Source: https://www.asylumlawdatabase.eu/it/case-law/italy-council-state-27-september-2016-no-rg-7312016
Timestamp: 2019-05-26 11:12:26+00:00
Document Index: 120639846

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 4']

Trasferimento su base Dublino, Garanzie procedurali, Diritto di rimanere nell'attesa di una decisione (effetto sospensivo)
Il richiedente asilo aveva già fatto richiesta di protezione internazionale in Ungheria.
L’amministrazione italiana chiedeva all'Ungheria la presa in carico del richiedente, ai sensi dell'art. 18 comma 1 lett. B del regolamento UE 604/2013. IL richiedente proponeva ricorso al TAR Lazio chiedendo l’annullamento del provvedimento. Tuttavia, il TAR rigettava il ricorso sostenendo che dalla relazione ECRI 2015 appariva che il sistema di accoglienza ungherese era migliorato e che l’obbligo informativo, ritenuto violato dall’Italia, riguardava solo la presa in carico.
Il richiedente si appellava allora al Consiglio di Stato, sottolineando come il giudice di primo grado aveva tenuto conto di una sola fonte nel valutare la situazione della protezione internazionale in Ungheria, mentre da una valutazione più ampia era evidente che tale paese non rispettasse le garanzie previste dall’art. 4 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea.
Infine veniva sottolineato che il diritto di informazione riguardava anche la procedura di ripresa in carico.
Il ricorso è stato accolto ritenendo assorbente il profilo delle carenze sistemiche nella procedura e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo in Ungheria.
La motivazione di una sentenza deve essere chiara e non può basarsi su una sola fonte.
Il Consiglio di Stato ha ritenuto che l’Ungheria presentasse carenze sistemiche nella procedura di asilo e nelle condizioni di accoglienza dei richiedenti asilo, tali da implicare il rischio di un trattamento inumano o degradante ai sensi dell’articolo 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.
In particolare il Consiglio ha evidenziato:
L’adozione, nel luglio 2015, di una nuova legge, relativa all’immigrazione, accusata di essere razzista. Le previsioni considerate più pericolose sono:
• L’introduzione di una procedura di espulsione accelerata;
• La limitazione del diritto all’asilo poiché si permette alle autorità di cancellare le richieste d’asilo ove i richiedenti lascino, senza autorizzazione, la loro residenza designata in Ungheria per più di 48 ore;
• il prolungamento della detenzione dei richiedenti asilo, nonché la possibilità di obbligarli a lavori di pubblica utilità per coprire le spese di mantenimento;
• la detenzione riguarda i richiedenti asilo senza distinzioni per sesso, età e condizioni fisiche, tale che si applica anche a donne in gravidanza e minori non accompagnati;
• con riferimento alla procedura di asilo, l’impossibilitàdi presentare nuovi fatti e circostanze in caso di ricorsi. Inoltre, l’Ungheria non applica nessuna sospensiva automatica (quest’ultimo dato è ricavato da quanto rilevato dalla Commissione europea nel corso della procedura di infrazione avviata contro l’Ungheria);
• La previsione della realizzazione di un “muro anti-immigrati” (una barriera munita di filo spinato che terrà profughi e migranti alla larga dal Paese).
Questo caso è di particolare importanza perché analizza la situazione ungherese più recente e ritiene l'Ungheria un Paese non più sicuro, anche sulla base degli eventi politici e delle legislazione più recenti.
La prima sentenza italiana a bloccare il trasferimento di un richiedente asilo in Ungheria in base al regolamento Dublino è la sentenza n. 4004/2016 del Consiglio di Stato.
C’è anche un’altra recente pronuncia del Consiglio di Stato, la N. 02272/2017 del 15 Maggio 2017, che evidenzia come la situazione ungherese, almeno dal luglio 2015, sia deteriorata fino al punto che il Consiglio ha ritenuto che “i diritti fondamentali dei richiedenti asilo siano fortemente compromessi, e le loro condizioni di accoglimento, anche considerando tutte le difficoltà connesse ai flussi di migrazione dell’est Europa, non rispettano i minimi standard di tutela internazionale, e in ogni caso quelli previsti dall’art. 3, comma 2, del regolamento UE n. 604/2013 e l’art. 4 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea”.
Anna Ferretti, dottoressa in giurisprudenza, membro della clinica legale Human Rights and Migration Law.