Source: https://www.rzlex.it/2019/03/
Timestamp: 2020-04-09 01:34:19+00:00
Document Index: 77136867

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 8', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 6', 'art. 2425']

marzo 2019 - RZLEX - Avvocato Romina Zanvettor
Reddito di partecipazione dell’accomandante: niente presunzioni per il socio estraneo alla gestione.
Nessuna presunzione di distribuzione di utili in capo al socio accomandante. Ad affermarlo è la sentenza 522/25/2019 della CTR Lombardia (Presidente Frangipane, Relatore Vicini).
La vicenda è scaturita da un’imponente indagine a raggera, su un gruppo di società con sedi nel territorio della provincia di Brescia, condotta ancora nel lontano ottobre 2012, dalla Guardia di Finanza. Gli accertamenti si sono conclusi con la contestazione di falsa fatturazione, anche nei confronti di una delle società s.a.s. del gruppo e dei due suoi soci, l’uno accomandante l’altro accomandatario e legale rappresentante.
Ne è conseguita poi la notifica, da parte dell’Agenzia delle Entrate, di plurimi avvisi di accertamento, per svariati milioni di euro, sia in capo alla società s.a.s. che ai soci, per l’omesso versamento di Iva, Irpef, Irap e addizionali regionali e comunali, relativamente alla presunta distribuzione degli utili societari, derivanti dall’emissione di fatture per operazioni inesistenti e realmente mai incassate.
Il caso è stato seguito, sin dall’inizio, dall’Avv. Romina Zanvettor, con studio in Conegliano (TV) (clicca qui), che ha proposto ricorso in Commissione Tributaria Provinciale, in favore del socio accomandante, totalmente estraneo alla vicenda.
Nel processo non si sono costituiti né la società s.a.s., né il socio accomandatario.
Nonostante le strenue difese del ricorrente e le prove documentali versate in atti, la sentenza di primo grado ha visto respinte le richieste del socio accomandante, con condanna al pagamento di quanto già indicato negli avvisi di accertamenti e ammontante a oltre sei milioni di euro.
Il contribuente, allora, è ricorso in appello, evidenziando, in modo ancora più tranciante, la sua assoluta estraneità alla gestione della società s.a.s. e, conseguentemente, ai fatti oggetto di contestazione, comprovata anche dalle risultanze della Guardia di Finanza, che non lo avevano mai citato come soggetto responsabile dei delitti ascritti e poi deferiti alla Procura della Repubblica di Brescia.
I Giudici di secondo grado hanno accolto le argomentazioni del socio accomandante e hanno riformato la sentenza della CTP, dichiarando illegittimi gli avvisi di accertamento impugnati, ai fini Irpef, in capo al socio accomandante.
A poco sono servite le controdeduzioni dell’Ente impositore, nella parte in cui ha richiamato, a suffragio della propria posizione, all’art. 5 del T.U.I.R., laddove recita che “i redditi delle società semplici, in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello Stato sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dalla percezione, proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili”.
La Commissione Tributaria Regionale, nella propria sentenza, ha rilevato che la società s.a.s. c.d. “cartiera” era, in realtà, gestita da un amministratore di fatto e che il socio accomandatario altro non era che un prestanome, ingaggiato dal primo.
Mentre il ricorrente è stato ritenuto del tutto estraneo alle dinamiche sociali, perché impossibilitato a esercitare un effettivo potere di controllo sulla società s.a.s. e perché non aveva mai percepito proventi della società s.a.s.., come attestato dalle perquisizioni effettuate dalla Guardia di Finanza e dagli estratti conto bancari.
Peraltro, soltanto l’amministratore di fatto e il socio accomandatario sono stati rinviati a giudizio dalla Procura della Repubblica di Brescia, per il reato di emissione di fatture inesistenti (art. 8 Dlgs. 74/2000).
Il socio accomandante, invece, non è stato imputato in alcun processo penale.
La CTR, quindi, ha statuito in materia un nuovo e fondamentale principio di diritto: la presunzione legale di percezione degli utili dettata dall’art. 5 del T.U.I.R. è da ritenersi superata, allorquando nel giudizio risulti debitamente dimostrata l’estraneità del socio alla gestione di società di persone.
A seguire potrete trovare il testo completo della sentenza (clicca qui).
Lo Studio Legale RZLEX è a disposizione per consulenza ed assistenza in materia.
Conto Arancio: sospesa la possibilità di aprire nuovi conti correnti.
Brutte notizie per il colosso bancario Ing Direct, di cui fa parte Conto Arancio, che attualmente risulta essere oggetto di investigazioni a carattere transnazionale.
A seguito, infatti, di un’indagine condotta, tra gli altri, da Bankitalia è emersa un’imponente serie di truffe poste in essere in vari paesi dell’Unione Europea.
Lo schema del raggiro era sempre il medesimo: su piattaforme, quali – per esempio – Amazon ed Air B&B, del tutto ignare della cosa, venivano pubblicati annunci per la vendita di prodotti o per l’affitto di immobili. Agli acquirenti/affittuari veniva, poi, chiesto di procedere al pagamento per il tramite di bonifico bancario in conti correnti accesi proprio presso l’Istituto olandese, il tutto bypassando i sistemi di sicurezza predisposti per far fronte a queste tipologie di illeciti.
Ad indagare, ora, è la Procura di Milano che si è attivata dopo l’arrivo di tutta una serie di Ordini di indagine europei (in acronimo: Oei).
Gli importi delle truffe non erano particolarmente rilevanti, tuttavia a far scattare l’allarme è stata la serialità dei comportamenti scorretti.
Al momento, si ipotizza il reato di riciclaggio, e – stando a quanto riportato dal Sole 24 Ore – non sembra azzardato pensare anche ad una responsabilità oggettiva della Banca a causa delle falle nei suoi sistemi di antiriciclaggio emerse in occasione dell’ispezione condotta nei mesi passati da Banca d’Italia.
A seguito di questi controlli, l’Ente ha, recentemente, comunicato di aver vietato l’apertura di nuovi conti correnti su Conto Arancio, visto che i sistemi di segnalazione (c.d. red flag) predisposti per impedire i reati in commento non si sono attivati.
È opportuno ribadire, tuttavia, che per coloro che sono già clienti non sono stati presi provvedimenti di sorta, le loro linee contrattuali mantengono completa operatività e non ci sono rischi per i depositi dei risparmiatori, i quali possono considerarsi del tutto indenni dalle vicende di questi giorni.
Lo Studio Legale RZLEX, presso la sua sede di Conegliano (clicca qui), è a disposizione per tutelare gli interessi di eventuali soggetti che dovessero ritenere di essere incorsi nel raggiro in esame.
Banca Valsabbina condannata dall’Arbitro Consob al risarcimento del “Risparmiatore Tradito”.
Nella seduta del 18 marzo 2019, l’Arbitro per le Controversie Finanziarie ha accolto il ricorso presentato da un azionista bresciano, nei confronti Banca Valsabbina, dichiarando l’Intermediario, tenuto a corrispondere all’azionista un importo pari al controvalore investito, oltre a interessi e rivalutazione monetaria, detratto il valore attuale dei titoli permasti in portafoglio e delle somme in cassate nel tempo, a titoli di dividendo.
Il ricorrente, difeso dall’Avv. Romina Zanvettor, esperta di diritto bancario con studio in Conegliano (TV), (clicca qui) aveva censurato l’inadempimento di Banca Cooperativa Valsabbina agli obblighi di diligenza, correttezza, informazione e trasparenza nella prestazione del servizio di consulenza, con riferimento ai propri investimenti in titoli azionari del medesimo istituto, effettuati sino al 2015, epoca precedente alla perdita di valore del titolo stesso, a seguito della sua quotazione sul mercato Hi-Mtf (sistema scambi attivato in data 18.07.2016).
L’Arbitro, dopo aver esaminato la documentazione in atti, ha ritenuto che la Banca, in concomitanza alle operazioni di acquisto titoli del Cliente non ha mai espletato alcuna valutazione di adeguatezza, mancando altresì di fornire il set informativo parametrato al profilo del Cliente e alla natura del titolo illiquido, secondo quanto invece previsto dall’art. 21 del T.U.F.
Il Collegio esplicitamente ha ritenuto che: “Gli specifici obblighi informativi incombenti sugli intermediari nel rapportarsi con la propria clientela si inseriscono, infatti, in un quadro normativo la cui pietra angolare risiede proprio nella capacità di servire al meglio gli interessi del singolo cliente, adattando la prestazione erogata in ragione delle specifiche caratteristiche (esperienza, conoscenza, obiettivi di investimento, situazione patrimoniale) del contraente”.
Accertata così la responsabilità dell’Intermediario, con riguardo alle carenze informative e comportamentali e sotto il profilo risarcitorio del danno, ne è conseguita la diretta condanna, fissando il termine per l’esecuzione in trenta giorni.
Lo Studio legale dell’Avv. Romina Zanvettor, che da qualche anno sta seguendo plurimi contenziosi contro Banca Valsabbina, (clicca qui) per illegittima intermediazione finanziaria, resta in attesa di prossime favorevoli decisioni dell’ACF.
Conti Energia e Tremonti Ambiente: l’inclusione dell’ammortamento ai fini del calcolo della detassazione, nei contenziosi contro l’Agenzia delle Entrate.
L’Agenzia delle Entrate sta procedendo a raggera con la contestazione dei conteggi eseguiti dai titolari di impianti fotovoltaici per l’ottenimento dell’agevolazione fiscale prevista dalla Tremonti Ambiente (L. 388/2000), postulando un’errata determinazione del valore detassabile qualora, all’interno dei costi operativi sia stata ricompresa anche la componente “ammortamento” che, invece, a detta degli uffici, dovrebbe concorrere per la determinazione del c.d. sovraccosto.
In molti casi disaminati dallo Studio Legale RZLEX, specializzato anche in diritto tributario (clicca qui), le doglianze, mosse dall’Agenzia delle Entrate, si fondano sulla rettifica degli importi che le società avrebbero dovuto ottenere a seguito della detassazione in quando sarebbe stato considerato il costo dell’investimento eco-compatibile una prima volta, per l’intero, nella componente “costo d’investimento”, ed una seconda volta, per una quota parte, nella componente “ammortamento” limitatamente alla quota di ciascun anno considerato. I contribuenti, pertanto, secondo la tesi dell’Ente, fra i costi ammissibili, avrebbero erroneamente considerato anche gli ammortamenti di competenza dei primi cinque anni di esercizio, beneficiando – in tal modo – dell’agevolazione in misura doppia, quantomeno per la quota corrispondente agli ammortamenti medesimi. La revoca del beneficio, pertanto, risulterebbe motivata da un teorizzato errore nella quantificazione del “sovraccosto” ritenendo, l’Ufficio, non ammissibili, in tale determinazione, i costi attinenti agli ammortamenti dell’investimento ambientale.
Tali indicazioni sanzionatorie risultano illegittime in quanto non fondate su alcuna previsione normativa e, anzi, addirittura appaiono contrarie a quelle che sono le disposizioni comunitarie in tema di aiuti di stato in materia ambientale.
L’origine della problematica interpretativa di cui si discute è da ravvisarsi nel silenzio del legislatore italiano in materia, con il conseguente remand alla legislazione europea, la quale – parimenti – non va esente da critiche essendo, essa stessa, talvolta così generica da rivelarsi foriera di interpretazioni anche fortemente discordanti.
La L. 388/2000 ha introdotto un’agevolazione fiscale a favore di piccole o medie imprese che hanno realizzato investimenti in impianti eco-compatibili e ha indicato il criterio di quantificazione del beneficio all’art. 6, comma 15, dove si legge che “gli investimenti ambientali vanno calcolati con l’approccio incrementale”, senza, però, nulla prevedere in ordine a cosa sia e a come si calcoli quest’ultima componente.
Perciò, ai fini interpretativi, s’impone il ricorso alla disciplina comunitaria degli aiuti di stato per la tutela dell’ambiente secondo la quale i benefici per gli investimenti ambientali sono “rigorosamente limitati ai costi di investimento supplementari” (i c.d. sovraccosti, appunto), necessari per conseguire gli obiettivi di tutela ambientale, tenendo anche conto degli eventuali investimenti ambientali realizzati nei periodi di imposta precedenti.
La Comunicazione n. 2008/C82/01 del 1 aprile 2001, va – infatti – a riempire il vuoto normativo lasciato dal Legislatore nazionale laddove, ai punti 105 e 106, prevede rispettivamente che “per quanto riguarda le fonti energetiche rinnovabili, i costi ammissibili si limitano ai sovraccosti sostenuti dal beneficiario rispetto ai costi caratteristici di una centrale elettrica tradizionale o di un sistema di riscaldamento tradizionale di pari capacità in termini di produzione effettiva di energia” e che “i costi ammissibili vanno calcolati al netto di qualsiasi profitto e costo operativo connesso con gli investimenti supplementari per le fonti di energia rinnovabili e verificatosi durante i primi cinque anni di vita dell’investimento in esame”.
Si aggiunga che, sempre stando alle le indicazioni di matrice europea, la sequenza procedimentale da seguire per la determinazione dei sovraccosti stessi deve articolarsi in due fasi consequenziali. Ovverosia: in un primo è da computarsi il maggior impegno finanziario impiegato per sostenere gli investimenti ambientali, rispetto a quelli tradizionali e, in un secondo momento, da questo risultato netto devono essere sottratti “i profitti operativi” e aggiunti i “costi operativi”, con il concorso di tutte le componenti economiche (siano essere positive e/o negative), attinenti all’investimento ambientale, per un arco temporale della durata di cinque anni.
Ne consegue, pertanto, che i profitti e i costi di cui al punto 106, della citata Comunicazione, non devono essere intesi quali una specificazione di quelli di cui al punto 105; al massimo ne rappresentano un di più, finalizzato all’individuazione dell’agevolazione.
Le argomentazioni testé svolte, sono state in plurime occasioni avvalorate dalla giurisprudenza di settore, la quale, in numerose pronunce, ha sostenuto la posizione dei contribuenti, che hanno cumulato i costi di ammortamento a quelli operativi, andando a tacciare di illegittimità il provvedimento di revoca del beneficio irrogato dall’Ente.
Si citano, in particolare le Sentenze della Commissione Tributaria Provinciale di Pesaro del 23 ottobre 2017 n. 1.202 e quella della Commissione Tributaria Provinciale di Vercelli del 28 febbraio 2018 n. 16/17 secondo cui, rispettivamente: “nel momento in cui la normativa agevolatrice consente di decurtare i costi operativi nel calcolo dei vantaggi che derivano da altre misure di aiuto (tariffe incentivanti), tra i primi devono essere inclusi anche quelli di ammortamento” e “le contestazioni dell’Agenzia delle Entrate sono da ritenersi infondate in quanto sull’inclusione nella metodologia di calcolo adottata della sola componente “quota ammortamento”, riducendo arbitrariamente le risultanze della perizia giurata nella quale risultano perfettamente rispettati i limiti consentiti della detassazione dell’investimento ambientale in trattazione”.
Ancor più tranciante, poi, può ritenersi la pronuncia della Commissione Tributaria Regionale della Valle d’Aosta (e quindi un organo giurisdizionale di seconda istanza) la quale, con la Sentenza n. 16 del 1 ottobre 2018 ha affermato “che dalla normativa nazionale e comunitaria non si rinvengono sbarramenti alla procedura di calcolo seguita che include i costi di ammortamento tra i costi normativi, anzi semmai dalla previsione dell’art. 2425 c.c. si può desumere, al contrario, che i costi di ammortamento rientrano a pieno titolo tra i c.d. costi operativi”.
Concludendo, a favore della tesi sostenuta dai contribuenti depone anche un dato normativo, costantemente citato dalla Giurisprudenza di merito, derivante dalla delibera della Regione Toscana n. 372 del 11 maggio 2009, nella quale viene esplicitamente proposto un modello di calcolo matematico per l’analisi dei progetti di investimento per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili allo scopo di determinare i costi ammissibili al finanziamento pubblico nel rispetto della disciplina comunitaria degli aiuti di stato per la tutela ambientale. La Regione, in particolare, prima di adottate il predetto provvedimento ha, correttamente e scrupolosamente, interrogato la Commissione Europea chiedendo chiarimenti in ordine alla corretta interpretazione della disciplina di stampo comunitario.
Quest’ultima ha espresso parere favorevole, sostenendo che “le principali voci di costo che contribuiscono a determinare il costo di produzione di energia a Kwh possono essere così riassunte: (i) costi d’investimento ripartiti lungo la vita dell’impianto, che comprendono voci di costo afferenti lo studio di fattibilità e l’impiantistica accessoria collegata funzionalmente all’impianto”. Ebbene, è evidente come i “costi d’investimento ripartiti lungo la vita dell’impianto” altro non siano che gli ammortamenti.
Lo Studio Legale, con sede in Conegliano (TV) (clicca qui), sta assistendo società e soggetti privati che si sono viste revocare i benefici della Tremonti Ambiente già concessi in relazione agli impianti fotovoltaici in esercizio, a causa di questa interpretazione normativa data dall’Agenzia delle Entrate e provvederà a comunicare tempestivamente gli esiti dei contenziosi pendenti.