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Timestamp: 2020-07-09 11:15:56+00:00
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Confisca antimafia, locazione, rilascio immobile | Sentenze
Confisca antimafia, locazione, rilascio immobile
Consiglio di Stato sentenza n. 5383 27 novembre 2015
Nell’ipotesi di confisca disposta ai sensi dell’art. 2 della legge n. 575/1965, fino all’adozione del provvedimento di destinazione finale del bene confiscato, è da considerare illegittimo l’esercizio del potere di rilascio di un immobile in presenza di un contratto di locazione stipulato con l’amministrazione giudiziaria ed in difetto di inadempimento agli obblighi gravanti sul conduttore, mentre, una volta intervenuto detto provvedimento, viene meno il titolo del locatario acchè il contratto di locazione persista. Anteriormente alla destinazione finale non è incompatibile, quindi, l’ordinaria locazione del bene a titolo oneroso (e quindi redditizio per la gestione pubblica), ma tale condizione viene meno con il provvedimento di destinazione speciale del bene, con conseguente suo trasferimento al regime pubblicistico.
La normativa concernente gli effetti della confisca definitiva a titolo di misura di prevenzione, attiene alla competenza legislativa esclusiva dello Stato in materia di ordine pubblico e sicurezza, anche con riferimento all’assegnazione dei beni per il loro utilizzo.
Fondamentale è il principio ispiratore della destinazione dei beni confiscati, secondo il quale «la restituzione alle collettività territoriali – le quali sopportano il costo più alto dell’“emergenza mafiosa” – delle risorse economiche acquisite illecitamente dalle organizzazioni criminali rappresenta (…) uno strumento fondamentale per contrastarne l’attività, mirando ad indebolire il radicamento sociale di tali organizzazioni e a favorire un più ampio e diffuso consenso dell’opinione pubblica all’intervento repressivo dello Stato per il ripristino della legalità» (Corte Costituzionale sentenza n. 34 del 2012).
La possibilità di introdurre motivi aggiunti di ricorso direttamente in grado di appello è ammessa solo entro limiti ben precisi. Anche prima dell’avvento del Codice del processo amministrativo, l’interpretazione giurisprudenziale della disciplina processuale ammetteva la possibilità di dedurre motivi aggiunti anche direttamente in appello allorché si trattasse, però, di far valere dei vizi degli stessi provvedimenti impugnati non noti all’epoca del primo grado, in quanto emersi solo a seguito della conoscenza di nuovi documenti.
1.- I signori M. T. e I. S. hanno tenuto in conduzione un appartamento sito in Napoli, alla Piazza Omissis, in virtù di un contratto di locazione stipulato con il sig. C. in data 4.5.1971.
Nel corso del rapporto di locazione, il sig. C. vendette l’immobile alla sig.ra A. M. e agli inizi degli anni 90, lo stesso fu confiscato in quanto di proprietà della camorra ed affidato al custode giudiziario rag. A..
Quest’ultimo comunicava ai signori T. e S. che nel rapporto locatizio era subentrato lo Stato e che i canoni di locazione andavano versati a lui.
In data 22.7.2003 il bene veniva conferito al Comune di Napoli, che, sul presupposto che i sigg. T. e S. occupavano l’immobile sine titulo, con provvedimento in data 4.8.2003 notificato il 12.9.2003, ordinava lo sgombero dello stesso entro 15 giorni.
Avverso tale provvedimento i signori T. e S. proponevano ricorso innanzi al T.A.R. Campania, il quale, con sentenza n. 13476/2003, lo accoglieva sul presupposto che, essendovi un contratto di locazione, ai ricorrenti andava notificato l’avvio del procedimento ex art. 7 L. n.241/1990;
I signori M. T. e I. S., in riscontro a tale avviso procedimentale, in data 14.1.2004 notificavano al comune di Napoli deduzioni scritte, con cui chiarivano che il T.A.R. aveva dichiarato l’illegittimità del primo ordine di sgombero essendo stato depositato in giudizio il contratto di locazione stipulato in data 4 maggio 1971, nonché la nota dell’8 aprile 1993, con la quale l’amministratore giudiziario variava il canone di locazione, allegando copia del “conteggio calcolo equo canone”, per cui il Comune non poteva ritenere che i ricorrenti occupassero l’alloggio in questione “senza titolo legittimante”.
A distanza di un anno dall’avvio del procedimento, il Comune di Napoli con un nuovo provvedimento, a firma del dirigente del servizio assegnazione immobili, notificato in data 15.2.2005, diffidava i signori T. e S. a rilasciare l’immobile nel termine di 15 giorni.
1b.- I signori M. T. e I. S. impugnavano innanzi al T.A.R. anche tale ultimo provvedimento, lamentando la violazione dell’art. 7 L. 241/1990, violazione del giudicato, violazione a falsa applicazione delle norme in materia di locazione di immobili per civile abitazione.
Avverso la sentenza i signori M. T. e I. S. hanno proposto appello con istanza di sospensione cautelare, accolta da questa Sezione con ordinanza n. 6340 del 5 dicembre 2006.
Diversamente, i signori M. T. e I. S. assumono che l’acquisto da parte dello Stato di un bene ai sensi della legge n. 575/1965, avviene a titolo derivativo, con la conseguenza che un contratto di locazione, stipulato prima del provvedimento di confisca, può essere opposto alla pubblica amministrazione, obbligando quest’ultima ad utilizzare le ordinarie procedure di sfratto e non il provvedimento di sgombero per liberare l’immobile.
Così deciso in Roma nella camera di consiglio del giorno 5 novembre 2015 […]
CONFISCA ANTIMAFIA E CONTRATTO DI LOCAZIONE, sentenza n. 5383 27 novembre 2015
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