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Timestamp: 2020-06-04 02:02:09+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 28', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 2103', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'sentenza ', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 36', 'art. 28', 'art. 36', 'art. 28', 'sentenza ']

CONDOTTA ANTISINDACALE E LEGITTIMAZIONE ATTIVA DELLE ORGANIZZAZIONI SINDACALI
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Nota a Tribunale di Napoli, Sez. lav., 23 luglio 2008, n. 17935
TRIBUNALE DI NAPOLI, SEZ. LAV., 23 LUGLIO 2008, n. 17935
1. Gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali, cui l'art. <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />28 l. 20 maggio 1970 n. 300 attribuisce la legittimazione attiva per il procedimento di repressione della condotta antisindacale, sono costituiti dalle articolazioni più periferiche delle strutture sindacali nazionali e cioè, di norma, dai sindacati provinciali di categoria dotati di una soggettività distinta, in quanto autonomi titolari di interessi collettivi quanto meno ai fini del perseguimento degli stessi, mentre devono ritenersi privi di legittimazione gli organismi locali o nazionali delle confederazioni sindacali che non sono incardinati in un sindacato di categoria nazionale.
2. Le associazioni locali di un’associazione avente carattere nazionale non sono organi di quest’ultima bensì sue articolazioni periferiche dotate di autonoma legittimazione negoziale e processuale.
3. Requisito essenziale dell'azione di repressione della condotta antisindacale, di cui all'art. 28 della legge n. 300 del 1970, è l'attualità di tale condotta o il perdurare dei suoi effetti. Tale requisito deve intendersi nel senso che, da un lato, il mero ritardo della proposizione del ricorso non ne determina di per sè l'inammissibilità in presenza della permanenza degli effetti lesivi, e, dall'altro, il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l'ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente ed idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell'attività sindacale.�
4. Non è di ostacolo alla configurazione del requisito dell’attualità il fatto che il singolo episodio sia esaurito, se esso è sintomo di una prassi datoriale, tale da ingenerare nelle relazioni sindacali una situazione di incertezza o un effetto intimidatorio, in grado comunque di ledere la libertà sindacale. È comunque possibile l'azione giudiziaria avverso una condotta già conclusa, qualora le circostanze inducano a ritenere che la medesima condotta verrà probabilmente reiterata.
�Emanuala DE PIANO
La sentenza del Tribunale di Napoli sez. lavoro� affronta due questioni particolarmente discusse e di forte attualità: la condotta antisindacale del datore di lavoro e la legittimazione attiva delle organizzazioni sindacali aziendali nel procedimento di repressione di tale condotta, previsto e disciplinato dall’art. 28 della Legge 300/1970 (Statuto dei lavoratori).
Il primo aspetto attiene alla antisindacalità della condotta, non risultando ancora sopito il dibattito sull’elemento soggettivo di tale condotta. Dopo alterne pronunce e fortune delle due teorie elaborate in merito – quella soggettiva che richiede la presenza di un elemento intenzionale nella condotta del datore di lavoro e quella oggettiva che ritiene superfluo l’aspetto psicologico per concentrare l’attenzione sull’elemento materiale della condotta, delineando così anche alcuni tipici comportamenti antisindacali - sembrava che la Cassazione con una pronuncia a Sezioni Unite, la 5297/1997, avesse posto fine al dibattito, definitivamente pronunciandosi a favore di una tutela “oggettiva” della libertà sindacale.
La Corte, in particolare, fa leva su tre argomenti di fondo. Innanzitutto, dal punto di vista dell’interpretazione� letterale – secondo la quale l’espressione di cui all’art. 28 “ comportamenti diretti ad impedire o limitare” implicherebbe necessariamente la sussistenza di una finalizzazione cosciente e volontaria della condotta datoriale – si ritiene che tale espressione non voglia attribuire ad ogni costo una qualche rilevanza all’elemento soggettivo, limitandosi a disporre che la condotta debba “obiettivamente” essere diretta agli scopi previsti dal legislatore.
In realtà l’articolato discorso della Corte�� opera un distinguo a seconda che il giudizio verta su comportamenti violativi di norme imperative di legge ovvero di norme pattizie. In quest’ultimo caso, la difficoltà di discernere tra situazioni “fisiologiche”di conflitto e situazioni di palese antisindacalità potrebbe indurre a rivalutare l’elemento soggettivo, al fine di evitare uno sbilanciamento (attraverso il rigido controllo giudiziale) nel già delicato equilibrio delle relazioni sindacali.
Il discrimen della condotta antisindacale, allora, va colto attraverso il riconoscimento dell’operatività, nei casi portati all’attenzione della Corte, dell’esimente dell’esercizio del diritto: la condotta del datore, ancorché obiettivamente antisindacale, non si presta ad essere sanzionata ogniqualvolta sia espressione dell’esercizio di diritti o facoltà legalmente o contrattualmente previste, e ciò perché un evidente principio di coerenza e di non contraddizione dell’ordinamento, esclude che il medesimo comportamento sia da un lato autorizzato e dall’altro sanzionato. In questo senso, il licenziamento di lavoratori sindacalmente attivi è pienamente legittimo laddove sorretto ex art. 2103 c.c. da valide ragioni tecnico - produttive o laddove ci sia giustificato motivo di recesso.
Tuttavia, l’inutilizzabilità dell’esimente del diritto nelle ipotesi in cui la condotta del datore non sia espressione di poteri legalmente o contrattualmente previsti e la connessa avvertita esigenza di evitare che ogni inadempimento del datore possa qualificarsi come antisindacale ove limiti l’attività del sindacato, ha favorito il riemergere di tendenze soggettivistiche in� giurisprudenza volte a riaffermare la necessità dell’intenzionalità della condotta del datore. È evidente, tuttavia, come la preoccupazione della giurisprudenza di temperare i rigori della teoria oggettiva – attraverso la reintroduzione della valutazione dell’intenzionalità quantomeno per le condotte lesive indirettamente dei beni sindacali� – appare forse eccessiva , in quanto un’attenta lettura della sentenza emessa dalla Corte di Cassazione a Sez. Unite 5295/1997 consente di individuare, all’interno del medesimo orientamento oggettivistico, i criteri per un’ulteriore selezione dei comportamenti sanzionabili, da individuarsi non già in ogni inadempimento del datore ma esclusivamente nelle condotte che in relazione alle “circostanze concrete” siano “obiettivamente dirette a creare una disparità di trattamento” tra aderenti al sindacato ed altri lavoratori, e dunque, indirettamente, volte a colpire il sindacato.
La sentenza affronta la questione concludendo che, secondo giurisprudenza univoca, le associazioni locali di un’organizzazione sindacale[1]� avente carattere nazionale, non sono organi di quest’ultima bensì sue articolazioni periferiche dotate di autonoma legittimazione negoziale e processuale. In effetti è questa la conclusione raggiunta anche dalla dottrina[2] la quale, tuttavia, nel ripercorrere la storia della formazione e del riconoscimento delle Rsu, ricorda che l’art. 28 dello Statuto dei lavoratori attribuisce la legittimazione allo speciale ricorso disciplinato dalla norma, agli “organismi locali delle associazioni sindacali nazionali che vi abbiano interesse” e nel novero di tali organismi non possono farsi rientrare le Rsu.
Non si può negare che la RSU sia un organismo locale visto che esiste ed opera in una singola unità produttiva ed è legittimato a decidere e contrattare come un soggetto giuridico. Gli manca, però, quel collegamento con un’associazione sindacale nazionale che consenta di considerarlo come ad essa appartenente; non basta, cioè, la duplice circostanza che le Rsu siano costituite ad iniziativa delle organizzazioni sindacali e che tali organizzazioni concorrano a comporre le Rsu per un terzo dei posti assegnati. Assorbente, infatti, risulta la considerazione per la quale dai protocolli da cui originano le Rsu non si può ricavare la ricorrenza di un legame tale da concludere che tali rappresentanze costituiscono un’articolazione periferica del sindacato. Dagli accordi già menzionati, infatti, non emerge alcun obbligo ( ovviamente di tipo politico) per il membro della Rsu di comportarsi in maniera coerente con i principi del sindacato� nazionale, né esiste alcuna forma di controllo e di coazione nei confronti del rappresentante dissenziente[3]. Inoltre, la natura unitaria della Rsu e quindi il fatto che concorre a formarla come soggetto unico una pluralità di organizzazioni sindacali, rende impossibile il suo riferimento ad una data organizzazione, ad una data centrale sindacale, visto che in essa confluiscono sia sindacati confederali che sindacati autonomi; dunque, è impossibile considerarla espressione periferica di una determinata associazione sindacale nazionale.
Se così fosse, è evidente, la mera creazione di un coordinamento nazionale costituirebbe un passe - partout per l’accesso alla legittimazione al ricorso all’art. 28 a qualsivoglia associazione sindacale meramente locale e verrebbe frustrata l’esigenza di fondo che giustifica, anche a livello costituzionale, la limitazione della legittimazione. Sicuramente il legislatore dello statuto dei lavoratori non pensava ad una costellazione di plurime associazioni sindacali locali raccolte sotto un’etichetta unitaria, bensì ad un sindacato autenticamente nazionale che, avendo una visione ampia degli interessi dei lavoratori associati, ne perseguisse la tutela non già in un’area limitata, ma in tutto il paese e quindi, co9n un’attività sindacale estrinsecatesi anche su tutto il territorio nazionale e non già solo localmente.
Ancora più chiaramente si esprime, nella stessa direzione Cassazione 11 gennaio 2008 n. 520, che lega la rappresentatività sindacale al criterio dell’effettività dell’azione sindacale intesa come riconoscimento della capacità del sindacato di imporsi come controparte contrattuale nella regolamentazione dei rapporti lavorativi. Ne consegue che il riconoscimento del carattere nazionale dell’associazione sindacale deriva più che dalla diffusione delle articolazioni territoriali, dalla capacità di contrarre con la parte datoriale accordi o contratti collettivi, anche gestionali, che trovino applicazione in tutto il territorio nazionale e attestino un generale e diffuso collegamento del sindacato con il contesto socio- economico dell’intero paese. Questo, secondo la Cassazione, è il vero ed unico elemento condizionante per il ricorso alla procedura dell’art. 28 S.L.� L’espresso riconoscimento� del criterio dell’effettività dell’azione sindacale attesta una sottolineatura del valore, da parte del legislatore, della capacità negoziale del sindacato e della sua rilevanza in termini di regolamentazione dei rapporti lavorativi. Ne discende, allora, che al fine del riconoscimento del carattere nazionale dell’associazione sindacale� richiesto per legittimare, a fronte di condotte lesive dei diritti sindacali, l’azione per repressione della condotta antisindacale ex art. 28 Stat. Lav., assume rilievo più che la diffusione della articolazione territoriale delle strutture dell’associazione, la capacità di contrarre con la parte datoriale accordi o contratti collettivi che trovano applicazione in tutto il territorio nazionale e che non possono che essere espressione di una forza e capacità negoziale comprovanti un generale e diffuso collegamento del sindacato con il contesto socio-economico dell’intero paese.
Dunque, si evince come� la Cassazione nelle diverse pronunce, abbia inteso agganciare la rappresentatività del sindacato ad un dato reale ed effettivo quale la forza contrattuale dello stesso, per riconoscere a tali associazioni la prerogativa di fare ricorso ad una strumento, quale quello contemplato nell’art. 28 St. L., particolarmente incisivo ed efficace nel garantire la tutela dei diritti sindacali.
SI RIPORTA DI SEGUITO IL TESTO DELLE SENTENZA
Il Giudice dr. Ciro Cardellicchio, presso il Tribunale di Napoli, in funzione di Giudice del Lavoro, ha pronunciato la seguente sentenza nell'udienza di discussione del �_ �nella causa iscritta nel ruolo generale degli affari contenziosi della sezione lavoro, al n. _
Federazione Italiana Lavoratori Trasporti – FILT CGIL, elettivamente domiciliata in Napoli, alla Piazza E. De Filippo n. 8, presso lo studio dell’avv. ****, dalla quale è rappresentata e difesa giusta procura a margine del ricorso ex art. 28 L. 300/1970��������
��������������������������������������������������������������������������������������������������������� RICORRENTE OPPONENTE
ANAS S.p.A.,� elettivamente domiciliata in Napoli, al Centro Direzionale Isola E/4, presso lo studio degli avv.ti *** e ***, dai quali è, anche disgiuntamente, rappresentata e difesa giusta procura in calce al ricorso introduttivo della fase interdittale ex art. 28 L. 300/1970�
��������������������������������������������������������������������������������������������������������� CONVENUTO OPPOSTO
OGGETTO:� art. 28 L. 300/1970 fase di opposizione
Preliminarmente, senza pregio è il rilievo dell’ANAS S.p.A. secondo cui è carente la legittimazione attiva di parte ricorrente� difettando di un’autonoma soggettività giuridica.
Gli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali, cui l'art. 28 l. 20 maggio 1970 n. 300 attribuisce la legittimazione attiva per il procedimento di repressione della condotta antisindacale, sono costituiti dalle articolazioni più periferiche delle strutture sindacali nazionali e cioè, di norma, dai sindacati provinciali di categoria dotati di una soggettività distinta, in quanto autonomi titolari di interessi collettivi quanto meno ai fini del perseguimento degli stessi, mentre devono ritenersi privi di legittimazione gli organismi locali o nazionali delle confederazioni sindacali che non sono incardinati in un sindacato di categoria nazionale (...) (Cassazione civile , sez. lav., 17 giugno 1998, n. 6058).�����������������������������������������������
Orbene, come giustamente affermato nel decreto opposto, che� FILT – CGIL – Area Metropolitana di Napoli sia l’organismo locale del sindacato nazionale lo si deduce dagli artt. 10-11 dello statuto della FILT – CGIL, che prevede l’area Metropolitana come livello locale dell’associazione FILT – CGIL, associazione il cui rilievo nazionale non è contestato dalle parti.
Ne consegue che infondato è anche l’argomento addotto dall’ANAS S.p.A., secondo cui la FILT – CGIL – Area Metropolitana di Napoli - non avrebbe legittimazione processuale in difetto di esplicita delega da parte dell’associazione nazionale di cui è articolazione, cioè la FILT – CGIL.
Sul quest’ultimo punto, la giurisprudenza è univoca. Le associazioni locali di un’associazione avente carattere nazionale non sono organi di quest’ultima bensì sue articolazioni periferiche dotate di autonoma legittimazione negoziale e processuale (...) (Cass. 14.03.2000, n. 2952).
Analogo indirizzo è stato espresso in giurisprudenza con specifico riguardo alla legittimazione processuale dei sindacati periferici. Negli organismi sindacali, che nell'attuale sistema legislativo sono associazioni non riconosciute, la qualifica di segretario o direttore si identifica con quella di preposto ad organi centrali o a sezioni periferiche; pertanto, ai sensi dell'art. 36 comma 2 c.c., al segretario dell'organismo periferico di un’associazione a carattere nazionale spettano la rappresentanza processuale e la legittimazione ad agire in giudizio (T.A.R. Lombardia Milano, 08 maggio 1986, n. 194).
Identica soluzione è accolta in giurisprudenza con riguardo alla legittimazione processuale del sindacato periferico nel procedimento di cui all’art. 28 della L. 300/1970: (...) è ammissibile il ricorso giurisdizionale proposto nella particolare materia dai segretari provinciali dei sindacati di categoria, anziché dai segretari nazionali (T.A.R. Lombardia Milano, 04 novembre 1981, n. 1209).
Né fondatamente l’ANAS S.p.A. deduce che il ricorso è inammissibile, perchè non sarebbe possibile accertare i poteri rappresentativi di ****, non essendo stato prodotto lo Statuto della FILT – CGIL – Area Metropolitana di Napoli – che lo individui come legale rappresentante. Gli accordi con i quali, ai sensi dell'art. 36 comma 2 c.c. le associazioni conferiscono a determinate persone fisiche i poteri rappresentativi, non devono risultare da atto scritto ben potendo essere desunti da altri elementi che abbiano caratteristiche di univocità (Pretura Roma, 03 aprile 1985). Analogo orientamento è espresso in giurisprudenza con riferimento alle associazioni sindacali. Le organizzazioni sindacali costituiscono, nell’attuale struttura dell’ordinamento, delle associazioni non riconosciute, con la conseguenza che l’accertamento della loro esistenza comporta non già l’indagine su documenti che abbiano efficacia costitutiva della personalità, bensì la rilevazione in fatto della concreta attività che viene svolta nel campo di interessi che è proprio di questo tipo di associazioni. Parimenti, l’accertamento dei poteri rappresentativi delle persone fisiche che agiscono per le stesse organizzazioni sono da collegarsi agli accordi degli associati, che non debbono necessariamente risultare da atto scritto (forma non prevista dalla legge), e possono quindi essere desunti, in via presuntiva, da elementi che abbiano i dovuti caratteri di univocità (Cass. 3-11-76, n. 3993).
Senza fondamento è il rilievo dell’ANAS S.p.A., secondo cui difetta il requisito dell’attualità della condotta antisindacale dato che le lamentate procedure di assunzione a termine si sono ormai concluse, ed i contratti così stipulati sono cessati per scadenza del termine prima della proposizione della domanda da parte dell’O.S. Requisito essenziale dell'azione di repressione della condotta antisindacale, di cui all'art. 28 della legge n. 300 del 1970, è l'attualità di tale condotta o il perdurare dei suoi effetti. Tale requisito - sulla base dell'interpretazione letterale e sistematica della suddetta norma, anche alla luce di quanto previsto in ordine alla legittimazione attiva in capo agli organismi locali delle associazioni sindacali nazionali, riconosciuta nell'interesse al ripristino nell'azienda dei diritti sindacali, nella completa autonomia rispetto alle azioni proponibili dai singoli lavoratori, e restando invece irrilevante la tendenza del procedimento all'emanazione di pronunce costitutive o di mero accertamento - deve intendersi nel senso che, da un lato, il mero ritardo della proposizione del ricorso non ne determina di per sè l'inammissibilità in presenza della permanenza degli effetti lesivi, e, dall'altro, il solo esaurirsi della singola azione lesiva del datore di lavoro non può precludere l'ordine del giudice di cessazione del comportamento illegittimo ove questo, alla stregua di una valutazione globale non limitata ai singoli episodi, risulti tuttora persistente ed idoneo a produrre effetti durevoli nel tempo, sia per la sua portata intimidatoria, sia per la situazione di incertezza che ne consegue, suscettibile di determinare in qualche misura una restrizione o un ostacolo al libero esercizio dell'attività sindacale� (Cassazione civile, sez. lav., 06 giugno 2005, n. 11741).
Quindi, non è di ostacolo alla configurazione del requisito dell’attualità il fatto che il singolo episodio sia esaurito, se esso è sintomo di una prassi datoriale, tale da ingenerare nelle relazioni sindacali una situazione di incertezza o un effetto intimidatorio, in grado comunque di ledere la libertà sindacale. È comunque possibile l'azione giudiziaria avverso una condotta già conclusa, qualora le circostanze inducano a ritenere che la medesima condotta verrà probabilmente reiterata (Tribunale Sassari, 15 febbraio 2002): il dato che il medesimo episodio si sia ripetuto in occasione di una successiva selezione di personale conclusasi con otto nuove assunzioni in data 12.1.2008, lascia ragionevolmente presumere che il datore di lavoro possa ripetere in futuro il comportamento de quo.
Le� parti,� riaffermando il comune convincimento che un positivo andamento delle� relazioni� sindacali vada correlato anche alla� predisposizione� di idonei� strumenti,� che privilegino ed antepongano i momenti� di� esame� e verifica� delle� varie� problematiche alle fasi di conflittualità �e� che, comunque,� l'interpretazione� delle norme del� presente� contratto� devono essere rimesse, per la loro definizione, alle parti stipulanti, convengono di� attenersi alle procedure di seguito indicate per la composizione delle controversie sull'applicazione del Contratto.
Fino al completo esaurimento, in tutte le loro fasi, delle procedure sopra individuate,� i� lavoratori� interessati� non� potranno� adire� l'Autorità Giudiziaria� sulle materie oggetto della controversia, né� si� potrà� fare ricorso� ad� agitazioni� del� personale di qualsiasi� tipo� né,� da� parte aziendale, verrà data attuazione a provvedimenti concernenti le� questioni oggetto della controversia”. Come correttamente affermato nel decreto impugnato, tali procedure concernono il singolo lavoratore, e non le OO.SS., le quali quindi possono adire l’autorità giudiziaria senza tali preventive procedure conciliative.
“Art. 13 - Assunzione a termine
1.�� (omissis)
2.� La� quota� di personale da assumere con contratto a tempo� determinato non potrà superare mediamente nell'anno:
A� livello� di� unità produttiva verranno contrattate� le� percentuali� di utilizzo del personale riferite all'unità stessa.
3.� (omissis)”.
Ogni diversa istanza e deduzione disattese
Napoli, 23.7.2008
�La presente sentenza è stata redatta con la collaborazione del Magistrato Ordinario in Tirocinio dott. Fabio Di Lorenzo.