Source: http://www.giurcost.org/decisioni/2003/0257o-03.html
Timestamp: 2018-01-16 07:51:54+00:00
Document Index: 109434845

Matched Legal Cases: ['art. 459', 'art. 459', 'art. 111', 'art. 24', 'art. 129', 'art. 24', 'art. 459']

Consulta Online - Ordinanza n. 257/2003
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 459 del codice di procedura penale, promosso, nell’ambito di un procedimento penale, dal Tribunale di Avellino con ordinanza del 22 aprile 2002, iscritta al n. 28 del registro ordinanze 2003 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 6, prima serie speciale, dell’anno 2003.
udito nella camera di consiglio del 2 luglio 2003 il Giudice relatore Guido Neppi Modona.
Ritenuto che con ordinanza del 22 aprile 2002 il Tribunale di Avellino ha sollevato, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 459 del codice di procedura penale, nella parte in cui non prevede che "il giudice per le indagini preliminari, prima di emettere decreto penale di condanna, debba consentire alla difesa l'intervento perché possa eventualmente esplicare le proprie argomentazioni difensive";
che il Tribunale - secondo cui l'accoglimento della questione comporterebbe la nullità del decreto penale di condanna opposto, emesso inaudita altera parte, e la conseguente regressione del procedimento - ritiene che la disciplina della fase processuale che segue la richiesta del pubblico ministero di emissione del decreto penale di condanna sia in evidente contrasto con i principi del giusto processo;
che sarebbero in particolare violati l'art. 111, terzo comma, Cost., che garantisce il "rispetto del contraddittorio anche nella fase delle indagini" e comunque certamente nel momento in cui, mediante l'esercizio dell'azione penale, si dà ingresso alla fase processuale, nonché l'art. 24 Cost., in quanto la disciplina censurata priva la difesa della possibilità di interloquire sulla richiesta dell'accusa, in vista di una decisione del giudice per le indagini preliminari di rigetto della richiesta stessa o di proscioglimento dell'imputato a norma dell’art. 129 cod. proc. pen.;
che è intervenuto nel giudizio il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, chiedendo che la questione sia dichiarata inammissibile o comunque infondata, riportandosi all'atto di intervento spiegato nel giudizio relativo alla questione decisa con l'ordinanza di questa Corte n. 21 del 2003.
Considerato che il rimettente dubita della legittimità costituzionale della disciplina del procedimento per decreto, in quanto non consente alla difesa dell'imputato di interloquire sulla richiesta del pubblico ministero di emissione del decreto di condanna;
che la questione è del tutto simile a quelle, sollevate dal medesimo rimettente, dichiarate manifestamente infondate con le ordinanze n. 132 e n. 8 del 2003;
che in tali decisioni la Corte ha "ribadito che il procedimento monitorio, configurato come rito a contraddittorio eventuale e differito ed improntato a criteri di economia processuale e di massima speditezza, non si pone in contrasto con l'art. 24 della Costituzione", in quanto in tale procedimento "l'esigenza di garantire la conoscenza dell'indagine [...] si trasferisce [...] sulla fase processuale, conseguente all'esercizio dell'opposizione, operando il decreto solo quale mezzo di contestazione dell'accusa definitiva [...], che è essenziale per garantire il diritto di difesa";
che il decreto penale costituisce soltanto "una decisione preliminare", in relazione alla quale "l'esperimento dei mezzi di difesa, con la stessa ampiezza dei procedimenti ordinari, si colloca nel vero e proprio giudizio che segue all'opposizione", "dovendo ritenersi principio consolidato (v. ordinanza n. 203 del 2002 in materia di giudizio immediato) che l'esercizio del diritto di difesa è suscettibile di essere regolato in modo diverso per essere adattato alle esigenze delle specifiche caratteristiche dei singoli procedimenti, purché di tale diritto siano assicurati lo scopo e la funzione";
che, svolgendo il decreto la "funzione di informazione dei motivi dell'accusa", al fine di consentire "l'instaurazione del contraddittorio tra accusa e difesa" e di porre "l'imputato nelle condizioni di operare una scelta consapevole tra l'opposizione e l'acquiescenza al decreto", la disciplina in esame non si pone in contrasto con i parametri evocati;
che, non risultando profili diversi o ulteriori rispetto a quelli già valutati con le ordinanze richiamate, la questione va dichiarata manifestamente infondata.
dichiara la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale dell'art. 459 del codice di procedura penale, sollevata, in riferimento agli artt. 24 e 111 della Costituzione, dal Tribunale di Avellino, con l'ordinanza in epigrafe.