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Timestamp: 2018-11-19 07:02:03+00:00
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Vajont | Associazione Culturale Tina Merlin
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Non so come, fra altri trent’anni, si racconterà la storia dell’olocausto del Vajont, ma so che se qualcuno lo farà, sarà anche grazie a Tina Merlin. Le storie non esistono se non c’è qualcuno che le racconta.
(tratto dalla presentazione Sulla pelle viva 1997)
28 dicembre 1963 – Documenti
QUANDO ARRIVO’ LA SADE
Tina Merlin è la giornalista dell’Unità che denunciò per prima la minaccia costituita dalla costruzione della diga della SADE, e che per questo fu incriminata, processata e poi assolta. Ha rievocato qui la storia della lunga battaglia e della criminose omertà che condussero alla tragedia.
Ad Erto, la SADE arrivò nel 1956. Praticamente poteva agire come in ogni altro luogo, poiché aveva in tasca la concessione di sfruttamento delle acque del Vajont. Aveva, quindi, la «pubblica utilità» che la proteggeva, che le copriva ogni malversazione. Era un formidabile biglietto da visita, che le serviva da lasciapassare. Ma con i contadini di Erto le cose non erano tanto facili. È un popolo per certi versi primitivo, con punte di arguzia e di sospetto; dal grande, generoso cuore verso gli amici, ma soprattutto libero da ogni costrizione. La saggezza gli deriva, forse, da una lunga tradizione di isolamento come comunità, che conserva gelosamente usi e costumi antichi, di una civiltà primitiva, appunto, ma basata sulla giustizia senza cavilli e sulla verità senza veli.
Guidava, allora, l’amministrazione comunale di Erto, la signora Caterina Filippin, che i suoi compaesani chiamavano familiarmente Cate. In quel periodo essa si batté coraggiosamente alla testa del suo popolo, contro gli espropri, che la SADE voleva risarcire a dieci lire il metro quadro. Parlamentò con i tecnici arrivati sul posto per le stime; inoltrò ricorsi e controricorsi. Riuscì, anche, a rialzare le quotazioni che, tuttavia, rimanevano ancora troppo basse. Non era solo il valore reale del terreno che i contadini pretendevano. Su quella terra avevano giocato, erano cresciuti, avevano fatto l’amore, erano nati i loro figli. Senza quella terra avrebbero dovuto andarsene dal paese anche i vecchi e le donne, come i più giovani già facevano per tradizione secolare, per miseria secolare. E dove si trapiantavano con l’elemosina elargita dalla SADE? Questo era il punto. Cedere sì, ma non prostituirsi. Inoltre, la SADE pretendeva d’espropriare nuovi terreni, avendo deciso di rialzare ancora di più il livello d’invaso. La concessione parlava, è vero, di una quota massima di 677 metri, ma la società elettrica, dopo aver fatto i suoi conti, intravide la possibilità di altri grandi guadagni, se avesse ottenuto l’autorizzazione a sopraelevare il livello delle acque di altri 45 metri e mezzo, portandole a quota 722,50. Inoltrò la domanda in tale senso al ministero dei Lavori Pubblici ed ottenne la nuova autorizzazione, malgrado l’opposizione del Comune e dei privati cittadini.
Con i proprietari il monopolio non intendeva troppo parlamentare. Aveva le carte scritte in mano e, a tempo debito, le avrebbe fatte valere. Era tanto sicuro di ciò che tirava le cose per le lunghe, apposta, per logorare la resistenza dei singoli. Aveva tempo davanti a sé. Stava costruendo la diga, per intanto. I contadini avrebbero ceduto quando si fossero trovati davanti al lavoro compiuto; alla grande e maestosa diga che doveva essere l’orgoglio di tutti e alla «pubblica utilità» che ne derivava di invasare la valle. Per intanto non bisognava urtarli più del necessario.
Per mantenere l’ordine nel paese c’erano i carabinieri. Il primo gruppo della Benemerita fu installato ad Erto qualche anno prima che arrivasse sul posto la SADE. Si disse che ce n’era bisogno, a causa di risse e di adulteri, cui troppo spesso gli ertani si lasciavano andare. Facevano una netta distinzione tra quello che era di Dio e quello che era di Cesare pur essendo, sostanzialmente, religiosi. Anzi, la vita di Gesù aveva tanta attrattiva su di loro, che il venerdì santo quelli di Erto mettevano in scena all’aperto, tra le vie e sulle colline del paese, una rappresentazione della passione di Cristo, forse tra le più belle che esistano ancora in Italia. Era, per la verità, di gusto pagano, ma ad essa si preparavano coscienziosamente tutto l’anno, parti e costumi, con l’orgoglio di far ben figurare il paese di fronte agli spettatori che convenivano ad Erto dalla provincia di Belluno e di Udine e da altre città del Veneto. Era una cosa loro, non volevano preti. I parroci succedutisi ad Erto avevano cercato molte volte di far smettere la tradizione, per oltraggio alla religione. Non vi erano riusciti.
Un brutto giorno la sindachessa cambiò parere. Si mise a spargere la voce che, contro la SADE, nessuno la avrebbe spuntata. Tanto valeva cedere, prima che succedesse il peggio. Qualcuno s’impaurì. Se lo diceva il sindaco che era sempre stato dalla parte dei contadini, voleva dire che ne sapeva qualcosa. Altri non rimasero convinti del nuovo atteggiamento assunto dalla prima cittadina del paese. La SADE, comunque, aveva raggiunto il suo scopo. I cittadini di Erto si trovavano divisi ed era il momento opportuno per approfondire il solco della discordia, per tirarne il proprio tornaconto.
Il monopolio elettrico si mosse sul terreno diplomatico, come fosse entro un ministero. Avvicinò i dubbiosi e giocò, con loro, al rialzo dei prezzi. Dalla sua aveva già la sindachessa, che aveva dato l’esempio cedendo le terre al monopolio.
In capo a qualche mese la SADE aveva portato a termine il disegno che si era prefissa. Si era acquistata, pagando bene, la complicità e l’omertà di alcuni proprietari che, ora, facevano la propaganda per la società.
La SADE raccolse un magro frutto da questa manovra. I contadini più deboli e ormai senza una guida, si presentarono spontaneamente al monopolio, che pagò la loro terra a 18 lire il metro quadro. Ma la maggioranza si unì attorno a un capo, il signor Pietro Carrara, che guidava un comitato di protesta. La voce di questi montanari vessati dalla SADE arrivò fin dentro il Senato. Il senatore Giacomo Pellegrini, nel riferire il suo interessamento al comitato di Erto, espresse il convincimento che a Roma la cosa non interessava. Tutto andava come voleva la SADE, che aveva ancora l’ultima carta nel mazzo da giocare. E la buttò sulla tavola vincendo il piatto.
Fece sapere a quanti ancora resistevano che dovevano decidersi. O accettare con le buone, oppure sarebbero stati espropriati con la forza e i denari del risarcimento versati in banca a nome del titolare catastale del fondo. Era una operazione che le veniva consentita in virtù della concessione che teneva in mano per «pubblica utilità». I lavori, nella valle, li doveva fare e lo Stato le dava questa facoltà.
Era la fine per i montanari di Erto. Resistere ancora voleva dire non vedere forse mai quei pochi denari. I terreni, in moltissimi casi, erano ancora intestati al primitivo proprietario, morto da tanto tempo. Gli eredi erano molti e sparsi un po’ ovunque, ad Erto e in altre città italiane e straniere. Per entrarne in possesso, essi avrebbero dovuto fare lunghe pratiche burocratiche e procure notarili. Spendere molti denari. Alcuni cedettero al ricatto. Altri resistettero, ma si trovano ancora oggi con i soldi vincolati in una banca.
La SADE aveva ormai mano libera per costruire l’impianto. Ai contadini espropriati fu offerto un posto di lavoro sulla grande diga e molti di loro morirono nel corso della sua costruzione.
È bene spiegare in che modo la SADE ottenne la concessione per lo sfruttamento delle acque del Vajont. Alla luce della terribile tragedia, il pensiero di come essa riuscì ad averla in mano fa semplicemente rabbrividire.
Il decreto porta la data dell’ottobre 1943. L’Italia era precipitata nel caos. Non esisteva, praticamente, un governo. A Roma, in quei giorni gli ebrei venivano rastrellati dai tedeschi. Nulla più era efficiente. Le donne italiane rivestivano di abiti borghesi i soldati fuggiaschi per sottrarli alla cattura. L’unica cosa valida di quei momenti erano i gruppi antifascisti che si andavano organizzando per la lotta partigiana. Eppure, dentro il ministero dei Lavori Pubblici di Roma, la SADE trovò o pagò un funzionario disposto a mettere un timbro e una firma di un ministro fasullo sotto la concessione. Un documento che nessun governo del dopo guerra contestò mai al monopolio elettrico. Mentre il popolo italiano pensava ad organizzarsi e a lottare per la liberazione del paese, moriva per i propri ideali di democrazia e di giustizia sociale, la SADE maneggiava nei ministeri, imbrogliando le carte, per non perdere quella che credeva l’ultima partita. Il Vajont aveva avuto un assurdo inizio prima di avere una tragica fine.
La costruzione del lago artificiale e la sopraelevazione delle acque a quota 722,50 creava un altro grosso problema per i valligiani di Erto.
Il centro veniva diviso da alcune sue frazioni, situate sul versante sinistro della valle. In quella zona sorgevano tre centri abitati: Pineda, Prada e Lirón. Inoltre molti abitanti di Erto possedevano ancora terreni sul lato opposto del paese e case, dove si trasferivano con il bestiame dalla primavera all’autunno. I contadini raggiungevano i due versanti in un batter d’occhio, attraverso sentieri che percorrevano veloci quanto gli scoiattoli. Erano abituati da sempre a quelle primitive vie di comunicazione. Perciò avevano costruito i villaggi dall’altra parte del paese, dove c’era l’unica buona terra da coltivare. Le donne s’erano allenate fin da piccole a portare la gerla in spalla carica di fieno, letame e patate. I bambini percorrevano gli stessi sentieri per recarsi alla scuola del paese, anche con la neve.
La SADE era tenuta, secondo quanto era scritto nel disciplinare di concessione, a mettere in opera tutte le misure necessarie per garantire il normale bisogno delle popolazioni. Ed esse volevano una passerella che attraversasse la valle. La SADE, in un primo tempo, accettò di costruirla. In seguito, probabilmente dopo l’autorizzazione a sopraelevare il livello dell’acqua, si rifiutò. Disse che avrebbe, invece, costruito una strada di circonvallazione, bella e panoramica. Per i contadini la strada significava sette chilometri di percorso per andare e tornare dal paese. A piedi, poiché, a quel tempo, nessuno possedeva neppure una motocicletta. Significava fatica e perdita di tempo per le donne che dovevano recarsi al paese per le spese, per i bambini che dovevano andare a scuola. Ed era un grosso inconveniente in caso di urgenti necessità, quali il medico o qualche ammalato grave da trasportare. Per di più, la strada veniva costruita su un percorso che ad ogni primavera con il disgelo e ad ogni autunno con le piogge, franava. La gente si oppose. Iniziò la seconda ondata di proteste anti-SADE.
La società elettrica corse ai ripari. Capì che con i contadini di Erto bisognava mettere nero su bianco per convincerli. E il nero che stava scritto sulle sue carte ufficiali parlava chiaro in favore dei contadini. Bisognava, allora, modificare le carte. La sua mano era abbastanza lunga per arrivare dappertutto.
Un giorno si presentò ad Erto con un nuovo disciplinare di concessione, con il quale il ministro competente la esonerava dal costruire il ponte perché «la natura del terreno non reggeva all’opera». Il terreno di Erto era tutto della stessa natura. Secondo le carte dei ministeri e della SADE il ponte non si poteva costruire perché era pericoloso, ma la diga e il bacino invece, si potevano fare.
I contadini ricorsero contro il nuovo disciplinare. Nessuno li ascoltò. La SADE, intanto, segnò il tracciato della strada e cominciò a costruirla. Man mano che i lavori avanzavano espropriava i contadini, senza nemmeno chiedere il loro permesso. Passava sui loro terreni, rovinandoli; davanti alle loro case; sui loro cortili. «Pubblica utilità» – diceva. Gli ertani, umiliati e inferociti, protestarono giustamente, verso autorità locali, provinciali e nazionali, il loro diritto ad essere trattati almeno umanamente. Le loro proteste suonarono sempre a vuoto. Ci fu una persona, per la verità, che ritenne giuste le proteste dei contadini. Fu l’ingegner Desidera, allora ingegnere capo del Genio Civile di Belluno. Questi, di sua iniziativa, fece fermare i lavori della strada. Il giorno dopo questa sua presa di posizione venne trasferito da Belluno.
Una mattina, un contadino, esasperato, affrontò i tecnici della SADE brandendo un’accetta. «Se fate ancora un passo sul mio vi ammazzo tutti» – gridò. I carabinieri lo andarono a prelevare e lo denunciarono per minaccia a mano armata.
Cosa dovevano fare gli ertani di fronte alla prepotenza legalizzata, di fronte a una società privata che dettava legge, di fronte a uno Stato che proteggeva i forti contro i deboli? Pensarono di costituire un consorzio di capi famiglia, che avesse veste giuridica per affrontare i potenti. Indissero una pubblica assemblea, che si tenne una domenica mattina, con il vento che spazzava via l’ultima neve. Invitarono, per l’occasione, i parlamentari della circoscrizione, di ogni partito. Tranne l’on. Giorgio Bettiol di Belluno, nessuno si fece vivo.
La riunione ebbe luogo il 3 maggio 1959 nella rustica sala da ballo dell’ENAL, alla presenza del notaio dott. Adolfo Soccal di Belluno, che redasse l’atto costitutivo e legalizzò le firme dei 136 capi famiglia, che sottoscrissero il documento. La riunione fu molto più numerosa. Intere famiglie si recarono sul luogo dell’assemblea, anche molte donne con i bambini, che nel corso della prima messa domenicale avevano sentito le parole di esortazione del parroco don Doro, affinché tutti aderissero all’iniziativa «sacrosanta».
Quella mattina successe un fatto che turbò un poco i presenti. Un imponente vecchio, Giovanni Martinelli, era giunto da oltre la valle con due cartelli. «Abbasso la SADE» e «Abbasso il governo» – c’era scritto. Aveva ragione da vendere, visti i precedenti. I carabinieri si indispettirono e gli ordinarono di depositarli in un angolo. Lui si rifiutò fieramente. I carabinieri glieli strapparono con la forza, malgrado che egli tentasse di trattenerli. «Se non li molla la denuncio per resistenza a pubblico ufficiale» – scandì l’uomo in divisa. Giovanni Martinelli aveva fatto la guerra del ‘15-’18; aveva aiutato i partigiani nell’ultima guerra; aveva avuto la casa bruciata dai tedeschi e, dal governo non aveva ricevuto una lira per i danni subiti. Era uno dei più energici nelle proteste; uno dei più sicuri che la montagna dovesse franare e provocare una tragedia. Quella terribile notte del Vajont, l’acqua gli avrebbe portato via un figlio di 23 anni.
L’assemblea si svolse con ordine, ma in un clima di ribellione che ognuno covava dentro il petto da tempo. Una vecchia disse: «Se i ladri vengono a rubare in casa mio, io ho ben il diritto di prendere il fucile e difendermi».
A presidente del consorzio fu eletta la signora Lina Carrara, moglie di quel Pietro Carrara, che fu uno dei primi animatori delle proteste anti-SADE. Egli, dopo l’esproprio dei terreni, era stato costretto ad accettare lavoro dalla società elettrica. Morì in un infortunio occorsogli durante la costruzione della diga. Sua moglie, insegnante elementare a Pordenone, accettò subito l’incarico degli ertani, in nome di una solidarietà umana che non si sentiva di tradire, verso i compaesani di suo marito, che avevano offerto il proprio sangue numerosi all’epoca dell’infortunio, nel generoso tentativo di salvarlo.
Molti ertani parlarono quel giorno. Degli espropri, della strada e del costruendo bacino. Qualche mese prima, nel vicino lago artificiale di Forno di Zoldo, era franato un pezzo di montagna. Anche ad Erto il terreno era di natura franosa, in pendenza dal 40 al 70%. Il paese era addirittura costruito su terra di riporto alluvionale. I contadini portavano l’esempio di Forno di Zoldo e di Vallesella di Cadore. In ambedue i casi l’acqua dei laghi artificiali, col suo continuo movimento ondoso, aveva «mangiato» il terreno di natura franosa e provocato disastri. A Vallesella tutte le case si erano spaccate. Gli ertani manifestarono la loro apprensione e si proposero di condurre avanti una lotta organizzata «per la difesa e la rinascita della valle ertana». Questa fu, appunto, la denominazione data al consorzio.
Una giornalista dell’Unità, presente all’assemblea, riferì sul suo giornale la cronaca dell’avvenimento, registrando le impressioni della popolazione di Erto in merito all’invaso. Fu denunciata all’autorità giudiziaria, dal brigadiere dei carabinieri Battistini, per «notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico».
La denuncia aveva il chiaro scopo di intimorire gli ertani; di stroncare la loro resistenza. Ottenne il risultato opposto, poiché molti contadini si offersero di andare a testimoniare al processo.
Tra la denuncia e la celebrazione del processo passò un anno. Nel frattempo, precisamente il 6 novembre 1960, dal monte Toc franarono alcune centinaia di metri cubi di materiale. Un appezzamento di bosco, della lunghezza di duecento metri, sprofondò nel lago. L’ondata che si sollevò fu abbastanza grande, ma non fece vittime, essendo il livello dell’acqua alquanto basso. Il franamento spazzò via numerose case che erano state espropriate per l’invaso e provocò larghe fenditure in tutta la zona del Toc. Chi non aveva ancora creduto al pericolo si rese conto che il paese era destinato alla rovina.
Il 30 novembre 1960 si celebrò il processo a carico dell’Unità. I giudici di Milano ascoltarono con interesse la deposizione della giornalista e quella dei montanari di Erto. Esaminarono attentamente le fotografie che riproducevano la zona. Si informarono minuziosamente della situazione di Erto e Casso, facendo un po’ di confusione nel pronunciare i due strambi nomi. Gli ertani si appellarono ai giudici con foga contadina, affinché la loro sentenza fosse un allarme che destasse l’attenzione delle autorità sulla sorte della zona. I giudici, alfine si ritirarono. Rimasero pochissimo in camera di consiglio. Quando ritornarono in aula lessero una sentenza di piena assoluzione, ritenendo che, nell’articolo incriminato «nulla vi era di falso, di esagerato o di tendenzioso».
Ma neppure l’autorevole sentenza di un tribunale indusse la pubblica autorità ad intervenire indifesa delle popolazioni minacciate. Il consorzio di Erto intensificò la lotta, interessando della sicurezza delle popolazioni prefetti, uffici del Genio Civile, la SADE, la Provincia, il Parlamento. Il consiglio provinciale votò all’unanimità un ordine del giorno in data 13 febbraio 1961 sulla situazione di pericolo del Vajont, che fu personalmente recato a Roma da una delegazione dello stesso consiglio, guidata dal presidente dott. Alessandro da Borso. Di ritorno da Roma, nel riferire al consiglio sull’esito della missione, egli espresse il suo sconforto dichiarando: «la SADE è uno Stato nello Stato».
La solita giornalista dell’Unità scrisse un altro articolo, in data 21 febbraio 1961, denunciando un pericolo che avrebbe potuto divenire tragedia. In esso, tra l’altro, diceva: «Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con terribile schianto. In questo ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la famosa diga tecnicamente tanto decantata, e a ragione, resista. Se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno, sarebbe un immane disastro per lo stesso paese di Longarone adagiato in fondovalle».
Qualcuno si domanderà: ma la SADE sapeva, era al corrente della situazione di pericolo nel Vajont? La risposta è: si, la SADE sapeva perfettamente, ma aveva tutto l’interesse a non renderlo pubblico, in vista della nazionalizzazione. L’impianto doveva passare allo Stato in piena efficienza, affinché venisse ripagato per intero, dopo che era già stato sovvenzionato nel corso della sua costruzione con altissime percentuali sulla spesa totale, dal 60 all’80%.
Tuttavia, in segreto, la SADE fece i suoi esperimenti. Incaricò l’Istituto di idraulica dell’Università di Padova, di cui era ed è titolare il prof. Ghetti, di effettuare una prova su modello per misurare, su scala ridotta, gli effetti della caduta del Toc e della tracimazione delle acque del lago oltre la diga. L’esperimento venne fatto a Nove di Fadalto. Diede risultati sconcertanti, che furono tenuti segreti. In base alla prova effettuata, l’acqua sarebbe tracimata in misura di 2-3 milioni di metri cubi e il Toc avrebbe franato di 50 milioni di metri cubi di materiale. La notte del 9 ottobre franò per 200 milioni di metri cubi di materiale e tracimò 60 milioni di metri cubi d’acqua. L’esperimento, condotto con dovizia di mezzi e da tecnici altamente qualificati, si dimostrò errato. Ma anche se l’acqua del Vajont fosse precipitata nella misura calcolata sull’abitato posto sotto la diga, dove si trovava anche la cartiera di Verona sarebbero morte due o trecento persone, nella migliore delle ipotesi.
Per la SADE il problema era quello di poter continuare ad utilizzare il bacino, di non interrompere la produzione, quando la montagna sarebbe caduta. L’invaso del Vajont era il più importante invaso dei collegati Boite-Maè-Piave-Vajont. Era un grosso bacino di riserva le cui acque, venivano avviate ad alimentare la grossa centrale di Soverzene in tempo di «magra» del Piave. Era, perciò, il più importante. Interrompere l’attività del bacino, sia pure a causa di una grossa, minacciosa frana in movimento, voleva dire perdere miliardi di guadagno. Ormai il bacino era fatto e bisognava utilizzarlo al massimo. Si doveva andare avanti fin che si poteva. E prevedere il modo di utilizzare le acque anche dopo. Per la SADE il rischio valeva la candela.
Il monopolio elettrico chiamò dall’estero varie commissioni di esperti per studiare il problema. Essi consigliarono di costruire un tunnel di scarico sotterraneo, con sbocchi a monte e a valle della diga, nel caso che la montagna, cadendo, formasse due laghi. Erano già in grado di prevedere con esattezza come la caduta del Toc sarebbe avvenuta. La SADE li ascoltò e costruì l’opera.
Nella primavera del 1963, poco prima del decreto di nazionalizzazione, il lago venne riempito per la prima volta fino a quota 702 metri. Per «precauzione» ci si tenne al di sotto di 20 metri dal massimo livello consentito.
Bisogna dire che la commissione di collaudo nominata dal Consiglio superiore dei Lavori Pubblici non collaudò mai l’impianto del Vajont. Tra gli stessi componenti esistevano opinioni opposte sulla validità dell’opera fin dall’autunno 1960, all’epoca della caduta della prima frana. Proprio per l’esistenza di queste opinioni diverse la commissione divenne un organismo permanente, con facoltà di collaudo in corso d’opera. Ciò voleva dire provare, tentare e vedere. Fino alla primavera del 1963 si erano fatti soltanto tentativi e prove. Il bacino veniva «invasato» di pochi metri alla volta e poi svuotato per misurare la stabilità del terreno. Nell’estate del 1963 esso appariva colmo d’acqua. Ma anche in questa occasione il collaudo non ebbe luogo. Il geologo prof. Penta dissentì dagli altri colleghi della commissione, manifestando seri dubbi sulla stabilità futura della zona. Il ministro dei Lavori Pubblici al quale furono presentate le due ipotesi contrarie formulate dai membri della commissione, accolse la più ottimista. E diede parere favorevole al pieno invaso del bacino senza che questo fosse stato mai collaudato dai tecnici.
Dopo qualche mese, la spalla sinistra della diga presentò qualche difficoltà. Forse la pressione dell’acqua era troppo forte. Si corse ai ripari, immettendo continuamente «iniezioni» di cemento nei punti ritenuti più vulnerabili. L’operazione non risultò di grande sollievo. Bisognava ridurre il livello del lago, per salvare la diga. Riducendo l’acqua era probabile che cadesse il Toc. La SADE si trovò di fronte a un grosso problema tecnico.
Venne presa la decisione di abbassare le acque a ritmo lentissimo, tenendo contemporaneamente d’occhio la montagna. I tecnici incominciarono a svuotare il lago mentre la frana avanzava, ormai, di 40 centimetri il giorno. Pensavano di poter terminare lo svaso entro la fine di novembre.
Un mese prima della catastrofe, il vice-sindaco di Erto, Martinelli, scrisse una allarmante lettera all’ENEL-SADE, alla Prefettura e al Genio Civile di Udine, esperimento seri dubbi sulla stabilità delle sponde del lago e chiedendo «di provvedere a togliere dal Comune di Erto e Casso le cause dello stato di pericolo pubblico prima che succedano, come in altri paesi, danni riparabili e non riparabili; quindi mettere la popolazione di Erto in uno stato di tranquillità e di sicurezza e solo dopo rimettere in attività il bacino di Erto». L’ENEL-SADE rispondeva dichiarando «piuttosto azzardate» le previsioni del Comune, e asserendo che l’abitato non correva assolutamente alcun pericolo.
Una settimana prima della tragedia i tecnici in servizio sulla diga manifestano apertamente, ai dirigenti, la loro preoccupazione. Sordi boati e scosse del terreno sono all’ordine del giorno. I tecnici parlano del pericolo anche con gli amici, tramite il filo del telefono: «Qui da un momento all’altro si va tutti in barca»; «Sto mangiando e la scodella balla». Tre giorni prima del disastro l’ing. Caruso dell’ENEL, viene delegato a seguire in permanenza l’andamento della frana. Il geometra Ritmajer che era stato trasferito a Venezia viene bloccato sulla diga. Gli operai addetti ai servizi non vogliono più andare a lavorare. Il vice-sindaco di Longarone, Terenzio Arduini, telefona al Genio Civile di Belluno per essere rassicurato sulle voci di grave pericolo che circola nella zona. Viene rassicurato. Nel pomeriggio del 9, fino alle ultime ore prima della tremenda valanga d’acqua, partono per Venezia, sede dell’ENEL-SADE, drammatiche telefonate dai geometri sulla diga, annunciando l’imminente pericolo. «Mi lasci vedova» grida la moglie del geometra Giannelli, inutilmente tentando di convincere il marito a non tornare al suo posto di lavoro. Alle ore 21 si risponde al geometra Ritmajer, che tempesta di telefonate la direzione di Venezia, di «dormire con un occhio aperto» ma di stare calmo, che a Venezia non si prevede tanto pericolo. Sempre alle 21 si mandano due carabinieri a Longarone nei villaggi sotto la diga per avvertire la popolazione di non allarmarsi «se dalla diga uscirà un po’ d’acqua». Alla stessa ora l’ing. Caruso chiede ai carabinieri di far bloccare il traffico sulla statale d’Alemagna, senza preoccuparsi che la strada passa proprio in mezzo al centro abitato di Longarone. Nessuno pensa di far evacuare i paesi. Probabilmente si si fidava fin troppo della prova sul modello effettuata dia grandi professori, equivalente al gioco dei bambini che buttano sassi in un catino d’acqua.
Alle 10,45 il Toc frana nel lago, sollevando una paurosa ondata d’acqua. Questa si alza terribile un centinaio di metri sopra la diga, tracima dalla stessa e piomba di schianto sull’abitato di Longarone, spazzandolo via dalla faccia della terra. A monte della diga, un’altra ondata impazzisce violenta da un alto all’altro della valle, risucchiando dentro il lago interi villaggi. Oltre 2.500 vittime in tre minuti d’apocalisse.
L’assassinio è compiuto.
5 maggio 1959
Costituito un consorzio di difesa a Erto nella Valcellina
LA SADE SPADRONEGGIA
MA I MONTANARI SI DIFENDONO
Gravi pericoli per la esistenza stessa del paese – Diecine di case e fertili terre irrimediabilmente isolate – Espropri forzosi e prepotenze – Insensibilità del sindaco
BELLUNO, 4 maggio
A Erto, in Valcellina, 130 capi famiglia uomini e donne, si sono consorziati per creare un organismo che abbia veste giuridica nel difendere i diritti e gli interessi dei singoli e della collettività del paese di fronte alle prepotenze e ai soprusi che la SADE va da anni compiendo nella zona. Il nuovo organismo è stato denominato «Consorzio per la rinascita e la salvaguardia della valle ertana».
A tale scopo si è svolta ad Erto una manifestazione popolare sotto gli auspici del comitato provinciale di rinascita della montagna presieduta dal compagno on. Bettiol e dal compagno Celso, segretario della Federazione bellunese del PSI. Durante la manifestazione sono state raccolte anche le firme in calce alla proposta di legge di iniziativa popolare per la montagna sulla quale sono stati espressi unanimi consensi.
Sono intervenute le famiglie direttamente interessate alla difesa dei loro beni minacciati od espropriati dalla SADE e moltissimi altri montanari che nell’egoismo della società elettrica e nell’inerzia del governo intravvedono un pericolo grave per la stessa esistenza del paese a ridosso del quale si sta costruendo un bacino artificiale di 150 milioni di metri cubi d’acqua, che un domani eroderanno il terreno di natura franosa, potrebbero far sprofondare le case nel lago. Per di più il lago dividerebbe irrimediabilmente il villaggio dalle sue terre più fertili isolando oltre valle decine di case. E la SADE non vuol provvedere alla costruzione del ponte che manterrebbe congiunto il centro del paese alle sue frazioni.
Inoltre un fatto grave e contrario a tutte le leggi, che ha avuto inizio da qualche mese e che tuttora, perdura, ha portato all’esasperazione gli abitanti della valle. Essi si vedono continuamente invadere ed espropriare i propri campi dalle società che hanno in appalto la costruzione della strada di circonvallazione per conto della SADE. Nessun decreto di espropriazione o trattative per la cessione dei beni sono intervenuti fra la SADE e i proprietari. La società elettrica infrange tutte le leggi dello Stato e i contadini hanno sempre dovuto sottostare finora ai soprusi della SADE.
Qualche giorno fa si è perfino fatto sgomberare con la forza dalla propria casa una famiglia con sei figli perché si dovevano far brillare le mine per aprire un passaggio alla strada. La famiglia ha dovuto trovare provvisoriamente ricovero in una fredda stalla (la neve è a poche centinaia di metri dal paese) dove si trova alloggiata tutt’ora.
La gente non ne può più di tante ingiustizie e qualche volta tenta di difendere da sé i propri diritti. Una vecchia che gira la pianura veneta con la gerla a vendere cucchiai di legno e che è stata espropriata di piccoli pezzi di campo da tutte e due le parti del torrente ci ha detto: «Se un ladro viene a portare via la mia roba, a sparare le mine sotto la mia casa, allora io posso ben prendere il fucile e difendermi».
Un abitante della frazione Pineda venuto alla manifestazione con un cartello di protesta contro la SADE ha detto: «Ho avuto la casa bruciata dai tedeschi e lo Stato non mi ha ancora dato niente per i danni di guerra. I miei figli hanno dovuto andare a lavorare all’estero. Ora mi toglieranno di prepotenza anche il campo. Io non sono italiano per il governo. Sono solo me stesso e da solo ora mi difenderò».
Sono discorsi questi della popolazione di Erto che forse non sono perfettamente in linea con le leggi, ma contengono una saggezza montanara perfettamente a posto con la logica e il buon senso. Infatti se il governo per primo non è in grado di fare rispettare le leggi, perché mai dovrebbero rispettarle i cittadini sottoposti alle angherie della SADE e alla debolezza del governo stesso?
Non c’è nessuno a Erto – tranne il sindaco che per essere una donna ha dimostrato assai poca sensibilità venendo meno alla fiducia che in lei avevano riposto i suoi concittadini – che non sia solidale con la popolazione.
Anche il parroco don Luigi Doro è dalla parte dei suoi parrocchiani. Ieri a tutte e due le messe domenicali ha esortato dal pulpito la popolazione a recarsi a firmare per la costruzione del consorzio. Una signora del luogo ora domiciliata a Pordenone, è venuta apposta a Erto per essere presente e partecipare alla costituzione del Consorzio che segna l’inizio di nuove battaglie per imporre allo Stato l’applicazione delle leggi e alla SADE il rispetto dei patti contratti con la popolazione.
«Legalità» e «giustizia» sono la parole che pronunciano con fermezza i montanari della Valcellina. Ed è nel rispetto della legalità e della giustizia, purché tale rispetto sia reciproco, che essi imposteranno tutte le loro future azioni per la difesa della loro terra.
8 novembre 1960 – Interni
Si accentua la minaccia sulla valle del Vajont
UNA GIGANTESCA FRANA PRECIPITA A ERTO
NEL LAGO ARTIFICIALE COSTRUITO DALLA SADE
Le acque del bacino si sono alzate di oltre un metro – Per fortuna il cedimento si è verificato nel versante opposto al paese – La popolazione vivamente allarmata
BELLUNO, 7 novembre
Il lago artificiale di Erto, nel cui bacino le acque sono state immesse da appena un mese, ha già cominciato a provocare disastri. Un’enorme frana è precipitata in questi giorni entro il lago, staccandosi dai terreni sulla sponda sinistra in località Toc, poco più su della grande diga del Vajont. Un appezzamento di bosco e prato della lunghezza di circa 300 metri ha ceduto all’erosione delle acque ed è piombato entro il lago.
Non si conosce con esattezza la quantità del materiale franato; certo si tratta di diverse centinaia di metri cubi. Si sa soltanto con precisione che esso ha fatto alzare il livello dell’acqua di un metro e 10 centimetri. I valligiani di Erto hanno fatto ieri un altro calcolo: hanno preso come riferimento l’altezza del vecchio ponte sul Colomber che è alto 138 metri. Il materiale franato ha quasi raggiunto la spalletta del ponte, una trentina di metri sotto. Il conto è per ciò fatto.
Per puro caso il disastro non ha registrato qualche tragedia. All’ora in cui si è verificato il crollo, circa verso le 13, ragazzi e valligiani sono soliti aggirarsi con rudimentali zattere nel punto del lago dove la frana è precipitata per trarre in salvo dalle case, per metà sommerse, travi e materiale vario. Quel giorno non c’era nessuno. La frana ha fatto sollevare un’immensa colonna di acqua che ha spezzato come fuscelli i muri delle case ancora in piedi. Ora non si vedono più e sembra che non siano mai esistite.
Gli abitanti del Toc, colti alla sprovvista, sono stati presi dal panico tanto più che alcune case sono proprio vicine al luogo franato. Pure alla sprovvista sono stati presi i tecnici e i dirigenti della S.A.D.E. che, accorsi sul luogo, hanno fatto evacuare le famiglie, che sono fuggite trascinandosi dietro i pochi capi di bestiame. Quasi tutte le case della zona presentano numerose fenditure. Ovunque si temono altri cedimenti. Le spie di vetro fatte apporre sui muri si sono spezzate rivelando l’insidia che sovrasta la zona. A ridosso del lago, per una lunghezza di 600 metri, i reticolati della S.A.D.E. sbarrano la strada e numerosi cartelli avvisano della presenza di un grave pericolo. Oggi due lussuosissime macchine sono giunte sul posto, quelli che la popolazione chiama «i pezzi grossi» della S.A.D.E. Apparivano preoccupati; hanno controllato, osservato; se ne sono andati all’avvicinarsi dei valligiani.
«Non vogliono rispondere alle loro domande. S’interessano solo del loro lago, di noi non importa loro proprio niente».
Questi sono stati gli amari, ma quanto veritieri, commenti degli abitanti della zona.
Si era dunque nel giusto quando, raccogliendo le preoccupazioni della popolazione, e memori delle precedenti esperienze di Vallesella e Forno di Zoldo, si denunciava l’esistenza di un sicuro pericolo costituito dalla formazione del lago. E il pericolo diventa sempre più incombente. Sul luogo della frana il terreno continua a cedere, si sente un impressionante rumore di terra e sassi che continuano a precipitare. E le larghe fenditure sul terreno, che abbracciano una superficie di interi chilometri non possono certo rendere tranquilli.
21 febbraio 1961
Mentre si lascia alla SADE la possibilità di sottrarsi agli obblighi di legge
UN’ENORME MASSA DI 50 MILIONI DI METRI CUBI
MINACCIA LA VITA E GLI AVERI DEGLI ABITANTI DI ERTO
Il cedimento causato dall’invaso del Vajont si verificherà lentamente o con un terribile schianto? – Dopo i casi di Vallesella e Forno di Zoldo la gente non crede più al monopolio elettrico – Una delegazione bellunese a Roma
BELLUNO, 20 febbraio
Una delegazione guidata dal dott. Da Borso, presidente dell’Ente provinciale conferirà a Roma con i ministri dei Lavori pubblici e delle Finanze ai quali verranno sottoposte le richieste che il Consiglio provinciale ha unanimemente formulato sui problemi idroelettrici, alcuni dei quali sono arrivati a una tale acutizzazione che comportano per il governo una chiara e decisa scelta finale.
Se finora le autorità governative hanno potuto impunemente svolgere una politica di promesse per i montanari e di concessioni per la società elettrica ora, per quanto riguarda la provincia di Belluno, siamo allo scontro finale: ora il governo non dovrà soltanto dire ma fare adoperare le leggi come devono essere adoperate, poiché anche i suoi migliori sostenitori periferici – amministratori, deputati, parroci – hanno rinunciato a continuare a difendere apertamente il suo operato, perché è a tutti fin troppo chiaro che esso giova soltanto al potente monopolio. La discussione avvenuta in Consiglio provinciale sulla mozione del compagno on. Bettiol ha dimostrato l’agitazione, l’imbarazzo dei d.c. locali e il loro tentativo, seppur strumentale, dettato dall’esigenza di differenziare almeno a parole il loro operato da quello del governo per esigenze propagandistiche di partito e personali, di risalire una china che erano andati scendendo pian piano, rendendoli complici della volontà del governo in fatti incresciosi e talvolta dolorosi, di fronte ai quali ci si limitava a deplorare, ma non si era in grado d’imporsi, di protestare, di ottenere il proprio diritto.
A scuotere le coscienze ci sono voluti fatti e avvenimenti che i d.c. non potevano prevedere. C’è voluta la ribellione dei cittadini di Domegge, che si son sentiti indegnamente beffati dopo anni di fiduciosa attesa per la loro frazione di Vallesella, rovinata dal bacino SADE. Il governo e le autorità provinciali dovevano appoggiare e incoraggiare l’azione intrapresa da quei cittadini per la difesa del loro paese; invece si lasciava alla SADE ogni possibilità di sottrarsi sempre ai propri obblighi di legge, anche quando la stessa ha allungato una settantina di milioni per riparare le case danneggiate, a titolo però di elargizione e non di preciso indennizzo di responsabilità. Un atto inutile, perché le case continuano a dissestarsi, ma che l’avarissima SADE, come dice una relazione del Comune di Domegge, «ha praticato come un’iniezione di morfina al malato dolorante, solo per addormentarne il dolore, ma non è servita per addormentare la coscienza della popolazione» mentre, continua sempre la relazione «in altra sede si, la iniezione è servita e qualcuno si è addormentato». È questa, una precisa accusa al potere costituito.
L’amarezza e la sfiducia dei cittadini di Domegge si è clamorosamente manifestata con l’astensione totale dal voto per le elezioni amministrative dello scorso novembre, che ha assunto un preciso atto di protesta. Il rigetto da parte della GPA della delibera con la quale il Comune di Domegge aveva deciso d’istruire una pratica giudiziaria contro la SADE, era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Ed anche i d.c. hanno dovuto aprire gli occhi sulla realtà.
Un’altra realtà che deve essere affrontata con urgenza è quella che si sta verificando ad Erto per l’invaso del Vajont. Il P.C.I. ne ha parlato a josa e sembrava che le sue parole fossero lanciate al vento. Ora si sta determinando l’irreparabile quello che noi avevamo sempre temuto e denunciato. Una enorme massa di 50 milioni di metri cubi di materiale, tutta una montagna sul versante sinistro del lago artificiale, sta franando. Non si può sapere se il cedimento sarà lento o se avverrà con un terribile schianto. In quest’ultimo caso non si possono prevedere le conseguenze. Può darsi che la famosa diga tecnicamente tanto decantata e a ragione, resista (se si verificasse il contrario e quando il lago fosse pieno sarebbe un’immane disastro per lo stesso paese di Longarone adagiato in fondovalle), ma sorgeranno lo stesso altri problemi di natura difficile e preoccupante. I più illustri tecnici fatti convocare per l’occasione da varie parti del mondo, hanno suggerito alla SADE di costruire una galleria per far defluire l’acqua da un lago all’altro quando la montagna cadendo, avrà di fatto formato due invasi. Non si sa cosa succederà dell’agglomerato del paese quando il lago superiore sarà pieno, poiché è notorio che esso è interamente poggiato su terreno di frana. La SADE dice che sotto questo terreno esiste uno strato di roccia. Ma come ci si può fidare di un giudizio che il monopolio ha fallito in pieno già diverse volte anche in provincia, come a Forno di Zoldo e nella stessa zona di Erto? Il compagno Bettiol ha chiesto ed ottenuto che l’Ente Provincia si associ al Comune per far fare altre perizie sul sottosuolo di Erto, per dare tranquillità a quei cittadini che si trovano in uno stato di perenne agitazione anche perché sulla sinistra, come tante volte denunciato anche dal nostro giornale, continuano a cadere frane sulla nuova strada di circonvallazione e una ventina di famiglie sono anche attualmente prive di ogni via di collegamento con il paese, perché un pezzo di strada è stata travolta e distrutta dagli ultimi franamenti.
Questa è la realtà umana della popolazione. Poi c’è la realtà dei cavilli giuridici e delle sentenze. Come è noto il Tribunale superiore delle acque pubbliche ha emesso ultimamente una sentenza che priva il bacino imbrifero del Piave di 180 milioni all’anno e di un miliardo e mezzo di arretrati, perché concede alla SADE di sottrarsi all’obbligo di corrispondere i sovraccanoni sugli impianti di Fadalto. Qui i d.c. vorrebbero giuocare sull’equilibrio, attribuendo tutta la colpa alla magistratura. E ai profani di queste cose forse parrebbe tale se non esistessero precedenti costituiti da precise richieste, dibattiti, azioni di enti locali e iniziative anche legislative, svolti in passato presso il governo e il ministro competente, richiedenti l’estensione del pagamento del sovraccanone a tutti gli impianti esistenti. È il governo, perciò il responsabile dell’attuale sentenza, come è responsabile di aver concesso i rimanenti 125 moduli d’acqua, che ancora esistevano nell’ormai striminzito Piave contro il parere degli enti locali, ed averli concessi per 60 anni alla SADE, che li utilizza negli impianti di Fadalto, proprio quando stanno per scadere le precedenti concessioni per quegli impianti, prorogando di fatto tutte le concessioni di quella zona fino al 2019.
Ma l’assurdo ancora più grave è che autorizza la società elettrica a compiere un vero furto legalizzato, poiché le si concede la facoltà d’iniziare a pagare i sovraccanoni per i 125 moduli dell’ultima concessione al termine dei lavori, che di fatto non esistono se non per un semplice canale, poiché gli impianti sono già al completo. Cosicché la SADE già sfrutta quest’acqua fin dal 1954 (e illegalmente anche prima come è stato documentato) senza dover ancora pagare una lira.
È un mostruoso assurdo che non trova precedenti e di cui è interamente responsabile il governo.
10 ottobre 1963 – 2a pagina
IL CROLLO DEELLA DIGA DEL VAJONT
La valanga d’acqua in piena notte ha seminato la morte a Longarone
Sgombrati diversi paesi del Bellunese – Comunicazioni interrotte – i primi soccorsi
PONTE DELLE ALPI, 9 notte
Sono a Ponte delle Alpi: la strada è bloccata da agenti della polizia, carabinieri, soldati. Non si passa. Solo le autoambulanze, i mezzi della polizia e dell’esercito possono passare il posto di blocco, avanzare verso Longarone, il paese di duemila abitanti sommerso nella notte dalla valanga d’acqua che l’ha investito dopo che la diga sul Vajont ha ceduto.
Le notizie giungono incerte, frammentarie, confuse, rimbalzano nella notte da un crocchio all’altro: si parla di decine di morti, qualcuno dice centinaia. Una ventata di terrore è passata, insieme al torrente impietoso, sprigionatosi dalla diga «saltata». Venendo verso Ponte delle Alpi ho visto, alla periferia di Belluno e in altri paesi, donne coi bambini in braccio fuggire nella notte, lontano dal Piave le cui acque, per un raggio di molti chilometri, si sono spaventosamente ingrossate.
Anche qui, a Ponte delle Alpi, molta gente ha abbandonato la casa, è fuggita perché le acque del Piave hanno raggiunto un’altezza che mette paura.
Mentre tento ancora, inutilmente, di forzare il posto di blocco giungono altre forze di polizia e reparti dell’esercito, vigili del fuoco da tutte le province venete. Solo questo incessante e frenetico affluire delle squadre di soccorso dà per ora un’idea della gravità del disastro che ha colpito Longarone, il paese che si trova ai piedi della grande diga crollata, e la vallata del Piave.
Qualcuno dice che il crollo è stato parziale e che i danni forse sono più limitati di quello che pareva in un primo momento. Ma sono voci, soltanto voci. Quello che tutti dicono è che a Longarone i morti e i feriti sono molti. Duemila persone sorprese nel sonno dalla disastrosa inondazione; Solo qualcuno ha udito il rombo minaccioso delle acque che stavano scatenandosi nella loro corsa di morte. La grande maggioranza è stata sorpresa a casa, nel letto. Decine di abitazioni sono state spazzate via dalla furia delle acque.
Impossibile telefonare a Longarone: le comunicazioni sono interrotte. Questa impossibilità di comunicare rende più drammatica l’ansia che pervade quanti si assiepano, in attesa di notizie, attorno al posto di blocco di Ponte delle Alpi e a quelli istituiti in altre località della zona.
Un testimonio oculare ha portato a Longarone le seguenti drammatiche notizie: il paese è stato spazzato via per tre quarti della sua estensione. L’aspetto è agghiacciante, non si ode un gemito, sembra un immenso cimitero. Molte decine di persone, intere famiglie, mancano all’appello. Le frazioni attorno a Longarone sono pure state investite dall’enorme massa di acqua: Pirago sarebbe completamente distrutta, Villanova e Faè semidistrutte, Codissago molto danneggiata.
La massa d’acqua che si è riversata nella valle seminando distruzione e morte sarebbe di 60 milioni di metri cubi. Sulle cause del disastro non si hanno particolari. Par che una enorme frana si sia staccata dalla montagna precipitando nel bacino della diga e sollevando un’ondata d’acqua di grandiose proporzioni. Non è accertato se l’ondata ha tracimato dal bordo della diga riversandosi nella vallata o se la pressione dell’acqua mossa dalla frana ha fatto crollare la diga stessa.
Numerosi feriti sono stati trasportati negli ospedali di Auronzo, Pieve di Cadore, Cortina e Belluno. C’è bisogno di sangue: un pressante appello è stato lanciato ai donatori.
Con le prime luci dell’alba elicotteri ed aerei sorvoleranno la zona colpita e solo allora si avranno le esatte dimensioni del disastro.
11 ottobre 1963 – Pag.2
Il drammatico racconto della compagna che accusò la SADE
L’UNITA’ FU PROCESSATA
PER AVER DENUNCIATO IL PERICOLO
BELLUNO, 10.
13 ottobre 1963
«MAGARI FOSSI RIUSCITA
A TURBARE L’ORDINE PUBBLICO»
La nostra Tina Merlin racconta i drammatici incontri con i montanari, con la gente che aveva paura della diga – Racconta perché fu trascinata in Tribunale, perché si voleva condannarla
Non mi ricordo esattamente quando ho cominciato ad occuparmi del Vaiont. Probabilmente sette anni fa, quando sono cominciati gli espropri da parte della SADE. Era il mio lavoro normale di tutti i giorni. I proprietari – tutti piccoli coltivatori che dal loro pezzetto di terra ricavavano un aiuto in natura che serviva ad integrare il loro magro bilancio – si rifiutavano di cedere al monopolio, a un prezzo irrisorio, la loro terra. Era terra ricavata molte volte dai pendii e bonificata con il lavoro di generazioni. Rappresentava un valore materiale e affettivo insieme. Ogni lotta dei montanari contro il monopolio elettrico cominciava da qui. Non era lotta contro il progresso, ma contro chi in nome del progresso si riempiva il portafoglio a spese altrui.
Occuparmi del Vaiont non era stato perciò che continuare quello che facevo da quando, lasciata la mia Brigata partigiana, cominciai a lavorare per il Partito.
Dopo la Liberazione la SADE costruì in provincia di Belluno diversi bacini idroelettrici: a Pieve di Cadore, ad Arsiè, a Forno di Zoldo e nella Valle del Mis. Per ogni impianto mi era capitato di scrivere qualcosa contro la SADE. I soprusi, le prepotenze della società elettrica erano, come si dice, il pane quotidiano di ogni giornalista che avesse voluto parlare di ciò che stava a cuore dei montanari di queste vallate. Non rivelavo segreti, non svelavo fatti misteriosi per il gusto di dare addosso ai capitalisti, riferivo quel che vedevo, quel che sentivo accadere intorno a me. Chiunque facesse questo mestiere avrebbe potuto scrivere le stesse cose. Anche altri ci hanno provato ma senza riuscire mai a leggere sul loro giornale quello che avevano scritto. E qualcuno ha passato dei guai per essersi occupato della SADE senza ascoltare i consigli della società.
Il coraggio e l’onestà di un giornalista non bastano per poter scrivere la verità su un giornale. Ricordo un episodio accaduto a Vallesella di Cadore. Due anni fa la popolazione di questo paese si rifiutò in massa di recarsi a votare in segno di protesta contro il governo che non aveva fatto rispettare alla SADE i propri impegni, per le case rovinate nelle acque del lago. Il sindaco convocò allora una conferenza stampa per chiedere a tutti i corrispondenti locali dei giornali italiani di scrivere le ragioni di questa singolare protesta.
Ma alla conferenza stampa ci andammo solo in due, io e il corrispondente del Giorno. Gli altri preferirono ignorare la cosa. I primi pezzi su Erto e sul Vaiont li ho scritti per raccontare come venivano portati avanti gli espropri. La SADE ricattava i contadini: o accettare le cifre stabilite dal monopolio oppure subire gli espropri di autorità: il denaro intanto veniva versato in banca all’intestatario catastale del terreno che magari era morto o espatriato. Chi in effetti lavorava il pezzo di terra espropriato rischiava di non aver mai in mano quei soldi o di ottenerli dopo pratiche che sarebbero durate degli anni e a prezzo di spese non indifferenti.
In queste condizioni i contadini, uno dopo l’altro, hanno ceduto.
In seguito sorse un altro problema. Alcune frazioni di Erto venivano tagliate fuori dal centro con l’invaso. Esse erano collegate al capoluogo da sentieri che attraversavano la valle. I contadini li percorrevano come scoiattoli. Molti ertani possedevano i terreni sull’opposto versante. Come si sarebbero trovati dopo la realizzazione del lago? Chiesero una passerella che collegasse i due versanti. In un primo tempo la SADE disse che l’avrebbe costruita. Poi, attraverso le leve di potere che possedeva, si fece dare un’altra concessione dal ministero che la esonerava dal costruire la passerella. Al suo posto avrebbe fatto una strada di circonvallazione. Per gli ertani significava un lungo e accidentato percorso, soprattutto d’inverno: per i bambini delle frazioni che dovevano recarsi a scuola al capoluogo; per le vecchie, che all’alba andavano a messa; per i contadini che dovevano percorrere oltre tre chilometri per lavorare i loro terreni.
E poi c’era il pericolo di frane in una zona dove queste cadevano in continuazione nei mesi del disgelo; più di 6 chilometri tra andata e ritorno per le provviste, per il medico e per tutti i casi di emergenza che si potevano verificare. L’amministrazione comunale di Erto inoltrò un pro-memoria all’ufficio del Genio Civile di Belluno perché il ministero dei Lavori Pubblici fosse informato. Non ottenne nulla e la SADE cominciò a costruire la strada. Non si preoccupò neppure di avvisare i proprietari dei terreni. Andava avanti coi bulldozer. I valligiani erano esasperati. Un mattino gli operai dell’impresa vennero affrontati da un contadino che brandiva un’accetta. «Se fate ancora un passo avanti la uso», disse. Chi l’aveva ridotto alla disperazione? Anche per questo episodio scrissi una corrispondenza. Raccontai i fatti. La polemica era nelle cose. La strada, comunque, si fece.
Nel frattempo nel bacino di Forno di Zoldo franò un grosso lembo di montagna. La popolazione di Erto si allarmò. Se a Forno aveva fatto precipitare la montagna cosa sarebbe accaduto del loro paese che poggiava tutto su terra argillosa? Queste cose i contadini le sapevano da sempre, ma vollero interrogare i famosi geologi. E il parere dei tecnici e degli scienziati confermò le loro paure: era pura follia costruire un bacino sul luogo.
Le perizie geologiche diedero esca a nuove polemiche e le proteste si fecero più vivaci. Si arrivò a costituire un «Consorzio per la difesa della valle ertana» al quale aderirono 136 capi famiglia. In quella occasione scrissi l’articolo per il quale mi processarono. Raccontai quanto avevano detto i montanari all’assemblea costitutiva del Consorzio. Avevo commesso il «reato» di registrare i fatti e un vice brigadiere dei carabinieri mi accusò di aver diffuso «notizie false e tendenziose atte a turbare l’ordine pubblico». Fossi veramente riuscita a turbarlo l’ordine della SADE, oggi non saremmo qui a piangere i nostri morti e a maledire i responsabili!
Qualcuno molto più in alto di un funzionario di polizia sperava di tappare la bocca, di intimorire e mettere a tacere i valligiani. Tra la denuncia e il processo scrissi altri pezzi. E furono probabilmente quelli che contribuirono a farmi assolvere. Nel frattempo, infatti, sul monte Toc si erano prodotte fenditure e successivamente una frana era precipitata giù dalla montagna. Parlai del pericolo di nuovi smottamenti e crolli, parlai di una massa di 50 milioni di metri cubi che minacciava di piombare a valle. E sbagliai solo per difetto. Venne il giorno del processo. I montanari di Erto si presentarono davanti ai giudici di Milano in qualità di testi. «Qui ci sono le prove. Se non ci credete venite voi stessi a vedere. Signori giudici, fate qualcosa perché non succeda di peggio».
Della SADE al processo non si fece vivo nessuno. Neppure il brigadiere che stese la denuncia si presentò. Il Tribunale fece il possibile. Sentenziò che i fatti denunciati erano veri, che il pericolo c’era.
Ma chi considerava un articolo sull’Unità più pericoloso di una frana grossa come una montagna restò inerte. Chi doveva trarre le conseguenze dalla sentenza non mosse un dito, anzi autorizzò la SADE a costruire al diga mortale. Ora che l’irreparabile è accaduto, c’è ancora chi ha il coraggio di affermare che a Roma nessuno sapeva. Come se la Camera, il Senato, dove le mie, le nostre denuncie sono state portate dinanzi ai ministri responsabili non stessero a Roma, ma nella capitale del Tanganika.
C’è poi l’ipotesi che invoca il silenzio di fronte ai lutti e alle devastazioni, che incolpa di tutto le forze della natura. E c’è chi ci considera soltanto dei giornalisti più bravi e più coraggiosi degli altri ed è disposto a riconoscere che, sì, qualche straccio di tecnico può essere buttato all’aria purché non si tocchi il sistema, purché non si arrivi alla radice.
Non sono né più brava né più coraggiosa di tanti miei colleghi. Non volevo certo diventare famosa per un fatto così tragico quando scrivevo contro la SADE. Volevo semplicemente impedire che questo disastro colpisse i montanari della terra dove sono nata, dove ho fatto la guerra partigiana, dove ho vissuto tutta la mia vita. E ora non riesco neanche a esprimere la mia collera, il mio furore per non esserci riuscita.
8 aprile 1967 – Veneto
Dalla notte della tragedia nulla è cambiato nella vallata del Vajont
300 ERTANI SONO TORNATI AL PAESE
PER SOTTRARSI A UNA VITA DI CARITA’
Un ritorno amaro che ha il significato di una protesta – Tutte le promesse sono rimaste sulla carta
Arrivare ad Erto di notte in questo periodo dell’anno, col vento che soffia e la luna – come quella sera – che illumina l’immobile paesaggio della frana del Toc, serpeggiato da stradine tracciate sulla sabbia, fa l’impressione di entrare in un mondo di fantasmi, le cui porte si aprono all’altezza della diga del Vajont. O forse ancora prima, a Fortogna, sulla strada di Alemagna.
La vallata del Vajont non è cambiata dalla notte della tragedia. È stato detto ormai tante volte, ma bisogna ripeterlo, gridarlo, perché chi porta la responsabilità del «dopo» non si lamenti se qualcosa succede da queste parti, in questo villaggio di fronte al Toc, dove 104 famiglie, oltre 300 persone, vivono ormai da anni un ritorno al paese che ha il significato della protesta. Un ritorno che è stato amaro, ma assai meno umiliante della carità di un affitto in casa altrui, a Cimolais o Claut, quando una casa propria esisteva nel vecchio villaggio, disabitata e in preda di topi. Trecento persone che non hanno creduto e non credono alle promesse di ministri e di «autorità responsabili». Alla luce della realtà esistente, quelli che allora sono ritornati ad Erto contro la legge che li aveva scacciati, e che ci vivono tuttora in un isolamento che soltanto una testarda volontà può sopportare, dimostrano polemicamente di aver avuto ragione sul futuro della comunità. Non è sorto niente, infatti, in nessun luogo, che possa dare adito a speranze, che tanti ertani del resto credevano realizzabili a Maniago, per esempio. Non è sorta ancora nessuna casa, tranne le fondamenta della solita fatidica prima pietra in quella landa, espropriata per pochi soldi ai contadini locali per essere trasformata nel nuovo paese di Erto a valle. L’Erto a monte, a quota 830, per quelli che avevano scelto di rimanere nella valle del Vajont, è anch’esso una speranza ormai abbandonata da chi ci credeva. Sostenere ancora queste illusioni è lecito? È possibile, è giusto – la domanda è da porsi – alimentare speranze che dopo tre anni e mezzo sono ancora soltanto segni sulla carta? E differentemente, come pensa il Governo di sistemare la comunità?
Lo Stato ha speso per gli ertani, dal 9 ottobre 1963 ad oggi, oltre tre miliardi di sussidi.
Di lavoro sul posto non ce n’è; andare all’estero significa abbandonare la cura di interessi familiari, una necessità creata dalla tragedia e che nessuno ha ancora risolto. È più facile, oltretutto, scegliere la via sulla quali li ha istradati il governo: sussidio a tempo indeterminato. È un risultato voluto dai governanti. Con tre miliardi si poteva ricostruire, o quasi, un piccolo paese come Erto. Allora, per quale determinazione, per quale assurdo disegno si è preferito disgregare una comunità, mettere i suoi abitanti gli uni contro gli altri, perseguitare chi non crede più alle promesse, in definitiva creare dei ribelli al posto degli uomini che un tempo coltivavano questa valle con pazienza e sacrificio?
All’imbocco del paese di Erto, all’altezza del cimitero, c’è un cartello che vieta il transito causa il terreno franoso. Il divieto dura fino alla piazzetta, che un tempo non aveva nome essendo l’unica piazza del paese che dopo il Vajont è stata intitolata «9 ottobre». Tra la piazza e il cimitero le case sono abitate. Sulla strada è vietato passare, ma non è vietato agli ertani abitare in quella zona dove si asserisce esservi pericolo. Non è vietato celebrare le funzioni religiose nella chiesa – il prete arriva una volta ogni tanto – situata dentro il perimetro franoso. Ricercare una logica negli avvenimenti del Vajont, di prima, di dopo, di adesso, è come ricercare un ago in un pagliaio. Nei giorni prima della tragedia si era imposto agli ertani di sfollare le bestie della zona del Toc, ma non la gente. Adesso si fa altrettanto, si blocca la strada, ma ci si può abitare sopra. Qualche ertano ride amaramente, qualche altro si infuria. Ben presto il cartello scompare. Arrivano i carabinieri e vanno difilati da un membro del comitato locale, che per non avere peli sulla lingua è considerato il più «sovversivo» di tutti. Lo tirano fuori di casa e gli chiedono: «Chi è stato ad asportare il cartello?». E lui risponde rivolgendo alla forza pubblica un’altra domanda: «Chi è stato ad ammazzarmi la famiglia?». Malgrado la vita da primitivi che sono costretti a fare, questi ertani serbano ancora una logica invidiabile. Chi è stato, infatti, a provocare la tragedia? Ancora ufficialmente non si sa.
Ogni piccola cosa che succede, anche la rivendicazione di un diritto normale da parte di coloro che abitano il vecchio paese, è vista come una sollevazione. Gli ertani sono pedinati se escono dal paese, se vanno in montagna, se si riuniscono; sorvegliati come confinati. E confinati lo sono, anche se volontari. La sensibilità delle autorità non arriva a comprendere lo stato d’animo, la psicologia che si è creata in questa gente, distrutta, rovinata, prima dal monopolio elettrico, poi dall’incapacità dei pubblici poteri. Per ogni cosa che accade, gli ertani sono chiamati a Cimolais dai carabinieri. Frasi come: «Questa volta ti sbatto dentro» sono all’ordine del giorno. «Siamo trattati come delinquenti, dopo che ci hanno ridotti in questo stato. La colpa è ancora nostra, capisci?».
Quella sera era il venerdì santo. Un tempo, per tradizione popolare, veniva realizzata una bellissima passione di Cristo. Quest’anno la tradizione non è stata rispettata, e sarebbe stata una notte adatta, col vento che ululava nella valle sotto lo splendore di una luna che illuminava la parete bianca del Toc, la sua enorme ferita lasciata dalla montagna precipitata dentro il lago.
In chiesa si celebrava la funzione religiosa, ma l’unica osteria del paese era piena di gente e parlare di qualcosa che avesse attinenza con i problemi del Vajont era come accendere una miccia. Perciò uscimmo con un gruppo, che poi s’ingrossò dentro l’abitazione di uno di quei «desperes». Disperati di tutto e per tutto. Si parlò a lungo, di case, di persone, della politica. Un ex socialista ci disse: «Qui hanno restituito 140 tessere del PSU per protesta. I socialisti sono al governo e ci lasciano in queste condizioni». «Ma cosa avete intenzione di fare per smuovere le acque stantie dell’indifferenza o quanto meno della lentezza con cui si affrontano i vostri problemi?». Ormai gli ertani sono diventati sospettosi di tutti, stentano ad esprimere le loro intenzioni per paura che qualcuno faccia la spia alle autorità o al sindaco, che non va mai a visitarli ad Erto.
«Stai pur sicura che qualcosa faremo, ormai ci hanno preso in giro fin troppo». Ma non dicono cosa. Anche questi misteri sono perfettamente intonati all’ambiente. Sulla strada del ritorno, caracollando con la macchina sopra la frana del Toc – un gran canyon che attraversa la valle del Vajont per diversi chilometri – ci sembrava di essere stati dentro un incubo assurdo, come nei sogni. Soltanto che dai sogni ci si risveglia rallegrandoci di riaffiorare in una diversa realtà. Quelli di Erto il loro incubo lo vivono da tre anni e passa, e se da esso non li si fa uscire presto, rischiano di non essere più recuperabili per una vita diversa.
a Belluno dal 29 Novembre 1992