Source: https://www.leggioggi.it/2011/02/15/la-circolare-di-brunetta/
Timestamp: 2018-11-21 10:06:38+00:00
Document Index: 55302530

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 33', 'art. 24', 'art. 24', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 74', 'art. 78', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 42', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 42', 'art. 33', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 33', 'art. 42', 'art. 33', 'art. 42', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 20', 'art. 42', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 76', 'art. 76', 'art. 55', 'art. 55', 'art. 24', 'art. 33', 'art. 75', 'art. 42', 'art. 24', 'sentenza ']

La circolare di Brunetta sui permessi per assistenza a disabili dopo il Collegato Lavoro | LeggiOggi
Home Lavoro La circolare di Brunetta sui permessi per assistenza a disabili dopo il...
La circolare di Brunetta sui permessi per assistenza a disabili dopo il Collegato Lavoro
Pubblicata ieri in Gazzetta la Circolare di Brunetta sui permessi per l’assistenza a familiari portatori di handicap.
Si tratta di primi orientamenti applicativi della legge 183 del 2010 (Collegato Lavoro), che ha modificato la legge quadro 104 del 1992.
In particolare, si rileva che: “la legittimazione alla fruizione dei permessi per assistere una persona in situazione di handicap grave spetta al coniuge e ai parenti ed affini entro il secondo grado. Rispetto alla normativa previgente, la nuova disposizione da un lato ha menzionato espressamente il coniuge tra i lavoratori titolari della prerogativa, dall’altro ha posto la limitazione dei parenti ed affini entro il secondo grado.
Pertanto, la novita’ più rilevante rispetto al regime previgente è rappresentata dalla restrizione della categoria di famigliari che possono fruire dei permessi, poichè con la nuova norma si passa dal terzo al secondo grado di parentela, salvo la ricorrenza delle situazioni eccezionali dell’assenza, dell’eta’ anagrafica o delle patologie”.
La circolare è indirizzata a tutte le amministrazioni pubbliche di cui all’art. 1, comma 2, del decreto legislativo n. 165/2001.
2. Ridefinizione dei lavoratori legittimati a fruire dei permessi di cui all’art. 33, comma 3, della l. n. 104 del 1992 per assistere
5. I presupposti oggettivi per il riconoscimento dei permessi.
Circolare 6 dicembre 2010 n. 13
Modifiche alla disciplina in materia di permessi per l’assistenza alle persone con disabilita’ – Banca
dati informatica presso il Dipartimento della funzione pubblica – legge 4 novembre 2010, n. 183, art. 24. (11A01923)
(GU n. 36 del 14-2-2011 )
L’art. 24 della nuova legge riguarda le “Modifiche alla disciplina in materia di permessi per l’assistenza a portatori di handicap in situazione di gravita’”. La disposizione innova parzialmente il regime dei permessi per l’assistenza ai soggetti disabili contenuto nella legge 5 febbraio 1992, n. 104, e nel decreto legislativo 26 marzo 2001, n. 151. La norma inoltre prevede l’istituzione e la gestione di una banca dati informatica per la raccolta e la gestione dei dati relativi alla fruizione dei permessi a fini di monitoraggio e controllo presso la Presidenza del Consiglio dei ministri – Dipartimento della funzione pubblica. Rimane invariato il regime dei permessi, del trasferimento e della tutela della sede per i lavoratori con disabilita’ che fruiscono delle agevolazioni per le esigenze della propria persona.
Prima di affrontare nel merito le questioni, si ritiene necessario compiere una precisazione di tipo terminologico. Come noto, il dibattito circa la terminologia da utilizzare per indicare le persone con disabilita’ è stato ampio ed è ancora vivace. Lo spirito che anima il dibattito è quello di evitare espressioni o definizioni che possano recare insitamente un’idea di disvalore, promuovendo invece l’uso di termini e concetti che consentano di mettere in risalto il valore derivante dalla diversita’. A livello internazionale, è ormai diffuso il concetto di “persona con disabilita’”, che viene utilizzato nella Convenzione delle Nazioni unite del 13 dicembre 2006 sui diritti delle persone con disabilita’, ratificata in Italia con legge 3 marzo 2009, n. 18. Ad oggi, dovendo trattare la materia, la soluzione migliore sarebbe quella di attenersi alle scelte compiute in sede internazionale, con la conseguenza che, anche nell’esame della disciplina contenuta nella l. n. 104 del 1992, che è la legge italiana fondamentale in materia (Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate), dovrebbe farsi riferimento esclusivamente al concetto di persona con disabilita’. Tuttavia, ragioni di chiarezza inducono a seguire nello specifico una strada diversa che, nel rispetto del testo legislativo, utilizza la diversa espressione di “persona in situazione di handicap”. Benchè questa espressione possa ormai risultare inadeguata alla luce di quanto sopra detto, essa è ancora presente nel testo della menzionata l. n. 104 e serve ad indicare con chiarezza la situazione dei disabili nei confronti dei quali sono stati effettuati gli accertamenti ai sensi dell’art. 4 della legge stessa (Accertamento dell’handicap). Tali accertamenti, dai quali può emergere anche una connotazione di gravita’ dell’handicap quando ricorrono le condizioni di cui all’art. 3, comma 3 (ovvero “qualora la minorazione, singola o plurima, abbia ridotto l’autonomia personale, correlata all’eta’, in modo da rendere necessario un intervento assistenziale permanente, continuativo e globale nella sfera individuale o in quella di relazione” della persona), rappresentano il presupposto per la fruizione di varie agevolazioni previste nella legge stessa; la situazione certificata di handicap grave costituisce in particolare il presupposto per la fruizione dei permessi previsti nell’art. 33.
Si segnala pertanto che, per maggior precisione e semplicita’ di esposizione, nella presente circolare e nelle eventuali successive note interpretative verra’ mantenuto il riferimento all’espressione “persona in situazione di handicap” e “persona in situazione di handicap grave” pur nella consapevolezza del carattere inadeguato di queste espressioni rispetto all’evoluzione della normativa internazionale e del costume sociale.
Il nuovo testo del comma 3 dell’art. 33 citato prevede: “A condizione che la persona handicappata non sia ricoverata a tempo pieno, il lavoratore dipendente, pubblico o privato, che assiste persona con handicap in situazione di gravita’, coniuge, parente o affine entro il secondo grado, ovvero entro il terzo grado qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravita’ abbiano compiuto i sessantacinque anni di eta’ oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti, ha diritto a fruire di tre giorni di permesso mensile retribuito coperto da contribuzione figurativa, anche in maniera continuativa. Il predetto diritto non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravita’. Per l’assistenza allo stesso figlio con handicap in situazione di gravita’, il diritto è riconosciuto ad entrambi i genitori, anche adottivi, che possono fruirne alternativamente.”
Per comodita’, si rammenta che il rapporto di parentela e quello di affinita’ sono definiti dal codice civile (art. 74 c.c.: “La parentela è il vincolo tra le persone che discendono da uno stesso stipite”; art. 78 c.c.: “L’affinita’ è il vincolo tra un coniuge e i parenti dell’altro coniuge”). In base alla legge, sono parenti di primo grado: genitori, figli; sono parenti di secondo grado: nonni, fratelli, sorelle, nipoti (figli dei figli); sono parenti di terzo grado: bisnonni, zii, nipoti (figli di fratelli e/o sorelle), pronipoti in linea retta. Sono affini di primo grado: suocero/a, nuora, genero; sono affini di secondo grado: cognati; sono affini di terzo grado: zii acquisiti, nipoti acquisiti.
La legge non ha definito la nozione di “patologie invalidanti”. In mancanza di un’espressa scelta sul punto, sentito il Ministero della salute, un utile punto di riferimento per l’individuazione di queste patologie è rappresentato dall’art. 2, comma 1, let. d), del decreto interministeriale – Ministero per la solidarieta’ sociale, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, Ministero per le pari opportunita’ 21 luglio 2000, n. 278 (Regolamento recante disposizioni di attuazione dell’articolo 4 della L. 8 marzo 2000, n. 53, concernente congedi per eventi e cause particolari), che disciplina le ipotesi in cui è possibile accordare il congedo per gravi motivi di cui all’art. 4, comma 2, della l. n. 53 del 2000. In particolare, si tratta delle: “1) patologie acute o croniche che determinano temporanea o permanente riduzione o perdita dell’autonomia personale, ivi incluse le affezioni croniche di natura congenita, reumatica, neoplastica, infettiva, dismetabolica, post-traumatica, neurologica, neuromuscolare, psichiatrica, derivanti da dipendenze, a carattere evolutivo o soggette a riacutizzazioni periodiche;
È opportuno evidenziare che la possibilita’ di passare dal secondo al terzo grado di assistenza si verifica anche nel caso in cui uno solo dei soggetti menzionati (coniuge, genitore) si trovi nelle descritte situazioni (assenza, decesso, patologie invalidanti), poichè nella diposizione normativa è utilizzata la congiunzione disgiuntiva (“qualora i genitori o il coniuge della persona con handicap in situazione di gravita’ abbiano compiuto i sessantacinque anni di eta’ oppure siano anche essi affetti da patologie invalidanti o siano deceduti o mancanti”).
Come anticipato, l’art. 24 della legge, nell’innovare la disciplina sulla legittimazione a fruire i permessi, non ha menzionato i requisiti della continuita’ e dell’esclusivita’ dell’assistenza che quindi non sono più esplicitamente previsti dalle disposizioni in materia. La legge ha però espressamente stabilito che il diritto alla fruizione dei permessi “non può essere riconosciuto a più di un lavoratore dipendente per l’assistenza alla stessa persona con handicap in situazione di gravita’.”. Con tale prescrizione è stato perciò ripreso in parte e tipizzato il concetto di esclusivita’ dell’assistenza, limitandolo alla regola secondo cui i permessi possono essere accordati ad un unico lavoratore per l’assistenza alla stessa persona. In base alla legge, quindi, viene individuato un unico referente per ciascun disabile, trattandosi del soggetto che assume “il ruolo e la connessa responsabilita’ di porsi quale punto di riferimento della gestione generale dell’intervento, assicurandone il coordinamento e curando la costante verifica della rispondenza ai bisogni dell’assistito.”(così il Consiglio di Stato, nel parere n.5078 del 2008).
La nuova legge ha dato rilevanza alla specialita’ del rapporto genitoriale. Particolari norme sono infatti dettate per i genitori che assistono un figlio in situazione di handicap grave. Tali norme sono contenute nel testo novellato dell’art. 33 della l. n. 104 del 1992 e nell’art. 42 del d.lgs. n. 151 del 2001.
L’assistenza nei confronti del figlio disabile gode di un regime più flessibile e le norme specifiche derogano al “regime del referente unico” che è stato illustrato nel paragrafo precedente.
Infatti, da un lato, la novella ha soppresso dal testo della previgente disposizione (comma 3 dell’art. 33 della l. n. 104 del 1992) le parole “successivamente al compimento del terzo anno di vita del bambino”, dall’altro i genitori sono comunque compresi nella categoria dei parenti legittimati in base al primo periodo del comma in esame, cosicchè non sarebbe giustificato un trattamento deteriore o meno favorevole dei genitori del minore di tre anni rispetto al resto dei parenti o affini. Ciò significa che, in un’ottica di ragionevolezza costituzionalmente orientata, la portata dell’art. 33, comma 3, della legge prevale rispetto alla previsione dell’art. 42, comma 2, del d.lgs. n. 151 del 2001 come novellato.
È opportuno segnalare che, trattandosi di istituti speciali rispondenti alle medesime finalita’ di assistenza del figlio disabile, la loro fruizione deve intendersi alternativa e non cumulativa nell’arco del mese, cosicchè nel mese in cui uno dei due genitori abbia fruito di uno o più giorni di permesso ai sensi dell’art. 33, comma 3, entrambi i genitori non potranno beneficiare per lo stesso figlio neppure delle due ore di riposo giornaliero, del prolungamento del congedo parentale e del congedo di cui all’art. 42, comma 5, del d.lgs. n. 151 del 2001 e viceversa. Infatti, l’art. 42, comma 4, del d.lgs. n. 151 del 2001, richiamando l’art. 33, comma 4, della l. n. 104 del 1992 esprime la regola della cumulabilita’ dei riposi e permessi con il congedo parentale ordinario e il congedo per la malattia del figlio, escludendo a contrario la cumulabilita’ tra di loro degli istituti “speciali”, che sono disegnati come alternativi (ai sensi dell’art. 42, comma 1, del d.lgs. n. 151 citato, le due ore di permesso al giorno possono essere fruite in alternativa al prolungamento del congedo parentale di cui al comma 1 dell’art. 33 del medesimo decreto). Inoltre, il comma 5 dell’art. 42 sul congedo indennizzato prevede espressamente che durante il periodo di congedo entrambi i genitori non possono fruire dei benefici di cui all’art. 33, comma 1, del d.lgs. n. 151 (prolungamento del congedo parentale), nè di quelli di cui ai commi 2 (due ore di permesso al giorno) e 3 dell’art. 33 della l. n. 104 (permessi giornalieri).
In linea con orientamenti applicativi gia’ emersi anche per il lavoro nel settore privato, si precisa che fanno eccezione a tale presupposto le seguenti circostanze: interruzione del ricovero per necessita’ del disabile di recarsi fuori della struttura che lo ospita per effettuare visite o terapie; ricovero a tempo pieno di un disabile in coma vigile e/o in situazione terminale; ricovero a tempo pieno di un minore in situazione di handicap grave per il quale risulti documentato dai sanitari della struttura il bisogno di assistenza da parte di un genitore o di un famigliare.
b) l’eliminazione dei requisiti della convivenza, della continuita’ ed esclusivita’ dell’assistenza.
L’art. 24, comma 2, let. b), della l. n. 183 interviene sull’articolo 20, comma 1, della l. n. 53 del 2000, eliminando le parole da “nonché” fino a “non convivente”. A seguito di tale intervento, i requisiti della “continuita’” e dell’ “esclusivita’” dell’assistenza non sono più menzionati espressamente quali presupposti necessari ai fini della fruizione dei permessi in argomento da parte dei beneficiari. Inoltre, nella riformulazione dell’art. 33, comma 3, della l. n. 104 del 1992 non è più presente il requisito della “convivenza”, che era necessario per la fruizione dei permessi prima dell’entrata in vigore dell’art. 20 della l. n. 53 del 2000. Analogamente, la legge ha abrogato l’art. 42, comma 3, del d.lgs. n. 151 del 2001, il quale prevedeva che i permessi dei genitori di figlio in situazione di handicap grave maggiore di eta’ potessero essere fruiti a condizione che sussistesse convivenza o che l’assistenza fosse continuativa ed esclusiva.
L’art. 24, comma 1, let. b), della l. n. 183 ha novellato il comma 5 dell’art. 33. La nuova disposizione stabilisce: “Il lavoratore di cui al comma 3 ha diritto a scegliere, ove possibile, la sede di lavoro più vicina al domicilio della persona da assistere e non può essere trasferito senza il suo consenso ad altra sede.”.
Con la modifica è stato previsto opportunamente che l’avvicinamento che si può ottenere mediante il trasferimento non è verso il domicilio del lavoratore che presta assistenza quanto piuttosto verso il domicilio della persona da assistere. La novella ha eliminato un’incongruenza che era presente nel testo della legge previgente. Il trasferimento e la tutela della sede di lavoro, pertanto, rappresentano uno strumento per la più agevole assistenza del disabile. È opportuno segnalare che la norma, rispondendo all’esigenza di tutela del disabile, accorda al lavoratore un diritto, che può essere mitigato solo in presenza di circostanze oggettive impeditive, come ad esempio la mancanza di posto corrispondente nella dotazione organica di sede, mentre non può essere subordinato a valutazioni discrezionali o di opportunita’ dell’amministrazione.
In particolare, il dipendente è tenuto a presentare il verbale della commissione medica dal quale risulti l’accertamento della situazione di handicap grave, nonché, se del caso, il certificato medico dal quale risulti la patologia invalidante di cui all’art. 33, comma 3, della l. n. 104 e la documentazione medica menzionata al precedente paragrafo 5, let. a). Inoltre, l’interessato è tenuto a certificare, attraverso idonea documentazione ovvero attraverso apposite dichiarazioni sostitutive, rese ai sensi degli artt. 46 e 47 del d.P.R. n. 445 del 2000 (“Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di documentazione amministrativa”), la sussistenza delle condizioni che legittimano la fruizione delle agevolazioni. In proposito, si rammenta che, secondo quanto previsto nell’art. 76 del predetto d.P.R. “Chiunque rilascia dichiarazioni mendaci, forma atti falsi o ne fa uso (…) nei casi previsti dal presente testo unico è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia.”.
Inoltre, a corredo dell’istanza, l’interessato deve presentare dichiarazione sottoscritta di responsabilita’ e consapevolezza dalla quale risulti che: il dipendente presta assistenza nei confronti del disabile per il quale sono chieste le agevolazioni ovvero il dipendente necessita delle agevolazioni per le necessita’ legate alla propria situazione di disabilita’; il dipendente è consapevole che le agevolazioni sono uno strumento di assistenza del disabile e, pertanto, il riconoscimento delle agevolazioni stesse comporta la conferma dell’impegno – morale oltre che giuridico – a prestare effettivamente la propria opera di assistenza; il dipendente è consapevole che la possibilita’ di fruire delle agevolazioni comporta un onere per l’amministrazione e un impegno di spesa pubblica che lo Stato e la collettivita’ sopportano solo per l’effettiva tutela dei disabile; il dipendente si impegna a comunicare tempestivamente ogni variazione della situazione di fatto e di diritto da cui consegua la perdita della legittimazione alle agevolazioni.
Ancora una volta, è utile richiamare le previsioni del citato Testo unico secondo cui “L’esibizione di un atto contenente dati non più rispondenti a verita’ equivale ad uso di atto falso. ” (art. 76, comma 2, d.P.R. n. 445 del 2000). Si rammentano anche in questa sede, le norme contenute nell’art. 55 quater, comma 1, lett. a), che nell’ipotesi di giustificazione dell’assenza dal servizio mediante una certificazione medica falsa prevede la comminazione del licenziamento, e nell’art. 55 quinquies, commi 1 e 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, che, per la stessa ipotesi, prevedono la reclusione e la multa, oltre all’obbligo del risarcimento del danno patrimoniale e del danno all’immagine subiti dall’amministrazione.
L’amministrazione che riceve l’istanza di fruizione delle agevolazioni da parte del dipendente interessato deve verificare l’adeguatezza e correttezza della documentazione presentata, chiedendone, se del caso, l’integrazione. I provvedimenti di accoglimento dovranno essere periodicamente monitorati al fine di ottenere l’aggiornamento della documentazione e verificare l’attualita’ delle dichiarazioni sostitutive prodotte a supporto dell’istanza. Si richiama in particolare l’attenzione sulla necessita’ di chiedere il nuovo verbale medico nel caso di accertamento di handicap grave rivedibile.
L’art. 24, comma 1, let. c), introduce un nuovo comma, il 7 bis, nel corpo dell’art. 33 della l. n. 104 del 1992. La disposizione stabilisce che “Ferma restando la verifica dei presupposti per l’accertamento della responsabilita’ disciplinare, il lavoratore di cui al comma 3 decade dai diritti di cui al presente articolo, qualora il datore di lavoro o l’INPS accerti l’insussistenza o il venir meno delle condizioni richieste per la legittima fruizione dei medesimi diritti.”. Con la novella è stato reso esplicito che poichè le prerogative spettano solo a coloro che sono legittimati in base alla legge, in assenza dei presupposti legali, viene meno la possibilita’ di fruizione delle agevolazioni. L’accertamento circa l’insussistenza dei requisiti spetta al datore di lavoro, privato o pubblica amministrazione, e all’INPS per il settore del lavoro privato.
Al di la’ del dato letterale, che fa riferimento solo al lavoratore di cui al comma 3 (cioè al lavoratore che fruisce dei permessi per assistere una persona in situazione di handicap grave) e ai diritti del presente articolo, è chiaro che la regola espressa dalla disposizione ha una portata più ampia, non potendo non riguardare tutte le ipotesi in cui il soggetto apparentemente legittimato alle agevolazioni in realta’ non è in possesso dei requisiti legali per la loro legittima fruizione. Infatti, la decadenza, ovvero la perdita della possibilita’ di continuare ad usufruire dei permessi, rappresenta l’effetto naturale dell’insussistenza dei presupposti per la legittimazione all’istituto e, come tale, essa è prevista nel menzionato Testo unico in materia di documentazione amministrativa a proposito delle dichiarazioni sostitutive non veritiere (l’art. 75 del d.P.R. n. 445 del 2000 stabilisce che “qualora dal controllo di cui all’articolo 71 emerga la non veridicita’ del contenuto della dichiarazione, il dichiarante decade dai benefici eventualmente conseguenti al provvedimento emanato sulla base della dichiarazione non veritiera.”). Quindi, a titolo di esempio, si può verificare la decadenza anche in capo al lavoratore in situazione di handicap grave che prende i permessi per le proprie esigenze o in capo al genitore che fruisce delle due ore di permesso al giorno ai sensi dell’art. 42 del d.lgs. n. 151 del 2001.
L’art. 24, commi 4-6, della l. n. 183 del 2010 ha previsto l’istituzione presso il Dipartimento della funzione pubblica di una banca dati finalizzata al monitoraggio e al controllo sulla legittima fruizione dei permessi accordati ai pubblici dipendenti che ne fruiscono in quanto persone disabili o per assistere altra persona in situazione di handicap grave.
Le informazioni che saranno raccolte nella banca dati saranno utilizzate in forma anonima anche per elaborazioni e pubblicazioni statistiche.
Ministeri istituzionali – Presidenza del Consiglio dei Ministri, registro n. 1, foglio n. 321
Articolo precedenteLa sentenza della Cassazione sulle adozioni dei single
Articolo successivoQuel gran pasticcio della mediazione: concilio o non concilio?
sabrina Ferracuti 27 giugno 2013 at 17:32
io ho il tumore:mastectomia bilaterale totale,100% di invalidità. sono res.te a Fermo(nel cui tribunale è stata mandata gente sanissima) e sono stata trasferita a Macerata.devo fare 100 km al giorno(con i linfonodi tolti alle ascelle,febbroni,ecc.)Non c’è niente da fare nè per la pensione,nè per l’avvicinamento.cosa devo fare?sono statale
asso 30 settembre 2011 at 22:28
La fa facile Mister Brunetta, per i disabili che sono ricoverati a tempo pieno in case di cura e necessitano visite esterne chi l’accompagna? visto che mia madre si trova in questa situazione e nella struttura non sono previste queste agevolazioni? Alla persona che gli sono stati negati i famosi tre gg. al mese cosa deve richiedere presso la propria amministrazione?
pasquale 22 maggio 2011 at 16:14
La persona riconosciuta con handicap grave (legge 104) e con invalidità al 100% può continuare a lavorare se vuole? E il datore di lavoro è tenuto a presentare l’intero verbale, anche quella parte da cui risulti l’anamnesi, che sono dati sensibili? Oppure è sufficiente che presenti solamente il certificato da cui risulti il riconoscimento dell’handicap e dell’invalidità?