Source: http://www.uiltucsemiliaromagna.it/contenuto/telecamere-e-lavoro-tracce-di-un-percorso-salita
Timestamp: 2018-03-24 00:38:11+00:00
Document Index: 50487034

Matched Legal Cases: ['art. 4', 'art. 2', 'art. 4', 'art. 6', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 38', 'art. 4', 'art. 3', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 4']

Telecamere e lavoro: tracce di un percorso in salita | UILTuCS Bologna ed Emilia Romagna
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(Il presente documento riguarda le iniziative assunte da UILTuCS Lombardia negli anni 2004-2007 sul tema della videosorveglianza: pur essendo trascorso molto tempo, i contenuti sono tuttora validi e l’esperienza ha consentito di addivenire alla definizione di modelli di accordo cui riferirsi per la disciplina della materia).
Quando, sul finire del 1996, veniva approvata la legge n. 675, poche persone avevano realmente compreso di che cosa si stesse parlando. La privacy (termine generalmente abbinato a vip per riferirsi alla sfera privata della vita delle persone importanti) assumeva finalmente rilievo per la generalità dei cittadini. Oggi, dopo poco più di dieci anni, si scoprono comportamenti – leciti o meno – che, paradossalmente, dimostrano quanto la nostra vita privata sia davvero poco "riservata" rispetto al passato: la tecnologia (e i suoi molteplici usi) consente ingerenze in molte occasioni, per la cui tutela l'iniziativa legislativa intrapresa appare persino insufficiente.
Ci siamo imbattuti nella videosorveglianza, scoprendo abbastanza bruscamente l'impatto del cambiamento: eravamo abituati a fare i conti con qualche telecamera fissa, collocata in prossimità della "barriera casse", del ricevimento merci o di qualche reparto "sensibile" ai furti; impianti visibili agli occhi dei clienti perché il loro scopo principale era la deterrenza verso i malintenzionati. Le immagini venivano registrate su videoregistratori con cassetta VHS a cancellazione automatica ogni 24 ore per sovra-registrazione e, nella maggior parte dei casi, utilizzate solo in presenza di atti criminosi rilevanti.
L'azione sindacale era basata sulla stipula di accordi nei quali si confermavano le garanzie previste dallo Statuto dei lavoratori (art. 4, combinato con art. 2), con la collocazione dell'apparecchio di registrazione in un sito accessibile agli incaricati aziendali solo in presenza dei rappresentanti sindacali (la cosiddetta "doppia chiave" dell'armadietto posto nell'ufficio della direzione). Le aziende disponevano di personale addetto esclusivamente all'anti-taccheggio: una persona in giro per il supermercato (solo gli ipermercati potevano permettersi di averne di più) e, in alcuni casi, una guardia giurata addetta ai fermi dei "ladruncoli".
Lo scenario odierno è a dir poco mutato!
Nei centri commerciali di Auchan o di Carrefour vengono installati impianti molto più complessi: sono caratterizzati dalla presenza di decine di telecamere (sopra le casse se ne possono scorgere una ogni cinque, sei postazioni), orientabili, dotate di zoom, collegate a sistemi in grado di gestire milioni di immagini e di suoni, con registrazione su sopporto informatico; lungo il soffitto dell’ipermercato scorrono due binari "a croce", al cui interno sono collocate telecamere in grado di riprendere l’intera superficie di vendita. Tutti questi apparecchi sono molto meno visibili ai clienti, la forma sferica e ridotta consente di collocarle facilmente nei diversi angoli; ma se ne scoprono anche nella galleria del centro commerciale, così come al di fuori per sorvegliare il parcheggio e il ricevimento merci. Sono connessi a diversi monitors posti in uno specifico locale.
Un gigantesco sistema in grado di scrutare – anche da molto vicino – ogni comportamento del cliente, sia dentro l’ipermercato che nei negozi della galleria, nonché le azioni quotidiane dei dipendenti. Tutto ciò affidato agli attenti occhi di "squadre di sicurezza", formate da lavoratori diretti, ma anche da soci-lavoratori di cooperative o di dipendenti di società terze che gestiscono in appalto il servizio e che applicano il contratto portierato-multiservizi.
Se da un lato il nostro ordinamento riconosce al datore di lavoro il potere di controllare l’esecuzione della prestazione lavorativa, dall’altro lo Statuto dei lavoratori ha posto limitazioni atte a garantire il rispetto delle libertà, dignità e riservatezza del lavoratore: questa rete di garanzia è costituita dagli articoli 2, 3, 4, 5, 6 e 8.
L'art. 4 in particolare dispone che "è vietato l'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori. Gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l'Ispettorato del lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l'uso di tali impianti."
Alcuni passaggi della norma vanno evidenziati.
La finalità della videosorveglianza viene imputata ad esigenze genericamente definite "organizzative e produttive" nonché per la "sicurezza del lavoro", tutte riconducibili ad un contesto in cui appaia necessario visionare lo sviluppo del ciclo produttivo, con l'attenzione rivolta al corretto svolgimento delle diverse fasi lavorative connesse ad esempio all'impiego di macchinari complessi ed anche "rischiosi".
Nei centri commerciali, l'utilizzo dei sistemi sopra descritti, è invece prevalentemente motivato da parte datoriale con l'esigenza di tutela del patrimonio aziendale, ancorato al diritto di proprietà privata, al quale lo Statuto dedica però un altro articolo ed un diverso strumento (art. 6 – visite personali di controllo ai dipendenti).
E' pur vero che alcune istanze invocano anche un obiettivo di sicurezza per i lavoratori, ma, obiettivamente, stante la natura "aperta" dei luoghi di cui trattasi, le telecamere non paiono uno strumento particolarmente necessario o utile a tale scopo. Per taluni versi, più fondato appare invece il fine della tutela generale rispetto a possibili atti criminali (attentati, rapine, avvelenamento dei prodotti ecc.), la cui ripresa può risultare utile per l'identificazione dei responsabili.
La disquisizione può apparire capziosa, ma è fondamentale per introdurre la questione. Se prevalesse la prima interpretazione, si potrebbe affermare che – stante il divieto generale di ripresa dell'attività lavorativa disposto dal primo comma dell'articolo – l'eccezione che legittima l'uso della videosorveglianza è connesso alla particolarità delle lavorazioni svolte e la localizzazione dovrebbe coincidere con i reparti di lavorazione e di ricevimento delle merci; se si propende per la seconda, appare abbastanza difficile coniugare il precetto iniziale con una tutela generale ed assoluta del patrimonio di un'azienda da qualunque danno potenziale, soprattutto se trattasi di luogo accessibile al pubblico e con merci distribuite su una superficie molto ampia.
L'esperienza realizzata nei decenni trascorsi porta a ritenere che il Ministero del Lavoro abbia optato nei fatti per il secondo orientamento, con un indirizzo consolidato di particolare rigidità che rende esigibile il principio generale di tutela dei lavoratori. In altre parole, si era riconosciuto il diritto del datore di lavoro di utilizzare le telecamere per difendere il patrimonio aziendale, ma se ne era limitato fortemente l'impiego: apparecchi in numero limitato, posti generalmente in prossimità della barriera casse (dove si "consuma" il reato di furto vero e proprio, oppure la rapina) o del ricevimento merci (puntati verso l'esterno), non orientabili e privi di zoom; previsione delle garanzie di controllo da parte della RSA ricordate all'inizio.
Nel 1996 viene emanata la legge n. 675, che sfocia successivamente nel decreto legislativo n. 196/2003 – "Codice della Privacy". L'articolato, particolarmente complesso, disciplina in modo organico la materia:
Chiunque ha diritto alla protezione dei dati personali che lo riguardano (art. 1);
Il presente testo unico (...) garantisce che il trattamento dei dati personali si svolga nel rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali, nonché della dignità dell'interessato, con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità personale e al diritto alla protezione dei dati personali. (art. 2)
I sistemi informativi e i programmi informatici sono configurati riducendo al minimo l'utilizzazione di dati personali e di dati identificativi, in modo da escluderne il trattamento quando le finalità perseguite nei singoli casi possono essere realizzate mediante, rispettivamente, dati anonimi od opportune modalità che permettano di identificare l'interessato solo in caso di necessità (art. 3 – Principio di necessità).
pertinenti, completi e non eccedenti rispetto alle finalità per le quali sono raccolti o successivamente trattati; (Capo I Regole per tutti i trattamenti - Art. 11 Modalità del trattamento e requisiti dei dati)
I dati personali oggetto di trattamento sono custoditi e controllati, anche in relazione alle conoscenze acquisite in base al progresso tecnico, alla natura dei dati e alle specifiche caratteristiche del trattamento, in modo da ridurre al minimo, mediante l'adozione di idonee e preventive misure di sicurezza, i rischi di distruzione o perdita, anche accidentale, dei dati stessi, di accesso non autorizzato o di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta. (Art. 31 Obblighi di sicurezza)
La lettura di questo breve stralcio delinea lo spirito di tutela che il legislatore intende garantire al cittadino (quindi anche al lavoratore) in tema di raccolta e trattamento dei dati personali, introducendo criteri generali che saranno ripresi anche in sezioni specifiche.
Ma il Codice dedica anche un apposito capitolo al rapporto di lavoro (Titolo VIII), con un cenno particolare al tema del controllo a distanza: gli artt. 114 e 171 confermano l'applicazione dell'art. 4 dello Statuto e le sanzioni previste dall'art. 38.
A nostro parere, quindi, l'evoluzione legislativa ha determinato un quadro di norme generali sul trattamento dei dati personali che va coniugato con lo Statuto dei lavoratori dal Ministero del Lavoro allorquando debba valutare le istanze aziendali atte a veder autorizzata l'installazione di impianti audiovisivi.
L'istituzione dell'Autorità Garante determina una nuova fonte di diritto, che si realizza attraverso una serie di provvedimenti generali in materia di dati personali. La videosorveglianza trova posto nell'atto del 29 aprile 2004, la cui premessa risulta significativa: "nel triennio di applicazione del predetto provvedimento sono stati sottoposti all'esame dell'Autorità numerosi casi, attraverso reclami, segnalazioni e richieste di parere, i quali evidenziano un utilizzo crescente, spesso non conforme alla legge, di apparecchiature audiovisive che rilevano in modo continuativo immagini, eventualmente associate a suoni, relative a persone identificabili, spesso anche con registrazione e conservazione dei dati"; ne consegue che il Garante adotta "il presente provvedimento richiama taluni principi e illustra le prescrizioni generali relative a tutti i sistemi di videosorveglianza; nei paragrafi 4, 5 e 6 vengono invece individuate prescrizioni riguardanti specifici trattamenti di dati. Ovviamente, per casi particolari l'Autorità si riserva di intervenire di volta in volta con atti ad hoc.
Le prescrizioni del presente provvedimento hanno come presupposto il rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali dei cittadini e della dignità delle persone con particolare riferimento alla riservatezza, all'identità ed alla protezione dei dati personali."
La prima prescrizione è quella afferente i principi generali: "liceità, necessità, proporzionalità e finalità.
Quest'ultimo risolve la controversia interpretativa da noi sollevata rispetto alle esigenze di cui all'art. 4 della legge 300/70. Si afferma infatti che sono ammessi "i sistemi di videosorveglianza (...) in realtà introdotti come misura complementare volta a migliorare la sicurezza all'interno o all'esterno di edifici o impianti ove si svolgono attività produttive, industriali, commerciali o di servizi, o che hanno lo scopo di agevolare l'eventuale esercizio, in sede di giudizio civile o penale, del diritto di difesa del titolare del trattamento o di terzi sulla base di immagini utili in caso di fatti illeciti." Tale definizione degli obiettivi va però contemperato con la liceità: "La videosorveglianza deve avvenire nel rispetto, oltre che della disciplina in materia di protezione dei dati, di quanto prescritto da altre disposizioni di legge da osservare in caso di installazione di apparecchi audiovisivi. (...) Vanno tenute presenti, inoltre, le norme riguardanti la tutela dei lavoratori, con particolare riferimento alla legge 300/1970 (Statuto dei lavoratori)."
Stavolta trova conforto la nostra tesi circa l'obbligo di procedere ad un'interpretazione sistematica delle norme.
Il principio di necessità sancito nell'art. 3 del Codice viene qui ribadito con forza: "va escluso ogni uso superfluo ed evitati eccessi e ridondanze (...) Se non è osservato il principio di necessità le installazioni delle apparecchiature e l'attività di videosorveglianza non sono lecite"
L'articolo 2.3 è quello di maggior interesse:
"Gli impianti di videosorveglianza possono essere attivati solo quando altre misure siano ponderatamente valutate insufficienti o inattuabili. Se la loro installazione è finalizzata alla protezione di beni, anche in relazione ad atti di vandalismo, devono risultare parimenti inefficaci altri idonei accorgimenti quali controlli da parte di addetti, sistemi di allarme, misure di protezione degli ingressi, abilitazioni agli ingressi.
Non va adottata la scelta semplicemente meno costosa, o meno complicata, o di più rapida attuazione, che potrebbe non tener conto dell'impatto sui diritti degli altri cittadini o di chi abbia diversi legittimi interessi. (...)
La proporzionalità va valutata in ogni fase o modalità del trattamento, per esempio quando si deve stabilire: (...) la dislocazione, l'angolo visuale, l'uso di zoom automatici e le tipologie - fisse o mobili - delle apparecchiature; (...) quali dati rilevare, se registrarli o meno (...); la durata dell'eventuale conservazione (che, comunque, deve essere sempre temporanea)."
Ad una prima lettura, appare abbastanza chiaro che quanto posto in essere dalla Grande Distribuzione risulta in contrasto con quanto stabilito dal Garante. L'impiego della videosorveglianza dovrebbe caratterizzarsi come strumento residuale (e non principale, se non addirittura esclusivo): peraltro, dopo anni di sperimentato utilizzo di sistemi di anti-taccheggio (tuttora essenziali), l'eventuale ricorso alle telecamere dovrebbe assumere infatti carattere complementare, a dimensione contenuta. Invece i sistemi descritti paiono, per complessità e quantità, decisamente preponderanti, al punto di configurare una vera e propria ridondanza. Sarebbe interessante in tal senso ottenere dati inerenti il numero di tentativi di furto impediti grazie alla videosorveglianza piuttosto che attraverso il classico "pedinamento" del malintenzionato!
Alla luce di quanto sopra, appare almeno discutibile l'orientamento assunto dal SIL di Milano, ribadito dal Ministero del Lavoro in sede di rigetto di ricorso, in diverse occasioni. Nessuno dei provvedimenti citati contiene una valutazione ispirata a questi criteri: tutti si limitano sostanzialmente a riprendere le principali indicazioni inerenti il sistema di videosorveglianza fornite nell'istanza aziendale e concludono affermando persino che "le modalità di installazione e d'uso escludono la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori"!
Non vi è traccia di un'analisi tecnica dell'impianto, della sua composizione, dell'uso potenzialmente distorto dei dati informatici raccolti; malgrado ciò, si giunge persino all'affermazione palesemente infondata di una presunta ed irreale impossibilità di controllo del lavoro (requisito peraltro non richiesto dall'art. 4 dello Statuto che, invece, prevede espressamente l'autorizzazione nel caso ciò avvenga, seppur indirettamente).
In realtà, proprio la natura di questi sistemi, consente – molto più che in passato – di controllare l'attività lavorativa: la numerosità delle telecamere e la loro orientabilità (compreso lo zoom) permettono di inquadrare qualunque situazione a libera discrezione dell'operatore. Posto il divieto dell'art. 4, sarebbe assolutamente necessario prevedere il "carattere accidentale" di eventuali riprese che inglobino il lavoratore, nonché una prescrizione di limitazione temporale delle suddette inquadrature. Altro elemento fondamentale attiene al tempo di conservazione delle immagini e della loro rivisitazione: il sistema digitale è predisposto per consentire ogni iniziativa in proposito, ma la legge prescrive termini precisi sotto il profilo temporale, generalmente per 48 ore. Mal si comprende per quale ragione il Ministero del Lavoro abbia autorizzato invece un periodo di 7 giorni ed ancora meno si può condividere l'assoluto silenzio sul secondo punto: rivedere le immagini non risulta di alcuna utilità per le finalità della sorveglianza: i danni al patrimonio aziendale vanno individuati immediatamente al loro verificarsi (il ladruncolo va colto in flagranza di reato, scoprirlo successivamente appare complicato e privo di utilità concreta). E' evidente che la possibilità di ri-osservare la registrazione a distanza di giorni può invece "risultare utile ad alcuni" per rivedere i comportamenti tenuti dai dipendenti nel corso della giornata.
Si pensi, ad esempio, al caso della cassiera di questi ipermercati: ha una telecamera sopra la testa che la inquadra per l'intero tempo di lavoro, con la possibilità per l'osservatore di guardarla in ogni suo dettaglio operativo (molto, molto da vicino con lo zoom!) e, qualora gli sfugga qualcosa, di rivedere tutto in perfetta tranquillità entro sette giorni.
Altro tema delicato attiene alla portabilità dei dati registrati. I sistemi informatici sono spesso collegati alle reti aziendali, con la possibilità di connettere tanti terminali fra loro. Appare utile la previsione di obbligo di protezione mediante password, ma ancora una volta il rischio di aggiramento dello stesso non sembra così complicato: nei fatti, si potrebbero perfino osservare le riprese all'interno di un ipermercato stando a qualche centinaia di chilometri di distanza.
Infine, sembra utile soffermarsi sul ruolo della Rappresentanza Sindacale. Posto che per la complessità tecnologica intrinseca al sistema, l'esercizio di un reale ed efficace controllo richiederebbe cognizioni tecniche avanzate (di cui non sempre disponiamo), non può essere accettato alcun tentativo di limitare o condizionare l'accesso dei delegati alle "stanze di osservazione": è necessaria la massima libertà di azione al fine di consentire la supervisione dei comportamenti degli addetti alla videosorveglianza; prefigurare forme di preavviso, burocratizzare l'intervento, significa vanificarlo.
Nel corso del nostro "percorso in salita" ci siamo ritrovati nel mezzo di un altro problema.
Gli impianti dei centri commerciali esaminati presentano alcune telecamere posizionate nella galleria, facenti parte dell'impianto generale dell'ipermercato. Questi apparecchi inquadrano i clienti, ma anche i dipendenti dei negozi ivi collocati che ricadono nelle riprese mentre svolgono la propria attività lavorativa. Si configura una casistica ricadente nell'ambito dell'art. 4 dello Statuto ed è quindi indispensabile l'accordo sindacale o, in mancanza di rappresentanza sindacale, l'autorizzazione del Ministero del lavoro.
A chi compete la presentazione dell'istanza? Sembra non possa che essere in capo al datore di lavoro interessato, sebbene l'impianto di videosorveglianza non sia di sua proprietà.
L'esame compiuto ha dimostrato che il problema è completamente eluso: le autorizzazioni del SIL di Milano si riferiscono all'istanza dell'ipermercato, trascurando quanto sopra citato, e nessun operatore commerciale presente in quei siti ha avanzato richieste ex art. 4.
Risultato: i lavoratori di questi negozi sono "ripresi" senza accordo e senza autorizzazione!
In conclusione, riteniamo utile risollecitare il Garante e il Ministero del Lavoro a riesaminare le argomentazioni poste, evitando le attuali superficialità e addivenendo ad un orientamento omogeneo e coerente.
Stefano Franzoni – Aldo Giammella
"Tracce di un percorso in salita"
Vademecum per lavoratori spiati da telecamere
Sembra il titolo di un romanzo, invece è la cronaca di un'esperienza.
Più precisamente di un'esperienza sindacale rappresentata da un percorso iniziato ben sei anni fa, quando nel 2000 la Direzione dell'ipermercato Auchan di Rescaldina (MI) comunicava l'intenzione di predisporre un sistema di videosorveglianza; un'esperienza poi arricchita dalla discussione iniziata nel 2004 in un altro centro commerciale del Gruppo Auchan posto nel Comune di Vimodrone.
La novità di allora, considerato che non era la prima volta che un'Azienda chiedeva al Sindacato un accordo per l'utilizzo delle telecamere in un supermercato per la tutela del proprio patrimonio, era rappresentata dal fatto di voler utilizzare nuove tecnologie cosiddette "intelligenti".
Infatti, il progetto contemplava l'introduzione di un ingente numero di telecamere a colori, dotate tra l'altro di zoom, brandeggiabili (cioè rotanti a 360°) e a scorrimento su binari, collegate ad una cabina di controllo. Il pregio di questo sistema, manovrato 24h su 24h da addetti della sorveglianza sistemati in una cabina di regia con oltre venti monitor, era rappresentato dalla possibilità di riprendere e registrare in formato elettronico (immagini registrate su hard disk) l'intera area dell'ipermercato da una sola consolle di comando. Quest'ultima pertanto consentiva agli operatori addetti al controllo di riprendere da più angoli di visuale e alla grandezza desiderata, secondo criteri in ogni caso soggettivi, chiunque transitasse nel centro commerciale e di consultare le registrazioni in piena libertà e senza alcun limite.
L'aspetto negativo, ovviamente sotto il profilo sindacale laddove lo Statuto dei Lavoratori vieta l'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, risultava essere la possibilità aziendale di inquadrare non solo ogni cliente del negozio (più o meno mal intenzionato), ma anche ogni dipendente nel pieno svolgimento delle proprie normali mansioni.
Per di più, oltre ad essere il resoconto di un'esperienza ricostruita sulla base dei documenti realizzati nelle varie fasi del confronto/scontro tra sindacato e Azienda, questo lavoro è il tentativo di fornire degli spunti utili e dei modelli operativi (ed ecco perché vademecum), a tutti coloro che avranno a che fare con la materia delle telecamere nei luoghi di lavoro.
Pertanto, un percorso. Purtroppo, un percorso in salita!
Se è semplice cogliere l'idea del percorso, probabilmente è meno intuitivo cogliere l'aspetto della salita. Metaforicamente questa vuole rappresentare le grandi difficoltà che il sindacato ha dovuto (per inciso sia detto che non sono ancora terminate) affrontare per far valere le proprie ragioni.
Sebbene lo Stato dei Lavoratori conservi ancora tutta la sua efficacia e le norme sulla privacy siano diventate sempre più ristrettive, sembra che l'utilizzo delle telecamere abbia assunto, col passare del tempo, un carattere di tale "normalità" che gli enti preposti alla regolamentazione ed al controllo si siano assuefatti all'idea che ogni luogo debba esserne legittimamente dotato. Ogni qualvolta l'interlocutore del sindacato cambiava – Ispettorato e Ministero del lavoro, Garante della privacy, giudici del lavoro, ecc – stranamente la risposta era sempre la stessa.
Per quanto attiene l'ipermercato di Rescaldina al percorso è stata finalmente scritta la parola "FINE" (tappa 20) quando il 30 maggio di quest'anno, in sede giudiziaria, è stato siglato l'accordo sindacale dopo ben oltre cinque anni di lettere, ricorsi, incontri/scontri, mobilitazioni, ecc.
Di converso, la vicenda attinente Vimodrone è ancora a tutt'oggi aperta e si attende il pronunciamento del TAR (Tribunale Amministrativo Regionale) del Lazio.
A tutto questo si aggiunge l'esperienza con Carrefour che si presenta analoga a quella vissuta con Auchan; abbiamo però aggiunto la segnalazione al Garante per approfondire anche l'aspetto della videosorveglianza riferita ai dipendenti dei negozi posti nelle "gallerie" dei centri commerciali gestite dalle catene della GD. Dopo varie sollecitazioni, alla fine, abbiamo visto riconosciuto il principio: questi impianti, pur facendo parte del sistema utilizzato dall'Ipermercato, devono essere specificatamente autorizzati.
Infine, parlando con alcuni colleghi della UILTuCS, abbiamo "scoperto" di non essere soli: anche a Napoli è stato sviluppato un grande lavoro sulla materia delle telecamere ed anche in questo caso con Auchan. Il quinto itinerario è costituito dalla loro esperienza, a cui va il nostro ringraziamento per il prezioso contributo fornitoci a completamento della nostra ricerca.
Milano, novembre 2006 - Aldo Giammella
P.S. La "battaglia" non ha risolto il problema del rischio di utilizzo strumentale delle telecamere. Ha però dimostrato che è possibile rendere complicata la vita a coloro che pensano – con faciloneria ed ostentando eccessiva sicurezza – che lo si possa ignorare. Basti pensare al disturbo che procurerebbe l'esercizio sistematico dei diritti previsti dal Codice della privacy!
In conclusione, possiamo ritenere che gli accordi realizzati successivamente a queste vicende costituiscano una buona "base" per limitare il rischio.
1° TAPPA - Rescaldina: il viaggio ha inizio
2° TAPPA - ...il primo mancato accordo
Nel novembre del 2000, dopo alcuni mesi durante i quali Auchan già utilizzava le telecamere, le parti sottoscrivono un verbale di mancato accordo dove si registrano le diverse posizioni di dissenso.
3° TAPPA - ...la prima autorizzazione
Pochi giorni prima di Natale, il 18.XII.2000, l'Ispettorato del Lavoro di Milano rilascia l'autorizzazione all'utilizzo dell'impianto di videosorveglianza per il solo piano terra dell’area del centro commerciale destinata all’ipermercato. A questa autorizzazione non seguì alcun procedimento avverso poiché né i delegati sindacali di allora, né le Organizzazioni Sindacali ricevettero mai alcuna copia. Come ciò poté verificarsi è un aspetto dell’intera vicenda che resta ancora misterioso.
4° TAPPA - ...si raddoppia
L'estate del 2003 l'ipermercato raddoppia la superficie di vendita aprendo il primo piano. La proprietà decide di raddoppiare il numero di telecamere collocandole semplicemente dappertutto: area di vendita (Piano Terra e I° Piano), gallerie commerciali, uffici e riserve/magazzini. Posto che l'autorizzazione era riferita ad una sola parte di ipermercato e considerato che nel 2004 vengono pubblicate nuove norme in materia di privacy, le Organizzazioni Sindacali riavviano il percorso.
5° TAPPA - ...il contrattacco
6° TAPPA - ...dal Garante
Visto il forte intreccio tra norme poste a tutela dei lavoratori nello Statuto dei Lavoratori (L. 300/70) con gli aspetti introdotti recentemente dal Garante della Privacy, la UILTuCS Lombardia si rivolge direttamente a quest’ultimo chiedendone un pronunciamento.
7° TAPPA - ...chi la dura la vince
Dopo 1441 giorni dall'emanazione dell'atto di autorizzazione le Organizzazioni Sindacali ottengono la necessaria documentazione.
8° TAPPA - ...al Ministero
Appena ottenuta l'autorizzazione, le Organizzazioni Sindacali preparano immediatamente il ricorso al Ministero del Lavoro.
9° TAPPA - ...il Ministero risponde (male)
Il ricorso è respinto perché ritenuto tardivo, benché le OO.SS. lo abbiano materialmente ottenuto solo il 29 novembre 2004.
10° TAPPA - ...riprendono le trattative
11° TAPPA - ...scaramucce con l'Ispettorato
12° TAPPA - ...tocca al Tribunale
Dopo incessanti trattative tra Auchan e le Organizzazione Sindacali, FILCAMS, FISASCAT e UILTuCS di Milano depositano in Tribunale il ricorso per attività antisindacale.
13° TAPPA - ...Auchan si difende
14° TAPPA - ...colpo di scena
Il 14 giugno 2005, esattamente il giorno della prima udienza, l'Ispettorato di Milano trasmette alle parti un nuovo provvedimento che integra il precedente del 18.12.2000. L'efficienza dimostrata dall'Ispettorato in questo caso è a dir poco sorprendente! Oltre ad essere ovviamente dirompente ai fini dell'esito finale del procedimento d'urgenza. Infatti, il Giudice respinge l'istanza e costringe il sindacato ad un percorso giuridico ordinario.
15° TAPPA - ...le cose si allungano
16° TAPPA - ...nuovamente al Ministero
17° TAPPA - ...ancora in Tribunale
18° TAPPA - ...il Ministero accorda le telecamere
19° TAPPA - ...l'ultima spiaggia
20° TAPPA - ...Rescaldina: the end... (in attesa della sentenza del TAR del Lazio)
21° TAPPA - ...Il Garante risponde... un po' in ritardo!
1° TAPPA - Vimodrone: l’antefatto
Il 30 novembre 1999 la RSU di Vimodrone sigla un accordo sindacale per l’utilizzo delle telecamere. A questo accordo non seguì mai l'installazione delle telecamere.
2° TAPPA - ...la proposta aziendale
Dopo alcuni incontri tra la Direzione dell'ipermercato e la RSU il 2 dicembre 2004 la società propone il primo testo di ipotesi d’accordo per l’utilizzo delle telecamere.
3° TAPPA - ...la proposta del sindacato
Il 3 dicembre il sindacato avanza la sua proposta di ipotesi d’accordo. Il testo tende ad introdurre il criterio essenziale per cui le telecamere, ovunque siano posizionate e qualunque sia il cono visuale, non debbano in alcun modo riprendere i lavoratori in servizio.
4° TAPPA - ...la seconda proposta aziendale
Non c’è bisogno di leggerla, è semplicemente identica alla prima. (sic!).
5° TAPPA - ...si inizia a litigare
Il 2 maggio 2005 la RSU, dopo alcuni mesi di discussioni inconcludenti, scrivono alla Direzione richiamando il rispetto dell’unico accordo sindacale (30.11.1999) che regolamenta sino a quella data l’utilizzo delle telecamere a Vimodrone.
6° TAPPA - ...all'Ispettorato
La RSU, dopo alcune azioni unilaterali della Direzione, tenta di correre ai ripari scrivendo alla Direzione Provinciale del Lavoro di Milano chiedendo che fossero rimosse le telecamere non contemplate dall’accordo del 30 novembre 1999.
7° TAPPA - ...l'autorizzazione dell'Ispettorato
Il 25.7.2005 l'Ispettorato del Lavoro di Milano rilascia l'autorizzazione all'utilizzo dell'impianto di videosorveglianza per l'ipermercato di Vimodrone.
8° TAPPA - ...ricorso al Ministero
La RSU avvia il ricorso avverso alla autorizzazione dell'Ispettorato di Milano.
9° TAPPA - ...una prima vittoria
Il Ministero del Lavoro accoglie almeno una richiesta del sindacato ed abbassa da 10 a 7 i giorni di conservazione delle immagini registrate.
10° TAPPA - ...ancora al Ministero
Dopo il Decreto Direttoriale del 25 gennaio 2006 la UILTuCS Lombardia pone ancora dei quesiti al Ministero del Lavoro per comprendere meglio le modalità di gestione del sistema di videosorveglianza ed il ruolo di controllo che i delegati sindacali possono fattivamente svolgere. Il Ministero declinerà la risposta adducendo l’impossibilità a pronunciarsi essendo pendente ricorso al TAR.
11° TAPPA - ...al TAR
Dopo il Decreto Direttoriale del 25 gennaio 2006 il sindacato è costretto all’ultimo atto e ricorre al TAR.
1° TAPPA - Carrefour Giussano sottoscrive un buon accordo
L'esperienza finora accumulata ci consente di predisporre un testo adeguato ai problemi riscontrati; l’azienda acconsente alle condizioni proposte.
2° TAPPA - ...ma esiste un altro problema!
Nel Centro Commerciale sono posizionate diverse telecamere che non fanno parte dell’accordo sottoscritto. Tuttavia, i lavoratori di Carrefour e dei negozi della "galleria" transitano in quegli spazi e sono costantemente ripresi, sia mentre lavorano che durante il loro tempo di riposo (es. nella pausa, usufruiscono dei locali di ristorazione).
3° TAPPA - ...si inizia a "disturbare"
La collega Roberta Musu (Carrefour non la conosce, può pensare che sia una cliente) inoltra la richiesta ai sensi degli artt. 7 e 8 del DLgs. 196/2003 al fine di essere informata circa l’esistenza di dati personali e le finalità del loro trattamento. Carrefour pare non capire.
4° TAPPA - ...si precisa
La collega ribadisce la richiesta, ma non giungerà mai alcuna risposta.
5° TAPPA - ...tocca a Darty
Iniziamo a coinvolgere i negozi presenti nella "galleria" del Centro Commerciale. La prima risposta chiarisce le responsabilità.
6° TAPPA - ...tocca a Saporita (F & A srl)
Uno dei bar presenti nella "galleria" del Centro Commerciale conferma.
7° e 8° TAPPA - ...tocca a Saporita (F & A srl)
Dopo le risposte ricevute, scriviamo alla società che gestisce il Centro Commerciale.
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9° TAPPA - ...e Carrefour risponde!
Con viva sorpresa, alla richiesta inviata alla società che gestisce il Centro Commerciale per il bar Saporita (F & A srl), risponde Carrefour mentre Ségécé ignora le nostre lettere. E' la conferma dei nostri sospetti. L'impianto di videosorveglianza è lo stesso, ma Carrefour e ha stipulato l’accordo ai sensi dell’art. 4 Legge 300/1970 solo per l'Ipermercato, dimenticandosi della "galleria" (a cui avrebbe dovuto pensare almeno Ségécé).
10° e 11° TAPPA - ...si passa alle denunce
Abbiamo elementi sufficienti per presentare segnalazione alla Direzione Provinciale del Lavoro e al Garante della Privacy.
12° TAPPA - ...stavolta si vince!
Il Garante interviene e multa l'azienda, oltre ad oscurare le telecamere poste nella "galleria" del Centro Commerciale; tra le altre mancanze, non erano nemmeno stati posti i cartelli di avviso ai clienti circa la presenza delle telecamere. A seguito di ciò, la società Ségécé avanza istanza di autorizzazione alla Direzione Provinciale del Lavoro che la concede secondo le consuete indicazioni. .
IL QUARTO ITINERARIO
1° TAPPA - il lupo perde il pelo, ma non il vizio
Malgrado a Giussano si sia definito un accordo, Carrefour si dimostra insensibile a Limbiate e procede unilateralmente presso la Direzione Provinciale del Lavoro. Conseguentemente proponiamo ricorso.
2° TAPPA - ...ricorso parzialmente accolto!
Il Ministero del Lavoro riforma il provvedimento iniziale
3° TAPPA - ...ma i problemi non sono risolti
Come a Giussano, anche a Limbiate vi è assenza di accordo relativo alla “galleria” del Centro Commerciale.
4° e 5° TAPPA - ...infatti
Per dimostrare la nostra supposizione, abbiamo provveduto a scrivere ad Oviesse in qualità di Organizzazione Sindacale, ma l’azienda si è dichiarata estranea.
6° e 7° TAPPA - ...nuova conferma
Anche Media Market (Media World) ha affermato di non essere proprietaria della telecamera posta in "galleria" di fronte all’ingresso del loro negozio.
8° TAPPA - ...se il Garante non ci sente…
Non ricevendo risposta dal Garante, provvediamo a segnalare alla Direzione Provinciale di Milano la violazione dell’art. 4 Legge 300/1970.
9° TAPPA - ...vittoria!
Anche questa volta la società immobiliare che gestisce la "galleria" del Centro Commerciale viene sanzionata, ma sorprendentemente si afferma persino che l’impianto non può essere autorizzato: un pronunciamento "curioso", sicuramente riformabile in sede di ricorso da parte aziendale.
IL QUINTO ITINERARIO
Diffida del 12 marzo 2003 a AUCHAN da parte della RSA UILTUCS avverso l'installazione delle telecamere.
Richiesta stato di attivazione telecamere.
Accordo telecamere FILCAMS FISASCAT non condiviso dalla UILTuCS.
Opposizione della RSA UILTUCS all’installazione delle telecamere del 27 febbraio 2004.
Emissione del provvedimento autorizzatorio della DPL di Napoli del 25 marzo 2004 n 451.
La RSA UILTuCS diffida ad adempiere Auchan alle disposizioni contenute nell’autorizzazione della DPL di Napoli del 25 marzo 2004.
Impugnativa del provvedimento autorizzatorio della DPL di Napoli del 25 marzo 2004.
Esposto della UILTuCS Campania contro il provvedimento autorizzatorio della DPL di Napoli del 25 marzo 2004.
Correzione inerente il numero delle telecamere della DPL di Napoli del 3 maggio 2004 n 625.
Emissione del provvedimento autorizzatorio della DPL di Napoli del 10 giugno 2004 n. 811.
Impugnativa del provvedimento autorizzatorio della DPL di Napoli del 10 giugno 2004 presso il Ministero del lavoro e delle politiche sociali di ROMA.
La risposta del Ministero tarda ad arrivare; le RSA UILTuCS sollecitano.
Risposta del ministero del lavoro contenente indicazioni e accettazione parziale delle istanze della RSA.
Provvedimento autorizzatorio del DPL di Napoli del 2 maggio 2005.
Accordo telecamere del 23/01/2006.