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Timestamp: 2019-08-17 17:38:56+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 10', 'sentenza ', 'art. 601', 'art. 39', 'art. 385', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 289', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 314', 'art. 314', 'art. 111', 'art. 314', 'art. 274', 'art. 275', 'art. 314', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 9', 'art. 314', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 314', 'art. 649', 'sentenza ', 'art. 314', 'art. 14', 'art. 3', 'art. 70', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 310', 'art. 177', 'art. 1', 'art. 33', 'art. 36', 'art. 43', 'art. 610', 'art. 163', 'art. 169', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 178', 'art. 178', 'art. 72', 'art. 3', 'art. 291', 'art. 3', 'art. 33', 'art. 3', 'art. 635', 'art. 178', 'art. 6', 'art. 179', 'art. 2050', 'art. 372', 'sentenza ', 'art. 373', 'art. 95', 'art. 5', 'art. 95', 'Cass. Sez. ', 'art. 95', 'art. 192', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 96', 'art. 618', 'art. 95', 'art. 95', 'art. 5', 'art. 5', 'Cass. Sez. ', 'art. 95', 'art. 483', 'art. 95', 'art. 79', 'Cass. Sez. ', 'Cass. Sez. ', 'art. 95', 'art. 112', 'art. 96', 'art. 98', 'art. 79', 'art. 95', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 79', 'art. 96', 'art. 98', 'art. 46', 'art. 79', 'art. 95', 'art. 76', 'art. 95', 'art. 79', 'art. 92', 'art. 483', 'art. 79', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 79', 'art. 92', 'art. 53', 'art. 3', 'art. 24', 'art. 98', 'art. 95', 'art. 483', 'sentenza ', 'art. 95', 'art. 95', 'art. 79', 'art. 76', 'art. 96', 'art. 49', 'art. 96', 'art. 98', 'art. 96', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 96', 'sentenza ', 'art. 656', 'art. 2119', 'art. 3', 'art. 1453', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 11', 'art. 19', 'art. 1', 'art. 2103', 'art. 97', 'art.110', 'art.118', 'art. 2248', 'art. 1115', 'art. 729', 'sentenza ', 'art. 62', 'sentenza ', 'art. 69', 'art. 114', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 132', 'art. 628', 'art. 133', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 192', 'art. 629', 'art. 110', 'art. 110', 'art. 110', 'art. 628', 'art. 112', 'sentenza ', 'art. 114', 'art. 116', 'art. 114', 'art. 62', 'art. 2055', 'art. 62', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 62', 'sentenza ', 'art.629', 'art.628', 'art.112', 'art.114', 'art. 114', 'art. 112', 'art. 629', 'art. 628', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 628', 'art.62', 'art.62', 'art.70', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.118', 'art.3', 'art.70', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art. 118', 'art.118', 'art.118', 'art.118', 'art.118', 'art.59', 'art.118', 'art.62', 'art.110', 'art.118', 'art.62', 'sentenza ']

Sentenze e massime - Ultime dalla Corte di Cassazione: febbraio 2009
PRESCRIZIONE DEL REATO - NORME TRANSITORIE - PENDENZA DEL PROCEDIMENTO IN APPELLO IN CASO DI SENTENZA DI ASSOLUZIONE - INDIVIDUAZIONE
In tema di prescrizione, ai fini dell’applicazione delle disposizioni transitorie previste dall’art. 10, comma terzo, della L. 5 dicembre 2005, n. 251, quando il giudizio di primo grado si sia concluso con una sentenza di assoluzione, il momento determinante per stabilire la pendenza del procedimento in appello è dato dall’emissione del decreto di citazione per il giudizio ex art. 601 cod. proc. pen.
Sentenza n. 7112 del 25 novembre 2008 - depositata il 18 febbraio 2009(Sezione Sesta Penale, Presidente G. De Roberto, Relatore G. Fidelbo)
PROCESSO TRIBUTARIO - C.T.U. - DISPOSTA IN PROCEDIMENTO PARALLELO - PRODUZIONE - AMMISSIBILITA'
La S.C. ha affermato che nel giudizio tributario avente ad oggetto il ricorso avverso la rettifica del reddito di impresa ex art. 39, comma 2, del d.P.R. n. 600 del 1973, va ammessa la produzione di una relazione tecnica relativa ad una consulenza d'ufficio disposta nell'ambito di un parallelo procedimento concernente le medesime questioni, ancorché ai fini dell'IVA.
Sentenza n. 2904 del 6 febbraio 2009(Sezione Tributaria, Presidente F. Miani Canevari, Relatore G. Carleo)
GIURISDIZIONE - SALUTE - SPESE MEDICHE ALL'ESTERO
Con riferimento alla richiesta di rimborso di spese sanitarie sostenute da cittadini residenti in Italia presso centri di altissima specializzazione all’estero per prestazioni non ottenibili tempestivamente in Italia in forma adeguata, la giurisdizione spetta al giudice ordinario, sia che siano dedotte situazioni di eccezionale gravità e urgenza ostative alla preventiva autorizzazione, sia che l’autorizzazione sia stata chiesta e negata, atteso che viene in considerazione il diritto alla salute, non suscettibile di essere affievolito dalla discrezionalità tecnica dell’amministrazione nell’apprezzamento dei presupposti per l’erogazione delle prestazioni.
Sentenza n. 2867 del 6 febbraio 2009(Sezioni Unite Civili, Presidente S. Mattone, Relatore A. Amatucci)
PROCESSO CIVILE - SPESE GIUDIZIALI - CONDANNA PER COLPA GRAVE
Per la prima volta la Corte ha condannato la parte soccombente ad una somma ulteriore, equitativamente determinata, ravvisando – ai sensi dell’art. 385, u.c. c.p.c., come novellato dal d.lgs. n. 40 del 2006 – un’ ipotesi di colpa grave. Il ricorso per cassazione era stato proposto in forza di procura generale rilasciata in data antecedente alla sentenza impugnata; i presupposti della colpa grave sono stati ravvisati nel carattere evidente e testuale del requisito della procura speciale e nella circostanza che è assolutamente consolidato l’orientamento giurisprudenziale secondo cui è indispensabile la posteriorità della stessa rispetto alla sentenza impugnata.
Sentenza n. 2632 del 4 febbraio 2009(Sezioni Unite Civili, Presidente G. Prestipino, Relatore U. Goldoni)
MISURE CAUTELARI - PERSONALI – REVOCA – INTERESSE ALL’IMPUGNAZIONE – PROSPETTATO DIFETTO DI DOMANDA - SUSSISTENZA
Le Sezioni unite, dopo aver statuito che permane l’interesse all’impugnazione, pur dopo la revoca medio tempore del provvedimento applicativo della misura coercitiva ed ai fini del giudizio di riparazione per l’ingiusta detenzione, anche quando la censura attenga alla prospettata carenza di domanda cautelare, hanno affrontato la questione dell’eventuale incidenza processuale della mancanza di assenso scritto del procuratore della Repubblica sulla richiesta di misura cautelare personale proposta dal magistrato assegnatario o di un assenso accordato su una misura meno grave di quella richiesta. Premesso che il contrasto, in merito al se ed a quale misura cautelare personale richiedere, deve trovare soluzione all’interno del percorso delineato dalla legge ordinamentale e che si conclude, in assenza di un accordo, con la revoca dell’assegnazione, hanno stabilito che l’assenso scritto del procuratore della Repubblica, previsto dall’art. 3, comma 2, d.lgs. n. 106 del 2006, non è condizione di ammissibilità della richiesta di misure cautelari personali presentata dal magistrato assegnatario del procedimento, né di validità della conseguente ordinanza cautelare emessa dal giudice.
Sentenza n. 8388 del 22 gennaio 2009- depositata il 24 febbraio 2009(Sezioni Unite Penali, Presidente T. Gemelli, Relatore G. Canzio)
1. – Il giudice per le indagini preliminari del tribunale di Genova, sulla richiesta in data 13/12/2007 dei pubblici ministeri assegnatari del procedimento, disponeva con ordinanza del 4/2/2008 l’applicazione della misura degli arresti domiciliari nei confronti di Novi Giovanni Giulio, indagato per plurime ipotesi delittuose (artt. 110, 353, comma 2, 317 e 640, comma 2 n. 1 c.p.). Come risulta dagli atti del fascicolo processuale, l’originaria richiesta reca in calce l’annotazione del procuratore della Repubblica del 17 dicembre, con la quale si esprime “dissenso” in ordine alla misura degli arresti domiciliari poiché “all’indagato, ultrasettantenne ed incensurato, sono addebitati reati commessi, senza fine di lucro personale, nella sua veste di presidente dell’autorità portuale, carica pubblica in scadenza tra circa quaranta giorni (è già stata espressa la terna entro cui scegliere il successore); nella più severa delle ipotesi, appare maggiormente adeguata ed ugualmente efficace, per far fronte alle prospettate esigenze cautelari, la misura interdittiva della sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio di cui all’art. 289 c.p.p.”. Segue in calce l’ordine di inoltro “all’ufficio GIP” sottoscritto dallo stesso procuratore il successivo 18 dicembre. La richiesta cautelare, con le annotazioni in calce del procuratore della Repubblica, venne quindi depositata nella cancelleria del giudice per le indagini preliminari il 20 dicembre, con una nota dei magistrati dell’ufficio del pubblico ministero assegnatari del procedimento, dal seguente tenore: “Si trasmette l’allegata richiesta di misure cautelari (reali e personale), ritenendo di mantenere le determinazioni espresse anche laddove non concertate con il procuratore che, pur non prestando il proprio assenso alla misura cautelare personale, peraltro sotto l’esclusivo profilo dell’adeguatezza del tipo di misura richiesta, ha comunque disposto per la trasmissione dell’atto a codesto g.i.p. per la libera valutazione dell’organo giurisdizionale” Il tribunale di Genova, con ordinanza emessa il 25/2/2008 in sede di riesame, confermava il provvedimento applicativo della misura coercitiva, nelle more revocata il 15/2/2008 per sopravvenuta cessazione delle esigenze cautelari, rilevando che il ricorrente aveva interesse all’impugnazione nonostante la revoca della misura, con riguardo all’eventuale esercizio del diritto all’equa riparazione per ingiusta detenzione, ma che, nel caso concreto, sussistevano gli estremi della gravità indiziaria. Il tribunale non ravvisava, invece, la nullità, ex artt. 178 comma 1 lett. b) e 179 c.p.p., dedotta dal ricorrente sotto il profilo del difetto di una valida domanda cautelare, che potesse assumere rilievo ai fini dell’eventuale richiesta di riparazione per ingiusta detenzione, per asserita violazione dell’art. 3, comma 2 d.lgs. n. 106 del 2006, in ragione della mancanza di assenso scritto del procuratore della Repubblica alla richiesta dei magistrati assegnatari del procedimento, in quanto: - la richiesta della misura coercitiva era sottoscritta anche dal procuratore aggiunto, titolare, per assetto organizzativo interno all’ufficio, delle stesse prerogative riconosciute al procuratore della Repubblica; - il dissenso di questi concerneva solo la scelta della misura cautelare personale più adeguata, ma non coinvolgeva il merito della contestazioni; - il procuratore della Repubblica aveva disposto l’inoltro della richiesta al g.i.p. senza averne preteso dai magistrati assegnatari la modifica e senza avere altresì inteso revocare l’assegnazione, limitandosi a rimettere alla valutazione del giudice gli argomenti da lui prospettati. 2. – Avverso la suddetta ordinanza hanno proposto ricorso per cassazione i difensori del Novi, i quali, anche con successive memorie illustrative, hanno ribadito la tesi della nullità assoluta, ex artt. 178 comma 1 lett. b), 179 e 291 c.p.p., del provvedimento applicativo della misura coercitiva, sotto il profilo della carenza di una valida ed efficace domanda cautelare per la violazione dell’art. 3, comma 2 d.lgs. n. 106 del 2006, in ragione della mancanza di assenso scritto del procuratore della Repubblica alla richiesta dei magistrati assegnatari del procedimento, la cui nota di trasmissione del 20/12/2007 sarebbe stata inefficace a fronte dell’inoltro al giudice da parte del procuratore della Repubblica di una richiesta emendata con la sostituzione della misura interdittiva a quella degli arresti domiciliari. Ad avviso del ricorrente, l’assenso scritto, atto necessariamente preventivo e dal contenuto autorizzatorio, costituisce esclusiva “prerogativa” del procuratore della Repubblica (non delegata nella specie al procuratore aggiunto, mero co-assegnatario del procedimento) e si configura come condizione di validità della richiesta cautelare formulata nella fase delle indagini preliminari, non potendosi ritenere che la speciale norma dell’art. 3 d.lgs. n. 106 del 2006 riguardi esclusivamente l’organizzazione interna dell’ufficio di procura ed abbia valenza meramente ordinamentale e disciplinare, senza alcun riflesso nella sfera giuridica del soggetto che sia privato della libertà personale. Di talché, in assenza di una valida richiesta del pubblico ministero o anche in caso di applicazione di una misura più grave di quella validamente richiesta, sostiene il ricorrente che, secondo un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 314, comma 2 c.p.p., sussiste l’interesse all’impugnazione, sulla base della illegittimità dell’ordinanza applicativa di una misura coercitiva per violazione del principio della domanda, pur quando la misura sia stata revocata, eccependo in subordine la non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale della suindicata norma in riferimento agli artt. 3, 24, 76 e 77 Cost.. 3. – La sesta Sezione, con ordinanza del 3-23/10/2008, sul rilievo che il ricorrente, nonostante il giudice del riesame avesse ritenuto la sussistenza del presupposto della gravità indiziaria, aveva impugnato la relativa ordinanza nella parte in cui è stata esclusa la nullità assoluta del provvedimento coercitivo, dedotta sotto il profilo della mancanza di una valida domanda cautelare in difetto dell’assenso del procuratore della Repubblica, ha affermato che l’interesse all’impugnazione, pur quando nelle more sia intervenuta la revoca della misura e la rimessione in libertà, dovrebbe essere negato, dato che il diritto alla riparazione per ingiusta detenzione si configura, nella previsione dell’art. 314, comma 2 c.p.p. e nell’interpretazione della giurisprudenza di legittimità, solo se mancano le condizioni di applicabilità stabilite dagli artt. 273 e 280 c.p.p.. La Sezione rimettente ha osservato, tuttavia, che l’uniforme orientamento della giurisprudenza di legittimità circa la tassatività dei parametri normativi per la configurazione del presupposto per la riparazione dell’ingiusta detenzione non è in linea con i principi espressi dalla Corte costituzionale, la quale, con plurime decisioni, ha esteso l’ambito dell’equa riparazione a situazioni non previste dalla disciplina codicistica, anche traendo argomenti dai contenuti di norme di fonte sopranazionale. E, concludendo nel senso che il riconoscimento della persistenza dell’interesse a impugnare, nonostante la sopravvenuta revoca della misura coercitiva, rispetto a tutte le condizioni che attengono alla “ontologica legalità e validità” del provvedimento impositivo, potrebbe dare luogo ad un contrasto giurisprudenziale, ha rimesso la decisione della questione di diritto alle Sezioni Unite, cui il ricorso è stato assegnato per l’odierna udienza in camera di consiglio. CONSIDERATO IN DIRITTO 1. – Le Sezioni Unite sono chiamate anzitutto a rispondere al quesito “se permanga l’interesse dell’imputato all’impugnazione dell’ordinanza applicativa di una misura cautelare personale, ai fini del giudizio di riparazione per ingiusta detenzione, pur quando le censure contro il provvedimento, che nelle more sia stato revocato, non attengano alla mancanza dei presupposti di applicabilità di cui agli artt. 273 e 280 c.p.p. - in particolare dei gravi indizi di colpevolezza -, bensì all’asserita mancanza di una valida domanda cautelare (per il difetto di assenso o per l’espresso dissenso del procuratore della Repubblica sulla relativa richiesta del magistrato dell’ufficio del pubblico ministero assegnatario del procedimento)”.1.1. – Occorre premettere che lo schema codicistico del procedimento di applicazione delle misure cautelari personali, come delineato dagli artt. 291 e 292 c.p.p. all’interno di un modello processuale che, anche alla luce del riformulato art. 111 comma 2 Cost., mira ad esaltare la netta separazione dei ruoli tra parti richiedenti e organo deliberante ed a preservare la terzietà del giudice, postula, come “indefettibile antecedente”, uno specifico atto propulsivo rappresentato dalla “domanda” che il pubblico ministero rivolge al giudice, alla stregua di un atto di esercizio dell’ “azione cautelare” (C. cost., n. 4 del 1992). Nella logica accusatoria del nuovo processo penale, la direttiva n. 59 della legge-delega n. 81 del 1987, già sul piano semantico, correla intimamente il “potere-dovere del pubblico ministero di richiedere, presentando al giudice gli elementi su cui si fonda la sua richiesta”, con il potere-dovere “del giudice di disporre con provvedimento motivato le misure di coercizione personale”, in termini di interdipendenza necessaria tra richiesta e decisione. Avverte, in proposito, la Relazione al Progetto preliminare del nuovo codice di rito, privilegiando l’aspetto funzionale del rapporto tra domanda cautelare e decisione giurisdizionale, che, se dev’essere esclusa “una legittimazione ai provvedimenti cautelari in capo al pubblico ministero (salvo il potere di fermo), così è da escludersi l'adozione di misure cautelari che prescinda dall'iniziativa del pubblico ministero il quale è, sotto questo profilo, soggetto necessariamente senza legittimazione a disporre, mentre, per converso, il giudice è soggetto , ma non ex officio”. Sicché, alla domanda della parte pubblica corrisponde la genesi di un fenomeno devolutivo, che assegna al giudice un potere decisorio che, pur integro in tutti i suoi connotati e secondo gli ordinari parametri delibativi, resta circoscritto all'interno dei confini tracciati dal devolutum. Nel senso che va coerentemente esclusa la possibilità non solo che il giudice applichi ex officio una misura cautelare in mancanza di domanda del pubblico ministero (extra petita), ma anche che egli adotti una misura, non già meno severa, bensì, in peius, più grave di quella richiesta (ultra petita). E, ove si verifichi l’inosservanza della preclusione nascente dal principio della domanda cautelare, si configura, sul piano interpretativo (Cass., sez. fer., 6/9/1990 n. 2668, Palma, rv. 185652; sez. III, 8/10/1998 n. 2554, P.M. in proc. Corigliano, rv. 212169; sez. VI, 26/6/2003 n. 35106, De Masi, rv. 226515; sez. VI, 10/7/2008 n. 33858, P.M. in proc. Maazouzi, rv. 240799), la nullità - di ordine generale ed assoluta, insanabile e rilevabile d’ufficio in ogni stato e grado del procedimento - dell’ordinanza del giudice, riferita, ai sensi degli artt. 178 lett. b) e 179 comma 1 c.p.p., all’iniziativa indefettibile e riservata in via esclusiva al pubblico ministero nell’esercizio dell’azione cautelare. 1.2. – Ciò posto, è ben vero che le Sezioni Unite (Sez. Un., 12/10/1993 n. 20, Durante, rv. 195353-355, seguite da Sez. un., 13/7/1998 n. 21, Gallieri, rv. 211194 e Sez. Un., 28/3/2006 n. 26795, Prisco, rv. 234268, nonché dal conforme e costante indirizzo giurisprudenziale delle sezioni semplici), pur osservando, circa la persistenza dell’interesse ad impugnare l’ordinanza coercitiva nel caso di revoca medio tempore della misura e di liberazione dell’imputato, che la sopravvenuta revoca non può incidere sull’attualità dell’interesse a coltivare l’impugnazione ai fini della precostituzione di un titolo da far valere successivamente in sede di riparazione per ingiusta detenzione, hanno tuttavia qualificato come “tassativa” la formulazione dell’art. 314 comma 2 c.p.p., con riguardo alle cause di illegittimità della misura elencate negli artt. 273 e 280 c.p.p.. Donde l’inidoneità delle violazioni attinenti sia all’art. 274 per insussistenza delle esigenze cautelari, sia all’art. 275 per inadeguatezza o per difetto di proporzionalità della misura, ad atteggiarsi a fondamento giustificativo del diritto all’equa riparazione. La qualificazione in termini di “tassatività” della norma, secondo un’interpretazione fedele al dato letterale, ha messo in evidenza il carattere “speciale” dello strumento riparatorio dell’ingiusta detenzione, diretto alla tutela delle ragioni di quanti siano stati condannati in relazione agli stessi fatti posti a fondamento del titolo cautelare illegittimo. Va peraltro segnalato che un pur minoritario orientamento giurisprudenziale ha inteso accreditare un’interpretazione capace di superare i limiti letterali della disposizione dell’art. 314 comma 2 c.p.p., valorizzando le fonti normative sopranazionali e l’elaborazione della Corte costituzionale - di cui si dirà appresso - per giustificare talune soluzioni applicative, dirette alla verifica ex post dell’illegittimità della situazione detentiva (v. Cass., sez. I, 10/10/2000 n. 3346/01, Macrì, rv. 218175-176, nell’ipotesi di carcerazione protratta oltre il termine di durata previsto dalla legge, e Corte eur. d. uomo, 9/6/2005, Picaro c. Italia, con riferimento alla violazione, in tal caso, dell’art. 5, par. 5 Cedu; sez. VI, 27/5/2005 n. 26873, Frediani, rv. 231918, nel caso di proroga tardiva della misura cautelare; sez. IV, 6/11/2006 n. 42022, Carta, rv. 235676-677, nel caso di mancanza della richiesta del Ministro della Giustizia; sez. III, 7/5/2008 n. 25201, Teodosiu, rv. 240388, nel caso di difetto del presupposto dell’urgenza per il giudice dichiaratosi territorialmente incompetente).1.3. – D’altra parte, non può non rilevarsi che, a fronte di un diritto vivente pressoché uniformemente ancorato alla persistenza dell’interesse purché fatto valere nel perimetro tassativo delle condizioni di applicabilità stabilite dagli artt. 273 e 280 c.p.p., la Corte costituzionale, chiamata a pronunciarsi sui limiti normativi dell’equa riparazione per ingiusta detenzione, ne ha ripetutamente esteso lo spettro operativo a situazioni non previste dalla norma codicistica, sulla base di un comune percorso argomentativo, avvalorato soprattutto dal richiamo della direttiva n. 100 e del primo comma dell’art. 2 della legge-delega n. 81 del 1987, che prescrive la necessità di adeguamento del codice alle norme delle Convenzioni internazionali ratificate dall’Italia e relative ai diritti della persona e al processo penale: con particolare riguardo alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali e al Patto internazionale relativo ai diritti civili e politici, che prevedono rispettivamente, nell’art. 5 par. 5 e nell’art. 9 par. 5, il diritto ad un indennizzo in caso di detenzione illegale, senza alcuna limitazione o distinzioni di sorta circa il titolo dell’ingiustizia. Vanno menzionate in proposito: - sia le sentenze tout court dichiarative dell’illegittimità costituzionale dell’art. 314 c.p.p. (n. 310 del 1996, per la detenzione conseguente ad un ordine di esecuzione poi dichiarato illegittimo; n. 109 del 1999, per l’ingiusta detenzione subita in conseguenza di arresto in flagranza o di fermo di indiziato di delitto, quando, con decisione irrevocabile, siano ritenute insussistenti le condizioni per la convalida della custodia precautelare, per assenza dei presupposti o per inosservanza dei termini; n. 219 del 2008, per la custodia cautelare subita in misura superiore alla quantità della pena inflitta con la sentenza di primo grado, che sia stata riformata dalla sentenza di appello dichiarativa dell’estinzione del reato per prescrizione, decisione, questa, poi seguita dalla conforme sentenza delle Sezioni Unite, 30/10/2008 n. 4187/09, Pellegrino); - sia quelle sentenze interpretative di rigetto, che hanno riconosciuto all’art. 314 c.p.p. un ambito applicativo più esteso rispetto al mero dato letterale (n. 284 del 2003, sull’ingiusta detenzione subita in esecuzione di un ordine di carcerazione inizialmente legittimo ma che, per un fatto sopravvenuto alla sua emissione correlato all’accertamento ex post che la pena risultava già espiata all’estero, era da revocare siccome in violazione del divieto di bis in idem; n. 230 del 2004, sul riconoscimento del diritto all’equa riparazione anche in favore di colui che abbia subito un periodo di custodia cautelare per un fatto dal quale sia poi stato prosciolto per la preclusione del giudicato ex art. 649 c.p.p.; n. 231 del 2004, sull’analogo riconoscimento dell’indennizzo in favore di un soggetto che, a seguito di richiesta di estradizione passiva di uno Stato estero, abbia subito un periodo di custodia cautelare provvisoria in Italia e sia poi stato messo in libertà, essendo stata accertata ex post la carenza di giurisdizione dello Stato estero; n. 413 del 2004, che ammette la riparazione per ingiusta detenzione anche in caso di archiviazione per morte del reo, qualora successivamente sia stata pronunciata nei confronti dei coimputati, sulla base del medesimo materiale probatorio, sentenza di assoluzione perché il fatto non sussiste).1.4. – Orbene, dall’analisi logico-sistematica e da una lettura costituzionalmente orientata della normativa di riferimento e delle fonti internazionali pattizie, pure recepite dal nostro ordinamento, sembra lecito concludere che, se l’equa riparazione per ingiusta detenzione è stata ammessa in taluni casi di non corretto esercizio della giurisdizione cautelare, a maggior ragione il fondamento solidaristico del diritto ad un equo indennizzo per la custodia cautelare ingiustamente subita dev’essere riconosciuto laddove venga messa radicalmente in discussione - addirittura - la “ontologica legalità e validità” del titolo coercitivo, a causa della violazione da parte del giudice del fondamentale principio della domanda, con riguardo al difetto, da accertare ex post, della iniziativa del pubblico ministero. Iniziativa nell’esercizio dell’azione cautelare che, siccome istituzionalmente riservata in via esclusiva all’organo dell’accusa, costituisce l’ “indefettibile antecedente” e il prius logico del provvedimento restrittivo della libertà personale, ponendosi, quindi, “a monte” del perimetro delle condizioni di applicabilità della misura di cui agli artt. 273 e 280 c.p.p., la cui accertata insussistenza (soltanto) è tuttavia configurata, nella formulazione letterale del secondo comma dell’art. 314, come presupposto dell’azione di riparazione per l’ingiusta detenzione. Né può considerarsi di ostacolo alla praticabilità della cennata operazione ermeneutica di adeguamento della normativa, che consenta di ricostruirne la portata in sintonia con i valori costituzionali e con i progressivi ed incisivi interventi del Giudice delle leggi, l’esistenza di una disciplina per il risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e per la responsabilità civile dei magistrati, posto che, secondo l’espressa previsione dell’art. 14 della legge n. 117 del 1988, le disposizioni di tale legge non pregiudicano il diritto alla riparazione a favore delle vittime di errori giudiziari e di ingiusta detenzione (v., in tal senso, C. cost., sent. n. 310 del 1996). In ordine al quesito interpretativo riportato in premessa può pertanto enunciarsi il principio di diritto per cui “persiste l’interesse all’impugnazione dell’ordinanza applicativa di una misura coercitiva, ai fini del giudizio di riparazione per l’ingiusta detenzione, pur quando le censure contro il provvedimento, che nelle more sia stato revocato con la conseguente rimessione in libertà dell’interessato, non attengano alla mancanza delle condizioni di applicabilità previste dagli artt. 273 e 280 c.p.p., bensì alla prospettata carenza di domanda cautelare”.2. – Ciò posto, resta peraltro ancora da dimostrare la fondatezza della dedotta nullità dell’ordinanza coercitiva, per la pretesa mancanza di domanda cautelare nel caso, denunziato dal ricorrente, di difetto di assenso o, come nella specie, di espresso dissenso del procuratore della Repubblica sulla richiesta di misura coercitiva avanzata dai magistrati dell’ufficio del pubblico ministero assegnatari del procedimento. Le Sezioni Unite sono chiamate a rispondere, infatti, all’ulteriore quesito “se l’assenso scritto del procuratore della Repubblica, previsto dall’art. 3 comma 2 d.lgs. 20 febbraio 2006 n. 106, si configuri come condizione di ammissibilità della richiesta di misure cautelari personali presentata dal magistrato dell’ufficio del pubblico ministero assegnatario del procedimento, e quindi di validità della conseguente ordinanza cautelare del giudice”: quesito in ordine al quale non è dato rinvenire alcun precedente nella giurisprudenza di legittimità in considerazione della novità dell’assetto ordinamentale in materia.2.1. – La “riorganizzazione dell’ufficio del pubblico ministero” ha costituito uno dei più significativi obiettivi della legge delega 25/7/2005 n. 150 per la riforma dell’ordinamento giudiziario di cui al r.d. n. 12 del 1941, i cui principi e criteri direttivi, dettati in particolare dagli artt. 1, comma 1 lett. d), e 2 comma 4, hanno trovato attuazione nel d.lgs. 20/2/2006 n. 106, successivamente modificato dalla legge 24/10/2006 n. 269. Il vigente quadro normativo, pur non riproducendo il tradizionale modello gerarchico disegnato dall’originario art. 70 ord. giud. alla stregua della natura impersonale delle attività e della funzione dell’organo (“… i procuratori della Repubblica esercitano le loro funzioni personalmente o per mezzo dei dipendenti magistrati addetti ai rispettivi uffici”: disposizione, questa, scrutinata positivamente dalla Corte costituzionale con sentenza n. 52 del 1976), si caratterizza tuttavia, da un lato, per l’accentuazione del ruolo di “capo” del procuratore della Repubblica, sia sul versante organizzativo sia su quello della gestione dei procedimenti e dei rapporti con i sostituti, e, dall’altro, per la corrispondente, parziale, compressione dell’autonomia dei singoli magistrati dell’ufficio. Al fine di meglio assicurare le esigenze di efficienza, coordinamento, uniformità e ragionevole durata dell’azione investigativa, al procuratore della Repubblica, definito “preposto all’ufficio del pubblico ministero” e “titolare esclusivo” dell’azione penale, è affidato, tra l’altro, il potere-dovere: - di determinare i criteri generali di organizzazione dell’ufficio e di assegnazione dei procedimenti; - di stabilire, di volta in volta, gli specifici criteri ai quali il magistrato assegnatario deve attenersi nell’esercizio delle attività conseguenti all’atto di assegnazione del procedimento; - di revoca dell’assegnazione in caso di inosservanza dei principi e dei criteri definiti in via generale o con l’assegnazione, e in caso di “contrasto” circa le modalità di esercizio delle relative attività. In particolare, il procuratore della Repubblica è titolare di speciali “prerogative” in materia di misure cautelari, prescrivendo l’art. 3, commi 1 e 2 d.lgs. n. 106/06 che “l’assenso scritto del procuratore della Repubblica … è necessario”, oltre che per il fermo di indiziato di delitto, “anche per la richiesta di misure cautelari personali” formulata da un magistrato dell’ufficio. Si avverte peraltro autorevolmente in dottrina (cons. anche la Risoluzione 12/7/2007 del Consiglio Superiore della Magistratura) che, soprattutto all’esito delle sostanziali modifiche apportate all’impianto del d.lgs. n. 106/06 ad opera della l. n. 269/06 (in punto di eliminazione delle parole “sotto la propria responsabilità” in relazione all’esercizio dell’azione penale da parte del procuratore della Repubblica, di sostituzione del termine “delega” con quello di “assegnazione” in tema di distribuzione degli affari, di procedimentalizzazione della fattispecie di revoca dell’assegnazione), vanno comunque osservate, nell’esercizio della potestà di direzione e di organizzazione, le basilari regole di funzionamento dell’ufficio, ispirate ai principi di legalità, imparzialità, buon andamento e trasparenza dell’amministrazione. E si aggiunge che, alla luce dei valori costituzionali espressi dagli artt. 101, 102, 105, 107 e 112 Cost., riferibili nel sistema di giustizia penale anche alla figura del magistrato del pubblico ministero, in virtù del “rapporto di compenetrazione organica a fine di giustizia” dell’attività di esercizio dell’azione penale con l’attività decisoria e della soggezione, al pari del giudice, soltanto alla legge (C. cost., n. 96 del 1975 e n. 88 del 1991), va altresì preservata per il singolo sostituto la sfera di autonomia professionale, di dignità e di responsabilità decisionale per le funzioni esercitate in conseguenza dell’assegnazione del procedimento. Così come non si dubita che restano in vigore rispetto alle attività di udienza, anche non dibattimentale, le prescrizioni degli artt. 70, comma 4 ord. giud. e 53 c.p.p. (attuativo della specifica direttiva n. 68 della legge delega del 1987) circa la “piena autonomia” e la ordinaria insostituibilità del magistrato del pubblico ministero che esercita le relative funzioni di accusa: regola, questa della piena autonomia del magistrato in udienza, che è certamente destinata a riflettere i suoi effetti anche sul potere di iniziativa cautelare dallo stesso eventualmente attivato in tali fasi. 2.2. – Si è già detto del “necessario” e indeclinabile “assenso scritto” del procuratore della Repubblica per tutti gli atti che incidono sulla libertà personale, che, stabilizzando normativamente la prassi già invalsa del “visto” del capo dell’ufficio, limita l’autonomia decisionale del sostituto assegnatario del procedimento, ma trova razionale giustificazione nella finalità del corretto perseguimento di linee uniformi di indirizzo e di condotta dell’ufficio di procura, rispetto a quella che ben può dirsi intrinsecamente la più rilevante delle attività affidate all’organo dell’investigazione e dell’accusa. L’assenso, che deve assumere la forma scritta, si colloca chiaramente in una fase che è immediatamente successiva alla formulazione della richiesta della misura cautelare da parte del magistrato assegnatario del procedimento, e però antecedente l’inoltro della medesima richiesta al giudice per le indagini preliminari. Di talché, sembra evidente che, una volta esaurito inutilmente il pur doveroso metodo del confronto onde evitare il radicarsi di una situazione di conflitto e addivenire alla “concertazione” preventiva in merito alla richiesta, l’eventuale persistenza del “dissenso” del capo dell’ufficio sul provvedimento da adottare in materia di libertà personale segnali un’ipotesi di “contrasto” circa le concrete modalità di esercizio delle attività relative alla trattazione del procedimento assegnato al sostituto. Vengono quindi a determinarsi le condizioni previste dal secondo comma dell’art. 2 d.lgs. n. 106/06, sost. dalla l. n. 269/06, perché il sostituto, il quale non intenda recedere dall’originaria richiesta, chieda di essere esonerato dalla trattazione del procedimento a tutela della sua autonomia professionale, ovvero il procuratore della Repubblica possa, con atto motivato, “revocare l’assegnazione”, cui il magistrato può replicare presentando “osservazioni scritte”: procedura, questa, rispetto alla cui legittimità non è escluso il potenziale intervento dei titolari dell’azione disciplinare e dello stesso Consiglio Superiore della Magistratura, chiamato a verificare, non solo a fini disciplinari, la congruità delle determinazioni sia del capo dell’ufficio sia del sostituto. Quel che sembra incontrovertibile è che, non potendo non prevalere in materia la riserva di prerogativa del procuratore della Repubblica, non è consentito procedere all’inoltro della richiesta di una misura cautelare personale in difetto di assenso del capo dell’ufficio, presupponendo necessariamente l’atto di inoltro che il tenore della richiesta venga previamente concertato fra il magistrato assegnatario del procedimento che l’ha formulata e il procuratore della Repubblica che l’ha assentita. S’intende dire che, laddove si prospetti, per contro, un conflitto in merito alla più incisiva delle modalità di esercizio dell’attività relativa alla trattazione di un procedimento assegnato al sostituto, la rigida disciplina procedimentale in tema di “contrasto” e di “revoca” dell’assegnazione pretende che la vicenda venga doverosamente incanalata lungo i binari segnati dall’art. 2, comma 2 d.lgs. n. 106/06, sost. dalla l. n. 269/06, precludendosi decisamente sia al sostituto l’inoltro di una richiesta formulata in difetto di assenso o con l’espresso dissenso del procuratore della Repubblica, sia a quest’ultimo l’inoltro della medesima richiesta, seppure corredata dall’atto del suo parziale o totale dissenso. Orbene, osserva il Collegio che non può seriamente dubitarsi della irritualità del percorso adottato, nel caso in esame, da tutti i protagonisti della vicenda - il procuratore della Repubblica e i magistrati assegnatari del procedimento -, i quali hanno proceduto all’inoltro al giudice di una richiesta di misura coercitiva nei confronti dell’indagato, corredata dall’espresso dissenso scritto del procuratore della Repubblica, il quale optava per l’applicazione di una meno grave misura di tipo interdittivo, così erroneamente ritenendosi l’atto di dissenso, per un verso, come un’autonoma e diretta richiesta del capo dell’ufficio da inoltrare al giudice e, per il verso opposto, come un mero parere da sottoporre alla “libera valutazione dell’organo giurisdizionale”.2.3. – E però non sembra cogliere nel segno la tesi difensiva, pur perspicuamente argomentata nei motivi di ricorso, della nullità assoluta dell’ordinanza applicativa della misura coercitiva, sotto il profilo della mancanza di una valida ed efficace domanda cautelare, in ragione del dissenso espresso dal procuratore della Repubblica sulla richiesta dei magistrati assegnatari del procedimento. Ritiene, infatti, il Collegio che la norma dell’art. 3 d.lgs. n. 106/06 riguardi esclusivamente l’organizzazione “interna” dell’ufficio di Procura ed abbia valenza meramente ordinamentale e disciplinare, senza che le eventuali condotte elusive della prerogativa riservata al procuratore della Repubblica da parte del sostituto, da un lato, o le eventuali determinazioni strumentali del primo, lesive dei pur legittimi spazi di autonomia spettanti al secondo, dall’altro, possano rivestire alcun rilievo “esterno” sul terreno del regime propriamente processuale della misura cautelare. A prescindere dal mero riflesso indiretto che l’osservanza della regola ordinamentale è potenzialmente idonea a determinare nella sfera giuridica del soggetto che sia privato della libertà personale, ostano, ad un’asimmetrica proiezione delle conseguenze derivanti dal difetto di assenso del procuratore della Repubblica sul terreno processuale, insormontabili ragioni di ordine logico-sistematico. Dalla citata fonte normativa di tipo ordinamentale non s’evince affatto che l’assenso del procuratore della Repubblica concorra al perfezionamento strutturale dell’atto di esercizio dell’azione cautelare e alla compiuta integrazione del procedimento applicativo della misura cautelare personale ex artt. 291 e 292 c.p.p., in termini di inammissibilità della richiesta se priva dell’assenso (a favore dell’appellabilità ex art. 310 c.p.p. di una siffatta declaratoria d’inammissibilità della richiesta cautelare, v. la recente Cass., sez. VI, 20/11/2008 n. 48441, P.M. in proc. Pirvan), ovvero di nullità dell’ordinanza del giudice se adottata nonostante la mancanza dell’assenso medesimo. Sicché, a fronte del silenzio legislativo sul punto e del concreto esercizio dell’azione cautelare, che sia comunque riconducibile all’impersonale struttura dell’ufficio del pubblico ministero tramite la figura del magistrato assegnatario dell’affare che abbia inoltrato la richiesta (pur priva di assenso o corredata da un espresso dissenso del procuratore della Repubblica), il principio di tipicità e di tassatività delle ipotesi di inammissibilità o di nullità degli atti processuali di cui all’art. 177 c.p.p. preclude al giudice la rilevabilità, d’ufficio o su istanza di parte, di quella che, estranea al piano processuale, si rivela come una irregolarità di sicuro e pregnante rilievo, ma sul distinto terreno ordinamentale e disciplinare. D’altra parte, tenuto conto che la prescrizione della “piena autonomia” del magistrato del pubblico ministero in udienza è destinata - come si è detto - a riflettere i suoi effetti anche sul potere di iniziativa cautelare dallo stesso eventualmente esercitato nelle fasi stricto sensu processuali, sarebbe davvero illogico ricostruire la fattispecie di invalidità dell’ordinanza cautelare in termini e funzioni differenziate, a seconda delle diverse fasi del procedimento o del processo in cui l’azione cautelare venga concretamente esercitata dal pubblico ministero. A favore della prospettata soluzione ermeneutica converge altresì la ricognizione sistematica delle norme che dettano le regole dirette a disciplinare i momenti di interferenza tra le leggi di ordinamento giudiziario e la legge processuale, da cui si desume che il rinvio alle norme di ordinamento giudiziario è operato dal codice di rito con esclusivo riguardo alla figura del giudice ed alla funzione giurisdizionale (v. l’art. 1, sulla giurisdizione penale; l’art. 33, sulla capacità del giudice; gli artt. 178 lett. a e 179 comma 1, sulla nullità di ordine generale e assoluta per l’inosservanza delle disposizioni concernenti le condizioni di capacità del giudice e il numero dei giudici necessario per costituire i collegi; l’art. 36, comma 1 lett. g, in tema di astensione e ricusazione del giudice che si trovi in una situazione di incompatibilità; l’art. 43, sulla sostituzione del giudice astenuto o ricusato con altro magistrato dello stesso ufficio; l’art. 610 comma 1-bis, sull’assegnazione dei ricorsi alle singole sezioni della Corte di cassazione; l’art. 163-bis disp. att., circa gli effetti dell’inosservanza delle disposizioni di ordinamento giudiziario relative alla ripartizione tra sede principale e sezioni distaccate, o tra diverse sezioni distaccate, dei procedimenti nei quali il tribunale giudica in composizione monocratica; l’art. 169-bis disp. att., circa la predeterminazione tabellare della sezione della corte di cassazione per l’esame dell’inammissibilità dei ricorsi). E viceversa, ancora con riferimento agli uffici giudicanti, l’art. 7-bis, comma 1 ultimo periodo, del r.d. n. 12 del 1941, aggiunto dall’art. 4, comma 19 lett. b, l. n. 111 del 2007, avverte che in nessun caso la violazione dei criteri (tabellari) per l’assegnazione degli affari, salvo il possibile rilievo disciplinare, determina la nullità dei provvedimenti adottati. Per contro, in nessun’altra disposizione di ordinamento giudiziario o del codice di rito si fa menzione di un eventuale rilievo processuale delle eventuali violazioni di norme dirette a disciplinare l’organizzazione interna dell’ufficio del pubblico ministero, neppure in tema di previsione di nullità degli atti del procedimento per quel che attiene, ai sensi dell’art. 178 lett. b c.p.p., all’iniziativa del pubblico ministero nell’esercizio dell’azione penale e alla sua partecipazione al procedimento. Occorre inoltre sottolineare che, riflettendo sul tema delle interferenze tra legge ordinamentale e legge processuale, con particolare riguardo alle regole di organizzazione degli uffici del pubblico ministero, la giurisprudenza di legittimità, sia pure in casi e per fini diversi da quelli in esame, ha in più occasioni affermato il principio di impermeabilità processuale rispetto alle eventuali violazioni di tali regole. Hanno affermato le Sezioni Unite (Cass., Sez. Un., 30/10/2003 n. 45276, P.G. in proc. Andreotti, rv. 226089), con riferimento all’attribuzione del potere di impugnazione delle sentenze d’appello, che “non assumono … alcun rilievo esterno i criteri tabellari stabiliti per l’organizzazione dei servizi e la distribuzione delle incombenze negli uffici di procura, non inerendo comunque, all’evidenza, le garanzie costituzionali di legale precostituzione e di terzietà del giudice, cui pure s’ispira il sistema tabellare, al ruolo e alla struttura organizzativa degli uffici requirenti”, sicché “l’eventuale inosservanza dei criteri di organizzazione dell’ufficio della procura … non costituisce fonte di sanzioni processuali e non incide affatto sulla legittimazione del singolo magistrato della medesima procura a ricorrere per cassazione”, sempre che quel magistrato sia provvisto dei requisiti essenziali per ricoprire l’incarico e appartenga all’ufficio, inteso nella sua organica unitarietà, delle cui funzioni faccia esercizio. E la giurisprudenza delle Sezioni semplici ha chiarito, a sua volta, che non è dato apprezzare la nullità ex art. 178 lett. b c.p.p., sotto il profilo della capacità o legittimazione del pubblico ministero, con riguardo alle attività compiute da magistrati onorari o ufficiali di polizia giudiziaria, delegati per l’udienza pretorile prima e per l’udienza dinanzi al tribunale in composizione monocratica poi, in violazione dei limiti operativi fissati dall’art. 72 ord. giud. (Cass., sez. VI, 3/7/1996 n. 8815, Bartolomei, rv. 205909; sez. VI, 10/1/2001 n. 20110, P.M. in proc. Sagone, rv. 219153), o alla mancanza in atti del provvedimento di assegnazione del procedimento al sostituto richiedente l’archiviazione (sez. VI, 19/11/2002 n. 18178, Stara, rv. 225212), una volta che il soggetto che svolga tali funzioni sia comunque investito delle relative attribuzioni. Neppure può considerarsi priva di significato, infine, la circostanza che il Governo s’appresti a realizzare un’opposta soluzione normativa della questione controversa, in termini di cogente interazione fra la disposizione di ordinamento giudiziario che disciplina le prerogative del procuratore della Repubblica in materia cautelare e le regole propriamente processuali della richiesta e dell’ordinanza cautelare. Nel recente schema di disegno di legge governativo di riforma del procedimento penale, adottato dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 6/2/2009, risulta infatti formulata un’apposita disposizione - l’art. 3, comma 1 lett. c) - che, mediante l’inserimento nell’art. 291 c.p.p. del nuovo comma 1-ter, configura esplicitamente l’assenso scritto del procuratore della Repubblica come condizione di ammissibilità della richiesta cautelare del pubblico ministero (“a pena di inammissibilità”), nei casi in cui l’assenso è previsto ai sensi dell’art. 3 d.lgs. n. 106 del 2006. E con la norma transitoria di cui al successivo art. 33, comma 5, si precisa, inoltre, che “le disposizioni di cui all’articolo 291, comma 1-ter, del codice di procedura penale, così come introdotto dall’articolo 3, comma 1 lett. c), non si applicano alle richieste di misura cautelare presentate in data anteriore a quella di entrata in vigore della presente legge”. L’innovativa scelta legislativa, rispetto al vigente quadro normativo e giurisprudenziale, sembra pertanto rafforzare - argomentandosi a contrario - la tesi dell’ordinaria impermeabilità del processo penale alle regole di ordinamento giudiziario inerenti all’organizzazione interna degli uffici del pubblico ministero.2.4. – Le precedenti riflessioni convergono dunque univocamente nel senso che “l’assenso scritto del procuratore della Repubblica, previsto dall’art. 3 comma 2 del d.lgs. 20 febbraio 2006 n. 106, non si configura come condizione di ammissibilità della richiesta di misure cautelari personali presentata dal magistrato dell’ufficio del pubblico ministero assegnatario del procedimento, né di validità della conseguente ordinanza cautelare del giudice”. Attesa pertanto, alla stregua del suindicato principio di diritto, l’infondatezza delle censure mosse dalla difesa del ricorrente avverso l’ordinanza impugnata, il ricorso va rigettato con le conseguenze di legge.
CONTRATTI – CONTRATTO TELEFONICO - DOCUMENTAZIONE DEI CONSUMI - SPESE DI SPEDIZIONE DELLA FATTURA
Sentenza n. 3532 del 13 febbraio 2009
La S.C. ha escluso che le spese di spedizione della fattura relative al consumo telefonico possano rientrare tra quelle relative alla “emissione della fattura” ed ai “conseguenti adempimenti e formalità” (spese che la disciplina dell’IVA, di cui al d.P.R. n. 633 del 1972, prevede che gravino sull’impresa telefonica, escludendole dalla base imponibile), ed ha rimesso al giudice di rinvio di valutare se sia valida la clausola contrattuale che addossi al cliente tali spese di spedizione della fattura.
CIRCOLAZIONE STRADALE - SANZIONI - GUIDA IN STATO DI EBBREZZA - RIFIUTO DI SOTTOPORSI ALL'ACCERTAMENTO DEL TASSO ALCOLEMICO
Non sussiste concorso apparente fra le fattispecie, punite in due diversi commi del medesimo articolo 186 del codice della strada, di guida in stato di ebbrezza (comma 2) e rifiuto di sottoporsi all’accertamento del tasso alcolemico (comma 7) , trattandosi di fattispecie diverse sia per quanto riguarda il contenuto e la struttura della norma sia per quanto attiene alla tutela dei beni giuridici. Ne deriva la legittimità dell’irrogazione della sanzione della decurtazione complessiva di venti punti dalla patente di guida, costituenti la somma della decurtazione di dieci punti per ognuna delle violazioni.
Sentenza n. 3745 del 16 febbraio 2009(Sezione Seconda Civile, Presidente A. Elefante, Relatore V. Colarusso)
DELITTI CONTRO IL PATRIMONIO – DANNEGGIAMENTO - AGGRAVANTE DEL FATTO COMMESSO CON VIOLENZA ALLA PERSONA - CONDIZIONI
La S.C. ha ribadito che la circostanza aggravante del fatto commesso con violenza alla persona (art. 635, comma 2 n. 1 cod. pen.) non è configurabile qualora manchi la contestualità tra l’azione di danneggiamento e la condotta violenta e quando non vi sia alcun nesso strumentale che ricolleghi l’una e l’altra.
Sentenza n. 5534 del 13 gennaio 2009 - depositata il 9 febbraio 2009(Sezione Quinta Penale, Presidente G. Ambrosini, Relatore G. Marasca)
LEGGI PENALI SPECIALI (ALTRE) - MISURE VOLTE A PREVENIRE I FENOMENI DI VIOLENZA IN OCCASIONE DI COMPETIZIONI SPORTIVE
Con una interessante decisione, la S.C., nel soffermarsi nuovamente sulla disciplina in tema di “Daspo”, puntualizza alcuni principi fornendo un ulteriore contributo di chiarezza in materia, in particolare affermando: a) che deve essere annullata per violazione di norma processuale stabilita a pena di nullità ex art. 178, lett. c) cod. proc. pen. l’ordinanza con la quale il giudice convalida il provvedimento impositivo dell’obbligo di comparizione ad un ufficio o comando di polizia ex art. 6 L. n. 401 del 1989 prima che sia trascorso, da un lato, il termine dilatorio di 48 ore dalla notifica all’interessato del provvedimento del Questore e, dall’altro, il termine di 24 ore dal deposito in cancelleria della richiesta di convalida e della annessa documentazione amministrativa; b) che l’annullamento, sia per vizio di motivazione che per inosservanza dei diritti di difesa, deve essere sempre disposto con rinvio ad altro giudice (v. Sez. Un., 2005, Spinelli), senza tuttavia che ciò comporti alcuna decadenza della misura di prevenzione disposta dal Questore, la quale resta “medio tempore” ancora eseguibile ed esecutiva; c) che, infine, il giudice del rinvio deve procedere a nuova valutazione del provvedimento questorile, a seconda dei casi ovviando al vizio motivazionale accertato ovvero concedendo all’interessato il termine necessario per esercitare il contraddittorio cartolare, essendo sufficiente, in tale ultimo caso, che il giudice avvisi l’interessato che, a decorrere dalla notifica dell’avviso, ha un ulteriore termine di 48 ore per presentare memorie o deduzioni scritte, anche tramite difensore, termine scaduto il quale il giudice di rinvio avrà ulteriori 48 ore per decidere sulla convalida.
Sentenza n. 5502 del 6 novembre 2008 - depositata il 9 febbraio 2009(Sezione Terza Penale, Presidente A. Grassi, Relatore P. Onorato)
GIUDIZIO - DISCUSSIONE FINALE - CONCLUSIONI - PUBBLICO MINISTERO CHE RASSEGNI LE CONCLUSIONI SOLO IN RITO E NON NEL MERITO - NULLITA' - ESCLUSIONE
Con la decisione in esame, in una fattispecie nella quale il pubblico ministero, all’esito della discussione dibattimentale, si era limitato a formulare ed illustrare le proprie conclusioni solo in rito (in particolare, chiedendo la sospensione del processo per la presentazione della domanda di condono edilizio da parte degli imputati) e non nel merito, la Corte ha affermato che non è ravvisabile alcuna nullità ai sensi dell’art. 179, lett. b) cod. proc. pen. ove il P.M., nella sua discrezionalità tecnica, concluda la requisitoria dibattimentale con una richiesta in rito non ritenendo possibile allo stato l’accesso al giudizio di merito, in quanto ciò non configura un difetto della sua doverosa partecipazione dialettica alla discussione dibattimentale, poiché tale dovere di partecipazione deve essere valutato in ordine all’an e non al quomodo.
Sentenza n. 5498 del 2 dicembre 2008 - depositata il 9 febbraio 2009(Sezione Terza Penale, Presidente A. Grassi, Relatore O. Onorato)
RESPONSABILITA' CIVILE - ATTIVITA' PERICOLOSA - ATTIVITA' DI ORGANIZZAZIONE DI UNA GARA DI BOB - RESPONSABILITA' DEGLI ORGANIZZATORI
Posto che l’attività di organizzazione di una manifestazione sportiva agonistica connotata, secondo esperienza, da elevata possibilità di incidenti dannosi, come nel caso di una gara di bob, costituisce attività pericolosa, ai sensi dell’art. 2050 cod. civ., nella misura in cui espone gli atleti a conseguenze più gravi di quelle che possono essere prodotte da errori compiuti dai medesimi nel corso della gara, ai fini dell’accertamento della responsabilità degli organizzatori, in caso di incidente, occorre verificare se detta pericolosità sia stata o meno aumentata, in concreto, da difetti od errori nella predisposizione delle normali cautele atte a contenere il rischio nei limiti confacenti alla specifica attività sportiva.
Sentenza n. 3528 del 13 febbraio 2009(Sezione Terza Civile, Presidente e Relatore P. Vittoria)
LEGGI PENALI SPECIALI (ALTRE) – CONVALIDA DEL PROVVEDIMENTO DI DIVIETO DI ACCESSO AD IMPIANTI SPORTIVI
La pronuncia, relativa al tema della convalida del provvedimento del questore di divieto di accesso agli impianti sportivi, dopo avere ribadito che l’ordinanza di convalida del Gip non può essere adottata prima che siano decorse quarantotto ore dalla notifica del provvedimento all’interessato onde garantire a questi la facoltà di presentare memorie e deduzioni, aggiunge, in termini inediti, che una analoga esigenza di garanzia del contraddittorio si impone in relazione in particolare alla previsione di legge in ordine alla trasmissione al Gip, da parte del P.M., della documentazione relativa al provvedimento questorile; anche in relazione a tale incombente, infatti, deve essere, secondo la Corte, assicurato all’interessato un termine adeguato per l’esame di detta documentazione, sicché il Gip non potrà adottare la relativa ordinanza se non decorso, oltre al termine di quarantotto ore dalla notifica di cui sopra, anche l’ulteriore termine di ventiquattro ore dal deposito della richiesta di convalida e della relativa documentazione.
Sentenza n. 6224 del 6 novembre 2008 - depositata il 13 febbraio 2009(Sezione Terza Penale, Presidente A. Grassi, Relatore P. Onorato)
ESECUZIONE FORZATA - ESPROPRIAZIONE IMMOBILIARE - CADUCAZIONE DEL TITOLO ESECUTIVO - CREDITORI INTERVENUTI - PROSECUZIONE DELL'AZIONE ESECUTIVA
La S.C. ha affermato che la caducazione del pignoramento iniziale, se non integrato da pignoramenti successivi, travolge ogni intervento, titolato o meno, con la conseguenza che i creditori intervenuti, anche se muniti di titolo, non possono proseguire nell’azione esecutiva immobiliare.
Sentenza n. 3531 del 13 febbraio 2009(Sezione Terza Civile, Presidente P. Vittoria, Relatore G. Travaglino)
REATI CONTRO LA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - ABUSIVO ESERCIZIO DELLA PROFESSIONE - SERVIZIO INFERMIERISTICO SVOLTO PRESSO UNA STRUTTURA CONVENZIONATA
Non integra il concorso nel delitto di abusivo esercizio della professione di infermiere la gestione in forma privatistica di un servizio infermieristico presso una struttura sanitaria, sia essa pubblica o convenzionata con il servizio sanitario nazionale, impiegando presso tale struttura infermieri in possesso di regolare titolo abilitante, ma non iscritti al relativo albo professionale, in quanto l’obbligo di iscrizione è previsto solo per coloro che esercitano liberamente la loro attività professionale mediante contratti d’opera conclusi direttamente con il pubblico dei clienti, a norma degli artt. 8 e 10 D.Lgs. n. 233/1946.
Sentenza n. 6491 del 4 novembre 2008 - depositata il 13 febbraio 2009
(Sezione Sesta Penale, Presidente A. Agrò, Relatore N. Milo)
LAVORO – ESTERNALIZZAZIONI - OBBLIGHI DI SICUREZZA GRAVANTI SUL DATORE DI LAVORO
Ove lavoratori dipendenti da più imprese siano presenti sul medesimo teatro lavorativo nel quale i rischi lavorativi interferiscono con l'opera o con il risultato dell'opera di altri soggetti (lavoratori dipendenti o autonomi) e concorrono a configurare l'ambiente di lavoro (ai sensi degli artt. 4 e 5 del d.P.R n. 547 del 1955), ciascun datore di lavoro è obbligato, ai sensi dell' articolo 2087 c.c., ad informarsi dei rischi derivanti dall'opera o dal risultato dell'opera degli altri attori sul medesimo teatro lavorativo e a dare le conseguenti informazioni e istruzioni ai propri dipendenti, l’applicazione di tale principio non subendo attenuazioni per la notorietà dell’impresa presso la quale il dipendente è inviato a lavorare per una presunta maggiore osservanza delle norme di prevenzione degli infortuni.
Sentenza n. 45 del 7 gennaio 2009(Sezione Lavoro, Presidente E. Mercurio, Relatore A. De Matteis)
SPESE GIUDIZIALI CIVILI - DI CASSAZIONE - IN GENERE – SPESE DEL PROCEDIMENTO PER LA SOSPENSIONE DELLA SENTENZA DI APPELLO - LIQUIDAZIONE
In tema di spese processuali, fra le spese del giudizio di Cassazione vanno liquidate, ove richieste dall’interessato con specifica e documentata istanza - che deve comprendere gli atti relativi, da prodursi nel rispetto del secondo comma dell’art. 372 cod. proc. civ. – anche quelle inerenti al procedimento per la sospensione della sentenza impugnata, di cui all’art. 373 cod. proc. civ.. Ciò, salvo il caso di accoglimento del ricorso e rimessione da parte della Corte al giudice di rinvio della statuizione sulle spese del giudizio in cassazione, nella quale eventualità anche le spese del detto procedimento si intendono rimesse al giudice del rinvio.
Sentenza n. 3341 dell' 11 febbraio 2009(Sezione Terza Civile, Presidente L. F. Di Nanni, Relatore R. Frasca)
PATROCINIO DEI NON ABBIENTI – FALSE DICHIARAZIONI SUL REDDITO– REDDITO COMUNQUE RIENTRANTE NEI LIMITI DI LEGGE – REATO – SUSSISTENZA
Le Sezioni unite hanno affermato che integra il reato previsto dall’art. 95 d.P.R. n. 115 del 2002, indipendentemente dalla effettiva sussistenza delle condizioni previste per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato, l’esposizione di dati falsi o l’omissione, totale o parziale, di dati di fatto veri nella dichiarazione sostitutiva ed in qualsiasi, dovuta, comunicazione contestuale o consecutiva, presentate per l’attestazione delle condizioni di reddito.
Testo Completo: Sentenza n. 6591 del 27 novembre 2008 - depositata il 16 febbraio 2009
(Sezioni Unite Penali, Presidente V. Carbone, Relatore M. Rotella)
1 - Sabrina Infanti dichiarò, in istanza di ammissione al patrocinio a spese dello Stato del 11.3.03 al Tribunale di sorveglianza di Palermo, di non avere redditi. Ammessa al beneficio, si verificò che era titolare di un immobile, implicante contratto con un'azienda, ed era proprietaria di autovettura.
Imputata del delitto aggravato, previsto e punito dall’art. 5 co. 7° L. n. 217/90, modif. con L. n. 134/01, norma trasferita nell'art. 95 DPR n. 115/02, T.U. delle "spese di giustizia", il G.U.P. di Palermo la condannava in giudizio abbreviato con generiche equivalenti a mesi 8 di reclusione ed euro 220 di multa.
La Corte di appello di Palermo ha confermato la condanna, non condividendo il principio di Cass. Sez. V, Bevilacqua, n. 16338 del 12.5.06, CED rv. 234124, secondo cui non sussistono estremi di reato, se il fatto non si sostanzi nella falsa dichiarazione di un reddito inferiore a quello fissato quale soglia di ammissibilità al beneficio.
Il difensore ha proposto ricorso per violazione dell’art. 95 DPR n. 115 del 2002 e dell’art. 192 CPP, ripetendo il principio della sentenza Bevilacqua. Ed ha concluso che nella specie, al di là di errore nelle dichiarazioni su prestampati offerti dalla difesa, è incontroverso che l'istante avrebbe potuto fruire del beneficio del patrocinio a spese dello Stato per il reddito poi accertato, sicché di delitto non è punibile.
2 - La IV Sezione di questa Corte, assegnataria del procedimento, a fronte della sentenza Bevilacqua e altre consecutive, ha fatto proprio il principio di Cass. Sez. III, Contino , n. 28340 del 20.6.2006 - rv. 236267, che afferma in senso opposto che l'ammissibilità al beneficio non esclude la punibilità del reato di pura condotta, come si desume dall'aggravamento di pena, quando la falsità sia stata determinante per l'ammissione, e confermano le disposizioni degli art. 96 e 98 del DPR 115/02.
E, pur condividendolo, poiché la questione ha dato luogo a contrasto segnalato dal Massimario (rel. n. 53 del 28.5.08), con ordinanza del 19.6 - 23.7.08 ha rimesso il ricorso alle Sezioni Unite ai sensi dell'art. 618 del Codice di procedura penale.
1 - La questione controversa è "se il reato previsto dall’art. 95 D.P.R. n. 115 del 2002 sia integrato da falsità od omissioni nelle dichiarazioni o comunicazioni per l’attestazione di reddito necessarie per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato o il mantenimento del beneficio, anche se il reddito accertato non dovesse superare la soglia minima prevista dalla legge".
Il DPR n. 115 del 30.5.02, incorporando la disciplina del patrocinio a spese dello Stato negli artt. 74 ss.. del Testo Unico, ripete nell'art. 95 la norma incriminatrice dell’art. 5 della L. n. 134 del 29.3.01. Questa legge, a sua volta, aveva ripetuto la disposizione dell’art. 5/7° co. del DPR n. 217 del 30.7.90, ma non anche quella del 2° co. s. articolo, che specificava le allegazioni all'istanza di gratuito patrocinio.
Il contrasto, come dimostra l'analisi, è sorto in effetti per questa ragione, e s'incentra bensì sul falso nella dichiarazione sostitutiva contenuta nell'istanza di ammissione al beneficio, ma involge la ratio complessiva della norma incriminatrice.
1.1- Cass. Sez. V Bevilacqua, sopra citata, ha anzitutto affermato che la norma dell’art. 95 del DPR 115/02, immutata dal '90, è speciale rispetto a quella di cui all’art. 483 CP e che l’art. 95 rinvia all’art. 79, co. 1, lett. b), c) e d), che incorpora nella fattispecie criminosa solo alcune condotte di alterazione del vero.
Queste condotte si riassumono nella falsa attestazione di avere un reddito complessivo inferiore a quello fissato dal legislatore quale soglia di ammissibilità, ovvero nella negazione o nascondimento di mutamenti significativi per esso intervenuti, ai fini della valutazione dell’eventuale superamento della stessa soglia.
Pertanto non rileva qualsiasi infedele attestazione, ma solo quelle che abbiano, quale conseguenza, l’inganno potenziale o effettivo del destinatario della dichiarazione sostitutiva (lett. c). E tra esse non rientrano quelle che occultino redditi il cui ammontare non implichi superamento del limite, che esclude il diritto all’ammissione.
Nello stesso solco si calano Cass. Sez. V Salvaggio, 11.5.06 n. 21194, rv. 234207; Sez. V Abrunzo, 20.12.07 n. 4467/08, rv. 238880; Sez. V Gallo, n. 12019 del 19.2.08, rv. 239126; Sez. V Martorana, n. 15139 del 22.1.07, rv. 236143 e da ultimo Sez. V Caprarotta, n. 38759/08. Le sentenze, accentuando la finalità dell'attestazione, affermano il falso inidoneo all'inganno, se il reddito è comunque inferiore alla soglia di ammissibilità al beneficio. Sez. V, 11.12.07 n. 5532/08, Goman, rv. 239099 richiama invece la categoria del falso inutile o innocuo.
1.2 - Cass. Sez. III Contino, n. 28340 del 20.6.2006 ( rv. 236267) ha affermato invece che, in caso di falsa attestazione, il reato si ravvisa anche se il reddito realmente percepito avrebbe ugualmente consentito l'ammissione del soggetto beneficiario al gratuito patrocinio per più ragioni.
Anzitutto, conformandosi a Sez. I, Mollica, n. 14403 del 25.1.01, rv. 218932, che tanto aveva affermato prima dell'entrata in vigore della L.134/01 con riferimento alle dichiarazioni relative alle variazioni del reddito, ha rilevato che la disciplina in materia esclude ogni discrezionalità da parte del soggetto da ammettere al beneficio.
Ha quindi rammentato che il falso, che non concerne solo la dichiarazione sostitutiva, ha ragione propria di punibilità nell'oggetto giuridico "pubblica fede".
Nella specie l'art. 95 prevede elemento psicologico del reato il dolo generico e "l'ottenimento o il mantenimento" del beneficio solo circostanza aggravante. Di più, in caso di condanna per il delitto aggravato, dispone revoca ex tunc del beneficio già concesso. La revoca del beneficio è parallelamente prevista dall'art. 112 per l'omissione di comuni¬cazioni in termini di eventuali variazioni dei limiti di reddito, per quanto non tali da implicare il superamento delle condizioni per il mantenimento.
L'insieme impedisce di ritenere irrilevante che il reddito accertato non superi il tetto previsto dalla legge, sia per l'ammissione che per il mantenimento del beneficio.
All'indirizzo hanno dato seguito Sez. V, 6.3.07 n. 13828, Palamara (rv. 236532) e Sez. V, 24.1.08 n. 13309, Marino, rv. 239387, che ha rimarcato in particolare le prescrizioni dell’art. 96 DPR cit., circa i fondati motivi per cui il magistrato respinge l'istanza di ammissione al beneficio, e dell’art. 98, secondo il quale dispone la verifica di esattezza dell'ammontare del reddito attestato, dopo l'ammissione al beneficio.
1.3 – In posizione in effetti intermedia si pone Cass., P.G. in proc. Scumaci, Sez. IV, 10.10 2007 n. 41306, rv. 237732, che formula un'eccezione al secondo indirizzo, affermando che la dichiarazione sostitutiva di cui all’art. 79, richiamata nell'art. 95, concerne solo i redditi.
Spiega che l'art. 5 della L. 134/01, incorporato nel DPR 115/02 ha abrogato la previsione dell’art. 5/2° co. L. 217/90. Pertanto la dichiarazione delle condizioni di reddito non concerne più i diritti reali su immobili e mobili registrati, ed il reato non sussiste se in proposito è falsa (conf. Sez. V, Polito ed a., n. 26031/08).
2 - La soluzione in effetti implica anzitutto verifica dell'evoluzione normativa.
La L. 134/01, le cui disposizioni sono state incorporate nel T.U. sulle spese di giustizia, ha bensì soppresso l'obbligo di cui all'art. 5/ co. 2° DPR 217/90, di specifiche allegazioni all'istanza di ammissione al beneficio.
Ma l'art. 79/3° co. del DPR 115/02 prevede in via surrogatoria che il consiglio forense competente a provvedere in via anticipata, e quindi il giudice possano chiedere all'istante, a pena di inammissibilità dell'istanza, di produrre documentazione.
Di più l'art. 96 prevede che, ammessa l'istanza, prima di decidere sull'ammissione al beneficio, il magistrato può chiedere verifiche tempestive dei dati offertigli alla G. di Finanza, non la verifica dell'esattezza del reddito attestato, nonché la compatibilità dei dati indicati con le risultanze dell'anagrafe tributaria. Questo compito è affidato all'ufficio finanziario solo dopo che il giudice ha ammesso l'istante al beneficio e cioè deciso l'accoglimento (art. 98). All'evidenza allegazioni e verifiche provvisorie sono condizionate dai tempi (si pensi all'istanza d'imputato detenuto).
Perciò, dal 2001, la legge inversamente accentua l'onere di attestazione dell'istante a fine di prova delle sue condizioni di reddito, qualificando sostitutiva la dichiarazione incorporata nell'istanza, con il richiamo all'art. 46/1° co. lett. o del DPR n. 445/00 nell'art. 79/1° co. lett c. del DPR 115/02, cui rinvia l'art. 95. E, nel contempo, gli lascia la possibilità, senza obbligo, di avvalersi di moduli predisposti.
All'uopo l'articolo 79/1 lettera "c " prevede che la dichiarazione attesti la "sussistenza delle condizioni di reddito previste per l'ammissione con spe¬cifica determinazione del reddito complessivo valutabile a tali fini, determinato secondo le modalità dell'articolo 76". E l'art. 76 fa rinvio alla dichiarazione dei redditi IRPEF.
I singoli dati reddituali sono dunque oggetto indiscriminato di attestazione, secondo il modello tipico recepito. La ragione di specifica determinazione si collega inoltre al rinvio dell'art. 95 anche alle lettere b e dell'art. 79 1° co.
La lettera "b" prescrive l'indicazione delle generalità proprie e dei componenti della famiglia anagrafica e relativi codici fiscali. E si connette all'art. 92, che eleva il limite di reddito per l'ammissione, in quantità fissa per ognuno dei conviventi che non abbia reddito proprio, il che significa per contro che va sempre indicato il reddito dei conviventi. La lettera "d" afferma l'impegno a comunicare variazioni rilevanti dei limiti di reddito nell'anno precedente, la qualcosa presume appunto l'indicazione di ogni fonte, anche potenziale, di reddito. Il corollario è che i diritti reali su immobili devono essere dichiarati, non solo se fonti attuali (ad es. usufrutto), ma anche solo potenziali di reddito (ad es. nuda proprietà), perciò suscettibili di variazioni da comunicare per impegno assunto nell'istanza, come di seguito si precisa.
2.1 – Questa analisi sommaria del procedimento dimostra che la norma incriminatrice, per quanto rapporti la falsità della "dichiarazione sostitutiva" al modello dell'art. 483 CP, la cala in effetti in una previsione complessa, già per il suo tenore ed il correlato contenuto dell'istanza a pena di inammissibilità (v. l'esordio dell'art. 79).
Difatti la dichiarazione non ha per sé ad oggetto la sussistenza delle condizioni di reddito per l'ammissione al beneficio, bensì i dati da cui l'istante la induce (“determina”) quale risultato, suscettibile di valutazione discrezionale seppur vincolata dell’organo destinatario, come nel caso della dichiarazione IRPEF, su cui si modella.
E, posto che la dichiarazione sostitutiva è incriminabile per la falsità (commissiva od omissiva, v. oltre) dei dati che servono alla determinazione, s’intende il vincolo di incriminazione al principio di S.U. P.G. in proc. Proietti ed a., n. 1827/95 - rv. 200117, per cui la falsità si configura nella "parte descrittiva" dell'atto, salvo espressa eccettuazione dei fatti da attestare.
La singolarità della dichiarazione sostitutiva nel caso è inoltre dimostrata dal rilievo che la legge che autorizza il privato attestazione tipica a pena di falso (S.U. Lucarotti, n.6/99 e Gabrielli 28/00), di solito prevede che la riversi in atto pubblico a pubblico ufficiale, che si limiti ad at¬testare nell’atto di averla ricevuta. E, in ragione del fine dell'atto, la stessa legge pone al privato onere di allegarlo ad i¬stanza diretta a diverso organo, che adotta provvedimento sulla premessa del fatto attestato.
Il DPR 115/02 unifica la doppia azione, perché l'interessato al beneficio rende la dichiarazione con valenza attestativa nell'istanza rivolta al magistrato che la contiene a pena di inammissibilità (art. 96). E fa conto che il magistrato, dovendo subito decidere, possa solo chiedere documentazione o verifica degl'indici fornitigli, non altro.
In questa luce la norma penale sottolinea la necessità della compiuta ed affidabile informazione del destinatario che, a fronte della complessità del tenore dell'istanza cui è speculare la valutazione da svolgere, ha urgenza di decidere.
La necessità di dettaglio del tenore dichiarativo dell'istanza è significato in maniera risolutiva dall'art. 96/2° co. del DPR 112/02, che prescrive: "il magistrato ... respinge l'istanza se vi sono fondati motivi di ritenere che l'interessato non versa nelle condizioni degli artt. 76 e 92, tenuto conto del tenore di vita, delle condizioni personali e familiari, e delle attività economiche eventualmente svolte". Il che, si è visto, connette tra l'altro le previsioni dell'art. 79/1 lett. b e c, in duplice senso all'art. 92.
La conclusione evidente è che la dichiarazione deve contenere senza eccezione i dati eventualmente già riversati nella diversa dichiarazione a fini IRPEF relativa ai redditi dell'anno precedente, in tal caso da allegare, salvo la possibilità di prendere in considerazione l'istanza di ammissione al beneficio, di chi non l'abbia presentata.
2.2 – Passando ora alla struttura del reato, risulta assorbente il rilievo che la locuzione "falsità od omissioni" non distingue il falso dalle altre condotte cui segue evento di pericolo, ed oltre di danno. Il falso è reato commissivo proprio, seppure consiste in omessa attestazione di fatto vero, sicché la ratio di incriminazione, già per lettera, non può essere confinata nell'ipotesi che ha dato luogo al contrasto.
L' incriminazione del reato di pura condotta, commissivo od omissivo che sia, ha funzione di sbarramento dell'evento di danno ulteriore. La funzione si è visto è accentuata dal collegamento del dovere di attestazione nell'istanza alla dichiarazione IRPEF dell'anno precedente, che può non essere stata rilasciata, e quindi dalla possibilità di respingere la stessa istanza allo stato per le attività, le condizioni di vita personali e familiari, ed il tenore di vita di chi chiede l'ammissione al beneficio.
Sicché l'incriminazione si correla da un lato al generale "principio antielusivo" che, affermato da questa Corte (v. da ultimo, Cass. Civ. n 10257/08 e n. 25374/08), s’incardina sulla capacità contributiva ai sensi dell’ art. 53 Costituzione, e perciò dell'art. 3. E si correla, dall'altro, all’art. 24/3° co. ulteriore corollario dell’articolo 3 del Patto fondamentale, in osservanza del quale l'art. 98 del Codice di procedura penale prevede la disciplina del patrocinio dei non abbienti a spese dello Stato. Dal che è evidente che la punibilità del reato di pura condotta si rapporta, ben oltre il pericolo di profitto ingiusto, al dovere di lealtà del singolo verso le istituzioni.
E’ dunque apodittico il rilievo di sproporzione della gravità della pena prevista dall’art. 95 DPR cit. per un'ipotesi speciale del reato di cui all'art. 483 CP, in quanto analoga a quella prevista per la truffa aggravata. E non è in particolare giustificata l'implicazione d'innocuità o inutilità della falsità, correlata ad una soglia di ammissione al beneficio, che non risulta prevista dalla norma incriminatrice.
In genere l'innocuità del falso in un atto pubblico non va per sé ritenuta con riferimento all'uso che s'intende fare del documento, che non è necessario ad integrare la condotta incriminata, e può altrimenti integrare estremi di reato diverso (come rileva la sentenza Contino, rifacendosi a Cass., Sez. V, n.11681/97, rv. 209266).
In ispecie la lettera dell'art. 95 non condiziona la rilevanza dell'offesa della pubblica fede al fine patrimoniale dell'atto falso (cfr. Cass., S.U. Giordano ed a., n. 25887/03). Non opera, difatti, specifica addizione di qualifica all'evento di pericolo, o all'intenzione di risultato dell'agente (dolo specifico), sicché la falsità non può ritenersi innocua secondo parametro dell'evento, men che inutile secondo parametro del dolo.
E' questa la ragione di previsione dell'evento di danno come mera aggravante.
Né la condizione di punibilità può desumersi dal richiamo dell'art. 95 all'art. 79/1° co. lett. c, la cui disposizione, si è visto, si combina con altre norme per rinvio espresso (art. 76 e 92) o per rinvio implicito (v. anzitutto la distinzione di ammissibilità dell'istanza, che contiene tra l'altro la dichiarazione, dall'ammissione al beneficio od al rigetto dell'istanza in sé formalmente ammissibile, nell'art. 96).
E' dunque esclusa qualsiasi esenzione categorica di legge (innocuità), fuori del parallelo con quanto è dovuto nella dichiarazione IRPEF.
La questione d'inidoneità è circoscritta limiti dell'art. 49 CP, perciò diversa in quanto sempre e solo di fatto. In concreto è possibile ritenere inidonea all'offesa taluna omessa, e per sé falsa attestazione, quale quella di un diritto reale su mobile registrato. Ma va tenuto da conto che tale diritto deve essere dichiarato, già perché la titolarità del bene incide sulla valutazione del giudice, secondo il parametro del tenore di vita, ed a maggior ragione se all'esercizio del diritto si connette un'attività economica, altro metro decisivo per l'ammissione al beneficio (art. 96/1° co.).
Insomma se il reato concerne la parte determinativa della dichiarazione, che si connette al tenore della dichiarazione IRPEF, giusto il principio premesso di S.U. P.G. in proc. Proietti, la valutazione d'inidoneità all'inganno non può essere implicata dal rilievo che la determinazione non è stata fatta propria dal magistrato, che abbia respinto l'istanza. L'inidoneità del falso o dell'omissione va apprezzata con riferimento a quanto il magistrato potesse intendere, prima di decidere nel merito. E, a maggior ragione, l'inidoneità non può desumersi dalla prova certa di sussistenza delle condizioni di reddito per l’ammissione a beneficio, che si consegue dopo che il magistrato l'abbia disposta, per la verifica compiuta deferita all'ufficio finanziario (art. 98).
2.3 - Concludendo, la specifica falsità nella dichiarazione sostitutiva (artt. 95 - 79 lett. c) è connessa all'ammissibilità dell'istanza non a quella del beneficio (art. 96/1° co.), perché solo l'istanza ammissibile genera obbligo del magistrato di decidere nel merito, allo stato. L'inganno potenziale, della falsa attestazione di dati necessari per determinare al momento dell'istanza le condizioni di reddito, sussiste quand'anche le alterazioni od omissioni di fatti veri risultino poi ininfluenti per il superamento del limite di reddito, previsto dalla legge per l'ammissione al beneficio.
Pertanto, la questione riceve risposta affermativa, nel senso che il reato di pericolo si ravvisa se non rispondono al vero o sono omessi in tutto o in parte dati di fatto nella dichiarazione sostitutiva, ed in qualsiasi dovuta comunicazione contestuale o consecutiva, che implichino un provvedimento del magistrato, secondo parametri dettati dalla legge, indipendentemente dalla effettiva sussistenza delle condizioni previste per l’ammissione al beneficio.
Ogni altra questione è di fatto e, si è visto, pone in discussione cosa il magistrato potesse intendere allo stato a stregua delle comunicazioni dovute, e per contro la volontà del privato di trarlo in inganno, in reato punibile a titolo di dolo generico.
3 - Su questa premessa, la sentenza impugnata risulta incensurabile.
L'atto incriminato, a quanto motiva la sentenza di primo grado e conferma quella di appello, omette il riferimento a diritti reali su immobile, cui è connessa una attività oggetto di contratto, e su mobile registrato, dati ritenuti rilevanti per la determinazione del Tribunale di Palermo ai sensi dell'art. 96 del DPR 115/02.
Il fatto non è innocuo, ed è stato ritenuto incensurabilmente idoneo all'inganno, ancorché il reddito complessivo sia, di seguito, risultato tale da non superare il limite previsto dalla legge.
Finalmente l'asserto incidentale di potenziale errore (quindi assenza del dolo generico), per indicazioni ricevute dall'imputata circa il tenore della dichiarazione da rendere, è di fatto, e non risulta specificamente sostenuto in appello.
MINORE NON IMPUTABILE - SENTENZA DI CONDANNA PASSATA IN GIUDICATO - INESISTENZA GIURIDICA - DECLARATORIA - COMPETENZA DEL GIUDICE DELL'ESECUZIONE
La sentenza di condanna pronunciata contro un minore non imputabile, perché di età inferiore ai quattordici anni al momento del fatto, è giuridicamente inesistente. Tale inesistenza deve essere dichiarata dal giudice dell'esecuzione, nonostante la formazione del giudicato.
Sentenza n. 5998 del 4 dicembre 2008 - depositata l'11 febbraio 2009(Sezione Prima Penale, Presidente G . Silvestri, Relatore P. Piraccini)
SOSPENSIONE DELL'ESECUZIONE DELLE PENE DETENTIVE - CONDANNATO IN CUSTODIA CAUTELARE PER UN ALTRO FATTO - AMMISSIBILITA'
La sospensione dell'ordine di esecuzione delle pene detentive brevi prevista dall'art. 656, comma 5, c.p.p. va disposta anche nei confronti di chi si trovi in stato di custodia cautelare per fatto diverso da quello oggetto della condanna da eseguire.
Sentenza n. 5995 del 4 dicembre 2008 – depositata l’11 febbraio 2009
(Sezione Prima Penale, Presidente G . Silvestri, Relatore P. Piraccini)
LAVORO SUBORDINATO - A TEMPO DETERMINATO - RISOLUZIONE ANTICIPATA
Il rapporto di lavoro a tempo determinato, al di fuori del recesso per giusta causa ex art. 2119 cod. civ., può essere risolto anticipatamente non per giustificato motivo oggettivo, ai sensi dell'art. 3 della legge 15 luglio 1966 n. 603, ma solo se ricorrono le ipotesi di risoluzione del contratto previste dagli art. 1453 ss. cod. civ. con la conseguenza che, qualora il datore di lavoro proceda ad una riorganizzazione del proprio assetto produttivo, non può avvalersi di tale circostanza per risolvere in anticipo un contratto di lavoro a tempo determinato.
Sentenza n. 3276 del 10 febbraio 2009(Sezione Lavoro, Presidente e Relatore G. Ianniruberto)
CONTRATTI - SPEDIZIONE - PERDITA DELLA MERCE NEL TRASPORTO INTERNAZIONALE - RESPONSABILITA'
Lo spedizioniere, che non concluda direttamente il contratto di trasporto e concluda in luogo di esso, senza autorizzazione o necessità, un altro contratto di spedizione, sostituendo così altri a sé nell’esecuzione del mandato, assume su di sé il rischio delle conseguenze dell’operato del sostituto, di cui risponde in ogni caso, anche se il fatto dannoso si verifichi durante l’esecuzione del contratto di trasporto dal medesimo sostituto stipulato con il vettore, e salvo che provi che il danno si sarebbe prodotto comunque.
Sentenza n. 3354 dell'11 febbraio 2009(Sezione Terza Civile, Presidente P. Vittoria, Relatore N. Fico)
STAMPA - RESPONSABILITÀ CIVILE E PENALE (REATI COMMESSI COL MEZZO DELLA STAMPA) - IN GENERE
Un articolo di stampa che attribuisca ad un soggetto il fatto storico di essere stato rinviato a giudizio per un reato più grave di quello effettivamente oggetto di rinvio a giudizio comporta ugualmente la configurabilità della diffamazione e le conseguenti responsabilità sul piano civile, posto che il pubblico di lettori è per di più generalmente privo di esperienza giuridica e non avvezzo, pertanto, a percepire la differenza di gravità tra i reati.
Sentenza n. 3340 dell'11 febbraio 2009(Sezione Terza Civile, Presidente L. F. Di Nanni, Relatore R. Frasca)
MISURE DI PREVENZIONE PATRIMONIALI - AMBITO DI APPLICAZIONE - EFFETTI DELL'ABROGAZIONE DELL'ART. 14 DELLA LEGGE 19 MARZO 1990 N. 55
Con la sentenza in esame la Corte di Cassazione ha affrontato la questione relativa agli effetti scaturenti dall’abrogazione dell’art. 14 della legge 19 marzo 1990 n. 55, prevista dall’art. 11-ter del “decreto sicurezza” (decreto-legge 23 maggio 2008, n. 92, convertito nella legge 24 luglio 2008, n. 125). Secondo la S.C., l’abrogazione della suddetta norma “speciale” ha fatto “rivivere nella sua pienezza” la norma generale contenuta nell’art. 19 della legge 22 maggio 1975 n. 152 (c.d. “legge Reale”), ed ha quindi esteso l’ambito di applicazione delle misure di prevenzione patrimoniali. Conseguentemente, a seguito della recente riforma, le misure di prevenzione patrimoniali possono applicarsi a tutti i soggetti individuati nei numeri 1) e 2) del primo comma dell'art. 1 della legge 27 dicembre 1956, n. 1423: si tratta di tutti i soggetti che sono ritenuti pericolosi in quanto sono abitualmente dediti a traffici delittuosi o vivono abitualmente, anche in parte, con i proventi di attività delittuose, quale che sia la natura del reato da cui derivano tali proventi.
Sentenza n. 6000 del 4 febbraio 2009 – depositata l’11 febbraio 2009
(Sezione Prima Penale, Presidente G. Silvestri, Relatore P. Piraccini)
LAVORO PUBBLICO - DIRIGENTI STATALI - PRINCIPIO DI ROTAZIONE DEGLI INCARICHI DIRIGENZIALI
Ai dirigenti statali e, nella specie, ai dirigenti sanitari, non è applicabile l'art. 2103 cod. civ., valendo il principio di turnazione degli incarichi dirigenziali che, previsto nell’ambito del lavoro pubblico privatizzato, non trova riscontro nel rapporto di lavoro subordinato, costituisce il fondamento dell'assegnazione alle mansioni dirigenziali ed è preordinato, nel preminente interesse generale al raggiungimento degli obiettivi fissati nell’organizzazione dei pubblici uffici dall'art. 97 Cost., al fine di evitare la cristallizzazione degli incarichi e di arricchire le doti culturali e professionali dei dirigenti mediante lo scambio di esperienze e attività.
Sentenza n. 29817 del 19 dicembre 2008(Sezione Lavoro, Presidente G. Sciarelli, Relatore B. Balletti)
REATO - CIRCOSTANZE - ATTENUANTI COMUNI - RIPARAZIONE DEL DANNO - CONCORRENTI NEL REATO - RISARCIMENTO EFFETTUATO DA UNO DEI CORREI
Con la decisione in esame, le Sezioni Unite - in una fattispecie di estorsione in concorso nella quale uno dei ricorrenti lamentava il mancato riconoscimento dell’attenuante del risarcimento del danno, già riconosciuta al solo concorrente che aveva provveduto al risarcimento del danno alla persona offesa -, dopo aver precisato che la condotta riparatrice non si fonde nella struttura unitaria del reato di cui all’art.110 c.p. ed aver escluso l’operatività dell’art.118 c.p., diretto a dettare per i singoli compartecipi i criteri di imputazione delle conseguenze degli elementi accidentali dell’illecito concorsuale nella sua struttura monistica, hanno affermato il principio che l’estensione dell’attenuante del risarcimento del danno al colpevole non può discendere dal semplice soddisfacimento dell’obbligazione risarcitoria ad opera del coobbligato solidale e dalle norme che presidiano l’estinzione delle obbligazioni da illecito, ciò in quanto nei reati dolosi si richiede “una concreta, tempestiva, volontà di riparazione del danno cagionato”, in modo che, se uno dei correi ha già provveduto in via integrale, l’altro, per esempio, dovrà nei tempi utili rimborsare il complice più diligente o comunque dimostrare di aver avanzato una seria e concreta offerta di integrale risarcimento.
Sentenza n. 5941 del 22 gennaio 2009 - depositata l'11 febbraio 2009(Sezioni Unite Penali, Presidente T. Gemelli, Relatore A. S. Agrò)
PERSONALITÀ (DIRITTI DELLA) - RISERVATEZZA - IN GENERE
La somministrazione del test anti HIV presuppone, anche nei casi di necessità clinica, che il paziente deve essere informato del trattamento a cui lo si vuole sottoporre ed ha diritto di prestare o negare il proprio consenso – da cui si può prescindere solo in caso di obbiettiva ed indifferibile urgenza del trattamento sanitario ovvero per specifiche esigenze di interesse pubblico - in tutti i casi in cui sia in grado di decidere liberamente e consapevolmente, restando onere del personale sanitario adottare tutte le misure necessarie a garantire il rispetto del diritto del paziente alla riservatezza e ad evitare la diffusione a terzi dei dati relativi all’esito del test e alle condizioni di salute del paziente medesimo.
Sentenza n. 2468 del 30 gennaio 2009(Sezione Terza Civile, Presidente L. F. Di Nanni, Relatore R. Lanzillo)
COMUNIONE DI GODIMENTO E SOCIETA' - DIFFERENZE - CRITERI
L'elemento discriminante tra comunione a scopo di godimento e società è costituito dallo scopo lucrativo perseguito tramite un'attività imprenditoriale che si sostituisce al mero godimento ed in funzione della quale vengono utilizzati beni comuni; nel caso di comunione d'azienda, ove il godimento di questa si realizzi mediante il diretto sfruttamento della medesima da parte dei partecipanti alla comunione, è configurabile l'esercizio di un'impresa collettiva (nella forma della società regolare oppure della società irregolare o di fatto), non ostandovi l'art. 2248 cod. civ., che assoggetta alle norme degli artt. 1100 e ss. dello stesso codice la comunione costituita o mantenuta al solo scopo di godimento.
Sentenza n. 3028 del 6 febbraio 2009(Sezione Seconda Civile, Presidente L. A. Rovelli, Relatore V. Mazzacane)
DIVISIONE EREDITARIA - SUCCESSIONE LEGITTIMA DI DUE FIGLI - DIRITTO DI CIASCUNO AD UNA QUOTA UGUALE DEL PATRIMONIO RELITTO - SPESE SOSTENUTE
In materia di divisione ereditaria, poiché non è prevista una norma analoga a quella dettata dall'art. 1115 cod. civ. in materia di divisione ordinaria, ove eredi legittimi siano soltanto i due figli del "de cuius", ciascuno di loro ha diritto ad una metà del patrimonio relitto, senza che il coerede che abbia sostenuto oneri anche nell'interesse dell'altro possa vedersi riconoscere il diritto ad un corrispondente incremento della propria quota o anche soltanto alla scelta tra le quote uguali prediposte nel progetto di divisione, dovendosi ritenere che, a parità di quote, il metodo tendenziale di assegnazione sia quello del sorteggio previsto dall'art. 729 cod. civ.
Sentenza n. 2394 del 29 gennaio 2009(Sezione Seconda Civile, Presidente L. A. Rovelli, Relatore E. Bucciante)
Sentenza n. 5941 del 22 gennaio 2009 - depositata il 11 febbraio 2009(Sezioni Unite Penali, Presidente T. Gemelli, Relatore A. S. Agrò)
1. Il Giudice dell'Udienza Preliminare del Tribunale di Milano, con sentenza 21 maggio 2002, dichiarava Antonio Faraci, Andrea Pagani, Marco Zaldini e Aldo De Angelis responsabili di estorsione in danno di Pasquale Volpe e di Antonio Volpe (capo 2 dell'imputazione), il Faraci e il De Angelis di rapina aggravata in danno di Vincenzo Gerace e Pasquale Volpe (capo 1), il Faraci e il Pagani di altro episodio di rapina aggravata in danno di Mirko Sibilio (capo 3) e ancora il Faraci e il Pagani di cessione di cocaina al Sibilio (capo 4). Concedeva a tutti gli imputati le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate e, al solo Faraci, anche l'attenuante del risarcimento del danno (art. 62, n. 6 cod. pen.).
2. L'accertamento delle vicende da parte di questa decisione può così riassumersi: Antonio Faraci e Andrea Pagani vantavano un credito verso Mirko Sibilio per la cessione di alcune dosi di cocaina. Poiché il Sibilio tardava nel pagamento, i due si facevano consegnare, minacciandolo, un cellulare e un orologio. Si recavano poi con il Sibilio nella stanza che occupava con Vincenzo Gerace, nell'appartamento di Pasquale Volpe,. Qualche tempo dopo il Feraci, il cui credito non era stato ancora soddisfatto, tornava nell'appartamento alla ricerca del Sibilio, accompagnato da Aldo De Angelis e da un non meglio identificato Alessio. Quivi, non avendo trovato il Sibilio, con violenza e minaccia al Gerace gli sottraevano la somma di cinquantamila lire e, entrati nella stanza del Volpe si impossessavano di una serie di oggetti. In seguito il medesimo Faraci, insieme al Pagani, al De Angelis e a Marco Zaldini che lo accompagnavano, si facevano consegnare da Pasquale Volpe e Antonio Volpe la somma di 530.000 lire per restituire parte degli oggetti provento della rapina appena ricordata.
3. Con sentenza del 12 giugno 2003 la Corte d'Appello di Milano, in parziale riforma della decisione di primo grado, riformulato in termini di prevalenza il giudizio di bilanciamento ex art. 69 cod. pen. espresso dal primo giudice, riduceva a tutti gli imputati le pene inflitte, confermando nel resto la decisione di prime cure.
4. Contro questa pronunzia ha proposto ricorso per cassazione il De Angelis, articolando due motivi di impugnazione. Quanto al primo, in violazione di legge e con manifesta illogicità della motivazione, la Corte avrebbe ritenuto provata la responsabilità del De Angelis in ordine ad entrambi i reati contestati motivando sulla base delle stesse considerazioni svolte dal giudice di prime cure, in particolare ritenendo provata la responsabilità per il delitto di estorsione senza tener conto degli elementi positivi che in fase di indagini preliminari riscontravano l'insussistenza del reato de quo. Infatti nessuna minaccia o violenza sarebbe stata perpetrata nei confronti delle persone offese né dal De Angelis né dai correi. Difettava l'elemento oggettivo del reato di estorsione, in quanto una delle persone offese si era determinata volontariamente a proporre il pagamento per la restituzione dei beni sottratti; di contro, la Corte d'appello - secondo il ricorrente - aveva concluso "con un salto logico del tutto indimostrato" che tale volontà risultava essere stata coartata dalle circostanze, le quali, invece, erano elementi probanti dell'altro reato contestato, ovvero la rapina aggravata. A tal proposito il ricorrente, pur richiamando l'insegnamento della giurisprudenza di legittimità secondo cui sono indifferenti le forme e le modalità della "minaccia" ai fini della configurabilità del reato, ritiene non applicabile al caso concreto tale orientamento "difettando nel racconto delle parti offese un qualsiasi elemento da cui evincere condizionamenti diretti o indiretti in azioni commesse da parte del ricorrente e dai coimputati che abbia coartato o indotto la richiesta del sig. Volpe di offrire un pagamento per ritornare in possesso delle cose sottratte; risulta, invece, provato che tale volontà di autodeterminarsi è stata libera e priva di condizionamenti". Ancora, e sempre con il primo motivo, il De Angelis lamenta la mancata concessione dell'attenuante del contributo di minima importanza (art. 114 cod. pen.), avendogli la sentenza d'Appello attribuito "apoditticamente" un ruolo di partecipe in entrambi i reati attribuitigli, senza tener conto che, privo di alcun ruolo nella preparazione dei reati, egli avrebbe in realtà avuto una partecipazione irrilevante nella fase esecutiva di ambedue le vicende senza apportare alcun contributo all'azione delittuosa contestata. Censura, quindi, la motivazione "estremamente deficitaria" della sentenza del giudice d'appello rispetto alle emergenze del fatto, ricavabili dalle dichiarazioni delle persone offese e dei testimoni, da cui risulterebbe una aperta dissociazione dall'azione dei correi pur in presenza di questi sul luogo del commesso reato.Con il secondo motivo il ricorrente si duole dell'errore di applicazione della legge penale (art. 132 e 133 cod. pen.) nonché del vizio di motivazione nella commisurazione della pena applicata per il reato continuato. Ciò discenderebbe dall'aver la Corte d'Appello (pur riducendo la pena, a seguito della riformulazione del giudizio di comparazione in termini di prevalenza tra generiche ed aggravanti) assunto quale pena base quella per il delitto di estorsione, ritenuto più grave, così discostandosi dalla giurisprudenza di legittimità che afferma la necessità di assumere quale pena base il reato che ha in astratto il massimo edittale più elevato. In ossequio a tale orientamento avrebbe dovuto essere assunta quale pena base quella prevista per il reato di rapina aggravata di cui all'art. 628, commi primo e terzo, c. p. (capo 1). La sentenza, insomma, risulterebbe del tutto priva di motivazione in relazione al calcolo effettuato per la commisurazione della pena e ciò anche per la parte che attiene alla valutazione della gravità del fatto ex art. 133 c.p.
5. Ha parimenti proposto ricorso per cassazione il Pagani, articolando tre motivi.
Con il primo il ricorrente lamenta che nella sentenza della C.A. di Milano difetterebbe qualsiasi riferimento al concreto ruolo svolto dal Pagani nella vicenda estorsiva, come emersa dalle dichiarazioni delle parti offese e dalla confessione del coimputato De Angelis. In particolare, secondo il ricorrente, pur essendo stato fatto oggetto di specifica doglianza tale punto, la Corte meneghina si sarebbe in realtà limitata ad operare un generico riferimento alle dichiarazioni del De Angelis, in realtà del tutto inconferenti. Gli elementi indicati in sentenza non spiegherebbero alcunché in ordine al contributo causale a titolo di concorso del Pagani in relazione al reato di estorsione. Anzi la Corte avrebbe forzato "il dettato codicistico in punto di indizi ed attendibilità, così come previsto dall'art. 192, c. 2 e 3, c.p.p.", giungendo ad affermare la responsabilità penale del Pagani "in forza di un elemento probatorio duplicemente indiretto". Dalle dichiarazioni rese dal De Angelis non risulterebbe alcun apporto causale del Pagani rispetto al delitto di estorsione. Non avendo quest'ultimo partecipato alla rapina (capo 1) né potendo altrimenti riconoscere le reali intenzioni del Faraci, ne discenderebbe che "l'affermazione della penale responsabilità, a titolo di concorso, del delitto di cui all'art. 629 c.p., integra una palese violazione dei criteri che presiedono all'applicazione dell'art. 110 c.p., oltre ad essere completamente immotivata". Nel secondo motivo di ricorso, il ricorrente contesta la qualificazione giuridica del fatto descritto al capo 3 (rapina aggravata in concorso ai danni di Mirko Sibilio), in quanto difetterebbero nella vicenda gli estremi della violenza alla persona o della minaccia. D'altronde sia la condotta minacciosa che il successivo impossessamento ai danni del Sibilio sarebbero avvenuti per mano del solo Faraci, senza quindi un ruolo concorsuale del Pagani. Il riferimento, contenuto in sentenza, alla presenza del Pagani, rappresenterebbe una formula di stile, comportando la violazione dell'art. 110 c. p., non potendosi tale presenza considerare rilevante ai fini dell'affermazione della responsabilità a titolo di concorso sulla base di una valutazione del tutto arbitraria della possibilità per il Sibilio di reagire alle minacce del Faraci passando alle vie di fatto, costituendo la stessa una presunzione di ordine logico ed ipotetico. Sul punto, nel ricorso si richiama la giurisprudenza che ritiene insufficiente la mera conoscenza o l'adesione morale ai fini della configurabilità del concorso di persone ex art. 110 c. p.. Da ultimo, sempre secondo la difesa del ricorrente, non sussisterebbe l'aggravante del numero delle persone (art. 628, comma terzo, n. 1, c. p.).
La circostanza che le persone siano solo due (Faraci e Pagani) non consentirebbe di ritenerla configurabile, laddove si consideri che per l'aggravante di cui all'art. 112, n. 1 c. p. ne occorrono almeno cinque. In ogni caso, infine, pur essendo tale circostanza indicata nel capo di imputazione, non risulterebbe contestata in fatto né la motivazione della sentenza dedica argomentazioni sulla sua configurabilità, con conseguente vizio di mancanza di motivazione. Quanto, infine, al terzo motivo, si eccepisce la violazione di legge con riferimento alla (mancata) applicazione dell'attenuante del contributo di minima importanza ex art. 114 c. p., richiamando quella giurisprudenza che la ritiene sussistente quando l'efficacia causale della condotta del correo sia così lieve da risultare trascurabile nell'economia generale dell'iter criminoso. Ritiene, in particolare, il ricorrente che la condotta contestatagli avrebbe consentito il riconoscimento della predetta attenuante, in quanto il reato si sarebbe ugualmente verificato con le medesime modalità, anche senza l'attività del compartecipe Pagani. Peraltro, secondo la difesa del ricorrente, si sarebbe comunque trattato di un concorso anomalo, con conseguente necessità del riconoscimento dell'attenuante prevista dall'art. 116 c. p. Si precisa che la condizione ostativa prevista dall'art. 114, comma secondo, c. p. non troverebbe applicazione nel caso in esame "in quanto l'attenuante in parola è invocata relativamente al delitto di cui al capo 2) e non al delitto di cui al capo 3), ove è contestata la suddetta aggravante". In ordine al mancato riconoscimento dell'attenuante prevista dall'art. 62, n. 6 c. p., la difesa del ricorrente contesta la carenza di motivazione della decisione del giudice d'appello, che si sarebbe limitato ad affermarne la natura soggettiva. E tuttavia, secondo il Pagani, l'obbligazione risarcitoria derivante dal reato è unica anche se il reato è realizzato da più persone. La plurisoggettività della concreta fattispecie non scompone l'obbligazione risarcitoria, dando luogo a tante obbligazioni minori e separate quanti sono i debitori, vale a dire quanti sono i concorrenti nel reato. L'obbligazione resta unica ed i condannati per uno stesso reato sono obbligati al risarcimento del danno secondo le regole della solidarietà previste dagli artt. 1292 ss. c.c., ferme restando le peculiarità espresse dall'art. 2055 c.c. con specifico riferimento alle obbligazioni risarcitorie: il creditore può chiedere l'adempimento dell'obbligazione solidale ad uno qualsiasi dei condebitori; l'adempimento di questi produce effetti liberatori anche per gli altri ed estingue l'obbligazione. La dottrina più avveduta aveva già stroncato presupposti e conclusioni di quella giurisprudenza che rimarcava la connotazione soggettiva dell'attenuante, escludendo la necessità, ai fini della configurabilità della medesima, di una effettiva resipiscenza. La fondatezza delle critiche sarebbe indiscutibile; nella lettera dell'art. 62 n. 6, prima parte, c.p., non vi è traccia dell'invocata resipiscenza (atteggiamento personale richiesto, invece, per il riconoscimento della diversa circostanza attenuante di cui alla seconda parte della disposizione), ma piuttosto dell'esigenza oggettiva che il danno venga interamente riparato. Nell'ambito del concorso di persone, la prevalente giurisprudenza, sul presupposto della natura soggettiva dell'attenuante, ne affermava l'applicabilità al solo concorrente che avesse effettuato il risarcimento integrale, mentre gli altri concorrenti potevano beneficiarne solo se dimostravano di avere tempestivamente rimborsato la loro parte, prima del giudizio, al complice più diligente. Ma, dopo la sentenza della Corte Costituzionale 1998, n. 138, che ha stabilito come l'interpretazione della detta attenuante in chiave soggettiva, ravvisante in essa una finalità rieducativa, contrasterebbe con l'art. 3 Cost., la giurisprudenza avrebbe operato una decisa svolta. Insomma nel concorso di persone nel reato, rileva soltanto l'effettivo integrale risarcimento del danno, con la conseguenza dell'estensione dell'attenuante a tutti i concorrenti in caso di adempimento dell'obbligazione risarcitoria da parte di uno o di alcuni di essi. Nella specie è stata riconosciuta l'attenuante in parola al coimputato Faraci, che ha provveduto all'integrale risarcimento del danno, ma immotivatamente sarebbe stata negata al Pagani, dato che, secondo i principi civilistici, spetterebbe, poi, al Faraci l'esercizio dell'azione di regresso pro - quota nei confronti dei coimputati, debitori solidalmente obbligati al risarcimento del danno.
4. Il ricorso è stato assegnato alla seconda sezione penale di questa Corte, che con ordinanza del 16 ottobre 2008, lo ha rimesso alle Sezioni Unite per la risoluzione del quesito, su cui ha rilevato un contrasto di giurisprudenza, "se in tema di applicazione della circostanza attenuante di cui all'art. 62 n. 6) c.p., l'avvenuto risarcimento integrale del danno da parte di uno dei coimputati, determinando la conseguente estinzione dell'obbligazione risarcitoria, giovi o meno anche agli altri coimputati". Considerato in diritto1. Come si è detto in narrativa, il De Angelis, dopo una generica critica alla sentenza impugnata, che non avrebbe dato adeguata risposta ai motivi di appello sulla sua responsabilità, si duole dell'erroneo titolo di estorsione attribuito al fatto descritto al capo 2, in quanto nessuna minaccia o violenza era stata perpetrata a danno delle persone offese. La Corte d'Appello non avrebbe rilevato che mancava l'elemento oggettivo del reato ed anzi sarebbe chiara l'illogicità della decisione, la quale, pur avendo riconosciuto che il Volpe s'era determinato volontariamente a proporre il pagamento per la restituzione dei beni sottratti, aveva affermato la colpevolezza degli imputati.
La censura non ha tuttavia fondamento perché, con riguardo all'oggettività del reato, la pronunzia in esame, dopo aver ricordato la violenza fisica consistita nei due pugni assestati al Gerace durante le trattative per rientrare nel maltolto, si è espressamente richiamata alla condivisibile e assolutamente costante giurisprudenza di legittimità, concorde nel ritenere che il delitto di estorsione ai danni del derubato sussiste anche se l'iniziativa provenga da costui. Infatti il comportamento indotto alla corresponsione di denaro o di altra utilità per ottenere la restituzione della refurtiva è pur sempre determinato dalla minaccia implicita della perdita definitiva della cosa rubata ( ex multis: Sez. I, 6 giugno 1977 n. 11090, Langella, rv. 136769; Sez. II, 26 aprile 1978 n. 12245, Gargano, rv. 140144; Sez. I, 9 ottobre 1978 n. 935, Solazzo, rv. 140923; Sez. I, 2 marzo 1979 n. 5023, Bussolino, rv. 142118; Sez. II, 21 maggio 1979 n. 11097, Cinquegrana, rv. 143741; Sez. V, 9 ottobre 1980 n. 13504, Leoni, rv. 147100; Sez. II, 29 ottobre 1980 n. 2968, Natale, rv. 148287; Sez. II, 2 ottobre 1981 n. 975, De Feudis, rv. 151923; Sez. I, 5 marzo 1982 n. 9937, Di Cecca, rv. 155787; Sez. I, 10 maggio 1982 n. 11924, Pilone, rv. 156649; Sez. II, 2 febbraio 1982 n. 1143, Rizzo, rv. 157342; Sez. II, 8 giugno 1983 n. 8224, Praino, rv. 160628; Sez. II, 23 maggio 1983 n. 10433, Prezioso, rv. 161549; Sez. II, 16 giugno 1986 n. 9788, Gatti, rv. 173800; Sez. VI, 30 marzo 1990 n. 11713, Brugnara, rv. 185152). 2. Ad eguale conclusione di infondatezza deve poi pervenirsi in ordine all'asserita configurabilità dell'attenuante del contributo di minima importanza, in primo luogo perché la censura muove da una parziale ricostruzione della vicenda (trascura significativamente che nella pronunzia impugnata si è escluso il carattere minimale della partecipazione "quantomeno sotto il profilo del controllo delle persone e dei luoghi teatro dei fatti. Senza contare che la presenza fisica dell'appellante accrebbe proporzionalmente la capacità intimidatoria delle richieste e dei comportamenti, anche quando provenienti di correi"). In secondo luogo ( e risolutivamente) perché, in diritto, non è applicabile l'attenuante in parola nei casi, quali quello di specie, in cui, pur a prescindere dalla formale contestazione dell'aggravante, la minaccia estorsiva appaia commessa da più persone riunite (riferimento dell'art.629 comma secondo c.p. al comma terzo n.1 del precedente art.628). Ciò in forza della riserva alla "legge che disponga altrimenti" contenuta nell'art.112 n.1 c.p., implicitamente richiamata nel divieto dell'art.114 secondo comma c.p. (cfr. Sez. II, 26 ottobre 1989 n. 3792, Casaroli, rv. 183723; Sez. II, 8 maggio 1996 n. 6382, Arcella ed altri, rv. 205409; Sez. VI, 17 ottobre 2002 n. 6250, Emmanuello ed altri, rv. 225925 e in generale, per l'inapplicabilità dell'art. 114 cod. pen. anche nell'ipotesi in cui il numero dei partecipanti sia considerato come aggravante speciale di un determinato reato da una norma diversa dall'art. 112 cod. pen.: Sez. IV, 27 novembre 1992 n. 3177, Santus ed altri, rv. 198437). 3. Nell'ulteriore motivo, il ricorrente deduce l'inosservanza della legge penale, con riferimento agli artt. 132 e 133 c. p. e si duole del fatto che, nel calcolo della pena base, la Corte abbia considerato più grave il reato di estorsione invece del reato di rapina. La censura è manifestamente infondata essendo sufficiente rilevare che la Corte d'Appello, nel rideterminare la pena applicabile per i reati in continuazione, ha ritenuto prevalenti le attenuanti generiche sulle aggravanti ed ha assunto quale pena base per il calcolo della pena quella prevista per il delitto di estorsione, reato più grave in quanto, a parità di massimo edittale, più gravemente punito nel minimo edittale (art. 629, comma primo, c.p.: reclusione da cinque a dieci anni e multa da euro 516 ad euro 2.065; art. 628, comma primo, c.p.: reclusione da tre a dieci anni e multa da euro 516 a euro 2.065). Anche con riferimento alla determinazione della pena il De Angelis lamenta infine un vizio di motivazione, doglianza peraltro del tutto generica, a fronte dei minimi edittali inflitti in sede di merito. 4. Venendo al ricorso del Pagani, costui, nel primo motivo, contesta di aver avuto un ruolo nell'estorsione di cui al capo 2, tanto sotto il profilo oggettivo, quanto sotto quello psicologico. Assume, in altri termini, che non può trarsi alcun contributo causale a lui riconducibile dal fatto che era stato presente sul luogo in attesa del ritorno dei coimputati Faraci e Zaldini, specie considerando che egli non aveva consapevolezza del senso della vicenda, non avendo partecipato alla rapina che l'aveva originata né potendo altrimenti conoscere le reali intenzioni del Faraci. A tale motivo ha già peraltro dato compiuta risposta la sentenza impugnata, laddove ha sottolineato che l'adesione del ricorrente all'impresa era invece desumibile dalla circostanza ricordata dal De Angelis, nelle sue dichiarazioni auto ed etero accusatorie, di aver incontrato il Faraci in compagnia del Pagani e dell'aver in questa occasione il Faraci richiesto al dichiarante e allo Zaldini di accompagnarli, lui e il Pagani, in casa Volpe per scambiare la refurtiva con denaro. Né il ricorrente può validamente dolersi dell'omissione di riscontri al racconto del De Angelis, in quanto a tal fine la Corte d'Appello ha indicato il riconoscimento fotografico operato da Antonio Volpe, in una con la descrizione di Vincenzo Gerace. Infine, in ordine alla sussistenza del contributo causale, basta ripetere che l'incarico di rimanere sul luogo, in attesa che Faraci e Zaldini facessero ritorno con la merce, si qualifica come ruolo di assistenza, vigilanza e controllo verso possibili pericoli esterni, per la buona riuscita dell'impresa criminale.
5. Con il secondo motivo, riguardante la rapina al Sibilio, il ricorrente si limita in larga misura a ripetere le doglianze già avanzate in appello, insistendo nelle proprie tesi e senza una vera replica agli argomenti già impiegati per la loro confutazione. Così nulla oppone al fatto rilevato nella sentenza che, nel racconto del Sibilio e nelle ammissioni del correo, la condotta minacciosa dello spacciatore Faraci si esteriorizzò nell'intonazione della voce, nella sottrazione di oggetti e nella distruzione della scheda prepagata; che nel concorso di persone tutti i concorrenti rispondono per l'intero della pluralità di condotte, con la conseguenza che, nella specie, il Pagani è anche autore delle minacce del Faraci. E contravviene al senso comune quando definisce arbitraria la massima di esperienza per cui il vedere più persone scoraggia la vittima ad intraprendere una reazione che verso il singolo avrebbe intrapreso, sicché già il fiancheggiare il rapinatore, mostrando di condividerne le intenzioni, costituisce contributo al reato.Quanto, poi, alla doglianza relativa al riconoscimento dell'aggravante speciale della violenza esercitata da più persone riunite (non configurabile, a giudizio del ricorrente, essendo stato il fatto posto in essere solo da due persone) va confermato l'orientamento giurisprudenziale per cui la locuzione impiegata nell'ultima delle ipotesi previste dall'art. 628, comma terzo, n. 1, c.p. esprime un concetto di pluralità che sussiste anche nel caso di due soggetti soltanto (cfr. Sez. II, 27 marzo 1987 n. 8773, Pesenti, rv. 176467; Sez. II, 16 giugno 1986 n. 9794, Lazzaro, rv. 173802). 6. Circa il terzo motivo, nella parte in cui fa riferimento alla configurabilità dell'attenuante della minima partecipazione, è sufficiente riferirsi a quanto detto al n.2 con riguardo alla medesima censura avanzata dal De Angelis. Nella parte in cui invoca l'attenuante del concorso anomalo va poi rilevata l'assoluta genericità della doglianza, che peraltro presuppone, per implicito, una ricostruzione del fatto diversa da quella accolta in sede di merito, dove, come s'è visto, è stata accertata un'adesione del Pagani al reato di estorsione ideato e posto in essere. E si giunge così all'ultima delle doglianze espresse, quella sull'applicabilità al ricorrente dell'attenuante di cui all'art.62 n.6 c.p., dato che il correo Faraci aveva nei tempi prescritti provveduto all'integrale risarcimento del danno per il reato più grave di cui al capo 2, questione che ha dato luogo alla rimessione del ricorso alle Sezioni Unite. 7. A questo proposito la giurisprudenza, con indirizzo pressocché unanime, nega che il colpevole possa giovarsi del risarcimento effettuato da un terzo ( Sez. IV, 3 dicembre 1965 n. 2552, Segreti, rv. 101718; Sez. V, 7 giugno 1967 n. 894, Truppa, rv. 105466; Sez. V, 8 febbraio 1968 n. 128, De Vito, rv. 107577; Sez. II, 25 marzo 1968 n. 767, Santi, rv. 108933; Sez. II, 24 gennaio 1972 n. 4021, Trivetti, rv. 121265; Sez. IV, 11 aprile 1975 n. 9252, Miglio, rv. 130916;Sez. VI, 17 ottobre 1978 n. 16038, Martino, rv. 140728;Sez. VI, 7 aprile 1979 n. 1303, Michelazzi, rv. 144151; Sez. II, 26 giugno 1979 n. 1161, Tornatore, rv. 144105;Sez. I, 12 dicembre 1980 n. 1326, Zucchelli, rv. 147707; Sez. II, 8 giugno 1981 n. 11096, Valli, rv. 151307;Sez. II, 18 ottobre 1982 n. 3101, Gobbo, rv. 158387;Sez. I, 17 dicembre 1982 n. 3284, Ciuffreda, rv. 158452;Sez. IV, 11 ottobre 1984 n. 2481, Locatelli, rv. 168326; Sez. II, 12 ottobre 1987 n. 3971, Pezzotta, rv. 177977;Sez. II, 25 agosto 1988 n. 1517, Marchini, rv. 180368;Sez. IV, 11 febbraio 1988 n. 2263, Catto, rv. 180487; Sez. II, 17 marzo 1989 n. 9341, Danovara, rv. 181747;Sez. IV, 13 dicembre 1989 n. 1670, Fusaro, rv. 183238;Sez. IV, 11 ottobre 1990 n. 15583, Bonazzoli, rv. 185862; Sez. IV, 15 gennaio 1991 n. 4441, Ciancimino ed altri, rv. 187777; Sez. IV, 13 gennaio 1993 n. 2336, Di Carlo, rv. 193341; Sez. V, 10 febbraio 1993 n. 2663, Dottore Stagna, rv. 194337; Sez. VI, 8 ottobre 1993 n. 596, P.G. in proc. Prini, rv. 196123; Sez. II, 23 novembre 1993 n. 2282, Perfetti ed altro, rv. 196786; Sez. VI, 25 novembre 1993 n. 897, Ceglie, rv. 197360; Sez. I, 29 novembre 1995 n. 1723, Sapienza, rv. 203704; Sez. I, 17 gennaio 1997 n. 2658, Lo Nero ed altri, rv. 224237; Sez. V, 25 febbraio 2000 n. 996, P.G. in proc. Fagiuoli, rv. 216459; Sez. IV, 3 giugno 2004 n. 39065, P.M. in proc. Turla, rv. 229957; Sez. VI, 9 novembre 2005 n. 46329, Caputo, rv. 232837) e ciò basandosi sulla natura soggettiva dell'attenuante di cui all'art.62 n.6 c.p., rientrante tra quelle concernenti i rapporti tra il colpevole e l'offeso ai sensi dell'art.70 c.p., attenuante da intendersi (con varianti lessicali, ma non sostanziali) quale segno di diminuita capacità a delinquere (S.U. 29 ottobre 1983 n.145, Del Fa, rv.162036) o di resipiscenza (S.U. 6 dicembre 1991 n.1048, Scala e altri, rv.189183) o di ravvedimento attivo (S.U. 12 luglio 2007 n.35535, Ruggiero, rv.236914). Orientamento che testimonia la fedeltà all'intento del legislatore per come rispecchiato nella Relazione ministeriale di accompagnamento al Codice, in cui si legge che " la riparazione del danno come diminuente comune ad ogni reato era auspicata da una gran parte della dottrina. Il Progetto limita tuttavia questa circostanza entro confini ragionevoli, considerandola, non tanto dal punto di vista pratico, come causa cioè che facilita il soddisfacimento degli interessi della persona offesa dal reato, quanto dal lato psicologico e volontaristico, ossia della condotta del colpevole dopo il reato, come sintomo della sua attenuata capacità a delinquere. E' soprattutto, per questo motivo che la riparazione deve verificarsi prima del giudizio, e che non è stata accolta la proposta di estenderne l'efficacia a momenti successivi e, secondo alcuni, fino a che non fosse intervenuta sentenza irrevocabile...." (Relazione ministeriale di accompagnamento al Libro I del Progetto, Roma, 1929, 118). Orientamento che peraltro è stato sottoposto a riserve e a critiche in sede dottrinale in cui alcune autorevoli voci hanno preferito accogliere la tesi del carattere oggettivo della circostanza, tesi cui ha poi aderito la sentenza n.138 del 1998 della Corte Costituzionale per argomentare la riferibilità all'assicurato contro la responsabilità civile verso terzi derivante dalla circolazione dei veicoli del risarcimento operato dall'ente assicuratore. 8. Ma accantonando, per il momento, la discussione sulla natura dell'attenuante, bisogna subito osservare che il problema qui in esame può apparire ed è stato spesso ritenuto specifico, rispetto a quello generale della comunicabilità al colpevole del risarcimento operato dal terzo. Ciò per il fatto che nel nostro caso il terzo autore del risarcimento è un concorrente nel reato, con la conseguenza che l'art.118 c.p., diretto a regolare l'imputazione delle circostanze ai concorrenti, potrebbe essere individuato, e sovente lo è stato, come chiave risolutiva del quesito. 9. In tale prospettiva, anteriormente alla riforma apportata a questa disposizione dall'art.3 della legge 7 febbraio 1990, n.19, l'affermata natura soggettiva dell'attenuante ai sensi dell'art.70 c.p., è valsa a fornire immediatamente la risposta, perché, dato il precedente tenore dell'articolo oggi modificato, si doveva necessariamente concludere per la non comunicabilità al concorrente del risarcimento del danno operato da altro concorrente.Risultato, questo, cui infatti sono pervenute Sez. II, 24 gennaio 1972 n. 4021, Trivetti, rv. 121265; Sez. VI, 17 ottobre 1978 n. 16038, Martino, rv. 140728; Sez. II, 8 giugno 1981 n. 11096, Valli, rv. 151307, che prende atto della natura soggettiva e della conseguenziale inestensibilità agli altri compartecipi ex art. 118 c. p. Analogamente Sez. II, 18 ottobre 1982 n. 3101, Gobbo, rv. 158387; Sez. I, 12 dicembre 1980 n. 1326, Zucchelli, rv. 147707, che richiama a sostegno dell'inapplicabilità dell'attenuante in esame il disposto dell'art. 118 c.. p., affermando che proprio per la sua natura soggettiva l'attenuante "in quanto relativa ai rapporti tra il colpevole e l'offeso del reato, è applicabile soltanto a colui che, tra più colpevoli, abbia provveduto al risarcimento del danno, mostrando così quel ravvedimento attivo, in cui la circostanza trova il suo fondamento, ma non può invece essere estesa ai sensi dell'art. 118 c.p., ai concorrenti nel reato che non abbiano attivamente e personalmente collaborato al risarcimento e, quindi, all'elisione degli effetti dannosi del reato".
Nello stesso senso, Sez. II, 12 ottobre 1987 n. 3971, Pezzotta, rv. 177977, in una fattispecie relativa a ricettazione, muovendo dalla natura soggettiva in quanto "l'avvenuto ristoro del danno rappresenta una tangibile manifestazione di ravvedimento del reo e di una minore pericolosità sociale". Sez. IV, 30 novembre 1988 n. 12179, P.G. Venezia in proc. Menoia ed altri, rv. 179890 in una fattispecie di furto aggravato in concorso, in cui la restituzione delle refurtiva era avvenuta da parte di un solo dei correi, aveva escluso la concessione dell'attenuante ai concorrenti che non avevano risarcito "in ragione della sua natura soggettiva, a ciò ostando il disposto dell'ultimo comma dell'art. 118 c. p.". Si limita, infine, a ribadire la natura soggettiva e l'inestensibilità al correo dell'attenuante, richiamando implicitamente la disciplina dettata dall'art. 118 c. p., Sez. II, 25 agosto 1988 n. 1517, Marchini, rv. 180368, affermando che la stessa "opera solo nei confronti del concorrente o dei concorrenti che abbiano provveduto a risarcire il danno prima del giudizio e non si estende agli altri concorrenti".Va da sé che accogliendo l'idea che la circostanza in esame abbia natura oggettiva il risultato doveva ribaltarsi, nel senso cioè che l'applicazione della norma dell'art.118 c.p. avrebbe invece comportato l'estensione dell'attenuante a tutti i concorrenti. 10. In ogni modo, restando sempre in questa prospettiva, una volta intervenuta nel 1990 la modifica all'art.118 c.p., sarebbe stato inevitabile che la questione dovesse rimeditarsi. La nuova formulazione della regola di imputazione delle circostanze, per la quale le aggravanti o le attenuanti concernenti i motivi a delinquere, l'intensità del dolo, il grado della colpa e le circostanze inerenti la persona del colpevole sono valutate soltanto riguardo alla persona a cui si riferiscono, avrebbe infatti impedito di mantenere ferma la spiegazione dell'inapplicabilità, attraverso unicamente il richiamo alla natura soggettiva dell'operato risarcimento. Simile attenuante, pur essendo in tesi soggettiva, ma rientrando nella categorie di quelle riguardanti i rapporti tra colpevole e persona offesa e non figurando dunque tra le escluse dalla comunicabilità, sembrava adesso doversi riferire a ogni concorrente nel reato. Talché, onde persistere nel negare un tale risultato, o si sarebbe dovuta abbandonare l'idea che la riparazione riguarda i rapporti tra il colpevole e l'offeso dal reato (per rientrare piuttosto in una delle categorie non estensibili), oppure si sarebbe dovuto affermare che l'art.118 c.p., nella sua attuale formulazione, fornisce soltanto una regola di esclusione, ma non reca a contrario una regola di inclusione, ovvero, in altri termini, non comporta che le circostanze non menzionate debbano necessariamente applicarsi a tutti gli autori del reato, in quanto fa un implicito rinvio ad altri principi per l'imputazione o meno di esse ai concorrenti.
Entrambe le strade si mostravano impervie. In primo luogo si sarebbe dovuta misconoscere la riconduzione della circostanza in esame ai rapporti tra colpevole e offeso, per oltre settanta anni pacificamente accettata da quanti, in giurisprudenza e in dottrina, ne affermavano la natura soggettiva e ciò per suggerirne una collocazione ben più problematica (intensità del dolo ex post ? inerenza alla persona del colpevole, oltre l'imputabilità e la recidiva?). D'altro canto, non ammettendo il valore di regola positiva alla non menzione dell'art.118, era ben difficile uscire dalla vaghezza e dal soggettivismo del giudice nella ricerca dei principi (unici o plurimi?) regolatori l'imputazione ai concorrenti, mentre, sotto un profilo dogmatico, si sarebbe dovuto negare che le circostanze, quali esse siano, in armonia con la struttura unitaria del reato concorsuale, si comunicano naturaliter a tutti i concorrenti, salvo le eccezioni espressamente poste dal legislatore e fermi i requisiti di attribuzione al soggetto di cui all'art.59 c.p. 11. Fatta questa premessa, bisogna però immediatamente dire che, ai fini della risoluzione del quesito, non è proficuo addentrarsi nella problematica appena indicata, in quanto, a monte, le Sezioni Unite ritengono che, ai fini della riferibilità al colpevole, non sussista uno speciale regime del risarcimento operato dal correo rispetto a quello eseguito da un qualsiasi terzo e cioè affermano che una corretta esegesi del dato normativo comporta l'inapplicabilità alla specie dell'art.118 c.p. E' a tal fine opportuno ricordare che la circostanza del risarcimento del danno, in questo senso sola tra le attenuanti comuni, suppone necessariamente che il reato a cui si riferisce sia stato già consumato. Cosa che si palesa con evidenza osservando la struttura dell'art.62 n.6 c.p., il quale, nel richiedere che sia stato riparato interamente il danno, esclude che un'azione riparatrice utile possa intervenire quando il reato non si sia ancora perfezionato e continui così a provocare danni materiali e morali.L'attenuante, per esprimersi con S.U. 23 novembre 1988, n.5909, Presicci, rv.181084 : "contempla unicamente un comportamento....successivo all'esaurimento del reato", con il corollario che un tale comportamento, ove il reato sia stato commesso da una pluralità di soggetti, è fuori dal concorso di persone, dissoltosi con il perfezionamento della fattispecie criminosa. Tanto in altre parole sta a significare che la condotta riparatrice non si fonde nella struttura unitaria del reato di cui all'art.110 c.p. e che l'art.118 c.p., diretto a dettare per i singoli compartecipi i criteri di imputazione delle conseguenze degli elementi accidentali dell'illecito concorsuale nella sua struttura monistica, non è perciò operativo. 12. Sotto un profilo positivo l'applicabilità al soggetto dell'attenuante di cui all'art.62 n.6 c.p., anche quando nel risarcimento sia intervenuto un terzo, sia pure questi un correo, discende allora soltanto dal disposto di questa norma e cioè dal senso che si intende attribuire all'espressione "l'avere...riparato interamente il danno mediante il risarcimento...e le restituzioni" ivi impiegata e dalla possibilità di ricondurre a simile formula lo specifico risarcimento o la specifica restituzione nella specie avvenuti.Ora è canone interpretativo comune delle norme penali che le condotte in esse previste, salvo le eccezioni espressamente indicate, debbano essere connotate da volontarietà e che vada osservato e conservato nel concreto, nel suo profilo assiomatico, il valore della locuzione impiegata legislatore. E quindi "l'aver riparato", per integrarsi, non può consistere solo nella sussistenza dell'evento, ma deve comprendere una volontà di riparazione. Tanto più che riparazione non è locuzione neutra, quale ad esempio estinzione del debito o soddisfacimento dello stesso, ma è voce di segno positivo in funzione del grado di disvalore di cui lo specifico reato costituisce espressione. 13. A ben vedere queste affermazioni rendono piuttosto nominalistica e si può dire "di coda" la disputa sulla natura soggettiva o oggettiva dell'attenuante, in quanto basandosi soltanto sul dato letterale, prescindono da considerazioni circa la ridotta capacità a delinquere, il ravvedimento o la resipiscenza del colpevole. E del resto la stessa Corte Costituzionale, che nella sentenza n.138 del 1998, fondandosi sull'evento richiesto e sull'interesse dell'offeso, ha preso una decisa posizione per la natura oggettiva della circostanza, precisa che è pur sempre necessario che l'intervento risarcitorio sia "comunque riferibile all'imputato". Riserva indotta dalla necessità di preservare la condotta volontaristica che la norma in esame indica nell' "aver riparato" e, con essa, il quid di merito della riparazione. 14. Quid che, nei reati colposi, il criterio di ragionevolezza impone di rilevare, per una visione socialmente adeguata del fenomeno, anche nell'aver stipulato un'assicurazione o nell'aver rispettato gli obblighi assicurativi per salvaguardare la copertura dei danni derivati dall'attività pericolosa. Ma che nei reati dolosi richiede invece "una concreta, tempestiva, volontà di riparazione del danno cagionato", in modo che, se uno dei correi ha già provveduto in via integrale, l'altro, per esempio, dovrà nei tempi utili rimborsare il complice più diligente (Sez.I 27 ottobre 2003, n.4177, P.G. nei confronti di Balsano e altri, rv.227102) o comunque dimostrare di aver avanzato una seria e concreta offerta di integrale risarcimento. Ne deriva che in ogni caso l'estensione dell'attenuante al colpevole non può discendere dal semplice soddisfacimento dell'obbligazione risarcitoria ad opera del coobbligato solidale e dalle norme che presidiano l'estinzione delle obbligazioni da illecito, come invece vorrebbe il ricorrente Pagani, con riguardo a quanto è avvenuto nella specie. 15. I ricorsi vanno quindi respinti con condanna dei ricorrenti al pagamento in solido delle spese processuali.
La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi e condanna i ricorrenti al pagamento in solido delle spese processuali. Così deciso in Roma il 22 gennaio 2009
RICORSO PER CASSAZIONE - NOVELLA EX ART. 54 DEL D.L. N. 83 DEL 2012 SUL RICORSO PER CASSAZIONE – AMBITO APPLICATIVO – IMPUGNAZIONE DELLA SENTENZA DELLA COMMISSIONE TRIBUTARIA REGIONALE – INCLUSIONE
SENTENZA – IMPEDIMENTO DEL GIUDICE ALLA MOTIVAZIONE - POTERI DEL PRESIDENTE DEL TRIBUNALE