Source: http://www.sindacatofsi.it/2016/10/21/danno-differenziale-la-cassazione-precisa-la-nozione-di-occasione-di-lavoro/
Timestamp: 2018-10-17 07:27:13+00:00
Document Index: 107809924

Matched Legal Cases: ['art. 360', 'art. 2087', 'art. 1227', 'art. 360', 'art. 13', 'art. 2697', 'sentenza ', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 139', 'sentenza ', 'e contrario', 'art.13', 'art. 1', 'art. 13']

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Danno differenziale: la Cassazione precisa la nozione di occasione di lavoro
Sentenza 13 maggio 2016, n. 9913
1. – Con le prime due censure, la Fondazione denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 2087 c.c., ed erronea valutazione nonchè travisamento dei fatti da parte della Corte di appello, che non avrebbe considerato come dall’istruttoria sia emerso che tra gli ordinari compiti dell’ A. non rientrava affatto la pulizia del locale ove si è verificato l’incidente e che la Fondazione non solo aveva informato i propri dipendenti addetti alla custodia degli stabili sui pericoli specifici legati a determinanti ambienti ma aveva anche proibiti all’ A. di accedere al locale in oggetto.
2. – Con il terzo motivo la Fondazione deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 1227 c.c., nonchè omesso esame di fatti decisivi avendo, la Corte territoriale, omesso l’esame di alcune circostanze relative al luogo dell’evento e alle modalità comportamentali del lavoratore che, se correttamente interpretate alla luce del concetto di rischio elettivo interruttivo del nesso causale tra infortunio e condotta, avrebbero portato all’esclusione di responsabilità del datore di lavoro.
3. – Con il quarto motivo la Fondazione ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 112 e 345 c.p.c., avendo la Corte territoriale proceduto a rinnovare la consulenza tecnica di ufficio nonostante l’ A. avesse integralmente condiviso, nel corso del giudizio di primo grado, le conclusioni tratte dall’ausiliario del giudice.
4. – Con il quinto motivo la Fondazione deduce, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, violazione e falsa applicazione dell’art. 13 del D.Lgs. n. 38 del 2000 ed omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, avendo la Corte ritenuto fondata la domanda di danno esclusivamente in base alle “risultanze della consulenza di ufficio” e, inoltre, ha proceduto alla liquidazione del danno non patrimoniale sulla base di tabelle di derivazione giurisprudenziale, omettendo la considerazione delle tabelle utilizzate dall’Inail (tabelle approvate con D.M. 12 luglio 2000).
5. – Con il sesto motivo la Fondazione deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c. avendo, la Corte territoriale, liquidato il danno morale seppur non provato dal lavoratore.
6. – I primi tre motivi, che in quanto connessi possono essere esaminati congiuntamente, risultano in parte inammissibili e in parte infondati.
7. – Il quarto motivo è infondato, avendo, la sentenza impugnata, premesso che uno dei motivi di appello dell’ A. verteva sull’erronea determinazione dell’invalidità permanente ed avendo proceduto, del tutto logicamente, la Corte territoriale a rinnovare le operazioni peritali.
8. – In ordine al quinto motivo, il D.Lgs. n. 38 del 2000, art. 13, ha previsto – per eventi verificatisi o denunciati dopo il 9 agosto 2000, data dell’entrata in vigore del D.M. approvativo delle tabelle, ai sensi del cit. D.Lgs. n. 38, art. 13, comma 2 – l’estensione della copertura assicurativa obbligatoria dell’Inail anche al danno biologico. L’INAIL, invero, accerta e liquida sia il danno patrimoniale collegato alla riduzione della capacità lavorativa generica sia il danno biologico patito dal lavoratore alla propria integrità psico-fisica, applicando tabelle medico-legali diverse da quelle usate in ambito di responsabilità civile ed è, pertanto, fisiologico che menomazioni identiche comportino l’attribuzione di percentuali di invalidità permanente diverse, a seconda che siano valutate con le tabelle INAIL piuttosto che con i criteri della responsabilità civile. L’Inail, infatti, è tenuto a valutare il grado di invalidità permanente patito dall’assicurato, in conseguenza di un infortunio, in base alla tabella Allegata sub (1) al D.M. 12 luglio 2000. Quando, invece, si tratta di stimare dal punto di vista medico legale il grado percentuale di invalidità permanente causato da un infortunio, non esistono criteri prestabiliti dalla legge, eccezion fatta per il solo caso di danni derivanti dalla circolazione stradale e che abbiano causati postumi non superiori al 9% (art. 139 cod. ass.e D.M. 3 luglio 2003). Il medico legale, pertanto, nel campo della responsabilità aquiliana può in teoria stimare il danno alla persona avvalendosi di qualunque criterio medico legale che sia condiviso nella comunità scientifica (cfr., da ultimo, Cass. n. 13555/2013).
9. – In ordine al danno morale, la sentenza impugnata parte correttamente dal noto arresto delle Sezioni Unite di questa Corte del 2008 (Cass. n. 26972/2008) che ha affermato il principio della tendenziale unicità della categoria del danno non patrimoniale con conseguente inammissibilità della sua suddivisione in varie “sottocategorie” che possono condurre ad una moltiplicazione delle voci di danno, liquidate in relazione alla medesima situazione di sofferenza individuale. Peraltro, la più recente giurisprudenza (cfr. Cass. n. 23793/2015, Cass. n. 11851/2015, che qui si condivide), in sostanziale contrario avviso rispetto a Cass. S.U. n. 26972/2008, ammette un’autonoma risarcibilità del danno morale – ove ricollegabile alla violazione di un interesse costituzionalmente tutelato – distinto da quello biologico (seppur con esclusivo riguardo alle lesioni di non lieve entità).
10. – In conclusione, il ricorso è da rigettarsi. Nulla sulle spese in considerazione della mancata costituzione degli intimati.
11. – Per essere il giudizio di legittimità pendente alla data del 31 gennaio 2013 (per essere stato il ricorso notificato alla controparte in epoca successiva al discrimine temporale del 30 gennaio 2013; v., in tema, fra le prime decisioni, Cass. SU, 3774/2014), sussistono, ratione temporis, i presupposti previsti dal D.P.R. n. 115 del 2002, art.13 comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, (legge di stabilità 2013) per il versamento, a carico della parte ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1 bis.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 24 febbraio 2016.