Source: http://www.tidona.com/pubblicazioni/20121019.htm
Timestamp: 2018-04-19 11:31:09+00:00
Document Index: 43765833

Matched Legal Cases: ['art. 25', 'art. 2', 'art. 5', 'e contrario', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 824', 'art. 5', 'art. 11']

Regole procedurali e poteri decisori dell’Arbitro Bancario Finanziario - Tidona e Associati
In questo articolo esamineremo alcuni aspetti della disciplina dell’Arbitro Bancario Finanziario (ABF): ci soffermeremo, in particolare, sulle regole procedurali che il collegio è tenuto a rispettare nel decidere il ricorso nonché sulla natura e sugli effetti della decisione che assume. Il procedimento si caratterizza per essere documentale, senza audizione di parti e testimoni. La pronuncia dell’ABF ha però carattere decisorio (e non conciliativo), determinando chi abbia ragione e chi torto senza cercare il raggiungimento di un accordo fra le parti. Il punto debole della decisione assunta dall’ABF è che essa non può essere eseguita coattivamente nel merito, non potendo dunque - sotto questo profilo - essere equiparata a un lodo arbitrale.
È bene chiarire fin dall’inizio, a scanso di equivoci, che il cliente che desidera agire in giudizio contro la banca non è affatto obbligato ad avvalersi del procedimento speciale davanti all’Arbitro Bancario Finanziario (ABF), ma dispone di una facoltà di scelta, potendo attivare la procedura generale di mediazione presso un qualsiasi organismo a ciò preposto[6]. Addirittura in alcuni casi il ricorso all’ABF è escluso, sicché deve - per forza di cose - essere attivato un diverso procedimento di mediazione. Le due fattispecie principali in cui è vietato avvalersi dell’ABF, come vedremo in dettaglio nel prosieguo, sono il caso della banca che vuole agire in giudizio (e non è mera convenuta) e il caso della controversia il cui valore supera la soglia di 100.000 euro. Fatte salve queste ipotesi particolari (in cui non vi è concorrenza fra il procedimento generale di mediazione e quello speciale bancario, dovendosi necessariamente utilizzare il primo), per il resto si può affermare che l’ABF “compete” con gli altri sistemi alternativi di risoluzione delle controversie.
Con riguardo alla distinzione fra contratti “bancari” e contratti “finanziari emessi da imprese di assicurazione” vale un ragionamento simile a quello appena fatto. Le imprese di assicurazione hanno sviluppato e ampiamente collocato prodotti formalmente definiti come assicurazioni sulla vita, ma – in realtà - di contenuto spiccatamente finanziario. Tale polizze, c.d. “linked” (in quanto il valore del capitale riconosciuto all’assicurato, alla cessazione del rapporto assicurativo, dipende dall’andamento degli indici finanziari sottostanti), sono state oggetto di numerosi interventi giurisprudenziali, tendenti a riqualificarle – almeno in alcuni casi - da contratti di assicurazione in contratti d’intermediazione finanziaria[11]. Infine è intervenuto il legislatore con l’introduzione dell’art. 25-bis t.u.f. che disciplina appositamente questo tipo di contratti, assoggettandoli alla regolamentazione del t.u.f. Si tratta di contratti, come quelli d’intermediazione finanziaria, esclusi dal campo di applicazione dell’arbitrato bancario finanziario.
Il principio di economia processuale vuole che della risoluzione della medesima questione non siano investiti contemporaneamente più soggetti. Anche la deliberazione CICR si occupa di questo aspetto, prevedendo che non possono essere proposti ricorsi inerenti a controversie già sottoposte all’autorità giudiziaria, rimesse a decisione arbitrale ovvero per le quali sia pendente un tentativo di conciliazione ai sensi di norme di legge (art. 2, comma 6, delib. CICR n. 275/2008). Distinguendo in dettaglio si nota che la disposizione regola tre diversi casi. La prima fattispecie è quella della pendenza di un processo civile: se della questione si occupa già l’autorità giudiziaria, non sarà possibile rivolgersi all’ABF. Bisogna peraltro dire che, ai sensi del d.lgs. n. 28/2010, il ricorso all’autorità giudiziaria può avvenire legittimamente solo quando sia stato esperito un tentativo di conciliazione (salvi i casi dei provvedimenti cautelari e urgenti e dei procedimenti d’ingiunzione; cfr. il testo dei commi 3 e 4 dell’art. 5 d.lgs. n. 28/2010). L’ipotesi applicativa – peraltro piuttosto inverosimile nella prassi - è dunque quella di un iniziale procedimento di mediazione secondo il d.lgs. n. 28/2010 (fallito), del successivo inizio dell’azione giudiziaria e infine del ricorso all’ABF[13]. La seconda fattispecie affrontata dalla disposizione è quella in cui la controversia è stata rimessa ad arbitri: il procedimento arbitrale, che termina con una decisione vincolante fra le parti, prevale rispetto alla procedura davanti all’ABF che termina sì con una decisione, ma che non può essere eseguita coattivamente nel merito in caso di rifiuto. Si può poi verificare il terzo caso, quello in cui è già pendente un altro tentativo di conciliazione (si tratterà di una procedura instaurata in via generale ai sensi del d.lgs. n. 28/2010): nuovamente, per ragioni di economia processuale, si evita di raddoppiare gli sforzi, utilizzando il criterio della precedenza temporale.
Sarebbe contrario a una ragionevole economia processuale attivare l’ABF quando non ve ne è realmente bisogno. Per evitare questo possibile risultato, la deliberazione CICR prevede che il ricorso è preceduto da un reclamo all’intermediario (art. 4, comma 1, delib. CICR n. 275/2008). L’obiettivo perseguito dal meccanismo del reclamo è – auspicabilmente - che la banca lo accolga, evitando così che si dia seguito alla controversia. Dunque, prima dell’attivazione di un organo terzo come l’ABF, vi deve essere un tentativo di soluzione della controversia direttamente fra le parti, nella forma di un reclamo presentato dal cliente rispetto al quale la banca è tenuta a prendere posizione[14].
Il collegio si pronuncia entro 60 giorni dal momento in cui ha ricevuto le controdeduzioni o, in mancanza, dalla scadenza del termine per la presentazione di queste ultime da parte dell’intermediario (art. 6, comma 1, delib. CICR n. 275/2008). Questa disposizione mira ad assicurare la celerità del procedimento. Il termine previsto è piuttosto breve, anche in considerazione del fatto che – durante tale termine - la segreteria tecnica deve procedere all’attività istruttoria. Non si può poi dimenticare che l’arbitrato bancario finanziario è un meccanismo preliminare all’eventuale azione in giudizio: al fine di comprimere il meno possibile il diritto del cliente di agire in giudizio, è necessario che il termine per la decisione sia ragionevolmente breve. Il termine decorre dal momento in cui giungono le controdeduzioni oppure dall’ultimo momento utile in cui esse sarebbero dovute giungere, cioè alla scadenza del termine per la loro presentazione. Indirettamente questa norma legittima il comportamento della banca che non partecipa attivamente al procedimento: senza svolgere difese, però, l’istituto di credito aumenta il rischio che il ricorso venga accolto.
I componenti del collegio che si trovino in situazioni di conflitto d’interessi rispetto alle parti o alle questioni oggetto della controversia si astengono, previa segnalazione al collegio, dalla decisione sul ricorso; in luogo dei componenti astenuti, subentrano i rispettivi supplenti (art. 6, comma 3, delib. CICR. n. 275/2008). Può capitare che un membro del collegio versi in una situazione di conflitto d’interessi: il caso tipico è quello del componente che svolge la professione di avvocato e che ha avuto occasione di assistere una delle parti. In un caso del genere il componente deve astenersi, dandone comunicazione al collegio. Nella prassi la segretaria tecnica invia – alcuni giorni prima della data fissata per la riunione - la convocazione del collegio, con indicazione delle parti e della materia del contendere, e chiede ai componenti se versino in qualche situazione di conflitto. In caso affermativo è dovere del membro avvertire di tale situazione, di modo che si proceda alla nomina di un supplente al suo posto.
In alcuni casi il procedimento può essere interrotto oppure può estinguersi (art. 6, comma 4, delib. CICR n. 275/2008). Il collegio, d’ufficio o su istanza di parte, dichiara l’interruzione del procedimento qualora consti l’avvio di un tentativo di conciliazione ai sensi di legge; se la conciliazione non riesce, il ricorso può essere riproposto senza necessità di un nuovo reclamo all’intermediario. Bisogna partire dalla considerazione che il meccanismo dell’arbitrato bancario finanziario è un sistema “aggiudicativo” (o “decisorio”), non di conciliazione: l’organo decidente non cerca di avvicinare le parti e di condurle alla conclusione di un accordo, ma assume una vera e propria decisione che dà ragione all’una oppure all’altra parte. La disposizione in esame pare riconoscere la superiorità del meccanismo conciliativo rispetto a quello aggiudicativo: laddove venga iniziata una conciliazione, il procedimento viene interrotto. Nel contesto dei metodi alternativi di soluzione delle controversie, il sistema conciliativo offre il vantaggio - rispetto al sistema decisorio - di rispettare la volontà delle parti (per quanto in un’ottica di compromesso fra le loro posizioni). Dal momento tuttavia che il tentativo di conciliazione può anche fallire, si prevede che il procedimento davanti all’ABF possa essere ripreso senza la necessità della presentazione di un nuovo reclamo. Un nuovo reclamo non è necessario in quanto quello originario è già agli atti. Occorrerà che il cliente comunichi all’ABF il fallimento del tentativo di conciliazione chiedendo che continui il procedimento.
Con riferimento all’estinzione del procedimento pendente davanti all’ABF si prevede che, qualora la controversia sia sottoposta all’autorità giudiziaria ovvero a giudizio arbitrale nel corso del procedimento, il collegio - verificato l’interesse del ricorrente alla conclusione di quest’ultimo - può dichiararne l’estinzione. Non è semplice comprendere la ratio di questa disposizione. La sua ragion d’essere era intuitiva prima dell’introduzione dell’obbligatorietà della mediazione: essendo facoltativa la mediazione, ciascuna parte poteva interrompere in qualsiasi momento il tentativo di conciliazione per rivolgersi direttamente all’autorità giudiziaria. Con la riforma del 2010 sussiste invece un generalizzato obbligo di mediazione in materia di contratti bancari, con la conseguenza che il giudizio civile che dovesse essere avviato senza previo esperimento di un procedimento di mediazione risulterebbe improcedibile[16]. A queste condizioni la dichiarazione di estinzione del procedimento non giova alle parti (e soprattutto all’attore), le quali si troverebbero nell’impossibilità di adire la giustizia ordinaria: il giudizio civile non potrebbe comunque procedere fino al completo esperimento di un altro tentativo di mediazione.
Bisogna peraltro rilevare che la disposizione non fissa un obbligo del collegio di dichiarare l’estinzione del procedimento, ma gli concede una mera facoltà di decidere in tal senso. Nella prassi è auspicabile che il procedimento non venga dichiarato estinto proprio per le ragioni che si sono esposte, ossia per l’inutilità della dichiarazione di estinzione a fronte di un procedimento civile o arbitrale che – seppur avviato - risulta improcedibile. La norma pone l’accento sull’interesse del ricorrente, prevedendo che l’estinzione possa essere dichiarata quando è nell’interesse del ricorrente. Nella disciplina dell’ABF, il ricorrente è sempre il cliente e – dunque – in linea di principio, trattandosi del soggetto che vanta una pretesa nei confronti della banca, è sempre interessato a iniziare un giudizio. Non può tuttavia essere nel suo interesse l’estinzione del procedimento davanti all’ABF in quanto, in questo caso, non viene previamente soddisfatto il requisito di procedibilità. Potrebbe capitare che, pendente il procedimento davanti all’ABF, il giudizio venga avviato dall’intermediario. Tale azione sarebbe peraltro improcedibile, con correlato interesse del cliente bancario alla prosecuzione del procedimento davanti all’ABF. In definitiva non si riescono a individuare casi lineari in cui vi sia un reale interesse del ricorrente all’estinzione del procedimento dinanzi all’ABF a fronte dell’avvio di un giudizio civile o arbitrale.
Con riferimento alla valutazione dei fatti, che ovviamente deve precedere la decisione in diritto dall’ABF e ne costituisce il fondamento, la deliberazione CICR prevede che la decisione di tale autorità vada assunta sulla base della documentazione raccolta. Nella prassi è la segreteria tecnica a illustrare nella relazione istruttoria, a beneficio dei componenti del collegio, i fatti che sono accaduti. L’accertamento dei fatti è solo documentale: non si tiene dunque alcuna udienza in cui possano intervenire le parti oppure gli eventuali testimoni. Questa scelta si giustifica – almeno in parte - con la considerazione che il procedimento davanti all’ABF non ha natura conciliativa, ma decisoria. Nel caso di procedure conciliative in senso stretto, l’incontro personale fra le parti (o almeno fra i suoi rappresentanti) è una condizione di fatto che facilita senz’altro il raggiungimento di un accordo. Si tenga però presente che l’intervento delle parti allungherebbe i tempi di decisione e implicherebbe dei costi aggiuntivi (ad esempio quelli del viaggio presso una delle sedi in cui operano i collegi). Non essendoci udienza davanti al collegio dell’ABF, il cliente deve porre grande cura nella preparazione del ricorso: questo deve contenere con chiarezza l’esposizione dei fatti, le argomentazioni di diritto e la pretesa che si vanta nel confronti della banca. Nella prassi ciò non avviene sempre, in quanto frequentemente i clienti sono persone fisiche – consumatori che non sono dotati di particolari competenze in materia bancaria. Ovviamente una maggiore cura nella predisposizione del ricorso si riscontra quando i ricorrenti sono assistiti da avvocati.
La prima delle ragioni che ostano alla qualificazione del procedimento davanti all’ABF come arbitrato è che non vi è alcun accordo fra le parti di devolvere la controversia a tale organo. Da un lato non esiste alcuna pattuizione prima della controversia che possa in qualche modo equipararsi a una clausola compromissoria. Esiste un accordo fra le parti (l’ABF si occupa di rapporti “contrattuali”, come risulta dalla definizione di cliente di cui all’art. 1, lett. a, delib. CICR n. 275/2008). Tale contratto (ad esempio di conto corrente o di mutuo) non contiene però necessariamente una clausola compromissoria. Da un altro lato non esiste nemmeno alcun accordo successivo alla lite che possa equipararsi a un compromesso[21]: del resto è altamente improbabile che le parti che già litigano siano disponibili ad accordarsi al fine di devolvere la controversia a giudizio arbitrale. Non vi è alcun accordo fra le parti, in quanto il cliente bancario che ricorre all’ABF “costringe” l’intermediario a subire tale procedimento anche nel caso quest’ultimo non intenda farlo. La banca può anche non partecipare alla procedura (ad esempio non presentando le controdeduzioni), rimanendo – per così dire - contumace, ma sarà comunque assoggettata alla decisione assunta dall’ABF.
La terza ragione che mi fa propendere per la non equiparabilità del procedimento davanti all’ABF con il procedimento arbitrale nella sua nozione classica è la circostanza che la decisione del collegio è sì vincolante per le parti, ma non può essere eseguita coattivamente nel merito. La decisione dell’ABF, per certi aspetti, si avvicina a un lodo: mi riferisco alla differenziazione formale fra parte in fatto, parte in diritto e dispositivo finale. Tuttavia, e questo è il punto essenziale, la decisione dell’ABF non può essere eseguita coattivamente nel merito. Il lodo invece ha, dalla data della sua ultima sottoscrizione, gli effetti della sentenza pronunciata dall’autorità giudiziaria (art. 824-bis c.p.c.). Per questa ragione il procedimento davanti all’ABF non può sostituire il procedimento arbitrale, anzi ne costituisce – semmai - un mero presupposto.
Bisogna peraltro dire che la Corte costituzionale ha preso posizione sul punto stabilendo che difetta in capo all’ABF il potere di sollevare questioni di legittimità costituzionale, attesa la non decisorietà dei suoi provvedimenti e, pertanto, l’assenza di ogni contiguità funzionale con gli arbitri rituali, i quali - a differenza del primo - nell’esercizio di attività autenticamente giurisdizionale rendono pronunce idonee a fare stato fra le parti[23].
In dottrina vi è chi ha sottolineato come il procedimento davanti all’ABF (e la decisione assunta da tale organo) vada, in sostanza, inquadrato nello svolgimento di un’attività amministrativa[26]. Auletta rileva come alla Banca d’Italia viene assegnato dalla legge il compito di vigilanza in materia bancaria (art. 5 t.u.b.) e che il cliente che si rivolge all’ABF non fa altro che sollecitare l’esercizio di tale attività di vigilanza nel contesto dei rapporti fra banche e clienti. Ad avviso di chi scrive la decisione dell’ABF può essere considerata poco più di una sorta di parere pro veritate, reso da un gruppo di esperti, sulla fondatezza della pretesa avanzata dal ricorrente[27]. Scrivo “poco più” in quanto la decisione dell’ABF determina in ogni caso l’importante effetto di soddisfare il requisito di procedibilità dell’azione civile davanti al giudice ordinario e implica inoltre, in capo alle parti, il pagamento delle spese del procedimento (20 euro per il cliente soccombente e 200 euro per l’intermediario soccombente). Per certi versi si può equiparare la decisione dell’ABF alla proposta di conciliazione prevista dall’art. 11, comma 1, d.lgs. n. 28/2010, con la differenza che la decisione dell’ABF non è propedeutica ad alcun – auspicabile - accordo fra le parti, ma configura una decisione che le parti devono rispettare (anche se la pronuncia è munita di una sanzione poco efficace per il caso d’inadempimento, consistente nella mera pubblicazione sul sito della notizia dell’inadempimento dell’intermediario). Ciò che consegue alla decisione dell’ABF non è un “accordo” delle parti, ma un “adempimento”. Non mi pare che si possa parificare tale “adempimento” a un “accordo”: l’intermediario adempie, così come si adempie a una condanna civilistica, non perché si è d’accordo con il suo contenuto, ma perché un’autorità impone di farlo.
A scanso di equivoci va infine chiarito che la decisione dell’ABF non è vincolante per l’autorità giudiziaria, che dovesse essere adita successivamente. L’esperienza pratica mostra che gli intermediari adempiono nella quasi totalità dei casi alle decisioni dell’ABF. Non sono però disponibili studi statistici sul caso inverso: quale percentuale di clienti la cui domanda sia stata rigettata si rivolga al giudice per ottenere soddisfazione. L’autorità giudiziaria successivamente adita può ovviamente decidere diversamente rispetto all’ABF. Tuttavia è lecito assumere che in non pochi casi i giudici si adegueranno alle sue indicazioni. Si è già rinvenuta una prima decisione della magistratura civile in cui si fa riferimento alla giurisprudenza dell’ABF (e alla quale il giudice si è adeguato)[28], ma il numero di provvedimenti giudiziari così impostati è destinato – a mio avviso - a aumentare. La competenza dei soggetti che compongono l’organo decidente dell’ABF, il fatto che si tratti di un collegio numeroso (cinque membri) e l’esperienza che questi maturano nel diritto bancario sono tutti elementi che inducono ad assegnare una certa autorevolezza alle decisioni assunte dall’ABF.