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Timestamp: 2020-03-29 06:01:19+00:00
Document Index: 9369695

Matched Legal Cases: ['§ 1', '§ 2', '§ 3', '§ 4', 'art. 330', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 8', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 315', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 8', 'art. 5', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 8', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'sentenza ', '§ 1', 'art.330', 'art.330', 'sentenza ', 'sentenza ', '§ 2', 'art. 1', '§ 3', 'art. 111', '§ 4', 'art. 5', 'art. 4', 'art. 2', '§ 1', '§ 2', '§ 3']

Nota a Corte di Cassazione, sez. civile, ordinanza n. 13409/19, dep. 17 maggio 2019 Dott. Genovese Francesco A. Presidente – Dott. Di Marzio Mauro Consigliere
Famiglia, relazioni affettive - Generalità, varie - Michela Labriola - 27/02/2020
Indice: § 1. L’ordinanza della Corte di Cassazione § 2. Lo stato di abbandono e l’allontanamento § 3. L’intervento del servizio territoriale § 4. L’ascolto degli affidatari
In tema di adozione il diritto del minore, in via prioritaria, è quello di rimanere nella propria famiglia. La valutazione sul disagio dello stesso deve essere effettuata dal tribunale con rigore, la verifica deve essere compiuta con riguardo al suo preminente interesse attraverso le funzioni di indagine dei servizi territoriali adeguatamente formati. La mancanza di audizione degli affidatari rende nullo il procedimento sulla responsabilità genitoriale.
With regard to adoption, the child's right is to stay primarily in his/her own family. The child's hardship evaluation must be performed by the Court rigorously, according to an assessment to be conducted in relation to his/her prominent interest through the investigation's powers given to adequately trained territorial services. The absence of the audition of the foster parents makes void the process of parental responsibility.
1. In seguito a segnalazione dei Carabinieri di (OMISSIS) e del Servizio Sociale del medesimo Comune, tra il dicembre 2008 ed il febbraio 2009, in cui sì riferiva del disagio dei minori A.D. e F. in seguito alla persistente situazione di conflittualità in essere tra i genitori su ricorso proposto ex art. 330 c.c., dal Procuratore della Repubblica, il Tribunale per i minorenni di Cagliari, all’esito di una istruttoria durata sei anni dichiarava la decadenza della madre, L.F. e del padre, A.G., dalla responsabilità genitoriale sui figli, nominando quale tutore provvisorio, l’assessore ai servizi sociali del Comune di (OMISSIS).
2. Con sentenza del 9 aprile 2015, all’esito di c.t.u., il Tribunale per i minorenni dichiarava lo stato di adottabilità dei minori, la decadenza dalla responsabilità genitoriale e disponeva l’interruzione in forma graduale dei rapporti tra genitori e dei figli con immediato affidamento etero-familiare di questi ultimi, confermando l’incarico al Servizio Sociale del Comune di (OMISSIS) per il sostegno dei minori.
3. La Corte di appello di Cagliari, in parziale riforma della sentenza impugnata, su appello di L.F. e A.G., revocava la pronuncia di adottabilità limitatamente alla minore D., di sedici anni, confermando nel resto l’impugnata sentenza, contro cui ricorre in cassazione l’avvocato I.A., in qualità di curatore speciale dei minori, con due motivi cui resistono con controricorso A.G. e L.F. che, a loro volta, propongono ricorsi incidentali ai quali resiste il curatore speciale.
Il rappresentante della Procura Generale della Corte di cassazione ha concluso per il rigetto del ricorso proposto dal curatore speciale dei minori e per l’accoglimento degli altri. Diritto
1. Il ricorso promosso dal curatore speciale dei minori denuncia, con il primo motivo, la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 in relazione alla L. n. 184 del 1983, artt. 2 e 8, come sostituiti dai corrispondenti articoli della L. n. 149 del 2001, nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c.. Una volta accertata l’insussistenza dell’assistenza morale e materiale dei genitori non dipendente da causa di forza maggiore di carattere transitorio, la Corte di appello avrebbe dovuto confermare la sentenza di primo grado e dichiarare anche la minore D. in stato di adottabilità.Con il secondo motivo, si deduce la violazione e falsa applicazione di norme di diritto ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alla L. n. 184 del 1983, artt. 2, 8, 27 e 28, come sostituiti dai corrispondenti articoli della L. n. 149 del 2001, nonché degli artt. 115 e 116 c.p.c.; la Corte cagliaritana avrebbe erroneamente applicato i principi sullo stato di abbandono non temporaneo, e non dipendente da forza maggiore, legittimante la dichiarazione di adottabilità secondo la giurisprudenza di legittimità. L’esistenza di un rapporto affettivo, radicato, con la famiglia di origine del minore e la pericolosità della sua interruzione non avrebbe escluso lo stato di abbandono.
2. L.F., con ricorso che si apprezza come incidentale risultando proposto successivamente a quello del curatore speciale, con il primo motivo fa valere la violazione e falsa applicazione di norme di diritto, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, in relazione alla L. n. 184 del 1983, art. 8, comma 2, art. 1, comma 1, e art. 12. La Corte territoriale avrebbe fatto mal governo dei principi della giurisprudenza di legittimità sulla natura di extrema ratio della dichiarazione di adottabilità. Criticità d’ordine economico, abitativo e psichiatrico, integrative di causa di forza maggiore, avrebbero rinvenuto soluzione con idoneo sostegno e cure adeguate a fronte, nel resto, dell’attaccamento manifestato dai minori nei confronti della madre, dimostrativo del fatto che costei non aveva mai fatto mancare ai primi cure morali e materiali. Il figlio F. non sarebbe mai stato ascoltato in violazione dell’art. 315 bis c.p.c., della Convenzione di New York del 1989 e di quella di Strasburgo del 1996 ed in contrasto con il diritto del primo a conservare le relazioni affettive come previsto dalla L. n. 184 del 1983, art. 1, n. 1; non sarebbe stata adeguatamente valutata l’affermazione pure contenuta nella disposta c.t.u. per la quale, non sarebbe stato “possibile ipotizzare per i minori una soluzione familiare che contempli una loro separazione”. Non sarebbe stata valorizzata la disponibilità manifestata dalle zie materne e paterne e la capacità delle stesse di accogliere il minore.
3. Con ricorso incidentale, A.G. denuncia l’impugnata sentenza per avere, da un canto, ritenuto la necessità del minore F. di mantenere i rapporti con la famiglia di origine e dall’altro dichiarato lo stato di adottabilità, ritenendo di comporre le contrapposte sottese esigenze con la previsione di una interruzione dei rapporti con la famiglia biologica per procrastinate modalità, programmate e graduali, da individuarsi a cura del Tribunale per i minorenni, all’esito del miglioramento della condizione emotiva del minore che, allo stato, avrebbe reso non praticabile la determinazione. Sarebbe stata violata, in tal modo, la previsione di cui all’art. 8 Cedu.
4. I motivi di ricorso meritano congiunta trattazione, accomunati dal preliminare rilievo – appreso dalla lettura delle memorie della curatrice speciale che F. è ormai eteroaffidato ad un coppia che è frequentata anche dalla sorella D., ormai prossima alla maggiore età – della necessità dell’audizione della famiglia affidataria che deve essere convocata, a pena di nullità, nei procedimenti civili in materia di responsabilità genitoriale, di affidamento e di adottabilità relativi al minore affidato, ai sensi della L. n. 184 del 1984, art. 5, comma 1, come novellato dalla L. n. 173 del 2015, art. 2, (ex multis: Cass. 09/10/2017 n. 23574; Cass. 29/09/2017 n. 22934).
5. All’osservanza dell’indicato incombente, di squisita indole processuale, ritiene questo Collegio debbano accompagnarsi ulteriori valutazioni più strettamente inerenti al merito della vicenda in esame. Ed infatti, la Corte di merito deve essere chiamata, in ragione dei dedotti vizi di nullità, all’esito della convocazione ed audizione della famiglia affidataria, a dare conto della praticabilità, quanto al minore F., del percorso di progressivo allontanamento dalla famiglia di origine, come definito dalle previsioni dell’impugnata sentenza, previa valutazione, della relazione del minore con i genitori naturali, accertata come significativa, e del legame in essere con la sorella D., evidenze entrambe segnalate nella disposta c.t.u. là dove si afferma, come concludentemente rilevato dal Procuratore generale di questa Corte di cassazione nelle sue conclusioni scritte, che “i legami affettivi dei minori nei confronti dei genitori sono radicati nel tempo e significativi per quanto disfunzionali. Per cui al momento una loro cessazione sarebbe lesiva per il loro benessere psicologico” e “che non è possibile ipotizzare per i minori una soluzione familiare che contempli una loro separazione”.
6. In tema di adozione, il prioritario diritto fondamentale del figlio di vivere, nei limiti del possibile, con i suoi genitori e di essere allevato nell’ambito della propria famiglia, sancito dalla L. n. 184 del 1983, art. 1, impone particolare rigore nella valutazione dello stato di adottabilità, ai fini del perseguimento del suo superiore interesse, potendo quel diritto essere limitato solo ove si configuri un endemico e radicale stato di abbandono – la cui dichiarazione va reputata, alla stregua della giurisprudenza costituzionale, della Corte Europea dei diritti dell’uomo e della Corte di giustizia, come “extrema ratio” – a causa dell’irreversibile incapacità dei genitori di allevarlo e curarlo per loro totale inadeguatezza (Cass. 30/06/2016 n. 13435). L’art. 8 Cedu pone a carico dello Stato delle obbligazioni di carattere positivo, relative al rispetto effettivo della vita familiare stabilendo, secondo un ordine valoriale e logico di accertamento da osservarsi dai giudici nazionali che, nel caso in cui l’esistenza di un legame familiare sia stata accertata, deve condurre il primo a determinarsi in linea di massima in modo da permettere a questo legame di svilupparsi (Cedu 13 ottobre 2015, ric. n. 52557/14, S.H. c/Italia), provvedendo altresì a tutelare, nel più ampio contesto familiare, il vincolo tra fratelli, principio da salvaguardare per il peso da attribuirsi nella vita del minore al rapporto con i fratelli (sentenza Cedu Pontes/Portogallo, ricorso n. 19554/09, 10 aprile 2012; arg. ex Cass. 24/03/1998 n. 3106 sul requisito della differenza di età tra adottandi e genitori ed il carattere recessivo dello stesso rispetto al principio affermato dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 148 del 1992dichiarativa della illegittimità costituzionale della L. n. 184 del 1983, art. 6, nella parte in cui non consentiva l’adozione di uno o più fratelli in stato di adottabilità quando, per il più giovane di essi, l’età di uno degli adottanti superava di oltre quarant’anni l’età dell’adottando se, dalla separazione, fosse derivato un danno grave per il minore all’esito del venir meno della comunanza di vita e di educazione).
7. La Corte di appello per i minorenni di Cagliari, assolto l’adempimento di rito, in applicazione degli indicati principi, sarà chiamata a rivalutare la scelta adottata per il minore F., a fronte di una relazione del figlio con i genitori naturali, accertata come significativa, e del rapporto in essere con la sorella, D., nel diverso regime di affido per quest’ultima previsto dalla Corte di merito. P.Q.M. Decidendo il ricorso, dichiara la nullità della sentenza impugnata che cassa con rinvio alla Corte di appello di Cagliari, in diversa composizione, che provvederà anche alla liquidazione delle spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 14 marzo 2019.
§ 1. L’ordinanza della Corte di Cassazione
Il percorso tracciato con questa ordinanza dalla Corte di Cassazione, in un certo senso, anticipa quanto sarebbe stato, nei mesi successivi, oggetto di elaborata riflessione, non solo da parte dei giuristi ma anche in sede mediatica.
Il nostro ordinamento contempla, per la tutela dei minori, una serie attività svolte da agenzie presenti sul territorio – che in questo particolare momento sono sotto i riflettori - deputate alla verifica delle possibili disfunzioni patologiche dei compiti genitoriali.
Il caso portato all’attenzione dei giudici di legittimità nasce da una segnalazione, da parte dei Carabinieri e del Servizio Sociale di un Comune sardo, al Procuratore della Repubblica del Tribunale per i Minorenni di Cagliari. Il fascicolo, apertosi per la violazione dei doveri genitoriali ai sensi dell’art.330 cod.civ., conteneva l’indicazione di un forte disagio di due bambini figli di genitori la cui accesa conflittualità creava un potenziale ed irreversibile pregiudizio.
Nei fatti di causa si legge che il Tribunale minorile spendeva, per l’attività istruttoria, circa sei anni, per giungere alla declaratoria della decadenza della responsabilità per entrambi i genitori.
Sembra, dalla lettura dello svolgimento del processo del giudizio ablativo della responsabilità genitoriale, che in tale fase fosse stato nominato un curatore speciale per i minori. Quindi, quanto meno sotto il profilo del corretto svolgimento processuale con riferimento ad un contraddittorio pieno tra le parti in causa, i minori non rimanevano privi di tutela.
Emerge, poi, come il Tm cagliaritano avesse nominato un tutore provvisorio nella persona dell’assessore ai Servizi Sociali, in attesa di affrontare la successiva fase adottiva, dopo aver chiuso il primo procedimento ex art.330 cod.civ. che aveva rimosso la rappresentanza e la responsabilità genitoriale.
Il provvedimento, relativo allo stato di adottabilità – in cui la presenza di un curatore speciale ad processum si rende necessaria a pena di nullità - dichiarava i due minori adottabili e confermava la decadenza dalla responsabilità nei confronti del padre e della madre. Quest’ultima pronuncia intravedeva, nella gradualità dell’allontanamento dei bambini dalla famiglia di origine, una forma di cautela psicologica. Il Tribunale per i Minorenni provvedeva, quindi, all’affidamento etero-familiare, con l’incarico ai Servizi Sociali di sostegno ai minori.
Un piccolo cenno va riservato ad una recente sentenza della Suprema Corte che esclude la necessaria presenza del curatore speciale in alcuni procedimenti relativi alle azioni de potestate.
In fase di gravame, la Corte d’Appello, adita dai genitori, revocava lo stato di adottabilità disposto nei confronti della figlia sedicenne e confermava quello per il secondogenito.
Il curatore speciale ricorreva in Cassazione rilevando come la Corte d’Appello avesse differenziato ingiustificatamente le tutele, decidendo di non perequare le scelte esistenziali dei due fratelli, l’uno con il rientro nella famiglia d’origine, l’altro con la previsione di un futuro adottivo.
Col secondo motivo, il curatore sottolineava che “l’esistenza di un rapporto affettivo, radicato, con la famiglia di origine del minore e la pericolosità della sua interruzione non avrebbe escluso lo stato di abbandono”.
Nelle conclusioni, il reclamante principale insisteva perché si provvedesse all’adozione di entrambi i figli.
Con appello incidentale i genitori contestavano la correttezza dell’iter argomentativo del giudice del reclamo, che aveva confermato la dichiarazione di adozione del figlio più piccolo, anche alla luce di quanto emergeva dalle risultanze istruttorie.
L’analisi della decisione della S.C., che si pronunciava sulla declaratoria di nullità della sentenza impugnata con rinvio alla Corte d’Appello di Cagliari in diversa composizione, induce ad una attenta valutazione sulla giurisdizione minorile nel suo portato complessivo.
§ 2. Lo stato di abbandono e l’allontanamento
Un’analisi corretta dei presupposti che conducono alla dichiarazione dello stato di adottabilità del minore è il fulcro da cui dovrebbe partire la giurisprudenza minorile per garantire il rispetto dei principî sanciti sia dalla legislazione interna sia da quella sovranazionale.
La Garante per l’Infanzia e l’Adolescenza, dott.ssa Filomena Albano, nel luglio 2019 ha segnalato, ai sensi degli artt. 3 e 4 della L.112/2011, ai titolari delle agenzie nazionali che si occupano a vario titolo degli interventi sui minori, a seguito delle osservazioni conclusive del Comitato ONU indirizzate all’Italia nel febbraio 2019, la necessità di adottare immediate misure atte a garantire la migliore tutela all’infanzia ed alla adolescenza.
Da tempo si è diffuso l’allarme sulla effettiva necessità di un allontanamento del minore dal nucleo d’origine. Di fatto, le veloci modifiche sociali ed una costante accelerazione del ritmo di vita che si sono registrate nell’esistenza delle famiglie hanno comportato un cambio sostanziale nei ruoli genitoriali. Lo stressante lavoro fuori casa dei genitori, l’assenza di welfare sia familiare sia sociale, la deprivazione economica e quella culturale, hanno inciso profondamente ed hanno messo in evidenza il pericolo del crescente disagio di bambini e adolescenti.
È pur vero che in alcune famiglie c.d. «multiproblematiche», è presente il rischio di una interruzione o un condizionamento del processo di sviluppo del minore che, se severo, richiede interventi per la sua maggior protezione.
La definizione di nucleo «multiproblematico» spesso dipende dal fatto che i componenti di una famiglia siano già da tempo a contatto col servizio territoriale – dalle tossicodipendenze, ai servizi psichiatrici, alle richieste di aiuti economici – e che, quindi, l’allontanamento dei figli sia frutto di una macchina giudiziaria preventivamente attivata come strumento di salvaguardia del minore.
Per i motivi su esposti, l’indagine sulla condizione di abbandono del minore presenta, in questo momento, maggiori complessità rispetto al passato, essendo divenuta necessaria una lettura più esperta delle relazioni familiari. Il presupposto di una situazione di irreversibile pregiudizio si può sintetizzare nella impossibilità di protezione del minore in forme compatibili con il mantenimento dello stesso nel suo normale ambiente di vita. Il giudice minorile interviene quando rileva – nella fase dell’accertamento - che i comportamenti dei genitori danneggiano i figli. La peculiare previsione legislativa, con autentica lungimiranza per l’epoca, introduceva contenuti normativi di portata significativa per il minore, esordendo, nell’art. 1, col diritto del minore a crescere nella propria famiglia. Alcuni autori hanno parlato, tuttavia, di doppio registro nei tribunali dello Stato tra teoria-prassi.
Per giungere alla declaratoria di adottabilità del bambino, il tribunale ha bisogno di accertare la situazione di abbandono, il cui requisito è quello del minore rimasto privo di assistenza morale e materiale da parte dei genitori o dei parenti tenuti a provvedervi, “purché la mancanza di assistenza non sia dovuta a causa di forza maggiore di carattere transitorio”. Inoltre, non di poco momento è l’ulteriore ricognizione del giudice che non può esimersi dal considerare quanto siano stati opportuni e adeguati gli interventi messi in atto dal sistema di welfare sul territorio, in ragione di quella fondamentale funzione di socio-assistenziale prevista per legge. La crepa disfunzionale che ha determinato la dichiarazione di abbandono, secondo l’ordinanza in commento, si è creata nel non aver rispettato, da parte dei soggetti tenuti a farlo, le linee dettate dalla legislazione interna ed anche da quella europea. La giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’Uomo ha sollecitato spesso l’Italia a prestare maggiore attenzione al percorso giudiziario di un bambino allontanato. L’esame del giudice attinge, principalmente, dalle indagini sociali svolte dai servizi territoriali, talvolta, dalle consulenze tecniche d’ufficio. Gli operatori sociali intervengono prima del giudizio e durante lo stesso sono investiti dell’esecuzione del provvedimento.
Nella ordinanza della Suprema Corte emerge come sia stata inadeguata l’attività dei Servizi Sociali e sia stata superficiale la lettura delle conclusioni della relazione peritale. Tali presupposti hanno portato la Corte d’Appello a scegliere di interrompere il cordone ombelicale con i genitori naturali. Quest’ultima decisione ha subito lo stigma del Procuratore Generale che conclude nel senso che “i legami affettivi dei minori nei confronti dei genitori sono radicati nel tempo e significativi per quanto disfunzionali. Per cui al momento una loro cessazione sarebbe lesiva per il loro benessere psicologico” (…) “non è possibile ipotizzare per i minori una soluzione familiare che contempli una loro separazione”.
Come già rilevato, la giurisprudenza è divenuta maggiormente attenta, col tempo, sulle verifiche delle condizioni di abbandono del minore, ma, cosa ancor più rilevante, inizia a tracciare una via più conforme all’interpretazione della legge, nel senso del recupero di quelle indicazioni di sostegno alla genitorialità che evitino la disgregazione familiare ed il pregiudizio dei suoi componenti più fragili.
In tal senso, la S.C. ha imposto un approfondito controllo del nucleo ai fini del recupero delle competenze genitoriali in termini più adeguati rispetto alle esigenze e alle necessità del minore, oltre ad aver previsto una necessaria integrazione di attività istruttoria, anche in sede di gravame, al fine di contestualizzare il quadro del pregiudizio del minore e le dinamiche genitoriali a seguito di eventuali interventi di sostegno psicologici.
È importante procedere alla corretta lettura dei meccanismi parentali disfunzionali. L’apriori per le analisi approfondite della vita dei minori è il corretto svolgimento delle attività dei servizi territoriali.
§ 3. L’intervento del servizio territoriale
Elemento imprescindibile è quello di rendere i servizi sociali più adeguati e più preparati, atteso che l’uso delle relazioni socio-assistenziali e psico-sociali è uno dei paradigmi su cui si basa la decisione del tribunale per la valutazione del disagio e l’irreversibilità di un futuro allontanamento.
D’altronde, non potendosi annoverare il servizio territoriale come parte processuale né il lavoro svolto è definibile quale consulenza tecnica d’ufficio, la perfettibilità di una relazione non può essere soggetta ad impugnazione o ad eccezione di nullità, né potrebbe essere contraddetta da una eventuale consulenza di parte. In ciò sta, sicuramente, il limite del sistema attuale.
Nondimeno, la modifica dell’art. 111 Costituzione, integrando principî di garanzia di un giusto processo, anche in sede minorile, ha consentito l’ingresso necessario del difensore dei genitori e quello del minore, che possono operare un controllo sull’istruttoria del tribunale per i minorenni.
La fonte principale che richiama quella fondamentale funzione dello Stato nella assistenza e sostegno alle famiglie è la Carta Costituzionale che prevede misure economiche ed altre provvidenze.
Nei casi complessi il giudice minorile deve prevedere l’invio del nucleo familiare al Servizio Sociale (Comune), al Consultorio Familiare (ASL), Servizio di Igiene Mentale o ai c.d. Spazi Neutri e Gruppi di Parola.
La presa in carico, però, presenta degli aspetti di delicatezza, nel momento in cui gli operatori sociali tenderanno ad intervenire in maniera più prescrittiva, in questi casi un componente della famiglia si potrà sentire tradito e si spezzerà la fidelizzazione necessaria al percorso.
In diverse città italiane i servizi territoriali ed i tribunali per i minorenni hanno deciso di sottoscrivere dei protocolli d’intesa collaborando, in rete, per la presa in carico del minore e della famiglia in difficoltà, talvolta sono sottoscrittrici anche alcune associazioni forensi.
La particolarità tutta italiana sta nella possibilità che siano i servizi a segnalare le situazioni di disagio al Pubblico Ministero Minorile che a sua volta assegnerà, prima di chiedere l’apertura di un fascicolo al Tribunale per i minorenni, un mandato “esplorativo” agli stessi operatori. Si riscontra, nella prassi, il generico ed aspecifico incarico; spesso ai servizi territoriali si chiede una relazione sul nucleo familiare allargato senza che sia precisata la tipologia di disagio su cui indagare.
Una relazione che non sia in grado di esaminare il contesto di vita di un bambino, che non indaghi sulle dinamiche relazionali, con una verifica attenta anche nei contesti sociali del minore – scuola, parenti, eventuali medici – è senz’altro da ritenersi monca.
Il servizio sociale non deve valutare ma registrare e fornire al giudice gli strumenti di intervento possibili.
Nel caso in commento, portato all’attenzione della S.C., è mancata la prova della assenza o presenza di un legame affettivo significativo tra i componenti di questa famiglia ovvero la possibilità di ricomporlo, oltre ad un controllo sulla necessità o meno di dividere i fratelli.
L’adozione tra fratrie rappresenta, senza dubbio, un valore aggiunto per i bambini, ma anche per le famiglie adottive, ma ci si arrende di fronte alla denuncia, da parte dei genitori adottivi, di inefficace assistenza da parte degli operatori sociali e di solitudine sofferta ad adozione avvenuta.
Il minore adottato, che rinegozia la propria identità nella nuova famiglia, sarà facilitato in questo compito dalla presenza di un fratello o di una sorella, con cui mantiene un legame identitario col passato.
Il compito dei servizi territoriali non è esente da azioni di responsabilità.
È possibile rinvenire una giurisprudenza di condanna dell’operato dei servizi territoriali, nel caso di allontanamento del minore dalla famiglia di origine per sospetto immotivato di abuso ed affidamento dello stesso al Comune. Si ravvisa la responsabilità del Comune per il comportamento negligente dei servizi e degli operatori sociali, con il conseguente diritto dei genitori al risarcimento per danno biologico.
§ 4. L’ascolto degli affidatari
In ultimo, l’ordinanza della Cassazione lamenta la mancata applicazione dell’art. 5 co.1 L.184/1983, così come modificato dalla L. 173/2015, che prevede, a pena di nullità, l’audizione degli affidatari. Questo disposto normativo è talvolta disatteso dai tribunali, tanto più se si debba ragionare in termini di sinergia e di collaborazione nel superiore interesse del minore.
La novella normativa si è resa necessaria atteso il frequente pregiudizio subito dai minori e dalle famiglie durante i c.d. affidamenti sine die.
Sulla non correttezza degli affidamenti di lungo periodo, la prassi ha evidenziato come l'affidamento etero-familiare, talvolta, perda nel corso del suo svolgimento il carattere di «soluzione provvisoria e temporanea» che la legge invece gli attribuisce.
Il periodo massimo di affidamento previsto per legge è pari a due anni, prorogabile da parte del tribunale per i minorenni laddove se ne riscontri l’esigenza. Per la valorizzazione del rapporto di affidamento, si è previsto di garantire una corsia preferenziale nell'adozione alle famiglie già affidatarie del minore. La disattenzione sulla questione degli affidamenti ha fatto condannare l’Italia a risarcire una coppia di coniugi che, dopo essersi presi cura per diciannove mesi di un minore attraverso l'istituto dell'affidamento, si era vista scavalcata da un'altra famiglia in sede di adozione.
L’art. 4 co.5 L.184/83, aggiunto dalla riforma, prevede che quando il minore ritorna presso la famiglia d’origine, se dato in affidamento ad altra famiglia o adottato da altra famiglia, vada tutelata, se rispondente all’interesse del minore, la continuità delle positive relazioni socio-affettive consolidatesi durante l’affidamento.
Si palesa, quindi, evidente la ratio del disposto dell’art. 2 della L.173/2015, che introduce un’ipotesi di nullità, precedentemente non contemplata, nel caso in cui la famiglia affidataria o collocataria non venga consultata nei procedimenti civili in materia di responsabilità genitoriale, di affidamento e di adottabilità del minore affidato.
È importante sottolineare come gli affidatari non possano essere considerati parti processuali, devono solo essere ascoltati ed hanno diritto di presentare memoria scritte, non essendo prevista una difesa tecnica.
La famiglia degli affidatari rappresenta un supporto all’affettività e alla crescita del minore di cui è tenuta a prendersi cura, di conseguenza gli ascolti sia dell’affidato sia dell’affidatario sono la garanzia per una visione completa e contestuale della vita del minore.
In allegato l'articolo in versione integrale con note
La verifica psicosociale.docx
Michela Labriola, nata a Bari. si laurea in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Bari nel 1985. E' avvocato del Foro di Bari, occupandosi di diritto di famiglia e minorile. Ha diretto il corso in legislazione minorile, quale membro del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Bari, negli anni 2000-2004. Negli anni 2001- 2002 è stata consulente legale del Centro Ant ...
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