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Timestamp: 2019-03-23 02:11:01+00:00
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Matched Legal Cases: ['arte 1', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 609', 'art. 560', 'sentenza ', 'art. 1']

Femminicidio: LA LEGGE 15.10.2013 N. 113 - وكالة الأحداث الدولية للأنباء (يينا نيوز) | iena-news
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admin November 12, 2017	Cronaca Leave a comment 212 Views
La cosiddetta legge sul femminicidio, ( decreto legge 14.08.2013 n. 93 convertita in legge 15.10.2013 n. 119) ha introdotto nel settore del diritto penale sia sostanziale che processuale una serie di misure – sia preventive che repressive – per combattere la violenza contro le donne in tutte le sue forme (violenza di genere).
La violenza di genere racchiude al suo interno una serie di reati di diverso tipo ovvero Omicidio, Maltrattamenti, stalking, percosse, lesioni, reati accomunati dal CONTESTO e dal SOGGETTO PASSIVO a cui sono diretti. Il Femminicidio, che racchiude in sé il concetto di violenza di genere, pone in risalto la posizione e il ruolo dell’AUTORE.
Oltre ai rimedi di diritto penale sono previsti anche quelli in sede civilista e processual-penalistica. Infatti sia in sede civile che nel codice di procedura penale sono previste delle misure volte a contrastare le violenze nelle relazioni familiari e proteggere più efficacemente le vittime; sono infatti previste i provvedimenti che vanno dall’ordine di protezione contro gli abusi familiari e dalla misura dell’allontanamento dalla casa familiare nonché il divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa.
La violenza di genere è stata espressamente riconosciuta dalla Dichiarazione di Vienna del 1993 come una violazione dei diritti fondamentali della donna ed annoverata tra le violazioni dei diritti umani. La dichiarazione di Vienna, adottata dalla Seconda Conferenza Mondiale delle Nazioni Unite su diritti Umani, parte 1 paragrafo 18 che così recita” i diritti umani delle donne sono un inalinabile, integrale e indivisibile parte dei diritti umani universali. La completa ed uguale partecipazione delle donne nella vita politica, sociale ed economica a livello nazionale, regionale ed internazionale e lo sradicamento di tutte le forme di discriminazione in base al sesso sono l’obbiettivo prioritario della comunità internazionale.
Perché il ricorso alla decretazione d’urgenza? L’iniziativa governativa trova giustificazione nel fatto di rispondere ad una esigenza di allarme diffuso tra l’opinione pubblica di una crescita di episodi di violenza maschile nei confronti delle donne, con esigenza pertanto di apportare delle modifiche di diritto penale sostanziale, modifiche che prevedono un aggravamento o di risposta sanzionatoria relativamente ai reati di Violenza sessuale, Maltrattamenti e Stalking.
L’intervento d’urgenza del Governo, che ha definito la violenza maschile sulle donne una vera e propria emergenza sociale, è dettato dalla straordinaria necessità ed urgenza di introdurre misure per rafforzare la protezione delle vittime e prevenire più efficacemente i reati perpetrati ai loro danni.
In Italia, come affermato dalla Relatrice Speciale dell’ONU Rashida Manjoo, vi è una grave mancanza del nostro Paese, che non ha ancora provveduto a dar seguito alle numerose sollecitazioni da parte degli organismi internazionali che richiedono a tutti gli Stati di predisporre strumenti adeguati per il monitoraggio del fenomeno.
Vi è comunque da precisare che ancor prima dell’emanazione del decreto legge 14.08.2013 n. 93, l’Italia, già nel giugno del 93 aveva ratificato la Convenzione di Istanbul del 2011 sulla prevenzione della violenza contro le donne e la lotta contro la violenza domestica il cui aspetto più innovativo è dato dal fatto che la Convenzione riconosce la violenza sulle donne come una violazione dei diritti umani e uno dei principali ostacoli al conseguimento della parità di genere e dell’emancipazione femminile.
Secondo la definizione contenuta nell’art. 3 della Convenzione di Istanbul, l’espressione “ violenza contro le donne basata sul genere”è da intendersi come “una violazione di diritti umani o una forma di discriminazione nei confronti delle donne comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere che provochino o rischino di provocare danni o sofferenze di carattere fisico, sessuale, psicologico o economico, inclusi i casi di minacce di simili condotte, coercizione o privazione arbitraria della libertà, occorsi nella sfera pubblica o nella sfera privata.
Ne nel codice penale né la legge sul femminicidio contengono una definizione di VIOLENZA DI GENERE. Pur non essendoci nessuna definizione del termine, nell’ambito della legge 145.10.2013 n. 119 vi è un chiaro riferimento ad uno dei requisiti che ne contraddistinguono il concetto ovvero “deve essere una violenza non occasionale, ovvero una interazione all’interno di un rapporto di tensione tra reo e vittima, caratterizzata dalla specificità ed univocità della sua direzionalità offensiva in danno di una determinata persona legata al suo aggressore da una relazione sentimentale.
LA NOZIONE DI VIOLENZA DI GENERE IN AMBITO EUROPEO ED INTERNAZIONALE
In campo internazionale l’allargamento della titolarità dei diritti alle donne è da porre in relazione con il fenomeno della moltiplicazione ed unversalizzazione dei diritti, riconosciuti nel corso degli anni con sistematicità ed in pari misura a tutti gli individui, senza distinzione di genere, in tutte le sfere della società come della famiglia, dal legislatore internazionale e dall’ONU in particolare.
La conferenza di Pechino 4-15 settembre del 1995, la quarta di una serie di conferenze mondiali sulle donne organizzate dalla Nazioni Unite ha ribadito “che i diritti delle donne sono diritti umani nel significato più pieno del termine e che la violenza di genere costituisce una violazione dei diritti fondamentali delle donne, affermando come valore universale il principio delle pari opportunità tra i generi e della non discriminazione delle donne in ogni settore della vita, pubblica e privata.
Ne consegue, per gli Stati, l’obbligo di garantire alle donne una vita libera da ogni forma di violenza, chiamato come OBBLIGO DELLE CINQUE P:
To promote: promuovere una cultura che non discrimini le donne
To prevent: adottare ogni misura idonea a prevenire la violenza maschile sulle donne
To protect: proteggere le donne che vogliono fuggire dalla violenza maschile
To punish:perseguire i crimini commessi nei confronti delle donne
To procure compensation: risarcire non solo economicamente le vittime di violenza sulle donne.
Nel quadro del diritto internazionale dei diritti umani, la definizione più diffusa di violenza contro le donne basata sul genere comprende ogni forma di violenza esercitata nei confronti delle donna “ perché donna”(fisica, psicologica, sessuale, economica, istituzionale, e qualsiasi altra forma di violenza che incida sulla dignità, integrità, e libertà delle donne) che può manifestarsi in diversi luoghi o tipi di relazioni, riconducibili alla dimensione privata come a quella pubblica.
IL CONCETTO DI “VIOLENZA DI GENERE”
La violenza di genere è un fenomeno non solo sociale ma anche culturale; ovvero una predisposizione specifica della donna a subire aggressioni e diventare soggetto passivo dei reati.
Nell’ambito delle violenza di genere, l’espressione “Violenza Domestica” che ha ricevuto un riconoscimento giuridico per effetto dell’art. 3 del decreto legge 93 del 2013 convertito in legge, che si differenzia in molteplici tipi ovvero sessuale, economica ecc, e che non colpisce solo le donne ma anche bambini, anziani e le persone rientranti nella fascia debole, designa la violenza nella sfera familiare, affettiva; può trasformarsi da fenomeno di normale conflittualità di coppia in fenomeni penalmente rilevanti come i maltrattamenti fisici e psicologici agli abusi sessuali.
Esso si caratterizza per l’esistenza di una relazione familiare o affettiva tra l’autore del reato ed il soggetto passivo.
La violenza domestica comprende in se anche “la violenza economica” che consiste nel rendere la donna economicamente dipendente dal coniuge o exconiuge o dal partner o ex partner e che racchiude in sé ogni forma di privazione e controllo che limiti la sua indipendenza economica.
La legge 119 del 15.10.2013 riconosce inoltre giuridicamente la “Violenza assistita” intesa come violenza sui minori costretti ad assistere ad episodi di violenza in danno di figure familiari di riferimento (genitori, fratelli o sorelle) e soprattutto quelli in cui la vittima è la madre. La convenzione di Istanbul ha riconosciuto quale nuova circostanza aggravante per determinate tipologie di reati se il fatto è commesso in presenza di un minore degli anni 18. ( articolo 61, n. 11-quinquies c.p.)
La violenza maschile sulle donne per motivi di genere (violenza di genere).
La parola femminicidio è composta da due parti “femmina” e “uccisione” e viene introdotta dalla letteratura criminologa e sociologica femminista sudamericana per dare “un nome ad un fenomeno” e un “fondamento ad un problema difficile da inquadrare “ ovvero la violenza estrema esercitata sistematicamente dall’uomo sulla donna per il fatto di essere donna – cioè in ragione della sua appartenenza al genere femminile, per motivi di odio, gelosia, sadismo, disprezzo, passionali, o per un senso di possesso o di superiorità e di dominio sulla donna”.
La parola femminicidio è differente dalla parola FEMICIDIO: quest’ultima limitata alla sola condotta di omicidio mentre la prima comprensiva delle condotte violente non incluse in quella di omicidio.
Il termine femminicidio, inteso come omicidio di donne perché DONNE, è entrato in uso dal lavoro della criminologa psicologa statunitense Diana Russel e dall’Antropologa messicana Marcella Lagard. Ciò prima in termini politici come lotta politica contro l’uccisione delle donne e poi come concetto giudirico.
Il termine femminicidio è legato ad un periodo storico. La dottoressa Lagard lo utilizzò per ricordare un caso eclatante di violazione dei diritti umani delle donne ovvero la strage Ciudad Juarez, una città ai confini tra il Messico e gli Stati Uniti, dove numerosissime donne che lavoravano in stabilimenti di assemblaggio di materie prime, furono uccise.
Questa vicenda fu portata all’attenzione di tutti sia in termini politici che giuridici internazionali per indicare il problema della violenza maschile contro le donne, come forma di controllo sulle donne e riguarda non solo l’omicidio ma tutte le forme di discriminazione e violenza nei loro confronti.
Gli organismi internazionali di difesa dei diritti umani delle donne intendono il termine femminicidio come tutte quelle forme di violenza sulle donne ossia sociali, economiche ed istituzionali volte all’annientamento delle donne fisicamente e psicologicamente.
In Italia la parola Femminicidio iniziò a diffondersi solo nel 2008 ad opera della scrittrice Barbara Spinelli nel libro FEMMINICIDIO. DALLA DENUNCIA SOCIALE AL RICONOSCIMENTO GIURIDICO INTERNAZIONALE nell’ambito di una campagna volta alla sensibilizzazione, per contrastare le discriminazioni di genere e la violenza contro le donne.
La parola femminicidio però è ancora estranea alle fonti europee e alle stesse fonti internazionali; tuttavia la parola femminicidio, inteso quale omicidio di donna basato sul genere viene citato dalla CORTE INTERAMERICANA per i diritti umani nella storica sentenza di CAMPO ALGODONERO 10.12.2009 con la quale per la prima volta nella storia del diritto internazionale umanitario, uno Stato è stato dichiarato responsabile per non aver esercitato la dovuta diligenza per l’eliminazione di ogni forma di violenza nei confronti delle donne.
Nell’ambito ovvero nel campo criminologo significa ogni forma di violenza e discriminazione dell’uomo sulla donna perché DONNA. E’ la volontà di dominarla, possederla, di controllo sulla sua vita tanto da annientarla con sofferenze psicologiche e fisiche.
La legge n. 119 del 15.10.2013, in alternativa alle misure penali prevede dei piani di assistenza organizzati dai servizi socio-assistenziali del territorio ed elaborati dal Ministero per le Pari Opportunità,al fine di favorire il recupero psico-sociale dei soggetti responsabili di atti di violenza nelle relazioni affettive e di limitare i casi di recidiva.
LA POSIZIONE DELLA DONNA NEL CODICE PENALE ROCCO
Inizialmente le norme del codice penale Rocco si sono ispirate al concetto di famiglia che vedeva e riconosceva una disuguaglianza tra uomo e donna, una supremazia dell’uomo, la subordinazione della donna e la famiglia riconosciuta come luogo di potere dell’uomo.
Questi elementi, che all’epoca erano ritenuti rilevanti per l’attenuazione delle pena in quanto “espressione dell’esercizio di un potere dell’uomo sulla donna” oggi sono considerate delle aggravanti ( esempio il rapporto di coniugio come aggravante del delitto di violenza sessuale art. 609 ter, comma 1, n. 5 –quater,c.p. introdotto dalla legge 119 del 2013.
Il codice Rocco, in vigore fino a qualche decennio fa, legittimava con le sue norme un sistema sociale discriminatorio nei confronti delle donne, confermando la disuguaglianza e non era tollerato il concetto di autonomia femminile. Era riconosciuto il controllo patriarcale sulla sessualità femminile.
Un esempio della posizione di autorità del marito nella famiglia, ovvero la sua autorità maritale e di esercente la patria potestà ( ora divenuta potestà genitoriale a seguito della riforma del diritto di famiglia 19 maggio 1975 n. 151 con l’uguaglianza tra i coniugi) la norma 559 del c.p. che prevedeva la punizione del solo adulterio da parte della moglie e quella dell’art. 560 c.p. che puniva il concubino del marito solo se teneva la concubina nella casa coniugale o notoriamente altrove. Queste norme sono state dichiarate illegittime dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 147 del 03.12.1969.
La norma sul cosiddetto “MATRIMONIO RIPARTORE EX ART. 544 C.P. ) che stabiliva l’estinzione dei reati di cui agli artt. 519, 526 e 530 (violenza carnale, atti di libidine violenti, ratto a fine di libidine, seduzione con promessa di matrimonio commesso da persona coniugata e corruzione dei minori) posti in essere nei confronti di una donna, nel caso che lo stupratore accondiscendesse a sposarla, salvando l’onore suo e quello familiare, riconosciuto come un valore socialmente rilevante.
L’articolo 587 c.p. ovvero la norma sull’omicidio a causa d’onore, articolo abrogato dall’art. 1 della legge 5 agosto 1981 n. 442, ipotizzando che il corpo della donna fosse di proprietà di un uomo, fosse questo il fratello, il marito o il padre, considerava meno grave il delitto di omicidio e sanzionava con pene meno gravi l’uccisione della moglie della figlia o della sorella che avesse tradito la FEDELTA’ CONIUGALE se il reato era commesso in stato d’ira, sempre invocato, determinato dall’offesa arrecata all’onore proprio e della famiglia.
IL FEMMINICIDIO COME DELITTO DI OMICIDIO (FEMICIDIO) E COME FENOMENO SOCIALE (FEMMINICIDIO).
Da una parte Il femminicidio è inteso come la totalità degli atti di violenza maschile sulle donne: cioè ogni forma di discriminazione e violenza che le donne subiscono in quanto appartenenti al genere femminile. In sintesi un insieme di pratiche violente,fisiche o morali, esercitate sistematicamente sulle donne da persone che hanno una stretta relazione affettiva con la vittima e motivate ovvero giustificate da ragioni legate ad una concezione distorta ed arcaica dei rapporti di coppia.
Dall’altra parte la parola femminicidio è inteso come L’uccisione di una donna con un movente di genere, originariamente chiamata FEMICIDIO
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