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Timestamp: 2019-02-20 16:37:42+00:00
Document Index: 173023608

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 8', 'sentenza ', 'art.25']

Social Media | Studio Legale Gennaro Orlando
E’ stata pubblicata sulla G.U. 3 giugno 2017, n. 127 la legge 29 maggio 2017, n. 71 recante «Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo». Le nuove disposizioni entreranno in vigore il prossimo 18 giugno. Da quel momento, ciascun minore ultraquattordicenne, ciascun genitore o soggetto esercente la responsabilità sul minore che abbia subito un atto di bullismo potrà chiedere al gestore del sito o del social media l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi dato personale diffuso online. È quanto previsto, tra l’altro, dalla legge 29 maggio 2017, n. 71, pubblicata sulla G.U. 3 giugno 2017, n. 127. Il testo prevede anche iniziative volte a prevenire il fenomeno del cyberbullismo definito come «qualunque forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, acquisizione illecita, manipolazione, trattamento illecito di dati personali in danno di minorenni, realizzata per via telematica, nonché la diffusione di contenuti online aventi ad oggetto anche uno o più componenti della famiglia del minore il cui scopo intenzionale e predominante sia quello di isolare un minore o un gruppo di minori ponendo in atto un serio abuso, un attacco dannoso, o la loro messa in ridicolo». In particolare, ai sensi dell’art. 3, sarà istituito un tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del fenomeno che vede la partecipazione di diversi enti per la realizzazione di un piano di azione integrato, l’art. 4 prevede invece l’adozione di linee di orientamento per la prevenzione ed il contrasto in ambito scolastico. L’art. 7 infine introduce la possibilità, per il minore di 14 anni che compia atti di bullismo nei confronti di un coetaneo, di essere sottoposto all’ammonimento del questore previsto dall’art. 8, commi 1 e 2, d.l. n. 11/2009 in materia di stalking.
Non basta una critica – veniale – sul social network per licenziare il dipendente. La Corte di Cassazione con al sentenza 13799 /17, depositata ieri, dà seguito alla giurisprudenza in tema di conseguenze sanzionatorie del licenziamento disciplinare illegittimo, nel regime disciplinato dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, come modificato dalla legge n. 92 del 2012.
All’origine del contenzioso, il licenziamento intimato a una lavoratrice per aver postato, sulla propria pagina Facebook, espressioni il cui contenuto veniva ritenuto dal datore di lavoro «oggettivamente diffamatorio, sia nei confronti della stessa società che nei confronti della legale rappresentante». Tali espressioni divenivano oggetto di valutazioni contrastanti da parte dei giudici di merito. In primo grado, infatti, il Tribunale confermava il licenziamento ritenendo che le stesse integrassero una «gratuita ed esorbitante denigrazione» della società, e che fossero altresì caratterizzate «dalla precisa intenzione di ledere, con l’attribuzione di un fatto oggettivamente diffamatorio, la reputazione del proprio datore di lavoro». All’opposto, la Corte di Appello riteneva il licenziamento illegittimo e condannava la società a reintegrare la lavoratrice e a risarcirle il danno in misura pari alla retribuzione globale di fatto dal momento del licenziamento al saldo. Avverso tale ultima decisione ricorre per Cassazione la società datrice di lavoro, lamentando che la Corte di Appello non avesse osservato il principio (enunciato da Cassazione 23669/2014) secondo cui il nuovo articolo 18 riconosce la tutela reintegratoria «solo in caso di insussistenza del fatto materiale posto a fondamento del licenziamento, sicché ogni valutazione che attenga al profilo della proporzionalità della sanzione rispetto alla gravità della condotta contestata non è idonea a determinare la condanna del datore di lavoro alla reintegrazione del lavoratore». Le doglianze della società, tuttavia, sono state ritenute infondate dalla Cassazione, che richiamando i propri precedenti in materia, ha precisato come l’insussistenza del fatto contestato debba comprendere anche le ipotesi «del fatto sussistente ma privo del carattere di illiceità» (Cassazione n. 20540 del 2015), nel senso che l’assenza di illiceità di un fatto materiale pur sussistente, «deve essere ricondotta all’ipotesi, che prevede la reintegra nel posto di lavoro, dell’insussistenza del fatto contestato, mentre la minore o maggiore gravità (o lievità) del fatto contestato e ritenuto sussistente, implicando giudizio di proporzionalità, non consente l’applicazione della cosiddetta tutela reale» (Cassazione n. 18418 del 2016).
Ieri c’erano le prime chat e i forum, oggi i social network da quando la rete ha cambiato il nostro modo di comunicare e lavorare, pedofili e pedopornografi l’hanno sempre utilizzata per scambiarsi materiale o adescare le proprie vittime. E negli anni, nonostante il sempre maggior interesse delle forze dell’ordine e dei colossi della tecnologia al contrasto del fenomeno, la situazione non sembra essere migliorata, anzi. L’ultima conferma arriva da Meter , onlus di ispirazione cattolica che collabora con la Polizia postale, e che ha da poco diramato il suo ultimo rapporto relativo al 2016: due milioni di immagini censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente; tonnellate di giga che hanno come protagonisti involontari e inermi bambini e persino neonati (esiste un portale specifico che ha una chat con dialoghi in italiano). Di più: le vittime dagli 0 ai 3 anni sono in aumento e i loro carnefici hanno imparato a non lasciare tracce: «Grazie a servizi come Dropfile, che consentono lo scambio temporaneo di file – si legge nel report – ci si dà appuntamento virtuale su una chat, si rende il materiale disponibile al massimo 24 ore e poi lo si cancella. In questo modo la finestra in cui le autorità possono intervenire si restringe notevolmente». L’approdo principale per scambiarsi materiale pedopornografico in rete resta sempre il dark web. Per accedervi basta usare il software gratuito Tor: il programma, utilizzato anche da attivisti per comunicare in sicurezza in paesi sottoposti a regimi che limitano la libertà, è diventato uno dei preferiti degli orchi proprio perché garantisce un totale anonimato. In questo modo i pedofili diventano difficili da identificare e perseguire ed è molto complesso risalire al loro indirizzo IP. Purtroppo queste pagine muoiono e rinascono senza soluzione di continuità. E male che vada si spostano appunto sul meno controllabile dark web. A cambiare in maniera significativa negli ultimi anni è la fonte da cui i pedofili prendono il loro materiale: i social network che usiamo tutti. Quelle foto che per i genitori rappresentano immagini d’amore familiare e innocenza, per un pedofilo possono infatti costituire un bottino prezioso. Almeno la metà del materiale rinvenuto nei siti pedopornografici proviene dai profili Facebook di mamme e papà che volevano soltanto socializzare un frammento di gioia familiare. Non tenendo però conto dei pericoli. Perché una volta che si è condivisa una foto se ne perde il controllo e, una volta in circolo, l’immagine potrà essere replicata e moltiplicata restando online per sempre. A confermarlo sono i dati della ricerca della Australia’s new Children’s eSafety , organismo che sovrintende alla sicurezza dei minori davanti al pc o a un telefonino. Passando in rassegna le decine di milioni di scatti pedopornografici sequestrati dalla polizia nazionale australiana, è emerso che a essere immortalati erano stati, per un cinquanta per cento dei casi, bambini intenti a svolgere normalissime attività quotidiane come nuotare, fare sport, giocare al parco. Tutte (o quasi) foto rubate da Facebook e in misura minore da Instagram.
Non è la ”legge migliore possibile” quella definitivamente approvata ieri dalla Camera contro il cyber bullismo ma un punto di partenza, come hanno ripetuto diversi deputati dei vari gruppi parlamentari intervenuti in aula, per dare una risposta efficace non solo di repressione, ma anche di educazione e formazione dei giovani a un fenomeno in preoccupante crescita. Il testo è rimbalzato tre volte tra le commissioni e le aule di palazzo Madama e di Montecitorio ed era arrivato di nuovo a Montecitorio per la quarta lettura (quella definitiva) lo scorso 31 gennaio. Limitare gli effetti del provvedimento ai minori o estenderlo ai maggiorenni, è stato questo per due anni il vero nodo della legge. Il testo originario (elaborato dalla senatrice del Pd, Elena Ferrari) era circoscritto ai minorenni ma la Camera in seconda lettura lo ha modificato, allargandolo agli over 18. La legge varata dalla Camera circoscrive il raggio d’azione ai minorenni e conferma l’ultima impostazione adottata al Senato, che privilegia la prevenzione e gli interventi di carattere educativo, rispetto al testo Camera che alle misure educative affiancava anche strumenti di natura penale. Il testo agisce solo sul fenomeno cyberbullismo, avendo soppresso ogni riferimento al bullismo che pure era presente nelle versione elaborata in seconda lettura dalla Camera. Identikit del cyberbullo. Entra per la prima volta nell’ordinamento una puntuale definizione legislativa di cyberbullismo. Bullismo telematico è ogni forma di pressione, aggressione, molestia, ricatto, ingiuria, denigrazione, diffamazione, furto d’identità, alterazione, manipolazione, acquisizione o trattamento illecito di dati personali realizzata per via telematica in danno di minori. Nonché la diffusione di contenuti online (anche relativi a un familiare) al preciso scopo di isolare il minore mediante un serio abuso, un attacco dannoso o la messa in ridicolo. Il minore che abbia compiuto 14 anni e sia vittima di bullismo informatico (nonché ciascun genitore o chi esercita la responsabilità sul minore) può rivolgere istanza al gestore del sito Internet o del social media per ottenere l’oscuramento, la rimozione o il blocco di qualsiasi altro dato personale del minore diffuso su Internet che deve essere eseguita entro 48 ore dall’istanza. Viene istituito un tavolo tecnico per la prevenzione e il contrasto del cyberbullismo e prevede l’adozione, da parte del ministero dell’Istruzione – di concerto con il ministero della Giustizia – di apposite linee di orientamento prevenzione e il contrasto del fenomeno nelle scuole. In particolare, le linee di orientamento dovranno prevedere una specifica formazione del personale scolastico, la promozione di un ruolo attivo degli studenti e la previsione di misure di sostegno e rieducazione dei minori coinvolti. In ogni istituto scolastico dovrà essere designato un docente con funzioni di referente per le iniziative contro il cyberbullismo, che collaborerà con le Forze di polizia, le associazioni e con i centri di aggregazione giovanile presenti sul territorio in caso di necessità. Le scuole sono chiamate a elaborare interventi di prevenzione e informazione, con la promozione dell’uso consapevole di internet. In caso di episodi di bullismo via web, il questore può ammonire l’autore con un provvedimento analogo a quello adottato per lo stalking: fino a quando non sia stata presentata querela o denuncia per i reati di ingiuria, diffamazione, minaccia o trattamento illecito di dati personali commessi, mediante Internet, da minorenni sopra i 14 anni nei confronti di altro minorenne, il questore potrà convocare il minore responsabile (insieme a almeno un genitore o a altra persona esercente la responsabilità genitoriale), ammonendolo oralmente ed invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge.
WhatsApp pratiche commerciali scorrette
WhatsApp, il colosso della messaggistica istantanea, è stato multato duramente con una sanzione di ben tre milioni di euro dall’Autorità Antitrust nazionale per violazione del Codice del Consumo ai danni degli utenti. L’Autorità Antitrust (AGCM), con due distinti provvedimenti, ha chiuso i due procedimenti istruttori avviati da circa un anno nei confronti di WhatsApp Messanger. La prima istruttoria, la n. PS10601, riguardava una condotta posta in essere dall’azienda californiana che, come noto, dal 2014 era stata acquisita al gruppo Facebook. Nell’agosto 2016, infatti, la società di messaggistica modificava le condizioni di utilizzo del sistema, richiedendo agli utenti l’autorizzazione alla condivisione dei propri dati con Facebook indicata come essenziale ed irrinunciabile per poter fruire dell’applicazione. Lo scopo della condivisione dei dati con Facebok, a detta di WhatsApp, era quello di “migliorare le proprie esperienze con le inserzioni e i prodotti di Facebook”, a detta dell’AGCM corrispondeva invece a “finalità di Facebook relative a propri prodotti e a finalità pubblicitarie”, quindi finalità di advertising e di marketing a scopo economico, commerciale e lucrativo. L’Autorità, nell’ambito di tale istruttoria, ha ravvisato nella condotta di WatsApp una violazione degli articoli 20, 24 e 25 del Codice del Consumo, in relazione alle modalità di acquisizione del consenso da parte dei propri utenti. La pratica commerciale posta in essere risultava infatti aggressiva in quanto, “mediante indebito condizionamento, era idonea a limitare considerevolmente la libertà di scelta o di comportamento del consumatore medio, inducendolo, pertanto, ad assumere una decisione di natura commerciale che non avrebbe altrimenti preso”. Infatti, l’autorizzazione alla condivisione per i nuovi utenti WhatApp era indicata come necessaria per poter iniziare a fruire del servizio e registrarsi al sistema mentre per i clienti già acquisiti veniva celata la pure esistente facoltà di negare il consenso attraverso giochi di opzioni pre-impostate e false indicazioni circa la necessità dell’autorizzazione, tali da indurre, come di fatto è stato, gran parte degli utenti ad accettare i nuovi termini di utilizzo. In virtù di ciò, qualificata la condotta di WhatsApp come pratica commerciale scorretta ed aggressiva in violazione della normativa a tutela del consumatore, l’Autorità Antitrust ha sanzionato la società californiana con una multa di 3 milioni di euro, vietandole la prosecuzione della condotta. Con il secondo procedimento istruttorio, il n. CV154, l’Autorità Antitrust ha indagato sulla vessatorietà di alcune clausole contenute nelle condizioni e termini di utilizzo dell’app di messaggistica, in quanto tali da determinare, a carico del consumatore, un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto.
La rivoluzione tecnologica dell’ultimo ventennio ha influenzato la maggior parte delle attività umane, coinvolgendo ogni aspetto sociale e giuridico dei consociati, di tipo lavorativo, politico, privato, pubblicistico. Alla carica innovatrice e rivoluzionaria del fenomeno Internet, certamente non sfugge la più alta forma di attività umana, che ogni cosa ricomprende, ovvero il diritto, considerato come ordinamento del sociale. L’avvento dell’era digitale, in particolare sul piano del diritto penale sostanziale, ha determinato una trasformazione nella fisionomia delle tradizionali forme di criminalità, inducendo altresì una crescita esponenziale della frequenza con cui, grazie all’uso dello strumento informatico, sono perpetrati gli illeciti comuni. Ma i nodi più problematici della “rivoluzione digitale” si devono sciogliere da una prospettiva strettamente processuale e si riscontrano nel fatto che la prova, nella sub-specie documentale, finisce ormai quasi sempre nell’annidarsi in dispositivi di memorizzazione virtuale delle informazioni. Il computer, in senso lato, ha acquisito, al giorno d’oggi, una importanza sempre maggiore quale fonte probatoria rispetto a qualunque forma di processo penale, dalle indagini previste per i reati associativi legati alla criminalità organizzata a quelle previste per i casi di terrorismo internazionale, sino ai casi di omicidio, smettendo di rilevare esclusivamente quale elemento costitutivo della fattispecie o come mezzo attraverso il quale viene realizzato l’illecito. Tutto questo ha prodotto difficoltà di contrasto sempre maggiori in capo alle autorità investigative, in diretta correlazione con le infinite potenzialità di Internet e del Cyberspazio. Tali crescenti difficoltà, al fine di rimanere al passo con i tempi, hanno sollecitato gli inquirenti a spingersi oltre le frontiere tradizionali dell’investigazione, spesso eccedendo il limite che in uno Stato di diritto è rappresentato dal rispetto delle garanzie individuali e costituzionali. Lo scontro tra nuove metodologie investigative e nuove forme di criminalità, all’interno del processo penale, si traduce nello sforzo continuo da parte del legislatore e degli interpreti di mediare due essenziali ma contrapposte esigenze: l’accertamento del fatto e la tutela dei diritti fondamentali degli individui coinvolti in tale accertamento. Il punctum dolens è sempre lo stesso: saper trovare un giusto equilibrio tra tutela della società e rispetto dei principi fondamentali della persona. A proposito di digital evidence, si deve porre all’attenzione dell’interprete il concreto pericolo di malleabilità della materia e della possibile alterazione delle fonti di prova, visto l’elevato grado di tecnicità che connota l’intera sedes materiae. Il rischio è quello di una incontrollata ingerenza nel diritto alla privacy degli individui: l’interprete è tenuto a verificare con rigore la compatibilità degli strumenti offerti dal progresso scientifico rispetto ai principi cardine del processo penale, in primis con l’art.25 della Costituzione Repubblicana del ‘48, in secundis con l’esigenza di garanzia del diritto di difesa, inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Il sistema penale italiano, a seguito dell’entrata in vigore della legge 18 marzo 2008, n.48 di ratifica della Convenzione di Budapest sul cybercrime, sembra aver acquisito una consapevolezza maggiore riguardo alla rilevanza di tale tematica, in modo da fronteggiare con disposizioni puntuali e uniformi alle discipline degli altri Paesi europei, i fenomeni emergenti di criminalità informatica. D’altronde, come spesso accade, tutti i tentativi finora portati avanti, si sono rivelati appena sufficienti e non esaustivi, deludendo quelle che erano le più rosee aspettative di molti. È evidente che la scelta del legislatore di conferire un così ampio spazio di discrezionalità al giudice nella regolamentazione di una materia così complessa e delicata, è opinabile e soggetta a critiche, in quanto incauta, per non dire azzardata. Tra i più autorevoli, c’è chi auspica, quindi, nuovi interventi del legislatore, nella speranza che tale impasse possa risolversi rapidamente; cosa più che condivisibile, del resto, se il rispetto dei principi costituzionali rimane il primum movens da salvaguardare.
Un post su Facebook non è mai veramente riservato ai soli “amici”, anche se è pubblicato in un profilo “chiuso”. Se poi si “postano” informazioni su minori l’attenzione deve essere massima. Il principio è stato affermato dal Garante privacy in un provvedimento [doc. web n. 6163649] con il quale ha ordinato a una donna la rimozione dalla propria pagina Facebook di due sentenze, sulla cessazione degli effetti civili del matrimonio, in cui erano riportati delicati aspetti di vita familiare che riguardavano anche la figlia minorenne. L’autorità – intervenuta su segnalazione dell’ex marito che lamentava una violazione del diritto alla riservatezza della figlia – ha ritenuto che la divulgazione dei provvedimenti giurisdizionali in questione fosse incompatibile con quanto stabilito dal Codice privacy. Il Codice vieta infatti la pubblicazione “con qualsiasi mezzo” di notizie che consentano l’identificazione di un minore coinvolto in procedimenti giudiziari, nonché la diffusione di informazioni che possano rendere identificabili, anche indirettamente, i minori coinvolti e le parti in procedimenti in materia di famiglia. Secondo il Garante, poi, l’estrema pervasività della divulgazione su Internet aggrava notevolmente la violazione di diritti della persona, in questo caso per giunta minore di età. Non può essere provata infatti, sempre secondo il Garante, la persistente natura chiusa del profilo e la sua accessibilità a un gruppo ristretto di “amici”, perché il profilo è facilmente modificabile, da “chiuso” ad “aperto”, in ogni momento da parte dell’utente. Vi è, inoltre, la possibilità che un “amico” condivida il post con le sentenze sulla propria pagina, rendendolo visibile ad altri iscritti, determinando così una possibile conoscibilità “dinamica”, più o meno ampia, del contenuto che può estendersi potenzialmente a tutti gli iscritti a Facebook. Nel disporre la rimozione, l’Autorità ha sottolineato infine, che le sentenze consentono di rendere identificabile la bambina nella cerchia di persone che condividono le informazioni “postate” dalla madre sul proprio profilo e contengono dettagli molto delicati, anche inerenti alla sfera sessuale, al vissuto familiare e a disagi personali della piccola.
Mandare un messaggio di cui ci si pente in un momento di debolezza, rabbia o tristezza, può capitare a tutti. La cosa migliore è quella di riflettere bene prima di scrivere a qualcuno, ma per coloro che non riescono sempre a controllare il proprio istinto sta per arrivare la soluzione definitiva: WhatsApp introdurrà la possibilità di cancellare i messaggi inviati, purchè lo si faccia entro due minuti, a patto che il destinatario non li abbia ancora letti. Questa funzione è in corso di sperimentazione ma potrebbe rappresentare un grosso cambiamento per l’applicazione. Attualmente WhatsApp consente di eliminare “a metà” i messaggi inviati, che possono essere cancellati dalla propria chat, ma rimangono su quella di chi l’ha ricevuti. L’idea iniziale della compagnia era quella di lasciare agli utenti ventinove minuti per avere la possibilità di cancellare quello che si era scritto, ma quest’ipotesi è successivamente naufragata e il lasso di tempo per cambiare idea è diminuito fino a 2 minuti. I fruitori dell’app sembrano infatti preferire i due minuti, a confermarlo è un sondaggio condotto da WabetaInfo. Se la funzionalità verrà effettivamente introdotta dunque si tratterebbe di una piccola rivoluzione: la possibilità di eliminare ciò che abbiamo scritto è un’assoluta novità su WhatsApp, ma ricordate che questa ipotesi varrà soltanto nel caso in cui il destinatario non avrà ancora aperto il messaggio. A lettura avvenuta, in ogni caso, l’eventuale disastro sarà irrimediabile.
L’intelligenza artificiale applicata al diritto continua ad ampliare il proprio raggio d’azione. Dopo l’ingresso negli studi legali di tutto il mondo di Ross – un tool creato dall’università di Toronto e supportato dal sistema Watson di IBM, in grado di leggere ed elaborare testi e documenti legali, formulare ipotesi e redigere pareri – l’ultima novità 2.0 interessa i social: l’avvocato del futuro è un bot ideato per Facebook Messanger. Si tratta cioè di un programma autonomo che simula la conversazione in chat con un professionista del diritto, in realtà un sofisticato software capace di automatizzare compiti legati alla sfera giuridica, con l’obiettivo di fornire assistenza legale agli utenti del popolare social network. Il bot è stato ideato da Joshua Browder, classe 1996, nato a Londra, ma attualmente studente presso la rinomata università statunitense di Stanford. L’intuizione del giovane programmatore, come riporta la Repubblica.it, deriva da un’esigenza personale: rimediare alla mole di multe per il parcheggio collezionate appena patentato. Nasce così il chatbot DoNotPay, il cui scopo è quello di assistere gli utenti nella contestazione dei verbali. E i risultati sono davvero sorprendenti: il numero delle multe annullate a New York e in altre città degli Stati Uniti ammonta a 250mila, cifra che garantisce alla consulenza legale di DoNotPay un tasso di efficacia del 60%, al pari, cioè, delle prestazioni di un avvocato di comprovata esperienza. Data l’efficienza dimostrata dal proprio software, nel 2016 Browder decide di riprogrammare il chatbot, già approdato a Facebook, per affrontare altre questioni legali: quello che viene descritto dal suo ideatore come “il primo avvocato robot al mondo” ora può aiutare i richiedenti asilo negli Stati Uniti, in Canada e in Gran Bretagna. “DoNotPay pone all’utente una serie di domande, al fine di determinare se il suo profilo é idoneo alla protezione ai sensi del diritto internazionale. Dopo aver verificato ciò, il chatbot supporta gli assistiti nella compilazione dei moduli per l’immigrazione, l’ I-589 in America, il Canadian Asylum Application in Canada e il formato Asf1 nel Regno Unito”, racconta il giovane studente alla BBC. Una particolare attenzione è stata dedicata anche alla privacy degli utenti: “una volta che le domande vengono compilate e inviate, i nostri server distruggono i dati dopo 10 minuti”, spiega Browder al Guardian. Il prossimo passo è rendere il servizio disponibile in più lingue, in modo da poter raggiungere un numero sempre maggiore di persone.