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Timestamp: 2018-02-20 23:25:34+00:00
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﻿Cassazione sentenza n. 23344 del 9 novembre 2011 - Trasferimento dal personale ATA transitato allo Stato - Studio Cerbone
Cassazione sentenza n. 23344 del 9 novembre 2011 – Trasferimento dal personale ATA transitato allo Stato
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Corte di Cassazione sentenza n. 23344 del 9 novembre 2011
PUBBLICO IMPIEGO – TRASFERIMENTO DAL PERSONALE ATA TRANSITATO ALLO STATO – ANZIANITA’ DI SERVIZIO E RETRIBUZIONE
In materia di inquadramento del personale ATA degli enti locali, transitato alle dipendenze dell’amministrazione statale, ai sensi dell’art. 8, comma 2, della L. 124/1999, tutte le possibili divergenze circa la posizione stipendiale acquisita in seguito al suddetto passaggio sono oggi superate per effetto del dettato normativo di cui all’art. 1, comma 218, della L. 266/2005, il quale dispone che il personale degli enti locali trasferito nei ruoli del personale ATA è inquadrato sulla base del trattamento economico complessivo in godimento all’atto di trasferimento, con attribuzione della posizione stipendiale di importo pari o immediatamente inferiore al trattamento annuo in godimento al 31 dicembre 1999 (trattamento che comprende stipendio, retribuzione individuale di anzianità, eventuali indennità, ove spettanti, previste dal CCNL del comparto enti locali vigenti alla data di inquadramento).
1. A. M. fa parte – insieme con moltissimi altri suoi colleghi – del personale non docente della scuola, indicalo con l’acronimo ATA (amministrativo, tecnico ed ausiliario) già dipendente dagli enti locali e che a decorrere dal 1° gennaio 2000 è stato trasferito nei ruoli del personale dello Stato-Comparto Scuola.
2. Il M. convenne in giudizio il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca (d’ora in poi: MIUR) e l’Ufficio scolastico regionale delle Marche chiedendo il riconoscimento integrale dell’anzianità maturata presso l’ente locale di provenienza. Il Tribunale di Urbino respinse la domanda.
3. Il M. impugnò la sentenza e la Corte d’appello di Ancona accolse l’appello.
4. Il MIUR propone ricorso per cassazione avverso la suddetta sentenza della Corte d’appello chiedendo a questa Corte di applicare la sopravvenuta norma interpretativa dell’art. 1, comma 218, della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (finanziaria del 2006) e conseguentemente di cassare l’impugnata sentenza.
5. Il M. svolge attività difensiva in questa sede.
6. La questione oggetto della controversia concerne il trattamento giuridico ed economico del personale ATA trasferito dagli enti locali al MIUR in base all’art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124.
7. Tale norma, dopo aver premesso, al primo comma, che il personale ATA degli istituti e scuole statali di ogni ordine e grado passa a carico dello Stato, prevede, nel secondo comma, che: «Il personale di ruolo di cui al comma 1, dipendente degli enti locali, in servizio nelle istituzioni scolastiche statali alla data di entrata in vigore della presente legge, è trasferito nei ruoli del personale ATA statale ed è inquadrato nelle qualifiche funzionali e nei profili professionali corrispondenti per lo svolgimento dei compiti propri dei predetti profili. Relativamente a qualifiche e profili che non trovino corrispondenza nei ruoli del personale ATA statale è consentita l’opzione per l’ente di appartenenza, da esercitare comunque entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge. A detto personale vengono riconosciuti ai fini giuridici ed economici l’anzianità maturala presso l’ente locale di provenienza nonché il mantenimento della sede in fase di prima applicazione in presenza della relativa disponibilità del posto».
8. La disposizione fu oggetto di un vasto contenzioso concernente, specificamente. l’applicazione che della stessa venne data dal decreto del Ministro della Pubblica Istruzione del 5 aprile 2001, che “recepì” raccordo stipulato tra l’ARAN e i rappresentanti delle organizzazioni sindacali in data 20 luglio 2000.
9. Con tale accordo l’ARAN e le associazioni sindacali avevano dato applicazione all’art. 8 della legge n. 124 del 1999 stabilendo, quanto al regime contrattuale, che, pur nella prosecuzione ininterrotta del relativo rapporto di lavoro, cessava di applicarsi a decorrere dall’1 gennaio 2000 il c.c.n.l. 1° aprile 1999 del Comparto Regioni-Autonomie locali e dalla stessa data si applicava il c.c.n.l. 26 maggio 1999 del Comparto Scuola.
10. L’art. 3 dell’accordo disciplinò l’inquadramento professionale e retributivo, nei seguenti termini: i dipendenti trasferiti «sono inquadrati nella progressione economica per posizioni stipendiali delle corrispondenti qualifiche professionali del comparto scuola, indicate nell’allegata tabella B, con le seguenti modalità. Ai suddetti dipendenti viene attribuita la posizione stipendiale, tra quelle indicate nell’allegata tabella B, d’importo pari o immediatamente inferiore al trattamento annuo in godimento al 31 dicembre 1999 costituito da stipendio e retribuzione individuale di anzianità. «L’eventuale differenza tra l’importo della posizione stipendiale di inquadramento e il trattamento annuo in godimento al 31 dicembre 1999, come sopra indicato, è corrisposta ad personam e considerata utile, previa temporizzazione, ai fini del conseguimento della successiva posizione stipendiale. Al personale destinatario del presente accordo è corrisposta l’indennità integrativa speciale nell’importo in godimento al 31 dicembre 1999, se più elevato di quella della corrispondente qualifica del comparto scuola».
11. Le controversie giudiziarie riguardarono in particolare la possibilità di incidere, su di una norma di rango legislativo, da parte di un accordo sindacale poi recepito in un decreto ministeriale. La giurisprudenza sì orientò in senso negativo, sebbene con percorsi argomentativi diversi (vedi: Cass. 27 settembre 2005. n. 18829).
12. Intervenne il legislatore, dettando una disposizione, il comma 218 dell’art. 1 della legge 23 dicembre 2005, n. 266 (finanziaria 2007) sopra citata che recepì a sua volta i contenuti dell’accordo sindacale e del decreto ministeriale, stabilendo che il comma 2 dell’art. 8 della legge n. 124 del 1999 “si interpreta nel senso che il personale ATA degli enti locali trasferito nei ruoli dello Stato «è inquadrato, nelle qualifiche funzionali e nei profili professionali dei corrispondenti ruoli statali, sulla base del trattamento economico complessivo in godimento all’atto del trasferimento, con l’attribuzione della posizione stipendiale di importo pari o immediatamente inferiore al trattamento annuo in godimento al 31 dicembre 1999 costituito dallo stipendio, dalla retribuzione individuale di anzianità nonché da eventuali indennità, ove spettanti, previste dai contratti collettivi nazionali di lavoro del comparto degli enti locali, vigenti alla data dell’inquadramento. L’eventuale differenza tra l’importo della posizione stipendiale di inquadramento e il trattamento annuo in godimento al 31 dicembre 1999, come sopra indicato, viene corrisposta ad personam e considerata utile, previa temporizzazione, ai fini del conseguimento della successiva posizione stipendiale. E fatta salva l’esecuzione dei giudicati formatisi alla data di entrata in vigore della presente legge».
13. Come è evidente, il comma 218 dell’art. 1 della suindicata legge finanziaria ha riprodotto, quanto all’inquadramento ed al relativo trattamento retributivo, le clausole dell’accordo sindacale del luglio 2000 già riprese dal decreto ministeriale dell’aprile 2001.
14. È fondata la tesi, proposta dal ricorrente Ministero, che assegna efficacia retroattiva alla disposizione introdotta dalla legge finanziaria 2006 e sostiene, quindi, la sua applicabilità ai processi già in corso.
15. Il legislatore, come si è visto, usa l’espressione “il comma 2 dell’art. 8 della legge 3 maggio 1999, n. 124, si interpreta nel senso che” indica la volontà di far retroagire la norma dettata dal comma 218, come concordemente hanno affermato la Corte Costituzionale e questa Corte di cassazione. Da ultimo le Sezioni Unite hanno qualificato la disposizione tra “le norme di sanatoria con efficacia retroattiva”, perché il legislatore, emanandola, ha elevato a dato regolamentare o amministrativo di carattere generale (il decreto ministeriale che aveva a sua volta recepito l’accordo collettivo ARAN – sindacati del 2000) giudicato dalla giurisprudenza inidoneo a derogare una norma di legge. Elevato il livello del contenuto normativo del decreto ministeriale, trascrivendolo in una norma di rango primario, è venuto meno con efficacia retroattiva il vizio dell’atto. “Si è trattato – precisano le Sezioni Unite – di una sanatoria ex lege del contenuto precettivo del decreto ministeriale 5 aprile 2001, ciò che, in linea di principio era consentito fare al legislatore, avendo la giurisprudenza costituzionale da tempo ammesso le leggi di sanatoria pur assogettandone la sostanziale retroattività a scrutinio di legittimità sulla base del parametro della ragionevolezza”. (Così : Cass. Sez. Unite 8 agosto 2011, n. 17076 richiamando Corte Corte cost. n. 234 del 2007).
21. La Corte di giustizia dell’Unione europea (Grande Sezione) si è espressa, con la sentenza 6 settembre 2011 (procedimento C-I08/10). sulla domanda di pronuncia pregiudiziale – proposta ai sensi della direttiva del Consiglio 14 febbraio 1977, 77/187 CEE, concernente il ravvicinamento delle legislazioni degli Stati membri relative al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti di imprese, di stabilimenti o di parti di stabilimenti.
25. Con la seconda e la terza questione si chiedeva alla Corte di stabilire:
a) se la continuità del rapporto di cui all’art. 3 n. 1 della direttiva 77/1987 (trasfusa unitamente alla direttiva 98/50 nella direttiva 2001/23) deve essere interpretata nel senso di una quantificazione dei trattamenti economici collegati presso il cessionario all’anzianità di servizio che tenga conto di tutti gli anni effettuati dal personale trasferito, anche di quelli svolti alle dipendenze del cedente (seconda questione);
b) se il suddetto art. 3 della menzionata direttiva debba essere interpretato nel senso che tra i diritti del lavoratore che si trasferiscono al concessionario rientrano anche posizioni di vantaggio conseguite dal lavoratore presso il cedente quale l’anzianità di servizio se a questa risultano collegati nella contrattazione collettiva vigente presso il cessionario, diritti di carattere economico (terza questione).
29. Quindi, nella definizione delle singole controversie è necessario stabilire se, in concreto, si è in presenza di condizioni meno favorevoli. A tal fine, il giudice nazionale (nella attuale controversia, il giudice del rinvio) deve osservare i seguenti criteri: I) Quanto ai soggetti la cui posizione va comparata, il confronto è con le condizioni immediatamente antecedenti al trasferimento dello stesso lavoratore trasferito (così il n. 75 e al 77 si precisa «posizione sfavorevole rispetto a quella di cui godevano prima del trasferimento». Idem nn. 82 e 83). Al contrario, non ostano eventuali disparità con i lavoratori che all’atto del trasferimento erano già in servizio presso il cessionario (n. 77). II) Quanto alle modalità, si deve trattare di “peggioramento retributivo sostanziale” (così il dispositivo) ed il confronto tra le condizioni deve essere “globale” (n. 76: «condizioni globalmente meno favorevoli»; n. 82: «posizione globalmente sfavorevole»), quindi non limitato allo specifico istituto, ma considerando eventuali trattamenti più favorevoli su altri profili nonché eventuali effetti negativi sul trattamento di fine rapporto e sulla posizione previdenziale. III) Quanto al momento da prendere in considerazione, il confronto deve essere fatto “all’atto del trasferimento” (n. 82 e 84, oltre che nel dispositivo: «all’atto della determinazione della loro posizione retributiva di partenza»).
30. La quarta ed ultima questione posta dal Tribunale di Venezia atteneva alla conformità della disciplina italiana e specificamente del comma 218 dell’articolo 1 della legge finanziaria 2006 all’art. 6 n. 2 TUE in combinato disposto con gli artt. 6 CEDU e 46, 47 e 52, n. 3, della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000, come recepiti nel Trattato di Lisbona. La Corte, dando atto della sentenza emessa il 7 giugno 2011 dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ha statuito che: «vista la risposta data alla seconda ed alla terza questione, non c’è più bisogno di esaminare se la normativa nazionale in oggetto, quale applicata alla ricorrente nella causa principale, violi i principi» di cui alle norme suindicate (vedi- punti 27 e 84 della sentenza).
33. La sentenza impugnata deve, pertanto, essere cassata con rinvio ad altro Giudice, il quale, applicando i suindicati criteri di comparazione, dovrà decidere la controversia nel merito, verificando la sussistenza, o meno, di un peggioramento retributivo sostanziale all’atto del trasferimento. Il Giudice del rinvio provvedere anche sulle spese del giudizio.
Accoglie il ricorso, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese del presente giudizio di cassazione, alla Corte d’appello di Ancona, in diversa composizione.