Source: https://renatodisa.com/2015/07/20/corte-di-cassazione-sezione-iii-sentenza-13-luglio-2015-n-29883-non-e-configurabile-il-concorso-tra-il-reato-di-detenzione-di-materiale-pornografico-ed-il-reato-di-pornografia-minorile-dovendo/
Timestamp: 2018-11-12 19:50:42+00:00
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Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 luglio 2015, n. 29883. Non è configurabile il concorso tra il reato di detenzione di materiale pornografico ed il reato di pornografia minorile, dovendo applicarsi, in virtù della clausola di riserva di cui all'art. 600-quater cod. pen., la più grave fattispecie di cui all'art. 600-ter cod. pen., rispetto alla quale la detenzione costituisce, quindi, un "post factum" non punibile - Avvocato Renato D'Isa
Home/Cassazione penale 2015, Corte di Cassazione, Diritto Penale e Procedura Penale, Sentenze - Ordinanze/Corte di Cassazione, sezione III, sentenza 13 luglio 2015, n. 29883. Non è configurabile il concorso tra il reato di detenzione di materiale pornografico ed il reato di pornografia minorile, dovendo applicarsi, in virtù della clausola di riserva di cui all’art. 600-quater cod. pen., la più grave fattispecie di cui all’art. 600-ter cod. pen., rispetto alla quale la detenzione costituisce, quindi, un “post factum” non punibile
sentenza 13 luglio 2015, n. 29883
Va subito premesso che il primo motivo, per le ragioni che verranno infra esplicitate può essere ritenuto assorbito a seguito dell’accoglimento del secondo motivo. Ed infatti, con tale motivo il ricorrente si duole del giudizio di condanna della Corte territoriale per il delitto di cui all’art. 600 bis cod. pen., nonostante egli sia il fruitore della prestazione sessuale che avrebbe asseritamente indotto mediante la corresponsione della somma alla minore.
È pacifico, alla luce del recente arresto giurisprudenziale delle Sezioni Unite, che la condotta per come contestata al ricorrente, rientri nel campo di applicazione dell’art. 600 bis, comma secondo, cod. pen. nella formulazione ante vigente alle modifiche introdotte dalla legge n. 172 del 2012. Le Sezioni Unite di questa Corte, infatti, componendo un contrasto giurisprudenziale venutosi a formare in seno alla giurisprudenza di legittimità, hanno chiarito che la condotta di promessa o dazione di denaro o altra utilità, attraverso cui si convinca una persona di età compresa tra i quattordici ed i diciotto anni ad intrattenere rapporti sessuali esclusivamente con il soggetto agente, integra gli estremi della fattispecie di cui al comma secondo e non al comma primo dell’art. 600-bis cod. pen. (Sez. U, n. 16207 del 19/12/2013 – dep. 14/04/2014, S, Rv. 258757). Le stesse Sezioni Unite, peraltro, hanno precisato che la diversa condotta di induzione alla prostituzione minorile, di cui al comma primo dello stesso articolo, può riguardare anche l’attività di mercimonio esercitata nei confronti di un solo soggetto, purché terzo rispetto all’induttore.
Il terzo motivo è, invece, infondato. Secondo il ricorrente è necessario, ai fini della configurabilità del delitto (ovviamente nei termini dell’intervenuta riqualificazione) che le condotte persuasive debbano essere precedenti rispetto all’espletamento dell’atto sessuale, e nessuna prova in tal senso vi sarebbe in atti; in altri termini, dalla visione del filmato emergerebbe solo la dazione di monete alla minore, ma non risulta che tale dazione abbia indotto la minore a prostituirsi, non essendovi prova che detta dazione sia seguita ad una promessa in tal senso formulata dal ricorrente per convincere la minore al compimento dell’atto sessuale. La prova dell’avvenuta induzione viene tratta dalla Corte d’appello sulla base dell’analisi dei fotogrammi sequestrati attraverso la consulenza tecnica informatica di cui riporta le pagine (37 e 91), emergendo dalla visione di tali fotogrammi, secondo quanto risulta dalla sentenza di primo grado (la cui motivazione, unitamente a quella d’appello, si salda con quella d’appello, formando un unico complesso motivazionale; v., tra le tante: Sez. 3, n. 13926 del 01/12/2011 – dep. 12/04/2012, Valerio, Rv. 252615) la condotta dell’imputato che pretende dei baci dalla minore ricompensando tale atto sessuale con monete.
Le censure, invece, relative al presunto errore di motivazione della Corte d’appello, difettano di autosufficienza, essendosi limitato il ricorrente ad asserire che il riferimento riguarderebbe soggetti ed immagini diverse, senza tuttavia specificare da dove tale diversità dovrebbe rilevarsi, né indicare a quali diverse pagine delle consulenza tecnica, rispetto a quelle indicate nella motivazione della Corte d’appello (pag. 92), si dovrebbe fare riferimento. Sul punto, va qui infatti ricordato che la condizione della specifica indicazione degli “altri atti del processo”, con riferimento ai quali, l’art. 606, comma primo, lett. e), cod. proc. pen., configura il vizio di motivazione denunciabile in sede di legittimità, può essere soddisfatta nei modi più diversi (quali, ad esempio, l’integrale riproduzione dell’atto nel testo del ricorso, l’allegazione in copia, l’individuazione precisa dell’atto nel fascicolo processuale di merito), purché detti modi siano comunque tali da non costringere la Corte di cassazione ad una lettura totale degli atti, dandosi luogo altrimenti ad una causa di inammissibilità del ricorso, in base al combinato disposto degli artt. 581, comma primo, lett. e), e 591 cod. proc. pen. (Sez. 3, n. 43322 del 02/07/2014 – dep. 16/10/2014, Sisti, Rv. 260994).
Quanto, poi, alla censura di omessa motivazione perché difetterebbe nella decisione della Corte d’appello qualsiasi argomento idoneo a confutare la doglianza difensiva secondo cui difetterebbe nel caso in esame il pericolo concreto di diffusività delle immagini, trattasi all’evidenza di omissione inidonea ad inficiare l’impugnata sentenza, attesa l’evidente inammissibilità del motivo. Ed infatti, non v’è dubbio nella giurisprudenza di questa Corte che il reato di detenzione di materiale pedopornografico non richiede, ai fini della sua configurabilità, un concreto pericolo di diffusione del predetto materiale, essendo sufficiente la mera consapevole detenzione del medesimo (v., tra le tante: Sez. 3, n. 43246 del 11/11/2010 – dep. 06/12/2010, III, Rv. 248761). L’inammissibilità, dunque, della censura difensiva, rende irrilevante il silenzio della Corte sul motivo, atteso che il mancato esame da parte del giudice di appello di una questione inammissibile o manifestamente infondata non inficia di nullità la sentenza di secondo grado.
Sul punto, la Corte d’appello (v. pag. 6), motiva il diniego delle attenuanti generiche basando il giudizio sulla gravità dei fatti, sulla circostanza che si fosse trattato di plurime condotte e sull’intensità del dolo desunta dalla preordinazione degli atti sessuali in danno della minore che venivano preparati con attenzione alle riprese filmate, disconoscendo la rilevanza degli elementi invece valorizzati dalla difesa del ricorrente, già valutati peraltro dal primo giudice per la determinazione della pena. Deve, in relazione a tale motivo di doglianza, essere ricordato che la concessione o meno delle attenuanti generiche rientra nell’ambito di un giudizio di fatto rimesso alla discrezionalità del giudice, il cui esercizio deve essere motivato nei soli limiti atti a far emergere in misura sufficiente la sua valutazione circa l’adeguamento della pena alla gravità effettiva del reato ed alla personalità del reo (Sez. 6, n. 41365 del 28/10/2010 – dep. 23/11/2010, Straface, Rv. 248737). Nel caso in esame, i giudici esplicitano le ragioni per cui ritengono prevalenti alcuni elementi negativi, escludendo la rilevanza di quelli di segno favorevole rappresentati dal ricorrente. Operazione, questa, del tutto lecita e conforme ai principi più volte affermati da questa Corte secondo cui ai fini della concessione o del diniego delle circostanze attenuanti generiche il giudice può limitarsi a prendere in esame, tra gli elementi indicati dall’art. 133 cod. pen., quello che ritiene prevalente ed atto a determinare o meno il riconoscimento del beneficio, sicché anche un solo elemento attinente alla personalità del colpevole o all’entità del reato ed alle modalità di esecuzione di esso può essere sufficiente in tal senso (v., tra le tante: Sez. 2, n. 3609 del 18/01/2011 – dep. 01/02/2011, Sermone e altri, Rv. 249163).
La Corte d’appello motiva anche su tale questione (pag. 4), emergendo come le medesime sono risultate vittime di riprese fotografiche con cui l’imputato si procurava immagini di minori che utilizzava per le sue rielaborazioni grafiche. È, dunque, indubbio, osserva il Collegio, il riferimento al capo 5), e la circostanza che tra le fotografie, vi fossero anche quelle delle parti civili discende dalle dichiarazioni del ricorrente medesimo, come risulta dalla pag. 5 dell’impugnata sentenza, in cui si da atto che il consulente tecnico aveva reperito 166 immagini “ritoccate”, raffiguranti anche “le nipoti dello stesso imputato”. Nessun dubbio, dunque, della loro veste di persone offese e danneggiate dal reato di cui all’art. 600- quater, cod. pen. (capo 5), relativo alla produzione di materiale pedopornografico.
La Corte, qualificato quale violazione di cui al 2 comma dell’art. 600 bis cod. pen. il delitto contestato al capo 2), annulla la sentenza impugnata quanto al delitto di cui al capo 4) e rinvia ad altra Sezione della Corte di appello di Milano. Rigetta nel resto il ricorso.