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Timestamp: 2019-08-24 18:52:40+00:00
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Necessario ripetere l’intera sequenza processuale se cambia il collegio
Mutata la composizione del collegio deve essere ripetuta l’intera sequenza “apertura del dibattimento/esposizione introduttiva/richiesta di ammissione delle prove. Lo ha ribadito la Quinta Sezione Penale della Cassazione
Con sentenza della Corte di appello di Bari era stata confermata la penale responsabilità di due imputati, padre e figlio, in ordine al reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, commessa in relazione ad una s.r.l., dichiarata fallita dal Tribunale di Lucera nel 2006.
Il ricorso, proposto dal difensore di fiducia di uno dei due imputati censurava siffatta decisione, tra gli altri motivi, per la violazione dell’art. 525 c.p.p. (e la nullità dell’ordinanza pronunziata dal Tribunale di Lucera e di tutti gli atti successivi) perché, una volta mutata la composizione del Collegio, il Tribunale pugliese non aveva ripetuto la sequenza “apertura del dibattimento/esposizione introduttiva/richiesta di ammissione delle prove”, ancorché espressamente sollecitato dalla difesa; così facendo, aveva disatteso il dictum delle Sezioni Unite n. 2 del 15 gennaio 1999.
La pronuncia è stata ripresa dai giudici della Cassazione che hanno accolto il motivo perché fondato.
Le Sezioni Unite Iannasso – Sez. U, n. 2 del 15/01/1999- 01 avevano stabilito che “il principio di immutabilità del giudice (alla deliberazione concorrono gli stessi giudici che hanno partecipato al dibattimento) posto dall’art. 525.2 c.p.p. a pena di nullità assoluta, impone che quando muti la persona del giudice monocratico o la composizione del giudice collegiale il dibattimento sia integralmente rinnovato, con la ripetizione della sequenza procedimentale costituita dalla dichiarazione di apertura del dibattimento (art. 492), dall’esposizione introduttiva e dalle richieste di ammissione delle prove (art. 493), dai provvedimenti relativi all’ammissione (art. 495), dall’assunzione delle prove secondo le regole stabilite nell’art. 496 c.p.p. e ss.”.
Secondo il chiaro dettato di siffatto autorevole precedente giurisprudenziale la ripetizione della sequenza procedimentale deve avvenire fin dalla fase dell’apertura del dibattimento, con la precisazione che la successiva fase della richiesta di prove e di ammissione di esse deve anch’essa essere integralmente ripetuta.
Sulla scorta dell’evoluzione interpretativa registratasi negli anni successivi, che più volte ha messo in discussione l’estensione della regola giurisprudenziale della Iannasso, le Sezioni Unite sono nuovamente intervenute sul tema.
La pronuncia è recentissima e risale al 30 maggio 2019 (nel procedimento n. 29466/2018).
Ebbene, in tale occasione il Supremo Collegio han fornito risposta anche al quesito sul “se il principio di immutabilità di cui all’art. 525 c.p.p., richieda la corrispondenza, rispetto al giudice che abbia proceduto alla deliberazione finale, del solo giudice dinanzi al quale la prova sia stata assunta ovvero anche del giudice che abbia disposto l’ammissione della prova stessa”.
La soluzione indicata è che “per il principio di immutabilità di cui all’art. 525 c.p.p., il giudice che procede alla deliberazione finale deve essere lo stesso che ha disposto l’ammissione della prova; non di meno, i provvedimenti in tema di ammissione della prova si intendono confermati se non espressamente modificati o revocati”.
«Ebbene, la lettura dell’informazione provvisoria autorizza un’interpretazione che vede comunque la necessità che a decidere il processo sia il Giudice che ha disposto l’ammissione delle prove, il che conferma la necessità che tale fase – quella dell’ammissione, appunto sia ripetuta, previa la formulazione delle richieste di parte».
Per tali motivi, con riferimento al caso in esame, i giudici della Suprema Corte di Cassazione hanno dovuto concludere con la dichiarazione di nullità della sentenza emessa dai giudici di Lucera e, ai sensi dell’art. 185 c.p.p., comma 1, e anche di quella di appello, con regressione del procedimento nello stato e nel grado in cui era stato compiuto l’atto nullo, vale a dire il giudizio di primo grado.
Dibattimento: il diritto alla prova contraria non è soggetta a termini
Il termine perentorio per il deposito della lista dei testimoni è stabilito, a pena di inammissibilità, dall’art. 468 c.p.p., comma 1, soltanto per la prova diretta e non anche per quella contraria
Nel gennaio 2018 la Corte di appello di Lecce aveva confermato la condanna inflitta all’imputato dal Tribunale di Brindisi, per il reato di atti persecutori ai danni del padre.
Avverso detta sentenza l’imputato ha proposto ricorso per cassazione, denunciando in primo luogo, la mancata ammissione a prova contraria dell’esame di due testi, la cui relativa richiesta era già stata rigettata dal Tribunale.
Tale decisione – a detta della difesa – era errata poiché fondata su un orientamento giurisprudenziale non condivisibile – secondo cui l’esercizio del diritto alla prova contraria di cui all’art. 468 c.p.p., comma 4, sarebbe inibito dalla mancata presentazione di una propria lista testi da parte del soggetto che lo invoca – e superato da altri e preferibili approdi di legittimità.
Ed invero, l’escussione di quei due testimoni era decisiva perché avrebbe consentito di sovvertire radicalmente le dichiarazioni dell’unico ed interessato teste di accusa.
La questione è stata decisa dalla Quinta Sezione Penale della Cassazione con la sentenza n. 28552/2019.
Ebbene il Supremo Collegio, ha condiviso il motivo di ricorso offerto dalla difesa.
La scelta del giudice di merito di non consentire l’esame dei due testimoni a prova contraria, era errata perché volta a dar seguito ad un orientamento non più condivisibile.
Doveva invece, farsi applicazione il principio di diritto ormai prevalente in giurisprudenza, secondo cui la parte che abbia omesso di depositare la lista dei testimoni nel termine di legge ha comunque la facoltà di chiedere la citazione a prova contraria dei testimoni, periti e consulenti tecnici di un’altra parte, considerato che il termine perentorio per il deposito della lista dei testimoni è stabilito, a pena di inammissibilità, dall’art. 468 c.p.p., comma 1, soltanto per la prova diretta e non anche per quella contraria, e che l’opposta soluzione vanificherebbe il diritto alla controprova, il quale costituisce espressione fondamentale del diritto di difesa.
In particolare, come ricordato in una recente sentenza della Quinta Sezione (n. 41662 del 14/04/2016), la norma di riferimento è l’art. 468 c.p.p., comma 4 secondo cui “in relazione alle circostanze indicate nelle liste, ciascuna parte può chiedere la citazione a prova contraria di testimoni, periti e consulenti tecnici non compresi nella propria lista, ovvero presentarli al dibattimento”.
A differenza di quanto previsto dal comma 1 della medesima disposizione, non è previsto un termine entro il quale l’indicazione a prova contraria deve essere effettuata nè il diritto alla controprova è collegato a quello alla prova diretta esercitato dalla medesima parte.
«Il che – affermano gli Ermellini – risponde ad una logica comune oltre che giuridica, se si considera che il diritto alla controprova concerne, appunto, le prerogative di contrasto di una parte rispetto alla prova articolata da altri, sicché condizione imprescindibile non è che la parte che intenda invocarla abbia presentato una propria lista, ma che l’abbia presentata un’altra parte».
Infatti, “l’istanza di prova contraria non è strutturalmente destinata a coltivare un proprio tema di prova del quale, pertanto, devono essere rese tempestivamente edotte le altre parti, ma è diretta a contrastare la prova che altri vorrebbe veicolare in dibattimento attraverso un determinato teste, esaminandolo sulle medesime circostanze su cui sarà articolata la prova diretta, ma in una prospettiva di contrasto alla tesi avversa ed anche di eventuale attendismo strategico rispetto alle scelte di controparte”.
Per tali motivi è stato affermato il seguente principio di diritto: “se una parte intende far escutere un soggetto su determinati temi specifici individuati di propria iniziativa, ne “dovrà inserire il nominativo in una lista da presentare ai sensi del comma 1 del più volte ricordato art. 468 c.p.p., ma, qualora si abbia solo interesse a dedurre in senso contrario rispetto alle circostanze introdotte dalle altre parti, anche attendendone le determinazioni in ordine alle richieste istruttorie, l’istanza di escussione del medesimo ben potrà provenire da chi non abbia curato liste di sorta”.
COSTITUZIONE DI PARTE CIVILE NEL PROCESSO PENALE E DANNO RISARCIBILE
Annullata la condanna per l’uomo imputato di corruzione, perché fondata sulle sole dichiarazioni dell’unico teste di accusa, che in dibattimento, aveva ripetutamente dichiarato di non ricordare quanto accaduto nell’immediatezza dei fatti
Ed infatti, “Mentre un margine di recupero delle dichiarazioni precedentemente rese e impiegate per le contestazioni è possibile se il teste, pur confermando di non ricordare, riconosca di aver fornito quelle indicazioni conoscitive, il discorso si pone in termini differenti laddove, anche a seguito di quelle contestazioni, permanga una insuperata difformità tra le dichiarazioni rese in dibattimento e quelle contenute nell’atto utilizzato per le contestazioni”
In primo grado, il Tribunale di Mantova aveva pronunciato sentenza di condanna dell’imputato, per aver consegnato 200 euro in banconote ad una operatrice sanitaria dell’ASL in servizio presso l’ ospedale psichiatrico giudiziario, per introdurre sostanza stupefacente di tipo hashish che egli aveva, a sua volta, acquistato dalla donna ad un prezzo superiore a quello corrente sul mercato.
L’accusa era quella di corruzione di persona incaricata di un pubblico servizio. L’operatrice sanitaria dal suo canto, aveva guadagnato la plusvalenza, ossia la somma corrispondente alla remunerazione dell’atto posto in essere in contrasto con i suoi doveri di fedeltà, onestà e vigilanza e in violazione dalla normativa vigente e dalle regole di servizio.
Avverso tale sentenza l’imputato aveva presentato ricorso per Cassazione per denunciare la violazione di legge, in relazione agli artt, 500, comma 2, cod. proc. pen. e 111 Cost., e il vizio di motivazione, per contraddittorietà e manifesta illogicità. Ed invero, la Corte distrettuale – a sua detta – aveva erroneamente confermato la condanna di primo grado basata esclusivamente sulle dichiarazioni rese dall’unico teste dell’accusam nella fase delle indagini preliminari e, utilizzate per le contestazioni durante l’esame ma non confermate in dibattimento.
In altre parole la corte d’appello, aveva “illogicamente argomentato la propria decisione come se quella prima deposizione fosse stata confermata dal teste, laddove la stessa era stata persino contraddetta dalle indicazioni fornite da altro testimone”.
Con la sentenza in commento, i giudici della Sesta Sezione Penale della Cassazione (n. 21769/2019) hanno accolto il ricorso formulato dall’imputato perché fondato.
Dal combinato disposto degli artt. 500, commi 1 e 2, e 526 cod. proc. pen, si evince che, di regola, le dichiarazioni precedentemente rese dal testimone, raccolte unilateralmente dalle parti nella fase delle indagini e contenute nel fascicolo del pubblico ministero, che siano state impiegate in tutto o in parte per contestazioni nel corso dell’esame dibattimentale di quel dichiarante, possono essere utilizzate solo ai fini della valutazione della credibilità dello stesso testimone: di esse, dunque – nel rispetto del principio costituzionale del contraddittorio – non è possibile una utilizzazione diretta ai fini della deliberazione, salvo che, a seguito della contestazione, il propalante non ne abbia replicato il contenuto, e salvi i casi eccezionali, previsti dai commi 4, 5 e 7 del citato art. 500, nei quali la utilizzazione ai fini della decisione delle dichiarazioni rese prima del dibattimento è legittima, anche in ossequio a quanto stabilito dall’art. 111, comma 5, Cost., secondo cui “La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha iuogo in contraddittorio per consenso dell’imputato (…) o per effetto di provata condotta illecita”.
Nel tentativo di definire i contorni applicativi di tali regole processuali, nella giurisprudenza di legittimità si è puntualizzato che, in generale, nel corso dell’esame dibattimentale del testimone e delle parti.private, può procedersi alla contestazione delle dichiarazioni rese in precedenza dai soggetti, esaminati tutte le volte in cui le stesse presentino difformità rispetto alle dichiarazioni dibattimentali, e ciò tanto che nell’istruttoria dibattimentale il soggetto esaminato abbia manifestato una conoscenza diversa, quanto che abbia rivelato di non ricordare le vicende o i fatti sui quali aveva riferito in precedenza (così, da ultimo, Sez. 2, n. 13927 del 04/03/2015, Amaddio, Rv. 264014).
Tuttavia, è sempre necessario verificare con attenzione il tenore delle dichiarazioni rese dal testimone in dibattimento: perché, mentre un margine di recupero delle dichiarazioni precedentemente rese e impiegate per le contestazioni è possibile se il teste, pur confermando di non ricordare, riconosca di aver fornito quelle indicazioni conoscitive e ne confermi la veridicità, il discorso si pone in termini differenti laddove, anche a seguito di quelle contestazioni, permanga una insuperata difformità tra le dichiarazioni rese in dibattimento e quelle contenute nell’atto utilizzato per le contestazioni, dovendo, in questo caso, trovare piena applicazione la sola disposizione dettata dal comma 2 dell’art. 500 del codice di rito (in questo senso, tra le diverse, Sez. 2, n. 35428 del 08/05/2018).
Di tali principi non aveva fatto corretta applicazione la corte distrettuale tenuto che nel corso del giudizio di primo grado, durante l’esame dibattimentale del principale ed unico teste di accusa, questi aveva ripetutamente sostenuto di non ricordare con precisione quanto accaduto il giorno dell’evento in contestazione.
Tanto è bastato, allora, ai giudici della Suprema Corte per disporre l’annullamento della sentenza impugnata senza rinvio, con l’adozione della formula assolutoria “perché il fatto non sussiste”.
L’opposizione all’archiviazione non può essere trasmessa via PEC
Contro la richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero, il denunciate proponeva, a mezzo del proprio difensore, atto di opposizione trasmesso via PEC
Ma dopo qualche tempo, il predetto difensore, apprendeva solo casualmente che l’istanza era stata rigetta e ordinata l’archiviazione.
Depositava, allora, “incidente di esecuzione a mezzo del quale chiedeva dichiararsi la non esecutività del decreto di archiviazione con i provvedimenti conseguenti per quanto concerneva la rimessione in termini, ovvero la fissazione della camera di consiglio per la trattazione dell’opposizione a suo tempo debitamente depositata”.
Ma l’istanza non fu accolta, in quanto era ormai decorso il termine per formulare opposizione (di dieci giorni previsto dall’art. 408/3 cod. proc. pen. – aumentato a 20 gg a decorrere dal 04/08/2017 – decorrente dalla notifica della richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero) e posto che nel predetto termine l’ufficio giudiziario non aveva ricevuto alcun atto di opposizione o meglio, l’atto in questione risultava essere stato inviato via PEC, ossia con modalità non corretta”.
A detta del denunciante, la decisione del giudice delle indagini preliminari, costituiva provvedimento abnorme, in quanto aveva archiviato de plano senza prendere in considerazione l’atto di opposizione che esso ricorrente, aveva provveduto a depositare presso la Segreteria del Pubblico Ministero a mezzo PEC, con ciò omettendo di considerare quanto prevede, ad esempio, l’art. 583, Cpp, ai sensi e per gli effetti del quale l’atto di impugnazione si può spedire anche con raccomandata ar; sicché se si considera che la PEC altro non è che una raccomandata digitale, per quale ragione il tribunale avrebbe dovuto considerare l’opposizione trasmessa in maniera non corretta?
Il motivo non è stato accolto
«L’atto di opposizione alla richiesta di archiviazione del Pubblico Ministero – affermano gli Ermellini – avrebbe dovuto essere depositato con le modalità previste dall’art. 121 cod. proc. pen. e non, come erroneamente ritiene il ricorrente, a norma dell’art. 583 cod. proc. pen. in quanto l’opposizione non rientra nel genus delle impugnazioni essendo un atto diretto contro la richiesta del Pubblico Ministero e non contro un provvedimento del giudice».
In punto di diritto, va, quindi, rammentato che l’art. 121 cod. proc. pen. individua nel deposito in cancelleria l’unica modalità per le parti di presentazione delle memorie e delle richieste rivolte al giudice, mentre il ricorso a “mezzi tecnici che garantiscano la conoscenza dell’atto” è riservato ai funzionari di cancelleria ai sensi dell’art. 150 cod. proc. pen..
Quanto alla PEC, va rilevato che, a norma dell’art. 16 del d.l. 18 ottobre 2012, n. 179, convertito con modificazioni dalla I. 17 novembre 2012 n.221, le notificazioni penali a persona diversa dall’imputato, a norma degli articoli 148, comma 2-bis, 149, 150 e 151, comma 2, del codice di procedura penale, si effettuano dal 15 dicembre 2014 per via telematica, in concreto attraverso la Pec. La suddetta normativa è prevista, quindi, solo a favore degli Uffici Giudiziari e nei confronti di persona diversa dall’imputato: correttamente, quindi, la richiesta di archiviazione fu comunicata al difensore del denunciante a mezzo PEC.
Al contrario, poiché l’art. 16 d.l. citato, non richiama né l’art. 121 né l’art. 152 cod. proc. pen. (“notificazioni richieste dalla parti private”), deve ritenersi che le parti private (nella specie il denunciante) non possano avvalersi della PEC per depositare memorie o richieste o comunque effettuare notifiche.
Di recente la Corte di Cassazione ha chiarito che l’invio a mezzo fax (o con altre modalità diverse da quella disciplinata dall’art. 121 cod. proc. pen., come, appunto, l’invio a mezzo PEC) delle istanze, memorie, richieste non è inammissibile o irricevibile, ma la sua mancata delibazione – quando il giudice non ne sia venuto a conoscenza – non comporta alcuna violazione del diritto di difesa e quindi alcuna nullità, in quanto la scelta di un mezzo tecnico non autorizzato per il deposito espone il difensore al rischio dell’intempestività con cui l’atto stesso può pervenire a conoscenza del destinatario, ed in ogni caso la parte che si avvale di tale mezzo di trasmissione ha l’onere di accertarsi del regolare arrivo del fax e del suo tempestivo inoltro al giudice procedente (Cass. 1904/2018).
Per tali motivi, l’impugnazione è stata perciò dichiarata inammissibile per manifesta infondatezza.
Di nulla poteva dolersi il ricorrente sia perché aveva proposto l’opposizione con un mezzo non consentito, sia perché, successivamente, non si era accertato se la suddetta opposizione fosse o meno stata tempestivamente trasmessa al giudice delle indagini preliminari.
L’UTILIZZABILITA’ DELLE SENTENZE CIVILI IRREVOCABILI NEL PROCESSO PENALE
L’utilizzabilità delle sentenza civili irrevocabili nel processo penale
Si discute dell’utilizzabilità delle sentenze civili non più soggette ad impugnazione, nel processo penale ai sensi dell’art. 238 bis c.p.p.
Il ricorrente contestava la decisione impugnata per aver preso in esame il contenuto di sentenze civili passate in giudicato ed acquisite agli atti e di averle utilizzate ai fini della decisione finale.
Ebbene, l’applicabilità delle disposizioni di cui all’art. 238 bis c.p.p. anche con riferimento alle sentenze civili è stata oggetto di acceso dibattito tanto in dottrina, quanto in giurisprudenza.
Secondo un consistente orientamento della giurisprudenza di legittimità, e parte della dottrina, l’utilizzo delle sentenze irrevocabili, acquisite ai fini della prova dei fatti in esse accertati ex art. 238 bis c.p.p. riguarda esclusivamente quelle rese in altro procedimento penale e non anche quelle rese in un processo civile.
A fondamento di questa impostazione, sono state richiamate sia le «evidenti e sostanziali asimmetrie in ordine alla valutazione della prova che caratterizzano i due diversi ordinamenti processuali», sia il dato letterale che fa riferimento alle sentenze «irrevocabili» e, cioè inteso come relativo esclusivamente a quelle penali, anche perché non evoca in alcun modo il giudizio civile, a differenza del precedente art. 238 c.p.p., con il quale fa sistema.
Ciò troverebbe conferma anche nel fatto che significativamente «l’ordinamento disciplina l’efficacia del giudicato penale in altri giudizi, ma non il contrario, e che la revisione della sentenza penale è prevista a seguito di un giudicato civile, ma solo nel caso di condanna pronunciata a seguito di sentenza – riguardante le questioni di cui agli artt. 3 e 479 c.p.p. – che sia stata successivamente revocata», con disposizione rimasta immutata dopo l’introduzione dell’art. 238 bis c.p.p.
Non sono mancate decisioni di senso contrario che hanno ritenuto acquisibili e dunque valutabili, a norma del citato art. 28 bis c.p.p., anche sentenze pronunciate da giudici diversi.
In altre parole secondo questo orientamento, sentenze irrevocabili sono anche quelle pronunciate da un giudice diverso da quello penale.
Ebbene, la Corte di Cassazione ha ritenuto dover aderire a quest’ultimo indirizzo e quindi reputare utilizzabili, ai fini della prova del fatto in esse accertato, le decisioni irrevocabili pronunciate in un giudizio civile o amministrativo, fermo restando che le stesse non sono vincolanti per il giudice penale, ma debbono essere valutate a norma degli artt. 187 e 192, comma 3, c.p.p.
In realtà, l’art. 238 bis c.p.p. non implica alcuna limitazione per il libero convincimento del giudice penale. La giurisprudenza anche nel caso di acquisizione di sentenze definitive rese in altri procedimenti penali esclude l’esistenza di qualunque automatismo nel recepimento e nell’utilizzazione a fini decisori dei fatti e dei giudizi contenuti nelle motivazioni di dette sentenze, dovendosi ritenere che il giudice penale conservi integra l’autonomia e la libertà delle operazioni logiche di accertamento e formulazione di giudizio a lui istituzionalmente riservate.
Questa conclusione, applicabile a tutte le sentenze acquisite ai sensi dell’art. 238 bis c.p.p. e quindi anche nel caso queste siano emesse da giudici civili o amministrativi, risulta pienamente coerente con la disciplina generale di cui agli artt. 2, 3 e 479 c.p.p.
Secondo il principio generale fissato dall’art 2 c.p.p., al giudice penale spetta il potere di risolvere autonomamente ogni questione da cui dipende la decisione, salvo che sia diversamente stabilito.
L’unica disposizione che attribuisce espressamente efficacia di giudicato nel processo penale a sentenze extra penali è l’art. 3, comma 4 con riferimento alla «sentenza irrevocabile del giudice civile che ha deciso una questione sullo stato di famiglia o di cittadinanza».
L’art. 479 c.p.p., invece, non contiene una regola analoga, osservando che la decisione emessa in sede civile o amministrativa, pur se passata in giudicato non dovrebbe ritenersi vincolante per il giudice penale, fermo restando, per quest’ultimo, il dovere di motivare le ragioni del suo diverso avviso.
Ciò vuol dire in definitiva che le decisioni irrevocabili pronunciate in un giudizio civile o amministrativo sono utilizzabili dal giudice penale ai fini della proba del fatto in esse accertato, anche se non sono vincolanti per lo stesso, ma debbono essere valutate a norma degli artt. 187 e 192 comma 3, c.p.p.
Per questi motivi, la sentenza impugnata non era incorsa in violazione di legge né perché aveva ritenuto di prendere in esame il contenuto di sentenze civili passate in giudicato ed acquisite agli atti, né perché aveva reputato questo contenuto utilizzabile per la ricostruzione degli accadimenti sottoposti alla sua cognizione solo all’esito di un suo autonomo apprezzamento, né infine, perché era pervenuta a conclusioni solo in parte coincidenti con quelle raggiunte nelle decisioni extra-penali.
RIFORMA DELLA GIUSTIZIA, BONAFEDE: DIMEZZARE I TEMPI DEL PROCESSO
Avevano reso delle dichiarazioni come testimoni in un processo penale e successivamente, avevano rilasciato una intervista televisiva, a condizione che fosse mantenuto il loro anonimato; ma dalle riprese era stato possibile identificarli, almeno nella cerchia dei loro conoscenti
Avevano agito in giudizio nei confronti della RAI – Radiotelevisione Italiana S.p.A. al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti, in conseguenza dell’assunta violazione del loro diritto alla privacy, per la avvenuta diffusione di dati sensibili che le riguardavano, nel corso della trasmissione televisiva di un processo penale, ove preso parte come testimoni.
La domanda accolta dal Tribunale di Roma, era stata poi rigettata in Appello.
Era pacifico che le riprese televisive del processo penale nel quale le due ricorrenti avevano reso dichiarazioni, erano state autorizzate dal giudice penale e che le stesse avessero autorizzato la diffusione delle proprie deposizioni, ma ad una condizione: che venisse tutelato il loro diritto all’anonimato e quindi non fossero trasmesse immagini che ne consentissero la loro identificazione, ai sensi dell’art. 147 disp. att. c.p.p..
Ebbene secondo il giudice di primo grado la società televisiva avrebbe dovuto adottare accorgimenti atti a non svelare l’identità personale delle due donne, nell’ottica di un corretto bilanciamento tra il diritto all’informazione e quello alla dignità ed alla riservatezza delle persone coinvolte.
Ciò non era avvenuto dal momento che, la trasmissione delle immagini del processo, per le modalità tecniche con le quali era avvenuta, consentiva l’identificazione delle attrici, quanto meno nella cerchia dei loro conoscenti.
Le riprese erano, infatti, avvenute in campo corto, l’oscuramento dei volti non era stato completo (ma limitato alla sola parte superiore degli stessi) e non era stata operata alcuna alterazione delle voci; inoltre, in occasione di alcuni cambi di inquadratura era risultato possibile intravedere anche il naso e l’occhio di una di esse.
Diverso, l’orientamento del giudice dell’appello, secondo il quale, l’adozione delle più penetranti modalità tecniche suggerite dal giudice di primo grado, era di fatto impraticabile, se non nel senso di vanificare l’intero servizio televisivo.
Ebbene tale ultima affermazione è stata smentita dalla Cassazione: «E’ evidente – hanno affermato – che oscurare completamente i volti, oppure riprendere le testimoni di spalle o alterare la loro voce, non può in nessun modo influire sulla completezza dell’informazione relativa al contenuto delle loro deposizioni e del processo in generale».
«Per altro verso, tale affermazione è comunque del tutto inconferente rispetto al sillogismo iniziale: se il principio di diritto da applicare è quello per cui la diffusione delle immagini delle deposizioni è lecita solo se attuata con accorgimenti idonei a impedire l’identificazione delle testimoni, risulta incongruo e contraddittorio affermare che, poiché gli accorgimenti tecnici suggeriti dal tribunale avrebbero impedito la “valenza delle riprese”, allora dovevano ritenersi legittimi anche mezzi non idonei ad impedire l’identificazione; in tal modo, infatti, viene contraddetta la stessa premessa da cui si sono prese (o si sarebbero dovute prendere) le mosse».
Per questi motivi la sentenza impugnata è stata cassata con rinvio alla corte d’appello, al fine di verificare, in fatto, se gli accorgimenti tecnici adottati dalla RAI per impedire l’identificazione delle attrici, anche nella ristretta cerchia dei loro conoscenti, sarebbero stati effettivamente idonei a tale scopo (in tal caso rigettando la domanda), ovvero se l’identificazione sarebbe risultata di fatto possibile, a causa della inidoneità allo scopo degli indicati accorgimenti (in tal caso accogliendo la domanda e liquidando il relativo danno).
USO DEI DATI DEL PAZIENTE, I CHIARIMENTI DEL GARANTE DELLA PRIVACY
Era stato citato a giudizio davanti al Tribunale di Brescia per il reato di false informazioni al pubblico ministero rese in un procedimento penale che vedeva altri soggetti imputati, tutti per reati in materia di rifiuti
In occasione della prima udienza, su specifica eccezione del difensore, il Tribunale aveva disposto lo stralcio della sua posizione e quindi, sospeso il procedimento ai sensi dell’art. 371 bis c.p., comma 2, fino alla pronuncia della sentenza di primo grado nei confronti degli altri imputati. L’articolo 371 bis c.p. stabilisce che “Chiunque, nel corso di un procedimento penale, richiesto dal pubblico ministero di fornire informazioni ai fini delle indagini, rende false informazioni ovvero tace, in tutto o in parte, ciò che sa intorno ai fatti sui quali viene sentito, è punito con la reclusione fino a quattro anni”.
E, “Ferma l’immediata procedibilità nel caso di rifiuto di informazioni, il procedimento penale, negli altri casi, resta sospeso fino a quando nel procedimento nel corso del quale sono state assunte le informazioni sia stata pronunciata sentenza di primo grado ovvero il procedimento sia stato anteriormente definito con archiviazione o con sentenza di non luogo a procedere”.
Ma contro tale decisione il difensore dell’imputato aveva proposto ricorso per cassazione sostenendo l’abnormità di tale provvedimento posto che con esso, il giudice avrebbe esercitato un potere spettante al pubblico ministero esercitabile unicamente nella fase delle indagini preliminari, e per di più avrebbe realizzato una irragionevole stasi del procedimento.
Ma per i giudici della Cassazione una simile interpretazione non è condivisibile dal momento che “la ratio della disciplina…. è ravvisabile… nell’esigenza di garantire la libertà morale e di autodeterminazione della persona indagata per il reato di false informazioni da forme di condizionamento psicologico esercitabili dal pubblico ministero nel momento in cui nel procedimento principale l’organo dell’accusa è “processualmente” interessato alla formazione della prova” (Corte costituzionale n. 61/1998).
Il reato di false informazioni al Pubblico Ministero
La norma incriminatrice era, infatti, stata introdotta dal D.L. 8 giugno 1992, n. 306, convertito nella L. 7 agosto 1992, n. 356, per colmare la lacuna della sostanziale impunità di chi rendeva false o reticenti dichiarazioni al PM.
Successivamente, la L. n. 332 del 1995 ha introdotto la regola della sospensione del procedimento (oltre ad una diminuzione del limite di pena tale da impedire l’arresto in flagranza) per la chiara finalità di impedire che la genuinità delle dichiarazioni in fase di indagine potesse essere condizionata dalla soggezione psicologica del soggetto sentito fuori del contraddittorio.
Ebbene, con specifico riferimento al caso in esame, osservano i giudici della Cassazione che, la decisione adottata nel corso del procedimento penale in cui detta dichiarazione ritenuta falsa fu resa “non fa di per sé stato nel procedimento ex art. 371 bis c.p.”; perciò, nel caso del reato in questione, ad esempio, è ben possibile che la sentenza del processo principale, ritenga inattendibile la dichiarazione resa al PM (se utilizzata per le contestazioni o quale prova nel giudizio abbreviato) e che il giudice del processo ex art. 371 bis c.p., ritenga che tale inattendibilità non rappresenti di per sé un’adeguata prova del mendacio.
Così come pure non si esclude che tale sentenza (o archiviazione etc.) non accerti alcunché sull’oggetto della dichiarazione ritenuta falsa”.
È per tali ragioni che il ricorso principale è stato respinto.
INTERCETTAZIONI: QUANDO E’ POSSIBILE UTILIZZARLE IN PROCEDIMENTI DIVERSI
Processo penale: il riconoscimento fotografico inchioda l’autore del reato
Nell’attuale sistema processuale, la formazione della prova deve avere luogo in dibattimento nel contraddittorio tra le parti
Ciò vuol dire che gli elementi di prova raccolti nella fase investigativa non possono avere ingresso nel processo davanti all’organo giudicante.
Fanno eccezione, gli atti irripetibili e le letture consentite a norma dell’art. 500 c.p.p. per cui “le parti possono servirsi delle dichiarazioni precedentemente rese dal testimone e contenute nel fascicolo del pubblico ministero. Ma tale circostanza può essere esercitata solo se sui fatti o sulle circostanze da contestare il testimone abbia già deposto”.
Nel caso in esame, ad essere contestata era la sentenza di un Tribunale per i minorenni che aveva condannato un minore, autore del reato di furto, grazie ai rilievi fotografici confluiti nel fascicolo del dibattimento, di supporto alle dichiarazioni rese dalla persona offesa.
Ebbene, a detta della difesa la Corte territoriale avrebbe dovuto ritenere i verbali di individuazione fotografica inutilizzabili ai fini delle contestazioni dibattimentali posto che essi non costituiscono atti ex se atti irripetibili, e comunque andava esclusa l’inseribilità ab origine, ex art. 431 c.p.p., degli stessi nel fascicolo per il dibattimento.
L’art. 500 c.p.p. consente infatti, di dare ingresso nel dibattimento ad atti, unilateralmente compiuti dal pubblico ministero o dalla polizia giudiziaria in sede di indagini preliminari, limitatamente alle sole dichiarazioni rese precedentemente dai testimoni. Per l’inverso, l’individuazione fotografica deve servire in via esclusiva per le indagini preliminari.
In sostanza, secondo la difesa del minore, l’art. 500 c.p.p. consentirebbe solo le ipotesi in cui sia possibile un raffronto tra le precedenti dichiarazioni rese dal testimone e quelle dal medesimo rese in dibattimento. Tutto ciò, in osservanza di uno stretto criterio di legalità, onde assicurare il raggiungimento di risultati pienamente attendibili, tramite l’acquisizione delle risultanze anteriori al dibattimento. Di contro, ampliare la sfera consentita da detta disposizione sarebbe improprio e determinerebbe in concreto un aggiramento delle regole processuali.
Ed invero, nel caso in esame, l’intero impianto motivazionale della decisione di condanna era costituito essenzialmente dalle dichiarazioni, rese dalla persona offesa dal reato.
Per la precisione, quest’ultima, nell’immediatezza del fatto aveva riconosciuto l’imputato, sulla scorta dell’album fotografico, ma già precedentemente ne aveva fornito la descrizione agli investigatori, salvo poi in dibattimento, dichiarare la mancanza di ricordi.
Si versava dunque, nell’ipotesi prevista dall’art. 500 c.p.p.
Ma per i giudici della Cassazione le argomentazioni difensive erano infondate.
Secondo la secondo la giurisprudenza di legittimità, in tema di prove, il riconoscimento fotografico da parte di un testimone che, per il tempo trascorso, non abbia serbato memoria diretta delle sembianze della persona da riconoscere può conseguire comunque un risultato di certezza in esito al richiamo, attraverso il meccanismo delle contestazioni, dell’individuazione della persona da riconoscere effettuata senza esitazioni nella fase delle indagini.
In sostanza, le precedenti dichiarazioni e il precedente riconoscimento fotografico erano state legittimamente richiamate in giudizio, con la conseguenza che, tenuto conto della perdita di memoria, riconosciuta dal teste, congiuntamente al ricordo del precedente riconoscimento, reso nell’immediatezza del fatto subito dopo la descrizione dei malviventi, gli atti in questione risultavano pienamente utilizzabili in dibattimento.
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