Source: http://www.altrodiritto.unifi.it/ricerche/minori/rugi/cap1.htm
Timestamp: 2014-03-09 01:23:47+00:00
Document Index: 14069841

Matched Legal Cases: ['art. 222', 'art. 88', 'art. 53', 'art.54', 'art.55', 'art. 114', 'art. 116', 'art. 114', 'art. 116', 'art. 53', 'art. 54', 'art. 98', 'art. 224', 'art. 232', 'art. 142', 'art. 176', 'art. 169', 'art 2', 'art. 11', 'art 19', 'art.20', 'art. 21', 'art. 25', 'art. 27', 'art. 29', 'art. 1', 'art. 25']

La nascita e l'evoluzione della giustizia minorile
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1.1. Nascita e sviluppo storico delle istituzioni privative della libertà
Il sistema penale minorile rappresenta il risultato di un lungo processo di maturazione della coscienza civile, che, nel tempo, è andata riconoscendo la specificità della condizione minorile. In conseguenza di ciò la politica penale ha tentato di costruire un sistema differenziato di diritto penale che tende alla tutela di diritti dei minori, primo fra tutti il diritto all'educazione.
Nel corso dei secoli la funzione sociale della pena e, in particolare, le modalità di attuazione del sistema sanzionatorio, sono stati oggetto di numerosi studi da parte della scienza del diritto penale (1). Tuttavia accade spesso che si affronti il problema della giustizia minorile dando per scontato le questioni che custodiscono le motivazioni storiche, culturali, sociali della specificità di questa giustizia rispetto a quella ordinaria. Il dibattito sociale sulla giustizia dei minori deve allora chiedersi in che momento sia sorta una giustizia separata per i minorenni e per far fronte a quali problemi sociali, dal momento che gli impulsi che l'hanno fatta sorgere sono legati a periodi storici precisi, a specifiche culture e ad una determinata concezione della minore età e della giustizia.
1.1.1. La Scuola Classica ed i primi istituti per minori
Fino all'Illuminismo in assenza di teorizzazioni specifiche si rappresentava il delinquente come un "soggetto moralmente traviato" (2) e lo si sottoponeva a pene crudeli ed arbitrarie. "Il problema si pose, perciò, inizialmente, come 'necessità di ricostruzione' di 'un'equa giustizia' secondo i parametri indicati da una 'visione illuministica dell' uomo'" (3).
La teoria e la prassi consolidate lasciavano il soggetto che aveva infranto la legge in balia di norme dettate da una autorità il cui unico interesse era quello di riaffermare, attraverso la condanna del reo, il proprio potere. I principi della ragione e del libero arbitrio presupposti uguali in ogni individuo richiesero, invece, un adeguamento e un rinnovamento, in primo luogo in campo giuridico. L'impegno dei teorici illuministi fu proprio quello di porre precisi limiti al potere di punire dei sovrani e, pertanto, all'arbitrarietà delle pene.
L'Illuminismo ebbe effetti determinanti per la concezione della funzione della pena e per le modalità della sua esecuzione: vennero messi in discussione i modi tradizionali di intendere la pena e il dibattito portò all'affermazione di nuove teorie.
Sorse, allora, la Scuola Classica che, sulla scorta delle dottrine illuministiche di Cesare Beccaria (4) e, alla fine del XIX secolo, grazie alle capacità di sintesi del suo maggiore teorico italiano Francesco Carrara, contribuì all'affermazione dei nuovi ed importanti principi come quello per cui "il delitto è un ente giuridico in quanto la sua essenzialità deve consistere impreteribilmente nella violazione di un diritto". La teoria che è alla base della Scuola Classica muove dal postulato del libero arbitrio, da cui deriva la preclusione di ogni ricerca sulle condizioni mentali, morali e familiari del reo. Conseguenza di questi presupposti è una concezione della giustizia che attribuisce alla pena una funzione esclusivamente retributiva. La gravità del reato costituisce l'unico criterio in base al quale vengono stabilite le pene, le quali, pur nella loro durezza, non possono essere attuate in condizioni disumane o mediante supplizi corporali, essendo tese a redimere il reo, oltre che a punirlo.
Il contributo della Scuola Classica nell'ambito specifico della giustizia minorile - a parte l'ispirazione garantista da essa espressa - ha riguardato esclusivamente la questione dell'imputabilità del minore e della sua capacità di intendere e di volere. "Evidentemente il presupposto del libero arbitrio - principio fondamentale di questo filone di pensiero - valeva a partire da una certa età, dal raggiungimento dello status di persona con margini di autonomia entro cui esercitare le scelte" (5). Questa concezione molto astratta e idealizzata dell'uomo, dotato di alta moralità e di libertà di scelta e d'azione, nonché le altre premesse ideologiche del diritto illuministico, così rigidamente fondate sull'uguaglianza soltanto formale di ogni cittadino, si dimostrarono incapaci di rapportarsi alla varietà della condizioni reali. Nel corso dell'ottocento "la crescente proletarizzazione, la concentrazione nelle città, l'abiezione fisica e morale di un proletariato e un sottoproletariato in massiccia espansione, l'alto tasso di malattia e criminalità, connessi all'industrializzazione e allo sfruttamento capitalistico, contrastavano con l'ideale illuministico di un sicuro progredire verso il bene e la felicità" (6).
Le prime istituzioni specificamente minorili che sorsero a partire dal XVIII sec., recepirono, in parte, i principi espressi dalla Scuola Classica.
È necessario osservare innanzitutto che le istituzioni minorili apparvero per la prima volta in Italia nello stesso periodo in cui in Europa iniziava ad affermarsi il capitalismo, non solo come nuovo modo di produzione ma anche come motore di una profonda trasformazione e riorganizzazione della società.
In questa situazione si deve mettere in evidenza che le nuove istituzioni si proponevano di affrontare in primo luogo il problema dell'aumento di minori abbandonati, vagabondi, incontrollati ed incontrollabili da una società investita da rapide e profonde trasformazioni (7).
In ogni forma di civiltà è sempre stato evidente lo sforzo di appropriazione e di integrazione culturale del bambino e dell'adolescente da parte della comunità costituita. L'educazione del minore, conformemente alle norme ed ai valori condivisi dalla maggioranza della popolazione, rappresenta una costante storica ed antropologica che ha come alternativa l'eliminazione dei fanciulli che la comunità non riesce ad integrare.
È così che, nel periodo tra il XVI e il XVII sec., quando per la prima volta sembrò emergere un atteggiamento nuovo nei confronti dell'infanzia, (8) si ebbero anche i primi tentativi di controllo nei confronti di poveri, vagabondi, folli e chiunque altro fosse stato considerato pericoloso per l'ordine pubblico. Contemporaneamente iniziò anche la pratica dell'internamento in istituto dove la disciplina ed il lavoro si ponevano come i due imperativi pedagogici, attraverso i quali rendere ineccepibile la vita di coloro che vi erano internati (9). "La preoccupazione moralizzatrice ed il controllo sociale" (10) furono le caratteristiche principali di queste istituzioni che, tentarono anche un intervento specifico nei confronti dei minori, separandoli e differenziandoli sia fisicamente, sia nei trattamenti, dagli adulti. La "sensibilità pedagogica" (11) del XVII sec. nei confronti dei fanciulli in condizioni di grave disagio, incoraggiò la separazione dei minori, verso i quali si diresse principalmente la tensione educativa della società adulta (12). La separazione delle istituzioni penali per minorenni da quella per gli adulti fu motivata dalla consapevolezza che questi due soggetti avevano caratteristiche così diverse da rendere inadeguato il medesimo trattamento sanzionatorio. Tale operazione di differenziazione, tuttavia, fu condotta più per motivi pratici che per ragioni ideologiche, contrastando essa con l'ideale illuminista dell'unicità del soggetto. L'istituzionalizzazione separata dei minori segnò, infatti, un allontanamento dai principi sostenuti dalla Scuola Classica secondo cui la sanzione doveva essere applicata in modo uniforme a tutti i reati, indipendentemente dalle loro condizioni personali (13). Tuttavia, la teoria classica continuò ad influenzare il regime vigente negli istituti minorili; l'estensione del controllo sociale, si accompagnò alla riconosciuta necessità di educare l'adolescente e lo strumento per farlo fu rappresentato da una severa disciplina impartita dall'autorità.
Firenze può vantare fin dal Seicento, un primato nel campo delle istituzioni per la correzione dei giovani. La prima 'Casa di correzione' fu fondata, infatti, a Firenze nel 1650 da Ippolito Francini.
Si trattò, almeno inizialmente, di un istituto per il recupero di ragazzi abbandonati o vagabondi, attraverso l'azione educativa di scuola e lavoro che rappresentò il primo tentativo di differenziazione istituzionale tra adulti e minori (14).
All'attuazione di un vero e proprio trattamento correzionale nei confronti dei minori traviati si giunse, però, successivamente, quando, nel 1653, il sacerdote Filippo Franci, successore di Francini, dette vita allo Spedale di S. Filippo Neri.13 Un' istituzione che accoglieva ragazzi minori di 16 anni "che la notte dormivano per le strade, nei cimiteri, nelle osterie" con l'intento di "rivestirli, nutrirli, medicarli, trovar loro un lavoro in botteghe esterne o in officine interne e istruirli nel santo timore di Dio" (15). Nello Spedale furono costruite, in luogo separato, delle piccole celle dove gli indisciplinati della stessa Casa Pia venivano isolati poiché, risultando già "corrotti dalla strada e dall'ozio" (16), non rafforzassero le cattive tendenze degli altri ragazzi. Nelle stesse cellette, pero', potevano essere rinchiusi anche i figli di famiglia ribelli all'autorità paterna, poiché all'epoca i padri avevano il potere di far imprigionare i figli, a loro discrezione, quando erano incapaci di ottenere obbedienza da loro in altro modo. La reclusione avveniva segretamente in modo da non recare infamia né ai ragazzi né alle loro famiglie, in modo che fosse più facile ottenere un sincero pentimento (17).
L'accostamento di minori mendicanti oziosi e vagabondi a quelli ribelli all'autorità paterna non deve sorprendere; "dal Seicento i mendicanti rappresentarono un problema di ordine pubblico da risolvere attraverso una pedagogia coattiva basata sull'educazione e sul lavoro" (18).
Un istituto simile a quello fiorentino sorse nel 1703 a Roma presso l'ospizio di S. Michele in Ripa, per volontà di Papa Clemente XI.
Il testo normativo del Motu Proprio (19) dispose che tutti i minorenni, condannati da un qualsiasi tribunale per motivi penali, fossero imprigionati nell'Istituto di S. Michele. Era possibile, inoltre, internare nello stesso Istituto, per volontà "dei loro Genitori, Tutori, Curatori o Amministratori ... i Ragazzi e i Giovani discoli inobbedienti ai loro genitori e ad altri sotto la cui tutela, e cura, vivono che per i loro cattivi principi dimostrano pessima inclinazione ai vizi". Anche in questo caso si può inferire una sorta di continuità tra prassi educativa della famiglia e dello stato nel controllo della repressione dei comportamenti devianti (20).
Il Motu Proprio rappresentò il primo documento ufficiale con il quale venne a delinearsi, con chiari scopi, sul piano legislativo e istituzionale, un trattamento differenziato per i minori (21), e il nome con cui nel testo l'istituto fu indicato, "Casa di correzione", ne indica la finalità educativa e preventiva.
Nel 1786 anche a Palermo fu aperta una "Real casa di correzione per donne e minori traviati". La Sicilia, d'altra parte, poteva vantare alcuni degli interventi più' antichi e illuminati in materia di legislazione penale minorile. Nel 1231 Federico II dispose l'equiparazione dell'infante omicida al pazzo - in entrambi i casi essendo necessaria una valutazione della capacità di intendere e di volere - stabilendo, così, l'immunità, in tali circostanze, dalla pena di morte per i fanciulli. Nel 1635 fu anche prevista una differenza di trattamento tra i minori di 10 anni (non imputabili) ed i minori di 15 anni; un terzo regime vigeva per i giovani tra 15 e 18 anni (22).
Dalla seconda metà del XVIII sec., nei diversi stati italiani, furono aperti vari istituti come la "Casa di Correzione" fondata a Milano nel 1759 e, nello stesso periodo, le prigioni speciali per giovani di Napoli. Pochi anni più tardi il riformatorio "La Generala" di Torino divenne famoso per i rigidi metodi carcerari adottati.
Nel 1827, papa Leone XII dispose il trasferimento dei giovani corrigendi dell'istituto di S. Michele, nelle carceri di via Giulia, con notevole peggioramento della vita carceraria dei minori reclusi. Nel nuovo edificio, fatto appositamente costruire dal pontefice, venne adottato un sistema trattamentale ispirato a quello di Auburn, basato sull'isolamento notturno e sull'assoluto silenzio nelle ore di lavoro obbligatorio durante il giorno (23).
1.1.2. L'influenza della Scuola Positiva e i primi tribunali per i minori
Nella prima metà dell'Ottocento, col mutare del clima culturale prese vita una nuova concezione del soggetto delinquente. In questo periodo le ricerche in tema di delinquenza subirono l'influenza del positivismo, che assegnò alle scienze sociali il compito di interpretare totalmente la realtà e di studiare e definire la natura umana, e del metodo sperimentale basato su dati oggettivi e misurabili (24).
Così, sul finire del secolo, affondando le proprie radici culturali nel positivismo metodologico, alcuni intellettuali (Lombroso, Ferri, Garofalo ecc.) iniziarono l'esperienza della Scuola Positiva che, in contrapposizione al razionalismo illuminista della Scuola Classica, affermò la supremazia dell'indagine sperimentale, e quindi del metodo induttivo, sugli astratti giudizi di colpevolezza etica "che avevano messo al riparo da valutazioni storico-sociali, dietro la roccaforte del libero arbitrio, la falsa coscienza dell'intera classe dirigente" (25).
La fiducia nelle scienze portò Cesare Lombroso a ritenere "che si potesse studiare l'uomo, l'individuo che delinque con strumentazioni derivate da altre scienze dell'uomo" (26), inaugurando l'antropologia criminale e l'indirizzo individualistico dello studio della criminalità che condizionò notevolmente sia lo sviluppo del diritto penale, sia gli indirizzi in tema di trattamento dei delinquenti.
Il determinismo biologico e la concezione patologizzante della devianza, portarono la Scuola Positiva ad uno spostamento di prospettiva rispetto alle elaborazioni della Scuola Classica. Al centro dello studio della criminalità venne posto il soggetto delinquente, che venne concepito come un soggetto malato, privo di responsabilità. Sia Ferri che Garofalo sosterranno, quindi, che il libero arbitrio è un concetto illusorio, e la pena assume un carattere di prevenzione o comunque di 'cura' per il soggetto delinquente (27). Il principio della pericolosità sociale diventò la misura della pena e venne assunta come condizione di diritto la possibilità di recupero sociale del condannato.
Sulla base di questi assunti la stessa Scuola avviò un intricato processo di rilettura alle problematiche della criminalità e della devianza, in special modo in ambito minorile. Ne risultò un'immagine di delinquente quale soggetto assolutamente condizionato da fattori interni o esterni, che teneva comportamenti anormali in relazione alla sua anormalità.
Il fatto che "a comportamenti 'diversi' dovesse far sempre riscontro una diversità come patologia dei rispettivi autori sembrò particolarmente evidente riguardo ai minori 'delinquenti' per i quali la diversità, la non normalità, la condizione di non responsabilità erano fra l'altro considerate ovvi attributi dell'età" (28); fu, cioè, la condizione particolare dei minori in quanto tali, che li rese oggetto ideale delle applicazioni delle nuove istanze positive.
Come fonte di legittimazione scientifica di nuove potenzialità punitive, la Scuola Positiva ha la responsabilità di aver riaperto un varco senza limiti in cui il potere istituzionale ha potuto far passare, in maniera elastica, in relazione alle esigenze contingenti e storiche, l'arbitrio nella scelta di soggetti e di comportamenti da punire, nonché nelle forme, nei modi e nei tempi della punizione, facendo appello alla scienza, alle esigenze di differenziazione e di individualizzazione della pena, ai criteri di rieducazione terapia.
Le nuove istanze di differenziazione del trattamento, promosse dal positivismo giuridico, non trovarono tuttavia applicazione pratica in quanto erano destinate a scontrarsi con la politica, ancora fortemente contenitiva, adottata dagli enti minorili (29).
Nel corso di tutto l'Ottocento, infatti, l'attenzione rivolta ai minori evidenziò una inconciliabile ambiguità. Il positivismo proponeva come necessaria la conoscenza scientifica del bambino e tutto quanto era relativo all'educazione, con l'obbiettivo della tutela, della promozione, della protezione dei giovani; allo stesso tempo, pero', il forte controllo sull'infanzia rendeva gli interventi sui minori assai punitivi, introducendo in ambito penale istituti fino allora sconosciuti, con misure coercitive e correzionali derivanti da una concezione dell'infanzia come età dipendente dall'autorità di coloro che erano preposti all'educazione.
Sul finire del secolo, comunque, la creazione di organi giudiziari minorili specializzati si presentava, ormai, un'esigenza indifferibile. Anche a Londra il movimento di opinione, da cui era nata la "Società per la rieducazione dei giovani delinquenti", portò alla creazione di strutture per ragazzi abbandonati e per giovani criminali.
Nel luglio 1899, sotto la spinta del Child-saving movement (30), sorse a Chicago la prima Juvenile Court del mondo: un Tribunale per i Minorenni con un giudice specializzato che tutelava l'infanzia 'deviata' attraverso disposizioni correttive o anche solo meramente educative. Si trattava, comunque, di un istituzione con una marcata impronta paternalistica, che mancava delle garanzie necessarie "secondo i criteri della giurisprudenza classica" (31), e per il quale non fu mai prevista una disciplina speciale (32). Altre corti giovanili nacquero subito dopo a Boston e New York.
Anche in Europa l'inizio del XX secolo segnò la nascita dei primi Tribunali per i Minorenni. Nel 1895 venne inaugurata la Juvenile Court di Birgmingham e nel 1908 tali istituzioni divennero obbligatorie in Inghilterra, in Scozia ed in Irlanda con il Children Act, con il quale venne abolita quasi del tutto la pena di morte per i minori e stabilito che nessun minore di 16 anni potesse essere condannato al carcere (33).
Leggi simili vennero promulgate anche in Francia e in Belgio nel 1912 e, dopo il 'Congresso internazionale del Tribunale per i Minorenni', tenutosi a Parigi nel 1913, giurisdizioni speciali per minorenni furono create anche in Olanda (nel 1921) ed in Germania (leggi del 1922 e 1923).
In Italia il Tribunale per i Minorenni fu istituito solo nel 1934 con il R.D. 1404.
Prima di questa data alcune disposizioni erano contenute nel Codice penale del 1859 (34), che stabiliva la piena responsabilità penale solo per i maggiori di 21 anni, mentre i ragazzi tra 14 e 21 usufruivano di una riduzione della pena che, comunque, doveva essere scontata nelle carceri comuni. I minori di 14 anni, colpevoli di un reato, dovevano essere accolti in apposite Case di custodia o in stabilimenti pubblici di lavoro, ai quali erano destinati anche giovani mendicanti, vagabondi, oziosi, minori di 16 anni (35).
Era possibile l'internamento dei giovani discoli in Case di correzione o di educazione, per volontà dei genitori. L'art. 222 del Codice civile del Regno d'Italia (in vigore fino al successivo del 1942) infatti stabiliva: "Il padre che non riesca a frenare i traviamenti del figlio, può allontanarlo dalla famiglia, assegnandogli secondo i propri mezzi gli alimenti strettamente necessari; e ricorrendo, ove sia d'uopo, al presidente del tribunale, collocarlo in quella casa, o in quell'istituto di educazione o di correzione, che reputi più conveniente a correggerlo e migliorarlo. L'autorizzazione può essere chiesta anche verbalmente, ed il presidente provvederà senza formalità di atti e senza esprimere i motivi del suo decreto" (36).
Gli istituti di educazione e di correzione furono organizzati su regole carcerarie paternalistiche e coercitive. Nel 1877, un nuovo regolamento istituì le figure degli 'istitutori o censori' in sostituzione delle guardie carcerarie comuni e vennero previsti interventi differenziati per i minori sottoposti alla custodia per condanna penale e i ricoverati per altre cause.
In seguito, fino al codice Zanardelli del 1889, furono compiuti vari tentativi per cercare di unificare, sistematizzare e rendere organica la legislazione minorile (37). "Quando entrò in vigore il codice Zanardelli, che pure è di chiara impostazione classica, la cultura positivista era già divenuta cultura onnipresente in ambito minorile" (38).
1.1.3. Il Codice Zanardelli
Nel 1890 entrò in vigore il nuovo Codice penale. Per il Codice sardo (art. 88) il minore di quattordici anni, che avesse agito senza 'discernimento', non era passibile di pena e, in caso di crimine o delitto, poteva, a discrezione dell'autorità giudiziaria, essere consegnato ai genitori o ricoverato in uno stabilimento pubblico di lavoro (39). Il nuovo Codice Zanardelli poneva delle distinzioni: l'età minima per l'imputabilità venne fissata a nove anni, quindi quasi nell'infanzia (art. 53); fra i nove e i quattordici anni il ragazzo era imputabile, ma solo nel caso in cui il Magistrato, che ne aveva espresso obbligo, ne avesse accertato il 'discernimento' (art.54); dai quattordici ai diciotto anni era ugualmente imputabile, nel senso che si partiva dalla presunzione di imputabilità (art.55) (40). Qualora il minore fosse stato ritenuto imputabile, veniva assoggettato a pene diminuite, e lo stesso regime era previsto per il minore di ventuno anni. Per la prima fascia di età, il Presidente del Tribunale civile, su richiesta del P.M., poteva ordinare che il minore fosse rinchiuso in un istituto di educazione e di correzione oppure affidato ai genitori sotto la loro responsabilità. Gli stessi provvedimenti poteva prendere il Tribunale penale per la seconda categoria - i minori tra i nove e i quattordici anni - nei casi di non imputabilità. A questi criteri legislativi di individualizzazione in sede giudiziaria peraltro, non corrispose mai la previsione di un organo giudicante specializzato, cosicché il giudice penale dei minori era lo stesso degli adulti (41).
Il principio del 'discernimento' del minore al momento della commissione del fatto, in base al quale si stabiliva l'imputabilità, fu il risultato delle elaborazioni della Scuola Positiva che tese sempre a focalizzare l'attenzione sulla necessità di individualizzare le pene, attraverso l'instaurazione di un sistema penale concentrato sull'esame dell'individuo, più che sul reato. Ciò presuppose, anche, che divenisse indispensabile la figura del medico, quale ausiliario del giudice capace di stabilire l'esistenza o meno del discernimento nei singoli casi.
Il Codice penale Zanardelli, inoltre, non si occupò più di disciplinare il vagabondaggio, l'oziosità o la mendicità dei minori poiché la materia fu demandata agli articoli 113-116 della nuova Legge di Pubblica Sicurezza (42). In particolare fu stabilito che "il minore degli anni 18 privo di genitori, ascendenti o tutori" fosse ricoverato, per ordine del "presidente"o del "giudice delegato", "presso qualche famiglia onesta" in grado di accoglierlo, "ovvero in un istituto di educazione correzionale, finché non abbia appreso un'educazione, un'arte o un mestiere; ma non oltre il limite della maggiore età" (art. 114). L'art. 116 estese l'applicazione di queste norme anche ai minori esercenti "abitualmente la mendicità o il meretricio".
Dalla coordinazione delle norme di Pubblica Sicurezza con le disposizioni del Codice penale sopra richiamate, vennero a delinearsi quattro diverse categorie di corrigendi: i minorenni delinquenti o autori personali di delitti (artt. 53, 54, 55 del Codice penale); minorenni corrotti e diffamati (art. 114 Legge di P.S.); minorenni oziosi, mendicanti o vagabondi (art. 116 di Legge di P.S.); minorenni allontanati dalla casa paterna o ribelli all'autorità paterna (artt. 221 e 222 del Codice civile). L'effetto di questa suddivisione fu un'accresciuta possibilità di ricovero nelle forme istituzionali di nuove categorie di minori, mentre le misure diverse dall'istituzionalizzazione non trovarono attuazione nella pratica.
Con il Regolamento carcerario del 1891, anche i 'Riformatori' - così chiamati secondo la nuova denominazione ufficiale - si specializzarono secondo le età e le categorie giuridiche.
Si distinsero, così, le Case di correzione per minorenni sotto i 18 anni condannati in applicazione degli articoli 54 e 55 del Codice penale; gli Istituti di educazione e di correzione per fanciulli con meno di 9 anni, che avevano commesso un delitto punibile con la reclusione o la detenzione non inferiore ad un anno (art. 53) e per i minori tra 9 e 14 anni, che avevano commesso un reato senza discernimento (art. 54); gli Istituti di educazione correzionale per i minorenni infradiciottenni dediti all'oziosità, al vagabondaggio, alla mendicità e al meretricio (artt. 113, 114, 116 Legge di P.S.); infine, istituti di correzione paterna per giovani ricoverati a norma degli articoli 221 o 222 del Codice civile.
In questo modo venne a formalizzarsi la separazione istituzionale fra condannati e corrigendi e gli istituti riservati ai minori corrigendi furono, per lo più, riformatori privati. Fin dall'Unità d'Italia, infatti, la direzione delle carceri si avvalse di due tipi di istituzioni per il ricovero e la correzione dei minori: quelle governative e quelle private con la quali venivano stipulate apposite convenzioni per la parte amministrativa (43).
Nel 1904 si ebbe un nuovo regolamento penitenziario denominato "Regolamento per i riformatori governativi" che introdusse, almeno sulla carta, notevoli cambiamenti. Gli agenti di custodia vennero sostituiti dalla figura degli istitutori, reclutati fra gli insegnanti elementari; ma, soprattutto, si affrontò il problema della delinquenza giovanile, non più esclusivamente in termini di contenimento e repressione, quanto, piuttosto, nel senso dell'educazione e della riabilitazione. Venne esplicitamente dichiarato che "occorreva adattare il trattamento a questi principi tenendo presente, inoltre, l'età del minore e il tipo di reato commesso" (44). In teoria, l'osservazione e lo studio delle caratteristiche psico-fisiche del minore da parte del medico, nonché un'organizzazione penitenziaria fondata sull'educazione religiosa e la disciplina, avrebbero dovuto garantire un trattamento penitenziario individualizzato. In concreto i criteri ed i principi a cui ci si ispirò, nella gestione dei riformatori, non furono affatto attenti alla cura del singolo ma tesero, semmai, ad ottenerne il consenso e la sottomissione (45).
È interessante mettere in evidenza come vi sia stata una singolare coincidenza, nel tempo, fra la creazione delle nuove forme istituzionali per il controllo di nuove categorie di giovani e l'aumento progressivo dell'allarme sociale rispetto al fenomeno della delinquenza minorile. Come se l'allarme sociale avesse identificato 'nell'aumento della delinquenza dei minorenni' un grave pericolo emergente, soltanto dopo che erano state create e regolamentate le nuove istituzioni per i minorenni. Mentre in precedenza, la società del tempo era preoccupata per i minori abbandonati, vagabondi, oziosi, discoli e così via, con l'istituzionalizzazione penale e civile di queste categorie di minori, la 'preoccupazione' diventa 'allarme' e l'oggetto di tale allarme si definisce semplicemente e direttamente in termini di 'delinquenza'. Paradossalmente, l'allarme per l'aumento della delinquenza veniva a sua volta utilizzato per incrementare proprio quella istituzionalizzazione dei minori che aveva contribuito a determinarlo. All'apertura dell'anno giudiziario, il 3 gennaio 1908, il Senatore Quarta citò precisi dati statistici che testimoniavano l'esistenza di un grave incremento della delinquenza giovanile in molti stati occidentali tra cui l'Italia (46).
Nello stesso anno fu compiuto un importante progresso nel senso dell'individualizzazione del trattamento, in un sistema penale caratterizzato ancora da una rigorosa unificazione. Con la circolare emanata dal Ministro Guardasigilli Orlando vennero create le premesse perché potessero affermarsi, nell'ambito della giustizia minorile, i principi della specializzazione del giudice, della non pubblicità del processo che vedeva coinvolto un minore, nonché la necessità dell'indagine sulla personalità del minore. Nella circolare si sollecitavano i tribunali affinché "fossero sempre i medesimi giudici ad occuparsi dell'istruzione e del giudizio dei processi contro i minorenni" e a studiare "con animo paterno la psicologia dell'imputato, trattandolo senza intimidazioni". Si invitavano inoltre i giudici a "non limitarsi al mero accertamento del fatto, ma a procedere ad indagini volte a conoscere lo stato di famiglia del minore, le condizioni di vita, l'indole e il carattere di coloro che su di lui esercitano la potestà, a raccogliere tutte le notizie che possono dare un criterio esatto delle cause dirette e indirette per cui il minore è giunto alla violazione delittuosa della legge" (47). Al duplice fine dell'accertamento della responsabilità del minore e della determinazione della relativa pena, i giudici erano esortati a considerare anche elementi quali le condizioni di abbandono del minore, l'abiezione e la depravazione delle sue condizioni di vita; l'azione repressiva veniva considerata "ulteriore fattore di corruzione e un incitamento a futuri delitti". (48)
Con Regio Decreto del 7 novembre 1909 venne nominata una commissione presieduta dal senatore Quarta, che approntò un progetto per una 'Magistratura dei minorenni' di particolare apertura per quei tempi: si trattava di una magistratura specializzata che avrebbe avuto il compito di vigilare negli ambiti dell'assistenza, della tutela, dell'istruzione e della correzione del minore. Si pensò ad un Codice minorile unificato che escludesse l'arresto o la carcerazione preventiva in fase di istruzione e prevedesse la possibilità di giudicare soltanto i fatti reato lievi, per cui erano applicabili misure simili alle alle attuali sanzioni sostitutive. Per i fatti reato più gravi il giudizio passava al magistrato ordinario: in caso di condanna si prevedeva una serie articolata di misure: l'ammonimento, la detenzione in casa propria per periodi da stabilirsi, l'affidamento familiare, l'assegnazione ad un istituto di beneficienza, il riformatorio e così via. È interessante notare come, nel corso dei lavori preparatori di tale progetto, si pose l'accento sui metodi processuali, sottolineando come questi ultimi avevano la loro influenza sul fenomeno della delinquenza minorile, dal momento che "il minorenne viene sottoposto alla giurisdizione dello stesso giudice, che deve valutare la responsabilità del delinquente maggiore d'età, ed esposto ad un apparato esteriore e a solennità di forme che lasciano nell'animo di lui profonde e funeste impressioni". Per converso "l'istituzione di una magistratura speciale" veniva definita "condizione necessaria per informare ad un concetto razionale e concreto il trattamento della delinquenza dei minorenni". (49) Il progetto Quarta, appoggiato con decisione dalla Scuola Positiva, non ebbe neanche gli onori della discussione parlamentare e simile sorte ebbero i progetti successivi. (50)
Negli anni che precedettero il primo conflitto mondiale, numerosi dibattiti sulle problematiche della minore età tennero vivo l'interesse per la delinquenza minorile. I temi dell'infanzia traviata furono sollevati dai numerosi movimenti filantropici e riformisti molto impegnati nell'assistenza e nella difesa dei minori. Queste organizzazioni contribuirono a produrre significativi miglioramenti, soprattutto favorirono la diffusione di nuovi atteggiamenti nei confronti delle necessità e dei bisogni di fanciulli e adolescenti. La loro opera fu, però, "segnata anche da una 'concezione adultistica' del minore legata all'idea della 'moralizzazione' e del 'controllo sull'infanzia'" (51). Sebbene contraddistinto "dall'ambiguità insita nella 'doppia visione' della protezione, della tutela e dell'educazione, da una parte, e della correzione, del controllo e della punizione, dall'altra", l'impegno di questi movimenti in campo minorile sollecitò alcune sperimentazioni proprio in ambito degli interventi penali. Nel 1906 fu fondato il primo 'Patronato italiano per minorenni condannati condizionalmente' grazie alle associazioni di volontariato, ai cui membri venivano affidati i giovani condannati (52).
Nel 1921 Enrico Ferri, noto esponente della Scuola Positiva, presiedette una nuova commissione che elaborò un progetto di riforma conforme ad una concezione 'plurifattoriale' dell'interpretazione della devianza: gli agenti della criminalità giovanile trovavano spiegazione nell'insieme delle cause sociali, familiari, psicologiche, ma anche ereditarie ed evolutive. "Le sorgenti di criminalità dei minori" erano da ricercarsi soprattutto nelle condizioni di abbandono in cui versava l'infanzia "moralmente maltrattata o torturata", mentre i rimedi più efficaci dovevano essere trovati al di "fuori del codice penale", intendendosi con ciò, la necessità di ricorrere a "rimedi sociali di prevenzione, di profilassi, di educazione, di cura". In una prospettiva più strettamente giuridica, la colpevolezza non poteva essere ricondotta alle "consuete norme astratte di responsabilità morale", ma piuttosto "ispirarsi sempre al criterio fondamentale della responsabilità del delinquente, più o meno pericoloso, più o meno correggibile" (53). Tale progetto, fu caratterizzato, nell'insieme, da una maggiore rigidità e da un minore ottimismo rispetto al progetto Quarta, soprattutto per il pesante intervento scientifico su tutta la materia.
Il successivo progetto Orlandini del 1922, riprese, semplificandoli, i contenuti del progetto Quarta e, come questo ed il progetto Ferri, non fu mai trasformato in legge.
L'esigenza di una Magistratura speciale per i minori, però, incominciava a farsi sentire al punto che si possono segnalare iniziative spontanee, come quella - eccezionale - dell'accordo tra la Magistratura milanese e l'Associazione Cesare Beccaria di quella città, che nel 1928 permise l'istituzione ante legem di un Tribunale per i Minorenni. Le cause contro i minori vennero celebrate non nelle normali aule di udienza, ma in apposite sale messe a disposizione dall'Associazione; alle udienze vennero chiamati, ad assistere e a fornire la loro consulenza, due psichiatri, esperti in problemi dell'età evolutiva.
1.1.4. Il Codice Rocco
Il Codice Rocco, del 1930, rappresentò un momento tecnicamente rilevante di compromesso e di equilibrio tra le opposte istanze della Scuola Classica e della Scuola Positiva. Con esso, infatti, venne a delinearsi una netta distinzione tra i soggetti che erano da considerarsi in condizioni di "normalità biologica e psichica" e quelli che erano in condizioni valutate di "non normalità biologica e psichica": per i primi di cui era presunto il libero arbitrio e, quindi, l'imputabilità, la pena assolveva a una funzione soprattutto retributiva; ai secondi, invece, cui non era negato il libero arbitrio e per i quali l'imputabilità doveva essere provata, la pena, sotto forma di misura di sicurezza, acquisiva funzioni terapeutiche e di difesa sociale.
Nel campo della normalità si utilizzarono, per lo più, i criteri retribuzionistici della Scuola Classica; in campo della non normalità operarono prevalentemente i criteri di individualizzazione della pena, propri della Scuola Positiva. In realtà, la funzione terapeutica, attribuita alla sanzione dai positivisti, fu del tutto ideologica e secondaria rispetto a quella di difesa sociale. I soggetti anormali rappresentavano una minaccia per l'ordine costituito e le misure di sicurezza furono il nuovo metodo con il quale vennero resi innocui gli individui pericolosi. Nello specifico della materia minorile, le teorie della scienza positiva portarono a considerare, in conformità al precedente processo storico, l'appartenenza dei minori all'area della non normalità biologica e psichica (54).
L'articolo 97 del codice, tuttora in vigore, elevò il limite per la presunzione di non imputabilità assoluta, dai nove ai quattordici anni (55). Dai quattordici a diciotto anni, invece, dove prima esisteva una presunzione di responsabilità, il minore venne ritenuto imputabile solo se in possesso della "capacità di intendere e di volere". In questa fascia d'età, la capacità di intendere e di volere non è presunta, ma deve essere accertata caso per caso con l'ausilio della 'scienza positiva'; la pena, in caso di condanna, è comunque diminuita. Per determinare l'imputabilità venne introdotto dalla medicina legale e dalla giurisprudenza, il concetto di 'immaturità', mai comparso prima in nessun testo legislativo e il termine "discernimento" fu sostituito con quello della "capacità di intendere e di volere". Per i soggetti che, invece, si trovavano in condizioni valutate di normalità biologica e psichica, il codice stabilì una presunzione di maturità e, quindi, di imputabilità.
Per il Codice Rocco, la capacità di intendere e di volere dopo i 18 anni è sempre presunta e non sono previste diminuzioni di pena (art. 98). I minori, riconosciuti non imputabili, a prescindere dall'età, possono, comunque, essere riconosciuti socialmente pericolosi e sottoposti alle misure di sicurezza del riformatorio giudiziario, nella forma del collocamento in comunità o della libertà vigilata (art. 224). Quest'ultima misura può essere data solo se i genitori o altre persone o istituti di assistenza sociale sono in grado di garantire l'obbligo di provvedere all'educazione, al controllo e all'assistenza del minore (art. 232).
Dal punto di vista dell'esecuzione delle pene, era previsto che i minori debbano scontare la condanna, fino al compimento dei diciotto anni, "in stabilimenti separati da quelli riservati agli adulti, ovvero in sezioni separate di tali stabilimenti, ed è loro impartita, durante le ore non destinate al lavoro, un'istruzione diretta soprattutto alla rieducazione morale..." (art. 142).
All'art. 176 è contenuta la disciplina della liberazione condizionale che ha rappresentato la prima 'misura alternativa alla detenzione' (56). Essa consente di trascorrere il resto della pena in regime di libertà vigilata. Condizione necessaria per ottenere il beneficio è che il soggetto, durante la detenzione, abbia tenuto un comportamento tale da far ritenere sicuri il suo ravvedimento (57).
Grande rilievo, per i suoi effetti depenalizzati, assunse l'istituto del 'perdono giudiziale', introdotto con l'art. 169 dello stesso Codice (58). Secondo la Relazione Ministeriale del 1929, lo scopo di tale istituto doveva essere quello di "salvare dalla perdizione giovani esistenze e di favorire in tal modo il progresso civile, rendendo sempre migliori, materialmente e moralmente, le condizioni della convivenza sociale". Il perdono giudiziale, misura esclusivamente riservata ai minori, "consiste nella rinuncia dello stato alla condanna o addirittura al rinvio al giudizio, pur avendo il giudice accertato la responsabilità dell'imputato" (59). Esso costituisce una causa di estinzione del reato che il giudice lo può utilizzare quando ritiene che il ragazzo, alla sua prima esperienza penale e responsabile di un reato per il quale è prevista una pena detentiva non superiore a due anni, si asterrà, in futuro, dal commettere altri reati. Con il perdono giudiziale "si riconosce la necessità di non stigmatizzare una storia personale e di attivare stimoli positivi e di rinforzo psicologico e di fiducia" (60).
Assieme alla maggiore ampiezza con la quale venne accordata ai minorenni la sospensione condizionale della pena, il perdono giudiziale mise in evidenza una maggiore attenzione per i minori e una strategia punitiva più elastica, in cui la pena sospesa o minacciata, più che quella applicata, venne per la prima volta utilizzata come nuovo strumento di dissuasione.
1.2. L'istituzione del Tribunale per i minorenni
In sintonia con il contesto europeo del tempo, il R.D.L. del 20 luglio 1934 n.1404, istituì il Tribunale per i minorenni, apportando una profonda trasformazione al sistema giudiziario ordinario ritenuto inadeguato a farsi carico del settore minorile. In questo decreto trovarono la sintesi le diverse prospettive che avevano portato all'elaborazione dei progetti di riforma precedentemente esaminati, nonché le conquiste dei grandi movimenti umanitari, emersi nei decenni precedenti a livello internazionale. Ma il Tribunale per i minori rappresentò, anche, il risultato delle teorie positivistiche allora imperanti che promossero l'attenuazione del rigore delle misure penali, sostenendo anche la necessità del ricorso all'educazione nei confronti dei minori; nello stesso tempo fu anche un prodotto del regime fascista che, comunque, ne favorì la nascita più per "ragioni di prestigio che di reale presa di coscienza della necessità di promuovere il minore" (61).
Ecco come vennero riassunti nel 1934 gli scopi del decreto:
"specializzare il giudice minorile nella forma più completa e più ampia;
indirizzare risolutamente la funzione punitiva verso finalità del riadattamento del minorenne;
organizzare un sistema di prevenzione della delinquenza minorile con la rieducazione dei traviati;
rendere possibile ai minori che delinquirono, o che furono ritenuti semplicemente traviati, il ritorno alla vita sociale senza che alcuno possa ad essi opporre la qualifica dei precedenti trascorsi".
Il Tribunale minorile venne istituito quale organo autonomo rispetto agli altri Tribunali penali e civili, dato il suo organico così diverso e la sua competenza territoriale differenziata e più ampia rispetto a quella del Tribunale ordinario. Si trattò, inoltre, di un organo di decisione specializzato, in relazione alle necessità della condizione minorile.
In origine era composto da due magistrati togati e da un cittadino benemerito dell'assistenza sociale, scelto tra i cultori di biologia, di psichiatria, di antropologia criminale, di pedagogia o psicologia, secondo le disposizioni dell'art 2 (62). L'articolo in questione del Regio decreto legge 1404 prevedeva, quindi, originariamente, la presenza di un solo giudice laico; ma nel 1956, con la legge 27 dicembre n. 1441, fu aggiunta la presenza di una donna, data l'accertata l'importanza del suo intervento per una migliore comprensione della personalità del minore (63).
Il R.D.L. del 1934, collocandosi quale ultimo atto di questo lungo processo di elaborazione di strumenti legislativi specifici per il controllo penale dei giovani, cercò di disciplinare in maniera sistematica la materia minorile.
Al tribunale vennero attribuiti tre settori di competenza: penale, civile ed amministrativa. Fin dalla sua istituzione, quindi, il Tribunale per i minorenni si occupò sia della devianza penale dei giovani (competenza penale), sia del disadattamento (competenza amministrativa).
Circa la competenza penale, decisamente rilevante, fu il fatto che, per la prima volta, vennero garantiti ai minori il diritto ad un giudice specializzato ed a forme particolari di procedimento. Dall'art. 11 traspaiono chiaramente le influenze della Scuola Positiva e dell'approccio multifattoriale: si stabilì che "Nei procedimenti a carico dei minorenni, speciali ricerche devono essere rivolte ad accertare i precedenti personali e familiari dell'imputato sotto l'aspetto fisico, psichico, morale ed ambientale" e ciò, raccogliendo pareri ed informazioni "senza alcuna formalità di procedimento quando si tratta di determinare la personalità del minore e le cause della sua irregolare condotta".
Il garantismo penale della Scuola Classica, invece fu alla base delle previsioni degli articoli 12 e 16. Il primo, di fatto eluso per molto tempo, sostenne la necessità che la difesa fosse tenuta solo da professionisti iscritti all'albo; il secondo stabilì che l'udienza si doveva tenere a porte chiuse. Fu previsto che l'esito del giudizio finale potesse consistere nel perdono giudiziale, - concesso sulla base di un giudizio di opportunità da parte del giudice e a condizione che la pena detentiva irrogata in concreto non fosse superiore a due anni (art 19) - o anche, nella sospensione condizionale nel caso di pena concretamente applicabile non superiore a tre anni (art.20). Divenne possibile, poi, secondo la previsione dell'art. 21, che durante l'esecuzione, fosse ordinata la liberazione condizionale del minore in qualunque momento e qualsiasi fosse la misura della pena.
La competenza civile del Tribunale per i minorenni riguardò essenzialmente il settore dei provvedimenti limitativi della 'patria potestà'.
Maggior rilievo rivestì, invece, la competenza amministrativa rivolta al soggetto, minore di 18 anni che "per abitudini contratte dava prova di traviamento ed appariva bisognoso di correzione morale" (art. 25). Si trattava chiaramente di una forma di vero e proprio controllo sociale: il giudice poteva ordinare, dopo aver assunto le necessarie informazioni, l'internamento del minore in un istituto per corrigendi (art. 27). La misura era, oltretutto, totalmente slegata dal principio di legalità. Il trattamento non aveva una durata prestabilita: terminava solo quando il soggetto non appariva più "bisognevole di correzione", oppure al compimento della maggiore età (art. 29). In conseguenza di ciò, molti giovani in condizioni di disadattamento sociale, o giudicati tali, furono sottoposti a interventi 'rieducativi' coatti e spesso anche violenti, con la conseguenza che, quasi sempre, il disadattamento diveniva patologico, trasformandosi in pericolosità sociale o delinquenza, legittimando il passaggio a misure di contenimento più gravi, anche di tipo penale.
La tendenza del R.D. n.1404 al coordinamento e all'unificazione, non riguardò solo la sistematica legislativa, ma si rispecchiò anche nella dislocazione dei diversi istituti, previsti dalla nuova legge e destinati ad accogliere condannati o corrigendi. L'art. 1 stabilì, infatti, accanto al Tribunale, l'istituzione di un Centro di rieducazione, comprendente una vasta gamma di istituzioni e servizi (che, col tempo si sono ridotti e modificati):
case di rieducazione;
"focolari" di semilibertà e pensionati giovanili;
gabinetti psico-medico-pedagogici
uffici di servizio sociale per minorenni;
istituti di osservazione;
scuole laboratori e ricercatori speciali;
riformatori giudiziari;
prigioni scuola.
Le scuole ed i laboratori ed i ricercatori speciali non furono mai attivati; "del resto, come strutture speciali della giustizia, avrebbero contribuito ad aumentare la mistificazione, la stigmatizzazione e la manipolazione in questo campo" (64).
Gli istituti che andarono a formare il Centro rieducazione per minorenni furono i seguenti:
1) Case di rieducazione:
erano le strutture dove veniva svolta l'opera di recupero dei minori irregolari nella condotta o nel carattere quando il tribunale riteneva opportuno che la rieducazione dovesse avvenire in internamento (art. 25).
Nelle case di rieducazione potevano anche essere collocati i minori entrati nel circuito penale, che fossero o meno sottoposti a carcerazione preventiva, oppure minori prosciolti per incapacità di intendere e di volere senza che fosse stata loro applicata una misura di sicurezza detentiva o prosciolti per concessione del perdono giudiziale o sottoposti a pena ma con sospensione condizionale della stessa (65).
2) Focolari di semilibertà e pensionati giovanili:
i primi erano piccoli istituti dove un gruppo ristretto di adolescenti viveva in comunità sotto la guida di un educatore o di un assistente sociale. Al loro interno si tentava di assicurare ai minori, in un clima di libertà, ma anche di sostegno da parte dell'operatore, un'adeguata socializzazione, facendo loro svolgere un tipo di vita simile a quello familiare.
I pensionati giovanili, invece, erano istituti specializzati in cui erano accolti i minori che, dopo il ricovero in casa di rieducazione, potevano essere considerati rieducati ma che non potevano rientrare in famiglia o non erano ancora in grado di affrontare la vita, senza un adeguato sostegno (66).
3) Gabinetti medico-psico-pedagogici:
costituirono l'organizzazione unitaria, amministrativa e tecnica ad un tempo, di tutti i servizi sanitari e psicologici presenti nel Centro. Erano formalmente composti da uno psichiatra, un educatore ed un assistente sociale, che operavano singolarmente, ed in équipe. Dopo una relativa fortuna fino ai primi anni sessanta, essi furono svuotati di ogni significato, e progressivamente soppressi. Gli psicologi e gli psichiatri, principali 'agenti' di questo sevizio, continuarono, comunque ad operare inseriti direttamente nelle altre istituzioni.
4) Istituiti di osservazione:
il processo rieducativo presupponeva necessariamente un'adeguata conoscenza della personalità del minore e delle su