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Timestamp: 2018-09-25 07:46:25+00:00
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Manovra d'estate: il processo tributario | Commercialista Telematico
Manovra d'estate: il processo tributario
1. Novità introdotte dal decreto legge 203/2005: la giurisdizione e la configurazione degli organi della giustizia tributaria e la disciplina del rito processuale<?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
L’articolo 3-bis del decreto-legge 203 del <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />2005 ha apportato una serie di modifiche in tema di giustizia tributaria, che concernono sia la giurisdizione e la configurazione degli organi (D.Lgs. 545/92) che, in alcuni punti, la disciplina del rito processuale (D.Lgs. 546/92).
1.1 La struttura degli organi di giurisdizione
Sul primo settore di intervento, ovvero la configurazione degli organi di giurisdizione tributaria, la legge ha operato su diversi aspetti, mediante alcune novelle agli articoli 7, 11 e 44 del decreto legislativo n. 545 del 1992.
L’intervento a carattere maggiormente necessario, sia nel periodo di emanazione sia in tutti i periodi della giustizia italiana, è stato quello dalle modifiche all’articolo 11 del decreto, con cui si è evitato che, il 1º aprile 2006 oltre 5.300 giudici tributari, non fossero più abilitati ad esercitare le funzioni nell’attuale Commissione di appartenenza, con conseguente blocco di gran parte degli organi di giustizia tributaria.
La paventata paralisi della giustizia tributaria è stata pertanto scongiurata più semplicemente istituendo il divieto di restare in carica per più di un certo numero di anni consecutivi nella stessa sezione di Commissione, con successivo trasferimento d’ufficio ad altra sezione, così come previsto per i magistrati ordinari con il passaggio ad altra funzione dello stesso ufficio giudiziario, senza necessità di trasferimento ad un diverso ufficio.
Nel dettaglio, la formulazione dell’articolo 11, interamente sostituito, al comma 1, ribadisce in primo luogo l’onorarietà dell’incarico, sancendo esplicitamente che “la nomina a una delle funzioni dei componenti delle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali non costituisce in nessun caso rapporto di pubblico impiego”.
Inoltre, al comma 2, viene fissato a settantacinque anni il termine di cessazione dall’incarico, indipendentemente dalle funzioni svolte.
Come accennato per la durata in carica e le modalità concorsuali dei giudici tributari, la soluzione trovata è stata l’eliminazione del mandato decennale dei componenti delle Commissioni Tributarie, che viene sostituito da un meccanismo quinquennale di rotazione da una sezione all’altra della stessa Commissione.
Tale limite cronologico di permanenza nella medesima Commissione appare evidentemente inteso ad evitare l’immedesimazione della funzione nelle stesse persone per un periodo di tempo troppo lungo.
La lettera a) del comma 4 stabilisce che la vacanza dei posti di presidente, di presidente di sezione, di vice presidente e di giudice è annunciata dal Consiglio di Presidenza e portata a conoscenza di tutti i giudici tributari in servizio, a prescindere dalle funzioni svolte, con indicazione del termine entro il quale deve essere presentata domanda per l’incarico; si sottolinea che la scelta verrà fatta dal Consiglio di Presidenza (lettera b).
Non è stata invece accolta un’altra modifica, inizialmente prospettata, relativa alla ridenominazione delle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali in “tribunale tributario” e “corte di appello tributaria”.
In tale modo si sarebbero uniformate le denominazioni degli organi di giurisdizione tributaria alla specifica attività giurisdizionale delle Commissioni Tributarie, atteso che la denominazione delle stesse residua da epoche in cui la natura di tali organi era ritenuta meramente amministrativa e non giurisdizionale.
Si evidenzia che la lettura in chiave giurisdizionale delle Commissioni, affermata nei due citati decreti, ha già da tempo superato il vaglio di costituzionalità del giudice delle leggi (sent. n. 144 del 23 aprile 1988) sul presupposto che la Costituzione vieta l’istituzione di nuovi giudici speciali (articolo 102) ma non la sopravvivenza di quelli esistenti e solo da revisionare ai sensi della VI disposizione transitoria.
Si può pertanto opinare che la nuova denominazione avrebbe pertanto sottolineato la funzione giurisdizionale e non più amministrativa degli organi di giustizia tributaria, rendendo immediatamente percepibile tale differenza ai contribuenti e meglio adeguandosi alla dignità della funzione.
Anche in questo caso si sarebbe trattato di un intervento in linea con l’opinione del CPGT, che nella relazione sul 2003 argomentava sul punto quanto segue: “(…) il mantenimento della vecchia denominazione, oltre a non corrispondere alla reale natura delle pronunce emanate dalla magistratura tributaria, appare altresì fuorviante ed anche latamente lesivo della effettività dell’alta funzione pubblica esercitata”.
Veniva altresì introdotto un principio meritocratico per l’attribuzione degli incarichi i cui criteri di riferimento sono stati individuati nella diligenza, laboriosità nonché nelle attitudini di ciascun aspirante.
Occorre rilevare però che la norma non ha chiarito in merito alla retroattività o meno degli effetti delle modifiche ordinamentali.
Sul punto si è espresso il Consiglio di Presidenza della giustizia tributaria che, con la risoluzione n. 7 del 6 dicembre 2005, attendendosi ai principi generali per cui la norma non ha mai effetti retroattivi, ha invitato i Presidenti delle Commissioni Tributarie ad attribuire, per gli anni seguenti, specifiche competenze alle singole sezioni, assegnando i nuovi ricorsi alla sezione designata competente per materia.
Con la medesima risoluzione si sono altresì invitati i Presidenti a prevedere che, nella composizione delle sezioni, i magistrati tributari che avessero fanno parte della stessa sezione da oltre sette anni, venissero assegnati a quella numericamente successiva e designata con diversa competenza o ad altra immediatamente successiva.
Veniva eliminato il diritto dei componenti attuali di preferenza assoluta in caso di concorso interno, con conseguente possibilità di accesso effettivo di nuovi giudici dall’esterno.
La modifica all’articolo 7 del decreto 545/1992 apportava un chiarimento riguardante il limite massimo di età, che deve essere posseduto alla data del bando di concorso, ovvero non si deve aver superato alla data di scadenza del termine previsto per la presentazione della domanda di ammissione, i settantadue anni di età.
Si trattava di un chiarimento utile a scongiurare, per il futuro, le difficoltà applicative, puntualmente segnalate dal Consiglio di Presidenza, il quale aveva infatti segnalato come si fossero verificati casi in cui la Corte dei Conti aveva negato l’apposizione del visto su talune nomine in relazione al fatto che, al momento del controllo, i candidati avevano oltrepassato il 72° anno di età.
La formulazione previgente della norma, in sostanza, subordinava la nomina non già ad una condizione certa, bensì ad un evento il cui tempus era largamente correlato ai tempi tecnici dell’Amministrazione, con evidenti effetti di possibile illegittimità.
Infine, la modifica dell’articolo 44 del decreto legislativo 545/92, recava la disciplina transitoria per la nomina dei componenti della cessata Commissione Tributaria Centrale nelle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali.
Il previgente articolo 44 prevedeva che coloro i quali avevano rivestito la funzioni di componenti della Commissione Tributaria Centrale fino alla cessazione della loro attività fossero nominati nelle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali, su loro domanda, con precedenza sugli altri aspiranti, in base ai previsti criteri di valutazione.
Con la novella, si disponeva che coloro i quali siano rimasti componenti della Commissione Tributaria Centrale fino alla cessazione dell’attività di tale organo, a partire da tale data entrino a far parte dell’ordinamento giudiziario tributario e fossero nominati componenti delle Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali.
Un punto restava invece irrisolto: si tratta della vexata quaestio dell’incompatibilità a svolgere funzioni di giurisdizione tributaria da parte di coloro che esercitino attività professionale di consulenza ed assistenza tributaria e fiscale.
In luogo della generale e non sempre agevolmente verificabile incompatibilità oggi esistente, si potrebbe valutare, una disciplina analoga a quella relativa ai giudici di pace, ai quali è preclusa tale funzione presso uffici ricadenti nella circoscrizione di tribunale in cui sono iscritti come avvocati.
1.2 La giurisdizione tributaria
Passando alle modifiche al rito, l’intervento ha operato sugli articoli 2, 7, 12, 22 e 53 del decreto 546/92.
In merito all’articolo 2, inerente l’oggetto della giurisdizione tributaria, va premesso che negli ultimi anni si è registrato un deciso favor legislativo verso l’allargamento e l’autonomia della giurisdizione tributaria, come da statuito con l’articolo 12, comma 2, della legge 28 dicembre 2001, n. 448, che riformulando l’articolo 2 del citato decreto 546/92, già aveva esteso tale giurisdizione a tutte le controversie aventi ad oggetto tributi di ogni genere e specie (con la sola eccezione delle controversie riguardanti atti di esecuzione forzata tributaria), ivi compresa la risoluzione in via incidentale di ogni questione da cui dipende la decisione delle controversie rientranti nella giurisdizione del giudice tributario, affermandosi anche per tale aspetto l’autonomia della giustizia tributaria rispetto alla giustizia civile.
Parallelamente, la giustizia tributaria viene interessata da controversie di sempre maggiore spessore tecnico oltre che sempre più suscettibili di essere incise da profili di compatibilità comunitaria richiedenti un’adeguata ed approfondita cognizione delle connesse problematiche giuridiche ed una ancor più elevata qualificazione professionale di ogni giudice.
Con la modifica dei commi 1 e 2 dell’articolo 2, i giudici tributari verranno chiamati a decidere su i tributi di ogni genere e specie, “comunque denominati”.
Inoltre, venivano affidate alla giurisdizione tributaria anche le controversie sul canone di occupazione di spazi e aree pubbliche (COSAP), sul canone per lo scarico e la depurazione delle acque reflue.
Per quanto concerne il canone per il consumo di acqua potabile e al corrispettivo dei servizi di depurazione e fognatura, la C.T.P. di Caserta, sez. XIV, con decisione 19 giugno 2003, n. 275, ne ha ritenuto cessata la natura tributaria a far data dal 1° gennaio 1999, ai sensi dell’articolo 31 della legge 23 dicembre 1998, n. 448, con conseguente esclusione della competenza del giudice tributario (vds. anche Corte di Cassazione, sez. un. civ., sent. 28 aprile 2004, n. 8103).
Tali pronunce avevano riguardato la tariffa per lo smaltimento dei rifiuti urbani, come pure le cause sull’imposta o il canone comunale per la pubblicità e il diritto sulle pubbliche affissioni.
Con la legge, pertanto, proseguiva il percorso già avviato con la citata legge 448/2001 che, già a suo tempo, aveva ampliato la giurisdizione tributaria, nel senso dianzi accennato.
Non è stata invece accolta la richiesta, più volte avanzata dai giudici tributari, di estendere la giurisdizione anche ai contributi previdenziali.
La legge di cui si scrive abrogava, poi, l’articolo 7, comma 3, del decreto 546/92 che consentiva alle Commissioni Tributarie di ordinare alle parti il deposito di documenti ritenuti necessari per la decisione della controversia.
Sul punto, brevemente, si rammenterà che erano stati sollevati dubbi in ordine ai casi ed altresì in merito alla natura obbligatoria o discrezionale dell’esercizio officioso di tale potere.
La giurisprudenza aveva pertanto specificato che l’esercizio dei poteri di acquisizione d’ufficio costituisce una facoltà discrezionale del giudice, di cui va fatto un uso prudente, poiché non ha la funzione di sopperire a deficienze probatorie delle parti, ma riveste finalità meramente integrativa dell’onere probatorio principale, solo qualora sia impossibile o comunque difficile fornire le prove richieste, da parte di chi vi è tenuto.
Era, ed è, tuttavia illegittimo il mancato uso di tale facoltà qualora la situazione probatoria sia tale da impedire la pronuncia di una sentenza ragionevolmente motivata senza acquisire d’ufficio determinate prove (Corte di Cassazione, sez. V civ., sent. 9 maggio 2003, n. 7129).
Tali poteri istruttori, anche alla luce della riforma dell’articolo 111 della Costituzione, hanno infatti la funzione di garantire la parte che si trova nell’impossibilità di esibire documenti risolutivi in possesso dell’altra (Corte di Cassazione, sez. V civ., sent. 4 maggio 2004, n. 8439).
Sulla base dello stesso articolo 7 si era, altresì, esclusa, nel contenzioso tributario, la rigorosa vigenza del principio dispositivo in materia di prova nel procedimento dinanzi alle competenti Commissioni, atteso che l’iniziativa di parte non è un necessario e non surrogabile veicolo per l’acquisizione di documenti.
Da ciò consegue che dalla scadenza del termine eventualmente assegnato alla parte per la relativa produzione non deriverebbe alcuna conseguenza in relazione all’utilizzabilità dei documenti stessi, una volta che gli stessi risultino, comunque, aliunde acquisiti (Corte di Cassazione, sez. V civ., sent. 23 dicembre 2000, n. 16176).
L’intervento normativo appariva, agli albori e poi in crescendo, inteso a incentivare sempre di più l’iniziativa delle parti e ad evitare che il giudice possa supplire alla mancanza di prove.
Con la modifica dell’articolo 22, comma 1, del decreto 546/92 si stabiliva che il ricorrente si potesse costituire in giudizio non solo depositando il ricorso, entro trenta giorni dalla proposizione, a pena d’inammissibilità ma anche trasmettendolo a mezzo posta, in plico raccomandato senza busta con avviso di ricevimento.
Questa modifica era volta ad allineare la normativa ad un principio già esposto da tempo dalla Corte Costituzionale, con la sentenza 520 del 6 dicembre 2002.
Si era trattato di un pronunciamento con il quale il giudice delle leggi aveva inteso ricondurre l’interpretazione del citato articolo 22, del decreto 546/92, nell’alveo dei principi costituzionali sulla base della considerazione che, in generale, nel diritto processuale, l’attività di deposito degli atti e del fascicolo di parte ai fini della costituzione in giudizio rileva quale operazione materiale, e cioè quale formalità meramente esecutiva priva di qualsiasi contenuto volitivo autonomo.
Si era trattato di un pronunciamento nel quale la Corte, nel rammentare i precedenti pronunciamenti nei quali aveva ritenuto non conformi a Costituzione (artt. 3 e 24) le disposizioni legislative che frappongono ostacoli non giustificati da un preminente interesse pubblico ad uno svolgimento del processo civile adeguato alla funzione ad esso assegnata, sanzionava la norma in parola in quanto impone “oneri… o modalità tali da rendere… estremamente difficile l’esercizio del diritto di difesa o lo svolgimento di attività processuale” (sentenze n. 63 del 1977; n. 47 del 1964 e n. 214 del 1974).
Sul punto, occorre segnalare come, sebbene l’intervento sia stato, chiaramente, rivolto a soddisfare il pronunciato della Corte, l’obiettivo potrebbe non essere stato pienamente raggiunto, atteso che secondo il principio enucleato dalla Corte la possibilità di utilizzare il mezzo postale non deve riguardare solo la costituzione in giudizio del ricorrente ma anche quella delle altre parti, resistenti e intervenuti nonché permettere la trasmissione anche degli altri atti processuali.
La modifica normativa sembrava inoltre prestare il fianco ad ulteriori dubbi interpretativi circa il momento in cui deve intendersi perfezionato il deposito a mezzo posta.
Ci si può infatti chiedere se debba considerarsi perfezionativo il momento dell’avvenuta spedizione o quello del ricevimento effettivo da parte della Commissione adita.
Sul giudizio d’appello la legge, introducendo un ulteriore periodo alla fine dell’articolo 53, comma 2, del decreto 546/1992, specifica che, se il ricorso non viene notificato da un ufficiale giudiziario, l’appellante deve, a pena d’inammissibilità, depositare copia dell’appello all’ufficio di segreteria della Commissione che ha pronunciato la sentenza impugnata.
Anche tale punto ha suscitato perplessità, in merito sia alla mancata indicazione del termine ultimo ai fini del deposito sia per l’esclusivo riferimento all’appello, circostanza che esclude gli altri rimedi impugnatori.
A tale proposito, risultava comunque possibile, pur in assenza di un esplicito riferimento, ritenere applicabile il termine previsto per il deposito del ricorso presso la C.T.R., ovvero entro 30 giorni dalla notifica dell’appello stesso (ex articolo 22, comma 1, del decreto 546/92).
Diversamente, risulterebbe difficilmente individuabile un termine certo per il deposito dell’appello presso la C.T.P..
Infine, le modifiche all’articolo 12 del decreto 546/92 concernevano l’individuazione dei consulenti del lavoro quali soggetti abilitati a prestare l’assistenza tecnica dinanzi alle Commissioni Tributarie.
Tale norma dispone che le parti del processo tributario, diverse dall’ufficio del Ministero o dall’ente locale nei cui confronti fosse stato proposto il ricorso, avrebbero dovuto essere assistite in giudizio da un difensore abilitato appartenente a una delle categorie indicate nel comma 2.
La lettera a) della legge sopprimeva il riferimento ai procuratori legali (ormai già superato a seguito della soppressione dell’albo dei procuratori legali, disposta dalla legge 24 febbraio 1997, n. 27), ed introduceva il riferimento ai consulenti del lavoro.
A seguito della modificazione, pertanto, questi ultimi, a condizione che siano iscritti nel relativo albo professionale e non siano dipendenti dall’Amministrazione Pubblica, avrebbero potuto prestare l’assistenza legale dinnanzi alle Commissioni Tributarie senza le limitazioni di materia fin qui previste.
Si aggiunge che il comma 10 ha inserito un nuovo comma all’articolo 2 della legge 11 gennaio 1979, n. 12, consentendo ai consulenti del lavoro di svolgere l’assistenza fiscale nei confronti dei contribuenti non titolari di reddito autonomo e d’impresa, di cui all’articolo 34, comma 4, del decreto legislativo 9 luglio 1997, n. 241 (in tema di CAF).
2. Le innovazioni al processo: Le autocertificazioni non entrano nel processo tributario
E’ stato modificato l’orientamento secondo cui il contribuente può utilizzare in sua difesa dichiarazioni a lui rese da terzi fuori del giudizio o dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà.
Con sentenza n. 703 depositata il 15 gennaio 2007, la Corte di cassazione ha affermato che la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, così come l’autocertificazione in genere, ha attitudine certificativa e probatoria esclusivamente in alcune procedure amministrative, essendo, viceversa, priva di qualsiasi efficacia in sede giurisdizionale, trovando ostacolo invalicabile, nel contenzioso tributario, la previsione dell’articolo 7, comma 4, del Dlgs n. 546/1992 e ciò perché altrimenti si finirebbe per introdurre nel processo tributario, eludendo il divieto di giuramento sancito dalla richiamata disposizione, un mezzo di prova, non solo equipollente a quello vietato, ma anche costituito al di fuori del processo.
I Supremi giudici accolgono il ricorso dell’Amministrazione finanziaria: in particolare, la Corte evidenzia, in ordine alla valutazione dell’efficacia probatoria degli elementi giustificati addotti dal contribuente, che “i giudici di appello risultano affermare, in termini di assoluta apoditticità e, quindi, inadeguati, che il contribuente ha dimostrato, in maniera attendibile e circostanziata, anche mediante la documentazione prodotta nel pregresso grado del giudizio, di aver fatto fronte al mantenimento degli autoveicoli indicati nell’accertamento mediante sovvenzioni dei genitori e pregressi risparmi. D’altro canto, la rilevata inadeguatezza motivazionale della sentenza impugnata non viene meno ove se ne relazioni la motivazione alla narrativa in fatto, posto che, alla luce di tale relazionamento, le produzioni documentali del contribuente considerate dai giudici a quo sembrano esaurirsi in una dichiarazione sostitutiva di atto notorio, cui, in sede giudiziaria, non può attribuirsi alcun valore probatorio. Al riguardo, costituisce, infatti, principio consolidatamente affermato da questa corte che la dichiarazione sostitutiva dell’atto di notorietà, così come l’autocertificazione in genere, ha attitudine certificativa e probatoria esclusivamente in alcune procedure amministrative, essendo, viceversa, priva di qualsiasi efficacia in sede giurisdizionale (cfr. Cass. n. 5312/2006, n. 18856/2004, 10981/2001, SS.UU., n. 10153/1998). Si è, peraltro, ulteriormente puntualizzato che, con specifico riguardo al contenzioso tributario, l’attribuzione di efficacia probatoria alla dichiarazione sostitutiva di notorietà trova ostacolo invalicabile nella previsione dell’art.7, comma 4, del D.Lgs. n. 546/1992, giacché finirebbe per introdurre nel processo tributario – eludendo il divieto di giuramento sancito dalla richiamata disposizione – un mezzo di prova, non solo equipollente a quello vietato, ma, anche costituito al di fuori del processo (cfr. Cass., n.7445/2003)“.
La sentenza modifica un orientamento cristallizzato, secondo cui il contribuente può utilizzare in sua difesa, nell’ottica del giusto processo, eventuali dichiarazioni a lui rese da terzi al di fuori del giudizio ovvero dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà.
Il ragionamento finora fatto dalla Cassazione può così essere esemplificata: è vero che l’articolo 7, comma 4, del Dlgs 546/1992 vieta l’utilizzo, nell’ambito del processo tributario, del giuramento e della prova testimoniale, ma la prova testimoniale richiamata dal citato articolo 7, e non utilizzabile, è solo quella che si forma in sede processuale, restando possibile la formalizzazione di dichiarazioni verbali rese agli organi operanti, le quali pur non essendo prove immediatamente fruibili hanno valenza indiziaria; di converso, si è consentito al contribuente di contrastare tale forma di testimonianza impropria, utilizzando in sede processuale delle dichiarazioni sostitutive di atto di notorietà (Cassazione n. 4269 del 25 marzo 2002).
In particolare, con riferimento all’atto notorio, la Corte di cassazione, sentenza n. 5154 del 6 aprile 2001, ha precisato che “la regola generale, ora espressamente tutelata a livello costituzionale, a seguito della nuova formulazione dell’art. 111 della Costituzione introdotta dalla legge costituzionale 23 novembre 1999, n. 2, secondo cui il processo deve svolgersi nel contraddittorio fra le parti, in condizioni di parità, comporta che le prove devono essere raccolte nell’effettivo contraddittorio delle parti, cioè nel processo e con la partecipazione del giudice; pertanto, non può attribuirsi valore di prova all’atto notorio, precostituito al processo al di fuori di qualsiasi contraddittorio con l’avversario, né tale atto può implicare un’inversione dell’onere della prova, che deve essere espressamente prevista da una norma positiva e non può derivare esclusivamente dalla mera iniziativa di parte“.
La Suprema Corte non ha tuttavia mancato di precisare che tanto l’atto notorio quanto la dichiarazione sostitutiva del medesimo devono essere considerati documenti rimessi alla libera valutazione del giudice.
La Corte, con questo ultimo intervento, sembra ribaltare adesso tale ragionamento, richiamando fra le altre la sentenza n. 7445 depositata il 14 maggio 2003, la quale però non nega, l’utilizzo degli atti notori, sostenendo il diverso principio, che ai fini della prova, non è sufficiente un atto notorio prodotto dal contribuente poiché tale atto può costituire, come le dichiarazioni extraprocessuali di terzi, un elemento indiziario valutabile dal giudice, ma non può fornire da solo il fondamento della decisione.
Nel caso in esame, di fatto, l’ufficio, però, aveva smentito cartolarmente, attraverso i dati contabili delle dichiarazioni, le autocertificazioni di parte. Pertanto, in ogni caso, le stesse non potevano avere valore probatorio.
3. Particolarità: è esclusa la giurisdizione sulle sanzioni delle Entrate che non riguardano forme di prelievo fiscale
Le sanzioni irrogate dall’agenzia delle Entrate, ma non attinenti a tributi, non rientrano nella giurisdizione delle commissioni tributarie.
Questa la conclusione di un’interessante sentenza della Corte costituzionale (130/2008), che prosegue nell’opera di precisazione dei limiti della giurisdizione tributaria, già avviata con la sentenza n. 64/2008.
La decisione dichiara, infatti, l’illegittimità costituzionale dell’articolo 2 del decreto legislativo 546/1992 (legge sul processo tributario) nella parte in cui attribuisce alla giurisdizione tributaria le controversie relative alle sanzioni comunque irrogate da uffici finanziari, anche laddove conseguano alla violazione di disposizioni non aventi natura tributaria.
La questione trattava di controversie aventi per oggetto la comminazione di sanzioni amministrative nei confronti di alcune società per l’impiego di manodopera irregolare.
I giudici rimettenti, ritenendo in via preliminare di dover accertare la sussistenza della propria giurisdizione, della quale dubitano, danno conto, nel sollevare la questione di legittimità costituzionale, di tutti i tentativi fatti per cercare di dare della disposizione impugnata un’interpretazione “costituzionalmente corretta”.
Ciò in ottemperanza sia alla costante giurisprudenza della Corte, che invita i giudici di merito a ricercare, ove possibile, quella interpretazione adeguatrice che consenta di evitare inutili ricorsi di legittimità costituzionale; sia, in particolare, in riferimento a quelle decisioni della Corte che, nella materia in oggetto, avevano sempre respinto la questione, proprio perché i giudici rimettenti non avevano “previamente compiuto il tentativo di dare della disposizione censurata una interpretazione costituzionalmente corretta” (ordinanze nn. 34, 36, 93 e 94 del 2006).