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Timestamp: 2018-09-26 15:23:09+00:00
Document Index: 105901275

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 39', 'art. 1', 'art. 39', 'art. 10', 'art. 7', 'art. 53', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 32', 'art. 7', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art.7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 17', 'art. 192', 'art. 17', 'art. 74', 'art. 1', 'art. 30']

Novità fiscali dell'1 agosto 2011, tra cui nuovi studi di settore, IRAP e territorialità I.V.A. | Commercialista Telematico
Novità fiscali dell'1 agosto 2011, tra cui nuovi studi di settore, IRAP e territorialità I.V.A.
1) Riforma apprendistato
2) Adempimenti del destinatario della fattura non coerente con l’effettiva attività commerciale
3) Ispezioni fiscali nei locali ad uso promiscuo solo con autorizzazione della Procura
4) Termini processuali: Sospensione dei termini
5) Studi di settore nel Modello Unico 2011: Applicazione dell’accertamento induttivo per gli invii telematici dal 6 luglio 2011
6) Permessi con contribuzione differita
7) Territorialità Iva delle prestazioni di servizi: circolare dell’Agenzia delle Entrate
8) Crediti Irap: Possibile la compensazione nel Modello Unico
9) Liquidazione IVA di gruppo: Trattamento delle eccedenze infrannuali maturate dalle incorporate e dichiarazione annuale
10) Pubblicata in G.U. la Legge relativa alla parità di accesso agli organi delle società quotate
Il Consiglio dei Ministri, nella sua seduta del 28 luglio 2011, ha approvato, in maniera definitiva, la riforma sull’apprendistato, dopo il via libera di Parlamento, Regioni e Parti sociali.
Tante le novità contenute nel testo della riforma, a partire dalla previsione del praticantato negli studi professionali, passando per la riqualificazione dei lavoratori in mobilità assunti in veste di apprendisti, l’introduzione dell’apprendistato nel pubblico impiego e così via.
Il contratto di apprendistato viene adesso definito come un rapporto di lavoro a tempo indeterminato:
– Di apprendistato per la qualifica professionale, rivolto ai soggetti che hanno compiuto 15 anni e non hanno superato i 25;
– di apprendistato professionalizzante o contratto di mestiere, rivolto ai soggetti di età compresa tra i 18 e i 29 anni;
– di apprendistato per alta formazione e ricerca, rivolto a coloro che aspirano ad un più alto livello di formazione nel campo della ricerca, del dottorato e del praticantato in studi professionali.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16437 depositata il 27 luglio 2011, ha stabilito che il destinatario della fattura ha l’obbligo di regolarizzarla quando l’emittente ha attribuito al contratto o al rapporto sottostante una qualificazione diversa rispetto all’effettiva operazione commerciale. Se così non è, scatta l’obbligo del pagamento della maggiore Iva.
Per tale ragione la Suprema Corte ha respinto il ricorso di un’azienda destinataria di fatture in esenzione Iva, che erano state emesse da altra impresa partner nell’ambito di un’operazione commerciale di sponsorizzazione.
I titolari delle due aziende ritenevano che la suddetta operazione commerciale fosse in regime di esenzione Iva, poiché si sarebbe trattato di un mandato con rappresentanza.
Di parere opposto si è rilevata, invece, l’Agenzia delle Entrate, che ha sostenuto che, nel caso di specie, si era in presenza di un mandato senza rappresentanza e, quindi, l’operazione non poteva godere del beneficio.
Questa tesi è stata “bocciata” dalla C.t.p. di Trento che, in primo grado, ha annullato l’accertamento Iva. Poi, invece, la C.t.r. ha, invece, accolto quanto sostenuto dall’Agenzia delle Entrate, sancendo a carico del destinatario della fattura un obbligo di regolarizzazione. Questa decisione è stata condivisa e resa definitiva dalla sezione tributaria.
La conferma favorevole all’Amministrazione è, quindi, arrivata dalla Cassazione, secondo cui, “sussiste l’obbligo del destinatario della fattura di procedere alla regolarizzazione nei casi in cui, come quello in esame, l’emittente abbia dato al negozio sottostante una qualificazione diversa da quella dovuta”.
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 16570 depositata il 28 luglio 2011, ha stabilito che per gli accessi domiciliari dei verificatori presso le abitazioni di contribuenti, utilizzate anche per attività di impresa, è sempre necessaria l’autorizzazione del Procuratore della Repubblica.
Particolare attenzioni alle ispezioni nelle aziende comunicanti con l’abitazione, poiché la Suprema Corte, con la citata sentenza ha dato torto all’Agenzia delle Entrate sostenendo che le prove acquisite illegittimamente durante l’ispezione fiscale non possono essere utilizzate.
I verificatori dell’Amministrazione finanziaria e la Guardia di finanza devono sempre dotarsi dell’autorizzazione della Procura per perquisire un’azienda comunicante con l’abitazione dei titolari.
Peraltro, nei locali adibiti solo ad abitazione, l’accesso degli ispettori è possibile solo in presenza di gravi indizi di violazioni tributarie.
Comunque, sia per i locali solo abitativi sia quelli ad uso promiscuo (casa/lavoro), necessita sempre l’autorizzazione della Procura.
Come è usuale, i termini processuali si fermano per le vacanze estive. Infatti, dal 1° agosto 2011 decorre la consueta sospensione feriale dei termini processuali (di 46 giorni), fino al 15 settembre 2011.
Ovviamente a decorrere dal 16 settembre 2011, ricominciano i termini per potere agire in giudizio, ai fini della rivendicazione dei propri diritti.
L’interruzione, cd. feriale, prevista dall’art. 1 della legge 742/1969, che dispone la sospensione di diritto, dal 1° agosto al 15 settembre di ciascuna annualità, del decorso dei termini processuali relativi alle giurisdizioni ordinarie e amministrative, opera a tutti gli effetti nel rito tributario. La pausa determina un sostanziale allungamento delle scadenze entro le quali le parti in giudizio possono procedere al deposito di atti e documenti, previsti dalle disposizioni che regolano il processo tributario.
Riguardo al processo tributario (ove l’impugnazione di un atto o di una sentenza deve avvenire, a pena di inammissibilità, entro 60 giorni dalla data di notifica), la norma si applica alle scadenze relative alla presentazione del ricorso contro gli atti impositivi, sia introduttivo sia costitutivo, in tutti i gradi di giudizio, dal primo alla Cassazione, ma anche, per esempio, al deposito di documenti e/o memorie illustrative.
I giorni maturati anteriormente al 1° agosto si sommano, ai fini del computo del termine di scadenza, con quelli successivi al 15 settembre.
Quando, invece, il termine iniziale coincide con un giorno “interno” al periodo di sospensione, questo comincerà a decorrere solo dal 16 settembre.
Ad es., nell’ipotesi di un avviso di accertamento notificato il 6 agosto, il termine di 60 giorni entro il quale è consentito proporre l’impugnativa avverso l’atto decorre comunque dal prossimo16 settembre e, dunque, scadrà il 14 novembre.
Nel caso in cui, invece, la notifica sia avvenuta l’8 luglio, il termine di 60 giorni per proporre ricorso si calcola nel seguente modo:
23 giorni dal 9 al 31 luglio, stop feriale dal 1° agosto al 15 settembre, 37 giorni dal 16 settembre al 22 ottobre.
Nel caso di accertamento con adesione i due diversi periodi di sospensione si possono applicare cumulativamente senza problemi di sorta (circolare n. 65/2001).
Come nel caso in cui il contribuente decida di avvalersi dell’istituto dell’accertamento con adesione, con decorrenza dalla data di presentazione dell’istanza.
In passato erano sorti dei dubbi riguardo la possibile contestuale applicazione della sospensione prevista dalla disciplina che regola l’accertamento con adesione (90 giorni) e quella “estiva” disposta dalla legge n. 742/1969 (dal 1° agosto al 15 settembre). Ebbene, in tale ipotesi, l’Amministrazione finanziaria ebbe a chiarire (con il suddetto documento di prassi) che il periodo di sospensione di 90 giorni non costituisce il termine di riferimento per la conclusione del procedimento di accertamento con adesione.
dell’atto, infatti, può validamente intervenire entro il termine ultimo entro il quale è possibile promuovere l’impugnativa, per la cui determinazione occorre considerare anche la sospensione feriale.
Le pesanti novità per i contribuenti, riguardo gli studi di settore in Unico 2011, si applicano a decorrere dalle presentazioni dei vari modelli Unico 2011 effettuate a decorrere dal 06 luglio 2011.
In tale occasione, viene raccomandato da dottrina (in Corriere Tributario Ipsoa, luglio 2011) di porre la massima attenzione nella compilazione dei questionari degli studi di settore da allegare ai citati modelli.
La Legge n. 111/2011 (manovra estiva 2011), mediante l’art. 23, comma 28, è, infatti, intervenuta pesantemente inasprendo le sanzioni applicabili in caso di omessa presentazione del modello dei dati rilevanti per gli studi di settore.
Inoltre, nel caso di omessa presentazione o infedele dichiarazione dei dati che comporti uno scostamento superiore al 10% rispetto a GE.RI.CO. viene ora prevista la possibilità di esperire l’accertamento induttivo puro, ai sensi dell’art. 39, comma 2, del D.P.R. n. 600/1973.
Tali novità si applicheranno, secondo citata dottrina, già a decorrere dal Modello Unico 2011, poiché entrate in vigore il 6 luglio 2011.
Infatti, poiché il Modello Unico 2011 nella maggioranza dei casi verrà presentato telematicamente entro il 30 settembre 2011, cioè successivamente alla entrata in vigore delle nuove disposizioni, tali disposizioni saranno certamente applicabili, per cui occorrerà probabilmente soffermarsi a riflettere per valutare con la massima attenzione la correttezza delle scelte fatte in sede dichiarativa.
Infine, è stato anche riscritto il calendario per l’approvazione degli studi di settore, a decorrere dall’anno 2012.
Adesso, la sanzione irrogabile in caso di omessa presentazione del modello studi di settore è sempre quella massima di 2.605 euro.
Se il contribuente, però, dietro specifico invito da parte dell’Agenzia delle Entrate, presenta, seppur tardivamente, il modello studi di settore, sembra ammessa l’irrogazione della sanzione nella misura minima di 258 euro.
La disposizione, infatti, sembra voler colpire il contribuente che si ostina a non presentare il modello studi di settore.
Le modifiche hanno riguardato anche il caso di sanzione per infedele dichiarazione.
L’art. 1, comma 2, del D.Lgs. n. 471/1997 prevede la sanzione dal 100% al 200% della maggiore imposta o della differenza del credito, in caso di infedele dichiarazione.
Ora, a seguito della novità, tale sanzione è elevata del 50% nelle ipotesi di omessa presentazione del modello studi di settore, anche a seguito di specifico invito da parte dell’Agenzia delle entrate.
Per cui, la sanzione irrogabile per infedele dichiarazione diventa dal 150% al 300% della maggiore imposta o della differenza del credito.
La nuova sanzione è subordinata alla circostanza che l’esito di GE.RI.CO. dia un responso, in termini di maggiori ricavi o compensi, superiore al 10% rispetto a quelli spontaneamente dichiarati dal contribuente.
In ogni caso, a parere di medesima dottrina, in applicazione del principio del favor rei, le nuove e più pesanti sanzioni non potranno essere applicate con riferimento al passato. Poiché interessano solo le relative presentazioni effettuate a partire dal 6 luglio 2011.
La stessa Legge n. 111/2011 ha poi introdotto una rilevantissima modifica all’art. 39, comma 2, del D.P.R. n. 600/1973 in tema di accertamento.
Viene ora prevista la possibilità di esperire l’accertamento induttivo “puro” “quando viene rilevata l’omessa o infedele indicazione dei dati previsti nei modelli per la comunicazione dei dati rilevanti ai fini dell’applicazione degli studi di settore, nonché l’indicazione di cause di esclusione o di inapplicabilità degli studi di settore non sussistenti”.
Decorrenza delle nuove sanzioni
Le nuove sanzioni sugli studi di settore, a parere di ultra citata dottrina, saranno applicabili dal Modello Unico 2011 poiché questo verrà presentato dopo l’entrata in vigore delle nuove disposizioni, cioè il 6 luglio 2011.
Quindi, viene consigliato di riprendere in mano tutte le posizioni per le quali si è ritenuto di non compilare il modello studi di settore e riflettere per valutare con la massima attenzione la correttezza delle scelte fatte in sede dichiarativa.
Il messaggio forte che il legislatore invia ai contribuenti è fin troppo chiaro: E’ finita l’epoca del “tarocco” degli studi di settore.
Abrogata la supermotivazione dell’accertamento
E’ stato anche eliminato l’obbligo, in capo all’Amministrazione finanziaria, della “supermotivazione” dell’atto di accertamento in caso di abbandono (per superamento dell’accertato) del responso di GE.RI.CO.
E’ stato elimina dall’art. 10 della Legge n. 146/1998 il passaggio in cui era previsto che, “in caso di rettifica, nella motivazione dell’atto devono essere evidenziate le ragioni che inducono l’ufficio a disattendere le risultanze degli studi di settore in quanto inadeguate a stimare correttamente il volume di ricavi o compensi potenzialmente ascrivibili al contribuente”.
Di fatto, la disposizione abrogata imponeva agli Uffici l’obbligo di fornire una specifica ed adeguata motivazione.
Dal 6 luglio 2011 in avanti, cioè dalla data di entrata in vigore delle nuove disposizioni, l’Amministrazione finanziaria sarà più libera nella stesura degli atti di accertamento qualora accerti importi superiori a quelli risultanti dagli studi di settore, poiché non avrà più il vincolo normativo che le imponeva di fornire specifica motivazione sul punto.
Tuttavia, dottrina ritiene che per gli atti emanati in precedenza tale obbligo sopravvive, in virtù del principio del legittimo affidamento.
Come riportato in Corriere Tributario Ipsoa di luglio 2011, “ciò che più preoccupa è che è quasi impossibile sostenere la corretta compilazione del modello degli studi di settore. Infatti, qualunque operatore che si sia cimentato con la compilazione dei predetti modelli, soprattutto quest’anno, ha incontrato molte situazioni di incertezza che sono state superate con la compilazione nel modo che più si è ritenuto corretto; orbene, se un domani costoro dovessero essere oggetto di accertamento, l’Agenzia potrebbe accertare loro maggiori ricavi o compensi soltanto per il fatto che la compilazione diversa, e a loro dire corretta, del modello studi di settore ha dato un responso superiore al 10% del dichiarato”.
“Il Ministero del Lavoro, rispondendo ad interpello dei Consulenti del lavoro, interviene sulla mancata fruizione da parte del lavoratore dei permessi per riduzione orario di lavoro (Rol) ed ex festività.
A seguito dell’intervento ministeriale, anche l’Inps si esprime dettando le regole per il pagamento della contribuzione relativa anche in assenza del godimento dei permessi, come già avviene per le ferie non fruite.
La riduzione dell’orario di lavoro rientra tra i diritti disponibili da parte del lavoratore, non esistendo alcuna previsione di legge che ne preveda l’indisponibilità come per i diritti connessi alla tutela della integrità psico-fisica del lavoratore (ad es. i riposi giornalieri o settimanali, il lavoro straordinario, le ferie), la cui violazione comporta precise sanzioni di natura amministrativa.
La contrattazione di secondo livello o la prassi aziendale, quindi, possono ampiamente derogare alla previsione contrattuale circa i Rol e le ex festività e il pagamento dei contributi, in caso di mancato godimento nel corso dell’anno e di mancata monetizzazione delle ore di permesso per Rol o ex festività maturate, va effettuato entro il giorno 16 del mese successivo a quello in cui si colloca il termine ultimo di godimento del permesso.
Per i permessi, quindi, sarà possibile prevedere forme flessibili di godimento nell’ottica del contemperamento tra le esigenze dell’impresa e dei diritti del lavoratori. Il termine ultimo cui collegare l’insorgenza del debito contributivo nei confronti dell’Inps, sarà quindi quello previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro applicato, salvo deroghe previste dalla contrattazione decentrata od individuale, anche plurima.
La Fondazione Studi dei Consulenti del lavoro afferma che, in caso di contratto collettivo che preveda la monetizzazione ad una determinata data del monte ore non goduto, è possibile contemplare una contrattazione di secondo livello o individuale che invece di posticipare il termine ultimo per il godimento (termine oltre il quale l’azienda sarebbe tenuta all’erogazione dell’indennità sostitutiva al lavoratore), preveda che tali ore non godute possano restare sempre nelle disponibilità del lavoratore per una fruizione successiva. In tale ipotesi il datore non sarà tenuto a versare alcuna contribuzione Inps sul monte ore residue non avendo stabilito alcun termine ultimo di godimento nella contrattazione individuale”.
(Consiglio Nazionale dei Consulenti del Lavoro, nota pubblicata il 29 luglio 2011 su www.consulentidellavoro.it )
Su come individuare al meglio il luogo di tassazione delle prestazioni di servizi in ambito Ue, è adesso intervenuta l’ampia circolare, n. 37/E del 29 luglio 2011, dell’Agenzia delle Entrate, che, difatti, ha illustrato i criteri di tassazione delle prestazioni nei rapporti B2B (business to business) e B2C (business to consumer) introdotti dal D.L.gs n. 18 del 2010.
Cosa cambia nelle prestazioni di servizi nei rapporti B2B
A partire dal 1° gennaio 2010, le prestazioni rese nei confronti di soggetti passivi Iva si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando il cliente è stabilito in Italia.
Nulla cambia per le prestazioni di servizi nei rapporti B2C
Per le prestazioni di servizi effettuate nei confronti di clienti privati, continuano, invece, ad applicarsi le regole già in vigore, ossia la tassazione in Italia quando il prestatore è stabilito nel territorio dello Stato.
B2B e B2C: Anche la nuova tassazione ha le sue eccezioni
In particolare, per quanto riguarda i servizi relativi agli immobili, che continuano a essere tassati nel luogo in cui sono situati, l’Agenzia fornisce linee guida per la distinzione tra beni mobili e immobili.
Quest’ultimi sono considerati tali quando si tratta di beni stabilmente fissati al suolo oppure accatastati.
La circolare ha, inoltre, chiarito che per alcune prestazioni, come per esempio intermediazione o trasporto, si applicano regole di tassazione particolari se sono rese nei confronti di clienti privati.
Prestazioni di servizi relative ad attività culturali, artistiche e simili
L’art. 7-quinquies del D.P.R. n. 633/1972 ha confermato, per il 2010, sia per i rapporti B2B che per i rapporti B2C, il regime territoriale già vigente per le prestazioni di servizi relativi ad attività culturali, artistiche, sportive, scientifiche, educative, ricreative e simili, esplicitando che il regime riguarda anche le fiere e le esposizioni, le prestazioni di servizi degli organizzatori di dette attività, nonché le prestazioni di servizi accessorie alle precedenti: In sostanza, per il 2010, tutte le prestazioni di servizio citate erano da considerare effettuate nel territorio dello Stato quando le medesime attività fossero materialmente svolte nel territorio stesso.
Per quanto riguarda, in particolare, la nozione di “fiere ed esposizioni” si deve intendere che rientrino in tale ambito:
– le prestazioni di servizio rese dagli Enti fiera titolari degli spazi espositivi a favore dei soggetti che organizzano l’evento;
– le prestazioni di servizi resi dai soggetti organizzatori alle imprese ed ai soggetti che partecipano all’evento espositivo;
– le prestazioni di servizio che siano in modo diretto connesse all’allestimento degli stand fieristici (compresa, ad esempio, la predisposizione degli impianti elettrici o idraulici nell’ambito dello stand espositivo), i committenti delle quali siano le società che partecipano alla fiera.
In merito al richiamo effettuato rispettivamente dall’art. 53 della direttiva 2006/112/CE e – in ambito nazionale – dall’art. 7-quinquies del D.P.R. n. 633/1972 ai servizi accessori ai servizi culturali, artistici, sportivi, educativi ed affini, che fino al 31 dicembre 2010 dovevano essere tassati nel luogo in cui erano materialmente svolti, l’Agenzia delle Entrate ritiene che – nello specifico ambito in esame – debba essere adottata un’interpretazione più ampia del concetto generale di accessorietà, in forza del quale una prestazione di servizi si considera accessoria qualora sussistano contemporaneamente un nesso di dipendenza funzionale della prestazione di servizi medesima rispetto all’operazione principale (in particolare, l’operazione accessoria deve essere posta in essere al fine di integrare, completare o rendere possibile l’operazione principale, rappresentando per la clientela non un fine a sé stante, ma il mezzo per fruire nelle migliori condizioni del servizio principale offerto dal prestatore) e il requisito soggettivo della necessaria identità dei soggetti che sono parte dell’operazione principale e di quella accessoria (risoluzione n. 367/E del 3 ottobre 2008).
In considerazione dell’attuale formulazione del testo normativo e dell’evoluzione della giurisprudenza comunitaria in materia viene ritenuto che il concetto di accessorietà nell’ambito dei servizi culturali, scientifici e simili (si veda, al riguardo, l’articolo 33 del regolamento) debba essere inteso, con riferimento al profilo soggettivo dell’operazione, in senso più ampio rispetto a quanto in precedenza previsto.
In sostanza, al fine di qualificare una prestazione di servizi come accessoria rispetto a quella principale, pur restando confermata la necessaria strumentalità della prima rispetto alla seconda, è opportuno prescindere dall’identità dei soggetti coinvolti nell’operazione principale e in quella accessoria: Come affermato dalla Corte di Giustizia, piuttosto, debbono essere considerate accessorie ad un’attività artistica, scientifica o affine tutte le prestazioni che, senza costituire direttamente una siffatta attività, rappresentano un presupposto necessario della realizzazione dell’attività principale, indipendentemente dalla persona che presta tali servizi (sentenze C-327/94 del 26 settembre 1996 e C-114/05 del 9 marzo 2006).
Il principio in base al quale le prestazioni di servizi si considerano effettuate nel territorio dello Stato quando le attività sono materialmente svolte nel territorio stesso era esteso, in forza di quanto disposto dal secondo periodo dell’art. 7-quinquies, anche alle prestazioni di servizi per l’accesso alle manifestazioni culturali, artistiche, sportive, scientifiche, educative, ricreative e simili, nonché alle prestazioni accessorie all’accesso alle manifestazioni stesse.
A decorrere dal 1° gennaio 2011, la disciplina delle prestazioni di servizi in oggetto ha peraltro subito alcune modifiche, previste dall’art. 3 del Decreto n. 18/2010.
La formulazione dell’art. 7-quinquies attualmente in vigore regola diversamente i servizi resi nei rapporti B2B e quelli resi nei rapporti B2C.
I servizi resi nei rapporti B2B sono attratti, a partire dal 1° gennaio 2011, nel criterio base del committente, ad eccezione dei servizi connessi all’accesso alle manifestazioni e dei servizi accessori connessi con l’accesso (per i quali il requisito della territorialità sarà sempre individuato sulla base del luogo di materiale esecuzione).
A tale riguardo, un utile contributo all’individuazione dei servizi da ultimo citati è fornito dagli artt. 32, comma 1, e 33 del regolamento, in base ai quali:
– i servizi aventi per oggetto l’accesso alle manifestazioni “comprendono la prestazione di servizi le cui caratteristiche essenziali consistono nel concedere un diritto d’accesso ad una manifestazione in cambio di un biglietto o di un corrispettivo, ivi compreso un corrispettivo sotto forma di abbonamento, di biglietto stagionale o di quota periodica”; nel novero dei servizi in esame il comma 2 dell’art. 32 comprende (tra gli altri) il diritto d’accesso a spettacoli, rappresentazioni teatrali, fiere, concerti, manifestazioni sportive e manifestazioni educative e scientifiche, mentre il successivo comma 3 esclude che possa essere considerato “servizio relativo all’accesso a una manifestazione” l’utilizzazione degli impianti, sportivi o di altro tipo, a fronte del pagamento di quote d’iscrizione;
– i servizi accessori all’accesso alle manifestazioni devono essere forniti separatamente (e dietro corrispettivo) allo spettatore della manifestazione e comprendono in particolare l’utilizzazione di spogliatoi o impianti sanitari ma escludono i semplici servizi di intermediari relativi alla vendita di biglietti.
L’Agenzia ritiene in via esemplificativa che debbano essere considerati connessi con l’accesso ad una manifestazione scientifica i servizi di ristorazione, di pernottamento e di distribuzione degli atti, forniti nell’ambito dell’organizzazione della manifestazione scientifica medesima.
Per quanto, invece, concerne i rapporti B2C, il luogo di effettuazione, anche in seguito al 1° gennaio 2011, non ha subito variazioni rispetto alla disciplina vigente nel 2010 ed è, pertanto, individuato in funzione del luogo di materiale esecuzione del servizio.
Come espressamente previsto dalla relativa norma (art. 7-quinquies, comma 1, lettera a, del D.P.R. n. 633, nel testo risultante dall’art. 3, comma 1, del Decreto n. 18/2010), tale criterio trova applicazione non solo per i servizi relativi all’organizzazione della manifestazione, ma anche per le prestazioni di servizi per l’accesso alle manifestazioni culturali, artistiche, sportive, scientifiche, educative, ricreative e simili (manifestazioni tra le quali sono ricomprese, come rilevato, anche le fiere e le esposizioni).
In base alla lettera f) dell’art. 7-sexies e alla lettera i) dell’art. 7-septies, nell’ambito dei rapporti B2C le prestazioni rese tramite mezzi elettronici, in deroga al criterio base del prestatore previsto dall’art. 7-ter, comma 1, lettera b):
– Si considerano effettuate nel territorio dello Stato anche quando sono rese da soggetti stabiliti fuori della Comunità quando il committente è domiciliato nel territorio dello Stato o ivi residente senza domicilio all’estero;
– non si considerano effettuate in Italia quando rese a committenti non soggetti passivi domiciliati e residenti in Stati non comunitari.
Peraltro, rileva l’Agenzia delle Entrate, in base alla lettera l) dell’art. 7-septies, sono, altresì, irrilevanti ai fini impositivi le prestazioni di servizi inerenti all’obbligo di non prestare interamente o parzialmente servizi per via elettronica a committenti non soggetti passivi stabiliti in Stati non comunitari.
Prestazioni di telecomunicazione e di teleradiodiffusione
In base alla lettera g) dell’art.7-sexies e alla lettera h) dell’art. 7-septies, nell’ambito dei rapporti B2C le prestazioni di telecomunicazione e di teleradiodiffusione, in deroga al criterio base del prestatore previsto dall’art. 7-ter, comma 1, lettera b), si considerano effettuate in Italia:
– Se rese da prestatori stabiliti nel territorio dello Stato a committenti residenti o domiciliati nel territorio della Comunità, solo se utilizzate nel territorio comunitario;
– se rese da prestatori stabiliti nel territorio dello Stato a committenti domiciliati e residenti fuori della Comunità, solo se utilizzate nel territorio dello Stato;
– se rese da prestatori stabiliti in altro Stato comunitario, solo se rese a committenti non comunitari e se utilizzate nel territorio dello Stato;
– se rese da prestatori stabiliti in Stato non comunitario, se utilizzate nel territorio dello Stato.
Di rilievo la circostanza, che, in base alla lettera l) dell’art. 7-septies, sono irrilevanti ai fini impositivi, indipendentemente dalla loro concreta utilizzazione, le prestazioni di servizi inerenti all’obbligo di non esercitare interamente o parzialmente attività di telecomunicazione e di tele radiodiffusione nei confronti di committenti non soggetti passivi stabiliti in Stati non comunitari.
Stabile organizzazione e debitore d’imposta
Una particolare disciplina è dettata con riferimento alle prestazioni rese o ricevute da soggetti residenti con stabile organizzazione all’estero o da soggetti
non residenti con stabile organizzazione nel territorio dello Stato.
Con specifico riferimento alla problematica dell’individuazione del debitore dell’imposta, dalle disposizioni di cui al terzo e al quarto comma dell’art. 17 del d.P.R. n. 633, lette anche alla luce della disposizione di cui all’art. 192-bis della Direttiva 2006/112/CE, l’Agenzia perviene alla conclusione che, per le cessioni di beni e le prestazioni di servizi territorialmente rilevanti in Italia, rese da soggetti stabiliti sia in Italia che in altro Stato membro, dovranno distinguersi le varie ipotesi.
In sostanza, per le operazioni territorialmente rilevanti in Italia, diverse da quelle per le quali il reverse charge è previsto anche per le transazioni tra soggetti residenti e stabiliti in Italia (art. 17, quinto, sesto e settimo comma, e art. 74, settimo e ottavo comma del d.P.R. n. 633), l’Agenzia ha riepilogato in modo schematico i vari casi, nella seguente tabella:
Committente o cessionario
Prestatore o cedente
Residente o S.O.
IT di non
Non residente né
(Identificazione o
rappresentante)
Non residente con
S.O. che interviene
S.O. che non
Residente, ma
operazione resa da
S.O. estera
Unico ospita l’Irap “in eccesso”. I contribuenti non più tenuti a presentare la dichiarazione dell’imposta regionale sulle attività produttive possono recuperare i crediti maturati e richiesti in compensazione indicandoli nel modello Unico.
Per conseguenza, anche se la dichiarazione Irap “va da sé”, non confluendo in Unico, il credito Irap chiesto in compensazione può essere indicato nel quadro RX, sezione II, del modello unificato.
È questo il chiarimento fornito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione n. 79/E del 29 luglio 2011.
L’Agenzia delle Entrate ha così risposto alle richieste di chiarimento in merito alle modalità di recupero del credito emergente dalla dichiarazione Irap, che (come è noto), a partire dal 2008, è stata tolta da quella unificata (art. 1, comma 52, legge 244/2007).
La risposta rassicura, quindi, i contribuenti, l’importo versato in più può essere inserito, senza problemi, nel quadro RX, sezione II, di Unico, spazio riservato, appunto, al surplus di tributi per il quale è stata chiesta la compensazione nella dichiarazione precedente e rimasto, nel periodo d’imposta successivo, sprovvisto della relativa dichiarazione o del corrispondente quadro.
Eccedenza Irap recuperata, quindi, se non si è più obbligati alla dichiarazione, con il modello unificato e indicando il codice tributo 3800 nel Modello F24.
9) Liquidazione IVA di gruppo ed operazione straordinaria di fusione per incorporazione: Trattamento delle eccedenze infrannuali maturate dalle società incorporate e compilazione della dichiarazione annuale
Nell’ambito liquidazione dell’Iva di gruppo, l’eccedenza d’imposta può essere utilizzata in compensazione orizzontale dalla incorporante o chiesta a rimborso.
L’Agenzia delle Entrate, con la risoluzione 78/E del 29 luglio 2011, è nuovamente tornata sul tema della “liquidazione Iva di gruppo”, dissipando, in tal modo, il campo da alcuni dubbi interpretativi sorti sull’argomento.
In particolare, viene chiarito che, nel caso in cui una società aderente alla procedura incorpori – mediante un’operazione straordinaria di fusione – un’altra società che, invece, non vi partecipa, il credito Iva maturato da quest’ultima nel corso dell’anno in cui è avvenuta l’incorporazione non può mai confluire nell’Iva di gruppo.
L’Amministrazione finanziaria giunge a tale conclusione coniugando il principio generale, vigente in materia di operazioni straordinarie, consistente nella successione a titolo universale dell’incorporante nelle posizioni giuridiche soggettive che facevano capo all’incorporata, con la normativa speciale che disciplina la procedura di liquidazione dell’Iva di gruppo.
La soluzione adottata con il neo documento di prassi completa e integra quanto già chiarito dall’Amministrazione finanziaria con la precedente risoluzione 92/2010.
In tale sede, infatti, in una situazione analoga, è stata sancita l’intrasferibilità al gruppo del credito Iva annuale maturato dall’incorporata nel periodo d’imposta antecedente all’operazione straordinaria di fusione.
Di contro, l’incorporante può far confluire nella propria liquidazione – e, quindi, trasferire al gruppo – solo il debito o il credito derivante dalle operazioni compiute dall’incorporata nel mese o trimestre in corso alla data in cui ha effetto l’incorporazione.
Tali operazioni, infatti, non essendosi ancora conclusa la liquidazione periodica, devono considerasi come compiute, ai fini Iva, direttamente dall’incorporante.
Pertanto, riepilogando le precisazioni fornite nel tempo dall’Agenzia, emerge che, nell’ipotesi di fusione per incorporazione di una società esterna al gruppo Iva con una società che, invece, vi partecipa:
– Il credito Iva annuale maturato dall’incorporata nell’anno precedente non può essere trasferito al gruppo, ma può essere utilizzato dall’incorporante in compensazione orizzontale o chiesto a rimborso al verificarsi dei presupposti di cui all’art. 30 del Dpr 633/1972;
– il credito Iva infrannuale maturato dall’incorporata nell’anno in cui è avvenuta l’operazione straordinaria non può essere trasferito al gruppo e resta ugualmente nella disponibilità dell’incorporante;
– il credito Iva maturato dall’incorporata nel mese o trimestre in corso alla data in cui ha effetto l’incorporazione confluisce nella liquidazione dell’incorporante e, conseguentemente, nella liquidazione Iva del gruppo.
Per effetto dell’operazione straordinaria in corso d’anno (ossia di fusione per incorporazione avvenuta durante il primo anno di adesione al gruppo da parte dell’incorporante), la dichiarazione Iva deve essere presentata unicamente dalla società incorporante, la quale deve riepilogare in distinti moduli, intestati alle incorporate, le operazioni effettuate da queste ultime nel periodo ante fusione, e, nel modulo intestato a se stessa, le proprie operazioni ante e post fusione.
Preso atto della modulistica attualmente in uso, la risoluzione ha poi precisato che i crediti maturati nel periodo ante fusione, al fine di evitare il loro trasferimento al gruppo, devono essere indicati sia nel rigo VL10 sia nel rigo VL23 dei moduli delle incorporate.
Nei righi VL8 e VL10 del modulo dell’incorporante va, invece, riportato il credito Iva relativo all’anno precedente, considerato che lo stesso – riferendosi al periodo d’imposta precedente l’ingresso nell’Iva di gruppo – non può mai essere trasferito alla procedura (risoluzione 92/2010).
Infine, l’Agenzia delle Entrate ha precisato che, in caso di dichiarazione integrativa, si dovranno seguire le stesse modalità di compilazione, che varranno fino a quando non saranno fornite eventuali diverse indicazioni relative alla compilazione della dichiarazione annuale Iva, per i modelli da approvare annualmente.
Gli statuti devono inoltre disciplinare le modalità di formazione delle liste e i casi di sostituzione in corso di mandato al fine di garantire il rispetto del criterio di riparto previsto. Per consentire una più graduale applicazione delle nuove previsioni, in sede di primo rinnovo, dovrà essere riservato al genere meno rappresentato almeno un quinto dei posti disponibili.
Le nuove previsioni saranno in vigore dal 12 agosto prossimo, ma troveranno applicazione in sede di rinnovo degli organi di amministrazione e controllo deliberati dalle assemblee a partire dal 13 agosto 2012.