Source: https://www.laleggepertutti.it/282071_fondo-patrimoniale-tutela-contro-agenzia-entrate-riscossione
Timestamp: 2019-08-24 23:52:49+00:00
Document Index: 183605114

Matched Legal Cases: ['art. 167', 'art. 170', 'art. 143', 'art. 147', 'sentenza ', 'art. 170', 'art. 170', 'art. 2901', 'art. 1414', 'art. 11', 'art. 170', 'art. 2740', 'art. 170', 'art. 170', 'art. 170']

Fondo patrimoniale: tutela contro Agenzia Entrate Riscossione?
Cartelle esattoriali non pagate: i beni, mobili e immobili, costituiti in fondo patrimoniale sono aggredibili a mezzo esecuzione esattoriale?
Quesito ricorrente da parte di numerosi contribuenti è se, in presenza di un fondo patrimoniale, sia legittimo procedere ad espropriazione del bene immobile destinato al fondo stesso oppure se, su tale bene, non sia possibile iscrivere ipoteca per crediti tributari iscritti a ruolo prima e dopo la costituzione del fondo. Ebbene, cominciamo col definire cosa è un fondo patrimoniale. Esso consiste nella costituzione di un patrimonio vincolato e destinato, attraverso l’utilizzazione dei frutti dei beni,a far fronte ai bisogni della famiglia. Nel codice civile l’istituto del fondo patrimoniale è regolato dagli art. 167 e seguenti, in particolare, l’art. 170, rubricato L’esecuzione sui beni del fondo, così recita: «L’esecuzione sui beni del fondo e sui frutti di essi non può avere luogo per debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia». L’interpretazione letterale della norma sembra, quindi, precludere la possibilità di aggredire il fondo patrimoniale quando i debiti siano stati contratti dai coniugi per scopi estranei ai bisogni della famiglia e quando il creditore sia consapevole di detta estraneità al momento della nascita dell’obbligazione.
Occorre allora domandarsi cosa si intenda con l’espressione bisogni della famiglia.
In prima approssimazione, può sicuramente farsi riferimento agli obblighi reciproci di assistenza familiare cui sono tenuti i coniugi ai sensi dell’art. 143 c.c.,nonché agli obblighi di mantenimento, istruzione e educazione della prole cui sono tenuti i genitori ai sensi dell’art. 147 c.c.
A riguardo, la Corte di Cassazione precisa che «L’accertamento, relativo alla riconducibilità dei beni alle esigenze della famiglia, costituisce accertamento di fatto, istituzionalmente rimesso al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità solo per vizio di motivazione» (Cass. Civ., 18 settembre 2001, n. 11683).
Il tema, tuttavia, è tutt’altro che pacifico, tanto in dottrina, quanto in giurisprudenza.
Venendo, infatti, ad esaminare la sorte dei crediti tributari, la questione ruota intorno al se,detti crediti, debbano o meno essere considerati debiti estranei ai bisogni della famiglia e perciò non ammessi a trovare soddisfazione sul fondo patrimoniale.
Parte della giurisprudenza di merito, (Cass. n. 12998/2006; Cass. n. 15862/2009; Cass.n.13622/2010; Cass. n.7880/2012; tribunale di Ferrara con sentenza del 10/1/2013)ritiene che «nel caso di debiti fiscali manca quella inerenza immediata e diretta fra il credito ed i bisogni della famiglia, con la conseguenza della esclusione della azione esecutiva su tali beni». In particolare, secondo il tribunale di Ferrara è, «… irrilevante qualsiasi indagine di merito all’anteriorità del credito rispetto alla costituzione del fondo, poiché l’art. 170 c.c. non limita il divieto di esecuzione forzata ai soli crediti (estranei ai bisogni della famiglia) sorti successivamente alla costituzione del fondo,ma estende la sua efficacia anche ai crediti sorti anteriormente…».
«La riconducibilità del debito ai bisogni della famiglia deve essere valutata non con riferimento alla natura delle obbligazioni, ma alla relazione esistente tra il fatto generatore delle obbligazioni legali o contrattuali ed i bisogni della famiglia.» (Cass.n.5385/2013), con la conseguenza che, ove la fonte e la ragione del rapporto obbligatorio abbiano inerenza diretta ed immediata con le esigenze familiari, deve ritenersi operante la regola della piena responsabilità del fondo. ( Cass. n. 12998/2006).
Alla luce di questa giurisprudenza, potrebbe perciò affermarsi che: «Quando il credito scaturisca non da contratto, ma (ad esempio) da un fatto illecito, il creditore insoddisfatto può agire in executivis sui beni del debitore, quand’anche siano stati conferiti in fondo patrimoniale, ex art. 170 c.c.» (Trib. Salerno, 28 ottobre 2003).
Inoltre, la Corte di Cassazione specifica che «La costituzione del fondo patrimoniale può essere dichiarata inefficace nei confronti dei creditori a mezzo azione revocatoria ordinaria o fallimentare, in quanto rende i beni conferiti aggredibili solo a determinate condizioni, così riducendo la garanzia generale spettante ai creditori sul patrimonio dei costituenti» (Cass. Civ. 2 settembre 1996, n. 8013).
Il fondo, quindi, può essere oggetto di azione revocatoria (ex art. 2901 e seguenti del c.c.)ma può essere invalidato anche attraverso altri strumenti, quali la simulazione (ex art. 1414 c.c.) con rischio poi di possibile successiva incriminazione, per il suo autore, per il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte (art. 11 d.lgs. 74/2000). Tuttavia decorsi cinque anni dalla costituzione, la maggioranza dei giudici tributari ritiene che il fondo patrimoniale si consolidi ed è propensa ad escludere l’aggredibilità per il mancato pagamento delle imposte.
Detto ciò, non sembra una forzatura affermare che la Corte di Cassazione ha nella sostanza cercato di «blindare» i beni e i frutti del fondo patrimoniale, non lasciando ampi margini di dialogo in proposito.
Altra parte della giurisprudenza, seppur minoritaria, si dimostra invece, favorevole all’Amministrazione finanziaria e ritiene sussistente la responsabilità del fondo patrimoniale per debiti tributari, essendo questi considerati compatibili con il perseguimento del soddisfacimento dei bisogni della famiglia.
Concordando con la migliore dottrina in materia, può sostenersi che i debiti iscritti a ruolo «possono considerarsi, almeno per certi tributi e sotto certi aspetti, inerenti ai bisogni familiari». Caso tipico in tal senso potrebbe essere la Tarsu. In tal senso depone chiaramente parte della giurisprudenza di merito secondo cui: «Nel caso di imposte non pagate, il debito fiscale ha un’inerenza diretta ed immediata coi bisogni della famiglia limitatamente alle imposte relative ai redditi prodotti dalle attività conferite al fondo e pertanto solo per queste imposte, qualora le stesse non fossero pagate, l’agente della riscossione può agire esecutivamente sui beni conferiti nel fondo patrimoniale» (Commiss. Trib. Prov. Emilia-Romagna Reggio Emilia Sez. III, 25-09-2013, n. 177).
Anche per il Giudice di legittimità il disposto dell’articolo 170 c.c. non deve necessariamente essere inteso in senso restrittivo, come rivolto cioè alla necessità di soddisfare l’indispensabile per i bisogni della famiglia, i bisogni devono comprendere e, di fatto, comprendono anche quelle «esigenze volte al pieno mantenimento e all’armonico sviluppo della famiglia, nonché al potenziamento della sua capacità lavorativa, restando escluse solo le esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi». (Cass.Civ. 1984, n. 134).
L’esclusione delle sole esigenze voluttuarie o caratterizzate da intenti meramente speculativi di certo consente l’inclusione, in termini generali, dei crediti tributari tra i debiti sorti per scopi inerenti ai bisogni della famiglia.
In linea di principio può con sicurezza affermarsi che «Rientrano tra i debiti contratti nell’interesse della famiglia, di cui all’art. 170 c.c. e per la coattiva riscossione dei quali i creditori possono procedere ad esecuzione sui beni del fondo patrimoniale e sui frutti di esso, anche le obbligazioni di natura non contrattuale e anche le obbligazioni da illecito» (Cass. Civ., 5 giugno 2003, n. 8991).
Tale interpretazione estensiva, volta ad ampliare il margine di tutela dei creditori, trova conforto nella regola generale della responsabilità patrimoniale, secondo la quale il debitore risponde dell’adempimento delle sue obbligazioni con tutti i suoi beni presenti e futuri.
Posto, quindi, che il fondo patrimoniale, in quanto patrimonio di destinazione e perciò invulnerabile da una categoria di creditori (quelli a fronte dei debiti contratti per scopi estranei ai bisogni della famiglia), rappresenta una grossa deroga al principio generale stabilito dall’art. 2740 c.c., altri rilievi di ordine sistematico si impongono.
Infatti, se dovesse ritenersi che il fondo sia praticamente inattaccabile da obbligazioni derivanti da fatto illecito, ben potrebbe un coniuge costituire un fondo patrimoniale, comprensivo di tutto il suo patrimonio, e compiere atti illeciti, anche dolosi, persino integranti fattispecie di reato, senza incorrere in nessuna responsabilità civile nei confronti dei terzi.
D’altro canto, secondo autorevole dottrina, «quando è violata una norma penale impositrice (ossia quando un soggetto si sottrae all’imposizione), risulta violata, al tempo stesso, anche la norma che punisce l’evasione (con sanzione penale o amministrativa)»,con ciò volendo evidenziare l’innegabile legame sussistente tra le due disposizioni.
Con l’ultimo argomento trattato può dirsi conclusa, in termini di diritto, l’analisi della questione sollevata.
Il bilancio che può trarsi non è di certo del tutto positivo, non essendo possibile, alla luce delle ragioni di diritto esposte, affermare con assoluta certezza che in presenza di fondo patrimoniale sia legittimo procedere ad espropriazione del bene immobile destinato alf ondo stesso o all’iscrizione ipotecaria su tale bene, per crediti tributari iscritti a ruolo prima e dopo la costituzione del fondo.
Non sarebbe improbabile che un giudice territoriale riconosca come «La limitazione alla pignorabilità dei beni costituiti nel fondo patrimoniale ex art. 170 c.c. deve intendersi riferita alle obbligazioni nascenti da contratto e non anche a quelle nascenti da fatto illecito (sorte in capo ad uno solo dei coniugi).
La formulazione testuale dell’art. 170 c.c., infatti, nel richiamarsi ad attività poste in essere dai coniugi nell’ambito dell’autonomia contrattuale e nell’indicare l’ulteriore requisito della previa «scientia creditoris» (con riguardo all’estraneità del credito ai bisogni della famiglia), indirizza il limite alla pignorabilità dei beni del fondo patrimoniale alle sole obbligazioni ex contractu» (Trib. S.Remo, 29 ottobre 2003).
All’opposto, secondo la Corte di Cassazione, un contribuente vedrebbe accolte le sue ragioni, stante la convinzione del Giudice di legittimità per cui «In tema di fondo patrimoniale, il criterio identificativo dei crediti il cui soddisfacimento può essere realizzato in via esecutiva sui beni conferiti nel fondo, va ricercato non già nella natura delle obbligazioni (excontractu o ex delicto), bensì nella relazione esistente tra il fatto generatore di esse ed i bisogni della famiglia» (Cass. Civ., 18 luglio 2003, n. 11230).
Fermo restando chela stessa Corte ha sostenuto che «Rientrano tra i debiti contratti nell’interesse della famiglia, di cui all’art. 170 c.c. e per la coattiva riscossione dei quali i creditori possono procedere ad esecuzione sui beni del fondo patrimoniale e sui frutti di esso,anche le obbligazioni di natura non contrattuale e anche le obbligazioni da illecito»(Cass. Civ., 5 giugno 2003, n. 8991).
Autore immagine: bisogni famiglia di Antonio Guillem