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Timestamp: 2017-11-18 06:20:51+00:00
Document Index: 1187491

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'art. 9', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 10', 'sentenza ', 'in fine', 'sentenza ', 'art. 18', 'art. 3', 'art. 10', 'art. 18', 'art. 53']

Esproprionline.it -CDS 10/12/2003 - LA DESTINAZIONE A VERDE PUBBLICO NON E’ UN VINCOLO ESPROPRIATIVO-Secondo il Consiglio di Stato nella sentenza della quarta sezione n. 8146 del 10 dicembre 2003, “la destinazione a verde pubblico non comporta, di per sè, la successiva espropriazione delle aree con eventuale demolizione dei fabbricati esistenti.” Secondo il Consiglio di Stato nella sentenza della quarta sezione n. 8146 del 10 dicembre 2003, “la destinazione a verde pubblico non comporta, di per sè, la successiva espropriazione delle aree con eventuale demolizione dei fabbricati esistenti.”" />
Secondo il Consiglio di Stato nella sentenza della quarta sezione n. 8146 del 10 dicembre 2003, “la destinazione a verde pubblico non comporta, di per sè, la successiva espropriazione delle aree con eventuale demolizione dei fabbricati esistenti.”
Secondo il Consiglio di Stato nella sentenza della quarta sezione n. 8146 del 10 dicembre 2003, “la destinazione a verde pubblico non comporta, di per sè, la successiva espropriazione delle aree con eventuale demolizione dei fabbricati esistenti.” Si tratta dunque di un vincolo conformativo: “la previsione di una determinata tipologia urbanistica non è un vincolo preordinato all’espropriazione né comporta l’inedificabilità assoluta, trattandosi invece di una prescrizione diretta a regolare concretamente l’attività edilizia, in quanto inerente alla potestà conformativa propria dello strumento urbanistico generale, la cui validità è a tempo indeterminato, come espressamente stabilito dall’art. 11 l. 17 agosto 1942 n. 1150” (cfr. sez. IV, 2 dicembre 1999, n. 1769 e 22 marzo 2001, n. 1686).
CONS. STATO, Sez. IV, 10 dicembre 2003 n. 8146
(Riccio pres., Salvatore est.)
2. I principi di diritto su cui si fonda la pronunzia appellata sono stati già compiutamente e ripetutamente enunciati anche di recente da questa Sezione, in relazione a controversie di analogo oggetto (cfr., Sez. IV, 25 settembre 2002, n. 4907; 6 giugno 2001, n. 3043; 22 marzo 2001, n. 1686; 20 marzo 2001, n. 1679; 16 marzo 2001, n. 1567; 8 maggio 2000, n. 2639; 25 maggio 1998, n. 869; 8 settembre 1997, n. 966; 27 settembre 1994, n. 746). A tali decisioni il Collegio ritiene di doversi richiamare anche a norma dell’art. 9 della legge 21 luglio 2000, n. 205.
In particolare con tali decisioni – esaminate congiuntamente le questioni sottese ai vari gravami, tutte afferenti all’esatta individuazione della latitudine dei poteri pianificatori del Comune di Roma in sede di adozione di variante al piano regolatore generale - si sono affermati i seguenti principi.
I. Le varianti ai piani regolatori generali, possono essere distinte, in relazione alla loro funzione ed estensione, in varianti specifiche, varianti normative e varianti generali, queste ultime consistendo, in sostanza, in una nuova disciplina generale dell’assetto del territorio, resasi necessaria perché il piano regolatore generale ha durata indeterminata e, quindi, deve essere soggetto a revisioni periodiche. Nel caso di specie il Comune di Roma, come risulta dall’ampia ed esauriente relazione tecnica facente parte integrante della delibera di adozione della variante, ha inteso perseguire, fra gli altri obbiettivi, quello inerente uno sviluppo razionale ed eco- compatibile della politica urbanistica, informando le scelte contenute nella variante a svariati parametri generali; tra questi viene in risalto, ai fini della presente controversia, quello concernente la tutela dell’agro romano.
II. L’indirizzo di politica urbanistica espresso negli strumenti generali di pianificazione, implica importanti conseguenze in ordine al sindacato di legittimità esigibile dal giudice amministrativo, ed al contenuto della motivazione in concreto indispensabile, specie in considerazione di quanto previsto dal secondo comma dell’art. 3, legge 7 agosto 1990, n. 241, laddove esclude dall’obbligo di motivazione gli atti normativi e quelli a contenuto generale (nel cui novero rientra lo strumento urbanistico generale).
III. Coerentemente, si è affermato che: a) le scelte effettuate dall’amministrazione nell’adozione del piano regolatore costituiscono apprezzamento di merito sottratto al sindacato di legittimità, salvo che non siano inficiate da errori di fatto o abnormi illogicità (cfr. fra le tante e di recente, C.d.S. sez. IV, 8 febbraio 1999, n. 121); b) in occasione della formazione di uno strumento urbanistico generale, le scelte discrezionali dell’amministrazione riguardo alla destinazione di singole aree, non necessitano di apposita motivazione, oltre quella che si può evincere dai criteri generali – di ordine tecnico discrezionale - seguiti nell’impostazione del piano stesso (cfr. C.d.S., Ad. Plen., 22 dicembre 1999, n. 24; sez. IV, 19 gennaio 2000, n. 245; sez. IV, 24 dicembre 1999, n. 1943; sez. IV, 2 novembre 1995, n. 887, sez. IV, 25 febbraio 1988, n. 99), essendo sufficiente l’espresso riferimento alla relazione di accompagnamento al progetto di modificazione al piano regolatore generale, salvo che particolari situazioni non abbiano creato aspettative o affidamenti in favore di soggetti le cui posizioni appaiano meritevoli di specifiche considerazioni.
IV. Le evenienze che giustificano una più incisiva e singolare motivazione degli strumenti urbanistici generali (non presenti nell’odierna fattispecie), sono state ravvisate dalla giurisprudenza di questo Consiglio (cfr. da ultimo Ad. plen. n. 24 del 1999 citata): a) nel superamento degli standards minimi di cui al D.M. 2 aprile 1968, con l’avvertenza che la motivazione ulteriore va riferita esclusivamente alle previsioni urbanistiche complessive di sovradimensionamento, indipendentemente dal riferimento alla destinazione di zona di determinate aree; b) nella lesione (parimenti non ricorrente nella specie), dell’affidamento qualificato del privato, come quello derivante da convenzioni di lottizzazione, accordi di diritto privato intercorsi tra il comune e i proprietari delle aree, oppure da aspettative conseguenti a giudicati di annullamento di dinieghi di concessione edilizia o di silenzio - rifiuto su una domanda di concessione (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999, cit.; 8 gennaio 1986, n. 1); c) nella modificazione in zona agricola della destinazione di un’area limitata, interclusa da fondi edificati in modo non abusivo (cfr. sez. IV, 9 aprile 1999, n. 594);
V. “Non è comunque configurabile un’aspettativa qualificata ad una destinazione edificatoria in relazione ad una precedente determinazione dell’amministrazione, ma soltanto un’aspettativa generica ad una reformatio in melius, analoga a quella di ogni altro proprietario di aree che aspira ad una utilizzazione più proficua dell’immobile>>; pertanto <<. . . la polverizzazione della motivazione sarebbe in contrasto con la natura della variante generale, che non richiede altra motivazione che quella dei criteri di ordine tecnico seguiti per la redazione del piano” (cfr. Ad. plen. n. 24 del 1999 citata).
VI. La zona agricola possiede anche una valenza conservativa dei valori naturalistici, venendo a costituire il polmone dell’insediamento urbano e assumendo per tale via la funzione decongestionante e di contenimento dell’espansione dell’aggregato urbano. Siffatto convincimento è espresso dalla giurisprudenza di questo Consiglio ormai da alcuni lustri (cfr. sez. IV, n. 245 del 2000 citata; id., n. 1943 del 1999 citata; id. 13 marzo 1998, n. 431; id., 1 ottobre 1997, n. 1059; id., 28 settembre 1993, n. 968; id., 1 giugno 1993, n. 581; id., 19 settembre 1991, n. 1168; id., 11 giugno 1990, n. 464, id., 17 gennaio 1989, n. 5).
VII. Logico corollario, sul piano della istruttoria e della motivazione di una variante dichiaratamente destinata a tutelare l’ambiente (ed in particolare le caratteristiche storiche e culturali delle residue zone di agro romano secondo le indicazioni contenute nell’omonima Carta dell’Agro romano, adottata con delibera consiliare n. 959 del 18 marzo 1980), anche quando si risolve nell’imprimere ad un’area il connotato di zona agricola, è che non si richiede una diffusa analisi argomentativa, avuto riguardo al valore del paesaggio, fondamentale a mente dell’articolo 9 della Costituzione (cfr. fra le tante, sez. IV, n. 245 del 2000 citata; 4 dicembre 1998, n. 1734; Corte costituzionale n. 170 del 1997; n. 416 del 1996; n. 417 del 1995; n. 379 del 1994; n. 282 del 1992; n. 327 del 1990; nn. 302 e 1112 del 1988; nn. 151, 152 e 153 del 1986).
VIII. Circa il rapporto fra piano regolatore generale o sue varianti da un lato, e vincoli e destinazioni di zone a vocazione storica, ambientale e paesistica, dall’altro, è sufficiente richiamare i precedenti indirizzi espressi da questo Consiglio (sez. IV, n. 1734 del 1998 citata) e dal Consiglio di giustizia amministrativa per la regione Siciliana (30 giugno 1995, n. 246): “Secondo il n. 5 dell’art. 7 della legge urbanistica, il piano regolatore generale deve contenere i vincoli da osservare nelle zone di pregio culturale e ambientale. Sia per i centri storici che per le zone di interesse naturale, si rileva come sussista una speciale legislazione statale che tutela sia i singoli immobili che complessi di immobili e addirittura vaste zone di territorio. A prescindere dal concetto unitario o meno di ambiente, è certo comunque che molteplici siano i profili di interesse oggetto di tutela sussumibili in tale genus, e parimenti numerosi gli strumenti a disposizione della amministrazione bisognosi di coordinamento e quantomeno di considerazione a livello notiziale. Per cui, evidentemente, la disciplina del P.R.G. in materia si estenderà oltre le situazioni di particolare rilevanza di cui alle varie leggi speciali, visto anche il riferimento al termine << zone >> contenuto nel n. 5 dell’art. 7 cit. Sicché si possono identificare nei piani regolatori due tipi di vincoli del genere: a) vincoli ricognitivi, in quanto costituiti (come nel caso di specie) autonomamente in virtù di leggi speciali, e soggetti a peculiare disciplina (vincoli militari, idrogeologici, forestali, di parco, paesistici ecc.). Tali vincoli sono contenuti nel piano regolatore per fini di pubblicità e di coordinamento con lo strumento urbanistico che non può derogarli (come stabilito dall’art. 10 legge urbanistica). Ne deriva, fra l’altro, che per essi la mancanza di previsione non comporta la inesistenza del vincolo in quanto appunto sussistente in virtù di separati atti e competenze; per cui ogni atto di autorizzazione o comunque di gestione dell’interesse specifico, da parte della autorità speciale posta a tutela del vincolo, non è impedito nel suo effetto dalla relativa annotazione nelle tavole del piano regolatore. In questo senso si è affermato che i vincoli imposti a tutela delle bellezze naturali hanno una operatività giuridica indipendente dalle concorrenti prescrizioni eventualmente contenute negli strumenti urbanistici comunali (cfr. C. G.A. 14 gennaio 1998, n. 2); conseguentemente si è reputato irrilevante, ai fini della tutela ambientale, il mancato inserimento di una zona paesisticamente protetta in un piano regolatore (cfr. Cons. Stato, sez. II, 28 giugno 1995, n. 61); b) vincoli costitutivi, che sorgono direttamente ed originariamente per effetto della previsione da parte dello strumento urbanistico. Possono avere carattere di limitazione della edificazione, ossia in concreto finalità essenzialmente estetiche (centri storici, e simili ad es.), ma costituire anche vincoli di inedificabilità (come nel caso di tutela paesistico ambientale). In questo caso, ovviamente, la competenza anche in sede di controllo specifico della edificazione rimane propria del comune, così come il potere sanzionatorio, trattandosi di prescrizioni aventi natura squisitamente urbanistica. Pertanto i beni costituenti bellezze naturali possono formare oggetto di distinte forme di tutela ambientale, anche in via cumulativa, a seconda del profilo considerato; conseguentemente, la tutela paesaggistica è perfettamente compatibile con la tutela urbanistica o ecologica, trattandosi di forme complementari di protezione, preordinate a curare, con diversi strumenti, distinti interessi pubblici, con la conseguenza che, pur non sussistendo alcuna fungibilità fra le varie legislazioni di settore, le stesse possono riferirsi contestualmente allo stesso oggetto”.
3. Sulla scorta delle argomentazioni ora illustrate l’appello non appare meritevole di accoglimento.
Va premesso che, in concreto, l’area di proprietà della ricorrente, di mq. 630, ricade in un più ampio comprensorio con vincolo di rispetto monumentale, e, ricadendo nell’ambito della “Valle dei Casali”, risulta, altresì, interessata dall’omonimo P.T.P. n. 10, adottato dalla Regione Lazio in forza della legge 8 agosto 1985, n. 431, con deliberazione della Giunta regionale 3 agosto 1988, n. 7318. L’area suddetta risulta, inoltre, gravata da vincolo paesistico ai sensi della legge 29 giugno 1939, n. 1497, imposto con D.M.B.CC.AA. 22 febbraio 1986 e con delibera della Giunta regionale 16 dicembre 1988, n. 798.
Tale essendo la situazione di fatto e di diritto del terreno di proprietà della ricorrente, osserva la Sezione che le scelte pianificatorie compiute dall’Amministrazione comunale non risultano palesemente né illogiche né incongrue.
Viceversa, esaminando nel merito le censure di primo grado riproposte con il presente appello dall’originaria ricorrente, la Sezione ritiene che queste ultime sono tutte inammissibili e infondate, così come statuito dal primo giudice.
4. Passando sinteticamente ad esaminare i motivi originari, è opportuno precisare preliminarmente che le questioni di diritto ad essi sottese sono state tutte risolte dalle suindicate decisioni del Consiglio di Stato, dalle quali il Collegio non ha motivo di discostarsi.
Sempre in via preliminare va confermata la statuizione, contenuta nel relativo capo dell’impugnata sentenza - pagina 11 in fine e pagina 12 - secondo cui sono inammissibili, per difetto di interesse, le censure che riguardano altre destinazioni di zona rispetto a quelle impresse alle aree di proprietà dei ricorrenti; invero “le prescrizioni contenute in una variante al piano regolatore generale vanno considerate scindibili, ai fini del loro eventuale annullamento in sede giurisdizionale; pertanto, nel caso in cui il ricorso prospetti vizi relativi solo ad alcune determinazioni, l’annullamento del provvedimento non può essere che parziale, stante il principio generale della specificità dei motivi proponibili nei ricorsi davanti al giudice amministrativo” (C.d.S., sez. IV, 15 ottobre 1999, n. 1586).
4.1 Con il primo motivo appello vengono riproposti i primi due motivi del ricorso originario, con i quali l’illegittimità della variante impugnata è stata dedotta sotto due profili: per avere localizzato un parco pubblico su un’area avente una superficie di soli 630 mq., e quindi non idonea a tale destinazione; per avere totalmente ignorato lo stato dei luoghi e precisamente le due costruzioni già esistenti destinate a civile abitazione, realizzate nel 1950, in relazione alle quali il Comune di Roma ha rilasciato una concessione edilizia in sanatoria.
La sentenza è censurata sia per omessa pronuncia sul primo profilo del ricorso – quello relativo all’inidoneità dell’area ad essere destinata a verde – sia perché, pur potendosi convenire che nessuna norma impedisce di destinare a verde pubblico aree che risultano già interessate da edificazione, tuttavia, nella specie, l’esistenza delle costruzioni destinate a civile abitazione, per le quali era stata rilasciata concessione in sanatoria, imponeva, contrariamente a quanto ritenuto dal giudice di primo grado, un’adeguata istruttoria e motivazione al fine di comparare le esigenze poste a base della scelta comunale con l’interesse della ricorrente, la quale godeva di una posizione caratterizzata da legittima aspettativa.
Quanto alla prime delle censure riproposte, va considerato – alla stregua dei dati forniti con la relazione dell’Ufficio comunale competente (depositato con il consenso della difesa dell’appellante in allegato alla memoria del Comune del 27 giugno 2003) - che l’area di proprietà dell’appellante è stata destinata a “verde pubblico”, non perché isolatamente considerata, ma perché ricade in più ampio comprensorio con vincolo di rispetto monumentale, nonché nell’ambito del perimetro della “Valle dei Casali”, che ha formato oggetto dell’omonimo P.T.P. adottato dalla regione Lazio con deliberazione della Giunta regionale 3 agosto 1988, n. 7318, che ne prevede la tutela orientata in una più vasta area di rispetto dei beni di interesse naturalistico; l’area suddetta risulta, inoltre, gravata da vincolo paesistico in base alla legge 29 giugno 1939, n. 1497, per effetto del D.M.B.CC.AA. 22 febbraio 1986 e della delibera della Giunta regionale del Lazio 16 dicembre 1988, n. 798.
Tale essendo la situazione di fatto e di diritto dell’area in questione, appare evidente come la sua destinazione a verde pubblico – determinata dall’esistenza, nel comprensorio della “valle dei Casali”, di documentati valori paesistici ed ambientali e di diffuse preesistenze puntuali, nonché dalla particolare collocazione del comprensorio medesimo che costituisce l’unica parte ancora libera compresa tra quartieri edificati e quasi totalmente privi di standards urbanistici - oltre ad essere pienamente coerente con l’indirizzo di carattere generale della variante, volto ad un accrescimento delle zone destinate a parco pubblico mirato alla tutela ed alla fruizione pubblica di specifici valori naturali e culturali, non sia censurabile neppure sotto il profilo della ragionevolezza.
Le considerazioni appena svolte consentono anche di confutare la seconda delle censure (articolata anche con il dodicesimo motivo di ricorso), con la quale si lamenta la omessa valutazione del concreto stato dei luoghi e, quindi, la mancata comparazione tra l’interesse privato sacrificato e quello pubblico perseguito, tanto più che la sua posizione giuridica, avuto riguardo all’affidamento ingenerato dal nulla osta regionale sulla domanda di condono relativa ai fabbricati costruiti negli anni 50, si presentava del tutto peculiare e richiedeva una puntuale e specifica motivazione sulla diversa destinazione imposta all’area sulla quale insistono le costruzioni.
La censura non considera che la destinazione a verde pubblico non comporta, di per se, la successiva espropriazione delle aree con eventuale demolizione dei fabbricati esistenti. Inoltre, come precisato nella predetta relazione dell’Ufficio comunale, l’Amministrazione comunale si è riservata di esaminare casi particolari, come quello della ricorrente, legati alla preesistenza di marginali costruzioni abusive, sulla base della specifica normativa di sanatoria prevista dalla legge 28 febbraio 1985, n. 47, nella fase di controdeduzioni alle osservazioni avverso la Variante di Salvaguardia o nella successiva fase di specifici interventi attuativi della zona N.
Quanto alla dedotta necessità di una motivazione puntuale (motivo dodicesimo del ricorso originario), stante la peculiarità della propria posizione, è sufficiente, per disattenderla, richiamare i principi enunciati dalla giurisprudenza di questo Consiglio di Stato (sub. III e IV) in tema di sufficienza della motivazione degli strumenti urbanistici generali e delle evenienze, tra le quali non è riconducibile la fattispecie in esame, che giustificano una più incisiva e singolare motivazione.
4.2. A conclusioni negative deve pervenirsi anche con riguardo ai motivi secondo, terzo e quarto dell'appello, con quali sono stati riproposti i motivi terzo, quarto, quinto e decimo del ricorso originario.
Con dette censure, che possono essere esaminate congiuntamente, l’appellante lamenta che il Comune, esorbitando dalle sua competenze urbanistiche, ha inteso perseguire finalità meramente ricognitive delle previsioni dei P.T.P. e dei parchi urbani, individuati dalla Regione, tutti, peraltro, nella fase di mera adozione, nonché di individuare il possibile assetto della futura città metropolitana, finendo in tal modo di elaborare uno strumento di pianificazione paesistica o, quanto meno, un inammissibile atto di integrazione di tutele predisposte e riservate ad altre autorità.
La Sezione ritiene che le diffuse e pertinenti argomentazioni svolte dal giudice di primo grado siano più che idonee a sorreggere la statuizione di rigetto delle doglianze citate.
Come puntualizzato nelle richiamate decisioni (cfr., in particolare, 22 marzo 2001, n. 1686; 16 marzo 2001, n. 1567), il Comune ben poteva, in sede di adozione della variante, tenere conto di piani paesistici in corso di approvazione, delle prescrizioni contenute nei provvedimenti istitutivi di parchi regionali ancorché non recepiti nei piani di assetto, delle aspettative legate alla futura realizzazione della città metropolitana, in modo da armonizzare le proprie scelte urbanistiche con le esigenze di tutela di altri interessi affidati alle cure di altre Amministrazioni.
La variante, in base all’esame del suo contento come integrato dalla relazione tecnica, si rivela coerente e puntuale. Essa non può che disporre per il futuro, valorizzando, in via autonoma quelle esigenze di tutela del bene primario del paesaggio e di razionalizzazione con gli interessi (di altri enti) ed interventi, che sul territorio si annunciano o sono in fieri, pure se affidate anche ad altre autorità, senza per questo che si registrino sconfinamenti o superfetazioni di tutela, come rilevato sub VIII).
Come osservato nelle decisioni da ultimo citate, l’autonoma e legittima considerazione di interessi pubblici pertinenti ad altre autorità o enti, ma tutti incidenti sul territorio, e comunque connessi alla tutela del paesaggio, della vocazione culturale, storico - agricola dell’agro romano, anche in prospettiva della realizzanda città metropolitana (ex art. 18, legge 8 giugno 1990, n. 142, ed ora ai sensi dell’articolo 23, D. Lgs. 18 agosto 2000, n. 267, Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), non configura alcuna ipotesi di incompetenza, violazione di legge o eccesso di potere.
Al contrario, le esigenze di tutela dell'ambiente e del passaggio costituiscono idonei motivi ispiratori di scelte urbanistiche in quanto incidono sulle qualità della vita e sull'assetto del territorio, nell'equilibrio del rapporto tra edificazione e spazi liberi o riservati al verde.
Nessuna rilevanza, rispetto a tale che conclusione, assume la circostanza, evidenziata con la memoria 26 giugno 2003, l’”Ente regionale Roma natura”, con deliberazione n. 23 in data 1 luglio 2002, ha adottato il Piano di Assetto della Riserva Naturale Valle dei Casali, inserendo l’area in questione tra le zone “B2”, nella quale la normativa di attuazione consente il mantenimento dell’edificazione già esistente nonché l’intervento di demolizione e ricostruzione.
Contrariamente a quanto sostiene l’appellante, la previsione contenuta nel Piano di Assetto citato non implica nessuna conseguenza sulla legittimità della preesistente variante, nè in ordine alla censura dedotta con il ricorso di primo grado, ma comporta solo, secondo il fisiologico rapporto intercorrente tra i due strumenti di pianificazione, l’adeguamento del PRG del Comune di Roma.
4.3. Anche i motivi quinto e sesto dell’appello, con i quali vengono rinnovati i motivi sesto e settimo del ricorso originario, possono essere esaminati congiuntamente, perché le critiche con essi rivolte alla variante sono intimamente connesse.
Si sostiene che la variante sarebbe illegittima, posto che è stata adottata per mere ragioni di salvaguardia, strumentali ad ulteriori future e non meglio precisate scelte pianificatorie, dimenticando che le uniche misure di salvaguardia sono quelle previste dalla legge 3 novembre 1952, n. 1902 e 6 agosto 1967, n. 765, e non potendo il Comune, in sede di revisione dello strumento urbanistico generale, congelare le proprie scelte urbanistiche e modificare destinazioni ben precise assegnate in passato alle singole zone.
Si aggiunge che il Comune, con la contestata variante, si sarebbe posto in contrasto con la normale impostazione “propulsiva” del piano regolatore generale, attraverso una drastica ed immotivata falcidia dei fabbisogni già valutati e fissati in precedenza.
Anche su questo punto si devono confermare le persuasive e pertinenti considerazioni svolte dal TAR.
Lo strumento urbanistico generale, non presuppone affatto, inderogabilmente, tendenze espansive edilizie e demografiche. Al contrario, una moderna e realistica concezione dell’urbanistica, appare incentrata sulla necessità di tenere conto della fortissima antropizzazione del territorio nazionale concentrata in specifiche aree, del calo demografico generale, dell’ineludibile bisogno di tutela delle ormai rare zone non edificate. Gli strumenti urbanistici, quindi, possono e devono essere costruiti intorno a linee guida tendenzialmente restrittive, che esaltino il momento del recupero e della razionalizzazione del patrimonio edilizio esistente, se non abusivo (cfr. decisione n. 1686 del 2001 citata).
La riduzione del fabbisogno edilizio, funzionale ad armonizzare le scelte urbanistiche con interessi di tutela dell'ambiente e del passaggio storico-culturale, appare logica e pienamente legittima.
4.4. Infondato è il settimo motivo di appello, con cui, riproducendo il dodicesimo motivo del ricorso originario, si deduce difetto di motivazione delle scelte urbanistiche operate, nonché mancata considerazione della situazione di fatto esistente e cioè che nell’area in questione esistono tre costruzioni condonate.
Si tratta di censure già esaminate e disattese nel precedente punto 4.1., a proposito dei motivi primo e secondo del ricorso originario, per cui si può rinviare alle considerazioni svolte in quella sede per respingerla.
4.5. Le doglianze sollevate con l’ottavo motivo d’appello (nono del ricorso di primo grado) sono dirette contro il sovradimensionamento degli standards, con particolare riferimento allo stato della zona in cui ricade il terreno della ricorrente, e l’ampliamento della zona N (verde pubblico) ben oltre i limiti stabiliti con la variante reiterativa dei vincolo scaduti del 1990, che destinava a verde pubblico superfici superiori ai limiti di legge.
L’illegittimità della variante rileverebbe, in primo luogo, sotto il profilo della mancata previa verifica circa lo stato di attuazione dei vincoli rinnovati nel 1990, non potendosi consentire il reperimento di ulteriori superfici da vincolare senza prima realizzare le previsioni vincolistiche preesistenti; in secondo luogo, perché l’ampliamento della superficie da destinare a zona N contrasta con l’invito della regione a privilegiare la qualità alla quantità delle aree; in terzo luogo, con la stessa linea espressa dal Comune a pag. 11 della relazione, secondo cui “la politica del verde urbano dovrà basarsi sulla sistemazione ed adeguata manutenzione delle aree a verde e dei parchi esistenti, mentre l’acquisizione di parchi nuovi dovrà rispondere a criteri di necessità dei settori urbani carenti”
Il TAR avrebbe sbrigativamente respinto la censura, accomunandola con quella dedotta con il dodicesimo motivo, sul presupposto che “le scelte urbanistiche non richiedono altra motivazione oltre quella che può desumersi dallo strumento urbanistico nel suo complesso”, e che nella variante in questione, comunque, l’obbligo della motivazione sarebbe stato adempiuto “anche con riguardo all’asserito superamento degli standards”.
Il primo giudice ha premesso che, secondo il costante orientamento della giurisprudenza, avvalorato dal disposto dell’art. 3, comma 2, della legge 7 agosto 1990, n. 241, la scelte urbanistiche compiute dall’amministrazione per la disciplina del territorio non richiedono altra motivazione oltre quella che può desumersi dallo strumento urbanistico nel suo complesso, e che, quando si tratti di variante, devono emergere le “sopravvenute ragioni che determinino la totale o parziale inattuabilità del piano….o la convenienza di migliorarlo”.
Ha poi ricordato che, nella relazione di accompagnamento, al capitolo “obiettivi della variante al P.R.G.”, si specifica che la variante è preordinata specificamente ad “una riqualificazione e ricomposizione dell’assetto urbanistico del territorio per il tramite di una valorizzazione delle risorse agricole e paesistiche dell’Agro Romano, di un accrescimento delle zone destinate a parco pubblico mirato alla tutela e alla fruizione pubblica di specifici valori naturali e culturali, di una riduzione delle volumetrie edificabili occorrenti, ove necessario, per assicurare un miglioramento del livello qualitativo ed ambientale della città sotto il profilo urbanistico”.
Le prescrizioni conseguenti a tali finalità si sono concretate essenzialmente nella riduzione di pesi insediativi in alcune zone destinate alla edificazione, e nell’ampliamento delle aree destinate a parco privato (G1), ad Agro Romano (H) e a Verde pubblico (N).
Ad avviso del giudice di primo grado, dal quadro prima riassunto emergerebbe che l’amministrazione, in linea con quanto previsto dal comma 7 dell’art. 10 della legge 17 agosto 1942, n. 1150, ha operato per realizzare un “miglioramento” del P.R.G., perseguito facendo valere sulla tendenza espansionistica degli insediamenti abitativi, più marcata nel precedente strumento urbanistico, la prospettiva di un incremento del livello di qualità della vita della popolazione residente.
La tesi dell’appellante, secondo cui tale motivazione, contrariamente a quanto sostenuto dal primo giudice, non sarebbe idonea a sorreggere anche l’asserito superamento degli standards, non considera che quelli stabiliti per legge costituiscono il limite minimo inderogabile, che può essere superato dall’amministrazione in sede di pianificazione urbanistica generale.
Ove, poi, si aggiunga, che ogni ulteriore specificazione si risolve in una richiesta inammissibile di sindacato dell’operato politico del Consiglio e delle scelte discrezionali che ne sono corollario, è agevole concludere per l’infondatezza anche di questo motivo.
4.6. Il nono motivo d’appello riguarda le aree destinate a zona agricola, scelta censurata con l’undicesimo motivo del ricorso di primo grado, come assolutamente illogica rispetto allo stato dei luoghi, essendo inconcepibile ipotizzare il ritorno alla campagna in presenza di una vocazione edificatoria riconosciuta da decenni in base a precise scelte del PRG per terreni ormai inseriti in un contesto urbanistico destinato al completamento. Ad avviso dell’appellante tale scelta avrebbe richiesto ben determinati presupposti, oltre ad adeguata e specifica motivazione.
La ricorrente si duole della dichiarazione di inammissibilità per difetto d’interesse, pronunciata dal primo giudice sul presupposto che la destinazione a zona agricola non concerne il terreno di sua proprietà.
Come ricordato ai punti VI e VII, la zona agricola possiede anche una valenza conservativa dei valori naturalistici, venendo a costituire il polmone dell’insediamento urbano, con funzione decongestionate e di contenimento dell’espansione dell’aggregato urbano, e questa sua funzione si riflette sul piano della istruttoria e della motivazione di una variante dichiaratamente destinata a tutelare l’ambiente (ed in particolare le caratteristiche storiche e culturali delle residue zone di agro romano secondo le indicazioni contenute nell’omonima Carta dell’Agro romano, adottata con delibera consiliare n. 959 del 18 marzo 1980), nel senso che anche quando si risolve nell’imprimere ad un’area il connotato di zona agricola, non si richiede una diffusa analisi argomentativa, avuto riguardo al valore del paesaggio, fondamentale a mente dell’articolo 9 della Costituzione.
Ciò precisato sotto il profilo funzionale, il Collegio osserva che il motivo è inammissibile, non solo perché, come correttamente rilevato dal TAR, investe zone diverse da quella di proprietà della ricorrente, ma anche perché la contestazione della scelta di politica urbanistica sottesa alla destinazione a zona agricola delle aree interessate è inammissibile perché investe il merito dell’azione amministrativa.
Invero, la drastica riduzione dell’edificabilità concreta è una fisiologica conseguenza di tale scelta. Ad ogni modo, <> (cfr. sez. IV, 2 dicembre 1999, n. 1769 e 22 marzo 2001, n. 1686).
4.7. Infondato è anche il decimo motivo d’appello (tredicesimo motivo di primo grado), con il quale si denuncia l’incompetenza del Comune a pianificare un territorio a livello metropolitano, invadendo in tal modo la competenza propria dell’autorità metropolitana, nonché eccesso di potere per illogicità e contraddittorietà, per avere il Comune adottato una variante di PRG al fine di allinearsi alla scala di pianificazione dell’area metropolitana, mentre la legge 6 giugno 1990, n. 142, ha demandato alla Regione il compito di individuare tale area.
Il primo giudice ha respinto il motivo, osservando che nessuna delle prescrizioni adottate dal Comune autorizza le critiche dedotte, posto che dalla deliberazione consiliare emergerebbe solo che la realizzazione della città metropolitana rientra tra le ipotesi di sviluppo urbanistico considerate. E tale modo di operare sarebbe coerente ed appropriato con i caratteri e le finalità del metodo pianificatorio, proiettato per sua natura al futuro, con la conseguenza che, in sede di elaborazione dello strumento urbanistico, si può ben tenere conto della ulteriore, pur se non ancora attuale, evoluzione del tessuto urbano e adottare soluzioni idonee ad evitare interventi non compatibili con quelle direttrici evolutive.
Si tratta di affermazioni che la Sezione condivide pienamente.
Si può solo aggiungere che l’autonoma e legittima considerazione di interessi pubblici pertinenti ad altre autorità o enti, ma tutti incidenti sul territorio, e comunque connessi alla tutela del paesaggio, della vocazione culturale, storico - agricola dell’agro romano, anche in prospettiva della realizzanda città metropolitana (ex art. 18, l. 8 giugno 1990, n. 142, ed ora ai sensi dell’articolo 23, d. lgs. 18 agosto 2000, n. 267, Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), non configura alcuna ipotesi di incompetenza, violazione di legge o eccesso di potere.
4.8. L’undicesimo ed ultimo motivo d’appello ripropone il quindicesimo motivo del ricorso originario e concerne i pareri sulla regolarità tecnica e contabile, i quali, ad avviso dell’appellante, dovrebbero, contrariamente a quanto ritenuto dal primo giudice, essere non solo menzionati, ma materialmente allegati alla deliberazione cui ineriscono.
Anche tale motivo è infondato e deve essere respinto, poiché il mancato inserimento dei pareri di regolarità tecnica e contabile nella deliberazione impugnata costituisce mera irregolarità a norma dell’art. 53 della legge 6 giugno 1990, n. 142, allorquando, come nel caso in esame, non si contesta l’effettiva esistenza dei pareri medesimi.
Il bisogno avvelena i mali che non può guarire (Luc de Clapiers de Vauvenargues)