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Timestamp: 2018-09-18 19:45:45+00:00
Document Index: 122560385

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 8', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 644', 'art. 1815', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 644', 'art. 1', 'art. 1815', 'art. 2', 'art. 1815', 'art. 1815', 'art. 4', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 1815', 'art.1815', 'art.183', 'art. 1832', 'art. 1832', 'art. 1284', 'art. 2034', 'sentenza ', 'art. 1284', 'art. 2034', 'sentenza ', 'art. 1346', 'art. 1284', 'art. 1341', 'artt 1283']

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Posted on 26 febbraio 2018 by Avv. Rosario Beninato
La rilevanza degli interessi di mora, ai fini del calcolo del tasso soglia e la conseguente gratuità dei finanziamenti usurari sono al centro di un vivace dibattito giurisprudenziale ben lungi dall’essere sopìto. Nella fattispecie, la Corte d’Appello di Potenza, sulla scorta delle mie argomentazioni, ha sospeso l’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado, sia pure limitatamente agli interessi moratori, con cui i miei Clienti erano stati condannati a pagare circa € 2.000.000,00 in relazione a due mutui usurari.Ordinanza Corte d’Appello di Potenza
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Posted on 11 gennaio 2016 by Avv. Rosario Beninato
L’ordinanza in commento si innesta nel recente orientamento giurisprudenziale secondo il quale, ai fini dell’accertamento dell’usurarietà di un mutuo deve aversi riguardo al tasso previsto per gli interessi moratori nonché ogni altra spesa e commissione.
L’art. 2 L.n. 108/96 individua nel tasso effettivo globale medio (TEGM) aumentato della metà, il tasso soglia oltre al quale gli interessi sono considerati usurari.
In relazione alla determinazione del predetto tasso si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito.
L’art. 8, comma 5, lett. d) del decreto legge n. 70 del 13.05.2011, convertito in legge n. 106 del 12.07.2011, ha modificato la suddetta norma di cui all’art. 2 della legge n. 108/1996, prevedendo che il tasso soglia è ora fissato nel tasso medio, appena menzionato, aumentato non più della metà (come originariamente previsto dal legislatore) bensì di “un quarto, cui si aggiunge un margine di ulteriori quattro punti percentuali. La differenza tra il limite e il tasso medio non può essere superiore a otto punti percentuali”.
Con sentenza n. 350/2013 la Corte di Cassazione, confermando un univoco e consolidato orientamento in materia, affrente le modalità di verifica dell’usurarietà nei contratti di mutuo, ha stabilito: “ai fini dell’applicazione dell’art. 644 del codice penale e dell’art. 1815, secondo comma, del codice civile, si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, quindi anche a titolo di interessi moratori (Corte cost. 25 febbraio 2002 n. 29: “il riferimento, contenuto nell’art. 1, comma i, del decreto-legge n. 394 del 2000, agli interessi a qualunque titolo convenuti rende plausibile – senza necessità di specifica motivazione – l’assunto, del resto fatto proprio anche dal giudice di legittimità, secondo cui il tasso soglia riguarderebbe anche gli interessi moratori”; Cass., n. 5324/2003)”.
Si consideri, infatti, quanto osservato in argomento dal Trib. di Palermo … ” … la legge n. 108/96, ai fini della determinazione della soglia di usurarietà, prevede il rilevamento del tasso effettivo globale medio “comprensivo di commissioni, di remunerazioni a qualsiasi titolo e spese”. In tale dizione vanno ricompresi (e perciò valutati ai fini del giudizio di usurarietà del rapporto) tutti i costi del finanziamento applicati dall’istituto di credito … Sulla scia di tale interpretazione (pelatro già avvalorata dalla sentenza n. 29/02 della Corte Costituzionale … ), la Suprema Corte ha ripetutamente precisato che le soglie di usurarietà riguardano sia gli interessi corrispettivi che quelli moratori (cfr. Cass. n. 5324/03 e, da ultimo, n. 350/13 e 603/13) …”.
Sul punto, cfr., la recente Trib. Palermo, sent. 07.02.2014.
In tema, v. pure, Trib. Busto Arsizio, sentenza 12.03.2013, secondo cui … “Secondo il chiaro tenore letterale dell’art. 644 comma 3 c.p., sono rilevanti, ai fini della determinazione del tasso soglia di cui alla normativa sull’usura, tutti gli oneri che l’utente sopporti in connessione con l’uso del credito.”.
Ai fini della verifica della usurarietà del rapporto occorre considerare tutti i tassi indicati in contratto, quali il tasso di interesse base, il tasso di mora, “LA PENALE PER ESTINZIONE ANTICIPATA”, prendendo in considerazione il valore massimo derivante dall’applicazione, secondo le modalità stabilite contrattualmente, di detti tassi.
A questo tasso vanno sommate tutte le commissioni, le remunerazioni a qualsiasi titolo e le spese, ai sensi dell’art. 1, L. 108/96: “Per la determinazione del tasso di interesse usurario si tiene conto delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito”.
Il tasso finale così ottenuto deve restare sotto il tasso soglia pubblicato tempo per tempo sulla Gazzetta Ufficiale e corrispondente al periodo di sottoscrizione del contratto.
Il succitato orientamento della Suprema Corte trova conferma nella più recente giurisprudenza di merito, secondo cui … ” … ai fini dell’accertamento dell’usurarietà di un mutuo deve aversi riguardo al tasso previsto per gli interessi moratori nonchè ogni altra spesa e commissione (quali le spese di istruttoria, eventuali assicurazioni stipulate a garanzia del finanziamento, commissioni per anticipata risoluzione del contratto e così via) …”.
Sul punto, per tutte, cfr., la recentissima Trib. Bari, 2a Sez. Civ., ord. 14.12.2015.
In argomento, v., pure, la recente Trib. Bari, 2a Sez. Civ., ord. 27.11.2015, secondo cui … ” … per valutare se il tasso pattuito supera il tasso soglia è necessario cumulare gli interessi moratori con la commissione di estinzione anticipata e le altre spese … “.
Ne consegue che, ai fini della verifica della usurarietà del tasso convenuto nel contratto di mutuo, deve tenersi conto non solo del tasso di interessi convenuto ma anche di tutti gli altri costi previsti in contratto, sia quelli certi (spese di istruttoria, assicurazione immobile concesso in garanzia ecc.) che quelli eventuali quali possono essere gli interessi moratori e la commissione per estinzione anticipata.
Sebbene la commissione di estinzione anticipata sia determinata in misura percentuale sul capitale residuo ai fini dell’accertamento dell’usurarietà del mutuo il calcolo deve essere operato con riferimento al capitale concesso a mutuo dovendosi aver riguardo al momento in cui le condizioni contrattuali del mutuo vengono pattuite, così come prescrive la legge, considerato che in ipotesi ben può accadere che l’estinzione anticipata venga richiesta a distanza di qualche giorno.
La necessità di cumulare gli interessi moratori con la commissione di estinzione anticipata appare evidente nel caso in cui tale commissione per contratto è dovuta anche in caso di risoluzione per inadempimento del mutuatario.
Sul punto, cfr., la recente Trib. Bari, 2a Sez. Civ., ord. 19.10.2015.
Ai fini della usurarietà del contratto, a nulla vale la specificazione (riscontrata nella fattispecie) che il tasso di mora non potrà mai essere superiore ai limiti stabiliti dalla legge n. 108/1996.
Se già al momento della sottoscrizione del contratto il tasso di mora pattuito risulta superiore alla soglia prevista dalla L. 108/1996, scatta l’applicazione della sanzione prevista dal secondo comma dell’art. 1815 c.c., così come modificato dall’art. 2 della stessa legge 108/1996, che recita: “se sono convenuti interessi la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”.
L’inoperatività della clausola di salvaguardia contenuta nei contratti di mutuo de quo, nonchè la sopravvenuta gratuità degli stessi quale conseguenza dell’usurarietà è principio consacrato nella più recente giurisprudenza di merito.
Sul punto, si richiama la cit. pronuncia in commento Trib. Bari, 2a Sez. Civ., ord. 14.12.2015, secondo cui … ” … il mutuo per cui è causa deve ritenersi gratuito ai sensi dell’art. 1815 c.c., a nulla rilevando la clausola di salvaguardia prevista nel contratto in esame la quale non esclude il carattere usurario del mutuo e quindi la sua gratuità.”.
In argomento, v. pure, cit. Trib. Bari, 2a Sez. Civ., ord. 27.11.2015, secondo cui … ” … La presenza di una clausola di salvaguardia che riconduce la misura degli interessi moratori al limite massimo del tasso soglia dell’usura non rileva al fine di escludere l’usurarietà del tasso convenuto, qualora il contratto espressamente preveda, oltre agli interessi, anche una commissione per estinzione anticipata e spese di assicurazione.”.
Come precisato in una controversia analoga, la Corte di Appello di Venezia ha statuito …: “L’art. 1815, co. II, C.C. esprime un principio giuridico valido per tutte le obbligazioni pecuniarie e a seguito della revisione legislativa operata dall’art. 4 della Legge 07-03-1996 n. 108 e dalla Legge 28-02-2001, n. 24 – di conversione del D.L. 29-12-2000 n. 394 – esso prevede la conversione forzosa del mutuo usurario in mutuo gratuito, in ossequio all’esigenza di maggiore tutela del debitore e ad una visione unitaria della fattispecie, connotata dall’abbandono del presupposto soggettivo dello stato di bisogno del debitore, a favore del limite oggettivo della “soglia” di cui all’art. 2, IV co., della stessa Legge n.108/1996 (tasso medio risultante dall’ultima rilevazione pubblicata nella Gazzetta Ufficiale, relativa alla categoria di operazione in cui il credito è compreso, aumentato della metà).”.
Sul punto, per tutte, cfr. Corte d’Appello Venezia, sentenza n. 342/2013.
In tema, si segnala anche la recente Trib. Padova, ord. 08.05.2014, secondo cui … “rilevato invero che da un lato la formula della legge “se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi” non consente di effettuare alcuna distinzione tra interessi corrispettivi ed interessi moratori, nè tra le corrispondenti pattuizioni, e dall’altro che il tasso moratorio pattuito, in quanto composto dallo stesso tasso degli interessi corrispettivi al quale va aggiunta una determinata maggiorazione, ove usurario non può che travolgere necessariamente nella sanzione di nullità tutti i suoi “componenti” e quindi anche il tasso corrispettivo…”.
Detto orientamento è stato di recente confermato anche dal Tribunale di Matera, secondo cui …“… ove venga rilevata l’applicazione di tassi superiori a quelli “soglia” ex legge 108/96, deve trovare applicazione l’art. 1815 c.c., con riferimento al periodo di applicazione del tasso usurario, dovendosi quindi stralciare i relativi interessi…”.
Nella fattispecie in esame, in base al principio sopra riportato, il G.E. ha sospeso l’esecutorietà del mutuo impugnato, rilevandone l’usurarietà, nonché la conseguente intervenuta gratuità.
R.G. 6447 / 2014
Sig. V. P. +4
Avv. Rosario BENINATO
C/ BANCA …..
Il Giudice dott. Nicola Magaletti sciogliendo la riserva fatta all’udienza del 24.11.15
La richiesta di sospensione dell’efficacia esecutiva del titolo è fondata e deve essere accolta considerato che alla stregua del più recente orientamento della Corte di Cassazione, condiviso da questo Tribunale, in base al quale ai fini dell’accertamento dell’usurarietà di un mutuo deve aversi riguardo al tasso previsto per gli interessi moratori nonché ogni altra spesa e commissione(quali le spese di istruttoria, eventuali assicurazioni stipulate a garanzia del finanziamento, commissioni per anticipata risoluzione del contratto e così via) il mutuo di cui è causa deve ritenrsi gratuito ai sensi dell’art.1815 cod civ. a nulla rilevando la clausola di salvaguardia prevista nel contratto in esame la quale non esclude il carattere usurario del mutuo e quindi la sua gratuità. Orbene essendo tenuto il mutuatario alla restituzione dei soli ratei relativi alla sorte capitale, alla data in cui l’opposta ha dichiarato di avvalersi della clausola risolutiva non ne sussistevano le condizioni essendo state pagate somme sufficienti ad estinguere le rate di mutuo fino al momento
sopra indicato maturate con riferimento alla sola sorte capitale. Ne consegue che essendo il credito della Banca opposta privo del requisito dell’esigibilità il precetto è stato intimato in assenza di un titolo esecutivo. Poiché le parti non hanno chiesto i termini di cui all’art.183 VI co.c.p.c. deve essere fissata l’udienza per la precisazione delle conclusioni.
Il Tribunale, sospende l’efficacia esecutiva del titolo e fissa per la precisazione delle conclusioni l’udienza del 13.12.2016.
Bari, 14/12/2015
Dott. Nicola Magaletti
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Posted on 27 maggio 2014 by Avv. Rosario Beninato
Quasi tutti gli istituti di credito nei propri scritti difensivi si ostinano ad eccepire la pretesa decadenza dei correntisti dall’azione di ripetizione di indebito per mancata contestazione degli estratti di c/c.
In realtà, detta eccezione risulta totalmente infondata, alla luce delle argomentazioni che seguono, confortate dal costante orientamento giurisprudenziale in materia.
Costituisce principio pacifico in giurisprudenza che la ricezione degli estratti conto non fa decadere il cliente dal diritto di contestare le nullità che viziano il rapporto bancario.
In proposito, si rileva che la Suprema Corte ha più volte chiarito che non è mai precluso al correntista contestare gli errori di contabilizzazione anche in caso di mancata impugnazione dell’estratto conto bancario.
In base alla corretta esegesi del combinato disposto degli artt. 1857 e 1832 c.c., infatti, espressa in un orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, l’approvazione tacita o espressa, del conto non comporta la decadenza da eventuali eccezioni relative alla validità in senso lato o all’efficacia di singoli negozi o fatti giuridici che costituiscono titolo dell’annotazione.
Il tutto, ove si consideri che l’incontestabilità delle risultanze del conto, derivante dalla mancata impugnazione, si riferisce ai rispettivi accrediti ed addebiti considerati nella loro realtà effettuale e non alla validità ed efficacia dei rapporti obbligatori da cui essi derivano.
Nel rapporto di conto corrente bancario il termine di decadenza di sei mesi per l’impugnazione dell’estratto conto trasmesso al cliente, fissato dall’art. 1832, 2° co. c.c., ove non esercitato, non preclude la possibilità di contestare il debito da esso risultante, che sia fondato su negozio nullo, annullabile inefficace o, comunque su situazione illecita.
Cfr., ex multis, Cass. Civ. n. 10186/01; Cass. Civ. n. 18626/03; Cass. Civ. n. 76625/05; Cass. Civ. n. 11749/06; Cass. Civ. n. 12372/06; Cass. Civ. n. 6514/07; Cass. Civ. n. 4846/98; Cass. Civ. n. 8989/97; Cass. Civ. n. 1978/96; Cass. Civ. n. 6736/95 e Cass. Civ. b. 4140/95.
In argomento, v., pure, Cass. Civ., 29.07.2009, n. 17679, la cui massima recita testualmente: “La mancata contestazione degli estratti conto inviati al cliente dalla banca, oggetto di tacita approvazione in difetto di contestazione ai sensi dell’art. 1832 c.c., non vale a superare la nullità della clausola relativa agli interessi ultralegali, perché l’unilaterale comunicazione del tasso d’interesse non può supplire al difetto originario di valido accordo scritto in deroga alle condizioni di legge, richiesto dall’art. 1284 c.c.”.
Si consideri, infatti, che la mancata contestazione dell’estratto conto con la connessa implicita approvazione di tutte le operazioni bancarie regolate nel conto stesso, attesa la natura sostanzialmente confessoria delle annotazioni in esso riportate, non comporta l’inammissibilità di censure attinenti alla validità e l’efficacia dei rapporti obbligatori da cui scaturiscono le partite inserite nel conto.
Per quanto attiene, poi, l’asserita pretesa assoggettabilità della fattispecie in esame alle prescrizioni di cui all’art. 2034 c.c. in tema di obbligazioni naturali, si osserva che, come ben noto, il pagamento di interessi anatocistici non può essere considerato quale adempimento di un’obbligazione naturale, ripetibile ai sensi dell’articolo 2034 c.c., in quanto il relativo addebito in conto corrente veniva imposto ai clienti dall’intero sistema bancario, in conformità alle direttive impartite dall’associazione di categoria e senza possibilità di una negoziazione individuale.
Sul punto, cfr., la recente Corte d’Appello Milano, sentenza 20.02.2013.
In ogni caso, dottrina e giurisprudenza concordano nell’escludere decisamente che nell’ipotesi di addebito degli interressi ultralegali, non pattuiti per atto scritto, a norma dell’ art. 1284 c.c., sul conto corrente bancario si possa ipotizzare l’adempimento da parte del cliente di un’ obbligazione naturale, atteso che nella fattispecie in esame, difettano totalmente la volontà di pagamento, la spontaneità, nonché il dovere morale o sociale, richiesti dall’ art. 2034 c.c..
Sul punto, cfr., pure, Trib. Lecce, sentenza 29.11.2005.
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SULLA NULLITA’ DEL SISTEMA DI DETERMINAZIONE DELLE VALUTE NEI RAPPORTI DI C/C BANCARIO
Posted on 30 aprile 2014 by Avv. Rosario Beninato
Nell’ambito del contenzioso bancario, le risultanze peritali d’ufficio e/o di parte evidenziano frequentemente che ad onerare ulteriormente la posizione del correntista a vantaggio della banca, contribuisce in modo rilevante il c.d. “gioco delle valute”.
La valuta di un’operazione registrata in conto corrente è il giorno a partire dal quale la somma corrispondente diventa fruttifera e determina interessi passivi e attivi; detta valuta coincide normalmente con la scadenza dell’operazione.
L’utilizzo della valuta bancaria, solo ed esclusivamente a carico del correntista, costituisce un aggravio ingiustificato, in quanto fa decorrere gli interessi passivi non dall’effettivo pagamento del titolo, bensì, dalla data di emissione, con palese violazione di legge.
Tale prassi bancaria si traduce, pertanto, non solo in una disposizione vessatoria, ma anche in un ulteriore costo che il correntista non può determinare al momento della stipula del contratto, traducendosi quindi in una clausola nulla per indeterminatezza dell’oggetto ex art. 1346 c.c..
Occorre distinguere, poi, la valuta effettiva dalla valuta fittizia.
Il primo caso è quello in cui il giorno a partire dal quale la somma corrispondente diventa fruttifera coincide effettivamente con quello in cui la banca acquista o perde la disponibilità giuridica delle somme versate o prelevate.
La valuta fittizia, invece, è quella adottata dalla banca e che risulta dall’aggiunta o dalla sottrazione di un certo numero di giorni, dei c.d. giorni banca, alla valuta effettiva.
In altri termini, con detto ultimo sistema, non vi è coincidenza fra decorrenza della valuta e la data dell’operazione: ad esempio la valuta a carico di chi emette un assegno bancario decorre dalla data di emissione e non da quello dell’effettivo pagamento che può essere di diversi giorni successivi e dall’altro, la valuta a favore di chi incassa l’assegno non coincide con il momento dell’incasso, ma con il giorno dell’effettivo accreditamento.
Con tale prassi, le banche non hanno fatto altro che lucrare ulteriori interessi fittizi, a discapito del cliente che se da un lato vede moltiplicarsi i giorni banca a suo sfavore nei conti attivi per la banca, li vede diminuire in quelli attivi a suo favore.
In buona sostanza, la banca nega interessi attivi (sottraendo giorni al cliente) e aumenta quelli passivi (aumentando i giorni di esposizione a proprio guadagno).
Mentre gli addebiti sono contabilizzati con decorrenza reale o addirittura antecedente, gli accrediti richiedono una postergazione che può giungere anche fino a quindici giorni rispetto alla data della operazione.
In proposito, si evidenzia come l’obbligo della forma scritta imposto dall’art. 1284 c.c. si estende anche alle pattuizioni relative alla decorrenza della valuta (relative cioè alla data a partire dalla quale vengono imputati gli interessi a debito e a credito sul conto del cliente), poiché dette pattuizioni si risolverebbero in una modifica del saggio di interesse applicato sui saldi attivi e passivi.
Il difetto di espressa pattuizione di detti ulteriori interessi ultralegali, pertanto, comporta l’assorbimento degli stessi nel calcolo di tutti gli interessi ultralegali c.d. principali non specificamente convenuti.
Ne consegue l’inammissibilità della determinazione della valuta operata dalla banca, in difetto di espressa pattuizione scritta, anche ai sensi dell’art. 1341 c.c..
Il c.d. “gioco delle valute” si traduce anch’esso, di fatto, in un ulteriore addebito di interessi ultralegali non pattuiti, integrante la violazione degli artt 1283 e 1284 c.c..
Di regola, perché si abbia un computo in valuta effettiva dovrà tenersi conto che, se per i prelevamenti la valuta dovrà coincidere con il giorno del pagamento dell’assegno, cioè del giorno in cui la banca perde effettivamente la disponibilità del denaro, per quanto riguarda i versamenti si dovrà, invece, riportare la valuta corrispondente al giorno in cui la banca acquista effettivamente la disponibilità del denaro.
Ne consegue che,in relazione a pattuizioni non aventi i necessari requisiti di Legge, anche gli interessi lucrati in tal modo dalla banca dovranno essere ricalcolati, con rettifica dell’antergazione e/o postergazione dei c.d. “giorni di valuta” operata dall’istituto di credito.
In ogni caso, chi scrive ritiene doveroso ribadire che, ai fini di ogni più idonea e puntuale eccezione in tal senso, risulta indispensabile conseguire una perizia di parte in cui vengano evidenziati anche, operazione per operazione, i singoli giorni valuta fittizi che la banca ha applicato.
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