Source: http://www.marinacastellaneta.it/blog/2016/07
Timestamp: 2017-04-29 07:28:09+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 649', 'art. 649', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

2016 luglio - Marina Castellaneta
Debito sovrano: la CEDU dà spazio agli Stati. Colpiti i risparmiatori
Lo scambio forzoso di titoli di Stato imposti dalla Grecia ai risparmiatori per evitare il fallimento e ristrutturare il debito sovrano è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo con sentenza del 21 luglio (n. 63066/14, AFFAIRE MAMATAS ET AUTRES c. GR?CE), che apre le porte a una discrezionalità ad ampio raggio per le autorità nazionali che, invocando esigenze per l’economia dello Stato, possono imporre misure con ripercussioni negative sui diritti dei risparmiatori. Con buona pace del diritto di proprietà riconosciuto dall’articolo 1 del Protocollo n. 1 alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Sono stati ben 6.320 cittadini greci, piccoli risparmiatori, che avevano obbligazioni statali e che erano stati costretti a scambiare i propri bond con altri strumenti di debito, a rivolgersi alla Corte europea. Alcuni risparmiatori avevano concluso un accordo collettivo con lo Stato. Queste regole erano poi state estese, su richiesta del Fondo monetario internazionale, a tutti i detentori di obbligazioni statali malgrado molti avessero rifiutato di aderire all’accordo. Per decisione delle autorità greche le obbligazioni erano state sostituite con altri strumenti di valore inferiore del 53,5% rispetto a quello nominale dei titoli statali. Alcuni risparmiatori si erano rivolti al Consiglio di Stato impugnando lo swap e poi, a fronte della bocciatura interna, hanno agito dinanzi alla Corte europea. Che, però, ha respinto tutti ricorsi, dichiarandone alcuni inammissibili e altri infondati nel merito. In nome delle esigenze di stabilità economica dello Stato e della primazia della ristrutturazione del debito sovrano. Riconosciuta l’esistenza di un’ingerenza nel diritto di proprietà garantito dall’articolo 1 la Corte l’ha, però, ritenuta ammissibile perché prevista dalla legge e giustificata in ragione del perseguimento di un interesse pubblico, ossia preservare l’economia in un periodo di grave crisi. In quest’ambito – osserva la Corte – gli Stati hanno un ampio margine di apprezzamento e possono intervenire riducendo il valore delle obbligazioni. D’altra parte, come affermato anche dal Tribunale Ue e dalle istituzioni dell’Unione europea, se la Grecia non avesse adottato quel provvedimento le obbligazioni iniziali non sarebbero state ripagate. La misura è stata così considerata – con una buona dose di realpolitik – proporzionata anche perché, a dire della Corte, non ha prodotto un onere eccessivo a carico dei risparmiatori che sanno in anticipo che le obbligazioni non sono “risk-free”. “Anche ammettendo – osserva Strasburgo – che i ricorrenti non erano coinvolti in attività speculative”, i risparmiatori avrebbero dovuto avere consapevolezza dei rischi nell’acquisto di obbligazioni statali, per di più tenendo conto della lunga durata dell’investimento. La Corte, poi, prosegue a “bacchettare” i risparmiatori che dovevano essere consapevoli del rischio di una perdita di valore delle proprie obbligazioni considerando il deficit greco e il debito del Paese già prima della crisi del 2009. Di conseguenza, i risparmiatori “non hanno agito come operatori economici prudenti e consapevoli”. Esclusa, altresì, una discriminazione tra i ricorrenti e i risparmiatori che avevano dato il proprio consenso tanto più che interventi in questo settore rendono impossibile differenziare misure a seconda degli obbligazionisti. Senza dimenticare – precisa Strasburgo – che una misura differenziata avrebbe avuto per la Grecia conseguenze catastrofiche sulla sua economia e su quella di altri Stati.
Scritto in: CEDU | in data: 29 luglio 2016 | Parole Chiave: // debito sovrano Whistleblowers: ecco le linee guida del garante europeo per la protezione dei dati
La lotta alla corruzione e ad altre forme di criminalità passa oggi attraverso i whistleblowers. Di conseguenza, anche l’Unione europea deve predisporre meccanismi per assicurare la protezione di chi svolge un ruolo strategico nel far venire alla luce fenomeni criminali in particolare svelando casi di corruzione e frode. Per dare un maggiore supporto e assicurare l’utilizzo di canali adeguati da parte degli organi competenti, l’Autorità europea sulla protezione dei dati ha diffuso, il 18 luglio, le linee guida per indicare come usare canali sicuri per lo staff che denuncia, senza voler rivelare la propria identità, frodi, casi di corruzione etc. (16-07-18_Whistleblowing_Guidelines_EN). Nel documento sono indicate le procedure da attuare per rispettare il regolamento n. 45/2001 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 18 dicembre 2000, concernente la tutela delle persone fisiche in relazione al trattamento dei dati personali da parte delle istituzioni e degli organismi comunitari, nonché la libera circolazione di tali dati. Le linee guida – scrive il Garante – sono state adottate dopo aver raccolto prassi ed esperienze nel corso degli anni e sono applicabili prima che parta un’indagine dell’Ufficio antifrode (Olaf). Tra l’altro, se certo le “gole profonde” servono a far luce su casi di corruzione, è necessario evitare usi distorti, ad esempio per raccogliere notizie riservate sui dipendenti.
Si vedano i post http://www.marinacastellaneta.it/blog/per-i-whistleblowers-piu-garanzie-e-concessione-dellasilo-lo-chiede-il-consiglio-deuropa.html e http://www.marinacastellaneta.it/blog/whistleblowers-pubblicate-le-linee-guida-dellautorita-anticorruzione.html
Scritto in: protezione dati | in data: 28 luglio 2016 | Parole Chiave: // whistleblowers Turchia: così Erdogan seppellisce i diritti umani. Unione europea inerte
Quello che non è riuscito ai militari che hanno organizzato il colpo di Stato del 15 luglio in Turchia sta riuscendo ad Erdogan. Il Presidente turco, infatti, all’indomani del fallito golpe dei militari ha iniziato un immediato abbattimento della democrazia in Turchia e avviato, di fatto, un contro golpe inteso come attacco ai valori democratici e alla libertà. Prima i giudici, poi gli avvocati, seguiti dai professori, oggi i giornalisti. Una repressione ad ampio raggio, con misure proprie di una dittatura militare. E se certo Erdogan sarà stato liberamente eletto, non c’è dubbio che questo non legittima ogni misura di un Paese che è fuori (in realtà da tempo) non solo dall’Europa ma da ogni consesso democratico, avvicinandosi sempre più rapidamente all’integralismo islamico e a regimi teocratici. Ultima misura la sospensione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo di fatto già messa da parte da tempo. Da quando, il Presidente eletto nel 2014, dopo essere stato per 11 anni Primo ministro, ha iniziato una resa dei conti contro ogni forma di dissenso. Senza limiti. Con scene apparse sui network di tutto il mondo proprie di una discesa nel baratro delle violazioni dei diritti umani che hanno portato ad arresti di massa, inclusi quelli di giudici e giornalisti accompagnati dall’impossibilità di accedere a un legale. I numeri del decreto di Erdogan “Kanun Hükmünde Kararname”, KHK/667″, parlano chiaro: 1.125 associazioni, 104 fondazioni, 19 sindacati, 15 università, 934 scuole private e 35 strutture sanitarie private passano automaticamente sotto il controllo statale. Il decreto prevede poi il diritto delle autorità di Governo di licenziare dipendenti pubblici senza possibilità di ricorsi amministrativi e senza prove, il ritiro del passaporto per ogni persona sotto inchiesta, nessuna possibilità di impugnare il decreto. Come ha dichiarato il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muižnieks, in un duro documento del 26 luglio, misure contrarie alla Convenzione che, tra l’altro, può essere sospesa ma non senza limiti tanto più che la Corte europea mantiene il controllo per verificare se le misure prese durante lo stato di emergenza sono conformi o meno alla Convenzione (Coe – Turchia). La dichiarazione di sospensione è stata notificata nei giorni scorsi al Segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland che ha ricordato l’impossibilità di derogare ad articoli quali il 2 (diritto alla vita), il 3 (divieto di tortura), il 4, comma 1 (divieto di schiavitù) e il 7 (nulla ponea sine lege).
L’Unione europea, intanto, svolge un ruolo fondamentale (si fa per dire, ovviamente), come sempre, e monitora la situazione (European Union – EEAS (European External Action Service) | HRVP Mogherini and Commissioner Hahn on the latest developments in Turkey). Proprio la reazione debole, fatta di parole di circostanza, è un segno dell’implosione dell’Unione. Dal canto loro i capi di Stato proseguono in comportamenti ipocriti, guardandosi bene dal presentare un ricorso contro la Turchia alla Corte europea dei diritti dell’uomo e contrabbandano come reazione effettiva un possibile blocco all’ingresso nell’Unione europea, ma lasciano in piedi accordi con chi sta violando i diritti umani, senza neanche ipotizzare la sospensione o il recesso dall’accordo di associazione del 1963 e dal Protocollo del 1973 e dall’ultima vergognosa intesa sui migranti che fa affluire soldi utilizzabili, in assenza di controlli esterni, anche per fini diversi da quelli previsti (sull’accordo Ue Turchia si veda http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=3409). Un trionfo di solidarietà di facciata e di parole senza fatti. Con buona pace dei cittadini turchi che subiscono una repressione senza fine.
Qui la presa di posizione dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein (Turkey).
Scritto in: diritti umani | in data: 27 luglio 2016 | Parole Chiave: // Turchia Procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento in uno studio commissionato dall’europarlamento
Il Parlamento europeo ha diffuso uno studio sull’applicazione del regolamento (CE) n. 1896/2006, che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento (EPRS_IDA(2016)587344_EN), condotto da Stephane Reynolds. Nello studio si evidenzia l’applicazione a macchia di leopardo del regolamento perché in alcuni Stati, come Austria e Germania, si è assistito a un boom nell’utilizzo di questo strumento, mentre in molti altri Paesi membri si arranca nell’effettiva attuazione. Molti Stati, tra l’altro, non hanno fornito dati sull’attuazione (tra questi Italia, Lettonia e Romania). L’autore dello studio suggerisce, tenendo conto dell’assenza di armonizzazione dei procedimenti nazionali, l’istituzione di organi specializzati che rendano più agevole l’attuazione (così è avvenuto proprio in Austria e Germania). E’ poi emersa una certa difficoltà nell’applicazione dell’articolo 20 del regolamento che consente al convenuto di chiedere il riesame dell’ingiunzione con alcune proposte di prendere a modello il regolamento n. 4/2009. Necessario intervenire anche sui costi che, per quanto riguarda l’Italia, vanno da 100 a 500 euro per le spese processuali a cui aggiungere i costi dei legali dai mille euro in su a secondo dell’entità del procedimento.
Giova ricordare che dal 14 luglio 2017 sarà applicato il regolamento n. 2015/2421 del 16 dicembre 2015 recante modifica del regolamento (CE) n. 861/2007, che istituisce un procedimento europeo per le controversie di modesta entità, e del regolamento (CE) n. 1896/2006, che istituisce un procedimento europeo d’ingiunzione di pagamento (2015:2421).
Scritto in: cooperazione giudiziaria civile | in data: 26 luglio 2016 | Parole Chiave: // procedimento europeo di ingiunzione Ne bis in idem applicabile anche nel caso di concorso formale di reati se il fatto storico è lo stesso.
La Corte costituzionale è intervenuta nuovamente sui rapporti tra diritto interno e Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E lo ha fatto con la sentenza n. 200/2016 del 21 luglio 2016 relativa al principio del ne bis in idem e all’eventuale contrasto tra la formulazione di cui all’articolo 649 del codice di procedura penale e quella prospettata come più favorevole di cui all’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (200:2016). E’ stato il giudice dell’udienza preliminare del Tribunale di Torino, con riferimento al processo Eternet, con ordinanza del 24 luglio 2015, a sollevare la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 649 c.p.p. con riferimento all’articolo 117 della Costituzione e, quindi, all’articolo 4 del Protocollo n. 7 della Convenzione europea. In particolare, secondo il giudice a quo, la limitazione all’applicazione del principio, che risulterebbe dall’art. 649, all’esistenza del medesimo fatto giuridico nei suoi elementi costitutivi con riguardo alla sola condotta dell’agente, senza tener conto, invece, dell’esistenza del medesimo “fatto storico”, è contraria alla Convenzione e, quindi, all’articolo 117 della Costituzione. La Consulta ha ritenuto non fondata l’interpretazione prospettata dal giudice. Ed invero, dalla prassi giurisprudenziale interna non risulta che l’articolo 4 del Protocollo, che recepisce il criterio dell’idem factum e non dell’idem legale, abbia un campo applicativo diverso o più favorevole all’imputato rispetto all’articolo 649 c.p.p. La Corte costituzionale ha rilevato che il riferimento al fatto, nella giurisprudenza della CEDU, non è limitato all’azione o alla omissione e comprende, invece, “l’oggetto fisico su cui cade il gesto” tanto da poter comprendere anche l’evento naturalistico che ne consegue. La Corte europea dei diritti dell’uomo, poi, con riferimento alla concezione dell’idem factum non ha precisato in modo chiaro se detta concezione sia limitata alla condotta dell’agente “ovvero abbracci l’oggetto fisico, o anche l’evento naturalistico” tant’è che, in diverse occasioni, Strasburgo ha fatto riferimento alla stessa vittima. Di conseguenza, la Consulta conclude che “non si può isolare con sufficiente certezza alcun principio”, potendosi così fare riferimento alla condotta dell’agente, ma anche all’oggetto fisico dell’evento nella sola dimensione materiale. La Convenzione – prosegue la Consulta – impone agli Stati di applicare il ne bis in idem “in base a una concezione naturalistica del fatto, ma non di restringere quest’ultimo nella sfera della sola azione od omissione dell’agente”. Di conseguenza, in assenza di una giurisprudenza europea univoca, l’interprete deve fare riferimento al solo rilievo storico naturalistico del fatto. Detto questo, però, i giudici costituzionali ritengono che siano presenti alcuni elementi di contrasto in ragione di alcuni orientamenti che si fondano sull’applicazione del principio ai soli casi in cui vi sia un idem legale con un’evidente incompatibilità con la Convenzione e con la stessa Costituzione. Per quanto riguarda l’ulteriore profilo di contrasto tra l’articolo 649 c.p.p. e l’articolo 4 del Protocollo n. 7 in relazione agli orientamenti che vietano di applicare il principio del ne bis in idem “ove il reato già giudicato sia stato commesso in concorso formale con quello oggetto della nuova iniziativa del pubblico ministero nonostante la medesimezza del fatto”, la Corte ritiene questa posizione incompatibile con la CEDU se il fatto storico è lo stesso, tenendo conto che le uniche deroghe ammissibili in ordine alla preclusione del giudicato rispetto alla nuova azione penale sono solo quelle elencate dal comma 2 dell’articolo 4, del Protocollo n. 7. Questo vuol dire che il giudice deve considerare la triade condotta-nesso causale-evento naturalistico e considerare l’idem se c’è coincidenza di tutti questi elementi “assunti in una dimensione empirica”. Pertanto, esiste un contrasto dell’articolo 649 con l’articolo 117 della Costituzione se è esclusa l’applicazione del ne bis in idem per la sola circostanza che ricorre un concorso formale di reati tra res iudicata e res iudicanda, mentre l’articolo 4 del Protocollo n. 7 vieta di procedere nuovamente quando il fatto storico è lo stesso. Solo per questa parte, quindi, la Consulta ha dichiarato l’incostituzionalià dell’art. 649 c.p.p.
Scritto in: Rapporti tra diritto interno e diritto internazionale | in data: 22 luglio 2016 | Parole Chiave: // ne bis in idem Limiti alla giurisdizione della Corte suprema inglese nell’applicazione del regolamento n. 2201/2003
La Corte suprema inglese, con la sentenza depositata il 22 giugno, “In the matter D (A child), [2016] UKSC34”, si è dichiarata incompetente a pronunciarsi sul ricorso di un cittadino rumeno che aveva impugnato la pronuncia della High Court la quale aveva respinto la richiesta di dare esecuzione alla decisione della Corte di appello di Bucarest che affidava la figlia al padre (uksc-2016-0048-judgment). La vicenda aveva avuto origine da una coppia di cittadini rumeni che erano vissuti in Inghilterra per diversi anni. Il padre era rientrato in Romania e aveva chiesto l’affidamento della figlia, concesso dai giudici di Bucarest. L’High Court inglese aveva respinto la richiesta di riconoscimento ed esecuzione della decisione avanzata dal padre ritenendo che i giudici avevano deciso senza sentire la minore, agendo così in violazione del regolamento Ue n. 2001/2003 relativo alla competenza, al riconoscimento e all’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e di responsabilità genitoriale. Ed invero, poiché l’articolo 23, lett. b) include tra i motivi di non riconoscimento il caso in cui la decisione sia stata resa “senza che il minore abbia avuto la possibilità di essere ascoltato, in violazione dei principi fondamentali di procedura dello Stato membro richiesto”, i giudici inglesi avevano bloccato gli effetti della pronuncia rumena. Il padre aveva così chiesto che il suo caso fosse deciso dalla Corte suprema che in via preliminare aveva ritenuto di potersi pronunciare ma con la sentenza del 22 giugno ha affermato di non avere giurisdizione chiarendo che la regola generale nell’applicazione degli atti Ue è di favorire la libera circolazione delle pronunce. In questa direzione, il Regno Unito, in linea con l’articolo 68 del regolamento in base al quale “gli Stati membri comunicano alla Commissione gli elenchi dei giudici e dei mezzi d’impugnazione” ha chiarito che è possibile solo un’impugnazione per motivi di diritto dinanzi alla Corte di appello.
Scritto in: cooperazione giudiziaria civile, regolamento n. 2201/2003 | in data: 21 luglio 2016 | Parole Chiave: // riconoscimento sentenze Nell’estradizione irrilevante la prescrizione in base all’ordinamento italiano
I giudici nazionali, nel decidere sull’estradizione, non possono sindacare sulla disciplina penale sostanziale straniera applicata secondo le regole processuali di quello Stato. E’ altresì irrilevante la prescrizione secondo l’ordinamento italiano. Lo ha chiarito la Corte di cassazione, sesta sezione penale, con la sentenza n. 29622/16 depositata il 13 luglio (29622). La Suprema Corte ha così confermato il via libera all’estradizione già decisa dalla Corte di appello di Venezia, in base alla Convenzione europea sull’estradizione del 21 marzo 1983, di un individuo condannato a Tirana. La Corte di appello aveva correttamente riconosciuto, precisa la Cassazione, che la pena era legittima e coerente anche per l’ordinamento nazionale in relazione al reato per il quale era stata comminata la condanna. Inoltre – osserva la Suprema Corte – non rileva che alla data di esecutività della sentenza nazionale che riconosce quella straniera la pena sia estinta secondo le regole del nostro ordinamento perché ciò che conta è solo la non prescrizione della pena secondo l’ordinamento straniero al momento della richiesta di riconoscimento.
Scritto in: estradizione | in data: 20 luglio 2016 | Parole Chiave: // riconsocimento sentenza Il trascorrere del tempo nell’attuazione del diritto di visita porta a una sicura condanna da Strasburgo
Il carattere adeguato di una misura volta ad assicurare l’effettiva realizzazione del diritto al rispetto della vita familiare, quando è in gioco il rapporto con il minore, va valutato tenendo conto della rapidità nell’attuazione concreta. Se, malgrado una pronuncia interna che riconosce il diritto di visita di un padre, passano più di otto anni senza che i contatti si stabilizzino è certa la violazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. E’ senza equivoci il verdetto di Strasburgo nella sentenza di condanna all’Italia depositata il 23 giugno (ricorso n. 53377/13, CASE OF STRUMIA v. ITALY). A rivolgersi a Strasburgo il padre di una bambina che, dopo il divorzio, non aveva più potuto avere contatti con la figlia. Denunciato dalla ex moglie per abusi sulla minore era stato assolto da tutte le accuse, ma la donna aveva frapposto continui ostacoli alle visite del padre. Malgrado le sentenze che hanno dato ragione al padre e le richieste ai servizi sociali per organizzare gli incontri, il diritto di visita non è stato realizzato in modo effettivo. La Corte europea riconosce che, in via generale, l’articolo 8 serve ad evitare ingerenze arbitrarie nella vita privata e familiare, ma esso impone anche l’adozione di misure positive per favorire l’effettiva realizzazione del diritto. Di conseguenza, gli Stati devono predisporre un arsenale giuridico adeguato e sufficiente ad assicurare la piena realizzazione dei diritti degli interessati. Nel caso in esame, secondo la Corte europea, le misure decise dai tribunali sono state automatiche e stereotipate. Con la conseguenza che le autorità nazionali, con la loro inerzia, hanno lasciato consolidare la grave situazione. Eppure, scrive la Corte, nell’ambito dei legami familiari, il trascorrere del tempo senza contatti produce conseguenze irrimediabili in particolare quando è in gioco l’interesse superiore del minore. Pertanto, nel non garantire l’applicazione effettiva di misure adeguate volte a superare l’ostilità della madre della bambina e assicurare le visite del padre, l’Italia ha violato la Convenzione e, in particolare gli obblighi positivi che derivano dall’articolo 8, incluse le misure preparatorie che servono ad assicurare i diritti. Tenendo conto, inoltre, che la mancata cooperazione di uno dei genitori non dispensa le autorità competenti dall’adozione di tutte le misure suscettibili di assicurare il mantenimento del legame familiare. Lo Stato è stato condannato anche a pagare 15mila euro per i danni morali subiti dal ricorrente.
Scritto in: CEDU | in data: 19 luglio 2016 | Parole Chiave: // interesse del minore Richieste di protezione internazionale: boom di domande nel 2015
Il numero più elevato di domande di protezione internazionale mai presentato dal 2008 ad oggi. Nel 2015, infatti, le domande sono state quasi 1,4 milioni con la maggior parte delle istanze provenienti dalla Siria, dai Balcani occidentali e dall’Afghanistan. Sono stati la Germania, l’Ungheria, la Svezia, l’Austria e l’Italia i principali paesi di accoglienza. E’ quanto risulta dalla relazione annuale 2015 dell’Ufficio europeo di sostegno per l’asilo presentato il 12 luglio (EN_ Annual Report 2015_1). Il rapporto contiene i dati dei 28 Stati membri più Norvegia e Svizzera. Allarmante l’arretrato con oltre 1 milione di richieste per le quali non vi è stata ancora una decisione, con la conseguenza che “il volume delle domande pendenti è quasi raddoppiato rispetto all’anno scorso”. In dettaglio, le domande presentate dai siriani sono state 380mila (triplicate rispetto al 2014) e 196.170 quelle degli afgani con un incremento record del 359% e la quota più alta di minori non accompagnati richiedenti protezione internazionale. Il rapporto analizza anche l’applicazione del programma di ricollocazione per sostenere gli Stati in prima linea ossia Italia e Grecia.
Per quanto riguarda i minori non accompagnati, nel 2015 le richieste di protezione internazionale sono state 95.985 e hanno coinvolto soprattutto Svezia, Germania, Ungheria e Austria. Stabili le domande di protezione sussidiaria.
Scritto in: asilo | in data: 18 luglio 2016 | Parole Chiave: // relazione annuale Legge europea: novità nella cooperazione giudiziaria civile e penale
In vigore dal 23 luglio la legge 7 luglio 2016 n. 122 “Disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Legge europea 2015-2016”, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale n. 158 dell’8 luglio (legge europea). Obiettivo principale chiudere le 16 procedure d’infrazione avviate dalla Commissione europea e andare avanti con l’attuazione di 3 direttive e una decisione quadro. Diverse le novità in materia di cooperazione giudiziaria civile e penale. Sotto il primo profilo, con l’articolo 7 è previsto che il Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità del Ministero della giustizia, designato quale autorità centrale a norma dell’articolo 49 del regolamento (CE) n. 4/2009 del Consiglio, del 18 dicembre 2008, dell’articolo 53 del regolamento (CE) n. 2201/2003 del Consiglio, del 27 novembre 2003, e dell’articolo 4 della Convenzione dell’Aia del 23 novembre 2007, nello svolgimento dei suoi compiti si avvalga dei servizi minorili dell’Amministrazione della giustizia e acceda alle informazioni contenute in banche dati pubbliche relative alla situazione economica dei soggetti obbligati al pagamento di alimenti. Sul fronte del funzionamento del titolo esecutivo europeo, via libera all’immediata applicazione dell’atto pubblico certificato come titolo esecutivo europeo nello Stato di origine senza ulteriori adempimenti. In materia di immigrazione, disposto il rilascio del permesso di soggiorno autonomo ai minori stranieri anche prima del 14esimo anno di età.
La sezione II è interamente dedicata alla disciplina a tutela delle vittime di reati intenzionali violenti che vede l’Italia già oggetto della procedura d’infrazione 2011/4147. Con la nuova legge si dispone l’estensione del Fondo di rotazione per la solidarietà alla vittime di reati di tipo mafioso anche alle altre vittime.
Scritto in: rapporti tra diritto interno e diritto Ue | in data: 15 luglio 2016 | Parole Chiave: // legge europea « Post precedenti