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Timestamp: 2018-12-15 02:48:55+00:00
Document Index: 139311394

Matched Legal Cases: ['art. 117', 'art.1113', 'art. 10', 'art. 1', '§ 22', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1113', 'art. 33', 'art. 33']

Salvini chiude i porti alle ONG e apre un conflitto con Malta. Contro il diritto internazionale | EuroNomade
Posted by Redazione | Giu 12, 2018 | Omnia Sunt Communia |
Riprendiamo dal sito di Associazione Diritti e Frontiere – Adif questa analisi degli ultimi eventi mediterranei, che ci sembra importante anche per il taglio giuridico.
Toninelli rappresenta davvero la linea del movimento Cinque stelle, nel quale lo scorso anno qualcuno definiva le ONG come “taxi del mare”? Una conversione sulla linea Salvini, dopo le dichiarazioni assai evasive rese appena una settimana fa ? I vertici del Movimento percepiscono il costo politico di queste posizioni?
Il Presidente del Consiglio Conte, alla fine, ha fatto sentire la sua flebile voce, come al solito, sotto dettatura dei suoi potenti alleati:
L’Italia si ritrova ad affrontare in totale solitudine l’emergenza immigrazione. Il problema è stato da me posto anche nel corso del G7 a tutti i partner europei in questi ultimi giorni dove ho anticipato che i flussi migratori devono essere gestiti in maniera condivisa anche per ciò che riguarda tutte le iniziative volte a prevenire le partenza. Il regolamento di Dublino va radicalmente cambiato.
Conte ha parlato mentre a Palazzo Chigi era in corso un vertice del governo sul caso Aquarius. Potremmo dire la spettacolarizzazione di una violazione del diritto internazionale che l’Italia potrebbe pagare molto cara. Ci voleva un vertice di governo per decidere di violare il diritto internazionale, come imposto da Salvini. La risposta di Bruxelles, o di Strasburgo, se si arriverà alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo, non si farà attendere. Ma di gravi violazioni se ne potrebbero riscontrare anche sul piano del diritto interno.
In virtù dell’art. 117 e degli articoli 10 ed 11 della Costituzione, e delle relative leggi di ratifica delle Convenzioni internazionali, queste hanno rango normativo superiore alle disposizioni amministrative emanate da un ministro o ad un codice di condotta privo di basi legali. La solidarietà comunque non si arresta ed i fronti di resistenza si moltiplicano. Il ministro dell’interno se ne accorgerà presto. Già in passato Maroni aveva portato l’Italia ad una severa condanna da parte della Corte Europea per i diritti dell’Uomo per i respingimenti collettivi effettuati in Libia nel 2009. Oggi sembra che sia proprio Maroni a dare consigli di cautela a Salvini, senza alcun successo, a quanto sembra. In base all’art.1113 (che sanziona l’omissione di soccorso) del Codice della Navigazione, trattandosi ormai di casi che ricadono nella piena giurisdizione delle autorità italiane, il governo italiano deve prestare immediata assistenza alle persone soccorse nell’ambito di operazioni coordinate dal Comando centrale della Guardia costiera italiana. Assistenza che non può che essere prestata altrimenti che con lo sbarco in un POS (Place of safety), e che non può certo essere limitata ad interventi pseudo-umanitari come i rifornimenti dal mare, che il governo italiano sembrerebbe orientato a garantire comunque.
Non si comprende perchè le tre motovedette italiane impegnate nei primi soccorsi coordinati da MRCC Roma non siano rientrate a Lampedusa sbarcando lì le persone soccorse, o non abbiano trasbordato gli stessi naufraghi su uno dei numerosi assetti militari presenti nelle acque circostanti, sotto il controllo della missione Themis di Frontex e dell’operazione Eunavfor Med. Nei mesi scorsi si era parlato di una regionalizzazione delle operazioni SAR a partire dall’avvio dell’operazione Themis di Frontex. Di certo però, istruzioni operative interne all’agenzia Frontex non possono modificare la portata di obblighi sanciti da Convenzioni internazionali, come peraltro ribadisce il Regolamento UE n.656 del 2014. Tra questi obblighi rientra anche la indicazione di un POS (Place of safety), porto sicuro di sbarco da parte delle autorità MRCC che coordinano le attività di ricerca e salvataggio in acque internazionali.
Sono mesi peraltro che le prassi operative della Guardia costiera appaiono fortemente determinate dal Ministero dell’interno e non dal Ministero dei trasporti e delle infrastrutture che sarebbe competente. Un precedente abbastanza simile al blocco odierno si era già verificato nei primi giorni dello scorso maggio. Poi la nave Aquarius era stata autorizzata a sbarcare in un porto italiano. Sull’assegnazione del POS (Porto sicuro di sbarco) alle navi delle ONG, nell’agosto dello scorso anno, c’era stato un durissimo scontro tra il ministro Minniti ed il ministro Del Rio, conclusosi con la prevalenza del ministro dell’interno, dopo un comunicato di sostegno giunto addirittura dal Quirinale. Si trattava della imposizione del Codice di Condotta redatto da Minniti per rallentare, se non bloccare, le attività di soccorso delle ONG, ed il conseguente ruolo subalterno lasciato ai comandi del Corpo della Guardia Costiera.
La politica non può incidere sui procedimenti penali. Appaiono incomprensibili le prime dichiarazioni domenica 10 giugno, rilasciate dall’ambasciatrice maltese a Roma secondo cui, nell’occasione di un precedente evento di soccorso, riguardante la nave umanitaria Sea Watch pochi giorni fa, Malta avrebbe dato disponibilità all’ingresso in porto. Dichiarazioni che segneranno probabilmente l’apertura di una indagine della magistratura di Reggio Calabria anche su questo “sbarco”, avvenuto ieri sera, con un lungo interrogatorio del comandante ed il sequestro dei materiali di lavoro dei giornalisti. Queste dichiarazioni di disponibilità a garantire uno porto di sbarco fornite dall’ambasciatrice maltese appaiono frutto di pressioni diplomatiche italiane, ma sono state contraddette dall’odierna querelle diplomatica nella quale si riconferma il consueto rifiuto delle autorità maltesi. La realtà è che Malta in termini percentuali (rispetto alla popolazione residente) si colloca al secondo posto in Europa (18%) per l’accoglienza dei richiedenti asilo ( dati del 2016), mentre l’Italia figura in coda agli ultimi posti (meno del 3 %). Lo sbarco di 600 migranti a Malta equivarrebbe allo sbarco di 60.000 persone in un solo luogo, in Italia. Ma una comunicazione politica truffaldina ed una informazione distorta hanno sbattuto sulle prime pagine un improponibile conflitto Italia-Malta, come se si trattasse di una partita di calcio, buona per tifare Italia per quelli che si sentono orfani dei mondiali di calcio.
Come nota De Sena, per quanto possa in astratto succedere che uno stato competente per il coordinamento delle attività di ricerca e salvataggio in mare rifiuti di indicare un porto sicuro di sbarco, che non è necessariamente il porto più vicino,
La chiusura dei porti italiani implicherebbe necessariamente una serie di conseguenze sul piano del rispetto di norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati. Vari elementi permettono infatti di considerare che l’Italia eserciterebbe, de jure e de facto, sulle imbarcazioni in parola, poteri idonei ad incidere sul godimento effettivo di diritti elementari da parte di coloro che si trovino a bordo. In altri termini, questi ultimi, pur tenuti fuori dai porti italiani, non mancherebbero di rientrare nella giurisdizione italiana, ai sensi dell’articolo 1 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, così come interpretato nella giurisprudenza rilevante. Nel caso Women on Waves c. Portogallo, la Corte non ha esitato a valutare nel merito la violazione dell’art. 10 derivante dal divieto di accesso al mare territoriale imposto dalle autorità portoghesi alla nave olandese Borndiep, ritenendo (sia pure) implicitamente che tale divieto costituisse un esercizio di giurisdizione ai sensi dell’art. 1 della Convenzione (§ 22 della sentenza del 3 febbraio 2009). All’analogia con questo caso va aggiunto che la dichiarazione del rappresentante italiano si riferisce a un divieto di accesso ai porti, ovvero alle acque interne; ciò che lascia intendere che le imbarcazioni interessate abbiano già raggiunto le acque territoriali italiane. Anche a voler negare il carattere di precedente della sentenza Women on Waves, in ragione del fatto che la questione della carenza di giurisdizione non era stata espressamente sollevata dal Portogallo (elemento peraltro non decisivo, visto che le ragioni di inammissibilità sono sempre rilevabili d’ufficio dalla Corte), ulteriori circostanze sembrano corroborare la tesi secondo cui le imbarcazioni che chiedono l’autorizzazione di ingresso in porto, dopo essere state soccorse, rientrano nella giurisdizione dello Stato italiano. Infatti, come responsabile della zona SAR di soccorso – o anche nel caso in cui il soccorso sia avvenuto al di fuori della zona SAR italiana, ma comunque su impulso di un SOS diramato dall’MRCC (Comando generale del Corpo della Capitanerie di Porto) di Roma – l’Italia risulta essere il Paese giuridicamente responsabile del coordinamento dei soccorsi ed è dunque lo Stato che esercita, «conformemente al diritto internazionale», le funzioni esecutive che tale coordinamento comporta (v. mutatis mutandis, Al-Skeini c. Regno Unito e Jaloud c. Paesi Bassi).
In base a queste considerazioni la minacciata “chiusura dei porti italiani” se si andrà oltre la sparata elettorale mentre gli elettori esercitano il loro diritto di voto, potrebbe comportare gravi profili di responsabilità a carico dei vari soggetti, da identificare, artefici della complessa catena di comando che si dovrebbe attivare per rendere esecutiva tale decisione. A partire dalla possibile configurabilità del reato di omissione di soccorso previsto dall’articolo 593 del Codice Penale e dall’art. 1113 del Codice della Navigazione, qualora la ritardata od omessa indicazione del POS da parte delle autorità italiane si traduca nella impossibilità di fare fronte alle emergenze sanitarie presenti nella maggior parte dei casi a bordo delle navi che intervengono in operazioni SAR in acque internazionali. È a tutti nota infatti la condizione attuale delle persone che riescono a fuggire dalla Libia, e ritardi di giorni nello sbarco a terra possono avere effetti letali, malgrado il prodigarsi degli equipaggi delle navi soccorritrici. Sono le ragioni che hanno spinto il GIP ed il Tribunale di Ragusa a ritenere la Libia come uno stato (ammesso che si possa parlare di uno stato) privo di luoghi sicuri di sbarco (Place of safety).
Occorre ricordare anche la Convenzione di Ginevra ed il principio di non respingimento (art. 33). Se uno Stato respinge una nave di migranti irregolari che ha fatto ingresso nelle proprie acque territoriali senza controllare se a bordo vi siano dei richiedenti asilo e senza esaminare se essi possiedano i requisiti minimi per il riconoscimento dello status di rifugiato, commette una violazione del principio di non respingimento sancito dall’art. 33 par. 1 della Convenzione del 1951 se i territori (Stati terzi o alto mare) verso cui la nave è respinta non offrono garanzie sufficienti per l’incolumità dei migranti, o anche soltanto per la possibilità di accoglienza e di accesso ad una procedura di asilo. Ma soprattutto, se gli ordini di Salvini si imporranno anche dopo la scadenza elettorale, sarebbe violato l’inalienabile diritto delle persone, quale che sia il loro stato giuridico, “a non subire trattamenti inumani o degradanti”, che potrebbero ben configurarsi qualora a seguito di un ennesimo braccio di ferro tra gli stati, la loro permanenza a bordo dovesse procurare loro ulteriori sofferenze, se non rischi per la salute o per la stessa vita. E per la violazione del divieto di trattamenti disumani od degradanti, imposto agli stati nei confronti di tutte le persone che ricadono nella loro giurisdizione, come qualunque migrante soccorso in operazioni coordinate da una autorità statale, si potrebbero ipotizzare ricorsi alla Corte Europea dei diritti dell’Uomo. Mentre se il conflitto tra gli stati nella individuazione di un POS (porto sicuro di sbarco) si dovesse ripetere, dovrebbe occuparsene la Corte di Giustizia dell’Unione Europea.
Se qualcuno spera di ricattare i vertici di Bruxelles per estorcere una modifica del Regolamento Dublino giocando sulla pelle dei disperati raccolti in mare dalle navi delle ONG, e poi si allea con quei governi sovranisti, come Orban in Ungheria e Kurz in Austria, che hanno bloccato qualunque modifica migliorativa dello stesso Regolamento, bocciando le proposte di compromesso del Parlamento europeo, compie una operazione disumana, falsificatrice e priva di prospettiva politica. L’Unione Europea diventerà ancora una volta terreno di scontro elettorale e se queste linee nazionaliste prevarrano, magari con le elezioni del prossimo anno, alle quali guarda già Salvini, sarà il sucidio dell’Europa. Saranno anche gli entusiasti elettori dei partiti populisti e sovranisti che ne pagheranno le conseguenze, ancora più gravi della possibile fine dell’euro.
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