Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-3668-del-08-02-2017
Timestamp: 2020-04-05 04:02:03+00:00
Document Index: 125187027

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'Cass. Sez. ', 'art. 1180', 'art. 2036', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1180', 'art. 4', 'art. 36', 'art. 1206', 'art. 1217', 'Cass. Sez. ']

Sentenza Cassazione Civile n. 3668 del 08/02/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 3668 del 08/02/2017
Cassazione civile, sez. lav., 08/02/2017, (ud. 04/10/2016, dep.08/02/2017), n. 3368
L’OREAL ITALIA S.P.A. (già l’OREAL SAIPO) C.F. (OMISSIS), in persona
ROMA, VIA E. GIANTURCO 5, presso lo studio dell’avvocato GIORGIO
CARBONI, che la rappresenta e difende unitamente all’avvocato
VALERIANO FERRARI, giusta delega in atti;
VICOLO ORBITELLI, 31, presso lo studio dell’avvocato MARIA ELENA
RIBALDONE, che lo rappresenta e difende giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 910/2010 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 14/10/2010 r.g.n. 148/2010;
Del resto, più volte questa Corte ha affermato che nelle prestazioni di lavoro, cui si riferiscono i primi tre commi della L. n. 1369 del 1960, art. 1 (nella specie ratione temporis applicabile, in virtù dell’anzidetto accertamento, coperto da giudicato, fin dal gennaio 1991), la nullità, per illiceità dell’oggetto e della causa, del contratto fra committente ed appaltatore o intermediario e la previsione dell’u.c., dello stesso articolo – secondo cui i lavoratori sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell’imprenditore che ne abbia utilizzato effettivamente le prestazioni – comportano che solo sul committente (o interponente), e non anche sull’appaltatore (o interposto), gravano gli obblighi in materia di assicurazioni sociali nati dal rapporto di lavoro, senza peraltro che la (concorrente) responsabilità di quest’ultimo possa essere affermata in virtù dell’apparenza del diritto e dell’affidamento dell’INPS nella situazione di apparente titolarità del rapporto di lavoro (cfr., ex plurimis, Cass. n. 463/12; Cass. 23844/11; Cass., n. 5901/99; Cass. Sez. Un. civ. n. 22910/06; Cass. n. 2372/07). La giurisprudenza di questa Corte ha avuto, inoltre, modo di affermare che, in ipotesi di interposizione nelle prestazioni di lavoro, non è configurabile una concorrente obbligazione del datore di lavoro apparente con riferimento ai contributi dovuti agli enti previdenziali, rimanendo tuttavia salva l’incidenza satisfattiva di pagamenti eventualmente eseguiti da terzi, ai sensi dell’art. 1180 c.c., comma 1, nonchè dallo stesso datore di lavoro fittizio, senza che abbia rilevanza la consapevolezza dell’altruità del debito, atteso che, nell’ipotesi di pagamento indebito dal punto di vista soggettivo, il coordinamento tra gli artt. 1180 e 2036 c.c., porta a ritenere che sia qualificabile come pagamento di debito altrui, ai fini della relativa efficacia estintiva dell’obbligazione (con le condizioni di cui all’art. 2036 c.c., comma 3), anche il pagamento effettuato per errore (cfr., tra le altre, Cass. n. 12509/04; Cass. n. 12735/06; Cass. nn. 1666/08; Cass. n. 3707/09). Più in particolare, si è ritenuto che “l’applicazione del principio ora esposto all’ipotesi dei contributi pagati dal datore di lavoro fittizio comporta l’irripetibilità da parte sua dei contributi già versati (così come delle retribuzioni corrisposte ai lavoratori), poichè non può considerarsi scusabile l’eventuale errore sull’identità dell’effettivo debitore di chi è corresponsabile della violazione della L. n. 1369 del 1960, art. 1, peraltro sanzionata come contravvenzione dall’art. 2” (cfr. Cass. n. 12509/04 cit., in motivazione, nonchè Cass. lav. n. 3707 del 16/02/2009 cit., secondo la quale resta tuttavia salva l’incidenza satisfattiva di pagamenti eventualmente eseguiti dal datore di lavoro fittizio, ai sensi dell’art. 1180 c.c., comma 1, senza che abbia rilevanza la consapevolezza dell’altruità del debito; ne deriva che, ove i contributi siano stati versati all’ente previdenziale dal datore di lavoro apparente, detto pagamento – come pure la corresponsione delle retribuzioni ai lavoratori – è irripetibile, non potendosi considerare scusabile l’errore sull’identità dell’effettivo debitore da parte di colui che è corresponsabile della violazione, sanzionata a titolo contravvenzionale dalla L. n. 1369 del 1960. V. ancora più recentemente, nei sensi anzidetti, Cass. lav. n. 17516 del 27/05 – 03/09/2015). Invero, in presenza di situazioni di permanenza giuridica del rapporto di lavoro, privo tuttavia di funzionalità di fatto, l’onere del lavoratore di offrire la prestazione presuppone necessariamente che non sia configurabile “mora credendi” del datore di lavoro come avviene, ad esempio, alla scadenza di un termine apposto invalidamente al contratto, siccome l’adempimento è appunto necessario per determinare la mora (Cass. lav. n. 7524 del 27/03/2009, secondo cui nel caso, invece, del provvedimento del datore di lavoro, come la sospensione del rapporto per collocamento in cassa integrazione guadagni, non conforme a legge, è questo atto, con il rifiuto di accettare la prestazione, che lo costituisce in mora, con la conseguenza che deve sopportare il rischio dell’estinzione dell’obbligo di eseguire la prestazione.
Per altro verso, deve osservarsi che non costituiscono cause giustificative del rifiuto della prestazione lavorativa, ovvero della unilaterale sospensione del rapporto di lavoro – con la conseguente configurabilità della mora credendi, a carico del datore di lavoro il quale è pertanto tenuto, nei confronti del lavoratore, al risarcimento del danno, corrispondente alle retribuzioni dovute nel corrispondente periodo – le situazioni ostative riguardanti la persona del datore di lavoro o la gestione e l’organizzazione dell’impresa quando queste non integrino un’ipotesi di assoluta impossibilità del datore di lavoro di collaborare all’adempimento della prestazione dovuta, non rilevando in contrario, in relazione al principio di corrispettività della retribuzione, la circostanza della mancata effettuazione della prestazione da parte del lavoratore. Infatti nel rapporto di lavoro, in base ad una lettura delle disposizioni di cui agli artt. 1206 e 1227 c.c., coerente con i principi di cui all’art. 4 Cost. (in tema di diritto al lavoro) e art. 36 Cost. (in tema di retribuzione equa e sufficiente), al fine di valutare la sussistenza “dell’an debeatur” della retribuzione nei periodi di sospensione unilaterale della prestazione lavorativa, non è sufficiente la considerazione del rapporto sinallagmatico tra obbligazione di lavoro ed obbligazione retributiva, essendo necessario un ulteriore accertamento volto a verificare se la mancata effettuazione della prestazione lavorativa sia dipesa da fatto imputabile all’una o all’altra parte del rapporto; qualora da tale accertamento risulti che vi sia stato un rifiuto della prestazione, senza legittimo motivo (art. 1206 c.c.), da parte del datore di lavoro, spetta al lavoratore il diritto al risarcimento del danno, previa intimazione a ricevere (art. 1217 c.c.), la quale non richiede requisiti formali e può, trattandosi di rapporto di lavoro in atto, considerarsi manifestata dalla disponibilità del lavoratore, salvo prova contraria del datore di lavoro, di proseguire l’attività lavorativa illegittimamente rifiutata (Cass. lav. n. 2232 del 13/03/1997. Cfr. altresì Cass. lav. n. 831 del 20/01/2001: non costituiscono cause giustificative del rifiuto della prestazione lavorativa, ovvero della unilaterale sospensione del rapporto di lavoro – con le relative conseguenze in tema di “mora credendi” del datore di lavoro e dell’obbligo dello stesso di risarcire il danno corrispondente alle retribuzioni dovute nel periodo – le situazioni ostative riguardanti la persona del datore di lavoro o la gestione o l’organizzazione dell’impresa, quando queste non rappresentino per il datore di lavoro un’ipotesi di assoluta impossibilità, a lui non imputabile, di collaborare all’adempimento della prestazione dovuta, alla stregua di un accertamento rientrante tra i compiti istituzionali del giudice di merito.
Orbene, in tema di poteri istruttori d’ufficio del giudice del lavoro l’emanazione di ordine di esibizione (nella specie di documenti) è discrezionale e la valutazione di indispensabilità non deve essere neppure esplicitata nella motivazione; ne consegue che il relativo esercizio è svincolato da ogni onere di motivazione e il provvedimento di rigetto dell’istanza di ordine di esibizione non è sindacabile in sede di legittimità, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione, trattandosi di strumento istruttorio residuale, utilizzabile soltanto quando la prova dei fatti non possa in alcun modo essere acquisita con altri mezzi e l’iniziativa della parte instante non abbia finalità esplorativa (Cass. lav. n. 24188 del 25/10/2013. Conformi Cass. nn. 17076 del 2004, n. 23120 del 2010.
Cfr. inoltre Cass. lav. n. 14968 del 07/07/2011 circa la funzione di strumento istruttorio residuale assegnata dall’ordinamento all’ordine di esibizione, che può pertanto essere utilizzato solo se la prova del fatto non sia acquisibile “aliunde” e se l’iniziativa non abbia finalità meramente esplorative; la valutazione concernente la ricorrenza di tali presupposti è rimessa al giudice di merito e il mancato esercizio da parte di costui del relativo potere discrezionale non è sindaca bile in sede di legittimità.
In part. Cass. Sez. 6-L, n. 23120 del 16/11/2010 cit. ha osservato che il rigetto da parte del giudice di merito dell’istanza di disporre l’ordine di esibizione al fine di acquisire al giudizio documenti ritenuti indispensabili dalla parte – nella specie, delle dichiarazioni dei redditi del lavoratore successive alla data del licenziamento – non è sindacabile in cassazione, perchè, trattandosi di strumento istruttorio residuale utilizzabile soltanto quando la prova del fatto non sia acquisibile “aliunde”, e l’iniziativa non presenti finalità esplorative – ravvisabili allorquando neppure la parte istante deduca elementi sulla effettiva esistenza del documento e del suo contenuto per verificarne la rilevanza nel giudizio – la valutazione della relativa indispensabilità è rimessa al potere discrezionale del giudice di merito e non necessita neppure di essere esplicitata nella motivazione il mancato esercizio di tale potere non essendo sindacabile neppure sotto il profilo del difetto di motivazione. Conforme n. 4375/2010.
In senso analogo, v. altresì Cass. n. 12997 del 14/07/2004).