Source: https://www.amtmail.it/2016/10/07/il-punto-di-vista-di-un-avvocato-ottuagenario/
Timestamp: 2019-06-20 13:46:42+00:00
Document Index: 84290424

Matched Legal Cases: ['art. 24', 'art. 102', 'art. 110', 'art. 3', 'art. 53', 'art. 53', 'art. 3', 'art. 53']

ASSOCIAZIONE MAGISTRATI TRIBUTARI | Sito Ufficiale » Il punto di vista di un avvocato ottuagenario
Le Commissioni tributarie non erano menzionate perché ritenute organi non giurisdizionali, ma meramente amministrativi dai Costituenti. Poi però la Corte costituzionale ne riconobbe la natura giurisdizionale (sent. 12, 41 e 42/1957, 81/1958), ma la stessa Corte successivamente mutò opinione dichiarandole di natura meramente amministrativa (sent. 6 e 10/1969), ed infine, dopo la riforma attuata con il dPR n. 636/1972 (che le supponeva giurisdizionali, ma che prudentemente affidava ai contribuenti la facoltà di promuovere un ricorso alla Corte d’appello anziché alla Commissione centrale, per evitare l’incostituzionalità sotto il profilo dell’art. 24 della Costituzione), tornò a considerarle ancora come giurisdizionali (sent. 287/1974), anche al fine di evitarne l’incostituzionalità come “nuovo” giudice speciale, la cui istituzione sarebbe stata come noto vietata dalla Costituzione (art. 102 secondo comma): le Commissioni potevano essere dunque salvate solo affermando che erano sempre state organi giurisdizionali (e quindi non un “nuovo” giudice speciale) e tali furono infatti riconosciute dalla Corte.Tuttavia, in quell’occasione (e nei successivi quaranta anni…) ci si dimenticò (si fa per dire…) che, in quanto tali, non potevano continuare ad essere “organizzate” dal Ministero delle finanze ed a “funzionare” sotto l’egida delle stesse strutture che comparivano nei giudizi come parti in causa nel 99% delle controversie sottoposte alla loro giurisdizione, senza violare l’art. 110 della Costituzione.
È noto che le cosiddette “circolari” non sono affatto neutrali rispetto al merito del prelievo fiscale e delle relative controversie. E d’altronde, se le “circolari” fossero davvero quegli strumenti neutrali e non vincolanti, come la dottrina e la giurisprudenza affermano , e se esse non influenzassero invece spesso in modo decisivo, non solo singoli orientamenti, ma addirittura la stessa cultura esasperatamente “casistica ed asistematica” dei tributaristi e dei loro giudici specializzati, non si spiegherebbe perché mai la pubblicazione delle circolari, e dei commenti fatti da autori che utilizzano le circolari come fonti di interpretazione, siano molto ricercate tra i fiscalisti, i quali impiegano una altissima percentuale del loro tempo a leggerle ed a studiarle, né perché, quando interrogati sulla portata di una nuova legge, spesso rispondano dicendo che «… l’Agenzia non ne ha ancora chiarito la portata» e che, di conseguenza, occorra attendere ancora un po’ per avere una plausibile indicazione.
Tutto ciò ha naturalmente le sue cause precise che risiedono essenzialmente in alcune circostanze cui si è già fatto cenno. Per un verso nel fatto che la materia tributaria – esigendo una conoscenza approfondita della contabilità aziendale e dei principi che la governano – è stata vilmente trascurata dalla cultura giuridica degli avvocati, finendo così per diventare dominata dai commercialisti, i quali a loro volta non amano e non coltivano le scienze giuridiche, non conoscono il diritto costituzionale e non hanno mai pensato di dover interrogare o controinterrogare un testimone nella loro vita. Per altro verso, inoltre, il carattere assai approssimativo dell’accertamento dei fatti nel processo tributario è stato abilmente favorito dal legislatore ministeriale delle leggi tributarie, il quale ha inventato ed accreditato come normaleuna giurisdizione di carattere – per dir così – sistematicamente “dopolavoristico”, dove il sistema retributivo del magistrato giudicante dia assolutamente per scontato che non possa certo pretendersi da lui che debba anche perder tempo a sentire testimoni ed assistere agli interrogatori dei funzionari o militari che hanno redatto i verbali di constatazione.
Come noto, al fine di poter realizzare gli scopi indicati nel secondo comma dell’art. 3 della Costituzione («… rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale…») è stato previsto che il prelievo fiscaleavvenga a carico dei cittadini tutti «in ragione della loro capacità contributiva» e che il sistema fiscale nel suo complesso sia «informato a criteri di progressività» (art. 53). Ora questo precetto, volto alla realizzazione di quegli scopi, era stato effettivamente e puntigliosamente perseguito nei primi anni della Repubblica, ad opera di un grande ed importante Ministro delle finanze della nostra storia repubblicana, il valtellinese Ezio Vanoni, che lo aveva d’altronde preconizzato sin dal novembre del 1943, nel famoso Codice di Camaldoli, insieme all’altro economista cattolico, anch’egli valtellinese, Pasquale Saraceno. Nella parte economica di quel codice si ritrova infatti in nuce non solo l’art. 53 della nostra Costituzione, ma tutta la legislazione tributaria degli anni cinquanta sfociata poi nel Tu delle imposte sul reddito del 1958.Infatti se si va a prendere quella legislazione si vede che essa era tutta imperniata su due grandi principichiamati a concorrere per la realizzazione della finalità di cui all’art. 3: quello della discriminazione qualitativa dei redditie quello della discriminazione quantitativa dei redditi.
Vediamo ora quali sono stati gli effettidel processo che abbiamo appena descritto. Benché la scienza delle Finanze non abbia mai studiato i benefici effetti della progressività, se non essenzialmente sul fronte del prelievo, e benché la nostra Costituzione non la contempli, se non nell’art. 53 e quindi sul fronte delle entrate, il nostro ceto politico si è sovente trovato a dover finanziare il costo di alcuni servizi essenziali e costituzionalmente imposti da altre disposizioni costituzionali: ad esempio, il diritto alla salute e cioè la sanità, il diritto all’istruzione e cioè la scuola ecc… ciò che imponeva il reperimento di risorse che non c’erano, anche a causa del progressivo abbandono del sistema fiscale creato dal Ministro Vanoni e della libera circolazione dei capitali (che hanno il vizio di recarsi dove vengono tassati di meno e dove sono remunerati di più).