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Timestamp: 2018-10-16 10:06:46+00:00
Document Index: 94291621

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 416', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 640', 'art. 615', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 12']

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Posted on 5 ottobre 2018 by Avv. Giuseppe Tripodi
Sentenza n. 40982/2018
La vicenda di cui si sono occupate le Sezioni Unite dalla suprema corte di cassazione con la sentenza che di seguito si riporta, riguarda un argomento molto attuale che sta interessando molto il nostro Paese che da sempre occupa una posizione centrale sulle rotte migratorie tra l’Africa e i Paesi Europei.
Nello specifico, le Sezioni Unite sono state interpellate per rispondere ad un quesito specifico riguardante appunto l’immigrazione ovvero dire se le fettispecie di cui all’art. 12 comma 3 del Decreto Legislativo 25 Luglio 1998 n. 286 devono considerarsi circostanze aggravanti del delitto di cui all’art. 12 comma 1 del suddetto D.Lgs oppure se si tratta di figure autonome di reato.
Inoltre, veniva chiesto altresì se le succitate figure costituiscono un reato di pericolo ovvero a consumazione anticipata oppure debbono considerarsi più vicini ai cd. reati di evento.
Per colmare i differenti orientamenti sull’argomento le Sezioni Unite, con la sentenza n. 40982/2018, hanno stabilito che “le fattispecie previste nell’art. 12, comma 3, D.Lgs. n. 286 del 1998 configurano circostanze aggravanti del reato di pericolo di cui al primo comma del medesimo articolo“.
Testo della Sentenza n. 40982/2018
Dott. ROCCHI Giacomo – rel. Consigliere -
La Sezione rimettente segnala gli effetti rilevanti della decisione sul regime sanzionatorio: la natura di aggravante dell’art. 12, comma 3 T.U. imm. ne permette il bilanciamento con
circostanze attenuanti, poichè non vige il relativo divieto, dettato per le ipotesi di cui ai commi 3 bis e 3 ter.
Motivi della decisione 1. Le questioni di diritto per le quale il ricorso è stato rimesso alle Sezioni unite possono essere così sintetizzate:
In particolare, si sottolineava la tecnica usata dal legislatore che, anzichè rinviare per la descrizione del precetto al comma 1, aveva riformulato completamente la disposizione (indicando sia il precetto che la sanzione), così da confezionare, anche graficamente, una ipotesi di reato del tutto autonoma; ancora, si rimarcava la circostanza che i successivi commi 3 bis e 3 ter, facevano distintamente riferimento alle ipotesi di reato rispettivamente previste dai commi 1 e 3 (il riferimento è al testo del comma 3 bis, ulteriormente modificato dal D.L. n. 241 del 2004: “Le pene di cui ai commi 1 e 3 sono aumentate se (…)”, mentre il comma 3-ter si applicava ai “fatti di cui al comma 3″); si individuava, inoltre, la chiara ratio legis del legislatore della novella, che aveva voluto colpire in modo più severo i casi contrassegnati dal fine di lucro, connotati da maggiore gravità e pericolosità sociale, ed anche altamente riprovevoli alla coscienza collettiva, imponendo un livello sanzionatorio non riducibile per effetto delle attenuanti; ancora, si riteneva coerente con la natura di reato autonomo il divieto di bilanciamento di circostanze stabilito dal comma 3 quater solo per le aggravanti di cui ai commi 3 bis e 3 ter.
La riforma operata dalla L. n. 94 del 2009, non avrebbe radicalmente mutato la natura autonoma del reato che “anzichè come in precedenza differenziarsi per il fine di profitto, adesso si caratterizza per la previsione di specifiche condotte”; la locuzione “nel caso in cui (…)” avrebbe la funzione di prevedere “una gamma di situazioni che in precedenza configuravano circostanze aggravanti”. Non vi sarebbe, quindi, “una diversità di struttura tra l’ipotesi di immigrazione clandestina prevista dal primo comma della norma e quella introdotta nel comma 3, con la modifica attuata da ultimo con la L. 94 del 2009″.
Le ulteriori aggravanti di cui ai commi 3 bis e 3 ter, non ostacolano l’interpretazione adottata, corrispondendo ad una tecnica già utilizzata, ad esempio, per l’art. 416 bis c.p.; i riferimenti ai “fatti di cui ai commi 1 e 3″ e ai “reati di cui al comma 3″ contenuti nella norma non sono considerati decisivi, avendo carattere meramente formale. Il divieto di bilanciamento tra le circostanze limitato alle sole circostanze di cui ai commi 3 bis e 3 ter, non dimostra la natura autonoma della fattispecie del comma 3, ma corrisponde alla scelta del legislatore di attuare un trattamento di maggior rigore nei soli casi in concorrano congiuntamente più circostanze di tale comma o le ipotesi più previste dal comma 3-ter.
Nel valutare la struttura della fattispecie penale di cui all’art. 640 bis c.p., con riferimento a quella di cui all’art. 640 c.p., Sez. U, n. 26351 del 26/06/2002, Fedi, Rv. 221663 rilevava che “nel caso dell’art. 640-bis la fattispecie è descritta attraverso il rinvio al fatto-reato previsto nell’art. 640, seppure con l’integrazione di un oggetto materiale specifico della condotta truffaldina e della disposizione patrimoniale (le erogazioni da parte dello Stato, delle Comunità Europee o di altri enti pubblici). Una siffatta struttura della norma incriminatrice indica la volontà di configurare soltanto una circostanza aggravante del delitto di truffa” In effetti, “la descrizione della fattispecie (…) non immuta gli elementi essenziali del delitto di truffa, nè quelli materiali nè quelli psicologici, ma introduce soltanto un oggetto materiale specifico tradizionalmente qualificato come accidentale e cioè circostanziale – laddove prevede che la condotta truffaldina dell’agente e la disposizione patrimoniale dell’ente pubblico riguardino contributi, finanziamenti, mutui agevolati ovvero altre erogazioni dello stesso tipo. Tra reatobase e reato circostanziato intercorre quindi un rapporto di specialità unilaterale, per specificazione o per aggiunta, nel senso che il secondo include tutti gli elementi essenziali del primo con la specificazione o l’aggiunta di elementi circostanziali”.
Si affermava che “circostanze del reato sono quegli elementi che, non richiesti per l’esistenza del reato stesso, laddove sussistono incidono sulla sua maggiore o minore gravità, così comportando modifiche quantitative o qualitative all’entità della pena: trattasi di elementi che si pongono in rapporto di species a genus (e non come fatti giuridici modificativi) con i corrispondenti elementi della fattispecie semplice in modo da costituirne, come evidenziato da autorevole dottrina, una specificazione, un particolare modo d’essere, una variante di intensità di corrispondenti elementi generali”; richiamando S.U., Fedi, si rilevava che “nei casi previsti dall’art. 615 ter c.p., comma 2, n. 1, non vi è immutazione degli elementi essenziali delle condotte illecite descritte dal primo comma, in quanto il riferimento è pur sempre a quei fattireato, i quali vengono soltanto integrati da qualità peculiari dei soggetti attivi delle condotte, con specificazioni meramente dipendenti dalle fattispecie di base”.
Il riferimento distinto ai “fatti di cui ai commi 1 e 3″ contenuto nel comma 3-ter non dimostra la natura di fattispecie autonoma dei due commi, ben potendo applicarsi ai fatti di cui al primo comma così come aggravati ai sensi del comma 3.
Si deve premettere che l’interpretazione del delitto di cui all’art. 12, comma 1 T.U. imm. come
reato di pericolo è pacifica ed è stata affermata costantemente dalla giurisprudenza di legittimità sia prima che dopo la riforma operata dalla legge n. 94 del 2009: già Sez. 1, n. 4586 del 23/06/2000, Habibi, Rv. 217165, osservava che, poichè il reato consiste nel porre in essere una qualsivoglia “attività diretta a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato” in violazione delle disposizioni contenute nel Testo Unico, per il suo perfezionamento non è richiesto che l’ingresso illegale sia effettivamente avvenuto, trattandosi di reato a condotta libera ed a consumazione anticipata, posizione ribadita ripetutamente (ex plurimis, Sez. 1, n. 28819 del 22/05/2014, Pancini, Rv. 259915).
Le argomentazioni a sostegno di una diversa natura di reato di evento della previsione del terzo comma appaiono fragili: da una parte si ammette una “identità espressiva tra comma 1 e comma 3 circa le condotte principali” e, quindi, si prende atto che anche l’art. 12 cit., comma 3, contempla, tra le varie condotte, gli “atti diretti a procurare illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato”, locuzione utilizzata dal legislatore per istituire reati a consumazione anticipata; dall’altra si sostiene che l’ingresso nel territorio dello Stato sia necessario richiamando la descrizione degli elementi specializzanti che evocherebbero tale ingresso, rimarcando il notevole incremento sanzionatorio previsto dal legislatore e, infine, sottolineando “la differente natura delle ulteriori circostanze aggravanti ad effetto speciale oggi descritte al comma 3 ter, della medesima norma (nel cui ambito è invece rilevante la semplice direzione univoca dell’azione, come risulta dall’utilizzo dell’espressione al fine di e dall’espresso richiamo alle condotte di cui ai commi e commi 3″.
Nel caso in cui ricorrano due o più ipotesi previste dal comma 3 e sussista, quindi, l’aggravante di cui al comma 3-bis, il giudice non potrà procedere a bilanciamento con
eventuali circostanze attenuanti diverse da quelle previste dagli artt. 98 e 114 c.p., in forza del divieto del comma 3 quater: pertanto, determinerà la pena base alla luce dei limiti edittali indicati dal terzo comma (reclusione da cinque a quindici anni e multa di 15.000 Euro per ogni straniero), la aumenterà fino ad un terzo in ragione dell’aggravante di cui al comma 3-bis e sulla pena così determinata opererà le riduzioni per le attenuanti riconosciute (tra cui quella prevista dall’art. 12, comma 3 quinquies T.U. imm., soggetta anch’essa al divieto di bilanciamento).