Source: http://www.mdcromaovest.it/2019/01/11/larbitrato-societario/
Timestamp: 2019-03-24 09:06:17+00:00
Document Index: 167737645

Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 1372', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 34', 'art. 820', 'art. 35', 'art. 816', 'art. 105', 'art. 820', 'art. 35', 'art. 819', 'art. 808', 'art. 808', 'art. 808', 'art. 812', 'art. 808', 'art. 808', 'art. 808', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 35', 'art. 669', 'art. 818', 'art. 35', 'art. 2378', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 819', 'art. 829', 'art. 34', 'art. 12', 'art. 806', 'art. 807', 'art. 808']

L'arbitrato societario - Movimento Difesa del Cittadino - Roma Ovest
Il primo orientamento ha sostenuto che l’arbitrato societario possa essere ritenuto un modello esclusivo, in quanto, anche se il D.Lgs. 5/2003 determina la coesistenza di due discipline dell’arbitrato (quella generale del codice di rito e quella speciale della riforma), ciò non implica una libertà di scelta circa la disciplina da applicare.
In base a quanto appena affermato, quindi, l’unica tipologia di arbitrato societario che dovrà essere inserita negli statuti delle società sarebbe quello che prevede, per la nomina del collegio arbitrale, un soggetto “esterno” alla stessa società[4].
Una più attenta lettura dell’art. 34, 2 co., del D.Lgs. 5/2003 pone in evidenza la tesi della nullità radicale derivante da quanto appena sostenuto dal primo orientamento, che si evince anche dalla relazione ministeriale al D.Lgs. 5/2003 che ha precisato come il testo normativo in esame contribuisca alla “creazione di una nuova species arbitrale che si sviluppa senza pretesa di sostituire il modello codicistico comprendendo numerose opzioni di rango processuale che appaiono assolutamente funzionali alla promozione della cultura dell’arbitrato endosocietario”.
Quanto affermato in materia societaria, però, sono significa che si possa scegliere tra l’una e l’altra species o tra l’uno e l’altro sistema di norme, ma che in ogni arbitrato sussiste la compresenza di un doppio strato normativo: un primo generale che è costituito dalla disciplina di diritto comune ed un secondo speciale che va ad affiancare quello precedente e lo completa (in parte derogandolo)[5].
Il terzo orientamento, a cui aderisce gran parte della dottrina e della giurisprudenza, vede nella sopravvivenza delle clausole statutarie, che sono contenute negli statuti delle società, la soluzione del conflitto di posizioni, in quanto ritengono che non devono essere affidata ad un soggetto estraneo la nomina di tutti gli arbitri. Infatti, a norma dell’art. 34, viene regolato soltanto un modello di arbitrato che si dovrà aggiungere, e non sostituire, a quello tradizionale.
L’intenzione del legislatore, quindi, non era quella di sopprimere, in ambito societario, la disciplina di diritto comune ma di creare una nuova forma di arbitrato concorrente con quella tradizionale.
La clausola deve prevedere il numero e le modalità di nomina degli arbitri, conferendo in ogni caso, a pena di nullità, il potere di nomina di tutti gli arbitri a soggetto estraneo alla società. Ove il soggetto designato non provveda la nomina è richiesta dal presidente del tribunale del luogo in cui la società ha la sede legale.
Le modifiche dell’atto costitutivo, introduttive o soppressive di clausole compromissorie devono essere approvate dai soci che rappresentino almeno i due terzi del capitale sociale. I soci assenti o dissenzienti possono, entro i successivi novanta giorni, esercitare il diritto di recesso.
L’art. 34. 3 co., statuisce che l’inserimento, nello statuto societario o nell’atto costitutivo, della clausola compromissoria è “vincolante per al società e per tutti i soci, inclusi coloro la cui qualità di socio è oggetto della controversia”[30]. Il vincolo (ai sensi dell’art. 34, 4 co.) è esteso anche alla società la quale, pur non partecipando all’atto costitutivo perché successiva ad esso, nasce conformata dai patti espressi dai suoi membri e, di conseguenza, contiene nello statuto di costituzione, l’opzione arbitrale, quale strumento di risoluzione delle controversie che la coinvolgono.
La facoltà di introdurre una clausola compromissoria nello statuto, già perfezionato, richiede la maggioranza di almeno due terzi del capitale sociale, mentre nel caso in cui il patto commissorio sia stipulato, anche con atto separato (ma parte integrante dell’atto costitutivo), contestualmente al perfezionamento dell’atto costitutivo, diventa necessaria l’unanimità dei soci[31]. In ogni caso si tratta di clausola compromissoria statutaria ai fini dell’applicazione della disciplina speciale, in quanto il riferimento all’atto costitutivo (o allo statuto) prevale sulla formale incorporazione documentale in quest’ultimo.
Vincolati dalla clausola compromissoria statutaria sono coloro che vi hanno prestato espresso assenso; coloro che abbiano assunto la qualità di socio della società, dopo la stipula della clausola, o per successione o per acquisto di nuove quote; coloro che siano succeduti nei rapporti patrimoniali inerenti lo status del socio; gli organi sociali che abbiano accettato l’incarico.
Nei confronti di tutti gli altri (creditori, e soggetti terzi) non è opponibile alcun vincolo compromissorio, in base al principio di relatività espresso dall’art. 1372 c.c. e valido anche per la clausola compromissoria, che è un contratto. Si rileva però[36] una “consistente” eccezione alla regola: l’art. 34, 3 co., afferma che la clausola compromissoria opera anche nei riguardi di “coloro la cui qualità di socio è oggetto della controversia”. A questa disposizione si sono date interpretazioni divergenti.
L’art. 34, 2 co., prevede che la clausola compromissoria statutaria contenga, a pena di nullità, la previsione secondo cui la designazione deve avvenire ad opera di un soggetto estraneo alla società. La previsione secondo cui, quindi, la nomina appartenga a un terzo può contrastare col principio volontaristico, nel momento in cui, infatti, impone alle parti non la scelta arbitrale, ma la scelta degli arbitri. L’art. 34, introduce una deroga alla disciplina ordinaria, in quanto prevede che la nomina dell’arbitro, fatta come atto negoziale di integrazione del compromesso e della clausola compromissoria, debba essere fatta personalmente dalle parti o dal procuratore (ovviamente munito del relativo potere negoziale)[39]. Quindi, di conseguenza, la scelta degli arbitri deve essere fatta dalle parti stessa liberamente.
La giurisprudenza[40], inoltre, ha ritenuto che tale previsione si porrebbe in contrasto con la lettura costituzionale dell’arbitrato, che “è tale sia per la scelta di esso compiuta dalle parti in luogo dei rimedi ordinari che per la scelta degli arbitri fatta liberamente dalle parti stesse, tanto che, se i componenti di un collegio siano designati con criteri diversi da quelli della libera scelta delle parti, si tratterebbe di un vero e proprio organo di giurisdizione speciale (come tale, illegittimo)”.
Nel procedimento arbitrale promosso a seguito della clausola compromissoria di cui all’articolo 34, l’intervento dei terzi a norma dell’articolo 105 del codice di procedura civile nonché l’intervento di altri soci a norma degli articoli 106 e 107 dello stesso codice è ammesso fino alla prima udienza di trattazione. Si applica l’art. 820, comma secondo, del codice di procedura civile.
Nel procedimento arbitrale non si applica l’articolo 819, primo comma, del codice di procedura civile; tuttavia il lodo è sempre impugnabile, anche in deroga a quanto previsto per l’arbitrato internazionale dall’articolo 838 del codice di procedura civile, a norma degli articoli 829, primo comma, e 831 dello stesso codice.
La devoluzione in arbitrato, anche non rituale, di una controversia non preclude il ricorso alla tutela cautelare a norma dell’articolo 669-quinquies del codice di procedura civile, ma se la clausola compromissoria consente la devoluzione in arbitrato di controversie aventi ad oggetto la validità di delibere assembleari agli arbitri compete sempre il potere di disporre, con ordinanza non reclamabile, la sospensione dell’efficacia della delibera.
Una delle novità più importanti nel panorama normativo in materia di arbitrato societario è l’intervento dei terzi nel giudizio arbitrale. L’art. 35, co. 2, stabilisce che “nel procedimento arbitrale promosso a seguito della clausola compromissoria di cui all’articolo 34, è ammesso l’intervento di terzi a norma dell’articolo 105 c.p.c. nonché l’intervento di altri soci a norma degli articoli 106 e 107 c.p.c.”. La norma dunque accoglie l’intervento dei terzi in misura più considerevole rispetto all’art. 816-quinquies c.p.c. che, mentre legittima sempre l’intervento previsto dall’art. 105, 2 co., c.p.c., permette l’intervento volontario o la chiamata in arbitrato di un terzo “solo con l’accordo del terzo e delle parti e con il consenso degli arbitri”.
Va rilevato, inoltre che il testo della norma in esame opera una distinzione tra gli interventi. Infatti se da un lato consente l’intervento volontario a tutti i terzi, dall’altro limita notevolmente ai soci quello su chiamata.
La ratio di questa restrizione trova il suo fondamento nella circostanza che il terzo, intervenendo nel procedimento arbitrale, diviene il destinatario degli effetti derivanti dal lodo. Per questa ragione il legislatore ha ritenuto opportuno limitare l’intervento coatto ai terzi che sono già vincolati dal patto compromissorio.
Gli interventi di terzi sono ammessi fino alla prima udienza di trattazione. Tale considerazione ha indirizzato una parte della dottrina[61] a sostenere che il procedimento arbitrale “debba necessariamente venir scandito in udienza”.
Una posizione differente è stata presa da altra parte della dottrina[62] che ritiene che l’articolazione del procedimento arbitrale resta libera e quindi in mancanza dell’udienza, il termine finale per l’espletamento dell’intervento cesserebbe a causa dell’allegazione degli scritti che determinano il thema disputandi. Va per detto che in caso di intervento, il termine per la pronuncia del lodo può essere soggetto a proroga (concessa una sola volta a norma dell’art. 820, 2 co., c.p.c.).
In base all’art. 35, 3 co.,: “nel procedimento arbitrale non si applica l’articolo 819, primo comma, del codice di procedura civile”.
Secondo l’interpretazione prevalente[66], quest’ultima norma vieta all’arbitro di risolvere incidenter tantum le stesse questioni, sulle quali non potrebbe pronunciare una statuizione vincolante se esse costituissero il vero e proprio oggetto dell’arbitrato. Inoltre, costituisce una particolare ragione di debolezza dell’arbitrato rispetto al processo giudiziario, nel quale il giudice risolve incidenter tantum tutte le questioni che gli si presentano come antecedenti logici della decisione.
Per questa ragione, parte della dottrina[67] ne suggerisce l’abrogazione anche sul fronte del diritto comune dell’arbitrato. Ma comunque la si pensi sul versante del diritto comune, una norma come quella contenuta nell’art. 819, 1 co., c.p.c. è totalmente priva di senso, una volta constatato che, quanto ai rapporti interni al gruppo sociale, l’arbitro può pronunciare su materia normalmente non compromettibile anche delle statuizioni vincolanti. In conseguenza, il legislatore delegato ne prende atto, in modo da attribuire all’arbitro gli stessi poteri, che nel processo giudiziario sono propri del giudice togato.
Il lodo può essere annullato:
a) per l’invalidità della convenzione di arbitrato (art. 808-ter, 2 co., n. 1, c.p.c.);
b) per ultra petita[69] alla condizione di aver sollevato la relativa eccezione nel procedimento arbitrale (art. 808-ter, 2 co., n. 1, c.p.c.);
c) per violazione delle forme e dei modi stabiliti dalla convenzione arbitrale per la nomina degli arbitri (art. 808-ter, 2 co., n. 2, c.p.c.);
d) se il lodo è stato pronunciato da chi non poteva essere nominato arbitro a norma dell’art. 812 c.p.c. (art. 808-ter, 2 co., n. 3, c.p.c.);
e) se gli arbitri non si sono attenuti alle regole imposte dalle parti come condizione di validità del lodo (art. 808-ter, 2 co., n. 4, c.p.c.);
f) se nel procedimento arbitrale non è stato rispettato il principio del contraddittorio (art. 808-ter, 2 co., n. 5, c.p.c.). Va sottolineato, che nel procedimento il contraddittorio, dovrà essere rispettato in concreto, mentre è indifferente che ciò sia avvenuto in ossequio o meno alle norme processuali che hanno disciplinato quel processo[70].
Le statuizioni del lodo, art. 35, 4 co., del D.Lgs. 5/2003, sono vincolanti per la società.
In questo modo le disposizioni contenute nell’art. 35 hanno l’effetto di impedire che possa essere pattuita tra le parti la compressione dei mezzi di impugnazione del lodo. Secondo una parte della dottrina[71], esse non colpiscono gli arbitrati nazionali, per i quali le norme richiamate (artt. 829, 1 co., e 831) già prevedono la querela nullitatis e le impugnazioni straordinarie come facoltà inderogabilmente concessa alle parti, mentre incidono sull’arbitrato internazionale.
La disposizione in esame è ricca di implicazioni, oggetto di discussione da parte della dottrina. Secondo autorevole dottrina[72], “la chiave di lettura più corretta di questa breve ma importante disposizione è quella che utilizza la nozione di efficacia ultra partes delle decisioni. Il lodo da clausola compromissoria statutaria ha un’efficacia che coinvolge altri soggetti, rimasti terzi rispetto all’arbitrato, le cui posizioni soggettive subiscono conseguenze da quelle rese oggetto della pronuncia. Se l’interpretazione proposta è corretta, ne segue che non soltanto gli effetti del lodo fra i soci o fra un socio ed un altro soggetto si ripercuotono sulla società, ma anche gli effetti di ogni lodo che riguardi la società hanno conseguenza sui componenti il gruppo sociale. L’espansione di questi effetti dipende dalla struttura sostanziale della situazione soggettiva tutelata.”
L’art. 35, nella prima parte del 5 co., precisa che la devoluzione in arbitrato, anche non rituale, di una controversia non preclude il ricorso alla tutela cautelare a norma dell’art. 669-quinquies c.p.c.
La tutela cautelare può essere domandata al giudice, sia prima dell’instaurazione del procedimento arbitrale che in pendenza del giudizio dinanzi agli arbitri. In ogni caso, il legislatore, eliminando ogni dubbio, precisa che, in materia societaria, un procedimento cautelare, anteriore all’avvio del giudizio arbitrale o proposto a giudizio arbitrale pendente, è sempre ammissibile.
L’attribuzione di poteri cautelari agli arbitri non è una novità, neppure per l’ordinamento italiano, nonostante il disposto dell’art. 818 c.p.c.. Infatti, se si tiene conto che le parti possono disciplinare liberamente molti aspetti del procedimento[75], in specie mediante rinvio a regolamenti di procedura di istituzioni di arbitrato amministrato, e che taluni di questi regolamenti prevedono che gli arbitri possano emettere misure sostanzialmente cautelari[76], se ne deve ricavare che questa possibilità è meno nuova di quanto non possa apparire ad un primo sguardo.
Certo, a differenza di altri sistemi[77], le norme italiane di diritto positivo non prevedevano finora la facoltà per gli arbitri di dare provvedimenti cautelari e qui, indubbiamente, si colloca l’originalità della norma in esame.
La questione dell’affidamento del potere cautelare agli arbitri riguarda non la pronuncia, ma l’esecuzione del provvedimento, che, nel contesto delle norme regolamentari sopra richiamate, è possibile solo in forma spontanea. Ora, l’ultimo comma dell’art. 35 del D.Lgs. 5/2003, ha, in un certo modo, ampi consensi, perché qui la misura cautelare è semplicemente un’inibitoria dell’efficacia della delibera assembleare.
L’ordinanza di sospensione non presuppone un scalfittura coattiva sulla materialità delle cose, ma semplicemente, come abbiamo detto, “paralizza” l’efficacia di una delibera, che si trova temporaneamente privata dei propri effetti[78].
Anche se si è sempre ritenuto che la natura privata degli arbitri impedisse l’uso di qualsiasi potere coercitivo, tuttavia le parti, nel disciplinare le regole del procedimento, possono fare rifermineto ai regolamenti delle istituzioni di arbitrato amministrato, in cui compare talora il riferimento a poteri di tipo cautelare[79].
La norma va letta in combinato disposto con la disposizione di cui all’art. 2378 c.c. che prevede analogo deposito per il decreto di sospensione e la sentenza resi dall’autorità giudiziaria[81].
Il legislatore ha,quindi, esteso il meccanismo informativo, riguardante l’arbitrato societario, anche alle vicende relative alle delibere assembleari impugnate.
Ne deriva quindi, per parte della dottrina[87], che l’arbitrato societario può essere letto come costituzionalmente legittimo solo ove le parti le parti lo abbiano scelto di comune accordo[88]. Ma per sottrarre una controversia all’autorità giudiziaria è necessario un negozio in materia di diritti disponibili e non in materia non disponibile non è consentito[89]. Invece ai sensi dell’art. 34 D.Lgs. n. 5 del 2003, in realtà il legislatore ha perseguito l’estensione dei casi di arbitrabilità anche nell’area della indisponibilità.
Ne deriva, a ben vedere, che nella materia societaria non possono realizzarsi i presupposti di un arbitrato costituzionalmente legittimo.
Se ci si sofferma testualmente però sull’art. 819 c.p.c., 1 co., il quale afferma che “quando in un giudizio arbitrale sorge una questione arbitrale che non può formare oggetto di arbitrato allora gli arbitri devono sospendere il giudizio arbitrale e attendere che sulla questione pregiudiziale si pronunci il giudice togato” ovvero il giudice dello Stato, se ne ricava, una tesi favorevole all’incostituzionalità dell’arbitrato societario[91].
Anche se la clausola compromissoria autorizza gli arbitri a decidere secondo equità ovvero con lodo non impugnabile, gli arbitri debbono decidere secondo diritto, con lodo impugnabile anche a norma dell’art. 829, secondo comma, del codice di procedura civile quando per decidere abbiano conosciuto di questioni non compromettibili ovvero quando l’oggetto del giudizio sia costituito dalla validità di delibere assembleari.
La presente disposizione si applica anche al lodo emesso in arbitrato internazionale.
Sulla validità o no di delibere assembleari, il rapporto tra l’impugnabilità delle delibere assembleari con il riferimento compiuto dall’art. 34, in merito ai diritti disponibili, è stato oggetto di ampio dibattito della dottrina e di diverse posizioni. Secondo alcuni[95] il legislatore ha inteso dichiarare sempre e comunque arbitrabili queste controversie ed “è proprio la cautela con cui la norma in commento circonda le impugnative di delibere assembleari a suggerire che tutta questa materia debba considerarsi attratta nella sfera di arbitrabilità”[96].
Secondo altri[97], invece, l’impugnativa di delibere assembleari può costituire oggetto di arbitrato solo se, caso per caso, si tratti di materia disponibile o comunque transigibile.
[1] Rileva che la detta esclusione si fonda probabilmente sul fatto che nelle società in parola “la maggior parte dei soci svolge il semplice ruolo di investitori” LUISO F.P., Appunti sull’arbitrato societario, 2 della bozza provvisoria (www.judicium.it). Ritiene a questo proposito che di conseguenza il c.d. arbitrato societario finisce per essere applicabile solo alle “piccole società” RICCI E.F., Il nuovo arbitrato societario, in Riv. trim. dir. proc. civ., 2003, pp. 517 ss., in partic. 521. Fortemente critici sull’esclusione BERNARDINI P., Il decreto legislativo in attuazione dell’art. 12 della legge n. 366 del 3.10.2001 per la riforma del diritto societario, in Atti del Convegno su “Conciliazione e arbitrato nelle controversie societarie”, Roma 2003, pp. 21 ss., in partic. 22; CHIZZINI A., Il nuovo processo civile in materia societaria: promesse autonomie, altre regole e nuove inquisizioni, in corso di pubblicazione in Corr. giur., 13 della bozza prov. e CORSINI F., L’arbitrato nella riforma del diritto societario, in Giur. it., 2003, pp. 1285 ss., in partic. 1291-1292. Favorevoli, invece, SASSANI B., TISCINI R., La riforma dei procedimenti in materia di diritto societario, in Giustizia civile, 2003, 2003, II, pp. 49 ss., in partic. 70, secondo i quali “non si può certo considerare infondata la preoccupazione che traspare dalla limitazione, cioè quella che considera l’inconsapevolezza dell’adesione nella grande maggioranza dei casi: si compra un fondo e ci si ritrova impediti dall’esercitare giudizialmente i propri diritti!”. Comunque è chiaro che tutte le altre società sono comprese, siano esse di persone o di capitali.
[11] MANDRIOLI C., Diritto processuale civile III, I procedimenti speciali di cognizioni e i giudizi arbitrali, Torino, 2008, p. 366 e ss.; CORSINI F., L’arbitrato nella riforma del diritto societario, in Giur. It.., p. 1285.
[12] Ai sensi dell’art. 806 c.p.c. le parti possono far decidere da arbitri le controversie tra di loro insorte, tranne che nell’ipotesi in cui esse vertano su diritti di cui le parti non possono disporre. L’art. 807 c.p.c. disciplina la forma del compromesso e prevede che debba contenere, a pena di nullità, l’oggetto della controversia. La determinazione dell’oggetto della cognizione del giudizio arbitrale avviene, nella prassi, mediante la formulazione di quesiti, attività che si sostanzia nella proposizione, ad opera delle parti, delle questioni che gli arbitri sono chiamati ad esaminare e decidere. La clausola compromissoria (art. 808 c.p.c.) è invece un patto accessorio ad un contratto con il quale le parti stabiliscono che le controversie che potranno nascere dal contratto medesimo saranno decise ad opera di privati, gli arbitri, attraverso una decisione che, nel nostro diritto positivo, viene denominata lodo arbitrale. Quindi la clausola compromissoria può riguardare solo controversie contrattuali, e viene stipulata prima che queste controversie sorgano.
[16] RICCI E.F., Il nuovo arbitrato societario in Riv. Trim. dir. e proc. civ, 2003, p. 523; CHIARLONI S., Appunti sulle controversie deducibili in arbitrato societario e sulla natura del lodo, in Riv. Trim. dir. E proc. civ., 2004, p. 133.
[17] NOBILI R., Conciliazione e arbitrato nelle controversie societarie, Roma, 2003, p. 73.
[89] NARDELLI M., Le controversie societarie tra giudice ordinario ed arbitri, in Giur. merito 2008, 2, 412.
[90] RICCI E.F. op. cit., par. 7.
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