Source: http://www.lavorofisso.com/le-nuove-mansioni-nel-jobs-act-al-legislatore-non-tutto-e-concesso/
Timestamp: 2017-08-19 22:26:40+00:00
Document Index: 68274124

Matched Legal Cases: ['art.2103', 'art.13', 'art.3', 'art.3', 'art.36', 'art.2103']

Le "nuove mansioni" nel Jobs Act: al legislatore non tutto è concesso | Lavoro Fisso
Home I Contratti Le “nuove mansioni” nel Jobs Act: al legislatore non tutto è concesso
Nell’ambito delle numerose disposizioni di legge che, attraverso otto diversi decreti legislativi, hanno dato attuazione al “Jobs Act”, modificando profondamente il diritto del lavoro nel corso dell’anno 2015, una ha da subito calamitato l’attenzione di molti commentatori poiché riscrive, a quarantacinque anni di distanza dallo Statuto dei lavoratori, la disciplina delle mansioni del lavoratore subordinato (art.2103 c.c., come modificato prima dall’art.13 Statuto lavoratori e ora dall’art.3 D. Lgs. n.81/2015).
La materia delle mansioni era rimasta al riparo nell’ambito delle tante riforme che si sono succedute dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso, di modo che la disciplina era ancora quella dettata nel 1970. La norma del D. Lgs.81 del 2015 sembra ora andare incontro alle esigenze di flessibilità che il limite dell’equivalenza, prima previsto dalla norma, aveva spesso fatto passare in secondo piano, rendendo così più difficili i processi di ricollocazione produttiva di lavoratori ancora dotati di buona professionalità, ma la cui posizione organizzativa era stata oramai soppressa o sostituita dalle imprese, attraverso esternalizzazioni oppure in conseguenza dell’applicazione di forme più moderne di produzione.
La formula si segnala non solo per la sua assoluta novità, ma anche per una ampiezza davvero mai prima sperimentata, che si accresce ancor di più a fronte della disciplina del comma secondo dello stesso art.3 che ammette l’assegnazione del prestatore subordinato anche «a mansioni appartenenti al livello di inquadramento inferiore, purché rientranti nella medesima categoria legale».
In una impresa ben ordinata i poteri ora concessi dal legislatore serviranno solamente ad evitare contestazioni proprio nei casi borderline di riorganizzazione organizzativa o produttiva. La norma però è quanto mai ampia nell’ammettere una disciplina nuova (nell’ambito della mobilità sia orizzontale sia verticale) e rischia, quindi, di entrare in conflitto con un principio che, prima ancora che essere frutto di una garanzia costituzionale (art.36), è espressione di un criterio logico, in forza del quale uno deve essere pagato per quello che fa e, correlativamente, deve fare quello per cui è pagato.
Insomma, a fronte di modifiche che, pur lecite a mente del nuovo art.2103 c.c., appaiano comunque del tutto irrazionali per la scelta dei tempi, dei modi o dei soggetti coinvolti, al lavoratore non resterà che invocare davanti al Giudice un caso di mobbing o lamentare l’oramai onnipresente teoria dell’abusodel diritto: nello stesso senso, il fatto che la norma imponga comunque il rispetto della categoria legale, e quindi in primis delle mansioni dirigenziali, rischia di apparire come un vincolo troppo rigido a fronte di mergers o di “concentrazioni” che provocano inevitabili fenomeni di duplicazione nelle gerarchie aziendali.
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