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Timestamp: 2020-08-05 09:50:23+00:00
Document Index: 31683653

Matched Legal Cases: ['art. 1363', 'art. 12', 'art. 1363', 'art. 1161', 'art. 1363', 'art. 1363', 'art. 1363', 'art. 1362', 'art. 1363', 'art. 1363', 'art. 1363', 'sentenza ', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 1363', 'sentenza ', 'art. 1363', 'sentenza ', 'art. 1363', 'art. 1367', 'art. 1325', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 17', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1363', 'sentenza ', 'art. 1363', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1363', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1363', 'sentenza ', 'art. 1363', 'art. 1363', 'sentenza ']

Art. 1363 codice civile - Interpretazione complessiva delle clausole - Brocardi.it
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Articolo 1363 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1363 Codice civile
Le clausole del contratto si interpretano le une per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risulta dal complesso dell'atto(1).
(1) La norma si rifà al concetto di interpretazione sistematica (art. 12 delle preleggi).
La norma si spiega considerando che il contratto non è un insieme di proposizioni isolate ma è il frutto della loro sintesi.
Spiegazione dell'art. 1363 Codice civile
L'unita contrattuale. Unità apparente ed unità reale
L'articolo 1363 riproduce testualmente l'art. #1136# del codice del 1865, che, a sua volta, proviene dall'art. 1161 del codice civile francese ispirato dalle massime del Pothier. Esso muove dal concetto della unità contrattuale, per effetto di un atto di volontà che raccoglie tutte le parti della stipulazione in un complesso concettualmente unico, animato da una causa unitaria. L’unità deve essere reale. Sono casi di unità apparente, ma non reale:
a) La stipulazione in uno strumento unico di negozi di per sè estranei l'uno all'altro, come l'assunzione di un impiegato per l'ufficio, la locazione di un appartamento per villeggiatura, quando nessun nesso sussista fra i due affari, salvo che quello estrinseco di vertere fra le stesse persone ed essere menzionate nello stesso documento. E’ questione di fatto che può essere di difficile soluzione, lo stabilire se manchi fra i due contratti quel nesso che potrebbe unificarli. E’ evidente che se il nesso manca, l'art. 1363 non è applicabile, se .non nell'interno di ciascuna stipulazione.
b) Il caso più frequente e più delicato e quello di un contratto modificato con accordi successivi. Accade talora che proposte e controproposte si susseguano in una corrispondenza di affari, con inizio ed avviamento di esecuzione anche prima che l'accordo sia perfetto in ogni parte. Ad un certo punto l'ultima divergenza si compone, l'accordo si perfeziona. Ma poi il carteggio prosegue, nuove proposte e controproposte si alternano, e quasi insensibilmente il contratto originario si modifica per effetto di nuovi accordi, che giurigono più tardi a maturazione, variando, per qualche parte, il contratto originario. Quando così accade, vi è indubbio legame fra il primo accordo e quello successivo, che tiene fermo il primo, probabilmente per la maggior parte; ma i contratti sono due e differenti; il primo, per la parte non contenuta nel secondo, può giovare ad interpretare il secondo, in virtù del secondo comma dell'articolo 1362, ma non in virtù dell'art. 1363.
Criteri per valutare l’unità contrattuale ai fini della interpretazione
Quando vi è unità reale, l'art. 1363 vuole che ogni parte giovi a far luce su quella da interpretare. Già Celso diceva : incivile est, nisi tota lege perspecta, una aliqua particula eius proposita, iudicare vel respondere. La considerazione delle parti concomitanti giova, sia per intendere la lettera, sia per risalire all'intenzione, secondo i dettati dell'art. 1362. Così se un vocabolo ammette più sensi, si presume che i contraenti lo abbiano usato, in una clausola, nello stesso senso come nelle altre. Se un'intenzione può essere intesa in più modi, si presume che essa si debba intendere nel modo conforme, e non nel modo contrario al proposito che ha ispirato tutto il contratto, e le varie sue parti. Se i contraenti nel preambolo (che esso pure fa parte del contratto) dissero di voler compiere un atto di donazione, alcuni oneri previsti in qualche clausola si interpreteranno come condizioni imposte al donatario e non come corrispettivi che sarebbero in contrasto coll’animus donandi. Così un patto finale che ne modifichi uno iniziale, sarà interpretato, per la sua sede, come postilla derogatoria, anche senza espressa menzione, quando le circostanze lo mettano in evidenza.
Nello studio delle varie clausole si può riscontrare che esse sono sorte come proposte od anche come proposte accettate, in successivi momenti, e che le parti diversamente hanno opinato sul contratto intero, in ciascuno di questi tempi che si sono susseguiti. Non per questo l'unità contrattuale vien meno, onde l'art. 1363 si applica anche in tale ipotesi. Ma per osservare tale articolo, bisogna concettualmente riportare la clausola al posteriore momento in cui la stipulazione divenne perfetta, ciò che corrisponde alla volontà dei contraenti che, nell'intendersi sull'ultimo dettaglio contrattuale, vollero tener fermo tutto l'accordo: e ciò vale anche se risulti che i contraenti diversamente intesero il singolo patto allorché lo proposero, e perfino allorché lo accettarono come parte di contratto non ancora perfezionato.
Massime relative all'art. 1363 Codice civile
Cass. civ. n. 2267/2018
Alla luce del principio enunciato dall'art. 1363 c.c., il giudice non può, nella interpretazione dei contratti arrestarsi ad una considerazione "atomistica" delle singole clausole, neppure quando la loro interpretazione possa essere compiuta, senza incertezze, sulla base del "senso letterale delle parole", poiché anche questo va necessariamente riferito all'intero testo della dichiarazione negoziale, onde le varie espressioni che in essa figurano vanno coordinate fra loro e ricondotte ad armonica unità e concordanza. (Nella specie, la S.C., in applicazione del principio, ha cassato la sentenza impugnata che aveva riconosciuto l’esenzione dell’imposta di cui all’art. 8, comma 1, lett. a), del d.p.r. n. 633 del 1972, assumendo la sussistenza di un'operazione triangolare, in violazione della regola della c.d. interpretazione sistematica, trascurando l'esame di alcune clausole che risultavano rilevanti al fine di accertate il reale significato della volontà contrattuale e l'esistenza di un'operazione quadrangolare).
(Cassazione civile, Sez. V, ordinanza n. 2267 del 30 gennaio 2018)
Cass. civ. n. 7927/2017
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7927 del 28 marzo 2017)
Cass. civ. n. 19779/2014
Nell'interpretazione del contratto collettivo, è necessario procedere, ai sensi dell'art. 1363 cod. civ., al coordinamento delle varie clausole contrattuali, anche quando l'interpretazione possa essere compiuta sulla base del senso letterale delle parole, senza residui di incertezza, poiché l'espressione "senso letterale delle parole" deve intendersi come riferita all'intera formulazione letterale della dichiarazione negoziale e non già limitata ad una parte soltanto, qual è una singola clausola del contratto composto di più clausole, dovendo il giudice collegare e confrontare fra loro frasi e parole al fine di chiarirne il significato, tenendo altresì conto del comportamento, anche successivo, delle parti. (Omissis).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 19779 del 19 settembre 2014)
Cass. civ. n. 9755/2011
Nell'interpretazione dei contratti, l'art. 1363 c.c. impone di procedere al coordinamento delle varie clausole e di interpretarle complessivamente le une a mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso risultante dall'intero negozio; pertanto, la violazione del principio di interpretazione complessiva delle clausole contrattuali si configura non soltanto nell'ipotesi della loro omessa disamina, ma anche quando il giudice utilizza esclusivamente frammenti letterali della clausola da interpretare e ne fissa definitivamente il significato sulla base della sola lettura di questi, per poi esaminare "ex post" le altre clausole, onde ricondurle ad armonia con il senso dato aprioristicamente alla parte letterale, oppure espungerle ove con esso risultino inconciliabili.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 9755 del 4 maggio 2011)
Cass. civ. n. 1950/2009
In tema di contratti, il giudice di merito, anche a fronte di una clausola estremamente generica ed indeterminata, deve comunque presumere che sia stata oggetto della volontà negoziale, sicché deve interpretarla in relazione al contesto (art. 1363 cod. civ.) per consentire alla stessa di avere qualche effetto (art. 1367 cod. civ.) e, solo se la vaghezza e la genericità siano tali da rendere impossibile attribuire ad essa un qualsivoglia rilievo nell'ambito dell'indagine (art. 1325 cod. civ.) volta ad accertare la sussistenza ed il contenuto dei requisiti del contratto, ovvero siano tali da far ritenere che la pattuizione in esame non sia mai concretamente entrata nella sfera della effettiva consapevolezza e volontà dei contraenti, può negare ad essa efficacia qualificandola come di clausola "stile".
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1950 del 27 gennaio 2009)
Cass. civ. n. 5287/2007
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5287 del 8 marzo 2007)
Cass. civ. n. 6264/2006
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6264 del 21 marzo 2006)
Cass. civ. n. 5637/2006
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5637 del 15 marzo 2006)
Cass. civ. n. 5125/2006
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5125 del 9 marzo 2006)
Cass. civ. n. 4849/2006
L'interpretazione delle clausole regolamentari di diritto privato è demandata al giudice del merito ed è censurabile in sede di legittimità solo per vizi di motivazione e violazione delle norme di ermeneutica. (Nella fattispecie, la S.C., con riguardo al motivo attinente all'assunta violazione e falsa applicazione dell'art. 17, lett. e), della Sezione trattamenti riconosciuti ad esaurimento del Regolamento dell'Istituto Poligrafico, fondata sulla supposta interpretazione illegittima del giudice di appello che aveva fatto decorrere l'entrata in vigore di tale norma dalla data di modificazione del suddetto articolo e non dalla data di approvazione del Regolamento, lo ha rigettato rilevando che la Corte di appello aveva correttamente ritenuto che la norma regolamentare modificata non poteva che regolare i passaggi di livello successivi alla modifica, secondo un'interpretazione letterale della norma, senza che, perciò, potesse ravvisarsi alcuna violazione dei criteri ermeneutici).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 4849 del 7 marzo 2006)
Cass. civ. n. 1552/2006
Nell'interpretazione delle clausole dei contratti collettivi di diritto comune si deve fare innanzitutto riferimento al significato letterale delle espressioni usate e, quando esso risulti univoco, è precluso il ricorso a ulteriori criteri interpretativi, i quali esplicano solo una funzione sussidiaria e complementare nel caso in cui il contenuto del contratto si presti a interpretazioni contrastanti. (Nel caso di specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata rilevandone l'adeguatezza della motivazione, con riguardo alla corretta applicazione dei canoni ermeneutici di cui agli artt. 1362 ss. c.c. in ordine ai contratti ed accordi succedutisi nel tempo, e segnatamente del 25 settembre 1997 e del 16 gennaio 1998 riferiti ai dipendenti della Spa Poste Italiane, in relazione all'ambito di operatività dei termini di durata apposti ai singoli contratti di lavoro).
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 1552 del 26 gennaio 2006)
Cass. civ. n. 261/2006
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 261 del 11 gennaio 2006)
Cass. civ. n. 6641/2004
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 6641 del 5 aprile 2004)
Cass. civ. n. 10298/2002
In tema di interpretazione del contratto, qualora la medesima vicenda negoziale ed i relativi effetti abbiano formato oggetto di due o più atti scritti, il giudice è tenuto, giusta disposto dell'art. 1363 c.c., ad esaminare tutte le convenzioni intercorse tra le parti sì come risultanti dai documenti all'uopo formati, stabilendo, altresì, il rapporto tra clausole e documenti, se di chiarimento, di integrazione, di modificazione, di trasformazione o di annullamento delle precedenti pattuizioni. (Nella specie, a seguito di condanna al pagamento di una somma in seno ad un procedimento monitorio basato su di una fattura, la società opponente deduceva che, per effetto della scissione parziale di alcuni rami di azienda, le relative passività — tra cui quelle inerenti alla fattura de qua — erano state trasferite ad altra società, senza che tale circostanza fosse stata debitamente considerata dal giudice di appello, il quale aveva confermato il rigetto dell'opposizione pronunciata dal giudice di primo grado. La S.C., nel cassare la sentenza, ha enunciato il principio di diritto di cui in massima).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 10298 del 16 luglio 2002)
Cass. civ. n. 9021/2001
Nella interpretazione delle clausole dei contratti collettivi, il senso letterale delle parole usate dalle parti sociali, pur costituendo necessario punto di partenza della indagine ermeneutica, non può avere carattere prioritario nella identificazione della concorde volontà delle parti, che sovente non trova piena e chiara corrispondenza nel tenore testuale delle espressioni utilizzate nel documento; mentre preminente rilievo va attribuito al canone interpretativo dettato dall'art. 1363 c.c. Né, avuto riguardo alla specificità della materia, può prescindersi, nell'attività di interpretazione del nuovo contratto collettivo, in particolare quando questo introduce nuovi inquadramenti e nuovi livelli, dall'esame della precedente contrattazione, al fine di individuare la portata delle innovazioni introdotte. Tale interpretazione, riservata al giudice del merito, soggiace, in sede di legittimità, ad un sindacato limitato alla verifica del rispetto dei suddetti criteri di ermeneutica contrattuale nonché alla osservanza della coerenza e logicità della motivazione.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 9021 del 3 luglio 2001)
Cass. civ. n. 10500/2000
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 10500 del 9 agosto 2000)
Cass. civ. n. 5599/1999
Sussiste violazione delle norme sull'interpretazione dei contratti, e in particolare del criterio dell'interpretazione complessiva stabilito dall'art. 1363 c.c., qualora sia omessa, pur ricorrendone le condizioni, l'applicazione del predetto criterio e non anche quando il criterio stesso sia utilizzato soltanto rispetto ad alcune delle clausole contrattuali, costituendo tale limitazione - attuata ovviamente in relazione ad un risultato di univoca significazione, consentito dall'indagine già espletata - esercizio del potere discrezionale del giudice del merito di individuare gli elementi di giudizio utili e necessari per la formazione del proprio convincimento in ordine ad un determinato accertamento.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5599 del 7 giugno 1999)
Cass. civ. n. 312/1997
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 312 del 14 gennaio 1997)
Cass. civ. n. 1877/1995
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 1877 del 21 febbraio 1995)
Cass. civ. n. 5586/1993
Il criterio di interpretazione complessiva delle clausole contrattuali, di cui all'art. 1363 c.c., trova applicazione anche per le previsioni di contratti collettivi di diverso livello, tra le quali esista un rapporto di reciproca correlazione.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 5586 del 17 maggio 1993)
Cass. civ. n. 237/1978
L'interpretazione complessiva delle clausole contrattuali, disposta dall'art. 1363 c.c., non postula necessariamente la validità delle clausole utilizzate come strumento di ricostruzione della volontà dei contraenti, in quanto le clausole contrattuali valgono nell'indagine ermeneutica per il loro rilievo di mero fatto, significante un dato contenuto negoziale, e non già per la loro idoneità a produrre effetti giuridici, che può anche mancare. Pertanto, una clausola contrattuale, anche non valida e perciò inidonea a produrre effetti giuridici negoziali, può e deve essere utilizzata a norma dell'art. 1363 c.c. per la ricostruzione dell'esatto contenuto di altre clausole non affette da nullità.
(Cassazione civile, Sez. Lavoro, sentenza n. 237 del 18 gennaio 1978)