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Timestamp: 2019-07-20 19:57:09+00:00
Document Index: 89912812

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 73', 'art. 73', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ']

Relazione sull amministrazione della Giustizia anno 2015 deL Primo Presidente Giovanni Canzio da Marco Cecchi - File PDF .it
Relazione sull amministrazione della Giustizia anno 2015 deL Primo Presidente Giovanni Canzio .pdf
Nome del file originale: Relazione_sull_amministrazione_della_Giustizia_anno_2015_deL_Primo_Presidente_Giovanni_Canzio.pdf
Titolo: Relazione_sull_amministrazione_della_Giustizia_anno_2015_deL_Primo_Presidente_Giovanni_Canzio
Autore: Marco Cecchi
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sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2015
“Sinché dura il giorno – disse Goethe –
che potremo produrre, noi non lo lasceremo
da fare a quelli che verranno”
(Colloquio di domenica 14 febbraio 1830, da J.P. ECKERMAN,
Colloqui con Goethe, ed. Sansoni, 1947, trad. T. Gnoli, p. 645-646)
INTERVENTO IN AULA DI GIOVANNI CANZIO
1. Un modello di riferimento per la legittimazione
2. Il primato della legge e il “diritto
giurisprudenziale”
3. La nomofilachia e la cultura del “precedente”
4. Il funzionamento e la crisi d’identità della
5. Le prospettive di autoriforma e di riforma
RELAZIONE SULL’AMMINISTRAZIONE
DELLA GIUSTIZIA NELL’ANNO 2015
LA GIUSTIZIA IN ITALIA NEL 2015
1. Le riforme
2. I dati nazionali
2.2. La giustizia civile
2.3. La giustizia penale
3. L’organizzazione ed il funzionamento
3.1. L’informatizzazione degli uffici giudiziari
e il processo civile telematico
3.2. Le riforme processuali ed ordinamentali
4. L’organizzazione ed il funzionamento
5. Le tipologie di reato
6. Carceri e magistratura di sorveglianza
8. I dati statistici
8.1. Il settore civile
8.2. Il settore penale
8.2.1. I dati generali
8.2.2. Durata, produttività dei magistrati,
9. L’organico dei presidenti e dei consiglieri
10. L’organico del personale
11. L’arretrato civile: i rimedi. La Sesta Sezione
e l’“Ufficio per il processo di cassazione”
12. Le proposte dell’Assemblea generale
13. I rapporti con l’Avvocatura
14. La Corte di cassazione e le Corti europee
15. La Cassazione civile
15.1. Linee generali
15.2. I diritti fondamentali
15.3. La regolazione della giurisdizione
16. La Cassazione penale: le pronunce
16.1. Stupefacenti e rideterminazione
16.2. Il giudicato penale e i nuovi poteri
del giudice dell’esecuzione
16.3. La prescrizione nelle grandi frodi IVA
17. Il Segretariato generale
18. L’Ufficio del Massimario
19. Il Consiglio direttivo
20. L’Ufficio dei formatori decentrati
21. Il Centro Elettronico di Documentazione
Allegata pen drive
Intervento in aula di Giovanni Canzio Primo Presidente
Relazione sull’amministrazione della giustizia nell’anno 2015
Statistiche Ministero della giustizia
Statistiche Corte di cassazione
Tabelle di organizzazione della Corte
Relazione programma di gestione 2016
Ruoli informatizzati delle udienze della Settima Sezione penale
Modifiche al regime delle impugnazioni cautelari
(legge 16 aprile 2015, n.47)
Assemblea Generale 25 giugno 2015
con la Corte europea dei diritti dell’uomo
con il Consiglio Nazionale Forense
con l’Avvocatura Generale dello Stato
Convenzioni con le Università:
con la Libera Università Internazionale
degli Studi Sociali (LUISS)
con l’Università di Roma La Sapienza
Rivolgo innanzi tutto un deferente saluto al Presidente della
Repubblica che ringrazio vivamente per avere onorato l’Assemblea
Generale della Corte di cassazione con la Sua presenza.
Ringrazio le Autorità, gli ospiti e gli amici intervenuti, insieme
con tutte le donne e gli uomini che lavorano per la Magistratura e
per la Corte.
Vorrei davvero che la cerimonia per l’apertura dell’anno
giudiziario non fosse considerata un semplice rito, solenne nella
forma ma ripetitivo e perciò inutile nella sostanza, bensì riuscisse
a segnare uno spazio di riflessione e di dialogo e a trasmettere alla
comunità nazionale un messaggio di speranza, fiducia e impegno
per una più feconda stagione della Giustizia.
Trentasette anni fa, il 29 gennaio 1979, Emilio
Alessandrini, sostituto procuratore e titolare delle indagini
sulla strage di Piazza Fontana e sul terrorismo di destra
e di sinistra, venne colpito a morte da un gruppo di fuoco
Perché rinnovare oggi la memoria delle virtù e del
sacrificio di Emilio Alessandrini e, insieme con lui, di
Guido Galli, Mario Amato, Giovanni Falcone, Paolo
Borsellino e degli altri, tanti, magistrati, vittime del terrorismo o della mafia?
Erano uomini delle (e per le) Istituzioni, che declinavano il difficile e rischioso mestiere di magistrato con
serietà, professionalità, efficienza, rispetto della legalità
e della dignità della persona, e con una sincera passione
Non eroi (come mai avrebbero voluto definirsi), ma
un modello di riferimento, al quale ogni magistrato dovrebbe ispirarsi per il messaggio di speranza, fiducia,
forza della ragione e della democrazia contro la violenza
e le farneticazioni di coloro nei quali s’annida il “cuore di
tenebra”, traendo dal loro fulgido esempio un monito
per la legittimazione, la credibilità, l’autorevolezza della
Di qui una prima riflessione. Le storie umane e
professionali di questi magistrati, l’impegno e l’efficienza organizzativa dell’apparato di giustizia, il costante arricchimento del patrimonio di conoscenze e di
esperienze specialistiche non consentono di dubitare
dell’efficace azione di contrasto della magistratura verso
ogni forma di criminalità organizzata o terroristica, anche di quella internazionale di matrice jihadista, nel rispetto, tuttavia, delle regole stabilite dalla Costituzione
e dalle leggi dello Stato. Diversamente, tradiremmo la
memoria di quanti sono caduti in difesa dei più alti valori democratici e non faremmo onore al giuramento di
fedeltà che abbiamo prestato.
Per altro verso, il ricordo della loro statura morale e
professionale c’interroga sulla moderna declinazione del
principio costituzionale di esclusiva soggezione del giudice
alla legge, cui è ancorato il fondamento dell’indipendenza
e dell’autonomia della magistratura: “istituzione della
ragione”, sottratta alla logica del consenso popolare perché prevalgano solo le esigenze di giustizia e di tutela dei
Il modello disegnato sia nella Raccomandazione del
Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa (2010) 12
“sui giudici: indipendenza, efficacia e responsabilità”,
sia nella “Magna Charta” del Consiglio Consultivo dei
Giudici Europei, approvate il 17 novembre 2010, collega
CONOSCENZA ED ETICA DEL LIMITE
saldamente la legittimazione del giudice alla costruzione
di una figura professionale connotata da stringenti requisiti di capacità e deontologia, solo per ciò autorevole.
Conoscenza e etica del limite, queste le caratteristiche
del giudice europeo, nel raccordo tra potere, dovere e responsabilità, sì da scongiurare il rischio che la supplenza
della magistratura, all’incrocio fra politica, economia e
diritto, sposti il fondamento della legittimazione sul terreno delle pratiche del consenso popolare.
Questi testi, seppure di soft law, esigono dal giudice
consapevolezza delle legittime aspettative dei singoli e
della collettività, misurazione dei tempi, costante arricchimento del patrimonio di conoscenze e competenze,
qualità del servizio, capacità di ascolto delle ragioni degli
altri, dialogo con l’Avvocatura e contaminazione culturale
con l’intera comunità dei giuristi, giustificazione delle
decisioni in un linguaggio semplice e chiaro, effettività e
ragionevolezza delle soluzioni adottate, equilibrio e moderazione nel linguaggio, sobrietà nei comportamenti,
leale collaborazione con le altre Istituzioni.
Così, nei confini del perimetro ideale in cui si delinea la legittimazione dei giudici, trova adeguata soluzione o almeno si sdrammatizza l’aspro dibattito sui
rapporti della giurisdizione con l’economia, la politica
e l’informazione, oltre che – come si è detto – sul terreno
del contrasto a ogni forma di terrorismo e di criminalità
organizzata. La giurisdizione acquista altresì autorevolezza e credibilità dinanzi all’opinione pubblica e alle
altre Istituzioni, mentre l’indipendenza e l’autonomia
non appaiono come una prerogativa o un privilegio dei
magistrati, bensì come la garanzia dei cittadini, in uno
Stato di diritto, per l’applicazione equa e imparziale
del diritto e per l’uguaglianza di essi dinanzi alla legge.
2. Il primato della legge e il “diritto giurisprudenziale”
E però, di fronte alla crisi del tradizionale sistema di
comandi e sanzioni strutturati con metodo logico e razionale, come può il giudice conformare la sua attività, in via
esclusiva, al primato della legge se è chiamato a risolvere il
caso concreto nel fluire delle variabili di riferimento, nel
contesto cioè di un “labirinto” (V. MANES) di fonti normative e giurisprudenziali, prodotte da Legislatori e Corti, nazionali e sovranazionali, talora ambigue, contraddittorie o
addirittura oscure?
Sapere, esperienza, deontologia e responsabilità dei
giudici si misurano non solo con la crescente complessità
delle fattispecie ma anche con la mobilità degli spazi dell’interpretazione, che, a fronte della frammentazione e
della polisemia del testo normativo, è condotta secondo
modalità parzialmente creative del diritto. Il giudice concorre nella costruzione della regola del caso concreto,
sperimentando il vincolo della interpretazione conforme
al diritto comunitario e a quello convenzionale.
Perfino l’autonomia negoziale dei privati e la disciplina
del contratto – il sacro recinto della legalità convenzionale
nel diritto civile – scontano la pregnante presenza del giudice, in funzione di controllo dell’equità dell’assetto negoziale e di garanzia dei diritti fondamentali e dei doveri di
solidarietà a tutela del contraente debole.
Come evitare, allora, che, per via della torsione del
metodo ermeneutico o del potenziale sconfinamento istituzionale, la tensione fra la dimensione giurisprudenziale
del “diritto vivente” e il principio di legalità formale si
risolva nell’affievolimento delle garanzie di conoscibilità
della prescrizione e di prevedibilità, stabilità e uniformità
della decisione, pena l’indebolimento delle fonti di legittimazione della giurisdizione?
La crisi del primato della legge impone innanzitutto al
Legislatore di esercitare l’ars legiferandi con sapienza, formulando norme chiare, precise, comprensibili, conoscibili,
osservabili, precedute dall’analisi di sostenibilità qualitativa
e quantitativa e di empirica verificabilità della fattispecie
Sarebbe anche auspicabile, pur nella mutevolezza
degli assetti economico-sociali da cui è contraddistinta la
modernità, che il Legislatore evitasse d’intervenire sul
tessuto normativo con modifiche troppo frequenti, spesso
ispirate a logiche emergenziali poco attente ai profili sistematici dell’ordinamento, rendendo così difficile il formarsi di orientamenti giurisprudenziali di lungo periodo
e, per ciò stesso, più stabili ed affidabili.
Cito solo due esempi di attualità: il reato d’immigrazione clandestina e l’istituto della prescrizione, in ordine ai
quali è in atto una riflessione del Parlamento e del Governo.
Per il primo, non vi è dubbio che la risposta sul terreno
del procedimento penale si è rivelata inutile, inefficace e per
alcuni profili dannosa, mentre la sostituzione del reato con un
illecito e con sanzioni di tipo amministrativo, fino al più rigoroso provvedimento di espulsione, darebbe risultati concreti.
Quanto alla prescrizione, si è più volte ribadito che
essa, irragionevolmente, continua a proiettare la sua efficacia pure nel corso del processo, dopo l’avvenuto esercizio dell’azione penale o addirittura dopo che è stata
pronunciata la sentenza di condanna di primo grado,
mentre sarebbe logico, almeno in questo caso, che il legislatore ne prevedesse il depotenziamento degli effetti.
Per altro verso, l’insostituibile opera del giudice pretende rigore metodologico, rispetto dei canoni di gradua-
lità, proporzionalità, adeguatezza nella conformazione
del dato normativo alla concretezza dei casi: cioè, saggezza pratica e buon senso – la wisdom anglosassone –
nell’esercizio dell’ars interpretandi.
Spetta infine alla Corte di cassazione, giudice di legittimità, la definizione dei corretti criteri ermeneutici e
il controllo di razionalità dell’opera di selezione della regola effettuata dal giudice di merito, al fine di evitare la
deriva della giurisdizione verso l’instabilità del diritto
“liquido”, in un giusto equilibrio tra la dimensione creativa e plurale del diritto giurisprudenziale e i principi di
uniformità e prevedibilità della decisione.
A tal fine svolgono un ruolo determinante la rete
della “nomofilachia” e il dialogo fra le Corti Supreme,
nazionale ed europee, per rendere coerente il circuito
plurilivello della giurisprudenza e fissare comuni standard
di tutela dei diritti fondamentali.
Il fenomeno della formazione del “precedente” riveste, perciò, un importante rilievo per il valore della
certezza del diritto nei moderni sistemi giuridici, essendosi, fra l’altro, attenuata la tradizionale divaricazione
della regola “stare decisis” negli ordinamenti di common
law rispetto a quelli di civil law.
Il giudice di merito partecipa al circuito ermeneutico
e prende contezza, nella struttura argomentativa della
motivazione, dell’autorevole approdo interpretativo, faticosamente e pur provvisoriamente raggiunto.
La nomofilachia non è statica conservazione di orientamenti giurisprudenziali cristallizzati nel tempo, è capacità
di adeguare l’interpretazione delle norme al continuo mutare
delle esigenze e dei costumi, entro i confini consentiti ed alla
luce dei principi posti dalla Costituzione, in modo il più possibile ordinato e coerente, così da rendere chiari i criteri di
fondo cui il diritto vivente s’ispira, in un fecondo dialogo
con lo stesso Legislatore. Essa “non è un valore assoluto ma
metodologico” e, nell’inarrestabile evoluzione della giurisprudenza, confluisce dinamicamente nel “dovere funzionale
di ragionevole mantenimento della soluzione ragionevolmente conseguita” (G. BORRE’).
Il reciproco e virtuoso esercizio dell’ars legiferandi e
dell’ars interpretandi trova così un solido punto di equilibrio
nel ruolo e nella funzione nomofilattica della Cassazione (F.
PALAZZO), al cui magistero è affidato il compito di sterilizzare il corto circuito fra la legalità formale della legge e la
legalità effettuale della giurisprudenza.
4. Il funzionamento e la crisi d’identità della Cassazione
La Cassazione versa, tuttavia, in uno stato di profonda e visibile crisi di funzionamento e d’identità.
I dati statistici, aggiornati al 31 dicembre 2015, segnano l’insuccesso di una strategia mirata alla deflazione
delle pendenze e del pesante arretrato mediante il mero
aumento della produttività, fino al limite dell’esaurimento
delle energie dei magistrati e del personale.
Nel settore civile, per quanto riguarda gli uffici di merito, a una progressiva diminuzione delle iscrizioni si accompagna un tasso di definizioni comunque superiore alle prime
e una consistente diminuzione delle pendenze, a dimostrazione dell’efficacia dei più recenti interventi legislativi diretti
alla riduzione del flusso della domanda, anche mediante una
serie di incentivi per la c.d. degiurisdizionalizzazione e la
previsione del “filtro” in appello. Dati questi coerenti con il
rapporto 2016 Doing Business che, quanto a tempi e costi
delle controversie commerciali (enforcing contracts), colloca
l’Italia al 111° posto nella graduatoria dei 189 Paesi considerati, con un miglioramento di 13 posizioni rispetto al precedente anno, pur rilevandosi che i più importanti Stati
membri dell’UE sono collocati in una posizione più alta.
Con riferimento alla Cassazione, in mancanza di
analoghi interventi incidenti sul flusso dei ricorsi, emergono viceversa nel 2015:
– la stabilità dell’alto numero delle iscrizioni
(29.966, di cui va rimarcato il dato patologico dell’imputazione del 38,5% al settore Tributi e del 20,2% al
– l’aumento delle pendenze fino alle attuali 104.561 (+
3,8%), il valore più elevato in assoluto fra le varie annualità;
– l’aumento fino a 44,4 mesi della durata media dei
– gli insoddisfacenti indici di ricambio (87%) e di
smaltimento (20%);
– l’inidoneità del pur altissimo tasso di definizioni
(26.199: – 7,1%) e di produttività del singolo magistrato
(n. 215,7 provvedimenti: – 5,6%) a fronteggiare l’impatto
della domanda, a causa dell’ormai avvenuto superamento
del limite di impiego delle risorse dell’apparato.
Anche per quanto riguarda il settore penale il progetto
riformatore messo in campo dal Governo e dal Parlamento
(mediante gli istituti dell’assenza, della messa alla prova,
della particolare tenuità del fatto, e le misure alternative di
deflazione del carcere e, più in generale, del sistema sanzionatorio, in una logica prevalente di prevenzione e di depenalizzazione) sta dando risultati incoraggianti negli uffici di merito.
Non, invece, per la Cassazione, per la quale, a fronte di
una sopravvenienza di circa 53.539 ricorsi (– 4,1%), le eliminazioni (51.702: – 3,5%), nonostante l’incremento di
produttività di ciascun consigliere (487 provvedimenti contro
i 477 del 2014), s’avvicinano alla sopravvenienza ma non la
superano, sicché, fermo l’indice di ricambio al 96,6%, aumenta la pendenza fino a 35.980 procedimenti (+ 5,4%).
– la durata media dei procedimenti (7 mesi e 9 giorni) resta al di sotto della soglia europea;
– il numero delle prescrizioni è irrisorio (677 pari
all’1,3% delle definizioni);
– il tasso d’inammissibilità dei ricorsi resta altissimo
(64,2%) e di queste decisioni il 64,2% è pronunciato
dalla Settima sezione;
– le decisioni di rigetto sono pari al 14,3% e quelle
di annullamento, con o senza rinvio, solo il 19,3%.
Orbene, se – com’è noto – la forza del “precedente”
è inversamente proporzionale al numero dei precedenti
formati in ordine all’analoga questione, va rimarcato,
ancora una volta, che il divario quantitativo dei ricorsi
trattati e decisi dalla Corte italiana rispetto alle Corti
Supreme di ogni altro Paese europeo ha assunto (s) proporzioni strabilianti, vorrei dire mostruose, sì da rendere
incomparabile la nostra esperienza giudiziaria con quella
delle altre Corti.
Non ci si deve poi stupire se la qualità della giurisdizione di legittimità rischia di scadere, com’è reso palese
dal moltiplicarsi dei contrasti interni e dalla scarsa incidenza, sul flusso dei ricorsi, dei pur significativi principi
di diritto affermati dalla Corte.
La Cassazione non riesce a esercitare efficacemente la
funzione nomofilattica, a costruire “isole di ordine” (M.
TARUFFO) o di uniformità, sufficientemente solide e idonee
a dissipare il “disordine entropico” del mondo reale dell’esperienza giuridica e ad assicurare alla complessità del sistema una pur limitata e provvisoria stabilità.
Orbene, se tutti gli sforzi compiuti negli ultimi anni,
obiettivamente significativi e imponenti, non si sono tuttavia rivelati decisivi, che fare per contrastare il progressivo slittamento di una Corte “del precedente” verso il
più modesto ruolo di “Corte di revisione o di terza
istanza”, non funzionale all’interesse generale della collettività nell’ottica del principio di uguaglianza?
5. Le prospettive di autoriforma e di riforma della
Per fronteggiare l’emergenza e superare la crisi di
identità della Cassazione, s’impone l’urgente e coraggioso
avvio di un percorso di autoriforma, mediante l’adozione, anche sperimentale, di misure organizzative “interne”, radicali e inedite, le quali richiedono un condiviso
approccio culturale degli stessi magistrati di legittimità,
al fine di assicurare la coerenza, la qualità e l’autorevolezza della funzione nomofilattica.
Occorre mettere in campo una serie di interventi che,
in una logica di semplificazione e accelerazione delle
procedure, portino in breve tempo a risultati concreti.
– i compiti di direzione organizzativa dei Presidenti
di Sezione, motore propulsivo e di raccordo del lavoro
– la funzione di “filtro” e decisione dei ricorsi della
Sesta sezione civile e della Settima sezione penale e l’assetto dell’“ufficio spoglio sezionale”, snodo decisivo per
l’esame preliminare dei ricorsi;
– il potenziamento dei tirocini formativi, anche nella
prospettiva dell’estensione per legge alla Cassazione del
regime di cui all’art. 73 d.l. n. 69/2013, così da costituire,
con i magistrati assistenti di studio, “l’ufficio per il
processo di cassazione”;
– la specializzazione per materia e la composizione
di collegi stabili;
– l’adozione di forme semplificate e di schemi concisi
di motivazione dei provvedimenti, sulla base di “protocolli logici” fondati sui più autorevoli “precedenti” di legittimità;
– il collegamento fra l’attività giurisdizionale delle
Sezioni e l’Ufficio del Massimario, con particolare riguardo al progetto di realizzazione di un archivio “dina-
mico” delle massime, accanto all’ipertrofico archivio “storico” (circa 516.000 massime civili e 168.000 penali);
– il monitoraggio, su iniziativa del Ministero e d’intesa con l’Avvocatura, dei protocolli sulla redazione degli
atti di parte e delle sentenze, in termini di sinteticità ed
essenzialità, sulla falsariga di quanto stabilito per il processo amministrativo;
– il massiccio utilizzo degli strumenti informatici e
delle comunicazioni telematiche (obbligatorie dal 15 febbraio, in forza di un recente decreto ministeriale), primo
passo per l’avvio anche in Cassazione del processo civile
5.1. Con particolare riguardo al settore civile, è assolutamente prioritario apprestare un piano straordinario di riduzione dell’arretrato costituito da circa
105.000 procedimenti, molti dei quali pendenti da oltre
tre anni e di cui ogni anno la Corte riesce a smaltire un
numero nemmeno pari alle sopravvenienze.
Va peraltro sottolineato il peculiare dato dell’imputazione del 32,7% dell’intera pendenza alla sezione
Tributaria (alla sezione Lavoro del 14,3%), che è caratterizzata da una tipologia di contenzioso accorpabile per la
serialità delle questioni, anche con l’ausilio dell’Avvocatura
dello Stato. Sicché, a fronte di un così gravoso impegno del
giudice di legittimità, sembra legittimo ripensare, con spi-
rito innovativo, all’intero sistema della giustizia tributaria
di merito come giurisdizione speciale e chiedersi se, nel
perverso intreccio fra il proliferare delle fonti normative e
le variegate letture giurisprudenziali, non sia preferibile
istituire presso i tribunali e le corti d’appello sezioni specializzate in materia di tributi.
Per quanto riguarda le Sezioni ordinarie, occorre procedere, anche alla luce del successo di recenti esperienze sezionali, a delineare un percorso di definizione accelerata
delle pendenze più remote, mediante l’accorpamento dei ricorsi seriali o comunque connessi ed avvalendosi di una sistematica attività di spoglio, diretta dai presidenti di sezione
e finalizzata alla trattazione in collegi con distribuzione programmata in più largo arco temporale.
Particolare attenzione dovrà esser riservata alla Sesta
Sezione “filtro” per la sua evidente funzione strategica, coordinandone efficacemente l’attività con le Sezioni ordinarie e
definendo puntualmente i criteri, omogenei fra le sezioni, in
base ai quali, di volta in volta, il ricorso debba essere trattato
dalla Sesta o dalla corrispondente Sezione ordinaria, riservando tendenzialmente a quest’ultima i casi nei quali sia necessaria una motivazione più estesa della decisione.
Ma lo sforzo di innovazione e di auto-organizzazione della Corte, da solo, non basta.
Perché possa raggiungersi l’obiettivo della riduzione
dell’arretrato civile occorre anche l’intervento “esterno”,
limitato ma assolutamente urgente e determinante, del
Legislatore, che preveda l’adozione di una speciale “procedura di definizione accelerata”: nel senso che i collegi possano beneficiare dell’opportunità di una procedura camerale non partecipata, di un eventuale apporto
scritto e mirato del P.G. e dei difensori, di una motivazione a verbale o comunque breve e semplificata, punti,
questi, tutti legati da un nesso inscindibile.
Inoltre, tenuto conto delle limitate risorse disponibili e
dell’ormai insuperabile indice di produttività di ciascun
consigliere, si richiede una quota di risorse aggiuntive, composta, oltre che dagli assistenti di studio per legge assegnati
al Massimario, da un congruo numero di tirocinanti, anche
ex art. 73 d.l. n. 69/2013, che, negli uffici spoglio sezionali,
costituiscano l’“ufficio per il processo di cassazione”, alla
stregua di quanto avviene presso altre Corti Supreme.
Un ulteriore appello, infine, al Legislatore. Si astenga
dal novellare ancora il testo dell’art. 360 n. 5 c.p.c., quale
risultante dalla riforma introdotta dal d.l. n. 83/2012, che
ha compresso nettamente, con una disciplina più stringente, lo spettro del vizio di motivazione denunciabile per cassazione. La riduzione dell’area del sindacato di legittimità
dei vizi dell’argomentazione al minimo costituzionale va
nella giusta direzione e, come tale, è stata illustrata nelle
decisioni delle Sezioni Unite del 2014, sì da costituire
ormai il diritto vivente in materia.
5.2. Quanto al settore penale, sembra ragionevolmente prossima l’approvazione del disegno di legge governativo n. 2067, già scrutinato dalla Camera dei
Deputati e all’esame del Senato, che, per la parte riguardante le impugnazioni penali (frutto, in larghissima parte,
del lavoro svolto da una Commissione Ministeriale cui
hanno partecipato docenti, avvocati e magistrati), individua una serie di incisive modifiche, aventi ad oggetto:
a) l’appellabilità del provvedimento di archiviazione
e della sentenza di non luogo a procedere;
b) la limitazione dei casi di ricorribilità avverso la
sentenza di patteggiamento (11,7%);
c) la costruzione di un modello legale della motivazione in fatto della decisione di merito, che si accorda
con l’onere di specificità e decisività dei motivi di ricorso;
d) il ripristino del concordato sulla pena in appello;
e) la disciplina semplificata della dichiarazione di
inammissibilità dell’impugnazione in casi determinati e
per i ricorsi contro le sentenze di patteggiamento e di
concordato sulla pena in appello (definiti per circa l’80%
con l’inammissibilità);
f) l’esclusione del ricorso personale dell’imputato
(22,1%);
g) il rafforzamento della sanzione pecuniaria in caso
d’inammissibilità del ricorso;
h) la delimitazione del ricorso alla sola violazione di
legge in caso di “doppia conforme” assolutoria;
i) il raccordo fra Sezioni semplici e Sezioni Unite
per rafforzarne la stabilità nomofilattica;
j) l’allargamento delle ipotesi di annullamento senza
k) la semplificazione del procedimento correttivo
dell’errore materiale.
Il descritto intervento riformatore, per la sua efficacia deflativa, recherà un immediato beneficio a taluni
settori nevralgici del giudizio penale di cassazione, preservandolo da un inutile dispendio di tempi e di risorse.
Il Paese ha sete di giustizia, legalità, efficienza e efficacia della giurisdizione. Chiede che la legge venga applicata in modo uniforme e rapido e che tutti abbiano un
uguale trattamento in casi simili o analoghi. Esprime, a
ben vedere, il bisogno di una buona “nomofilachia”.
Ma l’organo della nomofilachia, la Cassazione, si
muove oggi lungo un crinale drammatico, sicché la rotta
potrà essere invertita solo con decisi e rapidi interventi di
riforma e di autoriforma.
Spetta, per un verso, al Parlamento e al Governo apprestare tutte le misure necessarie perché la giurisdizione
possa adempiere l’alto compito di garanzia affidatole dalla
Costituzione, nella consapevolezza che essa non può risolversi
in un meccanico esercizio ragionieristico di numeri e che il
nudo efficientismo senz’anima rischia di piegare i nobili
orizzonti costituzionali verso un inaccettabile modello di
magistrato-burocrate, preoccupato più della difesa del proprio status che della tutela dei diritti degli altri. Le risposte
dei giudici alle pressanti domande di legalità debbono essere
sì pronte ed efficaci, ma anche eque e razionali, qualità queste che pretendono capacità di ascolto e di attenzione, dialogo
con l’Avvocatura e la comunità dei giuristi, tempi adeguati
di studio e riflessione, scelte serie e responsabili.
D’altro canto, se il giudizio di cassazione non è solo
architettura normativa, ma anche filosofia e prassi applicativa, intessuta di professionalità, etica e responsabilità, abbiamo innanzi tutto, noi giudici, il dovere di avviare un virtuoso percorso “interno” di autoriforma che,
ancor prima dell’auspicato intervento “esterno”, faccia
leva sul sapere esperienziale e sulle capacità di auto-organizzazione, con speciale riguardo alle metodologie e
alle forme delle decisioni.
Determinante sarà la motivazione dei giudici, dettata
da spirito di servizio e senso dell’appartenenza
all’Istituzione, ma anche dal grado di soddisfacimento
personale che potrà trarsi dalla partecipata condivisione
degli obiettivi e dalla visione di una progressiva realizzazione dei risultati del lavoro individuale e di gruppo.
Ognuno, anche per le future generazioni dei magistrati che verranno, dovrà sentirsi coralmente protagonista e responsabile delle sorti dell’Istituzione alla quale
appartiene, motivato da passione civile e democratica,
impegnato nella tutela dei diritti fondamentali della persona e dei più alti valori della Costituzione, fedele al monito di GOETHE:
“Sinché dura il giorno vogliamo tenere alta la testa;
e tutto quello che potremo produrre, noi non lo lasceremo
da fare a quelli che verranno”.
Documento PDF Relazione sull amministrazione della Giustizia anno 2015 deL Primo Presidente Giovanni Canzio.pdf
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