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Timestamp: 2020-08-14 20:13:14+00:00
Document Index: 134323938

Matched Legal Cases: ['art. 479', 'sentenza ', 'art.48', 'sentenza ', 'art. 133', 'art. 62']

Notaio che attesta una dichiarazione inesistente? E’ falso ideologico | Sentenze
Notaio che attesta una dichiarazione inesistente? E’ falso ideologico
Scritto il Agosto 24, 2014 Agosto 30, 2014 da sentenze
Il notaio che attesta una dichiarazione del cliente in realtà inesistente commette il reato di falso ideologico in atti pubblici (art. 479 c. p.)
Nel caso esaminato dalla Corte si trattava della dichiarazione circa l’impossibilità di sottoscrivere gli atti da parte di un soggetto incapace di intendere e di volere.
Il ragionamento di
Cassazione penale, sez. V, n, 4033 del 29 gennaio 2014:
Sotto il profilo della violazione di legge, la difesa afferma che il notaio ha esclusivamente l’obbligo di verificare l’esistenza della capacità legale e di accertare l’esatta volontà delle parti con riferimento all’atto rogando, senza necessità di esaminare la capacità di intendere e di volere (il notaio avrebbe l’obbligo di prestare il suo ministero ogni volta che ne è richiesto, ai sensi dell’articolo 27 della legge notarile). Tale affermazione è inesatta perché, dato e non concesso che il notaio debba esclusivamente indagare la volontà del cliente, traducendola in un linguaggio giuridico corretto ed idoneo al raggiungimento dello scopo prefissato, è evidente che qualora il soggetto si trovi nell’incapacità di intendere e di volere, nessuna volontà può essere formata e, nel caso di specie (in cui il L. era addirittura nella impossibilità di esternare i propri processi psichici), nemmeno comunicata all’esterno. È evidente, dunque, che l’assenza in capo al soggetto della capacità di intendere e di volere (elemento di fatto accertato dalla Corte d’appello di Genova e non più opinabile in questa sede, in quanto correttamente motivato) impediva la formazione e la comunicazione di una libera ed autonoma volontà da parte del L. , ciò riflettendosi sull’obbligo del notaio di accertare l’esatta volontà del cliente (obbligo, nella specie, inadempiuto). In ogni caso, si dimentica che al notaio non viene contestato di aver rogato un atto in stato di incapacità della parte, bensì di avere falsamente riportato in atti una dichiarazione – circa l’impossibilità di sottoscrivere – che non sarebbe mai stata formulata, nemmeno a gesti.
sentenza 4 dicembre 2013 – 29 gennaio 2014, n. 4033
1. Il notaio M.V. è imputato del reato di cui all’articolo 479 del codice penale perché, in più occasioni, nel ricevere la procura generale conferita da L.C. in favore dell’avvocato C.G. il 25 settembre 2000 e la procura speciale conferita in favore dello stesso avvocato C. il 24 ottobre 2001, attestava falsamente che il L. aveva dichiarato di non poter sottoscrivere i predetti atti, mentre nessuna dichiarazione era stata da costui effettuata.
1. Il primo motivo di ricorso è articolato in plurime censure; in primo luogo si contesta la manifesta illogicità della motivazione perché essa non spiega la singolarità del comportamento del notaio che, pur potendo rogare gli atti in assenza di scomodi testimoni, decise autonomamente di formarli alla presenza di testimoni, considerando le difficoltà di sottoscrizione del L.. Questa censura è manifestamente infondata, dal momento che è l’articolo 48 della legge notarile a richiedere la presenza dei testimoni se una parte non può sottoscrivere (La capacita di leggere e scrivere richiesta dall’art.48 della legge notarile per una legittima rinunzia all’assistenza dei testimoni è soltanto quella che consente alle parti roganti di controllare la rispondenza dell’atto alle loro volontà e di sottoscriverlo; cfr. Sez. 1, Sentenza n. 203 del 23/01/1967, Rv. 325943); la condotta del notaio, che richiese la presenza dei testimoni, dunque, non fu scelta discrezionale indicativa di particolare cautela, bensì soluzione obbligata ai sensi della legge 89 del 1913, al fine di non redigere un atto nullo, con le note conseguenze anche di tipo disciplinare per il professionista. Del tutto pretestuosa, poi, la considerazione che il notaio avrebbe potuto fare ripetere la firma al L. finché non fosse stata sufficientemente chiara, dal momento che quest’ultimo non era, per giudizio concorde di tutte le parti processuali, assolutamente in grado di coordinarsi dal punto di vista motorio. Eloquente, in proposito, è la descrizione del simulacro di sottoscrizione rinvenuto dal giudice sulla bozza della prima procura (pagina 17 della sentenza di appello). Contraddittorie, poi, sono le considerazioni in ordine alla scelta dei testimoni, laddove a pagina sette si valorizzano le qualità professionali del medico e i rapporti di amicizia del L. con gli altri testimoni, mentre più avanti si afferma che i testimoni furono scelti da terzi (cfr. pag. 8 del ricorso; lo stesso teste R. confermò di essere stato chiamato dal fratello del delegante e non dal notaio: v. Pag. 38 dell’allegato al ricorso per cassazione).
2. In secondo luogo si lamenta la contraddittorietà della motivazione, perché “redatta secondo uno schema di mera giustapposizione di singoli segmenti probatori – valutati individualmente e secondo specifiche differenti regole di giudizio – che, nella composizione di un’unica motivazione, senza un coordinamento logico giuridico, risultano irrimediabilmente dissonanti”. Sotto tale profilo si richiama, quale esempio, il giudizio di inattendibilità formulato dalla Corte in relazione alla deposizione del dottor R. , medico generico non specialista, con la ritenuta attendibilità del teste P. , privo di competenze mediche. La censura sulla motivazione concerne parecchi punti della sentenza.
15. Orbene, i motivi relativi alla dosimetria della pena restano assorbiti dall’annullamento derivante dall’intervenuta prescrizione di uno dei due fatti di reato, posto che in sede di rinvio il giudice di appello dovrà procedere ad una nuova quantificazione del trattamento sanzionatorio. Venendo meno uno dei due reati in continuazione, perderanno del tutto interesse le questioni relative alla dedotta violazione dell’articolo 81 del codice penale, mentre con riferimento alle attenuanti generiche, prospettandosi nuovamente la loro applicabilità anche in sede di rinvio e ribadita la libertà decisionale, sul punto, del giudice di merito (che potrà, pertanto, concederle ove lo ritenga) è opportuno osservare, sotto un profilo di diritto, che sebbene non sia applicabile ai fatti in questione la disposizione dell’articolo 62 bis cod. pen. nella sua attuale formulazione, ciò non toglie che anche prima della modifica del 2008 le attenuanti generiche non potessero essere riconosciute esclusivamente sulla base della mancanza di precedenti penali (v. Sez. 4, n. 31440 del 25/06/2008, Olavarria Cruz, Rv. 241898: Nell’applicazione delle circostanze attenuanti generiche il giudice non può tenere conto unicamente dell’incensuratezza dell’imputato, ma deve considerare anche gli altri indici desumibili dall’art. 133 cod. pen. (Principio affermato in relazione al testo dell’art. 62-bis cod. pen. vigente prima delle modifiche apportate dalla L. n. 125 del 2008).
16. In ogni caso, la differenza di valutazione dell’operato del pubblico ufficiale, rispetto al privato cittadino, non è affatto ingiustificata, essendo comprensibile che al primo sia richiesto maggior rigore morale e maggiore attenzione nel rispetto delle leggi, in virtù dei benefici che egli riceve dallo Stato (nel caso di specie attraverso l’abilitazione all’esercizio di attività notarile). Quanto alla asserita mancata idonea valutazione del comportamento processuale dell’imputato, trattasi di valutazione di merito che non può essere rimessa in discussione in questa sede di legittimità, avendo trovato compiuta motivazione, priva di evidenti vizi logici, alle pagine 40 e 41 della sentenza. La difesa afferma che il comportamento processuale non può mai assumere valenza negativa, a meno che sia ambiguo e reticente. L’affermazione non prova nulla; la concessione delle attenuanti generiche non è un diritto automatico dell’imputato (che si può escludere in caso di elementi negativi di valutazione), ma, al contrario, presuppone il riconoscimento, in positivo, di elementi di valutazione tali da giustificare la diminuzione della pena. Ne consegue che, anche a non ritenere sussistente un comportamento processuale negativo del M., il mancato apprezzamento in positivo della sua condotta processuale costituisce valutazione di merito che giustifica la mancata concessione delle predette attenuanti e che non è sindacabile in questa sede di legittimità, essendo adeguatamente motivato.
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