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Timestamp: 2019-09-20 07:42:33+00:00
Document Index: 1500591

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 10', 'art. 36', 'art. 34', 'art. 104', 'art. 274', 'art. 10', 'art. 2043', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 103', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 1458', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 113', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 14', 'art. 10', 'art. 163', 'art. 10', 'art. 14', 'art. 9', 'art. 14', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 113', 'sentenza ', 'art.10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 814', 'sentenza ', 'art. 34', 'sentenza ', 'art. 14', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'art. 103', 'art. 10', 'art. 104', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 15', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 5', 'art. 38', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 103', 'sentenza ', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 63', 'art. 7', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 183', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 7', 'art. 10', 'art. 10']

Art. 10 codice di procedura civile - Determinazione del valore - Brocardi.it
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Dispositivo dell'art. 10 Codice di procedura civile
Il valore della causa, ai fini della competenza, si determina dalla domanda a norma delle disposizioni seguenti (1) (2).
A tale effetto le domande proposte nello stesso processo contro la medesima persona si sommano tra loro (3), e gli interessi scaduti, le spese e i danni [1223, 1282, 2043 c.c.] anteriori alla proposizione si sommano col capitale [31, 104] (4).
(1) La domanda, ovvero l'atto che fa nascere il processo [v. 99], è l'elemento dal quale si ricava il valore della causa. Per determinare la competenza per valore si ha riguardo al valore economico della prestazione o del bene richiesti, ossia in contestazione (c.d. petitum mediato). Inoltre, ai fini della determinazione del valore della causa, è bene precisare che al valore della domanda principale, ovvero quella che introduce il giudizio, non va sommato il valore della domanda riconvenzionale, cioè la domanda con la quale il convenuto, oltre a difendersi, chiede al giudice la pronuncia di un provvedimento a lui favorevole e sfavorevole per l'attore.
(2) Ai fini della determinazione del valore della domanda è necessario tener conto non solo delle risultanze dell'atto di citazione [v. 163], ma anche delle precisazioni o modificazioni apportate dall'attore alla prima udienza di trattazione [v. 183]. Diversamente, l'eccezione del convenuto [v. 112] costituisce solo una fonte complementare degli elementi determinativi della competenza, nel caso in cui non sia possibile determinarla sulla base della sola domanda.
(3) Vengono sommate le domande proposte fin dall'origine in un unico processo, e non anche quelle proposte in processi separati e poi riuniti, ovvero separatamente proposte da attori diversi contro il medesimo soggetto in processi distinti e autonomi. Si parla poi di cumulo semplice delle domande quando il proponente non deve aver condizionato l'accoglimento dell'una all'esito dell'altra. Diverso è il caso del cumulo alternativo (l'una o l'altra domanda) o eventuale (una domanda in via principale e l'altra in via subordinata); in questi casi il valore della causa si determina in base alla domanda di maggior valore.
(4) Soltanto gli interessi, spese e danni maturati precedentemente alla proposizione della domanda vanno calcolati ai fini del valore, sempre che gli accessori siano richiesti nella domanda.
Spiegazione dell'art. 10 Codice di procedura civile
Come si ricava dalla sua stessa rubrica, con questa norma, e con quelle che ad essa fanno seguito, il legislatore ha voluto dettare i criteri da seguire per l’individuazione del Giudice competente per valore, con l’evidente scopo di evitare che, ancor prima della controversia sul merito, le parti debbano trovarsi costrette ad affrontare altra controversia per individuare il giudice a cui rivolgersi.
Il primo criterio a cui attenersi per stabilire quale possa essere il valore di una controversia è quello di riferirsi al contenuto della domanda, o meglio all’interesse che con la domanda proposta si intende tutelare.
Si dice che la domanda deve essere valutata in concreto, il che comporta che il giudice investito della controversia, nell’individuazione dell’interesse che si vuole far valere in giudizio, non può soltanto attenersi ai contenuti dell’esposizione dell’attore ma, attraverso l’esame del petitum e della causa petendi, deve cercare di qualificare il contenuto sostanziale della domanda.
Potrebbe anche verificarsi che quel giudice, individuato come competente per valore, al termine del giudizio giunga a pronunciare una decisione superiore per valore alla propria competenza ovvero, al contrario, una decisione con cui accolga solo in parte l’originaria domanda (e, dunque, che si ponga al di sotto dei propri limiti di competenza).
Ciò, tuttavia, non assume alcuna rilevanza ai fini della competenza per come individuata, in quanto vige il principio secondo cui il valore della causa deve essere determinato non in base al decisum, bensì in base al deductum (appunto per dire che non interessano i limiti entro cui la domanda potrebbe essere accolta).
Il fatto, poi, che per determinare il valore della controversia ci si debba riferire al contenuto della domanda, rende prive di rilievo le contestazioni formulate dal convenuto o le diverse prospettazioni dei fatti. In particolare, la dottrina prevalente sostiene che, allorché eccezioni e contestazioni del convenuto siano volte esclusivamente a paralizzare la domanda dell’attore, le stesse non potranno assumere alcuna rilevanza ai fini della determinazione del valore.
Quanto appena detto, tuttavia, non vale nel caso di domanda riconvenzionale ex art. 36 del c.p.c. o nell’ipotesi di accertamento pregiudiziale che abbia efficacia di giudicato ex art. 34 del c.p.c.; entrambi possono influire sulla determinazione della competenza per valore, in quanto comportano un ampliamento dell’oggetto della lite.
Altra situazione prospettabile è che l’attore, nel corso del processo, voglia apportare modificazioni in aumento della domanda iniziale.
Parte della dottrina ritiene che in tali casi le ulteriori deduzioni dell’attore incidono sulla competenza solo se costituiscono domande nuove, mentre, secondo una tesi contrapposta, a prescindere dal fatto che si tratti di domande nuove o meno, qualora per effetto della modificazione in aumento dovesse essere superato il limite massimo di competenza del giudice adito, quest’ultimo diviene incompetente e la causa deve essere rimessa al giudice superiore.
Al contrario, qualora l’attore voglia rinunciare ad una parte della domanda o ad una tra più domande cumulate, si ritiene che tale rinuncia possa avere degli effetti sulla competenza solo in senso favorevole, ovvero:
se la rinuncia riguarda quella parte di domanda che determinava l’incompetenza del giudice adito, avrà l’effetto di rendere competente quest’ultimo;
se per effetto della riduzione, la domanda viene portata al di sotto della competenza minima del giudice adito, la competenza rimane ferma.
Il secondo comma costituisce un’ulteriore precisazione del criterio fissato al primo comma e si riferisce, almeno secondo la tesi prevalente in dottrina, alla fattispecie del c.d. cumulo oggettivo di domande, prevista dall’art. 104 del c.p.c. (la quale ricorre, appunto, quando una parte propone nello stesso processo una pluralità di domande contro una stessa persona, anche se non connesse tra loro).
Requisito essenziale per l’operatività di tale comma è non solo che le diverse domande siano proposte contro la stessa persona, ma anche che siano proposte nello stesso processo sin dall’origine, non potendo di contro trovare applicazione nel caso di domande proposte in giudizi inizialmente separati e successivamente riuniti ex art. 274 del c.p.c..
Inoltre, la giurisprudenza esclude che possa operare il cumulo nel caso di litisconsorzio facoltativo attivo, ossia quando più domande sono proposte da distinti soggetti nei confronti del medesimo convenuto.
La sua operatività è inoltre esclusa:
se si intende cumulare la domanda principale con quella riconvenzionale, in quanto la regola del cumulo vale solo per le domande proposte contro la stessa parte;
nel caso di domande dedotte in via alternativa o subordinata, poiché di fatto l’accoglimento di una delle domande determina il venir meno dell’interesse all’atra ed il valore dovrà essere determinato con riferimento alla domanda di valore maggiore;
se tra le domande intercorre un rapporto di pregiudizialità in senso tecnico;
se le domande non sono fornite di reciproca autonomia (non è possibile la somma se una delle domande rappresenti un’istanza accessoria, completamente priva di autonomia rispetto alla domanda principale).
La seconda parte del capoverso della norma (relativa ad interessi scaduti, spese e danni anteriori alla proposizione della domanda) costituisce in realtà un’applicazione della regola della somma dei valori di cui alla prima parte del medesimo comma.
L’elencazione che qui si ritrova ha carattere soltanto esemplificativo, potendosi la norma estendere anche ai frutti naturali, svalutazione monetaria, fitti, pigioni, ecc., insomma a tutti quegli elementi che hanno la capacità di accrescersi durante il processo.
Unico limite è che si debba trattare di accessori anteriori, cioè già maturati al tempo in cui la domanda è stata proposta, non potendosi applicare a quegli accessori che maturano nel corso del processo.
Massime relative all'art. 10 Codice di procedura civile
Cass. civ. n. 907/2018
Esula dalla competenza per materia del giudice del lavoro e resta devoluta alla cognizione del giudice competente secondo il generale criterio del valore la domanda di risarcimento dei danni proposta dai congiunti del lavoratore deceduto non "jure hereditario", per far valere la responsabilità contrattuale del datore di lavoro nei confronti del loro dante causa, bensì "jure proprio", quali soggetti che dalla morte del loro congiunto hanno subìto danno e, quindi, quali portatori di un autonomo diritto al risarcimento che ha la sua fonte nella responsabilità extracontrattuale di cui all'art. 2043 c.c.
(Cassazione civile, Sez. III, ordinanza n. 907 del 17 gennaio 2018)
Cass. civ. n. 17860/2017
Ai fini della determinazione della competenza per valore in ordine alla domanda relativa a somma di danaro, vanno sommati al capitale, ex art. 10, comma 2, c.p.c., gli interessi di mora già maturati “ante litem” ed autonomamente richiesti, ma non quelli moratori scaduti che non formino oggetto di apposita istanza, né quelli genericamente richiesti, perciò da intendersi come interessi successivi alla data di notifica dell'atto giudiziale introduttivo che, di per sé, vale altrimenti a costituire in mora il debitore.
(Cassazione civile, Sez. VI-2, ordinanza n. 17860 del 19 luglio 2017)
Cass. civ. n. 3107/2017
Il cumulo delle domande, stabilito agli effetti della competenza per valore dall'art. 10, comma 2, c.p.c., riguarda solo le domande proposte tra le stesse parti e non si riferisce all'ipotesi di domande proposte nei confronti dello stesso soggetto da diversi soggetti processuali, in ipotesi di litisconsorzio facoltativo disciplinato dall'art. 103 c.p.c., nel qual caso, non richiamando detta ultima norma l'art. 10, comma 2 c.p.c., la competenza si determina in base al valore di ogni singola domanda.
(Cassazione civile, Sez. VI, ordinanza n. 3107 del 6 febbraio 2017)
Cass. civ. n. 18732/2015
(Cassazione civile, Sez. VI-3, ordinanza n. 18732 del 22 settembre 2015)
Cass. civ. n. 16898/2013
Ai fini della determinazione della competenza per valore, riguardo all'impugnativa della deliberazione dell'assemblea condominiale di approvazione del rendiconto annuale e di ripartizione dei contributi, seppure l'attore abbia chiesto la dichiarazione di nullità o l'annullamento dell'intera delibera, deducendo l'illegittimità di un obbligo di pagamento a lui imposto, occorre far riferimento soltanto all'entità della spesa specificamente contestata.
(Cassazione civile, Sez. VI-2, ordinanza n. 16898 del 5 luglio 2013)
Cass. civ. n. 15853/2010
Qualora l'attore proponga domanda di risarcimento dei danni, cumulandola con quella di riconoscimento degli interessi e della rivalutazione monetaria, non si determina lo spostamento della causa al giudice superiore qualora egli dichiari, in modo inequivoco, di voler contenere l'intero "petitum" nel limite della competenza del giudice adito, con la conseguenza che la "clausola di contenimento" entro il detto limite diviene vincolante anche agli effetti del merito, sebbene non reiterata in sede di precisazione delle conclusioni.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15853 del 6 luglio 2010)
Cass. civ. n. 8660/2010
In tema di liquidazione degli onorari professionali a favore dell'avvocato, l'art. 6 della tariffa trova applicazione soltanto in riferimento alle cause per le quali si proceda alla determinazione presuntiva del valore in base a parametri legali, e non pure allorquando il valore della causa sia stato in concreto dichiarato, dovendosi utilizzare, in tale situazione, il disposto dell'art. 10 c.p.c., senza necessità di motivare in ordine alla mancata adozione di un diverso criterio.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8660 del 12 aprile 2010)
Le spese processuali cumulabili alla domanda, ai fini della determinazione del valore di essa, sono soltanto quelle occorse per procedimenti autonomi dal processo introdotto con la domanda stessa, non anche quelle (per dattilografia, copie fotostatiche, studio, consultazioni e simili) sostenute prima di tale processo e ai fini della sua instaurazione.
Cass. civ. n. 8247/2009
L'appalto, anche nei casi in cui la sua esecuzione si protragga nel tempo, e fatte salve le ipotesi in cui le prestazioni in esso dedotte attengano a servizi o manutenzioni periodiche, non può considerarsi un contratto ad esecuzione continuata o periodica e, pertanto, non si sottrae, in caso di risoluzione, alla regola generale, dettata dall'art. 1458 c.c., della piena retroattività di tutti gli effetti, anche in ordine alle prestazioni già eseguite; ne consegue che, ove la risoluzione venga richiesta ad un collegio arbitrale, il valore della relativa controversia - rilevante ai fini della liquidazione del compenso spettante agli arbitri - si determina in base a quello dell'intero rapporto dedotto in contestazione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8247 del 6 aprile 2009)
Cass. civ. n. 25257/2008
Nel caso in cui vengano proposte cumulativamente dinanzi al giudice di pace una domanda di condanna al pagamento di una somma di denaro inferiore al limite massimo di competenza per valore del giudice adìto, ed una domanda di condanna ad un facere per la quale non sia indicato alcun valore, quest'ultima deve ritenersi di valore corrispondente al suddetto limite massimo, con la conseguenza che il cumulo delle due domande comporta il superamento della competenza per valore del giudice di pace.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 25257 del 16 ottobre 2008)
Cass. civ. n. 4994/2008
Al fine di stabilire la competenza per valore del giudice adito (nella specie, giudice di pace in base all'art. 113, secondo comma, c.p.c.), la rivalutazione monetaria, ove richiesta in aggiunta alla somma capitale ed agli interessi sino al momento della proposizione della domanda, si cumula, ai sensi dell'art. 10, secondo comma, c.p.c., con il capitale e gli interessi.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4994 del 26 febbraio 2008)
Cass. civ. n. 15714/2007
La circostanza che il comma 2 dell'art. 14 del D.P.R. n. 115 del 2002 esclude la rilevanza degli interessi per la individuazione del valore ai fini del contributo unificato, mentre essi sono considerati dall'art. 10, secondo comma, c.p.c. rilevanti ai fini dell'individuazione del valore della domanda ed il fatto che la dichiarazione della parte in funzione della determinazione del contributo unificato è indirizzata al funzionario di cancelleria, cui compete il relativo controllo, escludono decisamente ogni possibile partecipazione di tale dichiarazione di valore alle conclusioni della citazione, cui allude il n. 4 dell'art. 163 e, quindi, la possibilità di considerare la dichiarazione come parte della «domanda», nel senso cui vi allude il primo comma dell'art. 10 citato, quando dice che «il valore della causa, ai fini della competenza, si determina dalla domanda a norma delle disposizioni seguenti» e fra queste dell'art. 14 c.p.c. (Sulla base di tale principio — espressamente dichiarato valido anche in relazione al regime di cui all'art. 9 della L. n. 488 del 1999 — la Suprema Corte ha escluso che la dichiarazione di valore per il contributo fosse valsa a ricondurre il valore della causa, relativa a somma di danaro, nel limite della competenza per valore secondo equità del giudice di pace in funzione — anteriormente al D.L.vo n. 40 del 2006 — della ricorribilità in cassazione e non dell'appellabilità, in presenza di una domanda proposta con richiesta di una somma di valore indeterminato e, quindi, corrispondente, ai sensi dell'art. 14 c.p.c., al massimo della competenza del giudice di pace adìto).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15714 del 13 luglio 2007)
Cass. civ. n. 19302/2006
Il principio risultante dal secondo comma dell'art. 10 c.p.c., secondo cui, ai fini della determinazione della competenza per valore, si sommano al capitale richiesto gli interessi scaduti, le spese e i danni anteriori alla proposizione della domanda, e non anche quelli posteriori, che sono l'effetto dell'accertamento del diritto contenuto nella sentenza, trova applicazione anche in ordine al danno da svalutazione monetaria, sicché, ai fini della determinazione del valore della causa, deve tenersi conto soltanto della frazione di deperezzamento monetario intervenuto tra l'evento dannoso e la domanda, con esclusione della svalutazione monetaria maturatasi nel periodo successivo.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 19302 del 8 settembre 2006)
Cass. civ. n. 19065/2006
Ai fini della determinazione della competenza per valore, la domanda riconvenzionale non deve essere sommata a quella principale, poiché il cumulo, ai sensi dell'art. 10 c.p.c., è previsto solo per le domande proposte contro la medesima parte. Peraltro, nell'ipotesi in cui il giudice di pace, anche a seguito della domanda riconvenzionale, conservi la competenza a decidere sulla controversia, ai sensi del combinato disposto degli artt. 7 e 36 c.p.c., — ai fini della individuazione del mezzo di impugnazione esperibile — deve tenersi conto del cumulo delle domande.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 19065 del 5 settembre 2006)
Cass. civ. n. 13228/2006
Nel caso di pluralità di domande proposte al giudice di pace, di cui l'una rientri nella competenza per materia del giudice adito (art. 7 comma terzo c.p.c.) e l'altra in quella per valore — e da decidere secondo equità se di importo non superiore a lire due milioni —, non si determina il cumulo previsto, ai fini della competenza per valore, dall'art. 10 c.p.c.; pertanto, la decisione relativa alla prima — essendo emessa secondo diritto — deve essere impugnata con l'appello, atteso che il ricorso per cassazione è ammesso soltanto per le pronunce di cui all'art. 113 secondo comma c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 13228 del 6 giugno 2006)
Cass. civ. n. 973/2006
La regola stabilita dall'art.10 c.p.c., secondo cui il valore della controversia va determinato sulla base della domanda e sulla scorta degli elementi che risultano dagli atti, non esclude che, a detto scopo, il giudice possa utilizzare anche il notorio. (In applicazione di tale principio, la S.C. ha ritenuto incensurabile la sentenza impugnata che aveva considerato le domande relative agli interessi ed alla rivalutazione monetaria di valore determinabile, in quanto computabile avendo riguardo alla data di pagamento, risultante dagli atti di causa, ed al tasso degli interessi legali e dell'indice ISTAT dei prezzi al consumo, costituenti fatti notori).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 973 del 19 gennaio 2006)
Cass. civ. n. 18942/2003
In caso di proposizione cumulativa di più domande, qualora l'attore abbia dichiarato di voler limitare complessivamente le domande nell'ambito della competenza per valore del giudice adito (cosiddetta «clausola di contenimento»), tale limitazione ha effetto non solo ai fini dell'individuazione del giudice competente per valore ma, nel caso del giudice di pace, anche in relazione alla scelta del criterio di decisione, e in ogni caso anche in relazione al merito, con la conseguenza che la sentenza che, accogliendo la domanda, vada oltre il limite indicato con la clausola di contenimento è viziata da ultrapetizione.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 18942 del 11 dicembre 2003)
Cass. civ. n. 10249/2003
In tema di determinazione del valore della controversia l'art. 10, secondo comma, c.p.c., secondo cui gli interessi scaduti, le spese e i danni anteriori alla proposizione della domanda si sommano al capitale, intende riferirsi, con elencazione esemplificativa e non tassativa, a tutti quegli elementi — siano essi accessori o meno della domanda — che hanno in comune la capacità di accrescersi durante il processo, sicché la richiesta del riconoscimento e della liquidazione del relativo diritto fino al soddisfo non incide sul valore della controversia. (La Corte, nel formulare il principio sopra richiamato, ha ritenuto corretta la decisione con cui il Presidente del tribunale aveva determinato, ai sensi dell'art. 814 c.p.c., il compenso dovuto agli arbitri tenendo conto, ai fini del valore della controversia, soltanto delle pretese azionate con riferimento al momento della proposizione della domanda di arbitrato e non pure della richiesta di danni da ritardato pagamento con riferimento anche al tempo necessario allo svolgimento del giudizio arbitrale).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 10249 del 27 giugno 2003)
Cass. civ. n. 4638/2002
Ai fini della determinazione della competenza per valore nelle cause per pagamento di somme di danaro, deve aversi riguardo a quanto in concreto richiesto dall'attore (nella specie, rata di finanziamento), e non all'oggetto dell'accertamento che il giudice deve compiere quale antecedente logico per decidere del fondamento della domanda, con la conseguenza che l'eccezione del convenuto in ordine all'esistenza o validità del rapporto contrattuale sul quale è basata la domanda (nella specie, rapporto di finanziamento), comporta lo spostamento della competenza, in dipendenza del maggior valore dell'intero rapporto rispetto al valore della domanda, solo nel caso in cui l'eccezione non sia stata proposta come mero mezzo di difesa, ma dia luogo ad una questione pregiudiziale da risolversi con efficacia di giudicato ai sensi dell'art. 34 c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 4638 del 2 aprile 2002)
Cass. civ. n. 15571/2001
In caso di proposizione cumulativa delle domande di risarcimento del danno e di rimborso delle spese relative all'accertamento tecnico preventivo senza indicazione di valore, non si ha superamento della competenza del giudice adito, ai sensi del combinato disposto degli articoli 10 e 14 c.p.c., là dove l'attore formuli, nell'atto introduttivo ovvero al più tardi nel corso della prima udienza, clausola o riserva di contenimento, dichiarando cioè di contenere il valore complessivo delle domande entro i limiti di competenza del giudice adito. Diversamente, la clausola o riserva di contenimento riferita esclusivamente ad una sola delle domande proposte cumulativamente non vale ad evitare il superamento di competenza in questione, in quanto ciascuna di esse si presume, ai sensi dell'art. 14 c.p.c., di valore uguale al limite massimo della competenza del giudice adito, sicché il cumulo ne comporta necessariamente il superamento.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 15571 del 10 dicembre 2001)
Cass. civ. n. 14307/2001
Ai fini della determinazione del valore della causa nel caso in cui la domanda giudiziale abbia ad oggetto il mero accertamento della sussistenza del privilegio, occorre far riferimento all'ammontare del credito cui il privilegio accede, atteso che esso non vive separatamente dal credito ma necessariamente lo presuppone e lo segue. (Nel caso di specie la corte ha confermato la sentenza con la quale il tribunale, adito ai fini dell'accertamento della sussistenza del privilegio, ha ritenuto sussistente la sua competenza per valore sulla base del valore del credito cui la prelazione ineriva).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14307 del 15 novembre 2001)
Ai fini della competenza per valore più domande devono essere sommate tra loro se proposte contro la stessa parte. È da escludere, pertanto, il cumulo tra la domanda di annullamento di una delibera assembleare (proposto contro il condominio) e quella di risarcimento dei danni proposta in proprio contro l'amministratore.
Cass. civ. n. 7695/1999
Ai fini della competenza per valore il cumulo delle domande, ai sensi dell'art. 10 c.p.c., concerne soltanto l'ipotesi di più domande intese come pretese ben distinte tra loro, aventi ciascuna una propria individualità, mentre rimangono assorbite tutte quelle richieste che essendo formalmente proposte in via separata sono prive di autonomia, in quanto hanno carattere accessorio, conseguenziale o strumentale. (Fattispecie riguardante la domanda di regolamento di confini e di apposizione dei termini ed in via conseguenziale di abbattimento dell'attuale muretto divisorio fra proprietà contigue e di rimborso delle spese necessarie per l'esecuzione dei lavori).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 7695 del 19 luglio 1999)
Cass. civ. n. 5839/1999
Il principio del cumulo di domande ex art. 10 c.p.c. determina uno spostamento della competenza dal giudice adito al giudice superiore ove l'attore non dichiari di voler contenere l'intero petitum nei limiti della competenza del giudice adito.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5839 del 14 giugno 1999)
Cass. civ. n. 1136/1999
Ai fini della determinazione della competenza per valore vanno cumulate, a norma dell'art. 10, secondo comma c.p.c., le domande proposte nello stesso processo contro la medesima persona e non anche le voci che configurino elementi di specificazione della medesima domanda. Pertanto, in tema di risarcimento del danno, le varie componenti della pretesa risarcitoria (danno emergente lucro cessante, danno diretto ed indiretto, danno materiale e morale) costituendo voci dell'unico “petitum” e non autonome domande non possono ritenersi, ove d'importo indeterminato, ciascuna di ammontare pari al massimo della competenza del giudice adito e non possono pertanto portare al superamento di detta competenza in forza dell'indicato cumulo. Del pari, nel caso di domanda di risarcimento del danno di ammontare non specificato, con espressa richiesta di pagamento di rivalutazione e di interessi, non si è in presenza di una pluralità di domande bensì, attesa l'identità del titolo e della relativa natura giuridica, di un'unica domanda di risarcimento dei danni articolata in più voci illiquidate ed indeterminate, con conseguente inapplicabilità dell'art. 10 comma secondo c.p.c.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 1136 del 10 febbraio 1999)
Cass. civ. n. 10379/1998
Qualora la domanda di pagamento degli interessi legali sulla somma capitale sia stata formulata dall'attore con riferimento ai soli interessi successivi alla notificazione dell'atto di citazione, non essendo questi ultimi computabili, a norma dell'art. 10 secondo comma c.p.c. per la determinazione del valore della causa ai fini della competenza, questa si determina con riferimento alla sola somma richiesta a titolo di capitale.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 10379 del 20 ottobre 1998)
Cass. civ. n. 8141/1998
In ipotesi di litisconsorzio facoltativo (art. 103 c.p.c.), caratterizzato da domande di più soggetti contro uno stesso convenuto in base a titoli autonomi anche se della stessa natura, non è applicabile il comma 2 dell'art. 10 c.p.c. (che è richiamato soltanto dall'art. 104 dello stesso codice, relativo al cumulo oggettivo), sicché il valore delle singole controversie deve essere autonomamente determinato.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8141 del 18 agosto 1998)
Cass. civ. n. 3597/1997
Poiché la competenza per valore del giudice è determinata dalla domanda (art. 10 c.p.c.), se questa è di competenza del giudice adito, ma la sentenza di condanna al pagamento di una somma di denaro supera la competenza per valore del giudice che l'ha emessa, non vi è violazione di una norma sulla competenza, bensì della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 3597 del 24 aprile 1997)
Cass. civ. n. 4965/1995
Qualora l'attore unitamente alla domanda di accertamento dell'autenticità delle sottoscrizioni apposte ad una scrittura privata di compravendita proponga domanda di accertamento della proprietà del bene venduto con detta scrittura, la competenza per valore si determina in base al cumulo delle due domande, una di natura personale, ai sensi dell'art. 12 c.p.c. e l'altra di natura reale immobiliare, ai sensi dell'art. 15 comma 1, in ragione della rendita catastale moltiplicata per il coefficiente di legge.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4965 del 6 maggio 1995)
Cass. civ. n. 5779/1993
Ai fini della determinazione del valore della causa il giudice deve anche tenere conto, per una esigenza di economia processuale, delle modifiche e riduzioni della domanda ritualmente introdotte dall'attore nel corso del giudizio, quando queste riconducano la controversia nell'ambito della sua competenza, non ostandovi né il principio generale dell'art. 10 c.p.c., che, pur legando la determinazione del valore della causa alla domanda originaria, nulla dispone sugli effetti dei successivi mutamenti di questa domanda, né il principio dell'art. 5 dello stesso codice (la giurisdizione e la competenza si determina con riguardo allo stato di fatto esistente al momento della domanda), che si riferisce solo a quelle situazioni extraprocessuali che la legge assume come fatti determinativi della competenza o della giurisdizione e non anche a quegli elementi intrinseci della domanda, né, infine, il principio della rilevabilità di ufficio della incompetenza per valore nel corso del giudizio di primo grado (art. 38 c.p.c.) che non implica affatto la necessità che il giudice declini la competenza su una domanda che, prima della decisione, sia stata ricondotta nei limiti della competenza del giudice adito e che solo a questo potrebbe, quindi, essere riproposta.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5779 del 21 maggio 1993)
L'art. 10, secondo comma, c.p.c., secondo cui ai fini della determinazione del valore della causa per stabilire la relativa competenza le domande proposte nel medesimo processo contro la medesima persona si sommano tra loro, va inteso nel senso che il criterio del cumulo è applicabile soltanto quando le varie domande sono formulate contro lo stesso soggetto in un unico processo. Il criterio anzidetto non opera, invece, nel caso di domande proposte in giudizi diversi successivamente riuniti, poiché ciascuno dei singoli procedimenti mantiene la propria individualità, nonostante l'intervenuta riunione, e la competenza per valore deve essere stabilita attraverso la verifica del valore di ciascuna domanda.
Cass. civ. n. 974/1990
In ipotesi di litisconsorzio facoltativo che si determina a seguito di domande connesse per il titolo che siano proposte con unico atto di citazione nei confronti di più convenuti non trova applicazione il disposto del secondo comma dell'art. 10 c.p.c. — che prevede, ai fini della determinazione della competenza per valore, il cumulo delle domande proposte nello stesso processo nei confronti della medesima persona — ma il giudice adito, ove sia competente per valore in ordine ad alcuna delle domande, deve decidere anche in ordine a quelle di minor valore che sarebbero di competenza di un giudice inferiore, sempre che non ritenga che la riunione ritardi il processo (art. 103, cpv. c.p.c.).
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 974 del 10 febbraio 1990)
Cass. civ. n. 5182/1989
Qualora, insieme con una domanda di valore determinato ed inferiore al limite della competenza del giudice adito, sia stata dall'attore proposta altra domanda senza precisazione della somma richiesta, il principio del cumulo ex art. 10 c.p.c., con spostamento della competenza al giudice superiore, non opera solo ove l'attore dichiari, in modo non equivoco, di voler contenere il valore di tale seconda domanda entro il predetto limite e cioè in una misura pari alla differenza fra questo ed il valore espressamente determinato dell'altra domanda.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 5182 del 28 novembre 1989)
Cass. civ. n. 2847/1980
Qualora nell'atto di citazione vengano richiesti, oltre al capitale, anche gli interessi legali, senza specificare se essi attengano o meno a periodo antecedente alla notificazione dell'atto introduttivo del processo, deve ritenersi, in mancanza di prova circa la natura del debito e la sua esenzione dalla costituzione in mora ai fini degli interessi, che la domanda giudiziale costituisca, di per sé, atto di costituzione in mora e che gli interessi richiesti decorrano dalla notificazione della citazione. Ne consegue che, per la determinazione del valore della causa, deve tenersi conto solo della somma richiesta a titolo di capitale, non essendo computabili a tal fine gli interessi successivi alla notificazione dell'atto introduttivo del processo.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2847 del 29 aprile 1980)
relative all'articolo 10 Codice di procedura civile
Norma di riferimento: Articolo 10 Codice proc. civile - Determinazione del valore | Quesito Q201512539
martedì 03/03/2015 - Sardegna
“In una causa, radicata, nell'aprile 2013, presso il giudice ordinario, con il fine di richiedere all'amministratore di condominio i dati relativi ai condomini, per riscuotere, quota parte, da ciascuno di essi, l'avvocato aveva citato, contestualmente, amministratore e condominio. Controparte, inizialmente contumace--avrebbe dovuto disporre di due distinte procure?-ha eccepito che essendo il valore iscritto della causa,pari ad € 5000 fosse di competenza del GdP ed il giudice, con quasi due anni di ritardo, anzichè farlo d'ufficio, si è spogliato, con decreto, della competenza, a favore del G.d.P., fissando un termine per la riassunzione della causa, senza tuttavia motivare di averlo fatto per avere individuata la parte legittimata in giudizio, esclusivamente nell'amministratore. A questo punto ci si interroga sui seguenti punti: come determinare il valore della causa? Se dovesse essere di valore indeterminato o superiore a 5000 € si dovrebbe tornare al giudice ordinario? Per eccepire il valore della causa non superiore ai 5000 €, il difensore doveva disporre di procura speciale rilasciata anche dall'amministratore--oltre a quella del condominio e, qualora essa mancasse, si potrebbe impugnare il decreto, invocando anche l'argomento del valore della causa--qualora indeterminato o superiore a 5000€-- e la carenza di motivazione del decreto? E' corretto considerare la materia condominiale, altra, rispetto al contenzioso con l'amministratore?”
Consulenza legale i 09/03/2015
Per rispondere con esattezza al quesito, si dovrebbe conoscere con precisione la domanda dedotta in giudizio. Supponendo che essa avesse solo questo tenore "si condanni l'amministratore a fornire i nominativi dei condomini morosi e relative quote dovute", si può osservare quanto segue.
Innanzitutto si premette che la riforma del condominio ad opera della legge 220/2012 (entrata in vigore il 17 giugno 2013 e quindi dopo l'instaurazione della causa di cui al quesito), ha modificato l'art. 63 delle disposizioni di attuazione del codice civile stabilendo espressamente che "l'amministratore è tenuto a comunicare ai creditori non ancora soddisfatti che lo interpellino i dati dei condomini morosi". In precedenza, ci si era posti il dubbio circa il conflitto tra il diritto di difesa del creditore e il diritto alla privacy dei condomini, anche se di fatto la giurisprudenza di merito tendeva ad agevolare il creditore.
Quanto ai dubbi sulla competenza del giudice di pace o del giudice ordinario, va precisato che il giudice di pace ha una competenza funzionale, cioè indipendente dall'eventuale valore economico che si possa attribuire alla vicenda, solo per le cause relative alla "misura ed alle modalità d’uso dei servizi di condominio di case" (art. 7, secondo comma n. 2, c.p.c.): ad esempio, alcuni condomini ritengono che un altro condomino faccia un uso più intenso dell'ascensore e quindi debba pagare più spese condominiali.
Quanto, invece, si tratti di controversia che attiene alla ripartizione di spese condominiali, ai fini della determinazione della competenza per valore, secondo la giurisprudenza di legittimità, "se il condomino agisce per sentir dichiarare l’inesistenza del suo obbligo di pagamento sull’assunto dell’invalidità della deliberazione assembleare, quest'ultima viene contestata nella sua globalità, sicché la competenza deve determinarsi con riguardo al valore dell’intera spesa deliberata; ove, invece, il condomino deduca, per qualsiasi diverso titolo, l’insussistenza della propria obbligazione, il valore della causa va determinato in base al solo importo contestato, perché la decisione non implica una pronuncia sulla validità della delibera di spesa nella sua globalità" (Cass. civ., 22.1.2010, n. 1201).
Le cause fin qui descritte sono quelle che possono sorgere tra i condomini del medesimo condominio.
Se, invece, è un terzo creditore a far causa all'amministratore del condominio per ottenere l'elenco dei condomini morosi, non vi è alcuna competenza funzionale del giudice di pace, quindi si guarda al valore della causa: se inferiore a 5.000 €, la competenza spetta al G.d.p., se superiore o indeterminabile, spetta al Tribunale.
L'ultimo comma dell'art. 38 del c.p.c. stabilisce che le questioni relative alla competenza vanno decise in base a quello che risulta dagli atti e, quando sia reso necessario dall'eccezione del convenuto o dal rilievo del giudice, dopo aver assunte sommarie informazioni. Quindi, per stabilire il valore della causa, si guarda a quanto le parti hanno dichiarato nei rispettivi atti: ad esempio, nel caso di specie, se si procedeva per un credito pari a 5.000 euro, questo potrebbe essere il valore preso in considerazione dal giudice per determinare la propria incompetenza.
Tuttavia, ciò che risulta prima facie errato nella decisione del giudice di rimettere la causa al G.d.p. sembra essere il mancato rispetto del citato art. 38: l'eccezione di incompetenza per valore va fatta a pena di decadenza, nella comparsa di risposta tempestivamente depositata; il giudice può rilevarla d'ufficio, ma solo entro la prima udienza ex art. 183. Se la controparte ha proposto l'eccezione (risulta indifferente che a proporla sia stato il condominio o l'amministratore) in un momento successivo, avrebbe dovuto rilevare la decadenza del potere della parte di eccepire l'incompetenza dopo due anni dall'instaurazione della causa. Naturalmente, questa ricostruzione va confrontata con gli atti di causa, di cui non si dispone in questa sede per rispondere al quesito.
In conclusione, per rispondere alle domande poste nel quesito:
- come determinare il valore della causa?
Si applica l'ultimo comma dell'art. 38 c.p.c.
- se dovesse essere di valore indeterminato o superiore a 5.000 € si dovrebbe tornare al giudice ordinario?
Sì, perché il giudice di pace non ha competenza funzionale nella materia oggetto della causa in esame.
- per eccepire il valore della causa non superiore ai 5.000 €, il difensore doveva disporre di procura speciale rilasciata anche dall'amministratore oltre a quella del condominio e, qualora essa mancasse, si potrebbe impugnare il decreto, invocando anche l'argomento del valore della causa - qualora indeterminato o superiore a 5000€ - e la carenza di motivazione del decreto?
Non si ritiene che l'eccezione dovesse essere necessariamente proposta dall'amministratore, ma piuttosto che essa dovesse essere proposta tempestivamente, ex primo comma dell'art. 38. Il decreto sarebbe quindi illegittimo sotto questo profilo. Se poi si potesse dimostrare che il valore della causa è superiore a 5.000 euro o indeterminabile, la competenza allora spetterebbe certamente al Tribunale.
- é corretto considerare la materia condominiale, altra, rispetto al contenzioso con l'amministratore?
Certo, perché ai sensi dell'art. 7 del c.p.c. il giudice di pace ha una competenza funzionale solo per le cause relative alla misura ed alle modalità d’uso dei servizi di condominio di case.
Per completezza, ricordiamo che la giurisprudenza di merito ha in più occasioni ravvisato la responsabilità dell'amministratore per la mancata sollecitudine nel dare riscontro alla richiesta stragiudiziale - e poi giudiziale - del creditore e di conseguenza per il danno generato dall'omessa o ritardata consegna.
Norma di riferimento: Articolo 10 Codice proc. civile - Determinazione del valore | Quesito Q20112100
“A cosa si riferisce il legislatore quando al secondo comma parla di spese danni e interessi scaduti anteriori alla domanda? Cosa significa che si sommano con il capitale? Di quale capitale parla?”
La disposizione di cui al secondo comma dell'art. 10 del c.p.c. va intesa nel senso che solo le quote già maturate nel momento in cui viene proposta la domanda si computano ai fini della competenza per valore, purché i menzionati accessori siano richiesti dalla parte, anche in corso di causa.
In giurisprudenza si è precisato che l'art. 10 c.p.c., ove dispone che gli interessi scaduti, le spese e i danni anteriori alla proposizione della domanda si sommano al capitale, intende riferirsi, con elencazione esemplificativa e non tassativa, a tutti quegli elementi - siano essi accessori o meno della domanda - che hanno in comune la capacità di accrescersi durante il processo, sicché la richiesta di riconoscimento e della liquidazione del relativo diritto fino al soddisfo non incide sul valore della controversia.
Il concetto di "capitale" è qui inteso semplicemente come somma di denaro che produce interessi.