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Timestamp: 2020-07-05 06:51:27+00:00
Document Index: 183821605

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 610', 'art. 179', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 179', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 1590']

Marzo 2019 - Pagina 2 di 3 - Studio Legale Damoli
Con sentenza n. 40482 del 12 settembre 2018, la V sezione penale della Corte di Cassazione ha riaffermato, in conformità con orientamento unanime, che il delitto di violenza privata viene integrato dall’esercizio di una coazione sulla volontà della persona offesa qualunque sia il mezzo utilizzato per incidere sulla libertà di autodeterminazione della vittima.
Il ricorrente veniva condannato dalla Corte d’Appello di Trieste per il delitto di violenza privata di cui all’art. 610 c.p..
Lo stesso, infatti, affermava di vantare un diritto di servitù di passaggio attraverso il fondo attiguo alla sua proprietà e, pertanto, vi transitava di continuo anche senza il consenso del vicino proprietario.
Quest’ultimo, al fine di limitare il traffico, si decideva a chiudere il cancello posto a delimitazione delle due proprietà, considerato anche il fatto che il proprio vicino godeva di un ulteriore accesso alla pubblica via.
Tuttavia, non condividendo il rifiuto oppostogli, il ricorrente impediva la chiusura del cancello, parcheggiando ripetutamente la propria automobile e frapponendosi egli stesso nella traiettoria della cancellata, motivo per il quale veniva condannato nei primi due gradi di giudizio.
Con i motivi a supporto dell’impugnazione veniva contestato, in particolare, come i fatti oggetto del procedimento non potessero essere ricondotti alla categoria dei comportamenti “violenti”, traducendosi più che altro in comportamenti di carattere passivo, perciò non idonei ad integrare una vera e propria violenza privata.
Il Collegio rigettava il ricorso, sostenendo, in armonia con l’unanime interpretazione rinvenuta in giurisprudenza, che l’elemento della violenza si identifica con qualsiasi mezzo idoneo a privare coattivamente l’offeso della libertà di determinazione e di azione, potendo consistere anche in una violenza definita “impropria”, attuata cioè mediante l’uso di mezzi anomali che siano diretti ad esercitare pressioni sulla libertà altrui.
A titolo esemplificativo, il Collegio elencava alcune precedenti decisioni che, sulla base del medesimo principio, avevano esteso l’ambito di applicazione del delitto di violenza privata alle condotte:
di colui che occupi il parcheggio riservato ad una persona invalida (cfr. Corte di Cassazione, sez. V penale, sent. 17794/2017);
di chi parcheggia la propria vettura dinanzi ad un fabbricato in modo da bloccare il passaggio (cfr. Corte di Cassazione, sez. V penale, sent. 8425/2013);
del partecipante ad una manifestazione di protesta che impedisca agli operai di svolgere i lavori previsti per l’esecuzione di un’opera pubblica, ponendo in essere comportamenti idonei a bloccare l’utilizzo dei macchinari (cfr. Corte di Cassazione, Sez. V penale, sent. n. 48369/2017).
In conclusione, il delitto di violenza privata deve ritenersi integrato da qualsiasi coazione esercitata sulla persona offesa idonea a incidere sulla sua libertà di autodeterminazione, qualunque sia il mezzo utilizzato purché idoneo allo scopo.
Cass_40482_2018
http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2019/03/380231_40421_piazza_tien_an_men.jpg 340 620 Mattia Verza http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2018/12/PNG_2-2-300x225.png Mattia Verza2019-03-18 08:34:002019-05-15 14:41:05Rapporti di vicinato e (non) violenza privata
L’immobile acquistato da un coniuge con denaro personale dopo il matrimonio cade in comunione legale?
Nel caso di acquisto di un bene immobile effettuato dopo il matrimonio da uno dei coniugi in regime di comunione legale, la partecipazione all’atto dell’altro coniuge non acquirente è condizione necessaria ma non sufficiente per l’esclusione del bene dalla comunione.
Oltre al concorde riconoscimento da parte dei coniugi della natura personale del bene, occorre l’effettiva sussistenza di una delle cause di esclusione della comunione elencate all’art. 179, co. 1, lett. c), d) ed f), c.c..
Due coniugi hanno contratto matrimonio nel 1970.
Nel 1988, la moglie ha acquistato un immobile con denaro personale, prevedendo nell’atto di acquisto che fosse escluso dalla comunione legale.
Nel 2006 è stato dichiarato il fallimento del marito, quale socio unico illimitatamente responsabile di una società in nome collettivo.
Il curatore del fallimento ha trascritto la sentenza di fallimento sull’immobile detto in precedenza, sul presupposto che la partecipazione al contratto del coniuge (formalmente non acquirente) ed il suo assenso all’acquisto personale in favore dell’altro coniuge non fossero elementi sufficienti ad escludere l’acquisto dalla comunione legale.
La proprietaria dell’immobile ha allora citato in giudizio il curatore per ottenere la cancellazione della trascrizione della sentenza di fallimento.
Sia il Tribunale, sia la Corte d’Appello di Napoli, hanno rigettato le richieste dell’attrice.
Quest’ultima ha, quindi, promosso ricorso per cassazione.
Con l’ordinanza n. 7027, pubblicata il 12 marzo 2019, la Suprema Corte di Cassazione ha confermato le decisioni dei giudici di merito.
Secondo il costante orientamento giurisprudenziale, infatti, “mancando la prova della sussistenza di una delle cause di esclusione dalla comunione legale di cui all’art. 179 c.c., lett. c), d) ed f), la mera partecipazione del coniuge non acquirente all’atto di trasferimento e la sua dichiarazione circa la natura dei beni non comport[a] l’esclusione dei beni medesimi, acquistati in regime di comunione legale, dalla comunione stessa“.
La domanda formulata dalla proprietaria dell’immobile, dunque, avrebbe dovuto essere volta ad accertare la sussistenza dei presupposti di fatto dell’esclusione dei beni dalla comunione, non essendo all’uopo sufficiente la mera dichiarazione contenuta nell’atto di vendita.
Cass_7027_2019
Marzo 15, 2019 /da Mattia Verza
http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2019/03/comunione-legale.jpg 338 600 Mattia Verza http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2018/12/PNG_2-2-300x225.png Mattia Verza2019-03-15 10:44:372019-03-15 10:44:39L'immobile acquistato da un coniuge con denaro personale dopo il matrimonio cade in comunione legale?
La Suprema Corte di Cassazione, con sentenza n. 4889/2019, depositata in data 19 febbraio 2019, ha statuito che la giurisdizione in materia di acquisto di immobile abusivo spetta al Giudice Ordinario e non al Giudice Amministrativo.
Un privato ha chiesto il risarcimento danno, ex art. 2043 c.c., al Comune, poiché ha sostenuto che non ha posto in essere la diligenza di vigilare sul rispetto delle prescrizioni urbanistiche nella costruzione di un fabbricato da parte di una Società.
Il ricorrente ha acquistato l’immobile riponendo fiducia nel Comune, con la consapevolezza che lo stesso avesse visionato e controllato la conformità alla legge e alla disciplina urbanistica.
Solo in un secondo momento, il cittadino, ha scoperto che vi erano molteplici irregolarità edilizie ed urbanistiche rendendolo, in parte, abusivo.
Il Giudice del Tribunale, nel giudizio instaurato con la Società, chiamata in giudizio, e il Comune, ha ritenuto che la controversia dovesse essere devoluta al Giudice Amministrativo, poiché collegata all’attività della P.A., quindi, è stato proposto il regolamento preventivo di giurisdizione chiedendo l’autorizzazione del Giudice Ordinario.
Il Comune ha resistito, al contrario della Società che non ha svolto difese.
La decisione è stata disposta affermando che il problema non riguarda la legittimità dei titoli abitativi relativi alla costruzione della Società, ma riguarda esclusivamente la situazione di diritto soggettivo, ossia l’integrità del patrimonio leso, presuntivamente, dal ricorrente.
Per tale motivo, la decisione è stata fondata sulla non risarcibilità del danno, poiché non riguarda un diritto soggettivo relativo alle materie di esclusiva competenza del Giudice amministrativo.
Di talché, la giurisdizione è del Giudice ordinario.
RIchiesta risarcimento al comune per acquisto immobile abusivo
Marzo 12, 2019 /da Marco Damoli
http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2019/03/sorrento-audace-cerignola-3245056.1024x768.jpg 768 1024 Marco Damoli http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2018/12/PNG_2-2-300x225.png Marco Damoli2019-03-12 11:14:322019-03-13 08:47:12Acquistato immobile abusivo? Richiesta risarcimento danni al Comune
Se il conduttore restituisce l’immobile gravemente danneggiato, deve risarcire i danni al proprietario
Il locatore, in caso di anormale usura dell’immobile, ha diritto al risarcimento del danno consistente sia nella somma di denaro occorrente per la riparazione dell’immobile medesimo, sia nel mancato guadagno ritraibile dalla cosa nel periodo di tempo necessario per l’esecuzione dei lavori.
I proprietari di un immobile concesso in locazione ad un ente pubblico hanno proposto ricorso per consulenza tecnica preventiva, con l’obiettivo di accertare l’entità dei danni arrecati all’immobile dalla p.a., nonché individuare e quantificare le opere necessarie per ripristinare lo stato dei luoghi.
All’esito della successiva causa di merito, il Tribunale di Catanzaro ha preso atto dell’esistenza di detti gravi danni e, di conseguenza, ha condannato il conduttore al risarcimento dei danni, oltre al pagamento di una indennità commisurata al periodo di tempo occorrente ai proprietari per il restauro dell’immobile.
La Corte d’Appello della medesima città, in accoglimento dell’impugnazione proposta dall’ente, ha invece ritenuto che nessun risarcimento o indennità spettasse ai proprietari a titolo di ristoro della perduta possibilità di locare l’immobile a terzi durante il periodo occorrente per il restauro.
I locatori hanno, quindi, promosso ricorso per cassazione, ritenendo che nell’ipotesi in cui il conduttore restituisca l’immobile in condizioni tali da chiedere un restauro, il danno sarebbe in re ipsa.
Con l’ordinanza n. 6596, pubblicata il 7 marzo 2019, la Suprema Corte di Cassazione ha accolto il ricorso dei proprietari perché fondato.
In primis, ha confermato il consolidato orientamento giurisprudenziale secondo il quale “qualora, in violazione dell’art. 1590 c.c., al momento della riconsegna dell’immobile locato presenti danni eccedenti il degrado dovuto a normale uso dello stesso, incombe al conduttore l’obbligo di risarcire tali danni, consistenti non solo nel costo delle opere necessarie per la rimessione in pristino, ma anche nel canone altrimenti dovuto per tutto il periodo necessario per l’esecuzione ed il completamento di tali lavori, senza che, a quest’ultimo riguardo, il locatore sia tenuto a provare anche di aver ricevuto – da parte di terzi – richieste per la locazione, non soddisfatte a causa dei lavori“.
In secondo luogo, si è precisato come il risarcimento dovuto al locatore in conseguenza della mancata disponibilità del bene durante il periodo occorrente per il restauro non costituisca un danno in re ipsa. L’indisponibilità è invece equiparata alla mancata restituzione dell’immobile. Ne consegue che è, in ogni caso, dovuto per questo periodo al proprietario il corrispettivo convenuto in sede di contratto, salva la prova del maggior danno.
Cass_6596_2019
Marzo 11, 2019 /da Mattia Verza
http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2019/03/danni-locali-affitto.jpg 810 1440 Mattia Verza http://www.studiolegaledamoli.it/wp-content/uploads/2018/12/PNG_2-2-300x225.png Mattia Verza2019-03-11 10:58:392019-03-11 10:58:42Se il conduttore restituisce l'immobile gravemente danneggiato, deve risarcire i danni al proprietario