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Timestamp: 2020-08-15 14:44:32+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 22452 del 27/09/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22452 del 27/09/2017
Cassazione civile, sez. III, 27/09/2017, (ud. 12/01/2017, dep.27/09/2017), n. 22452
sul ricorso 22368-2014 proposto da:
P.F., domiciliata in ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA
TRIGILIO giusta procura speciale a margine del ricorso;
M.L., UNIPOLSAI ASSICURAZIONI, MO.DA.;
avverso la sentenza n. 720/2014 del TRIBUNALE di SIRACUSA, depositata
PEPE ALESSANDRO che ha concluso per l’accoglimento.
Con sentenza 15.7.2002 n. 450 il Giudice di Pace di Siracusa, al quale si era rivolta P.F. per ottenere il risarcimento dei danni subiti in qualità di terza trasportata in conseguenza di sinistro stradale determinato dal veicolo investitore, condotto da Mo.Da. e di proprietà di M.L. ed assicurato per la r.c.a. da Aurora Ass.ni s.p.a. (attuale UNIPOLSAI s.p.a.), condannava tutti i predetti convenuti, in solido, al ristoro del danno ed alla rifusione delle spese di lite.
La decisione veniva impugnata dalla P., con atto di appello notificato soltanto alla società assicurativa ed al conducente, in quanto era stato accertato – dopo la definizione del primo grado di giudizio – che al tempo del sinistro proprietario dell’autoveicolo era lo stesso Mo. il quale, qualche mese dopo, ne aveva trasferito la proprietà alla M..
Il Giudice d’appello, ravvisando un litisconsorzio processuale in relazione ai presupposti dell’art. 331 c.p.c., disponeva la integrazione del contraddittorio nei confronti della M. che si costituiva, proponendo appello incidentale, contestando la titolarità passiva del rapporto obbligatorio ed instando per la condanna delle altre parti al risarcimento del danno per responsabilità aggravata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 1.
Il Tribunale di Siracusa decidendo, quindi, la causa in grado di appello, con sentenza 1.4.2014 n. 720: accoglieva l’appello principale della P., provvedendo a riliquidare il maggiore danno richiesto; accoglieva l’appello incidentale della M. riformando la decisione di prime cure in punto di condanna solidale del soggetto risultato non essere proprietario del veicolo al tempo del sinistro; rigettava la domanda di condanna per responsabilità aggravata proposta dalla M. nei confronti di tutte le altre parti; provvedeva “ex officio” a condannare la P. a versare la somma di Euro 5.850,00 a favore della M., ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, ravvisando elementi di colpa nella errata identificazione del proprietario del veicolo al momento della introduzione della lite; condannava la P. a rifondere per 3/4 le spese di lite a favore della M., compensandole per il resto.
La sentenza di appello è stata ritualmente impugnata da P.F. con atti notificati alle controparti in data 21.7.2014, deducendo con unico motivo vizio di violazione di norma di diritto.
Con l’unico motivo di ricorso P.F. impugna la statuizione della sentenza d’appello che la ha condannata al pagamento della somma di Euro 5.850,00 da versare alla M. ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, deducendo la violazione della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 45, comma 12 e art. 58, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Osserva il Collegio che la disposizione dell’art. 385 c.p.c., comma 4, (“quando pronuncia sulle spese, anche nelle ipotesi di cui all’art. 375, la Corte, anche d’ufficio, condanna, altresì, la parte soccombente al pagamento, a favore della controparte, di una somma, equitativamente determinata, non superiore al doppio dei massimi tariffari, se ritiene che essa ha proposto il ricorso o vi ha resistito anche solo con colpa grave”), era stata introdotta dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40, art. 13 – applicabile alle sentenze pubblicate dal 2.3.2006 -, con applicazione originariamente limitata al solo giudizio di legittimità, e quindi successivamente abrogata dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 20, venendo in fine ad essere quasi integralmente trasposta (non essendo stato riprodotto anche l’originario limite massimo “non superiore al doppio dei massimi tariffari” della sanzione processuale) nell’art. 96 c.p.c., comma 3, come novellato dalla citata L. n. 69 del 2009, art. 45, comma 12, in tal modo venendo estesa anche al giudizio di merito.
La disposizione riveste natura sanzionatoria in quanto si ricollega all’agire abusivo della parte e/o del difensore che utilizza in modo improprio i mezzi processuali, o per cagionare un danno patrimoniale alla controparte (condotta dolosa) ovvero al mero fine di ritardare l’attuazione del diritto che viene opposto, pur conoscendo la manifesta inammissibilità od infondatezza delle argomentazioni difensive svolte, o ancora, inutilmente, producendo uno spreco di attività giuridica e processuale che concorre gravemente alla disorganizzazione di una efficiente risposta del sistema giudiziario alle istanze di tutela, in quanto se pure non conoscendo avrebbe tuttavia certamente dovuto conoscere – adottando la specifica diligenza richiesta al professionista legale – la manifesta inammissibilità od infondatezza delle tesi sostenute in giudizio (condotta qualificata da colpa grave).
Orbene la legge di riforma del 2009, nella disposizione transitoria di cui all’art. 58 comma 1, stabilisce che le modifiche del codice di procedura civile si “applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore” e dunque ai giudizi introdotti in primo grado successivamente alla data del 4.7.2009, venendo evidentemente a distinguere la norma tra la instaurazione del giudizio (inteso come momento iniziale di pendenza della lite) e il procedimento (che contraddistingue invece le diverse ed eventuali fasi processuali all’interno del medesimo giudizio, che si svolge secondo i previsti gradi di merito ed il sindacato di legittimità).
Nella specie il giudizio è stato introdotto, in primo grado, con atto di citazione notificato in data 11.1.2001 (atto interamente trascritto nel ricorso per cassazione), e dunque risultava già pendente alla data di entrata in vigore della L. n. 69 del 2009.
Pertanto, non essendo ricompreso l’art. 96 c.p.c. riformato tra le norme processuali modificate, dichiarate immediatamente applicabili dalla L. n. 69 del 2009, art. 58,commi 2 e 3, la disposizione attributiva del potere di ufficio non poteva essere applicata dal Tribunale di Siracusa al giudizio di appello in questione.
Il ricorso trova accoglimento, e la sentenza impugnata va cassata, senza rinvio, in parte qua, potendo la Corte, decidendo nel merito, ridefinire in conseguenza dell’annullamento della statuizione di condanna ex art. 96 c.p.c., comma 3 il regolamento delle spese del grado di appello tra P.F. e M.L. che possono essere interamente compensate tra le parti. Tenuto conto che la statuizione della sentenza di appello impugnata è conseguenza dell’esercizio di un potere esercitato “ex officio” dal Giudice di merito, non sollecitato dalle altre parti processuali che non hanno inteso resistere al ricorso per cassazione, le spese del giudizio di legittimità debbono dichiararsi interamente compensate tra le parti.
Accoglie il ricorso; cassa la sentenza impugnata, senza rinvio, annullando la statuizione di condanna pronunciata ai sensi dell’art. 96 c.p.c., comma 3, e dichiara interamente compensate tra P.F. e M.L. le spese di lite relative al grado di appello.
Compensa integralmente le spese processuali del giudizio di legittimità.