Source: https://www.diritto.it/il-consiglio-di-stato-fornisce-un-interpretazione-estensiva-all-art-35-co-3-lett-e-del-d-lgs-1652001/
Timestamp: 2018-07-18 14:41:34+00:00
Document Index: 151253045

Matched Legal Cases: ['art. 35', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Il Consiglio di Stato fornisce un’interpretazione estensiva all’art. 35, co. 3, lett. e) del d.lgs. 165/2001
Tipaldi Michele
L’interpretazione dell’articolo in commento è al centro da sempre di un vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale, divenuto nuovamente oggetto di disamina grazie al “revirement” dei giudici di Palazzo Spada.
La materia del pubblico impiego è stata più che mai sottoposta, in questi ultimi tempi, a frenetici ed incessanti interventi normativi e giurisprudenziali.
In particolare, il tema oggetto del seguente contributo è scandito dal ritmo dettato da una produzione giurisprudenziale alluvionale, in ossequio ai principi di buon andamento ed imparzialità, di matrice costituzionale.
Ai sensi dell’art. 35, co. 3, lett. e) del d.lgs. 165/2001, le commissioni nominate per scremare l’aspirante personale delle pubbliche amministrazioni devono essere composte solo da “esperti di provata competenza nelle materie di concorso, scelti tra funzionari delle amministrazioni, docenti ed estranei alle medesime, che non siano componenti dell’organo di direzione politica dell’amministrazione, che non ricoprano cariche politiche e che non siano rappresentanti sindacali o designati dalle confederazioni ed organizzazioni sindacali o dalle associazioni professionali”.
Dunque, le procedure di reclutamento devono svolgersi nel rispetto di tale principio fondamentale.
Altri principi fondamentali sono: l’adeguata pubblicità della selezione e delle modalità di svolgimento di quest’ultima, in modo tale che assicurino sia l’economicità sia la velocità di espletamento (è previsto il ricorso a sistemi di natura automatizzata, anche per consentire lo svolgimento delle prove preselettive); l’uso di meccanismi trasparenti ed oggettivi, in grado di sondare il possesso dei requisiti professionali ed attitudinali in base al profilo che s’intende ricoprire; il rispetto delle pari opportunità tra uomini e donne; il decentramento delle varie fasi di reclutamento (salvo autorizzazione da parte del Presidente del Consiglio, i concorsi statali si svolgono in genere a livello regionale, tranne eccezioni dovute a ragioni tecnico-amministrative o di natura meramente economica).
La “ratio” della disposizione in rassegna risiede: sia, da una parte, nell’esigenza di difendere a spada tratta il buon andamento e l’imparzialità della procedura concorsuale, facendo in modo che non si verifichino ingerenze degli organi politici, conoscenze personali e pericoli di contiguità, sia, dall’altra, nell’esigenza di assicurare l’osservanza del principio di separazione tra politica ed amministrazione, in ossequio al quale gli organi di governo esercitano le funzioni di indirizzo politico-amministrativo, invece ai dirigenti compete l’attività di natura amministrativa, la gestione e la realizzazione dei risultati.
Dunque, l’articolo in esame delimita chiaramente la nozione di membro dell’organo di direzione politica dell’amministrazione che indice il concorso (che va interpretato come organo di vertice), ma non individua con altrettanta nitidezza le categorie che ricoprono cariche politiche, sindacali o professionali.
Appare, in ogni caso, fondamentale garantire l’assenza di condizionamenti sia per quanto riguarda l’assunzione sia per quanto riguarda l’avanzamento dei dipendenti pubblici da parte di soggetti che, rivestendo un ruolo di primo piano nella pubblica amministrazione che ha bandito il concorso o in linea generale nell’ambito politico, sindacale e professionale.
Nella lacunosità legislativa sono proliferate diverse scuole di pensiero giurisprudenziali: da anni, i giudici incrociano le spade in merito alla “querelle” della composizione delle commissioni esaminatrici dei concorsi pubblici proprio per porre rimedio all’attuale e profondo vuoto normativo.
Il Consiglio di Stato1, dapprima, afferma il principio in base al quale il concetto di carica politica va riferito agli interessi propri dei partiti politici.
In ottemperanza al principio affermato, il Supremo Consesso amministrativo ha sentenziato, negando la configurabilità della situazione di incompatibilità della nomina di commissario di concorso di un soggetto che riveste la carica di consigliere comunale o di un assessore: elemento distintivo della carica di consigliere comunale è la funzione rappresentativa, a fini soprattutto amministrativi, di interessi propri della comunità territoriale che rappresenta e non di interessi di natura squisitamente propria dello schieramento politico di appartenenza.
Orbene, la sentenza in commento chiarisce il significato di carica politica, poiché “per carica politica deve intendersi solo l’ufficio che postula la rappresentanza, in via organica e professionale, di interessi e valori direttamente riferibili ad una parte politica, e cioè ad un partito, con la conseguenza che il divieto in esame va circoscritto ai soli titolari di cariche direttive all’interno dei partiti”.
In estrema sintesi, dunque, solo coloro i quali rivestano funzioni proprie di cariche direttive partitiche, in quanto portatori degli interessi propri dei partiti, non possono essere investiti dei compiti di commissario delle procedure concorsuali.
Un ulteriore orientamento del Consiglio di Stato2 si appiattisce sul precedente3, introducendo un elemento ulteriore, affinché possa evidenziarsi un caso di incompatibilità.
Il Consiglio di Stato riforma una sentenza adottata dal giudice di prime cure4, consolidando un proprio precedente orientamento.
Non è sufficiente, infatti, la mera appartenenza ad un partito, ma vi deve essere “comunque un qualche elemento di possibile incidenza tra l’attività esercitabile da colui che ricopre cariche politiche, sindacali o professionali e l’attività dell’ente che indice il concorso, altrimenti la disposizione verrebbe a generalizzare in modo eccessivo e senza adeguata giustificazione il sospetto di imparzialità anche nei confronti di soggetti che non gestiscono alcun potere rilevante e perciò non siano comunque idonei, sia pure da un punto di vista astratto, a condizionare la vita dell’ente che indice la selezione”.
In altre parole, rappresenta condizione necessaria affinché vi sia un caso d’incompatibilità: il potere di incidere, anche solo teoricamente, da parte del titolare della carica politica sulle attività proprie dell’ente che ha bandito il concorso.
In conclusione, possono far parte delle commissioni concorsuali coloro che rivestano un ruolo meramente istituzionale, soprattutto se a tempo determinato.
La procedura selettiva concorsuale, ovviamente, può risultare viziata, anche in assenza di un membro della commissione interno all’organo di direzione politica.
In quest’ultimo caso, si prospettano due ipotesi, a seconda che si siano manifestati vizi macroscopici, che rappresentano di per sé causa di giustificazione dell’azzeramento della procedura, o vizi formali, che in automatico non danno vita ad un “vulnus” sulla valutazione data dalla commissione.
Si sono, inoltre, susseguite numerose pronunce amministrative5 che hanno precisato che, nel caso di vizi di natura formale, l’onere di dedurre e prospettare, in modo serio, analitico ed argomentato la modalità attraverso la quale l’esito del concorso sia stato inficiato dall’ingresso nella commissione di un membro, alieno all’organo di direzione politica, ricada sul ricorrente che propone il motivo.
La sentenza da ultimo adottata dai giudici di Palazzo Spada6, ribaltando la giurisprudenza costante, consente di togliere il velo di pregiudizio, in base al quale chi riveste una carica politica (nella fattispecie concreta in esame, la carica di consigliere comunale) non può, allo stesso tempo, essere tanto qualificato da selezionare gli aspiranti “colletti bianchi”.
In altri termini, non può considerarsi illegittima la commissione formata anche da politici o sindacalisti, sia interni che esterni all’ente che ha bandito il concorso, se non vi siano concreti e comprovati elementi di influenza dell’ente che ha indetto la procedura selettiva, da parte del politico “de qua”.
Il Supremo Consesso è consapevole della mancanza di qualsiasi criterio giuridico idoneo a definire il concetto di “influenza” in questione, e, dunque, stabilisce che l’incompatibilità del consigliere comunale sia in astratto idonea “a far riverberare i suoi effetti anche sull’ente che indice la selezione”.
Così ragionando è chiaro come più le pubbliche amministrazioni sono lontane, in minor modo si prospetta il rischio di influenza. Al contrario, più gli enti pubblici si collocano su di un piano di vicinanza, maggiore è il caso di condizionamenti ed interferenze. Comunque, dovendosi trattare di un’influenza “dimostrabile”, si incappa in quella che in genere si definisce “probatio diabolica”.
Orbene, con tale pronuncia viene annullata la sentenza di primo grado, in quanto non è comprovabile alcun elemento di incidenza sull’attività dell’ente dal parte del Presidente della Commissione, consigliere comunale, in quanto quest’ultimo è stato esclusivamente designato e, pertanto, non ha rivestito ancora alcuna funzione.
Infine, la sentenza in rassegna reputa che non ha valenza invalidante neppure l’assunzione di un soggetto che ricopre la carica di rappresentante sindacale della veste di segretario della Commissione, in quanto tale nomina, essendo eccezionale, e, dunque, non oggetto di applicazione analogica, fa riferimento “stricto sensu” ai commissari, cioè ai soggetti che esercitano funzioni di natura decisionale, con esclusione, orbene, dei segretari.
1 Consiglio di Stato, Sezione V, 27 luglio 2002, n. 4056.
2 Consiglio di Stato, Sezione V, 21 ottobre 2003, n. 6526. Si riscontra una tale linea di pensiero, anche in: Consiglio di Stato, Sezione III, 18 gennaio 2012, n. 181.
3 Consiglio di Stato, Sezione V, 27 luglio 2002, n. 4056.
4 TAR Sardegna, 15 ottobre 2002, n. 1367.
5 TAR Napoli, Sezione III, 7 ottobre 2010; 23 novembre 2010, n. 25669 che richiama dei precedenti conformi, tra i quali: TAR Napoli n. 6510 del 30 giugno 2010 e n. 17412 del 14 settembre 2010.
6 Consiglio di Stato, Sezione V, 13 aprile 2012, n. 2104. Si vedano, in tal senso, anche: Consiglio di Stato, Sezione V, decisioni nn. 5526/2003 e 4056/2002.