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Ungheria: dove sono le garanzie della libertà personale? | Diritti EuropaDiritti Europa
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Posted by: Aurora Licci in I diritti in Europa, In evidenza, Libertà e sicurezza 29 marzo 2013
Diritto alla libertà – Sentenza X.Y. v. Ungheria, 19 marzo 2013
L’Ungheria riceve con questa sentenza un monito non indifferente circa il rispetto della libertà personale dei detenuti, e del rispetto delle loro garanzie anche nella fase che attende il processo.
IL CASO – Il Signor X.Y. cittadino ungherese il 15 novembre del 2007 viene arrestato a Budapest con l’accusa di furto, due giorni dopo si pronuncia a riguardo la Corte distrettuale di Pest ordinandone la custodia cautelare. A nulla serviranno, infatti, le motivazioni addotte dall’avvocato, il quale sottolinea che in un precedente processo il suo assistito non era mai stato contumace e non aveva in nessun modo cercato di sottrarsi alla giustizia. Ciò nonostante, il 29 novembre la Corte Regionale respinge il ricorso in quanto l’acquisto di immobili all’estero effettuato dal ricorrente X.Y., di per se basta a giustificare il pericolo di fuga, e dunque l’applicazione della misura cautelare, ed a scanso d’equivoci l’altro processo penale a suo carico è prova sufficiente, secondo i giudici, di “una predisposizione alla ripetizione del crimine”.
Le Autorità giudiziarie nonostante le reiterate richieste del ricorrente, in nessun tempo forniscono la documentazione circa elementi di prova della sua detenzione. Il carcere intanto consuma la vita dell’uomo, tanto che una perizia psichiatrica dell’8 febbraio 2008 ne attesta un disturbo della personalità, agorafobia e claustrofobia, ed una suscettibilità dovuta alla detenzione stessa. Il 16 marzo 2008 un’ulteriore perizia attesta che lo “squilibrio psichico” del ricorrente X.Y. è aumentato a causa di una violenza sessuale subita in carcere.
Il sig.X.Y. non solo è detenuto in custodia cautelare, in condizioni di salute precarie, ma a ciò si aggiunge un ordine rilasciato dalle Autorità giudiziarie che prolunga sino al 17 febbraio la permanenza in carcere del ricorrente. Non accade nulla di tutto ciò perché la notifica è stata scritta male, contiene quindi degli errori tali per cui il sig.X.Y. non può essere rilasciato. Il giorno seguente il guidice di primo grado corregge la sua ordinanza, ma l’11 marzo la Corte Regionale, in appello, stabilisce che quand’anche ci fosse stato un errore, il giudice di primo grado non avrebbe potuto rimediare al suo stesso errore. Il 29 maggio dello stesso anno, il tribunale Regionale sostituisce la detenzione con gli arresti domiciliari, in quanto non sussisteva più un pericolo di fuga. La Procura ha presentato l’11 dicembre del 2009 un atto d’accusa nei confronti del ricorrente e di altre dieci persone coimputate, ad oggi il processo è ancora pendente.
LA CORTE EDU – Di fronte a questa evoluzione processuale alquanto discutibile ed assai lontana dal rispetto per la persona, il ricorrente decide di ricorre in Corte EDU. In primo luogo denuncia ex art. 5.1 CEDU, l’illegalità della sua detenzione nel periodo che va dal 18 all’11 marzo del 2008. Secondo l’art.5.1 lettera “C”, infatti, la privazione della libertà per un cittadino in stato di detenzione o di arresto, può avvenire se vi è “un ragionevole sospetto che abbia commesso un reato”.
Secondo la Corte EDU ogni privazione della libertà non solo deve esser conforme alle norme del diritto interno, ma deve anche “essere in armonia con lo scopo dell’art.5, ovvero quello di proteggere l’individuo da arbitrarietà”
Dal momento che la Corte distrettuale aveva agito fuori dai suoi poteri, nel caso di specie la Corte EDU non può che concludere che dal’8 all’11 marzo la detenzione del sig.X.Y. non è stata supportata da un fondamento giuridico, per questi motivi, decreta la violazione dell’art.5.1 CEDU.
Per quanto riguarda invece la denuncia dell’art.5.3 CEDU “Ogni persona arrestata o detenuta, conformemente alle disposizioni del paragrafo 1 (c) del presente articolo deve essere … diritto al processo entro un termine ragionevole o di essere messa in attesa di giudizio. La scarcerazione può essere subordinata a garanzie a comparire per il processo”
La Corte ricorda che la detenzione, in questi casi, deve essere supportata dal “requisito essenziale di interesse pubblico”, e che prevale in ogni caso il rispetto per la libertà individuale: è giusto infatti che il periodo della custodia cautelare non superi un “termine ragionevole”. Facendo un excursus circa la vicenda del Sig.X.Y. notiamo che durante i 6 mesi e 11 giorni trascorsi in detenzione preventiva, non è mai stata presa in considerazione dalle Autorità,in ragione delle condizioni psicofisiche precarie del ricorrente, la possibilità di misure alternative. La Corte EDU dichiara come deplorevoli le scelte dalle Autorità ungheresi, poiché lungi da un effettivo rispetto della persona. Tali misure infatti hanno sforato di gran lunga una ragionevole durata. Vi è dunque violazione dell’art.5.3 CEDU.
Da ultimo ci troviamo ad esaminare la denuncia che il sig.X.Y. ha rivolto alla Corte di Strasburgo, riguardo la violazione dell’art.5.4, ovverosia l’articolo che introduce nella CEDU il principio della “parità delle armi” nel processo cautelare. Nel caso di specie, il ricorrente, già in stato di arresto, nonostante le richieste, non ha avuto accesso al materiale investigativo. L’onere della prova spetta al Governo, che per giunta non ha fornito prove soddisfacenti riguardo l’accesso ai documenti richiesto dal ricorrente. Nel caso di specie secondo la Corte EDU il principio della parità delle armi non è stato rispettato, di conseguenza vi è stata violazione anche dell’articolo 5.4 CEDU.
Per tali motivi il governo ungherese viene condannato al risarcimento di 18.000 euro per danni patrimoniali e non patrimoniali, e a 4.500 euro per tutti i costi e le spese sostenute. Con l’inversione dell’onere della prova la Corte EDU riesce a smascherare l’indolenza radicata delle Autorità giudiziarie in Ungheria nei confronti di un uomo non ancora imputato.
La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza X.Y. v. Ungheria, 19 marzo 2013
Art 5 CEDU Guido Raimondi Seconda Sezione Ungheria	2013-03-29
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