Source: https://www.laleggepertutti.it/163416_spaccio-di-droga-vicino-luniversita-niente-aggravante
Timestamp: 2018-03-22 11:38:14+00:00
Document Index: 10782290

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 73', 'art. 80', 'art. 80', 'art. 80', 'art. 33', 'art. 80']

Spaccio di droga vicino l'università: niente aggravante
Lo sai che? Spaccio di droga vicino l’università: niente aggravante
Traffico e detenzione di sostanze stupefacenti o psicotrope: per lo spaccio all’università non c’è l’aggravante per la vendita effettuata all’interno o in prossimità di scuole di ogni ordine o grado, comunità giovanili, caserme, carceri, ospedali, strutture per la cura e la riabilitazione dei tossicodipendenti.
È meno grave spacciare droga nei pressi dell’università che vicino a una scuola. Proprio per questa ragione, secondo una interessante sentenza della Cassazione pubblicata ieri [1], nel caso in cui il traffico di sostanze stupefacenti avvenga all’interno di un ateneo o di un campus universitario non si applica l’aggravante prevista dalla legge [2] per tutte le ipotesi in cui, invece, la vendita della droga venga effettuata in prossimità di «scuole di ogni ordine o grado» o «comunità giovanili». Ma procediamo con ordine e, nello spiegare le motivazioni che hanno portato la Suprema Corte a tale soluzione, tentiamo di capire perché allo spaccio di droga vicino l’università non si applica l’aggravante.
Prima però di spiegare perché non c’è aggravante per lo spaccio di droga nei pressi dell’università, ricordiamo che detta aggravante legittima l’aumento della pena da un terzo alla metà, nonché l’arresto e la detenzione in carcere. Il cosiddetto Testo Unico sulla droga prevede il reato di produzione, traffico e detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope [3], che scatta verso chi coltiva, produce, fabbrica, estrae, raffina, vende, offre o mette in vendita, cede, distribuisce, commercia, trasporta, procura ad altri, invia, passa o spedisce in transito, consegna per qualunque scopo sostanze stupefacenti o psicotrope indicate nelle cosiddette «tabelle».
Viene poi prevista un’aggravante [2] se l’offerta o la cessione è effettuata all’interno o in prossimità di scuole di ogni ordine o grado, comunità giovanili, caserme, carceri, ospedali, strutture per la cura e la riabilitazione dei tossicodipendenti.
Ebbene, secondo la Cassazione, nel caso di spaccio di droga vicino l’università può essere tutt’al più previsto l’obbligo di firma. Non si può invece applicare l’aggravante che fa riferimento alle «scuole di ogni ordine e grado» e alle «comunità giovanili». Difatti, le aree universitarie non rientrano né nel concetto di scuola, né in quello di «comunità», benché costituita prevalentemente da giovani.
La categoria di scuola è differente dall’istituzione università. La nostra Costituzione, infatti, si riferisce sempre separatamente alla scuola e all’istituzione universitaria, come due concetti diversi. Ciò porta ad escludere che l’università possa rientrare nella categoria normativa delle scuole di ogni ordine e grado.
Stesso discorso per quanto attiene alle comunità giovanili. L’università non può essere considerata una «comunità giovanile» in quanto quest’ultima coincide con un’area in cui i componenti siano presenti in forma non occasionale in determinati luoghi.
Dunque, allo spaccio di droga nei pressi dell’università non si applica l’aggravante che resta invece confinata ai soli casi in cui la vendita delle sostanze stupefacenti avvenga per l’appunto nei pressi di scuole, caserme, comunità giovanili, carceri, ospedali e strutture per la cura dei tossicodipendenti.
Altro problema che ha affrontato la Cassazione è cosa si intende per prossimità. Il concetto di «prossimità» – secondo la sentenza in commento – deve essere inteso come contiguità fisica e posizionamento topografico dell’agente dedito allo spaccio in un luogo che consente l’immediato accesso alle droghe alle persone che lo frequentano.
[1] Cass. sent. n. 27458/2017.
[2] Art. 80, co. 1, lett. g) Dpr 309/1990.
[3] Art. 73, co. 5, Dpr 309/1990.
Corte di Cassazione, sez. VI Penale, sentenza 14 febbraio – 1 giugno 2017, n. 27458
1. M.H. è stato tratto in arresto dalla polizia giudiziaria perché sorpreso a vendere a S.R. un quantitativo di cocaina del peso lordo di grammi 1,73.
Nella richiesta di convalida dell’arresto facoltativo in flagranza il pubblico ministero ha contestato il reato di cui all’art. 73, comma 5, d.P.R. 309/1990 aggravato dalla circostanza prevista dall’art. 80, comma 1, lett. g), d.P.R. cit., perché la cessione era avvenuta in prossimità dell’area universitaria; ha, inoltre, chiesto l’applicazione della misura cautelare del divieto di dimora nella provincia di Bologna.
All’udienza di convalida il G.i.p., esclusa la sussistenza della circostanza aggravante contestata, non ha convalidato l’arresto ritenendo che la misura non fosse giustificata né dalla gravità del fatto né dalla pericolosità del soggetto, disponendo comunque l’applicazione della misura cautelare dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria e l’immediata liberazione dell’arrestato.
2.2. Con il secondo motivo il pubblico ministero ricorrente censura la mancata convalida per non avere il giudice considerato la pericolosità dell’arrestato, desumi bile dalla circostanza, evidenziata dalla stessa polizia giudiziaria, che a carico del M. risultava un precedente arresto in flagranza per una identica condotta commessa negli stessi luoghi.
Peraltro, nello stesso motivo si sottolinea la contraddittorietà del provvedimento impugnato che dopo aver negato la convalida dell’arresto, ha disposto l’applicazione di una misura cautelare sul presupposto della pericolosità del soggetto.
Il pubblico ministero conclude chiedendo l’annullamento senza rinvio dell’ordinanza di mancata convalida dell’arresto, nonché l’annullamento dell’ordinanza con cui è stata disposta la misura cautelare.
1.3. Nell’escludere la gravità della condotta, ha negato la sussistenza dell’aggravante prevista dalla lett. g) dell’art. 80 cit., contestata all’indagato per aver effettuato la cessione di un quantitativo di cocaina in prossimità di un’area universitaria.
Nella sua articolata e approfondita motivazione, il G.i.p. bolognese sostiene che la zona universitaria non possa qualificarsi luogo in prossimità di scuole ovvero di comunità giovanili, come invece assume il pubblico ministero ricorrente.
Innanzitutto, richiamati i principi di tassatività e di legalità in materia penale, l’ordinanza impugnata rileva come in base ad essi non sia consentito sanzionare una condotta o ritenere sussistente una circostanza che aggravi la pena attraverso un’interpretazione di tipo analogico in malam partem, spettando al legislatore le scelte di natura sanzionatoria. Ne consegue che anche i luoghi cui si riferisce l’aggravante prevista dall’art. 80, comma 1, lett. g), d.P.R. 309/1990, devono essere interpretati strictu sensu, evitando applicazioni estensive, anche se ispirate all’ottenimento di un più efficace contrasto alla diffusione delle droghe a tutela di situazioni di maggiore vulnerabilità per le persone. Infatti, l’aggravante in questione si propone di rafforzare la tutela penale per quelle condotte illecite poste in essere “in presenza di collettività ritenute particolarmente vulnerabili”, perché maggiormente esposte alle insidie dello spaccio di droga a causa della giovane età ovvero dei luoghi frequentati, in cui più facile è la diffusione degli stupefacenti: la disposizione fa riferimento alle scuole, alle comunità giovanili, alle caserme, alle carceri, agli ospedali e alle strutture per la cura dei tossicodipendenti.
Il richiamo ad una interpretazione restrittiva della circostanza aggravante, che escluda l’utilizzo della analogia, ha condotto il giudice bolognese ad escludere che l’Università possa essere ricompresa sia nella categoria delle scuole sia in quella delle comunità giovanili.
Secondo il G.i.p. l’ordinamento delle scuole e quello delle università “costituiscono sistemi del tutto distinti e ispirati a principi in parte antitetici”, come dimostra lo stesso art. 33 Cost., che si riferisce sempre separatamente alla scuola e all’istituzione universitaria, escludendo così che l’università possa rientrare nella categoria normativa delle “scuole di ogni ordine e grado”.
Allo stesso modo il G.i.p. ha escluso che l’università possa essere ricompresa nella categoria delle “comunità giovanili”, ritenendo che con tale termine il legislatore abbia voluto indicare “contesti collettivi omogenei i cui componenti siano presenti in forma non occasionale in determinati luoghi”.
1.4. Osserva il Collegio che l’estrema genericità dell’espressione “comunità giovanili” potrebbe giustificare il riferimento anche all’università, così come sostenuto dal pubblico ministero ricorrente, senza per questo ricorrere al ragionamento analogico.
Tuttavia, nella specie ciò che impedisce di ritenere applicabile l’aggravante in esame è costituito, soprattutto, dal riferimento alla nozione di “prossimità” contenuta nell’art. 80, comma 1, lett. g), d.P.R. 309/1990.
Deve ritenersi che con tale termine il legislatore ha individuato quelle aree esterne rispetto alle strutture tipizzate (scuole, caserme, comunità giovanili, ecc. ecc.), che devono essere ubicate nelle immediate vicinanze e, proprio per questo, abitualmente frequentate dagli utenti istituzionali, siano essi studenti, militari, pazienti: in altri termini, tra i luoghi indicati e le aree di prossimità deve sussistere un rapporto di relazione immediata, altrimenti non si giustificherebbe nemmeno la previsione dell’aggravante, riferita, appunto, alla oggettiva localizzazione della cessione o dell’offerta dello stupefacente alle persone che frequentano tali luoghi.
Nella specie, l’imputazione si riferisce genericamente alla cessione di cocaina “commessa in via (OMISSIS) , angolo (OMISSIS) , in prossimità dell’area universitaria” e il verbale di arresto riferisce che il fatto è avvenuto nei pressi dell’ingresso dei (OMISSIS) . Invero, da tali atti appare evidente che il concetto di prossimità è stato inteso in senso molto ampio, facendo riferimento, in maniera generale e aspecifica, alla zona universitaria, che nel centro di Bologna occupa interi quartieri, laddove, come si è detto, la nozione di prossimità va intesa, rigorosamente, come contiguità fisica e posizionamento topografico dell’agente dedito allo spaccio (o all’offerta) in un luogo che consente l’immediato accesso alle droghe alle persone che lo frequentano (cfr., Sez. 4, n. 51957 del 24/11/2016, Calandra).
Il riferimento del tutto vago alla “zona universitaria” e la specificazione che il fatto è avvenuto all’ingresso dei giardini pubblici (OMISSIS) , non consentono di ritenere che nella specie la cessione dello stupefacente da parte dell’imputato sia avvenuta “in prossimità” di una comunità giovanile, anche a voler intendere come tale una sede universitaria.
Sebbene con una motivazione diversa, deve ritenersi che l’aggravante andava comunque esclusa.