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Timestamp: 2019-01-19 16:12:01+00:00
Document Index: 59913034

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 4', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 4', 'art. 4']

Somministrazione di manodopera: non è conforme al diritto europeo la presenza di limiti e restrizioni ingiustificati all'utilizzo dell’istituto [L. Peluso] - Generazione Vincente SpA | Agenzia per il lavoro
27/03/2015 Luca Peluso (Legal Team) 0 5802
L’eventuale rimozione degli stessi, tuttavia, è questione di diritto interno che attiene alle Autorità Competenti di ciascuno Stato membro
Con una Sentenza particolarmente attesa dal settore della somministrazione di manodopera, il 17 marzo 2015 la Corte di Giustizia Europea si è pronunciata in merito a una questione inerente la validità dei divieti o restrizioni al ricorso al lavoro tramite agenzie interinali tutt’ora in essere in taluni Stati membri.
Nell’ambito di tale vicenda, la Corte era stata chiamata a pronunciarsi in merito alle disposizioni di cui all’art. 4, paragrafo 1, della Direttiva CE 2008/104 [il quale recita “i divieti o le restrizioni imposti quanto al ricorso al lavoro tramite agenzie di lavoro interinale sono giustificati soltanto da ragioni d’interesse generale che investono in particolare la tutela dei lavoratori tramite agenzia interinale, le prescrizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro o la necessità di garantire il buon funzionamento del mercato del lavoro e la prevenzione di abusi”] e ai successivi paragrafi 2, 3 e 5 del medesimo articolo, che hanno imposto agli Stati membri l’obbligo di operare un riesame delle restrizioni o i divieti eventualmente previsti in norme di legge o di contratti collettivi, al fine di accertarne la fondatezza rispetto al sopra esposto principio generale.
Nell’occasione il Collegio ha ribadito, ove mai ve ne fosse bisogno, che “risulta certamente” dal testo dell’art. 4, paragrafo 1, della Direttiva 2008/104 “che le normative nazionali che contengono divieti o restrizioni imposti quanto al ricorso al lavoro tramite agenzie di lavoro interinale devono essere giustificate da ragioni di interesse generale che investono, in particolare, la tutela dei lavoratori tramite agenzia interinale, le prescrizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro o la necessità di garantire il buon funzionamento del mercato del lavoro e la prevenzione di abusi”.
È pacifico, quindi, che ove nell’ambito dell’ordinamento di uno Stato membro siano previsti – da norme di legge o di contratti collettivi – limiti all’utilizzo del lavoro tramite agenzia non riconducibili a tali ragioni di interesse generale, i medesimi siano da considerarsi non compatibili con la normativa europea.
Tuttavia – poiché la medesima Direttiva CE, ai successivi paragrafi 2, 3 e 5 del medesimo articolo 4, ha imposto soltanto un obbligo di riesame dei divieti e delle restrizioni in essere nell’ordinamento interno e di relativa comunicazione dei risultati a carico degli Stati membri e delle parti sociali – la decisione circa la soppressione o meno degli eventuali divieti o restrizioni incompatibili con la direttiva europea resta una libera scelta delle autorità legislative del singolo Stato membro.
Ne consegue che al Giudice nazionale che fosse chiamato a pronunciarsi nell’ambito di una vertenza insorta in materia di lavoro interinale non è imposto dalla normativa comunitaria esaminanda l’obbligo di disapplicare qualsiasi disposizione di diritto nazionale che continui a prevedere divieti o restrizioni al lavoro tramite agenzia interinale che non siano giustificati dalle menzionate ragioni di carattere generale, restando egli ben libero di valutare al meglio la questione.
La vicenda ha preso le mosse da una domanda di pronuncia, presentata nell’ambito di un contenzioso giudiziale vertente tra un sindacato dei lavoratori, un’associazione datoriale e un’azienda iscritta a tale associazione, tutti finlandesi, in merito a presunte violazioni di diritto che l’azienda utilizzatrice avrebbe commesso nei confronti di alcuni lavoratori interinali.
In particolare, l’associazione sindacale aveva presentato un ricorso alla competente autorità giudiziaria nazionale rilevando che l’azienda utilizzatrice convenuta – compagnia che fornisce carburanti a vari aeroporti della Finlandia – impiegava, in maniera continuativa ed ininterrotta, manodopera interinale ai fini dello svolgimento di mansioni del tutto identiche a quelle svolte dai propri lavoratori dipendenti.
Una siffatta pratica, che in Italia e in molti altri Paesi europei sarebbe assolutamente normale e legittima, nell’ordinamento interno finlandese avrebbe costituito un impiego sleale di manodopera interinale, ai sensi dell’art. 29, paragrafo 1, del contratto collettivo applicabile alla fattispecie portata in giudizio.
Va qui chiarito, infatti, che esiste in Finlandia un accordo interconfederale risalente al 1997, stipulato dalle Associazioni datoriali e sindacali maggiormente rappresentative, in ragione del quale (clausola 8.3 della convenzione) le imprese devono limitare particolarmente il ricorso al lavoro interinale, atteso che, come accennato, “l’affitto di manodopera costituisce una pratica sleale allorché i lavoratori interinali assunti dalle imprese che hanno fatto ricorso a manodopera esterna svolgono per un lungo periodo il normale lavoro dell’impresa, accanto ai lavoratori permanenti di quest’ultima, e sono posti sotto la medesima direzione”. Il contratto collettivo applicabile alla fattispecie oggetto di causa (autocisterne e prodotti petroliferi) contiene, appunto all’art. 29, una disposizione di pari tenore.
La società convenuta e l’associazione datoriale di appartenenza, svolgendo le rispettive difese, contestavano, tra l’altro, che il nominato art. 29 del contratto collettivo fosse non conforme all’art. 4, par. 1, della Direttiva. A parere delle convenute, infatti, tale disposizione contrattuale “non riguarderebbe né la tutela dei lavoratori assunti tramite agenzia interinale né le prescrizioni in materia di salute e sicurezza sul lavoro degli stessi. Essa non garantirebbe neppure il corretto funzionamento del mercato del lavoro e non impedirebbe le pratiche abusive. Inoltre, tale disposizione conterrebbe divieti e restrizioni che privano i datori di lavoro della possibilità di scegliere le migliori forme di impiego per le loro attività e restringerebbe la possibilità, per le agenzie di lavoro interinale, di proporre i loro servizi alle imprese”.
Concludevano le resistenti che, “sebbene non sia espressamente previsto da tale direttiva, le autorità giudiziarie nazionali dovrebbero disapplicare i divieti e le restrizioni in materia di lavoro interinale contrari agli obiettivi della direttiva medesima”.
I giudici finlandesi, prima di pronunciarsi, hanno chiesto alla Corte di chiarire la portata dell’obbligo di cui all’art. 4, par. 1 Dir. 2008/104, sospendendo il procedimento e sottoponendo ai giudici comunitari le seguenti questioni pregiudiziali:
“1) Se l’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2008/104 debba interpretarsi nel senso che esso impone alle autorità nazionali, incluse le autorità giudiziarie, un obbligo permanentemente valido di provvedere, con i mezzi a loro disposizione, a che non siano in vigore o non siano applicate disposizioni o clausole di contratti collettivi nazionali contrarie alle norme stabilite dalla suddetta direttiva.
2) Se l’articolo 4, paragrafo 1, della direttiva 2008/104 debba interpretarsi nel senso che osta ad una normativa nazionale tale che secondo la medesima l’utilizzazione di manodopera interinale è autorizzata solo in taluni casi precisi, per far fronte a un maggiore carico di lavoro oppure per lo svolgimento di mansioni che un’impresa non può far eseguire dal proprio personale. Se l’impiego per lungo tempo di lavoratori interinali a fianco dei lavoratori propri dell’impresa per le abituali attività di quest’ultima possa essere qualificato come ricorso illecito al lavoro interinale.
3) Qualora la normativa nazionale sia dichiarata contraria alla direttiva 2008/104, di quali mezzi disponga l’autorità giudiziaria per conseguire gli obiettivi della citata direttiva, allorché si tratti di un contratto collettivo che deve essere osservato tra parti private”.
Di qui la pronuncia in commento, con la quale la Corte ha sancito, come già sopra accennato, – che la norma “si rivolge unicamente alle autorità competenti degli Stati membri, imponendo loro un obbligo di riesame al fine di garantire che eventuali divieti o restrizioni imposti quanto al ricorso al lavoro tramite agenzie di lavoro interinale siano giustificati e, dunque, – che la stessa non impone alle autorità giudiziarie nazionali l’obbligo di disapplicare qualsiasi disposizione di diritto nazionale che preveda divieti o restrizioni imposti quanto al ricorso al lavoro tramite agenzie di lavoro interinale che non siano giustificati da ragioni di interesse generale ai sensi del suddetto articolo 4, paragrafo 1”.
La questione è di grande interesse, soprattutto se letta anche alla luce della precedente Sentenza della medesima Corte di Giustizia Europea del 11 aprile 2013 (C-290/12), con la quale i giudici comunitari avevano già avuto modo di chiarire che l’assenza di limiti, nell’ambito dell’ordinamento italiano, alla reiterazione di contratti di somministrazione di lavoro a tempo determinato anche per lo svolgimento di mansioni riferibili all’ordinaria attività dell’impresa utilizzatrice non integra violazione del diritto comunitario ed è, quindi, circostanza assolutamente legittima.
Dall’esame di entrambe le sentenze si ricava certamente che è assolutamente legittimo per l’ordinamento comunitario “l’impiego per lungo tempo di lavoratori interinali a fianco dei lavoratori propri dell’impresa per le abituali attività di quest’ultima”, senza che tale circostanza, in via generale, “possa essere qualificata come ricorso illecito al lavoro interinale”.
Inoltre, ove nell’ambito di uno Stato membro sopravvivessero ancora norme di legge o di contratti collettivi che limitino, senza una valida ragione, il ricorso al lavoro tramite agenzia (si pensi, ad esempio, a quelle disposizioni di taluni CCNL italiani che impediscono sic et sempliciter il ricorso alla somministrazione a tempo indeterminato), se è vero che l’autorità giudiziale non ha l’obbligo di disapplicare le medesime, è pur vero che nulla impedisce al singolo Giudice di non tenerne conto ai fini della decisione.
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