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Timestamp: 2020-01-22 22:30:28+00:00
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Lanfranco Palazzolo: 06/01/2013 - 07/01/2013
Non avallate l'autodichia......
Intervista a Alessandro Gerardi
Voce Repubblicana, 29 giugno 2013
Laura Boldrini e Pietro Grasso non avrebbero dovuto avallare la decione di permettere alle Camere di difendere il principio dell'autodichia di fronte alla Corte Costituzionale. Lo ha detto alla “Voce” l'avvocato Alessandro Gerardi, autore, insieme ad Irene Testa, di “Parlamento zona franca” (Rubbettino), libro che critica l'istituto dell'autodichia, quella particolare prerogativa dei due rami del Parlamento di risolvere, attraverso un organismo giurisdizionale interno, le controversie insorte con i propri dipendenti e con i propri fornitori.
Avvocato Gerardi, il Senato della Repubblica e la Camera dei deputati si costituiranno davanti alla Corte costituzionale, in difesa del principio di autodichia del Parlamento. La questione di legittimità costituzionale dell'autodichia era stata sollevata dalla Corte di Cassazione rispetto all'articolo 12 del regolamento del Senato. Cosa ne pensa di questa anacronistica difesa dei privilegi interni delle Camere?
“Innanzitutto la decisione presa dal Senato e dalla Camera ci ha lasciato interdetti e non ce l'aspettavamo. La decisione è stata presa dall'Ufficio di Presidenza della Camera con solo due astenuti. Il Parlamento ha deciso quindi di difendere questo principio, che è al di fuori di ogni parametro costituzionale, davanti alla Corte costituzionale. Ricordo che questo principio è stato messo in discussione dalla Corte di Cassazione, che ha stabilito come questo principio sia al di fuori delle norme della Costituzione”.
Qual è il limite del principio regolamentare del'autodichia?
“Questo istituto di autogiurisdizione non rispetta il principio della terzietà, dell'imparzialità e dell'indipendenza. Si tratta di una parvenza di tutela giuridica. I dipendenti sono costretti a rivolgersi agli organi interni di Camera e Senato che difficilmente smentiscono le decisioni prese in prima istanza. Tutto questo è stato dichiarato dalla Corte di Cassazione non conforme ai principi costituzionali. L'autodichia è stata introdotta dai regolamenti parlamentari, ma in Italia vige l'insindacabilità degli interna corporis. Per questa ragione i regolamenti di Camera e Senato non possono essere considerati illeggittimi. Per questo motivo, solo per il Parlamento, la giustizia domestica viene accettata”.
Qual è stato l'atteggiamento del Presidente del Senato Pietro Grasso e di quello della Camera Laura Boldrini di fronte a questo istituto che mette in discussione il principio di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge?
“Da parte dei presidenti delle Camere mi sarei aspettato un atteggiamento diverso rispetto a questa decisione della Corte di Cassazione. Sarebbe stato meglio se la Camera e il Senato non avessero avallato la scelta di difendere le prerogative delle Camere di fronte alla Corte Costituzionale”.
Non basta una sentenza definitiva per eliminare Silvio
Intervista a Maurizio Belpietro
Voce Repubblicana, 28 giugno 2013
Anche una sentenza definitiva di colpevolezza sul caso Ruby non sancirebbe l'uscita dalla scena politica di Silvio Berlusconi. Lo ha detto alla “Voce” il direttore di “Libero” Maurizio Belpietro.
Direttore Belpietro, cosa cambia la sentenza del processo Ruby nei confronti del Popolo delle libertà. Quali valutazioni possono essere fatte all'indomani di questo pronunciamento e quali saranno gli effetti politici sul Pdl?
“Non credo che questa sentenza segni l'uscita dalla scena politica di Silvio Berlusconi. Credo che il leader del Pdl non uscirà di scena nemmeno con una condanna definitiva. Quand'anche fosse dichiarato definitivamente colpevole e ineleggibile, Berlusconi resterebbe sulla scena politica del nostro paese. Certo, è un'anomalia tutta italiana quella che vede un leader politico che ormai da vent'anni è inseguito nelle aule dei tribunali. Contro di lui si sono scatenate tutte le accuse possibili come quella di prostituzione e di concussione. In nessun altro paese verrebbero appioppati sei anni di carcere ad un leader politico. Credo che tutta questa vicenda giudiziaria non riuscirà a liquidare Silvio Berlusconi”.
Cosa deve fare il centrodestra?
“E' chiaro che deve riorganizzarsi. Ho visto che qualcuno ha fatto il nome di Marina Berlusconi, mentre qualcun altro ha fatto il nome della Santanché. Io ho la sensazione che nessuna di queste due persone sia quella giusta. Marina Berlusconi non ha intenzione di candidarsi, mentre la Santanchè sarebbe un personaggio che dividerebbe il centrodestra invece di unirlo. Serve qualcun altro per prendere l'eredità del Governo Berlusconi”.
Crede che il Pdl debba ancora dare fiducia al Governo Letta che – secondo molti - viene considerato come il governo dei rinvii e che non ha ancora affrontato e risolto i problemi del Paese?
“Io penso che il Governo Letta sia l'esecutivo del voglio ma non posso. Non so se sia utile sganciarsi dal governo. Cosa succederà dopo la fine del Governo Letta? Se non si va a votare non ha senso chiudere questa esperienza. Altrimenti il rischio è quello di accelerare l'accordo tra il Pd e il Movimento 5 Stelle e anche con Scelta civica, che forse si dividerebbe. Il rischio è che si potrebbe accelerare la costituzione di un governo di centrosinistra. Forse non sarebbe la scelta migliore”.
C'è un legame tra le dimissioni del ministro delle Pari Opportunità Idem e la sentenza di Milano contro Berlusconi?
“No, io ritengo che le due vicende sono slegate. Per il ministro Idem era difficile dimostrare che in nella vicenda della sua casa-palestra non c'entrava nulla. Sulla storia del pagamento dell'Ici il ministro doveva dimettersi perché è una rappresentante del Governo e non poteva continuare a mettere l'esecutivo in imbarazzo. Quella era l'unica scelta possibile”.
Pubblicato da Lanfranco Palazzolo a 12:12 Nessun commento:
Un alta corte per tutti i magistrati
Voce Repubblicana, 27 giugno 2013
E' necessario istituire un'alta corte che giudichi i magistrati per i propri errori. Lo ha detto alla “Voce” l'avvocato Gaetano Pecorella.
Avvocato Pecorella, in questi giorni il clima politico è rimasto infuocato sui temi che riguardano la giustizia. Cosa pensa di quei referendum che intendono cambiare radicalmente il sistema giudiziario italiano a cominciare da una reale separazione delle carriere tra giudici e Pm?
“Bisogna dare atto ai radicali che, attraverso questi referendum, sono riusciti a imprimere una svolta alla situazione del nostro paese. Certo, quando poi andiamo a fare le leggi di attuazione, dopo che il corpo elettorale si è espresso, il Parlamento non interpreti bene la volontà degli italiani. Se non ricordo male, c'era già stato un referendum che aveva già detto di sì all'abrogazione della legge che impediva la separazione delle carriere. Noi riuscimmo, quando ero presidente della Commissione Giustizia – di introdurre un meccanismo di separazione delle carriere che imponeva ai magistrati, entro cinque anni, di scegliere tra una carriera e l'altra. Questo sarebbe stato un meccanismo di separazione delle carriere. Nel 2006, quando arrivò al ministero della Giustizia Clemente Mastella abrogò questa norma. Questo significa che i magistrati hanno una grande forza politica al punto di imporsi nei confronti di un'area politica come quella del centrosinistra. Un Parlamento che andasse contro un referendum del genere perderebbe anche la sua legittimità”.
Per la responsabilità civile del magistrato pensa che si possano fare dei passi in avanti?
“Chiunque esercita una professione può commettere un errore. Ecco perché bisogna essere molto prudenti quando si stabilisce la responsabilità civile dei giudici. Ma oggi, con il meccanismo attuale, è come se non ci fosse alcuna responsabilità dei giudici. Oggi il giudice non risponde assolutamente di nulla. Il grande problema sulla responsabilità del giudice non è affermare che il giudice risponde dei suoi errori – questo è ovvio -, ma chi giudica i giudici? Questo è il nodo della questione. Probabilmente bisognerebbe pensare a quell'istituto di cui parlò anche Luciano Violante: un'Alta corte di giustizia che ha il compito di giudicare disciplinarmente i giudici per la responsabilità civile e per i loro errori”.
Sui magistrati fuori ruolo crede che sia necessario porre fine a questo “malcostume”?
“Se tutti i magistrati facessero i magistrati in Italia non ci sarebbero problemi di organico. Ma è anche vero che per certi incarichi 'fuori ruolo' è necessario scegliere dei magistrati. Si potrebbe pensare anche agli avvocati, ai docenti universitari. La prima cosa da fare è stabilire un tetto per questi incarichi e i tempi per impedire che questi incarichi diventino una regola”.
Tramonto sul foro italico (26 giugno 2013 - Ore 20.49)
Pubblicato da Lanfranco Palazzolo a 03:29 Nessun commento:
Quando la Chiesa si fa sponsorizzare dalla birra
Domenica scorsa, mentre passeggiavo a Ponte Milvio con la mia compagna, mi sono imbattuto nella Chiesa Gran Madre di Dio. E ho trovato questo mega cartellone. Mi sono chiesto se la Chiesa aveva cambiato la destinazione d'uso e fosse diventata un bar. No, era rimasta la chiesa di sempre....
Alla presentazione di "Ho conosciuto Indro Montanelli" di Giuseppe Musmarra
Quello che vedete sopra è Giuseppe Musmarra mentre autografa per il sottoscritto la copia di "Ho conosciuto Indro Montanelli", che raccoglie le poesie scritte dal giornalista. Vi segnalo una bella poesia su Giorgia Meloni che, a quanto pare, l'ex ministro non ha gradito.
Pubblicato da Lanfranco Palazzolo a 02:55 Nessun commento:
Siamo tutti puttane oppure stupidi
Ci sono manifestazioni che non capisco anche se voto per il centrodestra. Questa iniziativa di Giuliano Ferrara a Piazza Farnese a Roma mi sembra più che altro una manifestazione compiacente piuttosto che una difesa di Berlusconi. E' un peccato che certi talenti come quello di Ferrara siano sprecati per queste cose. Il problema della sentenza di Milano, oltre alla presunta colpevolezza di Berlusconi, è che ci troviamo di fronte ad un giudizio che mette anche fuori causa una parte politica. Il vero problema è questo. Non sono le puttane. Queste sono alcune foto che ho scattato alla manifestazione che ho incrociato per caso mentre facevo una passeggiata.
Pubblicato da Lanfranco Palazzolo a 02:47 Nessun commento:
Abbiamo ancora molto da dire
Voce Repubblicana, 25 giugno 2013
Intervista a Nicolò Rinaldi
L’Italia dei valori ha ancora molto da dire nella politica italiana e sul fronte del rispetto delle regole. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il candidato alla segreteria dell’Idv, l’europarlamentare Nicolò Rinaldi.
Deputato Rinaldi, come ha maturato la decisione di candidarsi alla segreteria dell’Italia dei valori?
“Rispetto agli altri candidati dell’Idv alla segreteria e agli altri politici italiani ho un percorso anomalo. Ho maturato la mia esperienza soprattutto all’estero e ho lavorato un paio d’anni in Afghanistan con l’Onu come responsabile dell’informazione e seguendo la situazione nelle aree di crisi. Sono stato candidato dell’Italia dei Valori, come indipendente, nel 2009 all’Europarlamento. Sono stato eletto. Ho trovato in questo partito un potenziale enorme. Si tratta di un elettorato che ha una grande capacità di indignarsi per quelli che sono i mali del nostro paese. Questo elettorato h ancora una grande voglia di crederci e di fare”.
Quali sono stati i limiti di questo partito?
“Non si è dotato degli anticorpi per resistere alle infiltrazioni di persone che sono state disoneste e hanno abusato dell’Italia dei Valori per perseguire i propri affari. Anche in passato avevo proposto di aprire un dibattito sulle regole di trasparenza, sulle incompatibilità tra vari incarichi. Ho chiesto l’abolizione del termine onorevole, che solo in Italia sembra un residuo feudale. Inoltre ho chiesto il limite dei mandati per essere eletti al Parlamento o nei consigli regionali. Purtroppo il partito non ha recepito le mie proposte. Noi abbiamo sempre alzato il tiro nei confronti di certi poteri e di certi poteri forti senza avere noi stessi le carte in regola per farlo. Quando si fanno queste cose si paga un prezzo troppo alto”.
Cosa è in gioco in questo congresso dell’Italia dei valori?
“In questo congresso il confronto è incerto. La mia proposta è quella di far nascere un soggetto politico europeo, che non si basa sulla figura di un grande gurù, con una forte visione laica della società e che sostenga l’Europa federale contro i poteri forti”.
Lei è in contrasto con Di Pietro?
“Ho imparato molte cose da Antonio Di Pietro. Lui è stato un uomo che è rimasto sempre fuori dal coro della politica italiana. Di Pietro è stato sempre fuori dai salotti della politica italiana. Il suo errore è stato quello di essersi circondato da ‘Yes men’”.
E’ stato un errore caratterizzare l’Idv dal vincolo dell’onestà?
“Noi siamo un partito che ha messo al primo punto il rispetto delle regole, in un paese dove le regole vengono ignorate. Il nostro partito ha ancora da dire molte cose su questo punto”.
La crisi del Berlusconismo vi ha danneggiato?
“Non credo che il berlusconismo sia finito. Non credo che noi dobbiamo essere giudicati sotto questo profilo”.
Quel camerata era di sinistra
Voce Repubblicana, 22 giugno 2013
Intervista a Stefano Fabei
Maceo Carloni è stato uno degli esponenti di punta del sindacalismo fascista pur senza mai iscriversi al Pnf. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” lo storico Stefano Fabei, autore di “Fascismo d’acciaio. Maceo Carloni e il sindacalismo a Terni (1920-1944)”, libro edito da Mursia.
Stefano Fabei, come è nata l’idea di scrivere questo saggio sul cosiddetto “Fascismo d’acciaio” e sui rapporti tra fascisti e antifascisti?
“L’idea di scrivere questo testo mi venne alcuni anni fa leggendo un saggio di Vincenzo Pirro, uno storico umbro, un docente al liceo classico di Terni intitolato ‘Una vittima della guerra civile’, dedicato alla figura di Maceo Carloni, ucciso dalle Brigate Garibaldi nel 1944. Questo saggio apparve sulla rivista ternana ‘Memoria storica’. Inoltre avevo letto un altro saggio interessante scritto dall’avvocato e saggista Marcello Marcellini dal titolo ‘I Giustizieri’”.
Qual è la peculiarità della figura di Maceo Carloni?
“Maceo Carloni fu ucciso con una certa efferatezza dalle Brigate Garibaldi pur non avendo sostenuto gli occupanti nazisti. Anzi, Carloni si era opposto al trasferimento dei macchinari delle acciaierie di Terni in Germania. Negli anni ‘20 il sindacalista era stato un antifascista convinto e, per sua stessa definizione, era un convinto mazziniano. Carloni era impegnato in campo sociale e sindacale. Le vicende di Maceo Carloni potevano sembrare come un’esperienza particolare di vita politica locale. Ma leggendo più attentamente le vicende di quest’uomo ho compreso che la realtà era ben più complessa. Carloni aveva svolto un ruolo sindacale molto importante negli anni del ventennio. Nel marzo 1944, due mesi prima di essere ucciso e mentre Terni era sotto l’amministrazione della RSI, Carloni venne eletto nelle Commissioni di fabbrica a Terni. La sorpresa storica di questa elezione era che nel Consiglio di fabbrica erano stati eletti anche esponenti comunisti e anarchici, convinti della necessità di far parte di quelle strutture nel caso di una vittoria o di una sconfitta dei partigiani e delle truppe di liberazione. Nel dopoguerra, dalle ceneri dei consigli di fabbrica, sarebbero poi sorti i cosiddetti Consigli di gestione, presi a modello dalla CGIL”.
Rileggendo questi atti pensa che il fascismo repubblichino fosse sceso a patti con il socialcomunismo?
“Osservando attentamente questa storia mi sono reso conto che non esisteva una precisa linea di demarcazione tra uno schieramento e l’altro, nonostante la guerra partigiana che, in Umbria, non fu particolarmente violenta e attiva. Esiste senza dubbio una storiografia di parte che ha cercato di imporre questa visione. Ecco perché in ‘Fascismo d’acciaio’ ho ritenuto opportuno concentrare l’attenzione di questi ‘ponti’ in campo sindacale tra fascisti e antifascisti”.
Pubblicato da Lanfranco Palazzolo a 12:53 Nessun commento:
Il grande compromesso sociale della Germania
Intervista ad Angelo Bolaffi
Voce Repubblicana, 21 giugno 2013
La politica tedesca è stata utile al paese perché è stata caratterizzata da un grande compromesso sociale. Lo ha detto alla “Voce” il germanista Angelo Bolaffi, autore del saggio “Cuore tedesco. Il modello Germania, l'Italia e la crisi europea”.
Angelo Bolaffi, con il suo saggio sulla Germania pensa di aver scritto un saggio “buonista” sul ruolo di Berlino nell'Ue?
“Il mio non è un saggio buonista. Io ho cercato di capire e di far capire cosa sta realmente succedendo in Europa in Italia e in Germania e di raccontare ai lettori italiani la Germania per quello che è non per quello che spesso viene erroneamente pregiudizialmente raccontata. La Germania è un paese decisivo per l'Europa. Ma la Germania con la quale oggi abbiamo a che fare è lontanissima da quella Germania che abbiamo conosciuto nella prima metà del '900. Se non capiamo questo e non comprendiamo che la Germania di oggi è su un altro pianeta politico e culturale difficilmente verremmo a capo della crisi europea.
Lei crede che la peculiarità della classe politica tedesca e dell'esperienza politica tedesca sia un unicum che ha permesso, a questo paese di essere il primo su tutti in Europa?
“Quello che io chiamo il 'modello tedesco' è la somma e lo sviluppo di quello che era iniziato ad essere sperimentato nell'età di Weimar. Si tratta di quel tentativo di compromesso sociale che diede vita allo stato sociale di diritto. Ricordiamoci che nell'Europa degli anni '20 – mentre in Italia c'era già il fascismo - e il totalitarismo comunista in Unione Sovietica e il fascismo avanzava in tutta Europa, la Germania di Weimar era un esempio unico che dovette cedere sotto i colpi del nazionalsocialismo”.
La Repubblica federale tedesca tenne conto di quell'esperimento?
“La Germania di Bonn ha tenuto conto di quell'esperienza che prevede un compromesso di classe tra imprenditori e lavoratori. Questo compromesso di classe viene gestito direttamente dai sindacati nella cosiddetta cogestione”.
In questa riflessione come si inserisce la responsabilità nazista nella Shoà?
“Questa colpa storica ha determinato la nascita della Germania post-tedesca. La Germania ha fatto i conti con il passato al contrario di altri paesi che certo non hanno fatto i conti con la propria storia”.
Qual è la differenza tra la riuscita della Germania di Bonn e il fallimento di Weimar? E dipeso tutto dalla proibizione della costituzione di un partito comunista e della messa al bando del nazismo?
“Le ragioni sono molteplici. La grande differenza è che a Weimar esistevano partiti che sviluppavano la loro azione contro la Costituzione. Nella Repubblica federale tedesco lo scontro era all'interno della Costituzione. I partiti tedeschi sono sottoposti anche al controllo di democraticità dai tribunali. In Italia questo non succede”.
Quel codice è andato totalmente perso
Intervista a Francesco Muzzioli
Voce Repubblicana, 20 giugno 2013
Il codice del “Gruppo '63” oggi è andato perso nell'attuale panorama editoriale. Lo ha detto alla “Voce” Francesco Muzzioli, docente universitario di critica letteraria all'università “La Sapienza” di Roma e autore de “Il gruppo '63. Istruzioni per la lettura” (Odradek).
Francesco Muzzioli, lei ha scritto un saggio molto interessante che ci permette di riflettere sulla neoavanguardia italiana.
“Questo libro nasce da una lunga frequentazione con il 'Gruppo '63'. La mia tesi di laurea ha riguardato questo argomento. Questo tema è stato oggetto del primo numero di 'Quaderni di critica', gruppo uscito dalla temperie del '68. Negli ultimi tempi sono tornato spesso su questi argomenti. E visto che quest'anno ricorreva il 50° anniversario dalla nascita del 'Gruppo '63' ho pensato bene di pubblicare questo saggio che raccoglie alcuni atti di convegni e riflessioni che avevo scritto in passato proprio su questo argomento, collegandolo al filo rosso della contestazione del testo letterario. Questa idea sembra molto lontana dalle scelte che oggi sono compiute dall'attuale mercato editoriale”.
Come spiega che altri analoghi movimenti letterari, alludo al “Gruppo '47”, hanno avuto una parabola molto lunga. Mentre il “Gruppo '63” ha avuto una storia breve.
“E' senza dubbio vero che il 'Gruppo '63' nasce con il convegno di Palermo. Però potremmo retrodatare questo movimento con 'L'antologia dei novissimi' che può essere considerato il primo nucleo di questo movimento. Anche se è vero che la fine della neoavanguardia viene collocata nel 1969, fino alla seconda metà degli anni '70 continuano ad esserci degli incontri di una certa atmosfera. Il clima cambia nella seconda metà degli anni '70. Anche il futurismo ebbe una storia breve con una prosecuzione analoga a quella della neoavanguardia. Nel 1968 questo 'Gruppo' si incontra anche con la contestazione politica. Ed è lì che salta in aria. Qualcuno disse che la contestazione è passata di mano”.
Il “Gruppo '63” aveva una connotazione politica marxista, ma la sua produzione letteraria era solo per pochi.
“Questo discorso è stato affrontato molte volte e riguarda la nozione di avanguardia nel suo complesso. Potremmo ricondurre questo dissidio al confronto tra realismo e avanguardia. In questo periodo il tema del realismo è tornato in primo piano”.
Il “Gruppo '63” ha inneggiato alla violenza?
“Violenza verbale semmai....”.
Nel suo libro c'è una raffigurazione di un manifesto di Nanni Balestrini che inneggia alla violenza operaia....
“La contestazioni dell'avanguardia riguardano il linguaggio. Nessuno inneggia alla violenza terrorista. Lo stesso Edoardo Sanguineti aveva una grossa chiusura contro il '68. La sua visione marxista lo portava a pensare che la rivoluzione dovevano farla gli operai”.
O la vita o la morte dell'Idv
Intervista a Matteo Castellarin
Voce Repubblicana, 19 giugno 2013
Il prossimo congresso deciderà la vita o la scomparsa definitiva dell'Italia dei Valori nel panorama politico italiano. Lo ha detto alla “Voce Repubblicana” il candidato alla segreteria dell'Italia dei Valori, il friulano Matteo Castellarin.
Matteo Castellarin, lei è uno dei quattro candidati alla segreteria dell'Italia dei Valori. Qual è la sua piattaforma “elettorale” in vista del congresso straordinario del partito fondato da Antonio Di Pietro?
“Ho 37 anni e milito nell'Italia dei Valori da ben 14 anni. Ho iniziato nel 2000, anno in cui nasce l'IDV. Questo è uno dei motivi che mi hanno portato alla scelta di candidarmi e metterci il mio impegno e la mia faccia in un momento molto particolare dell'IDV. Con questo congresso l'Italia dei Valori decide di vivere o di morire. E per farlo deve giungere a delle scelte radicali e profonde nella sua organizzazione di forza politica. Se, in pochi mesi, siamo passati dall'8 per cento al prefisso telefonico lo dobbiamo in larga parte ad una politica territoriale che non ha mai guardato alla qualità espressa dai militanti veri e disinteressati dell'IDV. Questo partito ha scelto di farsi accompagnare da personaggi in cerca d'autore a da vari soggetti che - quando è andata bene - hanno fatto della mala-politica, ma quando è andata male sono finiti in galera. Lo abbiamo già visto nel Lazio con Maruccio, in Liguria con Marilin Fusco e in Basilicata con Rosa Mastrosimone. Insomma, abbiamo avuto dei gravi problemi territoriali per assenza di contiguità con l'identità politica nazionale. Sul territorio eravamo rappresentati da altri soggetti”.
Da dove pensate di ripartire?
“Dalla nostra identità vera, quella delle grandi battaglie portate avanti dal suo Presidente Antonio Di Pietro, dai successi nei referendum sull'acqua e sul nucleare presentati nel 2011. In quella occasione noi siamo stati 10, 100 passi avanti alla politica tradizionale e nazionale”.
In che rapporti è con Antonio Di Pietro? Non pensa che il fondatore dell'IDV sia stato la causa che ha portato alla crisi del partito che ha fondato. Alcuni accusano Di Pietro di pratiche nepotistiche e di altro. Lei come la pensa?
“Il problema è alla radice dell'Italia dei Valori. Nel momento in cui si è deciso di scegliere una politica del doppio binario, in cui si decide di governare il territorio con dei professionisti della politica e non con una politica militante disinteressata vera, tanto identitaria quanto le battaglie politiche portate avanti, queste scelte sono state determinate direttamente da Antonio Di Pietro. Ma sono state altre le braccia che le hanno portate avanti. Credo che oggi non si possa prescindere dalla figura di Antonio Di Pietro. Ma il partito deve cambiare volti e dare spazio a nuove figure. L'IDV ha bisogno di questo”.
Ecco quanto acchiapano di finanziamento pubblico i partiti politici tedeschi
Prospetto del finanziamento pubblico ai maggiori partiti politici per l’anno 2012 (in euro)
(fonte Deutscher Bundestag)*
Nei giorni scorsi mi stavo chiedendo quanto guadagnano di finanziamento pubblico i partiti politici tedeschi. Come potete vedere c'è posto per tutti, anche per il partito pirata. Giudicate voi.
Contributi da privati (persone fisiche)
Limite relativo (entrate proprie)(3)
Finanziamento pubblico calcolato(4)
Limite assoluto (importo finale erogato) (5)
Ripartizione della somma erogata tra federazioni regionali e nazionali dei partiti
Quota in base ai voti(1)
Quota correlata ai contributi da privati(2)
29.905.754
67.489.775
21.534.028
25.646.114
47.180.142
95.474.389
46.435.136
5.003.043
41.432.093
25.671.452
73.018.426
18.570.017
27.747.002
46.317.019
112.870.946
45.585.641
5.104.199
40.481.442
12.328.436
16.230.999
9.229.906
6.167.780
15.397.685
21.782. 199
15.154.545
2.245.328
12.909.218
14.031.803
8.965.948
5.332.085
14.298.033
20.459.780
14.072.258
9.863.657
13.011.750
7.504.560
4.944.465
12.449.025
12.252.447
10.883.204
15.693.180
5.520.286
5.963.408
11.483.694
26.516.836
11.302.359
10.151.369
2.175.148
1.848.876
792. 488
548.907
1.423.429
918.070
540.903
1.458.973
1.806.615
1.435.935
1.213.656
102.644.356
207.333.903
76.335.257
78.786.883
155.122.140
302.210.765
153.219.439
17.369.912
133.231.996
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