Source: https://www.studiocataldi.it/articoli/32586-reato-per-la-madre-che-non-fa-vedere-i-figli-al-padre.asp
Timestamp: 2019-06-18 23:50:59+00:00
Document Index: 53643102

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 574', 'art. 574', 'sentenza ', 'art. 388', 'sentenza ']

Reato per la madre che non fa vedere i figli al padre
Per la Cassazione commette sottrazione di minore la madre che porta via i figli in affido condiviso, anche se questi riescono a vedere il padre durante le vacanze estive
di Lucia Izzo - Va condannata per sottrazione di minori la madre che si trasferisce in altra città portando via con sé i figli, in affido condiviso con il padre, lasciando in locazione a terzi la ex casa familiare che le era stata assegnata dal giudice.
Non vale a far venire meno il suddetto reato la circostanza che i bambini siano riusciti a trascorrere con il padre alcuni giorni durante le vacanze estive: il breve intervallo di tempo, infatti, non segna una soluzione di continuità nella condotta dalla madre, che ha natura permanente.
Lo ha deciso la Corte di Cassazione, sesta sezione penale, nella sentenza n. 51960/2018 (qui sotto allegata) respingendo il ricorso di una donna, condannata alla 9 mesi di reclusione per sottrazione di minore e mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice, ex artt. 574 e 388, primo e secondo comma, del codice penale. L'imputata aveva ceduto in locazione alla sorella la ex casa coniugale che il giudice le aveva assegnato affinché vi abitasse con i figli, in affido condiviso con l'ex, e si era trasferita insieme ai bambini in luogo imprecisato senza comunicarlo al padre.
La Cassazione sul reato di sottrazione di minori
I contatti sporadici con l'altro genitore non escludono la sottrazione di minore
Assegnazione casa familiare: la mancata esecuzione dolosa del provvedimento
Gli Ermellini rammentano che la condotta di uno dei genitori integra il reato di cui all'art. 574 c.p. qualora, contro la volontà dell'altro, egli sottragga il figlio per un periodo di tempo rilevante, impedendo l'altrui esercizio della potestà genitoriale e allontanando il minore dall'ambiente di abituale dimora.
Ancora, il reato resta integrato laddove, per una scelta unilaterale di un genitore protrattasi per un rilevante periodo di tempo, si realizzi il travalicamento della linea di demarcazione tra una normale manifestazione dell'esercizio della propria potestà e il comportamento diretto a contrastare l'esercizio dell'altro genitore di condizioni potestative, come tali dettate non nell'interesse esclusivo del loro titolare, ma anche al soddisfacimento di quello della persona incapace.
Infine, la sottrazione di minori di cui all'art. 574 c.p. si perfeziona ove si realizzi la protrazione della situazione antigiuridica attraverso una condotta attiva diretta a mantenere il controllo sul minore e la possibilità per il reo di porre fine alla situazione antigiuridica fino a quando la cessazione di tale situazione non intervenga per sopravvenuta impossibilità o per pronunzia della sentenza di primo grado.
Applicando tale principi, la Corte d'Appello ha congruamente devalutato tutte le circostanze di fatto dedotte dalla difesa. I giudici di merito hanno ritenuto attendibile la testimonianza del padre del minori e formato il proprio convincimento sul suo racconto, secondo cui non vi erano stati neppure contatti telefonici con i figli, diversamente da quanto sosteneva la madre.
Per la Cassazione, inoltre, il perfezionamento del reato non è escluso neppure dalla circostanza che il padre, anche grazie all'intervento dei legali, fosse riuscito ad avere contatti con i figli durante l'estate del 2009 e del 2010 trascorrendovi insieme le vacanze.
Tale situazione, infatti, appare inidonea a interrompere la condotta permanente contestata in quanto, come evidenziato dai giudici merito, dopo l'agosto del 2010 il padre non era più riuscito a vedere i figli e non per sua volontà, bensì per volontà della moglie. Il breve intervallo, dunque, non è soluzione di continuità nella condotta perché dopo agosto l'uomo non vede più i figli.
Il reato di cui all'art. 388 c.p., invece, è contestato alla donna per aver lasciato alla sorella l'ex casa familiare assegnata dal giudice. Si tratta di una fattispecie che, laddove contempla l'elusione del provvedimento del giudice civile concernente l'affidamento dei minori o di altri incapaci, è integrata dal semplice dolo generico, cioè la coscienza e volontà di disobbedire al provvedimento del giudice.
Il rilievo penale della condotta è invece escluso nel caso in cui ricorra un plausibile e giustificato motivo che abia determinato l'azione del genitore affidatario a tutela esclusiva dell'interesse del minore.
Nel caso di specie il bene, già casa familiare, era stato assegnato all'imputata in quanto affidataria dei minori con conseguente consapevolezza della prima, al momento in cui aveva rilasciato immobile alla sorella, di aver violato il provvedimento giudiziale adottato in sede di separazione tra coniugi e a tutela della posizione dei minori.
Inutile per la ricorrente sottolineare di aver fatto affidamento sull'interlocuzione con l'amministrazione pubblica, proprietaria del bene, che l'avrebbe rassicurata sulla possibilità di rilasciare l'appartamento alla sorella risultando assegnatario dello stesso, in origine, il genitore dante causa della germana.
In sostanza, le sorti connesse all'uso dell'immobile e legate all'assegnazione del bene in applicazione della normativa sugli alloggi residenziali pubblici non valgono a escludere la conoscenza delle vicende di stretta derivazione dal giudizio di separazione personale.
Scarica pdf sentenza Cass. n. 51960/2018
(20/11/2018 - Lucia Izzo) • Foto: 123rf.com