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Timestamp: 2019-08-18 21:58:14+00:00
Document Index: 24870821

Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 34', 'art. 76', 'art. 34', 'art. 76', 'art.\n34', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 35', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 41', 'art. 37', 'art. 34', 'art. 76', 'art. 2', 'art. 6', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 24', 'art. 76', 'art. 34', 'art. 35', 'art. 3', 'art. 35', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 35', 'art. 5', 'art. 21', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 35', 'art. 4']

Libere Professioni - Medici - Abolito il divieto di cumulo di diploma di specializzazione - Foroeuropeo
Libere Professioni - Medici - Abolito il divieto di cumulo di diploma di specializzazione
Libere Professioni - Medici - Abolito il divieto di cumulo di diploma di specializzazione (Sentenza Corte Costituzionale)"
Visti l’atto di costituzione di Giovanna Maria Gatti nonché gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;
udito nell’udienza pubblica del 26 marzo 2002 il Giudice relatore Valerio Onida;uditi l’avvocato Fabrizio Figorilli per Giovanna Maria Gatti e l’avvocato dello Stato Sergio Laporta per il Presidente del Consiglio dei ministri.
1. – Nel corso del giudizio introdotto da un medico, specialista in radioterapia, nei confronti dell’Università degli studi di Perugia e del Ministero della ricerca scientifica e tecnologica per l’annullamento del bando di concorso per l’ammissione alla Scuola di specializzazione in Chirurgia generale della Facoltà di Medicina e chirurgia di quell’ateneo per l’anno accademico 2000-2001, nonché del provvedimento che la escludeva dal concorso in applicazione dell’art. 34, comma 4, del d.lgs. 17 agosto 1999, n. 368 (Attuazione della direttiva 93/16/CEE in materia di libera circolazione dei medici e di reciproco riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli e delle direttive 97/50/CE, 98/21/CE, 98/63/CE e 99/46/CE che modificano la direttiva 93/16/CEE), disposizione che non consente l’accesso ai corsi di formazione specialistica a chi sia già in possesso di un diploma di specializzazione, il Tribunale amministrativo regionale dell’Umbria, con ordinanza emessa l’11 luglio e pervenuta l’8 ottobre 2001 (reg. ord. n. 880 del 2001), su eccezione della ricorrente, ha sollevato questione di legittimità costituzionale del detto art. 34, comma 4, del d.lgs. n. 368 del 1999, in riferimento all’art. 76 della Costituzione, in relazione alla legge delega 24 aprile 1998, n. 128 (Disposizioni per l’adempimento di obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee. Legge comunitaria 1995-1997), nonché in riferimento agli artt. 3, 34 e 35 della Costituzione.
Quanto alla non manifesta infondatezza, la norma denunciata, secondo la quale “l’accesso alla formazione specialistica [dei laureati in medicina e chirurgia] non è consentita [recte: consentito] ai titolari di specializzazione conseguita ai sensi del [precedente] articolo 20 o di diploma di formazione specifica in medicina generale”, ponendo un divieto a priori, avrebbe, a giudizio del remittente, come effetto pratico non solo di inibire ai suoi destinatari nuove conoscenze scientifiche e il relativo nuovo titolo accademico, ma anche di precludere, di fatto se non di diritto, la libertà di mutare il campo dell’esercizio professionale, non avendo un medico, pur laureato ed abilitato, alcuna chance di inserirsi in un settore professionale per il quale non sia specializzato. Né il medico specializzato che non possa o non voglia intraprendere o proseguire l’attività professionale nel settore corrispondente può proporsi come medico di base nel servizio sanitario nazionale, atteso che tale attività è riservata a chi è in possesso dell’apposito diploma di formazione, equiparato dalla norma impugnata, ai fini del divieto di cumulo, ad una specializzazione.
L’effetto dell’art. 34, comma 4, è dunque, ad avviso del giudice a quo, di rendere irrevocabile, a vita, la prima scelta professionale compiuta dal giovane medico.
Nella norma viene anzitutto ravvisata violazione dell’art. 76 della
Costituzione. L’oggetto ed i relativi criteri della delega, contenuta nella
legge 24 aprile 1998, n. 128, recante disposizioni per l’adempimento di obblighi
derivanti dall’appartenenza dell’Italia alle Comunità europee, sono infatti
precisati dal legislatore mediante il riferimento alla direttiva 93/16 e
successive modificazioni: ma né la direttiva, né la stessa legge di delega
toccano il tema dell’eventuale cumulo di specializzazioni. Escluso che possa
trattarsi di semplice esplicitazione di un principio comunque insito nel sistema
delle direttive comunitarie, o che si tratti di norma “tecnica” di dettaglio
necessaria per assicurare l’integrità e la funzionalità dell’ordinamento, l’art.
34, comma 4, del decreto legislativo sarebbe evidentemente frutto di una scelta
pienamente autonoma del legislatore delegato. Ma se è vero che nel silenzio
delle direttive comunitarie il legislatore nazionale avrebbe avuto, in via di
principio, la facoltà di dettare autonomamente ulteriori e più restrittivi
criteri per l’ammissione alle scuole, tale potere – incidente in modo così
pesante sulle libertà individuali – sarebbe spettato, semmai, al legislatore
ordinario, e non al legislatore delegato, in mancanza di espressa delega.
In secondo luogo, secondo il giudice a quo, la norma inciderebbe sul diritto
allo studio, inteso come diritto di accedere, secondo le proprie libere scelte,
ad un determinato corso di studi, e sul diritto al lavoro, inteso come diritto a
svolgere, di nuovo secondo le proprie libere scelte, una determinata attività
professionale, in violazione, rispettivamente, degli artt. 34 e 35 della
Infine, verrebbe in rilievo il principio di eguaglianza, sancito dall’art. 3
Cost., perché la disposizione impugnata introduce una discriminazione fra i
laureati in medicina, a svantaggio di chi, fra di essi, possieda un diploma di
specializzazione. E’ pur vero, osserva l’autorità remittente, che tanto il
diritto allo studio che quello al lavoro non sono garantiti in modo assoluto e
incondizionato, come è stato affermato nella sentenza di questa Corte n. 383 del
1998, in tema di limitazione degli accessi a determinate facoltà universitarie e
scuole di specializzazione; tali limitazioni debbono però essere ragionevoli. E
mentre, nella materia in esame, è ragionevole una selezione basata su idoneità e
merito, non altrettanto potrebbe dirsi della discriminazione dei candidati
esclusivamente a motivo del possesso di una diversa specializzazione, titolo che
dovrebbe semmai essere valutato come merito.
Neppure, ad avviso del remittente, il divieto potrebbe rinvenire la sua ratio
nella finalità di prevenire “l’accaparramento” delle specializzazioni, in quanto
una buona efficacia dissuasiva, in tal senso, avrebbe la previsione dell’impegno
a tempo pieno, per tutta la durata dei corsi, con trattamento economico
sicuramente deteriore rispetto a quello di cui godrebbe il medico già
specializzato se mettesse a frutto la propria specializzazione. Ciò
circoscriverebbe ad una ristretta minoranza di specializzati, seriamente
motivati, il novero di coloro che scelgono di concorrere per una seconda
Né, in conclusione, la disposizione sembrerebbe diretta a prevenire lo spreco di
risorse pubbliche determinato ogni volta che taluno, acquisita a spese della
collettività una specializzazione, non la utilizzi, per dedicarsi invece ad un
nuovo e diverso corso di specializzazione. L’argomento, apparentemente
suggestivo, porterebbe, però, per coerenza, ad obbligare chiunque abbia
conseguito, mediante il sistema pubblico di istruzione, un titolo di studio, a
metterlo a frutto esercitando la relativa attività professionale, cosa
manifestamente impossibile sul piano pratico e su quello giuridico.
2. – Si è costituita in giudizio la ricorrente nel giudizio a quo, che,
condividendo nella sostanza gli argomenti svolti nell’ordinanza di rimessione,
ha chiesto che la questione sia accolta.
La parte sottolinea, in particolare, come il divieto censurato non favorisca
l’interdisciplinarità, di particolare importanza proprio nell’ambito
medico-chirurgico, settore in cui la ricerca scientifica e le tecniche
terapeutiche hanno fatto progressi continui e costanti, proprio grazie allo
stretto collegamento fra ambiti specialistici affini o complementari. Al
contrario, la preparazione interdisciplinare dovrebbe essere incentivata,
costituendo espressione di un principio superiore di rango costituzionale, ove
si consideri che è interesse della Repubblica garantire l’“elevazione
professionale dei lavoratori” (art. 35 Cost.). Le limitazioni al diritto allo
studio così introdotte non risponderebbero al criterio della ragionevolezza.
Gravemente discriminatoria, poi, ad avviso della parte, apparirebbe la
disposizione del comma 4 del successivo art. 35 del d.lgs. n. 368 del 1999, che,
in deroga al divieto introdotto, consentirebbe ai medici specializzati
dipendenti del servizio sanitario nazionale ed ai sanitari provenienti da altri
paesi dell’Unione europea di conseguire, nella misura del 10% dei posti
disponibili nelle scuole, altro titolo di specializzazione.
Ciò dimostrerebbe che l’unica finalità perseguita dalla disposizione impugnata è
di non permettere allo stesso soggetto di usufruire surrettiziamente di un
trattamento economico destinato a sostituire un trattamento stipendiale proprio
del rapporto di lavoro dipendente: esigenza questa comprensibile, ma che
potrebbe essere ben salvaguardata indipendentemente da un siffatto divieto
Viene poi richiamata la sentenza n. 383 del 1998 di questa Corte, resa in tema
di “numero chiuso” delle iscrizioni a determinate facoltà universitarie, che con
riguardo al diritto allo studio, garantito dagli artt. 33 e 34 Cost., ha
affermato che l’intera materia, stante la sua delicatezza, non può essere
regolata che da fonti di rango primario, costituendo principio generale
informatore dell’ordinamento democratico quello secondo il quale “ogni specie di
limite imposto ai diritti dei cittadini abbisogna del consenso dell’organo che
trae da costoro la propria diretta investitura”, e che “la conclusione che ne
deriva è che i criteri di accesso all’università, e dunque anche la previsione
del numerus clausus, non possono legittimamente risalire ad altre fonti, diverse
da quella legislativa”. Sarebbe di tutta evidenza il richiamo costante al
principio della riserva di legge che informa l’intera disciplina dell’accesso ai
corsi di istruzione universitaria, tra i quali devono necessariamente
ricomprendersi anche le scuole di specializzazione riservate ai titolari di
Ogni specifica limitazione in materia di accesso ai corsi di studio, quindi, non
potrebbe che essere posta dalla legge, che deve contenere le linee essenziali
attraverso cui viene assicurato e garantito il diritto allo studio del medico
che intende ottenere il diploma di specializzazione. Ancora, tra aspiranti
all’iscrizione ad un corso di laurea e laureati in medicina che intendano
approfondire le proprie conoscenze ad un livello superiore non sarebbe
ammissibile alcun tipo di differenziazione in ordine alla fonte normativa in
grado di disciplinarne diritti e obblighi.
La limitazione posta dalla norma impugnata, prosegue la difesa della parte,
incide direttamente (viene richiamata in proposito la sentenza n. 4 del 1962,
citata dalla menzionata sentenza n. 383 del 1998) sul diritto di iniziativa
economica, tutelato dall’art. 41 Cost., collegato alla libertà riconosciuta
dagli artt. 2 e 4 Cost. ad ogni cittadino di scegliere la professione da
svolgere quale strumento per lo sviluppo della propria personalità.
Dalla preclusione in esame, poi, discenderebbe un’ulteriore disparità di
trattamento con riferimento a quanto stabilito dalle direttive comunitarie n.
98/21 e n. 93/16 – aventi ad oggetto la libera circolazione dei medici ed il
reciproco riconoscimento in ambito comunitario dei loro diplomi –, dal momento
che ai soli medici italiani in possesso di una specializzazione è inibita la
possibilità di essere ammessi ad un nuovo corso di studi attraverso il quale
perfezionare ed approfondire le necessarie conoscenze per meglio inserirsi nel
mercato del lavoro. Nel caso di specie, infatti, la ricorrente (specializzata in
radiologia) aspira a conseguire una specializzazione costituente la prosecuzione
logica, sul piano delle tecniche operatorie alle quali si sta già dedicando
presso una struttura specializzata in oncologia, di studi già compiuti in
precedenza, allo scopo di acquisire una professionalità nuova, a carattere
interdisciplinare, richiesta per lo svolgimento dell’attività chirurgica in
materia oncologica.
Il mantenimento del divieto censurato, in conclusione, oltre che comprimere la
situazione soggettiva della ricorrente, comporterebbe un impoverimento delle
stesse strutture sanitarie, le quali potrebbero contare su professionisti che
hanno conseguito una sola specializzazione, con dispendio di risorse laddove si
rende necessario l’impiego di professionalità a carattere interdisciplinare.
3. – E’ intervenuto il Presidente del Consiglio dei ministri, che ha chiesto che
la questione sia dichiarata infondata.
La difesa erariale osserva che l’iscrizione alle scuole di specializzazione in
medicina e chirurgia avviene, a norma dell’art. 37, comma 1, dello stesso d.lgs.
n. 368 del 1999, contestualmente alla stipulazione di un contratto annuale di
formazione e lavoro, che prevede, come contropartita di una attività a tempo
pieno, un compenso in danaro in sostituzione della tradizionale borsa di studio.
Poiché l’aspetto economico del rapporto contrattuale è inscindibile
dall’iscrizione, il denunciato art. 34 del decreto, inibendo l’accesso alla
scuola a coloro che sono già titolari di specializzazione medica, non farebbe
che ribadire un principio già espresso con precedenti disposizioni di legge a
proposito del cumulo tra borse o assegni di studio: quello del necessario limite
che il legislatore deve tenere presente nell’intento di consentire ai
meritevoli, ma privi di mezzi, il proseguimento degli studi, il che si risolve
in definitiva nella razionale distribuzione delle risorse disponibili.
La tutela di tale interesse di rilievo costituzionale non potrebbe dunque
conciliarsi con un accesso indiscriminato alle scuole.
4. – Nel corso di analogo giudizio promosso da altro medico, specializzato in
medicina nucleare, per l’ammissione al concorso per la specializzazione in
radiodiagnostica, indetto dalla medesima Università di Perugia, il Tribunale
amministrativo regionale dell’Umbria, con ordinanza (reg. ord. n. 952 del 2001)
emessa il 26 settembre e pervenuta il 1° dicembre 2001, dello stesso tenore di
quella di cui supra, al n. 1, ha sollevato la medesima questione di legittimità
5. – Anche in tale giudizio è intervenuto il Presidente del Consiglio dei
ministri, con memoria di tenore testuale identico a quello dell’atto depositato
nel giudizio rubricato con il n. 880 del 2001 del reg. ord., concludendo per
6. – In prossimità dell’udienza ha depositato memoria la parte già costituita
nel giudizio incidentale reg. ord. n. 880 del 2001, insistendo nelle conclusioni
Illustrando nuovamente gli argomenti svolti nel primo atto difensivo, la parte
in particolare osserva, in ordine alla violazione dell’art. 76 Cost., che
l’indagine sull’eccesso di delega va compiuta, da un lato, interpretando le
norme che determinano i principi e criteri direttivi tenendo conto del
complessivo contesto normativo e delle finalità che ispirano la delega;
dall’altro, interpretando le disposizioni emanate in attuazione della delega,
leggendole nel significato compatibile con i principi della stessa delega. La
direttiva di cui si dispone il recepimento ha come oggetto l’agevolazione della
circolazione dei medici all’interno della Comunità europea e la libera
prestazione dei servizi di medico, nonché il reciproco riconoscimento, in ambito
comunitario, dei certificati e degli altri titoli inerenti alla formazione
specialistica, e non disporrebbe nulla di più, non prevedendo alcun limite nel
senso introdotto dal legislatore delegato in ordine all’acquisizione di più
specializzazioni. Analogamente, neppure nella legge delega sarebbe rinvenibile
alcuna indicazione in tal senso, che neanche potrebbe essere implicitamente
desunta dalla ratio sottesa alla legge, o alla direttiva, ovvero dal relativo
Quanto all’incidenza del divieto sulla formazione professionale, la parte rileva
come, in conseguenza dello sviluppo della ricerca, vengono continuamente
istituite nuove scuole di specializzazione, che spesso costituiscono evoluzione
sempre più specifica di una più “generica” specializzazione. Chi ha conseguito
la più generica specializzazione in un’epoca in cui non esisteva quella più
specifica si vede inibita la possibilità di acquisire una professionalità
specifica, richiesta dalla stessa evoluzione scientifica.
Correlativamente, i vecchi specializzati nella branca “generica” si vedrebbero
penalizzati rispetto ai nuovi specializzati, in possesso di un titolo più
specifico, ancorché provvisti di minore esperienza.
Replicando a quanto dedotto dall’Avvocatura dello Stato, la difesa della parte
privata osserva che la disciplina della retribuzione di coloro che frequentano i
corsi di specializzazione non ha alcuna rilevanza al fine della soluzione della
questione in esame, che attiene al diritto allo studio.
7. – Ha altresì depositato memoria illustrativa, nel primo dei due giudizi
incidentali (reg. ord. n. 880 del 2001), il Presidente del Consiglio dei
ministri, rilevando che il divieto di conseguire più specializzazioni è
finalizzato ad assicurare a tutti i cittadini la possibilità di accedere al
mondo del lavoro, condizionata al possesso di una specializzazione o di un
diploma di medicina generale; esso tende ad evitare che, nel regime del numero
chiuso per le scuole di specializzazione, vi siano, come nel passato
ordinamento, da una parte professionisti privilegiati ai fini lavorativi in
quanto plurispecializzati, e dall’altra semplici laureati in medicina e
chirurgia immancabilmente penalizzati ai fini dell’inserimento nel mondo del
La considerazione secondo cui il divieto in esame vincola irrevocabilmente il
giovane medico alla prima scelta professionale non sarebbe priva di pregio.
Tuttavia, il legislatore avrebbe ritenuto preminente, nella generale valutazione
degli interessi dei cittadini, quello di assicurare un posto di lavoro a tutti,
a fronte di quello di chi ritiene di aver diritto a più opzioni lavorative.
Sotto questo profilo, non sarebbe ravvisabile violazione degli artt. 3, 33 e 34
Cost., perché, anzi, proprio la mancata introduzione del divieto potrebbe
configurare violazione delle norme costituzionali in tema di diritto di tutti i
cittadini al lavoro.
Neppure sussisterebbe violazione del diritto allo studio, in quanto la tutela
costituzionale riguarderebbe l’istruzione inferiore, nonché la possibilità che
lo Stato offre ai più meritevoli di raggiungere i gradi più alti degli studi.
In ordine all’eccesso di delega, non occorrerebbe verificare se la norma
denunciata ha fondamento nella legislazione comunitaria, in quanto il divieto in
esame rientrerebbe nelle valutazioni socio-economiche del legislatore di ciascun
La memoria richiama l’art. 2, lettera b, della legge di delega n. 128 del 1998,
il quale prevede che “per evitare disarmonia con le discipline vigenti per i
singoli settori interessati alla normativa da attuare, saranno introdotte le
occorrenti modifiche o integrazioni alle discipline stesse”. Con tale
disposizione, rileva la difesa erariale, il legislatore delegato è stato
invitato a introdurre norme che rendessero il decreto conforme alle discipline
vigenti per i singoli settori interessati. In tale contesto, sarebbe
fondamentale il riferimento all’art. 6 della legge n. 398 del 30 novembre 1989
(Norme in materia di borse di studio universitarie), il quale, al primo comma,
sancisce che “le borse di studio di cui alla presente legge non possono essere
cumulate con altre borse di studio a qualsiasi titolo conferite, tranne che con
quelle concesse da istituzioni nazionali o straniere utili ad integrare, con
soggiorni all’estero, l’attività di formazione o di ricerca dei borsisti”, ed al
secondo comma aggiunge che “chi ha già usufruito di una borsa di studio non può
usufruirne una seconda volta allo stesso titolo”.
8. – Il Presidente del Consiglio dei ministri ha depositato identica memoria
illustrativa in relazione al giudizio rubricato con il n. 952 del reg. ord.
1.¾ Il Tribunale amministrativo regionale per l’Umbria, con due ordinanze di
identico contenuto, dubita della legittimità costituzionale dell’articolo 34,
comma 4, del decreto legislativo 17 agosto 1999, n. 368 (Attuazione della
direttiva 93/16/CEE in materia di libera circolazione dei medici e di reciproco
riconoscimento dei loro diplomi, certificati ed altri titoli e delle direttive
97/50/CE, 98/21/CE, 98/63/CE e 99/46/CE che modificano la direttiva 93/16/CEE),
il quale, nell’ambito della disciplina della formazione dei medici specialisti,
e in particolare dell’ammissione alle scuole universitarie di specializzazione
in medicina e chirurgia, stabilisce che “l’accesso alla formazione specialistica
non è consentita [recte: consentito] ai titolari di specializzazione conseguita
ai sensi dell’articolo 20 o di diploma di formazione specifica in medicina
generale”. L’art. 20 disciplina i requisiti e la durata minima della formazione
che permette di ottenere un diploma di medico chirurgo specialista nelle
specializzazioni indicate negli allegati B e C del decreto legislativo; a sua
volta l’art. 21 prevede che per l’esercizio dell’attività di medico chirurgo di
medicina generale nell’ambito del Servizio sanitario nazionale è necessario il
possesso del diploma di formazione specifica in medicina generale, che si
consegue (art. 24) a seguito di un corso di formazione specifica della durata di
due anni ed è riservato “ai laureati in medicina e chirurgia, abilitati
all’esercizio professionale e non ai possessori di diploma di specializzazione
di cui all’articolo 20, o di diploma in formazione specifica in medicina
generale o di dottorato di ricerca”.
Secondo il remittente, la disposizione impugnata contrasterebbe con l’art. 76
della Costituzione, in quanto, in sede di legislazione delegata, avrebbe
introdotto un nuovo più restrittivo criterio di ammissione alle scuole di
specialità, in mancanza di una espressa delega, che sarebbe stata necessaria nel
silenzio, in proposito, delle direttive comunitarie, non trattandosi di una
norma tecnico-organizzativa necessaria per assicurare l’integrità e la
funzionalità della disciplina, bensì di una regola incidente sulla libertà
individuale; con l’art. 34 della Costituzione, in quanto introdurrebbe una
limitazione irragionevole al diritto allo studio, inteso come diritto di
accedere, secondo le proprie libere scelte, e sulla base della capacità e del
merito, ad un determinato corso di studi; con l’art. 35 della Costituzione, in
quanto, impedendo il conseguimento di una seconda specializzazione, renderebbe
irrevocabile, a vita, la prima scelta professionale fatta dal giovane medico,
così introducendo una limitazione irragionevole al diritto al lavoro, inteso
come diritto di svolgere, secondo le proprie libere scelte, una determinata
attività professionale; con l’art. 3 della Costituzione, in quanto darebbe vita
ad una discriminazione irragionevole fra i laureati in medicina, a svantaggio di
chi già possiede un diploma di specializzazione.
2.¾ Le due ordinanze sollevano la medesima questione, onde i due giudizi possono
essere riuniti per essere decisi con unica pronunzia.
3.¾ La questione è fondata, sotto il profilo della violazione del diritto di
accedere ad un corso di studi e conseguentemente di intraprendere un’attività
professionale di propria scelta.
Non viene in questione qui, come avverte lo stesso remittente, la legittimità
della limitazione numerica degli accessi alle scuole di specializzazione medica,
risultante dall’art. 35 del decreto legislativo in esame (e dall’art. 25, per
quanto riguarda i corsi di formazione specifica in medicina generale):
limitazione prevista non da oggi dalla legislazione, e correlata anche alla
disciplina comunitaria che richiede la disponibilità di strutture e risorse per
adeguare la formazione agli standard minimi imposti, comportanti attività
cliniche o, in genere, operative svolte nel corso dei periodi di formazione
(cfr. sentenza n. 383 del 1998).
Si discute qui unicamente della legittimità costituzionale del divieto imposto,
a chi sia già in possesso di un diploma di specializzazione o di formazione
specifica in medicina generale, di accedere alla formazione in vista del
conseguimento di una ulteriore specializzazione. In sostanza il legislatore
delegato, nel dettare la nuova disciplina delle scuole di specializzazione
medica nonché dei corsi di formazione specifica in medicina generale, ha inteso
stabilire un rigido criterio di non cumulabilità in capo allo stesso medico di
due o più di tali curricula formativi. Il medico in possesso di un diploma di
specializzazione non può accedere ad altra specialità, né ai corsi di formazione
specifica in medicina generale (in tal senso è da intendersi la non felice
formula, sopra citata, dell’art. 24, comma 1, del d.lgs. n. 368 del 1999); a sua
volta il medico in possesso del diploma di formazione specifica in medicina
generale non può accedere alle specializzazioni.
Il divieto appare dettato nell’intento di evitare che lo stesso medico possa,
cumulando più diplomi di specializzazione (e, forse, usufruendo del vantaggio
che gli proviene dal possedere già una specializzazione), “accaparrarsi” più di
uno spazio di formazione nell’ambito e a spese delle strutture a ciò deputate, a
danno di altri aspiranti, il cui diritto a perseguire, a loro volta, una chance
di inserimento professionale potrebbe esserne pregiudicato.
Tale intento non è privo di una sua ragionevolezza, in quanto miri a tutelare
gli interessi di chi non abbia ancora avuto accesso ad una formazione medica
specialistica, e a rendere razionale l’impiego delle risorse pubbliche. Da
questo punto di vista, non apparirebbe in sé irragionevole che il legislatore,
ad esempio, riservasse quote dei posti disponibili ai medici non ancora in
possesso di specializzazione, o prevedesse quote di posti cui ammettere in
soprannumero candidati che siano già in possesso di altra specializzazione (sul
modello di quanto già prevedono rispettivamente, in relazione ad altre categorie
di aspiranti, i commi 3 e 4 dell’art. 35 dello stesso decreto legislativo); o
dettasse modalità specifiche, diverse da quelle previste per i non specialisti,
per la disciplina della posizione anche economica degli aspiranti che già
operino nell’esercizio di altra specializzazione.
Ma la questione è se sia legittimo, sia pure in vista di siffatte finalità,
precludere totalmente a chi abbia già conseguito un diploma di specializzazione
l’accesso ad un nuovo curriculum formativo e ad un nuovo titolo di
specializzazione, che a sua volta costituisce condizione imprescindibile per lo
svolgimento di una specifica attività professionale medica. Non è infatti
irrilevante ricordare, a tal proposito, che la disciplina vigente dell’accesso
alle funzioni di dirigente medico nelle strutture del servizio sanitario
nazionale prevede, tra i requisiti indispensabili, il possesso del diploma di
specializzazione specificamente inerente all’attività svolta dalla struttura in
cui il medico intende operare (artt. 24 e 28 del d.P.R. 10 dicembre 1997, n.
483; art. 5 del d.P.R. 10 dicembre 1997, n. 484); così come per l’esercizio
dell’attività di medico di medicina generale nell’ambito del servizio sanitario
nazionale è necessario il possesso del diploma di formazione specifica in
medicina generale (art. 21 del d.lgs. n. 368 del 1999).
4.¾ Sotto questo riguardo, un divieto di tale assolutezza e rigidità non può
ritenersi compatibile con i principi costituzionali.
Il diritto allo studio comporta non solo il diritto di tutti di accedere
gratuitamente alla istruzione inferiore, ma altresì quello – in un sistema in
cui “la scuola è aperta a tutti” (art. 34, primo comma, della Costituzione) – di
accedere, in base alle proprie capacità e ai propri meriti, ai “gradi più alti
degli studi” (art. 34, terzo comma): espressione, quest’ultima, in cui deve
ritenersi incluso ogni livello e ogni ambito di formazione previsti
dall’ordinamento. Il legislatore, se può regolare l’accesso agli studi, anche
orientandolo e variamente incentivandolo o limitandolo in relazione a requisiti
di capacità e di merito, sempre in condizioni di eguaglianza, e anche in vista di obiettivi di utilità sociale, non può, invece, puramente e semplicemente impedire tale accesso sulla base di situazioni degli aspiranti che – come il possesso di precedenti titoli di studio o professionali – non siano in alcun modo riconducibili a requisiti negativi di capacità o di merito.
A tale diritto si ricollega altresì quello di aspirare a svolgere, sulla base del possesso di requisiti di idoneità, qualsiasi lavoro o professione, in un sistema che non solo assicuri la “tutela del lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni” (art. 35, primo comma, della Costituzione), ma consenta a tutti i cittadini di svolgere, appunto “secondo le proprie possibilità e la propria scelta”, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società (art. 4, secondo comma, della Costituzione): ciò che a sua volta comporta, quando l’accesso alla professione sia condizionato al superamento di un curriculum formativo, il diritto di accedere a quest’ultimo in condizioni di eguaglianza.
Il diritto di studiare, nelle strutture a ciò deputate, al fine di acquisire o di arricchire competenze anche in funzione di una mobilità sociale e professionale, è d’altra parte strumento essenziale perché sia assicurata a ciascuno, in una società aperta, la possibilità di sviluppare la propria personalità, secondo i principi espressi negli artt. 2, 3 e 4 della Costituzione.
Consulta, il 22 maggio 2002.