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Timestamp: 2019-10-21 04:08:44+00:00
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Compete al Tribunale Ordinario stabilire l’assegno di mantenimento dei figli - Corte di cassazione civile - sentenza n. 22001/10 del 27/10/2010
Compete al Tribunale Ordinario stabilire l’assegno di mantenimento dei figli
sentenza 22001/10 del 27/10/2010
Corte di Cassazione - Sez. I - Sentenza 27 ottobre 2010 n. 22001.
La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza 22001, ha eliminato gli eventuali dubbi circa la competenza, sull’annosa problematica, inerente all’individuazione del giudice competente a pronunciarsi per le liti inerenti l’assegno di mantenimento dei figli naturali, individuando, inequivocabilmente, la competenza al Tribunale ordinario e non al Tribunale per i minori.
Gli Ermellini nella sentenza hanno evidenziato che la divisione delle competenze com’era previsto nella decisione del 1991 non è mutata per effetto dell’entrata in vigore della legge n. 54/2006. Infatti nella decisione n. 4273 del 20 aprile 1991, si investiva il giudice ordinario come giudice preposto a dirimere i ricorsi inerenti al contributo economico dovuto al figlio naturale perchè “procedimento non assimilabile a quelli contemplati dall’art. 38 disp.att. cc., vertenti direttamente sull’interesse dei figli”.
Il ricorso giuridico per il contributo economico dovuto dal genitore al figlio naturale è attuato dal genitore che esercita la patria potestà quindi la causa si affronta tra due persone maggiorenni “che ha come “causa petendi” la comune qualità di genitori e come “petitum” il contributo che l’uno deve versare all’altro in adempimento dell’obbligo di mantenimento del figlio” (Cassazione civile, sez. 1^, 20 aprite 1991, n. 4273).
Entrando maggiormente nel dettaglio delle disposizioni di cui alla legge 54/2006, è possibile osservare quanto segue. Partendo dal presupposto che l’obbligo di mantenimento del figlio grava in solido su entrambi i genitori ed in proporzione alle rispettive sostanze e capacità reddituali, a seguito della separazione entrambi i genitori continuano ad essere obbligati al mantenimento, qualunque sia la statuizione pronunciata dal giudice in merito all’affidamento. Nella precedente normativa si faceva prevalentemente ricorso all’affidamento monogenitoriale, e da ciò scaturiva, mediante ordinanza, che il Tribunale ripartisse la misura e modalità della prestazione in denaro a carico del genitore non affidatario e la determinazione dell’assegno di mantenimento direttamente al coniuge affidatario. Si addiveniva alla distinzione tra il sistema di mantenimento diretto da quello indiretto. Il genitore a cui era affidato il figlio/i provvedeva al mantenimento diretto del minore avvalendosi sia delle proprie risorse e mezzi sia del "supporto" ricevuto dall’altro genitore; il genitore non affidatario, invece, assolveva al mantenimento indiretto, tramite l'apporto dell'assegno direttamente al coniuge affidatario. Un problema concreto si verificava quando il coniuge non affidatario sostituiva, ad esempio nei periodi previsti in cui il figlio trascorreva dei periodi temporali presso di lui, direttamente al mantenimento, influendo sulla misura della prestazione indiretta a cui era "obbligato" tramite l'assegno di mantenimento.
Il nuovo art. 155 comma 4 c.c., nel suo insieme, non è lontano dalla precedente previsione, benché interpretato nella previsione dei parametri da utilizzarsi ai fini della determinazione della misura dell’assegno.
Non è chiaro se il legislatore intenda, con questa innovazione, creare un cambiamento nelle more interpretative e di prospettiva, passando dal precedente sistema del mantenimento indiretto a quello diretto. Nel concreto si osserva che il mantenimento per il coniuge continua ad assumere la veste di una "somma", quello per i figli può essere anche diretto e l’assegno può assumere valenza integrativa o essere del tutto escluso.
Corte di Cassazione Civile sez. I 27/10/2010 n. 22001
E’ principio acquisito, quello secondo cui “Competente a conoscere della controversia concernente l’entità del contributo che un genitore naturale deve corrispondere all’altro genitore per il figlio ancorché minorenne, che gli sia affidato o comunque da esso tenuto, è il giudice ordinario e non il tribunale per i minorenni, trattandosi di procedimento non assimilabile a quelli contemplati dall’art. 38 disp. att. c.c. - vertenti direttamente sull’interesse dei figli, specie minorenni, e caratterizzati, di norma, dalla forma camerale -, ma introdotto da uno dei genitori in nome proprio, e non in rappresentanza del figlio minore sul quale esercita la potestà, così da dar luogo ad una “lite” tra due soggetti maggiorenni, che ha come “causa petendi” la comune qualità di genitori e come “petitum” il contributo che l’uno deve versare all’altro in adempimento dell’obbligo di mantenimento del figlio” (Cassazione civile, sez. 1^, 20 aprite 1991, n. 4273).
Sull’assetto del riparto di competenza così determinato non ha inciso la legge_54_2006. Se invero “La contestualità delle misure relative all’esercizio della potestà e all’affidamento del figlio, da un lato, e di quelle economiche inerenti ai loro mantenimento, dall’altro, prefigurata dai novellati art. 155 c.c. e ss., ha peraltro determinato - in sintonia con l’esigenza di evitare che i minori ricevano dall’ordinamento un trattamento diseguale a seconda che siano nati da genitori coniugati oppure da genitori non coniugati, oltre che di escludere soluzioni interpretative che comportino un sacrificio del principio di concentrazione delle tutele, che è aspetto centrale della ragionevole durata del processo - una attrazione, in capo allo stesso giudice specializzato, della competenza a provvedere, altresì, sulla misura e sul modo con cui ciascuno dei genitori naturali deve contribuire al mantenimento del figlio” (Cassazione civile, sez. 1^, 3 aprile 2007, n. 8362), deve rilevarsi come a tale soluzione la Corte sia pervenuta, pur in assenza di un’esplicita previsione normativa, in esito ad un’operazione condotta con gli ordinari strumenti ermeneutici, valorizzando esigenze ravvisabili unicamente in caso di necessità di una contestuale pronuncia di misure sull’esercizio della potestà o sull’affidamento del minore e di decisioni in ordine al mantenimento del medesimo.