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Timestamp: 2019-05-22 02:13:53+00:00
Document Index: 68032601

Matched Legal Cases: ['art. 114', 'art. 116', 'art. 138', 'art. 132', 'art. 48', 'art. 44']

analisi-politico-giuridiche Archivi - Pagina 2 di 2 - BARD - Movimento Belluno Autonoma Regione Dolomiti
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3 Agosto 2012	By BARD
1 Giugno 2012	By BARD
“L’Europa lo vuole”. Sembra il grido di una nuova crociata al fine di legittimare gli interventi più disparati nell’ambito dell’ordinamento interno. E’ notizia, infatti, di alcuni giorni fa che la Banca centrale europea abbia indicato all’Italia, in vista di una maggiore riduzione della spesa pubblica, un accorpamento delle 107 Province esistenti che, è bene ricordarlo, rappresentano l’1,5% della spesa pubblica complessiva del paese.
Al di là del fatto che non sussiste alcuna competenza dell’Unione Europea e tantomeno della Banca centrale ad intervenire, anche solo a livello di proposta, in un ambito, quello degli enti locali territoriali e delle loro circoscrizioni, sul quale solo gli Stati membri sono legittimati a pronunciarsi, la Costituzione italiana, in un’ottica non solo di valorizzazione ma anche di promozione delle autonomie (articolo 5), affida unicamente ai Comuni interessati, e non allo Stato, l’impulso per avviare un procedimento volto al mutamento/accorpamento delle circoscrizioni provinciali (articolo 133, comma 1, Cost.).
Questo significa che, a Costituzione vigente, in assenza dell’iniziativa comunale non è consentito alcun intervento autoritativo da parte dell’apparato statale, al quale spetta solo la valutazione circa l’idoneità e l’adeguatezza dell’ambito territoriale destinato a costituire la base della nuova Provincia o dell’accorpamento. Pertanto, le esigenze di razionalizzazione territoriale, coniugate alla necessità di funzionalità amministrativa, richiedono sempre una previa valutazione ad opera dei Comuni, verificatasi la quale è poi possibile l’intervento del legislatore ordinario.
In caso contrario, verrebbero ridimensionate, se non addirittura cancellate, quelle garanzie procedimentali (iniziativa comunale, parere della Regione etcc.) che la Carta costituzionale pone a tutela ed a difesa non tanto dell’istituzione provinciale in sè, ma delle comunità stanziate nel suo territorio delle quali la Provincia si configura come ente esponenziale. Questo, beninteso, non significa non intervenire in tema di autonomie locali territoriali, ma che la priorità, più che nell’accorpamento delle Province, è ravvisabile, come ha ben sottolineato il prof. Gian Candido De Martin della Luiss di Roma, in un organico processo attuativo della riforma del Titolo V della Costituzione, incentrato su tre assi principali.
Il primo è la valorizzazione dell’autonomia come responsabilità. Comuni e Province devono essere considerati come enti di governo delle rispettive comunità, titolari di una sfera di autonomia che non è loro concessa, ma che si configura quale elemento significativo di una condizione istituzionale che la Carta riconosce perché intrinseca alla loro ragione d’essere, ferma restando ovviamente l’unità e l’indivisibilità del sistema. Il secondo è il riconoscimento di centralità e pari dignità dei soggetti costitutivi della Repubblica ai sensi dell’art. 114 Cost. senza alcuna gerarchia, ma semmai qualificando i ruoli istituzionali dei diversi soggetti del sistema.
Da qui, allora, la necessità che il ruolo delle Regione si limiti al carattere legislativo e programmatorio, mentre l’amministrazione e la gestione dei servizi pubblici deve essere incentrata sulle amministrazioni comunali e provinciali. Il terzo ed ultimo è la chiarificazione delle funzioni dei diversi soggetti del sistema, che sono poi l’aspetto che comporta la maggiore spesa ed i maggiori costi, evitando sovrapposizione di interventi sulla medesima materia. In questo senso, il disegno di legge n. 2259, in discussione al Senato della Repubblica (la c.d. nuova Carta delle autonomie), può rappresentare un buon punto di partenza.
daniele.trabucco@unipd.it
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12 Ottobre 2011	By BARD
Il presente scritto, vuole inserirsi nell’interessante dibattito di questi giorni sull’autonomia bellunese. Dopo che l’Ufficio Centrale per il Referendum presso la Corte di Cassazione ha dichiarato illegittima la richiesta di variazione territoriale con l’ordinanza dell’ 11 aprile 2011 n. 17475, la necessità di pensare nuove soluzioni per dare risposta alla sempre più incessante richiesta di autonomia della popolazione bellunese, ha contribuito ad animare non solo il dibattito politico ma anche quello accademico.
Nonostante alcune perplessità relativamente alle motivazioni della Cassazione ed in attesa dell’esito del ricorso straordinario al Presidente della Repubblica avente ad oggetto proprio l’ordinanza di cui sopra, siamo del parere che la via della revisione costituzionale, volta all’inserimento di una Regione Dolomitica ad ordinamento differenziato comprendente le Province di Belluno, Bolzano/Bozen e Trento, sia quella che, ad oggi, si presenta come l’unica idonea a porre le premesse per una forte autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria in quanto, all’interno dell’unica Regione, la Provincia bellunese si troverebbe ad avere le stesse caratteristiche delle due Province Autonome di Trento e Bolzano/Bozen.
Sotto il profilo tecnico, la scelta di questa strada, da un lato, consentirebbe di superare il problema (già emerso nell’ordinanza dello scorso aprile della Cassazione) della costituzionalizzazione della conformazione territoriale del Trentino-Alto Adige/Sudtirol di cui all’art. 116, 2° comma, della Carta, dall’altro, forse, porrebbe le basi per un riordino in senso morfologicamente omogeneo di una parte del territorio montuoso del Nord-Est. Senza dubbio, il riferimento, in Costituzione, alle due Province Autonome che compongono il Trentino-Alto Adige/Sudtirol, è un ostacolo di non poco conto, ma, pensiamo, che esso vada inteso non come immodificabilità territoriale in se e per sé, ma solo qualora si rischiasse di compromettere la tutela dei gruppi minoritari ivi insediati.
L’eventuale nuova Regione includente Belluno, non si svilupperebbe in questa direzione, anzi rafforzerebbe la protezione del gruppo ladino bellunese. Certo, resta la complessità dell’iter di modifica costituzionale, con le particolari maggioranze richieste dall’art. 138 della Costituzione, che toglie alla proposta quel carattere di concretezza su cui è già intervento il Prof. Mario Bertolissi, nonché il pericolo di una specialità certamente non ben vista dalle altre Regioni.
Inoltre, sarà necessario chiedersi, in sede di discussione parlamentare del progetto di legge costituzionale, circa la opportunità o meno di subordinare l’efficacia della legge ad un momento di consultazione delle popolazioni coinvolte, in ragione del principio fondamentale, ricavabile dall’art. 132 Cost., secondo il quale allo Stato, a seguito dell’entrata in vigore della Costituzione, è precluso il potere di un riordino unilaterale delle comunità regionali in assenza dell’espressione del punto di vista del corpo elettorale direttamente interessato.
E nell’immediato, invece, quali soluzioni? L’inserimento della specificità bellunese nel nuovo Statuto della Regione Veneto (ma già l’attuale art. 48 del vigente Statuto consente di trasferire alle Province importanti funzioni amministrative) e l’art. 44 della Costituzione sulla adozione di provvedimenti a favore delle zone montane (in Senato è in discussione un progetto di legge in questa direzione), già opportunamente suggeriti nel suo intervento da Mario Bertolissi, potrebbero fornire alcune risposte significative in attesa di una complessiva quanto necessaria revisione dell’ordinamento regionale.
Del resto, la Regione del Veneto, in questo senso, potrebbe giocare un ruolo non secondario, dal momento che, rientrando la materia zone montane nella potestà residuale delle Regioni, avrebbe la possibilità di approvazione di una legge specificatamente rivolta all’area bellunese da aggiungersi a quella sulla montagna della quale è in corso l’esame del relativo disegno di legge.
di Daniele Trabucco e Fabio Marino