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Timestamp: 2019-07-16 21:36:16+00:00
Document Index: 12017283

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Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 27363/2014
La Cassazione condanna l'uso del precariato nella PA
Con la sentenza n. 27363 del 23 dicembre 2014 la Suprema Corte di Cassazione ha biasimato, sebbene in via incidentale, l’abuso del precariato nella pubblica amministrazione, allineandosi alla recente giurisprudenza della Corte di Giustizia Europea, con implicito richiamo alla ormai famosa sentenza “Mascolo” del 2014 sulla scuola. Per la Cassazione un precariato pubblico di oltre trentasei mesi costituisce “abuso” di contratti a termine per contrasto con la direttiva 1999/70/CE del 28 giugno 1999. Di qui la necessita' di sanzioni idonee ad evitare che si continui come prima, con possibilita' di trasformazione a tempo indeterminato.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 26723/2014
No al riposo compensativo per reperibilita' in giorni festivi di medici ed operatori sanitari
La reperibilita', prevista dalla disciplina collettiva, si configura come una prestazione strumentale ed accessoria qualitativamente diversa dalla prestazione di lavoro, consistendo nell’obbligo del lavoratore di porsi in condizione di essere prontamente rintracciato, fuori del proprio orario di lavoro, in vista di un'eventuale prestazione lavorativa; conseguentemente il servizio di reperibilita' svolto nel giorno destinato al riposo settimanale limita soltanto, senza escluderlo del tutto, il godimento del riposo stesso e comporta il diritto ad un particolare trattamento economico aggiuntivo stabilito dalla contrattazione collettiva o, in mancanza, determinato dal giudice, mentre non comporta, salvo specifiche previsioni della contrattazione collettiva, il diritto ad un giorno di riposo compensativo, il cui riconoscimento, attesa la diversa incidenza sulle energie psicofisiche del lavoratore della disponibilita' allo svolgimento della prestazione rispetto al lavoro effettivo, non puo' trarre origine dall'art. 36 della Costituzione.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 24221/2014
Autonomie delle casse previdenziali
La Corte di cassazione, con la sentenza n. 24221/2014, interpreta il groviglio della normativa previdenziale dei professionisti, con un bilanciamento tra l’esigenza di tutela dei diritti maturati (definiti «maturato previdenziale») e l’altra esigenza di consentire alla casse di previdenza di mantenersi in equilibrio finanziario.La parola chiave di un vero e proprio tourbillon normativo e giurisprudenziale e' l’espressione «pro-rata». Con questa espressione si indica il principio per cui la pensione si calcola a pezzi, a seconda del «maturato previdenziale». Quindi se le regole pensionistiche cambiano, chi ha maturato un pezzo di pensione nella vigenza delle regole precedenti più favorevoli può portarsi dietro questa dote; e le nuove regole (peggiorative) si applicano solo per la parte di pensione maturata nel periodo posteriore alle modifiche. Quindi una rata si calcola con le regole vecchie più favorevoli e un’altra rata si calcola con le nuove regole piu' sfavorevoli.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 23671/2014
Il mobbing e' terrorismo psicologico
Costituisce mobbing la condotta del datore di lavoro, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell'ambiente di lavoro, che si risolva, sul piano oggettivo, in sistematici e reiterati abusi, idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico, e si caratterizzi, sul piano soggettivo, con la coscienza ed intenzione del datore di lavoro di arrecare danni - di vario tipo ed entità - al dipendente medesimo.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21825/2014
Il dipendente che sostenga la dipendenza dell'infermita' da una causa di servizio, ha l'onere di dedurre e provare i fatti costitutivi del diritto, dimostrando la riconducibilita' dell'affezione denunciata alle modalita' concrete di svolgimento delle mansioni inerenti la qualifica rivestita. Ne consegue che, ove la patologia presenti un'eziologia multifattoriale, il nesso causale tra attivita' lavorativa ed evento, in assenza di un rischio specifico, non puo' essere oggetto di presunzioni di carattere astratto ed ipotetico, ma esige una dimostrazione, quanto meno in termini di probabilita', ancorata a concrete e specifiche situazioni di fatto, con riferimento alle mansioni svolte, alle condizioni di lavoro e alla durata e intensità dell'esposizione a rischio. La Cassazione ha cosi' confermato il diniego di equo indennizzo del dipendente ASL che aveva agito in giudizio per ottenere il riconoscimento della causa di servizio in relazione all’infarto subito quale dedotta conseguenza dello sforzo posto in essere durante l’attivita' lavorativa.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21647/2014
Infortuni sul lavoro: il "rischio elettivo"
Le norme dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso, con la conseguenza che il datore di lavoro e' sempre responsabile dell'infortunio occorso al lavoratore, sia quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effetto esimente, per l'imprenditore, all'eventuale concorso di colpa del lavoratore, la cui condotta puo' comportare l'esonero totale del medesimo imprenditore da ogni responsabilità solo quando presenti i caratteri dell'abnormita', inopinabilita' ed esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute, così da porsi come causa esclusiva dell'evento, essendo necessaria, a tal fine, una rigorosa dimostrazione dell'indipendenza del comportamento del lavoratore dalla sfera di organizzazione e dalle finalità del lavoro, e, con essa, dell'estraneita' del rischio affrontato a quello connesso alle modalita' ed esigenze del lavoro da svolgere.In materia di assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro, costituisce rischio elettivo la deviazione, puramente arbitraria ed animata da finalità personali, dalle normali modalita' lavorative, che comporta rischi diversi da quelli inerenti le usuali modalita' di esecuzione della prestazione. Tale genere di rischio - che e' in grado di incidere, escludendola, sull'occasione di lavoro - si connota per il simultaneo concorso dei seguenti elementi: a) presenza di un atto volontario ed arbitrario, ossia illogico ed estraneo alle finalita' produttive; b) direzione di tale atto alla soddisfazione di impulsi meramente personali; e) mancanza di nesso di derivazione con lo svolgimento dell'attivita' lavorativa.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 21093/2014
Lo svolgimento di attivita' lavorativa presso soggetti diversi dal proprio datore di lavoro, durante il periodo di malattia, legittima il licenziamento per giusta causa del dipendente, anche se i terzi sono familiari del dipendente; l'eventuale compatibilità dell'attivita' svolta con la malattia deve essere provata dal lavoratore, anche nel caso in cui la patologia denunciata sia una depressione. Con queste conclusioni la Corte di Cassazione ha rigettato l'impugnativa proposta da un lavoratore, licenziato dopo essere stato scoperto a lavorare presso il negozio di un familiare durante il periodo di malattia.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 19782/2014
Responsabilita' per mobbing si fonda sull'articolo 2087 del codice civile
Numerose disposizioni assicurano una tutela rafforzata alla persona del lavoratore con il riconoscimento di diritti oggetto di tutela costituzionale, il datore di lavoro non solo e' contrattualmente obbligato a prestare una particolare protezione rivolta ad assicurare l'integrita' fisica e psichica del lavoratore dipendente, ma deve altresi' rispettare il generale obbligo di neminem laedere e non deve tenere comportamenti che possano cagionare danni di natura non patrimoniale, configurabili ogni qual volta la condotta illecita del datore di lavoro abbia violato, in modo grave, i suddetti diritti.Fra le situazioni potenzialmente dannose e non normativamente tipizzate rientra il mobbing che, secondo quanto affermato dalla Corte costituzionale designa un complesso fenomeno consistente in una serie di atti o comportamenti vessatori, protratti nel tempo, posti in essere nei confronti di un lavoratore da parte dei componenti del gruppo di lavoro in cui e' inserito o dal suo capo, caratterizzati da un intento di persecuzione ed emarginazione finalizzato all'obiettivo primario di escludere la vittima dal gruppo.Alla base della responsabilita' per mobbing lavorativo si pone normalmente l'art. 2087 cod. civ., che obbliga il datore di lavoro ad adottare le misure necessarie a tutelare l'integrita' psico-fisica e la personalita' morale del lavoratore, per garantirne la salute, la dignita' e i diritti fondamentali, di cui agli artt. 2, 3 e 32 Cost..
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 18121/2014
Indennita' sostitutiva per il dirigente demansionato
Il dirigente che viene assegnato a mansioni inferiori si puo' dimettere per giusta causa e, di conseguenza, ha diritto al pagamento dell'indennita' sostitutiva del preavviso.Questo il principio ribadito dalla sentenza 18121/14 della Corte di cassazione. La vicenda prende spunto dalle dimissioni di un dirigente che lamentava di essere stato demansionato in quanto assegnato a compiti diversi da quelli per i quali era stato assunto. Alcuni mesi dopo l'affidamento di questo ruolo, il dirigente aveva rassegnato le proprie dimissioni, sostenendo che le stesse erano sorrette da giusta causa e, di conseguenza, chiedendo il pagamento dell'indennita' sostitutiva del preavviso. Nel corso del giudizio di merito, il dirigente otteneva due sentenze favorevoli (in primo grado e in appello), con le quale veniva accertata l'effettivita' del demansionamento e la sussistenza della giusta causa.La Suprema Corte conferma queste decisioni, osservando innanzitutto che il dirigente ha subito un danno per lo spostamento dalla mansione iniziale ad una di contenuto piu' ristretto. La sentenza ricorda che il danno da demansionamento deve essere oggetto di prova specifica da parte del lavoratore, ma questa puo' anche consistere in presunzioni relative alla natura, all'entita', alla durata del demansionamento e alle circostanze del caso concreto.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 17892/2014
Nella sentenza n. 17892/2014 sono contenuti i seguenti principi:a) la non applicazione del principio del pro-rata e' lecita solo ed esclusivamente se prevista da delibere adottate dalle casse dopo il 31 dicembre 2006 (cioe' dopo la Finanziaria 2007);b) la disposizione della Legge di Stabilita' 2014 non ha valenza retroattiva tale da salvare le delibere emesse dalle casse precedente il 1 gennaio 2014.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 17757/2014
L'indennita' per rischio radiologico alla chirurgia ortopedica
I giudici della Corte d’Appello, nel ribaltare la pronuncia del Tribunale che aveva escluso l’indennita' di rischio radiologico per alcuni medici chirurghi plastici della mano ed altri medici ortopedici, hanno evidenziato alcune contraddizioni della C.T.U. e, discostandosi dalle conclusioni del perito, hanno precisato l’esistenza di ulteriori elementi di valutazione ai fini dell'accertamento dell'intensita' quantitativa e qualitativa dell'esposizione al rischio. Nel caso specifico, a differenza dei chirurghi generici, gli specialisti ortopedici o della mano, dovendo talora ricorrere nel corso degli interventi ad un esame diretto sotto radiografia per i loro interventi, non possono indossare i pesanti abiti di protezione, che sarebbero d’ostacolo, ne' possono allontanarsi dal paziente o munirsi dell'apposito anello rivelatore dell'intensita' delle radiazioni assorbite, restando in tal modo, nei momenti in cui operano, senza potersi avvalere dei dispositivi di protezione cui fanno ricorso gli altri medici esposti alle radiazioni. Pertanto, il rischio radiologico, presupponendo la condizione dell'effettiva esposizione connessa all'esercizio non occasionale ne' temporaneo di determinate mansioni, puo' essere riconosciuto, indipendentemente dalla qualifica rivestita, in relazione alle peculiari posizioni di quei lavoratori che si trovano esposti, per intensita' e continuita', a quello normalmente sostenuto dal personale di radiologia, spettando al giudice di merito accertare la sussistenza di tali condizioni.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 17006/2014
Morte del congiunto: prova del danno
Nella liquidazione del danno non patrimoniale da uccisione di un familiare deve tenersi conto dell'intensita' del relativo vincolo e di ogni ulteriore circostanza - allegata e provata dagli interessati - quali la consistenza piu' o meno ampia del nucleo familiare, le abitudini di vita e di frequentazione, la situazione di convivenza, l'eta' della vittima e dei singoli superstiti, nonche', laddove si tratti di soggetti non appartenenti alla c.d. famiglia nucleare, anche la sussistenza di una situazione di convivenza, da intendere come connotato minimo attraverso cui si esteriorizza l'intimita' delle relazioni di parentela, contraddistinte da reciproci legami affettivi, pratica della solidarieta' e sostegno economico, caratteristica della famiglia come luogo in cui si esplica la personalita' di ciascuno.Solo in presenza di una adeguata esplicitazione fattuale degli elementi indicati - o, almeno, di alcuni di essi - si puo' eventualmente utilizzare la prova presuntiva per affermare l'esistenza del danno non patrimoniale.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 16381/2014
Licenziamento disciplinare del medico pubblico dipendente
La Corte d’appello di Ancona ha respinto l’impugnazione proposta da un medico avverso la sentenza di primo grado che aveva rigettato la domanda di accertamento della illegittimita' del licenziamento intimatogli nel 1999 dalla Azienda ospedaliera datrice di lavoro.Il sanitario aveva inveito violentemente contro un collega; non aveva partecipato alle visite collegiali della squadra di lavoro ed aveva fornito ad un utente informazioni scorrette ed offensive circa l'esecuzione di un intervento chirurgico eseguito da altro medico.La sentenza d’appello e' stata sottoposta al vaglio della Suprema Corte che ha rigettato il ricorso. La Cassazione ha rilevato che per le sanzioni espulsive sussiste la necessita' della previsione del codice disciplinare per le sole condotte che in relazione alle peculiarita' dell'attivita' o dell'organizzazione dell'impresa possano integrare ipotesi di giusta causa o giustificato motivo oggettivo, per cui il motivo di impugnazione della sentenza della Corte d’appello, basato sulla prospettata necessita' della pubblicita' del codice disciplinare e' superata dalla considerazione che nel caso specifico si trattava di violazioni avvertite dalla coscienza sociale quale minimo etico, quali, appunto, il fatto di inveire violentemente contro un collega di lavoro, fornire informazioni denigratorie sull'operato di un collega e non osservare le direttive di lavoro.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 13867/2014
E' riconosciuta al datore di lavoro pubblico ampia potesta' discrezionale sia nel ritenere di non avvalersi di un determinato dipendente mettendolo cosi' a disposizione del ruolo unico, sia nella scelta dei soggetti ai quali conferire incarichi dirigenziali; rispetto a tale potesta' discrezionale la posizione soggettiva del dirigente aspirante all'incarico non pua' atteggiarsi come diritto soggettivo pieno, bensi' come interesse legittimo di diritto privato, da riportare, quanto alla tutela giudiziaria, nella piu' ampia categoria dei "diritti" di cui all'art. 2907 cod. civ..La illegittimita' di una revoca anticipata dell'incarico dirigenziale non comporta il diritto alla rinnovazione della nomina del dirigente. Puo' essere riconosciuto il diritto al risarcimento del danno per il periodo di lavoro non espletato come dirigente e per il danno all'immagine conseguente appunto alla anticipata cessazione dell'incarico. Si tratta infatti di piani diversi: uno riguarda il completamento dell'incarico a suo tempo assegnato e l'altro l'assegnazione del nuovo incarico in riferimento al quale l'amministrazione ospedaliera deve valutare se assegnarlo nuovamente alla medesima persona ovvero assegnarlo ad altro dirigente medico.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 13055/2014
Nel valutare i danni va considerata la mancata collaborazione alle cure del paziente
Il paziente deve collaborare alla cura. Nella valutazione dei danni, il giudice deve analizzare le conseguenze in termini di minore o diverso danno, nel caso in cui il paziente si fosse rigorosamente attenuto alle prescrizioni e raccomandazioni dei sanitari. Inoltre, deve valutare la posizione di tutti coloro che, a vario titolo, hanno partecipato al percorso di cura motivando, se necessario, le circostanze che hanno determinato una dichiarazione di non responsabilita' di qualcuna delle posizioni coinvolte.Con questa motivazione, la Cassazione civile con sentenza n. 13055/2014, sezione lavoro, ha rinviato alla Corte d'appello di Roma per una nuova valutazione, la controversia che vedeva opposto un militare e la sua famiglia al ministero della Difesa, all'Asl e ai medici che lo ebbero in cura nell'infermeria della Caserma di Viterbo dove svolgeva servizio.
Ad avviso della Suprema Corte, «con motivazione logicamente argomentata e giuridicamente corretta», il verdetto di appello ha ritenuto che «la responsabilita' del modello organizzativo e della distribuzione del lavoro fa carico alla societa', la quale non puo' sottrarsi agli addebiti per gli effetti lesivi della integrita' fisica e morale dei lavoratori che possano derivare dalla inadeguatezza del modello adducendo l'assenza di doglianze mosse dai dipendenti».
Inoltre, secondo gli "ermellini" - sentenza 9945 della Sezione lavoro - il datore non puo' sostenere «di ignorare le particolari condizioni di lavoro in cui le mansioni affidate ai lavoratori vengano in concreto svolte».
Per la Cassazione, «deve infatti presumersi, salvo prova contraria, la conoscenza, in capo all'azienda, delle modalita' attraverso le quali ciascun dipendente svolge il proprio lavoro, in quanto espressione ed attuazione concreta dell'assetto organizzativo adottato dall'imprenditore con le proprie direttive e disposizioni interne».
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8982/2014
La Corte d’Appello di Firenze - riformando la sentenza del primo grado di giudizio - ha rigettato la domanda del primario proposta nei confronti dell’Azienda sanitaria e diretta ad ottenere la declaratoria del diritto alla conservazione del posto e delle funzioni di direttore della Unita' operativa complessa con ogni effetto giuridico ed economico e con facolta' di esercizio della libera professione extramoenia.
In particolare la Corte d’Appello ha rilevato che avendo il ricorrente dichiarato nel marzo del 2000 di non optare per il rapporto in esclusiva doveva reputarsi decaduto dalla preposizione alla struttura.
Il dirigente avendo deciso di non optare per il rapporto in esclusiva, sulla base della disciplina temporalmente vigente, doveva reputarsi decaduto dall’incarico, non potendo il successivo mantenimento della responsabilita' del reparto per effetto di provvedimenti d’urgenza intervenuti, consentire l’applicazione della successiva legislazione in materia.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8366/2014
E' contro legge assistere pazienti oltre il massimale
Il medico di base, che assume in carico un numero di assistiti in misura eccedente il massimale stabilito nell’Accordo Collettivo Nazionale, non ha diritto al risarcimento dei danni per i compensi non percepiti, in quanto si tratta di una pretesa fondata su una condotta contraria alla legge. In mancanza di autorizzazione a superare tale limite, non ha rilievo l'eventuale violazione da parte della ASL dell'obbligo di trasmettere il tabulato periodico dei nominativi degli assistiti in carico al sanitario convenzionato, ponendosi i due adempimenti in rapporto di reciproca autonomia, tale da escludere che la condotta dell'amministrazione integri una causa di giustificazione per il medico che ometta di ricusare quelli in eccesso rispetto al massimale, dovendo quest'ultimo sapere quanti e quali ne abbia in carico.La Corte non ha accolto la richiesta del sanitario di condanna dell’Azienda per “arricchimento senza causa”, poiche' non è stato provato il necessario presupposto della diminuzione patrimoniale, non potendo presumersi alcuna perdita sulla sola base del numero di pazienti eccedenti il massimale, che non necessariamente si sono giovati delle cure mediche.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 8006/2014
La Corte d’Appello di Roma, riformando in parte una sentenza del Tribunale di Roma, nel dichiarare l'illegittimita' del licenziamento intimato da una struttura ospedaliera al dipendente medico odontoiatra, ha ordinato la reintegrazione nel posto di lavoro e condannato il datore di lavoro al risarcimento del danno, liquidato nella misura pari alle retribuzioni globali di fatto non percepite, dall'atto del licenziamento sino a quello della sentenza di primo grado, ed alla regolarizzazione contributiva.La questione e' stata sottoposta al vaglio dalla Corte di Cassazione sotto diversi profili anche relativi alla quantificazione del danno. Il sanitario ha censurato taluni aspetti connessi all'iter logico argomentativo che ha condotto i giudici di secondo grado a fare ricorso nella quantificazione del danno, ad una presunzione semplice ed a ritenere il triennio post recesso quale limite oltre il quale la eziologia della inoccupazione non e' automaticamente riferibile piu' al licenziamento.La Cassazione ha gia' avuto occasione di osservare che in tema di risarcimento del danno cui e' tenuto il datore di lavoro in conseguenza del licenziamento illegittimo, e' fondata la limitazione del danno medesimo in base alla presunzione che, nell'arco di tempo di tre anni dall'intervenuta risoluzione del rapporto di lavoro, il lavoratore licenziato avrebbe potuto trovare un'altra occupazione se si fosse diligentemente attivato in tal senso.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 7107/2014
Nomina direttore Uoc, risarcimento del danno per incarico al "meno bravo"
Un dirigente medico di secondo livello presso una struttura ospedaliera con funzioni dirigenziali anche del Pronto Soccorso con annessa astanteria - osservazione breve del presidio, partecipava ad una procedura selettiva indetta dalla ASL per il conferimento dell'incarico quinquennale in relazione al medesimo posto gia' ricoperto.All’esito della procedura, previa valutazione dei curricula e il successivo svolgimento di un colloquio, erano stati individuati tre candidati idonei, compreso il ricorrente. L’incarico veniva pero' conferito al sanitario che aveva riportato una valutazione complessiva di “discreto” e non quella superiore di “buono”, ottenuta invece dal candidato che aveva poi agito in giudizio.Nella procedura di selezione del dirigente di vertice della struttura complessa non sussiste un dovere di motivazione comparativa tra i diversi aspiranti, l'eventuale inosservanza in detta valutazione, dei doveri di correttezza e buona fede, mentre puo' giustificare una pretesa risarcitoria dei candidati non prescelti (anche per perdita di chances), non puo' giustificare l'annullamento dell'atto di conferimento dell'incarico, non esistendo un principio generale secondo il quale la violazione dei suddetti principi comporti di per se' la nullità o l'annullabilita' dell'atto.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 5176/2014
La tuta da lavoro è un dispositivo di protezione individuale che va fornito dal datore?
L'obbligo della parte datoriale di fornire al lavoratore gli indumenti da lavoro e di tendere indenne il prestatore dai costi e di disagi derivati dal loro frequente lavaggio, non può ritenersi configurabile nell'ipotesi in cui tali indumenti non costituiscano dispositivi di protezione individuale, bensì capi comuni di abbigliamento, aventi la funzione di vestizione, in quanto strumentali al solo scopo di mera preservazione degli abiti civili dalla ordinaria usura connessa all'espletamento dell'attività lavorativa. L'obbligo predetto può ritenersi sussistente solo qualora strumentale alla tutela della salute e della sicurezza dei dipendenti.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4978/2014
Il dipendente dell'azienda sanitaria locale ha diritto al rimborso delle spese legali sostenute per difendersi in un processo penale per ragioni del proprio ufficio, a condizione che l'azienda sia stata informata immediatamente della contestazione. E’ questa la motivazione con la quale la sezione Lavoro della Cassazione, con la sentenza n. 4978/2014, ha respinto il ricorso proposto da un dirigente che si era visto negare dalla Corte d'appello di Reggio Calabria il rimborso in quanto tardivamente richiesto.L'azienda - ricordano i Supremi Giudici - ha l'onere di far assistere il dipendente da un legale fin dall'inizio del procedimento e per tutti i gradi di giudizio, assumendo le spese e comunicando al dipendente il nominativo del legale per ottenere il suo gradimento. Tali ultime disposizioni presuppongono pero’ che l'azienda sia stata informata dell'esistenza del giudizio, che sia stata portata a conoscenza dal dipendente della propria volonta’ di ottenere l'assistenza legale e che abbia nominato un difensore.Le norme contrattuali consentono che il funzionario respinga il professionista indicato dalla Asl e nomini un legale di propria fiducia, nel qual caso potra’ chiedere il rimborso delle spese sostenute entro il limite di quanto l'azienda avrebbe dovuto corrispondere a un legale da essa stessa nominato.Nulla osta, quindi, che nei propri regolamenti, le aziende indichino un termine entro il quale il lavoratore ha l'onere di informarle dell'esistenza del procedimento penale e della volontà di godere dell'assistenza legale, dal momento che devono seguire dei vincoli di bilancio e un obbligo di programmazione della spesa.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 4979/2014
Illegittima la revoca dell'incarico di struttura semplice senza il procedimento di valutazione
È illegittima la revoca di un incarico sostituito con incarico di minore valore economico (perché peggio retribuito) e di contenuto professionale inferiore, senza che l’Azienda avesse dato luogo al procedimento di valutazione dell’attività del dirigente previsto dall’art. 34 del contratto collettivo. Lo stabilisce la Cassazione, con la sentenza n. 4979/2014.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 3977/2014
Al tempo impiegato dal lavoratore per indossare gli abiti da lavoro deve corrispondere una retribuzione aggiuntiva
La sentenza n. 3977 del 19 febbraio 2014 della Cassazione, sezione Lavoro, dispone che «al tempo impiegato dal lavoratore per indossare gli abiti da lavoro (tempo estraneo a quello destinato alla prestazione lavorativa finale) deve corrispondere una retribuzione aggiuntiva».
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 2837/2014
Va retribuito il tempo occorrente per indossare gli abiti di lavoro
Il tempo impiegato per indossare la divisa è da considerarsi lavoro effettivo e, pertanto, deve essere retribuito, ove tale operazione sia diretta dal datore di lavoro, il quale ne disciplina il tempo ed il luogo di esecuzione, ovvero si tratti di operazioni di carattere strettamente necessario ed obbligatorio per lo svolgimento dell'attività lavorativa.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 2047/2014
La Corte d’Appello di Roma, riformando la decisione di primo grado, ha accolto le domande svolte da un dipendente nei confronti del suo datore di lavoro, dirette ad ottenere la somma trattenutagli per essere risultato assente dal domicilio in sede di visita di controllo nonche' l'annullamento della sanzione disciplinare dell'ammonizione scritta irrogata per non aver preventivamente avvisato la societa' dell'allontanamento dal domicilio durante la fascia oraria di reperibilita' dalle ore 17 alle 19.I Giudici d’appello hanno ritenuto giustificate sia l'assenza del lavoratore dal domicilio che la mancata preventiva comunicazione, accertando la recrudescenza di una patologia molto dolorosa tale da rendere indifferibile l'uscita dall'abitazione per recarsi dal medico curante e impraticabile la preventiva comunicazione dell'assenza alla datrice di lavoro.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 1923/2014
Licenziamento disciplinare dipendente AO: legittima l'azione disciplinare successiva alla sentenza
Un dipendente di azienda ospedaliera, con mansioni di operatore tecnico, ha impugnato il licenziamento comminato dal datore di lavoro. Il lavoratore veniva arrestato per alcuni episodi di usura ed estorsione aggravata e l’azienda lo sospese dal servizio, ma attese la conclusione del processo penale per iniziare l’azione disciplinare. Il dipendente venne riconosciuto colpevole dei reati ascrittigli e condannato in primo grado alla pena di anni quattro e giorni venti di reclusione oltre la multa. Patteggio' in appello la pena di anni tre e giorni dieci di reclusione oltre 1.600,00 Euro di multa. Tra i motivi di contestazione avanzati dal lavoratore vi era quello relativo alla tardivita' con la quale era stata intrapresa la procedura disciplinare. L'azienda, in base alla normativa di riferimento, puo' iniziare il procedimento disciplinare per poi sospenderlo in attesa della sentenza che chiude il processo penale, oppure puo', dopo aver sospeso cautelarmente il dipendente in relazione al provvedimento di custodia cautelare, attendere l'esito del giudizio penale e quindi una sentenza che accerti il fatto con la forza del giudicato, per iniziare il procedimento disciplinare. Si tratta, in quest’ultimo caso, di una scelta a maggiore garanzia del dipendente, che non puo' risolversi in una penalizzazione del comportamento prudente dell'azienda e, piu' a monte, dell'interesse generale che la pubblica amministrazione deve considerare e tutelare.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 1663/2014
Ex condotti con rapporto non esclusivo: no all'indennità
Dal quadro legislativo e contrattuale collettivo in materia emerge che gli ex medici condotti ancora con rapporto non esclusivo con le ASL in ragione della loro libera scelta di non esercitare la relativa opzione, permangono in una posizione giuridica differenziata dal restante personale medico del SSN, mantenendo in particolare il trattamento retributivo omnicomprensivo originariamente previsto dal DPR n. 270 del 1987, art. 110 successivamente aggiornato, con esclusione degli ulteriori emolumenti previsti dalla contrattazione collettiva per i dirigenti medici del SSN, ed in particolare, della indennità di specificità medica.
Corte di Cassazione - Sezione Lavoro - sentenza n. 172/2014
Mobbing, va dimostrata la perdita di professionalità
La Corte di Cassazione ha affermato che, nei casi di mobbing, l’accertamento del danno alla salute del dipendente non comporta necessariamente anche il riconoscimento del danno alla professionalità. Infatti il danno alla professionalità non può essere considerato in re ipsa nel semplice demansionamento, essendo invece onere del dipendente provare tale danno dimostrando, ad esempio, un ostacolo alla progressione di carriera.