Source: http://sentenze.altervista.org/informativa-antimafia-anche-per-fatti-risalenti/
Timestamp: 2020-05-26 07:31:39+00:00
Document Index: 147724826

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 10', 'art. 2', 'art. 52']

Informativa antimafia anche per fatti risalenti | Sentenze
Informativa antimafia anche per fatti risalenti
Scritto il Dicembre 3, 2014 Dicembre 14, 2014 da sentenze
L’informativa antimafia, a suo tempo disciplinata dall’art. 10 del d.P.R. n. 252 del 1998 e dall’art. 4 del d.lgs. n. 490 del 1994, ha una funzione spiccatamente cautelare e, quindi, prescinde dal concreto accertamento di reati in sede penale, dovendosi basare sulla oggettiva rilevazione di fatti suscettibili di condizionare scelte ed indirizzi di imprese che hanno, o mirano ad avere, rapporti economici con pubbliche amministrazioni o con soggetti privati che ne svolgano le funzioni. In altri termini, il relativo provvedimento deve fondarsi su fattori di pericolo che si manifestino per evidenze oggettive.
Pertanto, è necessario che dagli accertamenti disposti dal prefetto emergano “elementi relativi a tentativi”, vale a dire circostanze (oggettive e plausibili), le quali, ancorché aventi un grado di significatività inferiore rispetto alle prove determinanti l’applicazione di sanzioni penali o di misure di sicurezza personali, non possono comunque risolversi in semplice sospetto o su mere congetture prive di riscontro fattuale, occorrendo l’individuazione di idonei e specifici elementi di fatto, obiettivamente sintomatici e rivelatori di concrete connessioni o collegamenti con la criminalità organizzata.
In particolare, con riferimento agli elementi di fatto idonei a sorreggere l’impianto probatorio delle informative antimafia, la giurisprudenza ha sottolineato che in tali ipotesi il prefetto deve effettuare la propria valutazione discrezionale sulla scorta di uno specifico quadro indiziario, ove assumono rilievo preponderante i fattori induttivi della non manifesta infondatezza del giudizio presuntivo che i comportamenti e le scelte dell’imprenditore possano rappresentare un veicolo di infiltrazione delle organizzazioni criminali negli appalti delle pubbliche amministrazioni.
1.- La -OMISSIS-s.r.l., operante nel settore edilizio, di cui è amministratore unico e direttore tecnico il signor -OMISSIS-, nel settembre 2010 era esclusa dalla gara per l’affidamento di lavori pubblici, indetta dalla Stazione unica appaltante provinciale di Reggio Calabria, in relazione all’informativa in data 21 luglio 2010 della Prefettura di Caserta, secondo cui era emerso a carico della ditta che “allo stato degli accertamenti sussistono le cause interdittive di cui all’art. 4 del d.lgs. 490/94, pur in assenza delle cause di cui all’art. 10 della legge 31.05.1965 n. 575”; ciò in quanto nella richiamata nota in data 14 anteriore del Comando provinciale dei Carabinieri di Caserta si esponeva che il socio -OMISSIS-era indagato per il reato di turbata libertà degli incanti con l’aggravante del fine di favorire l’organizzazione camorristica denominata “clan dei Omissis”.
b.- Nessun condizionamento mafioso poteva essere legittimamente imputato alla società, poiché l’addebito non era riferibile al titolare, che, irreprensibile ed incensurato, è del tutto estraneo e distante da ambienti e/o frequentazioni che possano solo farvi pensare. Né l’ex socio aveva mai avuto alcun tipo di carica, funzione o potere di gestione e rappresentanza della Società, o aveva mai in alcun modo ingerito nella sua gestione. Tanto non era stato considerato dal Prefetto, il quale neppure ha esposto elementi sull’elusività della cessione. Perciò erroneamente il TAR, pur escludendo ogni elusività, ha ritenuto idoneo a comprovare un quadro indiziario sufficiente l’elemento segnalato dai Carabinieri – peraltro unico, isolato e non confermato da altre circostanze -, nonché non rilevante la cessione in quanto al momento dell’emissione dell’informativa il socio indagato doveva essere considerato ancora membro della compagine sociale. Né può sostenersi che la cessione fosse preordinata ad eludere la normativa antimafia, poiché il signor -OMISSIS-, socio maggioritario, amministratore unico, direttore tecnico ed unico gestore, ha acquistato la quota prima dell’emanazione dell’interdittiva e molto prima della notificazione della pendenza del procedimento penale (avvenuta il 26 luglio 2011) e, del resto, la quota non avrebbe potuto essere ceduta se sequestrata; il medesimo non poteva immaginare l’esistenza di un procedimento penale a carico dell’ex socio, non essendone coinvolto; neanche poteva immaginare l’emissione dell’interdittiva per quel procedimento; la notifica dell’informativa è avvenuta nell’ottobre 2010, sicché al momento dell’acquisto della quota (luglio 2010) non solo ignorava l’indagine penale, ma neppure immaginava che gli sarebbe stata notificata l’interdittiva; infine, i motivi dell’interdittiva erano secretati, sicché non potevano essere da lui conosciuti neppure al momento della notificazione dell’interdittiva stessa. Tali ragioni non sono state considerate dalla Prefettura (né dal primo giudice), che ha semplicemente ignorato gli elementi emergenti dal procedimento penale e si è basato sulla sua sola esistenza.
Il TAR, nell’affermare che, posto che la compagine sociale era ristretta a due soggetti, il peso specifico dell’ex socio era di importanza tale che il giudizio di permeabilità poteva determinarsi ex se dall’indagine penale, non ha considerato che l’uguale peso specifico dei due soci non era stato valutato dalla Prefettura come elemento del giudizio; che l’unico elemento indiziario era stato eliminato; che, anche a parità di quote, era dimostrata la totale e unitaria gestione del signor -OMISSIS- della società, mentre il socio non possedeva alcuna delega, procura o altro (tanto che la Prefettura non ha evidenziato alcuna sua ingerenza); che il signor -OMISSIS-è stato socio solo per un anno, quindi è assai improbabile un suo condizionamento sine die delle scelte aziendali. Del resto, sia la Prefettura che il TAR non hanno affermato l’effettiva e conclamata infiltrazione mafiosa. Pertanto, il giudizio di pericolosità non poteva scaturire dalla posizione paritaria dei due soci, in assenza di qualsivoglia indizio e in presenza, invece, di elementi precisi e concordanti di segno contrario.
c.- Con il terzo motivo si evidenziava che il signor -OMISSIS-non era indagato per reati di mafia, ma è rimasto coinvolto in un’indagine secondo cui il cartello criminale dei “Omissis” avrebbe gestito, con la connivenza di imprenditori, gare d’appalto in tutta la provincia di Caserta; ma il medesimo, in qualità di amministratore di altra società, avrebbe partecipato ad una sola gara, la Procura della Repubblica ha ipotizzato a suo carico solo il reato di turbata libertà degli incanti e solo per quel singolo episodio, non è stato arrestato e ha prontamente ottenuto il dissequestro dei beni, così confermandosi come gli stessi inquirenti abbiano considerato il suo ruolo del tutto marginale rispetto alla complessiva indagine, ancora al vaglio della Procura.
1.- I tre appelli riassunti nella narrativa che precede attengono ad una vicenda che muove da un’unica circostanza, ovverosia lo status di indagato del signor -OMISSIS- nell’ambito del procedimento penale nr. 39917/R.G.P.M. e n. 34706/05 R.G. G.I.P. del Tribunale di Napoli (che ha interessato 73 persone, di cui 17 tratte in arresto) per il reato di turbata libertà di incanti con l’aggravante del fine di favorire una determinata organizzazione camorristica. Gli stessi appelli comportano la risoluzione di questioni di fatto e di diritto almeno in parte del tutto simili. Essi si prestano, perciò, ad essere riuniti per essere decisi contestualmente.
4.- Nel caso di specie, escluso per quanto detto che la Prefettura di Caserta dovesse affermare la conclamata infiltrazione mafiosa, deve ritenersi che le risultanze comunicatele dal Comando provinciale dei Carabinieri sorreggano sufficientemente e ragionevolmente il contestato giudizio presuntivo circa la possibilità di influenza e di condizionamento latente dell’attività d’impresa da parte delle organizzazioni criminali.
7.- Quanto al superamento del termine semestrale di validità semestrale della documentazione antimafia, è oramai assodato in giurisprudenza che il disposto di cui all’art. 2, co. 1, del d.P.R. 3 giugno 1998 n. 252 ss.mm.ii., nella parte in cui afferma che la documentazione è utilizzabile solo per sei mesi dal rilascio, intende riferirsi ai soli casi di documentazioni negative, vale a dire attestanti che non risultano infiltrazioni della criminalità organizzata, e non già (come è nella specie) anche casi di documentazioni positive, le quali conservano pertanto la loro capacità interdittiva anche oltre quel termine (cfr., per tutte, Cons. St., sez. VI, 30 dicembre 2011 n. 7002).
Ritenuto che sussistano i presupposti di cui all’art. 52, comma 1, d.lgs. 30 giugno 2003 n. 196, a tutela dei diritti o della dignità della parte interessata, per procedere all’oscuramento delle generalità e degli altri dati identificativi dei signori -OMISSIS-, -OMISSIS- e delle rispettive società, manda alla Segreteria di procedere all’annotazione di cui ai commi 1 e 2 della medesima disposizione, nei termini indicati.
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