Source: http://www.dirittobancario.it/rivista/assicurazioni/claims-made-rischio-e-sinistro-nell-assicurazione-della-responsabilita-civile-prime-riflessioni
Timestamp: 2018-05-22 08:36:31+00:00
Document Index: 112954478

Matched Legal Cases: ['art. 1917', 'art. 11', 'art. 1895', 'sentenza ', 'art. 1882', 'art. 1914', 'art. 1895', 'art. 1904', 'art. 514', 'art. 1895', 'art. 514', 'art. 1917', 'art. 1917', 'art. 1', 'art. 1917', 'art. 1917', 'art. 2', 'art. 12', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 2043', 'art. 514', 'art. 430', 'art. 2043', 'art. 1218', 'art. 2426']

Claims made, rischio e sinistro nell’assicurazione della responsabilità civile: prime riflessioni alla luce dell’ordinanza di rimessione n. 1465/2018 | Diritto Bancario
P. Corrias, Claims made, rischio e sinistro nell’assicurazione della responsabilità civile: prime riflessioni alla luce dell’ordinanza di rimessione n. 1465/2018, in Riv. dir. banc., dirittobancario.it, 33, 2018
P. Corrias, Claims made, rischio e sinistro nell’assicurazione della responsabilità civile, 2018
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Sommario[*]: 1. Il problema prescelto. - 2. La “tipizzazione” del modello. 3. Le dissonanze negli interventi della Suprema Corte. - 4. “Sinistro”, “danno” e “rischio” nelle assicurazioni contro i danni. - 5. “Sinistro”, “danno” e “rischio” nelle assicurazioni della responsabilità civile: una diversa prospettiva.
1. Il problema prescelto. - I due principali nodi problematici evocati nell’ordinanza di rimessione alle Sezioni unite 19 gennaio 2018, n. 1465[1], attengono: (i) alla individuazione della nozione di sinistro, e, segnatamente, alla sussistenza (o meno) della facoltà delle parti di determinare convenzionalmente il fatto che può ritenersi tale; (ii) alla meritevolezza del contratto nel caso in cui la misura ed i limiti dell’indennizzo siano stabiliti pattiziamente con riguardo alle condizioni contrattuali vigenti al momento in cui il terzo danneggiato ha chiesto all’assicurato di essere risarcito[2].
Si desidera, in questa sede, soffermarsi sulla prima questione, rilevando, per iniziare, che le cc.dd. clausole claims made, la cui variegata struttura è oramai ben conosciuta, non apportano, come si è soliti rilevare, unicamente una deroga alla operatività temporale della garanzia assicurativa come disposta dall’art. 1917,comma primo, c.c., ma, per le ragioni che emergeranno nel prosieguo, hanno una incidenza ben più profonda sul negozio assicurativo, in quanto influiscono, a nostro avviso, sul rischio assicurabile - ossia sui caratteri e sulla tipologia di rischio suscettibile di essere assunto dall’assicuratore – introducendo una deroga rispetto a quello contemplato nel modello legale di assicurazione di responsabilità civile di cui alla norma appena menzionata.
2. La “tipizzazione” del modello. - Prima di passare al merito della questione, è opportuno ricordare che le pattuizioni in discorso hanno ottenuto un sicuro riconoscimento normativo tramite la c.d. legge Gelli-Bianco sulla responsabilità per l’esercizio della attività sanitaria (l. 24/2017). L’art. 11, infatti, stabilisce che la garanzia assicurativa obbligatoria deve coprire anche gli eventi accaduti nei dieci anni antecedenti la conclusione del contratto, purché essi siano stati denunciati all’assicuratore durante la vigenza temporale della polizza. Inoltre prevede l’ultrattività della garanzia – valevole anche per gli eredi del danneggiato – in caso di cessazione definitiva dell’attività professionale dovuta a qualsiasi causa, prevedendo, in tale ipotesi, la copertura anche per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta entro i dieci anni successivi e riferite a fatti generatori della responsabilità verificatisi nel periodo di efficacia della polizza, incluso il periodo di retroattività. Prescindendo, in questa sede, dall’analisi di questi peculiari caratteri della clausola, interessa unicamente sottolineare che siffatto intervento legislativo assume una profonda valenza sistematica in quanto, a dispetto delle varietà di posizioni espresse, anche dalla giurisprudenza, sulla figura, tipizza la stessa suggellando sul piano normativo la piena meritevolezza degli interessi perseguiti dalle clausole che determinano una copertura assicurativa sufficientemente estesa dal punto di vista temporale e, quindi, effettivamente fruibile dall’assicurato[3].
3. Le dissonanze negli interventi della Suprema Corte. - Come risaputo, i contratti assicurativi con clausola claims made sono stati recentemente sottoposti ad un penetrante vaglio dalla Suprema Corte nella nota decisione a Sezioni Unite n. 9140/2016[4], la quale, a nostro modo di vedere, ha affrontato, e in larga misura risolto, i principali problemi sollevati da tale fattispecie negoziale, compresa la specifica questione oggetto delle presenti riflessioni[5]. In ordine a quest’ultima ci si è, infatti, interrogati sulla compatibilità della clausola – in tutte le sue manifestazioni - con la norma di cui all’art. 1895 c.c., domandandosi, in particolare, se la previsione pattizia di un fatto antecedente alla conclusione del contratto, quale presupposto della operatività della garanzia assicurativa, sia compatibile con la sussistenza di una situazione reale di rischio e, quindi, con la validità del contratto. La Suprema Corte ha cioè posto con estrema chiarezza il problema della assicurabilità dei fatti pregressi, ossia dei fatti illeciti dell’assicurato già perfezionati al momento della stipulazione del contratto, ma con riguardo ai quali, in tale momento, non è stata ancora formulata da parte del terzo danneggiato la richiesta di risarcimento[6].
Tenendo contro delle posizioni diametralmente opposte espresse, in epoca immediatamente precedente e quasi contestualmente, da due sentenze della terza Sezione della Suprema Corte[7], le Sezioni unite hanno operato una precisa scelta di campo, statuendo che affinché il rischio si intenda verificato occorre “la manifestazione del danneggiato a esercitare il diritto al risarcimento” e che, quindi, “la clausola claims made con garanzia pregressa (ossia relativa a fatti già verificatisi prima dell’operatività della polizza) è lecita perché afferisce ad un solo elemento del rischio garantito, la condotta colposa posta già in essere, e peraltro ignorata, restando invece impregiudicata l’alea dell’avveramento progressivo degli altri elementi costitutivi dell’impoverimento patrimoniale del danneggiante-assicurato, quale la richiesta del danneggiato”[8]. Secondo tale impostazione le parti hanno, dunque, la facoltà di assicurare i fatti illeciti dell’assicurato accaduti prima della stipulazione in quanto essi non sono ancora idonei a determinare l’impoverimento patrimoniale del danneggiato-assicurato: permanendo l’incertezza sui danni, deve ritenersi ancora sussistente il rischio e, quindi, la possibilità di stipulare un valido contratto di assicurazione.
In tale contesto argomentativo la pronuncia si è anche espressa sul concetto di sinistro, rilevando che “nell’ambito della assicurazione della responsabilità civile il sinistro, delle cui conseguenze patrimoniali l’assicurato intende traslare il rischio sul garante, è collegato non solo alla condotta dell’assicurato danneggiante, ma altresì alla richiesta risarcitoria avanzata dal danneggiato, essendo sin troppo ovvio che ove al comportamento lesivo non faccia seguito alcuna domanda di ristoro, nessun diritto all’indennizzo - e specularmente nessun obbligo di manleva – insorgeranno a favore e a carico dei soggetti del rapporto assicurativo”[9].
Con riguardo a siffatta chiara presa di posizione, l’ordinanza di rimessione pur limitandosi, apparentemente, a segnalare la necessità di affrontare alcuni problemi rimasti irrisolti, ha in realtà sollevato l’esigenza di sottoporre a revisione la questione di fondo relativa alla individuazione del rischio e del sinistro nell’assicurazione della responsabilità civile manifestando, in proposito, un dissenso, neppure tanto velato, rispetto alla linea argomentativa seguita delle Sezioni Unite[10]. Mentre, infatti, l’ordinanza nega recisamente che la richiesta di risarcimento possa essere considerata il “sinistro”, considerando che “ .. nessuno oserebbe negare che l’assicurato si impoverisce non quando paga, ma quando nel suo patrimonio sorge l’obbligazione risarcitoria”[11], la sentenza n. 9140/2016, come si è appena rilevato, ha espresso l’idea opposta secondo cui il sinistro è collegato non solo alla condotta dell’assicurato danneggiante, ma altresì alla richiesta risarcitoria.
4. “Sinistro”, “danno” e “rischio” nelle assicurazioni contro i danni. - Per esprimere una meditata opinione su questa dissonanza - che investe il profilo maggiormente problematico dell’assicurazione della responsabilità civile, il quale ha da sempre sollevato notevoli difficoltà[12] - riteniamo opportuna una sintetica e, considerata la sede, in qualche misura assertiva premessa sui concetti di sinistro, danno e rischio sia nel paradigma generale della assicurazione contro i danni che nella assicurazione di responsabilità civile - che di questa costituisce una particolare manifestazione o, se si preferisce, un sottotipo -.
Iniziando dal sinistro, rileviamo che il vocabolo, nel comune linguaggio assicurativo, assume un significato anfibologico, potendosi con esso indicare tanto l’evento idoneo a produrre il danno quanto la fattispecie dannosa completa, costituita dall’evento e dalla manifestazione delle conseguenze dello stesso nella sfera patrimoniale dell’assicurato[13]. E’ intuitivo che in caso di contemporaneità tra i due momenti della dinamica causale (evento produttivo e fattispecie compiuta)[14], siffatta differenza terminologica risulta priva di rilevanza pratica[15], mentre nelle ipotesi in cui il fatto che genera il danno e la manifestazione dello stesso in capo all’assicurato non siano contestuali, è evidentemente imprescindibile tenere ben distinti gli stessi[16].
Rendendosi, quindi, necessario individuare il significato strettamente giuridico di sinistro – ossia quello risultante dalle strutture normative del nostro sistema – reputiamo che indicazioni molto chiare siano ricavabili soprattutto, anche se non esclusivamente, dagli artt. 1882, 1913 e 1914, comma 4, c.c. nel senso che tale vocabolo indichi il fatto idoneo a provocare il danno e non la fattispecie dannosa completa.
L’art. 1882 c.c. nel fissare il presupposto dell’obbligo dell’assicuratore di rivalere l’assicurato scinde i due momenti, richiamando il “danno prodotto da un sinistro” e non il sinistro tout-court, al quale, invece, il legislatore avrebbe presumibilmente fatto riferimento se avesse inteso ricomprendere nel sinistro anche le conseguenze negative dell’evento dannoso: in quest’ultima ipotesi, la formulazione della norma avrebbe potuto essere “l’assicuratore si obbliga a rivalere l’assicurato in caso di sinistro”[17].
Soprattutto però depongono, a nostro avviso, risolutivamente in tale direzione le disposizioni relative agli obblighi di avviso e salvataggio. Il legislatore, infatti, ha previsto che l’assicurato debba avvisare l’assicuratore del sinistro (1913 c.c.) e che questi, una volta avvisato, possa intervenire per “il salvataggio delle cose assicurate” (1914, comma 4), salvataggio che significa “fare quanto è possibile per evitare o diminuire il danno” (art. 1914, comma 1). Se, dunque, a fronte di un sinistro già verificatosi e di cui è stato dato avviso il danno è suscettibile di essere non solo diminuito ma financo evitato grazie all’intervento (non solo dell’assicurato ma anche) dell’assicuratore, emerge con chiarezza che,allo stato, nel linguaggio legislativo, il sinistro indica unicamente il fatto suscettibile di provocare il danno e non anche le conseguenze che da esso derivano o possono derivare all’assicurato.
Su queste basi si può passare alla nozione di rischio assicurativo, rilevando che essa indica la possibilità di conseguenze negative derivanti da un evento o, ancora meglio, l’incertezza sulle conseguenze negative dello stesso. In questo senso depone l’intera disciplina dell’assicurazione contro i danni, connotata anzitutto dal principio indennitario. In tale modello, infatti, l’inesistenza del rischio, prevista in termini generali dall’ art. 1895 c.c. viene specificata dall’art. 1904 c.c., il quale dispone la nullità del contratto se nel momento in cui l’assicurazione deve avere inizio, manca un interesse dell’assicurato al risarcimento del danno. E’ bene osservare che la legge non fa riferimento all’“interesse al sinistro” ma, appunto, all’“interesse al risarcimento del danno”. Di qui la constatazione che il rischio equivale all’interesse al risarcimento del danno, il quale è evidentemente da reputare mancante unicamente quando, al momento della stipulazione, il danno non è oggettivamente suscettibile di verificarsi, in quanto si è già verificato o mancano le condizioni perché possa verificarsi in futuro.
Corollario di questo ragionamento e che il rischio - nella sua specificazione dell’interesse al risarcimento del danno - va ritenuto ancora sussistente qualora si siano verificati i fatti generatori ma non le conseguenze dannose che da essi possono derivare. Poiché, infatti, il rischio è costituito dal sinistro (id est: dall’evento dannoso) e dal danno da questo prodotto, unicamente quando entrambi i momenti si sono manifestati, può escludersi la situazione di incertezza e, quindi, lo stesso rischio. Depone del resto in tal senso, sul piano dello stretto diritto positivo, quanto appena rilevato con riguardo all’obbligo di salvataggio: se dopo la manifestazione del sinistro l’assicuratore, utilmente avvisato, ha la facoltà di incidere sulle conseguenze negative del medesimo financo evitando, come riconosce espressamente la legge, l’insorgenza delle stesse, ne consegue che la situazione di incertezza e, quindi, l’interesse al risarcimento deve reputarsi ancora sussistente nel periodo intercorrente tra l’accadimento dell’evento dannoso e la manifestazione del danno.
Per queste ragioni appare, dunque, affatto condivisibile la conclusione alla quale sono giunte le Sezioni unite in punto di assicurabilità dei fatti pregressi, secondo cui la stipulazione di un contratto di assicurazione avente ad oggetto fatti pregressi, ossia sinistri già verificati ma dei quali le conseguenze dannose siano ancora incerte per l’assicurato, è del tutto compatibile con gli artt. 1895 e 1904 c.c.[18]. In questa ipotesi, precisa altrettanto condivisibilmente la Suprema Corte, qualora l’assicurato, al momento della stipulazione, alteri la descrizione delle circostanze relative ai fatti illeciti accaduti prima della stipulazione od ometta anche in parte di riferire sulle stesse, diverrà operativa la tutela prevista nei confronti delle dichiarazioni inesatte e reticenti, con conseguente possibilità per l’impresa di reagire con i rimedi previsti dagli artt. 1892 e 1893 c.c.[19].
Va, peraltro, osservato che probabilmente le Sezioni unite sono giunte a questa esatta conclusione, con alcuni passaggi argomentativi opinabili.
In primishanno operato un non condivisibile richiamo al concetto di rischio putativo – ossia ad una situazione di rischio soggettiva, ritenuta tale dalle parti ma insussistente in rerum natura – evocando implicitamente l’applicazione analogica dell’art. 514 c. nav., il quale, peraltro, prevede una tipologia di rischio putativo sui generis e, comunque, molto blando[20]. Senza entrare nel merito delle ragioni per le quali riteniamo che, con riguardo alle assicurazioni terrestri (id est, disciplinate dal codice civile), il legislatore del ’42 abbia richiesto, tramite l’art. 1895 c.c., una situazione oggettiva di rischio, con conseguente esclusione in radice della possibilità di invocare l’art. 514 cod. nav.[21], va, comunque, osservato che non è necessario affrontare il problema in questa sede, in quanto, come si è appena cercato di dimostrare, l’assicurazione di fatti pregressi va ritenuta compatibile con una situazione oggettiva di rischio.
In secundis, e soprattutto, la pronuncia, come anticipato, ha preso una netta posizione sulla nozione di sinistro nelle assicurazioni della responsabilità civile, rilevando che tale fattore non è rappresentato dal fatto illecito dell’assicurato-danneggiante, ma dalla richiesta del risarcimento danni da parte del danneggiato e precisando, altresì, che se manca tale richiesta – che potrebbe anche non essere mai avanzata – il fatto illecito dell’assicurato non è idoneo a provocare una diminuzione patrimoniale nella sua sfera giuridica.
5. “Sinistro”, “danno” e “rischio” nelle assicurazioni della responsabilità civile: una diversa prospettiva. - Come si è accennato, quest’ultimo passaggio è stato recisamente contestato dall’ordinanza di rimessione, la quale ha, invece, sostenuto: (i) che la richiesta di risarcimento del terzo nella assicurazione di responsabilità civile non può essere considerata il fatto dannoso, ossia il sinistro il quale, comunque, non può essere fissato convenzionalmente dalle parti; (ii) che l’assicurato si impoverisce non quando paga, ma quando sorge l’obbligazione risarcitoria nei confronti del terzo danneggiato.
Riteniamo che pur essendo per molti versi condivisibili, queste affermazioni espresse nell’ordinanza non siano incompatibili con la conclusione alla quale sono giunte le Sezioni unite in ordine all’assicurabilità dei fatti pregressi e, dunque, non inficino la validità della medesima.
Per dimostrare tale coerenza può essere utile modificare leggermente la prospettiva sinora seguita dalla Suprema Corte – sia dalla pronuncia delle Sezioni unite che dall’ordinanza – e appuntare l’attenzione, nel contesto dell’assicurazione della responsabilità civile, invece che sul sinistro, ossia sul momento nel quale si perfeziona il compimento del fatto illecito da parte dell’assicurato, sul danno ossia su quello nel quale si realizza la diminuzione patrimoniale in capo allo stesso: si è cercato di dimostrare, infatti, che riposa sull’incertezza in ordine a quest’ultimo elemento la valutazione decisiva per stabilire la sussistenza o meno di una situazione di rischio.
Al riguardo può constatarsi che l’art. 1917 c.c., disciplina e tipizza un preciso modello di assicurazione della responsabilità civile, dettando non solo le modalità temporali di operatività della garanzia ma anche – e ciò assume un particolare rilievo nella nostra prospettiva – la tipologia e il carattere del rischio assicurabile. Prevedendo, infatti, che l’assicuratore sia obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il tempo di assicurazione, deve pagare ad un terzo, considera come sinistro – o evento potenzialmente dannoso – il fatto accaduto durante il tempo dell’assicurazione[22] e come diminuzione patrimoniale, appunto, l’insorgenza dell’obbligo risarcitorio (“deve pagare ad un terzo”) nella sua sfera giuridica.
Nel modello legale, dunque, il rischio assicurabile è circoscritto al danno incerto derivante dalla nascita dell’obbligo risarcitorio, con la conseguenza che, in tale contesto, l’eventuale assicurazione di un fatto pregresso, ossia di un atto illecito già perfezionatosi prima della stipulazione del contratto, sarebbe nulla per mancanza di rischio in quanto (l’obbligazione risarcitoria in capo all’assicurato e, quindi) il danno non è oggettivamente incerto ma già sussistente in rerum natura.
L’apposizione al negozio assicurativo di una clausola claims made, tuttavia, introduce una deroga a questo schema, la quale, a nostro avviso, assume diretto rilievo sotto il profilo del rischio, posto che le parti considerano un danno incerto diverso da quello previsto e consentito nel modello tipico di cui all’art. 1917 c.c.
Per meglio comprendere questa precisazione è bene premettere che, a nostro modo di vedere, l’alterazione negativa del patrimonio dell’assicurato-responsabile può astrattamente avvenire in diversi modi, potendo essa riguardare (i) la nascita dell’obbligo risarcitorio in capo allo stesso; (ii) l’accertamento (o, comunque, il riconoscimento) dell’ammontare dello stesso; (iii) l’escussione dell’obbligo da parte del creditore; (iv) l’esecuzione dell’obbligo, mediante l’effettivo pagamento e il conseguente l’effetto solutorio.
Ad ognuno di questi momenti reputiamo che corrisponda un diverso rischio suscettibile di essere assunto dall’impresa (breviter, assicurabile): l’insorgenza, la determinazione dell’ammontare (a seguito di accertamento o riconoscimento), l’escussione e, infine, l’adempimento di un’obbligazione pecuniaria, costituiscono, invero, vicende idonee ad incidere sul patrimonio del debitore in modo quantitativamente diverso.
Il diverso valore economico del debito-credito, a seconda della fase esecutiva nella quale si trova, invero, parrebbe un dato acquisito nella scienza aziendalistica, anche limitandosi a considerare le note regole del bilancio nelle s.p.a. (segnatamente artt. 2424 e 2424 bis c.c.)[23] in virtù delle quali un debito sarà da iscrivere nel passivo come tale oppure, invece, tra i fondi rischi e oneri (artt. 2424, comma 1, sub B) [passivo], 2424-bis, comma 3, c.c.) a seconda della probabilità dell’esborso, della certezza dei tempi dello stesso e della determinatezza del suo ammontare[24]. Del resto è evidente che tra la nascita dell’obbligo e la sua esecuzione è riscontrabile una fase di incertezza, nell’ambito della quale possono assumere rilievo diversi fattori, quali la rinuncia del debitore, l’inerzia dello stesso e il conseguente decorso dei termini di prescrizione, la determinazione del quantum della pretesa nel caso essa sia indeterminata e qualora, viceversa, essa sia determinata ab origine, l’intervento di un accordo transattivo o di un accertamento che modifica l’oggetto della stessa.
Ponendosi nell’ottica speculare del credito va, ancora, osservato che nell’ambito dei negozi di cessione dei crediti – e, in particolare, del contratto di factoring (art. 1, l. 21 febbraio 1991, n. 52) –, il valore dei crediti ceduti è sempre inferiore a quello nominale degli stessi, in quanto vanno “scontati” a favore del cessionario (secondo il c.d. presumibile valore di realizzo), i costi di riscossione, il tempo necessario per la stessa nonché i rischi di insoddisfazione che gravano su tale soggetto[25].
Tenendo conto ci ciò, è quindi ben possibile che nell’assicurazione della responsabilità civile le parti possano scegliere quale tra i possibili danni coprire e che, con l’apposizione della clausola claims made, operino la scelta implicita di considerare un danno diverso dall’insorgenza dell’obbligo risarcitorio in capo all’assicurato e, segnatamente, quello relativo alla escussione dello stesso.
L’idoneità dello stesso fatto storico generatore di danno (sinistro) a provocare diverse tipologie di danni suscettibili di essere coperti, del resto, è proprio di altri modelli assicurativi. Ci si riferisce, in particolare, all’assicurazione del credito, nel cui ambito il sinistro, al verificarsi del quale è collegata la nascita dell’obbligo di avviso (1913 c.c.), è costituito dal mancato pagamento del debito alla scadenza da parte del debitore dell’assicurato[26]. Ebbene tale sinistro può astrattamente provocare diminuzioni patrimoniali di diverso tipo in capo a quest’ultimo, le quali possono consistere nella perdita definitiva del credito (al termine delle procedure esecutive) o nella mancata disponibilità della somma sino a quando si manifesta l’insolvenza del debitore; insolvenza che, a sua volta, può essere considerata variamente dalle parti, e, segnatamente, sulla base dell’inadempimento del debito alla scadenza che si protragga per un dato periodo, oppure in relazione alle condizioni del debitore (esposizione complessiva, capacità di adempiere le obbligazioni, fiducia dei finanziatori e simili). Le parti hanno la facoltà di scegliere quali tra questi possibili danni siano da ricondurre alla copertura assicurativa; in definitiva possono scegliere la tipologia di rischi assicurabili.
Tornando all’assicurazione della responsabilità civile, è bene precisare che tanto nello schema legale di cui all’art. 1917 c.c., quanto nel modello – che oramai non può più essere definito atipico[27] – claims made, il sinistro è sempre uguale ed è costituito dal fatto illecito dell’assicurato, in quanto, come ha esattamente osservato l’ordinanza di rimessione[28], la volontà delle parti non può assegnare ad un fatto – quale la richiesta da parte del terzo danneggiato – l’idoneità a provocare una diminuzione patrimoniale. I due modelli però divergono sensibilmente in ordine alle conseguenze dannose suscettibili di essere provocate dallo stesso sinistro: nello schema legale esse attengono all’insorgenza dell’obbligo, la quale è contestuale al sinistro medesimo, nell’altro schema all’escussione dello stesso, la quale, viceversa, può verificarsi dopo un lasso temporale anche notevole.
Ciò consente di rimarcare che la rilevanza pattizia assegnata, in quest’ultimo contesto, alla richiesta del terzo, non si esprime e non potrebbe esprimersi sul piano del sinistro ma, come si è più volte rilevato, su quello del rischio assicurabile. Per questa ragione, come si è anticipato in principio, appare riduttivo asserire che le clausole claims made incidono sulla operatività temporale della garanzia; esse, invece, influiscono anche sui caratteri della copertura assicurativa e, quindi, sull’oggetto del contratto. Per effetto della clausola, tra i rischi dell’escussione relativi a obblighi dell’assicurato che potrebbero già esistere al momento della stipulazione, l’assicuratore assume quelli il cui pagamento viene richiesto nel periodo di vigenza della polizza.
Non parrebbe azzardato, in definitiva, ritenere che, tramite le pattuizioni in discorso, le parti apportino all’art. 1917 c.c. una deroga che potrebbe essere rappresentata con una formulazione di tale tenore “l’assicuratore è obbligato a tenere indenne l’assicurato di quanto questi, in conseguenza del fatto accaduto durante il tempo di assicurazione, (non “deve” ma) “è stato richiesto” di pagare ad un terzo”.
Modificando leggermente il quesito formulato dall’ordinanza – unicamente, è bene sottolinearlo, in punto di caratteri del sinistro e del rischio nella assicurazione della responsabilità civile e non di meritevolezza della clausola claims made, tema questo che si desidera lasciare impregiudicato in queste riflessioni - sarebbe interessante invitare le Sezioni unite a stabilire se rientra nell’autonomia privata la facoltà di considerare il danno suscettibile di copertura assicurativa (id est, il rischio assicurabile) l’escussione dell’obbligo dell’assicurato – della quale è espressione la richiesta del terzo danneggiato - anziché la nascita dello stesso.
[*] Il presente scritto riproduce, con gli opportuni adattamenti e l’aggiunta di pochi ed essenziali riferimenti, l’intervento al seminario dal titolo “Assicurazione della responsabilità civile e clausola “claims made”: sei sicuro che ti assicuri ?”, tenutosi a Roma l’11 aprile 2018 e organizzato dalla Struttura decentrata di formazione della Corte di Cassazione della Scuola Superiore della Magistratura.
[1] Che può leggersi, oltre che nel portale di questa Rivista, in Foro it., 2018, I, 452 ss., al quale si farà riferimento per le successive citazioni.
[2] Cfr. Ord. 19 gennaio 2018, cit., c. 462.
[3] Altrettanto significativi in punto di tipizzazione della figura e sempre nei medesimi termini di retroattività ed ultrattività della clausola, sono gli ulteriori interventi legislativi relativiall’assicurazione della responsabilità professionale degli avvocati e della responsabilità dei professionisti in genere. Nella prima sede è stato disposto che “l’assicurazione deve prevedere, anche a favore degli eredi, una retroattività illimitata e un’ultrattività almeno decennale per gli avvocati che cessano l’attività nel periodo di vigenza della polizza” (art. 2 del Decreto del Ministero della Giustizia 22 settembre 2016, emanato in attuazione dell’art. 12, comma 5, L. 31 dicembre 2012, n. 247 - Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense); cfr., in proposito, M. Gazzara, Note a margine della nuova disciplina in tema di polizze professionali per gli avvocati, in Contr. e impr. 2017, 987 ss.; nel secondo ambito, l’art. 3, comma 5, lett. e) della l. 14 settembre 2011, n. 148 (come modificato dalla l. 4 agosto 2017, n. 124 – Legge annuale per il mercato e la concorrenza), ha previsto tra le condizioni di polizza “l’offerta di un periodo di ultrattività della copertura per le richieste di risarcimento presentate per la prima volta entro i dieci anni successivi e riferite a fatti generatori della responsabilità verificatisi nel periodo di operatività della copertura”.
[4] Cass., s.u., 6 maggio 2016, n. 9140, che può anche leggersi in Banca, borsa, tit. cred., 2016, I, 650.
[5] Per evitare ripetizioni sia consentito di rinviare a P. Corrias, La clausola claims made al vaglio delle sezioni unite: un’analisi a tutto campo, in Banca, borsa, tit. cred., 2016, I, 656 ss. La sentenza è stata riportata ed annotata in numerosissime Riviste. Diversi di tali commenti sono richiamati nello scritto appena citato.
[6] Cass., s.u., 6 maggio 2016, n. 9140, cit., 650.
[7] Si tratta di Cass., 17 febbraio 2014 n. 3622 e 13 marzo 2014 n. 5791, entrambe annotate da N. de Luca, Act committed, loss occurrence e claims madenelle assicurazioni dei rischi professionali. Anche la Cassazione è giudice monocratico ?, in Banca, borsa, tit. cred., 2015, II, 712 ss.
[8] Cass., s.u. 6 maggio 2016, n. 9140, cit., 650.
[9] Cass., s.u. 6 maggio 2016, n. 9140, cit., 652.
[10] La posizione dell’ordinanza è stata in larga misura anticipata da due sentenze gemelle della Suprema Corte, successive alla pronuncia a Sezioni unite. Trattasi di Cass., 28 aprile 2017, n. 10506 e 10509, anch’esse entrambe annotate da N. de Luca, Richieste postume e immeritevolezza delle claims made.Nomofilachia o disorientamento?, in Banca, borsa, tit. cred., 2017, II, 667. L’impostazione delle Sezioni unite è stata, invece, confermata da Cass., Sez. un., 2 dicembre 2016 n. 24645 e Cass., 23 novembre 2017, n. 27867.
[11] Ord. 19 gennaio 2018, n. 1464, cit., 456.
[12] Cfr. A. Donati, Trattato di diritto delle assicurazioni private, III, Milano, 1956, 333 ss., spec. 349 s.; M. Rotondi, Considerazioni sui concetti di rischio e sinistro nella assicurazione di responsabilità civile, in Ass., 1960, 331 ss., spec. 337; G. Fanelli, Le assicurazioni, nel Trattato Cicu-Messineo, XXXVI, 1, Milano, 1973, 65 ss.,111 ss.; G. Scalfi, I contratti di assicurazione. L’assicurazione danni, Torino, 1991, 222; ampiamente,Volpe Putzolu, Le assicurazioni. Produzione e distribuzione, Bologna, 1992, 61 ss.
[13] Lo rileva Volpe Putzolu, Le assicurazioni, cit., 67.
[14] Duplicità che caratterizza, come è noto, anche il meccanismo della responsabilità aquiliana di cui all’art. 2043 c.c., nel cui ambito il fatto doloso o colposo dell’agente e il danno da esso cagionato non sono necessariamente contestuali potendo anzi tra essi intercorrere un lasso di tempo anche molto lungo (cc. dd. danni lungolatenti). Non v’è dubbio, del resto, che la fattispecie dalla quale deriva la nascita dell’obbligo risarcitorio in capo al danneggiante si considera perfezionata unicamente al momento della manifestazione del danno al soggetto danneggiato, in quanto l’evento-danno è elemento costitutivo della stessa. Il punto è pacifico; comunque cfr., tra i tanti, M. Bianca, Diritto civile, 7, Le garanzie reali e la prescrizione, Milano, 2012, 557; P. Vitucci, La prescrizione (Artt. 2934-2940), nel Cod. civ. comm., diretto da Schlesinger, Milano, 1990, 107.
[15] Si pensi alle assicurazioni contro i danni derivanti dal furto. Al momento della sottrazione (sinistro) si verifica anche il danno per l’assicurato (perdita della cosa assicurata); quindi il sinistro descrive concettualmente sia il fatto dannoso che il danno da esso provocato.
[16] Con riguardo ai danni da incendio, può ad esempio rilevarsi che il divampare anche graduale delle fiamme (fatto generatore di danno o sinistro) e il deterioramento del bene causato dal propagarsi delle stesse (danno) può intercorrere un lasso di tempo (più o meno breve), nel corso del quale si può incidere non solo sul quantum ma anche sull’an del danno, mediante gli interventi in salvataggio sia dell’assicurato che dell’assicuratore.
[17] Ulteriori indicazioni in tal senso sono ricavabili dall’art. 514, comma 1, cod. nav. che, a proposito del rischio c.d. putativo, distingue l’ipotesi nella quale “il rischio non è mai esistito o ha cessato di esistere” da quella in cui “il sinistro è avvenuto prima della conclusione del contratto” e dall’1908, comma 1, c.c. che sembra distinguere il tempo del sinistro dal successivo accertamento del danno.
[18] Sul punto già, efficacemente, G. Volpe Putzolu, Le assicurazioni, cit. 63 ss.; in senso adesivo, P. Corrias, Il contratto di assicurazione (Profili funzionali e strutturali), Napoli, 2016, 33 ss.
[19] Cass., s.u., 6 maggio 2016, n. 9140, cit., 650.
[20] Tale norma, infatti, disponendo che la mancanza di rischio o l’avvenimento del sinistro al momento della conclusione del contratto rende l’assicurazione nulla se la notizia di tale situazione era giunta prima della conclusione nei luoghi previsti, consente la validità del contratto, nonostante l’eventuale inesistenza del rischio, nella sola ipotesi in cui la notizia non sia materialmente giunta al luogo della stipulazione; dunque fa dipendere la validità da un fattore materiale ed oggettivo quale la sorte della notizia della mancanza di rischio. Una reale ipotesi di assicurazione di rischio putativo era invece contemplata dall’art. 430, comma 1, dell’abrogato codice di commercio del 1882, il quale disponeva che “l’assicurazione è nulla se l’assicuratore e l’assicurato o la persona che ha fatto assicurare conoscevano la mancanza o la cessazione dei rischi o il risarcimento del danno”. Su tali aspetti sia permesso richiamare P. Corrias, Sulla peculiarità della disciplina del rischio nelle assicurazioni marittime, in Dir. trasp., 1995, 33 ss., spec. 51.
[21] Cfr. S. Vernizzi, Il rischio putativo, Milano, 2010, 94 ss.; P. Corrias, Il contratto di assicurazione cit., 134 s.;
[22] Ossia il fatto illecito dell’assicurato di natura aquiliana, costituito dalla sua condotta dolosa o colposa e dal danno ad esso cagionato al terzo (art. 2043 c.c.), o contrattuale, costituito dall’inadempimento e dal danno (art. 1218 c.c.).
[23] Pur senza trascurare le indicazioni ricavabili dai principi contabili internazionali sui quali cfr. anche gli Autori richiamati nella nota successiva e, in particolare, G. Bianchi, Il bilancio, in Le nuove s.p.a., a cura di O. Cagnasso e L. Panzani, Bologna, 2012, 189 ss.
[24] Sul punto v., anzitutto, G.E. Colombo, Il bilancio di esercizio, in Trattato Colombo e Portale, Torino, 1994, 343 ss., spec. 344 s., 347; G. Bianchi, Il bilancio, cit., 139 ss., spec. 145: “non debbono essere iscritti debiti dei quali non sia chiaramente individuato l’obbligo di pagamento”, 150 s.: “nel caso in cui il debito sia solamente probabile o non conosciuto con certezza l’importo da corrispondere (o la scadenza), il relativo importo non deve essere contabilizzato tra i debiti, ma nel fondo rischi”, 163 s. Per alcuni riferimenti in tema di debiti non accertati e/o contestati cfr., inoltre, G. Racugno, L’ordinamento contabile delle imprese, in Trattato Buonocore, Torino, 2002, 129, nt. 31. Nella letteratura aziendalistica, v. G. Villa, Gli elementi di struttura: lo stato patrimoniale e il conto economico, in Il bilancio di esercizio (Principi aziendali, giuridici e principi contabili)5, a cura di A. Palma, Milano, 2016, 121 ss. e, ampiamente, A. Palma, Le valutazioni, ibidem, 303 ss., 382 ss.
[25] Sulla (s)valutazione dei crediti per perdita di valore (art. 2426, comma 1, sub 8, c.c.), cfr., A.Palma, Le valutazioni, cit., 319 ss.; G. Bianchi, Il bilancio, cit., 140 ss.
[26] Cfr. G. Volpe Putzolu, Le assicurazioni cit., 157 s.
[27] V. infra, n. 2.
[28] Ord. 19 gennaio 2018, n. 1465, cit., 456.
Nid: 37372