Source: http://dirittodigitale.com/a-proposito-di-identificazione-e-pec-e-davvero-cosi-importante/
Timestamp: 2018-09-24 02:05:22+00:00
Document Index: 68521230

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 21', 'art. 2705', 'art. 2712', 'sentenza ', 'art 215', 'art. 2712', 'art. 215', 'art. 2712']

A proposito di identificazione e PEC…è davvero così importante ? | Dirittomoderno
A proposito di identificazione e PEC…è davvero così importante ?
Nessuna norma impone al Gestore di posta elettronica certificata di identificare il soggetto a nome del quale viene creato un account, diversamente da quanto accade al momento in cui si chiede il rilascio di una firma digitale.
In quest’ultimo caso, infatti, l’art. 32, comma 3, lett. a) del CAD (Codice Amministrazione Digitale, d. lgs. 82/2005) prevede che il certificatore (colui che rilascia appunto la firma digitale) deve “provvedere con certezza alla identificazione della persona che fa richiesta della certificazione“.
Mancando una norma di analogo tenore in ambito PEC, si potrebbe considerare che il relativo obbligo di identificazione non sussista, con l’ulteriore conseguenza che il mittente (ma anche il destinatario) di un messaggio di posta certificata non siano quelli che appaiono.
Si potrebbe discutere se l’obbligo sia effettivamente assente, ma, rimanendo alla lettera della norma, si possono comunque svolgere due ordini di considerazioni:
le implicazioni circa l’imputabilità/paternità del contenuto del messaggio PEC
la sussistenza di un reale “domicilio informatico”
oggi ci occuperemo solo del primo aspetto.
Lato mittente
Tutto sommato la mancata identificazione del mittente è meno sconvolgente di quel che si potrebbe pensare: neanche le Poste identificano il soggetto che spedisce una raccomandata..!
Il vero problema, infatti, non attiene (tanto e solo) all’identità di chi invia il messaggio, ma all’imputabilità del contenuto ivi presente. Ora, in questo senso, il messaggio non è che un documento ossia una rappresentazione (in questo caso informatica) di atti o fatti giuridicamente rilevanti: a chi imputare tale atti ?
Ancora una volta occorre un paragone con la firma digitale e il CAD, poiché l’art. 21, comma 2 prevede che “Il documento informatico, sottoscritto con firma digitale o con un altro tipo di firma elettronica qualificata, ha l’efficacia prevista dall’articolo 2702 del codice civile. L’utilizzo del dispositivo di firma si presume riconducibile al titolare, salvo che sia data prova contraria.”
Per essere giuridicamente certi (e salva la prova contraria…) che la paternità di un certo documento informatico sia di un determinato soggetto occorrerebbe, pertanto, che costui avesse impiegato la propria firma digitale.
Esistono però, anche altri modi, diversi dalla sottoscrizione (autografa o digitale) per risalire alla paternità di un atto: basti pensare all’ipotesi del telegramma non sottoscritto di cui all’art. 2705 c.c. o alla presunzione semplice di cui all’art. 2712 c.c., a mente del quale “le riproduzioni fotografiche informatiche o cinematografiche, le registrazioni fonografiche e, in genere, ogni altra rappresentazione meccanica di fatti e di cose, formano piena prova dei fatti e delle cose rappresentate, se colui contro il quale sono prodotte non ne disconosce la conformità ai fatti o alle cose medesime“.
Ora si potrebbe pensare che basta contestare, per rilanciare la questione (ed il relativo onere) all’altra parte, ma al riguardo si dovrebbe considerare cosa si contesta e come si contesta.
Per il primo aspetto è solo una questione di diligenza “forense”, nel senso che occorrerà contestare che quel messaggio sia stato mai spedito da Tizio, a quella data ora del tale giorno (irrilevante contestare il contenuto la cui integrità ed associazione al mittente “apparente” sono garantiti dalla firma digitale del Gestore).
Per l’altro profilo (che in in realtà è addirittura pregiudiziale..) si segnala una interessante sentenza del Tribunale di Roma del 22 aprile 2008 che differenza tra contestazione ex art 215 c.p.c. e contestazione ex art. 2712 c.c.: la prima produce l’effetto di invertire l’onere della prova a favore del soggetto che disconosce la propria firma e contro colui che vorrebbe utilizzare la scrittura cui è apposta la firma contestata o di rendere inutilizzabile il documento, mentre la seconda…non impedisce..alcunché.
Trattandosi di documento informatico non firmato sembra inapplicabile il disconoscimento ex art. 215 c.p.c., per cui rimane solo la contestazione ex 2712 c.c. Ecco quindi che diventa fondamentale non solo cosa, ma come contestare…
Ecco il passo centrale della sentenza:
Il disconoscimento della conformità di una delle riproduzioni menzionate nell’articolo 2712 c.c. ai fatti rappresentati non ha gli stessi effetti del disconoscimento previsto dall’articolo 215 comma 2 c.p.c., della scrittura privata, perché, mentre quest’ultimo, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformità all’originale anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presunzioni (C.C. 6090/00; C.C. 11445/2006).
In sostanza, a fronte di un documento informatico privo di firma digitale, costituente comunque una rappresentazione meccanica (elettronica) di fatti o di cose, il disconoscimento, volto a rimuovere l’efficacia probatoria di detto documento, deve essere circostanziato e deve concernere la sua capacità rappresentativa della realtà e quindi la sua genuinità ed attendibilità (C.C. 9884/2005: “in ordine all’assunta contestazione dei dati del sistema informatico, è da osservare preliminarmente che, per l’art. 2712 c.c., la contestazione esclude il pieno valore probatorio della riproduzione meccanica, ove abbia per oggetto il rapporto di corrispondenza fra la realtà storica e la riproduzione meccanica (la conformità dei dati ai fatti ed alle cose rappresentate)” ed “ove la contestazione (con questo specifico contenuto) vi sia stata, la riproduzione, pur perdendo il suo pieno valore probatorio, conserva tuttavia il minor valore di un semplice elemento di prova, che può essere integrato da ulteriori elementi).
La decisione non pare affatto isolata e testimonia lo sforzo dell’interprete volto a contemperare l’esigenza di rispettare un “modello legale” con la realtà dei fatti che, invece, si svolgono in maniera difforme da tale modello: sulla stessa linea si inserisce anche un’altra interessante interessante TAR_Puglia sempre in tema di email che è disponibile anche sotto forma di Case study.
Questo articolo è stato pubblicato in Diritto digitale e taggato come pec, posta elettronica certificata, firme elettroniche, firma digitale il febbraio 1, 2010 da Andrea B.
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