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Timestamp: 2019-02-22 16:28:01+00:00
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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 16 ottobre 2015, n. 41742. Qualora sussistano i presupposti per l’applicazione della causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto la Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata per consentire ai giudici di merito la valutazione conseguente. Nel caso in cui, invece, la Corte di cassazione ritenga, sulla scorta della sentenza impugnata, che il giudice del merito abbia anche solo implicitamente escluso la sussistenza dei presupposti enunciati dall’art. 131-bis c.p., la relativa questione deve essere rigettata, non essendo necessario un controllo di fatto - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 16 ottobre 2015, n. 41742. Qualora sussistano i presupposti per l’applicazione della causa di esclusione della punibilità per la particolare tenuità del fatto la Corte di cassazione deve annullare con rinvio la sentenza impugnata per consentire ai giudici di merito la valutazione conseguente. Nel caso in cui, invece, la Corte di cassazione ritenga, sulla scorta della sentenza impugnata, che il giudice del merito abbia anche solo implicitamente escluso la sussistenza dei presupposti enunciati dall’art. 131-bis c.p., la relativa questione deve essere rigettata, non essendo necessario un controllo di fatto
sentenza 16 ottobre 2015, n. 41742
Dott. DAVIGO P. – Consigliere
Dott. CARRELLI PALOMBI R. – rel. Consigliere
avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, n. 855/2012, in data 04.12.2014;
udita la requisitoria del sostituto procuratore generale dott. Alfredo Pompeo Viola che ha chiesto di dichiararsi l’inammissibilita’ del ricorso;
sentita la discussione della difesa del ricorrente, avv. (OMISSIS), che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.
1. Con sentenza in data 16.04.2012, il Tribunale di Taranto, sezione distaccata di Martina Franca, dichiarava (OMISSIS) responsabile dei reati di cui all’articolo 646 c.p., articolo 61 c.p., n. 11 (capo A), articoli 81 e 594 cod. pen. (capo B) e, ritenuto il vincolo della continuazione, lo condannava alla pena di mesi tre di reclusione con il beneficio della sospensione condizionale della pena e al risarcimento dei danni a favore delle costituite parti civili (OMISSIS) e (OMISSIS), liquidati in euro 1.000,00 per ciascuna.
2. A seguito di impugnazione da parte di (OMISSIS), la Corte d’appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, in parziale riforma della sentenza di primo grado, dichiarava non doversi procedere nei confronti dell’imputato in relazione al capo B) per intervenuta remissione di querela e riduceva la pena in relazione al solo capo A) a mesi uno e giorni dieci di reclusione che sostituiva con la corrispondente pena pecuniaria della multa pari ad euro 1.520,00, con l’ulteriore beneficio della non menzione della condanna nel certificato del casellario giudiziale, eliminazione delle statuizioni civili e conferma nel resto della pronuncia di primo grado.
3. Avverso la sentenza di secondo grado, nell’interesse di (OMISSIS), viene proposto ricorso per cassazione lamentandosi violazione di legge ex articolo 606 c.p.p., lettera b) e d) e chiedendo, in principalita’, di sospendere il giudizio con invio degli atti alla Corte costituzionale per violazione dell’articolo 3 Cost. in relazione all’articolo 646 cod. pen., u.c. alla luce dell’articolo 131 bis cod. pen. e, in subordine, l’annullamento della sentenza impugnata per non avere la stessa considerato che il bene oggetto di appropriazione indebita era stato restituito alla persona offesa, lo stesso bene era da considerarsi di modestissimo valore con conseguente applicabilita’ alla fattispecie dell’articolo 131 bis cod. pen. e, infine, che il reato in parola, medio tempore, risultava essersi prescritto.
2. Preliminare ad ogni altra questione e’ la verifica dell’eventuale maturazione del termine di prescrizione con riferimento al reato di cui al capo A (commesso in data (OMISSIS)), sulla base delle deduzioni svolte da parte ricorrente.
Ritiene il Collegio che detto reato, in astratto, potra’ prescriversi solo in data 21.01.2017.
Invero, all’ordinario termine di anni sette e mesi sei, occorre aggiungere i periodi di durata dei rinvii delle udienze sia di primo che di secondo grado per differimenti a vario titolo (per complessivi anni due, mesi quattro e giorni diciotto), e segnatamente:
a) per il primo grado:
– dal 24.11.2008 al 20.04.2009, per richiesta congiunta dei difensori in vista di un possibile componimento della vertenza: mesi quattro e giorni ventisette;
– dal 21.09.2009 al 11.01.2010, per concomitante impegno professionale del difensore (i testi sono stati escussi ma il provvedimento professionale di sospensione della prescrizione dichiarato dal giudice non e’ stato impugnato): termine massimo di sospensione (Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014, dep. 02/02/2015, Torchio) mesi due;
– dall’11.01.2010 al 10.05.2010, per adesione dei difensori all’astensione dalle udienze in osservanza a delibera dell’U.O.A.: mesi tre e giorni ventinove;
– dal 25.10.2010 al 28.02.2011, per malattia del difensore: termine massimo di sospensione (Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014, dep. 02/02/2015, Torchio, cit.) mesi due (comprensivo della durata dell’impedimento);
– dal 18.04.2011 al 19.09.2011, per concomitante impegno professionale del difensore: termine massimo di sospensione (Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014, dep. 02/02/2015, Torchio, cit.) mesi due;
– dal 19.12.2011 al 16.04.2012, per malattia difensore: termine massimo di sospensione (Sez. U, n. 4909 del 18/12/2014, dep. 02/02/2015, Torchio, cit.) mesi due (comprensivo della durata dell’impedimento);
b) per il secondo grado:
– dal 12.12.2013 al 18.02.2014, per richiesta congiunta dei difensori in vista di un possibile componimento della vertenza: mesi due e giorni sei;
– dal 18.02.2014 al 04.12.2014, per adesione dei difensori all’astensione dalle udienze in osservanza a delibera dell’U.O.A.: mesi nove e giorni sedici.
3. Dai primi pronunciamenti della Suprema Corte in subiecta materia, si ricava l’orientamento come la proposizione della questione relativa alla esclusione della punibilita’ per particolare tenuita’ del fatto, di cui all’articolo 131-bis cod. pen. – quand’anche rilevabile nel giudizio di legittimita’, a norma dell’articolo 609 c.p.p., comma 2 nell’ipotesi in cui non sia stato possibile proporla in appello – non implica necessariamente l’inevitabile annullamento della sentenza impugnata con obbligo di rinvio al giudice di merito per la decisione sul punto, atteso che e’ ben possibile che la Corte di legittimita’ proceda a rigettare direttamente la relativa richiesta ove non ricorrano le condizioni per l’applicabilita’ dell’istituto sulla base delle implicite valutazioni in fatto operate dal giudice di merito (cfr., Sez. 3, sent. n. 21474 del 22/04/2015, dep. 22/05/2015, Fantoni, Rv. 263693).
3.1. Invero, ferma l’applicabilita’ dell’istituto in questione ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del Decreto Legislativo 16 marzo 2015, n. 28, stante la sua natura sostanziale e la natura di norma di favore come tale applicabile retroattivamente ex articolo 2 c.p., comma 4, ritiene il Collegio come le condizioni di applicabilita’ delle nuove norme ben possono essere astrattamente valutate di ufficio ex articolo 609 c.p.p., comma 2, (essendo la questione in precedenza non deducibile) anche nel giudizio di legittimita’ sulla base di quanto emergente dalle risultanze processuali e dalla motivazione della decisione impugnata con conseguente annullamento della sentenza con rinvio al giudice di merito in caso di valutazione positiva (Sez. 4, sent. n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496; Sez. 3, sent. n. 15449 del 08/04/2015, Mazzarotto, Rv. 263308).
3.2. Si e’, in particolare, precisato che la astratta verifica, da parte della Corte, delle condizioni di applicabilita’ del nuovo istituto non puo’ che avvenire alla stregua degli indici-criteri delineati dallo stesso articolo 131-bis cod. pen., laddove, accanto a specifici limiti di pena (potendo l’applicazione riguardare infatti i soli reati per i quali e’ prevista la pena detentiva non superiore nel massimo a cinque anni ovvero la pena pecuniaria sola o congiunta alla predetta pena), e’ stata indicata la particolare tenuita’ dell’offesa, articolata, a sua volta (secondo la definizione della relazione al provvedimento), in due “indici-requisiti”, quali, da un lato, la modalita’ della condotta e l’esiguita’ del danno o del pericolo, da valutarsi sulla base dei criteri indicati dall’articolo 133, comma 1 cod. pen. (natura, specie, mezzi, oggetto, tempo, luogo ed ogni altra modalita’ dell’azione, gravita’ del danno o del pericolo cagionato alla persona offesa dal reato e intensita’ del dolo o grado della colpa) e, dall’altro, la non abitualita’ del comportamento. Solo in tali casi, dunque, si e’ aggiunto, si potrebbe considerare il fatto di particolare tenuita’ ed escluderne, conseguentemente, la punibilita’. A questo va solo aggiunto che, in ragione della necessita’ di contemperare l’obbligo di rilevazione d’ufficio della particolare tenuita’ del fatto, discendente dal disposto dell’articolo 129 cod. proc. pen., con la fisiologia del giudizio di legittimita’, che preclude a questa Corte di esprimere valutazioni in fatto, spettanti al solo giudice di merito, l’apprezzamento del giudice di legittimita’ non puo’ che essere limitato ad un vaglio di astratta non incompatibilita’ dei tratti della fattispecie, come risultanti dalla sentenza impugnata e dagli atti processuali, con gli indici – criteri e gli indici – requisiti indicati dalla novella e appena sopra menzionati.
3.3. Cio’ posto, e considerati dunque necessariamente tali parametri, ritiene il Collegio che, alla stregua dei dati processuali e di quanto risultante dalla sentenza impugnata, una valutazione di astratta sussistenza della particolare tenuita’ del fatto debba essere esclusa. E questo non solo perche’ gli elementi addotti dal ricorrente per la valutazione della causa di non punibilita’ (successiva restituzione del bene di valore assai modesto, avvenuto risarcimento del danno, dimostrata non abitualita’ a commettere reati) costituiscono accadimenti tutti verificatisi successivamente al fatto di reato e, come tali, nella prospettiva di valutazione invocata, del tutto irrilevanti (Sez. 5, sent. n. 38961 del 28/04/2015, dep. 24/09/2015, Tolomelli), ma, soprattutto, perche’ il fatto, pur nel ridimensionato trattamento sanzionatorio, non e’ stato considerato come episodico ovvero di modesto allarme (con riferimento ad entrambi i versanti di valutazione rappresentati dall’oggettivita’ della condotta e dalla personalita’ del suo autore): tant’e’ che, la contestazione di appropriazione indebita, inerisce ad un fatto aggravato dall’abuso di relazioni professionali (articolo 61 c.p., n. 11) e la risoluzione del rapporto avvenne per iniziativa delle sole parti lese. Ma non solo. Anche dall’esame della condotta del (OMISSIS), si ricavano elementi di valutazione non favorevoli nella prospettiva di giudizio precedentemente indicata: risulta infatti che il (OMISSIS) rifiuto’, in modo persistente, la restituzione dell’apparecchio invocando argomentazioni pretestuose per non dire assolutamente false (imprecisati inserimenti di dati personali, provenienza del bene da una regalia, titolarita’ del bene) e comunque smentite dalle risultanze processuali: questo basta per scrutinare negativamente il motivo richiesto.
4. Per le ragioni dinanzi esposte che impongono l’inaccoglibilita’ nel merito della richiesta di riconoscimento della causa di non punibilita’, la questione di legittimita’ costituzionale, come proposta dal ricorrente, si pone necessariamente come irrilevante; il mancato superamento dello scrutinio della rilevanza esonera da ogni valutazione in ordine alla ricorrenza dell’ulteriore requisito della non manifesta infondatezza.
5. Alla pronuncia consegue, per il disposto dell’articolo 616 cod. proc. pen., la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali.
Corte di Cassazione, sezione II, sentenza 8 gennaio 2015, n. 295....