Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-25835-del-31-10-2017
Timestamp: 2020-08-04 23:11:17+00:00
Document Index: 16546581

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 447', 'art. 1810', 'art. 1809', 'art. 1809', 'art. 416', 'art. 155', 'art. 1803', 'art. 1810', 'art. 1809', 'art. 360', 'art. 437', 'art. 155', 'art. 1599', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 112', 'Cass. Sez. ', 'art. 1599', 'art. 1599', 'Cass. Sez. ']

Sentenza Cassazione Civile n. 25835 del 31/10/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25835 del 31/10/2017
Cassazione civile, sez. III, 31/10/2017, (ud. 27/06/2017, dep.31/10/2017), n. 25835
Dott. GAIME GUIZZI Stefano – rel. Consigliere –
Sul ricorso 13206/2015 proposto da:
R.M., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ENNIO QUIRINO
rappresentata e difesa dagli avvocati PAOLA ANTONIA DONVITO, VITO
TOMMASO DONVITO giusta procura speciale in calce al ricorso;
C.E., domiciliata ex lege in ROMA, presso la
dall’avvocato GAETANO CINGARI giusta procura speciale in calce al
avverso la sentenza n. 50/2015 della CORTE D’APPELLO SEZ.DIST. DI di
TARANTO, depositata il 19/03/2015;
27/06/2017 dal Consigliere Dott. STEFANO GIAIME GUIZZI;
1. R.M. ricorre per cassazione avverso la sentenza n. 50/15 della Corte di Appello di Lecce, sezione distaccata di Taranto, che ha respinto il gravame da essa proposto avverso la sentenza n. 1591/12 resa dal Tribunale di Taranto, di rigetto della domanda, avanzata dall’odierna ricorrente, di rilascio dell’appartamento di sua proprietà, sito in (OMISSIS).
2. Riferisce, in particolare, di aver adito il Tribunale tarantino con ricorso ex art. 447 bis c.p.c. del 25 ottobre 2013, al fine di conseguire il rilascio dell’immobile suddetto, acquisito in proprietà in forza di contratto di compravendita concluso, il 27 luglio 2006, con il proprio figlio, D.F.G., bene detenuto in comodato precario per ragioni solidarietà da C.E., coniuge separata del predetto D.F., e del quale essa R. aveva già richiesto – inutilmente – il rilascio in via stragiudiziale, nell’aprile 2011, a norma dell’art. 1810 c.c..
Proposta dalla R. azione di rilascio, ai sensi della disposizione appena richiamata (e comunque, in via di subordine, ex art. 1809 c.c., per destinare l’immobile a propria abitazione), si radicava il contraddittorio innanzi al primo giudice con la costituzione della C.. In particolare, costei eccepiva – sempre secondo quanto si legge nell’odierno ricorso – che l’immobile “de quo”, già adibito a casa familiare essendo ella coniuge del D.F., “le era stato assegnato dal Tribunale di Taranto nel giugno 2006 in sede di comparizione per la sua separazione giudiziale” (e, dunque, anteriormente alla stipulazione del contratto di compravendita intercorso tra la R. ed il D.F.), “in quanto affidataria della figlia minore”. Su tali basi, pertanto, la C. chiedeva dichiararsi l’inesistenza del contratto di comodato con la R. e in ogni caso, in via di subordine, l’insussistenza dei presupposti ex art. 1809 c.c., per il rilascio del bene.
Richiesto dalla R. termine per controdedurre rispetto alle avversarie difese, la stessa – non senza previamente eccepire la decadenza, ex art. 416 c.p.c., comma 2, “delle domande riconvenzionali, eccezioni e produzioni proposte dalla C.” – ribadiva la propria domanda di rilascio, chiedendo altresì, “in via subordinata” (per l’ipotesi in cui “l’eccezione di detenzione dell’immobile ex art. 155 quater c.c., formulata dalla controparte” fosse dichiarata “ammissibile ed opponibile” ad essa ricorrente) che il rilascio del bene fosse “disposto per la data del 21 giugno 2015 alla scadenza del novennio dalla prima assegnazione”, avvenuta con provvedimento giudiziale del 21 giugno 2006.
L’adito Tribunale, tuttavia, rigettava ogni domanda attorea, sul presupposto – sempre secondo quanto emerge dalla narrativa del presente ricorso – che la R., in ragione della propria inerzia nel richiedere il rilascio dell’immobile, protrattasi nei cinque anni successivi alla stipulazione del contratto di compravendita, avesse espresso “un consenso negoziale implicito” alla perdurante utilizzazione del bene, e ciò “in sintonia con lo schema dell’art. 1803 c.c.”, permettendo così “alla resistente di continuare ad usare l’immobile senza alcun corrispettivo per i bisogni abitativi suoi e della figlia minorenne sino alla revisione del provvedimento di assegnazione” (e, dunque, per un uso determinato che escludeva la possibilità del rilascio “ad nutum” ex art. 1810 c.c.), negando, altresì, che potesse applicarsi l’art. 1809 c.c., comma 2, in difetto di prova circa l’urgente ed impreveduto bisogno della R..
In secondo luogo, contestava l’affermazione relativa all’esistenza di un suo “consenso negoziale implicito” all’utilizzazione dell’immobile quale casa familiare della C. e della di lei figlia minore, non solo perchè adottata dal primo giudice “ultra petita”, ma anche perchè infondata in diritto.
4.1. Il primo – formulato ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), – deduce “violazione e falsa applicazione dell’art. 437 c.p.c., e dell’art. 155 quater (nuova formulazione) e art. 1599 c.c., comma 3”.
La ricorrente ribadisce di aver concluso – in primo grado – per il rilascio del bene in via immediata, nonchè, subordinatamente, alla data del 21 giugno 2015, e ciò sul presupposto della non opponibilità, oltre il novennio, del provvedimento giudiziale di assegnazione, in difetto di trascrizione dello stesso anteriormente al contratto di compravendita, in forza del quale ella aveva acquisito l’immobile. Contesta, in particolare, l’affermazione della sentenza di appello che ha ritenuto tale domanda subordinata insussistente in primo grado, e dunque nuova in appello, richiamando la R., al riguardo, il “principio di reciprocità e circolarità degli oneri processuali”, e dunque ribadendo di aver aderito – sebbene in via di subordine – alla domanda di rilascio del bene dopo nove anni dal provvedimento di assegnazione giudiziale, proposta (anch’essa in via subordinata) dalla C..
4.2. Il secondo motivo è proposto come violazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), in relazione all’art. 112 del medesimo codice di rito civile.
5. Ha resistito con controricorso la C., chiedendo rigettarsi l’avversaria impugnazione in quanto non fondata.
Una volta, infatti, che il tema dell’efficacia del provvedimento giudiziale di assegnazione dell’immobile risultava introdotto in giudizio dalla C., e fatto proprio dalla R., nè il giudice di primo grado, nè quello di appello potevano esimersi dal decidere su di esso.
Difatti, è stato affermato, di recente, da questa Corte che la “eccezione di assegnazione giudiziale della casa in sede di separazione coniugale non rientra nè tra i casi per i quali la legge prevede espressamente l’onere di eccezione in capo alla parte nè tra i casi in cui l’elemento costitutivo dell’eccezione è rappresentato dalla manifestazione di volontà di esercitare un diritto potestativo; l’efficacia impeditiva del diritto dell’attore al rilascio, infatti, deriva direttamente dal provvedimento giudiziale di assegnazione dell’abitazione coniugale e non dalla manifestazione di volontà dell’assegnatario dell’immobile di volersi avvalere degli effetti di tale provvedimento giudiziale”. Si tratta, dunque, di una “eccezione in senso lato”, il cui rilievo “non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in appello, dovendosi ritenere sufficiente che i fatti risultino documentati ex actis” (Cass. Sez. 2, sent. 5 agosto 2016, n. 16574, Rv. 640834-01).
7.2. Alla stregua, dunque, di tale principio la Corte di Appello tarantina – risultando, appunto, “ex actis” la circostanza dell’adozione, il 21 giugno 2006, del provvedimento giudiziale di assegnazione dell’immobile quale casa familiare della C. e della di lei figlia minore – avrebbe dovuto certamente esaminare la questione relativa alla necessità, o meno, del rilascio dell’immobile alla data del 21 giugno 2015, traendo, inoltre, le dovute conseguenze dalla constatazione che il provvedimento suddetto risultava trascritto successivamente al titolo di acquisto della R., riconoscendo, così, che l’opponibiltà del primo, all’odierna ricorrente, non poteva protrarsi oltre il novennio, ex art. 1599 c.c., comma 3.
Valga, infatti, in proposito, quanto recentissimamente statuito da questa Corte, la quale, in relazione ad una fattispecie speculare alla presente (in cui un coniuge separato – pur vedendo riconosciuto in appello il diritto di abitare, con la figlia minore, la casa coniugale nei limiti del novennio dalla data del provvedimento giudiziale di assegnazione dell’immobile – si doleva dell’avvenuto rigetto, sempre in sede di gravame, della propria domanda principale volta ad ottenere il riconoscimento di tale diritto fino al raggiungimento dell’indipendenza economica della figlia), ha ritenuto che il conflitto con l’acquirente il medesimo bene, che abbia trascritto il suo titolo di acquisto anteriormente alla trascrizione del suddetto provvedimento giudiziale, vada risolto in favore del primo, ma, appunto, solo nei limiti del novennio, secondo il disposto dell’art. 1599 c.c., comma 3, (cfr. Cass. Sez. 6-3, ord. 17 marzo 2017, n. 7007, Rv. 643680-01).