Source: https://www.laleggepertutti.it/108093_equitalia-colpa-grave-e-risarcimento-se-insiste-nella-riscossione
Timestamp: 2018-06-23 06:30:40+00:00
Document Index: 107656074

Matched Legal Cases: ['art. 98', 'art. 98', 'art. 96', 'art. 91', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 13', 'art. 1']

Equitalia: colpa grave e risarcimento se insiste nella riscossione
Lo sai che? Equitalia: colpa grave e risarcimento se insiste nella riscossione
Responsabilità processuale e indennizzo a carico di Equitalia in quanto agisce in forza di un proprio diritto alla riscossione.
Se Equitalia insiste nel voler riscuotere forzatamente un credito non dovuto deve pagare, oltre alle spese processuali, anche il risarcimento al contribuente; non può infatti scaricare la responsabilità per l’illegittimità della pretesa sull’ente impositore per il quale agisce in qualità di mandataria. È quanto chiarito dalla Cassazione con una recente ordinanza [1].
L’agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante mandato che la lega con l’ente titolare del credito; pertanto spetta ad Equitalia, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione processuale, anche l’agente della riscossione deve essere condannato al risarcimento del danno, oltre che alle spese processuali, nei confronti della parte vincitrice del giudizio per aver agito con colpa grave [2].
Il che significa, in pratica, che prima di avviare l’esecuzione forzata o, eventualmente, resistere alla causa avviata dal contribuente per impugnare la cartella di pagamento, Equitalia è tenuta sempre a verificare i documenti di cui è in possesso od assumere le necessarie informazioni presso l’ente impositore-mandante.
[1] Cass. ord. n. 25852/15 del 22.12.2015.
Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 23 settembre – 22 dicembre 2015, n. 25852
1) Il tribunale di Torino, con decreto del 19.5.2014, ha respinto l’opposizione ex art. 98 Lfall. proposta da Equitalia Sud s.p.a per ottenere l’ammissione allo stato passivo dei Fallimento della Ciarli s.r.l. di crediti erariali insinuati con due distinte domande tardive, contrassegnate nell’elenco ai nn. T/28 e T/29.
Il tribunale ha rilevato che Equitalia aveva già chiesto ed ottenuto l’ammissione dei crediti dedotti in giudizio, che avevano formato oggetto di un’altra domanda di insinuazione tardiva (T/23), di cui quelle nn. T/28 e T/29 costituivano (per la parte di interesse) mera ed inammissibile duplicazione; ha inoltre ritenuto che l’opponente versasse in colpa grave, per aver omesso di verificare la correttezza del provvedimento di esclusione, fondato sulla medesima ragione, non solo prima della proposizione del ricorso ex art. 98 1. fall., ma persino in corso di causa, nonostante le fosse stato concesso un termine proprio a tale scopo, e l’ha pertanto condannata al pagamento, oltre che delle spese di lite, anche della somma di E 4.000, equitativamente determinata ai sensi dell’art. 96, 3° comma c.p.c.
3.2) Il terzo motivo appare manifestamente infondato: condannando Equitalia Sud al pagamento delle spese processuali il tribunale ha correttamente applicato l’art. art. 91 1 comma c.p.c., che prevede che le spese siano poste a carico della parte soccombente senza contemplare eccezioni di sorta, in ragione della qualità di tale parte o della sua asserita buona fede. 3.3) Anche il primo motivo appare manifestamente infondato.
L’addetto alla riscossione tributi non può infatti ritenersi esonerato dall’osservanza del disposto dell’art. 96 c.p.c. per il solo fatto di agire nella qualità di mandatario dell’ente impositore.
Come correttamente rilevato dal Fallimento controricorrente, la condanna ex art. 96 3° comma si fonda, nella specie, non già sul rilievo dell’avvenuta duplicazione delle domande, ma sul successivo comportamento processuale di Equitalia, che non solo ha ignorato le motivazioni in base alle quali esse erano state respinte dal giudice delegato, ma neppure si è curata di operare i dovuti controlli nel corso del giudizio, nonostante avesse richiesto e ottenuto un rinvio dell’udienza proprio a tale scopo.
Ebbene, non v’è alcuna norma, fra quelle dettate in materia di riscossione dei tributi, dalla quale possa desumersi l’obbligo dell’agente di impugnare il provvedimento di esclusione del credito e di insistere per l’accoglimento di una domanda della quale, sulla scorta dei documenti che sono in suo possesso, può agevolmente verificare la manifesta infondatezza. Il mandatario, infatti, non è un mero esecutore materiale degli ordini che provengono dal mandante, ma ha piena ed autonoma japacità processuale ed è perfettamente in grado di decidere se, a fronte del rischio meramente ipotetico (e pressoché insussistente in una fattispecie quale quella in esame) di essere chiamato a rispondere del mancato riconoscimento del credito da parte dell’ente impositore, sia per lui più conveniente iniziare o proseguire un’azione che, per la sua palese pretestuosità, potrebbe comportare l’irrogazione di una sanzione ai sensi dell’art. 96 c.p.c.
Si dovrebbe pertanto concludere per il rigetto dei ricorso, con decisione che potrebbe essere assunta in camera di consiglio, ai sensi degli arti. 375 e 380 bis c.p.c.
Il collegio ha esaminato gli atti, ha letto [a relazione e ne ha condiviso le conclusioni, non utilmente contraddette da Equitalia nella memoria depositata.
Quanto alla questione di diritto, va ribadito che [‘agente alla riscossione agisce in giudizio in proprio, sia pure in virtù del sottostante rapporto di mandato intercorrente con l’ente impositore, cosicché spetta ad esso, e non al mandante, la scelta se rinunciare o meno all’azione: ne consegue che, al pari di ogni altro soggetto dotato di legittimazione, anche l’agente soggiace alla sanzione processuale derivante dall’aver agito con colpa grave, per avere (come nel caso di specie) non solo riproposto una domanda avente ad oggetto un credito già in precedenza accertato, ma insistito per ottenerne [‘accoglimento persino dopo aver usufiuito, a sua richiesta, di un apposito termine per verificare i documenti di cui è in possesso od assumere le necessarie informazioni presso il mandante,
Ciò senza contare che, come correttamente rilevato dal Fallimento controricorrente, dovrebbe, piuttosto, essere il mandala rivalersi verso l’amministrazione delle spese processuali incontrate per aver dovuto promuovere, per l’errore di questa, un’azione di indebita riscossione. E ricorso deve pertanto essere respinto.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali, che liquida in E 1600, di cui E 100 per esborsi, oltre accessori.
Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater dPR n. 11512002, introdotto dall’art. 1, 17° comma, della I. n. 228 del 24.12.2012, si dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per la stessa impugnazione.