Source: http://www.ristretti.it/areestudio/salute/inchieste/salute1.htm
Timestamp: 2018-01-19 07:50:46+00:00
Document Index: 52873283

Matched Legal Cases: ['art. 96', 'art. 90', 'art. 47', 'art. 94', 'art. 47', 'art. 19']

La salute dei detenuti
La situazione sanitaria nel paese. La salute dei detenuti
Senato della Repubblica – Commissione Permanente
La popolazione carceraria italiana ha presentato un netto e proporzionale incremento annuo negli ultimi dieci anni considerati. Risulta più che raddoppiata in termini di presenze rilevate (25.573 al 31 dicembre 1990 55.670 al I semestre 2002). Accanto al fenomeno dell’incremento quantitativo, se n’è aggiunto un altro di tipo qualitativo, che ha visto un notevole aumento delle quote relative ai tossicodipendenti ed agli stranieri.
La presenza delle donne detenute risulta abbastanza stabile, variando da un massimo del 5,46%, registrato nel 1992, fino all’attuale 4,28%. Il Lazio è la Regione con il numero più alto di donne detenute, dovuto alla presenza di un grande Istituto. Il grado di istruzione più frequentemente riscontrato è la licenza di scuola media inferiore (37,4%), seguita da quella elementare (29,2%) e da coloro che non possiedono un titolo di studio (8,2%).
Le donne appaiono più frequentemente appartenenti a gruppi con titoli di studio più bassi. Nel 55% dei casi l’età è compresa tra i 25 ed i 39 anni e la metà dei soggetti ha un’ età inferiore a 34 anni (età mediana). Alla data del 30 giugno 2002 i detenuti stranieri presenti erano 17.004, dei quali 4.193 tossicodipendenti e 144 sieropositivi per HIV. Soltanto per 111 di questi è stato possibile formulare una diagnosi di tossicodipendenza. La maggiore concentrazione della popolazione straniera (8.703 presenze al 30 giugno 2002, pari al 51,18%) si riscontra nelle regioni del Centro-Nord: Lazio, Lombardia, Piemonte e Toscana. I paesi di provenienza più rappresentati sono quelli dell’Europa dell’Est, compresa la ex Jugoslavia (31,7%).
Alcuni gruppi di detenuti vengono distinti in seno alla totalità per caratteristiche omogenee legate ad una diagnosi clinica e per questa loro valenza sanitaria accertata sono di particolare interesse per il S.S.N..
Il gruppo maggiormente rappresentato all’interno delle carceri italiane, come anche in altri paesi sviluppati, è quello dei tossicodipendenti. Per questa tipologia di detenuti (compresi gli alcoldipendenti), considerando sempre lo stesso periodo, si è passati dalle 7.299 presenze del 1990 ai 15.698 del 30 giugno 2002. Non è variata di molto la percentuale totale di questo gruppo in quanto dal 28,54% si è passati, alle stesse date, al 27,94% a causa dell’incremento totale della popolazione.
La Regione con la percentuale più elevata di questa popolazione è la Liguria (55,42%), seguita dalla Sardegna (40,47%) e dal Lazio (38,33%). Nel primo semestre 2002 il numero più alto di detenuti tossicodipendenti viene registrato in Lombardia (2.376), seguita dal Lazio (2.063) e dalla Campania (1.556). A parte la terapia della sindrome astinenziale in carcere, che viene affrontata con l’uso di farmaci sostitutivi (metadone, buprenorfina, idrossibutirrato), per il trattamento della tossicodipendenza l’attuale ordinamento prevede diverse tipologie di opportunità:
il D.P.R. 309/90 prevede espressamente (art. 96) una particolare attenzione nei confronti dei tossicodipendenti reclusi ed affida questa responsabilità alle ASL localmente competenti. Prevede, inoltre,la creazione di reparti carcerari opportunamente attrezzati per la cura e la riabilitazione, di concerto con le autorità locali (soprattutto Regioni e ASL). Quindi, il Ministero della giustizia da allora ha organizzato strutture all’uopo dedicate che attualmente risultano essere allocate in diverse Regioni, così come rilevato dal Coordinamento Nazionale degli Operatori per la Salute nelle Carceri Italiane. Esse sono a Torino, Verbania, Sanremo, Genova Marassi, Venezia Giudecca SAT, Padova, Forlì, Rimini, Firenze M. Gozzini, Empoli, Roma Rebibbia Nuovo Complesso e III Casa Circondariale, Napoli Secondigliano, Eboli (SA), Gragnano (NA), Lauro (AV), San Severo (FG) e Giarre (CT);
la persona tossicodipendente che voglia sottoporsi ad un programma terapeutico esterno al carcere, qualora la pena non sia superiore a quattro anni, può presentare al Tribunale di Sorveglianza una istanza di sospensione dell’esecuzione penale (D.P.R. 309/90 art. 90 e 91, ex art. 47 e 47 ter) o la richiesta di affidamento in prova in casi particolari (art. 94, ex art. 47 bis). In caso di esito favorevole può essere liberato ed essere ammesso al programma indicato e concordato con il Ser.T. (Servizi Tossicodipendenza) di appartenenza che, oltre a certificare lo stato dei tossicodipendenti, dovrà emettere un giudizio d’idoneità per il programma stesso.
Dal 1990 ad oggi la percentuale di tossicodipendenti, che richiede una misura alternativa alla carcerazione, è rimasta sostanzialmente invariata attorno ad un valore di circa il 40%.
Questo primo passo verso un programma terapeutico e riabilitativo necessita il soddisfacimento di alcuni requisiti peculiari, per evitare ogni possibile speculazione preordinata al conseguimento del beneficio stesso.
La stretta connessione esistente tra tossicodipendenza ed infezione da HIV viene testimoniata dalla costante correlazione osservabile tra questi due fenomeni, anche se è da rimarcare il lieve incremento dei detenuti sieropositivi ma non diagnosticaci quali tossicodipendenti. Al 30 giugno 2002 erano presemi nelle carceri italiane 1.401 detenuti (1.201 tossicodipendenti, pari a 85,7%) affetti da HIV di cui 885 (63,2%) asintomatici, 324 (23,1%) sintomatici e 192 (13,7%) con AIDS. La Regione con il più alto numero di sieropositivi presenti alla data del 30 giugno 2002 è la Lombardia con 371 casi, seguita dal Lazio con 143 e dal Piemonte con 133. L’accertamento di positività per HIV - Ab è necessaria, ai sensi della L. 222/93 e del Decreto Ministero della Sanità del 25 marzo 1993, che prevede la scarcerazione dei soggetti con AIDS conclamato o con condizioni cliniche gravi.
Si definisce internato una persona ristretta per una misura di sicurezza in O.P.G. (Ospedale Psichiatrico Giudiziari). Gli O.P.G. e le Sezioni minorati od osservandi sono 9 sull’intero territorio. I dati storici delle presenze in O.P.G., calcolati in una recente rassegna alla data del 12 marzo 2000, hanno visto sempre maggiormente svantaggiate le donne rispetto agli uomini. A fronte di un dato medio del 4,3% degli Istituti carcerari, negli O.P.G. la percentuale delle donne sale al 6,5%, anche se la maggioranza della popolazione resta maschile con un’età media di 41,05 anni, prevalentemente celibi/nubili. La permanenza media in Istituto è pari a 36,33 mesi, ma con ampie variazioni tra le diverse sedi; il 47,1% degli internati resta meno di 17 mesi.
Donne, gravidanza e nidi penitenziari
La Legge 8 marzo 2001 n° 40 (Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute e figli minori) avrebbe dovuto indurre un rilevante decremento di queste presenze in carcere, ma i risultati ottenuti sono ancora di scarsa entità. La regolamentazione dell’assistenza alle gestanti e alle madri con bambini e gli asili nido penitenziari è data dall’art. 19 del Regolamento Penitenziario (D.P.R. n° 230 del 30 giugno 200) e prevede che l’assistenza alle gestanti e madri con bambini venga erogata da parte di specialisti in Ostetricia e Ginecologia, da ostetriche professionali, pediatri e puericultrici.
Infine, per completezza di quadro, è utile la ricostruzione dello stato di salute dei minori detenuti. Il circuito minorile costituisce circa l’8% del fenomeno della detenzione in Italia, sia come ingressi, presenze o provvedimenti terapeutico - giudiziari. Il numero di ingressi annui nel circuito si mostra abbastanza stabile in questi ultimi dieci anni, ma con un sostanziale mutamento qualitativo della nazionalità dell’utenza. Vi è, infatti, un progressivo e costante aumento di utenza straniera, con una prevalenza di reati contro il patrimonio e con un aumento di persone di sesso maschile tra i 16-17 anni. Le donne in gran parte sono straniere o nomadi. Il 13% dei minori (per la stragrande maggioranza maschi) viene collocato in comunità terapeutiche che ospitano ragazzi con problemi correlati all’uso di stupefacenti e/o problemi psichiatrici.
Al di là delle tipologie specifiche di detenuti, uno degli argomenti più controversi della tutela della salute in carcere è per sua stessa natura e drammaticità la morte in detenzione che può esprimersi attraverso diverse modalità: il suicidio, la morte naturale, l’omicidio e la morte intercorsa durante un trasporto o permanenza in ospedale. Il suicidio in carcere è il fenomeno di cui si cominciano a conoscere abbastanza nettamente i contorni, grazie all’utilizzazione dei dati raccolti dal Ministero della giustizia ed alle esperienze internazionali. È possibile quindi - nel periodo considerato 1996-2000 - tentare di definire delle linee di profilo del suicida in carcere che:
risulta essere prevalentemente italiano (240 casi) anziché straniero (55 casi);
ha un periodo di permanenza inferiore ad un anno (204 casi) o superiore (69 casi);
è in attesa di primo giudizio (92 casi) o ha appena avuto un giudizio definitivo (128 casi);
appartiene prevalentemente al gruppo dei detenuti cosiddetti "comuni" (non appartenenti cioè alla grande organizzazione criminale, alla politica o al sequestro di persone).