalla ricorrente – che il diritto individuale del singolo azionista a conseguire l’utile di bilancio sorge soltanto se e nella misura in cui la maggioranza assembleare ne disponga l’erogazione ai soci – mentre, prima di tale momento, vi è una semplice aspettativa, potendo l’assemblea sociale impiegare diversamente gli utili o anche rinviarne la distribuzione all’interesse della società.
Difatti la modifica (nel senso accertato dalla corte d’appello) della clausola statutaria attinente alla distribuzione dell’utile influenza direttamente – e in negativo – i diritti patrimoniali dei soci perchè, prevedendo l’abbattimento della percentuale ammissibile di distribuzione dell’utile di esercizio, in considerazione dell’aumento della percentuale da destinare a riserva, finisce per limitare la stessa libertà dell’assemblea ordinaria di deliberare sul punto. E dunque altera le correlate prerogative degli azionisti.
VIII. – In ultimo va osservato che non influisce sul tema la previsione dell’art. 56 del T.u.b. (D.Lgs. n. 385 del 1993), secondo la quale le modificazioni statutarie delle banche non possono contrastare coi principi di sana e prudente gestione.
Parte ricorrente ha richiamato (in memoria) tale previsione per dire che sarebbe insostenibile che una modificazione statutaria così finalizzata, approvata dalla Banca d’Italia, finisca per pregiudicare “in senso peggiorativo e direttamente” un diritto di partecipazione.
Dinanzi a una causa legale e inderogabile di recesso, tale definibile in base alla conformazione legislativa, è assolutamente irrilevante che la modificazione statutaria sia o meno coerente con le regole di gestione bancaria. Quel che unicamente rileva ai fini dell’exit è la prospettiva del socio, e non può affermarsi che la deliberazione concretamente incidente sul diritto di partecipazione – nel senso qui accertato in fatto dal giudice del merito – cessi di esser tale perchè in qualche misura imposta dalle regole patrimoniali il cui rispetto si richiede alle banche.
IX. – Il ricorso principale è rigettato.
Va affermato il seguente principio: “in tema di recesso dalla società di capitali, l’espressione “diritti di partecipazione” di cui all’art. 2437 c.c., lett. g), per quanto nell’ambito di una interpretazione restrittiva della norma tesa a non incrementare a dismisura le cause legittimanti l’exit, comprende in ogni caso i diritti patrimoniali implicati dal diritto di partecipazione, e tra questi quello afferente la percentuale dell’utile distribuibile in base allo statuto; ne consegue che la modifica di una clausola statutaria direttamente attinente alla distribuzione dell’utile, che influenzi in negativo i diritti patrimoniali dei soci prevedendo l’abbattimento della percentuale ammissibile di distribuzione dell’utile di esercizio in considerazione dell’aumento della percentuale da destinare a riserva, giustifica il diritto di recesso dei soci di minoranza”.