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Timestamp: 2017-12-16 13:06:47+00:00
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Matched Legal Cases: ['art.3', 'art.21', 'art.21', 'art.21', 'art.299', 'art.21', 'art. 1123', 'art. 1124', 'art. 1123', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 3', 'art. 16', 'art. 71', 'art. 637', 'art. 638', 'art. 70', 'art. 17', 'art. 17']

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Buoni lavoro anche in condominio, la riforma…
Posted on novembre 10, 2016 by Cosimo Silva
Finalmente consigliabili i voucher PER LE PRESTAZIONI OCCASIONALI in condominio
“Ecco alcune delle ultime normative in materia di Condominio e gestione immobiliare, se sei interessato a conoscere altro o ti serve un Amministratore Professionale per il tuo Condominio, contattaci per una consulenza gratuita…”
Con il D’LGS 151/2015 del 24 Settembre – “Nei confronti dei lavoratori che effettuano prestazioni occasionali di tipo accessorio, ai sensi dell’articolo 70 e seguenti del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, e successive modificazioni e integrazioni, il presente decreto legislativo e tutte le altre norme speciali vigenti in materia di sicurezza e tutela della salute si applicano con esclusione dei piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresi l’insegnamento privato supplementare e l’assistenza domiciliare ai bambini, agli anziani, agli ammalati e ai disabili.” – NB: testo vigente fino al 23 settembre 2015 Il lavoro accessorio (una volta detto anche ‘occasionale’) è stata la risposta dal legislatore all’esigenza di far emergere e tutelare i lavoratori irregolari, utilizzati sporadicamente. Seppur le coperture INPS e INAIL fossero comprese nel buono lavoro detto voucher, l’aspetto di sicurezza sul lavoro è sempre stato chiaro quanto misconosciuto: il testo di legge sopra riportato spiegava molto bene che chiunque – escluso il lavoro domestico, che non è di condominio – utilizzasse un voucherista, diventava datore di lavoro con tutti i risvolti di tutela dovuti al d.lgs. 81/2008 (DVR, nomina RSPP, addetti, forse medico competente, relative formazioni, eccetera eccetera). Un quadro molto peggiore dell’assunzione di un lavoratore con CCNL di proprietari di fabbricati, soggetti ad un’applicazione parecchio più limitata della normativa.
Il lavoro con voucher nel condominio andava sconsigliato al massimo livello e nel numero di settembre 2014 di questa rivista lo abbiamo affermato con chiarezza.
Nell’anno 2015 sono avvenute due importanti modifiche sull’istituto del lavoro accessorio: la prima con il d.lgs. 81/2015, che ha vietato espressamente l’utilizzo di voucheristi in appalti o somministrazioni ed ha elevato il monte compensi annuale in 7.000 euro, la seconda con il fondamentale d.lgs. 151/2015, uno dei decreti attuativi del Jobs Act, che dal 24 settembre ha significativamente modificato il testo dell’art.3 comma 8 del d.lgs. 81/2008, che ora recita:
Nei confronti dei lavoratori che effettuano prestazioni di lavoro accessorio, le disposizioni di cui al presente decreto e le altre norme speciali vigenti in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori si applicano nei casi in cui la prestazione sia svolta a favore di un committente imprenditore o professionista. Negli altri casi si applicano esclusivamente le disposizioni di cui all’articolo 21. Sono comunque esclusi dall’applicazione delle disposizioni di cui al presente decreto e delle altre norme speciali vigenti in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori i piccoli lavori domestici a carattere straordinario, compresi l’insegnamento privato supplementare e l’assistenza domiciliare ai bambini, agli anziani, agli ammalati e ai disabili.
Le norme di sicurezza per la tutela del lavoratore con voucher si applicano in toto solo per un “committente imprenditore o professionista”. Il termine committente è certamente improprio, perché chi dà lavoro con voucher sarà piuttosto datore di lavoro, dovendo applicare tutto il decreto 81/2008; altrimenti, se fosse committente, l’imprenditore o il professionista affiderebbe opere al voucherista come lavoratore autonomo e si applicherebbe esclusivamente l’art.21, cosa invece esplicitamente prevista solo nel caso di committenti non imprenditori e non professionisti: per esempio i condomìni. In questo caso, per noi così interessante, l’uso della parola committente non è improprio, perché la previsione di applicazione dell’art.21 equipara il voucherista a un lavoratore autonomo. Ecco a seguire il testo dell’art.21 del d.lgs. 81/2008:
1) I componenti dell’impresa familiare di cui all’articolo 230-bis del codice civile, i lavoratori autonomi che compiono opere o servizi ai sensi dell’articolo 2222 del codice civile, i coltivatori diretti del fondo, i soci delle società semplici operanti nel settore agricolo, gli artigiani e i piccoli commercianti devono:
a) utilizzare attrezzature di lavoro in conformità alle disposizioni di cui al titolo III;b) munirsi di dispositivi di protezione individuale ed utilizzarli conformemente alle disposizioni di cui al titolo III;c) munirsi di apposita tessera di riconoscimento corredata di fotografia, contenente le proprie generalità, qualora effettuino la loro prestazione in un luogo di lavoro nel quale si svolgano attività in regime di appalto o subappalto.
2) I soggetti di cui al comma 1, relativamente ai rischi propri delle attività svolte e con oneri a proprio carico hanno facoltà di:
Solo le lettere a) e b) del comma 1 sono obblighi cogenti (i voucheristi sono esclusi dagli appalti e il comma 2 parla di facoltà e non di obblighi), per cui letto con rigore il Jobs Act con il decreto 151/2015 precisa che i nuovi e soli obblighi di sicurezza del lavoro per i lavoratori con voucher in condominio sono, di fatto, garantire l’uso di attrezzature e dispositivi di protezione individuale a norma di legge.
E’ bene però ragionare con cautela. Se, senza dubbio, in condominio non ci si dovrà più preoccupare della necessità di DVR, RSPP eccetera, e se si può ora tranquillamente affermare che il lavoro con voucher diventa economicamente conveniente per lavori anche su parti comuni, e non solo nella cantina del condòmino, altrettanto indubbiamente va ribadito il principio di effettività affermato dalla giurisprudenza e sancito dall’art.299 del d.lgs. 81/2008: chi comanda, tutela.
Un voucherista privo di autonomia e fornito di materiali, attrezzature e abbigliamento dal condominio, è senza se e senza ma un lavoratore dipendente, e va tutelato. Approfittiamo volentieri delle agevolazioni introdotte dall’art.21, ma con cautela conviene aggiungere l’accertamento dell’idoneità del lavoratore e una idonea formazione-informazione, in funzione del tipo di lavoro e delle competenze e/o esperienze pregresse del lavoratore.
In conclusione, trattiamo il lavoratore con voucher come se fosse un tradizionale dipendente di condominio. E’ ugualmente un grande passo avanti rispetto al passato, un passo avanti auspicato ma che va utilizzato con saggezza.
FONTE: CondominioNews.com
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Scopri alcuni dei servizi che ti offre la Cs Gestione Immobiliare
Posted on maggio 5, 2016 by Cosimo Silva
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2. Successioni
3. Accatastamenti, volture e variazioni catastali
4. Idoneità alloggiativa per ricongiungimento familiare
5. Redazioni pratiche di Agibilità
6. Progettazione e redazioni pratiche C.I.L.A./S.C.I.A.
7. Progettazione e redazioni pratiche P.d.C
8. Redazioni Tabelle Millesimali
9. Progettazioni d’interni e di design
10. Ricorsi alla Commissione Tributaria Provinciale
11. Ricorsi alla Commissione Tributaria Regionale
12. Consulenza tecnica di parte (C.T.P.)
13. Rilievi architettonici e fotografici
14. Perizie e Stime immobiliari
15. Redazione Regolamento di condominio
16. Ricostruzione Bilancio condominiale
17. Contabilità ordinaria condominiale
18. Redazione 770
19. Contratti di locazione
20. Consulenza legale condominiale
21. Amministrazione condominiale
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Come ripartire in condominio le spese di manutenzione per gli ascensori?
Posted on marzo 29, 2016 by Cosimo Silva
Quante volte vi siete domandati se esiste la possibilità di proporre all’assemblea di deliberare una maggiorazione delle spese per i condòmini che usano di più gli impianti di ascensori?
Si, questa possibilità esiste ma è molto difficile che possa essere attuata; vediamo perché.
Le spese per la manutenzione dell’ascensore, quelle per l’illuminazione e la pulizia delle scale ed in generale quelle connesse all’utilizzazione delle parti comuni sono raggruppate concettualmente nel novero delle così dette spese d’uso, a cui criteri di ripartizione in generale è dedicato l’art. 1123, terzo comma, c.c. e per casi specifici gli artt. 1124-1125-1126 c.c.
Rispetto alle spese d’uso spone spesso il problema di comprendere che cosa debba intendersi per utilizzazione.
Quando è stata chiamata a pronunciarsi, la Corte di Cassazione ha affermato che ai fini della determinazione dei criteri di ripartizione delle spese “si deve avere riguardo all’uso che ciascun partecipante può farne, cioè al godimento potenziale e non al godimento effettivo, e, quindi, non all’uso che effettivamente ne faccia o non ne faccia” (Cass. n. 13161/91).
L’esempio delle spese di manutenzione delle scale (art. 1124 c.c.) spiega chiaramente questo concetto. Nel determinare i criteri di riparto indicati dalla norma non si ha riguardo al fatto che un condomino abbia l’appartamento sfitto o lo utilizzi ai fini commerciali o professionali e non abitativi.
Di chi è l’ascensore? Di chi paga le spese di manutenzione.
Le concrete modalità di utilizzazione non incidono sulla determinazione dei criteri legali di ripartizione delle spese.
Questa la regola generale. Esiste, però, un’eccezione: la possibilità di accordarsi diversamente. Si tratta di quella “diversa convenzione” cui fa riferimento l’art. 1123, primo comma, c.c.
In buona sostanza al momento della formazione del regolamento contrattuale (da parte dell’originario unico proprietario o successivamente) è possibile prevedere una clausola che consenta di aumentare/diminuire le spese d’uso in ragione del più intenso e/o minore utilizzo concreto di determinate parti comuni.
Così, ad esempio, può considerarsi una decurtazione nelle spese di pulizia scale per chi ha un immobile sfitto (magari con le utenze scollegate) oppure una maggiorazione in ragione della destinazione (ed esempio utilizzazione per studio medico).
In ognuno di questi casi serve anche il consenso del proprietario dell’unità immobiliare interessata dalla spesa: non si tratta di una materia di competenza dell’assemblea, ma di una scelta che può essere assunta solamente da tutti i condòmini.
Un’altra opzione è quella di prevedere con un accordo tra tutti i condòmini un’estensione dei poteri dell’assemblea, ossia la possibilità di demandare all’assise la decisione in merito alla possibilità di aumentare/diminuire le spese d’uso in base alla maggiore/minore utilizzazione connessa alla destinazione/non uso.
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LA LEGGE DI STABILITA’ “ARRICCHISCE” L’ANAGRAFE CONDOMINIALE
Posted on gennaio 29, 2016 by Cosimo Silva
Roma lì, 26/01/2016 La L. n. 208 del 28/12/15 detta anche “legge di stabilità 2016” all’art. 1, 59° comma, è intervenuta modificando l’art. 13, 1° comma, della L. n. 431/98, riguardante i contratti di locazione ad uso abitativo. La nuova norma recita: “[…]. È fatto carico al locatore di provvedere alla registrazione nel termine perentorio di trenta giorni, dandone documentata comunicazione nei successivi sessanta giorni, al conduttore ed all’amministratore del condominio, anche ai fini dell’ottemperanza agli obblighi di tenuta dell’anagrafe condominiale di cui all’articolo 1130, numero 6), del codice civile”.
La modifica riguarda l’obbligo imposto al proprietario dell’unità immobiliare, di comunicare all’amministratore di condominio gli estremi della registrazione del contratto. Detta norma sancisce, infatti, il principio che non è più sufficiente la semplice comunicazione all’amministratore del nome del conduttore: entro sessanta giorni dalla registrazione del contratto dovranno essere comunicati anche gli estremi di detto adempimento. Quanto all’aggettivo usato dal legislatore “comunicazione documentata” sembrerebbe fare riferimento alla necessità di allegare alla comunicazione copia della ricevuta di registrazione o quanto meno un suo estratto.
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Detrazioni fiscali per Ristrutturazioni ecco le novità!
Posted on gennaio 7, 2016 by Cosimo Silva
Nel caso d’interventi edilizi comportanti ristrutturazione mediante demolizione e/o ampliamento, quando il committente ha diritto ad usufruire delle detrazioni fiscali del 50% della spesa effettuata?
Il termine ristrutturazione può assumere differenti significati a seconda che lo si declini nel suo significato comune o in quello attribuitogli dal testo unico in materia edilizia (cfr. art. 3 d.p.r. n. 380/01).
In questo contesto è utile ricordare che qualora con il termine ristrutturazione intendessimo fare riferimento ad opere di manutenzione ordinaria (es. piccole sostituzioni, ri-pitturazione, ecc.), allora dovremmo ricordare che la detrazione fiscale per questo genere d’interventi è fruibile solamente se si tratta di opere riguardanti le parti comuni di un edificio in condominio (cfr. art. 16-bis, primo comma lett. a), d.p.r. n. 917/86).
Svolta questa doverosa premessa definitoria, è bene comprendere quali interventi ed a che condizioni possano fruire della detrazione fiscale del 50% su una spesa massima di € 96.000,00 (il beneficio fiscale nella misura così indicata sarà valido anche per l’anno 2016, data la sua proroga contenuta nella legge di stabilità per quell’anno).
Al riguardo è utile volgere lo sguardo alle indicazioni fornite dall’agenzia delle entrate nelle proprie guide e circolari sull’intricata materia delle agevolazioni fiscali per interventi di ristrutturazione edilizia.
Così sulla Guida dell’ente rilasciata nell’aprile 2015 si legge che:
“- per la demolizione e ricostruzione con ampliamento, la detrazione non spetta in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una “nuova costruzione”
Questi stessi criteri si applicano anche agli interventi di ampliamento previsti in attuazione del cosiddetto Piano Casa (Ris. Agenzia delle Entrate n. 4/E del 2011)” (Fonte: Guida Agenzia entrate, edizione aggiornata ad aprile 2015 (Clicca qui per Saperne di più)
Chi esegue interventi di ristrutturazione edilizia, quindi, avrà diritto alla detrazione solamente per quelle opere che incidono sull’edificio esistente senza ampliarlo o sostituirlo ex novo anche se con altro identico al precedente. Ciò vuol dire che il significato di ristrutturazione edilizia in ambito fiscale è differente da quello specificato nel testo unico ed anche se il d.p.r. n. 917/86 fa espresso rimando alle definizioni di cui al testo unico per l’edilizia al fine di individuare gli interventi che possono fruire della detrazione, tali riferimento debbono intendersi mitigati dall’interpretazione fornitane dall’agenzia delle entrate.
Così, ad esempio, se Tizio decide di ristrutturare una parte della sua casa e di ampliarla parzialmente in base a quanto stabilito dal così detto piano casa, egli avrà diritto alla detrazione per quanto riguarda le opere di ristrutturazione e non per quelle di ampliamento. Conseguentemente l’impresa esecutrice dovrà specificare chiaramente la spesa per l’uno e per l’altro intervento al fine di consentire al committente di beneficiare della detrazione in esame.
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Tempo di “Consuntivi”, ecco Gli obblighi contabili a carico dell’amministratore !
Posted on dicembre 16, 2015 by Cosimo Silva
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Il conto corrente potrebbe diventare il nuovo (reale) rendiconto, e, questo, spiegherebbe perché il legislatore fa riferimento al registro di contabilità (in cui devono essere annotati in ordine cronologico) i singoli movimenti, che ricorda un estratto conto bancario. In altri termini, facendo transitare tutti i movimenti sul conto corrente ci sarà la possibilità di ricostruire la gestione contabile del condominio in qualsiasi momento (in base agli estratti conto), anche solo “incrociando” i dati del rendiconto (o le fatture e le ricevute per le spese del condominio) con i dati del conto corrente
i rendiconti che non coincidono con l’anno solare (es. aperti a marzo e chiusi ad aprile dell’anno successivo),
La banca segna (cronologicamente) un’operazione, in entrata o in uscita, solo quando la somma è effettivamente versata sul conto o solo quando la somma è effettivamente prelevata dal conto, la banca alla fine di un dato periodo tira una somma e indica il totale saldo (a debito o a credito). Il risultato così ottenuto può essere dichiarato come corrispondete alla situazione reale. Se, invece, la banca indicasse in entrata somme che nessuno ha mai versato o se indicasse, in uscita, somme che nessuno ha mai prelevato, nel momento in cui venisse presentato il c.d. “estratto conto” (il “rendiconto”), la banca rappresenterebbe una situazione che può essere tranquillamente definita come non corrispondete alla realtà (con tutte le conseguenze derivanti da questa affermazione).
Questo spiega perché il legislatore con la riforma ha previsto che il rendiconto (come documento) è formato da un registro cronologico di contabilità (che tornado all’esempio del conto corrente bancario può essere assimilato all’estratto conto) nel quale vanno annotate entro 30 giorni dalla loro effettuazione tutte le operazioni in entrata e in uscita (la verifica del rendiconto – registro di contabilità – è possibile oltre che sulla base dei c.d. giustificativi di spesa anche in base al conto corrente condominiale sul quale devono transitare tutte le somme in entrata o in uscita).
Per contestare quanto detto, di solito, si afferma che se nel rendiconto si inseriscono solo le spese effettivamente pagate e non si inseriscono le spese non effettivamente pagate, (es. fattura di lavori deliberati ed eseguiti, ma non pagati per mancanza di liquidità), non c’è (o non ci sarebbe) la possibilità recuperare le somme ancora da pagare (o quanto dovuto dai proprietari). A questo rilievo si può facilmente replicare che si confondono due piani differenti, infatti, si confonde il piano del rendiconto (e della sua “conformità” alla situazione reale) con il recupero delle risorse necessarie e dei mezzi a disposizione dell’amministratore per coprire le spese. Ora, (sorvolando sull’importanza di un preventivo di spesa “congruo”) è possibile recuperare le somme per coprire le spese in due modi: a) usando i decreti ingiuntivi per colpire i morosi; b) programmando la costituzione di fondi cassa per poter far fronte ai ritardi o alle difficoltà di pagamento dei singoli proprietari e la riforma del condominio oltre ad ammettere la possibilità di creare fondi o riserve, prevede che in caso di lavori straordinari deve essere previsto un fondo specifico (1134 c.c. n. 4).
Per contestare l’applicabilità del principio di cassa al rendiconto condominiale (oggi registro contabilità) si sostiene che se si applicasse il principio di cassa non sarebbe possibile ripartire le spese condominiali tra vecchio e uovo proprietario. A questa obiezione si può facilmente replicare osservando che 1) l’amministratore di condominio ha rapporti solo con i proprietari delle unità immobiliari site nel condominio e non ha rapporti con coloro che hanno perso la qualifica di proprietario, (la solidarietà nel debito per gli oneri condominiali verso il condominio è una norma eccezionale a vantaggio del condominio che non modifica questo principio); 2) non spetta all’amministratore ripartire le spese tra vecchio e nuovo proprietario, in quanto si tratta di una vicenda lasciata alla libera contrattazione delle parti (infatti, le parti contrattuali possono decidere che tutti gli oneri condominiali saranno a carico dell’acquirente oppure in base al numero pari o dispari delle fatture di pagamento); 3) tra le tante teorie elaborate per individuare un criterio di ripartizione delle spese tra vecchio e nuovo proprietario (principio che non influenza il metodo di redazione del rendiconto del condominio, trattandosi di una mera ripartizione interna, tra due soggetti che si succedono nel tempo, priva di rilevanza verso il condominio) la giurisprudenza ha individuato il criterio relativo alla distinzione tra spese di ordinaria amministrazione e spese di straordinaria amministrazione.
Durante la redazione del registro di contabilità si pone anche un’altra domanda: è opportuno inserire nel registro di contabilità anche i pagamento ricevuti e relativi a conguagli degli anni precedenti ? la risposta è sicuramente positiva, (del resto, il legislatore, non limita il registro di contabilità solo alle operazioni dell’anno), anzi, aumenta la chiarezza del documento, la trasparenza dell’amministrazione e avvicina ancora di più il registro di contabilità al conto corrente. Questo accorgimento permette di tutelare meglio al posizione dell’amministratore, il quale dichiara tutto quello che ha incassato e tutela i proprietari che hanno un altro documento a propria disposizione per documentare il pagamento dei conguagli.
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Niente più Amministratori di Condominio fai da te…la riforma cambia tutto!
Posted on novembre 5, 2015 by Cosimo Silva
“Ecco alcune delle ultime normative in materia di Condominio e gestione immobiliare, se sei interessato a conoscere altro, contattaci per una consulenza gratuita…”
La figura dell’amministratore di condominio è stata disciplinata dal legislatore principalmente nel codice civile, ove ne è prevista la nomina e ne sono regolati facoltà, competenze e doveri. La ratio di tale espressa previsione risiede nel fatto che si è ritenuta necessaria ed utile la presenza di un “gestore” ufficiale dei beni comuni. A ben vedere, infatti, la gestione di un edificio di condominio (sia per la natura dei beni che lo compongono, sia per la complessità dei rapporti che in esso si svolgono) dà vita, inevitabilmente, ad una notevole quantità di problematiche che solo attraverso un approccio professionale e competente possono essere risolte.
Il risultato è che, oltre al gruppo delle norme più specificatamente condominiali(articoli dal 1117 al 1139 del codice civile), al suddetto rapporto si è ritenuto applicabile anche il gruppo di regole previste per il contratto di mandato nel quale, secondo la legge, “una parte (mandatario) si obbliga a compiere uno o più atti giuridici per conto dell’altra (mandante)”.
Tale principio viene confermato anche dalla nuova legge di riforma del condominio.
La professione di amministratore di condominio è stata oggetto di due importanti disposizioni normative: la riforma del condominio (L. 220/2012) e la legge sulle professioni non regolamentate (L. 4/2013). L’insieme di norme delinea una figura professionale che deve essere dotata di una stabile struttura organizzativa e di mezzi adeguati all’incarico; ciò al fine di gestire in modo rigoroso e preciso i fabbricati a lui affidati.
inoltre, dal giugno 2013 chi è nominato amministratore deve aver frequentato un corso di formazione iniziale e deve svolgere attività di formazione periodicain materia di amministrazione condominiale. Quindi chi vuole diventare amministratore di condominio non può svolgere tale attività senza un corso di formazione iniziale e senza un costante aggiornamento.
Il primo comma dell’art. 71bis disp. att.ve c.c. indica sette requisiti necessari per la nomina ad amministratore di condominio.
I primi cinque, dalla lettera “a” sino alla lettera “e”, riguardano l’onorabilità; gli ultimi due (lettere “f” e “g”), attengono alle competenze professionali.
L’amministratore non deve dimostrarne il possesso all’atto della nomina, salvo che insorgano contestazioni (a tal fine può essere utile l’attestazione di cui alla L. 4/2013). Il possesso dei requisiti deve nondimeno sussistere al momento della nomina e deve persistere per tutto lo svolgimento dell’incarico.
I primi commentatori ritengono che possa essere riferito anche ad eventi infamanti intercorsi prima dell’entrata in vigore della riforma che ha introdotto le nuove regole (salvi gli effetti della riabilitazione).
Il codice prevede che possano svolgere l’incarico di amministratore di condominio coloro che:
a) hanno il godimento dei diritti civili.
Nel nostro ordinamento si distingue tra capacità giuridica (attitudine di un persona ad essere titolare di diritti e di doveri che si acquista al momento della nascita) e capacità di agire (capacità di disporre dei propri diritti). Le cause principali per le quali la capacità di agire può essere esclusa o limitata attengono alla mancanza o ad una riduzione della capacità di intendere e di volere.
Per dimostrare di possedere tale requisito è possibile ottenere il certificato di godimento dei diritti civili – rilasciato dalla cancelleria del Tribunale competente; il documento attesta che, nei cinque anni precedenti la richiesta, nei confronti del richiedente non siano stati emessi provvedimenti di interdizione, inabilitazione o fallimento, né siano in corso procedure aventi lo stesso oggetto.
Tale attestazione può essere fornita anche a mezzo autocertificazione.
b) non sono stati condannati per delitti contro la pubblica amministrazione, l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica, il patrimonio o per ogni altro delitto non colposo per il quale la legge commina la pena della reclusione non inferiore, nel minimo, a due anni e, nel massimo, a cinque anni.
La condizione in esame distingue i delitti in due macro categorie:
Delitti contro la pubblica amministrazione, l’amministrazione della giustizia, la fede pubblica ed il patrimonio. Tali casi riguardano buona parte dei delitti di cui al secondo libro del codice penale e non prevedono una soglia di gravità (ad esempio: art. 637 c.p. “ingresso abusivo nel fondo altrui” o art. 638 c.p. “Uccisione o danneggiamento di animali altrui”.
Ogni altro delitto non colposo (quindi doloso) per il quale sussistano allo stesso tempo due caratteristiche: pena edittale minima non inferiore a due anni e pena edittale massima non inferiore a cinque anni.
c) non sono stati sottoposti a misure di prevenzione divenute definitive, salvo che non sia intervenuta la riabilitazione.
Le misure di prevenzione, a differenza delle misure di sicurezza, vengono disposte indipendentemente dalla commissione di un delitto. La dottrina le descrive quali strumenti di controllo e di repressione nei confronti di soggetti sospettati di attività illecite e nei confronti dei quali non si è ancora raggiunta una prova sufficiente all’applicazione delle misure cautelari vere e proprie. Sono attualmente disciplinate dal D.Lgs. 6.9.2011, n. 159 (Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione). Possono essere sia di carattere personale (ad esempio, l’avviso orale, il foglio di via obbligatorio e la sorveglianza speciale della p.s.) sia di carattere patrimoniale (ad esempio, il sequestro e la confisca). Sono irrogate dal questore, ma per alcune di esse, dall’autorità giudiziaria.
L’art. 70 D.Lgs. cit. prevede la possibilità di “sanare” le conseguenze negative delle misure di carattere personale grazie all’istituto della riabilitazione, che si può ottenere decorsi tre anni dalla cessazione della misura di prevenzione, se il soggetto ha dato prova costante ed effettiva di buona condotta. Cessano così tutti gli effetti pregiudizievoli riconnessi alla misura.
d) non sono interdetti o inabilitati.
L’interdizione e l’inabilitazione sono istituti a seguito dei quali un soggetto viene limitato della capacità di agire ed affiancato da un tutore o da un curatore. Ciò si verifica in caso di impossibilità totale o parziale di provvedere ai propri interessi.
e) il cui nome non risulta annotato nell’elenco dei protesti cambiari.
Il protesto è l’atto pubblico attraverso il quale i pubblici ufficiali attestano il mancato pagamento di una cambiale, pagherò cambiario o tratta, oppure di un assegno bancario o postale. Tale evento risulta inserito nel c.d. “Registro informatico dei protesti”, la cui competenza è attribuita alle Camere di Commercio. Bisogna, però, distinguere a seconda che si tratti di una cambiale (e cioè di strumento di credito) o di un assegno (e cioè di un mezzo di pagamento).
Per le cambiali, il debitore che, entro 12 mesi dalla data di levata del protesto, ha provveduto al pagamento della cambiale, unitamente agli interessi maturati ed alle spese per il protesto, ha diritto di ottenere la cancellazione dal Registro informatico, presentando apposita istanza alla Camera di Commercio territorialmente competente. Viceversa, se il debitore ha provveduto al pagamento della cambiale dopo i dodici mesi dalla levata del protesto, ha diritto di ottenere la cancellazione solo dopo avere ottenuto la riabilitazione ex art. 17 Legge n. 108/1996 con decreto del Presidente del Tribunale. Per la riabilitazione, è necessario non soltanto che il debitore abbia pagato il debito cambiario, ma, altresì, che non abbia subito ulteriori protesti e che sia decorso un anno dalla levata del protesto. Una volta ottenuto il decreto di riabilitazione, l’interessato può presentare istanza di cancellazione dal Registro informatico alla Camera di Commercio territorialmente competente.
Per gli assegni bancari e postali, invece, trattandosi di un mezzo di pagamento, a migliore tutela del bene della fede pubblica, il debitore non può ottenere la cancellazione dal Registro informatico se non ai sensi dell’art. 17 cit.
Gli amministratori dovranno soddisfare due requisiti fondamentali:
aver svolto un corso di formazione iniziale
svolgere formazione periodica annuale.
Tali prescrizioni sono lodevoli e si allineano ad una qualificazione “professionale” della figura dell’amministratore.
A tal proposito il Governo ha emanato il D.L.“Destinazione Italia” 23 dicembre 2013 n. 145 demandando al Ministero della giustizia la determinazione dei requisiti per l’esercizio dell’attività di formazione e per le modalità di svolgimento della formazione medesima.
l Ministro della giustizia, con il regolamento n. 140/2014 che entra in vigore il 9 ottobre 2014, è intervenuto a dettare le regole relative all’obbligo di formazione…
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La Cassazione decide sulla ripartizione delle spese per i pianerottoli e le scale in Condominio!
Posted on settembre 10, 2015 by Cosimo Silva
La Cassazione del 21.5.2015 n. 10483 ha affermato che le scale, con i relativi pianerottoli, costituiscono strutture funzionalmente essenziali del fabbricato e rientrano, pertanto, fra le parti di questo che, in assenza di titolo contrario, devono…
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Lo sapevi che… Il Codice Fiscale è obbligatorio anche nei condomini con tre appartamenti?
Il codice fiscale del condominio è obbligatorio per usufruire della detrazione delle spese per interventi edilizi. Anche quando si tratta di un condominio composto da tre appartamenti. Nel caso in cui il condominio sia sprovvisto del codice fiscale.
Se ti va di sapere altro sul tuo condominio, contattaci e non esiteremo a contattarti per una consulenza gratuita…
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Proroga per la presentazione del 770
Posted on settembre 10, 2015 by csgestioneimmobiliare
Ricordiamo che il termine per la presentazione del 770/2015 relativo al periodo d’imposta 2014 fissato per il 31 luglio 2015 è stato prorogato al 21 SETTEMBRE P.V. e costituisce rinvio del termine utile per procedere al versamento tardivo o carente di ritenute operate nel 2014 con sanzioni ridotte al 3,75% oltre a interessi legali. Trascorso tale termine sarà ancora possibile procedere alla regolarizzazione ma con percentuali, seppur ridotte, più alte.
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Buoni lavoro anche in condominio, la riforma...
Il regolamento condominiale che vieta di tenere gli animali domestici in condominio è nullo!
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