Source: http://www.bios-bios.it/responsabilita-del-medico/testimone-di-geova-sedato-ed-emotrasfuso-lo-strano-caso-dellordinanza-15-gennaio-2013-delluff-indagini-preliminari-di-torino/
Timestamp: 2019-06-25 14:32:01+00:00
Document Index: 38397111

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 40', 'art. 32', 'art. 54', 'art. 5', 'art. 54', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 613', 'art. 628']

Testimone di Geova sedato ed emotrasfuso: lo strano caso dell’ordinanza 15 gennaio 2013 dell’Uff. Indagini Preliminari di Torino
Posted on 26/11/2013 26/11/2013 by Federico Papini
La vicenda che presentiamo in quest’articolo è sintomatica della situazione di grande caos nella quale versa nel nostro Paese il diritto di autodeterminazione, in assenza di una legislazione chiara che sia capace da un lato di tutelare il diritto alla salute dei pazienti (inteso non meramente nell’accezione clinica) e dall’altro i sanitari (ostaggio del timore di essere incriminati qualora non tutelino la vita dei pazienti).
Il provvedimento a cui si fa riferimento è l’ordinanza del 15/01/2013 dell’Ufficio indagini preliminari di Torino (il testo è stato scaricato dalla rivista on line “Penale Contemporaneo.it”). Su questo caso si fa rinvio all’ottimo commento di Valsecchi Alfio, pubblicato su “Il Corriere del Merito”, n. 8-9/2013, pg. 860 ss..
Di seguito si riprendono alcuni passaggi di questo commento, utili per inquadrare il caso.
La vittima di un grave infortunio sul lavoro viene trasportata d’urgenza presso un ospedale di Torino per essere sottoposta a un delicato intervento chirurgico alla mano. Nonostante le gravi condizioni, il paziente appare cosciente, lucido e orientato (come riportato sulla cartella clinica) e dichiara subito ai medici di essere testimone di Geova e di non voler essere sottoposto per nessuna ragione a trattamenti di trasfusione di sangue o emoderivati. Anche successivamente all’intervento chirurgico, il paziente ribadisce in molteplici occasioni, per complessive venti volte circa (come annotato dai medici nella cartella clinica), il proprio fermo dissenso a sottoporsi a emotrasfusione.
Nei giorni successivi all’intervento chirurgico, durante la degenza, le condizioni del paziente peggiorano a causa di una grave anemizzazione, tanto da rendersi necessaria l’effettuazione di un’emotrasfusione.
A questo punto, i medici chiedono un parere alla locale Procura della Repubblica, ottenendo l’indicazione che: “a fronte del pericolo grave ed imminente per la vita segnalato … può fondatamente ritenersi sussistente lo stato di necessità che nel nostro ordinamento giuridico consente di effettuare le cure necessarie a salvaguardare la vita sia pure in presenza di opposizione da parte dell’interessato (che non è titolare del diritto di libera disposizione del proprio corpo se questa determina atti contrastanti con la salute, integrità e vita dello stesso)”.
Contestualmente alla ricezione del parere che dà il “via libera” all’emotrasfusione, al paziente viene rappresentata la necessità di essere sedato per sottoporsi a una TAC e alla medicazione, ma – una volta sedato – il paziente viene in realtà sottoposto a emotrasfusione.
In seguito le condizioni del paziente migliorano, sebbene, nonostante l’iniziale intervento chirurgico, egli debba sottoporsi – presso altra struttura ospedaliera – all’amputazione della mano.
Circa un anno e mezzo dopo, il paziente presenta una denuncia-querela in relazione ai reati di lesioni personali colpose, violenza privata e stato di incapacità procurato mediante violenza. Il P.M. procedente, all’esito delle indagini, chiede però l’archiviazione per insussistenza e improcedibilità (per intempestività della querela) del reato di lesioni, nonché per l’operare della scriminante dello stato di necessità e comunque per l’insussistenza del dolo richiesto dalle fattispecie di cui agli artt. 610 e 613 c.p.
Il G.I.P. di Torino, con l’ordinanza in commento, accoglie la richiesta del P.M., disponendo l’archiviazione del procedimento sulla base, però, di un articolato percorso motivazionale essenzialmente distinto da quello proposto dal P.M.
… contrariamente a quanto affermato dai rappresentanti della Procura, il G.I.P. riconosce il pieno diritto del paziente di rifiutare le cure, anche quando ciò metta in pericolo la sua stessa vita, e, di conseguenza, esclude che vi sia il dovere, o anche solo la facoltà per il medico di effettuare i trattamenti sanitari validamente rifiutati dal paziente.
Al riguardo, egli indica nella norma immediatamente precettiva di cui all’art. 32 Cost., laddove sancisce il diritto fondamentale alla salute, il fondamento giuridico non solo della legittimazione dell’attività medica, ma anche del “diritto di libertà assoluto del paziente di rifiutare le cure e, dunque, [dei] limiti dell’attività medica stessa”, e precisa in maniera chiara quali siano le conseguenze sul piano giuridico-penale del rifiuto opposto dal paziente a un determinato trattamento: “laddove il singolo-individuo paziente rifiuti il trattamento sanitario viene meno, al contempo, sia il titolo giuridico di legittimazione dell’attività medica, che, da un punto di vista penalistico, la posizione di garanzia e l’obbligo di agire che ne discende ex art. 40 c.p. in capo al medico”.
Stante il rango costituzionale del diritto sancito dall’art. 32 Cost. – continua il giudice prendendo ulteriormente le distanze dalla posizione espressa dalla Procura della Repubblica -, è del tutto inconferente il richiamo alla scriminante dello stato di necessità, di cui all’art. 54 c.p., così come ai limiti degli atti di disposizione del proprio corpo fissati dalla norma di cui all’art. 5 c.c.
La norma di cui all’art. 54 c.p., infatti, è norma ordinaria, dunque subordinata alla norma costituzionale che sancisce il diritto al rifiuto delle cure, e inoltre non “copre”, per come attualmente formulata, le ipotesi nelle quali il pericolo sia conosciuto e accettato da chi lo subisce. In generale, poi, il giudice esclude, stanti i principi costituzionali ricavabili dal combinato disposto degli artt. 2, 13 e 32 Cost., che nel nostro ordinamento trovi spazio una “causa di esclusione dell’antigiuridicità che si fondi sulla pretesa necessità di salvare chi si opponga (con i requisiti più volte indicati) al trattamento salvifico”.
La tardività della querela viene giudicata da parte del GIP causa di improcedibilità per lesioni personali dolose. Il GIP ritiene tuttavia anche nel merito fondata la richiesta di archiviazione del PM in quanto il trattamento emotrasfusionale ha avuto in questo caso esito fausto. Il GIP di Torino aderisce alle argomentazioni delle S.U. Cassazione n. 2437/09 del 21 gennaio 2009 (cd. caso Giulini), secondo cui quando il trattamento ha esito fausto, non può dirsi integrato il fatto tipico del reato di lesioni, sicché è del tutto ininfluente che il trattamento stesso sia stato praticato dal medico senza aver prima raccolto il consenso del paziente, o addirittura, come nel caso di specie, che sia stato praticato nonostante l’espresso rifiuto del paziente. In sostanza il concetto di salute che emerge è quello di tipo clinico, ossia dello stato di salute inteso come mero equilibrio psico-fisico della persona secondo l’apprezzamento della scienza medica. In realtà, come afferma Valsecchi, nelle motivazioni della sentenza delle SU si introducono componenti di tipo soggettivo nella valutazione della “salute” del paziente. Si legge infatti nella sentenza che “per esito fausto dovrà intendersi soltanto quel giudizio positivo sul miglioramento apprezzabile delle condizioni di salute del paziente, ragguagliato non soltanto alle regole proprie della scienza medica, ma anche alle alternative possibili, nelle quali devono necessariamente confluire le manifestazioni di volontà positivamente o indirettamente espresse dal paziente…”.
Applicando questo ragionamento al caso in esame, continua l’autore,
“l’effettuazione dell’emotrasfusione su un paziente testimone di Geova che per venti volte aveva espressamente rifiutato il trattamento nonostante la consapevolezza del rischio di morte conseguente a un simile rifiuto potrebbe aver inciso negativamente sullo stato di benessere psicofisico percepito dal paziente, sicché il giudice ben avrebbe potuto ritenere qualificabile come “infausto” l’esito del trattamento e, dunque, realizzato l’evento “malattia” del delitto di lesioni”.
Non appaiono convincenti le motivazioni che inducono il GIP ad archiviare il procedimento rispetto all’ipotesi di reato di violenza privata.
Sul punto l’autore afferma che
“non va dimenticato …, che, quale che sia la nozione di violenza adottata (e, dunque, anche ove si voglia accogliere, come fa il G.I.P., la nozione indicata dalle Sezioni Unite “Giulini” e, prima ancora, elaborata da una parte della dottrina penalistica), deve sempre farsi rientrare nel novero delle condotte “violente” la condotta di chi, in qualunque modo, ponga una persona, senza il consenso di questa, in uno stato di incapacità di intendere e di volere: tanto si desume dall’art. 613 c.p., dove è incriminato a titolo di “stato di incapacità procurato mediante violenza” il fatto di chi con qualunque mezzo “pone una persona, senza il consenso di lei, in stato di incapacità d’intendere e volere”; nonché dall’art. 628 c.p., dove è disposto che la rapina sia punita con una pena più grave “se la violenza consiste nel porre taluno in stato di incapacità di volere o di agire”.
Conclude affermando che
“la condotta violenta, dunque, nel caso che qui ci occupa, deve essere proprio riconosciuta nell’avere i medici posto il paziente in uno stato di incapacità di intendere e di volere senza il suo consenso”.
Ultima modifica 26/11/13
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