Source: https://www.laleggepertutti.it/146256_licenziamento-della-lavoratrice-madre
Timestamp: 2020-02-18 15:57:17+00:00
Document Index: 80962155

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 1223', 'sentenza ', 'art. 1223', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 54', 'sentenza ', 'art. 1223', 'art. 8', 'art. 13']

Non si può licenziare la lavoratrice madre o ancora in maternità: in particolare il divieto scatta dall’inizio del periodo di gestazione sino al compimento di un anno di età del bambino. L’eventuale licenziamento è nullo e improduttivo di effetti. Ciò significa che «il rapporto deve ritenersi giuridicamente pendente» e quindi «il datore di lavoro inadempiente va condannato a riammettere la lavoratrice in servizio e a pagarle tutti i danni derivanti dall’inadempimento in ragione del mancato guadagno». Solo la colpa grave commessa dalla lavoratrice madre consente il suo licenziamento. Una colpa che, ovviamente, dovrà valutare il giudice. Lo ricorda una sentenza di ieri della Cassazione [1].
In caso di licenziamento della lavoratrice madre, pertanto, non sorretto da una grave colpa, «il rapporto va considerato come mai interrotto» e «la lavoratrice», concludono i magistrati, «ha diritto alle retribuzioni dal giorno del licenziamento sino alla effettiva riammissione in servizio».
[1] Cass. sent. n. 475/17 dell’11.01.2017.
Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza 26 gennaio 2016 – 11 gennaio 2017, n. 475
La R. resiste con controricorso e propone altresì ricorso incidentale, cui resiste la S. che ha anche depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
2. Con il secondo motivo viene denunziata, in relazione all’ars. 360, n. 3, la violazione dell’ars. 54 del d. lg.vo 26/3/2001, n. 151 e dell’art. 1223 c.c. e si lamenta che la sentenza oggetto del giudizio di legittimità abbia violato l’art. 1223 c.c., non avendo accolto la domanda della ricorrente di risarcimento dei danni da liquidare nella misura della retribuzione globale di fatto che la lavoratrice non ha percepito dal 14/1/2006, data del licenziamento, a quella della effettiva riammissione in servizio.
La Corte di merito, infatti, ha del tutto obliterato la motivazione in ordine alla circostanza che, per i motivi esposti in narrativa, la S., al momento del licenziamento, si trovasse nel periodo di puerperio, nonostante la lavoratrice avesse dedotto e documentato la detta circostanza. Al riguardo, gli arresti giurisprudenziali della Corte di legittimità sono costanti nell’affermare che il licenziamento intimato alla lavoratrice dall’inizio del periodo di gestazione sino al compimento di un anno di età del bambino è nullo ed improduttivo di effetti ai sensi dell’art. 2 della legge 1204/71; per la qual cosa il rapporto deve ritenersi giuridicamente pendente ed il datore di lavoro inadempiente va condannato a riammettere la lavoratrice in servizio ed a pagarle tutti i danni derivanti dall’inadempimento in ragione del mancato guadagno (tra le molte, Cass., nn. 18357/04; 24349/10). In materia, il Giudice delle Leggi ha stabilito (sentenza n. 61/9 1) che la violazione dell’art. 2 della legge n. 1204/71 (ora d.lg.vo n. 151 /01) è totalmente improduttivo di effetti comportando la nullità del licenziamento comminato alla donna durante la gestazione o il puerperio. La Corte di merito ha erroneamente applicato l’art. 8 della i. n. 604/66, poiché la disciplina legislativa di cui al D.lg.vo n. 151/01 non effettua alcun richiamo alle leggi n. 604/66 e 300/70; la nullità del licenziamento è comminata quindi ai sensi dell’art. 54 del D.lg.vo n. 151/01 e la detta declaratoria è del tutto svincolata dai concetti di giusta causa e giustificato motivo, prevedendo una autonoma fattispecie idonea a legittimare, anche in caso di puerperio, la sanzione espulsiva, quella, cioè, della colpa grave della lavoratrice.
Il rapporto, nel caso di specie, va considerato come mai interrotto e la lavoratrice ha diritto alle retribuzioni dal giorno del licenziamento sino alla effettiva riammissione in servizio (tra le molte, Cass. n. 2244/06). La sentenza di secondo grave ha, invece, erroneamente ritenuto applicabile, ai fini del risarcimento, anziché l’art. 1223 c.c. l’art. 8 della legge n. 604/66.
Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater del d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente incidentale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso incidentale, a norma del comma 1-bisdello stesso articolo 13.