Source: https://www.laleggepertutti.it/106321_parto-anonimo-prevale-il-diritto-della-madre-sulla-volonta-del-figlio
Timestamp: 2018-09-18 14:42:06+00:00
Document Index: 152718684

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 269', 'art. 30', 'sentenza ', 'art. 269', 'art. 279', 'art. 30', 'art. 93', 'art. 28', 'art. 28', 'art. 8', 'art. 8', 'art. 8', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 30', 'art. 30']

Parto anonimo: prevale il diritto della madre sulla volontà del figlio
Riconoscimento della maternità e segreto: va tutelata la scelta della madre di rimanere anonima all’atto del parto in ospedale.
Non c’è nulla da fare per il figlio che chieda di conoscere il nome della propria madre quando questa, all’atto del parto in ospedale, ha chiesto di rimanere anonima, abbandonando il neonato: pertanto è inammissibile la dichiarazione giudiziale di maternità nei confronti di una donna che, al momento del parto, ha imposto il segreto sulle proprie generalità. È quanto chiarito dal Tribunale di Milano in una recente sentenza [1]: secondo i giudici del capoluogo lombardo, la volontà della madre di rimanere anonima deve prevalere sull’interesse del figlio a conoscere le proprie origini e la propria identità biologica.
Una ragazza, ormai maggiorenne, rimasta orfana di padre e priva di ogni sostegno morale ed economico, aveva presentato ricorso [2] affinché venisse dichiarata quale figlia naturale di colei che al momento del parto non aveva voluto riconoscerla e, di conseguenza, chiedeva l’accertamento del diritto al mantenimento. La giovane dimostrava di essere nata da una relazione extraconiugale producendo, a sostegno della propria domanda, l’atto di nascita e la copia della cartella clinica.
La convenuta deduceva che la cartella clinica prodotta dall’attrice attestava solo che in quella data aveva dato alla luce un neonato di cui aveva espressamente dichiarato di non voler essere nominata madre, senza tuttavia che risultasse alcuna indicazione del nominativo del neonato né alcun riferimento specifico alla ricorrente.
La presunta madre, comunque, si difendeva anche sostenendo l’inammissibilità della dichiarazione giudiziale di maternità nei confronti di una donna che al momento del parto ha dichiarato di non voler essere nominata: lo scopo della normativa [3], infatti, è quello di salvaguardare la famiglia legittima e l’onore della madre, ma anche di impedire che, onde evitare nascite indesiderate, si possa fare ricorso ad aborti o infanticidi.
In Italia i figli non riconosciuti sarebbero almeno 400.000 ed è evidente che molti di questi, pur avendo vissuto una vita normale all’interno di nuclei familiari adottivi, possano sentire, anche a distanza di diversi anni, la necessità di “conoscere” almeno le generalità della propria madre naturale. Tuttavia, secondo il tribunale di Milano, le varie riforme del diritto di famiglia non hanno cancellato il diritto all’oblio che può invocare la madre all’atto del parto. Quest’ultima, quindi, è libera di chiedere di rimanere anonima: tale diritto deve prevalere sull’interesse del figlio a conoscere le proprie origini. In altri termini: diritto alla conoscenza delle origini sì, ma se la madre consente.
Attualmente pende al Senato un disegno di legge, già approvato dalla Camera lo scorso 18 giugno che prevede diritto del figlio maggiorenne di chiedere al Tribunale di conoscere il nome della madre naturale; in tal caso i Giudici decidono sulla base del cosiddetto “interpello”, contattando e chiedendo – in via riservata – alla madre se intende rinunciare o meno al proprio diritto all’anonimato. Nel caso che la madre naturale sia deceduta, invece, il figlio ha diritto all’accesso diretto, benché la norma non lo preveda per i parti antecedenti. Si tratta di una riforma importante, ma che nasce con alcuni limiti sulla titolarità del diritto all’accesso ai dati, atteso che essa viene limitata al figlio e non più «chiunque ne abbia interesse». Di conseguenza, in caso di premorienza del figlio non riconosciuto, i suoi eredi non avranno diritto a conoscere l’identità degli ascendenti. Una limitazione su cui intervenire, poiché il bisogno di conoscere i propri ascendenti, oltre ad essere legato a questioni meramente morali, può servire a consentire la conoscenza di eventuali informazioni sanitarie legate a possibili malattie ereditarie trasmissibili.
[1] Trib. Milano, sent. n. 11475/15 del 14.10.2015.
[2] Ricorso ex art. 269 cod. civ.
[3] R.D. n. 1238/1939 modificato dalla l. n. 127/1997, poi confluito nell’art. 30 d.P.R. n. 396/2000, ma la cui previsione in merito al diritto di anonimato è rimasta sostanzialmente immutata.
Tribunale di Milano, sez. I Civile, sentenza 17 settembre – 14 ottobre 2015, n. 11475
Presidente Bichi – Relatore Cattaneo
Con atto di citazione notificato il 4.3.2014, …, in persona dell’amministratore di sostegno …, conveniva in giudizio … affinché, in via principale, venisse dichiarata figlia naturale della convenuta ai sensi dell’art. 269 c.c., con conseguente condanna al pagamento delle somme dovute dal momento della nascita a titolo di arretrati di mantenimento e, per il futuro, di assegno mensile; in via subordinata, nell’impossibilità di declaratoria giudiziale di maternità, affinché fosse accertato il diritto al mantenimento di .. ex art. 279 c.c. con condanna al pagamento delle somme dovute dal momento della nascita a titolo di arretrati di mantenimento e, per il futuro, di assegno mensile. Deduceva che …, nata a Milano il ..1975 e riconosciuta unicamente dal padre .. …., era stata concepita dalla relazione extraconiugale che quest’ultimo aveva intrattenuto con .. … Prova documentale dell’invocata maternità doveva desumersi dal confronto tra l’atto integrale di nascita dell’odierna attrice e la cartella della Clinica …di … (ottenuta in fotocopia dal padre .. ..), dal quale emergeva la coincidenza tra la bambina partorita dall’odierna convenuta, che al momento del parto aveva chiesto di non essere nominata, e la bambina denunciata all’anagrafe dal padre.
Evidenziava inoltre che … era stata allevata dai coniugi .., designati dal padre, sempre grazie al sostegno economico di questi, deceduto il ..2011 senza lasciare alcun cespite ereditario alla figlia e pertanto privando .. del suo sostegno economico. Ad oggi l’odierna attrice, affetta da patologie psichiatriche ed invalida civile, gode di pensione di invalidità civile ed indennità di accompagnamento di circa euro 780,00 mensili e necessita di ulteriore sostegno economico da parte della genitrice di cui invoca il rapporto di filiazione.
Deduceva che -l’estratto integrale dell’atto di nascita di … si limitava ad indicare che la stessa era nata dall’unione di .. con una “donna non parente né affine con lui nei gradi che ostano al riconoscimento”, -la cartella clinica versata in atti da parte attrice, lungi dal dare atto che l’odierna convenuta in data 5.1.1975 aveva partorito .., attestava unicamente che in quella data la signora … aveva dato alla luce un neonato di cui aveva espressamente dichiarato di non voler essere nominata madre, senza che fosse ravvisabile alcuna indicazione del nominativo del neonato né alcun riferimento specifico ad .., -l’ordinamento dello stato civile vigente al momento della nascita della .. (R.D. n.1238/1939) prevedeva che se la nascita era conseguita ad unione illegittima, le indicazioni relative ai genitori dovessero essere fatte solo se essi avessero reso personalmente la dichiarazione o avessero espresso il consenso ad essere nominati, -nel testo dell’ordinamento di stato civile modificato dalla legge n. 127/1997, poi confluito nell’art. 30 del d.P.R. n. 396/2000, la previsione è rimasta sostanzialmente immutata, pertanto, non è ammissibile la dichiarazione giudiziale di maternità nei confronti di una donna che al momento del parto ha dichiarato di non voler essere nominata, poiché altrimenti verrebbe frustrata la ratio della menzionata disciplina, ravvisabile non solo nell’esigenza di salvaguardare la famiglia legittima e l’onore della madre, ma anche di impedire che onde evitare nascite indesiderate, si faccia ricorso ad alterazioni di stato o a soluzioni ben più gravi quali aborti o infanticidi. Disconosceva altresì la conformità all’originale della copia informale della cartella clinica relativa al parto di … del …1975, evidenziando che il nostro ordinamento (art. 93 d.lgs. n.196/2003) preclude il diritto di accesso al certificato di assistenza al parto o alla cartella clinica da parte di un soggetto che intenda conoscere l’identità della propria madre naturale, che ha dichiarato di non voler essere nominata, ritenendo prevalente il diritto della madre.
Concessi i termini di cui all’articolo 183, sesto comma, c.p.c e depositate le memorie istruttorie, alla udienza del 16.4.2105 il g.i., rilevato che la convenuta aveva eccepito l’inammissibilità della domanda di accertamento giudiziale della maternità atteso che l’attrice è nata da donna che ha dichiarato di non voler essere nominata, ritenuto opportuno che il collegio si pronunciasse sulla fondatezza della suddetta eccezione prima di procedere all’istruttoria della causa, invitava le parti a precisare le conclusioni fissando all’uopo l’udienza del 26.5.2015. Alla suddetta udienza, sulle conclusioni come precisate dalle parti, la causa veniva rimessa al collegio per la decisione.
data 15.6.2015 il P.M. rassegnava le proprie conclusioni, chiedendo, in via preliminare, che la causa fosse rimessa sul ruolo per disporsi CTU immunogenetica; in via subordinata e nel merito, che la domanda attrice fosse rigettata.
l’art. 28 della legge n. 184/1983 (Diritto del minore ad una famiglia) che, disciplinando l’ipotesi di accesso alle informazioni che riguardino l’origine e l’identità dei genitori biologici di soggetti adottati, prevede espressamente -al comma settimo- che l’accesso a tali informazioni “non è consentito nei confronti della madre che abbia dichiarato alla nascita di non volere essere nominata ai sensi dell’articolo 30, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n.
396”.
Il fondamento costituzionale di tali disposizioni, come chiarito dalla Corte Costituzionale, riposa sull’esigenza di tutelare la gestante che versi in situazioni particolarmente difficili dal punto di vista personale, economico o sociale ed abbia deciso di non tenere con sé il bambino, offrendole la possibilità di partorire in una struttura sanitaria appropriata e di mantenere al contempo l’anonimato nella conseguente dichiarazione di nascita. In tal modo si intende, da un lato, assicurare che il parto avvenga in condizioni ottimali sia per la madre che per il figlio, dall’altro, distogliere la donna da “decisioni irreparabili” per quest’ultimo ben più gravi (Corte Cost. n. 425/2005). Il parto anonimo, che resta tale per cento anni, costituisce quindi un’alternativa offerta alla donna rispetto all’interruzione di gravidanza, lecita ma pur sempre traumatica, ovvero, nelle ipotesi peggiori, a comportamenti criminali quali l’infanticidio o l’abbandono di neonato (C.d.A. Catania del 5.12.2014). Il diritto della madre che la legge intende tutelare, per le ragioni sopra esposte, risulterebbe affievolito se la decisione della donna non fosse assistita dalla garanzia della sua perdurante validità per l’intero corso della vita, e se non fosse escluso il rischio per la stessa, in un imprecisato futuro e su richiesta di un figlio mai conosciuto e già adulto, di essere disvelata o di essere soggetta agli obblighi genitoriali ai quali aveva inteso sottrarsi manifestando la facoltà, espressamente riconosciuta dalla legge, di rimanere anonima.
In particolare, la Corte di Strasburgo, chiamata ad esprimersi se la norma di cui all’art. 28 co.7 della legge n. 184/1983 in tema di adozione fosse violativa dell’art. 8 della CEDU, ha ritenuto che, per quanto l’interesse alla tutela della vita e della salute psicofisica di madre e figlio, nonché della riservatezza della partoriente, debbano considerarsi valori pienamente meritevoli di protezione, essi devono tuttavia essere adeguatamente bilanciati con il diritto del figlio a conoscere le proprie origini, diritto che costituisce una specificazione del diritto alla vita privata e familiare di cui all’art. 8 della Convenzione Europea dei dritti dell’Uomo (CEDU) nell’interpretazione resane dalla Corte Europea, unico organo legittimato ad interpretare ed applicare la Convenzione. La normativa italiana è stata pertanto censurata in quanto ritenuta non in grado di assicurare un adeguato equilibrio tra i diritti e gli interessi concorrenti della madre e del figlio, poiché non prevedeva alcun meccanismo destinato a bilanciare il diritto del figlio a conoscere le proprie origini con i diritti e gli interessi della madre a mantenere l’anonimato. In particolare la Corte ha ritenuto che il sistema italiano violasse l’art. 8 CEDU poiché non dava alcuna possibilità al figlio non riconosciuto alla nascita di chiedere la reversibilità del segreto. Pertanto, in assenza di meccanismi destinati a bilanciare il diritto del figlio a conoscere le proprie origini con i diritti e gli interessi della madre a mantenere l’anonimato, veniva inevitabilmente conferita una preferenza incondizionata a questi ultimi (Corte EDU, sentenza Godelli c. Italia del 22.9.2012, ric. n. 33783/09).
A tal proposito si osserva che la giurisprudenza costituzionale, fin dai primi risalenti casi di giudizi basati sul principio di eguaglianza di trattamento di cui all’art. 3 Cost., ha sempre posto l’accento sull’esigenza che sia assicurata eguaglianza di trattamento quando eguali siano le condizioni soggettive ed oggettive alle quali le norme giuridiche si riferiscono per la loro applicazione. Nell’ottica di una tale valutazione, risulta dirimente la considerazione della ratio legis che ha indotto il legislatore a disciplinare differentemente le situazioni che siano oggetto di valutazione comparativa. Nel caso di specie, la ratio individuata a chiare lettere dalla giurisprudenza costituzionale a fondamento del diritto della madre a non essere nominata, di cui sopra si è dato atto, induce a ritenere manifestamente infondato e inconferente ogni genere di raffronto tra la situazione di una madre che partorisce e di un padre che rimane del tutto estraneo alle vicende ed alle decisioni relative alla gestazione ed alla nascita del bambino.
Ha sostenuto la difesa di .. (cfr. comparsa conclusionale dell’intervenuta) che se l’art. 30 della Costituzione individua il diritto del figlio, ancorché nato al di fuori del matrimonio, di essere mantenuto, istruito ed educato, “se ne deve dedurre che non può essere certo l’art. 30 d.P.R.
396/2000 a precludere all’attrice, che oltretutto è invalida civile, l’esperibilità dell’azione di riconoscimento della maternità naturale allo scopo di ottenere l’attuazione concreta del suo diritto al mantenimento”.