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Timestamp: 2018-12-19 06:39:34+00:00
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Assegno di mantenimento: su quali parametri viene calcolato
> Diritto e Fisco Pubblicato il 11 Luglio 2018
Come cambia l’assegno di divorzio dopo la sentenza delle Sezioni Unite: la nuova sentenza che ripristina il tenore di vita della coppia come elemento per determinare l’ammontare dell’assegno.
Le Sezioni Unite della Cassazione si sono finalmente espresse sulla sorte dell’assegno di mantenimento dopo il divorzio (meglio detto assegno divorzile). La sentenza [1] era fortemente attesa da numerose coppie: da un lato, dai mariti, che l’anno scorso avevano accolto con gioia l’apertura della Cassazione [2] secondo cui il divorzio cancellerebbe definitivamente ogni legame, anche economico, tra i coniugi; dall’altro lato dalle mogli, costrette invece, per ottenere l’assegno, a dimostrare di essere nell’impossibilità, fisica o di salute, di potersi mantenere da sole.
Mentre i tentativi di una riforma della legge si sono arenati con la precedente legislatura, i giudici hanno preso in mano le redini della situazione stabilendo un nuovo corso della storia. Ecco dunque come cambia l’assegno di divorzio a seguito dell’odierna sentenza delle Sezioni Unite. Ma prima ancora dobbiamo capire come e perché si è formato il contrasto interpretativo.
1 La sentenza Grilli: cancellato l’assegno di divorzio
2 I primi contrasti in giurisprudenza
3 La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione dell’11 luglio 2018
4 Addio al tenore di vita
La sentenza Grilli: cancellato l’assegno di divorzio
Il 10 maggio del 2017, la prima sezione della Cassazione è uscita con una sentenza a dir poco rivoluzionaria. Il principio affermato era pressappoco il seguente: il divorzio cancella ogni legame di solidarietà tra i coniugi. Il matrimonio non può essere un’assicurazione sulla vita per chi ha il reddito più basso. Ciascuno si deve assumere le responsabilità delle proprie scelte. Per cui, il coniuge con il reddito più elevato non è tenuto a garantire all’ex lo stesso tenore di vita di cui godeva durante il matrimonio se questi è autosufficiente ossia ha una propria “indipendenza economica”. Peraltro non contano le condizioni effettive di quest’ultimo ma quelle potenziali: se cioè è giovane e in buona salute, deve trovarsi un lavoro. Insomma, il mantenimento non spetta quando c’è autosufficienza.
Risultato: chi chiede il contributo mensile deve poter dimostrare di non essere nelle condizioni – non per propria colpa – di mantenersi da solo. Il che significa che deve avere un’età avanzata (oltre i 45 anni) o una condizione di salute che gli impedisce di trovare lavoro. Al contrario, se la giovane età e la formazione gli consentono di impiegarsi nel mondo lavorativo, anche se al momento è disoccupato non può richiedere l’assegno divorzile.
Veniamo alla quantificazione del contributo. L’assegno deve corrispondere allo stretto necessario a garantire l’indipendenza economica. Il che vuol dire che chi ha già delle entrate dignitose non può chiedere alcuna integrazione anche se ha sposato una persona milionaria.
La nuova interpretazione investe solo le regole sull’assegno di divorzio e non quelle per l’assegno dovuto dopo la separazione il quale resta vincolato al precedente tenore di vita della coppia. Stesso discorso per il mantenimento dei figli, i quali conservano il diritto a ottenere lo stesso tenore che avevano quando ancora i genitori erano sposati.
I primi contrasti in giurisprudenza
La sentenza Grilli aveva trovato il favore di numerosi tribunali (primo tra tutti quello di Milano). Altri invece hanno preferito sposare la vecchia linea. La stessa Cassazione ha, successivamente, dimostrato di non condividere l’orientamento più innovativo, stabilendo che l’assegno di divorzio deve comunque fare i conti con una serie di ulteriori parametri come la durata del matrimonio e il reddito basso dell’ex [3].
La sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione dell’11 luglio 2018
Se non è una marcia indietro, poco ci manca. Secondo la nuova sentenza della Cassazione il divorzio non cancella un bel niente. Anzi: il criterio dell’indipendenza o autosufficienza economica – dice la Corte – non trova alcun riscontro nella legge che detta i criteri per l’attribuzione e determinazione dell’assegno di divorzio. Inoltre non risulta chiaro a cosa ancorare tale autosufficienza: se alla pensione sociale, alla retribuzione degli operai e impiegati, alla classe economico-sociale di apparenza dei coniugi, ecc. Dunque il criterio dell’autosufficienza può comportare gravi ingiustizie, in particolare per i matrimoni di lunga durata ove il coniuge più debole che abbia rinunciato alle proprie aspettative professionali per assolvere agli impegni familiari improvvisamente deve mutare radicalmente la propria conduzione di vita.
Per cui l’assegno continua ad avere una funzione assistenziale del coniuge più debole economicamente, compensativa della differenza di reddito e quindi perequativa. Cosa significa in pratica? Al momento è molto difficile anticipare quelle che saranno le attuazioni concrete di questo principio ma la Corte fornisce qualche primo parametro per orientarsi. Viene detto che, per valutare l’entità dell’assegno di mantenimento bisogna considerare tre parametri oltre, ovviamente, al divario tra i due redditi:
il contributo alla formazione del patrimonio comune e personale, fornito dal coniuge che richiede l’assegno di mantenimento durante il periodo del matrimonio: se, ad esempio, la moglie ha fatto per una vita la casalinga consentendo al marito di fare carriera e di arricchirsi, avrà diritto ad avere una parte di questa ricchezza. Per valutare se il coniuge debole ha mezzi adeguati non bisogna guardare solo all’insufficienza oggettiva ma anche a ciò che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare;
la durata del matrimonio: bisogna tener conto di quanto è durato il matrimonio e valutare se il rapporto ha portato uno squilibrio nella realizzazione personale e professionale al di fuori della famiglia;
le potenzialità reddituali future;
l’età di chi chiede il mantenimento.
L’assegno divorzile ha anche una funzione di riequilibrare le condizioni delle parti, che però non serve a ricostituire il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma a riconoscere il ruolo del coniuge debole e il contributo fornito alla situazione economica al momento in cui cessano gli effetti civili del matrimonio. Il giudice deve accertare subito l’eventuale squilibrio creato dal divorzio, tenendo presente che lo scioglimento del vincolo deteriora le condizioni di vita del coniuge meno abbiente.
In sintesi: sull’assegno pesano il contributo al ménage, l’età dell’ex e la durata delle nozze. Oggi la Cassazione precisa che per stabilire se l’ex coniuge richiedente ha diritto all’assegno divorzile il giudice del merito deve «adottare un criterio composito», ma sempre «alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali». E «particolare rilievo» va riconosciuto «al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future ed all’età dell’avente diritto». Il parametro indicato, spiegano le Sezioni unite, «si fonda sui principi costituzionali di pari dignità e di solidarietà che permeano l’unione matrimoniale». Il contributo fornito alla conduzione della vita familiare costituisce il frutto di decisioni comuni di entrambi i coniugi, libere e responsabili, che possono incidere anche profondamente sul profilo economico patrimoniale di ciascuno di essi dopo la fine dell’unione matrimoniale.
La sentenza delle Sezioni Unite conferma comunque il fatto che l’assegno di divorzio non deve mirare a ricostruire il tenore di vita della coppia. Tuttavia ha una funzione di riequilibrare le condizioni delle parti. Serve quindi almeno a riconoscere il ruolo del coniuge debole e il contributo fornito alla situazione economica nel momento in cui cessano gli effetti civili del matrimonio.
La Cassazione, con la sentenza di ieri supera definitivamente il parametro del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio, ma rileva che con la sentenza Grilli l’assegno è stato «rigidamente» ancorato a «una condizione di mancanza di autonomia economica del tutto svincolata dalla relazione matrimoniale». Questa impostazione, sottolineano i supremi giudici, «omette di considerare che i principi di autodeterminazione e autoresponsabilità hanno orientato non solo la scelta degli ex coniugi di unirsi in matrimonio», ma «hanno determinato il modello di relazione coniugale da realizzare, la definizione dei ruoli, il contributo di ciascun coniuge alla attuazione della rete di diritti e di doveri». Da qui, il principio enunciato per cui, nel diritto all’assegno divorzile, conta il «contributo fornito alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto». Il riconoscimento dell’apporto dato deve tenere conto non solo del raggiungimento di un grado di autonomia economica tale da permettere l’autosufficienza, sulla base di un parametro astratto, ma deve in concreto, permettere un livello di reddito adeguato. Adeguatezza che non è più però al tenore di vita antecedente la rottura del legame matrimoniale, ma al contributo fornito nella relizzazione della vita familiare, tenendo conto poi delle aspettative economiche e professionali eventualmente sacrificate, in ragione dell’età del richiedente e della durata del matrimonio.
L’assegno deve in qualche modo contribuire a eliminare, o almeno a ridurre, lo squilibrio che viene a crearsi col divorzio; detto squilibrio non va considerato in astratto ma valutando le ragioni che l’hanno prodotto. In particolare bisogna valutare l’assunzione di un ruolo consumato in maniera prevalente o esclusiva all’interno della famiglia, compromettendo carriera o comunque aspettative di reddito, e all’apporto dato alla costituzione del patrimonio familiare. Il giudice, avvertono le Sezioni unite, dovrà procedere a un’attività complessa, che non dovrà però più distinguere la fase di decisione sull’esistenza del diritto all’assegno da quella della sua quantificazione. Dovrà invece procedere in primo luogo all’accertamento dello squilibrio determinato dal divorzio, facendo riferimento per esempio alle dichiarazioni dei redditi. Naturalmente poi lo squilibrio potrà avere diverse gradazioni quanto a rilevanza, valorizzando il principio di responsabilità. Anche perchè la sentenza è chiara nell’attribuire all’assegno una funzione di compensazione non (solo) assistenziale. «L’adeguatezza dei mezzi – osservano le Sezioni unite – deve, pertanto, essere valutata, non solo in relazione alla loro mancanza o insufficienza oggettiva, ma anche in relazione a quel che si è contribuito a realizzare in funzione della vita familiare e che, sciolto il vincolo, produrrebbe effetti vantaggiosi unilateralmente per una sola parte».
Sezioni Unite – Assegno divorzio – Ai fini del riconoscimento si deve adottare un criterio composito che, alla luce della valutazione comparativa delle rispettive condizioni economico-patrimoniali, dia particolare rilievo al contributo fornito dall’ex coniuge richiedente alla formazione del patrimonio comune e personale, in relazione alla durata del matrimonio, alle potenzialità reddituali future e all’età dell’avente diritto.
[1] Cass. S.U. sent. n. 18287/18 dell’11.07.2018.
[2] Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017.
[3] Cass. sent. n. 28994/17 e n. 7342/18.
Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 10 aprile – 11 luglio 2018, n. 18287
4. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione Lu. Ch., con richiesta, accolta con provvedimento del 30 ottobre 2017, di rimessione del ricorso alle Sezioni Unite. Ha resistito con controricorso Om. Co.. La parte ricorrente ha depositato memoria.
L’accoglimento del primo motivo determina l’assorbimento del secondo. Alla cassazione della sentenza impugnata consegue il rinvio alla Corte d’Appello di Bologna che dovrà attenersi al seguente principio di diritto: “Ai sensi dell’art. 5 c.6 della L. n. 898 del 1970, dopo le modifiche introdotte con la L. n. 74 del 1987, il riconoscimento dell’assegno di divorzio, cui deve attribuirsi una funzione assistenziale ed in pari misura compensativa e perequativa, richiede l’accertamento dell’inadeguatezza dei mezzi o comunque dell’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive, attraverso l’applicazione dei criteri di cui alla prima parte della norma i quali costituiscono il parametro di cui si deve tenere conto per la relativa attribuzione e determinazione, ed in particolare, alla luce della valutazione comparativa delle condizioni economico-patrimoniali delle parti, in considerazione del contributo fornito dal richiedente alla conduzione della vita familiare e alla formazione del patrimonio comune e personale di ciascuno degli ex coniugi, in relazione alla durata del matrimonio e all’età dell’avente diritto”.