Source: http://www.osservatoriocedu.eu/Schede/2010%2001/Uzun%20c%20Germania.html
Timestamp: 2019-01-18 12:43:54+00:00
Document Index: 30617723

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 6', 'art. 6', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 8']

Camera, 2 settembre 2010, ricorso n. 35623/05, Uzun c. Germania
Diritto al rispetto della vita privata e familiare (art. 8) – ingerenza – previsione di legge – prevedibilità, accessibilità e garanzie contro gli abusi – necessità in una società democratica – proporzionalità – diritto a un processo equo (art. 6).
Sorveglianza di un sospettato mediante l’installazione di un apparecchio GPS nell’autovettura del presunto complice e utilizzazione dei dati così ottenuti nell’ambito del procedimento penale a suo carico – pretesa violazione del diritto al rispetto della vita privata (art. 8 CEDU) – ricevibilità della doglianza – nozione di vita privata – elementi da tenere in considerazioni al fine di stabilire se vi sia ingerenza nella vita privata di una persona per effetto di misure adottate al di fuori del suo domicilio o della sua sfera privata – la sorveglianza mediante GPS (accompagnata da sorveglianza supplementare visiva) ha comportato un’ingerenza nella vita privata del ricorrente in quanto diretta a raccogliere e conservare sistematicamente dati relativi alla sua persona che sono stati utilizzati nel procedimento penale – distinzione tra sorveglianza mediante GPS e altri metodi di sorveglianza visiva o acustica – previsione di legge: accessibilità e prevedibilità delle conseguenze – sufficiente precisione nella definizione dei presupposti di applicazione delle misure di sorveglianza segreta – ruolo dell’interpretazione giudiziaria nella progressiva definizione di tali presupposti – sussistenza di garanzie adeguate e sufficienti contro gli abusi – minore invasività delle misure di sorveglianza mediante GPS rispetto ad altre misure di controllo delle telecomunicazioni – non applicabilità dei criteri relativamente restrittivi enunciati dalla giurisprudenza nel contesto specifico delle misure di sorveglianza delle telecomunicazioni – sussistenza di un’adeguata base legale per il ricorso alle misure di geolocalizzazione alla luce dell’interpretazione offerta dalla giurisprudenza interna – sussistenza di garanzie sufficienti ed effettive contro gli abusi, nonostante la mancata previsione espressa di un termine di durata massima della sorveglianza e l’assenza di uno specifico controllo da parte del giudice sulle misure di sorveglianza – possibilità di ottenere un controllo giurisdizionale sulla legalità delle misure nell’ambito del processo penale e la conseguente esclusione degli elementi di prova raccolti mediante tali misure (se ritenute illegali) – proporzionalità dell’ingerenza rispetto al fine perseguito – necessità in una società democratica – simultanea applicazione di una pluralità di misure di sorveglianza da parte di diverse autorità pubbliche – gravità delle accuse mosse nei confronti del ricorrente – brevità del periodo di applicazione della misura – non violazione dell’art. 8 CEDU – pretesa violazione del diritto ad un equo processo (art. 6, par. 1, CEDU) - l’utilizzazione nel processo penale a carico del ricorrente di elementi di prova raccolti mediante le misure di sorveglianza contestate non pone alcuna questione distinta ai sensi dell’art. 6 CEDU.
Il caso riguarda la sorveglianza, da parte della polizia su ordine della procura della Repubblica, di un militante di estrema sinistra sospettato di aver partecipato a degli attentati, grazie all’installazione di un’emittente di segnali GPS nella macchina dell’interessato. Per la prima volta la Corte ha esaminato la questione di una sorveglianza di questo tipo, concludendo che il controllo tramite GPS è differente rispetto ad altri metodi acustici o visivi, cosa che l’ha portata a ritenere che i criteri, relativamente restrittivi, adottati dalla sua pregressa giurisprudenza in materia di sorveglianza delle telecomunicazioni (cfr. Weber e Saravia c. Germania, decisione del 29 giugno 2006, n. 54934/00; Liberty e Altri c. Regno Unito, sentenza del 1° luglio 2008, n. 58243/00; Kennedy c. Regno Unito, sentenza del 18 maggio 2010, n. 26839/05) non possano applicarsi all’ingerenza causata dal GPS, giudicata meno invasiva. Essa ha quindi giudicato sufficiente, ai fini dell’art. 8 CEDU, la protezione legale contro gli abusi, garantita da un controllo giudiziario a posteriori nell’ambito della procedura penale di merito.