Source: https://www.valigiablu.it/doc/768/le-agenzie-ai-tempi-di-twitter-reutersitalia-vs-fgoria-cosa-dice-la-legge.htm
Timestamp: 2019-01-23 10:36:23+00:00
Document Index: 83161620

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 80', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 6']

Le agenzie ai tempi di twitter: @Reuters_Italia vs @fgoria. Cosa dice la legge – Valigia Blu
23 Febbraio 2012 3 Maggio 2017
Le agenzie ai tempi di twitter: @Reuters_Italia vs @fgoria. Cosa dice la legge
La recentissima querelle tra l'agenzia Reuters ed il giornalista finanziario Goria ha innescato un dibattito in rete riguardo la liceità della diffusione di notizie tramite tweet. Il dibattito si è svolto tramite varie declinazioni, ma appare comunque stranamente incentrato sulla presunta violazione del diritto d'autore.
La vicenda è semplice: il giornalista finanziario viene accusato dalla Reuters di pubblicare illecitamente, tramite il suo account Twitter, i lanci dell'agenzia riservati ai clienti paganti. Goria, che ha al suo attivo circa 15mila follower, incorpora nei suoi messaggi il lancio di agenzia inserendo il link all'articolo o citando la fonte. Egli, inoltre, prende le notizie da un account basic, per i quali non vi è alcuna anticipazione, anzi le notizie vengono pubblicate contestualmente alla diffusione sul sito, per cui il reporter si difende dalle accuse sostenendo di non "rubare", prima perché non anticipa nulla, e poi perché cita la fonte (quindi ne farebbe anche pubblicità), e non fa altro che riproporre ai suoi follower contenuti già di dominio pubblico. (Qui lo storify di Gabriele Orsini)
Precisiamo fin da subito che la Reuters poi ha porto le sue scuse al giornalista, come da lui stesso twittato, ma questo non ha placato il dibattito "legale" in rete.
Sgombriamo il campo da qualche equivoco, non si tratta di retweet che sono assolutamente leciti in quanto l'utente (anche azienda) che si iscrive al noto social, accetta espressamente tale forma di diffusione dei contenuti immessi. Si tratta di messaggi presi dall'abbonamento Reuters, inseriti su Twitter spesso per la prima volta.
A tal proposito si è subito adombrata l'applicazione dell'articolo 101 della legge 633 del 1941 (legge sul diritto d'autore), che vieta la diffusione di lanci di agenzia, senza autorizzazione, prima che siano trascorse 16 ore dalla diramazione del bollettino, ed anche la diffusione sistematica di notizie a fine di lucro.
In realtà nel caso specifico, data la limitazione di caratteri prevista da Twitter, non si ha una divulgazione completa della notizia o del lancio di agenzia, quanto piuttosto viene diffuso il titolo oppure una breve descrizione dell'articolo.
Si potrebbe dire che siamo in presenza di una sorta di rassegna stampa, laddove il termine deve essere inteso, secondo la Convenzione di Berna, come un insieme di citazioni di articoli di giornali e riviste periodiche, a condizione che dette citazioni siano fatte conformemente ai buoni usi e nella misura giustificata allo scopo. È evidente che la sola rassegna stampa cosiddetta"parassitaria", cioè la riproduzione integrale degli articoli, deve ritenersi illecita, mentre l'elencazione o citazione di articoli (abstracts) con un denominatore comune è lecita in quanto non configura alcuna concorrenza sleale, poiché la testata citata non ne risulta danneggiata, ma anzi usufruisce di una forma di pubblicità.
In questo caso, però, non si tratta di una vera elencazione di articoli, quanto piuttosto di una serie di messaggi (tweet) più o meno lontani nel tempo.
Ciò che probabilmente chiede la Reuters appare non tanto una rivendicazione di un diritto autoriale, quanto piuttosto una tutela contro forme di eventuale concorrenza sleale. Probabilmente pretende che la citazione avvenga non tanto ai flash d'agenzia quanto al sito ufficiale, dove del resto le notizie apparivano in contemporanea con l'account basic. In tal modo sicuramente non c'è alcun problema di citazione.
Non si tratta, quindi, di stabilire quanto la notizia in sé diventa di pubblico dominio, e quindi è citabile (o twittabile se preferite), perché sulla notizia in sé non esiste né può esistere mai alcun diritto autoriale (il diritto sorge casomai sulla forma con la quale la notizia viene diffusa), e non sembra che la Reuters abbia intenzione di limitare alcuna forma di citazione o comunque uso degli hyperlink online.
Il punto nodale è che con l'attività del giornalista finanziario gli utenti di Twitter avrebbero avuto accesso ai contenuti dell'abbonamento Reuters, in modo gratuito, per cui, sempre a detta di Reuters, si poteva innescare una forma di concorrenza sleale.
Stranamente, quindi, la twittersfera si è scatenata impropriamente sulla violazione del diritto d'autore.
Come abbiamo precisato, si tratta di persona che esercita attività giornalistica professionale, e la sua posizione non è in alcun modo paragonabile con le usuali attività svolte da un internauta, cioè linkare, twittare e condividere. Il paragone non regge come non hanno senso le dichiarazioni degli internauti che, indispettiti dalla vicenda, sostengono di ritwittare “BBC, CNN e Ansa”, e di rilanciare “agenzie e tutto il resto”, ma “se lo fa un giornalista affidabile e stimato la cosa darebbe fastidio a qualcuno”.
In effetti il punto è proprio quest'ultimo, il fatto che a farlo sia non un utente qualunque ma un soggetto che svolge la sua attività forse in concorrenza.
Ovviamente, sia chiaro che queste considerazione non sono rivolte al caso singolo, per il quale non siamo assolutamente competenti ad entrare nel merito, ma sono valutazioni generali per inquadrare il problema.
Il presupposto della configurabilità di un atto di concorrenza sleale è la sussistenza di una situazione di concorrenzialità, e la conseguente idoneità della condotta di uno dei concorrenti di arrecare pregiudizio all’altro, pur in assenza di un danno attuale. Secondo la Cassazione è sufficiente il contemporaneo esercizio di una medesima attività in un ambito territoriale anche solo potenzialmente comune per integrare astrattamente tale situazione. Ovviamente in rete l'ambito territoriale è comune per definizione.
Secondo la giurisprudenza, quando la riproduzione di articoli avviene nell'ambito dello stesso ramo di attività (giornalistica) si può sempre applicare la normativa sulla concorrenza sleale (artt. 2595 e ss. c.c.) in quanto non è concesso sfruttare l'attività altrui rendendo più agevole e proficua la propria (trib. Genova sentenza del 3 dicembre 1997). Per lo scopo di lucro, esso è stato ritenuto sussistente anche quando l'effetto dell'attività di riproduzione è solo la riduzione (sottrazione) del guadagno della testata giornalistica da dove vengono presi gli articoli. Il creare una rassegna di articoli che evita di andarseli a cercare sulla testata originale determina una riduzione delle possibilità di vendita della rivista, e la lesione può configurare un atto di concorrenza sleale, come ha sostenuto il tribunale di Milano (trib. Milano ordinanza 8 aprile 1997) giudicando il caso di una società che pubblicava in tempo reale, ossia contemporaneamente all’uscita di quotidiani e riviste, gli articoli e le informazioni che specificamente interessavano i suoi clienti. Infatti, l'estrema diffusibilità della rete consente generalmente di ritenere configurata la concorrenza e quindi un evento dannoso consistente nello sviamento di clientela (trib. Milano sentenza 8 febbraio 2002).
Le premesse giurisprudenziali che stanno alla base delle pronunce in materia sono che internet (e quindi Twitter) è un mezzo di riproduzione come gli altri, non differente.
Quindi, nel caso specifico quello che mancherebbe sarebbe la sistematicità della riproduzione dei contenuti e ci sarebbe da verificare se le parti possono ritenersi davvero in concorrenza tra di loro, alla luce di quanto sopra precisato, considerando probabilmente irrilevante la differenza grandezza dei due contraddittori, ma valutando l'idoneità della condotta.
Appare di solare evidenza, però, che si tratta di ben altro argomento rispetto a quanto impropriamente discusso su Twitter, non stiamo parlando semplicemente di libertà di espressione o del sacrosanto diritto di manifestazione del pensiero, casomai esplicitato con un semplice tweet, quanto piuttosto ci troviamo nel campo dell'utilizzo commerciale o di lucro. Una cosa è difendere a spada tratta il diritto degli internauti di diffondere notizie, informazioni, opinioni e critiche, per partecipare al dibattito pubblico e democratico, per contribuire alla formazione delle pubbliche opinioni, o semplicemente per diletto; tutt'altra storia è se si tratta di realizzarci sopra una carriera od attività professionale.
Delle agenzie e di twitter - State of the Net
Le agenzie di stampa ai tempi di twitter - Il Post
Reuters contro @FGoria: chi rilancia le notizie (e cita la fonte) viola il diritto d'autore? - Panorama
Si può ritwittare una notizia? Il caso Reuters-Goria - Wired
Su twitter l'informazione deve restare libera - Linkiesta
Previous Previous post: Le ONG incentivano le partenze e i morti in mare, le migrazioni sono colpa della Francia: la disinformazione smontata punto per punto
Molti ricorderanno gli scenari apocalittici e la montagna di spam email utilissime che hanno invaso Internet intorno al 25 maggio scorso. Era il fatidico momento in cui il GDPR veniva finalmente applicato, dopo due anni di tempo per adeguarsi. Momento in cui la maggior parte delle compagnie si è reso conto dell'esistenza di questa cosa strana chiamata privacy, seppure fosse tra di noi almeno dal 1995. A spaventare di più le società operanti praticamente in ogni settore, erano le sanzioni previste: fino a 20 milioni di Euro o il 4% del fatturato mondiale annuo, se superiore. In poche parole, un sacco di soldi, come poche volte se ne vedono in sanzioni per i privati.
In ogni caso, dopo un mese circa in cui si aspettava l'apocalisse dietro l'angolo, il GDPR ha smesso di essere di moda e i libretti degli assegni sono stati accuratamente riposti del cassetto perché insomma, tutti erano sopravvissuti quasi indenni alla fine. Ovviamente, così non è. Il 21 gennaio 2019 infatti, il CNIL (Commission Nationale Informatique & Libertés - l'autorità garante dei dati personali francese), ha pubblicato un provvedimento contro Google LLC contestando la non adeguatezza delle sue pratiche con il Regolamento e staccando una multa da ben 50 milioni di Euro. Una decisione che ha decisamente sorpreso i più, rappresentato una doccia fredda per chi si era rilassato dopo lo scorso maggio, ma comunque un'azione aspettata da chi ha seguito più da vicino i lavori del CNIL negli ultimi mesi.
Il reclamo delle associazioni
Le indagini nell'operato di Google nascono dalle denunce presentate pochi giorni dopo il fatidico 25 maggio 2018 da due associazioni, NOYB, fondata da Max Schrems, attivista già noto per aver collezionato sentenze della Corte di Giustizia Europea fondamentali per la difesa della privacy e la ONG francese La Quadrature du Net, da molto tempo attiva per la difesa dei diritti online. Tra le novità del GDPR infatti, c'è la possibilità per le associazioni non governative di rappresentare gli interessati nella tutela dei propri diritti (art. 80). Gli esposti – presentati tra l'altro anche contro Facebook, Instagram e Whatsapp davanti a vari garanti europei – lamentavano in particolare le modalità aggressive e poco trasparenti con cui Google gestisce i dati personali dei propri utenti, anche ma non limitatamente in relazione alla creazione e utilizzo degli account per gli smartphone Android.
Le denunce hanno quindi spinto il CNIL a effettuare indagini online a partire dallo scorso settembre, mettendo alla prova il percorso di registrazione di un account Google e il set up di un nuovo dispositivo; hanno seguito il deposito di rito delle memorie e contro memorie degli interessati in novembre e dicembre, fino ad arrivare alla pubblicazione della decisione il 21 gennaio. Per gli addetti ai lavori, il garante francese tocca anche un importante punto procedurale sulla competenza dell'autorità locale e più specificatamente sul meccanismo del one-stop-shop, dove una società operante su più paesi europei sceglie per sé il garante a cui fare riferimento. Spoiler: non è così semplice e l'ultima parola l'hanno sempre le autorità.
Cosa non va con Google
Cercando di rendere interessante e non noiosa una sentenza a tema privacy, sono due le contestazioni principali che il CNIL muove contro Google. La prima, la mancanza di trasparenza e di completezza delle informazioni fornite agli utenti (artt. 12 e 13) e successivamente la mancanza di una valida base di liceità del trattamento (art. 6). Questi sono due principi cardine del GDPR, tanto che per la loro violazione è previsto lo scaglione più alto delle sanzioni.
Partendo dal primo punto, il Regolamento (e le indicazioni integrative delle varie istituzioni europee) stabiliscono un set di informazioni che il titolare del trattamento dei dati personali deve dare agli interessati prima di raccogliere i dati stessi. Questi dettagli devono essere comunicati in modo accessibile e chiaro; più filosoficamente, l'attuale legislazione si basa sul principio di "Privacy Self-Management", ossia della capacità dell'interessato di prendere una decisione in merito alla condivisione dei propri dati personali, quando correttamente informato sulle conseguenze di questa azione. Principio in parte contestato dal suo stesso autore, Solove, ma generalmente ancora accettato. Le lamentele del CNIL si indirizzano al processo che Google ha disegnato per la creazione di un nuovo account che in pratica seppellisce le informazioni necessarie sotto svariati link e documenti, di fatto inaccessibili all'utente medio.
Il GDPR prevede all'articolo 12 infatti che l'informativa sia data all'interessato in "forma concisa, trasparente, intelligibile e facilmente accessibile, con un linguaggio semplice e chiaro". Il garante invece porta degli esempi in cui, per raggiungere l'informazione cercata, il nuovo utente deve seguire una caccia al tesoro tra le policy proposte dall'azienda americana. Per esempio, per scoprire quali dati personali vengono usati per la personalizzazione degli annunci pubblicitari (e il fatto stesso che ciò avvenga), sono necessarie 5 azioni (tra click e apertura di documenti); per scoprire di più sulla geolocalizzazione, 6 azioni; per scoprire il tempo di conservazione dei dati, 4 azioni. Conclude il CNIL sul punto
"la moltiplicazione delle azioni necessarie, in combinazione con la scelta di titoli non escpliciti, non soddisfa affatto l'esigenza di trasparenza e accessibilità dell'informaizone"
Proseguendo nell'analisi, il garante riporta la grave mancanza – o eccessivia generalità – delle indicazioni che devono essere fornite a norma dell'articolo 13. Le descrizioni delle finalità del trattamento sono "vaghe e generiche", e non permettono all'utente di apprezzarne la sua estensione, la descrizione dei dati raccolti è imprecisa e incompleta, la base giuridica di liceità del trattamento è altrettanto vaga e confusa. Inoltre, molto spesso queste (insufficienti) informazioni sono fornite da Google tramite l'apposita Dashboard sulla Privacy, che è però disponibile solo successivamente alla registrazione. Al contrario, tutto deve essere comunicato all'utente prima di cominciare a raccogliere dati, altrimenti come si può prendere una decisione?
Sul secondo punto, ossia la mancanza di una valida base di liceità del trattamento (art. 6) per il trattamendo dei dati personali ai fini pubblicitari, il CNIL indica che il consenso ottenuto dagli utenti non è valido per due motivi. Per prima cosa, è dato da interessati non correttamente informati: di nuovo, le informazioni riguardo questa finalità sono "diluite in vari documenti e non permettono all'utente di rendersi conto della vastità". Per esempio, è impossibile rendersi conto di quanti servizi sono coinvolti (Google search, You tube, Google home, Google maps, Playstore, Google pictures…) e della quantità di dati processati. Il secondo motivo di invalidità è rappresentato dal fatto che il consenso non è specifico e non ambiguo. In parole povere, il CNIL contesta l'utilizzo di un solo bottone "Accetto" con cui l'utente dà l'ok a una serie disparata di attività massicce e intrusive, potendo solo successivamente scegliere di escluderne alcune (meccanismo opt-out). Su questi punti, il garante non fa altro che applicare le innumerevoli linee guida e indicazioni fornite da due anni a questa parte dalle istituzioni europee.
dal provvedimento del CNIL
Cosa rappresenta questa multa
Per prima cosa, che il GDPR è più vivo che mai; ma anche che le sanzioni sono reali le autorità non hanno paura di usarle. In questo caso infatti, la multa non è simbolica ma è stata data tenendo conto del più alto scaglione, ossia del 4% del fatturato mondiale annuo - facendo i conti (con 96 miliardi di fatturato nel 2017), sarebbero comunque potuti arrivare ad una cifra sull'ordine dei miliardi. Chi si aspettava un trattamento più di favore, specie nel primo anno di applicazione, ne rimarrà deluso.
Il provvedimento ci dà anche altre indicazioni di carattere generale, sopratutto se analizzato insieme agli ultimi provvedimenti del CNIL. Negli scorsi mesi, sono stati presi nel mirino dell'autorità svariate compagnie che gestiscono pubblicità (più o meno targetizzate) online come Vectaury, Fidzup, Teemo e Singlespot, lamentando una generica violazione dell'obbligazione di trasparenza e della raccolta invalida del consenso. Insomma, il settore dell'ad tech è strettamente monitorato ed è l'obiettivo principale delle prime serie investigazioni dei garanti (sopratutto del CNIL, che si sta posizionando cone nuovo capofila europeo dopo "l'abbandono" dell'ICO a causa di Brexit). Questo dovrebbe essere anche un segnale per tutti quelli che si affidano massicciamente a questi fornitori per il sostentamento economico (ehm ehm).
Ovviamente è sciocco non aspettarsi un appello e altri gradi di giudizio su questo provvedimento, che però nel frattempo ha dato moltissime risposte e indicazioni su come le correnti pratiche di mercato verranno giudicate dalle autorità di controllo. Inoltre, Google è solo il primo – e, probabilmente, il più "a norma" – dei bersagli indicati dalle associazioni nei loro esposti: possiamo aspettarci giudizi molto più severi sul gruppo Facebook - Instagram - Whatsapp, che notoriamente non ha dato del suo meglio per essere a norma con il GDPR.
Author Tommaso TaniCategories PostTags gdpr, Google, privacyLeave a comment
di Andrea Zitelli e Angelo Romano
Aumentano i naufragi e tornano i morti nel mar Mediterraneo perché gli scafisti sono incentivati dalla presenza delle navi delle ONG a trafficare esseri umani su gommoni di fortuna. Commentando la notizia della morte di migranti, naufragati al largo delle coste libiche tra venerdì e sabato scorso, il ministro dell’Interno Matteo Salvini non ha esitato a individuare nel cosiddetto “pull factor” (ndr, fattore di attrazione) la causa del nuovo naufragio tra l’Africa e l’Italia.
Il gommone era stato avvistato venerdì sera al largo di Tripoli. La ONG Sea Watch aveva subito contattato le autorità italiane, offrendosi di aiutare i soccorsi, subito dopo aver avvistato venerdì scorso il gommone al largo di Tripoli ma la Guardia Costiera italiana aveva poi girato l’offerta alla Libia, «quale autorità coordinatrice dell’evento (...) come previsto dalla normativa internazionale sul Sar», dopo aver verificato che «la Guardia Costiera libica fosse a conoscenza dell’evento in corso all’interno della sua area di responsabilità, assicurando la massima collaborazione», ricostruisce il Corriere della Sera. Nella notte, poi, un elicottero della Marina Militare italiana è riuscito a salvare tre naufraghi mentre “una nave mercantile dirottata dai libici, giunta in zona, non ha trovato alcuna traccia dell’imbarcazione”.
Per Salvini, il naufragio è l’ennesima prova che «se riapri i porti, se permetti che tutti vaghino per il Mediterraneo, ritornano i morti» e che a favorire le partenze sarebbe la presenza delle ONG. «Tornano i naufragi nel mar Mediterraneo, ripartono i barconi, si tornano a contare i morti. Sarà una coincidenza che da tre giorni c’è una nave di una ONG, proprietà olandese equipaggio tedesco, che gira davanti alle coste della Libia ed è un caso che gli scafisti tornano a far partire barchini, barconi e gommoni mezzi sgonfi che poi affondano e poi si contano i morti e i feriti? Se lo scafista sa che se mette in mare questi disperati c’è la possibilità che qualcuno possa tornare a fargli guadagnare quattrini, torna a farlo. Più ne partono più ne muoiono», ha affermato il ministro dell’Interno in un video pubblicato sul suo profilo Facebook.
Salvini ha poi spiegato che rispetto allo scorso anno, quando c’era un altro Governo, si è registrato un calo degli arrivi del 94%, che si traduce in meno problemi per l’Italia e meno morti.
Ma le cose stanno realmente così? Le ONG (attualmente nel Mar mediterraneo è presente solo Sea Watch) sono un fattore di attrazione? Esiste un rapporto tra la loro presenza e l'aumento di morti in mare?
Pull factor (cioè un “fattore di attrazione”)
Come avevamo riportato in un precedente articolo, negli anni esperti e studi hanno mostrato che non esiste un rapporto di cause ed effetto tra presenza di navi di ricerca e soccorso in mare e partenze di migranti dalla Libia. Una mancata correlazione che Matteo Villa, ricercatore dell'ISPI (cioè l'Istituto per gli studi di politica internazionale), ha ribadito pochi giorni fa.
⛔️ Aggiornamento: ONG E PARTENZE DALLA LIBIA ("PULL FACTOR").
Qui sotto i risultati, con stime che partono dal 2014 e arrivano a ottobre 2018.
Linea leggermente positiva, ma del tutto non significativa. pic.twitter.com/JxsJhPfWBm
— Matteo Villa (@emmevilla) 20 gennaio 2019
Alla stessa conclusione Villa era arrivato nel maggio scorso all'interno di un fact-checking su diverse questioni legate ai flussi migratori, in cui si legge che "a determinare il numero di partenze tra il 2015 e oggi sembrano essere stati dunque altri fattori, tra cui per esempio le attività dei trafficanti sulla costa e la 'domanda' di servizi di trasporto da parte dei migranti nelle diverse località libiche".
Su Twitter, Villa ha inoltre chiarito dubbi e risposte a domande sul metodo utilizzato nella sua analisi:
Ciao Riccardo, è una domanda molto intelligente, invece.
Qui un modello più complesso, che include anche:
(1) stagionalità (proxy per condizioni in mare);
(2) il cambiamento di "policy" in Libia da luglio 2017.
L'effetto delle Ong? Non significativo.https://t.co/1ZYn15F5Mb
Sempre su Twitter è nato un confronto sul fatto che in mancanza di una correlazione o di causalità, non si possono falsificare teorie come quella del push factor, ad esempio.
apprezzo lo sforzo di portare evidenza. ma con 26 osservazioni e senza un research design impossibile fare statements causali o falsificare teorie e ipotesi. battaglia è politica, culturale e di civiltà anche se fosse vera l'idea che ngo sono pull factors
— Francesco Drago (@francedrago) 20 gennaio 2019
Ciao Matteo, non sono d'accordo. assenza di correlazione non rappresenta alcun punto di partenza se vuoi falsificare statements causali. la correlazione potrebbe anche essere significativa e di segno opposto rispetto ad effetto causale sottostante
Il ricercatore dell’ISPI aggiunge inoltre che l’onere della prova spetta comunque a chi sostiene una tesi e che spiegare che al momento non esiste una correlazione ha comunque un valore nel discorso
"è difficile confutare ipotesi che sostengono effetti causali"
Ribadisco: l'onere della prova è ribaltato, altrettanto l'onere del meccanismo. Se qualcuno dice: "le Ong fanno pull factor", puntare ad assenza di correlazione (multivariata, con modello plausibile) ha un valore.
La tesi di un "pull factor" delle ricerche e soccorso era stata sollevata nel rapporto Risk Analysis 2017 di Frontex (cioè l'Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) in cui si leggeva che tra le “conseguenze involontarie” delle operazioni in prossimità delle coste della Libia c'è quella di “agire da pull factor, aggravando le difficoltà legate al controllo delle frontiere e al salvataggio in mare”. Su questa possibilità, diverse autorità internazionali e nazionali avevano però espresso un parere negativo, come avevamo ricostruito in questo approfondimento di maggio 2017:
"Per Federico Soda, Direttore dell’Ufficio di Coordinamento per il Mediterraneo dell'OIM, non solo «la presenza di navi nel Mediterraneo non rappresenta un fattore di attrazione», ma «parlare di pull factor è fuorviante», perché i migranti sono spinti da tanti altri fattori «tra cui il principale è il deterioramento delle condizioni di vita in Libia, e sono sempre di più le persone che scappano in quanto vittime di violenze e abusi».
In audizione al Comitato Schengen della Camera dei deputati (...), il contrammiraglio Nicola Carlone, capo del reparto Operazioni della Guardia Costiera, ha espressamente precisato che la presenza delle ONG «non comporta quello che viene detto fattore di attrazione» e «non dà impulso alle partenze», poiché si tratta di un fenomeno «governato esclusivamente a terra, secondo modalità decise dalle organizzazioni criminali».
Ugualmente, in Commissione Difesa al Senato il comandante generale del Corpo delle Capitanerie di porto, Vincenzo Melone, ha spiegato che l'area di ricerca e soccorso «non è la causa di questo evento epocale, né può essere la soluzione, che deve essere politica. La gestione dei soccorsi in mare è sintomo di una malattia che nasce e si sviluppa altrove, sulla terraferma, ed è li che bisogna intervenire».
Sempre a Palazzo Madama, (...) l'ammiraglio Enrico Credendino, comandante di EunavforMed – operazione Sophia, ha precisato che più che di pull factor bisognerebbe parlare di push factor, cioè di quei fattori che spingono i migranti a partire: «Ho incontrato cinque ambasciatori del Sahel a New York, ai quali ho detto che noi probabilmente come Unione europea non spieghiamo ai loro cittadini i rischi dei viaggi nel Mediterraneo. Tutti e cinque mi hanno risposto che mi sbagliavo, e che chi parte sa esattamente quello a cui va incontro: sa che molti moriranno nel deserto, che le donne verranno abusate durante il viaggio, che le famiglie saranno distrutte. Ciononostante scelgono di partire e accettano i rischi piuttosto che restare a casa loro». Credendino ha poi ricordato che anche Mare Nostrum era stata accusata di essere fattore d'attrazione, ma «quando è terminata e quattro mesi dopo è iniziata Mare Sicuro non c'è stato un decremento delle partenze, anzi. Il che vuol dire che questo collegamento tra fattore attrazione e navi in mare non è così immediato»".
ONG e morti in mare
Altra questione è quella della presenza ONG in mare e l’aumento dei morti in mare. Anche in questo caso, il ricercatore dell’ISPI ha mostrato che non esiste una correlazione:
⛔️ Aggiornamento: ONG E MORTI IN MARE.
Relazione piatta, del tutto non significativa. pic.twitter.com/mj9qx9V9Rj
Gli sbarchi in Italia sono calati dell’80% tra il 2018 e il 2017. Un diminuzione iniziata a partire da luglio di due anni fa – grazie principalmente all'accordo raggiunto a febbraio in Libia con le milizie locali dall’allora ministro dell’Interno Marco Minniti durante il governo Gentiloni e il sostegno alla cosiddetta “guardia costiera libica” – e poi proseguita durante il governo Conte. Inoltre, secondo le fonti ufficiali, in termini assoluti nel 2017 lunga la rotta del Mediterraneo centrale sono morti o dispersi 2872 persone, mentre lo scorso anno 1311. Ad aumentare, invece, è stato il tasso di mortalità di chi ha tentato la traversata. Lo scorso settembre l’UNHCR denunciava che “tra gennaio e luglio 2018, nel Mediterraneo centrale abbia perso la vita o risulti dispersa una persona su 18, in confronto a una su 42 nello stesso periodo del 2017”.
Durante le discussione sui social a commento della notizia dell’ultimo naufragio, Carlotta Sami, portavoce dell’UNHCR del Sud Europa, ha tenuto a precisare che l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati non gestisce centri per migranti in Libia.
— Carlotta Sami (@CarlottaSami) 20 gennaio 2019
Sami si riferisce alla struttura di transito e partenza situata a Tripoli – gestita dal Ministero degli Interni libico, dall’UNHCR e da LibAid, partner dell’UNHCR – utilizzata per trasferire persone vulnerabili dalla Libia in altri paesi. In una nota, l’UNHCR documenta ad esempio il trasferimento di “133 rifugiati dalla Libia al Niger (...). La maggior parte delle persone evacuate, tra le quali 81 donne e bambini, precedentemente si trovava in detenzione in Libia. Dopo aver ottenuto la loro liberazione da cinque centri di detenzione situati in diverse località della Libia, comprese Tripoli e alcune aree distanti anche 180 chilometri dalla capitale, i rifugiati sono stati ospitati presso la Struttura di transito e partenza fino alla conclusione degli accordi per la loro evacuazione. L’Alto commissarrio spiega così che la struttura “ha lo scopo di offrire ai rifugiati vulnerabili un luogo sicuro in cui stare mentre si cercano soluzioni più durature che possono includere il reinsediamento, il ricongiungimento familiare, il trasferimento in strutture di emergenza in altri paesi, il ritorno in un precedente paese d’asilo e il rimpatrio volontario”.
Ma qual è la situazione in Libia per i migranti? Matteo Salvini, durante un question time dello scorso giugno, aveva affermato che “secondo dati resi disponibili dal Ministero degli Affari esteri, sono attualmente presenti in Libia diciannove centri ufficiali per migranti gestiti dal Dipartimento per il controllo dell'immigrazione illegale” e che non era noto “ovviamente il numero dei centri non ufficiali, spesso e volentieri gestiti dagli stessi trafficanti di esseri umani, quindi al di fuori di ogni legge”. Salvini aggiungeva poi che “secondo l'UNHCR, che riferisce di aver accesso a tutti i centri ufficiali, nel 2018 sono state condotte” nei centri ufficiali “più di 660 visite di monitoraggio”.
Thousands of migrants remain held indefinitely and arbitrarily in #Libya without due process, access to judicial authorities or the opportunity to challenge the legality of their detention #StandUp4HumanRights #ForMigration #WithDignity
READ @UN report: https://t.co/IQJQJdFRiE pic.twitter.com/i5iUWN1kwC
— UNSMIL (@UNSMILibya) 21 dicembre 2018
Anche in base a questi monitoraggi in 11 centri di detenzione in Libia, dove migliaia di persone sono trattenute, in diversi casi con situazioni di sovraffollamento, a dicembre è stato pubblicato un rapporto da parte della Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (UNSMIL) e dall'Ufficio dei diritti umani delle Nazioni Unite, che copre un periodo di 20 mesi e arriva fino ad agosto 2018, che denuncia come in Libia migranti e rifugiati vengano sottoposti a "orrori inimmaginabili" e “violazioni e abusi” da parte di funzionari statali, gruppi armati, contrabbandieri e trafficanti di uomini: uccisioni, torture, detenzioni arbitrarie, stupri di gruppo, schiavitù, lavoro forzato ed estorsione. Nel documento si legge anche che “oltre agli abusi e alle violenze commesse contro le persone” detenute in questi campi, molti di queste “soffrono di malnutrizione, di infezioni della pelle, di diarrea acuta, con infezioni del tratto respiratorio e altri disturbi”, anche perché oltre mancano “cure mediche inadeguate”. Inoltre, i circa 29.000 migranti intercettati in mari dalla Guardia costiera libica e riportati in Libia, dall'inizio del 2017, sono stati trasferiti in centri di detenzione per l'immigrazione gestiti dal Dipartimento per la lotta alla migrazione illegale, “dove migliaia di persone sono detenute indefinitamente e arbitrariamente, senza processo o accesso a avvocati”.
Per tutti questi motivi il rapporto afferma che la Libia non può essere considerata un porto sicuro dove portare i migranti una volta intercettazione in mare, “dato il notevole rischio di essere oggetto di gravi violazioni dei diritti umani”. Questa descrizione di condizioni estreme nei campi di detenzione libici era stata riportata anche dall’OIM, cioè l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, questa estate.
Che la Libia non fosse un “porto sicuro” era stato chiarito anche dall’Unione europea lo scorso luglio e dal ministro degli Esteri italiano, Enzo Moavero Milanesi, a ottobre: "In senso stretto e giuridico la Libia non può essere considerata porto sicuro, e come tale infatti viene trattata dalle varie navi che effettuano dei salvataggi".
Le migrazioni dall'Africa sono causate dalle politiche neo-colonialiste francesi?
Le persone emigrerebbero dall’Africa verso l’Italia e l’Europa a causa delle politiche neocolonialiste esercitate dalla Francia nei confronti di 14 Stati africani costretti ad adottare il Franco della Comunità Finanziaria Africana (CFA) e a versare ogni anno una percentuale molto alta delle proprie riserve nelle casse del Tesoro francese. Per questo motivo, gli abitanti di questi paesi non riuscirebbero ad avere una propria indipendenza, sociale politica ed economica, e non avrebbero altra via che l’emigrazione, almeno stando alle recenti dichiarazioni del ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, e del rappresentante del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista.
Durante una visita ad Avezzano, domenica scorso Di Maio ha dichiarato che «se oggi noi abbiamo gente che parte dall’Africa è perché alcuni paesi europei, con in testa la Francia, non hanno mai smesso di colonizzare l’Africa. Ci sono decine di Stati africani in cui la Francia stampa una propria moneta, il “Franco delle Colonie”, e con quella moneta si finanzia il debito pubblico francese. Se la Francia non avesse le colonie – perché così vanno chiamate – africane, che sta impoverendo, sarebbe la quindicesima forza economica mondiale. Invece è tra le prime proprio per quello che sta combinando in Africa». Il ministro ha poi auspicato che l’Unione europea prenda in considerazione di «sanzionare tutti quei paesi, come la Francia, che stanno impoverendo gli Stati africani e stanno facendo partire quelle persone» e ha annunciato per le prossime settimane un’iniziativa parlamentare del Movimento 5 Stelle «per impegnare il governo italiano, le istituzioni europee e quelle diplomatiche sovranazionali nell’iniziare a sanzionare quei paesi che non de-colonizzano l’Africa».
In serata lo stesso discorso è stato intrapreso da Alessandro Di Battista durante un’intervista nel corso della trasmissione “Che tempo che fa” su Rai1. «Se non affrontiamo il tema della sovranità monetaria in Africa, qua non se ne esce più. Attualmente la Francia, vicino Lione, stampa la moneta utilizzata in 14 paesi africani, tutti i paesi africani diciamo della zona subsahariana, i quali non soltanto hanno una moneta stampata dalla Francia ma per mantenere il tasso fisso, prima con il Franco francese oggi con l’Euro, sono costretti a versare circa il 50% dei loro denari in un conto corrente gestito dal Tesoro francese, con il quale paga una cifra irrisoria del debito pubblico francese, pari circa allo 0,5% ma soprattutto la Francia attraverso questo controllo geopolitico di quell’area dove vivono 200 milioni di persone che utilizzano una banconota e monete stampate in Francia, gestisce la sovranità di questi paesi impedendo la loro legittima indipendenza, sovranità monetaria e fiscale, la possibilità di fare politiche espansive», ha affermato Di Battista che, poi, strappando in diretta un fac-simile di una banconota da 10 Franchi CFA, ha aggiunto: «Fino a quando non si strapperà una moneta che è una manetta nei confronti dei popoli africani, qui noi possiamo parlare di porti aperti e porti chiusi, ma continueranno a scappare le persone, a morire in mare, a trovarsi altre rotte, a provare a venire in Europa. Per me, e lo dico e l’ho detto anche al Movimento, oggi è necessario occuparsi delle cause, perché se ci si occupa esclusivamente degli effetti si è nemici dell’Africa. Questa è la mia opinione».
Le cose, però, non stanno come sostengono i due esponenti dei 5 Stelle. La questione del Franco CFA è complessa ed è molto discussa da economisti, studiosi e attivisti ma associare in un rapporto di causa/effetto l’adozione della moneta da 14 paesi africani alle condizioni economiche e sociali di un intero continente e all’emigrazione è semplicistico e forzato.
Come altri imperi coloniali (il Regno Unito con la Sterlina, il Portogallo con l’Escudo), anche la Francia aveva creato una zona in cui circolava una moneta comune (il Franco Francese Coloniale) per favorire l'integrazione economica tra le colonie sotto la sua amministrazione e controllare le loro risorse, strutture economiche e sistemi politici. Introdotto nel 1945 nelle colonie francesi dell’Africa occidentale, il Franco CFA è stato ridisegnato dopo l’indipendenza ed è utilizzato attualmente da 14 paesi dell’Africa occidentale e centrale: per gli 8 paesi che fanno parte dell’Unione economica e monetaria dell'Africa occidentale (UEMAO) - Benin, Burkina Faso, Costa d'Avorio, Guinea-Bissau, Mali, Niger, Senegal e Togo - è diventato il Franco della Comunità Finanziaria Africana; per i 6 membri della Comunità economica e monetaria dell'Africa centrale (CEMAC) - Camerun, Repubblica centrafricana, Repubblica del Congo, Gabon, Guinea equatoriale e Ciad - è il Franco per la Cooperazione Finanziaria dell'Africa centrale. Le due zone possiedono economie di dimensioni uguali (ciascuna rappresenta l'11% del PIL nell'Africa sub-sahariana). Le due valute, tuttavia, non sono convertibili tra di loro.
Il Franco CFA è gestito dalla Banca Centrale francese che garantisce un cambio fisso con l’Euro (1 Euro equivale 655,957 Franchi CFA) e la convertibilità illimitata dei Franchi CFA in Euro a patto che le due banche centrali - la Banca centrale degli Stati dell'Africa occidentale (BCEAO) e la Banca degli Stati dell'Africa centrale (BEAC) - depositino il 50% delle loro riserve in valuta estera in un "conto operativo" speciale del Tesoro francese.
Nonostante la sua longevità, il Franco CFA non gode di consenso unanime, spiega Ndongo Samba Sylla, ricercatore e programme manager della Rosa Luxemburg Foundation. Gli economisti e gli attivisti del cosiddetto Movimento Anti-CFA criticano l’utilizzo della moneta perché vincola gli Stati che l’hanno adottata al cambio fisso con l’Euro impedendo loro la svalutazione, riducendo le possibilità di indebitamento e investimenti pubblici e frenando l’industrializzazione e lo sviluppo delle economie locali. Per l'economista senegalese Demba Moussa Dembele, questi depositi "privano i paesi interessati della liquidità" e fanno perdere loro parte della loro "sovranità". Se il cambio fisso permette, da un lato, alle élite locali di acquistare beni di lusso europei, dall’altro rende difficili le esportazioni perché esportazioni diventano molto costose. Inoltre, da un punto di vista di governance politica, il CFA è uno strumento di controllo da parte della Francia, che manda un rappresentante con diritto di voto nel comitato di politica monetaria del CFA, mentre il presidente della Commissione WAEMU partecipa solo a titolo consultivo.
Gli studiosi a favore del Franco CFA, soprattutto francesi, sottolineano, invece, come il cambio fisso con l’Euro renda la moneta stabile ed, evitando oscillazioni monetarie e inflazioni improvvise, crei delle condizioni migliori per investimenti da parte di Francia e Unione europea. Come esempio, riporta BBC, viene portato quello della Guinea che, una volta uscita dall’unione monetaria del Franco CFA, ha dovuto affrontare grossi momenti di instabilità della propria valuta. È anche vero, però, scrive ancora Ndongo Samba Sylla, che nazioni come il Marocco, la Tunisia e l'Algeria, che si sono ritirati dalla zona del Franco e hanno coniato una propria moneta, sono economicamente più forti dei paesi che hanno adottato il Franco CFA.
Tuttavia, non è corretto dire, come sostiene Di Maio, che la Francia paga il suo debito pubblico con i fondi depositati presso la Banca centrale francese da parte degli abitanti dei 14 paesi africani che hanno adottato il Franco CFA. In tutto, ricostruisce Il Post, in Francia sono stati depositati circa 7mila miliardi di Franchi CFA (pari a poco più di 10 miliardi di Euro), che corrispondono allo 0,5% degli interessi sul debito pubblico francese, come sostenuto d’altronde anche da Di Battista durante l’intervista da Fabio Fazio su Rai 1.
Inoltre, spiega Les Décodeurs, sezione di fact-checking di Le Monde, non si può nemmeno dire che la Francia imponga ai 14 paesi di utilizzare il Franco CFA. Alcuni anni fa, un video che aveva superato su Facebook le 2 milioni di visualizzazioni e attribuito al canale televisivo Vox Africa, aveva segnalato l’esistenza di una “tassa coloniale” in Africa in riferimento alle riserve di valuta estera destinate dai 14 paesi in cui circola il Franco CFA al Tesoro francese. Probabilmente, prosegue Les Décodeurs, questo video aveva ripreso quanto scritto nel 2014 sul sito Silicon Africa da Mawuna Koutonin, autore anche di un forum sul Guardian nel 2015. Nell’articolo, Koutonin parlava prima di un “debito coloniale sui profitti della colonizzazione francese” e poi scriveva che “i paesi africani devono depositare le loro riserve monetarie nazionali presso la Banca centrale francese”. L’articolo di Koutonin era stato ripreso anche da molti blog o siti ritenuti inaffidabili da Les Décodeurs.
Presumibilmente dietro le informazioni errate poi circolate potrebbe esserci stata una sovrapposizione tra i termini “deposito” e “tassa”, ma spiegano i giornalisti francesi, l’esistenza di una tassa coloniale non è mai stata dimostrata e, se anche ci fosse, sarebbe vietata dal diritto internazionale che impedisce che uno Stato possa imporre tasse a un altro paese. Possono essere applicate delle sanzioni pecuniarie o possono essere congelati i fondi di uno Stato (ad esempio, la Francia, d’accordo con l’Unione europea o le Nazioni Unite lo fa con la Guinea-Bissau, spiega Le Monde) ma non si può parlare di tassa né tantomeno coloniale. I paesi interessati, spiegava poi l’ex ministro delle Finanze francese Michel Sapin, possono rinunciare al Franco CFA quando vogliono per organizzare una propria zona monetaria anche se, spiega ancora Ndongo Samba Sylla, l’uscita dalla zona del Franco nel breve termine è costosa, come mostra proprio il caso della Guinea.
Tuttavia, negli ultimi anni, la sua adozione è stata fortemente messa in discussione da diversi economisti e attivisti africani e c’è chi ha individuato un’alternativa nella valuta comune prevista per i membri della Comunità economica degli Stati dell'Africa occidentale (ECOWAS), la cui moneta dovrebbe entrare in circolazione nel 2020.
Non sembra esserci, infine, un rapporto di causa effetto tra l’adozione del Franco CFA e l’emigrazione, come sostenuto in questo caso sia da Di Maio che da Di Battista. Innanzitutto, analizzando i dati messi a disposizione da ministero dell’Interno ed Eurostat, è possibile osservare che solo una piccola parte delle persone giunte in Italia o che hanno fatto richiesta di asilo in Europa proviene dai 14 paesi che utilizzano il Franco CFA.
Di Maio e Di Battista danno la colpa alla Francia e al Franco CFA per i migranti.
Tralascio gli aspetti monetari, mi limito a segnalare le due principali nazionalità (dati Frontex) e monete di chi sbarca in Italia:
Tunisini: dinari
Eritrei: nacfa pic.twitter.com/rBv42a4DY4
— David Carretta (@davcarretta) 20 gennaio 2019
In base ai dati più recenti diffusi dal ministero dell’Interno, i migranti provenienti da questi paesi in Italia sono stati meno di 2mila, l’8,55% dei 23370 giunti da noi.
Sempre a proposito di Francia, CFA e migranti, ecco le nazionalità (e le monete) degli arrivi secondo il ministero degli Interni nel 2018:
Tunisia: dinaro
Eritrea: nacfa
Iraq: dinaro
Sudan: sterlina
Algeria: dinaro
Costa d’Avoria: CFA! pic.twitter.com/BVs2mbhNWd
Tra i paesi di provenienza più frequenti solo la Costa d’ Avorio ha adottato il Franco CFA.
Facciamo lo stesso gioco con le colonie: migranti arrivati nel 2018 in Italia e potenza coloniale.
Tunisia: Francia
Eritrea: Italia (ops)
Iraq: Regno Unito
Sudan: Uk
Pakistan: Uk
Nigeria: Uk
Algeria: Francia
Costa d’Avorio: Francia pic.twitter.com/nn6P85yIgP
Per quanto riguarda le domande di asilo nei paesi membri dell’Unione europea nel 2017 (anno al quale si riferiscono i dati più recenti raccolti da Eurostat), la maggior parte delle richieste sono arrivate da persone provenienti da Siria (102mila, pari al 15,8% del totale), Iraq (7%), Afganistan (7%), Nigeria (6%) e Pakistan 5%). Rispetto al 2016, c’è stato un calo dei siriani e un incremento delle domande presentate da nigeriani, bangladesi, eritrei, albanesi, guineiani e ivoriani. La Costa d’Avorio è l’unico dei 14 paesi dove circola il Franco CFA.
Inoltre, come si legge in un rapporto dell’Ispi sui percorsi di migrazione, fatta eccezione per gli emigranti del Senegal, le persone che partono dai 14 paesi che hanno adottato il Franco CFA restano nei paesi limitrofi o, in ogni caso, in Africa. I principali paesi dove ci si dirige principalmente sono Costa d’Avorio (che fa parte della zona Franco CFA), Nigeria e Sud Africa.
Le rotte migratorie dall'Africa – via Ispi
Le principali destinazioni dei migranti nel mondo – via Ispi
Di Maio e Di Battista, scrive ancora Il Post, sembrano aver fatto proprie le critiche provenienti soprattutto da ambienti “no euro”, che legano essenzialmente le cause delle migrazioni in Europa e in Italia all’adozione del Franco CFA nei 14 paesi dell’Africa centrale e occidentale. Ancora ieri il viceministro Di Maio, commentando la notizia della convocazione dell'ambasciatore italiano da parte del governo francese dopo le sue dichiarazioni ad Avezzano, ha ribadito che «la Francia, stampando una moneta per 14 Stati africani, impedisce il loro sviluppo e contribuisce a creare profughi che poi muoiono in mare o arrivano sulle nostre coste».
Immagine in anteprima via ansa.it
Author Valigia BluCategories PostTags Africa, Alessandro Di Battista, Francia, Franco CFA, Luigi Di Maio, Matteo Salvini, migranti, naufragi, Pull Factor, sea watchLeave a comment
13 Dicembre 2018 - Valigia Blu
Il presidente Macron ha condannato le violenze che hanno infiammato la Francia nell’ultimo mese e annunciato nuove misure nella speranza di calmare gli animi dei gilet gialli. Ma le nuove proposte non sembrano fermare le proteste che hanno radici molto profonde e diffuse nella società francese.
5 Dicembre 2018 - Valigia Blu
Un movimento nato attraverso i social, senza leader, né di destra né di sinistra che sta mettendo in ginocchio Macron, rifiuta compromessi e annuncia nuove proteste.
Previous Previous post: Valigia Blu: il successo del crowdfunding e il valore della community
Next Next post: Il GDPR è vivo e lotta insieme a noi: Google multata per 50 milioni di euro
Valigia Blu è nata quasi 10 anni fa sui social come gruppo di pressione per chiedere la rettifica al TG1 di una notizia falsa. Allora raccolsi circa 200mila firme in pochissime settimane che poi stampai e consegnai alla Rai, portandole a Roma in una valigia casualmente blu. Da lì il nome "Valigia Blu", che idealmente aveva raccolto e trasportato la voce dei cittadini. Lo spirito di quella iniziativa ha deciso sin dall'inizio quella che è oggi la caratteristica fondamentale di questo blog strano, anomalo e difficile da definire: la comunità al centro, i contenuti al servizio dei cittadini.
Da gruppo su Facebook, Valigia Blu si è trasformata in blog collettivo che ha il sito come contenitore e principalmente la pagina Facebook come "homepage", come casa comune, dove gli autori e i "lettori" si incontrano, confrontano, discutono. È stata una trasformazione avvenuta in maniera molto naturale e spontanea, seguendo la spinta di quello che succedeva nelle discussioni sui social.
Le stesse persone che oggi sono impegnate su Valigia Blu non si erano mai incontrate prima, si sono conosciute su Facebook e da lì è nato il primo nucleo operativo, che oggi vede almeno 10 persone tra giornalisti, scrittori, blogger, grafici e sistemisti lavorare insieme con un obiettivo comune: contribuire nel nostro piccolo in maniera costruttiva e propositiva all'ecosistema informativo, provando a creare senso dove c'è rumore. Valigia Blu è una forma di attivismo digitale, nasce dalla passione, dall'amore, dalla cura per le cose che facciamo.
Al centro di questa esperienza c'è sempre stata la community. È il cuore di questo progetto nato e cresciuto in modo spontaneo, senza alcuna strategia e pianificazione, men che meno di business.
Ieri si è concluso il crowdfunding per sostenere l'edizione 2019 di Valigia Blu. Una campagna strepitosa durata due mesi, l'obiettivo raggiunto e superato a 6 giorni dalla chiusura della raccolta con le ricompense (da oggi si potrà continuare a donare, ma non saranno più disponibili le ricompense), oltre 1600 donatori.
È stata ancora una volta (per il quarto anno di seguito) una esperienza stupenda: sottoporsi ogni volta al "giudizio" di chi ti segue, che valuterà il tuo lavoro e deciderà se vale la pena sostenerlo, non è facile. L'ansia, la paura di aver deluso le aspettative, di non esserne all'altezza è inevitabile. E poi c'è la bellissima risposta della community che non si limita al supporto economico: in questi 66 giorni siamo stati accompagnati e presi per mano da tantissime persone che sui social ci hanno sostenuto, hanno tifato per noi, hanno invitato altri a sostenerci, hanno condiviso i piccoli traguardi man mano che li raggiungevamo, chiamando a raccolta la loro rete di contatti. Il vero spettacolo è stata la nostra community. In tanti, quando abbiamo raggiunto l'obiettivo, sui social condividevano con noi la soddisfazione e la gioia di quel momento, fieri di essere tra quei 1600 donatori.
In tanti ci hanno anche trollato come da tradizione facendo donazioni con i centesimi, in campo anche i contro-troll che donavano per ristabilire puntualmente la cifra tonda. Alla fine hanno vinto i trolloni dei centesimi 
@valigiablu è un bellissimo esempio di giornalismo serio, basato su ricostruzioni accurate dei fatti e su un linguaggio libero da stereotipi e mai trascurato (cosa che apprezzo in particolare).
E in più fatto da chi sa cosa significa “digitale”.
Ottima notizia!  https://t.co/dnzQer0XWN
— Stefania Spina (@sspina) 15 gennaio 2019
Euiua 珞珞
Si ha proprio bisogno di leggere sano 
Complimenti  e buon lavoro https://t.co/66cBeE634k
— Rob Tak (@tak_rob) 16 gennaio 2019
Lieto di essere uno dei 1523, ma chi non l'avesse ancora fatto, può fare la propria parte anche adesso. https://t.co/NwLspgxhkF
— Roberto Licari (@buzz196907) 15 gennaio 2019
Buon lavoro a @valigiablu! Questa è una gran bella notizia per l'Italia, veramente! Felice di sostenervi. https://t.co/rbB9jW2ghT
— Fabio Iacoella (@fabioiaco) 15 gennaio 2019
Il successo di un crowdfunding così importante (e per il quarto anno di seguito, crescendo gradualmente) ci può dire una cosa: il modello di Valigia Blu, basato sostanzialmente su un lavoro continuo di cura della community, che rifiuta la pubblicità (un modello tossico per l'ecosistema che spinge a macinare quantità spesso a discapito della qualità e dell'approfondimento), che offre contenuti aperti a tutti (non ci sono paywall o abbonamenti), che si basa solo ed esclusivamente sul sostegno dei lettori, si sta consolidando anno dopo anno. Ed è un modello chiaramente non di sistema, la nostra è un piccola testimonianza (culturale) di quello che si potrebbe fare, di cosa potrebbe essere l'informazione intesa come servizio pubblico e non come business o forma di potere, vivendo i social come occasione per costruire comunità complesse e non come distribuzione, spam di link per generare traffico.
Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi e direttore del Dipartimento di Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali (DISCUI) dell'Università di Urbino, ha commentato su Facebook a caldo il successo del crowdfunding 2019:
"La riuscita della campagna di Valigia Blu non è da sottovalutare. È il quarto anno di seguito che raggiunge e supera l'obiettivo. Sì ma l'obiettivo quale? Quello economico? Solo se guardiamo la superficie.
I 1523 donatori sono lo specchio di una comunità che il progetto di Valigia Blu ha saputo creare. Prendersi cura dei propri lettori, porre attenzione ai commenti così come agli articoli che si scrivono, coinvolgerli nella ricostruzione dei fatti, creare connessioni continue fra persone che la pensano anche diversamente... questo è un successo e una pratica da seguire.
Sotto la crosta c'è anche il modo di pensare il modello di sostentamento dell'informazione in modo diverso. Qui le firme sono al servizio della testata, i contenuti sono sempre più forti di chi li scrive. E la circolazione dei contenuti conta sulla loro capacità di esprimere idee più che nella politica dei pezzi spammati ovunque ripetutamente come certe testate fanno (quante volte mi capita di vedere ancora e ancora lo stesso post su Twitter).
Perché Valigia Blu non solo conosce la cultura digitale ma la rispetta e sa come farne parte.
Non so chi siano esattamente i donors ma per l'esperienza di ricerca che ho avuto in passato a partire dai dati (grazie Arianna) sono di tipo diverso: semplici lettori come istituzioni, giornalisti come altre testate, brand come scuole.
Una comunità che coincide con la cittadinanza. Quella che crede nell'informazione. Quella che sa che vale la pena contribuire affinché continui e sia a disposizione degli altri. Il tutto in epoca di sfiducia nei media. O forse proprio per questo: bisogna saper ricostruire un patto fiduciario tra l'informazione e i cittadini. E il modo che ha Valigia Blu di farlo mi sembra una bella strada.
PS: Conosco e sostengo il progetto e chi lo cura da anni quindi mi sento parte in causa. Ma vi prego di credermi, qui parlo più da analista e ricercatore: non prendere seriamente il successo di una cosa come questa significa ignorare le strade che potremo percorrere nel futuro dell'informazione".
Da quel post è nato un piccolo scambio, riporto i commenti di Angelo Soro e di Antonio Rossano:
"1) L'elemento (con)vincente, per quanto mi riguarda, è l'estrema cura con cui i fatti vengono esposti e la puntuale presenza di link alle fonti. Questi sono senz'altro punti caratteristici che differenziano VB da qualsiasi altra testata ma, soprattutto, danno dignità al lavoro giornalistico e ai fruitori delle notizie. Perciò grazie a tutte/i le/i ragazze/i di VB per quello che son riusciti a creare.
2) Se guardiamo a cosa sta accadendo nel mondo dell'informazione, ci rendiamo conto di un altro aspetto fondamentale: oggi l'informazione "commerciale" deve necessariamente imporre al lettore una scelta : se il modello economico è quello pubblicitario, la scelta sarà di dover "subire" decine di banner e video, molto intrusivi, durante la lettura. Se il modello è l'abbonamento, sei fuori al "muro" di un paywall e non puoi entrare se non paghi. Tutto legittimo ovviamente, in una società che considera l'informazione come un prodotto commerciale, non molto di più. I contenuti di Valigia Blu sono aperti e disponibili a tutti, sempre. Il crowdfunding è una scelta, quella di considerare l'informazione un valore, per sé e per gli altri".
Alla mia osservazione che in ogni caso Valigia Blu non è un modello di massa ed è perciò una piccola testimonianza, Giovanni Boccia Artieri ha risposto: "Certo non è un modello per il giornalismo di massa ma è pieno di buone pratiche per il giornalismo e, secondo me, contiene quegli elementi che spiegano bene come le comunità online producono valore (culturale e non)".
Questi commenti in qualche modo hanno centrato pienamente quello che cerchiamo di fare con Valigia Blu: fare informazione, fare giornalismo (selezione dei contenuti, aggregazione, verifica, approfondimento) non come forma di lavoro, ma come forma di attivismo, come nostro piccolo contributo alla società di cui facciamo parte. I contenuti sono l'occasione per costruire ponti. Nel pieno rispetto di quello che significa essere e vivere la cultura digitale. E questo sarà possibile anche per il 2019 perché 1618 persone hanno valutato il nostro lavoro, e hanno deciso che valeva la pena sostenerlo. Perché chi ha di più ha messo a disposizione di chi ha di meno, per permettere a tutti di aver accesso ai contenuti e di usufruirne (colgo l'occasione anche per ringraziare i GOLD DONOR 2019). Per permettere a noi di continuare ad impegnarci nella cura della community e nelle discussioni sui social.
Grazie per questa esperienza unica, professionale e umana, che ci state donando. Siamo consapevoli che la fiducia non si conquista una volta e per sempre, ma giorno dopo giorno e che è necessario impegno costante, capacità di mettersi in discussione, confronto continuo (non sono pratiche facilissime, ammettere i propri limiti e lavorare per superarli richiede uno sforzo anche sul piano emotivo e psicologico notevole). Ma il nostro impegno per la fiducia e il sostegno che avete deciso di darci sarà questo anche per il 2019, cercando di fare di più e meglio. Grazie.
Author Arianna CicconeCategories PostTags community, crowdfunding, edizione 2019, Giornalismo, Valigia BluLeave a comment
Previous Previous post: Brasile, Bolsonaro ha vinto grazie a ‘fake news’ e WhatsApp? Cosa possiamo imparare sulla disinformazione online
Next Next post: Le ONG incentivano le partenze e i morti in mare, le migrazioni sono colpa della Francia: la disinformazione smontata punto per punto
Cominciamo dalla fine. Jair Bolsonaro è diventato presidente del Brasile grazie alle "fake news"? Il più dettagliato studio disponibile sulla modalità di diffusione della disinformazione online considerata – date le conoscenze attuali, più pericolosa – conclude a questo modo:
"Non rientra nello scopo di questo studio stabilire se gli elementi qui identificati siano stati determinanti per il successo delle campagne che vi hanno fatto ricorso. I fattori congiunturali e sociologici hanno una grande influenza sulla performance di un candidato, e sappiamo ancora poco di come quelle diverse variabili si relazionino."
Eppure ecco cosa si è letto circa l'elezione di Bolsonaro e i social media:
Da qui una prima domanda: quali "fake news" sono più pericolose? Le "fake news", o le "fake news" sulle "fake news"?
Quella della disinformazione online come causa unica e necessaria di tutti i mali attuali della politica è una narrazione falsa – oramai lo sappiamo – ma che continua a sedurre i media. Ed è un peccato, perché quando si passa dallo storytelling alla storia – o meglio, al tentativo di scriverla – si scopre invece che il caso delle elezioni presidenziali dell'ottobre 2018 in Brasile racchiude in sé tante piccole e grandi lezioni che ci potrebbero aiutare a comprendere davvero come funziona la disinformazione online, comprese le famigerate "fake news". Che no, non sono le streghe a cui in troppi danno (inutilmente) la caccia, ma operano comunque i loro malefici sulla politica e il dibattito pubblico. Ed è bene studiarli, capirli. Perché ogni sortilegio ha la sua formula, i suoi modi e i suoi effetti. E l'efficacia dei nostri antidoti dipende – qui sì – necessariamente dalla nostra capacità di intercettarli, e sventarli.
Soprattutto, ciò che finora gli studi ci hanno rivelato è che si possono indagare Twitter e Whatsapp, e trovare risultati diametralmente opposti. Il che comporta che non è fuorviante solo il parlare di "fake news" (termine che non significa, in ultima analisi, nulla), ma anche e forse soprattutto il parlare di "social media". In entrambi i casi, non esiste un'unica, immutabile categoria dotata di proprietà, e dunque storture, necessarie, sempre valide a ogni applicazione. Un meme con una mezza notizia, o una notizia e mezzo, è altro da un articolo di una testata rispettabile che strilla un titolo che non ha fondamento empirico.
Allo stesso modo, l'ambiente della disinformazione su Twitter è completamente diverso da quello della disinformazione su Whatsapp. In un caso, scopriamo, domina incontrastata la circolazione di notizie professionali; nell'altro, si scorge tra i dati la possibilità più che concreta che decine di apparentemente innocue chat di gruppo su Whatsapp fossero in realtà un unico strumento coordinato e automatizzato di propaganda, costruito appositamente per manipolare le percezioni politiche dei brasiliani nello stesso luogo in cui sono soliti chiacchierare con amici e amanti, familiari e datori di lavoro, al riparo dalla folla dei social media e dunque al sicuro di una conversazione in chat.
Sentiamo spesso parlare di tecniche di propaganda digitale agitate dai "populisti". Anche questo mito è una fenice sempre capace di risorgere dalle proprie ceneri. Ma anche in questo l'insieme di studi oggi disponibili su quanto accaduto in Brasile offre un'ennesima conferma: a ricorrere a stuoli di profili automatici (bot) per inondare la rete di messaggi a favore della propria politica, attacchi personali e diffamatori sferrati da orde di troll addestrati a provocare per strategia politica, e naturalmente minacce di morte e qualunque altro tipo di sopruso digitale sono entrambe le parti politiche; anzi, l'intero spettro ideologico, dall'estrema destra all'estrema sinistra.
Cambiano le "narrazioni", ma non la sostanza. Gli anti-Bolsonaro cercano spietatamente di mettere in giro l'idea che l'attentato subito il 6 settembre 2018 dall'allora candidato presidenziale Bolsonaro sia in realtà una messa in scena, orchestrata per manipolare il consenso elettorale. I fan, invece, provano con altrettanto cinismo a fare dell'attentatore un membro del PT, il partito dei lavoratori del principale sfidante, Fernando Haddad anche se non lo è. Due diversi "storytelling" per la stessa storia. Due modi di intendere la realtà che nulla hanno a che vedere col reale, ma tentano di dividerci, scavare nei solchi aperti della società e approfondirli ancora, mettendoci uno contro l'altro: basso contro alto.
Che lo facciano poi davvero, e quanto, è tutto da capire. Oggi, socraticamente, dovremmo tutti avere l'umiltà di non poterci definire "esperti della comunicazione"; perché, come conclude lo studio menzionato in apertura, e di cui stiamo per dare dettagliatamente conto, ci sono troppe cose che non sappiamo.
Quanto siamo realmente influenzabili da un messaggio su Whatsapp o da un tweet, per quanto ripetuto o ben confezionato per indignarci? È possibile discernere l'impatto di un post Instagram da quello della bugia sentita distrattamente, mentre stavamo allo smartphone, in un talk show serale in tv, o dalla viva bocca di un leader politico? Muove più voti un articolo con una non-notizia o un meme con una non-notizia? E sono davvero oggetti comparabili, misurabili, maneggiabili, o dobbiamo arrenderci al fatto che la democrazia, in fondo, è così, costellata di manipolazioni, mezze verità, fatti distorti per interesse e tutto ciò che possiamo fare è mantenere saldi i principi della ragione che ci aiutano a distinguere esattezza ed errore, e soprattutto errore onesto e disonesto?
Sapere di non sapere, tuttavia, non significa rinunciare all'impresa di conoscere. Al contrario, significa riscoprirne la gioia, la potenza. Sappiamo, per esempio, che Whatsapp in Brasile conta eccome, nella formazione dell'opinione pubblica. In un paese in cui il 66% dei cittadini si informa tramite social media (dato più alto al mondo, peraltro in discesa), Whatsapp – dice il Digital News Report 2018 del Reuters Institute di Oxford – è il secondo per importanza, e conta ben 120 milioni di utenti (su 123 milioni di cittadini connessi a Internet).
Sappiamo anche che la fiducia nel giornalismo è alta (per gli standard attuali, 59%, terzo paese su 37) e insieme bassa per le notizie reperite sui social media (32%). E che la preoccupazione per le "fake news" è la più elevata del globo.
Non sembrerebbe l'identikit di un popolo che si fa facilmente aggirare dalla manipolazione. E se ci si limita a guardare Twitter, c'è uno studio di Philip Howard e colleghi, del prestigioso centro sulla "propaganda computazionale" di Oxford, che conferma. Analizzando quasi un milione e mezzo di tweet da oltre 200 mila utenti, tra il 19 e il 29 agosto 2018, i ricercatori concludono infatti che solo "meno del 2%" (l'1,2%) dei contenuti condivisi era di natura "cospirazionista o polarizzante". Quella dove ci si aspetta di trovare le "fake news", insomma. Il 50% invece, un contenuto su due, è fatto di notizie da fonti professionali. Per giunta, i peggiori inquinatori dell'infosfera non sono i fan di Bolsonaro, ma quelli dei rivali Lula e Haddad.
Nemmeno per sogno. Significa che stavamo guardando al salotto in ordine, mentre il resto della casa va a fuoco. Howard e i suoi scrivono infatti che "l'alta proporzione di notizie politiche professionali dagli utenti brasiliani potrebbe essere attribuita al fatto che solo una cerchia ristretta, politicamente erudita della popolazione brasiliana usa Twitter per cercare notizie". Ricordate? "I social media" non esistono. Esiste la statistica, però, e le regole con cui si ritiene un campione rappresentativo di una popolazione.
"Un'analisi di altri popolari servizi", come Whatsapp e Messenger, suggeriscono in chiusura gli autori, "avrebbe potuto dare risultati differenti circa la diffusione della disinformazione (letteralmente, misinformation) sui social media in Brasile".
E allora se sappiamo che i brasiliani adorano Whatsapp, piacerà di certo anche ai disinformatori. Ed è proprio così. Confermando una tendenza che secondo le previsioni del Reuters Institute per il 2019 vede la disinformazione su canali come Whatsapp tra i fenomeni caratterizzanti l'anno a venire, è qui che il caso delle presidenziali brasiliane del 2018 ha più da insegnarci. Merito del lavoro, egregio, dell'ITS di Rio, e dei fact-checker di Agencia Lupa insieme a ricercatori dell'Università di Minas Gerais e di San Paolo. Grazie all'ITS abbiamo compreso un primo abbozzo di cosa significhi una rete strutturata e coordinata di propagandisti in canali aperti di Whatsapp; grazie ai secondi, che il prodotto informativo che ne risulta è altamente inquinato.
Stando a quanto condiviso nelle 347 chat di gruppo studiate tra il 16 agosto e il 7 ottobre 2018, delle 50 immagini più "virali":
Sul totale, solo l'8% si è potuto dire fully truthful, cioè totalmente accurato. Il 56% invece era fuorviante.
Come è stato possibile? Qui viene in soccorso il paper dell'ITS. In Computational Power: Automated Use of Whatsapp in the Elections i gruppi aperti studiati sono 110, per una settimana (dal 17 al 23 ottobre 2018), e l'obiettivo è altrettanto ambizioso: comprendere quanta parte dei contenuti lì condivisi sia dovuta a forma di automazione. Gli autori sono cauti, e corretti, nell'indicare da subito i limiti del loro lavoro, a partire dal fatto che si possono studiare solo i gruppi aperti, appunto.
Ma la loro non è un'iniziativa isolata. Questo non è più il 2016. Lo spazio pubblico connesso non è più il "far west". Ci sono le regole di trasparenza per le campagne digitali adottate dalle piattaforme, le rimozioni in massa di profili fasulli (Whatsapp ne elimina 100 mila in periodo elettorale), i limiti ai contatti a cui si può "inoltrare" una notizia (20; Bolsonaro si era detto disposto a "combattere" contro ogni restrizione alle condivisioni, mentre diversi ricercatori hanno chiesto il limite fosse abbassato a 5, come in India, senza successo).
L'organo giudiziario che vigila sulle elezioni, la TSE, aveva anche emanato una regola che vietava il ricorso a bot politici per le elezioni, insieme alle immancabili "fake news" e alla più volgare diffamazione, come strumento di campagna elettorale.
Dentro le reti dei mistificatori dell'informazione
Prima di tutto, su Whatsapp per raggiungere un utente serve conoscerne il numero di telefono. E allora ecco, rivela il quotidiano di San Paolo, Folha, aziende "collegate" a Bolsonaro arruolare – su precisa disposizione del candidato presidente, secondo l'accusa (lui ha negato) – società capaci di condurre operazioni di diffusione in massa di contenuti propagandistici a suo favore. Un'operazione che, se confermata, sarebbe secondo Folha, illegale, configurando un finanziamento illecito di società private a una campagna politica. Non solo: sarebbero queste ultime a procurarsi, a pagamento, database di numeri di telefono di elettori – suddivisi secondo localizzazione e, in alcuni casi, reddito – da raggiungere con "milioni" di messaggi.
Un caso che, per Quartz, avrebbe potuto portare addirittura all'invalidità della candidatura di Bolsonaro, specie se si considera che uno degli obiettivi della rete così creata sarebbe stato sferrare un massiccio attacco a base di disinformazione ai rivali del PT, nell'ultimo giorno di campagna elettorale.
In ogni caso, gli sforzi propagandistici non procedono a tentoni nel buio, ma al contrario secondo un piano strutturato, condotto da una organizzazione in molti casi coordinati. L'ITS di Rio scrive per esempio che i dieci profili più attivi tra quelli studiati sono stati responsabili di una produzione di contenuti di 25 volte superiore a quella dell'utente medio, generando 229 messaggi ciascuno a intervalli compresi tra uno e 20 secondi. Se si aggiunge che otto di quei dieci profili erano senza nome e cognome riconoscibile, corredati da foto facilmente reperibili in rete e senza uno status su Whatsapp diverso da quello impostato di default, si comprende come mai i ricercatori abbiano concluso, con "alta probabilità", che quei contenuti siano stati il prodotto di account automatizzati.
Non solo: 14 dei gruppi studiati condividono 40 o più utenti, 223 più di 10; 38 utenti erano membri di 10 gruppi o più, con il "più connesso" inserito in addirittura 21 chat di gruppo. Abbastanza, secondo l'ITS, per concludere che
"Ciò significa che i gruppi politici su Whatsapp non sono composti di bolle isolate con uno scarso livello di comunicazione tra loro, quanto piuttosto una rete o insieme di gruppi in cui diversi utenti ricevono e condividono contenuti su più media, in modo tra loro coordinato".
Con una conseguenza cruciale: un sistema di comunicazione originariamente concepito in maniera "decentrata", per chat individuali o di gruppo ma non di massa, finisce per diventare una emulazione del modello broadcast, scrivono gli autori. Una rete che diventa come una televisione: un sogno per i propagandisti a ogni latitudine.
Che poi vi sia una "strategia" ben precisa dietro a quella che, altrimenti, potrebbe essere scambiata per una normale applicazione della teoria delle reti – non esistono, nella natura sociale, network in cui ogni nodo abbia lo stesso peso di tutti gli altri; le reti, cioè, non sono mai perfettamente paritarie, ma sempre reti di influenza – sarebbe dimostrato dal fatto che gli utenti più "connessi" in questa maglia fitta di propagandisti si dividano i compiti in modo scientifico. In ogni gruppo, per esempio, non c'è quasi mai più di un utente nel ruolo di diffusore della propaganda. Al massimo, sono in due. Questo, scrivono gli autori, "porta a considerare l'esistenza di una allocazione strategica dei profili dei diffusori di informazione, che fungono da fonte del broadcast".
I risultati, occorre ribadirlo, sono solo "preliminari", incompleti. Ma il problema si pone: che fare, di fronte a tutto questo?
4. Limitare, come detto, il numero di utenti a cui "inoltrare" un messaggio a 20.
In più, l'azienda ha creato collaborazioni strutturate con le principali organizzazioni di fact-checking brasiliane. Anche qui, siamo in presenza di un intervento già visto all'opera in altri paesi, dopo l'elezione di Donald Trump a novembre 2016. E anche qui, si presentano problemi strutturali: il fact-checking elettorale in Brasile, ha scritto il DFR Lab, non è riuscito a scavalcare i fossati ideologici, rimanendo confinato all'interno di una precisa area politica di riferimento (se smentisci una bufala di Bolsonaro, a leggerti saranno solo i detrattori e viceversa) e il fact-checking è stato meno virale delle bufale che fa a pezzi (in ragione di 46 interazioni per la bufala contro 1,8 per la correzione).
Peggio, molti fact-checker hanno dovuto subire a loro volta un attacco coordinato di disinformatori online che avevano preso a diffondere, a un mese dalle elezioni, un PDF di 299 pagine contenente la schedatura di 40 giornalisti brasiliani, compresi i principali fact-checker del paese. L'accusa, condivisa anche da una testata di destra, è quella di operare non a difesa dei fatti, ma contro le opinioni con cui non sono d'accordo, di essere insomma dei "censori" del libero pensiero, tra cui, come da copione, figurano naturalmente la libertà di avanzare minacce di morte o dipingere professionisti indipendenti come pupazzi nelle mani dell'immancabile 'Uomo Nero anti-sovranismo', George Soros, tra diffamazioni e ritratti misogini.
"In due giorni, abbiamo ricevuto 46 mila tweet", spiega Cristina Tardàguila dell'Agencia Lupa a Poynter, restituendo un'immagine netta della gravità del problema. Attacchi provenienti da destra come da sinistra, dice, con lo stesso argomento: "il fact-checking è un modo di censurare le opinioni sui social media". E che sono sempre ad hominem, non contro l'idea ma contro chi la espone.
Risultato? L'autocensura, per proteggersi, che va ad aggravare una situazione già compromessa dall'esistenza di tariffe zero rating per la connettività: se accedere a Facebook o Whatsapp è gratis, perché il loro traffico è per contratto a costo zero, mentre accedere a un sito di fact-checking costa, perché invece la libera navigazione web si paga (e profumatamente, fino al 15% del reddito familiare, in Brasile), ecco spiegato almeno in parte perché è molto più semplice incontrare una bugia che chi la definisce tale.
In più, la disinformazione ha cercato di colpire la giovane democrazia brasiliana al cuore, orchestrando campagne di falsità su presunte frodi sistematiche che sarebbero state consentite da inesistenti "macchine elettorali" che avrebbero registrato voti fasulli in massa a favore del PT. Dopo il primo turno, che aveva mandato al ballottaggio Bolsonaro e Haddad, per esempio, era diventata virale – nonostante il pronto debunking dei professionisti – una foto che sosteneva che il candidato del Partito dei Lavoratori avrebbe ricevuto ben 10 mila voti da sole 777 persone. Un video, molto popolare a destra, era stato addirittura condiviso dal figlio di Bolsonaro.
Anche qui, il manuale è quello di sempre, e che abbiamo imparato ad associare all'interferenza russa nelle elezioni USA: divide et impera. Se vuoi davvero distruggerla, devi seminare il dubbio metodico sul funzionamento stesso della democrazia.
A fronte di tutto questo appare evidente che le contromisure di Whatsapp non bastano. Per questo gli autori dello studio realizzato dalle Università di San Paolo e Minas Gerais insieme ad Agencia Lupa hanno usato un editoriale sul New York Times per chiedere all'azienda di limitare ulteriormente gli "inoltra" (da 20 a 5 utenti), ridurre il numero di utenti raggiungibili con un unico messaggio (meno dei 256 attuali) e limitare le dimensioni dei nuovi gruppi.
Ma per l'azienda, era troppo tardi per intervenire ulteriormente. E del resto, scrive, "oltre il 90% dei messaggi su Whatsapp in Brasile riguarda comunicazioni uno-a-uno, individuali", la maggior parte dei gruppi è fatta di sei utenti, e per raggiungerne milioni servirebbe infilarsi in circa 4.000 chat di gruppo. "Molto diverso da altre applicazioni che sono costruite per essere piattaforme broadcast", secondo Whatsapp, che cerca dunque di smontare al cuore le critiche ricevute.
a) Che "i social media" non esistono: esistono strumenti diversi, con caratteristiche diverse, usati e abusati in modi diversi.
b) Che "le fake news sui social media" a loro volta non esistono: esistono bugie create e condivise per sfruttare al meglio le precise caratteristiche di ogni mezzo di comunicazione contemporaneo, online e non, che dunque vanno sempre considerati a) individualmente, e b) nel loro interagire (dato che gli utenti consumano informazione su più media contemporaneamente) - un aspetto, quest'ultimo, su cui non siamo ancora in grado di dire sostanzialmente nulla.
d) Che "regolamentare le campagne elettorali sui social" serve a poco se quelle regole non tengono conto delle specificità dei diversi mezzi su cui viaggia e si moltiplica la disinformazione (e del contesto informativo e sociale complessivo).
e) Che tuttavia quelle regole sono necessarie, perché le piattaforme, abbandonate all'autoregolazione, a) esercitano un indebito arbitrio nella gestione di cosa sia lecito e cosa no in un contesto delicato e sensibile come una campagna elettorale, e b) sono anche e di conseguenza oggetto di aspettative irrealistiche circa le potenzialità salvifiche dei loro interventi (per quanto buoni, con ogni probabilità, non basteranno mai a eliminare del tutto disinformazione e propaganda dalle reti sociali).
*L'autore è Responsabile politiche digitali del deputato 5 Stelle Questore della Camera dei Deputati, Federico D'Incà
Author Fabio ChiusiCategories PostLeave a comment
Previous Previous post: Come la nostra produzione alimentare, non solo la carne, sta distruggendo il pianeta
Next Next post: Valigia Blu: il successo del crowdfunding e il valore della community
Le più grandi aziende di carne e prodotti lattiero-caseari emettono nell’atmosfera più gas serra delle maggiori compagnie petrolifere come Exxon, Shell o BP. E, in un momento storico in cui la popolazione è in aumento e in molti paesi, come la Cina, la domanda di carne è in grande crescita e le aziende del settore sottovalutano gli impatti sul clima della produzione degli alimenti con proteine di origine animale, non è un bel segnale per il pianeta. "Gran parte delle emissioni proviene da una manciata di paesi (gli Stati Uniti, il Canada, l'Unione europea, il Brasile, l'Australia e la Nuova Zelanda) – scrive Chase Purdy su Quartz – che insieme, rappresentano il 43% delle emissioni globali di gas serra prodotte dall'agricoltura animale".
Cosa fare per poter nutrire il pianeta senza alterare i nostri ecosistemi? I ricercatori che hanno studiato negli ultimi decenni il rapporto tra cambiamento climatico e produzione alimentare suggeriscono tre strade: diversificare allevamenti, coltivazioni e usi dei terreni in modo tale da non depauperare la qualità dell'aria, dei suoli e dell'acqua e bilanciare le quantità di gas catturati dalla terra e quelle emesse nell'atmosfera; finanziare ricerche tecnologiche che consentano di ridurre le emissioni prodotte durante le diverse fasi di produzione dei nostri alimenti; coinvolgere produttori e consumatori nella transizione a un'alimentazione a basso impatto sul clima.
La ricerca, pubblicata su Science, (che ha analizzato circa 40mila aziende agricole in 119 paesi e 40 prodotti alimentari che rappresentano il 90% di tutto ciò che viene mangiato, valutando l'impatto completo di questi alimenti, dalla fattoria alla tavola) mostra che mentre carne e prodotti caseari forniscono solo il 18% delle calorie e il 37% delle proteine, utilizzano la grande maggioranza - 83% - dei terreni agricoli e producono il 60% delle emissioni di gas serra di tutto il settore dell'agricoltura.
Per questo motivo, ha spiegato al Guardian Joseph Poore, ricercatore dell’Università di Oxford, «diminuire il consumo di carne potrebbe avere un impatto molto più grande della riduzione dei voli o dell’acquisto di un'auto elettrica».
Il rapporto raccomanda che 2 miliardi di persone in tutti i paesi, tra cui Stati Uniti, Russia e Brasile, riducano il consumo di carne e agnello del 40%, limitandolo a 1,5 porzioni alla settimana in media. Tuttavia, come ha spiegato Tim Searchinger (della WRI e della Princeton University), se portata su larga scala la questione è molto complessa perché «i poveri del mondo hanno il diritto di consumare almeno un po’ di più» e più che sulle diete si dovrebbe intervenire sui sistemi di produzione che tendono a essere intensivi e a sfruttare terreni deforestati invece dei pascoli estensivi. «Se forniamo tutto il cibo necessario nel 2050 utilizzando i sistemi di produzione odierni, l'agricoltura da sola produrrebbe quasi il doppio delle emissioni consentite da tutte le attività umane».
«Il sistema alimentare globale si è spezzato», ha detto Tim Benton, professore di Ecologia all'Università di Leeds. «Che la si guardi da una prospettiva di salute umana, ambientale o climatica, il nostro sistema alimentare è al momento insostenibile e date le sfide che arriveranno da una popolazione globale in aumento la situazione è davvero critica».
Si tratta di numeri in continuo incremento e ci si aspetta che aumentino in modo sostanziale man mano che la popolazione globale cresce, in particolare nelle economie in via di sviluppo. Per fornire una dieta sana, economica e rispettosa dell'ambiente per tutte le persone, si legge in un rapporto del gruppo di ricerca interdisciplinare InterAcademy Partnership (IAP), sarà necessaria una trasformazione radicale dell’intero sistema di produzione alimentare con metodi di allevamento migliori e minor consumo di carne da parte delle nazioni più ricche.
Una ricerca a cura di Helen Harwatt dell’Università di Harvard, pubblicata lo scorso novembre sulla rivista Climate Policy, mostra che al tasso attuale, il bestiame e altri animali potrebbero essere responsabili della metà delle emissioni mondiali di gas serra entro il 2030 e che per evitare ciò saranno necessarie "riduzioni sostanziali, ben oltre quelle pianificate, da altri settori".
Si tratta, spiega su The Conversation, Frank Mitloehner, docente di Animal Science all’Università della California, di un errore comune a diverse ricerche. Ad esempio, un'analisi pubblicata nel 2009 dal Worldwatch Institute di Washington, affermava che il 51% delle emissioni globali di gas serra negli USA provenissero dall'allevamento e dalla lavorazione del bestiame. Ma, osservando i dati diffusi dall’Agenzia di Protezione dell’Ambiente statunitense, così non è: le maggiori fonti di emissioni di gas serra negli Stati Uniti nel 2016 sono state la produzione di elettricità (28% delle emissioni totali), i trasporti (28%) e l'industria (22%). L’agricoltura influiva per il 9%, l’agricoltura animale il 3,9%.
via "Meat consumption, health, and the environment", Science
Attualmente, il bestiame contribuisce a circa il 5% delle quasi 37 giga-tonnellate di anidride carbonica emesse dall’attività umana nell'atmosfera ogni anno [Figura A]. In base ai tassi attuali, 100 anni anni di produzione di anidride carbonica attraverso la lavorazione del bestiame avrebbero un impatto molto piccolo, portando a un aumento delle temperature di circa 0,1 gradi. Inoltre, la produzione di carne aggiunge nell’atmosfera ogni anno circa 0,15 gigatonnellate di metano e 0,0065 gigatonnellate di protossido di azoto. Nel caso in cui la Terra riuscisse a trovare un equilibrio con queste quantità di emissioni (che richiederebbero circa un decennio per il decadimento del metano e un secolo per il protossido di azoto), avremmo un pianeta più caldo di 0,44 gradi [Figura B].
L'agricoltura utilizza più acqua dolce di qualsiasi altra attività umana e quasi un terzo è richiesta per il bestiame: il 98% viene impiegato per la produzione di mangimi. Sebbene l’acqua utilizzata nella produzione zootecnica sia in gran parte “verde” (87,2%, cioè l’acqua piovana immagazzinata dal suolo e che evapora dal terreno), una parte importante è costituita da acqua “grigia” (il 6,6%, cioè il volume di acqua necessario a diluire gli inquinanti fino al ripristino degli standard di qualità delle acque) e “blu” (il 6,2%, cioè l’acqua prelevata dalla superficie o dalle falde acquifere, utilizzata e non restituita: nel caso dei prodotti agricoli, questo indicatore si riferisce all'acqua utilizzata per l'irrigazione) con effetti seri sulle risorse idriche e sul mantenimento degli ecosistemi acquatici. Ad esempio, nella falda delle High Plans nel Kansas, l’aumento della produzione di bovini alimentati con mais irrigato ha portato a un grave esaurimento delle falde acquifere.
Ma, il modo più significativo e diretto in cui la produzione di carne influisce sulla biodiversità, è attraverso la trasformazione dei suoli in pascoli e terreni arabili per produrre grano e soia per l’alimentazione del bestiame. Secondo uno studio dell’Università di Wageningem, nei Paesi Bassi, circa il 71% della conversione della foresta pluviale in Sud America è stato destinato all'allevamento di bestiame e oltre il 14% a coltivazioni da mettere in commercio, compresa la soia per l'alimentazione animale. Negli ultimi 20 anni, le esportazioni di soia dall'America del Sud alla Cina (e altri paesi) sono aumentate drasticamente e ora costituiscono uno dei maggiori flussi internazionali di materie prime.
La deforestazione (e la distruzione degli habitat naturali) è la causa maggiore del declino della fauna selvatica. In America centrale e meridionale i vertebrati sono calati dell’89% per l'abbattimento di vaste aree di foresta.
Secondo il rapporto del WWF “Living Planet”, gli attuali cicli di produzione del cibo (e il loro consumo sempre più vasto e crescente) stanno alterando gli ecosistemi del pianeta e portando al declino della fauna selvatica. «Non possiamo più ignorare che l'impatto degli attuali modelli di produzione sono insostenibili e che i nostri stili di vita sono dispendiosi», ha dichiarato Marco Lambertini, direttore generale di WWF International. «Siamo sonnabuli che camminano sul bordo del precipizio», ha aggiunto Mike Barrett, sempre del WWF. «È come se avessimo svuotato Nord America, Sud America, Africa, Europa, Cina e Oceania. Queste sono le proporzioni di ciò che abbiamo fatto». Diversi studiosi sostengono che il mondo abbia iniziato una sesta estinzione di massa, la prima a essere causata da una specie in particolare: l'Homo Sapiens.
Creando un mix di alberi, coltivazioni e pascoli, cioè scegliendo un approccio agro-forestale di gestione del territorio, proseguono i quattro ricercatori, è possibile mantenere l'equilibrio tra produzione agricola, protezione dell'ambiente e catturazione del carbonio per compensare le emissioni del settore. Questo approccio può rendere sostenibile una maggiore produzione di carne garantendo una maggiore qualità dell'aria, del suolo e dell'acqua (rispetto a ora) ed evitando la diffusione di malattie e parassiti. Già in due terzi del pianeta si ricorre a forme di allevamento misto di bestiame che producono più della metà del latte, della carne e delle colture come cereali, riso e saggina.
Inoltre, spostare i luoghi di allevamento del bestiame e delle coltivazioni potrebbe ridurre l'erosione del suolo e migliorare l'umidità e la ritenzione delle sostanze nutritive, mentre la regolazione delle rotazioni delle colture e il cambiamento dei tempi dei differenti utilizzi dei terreni (ad esempio quando dedicarli a pascolo, semina, irrorazione, irrigazione), adattata alle variazioni della durata delle stagioni di crescita, delle ondate di calore e della variabilità delle precipitazioni, potrebbe essere un’altra soluzione adottata per migliorare la qualità e la quantità della produzione degli alimenti riducendo però gli impatti ambientali.
Secondo diversi studi, spostando i pascoli verso le praterie (che di solito hanno quantità minori di animali da pascolo rispetto alla capacità di carico del bestiame), incrementando le aree boschive, intersecando specie vegetali e leguminose con altre colture e i pascoli e introducendo fertilizzanti e lombrichi, migliora la capacità del suolo di trattenere il carbonio. Uno studio del settore della carne bovina condotto in Brasile ha stimato una riduzione fino al 25% delle emissioni di gas serra migliorando la gestione dei pascoli e cambiando l'uso dei suoli. Migliorando la gestione dei pascoli si potrebbe arrivare a trattenere circa 0,15 gigatonnellate all’anno di gas serra.
Infine, scrive ancora Helen Harwatt nel suo studio pubblicato su Climate Policy, bisognerebbe investire in programmi di educazione alimentare rivolti all’industria alimentare, alle scuole e alle università: “Le persone con una consapevolezza dell'impatto ambientale dei prodotti animali hanno una maggiore probabilità di riuscire a ridurre il loro consumo”.
Limitando l'uso di fertilizzanti si potrebbero ridurre gli impatti e i profitti di alcune aziende agricole ma aumentarle per altri, a seconda del suolo, del clima e delle condizioni economiche. In Cina, un massiccio programma ha coinvolto 21 milioni di piccoli proprietari: gli agricoltori che hanno monitorato e affrontato in modo flessibile i loro impatti hanno registrato un aumento del 12% dei rendimenti e un taglio del 20% delle emissioni rispetto agli agricoltori che non lo hanno fatto.
Author Angelo RomanoCategories cambiamento climatico, PostTags Alimentazione, cambiamento climatico, carne, emissioni, gas serra, riscaldamento globaleLeave a comment
Previous Previous post: #jagärhär, l’esercito svedese che diffonde amore in rete sfidando troll e odiatori
Next Next post: Brasile, Bolsonaro ha vinto grazie a ‘fake news’ e WhatsApp? Cosa possiamo imparare sulla disinformazione online
Author Roberta AielloCategories Fuori da qui, PostTags #jagärhär, internet, odio onlineLeave a comment
Governi, agenzie, hacker, attivisti: come Internet è diventato un campo di battaglia
28 Febbraio 2017 - Valigia Blu
“Guerre di rete”, l’ultimo libro della giornalista de La Stampa Carola Frediani, presenta nove storie che raccontano come Internet si stia trasformando in un campo di battaglia, dove governi, agenzie, hacker si fronteggiano e si muovono silenziosamente, coinvolgendo spesso persone comuni e inconsapevoli.
Author Marco NurraCategories Media Literacy, PostTags deepfakes, nicholas cage, notizie false, Obama, porno, TrumpLeave a comment
Previous Previous post: Oggi si vota su Brexit: cosa può succedere? 5 possibili scenari
Next Next post: #jagärhär, l’esercito svedese che diffonde amore in rete sfidando troll e odiatori
Aggiornamento 16 gennaio 2019: La proposta di accordo sull'uscita del Regno Unito dall'Unione europea presentata da Theresa May è stata bocciata dalla Camera dei Comuni: 432 i no, 202 i sì. Il Governo ha poi però superato il voto di fiducia chiesto dal leader dei Laburisti, Jeremy Corbyn, ottenendo 325 voti a favore e 306 contro. Ora May dovrà proporre entro lunedì un nuovo testo per evitare di arrivare al 29 marzo, giorno in cui entrerà in vigore Brexit, senza un accordo approvato dal Parlamento.
Potrebbe essere una giornata storica per il Regno Unito e per l'Europa. Stasera il Parlamento britannico è chiamato a votare per appoggiare o meno l’accordo di uscita dall’Unione europea proposto dal Governo guidato da Theresa May. Si tratta di un testo giuridicamente vincolante che definisce i termini per lasciare l’Europa dopo il referendum Brexit del 2016 che avrà inizio il 29 marzo e durerà 2 anni entro i quali Regno Unito e Ue negozieranno le relazioni commerciali future. Separatamente, ai parlamentari verrà anche chiesto di votare un altro documento, molto più breve, che offre una panoramica dei rapporti tra le due parti dopo Brexit. Si tratta di una dichiarazione politica non vincolante alla quale nessuno dovrà attenersi nel dettaglio.
Leggi anche >> Brexit: cosa significa uscire dall'Unione europea
L’accordo di uscita, ricostruisce BBC, dirime alcune questioni chiave come quanti soldi il Regno Unito dovrà pagare all’Ue per andare via (si tratta di circa 39 miliardi di Sterline, quasi 44 miliardi di Euro), cosa accadrà ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito ed evitare un blocco doganale al confine tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, che diventerebbe di fatto la nuova frontiera tra Regno Unito ed Europa. È stato concordato un lasso di tempo della durata di circa due anni (dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020), chiamato “periodo di transizione”, per consentire al Regno Unito e all'Ue di stringere un accordo commerciale e dare alle imprese il tempo di adeguarsi.
Si inizierà a votare alle ore 20 inglesi (le 21 in Italia). Affinché il testo proposto passi, al governo, che non ha la maggioranza assoluta del 650 parlamentari, potrebbero essere sufficienti 318 voti. Tuttavia, l’esito del voto – già rinviato lo scorso 11 dicembre perché l’accordo, così come era stato presentato, rischiava di essere bocciato – è incerto: May rischia di avere defezioni anche all’interno del suo partito. In particolare, a destare perplessità è il cosiddetto “backstop”, una soluzione d’emergenza nel caso in cui entro i prossimi due anni Regno Unito e Ue non riusciranno a trovare un’intesa. Molti Conservatori, favorevoli a una Brexit più estrema, hanno già dichiarato che voteranno contro il piano perché rischia di chiudere il Regno Unito in una sorta di gabbia. Il testo proposto da May prevede che, in assenza di un accordo nei prossimi due anni, il Regno Unito resterà all’interno dell’area doganale europea senza poter stringere accordi commerciali con terze parti.
Anche il partito nord-irlandese DUP, che sostiene il governo, garantendogli la maggioranza, si è detto contrario al “backstop”, proprio per quel che prevede riguardo al confine tra Irlanda del Nord ed Eire, che diventerebbe di fatto la nuova frontiera tra Ue e Regno Unito. In base alla soluzione d’emergenza, l’Irlanda del Nord (a differenza del Regno Unito) continuerebbe a seguire alcune regole dell’Unione europea (come, ad esempio, quelle sui prodotti alimentari), rimanendo così all’interno del cosiddetto “mercato unico”. È proprio quest’ultimo aspetto che non piace ai parlamentari del DUP.
The #dup's ⁦@eastantrimmp tells ⁦@BBCNews⁩ his party wants guarantees from the #eu on the backstop rather than the 'one sided commitment' in the Murrison amendment so doesnt look at this stage they will back even an amended version of the deal pic.twitter.com/E6IlFa1uGO
— iain watson (@iainjwatson) 14 gennaio 2019
Nei giorni scorsi il governo è stato già battuto due volte: i parlamentari hanno approvato un emendamento che riduce i poteri del governo di aumentare le tasse e di controbilanciare con aumenti di spesa gli effetti di un mancato accordo senza l’approvazione parlamentare. Un ulteriore emendamento (firmato anche da ex ministri Conservatori) ha ridotto i tempi entro i quali Theresa May può presentare un cosiddetto piano B: dai precedenti 21 giorni ora il governo, in caso di bocciatura da parte del Parlamento, avrebbe solo tre giorni per proporre un’alternativa. Inoltre, qualsiasi piano alternativo presentato in caso di bocciatura potrà essere nuovamente emendato dai parlamentari.
BBC ha prospettato 5 possibili scenari per il voto di stasera. Innanzitutto, la possibilità che non venga votato alcun accordo che aprirebbe ad altre 4 strade da percorrere che potrebbero essere intraprese anche dal Governo per evitare di votare l’accordo (e quindi una possibile bocciatura): la richiesta di una nuova rinegoziazione, la proposta di nuove elezioni, il ricorso al voto di fiducia sul Governo, un nuovo referendum sulla Brexit. In tre casi, il Regno Unito dovrebbe chiedere all’Unione europea di prorogare l’avvio del processo di uscita oltre il termine previsto del 29 marzo. E non è detto che ciò accada perché è necessario il consenso di tutti gli Stati membri.
Tuttavia, prosegue BBC, è impossibile stabilire con certezza cosa accadrà. La scadenza del 29 marzo potrebbe essere prorogata o, addirittura, secondo quanto affermato recentemente dalla Corte di giustizia europea, il Regno Unito potrebbe persino annullare unilateralmente la Brexit.
— EU Court of Justice (@EUCourtPress) 10 dicembre 2018
La Corte di giustizia europea era stata chiamata a esprimersi da un gruppo trasversale di politici scozzesi e dal Good Law Project che voleva sapere se il Regno Unito avrebbe potuto revocare la decisione di lasciare l'Unione europea senza ottenere l'approvazione dagli altri Stati membri, aprendo la strada a un'opzione alternativa alla Brexit.
Sia il Governo del Regno Unito che l'Ue si sono detti contrari a quanto dichiarato dalla Corte di giustizia europea. Per l’Ue si tratterebbe di un pericoloso precedente che potrebbe incoraggiare altri paesi a minacciare un’uscita dall’Europa per ottenere condizioni migliori per l'adesione, prima di tornare sui propri passi, per il Governo britannico quanto prospettato dalla Corte è un caso puramente ipotetico in quanto "il Regno Unito non intende revocare la sua decisione".
Il leader dei Laburisti, Jeremy Corbyn, ha già dichiarato che il suo partito voterà contro l’accordo e ha chiesto elezioni generali in caso di sconfitta del governo e dimissioni di May. In caso di future elezioni e vittoria dei Laburisti, Corbyn ha affermato che proporrà una rinegoziazione dei termini dell’accordo Brexit con l’Ue, non escludendo però l’ipotesi di un nuovo referendum nel caso in cui non si vada al voto.
Ieri, Theresa May ha respinto categoricamente ogni ipotesi di procrastinazione della Brexit, sottolineando la necessità di un’uscita ordinata dall’Europa: «Partiremo il 29 marzo, sono stata chiara. Non credo che dovremmo estendere l'articolo 50 [ndr, che definisce la procedura per lasciare volontariamente l’Unione europea] e non credo che dovremmo avere un secondo referendum», ha dichiarato il primo ministro. Posizioni già espresse in passato, quando la premier britannica aveva dichiarato che se la mozione fosse stata respinta, senza un accordo, il Regno Unito avrebbe lasciato l’Unione europea il 29 marzo come previsto.
— Dan Sabbagh (@dansabbagh) 14 gennaio 2019
Per molti osservatori politici, scrive DW, il voto su Brexit si sta trasformando in una lotta di potere tra Governo e Parlamento che potrebbe portare a una crisi costituzionale dagli esiti incerti. Da un punto di vista politico, spiega il Guardian, molto dipenderà dai voti che May riuscirà a prendere: se fossero un centinaio in meno rispetto alla sua maggioranza, le sue dimissioni sono molto probabili. Altrimenti, il primo ministro potrebbe continuare a cercare una nuova soluzione. Attualmente, non c’è una maggioranza per nessuna delle opzioni disponibili: nessun accordo tra Ue e Regno Unito, una Brexit morbida o un secondo referendum.
1. Nessun accordo
Il testo non passa e non si riesce a votare nessuna altra intesa entro tre giorni. In questo caso si avvierebbe una Brexit senza accordo: il Regno Unito lascia l’Unione europea entro il 29 marzo 2019, non ci sarà nessun periodo di transizione dopo il 29 marzo e le leggi dell’Ue smetteranno di essere applicate immediatamente. Il Governo ha già iniziato a pianificare questa eventuale situazione pubblicando una serie di linee guida su diversi aspetti, dai passaporti degli animali domestici alle conseguenze sulle forniture elettriche.
Alla luce del voto dell’8 gennaio scorso quando i parlamentari hanno sconfitto il Governo, impedendogli di alzare le tasse in caso di mancato accordo, il Parlamento potrebbe tentare di trovare un testo su cui convergere con il Governo. Se il Governo non si spostasse dalla sua proposta, è probabile si ricorra a un voto di sfiducia.
2. Il Governo chiede una nuova rinegoziazione
In caso di voto contrario, il Governo potrebbe proporre di negoziare un nuovo accordo sulla Brexit. Non si tratterebbe di piccoli ritocchi al testo, ma di una rinegoziazione completa che richiederebbe del tempo e, presumibilmente, un’estensione dell’articolo 50 per ritardare l’inizio della Brexit.
In base all’articolo 50 del Trattato di Lisbona, ogni Stato membro può decidere di ritirarsi dall’Unione europea conformemente alle sue norme costituzionali. Per farlo, deve informare il Consiglio europeo della sua intenzione e negoziare un accordo sul suo ritiro, stabilendo le basi giuridiche per un futuro rapporto con l’Ue. L’accordo deve essere approvato da una maggioranza qualificata degli Stati membri e avere il consenso del Parlamento europeo. Ci sono due anni di tempo dalla data in cui viene chiesta l’applicazione dell’articolo 50 per concludere un accordo, ma questo termine può essere esteso. Nel caso in cui uno Stato volesse tornare sui propri passi, andrebbe avviata una procedura di ammissione.
Le strade sono due. Il Regno Unito chiede all’Unione europea una dilatazione dei tempi. Se tutti gli Stati membri dell’Ue sono d’accordo, questa richiesta viene concessa. A quel punto, il Governo deve modificare il giorno di uscita dall’Ue nel testo ufficiale di uscita. I parlamentari potranno votare questa modifica.
L’Ue rifiuta di rinegoziare l’accordo. Al Governo restano le altre opzioni: voto di fiducia, nuove elezioni, nuovo referendum.
3. Nuove elezioni
Theresa May potrebbe decidere che la soluzione migliore per uscire da questa situazione di stallo sia quella di proporre elezioni politiche anticipate per cercare di ottenere un mandato politico per il suo accordo.
Per accogliere questa proposta, è necessario il voto di due terzi dei parlamentari. Non si potrebbe votare prima di 25 giorni lavorativi dallo scioglimento delle Camere. Questa ipotesi potrebbe comportare, dunque, una richiesta all’Ue di estensione dell’articolo 50.
4. Voto di sfiducia
Se l’accordo proposto viene respinto, i Laburisti hanno già fatto sapere che chiederanno un voto formale di sfiducia nei confronti del Governo. Anche May potrebbe chiedere un voto di fiducia per cercare di rafforzare il suo esecutivo offrendo qualche nuova concessione ai parlamentari che attualmente si oppongono al testo presentato dal Governo.
Se in 14 giorni il Governo non riesce a ottenere la fiducia e non si riesce a formare nessun’altra maggioranza (uno degli scenari che potrebbe prospettarsi è la nascita di un Governo conservatore di minoranza con un primo ministro diverso, un Governo di coalizione o un Governo di minoranza guidato da un altro partito), si va a elezioni anticipate. Nel caso in cui si riuscisse a formare un nuovo Governo, cambierebbero gli scenari anche sulla Brexit.
5. Nuovo referendum
Il Governo potrebbe decidere di indire un nuovo referendum. Anche in questo caso si andrebbe incontro alla richiesta di un’estensione dell’articolo 50 per posticipare l’uscita dall’Ue. I tempi di organizzazione di un nuovo referendum sono lunghi: bisognerebbe fare un atto legislativo che ne stabilisca le regole (come, ad esempio, chi può votare) e, una volta approvato, aspettare il periodo di campagna elettorale prima del voto. Secondo gli esperti, non si voterebbe prima di 5 mesi, molto oltre il 29 marzo.
Immagine in anteprima via euronews.com
Author Angelo RomanoCategories Fuori da qui, PostTags Brexit, Regno Unito, Theresa May, Unione Europea, votoLeave a comment
Europa e migranti: cosa cambia dopo l’accordo di ieri, cosa ha chiesto e cosa ha ottenuto l’Italia
29 Giugno 2018 - Valigia Blu
Il Consiglio europeo avrebbe dovuto trovare un accordo per la gestione della crisi dei migranti e riformare il sistema di asilo europeo. Ma il testo è vago e privo di dettagli.
Previous Previous post: Un politico può “bloccare” i cittadini sui social media?
Next Next post: Cosa sono i video ‘deepfakes’. Tra porno, politica e notizie false
Author Bruno SaettaCategories Diritti Digitali, PostTags democrazia, libertà di espressione, Social MediaLeave a comment
Previous Previous post: Non era Amatrice, ma un campo in Libano travolto da una tempesta di neve. Migliaia di rifugiati in condizioni devastanti
Next Next post: Oggi si vota su Brexit: cosa può succedere? 5 possibili scenari
13 Gennaio 2019 15 Gennaio 2019
La foto di Amatrice sotto la neve, che in molti hanno condiviso sui social, era in realtà, come abbiamo rivelato qualche giorno fa, la foto di un campo rifugiati in Libano travolto da una tempesta di neve.
La foto ritrae i campi profughi ad Arsal, una zona montuosa del Nord del Libano. Ci è sembrato doveroso raccontare cosa sta succedendo in questi giorni in questi campi. La stessa pietà, apprensione e preoccupazione che avremmo riservato per i cittadini di Amatrice, oggi dovremmo riservarla per i rifugiati che da tempo vivono in questi campi. Tra l'altro le condivisioni di quella foto per la maggior parte avevano l'intento di contrapporre la situazione dei terremotati a quella dei migranti.
Una tempesta chiamata “Norma” ha colpito il Libano – in particolare la parte orientale, la Valle della Beqāʿ, e alcune zone a nord del paese –, aggravando la situazione già critica e precaria nei tanti campi non ufficiali che ospitano migliaia di profughi siriani, fuggiti dal proprio paese dopo l’inizio della guerra nel 2011, riporta Reuters. Dal 6 gennaio e per cinque giorni forti piogge e nevicate si sono abbattute su questi insediamenti informali in genere realizzati con tende o baracche costruite con legno, ferro e plastica e quindi inadatti a simili condizioni meteo, rovinando beni cibo, coperte e materassi.
A response to the extreme weather is underway as high winds, rain and snow continue to have a severe impact on people, especially in informal settlements of Syrian refugees. Find more info on this map: https://t.co/EfErcdcdqY #StormEmergencyResponse #WithRefugees
— UNHCR Lebanon (@UNHCRLebanon) 9 gennaio 2019
In base ai dati forniti dall’UNHCR più di 360 siti che ospitano oltre 11mila rifugiati sono stati colpiti dalla tempesta. In totale, specifica ancora l’ONU, circa 850 insediamenti informali sono a rischio allagamento, con all’interno circa 70 mila rifugiati, di cui circa 40mila minori. Reuters riporta la testimonianza di Abu Shahid, fuggito tre anni fa dalla città siriana di Hasaka con la sua famiglia, che ora si trova nel campo profughi nel villaggio di Bar Elias e che ha dovuto dormire con sua moglie e i propri figli nella tenda di un vicino perché la sua era stata completamente allagata a causa delle piogge: «L’unica soluzione è lasciare le nostre cose e fuggire via. L’acqua è ovunque, dove andiamo?». In diversi campi, riporta l’Associated Press, i volontari sono intervenuti per aspirare via l’acqua dagli insediamenti, distribuendo anche stivali di gomma, coperte e indumenti invernali alle persone bisognose di aiuto.
A view of flooded tents of Syrian refugees in Bar Elias town, in the Bekaa valley, Lebanon January 7, 2019. Picture taken January 7, 2019. REUTERS/Issam Abdallah @LbIssam #Reuters #ReutersNews #ReutersAssignment #Syria #SyrianRefugees #Lebanon #UNHCR #Refugees #Storm #Displaced pic.twitter.com/FBcYYRgPyv
— Issam Abdallah (@LbIssam) 8 gennaio 2019
UNHCR UPDATES:
In Dalhamiya settlement, out of 110 tents, 60 are affected and some are severely flooded.#StormEmergencyResponse #WITHREFUGEES
© UNHCR/ Diego Ibarra Sanchez pic.twitter.com/vPKQVswEdZ
Per via della tempesta, lo scorso 8 gennaio una bambina siriana di otto anni è stata trovata morta dopo essere caduta in un fiume e annegata.
A very distressing development today in North of Lebanon. Eight-year-old Fatima, a Syrian #refugee girl who was swept away by #storm waters in the Minieh region yesterday, was found without life today. We are standing with her parents and siblings at this very difficult time.
— Mireille Girard (@UNHCRGirard) 9 gennaio 2019
Mercoledì 9 gennaio duecento rifugiati sono stati evacuati dal proprio accampamento sul confine settentrionale del Libano con la Siria e ospitati in scuole e moschee locali, dopo che un fiume ha esondato, ha comunicato la Croce Rossa libanese, racconta l'Independent.
#Irsal #camps under the #storm in #Lebanon @UNLazzarini @UNHCRGirard @antonioguterres @UN_SCL pic.twitter.com/BaD5HsDVIB
— Nawal Mdallaly (@NawalMdallaly) 7 gennaio 2019
Nei campi profughi ad Arsal, una zona montuosa al confine nel nord del Libano, alcuni tetti rudimentali delle baracche non hanno retto sotto il peso dell’abbondante nevicata che ha coinvolto la zona.
— ابو الهدى الحمصي (@aboalhodaalhoms) 9 gennaio 2019
Sui social, spiega Middle East Monitor, diversi attivisti hanno lanciato l’hashtag "#Arsalstapiangendo" per denunciare la grave situazione e far attivare gli aiuti necessari per gli enti di beneficenza e ONG che lavorano nel campo.
.@RedCrossLebanon evacuated hundreds of Syrian refugees from their flooded camps in #Arsal, a mountainous border area in northern #Lebanon and one of the worst affected by the storm #Norma. pic.twitter.com/6Zgb7xBkQR
— IFRC Middle East and North Africa (@IFRC_MENA) 8 gennaio 2019
Dopo le forti piogge e le nevicate dei giorni scorsi, la paura delle persone nei campi ora è però per le possibili malattie. «Non ci sono medicine e non ci sono medici», racconta Tarima Ibrahim ad Al Jazeera: «Non c'è abbastanza cibo, i miei bambini non hanno avuto latte per più di una settimana».
Tutto questo mentre lo scorso ottobre le Nazioni Unite hanno denunciato che “i finanziamenti destinati alle persone costrette alla fuga e agli apolidi in tutto il mondo sono in diminuzione”: “Sulla base dei contributi ricevuti fino ad oggi, ci si aspetta che i finanziamenti per il 2018 raggiungano solo il 55 per cento degli 8,2 miliardi di dollari americani necessari, a fronte del 56,6 per cento raggiunto nel 2017 e del 58 per cento raggiunto nel 2016”. Con conseguenze sempre più concrete per i profughi e sfollati interni: un aumento di malnutrizione, un sovraffollamento delle strutture sanitarie, un incremento dei rischi riguardanti la protezione a case dell’insufficienza di personale.
In particolare per i profughi siriani, aggiunge l’UNHCR, “l’assistenza in denaro in inverno è particolarmente importante in Libano e in Giordania ed è un mezzo di sostegno efficace e critico per i rifugiati durante i periodi freddi”, (...) dove la maggioranza vive al di sotto della soglia di povertà”. Riguardo questo aspetto, Rouba Mhaissen, direttrice di SAWA for Development and Aid, che ha raccolto fondi in questi giorni per aiutare i profughi colpiti, ha confermato alla CNN che «la miseria sta aumentando nei campi, perché gli aiuti stanno diminuendo».
Attualmente il Libano (con una popolazione di poco più di 4 milioni di persone) ospita, secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2018, circa 950 mila profughi provenienti dalla Siria. Il primo ministro libanese Saad Hariri ha annunciato delle misure per mitigare l'impatto di un'altra tempesta prevista per questo fine settimana, scrive Al Jazeera, specificando comunque che il governo libanese "ha sempre detto che vuole che i rifugiati siriani tornino nel proprio paese" – ad esempio non sono consentiti campi profughi ufficiali: "Il governo libanese teme che i rifugiati siriani non tornino più e restino invece in Libano proprio come hanno fatto molti rifugiati palestinesi fuggiti in Libano nel 1948". Secondo Tamira però non c'è scelta: «Il modo in cui il Libano ci ha trattato, è chiaro, vogliono che andiamo via, ma dove vado quando torno in Siria? La mia casa è stata distrutta e il governo arruolerà mio marito nell'esercito, chi ci darà da mangiare in quel caso?».
Author Andrea ZitelliCategories PostTags Libano, profughi, rifugiati, Siria, sirianiLeave a comment
Previous Previous post: Se davvero teniamo alla scienza della firma di Grillo non dovrebbe fregarcene niente
Next Next post: Un politico può “bloccare” i cittadini sui social media?