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Timestamp: 2019-12-10 03:30:13+00:00
Document Index: 153556611

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Infortunio lavorativo, nessuna colpa viene addebitata al lavoratore se le informazioni sui rischi sono carenti - La Previdenza - Quotidiano di informazione giuridica
Infortunio lavorativo, nessuna colpa viene addebitata al lavoratore se le informazioni sui rischi sono carenti
Cassazione civile sezione lavoro, sentenza 25.11.2019 n. 30679
Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati: Dott. NAPOLETANO Giuseppe - Presidente - Dott. TORRICE Amelia - Consigliere - Dott. TRIA Lucia - Consigliere - Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa - Consigliere - Dott. BELLE' Roberto - rel. Consigliere -
sul ricorso 8337/2014 proposto da: C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 9, presso lo studio dell'avvocato GIORGIO DE ARCANGELIS, che lo rappresenta e difende unitamente all'avvocato ALESSANDRO GRACIS; - ricorrente -
P.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ASOLONE 8, presso lo studio dell'avvocato MILENA LIUZZI, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati GABRIELE BANO, LUCIANO CARDELLA; COMUNE DI SAURIS, in persona del Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MONTE ASOLONE 8, presso lo studio dell'avvocato MILENA LIUZZI, che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati GABRIELE BANO, LUCIANO CARDELLA; - controricorrenti - avverso la sentenza n. 13/2013 della CORTE D'APPELLO di TRIESTE, depositata il 26/03/2013 R.G.N. 53/2011; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 26/09/2019 dal Consigliere Dott. ROBERTO BELLE'; udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. CIMMINO Alessandro, che ha concluso per il rigetto del ricorso, accoglimento dell'ottavo e del nono motivo; udito l'Avvocato ALESSANDRO GRACIS; udito l'Avvocato MILENA LIUZZI.
1. La Corte d'Appello di Trieste ha parzialmente accolto, in riforma della sentenza di primo grado, la domanda di risarcimento del danno proposta da C.G. nei riguardi del Comune di Sauris e del superiore P.M. per l'infortunio sul lavoro patito a causa del crollo di un capannone metallico di proprietà dell'ente.
Il terzo motivo (art. 360 c.p.c., n. 3) è dedicato alla rilevanza causale o concausale dell'asserita negligenza della vittima, mentre il sesto e settimo motivo riguardano, sempre ex art. 360 c.p.c., n. 3, il giudizio di graduazione delle colpe.
Infine gli ultimi cinque motivi si riferiscono al quantum debeatur, sotto il profilo dell'erronea esclusione, denunciata ex art. 360 c.p.c., n. 3 (spese di viaggio per visite e cure: ottavo motivo; costi della c.t.p. stragiudiziale: nono motivo), l'erronea determinazione delle spese di c.t.p. svolta in causa (decimo motivo, formulato sempre ex art. 360 c.p.c., n. 3) ed infine il giudizio di personalizzazione della misura del danno alla persona, indicata come oggetto di motivazione soltanto apparente (undicesimo, ex art. 360 c.p.c., n. 4) e comunque inadeguata (dodicesimo motivo ex art. 360 c.p.c., n. 3).
Infatti la Corte ha ritenuto che, sebbene non fosse certo che la persona inviata a riferire al C. di rimandare le operazioni di smontaggio avesse motivato tale indicazione sulla base di "stringenti motivi di sicurezza", al lavoratore fosse o dovesse comunque essere nota la pericolosità dell'operazione.
Parimenti inammissibili sono il quarto ed il quinto motivo, con cui si adduce, sotto la duplice angolazione dell'omissione di pronuncia (art. 112 c.p.c.) e dell'omesso esame di un fatto decisivo (art. 360 c.p.c., n. 5), una colpa datoriale consistita nel non avere privilegiato lo smontaggio con attrezzature meccaniche, in luogo dello smontaggio manuale.
Tale profilo non risulta effettivamente trattato in sentenza, ma, a fronte di ciò, onde impedire una valutazione di novità della questione, era onere del ricorrente quello di allegare l'avvenuta deduzione di esso innanzi al giudice di merito ed inoltre, in ossequio al principio di specificità del ricorso per cassazione, quello di indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo avesse fatto, onde dar modo alla Suprema Corte di controllare ex actis la veridicità di tale asserzione prima di esaminare il merito Cass. 9 agosto 2018, n. 20694; Cass. 13 giugno 2018, n. 15430; Cass. 18 ottobre 2013, n. 23675), come viceversa non è avvenuto.
3. Venendo quindi alle questioni più strettamente giuridiche, si osserva che, in punto di diritto, con il terzo motivo il ricorrente, facendo leva anche su alcune massime di legittimità secondo cui in caso di violazione delle norme poste a tutela dell'integrità fisica del lavoratore il datore di lavoro è "interamente responsabile dell'infortunio che ne sia derivato e non può invocare il concorso di colpa del danneggiato", contesta il fatto che sia stato riconosciuto un suo concorso di colpa nella causazione dell'infortunio.
3.1 Non vi è dubbio che il nesso causale tra l'attività lavorativa ed il danno resti addirittura escluso in presenza di un rischio c.d. elettivo, declinato in riferimento ai comportamenti abnormi del lavoratore (tradizionalmente riferiti ad azioni intraprese volontariamente e per motivazioni personali ed estranee alle attività lavorative) come anche rispetto a quelle condotte che, pur afferendo all'ambito della prestazione, non sono prevenibili nè, secondo il grado diligenza richiesto, in concreto impedibili e quindi destinate ad operare come caso fortuito rispetto alla responsabilità datoriale: v. a quest'ultimo proposito, Cass. 11 aprile 2013, n. 8861, che ha escluso la responsabilità datoriale in un caso in cui un lavoratore, dopo aver iniziato le ordinarie mansioni affidategli munito dei prescritti dispositivi di protezione individuale, se ne era privato non appena sfuggito alla sorveglianza del capo officina; analogamente v. Cass. 21 marzo 2018, n. 6995, in un caso in cui l'infortunio era derivato dall'inosservanza, non concretamente impedibile, di un divieto scritto ed esplicitato in un cartello posto in modo visibile sul veicolo, nel punto stesso ove il lavoratore era salito per farsi incautamente trasportare; viceversa v. Cass. 18 giugno 2018, n. 16026, che ha escluso il rischio elettivo in un caso in cui il lavoratore aveva violato la direttiva di dare inizio ad una certa attività solo dopo una data ora, ma in ciò era stato agevolato dal comportamento datoriale di consegna anticipata delle chiavi per l'accesso ai luoghi, ritenuto in contrasto con l'obbligo di porre in essere anche le misura preventive di salvaguardia rispetto a comportamenti anticipatori, seppure anomali o colposi, dei lavoratori; v. infine Cass. pen. 21 marzo 2019, n. 27871, secondo cui per l'esclusione della responsabilità del garante, è necessario che questi abbia posto in essere anche le cautele che sono finalizzate proprio alla disciplina e governo del rischio di comportamento imprudente (analogamente, anche Cass. pen. 19 maggio 2017, n. 24923).
Al di là dei casi estremi, come sopra delineati, in cui il comportamento del lavoratore assorbe in sè l'intera efficacia causale dell'evento, si colloca dunque un'ampia area che coinvolge il tema del concorso di colpa e che necessita di definizione.
3.2 In giurisprudenza si è ripetutamente affermato che, quella dell'art. 2087 c.c., non costituisce ipotesi di responsabilità oggettiva e che il lavoratore è onerato della sola prova della "nocività" del lavoro, spettando poi al datore dimostrare di avere adottato tutte le misure cautelari idonee ad impedire l'evento.
Tali affermazioni sono state di recente chiarite e doverosamente munite di effettivo contenuto, nel senso che la responsabilità datoriale si fonda pur sempre "sulla violazione di obblighi di comportamento, a protezione della salute del lavoratore, imposti da fonti legali o suggeriti dalla tecnica, purchè concretamente individuati" (Cass. 23 maggio 2019, n. 14066).
3.3 Ciò posto non può escludersi, così parzialmente dovendosi dissentire da quanto sostenuto dal ricorrente, che il comportamento colposo del lavoratore, autonomamente intrapreso ma tale da non integrare gli estremi del rischio elettivo, possa determinare un concorso di colpa, da regolare ai sensi dell'art. 1227 c.c. (così Cass. 13 febbraio 2012, n. 1994, in motivazione, Cass. 14 aprile 2008, n. 9817; Cass. 17 aprile 2004, n. 7328; ma anche, in ambito previdenziale e di regresso, Cass. 3 settembre 2018, n. 21563; Cass. 20 luglio 2017, n. 17917; Cass. 2 febbraio 2010, n. 2350) allorquando l'evento dannoso non possa dirsi frutto dell'incidenza causale decisiva del solo inadempimento datoriale, ma derivi dalla indissolubile coesistenza di comportamenti colposi di ambo le parti del rapporto di lavoro.
L'inadempimento datoriale agli obblighi di prevenzione non è infatti in sè incompatibile con l'esistenza di un comportamento del lavoratore qualificabile come colposo, in quanto di ciò non vi è traccia negli artt. 2087 e 1227 c.c., nè in alcuna altra norma dell'ordinamento.
D'altra parte le norme sanciscono l'obbligo del lavoratore di osservare i doveri di diligenza (art. 2104 c.c.), anche a tutela della propria o altrui incolumità (ratione temporis, D.P.R. n. 547 del 1955. art. 6; D.Lgs. n. 626 del 1994, art. 5; ora D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 20) ed è indubbia la sussistenza di tratti del sistema prevenzionistico che coinvolgono anche i lavoratori (v. Cass. pen. 10 febbraio 2016, n. 8883), così come è scontato che i rapporti interprivati restino regolati, senza che metta qui conto una qualche più specifica dimostrazione in proposito, anche dal generalissimo principio di autoresponsabilità per le proprie azioni.
3.4 Tuttavia, sull'assetto del possibile concorso di colpa interferisce la portata pervasiva dell'obbligo datoriale di protezione, radicato in principi cardine dell'ordinamento (art. 32 Cost., sulla tutela della salute; art. 2, sulla preminenza della persona umana rispetto ad ogni altro valore) e la rilevanza della colpa è destinata a declinarsi secondo l'assetto giuridico dello specifico settore di rischio coinvolto.
I poteri direzionali determinano la soggezione agli ordini impartiti (art. 2104 c.c., comma 2) e la predisposizione organizzativa, come anche la destinazione dell'organizzazione ad un fine produttivo espressione di un interesse proprio del datore di lavoro, impongono, nella menzionata logica di preminenza della persona, che i presidi di sicurezza risalgano alla responsabilità primaria datoriale: art. 2087 c.c.; art. 31 della c.d. Carta di Nizza, ove si prevede che "ogni lavoratore ha diritto a condizioni di lavoro sane, sicure e dignitose", che evidentemente devono essere predisposte e curate dal datore di lavoro.
In sostanza, la struttura del rapporto di lavoro, se non può in assoluto impedire al lavoratore di rifiutare l'adempimento di ordini datoriali indebitamente pericolosi per la propria salute (Cass., 1 aprile 2015, n. 6631; Cass. 10 agosto 2012, n. 14375), non toglie che, se quegli ordini siano viceversa osservati e ne consegua l'evento lesivo, la disposizione datoriale assorba in sè l'intera efficacia causale giuridicamente rilevante.
E' dunque in questa prospettiva che va colto il significato di alcune pregresse massime secondo cui l'inadempimento all'obbligo di protezione è ragione di esclusione del concorso di colpa. Tale affermazione va infatti meglio intesa nel senso che, per il particolare assetto che la responsabilità assume nel settore del lavoro, il comportamento incauto della vittima, in quanto al contempo destinataria dei doveri di protezione sopra menzionati, resta, almeno nelle ipotesi sopra viste, privo di rilievo giuridico a fini risarcitori, pur non escludendosi la possibilità, al di fuori di tali ambiti, di un concorso colposo ex art. 1227 c.c..
4.1 Nel valutare i comportamenti incauti addossati al lavoratore, la sentenza di appello ha fatto leva sull'avere egli agito nonostante non avesse "partecipato alla fase di montaggio", nè ricevuto "alcuna specifica formazione riguardo alle modalità di svolgimento dell'opera (che peraltro non aveva mai eseguito prima di allora)", operando altresì "senza libretto di istruzioni".
Nella sentenza impugnata si è accertato che la persona inviata a dire al C. di non procedere, lungi dall'opporsi all'esecuzione, finì addirittura per fornire indicazioni, evidentemente sommarie ed inutili, sul come farlo; inoltre la Corte ha concretamente accertato, anche sulla base della ricostruzione dei dati orari, che il superiore gerarchico del C., una volta avvisato da colui che aveva mandato a dire di non eseguire l'opera del fatto che il C. aveva deciso di procedere comunque, "se avesse agito per tempo, avrebbe avuto la possibilità materiale di impedire l'evento".
6.1 "In materia di infortuni sul lavoro, al di fuori dei casi di rischio elettivo, nei quali la responsabilità datoriale è esclusa, qualora ricorrano comportamenti colposi del lavoratore, trova applicazione l'art. 1227 c.c., comma 1; tuttavia la condotta incauta del lavoratore non comporta concorso idoneo a ridurre la misura del risarcimento ogni qual volta la violazione di un obbligo di prevenzione da parte del datore di lavoro sia giuridicamente da considerare come munita di incidenza esclusiva rispetto alla determinazione dell'evento dannoso, il che in particolare avviene quando l'infortunio si sia realizzato per l'osservanza di specifici ordini o disposizioni datoriali che impongano colpevolmente al lavoratore di affrontare il rischio o quando l'infortunio scaturisca dall'avere il datore di lavoro integralmente impostato la lavorazione sulla base di disposizioni illegali e gravemente contrarie ad ogni regola di prudenza o infine quando vi sia inadempimento datoriale rispetto all'adozione di cautele, tipiche o atipiche, concretamente individuabili, nonchè esigibili ex ante ed idonee ad impedire, nonostante l'imprudenza del lavoratore, il verificarsi dell'evento dannoso":
6.2 "qualora risulti l'inosservanza, da parte del datore di lavoro, di specifici doveri informativi (o formativi) del lavoratore rispetto all'attività da svolgere, tali da rendere altamente presumibile che, ove quegli obblighi fossero stati assolti, il comportamento del lavoratore da cui è scaturito l'infortunio non vi sarebbe stato, non è possibile addossare al lavoratore, sotto il medesimo profilo, l'ignoranza delle circostanze che dovevano essere oggetto di informativa (o di formazione), al fine di fondare una colpa idonea a concorrere con l'inadempimento datoriale e che sia tale da ridurre, ai sensi dell'art. 1227 c.c., la misura del risarcimento dovuto".
LaPrevidenza.it, 04/12/2019