Source: http://happyslide.net/doc/242463/montagna--%E2%80%9Cres-derelicta%E2%80%9D%3F
Timestamp: 2019-02-17 10:53:51+00:00
Document Index: 88359029

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 626', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 822', 'art. 827', 'art. 44', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 1', 'art. 9', 'art. 117', 'art. 1', 'art. 8', 'art. 15', 'art. 10', 'art. 24', 'art. 21', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 36', 'art. 12', 'art. 44', 'art. 7', 'art.\n26', 'art. 9', 'art. 19', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 923', 'art. 10']

Montagna, “res derelicta”?
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Appartenenze politiche, economiche e culturali nel mondo alpino contemporaneo
WHOSE ALPS ARE THESE?
Governance, ownerships and belongings in contemporary Alpine regions
7(+6=(<50=,9:0;@79,::
Giandomenico Zanderigo Rosolo1
Mountains, “res derelicta”? − The Italian mountains can, in many ways, be defined as res derelicta. During the 1950s, with few exceptions, the mountains were abandoned by their inhabitants,
who descended into the valleys or permanently immigrated to the plains or abroad, leaving behind
agriculture, sheep farming, and almost all traditional activities. This produced, more than a deterioration of the environment, an impoverishment and decline of the social context.
On neglected individual and collective property, rocks included, once the object of minutely
written legal reports and tenaciously defined by traditions dating back thousands of years, different relationships are being formed through new uses (foremost tourist-recreational), in line with
social customs that prefer immediate availability and the consumption of goods over responsibility
linked to the right of property.
The mountains are also derelict because the Forest Law of 1923 and then the special one in
1952, renewed in an increasingly tiring ritual in 1971, in 1994, and now the one currently under
discussion in Parliament, have been overdue, tame, or unenforced. At times regulations and public
funding, rather than being virtuous processes, have triggered vicious and expropriation processes
of goods and autonomy. Examples which run counter to this tendency include the establishment
in the 1990s of the Natural Park of the Ampezzo Dolomites which, thanks to regional funding, is
managed by the old original Community in accordance with new needs.
Like things now useless and cumbersome, much of the mountains are “wild” and marginalized. Anyone can appropriate them, because their owner no longer takes care of them, because
at the local and national levels there is an absence of governance, of those willing to responsibly
Storico, Belluno.
make the necessary decisions, to avoid delays and waste, to suppress misuse. Under these conditions, the lack of a secretary can paralyze the activity of a small municipality. Nor is it surprising
that, 20 years after the Alpine Convention, public resources are still used to finance projects on
which the competent authorities have shown little or no serious evaluation of “sustainability.”
More than special provisions, the mountains, like the city and the plains, need normal, careful
Alla domanda: “Di chi è la montagna italiana?” risponderei che ormai non appartiene più ai montanari, che sono in via di estinzione. Non appartiene agli alpinisti,
che da un centinaio d’anni percorrono i sentieri in quota ed impongono i loro nomi
alle vette. Non la possiedono ancora del tutto le imprese turistiche intente a trasformarla in un grande parco giochi per la gente che, frustrata tra lunedì e venerdì dal
lavoro, il sabato e la domenica gode la libertà incolonnandosi in strade e in piste da
sci ed eleva il proprio spirito degustando i piatti “tipici” e le pagliacciate folkloristiche. Potrei dire che, banalmente ed emblematicamente, in questo nostro periodo di
transizione la montagna appartiene ai fungaioli ed alle influenti logge micologiche.
Quello dei fungaioli è un movimento aconfessionale, interclassista, trasversale.
L’attività non richiede particolari doti culturali e fisiche né costosi equipaggiamenti; immerge nell’aria buona e nella quiete, fa conoscere e presidia il territorio ed
in più, salvo qualche rischio radioattivo, gratifica il palato. Sebbene accanitamente
concorrenti, i fungaioli indigeni e quelli forestieri sono accomunati, nel profondo,
dal gusto arcaico dell’esplorazione e dell’appropriazione. La loro attività, soprattutto,
non disturba interessi forti. Non c’è dunque meraviglia se il legislatore statale, che
in sessant’anni non è riuscito ancora a stabilire una soddisfacente definizione amministrativa di “territorio montano” (perciò giuridicamente ma iniquamente sono
“montani” allo stesso modo uno sperduto villaggio in alta quota e un centro cittadino
privo di particolari disagi), ha invece dedicato all’Amanita caesarea e agli altri funghi
una legge-quadro, ed ogni Regione, con poche sfumature dalla Valle d’Aosta al Friuli
alla Sicilia, ha minuziosamente disciplinato la materia.
La Legge-quadro 23 agosto 1993, n. 352, propriamente ha imposto un vincolo
ambientale: per evitare i danni arrecati all’ecosistema da una raccolta eccessiva e disordinata dei funghi, ha stabilito un limite massimo giornaliero (3 kg per persona)
e le principali modalità di raccolta, demandando alle Regioni una ulteriore disciplina ambientale riguardo alla raccolta nonché una igienico-sanitaria riguardo alla
commercializzazione. Tutto questo apparentemente non tocca il regime giuridico
di appartenenza dei funghi che, come gli altri prodotti spontanei della terra, sono
frutti naturali spettanti al proprietario del fondo e non res nullius. Tuttavia con equi-
voci richiami “alle tradizioni, alle consuetudini ed alle esigenze locali” e al divieto
di raccolta “nei giardini e nei terreni di pertinenza degli immobili ad uso abitativo
adiacenti agli immobili medesimi, salvo che ai proprietari”, la legge induce la volgare opinione che lo ius excludendi del proprietario sia limitato alle pertinenze delle
abitazioni e che nel nostro ordinamento ci sia posto “per consuetudini normative di
raccolta di frutti spontanei su fondi altrui”, o che “un costume di generale tolleranza
verso raccolte abusive” o verso chi sui fondi altrui “compie passeggiate ed escursioni”2
abbia generato una sorta di diritto d’uso civico micologico e turistico. A chi è munito
di autorizzazione regionale o di altro ente preposto è di fatto assicurata la possibilità
di accedere ai terreni e di raccogliere i funghi ovunque.
Con lievissime sfumature tutte le Regioni, bontà loro, riconoscono al proprietario del fondo l’esonero dall’autorizzazione o permesso di raccolta e qualche possibilità di eccedere nei quantitativi. Alcune3 prevedono che il proprietario del fondo
possa interdire la raccolta a terzi, apponendo lungo il confine apposita segnaletica
(analogamente a quanto era stato disposto con l’art. 3 della Legge statale 17 luglio
1970, n. 568, riguardante i tartufi). La Regione del Veneto, come la Lombardia ed
altre, non si è neppure occupata di questa possibilità di interdire, bensì con una novella ha riconosciuto ad una categoria di proprietari, cioè le Regole ovvero comunità
degli originari, ampia libertà di rilasciare i permessi nel proprio territorio (intendi:
nei propri terreni)4.
Di fatto l’equivoca normativa fungaiola pone a carico del proprietario del fondo
il non lieve onere di interdire la raccolta ed inverte il criterio per il quale, ad esempio,
normalmente è considerato furto l’impossessarsi di una bicicletta anche se si trova
sulla strada e non è incatenata con un lucchetto, oppure di un’autoradio anche se
l’automezzo ha le portiere spalancate e non c’è un cartello che fa divieto di accedervi.
Per i fungaioli, insomma, sembra non esistere la sanzione penale prevista per chi arbitrariamente invade un terreno per trarne profitto o senza necessità entra nel fondo
altrui recintato (artt. 633 e 637 C.P.) e per chi spigola, rastrella o rampolla nei fondi
altrui (art. 626).
La raccolta dei funghi si pratica diffusamente soltanto dall’ultimo dopoguerra
e mi è facile notare che questa ed altre tolleranze ed infinite violazioni recenti non
Utilizzo alcune espressioni di un limpido saggio in materia scritto quasi quarant’anni fa da Casadei,
1974, pp. 33-34, 50.
Tra queste già la Legge provinciale di Bolzano 28 giugno 1972, n. 12, art. 2, e di Trento 26 luglio 1973,
n. 18, art. 3; analogamente il Friuli, la Liguria e la Sicilia. Quest’ultima, ad es., con L.R. 1 febbraio
2006, n. 3, art. 3, commi 1-2, dispone: “I proprietari o i conduttori a qualsiasi titolo di un fondo chiuso
non sono soggetti agli obblighi”; “Ai fini di una maggiore sicurezza, i proprietari dei terreni che vogliono
vietare la raccolta dei funghi nel proprio fondo sono tenuti ad apporre cartelli informativi lungo tutto
il perimetro, a distanza non superiore a venti metri l’uno dall’altro”.
L.R. Veneto 19 agosto 1996, n. 23, e successive modifiche, art. 2; art. 2/bis.
corrispondono all’antico diritto di proprietà ed alle consuetudini dei luoghi che conosco, ma direi di tutte le aree montane. Queste zone hanno tra le loro tradizioni
proprio il rigoroso rispetto della proprietà individuale e collettiva. Per essere rispettati, non occorreva che i confini dei fondi fossero neppure particolarmente evidenti;
l’accesso era interdetto, eccetto che in particolari circostanze, anche se il fondo non
era delimitato da fosso o munito di siepe viva o di altro stabile riparo. Come è naturale in una società che doveva economizzare anche le più modeste risorse, nei fondi
individuali come nei boschi ed in altri terreni collettivi la cattura di piccoli animali
(ad es. le chiocciole) o la raccolta di frutti modesti, assimilabili ai frutti spontanei,
non era affatto aperta a tutti. Ad esempio, è documentata fin dal Trecento la concessione a titolo oneroso da parte delle comunità cadorine per la raccolta del largato
dei larici (per ricavarne la trementina) o dal Sei-Settecento per il taglio dei virgulti di
nocciolo con i quali si fabbricavano i legami (le sache) delle zattere che scendevano
La storia delle nostre montagne è piena di controversie riguardanti i confini territoriali e di proprietà, segnati fin dall’antichità e tenacemente ricalcati. Sulle rocce del
Monte Pèrgol come su quelle del Civetta qui vicino, in quota, possiamo ancora leggere singolari iscrizioni tardoantiche delimitanti l’ager compascuus municipale e, più
comodamente accessibile, merita una visita la “muraglia” del Giau costruita nel 1753
per porre fine a liti secolari ma tutto sommato civilissime tra pastori e poi tra Stati.
Si potrebbe far menzione delle lunghe lotte del Comune di Vodo di Cadore contro
i patrizi Sagredo che, forti di una concessione mineraria (erano coinvolti anche interessi dello Stato ed interessi dei lavoranti), gravavano di servitù i boschi collettivi.
Ma fra tutti è memorabile l’atto del 30 ottobre 1226 con il quale i “regolieri”, cioè
gli abitanti di Vìnigo di Cadore, proprietari del pascolo e dell’osteria di Cimabanche
che oggi sono dei regolieri di Ampezzo, sulla strada di Alemagna tra Cortina e Dobbiaco, intimarono al vescovo che consacrava la chiesetta dell’ospizio dei viandanti e
alle altre autorità che erano lì convenute per la cerimonia di non metter piede sulla
loro montagna al di fuori del sedime che essi avevano donato per la costruzione della
chiesa, con una fascia larga 420 cm (!) dal muro. I medesimi regolieri di Vìnigo nel
1289 compilarono un elenco che non lasciava dubbi riguardo agli aventi diritto sul
monte: isti sunt consortes montis et alii non5.
Una storia millenaria di comunità che hanno puntualmente tracciato e difeso i
segni di confine dei loro prati, boschi e pascoli fin sulle rocce più impervie, poco importa per la realtà odierna che ha ritmi ed esigenze diverse da quelle degli agricoltori,
dei pastori, dei boscaioli, conoscitori attenti del proprio ambiente e lavoratori della
terra come res propria, individuale o in comunione. Alla mentalità fungaiola basta
l’appropriarsi di un frutto, non importa se in re aliena. A soddisfare le nuove esigenze
I due documenti sono trascritti da Richebuono, 1962, pp. 201-203 e 218-219.
di vita pare sufficiente il precario possesso ed il consumo, non interessa la proprietà,
che è diritto pieno ma anche responsabilità piena, per l’oggi e per il domani.
Proprio perché si tratta di beni ai quali ognuno, di fatto, ha libertà di accesso per
le proprie immediate esigenze, non è frequente la domanda: di chi sono le rocce,
suggestive ed imponenti? Oppure: di chi sono le acque, che nascono e scorrono abbondanti nelle valli?
Gli escursionisti ed i rocciatori, con le loro associazioni ed in primo luogo il Club
Alpino Italiano, percorrono vecchi sentieri e ne tracciano di nuovi, installano emblemi e segnaletica, danno nomi ai luoghi6, compilano relazioni e guide, esattamente
come fanno i colonizzatori di nuove terre. Essi soddisfano un interesse personale ed
insieme si rendono benemeriti facendo conoscere i luoghi e rendendoli più sicuri per
chi in seguito vi si avventura. Se per fare questo normalmente non si preoccupano di
chiedere il permesso del proprietario, evidentemente sono convinti che quei luoghi
non appartengano a nessuno; oppure che le rocce, bene improduttivo, impervio e
marginale, siano demanio dello Stato e perciò, secondo la volgare opinione, siano di
nessuno e di tutti. Effettivamente, ad esempio, nell’area austriaca di queste nostre
Alpi due secoli fa le rocce sono state pacificamente intavolate come proprietà dell’Imperial Regio Erario (atto d’impianto del libro fondiario, in base al Decreto aulico
7 gennaio 1839, n. 325); è la ragione per la quale il Demanio dello Stato Italiano,
regolarmente succeduto a quello austriaco in seguito all’annessione dei territori (R.
D. 8 febbraio 1923, n. 375), si trova oggi proprietario della Tofana e delle altre
belle e famose rocce di Cortina d’Ampezzo. Il nostro ordinamento “mediterraneo”
è invece più antico o più evoluto rispetto a quello d’Oltralpe. L’art. 822 del nostro
Codice Civile non elenca le montagne insieme con le spiagge ed i fiumi tra i beni
Tra i molti doveri e i pochi superstiti diritti che, secondo la legge, i genitori hanno sui figli, c’è il
diritto di dare alle loro creature il nome. Nel dare il nome ai figli si oscilla fra la tradizione (familiare,
religiosa, ecc.) e la fantasia (estro o moda), imprimendo un sigillo culturale pressocché indelebile. Così
un nome di luogo, in forma più o meno evidente ne indica l’appartenenza e la storia. Se dovessimo
rilevare l’appartenenza delle montagne dai loro nomi, dovremmo dire che soltanto in piccola parte
esse appartengono ai montanari. Diversamente da quanto è indicato nelle guide alpinistiche e nella
cartografia ufficiale e turistica, in alta quota i toponimi originari sono assai radi e generalmente
derivano dal fondovalle. La Grande Guerra e l’alpinismo li hanno assai alterati e perciò meriterebbero
d’essere attentamente revisionati sia correggendo grossolani errori, sia eliminando una infinità di
nomi arbitrariamente imposti dagli alpinisti a cime e percorsi come suggello delle loro imprese più
o meno ardite. Un vero alpinista non ha bisogno di lasciare sulle rocce un marchio delle sue imprese,
non soffre di horror vacui toponomastico e sa gustare la fascinosa bellezza delle cime che non hanno
nome. Il “restauro” toponomastico è tuttavia difficile, perché i montanari stessi conoscono oggi le
loro montagne più per mezzo delle carte e guide alpinistiche che non attraverso la genuina tradizione.
Inoltre, paradossalmente, sono talvolta i non montanari a difendere meglio la montagna e la sua cultura.
del demanio, né l’art. 827 stabilisce la presunzione di appartenenza al patrimonio
dello Stato di tutti gli immobili dei quali non possa essere provata l’appartenenza ad
altri, bensì prevede che questa appartenenza statale consegua alla effettiva vacanza del
bene. Separare le rocce dal resto della montagna è un’operazione cartograficamente e
giuridicamente possibile; tant’è che è stata fatta anche recentemente per identificare
le Dolomiti come patrimonio Unesco, ma se la geografia e la geopolitica devono individuare e tracciare secondo ragione le demarcazioni o le linee di confine, mi sembra
che separare le rocce dal resto della montagna sia un’operazione storicamente inusitata e geograficamente assai discutibile, se non del tutto scorretta. Per storia, geografia
e diritto le rocce nostrane sono state ab immemorabili tutt’uno con i montes pascolivi
e con le comunità locali che ne fruivano.
La seconda domanda non riguarda soltanto i montanari: l’acqua era res communis
omnium per Giustiniano, è un diritto umano fondamentale ed universale secondo la
dichiarazione dell’ONU del 27 luglio 2010. Sotto il dominio dell’acquatica Venezia,
ai cadorini una ducale del 26 gennaio 1664 riconosceva l’antico diritto di uso esclusivo dei corsi d’acqua. Ai comuni del Cadore, come a tutti i comuni rivieraschi, la
Legge 11 dicembre 1933, n. 1775, sulle acque pubbliche, modificata da un’ondivaga
normativa degli ultimi decenni, riconosce compartecipazioni ed un sovraccanone
sulle grandi derivazioni. Ma anche i diritti sulle acque non sono così certi come
sembrerebbe. Permettetemi di menzionare una questione locale di 65 anni fa. Nel
settembre 1946, nell’entusiasmo della ricostruzione, Belluno ospitò un convegno,
che allora modestamente si definiva “regionale” ma che fu assai fruttuoso, sul tema
del miglioramento dell’economia montana. Vi partecipò il ministro dell’agricoltura
Antonio Segni (governo di Alcide De Gasperi) e tra i suoi frutti l’ancoraggio costituzionale della questione montana proposto dal parlamentare democristiano, il
geologo carnico Michele Gortani (1883-1966). Tra gli interessanti interventi di quel
convegno, un ingegnere, Mario Baratto, delegato dei comuni cadorini, diceva:
Utilizzare le acque a scopo di forza motrice costituisce un fattore capitale del problema della montagna, specie nei riguardi dell’artigianato locale che vuole lavorare
sul sito i propri prodotti silvo-pastorali. Precedenti oratori hanno fatto cenno di
questo fattore ed uno di essi, il prof. on. Gortani, ha prospettato le inframmettenze
che talvolta si verificano da parte delle grandi Società concessionarie per contrastare
il diritto di usufruire con vantaggio di una delle principali fra le poche ricchezze di
cui dispone il montanaro. [Evidenzia che le grandi Società hanno la preferenza sulle
piccole utilizzazioni e ricevono un contributo statale di 40 lire annue per 15 anni per
ogni cavallo nominale medio, il 30% dell’importo dei lavori per i serbatoi e fino al 10%
per i progetti, con l’onere di corrispondere ai Comuni rivieraschi un canone annuo e fino
ad un decimo dell’energia prodotta in base alla portata minima]. Ma i guai cominciano
allorché il Comune rivierasco si accinga ad usufruire di questi suoi diritti! [...] Il Comune di Vigo di Cadore, rivierasco dell’impianto Piave-Ansiei, ha inteso usufruire
dell’energia riservatagli [...] e perciò nel 1938 ha emesso una prima delibera per
municipalizzare il servizio di distribuzione di tale energia. La Società distributrice è
insorta contro tale decisione e ne è derivato:
- un ricorso al Ministero degli Interni;
- una causa in Tribunale;
- un ricorso al Consiglio di Stato;
- un arbitrato;
- un ricorso alla Corte di Appello;
- altra causa in Tribunale;
- nuovo ricorso al Consiglio di Stato.
[...] Quanto sopra per dimostrare che praticamente le provvidenze di legge sono
senza effetto [...]. Esiste da decenni una vera e propria ipoteca di quasi tutte le
acque dell’alto bacino del Piave da parte di grandi società, quantunque le acque
continuino a scorrere inoperose nel proprio letto. [...] L’ente resta a mani vuote e
l’acqua continua a scorrere inoperosa (Baratto, 1947, pp. 365-366)7.
L’ingegnere proponeva pertanto di rinunciare ai canoni rivieraschi e di ottenere
invece per i comuni e le regole-frazioni la disponibilità del 10% dell’energia per
i bisogni industriali, di illuminazione pubblica, di riscaldamento ed usi elettrodomestici. Disporre dell’energia elettrica a prezzo di costo per gli usi pubblici, come
prevedeva la Legge, o realizzare piccoli impianti idroelettrici, poteva essere per la
montagna di quei tempi un incentivo semplice ed efficace. Le successive vicende
dell’industria elettrica sono ben note e dopo 65 anni il problema non ha ancora trovato una soddisfacente ed equa soluzione, che oggi deve tener conto anche di nuove
esigenze ecologiche.
Il primo provvedimento dello Stato unitario riguardante la montagna è la Legge
20 giugno 1877, n. 3917, che impose il vincolo forestale ovvero idrogeologico; il primo di una lunga serie di vincoli, anche pesanti, fino a quelli ambientali della Legge
8 agosto 1985, n. 431. L’imposizione del vincolo senza indennità nel 1877 era giustificata con il fatto che esso “non offende le ragioni della proprietà”, “non si spoglia
il proprietario della cosa sua [...] ma gli si vieta soltanto di fare della cosa sua un uso
riconosciuto nocivo alla convivenza” (Frassoldati, 1960, pp. 16-17). È vero però che
una serie di pesanti vincoli svuota il diritto di proprietà.
Nel proporre il riordino della normativa e la costituzione dell’Azienda speciale
del Demanio dello Stato che fosse propulsore dell’economia forestale, con la Legge 2
Il Comune di Vigo riuscì, dopo 8 anni di contenzioso, ad istituire l’Azienda elettrica, che operò poi
per un cinquantennio.
giugno 1910, n. 277, il ministro ed economista Luigi Luzzatti (Venezia 1841-Roma
1927) indicava lucidamente che “la tutela silvana non può basarsi unicamente sulla polizia forestale, ossia sulla perpetua minaccia di sanzioni penali contro i rapaci
disboscatori [...]; occorre associare alla politica dei vincoli e dei freni una politica
positiva stimolante a fare, incoraggiare e proteggere chi vuol fare” (Frassoldati, 1960,
p. 19). L’ancor oggi vigente R.D. 30 dicembre 1923, n. 3267, ispirato dal bolognese
prof. Arrigo Serpieri (1877-1960), traduceva questo indirizzo in rigorosi vincoli,
nella riorganizzazione dell’amministrazione forestale statale, in programmi di rimboschimenti e di sistemazioni idraulico-forestali, con esenzioni fiscali ed incentivi
Questi programmi vennero integralmente ripresi nella prima Legge per la montagna 25 luglio 1952, n. 991, in applicazione dell’art. 44, comma 2, della Costituzione. Approvata nell’entusiasmo della ricostruzione e con il contributo di personalità
della montagna come De Gasperi ed il già menzionato Gortani (la vivace scuola
geografica friulana, tra i pionieri della quale mi piace ricordare Giovanni Marinelli,
d’origini cadorine), la legge disciplinò organicamente la materia: definizione dei territori montani, mutui finanziati per un decennio con garanzia sussidiaria dello Stato
a favore del miglioramento fondiario (art. 3) e delle aziende agricole e forestali, ma
anche per la trasformazione di altre materie prime montane e per “migliorie di carattere igienico e ricettivo delle abitazioni private, ai fini dello sviluppo del turismo”
(art. 2). Nel 1952 la montagna era ancora popolosa (circa 9 milioni su 47) e dedita
all’agricoltura: il Comelico Superiore, ad esempio, contava 4000 abitanti nel 1875,
4102 nel 1951, mentre nel 2001 si ritrova dimezzato a 2448, in ulteriore decremento.
Dopo la Legge del 1952, imperniata sulla figura del montanaro-agricoltore, il
Parlamento si è occupato della montagna con scadenza ventennale, ma quasi come
un rito che si ripete sempre più stancamente. I provvedimenti legislativi sembrano
voler costruire un argine, ma nella consapevolezza che non sarà sufficiente a resistere
alla piena. Non sono riusciti infatti ad evitare lo spopolamento ed il degrado della
montagna. Forse non sono riusciti nemmeno a rallentare questo movimento, che
obbedisce inesorabilmente ad altre leggi: bio-fisiche, economiche, socio-culturali. Saremmo tuttavia ingiusti se dicessimo che altri Stati, nelle medesime nostre condizioni, sono riusciti ad affrontare meglio il problema della loro montagna e che la nostra
Repubblica ha dedicato alla montagna poca attenzione e poche risorse. Evidentemente, come per il Mezzogiorno, ad un difficile problema si rimedia con soluzioni
inadeguate che addirittura innescano processi viziosi anziché virtuosi.
Mi pare di poter considerare principalmente sotto due aspetti questa ormai secolare normativa. Primo: essa sempre ricerca, anzi affannosamente rincorre, soluzioni
innovative, che tuttavia risultano sempre tardive, blande o inattuate. Così, ad esempio, nella Legge del 1952, eccettuata una timida e poco praticata apertura di credito
alle “aziende trasformatrici di materie prime prodotte nei territori montani ed al
miglioramento di carattere igienico e ricettivo delle abitazioni private, ai fini dello
sviluppo del turismo” (art. 2), si punta soprattutto sulla forestazione, sulla bonifica
e sul miglioramento fondiario che era stato indicato 30 e più anni prima nella Legge del Serpieri, mentre l’economia nazionale ormai si stava rapidamente volgendo
Nel ventennio 1950-1970, corrispondente allo sviluppo industriale, la montagna ha avuto perciò un tracollo, del quale è specchio la Legge 3 dicembre 1971, n.
1102. Sebbene nel titolo “Nuove norme per lo sviluppo della montagna” traspaia
la convinzione che sia possibile non soltanto arrestarne il degrado, ma addirittura
assicurarne uno sviluppo, la Legge prende atto che occorre il “presidio del territorio”
ormai abbandonato. Non tratta più di agricoltura, diventata ormai marginale, né di
foreste demaniali, in via di trasferimento alle Regioni, bensì di una “nuova economia
montana integrata” e di “infrastrutture e servizi civili” che dovrebbero equipararsi
a quelli delle città. Ma la soluzione dei gravi problemi è purtroppo individuata in
alcune parole magiche: “partecipazione delle popolazioni, attraverso le Comunità
montane”; “programmi di sviluppo e piani territoriali” (art. 1); “piano generale di
sviluppo economico-sociale”. Nella realtà, siccome senza gli agricoltori, che ormai se
ne sono quasi tutti andati, non è possibile neppure la riedizione dei vecchi e concreti
“piani di bonifica”, si affida alle volonterose Regioni, alle Comunità montane e ai
Comuni quello che lo Stato non è riuscito a fare dal 1910 e dal 1923 in qua (artt.
112 ss. del R.D. del 1923) e perciò con molta fantasia li si autorizza ad acquistare o
prendere in affitto od espropriare i terreni abbandonati (art. 9).
Per la Legge 31 gennaio 1994, n. 97, all’indomani della Convenzione delle Alpi
del marzo 1993, l’abbandono appare così grave che il rimediarlo costituisce “preminente interesse nazionale” e perciò si stabiliscono “principi fondamentali ai sensi
dell’art. 117 della Costituzione”. Dal mito agro-forestale e da quello delle fumose
programmazioni territoriali si ripiega sui miti, non meno fumosi, delle “tradizioni
locali” (art. 1), dei “prodotti del sottobosco” (art. 8) e dei “prodotti tipici” (art. 15),
della “autoproduzione e benefici in campo energetico” (troppo blandamente incentivata con l’esenzione dall’imposta di consumo, art. 10), dell’informatica e telematica
(le Comunità montane come “sportelli dei cittadini”, art. 24) e soprattutto delle
“pluriattività” (artt. 16-18). Facendo di necessità virtù, è stato introdotto (art. 21) nel
pigro ordinamento scolastico un modello di Istituto comprensivo di diversi gradi di
scuola dell’obbligo: dopo una iniziale ostilità degli addetti ai lavori, che paventavano
cali di qualità ed insormontabili difficoltà organizzative, questo modello è stato fra i
pochi ad avere successo, tanto che è stato esteso anche in pianura.
Si giunge così al Disegno di legge n. 320 approvato dalla Camera il 16 febbraio
2011, che tenta una nuova classificazione dei “Comuni montani svantaggiati” (art. 2),
destinatari di finanziamenti per progetti di “carattere straordinario” (art. 3), e prevede
per tutti i Comuni montani una semplificazione delle procedure di appalto dei lavori
pubblici (art. 4). Peccato che nel frattempo il Parlamento abbia anche ridisegnato i
piccoli Comuni e che ormai da un ventennio la Legge 8 giugno 1990, n. 142, che doveva conferire autonomia ai Comuni, sia riuscita soltanto ad esautorare e togliere entusiasmo ai Sindaci ed agli altri amministratori che rispondono agli elettori, ed abbia
attribuito poteri ai dirigenti degli uffici, che praticamente non rispondono a nessuno.
Uno dei problemi quotidiani di molti piccoli Comuni montani è di essere paralizzati
perché mancano di un segretario titolare e non hanno modo di reperire nell’apposito
“albo nazionale territorialmente articolato” il qualificato funzionario disposto a trasferirsi e a sottoscrivere le delibere e gli altri atti, ai quali per secoli avevano provveduto
egregiamente modesti indigeni.
Ognuna di queste leggi per la montagna ritorna sulle medesime questioni irrisolte: ad esempio quella dell’eccessivo frazionamento dei terreni, che ostacola non
soltanto le attività agro-forestali ma ogni altra attività montana. Nel 1952 (art. 36)
come nel 1971 (art. 12, comma 1) si prevedeva la quasi esenzione dall’imposta di
registro per gli atti di trasferimento della proprietà rurale a scopo di accorpamento8.
È una misura del tutto inefficace perché non ne possono beneficiare tutti i proprietari
di terreni agro-forestali ma soltanto i coltivatori diretti9, che hanno ben poco interesse ad affrontare le spese di acquisto di terreni dei quali trovano ampia disponibilità
per tenui affitti o in comodato, quando addirittura non se ne impossessino in modo
truffaldino e all’insaputa dei proprietari per attingere alle sovvenzioni comunitarie.
Una sezione di tutte le leggi per la montagna tratta delle proprietà collettive,
peraltro in modo non sempre univoco. Fino a cinquant’anni fa gli usi civici e le c.d.
“associazioni agrarie” erano realtà ancora vive e protagoniste nell’economia locale;
successivamente, quando ormai erano languenti o del tutto estinte, se ne è incoraggiata la conservazione o ricostituzione sia come bene culturale sia come organizzazione “tipica” in grado di assolvere funzioni nuove. A ben vedere, sarebbe stato sufficiente che l’Amministrazione pubblica avesse applicato lealmente gli artt. 150-153
della Legge del 1923 e la pur eversiva normativa degli usi civici, per evitare i continui
abusi, i riusciti tentativi di spoglio dei diritti delle popolazioni e le interminabili questioni che hanno impedito o complicato la vita delle antiche associazioni agrarie. Il
riconoscimento e la disciplina delle antiche proprietà collettive hanno richiesto oltre
mezzo secolo, non tanto per la difficoltà di recepire nell’ordinamento “un altro modo
Oltre all’usucapione abbreviata, nella Legge del 1994 (artt. 4, 5, 6) ai medesimi coltivatori diretti
sono state riconosciute agevolazioni per conservare l’integrità dell’azienda; ma per la sopravvivenza
delle aziende agricole montane (vere aziende agricole, non di “giardinaggio ambientale”) sono ormai
secondari i problemi della minima unità culturale e le questioni successorie.
L’art. 44 della Costituzione prevede aiuti per la “piccola e la media proprietà” e non esclusivamente per
i “coltivatori diretti” o gli “imprenditori agricoli a titolo principale”. Peraltro anche nel lontano passato
in montagna l’attività agricola è stata integrata con altre attività, poiché da sola spesso non garantiva
neppure la sussistenza.
di possedere”10, ma soprattutto per la negligenza o la meschina opposizione, che
perdurano ancora, proprio da parte di chi avrebbe dovuto esserne invece il tutore11.
Secondo aspetto della ormai secolare politica per la montagna: ha mostrato frequentemente un carattere “espropriativo”: per più o meno valide ragioni ha sottratto
al montanaro risorse e responsabilità.
Sono stati una forma di esproprio senza indennizzo le limitazioni degli usi civici
ed i molti vincoli che già agli inizi dell’Ottocento e poi dal 1877 si sono sostituiti ad
una millenaria autoregolamentazione del pascolo e del bosco, estendendosi negli ultimi decenni ad ogni altro tema ambientale. Non soltanto sono state dettate norme,
tuttora vigenti, di gestione dei patrimoni silvo-pastorali degli enti pubblici, ma per
più di mezzo secolo l’Azienda per le foreste demaniali ha rappresentato la convinzione che nel settore forestale lo Stato amministrava esemplarmente il proprio e riusciva
a fare assai meglio dei Comuni e dei privati montanari. Così nella Legge del 1952
si prospettavano espropriazioni per i terreni limitrofi a quelli del’Azienda di Stato
per le foreste demaniali (art. 7), per quelli ove i proprietari non adempivano agli
obblighi di bonifica (artt. 23-24) o che fossero necessari per le opere medesime (art.
26). Come già ho accennato, nella Legge del 1971 (artt. 8-9) si previde che fossero
le Regioni ed i Comuni, ma soprattutto le Comunità montane ad effettuare le opere
di bonifica e ad acquistare od espropriare gli incolti ed altri terreni, ed in quella del
1994 (art. 9) alle Comunità montane venne affidata la gestione diretta di detti terreni
o la promozione di consorzi volontari o coattivi tra i proprietari. Michele Gortani,
che ammirava il modello della antica Comunità di Cadore ed era attento a recepire
ogni proposta ed esperienza utile al bene pubblico, immaginava le Comunità montane come efficiente coordinamento tra i Comuni. Invece le Comunità montane
non sono riuscite a gestire i terreni abbandonati né ad essere una valida associazione
dei Comuni e si sono dimostrate un ente di secondo grado con nuovi uffici e nuove
cariche piuttosto estranee ai cittadini e vicine invece alle logiche spartitorie dei partiti
Al di là dei tanti espropri compiuti sui montanari con l’intento di salvarli, merita
d’essere menzionato un provvedimento in controtendenza. Anche se non è esente da
qualche censura, in quanto a distanza di 20 anni non è stata ancora eseguita la condizione (art. 19, comma 4) che prevedeva l’adeguamento, entro un anno, degli statuti
delle Regole “in modo da garantire lo status di Regoliere senza distinzione di sesso”,
Secondo l’efficace espressione di Grossi, 1977.
La questione riaffiora anche nel Disegno di legge del 2011, che all’art. 8 si preoccupa di sanare
gli acquisti “in buona fede” di beni che dopo il perfezionamento dell’atto risultassero di uso civico.
Certamente il principio della imprescrittibilità dell’uso civico e della nullità degli atti di acquisto anche
risalenti a tempi molto lontani si presta ad applicazioni intemperanti, ma è assai difficile credere alla
“buona fede” degli acquisti e pensare che una sanatoria non incentivi nuovi e sempre più sfacciati abusi.
è vivamente apprezzabile l’esempio della Legge regionale del Veneto 22 marzo 1990,
n. 21, che ha istituito il Parco naturale delle Dolomiti d’Ampezzo e ne ha affidato
la gestione alle locali Regole ovvero comunità degli originari, le quali fruiscono a tal
fine di un finanziamento annuo regionale. Con questa formula, prima e finora unica
in Italia, l’interesse pubblico della tutela ambientale e la fruizione turistica vengono
assicurati senza creare un nuovo ente che si sovrapponga a quelli locali già esistenti.
D’altro canto la collettività proprietaria dei fondi non viene espropriata né pesantemente vincolata; mantiene il dominio dei propri terreni ed anzi trova nella diretta
gestione naturalistica e turistica del parco un uso compatibile con la tradizionale
destinazione agro-silvo-pastorale ed una fonte di reddito. Purtroppo questa soluzione non è parsa invece opportuna nel limitrofo Cadore, che presenta una situazione
ambientale e giuridica affine ma teme che l’istituzione di un parco naturale comporti
soltanto vincoli ed aggravi.
Occupazioni ed espropri di estese aree sono stati effettuati per le servitù militari
tra la fine dell’Ottocento e gli anni Settanta; i danni di guerra, in particolare nell’area
nord-orientale, dopo quasi un secolo sono ancora ben evidenti in alta quota: doline
di bombe, rottami, forti, casermette, depositi, ma anche solide e comode strade che
sono servite poi per le attività agricole. Hanno comportato espropri e le già menzionate questioni, verso la metà del Novecento, i bacini idroelettrici. Ma ben più
gravi squilibri hanno comportato e comportano le alienazioni connesse allo sviluppo
“Speculazione” è un nobile termine filosofico ed un po’ meno nobile termine
economico (“ricerca di guadagno”, che peraltro non sempre è disdicevole o illecito).
In montagna è sinonimo soprattutto del proliferare di “seconde case” che, dopo aver
dato lavoro ad agenzie d’affari, imprese edìli, muratori ed artigiani e tanti altri, alterano il mercato immobiliare a svantaggio dei residenti e gravano socialmente ed economicamente sui Comuni più di quanto contribuiscano con l’ICI od altre imposte.
Se ne è fatta una colpa soprattutto delle imprese, in particolare esterne, come se fosse
disdicevole il commerciare e il costruire in aree edificabili. In realtà del guasto sono
responsabili esclusivamente le amministrazioni locali e regionali, che per decenni e
a spese dei contribuenti hanno redatto illusorie ed a volte meschine “pianificazioni”
territoriali. Come è possibile considerare intelligente e legittima la scelta di estendere
le aree per la nuova edificazione residenziale, quando la popolazione è in calo e c’è già
un consistente e trascurato patrimonio edilizio?
Queste “pianificazioni” possono portare un buon gruzzolo nelle tasche di qualche
montanaro che possieda un mappale baciato da una fortunata variante urbanistica;
ad altri montanari più facilmente può capitare (cito un caso che conosco da vicino)
che di 9 fazzoletti di terra di un povero heredium, uno venga espropriato per un
parcheggio pubblico, un altro venga occupato per la regimazione di un corso d’acqua, su altri due venga imposta la servitù di una pista da sci durante l’inverno e di
un percorso turistico attrezzato d’estate, cosicché al proprietario rimane l’obbligo di
pagare le tasse e il diritto di accedere alla sua proprietà soltanto in qualche giornata
della primavera e dell’autunno. Un quinto terreno è stato espropriato per realizzare
un “laghetto di pesca sportiva” di rilevante ed urgente interesse pubblico. Impugnata
l’occupazione di quest’ultimo terreno, dopo poco più di 7 anni (un termine abbastanza breve!) è arrivata una sentenza che annulla l’esproprio e dà al proprietario la
possibilità di cimentarsi, nel passare delle amministrazioni e delle generazioni, in altri
procedimenti per la reimmissione in possesso, per un equo indennizzo e così via.
Ben oltre gli espropri subìti dalle singole persone, ci sono quelli che impoveriscono e lacerano le comunità. Non si tratta di sacrificare qualche prato e qualche bosco
per costruire una strada, un acquedotto, una scuola, un campo sportivo. Si tratta
di abbattere a raso decine di ettari di boschi secolari e di raspare e livellare il sottile
strato di humus che ha formato nei millenni i pascoli d’alta quota; tutto questo per
realizzare piste da sci utilizzate per due mesi all’anno e che per il resto sono spesso
una pietraia malamente rinverdita e continuamente erosa dal ruscellamento. Merita
di essere messa seriamente in discussione la pubblica utilità e necessità, magari solennemente dichiarata urgente ed indifferibile, di un carosello sciistico e di analoghe
opere e attività, che si continuano a progettare anche se poco o nulla conformi allo
“sviluppo turistico sostenibile” indicato dalla Convenzione delle Alpi già il 29 marzo
1993. Ed è una forzatura l’ampio favore che la Legge regionale del Veneto, come
altre, riserva alla costruzione e all’esercizio di un impianto di risalita e di una pista
da sci, comprimendo i diritti del proprietario dei terreni; forzatura aggravata dai
tempi lunghi dei rimedi giudiziari. Ma quand’anche i proprietari dei terreni fossero
consenzienti (e così spesso accade per i terreni dei Comuni e delle Regole, dove la minoranza dissenziente è troppo facilmente emarginata), in queste opere, spesso prive
di una seria valutazione anche economica da parte delle autorità preposte, vengono
irresponsabilmente sprecate risorse finanziarie e ambientali della collettività.
L’economia turistica necessita di qualche profondo ripensamento, che altrove è
stato fatto già da tempo, sia perché sono cambiate le esigenze e le abitudini sociali, sia
perché non può reggersi su un uso squilibrato delle risorse e su sovvenzioni pubbliche
che alterano il mercato. Specialmente nella situazione economica attuale è piuttosto
arduo pensare che i costi notevoli di costruzione e di esercizio, spesso ampiamente
sostenuti da finanziamenti pubblici, e i danni ambientali difficilmente riparabili,
siano compensati dalla crescita economica del territorio. Inoltre anche quei progetti
che non hanno reali possibilità d’essere realizzati, già nella fase preliminare ottengono
spesso un risultato certo e devastante: creano insanabili contrapposizioni e lacerano
in profondità le già fragili comunità locali, che avrebbero invece estremo bisogno di
dialogo e di coesione.
La montagna è dunque res derelicta anche perché chi, a vari livelli, dovrebbe esprimere seri pareri o assumere attente decisioni tecniche e amministrative, è invece
impreparato o condizionato e le lascia all’arbitrio del primo o più forte occupante.
Mi sovviene un intervento fatto in Cadore nel 1606 da due funzionari della Repubblica i quali, riscontrato che, contravvenendo al principio di inalienabilità e di
destinazione dei beni, i Comuni e le Regole avevano dato in affitto i boschi ai commercianti di legname o a notabili locali con contratti a lungo termine, ne dichiararono la nullità e disposero che i boschi fossero restituiti all’uso pubblico e privato
degli abitanti. Fu un provvedimento drastico e determinante per la conservazione
dei boschi cadorini e del loro regime collettivo. Senza quel provvedimento la storia
della montagna cadorina sarebbe stata assai diversa, fors’anche caratterizzata da una
maggiore intraprendenza economica. Ma la vicenda mostra che il diritto e la politica
possono essere delle scelte responsabili che incidono sulla realtà e non parvenze ingannatrici e crudi rapporti di forza.
I giuristi distinguono opportunamente le res nullius dalle res derelictae. Nel nostro
ordinamento sono rimasti res nullius i pesci e poche altre cose mobili (art. 923 C.C.),
delle quali ogni persona ha il diritto e la soddisfazione di diventare proprietaria con
la semplice occupazione. È cresciuta invece a dismisura la massa delle res derelictae: i
rifiuti della nostra società consumistica, che comportano seri problemi di smaltimento. Qualche persona, individuato un oggetto interessante presso un cassonetto sulla
strada, se lo porta a casa diventandone legittimo nuovo proprietario: non ci sono
dubbi infatti sulla volontà di disfarsene (i giuristi lo chiamano animus derelinquendi)
da parte del vecchio proprietario. Anche la montagna è attualmente in gran parte
disponibile, come res derelicta, per chi vuole impossessarsene. Non è tuttavia una res
nullius della quale ciascuno può serenamente fruire come un laborioso pioniere. La
situazione montana assomiglia piuttosto a quella dei cassonetti dei rifiuti: persone
anche distinte si aggirano appresso con aria furtiva, sistematicamente o casualmente,
e recuperano oggetti che sono stati di altri. Chi in tal modo s’impossessa non fa un
torto a nessuno ed ha la legge dalla sua parte; ma è l’oggetto che gli rimane sempre un
po’ estraneo, perché non l’ha guadagnato col suo lavoro e perché, abbandonato, l’oggetto ha concluso una lunga storia e ne incomincia un’altra necessariamente breve e
scialba e forse riserverà al nuovo proprietario qualche sgradevole sorpresa.
Anche se dalla nuova legge emerge il quadro nuovo della cultura montana, i cui
protagonisti sono gli “sci club”, il “C.A.I.”, il “soccorso alpino e speleologico” (artt.
5 e 6), le guide alpine ed i maestri di sci (art. 10), ci sono ancora montanari veraci
che non vestono il costume cosiddetto tipico, non fingono di portare al pascolo le
caprette e nemmeno fanno i maestri di sci. Gli abitanti della pianura stentano a
riconoscerli perché non sono molto diversi da loro e come loro, in percentuali che
variano nel tempo, non pretendono che lo Stato offra a tutti un impiego ma vorrebbero che lo Stato provvedesse alle sue principali e normali funzioni: giustizia, strade,
scuole, quello che occorre per una vita civile. Non qualsiasi giustizia, non qualsiasi
strada, non qualsiasi scuola. Necessitano ed hanno diritto di qualità della vita tanto
i montanari quanto gli isolani, gli abitanti della campagna e quelli della città. Paradossalmente si può dire che la montagna per vivere non ha bisogno di specialità ma
Baratto M., Sull’industria idroelettrica in rapporto all’economia della montagna, in Atti del Convegno
regionale veneto per il miglioramento dell’economia montana - Belluno 7-8 settembre 1946,
Belluno [s.d., 1947], pp. 365-366.
Casadei E., Il regime giuridico di appartenenza dei funghi e dei frutti spontanei in genere, Milano
Frassoldati C., L’ordinamento giuridico forestale e montano in Italia, Firenze 1960.
Grossi P., Un altro modo di possedere. L’emersione di forme alternative di proprietà alla coscienza
giuridica postunitaria, Milano 1977.
Richebuono G., Ampezzo di Cadore dal 1156 al 1335, Belluno 1962.
mi presento mm - CAI Montecchio Maggiore (VI)