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Timestamp: 2019-06-18 08:48:26+00:00
Document Index: 117364523

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 16', 'art. 1']

Indagine: le infinite burocrazie per la bonifica della Valle del Sacco | Cambiare
Aggiornato il 13 febbraio 2015	/ Analisi	/
La Valle del Sacco si contraddistingue per due problemi fondamentali:
in primo luogo l’enorme estensione strutturale delle industrie, che hanno di fatto concorso ad un consumo di suolo perpetrato soprattutto ai danni dell’agricoltura e del patrimonio forestale;
in seconda battuta l’interferenza tra settori produttivi in merito all’utilizzo delle risorse idriche, rappresentate in forte misura dal fiume Sacco.
Lungo l’intero arco cronologico che va dalla fondazione dei complessi industriali all’intenso sviluppo che seguì la costituzione del Nucleo di Industrializzazione (poi Area di sviluppo) le fonti idriche utilizzate per gli impianti di carico e scarico industriale coincisero infatti con le fonti di approvvigionamento del comparto agricolo, e furono anzi potenziate e messe a disposizione attraverso una contraddittoria politica di incentivazione delle attività agroindustriali tramite la Cassa del Mezzogiorno.
Iter amministrativo dell’emergenza ambientale nel Bacino del fiume Sacco
Prima le notizie più recenti
16 Gennaio 2015: appello del Ministero dell’Ambiente contro la sentenza del Tar che annulla il Decreto Clini
Il Ministero dell’Ambiente, a tre giorni dalla prima Conferenza di Servizi e in extremis sui tempi tecnico-giuridici, ricorre in appello al Consiglio di Stato contro la sentenza del TAR Lazio sede di Roma n. 7586/2014 che ha annullato il declassamento del SIN operato dallo stesso Ministero. Il quale rimane nel frattempo unica autorità titolare nella gestione del SIN.
Commento. Viste le annose contraddizioni e mancanze riscontrabili nella successione di interventi amministrativi e legislativi, il ricorso al Consiglio di Stato avverso la sentenza del TAR Lazio sede di Roma (che ha riportato la titolarità del SIN al Ministero dell’Ambiente) è sconcertante. Il Ministero non dovrebbe avere funzione di coordinamento strategico degli interventi? Non sta prendendo in carico la decisione definitiva della perimetrazione e dei punti da bonificare? Perchè allora ricorre? E’ necessario chiedere al Ministro Galletti di ritirare questo atto depositato presso il Consiglio di Stato.
8 Settembre 2014: prima riunione tecnica del Ministero dell’Ambiente per acquisizione titolarità SIN
Ristabilita la titolarità ministeriale del SIN durante una riunione tecnica con partecipanti Regione Lazio, Arpa, Provincia di Frosinone, ASL Roma G, ASL Roma E (assenti: Provincia di Roma, Istituto Superiore di Sanità, ISPRA, ASL Frosinone).
Commento. Questa riunione fa emergere confusione poichè da verbale “il perimetro provvisorio del SIN, successivamente declassato a SIR, oggetto del ricorso e della relativa sentenza del TAR che riassegna la titolarità del procedimento al MATTM, non comprende le porzioni del territorio assegnate alla responsabilità e competenza esclusiva del Commissario delegato ex Ordinanza Presidente Consiglio Ministri n.3552 del 2006. Pertanto si evidenzia una incongruenza tra il perimetro di cui al Decreto Ministeriale n.4352 del 31 gennaio 2008 e il perimetro indicato dalla Legge istitutiva del SIN (Legge 2 dicembre 2005, n. 248)”.
16 Luglio 2014: sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale TAR del Lazio che annulla il declassamento operato tramite il Decreto Clini
Viene reintegrato il Sito di Bonifica di Interesse Nazionale della Valle del Sacco dopo il ricorso n. 5277 /2013 contro Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Era stato inopportunamente escluso dalla lista dei SIN di competenza del Ministero dell’Ambiente (e dunque transitoriamente declassato a Sito di Interesse Regionale) in data 11 gennaio 2013.
12 Marzo 2013: il Ministro dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, Corrado Clini, decreta il declassamento di ben 18 Siti di Bonifica di Interesse Nazionale a Siti di Interesse Regionale
Con Decreto Ministeriale del Ministro Clini prot. 7 dell’11 Gennaio 2013, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 60 del 12 marzo 2013, vengono esclusi dalla competenza del Ministero dell’Ambiente i due SIN della Valle del Sacco (“Bacino del fiume Sacco” e “Discariche Frosinone”). La Regione Lazio, in gravi difficoltà economiche, dovrà occuparsi di una bonifica mai avviata, i cui confini non sono mai stati esattamente definiti.
29 Ottobre 2010: prorogato ulteriormente lo stato di emergenza fino al 31 ottobre 2011
Con Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri del 29 ottobre 2010 pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 270 del 18 novembre 2010, viene prorogato lo stato di emergenza per un anno e contemporaneamente viene esteso anche ai comuni di Frosinone, Patrica, Ceccano, Castro dei Volsci, Pofi, Ceprano e Falvaterra, limitatamente alle fasce ripariali del fiume Sacco.
31 Gennaio 2008: nuova perimetrazione del SIN Bacino del Fiume Sacco
Vengono inclusi tutti i comuni del bacino idrografico, ad eccezione dei territori dei nove comuni di esclusiva competenza commissariale, nonché di alcune aree di discarica già perimetrate nell’ambito del sito di bonifica di interesse nazionale denominato “Frosinone“, che era stato individuato dal D.M. n. 468/01 e perimetrato con i successivi D.M. del 2 dicembre 2002 e D.M. del 23 ottobre 2003.
Il criterio adottato è relativo all’inquinamento comportante potenziali conseguenze ambientali per le quali è “oltremodo urgente e indifferibile procedere ai necessari accertamenti” al fine di porre in essere adeguati interventi di messa in sicurezza d’emergenza, caratterizzazione e bonifica delle aree inquinate interessate.
Commento. Questo decreto ha generato una tragica confusione, allargando a dismisura la perimetrazione del SIN (fino in alta montagna, dove partono gli affluenti del fiume Sacco) ma escludendo i nove comuni sul cui territorio insistono le cause e gli effetti più gravi dell’inquinamento del fiume Sacco (tra cui Anagni e Ferentino). Il vizio del cosiddetto “SIN con il buco in mezzo” è da individuarsi in una frettolosa operazione mirata ad allargare al massimo l’area di intervento, senza il fondamento di una analisi rigorosa dei processi di inquinamento.
17 Novembre 2006: delega ad un Commissario
L’Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3552 del 17 novembre 2006 – art. 16 integra la precedente OPCM n. 3441 del 10 giugno 2005. Essa attribuisce, tra l’altro, al commissario delegato l’esclusiva competenza per il superamento dell’emergenza nel territorio dei comuni di Colleferro, Segni e Gavignano in provincia di Roma, e dei comuni di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino in provincia di Frosinone.
2 Dicembre 2005: aggiunti anche i nove comuni Ciociari sono inseriti nella lista dei SIN
L’articolo 11-quaterdecies, comma 15 della Legge n. 248 del 2 dicembre 2005, inserisce nella lista dei SIN l’area dei nove comuni. Essa dispone: “Al comma 4 dell’art. 1 della Legge 9 dicembre 1998, n. 426, dopo la lettera p-terdecies), e’ aggiunta la seguente: «p-quaterdecies) area del territorio di cui al Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 19 maggio 2005, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 122 del 27 maggio 2005»“.
14 Luglio 2005: il Presidente della Regione Lazio è nominato Commissario delegato per l’emergenza a Colleferro e nelle fasce ripariali del fiume Sacco
Con Ordinanza del Presidente del Consiglio dei Ministri n. 3441 del 10 giugno 2005, ed OPCM n.3447 del 14 luglio 2005, il Presidente della Regione Lazio viene nominato Commissario delegato per l’emergenza, potendosi così avvalere di un Soggetto attuatore per porre in essere tutte le attività volte al superamento dell’emergenza. Le stesse Ordinanze hanno definito i compiti e l’organizzazione dell’Ufficio commissariale, individuando le risorse economiche utili per i primi interventi. L’ufficio è competente per l’area industriale di Colleferro e le fasce ripariali del fiume Sacco.
19 Maggio 2005: dichiarato lo stato di emergenza socio-economico-ambientale nella Valle del Sacco
Con Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 19 maggio 2005, viene dichiarato lo stato di emergenza socio-economico-ambientale nel territorio dei comuni di Colleferro, Segni e Gavignano in provincia di Roma, e dei comuni di Paliano, Anagni, Ferentino, Sgurgola, Morolo e Supino, in provincia di Frosinone.
Storia dello sviluppo industriale nella Valle del Sacco
Stavolta in ordine cronologico
1911. La società Bomprini Parodi Delfino (Bpd) acquista i suoi primi 34 ettari di terreno. Parteciparono alla costruzione degli stabilimenti e dei macchinari anche imprenditori stranieri, tra i quali si ricordano i Lung, Tyssen, Vorstmann, Nathan-Thompson e Rintoul.
Alla fine del 1913 funzionavano già i reparti per la produzione dell’acido nitrico e quello per la purificazione e distillazione della glicerina. In ultimo fu avviato il reparto per la balistite e la dinamite: fu l’inizio della costruzione di una vera e propria “città-fabbrica”.
1915. La prima guerra mondiale comporta una fortissima crescita della produzione locale, che passa dagli iniziali 1000 kg di balistite al giorno del 1913 ai 3500 kg del 1915.
1928. Lo sviluppo strutturale degli stabilimenti non si arresta una volta terminata la guerra: la superficie totale della sola Bpd passa dai 340.000 mq del 1913, ai 1.450.000 mq del 1928, e arriverà fino a 6.228.000 mq nel 1965. Già nei primi anni venti la Bomprini amplia il proprio raggio di produzione verso calci, cementi e concimi chimici.
1946. Alla fine del conflitto mondiale viene operata una riconversione produttiva del settore chimico in due direzioni: quella industriale (intensificando le produzioni di anidride ftalica, anidride maleica, resine di poliestere) e quella agricola (antiparassitari e insetticidi).
Tra i composti sintetizzati c’erano l’esaclorocicloesano – principale causa della crisi ambientale della Valle – il lindano, gli esteri fosforici, l’ossicloruro di rame, il metilmercurio e il benzene. Tra i nomi commerciali degli insetticidi prodotti si ricordano l’Aldrin, il Clordano, il Ddt, l’Endrin; tra gli anticrittogamici il Captan e lo Zineb.
Cominciano le proteste, ma i vertici aziendali sfruttano gli orientamenti di una classe dirigente restia a prescrivere vincoli ambientali, poiché consapevole che l’imposizione di limiti quantitativi e di costi aggiuntivi per il trattamento dei cascami di lavorazione avrebbe potuto limitare fortemente i livelli occupazionali locali, con ovvie ricadute in termini di consenso elettorale.
1953. Nonostante tutte le industrie insediatesi nella Valle siano – e risultano tutt’oggi – a capitale privato (italiano e straniero), a seguito dell’istituzione del Nucleo di industrializzazione cominciano a godere in modo continuativo del sostegno finanziario di enti pubblici collegati alla Cassa del Mezzogiorno (Casmez), come l’Isveimer (Istituto per lo sviluppo economico dell’Italia meridionale, costituito con R.D.L. 883/3 giugno 1938, riordinato con L. 298/11 aprile 1953 e posto in liquidazione nel 1996).
1955. Avviato un impianto tessile in località Castellaccio, dedicato alla produzione della fibra sintetica poliamidica Delfion, quintuplicato nelle dimensioni già a distanza di 8 anni.
1961. Con la nascita del Nucleo di Industrializzazione della Valle del Sacco viene potenziata la filiera tessile. Il 2 agosto 1961 si tenne la prima riunione tra l’Amministrazione provinciale, il comune di Frosinone e la Camera di commercio.
I promotori furono 6 comuni della provincia di Frosinone, 2 enti pubblici e il Banco di Napoli, con approvazione del Comitato dei ministri per il Mezzogiorno; lo statuto venne ricalcato sui modelli forniti dalla Casmez ed approvato dal Comitato enti promotori, con un budget di partenza di 3.002.950 lire.
Già nei mesi in cui si svolgevano gli accordi amministrativi furono avviate le attività di messa in opera di nuovi stabilimenti: nel 1964 avevano già completato l’acquisto di terreni ed avviato le proprie costruzioni 9 ditte, per un totale di 60 ettari di superficie.
1968. Fin dal 1968 era già nota la quasi totale assenza, all’interno dell’Area di sviluppo, di sistemi infrastrutturali di depurazione e il sistematico utilizzo dei canali attigui al fiume Sacco come naturale luogo di smaltimento dei rifiuti: lo dimostrano sia le relazioni e i certificati sanitari delle Usl provinciali, sia una folta documentazione prefettizia.
Il 20 luglio 1968 l’Ufficio medico provinciale trasmetteva una relazione avente in oggetto alcuni “inconvenienti igienici” riscontrati nell’area di Ceccano, dove venivano notificate aree di vasto ed evidente inquinamento soprattutto in prossimità delle dighe. Solo quattro giorni dopo una relazione del Ministero della Sanità indirizzata alla Prefettura di Frosinone faceva sapere che all’infuori del comune di Fiuggi (città esente dal processo industriale) “nessun comune della Valle del Sacco poteva dirsi completamente a norma dal punto di vista degli impianti di depurazione idrica”.
Veniva quindi allegato un elenco delle industrie che necessitavano di un rapido adeguamento alle norme igienico-sanitarie, tra cui già comparivano la Bpd di Colleferro (in via di fusione con la Snia Viscosa), la Clipper Oil e lo stabilimento Squibb.
Quella stessa estate il Genio civile di Frosinone forniva al Ministero ed alla stessa Prefettura un più preciso elenco delle ditte risultanti non a norma con gli impianti di carico-scarico: se ne contavano 23, tra le quali alcune dalla nota pericolosità infestante come la ditta Stelvio-Falvaterra, che risultava scaricare, oltre a vari nitrati, 10 metri cubi di acqua contenente cianuro al giorno. Lo stesso ente proponeva quindi la costruzione di impianti consorziati.
Nonostante questi evidenti risvolti, le autorità e il mondo politico, di fatto, non presero posizione. Anzi, risulta da alcuni carteggi che proprio nell’estate del 1968 il Ministero dell’Industria, Commercio e Artigianato assicurava agli enti responsabili delle politiche industriali (quindi lo stesso Genio Civile in veste di referente territoriale del Nucleo di Industrializzazione) nuove concessioni al “prelievo per utilizzo industriale di altri 100 litri per secondo” ad alcune industrie che avevano da poco avanzato richiesta.
1970. Il 31 marzo il Consiglio dei ministri (con decreto n. 7650) approvava il Piano regolatore dell’area. La superficie passava così dagli iniziali 400 ettari di estensione a 2.500 ettari.
1971. Dalle analisi svolte dall’Ufficio medico provinciale emerge, oltre ad un ingente carico di inquinanti nelle acque del Sacco che lambivano gli stabilimenti, la totale assenza di sistemi di depurazione idrica dei rifiuti industriali, i quali defluivano già da anni nelle acque senza previo trattamento. Nonostante ciò, nel 1975, la BPD ottenne le autorizzazioni necessarie allo scarico delle acque reflue appellandosi ad alcune controanalisi che riconoscevano un carico inquinante delle acque “entro livelli di pericolo“, ricevendo dalla Isveimer (l’ente finanziatore dei progetti industriali) altri 352 milioni di lire per lavori di potenziamento della produzione, tra lo sdegno della popolazione locale.
1976. Al 30 ottobre le industrie contemplavano 138 unità produttive per 283 miliardi di lire di investimento. Anche laddove la legislazione nazionale si fece più specifica (legge n. 319/76, meglio nota come Legge Merli), regione e provincia si mossero affinché venissero emesse deroghe a fine di non ostacolare i livelli produttivi dell’area.
Tra i pochi studi effettuati sui processi produttivi e la salute e sicurezza in fabbrica, vi furono i dati elaborati dal CNR di Roma (Laboratorio di tecnologie biomediche) tra il 1976 ed il 1978 i cui risultati furono pubblicati in “Federazione unitaria lavoratori chimici, Indagine sull’ambiente di lavoro alla Snia di Colleferro: elaborazioni e valutazione della situazione emesse nella prima fase dell’indagine” detto anche “Libro bianco del FULC“.
Vennero presi in analisi tre specifici settori: quello bellico, il chimico e quello ferroviario. In tutti e tre vi si registrarono comuni fattori di criticità quali esalazioni, contatto diretto degli operai con materiale dannoso e soprattutto incauti sversamenti esterni di liquami e rifiuti industriali. Anche il settore ferroviario presentava notevoli criticità, data l’alta presenza di lavorazione e smaltimento di eternit.
Quando queste indagini vennero rese note vi fu un’immediata reazione degli apparati dirigenziali della Snia Viscosa: il 23 gennaio 1978 venne divulgata una smentita dalla Divisione difesa e spazio.
1984. Il 30 gennaio fu convocato un consiglio Provinciale straordinario ove il dottor Daniele Pisani, allora Presidente dell’Unione industriale della provincia, dichiarò la disponibilità da parte di tutte le proprie associate a contribuire alla costruzione di strutture di depurazione. Lo stesso Presidente dell’Asi (Associazione per lo sviluppo industriale), sollecitò fortemente le aziende che ancora non avevano avuto modo di collegarsi agli impianti predisposti dal progetto del Nucleo – per quanto esigui – a regolarizzare la loro situazione, assicurando, per tale scopo, adeguati finanziamenti direttamente da parte dagli enti referenti della Cassa per il Mezzogiorno.
Il 2 marzo 1984, anche grazie sollecitazioni provenienti dai neonati comitati civici, una deliberazione della giunta regionale affidò alla ditta Termomeccanica spa di La Spezia l’incarico di gestire il risanamento infrastrutturale per gli usi delle acque. Vennero stanziati ben 62 miliardi di lire, ma le lente procedure amministrative e le reciproche accuse di scarsa competenza da parte degli enti interessati segnarono il declino di questo progetto.
1985. Fu così stilato un primo progetto di disinquinamento che prevedeva l’immissione nei collettori industriali di carico/scarico una certa quantità di derivati del cloro, usati come prodotti reagenti che avrebbero dovuto fungere da naturali disinfettanti dei rifiuti tossici. I tecnici, malgrado il loro impegno, dovettero costatare che la carenza strutturale degli impianti non assecondava tale processo e che le sostanze chimiche di reazione non bastavano a contenere gli effetti negativi dei liquami di scarico. Anzi, in alcuni casi, pare che tale iniziativa abbia concorso in larga misura ad aggravare il problema.
Tra le pochissime iniziative aziendali per la predisposizione di impianti di trattamento dei liquami e dei rifiuti vi fu in questo anno quella della Klopman spa.
1987. Durante l’estate del 1987 le denunce a mezzo stampa, che raccoglievano gli appelli dei cittadini e degli operatori agricoli, si successero senza sosta e nello stesso periodo l’area politica del centrodestra – da sempre maggioritaria in provincia di Frosinone – subì una spaccatura: da un lato si schierarono coloro che avevano promosso lo sviluppo industriale e che non vollero, in quel momento, addossarsi colpe che riguardavano più o meno direttamente le scelte di natura amministrativa di cui erano di fatto responsabili. Dall’altra, all’interno della stessa area, si mossero frange di esponenti che contestavano apertamente la mala gestione del polo di sviluppo.
I comuni iniziarono a muoversi in modo autonomo rispetto alle direttive regionali e provinciali. Il comune di Patrica fu tra i primi ad emettere ordinanze che vietassero l’utilizzo delle acque del fiume Sacco per scopi irrigui dei campi, balneazione o approvvigionamento per il bestiame. Lo stesso comune vide formarsi attorno ad alcune famiglie un Comitato spontaneo per la vivibilità, il quale accusava apertamente le sospette attività di sversamento di liquami nocivi da parte delle locali ditte Forter e Albright-Wilson.
Altrettanto fecero i comuni di Ceccano e di Castro dei Volsci, a seguito dei risultati delle analisi USL svolti nell’estate di quell’anno. Il 14 luglio un nucleo dei Carabinieri di Frosinone avanzò infatti denuncia di reato ambientale a due addetti della ditta Elicotteri Meridionali (oggi Agusta Westland) e della Face Teleinformatica, sorpresi nello smaltimento di materiale nocivo in un canale nei pressi dei loro stabilimenti.
1989. La Provincia di Frosinone indica 29 aziende che rientravano (molte sono oggi chiuse) nella cosiddetta Classe A delle fabbriche a rischio di incidente rilevante (RIR) ai sensi della Direttiva Seveso 1 (CEE 501/82). Tra il 1999 ed il 2004, il numero sarà ancora molto elevato rispetto alla media regionale: 23 nei resoconti del Ministero dell’Ambiente, 19 secondo Arpa Lazio.
1993. La Corte di Cassazione del tribunale di Velletri emana l’obbligo di bonifica di tutti i siti inquinati a seguito della ricerca congiunta svolta dalla Guardia di Finanza di Colleferro e dalla USL a seguito della quale si scoprì che nelle aree denominate “Arpa 1”, “Arpa 2”, “Benzoino” e “Cava di pozzolana” – in prossimità del perimetro industriale ex Bpd – erano presenti ingenti quantità di rifiuti industriali abbandonati, per un ammontare complessivo di circa 4 ettari di suolo arabile utilizzati come siti di discarica.
La più evidente ripercussione fu la diffusione di insetticidi, antiparassitari e cascami chimici di varia origine nell’acqua di falda, utilizzata per l’irrigazione delle produzioni agricole e per l’abbeveramento degli animali.
Viene riconosciuto l’ingresso nella catena alimentare di sostanze particolarmente dannose come il betaesaclorocicloesano, derivato del lindano, insetticida prodotto nella zona sin dagli anni Cinquanta.
Il b-HCH, sostanza estremamente resistente alla degradazione, è riscontrabile nel suolo, acqua, foraggio, latte, uova e carne animale proveniente da quasi tutte le zone lungo il fiume Sacco, e può accumularsi nel tessuto adiposo ed essere trasmesso tramite il latte.
1999. Per la costruzione della linea ad alta velocità TAV Roma-Napoli vengono prelevati e movimentati terreni inquinati, utilizzandoli per riempire i dislivelli e per creare una tracciato rialzato in pianura. Non essendo possibile conoscere l’esatta provenienza e punto di scarico di tali terreni, l’intero suolo a distanza di 500 metri dalla direttrice è da considerarsi contenente betaesaclorocicloesano.
2001. Vietato l’uso del lindano in Italia.
2005. Alcune analisi svolte a seguito dell’ennesima moria di animali da stalla riscontreranno 135 persone contaminate su un campione di 246 residenti nell’area. Istituita un’unità di crisi composta dal Dipartimento prevenzione dei Servizi veterinari delle Asl Roma G, Frosinone A e Frosinone B, Regione Lazio – Area sanità veterinaria e Tutela degli animali.
Il 3 marzo 2005, anche l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Regione Lazio e Toscana, nel corso dei controlli previsti dal Piano Nazionale Residui, riscontrò in un campione di latte proveniente da un’azienda bovina di Gavignano un valore di b-HCH circa 20 volte superiore al livello consentito dalla legge. Si poté di conseguenza concludere che la contaminazione ambientale dei terreni agricoli limitrofi al fiume Sacco dovesse essere attribuita all’inquinamento del suolo e del sottosuolo nell’area industriale di Colleferro e che, a causa del dilavamento, il b-HCH continuava a confluire nel fiume.
Inoltre, nel contesto del Piano nazionale Residui, si decise per l’emanazione di un nuovo piano regionale in cui si fissarono campionamenti periodici sul latte, i foraggi aziendali ed altre matrici animali. Infine furono adottati dei provvedimenti per garantire l’esclusione dalla filiera dei prodotti (latte e carni) provenienti dalle aziende non conformi. A tutela della salute umana si decise di abbattere tutti i capi riscontrati contaminati dal b-HCH. In seguito all’emergenza, ed in considerazione dei possibili effetti nell’uomo dell’esposizione al lindano, è stato avviato uno studio epidemiologico sulla popolazione a rischio nei tre comuni più vicini al polo industriale incriminato (Colleferro, Gavignano, Segni).