Source: https://www.laleggepertutti.it/160523_medico-di-base-e-obbligato-a-visitare-a-domicilio
Timestamp: 2018-05-24 21:32:53+00:00
Document Index: 51941091

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 173', 'art. 328', 'art. 328', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 328']

Lo sai che? Medico di base: è obbligato a visitare a domicilio?
Medico di base o di guardia colpevole se rifiuta di visitare il paziente: irrilevante che sia ricoverato in casa di cura e non al domicilio.
Il medico non può rifiutarsi di visitare il paziente se le sue condizioni sono tali da non consentirne il trasferimento presso il proprio ambulatorio e la visita risulta necessaria.
Al medico spetta valutare la suddetta necessità e l’eventuale urgenza sulla base della sintomatologia e delle condizioni lamentate al telefono dal paziente o dai suoi familiari. Se sussistono tali condizioni («necessità» e «non trasferibilità» presso l’ambulatorio), il dottore è tenuto a visitare il paziente, recandosi al suo domicilio, il «prima possibile». Ma su questo la legge non è chiara e non specifica quali siano le situazioni concrete in cui il medico può rifiutarsi di visitare il paziente. Poiché ogni caso è “a sé” e necessita di un’autonoma valutazione, anche alla luce delle altre urgenze che, in quello stesso momento, il professionista è chiamato ad adempiere, l’Accordo nazionale lascia la valutazione alla libera interpretazione del sanitario. Se però, pur in presenza dell’urgenza e della «non trasferibilità» del paziente, il medico rifiuta di eseguire la visita a domicilio scatta il reato di «omissione di atti di ufficio» e può essere denunciato. A ricordarlo è una recente sentenza della Cassazione [1].
Come abbiamo spiegato in Visite domiciliari: il medico può rifiutarsi? Le visite a domicilio devono essere compiute in giornata, se richieste entro le 10:00 di mattina, o entro le 12:00 del giorno dopo, se richieste oltre le 10:00 del mattino. Il sabato, il medico non è tenuto a svolgere attività ambulatoriale, ma è obbligato a eseguire le visite domiciliari richieste entro le ore 10:00 dello stesso giorno, nonché quelle eventualmente non ancora effettuate, richieste dopo le ore 10:00 del giorno precedente.
1 Orario di apertura dello studio medico
2 Le visite domiciliari
3 Le visite domiciliari urgenti
4 Le visite domiciliari nel sabato e nella domenica
5 Il rifiuto della visita domiciliare
Orario di apertura dello studio medico
Secondo l’Accordo Collettivo Nazionale dei medici di base, lo studio professionale del medico di famiglia deve essere aperto agli aventi diritto per 5 giorni alla settimana, preferibilmente dal lunedì al venerdì, con previsione di apertura per almeno due fasce pomeridiane o mattutine alla settimana e comunque con apertura il lunedì, secondo un orario congruo e comunque non inferiore a:
L’orario di studio è definito dal medico anche in relazione alle necessità degli assistiti iscritti nel suo elenco e alla esigenza di assicurare una prestazione medica corretta ed efficace e comunque in maniera tale che sia assicurato il migliore funzionamento dell’assistenza.
La regola vuole che il medico di base sia tenuto a fare le visite presso il proprio studio. Nel domicilio del paziente il medico è tenuto a recarsi quando vi sia una situazione di non trasferibilità dell’ammalato.
La visita domiciliare deve essere eseguita di norma nel corso della stessa giornata in cui il medico è stato chiamato dal paziente solo a condizione che la predetta chiamata sia stata effettuata entro le ore dieci (e salvo, ovviamente, i casi di urgenza e indifferibilità della visita). Se invece, la richiesta di visita domiciliare viene presentata dopo le 10 del mattino, il medico dovrà presentarsi al domicilio del paziente entro le 12 del giorno successivo. È a cura del medico di assistenza primaria la modalità organizzativa di ricezione delle richieste di visita domiciliare. In questo, come detto, l’accordo riconosce ampia discrezionalità al medico di base, anche sulla scorta di quelle che sono state le chiamate ricevute e le visite da eseguire nel proprio ambulatorio.
Le visite domiciliari urgenti
Che succede se il paziente versa in una condizione di urgenza? In tal caso la visita domiciliare deve essere soddisfatta entro il più breve tempo possibile. Ma è chiaro che a decidere se la situazione è urgente o meno sarà lo stesso medico sulla base della sintomatologia descrittagli. Ma è una valutazione che egli fa a propria responsabilità: per cui, se valuta in modo non corretto la situazione e, pur in condizioni di gravità e improrogabilità della visita, egli non si reca presso il luogo ove si trova l’ammalato, ne risponde penalmente. Il capo di imputazione, in questi casi, è il rifiuto di atti d’ufficio. Il reato scatta anche se il paziente è ricoverato presso una casa di cura.
Le visite domiciliari nel sabato e nella domenica
Nelle giornate di sabato il medico non è tenuto a svolgere attività ambulatoriale, ma è obbligato ad eseguire le visite domiciliari richieste entro le ore dieci dello stesso giorno, nonché‚ quelle, eventualmente non ancora effettuate, richieste dopo le ore dieci del giorno precedente.
Il rifiuto della visita domiciliare
Come abbiamo detto, risponde del reato di rifiuto di atti d’ufficio il medico che non va a fare la visita a casa del paziente quando questa è necessaria (per «non trasferibilità» dell’ammalato o sussistendo una «urgenza»).
Il reato scatta nel semplice rifiuto, a prescindere dalle conseguenze che poi abbia subito il paziente. La denuncia quindi può scattare se il sanitario si è rifiutato di recarsi presso l’ammalato per averlo esposto a un pericolo serio. La violazione dell’interesse tutelato dalla norma incriminatrice (ossia il corretto svolgimento della funzione pubblica) ricorre quando venga negato un atto non ritardabile alla luce delle esigenze considerate protette dall’ordinamento, prescindendosi dal concreto esito dell’omissione.
Il comportamento sanzionato dal codice penale è il rifiuto. Quest’ultimo si verifica a fronte di una richiesta o di un ordine oppure quando sussiste un’urgenza sostanziale che impone il compimento di un atto tanto che, in concreto, l’inerzia del pubblico ufficiale assume la valenza di un rifiuto dell’atto.
Non si tratta di un reato che punisce la «colpa medica» come nel caso di errata o ritardata diagnosi. Qui si punisce il medico che, pur consapevole della necessità della visita domiciliare, si rifiuta di eseguirla.
Assumono quindi molta importanza le informazioni che gli vengono date per telefono, perché è da queste che il dottore viene messo nella condizione di comprendere se sussiste l’urgenza (e in tal caso essere responsabile penalmente in caso di rifiuto) o meno (e in tal caso essere esente da colpe). Se poi il medico conosce già, per precedenti visite, la situazione clinica dell’ammalato, conoscendo il rischio, non può neanche aggrapparsi a una non corretta informativa telefonica.
[1] Cass. sent. n. 21631/17 del 4.05.2017.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 30 marzo – 4 maggio 2017, n. 21631
3. Propone ricorso, con motivi affidati al difensore di fiducia e di seguito sintetizzati ai sensi dell’art. 173 disp. att. cod. proc. pen. l’imputato che denuncia: 3.1 vizio di violazione di legge, con riguardo alla interpretazione dell’art. 328 cod. pen. poiché nel caso in esame, vertendosi in ipotesi di paziente ricoverato presso un struttura ospedaliera e affidato al personale infermieristico dedito a monitorarne le condizioni fisiche ed i parametri vitali, non è configurabile il contestato reato che richiede l’indebito rifiuto del compimento dell’atto. Rileva che, fin dalla contestazione, si assiste alla confusione fra la fattispecie descritta al comma 1 e quella di cui al comma 2 dell’art. 328 cod. pen. poiché accanto al rifiuto di recarsi al posto letto del paziente per la visita si contesta anche una generica omissione – e ad una valutazione della condotta del ricorrente inquinata dall’aleggiare della implicita contestazione di omicidio colposo per omissione; 3.2 mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione della sentenza impugnata che non ha preso in esame le censure, formulate con i motivi di appello, avverso la mancata valutazione, fin dal primo grado, delle risultanze istruttorie sui punti: 3.2.1 dell’urgenza ed indifferibilità dell’atto richiesto, erroneamente ricostruito sulla scorta dell’exitus del paziente ovvero al momento del ricovero, piuttosto che al momento in cui il ricorrente prendeva servizio, alle ore 20.00, senza alcun confronto critico con le deduzioni svolte dal consulente di parte; 3.2.2 della conoscenza del quadro clinico da parte del ricorrente alla stregua di una lettura esclusivamente in chiave accusatoria delle dichiarazioni rese dal personale infermieristico travisando, ovvero ignorando, la storia clinica del paziente e l’attivazione dell’imputato nel prescrivere la terapia farmacologica; 3.3.3 della discrezionalità tecnica esercitata dal ricorrente in relazione alla imprevedibilità dell’exitus del paziente, profilo in relazione al quale la Corte fiorentina ha fornito una motivazione apparente, attraverso il richiamo improprio a massime giurisprudenziali ed in mancanza di consulenza tecnica; 3.3.4 della tempistica e modalità delle richieste di intervento, sulla valutazione di attendibilità della teste Fa. e della letargia del paziente, non risultante dalla cartella clinica; 3.3.5 dell’allegazione del ricorrente di essere stato, nel frattempo, impegnato in operazioni di ricovero di altro paziente, disattesa dalla Corte di merito sulla scorta del superficiale rilievo che “quattro ore sono troppe per un ricovero” omettendo l’analisi, per sovrapposizione, tra le tempistiche delle richieste di visita e le attività di ricovero; 3.3.6 dell’elemento psicologico del reato, in relazione al quale la Corte valorizza, contraddittoriamente, la prescrizione di un farmaco ed il contatto con i parenti del paziente onde inferirne il dolo della fattispecie di rifiuto contestata.
2. Manifestamente infondato è il motivo che attacca la motivazione della sentenza impugnata nella parte in cui il ricorrente sostiene che la Corte di appello fiorentina non si è fatta carico di esaminare i motivi di appello. Ed invero i giudici di appello hanno, in primo luogo, esaminato la ricostruzione in fatto delle vicende accadute a partire dalle ore 20.00 evidenziando la convergenza del resoconto compiuto dal personale infermieristico, in particolare la Fa. , e i congiunti del D. , sia sulle condizioni cliniche del paziente – ingravescenti e descritte nella documentazione sanitaria, a meno che per la letargia che la Fa. aveva, comunque, riferito al sanitario – sia sul comportamento dell’imputato che, presente in reparto in una stanza vicina a quella di degenza del paziente, non aveva mai accolto le richieste dell’infermiera Fa. che ne aveva più volte sollecitato l’intervento. Né il giudizio di attendibilità dei dichiaranti – che del tutto logicamente il giudici di merito hanno desunto dalla convergenza del narrato – è inficiato dalla mancata annotazione sulla cartella clinica del sopraggiunto stato di letargia, che l’infermiera aveva prontamente comunicato al dr. dottor F. che le aveva prescritto di somministrare al paziente l’ossigeno, prescrizione che, al pari di quella del talofen, non era stata preceduta dalla visita del paziente.
4.1 Va dunque ribadito che, ai fini dell’applicabilità dell’art. 328, comma 1, cod. proc. pen., il giudice di merito ben può controllare l’esercizio della discrezionalità tecnica da parte del sanitario e concludere che esso trasmoda in arbitrio, se tale esercizio non risulta sorretto da un minimo di ragionevolezza ricavabile dal contesto e dai protocolli medici per esso richiamabili. Si è, dunque, legittimamente ritenuto dai giudici del merito che, pur in presenza di condizioni difficili nelle quali il paziente versava già al momento del ricovero note al sanitario attraverso la documentazione sanitaria, il comportamento del dottor F. ha integrato il rifiuto di atti di ufficio poiché esula da ogni preteso esercizio della discrezionalità il fatto che il ricorrente non fosse intervenuto per una visita diretta dopo che il personale infermieristico aveva segnalato la progressiva ingravescenza, fino alla letargia, delle condizioni di salute del ricoverato. Neppure la riscontrata “letargia” del paziente, situazione di urgenza, questa, cosi evidente da escludere ogni margine di discrezionalità, ha indotto il dottor F. a verificare le condizioni di salute del paziente, essendosi limitato a prescrivere la somministrazione di ossigeno, poiché è pacifico che egli si recò nella stanza di degenza solo a decesso avvenuto. Pienamente sussistente, alla luce delle informazioni che l’infermiera e i congiunti del ricoverato veicolavano al dottor F. , è anche l’elemento psicologico del reato, poiché il sanitario veniva messo di fronte a circostanze indifferibili ed urgenti che richiedevano la sua attivazione.
5.3 Nella fattispecie in esame i giudici del gravame, in sintonia con gli enunciati principi hanno correttamente esaminato e valutato le emergenze processuali alla stregua dei rilievi e delle censure formulate nell’atto di appello e sono pervenuti alla conferma del giudizio di colpevolezza con puntuale e adeguato apparato argomentativo, ritenendo anzitutto estranea al giudizio sulla condotta dell’imputato la circostanza che il paziente fosse poi deceduto e valorizzando le condizioni di urgenza ed indifferibilità dell’atto sanitario richiesto dal personale infermieristico, in una situazione di oggettivo rischio per il paziente, ormai in stato di letargia: in questi casi il medico ha comunque l’obbligo di recarsi immediatamente a visitare il paziente al fine di valutare direttamente la situazione, soprattutto se a richiedere il suo intervento sono soggetti qualificati – come è accaduto nella specie -, in grado cioè di valutare la effettiva necessità della presenza del medico.