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Il cognome della mamma ai figli anche per le coppie sposate è un diritto!Diritti Europa
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Posted by: Dora Tucci in Categorie Violazioni CEDU, Discriminazione, I diritti in Europa, Vita privata e familiare 10 febbraio 2014
Una sentenza emblematica, questa della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, la cui pronuncia porterà presto una variazione nel sistema giuridico italiano: una riforma legislativa, che avrà un importante impatto sociale. La Corte ha sottolineato l’importanza dell’uguaglianza tra i sessi, riconoscendo come violazione dei diritti umani l’obbligo per i coniugi italiani di dare ai propri figli il solo cognome del padre. In Italia è infatti tradizione radicata nei secoli quella di dare ai figli il cognome del papà; e se i genitori decidessero di dare il cognome della mamma? A partire dal 2014, con questa sentenza della CEDU, le cose potrebbero cambiare.
Per i coniugi ricorrenti il caso ebbe origine nel 1999, quando, con la nascita della loro prima figlia Maddalena, la signora Alessandra Cusan e il signor Luigi Fazzo scelsero di chiamare la loro figlia con il cognome materno. Una scelta di tipo personale, che fu però rigettata dall’ ufficio anagrafe di Milano; rifiuto che li costrinse a chiamare la piccola con il cognome del padre.
I neo-genitori avviarono subito un procedimento presso il Tribunale di Milano, contestando l’accaduto: in Italia nessuna legge vieta ad una coppia sposata di dare il cognome materno ai propri figli.
Il tribunale però rigettò il ricorso, osservando che, pur non essendoci una norma scritta che neghi la loro richiesta, il dare ai figli il cognome paterno è un principio di diritto consuetudinario, una “tradizione”, un costume radicato nella coscienza dei cittadini italiani, che risale a periodi molto antichi.
Nel 2002 la Corte di Appello di Milano confermò la precedente sentenza, ma i coniugi si rivolsero alla Corte di Cassazione, la quale richiese alla Corte Costituzionale un giudizio di legittimità costituzionale. La Corte delle leggi ha dichiarato inammissibile la questione; ma ha definito il nostro sistema come il risultato di una visione patriarcale della famiglia, originatasi nel periodo romano, notando, inoltre, che l’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne avrebbe dovuto essere attuata a seguito della Convenzione stipulata proprio a tale scopo, e ratificata dall’Italia nel 1985 (Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna). La Corte di Cassazione, a seguito di questa sentenza della Corte Costituzionale, rigettò la questione, rimandandola simbolicamente al legislatore, unico soggetto che avrebbe potuto modificare tali norme.
Nel 2011 i genitori di Maddalena richiesero la possibilità, non di cambiare il cognome della figlia, ma di aggiungere semplicemente quello della madre. Infatti, il decreto del Presidente della Repubblica n ° 396 del 2000, entrato in vigore dopo la nascita della piccola, all’articolo 84 , previde la possibilità di aggiungere un altro cognome facendo esplicita richiesta al Ministero dell’Interno e indicando i motivi. La richiesta fu accolta nel 2012, ma i ricorrenti decisero comunque di “portare” il caso dinanzi alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non per ottenere un risarcimento in denaro, ma per vedersi riconosciuta la violazione di cui si ritenevano vittime: l’articolo 8 della Convenzione
Nel loro ricorso denunciarono la “scelta” obbligata di dover chiamare la loro figlia con il cognome del padre, sostenendo che dovrebbero essere i genitori a compiere tale decisione in piena libertà. In Italia infatti, ogni figlio legittimo viene inserito nel registro civile con il solo cognome del padre, senza possibilità di deroga, anche se c’è il consenso tra i coniugi di utilizzare il cognome della madre.
I ricorrenti lamentarono, pertanto, la violazione dell’articolo 14 CEDU (divieto di discriminazione), in combinato disposto con l’articolo 8 CEDU (diritto al rispetto della vita privata e familiare).
Il Governo italiano si difende contro questo ricorso, sostenendo che i ricorrenti non avevano subito un pregiudizio così grave da ricorrere alla Corte EDU, aggiungendo inoltre che la richiesta dei ricorrenti di aggiungere un secondo cognome al primo fu subito accolta dal prefetto.
Ma la Corte, ritenendo non rilevanti l’eccezioni addotte dal Governo, con la Sentenza Cusan e Fazzo c. Italia del 7 gennaio 2014, ha dichiarato, a maggioranza di 6 voti contro 1, la violazione dell’articolo 14, combinato con l’ articolo 8 della Convenzione.
Questa sentenza non è solo una vittoria per i ricorrenti, ma un “nuovo inizio” per il sistema giuridico italiano e il Diritto di Famiglia italiano. La Corte infatti conclude la sentenza invitando lo stato italiano a riformare la legislazione e la prassi, dovendo rendere legge e pratica coerenti con le conclusioni raggiunte in questa decisione, e garantire il rispetto dei requisiti di cui agli articoli 8 e 14 della Convenzione. Ora dobbiamo attendere che il nostro Paese si adegui a questo invito, sperando che i soliti lunghi tempi necessari per la burocrazia non prevalgono ancora una volta sulla giustizia. Questa volta l’Italia dovrà mettere da parte la tradizione, e lasciar posto all’uguaglianza tra gli individui, uomini e donne, e al rispetto delle decisioni individuali dei singoli, che sempre più divergono con quelle che sono le antiche abitudini e usanze.
La sentenza è reperibile qui: Cusan e Fazzo c. Italia, del 07 Gennaio 2014.
Art 14 CEDU Art 8 CEDU Işıl Karakaş Italia Seconda Sezione	2014-02-10
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