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Timestamp: 2017-08-21 21:29:07+00:00
Document Index: 100832295

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 36', 'art. 36', 'art. 17', 'art. 3', 'art. 30', 'art. 113', 'art. 51', 'art. 51', 'art. 109', 'art. 107', 'art. 83', 'art. 109', 'art. 6', 'art. 10', 'art. 118', 'art. 122', 'art. 123', 'art. 122', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 122', 'art. 165', 'art. 165', 'art. 23']

LE NOVITA' FISCALI DI LUGLIO 2007
Si riporta nel seguito una breve sintesi delle principali novità fiscali, di interesse per le imprese, relative al mese di luglio 2007, in particolare con riferimento a:
1. Studi di settore
2. Ammortamento fabbricati strumentali – deducibilità diritto di superficie
3. Reverse charge
4. Società non operative
6. Dividend washing e comunicazione minusvalenze
7. Trattamento fiscale dell’avviamento negativo
8. Deducibilità accantonamenti ai fondi per indennità suppletiva di clientela e meritocratica
9. Consolidato nazionale
10. Credito di imposta per i redditi prodotti in paesi esteri a fiscalità privilegiata
11. Conservazione elettronica degli adempimenti fiscali
12. Fiscalità europea
1. Novità in materia di indicatori di normalità economica e studi di settore
Con la circolare n. 41/E del 6 luglio 2007, l’Agenzia delle Entrate fornisce chiarimenti in merito alle novità in materia di studi di settore che, con il recente D.M. 4 luglio 2007, sono state apportate al D.M. 20 marzo 2007, concernente l’approvazione di specifici indicatori di normalità economica, il rinvio dei versamenti delle imposte, la congruità e la valenza probatoria degli studi.
La circolare, inoltre, fornisce precisazioni in ordine alla proroga dei termini per l’effettuazione dei versamenti per i soggetti che esercitano attività per le quali sono stati approvati gli studi di settore nonché sulla valenza probatoria delle risultanze scaturenti dall’applicazione degli indici di normalità economica con particolare riguardo alla limitazione degli accertamenti di tipo presuntivo.
In particolare, per effetto del nuovo comma 1-bis, introdotto dall’art. 1 del D.M. 4 luglio 2007 nell’articolo 4 del D.M. 20 marzo 2007, gli accertamenti basati sugli studi di settore non possono essere effettuati nei confronti dei contribuenti che hanno dichiarato (anche in seguito all’adeguamento) ricavi/compensi in misura non inferiore al maggior valore tra il livello minimo derivante dall’applicazione degli studi, tenendo in considerazione i risultati derivanti dagli indicatori di normalità economica, ed il livello puntuale risultante dall’applicazione degli studi, ma senza considerare i citati indicatori. Il contribuente, pertanto, sarà considerato “congruo” se i ricavi saranno pari o superiori al maggiore dei precedenti valori e l’ufficio non potrà effettuare accertamenti utilizzando i maggiori valori relativi al ricavo o compenso puntuale di riferimento, scaturenti dall’applicazione degli indicatori di normalità.
Quanto alla valenza probatoria dei maggiori valori scaturenti dall’applicazione degli indicatori, l’Agenzia precisa che, l’ufficio dovrà motivare l’avviso di accertamento fornendo ulteriori elementi probatori per avvalorare i maggiori ricavi o compensi derivanti dall’applicazione degli indicatori di normalità economica, tenendo conto delle specifiche condizioni del contribuente e dell’attività svolta, nonché delle possibili cause giustificative.
Nei confronti dei soggetti congrui (che dichiarano, cioè, ricavi o compensi in misura superiore al “livello di congruità”, così come definito dal comma 1-ter dell’art. 1 del D.M. 4 luglio 2007), l’Agenzia ricorda che l’accertamento presuntivo potrà aver luogo quando l’ammontare (presunto) delle attività non dichiarate, derivante dalla ricostruzione di tipo presuntivo, sia superiore al 40% dei ricavi/compensi dichiarati o sia di importo superiore, in valore assoluto, a 50.000 euro.
Quanto alla maggiorazione del 3%, prevista dall’art. 2, comma 2-bis, del D.P.R. 31 maggio 1999, n. 195, l’Agenzia precisa che l’introduzione dei nuovi indicatori di normalità economica può definirsi come una “revisione degli studi”; ne consegue che, per il periodo di imposta 2006 bisognerebbe applicare all’imposta la citata maggiorazione calcolata sulla differenza tra i ricavi o compensi derivanti dall’applicazione degli studi e quelli annotati nelle scritture contabili. Tale maggiorazione troverà applicazione solo nei confronti dei contribuenti i cui maggiori ricavi/compensi stimati non siano stati influenzati dagli indicatori di normalità economica.
Con riferimento ai termini per i versamenti, gli stessi potranno essere effettuati anche entro il termine dell’8 agosto 2007, con maggiorazione dello 0,40%. Tale proroga non riguarda i contribuenti per i quali trovano applicazione i parametri e quelli con periodo di imposta non coincidente con l’anno solare.
L’Agenzia, infine, preannuncia che gli studi di settore in evoluzione, contemplati dal provvedimento del Direttore dell'Agenzia delle Entrate del 14 febbraio 2007, in vigore a decorrere dal periodo d’imposta in corso alla data del 31 dicembre 2007, non saranno elaborati utilizzando l’indicatore “valore aggiunto per addetto” per l’eventuale stima di maggiori ricavi o compensi e che tale indicatore verrà sostituito con uno diverso.
2. Ammortamento dei fabbricati strumentali – deducibilità del diritto di superficie
Con le risoluzioni n. 157/E del 5 luglio e n. 192/E del 27 luglio, l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto non applicabile al diritto di superficie con durata determinata costituito a favore del superficiario la disciplina dell’ammortamento dei fabbricati strumentali, di cui all’art. 36, comma 7, del DL n. 223/2006, secondo cui ai fini del calcolo delle quote di ammortamento deducibili, il costo complessivo dei fabbricati strumentali è assunto al netto del costo delle aree occupate dalla costruzione e di quelle che costituiscono pertinenza.
In particolare, il diritto di superficie - che, secondo le disposizioni di cui agli articoli 952 e 953 del codice civile, consiste o nel trasferimento della proprietà della costruzione separata da quella del suolo o nel diritto, che il proprietario del suolo concede ad altri, di fare o di mantenere al di sopra del suolo una costruzione (concessione ad aedificandum), e che può essere costituito a tempo determinato con l’acquisto automatico alla scadenza del termine della proprietà della costruzione a favore del proprietario del fondo (principio dell’accessione) - ad avviso dell’Agenzia, non è comprensivo del valore del terreno rappresentando, pertanto, se acquistato a tempo determinato, un costo per il superficiario che deve concorrere al risultato di esercizio e, di conseguenza, essere deducibile in sede di determinazione del reddito di impresa.
Viceversa, l’Agenzia ritiene che la predetta disciplina trovi applicazione se il diritto di superficie è costituito a tempo indeterminato, in quanto sostanzialmente assimilabile all’acquisto in proprietà del terreno. Pertanto, qualora il diritto di superficie non abbia formato oggetto di autonoma acquisizione, l’importo non deducibile del costo deve essere determinato, ai sensi del richiamato comma 7 dell’art. 36, in misura pari al maggiore valore tra quello esposto in bilancio nell’anno di acquisto e quello corrispondente all’applicazione delle percentuali forfetarie del 20 e del 30 per cento del costo complessivo del fabbricato.
L’Agenzia delle Entrate, si è espressa, con alcune risoluzioni, in merito all’applicazione del meccanismo del reverse charge, o inversione contabile, previsto dall’art. 17, comma 6, del D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633. In particolare:
con la Risoluzione n. 172/E del 13 luglio, l’Agenzia ha chiarito che si applica il regime del reverse charge alle imprese che svolgono nella sostanza un’attività rientrante nella sezione F della tabella ATECOFIN che indica i codici attività “costruzioni”, fermo restando l’obbligo in capo alle stesse di comunicare l’effettiva attività esercitata. Tuttavia, restano escluse alcune attività previste dalla predetta sezione che, anche se attinenti alla realizzazione di edifici, non si sostanziano in attività edilizie, come ad esempio la costruzione o installazione di attrezzature industriali.
In merito alla qualificazione giuridica del rapporto contrattuale (come appalto, prestazione d’opera o fornitura con posa in opera), necessaria per stabilire se ricorrono le condizioni per l’applicazione della disciplina, l’Agenzia precisa che è necessario valutare gli effetti prodotti dal contratto sulla base della comune intenzione delle parti (comportamenti concludenti) a prescindere dalla qualificazione giuridica posta.
Per quanto riguarda le Associazioni Temporanee d’Impresa (ATI), viene chiarito che la disciplina del reverse charge trova applicazione nell’ipotesi di imprese facenti parte di un’ATI priva di autonomia soggettiva, perché le imprese non si comportano, nell’esecuzione del contratto, in maniera unitaria e indistinta sia all’interno del raggruppamento che nei confronti dei terzi, solo se le prestazioni rese dalle singole imprese associate presentino i requisiti soggettivi e oggettivi richiesti dalla normativa.
L’Agenzia, richiamando quanto espresso nella circolare n. 19/E del 4 aprile 2007, chiarisce che la disciplina del reverse charge si rende applicabile qualora l’ATI abbia soggettività giuridica con rilevanza esterna.
Con la Risoluzione 11 luglio, n. 164/E, in risposta ad un interpello circa l’applicabilità della disciplina del reverse charge all’attività di installazione e manutenzione di sistemi d’allarme, l’Agenzia ha chiarito che la stessa trova applicazione qualora l’attività di installazione e di manutenzione sia eseguita sulla base di un contratto di subappalto, mentre dovranno utilizzarsi le ordinarie modalità di fatturazione quando l’installazione sia eseguita “per conto di una società produttrice di impianti di allarme ove la stessa li ceda, con posa in opera, al cliente finale”.
L’Agenzia delle Entrate, con la Risoluzione n. 155/E del 5 luglio, chiarisce che la disciplina del reverse charge si applica anche in caso di affidamento dei lavori per la realizzazione di un’opera pubblica al contraente generale (c.d. general contractor) che, a sua volta, affida ad altre imprese, in tutto o in parte, l’esecuzione dei lavori stessi mediante contratti di subappalto. Ciò in quanto ai sensi dell’art. 3, comma 7 del D.Lgs. 12 aprile 2006, n. 163, c.d. “Codice degli appalti pubblici”, si desume che il contratto di affidamento ad un contraente generale è una tipologia di contratto di appalto pubblico. Pertanto, i terzi affidatari dei lavori sono tenuti ad emettere fattura senza addebito di imposta per le prestazioni rese nei confronti del general contractor.
L’Agenzia delle Entrate, nella Risoluzione 5 luglio, n. 154/E, ha ritenuto che l’attività di installazione e manutenzione di impianti idraulico-sanitari deve considerarsi attività di costruzione cui trova applicazione la disciplina dell’inversione contabile. E’, inoltre, precisato che non assume alcuna rilevanza, a tal fine, il fatto che l’appaltatore abbia ricevuto l’incarico da un’impresa edile o da un soggetto privato.
4. Disapplicazione della disciplina sulle società non operative
L’Agenzia con circolare del 9 luglio, n. 44/E, risponde a quesiti presentati su specifiche problematiche relative alla trattazione delle istanze di disapplicazione della disciplina sulle società non operative di cui all’art. 30, comma 4-bis della legge n. 724/1994. Tra i chiarimenti si segnalano, in particolare, quelli riferibili alle istanze presentate da società immobiliari, da società in stato di liquidazione e da società holding nonché, fra gli altri, i seguenti:
l’esclusione dalla disciplina sulle società non operative prevista per “i soggetti ai quali, per la particolare attività svolta, è fatto obbligo di costituirsi sotto forma di società di capitali”, non è applicabile agli intermediari finanziari iscritti nella sezione speciale dell’elenco generale dell’Ufficio Italiano Cambi di cui all’art. 113 del T.U.L.B, non essendo per tali soggetti richiesta una specifica forma societaria per lo svolgimento della propria attività;
le società in stato di fallimento, liquidazione coatta amministrativa e giudiziaria e in amministrazione controllata e straordinaria possono considerarsi automaticamente escluse dalla disciplina sulle società di comodo anche nel periodo di imposta immediatamente precedente il fallimento o la liquidazione, nel corso del quale i presupposti delle suddette procedure si sono realizzati; diversamente, le società ammesse al concordato preventivo sono tenute alla presentazione dell’istanza di disapplicazione poiché le stesse, salvo i limiti previsti per gli atti eccedenti l’ordinaria amministrazione, continuano l’esercizio della propria impresa;
con riguardo alle società che possiedono beni d’impresa e partecipazioni oggetto di rivalutazione secondo le disposizioni della L. 23 dicembre 2005, n. 266 (Legge Finanziaria 2006), i coefficienti di redditività devono essere applicati al valore non rivalutato di tali beni e partecipazioni, poiché i maggiori valori conseguenti alla rivalutazione saranno rilevanti a fini fiscali a decorrere dal periodo d’imposta 2008;
per le società che detengono partecipazioni di minoranza in società quotate, l’Agenzia ribadendo che, in linea di principio, l’analisi dell’operatività di soggetti che possiedono partecipazioni deve essere trasferito in capo alle società partecipate - con la conseguenza che l’accoglimento di un’istanza di disapplicazione sarà subordinata alla verifica dell’operatività in capo alle partecipate stesse - evidenzia che, essendo le società quotate considerate per espressa disposizione di legge operative, la disapplicazione parziale (con conseguente esclusione della partecipazione non di controllo nella società quotata dal test di operatività) della disciplina in esame è automatica, senza necessità di presentazione dell’istanza.
Verifica dell’operatività
La Risoluzione n. 180 del 24 luglio, ha chiarito che, ai fini della verifica dell’operatività, i costi pluriennali di ristrutturazione capitalizzati come “migliorie su beni di terzi” nell’attivo dello Stato Patrimoniale devono considerarsi ricompresi nelle “altre immobilizzazioni” e, pertanto, devono essere presi in considerazione nell’applicazione della percentuale del 15% per il calcolo dei ricavi presunti.
5. Stock option – Cessione delle azioni per obbligo derivante dal Regolamento del piano di azionariato
Con la risoluzione n. 174/E del 20 luglio, l’Agenzia ha chiarito che il regime fiscale di favore previsto dall’art. 51, comma 2, lett. g) del TUIR, per i piani cd. di azionariato popolare, non possa trovare applicazione qualora le azioni siano cedute prima del decorso dei tre anni dalla data di assegnazione, anche quando ciò avvenga per effetto di quanto previsto dal regolamento del piano nell’ipotesi di interruzione del rapporto di lavoro.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato che soltanto la cessione delle azioni determinata da un obbligo di legge, ancorché intervenuta prima nel triennio, non configura una fattispecie elusiva, con la conseguenza di non compromettere la fruizione del regime di favore previsto dall’art. 51, Tuir. Nel caso in cui, invece, la cessione prima della scadenza del triennio di possesso, sia imposta dal regolamento del piano di stock option , perché il socio perde lo status di dipendente, non essendo le disposizioni del regolamento equiparabili a disposizioni di legge, non può trovare applicazione la tassazione agevolata.
6. Dividend washing e comunicazione delle minusvalenze
Nell’ambito della disciplina finalizzata a contrastare il c.d. “dividend washing” il Direttore dell’Agenzia delle Entrate ha emanato il provvedimento 13 luglio 2007, recante alcune modifiche al precedente provvedimento del 29 marzo 2007, disciplinante le modalità di comunicazione dei dati e delle notizie relative alle minusvalenze ed alle differenze negative realizzate ai sensi dell’art. 109, comma 3-bis, del TUIR.
La comunicazione prescritta deve essere effettuata entro 45 giorni dalla data di scadenza per la presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta nel corso del quale tali minusvalenze e differenze negative sono state realizzate e, in ogni caso, entro il 15 novembre 2007.
Le modifiche si sono rese necessarie per uniformare le scadenze precedentemente determinate con quelle per le quali è intervenuto il differimento dei termini di presentazione delle dichiarazioni dei redditi, dell’Irap, dell’Iva e dei redditi modello 730/2007.
7. Trattamento fiscale del cd. avviamento negativo (badwill)
Con la risoluzione n. 184/E del 25 luglio, l’Agenzia delle Entrate ha fornito chiarimenti in merito al trattamento fiscale, ai fini delle imposte sui redditi, del cd. avviamento negativo o badwill, rilevato nell’ambito di una operazione di acquisto di ramo d’azienda ed iscritto nella voce Fondi rischi e oneri futuri, sub B del Passivo dello Stato Patrimoniale, quale differenza (negativa) tra il prezzo di acquisto del ramo trasferito ed il valore netto contabile dello stesso.
L’Agenzia delle Entrate, evidenziando l’assenza di una disciplina tributaria specifica concernente l’avviamento negativo, esclude che possa trovare applicazione l’art. 107 del TUIR, recante il regime fiscale degli accantonamenti ai fondi rischi ed oneri, poiché l’avviamento negativo è rilevato direttamente nel Passivo dello Stato Patrimoniale a seguito di una valutazione, senza transitare per il conto economico. Il trattamento fiscale è, invece, da rinvenirsi nel principio di derivazione di cui all’art. 83 del TUIR assumendo, pertanto, rilevanza anche fiscale l’utilizzo ai fini contabili del fondo. Quindi, quando il fondo sarà utilizzato a fronte del verificarsi degli oneri futuri, ovvero sarà stralciato, si determinerà un provento straordinario imponibile.
8. Deducibilità degli accantonamenti ai fondi per indennità suppletiva di clientela e meritocratica
L’Agenzia delle Entrate, con circolare del 6 luglio, n. 42/E, adeguandosi ad un consolidato orientamento della Corte di Cassazione, ha superato quanto espresso nella risoluzione n. 59/E del 9 aprile 2004, con la quale aveva riconosciuto la deducibilità degli accantonamenti relativi alle indennità suppletiva di clientela e meritocratica dovute agli agenti e rappresentanti all’atto dello scioglimento del rapporto. In particolare, la Corte di Cassazione nega la deducibilità degli accantonamenti sulla base della considerazione che, essendo tali indennità aleatorie, i requisiti di certezza e definitività ricorrerebbero solo in sede di cessazione del rapporto e sarebbero quindi deducibili ai sensi dell’art. 109, comma 1, del TUIR.
Sulla base di tale nuovo orientamento, l’Agenzia delle Entrate, con la circolare in commento, fornisce istruzioni operative alle imprese per adeguare la loro posizione.
In particolare, le dichiarazioni dei redditi e dell’IRAP dei precenti periodi di imposta possono essere emendate entro il 31 dicembre del quarto anno successivo a quello di presentazione della dichiarazione originaria ed è possibile avvalersi, per il periodo di imposta 2005, dell’istituto del ravvedimento operoso entro il termine per la presentazione della dichiarazione per l’anno 2006, a condizione che non siano iniziati accessi, ispezioni, verifiche o altre attività di accertamento.
L’Agenzia precisa, infine, che, ai sensi dell’art. 6 del D.Lgs. n. 472/1997 e dell’art. 10, comma 2, dello Statuto del Contribuente, non si rendono applicabili le sanzioni amministrative e gli interessi moratori nei confronti dei contribuenti che si siano conformati alle istruzioni contenute nella citata risoluzione n. 59/E, per comportamenti successivi alla data della risoluzione.
Con la risoluzione n. 160/E del 9 luglio l’Agenzia delle Entrate, facendo seguito alla risoluzione n. 36/E dell’8 marzo 2007, ha fornito ulteriori precisazioni in merito alle rettifiche di consolidamento, operate dalla società consolidante sulla somma algebrica dei redditi complessivi dei soggetti partecipanti al consolidato, ed alla loro rilevanza ai fini dell’utilizzo in compensazione delle perdite prodotte dalle società “consolidate” in periodi d’imposta precedenti all’inizio della tassazione di gruppo. Si ricorda, al riguardo, che l’art. 118, comma 2, del TUIR, stabilisce che le perdite ante consolidato non possono abbattere il reddito complessivo globale, ma possono essere utilizzate solo dalle società che le hanno prodotte per compensare il proprio imponibile individuale. Questa disposizione, non chiarisce, però, se l’imponibile individuale che può essere compensato con le perdite pregresse debba essere determinato al lordo o al netto delle rettifiche di consolidamento cui all’art. 122 del TUIR (trattasi, in particolare, della quota imponibile dei dividendi e della rideterminazione del pro rata patrimoniale; l’art. 123, comma 2-bis, del TUIR prevede espressamente il divieto di riporto in compensazione delle perdite pregresse con le plusvalenze derivanti dalla cessione dei beni in neutralità).
La questione assume un particolare rilievo perché la possibilità di compensare le perdite pregresse con un imponibile determinato al lordo delle rettifiche di cui all’art. 122 comporterebbe, di fatto, un “travaso” delle perdite pregresse “individuali” a compensazione del reddito complessivo globale.
Secondo quanto affermato dall’Agenzia, le rettifiche di consolidamento devono ritenersi di diritto di pertinenza delle singole società partecipanti al consolidato, nonostante debbano operate esclusivamente dal soggetto consolidante nella dichiarazione dei redditi del gruppo consolidato (Modello CNM); ne segue che, se l’imponibile individuale di periodo si riduce per effetto delle rettifiche (pur risultando queste ultime formalmente apportate al risultato della somma algebrica dei redditi complessivi dei vari soggetti partecipanti al regime), anche l’ammontare delle perdite pregresse “individuali” potenzialmente computabile in compensazione deve considerarsi automaticamente ridotto fino alla misura di tale minore imponibile.
Assoggettamento ad imposta di registro degli accordi di consolidamento
Con la risoluzione n. 166/E del 12 luglio, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che gli accordi di consolidamento non sono soggetti all’obbligo della registrazione, salvo il caso in cui gli stessi prevedano una remunerazione degli svantaggi conseguenti all’operatività della tassazione di gruppo eccedente l’imposta teorica ad essi correlata. In tal caso, infatti, si realizzerebbe un’ipotesi di operazione rilevante ai fini dell’imposta sul valore aggiunto e, pertanto, soggetta all’obbligo di registrazione in caso d’uso, ai sensi dell’art. 5, comma 2, del Testo Unico dell’imposta di registro.
Omessa presentazione della dichiarazione dei redditi del consolidato (modello CNM)
Con la risoluzione n. 168/E del 12 luglio, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che l’omessa presentazione del modello CNM non determina l’interruzione del consolidato.
L’Agenzia, inoltre, ha ritenuto che, in assenza del modello CNM, il reddito prodotto dal consolidato possa essere determinato d’ufficio sulla base dei dati contenuti nel quadro GN (quadro per la determinazione del reddito complessivo che ciascuna società aderente al consolidato è tenuta a compilare) delle dichiarazioni individuali. Qualora il risultato complessivo risultante dalla suddetta somma dei dati contenuti nei quadri GN determini una perdita, la stessa, ad avviso dell’Agenzia, non sarebbe riportabile, tenuto conto che l’art. 9, comma 2, del DM 9 giugno 2004 (recante le disposizioni applicative del regime di tassazione di gruppo) espressamente dispone che le perdite fiscali riportabili siano soltanto quelle “risultanti dalla dichiarazione dei redditi di cui al comma 1” (cioè, il modello CNM di cui all’art. 122 del TUIR).
Con risoluzione del 28 giugno n. 147/E, l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che può riconoscersi il credito di imposta per le imposte pagate all’estero, nei limiti e con le modalità previste dall’articolo 165 del TUIR, anche qualora il reddito soggetto ad imposta estera sia prodotto in uno Stato o territorio a fiscalità privilegiata con il quale non sia un vigore un trattato contro le doppie imposizioni. L’art. 165 non prevede, infatti, alcuna limitazione in ordine alla provenienza del reddito estero; inoltre la definizione di “reddito prodotto all’estero”, contenuta nel comma 2 del medesimo art. 165, quale reddito che, se prodotto da un soggetto non residente, sarebbe soggetto ad imposizione in Italia ai sensi dell’art. 23 del TUIR, consente di identificare l’ambito di applicazione dell’istituto proprio nei casi in cui un soggetto residente sia stato assoggettato a tassazione in un paese con cui non sia in vigore una convenzione.
11. Conservazione elettronica di documenti rilevanti ai fini fiscali
Con la risoluzione 9 luglio, n. 161/E, l’Agenzia risponde ad alcuni quesiti relativi alla fatturazione elettronica ed alle modalità di conservazione dei documenti informatici. In particolare, l’Agenzia, per i documenti fiscali analogici (formati utilizzando le tracce su carta o le immagini su film o le magnetizzazioni su nastro), nega la possibilità di conservare lo spool di stampa in luogo del risultato dell’operazione di scansione del documento cartaceo. Lo spool di stampa è, infatti, una rappresentazione informatica del documento da conservare ma che, tuttavia, non possiede sin dall’origine i requisiti del documento fiscale informatico non essendo statico e non modificabile e non essendo stato emesso con l’apposizione del riferimento temporale e della firma elettronica qualificata. Analogamente, l’Agenzia ritiene necessario che per la conservazione dei documenti analogici ricevuti con modalità informatiche (scan to mail, fax server, e-mail, links e simili) si proceda alla materializzazione su supporto fisico ed alla successiva acquisizione dell’immagine.
Un altro chiarimento rilevante fornito dall’Agenzia è relativo alla natura “nota spese dei dipendenti” e della “scheda carburante”. Premesso che un documento originale non unico è quel documento analogico al cui contenuto è possibile risalire attraverso altre scritture o documenti di cui sia obbligatoria la conservazione, anche presso terzi, l’Agenzia ha precisato che la valutazione delle note spese deve essere condotta caso per caso, e sulla base delle modalità con cui è effettuato il rimborso e della tipologia di documento utilizzata, è possibile considerarle documenti analogici originali non unici qualora sia possibile ricostruirne il contenuto, ad esempio, attraverso la combinazione dei giustificativi di spesa e dei dati risultanti dalla contabilità.
Con riguardo, invece, alle “schede carburanti” ha ritenuto che non essendo possibile, in via generale, ricostruire il contenuto della stessa dalle annotazioni effettuate dal gestore dell’impianto e dal contribuente nei registri IVA, sarà possibile considerare tale documento analogico un originale non unico solo nel caso di annotazione della scheda carburante nella contabilità generale.
Con riguardo alle modalità di conservazione delle fatture in caso di coesistenza di fatture analogiche ed elettroniche, l’Agenzia ammette la possibilità che vengano istituiti appositi registri sezionali o che vengano creati blocchi sezionali distinti di un unico registro, a condizione che le fatture siano annotate e numerate progressivamente con distinta serie numerica (alfabetica o alfanumerica) in ordine cronologico e senza soluzione di continuità per periodo di imposta.
L’Agenzia fornisce, inoltre, indicazioni anche in merito alla tempistica della conservazione precisando, per le fatture attive, che il termine quindicinale decorre dalla data di emissione che, per le fatture elettroniche, si identifica con quella della loro trasmissione telematica, mentre per quelle analogiche si identifica con la consegna o spedizione. Con riguardo al termine entro cui effettuare la conservazione sostitutiva dei documenti che non hanno collegamento con tributi per i quali è prevista la dichiarazione annuale, la conservazione dovrà essere effettuata, in base alla data di formazione del documento, con cadenza annuale e dovrà essere ultimata entro un anno dalla data di formazione del documento.
Infine, l’Agenzia chiarisce che, qualora il contribuente affidi il processo di conservazione a terzi, continuerà a rispondere nei confronti dell’Amministrazione finanziaria della corretta tenuta e conservazione delle scritture contabili e dei documenti fiscalmente rilevanti. Tuttavia, nei casi i cui l’applicazione di una sanzione sia conseguenza di un’azione dolosa o colposa del soggetto incaricato della conservazione, questi è tenuto a risponderne in concorso con il contribuente.
IVA: la Commissione deferisce l'Italia, la Spagna e la Francia alla Corte di Giustizia delle Comunità europee
La Commissione Europea ha deciso di deferire l’Italia alla Corte di Giustizia delle Comunità Europee a causa del mancato adeguamento alle indicazioni contenute in un parere motivato con il quale era stato rilevato come la legislazione italiana che prevede che i soggetti passivi residenti in Italia, ma aventi il centro d’attività principale fuori dal territorio, debbano avvalersi delle procedure di rimborso previste dall’ottava e dalla tredicesima direttiva per i soggetti non residenti, sia incompatibile con tali direttive e con le disposizioni che ne definiscono l’ambito di applicazione. La Commissione ritiene, infatti, che, in linea di massima, i soggetti passivi residenti in Italia debbano poter recuperare l’IVA a credito attraverso gli abituali meccanismi della detrazione e non mediante la procedura di rimborso, relativa ai soggetti passivi non residenti.
La Commissione ha, inoltre, deciso di deferire alla Corte di Giustizia la Spagna per non avere modificato la propria legislazione concernente alcuni servizi forniti dai “registradores de la propiedad”, nonostante la richiesta ufficiale inviata con parere motivato. In particolare per i servizi resi dai “registradores”, soggetti che operano per conto dello Stato in qualità di gestori del Registro dei beni immobili deputati al calcolo ed alla riscossione delle imposte di successione e sui trasferimenti patrimoniali, non trova applicazione l’Iva. La Commissione ritiene che nello svolgimento delle citate attività, il “registrador” agisca come professionista, con la conseguenza che i servizi da questi resi costituirebbero operazioni rilevanti ai fini dell’imposta sul valore aggiunto.
Per quanto riguarda la Francia, il deferimento è stato determinato dal mancato adeguamento alla richiesta formale presentata dalla Commissione, sotto forma di parere motivato, di modificare la legislazione concernente l’applicazione di un’aliquota Iva ridotta ad alcuni servizi prestati da avvocati nell’ambito dell’assistenza giudiziaria interamente o parzialmente a carico dello Stato. La Commissione, pur rilevando che gli Stati membri hanno facoltà di prevedere per determinate tipologie di servizi aliquote IVA ridotte, ha sottolineato che l’elenco di tali prestazioni non include quelle rese da avvocati.
La Commissione europea, con una comunicazione adottata il 5 luglio scorso, ha reso note le conclusioni di uno studio, richiestole dal Consiglio Europeo nel febbraio 2006 e basato sui risultati di una ricerca svolta da un istituto indipendente, concernente l’impatto delle aliquote IVA ridotte in termini di creazione di occupazione, crescita economica e di corretto funzionamento del mercato interno.
In particolare, dallo studio è emerso che un’unica aliquota Iva rappresenterebbe la migliore scelta in termini di politica fiscale, sebbene il ricorso ad aliquote ridotte per determinati e specifici settori di attività possa contribuire alla crescita economica rappresentando, ad esempio, un incentivo per i consumi. Un’ulteriore considerazione è relativa alla necessità di contemperare l’esigenza di flessibilità manifestata dagli Stati membri ai fini dell’applicazione di aliquote ridotte con quella del corretto funzionamento del mercato comune, evitando, tra l’altro, possibili distorsioni della concorrenza.
La Commissione, infine, propone di estendere fino al 2010 le deroghe concesse agli Stati che abbiano aderito all’Unione successivamente al 1° gennaio 2005 per l’introduzione di aliquote ridotte, in scadenza al 31 dicembre 2007 e al 31 dicembre 2008, al fine di evitare ingiustificate disparità di trattamento con gli altri Stati membri le cui deroghe scadranno soltanto con l’adozione del sistema IVA definitivo.