Source: https://avvemilianomancino.blogspot.com/2013/11/
Timestamp: 2018-03-17 20:24:00+00:00
Document Index: 84145552

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 28', 'art. 177', 'art. 30', 'art. 28', 'art. 93', 'art. 2', 'art. 28', 'art. 609', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 2', 'art. 129', 'sentenza ', 'sentenza ']

Studio Legale Mancino: novembre 2013
Figli abbandonati, Consulta: sì a richiesta alla madre di revocare l'anonimato
l figlio adottivo che abbia compiuto il 25° anno di età potrà accedere alle informazioni sulle sue origini e nello specifico venire a conoscenza dell’identità della madre biologica, anche nel caso in cui quest’ultima, al momento della nascita, abbia esercitato la facoltà di rimanere anonima. L’istanza del figlio verrà fatta pervenire alla madre biologica, che potrà decidere se acconsentire alla rivelazione della propria identità o mantenere l’anonimato.
Lo ha sancito la Corte Costituzionale con la sentenza 22 novembre 2013, n. 178 dichiarando l’incostituzionalità parziale dell’art. 28 comma 7 della Legge n. 184/1983, come sostituito dall’art. 177 comma 2 del D.lgs n. 196/2003, nella parte in cui non prevedeva – attraverso un procedimento, stabilito dalla legge, che assicuri la massima riservatezza – la possibilità per il giudice di interpellare la madre – che abbia dichiarato di non voler essere nominata ai sensi dell’art. 30, comma 1, del d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato covile) su richiesta del figlio, ai fini di una eventuale revoca di tale dichiarazione.
Com’è noto, la legge n. 184/1983, rubricata “Diritto del minore ad una famiglia”, disciplina tra l’altro il procedimento giurisdizionale per l’adozione del minore d’età con efficacia legittimante. L’art. 28, come modificato prima dalla legge n. 149/2001 e poi dal D.lgs n. 196/2003, ante declaratoria di incostituzionalità in commento, prevedeva che “Il minore adottato e' informato di tale sua condizione ed i genitori adottivi vi provvedono nei modi e termini che essi ritengono più opportuni. (…). L'adottato, raggiunta l'età di venticinque anni, può accedere a informazioni che riguardano la sua origine e l'identità dei propri genitori biologici. Può farlo anche raggiunta la maggiore età, se sussistono gravi e comprovati motivi attinenti alla sua salute psico-fisica. L'istanza deve essere presentata al tribunale per i minorenni del luogo di residenza. (…) L'accesso alle informazioni non e' consentito nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata. In quest’ultima eventualità, l’art. 93 del D.lgs n. 196/2003 secreta anche le c.d. informazioni non identificative, ricavabili dal certificato di assistenza al parto o dalla cartella clinica, che il figlio può acquisire solo dopo che siano decorsi cento anni dalla nascita.
A distanza di otto anni dalla pronuncia del 2005, alla luce della conclusioni rassegnate nel caso Gondelli e considerata, a fronte dell’inerzia del nostro legislatore, l’urgenza di tutelare il diritto fondamentale alla conoscenza delle proprie origini, come declinazione del diritto alla propria identità personale garantito dall’art. 2 cost., la Consulta dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 28 Legge n. 184/1983 per violazione degli artt. 2 e 3 cost. Il vulnus è proprio rappresentato dalla irreversibilità del segreto: mentre la scelta per l’anonimato legittimamente impedisce l’insorgenza di una “genitorialità giuridica”, con effetti inevitabilmente stabilizzati pro futuro, non appare ragionevole che quella scelta risulti necessariamente e definitivamente preclusiva anche sul versante dei rapporti relativi alla “genitorialità naturale”: potendosi quella scelta riguardare, sul piano di quest’ultima, come opzione eventualmente revocabile (in seguito alla iniziativa del figlio), proprio perché corrispondente alle motivazioni per le quali essa è stata compiuta e può essere mantenuta.
Sentenza 18 - 22 novembre 2013, n. 278
(Presidente Silvestri - Redattore Grossi)
fonte: Altalex.com//Figli abbandonati, Consulta: sì a richiesta alla madre di revocare l'anonimato
Stupefacenti, no alla revoca della patente per chi ha patteggiato ante ‘99
Dopo l’annullamento dell’ordinanza che disponeva la misura degli arresti domiciliari nei confronti di un giovane, in relazione al reato di violenza sessuale (art. 609 bis c.p.), da parte del Tribunale di Roma, il Procuratore della Repubblica propone ricorso per cassazione. In sostanza, la difesa dell’indagato sostiene che la persona offesa abbia avuto un rapporto consensuale con lo stesso e che la sua reazione sia derivata dalla presa di coscienza dell’assenza di precauzioni e dal relativo timore di conseguenze non desiderate, come dimostrerebbe l’attenzione per la prescrizione della «pillola del giorno dopo». Le dichiarazioni della sorella e del fidanzato della persona offesa dovevano essere valutate. La Cassazione (sentenza 26446/13) ritiene, invece, meritevole di accoglimento il ricorso del procuratore, in quanto i giudici di appello hanno «omesso di argomentare in ordine al contenuto delle diverse dichiarazioni rese da persone informate sui fatti», circostanza, questa, che non può essere considerata irrilevante rispetto alla coerenza interna del provvedimento. Pertanto, l’ordinanza impugnata va annullata con rinvio per nuovo esame.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Rapporto sessuale consenziente? Questo lo dice lui, ma ci sono altre dichiarazioni da valutare
Non c’è legittima difesa senza il pericolo per la propria incolumità
La legittima difesa esige che il fatto sia commesso per la necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta. A ricordarlo è la Cassazione nella sentenza 26595/13.
Un uomo è stato condannato per il reato di lesioni personali gravi, in quanto, dopo aver scavalcato arbitrariamente nella fila che si era formata in un impianto caseario, al fine di caricare del siero di latte, alle proteste dello “scavalcato” aveva reagito violentemente, colpendolo ripetutamente al volto con pugni. L’imputato ha presentato ricorso in Cassazione, lamentando l’errata applicazione dei principi della legittima difesa. È stato lo stesso imputato a provocare la vittima con il proprio comportamento. La Suprema Corte ha sottolineato che per l’operare della scriminante è necessario difendere un diritto contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, mentre, nel caso concreto, un’offesa non era in atto e nessun pericolo correva il ricorrente per la propria incolumità. Infatti, la persona offesa, pur protestando per l’abuso subito, non era affatto in condizione, per l’età e le condizioni fisiche, di misurarsi con l’autore della violenza, persona molto più giovane e prestante. Inoltre, secondo i giudici di legittimità, la sentenza impugnata ha ampiamente spiegato che la vittima, in concreto, non ha posto in essere alcuna azione idonea a porre in pericolo l’incolumità dell’imputato, ma è stata, invece, malmenata dall’avversario con pugni assestati al volto. Pertanto, gli Ermellini, hanno rigettato il ricorso, ritenendo del tutto assertiva la tesi del ricorrente, secondo il quale egli era stato costretto dalla necessità di respingere un’offesa ingiusta. Infine, Piazza Cavour ha considerato improponibile anche la tesi subordinata dell’eccesso colposo in legittima difesa, posto che di quest’ultima non esistevano i presupposti legali.
Fonte: www.dirittoegiustizia.it /La Stampa - Non c’è legittima difesa senza il pericolo per la propria incolumità
Magistrati: sì alla responsabilità in caso di ritardo nel deposito delle sentenze
La Sezione disciplinare del Consiglio superiore della magistratura, con decisione del 2013, aveva inflitto a un magistrato la sanzione della perdita di anzianità di due mesi per avere depositato “nel periodo giugno 2003-marzo 2010 numerose sentenze con gravi ritardi, molte superiori ai 100-200 giorni, in un caso ai 300 giorni, mentre nel caso più grave il ritardo aveva raggiunto i 2.246 giorni”.
Il Csm aveva rilevato che il ritardo nel deposito “appariva grave, ingiustificato e reiterato”, soprattutto nel periodo in cui magistrato aveva svolto la funzione di giudice. In relazione, alle funzioni esercitate “ben 10 sentenze erano state depositate con un ritardo di circa tre anni”. Ma non è finita. Sempre secondo il Csm “il ritardo era altresì reiterato, riguardando almeno 40 sentenze, nonché grave, perché almeno per la metà dei depositi, superiore all’anno, con una punta di 1400 giorni”. In conclusione, i carichi e l’organizzazione del lavoro non potevano giustificare tali ritardi.
Il magistrato nel ricorso in Cassazione ha sostenuto un difetto di motivazione del provvedimento del Consiglio, che ha determinato la perdita dell’anzianità. Secondo le sezioni Unite la motivazione della sezioni disciplinare del Csm è immune da vizi logici e giuridici.
“Dalla lettura – fanno presente le sezioni Unite - della sentenza impugnata emerge infatti che la Sezione disciplinare, dopo avere evidenziato sia il considerevole numero di provvedimenti depositati in ritardo nonché la durata dl detti ritardi ‘per periodi di oltre tre anni, con punte superiori al 4 anni” ha dimostrato da un lato che tali comportamenti avevano caratterizzato tutta la carriera del magistrato, iniziando nel triennio 1982-1985 e procurandogli due procedimenti disciplinari tuttavia conclusi con esito a lui favorevole:
Sulla base ditali elementi di fatto la Sezione ha quindi concluso nel senso che i fatti oggetto di contestazione erano oggettivamente molto gravi e le omissioni costanti sì da non permettere Il contenimento della sanzione nei limiti dei minimo edittale, e di rendere necessaria l’applicazione di quella Immediatamente successiva”.
fonte: ilsole24ore/Magistrati: sì alla responsabilità in caso di ritardo nel deposito delle sentenze
SUPREMA CORTE DI CASSAZIONE-SEZIONE IV PENALE
Sentenza 26 settembre - 7 ottobre 2013, n. 41399
1) PROCURATORE GENERALE PRESSO CORTE D'APPELLO DI BARI;
2) D.F.A. N. IL (OMISSIS) - imputato;
Udito il Procuratore Generale in persona del Dott. Geraci Vincenzo, che ha concluso per l'annullamento senza rinvio perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato; invio degli atti al Prefetto in ordine alla sospensione della patente di guida.
1. Il Tribunale di Bari ha affermato la responsabilità dell'imputato in epigrafe in ordine al reato di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. A, commesso il (OMISSIS) e lo ha condannato alla pena di Euro 500 di ammenda.
2. Ha proposto appello l'imputato con atto qualificato come ricorso per cassazione, lamentando che la fattispecie in questione è stata depenalizzata sicchè erroneamente è stata pronunziata sentenza di condanna.
2.1 Ha fatto seguito la presentazione di una memoria per prospettare l'intervenuta prescrizione del reato.
4. Il ricorso dell'imputato è fondato. Il reato, infatti, è stato accertato in chiave sintomatica, sicchè correttamente, in conformità all'insegnamento di questa Suprema Corte, il giudice ha ritenuto, pel principio del favor rei, l'esistenza della fattispecie di cui al novellato art. 186 C.d.S., comma 2, lett. a), la più lieve tra quelle previste dalla disciplina della guida in stato di ebbrezza.
In conseguenza, ai sensi dell'art. 2 c.p. e art. 129 c.p.p., la sentenza deve essere annullata senza rinvio perchè il fatto non è più previsto dalla legge come reato.
5. Per l'effetto è privo di pregio il ricorso dell'accusa pubblica posto che da una lettura integrata degli artt. 221, 222 e 224 C.d.S. emerge che la competenza del giudice penale in ordine alla violazione amministrativa viene meno se il procedimento si conclude per estinzione del reato o per difetto di una condizione di procedibilità; e che in ogni caso la sanzione stessa è applicata dal giudice solo con la sentenza di condanna. In tal senso, del resto, questa Corte suprema si è ripetutamente pronunziata (ad es. Sez. 4, 16/3/2004, Rv. 229384; Sez. 4, 23/12/2003 Rv. 229382).
fonte: Altalex.com//Ebbrezza alcolica accertata solo dai sintomi? Fattispecie depenalizzata