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Timestamp: 2017-06-28 01:45:58+00:00
Document Index: 144099022

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 51', 'art. 8', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 35', 'sentenza ', 'sentenza ']

I diritti dei soggetti deboli
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I diritti dei soggetti deboliCreato: 02 Giugno 2017
di Francesca Rescigno, Professoressa associata di Istituzioni di Diritto Pubblico - Scuola di Scienze Politiche – Università di Bologna
1. Chi sono i soggetti deboli? La definizione di 'soggetto debole' non appare semplice nè dal punto di vista giuridico nè da quello sociale. Il soggetto debole infatti non deve obbligatoriamente essere un emarginato rispetto alla società ma può essere semplicemente un individuo, donna o uomo, che a causa di alcune caratteristiche fisiche o psicologiche si trova in un momentaneo stato di debolezza e merita quindi un'adeguata protezione da parte dell'ordinamento solo per un certo periodo di tempo, o all'opposto potrebbe trovarsi in uno stato di debolezza per un periodo di tempo indefinibile, forse per sempre, e quindi l'approccio del diritto dovrà essere sempre di protezione ma a tempo indeterminato.
Alla domanda "Quali categorie possono considerarsi deboli?", la risposta non è dunque sempre facile. Ci sono i bambini, i portatori di handicap, i malati gravi, i tossicodipendenti, gli extra-comunitari, i rifugiati, gli incapaci legali, gli incapaci naturali, i disoccupati, gli homeless, gli omosessuali, i transessuali, ma incredibilmente anche le donne, gli appartenenti a minoranze religiose o linguistiche, gli esseri animali e l'elenco potrebbe continuare probabilmente quasi all'infinito.
Esiste infatti una 'cultura debolologica' (1) volta ad identificare e catalogare le 'debolezze' presenti in un determinato momento storico. Ciò che è da considerarsi debole in un certo periodo infatti potrebbe non esserlo stato in precedenza e potrebbe cessare di esserlo in un futuro più o meno vicino o, viceversa, nuove debolezze potrebbero venire a manifestarsi. Questa condizione di variabilità dovuta al dato temporale è assolutamente evidente ed innegabile, ad esempio, per i minori che un giorno saranno maggiorenni e quindi non più considerati 'soggetti deboli', ma è altrettanto vera per i malati che guariranno, per gli anziani che purtroppo se ne andranno, per i carcerati che una volta scontata la propria pena torneranno alla libertà (discorso a parte meritano i minori figli di genitori detenuti, i quali si vedono costretti a 'scontare' una pena per reati che non hanno certo commesso) (2).
Esistono però soggetti che rimangono deboli a prescindere dal raggiungimento della maggiore età, dalla guarigione, dalla scarcerazione o del compimento di altri step fondamentali, soggetti che rischiano di nascere e morire deboli come ad esempio accade alle donne, deboli per il solo fatto di appartenere al genere femminile, agli stranieri che possono eccezionalmente uscire dalla loro debolezza solo ottenendo l'agognata cittadinanza dello Stato in cui si trovano a vivere (a volte anche a nascere), studiare e lavorare (nel nostro Paese ai sensi della Legge n. 91 del 1992 l'acquisto della cittadinanza è ancora marcatamente legato allo ius sanguinisquindi rigidamente limitato e circoscritto), gli omosessuali, le minoranze linguistiche, gli esseri animali e in un certo modo anche i malati terminali ai quali come noto non è per ora consentito nel nostro Paese porre fine scientemente alle proprie sofferenze.
Tutti questi soggetti, così diversi, portatori di interessi e necessità decisamente differenziati, meritano particolare cura ed attenzione da parte dell'ordinamento e si aspettano l'adozione di politiche adeguate perchè le proprie 'debolezze' non divengano causa di discriminazione ed emarginazione.
La definizione della 'debolezza' non è dunque agevole in quanto essa non è tanto costituta dal confronto con la 'squadra avversaria dei forti' ma si manifesta considerando ciò che un soggetto debole si vede costretto contingentemente a fare (o a non fare) e ciò che invece potrebbe fare se nell'organizzazione della sua vita e delle sue giornate fossero funzionanti i supporti assistenziali, civilistici, comunitari, ospedalieri, scolastici ... in grado di neutralizzare in tutto o in buona parte la debolezza stessa. In questo senso possiamo affermare che non esistono tanto soggetti deboli dal di dentro, quanto soggetti 'indeboliti' dal di fuori (3). Non è debole dunque l'handicappato in quanto tale ma lo è certamente colui che non è accudito da una rete capace di valorizzare al meglio ciò che è in grado di affermare e compiere; così come non può considerarsi debole l'omosessuale per le proprie scelte sessuali, ma lo diventa nel momento in cui non gli viene consentito di godere dei diritti assicurati agli eterosessuali, a partire dall'istituto matrimoniale passando per le tecniche di procreazione assistita fino all'istituto dell'adozione (4).
Per essere debole non è necessario essere minoranza: le donne in Italia infatti sono più della metà della popolazione attestandosi intorno ai 31,2 milioni su una popolazione complessiva di quasi 60 milioni (siamo il quarto Paese in Europa per presenza femminile dopo Germania, Francia e Regno Unito e Romania alla pari) e anche le elettrici sono in una posizione numerica di maggioranza rispetto agli elettori uomini; tuttavia malgrado il dato numerico le donne continuano ad essere minoranza nel settore economico e rappresentativo necessitando ancora oggi di opportune politiche di inclusione, concrete azioni positive volte a pareggiare le differenziate situazioni di partenza.
Fatte queste premesse appare chiaro come la 'debolologia' non possa basarsi solo sul dato dell'apparenza o su quello numerico ma debba indagare le esigenze fattuali, sopravvivenziali, debba rifuggire dall'introduzione di privilegi ingiustificati ed irritanti, così come dalle pompose dichiarazioni di principio che assai spesso si scrivono sui deboli solo per 'salvare l'anima dei soggetti forti'.
Il sistema giuridico deve proteggere, organizzare, comprendere le radici della debolezza e se possibile eliminarle o comunque ridurle. In questa difficile operazione l'unico faro che può guidarci è il principio di eguaglianza che ci insegna che per quanto la natura, il caso, il destino o la società ci abbiano resi diversi meritiamo tutti di avere un trattamento uguale, ricordando che uguaglianza non significa livellare, annullare le differenze bensì trattare in modo uguale le situazioni uguali ed in modo diverso ciò che è effettivamente diverso, perchè l'eguaglianza non esiste nemmeno in natura, ma ciò che il diritto deve cercare di raggiungere è di poter offrire a tutti le medesime situazioni di partenza, le stesse occasioni e opportunità, consentendo ad ogni soggetto un'esistenza il più possibile libera e dignitosa.
Il concetto che deve essere elaborato dunque non è tanto -o almeno non è solo- quello di 'debolezza' bensì quello di 'persona', di 'dignità umana', di 'soggetto del diritto' e il diritto deve tornare a mettere la persona al centro di ogni suo ragionamento.
Stiamo assistendo ormai da tempo al tramonto della visione tradizionale degli status, mentre il progresso medico ridefinisce la nozione di capacità giuridica (si pensi ai diritti dell'embrione) per cui l'essere umano, svestito della diversità che gli deriva dall'appartenenza ad una determinata categoria, si presenta al cospetto del diritto e ne rivendica la protezione. Ed il diritto, in questa dimensione che non conosce divisioni di razza, di sesso, di cittadinanza, di opinioni politiche, culturali, religiose, indugia e deve soffermarsi sull'emergere delle sue "condizioni personali e sociali" in quanto momenti ineludibili di una tutela che possa dirsi efficace.
La moltiplicazione delle categorie deboli ha comportato una moltiplicazione delle categorie di danno risarcibile che spaziano dal danno biologico, al morale, all'esistenziale, al sessuale e via dicendo e così si tende a risolvere la questione dei soggetti deboli prevalentemente sul piano risarcitorio e non su quello costitutivo (5). così facendo in pratica si 'costituzionalizzano' i danni, ma in realtà la nostra Costituzione non protegge danni, bensì interessi e soprattutto diritti fondamentali. La debolezza si 'cura' non solo con il risarcimento dei danni subiti ma soprattutto con la rimozione degli ostacoli giuridici e materiali che si frappongono al conseguimento di una condizione di eguaglianza, di una condizione di parità.
Il compito dello Stato deve dunque essere in primo luogo quello di 'compensare' le diversità, di procedere verso l'eguaglianza senza mai calpestare la dignità di ogni essere vivente, così come è compito per lo Stato quello richiamato dal secondo comma dell'articolo 3 della Costituzione e cioè rimuovere gli ostacoli che si frappongono al raggiungimento dell'eguaglianza e sono proprio questi ostacoli che generano la 'debolezza'.
Il diritto deve essere duttile strumento nelle mani di un Legislatore attento che si muove seguendo le coordinate della dignità umana, del libero sviluppo della personalità, del principio di eguaglianza, il diritto cioè deve proteggere i 'nuovi deboli' accanto a quelli per così dire 'tradizionali' e deve adoperarsi perchè le debolezze tendano a scomparire nella piena espressione della dignità di ogni essere vivente.
2. Eguaglianza versusdebolezza.
Il principio di eguaglianza costituisce dunque lo strumento cardine per affrontare il tema delle 'debolezze' anche se effettivamente l'eguaglianza ancora oggi non sembra riuscire ad espandersi in maniera omnicomprensiva continuando ad incontrare una decisa discrasia tra eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale (6). Tale discrasia è evidente malgrado l'eguaglianza costituisca uno dei pilastri fondamentali dell'ordinamento giuridico di ogni Paese democratico, la troviamo espressa nelle grandi dichiarazioni internazionali così come nelle carte fondamentali nazionali ed anche naturalmente nella nostra Costituzione repubblicana del 1948 (7).
Ma che cosa rappresenta realmente l'eguaglianza oggi? L'eguaglianza è un elemento ordinatore del fenomeno normativo, essa si colloca tra i Principi fondamentali cioè quei principi omnicomprensivi che permeano l'intera Costituzione delineando il carattere della nostra Repubblica. L'esame di tali Principi evidenzia come la sequenza dei primi tre articoli della Carta costituzionale non sia casuale ma affermi un quadro giuridico di riferimento assai significativo per tutta la successiva azione del Legislatore. L’articolo 1 stabilisce il principio democratico, il 2 quello di libertà riconoscendo i diritti inviolabili dell'uomo e ponendoli accanto ai doveri di solidarietà, mentre l’articolo 3 formula il fondamentale principio di eguaglianza.
Così facendo i Costituenti -donne e uomini- desideravano creare un quadro di democrazia chiaro ed efficace entro il quale, attraverso l’esercizio della libertà, realizzare sempre più perfezionate condizioni d’eguaglianza. La stessa espressione 'Repubblica democratica' sancita dal primo articolo costituzionale riconduce ai fondamenti di libertà ed eguaglianza; i valori della democrazia si manifestano attraverso l'affermazione di spazi di libertà e con il riconoscimento dei diritti che non possono essere esercitati se non nell'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà sociale.
La nostra Repubblica democratica esprime dunque i valori comuni di tutti i cittadini e non solo, valori che vanno dalla dignità umana, alla libertà, alla tolleranza, all'eguaglianza, al rispetto dei diritti umani, e a quello della legge, alla solidarietà e alla giustizia sociale, valori che fondano ed esprimono la democrazia in un circuito virtuoso senza fine. La realizzazione della dignità personale del singolo come tale, ma anche nelle formazioni sociali dove decide di sviluppare la propria personalità, va considerata principio supremo e l'attuazione del principio di eguaglianza costituisce presupposto per la garanzia della dignità attraverso il pieno esercizio della libertà (8). L’eguaglianza è quindi presupposto della democrazia, essa è per usare le parole della nostra Corte Costituzionale “principio generale che condiziona tutto l’ordinamento nella sua obiettiva struttura”(9) ed ancora essa esprime un “generale canone di coerenza dell’ordinamento normativo” (10). Insomma il principio universalmente valido dell’eguaglianza, enunciato con la formulazione ampiamente inclusiva che caratterizza la nostra Carta, si definisce e si valorizza solo se contestualizzato e calato nelle diverse realtà, in quanto esclusivamente l’analisi di quelle realtà può, e deve, condurre alle azioni positive che sole potranno trasformare tale principio in un diritto effettivamente godibile. L'obiettivo dello Stato sociale deve dunque essere quello (o almeno principalmente quello) di rimuovere le diseguaglianze in un'ottica di pieno sviluppo dell'essere vivente.
Il principio di eguaglianza obbliga noi e soprattutto il Legislatore a considerare uguale giuridicamente ciò che uguale materialmente non è, o almeno a farlo in quei contesti essenziali per il corretto funzionamento della democrazia. L'uguaglianza, così come la libertà, è 'un concetto generico e vuoto, che se non è precisato o riempito, non significa nulla' (11), è un concetto etico, sociale, religioso, filosofico, politico e giuridico che presenta a prima vista un contenuto del tutto evidente, ma che si rivela oltremodo complesso una volta che dalle generiche e ideali affermazioni si tenti di passare ad una traduzione operativa di esse. L'eguaglianza è un principio giuridico essenziale sin dai tempi dell'antica Grecia e da allora ha continuato ad essere perseguita nelle sue diverse forme ed accezioni per tutta la storia giuridica dell'essere umano, ma questo non significa che sia oggi palese comprendere realmente cosa significa eguaglianza e quale eguaglianza perseguono e realizzano (o cercano di realizzare) le moderne democrazie.
La domanda essenziale che dobbiamo dunque porci oltre a cosa sia l'eguaglianza, è come essa operi concretamente, considerando la continua moltiplicazione dei soggetti deboli che evidenzia come il principio di eguaglianza arranchi nella sua giuridica e concreta definizione.
Esistono certamente diverse declinazioni dell'eguaglianza a seconda del momento storico e dell'ordinamento che si prende in considerazione. Pensiamo all'articolo 6 della celebre Dichiarazione francese dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1789 che dispone: "La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca. Tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, sono ugualmente ammissibili a tutte le dignità, posti ed impieghi pubblici secondo la loro capacità, e senza altra distinzione che quella delle loro virtù e dei loro talenti" (12). Leggendo queste parole è facile immaginare uno Stato che avesse fatto dell'eguaglianza il suo nucleo essenziale, tuttavia la realtà era un'altra, erano infatti cadute le teste parruccate dell'ancien Régimema l'égalitéconquistata dai rivoluzionari era effettivamente cosa assai circoscritta, limitata a pochi soggetti privilegiati e quindi essa stessa elitaria e ben poco egualitaria.
L'eguaglianza affermata nel 1789 si ripresenta trasformata, costituendo il nuovo tratto essenziale delle Costituzioni successive, soprattutto grazie al contributo ideologico del movimento socialista-operaio che affianca all'eguaglianza parificatrice o formale l'eguaglianza distributiva o sostanziale con cui si cerca di porre rimedio alle diseguaglianze di fatto al fine di garantire e proteggere i soggetti economicamente, fisicamente, culturalmente e socialmente più deboli.
E' questo concetto di eguaglianza distributiva che è stato recepito dalla nostra Costituzione e che ritroviamo nelle moderne Carte costituzionali nazionali e sovra-nazionali, che hanno compreso come non sia sufficiente affermare l'eguaglianza formale, ma appaia necessario tratteggiare l'eguaglianza sostanziale in quanto concetto complesso e composito (13), e solo la completa declinazione dell'intero paradigma 'eguaglianza' consenta di risolvere positivamente il dilemma tra 'eguaglianza ed egualitarismo' (14).
L'eguaglianza non è identità bensì diversità ed anche debolezza, siamo tutti diversi e alcuni di noi sono "più diversi" degli altri, madobbiamo essere considerati dall'ordinamento giuridico uguali seppure non identici, per questo l'eguaglianza è un concetto fluido che si evolve con il tempo e con le nostre esigenze.
Il principio di eguaglianza deve operare risolutamente a carico del potere legislativo incidendo sul contenuto della legge oltre che sulla sua efficacia, evitando che alcuni specifici parametri vengano violati. Eguaglianza quale rule of law, nel senso di imparzialità del Legislatore, dell'amministratore, del giudice, in tutti i loro rapporti con i soggetti privati, cittadini e stranieri, persone fisiche e giuridiche, singoli, gruppi o più semplicemente soggetti del diritto. Dal principio di eguaglianza nasce, fondendosi con esso, il principio di ragionevolezza, per cui qualunque distinzione di disciplina effettuata in relazione a qualunque elemento, tra qualunque gruppo di soggetti, diventa suscettibile di un giudizio sulla sua ragionevolezza, cioè sul fatto che quella distinzione sia fondata su elementi obiettivi, rilevanti e soprattutto giustificabili. Tale concetto non è astratto poichè una diseguaglianza legislativa sarà ragionevole e lecita solo se difendibile, cioè giustificabile, suscettibile di essere spiegata e motivata sulla base di criteri che in una data società e in un determinato momento storico sono considerati generalmente accettabili.
La ragionevolezza, come sottolineato, non è un concetto astratto ma certamente è un concetto flessibile, duttile, non cristallizzabile nel tempo,bensì dinamico e fluido per cui a volte appare incertaed indefinibile (15), ma seppure multiforme rimane l'unico strumento convincenteattraverso il quale un Giudice delle leggi sensibile e attento può cancellare le differenze di trattamento che appaiono alla coscienza sociale come intollerabili.
Il nostro articolo 3 esordisce richiamando la pari dignità sociale e forse nemmeno gli stessi Costituenti avevano piena consapevolezza degli effetti di un simile riconoscimento e del reale contenuto dello stesso, nutrendo dubbi su come lo Stato potesse concretamente garantire un pari trattamento sociale, e nel migliore dei casi si riteneva questa affermazione una ripetizione più o meno utile dell'eguaglianza sostanziale e del divieto di discriminazioni in base alle condizioni personali o sociali. Ma la dignità sociale ha un proprio valore autonomo ed impegna lo Stato ad operare contro la miseria, l'ignoranza e contro i mali che degradano la dignità sociale dei soggetti; nella 'pari dignità sociale' si ritrova il valore della dignità umana rispetto a tutti i rapporti, il corollario della libertà e dell'eguaglianza, presupposto e strumento per il pieno sviluppo della persona umana; in sintesi la dignità sociale si identifica con la parità almeno potenziale nei diritti. La pari dignità sociale si pone come una sorta di cerniera tra eguaglianza formale ed eguaglianza sostanziale in quanto la dignità dei cittadini è riconosciuta quale dignità sociale, nel senso che nello Stato contemporaneo la garanzia e lo sviluppo dei diritti e delle libertà del singolo, che ha come presupposto l'eguaglianza, è possibile solo nella pienezza della dimensione collettiva, cioè all'interno dell'organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Eguaglianza dunque quale pari opportunità: è questa infatti l'ultima tappa dell'evoluzione del principio fondamentale di cui al nostro articolo 3, essa rappresenta la sfida dei nostri tempi poichè, come già accennato, l'eguaglianza non può considerarsi quale pura teoria filosofica ma costituisce il compito essenziale del Welfare Stateche deve dimostrarsi capace di conciliare l'economia capitalistica di mercato con la democrazia, con il suffragio universale e con la concreta partecipazione di tutte le cittadine e i cittadini. Non è sufficiente affermare che gli esseri umani sono eguali, ma bisogna specificare che essi “sono eguali nei diritti”, l'eguaglianza è un “comando giuridico”che impone di riconoscere eguale titolarità dei diritti a tutti gli esseri viventi, riconoscendo ai diversie ai debolidirittieguali. L'eguaglianza in definitiva tutela le differenzee nel riconoscere a tutti i cittadini (16)diritti civili epolitici rompe l’assetto politico dello Stato autoritario (17).
Un vincolo forte lega l’eguaglianza ai più alti principi costituzionali che dall'eguaglianza vengono riempiti di contenuto e valore; senza di essa perderebbero infatti significato parole chiave come:democrazia, solidarietà, dignità, termini essenziali in una Costituzione fondata sulla “persona”.
La persona, la dignità non potranno mai essere sacrificate sull'altare del profitto economico, sull'emarginazione dei deboli, dei diversi, efficienza economica e giustizia sociale sono legate in un circolo virtuoso o vizioso a seconda dei provvedimenti scelti e delle conseguenze che essi provocano. E' compito della politica porre in essere interventi di lungo termine coerenti con un programma di bene comune per i nostri tempi e per le generazioni future (18). L'economia non deve essere obbligatoriamente disumana e antisociale, poichè anch'essa è costituita da un insieme di atti personali e dalla relativa responsabilità che ne discende (19), così come dal senso del dovere oltre che dei diritti. Abbiamo bisogno di un'economia capace diavere il senso dell'etica (20) e di andare oltre i modelli economici predominanti ancorati al solo dato del prodotto interno lordo del singolo paese, per cui la qualità di vita di una nazione migliora quando, e solo quando, aumenta la percentuale pro capite di tale prodotto interno lordo, tuttavia questo non è effettivamente l'unico paradigma di sviluppo possibile, ne esiste anche un altro conosciuto come "approccio dello sviluppo umano" o "approccio della/e capacità" che si basa su cosa concretamente possono fare le persone in un determinato paese, quindi sui bisogni soddisfatti e sulle opportunità realmente offerte ai cittadini, altrimenti rischiamo davvero di decostituzionalizzare alcuni diritti fondamentali (21).
L'eguaglianza non può declinarsi versusla debolezza così come non può farlo l'economia, poichè l'eguaglianza quale principio di non discriminazione rappresenta la proiezione stessa della dignità della persona per cui essa non è un mero dato relazionale ma possiede un valore assiologico (22). Il dato economico spesso ci appare falsato; l'estensione dei diritti, la lotta alle diseguaglianze spesso sembra avere un prezzo troppo alto per le moderne democrazie (basti pensare all'accoglienza dei migranti) ma è arrivato il momento di riflettere approfonditamente se costi di più l'eguaglianza o la diseguaglianza senza dimenticare di considerare che in tutto il mondo le persone si sforzano di vivere dignitosamente e l'aumento del Pil non sempre fa la differenza nella qualità della vita individuale.
L'eguaglianza oggi ha dunque ancor più bisogno di un tempo dell'economia e di politiche che si pongano nel quadro 'delle capacità' inteso come lo spazio più idoneo all'interno del quale valutare la qualità della vita; "l'approccio alle capacità" considera ogni persona come un fine, è un sistema incentrato sulla scelta o per meglio dire sulla libertà del singolo, per cui il bene fondamentale delle società consiste nella promozione per le rispettive popolazioni di un insieme di opportunità o libertà sostanziali (23). L'approccio alle capacità punta al rispetto della scelta delle persone, si preoccupa dell'ingiustizia sociale e delle diseguaglianze e conduce a migliorare la qualità della vita di ciascuno di noi per costruire un mondo dove regole economiche e principio di eguaglianza siano capaci di camminare insieme(24).
3.Il compito dello Stato e la rimozione delle 'debolezze': il caso dei minori. L'affermazione del principio di eguaglianza impone quindi un compito gravoso al nostro Stato democratico e cioè adoperarsi continuamente per rimuovere le cause delle 'debolezze' e garantire anche ai 'soggetti deboli' pari opportunità. Lo Stato democratico-sociale non ha più solo il compito, tipico della forma di Stato liberale, di tutelare le sfere individuali dei singoli ma deve assicurare a tutti l'effettivo esercizio delle libertà costituzionali, di tutte le libertà costituzionali intese quali strumenti di partecipazione attiva alla vita del Paese. E' la 'rivoluzione promessa' di cui parlava Calamandrei, e la rivoluzione si realizza con le politiche di eguaglianza da compiersi nel quadro dei principi costituzionali.
Come già ricordato il novero dei 'soggetti deboli' non è prefissato, nè determinabile a priori dall'ordinamento giuridico ed anzi l'evoluzione della società e del diritto hanno evidenziato molte nuove dimensioni di debolezza che rendono quasi impossibile una disamina capillare di ogni singola situazione. Si sceglie perciò di concentrarsi in questa sede su una 'debolezza' che appare, agli occhi di scrive, in questo momento storico, particolarmente significativa e capace di grandi ricadute sul tessuto sociale influenzando direttamente il manifestarsi di altre 'debolezze', ci si riferisce dunque al minore in quanto soggetto debole.
I minori sono infatti per l'ordinamento giuridico soggetto debole per eccellenza, anche se effettivamente essi sono comunque destinati a perdere la loro intrinseca debolezza nel momento in cui raggiungono la maggiore età, e a volte, in alcune particolari circostanze, anche prima. La posizione dei minori nell'ambito del nostro ordinamento giuridico è certamente peculiare: si è infatti a lungo ritenuto che tanto la dignità umana quanto lo sviluppo della personalità del minore non meritassero autonoma considerazione visto che la loro tutela e promozione sembrava assorbita dalla potestà dei genitori, una potestà elastica cioè decisamente piena nei primi anni di vita e destinata a ridursi con l'avanzare dell'età dei minori fino ad azzerarsi con il raggiungimento della maggiore età. Realmente però la dignità umana è fattore autonomo ed individuale che non appare trasmissibile ad un altro soggetto per il solo fatto di essere sottoposti alla sua tutela e per questo è necessario che ogni azione intrapresa dai genitori o da chi assolve le loro funzioni debba essere condotta nell'interesse del minore in tal senso anche un possibile contrasto genitori-figli deve essere affrontato e risolto dando la prevalenza alla dignità umana e allo sviluppo della personalità del minore, naturalmente sarà necessario valutare ogni ipotesi concreta considerando l'ambiente in cui si trova ad agire il minore e le condizioni soggettive dello stesso e cioè se davvero esso abbia il discernimento per poter assumere le proprie decisioni in autonomia. La dignità umana dunque ci accompagna sin dalla nascita (25), il minore è un soggetto del diritto, dotato di diritti inviolabili e dignità umana ai sensi di quanto previsto in generale dalla Carta fondamentale, diritti che possiede come persona anche se non esercita ancora il diritto di voto e appare certamente meno 'affascinante' per il potere politico.
Resta da domandarsi quale compito debba assolvere il Legislatore per garantire al minore, a tutti i minori, di poter perdere la propria 'intrinseca debolezza' nel momento della crescita.In tal senso si ritiene che la funzione cardine che deve essere assicurata dall'ordinamento giuridico è quella dell'istruzione.
"E'dovere e diritto dei genitori mantenere istruire ed educare i figli..." recita -tra l'altro- l'articolo 30, mentre l'articolo 31 ricorda che tra i compiti della Repubblica c'è anche quello di proteggere "l'infanzia e la gioventù", e l'articolo 33 afferma rispetto all'istruzione che "la Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi", mentre "enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato", per finire con la chiara previsione dell'articolo 34 che 'grida': "La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso". Questi fondamentali richiami costituzionali pongono decisamente al centro la figura del minore che ha il supremo interesse ad intrattenere con i propri genitori -indipendentemente dal vincolo coniugale che li lega- un rapporto che va ben oltre la natura meramente patrimoniale ma implica invece una generale cura della persona del minore. Le posizioni soggettive riconosciute nel primo comma dell'articolo 30 hanno la consistenza di diritti fondamentali della persona e sono quindi garantite a chiunque, compresi gli stranieri, agendo come parametro di costituzionalità nella valutazione della legislazione. Anche la difesa dell'infanzia e dell'adolescenza richiamate dall'articolo 31 si connettono ai diritti inviolabili e al principio di eguaglianza sostanziale mettendo in luce i limiti della legislazione minorile ispirata ad una logica alienante e discriminatoria. Il percorso in materia è stato lungo e significativa appare l'adozione della Legge n. 184 del 1983 (Diritto del minore ad una famiglia. Aggiornata dal Decreto Legislativo n. 154 del 2013) che si inserisce in un quadro legislativo in cui progressivamente si afferma la centralità della persona del minore e l'abbandono di ogni logica meramente assistenziale. Il minore ha dunque il diritto ad essere educato nella propria famiglia o comunque in una famiglia, e la Legge n. 149 del 2001 (contenente "Modifiche alla legge 4 maggio 1983, n. 184, recante «Disciplina dell’adozione e dell’affidamento dei minori», nonché al titolo VIII del libro primo del codice civile")chiarisce che le situazioni di povertà non dovrebbero condizionare l'esercizio della potestà dei genitori, nè la permanenza del bambino presso la propria famiglia e che lo Stato, le Regioni e gli enti locali devono sostenere le famiglie a rischio per prevenire ed evitare lo stato di abbandono dei minori(26). Il diritto a rimanere nella propria famiglia di origine non deve però trasformarsi in un 'incubo giuridico' per cui se viene accertato lo stato di abbandono del minore o l'impossibilità di ricostruire il nucleo familiare originario, deve prevalere il diritto del minore ad avere una famiglia facendolo concretizzare attraverso l'istituto dell'adozione ancora oggi purtroppo però legato a criteri discutibilmente 'tradizionali' per cui rimangono ingiustificatamente escluse tutte le c.d. nuove famiglie come le coppie omosessuali, le famiglie mononucleari e le famiglie di fatto, con grave pregiudizio dei diritti del minore e non solo.
Al fondamentale ruolo svolto dalla famiglia deve affiancarsi quello dell'istruzione, in quanto l'educazione del minore, come insegna la più giovane premio Nobel per la pace Malala Yousafzai, rappresenta un diritto fondamentale per ogni essere vivente (27) e non è certo necessario aver patito le gravi privazioni a cui è stata sottoposta Malala per comprendere la verità del suo messaggio. Malala all'età di 11 anni era già nota per il suo blog in cui documentava il regime dei talebani pakistani, contrari ai diritti delle donne e la loro occupazione militare e per questo nell'ottobre del 2012 venne gravemente colpita alla testa da uomini armati saliti a bordo del pullman scolastico su cui tornava a casa da scuola. Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, rivendicò la responsabilità dell'attentato, sostenendo che la ragazza era “il simbolo degli infedeli e dell'oscenità”. Il 12 luglio 2013, in occasione del suo sedicesimo compleanno, Malala dal Palazzo di Vetro di New York, indossando lo scialle appartenuto a Benazir Bhutto, lanciò il suo appello all'istruzione delle bambine e dei bambini di tutto il mondo affermando: "I don't mind if I have to sit on the floor at school. All I want is education. And I'm afraid of no one" (28).
L'istruzione dunque è lo strumento che ci rende liberi, Socrate diceva che è il sapere a renderci liberi mentre l'ignoranza rende prigionieri, e noi il sapere lo possiamo raggiungere grazie all'istruzione, grazie alla scuola. Affermare quindi che "la scuola è aperta a tutti" significa concretizzare il principio di eguaglianza e caratterizzare lo Stato sociale anche quale Stato di cultura, che esclude ogni discriminazione (per esempio tra cittadini italiani e stranieri) nell'accesso ai saperi e nel diritto all'istruzione.
Lo Stato dunque ha il compito di rimuovere ogni ostacolo perché la scuola sia concretamente accessibile a tutti e l'istruzione sia generalizzata. La Costituzione rifugge decisamente da una concezione 'aristocratica' della scuola e del sapere e riconosce il diritto individuale all'istruzione quale piedistallo per il pieno sviluppo della personalità umana e fonte di eguaglianza sostanziale. Abbiamo il diritto all'istruzione, così come un vero e proprio dovere di istruirci (29).
Il compito essenziale per combattere la debolezza del minore lo deve svolgere dunque, accanto alla famiglia, o ancor meglio in sinergia con il tessuto familiare, la scuola, l'educatore che deve essere capace di collocarsi professionalmente anche in situazioni di sofferenza, di degrado, di grave incompetenza e lotta per recuperare risorse (personali e ambientali), per limitare i danni di un processo evolutivo compromesso. L'educatore non deve arrendersi di fronte alle situazioni di svantaggio e di ingiustizia rappresentando per quanto possibile l'adulto positivo, equilibrato, disponibile alla relazione, che dimostra fiducia nelle potenzialità dei giovani.
"La scuola, come la vedo io, è un organo “costituzionale”. Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione", così si esprimeva nel 1950 Piero Calamandrei e continuava sottolineando la posizione della scuola quale "organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l’organismo costituzionale e l’organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell’organismo umano hanno la funzione di creare il sangue […]. La scuola, organo centrale della democrazia, perché serve a risolvere quello che secondo noi è il problema centrale della democrazia: la formazione della classe dirigente. La formazione della classe dirigente, non solo nel senso di classe politica, di quella classe cioè che siede in Parlamento e discute e parla (e magari urla) che è al vertice degli organi più propriamente politici, ma anche classe dirigente nel senso culturale e tecnico: coloro che sono a capo delle officine e delle aziende, che insegnano, che scrivono, artisti, professionisti, poeti. Questo è il problema della democrazia, la creazione di questa classe, la quale non deve essere una casta ereditaria, chiusa, una oligarchia, una chiesa, un clero, un ordine. No. Nel nostro pensiero di democrazia, la classe dirigente deve essere aperta e sempre rinnovata dall’afflusso verso l’alto degli elementi migliori di tutte le classi, di tutte le categorie. Ogni classe, ogni categoria deve avere la possibilità di liberare verso l’alto i suoi elementi migliori, perché ciascuno di essi possa temporaneamente, transitoriamente, per quel breve istante di vita che la sorte concede a ciascuno di noi, contribuire a portare il suo lavoro, le sue migliori qualità personali al progresso della società[…]" (30).
La scuola investe sul futuro delle persone e della società contro la tendenza generale a considerare solo il presente, la scuola cancella la debolezza del bambino e lo trasforma in persona consapevole dei propri diritti inviolabili e dei propri doveri di solidarietà economica e sociale. E continuando a citare il grande maestro: "A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali". La scuola quindi non solo rende liberi ma rende anche forti, cancellando la debolezza e affermando l'eguaglianza che consente pari opportunità, ma per poterlo fare deve essere una scuola laica, inclusiva e democratica, non certo la scuola dei 'furbetti', delle benedizioni e dei crocifissi (31).
Ancora Calamandrei, attuale come se stesse parlando ora, sostiene: "La scuola dello Stato, la scuola democratica, è una scuola che ha un carattere unitario, è la scuola di tutti, crea cittadini, non crea né cattolici, né protestanti, né marxisti. La scuola è l’espressione di un altro articolo della Costituzione: dell’art. 3: “Tutti i cittadini hanno parità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinione politica, di condizioni personali e sociali”. E l’art. 51: “Tutti i cittadini possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge”. Di questi due articoli deve essere strumento la scuola di Stato, strumento di questa eguaglianza civica, di questo rispetto per le libertà di tutte le fedi e di tutte le opinioni[…]. Quando la scuola pubblica è così forte e sicura, allora, ma allora soltanto, la scuola privata non è pericolosa. Allora, ma allora soltanto, la scuola privata può essere un bene".
Il compito dello Stato quindi è quello di proteggere e far progredire la scuola pubblica, vigilando sulle scuole private e promuovere l'istruzione quale strumento di lotta alle debolezze.
In questo quadro costituzionale di lotta alla diseguaglianza attraverso lo strumento educativo si comprende bene quanto sia fondamentale la formazione e il controllo degli educatori, docenti, dirigenti di ogni livello perchè ogni singolo tassello è fondamentale nella costruzione del sistema dei diritti inviolabili.
Il quadro giuridico-normativo della nostra istruzione è stato modificato dalla riforma del Titolo V per cui il nuovo articolo 117 non solo non riporta più tra le materie di competenza legislativa concorrente "l'assistenza scolastica", ma neppure cita nei due elenchi di competenze (statale e concorrente regionale) alcuna materia a quella assimilabile. Alle Regioni viene attribuita a titolo di materia concorrente la materia "dell'istruzione" e allo Stato "le norme generali sull'istruzione nonchè la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale", modificando sostanzialmente l'organizzazione delineata dalla Carta del 1948 che vedeva in capo alle Regioni unicamente la competenza legislativa concorrente in materia di "istruzione artigiana e professionale" e di "assistenza scolastica" oggi di competenza esclusiva. Le Regioni oggi hanno così acquistato competenza legislativa concorrente sull'istruzione "salva l'autonomia delle Istituzioni scolastiche" e in più hanno anche la possibilità di ulteriori condizioni particolari di autonomia in alcune materie in cui lo Stato ha competenza esclusiva tra cui "le norme generali sull'istruzione". Il rischio è dunque quello di uno scuola diversa da Regione a Regione con l'unico limite della "determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale" (articolo 117, 2° comma, lett. m). Rischio che potrebbe decisamente minacciare il principio di eguaglianza.
Viviamo oggi le trasformazioni legate alla riforma della 'buona scuola' che tante proteste ha suscitato (32), queste non sono nè le prime e probabilmente nemmeno le ultime proteste legate al mondo dell'istruzione, ma certamente in questa occasione molte critiche sono piovute su diversi aspetti della riforma, dalla c.d. “transumanza” degli insegnanti dal sud al nord, al problema dell'alternanza scuola-lavoro, alla valutazione degli insegnanti fino ad elementi apparentemente legati all'organizzazione ma nei fatti invece di contenuto, come la gerarchia fra presidi ed insegnanti e fra insegnanti; mentre si sottolinea come il Legislatore non si sia occupato di aspetti di grande rilevanza, come i tagli alla scuola pubblica e il contestato tema del finanziamento alla scuola privata (33).
Senza voler entrare nell'agone politico, restando volutamente nell'ambito dell'applicazione del principio di eguaglianza e dei soggetti deboli, è opportuno ricordare che nel nostro Paese ci sono circa il 30% di “analfabeti funzionali”, termine che definisce quei soggetti che non sono in grado di comprendere il libretto di istruzioni di un elettrodomestico, o di superare un lessico di 800 parole.
E' dunque palese come il primo passo della discriminazione si compia a scuola per poi proseguire speditamente in una società che rifugge la cultura, la lettura, l’istruzione e che spreca i propri talenti per poi arrampicarsi in fantomatiche politiche di 'rientro dei cervelli'.
La scuola italiana ha ottimi docenti e pessimi docenti, ma nessuna arma contro questi ultimi (34), contro i 'furbetti della scuola', contro coloro che usano l'eguaglianza come copertura della propria inettitudine: se non si insegna nulla e si 'premiano' tutti gli studenti con ottime valutazioni non si cancellano certamente le diseguaglianze ma all'opposto le si rendono montagne invalicabili per tutti coloro che non hanno la possibilità di cercare nè di scegliere il meglio per i propri figli. Così l'istruzione muore, la cultura langue, la società si ripiega sotto il peso delle proprie debolezze, la debolologia impazza. Noi siamo cittadini di un’Europa destinata ad essere sempre meno manufatturiera e sempre più fonte di progetti, logistica, organizzazione, invenzioni, design, distribuzione e trasporti e in questa Europa alla scuola spetta il compito di mettere in contatto etnie, tradizioni, costumi, religioni, diventando il vero fattore di creazione di un’identità cosmopolita ed aperta: costruire ponti di civiltà, abbattere muri di diffidenza, evitare che le incomprensioni diventino fattori di divisione e di lontananza. La scuola è motore di eguaglianza e l'eguaglianza è il pilastro su cui costruire un'Europa democratica che rifugge da muri e populismi. E' su questi aspetti che è necessario riflettere in maniera approfondita per riuscire a modificare la direzione di marcia prima che la debolezza diventi endemica per tutta la nostra società e non solo dei nostri minori, poichè un minore debole privato del suo fondamentale diritto all'istruzione, altro non potrà diventare se non un adulto debole ed incapace di realizzare se stesso e di contribuire allo sviluppo dello società.
Certamente il diritto all'istruzione vive in questo periodo (o forse da sempre) una fase di crisi e transizione dovuta in parte alla modifica del Titolo V, alla difficoltà di definizione dei ruoli di Stato e Regioni, alla difficile accettazione della c.d. 'Buona Scuola' ma anche alla stessa trasformazione dell'obbligo scolastico che -come noto- grazie alla Legge n. 4 del 1999 ("Disposizioni riguardanti il settore universitario e della ricerca scientifica, nonchè il servizio di mensa nelle scuole") è divenuto 'diritto di formazione' innalzando la permanenza scolastica dai 15 ai 18 anni.
La formazione si presenta come cosa diversa dall'obbligo scolastico, essa è fattore di crescita e valorizzazione della persona umana ai sensi degli articoli 2 e 3 della nostra Carta fondamentale. La scuola deve 'formare' le persone, non limitarsi a fornire nozioni ed asettica istruzione ma deve essere l'artefice principale del diritto di cittadinanza sociale.
Quanto esposto dimostra che il minore quale soggetto debole ha un'unica reale possibilità di uscire dalla debolezza e tale possibilità non risiede tanto nel raggiungimento della maggiore età quanto nella possibilità di godere di una formazione continua e completa che gli consenta di sviluppare pienamente la propria personalità e concorrere così al progresso materiale e spirituale della società. Senza una vera 'buona scuola' il minore soggetto debole, come già detto, si trasformerà semplicemente in un adulto soggetto deboledestinato a vivere ai margini di una società sempre più diseguale e lontana dagli ideali di democrazia e parità su cui si fonda il nostro patto costituzionale.
1() Espressione utilizzata da P. Cendon, I diritti delle persone deboli, in P. Cendon(a cura di), Persona e danno, vol. III, Le persone deboli. I minori. I danni in famiglia, Milano, 2004, 2112.
2()Sulla difficile situazione dei figli di carcerati si veda il Protocollo d'Intesa tra il Ministero della Giustizia, l'Autorità Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza e l'Associazione "Bambinisenzasbarre Onlus" del 6 settembre 2016, con cui si rinnova e rinforza il precedente Protocollo del marzo 2014. Il Protocollo è conosciuto anche come Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti e tutela 100mila bambini le cui relazioni affettive con i propri genitori passano attraverso il carcere, il luogo che frequentano per incontrarli e per mantenere il loro legame genitoriale. Una frequentazione per alcuni fortunatamente solo “periodica” e temporanea, che diventa invece vera e propria vita carceraria per i bambini che sono in carcere con la madre a cui è dedicato l’art. 8 della Carta e la Legge n. 62 del 2011 (Detenute madri). La Carta dei diritti dei figli dei genitori detenuti riconosce formalmente il diritto di questi minorenni alla continuità del proprio legame affettivo con il proprio genitore detenuto e, al contempo, ribadisce il diritto alla genitorialità dei detenuti. Il Protocollo rende i bambini che entrano in carcere visibili, tutelando il loro diritto a mantenere un legame affettivo con il genitore detenuto e cercando di superare le barriere legate al pregiudizio e alla discriminazione all’interno della società. Tra gli aspetti disciplinati dal Protocollo ci sono le visite all’interno degli istituti, la formazione del personale e l’istituzione di un Tavolo permanente che effettuerà un monitoraggio sull’applicazione del Protocollo avvalendosi anche della rete delle ONG sul territorio. Un lavoro fondamentale poichè dalla firma nel 2014 e con il rinnovo del settembre 2016, il Protocollo è stato uno strumento centrale per intervenire sulle pratiche, basta pensare che sono oltre due milioni i bambini nei Paesi del Consiglio d’Europa che entrano in carcere per incontrare la mamma o il papà detenuto, incontro che avviene in un luogo estraneo e potenzialmente traumatico, sottoposto a regole e tempi che non sono certamente fatti per i bambini.​
3() In tal senso cfr. da P. Cendon, I Op. ult. cit., Milano, 2004, 2116.
4() Molto si potrebbe dire sulla recente Legge relativa alle unioni civili (Legge 20 maggio 2016, n. 76, contenente Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze), provvedimento lungamente atteso che non ha però equiparato la situazione affettiva delle coppie omosessuali a quella delle coppie eterosessuali, continuando sostanzialmente a distinguere tra un'unione di serie A (il matrimonio eterosessuale) ed una di serie B, connotata da una minore importanza e da minori diritti e doveri (l'unione civile e quella tra omosessuali).
5() Sulla 'moltiplicazione' dei danni cfr. P. Cendon, Trattato breve dei nuovi danni, Padova, 2002.
6() In tema di eguaglianza si veda, senza alcuna pretesa di esaustività: C. Esposito, Eguaglianza e giustizia nell'articolo 3 della Costituzione, in C. Esposito, La Costituzione italiana. Saggi, Padova, 1954, 17; L. Paladin, Il principio costituzionale di eguaglianza, Milano, 1965; C. Rossano, Il principio di eguaglianza nell'ordinamento costituzionale, Milano, 1966; S. Agrò, Art. 3, in Commentario della Costituzionale Branca, Bologna-Roma, 1975, 123; N. Bobbio, Eguaglianza ed egualitarismo, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, 1977, 321; A. Pizzorusso, Che cos'è l'eguaglianza, Roma, 1983; B. Caravita, Oltre l'eguaglianza formale. Un'analisi dell'articolo 3 comma 2 della Costituzione, Padova, 1984; A. Cerri, Uguaglianza (principio costituzionale di), in Enciclopedia giuridica, Treccani, Roma 1994; N. Bobbio, Eguaglianza e libertà, Torino, 1995; M. Ainis, Azioni positive e principio di eguaglianza, in Giurisprudenza costituzionale, 1, 1992, 592; I. Carter(a cura di), L'idea di eguaglianza, Milano, 2001; A. Pace, Eguaglianza e libertà, in Politica del diritto, 2001, 2, 156; P. Ferragamo, Il principio di eguaglianza nell'etica contemporanea, Torino, 2002; F. Ghera, Il principio di eguaglianza nella Costituzione italiana e nel diritto comunitario, Padova 2003; A. Celotto, Articolo 3, 1° comma, in R. Bifulco - A. Celotto - M. Olivetti, Commentario alla Costituzione, Torino, 2006, vol. 1., 65; A. Giorgis, Articolo 3, 2° comma, in R. Bifulco - A. Celotto - M. Olivetti, Commentario alla Costituzione, Torino, 2006, vol. 1, 88; R. Caporali, L'uguaglianza, Bologna, 2012.
7() Articolo 3 Costituzione Italiana -1948 -"Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese". Ma si veda anche laDichiarazione Universale dei Diritti Umani - ONU 1948, Articolo 1 -Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza. Articolo 2Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità. Ed anche la Carta dei diritti fondamentali dell'Unione Europea -Articolo 21 -Non discriminazione "1. È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l'origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l'appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l'età o le tendenze sessuali. 2. Nell'ambito d'applicazione del trattato che istituisce la Comunità europea e del trattato sull'Unione europea è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza, fatte salve le disposizioni particolari contenute nei trattati stessi".
8() In tal senso cfr. G. Silvestri, Dal potere ai principi: libertà ed eguaglianza nel costituzionalismo contemporaneo, Roma-Bari, 2009; C. Panzera, I livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti sociali, intervento al convegno "Diritto costituzionale e diritto amministrativo: un confronto giurisprudenziale", Lecce 19-20 luglio 2009.
9() Cfr. Sentenze Corte Costituzionale n. 25 del 1966 in Giurisprudenza Costituzionale, 1966, 241 e n. 175 del 1971, in Giurisprudenza Costituzionale, 1971, 2109.
10() Cfr. Sentenza Corte Costituzionale n. 204 del 1982, inGiurisprudenza Costituzionale, 1982, 2146.
11() Come giustamente notava N. Bobbio, Eguaglianza ed egualitarismo, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, 1977, 322.
12() Citando la Dichiarazione del 1789 non si può fare a meno di rammentare come quasi contemporaneamente nel 1791 Olympe de Gouges pubblicava la 'Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina', si tratta di un testo che polemicamente ricalca la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, in cui si denuncia la mancanza di libertà delle donne e si chiede il riconoscimento di una serie di garanzie ed opportunità che rendano effettivi i principi della Rivoluzione anche per il genere femminile. Purtroppo Olympe e la sua Dichiarazione non ottennero quanto chiedevano ed anzi Robespierre proibì le associazioni femminili, chiuse i loro clubs ed i loro giornali, e nel novembre del 1793 Olympe de Gouges veniva ghigliottinata «per aver dimenticato le virtù che convengono al suo sesso ed essersi immischiata nelle cose della Repubblica».
13() Per la teoria dell'eguaglianza complessa cfr. M. Walzer, Sphere of Justice: a Defense of Pluralism and Equality, Oxford, 1983.
14() Per riprendere la terminologia di N. Bobbio, Eguaglianza ed egualitarismo, in Rivista internazionale di filosofia del diritto, 1977, 321.
15() Rispetto alla 'flessibilità' della ragionevolezza si pensi ad esempio al reato di adulterio femminile considerato penalmente punibile fino al 1968. L'articolo 559, primo e secondo comma del Codice Penale, stabiliva infatti la punibilità del solo adulterio commesso dalla donna (veniva punito anche il correo), mentre non vi era alcuna punizione se l’adultero era l’uomo. Il Giudice costituzionale si occupò di questa fattispecie una prima volta nel 1961 e in tale occasione non ravvisò alcuna incostituzionalità nel trattamento differenziato (cfr. Sentenza n. 64 del 1961, in Giurisprudenza Costituzionale, 1961, 1224 con nota di C. Esposito, Sulla punizione del solo adulterio femminile, 1230) poichè appariva indubbia la maggiore importanza del ruolo della donna nel mantenimento dell’unità familiare. Solo alcuni anni più tardi, graie al nuovo contesto sociale (cfr. Sentenza n. 126 del 1968, in Giurisprudenza Costituzionale, 1968, 2175,1224 con nota di G.Gianza, L'adulterio alla luce di due importanti sentenze della Corte Costituzionale, 2178; F. Modugno, L'adulterio come delitto e come causa di separazione, 2190 e R. Zaccaria, Adulterio: Violazione dell'eguaglianza tra coniugi non "giustificata" dall'unità della famiglia, 2198) la Corte modifica la sua giurisprudenza precedente dichiarando tale previsione legislativa incostituzionale affermando che: “la discriminazione sancita non garantisca l’unità familiare, ma sia più che altro un privilegio assicurato al marito; e come tutti i privilegi viola il principio di parità”.
16() Il riferimento esplicito ai 'cittadini' effettuato dal nostro articolo 3 -così come da altre Carte fondamentali- rispetto all'eguaglianza non deve trarre in inganno, certamente tale scelta sottolinea la differenza esistente tra gli appartenenti alla collettività nazionale e gli stranieri, differenza che risulta particolarmente evidente per l'esercizio di alcuni diritti quali ad esempio l'elettorato attivo o la difesa della Patria, tuttavia questo non significa che i non cittadini non siano destinatari dei diritti sanciti dalla Costituzione, primi tra tutti i diritti inviolabili di cui all'articolo 2, e possano essere oggetto di trattamenti discriminatori, ecco perchè il principio di eguaglianza, quale divieto di trattamenti discriminatori, si applica necessariamente anche ai non cittadini al fine di garantire l'uguale fruizione dei diritti riconosciuti all'essere umano indipendentemente dal requisito della cittadinanza (in tal senso cfr. le Sentenze della Corte Costituzionale n. 306 del 2008 e n. 249 del 2010).
17() F. Sorrentino, Eguaglianza, Torino, 2011, 3.
18() In tal senso cfr. A. D'Aloia, Introduzione. I diritti come immagini in movimento: tra norma e cultura costituzionale, in A. D'Aloia(a cura di), Diritti e Costituzione: Profili evolutivi e dmensioni inedite, Milano, 2003, LIII.
19() Cfr. N. Irti, L'ordine giuridico del mercato, Roma-Bari, 2004.
20() Su tale impostazione etica cfr. F. Caffe', Lezioni di politica economica, Torino, 1990; G. Sapelli, Etica dell'impresa e valori di giustizia, Bologna, 2007; M. Luciani, Unità nazionale e struttura economica. La prospettiva della Costituzione repubblicana, in Diritto e Società, 2011; G. Razzano, Lo "Statuto" costituzionale dei diritti sociali, in E. Cavasino - G. Scala - G. Verde(a cura di), I diritti sociali dal ricnoscimento alla garanzia: Il ruolo della giurisprudenza, Napoli, 2013, 25.
21()Sul c.d.'approccio delle capacità'cfr. M. C. Nussbaum, Diventare persone, Bologna, 2001; A. Sen, Etica ed economia, Roma,2002; M. C. Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana, Bologna, 2002; M. C. Nussbaum, Non per profitto, 2011; M. C. Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi della dittatura del Pil, Bologna, 2012.
22() Cfr. M. Barbera, Eguaglianza e differenza nella nuova stagione del diritto antidiscriminatorio comunitario, in Giornale dir. lav. e rel. ind., 2003, 399.
23() In quest'ambito pare opportuno accennare alla recente Sentenza della Corte costituzionale (n. 173 del 2016) con cui è stata respinta la richiesta di incostituzionalità relativaal contributo, che scadeva nel dicembre 2016, sulle pensioni di importo più elevato. Su tali pensioni è stata inserita una trattenuta è progressiva: 6% per gli importi da 91.343 a 130.358,8 euro lordi annui; 12% per gli assegni da 130.358,81 a 195.538,20 euro; 18% da 195.538,21 euro in su. Per la Corte si tratta di un contributo di solidarietà interno al circuito previdenziale, giustificato in via del tutto eccezionale dalla crisi contingente e grave del sistema.
24() Non si deve credere che il c.d. 'approccio delle capacità'rappresenti solo una riflessione filosofica priva di una base reale. Esso ha invece una vera e proprio concretezza economica come dimostrano gli studi e i diversi scritti del Premio Nobel per l'economia (1988) Amartya Kumar Sen. Su tale importante paradigma economico cfr. A. Sen, Welfare, and Measurement, Oxford, 1982; A. Sen, Risorse, valori, sviluppo, Torino, 1992; A. Sen, Losviluppo è libertà. Perchè non c'è crescita senza la democrazia, Milano, 2000; M. C. Nussbaum, Diventare persone, Bologna, 2001; A. Sen, Etica ed economia, Roma,2002; M. C. Nussbaum, Giustizia sociale e dignità umana, Bologna, 2002; A. Sen, Razionalità e libertà, Bologna, 2006 A. Sen, L'idea di giustizia, Milano, 2010; M. C. Nussbaum, Non per profitto, 2011; M. C. Nussbaum, Creare capacità. Liberarsi della dittatura del Pil, Bologna, 2012.
25() In realtà la tutela dell'essere umano a volte inizia già prima della nascita vera e propria comprendendo anche la figura del concepito. Come noto, per quanto concerne la disciplina di diritto comune, ai sensi dell’art. 1 del Codice civile, la capacità giuridica si acquista al momento della nascita, e il concepito è l’essere umano allo stato primordiale del suo sviluppo biologico, cioè in tutto il periodo che precede la nascita. L'argomento per cui prima di essere nato il concepito non ha capacità giuridica e tutti i diritti riconosciuti dipendono da quell’evento è stato messo in discussione dall’evoluzione storica del diritto, della società e soprattutto della scienza medica che hanno condotto ad una maggiore esigenza di tutela della dignità e dell’uomo. Ma il problema è proprio capire quando si possa parlare di essere vivente, di persona umana, e, al di là di mere scoperte biologiche, quando se ne possa parlare in relazione ad una reazione dell’ordinamento. La tematica, infatti, comprende problematiche di bioetica, di politica, di scienza e -anche se impropriamente- di religione e in questo ambito complesso il diritto dovrebbe, per quanto possibile, cercare di rimanere neutrale ed estraneo ad ideologie orientate o finalizzate ad un fine diverso da quello della tutela stessa. Effettivamente malgrado l'assunto del primo articolo del Codice civile al concepito possono essere riconosciuti diritti, cosicché se ne riconosce implicitamente la soggettività e la capacità. E' possibile semplificando affermare che il concepito sarebbe tutelato come un’aspettativa legittima, in ragione dei principi fondamentali del nostro sistema o forse addirittura si tratta di soggettività attenuata o capacità giuridica provvisoria. Gli interessi che sono alla base di queste interpretazioni sono normalmente interessi patrimoniali in quanto il concepito ha capacità di succedere e può essere destinatario di una donazione. Certamente si tratta di diritti del nascituro poichè se il nascituro indicato come successore non nasce non erediterà nulla dal de cuius; se destinatario di una donazione non verrà alla luce anche in questo caso non acquisterà alcun diritto. La tutela degli interessi patrimoniali del concepito, quindi, assume la forma della tutela di un aspettativa, ed è una sorta di tutela medio tempore con funzione conservativa e di garanzia. Il problema maggiore si pone in relazione agli interessi non patrimoniali che non trovano una disciplina organica o specifica e devono essere trattati in relazione ai principi generali dell’ordinamento. Pensiamo ad esempio al “diritto a nascere sano”, che trova il suo fondamento negli artt. 2 e 32 della Costituzione. La situazione giuridica soggettiva in esame integrerebbe un vero e proprio diritto del nascituro, inteso a tutelarne l’integrità psico-fisica, quindi la salute: una tutela, cioè, in funzione della nascita affinché la stessa recasse con sé uno stato di benessere. Il riconoscimento giuridico formale del nascituro lo troviamo anche nella Legge sull'interruzione di gravidanza del 1978 ma certamente risulta più che evidente nella Legge n. 40 del 2004 sulla fecondazione medicalmente assistita che all’articolo 1 afferma: “al fine di favorire la soluzione dei problemi riproduttivi derivanti dalla sterilità o dalla infertilità umana è consentito il ricorso alla procreazione medicalmente assistita, alle condizioni e secondo le modalità previste dalla presente legge, che assicura i diritti di tutti i soggetti coinvolti, compreso il concepito”, iscrivendo il concepito nel registro dei “soggetti”. Questa Legge ormai del tutto smembrata e resa fortunatamente inefficace dagli interventi del giudice costituzionale paradossalmente privilegiava il concepito o l'embrione rispetto alla donna sottraendo alla donna la possibilità di autodeterminarsi. L’approccio del 2004 era caratterizzato da una forte impronta ideologica e integralista, nonché da un cattivo rapporto con la scienza e l’evoluzione della medicina. La preoccupazione di fondo era quella per la tutela dell’embrione che diventava una sorta di soggetto a sé stante, unico degno di protezione contrapposto alle stesse persone che lo avrebbero messo al mondo. Sulla Legge n. 40 del 2004 cfr. nell’ambito di una bibliografia assai estesa A. Celotto - N. Zanon(a cura di), La procreazione medicalmente assistita. Al margine di una legge controversa, Milano, 2004; R. Villani, La procreazione assistita. La nuova legge 19 febbraio 2004, n. 40, Torino, 2004; C. Flamigni - M. Mori, La legge sulla procreazione medicalmente assistita, Milano, 2005; M. D’Amico - I. Pellizzone(a cura di), I diritti delle coppie infertili. Il limite dei tre embrioni e la sentenza della Corte costituzionale, Milano, 2010; S. Rodotà, Perchè laico, Bari, 2009-2010, 68 ss; M. D’Amico - I. Alesso - M. Clara, La cicogna e il codice. fecondazione assistita, riflessioni e prospettive, Milano, 2010; M. P. Costantini - M. D’Amico - M. Mengarelli, Diritti traditi. La legge 40 cambiata dai cittadini, Roma, 2015.
26() In materia si nota come la posizione dei minori sia fortemente rimessa alla discrezionalità dei giudici, basta riflettere ad esempio sulla problematica delle adozioni del partner nelle coppie omosessuali. Lasciare però una totale discrezionalità al giudice può risultare non sempre favorevole alla miglior protezione dei diritti dei soggetti coinvolti; a tale proposito merita di essere ricordata la paradossale vicenda dei c.d. 'genitori-nonni' di Casale ai quali la Cassazione lo scorso giugno ha sostanzialmente riconosciuto, annullando una precedente pronuncia della stessa Cassazione, il diritto alla genitorialità rimettendo gli atti alla Corte di appello di Torino per decidere in via definitiva se la coppia (75 anni il marito e 63 la moglie) detenga o meno tale capacità genitoriale. Il caso era esploso quando il Tribunale dei minori aveva deciso di togliere a questa coppia la loro bambina di soli 35 giorni. I genitori infatti erano già 'sorvegliati' dai servizi sociali dopo la segnalazione dell'ospedale in cui era nata la bambina per la loro età avanzata (la mamma aveva al momento della nascita 57 anni). I vicini di casa avevano notato la bambina da sola in macchina e avevano segnalato l'episodio che aveva causato l'allontanamento della piccola. I periti si erano interrogati sull'effettiva "capacità genitoriale" della coppia non più giovane arrivando alla decisione di togliere la bambina ai genitori dichiarandola adottabile. La Cassazione nel giugno 2016 ha invece affermato che non esisteva effettivamente "alcuno stato di pericolo" e ai sensi anche delle indicazioni della Corte di giustizia europea che considera l'adozione una "extrema ratio" alla quale ricorrere solo in caso di genitori "indegni", è necessario revocare la pronuncia precedente revocando lo stato di adottabilità. La Corte critica inoltre le motivazioni precedenti basate essenzialmente "sull'età dei genitori", è infatti "errato il riferimento a pretesi 'limiti' che la legge italiana prevederebbe per chi intende generare un figlio, i quali non esistono", e non si forniscono elementi "che possano illuminare circa l'assoluta inidoneità genitoriale, agganciata all'età o ad altro, da cui far derivare la misura estrema, e dai risvolti irreversibili, quali è lo stato di adottabilità". La Cassazione rileva, piuttosto, che erano emersi "una serie di riscontri favorevoli circa la situazione complessiva della minore" nella sua vita con mamma e papà, persone brave e stimate e senza "patologie mentali", prima che i servizi sociali la allontanassero dai suoi genitori. Malgrado ciò, incredibilmente la Corte di Appello di Torino nel marzo 2017 ha confermato lo stato di adottabilità della bimba poichè ormai (a distanza di 7 anni) non appare più possibile ricucire il rapporto con i genitori biologici. In questa vicenda kafkiana i soggetti deboli sono duqnue tanti e il minore pagherà un prezzo molto alto per l'assoluta libertà con cui i vari giudici si sono potuti muovere senza alcuna seria riflessione sulla sua dignità di persona e il legame con i genitori biologici rei solamente di avere qualche primavera in più del normale (ma esiste un normale?!).
27() Malala il 10 ottobre 2014 è stata insignita del Premio Nobel per la pace assieme all'attivista indiano Kailash Satyarthi, diventando con i suoi diciassette anni la più giovane vincitrice di un premio Nobel. La motivazione del Comitato per il premio Nobel è stata: “per la loro lotta contro la sopraffazione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all'istruzione”.
28() "Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è istruzione. E non ho paura di nessuno". Si ricorda come molte scuole abbiano fatto di Malal il proprio simbolo in occasione del 20 novembre 2014 inaugurata quale giornata nazionale dei diritti dei bambini e delle bambine. Mentre un'associazione di scuole private pakistane ha indetto contro di lei il "I am not Malala day" in opposizione ad una parte del suo libro definita antislamica e antipachistana, e nello specifico si riferiscono alla opposizione del padre di Malala al bando del romanzo I versi Satanicidi Salman Rushdie e alla fatwa pronunciata contro Rushdie da Khomeyni.
29() Il diritto all'istruzione è garantito anche dall'art. 14 della Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea che sancisce anche la gratuità e l'obbligatorietà del diritto affiancandovi, inoltre, anche il diritto all'accesso alla formazione professionale e continua, che il nostro ordinamento tutela separatamente, al successivo art. 35.
30() Cfr. discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III° Congresso dell’Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950, in Scuola democratica, periodico di battaglia per una nuova scuola, Roma, iv, suppl. al n. 2 del 20 marzo 1950, pp. 1-5.
31()La questione della presenza dei simboli religiosi nello spazio pubblico presuppone, da un punto di vista teorico, una riflessione sul ruolo che il principio di laicità esplica nelle contemporanee società multiculturali. In questo senso una corretta declinazione del principio di laicità può condurre ad una pacificazione dei conflitti di carattere identitario, concernenti l’affermazione e la rivendicazione pubblica delle diversità di cui le varie soggettività (etniche, religiose e politiche) sono protagoniste. Il problema del simbolo crocifisso è se debba essere considerato lecito, e soprattutto rispondente ad uno Stato che afferma annoverare il principio di laicità tra i suoi principi fondamentali, esporre un crocifisso in un’aula scolastica, in un tribunale o in un ufficio pubblico; oppure se questa scelta, oltre a potere offendere la coscienza del non credente o dell’appartenente ad un’altra confessione religiosa, contraddica il principio di laicità.Ancora oggi nelle scuole, nelle aule dei tribunali, negli ospedali italiani troviamo spesso esposto il crocifisso cattolico: tale esposizione risponde ad alcune normative risalenti al periodo fascista, previsioni che né le successive novità legislative, né tanto meno, la Costituzione repubblicana che statuisce l’eguaglianza delle religioni di fronte alla legge sono riuscite a scalfire, così come non sembra esserci riuscita l’affermazione della Corte Costituzionale che sancisce la presenza del principio di laicità tra i fondamenti dello Stato.Insomma l’Italia è uno stato basato sul pluralismo anche religioso, uno stato ‘probabilmente’ laico, ma negli edifici pubblici si trova unicamente il simbolo per eccellenza della religione cattolica. Come noto, a tutt'oggi, il problema affrontato in diverse sedi giudiziarie ha portato alla definizione nel 2011 da parte della Corte Europea per i diritti dell'uomo (dopo una prima pronuncia nel 2009, Procedimento n. 30814/06), Lautsi v. Italia, in cui la Corte definisce l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche come “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni e del diritto degli alunni alla libertà di religione”)del crocifisso quale 'simbolo passivo' rispetto al quale “non sussistono tuttavia nella fattispecie elementi attestanti l’eventuale influenza che l’esposizione di un simbolo di questa natura sulle mura delle aule scolastiche potrebbe avere sugli alunni”e le scelte relative alla sua esposizione o meno nelle aule scolastiche rientrano totalmente “nell’ambito del margine della discrezionalità dello Stato”. Insomma l'arredo scolastico crocifisso resta ancora appeso nelle aule scolastiche dove dovrebbe formarsi la libertà di coscienza dei nostri studenti. In un quadro di questo tipo sarebbe auspicabile che l’amministrazione scolastica si attenesse al ‘principio di precauzione’ per cui, nell’attesa di un’apposita disciplina sull’esposizione dei simboli nei luoghi pubblici, considerando la deludente giurisprudenza in materia, contemperasse nella pratica i diversi interessi coinvolti, nel tentativo di salvaguardare il pluralismo culturale e religioso nella scuola. Purtroppo però tale speranza viene spesso delusa da zelanti dirigenti pronti, per motivi propri, a sacrificare la laicità dello Stato e della scuola pubblica sull'altare della religione, impegnandosi in Sante crociate a favore di benedizioni e altre manifestazioni religiose che nulla hanno a che vedere con il pluralismo che dovrebbe connotare la scuola pubblica.
32() Un sondaggio elaborato dall’istituto Swg ha decretato la contrarietà alla riforma dell'81% dei docenti intervistati. La ricerca, intitolata “Un anno di Buona scuola: la riforma all’esame degli insegnanti”, è stata commissionata dal sindacato Gilda e presentata in occasione della giornata mondiale degli insegnanti. I pareri negativi raccolti hanno riguardato quasi tuta la struttura della Legge 107 sia perchè tale normativa non servirà a migliorare l'insegnamento ma neppure la posizione giuridica dei docenti penalizzando dunque allievi e maestri.
33() La riforma della “Buona scuola” è stata sottoposta al vaglio della Corte costituzionale che si è pronunciata con la sentenza n. 284 del 2016 riscontrando l'illegittimità solo dei punti concernenti l'edilizia scolastica e la riforma degli asili, salvando, almeno per ora, l’impianto complessivo della Legge n. 107. La Corte Costituzionale si è pronunciata sui ricorsi promossi dalla Regione Veneto e dalla Regione Puglia. Secondo la Consulta la “Buona scuola” è incostituzionale per il comma 153 e 181, rispettivamente quello sulle “Scuole innovative” e quello sulla “delega per il ciclo 0-6 anni”. Per quel che riguarda l’edilizia scolastica, il governo avrebbe dovuto acquisire preventivamente il parere della Conferenza Stato-Regioni prima della ripartizione dei fondi; ancor più complesso il discorso per la riforma degli asili, per i quali la Legge stabilisce una serie di “standard strutturali, organizzativi e qualitativi dei servizi educativi per l’infanzia a livello nazionale”, che però rientrano nelle competenze del legislatore regionale. I ricorrenti però (e con loro molti docenti) attendevano il giudizio su altri punti più caratterizzanti della Legge 107, che in caso di bocciatura da parte della Consulta avrebbero fatto saltare la riforma. La Corte Costituzionale però ha respinto tutte le altre contestazioni: su chiamata diretta, ambiti territoriali e bonus di merito. Paradossalmente, dunque, la sentenza della Consulta rischia di avere effetti concreti solo sull’unico provvedimento mai osteggiato e realmente atteso dal mondo della scuola: la delega per l’infanzia, che avrebbe dovuto istituire in tutto il Paese i nuovi centri per l'istruzione da 0 a 6 anni al fine di creare (secondo lo spirito del testo promosso dalla senatrice Puglisi) creare uno standard nazionale per gli asili, così da sanare le enormi discrepanze territoriali esistenti.
34() Drammatica la mancanza di un Codice etico per gli insegnanti.