Source: http://avvemilianomancino.blogspot.com/2014/02/
Timestamp: 2017-06-26 17:16:40+00:00
Document Index: 157295863

Matched Legal Cases: ['art. 2048', 'art. 147', 'sentenza ', 'art. 177', 'art. 2041', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 186', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 530', 'art. 186', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 167', 'art. 62', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 606', 'sentenza ', 'art. 256', 'sentenza ', 'art. 674', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 2', 'sentenza ', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 125', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 49', 'art. 49']

Studio Legale Mancino: febbraio 2014
I genitori sono chiamati a pagare i danni causati dai figli anche se i ragazzi sono prossimi alla maggiore età. Lo ha evidenziato la Cassazione, spiegando che il compito di «impartire insegnamenti adeguati e sufficienti ad affrontare correttamente la vita di relazione deve essere assolto con maggiore rigore proprio in ragione dei tempi in cui avviene l’emancipazione dal controllo diretto dei genitori». In particolare, la Suprema Corte si è occupata del caso di una sedicenne della capitale che ben 11 anni fa aveva attraversato il passaggio pedonale di piazzale Flaminio con il semaforo rosso per i pedoni mentre arrivava, con direzione Muro Torto, il centauro Stefano B.. Se il Tribunale aveva dichiarato l’esclusiva responsabilità della sedicenne nell’incidente avvenuto il 30 ottobre del 2003, condannando la ragazza e i genitori a risarcire i danni al motociclista, la Corte d’appello della capitale aveva deciso per un concorso di colpe ritenendo però di liberare da responsabilità i genitori della minorenne, Gabriele e Giuliana D.M., sulla base del fatto che a sedici anni era da presupporre una «consapevolezza più che adeguata di circolare da sola» e che la violazione commessa dalla ragazza non potesse essere imputata ad una cattiva educazione di mamma e papà. Tanto più, è stato il ragionamento dei giudici di merito nel 2011, che l’attraversamento col rosso poteva essere giustificato da una difficoltà occasionale «come la pioggia, il ritardo a scuola o altro che non era riuscita a controllare». Contro questa decisione, il motociclista Stefano B. ha fatto ricorso in Cassazione, sostenendo, tra l’altro, che la corte d’appello ha motivato «in maniera incongrua allorché ha escluso la responsabilità dei genitori» cui spetta l’educazione. Piazza Cavour ha accolto la tesi difensiva e, allineandosi ad una precedente pronuncia, ha ricordato che «la responsabilità dei genitori per i fatti illeciti commessi dal minore con loro convivente, prevista dall’art. 2048 c.c., è correlata ai doveri inderogabili posti a loro carico dall’art. 147 c.c. e alla conseguente necessità di una costante opera educativa, finalizzata a correggere comportamenti non corretti e a realizzare una personalità equilibrata, consapevole della relazionalità della propria esistenza e della protezione della propria ed altrui persona da ogni accadimento consapevolmente illecito». In definitiva, i genitori, ha detto la Cassazione, possono liberarsi da ogni responsabilità soltanto se dimostrano, fatti concreti alla mano, di non avere avuto una colpa nell’educare il loro figlio, anche se ormai è prossimo alla maggiore età. D’altra parte, ha osservato ancora la Terza sezione civile presieduta da Giuseppe Maria Berruti, «se è vero che oggi è sempre più anticipato il momento in cui i minori si allontanano dalla sorveglianza diretta dei genitori, vanno a scuola da soli e se un quattordicenne può anche girare in motorino, è pur vero che l’obbligo di vigilanza dei genitori non può certo essere annullato, ma assume, piuttosto, contorni diversi». Dice a questo proposito la Cassazione che «il compito di impartire insegnamenti adeguati deve essere assolto anche con maggior rigore proprio in ragione dei tempi in cui avviene l’emancipazione dal controllo diretto dei genitori». Perciò, se anche sulla soglia dei 18 anni un ragazzo dimostra di non conoscere le regole della strada e del comune vivere civile, i genitori sono tenuti a pagare i danni causati dal figlio. Sarà ora la Corte d’appello di Roma a valutare (dopo oltre undici anni!) se dai genitori della ragazza oggi 27enne è stata «assolta la prova liberatoria» di averla educata bene.
I pendolari che si registrano sul sito Telepass (www.telepass.it) oppure sui siti delle concessionarie autostradali possono ottenere lo sconto sui pedaggi quotidiani relativi al tragitto percorso per andare al lavoro, sconto che può arrivare anche al 20%. Nel caso in cui ci si registri entro la fine del mese, annuncia una nota del Ministero dei Trasporti, lo sconto sarà retroattivo e partirà dal primo di febbraio. I vincoli per poter avere accesso alle agevolazioni sono i seguenti: essere in possesso di Telepass (con contratti family, business e ricaricabili, abbinati a persone fisiche ed a veicoli di classe A); effettuare la registrazione, definendo il percorso che si utilizza abitualmente, indicando il casello di entrata e quello di uscita; utilizzare l’autostrada come pendolari tra due stazioni predefinite, con percorso massimo di 50 chilometri. La percentuale di sconto è proporzionale al numero dei viaggi e non alla loro lunghezza (dunque è identica per chi fa pochi chilometri e per chi ne percorre fino a 100 in un giorno tra andata e ritorno). Sino a 20 transiti mensili non viene applicato nessuno sconto. A partire dal 21° transito lo sconto (per tutti e 21 i viaggi effettuati) sarà pari all’1% e crescerà linearmente (2% del pedaggio complessivo per 22 transiti effettuati, 3% per 23 viaggi) fino al 20% del pedaggio complessivo che scatta dopo il 40° transito. Chi fa 41 viaggi, cioè, avrà su tutti e 41 e sino al 46° viaggio (i giorni lavorativi in un mese sono al massimo 23) lo sconto del 20%. Per i transiti successivi al 46° viaggio si paga la tariffa intera. Lo sconto è applicato per un massimo di due viaggi al giorno, compresi i festivi, e non è cumulabile con altre agevolazioni/iniziative di modulazione tariffaria.
Fonte: http://fiscopiu.it/La Stampa - Al via gli sconti in autostrada per i pendolari
Dopo la fine della storia d’amore, il convivente non ha ottenuto la condanna della sua ex al pagamento della metà del valore dell’immobile acquistato, ma l’uomo ha comunque contribuito all’acquisto. È il caso affrontato dalla Cassazione con la sentenza 26424/13. IL CASOUn uomo citava in tribunale la sua ex, con cui aveva convissuto more uxorio per 9 anni e generato 2 figli. Il Tribunale aveva dichiarato l’intervenuta costituzione tra le parti di una famiglia di fatto, osservando che anche l’uomo aveva contribuito all’acquisto dell’immobile, ma aveva respinto, però, la domanda, fondata sulla equiparazione della famiglia di fatto a quella legittima, ritenendo le 2 situazioni non assimilabili e conseguentemente non applicabile la normativa della comunione legale (art. 177 e ss. c.c.). A non poter essere accolte, secondo lo stesso Tribunale, erano le domande restitutorie dell’attore, «inquadrabili nello schema dell’azione generale di arricchimento delineata dall’art. 2041 c.c.». È la Corte di appello che, in parziale accoglimento del gravame dell’uomo, condannava la controparte a pagare poco meno di 74mila euro. La stessa Corte, tuttavia, riteneva che non potessero essere accolte le domande volte ad ottenere la condanna della convenuta al pagamento della metà del valore dell’immobile acquistato nel 1999 o, in subordine, della metà della somma erogata per l’acquisto del medesimo bene, «in quanto presupponevano l’applicabilità del regime patrimoniale legale proprio della famiglia fondata sul matrimonio e non estensibile alla famiglia di fatto, segnatamente in relazione alla normativa della comunione legale». L’uomo aveva contribuito all’acquisto dell’abitazione. È la donna a proporre ricorso per cassazione. Ma la Cassazione ha osservato che – come già accertato - l’uomo aveva contribuito all’acquisto della nuova abitazione, intestata solo a lei. Infatti, è stata ritenuta provata l’ingente entità della dazione attuata dall’uomo, nonché esclusa la relativa spontaneità e, quindi, pure la sua riconducibilità e liberalità, puntualmente analizzando le condizioni economiche dell’esborso e del prezzo d’acquisto dell’immobile dai limiti di proporzionalità e dell’adeguatezza del rispetto all’apprezzato contesto. Pertanto, la Cassazione ha rigettato in toto il ricorso. Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Famiglia fondata sul matrimonio e famiglia di fatto: c’è differenza
La natura contravvenzionale della guida in stato di ebbrezza impone al soggetto agente di astenersi diligentemente dalla guida ove abbia assunto, per qualsivoglia, anche giustificata, ragione, alcolici o misture, rimedi, prodotti e farmaci contenenti alcol. E’ il principio ribadito dalla Cassazione con la sentenza 31 gennaio 2014, n. 4967.In merito a ciò la Suprema Corte già si era pronunciata con la sentenza 3 aprile 2013, n. 15562, dove aveva precisato che l'espletamento di una perizia diretta ad accertare l'idoneità dei farmaci assunti ad alterare i valori del tasso alcolemico in misura superiore a 0,5 g/l non è indispensabile ai fini del decidere, atteso che comunque il ricorrente, che conosceva gli effetti dei farmaci che assumeva, mai avrebbe dovuto porsi alla guida di un'autovettura.Sulla stessa linea la pronuncia 29 settembre 2011, n. 38793. Anche in questo caso, la Corte ha sostenuto che ai fini della configurabilità della contravvenzione di cui all'articolo 186 del codice della strada, non può rilevare, per escludere il reato, la prospettata circostanza che l'assunzione di determinati farmaci possa avere aumentato i dati di concentrazione dell'alcool nel sangue, perché, in ogni caso, chi sa di assumere farmaci di tal genere deve astenersi dall'ingestione di alcool e specialmente deve evitare di mettersi alla guida.SUPREMA CORTE DI CASSAZIONESEZIONE IV PENALESentenza 27 novembre 2013 - 31 gennaio 2014, n. 4967(Presidente Zecca – Relatore Grasso)Ritenuto in fatto1. Il GIP del Tribunale di Busto Arsizio, con sentenza del 17/3/2010, dichiarato D.O. colpevole del reato di cui all’art. 186, comma 2, lett. b) del cod. della str., per essersi posto alla guida di un’autovettura in stato d’ebbrezza (1,64/1,59 g/l), condannò il medesimo alla pena stimata di giustizia.2. La Corte d’appello di Milano, investita dell’appello dell’imputato, con sentenza del 3/4/2013, confermò la statuizione di primo grado.3. Avverso quest’ultima sentenza l’imputato ricorre per cassazione.3.1. Con il primo motivo posto a corredo del ricorso, denunziante vizio motivazionale, il ricorrente assume che la Corte territoriale era venuta meno al proprio compito di rendere effettiva motivazione, prendendo in esame i motivi d’impugnazione. Ciò non era accaduto in quanto la Corte milanese si era limitata a riprendere le argomentazioni del giudice di primo grado, senza, peraltro, verificare l’effettivo buon funzionamento del macchinario rilevatore e senza tener conto che nella seconda prova solo per nove decimali risultava superato il parametro, mentre il D.M. 22/5/1990, n. 196 tiene conto solo delle unità intere, senza contare che un lieve scostamento era possibile che fosse derivata dalla stessa apparecchiatura.3.2. Con il successivo motivo viene denunziato ulteriore vizio motivazionale a riguardo del trattamento penale: la pena appariva eccessiva in relazione all’addebito e il giudice di seconde cure si era limitato a riprendere gli stessi argomenti di quello di primo grado.4. E’ successivamente pervenuta memoria contenente nuovo motivo, datata 2/7/2013 e firmata personalmente dall’imputato.Con la novella censura il ricorrente denunzia violazione di legge in quanto, secondo la prospettazione, la macchina rilevatrice non risultava essere accompagnata dalla certificazione di verifica della sua perfetta funzionalità. In ogni caso, trattavasi di misurazioni che potevano risentire dello stato fisico del soggetto (rigurgiti gastrici), delle modalità della misurazione (se prossima all’assunzione della bevanda risulteranno registrati anche i meri vapori alcolici), della circostanza che la persona sottoposta al controllo poco prima abbia utilizzato collutori, spray, medicine in genere contenenti alcol e financo dolci, arricchiti di sciroppi liquorosi. Da ciò consegue, secondo la censura, che il ragionamento probatorio deve essere condotto con particolare rigore. Poiché ciò non era avvenuto nel caso di specie risultava violato l’art. 530, comma 2, cod. proc. pen.Considerato in diritto5. La manifesta infondatezza di tutti i motivi prospettati impone declaratoria d’inammissibilità.5.1. Quanto alla pretesa inattendibilità dell’alcoltest questa Corte ha già più volte avuto modo di condivisamente affermare che costituisce onere della difesa dell’imputato fornire una prova contraria all’accertamento (difetti dello strumento, errore di metodologia nell’esecuzione), non essendo affatto sufficiente congetturare la mancanza di omologazione del macchinario (Cass., Sez. IV, n. 17463 del 24/3/2011) o il mancato deposito della documentazione attestante la regolarità dell’etilometro (Cass., Sez. IV, n. 42084 del 4/10/2011); o, addirittura, come nel caso di specie, prospettare vaghi dubbi, neppure correlati a specifici elementi fattuali.5.2. La pretesa di non tenere conto dei decimali risultanti dalla misurazione contrasta inesorabilmente con il contenuto dell’art. 186, cod. della str., il quale non pone una simile preclusione.5.3. Infine, ancòra una volta meramente congetturali ed astratte risultano le osservazioni circa gli effetti di prodotti o rimedi contenenti alcol, senza contare che questa Corte ha già avuto modo di condivisamente chiarire che la natura contravvenzionale della trasgressione impone al soggetto agente di astenersi diligentemente dalla guida ove abbia assunto, per qualsivoglia, anche giustificata, ragione, alcolici o misture, rimedi, prodotti e farmaci contenenti alcol (Cass., Sez. IV, n. 26972 del 6/6/2013).5.4. Aspecifico deve valutarsi il motivo con il quale il ricorrente si duole del trattamento penale: al contrario dell’assunto impugnatorio, infatti, la Corte territoriale, nel condividere l’operato del primo giudice, ha fornito congrua motivazione in ordine alla scelta sanzionatoria, motivazione che, in questa sede, ovviamente, non può essere oggetto di revisione.P.Q.M.Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.fonte: Altalex.com/Farmaco contenente alcol? Automobilista deve astenersi dalla guida
Per la rottamazione delle cartelle esattoriali la scadenza slitta al 31 marzo Platea più ampia e più tempo a disposizione per fruire delle norme del Ddl di Stabilità sulla "rottamazione" delle cartelle esattoriali. L'Aula del Senato ha approvato un emendamento al Dl sugli Enti locali a firma Vittorio Fravezzi (Autonomie), che estende questa possibilità anche ai casi in cui «il debito tributario derivi da ingiunzione fiscale» ed allunga i termini dal 28 febbraio al 31 marzo prossimo.
In caso di mobbing, l’accertamento del danno alla salute del dipendente non comporta necessariamente anche il riconoscimento del danno alla professionalità.Così ha deciso la Corte di Cassazione, sezione lavoro, nella sentenza 8 gennaio 2014, n. 172.Nello specifico, un’impiegata del comune di Roma aveva proposto ricorso in Cassazione per ottenere la liquidazione oltre che del danno alla salute (quantificato in 16.000,00), del danno alla professionalità.In particolare, deduceva che l'acclarato comportamento mobizzante del Comune di Roma, caratterizzato da discriminazione e da persecuzione psicologica, le aveva necessariamente procurato mortificazione morale ed emarginazione professionale, per cui il danno alla professionalità doveva ritenersi presunto.Tuttavia, sulla scorta di un consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità in materia, la Suprema Corte ha affermato che, in caso di accertato demansionamento professionale, la liquidazione del danno alla professionalità del lavoratore non può prescindere dalla prova del danno stesso (in tale senso, Cass. 30 settembre 2009, n. 20980).In sostanza, il danno alla professionalità non può ritenersi in re ipsa, nel semplice demansionamento, essendo invece onere del dipendente provare tale danno, quale ad esemprio un ostacolo alla progressione di carriera (che nella fattispecie la ricorrente non ha nemmeno dedotto).Ed, invero, “non sussiste alcuna logica contraddittorietà” osserva la Corte “nel riconoscimento del danno biologico e nel rigetto della domanda relativa al danno alla professionalità” in quanto le due voci di danno hanno presupposti completamente diversi, essendo la prima relativa al fisico del lavoratore, mentre la seconda alla sua professionalità, ovvero all'aspetto della sua prestazione e capacità lavorativa.Pertanto, conclude la Suprema Corte, non è censurabile la sentenza d’appello che ha riconosciuto un tipo danno e ne ha disconosciuto un altro.fonte: Altalex.com/Mobbing: il danno professionale non è in re ipsa
Anche se prosciolto dall’accusa di violenza sessuale, il “padre-padrone” può vedere la figlia solo in presenza dell’assistente sociale
Pur in presenza di una decisione penale di assoluzione, le cautele previste nella sentenza di divorzio devono essere mantenute nel superiore interesse della prole, nonostante il carattere penalmente neutro delle condotte attribuite al padre. È quanto affermato dalla Cassazione nella sentenza 26203/13. Il caso Il Tribunale, dopo aver disposto, in modifica delle condizioni stabilite nella sentenza di divorzio, una limitazione al diritto di visita ai figli da parte del padre, revoca quest’ultima, essendo stato l’uomo prosciolto dalle accuse di violenza sessuale a danno della figlia. La Corte d’Appello accoglie il reclamo proposto dalla madre, e ripristina le limitazioni prima previste, in quanto la decisione penale aveva escluso la natura illecita dei comportamenti dell’uomo, evidenziandone, però, l’inadeguatezza e facendo leva sulla sua inconsapevolezza in merito agli effetti della condotta tenuta. Il padre ricorre per cassazione, denunciando la mancata considerazione, da parte della Corte territoriale, della sentenza di proscioglimento e delle risultanze della CTU che aveva dato giudizio positivo sulla sua capacità genitoriale. Egli, in particolare, lamentava un generale atteggiamento di pregiudizio nei suoi confronti in contrasto con la decisione penale. Il ricorso viene giudicato inammissibile. La sentenza penale di proscioglimento non è vincolante: gli interessi della prole hanno sempre importanza primaria. La decisione penale di proscioglimento “non ha escluso la sussistenza di comportamenti inadeguati da parte del padre nei confronti della figlia che hanno dato fastidio alla minore e che la stessa ha percepito come invasivi”. I motivi di ricorso presentati non colgono tale ratio decidendi e danno al provvedimento impugnato un carattere latu sensu cautelare: la Corte d’Appello non esamina la valenza penale dei comportamenti attribuiti all’uomo ma si limita a constatare che essi, per la loro oggettiva gravità e per le gravi e comprovate ripercussioni di natura psicologica, impongono, nel superiore interesse della prole, il mantenimento delle cautele precedentemente disposte, anche tenendo conto che l’uomo si era dimostrato incapace di comprendere “la portata negativa degli atteggiamenti tenuti”. Alla luce di tali conclusioni, la Suprema Corte dichiara il ricorso inammissibile e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Anche se prosciolto dall’accusa di violenza sessuale, il “padre-padrone” può vedere la figlia solo in presenza dell’assistente sociale
L’esercizio dell’attività giornalistica se riguarda la diffusione di notizie concernenti un minore deve sempre avvenire nel rispetto di determinati limiti e, segnatamente, in quello della essenzialità dell’informazione, la cui valutazione è affidata all’apprezzamento del giudice di merito censurabile soltanto ove lo stesso sia affetto dai vizi di motivazione. Lo ha ribadito la Corte di Cassazione nella sentenza 7504 del 18 febbraio 2014, indicando i criteri da seguire e i limiti da osservare nella pubblicazione dei dati personali concernenti i minori. Il caso Un giornalista pubblica su un periodico un articolo riguardante la morte di un minore causata da un incidente stradale, senza il consenso degli esercenti la potestà genitoriale. La notizia conteneva tutta una serie di informazioni dettagliate sulla vita e i familiari della vittima oltre ad essere corredata da foto riguardanti il fatto e il minore stesso. Il giornalista viene condannato in primo grado alla pena di 8 mesi di reclusione per trattamento illecito di dati ex art. 167, comma 2, d.lgs. n. 196/03; in appello il giudice conferma la condanna riducendo però la pena a 5 mesi e 10 giorni in applicazione della circostanza attenuante ex art. 62, n. 1, c. p.. Il condannato ricorre in Cassazione ritenendo di non aver commesso alcuna violazione perché le informazioni dettagliate presenti nell’articolo erano necessarie e volte a sensibilizzare l’opinione pubblica. La Cassazione richiamando una sua costante giurisprudenza ribadisce che al giornalista è consentito divulgare dati sensibili senza il consenso del titolare né l’autorizzazione del Garante per la tutela dei dati personali, a condizione che la divulgazione sia «essenziale», e cioè indispensabile in considerazione dell’originalità del fatto, o dei modi in cui è avvenuto. La valutazione della sussistenza di tale requisito costituisce accertamento in fatto, che il giudice di merito deve compiere caso per caso, indicando analiticamente le ragioni per le quali ritiene che sussista o meno il requisito di essenzialità. La Cassazione in linea con l’interpretazione della Corte territoriale, ritiene che la pubblicazione del minore con tanto di didascalia, di nome, cognome e indicazione dei componenti del suo nucleo familiare sia sovrabbondante rispetto al fatto storico costituito dall’incidente stradale. Un argine al legittimo esercizio del diritto di cronaca. In conclusione in linea con una precedente orientamento la Corte ritiene che il sacrificio della riservatezza trova spazio solo nell’ambito dell’«essenzialità» della condotta ricollegantesi al diritto-dovere d’informazione, secondo una nozione che va inquadrata nel generale parametro della «continenza», individuato anche dalla giurisprudenza della Corte costituzionale quale argine del legittimo esercizio del diritto di cronaca. Per questi motivi rigetta il ricorso del giornalista perché sono stati travalicati i limiti della «essenzialità e continenza» causando il mancato rispetto del prioritario diritto alla riservatezza del minore. Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Diritto di cronaca, deve sussistere l’essenzialità dell’informazione giornalistica
Si allunga la durata del diritto d'autore che passa dagli attuali 50 a 70 anni. È la principale novità contenuta in uno dei quattro Dlgs approvato dal Cdm di venerdì scorso, l'ultimo presieduto da Enrico Letta, che recepiscono altrettante direttive europee. Gli altri tre riguardano la prevenzione delle ferite da taglio nel settore ospedaliero, la protezione dei rifugiati e norme sulla tutela alimentare. Ma il Governo ha anche approvato nuove norme per la lotta ai falsi farmaci. Diritto d'autore Il provvedimento recepisce la direttiva 2011/77/UE, che modifica la direttiva 2006/116/CE, concernente la durata della protezione del diritto d'autore e di alcuni diritti connessi e interessa produttori di fonogrammi, artisti, esecutori, interpreti musicali e società di gestione collettive che li rappresentano.«Tenuto conto che l'attuale durata della protezione (50 anni) è insufficiente a proteggere l'esecuzione per l'arco della vita degli artisti», si legge nel comunicato di Palazzo Chigi, «essa viene estesa a 70 anni, anche al fine di tutelarli in un periodo della vita in cui potrebbero trovarsi a fronteggiare un calo del loro reddito». «La modifica - osserva ancora il Governo - implica un evidente beneficio anche per le piccole e medie imprese operanti nel settore».Ferite da taglio in ospedale: 96mila casi l'annoRecepita anche la direttiva 2010/32/UE, che attua l'accordo quadro concluso da HOSPEEM e FSESP, in materia di prevenzione delle ferite da taglio o da punta nel settore ospedaliero e sanitario. Scopo del provvedimento è ridurre il numero di ferite e punture accidentali che si verificano in ambienti sanitari, per la tutela della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro e per la riduzione dei costi connessi. I costi sono stati valutati in circa 850 euro per evento, a carico del datore di lavoro pubblico o privato, e studi di settore stimano circa 96.000 casi all'anno.Beneficiari di protezione internazionale Via libera anche alla direttiva 2011/95/UE, recante norme sull'attribuzione a cittadini di Paesi terzi o apolidi della qualifica di beneficiario di protezione internazionale, su uno status uniforme per i rifugiati o per le persone aventi titolo a beneficiare della protezione sussidiaria, nonché sul contenuto della protezione riconosciuta. Obiettivo primario del provvedimento è elevare ulteriormente il livello delle norme di protezione, sia in relazione ai motivi sia al contenuto della protezione riconosciuta, in linea con gli strumenti internazionali che regolano la materia ed in particolare con la Convenzione di Ginevra relativa allo status dei rifugiati e alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Tale obiettivo è perseguito attraverso un riavvicinamento dei due status riconducibili alla protezione internazionale, quello di rifugiato e quello di beneficiario di protezione sussidiaria, con particolare riguardo ai diritti connessi ad entrambi.Succhi di frutta, nuovi obblighi di etichettaturaInfine, l'ultimo Dlgs introduce nel nostro ordinamento la direttiva 2012/12/UE, che modifica la direttiva 2001/112/CE, concernente i succhi di frutta e altri prodotti analoghi destinati all'alimentazione umana. La modifica alla disciplina vigente implica nuovi obblighi in materia di etichettatura, a maggior garanzia di consumatori e operatori, secondo le attese del mercato.Nuove norme per la lotta ai falsi farmaci Il Consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva anche il provvedimento per l'attuazione della direttiva europea 2011/62/UE, che modifica la direttiva 2001/83/CE, mirata ad impedire l'ingresso dei medicinali falsificati nella catena di fornitura legale. Le nuove norme intervengono in vari ambiti dalla vendita on line regolamentata di medicinali senza ricetta agli strumenti per evitare la carenza, fino alla creazione di un sistema nazionale antifalsificazione e alla istituzione di broker di medicinali registrati al ministero della Salute.Un provvedimento articolato, con alcuni punti cardine. 1) Nuova definizione di 'servizio pubblico' che consente prioritariamente di soddisfare, nel rispetto degli obblighi comunitari, il fabbisogno territoriale di farmaci evitando così situazioni di indisponibiltà degli stessi. Ciò attraverso una modifica dell'articolo 105 del Dlgs n. 219 del 2006; tale disposizione consente, con una procedura di segnalazione, effettuata dal farmacista, alla regione competente di accertare che non sia stato violato l'obbligo di servizio pubblico; nel qual caso, il distributore potrà esser sottoposto oltre che ad una sanzione amministrativa pecuniaria anche alla sospensione o, nell'ipotesi di reiterazione della violazione, anche alla revoca della autorizzazione allo svolgimento dell'attività di grossista. 2) Possibilità di vendita a distanza al pubblico dei medicinali (vendita on line) senza obbligo di prescrizione, attraverso farmacie o parafarmacie; a tale scopo, i siti internet che vendono medicinali conterranno un link, collegato al sito internet del ministero della salute, che indicherà la lista di tutti gli enti o persone autorizzate alla vendita di farmaci in rete. Sarà utilizzato un logo comune che renderà tali siti riconoscibili e sicuri. 3) Garanzia che il trasporto dei medicinali venduti on line, sia effettuato nel rispetto delle linee guida in materia di buona pratica di distribuzione, quindi in modo da consentire all'acquirente di ricevere i farmaci con le medesime garanzie di quelli acquistati nella farmacia o nella parafarmacia.4) Creazione del Sistema nazionale antifalsificazione che, attraverso la task-force nazionale anti-falsificazione, con il coinvolgimento anche del Comando dei Carabinieri per la Tutela della Salute (Nas) e dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, è inteso a impedire la circolazione sul territorio nazionale di medicinali falsificati e quindi potenzialmente pericolosi per la salute. 5) Introduzione dell'attività di broker di medicinali che, espletando una attività di negoziazione da posizione indipendente e per conto di un'altra persona fisica o giuridica, è condizionata solo a una registrazione presso il ministero della salute. 6) Semplificazione e riduzione dei tempi procedurali connessi alla produzione e importazione delle sostanze attive. In particolare, i produttori e gli importatori di sostanze attive stabiliti in Italia dovranno registrare la loro attività presso l'Aifa in luogo della precedente autorizzazione. In ogni caso saranno seguite le buone pratiche di fabbricazione, sia che tali sostanze provengano da Paesi Ue sia che si tratti di prodotti importati da Paesi terzi. Nel caso di fabbricazione in Paesi terzi di sostanze attive destinate all'esportazione verso l'Unione europea, l'autorità competente del Paese esportatore dovrà attestare che gli stabilimenti interessati siano stati sottoposti a controlli periodici severi e trasparenti, disposti anche a garanzia di un livello di tutela della salute pubblica almeno pari agli standard richiesti a livello europeo. 7) Semplificazione anche per i distributori di sostanze attive stabiliti in Italia che dovranno registrare la loro attività, inviando un modulo di registrazione all'autorità territorialmente competente (regioni e province autonome), almeno sessanta giorni prima dell'inizio dell'attività. In ogni caso, al fine di tutela della salute pubblica, l'autorità competente, in base alla valutazione del rischio, potrà effettuare ispezioni, dandone comunicazione al richiedente la registrazione.fonte: ilsole24ore.com/Il diritto d'autore si allunga a 70 anni. Nuove norme contro i falsi farmaci
Più diritti ai detenuti, ma soprattutto misure per sfoltire la popolazione carceraria. Come l'ampliamento dell'affidamento in prova o uno "sconto di pena" ulteriore per i più meritevoli. Esclusi i boss e chi si è macchiato dei delitti più gravi. È quanto prevede il decreto, convertito definitivamente in legge dal Senato due giorni prima della sua scadenza, considerato una risposta all'Europa dopo la sentenza "Torreggiani" che ha condannato l'Italia per il modo in cui tratta i detenuti. Queste, in sintesi, le principali novità introdotte dalla nuova legge, avversata soprattutto dalla Lega che la definisce un "indulto mascherato". Il decreto è stato approvato con i voti della maggioranza Pd, Ncd, Sc, Pi, Autonomie e di Gal. Hanno votato contro Forza Italia, Lega Nord, che ha inscenato una protesta in Aula con uno striscione, Sel e M5S. Braccialetti elettronici Gli strumenti elettronici di controllo saranno la regola, non più l'eccezione. Attualmente, nel disporre i domiciliari, il giudice li prescrive solo se necessari; da domani dovrà prescriverli sempre, a meno che (valutato il caso concreto) non ne escluda la necessità. Si rovescia cioè l'onere della motivazione, con l'obiettivo di assicurare un controllo più costante e capillare senza un ulteriore aggravio per le forze di polizia. Piccolo spaccio L'attenuante di lieve entità' nella detenzione e cessione illecita di stupefacenti diventa reato autonomo. Per il piccolo spaccio, insomma, niente più bilanciamento delle circostanze, con il rischio (com'è oggi) che l'equivalenza con le aggravanti come la recidiva porti a pene sproporzionate. Cade il divieto di disporre per più di due volte l'affidamento terapeutico al servizio sociale dei condannati tossico/alcool dipendenti. Ai minori tossicodipendenti accusati di piccolo spaccio sono applicabili le misure cautelari con invio in comunità. Con queste norme si ripristina una differenza sostanziale tra droghe pesanti e leggere "unificate", invece, nella legge Fini-Giovanardi. Affidamento in prova Si spinge fino a 4 anni il limite di pena (anche residua) che consente l'affidamento in prova ai servizi sociali, ma su presupposti più gravosi (periodo di osservazione) rispetto all'ipotesi ordinaria che resta tarata sui 3 anni. Si rafforzano i poteri del giudice di sorveglianza. Liberazione anticipata specialeIn via temporanea (dal 1 gennaio 2010 al 24 dicembre 2015) sale da 45 a 75 giorni per ogni 6 mesi di reclusione la detrazione di pena concessa con la liberazione anticipata. L'ulteriore 'scontò, che non vale in caso di affidamento in prova e detenzione domiciliare, si applica se l'interessato viene considerato "meritevole". Sono esclusi dal beneficio i condannati di mafia o di gravi delitti (omicidio, violenza sessuale, rapina aggravata, estorsione). Detenzione domiciliareAcquista carattere permanente la disposizione che consente di scontare presso il domicilio la pena detentiva (anche se parte residua) non superiore a 18 mesi. Restano ferme, peraltro, le esclusioni già previste per i delitti gravi o per altre particolari circostanze (ad esempio, la possibilità di fuga o la tutela della persona offesa). ESPULSIONE DETENUTI STRANIERI - Si amplia il campo dell' espulsione come misura alternativa al carcere. Non solo vi rientra (com'è oggi) lo straniero che debba scontare 2 anni di pena, ma anche chi è condannato per un delitto previsto dal testo unico sull'immigrazione purché la pena non sia superiore nel massimo a 2 anni e chi è condannato per rapina o estorsione aggravate. Si delineano meglio i ruoli del direttore del carcere, questore e magistrato di sorveglianza, e si velocizza già dall'ingresso in carcere la procedura di identificazione per rendere effettiva l'esecuzione dell'espulsione. Garante dei detenutiPresso il ministero della Giustizia si istituisce il Garante dei diritti dei detenuti: 3 componenti che restano in carica 5 anni non prorogabili. Compito del Garante è vigilare sul rispetto dei diritti umani nelle carceri e nei Cie. Può accedere in qualunque struttura, chiedere informazioni e documenti, formulare specifiche raccomandazioni all' amministrazione penitenziaria. Ogni anno il Garante trasmette alle Camere una relazione sulla sua attività. Reclami e diritti Più possibilità di fare reclami e di essere ascoltati.fonte: ilsole24ore.com/È legge il Dl svuota carceri, le principali misure
Per una corretta applicazione della misura di sicurezza dell’espulsione dallo Stato a pena espiata, s’impone una motivata verifica in merito alla sussistenza della pericolosità sociale dell’imputato straniero, soprattutto se quest’ultimo va esente da pendenze giudiziarie o precedenti penali. E’ quanto affermato dalla Cassazione nella sentenza 46302/13.Il fattoL’imputato propone ricorso in Cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Varese che aveva disposto, oltre alla reclusione e al pagamento di una multa, la sua espulsione dal territorio dello Stato a pena espiata e la confisca dei beni di pertinenza del reato. Nello specifico, si lamenta l’erronea applicazione della legge ex art. 606 c.p.p. La Corte accoglie il ricorso solo in parte, limitatamente al profilo dell’espulsione, rilevando la carenza dei relativi presupposti e rinvia nuovamente la questione al giudice di merito.La Corte accoglie il primo motivo di ricorso, stabilendo che, affinché la misura di sicurezza dell’espulsione a pena espiata sia correttamente applicata, è necessaria una motivata, anche se sintetica, verifica in merito alla sussistenza della pericolosità sociale dell’imputato, presupposto stesso della misura, soprattutto se, come nella fattispecie de qua, non sussistono pendenze giudiziarie e precedenti penali a carico dell’imputato. D’altra parte, dire che un soggetto è socialmente pericoloso, significa porre in atto «un accertamento positivo di tale carattere proprio per la sua portata di allarmante spessore in rapporto alla perduranza ed attualità del cennato pericolo». La strumentalità di determinati oggetti rispetto al reato ne giustifica la confisca. Gli ermellini ritengono infondato il secondo motivo di ricorso, sancendo la legittimità della confisca dei telefoni cellulari: è indubbio, infatti, che la pertinenzialità di determinati apparecchi alle modalità e alle circostanze dell’illecito e la loro idoneità a favorire una reiterazione del reato, impongono l’adozione di tale misura. Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Straniero spaccia stupefacenti: sì all’espulsione se sussiste pericolosità sociale
Il rilascio della delega di funzioni in materia ambientale non mette in discussione la responsabilità penale del soggetto investito della stessa. È quanto affermato dalla Cassazione nella sentenza 46237/13. Il caso Il Tribunale di Lucca sancisce la responsabilità dell’imputato per i reati di cui agli artt. 81 (Concorso formale. Reato continuato) e 674 (Getto pericoloso di cose) c.p. e lo condanna al pagamento di una cospicua somma a titolo di ammenda, sancendo che la qualifica di delegato al rispetto della normativa sull’ambiente non esonerava l’imputato dalla responsabilità per le violazioni contestate. Il delegato propone allora ricorso per cassazione, sulla base della sua qualifica di dipendente semplice della società e non di legale rappresentante e denuncia, inoltre, la violazione del principio del ne bis in idem, determinata dalla condanna alla contravvenzione, pur in assenza di un concorso formale di reati. La Corte accoglie il ricorso solo in parte, limitatamente alla rilevanza della delega. Se c’è delega di funzioni la responsabilità penale non è in discussione. Sussiste la responsabilità dell’imputato per il reato di cui all’art. 256, D.Lgs. n. 152/2006 (Attività di gestione di rifiuti non autorizzata), data la rilevanza penale della delega di funzioni. Gli ermellini stabiliscono che il «reato di getto pericoloso di cose può concorrere con i reati di gestione non autorizzata di rifiuti e di scarico di reflui industriali senza autorizzazione, purché si accerti la potenziale offensività del rifiuto (…) e che il getto avvenga in un luogo di pubblico transito». Sulla base di tale conclusione, la Corte respinge il ricorso nella seconda parte, in quanto non risulta, nel caso in esame, alcun riferimento al reato di getto pericoloso di cose. Si annulla, quindi, la sentenza limitatamente alla contravvenzione comminata ex art. 674 c.p. Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Scarica rifiuti in luoghi non autorizzati: la delega non esclude la responsabilità penale
Depositata l’11 febbraio 2014 la sentenza numero 6378 della terza sezione penale in tema di omesso versamento delle trattenute previdenziali ed assistenziali a proposito dell’ambito di operatività della causa di non punibilità di cui all’art. 2 c. 1-bis del D. L. 463/1983 secondo cui «Il datore di lavoro non è punibile se provvede al versamento entro il termine di tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione».In particolare, i giudici di legittimità hanno affermato che può ritenersi tempestivo, ai fini del verificarsi della causa di non punibilità, il versamento delle ritenute previdenziali effettuato dall’imputato nel corso del giudizio, allorché risulti che lo stesso non ha ricevuto dall’ente previdenziale la contestazione o la notifica dell’accertamento delle violazioni o non sia stato raggiunto nel corso del procedimento penale da un atto contenente gli elementi essenziali dell’avviso di accertamento.Punto centrale della pronuncia sono la rilevanza giuridica e la finalità da riconoscere alla contestazione amministrativa che deve precedere l’esercizio dell’azione penale, dovendosi richiamare il principio secondo cui la L. n. 638 del 1983 (conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 12 settembre 1983, n. 463) ha modificato i termini e le modalità di operatività della causa di non punibilità introducendo, prima dell’invio della notitia criminis, un meccanismo, costituito dalla contestazione o notifica dell’accertamento della violazione, finalizzato ad agevolare la definizione del contenzioso in sede amministrativa.Posto che rimane fermo il diritto del datore di lavoro ad essere messo in concreto in condizione di esercitare la possibilità di sanare il debito, la Corte richiama quanto affermato dalle Sezioni Unite (sentenza n. 1855/2012) secondo cui a tale diritto corrispondono specifici obblighi per l’ente previdenziale e per l’autorità giudiziaria: in sintesi, esiste un obbligo da parte dell’ente previdenziale di rendere noto, nelle forme previste dalla norma, al datore di lavoro l’accertamento delle violazioni, nonchè le modalità e termini per eliminare il contenzioso in sede penale.fonte: giurisprudenzapenale.com/Omesso versamento dei contributi: sulla causa di non punibilità di cui all'art. 2 c.1-bis D.L. 463/1983
Colui che, munito di una patente di categoria superiore a quella richiesta, guida un veicolo per il quale è richiesta la patente di altra categoria non è punibile penalmente ma solo con sanzione amministrativa. È quanto affermato dalla Cassazione nella sentenza 46278/13.Il caso
Il ricorrente denuncia violazione e falsa applicazione della legge penale per essere stato condannato dal Tribunale di Cassino per il reato di cui all’art. 116, co. 3, c.d.s. (Patente e abilitazione professionale per la guida di veicoli a motore) per essersi posto alla guida di un motociclo senza aver mai conseguito la patente di guida. Egli fa notare come non sia stata presa in considerazione la titolarità, da parte sua, di una patente di categoria superiore a quella richiesta per la conduzione di quel particolare mezzo. La Suprema Corte ritiene il ricorso fondato. Illuminante l’intervento della Corte Costituzionale: è arbitraria la differenziazione di sanzione tra categorie. Il sindacato della Cassazione si basa sulla pronuncia della Corte Costituzionale che «ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 116, co. 13, c.d.s. nella parte in cui punisce con la sanzione penale, anziché con la sanzione amministrativa stabilita dall’art. 125 dello stesso codice (Gradualità ed equivalenze delle patenti di guida), colui che, munito di patente di categoria B, C o D, guida un veicolo per il quale è richiesta la patente di categoria A». Di conseguenza, non ricorre l’illecito contestato quando si guida con patente di categoria superiore un veicolo per il quale è richiesta la patente A. La prevista differenziazione della sanzione è, infatti, palesemente arbitraria, essendo equivalente la gravità delle condotte di cui di discute. A seguito di tale novazione legislativa, quindi, la condotta oggetto della sentenza non costituisce più reato. Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Guida senza patente: la titolarità di una categoria superiore è il salvagente per evitare la condanna
La Nota del Ministero dell’Economia e delle Finanze (prot. n. 10492 del 5 febbraio 2014) fornisce delucidazioni sull’obbligo di provvedere al pagamento dei canoni di locazione per unità abitative con modalità che escludano l’uso del contante. L’art. 1 comma 50 Legge 27 dicembre 2013, n. 147 recita: “i pagamenti riguardanti canoni di locazione di unità abitative, fatta eccezione per quelli di alloggi di edilizia residenziale pubblica, sono corrisposti obbligatoriamente, quale ne sia l'importo, in forme e modalità che escludano l'uso del contante e ne assicurino la tracciabilità anche ai fini della asseverazione dei patti contrattuali per l'ottenimento delle agevolazioni e detrazioni fiscali da parte del locatore e del conduttore”. Ai fini dell’irrogazione delle sanzioni comminate ex D.Lgs. n. 231/07, con finalità di prevenzione del riciclaggio e di finanziamento al terrorismo, rileva unicamente il limite stabilito dall’art. 49 per cui è vietato il trasferimento di denaro contante o di libretti di deposito bancari o postali al portatore o di titoli al portatore in euro o in valuta estera quando il valore sia complessivamente pari o superiore a euro mille. Il trasferimento rientra quindi nel campo minato delle situazioni critiche unicamente quando le movimentazioni di contante siano eccedenti la soglia fissata dalla legge e non intermediate da soggetti autorizzati. La ratio sottesa è da rinvenirsi nella necessità di arginare fenomeni di impiego, occultamento o immissione nel sistema economico di risorse di provenienza illecita, controbilanciando con strumenti ad hoc il rischio insito nella rapidità di circolazione del contante - e di altri titoli di pagamento al portatore - e nella non riconducibilità del contante stesso alla titolarità di un soggetto determinato. Fermo il limite di carattere generale di cui all’art. 49 D.Lgs. n. 231/07, la finalità di conservare traccia delle transazioni in contante, eventualmente intercorse tra locatore e conduttore, può ritenersi soddisfatta fornendo una prova documentale inequivoca e idonea ad attestare la devoluzione di una determinata somma di denaro contante al pagamento del canone di locazione, anche ai fini della asseverazione dei patti contrattuali, necessaria all'ottenimento delle agevolazioni e detrazioni fiscali previste a vantaggio dei contraenti. Fonte: http://fiscopiu.it/La Stampa - Affitti, contanti solo sotto la soglia dei 1000 euro
Ferrara: Artigiano suicida, interrogato il commercialista “Il mio assistito, Riccardo Schincaglia, è stato interrogato in procura durante la mattinata, ma per questioni assolutamente estranee al recente suicidio dell’artigiano ferrarese”. A parlare è l’avvocato Nicola Cosentino, difensore del commercialista finito nell’occhio del ciclone nei giorni successivi alla morte di E.P., l’imprenditore che si è tolto la vita per questioni legate ai propri debiti col fisco. Nei giorni scorsi a puntare il dito contro Schincaglia era stato anche l’avvocato ferrarese Emiliano Mancino, che assiste alcuni privati che hanno presentato querele contro il commercialista.