Source: http://asiloineuropa.blogspot.it/2011/09/
Timestamp: 2017-08-20 17:10:16+00:00
Document Index: 28872871

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', '§ 83', '§ 95', '§ 105', 'art. 3', '§ 119', '§ 123', '§ 131', 'art. 47', '§ 164', 'art. 3', '§ 2', '§ 119', '§ 39', '§ 46', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 15', 'art. 3', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 15']

Asilo in Europa: settembre 2011
Il 26 settembre la Commissione europea ha pubblicato una Comunicazione dal titolo "La cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni all'interno del partenariato orientale", in cui avanza proposte volte ad "approfondire ulteriormente la cooperazione politica e operativa verso la creazione di uno spazio comune GAI tra l'Unione europea e i suoi partner orientali".
Fanno parte del c.d. partenariato orientale, istituito nel 2009, l'Armenia, l'Azerbaigian, la Bielorussia, la Georgia, la Moldova e l'Ucraina.
Obiettivo del partenariato è quello di "accrescere la mobilità dei cittadini in un ambiente sicuro e ben gestito".
Per quanto di nostro interesse, nella Comunicazione si dice che (punto 3.1.5) "La maggior parte dei paesi del partenariato orientale hanno realizzato progressi nell'adozione della legislazione diretta a fornire protezione internazionale a chi ne ha bisogno. Sussistono tuttavia notevoli carenze per quanto riguarda sia i quadri normativi che la loro attuazione."
L'UE inoltre continuerà, laddove necessario in cooperazione con l'Ufficio europeo di sostegno per l'asilo, "ad assistere questi paesi nell'ulteriore sviluppo degli organismi e nella formazione del personale preposto a espletare le procedure di determinazione dello status di rifugiato, fornendo inoltre sostegno allo sviluppo di politiche nazionali per l'integrazione dei rifugiati."
La Comunicazione inoltre ci ricorda che (punto 3.2) Frontex "ha firmato accordi operativi con le autorità competenti di Moldova, Georgia, Ucraina e Bielorussia, in esito ai quali le guardie di frontiera di questi paesi partecipano già in qualità di osservatori a operazioni congiunte coordinate da Frontex e beneficiano di alcune delle offerte di formazione"
Vai alla Comunicazione della Commissione La cooperazione nel settore della giustizia e degli affari interni all'interno del partenariato orientale
Pubblicato da Associazione Asilo in Europa a 21:04
Il 22 settembre sono state rese note le Conclusioni dell'Avvocato Generale presso la Corte di Giustizia UE in due cause riunite (C-411/10 N.S. e C-493/10 M.E. e altri) sull'interpretazione del Regolamento Dublino, sottoposte alla Corte di Lussemburgo, rispettivamente, da un giudice del Regno Unito e uno irlandese.
Tali Conclusioni, per quanto non vincolanti, sono ovviamente molto importanti in vista della sentenza della Corte, che arriverà più avanti.
Le cause che hanno originato queste due richieste riguardano alcuni richiedenti asilo che, avendo presentato domanda nel Regno Unito o in Irlanda dopo essere stati arrestati in Grecia per ingresso clandestino, dovrebbero essere trasferiti in quest'ultimo Stato ai sensi del Regolamento Dublino.
I giudici, consapevoli del rischio per i richiedenti asilo di subire una violazione dei loro diritti fondamentali a causa della saturazione del sistema greco di asilo hanno chiesto, in sostanza, alla Corte di Giustizia di stabilire se e a quali condizioni gli Stati membri possano, o debbano, in base all'art. 3 (2) del Regolamento Dublino ("clausola di sovranità") farsi carico dell'esame di una domanda di asilo, nonostante la responsabilità primaria sia di un altro Stato, qualora il trasferimento verso quest'ultimo esporrebbe il richiedente asilo a un rischio di violazione dei suoi diritti fondamentali.
Vale la pena sottolineare alcuni passaggi delle Conclusioni dell'Avvocato Generale nella causa C-411/10:
nel decidere se esaminare o meno una domanda di asilo per la quale non sarebbero responsabili, gli Stati membri devono rispettare la Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE (§ 83);
il "Sistema Dublino" non tiene conto delle differenze nei sistemi di asilo dei vari Stati né del trattamento del richiedente asilo nello Stato verso cui deve essere rinviato. Ciò, sulla carta, non è contrario alla Carta dei Diritti Fondamentali UE, né alla Convenzione di Ginevra o alla CEDU. Infatti, tutti gli Stati sono tenuti a rispettare norme minime fissate nelle Direttive UE (Accoglienza, Qualifiche, Procedure) e tutti hanno aderito ai trattati internazionali rilevanti in materia (§ 95);
tuttavia, è evidente che il sistema greco (come rilevato dalla Corte europea dei diritti dell'uomo in M.S.S. c. Belgio e Grecia) è sottoposto a una pressione considerevole, a causa della quale non può più essere garantito che i richiedenti asilo saranno trattati in conformità con le rilevanti Direttive UE e non può escludersi che i richiedenti rinviati in Grecia ai sensi del Regolamento Dublino andranno incontro a trattamenti proibiti dalla Carta dei diritti fondamentali UE, dalla Convenzione di Ginevra e dalla CEDU (§ 105);
poiché gli Stati devono applicare il diritto UE in una maniera conforme ai diritti fondamentali e poiché l'art. 3 (2) del Regolamento Dublino riconosce loro un margine di manovra tale da permettere tale applicazione conforme ai diritti fondamentali, gli Stati membri sono obbligati ad esercitare il loro diritto a esaminare una domanda di asilo, qualora via sia un rischio di violazione dei diritti del richiedente asilo in caso di rinvio (§ 119, 122, 127);
al contrario, rischi di violazione di singole disposizioni delle Direttive UE in materia, ma che non costituiscano anche violazione dei diritti fondamentali, non bastano a creare tale obbligo sullo Stato membro che trasferisce il richiedente (§ 123);
l'applicazione del Regolamento Dublino sulla base della presunzione inconfutabile che i diritti del richiedente asilo nel secondo Stato membro saranno rispettati è incompatibile con l'obbligo degli Stati di applicare il Regolamento Dublino in maniera conforme ai diritti fondamentali. Ciò non significa che, in linea di principio, non si possa procedere sulla base di una simile presunzione, a patto che sia data al richiedente la possibilità concreta di contestarla (§ 131, 133, 136);
leggi interne che prevedano, qualora la decisione di trasferire un richiedente asilo ai sensi del Regolamento Dublno sia riesaminata, che i giudici devono partire dalla presunzione inconfutabile che lo Stato responsabile non espellerà il richiedente verso un Paese in violazione della Convenzione di Ginevra e della CEDU sono incompatibili con l'art. 47 della Carta dei Diritti Fondamentali dell'UE (diritto a un ricorso effettivo) (§ 164)
Ricordiamo ancora una volta che la Commissione europea ha inserito, nella sua proposta di rifusione del Regolamento Dublino – sulla quale ben pochi passi avanti sono stati fatti in sede di negoziati – un meccanismo di sospensione dei trasferimenti di richiedenti asilo verso un Paese in caso di pressione eccezionale sul suo sistema di asilo o di non conformità degli standard di protezione con il diritto UE.
Ad una prima lettura, le Conclusioni dell'AG sembrano indicare requisiti più stringenti (violazione dei diritti fondamentali), ma è comunque chiarissima sul principio: non vi è possibilità di "fiducia cieca" fra gli Stati membri, ogni presunzione di rispetto dei diritti fondamentali nel Paese responsabile per l'esame della domanda deve essere confutabile.
E il Regolamento Dublino contiene già al suo interno le regole (in particolare l'art. 3 § 2) che permettono agli Stati di applicarlo in maniera compatibile con la protezione dei diritti fondamentali (§ 119).
Vai al comunicato stampa della Corte di Giustizia UE
Vai alle Conclusioni dell'Avvocato Generale
Consiglio GAI 22 e 23 settembre - Nessun progresso sul Regolamento Dublino
Il 22-23 settembre si è svolto il Consiglio Giustizia e Affari Interni.
Per quanto di nostro interesse, il Consiglio ha discusso lo stato dell'arte dei negoziati sul rinnovo degli strumenti del "pacchetto asilo".
Nel comunicato stampa del Consiglio viene detto che l'attenzione si è concentrata soprattutto sul Regolamento Dublino e, in particolare, sul "meccanismo di valutazione" che, nelle intenzioni della Presidenza polacca (la Polonia è presidente di turno del Consiglio UE fino alla fine dell'anno), dovrebbe servire a prevenire le crisi dei sistemi di asilo.
Tale meccanismo avrebbe un duplice obiettivo: creare fiducia reciproca fra gli Stati e funzionare come meccanismo di allerta, al fine di essere preparati a eventuali crisi e facilitare così le decisioni sull'attivazione del "meccanismo di emergenza", contenuto invece nella proposta della Commissione europea di rifusione del Regolamento Dublino II e attualmente osteggiato dalla maggioranza degli Stati membri.
Ricordiamo che il "meccanismo di emergenza" proposto prevede la possibilità per la Commissione di sospendere temporaneamente tutti i trasferimenti di richiedenti asilo ai sensi del Regolamento Dublino verso un Paese, qualora questo si trovi in una situazione di particolare pressione sul suo sistema di asilo, ovvero qualora il livello di tutela nel Paese in questione non sia conforme alla legislazione UE (con riferimento soprattutto agli standard delle Direttive Accoglienza e Procedure).
Secondo il comunicato stampa del Consiglio, l'idea di un meccanismo di valutazione è stata ben accolta, mentre la maggioranza degli Stati continua a rifiutare il meccanismo di emergenza, anche se accompagnato dal meccanismo di valutazione.
Anche il blog della Commissaria Malmström fa un breve resoconto dell'incontro. E, ancor più chiaramente, ci dice che è andata piuttosto male.
Non direttamente collegato al tema dell'asilo: il Consiglio non è riuscito a trovare l'accordo necessario per allargare l'area Schengen a Romania e Bulgaria.
Vai al comunicato stampa del Consiglio
Vai al Regolamento Dublino
Vai alla proposta della Commissione di rifusione del Regolamento Dublino
Pubblicato da Associazione Asilo in Europa a 21:10
Diritti umani in tempo di austerità - Il Commissario per i diritti umani Hammarberg in Irlanda
Il Commissario per i Diritti Umani del Consiglio d'Europa, Thomas Hammarberg, si è recato in Irlanda, ai primi di giugno, al fine di discutere con autorità ed esponenti della società civile irlandesi il tema della protezione dei gruppi vulnerabili in tempi di austerità.
Il rapporto, con annessa la replica del governo irlandese, è stato pubblicato lo scorso 15 settembre.
Per quanto di nostro interesse, il Commissario esprime (§ 39) la sua preoccupazione riguardo alla durata delle procedure di asilo in Irlanda. Questo Paese, unico nell'Unione europea, ha una duplice procedura per l'esame, da un lato, dello status di rifugiato e, dall'altro, dello status di protezione sussidiaria (o il permesso di rimanere sul territorio per altri motivi). Due uffici diversi sono incaricati dell'esame e, mentre nel primo caso il tempo necessario per una risposta varia da otto a dieci settimane, nel secondo l'attesa si prolunga in media quattro anni. Durante questo periodo, i richiedenti rimangono in centri di accoglienza e ricevono circa 19 euro alla settimana (9 i bambini). Si tratta di un sistema criticato da UNHCR e ONG per le sue conseguenze negative sull'integrazione.
Le osservazioni del governo irlandese, in replica al report del Commissario, sono puntuali. Viene detto che, in media, il tempo necessario per arrivare a una decisione finale è stato, nell'ultimo anno, di dieci mesi.
Si procede quindi a un'utile descrizione delle attuali procedure. Le persone che si vedono rifiutare lo status di rifugiato entrano in una seconda procedura che considera se hanno diritto allo status di protezione sussidiaria o, in caso negativo, a un permesso di rimanere comunque sul territorio irlandese. Durante questa seconda procedura, separata da quella per lo status di rifugiato, l'esame ricomincia da zero. E' chiaro, continua la replica del governo, che non si tratta di una decisione che possa essere presa rapidamente, considerate le conseguenze sulla vita delle persone coinvolte.
Un progetto di riforma della legge, attualmente all'esame del Parlamento, prevede comunque l'introduzione di una procedura unica, più semplice e veloce.
NB: nonostante il Protocollo sulla sua posizione annesso ai Trattati UE le consenta di restare fuori dagli strumenti adottati dall'Unione europea nel campo dell'immigrazione e dell'asilo, l'Irlanda ha deciso di essere vincolata dalle Direttive Qualifiche e Procedure, non dalla Direttiva Accoglienza.
Vai al rapporto del Commissario dopo la sua visita in Irlanda
Pubblicato da Associazione Asilo in Europa a 07:26
Etichette: Consiglio d'Europa, Irlanda
Domande di asilo in crescita nell'UE - I dati di Eurostat
Con diverso ritardo, Eurostat rende noti i daTi relativi ai richiedenti asilo nei 27 Paesi UE, durante il primo quarto del 2011.
Si tratta di 65.930 persone, circa 4.000 in più rispetto allo stesso periodo del 2010. L'incremento è dovuto in buona parte al fatto che circa 2.300 tunisini hanno presentato domanda di protezione internazionale in febbraio e marzo 2011, contro i circa 100 nel primo quarto del 2010. Anche cittadini di Pakistan e Costa d'Avorio hanno presentato domanda di protezione in un numero decisamente più alto rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
Il più alto numero di domande è stato presentato da cittadini afgani (5.765), seguiti da russi (4.140), iracheni (3.790) e serbi (3.775). I Paesi che hanno ricevuto più richieste sono invece la Francia (14.335), la Germania (12.035), il Belgio (7.450), il Regno Unito (6.360) e la Svezia (6.230). L'incremento più sostanzioso di richieste si registra in Germania (+2.700) e Italia (+1.300). Francia e Germania, da sole, hanno ricevuto il 40% delle domande presentate nei 27 Paesi UE.
Il rapporto analizza anche i dati relativi alle decisioni prese in prima istanza durante il primo quarto del 2011. In totale, nei 27 Paesi UE, su 55.620 domande esaminate (ovviamente non per forza presentate nello stesso periodo ma, più probabilmente, in periodi antecedenti), è stata riconosciuta una forma di protezione in 13.535 casi (il 24,3%). Nello specifico, lo status di rifugiato è stato riconosciuto nel 12,3% dei casi, lo status di protezione sussidiaria nell'8,2%, una protezione per ragioni umanitarie (sulla base di leggi nazionali) nel 3,8%. Quanto alle nazionalità, dal rapporto emerge come ai somali sia stata riconosciuta una forma di protezione nel 66% dei casi, agli iracheni nel 53%, agli afgani nel 44%.
Pubblicato da Associazione Asilo in Europa a 20:24
Qui ci limiteremo a riportare alcuni punti con riferimento al tema dell'asilo.
Dopo aver riaffermato la necessità di una più forte solidarietà a livello europeo, il Commissario sottolinea come l'Italia debba comunque rispettare i propri obblighi internazionali in materia di diritti umani, una responsabilità che, nell'opinione del Commissario, non è stata pienamente adempiuta (§ 46).
- Accoglienza dei migranti, inclusi i richiedenti asilo:
Alcuni centri all'interno dei quali sono ospitati i richiedenti asilo, a seguito dei recenti arrivi dal Nord Africa, non soddisfano gli standard minimi, soprattutto con riferimento al sostegno legale e all'assistenza psico-sociale. Vi è poi una mancanza di chiarezza riguardo alla natura giuridica di alcuni centri utilizzati.
Le autorità italiane dovrebbero prendere in considerazione un aumento dei posti di accoglienza nel sistema SPRAR e assicurare una migliore divisione dei compiti fra i progetti SPRAR e il sistema dei CARA
- Integrazione dei beneficiari di protezione internazionale:
Benché sulla carta essi siano titolari, su un livello di parità con i cittadini italiani, di quei diritti sociali ed economici indispensabili per l'integrazione, nella pratica la mancanza di reti familiari o sociali e i difetti nella normativa e nelle prassi amministrative costituiscono "ostacoli insormontabili" alla loro autonomia.
La capacità dello SPRAR di offrire servizi ai titolari di protezione internazionale andrebbe "considerevolmente rafforzata", con un maggior coinvolgimento delle Regioni e dei Comuni dove i progetti possono essere più efficaci e sostenibili
Abbiamo trovato la risposta del Governo italiano piuttosto faticosa da leggere e, ciò che più conta, un pò nebbiosa e dispersiva rispetto alle osservazioni, puntuali, del Commissario Hammarberg.
Mentre certi aspetti non secondari, come quelli relativi alle operazioni in mare, non trovano risposta (si aspetta la Corte di Strasburgo?), altri ne trovano una piuttosto evasiva. Come ad esempio quando, alla precisa richiesta di aumentare la capienza dello SPRAR, il Governo italiano risponde dicendo che i posti SPRAR sono aumentati dai 1.500 del 2005 ai 3.000 attuali...
Pubblicato da Associazione Asilo in Europa a 23:32
Fuga da situazioni di violenza indiscriminata - Uno studio dell'UNHCR sull'applicazione della Direttiva Qualifiche
L'UNHCR ha pubblicato un lungo e interessante studio, di cui si raccomanda la lettura, sull'applicazione della Direttiva Qualifiche a persone in fuga da situazioni di violenza indiscriminata. In particolare, la ricerca si è concentrata sulle domande di protezione internazionale presentate da cittadini afgani, iracheni e somali (che nel 2010 hanno rappresentato circa il 20% del totale delle domande in UE) in sei dei 27 Paesi UE: Belgio, Francia, Germania, Paesi Bassi, Svezia, Regno Unito.
Lo scopo era di verificare come l'interpretazione e applicazione dell'art. 15 c) della Direttiva Qualifiche risponde ai bisogni di protezione delle persone in fuga da situazioni di violenza indiscriminata in questi Paesi.
L'art. 15 c) della Direttiva Qualifiche prevede che è considerato "danno grave", ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria "la minaccia grave e individuale alla vita o alla persona di un civile derivante dalla violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato interno o internazionale."
L'articolo, il cui pessimo testo fu frutto di un evidente compromesso politico, è già stato interpretato (in maniera altrettanto poco chiara come emerge anche da questo studio) dalla Corte di Giustizia dell'Unione europea nel famoso "caso Elgafaji".
La conclusione principale dello studio, basato su analisi della giurisprudenza e interviste con interlocutori privilegiati dei sei Stati analizzati, è che l'applicazione dell'art. 15 c) è fortemente divergente e, in alcuni di questi Stati, tale articolo rappresenta una possibilità di protezione appena marginale, non discostandosi nell'interpretazione prevalente dall'art. 3 CEDU, tuttavia già coperto dalle lettere a) e b) dello stesso art. 15.
Qual è dunque, si chiede lo studio - rifacendosi anche alla sentenza nel caso Elgafaji -, il valore aggiunto della lett. c)?
Al contrario, secondo l'UNHCR, l'art. 15 c) dovrebbe essere interpretato in maniera ampia, in modo da coprire casi di rischi che potenzialmente riguardano gruppi di persone, così da assicurare che coloro che corrono un rischio reale di subire un danno grave in situazioni di violenza indiscriminata (qualora non siano riconosciuti rifugiati) ricevano comunque protezione internazionale.
Impietosamente, lo studio fornisce anche i dati sul riconoscimento della protezione internazionale in prima istanza negli Stati analizzati. Gli Afgani sono riconosciuti in meno del 10% dei casi nel Regno Unito e nel 62,4% in Belgio. Gli iracheni vanno dal 10,9% nel Regno Unito al 78,5% in Belgio. Ai somali è riconosciuta una protezione internazionale nel 34,3% dei casi nei Paesi Bassi e in quasi il 90% dei casi in Germania.
Vai al rapporto "Safe at last?"
Pubblicato da Associazione Asilo in Europa a 23:16
Etichette: Direttiva qualifiche, UNHCR