Source: https://giurisprudenzaamministrativa.com/2018/05/04/permesso-di-soggiorno-per-lavoro-autonomo-reddito-per-rinnovo-e-piu-basso-rispetto-a-quello-richiesto-per-il-primo-ingresso-nel-territorio/
Timestamp: 2019-12-06 23:06:38+00:00
Document Index: 32370627

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 26', 'art. 39', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 52']

Permesso di soggiorno per lavoro autonomo: reddito per rinnovo è più basso rispetto a quello richiesto per il primo ingresso nel territorio. – Giurisprudenza amministrativa
Permesso di soggiorno per lavoro autonomo: reddito per rinnovo è più basso rispetto a quello richiesto per il primo ingresso nel territorio.
In sede di rinnovo di permesso di soggiorno, è neccessario dimostrare il possesso di un reddito pari all’assegno sociale.
Il Tar Sardegna, sent. 384/2018, ha confermato l’orientamento per cui il reddito per il rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro autonomo è più basso rispetto a quello previsto per la prima emissione del titolo di soggiorno. In particolare, il Collegio ha avuto modo di precisare che “Come già più volte precisato da questa Sezione, infatti, è meritevole di condivisione la distinzione operata dalla Sez. III del Consiglio di Stato con sentenza 10 giugno 2016, n. 2495, secondo cui la soglia reddituale richiesta ai fini del permesso di soggiorno per lavoro autonomo deve essere differenziata a seconda che la richiesta abbia a oggetto il “primo permesso” oppure il rinnovo di un permesso di soggiorno in scadenza, giacché:
nel primo caso la soglia reddituale minima richiesta è quella di cui all’art. 26 del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, secondo cui “Il lavoratore non appartenente all’Unione europea deve comunque dimostrare di disporre di idonea sistemazione alloggiativa e di un reddito annuo, proveniente da fonti lecite, di importo superiore al livello minimo previsto dalla legge per l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria”, cioè pari a euro 8.263,31;
nel secondo caso (rinnovo di permesso già rilasciato), invece, trova applicazione l’art. 39, comma 3, del d.p.r. 31 agosto 1999, n. 394, che richiede un reddito “non inferiore alla capitalizzazione, su base annua, di un importo mensile pari all’assegno sociale”, cioè a euro 5.830,75 (stesso importo richiesto per il rilascio e il rinnovo del titolo di soggiorno per lavoro subordinato).
Tale differenza di regime tra “primo permesso” e “rinnovo” -oltre ad assicurare la necessaria armonizzazione tra le due disposizioni sopra richiamate- corrisponde a una corretta “logica d’insieme”: come osserva il Consiglio di Stato, infatti, l’intento del legislatore è quello di valorizzare il fatto che “la situazione economica e finanziaria di un soggetto che entri in Italia per la prima volta, per intraprendere l’attività imprenditoriale, commerciale o artigianale senza disporre di alcun preventivo radicamento nel territorio nazionale, deve essere connotata da una maggiore disponibilità economica, in quanto il cittadino straniero incontra sicuramente maggiori difficoltà -che comportano anche maggiori oneri economici- per l’inserimento nel contesto sociale ed economico del paese di destinazione, rispetto ad un soggetto già radicato in Italia, che intenda semplicemente continuare la pregressa attività di lavoro autonomo o passare ad essa dalla precedente attività di lavoro subordinato. Del resto, sarebbe irragionevole prevedere dei limiti reddituali diversi per quei cittadini stranieri già inseriti nella società italiana che volessero soltanto mutare il titolo di soggiorno, con il risultato paradossale che il medesimo soggetto, disponendo del reddito pari alla capitalizzazione annua dell’importo mensile per l’assegno sociale, potrebbe perdere il permesso di soggiorno solo per aver mutato la natura del rapporto di lavoro da subordinato ad autonomo”.
N. 00384/2018 REG.PROV.COLL.
N. 00955/2017 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 955 del 2017, proposto da:
-OMISSIS-, rappresentato e difeso dagli avvocati Sara Migliore, Gavino Calzoni, con domicilio presso la Segreteria del T.A.R. Sardegna, in Cagliari, via Sassari n. 17;
Ministero dell’Interno, rappresentato e difeso per legge dall’Avvocatura Distrettuale dello Stato di Cagliari, ivi domiciliataria in via Dante n. 23/25;
– del provvedimento del Questore della Provincia di Sassari di diniego del rinnovo del permesso di soggiorno per lavoro autonomo prot. n. 104/2017 A/12/2017/Imm/2°sez. del 9.08.2017, notificato in data 28.08.2017.
Relatore nell’udienza pubblica del giorno 4 aprile 2018 il dott. Antonio Plaisant e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale.
In data 7 giugno 2013, la Questura di Grosseto aveva rilasciato al sig. -OMISSIS-, cittadino senegalese, un permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare con il padre sig. -OMISSIS-, venditore ambulante residente in Follonica e già titolare di permesso Ue per soggiornanti di lungo periodo; in data 22 maggio 2015 il sig. -OMISSIS- aveva poi trasferito la propria residenza a Olbia, entrando nel nucleo familiare dello zio, anch’egli titolare di permesso di soggiorno di lungo periodo.
Da quel momento il sig. -OMISSIS- -previa comunicazione all’Ufficio Suap del Comune di Olbia in data 16 giugno 2015- aveva intrapreso un’attività di commercio ambulante, iscrivendo l’omonima impresa individuale presso la Camera di Commercio di Sassari in data 25 giugno 2015 e poi dichiarando, a questo titolo, un reddito per l’anno 2015 pari a euro 7239,00, cui si aggiungeva un ulteriore reddito di euro 572,21 per un’attività di lavoro subordinato svolta presso l’azienda agricola -OMISSIS- S.S., in Arzachena – loc. Capichera.
In data 6 luglio 2016 l’interessato ha chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno, ma la Questura di Sassari -dopo avergli trasmesso il preavviso di diniego di cui all’art. 10 bis della legge 7 agosto 1990, n. 241 e s.m.i.- ha respinto la sua richiesta ritenendo:
che la “comunicazione di cessione fabbricato”, allegata all’istanza a dimostrazione del possesso di idonea sistemazione alloggiativa, fosse inidonea in quanto non recante alcuna dimostrazione della durata e del carattere vincolante della cessione stessa;
il reddito 2015 risultante dalla dichiarazione dei redditi presentata nel 2016, pari a euro 7239,00 (per lavoro autonomo) e a euro 572,21 (per lavoro subordinato), fosse inferiore alla soglia minima richiesta dalla disciplina vigente ai fini del soggiorno sul territorio nazionale e che, comunque, tale indicazione reddituale fosse inattendibile per l’eccessiva percentuale di ricarico (pari al 2180%) risultante dal confronto tra i ricavi e i costi dichiarati, a fronte di un ricarico medio, desunto dagli studi di settore, pari al 378%;
irrilevante l’esistenza del legame familiare con il padre, perché questi risiedeva in Toscana e perché, a sua volta, non aveva dichiarato alcun reddito negli anni 2013-2014, mentre per l’anno 2015 aveva anch’egli dichiarato un reddito “abnorme” rispetto ai relativi costi indicati in dichiarazione;
che il richiedente si fosse reso responsabile di ripetute condotte di evasione fiscale e di indebite “detrazioni” tributarie.
Con il ricorso in esame il sig. -OMISSIS- contesta tutti questi presupposti motivazionali, sulla base di censure che saranno esaminate nella parte in diritto.
Si è costituito in giudizio il Ministero dell’interno, sollecitando la reiezione del gravame.
Con ordinanza di questa Sezione 20 dicembre 2017, n. 430, l’istanza cautelare contenuta nel ricorso è stata accolta.
È seguita la produzione di una memoria difensiva con cui parte ricorrente ha ulteriormente argomentato le proprie tesi.
Alla pubblica udienza del 4 aprile 2018 la causa è stata assunta in decisione nel merito.
Il ricorso è meritevole di accoglimento, avendo l’interessato, con cinque motivi, fondatamente contestato tutti i profili motivazionali posti a base del provvedimento impugnato.
In primo luogo merita di essere condivisa la censura rivolta nei confronti dell’assunto motivazionale della Questura secondo cui il reddito di quasi 8.000 dichiarato per il 2015 sarebbe inferiore alla soglia minima a tal fine richiesta dalla disciplina vigente.
Come già più volte precisato da questa Sezione, infatti, è meritevole di condivisione la distinzione operata dalla Sez. III del Consiglio di Stato con sentenza 10 giugno 2016, n. 2495, secondo cui la soglia reddituale richiesta ai fini del permesso di soggiorno per lavoro autonomo deve essere differenziata a seconda che la richiesta abbia a oggetto il “primo permesso” oppure il rinnovo di un permesso di soggiorno in scadenza, giacché:
E tali assunti, applicati al caso ora in esame, confermano la fondatezza della tesi sostenuta dal ricorrente, il quale ha chiesto il rinnovo del permesso di soggiorno esibendo un reddito relativo al 2015 ben superiore all’importo dell’assegno scoiale e negli anni precedenti aveva potuto usufruire di permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare.
Ugualmente condivisibile è la censura di insufficienza istruttoria e motivazionale mossa dal ricorrente nei confronti del rilievo della Questura relativo al “ricarico eccessivo” che emergerebbe dalla dichiarazione dei redditi 2016 per il 2015 confrontando ricavi e costi in essa indicati.
Prima di tutto si osserva come questa conclusione si fondi su una “applicazione automatica”, da parte della stessa Questura, di studi di settore, peraltro, neppure esattamente individuati e, secondo parte ricorrente, da considerarsi ormai superati; in ogni caso un simile “automatismo del ragionamento presuntivo” (ricarico eccessivo/inesistenza del reddito) non può essere condiviso: a fronte dell’indicazione di costi da parte del richiedente, la contestazione della loro esiguità da parte della Questura dovrebbe, quanto meno, trovare conferma in verifiche più precise e documentate (cfr., al riguardo, T.A.R. Sardegna, I Sez., 25 ottobre 2017, n. 681), anche perché -pur se il reddito indicato in dichiarazione fosse, per ipotesi, inesatto- non potrebbe affatto escludersi che superi, comunque, la soglia minima richiesta ai fini del soggiorno.
Ma, soprattutto, la Questura non ha operato alcuna valutazione in ordine al “quadro complessivo” che ha caratterizzato la permanenza in Italia del sig. -OMISSIS-, il quale:
vi ha fatto ingresso a soli 16 anni per ragioni (comprovate) di ricongiungimento familiare;
ha svolto, ove ha potuto, attività di lavoro subordinato;
può tuttora contare su stretti legami familiari con altre persone (nella specie il padre e lo zio) soggiornanti in Italia e in possesso di permesso di soggiorno per soggiornanti di lungo periodo;
ha presentato una dichiarazione dei redditi relativa al 2017 recante, pure in questo caso, un reddito ampiamente superiore alla soglia minima richiesta per il soggiorno.
Pertanto, da tale complessiva ricostruzione, emerge che l’interessato -nell’intero arco della sua permanenza sul territorio nazionale- si è costantemente impegnato a trovare un’occupazione lavorativa, in alcuni periodi svolgendo più lavori contemporaneamente; può, dunque, trovare applicazione il prevalente e condivisibile orientamento giurisprudenziale (cfr. T.A.R. Brescia, Sez. I, 3 aprile 2017, n. 443; T.A.R. Torino, Sez. II, 6 ottobre 2016, n. 1244; T.A.R. Bologna, Sez. I, 11 gennaio 2016 n. 9) secondo cui le soglie reddituali minime richieste ai fini del soggiorno in Italia devono essere intese -non già formalisticamente e “isolatamente” (cioè considerando ogni anno quale “storia a sé), bensì- come espressive di un “criterio di massima” da utilizzare nell’ambito di un giudizio più ampio, volto a stabilire se l’interessato abbia o meno evidenziato la tendenza a porsi come soggetto produttivo di reddito, il che, nel caso di specie, senza dubbio si riscontra; del resto l’art. 5, comma 5, del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286, prevede espressamente che “Nell’adottare il provvedimento di…diniego di rinnovo del permesso di soggiorno… si tiene anche conto..per lo straniero già presente sul territorio nazionale, anche della durata del suo soggiorno nel medesimo territorio nazionale”, a conferma del fatto che la precedente permanenza in Italia dell’interessato costituisce elemento rilevante, di cui occorre tenere conto, nel valutare la richiesta di rinnovo del titolo di soggiorno.
Coglie nel segno, altresì, la contestazione mossa dal ricorrente avverso l’ulteriore assunto della Questura relativo a condotte di evasione fiscale e indebita detrazione tributaria di cui egli si sarebbe reso responsabile: in disparte l’assoluta genericità di tali affermazioni -non ricollegate ad alcun episodio specifico e, come tali, di per se irrilevanti- non è, comunque, possibile far discendere dal mero mancato adempimento degli obblighi tributari e previdenziali l’illecita provenienza del reddito dichiarato ai fini del soggiorno: l’evasione fiscale e previdenziale nulla ha a che vedere con il “fattore produttivo” del reddito che “a monte” lo qualifica come lecito o illecito e sul quale la tassazione si inserisce ex post, quale “obbligo legale successivo” (cfr. Consiglio di Stato, 25 luglio 2016, n. 3326; 25 luglio 2016, n. 3326).
Ugualmente non condivisibile è l’assunto della Questura secondo cui il richiedente non avrebbe adeguatamente documentato il possesso di idonea sistemazione alloggiativa.
Al riguardo si osserva che il sig. -OMISSIS- aveva allegato all’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno una “comunicazione di cessione fabbricato” da parte del proprietario di un appartamento in Olbia (composto da 4 vani più due accessori e cortile), con cui egli si era dichiarato disponibile a concedergli l’utilizzo di tale immobile “a titolo di ospitalità” (cfr. doc. 13 prodotto dalla difesa del ricorrente).
Orbene una simile dichiarazione -sino a quando non ne sia provata la falsità (il che, nel caso in esame, non è emerso, non avendo la Questura neppure effettuato alcun accertamento istruttorio sul punto e neppure richiesto al ricorrente documentazione integrativa)- deve considerarsi idonea a garantire la disponibilità dell’alloggio necessario per il soggiorno; senza trascurare il fatto che la stessa difesa erariale ha versato in atti (quale doc. 5) una successiva dichiarazione (di circa un anno dopo) -sempre di cessione della disponibilità dello stesso immobile al ricorrente, da parte dello stesso soggetto autore della precedente dichiarazione- ove, questa volta, il titolo di disponibilità cui si fa riferimento è “Affitto”, a indiretta conferma dell’effettiva esistenza, sin dall’inizio, di un rapporto tra le parti.
Per quanto premesso il ricorso è fondato e deve essere, quindi, accolto, con il conseguente annullamento dell’atto impugnato, ancorché con integrale compensazione delle spese di lite, sussistendone giusti motivi.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sardegna (Sezione Prima), definitivamente pronunciando, accoglie il ricorso in epigrafe proposto e, per l’effetto, annulla l’atto impugnato.
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, del d.lgs. 30 giugno 2003, n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, manda alla Segreteria di procedere all’oscuramento delle generalità nonché di qualsiasi altro dato idoneo a identificare la persona del ricorrente.
Così deciso in Cagliari nella camera di consiglio del giorno 4 aprile 2018 con l’intervento dei magistrati:
Antonio Plaisant, Consigliere, Estensore
Scritto il 4 Mag 2018 30 aprile 2018 Autore Giurisprudenza amministrativaCategorie Permesso di soggiornoTag Assegno sociale,D. Lgs. 286/1998,Diniego,Immigrazione,Lavoro autonomo,Ministero dell'Interno,Permesso di soggiorno,Permesso di soggiorno per lavoro autonomo,Reddito,Reddito minimo,T.U. Immigrazione,Tar Sardegna
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