Source: http://ivdi.it/Petrolchimico/udienze_appello/08_giugno_2004.htm
Timestamp: 2019-02-19 01:23:04+00:00
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Appello-udienza_08_giugno_2004
UDIENZA DEL 08 GIUGNO 2004
Esito: Rinvio al 10 giugno 2004.
PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Chi prende la parola per primo?
DIFESA – Avv. Franchini – Io sono qui come sostituto processuale oggi del professor Padovan, il quale doveva prendere la parola, invece non la prenderà perché l’argomento di cui doveva occuparsi è stato già ampiamente sviscerato dai colleghi.
PARTE CIVILE – Avv. Schiesaro – Solo per dare atto a verbale che ho depositato brevi note d’udienza sulle questioni della rinnovazione del dibattimento, che ho già scambiato anche con qualcuno dei Difensori avversari.
DIFESA – Avv. Straulino – Responsabile Civile ENI. Deposito adesso una memoria con note d’udienza della professoressa Severino Di Benedetto sulla posizione del Responsabile Civile ENI.
PUBBLICO MINISTERO - Dott. Casson - - Solo per completezza, prima dell’udienza ho depositato in Cancelleria lo stesso una memoria, consegnando una copia al Cancelliere e tre copie per i Giudici.
DIFESA – Avv. Pulitanò – Signor Presidente, se sono memorie che attengono alla discussione che stiamo facendo credo che la Difesa abbia diritto di leggerle, perché in questo contesto è la Difesa che ha l’ultima parola e l’ultima parola presuppone che la Difesa conosca tutti gli elementi e gli atti del processo.
PUBBLICO MINISTERO - Dott. Casson – Presidente, la memoria del Pubblico Ministero per la parte prima del capo d’accusa, la prima, la seconda e la terza, non sono mirate alla discussione relativamente alla rinnovazione del dibattimento, ma riguardano il contenuto della prima parte del capo d’accusa e riguardano alcuni aspetti particolari che verranno discussi in requisitoria. Quindi sono finalizzati al merito del processo e non tanto a questo discorso di rinnovazione. Comunque li ho depositati in Cancelleria proprio per questo, come consentito ai sensi del 121 del Codice di Rito Penale.
DIFESA – Avv. Pulitanò – Ne prendo atto.
PRESIDENTE – Prego, avvocato Pulitanò, ha la parola.
DIFESA – Avv. Pulitanò – Per la Difesa di Smai e Palmieri, sostanzialmente per la Difesa degli imputati Enichem. Il mio intervento, l’ultimo dei Difensori degli imputati Enichem, vorrebbe riassumere in un quadro di sintesi le ragioni di inammissibilità già analiticamente illustrate nella memoria presentata alla scorsa udienza e negli interventi dei colleghi, le ragioni, dicevo, di inammissibilità delle richieste di rinnovazione parziale del dibattimento proposte dall’Accusa. Eviterò ripetizioni, le ridurrò al minimo impossibile, cercherò di essere breve, cercherò di porre in risalto i criteri guida che, a nostro avviso, dovrebbero orientare la Corte nella decisione su richieste di rinnovazione parziale del dibattimento estremamente parziali, estremamente ridotte rispetto all’istruzione probatoria svolta nel dibattimento di primo grado; richieste ridottissime e che, com’è stato analiticamente illustrato, non aggiungono in realtà assolutamente nulla di nuovo, nulla di significativo. Se c’è un processo in cui la presunzione di completezza dell’istruttoria dibattimentale, ribadita ancora da ultimo dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione con una sentenza del 31 marzo 2004, se vi è un processo in cui la presunzione di completezza dell’istruttoria ha corrisposto all’effettiva realtà, questo è il processo che stiamo ora discutendo; è inutile fare riferimento all’impotenza del materiale probatorio e al modo in cui esso è stato raccolto. Il Tribunale ha consentito il massimo sviluppo dell’istruttoria dibattimentale, sempre nella rigorosa salvaguardia del contraddittorio, dando la massima apertura a tutti gli apporti, anche di produzione di documenti e di richieste probatorie, che le Parti avessero ritenuto utili dal loro punto di vista. Nulla di sostanzialmente nuovo viene aggiunto oggi, né nelle veramente sparute richieste formulate in termini, cioè con i motivi d’appello, né nelle richieste formulate per la prima volta dall’Accusa nell’udienza del 13 maggio 2004, richieste tardive, che gli stessi Pubblici Ministeri hanno dato atto essere fuori termine, richieste – ci hanno detto – che valgono semplicemente come sollecitazione rivolta alla Corte per l’esercizio, se non in questo momento in un momento anche successivo, di poteri d’ufficio della Corte. Sotto questo profilo non sono richieste probatorie in connessione necessaria con le questioni sollevate nei motivi d’appello, sono richieste che si collocano ad un gradino molto più defilato e già in partenza meno significativo. Ma su questo torneremo dopo. Vorrei cominciare il mio tentativo di sintesi con un discorso d’insieme sulla inammissibilità di tutte le richieste relative al capo 1, quello relativo al CVM. Di tutte le richieste relative al capo 1, sia quelle presentate nei motivi d’appello, sia le tardive sollecitazioni formulate in udienza, non ve n’è una, non una sola che riguardi quelli che definirei i fatti di causa, cioè la gestione dei reparti per la produzione del cloruro di vinile, le condizioni di lavoro, le esposizioni di lavoro, le patologie riportate da singoli lavori. Sulla materia fattuale del processo non c’è nessuna richiesta; tutte le richieste riguardano altro, e diremo tra poco che cosa. Mi interessa sottolineare in particolare che - come già rilevato nella scorsa udienza dal professor Stella - nessuna delle richieste degli appellanti, che pure sono prevalentemente relative al capo 1, ma non toccano i fatti, non toccano in particolare il problema veramente decisivo, quello cioè della prova del nesso causale che l’Accusa ipotizza sussistere e che il Tribunale ha riconosciuto non sussistere tra gli eventi contestati e le condotte attribuite agli imputati. E’ evidente a tutti che sta qui il cuore del processo CVM; per quanto attiene alle accuse di omicidio e lesioni, alle accuse di delitti con evento di danno, il cuore del processo sta nella prova del nesso di condizionamento tra gli eventi e le condotte imputate. Questo problema, in effetti, è stato - come doveva essere - al centro del contraddittorio davanti al Tribunale, e risolto dal Tribunale sulla base del principio che la Difesa ha sempre sostenuto, un principio saldamente acquisito alla cultura giuridica e alla giurisprudenza, cioè la dimostrazione del nesso causale non può essere raggiunta se non dando in concreto la prova, per ogni singolo evento lesivo, che il comportamento degli imputati, il comportamento contestato sia stato una condizione necessaria senza la quale l’evento non si sarebbe verificato. Sono i principi di recente riaffermati - sulla linea peraltro di un orientamento consolidato - nell’ormai storica sentenza Franzese delle Sezioni Unite della Cassazione, quella del luglio 2002: il minimo in assoluto per l’attribuzione causale è l’essere condizione necessaria dell’evento lesivo, secondo un principio riconosciuto in tutti gli ordinamenti; e altrettanto nettamente le Sezioni Unite hanno riaffermato il rifiuto del criterio d’imputazione costituito dall’aumento o dalla mancata diminuzione del rischio di lesione dell’interesse protetto. Mi fermo un attimo - chiedo scusa alla Corte di ripetere forse cose già dette - su questo perché si tratta del principio base sul quale poggiano le ulteriori considerazioni. Ho richiamato questo principio perché? Perché il riconoscimento di questo principio, pur consolidato nella giurisprudenza, non ha mai fatto parte della strategia dell’Accusa, la quale al contrario ha sempre fatto leva proprio sul criterio ripudiato dalle Sezioni Unite, quello cioè della idoneità lesiva ritenuta coincidente con l’aumento del rischio asseritamente risultante dalle indagini epidemiologiche. I medici legali dell’Accusa, cioè proprio gli esperti che avevano il compito di accertare se il fatto contestato ai singoli imputati fosse condizione necessaria sine qua non delle singole malattie e dei singoli tumori, i medici legali dell’Accusa alla fine hanno formulato le loro diagnosi limitandosi ad asserire indistintamente per ciascun lavoratore che l’esposizione di quel lavoratore sarebbe stata una condizione idonea della malattia o tumore sottoposto all’attenzione dei periti, condizione idonea perché, a dire dei consulenti d’Accusa, quell’esposizione avrebbe per l’appunto determinato un aumento del rischio, valutato come tale alla luce delle indagini epidemiologiche e non dei fatti specificamente accertati nell’ambito dell’indagine medico legale. Richiamo una volta per tutte le dichiarazioni del capo, del più significativo - mi pare - dei medici legali dell’Accusa, il dottor Bracci, udienza 25 settembre ‘98, pagina 80: "Noi usiamo il concetto di capacità lesiva, di efficienza tecnica, di idoneità, di idoneità in astratto, non calata nel concreto dell’indagine sui fatti, sulla molteplicità dei fatti da ricostruire". Le patologie oggetto d’indagine erano all’inizio 477 e ancora alla fine, dopo tutte le scremature apportate dalla stessa Accusa, ne restavano 260. Ma i medici legali si sono fermati all’idoneità astratta. E il perché si comprende: una volta imboccata la strada dell’aumento del rischio idoneità lesiva, i medici legali d’accusa si sono trovati nella impossibilità di dire qualcosa sui singoli casi concreti. Infatti l’aumento del rischio o la idoneità lesiva astrattamente valutata può risultare solo dalle indagini epidemiologiche, ma gli epidemiologi di tutto il mondo, la scienza epidemiologica è concorde nel dire che l’epidemiologia non dice nulla sui casi singoli, non consente di dire chi tra i singoli lavoratori, in assenza di esposizione, si sarebbe in ipotesi ammalato ugualmente e chi non si sarebbe comunque ammalato. Sui casi singoli l’epidemiologia nulla dice, e questo ce l’hanno detto concordemente, assolutamente concordi tutti gli esperti epidemiologi dell’Accusa: Perrino, Comba, Carnevale, Vinais e lo stesso Bracci; ho riportato nella memoria che poi consegnerò le loro dichiarazioni. Mi limito a richiamare come emblematiche di una posizione comune alcune frasi di Vinais: "tutte le differenze epidemiologiche sono derivate da studi di popolazioni e sono applicabili esclusivamente a popolazioni"; "data la natura multifattoriale del cancro è impossibile, se non in casi eccezionali, attribuire il singolo caso di tumore ad una singola esposizione"; "impossibile il passaggio dalle rilevazioni dell’epidemiologia su popolazioni alla valutazione di casi singoli", impossibile per la epidemiologia, ma tutto il discorso dell’Accusa si è fermato per l’appunto all’epidemiologia, non ha fatto alcun passo ulteriore dentro la ricostruzione dei fatti. D’altra parte la impossibilità per i medici legali dell’Accusa di dire qualcosa sui casi singoli dipende anche da una ulteriore ragione: come riconoscono gli stessi esperti di biologia molecolare dell’Accusa, Forti e Colombatti, il meccanismo d’azione del cloruro di vinile monomero non è conosciuto: "i dati non sono ancora sufficienti per suggerire che esista una modalità specifica che permetta di identificare l’azione del cloruro di vinile", l’ha detto Colombatti, esperto dell’Accusa, nell’udienza 14/12/89, pagine 81 e 82. "Tutto questo significa che, muovendo dall’analisi delle singole malattie e dei singoli tumori, i medici legali non sono in grado di risalire alla fonte", espressione del professor Forti, altro esperto dell’Accusa; rinvio all’audizione di Forti all’udienza del 7 ottobre ‘98, pagina 94. Questo il quadro risultante dai tentativi mutili fatti dall’Accusa nel dibattimento di primo grado. E in questa sede? Come c’era da aspettarsi, nessuna delle richieste probatorie dell’Accusa relative al capo 1 riguarda la prova del nesso di condizionamento nei casi singoli, cioè per l’appunto la causalità individuale, il problema dei problemi: tutte le richieste probatorie dell’Accusa riguardano esclusivamente l’idoneità lesiva, cioè la questione dell’aumento del rischio nel caso di esposizioni ad alte dosi e la mancata esposizione del rischio nel caso di esposizione a basse dosi. Tutte le richieste restano racchiuse al livello di per sé non decisivo, che è impossibile che sia decisivo, come hanno riconosciuto gli stessi consulenti dell’Accusa, e qui tutti i consulenti dei quali il Pubblico Ministero ha chiesto l’audizione, o meglio ha sollecitato la Corte a disporre l’audizione, tutti i consulenti indicati sono epidemiologici: Comba, Pirastu, Vinais, Carnevale, il teste Boffetta; unica eccezione è il professor Forti, di cui dirò adesso. Quanto agli epidemiologi è impossibile, per loro stessa ammissione, apprendere alcunché in relazione ai casi singoli e al nesso di condizionamento. Quanto al professor Forti, si tratta di un esperto di biologia molecolare; egli stesso, sentito all’udienza del 7 ottobre ‘98, ha tenuto a chiarire di non essere affatto un biologo o un medico, non è un medico legale, non si occupa di casi singoli. Il professor Forti, richiesto dal Pubblico Ministero, è un esperto dell’Accusa che in realtà non sa nulla sui casi singoli, non ha mai visto un lavoratore malato, non ha mai esaminato le singole storie lavorative, mai esaminato le cartelle cliniche di ciascun lavoratore e, per sua esplicita ammissione, non sarebbe comunque in grado di risalire alla fonte delle singole malattie e dei singoli tumori. Quanto alla problematica dell’esposizione a basse dosi, pur essa oggetto delle richieste o sollecitazioni dell’Accusa, non è forse il caso di insistere sul quadro probatorio già risultante dal dibattimento di primo grado, un quadro già illustrato dal professor Stella, sovrabbondante di dichiarazioni provenienti ancora una volta dagli esperti e dai testimoni dell’Accusa, Simonato e Boffetta in particolare, dichiarazioni dalle quali risulta, per l’appunto, che in sede sperimentale non sono mai stati osservati effetti sugli animali al di sotto delle 10 parti per milione, nell’uomo mai osservati effetti al di sotto di esposizioni a 288 parti per milione su dieci anni, Simonato e Boffetta sempre. E’ un quadro già delineato in altri interventi dell’Accusa, nelle memorie da noi presentate ed in particolare nell’ultima. Non mi pare necessario sottolineare ancora in questa sede che nel periodo che interessa la gestione Enichem dopo il 1987 l’esposizione cumulativa dei singoli lavoratori è stata bassissima, esposizioni largamente al di sotto della soglia, e anche nel periodo precedente vi era stato un crollo delle esposizioni, che non è rimesso in discussione nelle richieste probatorie. Stesse considerazioni valgono per gli articoli, pochi articoli di letteratura scientifica, dei quali il Pubblico Ministero ha chiesto l’acquisizione. Gli articoli, ovviamente, appartengono alla letteratura o alla casistica epidemiologica, e l’epidemiologia ha i limiti di cui abbiamo detto, riconosciuti dai consulenti stessi dell’Accusa; non può dire nulla sulla casualità in un qualsiasi singolo caso. L’insignificanza degli articoli offerti in produzione dall’Accusa è stata analiticamente illustrata documento per documento dal collega Zanchetti nella scorsa udienza e non c’è bisogno qui di indugiare sui dettagli. Mi preme osservare che, al di là dei dettagli, è il disegno complessivo sotteso all’impostazione d’Accusa, se di disegno si può parlare, a rendere manifesta la strutturale inadeguatezza del discorso probatorio dell’Accusa rispetto ai temi reali del processo. La conclusione mi sembra a questo punto stringente: tutte le richieste probatorie del Pubblico Ministero riferite al capo 1, CVM, stanno decisamente alla periferia, agli estremi margini dei problemi. I pochi punti, toccati in modo molto frammentario, sono tutti estranei al problema decisivo e nessuna richiesta ha ad oggetto prove che rivestano il carattere di decisività richiesto per la rinnovazione del dibattimento. Per ciò solo tutte le richieste sono inammissibili, ininfluenti per l’adempimento dell’onere probatorio gravante sull’Accusa, quello dicevamo della verifica del ruolo di conditio sine qua non attribuito dall’Accusa alle condotte degli imputati, e anche, aggiungo, nulla di nuovo e men che meno di decisivo anche sul terreno improprio sul quale l’Accusa ha giocato e gioca tutte le sue carte, cioè sul terreno, insufficiente, come si diceva prima, a risolvere i problemi del processo, il terreno dell’idoneità lesiva asseritamente risultante dall’epidemiologia. Anche su questo terreno nulla di significativo per le ragioni già analiticamente illustrate nella scorsa udienza. Io mi domando se davvero possiamo parlare di richieste di rinnovazione del dibattimento di fronte a richieste probatorie così limitate alle quattro carte offerte in termini in produzione dal Pubblico Ministero. Nella sostanza sul capitolo CVM non è stato chiesto nulla di nuovo, nulla di nuovo rispetto all’indagine amplissima e completa svolta in primo grado, sulla quale si è basata la sentenza assolutoria del Tribunale. Passo alle richieste relative al capo 2, ambiente, contenute nei motivi d’appello. Anche qui richieste estremamente ridotte, tre in tutto, che non aggiungono assolutamente nulla di nuovo all’indagine a tutto campo su cui si è fondata la sentenza del Tribunale. I punti già trattati li riassumo velocemente: tre foto aeree della zona dove sarebbe successivamente sorta la zona industriale di Porto Marghera; ne abbiamo parlato nella memoria della scorsa udienza, ne ha parlato il professor Stella nel suo intervento. Quelle foto, lungi dal confermare la tesi avanzata dal Pubblico Ministero circa la cronologia e le modalità di costruzione della seconda zona industriale, si inseriscono senza problemi nella storia dell’imbonimento della seconda zona industriale con materiali della prima; una storia ricostruita in modo certo e completo, fondata su molti e convergenti elementi probatori, sinteticamente illustrati nella memoria già presentata. Sul piano probatorio le tre foto offerte dal Pubblico Ministero sono manifestamente insignificanti. Analisi dei campioni prelevati ad otto pozzi; non sono state ammesse dal Tribunale perché acquisite senza garanzia del contraddittorio, ordinanza 8 maggio 2001. Il Pubblico Ministero ha dichiarato di impugnare l’ordinanza ma non ha esposto alcun argomento di critica, non ha preso in considerazione l’argomento addotto dal Tribunale per respingere la richiesta, argomento ovviamente ineccepibile, l’esclusione di tutti gli accertamenti tecnici non effettuati in contraddittorio è ovviamente imposta dai principi del giusto processo, dei quali il Tribunale nell’ordinanza 8 maggio 2001 ha fatto corretta applicazione, corretta e non contestata dall’Accusa. Si aggiungano a tutto questo le ragioni di inaffidabilità sostanziale dei dati offerti dal Pubblico Ministero, esposti nella memoria e nell’intervento del collega Santamaria. E non stupisce su questo sfondo che la richiesta relativa ai pozzi è stata di fatto abbandonata, menzionata senza insistenza, con un fugace accenno, nell’esposizione del Pubblico Ministero, nella replica, abbandonata, i dati analitici offerti sono impresentabili. E’ comunque decisiva la loro formazione al di fuori del contraddittorio, in violazione del principio del contraddittorio. Terza ed ultima richiesta in termini relativa al capitolo ambiente è quella dell’avvocato dello Stato: consentire l’esame dei suoi consulenti tecnici in ordine alla documentazione contenuta nel famoso faldone 102, uno dei tanti faldoni acquisiti nell’ultima fase del dibattimento di primo grado. Qui l’avvocato Schiesaro ha cercato di eludere il problema della decisività della prova richiesta, ineludibile nell’ottica dell’articolo 603 del Codice di Procedura, adducendo che si tratterebbe di una richiesta di rinnovazione non del dibattimento ma dell’atto nullo. Impostazione curiosa e fuorviante, posto che non vi è alcun atto di assunzione di prove del quale l’appellante lamenti la nullità e che chieda di rinnovare. Si tratta di formare, secondo la richiesta, un atto che non è mai esistito; così il problema ci è di fatto prospettato dietro la fuorviante etichetta della rinnovazione dell’atto nullo. Non dunque in subordine, come dice l’avvocato dello Stato, ma per il suo contenuto intrinseco la richiesta presentata è una banale, normalissima richiesta di rinnovazione, di riapertura del dibattimento, che deve sottoporsi al test di decisività ex articolo 603, test non superato per le ragioni già ampiamente esposte, sulle quali tornerò per un istante. Ma vorrei qui inserire una osservazione sulla memoria ex articolo 121 Codice di Procedura Penale, depositata ora dall’avvocato dello Stato e che il collega Schiesaro ha avuto la cortesia di farci avere prima dell’udienza. Che cosa dice in questa memoria, che è sostanzialmente un intervento in replica alle cose dette nella scorsa udienza? L’avvocato dello Stato fa riferimento sostanzialmente ad una memoria datata 21 maggio 2001 a firma del professor Nardelli, consulente della Parte Civile. Dice l’avvocato dello Stato: ovviamente sì, esiste questa memoria, ma – dice – basta leggere la memoria in questione per rendersi conto che nella stessa il consulente si sia soltanto occupato del problema di quantificare la concentrazione del cloruro di vinile in atmosfera nella zona in cui erano ubicate le vasche di neutralizzazione, al fine di segnalare al giudicante di primo grado una ulteriore circostanza di fatto che avrebbe dovuto permettere un giudizio più puntuale e corretto sulle reali esposizioni dei lavoratori che fossero stati adibiti a tale ambiente di lavoro, cioè nel reparto S2/SG31. La memoria – dice l’avvocato Schiesaro – in definitiva si sarebbe occupata di un problema di igiene del lavoro rilevante ai fini del primo capo d’imputazione, mentre la consulenza del professor Nardelli - che l’avvocato Schiesaro chiede - avrebbe invece dovuto vertere sul tema dell’asseritamente illegittimo smaltimento di rifiuti tossico/nocivi nel reparto SG31, tramite le famose vasche. Quello che vorrei sottolineare è che non è assolutamente sostenibile che la memoria del professor Nardelli effettivamente depositata abbia a che fare con problemi di igiene ambientale concernenti il capo 1; non c’è alcun problema relativo al capo 1, esposizione a CVM, che abbia collegamenti con il reparto SG31, è fuori dell’imputazione non essendo quello uno dei reparti dove si lavorava in asserita presenza di CVM per produrre cloruro di vinile o per produrre CVM, non è un reparto nel quale l’Accusa stessa collochi una qualsiasi delle asserite persone offese di cui al capo 1. Con il problema dell’esposizione dei lavoratori a CVM oggetto a capo 1 il reparto SG31 non c’entra; non c’entra secondo gli stessi limiti della prospettazione d’Accusa, la quale riguarda i reparti siglati CV e non altro. L’interesse del professor Nardelli, consulente dell’avvocato dello Stato, all’ambiente di lavoro reparto SG31 è tutto legato, tutto ed esclusivamente legato al problema che l’avvocato dello Stato qui ripropone, un problema relativo al capo 2 concernente la asserita - dall’avvocato dello Stato - qualificazione come rifiuti tossico/nocivi delle acque convogliate nelle vasche di neutralizzazione. L’indagine ambientale, per così dire, del professor Nardelli è stata svolta come un tassello di indagine tecnica mirato direttamente ed esclusivamente ad ulteriori passaggi relativi al tentativo di ricostruire quanto CVM ci fosse nelle vasche di neutralizzazione e venisse in ipotesi scaricato in laguna. Questa, non altra la logica della memoria di consulenza del professor Nardelli evocata dall’avvocato dello Stato in questa memoria di replica. Se mai ci fosse bisogno di ulteriori elementi per dimostrare la infondatezza della sua richiesta questa memoria, questa nota presentata oggi ce li offre, richiamando quella memoria 21 maggio 2001 nella quale si è positivamente concretato già nel dibattimento di primo grado l’esercizio del diritto di difesa dell’avvocato dello Stato sul problema che oggi ritiene rilevante e sul quale chiede l’audizione del professor Nardelli, il quale quanto doveva dire l’ha già detto, l’ha scritto, ma è la stessa cosa: la presa di posizione dell’avvocato dello Stato e del suo consulente è già in atti; la memoria c’è, perché dobbiamo mai risentire il professor Nardelli? Si aggiungano le ulteriori considerazioni sulla sostanziale irrilevanza del problema della presenza ipotetica di CVM nelle famose vasche, problema irrilevante per il capo 2, che non contesta avvelenamento del biota o disastro della laguna per inquinamento da cloruro di vinile monomero; non lo contesta e per ottime ragioni che gli stessi consulenti dell’avvocato dello Stato avevano posto in rilievo nel dibattimento di primo grado. Le dichiarazioni del dottor Coccheo, citate nella scorsa udienza dal collega Simoni; gli è stato chiesto se il CVM si accumula nei sedimenti e nei pesci, dice Coccheo all’udienza 15 maggio 2001: "ovviamente queste matrici non si accumulano, il CVM è un gas che ha vita abbastanza breve, nella stessa acqua dopo un certo periodo sparisce, se entra nella laguna dopo un po’ evapora, è ovvio che non si trova nei pesci, nei molluschi, nel biota". Con le imputazioni di disastro ambientale il CVM non c’entra, ne abbiamo quanto basta per concludere per la irrilevanza del problema posto dall’avvocato Schiesaro, anche lasciando tra parentesi ulteriori e più stringenti dati di critica introdotti nel dibattimento di primo grado dal compianto professor Foraboschi circa la soltanto saltuaria, molto saltuaria e marginale presenza di CVM nelle famose vasche di neutralizzazione. Su 1360 giorni solo 168 casi, 345 ore su 32640, relativamente al periodo che interessa Enichem; presenza insignificante sulla base di dati documentali e non contestati. Mi pare vi sia quanto basta ed avanza per respingere, ritenendole inammissibili, anche tutte le richieste presentate in termini relative al capo 2. Aggiungo qualche altra considerazione che in parte ritorna su punti già indicati, in parte su punti nuovi, ma introduce comunque ragioni ulteriori di inammissibilità, ragioni ulteriori e autosufficienti, che convergono nello stesso risultato. Mi sembra utile farlo ad evidenziare che alla medesima conclusione di inammissibilità su molti punti oggetto delle richieste del Pubblico Ministero si arriva attraverso strade diverse, ciascuna di per sé conclusiva nell’arrivare al risultato. Una ragione specifica di inammissibilità riguarda le richieste probatorie già avanzate dal Pubblico Ministero in primo grado e respinte dal Tribunale con le ordinanze 10 maggio 2000 e 8 maggio 2001. Di una di esse, quella dei pozzi, abbiamo già parlato, ve ne sono altre due, su cui dirò due parole. Nei motivi d’appello il Pubblico Ministero, pur dichiarando di impugnare le ordinanze, non ha enunciato motivi di critica alle motivazioni ineccepibili addotte dal Tribunale, e questa sarebbe una ulteriore ragione formale di inammissibilità. Ma v’è di più; l’omessa enunciazione di motivi da parte del Pubblico Ministero appellante mi sembra proprio una spia significativa della sostanziale insostenibilità delle richieste qui riproposte. Quello del Pubblico Ministero è un silenzio obbligato. Le prove non ammesse dal Tribunale sono inammissibili, vuoi perché vietate, come le analisi dei pozzi, vuoi perché manifestamente irrilevanti, come le altre di cui dirò, inammissibili dunque non solo alla luce dei criteri restrittivi di cui all’articolo 603 relativi al giudizio d’appello, ma inammissibili anche rispetto ai più flessibili parametri di ammissione delle prove nel primo grado di giudizio, quei parametri utilizzati dal Tribunale per respingere correttamente le richieste, violazione del principio del contraddittorio per quanto riguarda i pozzi. Vediamo le altre: richieste relative ad indagini della Guardia di Finanza su spese e finanziamenti della società; nell’udienza 13 maggio il dottor Casson, nell’evocare quelle richieste, ha espressamente condiviso il principio in base al quale il Tribunale le aveva respinte con l’ordinanza del maggio 2000. Le questioni relative a spese, costi, finanziamenti od altre disponibilità dei soggetti societari sono totalmente estranee alla logica del giudizio di colpa per eventi lesivi dell’integrità fisica. Ciò che interessa è soltanto se gli eventi di cui si discute siano o non siano collegabili all’assenza di misure o cautele dovute. Ricostruire la situazione economica o finanziaria della società non ha alcun interesse; nessun interesse possono avere gli elementi di prova, palesemente monchi anche rispetto al problema della ricostruzione delle condizioni economiche delle società, che il dottor Casson ha proposto di introdurre. Tutte questioni manifestamente estranee alla materia del processo, anche considerata nella massima dilatazione pensabile. L’irrilevanza ai fini del decidere è stata ammessa dallo stesso Pubblico Ministero dietro la copertura del curioso argomento della pertinenza della prova richiesta al grado della colpa. Della colpa di chi e in relazione a che cosa? Fumo totale, siamo fuori del processo. Siamo fuori manifestamente della materia del processo anche con le richieste di acquisire documentazioni relative a vicende personali, di persone che non hanno avuto nulla a che fare con il Petrolchimico di Porto Marghera; caso Grasso, Stati Uniti, e caso Dalla Verità, Ravenna. Valgono per queste richieste tutte le ragioni di inammissibilità globale delle richieste relative al capo 1 CVM. Sono richieste, queste qui in esame, che si ricollegano al discorso svolto a proposito dell’epidemiologia. Ma qui non siamo neanche in presenza di letteratura epidemiologica o comunque scientifica che possa avere interesse per la ricostruzione dei presupposti scientifici della decisione. Siamo di fronte a documenti relativi a fatti specifici che non sono compresi fra i fatti oggetto di contestazione, stanno fuori della materia del processo, e stanno fuori anche dalla letteratura scientifica che, in ipotesi, potrebbe concorrere ad offrire i criteri scientifici di ricostruzione. Sono documenti incompleti anche rispetto ad un ipotetico problema di ricostruzione probatoriamente significativa di quelle vicende che, peraltro, non ci interessano minimamente. Chiedere l’ammissione di questi documenti significa chiedere l’ammissione di documenti probatori su fatti estranei al processo, puramente e semplicemente. Richiesta dunque inammissibile alla luce dei criteri pertinenti già al primo grado del giudizio e quindi anche indipendentemente dai criteri più restrittivi validi per il giudizio d’appello ed alle altre ragioni che abbiamo indicato. Passo – cercherò di essere rapido – alle richieste formulate in udienza, alle richieste formulate per la prima volta nell’udienza del 13 maggio 2004, che non sono, si diceva, vere richieste, ma sollecitazioni ad utilizzare poteri d’ufficio della Corte. A me pare proprio che questo dato, la tardività delle richieste probatorie, l’essere quelle richieste in realtà nulla più che sollecitazioni rivolte a poteri discrezionali della Corte, non è un dato solo formale, è un dato significativo nell’indicare l’impostazione dell’Accusa ed ha riflessi processuali non insignificanti. La diversa natura di queste sollecitazioni rispetto alla richiesta formulata in modo impegnativo nei motivi d’appello comporta, mi pare, un filtro ancora più stretto, se è possibile, di quello valido per le richieste formulate in termini. Voglio dire che nello stesso sistema delineato dall’articolo 603 la rinnovazione d’ufficio disposta autonomamente dal Giudice d’appello, perché di questo in definitiva si tratta, si presenta come l’ipotesi più eccezionale tra quelle già eccezionali che regolano, che fanno parte del capitolo della rinnovazione del dibattimento. La giurisprudenza - l’abbiamo già citata nella memoria presentata alla scorsa udienza – insiste molto su concetti come "assoluta necessità ai fini della decisione", "assoluta impossibilità di decidere in altro modo", "riferimento a prove decisive ed irrinunciabili" e che il Giudice d’appello va ad assumere d’ufficio proprio perché decisive ed irrinunciabili. Una situazione totalmente diversa, abissalmente diversa dai contenuti e dalle motivazioni delle tardive sollecitazioni prospettate in udienza dal banco della Pubblica Accusa. Sono sollecitazioni, quelle presentate, che si caratterizzano, mi sento di dire, per un vuoto assoluto di ragioni sostanziali e per un sostanziale vuoto di contenuti. Queste "nuove" e tardive richieste non sono in realtà affatto nuove; sono richieste di risentire voci già sentite, sono un plateale e, mi si consenta di dire, arruffato ripensamento dell’Accusa, un tentativo dell’ultima ora o fuori tempo massimo di uscire dai limiti di una richiesta di rinnovazione del dibattimento la quale, come abbiamo visto, nei termini in cui era stata formulata in termini nei motivi d’appello, è una richiesta pressoché solo apparente, vuota di contenuti ma non riempita di contenuti nemmeno da questo successivo, da questo tardivo agitarsi dell’Accusa. Che cosa abbiamo davanti qua? Sollecitazioni, sostanzialmente soltanto sollecitazioni a risentire su taluni punti specifici consulenti d’Accusa già sentiti nel dibattimento di primo grado, consulenti e forse il teste Boffetta, sparito peraltro nella sintesi delle richieste del Pubblico Ministero. Delle ragioni sostanziali di inammissibilità di alcune richieste, quelle relative al capo 1, ho già detto all’inizio e quegli argomenti restano ovviamente fermi. Ve ne sono altri che hanno riferimento specifico alla tardività delle richieste, al modo in cui sono state tardivamente introdotte e motivate. Un’annotazione d’insieme che riguarda tutte le richieste di sollecitazione a risentire consulenti d’accusa. Non è nemmeno astrattamente pensabile che il Giudice d’appello possa valutare come prova assolutamente necessaria, della quale disporre d’ufficio l’assunzione, l’esame di un consulente di parte; men che meno il riesame di un consulente già sentito in primo grado su punti sui quali egli sia già stato sentito, e le richieste probatorie del Pubblico Ministero sono tutte e soltanto di questo tipo. Ma non è pensabile che una iniziativa d’ufficio della Corte possa andare in questa direzione: risentire consulenti d’Accusa. Un’iniziativa della Corte volta ad ammettere prove decisive ed irrinunciabili avrebbe bisogno di ragioni obiettive, concernenti temi specifici e rilevanti, additati come tali dall’autore della sollecitazione, temi specifici e di grande, indiscussa rilevanza, sui quali la nuova prova sia per l’appunto assolutamente necessaria per la impossibilità di decidere allo stato degli atti. E la necessità, mi sembra di poter dire, dev’essere valutata dal punto di vista del Giudice terzo e dei suoi bisogni di conoscenza, non certamente da punti di vista propri di una Parte che ha ripensato sulle sue strategie. Ma nel nostro caso una necessità, nel senso pregnante che dicevo prima, di risentire quelle sparute voci di consulenti d’Accusa non è nemmeno stata prospettata dall’Accusa in modo razionale, come dirò. D’altra parte ciò non stupisce posto che, negli stessi motivi d’appello dell’Accusa, il dottor Casson, nell’argomentare le sue censure - infondate, ma lo lascio tra parentesi - verso la sentenza del Tribunale, il Pubblico Ministero non aveva ritenuto di dover cercare supporto in nuove audizioni di consulenti, né sui punti già trattati, né su punti nuovi; nemmeno in particolare sui punti su cui ora l’Accusa chiede di risentire talune voci. E questa assenza di richieste di audizione di consulenti nei motivi d’appello del Pubblico Ministero mi sembra una presa di posizione di per sé quanto mai significativa, anche ai fini della valutazione delle richieste di riascoltare taluni consulenti avanzate adesso, in ritardo, fuori tempo massimo e con motivazioni che, come dirò tra un momento, è eufemistico definire speciose e manipolatorie. Mi sembra che questo tentativo fuori tempo massimo di introdurre richieste, sollecitazioni ad ascoltare qualcuno, un po’ meno evanescenti ma pur sempre evanescenti, meno evanescenti di quelle avanzate in termini, è un tentativo di pura retorica e di nessuna sostanza; una forzatura allo stesso tempo timida ed artificiosa, la quale mi sembra in definitiva faccia vieppiù risaltare la mancanza di un ubi consistam, di un’Accusa che non ha dove consistere e continua ad agitarsi, perdente, e consapevole di essere perdente nel già completo quadro probatorio acquisito, l’Accusa si rende conto di avere bisogno di qualcosa di nuovo. L’ha cercato ma non l’ha trovato nei motivi d’appello che, come abbiamo visto, quanto a richieste probatorie hanno partorito il classico topolino, ed è dalla consapevolezza di questo fiasco, di questa insufficienza, che si spiega, mi pare, il mutamento di rotta in udienza, un agitarsi che, con una citazione dantesca, direi somigliante a quell’inferma che non può trovar posa in su le piume e con dar volta suo dolore scherma. Il dolore di non potere uscire sul piano probatorio con argomenti seri. Lo stesso Pubblico Ministero è consapevole di questo; a sostegno delle sue richieste fuori tempo massimo l’Accusa adotta formule che denotano una cautela non usuale: "nel caso in cui la Corte d’Appello ritenga di averne assolutamente bisogno tornino i consulenti a dire che cosa avevano detto", cito dal verbale d’udienza, dalla trascrizione dell’udienza del 13 maggio, foglio 53 della trascrizione. Il Pubblico Ministero in buona sostanza si è rimesso alla Corte, puramente e semplicemente rimesso alla Corte, di più, "ad una valutazione che – sono sempre parole del dottor Casson – potrebbe anche essere rinviata ad un momento successivo". Mi sembra una (catela) più che mai eloquente. A ben vedere, la Corte non è nemmeno posta di fronte a richieste probatorie impegnative che esigano un’immediata e motivata risposta. Altra annotazione – riprendo spunti già presenti nelle cose dette nella scorsa udienza -: la richiesta di risentire voci di consulenti d’Accusa è stata anche fatta in una forma indiretta, richiesta di acquisire articoli a firma di consulenti d’Accusa – Mastrangelo, Comba, Pirastu, Gennaro, Ottomati, Vinais -, articoli relativi ai medesimi problemi di cui si discute nel processo. Questi articoli, per i loro autori e il loro contenuto, hanno sostanza di relazioni di consulenza e corrispondono pressoché in tutto a relazioni già in atti o a dichiarazioni rese in dibattimento, con adattamenti che non è malizioso collegare ad esigenze legate a questo processo. Su questi punti ha già parlato con molta chiarezza il collega Zanchetti, al quale faccio rinvio per i particolari. Mi interessa sottolineare il criterio d’approccio a questo materiale sostanzialmente di consulenza, e il criterio è che relazioni di consulenza o – ma è la stessa cosa – articoli di consulenti non possono essere ammessi come nuova prova se non a seguito dell’eventuale ammissione e dell’effettiva riaudizione di consulenti nel contraddittorio dibattimentale, ove, si intende, ne sussistano i presupposti. Non vi è possibilità di introdurre questi materiali in forma diversa da quelle previste per l’audizione di consulenti, ma nella specie non sussiste alcuna necessità di riascoltare nessun consulente. Molte ragioni sono state già indicate con riferimento al capitolo CVM, ma qualche ulteriore annotazione può essere e vale la pena aggiungere. Vale la pena sottolineare la stessa motivazione data dal Pubblico Ministero a sostegno della maggior parte delle sue richieste. Una motivazione che di per sé è una spia significativa dell’infondatezza delle richieste. Cosa ci ha detto il Pubblico Ministero, senza peraltro fornirne la prova? Alcuni consulenti si sarebbero doluti di essere stati travisati dal Tribunale. Mi pare proprio una motivazione illogica e – mi si consenta di aggiungere – poco rispettosa per la stessa Corte. La semplice lettura dei verbali d’udienza, delle relazioni di consulenza e della sentenza del Tribunale consentirà tranquillamente alla Corte di valutare se il Pubblico Ministero appellante ha ragione o ha torto; in concreto consentirà alla Corte di verificare che il Pubblico Ministero ha torto nell’accusare il Tribunale di fraintendimenti e non avrà la Corte alcun bisogno a tal fine di riascoltare i consulenti già sentiti, le cui dichiarazioni potrà la Corte tranquillamente leggere negli atti del processo di primo grado. Soltanto esigenze di indispensabili chiarimenti ulteriori, non su dichiarazioni di Tizio o di Caio ma, come dicevo prima, su punti specifici d’interesse per la decisione, soltanto siffatte esigenze di indispensabili chiarimenti ulteriori potrebbero giustificare l’assunzione d’ufficio di una nuova prova anche di tipo consulenza, ciò se il Giudice la ritenga assolutamente necessaria. Ma, rispetto a tutto questo, il mero fatto che un consulente si dolga di non essere stato capito o di essere stato disatteso non significa assolutamente nulla, non pone alcun problema. La tardiva sollecitazione a risentire consulenti sconcertati e arrabbiati – sono le parole del Pubblico Ministero nell’udienza del 13 maggio -, una sollecitazione di questo tipo è manifestamente priva di base razionale nel modo in cui essa è enunciata. In positivo, la mancanza di fondamento di tutte le sollecitazioni di questo genere è già stata illustrata analiticamente dalla Difesa nella scorsa udienza del primo giugno e nelle memorie depositate. Per non dilungarmi non faccio che, su questi punti, rinviare alle cose già dette in udienza, sia per quanto riguarda i consulenti relativi al capo 1, sia per quanto riguarda gli altri. Noto che, ad uno sguardo d’insieme, su tutti i punti i Pubblici Ministeri cercano di fondare la reintroduzione di voci di consulenti su qualche appoggio consistente o in articoli degli stessi consulenti o in relazioni fabbricate appositamente, ma su tutti i punti mancano assolutamente contenuti di novità, che non possono certo essere tratti dalle relazioni o dagli articoli cui si chiede di fare riferimento. Ciò vale anche - e qui mi si consenta di soffermarmi un momento di più – per le relazioni che la Pubblica Accusa ha commissionato appositamente per il giudizio d’appello. Sarò breve anche qui perché la sostanza degli argomenti è stata ampiamente sviluppata, con particolare riferimento alla memoria forse più significativa dello sforzo dell’ultima ora tentato dall’Accusa, la memoria Mara - Carrara, asseritamente volta a misurare l’asserito incremento di inquinamento da diossine derivante dalla produzione di CVM a Porto Marghera, ma che in realtà parla decisamente d’altro. Parla del famoso impianto finlandese assunto tout court a parametro della situazione di Porto Marghera, trascurando le profonde diversità tra le due situazioni, diversità dettagliatamente illustrate nella scorsa udienza dal collega Santamaria, nella cui esposizione può essere trovato tutto quanto serve per prendere atto della inconsistenza, io direi della natura manipolatoria del tentativo d’accusa. Si finge di parlare di Porto Marghera, in realtà si parla d’altro; si parla dello stabilimento finlandese, confondendo situazioni profondamente differenti sotto tutti gli aspetti che interessano; si confondono fattori di produzione di diossine con i fattori d’emissione, come se la diossina prodotta venga tutta emessa e scaricata nell’ambiente; non si prendono in considerazione le diverse modalità di smaltimento, riconosciute come profondamente scorrette nella situazione finlandese ed illustrate nel loro essere e nella loro correttezza nel dibattimento di primo grado dal nostro consulente, il compianto professor Foraboschi; le considerazioni del professor Foraboschi significatamente sono rimaste senza risposta. Nulla di nuovo dunque, tutto era già stato prospettato negli stessi termini in cui viene ora riproposto, già prospettato nel giudizio di primo grado. E basterebbe questo a dimostrare la inammissibilità della sollecitazione: non si chiede di introdurre nulla di nuovo. Le ulteriori considerazioni sugli aspetti manipolatori della richiesta, sulle dimenticanze dei consulenti d’Accusa, si trascura completamente - ricordava alla scorsa udienza il collega Santamaria – addirittura un decreto ministeriale del maggio 1999, che fornisce dati proprio sulla situazione di Porto Marghera. Se si considera tutto questo vi è quanto basta ed avanza non solo per disattendere la sollecitazione dell’ultima ora rivolta dall’Accusa al Tribunale, ma anche per un giudizio più radicale di complessiva inaffidabilità del discorso d’Accusa, già prospettato in primo grado e già confutato in modo schiacciante. Sempre a proposito delle sollecitazioni a risentire Mara - Carrara vorrei aggiungere – i miei colleghi non l’hanno fatto nella scorsa udienza perché non si tratta di punti direttamente concernenti il periodo di gestione Enichem - due parole anche su altre sollecitazioni: la richiesta di risentire Mara o Carrara circa modalità operative in taluni reparti CV ed agli ingressi in autoclave. Ne ha parlato nella scorsa udienza il collega Bancaredda della Difesa Montedison con considerazioni che ritengo importanti. Mi interessa rilevare ancora che, al di là del riferimento ad epoche, Anni Settanta, che non interessano direttamente la gestione Enichem, queste sollecitazioni che ora prendo in esame sono le uniche nel deserto, le uniche sollecitazioni a riaprire temi concernenti le condizioni di lavoro nei reparti CV. Mi sembra anche questa una eloquente conferma che anche l’Accusa, in realtà, non ha nulla da obiettare rispetto alla completezza dell’indagine svolta nel dibattimento di primo grado su quelli che possiamo definire i fatti di causa. Nessuna richiesta reale di integrazione, solo questa curiosa sollecitazione a risentire due consulenti su modalità operative di taluni reparti e gli ingressi in autoclave. Mi sembra decisamente singolare che l’Accusa si attenda da consulenti una prova di situazioni di fatto che come tali sono oggetto di prova storica, debbono essere, sono stati oggetto di prova storica amplissima nel dibattimento di primo grado. La prova storica sui punti su cui l’Accusa chiede di risentire i suoi consulenti è una prova acquisita e valutata dal Tribunale con la completa ampiezza, è di questo che ci ha parlato nella scorsa udienza il collega Bancaredda, richiamando tra l’altro testimonianze come quella di Cecconello, operaio addetto alle autoclavi, testimonianze che hanno una grandissima importanza anche per la situazione nel periodo che interessa Enichem; rinvio in proposito alla memoria che avevo presentato prima del dibattimento sulla insussistenza della colpa. Mi sembra - concludendo su questo punto - che contrapporre alle prove storiche largamente acquisite la voce di consulenti d’Accusa è un non senso logico rispetto ad una coerente e razionale impostazione probatoria; un non senso logico che conferma ancora una volta l’impasse in cui l’Accusa si trova. Richiesta di acquisizione di una nota del Magistrato delle Acque; rinvio brevemente a quanto ha illustrato nella scorsa udienza il collega Simoni. La relazione del Magistrato alle Acque riferisce di analisi effettuate fuori del contraddittorio, peraltro nemmeno riportate nel testo della relazione, puramente valutazioni relative ad analisi effettuate fuori del contraddittorio. Il principio del contraddittorio è sufficiente ad escludere la ammissibilità di questa relazione anche indipendentemente dall’ulteriore profilo di rilevanza, vale a dire il riferimento ad un periodo temporale che è fuori dall’imputazione, trattandosi di analisi effettuate nel corso del 2002 e del 2003. Ultima tra le richieste che prendo in considerazione è quella di acquisire la consulenza redatta da Tomatis, Vinais e Zapponi datata 7 maggio 2004, nonché la audizione degli autori sulle tematiche che costituiscono l’oggetto della relazione. Anche qui la relazione non può essere acquisita indipendentemente da voci di consulenti, ma non è una relazione che introduca elementi di novità, di curiosità rispetto a nuovi punti da approfondire che possano avere interesse per una decisione della Corte di seguire questa pista probatoria. Lo stesso Pubblico Ministero, nel presentare la richiesta, ha detto che il problema era stato sfiorato nel dibattimento di primo grado, dice lui "sfiorato" nel senso di non sufficientemente approfondito da parte dei consulenti dell’Accusa Tomatis, Vinais e Zapponi; non mi pare proprio una motivazione razionale per una iniziativa d’ufficio che la Corte d’Appello dovrebbe prendere. I consulenti del Pubblico Ministero, i consulenti dell’Accusa hanno avuto la possibilità di trattare i temi delle sinergie, ne hanno parlato, se non l’hanno sufficientemente approfondito, come dice ora il Pubblico Ministero, è perché in realtà non avevano sostanza da approfondire, come la memoria adesso presentata dimostra. E’ una memoria nella quale non troviamo nulla che concerna davvero i fatti di causa; troviamo delle ipotesi di interazione con effetto potenziatore additivo tra cancerogeni, ma che riguardano ambiti estranei, totalmente estranei all’oggetto del processo. Interazioni tra fumo di tabacco ed amianto, fumo di tabacco e radon, fumo di tabacco e nichel, esempi specifici, ovviamente non generalizzabili, che riguardano situazioni del tutto estranee alla materia di cui è causa. E nulla di nuovo in tutto il resto della relazione: nessun approfondimento di situazioni reali che abbiano interesse per il processo. Rinvio per ulteriori dettagli alla memoria presentata nella scorsa udienza e mi avvio alla conclusione di questo intervento, che spero non sia stato troppo lungo e troppo pesante, ma davvero mi avvio alla conclusione. Le richieste, la presa di posizione della Difesa su tutte le richieste probatorie tempestive o tardive dell’Accusa è quella che ho enunciato: inammissibilità per la serie di ragioni convergenti e di per sé autosufficienti che ho cercato di illustrare. Resta in ogni caso del tutto ovvio che, ove mai venisse disposta una qualche rinnovazione del dibattimento, si porrebbe l’esigenza di garanzia del contraddittorio nei medesimi termini in cui il Tribunale l’ha assicurata nel dibattimento di primo grado, e su questo d’altra parte hanno convenuto espressamente il Pubblico Ministero e il Procuratore Generale, i quali, nel presentare in udienza le loro richieste di audizione di consulenti, hanno più volte fatto riferimento al contraddittorio con consulenti della Difesa come del tutto ovvio nel delineato scenario di rinnovazione del dibattimento. E’ in quest’ottica del diritto al contraddittorio che sono state presentate nella scorsa udienza le nostre richieste subordinate di controprova. Confidiamo che non ci sarà bisogno di prenderle in considerazione in conseguenza del rigetto di tutte le richieste probatorie e di tutte le tardive sollecitazioni dell’Accusa. Ancora due parole, proprio due, per concludere rilevando il contrasto stridente tra l’enfasi probatoria posta nella discussione in udienza su un’asserita esigenza di rinnovare il dibattimento in nome di importanti attese di giustizia e la pressoché totale assenza da parte dell’Accusa di reali richieste di rinnovazione probatoria. Il vuoto che abbiamo fin qui rilevato. Quanto ai messaggi più scopertamente retorici venuti dai banchi dell’Accusa, così gonfiati rispetto alla modestia delle richieste probatorie, vorrei dire due parole volte a sgombrare il campo da alcune suggestioni improprie che sono state lette nel discorso del Procuratore Generale dell’udienza del 13 maggio e rilanciate dall’avvocato Schiesaro nell’udienza del 18 maggio. Proprio due parole, se la Corte mi consente. Il discorso del Procuratore Generale, caratterizzato dalla evocazione di un supposto scarto tra la sentenza del Tribunale e le attese dell’opinione pubblica e dall’assunzione di queste a criterio di valutazione ed orientamento ha particolarmente sconcertato – di questo sono stato testimone – i non addetti ai lavori e i più giovani, meno smaliziati di fronte agli artifici della retorica e non al corrente della posizione ideale del dottor Fortuna, che io ho avuto l’onore di conoscere tantissimi anni fa come esponente autorevole di una corrente della Magistratura associata che vuole caratterizzarsi proprio per la ferma difesa di valori di legalità formale. A quel tempo, negli Anni Settanta, io ero un giovane Magistrato ed ero attivamente impegnato in un altro gruppo, nel quale ho combattuto tante battaglie ideali, sia verso l’esterno in nome di una più coerente attuazione di principi costituzionali, sia, all’interno del gruppo cui appartenevo, verso una componente interna alquanto estremista, nella quale si facevano discorsi sui rapporti fra legalità e opinione pubblica con un linguaggio non tanto diverso da quello che è stato ascoltato un mese fa per bocca del Procuratore Generale. Poiché io sono assolutamente certo che il dottor Fortuna non è passato ad un’ideologia antilegalitaria e non ha nessuna indulgenza verso ideologie del genere, credo che il suo intervento del 13 maggio si possa tranquillamente archiviare nel capitolo della pura retorica, di una retorica che spesso gioca brutti scherzi, strani scherzi, e vorrei fare affidamento, sono certo di poter fare affidamento su una convergenza di tutti sulla regola aurea del garantismo, cioè della legalità formale, che ho avuto occasione di citare sia nella Difesa in primo grado, sia nella memoria presentata in vista del giudizio d’appello, regola aurea del garantismo che dice di essere compito del Giudice assolvere in assenza di prove, anche quando l’opinione pubblica vorrebbe la condanna, e viceversa condannare in presenza di prove. Sono le prove che contano, che debbono orientare la decisione. Regola aurea di civiltà del diritto, che ho trovato ripetutamente enunciata in epoca recente in scritti di Magistrati, degli attuali leader della corrente alla quale 20–30 anni fa appartenevo, che ho trovato enunciati in scritti di un giurista come Ferraioli, che l’avvocato Schiesaro, nostro abituale interlocutore, cerca di accaparrarsi per una sua prospettazione dei temi del garantismo, semplificando il discorso di Ferraioli, che è un discorso nel quale mi riconosco pienamente, nel quale riconosco le linee ideali di una concezione del diritto e della giustizia penale che ho sempre cercato di sostenere, sia come giurista teorico e sia nella professione, una concezione del diritto penale ben consapevole delle due facce del garantismo rappresentate dalla garanzia dei beni giuridici mediante il diritto penale e dalla garanzia dell’individuo di fronte all’autorità. Mi fa piacere leggere negli interventi e negli scritti del collega Schiesaro questo richiamo al duplice volto del garantismo, anche se poi le conseguenze che egli ne trae mi sembrano semplificatrici e finiscono per ridurre le due facce ad una sola: quella dell’aspettativa di un intervento autoritario. Mentre il discorso di Ferraioli, il discorso dei veri garantisti liberali è volto sostanzialmente a sottolineare, per quanto riguarda gli aspetti, i presupposti, i principi processuali del garantismo, l’esigenza di un saldo ancoraggio alle prove e ad una epistemologia garantista, dove la garanzia sta fondamentalmente nel massimo grado di razionalità e attendibilità del giudizio, veritas non auctoritas facit legem, sta qui la moralità della giurisdizione imparziale, qui il significato del garantismo, di quel garantismo che la sentenza del Tribunale ha rappresentato nel modo migliore. Concludo davvero. La Difesa Enichem è assolutamente tranquilla rispetto a qualsiasi scenario; ha il dovere di esprimere, come ha espresso, il proprio fermo convincimento che uno scenario di rinnovazione del dibattimento, anche limitata, non sia necessario. La eccellentissima Corte troverà negli atti del processo e nei documenti acquisiti al processo tutti, proprio tutti gli elementi necessari per le proprie valutazioni e verifiche. La forza della sentenza del Tribunale, ingiustamente criticata, poggia sulla forza che è anche completezza delle sue basi probatorie, ed è questa completezza che oggi sarà il criterio della decisione che attendiamo dalla Corte. Chiedo scusa se ho ecceduto il tempo che mi ero prefisso, spero non troppo.
DIFESA – Avv. Mucciarelli – Per la Difesa Marzollo. Signor Presidente, signori della Corte, parlo probabilmente per ultimo, non soltanto per ultimo cronologicamente. Sarò veramente molto contenuto, mi occuperò soltanto di qualche residuale questione che riguarda il secondo capo d’imputazione. E’ sempre un po’ imbarazzante parlare per opporsi alla rinnovazione del dibattimento, perché si dà l’idea che se ne abbia paura, come se qualche cosa di nuovo potesse spostare i delicati equilibri che tengono assieme la sentenza di assoluzione. E’ questo imbarazzo particolare perché, per chi si è occupato del secondo capo d’imputazione, il caso della Muller, Berlino, quell’indagine ulteriore disposta dal Tribunale, sollecitata dal Tribunale, è esempio non banale di una ampiezza dell’istruttoria dibattimentale non mai prima veduta e che credo non mi sarà facile vedere e a nessuno di tutti i colleghi che stanno qua dentro sarà facile vedere. Però, ricordava esattamente il professor Pulitanò, il processo ha regole, valgono quelle. Più in generale io credo che le regole, fare cose secondo regole sia il dato essenziale. Io non mi sento di parlare in termini generalissimi, ma ho un vago ricordo che Bobbio distingueva proprio nelle regole la differenza tra regime assoluto e democrazia, quindi far cose secondo regole, e le regole sono quelle a cui ci dobbiamo attenere, e non voglio ripercorrere piste già esplorate perfettamente e i richiami che ha fatto il professor Pulitanò all’articolo 603 e dintorni mi sembrano francamente conclusivi. L’appello – mi limito a notare – è una rilettura critica della sentenza e del materiale probatorio; per disporre una rinnovazione occorre o essere nella impossibilità di decidere o rilevare una decisività assoluta delle prove nuove, delle prove richieste. Per quello che riguarda il capo d’imputazione in materia ambientale l’istruttoria è stata più che ampia. Qualche flash qua e là. Una differenza tra impossibilità di decidere e lacuna nella selezione delle prove; sono due concetti profondamente diversi. Il signor Sostituto Procuratore Generale ha, come dire, motivato la rilevanza della sollecitazione che ha fatto a codesta Corte perché disponga la rinnovazione del dibattimento sul tema dell’incremento dell’inquinamento e sulla prova del pericolo nel reato di avvelenamento come? Dicendo: mah, bisogna colmare le lacune probatorie rilevate dalla sentenza di primo grado. Ma come? Qui io temo, con tutto il rispetto, si confondono i piani del discorso. La sentenza di primo grado dice: il materiale probatorio, questa enorme massa di materiale probatorio non giunge alla conclusione che spera l’Accusa. Ma il giudizio d’appello non è fatto per dire: portate dell’altro materiale per colmare l’accusa e poi vediamo. Questo non funzionava nemmeno con il vecchio regime processuale, dove, ma era solo nella fase istruttoria che il Giudice confezionava la prova e poi la offriva alla valutazione del dibattimento, ma era il dibattimento di primo grado. E se questo è il ragionamento generale, riprendo sinteticamente, in che cosa poi si consoliderebbe questa richiesta? Risentire Vinais e Zapponi. Eh, ma sono già stati sentiti. Il tema delle basse dosi è stato affrontato per udienze e udienze, e non metaforicamente; interi faldoni di documenti riguardano questo tema, che è un po’ trasversale tanto al primo che al secondo capo. Non voglio ripercorrere cose già dette anche pochi minuti fa dal professor Pulitanò, ma la memoria, la relazione, il documento prodotto prescinde da una prova scientifica di quanto si vuole affermare, si fanno riferimenti generici circa il fumo passivo, l’inquinamento atmosferico, studi sul cadmio, ma che non hanno assolutamente niente a che vedere con ciò di cui si discute in questo processo. Sono valutazioni ancora. Ancora, sul terreno di prova scelto dal Pubblico Ministero l’istruttoria dibattimentale in primo grado ha conclusivamente dimostrato che l’assunzione di sostanze inquinanti tramite una dieta, costituita anche integralmente dalle vongole provenienti dai canali industriali, non comporta il superamento delle concentrazioni limite poste dal legislatore o dalle varie agenzie internazionali, è il portato dei risultati della consulenza, chiamiamola così, del laboratorio di Berlino, di Muller. Quindi nessun elemento di novità può scaturire dall’ingresso di quanto ora chiede, di quanto ora sollecita, viene sollecitato dai banchi dell’Accusa. Sui pozzi e sulla acquisibilità delle relative analisi. E’ un’attività integrativa d’indagine che è stata effettuata in assenza di contraddittorio e come tale, per questa semplice ragione, non è ammissibile; non lo era in primo grado, non lo è ora. E’ vero che viene detto: ma la garanzia del contraddittorio c’è nel momento nel quale ne potremo discutere qui, davanti alla Corte. Questo argomento evoca uno scenario che forse sarebbe stato compatibile se ci fossimo trovati in primo grado e sotto la vigenza del vecchio Codice: la prova è stata formata dal Giudice e poi ne discutiamo, la valutiamo, la apprezziamo, ci mancherebbe altro! Qui credo che sia del tutto precluso discutere di questo. Veramente potrei finire qui sulla questione dei pozzi e delle relative analisi, ma qualche flash lo permetterà codesta eccellentissima Corte, veramente sto per concludere, perché poi guardiamo un po’ che cosa sono nel merito, che cosa valgono, cosa pesano queste famose analisi in relazione a questi pozzi. Innanzitutto quello che potremmo cavare come informazioni in ordine alla struttura stratigrafica ed idrogeologica del territorio di Mestre e Marghera sono tutti dati che sono ampiamente presenti nel processo, ampiamente discussi e considerati nella sentenza, e questo secondo me mostra la assoluta irrilevanza sotto questo profilo. L’esame delle acque di falda sottostanti, sottostanti alle discariche ovviamente, ha mostrato come non è presente alcun trasferimento orizzontale degli inquinanti, e anche questo è un dato non frutto di un’asserzione, di un assunto difensivo, ma trova riscontro in un imponente materiale probatorio, e quindi non si vede quale apporto potrebbe essere ricavato dalla considerazione delle analisi rispetto a questi otto pozzi. Di questi otto pozzi la più parte sono interrati e non più utilizzati, quindi forniscono un dato totalmente inutile. Qualche cosa in ordine alla accuratezza del campionamento, perché poi di questo dovremmo alla fine tener conto. Si conclude: "sono otto pozzi ben distanti l’uno all’altro, in un arco temporale molto breve, dalle 10 del mattino alle 15, in un solo giorno, 40 minuti a pozzo", e questo significa compiere un’attività notevole: individuare il pozzo, prelevare l’acqua, riempire nove contenitori per ogni pozzo, spostarsi da un posto all’altro. Quindi tutta una serie di attività indispensabili perché il campionamento sia rappresentativo e corretto, come lo spurgo e tante altre cose di carattere tecnico, sembra quasi proprio fisicamente impossibile che sia avvenuto. Perdoneranno questo dettaglio d’analisi, ma questo è l’oggetto che Vi viene chiesto di assumere. Mancano persino i cartellini che identificano i campioni, che non è cosa da poco, perché su 72 campioni le possibilità di confondimento non sono poi così remote. Sul problema come e a chi sono stati consegnati i campioni ha già parlato il collega Santamaria e a lui faccio riferimento, con questa consegna a Racanelli presso il laboratorio INCA mentre i campioni sarebbero stati analizzati dal laboratorio SGS. Un’ultima annotazione: i pozzi intorno alla discarica Malpaga - la discarica Malpaga è una discarica che è stata messa in sicurezza sotto il controllo dell’Amministrazione Provinciale - sono tre. Se si guardano i risultati di queste famose analisi ci si avvede, un po’ paradossalmente, che i valori maggiori sono in un pozzo che sta a monte e non a valle della falda, cioè in una situazione che è contrastante con la cosa più ovvia per tutti, cioè sta contro l’andamento della falda, ed è una constatazione che non merita commento in ordine alla affidabilità di analisi di questo genere o dei campionamenti sui quali poi sono state condotte le analisi. E credo che con questo ho già fatto perdere troppo tempo alla Corte, mi riporto a quello che abbiamo scritto nella memoria che è stata depositata sabato mattina e ringrazio.
DIFESA – Avv. Lanfranconi – In sostituzione dell’avvocato Antonio Mucciarelli per le Difese Marzollo, Morione, Fabbri e Bartalini. Deposito una brevissima nota che ha per oggetto il tema della inammissibilità dell’impugnazione del Pubblico Ministero su un’ordinanza che è indicata nelle conclusioni come 8 maggio 2001, in realtà è 10 maggio 2000, annullamento dell’ordinanza alla quale conseguirebbe, nella richiesta del Pubblico Ministero, l’audizione degli ufficiali di Polizia giudiziaria della Guardia di Finanza di Milano e di Venezia.
LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 10 giugno 2004, ore 09.00, per eventuali controdeduzioni sulle richieste della Difesa in controprova.
PRESIDENTE – Limitato solo a questo tema, quindi non riesame critico delle affermazioni, delle dichiarazioni che sono state fatte, etc.. L’udienza è tolta