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Timestamp: 2018-07-23 15:51:48+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 8', 'art. 13', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza\n']

Quando la difesa dei diritti dell'uomo diventa discriminazione dei più deboli | Cogito et Volo
Quando la difesa dei diritti dell’uomo diventa discriminazione dei più deboli
Di Melchiorre Mirko Noto -	 gio 30 agosto 2012 Bioetica
L’altro ieri la Corte europea dei diritti dell’uomo ha emanato una sentenza in cui dichiara che la legge 40/2004 sulla fecondazione assistita viola l’art. 8 della CEDU e che inoltre è in contraddizione con la famigerata 194/1978 sull’aborto.
Il caso è stato portato all’attenzione della Corte da una coppia italiana di portatori sani di fibrosi cistica a cui, nel 2006, è nato un figlio ammalato; successivamente, nel 2010, la coppia ha concepito un secondo figlio cui, attraverso l’amniocentesi, è stata diagnosticata la stessa malattia, e -con una applicazione a mio parere alquanto dubbia della 194 – è stato eliminato attraverso un aborto definito “terapeutico”.
Dopo questo fatto la coppia, decisa a tutti i costi ad avere un figlio sano, decide di ricorrere alla FIVET e alla diagnosi pre-impianto, in modo tale da selezionare l’embrione ed avere la sicurezza di partorire un figlio sano. La legge 40/2004, che disciplina il ricorso alla FIVET, però permette di ricorrere a tale pratica soltanto nel caso in cui la coppia sia sterile o nel caso di malattie gravi sessualmente trasmittibli. E questo è solo il primo divieto su cui è incappata la coppia: già, perchè la legge 40 vieta, all’art. 13, “ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti”, cosa che appunto la coppia avrebbe intenzione di fare.
A questo punto, i due coniugi hanno pensato bene di rivolgersi alla Corte di Strasburgo, la quale ha prontamente dato loro ragione e condannato il governo italiano a risarcire 15.000 euro per danni morali oltre 2.500 euro di spese legali. La sentenza però sarà da considerarsi definitiva solo se, entro 3 mesi dall’emissione, il governo italiano non presenterà ricorso alla Grande Chambre per far valere le proprie leggi in casa propria.
Vale la pena, prima di passare a qualche considerazione più etica e personale, considerare almeno tre aspetti “giuridico-tecnici” che la Corte europea ha trascurato emettendo questa sentenza, ma che a me, così come a vari esponenti della politica e del mondo pro-life, appaiono ovvi.
Il primo è un dato puramente giuridico-procedurale che è stato totalmente trascurato a Strasburgo, e cioè che per fare ricorso alla Corte europea occorre prima passare atrraverso tutti i gradi di giudizio in Italia; e questo non è stato fatto, perché la coppia è ricorsa direttamente alla Corte europea senza passare per nessun tribunale italiano: questo doveva essere motivo di rigetto del ricorso.
Il secondo aspetto riguarda la presunta violazione dell’articolo 8 della CEDU, cosa che a parer mio è totalmente falsa, in quanto l’art. 8 CEDU recita: “Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui”. Nel nostro caso, mi sembra che l’ingerenza non solo sia “prevista dalla legge” ma è anche finalizzata “alla protezione della salute o della morale, o della protezione dei diritti e delle libertà altrui” (nel nostro caso la protezione altrui è quella dell’embrione).
Il terzo aspetto da considerare è che la legge 40 è in contraddizione con la legge 194. In poche parole la coppia si lamenta con lo stato italiano per l’evidente incoerenza: le ha permesso di abortire nel 2010, perchè il figlio era affetto da fibrosi cistica, adesso le nega di eliminare embrioni affetti dalla stessa malattia.
In effetti la contraddizione c’è, però, oltre a rilevare che nella pratica l’applicazione della 194 è soggetta ad abusi e si finisce per porre quale unico limite all’aborto solo i fatidici 90 giorni, vorrei far notare che la 194 è una legge del 1978 – cioè veccha di 34 anni, figlia della mentalità “sessantottina” del suo periodo – mentre la legge 40 è une legge recente, valutata alla luce delle nuove scoperte scientifiche che riconoscono dignità all’embrione; quindi sarebbe più logico adeguare la 194 alle nuove scoperte scientifiche -che dimostrano come fin dal primo istante del concepimento esiste un nuovo essere [pur nel limite di non ammettere che sia un uomo a tutti gli effetti]– e non invece adeguare la legge 40 alla 194, il che sarebbe soltanto un passo indietro rispetto alle nuove conquiste.
Adesso qualche mia breve considerazione di carattere più etico-personale.
Come prima cosa mi preme ribadire ciò che in un comunicato stampa afferma l’onorevole Carlo Casini, presidente del MPV, cioè che “dolorosamente si coglie una consonanza con le leggi naziste che pretendevano di stabilire chi aveva diritto a vivere e chi no”. D’altra parte il nostro tempo è il tempo in cui si cerca di esorcizzare il male e la sofferenza a tutti i costi, senza però proporre soluzioni adeguate, semplicemente nascondendola sotto il tappeto. E così cresciamo con la mentalità che per valere bisogna essere sani e belli e che se si soffre non vale la pena vivere; così aumentano le persone che alla prima sofferenza si suicidano, e si finisce anche per cercare di voler selezionare prima della nascita chi è sano e buttare via chi è ammalato, così come si butta via qualunque cosa difettata.
Dunque, la domanda che mi pongo è questa: può una società che decide che solo i sani hanno diritto di nascere essere definita umana?
Eliminare gli embrioni ammalati mi fa pensare all’antica Sparta quando si buttavano giù dalla rupe i bambini disabili, e mi chiedo: passati migliaia di anni devono ancora accadere cose del genere? L’uomo è andato avanti: abbiamo capito che gli indios e i neri sono uomini uguali a noi, abbiamo riconosciuto i diritti delle donne, lottiamo insomma per la difesa dei diritti umani, tutti, e addirittura per quelli degli animali, e ancora non riusciamo a riconoscere piena dignità a chi soffre?
Credo che questa sia la sfida della nostra generazione, perché se si impedisce di nascere a chi ha una malattia, allora inevitabilmente si finisce anche per negare dignità a tutti gli ammalati: il confine è sottile e la posta in gioco è alta.
Per concludere dico che la nostra evoluzione morale e scientifica ha tanto lottato affinché venissero meno le leggi della “selezione naturale” e della sopravvivenza del più forte, sono stati scoperti i vaccini e le medicine contro tante malattie, proprio per cercare di far “sopravvivere” anche i più deboli; adesso invece pretendiamo di procedere ad una “selezione artificiale”. Io continuo a credere che l’unica soluzione alla sofferenza sia sempre la cura e la ricerca di cure sempre più efficaci, e penso che selezionare vite umane è un gioco che, se lo faremo, ci costerà molto caro, perchè “Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, ma la natura mai!”.
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