Source: http://www.studiperlapace.it/view_news_html?news_id=20041031000759
Timestamp: 2018-04-24 18:29:51+00:00
Document Index: 108225549

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art.2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 5', 'art. 12', 'art. 16', 'art. 17', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 21', 'art. 21', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 25', 'art. 25', 'sentenza ', 'art. 26', 'art. 27', 'art. 29']

Diritto internazionale dei diritti umani e dei conflitti armati: guerra e pace Statuto del Tribunale Penale Internazionale per l'ex Yugoslavia :: Studi per la pace
Giurisdizioni internazionali Hits: 4475
ICTY - Statuto 827/93 Consiglio di Sicurezza N.U.
adottato il 25 maggio 1993 (e modificato il 13 maggio 1998) Pubblicazioni
Il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia, costituito 1993 dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 827, che ne costituisce lo statuto, giudica "le persone presunte responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale commesse sul territorio dell'ex Jugoslavia dal 1991".
Lo Statuto è stato emendato il 13 maggio 1998 (Risol. n. 1166) e il 30 novembre 2000 (Risol. n. 1329).
Il Tribunale ha sede a L'Aja, in Olanda, ed è finanziato con spese a carico del bilancio dell'ONU, ai sensi dell'art. 17 della Carta delle Nazioni Unite.
Il budget per il 2001 ammonta a $ 96.443.900.
Le lingue utilizzate nei lavori del Tribunale sono l'inglese ed il francese.
Il personale attuale (2001) conta 1103 funzionari, provenienti da 74 nazioni.
Il Presidente del Tribunale Internazionale (attualmente Claude Jorda, francese) presenta ogni anno un rapporto al Consiglio di Sicurezza e all'Assemblea Generale dell'ONU.
I crimini su cui il Tribunale giudica sono i seguenti:
(1)Gravi infrazioni alle Convenzioni di Ginevra del 1949 sul diritto di guerra (art.2)
Il Tribunale internazionale è abilitato ad incriminare le persone che commettono o danno l’ordine di commettere delle infrazioni gravi alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, vale a dire i seguenti atti diretti contro delle persone o dei beni protetti ai sensi della Convenzione di Ginevra pertinente:
a)l’omicidio volontario;
b)la tortura o i trattamenti inumani, compresi gli esperimenti biologici;
c)il fatto di causare intenzionalmente delle grandi sofferenze o di attentare gravemente all’integrità fisica o alla salute;
d)la distruzione e l’appropriazione di beni non giustificate dalle necessità militari ed eseguite su grande scala in maniera illecita ed arbitraria;
e)il fatto di costringere un prigioniero di guerra o un civile a servire nelle forze armate della potenza nemica;
f)il fatto di privare un prigioniero di guerra o un civile del diritto di essere giudicato regolarmente ed imparzialmente;
g)l’espulsione o il trasferimento illegale di un civile o la sua detenzione illegale;
h)la presa di civili in ostaggio.
(2)Violazioni delle leggi o costumi di guerra (art. 3)
Il Tribunale internazionale è competente ad incriminare le persone che commettono delle violazioni delle leggi o costumi di guerra. Queste violazioni comprendono, senza esservi limitate:
a)l’impiego di armi tossiche o di altre armi concepite per causare delle sofferenze inutili;
b)la distruzione senza motivo delle città e dei villaggi o la devastazione che non giustificano delle esigenze militari;
c)l’attacco o il bombardamento, con qualsiasi mezzo, di città, villaggi, abitazioni o edifici non difesi;
d)il sequestro, la distruzione o il danneggiamento deliberato di edifici consacrati alla religione, alla beneficenza, all’insegnamento, alle arti e alle scienze, a monumenti storici, ad opere d’arte e ad opere di carattere scientifico;
e)il saccheggio di beni pubblici o privati.
(3)Genocidio (art. 4)
1.Il Tribunale internazionale è competente ad incriminare le persone che abbiano commesso genocidio, così come è definito al paragrafo 2 del presente articolo, o uno qualsiasi degli atti enumerati al paragrafo 3 del presente articolo.
2.Per genocidio si intende uno qualsiasi degli atti seguenti, commessi nell’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come:
a)omicidio dei membri di un gruppo;
b)offesa grave all’integrità fisica o mentale dei membri di un gruppo;
c)sottomissione intenzionale del gruppo a delle condizioni di esistenza che debbano portare alla sua distruzione fisica totale o parziale;
d)misure tendenti a impedire le nascite in seno al gruppo;
e)trasferimento forzato di bambini del gruppo ad un altro gruppo.
3)Saranno puniti i seguenti atti:
a)il genocidio;
b)l’accordo al fine di commettere il genocidio;
c)l’istigazione diretta e pubblica a commettere il genocidio;
d)il tentativo di genocidio;
e)la complicità nel genocidio.
(4)Crimini contro l'umanità (art. 5)
Il Tribunale internazionale è abilitato a giudicare le persone presunte responsabili dei seguenti crimini qualora siano stati commessi nel corso di un conflitto armato, di carattere internazionale o interno, e diretti contro una qualsiasi popolazione:
a)omicidio;
b)sterminio;
c)riduzione in schiavitù;
d)espulsione;
e)imprigionamento;
f)tortura;
g)stupro;
h)persecuzione per ragioni politiche, razziali e religiose;
i)altri atti inumani.
a) Gli organi del Tribunale sono:
1) Le Camere (tre di primo grado e una d'appello);
2) L'Ufficio del Procuratore;
3) La Cancelleria.
Le Camere (art. 12) sono composte da sedici giudici permanenti indipendenti, tutti cittadini di Stati diversi e, al massimo allo stesso momento, di nove giudici ad litem.
Ogni Camera di prima istanza giudica con tre giudici permanenti e, al massimo allo stesso momento, con sei giudici ad litem e può essere suddivisa in sezioni di tre giudici ciascuna.
Sette fra i giudici permanenti sono membri della Camera d'Appello, che giudica con cinque membri.
L'attività delle Camere concerne l'attività istruttoria del processo, il giudizio, l'appello e le questioni di giurisdizione del Tribunale, considerando la sua primazia sulle giurisdizioni nazionali. Le Camere provvedono, inoltre, all'attività di regolamentazione del Tribunale come, ad esempio, il miglioramento delle procedure per garantire l'equità e la rapidità del processo, le modifiche al regolamento di procedura e di prova, etc.
L'Ufficio del Procuratore (art. 16) si compone del Procuratore e del personale necessario.
Esso svolge due funzioni principali: compiere le indagini, istruendo i fascicoli, ed incriminare gli autori dei crimini, in particolare quelli in posizione di comando o direzione, responsabili della pianificazione e dell'esecuzione delle più gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.
Il Procuratore (attualmente Carla Del Ponte, svizzera) agisce in piena autonomia e indipendenza; non sollecita né riceve alcuna istruzione da alcun Governo né da altra fonte. Egli è nominato dal Consiglio di Sicurezza su proposta del Segretario Generale dell'ONU, ha un mandato di quattro anni ed è rieleggibile.
La Cancelleria (art. 17) – che è comune per le Camere e per l’ufficio del Procuratore – è incaricata di assicurare l'amministrazione e i servizi del Tribunale.
Essa si compone di un Cancelliere e del personale necessario. Il Cancelliere è designato dal Segretario Generale, dopo una consultazione con il Presidente del Tribunale, per un mandato di quattro anni rinnovabile.
La Cancelleria si occupa, altresì, di informare i media e il pubblico, di amministrare il sistema di assistenza giudiziaria agli accusati indigenti, di supervisionare il Quartier penitenziario delle Nazioni Unite, di gestire l'utilizzazione delle sale di udienza e di intrattenere delle relazioni diplomatiche con gli Stati ed i loro rappresentanti.
(1) Ratione materiae
Come già visto supra, i crimini su cui il Tribunale penale è competente a giudicare sono contemplati negli articoli da 2 a 5 dello statuto. Per ogni tipologia di crimine, gli articoli in questione forniscono un elenco, con descrizione esemplificativa, delle condotte che realizzano rispettivamente
(A) le infrazioni gravi alle Convenzioni di Ginevra del 1949,
(B) le violazioni delle leggi o costumi di guerra,
(C) il genocidio,
(D) i crimini contro l'umanità.
(2) Ratione personae
Ai sensi dell'art. 1 del suo statuto, il Tribunale è competente a giudicare le persone fisiche che si sono rese responsabili di violazioni gravi del diritto internazionale umanitario, commesse sul territorio dell'ex Jugoslavia a partire dal 1° gennaio 1991.
Più in particolare, l'art. 7, comma 1 descrive le condotte punibili in termini di direzione, pianificazione, ordine superiore, ed esecuzione materiale, incriminando altresì l'istigazione a delinquere.
Poiché si utilizza anche il termine "aiutato", vi rientra anche il concorso o, eventualmente, il favoreggiamento.
L'art. 7 c. 1 prevede, infatti, che: "Chiunque abbia pianificato, incitato a commettere, ordinato, commesso o in ogni altra maniera (abbia) aiutato o incoraggiato a pianificare, preparare o eseguire un crimine previsto dagli articoli da 2 a 5 del presente statuto è personalmente responsabile del predetto crimine".
I commi 2, 3 e 4 prevedono che non costituisca una scriminante, né un'esimente, né addirittura un'attenuante il fatto di rivestire ufficialmente la carica di Capo di Stato o di Governo, né di alto funzionario di Stato (comma 2); inoltre, la condotta posta in essere da un subordinato non solleva da responsabilità penale il suo superiore se questi sapeva o aveva motivo di sapere che il subordinato si sarebbe apprestato a commettere tale atto o lo aveva già commesso e il superiore non abbia preso le misure necessarie e ragionevoli ad impedire che l'atto fosse commesso o a punirne i colpevoli(comma 3).
Di contro, il fatto di aver agito in esecuzione di un ordine di un Governo o di un superiore non esonera l'autore da responsabilità, ma può soltanto essere considerata come attenuante se il Tribunale Internazionale lo considera ‘conforme alla giustizia’.
(3) Ratione loci e ratione temporis
Il Tribunale è competente a giudicare per fatti commessi sul territorio dell'ex Repubblica federale socialista di Jugoslavia, comprendendo in ciò lo spazio terrestre, quello aereo, e le acque territoriali.
La competenza temporale si estende al periodo che parte dal 1° gennaio 1991.
(4) Conflitti di giurisdizione e/o di competenza
L'art. 9 dello statuto riconosce una competenza concorrente fra il Tribunale Internazionale e le giurisdizioni nazionali, potendo entrambe giudicare sui crimini in questione.
Tuttavia, il secondo comma stabilisce espressamente la primazia del Tribunale Internazionale il quale, in ogni stato e grado del processo, può chiedere ufficialmente alle giurisdizioni nazionali di spogliarsi della competenza in suo favore, ai sensi dello statuto e del suo regolamento.
(5) Ne bis in idem
L’art. 10 si occupa di divieto di giudicare due volte la stessa persona per gli stessi fatti, riferendosi in particolare al caso di doppio giudizio, davanti ad un giudice nazionale e davanti al Tribunale de quo.
Il principio – divenuto ormai principio generalmente riconosciuto – è espresso nel primo comma dell’art. 10: “Nessuno può essere tradotto davanti ad una giurisdizione nazionale per dei fatti costituenti delle gravi violazioni di diritto internazionale umanitario ai sensi del presente statuto, se è stato già giudicato dal Tribunale Internazionale per i medesimi fatti”.
Il secondo comma prevede – nel caso opposto – che, chi è stato già giudicato da un tribunale interno, non possa essere tradotto davanti al Tribunale Internazionale, salvo che:
- il fatto per il quale è stato giudicato era qualificato come reato di diritto comune; oppure
- la giurisdizione nazionale non ha giudicato in maniera imparziale o indipendente, il procedimento instaurato davanti ad essa tendeva a sottrarre l’accusato alla sua responsabilità penale internazionale, o l’azione penale non è stata esercitata con diligenza.
Sarebbe interessante ricostruire cosa sia la “responsabilità penale internazionale” dell’accusato e come venga accertata dal Tribunale internazionale, ma in questa sede basti evidenziare che la norma in questione mira evidentemente ad evitare che un ‘finto’ processo davanti ad un Tribunale compiacente o ‘indulgente’ possa garantire l’immunità ai criminali balcanici. Con questa breve norma il Tribunale ONU si riserva la potestà di aggirare il ‘Ne bis in idem’ qualora si possano nutrire dubbi sul giudizio operato dal tribunale interno.
A chiusura, il terzo comma dell’art. 10 prevede che, per decidere sulla pena da infiggere ad una persona condannata per un crimine previsto dal presente statuto, il Tribunale Internazionale tenga conto dell’eventuale pena che tale persona abbia già scontato in conseguenza della condanna – da parte di un tribunale nazionale – per lo stesso fatto.
La procedura da seguirsi per tutto il procedimento davanti al Tribunale Internazionale è disciplinata in maniera dettagliata da un apposito “Regolamento di procedura e di prova” approvato ai sensi dell’art. 15 dello statuto, che è entrato in vigore il 14 marzo 1994 ed è stato più volte emendato negli anni.
Se il “Regolamento di procedura e prova” costituisce un vero e proprio codice di procedura penale per il giudizio davanti al Tribunale de L’Aja, alcune norme di principio vengono già fissate dallo Statuto del Tribunale (in un parallelo con la realtà italiana, possiamo paragonare lo Statuto ad una legge-delega e il Regolamento al codice vero e proprio).
L’art. 15 prevede che “i giudici del Tribunale internazionale adotteranno un regolamento che disciplinerà la fase preliminare all’udienza, l’udienza, e i ricorsi, l’ammissione delle prove, la protezione delle vittime e dei testimoni e altre questioni appropriate”.
Il termine “ricorsi” va inteso in senso lato o a-tecnico come sinonimo di “istanza”, comprendendo, quindi, le questioni processuali o preliminari, i giudizi sulla detenzione preventiva, l’appello, etc.
Analizziamo, quindi, le disposizioni che lo statuto dedica alla procedura, al fine di descrivere brevemente come si svolge il procedimento penale.
Indagini preliminari e attività del procuratore
L’art. 18 si occupa dell’istruttoria e della formulazione dell’atto d’accusa (nel linguaggio giuridico italiano parleremmo di “imputazione”) e prevede – al primo comma – che il Procuratore apra un’istruttoria d’ufficio o sull’attendibilità delle informazioni ottenute da ogni fonte, in particolare dai Governi, dagli organi dell’ONU, dalle organizzazioni intergovernative.
Il Procuratore valuta le informazioni ricevute e si pronuncia sull’opportunità o meno di esercitare l’azione penale.
Ai sensi del secondo comma egli ha la facoltà di interrogare i sospetti, le vittime ed i testimoni, di riunire le prove, avvalendosi a tal fine dell’ausilio delle autorità dello Stato interessato.
Il comma terzo stabilisce espressamente che l’indagato, in sede di interrogatorio, ha diritto ad essere assistito da un difensore di fiducia, oppure ad ottenere un difensore d’ufficio o un traduttore – se non comprende la lingua utilizzata – e senza spese, qualora non abbia i mezzi per un difensore (o traduttore) di fiducia.
Se il procuratore ritiene opportuno, sulla base dell’istruttoria, di intraprendere l’incriminazione, redige un atto d’accusa in cui espone succintamente i fatti e i crimini che sono contestati all’accusato e trasmette tale atto ad un giudice della Camera di prima istanza.
Esame dell’atto d’accusa
Questa fase potrebbe essere paragonata a quella che, nel nostro ordinamento, è chiamata ‘udienza preliminare’, svolgendo la funzione di vagliare l’accusa e decidere se sia il caso di procedere al giudizio.
L’art. 19 prevede che il giudice adìto esamini l’atto d’accusa e se ritiene che, sulla base dell’istruttoria realizzata dal procuratore, sia opportuno intraprendere un’incriminazione, conferma l’atto d’accusa. Altrimenti, la rigetta.
Il secondo comma stabilisce che “se conferma l’atto d’accusa, il giudice – su richiesta del procuratore – pronuncia le ordinanze e i mandati di arresto, di detenzione, di accompagnamento o di rilascio di persone ed ogni altra ordinanza necessaria per la condotta del processo”.
Chiusa questa fase, il processo si avvia verso il dibattimento.
L’art. 20 – rubricato “apertura e condotta del processo” – descrive brevemente lo svolgimento della fase del giudizio.
Il primo comma stabilisce che spetti alla Camera di primo grado vegliare al fine di assicurare un processo equo e rapido, di garantire che il giudizio si svolga conformemente alle regole di procedura e prova già menzionate, che i diritti dell’accusato siano rispettati, e che sia assicurata la protezione delle vittime e dei testimoni.
Il secondo comma si occupa dei diritti della difesa prevedendo che “ogni persona contro la quale è stato confermato un atto d’accusa è, conformemente ad un’ordinanza o ad un mandato d’arresto pronunciati dal Tribunale internazionale, immediatamente informato dei capi d’imputazione (nel testo francese: ‘i capi di accusa’) a lui contestati, ed è deferito al Tribunale internazionale”.
“La Camera di primo grado dà lettura dell’atto d’accusa, si accerta che i diritti dell’accusato siano rispettati, conferma che l’accusato abbia compreso il contenuto dell’atto d’accusa e gli ordina di dichiararsi colpevole o non colpevole. La Camera di primo grado fissa, quindi, la data del processo” (terzo comma).
La richiesta all’accusato di dichiararsi colpevole o non colpevole che viene fatta in questa fase preliminare è tipica dello schema processuale dei sistemi anglosassoni, non essendo, ad esempio, prevista dal nostro ordinamento. E’ evidente come risulti sterile, a volte, far riferimento alle categorie o ai termini giuridici propri del nostro processo penale, anche se la struttura del processo e, soprattutto, i diritti garantiti all’accusato non differiscono da quelli presenti negli ordinamenti dei maggiori Paesi occidentali.
Tranne il caso in cui venga deciso di procedere a porte chiuse, le udienze sono normalmente pubbliche.
I diritti dell’accusato (art. 21)
L'art. 21, che esordisce con la frase "tutti sono uguali davanti al Tribunale internazionale", si occupa dei diritti che vanno garantiti a ciascun accusato.
Ogni accusato ha diritto a che il suo procedimento si svolga con equità (intesa come ‘giustizia’ sostanziale) e pubblicamente, salva la possibilità di procedere a porte chiuse e fatte salve le norme sulla protezione delle vittime e dei testimoni.
Il terzo comma sancisce espressamente la presunzione d’innocenza.
Il quarto comma elenca tutta una serie – da intendersi come protezione minima e, quindi, non esaustiva – di diritti che vanno riconosciuti ad ogni accusato.
Si tratta, in particolare, del diritto:
- ad essere informato, nel più breve termine, in una lingua che egli comprende ed in maniera dettagliata, della natura e dei motivi dell’accusa;
- a disporre del tempo e delle facilitazioni necessarie alla preparazione della sua difesa ed a comunicare con un difensore di fiducia;
- ad essere giudicato senza un ritardo eccessivo;
- ad essere presente al processo e a difendersi da sé o ad avere l’assistenza di un difensore di sua scelta; nel caso non abbia un difensore, ad essere informato del suo diritto di averne uno e, ogni volta che l’interesse della giustizia lo richieda, a farsi assegnare d’ufficio un difensore, se non abbia i mezzi per remunerarlo;
- ad interrogare o a fare interrogare i testimoni a carico a ad ottenere la comparizione e l’interrogatorio dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico;
- a farsi assistere gratuitamente da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata in udienza;
- a non essere costretto a testimoniare contro se stesso o di confessarsi colpevole.
Si noti come l’elenco dei diritti da garantire ad ogni accusato ricalchi, quasi pedissequamente, quello contenuto negli articoli 5 e 6 della Convenzione europea dei Diritti dell’Uomo, così come altre Dichiarazioni internazionali e il recente articolo 111 della nostra Costituzione. Come già affermato, si tratta di una tutela minima e inderogabile che risponde allo standard minimo di tutela dei diritti e libertà della persona.
Un Tribunale come quello dell’Aja non poteva non tenerne conto, pensando altresì al fatto che esso – con la relativa giurisprudenza – si pone da modello per la creazione di una futura (ma ancora incerta) Corte penale internazionale permanente.
La sentenza e le pene
La sentenza è pronunciata – ai sensi dell’art. 23 – in pubblica udienza, a maggioranza; essa è redatta per iscritto, è motivata e può essere integrata con delle opinioni individuali o dei giudici dissidenti.
Le pene che il Tribunale può comminare consistono soltanto nella detenzione oppure nella restituzione ai legittimi proprietari di ogni bene o risorsa acquisito con mezzi illeciti, ivi compresa la costrizione.
Nel graduare la pena, la Camera di primo grado tiene conto di fattori quale la gravità del reato e la situazione personale del condannato.
Impugnazioni: appello e revisione
La Camera d’Appello giudica in secondo grado sull’impugnazione proposta sia dalla persona condannata in prima istanza sia dal Procuratore e – ai sensi dell’art. 25 – solo per i seguenti motivi:
- errore su un punto di diritto che invalidi la decisione; oppure
- errore di fatto che abbia comportato un diniego di giustizia.
Si tratta, quindi, di impugnazione a critica vincolata (o a devoluzione circoscritta); sarebbe interessante capire esattamente in cosa consista “l’errore che comporti un diniego di giustizia”.
Il secondo comma dell’art. 25 prevede tre tipi di sentenza d’Appello: di conferma, di annullamento o di modifica della decisione di primo grado.
Accanto ai mezzi ordinari di impugnazione, l’art. 26 prevede il mezzo straordinario della revisione, qualora si scopra un fatto nuovo che non era conosciuto al momento del processo (di primo grado o d’appello) e che avrebbe potuto essere un elemento decisivo della decisione. Anche per la revisione, legittimati al ricorso sono sia il condannato che il Procuratore.
Esecuzione della pena e grazia
L’esecuzione delle pene detentiva può essere effettuata in uno Stato designato dal Tribunale sulla base di una lista di Stati che hanno dato al Consiglio di Sicurezza la propria disponibilità a ricevere i condannati. Molti di essi sono tutt’oggi reclusi nel Quartier penitenziario delle Nazioni Unite, a L’Aja, mentre già quattro condannati sono stati trasferiti altrove per l’esecuzione della pena.
Il Quartier penitenziario ha predisposto anche un regolamento interno sulle modalità di visita e le comunicazioni ai detenuti. Nel caso di detenuti trasferiti in altri Paesi, l’art. 27 prevede che la reclusione sia sottoposta alle regole nazionali di tali Paesi, sotto il controllo del Tribunale.
Nel caso in cui il condannato possa beneficiare di una grazia o di una commutazione della pena in virtù delle leggi dello Stato in cui è recluso, tale Stato ne avvisa il Tribunale. Il Presidente del Tribunale, previa consultazione dei giudici, decide secondo gli interessi della giustizia e i principi generali di diritto.
Ai sensi dell’art. 29, gli Stati collaborano con il Tribunale per la ricerca ed il giudizio delle persone accusate. A tal fine, gli Stati rispondono senza ritardo ad ogni domanda di assistenza giudiziaria o ad ogni ordinanza di una Camera di prima istanza. Il secondo comma contempla un elenco – da non considerarsi esaustivo – sull’oggetto delle richieste di cooperazione. Queste possono concernere:
- l’identificazione e la ricerca delle persone;
- la riunione delle testimonianze e la produzione delle prove;
- la trasmissione di documenti;
- l’arresto o la detenzione delle persone;
- il trasferimento o la traduzione dell’accusato davanti al Tribunale.
Circa quest’ultimo punto, si pensi alle polemiche suscitate dalle difficoltà di ottenere il rilascio di Slobodan Milosevic da parte del governo serbo o alle sollecitazioni a cui è attualmente sottoposto il governo di Bosnia per la ricerca di altri criminali.
[si ringrazia Domenico Cardile di dirittoegiustiziaonline.it]
TESTO IN INGLESE (non ufficiale)