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Timestamp: 2018-07-21 04:06:14+00:00
Document Index: 110765263

Matched Legal Cases: ['art. 2787', 'art. 2787', 'art. 1853', 'sentenza ', 'art. 2787', 'Cass. Sez. ', 'art. 2787']

Il pegno omnibus: il diritto di ritenzione della banca di tutti i titoli o valori di pertinenza del correntista - Studio Legale Tidona e Associati
5 maggio 2000 | By Studio In Diritto bancario
Il pegno omnibus: il diritto di ritenzione della banca di tutti i titoli o valori di pertinenza del correntista
Il pegno omnibus è il diritto della banca – esplicitamente previsto dalle norme uniformi bancarie – di far sottoscrivere al cliente la clausola con la quale abbia facoltà di ritenere tutti i titoli o valori di proprietà del correntista e già detenuti a qualsiasi titolo e/o ragione ed addirittura pervenuti successivamente nel possesso della banca, ad estinzione di un credito di quest’ultima.
A differenza della compensazione allorché il creditore-banca si soddisfi sul pegno si determina il pagamento (totale o parziale) del debito (e non appunto la compensazione), in quanto il creditore preleva direttamente la somma che il debitore dovrebbe pagargli. La differenza non è di poco conto in quanto nel caso della compensazione saranno opponibili alla banca i diritti spettanti a terzi creditori del correntista.
Il pegno di cosa futura invece rappresenta una fattispecie a formazione progressiva che trae origine dall’accordo delle parti (accordo in base al quale vanno determinate la certezza della data e la sufficiente specificazione del credito garantito) avente meri effetti obbligatori e si perfeziona (e solo allora) con la venuta ad esistenza della cosa e con la consegna di essa al creditore. In tale fattispecie la volontà delle parti è già perfetta nel momento in cui nell’accordo sono determinati sia il credito da garantire che il pegno da offrire in garanzia, mentre l’elemento che deve verificarsi in futuro, per il completamento della fattispecie, è meramente materiale, consistendo esso (oltre che nella venuta ad esistenza della cosa) nella consegna di questa al creditore.
L’art. 2787, comma 3, c.c. stabilisce in tema di pegno di cose mobili che, qualora il credito garantito ecceda le lire 5.000, la prelazione del creditore pignoratizio non ha luogo se il pegno non risulta da scrittura con data certa, la quale contenga sufficiente indicazione del credito e della cosa data in pegno.
L’essenziale ragione per cui è imposta la detta forma scritta – ad substantiam (quale presupposto indefettibile) e non ad probationem (invece quale elemento di prova del contratto) – è quella d’impedire la fraudolenta collusione del costituente il pegno e dell’accipiente a danno di altri creditori.
Il requisito della “sufficiente indicazione della cosa” nella scrittura costitutiva del pegno ( art. 2787, terzo comma, cod. civ.) mira altresì essenzialmente ad evitare, a tutela degli interessi degli altri creditori, che la cosa medesima possa essere sostituita con altre di maggior valore, e deve, pertanto, ritenersi soddisfatto, nel caso di pegno di titoli di credito al portatore, dalla semplice menzione della natura del titolo e dell’ammontare del credito in esso incorporato, senza necessità di ulteriore specificazione di tutti gli elementi occorrenti per l’esatta identificazione del documento, superflue rispetto all’interesse tutelato.
La Suprema Corte ha affermato che il contenuto essenziale del diritto di pegno consiste nella prelazione, la quale trasforma la garanzia generica ordinaria, limitata ai soli beni del debitore, in garanzia reale specifica sulla cosa costituita in pegno dal debitore o dal terzo. In forza di tale specifica garanzia una parte del valore della cosa, corrispondente all’ammontare del credito, esce virtualmente dalla sfera patrimoniale del costituente ed entra in quella del creditore.
Ma se non è assistito dalla prelazione mobiliare detto creditore non può rientrare che nella degradata categoria dei creditori chirografari, ai quali non è riservata garanzia diversa da quella generica, limitata ai soli beni che sono nel patrimonio del debitore, con l’ulteriore, ovvia, conseguenza che il proprietario estraneo alla costituzione del pegno potrà rivendicare contro il creditore, che non abbia validamente acquistato il diritto di garanzia, la proprietà della cosa, come libera da ogni vincolo reale o farne istanza di separazione in sede esecutiva (Cass. 17.5.62, n. 1110, RDCo, 1964, II, 1; GC, 1962, I, 1869).
Si comprende quindi l’importanza giuridica di ammettere od invece negare la figura del pegno omnibus e e quindi della clausola con la quale la banca si attribuisca un tale diritto -: nel solo primo caso difatti la detenzione in possesso sarebbe assistita da privilegio e sarebbe quindi inopponibile (alla banca) l’esistenza di ulteriori creditori.
Nella seconda ipotesi la banca potrebbe richiamare solamente la norma di cui all’art. 1853 c.c. che così recita:
“Se tra la banca ed il correntista esistono più rapporti o più conti, ancorché in monete differenti, i saldi attivi e passivi si compensano reciprocamente salvo patto contrario”.
In tale ultima eventualità terzi creditori del correntista potranno opporre alla banca privilegi o comunque garanzie sui beni di proprietà dello stesso e solo detenuti dalla banca.
La Cassazione in una recentissima sentenza ha negato comunque la possibilità della pattuizione di una clausola in favore della banca prevedente un pegno omnibus – ritenendola clausola di stile, affetta da nullità – pur facendo salve le restanti diverse pattuizioni:
L’apposizione, ad un contratto di pegno, di una clausola contenente un generico riferimento “ad ogni altro eventuale credito presente e futuro, diretto o indiretto, vantato dal creditore” oltre alla puntuale indicazione di quello per il quale il pegno risulti convenuto, benché affetta da nullità per contrarietà al disposto dell’art. 2787, comma terzo, cod. civ., non travolge “ipso facto” la efficacia della prelazione pignoratizia anche con riferimento al singolo credito specificamente e ritualmente indicato nel contratto qualora il giudice di merito, in applicazione di tutti i parametri interpretativi funzionali alla individuazione della “essenzialità” o meno della singola pattuizione al fine di dichiarare la nullità dell’intero atto ovvero solo quella, parziale, della clausola viziata (interpretazione della volontà delle parti; ricostruzione oggettiva della perdurante utilità del negozio dopo la rimozione della clausola nulla; mancata prova dell’inesistenza al mantenimento del contratto da parte dell’interessato), pervenga alla conclusione che la singola convenzione rappresenti null’altro che una clausola di stile (attesane, tra l’altro, la predisposizione a stampa), la cui nullità parziale non si comunica all’intero negozio. L’apprezzamento in proposito formulato, se adeguatamente e razionalmente motivato, non è censurabile da parte del giudice di legittimità.
(Cass. Sez. I, sent. n. 7871 del 11-08-1998, Fall. Immobiliare Bioglio c. Soc. Nagrafin (rv 517934)).
Diversamente la dottrina ha riconosciuto (rectius, non ha inteso negare a priori la possibilità giuridica di una tale clausola in quanto:
non crediamo che si possa escludere ab initio la possibilità dell’esistenza di queste clausole perché esse rispondono alla necessità pratica di adattare le garanzie alle caratteristiche concrete dei rapporti bancari (ed in particolare al fatto che in questi il rapporto con il cliente non suole limitarsi ad un’operazione determinata, bensì si configura come una molteplicità di negozi che si sviluppano in un periodo di tempo relativamente lungo). Chiarito questo, quello che non si deve consentire è che sotto queste clausole si nascondano abusi da parte delle banche. Ma la repressione di queste condotte non è già questione di ammissibilità della fattispecie, bensì di buona fede nell’esercizio del diritto. (Salinas, 1997, 622).
Per concludere è opinione dello scrivente che l’art. 2787, comma 3, c.c. stabilisce in tema di pegno di cose mobili, qualora il credito garantito ecceda le lire 5.000, dei requisiti rigorosi – quali la scrittura con data certa con sufficiente indicazione del credito e della cosa data in pegno – e che pertanto la pattuizione che non rispetti il chiaro precetto normativo sia da ritenersi affetta da nullità.
Così difatti:
se si ammettesse che una simile indicazione generica per relationem, con mero riferimento agli oggetti posseduti o che verranno in possesso della banca, i terzi (altri creditori) potrebbero essere facilmente frodati, poiché basterebbe far passare in possesso della banca un qualunque titolo o oggetto per costituire il pegno. (Gorla 1973, 46 s.).