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Timestamp: 2018-04-21 07:38:58+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 10', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 2', 'art.42', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 51', 'e contrario', 'art. 2', 'art. 221', 'art. 51', 'art.51']

Diritto internazionale dei conflitti armati (1a parte) | Ťaháky-referáty.sk
Diritto internazionale dei conflitti armati (1a parte)
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GLI STATI ED IL RICORSO ALLA FORZA ARMATA
1. La disciplina dell'uso della forza armata prima dell'entrata in vigore della Carta delle NU.
Prima dell'entrata in vigore della Carta, gli stati godevano di un'ampia libertà di ricorrere alla forza armata, della possibilità di un illimitato ricorso allo ius ad bellum: la guerra era uno strumento ammesso dall'ordinamento internazionale, che ne disciplinava le modalità di esecuzione ( ius in bello). Essa poteva venire dichiarata a tutela di semplici interessi ed era considerata un mezzo per la soluzione delle controversie. La Carta ha quasi abolito questa libertà attraverso le seguenti tappe:
● Convenzioni dell'Aja, 1899-1907. Nell'art. 1 gli stati contraenti convengono d'impiegare tutti gli sforzi necessari per il regolamento pacifico delle controversie «allo scopo di prevenire nella misura del possibile il ricorso alla forza armata nel rapporto tra gli stati».
● Il Patto (Covenant) della SdN, 1920. L'art. 10 sanciva il dovere di risolvere pacificamente le controversie internazionali, obbligando gli stati a sottoporre le controversie a regolamento arbitrale o giudiziale o al Consiglio della SdN. Veniva sancito un divieto generale di muover guerra ad uno Stato che si onformasse al lodo arbitrale o alla sentenza della Corte permanente. Il Covenant non escludeva totalmente la guerra, essendo questa sempre possibile se, ad esempio, la parte soccombente non si fosse conformata alla sentenza della Corte permanente.
● Il Patto Kellog-Briand, 1928. Il Patto, che consta di due soli articoli, sancisce la rinuncia alla guerra come strumento di politica internazionale e ne condanna il ricorso come strumento per la soluzione di controversie internazionali, che debbono essere risolte attraverso mezzi pacifici. Ma anche il Patto lasciava ampie zone grigie, in particolare per quanto concerneva le "misure vicine alla guerra", poichè solo la "guerra" veniva esplicitamente proibita.
● Accordo di Londra, 1945. Istitutivo del Tribunale di Norimberga definì, nell'art. 6a, la guerra di aggressione un crimine internazionale contro la pace. Tale articolo segna la fine di un processo iniziato dopo la I guerra mondiale e nello stesso tempo pone le premesse per ulteriori sviluppi, quali la definitiva condanna dell'aggressione e la natura imperativa della norma che la interdice.
2. La Carta e le disposizioni che hanno per oggetto l'uso della forza armata
Nella Carta, entrata in vigore il 24 ottobre 1945, bisogna distinguere le disposizioni relative all'uso della forza che riguardano gli stati individualmente consideati, da quelle relative al sistema di sicurezza collettiva che fa capo al CdS. Al primo gruppo appartengono le disposizioni che stabiliscono un divieto generale di usare la forza nelle relazioni internazionali e le relative eccezioni: divieto stabilito dall'art. 2 par. 4. Al secondo gruppo appartengono le norme del cap. VII, in particolare la 39 e ss., incluso il ricorso alla forza esercitato direttamente dal CdS (art.42). Hanno per oggetto l'uso della forza anche talune disposizioni del cap. VIII relative alle azioni coercitive intraprese dalle organizzazioni regionali. La CIG ha avuto inoltre modo di pronunciarsi sui problemi relativi all'uso della forza nelle relazioni internazionali in un numero ragguardevole di casi.
3. Il contenuto della proibizione stabilita dall'art. 2 par. 4.
L'art. 2 par. 4 recita: "I membri devono astenersi nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall'uso della forza, sia contro l'integrità territoriale o l'indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altra maniera incompatibile con i fini delle NU".
In primo luogo, l'articolo proibisce solo la minaccia o l'uso della forza armato, ma non la coercizione economica: negli altri luoghi i cui la Carta usa il termine forza, esso è accompagnato dalla precisazione che si tratta di forza armata, oppure, dove la qualificazione non compare, il contesto induce chiaramente ad escludere che si inteso far riferimento alla coercizione economica. Il Brasile propose di qualificare il termine forza in modo che fosse inclusa anche la proibizione della coercizione economica, ma l'emendamento fu respinto.
L'articolo vieta non soltanto l'uso, ma anche la semplice minaccia dell'uso della forza. Alcuni esempi macroscopici possono essere gli ultimatum: nel 1998 la Nato ne lanciò uno alla Rep. federale di Iugoslavia affermando che avrebbe usato la forza qualora questa non avesse posto fine ai maltrattamenti della popolazione del Kosovo e non avesse dato esecuzione alla risoluzione 1199 del CdS. L'ultimatum fu seguito dal c.d. ordine di attivazione: le forze aeree Nato avrebbero iniziato i bombardamenti entro 96 ore.
Può la costituzione e messa a punto di un notevole livello di armamento, da parte di uno stato, essere considerata una minaccia della forza nei confronti dgli stati vicini? La CIG lo ha escluso: nel caso Nicaragua vs USA, deciso nel 1986, essa ha affermato che secondo il diritto internazionale consuetudinario non esistono vincoli al livello di armamento di ciascuno stato. In tale chiave deve valutarsi l'obbligo assunto dagli stati membri dell'OSCE di mantenere solo il potenziale militare necessario per far fronte a legittime esigenze di sicurezza individuale o collettiva.
Un problema particolare si è posto per le armi nucleari: la Corte distingue tra il mero possesso delle armi nucleari, che non costituisce una minaccia, dalla dissuasione, che prevede un assetto delle armi per poterle prontamente usare. La dissuasione non è stata condannata del tutto, ammettendone la liceità in caso di uso della forza programmata (ad es. legittima difesa). La proibizione contenuta nell'articolo non ha per oggetto qualsiasi minaccia o uso della forza, ma solo quelli esercitati dagli Stati nelle relazioni internazionali.
Lo Stato territoriale, nell'impiegare la forza all'interno del proprio territorio, incorrerà nella violazione di altre norme di diritto internazionale, ma non dell'articolo in questione. Neppure le misure prese dal governo legittimo per reprimere un'isurrezione costituiscono un esempio di forza impiegata nelle relazioni internazionali.
Un problema a parte è rappresentato dalla forza impiegata per reprimere il diritto all'autodeterminazione di un popolo soggetto a dominazione coloniale o razzista. I territori in cui sono stanziati tali popoli costituiscono, nell'ottica NU, un'entità separata dalla madrepatria: si potrebbe pertanto pensare che la forza usata per reprimere la loro autodeterminazione sia oggetto del divieto stabilito dall'articolo in questione. In tal caso la forza è oggetto di un divieto stabilito non tanto dall'articolo, ma da una norma ad hoc formatasi parallelamente a tale disposizione.
L'impiego di mezzi informatici contro uno stato può essere considerato come una violazione dell'art. 2 par. 4? Si tratta di ipotesi avveniristiche: a quanto si sa, i sistemi informatici sono stati impiegati durante un conflitto armato allo scopo di rendere inoffensive le difese dell'avversario. Essi pertanto esulano dallo ius ad bellum e ricadono nello ius in bello, tra i metodi di combattimento. Qualora il sistema informatico sia usato per pregiudicare il sistema economico finanziario di uno stato, la condotta dello stato attore potrebbe essere considerata lesiva del principio del non intervento, ma non dell'art. 2 par. 4.
4. Le eccezioni al divieto: a) la legittima difesa.
Occorre determinare il momento a partire dal quale tale diritto può essere esercitato, cioè solo dopo che abbia avuto luogo un attacco armato o anche prima dell'attacco (c.d. legittima difesa preventiva): l'art. 51 della Carta, nell'affermare che "nessuna disposizione del presente Statuto pregiudica il diritto naturale di autotutela individuale o collettiva, nel caso ce abbia luogo un attacco armato contro un membro delle NU [...]" offre elementi per due opposte interpretazioni: una secondo la quale l'aggettivo "naturale" qualifica il diritto di legittima difesa, ma tale opinione viene contraddetta dal riferimento testuale all'esistenza di un "attacco armato". Secondo l'altra opinione, l'aggettivo naturale sarebbe quindi una formula enfatica per determinare come la legittima difesa sia un diritto connaturato con l'esistenza stessa degli stati, di cui ciascun soggetto del diritto
internazionale non può essere privato. La nozione di attacco armato è complicata dall'identificazione di beni che debbono essere oggetto di violenza affinchè si possa reagire in legittima difesa: tra tali beni rientrano in primo luogo il territorio e gli altri beni manifestazione della sovranità, quali i corpi di truppa lecitamente stanziati all'estero e navi od aeromobili militari.
Un attacco armato può essere compiuto non solo mediante le forze armate di uno stato, ma anche mediante gruppi armati, non immediatamente inquadrabili nell'organizzazione politico-militare di uno stato, ma agenti secondo le sue direttive, dimodochè gli atti compiuti siano a questo stato imputabili: si tratta dell'aggressione indiretta. La reazione in legittima difesa dev'essere esercitata nei limiti posti dai criteri di necessità e proporzionalità.
Recentemente è stato proposto il criterio dell'immediatezza: è ovvio che se uno stato, dopo aver compiuto un attacco armato, si ritira e rientra nei propri confini, una successiva e tardiva reazione da parte dello stato leso si configura più come un'azione di rappresaglia che come un esercizio di legittima difesa. Il problema si pone quando una parte del territorio di uno stato vieneoccupato da un altro: può un altro stato, dopo che sia trascorso un notevole lasso di tempo, ricorrere alla legittima difesa per recuperare il territorio perduto? Il dovere è di risolvere pacificamente le controversie, e in caso di fallimento in tale tentativo, di ammettere la liceità dell'uso della forza.
Se così non fosse, il divieto dell'uso della forza finirebbe per premiare l'aggressore, che vedrebbe consolidati i frutti di un'azione illecita. La legittima difesa ha un termine finale nel senso che essa deve cessare non appena il CdS abbia preso le misure necessarie per mantenere la pace e la sicurezza internazionale. Lo stato che agisce in legittima difesa ha il dovere di portare a conoscenza del CdS le misure intraprese: vengono escluse le c.d. secret wars.
5. b) Le misure contro stati ex nemici.
Gli artt. 107 e 53 prevedono le misure contro stati ex nemici, stati che sono stati nemici dei firmatari della Carta durante la II guerra mondiale, come l'Italia e la Germania. Le due disposizioni sono volte a salvaguardare gli stati firmatari contro un ritorno alla politica aggressiva delle Potenze dell'Asse. Ma è opinione comune che il ricorso a tali misure non sia possibile nei confronti di stati ex nemici che iano divenuti membri delle NU. Con l'ingresso di tutti gli stati ex nemici nelle NU, le disposizioni qui richiamate sono cadute in desuetudine.
6. c) Il consenso dell'avente diritto.
Se uno stato entra in territorio altrui con il consenso del sovrano territoriale (orale o cristallizzato in forma scritta in un accordo internazionale) non viene commesso alcun illecito. Gli stati invocano spesso il consenso dell'avente diritto per giustificare l'ingresso in territorio altrui. L'ordinamento internazionale subordina però l'operatività del consenso a tali requisiti:
● il consenso deve prevenire da un ente la cui volontà sia assimilabile a quella dello Stato in cui l'intervento ha luogo. Il consenso deve essere prestato dal governo effetivamente rappresentativo: condizione difficile da verificare in caso di colpo di Stato o di guerra civile; a volte il consenso è stato prestato da un governo fantoccio, insediato al potere dallo stato interveniente (vedi l'invasione sovietica dell'Afghanistan);
● la manifestazione di volontà del sovrano territoriale non dev'essere viziata da errore, carpita con dolo o estorta con violenza, e dev'essere conforme alle disposizioni di diritto interno del sovrano territoriale; ● l'azione dello stato interveniente non deve violare norme che pongono obblighi nei riguardi dello stato oggetto di intervento, ma anche nei confronti di altri stati;
● il consenso non dev'essere contrario ad una norma imperativa del diritto internazionale. La contrarietà comporta la nullità del consenso e l'illiceità dell'intervento.
7. d) Il problema della rilevanza di altre tradizionali cause di esclusione del fatto illecito.
L'art. 2 par. 4 non prevede espressamente un divieto di ricorso alle rappresaglie armate. Tale divieto è però letteralmente sancito in strumenti posteriori, quali la Dichiarzione sulle relazioni amichevoli o l'Atto finale di Helsinki sulla sicurezza europea. Riferendosi alla prima, per esempio, la Corte si è pronunciata nel caso Nicaragua vs USA per l'apparenenza al diritto internazionale consuetudinario del divieto di rappresaglie armate.
La rappresaglia armata non costituisce quindi causa di esclusione dell'illecito. Lo stato di necessità, che consente di agire in territorio altrui per far fronte ad un pericolo grave ed imminente per un interesse essenziale dello stato, nonostante che lo stato i cui diritti vengono lesi sia innocente, non può essere invocato per giustificare la violazione di una norma imperativa del diritto internazionale, ma allo scopo di intervenire in territorio altrui per prevenire una catastrofe naturale, e semprechè l'urgenza impedisca di ottenere il consenso dello stato territoriale. Per esempio, l'art. 221 della Convenzione delle NU sul diritto del mare autorizza lo stato costiero a prendere, anche al di là del suo mare territoriale, adeguate misure per prevenire un inquinamento grave delle proprie coste in caso di incidente marittimo di una nave straniera.
Nella forza maggiore, un evento esterno induce l'individuo organo a violare coscientemente una norma giuridica: non può comportarsi altrimenti poichè la situazione è irresistibile, imprevista ed esterna. Nel caso fortuito, invece, l'organo viola incoscientemente un obbligo internazionale dipendentemente da un evento esterno. Nella situazione di estremo pericolo (distress), l'individuo è costretto a commettere una violazione di una norma giuridica allo scopo di salvare sè od altri a lui affidati da un pericolo grave. In questo caso il bene essenziale da salvare è la vita umana e non un interesse essenziale dello Stato, come nello stato di necessità.
8. e) L'intervento d'umanità e il c.d. dovere d'ingerenza umanitaria.
Viene definito "intervento d'umanità" l'uso della forza per proteggere i cittadini dello stato territoriale da trattamenti inumani e degradanti; se attuato mediante l'uso della forza e senza il consenso dello stato territoriale, è da considerare illecito. Recentemente è stata prospettata la tesi di un "dovere di ingerenza umanitaria": talvolta si fa riferimento a un diritto, per far fronte alle situazioni di grave violazione dei diritto dell'uomo. Si è parlato di diritto o dovere d'ingerenza umanitaria in relazione alle operazioni di assistenza alle popolazioni curde e sciite in Iraq immediatamente dopo la fine della guerra del Golfo (1991). In caso di conflitto armato internazionale sono ammissibili azioni di soccorso in avore dlla popolazione civile, ma l'azione necessita del consenso dello stato territoriale.
9. La legittima difesa collettiva.
Uno stato, benchè non sia oggetto di un attacco armato, può intervenire a favore di uno stato che abbia subito tale attacco. L'art. 51, in cui la difesa collettiva è menzionata, sembrerebbe escluderne la possibilità d'uso da parte dei non membri. La CIG, nel caso Nicaragua vs USA, ha espressamente statuito l'appartenenza al diritto internazionale consuetudinario del diritto di legittima difesa collettiva. Per la legittima difesa collettiva valgono le stesse scuole di pensiero della semplice legittima difesa: da un lato chi ne ammette la liceità ex-post, dall'altro chi ex-ante (legittima difesa preventiva). Debbono inoltre sussistere le condizioni per l'esercizio della legittima difesa, condizioni la cui esistenza dev'essere determinata dallo stato vittima.
10. Patti militari per l'organizzazione della difesa collettiva.
Uno dei primi è stato il Patto di Bruxelles del 1948, successivamente emendato con il Protocollo di Parigi del 1954 e costitutivo dell'UEO (Unione dell'Europa Occidentale). Art. 5: "Nel caso in cuiuna delle Alte parti contraenti dovesse essere oggetto di un'aggressione armata in Europa, le altre presteranno, in conformità alle disposizioni dell'art.51 della Carta delle NU, aiuto e assistenza con tutti imezzi in loro potere, militari e d'altro genere". L'UEO, come forza di sicurezza collettiva europea, non è mai stata risvegliata, e ogni riferimento ad essa come "braccio armato" dell'UE è stato cancellato dal Trattato di Nizza. Nel 1949 è stata istituita la Nato, con finalità simili a quelle dell'UEO, ma non è previsto l'obbligo di assistenza automatico, poichè ciascuno Stato parte dovrà prestare l'assistenza che "giudicherà necessaria".
Il Patto di Varsavia, il Trattato di sicurezza collettiva di Tashken tra i sei stati membri della CSI sono esempi di patti militari di sicurezza collettiva conclusisi ad Est. Il Trattato di Rio riguarda invece la sicurezza del continente americano: le parti contraenti hanno l'obbligo di assistere lo stato attaccato. Un Organo di consultazione decide le misure adeguate, mentre ogni stato può, su richiesta dello stato attaccato, fornire l'assistenza necessaria.
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