Source: https://www.diffamazioni.it/reato-di-diffamazione-cosa-e/
Timestamp: 2019-10-20 21:08:59+00:00
Document Index: 139134554

Matched Legal Cases: ['art. 595', 'art. 595', 'art. 13', 'art. 595', 'art. 595', 'art. 21', 'sentenza ', 'art. 596', 'art. 2043', 'art. 2947', 'art. 368']

Reato di Diffamazione : cosa è? Quando si verifica? - Diffamazioni.it
Reato di Diffamazione : cosa è? Quando si verifica?
Reato di Diffamazione in sintesi. La diffamazione è un reato che consiste nell’offendere la reputazione di una persona assente. Il reato di diffamazione è più grave quando si attribuisce alla persona offesa un fatto determinato, quando è commesso a mezzo stampa oppure con altro mezzo di pubblicità (ad esempio tramite internet o i social). La verità dell’affermazione non esclude la diffamazione. Tuttavia, esiste il diritto di critica, e il diritto di cronaca nella misura in cui l’affermazione è vera, è espressa in modo non offensivo e risponda ad un certo interesse sociale. Chiunque vede la propria reputazione ingiustamente lesa ha diritto al risarcimento del danno. Il reato di diffamazione è distinto sia dall’ingiuria che dalla calunnia.
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Significato del termine “Diffamazione”
Forme del reato di diffamazione
Diffamare tramite internet
Si può diffamare affermando la verità?
Quando la diffamazione non è punibile o addirittura giustificata?
Denuncia per diffamazione e diritto al risarcimento
Reato di diffamazione e Ingiuria
La parola “Diffamazione” rappresenta l’atto o il fatto di diffamare, e deriva etimologicamente dal latino tardo diffamatiōne (m). Il termine, composto dalla particella privativa di(s) + fama, rinvia dunque alla privazione della “fama”. In senso generico, indica un’offesa alla reputazione altrui.
Cos’è allora la “reputazione” che si lederebbe mediante l’atto di diffamazione? La reputazione indica la considerazione che gli altri membri della società hanno – o dovrebbero avere – della persona offesa, delle sue qualità morali, giuridiche e umane. È evidente l’importanza del diritto alla propria reputazione. Quasi ogni relazione significativa nella vita sociale (che sia familiare, professionale, politica o di amicizia) presuppone che gli altri ci trattino in una certa maniera, secondo l’idea che si fanno della nostra persona. Una “cattiva reputazione” può portare a rompere legami di amicizia o a essere allontanati da certi gruppi sociali. Può mettere in pericolo rapporti di lavoro (ad esempio, precludersi un’assunzione o perdere la fiducia dei clienti). Può diminuire il consenso a livello sociale e politico, e così via.
Il termine “diffamazione” ha un suo uso e significato nel linguaggio comune. Tuttavia, assume nel mondo del diritto un’accezione ben precisa, in quanto corrisponde ad un fatto punito come reato dalla legge penale. Sotto l’aspetto giuridico, la diffamazione è un reato che fa parte dei “delitti contro l’onore”. Precisamente il reato di diffamazione si realizza ogni volta che, comunicando con più persone, si offende la reputazione di una persona assente. “Più persone” significa due o più persone.
Il reato di diffamazione è punito dall’articolo 595 del codice penale, il quale prevede diverse pene per diversi tipi di diffamazione, in relazione alla gravità del fatto. Nell’ipotesi più semplice, chiunque, “comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1.032”.
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Una prima ipotesi aggravata…
Il reato è più grave quando colui che diffama attribuisce all’offeso un fatto determinato. Perché la diffamazione sarebbe più grave se la lesione dell’altrui reputazione si realizza attraverso l’attribuzione di un fatto determinato? La ragione sta nel diverso effetto che questo tipo di offesa ha sulla considerazione che gli altri membri della società hanno della persona offesa. L’attribuzione di un fatto determinato aumenta la credibilità della diffamazione e può contribuire a dipingere in modo ancor più negativo la persona offesa.
Diffamare Tizio affermando che “ha rubato l’autovettura di Caio la scorsa settimana”, è diverso dal diffamare affermando genericamente che “Tizio è un ladro”. Nel primo caso infatti, la diffamazione ha un maggiore effetto su chi la percepisce, in quanto il riferimento a fatti e circostanze precise aumenta la credibilità dell’offesa, offrendo in qualche modo una prova.
Quando la diffamazione consiste nell’attribuzione di un fatto determinato, la pena prevista dall’art. 595 c.p. è quella della reclusione fino a due anni oppure una multa fino a euro 2.065. Tuttavia, bisogna considerare che ormai la diffamazione semplice e quella aggravata solo dall’attribuzione di un fatto determinato sono di competenza del giudice di pace. (Cioè, per i reati di cui all’art. 595 commi 1 e 2 del codice penale, tranne che in particolari casi, sussiste la competenza del giudice di pace). Davanti al giudice di pace si applica la pena pecuniaria della multa da euro 258 a euro 2.582 o la pena della permanenza domiciliare da sei giorni a trenta giorni oppure la pena del lavoro di pubblica utilità per un periodo da dieci giorni a tre mesi. (Per approfondire la procedibilità della diffamazione leggi qui).
Ora scopriremo le diverse forme che può prendere il reato di diffamazione. La disciplina non è delle più semplici. Se desideri un parere su un caso specifico di diffamazione, clicca qui e saremo lieti di aiutarti con una consulenza!
Il reato di diffamazione può anzitutto essere commesso con semplici dichiarazioni orali, mediante scritti o attraverso immagini. In realtà, qualsiasi forma di “comunicazione” verso più persone, lesiva della reputazione altrui, può integrare il delitto.
Una forma di diffamazione aggravata è quella che si realizza con il mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità (materiale o – come vedremo – anche digitale). Inoltre, la stessa gravità ha la diffamazione trascritta in un atto pubblico. In queste ipotesi la diffamazione è punita con la reclusione da sei mesi a tre anni o con una multa non inferiore a euro 516.
È chiaro infatti che l’offesa alla reputazione e i danni conseguenti sono potenzialmente molto più gravi se le espressioni diffamatorie sono riportate dalla stampa oppure se sono diffuse da altri mezzi di pubblicità. Il fatto poi che le dichiarazioni lesive della reputazione altrui siano presenti in atti pubblici rischia di conferire ad esse maggiore credibilità. (Per approfondire leggi l’articolo sulla “Diffamazione a mezzo stampa“).
Altre previsioni sulla diffamazione a mezzo stampa…
Nella diffamazione a mezzo stampa, ci sono altre previsioni degne di nota. Se all’atto diffamatorio a mezzo stampa si aggiunge la circostanza che esso consiste nell’attribuzione alla persona offesa di un fatto determinato, la pena prevista è particolarmente severa. Si tratta della reclusione da uno a sei anni insieme a una multa non inferiore ad euro 258 (si veda l’art. 13 della legge sulla stampa).
In secondo luogo, la legge penale punisce anche il direttore o vicedirettore responsabile se il reato di diffamazione è avvenuto perché hanno colpevolmente omesso di esercitare il dovuto controllo sui contenuti del periodico. La pena per questi soggetti è quella stabilita per il reato di diffamazione che avrebbero dovuto impedire, tuttavia diminuita fino a un terzo.
Questa disciplina si applica all’editore della pubblicazione, se si tratta di stampa non periodica e se l’autore della pubblicazione è ignoto o non imputabile. Oppure allo stampatore, se l’editore non è imputabile o non è indicato.
In tutti i casi di diffamazione che abbiamo considerato fin qui, le pene sono ancora aumentate (fino a un terzo) se l’offesa è rivolta a un “Corpo politico, amministrativo o giudiziario”, a una sua rappresentanza o a una “autorità costituita in collegio”. Ciò in ragione della particolare credibilità e considerazione sociale di cui dovrebbero godere questi soggetti.
Non c’è dubbio che anche su internet si può commettere il reato di diffamazione. Il tema è particolarmente importante e delicato, in quanto ormai la rete è divenuta uno strumento di comunicazione di primaria importanza. Da un lato, la facilità, la velocità e la possibilità di comunicare con un numero illimitato di persone lo rendono un mezzo indubbiamente utile, tuttavia proprio quelle caratteristiche possono rendere internet pericoloso se usato per ledere la reputazione altrui (oppure per commettere altri reati).
Mediante internet si può, comunicando con più persone, offendere la reputazione di una persona che non è destinataria (almeno diretta) di quella comunicazione. Proprio in questo consiste il reato di diffamazione a mezzo internet. A titolo esemplificativo, se Tizio scrive un e-mail contenente offese nei confronti di Caio, e l’invia solo al suo amico Mevio, non si avrà diffamazione, in quanto non ci sarebbe comunicazione con “più persone”. Se invece la stessa e-mail ha come destinatari due o più persone e successivamente Mevio ne viene a conoscenza, potrebbe querelare Tizio per diffamazione.
La natura della diffamazione a mezzo internet…
Quale tipo di diffamazione è quella commessa a mezzo internet? In linea di massima, dipende dallo specifico mezzo utilizzato e dalle espressioni offensive. Così, sarà tendenzialmente più grave – come si è visto sopra – la diffamazione a mezzo internet consistente nell’attribuzione di un fatto determinato. Inoltre, alcuni tipi di comunicazioni su internet si realizzano attraverso strumenti che corrispondono ad “altro mezzo di pubblicità” di cui parla il terzo comma dell’art. 595 del codice penale.
Si pensi alla diffamazione contenuta in un articolo di un quotidiano online, oppure anche alla diffamazione realizzata mediante un blog. Questi strumenti rappresentano sicuramente “mezzi di pubblicità”, in quanto permettono al messaggio di raggiungere un numero indeterminato di persone. Si tratterebbe dunque in queste ipotesi di diffamazione aggravata.
Le ipotesi sono molteplici e il quadro complesso, anche per via dei sempre nuovi strumenti di comunicazione che internet mette a disposizione. Se hai qualsiasi dubbio, puoi sempre chiedere una consulenza su una questione di diffamazione cliccando su questo link.
Di recente si è posto il problema della natura delle comunicazioni sui social media, e in particolare quello della loro rilevanza penale qualora risultassero offensive. La giurisprudenza ha risolto nel senso che in linea di principio nulla vieta che anche attraverso i social si commettano atti riconducibili alle disposizioni di cui all’art. 595 del codice penale (diffamazione).
In particolare, anche su Facebook è possibile offendere la reputazione altrui, comunicando con più o addirittura un numero indeterminato di persone. Si pensi alla pubblicazione di un post, oppure ai commenti, che possono essere letti da moltissimi utenti. In questi casi inoltre, l’eventuale diffamazione risulterebbe aggravata dall’uso di un mezzo di “pubblicità”. Il reato potrebbe essere dunque punito con la reclusione da sei mesi a tre anni o con una multa non inferiore a euro 516. (Per approfondire leggi il nostro articolo dedicato alla “Diffamazione su Facebook“)
“Ma ho solo detto la pura verità!”. Questo potrebbe pensare chi si trovasse sottoposto a un giudizio per diffamazione, qualora le sue affermazioni corrispondessero effettivamente a verità. Tuttavia, la verità del fatto, di per sé, non esclude il reato di diffamazione. La reputazione altrui potrebbe essere offesa (o ulteriormente compromessa) anche da affermazioni vere, e persino già abbastanza note. Non sempre abbiamo il diritto di dire a chiunque, qualunque cosa – magari vera ma offensiva – su un’altra persona.
L’articolo 596 del codice penale dispone chiaramente che chiunque si sia reso colpevole del delitto di diffamazione “non è ammesso a provare, a sua discolpa, la verità o la notorietà del fatto attribuito alla persona offesa”. Tuttavia, la verità di quanto si afferma non è sempre irrilevante. Anzi, il codice penale prevede diverse ipotesi in cui, se la verità del fatto è provata, l’autore delle affermazioni non è punibile. Inoltre, il requisito della “verità”, unito ad altri, può giustificare completamente il comportamento quando lo stesso rappresenta anche esercizio di importanti diritti, tutelati anche a livello costituzionale. Analizziamo la questione più nel dettaglio…
Vero è che conservare la propria reputazione è importante nella vita sociale. Tuttavia, altrettanta se non più importanza può avere la possibilità di comunicare le proprie conoscenze o le proprie opinioni ad altri membri della società, anche quando queste riguardano altre persone. Si pensi quanto possa essere importante, per il dibattito politico, la conoscenza di certi fatti di cronaca. (Ad esempio, conoscere fatti di corruzione su questo o quel candidato che si presenta ai suoi elettori sotto le sembianze ingannevoli del “candidato ideale”).
L’art. 21 della Costituzione stabilisce che “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. Inoltre, dispone che “La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. L’ordinamento giuridico deve contemperare quindi due opposte esigenze. Da una parte le esigenze del diritto alla manifestazione del pensiero, dei diritti di cronaca e di critica. Dall’altra parte il diritto di ciascuno a conservare la propria reputazione.
I criteri della giurisprudenza…
La giurisprudenza ha individuato da tempo alcuni criteri che permettono di valutare se nel caso specifico un comportamento – teoricamente diffamatorio – è invece giustificato dall’esercizio del diritto di critica o del diritto di cronaca. I criteri interessano soprattutto alcune categorie come i giornalisti, ma anche qualunque altro cittadino. Chi, comunicando con più persone, afferma fatti che potrebbero offendere la reputazione altrui, è giustificato:
Se i fatti che attribuisce all’altra persona corrispondono a verità.
Qualora rispetti il requisito della “continenza” nel modo di esprimersi: non potrebbe cioè utilizzare espressioni gratuitamente volgari od offensive nei modi;
Se ciò che afferma risponde a un certo interesse sociale alla conoscenza di quella notizia. (Ad esempio, non potrebbe rivelare fatti particolarmente intimi, che non avessero relazione con questioni socialmente rilevanti). Naturalmente, “l’interesse sociale” dipende dal contesto a cui si riferiscono le comunicazioni.
Ipotesi di esclusione della punibilità
Oltre a quanto appena esposto, l’articolo 596 del codice penale prevede una disciplina particolare per alcune ipotesi in cui la punibilità viene esclusa. Le ipotesi riguardano tutte condotte diffamatorie consistenti nell’attribuzione di un fatto determinato.
Anzitutto, prima che sia stata pronunciata una sentenza irrevocabile sul reato di diffamazione, la persona offesa e l’offensore possono mettersi d’accordo per chiedere che un “giurì d’onore” si pronunci sulla verità del fatto che era stato attribuito. In questo caso si considera che la persona offesa ha rinunciato alla querela per diffamazione nei suoi confronti.
Inoltre, l’art. 596 prevede tre ipotesi in cui la prova del fatto determinato attribuito è sempre ammessa nel procedimento penale. La prima ricorre “se la persona offesa è un pubblico ufficiale ed il fatto ad esso attribuito si riferisce all’esercizio delle sue funzioni”. Le altre due ricorrono quando per il fatto attribuito è ancora aperto – o si inizia – un procedimento penale. Oppure se colui che ha sporto querela chiede che il giudizio si estenda ad accertare la verità o la falsità del fatto.
In questi casi, quando la verità del fatto attribuito è provata oppure il querelante è addirittura condannato per questo fatto, allora l’autore delle dichiarazioni non è punibile… A meno che non abbia rispettato il criterio della “continenza” nel modo di esprimersi.
(Hai ancora qualche dubbio? Chiedi una consulenza sul tuo caso di diffamazione!)
La diffamazione è un delitto punibile a querela (articolo 597 c.p.). Ciò significa che colui che commette la diffamazione è punito solo se la persona offesa esprime la volontà che si proceda contro di lui.
Il termine per proporre querela è di tre mesi dal giorno in cui si è venuto a conoscenza delle dichiarazioni diffamatorie. Se la querela è già stata proposta, ad essa si può rinunciare in maniera espressa oppure tacita. Se la persona offesa è minorenne allora il diritto di proporre querela può essere esercitato dai genitori. Tuttavia, il minore che ha già compiuto quattordici anni potrebbe proporre egli stesso querela. È fatta salva comunque la possibilità che i genitori lo facciano al posto suo.
Cosa succede se non è ancora decorso il termine per proporre querela ma la persona offesa nel frattempo muore? Ebbene in questa ipotesi la querela può essere proposta dai prossimi congiunti della persona offesa, e anche dall’adottante e dell’adottato. Le stesse persone possono querelare per diffamazione anche quando si tratta di offesa alla memoria di una persona defunta.
(Per sapere di più su come e quando querelare o su come difendersi da una querela per diffamazione, leggi l’articolo: “Denuncia per diffamazione: come e cosa fare“).
Il querelante, ingiustamente diffamato, ha diritto al risarcimento del danno subito in ragione delle dichiarazioni diffamatorie. Ogni reato, infatti, obbliga il colpevole (e anche le altre persone responsabili a norma del diritto civile) a risarcire il danno patrimoniale o non patrimoniale che il reato può aver causato.
Il diritto al risarcimento del danno può essere fatto valere, indifferentemente, nel giudizio penale oppure davanti al giudice civile. Nel giudizio penale ci si deve costituire parte civile. Nel giudizio civile il risarcimento si ottiene provando il danno alla propria reputazione. Infatti, secondo l’art. 2043 del codice civile, ogni fatto commesso con dolo o colpa, che causa ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che l’ha commesso a risarcire il danno.
Normalmente, il diritto al risarcimento del danno che deriva da un fatto illecito si prescrive in cinque anni. Tuttavia, se il fatto è un reato che si prescrive dopo un termine più lungo, allora questo termine si applica anche all’azione civile di risarcimento (art. 2947 c.c.). I delitti (tra i quali la diffamazione) hanno un termine di prescrizione non minore di sei anni.
Abbiamo sottolineato all’inizio che la diffamazione consiste nell’offesa che si reca alla reputazione di una persona non presente, comunicando con più persone. Anche l’ingiuria è una offesa all’onore della persona. Tuttavia, l’ingiuria presuppone che la persona sia presente nel momento della comunicazione dell’offesa.
L’articolo 594 del codice penale puniva il reato di ingiuria, definendolo come offesa all’onore o al decoro di una persona presente. L’offesa all’onore e al decoro poteva essere commessa indifferentemente anche con scritti o disegni, oppure mediante comunicazione telegrafica o telefonica, diretti alla persona offesa. La pena era più grave se l’offesa consisteva nell’attribuzione di un fatto determinato, oppure se fosse stata commessa in presenza di più persone.
Ora tuttavia l’ingiuria non è più un reato, in quanto è stata depenalizzata dal decreto legislativo 15 gennaio 2016, n. 7, che ha appunto abrogato l’articolo 594 c.p. L’ingiuria è così diventata un illecito civile e per essa è prevista una sanzione pecuniaria base da cento a ottomila euro. (Scopri di più sull’illecito di ingiuria).
Diversa è pure la fattispecie della calunnia anche se nel linguaggio comune essa tende ad essere confusa con forme di diffamazione. Diffamazione e calunnia sono due reati chiaramente distinti. La calunnia si ha quando chiunque incolpa una persona di un reato pur sapendola innocente. Inoltre, ciò deve avvenire tramite una denuncia, querela, richiesta o istanza diretta all’autorità giudiziaria (oppure ad altra autorità che abbia l’obbligo di riferire ad essa).
Si può calunniare non solo “incolpando” ma anche simulando a carico della persona innocente le tracce di un reato. Il reato di calunnia è punito dall’art. 368 c.p. con una pena base della reclusione da due a sei anni. La pena tuttavia è più grave dipendendo dalla gravità del reato che si attribuisce alla persona innocente. Oppure, se a causa della calunnia la persona innocente viene ingiustamente condannata alla reclusione. (Approfondisci il tema con l’articolo dedicato alle differenze tra calunnia e diffamazione).
Vige una regola generale per i fatti puniti come delitti. Essi sono puniti se commessi con dolo, a meno che sia esplicitamente prevista l’ipotesi di delitto colposo o preterintenzionale. Si veda a questo proposito l’articolo 42 c.p.. Il “dolo” richiesto si configura quando l’autore del fatto prevede e vuole l’evento dannoso o pericoloso come conseguenza della propria azione od omissione.
Nell’ipotesi del reato di diffamazione, il dolo consiste semplicemente nel volere comunicare a più persone dichiarazioni, scritti, immagini, ecc., con la consapevolezza che sono offensive dell’altrui reputazione. Si tratta dunque di un’ipotesi di cosiddetto “dolo generico”: non è richiesta una ulteriore e diversa intenzione nel diffamatore affinché sia realizzato il delitto.
La Corte di cassazione ha precisato che non è necessario che la comunicazione sia rivolta immediatamente a una pluralità di persone. Basta che l’agente voglia che la notizia diffamatoria sia conosciuta da altri e si adoperi per questo. In altre parole, diffamazione si ha anche nel caso in cui il colpevole comunichi direttamente con una sola persona, utilizzando tuttavia modalità tali che la notizia venga sicuramente a conoscenza di altri (sentenze n. 34178/2015 e n. 22853/2014).
Diffamazione a titolo di colpa…
Ricordiamo inoltre che esistono ipotesi in cui, a causa di dichiarazioni diffamatorie, possono essere puniti alcuni soggetti non solo a titolo di dolo ma anche a titolo di colpa. Si tratta del direttore o vicedirettore responsabile di un periodico. Questi possono essere infatti puniti se il reato di diffamazione è avvenuto perché hanno colpevolmente omesso di esercitare il dovuto controllo sui contenuti del periodico. Lo stesso può valere in determinati casi anche per l’editore o per lo stampatore, se si tratta di stampa non periodica.