Source: http://www.studio-legale-online.net/2015/03/polizza-infortuni-indennizzo-e-risarcimento-del-danno-non-sono-cumulabili/
Timestamp: 2020-01-21 02:35:02+00:00
Document Index: 21972774

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1924', 'art. 1901', 'art. 1926', 'art. 1915', 'art. 1882', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1916', 'art. 1904']

Polizza infortuni: indennizzo e risarcimento del danno non sono cumulabiliStudio Legale Online
Deve dunque concludersi nel senso che indennizzo dovuto dall’assicuratore e risarcimento dovuto dal responsabile assolvano ad una identica funzione risarcitoria, e non possano essere cumulati: non perchè nel caso di specie non trovi applicazione l’istituto della compensatio lucri cum danno, ma semplicemente perchè non c’è più danno risarcibile per la parte indennizzata dall’assicuratore.” o viceversa.
Sentenza 11 giugno 2014, n. 13233
S.L., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA R. GRAZIOLI LANTE 70, presso lo studio dell’avvocato CASALE VINCENZA, rappresentato e difeso dagli avvocati TRUPPA TULLIO, TRUPPA EDOARDO giusta procura in calce al ricorso;
INA ASSITALIA SPA (che ha incorporato ASSITALIA LE ASSICURAZIONI D’ITALIA SPA e INA VITA SPA) (OMISSIS), in persona del suo rappresentante legale avv. F.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE FERRARI 35, presso lo studio dell’avvocato VINCENTI MARCO, che la rappresenta e difende giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 724/2007 della CORTE D’APPELLO di GENOVA, depositata il 08/06/2007;
1. Il (OMISSIS) il sig. S.L., dipendente della società SALT-Società Autostrade Ligure Toscana s.p.a., mentre si trovava al lavoro, venne investito da un veicolo di proprietà della società datrice di lavoro, subendo lesioni personali.
2. Il 29.1.1996 il sig. S.L. convenne dinanzi al Tribunale di La Spezia la SALT s.p.a. (nella sua veste di proprietaria del veicolo dal quale venne investito); il conducente del veicolo investitore, sig. P.R., e l’assicuratore della r.c.a. del medesimo mezzo, la Assitalia s.p.a..
Tale sentenza è stata impugnata per cassazione dal sig. S. L., sulla base d’un solo motivo.
(-) con riferimento alle conseguenze del mancato pagamento del premio, si è esclusa l’applicabilità all’assicurazione infortuni dell’art. 1924 c.c., ritenendo invece applicabile l’art. 1901 c.c., (Cass. 13.11.1964 n. 2735; Cass. 19.10.1967 n. 2551; Cass. 27.5.1971 n. 1526; e soprattutto Cass. 13.5.1977 n. 1883, in Assicurazioni, 1978, II, 2, 197, ove per la prima volta si proclama una diversità “ontologica e di struttura” tra l’assicurazione sulla vita e quella contro gli infortuni);
(-) con riferimento alle conseguenze al mutamento di professione dell’assicurato, si è esclusa l’applicabilità all’assicurazione infortuni dell’art. 1926 c.c. (Cass. 27.11.1979 n. 6205);
(-) con riferimento alle conseguenze dell’omissione dell’obbligo di avviso di sinistro, si è ritenuta applicabile anche all’assicurazione contro gli infortuni la previsione di cui all’art. 1915 c.c. (Cass. 4.3.1978 n. 1078);
(-) con riferimento alle conseguenze del ritardato pagamento dell’indennizzo, si è qualificata l’obbligazione dell’assicuratore contro gli infortuni come debito di valore e non di valuta (quale è invece il debito d’indennizzo nell’assicurazione vita), sul presupposto che anche l’assicurazione infortuni rientra nell’assicurazione contro i danni (Cass., 03-05-1986, n. 3017; Cass., 26-01-1988, n. 661).
Tutti i contrasti e le incertezze sono stati infine risolti dall’intervento delle Sezioni Unite di questa Corte, le quali hanno definitivamente stabilito che l’assicurazione contro il rischio di infortuni non mortali è un’assicurazione contro i danni, alla quale si applicherà il principio indennitario e l’intera disciplina dettata dal codice per l’assicurazione contro i danni (Cass. civ., sez. un., 10-04-2002, n. 5119).
(d) l’invalidità causata dall’infortunio costituisce sempre un “danno” per i fini di cui all’art. 1882 c.c.: sicuramente biologico, ed eventualmente patrimoniale;
3.1. Sotto il primo profilo, l’indennizzo non può cumularsi col risarcimento per tre ragioni.
Infatti, poichè la surrogazione costituisce una successione a titolo particolare dell’assicuratore nel diritto vantato dall’assicurato verso il terzo responsabile, prevedendo tale istituto anche per l’assicurazione contro gli infortuni il legislatore ammette che, per effetto del pagamento dell’indennizzo assicurativo, il diritto al risarcimento si trasferisca dall’assicurato-danneggiato all’assicuratore. E se il diritto al risarcimento si trasferisce per effetto di surrogazione, l’assicurato non ne è più titolare e non può esigerne il pagamento dal terzo danneggiato, che altrimenti sarebbe costretto ad un duplice pagamento: sia nelle mani del danneggiato (a titolo di risarcimento), sia nelle mani dell’assicuratore di questi (a titolo di surrogazione), come già ritenuto da questa Corte con la sentenza pronunciata da Sez. 3, Sentenza n. 1881 del 14/06/1972, Rv. 358934.
La terza ragione è che, se fosse consentito all’assicurato cumulare indennizzo e risarcimento, la percezione del risarcimento integrale, da parte del danneggiato-creditore, estinguerebbe l’obbligazione del danneggiante-debitore. Se dunque l’assicuratore pagasse l’indennizzo, non potrebbe più agire in surrogazione, in quanto il danneggiante potrebbe validamente eccepirgli (attesa la perfetta identità tra il diritto del danneggiato al risarcimento ed il diritto acquistato dall’assicuratore per effetto del pagamento dell’indennizzo) di avere già estinto il proprio debito. Pertanto, anche se il credito relativo al risarcimento del danno e quello relativo al pagamento dell’indennizzo sono strutturalmente diversi, quando il danneggiato, prima di percepire l’indennizzo assicurativo, ottiene il risarcimento integrale da parte del responsabile, il risultato della liberazione dell’assicuratore dagli obblighi derivanti dal contratto di assicurazione si produce per effetto della norma che prevede la responsabilità dell’assicurato che arrechi pregiudizio al diritto dell’assicuratore (come già ritenuto da Sez. 2, Sentenza n. 2595 del 25/10/1966, Rv. 325000).
3.2. Il cumulo dell’indennizzo assicurativo con il risarcimento del danno, anche nell’assicurazione contro gli infortuni, è poi impedito dalle norme che disciplinano il risarcimento del danno.
Se, infatti, fosse consentito tale cumulo, verrebbe violato il principio di integralità del risarcimento, in virtù del quale il danneggiato non può, dopo il risarcimento, trovarsi in una condizione patrimoniale più favorevole rispetto a quella in cui si trovava prima di restare vittima del fatto illecito. Tale principio venne affermato già da questa Corte con la sentenza pronunciata da Sez. 3, Sentenza n. 293 del 29/01/1973, Rv. 362174, nella cui motivazione si afferma che “in virtù del principio indennitario un sinistro non può diventare fonte di lucro per chi lo subisce, neppure quando l’indennizzo gli spetti a duplice titolo e da parte di due soggetti diversi, come accade nell’ipotesi in cui lo stesso evento dannoso, oltre a rendere operante la copertura assicurativa, faccia sorgere un’obbligazione riparatoria a carico di chi lo ha cagionato. In tal caso il danneggiato resta bensì l’unico titolare attivo dei due distinti rapporti obbligatori, libero di rivolgersi all’uno o all’altro o ad entrambi gli obbligati; ma l’eventualità del doppio indennizzo per lo stesso danno è scongiurata garantendo all’assicuratore o la possibilità di surrogarsi nei diritti dell’assicurato verso il terzo responsabile (art. 1916 c.c.), o quella di rivalersi nei confronti dello stesso assicurato, se tale possibilità sia stata da lui pregiudicata”.
4. Questa Corte non ignora che, per un diverso orientamento, anche quando la vittima di un danno abbia già ottenuto un risarcimento (parziale o totale) dal responsabile, essa resterebbe titolare del diritto al pagamento integrale dell’indennizzo assicurativo da parte del proprio assicuratore contro i danni. Ritiene tuttavia che tale orientamento, oltre che ormai superato dall’intervento delle Sezioni Unite sopra ricordato (Sez. U, Sentenza n. 5119 del 10/04/2002, Rv.
553633), non possa comunque essere condiviso, per la fragilità dei presupposti teorici su cui si fonda.
Secondo il suddetto orientamento, il cumulo di indennizzo assicurativo e risarcimento del danno sarebbe possibile perchè quando la vittima di un fatto illecito sia anche “assicurato” ai sensi dell’art. 1904 c.c., non opererebbe il principio della compensano lucri cum damno: quest’ultimo, infatti, potrebbe trovare applicazione solo nel caso in cui il vantaggio ed il danno siano entrambi conseguenza immediata e diretta del fatto illecito, quali suoi effetti contrapposti. Invece nel caso in cui il danneggiato abbia un’assicurazione contro i danni, il credito risarcitorio vantato nei confronti del responsabile ed il credito indennitario vantato nei confronti del proprio assicuratore privato hanno fonte diversa (rispettivamente, legale e contrattuale), e tra essi non opera la compensano lucri cum damno (così Sez. 3, Sentenza n. 1135 del 10/02/1999, Rv. 523113).
In altre decisioni, poi, si è affermato che il cumulo di indennizzo e risarcimento è si vietato dal principio indennitario, ma solo a condizione che l’assicuratore privato della vittima abbia manifestato la volontà di surrogarsi nei diritti di quest’ultima verso il danneggiante: diversamente il danneggiato “anche se ha riscosso l’indennizzo, può agire per il risarcimento totale, senza che il responsabile possa opporgli l’avvenuta riscossione” (cosi Sez. 3, Sentenza n. 22883 del 06/12/2004, Rv. 578304; Sez. 3, Sentenza n. 3544 del 23/02/2004, Rv. 570390; Sez. 3, Sentenza n. 12101 del 19/08/2003, Rv. 565930).
Nè appare risolutiva, al fine di consentire il cumulo di indennizzo e risarcimento, l’osservazione – pure prospettata da dottrina minoritaria – secondo cui, avendo l’assicurato pagato i premi, egli avrebbe comunque diritto all’indennizzo in aggiunta al risarcimento, altrimenti il pagamento dei premi sarebbe sine causa.
Detto altrimenti, la percezione dell’indennizzo, da parte del danneggiato, elide in misura corrispondente il suo credito risarcitorio nei confronti del danneggiante, che pertanto si estingue e non può essere più preteso, nè azionato. Se così non fosse, nell’ipotesi in cui il danneggiato avesse stipulato un contratto di assicurazione contro i danni, questi avrebbe un interesse positivo al realizzarsi del sinistro, il che contrasta insanabilmente con il principio indennitario e con la “neutralità” dell’intervento dell’assicuratore rispetto alle condizioni patrimoniali dell’assicurato in epoca anteriore al sinistro.
(-) perchè il diritto di surroga dell’assicuratore non è un elemento essenziale del contratto di assicurazione, e può dunque mancare senza che il contratto di assicurazione perda la sua funzione indennitaria;
(-) perchè la rinuncia al diritto di surroga giova solo al responsabile civile, non al danneggiato, il quale anche in questo caso non può cumulare risarcimento del terzo ed indennità dell’assicuratore;
Questo principio era ben chiaro a questa Corte già un secolo fa, allorchè si escluse il cumulo tra risarcimento ed indennizzo assicurativo con una motivazione che merita di essere ricordata: “è di intuitiva evidenza e conforme a ragione e giustizia che il fatto delle assicurazioni stipulate e pagate (…) concorrono senza possibile dubbio ad attenuare il danno complessivo (…). In tema di liquidazione di danni da colpa aquiliana, (…) si deve tener (…) conto di quei fatti e di quelle circostanze che, apprezzato convenientemente il complessivo danno materiale e morale, valgano a legittimare una equa riduzione dell’indennità, la quale fosse dovuta ove non concorressero detti fatti e dette circostanze, sia pure che ciò provenga non ad opera del danneggiatore, ma della vittima od altrimenti.
Nè giova osservare in contrario che (…) diversi sono i titoli da cui deriva il diritto all’indennità di assicurazione (…) e all’indennità per fatto colposo, non potendosi negare che la conseguenza circa alla vera entità del danno effettivo risarcibile sia ad ogni modo la reale attenuazione del danno medesimo” (Cass. Torino 30.3.1910, in Giur. it., 1910, 1^, 1, 1099).
-) condanna il sig. S.L. alla rifusione in favore di INA Assitalia s.p.a. delle spese del presente grado di giudizio, che si liquidano nella somma di Euro 2.100, di cui 200 per spese vive.
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