Source: https://soluzione231.com/2019/08/24/caduta-dal-trabattello-e-rischi-interferenziali-responsabilita-amministrativa-della-societa-ex-d-lgs-231-01/
Timestamp: 2020-07-16 14:24:03+00:00
Document Index: 133082282

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 590', 'art. 590', 'art. 5', 'art 5', 'art. 27', 'art. 25', 'art 25', 'Cass. Sez. ', 'art. 19', 'art12', 'art. 25', 'art 12', 'art. 69']

Caduta dal trabattello e rischi interferenziali. Responsabilità amministrativa della società ex d.lgs 231 / 01
Tribunale di Milano, 28 ottobre 2015 –
Del reato previsto dagli artt. 113, articolo 590. commi 1.2. 3 e 5 c.p. per aver cagionato mediante la loro condotta, in qualità di figure responsabili. (Amministratore Unico della impresa A . con sede legale in (datore di lavoro della ditta .con sede legale in via in cooperazione tra loro, per colpa consistita in negligenza, imprudenza, imperizia e comunque per colpa specifica meglio di seguito descritta, cagionavano lesioni personali gravi a consistiti in frattura allo sterno, trauma distorsivo cervico – dorsale, TLC retro aurico lare destra che avvenivano per effetto della caduta al suolo da un’ altezza di circa 6 metri mentre l’infortunato si trovava sul trabattello, ribaltatosi a causa dal movimento dal carroponte che lo colpiva.
perché, in qualità di titolare della ditta . durante la realizzazione dei lavori non osservava le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro in quanto, nell’affidamento dei lavori di manutenzione delle pompe di calore poste all’interno della propria azienda alla ditta di non provvedeva a promuovere il coordinamento degli interventi al fine di eliminare rischi dovuti alle interferenze tra i lavori delle due imprese omettendo di elaborare un unico documento di valutazione dei rischi indicante le misure adottate per eliminare ovvero ridurre al minimo i rischi di interferenza. Art. 26 comma 2 e 3 del d.lgs. 81/08.
perché, in qualità datore di lavoro della ditta di per negligenza, imperizia e imprudenza non si atteneva ai principi e alle misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori e metteva a disposizione del un ponte su ruote non ancorato alla costruzione almeno ogni due piani, in considerazione del fatto che lo stesso ponte non era costruito in conformità all’allegato XXIII del D.lvo 81/08. Inoltre, le ruote del ponte erano sprovviste di cunei o altro dispositivo di bloccaggio e perché, in qualità di datore di lavoro, non cooperava con (rappresentante legale dell’azienda committente) ai fini dell’attuazione delle misure di prevenzione e protezione dai rischi sul lavoro incidenti sull’attività lavorativa ciò comportando la mancata attuazione dì misure di prevenzione dai rischi di interferenza derivanti dall’uso contemporaneo del ponte su ruote di proprietà della ed il carroponte di proprietà dell’azienda. Artt. 140 comma 2 e 4; 26 comma 2 lettera a), del d.lgs. 81/08
In esito all’odierno dibattimento, celebratosi in presenza dell’imputata, sentite le parti che hanno adottato le seguenti
Con decreto di citazione diretta a giudizio in data 04.08.2014, veniva tratta a giudizio per rispondere dell’illecito amministrativo di cui agli arti. 25 septies 59 D.L.vo 231/01 per avere – in assenza di modello organizzativo – realizzato un vantaggio per l’ente in dipendenza del mancato rispetto di norme previste in materia di igiene e sicurezza dei luoghi di lavoro, non ottemperando agli obblighi del datore di lavoro come impresa affidataria dei lavori – in occasione del reato consumato di lesioni colpose ai danni del dipendente fino al 09.10.2012 (imputazione meglio descritta in intestazione ed originariamente mossa anche alla ‘ società che definiva la propria posizione con sentenza di applicazione pena).
Parallelamente, col medesimo decreto veniva mossa contestazione del reato di cui all’art. 590 cp nei confronti dei legali rappresentanti delle suddette società e All’udienza dell’08.04.2015 la difesa della suddetta persona giuridica chiedeva procedersi con rito abbreviato. Il giudice disponeva in conformità.
L’urto ne causava il ribaltamento e la conseguente caduta dell’operaio che prima colpiva con lo sterno la struttura del trabattello in caduta e poi veniva sbalzato al suolo.
Tali elementi convincono della sussistenza del reato presupposto di cui all’art. 590 cp come qui contestato anche al legale rappresentante della atteso che la dinamica del sinistro così ricostruita consente di affermare che le lesioni patite da sono derivate in diretta concatenazione causale dalle omissioni del datore di lavoro quanto alle prescrizioni relative alle modalità di utilizzo e di messa in sicurezza del trabattello, nonché dal difetto di coordinamento tra il personale della e quello della , dal quale derivava l’interferenza nelle attività in esame (la manovra del carroponte che urtava il trabattello).
Il richiamo ad una forma di responsabilità tramite la previsione normativa di sanzioni conseguenti a condotte riconducibili ad organi sociali deriva direttamente dalla sentita necessità di sollecitare condotte virtuose e prassi preventive collegando direttamente la ricaduta sanzionatoria sulla persona giuridica anziché sulle singole persone fisiche che la rappresentano. Con il doppio risultato di attribuire il peso economico della “buona prassi” al soggetto giuridico che meglio lo può sostenere e di evitare le conseguenze dell’avvicendamento nelle cariche sociali.
Un solido argomento a sostegno della compatibilità costituzionale del sistema di responsabilità introdotto dal D.L.vo in esame, è poi stato offerto dalla giurisprudenza di legittimità, atteso che la Suprema Corte ha espressamente escluso la rilevanza della questione di illegittimità costituzionale dell’art. 5 d.lgs. 231/2001 con riferimento all’alt. 27 Cost. Si richiama, in particolare, quanto stabilito da Cass. sez, VI del 18.02.2010 n. 27735: “è manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art 5 dlgs 8 giugno 2001 n. 231, sollevata con riferimento all’art. 27 Cost, poiché l’ente non è chiamato a rispondere di un fatto altrui, bensì proprio, atteso che il reato commesso nel suo interesse o a suo vantaggio da soggetti inseriti nella compagine della persona giuridica deve considerarsi in forza del rapporto di immedesimazione organica che lega i primi alla seconda. ”.
A fronte di tale costruzione, poi, il fatto di reato commesso dai soggetto legato funzionalmente alla società si pone come evento presupposto affinchè possa operare la forma di responsabilità in esame. In tal senso si è pronunciata nuovamente la Suprema Corte affermando che si tratta di “una forma nuova, normativa, di colpevolezza per omissione organizzativa e gestionale ” (Cass. 09.07.2009 n. 36083) con la quale può affermarsi oggi che con il D.L.vo 231/2001 è stato delineato un sistema di responsabilità per fatto proprio della società e – appunto – una forma di colpa di organizzazione sotto forma di colpevolezza per omissione organizzativa e gestionale. Pare dunque sterile il persistente tentativo di inquadrare sistematicamente tale tipo di responsabilità tra i concetti di responsabilità amministrativa, di responsabilità penale o di tertium genus.
Più convincente si ritiene la diversa impostazione che esclude l’utilizzo dei concetti di interesse o vantaggio come parametri di valutazione soggettiva, limitandone la portata alla delineazione della obiettiva idoneità della condotta a produrre effetti vantaggiosi per l’ente, così anche limitando la connotazione soggettiva della responsabilità dell’ente alla colpa di organizzazione come criterio di rimproverabilità.
Tale lettura, in primo luogo, consente di fornire concreta operatività alla previsione dell’art. 25 septies D.L.vo 231/2001, che altrimenti ne resterebbe priva.
In secondo luogo, si deve ricordare che la piena compatibilità della responsabilità dell’ente in relazione alla realizzazione di reati colposi è stata nuovamente confermata dal legislatore con la previsione dell’art 25 undecies D.L.vo 231/2001, relativo ai reati ambientali (in larga misura puniti a titolo di colpa, peraltro introdotto in attuazione della Direttive CE 2008/99 sulla tutela penale dell’ambiente).
Quanto poi alla delimitazione dei concetti di interesse o vantaggio, ancora una volta l’attività ermeneutica deve muovere dalla dato letterale in uno con quello sistematico. Significativo spunto di lettura è offerto dalla ormai non recente pronuncia della Suprema Corte, con la quale si chiariva che: “in tema di responsabilità da reato delle persone giuridiche e delle società, l’espressione normativa con cui se ne individua il presupposto nella commissione dì reati nel suo interesse o a suo vantaggio non contiene un’endiadi, perchè i termini hanno riguardo a concetti giuridicamente diversi, potendosi distinguere un interesse a monte per effetto dì un indebito arricchimento, prefigurato e magari non realizzato, in conseguenza dell’illecito, da un vantaggio obiettivamente conseguito con la commissione del reato, seppure non prospettato ex ante, sicché l’interesse ed il vantaggio sono in concorso reale” (Cass. Sez. 2 n. 36215 del 20.12.2005).
Si tratta, dunque, di concetti che pongono in evidenza qualunque forma di effetto positivo per l’azienda obiettivamente collegato alla condotta presupposto, non a caso in termini distinti rispetto alla più tecnica nozione di profitto indicata dall’art. 19 D.L.vo 231/2001 ai fini della confisca. Particolare connotazione, poi, emerge nei casi in cui, come nella specie, il reato presupposto sia colposo.
Nel caso di specie può ritenersi provato un diretto interesse a svolgere i lavori in tempi ristretti, atteso che la aveva appositamente sospeso l’attività per consentire il lavoro degli operai della .
Ai fini del presente giudizio deve dunque essere esclusa la sussistenza delle pur invocate attenuanti di cui all’art12 co. 1 lett. b) e 12 co. 2 lett. a) D.L.vo 231/01. Va infatti ricordato che ha riportato lesioni dalle quali è derivato un infortunio della durata di 53 giorni, il ristoro ricevuto è dunque del tutto insufficiente rispetto alla effettiva entità del danno patito. Peraltro, non vi è traccia di chi avesse stipulato il contratto di assicurazione con la compagnia che ha provveduto alla liquidazione, non potendosi pertanto attribuire il pur insufficiente risarcimento ad una condotta della
Venendo alla quantificazione delle sanzioni, ai sensi dell’art. 25 septies co 2 D.L.vo 231/2001 deve essere individuata quale pena base quella di 250 quote da €258 ciascuna, per un totale di € 64.500, ridotta della metà ai sensi dell’art 12 co. 1 lett a) D.L.vo 231/01 ad €32.250,00, ed ancora ridotta ad € 21.500,00 per il rito.
Ai sensi dell’art. 69 D.L.vo 231/2001 segue ex lege la condanna al pagamento delle spese processuali.
Precedente Previous post: Responsabilitá del DL in caso di comportamento negligente del lavoratore, preventivamente intuibile.
Continua Next post: Limite dell’onere del controllo del DL- Assenza di responsabilità per condotta estemporanea ed imprevedibile del lavoratore .