Source: https://www.laleggepertutti.it/111526_illecito-civile-le-ipotesi-di-responsabilita-oggettiva
Timestamp: 2018-02-19 10:20:03+00:00
Document Index: 46182004

Matched Legal Cases: ['art. 2043', 'art. 2051', 'art. 2052', 'art. 2053', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 14', 'art. 2051', 'art. 2043', 'art. 2052', 'art. 2051', 'art. 2053', 'art. 2053', 'art. 2050', 'art. 2050', 'art. 2050', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 2054', 'art. 148', 'art. 141', 'art. 141', 'art. 141', 'art. 141', 'art. 144']

Illecito civile: le ipotesi di responsabilità oggettiva
Professionisti Illecito civile: le ipotesi di responsabilità oggettiva
Tutte le ipotesi principali di responsabilità oggettiva previste dal codice civile: danni cagionati da cose in custodia, animali, rovina di edifici, attività pericolose, circolazione stradale.
Accanto alla regola generale (art. 2043), fondata sul principio della colpa, il nostro ordinamento contiene, nel codice civile (artt. 2047 ss.) e in talune leggi speciali, ipotesi tipiche di responsabilità in cui si prescinde dall’elemento soggettivo della colpa (cd. responsabilità oggettiva) o nelle quali il criterio di imputazione del danno non è mai direttamente la colpa, ma, di volta in volta, l’esercizio di un’attività pericolosa (artt. 2050 e 2054), la custodia di cose (art. 2051), la proprietà di animali (art. 2052) o di edifici (art. 2053) etc.
La responsabilità oggettiva si fonda sulla sola esistenza del nesso di causalità, per cui si risponde del danno cagionato come conseguenza diretta ed immediata della propria condotta. Per liberarsi dalla responsabilità, occorre dimostrare la mancanza di rapporto di causalità fra la condotta e l’evento, ma tale prova — osserva GALGANO — è diversamente configurata nelle diverse ipotesi di responsabilità oggettiva (vedi infra).
Le ipotesi di responsabilità oggettiva sono tradizionalmente spiegate secondo un principio di generica equità (TRABUCCHI), che impone di trasferire il danno dai più poveri ai più ricchi: dai consumatori ai produttori di merci difettose, dai dipendenti ai datori di lavoro etc. Tale spiegazione è oggi ritenuta per lo più insoddisfacente.
La dottrina più recente afferma, in generale, l’esigenza dell’estensione della responsabilità oggettiva perché il sistema tradizionale, fondato sulla colpa, presenta un costo sociale troppo alto per essere sopportato da società nelle quali i mezzi di produzione spesso rappresentano fonti di pericolo e dove, affidando l’esito del giudizio di responsabilità alla difficile prova della colpa dell’agente, non si garantisce alle vittime un risarcimento sicuro.
Si ritiene, perciò, che:
— il danneggiato deve essere risarcito anche se il danno è stato causato incolpevolmente;
— chi esercita attività pericolose deve assumersi la responsabilità dei danni eventualmente cagionati ai terzi e deve quindi risarcirli anche se non li ha causati colposamente.
I casi più rilevanti di responsabilità oggettiva sono i seguenti:
a) responsabilità per i danni cagionati da cose in custodia (art. 2051)
Ciascuno è responsabile del danno cagionato dalle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito (si pensi, ad es., ai danni causati dall’incendio di un deposito di benzina o alla responsabilità del proprietario di un fondo dal quale si propaga un incendio che si diffonde nel fondo limitrofo, invadendolo: Cass. 17471/2007).
Controversa è la natura giuridica di tale responsabilità:
— secondo alcuni autori (SCOGNAMIGLIO, GALGANO, TRIMARCHI) si tratta di un’ipotesi di responsabilità oggettiva perché il caso fortuito (che è oggetto della prova liberatoria) consiste in un avvenimento che esclude il nesso di causalità tra la condotta del soggetto e l’evento dannoso; perché possa configurarsi la responsabilità è sufficiente che sussista il nesso causale tra la cosa in custodia e il danno arrecato, senza che rilevi la condotta del custode e l’osservanza o meno di un obbligo di vigilanza, in quanto: a) la nozione di custodia non presuppone uno specifico obbligo di custodire analogo a quello previsto per il depositario; b) funzione della norma è quella di imputare la responsabilità a chi si trova nelle condizioni di controllare i rischi inerenti alla cosa, dovendo pertanto considerarsi custode chi ne controlla le modalità d’uso e di conservazione, e non necessariamente il proprietario o chi si trova con essa in relazione diretta. Ne consegue che tale tipo di responsabilità è esclusa solamente dal caso fortuito (da intendersi nel senso più ampio, comprensivo del fatto del terzo e del fatto dello stesso danneggiato), riconducibile ad un elemento esterno imprevedibile e inevitabile (Cass. 4279/2008);
— altri autori (DE CUPIS) e la giurisprudenza prevalente ritengono invece che il caso fortuito ricorra anche laddove sia dimostrabile l’assenza di colpa, per cui non si tratterebbe di un caso di responsabilità oggettiva, ma solo di presunzione iuris tantum di colpa a carico del custode.
Sul piano applicativo si è ritenuto, ad es., che il proprietario di un immobile locato risponde, ex art. 2051 c.c., dei danni causati a terzi dall’immobile stesso nel caso in cui tali danni siano derivati dalle strutture murarie dell’immobile o dagli impianti in esse conglobati (Cass. 14745/2007), o che l’appaltatore è responsabile dei danni causati a terzi dall’esecuzione dell’opera (tranne il caso in cui il committente si sia ingerito nell’esecuzione dell’opera imponendo all’appaltatore le sue direttive — dalle quali sia poi derivato il danno a terzi — poiché in tal caso l’appaltatore è divenuto nudus minister del committente in relazione all’evento dannoso: Cass. 7755/2007).
Un’ipotesi di frequente applicazione dell’art. 2051 c.c. è quella dei danni da insidia stradale, causati cioè da un pericolo occulto (insidia o trabocchetto), non visibile e non prevedibile. Tali danni sono risarcibili dall’ente proprietario (o gestore) della strada ai sensi dell’art. 2051 c.c., in virtù dei poteri effettivi di disponibilità e di controllo della strada che fanno capo all’ente, a meno che fornisca la prova del caso fortuito (Cass. 2-2-2007, n. 2308).
Qualora non sia applicabile l’art. 2051 c.c., in quanto è impossibile esercitare un controllo continuo ed efficace e una costante vigilanza sul bene (per la sua notevole estensione, per l’uso generalizzato da parte degli utenti etc.), non potrà invocarsi alcuna responsabilità della p.a., proprietaria del bene demaniale, a norma dell’art. 2051 c.c., per mancanza di un elemento costitutivo della custodia, e cioè la controllabilità della cosa; si applicherà, invece, se ne ricorrono gli estremi, la responsabilità di cui all’art. 2043 c.c.
In tal caso graverà sul danneggiato l’onere della prova dell’anomalia del bene demaniale (come, ad esempio, della strada), che va considerata fatto di per sé idoneo — in linea di principio — a configurare il comportamento colposo della P.A., sulla quale ricade conseguentemente l’onere della prova di fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l’utente si sia trovato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la suddetta anomalia (Cass. 15383/2006; 390/2008).
L’affidamento della manutenzione stradale a imprese appaltatrici non esonera il Comune dal controllo e dalla vigilanza. Infatti, il contratto d’appalto per la manutenzione delle strade costituisce solamente lo strumento tecnico-giuridico per la realizzazione in concreto del compito istituzionale del Comune di provvedere alla manutenzione, gestione e pulizia delle strade di sua proprietà ai sensi dell’art. 14 del Codice della strada. Il rapporto che si instaura tra il Comune e l’impresa di manutenzione non basta, quindi, ad escludere la responsabilità del Comune committente in caso di danni a terzi causati dalla cattiva manutenzione delle strade, ai sensi dell’art. 2051 c.c. (Cass. 1691/2009).
Occorre notare, peraltro, che negli ultimi tempi si sta assistendo a un mutamento di indirizzo, poiché la giurisprudenza più recente sembra orientata a ricondurre il danno da insidia stradale sotto la regola generale dell’art. 2043 c.c. (Cass. 18713/2010, 16374/2009);
b) la responsabilità per i danni cagionati da animali (art. 2052)
Sulla natura di tale responsabilità si pongono problemi analoghi a quelli relativi all’ipotesi prevista dall’art. 2051.
In giurisprudenza sembra prevalere la tesi secondo la quale la responsabilità del proprietario dell’animale è presunta, fondata non sulla colpa ma sul rapporto di fatto con l’animale. Ne consegue che, per i danni cagionati dall’animale al terzo, il proprietario risponde in ogni caso e in toto a meno che non dia la prova del caso fortuito, ossia dell’intervento di un fattore esterno idoneo a interrompere il nesso di causalità tra il comportamento dell’animale e l’evento lesivo, comprensivo anche del fatto del terzo o del fatto colposo del danneggiato che abbia avuto efficacia causale esclusiva nella produzione del danno.
Pertanto, se la prova liberatoria richiesta dalla norma non viene fornita, non rimane al giudice che condannare il proprietario dell’animale al risarcimento dei danni per l’intero (Cass. 6454/2007);
c) la responsabilità per i danni cagionati dalla rovina degli edifici (art. 2053)
Responsabilità derivante dalla disgregazione, sia pure limitata, degli elementi strutturali della costruzione o degli elementi accessori in essa stabilmente incorporati (Cass. 7755/2007). Per andare esente da responsabilità, il proprietario dell’edificio deve fornire la prova che la rovina non è dovuta a difetto di manutenzione o a vizio di costruzione.
Ad es., il cornicione di un edificio in cattivo stato di manutenzione si stacca e ferisce un passante: il proprietario è responsabile anche se, per ipotesi, abbia da poco acquistato l’edificio e, quindi, il cattivo stato di manutenzione non sia a lui imputabile.
Analogamente, il difetto di costruzione può essere occulto, tanto che il proprietario, anche usando l’ordinaria diligenza, non sia in grado di rendersene conto: poiché il danno causato da un difetto di costruzione o di manutenzione è in ogni caso imputabile al proprietario, la responsabilità ex art. 2053 ha senz’altro carattere oggettivo;
d) la responsabilità per l’esercizio di attività pericolose (art. 2050)
Costituiscono attività pericolose, ai sensi dell’art. 2050, non solo le attività che sono qualificate tali dalla legge di pubblica sicurezza o da altre leggi speciali, ma anche le altre attività che comportino la rilevante probabilità del verificarsi del danno, per la loro stessa natura e per le caratteristiche dei mezzi usati, non solo nel caso di danno che sia conseguenza di un’azione, ma anche nell’ipotesi di danno derivato da omissione di cautele che in concreto sarebbe stato necessario adottare in relazione alla natura dell’attività esercitata alla stregua delle norme di comune diligenza e prudenza (Cass. 3528/2009). Ad es., l’attività edilizia, soprattutto quando comporti rilevanti opere di trasformazione o di rivolgimento o di spostamento di masse terrose e scavi profondi ed interessanti vaste aree, non può non essere considerata attività pericolosa ai fini dell’art. 2050 (Cass. 10300/2007).
Discussa è la natura di tale forma di responsabilità:
— alcuni (TORRENTE-SCHLESINGER, DE CUPIS) sostengono trattarsi di una responsabilità fondata su una presunzione iuris tantum di colpa, aggravata dall’onere di dimostrare l’adozione di tutte le misure idonee (si risponderebbe, perciò, anche per la colpa lievissima);
— la dottrina oggi prevalente (TRIMARCHI, ALPA e BESSONE) non dubita invece del carattere oggettivo di tale responsabilità, giacché il responsabile (soprattutto se si tratta di un imprenditore) può non essere personalmente in colpa per la mancata adozione di tutte le misure idonee;
e) la responsabilità per i danni prodotti dalla circolazione dei veicoli (art. 2054)
Tale disposizione si riferisce esclusivamente ai veicoli senza guida di rotaie e disciplina la responsabilità del conducente e quella del proprietario. Infatti:
— il conducente è obbligato a risarcire il danno prodotto a persone o a cose dalla circolazione del veicolo, se non prova di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno: la prova liberatoria è particolarmente ardua, perché non è sufficiente dimostrare di essersi comportato con diligenza, prudenza o perizia, ma è necessario — secondo la giurisprudenza — provare «che l’evento si è verificato esclusivamente per causa imputabile al danneggiato o a un terzo, ovvero per caso fortuito o forza maggiore» (ad esempio, perché un pedone ha improvvisamente ed imprevedibilmente attraversato la strada a pochi metri da un veicolo, tanto da rendere umanamente impossibile evitare l’investimento) (art. 2054, co. 1);
— nel caso di scontro tra veicoli, si presume, fino a prova contraria, che ciascuno dei conducenti abbia concorso ugualmente a produrre il danno subito dai singoli veicoli (art. 2054, co. 2);
— il proprietario risponde solidalmente col conducente se non prova che la circolazione del veicolo è avvenuta contro la sua volontà (art. 2054, co. 3, vedi infra);
— in ogni caso, il conducente e il proprietario sono responsabili dei danni derivati da vizi di costruzione o da difetto di manutenzione del veicolo (art. 2054, co. 4).
Poiché la circolazione stradale costituisce una fonte costante di pericolo per gli individui e, quindi, di danni e di responsabilità civile, la L. 990/1969 ora abrogata e recepita nel D.Lgs. 209/2005 (Codice delle assicurazioni private) ha previsto:
— l’assicurazione obbligatoria della responsabilità civile per chiunque pone in circolazione un veicolo a motore senza guida di rotaie su strade di uso pubblico;
— la costituzione di un fondo di garanzia per le vittime della strada per il risarcimento dei danni causati alle persone da veicoli non identificati o non coperti da assicurazione.
Nell’ampio concetto di circolazione stradale indicato nell’art. 2054 c.c. è compresa anche la posizione di arresto del veicolo. Ne consegue che, per l’operatività della garanzia per la responsabilità civile automobilistica, è necessario il mantenimento, da parte del veicolo che si trovi sulla strada di uso pubblico o su un’area ad essa parificata, delle caratteristiche che lo rendono tale in relazione alle sue funzionalità; risulta, invece, indifferente l’uso che in concreto si faccia del veicolo, sempreché che esso rientri in quello che secondo le sue caratteristiche il veicolo stesso può avere (Cass. S.U. 8620/2015).
Tuttavia, tale disposizione non impedisce al trasportato-danneggiato di chiedere i danni esclusivamente al conducente dell’altro veicolo, quale responsabile del danno, e alla relativa compagnia assicuratrice, purché osservi, a pena di improcedibilità della domanda, le prescrizioni contenute nell’art. 148 D.Lgs. 209/2005, in base al quale la richiesta di risarcimento deve contenere una serie di indicazioni (codice fiscale degli aventi diritto al risarcimento, descrizione delle circostanze nelle quali si è verificato il sinistro, età, attività e reddito del danneggiato etc.) (Trib. Torino, 11-10-2007).
Trib. Caltanissetta 24-4-2014 ha affermato che è inammissibile la domanda con la quale i prossimi congiunti di una persona, deceduta a seguito di un incidente stradale che ha coinvolto il veicolo su cui era trasportata, agiscano nei confronti della compagnia assicuratrice del veicolo vettore, invocando l’art. 141 cod. assicurazioni private per chiedere il risarcimento dei danni subiti iure proprio.
È pacifico, in giurisprudenza, che gli stretti congiunti della vittima primaria (nonché i soggetti a essa legati da una stabile relazione affettiva) possono richiedere iure proprio, quali vittime «di rimbalzo» del fatto illecito, il risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali sofferti per effetto della morte del congiunto oppure della sua grave menomazione conseguente alle lesioni subite.
Tuttavia, l’art. 141 prevede che l’azione proposta nei confronti dell’impresa di assicurazione del veicolo sul quale il terzo era a bordo al momento del sinistro può essere esercitata «dal terzo trasportato», e non contiene alcun riferimento ad altre categorie di soggetti che abbiano subìto un danno in conseguenza della lesione o della morte patita dal terzo trasportato; e ciò senza considerare che lo stesso art. 141 si intitola «risarcimento del terzo trasportato», così delimitando il proprio ambito di operatività alle ipotesi in cui si discuta del diritto al risarcimento dei danni sofferti unicamente dal terzo trasportato.
Da quanto precede consegue dunque che la richiesta di risarcimento del danno (eventualmente) patito dagli stretti congiunti della vittima può avanzarsi non in base all’art. 141 cit. bensì seguendo l’ordinario procedimento previsto dall’art. 144 stesso cod. assicurazioni, e quindi nei confronti dell’impresa di assicurazione del responsabile civile.