Source: http://www.snfia.org/diritto/approfondimenti/184/bentornate-cococo/
Timestamp: 2019-01-18 10:43:15+00:00
Document Index: 181544817

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 63', 'art. 1', 'art. 69', 'sentenza ', 'art. 86', 'art. 4', 'art. 41', 'art. 76', 'art. 1', 'art. 62', 'art. 1', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 69', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 69', 'art. 69', 'art. 61', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 49', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 48', 'art. 409', 'art. 49', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 47', 'art. 16', 'art. 61', 'art. 61', 'art. 61', 'art. 69', 'art. 61', 'art. 61', 'art. 61', 'art. 61']

SNFIA - Diritto - Bentornate Co.Co.Co.
DIRITTO APPROFONDIMENTI
Bentornate Co.Co.Co.
Finalmente son tornate! Da tempo, si avvertiva la loro fragorosa assenza… Le Collaborazioni Coordinate e Continuative (da ora Co.Co.Co.) fanno di nuovo parte, a pieno titolo, dell'ordinamento lavoristico. Ciò in base a quanto previsto dallo "Schema di decreto legislativo recante il testo organico delle tipologie contrattuali e la revisione della disciplina delle mansioni, in attuazione della legge 10 dicembre 2014, n. 183", presentato dal Governo in data 20 febbraio 2015 (e successivo a quello sulla riforma dei licenziamenti e del trattamento di disoccupazione, presentati il 24 dicembre 2014 e pubblicati in G.U. il 6 marzo 2015, numerati, rispettivamente, 23 e 22). Trattasi, per ora di un'ipotesi, in quanto il testo, in base a quanto disposto dalla L. n. 183/2014, deve superare il vaglio, non vincolante, delle Commissioni Parlamentari. Per l'intanto il dado pare potersi, comunque, trarre: le Co.Co.Co. divengono (e tornano a essere) la forma tipica del lavoro autonomo prestato in forma continuativa e, pertanto, non ne costituiscono più un'ipotesi residuale. È stata loro restituita la dignità che avevano perso, vituperate di essere la causa unica ed esclusiva della fuga dal contratto di lavoro dipendente. Abusate nel numero e, pertanto, considerate forma fraudolenta e certamente simulatoria di un rapporto di lavoro che, ha ritenuto il legislatore del 2003, finiva con l'assumere le caratteristiche della prestazione dipendente 1.
2. L'emarginazione delle Collaborazioni Coordinate e Continuative successiva alla L. n. 30/2003
La Legge n. 30/2003, all'art. 4, prevedeva una razionalizzazione delle Collaborazioni attraverso la "previsione della stipulazione dei relativi contratti... da cui risultino la durata, determinata o determinabile, della collaborazione, la riconducibilità di questa a uno o più progetti o programmi di lavoro o fasi di esso, resi con lavoro prevalentemente proprio e senza vincolo di subordinazione, nonché l'indicazione di un corrispettivo, che deve essere proporzionato alla qualità e quantità del lavoro". Il decreto 276/2003 ne sancì, poi, la sostanziale esclusione dal contesto contrattuale ordinario, consentendone la stipulazione solo in relazione alle: "... professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi professionali"; ai "... rapporti e le attività... rese e utilizzate a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciute dal C.O.N.I." ; ai "componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e partecipanti a collegi e commissioni" ; a "coloro che percepiscono la pensione di vecchiaia". L'intervento normativo aveva attribuito rilievo esclusivo alla formalità del contratto di lavoro relativo alla prestazione di lavoro autonomo, eseguita per mezzo del coordinamento e della continuità. L'apposizione del progetto o del programma era condizione legittimante la stipulazione di simile forma contrattuale. La rilevanza veniva assunta da un elemento estraneo alla prestazione, che nulla riguardava rispetto alle modalità con le quali la prestazione stessa dovesse (o potesse) essere eseguita. L'inesistenza del progetto o del programma determinava, ai sensi dell'art. 69, comma 1, d.lgs. n. 276/2003, la natura subordinata del rapporto di lavoro. Quindi anche qualora la formalità fosse stata rispettata, la prestazione avrebbe, comunque, potuto assumere i connotati del rapporto di lavoro dipendente. In questo caso, l'accertamento fattuale delle modalità di svolgimento del rapporto avrebbe comportato l'accertamento della subordinazione (art. 69, comma 2). Il rispetto della forma prescritta, però, appariva arduo: concreto ed effettivo era il rischio che si potesse incorrere nel vizio formale presupposto della costituzione del rapporto di lavoro dipendente. Detto rischio esisteva non foss'altro perché il legislatore si era limitato a dire ciò che il contratto dovesse contenere (l'apposizione del progetto o del programma), ma bene si guardò dal definire in cosa, quel ciò, dovesse consistere. Un intervento chiarificatore appariva necessario, sia per delineare l'ambito di consistenza dei concetti di progetto e programma, sia per definire gli effetti connessi all'erronea formalizzazione del contratto. Il legislatore, però, pusillanime e irresoluto pensò bene di non metter mano all'opera incompiuta o, forse, mal compiuta, e di lasciarne l'onere al Ministero del Lavoro, al quale ha finito per delegare il ruolo di "integrantium officium"
3. La definizione di progetto e programma nelle circolari ministeriali e la relativa interpretazione giurisprudenziale
Il Ministero, immolatosi alla causa eseguì l'ingrato compito, emanando la Circolare, n. 1/2004, dal sapore e dal tenore normativo, più che esplicativo e, per quanto attiene alla presunzione di subordinazione, certamente modificativo del senso e del tenore della legge medesima. Con l'emanazione della Circolare, infatti, presero sostanza e contenuto i concetti di progetto e programma e si affermò la natura relativa della presunzione di subordinazione di cui all'art. 69, comma 1, d.lgs. n. 276/2003. Il progetto doveva intendersi un'attività produttiva ben identificabile e funzionalmente collegata a un determinato risultato finale cui il collaboratore partecipa direttamente con la sua prestazione. Il programma, invece, era individuato in un tipo di attività cui non è direttamente riconducibile un risultato finale, in quanto caratterizzato dalla produzione di un risultato solo parziale, destinato a essere integrato, in vista di un risultato finale, da altre lavorazioni e risultati parziali. Le due tipologie di collaborazione, seppure esplicative della locatio operis apparivano sensibilmente diverse l'una dall'altra, dal momento che: nella prima l'oggetto del contratto si identificava nel risultato raggiunto, o da raggiungere, per mezzo dell'opera prestata dal lavoratore/collaboratore; nella seconda, invece, l'oggetto pareva essere l'attività devoluta al collaboratore, finalizzata, solo indirettamente, al raggiungimento di un risultato finale, il quale, quindi, non costituiva più l'oggetto e il presupposto del contratto (e della prestazione stessa)2. Nonostante ciò le nuove collaborazioni, nel linguaggio comune e nell'interpretazione giurisprudenziale, finirono per identificarsi nel progetto e, quindi, nell'essere il contratto una prestazione di risultato, quand'anche avessero riguardato un "ipotetico" programma. Nella pratica, il programma, come esplicativo dell'esclusiva rilevanza della prestazione dedotta nel contratto, andò a sfumare, dal momento che la prestazione, per legittimare l'autenticità della collaborazione, doveva essere comunque diretta al raggiungimento di un risultato finale3. In tal modo venne avallata la lettura della disposizione che riconduceva i due concetti a un'endiadi, avente la funzione di indicare segmenti, dell'attività organizzata dal committente, ben identificati e definiti sotto il profilo strutturale e temporale, riferita a situazioni produttive particolari e teleologicamente individuate4. A distanza di qualche anno dall'innovazione, il Ministero, sempre per mezzo di una Circolare, la n. 4/2008, pensò di tornare sull'argomento, attraverso una serie di precisazioni dirette a circoscrivere il contenuto del progetto e a individuare le prestazioni astrattamente incompatibili con l'essenza stessa di un progetto o di un programma, prestazioni, queste, per le quali vi doveva essere un particolare onere di verifica in merito alla relativa esecuzione5. Il progetto e/o il programma, si disse, oltre che risultare per iscritto: – dovevano essere dotati di specificità, non potendo coincidere integralmente con l'attività principale o accessoria dell'impresa, come risultante dall'oggetto sociale6; – non potevano limitarsi a descrivere il mero svolgimento della normale attività produttiva e neppure consistere nella semplice elencazione del contenuto tipico delle mansioni affidate al collaboratore; – potevano essere eseguiti dal collaboratore mediante il collegamento funzionale con la struttura organizzativa del committente, dovendo, però, essere salvaguardata l'autonomia di scelta sulle modalità esecutive di svolgimento della prestazione. La Circolare, che ebbe il pregio di confermare la natura relativa della presunzione di conversione del contratto nell'ipotesi di erronea apposizione del progetto, focalizzava l'attenzione sulle modalità di esecuzione della prestazione, la quale (e non poteva essere altrimenti) doveva essere caratterizzata dall'autonomia. La svalutazione del requisito formale del contratto e la conferma della presunzione relativa di subordinazione connessa all'erronea apposizione del progetto, potevano certamente far ritenere che, nei fatti, il ruolo qualificatorio della natura della prestazione (autonoma o subordinata) fosse (nuovamente) attribuito alle effettive modalità di svolgimento della prestazione, la quale tornava ad assumere il ruolo cardine in merito alla definizione del rapporto in concreto svoltosi.
4. L'apparente valorizzazione dell'attività prestata rispetto alle modalità di formalizzazione del progetto o del programma
Anche nell'impostazione del decreto legislativo n. 276/2003, diversamente dalle apparenze, vi erano taluni indici che tendevano a valorizzare l'essere della prestazione e, quindi, a dare rilievo al concreto svolgersi dell'attività. Uno di questi indici era, indubbiamente, rappresentato dalle modalità di determinazione del compenso. La determinazione del compenso era rimessa all'art. 63, d.lgs. n. 276/2003, il cui disposto è stato poi integrato (senza incidere sul contenuto della norma) dall'art. 1, comma 776, L. n. 296/2006. Il compenso doveva essere proporzionato alla quantità e qualità del lavoro eseguito, tenuto conto dei compensi normalmente corrisposti per analoghe prestazioni di lavoro autonomo nel luogo di esecuzione del rapporto, anche sulla base dei contratti collettivi nazionali di riferimento. Il rilievo (esclusivo) della prestazione ha assunto significato, sempre ad avviso del Ministero del Lavoro, nell'ambito delle collaborazioni instaurate presso i call center, ove, ad avviso della Circolare n. 17/2006, le collaborazioni possono ammettersi solamente per la prestazione svolta "outbound", prestazione, questa, nella quale il compito assegnato al lavoratore a progetto è quello di contattare, per un arco di tempo determinato, l'utenza di un prodotto o di un servizio riconducibile a un singolo committente7. In tale contesto, a differenza del lavoro prestato "inbound" l'operatore può gestire e pianificare la propria attività. La centralità che voleva farsi assumere alla prestazione, in luogo dell'apposizione, in sede contrattuale, del programma o del progetto, avrebbe, nei fatti, snaturato il senso dell'intervento legislativo, il quale, a torto o a ragione, aveva attribuito rilievo costitutivo della fattispecie a un elemento formale (l'apposizione del progetto o del programma) la cui assenza o non conformità avrebbe dovuto determinare, iuris et de iure, ai sensi dell'art. 69, comma 1, d.lgs. n. 276/2003 l'esistenza di un rapporto di lavoro dipendente.
5. La presunzione assoluta di subordinazione indipendentemente dalle modalità di esecuzione della prestazione
Simile presunzione ha posto non pochi interrogativi, stimolati dalla possibile non conformità costituzionale della disciplina 8, sulla quale, indirettamente era intervenuta la Corte Costituzionale che, con la sentenza n. 399/20089, aveva dichiarato l'illegittimità dell'art. 86, comma 1, d.lgs. n. 276/2003, laddove sanciva l'estinzione automatica delle collaborazioni coordinate e continuative entro un anno dall'entrata in vigore della novella 10. I rischi di incostituzionalità hanno avuto a riguardo il contrasto: – con gli artt. 2 e 3 della Costituzione, in quanto la sanzione della conversione del rapporto per violazione formale attiene le sole fattispecie di lavoro autonomo per le quali è necessaria l'indicazione di un progetto; – con l'art. 4 della Costituzione, dal momento che in assenza del progetto il legislatore non intende ammettere l'esistenza di rapporti di lavoro autonomo, eseguiti nella forma della continuità e del coordinamento; – con l'art. 41, comma 2, Cost., stante la compressione della libera iniziativa economica rispetto alla stipulazione dei predetti rapporti di collaborazione; – con l'art. 76, stante la potenziale non corrispondenza tra il contenuto della delega e l'apparato sanzionatorio previsto nel decreto delegato. Diversamente, la presunzione, assoluta, di subordinazione poteva essere letta, a un lato, come una sanzione rispetto alla violazione della forma contrattuale imposta come modello di collaborazione. Al fine di evitare una possibile eccezione di incostituzionalità, la norma sarebbe potuta essere oggetto di un'interpretazione adeguatrice (fatta propria dalla Circolare n. 1/2004), rendendo, di fatto, la presunzione relativa ammettendo, quindi, il committente alla prova contraria tesa a confermare l'autonomia della prestazione11. La giurisprudenza maggioritaria ha aderito alla prima impostazione, sostenendo l'esistenza di una vera e propria sanzione comminata a seguito della non corretta stipulazione del contratto di collaborazione12. Isolata e circoscritta alle pronunce di primo grado sono rimasti i tentativi di dare applicazione al principio della presunzione relativa13. Quella appena descritta è la situazione che si è protratta fino all'intervento della L. n. 92/2012 (c.d. Legge Fornero), la quale all'art. 1, commi 23-27 ha riscritto la fattispecie delle collaborazioni a progetto.
6. La riforma Fornero: le nuove collaborazioni a progetto e l'introduzione del rapporto di lavoro autonomo reso da soggetto titolari di partita I.V.A.
La riforma Fornero (L. n. 92/2012) è intervenuta sul sistema delle collaborazioni a progetto. Lo ha fatto, innanzitutto, determinando l'ulteriore emarginazione di simile forma contrattuale, riscrivendone la nozione e abolendo il "programma di lavoro". Il legislatore, ancora, ha provveduto ad adeguare la nozione di progetto a quella elaborata dalla circolare ministeriale n. 4/2008 e dalla giurisprudenza di merito, cristallizzatasi sul punto. La natura finalistica dell'attività è stata ulteriormente confermata dalla ritoccata lett. b) dell'art. 62, d.lgs. n. 276/2003, ai sensi del quale il contratto deve contenere "la descrizione del progetto, con individuazione del suo contenuto caratterizzante e del risultato finale che s'intende conseguire". Nonostante simile previsione e in presenza dell'autonoma gestione dell'attività, la determinazione del compenso è stata formalizzata in modo del tutto assimilabile a quello della retribuzione da lavoro dipendente, attribuendo rilievo principale alla consistenza dell'attività stessa, equiparata, nei fatti, a una vera e propria mansione. Il venir meno del "contratto a programma" e il divieto di riproporre, in sede contrattuale, l'oggetto sociale, ha reso ancora più vischiosa la formalità idonea a legittimare la forma contrattuale, rispetto alla cui violazione è stata confermata la sanzione della conversione. Venuto meno il programma, però, l'ordinamento, per mezzo del comma 26 dell'art. 1. L. n. 92/2012, ha previsto, comunque, un'alternativa al contratto a progetto, una valvola di sfogo diretta a evitare che l'unica possibile prestazione autonoma, resa nelle forme del coordinamento e della continuità14, debba essere diretta al raggiungimento di risultato. Lo ha fatto introducendo l'art. 69 bis al d.lgs. 276/2003, così rubricato: "Altre prestazioni lavorative rese in regime di lavoro autonomo", ai sensi del quale: "Le prestazioni lavorative rese da persona titolare di posizione fiscale ai fini dell'imposta sul valore aggiunto sono considerate, salvo che sia fornita prova contraria da parte del committente, rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, qualora ricorrano almeno due dei seguenti presupposti: a) che la collaborazione abbia una durata complessivamente superiore a otto mesi nell'arco dell'anno solare; b) che il corrispettivo derivante da tale collaborazione, anche se fatturato a più soggetti riconducibili al medesimo centro d'imputazione di interessi, costituisca più dell'80 per cento dei corrispettivi complessivamente percepiti dal collaboratore nell'arco dello stesso anno solare; c) che il collaboratore disponga di una postazione fissa di lavoro presso una delle sedi del committente". La norma è stata oggetto dei chiarimenti resi dalla Circolare del Ministero del lavoro n. 32/2012, ai sensi della quale: – il periodo di cui alla lett. a) deve individuarsi con riferimento a ciascun anno civile (1 gennaio – 31 dicembre); – il periodo di 8 mesi annui deve considerarsi alla stregua di 240 giorni nell'arco dell'anno; – il riferimento reddituale deve operarsi con riferimento agli anni solari (periodi di 365 gg), che possono anche non coincidere con gli anni "civili";– che la postazione di lavoro, al fine di rilevare, può anche non essere a uso esclusivo del collaboratore. L'innovazione presenta taluni tratti peculiari. A dispetto dell'apparenza, gli elementi presuntivi di non genuinità della prestazione sono di contenuto ed estrazione formali. I primi due sono semplici indicatori della continuità della prestazione mentre il terzo di uno pseudo-inserimento nell'organizzazione aziendale. Nulla di sostanziale, però, in quanto i predetti elementi possono risultare del tutto neutri rispetto alla sussistenza di una prestazione di lavoro dipendente, nella quale assume un ruolo imprescindibile l'esistenza dell'eterodirezione posta in essere dal datore di lavoro (committente apparente). La presunzione relativa di non genuinità della prestazione autonoma, resa dal soggetto titolare di partita I.V.A., determina, in assenza di prova contraria fornita dal committente, l'esistenza di una collaborazione coordinata e continuativa. Simile conversione non può che destare perplessità. Infatti, una previsione siffatta ha finito per introdurre una tripartizione delle tipologie di rapporto di lavoro. Fino a quel momento nessun dubbio poteva sorgere sul fatto che la prestazione lavorativa potesse essere dipendente o autonoma: nell'ambito della prestazione autonoma rientrava la fattispecie delle collaborazioni coordinate e continuative. Il lavoro autonomo, pertanto, al pari di quello subordinato, costituisce un genus, nel cui ambito rientra la collaborazione, la quale costituisce un modo di essere della prestazione autonoma. Il legislatore è sembrato non tenere conto di simile presupposto, affermando che le prestazioni di lavoro autonomo, nel momento in cui fossero state caratterizzate dal progetto o dal programma dovessero qualificarsi come collaborazioni coordinate e continuative (salva, ai sensi della Circ. n. 1/2004 la prova contraria fornita dal Committente). Nel caso di specie, pertanto, la presenza di talune caratteristiche del rapporto di lavoro (autonomo) non comporta più il riconoscimento della prestazione di lavoro dipendente, bensì di una collaborazione coordinata e continuativa. Dal momento che, però, detta collaborazione altro non è che un particolare modo di essere di una prestazione autonoma, non è chiaro in cosa dovesse, e potesse, consistere la prova contraria fornita dal committente interessato a dimostrare la genuinità della prestazione resa dal titolare di partita I.V.A. Infatti, le modalità di svolgimento della prestazione sarebbero comunque state caratterizzate dall'autonomia. La prova, pertanto, se, da un lato, si palesava come chiaramente diabolica, dall'altro, non poteva avere a riguardo la natura della prestazione. Se così è, la presunzione di collaborazione, lungi dall'essere relativa, si pone, invece, come assoluta. Ciò perché, la presenza degli elementi (presuntivi) di non genuinità del contratto di lavoro autonomo comporta, sic et simpliciter, la costituzione di un rapporto di collaborazione, senza che nessun rilievo avrebbero potuto assumere le modalità di svolgimento della prestazione (la quale sarebbe stata comunque caratterizzata dall'autonomia). Il corollario di simili deduzioni è che al committente, al fine di dedurre la genuinità del contratto, è rimessa la sola possibilità di provare che nell'esecuzione della prestazione non si fossero integrati gli elementi costitutivi della collaborazione e, quindi, quegli elementi formali idonei ad attribuire una diversa qualificazione alla prestazione.
L'esistenza di una collaborazione, in luogo della prestazione di lavoro autonoma, diventa, però, il volano per la costituzione di un rapporto di lavoro dipendente. Ciò in virtù del disposto del comma 4 dell'art. 69 bis del decreto in esame, ai sensi del quale "La presunzione di cui al comma 1… determina l'integrale applicazione della disciplina di cui al presente capo, ivi compresa la disposizione dell'articolo 69, comma 1". Pertanto, dal momento che la collaborazione, nella quale confluisce la prestazione autonoma presuntivamente illegittima, si palesa priva del progetto, la stessa viene convertita, a sua volta, in una prestazione di lavoro dipendente. L'effetto finale della presunzione relativa che affligge la prestazione autonoma del soggetto titolare di partita I.V.A., quindi, è la costituzione di una prestazione di lavoro dipendente, la quale, ancora una volta, diviene tale solo per un vizio formale e senza che, nei fatti, siano stati integrati gli elementi propri della prestazione di lavoro dipendente. Un terzo aspetto che induce non poche perplessità riguarda gli elementi indiziari utilizzati dal legislatore per qualificare la prestazione di lavoro autonoma alla stregua di una collaborazione. Appare francamente un non senso il discrimine lavoro autonomo/collaborazione coordinata e continuativa operato dall'art. 69 bis, d.lgs. n. 276/2003. Il verificarsi di due degli elementi richiamati dalla norma, infatti, oltre a nulla evidenziare in termini di concreto svolgimento della prestazione, può, nei fatti, non assumere alcun significativo rilievo ai fini della reale qualificazione del rapporto di lavoro. Non è dato sapere, infatti, per quale motivo la prestazione è considerata autonoma se il lavoratore ha garantita una postazione fissa nell'ambito della struttura del committente, presso cui matura il 79% del reddito, mentre, diviene una collaborazione se, ferma restando la postazione fissa, quel reddito diviene l'81% di quelli complessivamente maturati dal lavoratore. Ciò conferma che il legislatore ha inteso semplicemente attribuire rilievo dirimente a elementi squisitamente formali, i quali possono risultare del tutto ininfluenti per la definizione della reale natura della prestazione. Simile presunzione (si sottolinea ancora una volta, diretta a costituire un rapporto di collaborazione e non un rapporto di lavoro dipendente) è stata esclusa in determinate circostanze, caratterizzate: dalla particolare professionalità del prestatore di lavoro; dall'ammontare del compenso riconosciuto come corrispettivo della prestazione. La prima ipotesi richiede che la prestazione sia connotata "da competenze teoriche di grado elevato acquisite attraverso significativi percorsi formativi, ovvero da capacità tecnico-pratiche acquisite attraverso rilevanti esperienze maturate nell'esercizio concreto di attività". Con la Circolare n. 32/2012, il Ministero del Lavoro ha chiarito che tali condizioni possano essere comprovate: – dal possesso di un titolo o diploma di scuola secondaria (licei e formazione professionale); – dal possesso di un titolo di studio universitario (laurea, dottorato di ricerca, master); – dal conseguimento di qualifiche o diplomi al termine di un percorso di apprendistato (di qualsiasi tipologia); – dal possesso (almeno decennale) di una qualifica o specializzazione attribuita durante un rapporto di lavoro subordinato sulla base del contratto collettivo di riferimento; – dallo svolgimento dell'attività da almeno 10 anni (in via esclusiva o prevalente dal punto di vista reddituale). La seconda ipotesi, invece, presuppone che l'attività "sia svolta da soggetto titolare di un reddito annuo da lavoro autonomo non inferiore a 1,25 volte il livello minimo imponibile ai fini del versamento dei contributi previdenziali di cui all'articolo 1, comma 3, della legge 2 agosto 1990, n. 233".
7. L'illegittimità formale e sostanziale del contratto di lavoro a progetto
La presunzione relativa introdotta per i contratti stipulati fino all'entrata in vigore della riforma La riforma del 2012 è intervenuta anche sull'art. 69, d.lgs. n. 276/2003, innovando il regime sanzionatorio sia nelle ipotesi di omessa o erronea formulazione del progetto apposto al contratto, sia nelle ipotesi di esecuzione della prestazione in termini non conformi all'autonomia del rapporto. La parte più rilevante della novella, però, è senza dubbio quella che ha riguardato l'interpretazione autentica della presunzione assoluta di subordinazione per la violazione dell'apposizione formale del progetto commessa in ordine ai contratti stipulati antecedentemente all'entrata in vigore della L. n. 92/2012 (18 luglio 2012).
Nel dettaglio il legislatore del 2012, nel riscrivere l'art. 69, comma 1, d.lgs. n. 276/2003 ha confermato la conversione dei contratti viziati dall'erronea apposizione del progetto. La conferma è pervenuta per mezzo di una norma d'interpretazione autentica contenuta nell'art. 1, comma 24, il quale così dispone: "L'articolo 69, comma 1, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, si interpreta nel senso che l'individuazione di uno specifico progetto costituisce elemento essenziale di validità del rapporto di collaborazione coordinata e continuativa, la cui mancanza determina la costituzione di un rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato". Questa norma, però, letta in combinato disposto con il comma 25 dell'art. 1 della L. n. 92/2012 non si è limitata a confermare il principio della presunzione assoluta (già chiaro nell'originario testo dell'art. 69, comma 1), ma ha finito per confermare che, in merito ai rapporti stipulati fino alla sua entrata in vigore, la predetta presunzione deve considerarsi relativa. Ciò in virtù di quanto disposto dall'art. 1, comma 25 della L. n. 92/2012, secondo cui "Le disposizioni di cui ai commi 23 e 24 si applicano ai contratti di collaborazione stipulati successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge". La norma, quindi, sembra avere avuto la finalità di avallare la teoria della presunzione relativa fatta propria dalla Circolare Ministeriale n. 1/200415. Contraria a simile interpretazione la Corte di Appello di Roma ad avviso della quale, con la sentenza del 12 giugno 201416, la norma avrebbe la sola finalità d'identificare le conseguenze indotte dalla mancata individuazione del progetto nella nuova definizione contenuta nella riforma. La riforma del 2012, per mezzo dell'art. 1, comma 23, lett. g), è intervenuta anche sul regime di conversione c.d. sostanziale, cioè quello operante nelle ipotesi in cui, in presenza di una corretta apposizione del progetto, la prestazione avesse assunto connotati non conformi alla natura autonoma della prestazione, sfociando in una rapporto di lavoro subordinato. L'art. 69, d.lgs. n. 276/2003, al secondo comma, nella versione originaria, disponeva: "Qualora venga accertato dal giudice che il rapporto instaurato ai sensi dell'articolo 61 sia venuto a configurare un rapporto di lavoro subordinato, esso si trasforma in un rapporto di lavoro subordinato corrispondente alla tipologia negoziale di fatto realizzatasi tra le parti". Con la riforma la previsione è stata arricchita da una presunzione relativa di subordinazione, vincibile dalla prova contraria fornita dal committente, operante nelle "ipotesi in cui l'attività del collaboratore sia svolta con modalità analoghe a quella svolta dai lavoratori dipendenti dell'impresa committente, fatte salve le prestazioni di elevata professionalità che possono essere individuate dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale". Il disposto, da un lato, conferma l'orientamento derogatorio tenuto nei confronti delle prestazioni intellettuali, dall'altro, il favore riposto nell'intervento della contrattazione collettiva rispetto a una fattispecie, quella del lavoro autonomo, notoriamente sprovvisto di una propria rappresentatività e solitamente escluso dai contratti collettivi, riservati ai rapporti di lavoro dipendente.
8. Le prestazioni di lavoro autonomo esistenti fino al momento di entrata in vigore dello Schema di Decreto Legislativo in esame
A oggi e, comunque, fino a quando entrerà in vigore il decreto di riordino in esame, le forme di collaborazioni sono le seguenti:
– le collaborazioni a progetto; – le co.co.co. per le quali non è necessaria l'apposizione del progetto17; – le prestazioni occasionali18; Nell'alveo del rapporto di lavoro autonomo, invece, sono compresi: – la prestazione d'opera, ex artt. 2222 e 2229 c.c.; – la prestazione d'opera resa da soggetto titolare di partita IVA, ex art. 69 bis, d.lgs. n. 276/2003. A ciò si aggiungano particolari forme di lavoro autonomo espressamente tipizzate dall'ordinamento (art. 61, comma 1, d.lgs. n. 276/2003), le quali, pertanto, costituiscono una fattispecie a se stante: – i rapporti di agenzia e di rappresentanza commerciale; – le attività di vendita diretta di beni e di servizi realizzate attraverso call center ‘outbound' per le quali il ricorso ai contratti di collaborazione a progetto è consentito sulla base del corrispettivo definito dalla contrattazione collettiva nazionale di riferimento. A questa moltitudine di rapporti di lavoro ha inteso porre fine il decreto delegato in esame, il cui scopo è quello di ridurre le forme di collaborazione, attraverso la riscrittura di tutta la normativa di attuale riferimento.
9. Il riordino del lavoro autonomo e il ritorno delle Collaborazioni Coordinate e Continuative
L'intervento voluto dal legislatore se, da un lato, presenta dei tratti certamente innovativi, dall'altro, desta notevoli perplessità. Il sistema che è stato congegnato, probabilmente senza averne la reale percezione, determina il ritorno, a pieno titolo, delle collaborazioni coordinate e continuative, rispetto alle quali, addirittura, nel periodo compreso tra l'entrata in vigore del decreto e il 31.12.2015 non esiste nessuna presunzione di illegittimità del rapporto tale da determinarne la conversione nella fattispecie del lavoro subordinato. Andiamo per gradi: la legge delega n. 183/2014, accanto al generale principio di riassetto delle forme contrattuali non ha previsto un'esplicita abrogazione delle collaborazioni coordinate e continuative, lasciando intendere che le stesse sarebbero state superate. Nei fatti, però, il concetto è espresso in modo tale da non arrecare alcun concreto effetto all'esistenza delle collaborazioni, rispetto alle quali: – l'art. 1, comma 7, lett. g) prevede: l'"introduzione, eventualmente anche in via sperimentale, del compenso orario minimo, applicabile ai rapporti aventi a oggetto una prestazione di lavoro subordinato, nonché, fino al loro superamento, ai rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, nei settori non regolati da contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, previa consultazione delle parti sociali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale; – l'art. 1 comma 8, lett. b), n. 3, prevede "l'universalizzazione del campo di applicazione dell'ASpI, con estensione ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, fino al suo superamento". Di fronti a questi, baluginanti, criteri, i pilastri della riforma (effettiva) possono essere così riassunti: – l'art. 49 del decreto prevede che tutta la normativa inerente alla collaborazioni, contenuta nel d.lgs. n. 276/2003 e, quindi, gli articoli da 61 a 69-bis, a far data dall'entrata in vigore del decreto sia, di fatto, abrogata, restando "in vigore esclusivamente per la regolazione dei contratti già in atto"; – l'art. 47 del decreto dispone che, a decorrere dal 1° gennaio 2016, trovi applicazione un nuovo regime di regolamentazione del lavoro coordinato e continuativo, fondato su di una presunzione assoluta ai sensi della quale troverà applicazione il regime del rapporto di lavoro subordinato in presenza di taluni elementi caratterizzanti la prestazione di lavoro19. Simile presunzione è esclusa per le fattispecie rispetto alle quali l'attuale normativa non prevede l'apposizione del progetto20 (fatta eccezione per le collaborazioni rese da soggetto titolare della pensione di vecchiaia, le quali non sono più menzionate) alle quali si aggiungono le "collaborazioni relativamente alle quali gli accordi collettivi stipulati dalle confederazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedano discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive e organizzative del relativo settore" [art. 47, lett. a)]; – l'art. 48 del decreto prevede, sino alla data del 31.12.2015, un sistema di stabilizzazione delle collaborazioni esistenti al momento dell'entrata in vigore del decreto. La stabilizzazione avviene per mezzo dell'assunzione del collaboratore a tempo indeterminato. L'assunzione comporta l'estinzione delle violazioni previste dalle disposizioni in materia di obblighi contributivi, assicurativi e fiscali connessi all'eventuale erronea qualificazione del rapporto di lavoro pregresso, salve le violazioni già accertate prima dell'assunzione. La predetta stabilizzazione/sanatoria presuppone due condizioni: a) la sottoscrizione, in sede protetta, di un verbale di conciliazione avente a oggetto il pregresso rapporto di collaborazione (con il quale il lavoratore dichiara la genuinità della collaborazione; b) che nei dodici mesi successivi alle assunzioni, i datori di lavoro non recedano dal rapporto di lavoro, salvo che per giusta causa ovvero per giustificato motivo soggettivo. Dalla lettura dell'innovazione sorge spontanea una prima domanda: quale regime di collaborazione può trovare applicazione nel periodo compreso dalla data di emanazione del decreto e fino al 31.12.2015? Dalla data di entrata in vigore del decreto, infatti, la normativa di cui al d.lgs. n. 276/2003 è abrogata, restando in vigore solo per regolamentare le collaborazioni già in essere. La normativa abrogata, però, non fungeva come presupposto della stipulazione dei contratti di collaborazione, bensì ne aveva contestualizzato il regime ordinario alla presenza di un progetto (e, nella forma originaria, del programma). Anzi, come già accennato, l'intervento del 2003 aveva avuto la finalità di limitare l'utilizzo di questa forma contrattuale, sempre più spesso simulatoria di una forma di lavoro dipendente. Pertanto, in assenza di un espresso divieto da parte del decreto in commento, quanto meno per il 2015, il ritorno alla forma ordinaria di collaborazione coordinata e continuativa, nella forma di cui all'art. 409 c.p.c. pare essere acclarata. Tanto è vero che l'art. 49 del decreto, nell'abrogare il sistema contenuto nel d.lgs. n. 276/2003, al secondo comma prevede: "Resta salvo quanto disposto dall'articolo 409 del codice di procedura civile". La liberalizzazione delle collaborazione, e ciò certamente appare ambiguo, se non incostituzionale, verrà a essere limitata a far data dal 1° gennaio 2016. A decorrere da questa data sarà attivo un sistema di presunzione assoluta secondo cui nei confronti del rapporto di collaborazione si applicherà la disciplina del rapporto di lavoro subordinato, qualora la prestazione sia di contenuto ripetitivo21 e le modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro. A questo punto una domanda si impone: quali effetti determina simile limitazione rispetto alla possibile stipulazione delle collaborazioni? Un prima particolarità della previsione attiene agli effetti indotti dalla presunzione assoluta prevista. Da un punto di vista letterale, infatti, la norma non prevede la conversione della collaborazione in un rapporto di lavoro dipendente e, pertanto, non dispone il riconoscimento e la costituzione di una prestazione di lavoro dipendente. La disposizione prevede che in presenza di particolari modalità di svolgimento della collaborazione, nei confronti della medesima si applica la disciplina del rapporto di lavoro subordinato. La previsione, pertanto, non limita il ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative ma definisce le modalità con le quali la prestazione deve essere resa per non integrare un rapporto di lavoro dipendente. La sussistenza di detti elementi, di natura sostanziale, deve essere oggetto di prova da parte del soggetto che ne eccepisce l'esistenza, contestualmente all'impugnazione del rapporto di collaborazione e alla rivendicazione del rapporto di lavoro dipendente (sia no essi gli Istituti Previdenziali, il Ministero del Lavoro o il prestatore di lavoro). L'esistenza della presunzione assoluta e, quindi, dell'applicazione della disciplina del rapporto di lavoro dipendente presuppone, pertanto, un giudizio di accertamento, nell'ambito del quale, il committente è nella piena facoltà di dimostrare l'autonomia della prestazione e l'inesistenza degli elementi costitutivi di un rapporto di lavoro dipendente. Gli elementi richiamati dalla disposizione e, cioè, il contenuto ripetitivo della prestazione "e" le modalità di esecuzione "organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro" devono coesistere, stante la presenza della congiunzione che lega i due elementi. In conclusione, la norma in commento pare avere riportato gli assetti del discrimine tra la prestazione autonome e quella subordinata sul binario dell'effettiva consistenza della prestazione. La previsione identifica una sorta di nozione di "collaborazione subordinata", la quale viene a essere integrata in presenza di taluni elementi, la cui esistenza e consistenza deve essere oggetto di prova nell'ambito di un giudizio di accertamento. La presunzione suddetta non trova applicazione in riferimento a talune collaborazioni coordinate e continuative espressamente individuate dal medesimo art. 47 (si veda la nota 17). Anche simile esclusione appare foriera di taluni elementi di incertezza. L'esclusione dalla presunzione presupposto dell'applicazione della normativa sul rapporto di lavoro dipendente, può far ritenere che le collaborazioni "fatte salve" dall'ordinario regime possano essere prestate mediante una prestazione ripetitiva, le cui modalità di esecuzione siano organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro. La sussistenza di simili elementi non è, di per sé, idonea a ingenerare l'applicazione, nei confronti del rapporto di collaborazione in essere, degli effetti propri della prestazione subordinata. Simile inidoneità, però, può risolversi a ben poca cosa, dal momento che gli elementi suddetti, una volta dimostratane l'esistenza, sono certamente indicativi di una prestazione sprovvista dei requisiti dell'autonomia, dando luogo, pertanto, a una prestazione di lavoro dipendente. Diversamente da questa impostazione, però, al fine di attribuire un significativo rilievo alla previsione normativa, si può sostenere che simile esclusione possa essere finalizzata a escludere la sussistenza di una prestazione di lavoro dipendente in tutti i casi oggetto di elencazione, quand'anche la prestazione presenti i relativi elementi. Rispetto alle ipotesi individuate dall'art. 47 del decreto, la questione rileva in merito alle ipotesi di cui alle lett. a) e d) e, quindi, rispetto alle "collaborazioni per le quali gli accordi collettivi stipulati dalle confederazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale prevedono discipline specifiche riguardanti il trattamento economico e normativo, in ragione delle particolari esigenze produttive e organizzative del relativo settore" e alle "prestazioni di lavoro rese a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciuti dal C.O.N.I. come individuati e disciplinati dall'articolo 90 della legge 27 dicembre 2002, n. 289". Un'interpretazione siffatta, però, pare cozzare con il principio costituzionale della c.d. indisponibilità del tipo, sancita dalle sentenze della Corte Costituzionale n. n. 121 del 29 marzo 1993 e n. 115 del 31 marzo 1994, ai sensi delle quali: "non è consentito al legislatore negare la qualificazione giuridica di rapporti di lavoro subordinato a rapporti che oggettivamente abbiano tale natura, ove da ciò derivi l'inapplicabilità delle norme inderogabili previste dall'ordinamento … a maggior ragione non sarebbe consentito al legislatore di autorizzare le parti a escludere, direttamente o indirettamente, con la loro dichiarazione contrattuale, l'applicabilità della disciplina inderogabile prevista a tutela dei lavoratori a rapporti che abbiano contenuto e modalità di esecuzione propri del rapporto subordinato". L'esistenza di simile principio porta a escludere la legittimità dell'interpretazione proposta e, quindi, a far ritenere che l'esclusione della presunzione assoluta prescritta dal comma 1 dell'art. 47, nei fatti, rischi di ridursi a principio di scarsa rilevanza pratica.
10. L'indennità di disoccupazione in caso di cessazione del rapporto di collaborazione l
l Jobs Act è intervenuto riformando il sistema delle tutele connesse alla perdita del posto di lavoro, procedendo alla riscrittura della "Disciplina della Nuova prestazione di Assicurazione Sociale per l'Impiego" (l'intervento è contenuto nel decreto legislativo pubblicato nella G.U. del 6 marzo 2015, n. 22). La nuova disciplina, all'art. 16, ha previsto l'"Indennità di disoccupazione per i lavoratori con rapporto di collaborazione coordinata e continuativa", denominata "DIS-COLL". La tutela è di tipo sperimentale e trova applicazione dal 1° gennaio al 31 dicembre 2015 "in favore dei collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto, con esclusione degli amministratori e dei sindaci, iscritti in via esclusiva alla Gestione separata, non pensionati e privi di partita I.V.A., che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione, un'indennità di disoccupazione mensile denominata DISCOLL". L'indennità spetta ai soggetti privi di occupazione che possano far valere: – almeno tre mesi di contribuzione nel periodo che va dal primo gennaio dell'anno solare precedente l'evento di cessazione dal lavoro al predetto evento; – nell'anno solare in cui si verifica l'evento di cessazione dal lavoro, un mese di contribuzione oppure un rapporto di collaborazione di durata pari almeno a un mese e che abbia dato luogo a un reddito almeno pari alla metà dell'importo che dà diritto all'accredito di un mese di contribuzione La DIS-COLL, rapportata al reddito medio mensile è pari al 75 per cento del reddito, se pari o inferiore nel 2015 all'importo di 1.195,00 euro, ed è incrementata di una somma pari al 25 per cento della differenza tra il reddito medio mensile e il predetto importo, qualora l'importo medesimo sia superiore. L'ammontare del trattamento si riduce del 3 per cento per ogni mese a decorrere dal primo giorno del quarto mese di fruizione. Il trattamento è corrisposto mensilmente per un numero di mesi pari alla metà dei mesi di contribuzione accreditati nel periodo che va dal primo gennaio dell'anno solare precedente l'evento di cessazione del lavoro al predetto evento. La DIS-COLL spetta a decorrere dall'ottavo giorno successivo alla cessazione del rapporto di lavoro o, qualora la domanda sia presentata successivamente a tale data, dal primo giorno successivo alla data di presentazione della domanda. L'erogazione della DIS-COLL è condizionata alla permanenza dello stato di disoccupazione, nonché alla regolare partecipazione alle iniziative di attivazione lavorativa e ai percorsi di riqualificazione professionale proposti dai Servizi competenti. In caso di nuova occupazione con contratto di lavoro subordinato di durata superiore a cinque giorni, il lavoratore decade dal diritto alla DIS-COLL. In caso di nuova occupazione con contratto di lavoro subordinato di durata non superiore a cinque giorni la DIS-COLL è sospesa d'ufficio. Il beneficiario di DIS-COLL che intraprenda un'attività lavorativa autonoma o di impresa individuale, dalla quale derivi un reddito inferiore al limite utile ai fini della conservazione dello stato di disoccupazione, deve comunicare all'INPS entro trenta giorni dall'inizio dell'attività il reddito annuo che prevede di trarne. Nel caso di mancata comunicazione del reddito previsto il beneficiario decade dal diritto alla DIS-COLL a decorrere dalla data di inizio dell'attività lavorativa autonoma o di impresa individuale. La DIS-COLL è ridotta di un importo pari all'80 per cento del reddito previsto, rapportato al periodo di tempo intercorrente tra la data di inizio dell'attività e la data in cui termina il periodo di godimento dell'indennità o, se antecedente, la fine dell'anno.
NOTE 1. T. Milano, 13-12-2012, in Arg. dir. lav., 2013, 605, n. De Mozzi: "L'introduzione del progetto/programma risponde all'intento di perseguire una "duplice finalità antielusiva" collegata al generale "scopo ultimo" di evitare, in un'ottica di trasparenza, la simulazione dei rapporti subordinati sotto l'apparenza di collaborazioni; si può considerare una prima finalità antielusiva di carattere "extraprocessuale" che obbliga le parti a ben focalizzare ex ante il contenuto del contratto, in modo da permettere al collaboratore di conoscere sin dall'inizio in modo dettagliato quale sia l'incarico affidatogli e operare con un'autonomia reale; una seconda finalità antielusiva di carattere "processuale" desumibile dall'esigenza di una forma scritta ad probationem per attestare l'esistenza del progetto/programma e il suo contenuto e dalla necessità di una corrispondenza tra il progetto/programma scritto e la prestazione effettivamente resa, pena la trasformazione in rapporto a tempo indeterminato sin dall'inizio ai sensi dell'art. 61, 1º comma (presunzione iuris et de iure di subordinazione)". 2. In questo senso T. Milano, 15-10-2010, in Riv. critica dir. lav. privato e pubbl., 2011, 605, n. Biasi: "Nell'ambito di un contratto a progetto, è corretto distinguere il "progetto", che prevede il raggiungimento di un obiettivo particolare attraverso l'attività consulenziale e ideativa del collaboratore, dal "programma", che rimanda piuttosto ad attività dirette a realizzare una nuova modalità organizzativa e temporale della struttura del committente. 3. T. Ascoli Piceno, 30-11-2012, in Dir. e lav. Marche, 2012, 247; T. Milano, 22-11-2010, in Informazione prev., 2010, 435; T. Padova, 05- 02-2010, in Rass. giur. lav. Veneto, 2011, fasc. 1, 25; T. Milano, 02-03-2009, ivi, 2009, 1002, n. Cataldi; T. Roma, 31-07-2008, in Argomenti dir. lav., 2009, 143, n. Aniballi; T. Milano, 13-11-2008, in Riv. critica dir. lav., 2009, 139, n. Biasi; T. Milano, 17-11-2007, in Riv. critica dir. lav., 2008, 194, n. Huge; T. Bologna, 06-02-2007, in Argomenti dir. lav., 2007, 805, n. Marinelli. 4. Trib. Genova 8.4.2006, in Riv. It. Dir. Lav., n. 1/2007. In dottrina si veda Proia, Lavoro a progetto e modelli contrattuali di lavoro, in Arg. Dir. Lav., n. 1/2004. 5. "Addetti alla distribuzione di bollette o consegna di giornali; addetti alle agenzie ippiche; autisti e autotrasportatori; babysitter e badanti; baristi e camerieri; commessi e addetti alle vendite; custodi e portieri; estetisti e parrucchieri; facchini; istruttori di autoscuola; letturisti di contatori e manutentori; muratori e qualifiche operaie dell'edilizia; piloti e assistenti di volo, prestatori di manodopera nel settore agricolo, addetti alle attività di segreteria e terminalisti". 6. Secondo T. Pisa, 29-05-2008, "L'interpretazione letterale delle espressioni "progetto" o "programma" di cui all'art. 61 d.leg. n. 276 del 2003 non induce a ritenere di per sé illegittimo il progetto o programma inerente a una fase della normale attività aziendale, né una soluzione diversa è imposta dalla finalità antifraudolenta della legge". Contra, T. Roma, 05-06-2007, in Foro it., 2008, I, 1002, n. Perrino, secondo cui "Posto che va esclusa l'esistenza del progetto, del programma o della fase di esso al cospetto di un'attività strumentale e continuativa, attinente al normale ciclo produttivo dell'impresa e rispetto alla quale non sia prospettabile il raggiungimento di un risultato concreto e definito, il rapporto va considerato dall'origine di lavoro subordinato, con la conseguente illegittimità della cessazione del rapporto di lavoro, qualificabile come licenziamento". 7. La fattispecie rappresenta un'ipotesi di collaborazione tipizzata per la quale non è necessaria l'apposizione del progetto (art. 61, comma 1, d.lgs. n. 276/2003). 8. Per una approfondita ricostruzione si rinvia a M. Panci, La conversione ex art. 69, comma 1, del d.lgs. n. 276/2003: la compressione dell'autonomia privata individuale fra dubbi di legittimità costituzionale e interpretazioni correttive, in Riv. It. Dir. Lav., n. 2/2011, pag. 323 e ss. 9. In Argomenti dir. lav., 2009, 765, n. Borzaga. 10. Propendeva per la incostituzionalità Ichino, Collaborazioni autonoma continuative: quando il divieto va contro il proprio scopo e quando no, in Riv. It. Dir. Lav., 2009, II, pag. 306. 11. In dottrina, in questo senso: Tiraboschi, Le collaborazioni coordinate e continuative nella modalità a progetto, in Santoro, Passarelli, Pellacani (a cura di), Subordinazione e lavoro a progetto, Utet, 2009, 163, e Lunardon, Sub artt. 61-69, in Bellocchi, Lunardon, Speziale (a cura di), Tipologie contrattuali a progetto e occasionali – Certificazione dei rapporti di lavoro, Ipsoa, 2004, 73. 12. T. Venezia, 11-09-2013, Informazione prev., 2013, fasc. 3, 240; T. Milano, 02-03-2009, ivi, 2009, 1002, n. Cataldi; A. Firenze, 29-01- 2008, in Foro toscano-Toscana giur., 2008, 63, n. Stramaccia; T. Milano, 05-02-2007, in Riv. it. dir. lav., 2007, II, 809, n. Chiantera; T. Milano, 24-01-2007, Orient. giur. lav., 2007, I, 250. 13. T. Pavia, 13-02-2007, Riv. critica dir. lav., 2007, 433; T. Torino, 17-05-2006, in Orient. giur. lav., 2006, I, 335. 14. Salve, sempre, le ipotesi derogatorie, contemplate dall'art. 61, d.lgs. n. 276/2003, legittimanti il ricorso alle collaborazioni coordinate e continuative. 15. App. Milano 14 maggio 2013, n. 511, in Boll. ADAPT, 2013, n. 37. 16. In Lav. Giur, n. 11/2014, pag. 993, con nota di Nunin. 17. Nelle quali rientrano, ai sensi dell'art. 61, comma 3, d.lgs. n. 276/2003: a) le professioni intellettuali per l'esercizio delle quali è necessaria l'iscrizione in appositi albi professionali; b) le attività di collaborazione coordinata e continuativa comunque rese e utilizzate a fini istituzionali in favore delle associazioni e società sportive dilettantistiche affiliate alle federazioni sportive nazionali, alle discipline sportive associate e agli enti di promozione sportiva riconosciute dal C.O.N.I., come individuate e disciplinate dall'articolo 90 della legge 27 dic. 2002, n. 289; c) i rapporti istaurati dai componenti degli organi di amministrazione e controllo delle società e i partecipanti a collegi e commissioni; d) i rapporti di collaborazione di cui sono parte i soggetti che percepiscono la pensione di vecchiaia. 18. Intendendosi per tali, ai sensi dell'art. 61, comma 2, d.lgs. n. 276/2003, i rapporti di durata complessiva non superiore a trenta giorni nel corso dell'anno solare ovvero, nell'ambito dei servizi di cura e assistenza alla persona, non superiore a 240 ore, con lo stesso committente, salvo che il compenso complessivamente percepito nel medesimo anno solare sia superiore a 5 mila euro, nel qual caso trovano applicazione le disposizioni contenute nel presente capo. 19. Il comma 3 esclude dalla presunzione, fino al 1° gennaio 2017, i rapporti di lavoro con la Pubblica Amministrazione. 20. V. nota 17. 21. Il concetto è già contenuto nell'attuale formulazione dell'art. 61, d.lgs. n. 276/2003, ai sensi della quale: "Il progetto non può comportare lo svolgimento di compiti meramente esecutivi e ripetitivi, che possono essere individuati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni sindacali comparativamente più rappresentative sul piano nazionale".
avv. Francesco Alvaro (Studio Legale F. Alvaro – L. Picardi, foro di Firenze)
Pubblicato il 01.03.2015