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Timestamp: 2016-12-03 23:49:24+00:00
Document Index: 151188487

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 67', 'art. 65', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 27', 'art. 27', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2947', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ']

1 Civile Sent. Sez. L Num Anno 2015 Presidente: STILE PAOLO Relatore: BALESTRIERI FEDERICO Data pubblicazione: 03/07/2015 SENTENZA sul ricorso proposto da: A.S.I.A. NAPOLI S.P.A. C.F , in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GERMANICO 96, presso lo studio dell'avvocato LUCA DI PAOLO, rappresentata e difesa dall'avvocato FRANCESCO CASTIGLIONE, giusta 2015 delega in atti; 1386 contro - ricorrente - CAPOBIANCO CARMINE C.F. CPBCMN57S28F839Y, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA OVIDIO 10,2 Ah- presso lo studio della dott.ssa ANNA BEI (STUDIO - ROSATI), rappresentato e difeso dall'avvocato BRUNO MELE, giusta delega in atti; - controricorrente - avverso la sentenza n. 4089/2011 della CORTE D'APPELLO di NAPOLI, depositata il 30/06/2011 R.G.N. 6349/2009; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 24/03/2015 dal Consigliere Dott. FEDERICO BALESTRIERI; udito l'avvocato MELE BRUNO; udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. ALBERTO CELESTE che ha concluso per l'accoglimento del ricorso.3 Svolgimento del processo Con ricorso al Tribunale di Napoli, Capobianco Carmine espose di aver lavorato alle dipendenze della società ASIA a far tempo dal fino al data del suo licenziamento - con mansioni di operatore ecologico. Riferì il ricorrente le circostanze di fatto, risultanti da verbale di P.S., inerenti l'episodio del , data in cui era stato sorpreso, intorno alle 10,15, in un circolo ricreativo, essendosi allontanato anticipatamente dal posto di lavoro per fruire della pausa, fissata alle successive ore 10,30. Il Capobianco, ammesso il proprio comportamento, dedusse il difetto di proporzionalità tra la sanzione e gli addebiti mossi e convenne in giudizio la società chiedendo dichiararsi l'illegittimità del licenziamento, con le conseguenze di cui all'art. 18 St.lav. Si costituiva la società deducendo la infondatezza della domanda. Alla luce delle prove documentali versate in atti, con sentenza in data , il Tribunale, in linea con la decisione già assunta in sede cautelare, accoglieva il ricorso, ritenendo sproporzionata la sanzione espulsiva e condannando la società a reintegrare il lavoratore nel suo posto di lavoro, con condanna della società al risarcimento del danno pari alle retribuzioni che il Capobianco avrebbe percepito dal licenziamento alla effettiva reintegra. Avverso tale decisione proponeva appello la società ASIA, lamentando l'erronea valutazione delle risultanze istruttorie e la gravità dei fatti nel contesto di causa, con particolare riguardo alle circostanze in cui awenne la condotta censurata ed all'elemento intenzionale; alla presenza del Capobianco in un circolo ricreativo intento a giocare a carte indossando la divisa di lavoro, con danno anche all'immagine della società. Resisteva il Capobianco proponendo altresì appello incidentale diretto ad ottenere il risarcimento del danno nella misura minima di cinque mensilità (essendo stato reintegrato in via d'urgenza dopo due mesi dal licenziamento). La Corte d'appello di Napoli, con sentenza depositata il 30 giugno 2011, rigettava il gravame principale ed accoglieva l'incidentale, condannando 34 la società al risarcimento del danno quantificato in cinque mensilità dell'ultima retribuzione. Per la cassazione di tale sentenza propone ricorso la ASIA s.p.a., affidato ad unico motivo. Resiste il Capobianco con controricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria. Motivi della decisione 1.-La ricorrente denuncia la violazione e falsa applicazione degli artt e 2119 c.c., oltre ad omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo della controversia (art. 360, comma 1, nn. 3 e 5 c.p.c.). Lamenta che la sentenza impugnata valutò erroneamente le circostanze di causa quali emergevano dagli atti. In particolare deduce che le specificazioni del parametro normativo della giusta causa hanno natura giuridica e la loro disapplicazione è quindi deducibile in sede di legittimità come violazione di legge (Cass. n \10). Lamenta la società che per stabilire in concreto l'esistenza di una giusta causa di licenziamento occorre valutare da un lato la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all'intensità dell'elemento intenzionale, dall'altro la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, stabilendo se la lesione dell'elemento fiduciario su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro sia in concreto tale da giustificare o meno la massima sanzione disciplinare. Evidenzia che nella specie non rilevava la condotta in sé, ad avviso della ricorrente comunque grave, quanto le ripercussione di essa sui futuri adempimenti. Lamenta inoltre la insufficiente valutazione della condotta censurata (concretantesi nell'essere il lavoratore stato sorpreso durante l'orario di lavoro in un circolo ricreativo intento a giocare a carte con la divisa aziendale) con riferimento al complessivo contesto fattuale ed alla intensità dell'elemento psicologico, evidenziando a tale riguardo il mancato esame della volontà del lavoratore di raggirare la datrice di lavoro, mentre risultava comunque erronea la tesi della Corte partenopea secondo cui le modeste mansioni del lavoratore (addetto alla nettezza urbana) non connotavano in modo particolare il vincolo fiduciario tra le parti, tale da giustificare il recesso. 45 Lamenta ancora che la sentenza impugnata valutò diversamente, senza adeguata motivazione, la condotta tenuta dal collega De Maio, col quale fu sorpreso insieme al Capobianco nel circolo ricreativo di cui alla contestazione. Evidenzia al riguardo che il licenziamento del collega fu ritenuto legittimo sia dal Tribunale che dalla medesima Corte partenopea in altro giudizio. Lamenta che la sentenza impugnata argomentò erroneamente circa la diversità delle posizioni, fondate sul semplice argomento che il De Maio venne sorpreso a giocare illecitamente al videopoker ed aveva declinato false generalità agli agenti di P.S. intervenuti per effettuare controlli. Si duole infine che l'attività lavorativa di entrambi i dipendenti, svolgendosi lungo le strade, rendevano difficoltosi i controlli, sicché maggiore doveva ritenersi la violazione del vincolo fiduciario. 2.-Il ricorso è sostanzialmente inammissibile prima che infondato. Deve innanzitutto evidenziarsi che il vizio di contraddittorietà della motivazione ricorre solo in presenza di argomentazioni contrastanti e tali da non permettere di comprendere la "ratio decidendi" che sorregge il "decisum" adottato, per cui non sussiste motivazione contraddittoria allorché, come nella specie, dalla lettura della sentenza, non sussistano incertezze di sorta su quella che è stata la volontà del giudice (Cass. sez.un. n \10). Deve poi rimarcarsi che in tema di ricorso per cassazione, il vizio di violazione di legge consiste nella deduzione di un'erronea ricognizione, da parte del prowedimento impugnato, della fattispecie astratta recata da una norma di legge e quindi implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l'allegazione di un'erronea ricognizione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all'esatta interpretazione della norma di legge e inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l'aspetto del vizio di motivazione. Il discrimine tra l'una e l'altra ipotesi - violazione di legge in senso proprio a causa dell'erronea ricognizione dell'astratta fattispecie normativa, ovvero erronea applicazione della legge in ragione della carente o contraddittoria ricostruzione della fattispecie concreta - è segnato dal fatto che solo quest'ultima censura, e non anche la prima, è mediata 56 dalla contestata valutazione delle risultanze di causa (ex pludmis, Cass. 16 luglio 2010 n ; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394). E'evidente che nella fattispecie la censura in esame è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa, risolvendosi in un vizio di motivazione, col quale la società ricorrente sottopone a questa S.C. una nuova valutazione delle circostanze di causa ed una diversa qualificazione dei fatti oggetto della contestazione disciplinare. Deve poi rimarcarsi che se è vero che le specificazioni del parametro normativo della giusta causa di licenziamento hanno natura giuridica e la loro disapplicazione è, quindi, deducibile in sede di legittimità come violazione di legge, l'accertamento della concreta ricorrenza, nel fatto dedotto in giudizio, degli elementi che integrano il parametro normativo e le sue specificazioni e della loro concreta attitudine a costituire giusta causa, owero a far sussistere la proporzionalità tra infrazione e sanzione, si pone sul diverso piano del giudizio di fatto, demandato al giudice di merito e incensurabile in cassazione se privo di errori logici o giuridici (Cass. n.5095\11, Cass. n. 6498\12). Deve allora ribadirsi che il controllo di logicità del giudizio di fatto, consentito dall'art. 360, comma primo, n. 5) cod. proc. civ. (nel testo antecedente l'entrata in vigore della novella del 2012), non equivale alla revisione del "ragionamento decisorio", ossia dell'opzione che ha condotto il giudice del merito ad una determinata soluzione della questione esaminata, posto che una simile revisione, in realtà, non sarebbe altro che un giudizio di fatto e si risolverebbe sostanzialmente in una sua nuova formulazione, contrariamente alla funzione assegnata dall'ordinamento al giudice di legittimità; ne consegue che risulta del tutto estranea all'ambito del vizio di motivazione ogni possibilità per la Corte di cassazione di procedere ad un nuovo giudizio di merito attraverso l'autonoma, propria valutazione delle risultanze degli atti di causa. Né, ugualmente, la stessa Corte realizzerebbe il controllo sulla motivazione che le è demandato, ma inevitabilmente compirebbe un (non consentito) giudizio di merito, se - confrontando la sentenza con le risultanze istruttorie - prendesse d'ufficio in considerazione un fatto probatorio diverso o ulteriore rispetto a quelli assunti dal giudice del merito a fondamento della sua decisione, accogliendo il ricorso "sub specie" di omesso esame di un punto decisivo. Del resto, il citato art. 67 360, comma primo, n. 5, cod. proc. civ. non conferisce alla Corte di cassazione il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico-formale e della correttezza giuridica, l'esame e la valutazione operata dal giudice del merito al quale soltanto spetta individuare le fonti del proprio convincimento, e, in proposito, valutarne le prove, controllarne l'attendibilità e la concludenza, scegliendo, tra le varie risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (ex pludniís, Cass. 6 marzo 2006 n. 4766; Cass. 25 maggio 2006 n ; Cass. 8 settembre 2006 n ; Cass. 19 dicembre 2006 n ; Cass. 27 febbraio 2007 n. 4500; Cass. 26 marzo 2010 n. 7394). Nella specie la Corte di merito ha congruamente motivato la sproporzione della sanzione rispetto al fatto contestato ed alle specifiche risultanze di causa, evidenziando che l'allontanamento dal posto di lavoro era awenuto con un solo quarto d'ora di anticipo rispetto a quello previsto (ore 10,15 rispetto alla pausa delle 10,30); che il locale in cui fu rinvenuto il Capobianco era all'incrocio con la Via Porzio ove il dipendente doveva prestare servizio; che il disvalore della condotta era attenuato dal fatto che la condotta del Capobianco non era intrinsecamente illecita (gioco delle carte, a differenza del collega De Maio sorpreso invece al gioco del videopoker), né aveva provocato un disservizio rilevante; che il Capobianco, privo di precedenti disciplinari, faceva parte d una squadra destinataria di un encomio da parte della società; che l'art. 65 del c.c.n.l. prevedeva il licenziamento senza preawiso solo per mancanze di entità tale da non consentire la prosecuzione neppure prowisoria del rapporto, quali la insubordinazione seguita da vie di fatto, furto, condanna per reati infamanti; che il danno all'immagine non poteva ritenersi sussistente stante la mancanza di clamore della vicenda e che pochi minuti dopo l'accertamento dei fatti (in sostanza dopo le 10,30), ben avrebbe potuto il Capobianco, in legittima pausa dal lavoro, intrattenersi nel locale in questione con la divisa di lavoro senza commettere alcun illecito. Trattasi in definitiva di accertamento dei fatti, rimesso al prudente apprezzamento del giudice di merito, congruamente motivato ed immune da vizi logico giuridici. 78 Inammissibile, oltre che infondata, risulta la censura della mancata valutazione, da parte della sentenza impugnata, circa la sussistenza, in subordine, di un giustificato motivo soggettivo di licenziamento. Ed invero la doglianza non risulta proposta in sede di merito (né la ricorrente deduce specificamente dove, in quali termini ed in quale sede essa sarebbe stata proposta), e comunque la Corte partenopea risulta avere, sia pure implicitamente, esaminato la questione, escludendo sulla base degli accertamenti compiuti la sussistenza anche di un notevole inadempimento degli obblighi contrattuali, ritenendo comunque sproporzionata una sanzione espulsiva, ritenendo semmai legittima una sanzione conservativa (pag. 8 sentenza impugnata) ricorso deve in definitiva rigettarsi. Le spese di lite seguono la soccombenza e, liquidate come da dispositivo, debbono distrarsi in favore del difensore del Capobianco, dichiaratosi a nteci pa nte. P.Q.M. La Corte rigetta il ricorso. Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, che liquida in E.100,00 per esborsi, E.3.500,00 per compensi, oltre spese generali ed accessori di legge, da distrarsi in favore dell'aw. Bruno Mele. Così deciso in Roma nella camera di consiglio del 24 marzo 2015 Il Consigliere est. Il Presidente Documenti analoghi
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