Source: http://www.avvocati.biz/2012/04/perche-la-riforma-vuole-la-fine-delle-associazioni-professionali/
Timestamp: 2017-05-25 06:47:52+00:00
Document Index: 163003353

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 3']

LIBERALIZZAZIONI: LA RIFORMA VUOLE LA FINE DELLE ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI?
Il Governo Monti ha dapprima promesso di riformare il mondo delle professioni all’insegna di una proclamata tutela di quelli che definisce “consumatori”e di un invocato migliramento del servizio stimolato dalla concorrenza.
Poco oramai importa che tale intento sia stato ben poco conseguito nell’intervento legislativo iniziato con la Legge n. 183/2011, che prelude all’occupazione montiana, continuato poi con il decreto legge n. 1/2012 e culminato con la legge di conversione n. 27/2012.
Quello che qui interessa è vedere il risultato complessivo di quella che è una completa riconfigurazione della struttura soggettiva del mondo dei professionisti.
Per capire come cambia una realtà è quindi opportuno vedere cosa c’era e cosa invece abbiamo oggi, in attesa di quello che si vorrebbe far divenire un domani.
Orbene, prima del novembre del 2011 i professionisti potevano scegliere se svolgere la loro attività in proprio, come soggetti individuali, o in forma associata ai sensi della Legge 23 novembre 1939, n. 1815.
I soli appartenenti al mondo forense potevano altresì scegliere se costituirsi in società tra avvocati in forza del decreto legislativo n. 96 del 2 febbraio 2001.
In realtà quest’ultima ipotesi ha trovato scarsissima diffusione, per difficoltà di natura sia oggettiva che soggettiva, lasciando il mercato completamente occupato dalle prime due.
La grande maggioranza dei professionisti ha finora svolto la propria attività o in singolarmente o attraverso la scelta di associarsi con alcuni colleghi.
A dirla tutta si deve anche ricordare che l’ipotesi associativa ha trovato una diffusione più limitata della scelta individualista di avvocati, commercialisti, architetti, ragionieri e così via. Ma, nonostante la predominanza della scelta individuale, resta innegabile che le migliaia di studi professionali associati presenti nella penisola sono i soggetti che più hanno investito nella strutturazione del loro servizio al cliente cercando di crescere qualitativamente anche in proporzione all’aumento dimensionale, quantomeno grazie alle economie di scala ed alla partecipazione paritaria di più professionisti.
Insomma, non credo di dire un’eresia quando affermo che gli studi associati hanno statisticamente un prodotto medio più complesso ed evoluto di quello degli studi monosoggetto.
Il governo non la pensa però così.
O meglio, per inseguire il top di derivazione europea il governo ha deciso di cestinare quello che è il miglior prodotto italiano in ambito professionale.
Tutto era però iniziato il giorno prima di Monti.
La legge di chiusura del periodo berlusconiano aveva sciaguratamente previsto l’entrata del capitale (e, con lui, di banche, assicurazioni etc.) nel mondo dei professionisti; all’art. 10 della legge 183/2011, i commi 3 e 4 prevedevano:
3. E’ consentita la costituzione di societa’ per l’esercizio di attivita’ professionali regolamentate nel sistema ordinistico secondo i modelli societari regolati dai titoli V e VI del libro V del codice
b) l’ammissione in qualità di soci dei soli professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi, anche in differenti sezioni, nonché dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea, purché in possesso del titolo di studio abilitante, ovvero soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche, o per finalità di
Al successivo comma 11, nella spazio di una lapidaria riga, è prevista senza giustificazione l’abrogazione della disciplina che regola le associazioni professionali fin qui esistenti:
Su questo passaggio che introduceva il rischio di una industrializzazione mercantile del mondo professionale, e l’inspiegabile morte della disciplina delle odierne associazioni professionali, è poi intervenuto il successivo consiglio dei ministri con il decreto legge dove, oltre all’eliminazione delle tariffe, ha in sede di conversione parzialmente modificato con un suo mendamento l’accesso dei soci non professionisti, prevedendo l’inserimento all’art. 10 della predetta legge 183/2011 del seguente testo:
al comma 4: In ogni caso il numero dei soci professionisti e la partecipazione al capitale sociale dei professionisti deve essere tale da determinare la maggioranza di due terzi nelle deliberazioni o decisioni dei soci; il venir meno di tale condizione costituisce causa di scioglimento della societa’ e il consiglio dell’ordine o collegio professionale presso il quale e’ iscritta la societa’ procede alla cancellazione della stessa dall’albo, salvo che la societa’ non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine perentorio di sei mesi;
al comma 7: Il socio professionista puo’ opporre agli altri soci il segreto concernente le attività professionali a lui affidate.
E, al comma, 9 ha inserito quanto di seguito virgolettato:
Restano “salve le associazioni professionali, nonche’ i diversi modelli societari” gia’ vigenti alla data di entrata in vigore della presente legge.
Non ha invece toccato il comma 11 che come descritto abroga l‘intera disciplina delle associazioni professionali che di seguito riporto:
Disciplina giuridica degli studi di assistenza e di consulenza.
Art. 1. Le persone che, munite dei necessari titoli di abilitazione professionale, ovvero autorizzate all’esercizio di specifiche attività in forza di particolari disposizioni di legge, si associano per l’esercizio delle professioni o delle altre attività per cui sono abilitate o autorizzate, debbono usare, nella denominazione del loro ufficio e nei rapporti coi terzi, esclusivamente la dizione di “studio tecnico, legale, commerciale, contabile, amministrativo o tributario”, seguito dal nome e cognome, coi titoli professionali, dei singoli associati.
L’esercizio associato delle professioni o delle altre attività, ai sensi del comma precedente, deve essere notificato all’organizzazione sindacale da cui sono rappresentati i singoli associati.
Art. 2. [Abrogato precedentemente]
Art. 3. Sono esclusi dal divieto di cui all’articolo precedente gli enti e gli istituti pubblici, nonché fermo restando l’obbligo della notificazione preveduta dall’art. 1, comma secondo, gli uffici che le società, ditte od aziende private costituiscono per la propria organizzazione interna nelle materie indicate nei precedenti articoli.
Art. 4. [Abrogato precedentemente]
Art. 5. [Abrogato precedentemente]
Art. 6. Coloro che alla data di pubblicazione della presente legge nella Gazzetta Ufficiale del Regno esercitano una professione o attività associata in modo diverso da quello stabilito dall’art. 1 devono conformarsi, entro il termine di sei mesi a decorrere da tale data, alle disposizioni dello stesso articolo. Trascorso inutilmente questo termine, essi devono cessare dall’esercitare la professione o l’attività associata in contrasto con il citato art. 1.
Coloro che, alla data indicata nel comma precedente, attendono alla tenuta o alla regolarizzazione dei documenti delle aziende senza essere legati alle aziende stesse da rapporti di impiego, possono chiedere l’autorizzazione prescritta dall’art. 4, ovvero provvedere alla denuncia di cui all’art. 5, entro il termine di tre mesi a decorrere dalla data anzidetta. Essi devono cessare la loro attività alla scadenza del termine di tre mesi, qualora nel termine stesso non abbiano presentato la domanda di autorizzazione, o la denuncia, ovvero entro tre mesi dal giorno in cui è divenuto definitivo il provvedimento di rigetto della domanda di autorizzazione.
Art. 7. Salvo che il fatto non costituisca reato più grave:
a) i contravventori alle disposizioni dell’articolo 1 e dell’art. 6, comma 1, sono puniti con la sanzione amministrativa fino a lire 400.000;
b) i contravventori alle disposizioni dell’articolo 2, dell’art. 4 e dell’art. 5, comma 2, sono puniti con l’arresto sino a sei mesi o con l’ammenda da lire 40.000 a lire 200.000.
I professionisti indicati nell’art. 5, che omettano di provvedere alle denunce di cui agli artt. 5 e 6, sono puniti con l’ammenda fino a L. 80.000.
Art. 8. Con decreti Reali da emanarsi su proposta del Ministro per la grazia e giustizia, di concerto con il Ministro per le corporazioni, a termini dell’art. 3, n. 1, della L. 31 gennaio 1926, n. 100, saranno date le norme che potranno occorrere per l’integrazione e l’attuazione della presente legge.
Resta pure invariato il precedente comma 10 che prevede il rinvio ad un successivo regolamento ministeriale per l’attuazione delle società tra professionisti:
Pertanto, il riformatore Monti non ha ritenuto di modificare ulteriormente il contesto normativo del mondo professionale se non riducendo l’entrata del capitale e salvando l’esistente alla data di entrata in vigore della legge 183.
Nulla dice invece dell’impossibilità di fruire ancora della possibilità di costituire nuove associazioni professionali.
Pertanto, non credo di essere tacciabile di profezia di sventura se dico che ad oggi non si può più costituire alcuna nuova associazione professionale mentre è ancora da diventare realtà la possibilità di rendere operativa una società tra professionsti (non composta di soli avvocati ex dlgs. 96/2001) perchè ancora mancano i regolamenti attuativi che la rendono iscrivibile avanti i rispettivi albi professionali.
Si ha perciò la definitiva futura inapplicabilità del modello delle associazioni professionali, determinando così l’impossibilità di scegliere quella strada che finora ha rappresentato l’unica opportunità di attività collettiva per l’universo dei professionisti e che ben avrebbe potuto continuare a rappresentare una forma apprezzabile di articolazione dell’attività professionale; tutto questo senza offrire alcuna immediata alternativa in carenza del percorso attuativo della riforma.
Sul punto è appunto intervenuto pure il CUP (Comitato Unitario Permanente degli Ordini e Collegi Professionali) con una tempestiva circolare del 2 gennaio 2012 che, dopo aver esortato senza esito il governo ad intervenire in merito, ha rilevato ” fin quando non sarà emanato il decreto di cui sopra, nessuna società potrà essere iscritta in alcun albo professionale per difetto di regolamentazione che renderebbe impossibile l’esercizio della funzione di vigilanza che è priorità degli Ordini a tutela della pubblica fede di cui sono garanti”.
Insomma, le associazioni professionali esistenti sono state salvate a stento dalla legge di conversione del DL sulle liberalizzazioni mentre nulla si è fatto per conservare il modello associativo che bene ha operato negli ultimi 72 anni.
Per converso nulla si è fatto per rendere operativa la nuova disciplina sulle società fra professionisti che ad oggi non possono essere iscritti avanti alcun albo professionale perchè, quantomeno, non vi è alcun criterio normato per definire le responsabilità disciplinari ad esse ascrivibili: la circolare precisa infatti che “in difetto della regolamentazione con decreto di cui al comma 10, della materia disciplinare applicata alle società, è di fatto impedito agli Ordini di svolgere la loro prioritaria attività di vigilanza disciplinare, con grave danno per la collettività determinato da siffatto vuoto normativo”.
Va poi aggiunto che manca persino il passo fondamentale per la costituzione della società, ovvero la sua iscrivibilità al registro imprese.
Ad oggi è certo che risultano ancora da chiarire le modalità di deposito presso il detto Registro della certificazione rilasciata dal competente Ordine professionale attestante l’avvenuta iscrizione della società tra professionisti presso l’Ordine di riferimento. Nulla è infatti ancora stato previsto in merito all’apposita sezione dell’Albo professionale in cui la stessa deve essere iscritta..
Concludo in sintesi rilevando che la volontà di rilancio tanto manifestata dal governo tecnico svela i suoi limiti con l’eliminazione di una tipologia di esercizio dell’attività professionale che rappresenta molto del buono dei professionisti italiani e non da nulla di migliorativo.
E si deve ricordare che le società di avvocati di cui al DLgs. 96/2001 hanno già dimostrato di non esser state competitive con il modello dell’associazione professionale, più duttile e funzionale.
Le nuove società tra professionisti non sono invece ancora operative e lasciano molti dubbi sulla loro auspicata efficacia.
Guarda caso, i media nazionali non ne parlano. Ma su questo torneremo.
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Avvocati, Lawyer and business, Legal Marketing | admin | April 25, 2012 Avvocati, Avvocato, Law Firm, Marketing, Studio Legale
2 Responses to “PERCHE’ LA RIFORMA VUOLE LA FINE DELLE ASSOCIAZIONI PROFESSIONALI?”
Riccardo says:	September 3, 2012 at 5:36 pm	Carissimo Alberto,
hai notizie aggiornate ad oggi (03/09/2012) sull’argomento? devo costituire un’associazione professionale, ma sinceramente non ho ancora capito se posso farlo oppure no? Il notaio prende tempo in attesa di chiarimenti e regolamenti, mentre il cliente ovviamente ha fretta.
admin says:	September 12, 2012 at 12:12 am	Non ci sono ancora novità. Sto valutando l’ipotesi di chiedere al notaio la costituzione di una associazione professionale con riferimento al codice civile. Vediamo un pò.
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