Source: http://news.studiolegalecavalletti.it/diritto-di-famiglia/itemlist/tag/studio_legale_pisa.html
Timestamp: 2020-08-06 01:11:40+00:00
Document Index: 78722947

Matched Legal Cases: ['art 143', 'sentenza ', 'art 131', 'art. 570', 'art. 131', 'art 67']

Con il vincolo matrimoniale i coniugi assumono gli stessi diritti e gli stessi doveri.
L' inosservanza di questi, senza valido motivo, genera conseguenze in merito alla gestione del rapporto di coniugio sopratutto quando il matrimonio attraversa un periodo di crisi.
L'art 143 del c.c. elenca fra i diritti e doveri reciproci, derivanti dal matrimonio, l'obbligo alla fedeltà, all'assistenza morale e materiale e alla coabitazione.
La coabitazione è intesa come l'impegno dei coniugi a convivere in modo costante e continuato pressa la residenza familiare stabilita dagli stessi.
Con l'espressione “tetto coniugale”, infatti, la giurisprudenza intende, oltre al domicilio domestico, anche il luogo identificato come sede abituale del nucleo familiare.
Spesso tale dovere risulta di difficile rispetto, l'allontanamento può avvenire, per esempio, per esigenze lavorative dei coniugi ma, in alcuni casi, la mancata osservanza del precetto normativo, senza una valida ragione, può essere, in sede di separazione, motivo di addebito.
Ovviamente vi sono dei casi in cui l'allontanamento dalla casa coniugale può risultare legittimo, casi, in cui sono i coniugi stessi a concordare un temporaneo allontanamento dall'abitazione.
La questione diventa spinosa nel caso in cui non sia una scelta condivisa da entrambi i coniugi.
Se la coppia sta vivendo una grave crisi, tale da rendere la situazione matrimoniale irrecuperabile, l'ordinamento consente e giustifica l'allontanamento dalla casa familiare
La legge, infatti, non impone la convivenza “forzata” ma considera l'abbandono della casa coniugale legittimo perchè sussistente una valida giustificazione.
Come già anticipato, il comportamento di allontanamento ingiustificato rileva, in sede di separazione, ai fini dell'eventuale pronuncia di addebito.
Sul punto risulta interessante l'intervento della Suprema Corte intervenuta, da ultimo, con la sentenza n. 12241 del 23 giugno 2020.
La questione traeva origine da una controversia tra due coniugi in tema di addebito della separazione.
Sia in primo grado che in appello la richiesta di addebito avanzata dal marito veniva rigettava.
La vicenda giungeva, così, dinanzi alla Suprema Corte dove il ricorrente lamentava la mancata considerazione del comportamento della moglie, la quale allontanandosi, ingiustificatamente, era venuta meno ai doveri nascenti dal matrimonio.
La Suprema Corte, nel caso di specie, ha condiviso la pronuncia della Corte di Appello per la quale l'abbandono da parte della moglie, in realtà, era avvenuto come conseguenza del comportamento di entrambi, rilevatisi inidonei a costruire un progetto di vita insieme.
La Corte specifica, comunque, che, l'abbandono della casa coniugale, intesa come casa in cui si svolge principalmente la vita del nucleo familiare, costituisce violazione di un obbligo matrimoniale ed è sufficiente ai fini dell'addebito della separazione, a nulla rilevando la prova circa l'esistenza di una relazione extraconiugale in costanza di matrimonio.
Al fine di evitare l'addebito il coniuge che ha abbandonato il domicilio dovrà provare che il suo allontanamento è stato causato dal comportamento posto in essere dall'altro coniuge.
Il caso in esame concerne la punibilità del soggetto che non adempie al versamento dell'assegno di mantenimento nei confronti dei figli.
La vicenda prendeva le mosse da una decisione della Corte di appello la quale, in riforma della decisione del Tribunale, dichiarava l'imputato non punibile ai sensi dell'art 131 bis c.p. per il reato di cui all'art. 570 comma 2, n. 2 . c.p..
A parere della Corte i fatti potevano essere qualificati di particolare tenuità in quanto l'inadempimento si era protratto solo per un periodo di tempo limitato e a seguito di difficoltà economiche che il soggetto inadempiente stava attraversando.
Il Procuratore Generale della Repubblica proponeva ricorso dinanzi alla Suprema Corte per erronea applicazione della causa di non punibilità. A parere del Procuratore, la Corte avrebbe valutato erroneamente il risultato istruttorio; l'imputato, infatti, aveva omesso il versamento per molto mesi.
Gli Ermellini accoglievano il ricorso ed annullavano il provvedimento con rinvio ad altra sezione della Corte per un nuovo giudizio.
A parere degli stessi, infatti, la Corte di appello ha riconosciuto la tenuità del fatto e la non punibilità senza una adeguata motivazione.
Inoltre rilevava la mancata considerazione del principio in base al quale: “a causa di esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131 bis cod. pen. è sì applicabile al reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, ma a condizione che l'omessa corresponsione del contributo al mantenimento abbia avuto carattere di mera occasionalità; e la modesta entità del contenuto dell'obbligo contributivo imposto e non adempiuto non è di per sé sufficiente a configurare la causa di non punibilità della particolare tenuità del fatto, avendo rilievo, a tal fine, le modalità e la durata della violazione”.
Il caso in esame ha ad oggetto la possibile trasformazione di un contratto di mutuo da ordinario a fondiario.
Nello specifico una Banca proponeva opposizione dinanzi al Tribunale in quanto il Giudice delegato aveva disposto l'ammissione dell'istituto di credito, al passivo fallimentare di una impresa individuale, in via chirografaria.
A parere del Giudice delegato, infatti, la costituzione della garanzia ipotecaria risultava inefficace, ex art 67 comma 1, in quanto avvenuta in un periodo sospetto ed in relazione ad un credito preesistente non scaduto.
Il Tribunale rilevava che l'operazione di mutuo fondiario era stata posta in essere qualche mese prima della dichiarazione di fallimento, affermando, altresì, che : “il saldo passivo dei contratti di conto corrente in parte azzerato e in parte ridotto con la somma mutuata costituisce un debito preesistente e scaduto al momento di costituzione dell'ipoteca essendo immediatamente esigibile”.
Inoltre constatava la non contestualità dell'ipoteca, concessa a garanzia del finanziamento, la quale escludeva la qualifica del mutuo come fondiario.
La Banca proponeva, pertanto, ricorso dinanzi alla Suprema Corte che non accoglieva le doglianze sollevate dall'istituto di credito.
Per la Suprema Corte non è possibile la trasformazione di un debito preesistente da chirografario a privilegiato attraverso il negozio indiretto.
Gli Ermellini affermano, infatti, che, in tali casi: “la stipulazione di un mutuo fondiario viene assunta come mera forma strutturalmente idonea a realizzare la funzione fraudolenta dell'operazione, quale quella di rendere contestuale un'ipoteca per un credito che era preesistente”