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Timestamp: 2018-05-20 10:01:16+00:00
Document Index: 42701090

Matched Legal Cases: ['art. 1722', 'art. 2383', 'sentenza ', 'art. 1223', 'art. 2383', 'art. 2383', 'art. 2383', 'art. 2475', 'art. 2383', 'art. 2383', 'art. 1725']

Art. 1725 codice civile: Revoca del mandato oneroso
Codice civile Art. 1725 codice civile: Revoca del mandato oneroso
La fusione per incorporazione nella disciplina previgente alla riforma del diritto societario di cui al d.lg. n. 6 del 2003, applicabile ratione temporis comporta l'estinzione automatica delle società fuse od incorporate, con confusione dei patrimoni delle società preesistenti. Ne consegue che, la cessazione dalla carica dell'amministratore è automatica e - anche a prescindere dalla previsione generale di cui all'art. 1722, comma 1, n. 4, c.c. - costituisce conseguenza obbligata della creazione della nuova società, senza che tale evenienza sia assimilabile al fenomeno della revoca tacita da parte dell'assemblea, atteso che per effetto della fusione cessa di esistere un'assemblea della società incorporata.
Cassazione civile sez. lav. 20 settembre 2010 n. 19847
Nella disciplina vigente prima della riforma del diritto societario di cui al d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6, il fenomeno della fusione e dell’incorporazione provoca l’estinzione automatica delle società fuse ovvero incorporate, postulando la sussistenza di un nuovo soggetto risultante o incorporante, con la conseguente confusione dei rispettivi patrimoni delle società preesistenti e realizzando una successione universale corrispondente alla successione universale mortis causa. La cessazione automatica dalla carica di amministratore, nell’ipotesi di fusione per incorporazione della società, rappresenta una conseguenza obbligata della creazione del nuovo organismo (società risultante dalla fusione) ovvero dell’incorporazione. Pertanto non si è in presenza dell’ipotesi di revoca (tacita) dell’amministratore da parte dell’assemblea, ai sensi dell’art. 2383, comma 3, c.c., giacché, a seguito della fusione per incorporazione, non può esistere un’assemblea della società incorporata.
Nel caso di revoca senza giusta causa dell'amministratore di una società a responsabilità limitata nominato a tempo indeterminato, il danno risarcibile consiste nel lucro cessante e cioè nel compenso non percepito per il periodo in cui l'amministratore avrebbe conservato il suo ufficio se non fosse intervenuta la revoca (nella specie, la Suprema Corte ha ritenuto incensurabile la sentenza impugnata nella parte in cui ha commisurato il danno da lucro cessante al tempo ritenuto necessario per reperire una nuova occupazione).
Cassazione civile sez. I 12 settembre 2008 n. 23557
Il rapporto di immedesimazione organica fra l'amministratore ed una società di capitali esclude che le funzioni connesse alla carica, siano riconducibili ad un rapporto di lavoro subordinato ovvero di collaborazione coordinata e continuativa; ne consegue che in caso di revoca senza giusta causa, per la liquidazione dei relativi danni, deve procedersi secondo i criteri generali di cui agli art. 1223 e 2697 c.c., trattandosi di vicenda non equiparabile alla risoluzione di un contratto di lavoro subordinato.
In tema di revoca dell'amministratore di società, la giusta causa può essere sia soggettiva che oggettiva, purché si tratti di circostanze o fatti sopravvenuti idonei ad influire negativamente sulla prosecuzione del rapporto; nel secondo caso, essa consiste in situazioni estranee alla persona dell'amministratore, quindi non integranti un suo inadempimento e sempre che ricorra un quid pluris, cioè l'esistenza di situazioni tali da elidere il citato affidamento; ne consegue che le mere ragioni di convenienza economica addotte dalla società, con il richiamo alle perdite subite ed al fine di giustificare la modificazione dell'organo amministrativo da collegiale a monocratico invocando un risparmio di spesa, non integrano la nozione di giusta causa, discendendone così il diritto al risarcimento del danno ex art. 2383, comma 3, c.c.
In tema di revoca dell'amministratore di società di capitali (nella specie, società a responsabilità limitata) la sussistenza di una giusta causa esclude il diritto dell'amministratore al risarcimento del danno prodotto dall'anticipato scioglimento del rapporto, ai sensi dell'art. 2383, comma 3, c.c. (nel testo, vigente ratione temporis, anteriore alle modifiche introdotte dal d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6), se espressamente enunciata nell'atto dell'assemblea che altresì descriva le ragioni della revoca, senza che queste, omesse nell'atto deliberativo, possano essere integrate in prosieguo, nel corso del giudizio, appartenendo alla sola assemblea ogni valutazione in proposito.
Nell'ipotesi di amministratore di s.r.l. nominato a tempo indeterminato non si applica la norma di cui al comma 3 dell'art. 2383 c.c. in tema di s.p.a, poiché detta norma non è richiamata dall'art. 2475 c.c., che oggi invero la richiama quanto ai soli commi 4 e 5 dell'art. 2383 c.c. Dunque, "quest'ultima norma resta dettata per l'ipotesi, tipica per la s.p.a. ex art. 2383 comma 2 c.c., di amministratore nominato a tempo determinato e non può, invece, regolare l'ipotesi di nomina a tempo indeterminato, ricorrente solo nelle s.r.l., poiché, diversamente, la suddetta regola comporterebbe l'impossibilità per tutta la durata della vita dell'amministratore di una revoca in assenza di una giusta causa senza obbligo di risarcimento del danno, in contrasto con il carattere fiduciario dell'incarico". Nel caso di amministratore nominato a tempo indeterminato, quindi, può trovare applicazione in via analogica solo la diversa disciplina di cui all'art. 1725 c.c. comma 2, prevedente che la revoca del mandato a titolo oneroso a tempo indeterminato, che costituisce sempre facoltà del mandante, e attribuisce al mandatario il diritto al risarcimento del danno solo in difetto di congruo preavviso, salvo sussista una giusta causa. La tutela patrimoniale prevista dall'ordinamento per la cessazione del rapporto gestorio, quindi, comporta la commisurazione del risarcimento non già alle aspettative di durata dell'incarico fino al termine della vita lavorativa dell'amministratore ma alle aspettative di prosecuzione dell'incarico (e della sua retribuzione) per un periodo di congruo preavviso; salvo la società non dimostri sussistesse una giusta causa.
Tribunale Milano sez. VIII 13 marzo 2007 n. 3121