Source: https://www.generazionevincente.it/?p=5021
Timestamp: 2019-01-22 19:36:36+00:00
Document Index: 68355706

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 1', 'art. 44', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 44', 'art. 47', 'art. 5', 'art. 42', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 43', 'art. 22', 'art, 1', 'art. 5', 'art. 6', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 9', 'art. 24']

La riforma dell’ integrazione salariale ordinaria e straordinaria [E. Massi] - Generazione Vincente SpA | Agenzia per il lavoro
27/08/2015 Eufranio Massi 11831
Il riordino degli ammortizzatori sociali in costanza di rapporto di lavoro rappresenta uno degli obiettivi principali contenuti nella legge delega n. 183/2014 e, segnatamente, nell’art. 2, comma 1, lettera a), punti da 1) a 8).
Parlare di riordino significa mettere mano ad una serie di istituti “consolidati” nel tempo e ad altri, nati e sviluppatisi con la “legislazione dell’emergenza” (si pensi alla “cassa in deroga”, a carico della fiscalità generale, destinata all’estinzione), cosa che, peraltro, e per certi aspetti, aveva provato a fare nel 2012 anche la legge n. 92. Ovviamente, mettere mano agli ammortizzatori significa rivedere profondamente, essenzialmente, due disposizioni normative: la legge n. 164/1975 e gli articoli 1 e 3 della legge n. 223/1991.
L’obiettivo perseguito dal Legislatore delegato con il provvedimento inviato dal Consiglio dei Ministri alle Camere per il parere l’11 giugno 2015 e che sta per essere definitivamente approvato è stato, indubbiamente, quello di razionalizzare e riordinare la normativa, ma anche quello di collocare all’interno di un unico “codice” le disposizioni relative agli strumenti di tutela in costanza di rapporto come l’integrazione salariale ordinaria, quella straordinaria, i fondi di solidarietà ed alcune questioni procedurali concernenti il contratto di solidarietà già previsto dall’art. 1 della legge n. 863/1984 ma “cancellato” in quella formulazione dal comma 1, lettera h) dell’art. 44.
L’analisi che segue, basandosi, ovviamente, sul testo approvato in prima lettura, si sofferma sui primi 25 articoli dello schema di decreto legislativo che riguardano la casistica e le procedure per ottenere il trattamento di integrazione salariale, lasciando ad una successiva riflessione quelli che disciplinano i fondi di solidarietà e mettendo in guardia il lettore che nella versione definitiva potrebbero essere apportate talune novità, sia pure marginali.
L’art. 1 afferma che sono destinatari del trattamento di integrazione salariale tutti i lavoratori subordinati, sia a tempo pieno che parziale, compresi i lavoratori con contratto di apprendistato professionalizzante (con le precisazioni definite all’art. 2) e con esclusione dei dirigenti e dei lavoratori a domicilio.
Il requisito richiesto, in via generale, è quello di una anzianità presso l’unità produttiva per la quale si chiede l’intervento, pari ad almeno 90 giorni di lavoro effettivo maturati alla data di presentazione della istanza di concessione. Tale requisito temporale non è richiesto allorquando la richiesta di integrazione salariale discende da eventi oggettivamente non evitabili nel settore industriale (la dizione non sembra aprire spazi ad altri settori).
Un caso del tutto particolare riguarda l’anzianità del dipendente che è passato, a seguito di cambio di appalto, alle dipendenze di un nuovo datore di lavoro: qui vale il principio dell’anzianità nell’appalto, nel senso che si computa anche quella acquisita alle dipendenze del precedente imprenditore. Nella sostanza, abbiano l’anzianità di appalto che non è un concetto nuovo ma che è già stato utilizzato, per altri fini, dal Legislatore delegato nell’art. 7 del D.L.vo n. 23/2015.
Per completezza di informazione si ricorda che costoro sono coloro che (art. 44, comma 1, del D.L.vo n. 81/2015) possono essere assunti in tutti i settori per il conseguimento di una qualificazione professionale (su questo concetto si veda anche l’interpello del Ministero del Lavoro n. 8/2007) ai fini contrattuali di età compresa tra i 18 ed i 29 anni (29 e 364 giorni al momento dell’attivazione, secondo un indirizzo amministrativo espresso dal Dicastero del Lavoro) e coloro che (art. 47, comma 3, del D.L.vo n. 81/2015) senza limiti di età, sono iscritti, al momento dell’assunzione, nelle liste di mobilità o sono titolari di un qualsiasi trattamento di disoccupazione: il rapporto deve tendere ad una qualificazione o ad una riqualificazione professionale.
Al momento, l’applicazione degli ammortizzatori non è piena: infatti mentre in passato la tutela c’era soltanto per la cassa in deroga e per i contratti di solidarietà ex art. 5 della legge n. 236/1993 ora, limitatamente al campo di applicazione del Decreto Legislativo, si può affermare che qualora gli apprendisti siano alle dipendenze di imprese destinatarie dei soli trattamenti di integrazione salariale straordinaria (ad esempio, imprese commerciali con più di 50 dipendenti), essi saranno “coperti” dalla sola causale di crisi aziendale, mentre nell’ipotesi in cui l’impresa sia destinataria dei trattamenti ordinari e straordinari di integrazione. oppure solo ordinari, la copertura riguarderà soltanto la cassa integrazione ordinaria. Tali previsioni, ricorda la relazione tecnica di accompagnamento, vanno poste in stretta correlazione con la normativa sui fondi di solidarietà disciplinati dagli articoli 26 e seguenti per i quali il Legislatore delegato ha previsto che tra i destinatari delle prestazioni erogate dai fondi vi siano anche gli apprendisti assunti con contratto di apprendistato professionalizzante da datori che non rientrano nel campo di applicazione della normativa in materia di integrazione salariale ordinaria e straordinaria.
A partire dall’entrata in vigore del provvedimento vengono estesi agli apprendisti gli obblighi contributivi previsti per le integrazioni salariali.
Viene, poi, previsto che, nell’ottica dell’art. 42, comma 5, lettera g, del D.L.vo n. 81/2015 ed in considerazione del fatto che il contratto di apprendistato ha una propria specificità, il periodo di durata del piano formativo sia prorogato in misura equivalente all’ammontare delle ore di integrazione fruite per effetto della sospensione o della riduzione di orario.
Qui non è stato pensato nulla di nuovo (art. 3): la misura del trattamento integrativo è pari all’80% della retribuzione globale che sarebbe spettata per le ore non prestate comprese tra zero ore ed il limite orario contrattuale. Le modalità di quantificazione dell’ammontare del trattamento integrativo in relazione alla dislocazione oraria della prestazione ed alle modalità di erogazione della retribuzione, ivi comprese le indennità accessorie rispetto alla retribuzione base, restano identiche rispetto al passato.
L’art. 4 introduce significative novità.
La prima concerne la durata massima complessiva per le integrazioni salariali riferite a ciascuna unità produttiva: sono 24 mesi intesi come quinquennio mobile (che inizia con il primo giorno di fruizione dell’ammortizzatore) e non fisso (come avvenuto con la normativa abrogata). L’art. 43, comma 3, stabilisce che i periodi richiesti e fruiti prima dell’entrata in vigore del decreto non concorrono al raggiungimento del limite di durata di 24 mesi: essi si computano soltanto per la parte “goduta” successivamente alla data di entrata in vigore del Decreto Legislativo (giorno successivo alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale).
Questa disposizione, tuttavia, va strettamente correlata all’art. 22, comma 5, nel senso che il Legislatore delegato, ponendosi l’obiettivo di favorire gli strumenti integrativi che prevedono una riduzione dell’orario piuttosto che una sospensione dell’attività, stabilisce che, ai fini del computo della quantificazione della durata massima nel quinquennio, la durata dei trattamenti integrativi riferibili a contratti di solidarietà fino a 24 mesi, sia computata per la metà: tutto questo in una logica che tende a salvaguardare la professionalità dei lavoratori interessati che mantengono con l’impresa, attraverso l’intervento della solidarietà, un legame più forte in attesa della ripresa dell’attività produttiva.
Un discorso diverso viene fatto nel settore edile, di lavorazione dei materiali lapidei e della escavazione sia per le imprese industriali che per quelle artigiane: il periodo massimo è fissato in 30 mesi in considerazione della difficoltà, in questi ambiti, di intervenire con i contratti di solidarietà.
Prima di passare ad esaminare gli articoli successivi si ritiene opportuno dire cosa si intende per unità produttiva. Giuridicamente il concetto non risulta definito per cui vanno individuati alcuni requisiti essenziali che, ai fini degli interventi integrativi, possono così sintetizzarsi:
attività finalizzata ad un ciclo produttivo completo;
autonomia amministrativa sotto l’aspetto organizzativo;
Per le imprese installatrici di impianti telefonici ed elettrici è stato utilizzato, in passato, un criterio diverso: infatti, la circolare INPS n. 43/1983 chiarì che, in considerazione delle caratteristiche dell’attività svolta, sovente, in piccoli cantieri mobili, tutti i cantieri appartenenti all’impresa ubicati nella stessa provincia, fossero da considerare, ai fini del computo dell’integrazione massima, come confluenti in un’unica unità produttiva, a prescindere dalla durata, dalla consistenza del lavoro e dal numero dei dipendenti. Sarà necessario attendere un qualche chiarimento amministrativo per sapere se tale orientamento sarà confermato, atteso che l’ambito territoriale “provincia” va a scomparire.
L’art, 1, comma 2, lettera a, punto 5, della legge n. 183/2014 prevede un contributo addizionale sulla base del c.d. principio del “bonus – malus”. Esso viene definito dall’art. 5 nel modo seguente:
9% della retribuzione globale che sarebbe spettata al lavoratore per le ore non lavorate, relativamente ai periodi di integrazione ordinaria o straordinaria fruiti attraverso anche più interventi fino ad un massimo di 52 settimane in un quinquennio mobile;
Il successivo art. 6 conferma che i periodi di sospensione o di riduzione di orario danno diritto alla contribuzione figurativa e sono riconosciuti utili ai fini del conseguimento della pensione di vecchiaia e di quella anticipata. Per tali periodi la contribuzione figurativa viene calcolata sulla base della retribuzione globale alla quale si riferisce la somma integrativa riconosciuta.
L’art. 7 è molto importante in quanto disciplina le modalità di pagamento e di rimborso delle prestazioni da parte dell’INPS: il principio generale, che viene confermato, è che le integrazioni salariali debbono essere corrisposte dalle aziende alla fine di ogni periodo di paga, con la successiva richiesta di rimborso da parte dell’Istituto attraverso il sistema del conguaglio tra i contributi dovuti e le prestazioni corrisposte.
Una novità, rispetto al passato, è rappresentata dalla introduzione di un termine di decadenza di 6 mesi dalla fine del periodo di paga in corso alla scadenza del termine di durata della concessione o dalla data del provvedimento di concessione, se successivo, per chiedere il conguaglio: il tutto anche in una logica di accelerazione delle procedure e di monitoraggio delle risorse finanziarie. Per i trattamenti conclusi prima della entrata in vigore del Decreto Legislativo, i sei mesi decorrono dalla data di entrata in vigore dello stesso.
C’è, poi, il caso delle difficoltà finanziarie dell’azienda che dichiara di non essere in grado di anticipare il trattamento di integrazione salariale ordinaria: qualora ciò sia ritenuto plausibile dall’Istituto, anche a seguito di accertamenti, l’INPS paga direttamente i lavoratori, ivi compresi gli assegni familiari, se spettanti. L’autorizzazione al pagamento diretto, invece, spetta al Ministero del Lavoro in caso di integrazione salariale straordinaria: essa, di regola, viene concessa nello stesso provvedimento di concessione ma è, ovviamente, soggetta a revoca nel caso in cui gli organi di vigilanza accertino il venir meno delle difficoltà economiche.
L’art. 8 va letto in relazione alle nuove politiche del lavoro che, con altri provvedimenti attuativi della legge delega n. 183/2014, l’Esecutivo ha messo in campo (v. D.L.vo n. 22/2015 ma anche Decreto Legislativo sul riordino delle politiche attive di prossima emanazione).
I lavoratori che subiscono una sospensione o riduzione dell’attività dell’orario di lavoro superiore al 50% rispetto al normale orario di lavoro, calcolato su un periodo di 12 mesi, sono convocati dai centri per l’impiego per la sottoscrizione di un programma personalizzato di qualificazione o riqualificazione professionale. Ciò è condizione per la fruizione del trattamento integrativo.
Se durante il periodo integrativo il lavoratore svolge un’attività di lavoro subordinato od autonomo, il trattamento non viene riconosciuto per le giornate di prestazione lavorativa.
Il lavoratore decade dal trattamento se non ha dato all’INPS comunicazione preventiva dello svolgimento dell’attività ma c’è da ricordare che, anche in relazione al concetto di comunicazione pluri efficace risalente al D.L.vo n. 76/2013, le comunicazioni preventive dei datori di lavoro (rapporto di lavoro subordinato, intermittente, collaborazione coordinata e continuativa, ecc.) e delle Agenzie di somministrazione (entro il 20 del mese successivo al verificarsi dell’evento) sono valide all’assolvimento dell’obbligo del prestatore.
Con l’art. 9 si entra nel capo II del Decreto Legislativo ove vengono trattate le integrazioni salariali ordinarie.
Tutti i trattamenti integrativi salariali ordinari afferiscono alla gestione delle prestazioni temporanee dei lavoratori dipendenti istituita presso l’INPS ex art. 24 della legge n. 88/1989: tutta la contribuzione, anche quella addizionale, e tutte le prestazioni fanno capo a tale gestione con la evidenziazione, per ciascun trattamento, sia della contribuzione che delle addizionali.
Vai a Pagina 2 »» Campo di applicazione della riforma
Tags Eufranio Massiintegrazione salarialeLegge Delega n. 183/2014legge n. 164/1975legge n. 223/1991riforma