Source: https://www.professionegiustizia.it/documenti/notizia/2012/corte_di_cassazione_civile_sezioni_unite_sentenza_n_1712_1995
Timestamp: 2020-08-05 22:03:39+00:00
Document Index: 30914448

Matched Legal Cases: ['art. 100', 'art. 2043', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 2058', 'art. 1224', 'art. 1224', 'art. 2056', 'art. 1219', 'art. 1', 'art. 1283', 'art. 2056', 'art. 1223', 'art. 1219', 'art. 1224', 'art. 1219', 'art. 1224', 'art. 2056', 'art. 1224', 'art. 2056', 'art. 1224', 'art. 1224', 'art. 2058', 'art. 1282', 'sentenza ']

Corte di Cassazione civile Sezioni Unite Sentenza n. 1712 del 17/02/1995
Col primo motivo, il Ministero dell'interno denuncia la violazione dell'art. 100 c.p.c. (sotto il profilo della legittimazione passiva) e dell'art. 2043 c.c., nonché omessa motivazione su un punto decisivo (art. 360 n. 3 e n. 5 c.p.c.), osservando che il fatto dannoso de quo non era imputabile all'Amministrazione Statale, in quanto non era eziologicamente connesso al provvedimento contingibile ed urgente adottato dal Sindaco di Napoli quale Ufficiale di Governo, che è stato poi annullato dal giudice amministrativo, in quanto non erano derivati dall'ordinanza sindacale del 9 marzo 1991, bensì dall'attività materiale posta in essere dal Comune, prima ancora che l'ordinanza fosse adottata (e cioé dal 6 marzo 1971), come risultava dalla decisione del Consiglio di Stato del 1981 n. 99, che aveva annullato il provvedimento.
Col terzo motivo, il Ministero denuncia la violazione e-o falsa applicazione degli artt. 1219 e 1224 c.c. (art. 360 c.p.c., n. 3 ), osservando che il criterio di calcolo degli interessi legali adottato dalla Corte d'Appello (e cioè sulla somma rivalutata fin dal giorno dell'evento dannoso) è erroneo e determina un ingiustificato arricchimento, perché la misura degli interessi deve essere rapportata al valore iniziale del bene (e cioè a quello reale che aveva alla data dell'illecito) ed ai successivi, eventuali mutamenti del potere di acquisto, determinati anno per anno, secondo gli indici medi di svalutazione, cioè fino al momento della decisione.
Si premette che, in relazione ai limiti dell'impugnazione, costituiscono punti fermi i seguenti: a) che la condanna ha per oggetto il risarcimento del danno per la perdita di un bene (costruzione abbattuta), mediante il pagamento di una somma di denaro e cioè "per equivalente"; b) che la liquidazione del danno costituisce un credito di valore, rivalutabile fino alla data della decisione (che, nella specie, in relazione all'accoglimento del motivo - v. Cass. n.12839 e n. 11552 del 1992 - sarà quella in sede di rinvio), e che con tale rivalutazione concorrono gli interessi legali fin dal giorno dell'evento dannoso.
Nella specie, la Corte d'Appello ha determinato - sulla scorta della C.T.U. - il valore del bene, alla data del 24 novembre 1973, in lire 54.250.000; vi ha aggiunto lire 5.594.000 per lucro cessante (perdita dei fitti dal marzo 1971 al 24 novembre 1973); ed ha rivalutato la somma complessiva (lire 59.840.000) alla data della decisione (18 dicembre 1991) a lire 494.000.000; ha statuito che gli interessi legali (fino al saldo) fossero computati dal 4 marzo 1971 sulla suddetta somma complessiva rivalutata (v. anche il controricorso).
Gli effetti della svalutazione monetaria - fra il momento della produzione del danno ed il momento successivo della sua liquidazione - sono addebitati all'obbligato non quale effetto della sua responsabilità (sub specie di "ritardo" e di mora), ma semplicemente perché nel lasso di tempo intercorrente fra il sorgere del credito (quale effetto del fatto dannoso) ed il momento della sua liquidazione, l'espressione monetaria del bene deteriorato o distrutto è mutata, e cioè per adeguare la prestazione dovuta (somma di denaro, nel caso in cui non si possa adottare il risarcimento in forma specifica, ex art. 2058 c.c., primo comma, ma quella per equivalente, ai sensi del secondo comma) all'effettivo valore da reintegrare.
L'Amministrazione ricorrente non contesta che quella di cui è causa sia un'obbligazione di valore, ma il Collegio - comunque - osserva che si tratta di una categoria che il diritto giurisprudenziale ha creato da alcuni decenni, su cui non è possibile discutere, se non allo scopo di stabilirne i confini, e cioè di catalogare l'una o l'altra obbligazione in quella categoria, in relazione a qualche caso controverso. Controversia che non è mai esistita, in ordine al debito da risarcimento del danno per fatto illecito che si concreta nella distruzione di un bene o nella sua appropriazione da parte dell'autore dell'illecito; esiste invece qualche voce dissonante (per esempio, Cass. 4 febbraio 1994 n. 1161) per i casi in cui il danno cagionato dall'illecito consiste nella perdita di una somma di denaro.
Occorre ribadire che la rivalutazione non corrisponde affatto alla funzione esplicata, nel quadro dei debiti di valuta, in rapporto al "maggior danno" di cui all'art. 1224 c.c., secondo comma e cioè a quella di risarcire il danno eccedente gli interessi legali, dovuti dal giorno della mora. L'art. 1224 non è richiamato dall'art. 2056 c.c. La mora, che pure è regolata anche nelle obbligazioni da fatto illecito, come mora automatica (art. 1219, comma 2, n. 1) non ha niente a che vedere - in dette obbligazioni - con la rivalutazione monetaria, la quale è dovuta non come effetto di essa, ma come effetto della natura del credito di valore, che è di per sé sottratto al rischio della svalutazione, poiché il suo importo in moneta deve essere determinato al momento della liquidazione, in corrispondenza ad un valore economico reale. Di tale caratteristica è consapevole la giurisprudenza, che ha elaborato un serie di regole processuali peculiari, estranee al danno da mora nelle obbligazioni pecuniarie: la rivalutazione deve essere accordata anche d'ufficio ed in grado d'appello e di rinvio (per tutte: Cass. 1 dicembre 1992 n. 12839; 6 dicembre 1993 n. 12054, pure in caso di valutazione equitativa).
A parte il fatto che detti interessi (per quanto detto sub 1 e 2) dovranno rapportarsi soltanto al valore del bene perduto, con esclusione dell'importo degli affitti, si osserva che la Corte d'Appello ha seguito l'orientamento (allora assolutamente prevalente: cfr. fra le molte conformi, Cass. 13 novembre 1989 n. 4791) secondo cui, in tema di risarcimento del danno da fatto illecito, la rivalutazione della somma liquidata e gli interessi sulla somma rivalutata assolvono due funzioni diverse, mirando la prima alla reintegrazione del danneggiato nella situazione patrimoniale anteriore all'illecito, mentre gli interessi hanno natura compensativa, con la conseguenza che questi ultimi sono compatibili con la rivalutazione e vanno corrisposti sulla somma rivalutata con decorrenza dal giorno in cui si è verificato l'evento dannoso.
A parte la critica alla categoria giurisprudenziale degli interessi "compensativi", si è da più parti osservato che, con la suddetta forma di liquidazione, il creditore riceve di più del danno effettivamente subito, perché anche gli interessi (concessi nella misura legale, che ai sensi dell'art. 1 della legge n. 353 del 1990 è ormai raddoppiata, rispetto alla misura esistente all'epoca in cui quella giurisprudenza si è formata) vengono rivalutati, in ragione del deprezzamento del valore intrinseco della moneta, di guisa che anche gli interessi vengono a ricadere nella categoria dei debiti di valore, senza alcuna base legale (il debito di interessi è, per sua natura, debito pecuniario, e cioè stabilito in misura fissa ed estinto con la entità di moneta corrispondente a detta misura). Si avrebbe una sorta di anatocismo, all'infuori dei casi previsti dal 'art. 1283 c.c. (cfr. Cass., Sez. Un., 10 ottobre 1992 n. 11065).
Il Collegio osserva che, in effetti, si impone una revisione del tradizionale orientamento, pur nel quadro della conservazione del principio della risarcibilità dei due tipi di danno: il valore del bene perduto (danno emergente) da un lato, ed il corrispettivo del mancato tempestivo godimento dell'equivalente pecuniario del bene predetto (coesistenza che non è contestata dal ricorrente, di guisa che essa è riaffermata in questa sede soltanto per completezza di discorso). L'art. 2056 c.c. richiama l'art. 1223 c.c., che - a sua volta - riguarda il risarcimento del danno "per l'inadempimento o per il ritardo" con una formula che ben si adatta anche al debito da risarcimento del danno da fatto illecito.
L'art. 1219 c.c., comma 2, n. 1, che regola la mora ex re nelle obbligazioni da fatto illecito, rende avvertiti che il suddetto ritardo va "compensato", così come viene risarcito il danno da ritardo nelle obbligazioni pecuniarie (ai sensi dell'art. 1224, che in questa materia non può applicarsi, senza peraltro precludere la ricerca di meccanismi analoghi di reintegrazione del danno da ritardo).
Ciò non corrisponde al sistema. Il fatto illecito obbliga, in modo unitario, al risarcimento del danno, che è dovuto dal momento del fatto stesso (art. 1219 c.c., comma 2, n. 1), nel senso che l'autore di esso è in mora (non essendo sancita la regola "in illiquidis non fit mora"); e, tuttavia, non è applicabile l'art. 1224 c.c., e cioè dalla situazione di mora non scaturisce il diritto agli interessi legali moratori, come avviene per le obbligazioni originariamente pecuniarie. Si deve fare ricorso ai criteri dettati dall'art. 2056 e quindi il debitore in mora deve risarcire il danno subito dal creditore per il ritardo col quale ottiene la disponibilità dell'equivalente pecuniario del debito di valore.
Non si tratta di danno presunto per legge (art. 1224 c.c., primo comma), ma di danno che deve essere allegato e provato, con tutti i mezzi, anche presuntivi e mediante l'utilizzo di criteri equitativi (secondo comma dell'art. 2056 c.c.). Tra detti criteri può utilizzarsi quello più semplice degli interessi ad un tasso che non deve essere necessariamente quello legale, perché l'equità potrebbe far ritenere eccessivo un interesse del 10%, quale è quello attuale. Non può condividersi la tesi che, essendo il danno un tutto unitario, la sua liquidazione tramite la tecnica propria dei debiti di valore esaurirebbe ogni sua componente (anche tenendo conto della più recente giurisprudenza secondo cui, ai sensi dell'art. 1224 c.c., comma 2, non è consentito il cumulo degli interessi e della rivalutazione monetaria). Invero, come si è già rilevato, il diritto positivo, nel sancire la responsabilità del debitore tanto per l'inadempimento che per il ritardo, stabilisce che non è integrale risarcimento l'attribuzione della somma corrispondente al danno emergente, dovendo essere risarcito il lucro cessante, rappresentato dal mancato godimento della cosa perduta (o danneggiata) o del suo equivalente in denaro.
D'altra parte, è pure vero che (non applicandosi l'automatismo di cui al primo comma dell'art. 1224 c.c.) l'attribuzione degli interessi quale lucro cessante costituisce solo una modalità di liquidazione equitativa (salva prova diversa) e non un'obbligazione accessoria di un'obbligazione di valore. Se quest'ultima potesse essere attribuita in forma specifica (art. 2058 c.c.), il lucro cessante si potrebbe individuare nella mancata percezione dei vantaggi derivanti dal possesso del bene; vantaggi che, a loro volta, si potrebbero distinguere in frutti naturali o frutti civili.
Soltanto nel primo caso l'obbligazione risarcitoria correlativa alla loro mancata percezione, avendo ad oggetto una res diversa dal denaro, può essere rivalutata (cfr. Cass. n. 2082 del 1962; n. 2783 del 1971) secondo la tecnica propria dei crediti di valore. Nel secondo caso, detta obbligazione - avendo fin dall'origine per oggetto una somma di denaro - non corrisponde ad un credito di valore e non può rivalutarsi.
Pertanto, nel caso di risarcimento per equivalente, e cioè nel caso in cui un somma di denaro sostituisce il bene perduto o danneggiato, il lucro cessante (costituito dalla perdita della possibilità di far fruttare la somma, se fosse stata pagata subito) si può liquidare sotto la forma di interessi, ad un tasso che non è necessariamente quello legale, ma che - una volta fissato - non è suscettibile di rivalutazione, perché fin dall'origine essi costituiscono una somma di denaro, e cioè un debito di valuta (Cass. n. 1423 del 1977).
Il giudice potrà tener conto, in via equitativa, dei successivi aumenti nominali del capitale, corrispondenti alla graduale progressione della svalutazione. Sulla somma finale liquidata (che si converte in debito di valuta) saranno dovuti i normali interessi legali (ex art. 1282 c.c.).
Il Collegio ritiene che si tratti di una critica basata su un eccessivo formalismo. Il problema pratico da risolvere è quello di ristabilire - a favore del creditore danneggiato - quella posizione patrimoniale nella quale si sarebbe trovato, senza l'illecito e senza che fosse stato frapposto ritardo nel risarcimento. Si tratta, pertanto, di due danni diversi, che, in linea di principio, vanno provati entrambi; ma il sistema conosce tecniche probatorie e di liquidazione di carattere presuntivo e-o "tipizzate", purché siano motivate con riguardo alla natura del danno, alla qualità del danneggiato, all'importo della somma liquidata a titolo di capitale, e ad ogni altra circostanza concreta. Non vi è dubbio che, nell'ambito del secondo tipo di danno, rileva il mancato guadagno derivante dal mancato godimento del bene o del suo equivalente in denaro: utilizzazione economica che ha come componente essenziale il tempo e cioè l'intervallo fra il momento del danno e la sua liquidazione, nel corso del quale il creditore può dare (ed il giudice può riconoscere) la prova della possibilità di sottrarre l'impiego del denaro dagli effetti negativi della svalutazione monetaria. Se questa prova non fosse data o il giudice la disconosca (per esempio, per effetto dell'andamento dei tassi di impiego del denaro, correnti nel periodo considerato), potrebbe essere attribuito l'interesse fissato soltanto e sempre sulla somma corrispondente al valore del bene al momento del fatto illecito.
La sentenza impugnata, che ha rivaluto sic et simpliciter gli interessi legali, dal momento del fatto, va cassata; e la causa va rimessa per nuovo esame ad altra Sezione della Corte d'Appello di Napoli, che - oltre che applicare i principi già enunciati supra, sub 1) e sub 2) - applicherà il seguente principio di diritto: "In tema di risarcimento del danno da fatto illecito extracontrattuale, se la liquidazione viene effettuata per equivalente, e cioè con riferimento al valore del bene perduto dal danneggiato all'epoca del fatto illecito, espresso poi in termini monetari che tengano conto della svalutazione monetaria intervenuta fino alla data della decisione definitiva (anche in sede di rinvio), è dovuto inoltre il danno da ritardo e cioè il lucro cessante provocato dal ritardato pagamento della suddetta somma, che deve essere provato dal creditore.
La prova può essere data e riconosciuta dal giudice mediante criteri presuntivi ed equitativi e quindi anche mediante l'attribuzione degli interessi, ad un tasso stabilito valutando tutte le circostanze obiettive e soggettive inerenti alla prova del pregiudizio subito per il mancato godimento - nel tempo - del bene o del suo equivalente in denaro. Se il giudice adotta, come criterio di risarcimento del danno da ritardato adempimento, quello degli interessi, fissandone il tasso, mentre è escluso che gli interessi possano essere calcolati dalla data dell'illecito sulla somma liquidata per il capitale, rivalutata definitivamente, è consentito invece calcolare gli interessi con riferimento ai singoli momenti (da determinarsi in concreto, secondo le circostanze del caso) con riguardo ai quali la somma, equivalente al bene perduto, si incrementa nominalmente, in base agli indci prescelti di rivalutazione monetaria, ovvero ad un indice medio".
Così deciso in Roma il 22 aprile 1994.
Depositata in cancelleria 17 FEB 1995
01 Settembre 2012 © Riproduzione Riservata
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