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Timestamp: 2018-06-23 15:52:44+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 7', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

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Gli intervalli temporali tra i contratti a termini ed il susseguirsi delle riforme
Il Ministero del lavoro, con nota del 4 ottobre 2013, ha risposto ad alcuni quesiti in ordine all’interpretazione delle norme che disciplinano la successione dei contratti a termine.
Il susseguirsi di interventi correttivi in materia di contratti a tempo determinato ha originato, infatti, non poche incertezze interpretative, con particolare riferimento all’art. 5, comma 3, del D.lgs. n. 368 del 6.09.2001 che prevede un periodo di “latenza” minimo tra un contratto e quello successivo, al fine di evitare l’utilizzazione sistematica di tale tipologia contrattuale.
Più precisamente, la versione originaria di tale disposizione prevedeva, in caso di riassunzione a termine di un lavoratore entro dieci giorni dalla data di scadenza di un contratto infrasemestrale, ovvero venti giorni dalla data di scadenza di un contratto di durata ultrasemestrale, la conversione del secondo contratto a tempo indeterminato.
La Legge “Fornero” (art. 1, comma 9, lettera g, della l. 92/2012) ha poi notevolmente esteso gli intervalli temporali anzidetti, elevando i dieci giorni, originariamente previsti per i rapporti infrasemestrali, a sessanta ed i venti giorni, relativi ai contratti superiori a sei mesi, a novanta.
La rigidità di tale previsione è stata attenuata, tuttavia, da una serie di eccezioni e correttivi introdotti dalla legge 134/2012, che hanno consentito alle parti sociali di abbassare, mediante la contrattazione, sino a venti e trenta giorni gli ampi periodi di interruzione fissati dalla legge Fornero.
L’art. 5, comma 3, del D.lgs n. 368 del 6.09.2001 è stato, da ultimo, riformato dall’art. 7 del D.L. 76/2013, confermato dalla legge di conversione n. 99/2013, che ha reintrodotto la formulazione originaria e, pertanto, tra un rapporto di lavoro e l’altro è, ad oggi, sufficiente che trascorrano dieci o venti giorni, a seconda della durata infrasemestrale o ultrasemestrale dei contratti.
Quanto sopra ha determinato, inevitabilmente, l’insorgere di dubbi interpretativi in relazione agli accordi già stipulati dalla contrattazione collettiva ed aziendale che avevano ridotto la durata degli intervalli, in deroga ai più lunghi termini previsti dalla riforma Fornero.
Al riguardo, il Ministero del Lavoro ha precisato che “i predetti accordi vanno necessariamente contestualizzati nel quadro normativo previgente, che aveva allungato notevolmente la durata degli intervalli fra due contratti a termine e sono intervenuti a “flessibilizzare” la disciplina al momento vigente entro i limiti legali consentiti” (Ministero del Lavoro, nota 4.10.2013).
Appare quindi evidente, a parere del Ministero, come la regolamentazione contrattuale che prevedeva termini “ridotti” di venti e trenta giorni, debba considerarsi superata dal recente intervento normativo che ha nuovamente diminuito, in via ordinaria, lo spazio temporale tra due contratti “in qualche modo “vanificando” – gli interventi di flessibilizzazione già posti in essere”.
Per concludere, il Ministero ha precisato che eventuali previsioni, da parte della contrattazione collettiva, nell’ambito della sua autonomia, di intervalli di maggior durata rispetto a quelli previsti dall’art. 5, comma 3, D.lgs. n. 368 del 6.09.2001 produrranno esclusivamente effetti obbligatori tra le parti stipulanti.
(Valentina Tavernese – v.tavernese@lascalaw.com)
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