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Timestamp: 2020-08-10 14:54:37+00:00
Document Index: 90612779

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Omessa tempestiva identificazione di dissecazione aorta, conseguente decesso del paziente, accertamento della responsabilità penale di un cardiologo / C.G. Edizioni Medico Scientifiche / Torino
Omessa tempestiva identificazione di dissecazione aorta, conseguente decesso del paziente, accertamento della responsabilità penale di un cardiologo
(nota a Corte di Cassazione,quarta sezione penale, sentenza 47748.2018, dep. 19.10.18)
A due cardiologi viene contestata l’accusa di avere, in concorso tra di loro con autonome condotte colpose, cagionato il decesso di un paziente ricoverato, dopo l’accesso al pronto soccorso, nel reparto UCIC di un ospedale senza che durante la degenza (iniziata nella notte tra il 12 e il 13/04/09) fosse stata adeguatamente approfondita la sua situazione clinica dai predetti medici.
In effetti il primo cardiologo (dr. A) che ha preso in carico il malato, dopo gli accertamenti di rito tra cui un ECG, una radiografia toracica e una ecografia cardiaca, aveva posto la diagnosi di sindrome coronarica acuta, confermata anche dal secondo cardiologo (dr. B) entrato in servizio alle ore 08,30/9,00 del 13/04/09 e in sostanza non modificata sino all’exitus avvenuto il 14/04/09 per tamponamento cardiaco da rottura di dissecazione del segmento prossimale dell’aorta dopo le dimissioni del paziente dall’UCIC.
Secondo la tesi dell’accusa i predetti medici, sottovalutando alcuni sintomi (tra cui la persistenza e la migrazione del dolore toracico alla zona lombare), non si erano posti il problema della diagnosi differenziale che, qualora correttamente eseguita, li avrebbe dovuti indurre ad effettuare le ulteriori indagini strumentali richieste dal caso (TC multistrato o una ecoangiografia, utili ad individuare la dissezione dell’aorta), vista l’aspecificità del tracciato dell’ECG, la negatività degli enzimi miocardici e la mancata analisi della parte superiore del cuore, dell’origine dell’aorta e dei tronchi sovraortici non indagati con l’ecoscopia.
La condotta colposa tenuta da questi medici, secondo la tesi del P.M., non ha consentito una corretta e tempestiva diagnosi della dissezione in essere dell’aorta che, se eseguita, avrebbe comportato l’effettuazione dell’intervento chirurgico necessario per fronteggiare adeguatamente la malattia con alte probabilità di successo al fine di evitare l’exitus.
La Corte d’Appello in sede di gravame conferma la condanna per omicidio colposo del primo cardiologo (dr. A) mentre, in parziale riforma della sentenza di primo grado, assolve il secondo medico (dr. B) dal predetto delitto in quanto ritiene che quando quest’ultimo aveva preso in carico il malato l’intervento chirurgico sarebbe stato ad alto rischio e non avrebbe potuto avere elevate chances di successo anche per la progressiva estensione nel corso del tempo della dissezione.
Ricorre in cassazione il primo cardiologo (dr. A) sostenendo che non vi erano motivi per modificare l’iniziale diagnosi di sindrome coronarica acuta e per orientarsi verso altra patologia perché la terapia impostata aveva prodotto effetti positivi (con la cessazione del dolore toracico e la stabilizzazione dell’ECG, della pressione sanguigna e degli altri parametri vitali) e di non avere potuto esaminare le lastre della radiografia non ancora pervenute in reparto, ma solo il relativo referto dello specialista che non appariva viziato in maniera eclatante.
Aggiunge il predetto imputato che anche a voler ritenere possibile una anticipazione della diagnosi di dissecazione dell’aorta alle prime ore del mattino del 13/04/09 le probabilità di successo di un intervento devastante quale la sostituzione in urgenza di una arteria principale come l’aorta non erano elevate e, pertanto, non può essere correttamente ritenuto sussistente il nesso di causalità tra la sua condotta e l’evento mortale.
Ricorrono in cassazione anche le parti civili che sostengono che ingiustamente è stato assolto il secondo cardiologo dato che, pur dovendo, non aveva provveduto a rivalutare l’originaria diagnosi, così ritardando la corretta individuazione della patologia da cui era affetto il malato e l’esecuzione del necessario intervento chirurgico che aveva elevate probabilità di successo (pari, in tesi, all’80/90%) durante la parte iniziale del suo turno di lavoro e comunque non inferiori al 60% per il resto del tempo.
La Suprema Corte ha dichiarato estinto per intervenuta prescrizione il delitto di omicidio colposo ascritto al dr. A e ha quindi annullato agli effetti penali la relativa sentenza di condanna emessa dai giudici di merito per questo reato; ha respinto, invece, agli effetti civili il ricorso proposto dal dr. A confermando quindi le statuizioni concernenti il risarcimento dei danni in favore delle parti civili; ha respinto, infine, il ricorso proposto dalle parti civili contro l’assoluzione del secondo cardiologo (dr. B).
La Cassazione, in relazione ai motivi di impugnazione avanzati dal dr. A, ha osservato che i giudici di merito avevano sottolineato che, secondo la concorde valutazione di tutti i consulenti e periti, la situazione patologica prospettatasi doveva indurre ad escludere la diagnosticata sindrome coronarica acuta e ad orientarsi per altra patologia effettuando le indagini strumentali del caso, mentre invece il sanitario per imperizia e negligenza non aveva ipotizzato altra malattia omettendo ogni doveroso approfondimento clinico. Il dr. A, pertanto, aveva tenuto una condotta contraria alla buona scienza medica e specialistica perché aveva trascurato tutti gli elementi sopra menzionati che avrebbero imposto una revisione dell’originaria diagnosi in presenza di accertamenti non dirimenti e incompleti.
La Cassazione, inoltre, ha escluso che nel caso di specie (avvenuto nel 2009) può trovare applicazione retroattiva la più favorevole normativa contenuta nella legge Balduzzi proprio perché l’art. 3 l. 189/2012 ha depenalizzato la colpa lieve del sanitario che, contrariamente a quanto avvenuto nella fattispecie, si è attenuto alle linee guida e alle buone pratiche accreditate dalla comunità scientifica ed ha affermato che per questo motivo era inconferente anche l’art. 6 della legge n. 24/2017 che, peraltro, disciplina solo la responsabilità penale per imperizia e non quella per negligenza.
La Suprema Corte ha sottolineato che le linee guida cui fa riferimento quest’ultima norma sono quelle, non ancora emanate, elaborate in base la procedura prescritta dall’art. 5 della legge n. 24/2017 e che, quindi, il citato art. 6 della stessa legge è allo stato operativo solo laddove fa riferimento alle buone pratiche clinico assistenziali nelle quali (secondo il parere di chi scrive) possono essere fatte rientrare le vecchie linee guida nella misura in cui rappresentano la scienza medica del momento.
La Cassazione, infine, ha ritenuto correttamente accertato il nesso causale tra l’errata condotta tenuta dal dr. A e l’evento mortale perché, come giustamente evidenziato nella sentenza d’appello, dagli accertamenti peritali è emerso che durante tutto il periodo in cui il paziente è stato affidato alle cure di questo sanitario le probabilità di successo del necessario intervento chirurgico erano ottime per la sua sopravvivenza, tenuto anche conto che si trattava di un soggetto non anziano, non affetto da altre rilevanti patologie, ricoverato in una struttura d’eccellenza.
In relazione ai motivi di ricorso proposti dalla P.C. nei confronti del secondo cardiologo (dr. B), la Suprema Corte ha osservato che, pur essendo evidenti profili di colpa a suo carico analoghi a quelli contestati al dr. A, la sua assoluzione è stata correttamente motivata in quanto al momento della sua presa in carico del malato erano già trascorse 12 ore dall’insorgenza del primo sintomo della dissecazione e, quindi, tenuto conto della progressione dell’estensione della dissezione e del tempo necessario per gli approfondimenti diagnostici, il ricorso all’intervento chirurgico sarebbe stato ad alto rischio e poco praticabile, con conseguente difetto in questo caso del nesso causale.