Source: http://www.humantraining.it/la-buona-scuola-o-la-cattiva-scuola-opinioni-a-confronto/
Timestamp: 2020-04-08 16:23:49+00:00
Document Index: 169218654

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 7', 'art. 8', 'art.14', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 118']

La buona scuola …. o la cattiva scuola: Opinioni a confronto | Human Training
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D) Il Disegno di Legge sulla riforma della scuola ha superato il giro di audizioni ed è ora passato all’esame in Commissione Cultura Quali sono le previsioni? Si rispetteranno i tempi? La scuola italiana avrà una vera riforma?
R) Come ho avuto modo di dichiarare sono estremamente favorevole sulla procedura che ha portato al DDL. Su questioni scottanti che coinvolgono non solo milioni di cittadini (ad es. le famiglie dei centocinquantamila precari e quelle del milione abbondante di studenti delle scuole pubbliche paritarie) il governo – sicuramente ben consigliato dal presidente Mattarella – ha saggiamente preferito la strada maestra del DDL piuttosto che quella ripida e insidiosa del DL. Ebbene sia, purchè in una gestione ragionevole di tempi parlamentari che non uccidano le buone intenzioni, di chi governa e di chi è all’opposizione. Chi è attento al destino della scuola italiana sa che il dialogo è cosa buona, ma non all’infinito indeterminato futuro.
Infatti il Ministro, nell’intervista di giovedì 3 aprile al video forum di Repubblica ha assicurato per giugno l’approvazione. I nostri Parlamentari già stanno lavorando sul DDL con serietà per una riforma della scuola che a) anzitutto deve sanare guasti incancreniti da decenni e b) deve liberare le forze positive che la scuola italiana ha dalle sue origini culturali solidissime. Non dimentichiamo che la “fuga dei cervelli” italiani all’estero è, sì, motivo di sofferenza, ma – sotto sotto – anche di orgoglio…. Dove e come si sono formati questi cervelli?
R) Sul tappeto istituzionale ci sono temi che scottano e che da decenni erano dei tabù: autonomia delle istituzioni scolastiche (ad oggi più sulla carta che nella realtà), precariato a vita del tutto an-ticostituzionale, autonomia nella selezione, valutazione, formazione permanente e mobilità degli insegnanti, efficacia ed efficienza dei servizi anche in rapporto ai costi, flessibilità dei ruoli in rapporto alle esigenze, nuove tecnologie, edilizia e strutture, potenziamento delle competenze scientifiche e linguistiche degli studenti, apertura della comunità scolastica al territorio e per gli alunni agli stage in azienda, ma anche la detrazione per le rette versate dal milione abbondante di famiglie italiane che esercitano la propria libertà di scelta educativa scegliendo la scuola pubblica paritaria.
Un passaggio di diritto: solo per metterlo all’OdG l’Italia ha impiegato ben 66 anni dal 1948 ad oggi. Chi va piano… Il massimo punto di forza del DDL è stato la condivisione dei contenuti a livello nazionale, attraverso la consultazione sulla Buona scuola. Un accentuato punto di debolezza sta nel desiderio – pure comprensibile ma inattuabile – del cittadino di avere “tutto subito”. Le polemiche sterili possono danneggiare l’opera facendo perdere tempo. Occorre rispettare i criteri di intervento che il governo si è dato: senza criteri di scelta non si va da nessuna parte.
Alcuni passaggi segnano un cambiamento radicale della scuola italiana che passa dalla pura organizzazione dal fiato corto alla gestione progettuale. Ritrovo passaggi di riorganizzazione gestionale, di management, che lungo gli anni ho sostenuto indispensabili per rendere la gestione di una scuola efficace ed efficiente: piano triennale che abbandona la logica del pronto soccorso; il dirigente scolastico assume un ruolo centrale di una comunità educante che sa definire il proprio organico in coerenza con l’offerta formativa ma nel giusto vincolo di obiettivi nazionali che le scuole sono tenute ad osservare (Cap. II art. 2). Un piano triennale che solo dopo gli iter autorizzativi regionali e romani (spediti e di quaqualità) sarà efficace; quindi una autonomia garantita e controllata come è giusto che sia e come si è sempre richiesto.
Significativo il passaggio dell’alternanza scuola-lavoro se non verrà bruciato da superficialità, pastoie burocratiche e disinteresse da ambo le parti. Bene il dirigente leader capace di progettare, coinvolgere, stimolare, incentivare purchè sia uno scopritore di talenti e non vittima di un clientelismo sempre in agguato. Perché non si corra questo rischio è indispensabile che i vincoli e i controlli all’art. 7 non siano lettera morta. All’art. 8 c’è il cancro del precariato da sanare, svuotando le GAE, mostruosità tutta italiana. Un ulteriore punto di debolezza è dato da una ambiguità: il DDL scuola fa passi significativi di diritto quando in svariati passaggi parla di sistema scolastico pubblico integrato e statale e paritario; non si capisce quale sia la sorte dei docenti della scuola paritaria, laureati e abilitati, e spesso anche vincitori di concorso. Fra quei 130 mila precari ci sono anche quelli che precari non sono, essendo di ruolo in una delle scuole pubbliche del sistema scolastico integrato, cioè la scuola paritaria; ma di fatto sono considerati docenti di serie B.
Perché di ruolo si parla solo ed unicamente per la scuola pubblica statale: allora che sistema scolastico integrato è? I docenti della scuola paritaria, che pure “producono” alunni con titoli validi su tutto il territorio nazionale, ed esercitano un servizio pubblico, sono peggio dei figli in provetta che non si sa di chi sono (che l’esempio piaccia o no ai progressisti!). E qui il mio pensiero si smarrisce: ritrovo un DDL ancora troppo timido e non ha saputo evitare la contraddizione in termini (per Aristotele sarebbe come un tronco…): mentre afferma che in Italia, come avviene in tutti i paesi civili d’Europa e d’oltreoceano, il sistema scolastico è integrato e le scuole paritarie e statali ne fanno pienamente parte, il DDL discrimina i docenti a seconda di dove inse gnano, quasi a dire: “Caro docente, nel sistema scolastico pubblico e integrato i titoli da te ricevuti (laurea, abilitazione, eventuale concorso) si depotenziano magicamente se decidi di scegliere il pubblico paritario rispetto al pubblico statale, perchè la primogenitura è della scuola statale e solo qui sarai di ruolo, farai carriera e avrai uno stipendio, seppur basso per la categoria professionale, sempre però più alto dei tuoi colleghi che a parità di titolo e di competenza insegnano nella scuola paritaria”.
Accettabile? Da parte di chi ragiona, non penso proprio. Occorre almeno avere chiaro il problema: i docenti tutti del sistema pubblico e integrato di istruzione, a parità di titolo e di competenza, dovrebbero essere chiamati dal dirigente della scuola pubblica statale e dal dirigente della scuola pubblica paritaria, scegliendo dove insegnare, senza alcun ricatto economico ma unicamente per la condivisione di una identità scolastica. Questa è civiltà. Almeno poniamoci la domanda: come è possibile che in un sistema pubblico, integrato ci siano ingiustizie così gravi? Mi auguro che le leve di trasparenza e di buona organizzazione che questo DDL ha introdotto possano liberare le risorse dalla morsa dello spreco e reinvestirle nel sistema scuola.
Si riconferma il costo standard come il solo anello mancante che, mentre consente alla famiglia di scegliere, innesca una sana concorrenza tra le scuole sotto lo sguardo garante dello Stato. La strada è tutta in salita ma è quella giusta: le detrazioni sono uno strumento di breve periodo, utili – più che a risolvere il problema – a sancire un passaggio culturale dal quale non si torna indietro. Il passo successivo sarà il costo standard dello studente e la piena garanzia di selta della scuola da parte della famiglia senza dover pagare due volte, le imposte allo Stato e il fnzionamento alla scuola pubblica paritaria. Interessante all’art.14 la pubblicità dei dati, dei bilanci, del SNV, che rappresenterà un portale di accompagnamento delle istituzioni scolastiche, un supporto alle scuole su tematiche anche di natura amministrativa, contabile e gestionale, oltre che didattica. Introdurre il costo standard significa accompagnare le scuole verso la riqualificazione delle risorse e l’acquisizione di competenze di riorganizzazione amministrativa prima e gestionale poi, per rendere sostenibile la buona scuola di qualità ma senza sprechi.
Ecco, credo sia questa contraddizione e lacuna il punto di debolezza più evidente del DDL, che comunque ha il merito di proporre passaggi coraggiosi.
R) credo siano un ottimo punto di partenza, cosi come descritto all’art. 2. Lo sa bene un preside: una identità non nasce dal nulla, necessita di un progetto almeno triennale, condiviso in un sistema più ampio, in cui il piano triennale sviluppi i punti di forza della scuola, che emergono dalla sua storia. E’ evidente che la vitalità di una scuola sarà rafforzata da una serie di piani triennali non in contrasto l’uno con l’altro, ma frutto di uno sviluppo coerente che costituisce – come dire – il “piano carismatico” della scuola, anche pubblica statale.
Ogni scuola dovrà riflettere su questo aspetto di fondo, chiedendosi, in sostanza: “Chi sono? Come mi manifesto? Qual è il mio stile di formazione e di relazione con le varie componenti del progetto educativo”? Il piano triennale ha senso solo nel quadro di una identità. Che è, del resto, l’oggetto della scelta delle famiglie. L’organico funzionale alla progettazione, di conseguenza, risulta indispensabile per attuare il piano. Senza organico funzionale sarebbe come pretendere di volare senza ali, o di correre senza ruote… Il dirigente scolastico presenta il piano triennale al Miur che, oltre a verificare il rispetto degli indirizzi strategici di cui al comma 3 del DDL, ne valuta la sostenibilità di risorse finanziarie e di organico in una visione di insieme. Nel saggio del 2010, “La Buona Scuola pubblica statale e paritaria”, al Cap V Casus di specie, definivo la buona gestione per una buona scuola con una esemplificazione molto concreta: una gestione innovativa consente una ristrutturazione organizzativa che, attraverso alcuni processi sistemici, porta l’organizzazione ad un equilibrio economico finanziario nonostante le scarse risorse.
Tale equilibrio consente, ad esempio, di monitorare, abbassandoli, i contributi al funzionamento delle scuole pubbliche paritarie per renderle accessibili ad un numero molto più elevato di famiglie. Pertanto: una gestione innovativa consentirà alla scuola pubblica (non solo paritaria, ma anche statale) di avere dei costi molto più contenuti; superando lo spreco delle risorse, la buona scuola pubblica potrà recuperare lo spazio per un reale investimento progettuale.
Soltanto una sana gestione, fondata sopra una solida identità carismatica, superata l’emergenza degli sprechi potrà segnare il passaggio dalla politica del “mantenimento” a quella del “rilancio progettuale”. Questo percorso darà l’avvio ad un corretto investimento delle risorse nella formazione dei docenti e di tutto il personale scolastico, nel congruo riconoscimento della loro professionalità, nel miglioramento degli standard educativi e formativi dell’allievo, nella ristrutturazione e messa in sicurezza degli edifici e delle attrezzature scolastiche.Da qui il mio giudizio positivo su una programmazione triennale come all’art. 2 del DDL se si rispettano le condizioni che ho descritto.
R) Da anni la mia risposta resta la medesima e non arretra di un centimetro. – Dal 1948 ad oggi si è assistito alla discriminazione degli allievi, figli di famiglie che, volendo caparbiamente esercitare il diritto alla libertà di scelta educativa, che fa parte dei Diritti Umani, hanno affermato questa libertà indirizzandosi verso la scuola pubblica paritaria. Discriminazione che appare feroce verso i figli dei poveri, che non possono scegliere.
– E’ proprio la nostra Repubblica che ha riconosciuto loro questo diritto all’Art. 3 della Cost., in un pluralismo educativo all’art. 33; l’Europa, con le Risoluzioni del 1984 e del 2012 lo ha espressamente richiesto; la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo rivendica la libertà di scelta educativa sia per l’individuo che per la famiglia.
– La libertà di scelta educativa può esercitarsi solo ed unicamente in un pluralismo educativo come sancito dalla Costituzione italiana all’art. 33 e all’art. 118 “Stato, Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di attività di interesse generale, sulla base del principio di sussidiarietà.”.
Dunque, mentre è stato chiarito che publicum est pro populo, si è evidenziato che pubblico è ciò che è
fatto per l’interesse pubblico, quindi non implica necessariamente e solo la gestione statale.
Chi non intende le ragioni del diritto, intenderà quelle dell’economia: le famiglie che scelgono la scuola
pubblica paritaria pagano e le tasse per la pubblica statale e le rette per formare i loro figli. Dunque, triplo vantaggio: 1) offrono un gettito di imposta per la scuola statale a fondo perduto; 2) fanno risparmiare ben sei miliardi di euro allo Stato, costituenti un’entrata a fronte della mancata spesa, e 3) formano per la collettività cittadini in grado di produrre ricchezza con il loro lavoro. Attualmente, i cittadini lavoratori formati dalle scuole pubbliche paritarie non sono costati una lira allo Stato: semplicemente lo arricchiscono. Dunque gli convengono.
Ma in una democrazia non possono esistere cittadini di serie A e di serie B. Pertanto ben venga la detrazione fiscale nel breve periodo, che si perfezioni speditamente verso il costo standard per allievo, fattore di efficienza e di sostenibilità nel buco nero della pubblica istruzione. Detrazioni fiscali di massimo 400 euro annui per una famiglia della pubblica paritaria, a fronte del costo di un allievo alla scuola statale di ben 8.000 euro annui solo di spese correnti, mi pare una cifra ben meno che simbolica – seppur ribadisco garantisce un diritto in capo alla famiglia per la prima volta. Entrambe le famiglie (della paritaria e della statale) hanno pagato le tasse per un sistema scolastico integrato e plurale. Poi, se quello che fa problema è che vi siano scuole cattoliche – anche se lo abbiamo detto in tutte le lingue del mondo che la scuola pubblica paritaria è sia cattolica, sia laica, sia ebraica ecc. – si dia alla famiglia la possibilità di scegliere e se nessuna di queste scuole sarà scelta, bene: avranno chiuso.
Se questi signori sono cosi certi della loro idea raccolgano la sfida che forse questo governo ha lanciato. Si badi bene: la laicità pura non teme mai il confronto e se non genera autentica libertà di scelta, smette di chiamarsi laicità e si chiama dittatura, monarchia assoluta. L’homo ideologicus del corteo dichiari apertamente che l’individuo, la famiglia non ha il diritto di scegliere l’educazione per il figlio e pertanto non ne ha la responsabilità; quindi deve essere interdetta e lo Stato deve intervenire in sua vece., competenze
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