Source: http://www.exeo.it/free/condono
Timestamp: 2013-12-05 02:41:31+00:00
Document Index: 123718497

Matched Legal Cases: ['art. 37', 'art. 3', 'art. 31', 'art. 38', 'art. 13', 'art. 36', 'art.32', 'art.2', 'art.4', 'art.32', 'art.32', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art.32', 'art.32', 'art.32', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art.32', 'art.32', 'art. 36', 'art. 32', 'art. 36', 'art. 13', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 39', 'arto 5', 'arto 5', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 31', 'art. 3', 'art. 32', 'art. 83', 'art. 83', 'sentenza ', 'art. 654', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 654', 'art. 28', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 33', 'art. 32', 'art. 6', 'art. 51', 'art. 6', 'art. 51', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 151', 'art. 117', 'art. 1', 'art. 23', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 25', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 32', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 77', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 40', 'art. 191', 'art. 253']

La differenza tra letteratura e giornalismo consiste nel fatto che il giornalismo è illeggibile e che la letteratura non viene letta. (Oscar Wilde) HOME
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titolo :ABUSI EDILIZI
Sintesi: L’avvenuta presentazione di domanda di condono toglie efficacia alla sanzione edilizia in precedenza irrogata, in quanto, una volta presentata la domanda di sanatoria, il provvedimento repressivo perde efficacia poiché deve essere sostituito dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio essendo l’amministrazione tenuta, in quest’ultimo caso, al completo riesame della fattispecie assumendo, ove necessario, nuovi e definitivi provvedimenti sanzionatori.
Estratto: «Si osserva, inoltre, a sostegno della ritenuta improcedibilità, che la sospensione dei procedimenti amministrativi disposta dalla normativa sul condono edilizio è funzionale alla possibilità di avviare e svolgere un procedimento di sanatoria del manufatto, possibilità che i ricorrenti hanno in concreto praticato, atteso che il manufatto per cui è causa è stato comunque oggetto di procedimento di condono edilizio, trattato e definito dal Comune di Positano.Va, infine, evidenziato che il Tribunale aderisce, con giurisprudenza ormai consolidata, all’orientamento ermeneutico secondo il quale l’avvenuta presentazione di domanda di condono toglie efficacia alla sanzione edilizia in precedenza irrogata. In particolare, una volta presentata la domanda di sanatoria, il provvedimento repressivo perde efficacia in quanto deve essere sostituito dal permesso di costruire in sanatoria o da un nuovo provvedimento sanzionatorio essendo l’amministrazione tenuta, in quest’ultimo caso, in base a quanto previsto dall’articolo 40, c. 1, l. n. 47/1985, al completo riesame della fattispecie assumendo, ove necessario, nuovi e definitivi provvedimenti sanzionatori ( cfr. TAR Lazio, Roma, I, 14-1-2009, n. 166). Sulla base delle considerazioni tutte sopra svolte, dunque, il ricorso iscritto al n. 1079/2004 deve essere in parte accolto (limitatamente alla disposta demolizione dell’ampliamento del terrazzo posto al primo piano del fabbricato per mq. 4) e per il resto deve essere dichiarato improcedibile per sopravvenuta carenza di interesse.»
Sintesi: Il condono edilizio rappresenta una modalità di regolarizzazione, in via straordinaria, di abusi edilizi già stabilizzati, in ordine ai quali lo Stato trasforma la potestà di repressione ordinaria di tipo ripristinatorio per le costruzioni effettuate senza titolo, in una penalizzazione di natura esclusivamente economica (oblazione), con ulteriore corresponsione al Comune del contributo di concessione.
Estratto: «La questione principale dedotta in giudizio, infatti, riguarda la valenza del cosiddetto condono edilizio e la possibilità di far valere, avverso il provvedimento con cui il medesimo sia stato rilasciato, censure di violazione di norme civilistiche, come quelle attinenti ai confini.Dette norme tuttavia – pur avendo anche un rilievo di interesse pubblico, per l’ordinato sviluppo edificatorio dei suoli – non sono prese in considerazione dalla normativa eccezionale in materia di condono (ovvero – per quanto qui interessa – dalla legge 28.2.1985, n. 47), quali cause preclusive della sanatoria, in caso di constatata violazione.Il condono edilizio, infatti, rappresenta una modalità di regolarizzazione, in via straordinaria, di abusi edilizi già stabilizzati, in ordine ai quali lo Stato trasforma la potestà di repressione ordinaria – di tipo ripristinatorio – per le costruzioni effettuate senza titolo, in una penalizzazione di natura esclusivamente economica (oblazione), con ulteriore corresponsione al Comune del contributo di concessione, ex art. 37, comma 1, L. n. 47/85 cit., che richiama sul punto l’art. 3 della legge 28.1.1977, n. 10.Attraverso tale procedura lo Stato – e l’Ente territoriale, nel cui territorio ricade l’immobile abusivo – rinunciano alla repressione di un fenomeno di ampia portata, in ordine al quale sono risultati mancanti efficaci strumenti di controllo e di repressione, realizzando però l’emersione del fenomeno stesso e l’acquisizione di risorse finanziarie, commisurate anche alle maggiori esigenze infrastrutturali di cui lo sviluppo edificatorio – comunque intervenuto –impone il soddisfacimento. In tale ottica i limiti della sanatoria eccezionale in questione riguardano la data di effettuazione dell’abuso edilizio (per la normativa applicata nel caso di specie: 1.10.1983), l’avvenuta ultimazione, entro tale data, delle opere eseguite senza titolo (nei termini di cui all’art. 31, comma 2 L. n. 47/85 cit.), il parere favorevole dell’Autorità preposta, per vincoli che non comportassero inedificabilità assoluta e l’assenza di vincoli di quest’ultimo tipo (artt. 32 e 33 L. cit.). Ove le predette condizioni risultino soddisfatte – e le somme dovute siano state puntualmente corrisposte – il rilascio della sanatoria in questione è atto a carattere vincolato, con effetto estintivo anche del reato e di qualsiasi sanzione amministrativa in precedenza comminata, a norma dell’art. 38 della medesima legge. Del tutto diversa è la procedura di concessione in sanatoria, prevista a regime dall’art. 13 della più volte citata legge n. 47/85 (oggi trasfuso nell’art. 36 del T.U., emanato con D.P.R. 6.6.2001, n. 380): una disposizione, quest’ultima, che richiede per l’abilitazione postuma delle opere eseguite senza titolo la cosiddetta “doppia conformità”, rispetto a tutte le norme riferite all’intervento edilizio da sanare, “sia al momento della realizzazione dell’opera, sia al momento della presentazione della domanda”; nell’ambito di tale tipologia di sanatoria (o, comunque, in rapporto a qualsiasi normale titolo abilitativo, rilasciato per l’edificazione in via ordinaria) la violazione di norme in materia di distanza appare configurabile come vizio di legittimità del provvedimento, deducibile anche davanti al giudice amministrativo (Cass. Civ., sez. II, 27.11.2002, n. 16726, Cass. SS.UU. 4.10.1996, n. 8688).Nella situazione in esame il titolo abilitativo contestato – essendo intervenuto in esito ad una procedura di condono edilizio – incontrava soltanto i limiti, in precedenza illustrati quali presupposti applicativi della legge n. 47/85, limiti che non si estendevano a tutte le regole, ordinariamente vigenti per le nuove edificazioni, ivi comprese quelle inerenti alle distanze tra fabbricati e dai confini, nonché dettate in materia di destinazione d’uso ed obbligatoria sussistenza di aree da destinare a parcheggio. Ove dedotta innanzi al giudice amministrativo, in controversie aventi ad oggetto il condono di cui agli artt. 31 e segg. legge n. 47/85 la violazione delle regole in questione non implicava pertanto alcun effetto invalidante, essendo limitata la cognizione del predetto giudice, anche in sede di giurisdizione esclusiva, al rapporto pubblicistico intercorrente fra il privato, responsabile dell’abuso, e la pubblica amministrazione.Diverse conclusioni potrebbero raggiungersi, invece, solo con riferimento al rapporto intercorrente fra privati, non sanando il condono l’eventuale violazione di diritti soggettivi dei terzi, fatti salvi – questi ultimi – da qualsiasi fattispecie di concessione edilizia e tutelabili davanti al giudice ordinario (per consolidata giurisprudenza e, oggi, anche per espressa statuizione normativa: cfr. artt. 11 D.P.R. 6.6.2001, n. 380 e 2, comma 37, della legge 23.12.1996, n. 662; Cons. St., sez. IV, 10.12.2007, n. 6332 e 30.12.2006, n. 8262; Cons. St., sez. V, 7.4.2004, n. 1963; Corte d’Appello di Roma, sez. III, 6.2.2007, n. 563).»
Sintesi: Nella regione Puglia, oltre agli abusi maggiori (nn. da 1 a 3 dell’Allegato 1 al d.l. 269/2003) sono sanabili anche gli abusi minori (nn. da 4 a 6 dell'Allegato citato).
Estratto: «L’area su cui l’immobile insiste è soggetta a vincolo paesistico ex L. 1497/1939, apposto il 23.6.1970; le tipologie per cui è proposta istanza di condono sono la n. 1 e la n. 3, trattandosi di opere realizzate in assenza di titolo edilizio e non conformi agli strumenti urbanistici vigenti (n. 1) e di opere di ristrutturazione edilizia come definite dall'articolo 3, comma 1, lettera d) del d.P.R. 6 giugno 2001, n. 380 realizzate in assenza o in difformità dal titolo abilitativo edilizio (n. 3).Le norme che disciplinano il condono degli abusi in questione sono i commi 26 e 27 lett. D) dell’art.32 del D.L. n.269 del 2003, della seguente formulazione:“26. Sono suscettibili di sanatoria edilizia le tipologie di illecito di cui all' allegato 1:a) numeri da 1 a 3, nell'ambito dell'intero territorio nazionale, fermo restando quanto previsto alla lettera e) del comma 27 del presente articolo, nonché 4,5 e 6 nell'ambito degli immobili soggetti a vincolo di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n.47;b) numeri 4, 5 e 6, nelle aree non soggette ai vincoli di cui all'articolo 32 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, in attuazione di legge regionale, da emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, con la quale è determinata la possibilità, le condizioni e le modalità per l'ammissibilità a sanatoria di tali tipologie di abuso edilizio.27. Fermo restando quanto previsto dagli articoli 32 e 33 della legge 28 febbraio 1985, n. 47, le opere abusive non sono comunque suscettibili di sanatoria, qualora:d) siano state realizzate su immobili soggetti a vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali qualora istituiti prima della esecuzione di dette opere, in assenza o in difformità del titolo abilitativo edilizio e non conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici”.L’art.2 comma 1 della legge della Regione Puglia n.28 del 2003, così come modificata dall’art.4 della legge n.19 del 2004, ha disposto nel modo seguente : “Fermo restando il disposto dell'articolo 32, comma 26, del d.lgs. 269/2003, per i numeri da 1 a 3 dell'allegato 1 e purché gli abusi abbiano i requisiti previsti dall'articolo 31, comma 2, della legge 28 febbraio 1985, n. 47, nella Regione Puglia sono suscettibili di sanatoria le tipologie di illecito di cui ai n. 4, 5 e 6 dell'allegato 1 al d.lgs. 269/2003.”.La legislazione regionale non si è quindi discostata dalle previsioni della legge nazionale.Oltre agli abusi maggiori (nn.da 1 a 3 dell’Allegato 1 al D.L. n.269 del 2003) anche gli abusi minori (nn.da 4 a 6 dell’allegato) sono sanabili nella Regione Puglia.A questa generale sanabilità (nei limiti generali previsti dal comma 25 dell’art.32) il comma 27 lett. D) prevede delle eccezioni quanto agli abusi commessi su immobili vincolati.L’ambito di tali eccezioni va inteso alla luce della affermata validità (ad opera del comma 27, primo alinea, dell’art.32) di quanto previsto dagli artt. 32 e 33 della legge n.47 del 1985.Le disposizioni dei citati artt. 32 e 33, da un lato, e dell’art. 32 comma 27 lett. D) del D.L. n.269 del 2003, dall’altro, devono essere correlate tenendo presente che gli uni contemplano le condizioni che consentono il condono di un abuso, l’altro contempla invece condizioni nelle quali l’abuso non può essere condonato.All’interno di tale quadro normativo, secondo l’indirizzo adottato da questa Sezione (cfr. Tar Lecce 17/2009 a cui si rinvia per maggiori approfondimenti teorici) il combinato disposto dell’art. 32 della legge n.47 del 1985 e dell’art. 32 comma 27 lett. D) del d.l. n.269 del 2003 comporta quindi che un abuso commesso su un bene vincolato può essere condonato, a meno che non ricorrano, contemporaneamente, l’imposizione del vincolo di inedificabilità relativa prima della esecuzione delle opere, la realizzazione delle stesse in assenza o difformità dal titolo edilizio, la non conformità alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.Se una di tali condizioni non ricorre (ad esempio la difformità dalle norme urbanistiche o dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici), l’abuso realizzato su un immobile soggetto ad un vincolo di inedificabilità relativa sfuggirà alla disciplina dell’eccezione regolata dall’art.32 comma 27 lett.D) citato (cioè alla non condonabilità) e sarà invece assoggettato alla disciplina generale dell’art.32 della legge n.47 del 1985, sicché sarà condonabile anche (ad esempio) l’abuso realizzato dopo la imposizione del vincolo (sempre in presenza delle condizioni previste dal citato art.32 della legge n.47 del 1985).L’incondonabilità, infatti, è determinata dalla assenza o difformità rispetto al titolo edilizio e dal contrasto con le norme e previsioni urbanistiche, cioè dai presupposti ordinari del condono (situazioni senza le quali il condono non avrebbe ragion d’essere), nonché da un elemento ulteriore rispetto ai presupposti ineliminabili del condono e perciò qualificabile come la ragion d’essere della incondonabilità, cioè la realizzazione dell’abuso dopo l’imposizione del vincolo di inedificabilità relativa.»
Sintesi: La previsione che ammette il condono per il “mutamento con o senza opere della destinazione d'uso legittimamente preesistente delle unità immobiliari” non può applicarsi all'intervento consistente in un'opera di pavimentazione del soprassuolo che abbia interessato un'ampia area libera.
Estratto: «Circa le altre censure dedotte, aventi carattere sostanziale, va premesso che la L.p. 8.3.2004, n. 3, recante le disposizioni in materia di definizione degli illeciti edilizi (condono edilizio), rilevante nella fattispecie, al comma 2 dell’art. 1 recita:“Al fine di adeguare la disciplina statale alle specifiche esigenze del governo del territorio provinciale, la sanatoria edilizia prevista dall'articolo 32 del decreto-legge n. 269 del 2003 è ammessa solamente per le seguenti opere: (omissis)b) mutamento con o senza opere della destinazione d'uso legittimamente preesistente delle unità immobiliari, nel rispetto comunque dei limiti previsti dalla lettera a), con esclusione dei casi di mutamento di destinazione dall'uso preesistente in attività commerciali aventi caratteristiche diverse da quelle degli esercizi di vicinato di cui all'articolo 2, comma 1, lettera a), della legge provinciale 8 maggio 2000, n. 4 (Disciplina dell'attività commerciale in provincia di Trento); nelle aree produttive di interesse provinciale il mutamento di destinazione d'uso rimane comunque escluso anche per gli esercizi di vicinato; inoltre il cambio di destinazione a fini residenziali di volumi esistenti in zone agricole primarie è consentito nella misura massima di 450 metri cubi; (omissis)Osserva, in proposito, il Tribunale che l’impugnato arresto procedimentale sull’istanza di condono edilizio richiesto dalla ricorrente, ha negato che l’intervento realizzato possa rientrare tra quelli ammessi al condono dalla L.p. 3/2004, precisando che esso non sarebbe riconducibile ad alcuna delle citate categorie di opere sanabili ed, in particolare, al “mutamento senza opere della destinazione d’uso delle unità immobiliari”. Secondo la ricorrente, invece, il mutamento di destinazione d’uso dell’area, realizzato con l’opera di pavimentazione del soprassuolo, sarebbe compatibile con un’interpretazione estensiva della norma provinciale, che contempla il solo mutamento della destinazione d’uso delle unità immobiliari.La tesi però non è convincente.Va, infatti, preliminarmente rilevato che la Corte costituzionale, con la sentenza 28.6.2004, n. 196, aveva dichiarato parzialmente illegittimo il cosiddetto “nuovo condono edilizio” (introdotto dal comma 32 del D.L. 30.9.2004, n 269, convertito in legge 24.11.2003, n. 326), nella parte in cui, ponendo un indebito limite all’esercizio del potere legislativo regionale, non prevedeva che in tale sede si potessero determinare ulteriori limiti, condizioni e modalità per il rilascio della sanatoria; ad avviso della Corte, infatti, la previsione di un nuovo condono edilizio non aveva fatto venir meno il suo carattere eccezionale. A tale stregua dunque la relativa disciplina, per il suo carattere derogatorio, non è suscettibile di interpretazioni estensive.Conseguentemente, la previsione che ammette il condono per il “mutamento con o senza opere della destinazione d'uso legittimamente preesistente delle unità immobiliari” si configura come di stretta interpretazione e non può applicarsi al caso di specie, in cui il mutamento strutturale di destinazione d’uso ha interessato un’ampia area libera e non una singola unità immobiliare, il cui palese lessico l’individua come parte di un edificio.»
Sintesi: Il combinato disposto dell’art. 32 della legge n. 47 del 1985 e dell’art. 32 comma 27 lett. D) del d.l. n. 269 del 2003 comporta che un abuso commesso su un bene vincolato può essere condonato, a meno che non ricorrano, insieme, l’imposizione del vincolo di inedificabilità relativa prima della esecuzione delle opere, la realizzazione delle stesse in assenza o difformità dal titolo edilizio, la non conformità alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.
Estratto: «Secondo l’orientamento già adottato da questa Sezione nella sentenza n.17 del 2009, che il Collegio condivide, richiama in funzione motivazionale e riproduce in sintesi, le disposizioni dei citati artt. 32 e 33, da un lato, e dell’art. 32 comma 27 lett. D) del D.L. n.269 del 2003, dall’altro, devono essere correlate tenendo presente che mentre gli uni contemplano le condizioni che consentono il condono di un abuso, l’altro contempla invece condizioni nelle quali l’abuso non può essere condonato.Il combinato disposto dell’art. 32 della legge n.47 del 1985 e dell’art. 32 comma 27 lett. D) del d.l. n.269 del 2003 comporta quindi che un abuso commesso su un bene vincolato può essere condonato, a meno che non ricorrano, insieme, l’imposizione del vincolo di inedificabilità relativa prima della esecuzione delle opere, la realizzazione delle stesse in assenza o difformità dal titolo edilizio, la non conformità alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici.Se una di tali condizioni non ricorre (ad esempio la difformità dalle norme urbanistiche o dalle prescrizioni degli strumenti urbanistici),l’abuso realizzato su un immobile soggetto ad un vincolo di inedificabilità relativa sfuggirà alla disciplina dell’eccezione regolata dall’art.32 comma 27 lett.D) citato (cioè alla non condonabilità) e sarà invece assoggettato alla disciplina generale dell’art.32 della legge n.47 del 1985.»
Sintesi: L'onere della prova relativo alla data di ultimazione delle opere abusive incombe sul soggetto che richiede il condono edilizio, fermo restando che tale onere può essere assolto mediante la dichiarazione sostitutiva dell'atto di notorietà resa dall'interessato a corredo dell'istanza di condono. Tuttavia, tale dichiarazione non presenta valenza probatoria privilegiata, ma rappresenta soltanto un principio di prova destinato a cedere in presenza di eventuali più consistenti elementi probatori prodotti dall'Amministrazione comunale.
Estratto: «Passando al ricorso principale - avente ad oggetto i provvedimenti n. 6297, 6298 e 6299 in data 9 maggio 2005, con i quali sono state respinte tre distinte istanze di condono presentate dai ricorrenti in data 10 dicembre 2004 (la n. 20793, relativa alla chiusura di un vano porta d’ingresso, la modifica di un vano porta in vano finestra e l’apertura di due nuovi vani rispettivamente in porta e finestra; la n. 20794, relativa alla realizzazione di una tettoia pertinenziale all’abitazione principale, con destinazione a stenditoio, nonché alla sistemazione degli spazi esterni; la n. 20797, relativa all’ampliamento dell’unità abitativa posta al piano terra del fabbricato, destinata ad abitazione principale dei ricorrenti), e l’ordinanza n. 120 in data 30 maggio 2005, con la quale è stata disposta nei confronti dei ricorrenti la demolizione delle opere abusive analiticamente descritte in epigrafe - il Collegio ritiene necessario procedere innanzi tutto all’esame congiunto dei primi due motivi di ricorso, riguardanti le motivazioni poste a fondamento dei provvedimenti di diniego del condono, tutte incentrate sul fatto che le opere abusive realizzate sull’edificio ubicato alla via Maiano n. 38 non siano state ultimate entro la data del 31 marzo 2003 (prevista all’articolo 32, comma 25, del decreto legge n. 269/2003, convertito dalla legge n. 32672003).A tal riguardo si deve preliminarmente rammentare che l’onere della prova relativo alla data di ultimazione delle opere abusive incombe sul soggetto che richiede il condono (ex multis, T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 5 aprile 2004, n. 4039; T.A.R. Veneto, Sez. I, 13 settembre 2001, n. 2538), fermo restando che tale onere può essere assolto mediante la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà resa dall’interessato a corredo dell’istanza di condono. Tuttavia, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis, Cons. Stato, Sez. IV, 10 agosto 2007, n. 4396; T.A.R. Campania Napoli, Sez. IV, 17 dicembre 2004, n. 19374; T.A.R. Lazio Latina, 29 luglio 2003, n. 675), tale dichiarazione non presenta valenza probatoria privilegiata, ma rappresenta soltanto un principio di prova destinato a cedere in presenza dei ben più consistenti elementi probatori prodotti dall’Amministrazione comunale. Ciò posto, si deve evidenziare che nel caso in esame l’Amministrazione ha ritenuto di poter desumere (mediante il meccanismo di cui all’articolo 2727 cod. civ.) dalla comunicazione di ultimazione dei lavori in data 8 agosto 2003 (relativa all’intervento di manutenzione straordinaria assentito con l’autorizzazione edilizia n. 11/2003) elementi di prova atti a smentire le dichiarazioni relative alla data di ultimazione delle opere abusive di cui trattasi. Infatti i provvedimenti di diniego del condono sono motivati, per relationem, con riferimento alla nota n. 2346 in data 11 febbraio 2005 (recante il verbale del sopralluogo effettuato in data 20 gennaio 2005) ed alla relazione istruttoria n. 2407 in data 14 febbraio 2005, nelle quali il tecnico comunale afferma che le dichiarazioni sulla data di ultimazione delle opere rese nelle domande di condono non sono attendibili in quanto smentite dalla comunicazione di ultimazione dei lavori in data 8 agosto 2003, a firma del geom. Antonino De Angelis (tecnico incaricato della direzione dei lavori di cui all’autorizzazione edilizia n. 11/2003), dalla quale si evince che i lavori sono stati ultimati in data 4 agosto 2003, sono conformi all’autorizzazione edilizia n. 11/2003 e sono stati regolarmente eseguiti.I ricorrenti, a loro volta, contestano l’attendibilità del ragionamento presuntivo seguito dall’Amministrazione deducendo quanto segue: che non esiste alcun obbligo per il direttore dei lavori di pronunciarsi o indagare su opere non costituenti oggetto della sua attività, anche se abusive; che i lavori oggetto dell’autorizzazione edilizia n. 11/2003 sono interni all’immobile di cui trattasi, mentre le domande di condono riguardano lavori prevalentemente esterni all’immobile; che il collegamento operato dall’Amministrazione tra l’attività edilizia posta in essere in base all’autorizzazione edilizia n. 11/2003 e le opere abusive oggetto delle domande di condono è comunque arbitrario perché la richiesta di autorizzazione all’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria risale al 5 novembre 2002 e, quindi, non vi è motivo per ritenere che le opere abusive di cui trattasi non siano state realizzate nel periodo che va dal novembre 2002 al 31 marzo 2003; che tale collegamento avrebbe comunque potuto determinare ben altre conseguenze, ossia indurre a ritenere che le opere abusive siano state realizzate in difformità dall’autorizzazione edilizia n. 11/2003, e invece l’Amministrazione ha optato, senza alcuna convincente argomentazione, per la conseguenza più gravosa per gli interessati, costituita dal rigetto delle domande di condono. 3. Le censure mosse dai ricorrenti - ad un attento esame - non si rivelano idonee ad inficiare l’attendibilità del ragionamento presuntivo seguito dall’Amministrazione, che risulta avvalorato da ulteriori elementi desumibili dagli atti di causa.»
Sintesi: In relazione allo stesso abuso edilizio possono coesistere una domanda di sanatoria ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001 ed una domanda di condono edilizio ai sensi dell’art. 32 del decreto legge n. 269/2003; tuttavia, il rilascio del permesso di costruire in sanatoria è caratterizzato, rispetto a quanto previsto dalla normativa sul condono, per il fatto di dover necessariamente conseguire ad un’apposita istanza dell’interessato, e per il fatto di essere inoltre subordinato a presupposti specifici (la cosiddetta doppia conformità agli strumenti urbanistici) più restrittivi proprio di quelli richiesti dalla normativa sul condono.
Estratto: «Passando alle ulteriori censure dedotte con il ricorso principale, palesemente infondato risulta il quarto motivo di ricorso, con il quale viene dedotto che, seppure si ritenesse che gli abusi siano stati ultimati in data successiva al 31 marzo 2003, gli impugnati provvedimenti di diniego del condono sarebbero comunque illegittimi perché l’Amministrazione avrebbe dovuto considerare le domande di condono come istanze di sanatoria ai sensi degli articoli 36 e 37 del D.P.R. n. 380/2001. A tal riguardo il Collegio non intende certo mettere in discussione la premessa dai cui muovono i ricorrenti, e cioè che in relazione al medesimo abuso edilizio possano coesistere una domanda di sanatoria ai sensi dell’art. 36 del D.P.R. n. 380/2001 (che ha sostituito l’art. 13 della legge n. 47/1985) ed una domanda di condono edilizio ai sensi dell’art. 32 del decreto legge n. 269/2003. Si intende piuttosto rammentare che, secondo una consolidata giurisprudenza (ex multis, T.A.R. Campania Napoli, Sez. III, 27 settembre 2006, n. 8331; Sez. IV, 4 febbraio 2003, n. 617), dal chiaro tenore letterale dell’articolo 36 del D.P.R. n. 380/2001 si desume che il rilascio del permesso di costruire in sanatoria consegue necessariamente ad un’apposita istanza dell’interessato.Né vale invocare i principi generali dell’azione amministrativa, sanciti dall’articolo 1 della legge n. 241/1990, per sostenere che l’Amministrazione avrebbe dovuto convertire le domande di condono presentate dai ricorrenti in altrettante istanze di accertamento di conformità. Infatti l’articolo 36 del D.P.R. n. 380/2001 subordina la concessione della sanatoria edilizia dell’immobile abusivo ad un presupposto ben più restrittivo rispetto a quelli previste dalle leggi sul condono, costituito dalla c.d. doppia conformità agli strumenti urbanistici. Pertanto, essendo verosimile ritenere che i ricorrenti abbia chiesto il condono edilizio delle opere di cui trattasi perché non avrebbero potuto ottenere la sanatoria ai sensi dell’articolo 36 del D.P.R. n. 380/2001, essi non hanno evidentemente motivo di dolersi del fatto che l’Amministrazione non abbia valutato la sanabilità di tali opere ai sensi dell’articolo 36 del D.P.R. n. 380/2001, perché tale valutazione si sarebbe risolta in un inutile aggravamento dell’azione amministrativa. Inoltre (e tale considerazione assume rilevanza decisiva) la censura in esame non può comunque trovare accoglimento perché neppure in questa sede i ricorrenti hanno provato che gli abusi oggetto delle domande di condono risultano conformi alla disciplina urbanistica ed edilizia vigente sia al momento della realizzazione degli stessi, sia al momento della presentazione delle domande.»
Sintesi: Il rilascio del provvedimento di condono edilizio si configura come l'esito di una procedura di regolarizzazione eccezionale degli abusi edilizi, e paralizza gli effetti dei provvedimenti sanzionatori amministrativi nel frattempo intervenuti, emanati dall'amministrazione a fronte degli abusi commessi.
Estratto: «Il condono edilizio consiste in una procedura di regolariz-zazione eccezionale degli abusi edilizi.La regolarizzazione dell’abuso ha come risultato un effetto di sanatoria, sia ai fini amministrativi e sia agli effetti penali.Infatti, il rilascio del provvedimento di condono paralizza gli effetti dei provvedimenti sanzionatori amministrativi nel frattempo intervenuti, emanati dall'amministrazione a fronte degli abusi commessi.Gli abusi edilizi condonabili vengono individuati di volta in volta dalla legge istitutiva, che può allargare oppure restringere le ipotesi a sua insindacabile discrezione, - ovviamente nel rispetto dei principi costituzionali - sulla base delle mutevoli esigenze fiscali, che normalmente costituiscono la ragione della scelta del legislatore.Nel nostro ordinamento coesistono tre differenti statuti di condono edilizio: il condono istituito dall'articolo 31 della legge n. 47 del 1985; il condono istituito dall'articolo 39 della legge n. 724 del 1994; il condono istituito dall'articolo 32 del decreto-legge n. 269 del 2003. Nell'elenco va ricompreso an-che il c. d. minicondono paesaggistico introdotto, in maniera alquanto estemporanea, dalla legge n. 308 del 15 dicembre 2004, che ha previsto la condonabilità degli abusi paesaggistici per effetto dell'accertamento di intervenuta compatibilità paesaggistica. Dall'esame delle norme indicate risulta agevolmente che esse sono differenti sia in ordine agli abusi condonabili e sia in ordine alla procedura di regolarizzazione delle opere abusive.»
Sintesi: Il termine “immobili”, utilizzato dall’art. 32 comma 27 lett. d) del D.L. n. 269 del 2003 in tema di condono, non si riferisce alle sole opere dell’uomo vincolate specificamente bensì, in senso ampio, alle aree assoggettate a vincoli.
Estratto: «Un ‘ulteriore riflessione merita, poi, il termine “immobili”; si assume, infatti, che questo sostantivo individua le costruzioni e non le aree sicché l’esclusione dal condono disciplinata dall’art. 32 comma 27 lett. d) del D.L. n.269 del 2003 disciplinerebbe solo gli abusi commessi su opere dell’uomo vincolate specificamente, non su aree assoggettate a vincoli.La riferibilità del sostantivo in questione ad ampie aree, in quanto “immobili”, risulta (oltre che dall’utilizzazione dello stesso con riferimento sia alle opere dell’uomo che a quelle della natura nell’art. 1 della legge n. 1497 del 1939, nell’art. 1 della legge n. 1089 del 1939, negli artt. 2 – beni culturali - e 139 – beni ambientali - del D.Lgs. n. 490 del 1999, negli artt. 2 - beni culturali - e 136 – beni ambientali – del D. Lgs. n. 42 del 2004) dalla lettera della disposizione, che richiama i vincoli imposti sulla base di leggi statali e regionali a tutela degli interessi idrogeologici e delle falde acquifere, dei beni ambientali e paesistici, nonché dei parchi e delle aree protette nazionali, regionali e provinciali.Se poi sussistessero ancora dubbi, va rilevato che la formulazione originaria dell’art. 32 della legge n. 47 del 1985 parla di opere eseguite su aree sottoposte a vincoli, mentre la formulazione attuale (contenuta nel testo dettato dall’art. 32 comma 43 del D.L. n. 269 del 2003) parla di opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo.Èappena il caso di osservare che l’art. 32 della legge n. 47 del 1985, nella attuale formulazione, concorre a formare il quadro normativo insieme con l’art. 32 comma 27 del D.L. n. 269 del 2003.È dunque chiaro l’ampio significato attribuito dal legislatore al termine “immobili”.»
Sintesi: Una volta condonati, gli immobili abusivi diventano legittimi a tutti gli effetti, senza limitazioni derivanti dall’applicazione del condono medesimo.
Estratto: «1. - Con il ricorso in esame, come sopra esposto, gli attuali ricorrenti, proprietari di terreni e di fabbricati siti in Pescara all’angolo tra via Ferrari e via Aremogna, nell’insorgere avverso la deliberazione del Consiglio comunale di Pescara 8 giugno 2007, n. 94, di approvazione della variante al P.R.G. di Pescara (c.d. “piano delle invarianti per uno sviluppo sostenibile”), hanno formulato le seguenti richieste:a) hanno chiesto l’annullamento dell’art. 5, lett. m), II comma, dell’art. 9, lettera d), e dell’art. 39, nn. 1 e 4 delle N.T.A., nella parte in cui tali norme hanno escluso che gli immobili oggetto di condono edilizio possano essere oggetto di interventi di ristrutturazione urbanistica o edilizia;b) hanno contestato la legittimità dell’inserimento delle aree di loro proprietà nel comparto 5.10A; c) hanno chiesto la declaratoria della illegittimità del comportamento tenuto dall’Amministrazione in ordine allo stralcio di alcune aree dal comparto 5.10A;d) hanno chiesto la condanna del Comune di Pescara al risarcimento dei danni subiti.2. - Per la parte relativa alla richiesta sopra indicata alla lettera a) il ricorso è fondato.Invero, come anche l’Amministrazione comunale ha evidenziato, questo Tribunale, esaminando un ricorso simile a quello ora all’esame, con sentenza 24 aprile 2008, n. 445 (peraltro non ancora passata in giudicato), ha già annullato tale lettera m) del predetto art. 5 delle N.T.A. del nuovo piano regolatore, e ciò sulla base della considerazione che, in base ai principi in materia di condono (artt. 38 e seg. della l. n. 47 del 1985), un immobile, una volta condonato, diventa legittimo a tutti gli effetti, senza limitazioni derivanti dall’applicazione del condono medesimo, per cui lo strumento urbanistico non può dettare una disciplina più restrittiva nei confronti degli immobili condonati, escludendo per tali immobili la possibilità di poter procedere a ristrutturazione urbanistica o edilizia.Da tale decisione il Collegio non rinviene motivi per discostarsi, per cui, conseguentemente, anche il ricorso in esame deve sul punto essere accolto, per essere fondato il secondo motivo di gravame, e, per l’effetto, debbono essere annullate “in parte qua” le norme tecniche ai attuazione impugnate, non potendo allo stato procedersi alla dichiarazione di cessazione della materia del contendere in quanto la predetta sentenza di questo Tribunale, sia pur destinata a produrre effetti “erga omnes”, non è ancora passata in giudicato.»
Sintesi: Il condono non è un’alternativa al rilascio della concessione edilizia, ma rappresenta un intervento straordinario del legislatore al fine di provvedere almeno ad un recupero del territorio il cui assetto urbanistico è stato compromesso proprio dall’attività edilizia realizzata in violazione dei prescritti parametri edilizio-urbanistici.
Estratto: «Nei due motivi di impugnazione in pratica parte ricorrente censura (sotto più profili) il suddetto diniego per violazione dell’art. 13 legge n. 47/1985 e per difetto di motivazione, difetto dei presupposti e di istruttoria, asserendo che il Comune di Massa non avrebbe considerato la possibile concreta compatibilità della costruzione (un “box” in lamiera) con le caratteristiche della zona destinata a “verde agricolo”, né tanto meno avrebbe valutato che in quell’area molte costruzioni abusive erano già state condonate. Le suddette censure, però, sono infondate.In effetti il Sindaco di Massa, in conformità al parere espresso dalla Comm. Ed. Com., ha correttamente negato l’accertamento di conformità del capannone in questione poiché il regime urbanistico della zona non consentiva in alcun modo la realizzazione di manufatti destinati ad officina oppure ad uso residenziale.Pertanto la motivazione è corretta ed esauriente: infatti la destinazione urbanistica dell’area a “verde agricolo” è fuori discussione, mentre ogni riferimento alla presenza di altri manufatti abusivi, ma condonati, appare inconferente ai fini della pretesa dei ricorrenti di ottenre il riconoscimento della “regolarità” della costruzione, atteso che la misura del condono non costituisce un’alternativa al rilascio della concessione edilizia, ma rappresenta un intervento straordinario del legislatore al fine di provvedere almeno ad un recupero del territorio il cui assetto urbanistico è stato compromesso proprio dall’attività edilizia realizzata in violazione dei prescritti parametri edilizio-urbanistici.»
Sintesi: La normativa sul condono deve essere oggetto di stretta interpretazione, per non consentire l’amplificazione di un fenomeno che, nel regime ordinario della legislazione in materia edilizia, è sanzionato con norme coercitive, anche di natura penale.
Estratto: «L’art. 31, comma 2 l.n.47\85 distingue chiaramente due tipologie di abuso che possono essere oggetto di domanda di sanatoria edilizia; 1) nuove costruzioni realizzate senza il preventivo rilascio del permesso di costruzione (allora la concessione edilizia) e 2)-modifica di costruzioni già esistenti, per le quali essendo già realizzata l’orditura perimetrale e la copertura dell’edificio, l’essenza dell’abuso da condonare è appunto rappresentata dalla modifica funzionale della originaria destinazione d’uso (nella specie da sottotetto non destinato a residenza ad appartamento abitabile) o comunque dalla diversa disposizione o trasformazione della cubatura, di un volume già esistente.La distinzione ha un valore essenziale poiché l’attività è consentita da una norma derogatoria e temporanea che contrasta con i principi e le regole poste a fondamento della disciplina edilizia.La conseguenza, più volte sottolineata dalla dottrina e dalla giurisprudenza, è dunque nel senso della stretta interpretazione della lettera della legge, per non consentire l’ amplificazione di un fenomeno, l’abusivismo, che nel regime ordinario della legislazione in materia edilizia è sanzionato con norme coercitive, anche di natura penale.La Corte Costituzionale ha recentemente ribadito i concetti sopra ricordati, affermando la illegittimità di una norma di presunta interpretazione autentica di una legge approvata dalla regione Sicilia che si pone in violazione dell’art. 3 cost. tra l’altro, e per lo specifico aspetto che qui interessa perché, dando alla disposizione un significato addirittura opposto a quello che in precedenza si era già determinato come autentico, testimonia la volontà di rendere retroattivamente più ampia l'area di applicazione del condono edilizio, ..(rispetto al) corrispondente principio contenuto nella disposizione statale, quale vivente nella interpretazione giurisprudenziale e quale anche successivamente ribadito, in relazione al più recente condono edilizio straordinario, dall'art. 32 comma 27 d.l. 30 settembre 2003 n. 269, conv., con modificazioni, in l. 24 novembre 2003 n. 326”.(Corte costituzionale, 08 febbraio 2006 , n. 39)Quindi, se si seguisse la tesi del ricorrente, secondo la quale è sufficiente un inizio delle opere di trasformazione dell’immobile, ma non il loro completamento funzionale, si estenderebbe il termine finale del condono previsto dal legislatore, aumentando le ipotesi di attività abusiva iniziata successivamente all’approvazione della legge, risultando sufficiente aver iniziato la trasformazione del bene durante la sua vigenza.»
Sintesi: L'esercizio del potere di rilascio o diniego del condono edilizio ha, infatti, carattere strettamente vincolato e si fonda sull’esclusiva circostanza della realizzazione di opere comprese tra quelle per le quali la legge ammette eccezionalmente la sanatoria.
Estratto: «Invero, la realizzazione della recinzione e lo spianamento del terreno, in sé e singolarmente considerati, potrebbero essere ricondotti agli interventi elencati dal citato art. 83 (in particolare alla lett, g), purché essi non fossero rivolti, nel loro complesso, con l’aggiunta del manufatti adibiti a deposito, ad una trasformazione urbanistica dell’area, con la conseguente creazione di un carico urbanistico maggiore, come in realtà è avvenuto. In relazione alla modificazione strutturale e funzionale intervenuta l’Amministrazione ha dunque correttamente affermato, nel provvedimento impugnato, che si è venuta a configurare una trasformazione da area agricola a parcheggio.Tale unitario complesso di opere esula, quindi, dal regime della d.i.a. e non è riconducibile agli interventi elencati nell’art. 83 della L.p. n. 22 del 1991.Per tali motivi, quindi, anche il secondo mezzo svolto dalla ricorrente si rivela infondato.L'esercizio del potere di rilascio o diniego del condono edilizio ha, infatti, carattere strettamente vincolato e si fonda sull’esclusiva circostanza della realizzazione di opere comprese tra quelle per le quali la legge ammette eccezionalmente la sanatoria; l’impugnato provvedimento resiste, quindi, alle censure dedotte dalla ricorrente.»
n°100 SANATORIA --> CONDONO --> AMNISTIA
Sintesi: Non essendo qualificabile come di assoluzione, la sentenza penale di non doversi procedere per amnistia non rientra tra quelle che fanno stato, sia ex art. 654 del c.p.p. vigente, sia ex art. 28 di quello abrogato.
Estratto: «2.1. Il primo motivo si fonda sulla circostanza che, per lo stesso abuso edilizio, il Cressoni fu dapprima sottoposto a giudizio penale ma infine prosciolto dal Tribunale di Verona, per effetto dell’amnistia di cui al d.P.R. 18 dicembre 1981, n. 744: e la relativa sentenza avrebbe così escluso che le opere fossero state realizzate in area inedificabile, vincolando sul punto sia il Comune resistente, sia questo giudice.2.2. La censura è infondata.Non v’è dubbio che, non essendo qualificabile come di assoluzione, la sentenza penale di non doversi procedere per amnistia non rientra tra quelle che fanno stato, sia ex art. 654 del c.p.p. vigente, sia ex art. 28 di quello abrogato.Anche in precedenza, infatti, il giudice penale, allorché pronunciava sentenza di sopravvenuta amnistia, prescindeva ordinariamente dall'accertamento dei fatti posti a base dell'imputazione, limitandosi a riscontrare la riconducibilità dell'ipotesi concreta di reato fra le fattispecie astratte per le quali era intervenuta la causa di estinzione.Ne consegue che, di norma, non vi è alcun accertamento cui possa essere conferita autorità vincolante di giudicato penale, né con riferimento ai fatti materiali, né per quanto concerne la persona dell'autore del fatto: e ciò vale anche nella fattispecie, per quanto si può desumere dal dispositivo di sentenza prodotto.»
n°101 SANATORIA --> CONDONO --> AREA DEMANIALE
Sintesi: La sanatoria edilizia può essere respinta per invasione dell’alveo di un torrente da parte della recinzione soltanto supportando tale affermazione con un concreto sopralluogo, in mancanza del quale il diniego è illegittimo per carenza di istruttoria.
Estratto: «Premettendosi che negli stessi provvedimenti oggetto di impugnazione si afferma che il corso d’acqua è praticamente scomparso, deve rilevarsi che, come si ricava facilmente dall’esame del contenuto dei medesimi atti impugnati, gli assunti sconfinamenti del muro di recinzione sul sedime dell’alveo “catastale” del torrente non risultano supportati da concreti rilievi o sopralluoghi effettuati sul posto dagli uffici comunali, ma solo “presunti” dal confronto con grafici precedenti. Il parere negativo alla sanatoria emesso dal Genio Civile nel mese di maggio del 1997 demandava, infatti, gli accertamenti sullo stato dei luoghi al comune di Calusco d’Adda, ente competente ad adottare i provvedimenti consequenziali, ma non risulta che il medesimo, nell’adottare tali ultimi provvedimenti, ed in particolare l’ingiunzione di demolizione, abbia posto in essere previ sopralluoghi per accertare in concreto l’invasione dell’alveo del torrente.Dall’esame dell’ingiunzione di demolizione risulta, infatti, che la stessa sia stata emanata in recepimento del parere negativo del Genio Civile e su parere della commissione edilizia, ma senza previa effettuazione di accertamenti concreti.Deve, inoltre, osservarsi che risulta prodotta in atti una perizia asseverata dalla quale si evince la presenza di pioppi sul tracciato del muro, circostanza che pare escludere, dunque, la possibilità di inclusione dell’area di sedime della recinzione nell’alveo del torrente.In conclusione, solo un accertamento supportato da un concreto sopralluogo, di cui non vi è traccia nella documentazione versata in atti, avrebbe potuto supportare le conclusioni cui sono pervenute le amministrazioni nell’emanazione dei provvedimenti impugnati in merito all’invasione dell’alveo del torrente da parte della recinzione.»
Sintesi: L'intervento edificatorio sine titulo avvenuto su area demaniale in nessun caso può formare oggetto di trasformazione da parte del privato e non è perciò condonabile.
Estratto: «6.1. La censura di cui sopra sub. 5.a), in disparte dalla sua inammissibilità in quanto non dedotta in primo grado, è comunque infondata.Questo Consiglio di Stato ha infatti chiarito che l'intervento edificatorio sine titulo avvenuto su area demaniale in nessun caso può formare oggetto di trasformazione da parte del privato e non è perciò condonabile (Sez. VI, 26 novembre 2008, n. 5839) nonché che “gli interventi di modifica del territorio che interessano aree appartenenti al demanio dello Stato non si sottraggono al controllo comunale di conformità ai vigenti strumenti di pianificazione ed, in particolare, all’esercizio della potestà repressiva del comune medesimo in presenza di accertati abusi” (Sez. VI, 31 agosto 2004, n. 5723), spettando al Comune la vigilanza sul rispetto della disciplina urbanistica ed edilizia nel proprio territorio.»
Sintesi: Una volta constatata la demanialità dell’area, l’assenza di un titolo concessorio ex art. 32 della L. n. 47 del 1985 e l’assenza di ogni idonea dimostrazione del titolo di proprietà del suolo, l'Amministrazione non può che negare il condono edilizio.
Estratto: «l’Amministrazione comunale, una volta constatata la demanialità dell’area, l’assenza di un titolo concessorio ex art. 32 della L. n. 47 del 1985, l’assenza di ogni idonea dimostrazione del titolo di proprietà del suolo, non aveva altra scelta che negare il titolo abilitativo, in assenza dei presupposti per il suo rilascio.Anche l’aspetto della censura secondo cui non sarebbe stato necessario neppure il nulla osta paesaggistico ambientale perché la costruzione è antecedente alla previsione normativa, non merita accoglimento. Come osservato nelle sentenze sopra citate non “può sostenersi che all’epoca in cui il condono è stato richiesto e cioè nel 1995 non trovassero applicazione le disposizioni di cui al D.Lgs n. 42 del 2004 recante il Codice per i beni culturali, atteso che, come noto, esso non è altro che la riproposizione di norme già esistenti all’epoca di presentazione dell’istanza di condono edilizio ed esattamente della L. 29 giugno 1939, n. 1497 sulle bellezze naturali.Per giurisprudenza costante la determinazione del silenzio assenso sul condono per decorso dei 24 mesi dalla data dell’istanza, è invocabile non sempre bensì solo quando le opere risultino eseguite in aree non sottoposte ad alcun vincolo, sia di inedificabilità ex art. 33 della L. n. 47 del 1985, sia paesaggistico ambientale (TAR Puglia, Bari, sez. II, 9 aprile 2003, n. 1660).E comunque tranciante sull’argomento è l’Adunanza Plenaria n. 20 del 22 luglio 1999 che ha affermato il principio secondo cui “la disposizione dell'art. 32 l. 28 febbraio 1985 n. 47, in tema di condono edilizio, nel prevedere la necessità del parere dell'amministrazione preposta alla tutela del vincolo paesaggistico ai fini del rilascio delle concessioni in sanatoria, non reca alcuna deroga ai principi generali e pertanto essa deve interpretarsi nel senso che l'obbligo di pronuncia dell'autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione all'esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, a prescindere dall'epoca in cui il vincolo medesimo sia stato introdotto. Ciò in quanto tale valutazione corrisponde all'esigenza di vagliare l'attuale compatibilità con il vincolo dei manufatti realizzati abusivamente.”(in particolare sul punto: TAR Calabria, Catanzaro, sezione II, n. 458 del 2006).»
n°102 SANATORIA --> CONDONO --> COMPETENZA
Sintesi: Le funzioni sindacali in tema di condono edilizio sono delegabili in quanto non espressione di compiti di ufficiale di governo.
Estratto: «2.7. Il settimo motivo è pure infondato. Il provvedimento sindacale ha fatto proprio il parere reso dalla C.E.I. e non occorreva alcuna ulteriore valutazione rispetto alle motivazioni espresse; pertanto quello emesso è il provvedimento definitivo come è dato chiaramente desumere dalle sue premesse e dal dispositivo. L’ulteriore censura di incompetenza appare generica sia perché non risulta dimostrato che la firma apposta in calce al diniego di condono sia dell’Assessore all’urbanistica, sia perché si tratta comunque di funzioni delegabili in quanto non espressione di compiti di ufficiale di governo (cfr. Cons. Stato, sez. IV, 3.8.2010 n. 5156). Anche, comunque, a volere ritenere la firma apposta quella dell’Assessore all’urbanistica, non risulta dimostrato che non sussistesse una delega. La deduzione di parte ricorrente sul punto è meramente ipotetica e quindi la censura è inammissibile per genericità.»
Sintesi: In ordine al rigetto di una richiesta di concessione edilizia in sanatoria o di condono non è competente il Sindaco, bensì il dirigente.
Estratto: «2. Venendo ora all’esame delle singole censure, è infondata la prima censura relativa all’asserita incompetenza a rendere il provvedimento del responsabile del servizio tecnico a favore del sindaco.Infatti, come ripetutamente affermato dalla giurisprudenza di questo Tribunale, già l'art. 6, l. n. 127 del 1997, modificando l'art. 51, l. n. 142 del 1990, ha previsto alla lett. f) che spettino alla competenza dei dirigenti «i provvedimenti di autorizzazione, concessione o analoghi, il cui rilascio presupponga accertamenti e valutazioni, anche di natura discrezionale, nel rispetto di criteri predeterminati dalla legge, dai regolamenti, da atti generali di indirizzo, ivi comprese le autorizzazioni e le concessioni edilizie»; successivamente, la l. n. 191 del 1998 ha, a sua volta, modificato l'art. 6, l. n. 127 del 1997, introducendo la lett. f bis) secondo la quale spettano ai dirigenti «tutti i provvedimenti di sospensione dei lavori, abbattimento e riduzione in pristino di competenza comunale, nonché i poteri di vigilanza edilizia e di irrogazione delle sanzioni amministrative previsti dalla vigente legislazione statale e regionale in materia di prevenzione e repressione dell'abusivismo edilizio e paesaggistico-ambientale», così espressamente attribuendo alla dirigenza la competenza in materia di applicazione di sanzioni edilizie; a norma dell'art. 51 comma 3, l. 8 giugno 1990 n. 142 (oggi, d.lg. 18 agosto 2000 n. 267), infine, sono di competenza dei dirigenti «tutti i compiti, compresa l'adozione degli atti e provvedimenti amministrativi che impegnano l'amministrazione verso l'esterno, che la legge e lo statuto espressamente non riservino agli organi di governo dell'ente»: in tale mutato quadro normativo, deve dunque ritenersi implicitamente abrogata ogni previsione della l. n. 47 del 1985 relativa alla competenza del sindaco in materia, dal momento che tutti i provvedimenti di gestione amministrativa in materia edilizia ed urbanistica, compreso quindi il rigetto di una richiesta di concessione edilizia in sanatoria o di condono, rientrano ora nella sfera di competenza del dirigente (T.A.R. Campania Napoli, sez. II, 13 febbraio 2009, n. 802 nonché Consiglio Stato, sez. V, 18 novembre 2003 , n. 7318).»
Sintesi: È la Regione l’autorità competente a pronunciarsi sulla domanda di condono relativa a lavori compiuti su beni paesaggistici, prevista dall'art. 1, comma 39, l. 308/2004.
Estratto: «Per quanto concerne il provvedimento di diniego di accertamento di compatibilità paesistica emesso dal dirigente comunale, gravato con i motivi aggiunti, il ricorrente deduce l’incompetenza assoluta dell’organo, l’eccesso di potere, la violazione e falsa applicazione della l. n. 241/’90, la violazione del giusto procedimento nonché il difetto di motivazione: tali motivi sono fondatiL’art. 1, comma 39 della l. n. 308 stabilisce che: “Il proprietario, possessore o detentore a qualsiasi titolo dell'immobile o dell'area interessati all'intervento, presenta la domanda di accertamento di compatibilità paesaggistica all'autorità preposta alla gestione del vincolo entro il termine perentorio del 31 gennaio 2005. L'autorità competente si pronuncia sulla domanda, previo parere della soprintendenza”. L’autorità competente è la Regione in quanto delegata all’esercizio della relativa competenza ai sensi dell’art. 151 del d.lgs. n.490 del 1999,in quanto titolare di una competenza propria ai sensi dell’art. 117 della Costituzione in materia di valorizzazione dei beni culturali e ambientali e del d.lgs. n.42 del 2004. Tale competenza è stata poi delegata ai comuni dall’art. 1 della legge regionale n.8 del 1995 e dall’art. 23 della legge regionale n.20 del 2001.»
n°103 SANATORIA --> CONDONO --> CONVENZIONI CON IL COMUNE
Sintesi: Non sussiste alcuna valida ragione per far derivare, dalla violazione di obblighi convenzionali stipulati con il Comune, la conseguenza dell’impossibilità di rilasciare il condono.
Estratto: «Gli appellati, comproprietari di un terreno con edificio d’abitazione, con atto di concessione in precario 20 ottobre 1992 sono stati autorizzati, avendo sottoscritto la convenzione, a realizzare un ciabot sul terreno di loro proprietà, identificato in catasto col mappale 123 del foglio 6 e hanno, invece, realizzato un immobile ad uso abitativo, con servizi igienici e 3 finestre, annesso all’abitazione, con superficie di circa 28 mq. e altezza di mt. 2,70.La concessione in sanatoria è stata loro negata con il provvedimento impugnato in primo grado, con la motivazione che le opere in questione non sono assoggettabili a sanatoria.Col medesimo provvedimento il Comune ha ordinato la riduzione in pristino del manufatto.Ritiene il Collegio che l’operato dell’Amministrazione sia illegittimo, condividendo, quindi, il ragionamento seguito dal TAR.Infatti, non sussiste alcuna valida ragione per far derivare dalla fonte convenzionale del vincolo la conseguenza dell’impossibilità di rilasciare il condono. Innanzitutto, nessuna delle disposizioni contenute nella legge n. 47/1985 stabilisce un principio o una regola di questo genere.Secondariamente, la legge n. 47/1985 definisce espressamente, all’art. 33, i casi in cui il condono non può essere rilasciato (cd. “opere non suscettibili di sanatoria”): questa disposizione fa riferimento alla presenza di vincoli posti a tutela degli interessi storici, artistici, architettonici, archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici, senza accennare in alcun modo, neppure implicitamente, ai vincoli imposti attraverso convenzioni edilizie, i quali devono quindi ritenersi sanabili.Peraltro, negare il condono perché l’abuso è consistito nella realizzazione di un’opera che è in contrasto con quanto stabilito in sede di convenzione con il Comune significa contraddire la ratio del citato art. 33, che vieta il condono solo in ragione della particolare rilevanza degli interessi (storici, artistici, architettonici, archeologici, paesistici, ambientali, idrogeologici) che l’articolo stesso ha voluto proteggere, interessi che, nel caso in esame non vengono affatto in considerazione.»
n°109 SANATORIA --> CONDONO --> ECCEZIONALITÀ
Sintesi: La salvezza delle opere abusive decretata dalla normativa clemenziale, lungi dal basarsi in via automatica sul referente temporale, può essere ricavata solo dall’espressa volontà incarnata dal diritto positivo.
Sintesi: La specialità della normativa sul condono edilizio, attesa la sua natura derogatoria ed eccezionale, ne impone una lettura di stretta interpretazione.
Estratto: «Innanzitutto non può essere condivisa la tesi della società ricorrente secondo cui, essendo il vincolo successivo alla realizzazione delle opere, non potrebbe operare retroattivamente in relazione ad abusi realizzati in precedenza. Al riguardo va precisato che l’area in questione è stata dichiarata di notevole interesse pubblico ex lege n. 1497/1939 con decreto ministeriale del 5.4.1960, sicché la località risulta vincolata prima dell'approvazione del PTP di zona.Sulla questione s’è pronunciata l’Adunanza Plenaria del Consiglio di Stato con decisione n. 20 del 22.7.1999, costantemente richiamata dalla successiva giurisprudenza, nel senso che in sede di rilascio della concessione edilizia in sanatoria, ai sensi dell’art. 32 della legge 28.2.2985 n. 47, l’obbligo di acquisire il parere da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste anche per le opere realizzate anteriormente all’imposizione del vincolo stesso. A tale conclusione l’Adunanza Plenaria è pervenuta nella considerazione che “in mancanza di indicazioni univoche desumibili dal dato normativo” alla questione di cui sopra non può che darsi una soluzione “alla stregua dei principi generali in materia di azione amministrativa, tenuto conto della valenza attribuita dall’ordinamento agli interessi coinvolti nell’applicazione della disposizione legislativa di cui si tratta” e, conseguentemente, “la Pubblica Amministrazione, sulla quale incombe più pressante l’obbligo di osservare la legge, deve necessariamente tener conto, nel momento in cui provvede, della norma vigente e delle qualificazioni giuridiche che essa impone”. In tale ottica l’obbligo di pronuncia da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste a prescindere dall’epoca d’introduzione del vincolo stesso in quanto risponde alla esigenza di vagliare l’attuale compatibilità, con il vincolo, dei manufatti realizzati abusivamente non ostando a tale conclusione la considerazione che siffatta soluzione esporrebbe il singolo caso, in violazione del principio di certezza del diritto e di non disparità di trattamento, alla variabile alea dei tempi di decisione sull’istanza, l’Adunanza plenaria ha osservato “per un verso, che addurre inconvenienti non è un buon argomento ermeneutico e, per altro verso, che, ad ogni modo, l’ordinamento appresta idonei strumenti di sollecitazione e, del caso, di sostituzione dell’amministrazione inerte”. Alla stregua delle considerazioni che precedono deve ritenersi manifestamente infondata la questione di legittimità dell’art. 32 della l. n. 47/1985 in relazione agli articoli 3 e 97 della Costituzione, nonché, dell’art. 25, comma 2, della Costituzione, non costituendo il ripetuto art. 32 fattispecie costitutiva di illecito penale (Cons. St., Sez. VI n. 4765/03).In tale prospettiva è stata esclusa un’interpretazione della normativa di sanatoria nel senso che dette leggi costituirebbero espressione dell’intenzione del legislatore della sanatoria di procedere ad un condono “a tappeto” di tutte le opere già eseguite al momento dell’entrata in vigore della legislazione condonistica, avendo invece la giurisprudenza chiarito che “la salvezza delle opere abusive decretata dalla normativa clemenziale, lungi dal basarsi in via automatica sul referente temporale, può essere ricavata solo dall’espressa volontà incarnata dal diritto positivo. Non va, infatti, dimenticato che la specialità della normativa sul condono edilizio, attesa la sua natura derogatoria ed eccezionale, ne impone una lettura di stretta interpretazione” Cons. Stato Sez. VI 22/8/03 n. 4765. Pertanto, nel compiere il giudizio di compatibilità, l’Amministrazione non può non tener conto delle prescrizioni recate dal vincolo sopravvenuto dovendo invece verificare - alla data di concreto esercizio della potestà amministrativa - se la costruzione (antecedente o meno all'imposizione del vincolo) sia compatibile con i valori paesaggistici, cui corrispondono interessi pubblici primari, di natura culturale ed ambientale Ed in tale ottica i provvedimenti con cui il Comune esprime parere favorevole alla sanatoria sulla base di una valutazione di compatibilità paesaggistica formulata in termini del tutto assiomatici – consistenti nella mera affermazione di una non meglio specificata compatibilità delle opere abusive con il contesto ambientale – è ritenuta indicativa dell'assenza di una compiuta valutazione, da parte del Comune, circa la compatibilità delle opere realizzate con i valori paesaggistici tutelati (come sarebbe stato indispensabile per la sanatoria di opere che, anche perché contrastanti con la disciplina urbanistico edilizia, avrebbero potuto essere ammesse a sanatoria solo sulla base di un compiuto apprezzamento di ordine estetico e funzionale, che attestasse in modo congruo - e con adeguata rappresentazione della situazione di fatto - l'assenza di qualsiasi compromissione dei predetti valori paesaggistici); in tal modo l’autorità subdelegata tradendo la delicata funzione affidatale, risultando l’assiomatico giudizio di compatibilità sintomatico di eccesso di potere per la sostanziale assenza di motivazione del parere (cfr. da ultimo, Cons. St., sez. VI, 23.2.2011, n. 1127 e 8.5.2012 n. 2649). Tale vizio, peraltro, è stato ritenuto dalla giurisprudenza, con riferimento ai provvedimenti in esame, come particolarmente grave e di per sé sufficiente a giustificare l'annullamento del nulla osta comunale: in considerazione della tendenziale irreversibiltà dell'alterazione dello stato dei luoghi, un'adeguata gestione dei vincoli paesistici impone che l'autorizzazione paesistica sia congruamente motivata, esponendo le ragioni di effettiva compatibilità degli abusi realizzati con gli specifici valori paesistici dei luoghi, con la conseguenza che il difetto di motivazione dell'autorizzazione giustifica per ciò solo il suo annullamento in sede di controllo. Orbene, tanto premesso, nella fattispecie in esame, non è stata mossa alcuna contestazione alla violazione delle norme sulle dimensioni del lotto minimo edificabile dettate dal PTP n. 9 per l'area su cui è stato realizzato l'intervento abusivo in questione e non risulta neppure che tale contrasto con la disciplina paesistica sia stato in qualche modo considerato dal nulla osta comunale, sicché non si può che condividere il rilievo della Soprintendenza in merito alla mancata valutazione della compatibilità dell'opera realizzata con le sopra richiamate prescrizioni, che induce a ritenere il provvedimento comunale affetto dalla carenza motivazionale in ordine alla compatibilità dell'opera realizzata rispetto alle valenze del vincolo ed alla sua disciplina sopra richiamata.»
Sintesi: La natura eccezionale dell'istituto del condono edilizio e la sua incidenza su illeciti amministrativi, a rilevanza penale, implicano che la tipologia e consistenza delle opere suscettibili di sanatoria devono essere individuate con rigorosa tassatività dalle singole leggi istitutive, senza possibilità di integrazioni con le diverse fattispecie.
Estratto: «___ 2. Con il secondo motivo si lamenta che la sentenza erroneamente avrebbe ritenuto non condonabile le nuove opere perché ritenute “non residenziali”.L’art. 32 della L. n.326/2003, invece, non avrebbe posto alcuna distinzione tra illecito residenziale e non residenziale, ed in particolare il comma 27° non avrebbe previsto alcuna discriminazione al riguardo. Inoltre il TAR avrebbe ritenuto irrilevante l’interpretazione della Circolare del Ministero delle Infrastrutture n.2699/C del 17.12.2005. Di qui l’erroneità di una decisione che ha avvallato le determinazioni dell’ente che non avrebbe potuto negare il condono per opere accessorie ad un autolavaggio assentito fin dal 1990.L’assunto non convince. La normativa (c.d. del “piccolo condono”) di cui al comma 25 dell’art. 32 del d.l. 30 settembre 2003 n.269 (conv. in L. n. 326/2003) riaprì la possibilità di richiedere il condono delle opere abusive che risultino essere ultimate entro il 31 marzo 2003 limitatamente:-- all’ampliamento di manufatti esistenti non superiore al 30% della volumetria della costruzione originaria, con il limite dei 750 metri cubi;-- alle “nuove costruzioni residenziali” non superiori a 750 metri cubi per singola richiesta di titolo abilitativo edilizio in sanatoria, a condizione che la nuova costruzione non superi complessivamente i 3.000 metri cubi.In base alla costruzione letterale stessa della norma, in linea di principio la disciplina del condono edilizio del 2003, a differenza dei precedenti, non era dunque applicabile all’istallazione di nuove strutture ad uso diverso da quello residenziale in quanto come esattamente rilevato nella sentenza impugnata dal TAR “Le tipologie di “abusi minori” come definite dall’art. 32 comma 25 del d.l. n. 269/2003 conv in l. n. 326/2003 non contemplano evidentemente, tra le fattispecie di abuso sanabili, le “nuove costruzioni con destinazione non residenziale”.Nessun rilievo al contrario può assurgere nella specie la tesi riportata dalla Circolare del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti del 7 dicembre 2005, n. 2699, secondo cui sono condonabili tutte le opere, "ab origine" prive di titolo abilitativo, residenziali e non, in quanto la natura eccezionale dell'istituto del condono edilizio e la sua incidenza su illeciti amministrativi, a rilevanza penale, implicano che la tipologia e consistenza delle opere suscettibili di sanatoria devono essere individuate con rigorosa tassatività dalle singole leggi istitutive, senza possibilità di integrazioni con le diverse fattispecie previste dalle leggi precedenti (cfr. Consiglio Stato, A. Plen., 23 aprile 2009 n.4; Cassazione penale, sez. III, 02 dicembre 2010, n. 762; idem, 24 febbraio 2004, n. 15283, ecc. ).»
Sintesi: La normativa sul condono edilizio deve essere interpretata in modo rigoroso, il più possibile aderente alla lettera della legge, in modo da evitare surrettizi ampliamenti dell’area della sanatoria, i quali si tradurrebbero in inammissibili estensioni del vulnus che – mediante il varo di tale intervento “eccezionale” – viene arrecato ai valori del paesaggio e dell’equilibrato sviluppo del territorio.
Estratto: «2.1. Giova premettere che quella sul condono edilizio è una normativa eccezionale, come tale di stretta interpretazione.Sul punto, la Corte costituzionale ha avuto modo di chiarire, in più occasioni, che il condono edilizio rappresenta “un provvedimento normativo senza dubbio eccezionale e straordinario”, che trova la propria ratio sia nella “persistenza del fenomeno dell’abusivismo, con conseguente esigenza di recupero della legalità”, sia nella imputabilità di tale fenomeno di abusivismo “almeno in parte, proprio alla scarsa incisività e tempestività dell’azione di controllo del territorio da parte degli enti locali e delle Regioni” (così le sentt. n. 196 del 2004 e n. 256 del 1996). Il condono, con l’effetto di sanatoria di abusi edilizi già compiuti, incide sulla sanzionabilità penale e sulla stessa certezza del diritto, nonché sulla tutela di valori essenziali come il paesaggio e l’equilibrato sviluppo del territorio: da tali osservazioni se ne è tratta l’ulteriore conferma che esso costituisce un istituto “a carattere contingente e del tutto eccezionale” (sentenze n. 427 del 1995 e n. 416 del 1995), ammissibile solo “negli stretti limiti consentiti dal sistema costituzionale” (sentenza n. 369 del 1988), dovendo in altre parole “trovare giustificazione in un principio di ragionevolezza” (sentenza n. 427 del 1995).Il carattere di straordinarietà e di eccezionalità anche del condono varato nel 2003, del resto, è confermato dal comma 2 dell’art. 32 del relativo decreto-legge, secondo il quale la nuova normativa è stata disposta “nelle more dell'adeguamento della disciplina regionale ai princìpi contenuti nel testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, approvato con decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380”. Sotto tale profilo, pertanto, il nuovo condono edilizio, introdotto con lo strumento del decreto-legge, è stato ritenuto non irragionevole e dotato di sufficienti elementi di straordinarietà e di urgenza di cui all’art. 77 Cost. (Corte cost., sent. n. 196 del 2004): ma ciò nel contesto letterale dei limiti entro i quali, in base alla nuova fonte normativa, la sanatoria degli abusi già compiuti è stata consentita.Discende, invero, come necessario corollario dalle caratteristiche di eccezionalità e straordinarietà del condono edilizio che la relativa normativa deve essere interpretata in modo rigoroso, il più possibile aderente alla lettera della legge, in modo da evitare surrettizi ampliamenti dell’area della sanatoria, i quali si tradurrebbero in inammissibili estensioni del vulnus che – mediante il varo di tale intervento “eccezionale” – viene arrecato ai valori del paesaggio e dell’equilibrato sviluppo del territorio.In altre parole, principio cardine in materia di condono edilizio è il carattere straordinario ed eccezionale della normativa che, nella contingenza del momento in cui interviene, l’ha previsto: con conseguente necessità di una stretta interpretazione, di stampo letterale, delle norme di sanatoria, al fine di non alterare ulteriormente il già intaccato equilibrio dei valori costituzionali sottesi mediante la surrettizia introduzione di ulteriori deroghe non espressamente consentite dalla legge.»
Sintesi: Il fenomeno dell'abusivismo è sanzionato con norme coercitive, anche di natura penale, rispetto alle quali il condono, che contrasta con le regole poste a fondamento della disciplina edilizia, ha carattere derogatorio e temporaneo: pertanto l'oggetto della sanatoria non può essere ricavato implicitamente da altri elementi estranei al provvedimento.
Estratto: «In primo luogo vi è da rilevare che effettivamente il provvedimento con cui è stata concessa la sanatoria menziona espressamente solo il mappale n. 231, e non sembra possibile accedere alla tesi dei ricorrenti secondo cui, al di là del tenore letterale del provvedimento, l’oggetto della sanatoria potrebbe essere ricavato implicitamente da altri elementi ad esso estranei, posto che a ciò si contrappongono la ratio del condono edilizio ed esigenze di certezza.Infatti il fenomeno dell'abusivismo è sanzionato con norme coercitive, anche di natura penale, rispetto alle quali il condono, che contrasta con le regole poste a fondamento della disciplina edilizia, ha carattere derogatorio e temporaneo.Peraltro non appare possibile ricomprendere l’area del mappale n. 231 nel condono, posto che la sanatoria non può conferire all’interessato altri benefici attuali o potenziali oltre a quelli di rendere legittime le opere abusivamente eseguite, e, in particolare, non può variare la destinazione urbanistica dei terreni mutandone la relativa normativa urbanistica.»
Sintesi: Le norme che disciplinano profili paesistici e profili edilizi del condono sotto l’aspetto amministrativo e quello penale non possono essere interpretate alla luce delle norme paesistiche, posto che le une e le altre sono norme eccezionali insuscettibili di interpretazione estensiva o analogica.
Estratto: «In conclusione, l’attinenza del condono previsto dall’art. 1, comma 37, della legge n.308 del 2004 alla tutela paesistica sotto il profilo penale, e quindi anche quello amministrativo specifico, e la diversità dei beni tutelati dalle norme paesistiche e da quelle che, bilanciando i vari interessi in gioco, disciplinano profili paesistici e profili edilizi del condono sotto l’aspetto amministrativo e quello penale impediscono di interpretare queste ultime alla luce delle altre (posto che le une e le altre sono norme eccezionali insuscettibili di interpretazione estensiva o analogica ).Il condono “paesistico” di cui all’art. 1, comma 37, della legge n. 308 del 2004 comporta dunque la sottrazione del fatto alla disciplina penale ed a quella amministrativa attinenti alla tutela paesistica, rimanendo ferma però la sanzionabilità del fatto edilizio sotto i profili amministrativo e penale.»
Sintesi: La disciplina del condono edilizio ha natura eccezionale e non è suscettibile di interpretazioni estensive.
Sintesi: Ogni norma di condono è da considerare eccezionale.
Estratto: «Con il sesto motivo gli interessati lamentano la violazione degli artt. 31 e 35 della legge 28.2.1985, n. 47, in quanto la domanda di sanatoria venne corredata nel tempo da un’ulteriore istanza per la riqualificazione del bene, che non può rifluire nel procedimento iniziato appunto per la sanatoria.Anche questa doglianza è fondata, atteso che la legge 28.2.1985, n. 47 intese porre rimedio a numerose situazioni di illegalità che si erano create nel tempo, prevedendo un termine perentorio per l’emersione di quanto era stato edificato sino ad allora al di fuori delle regole.L’inusualità della situazione –ogni norma di condono è da considerare eccezionale, come ha ripetutamente affermato la corte costituzionale- comporta che debba prima concludersi il procedimento di sanatoria, per poi potersi dar corso a quelli ulteriormente iniziati dai soggetti titolari dei diritti reali. Nella specie, prima che fosse compiuto il procedimento di condono ai sensi della legge 28.2.1985, n. 47, il controinteressato presentò la domanda 14.11.1997, integrata il 10.7 ed 20.11.2001, con cui modificò, ampliandolo, l’originario progetto. In proposito devono richiamarsi le pronunce giurisprudenziali che hanno concordemente ritenuto che il procedimento amministrativo per il condono non può prevedere integrazioni o modifiche, dovendo appunto l’illegittima situazione essere regolarizzata, ove rispondente ai parametri di legge, solo con riferimento ad una data stabilita dalla legge.»
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PEDOPORNOGRAFIA TELEMATICA E STRATEGIE INVESTIGATIVE
Secondo l’orientamento giurisprudenziale oggi dominante, sono utilizzabili all’interno del processo gli atti di indagine realizzati dall’agente provocatore in violazione di legge?
Iniziato il 22/08/2013	No, sono inutilizzabili ex art. 191 c. p. p
No, ma sono ugualmente assoggettabili a sequestro probatorio, laddove sussistano i requisiti di cui all’art. 253 c. p. p., per poi valere come notitia criminis utile solo per l’impulso di autonome indagini su un diverso reato.
Sì, se l’operazione sotto copertura all’interno della quale tali atti sono stati effettuati è stata espletata nell’osservanza delle prescrizioni di legge. Risultati di questo sondaggio Gli altri sondaggi