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Timestamp: 2019-10-20 03:34:37+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 700', 'sentenza ', 'art. 2103', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 2103', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 163', 'art. 420', 'art. 420', 'sentenza ', 'art. 164', 'art. 183', 'sentenza ', 'art. 282', 'art. 164', 'art. 157', 'art. 414', 'art. 156', 'art. 414', 'art. 414', 'art. 163', 'art. 164', 'art. 161', 'art. 164', 'art. 414', 'sentenza ']

Corte Suprema di Cassazione – Civile Sentenza n. 24036 del 2006 LAVORO Categoria, qualifica, mansioni POSTE E TELEGRAFI – Gadit
Con ricorso al Pretore di Bologna, depositato il 31 marzo 1998, P.A., dipendente della Poste Italiane S.p.A., lamentava di aver subito un demansionamento costituito dalla modifica delle precedenti mansioni di sportellista in quelle di portalettere e chiedeva di essere reintegrata, ex art. 700 c.p.c., nelle mansioni di sportellista per le quali era stata assunta.
La società, costituitasi, chiedeva il rigetto della domanda.
Il Pretore, con ordinanza in data 9 giugno 1998, ordinava alla convenuta di non adibire ulteriormente la ricorrente a mansioni di portalettere. Avverso detto provvedimento era proposto reclamo, che il Tribunale, con ordinanza del 22 luglio 1998, accoglieva, ritenendo insussistente il periculum in mora. Veniva quindi instaurato il giudizio di merito, nel quale la ricorrente chiedeva che il datore di lavoro venisse condannato ad assegnarla "ad attività lavorative corrispondenti alla prevalente formazione impartitale ed alle precedenti esperienze lavorative ad ella fatte eseguire presso gli uffici degli sportelli postali e alle attitudini acquisite sino a gennaio 1998". La società si costituiva, sollecitando il rigetto della domanda in quanto infondata.
Con sentenza n. 581 del 6 maggio 1999, depositata il 19 luglio 2000, il Pretore accoglieva la domanda, sul presupposto dell’accertata violazione dell’art. 2103 c.c., e, pertanto, ordinava alle Poste Italiane s.p.a. (già Ente Poste) di assegnare la ricorrente ad attività di lavoro corrispondenti alle precedenti mansioni, nonchè a risarcirle il danno, che quantificava nella misura di L. 1.000.000 per ogni mese in cui si era protratto il demansionamento. Il Pretore, motivando detta decisione, rilevava che nel contratto di assunzione non era stato specificato a quali mansioni la ricorrente sarebbe stata adibita; aggiungeva che per determinare dette mansioni si rendeva necessario far riferimento alla formazione impartita ed alle mansioni effettivamente svolte e che, essendo tali mansioni quelle di impiegata addetta allo sportello, doveva ritenersi illegittima la successiva adibizione della ricorrente alle mansioni di addetta al recapito della corrispondenza.
Contro questa sentenza, notificata il 7 agosto 2000, la società soccombente proponeva appello, sorretto da quattro motivi, chiedendo altresì, in via istruttoria, l’ammissione di prova per testi già dedotta in primo grado e non ammessa dal Pretore. Resisteva P. A., chiedendo il rigetto del ricorso e sollecitando anch’essa l’escussione dei propri testi.
Con sentenza del 9 maggio – 25 luglio 2002, l’adita Corte d’appello di Bologna, rilevato che la prospettazione del ricorrente in ordine alle mansioni inizialmente svolte ed a quelle successivamente assegnategli risultavano lacunose perchè descritte in modo sommario, e che inoltre non era stato adeguatamente specificato in cosa fosse consistito il lamentato demansionamento, dichiarava la nullità del ricorso introduttivo.
Per la cassazione di tale pronuncia ricorre P.A. con un unico motivo.
Con l’unico motivo di ricorso, la P., denunciando violazione degli artt. 156, 157 e 414 c.p.c., nonchè vizio di motivazione (art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5), sostiene che il Giudice d’appello avrebbe errato nel dichiarare la nullità del ricorso introduttivo del giudizio per violazione dell’art. 414 c.p.c., tenuto conto che detto atto presentava i requisiti formali e sostanziali, di cui al richiamato art. 414, indispensabili alla identificazione della domanda proposta; ciò in quanto la domanda in esso contenuta era diretta all’accertamento della illegittima assegnazione a mansioni di portalettere, in violazione dell’art. 2103 c.c., sul presupposto che esse fossero, dal punto di vista professionale, non equivalenti, rispetto a quelle di impiegata ai servizi postali, precedentemente ed ininterrottamente svolte dalla stessa, sin dall’inizio del rapporto (dal 27 giugno 1996 al 14 febbraio 1998).
Nel caso di specie, doveva ritenersi osservato l’onere fissato dall’art. 414 c.p.c., n. 3 e 4, in quanto nell’atto introduttivo di primo grado erano state specificate, compiutamente, le mansioni svolte dal momento della assunzione nonché quelle svolte a decorrere dal 15 febbraio 1998, a seguito del provvedimento unilaterale delle Poste. Il motivo è infondato.
E’ opinione comunemente condivisa che dal combinato disposto dell’art. 414 c.p.c., n. 4 – regolante un requisito del ricorso introduttivo delle controversie di lavoro equivalente a quello indicato nell’art. 163 c.p.c., n. 4 – e dell’art. 420 c.p.c., comma 1, si ricava che l’attore deve indicare sin dall’atto iniziale della lite gli elementi di fatto e di diritto (causa petendi) posti a base della domanda, atteso che dalla citata disposizione dell’art. 420 c.p.c., emerge che l’attore nella prima udienza può modificare la domanda giudiziale solo ove ricorrano "gravi motivi" e "previa autorizzazione del giudice". La mancata specificazione di detti elementi, sempre che non siano individuabili neanche attraverso un esame complessivo del ricorso e della documentazione allegata, ne comporta la nullità (cfr. tra le altre: Cass. 11 marzo 2002 n. 3436; Cass. 7 marzo 2000 n. 2572).
Tale nullità, tuttavia – come non ha mancato di rilevare recentemente questa Corte a SS.UU. (sentenza del 17 giugno 2004 n. 11353), è da ritenersi sanabile alla stregua dell’art. 164 c.p.c., comma 5, innestandosi il rito del lavoro, pur con le sue peculiarità, nell’alveo del processo civile anche in ragione del sostanziale avvicinamento dei due riti a seguito della novella del 26 novembre 1990 n. 353, avendo il processo ordinario ora acquisito numerose delle caratteristiche che avevano segnato "la specificità" della L. 11 agosto 1973, n. 533 (come è tra l’altro significativamente dimostrato dalla tendenziale monocraticità del giudice, artt. 50 bis e 50 ter c.p.c.; dall’obbligatorietà dell’interrogatorio libero e del tentativo di conciliazione delle parti, art. 183 c.p.c.; dal potere del giudice di pronunciare con ordinanza il pagamento delle somme non contestate o di cui il giudice ritenga raggiunta la prova, artt. 186 bis e quater c.p.c.; dalla ormai generalizzata esecutorietà della sentenza di primo grado, art. 282 c.p.c.). Sulla base di dette ed ulteriori considerazioni, è stato affermato che la mancata fissazione – alla stregua del già citato art. 164 c.p.c., comma 5, – di un termine perentorio, da parte del giudice per la rinnovazione del ricorso o per la integrazione della domanda, e la non tempestiva eccezione da parte del convenuto ex art. 157 c.p.c. del vizio dell’atto comprovano l’avvenuta sanatoria della nullità del ricorso ex art. 414 c.p.c., per mancanza o per insufficienza dei fatti e degli elementi di cui al n. 4, dovendosi ritenere – stante l’applicabilità al processo del lavoro dell’art. 156 c.p.c., comma 2, – che l’atto introduttivo della lite abbia conseguito il suo scopo, anche se tale sanatoria non vale però a rimettere in termini il ricorrente rispetto ai mezzi di prova, che devono essere specificati così come prescritto dall’art. 414 n. 5 c.p.c. (cfr. Cass. SS.UU. 11353/04 cit). E’ stato altresì affermato che, qualora nel ricorso introduttivo non siano indicati – ex art. 414 c.p.c., n. 4, analogamente a quanto stabilito per il giudizio ordinario dall’art. 163 c.p.c., n. 4 – gli elementi di fatto e di diritto posti alla base della domanda ed il giudice non abbia provveduto alla fissazione di un termine perentorio per la rinnovazione del ricorso o per l’integrazione della domanda, ex art. 164, comma quarto, c.p.c. (norma estensibile al processo del lavoro), atteso che i casi di nullità del procedimento e delle sentenze si traducono in motivi d’impugnazione (art. 161 c.p.c.: v., Cass., 15 gennaio 2003, n. 486), in mancanza della deduzione in appello di tale error in procedendo del giudice di primo grado – concernente la violazione dell’art. 164 cit.- il relativo vizio non è rilevabile in sede di legittimità essendo intervenuto sulla questione il giudicato interno (Cass. 17 marzo 2005 n. 5879).
Orbene, nel caso in esame, è accaduto – come si rileva nella parte iniziale della motivazione della decisione impugnata – che il Giudice di primo grado non ha preso in esame l’eccezione di nullità dell’atto introduttivo per indeterminatezza della causa petendi, formulata dalla società nella comparsa di risposta ed, in particolare, che il ricorso non conteneva una precisa esposizione degli elementi di fatto su cui si fondava la pretesa dell’attrice, soprattutto in ordine alle circostanze che avrebbero comportato l’asserita dequalificazione professionale della lavoratrice, con conseguente violazione dell’art. 414 c.p.c., nn. 3 e 4.
Tale eccezione – e la relativa omessa pronuncia – è stata ritualmente reiterata in sede di appello e, correttamente la Corte bolognese ne ha sancito la fondatezza.
Invero, nel rito del lavoro la valutazione di nullità del ricorso introduttivo del giudizio di primo grado per mancanza di determinazione dell’oggetto della domanda o per mancata esposizione degli elementi di fatto e delle ragioni di diritto sulle quali questa si fonda, ravvisabile solo quando attraverso l’esame complessivo dell’atto sia impossibile l’individuazione esatta della pretesa dell’attore e il convenuto non possa apprestare una compiuta difesa, implica una interpretazione dell’atto introduttivo della lite riservata al giudice del merito, censurabile in cassazione solo per vizi di motivazione, il che comporta l’esame non del ricorso introduttivo, ma delle ragioni esposte nella sentenza impugnata per affermare che il ricorso stesso sia o meno affetto dal vizio denunciato (Cass. 28 agosto 2004 n. 17076).
Nella specie, la Corte territoriale, riportandosi ai principi appena esposti, e a quelli più specifici riguardanti la materia in oggetto (Cass. n. 2205/98), ha osservato che allorché la domanda attenga alle mansioni (comprendendosi, dunque, in tale ambito sia il risarcimento del danno per demansionamento, sia il riconoscimento delle superiori mansioni svolte), è necessario che queste vengano compiutamente dedotte e provate. In tema di demansionamento, pertanto, è onere del ricorrente quello di specificare, innanzitutto, quali siano le mansioni inizialmente svolte, quali quelle successivamente assegnategli ed, infine, in cosa sia consistito il lamentato demansionamento.
Nel caso in esame – ha rilevato ancora la Corte d’appello – la prospettazione della ricorrente sotto tale profilo, doveva ritenersi lacunosa: da un lato, infatti, le mansioni alle quali la P. era stata adibita, nelle varie fasi del rapporto, apparivano descritte in modo sommario e non sufficientemente analitico; per altro verso, inoltre, non era stato adeguatamente specificato in cosa fosse consistito il lamentato demansionamento.
La censura di nullità del ricorso, formulata dalla difesa della società Poste Italiane S.p.A. sin dalla comparsa di costituzione e risposta nel primo grado del giudizio, era dunque – ad avviso della Corte- da ritenersi fondata.
A ciò era da aggiungersi – sempre secondo la Corte territoriale – che le mansioni dell’addetto allo sportello rientravano, così come quelle dell’addetto al recapito della corrispondenza, ai sensi del CCNL di categoria, in un’unica "area operativa", eppertanto, a fronte di tale dato, riconosciuto dalla medesima ricorrente, costei avrebbe dovuto provare, ed ancor prima allegare, per quale ragione le mansioni di portalettere dovessero considerarsi inferiori rispetto a quelle di sportellista; essendosi, invece, limitata a lamentare, genericamente, un contenuto di maggior manualità delle mansioni di portalettere.
Non ravvisandosi, nell’iter argomentativo seguito dal Giudice d’appello, le denunciate violazioni di legge ed il dedotto vizio di motivazione, il ricorso deve, pertanto, essere rigettato.
La difformità delle decisioni dei Giudici di merito, induce a compensare tra le parti le spese del presente giudizio.