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Timestamp: 2017-06-25 03:38:49+00:00
Document Index: 39445193

Matched Legal Cases: ['art. 1065', 'art. 1055', 'art. 1067', 'art. 1068', 'art. 1074', 'art. 1073', 'art. 1075', 'art. 949', 'art. 1079']

Articolo del 28/05/2009
SOMMARIO: 1. Il cd. rapporto di servizio tra fondo dominante e fondo servente; 2. Alterazione dell’originario rapporto tra fondo servente e fondo dominante; 3. Tutela processuale del diritto
Il cd. rapporto di servizio tra fondo dominante e fondo servente
Ai sensi dell’articolo 1027 c.c., la servitù consiste nel peso imposto sopra un fondo (fondo servente) per l’utilità di un altro fondo (fondo dominante), appartenente a diverso proprietario. È essenziale, pertanto, questa relazione (rapporto di servizio) tra i due fondi, per cui il fondo dominante si avvantaggia della limitazione che subisce quello servente. L'utilità del fondo dominante, presente o futura, è essenziale della servitù: può consistere nella maggiore comodità del fondo, così come può anche essere inerente alla sua destinazione industriale. Tuttavia, deve sempre essere utilità di un fondo, non quella personale del proprietario. Una particolare ipotesi di servitù – ed invero assai frequente nella prassi – è quella di passaggio, ossia quella servitù che concede il passaggio sul fondo, o sui fondi, altrui. La servitù di passaggio spetta al proprietario del cd. fondo intercluso, ossia del fondo che non ha un accesso diretto alla strada pubblica o che potrebbe realizzarlo solo con eccessivo dispendio o disagio (per esempio, quando il fondo sia destinato ad usi agricoli o industriali, il proprietario di questo ha diritto al passaggio coattivo anche se ha un proprio accesso sulla strada pubblica, ma si tratta di un accesso insufficiente ai bisogni agricoli o industriali del suo fondo).
Per quanto riguarda l’esercizio del diritto reale minore, si prevede che “colui che ha un diritto di servitù non può usarne se non a norma del suo titolo o del suo possesso. Nel dubbio circa la estensione e le modalità di esercizio, la servitù deve ritenersi costituita in guisa da soddisfare il bisogno del fondo dominante col minor aggravio del fondo servente” (art. 1065 c.c.). La costituzione delle servitù può avvenire in due modi: coattivamente, per imposizione della legge, (cd. “servitù coattive”) o per volontà degli interessati (cd. “servitù volontarie): le prime vengono imposte al proprietario di un fondo anche contro la sua volontà, mentre le seconde si originano liberamente su base contrattuale.
Alterazione dell’originario rapporto tra fondo servente e fondo dominante
Nell’ipotesi di alterazione dell’originario rapporto tra fondo servente e fondo dominante, il diritto di servitù viene disciplinato diversamente dal legislatore a seconda che si tratti di servitù coattiva o piuttosto volontaria. Per la servitù di passaggio coattivo si applicano le regole previste agli artt. 1051 c.c. ss. In particolare, trova applicazione l’art. 1055 c.c. (cd. cessazione dell'interclusione), in base al quale si stabilisce che “se il passaggio cessa di essere necessario, può essere soppresso in qualunque tempo a istanza del proprietario del fondo dominante o del fondo servente. Quest'ultimo deve restituire il compenso ricevuto; ma l'autorità giudiziaria può disporre una riduzione della somma, avuto riguardo alla durata della servitù e al danno sofferto. Se l'indennità fu convenuta in annualità, la prestazione cessa dall'anno successivo”. Nel caso di servitù volontaria, trovano invece applicazioni le regole generali di cui agli artt.1063 c.c. L’art. 1067 c.c., denominato “divieto di aggravare o di diminuire l'esercizio della servitù”, stabilisce che “il proprietario del fondo dominante non può fare innovazioni che rendano più gravosa la condizione del fondo servente. Il proprietario del fondo servente non può compiere alcuna cosa che tenda a diminuire l'esercizio della servitù o a renderlo più incomodo”.
Secondo la giurisprudenza, l'aggravamento dell'esercizio in dipendenza della trasformazione operata sul fondo dominante va verificato accertando se l'innovazione abbia alterato l'originario rapporto con il fondo servente e se il sacrificio con la stessa imposto sia maggiore rispetto a quello originariamente previsto, dovendosi valutare non solo la nuova opera in sé stessa ma anche le implicazioni che ne derivano a carico del fondo servente, assumendo al riguardo rilevanza non solo i pregiudizi attuali ma anche quelli potenziali connessi e prevedibili, in considerazione dell'intensificazione dell'onere gravante sul predetto fondo. (Cassazione civile, sez. II, 28 dicembre 2007, n. 27194, in Giust. civ. Mass.2007,12).
Ed ancora, in base all’art. 1068 c.c., si stabilisce che “il proprietario del fondo servente non può trasferire l'esercizio della servitù in luogo diverso da quello nel quale è stata stabilita originariamente. Tuttavia, se l'originario esercizio è divenuto più gravoso per il fondo servente o se impedisce di fare lavori, riparazioni o miglioramenti, il proprietario del fondo servente può offrire al proprietario dell'altro fondo un luogo egualmente comodo per l'esercizio dei suoi diritti, e questi non può ricusarlo. Il cambiamento di luogo per l'esercizio della servitù si può del pari concedere su istanza del proprietario del fondo dominante, se questi prova che il cambiamento riesce per lui di notevole vantaggio e non reca danno al fondo servente. L'autorità giudiziaria può anche disporre che la servitù sia trasferita su altro fondo del proprietario del fondo servente o di un terzo che vi acconsenta, purché l'esercizio di essa riesca egualmente agevole al proprietario del fondo dominante”.
Da tale complesso di norme, si potrebbe quindi evincere che, quando per qualsiasi ragione venga meno quel cd. rapporto di servizio tra i due fondi e l’esercizio della servitù diventi eccessivamente gravoso per il fondo servente, ciò comporti l’estinzione di diritto della servitù stessa.
In realtà, tale soluzione è però espressamente esclusa dallo stesso legislatore che infatti prevede all’art. 1074 c.c. che “l'impossibilità di fatto di usare della servitù e il venir meno dell'utilità della medesima non fanno estinguere la servitù, se non è decorso il termine indicato dall'articolo precedente” (ossia il termine per la prescrizione).
Se ne deduce che, qualora venga a cessare l' "utilitas" della servitù o la concreta possibilità di usarne, il vincolo rimane allo stato di quiescenza, ma non si estingue se non per effetto della prescrizione nel termine di cui all'art. 1073 c.c. Pertanto, fino al momento in cui sia possibile il ripristino, la servitù deve essere tutelata al fine di impedire un mutamento irreversibile dello stato dei luoghi che ne impedisca definitivamente l'esercizio (Cassazione civile sez. II, 30 gennaio 2006, n. 1854, in Giust. civ. Mass.2006,1. In senso conforme cfr. Cass. 14 ottobre 1997 n. 10018). Nello stesso senso, si prevede che la servitù esercitata in modo da trarne un'utilità minore di quella indicata dal titolo si conserva per intero (art. 1075 c.c.).
Tutela processuale del diritto
Nel caso di una alterazione di fatto dell’originario rapporto tra fondo servente e fondo dominante, il titolare (o i titolari) del fondo servente può agire in giudizio per far valere il mutamento della situazione attraverso la cd. actio negatoria servitutis. L'actio negatoria sevitutis è regolata dall'art. 949 c.c., "il proprietario può agire per far dichiarare l'inesistenza di diritti affermati da altri sulla cosa" e può "chiedere che se ne ordini la cessazione, oltre alla condanna per il risarcimento del danno" (tuttavia tale azione risulterà vittoriosa solo nei limiti indicati sopra, nel caso cioè in cui l’attore riesca a dimostrare di subire un ingiustificato aggravamento della propria posizione).
Anche il titolare del fondo dominante può agire direttamente in giudizio per far valere il proprio diritto. Infatti, in base all’art. 1079 c.c., si prevede che “il titolare della servitù può farne riconoscere in giudizio la esistenza contro chi ne contesta l'esercizio e può far cessare gli eventuali impedimenti e turbative. Può anche chiedere la rimessione delle cose in pristino, oltre il risarcimento dei danni”. Dott.ssa Daria Perrone
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