Source: https://www.diritto.it/lincerta-sorte-dei-cinghiali-selvatici-tra-valutazione-di-incidenza-valutazione-ambientale-strategica-e-abbattimenti-selettivi-per-ricomporre-squilibri-ecologici/
Timestamp: 2019-06-18 08:52:23+00:00
Document Index: 177501454

Matched Legal Cases: ['art. 14', 'art. 15', 'art. 6', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 22', 'art. 11', 'sentenza ']

Sommario: 1. Premessa. 2. L’infungibilità tra Valutazione Ambientale Strategica e Valutazione di Incidenza Ambientale. 3. Il “sentito” obbligatorio dell’Ente di Gestione e il potere sostitutivo della Regione. 4. I dicta della Corte Costituzionale in materia: a) l’abbattimento della fauna nociva non è attività venatoria; b) la commercializzazione di “fauna selvatica morta” per sagre e manifestazioni è consentita solo se proveniente da allevamenti. 5. Considerazioni finali.
L’infungibilità tra Valutazione Ambientale Strategica e Valutazione di Incidenza Ambientale
Invero, ben diverse e più ampie sono le finalità e l’ambito di operatività della Valutazione Ambientale Strategica che, oltre a presentare, come sottolineato dal TAR, “un’articolazione procedimentale pluristrutturata, assicurando forme di partecipazione diffusa attraverso l’espletamento di consultazioni precedute e rese possibili da un ampio regime di pubblicità (art. 14 del d.lgs. 3 aprile 2006 n. 152)”, pone queste ultime come risultanze istruttorie delle quali tener conto nella motivazione posta a fondamento del parere (art. 15).
In questa prospettiva – conclude il TAR – “non è condivisibile supporre alcuna fungibilità tra Valutazione di Incidenza e Valutazione Ambientale Strategica, dovendo la norma di cui all’art. 6, primo comma, lettera b) esser letta nel senso che laddove si ritengano sussistenti i presupposti per la Valutazione di Incidenza, in considerazione di possibili impatti ricadenti sulle finalita di conservazione di siti designati come zone di protezione speciale per la conservazione degli uccelli selvatici e quelli classificati come siti di importanza comunitaria per la protezione degli habitat naturali e della flora e della fauna selvatica, si deve procedere con lo strumento della Valutazione Ambientale Strategica”.
Il volume indicato
Il “sentito” obbligatorio dell’Ente di Gestione e il potere sostitutivo della Regione
Con la predetta sentenza il TAR ha ritenuto fondato anche il secondo motivo di ricorso, con il quale era stata contestata la violazione dell’art. 5, comma settimo, del d.p.r. n. 357 del 1997, secondo cui «la valutazione di incidenza di piani o di interventi che interessano proposti siti di importanza comunitaria, siti di importanza comunitaria e zone speciali di conservazione ricadenti, interamente o parzialmente, in un’area naturale protetta nazionale, come definita dalla legge 6 dicembre 1991, n. 394 , è effettuata sentito l’ente di gestione dell’area stessa».
Ciononostante, il G.A. non ha mancato di avvertire che, a prescindere dalla sussistenza dei presupposti per l’esercizio di una funzione di pianificazione in via sostitutiva, la Regione è comunque titolare di tale funzione in primo grado.
Tanto risulta dall’art. 22, comma sesto della legge 6 dicembre 1991 n. 394, che, nel dettare norme quadro per la disciplina delle aree naturali protette regionali, stabilisce che «nei parchi naturali regionali e nelle riserve naturali regionali l’attività venatoria è vietata, salvo eventuali prelievi faunistici ed abbattimenti selettivi necessari per ricomporre squilibri ecologici. Detti prelievi ed abbattimenti devono avvenire in conformità al regolamento del parco o, qualora non esista, alle direttive regionali per iniziativa e sotto la diretta responsabilità e sorveglianza dell’organismo di gestione del parco e devono essere attuati dal personale da esso dipendente o da persone da esso autorizzate scelte con preferenza tra cacciatori residenti nel territorio del parco, previ opportuni corsi di formazione a cura dello stesso Ente».
In proposito, l’art. 11, terzo comma, della legge 6 dicembre 1991, n. 394, prevede che «salvo quanto previsto dal comma 5, nei parchi sono vietate le attività e le opere che possono compromettere la salvaguardia del paesaggio e degli ambienti naturali tutelati con particolare riguardo alla flora e alla fauna protette e ai rispettivi habitat. In particolare sono vietati: a) la cattura, l’uccisione, il danneggiamento, il disturbo delle specie animali; la raccolta e il danneggiamento delle specie vegetali, salvo nei territori in cui sono consentite le attività agro-silvo-pastorali, nonché l’introduzione di specie estranee, vegetali o animali, che possano alterare l’equilibrio naturale;(…)».
I dicta della Corte Costituzionale in materia: a) l’abbattimento della fauna nociva non è attività venatoria; b) la commercializzazione di “fauna selvatica morta” per sagre e manifestazioni è consentita solo se proveniente da allevamenti
“Le regioni per la migliore gestione del patrimonio zootecnico, per la tutela del suolo, per motivi sanitari, per la selezione biologica, per la tutela del patrimonio storico-artistico, per la tutela delle produzioni zoo-agro-forestali ed ittiche, provvedono al controllo delle specie di fauna selvatica anche nelle zone vietate alla caccia.
Tale controllo, esercitato selettivamente, viene praticato di norma mediante l’utilizzo di metodi ecologici su parere dell’Istituto nazionale per la fauna selvatica. Qualora l’Istituto verifichi l’inefficacia dei predetti metodi, le regioni possono autorizzare piani di abbattimento. Tali piani devono essere attuati dalle guardie venatorie dipendenti dalle amministrazioni provinciali. Queste ultime potranno avvalersi dei proprietari o conduttori dei fondi sui quali si attuano i piani medesimi, purché muniti di licenza per l’esercizio venatorio, nonché delle guardie forestali e delle guardie comunali munite di licenza per l’esercizio venatorio“.
Ne deriva che la legislazione regionale non può qualificare le Riserve di caccia come “conduttori a fini faunistico-venatori dei fondi“, facendo così rientrare tali Riserve – e per esse i cacciatori assegnati – tra i soggetti autorizzati all’esecuzione dei piani.
Come confermato anche dal recente piano di gestione e controllo del cinghiale della regione Campania, sia gli eventi di danno che gli indennizzi richiesti aumentano di anno in anno.
Altri dati sono utili per meglio comprendere il fenomeno.
Da questi dati quali valutazioni possono trarsi?
Personalmente ritengo che, se da un lato è sbagliato criminalizzare la specie, è altrettanto sbagliato sottovalutare il problema.
La sentenza del TAR spiega bene cosa fare, anche in vista di un concreto ed equo contemperamento, “de iure condito”, degli interessi in gioco.
Urge che le istituzioni facciano seriamente la loro parte e che la “specie uomo” si dia una regolata una volta per tutte, favorendo la promozione di politiche sostenibili per la gestione del fenomeno, magari di una “smart regulation”, come richiesto dalla Commissione europea.