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Timestamp: 2019-07-20 22:59:16+00:00
Document Index: 101780584

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1224', 'art. 95', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1176', 'sentenza ', 'sentenza ']

emanuela foligno | Responsabile Civile
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Ancora una pronuncia della Suprema Corte di Cassazione (sent. n. 31549/2018) rispetto ad un caso di morte e successiva richiesta di risarcimento del danno patrimoniale da perdita del rapporto parentale, avanzato dagli eredi
La vicenda arriva dalla Corte d’Appello pugliese, che confermava in toto quanto statuito dal Giudice di prime cure di Taranto, ove si rivolgevano i familiari (moglie e 2 figli) di un uomo deceduto a causa di una malattia professionale per l’ottenimento del ristoro dei danni patrimoniali e non patrimoniali da loro subiti per il decesso del congiunto, in specie chiedevano il risarcimento del danno patrimoniale da perdita del rapporto parentale.
Il primo motivo di impugnazione
Con uno dei motivi di impugnazione i familiari dell’uomo deceduto lamentano il mancato riconoscimento degli interessi compensativi derivanti dal ritardo con il quale il debito di valore era stato liquidato.
Il motivo viene ritenuto fondato.
Gli Ermellini ribadiscono l’orientamento ormai consolidato, secondo cui quando la liquidazione del danno da fatto illecito extracontrattuale sia effettuata per equivalente, è dovuto al danneggiato anche il risarcimento del mancato guadagno provocato dal ritardato pagamento della somma.
La prova del mancato guadagno può essere offerta anche mediante criteri presuntivi ed equitativi, quale l’attribuzione degli interessi a un tasso stabilito, valutando tutte le circostanze del fatto. In tale ipotesi, gli interessi non possono essere calcolati sulla somma liquidata in linea capitale rivalutata, mentre può essere effettuata la determinazione con riferimento ai singoli momenti riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base agli indici di rivalutazione monetaria, oppure in base ad un indice medio.
Ne consegue che nella domanda di risarcimento del danno per fatto illecito è implicitamente inclusa la richiesta di riconoscimento degli interessi compensativi e della svalutazione monetaria che devono essere attribuiti anche se non espressamente richiesti.
Il secondo motivo di impugnazione
Altro motivo di ricorso dei familiari dell’uomo deceduto, concernente il rigetto della domanda di risarcimento del danno patrimoniale in favore della moglie, è stato ritenuto fondato.
Ha errato la Corte territoriale nel ritenere che non erano stati provati elementi utili alla configurazione della posizione economica affinché si potesse calcolare il contributo reddituale ricevuto o ricevibile dal defunto coniuge.
Infatti il principio giurisprudenziale consolidato da oltre un decennio, stabilisce che i danni patrimoniali futuri risarcibili in capo al coniuge di persona deceduta a seguito di fatto illecito, e ravvisabili nella perdita di quei contributi patrimoniali o di quelle utilità economiche che il defunto avrebbe presumibilmente apportato, assumono l’aspetto del lucro cessante.
La prova di questo tipo di danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità del coniuge o avrebbe apportato al medesimo utilità economiche anche senza che ne avesse bisogno.
Gli Ermellini pertanto ritengono che tali principi debbano essere applicati al caso di specie in quanto il defunto svolgeva attività lavorativa con la quale contribuiva al mantenimento della famiglia.
Il danno patrimoniale, pertanto, deve essere liquidato sulla base di una valutazione equitativa circostanziata, che deve tenere in considerazione la rilevanza del legame di solidarietà familiare e le prospettive di reddito professionale che avrebbero consentito alla moglie del defunto di utilizzare parte del reddito futuro del coniuge per soddisfare le esigenze della famiglia per il mantenimento del tenore di vita.
La decisione della Cassazione e i principi di diritto
La sentenza viene cassata e rinviata alla Corte d’Appello di Lecce in diversa composizione che dovrà applicare i seguenti principi di diritto:
a) “Gli interessi sulla somma liquidata a titolo di risarcimento del danno da fatto illecito hanno fondamento e natura diversi da quelli moratori regolati dall’art. 1224 c.c., in quanto sono rivolti a compensare il pregiudizio derivante al creditore dal ritardato conseguimento dell’equivalente pecuniario del danno subito, di cui costituiscono, quindi, una necessaria componente, al pari di quella rappresentata dalla somma attribuita a titolo di svalutazione monetaria, la quale non configura il risarcimento di un maggiore e diverso danno, ma soltanto una diversa espressione monetaria di esso. Ne consegue che nella domanda di risarcimento del danno per fatto illecito è implicitamente inclusa la richiesta di riconoscimento sia degli interessi compensativi sia del danno da svalutazione monetaria – quali componenti indispensabili del risarcimento- , tra loro concorrenti attesa la diversità delle rispettive funzioni. La prova ad essi relativa può essere offerta dalla parte e riconosciuta dal giudice mediante criteri presuntivi ed equitativi, quale l’attribuzione degli interessi, ad un tasso stabilito valutando tutte le circostanze obiettive e soggettive del caso; in siffatta ultima ipotesi, gli interessi non possono essere calcolati (dalla data dell’illecito) sulla somma liquidata per il capitale, definitivamente rivalutata, mentre è possibile determinarli con riferimento ai singoli momenti (da stabilirsi in concreto, secondo le circostanze del caso) con riguardo ai quali la somma equivalente al bene perduto si incrementa nominalmente, in base ai prescelti indici di rivalutazione monetaria, ovvero in base ad un indice medio”.
b) “I danni patrimoniali futuri risarcibili sofferti dal coniuge di persona deceduta a seguito di fatto illecito, ravvisabili nella perdita di quei contributi patrimoniali o di quelle utilità economiche che, sia in relazione ai precetti normativi che per la pratica di vita improntata a regole etico – sociali di solidarietà e di costume, il defunto avrebbe presumibilmente apportato, assumono l’aspetto del lucro cessante, ed il relativo risarcimento è collegato a un sistema presuntivo a più incognite, costituite dal futuro rapporto economico tra i coniugi e dal reddito presumibile del defunto, ed in particolare dalla parte di esso che sarebbe stata destinata al coniuge; la prova del danno è raggiunta quando, alla stregua di una valutazione compiuta sulla scorta dei dati ricavabili dal notorio e dalla comune esperienza, messi in relazione alle circostanze del caso concreto, risulti che il defunto avrebbe destinato una parte del proprio reddito alle necessità del coniuge o avrebbe apportato al medesimo utilità economiche anche senza che ne avesse bisogno”.
DANNO DA LESIONE DEL RAPPORTO PARENTALE: E’ ANCH’ESSO RISARCIBILE IURE PROPRIO?
Particolare e impeccabile pronunzia della terza Sezione della Cassazione Civile, presieduta dal Dott. Travaglino, relativa a un medico esente da colpa
La vicenda approda in Cassazione dalla Corte di Appello di Ancona e riguarda il danno patito da un uomo a causa di un intervento chirurgico di asportazione della milza e di riduzione di una frattura delle ossa del bacino. Dopo l‘esecuzione degli interventi chirurgici il paziente viene trasferito in una struttura privata ove vi rimase per cinque giorni.
Durante tale degenza il paziente viene colpito da trombosi venosa profonda e quindi trasferito d’urgenza in una struttura pubblica.
L’uomo chiama in causa la Clinica privata e due Medici della stessa chiedendo la condanna in solido al risarcimento dei danni patiti in conseguenza della trombosi.
In sostanza l’uomo critica la condotta dei due Medici per errata somministrazione della dose di eparina e per mancato tempestivo riscontro dell’insorgenza della trombosi venosa profonda ritardando di fatto per 4 giorni l’inizio di idonea terapia.
La decisione viene impugnata in Corte d’Appello che svolge articolate considerazioni.
Innanzitutto viene evidenziata l’assenza del nesso di causa fra ciascuna delle due condotte colpose ascritte ai Medici e il danno.
In particolare, la Corte ha condiviso una delle due perizie svolte in sede penale la quale concludeva che la dose di eparina somministrata al paziente fu adeguata tenuto conto della necessità da un lato di evitare emorragie (possibili dopo l’intervento di splenectomia), e dall’altro di prevenire la formazione di trombosi poiché una dose troppo elevata di eparina avrebbe prevenuto il rischio di trombi, ma aumentato quello di emorragia, mentre una dose troppo ridotta avrebbe provocato l’effetto inverso.
Col terzo motivo di ricorso il paziente lamenta che i Medici della Clinica, dimezzando la dose di eparina, non si siano attenuti alle linee guida.
Gli Ermellini evidenziano che il discostamento dalle linee-guida non è un fatto decisivo.
Egualmente, anche una condotta conforme alle linee guida potrebbe essere ritenuta colposa sempre avuto riguardo alla particolarità del caso.
Quindi la sola circostanza che il Giudice abbia ritenuto non colposa la condotta del Medico che non si è attenuto alle linee guida non è sufficiente per decidere sulla colpa del Medico.
Al riguardo, peraltro, la Core d’Appello argomenta esaustivamente che nel caso specifico l’allontanamento dalle linee guida era giustificato dall’intervento chirurgico cui l’uomo era stato sottoposto, dal programma fisioterapico cui lo stesso doveva sottoporsi e dall’asportazione della milza.
Col settimo motivo di impugnazione il paziente lamenta l’inversione delle regole sull’onere della prova sostenendo che ove rimanga incerto il nesso di causa tra la condotta del Medico e il danno patito dal paziente, quella stessa incertezza non può ricadere sul danneggiato.
La Suprema Corte ribadisce che nel nostro ordinamento non esiste una norma che solleva l’attore dall’onere di provare il nesso di causa.
Ed ancora col nono motivo il danneggiato evidenzia che dal parere dei C.T.U. era emerso che solo nel 20% dei casi di politraumatizzati la trombosi venosa è imprevedibile e inevitabile. La Corte escludendo, quindi, che una tempestiva diagnosi avrebbe attenuato i postumi permanenti, ha negato efficacia causativa del danno all’omissione di una condotta che invece nell’80% dei casi avrebbe avuto efficacia salutare, se non salvifica.
Rilevata la contraddittorietà sul punto gli Ermellini evidenziano che non si comprende se la corte abbia applicato il rigoroso criterio penalistico (serie e apprezzabili probabilità), oppure il corretto criterio civilistico (più probabile che non).
Rigettati tutti i motivi di ricorso, accolti l’ottavo e il nono. Causa rinviata alla Corte d’Appello di Ancona in diversa composizione.
NASCITA INDESIDERATA DI BAMBINO DOWN: RISARCIBILE DANNO MORALE E PSICHICO
Accolto il ricorso di una Società che lamentava l’omessa valutazione dell’obiettiva incertezza normativa relativa al criterio della deducibilità di fine mandato
Cassazione Civile, sez. tributaria, Ordinanza 19/10/2018 n° 26431
Il caso approdato in Cassazione riguarda una società che aveva erogato ai componenti del Consiglio d’Amministrazione un ingente importo a titolo di fine del mandato, usufruendo delle relative agevolazioni fiscali. L’Agenzia delle Entrate notifica alla Società un Avviso di Accertamento Irpeg, Iva e Irap recuperando a tassazione l’importo di duecentomila euro per il mancato riconoscimento dello stesso quale indennità di trattamento di fine mandato spettante ai componenti del Consiglio di Amministrazione. La Società ricorre in Commissione Tributaria lamentando l’applicazione delle sanzioni e l’ incertezza normativa.
I Giudici Tributari di Brescia non ritengono esistenti incertezze interpretative e normative ed evidenziavano che stante la mancata corresponsione delle somme accantonate, la mera determinazione da parte del Consiglio di amministrazione non appare idonea ad avere rilevanza fiscale.
La vicenda approda in Cassazione che, invece, annulla imposte e sanzioni contestate alla società. In particolare la Società evidenzia la violazione da parte delle Commissioni Tributarie territoriali degli artt. 105 e 17 T.U.I.R. che riconoscono in favore dell’Impresa la deducibilità del compenso differito per trattamento di fine mandato secondo il principio di competenza, mentre è il solo compenso ordinario dei consiglieri che deve essere assoggettato al principio di cassa.
Rileva inoltre la Società che il diritto al compenso degli Amministratori era stato deliberato prima dell’accettazione della carica da parte degli stessi e il relativo ammontare veniva determinato successivamente. Quindi la materiale corresponsione degli importi di TFM accantonati non rileva ai fini della deducibilità dalle relative somme in quanto la deliberazione sul riconoscimento dell’indennità di TFM risulta anteriore all’inizio del rapporto.
Come secondo motivo di impugnazione la Società lamenta la omessa valutazione da parte delle Corti territoriali della obiettiva incertezza normativa con riferimento alle sanzioni.
I Supremi Giudici considerano il primo motivo di impugnazione infondato in base al combinato disposto degli artt. 105 e 17 TUIR che prevede il criterio di competenza quale regime di deducibilità per i costi tra cui rientra anche il TFM (trattamento di fine mandato) purché il relativo diritto risulti da atto scritto anteriore all’inizio del rapporto.
Diversamente, specificano, anche al TFM sarà applicabile il criterio per cassa di cui all’art. 95 TUIR e gli accantonamenti effettuati saranno deducibili dal reddito d’impresa nel periodo di imposta inerente la materiale erogazione degli importi.
In buona sostanza le indennità di TFM sono assoggettate ad un diverso trattamento fiscale a seconda che le stesse risultino, o meno, da atto scritto anteriore alla data di inizio del rapporto. Ma la particolarità del caso in esame concerne la deducibilità del compenso a titolo di TFM in base al criterio di competenza nel caso in cui tale diritto sia stato solo genericamente deliberato dall’Assemblea prima dell’accettazione della carica, e solo successivamente ne sia stato determinato e quantificato l’ammontare.
Il principio di competenza può essere applicato solo a condizione che vi sia stato da parte dell’impresa l’accantonamento delle relative somme e la specifica determinazione delle stesse prima dell’inizio del rapporto, non essendo sufficiente la sola deliberazione generica di attribuzione del TFM.
Gli Ermellini, quindi, rigettano il primo motivo di ricorso e sanciscono per la fattispecie l’applicabilità del criterio di cassa.
Il secondo motivo di impugnazione della Società è considerato fondato.
I Supremi Giudici criticano la Commissione Tributaria territoriale che aveva considerato non disapplicabili le sanzioni perché inesistente incertezza interpretativa sul punto.
Riconoscono tuttavia che mancando totalmente precedenti giurisprudenziali sul punto, potrebbe risultare non chiaro se il diritto all’indennità in questione, che deve risultare da atto di data anteriore all’inizio del rapporto, debba essere determinato genericamente quale diritto degli amministratori senza specificare il compenso, oppure se debba essere specificato l’importo prima dell’accettazione della carica.
Per tali motivi, cassano l’impugnata sentenza, rigettando il primo motivo di impugnazione, e decidendo nel merito, dichiarano non dovute le sanzioni e compensate le spese di lite in considerazione della novità della questione.
Nascita indesiderata e danno psichico: inammissibile il frazionamento del danno biologico accertato
La particolare vicenda nasce dal Tribunale di Camerino che con sentenza del febbraio 2005 giudicava responsabile il medico ginecologo e la struttura sanitaria, ove lo stesso svolgeva la professione, condannandoli al risarcimento del danno morale, biologico e patrimoniale a causa della nascita indesiderata di una bambina affetta da sindrome di down.
In sostanza il Ginecologo si era rifiutato di svolgere gli esami e i test prenatali sulla donna a causa dell’intervento di cerchiaggio dell’utero cui la stessa si era sottoposta agli inizi della gravidanza. Per tale ragione il Ginecologo sconsigliava alla donna ogni ulteriore pratica invasiva sul feto.
Il Medico e la struttura ospedaliera impugnavano la sentenza del Tribunale in Appello e la donna svolgeva appello incidentale.
La Corte con sentenza non definitiva del 2013 confermava quando deciso dai Giudici di primo grado in merito alla responsabilità del Ginecologo e dell’Ospedale e con sentenza definitiva del gennaio 2016 in merito, che decideva solo sul quantum debeatur, accertava in misura minore rispetto al Tribunale di primo grado sia il danno biologico che il danno patrimoniale conseguente alla omessa effettuazione dei test diagnostici richiesti dalla donna durante la gravidanza al proprio Ginecologo.
La Corte riconosceva pertanto alla madre 1/3 del danno biologico accertato nella misura del 20% poichè riteneva gli altri 2/3 del danno biologico di tipo psichico derivanti da cause diverse da quelle dello “stress da nascita indesiderata”.
Gli Ermellini affrontano dapprima il ricorso incidentale del Ginecologo poiché inerente la responsabilità affermata dai due precedenti gradi di giudizio e lo considerano infondato.
Al riguardo richiamano il principio reso dalle Sezioni Unite sulla responsabilità medica da nascita indesiderata il quale recita che “ il genitore che agisce per il risarcimento del danno deve provare che la madre avrebbe esercitato la facoltà di interrompere la gravidanza qualora fosse stata informata dell’anomalia del feto, mentre sul Medico grava la prova contraria che la donna non si sarebbe determinata all’aborto per qualsivoglia ragione personale”, e considerano assolto da parte della donna l’onere probatorio.
Il primo motivo del ricorso principale della donna attinente al mancato riconoscimento degli aspetti esistenziali che dovevano essere liquidati in via autonoma, oltre al danno biologico, viene considerato infondato.
Gli Ermellini ritengono che la Corte d’Appello abbia correttamente applicato i principi espressi dalla celeberrima pronunzia delle Sezioni Unite del 2008 sul danno esistenziale.
Ovverosia, in tema di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente alla lesione di interessi costituzionalmente protetti il Giudice deve valutare sia l’aspetto interiore del danno (danno morale) sia le conseguenze peggiorative dello stesso che si riflettono nella vita quotidiana.
L’oggetto dell’accertamento e della quantificazione del risarcimento è la sofferenza umana conseguente alla lesione di un diritto costituzionalmente protetto, che si può connotare di entrambi gli aspetti essenziali, costituenti danni diversi e autonomamente risarcibili ma solo se provati caso per caso con tutti i mezzi di prova.
Ne deriva che costituisce una duplicazione risarcitoria riconoscere congiuntamente il danno biologico e il danno dinamico-relazionale perché l’aspetto dinamico-relazionale attiene a pregiudizi già espressi nella percentuale di invalidità del danno biologico.
Ribadito tali concetti, i Supremi Giudici evidenziano che il danno psichico riconosciuto alla donna ha la natura di “struttura a cerchi concentrici” -all’ interno dei quali vi è l’alterazione dell’equilibrio biologico e mentale- e che quindi al suo interno include le forme più blande del danno esistenziale.
Il secondo motivo di impugnazione della donna riguarda la quantificazione di 1/3 del danno biologico permanente fatta dalla Corte d’Appello che, dopo avere valutato il danno psichico nella misura del 20%, ha proceduto alla personalizzazione secondo i valori indicati dalle tabelle milanesi aumentando il valore punto fino al massimo, dopodiché ha svolto una scomposizione del danno in tre parti, riconoscendone infine la misura di 1/3.
La Suprema Corte osserva che il danno psichico è per sua natura soggettivo ed assume differenti dimensioni a seconda del soggetto su cui incide. Il danno del 20% accertato dal C.T.U. in corso di causa è il danno attribuito alla donna esaminata. Senz’altro su altri soggetti il danno psichico, anche se di eguale derivazione da nascita indesiderata, sortirà valutazioni medico-legali differenti.
Nel rapporto di causalità in ambito di responsabilità civile qualora le condizioni ambientali o i fatti naturale che caratterizzano la realtà fisica su cui incide il comportamento imputabile all’uomo siano sufficienti a determinare il danno indipendentemente dal comportamento dell’uomo, l ’autore dell’azione resta sollevato interamente non avendo posto in essere nessun antecedente dotato in concreto di efficienza causale.
Se, invece, quelle condizioni non possano dare luogo senza l’apporto umano al danno, l’autore del comportamento è responsabile per intero non potendo in tal caso operarsi una riduzione proporzionale in ragione della minore gravità della sua colpa.
La comparazione del grado di incidenza eziologica di più cause concorrenti può instaurarsi soltanto tra una pluralità di comportamenti umani colpevoli, ma non tra una causa umana imputabile ed una concausa naturale non imputabile.
Qualora vi sia anche una minima incertezza sulla rilevanza di un contributo concausale di un fattore naturale non è giuridicamente ammissibile l’utilizzazione di un ragionamento probatorio che conduca a un frazionamento delle responsabilità in via equitativa con conseguente ridimensionamento del risarcimento.
In definitiva, il danno accertato in giudizio della donna è la misura del danno della stessa e non una misura standardizzata per il danno psichico e quindi la Corte d’Appello doveva attenersi , senza scomporre, basandosi su con-cause concomitanti o successive, che sono risultate prive di incidenza sul danno stesso, a liquidare il danno accertato nella sua interezza.
Il terzo motivo di gravame della donna riguarda la carenza di motivazione sul danno patrimoniale liquidato.
Anche in questo caso la Corte territoriale ha scomposto in tre parti il danno e, a parere dei Supremi Giudici, anche qui senza ragionevoli motivazioni e senza logica.
Confermata in Cassazione la responsabilità dell’avvocato che non si attiene al termine di prescrizione più breve pregiudicando i diritti del cliente
Il compimento di atti interruttivi della prescrizione non richiede speciale capacità tecnica, al difensore si addebita dunque la negligenza anche se sussiste incertezza sul punto.
Due Avvocati sono stati citati in giudizio per la declaratoria di responsabilità professionale per non avere rispettato i termini decadenziali di proponimento di ricorso amministrativo, che veniva rigettato per decadenza dal termine ad impugnare.
I due Professionisti impugnano in Cassazione la decisione di condanna della Corte d’Appello di Roma argomentando che in ordine al termine di decadenza oggetto della responsabilità professionale sussistono divergenti orientamenti. Inoltre i Professionisti lamentano che la Corte d’Appello non ha tenuto in considerazione la scarsa chiarezza della norma.
Gli Ermellini ritengono infondati i motivi di impugnazione dei Professionisti.
Allo scopo ribadiscono che le obbligazioni inerenti l’attività professionale sono obbligazioni di mezzi e non di risultato, pertanto, ciò che rileva ai fini della declaratoria di responsabilità professionale sono le modalità dello svolgimento dell’attività secondo i criteri codicistici della diligenza di media attenzione e preparazione.
Per tale ragione è da ritenersi ordinaria diligenza il compimento di atti interruttivi della prescrizione dei diritti che non richiedono speciali capacità tecniche, a meno che non sia incerto il calcolo del termine. Se tale incertezza riguarda non gli elementi di fatto in base ai quali va calcolato il termine, ma il termine stesso, a causa della incertezza della norma giuridica da applicare al caso concreto.
In particolare la Suprema Corte richiama un proprio precedente (N. 3765/2017) ove viene statuito che in caso di incertezza giurisprudenziale in ordine al computo del termine di prescrizione del diritto del cliente al risarcimento del danno, il mancato compimento di atti interruttivi con riferimento al termine prescrizionale più breve, implica la violazione dell’obbligo di diligenza richiesto dall’art. 1176 comma II c.c.
Gli Ermellini statuiscono la correttezza della decisione della Corte d’Appello in quanto sono stati applicati tali principi previa considerazione delle specifiche cadenze del procedimento amministrativo ove la notificazione del ricorso e il deposito del ricorso hanno caratteristiche differenti in quanto solo il secondo realizza il contatto con l’Organo Giurisdizionale e i suoi effetti non retroagiscono alla fase precedente della notificazione che si considera meramente prodromica all’instaurazione del giudizio.
L’operato dei Professionisti è stato ritenuto dunque errato e come tale rientrante nella violazione del principio della normale diligenza trattandosi di termine procedurale e, che comunque, nel dubbio i Professionisti avrebbero dovuto attenersi al termine prescrizionale più breve per non pregiudicare i diritti del cliente.
Nell’ordinaria diligenza rientra il compimento di atti interruttivi della prescrizione che non richiedono una particolare capacità tecnica, a meno che sia incerto il calcolo di termine.
La normativa sulla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte sanziona la condotta di chi, allo scopo di sottrarsi al pagamento di imposte di ammontare superiore a 50mila euro, aliena simultaneamente i propri beni rendendo inefficace la procedura esecutiva.
Il reato di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, secondo la Suprema Corte Penale (sez. III, N. 766 del 2.7.2018), non è implicito alla dispersione dei beni aggredibili ma deve essere adeguatamente illustrato il requisito della natura fraudolenta.
La vicenda approda in Cassazione dalla Corte di Appello di Trieste, che confermava integralmente la pronuncia di condanna per sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte di prime cure del Tribunale di Pordenone.
L’impugnazione riguarda la condanna perpetrata in danno di un uomo (e della figlia) che con atti fraudolenti si sottraeva al pagamento di imposte per un importo superiore ai trecento mila euro liberandosi di proprietà immobiliari di cui era proprietario e di due motoveicoli di valore.
Inoltre l’uomo con parte del ricavato derivante dalle traslazioni delle proprietà immobiliari acquistava altro immobile che intestava in nuda proprietà alla figlia riservandosi l’usufrutto.
La decisione della Corte d’Appello viene impugnata in Cassazione per due motivi.
Con il primo motivo viene lamentata la mancata esplicitazione dell’iter argomentativo in ordine alla sussistenza dell’elemento costitutivo del reato considerando che gli atti compiuti non potevano considerarsi né simulati, né fraudolenti, risultando di fatto punita esclusivamente l’azione sottrattiva.
Con il secondo motivo l’uomo manifestava illogicità della motivazione della Corte territoriale poiché non aveva considerato l’assoluzione definitiva della figlia e conseguentemente per non avere considerato il venir meno della natura fraudolenta delle operazioni di compravendita contestate.
Gli Ermellini considerano il ricorso fondato.
Viene argomentato che iI giudizio di colpevolezza decretato dalle Corti Territoriali è stato basato sulla circostanza che l’imputato si era liberato dei beni immobili e mobili aggredibili di cui era proprietario subito dopo la notifica degli avvisi di accertamento, seguita nel giro di breve tempo dall’emissione delle cartelle esattoriali.
Quelle operazioni sono state considerate idonee ad integrare il dolo specifico del reato di sottrazione fraudolenta non avendo provveduto l’uomo a fornire giustificazioni sullo spoglio dei predetti beni, ivi compreso l’acquisto di ulteriore e nuovo cespite immobiliare sul quale l’imputato si era riservato il diritto di usufrutto, che veniva poi formalmente rinunziato un anno dopo l’acquisto.
La qualificazione giuridica di tali atti secondo gli Ermellini presenta una serie di problematiche non trattate dalle sentenze territoriali.
Gli Ermellini rilevano che dalla lettura combinata della normativa vigente sulla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte a quella precedentemente in vigore emerge la scomparsa del requisito dell’avvio di un qualsiasi accertamento fiscale configurandosi oggi la fattispecie in termini di reato di pericolo concreto.
Oltretutto la norma attuale affianca e aggancia agli atti fraudolenti gli atti simulati.
L’indirizzo ormai consolidato dalla Suprema Corte sulla interpretazione di “atti fraudolenti” consiste nel ritenere fraudolenti tutti quei comportamenti che siano connotati da elementi di inganno o artificio, dovendosi cioè ravvisare l’esistenza di uno stratagemma tendente a sottrarre le garanzie patrimoniali all’esecuzione.
Viene dunque ribadito che ai fini della configurabilità del reato non è sufficiente la semplice idoneità dell’atto a ostacolare l’azione di recupero del bene da parte dell’erario, ma è necessario il compimento di atti che nell’essere finalizzati a ostacolare il recupero del bene si caratterizzano per la loro natura simulatoria o fraudolenta.
Tale principio è stato ribadito anche dalle Sezioni Unite con la nota pronunzia del 2017 con la quale è stato affermato che sarebbe in contrasto con il principio di legalità la lettura della norma focalizzata alla coincidenza del requisito della natura fraudolenta degli atti con la loro mera idoneità alla riduzione delle garanzie del credito.
In quest’ottica può essere ritenuto penalmente rilevante solo un atto di disposizione del patrimonio che si caratterizzi per le modalità tipizzate dalla norma perché non si può automaticamente fare coincidere la natura simulata dell’alienazione o il carattere fraudolento degli atti con il fine di vulnerare le aspettative esecutive dell’Erario.
I Supremi Giudici ulteriormente osservano che nella descrizione degli elementi costitutivi del reato la sentenza territoriale impugnata è oggettivamente carente.
Non risulta in definitiva adeguatamente illustrato il requisito della natura fraudolenta delle operazioni compiute dall’imputato che non può e non deve essere ritenuta implicita nella sola idoneità di difficoltà del recupero del credito da parte dell’erario.
In particolare ciò su cui è è necessario porre l’accento la mancata adeguata motivazione della prova della (eventuale) compiacenza delle parti coinvolte nelle traslazioni delle proprietà in considerazione del fatto che i prezzi delle traslazioni non risultavano inadeguati rispetto ai valori di mercato, con la conseguenza che il carattere fraudolento delle predette operazioni di vendita non può ritenersi acclarato.
Conseguentemente la Suprema Corte annulla la sentenza d’Appello e rinvia ad altra sezione della corte territoriale per nuovo giudizio.
DANNO ALL’IMMAGINE ANCHE PER LA PERSONA GIURIDICA