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Timestamp: 2017-08-20 21:08:53+00:00
Document Index: 82719104

Matched Legal Cases: ['art. 5', 'art. 138', 'art. 8', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 97', 'art. 37', 'art. 15', 'sentenza ', 'art.10', 'art.10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 21', 'art. 10', 'art.10', 'art. 5', 'art. 13']

T.A.R. Sicilia, Catania, Sezione I, 30 luglio 2015
SENTENZA N. 2103
L’art. 5 del D.P.R. 20 ottobre 1998, n. 447 (sostituito dall’articolo 8 del d.p.r. n. 160 del 2010, nei termini di cui all’articolo 12 del medesimo d.p.r.) dispone che ove il progetto sia in contrasto (come nel caso di specie) con lo strumento urbanistico, ma sia conforme con la normativa ambientale, sanitaria e di sicurezza del lavoro, il responsabile del procedimento, in base al disposto degli artt. 1 e 5 del D.P.R. 20 ottobre 1998 n. 447, recante il regolamento per la semplificazione dei procedimenti di localizzazione degli impianti produttivi, possa convocare una conferenza di servizi per le conseguenti decisioni, che costituiscono proposta di variante allo strumento urbanistico e sulle quali si pronuncia il Consiglio comunale. La Giurisprudenza ha reiteratamente interpretato tale normativa nel senso che, nell’ipotesi di ampliamento di un insediamento produttivo preesistente, la necessità di variare lo strumento urbanistico deve essere valutata in relazione al progetto presentato, cioè tenendo conto della circostanza che trattasi di un progetto di ampliamento di un insediamento produttivo già operante, sicché l’area da destinare all’ampliamento della relativa attività non può essere ricercata altrove, ma deve evidentemente trovarsi in stabile e diretto collegamento con quella dell’insediamento principale e da ampliare (cfr. T.A.R. Abruzzo, Sezione I di Pescara, sentenze 7 novembre 2013 n.525 e 20 maggio 2004 n. 453; T.A.R. Lazio, Sezione I di Latina, 4 novembre 2013, n.824; T.A.R. Lombardia, sez. II di Milano, 28 dicembre 2009 n.6222; T.A.R. Veneto, sez. II di Venezia, 11 luglio 2008 n. 1993).
Con il ricorso introduttivo del presente giudizio, notificato il 3 e depositato il 23 dicembre 2013, le Società ricorrenti esponevano di avere presentato congiuntamente, in data 4 ottobre 2010, presso lo sportello unico attività produttive (S.U.A.P. ) del comune di Mascali, una istanza di valutazione preliminare di un progetto in variante al vigente piano di fabbricazione, ai sensi dell’articolo 8 del d.p.r. n.160/2010, recepito in Sicilia con la legge regionale numero 5/2011, per l’ampliamento di un complesso produttivo per la lavorazione del vetro ubicato in un terreno sito nel Comune di Mascali, fraz. Carrabba, via Mascali/Riposto n.28, in catasto al foglio 46, part. 138 e 274, ove detta attività artigianale di lavorazione del vetro era già svolta dalle ditte istanti.
Dopo aver ottenuto, con verbale 8 ottobre 2010 del S.U.A.P. e deliberazione G.M. 18 novembre 2010 n. 16, il preventivo parere favorevole dell’Amministrazione di indirizzo, in data 8 agosto 2011 le ditte presentavano istanza per l’approvazione del suddetto progetto, corredata dei necessari allegati.
Indetta da parte del Comune la conferenza dei servizi , su richiesta di integrazione della documentazione da parte del rappresentante della Regione siciliana, il 29 novembre 2011 il Comune trasmetteva i documenti richiesti; tra l’altro, il Comune attestava che l’intervento, pure in presenza di aree con destinazione urbanistica “D-zona industriale e artigianale a carattere industriale”, riguardava l’ampliamento di un’attività esistente, che la consistenza degli immobili veniva contenuta al di sotto della volumetria esistente, che l’opera in progetto non risultava in contrasto con l’ordinario sviluppo urbanistico del contesto e che la stessa risultava conforme alle norme urbanistiche disciplinanti i progetti in variante.
Di seguito, il progetto veniva istruito e conseguiva tutte le prescritte autorizzazioni, ed in particolare, il parere favorevole dell’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente (espressamente motivato, tra l’altro, sull’assentibilità dell’intervento, nonostante altre aree a destinazione urbanistica D, in quanto ampliamento di attività esistente, nonché sull’ubicazione ai margini di un nucleo insediativo limitrofo al centro abitato del comune di Riposto).
Con verbale del 23 dicembre 2011 la Conferenza dei servizi esprimeva pertanto (all’unanimità) parere favorevole deliberando di procedere, ai fini del perfezionamento della variante, alle prescritte pubblicazioni, nonché alla trasmissione degli atti, successivamente allo scadere del periodo di pubblicazione, al Consiglio Comunale ai sensi dell’articolo 8, comma 1, del d.p.r. numero 160 del 2010.
A quel punto tuttavia la procedura si arenava, per cui le Società ricorrenti inoltravano al Comune una serie di diffide nonché all’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente una richiesta di intervento sostitutivo; il Comune replicava adducendo l’impedimento a proseguire nell’esame della pratica in quanto la documentazione era stata acquisita dell’autorità giudiziaria.
Successivamente, in data 30 maggio 2013 il Comune comunicava che, a seguito del dissequestro della documentazione, con deliberazione n.3 del 9 maggio 2013 la Commissione Straordinaria con i poteri del Consiglio Comunale aveva deliberato di rinviare l’esame del progetto per acquisire le controdeduzioni dei richiedenti su specifici rilievi evidenziati dall’Ufficio in un’ulteriore parere del 9 maggio 2013.
Le ricorrenti trasmettevano una memoria; di seguito, con deliberazione della Commissione straordinaria, assunta con i poteri del Consiglio Comunale, n. 52 del 03 ottobre 2013, il Comune di Mascali decideva di non approvare il progetto, sulla base di motivazione solo in parte coincidente con i rilievi contenuti nel parere del 9 maggio 2013.
Con il ricorso in epigrafe le ricorrenti impugnavano gli atti in questione lamentando, con il primo motivo, la violazione dell'art. 8 c. 1 del D.P.R. n. 160/2010, dell'art. 10 c. 2 L.R. n. 5/2011, dell'art. 1 c. 2 e dell'art. 3 L. n. 241/1990, dell'art. 97 Cost., dell'art. 37 L.R. n. 10/2000, degli artt. 14 e ss. L. n. 241/1990, ritenendo violate le norme che disciplinano la competenza del Consiglio Comunale e quella dell'A.R.T.A.
Con il secondo motivo di ricorso le società ricorrenti sostenevano che l'Amministrazione resistente aveva violato il contraddittorio procedimentale introducendo nel provvedimento finale profili di presunta illegittimità del progetto non contenuti nel preavviso di rigetto, così violando le disposizioni di cui agli articoli 3 e 10 bis della legge n. 241/1990.
Con il terzo motivo di ricorso le ricorrenti lamentavano l’illegittimità degli atti impugnati nella parte in cui avevano escluso la possibilità di realizzare gli interventi proposti in variante a causa della previsione nello strumento urbanistico generale di aree con destinazione urbanistica "D" - zona industriale e artigianale a carattere industriale; le società invocavano, al riguardo, l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale il requisito dell’insufficienza delle aree con destinazione urbanistica idonea alla realizzazione dell'impianto produttivo andrebbe riferito ad interventi nuovi e non a quelli volti all’ampliamento di stabilimenti già esistenti.
Con il quarto motivo le ricorrenti deducevano, sotto un primo profilo, l’erronea rappresentazione dei fatti riguardo la natura dell'attività per lo svolgimento della quale era stato chiesto l'ampliamento dello stabilimento esistente, che non consisterebbe nella produzione ma nella lavorazione delle lastre di vetro grezzo.
Sotto altro profilo, le ricorrenti lamentavano la mancata considerazione, da parte dell’Ente, dello studio di impatto acustico allegato all'istanza di ampliamento.
Con il quinto motivo le società ricorrenti censuravano il provvedimento di diniego laddove aveva rilevato la mancata rispondenza del progetto alle corrette tecniche di progettazione urbanistica, sottolineando come nel parere dell’A.R.T.A. n. 66/2013 ne era stato attestato il rispetto e deducendo altresì di aver predisposto il progetto di ampliamento conformemente a quanto stabilito dall'art. 15 L.R. n. 71/1978 (relativo ai piani di lottizzazione che riguardino complessi insediativi autonomi in ambito chiuso ad uso collettivo), espressamente richiamato nella relazione tecnica di accompagnamento.
Sotto altro profilo, il Comune era incorso altresì in evidente disparità di trattamento, atteso che, alcuni anni prima, aveva autorizzato un progetto di insediamento produttivo analogo a quello presentato dalle società ricorrenti.
Le ricorrenti chiedevano, infine, oltre l’annullamento degli atti impugnati, il risarcimento dei danni da ritardo e da responsabilità prenegoziale.
Il Comune di Mascali si costituiva in giudizio ed eccepiva, quanto alla Delibera Commissariale n. 3 del 9.5.2013, il cui termine impugnatorio di giorni sessanta era scaduto il 30.7.2013, l’inammissibilità del ricorso, spedito per la notifica il 3.12.2013, per tardività, con conseguente acquiescenza alla stessa, con riferimento alla decisione di riapertura dell’istruttoria ivi disposta; e, con riguardo alla successiva Delibera Commissariale n. 52 del 03. 10.2013, gravata in termini, l’infondatezza del ricorso, contro deducendo puntualmente a tutte le censure.
Questa Sezione, con Ordinanza collegiale istruttoria n. 281/2014 del 30.01. 2014, ha disposto una verificazione; con successiva Ordinanza n. 1570/2014 ha disposto la sostituzione del verificatore e con ulteriore Ordinanza n. 3158/2014 ha prorogato i termini concessi al verificatore.
L’Organo incaricato della verificazione, in data 20 marzo 2015, ha depositato la relazione di verificazione con allegati, in esito alla quale le ricorrenti hanno prodotto una consulenza di parte.
Entrambe le parti in giudizio hanno ulteriormente illustrato le proprie difese con memorie e repliche. Infine, nell'udienza pubblica del giorno 9 luglio 2015, esaurita la discussione orale, il ricorso è passato in decisione.
I. Con il primo motivo di ricorso le società ricorrenti lamentano che, ai sensi dell’articolo 8, comma 1, del d.p.r. numero 160 del 2010, una volta che la conferenza dei servizi sia pervenuta alla deliberazione finale, con conseguente trasmissione della stessa al competente Consiglio Comunale, non è possibile riaprire la fase istruttoria, che, nella configurazione della disposizione richiamata (così come della norma preesistente di cui all’articolo 5 del d.p.r. numero 447 del 1998), finalizzata alla velocizzazione dell’iter procedimentale, deve svolgersi all’interno della conferenza dei servizi.
La censura (sebbene supportata in punto di fatto dalla considerazione che l’istruttoria è stata riaperta mediante l’emanazione di un ulteriore parere da parte del competente ufficio - che aveva già istruito il progetto e si era già espresso favorevolmente in sede di conferenza dei servizi - motivato dall’avvenuto avvicendamento delle persone fisiche titolari degli uffici dell’Ente: si veda il secondo capoverso del parere numero 1117 del 9 maggio 2013 ) non può essere esaminata, attesa la fondatezza dell’eccezione di tardività contenuta nelle difese del Comune.
Infatti, la decisione di riaprire l’istruttoria è stata assunta con la Delibera Commissariale n. 3 del 9.5.2013, il cui termine impugnatorio di giorni sessanta è scaduto (non il 30.7.2013, come sostenuto dal Comune, non potendosi fare decorrere il termine di decadenza dalla mera pubblicazione dell’atto, essendo l’Amministrazione tenuta alla notifica individuale, ma da quest’ultima data del 3 giugno 2013, nella quale la Delibera Commissariale n. 3 risulta pervenuta alle ricorrenti, secondo quanto da queste ultime affermato nelle controdeduzioni trasmesse il 2 luglio 2013 al Comune, allegate alla deliberazione numero 52/2013, documento numero 4 della produzione del Comune di Mascali) il 18 settembre 2013; sicché, avuto riguardo alla data di notificazione del ricorso (3-4 dicembre 2013) quest’ultimo è effettivamente tardivo rispetto l’impugnazione della Delibera Commissariale n. 3/2013, con la conseguente inoppugnabilità della decisione di riaprire l’istruttoria.
Per completezza, deve comunque rilevarsi che la proposta di variazione della strumento urbanistico assunta dalla Conferenza dei servizi non è vincolante per il Consiglio comunale, il quale deve autonomamente valutare se aderire o meno ad essa (cfr. Consiglio di Stato, sentenza 19 ottobre 2007 n. 5471), potendo motivatamente disattendere la proposta stessa.
II. Il Collegio prende in esame il secondo motivo di ricorso, con il quale si lamenta l’illegittima divergenza tra le motivazioni a corredo della deliberazione numero 52/2013 e quelle contenute nel preavviso di rigetto, e ne ravvisa la fondatezza.
I rilievi di cui al parere numero 1117 del 9 maggio 2013 erano i seguenti:
1- insussistenza dei presupposti di cui all’articolo 8, comma 1, del d.p.r. numero 160 del 2010, in quanto il programma di fabbricazione del comune di Mascali individuerebbe sufficienti aree destinate ad insediamenti produttivi;
2- insussistenza dei presupposti di cui all’articolo 8, comma 1, del d.p.r. numero 160 del 2010, in quanto lo stabilimento esistente sarebbe in contrasto con le previsioni dello strumento urbanistico perché oggetto di precedenti concessioni edilizie in sanatoria;
3- l’ampliamento richiesto non sarebbe di modeste dimensioni, raddoppiando la cubatura esistente;
4- l’intervento richiesto verrebbe realizzato in un centro abitato.
Su tali rilievi si è svolto il contraddittorio con le ditte istanti, le quali, a seguito della comunicazione del 30 maggio 2013 da parte del Comune, trasmettevano articolate controdeduzioni, poi allegate all’atto conclusivo del procedimento.
Quest’ultimo, tuttavia, costituito dalla deliberazione numero 52/2013, nella motivazione a supporto del diniego di approvazione del programma ha mantenuto solo la prima delle argomentazioni di cui al parere 1117/2013, abbandonando le altre ed introducendo per la prima volta nuove eccezioni:
- l’ampliamento richiesto comporterebbe l’avvio di un’attività pericolosa per la salute, trattandosi della produzione di lastre di vetro;
- tale attività non potrebbe essere ubicata in prossimità del centro abitato;
- le emissioni sonore non rispetterebbero i limiti imposti dalla normativa sull’inquinamento acustico;
- gli standards urbanistici di cui all’articolo 5 del decreto ministeriale numero 1444/1968 non sarebbero rispettati.
Risulta pertanto comprovata la divergenza tra le motivazioni comunicate alle ditte richiedenti con la nota del 30/5/2013, avente forma e sostanza di preavviso di rigetto, in quanto volta ad attivare il prescritto (dall’art.10 bis L. n.241/90) contraddittorio con gli istanti, ed il provvedimento finale di diniego, che si regge su motivazioni in buona parte diverse ed introdotte solo nel provvedimento conclusivo stesso, quindi eludendo la ratio dell’art.10 bis citato.
Infatti, come chiarito dalla Giurisprudenza, l'istituto del preavviso di rigetto, di cui all'art. 10 bis, l. 7 agosto 1990 n. 241, ha lo scopo di far conoscere alle P.A., in contraddittorio rispetto alle motivazioni da essa assunte in base agli esiti dell'istruttoria espletata, le ragioni fattuali e giuridiche dell'interessato che potrebbero contribuire a far assumere agli organi competenti una diversa determinazione finale derivante, appunto, dalla ponderazione di tutti gli interessi in campo (tra le più recenti T.A.R. Campania, sez. VI Napoli, 10/04/2015 n.2054); con la conseguente illegittimità del provvedimento di diniego la cui motivazione sia arricchita di ragioni giustificative diverse e ulteriori rispetto a quelle preventivamente sottoposte al contraddittorio procedimentale attraverso la comunicazione dei motivi ostativi all'accoglimento dell'istanza del privato. Infatti, anche se non deve sussistere un rapporto di identità tra il preavviso di rigetto e la determinazione conclusiva del procedimento, né una corrispondenza puntuale e di dettaglio tra il contenuto dei due atti, ben potendo la pubblica amministrazione ritenere, nel provvedimento finale, di dover meglio precisare le proprie posizioni giuridiche, occorre però che il contenuto sostanziale del provvedimento conclusivo di diniego si inscriva nello schema delineato dalla comunicazione ex art. 10-bis, l. n. 241 del 1990, esclusa ogni possibilità di fondare il diniego definitivo su ragioni del tutto nuove, non enucleabili dalla motivazione dell'atto endoprocedimentale, dato che altrimenti l'interessato non potrebbe interloquire con l'amministrazione anche su detti profili differenziali né presentare le proprie controdeduzioni prima della determinazione conclusiva dell'ufficio (T.A.R. Liguria, sez. I di Genova, 25/02/2015 n.232). E salvo che il provvedimento finale si discosti dalla motivazione contenuta nel preavviso solo in funzione dell'esigenza di replicare alle osservazioni presentate dal privato (T.A.R. Lombardia, sez. IV di Milano, 30/10/2014 n.2589), ma non è questo il caso in esame, caratterizzato dal fatto che il Comune, a seguito del ricevimento delle controdeduzioni degli interessati, ha abbandonato i profili di cui al preavviso di rigetto (tranne uno, che verrà esaminato infra) e fondato il diniego su ragioni del tutto nuove e diverse.
Né può condividersi la prospettazione del Comune, secondo il quale ai sensi dell'art. 21-octies della stessa legge non potrebbe comunque pervenirsi all'annullamento del provvedimento, il contenuto del quale non sarebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato.
Contrariamente a quanto sostenuto dal Comune, l’elusione dell’art. 10 bis, l. n. 241 del 1990, nel caso in questione, incide sulla validità dell'atto conclusivo del procedimento, avendo determinato un deficit istruttorio e considerato che il contenuto del provvedimento in contestazione avrebbe potuto essere diverso da quello in concreto adottato, laddove le ricorrenti avessero potuto presentare osservazioni, come è risultato palese dall’esame sia dei motivi di ricorso che delle osservazioni contenute nella consulenza di parte depositata in esito alla verificazione disposta da questa Sezione, ove le Società ricorrenti hanno allegato circostanze idoenee a confutare le eccezioni del Comune e che non hanno potuto incolpevolmente sottoporre all'Amministrazione a tempo debito.
L’art.10 bis in esame mira, infatti, ad instaurare un contraddittorio a carattere necessario tra la P.A. e il cittadino ed assolve anche ad una finalità deflattiva del contenzioso, evitando che si sposti nel processo ciò che dovrebbe svolgersi nel procedimento, come di fatto accaduto nel caso in questione.
Infatti, avuto riguardo sia agli esiti della verificazione che alle ulteriori circostanze addotte dalle Società ricorrenti in sede di consulenza di parte, va sottolineato che la contiguità tra il lotto di terreno e gli insediamenti residenziali previsti nel programma di fabbricazione e già edificati, rilevata dall’Organismo incaricato della verificazione, era già stata presa in esame in sede di conferenza dei servizi e ritenuta non ostativa; e d’altra parte, appare significativa la circostanza, evincibile dalla relazione di verificazione, secondo la quale lo stesso Comune aveva stabilito di destinare l’area interessata dall’insediamento delle ricorrenti a zona “D” nella proposta del nuovo piano regolatore generale adottata dal Consiglio Comunale nel 2007 (avendo, evidentemente, valutato compatibili insediamenti industriali di qualsiasi tipologia con la contiguità all’abitato), risultando, sotto tale profilo, irrilevante la circostanza che la Regione Siciliana non abbia approvato lo strumento urbanistico in questione.
D’altra parte, la questione circa la natura dell’attività destinata ad essere svolta nel capannone (se si tratti di produzione di lastre di vetro, come sostiene il Comune, ovvero semplicemente di lavorazione di lastre, con la conseguente ascrivibilità o meno dell’attività tra le industrie insalubri), addotta quale nuova motivazione (rispetto il preavviso di rigetto) nell’atto di diniego impugnato, avrebbe dovuto essere opportunamente approfondita in sede di contraddittorio con le Società istanti e non certo nel corso del presente giudizio.
Allo stesso modo, per quanto attiene il rilievo ostativo ricondotto dal Comune all’impatto acustico ambientale, che avrebbe violato la normativa di riferimento, la relazione di verificazione ha consentito di accertare che, al contrario, i valori indicati nella relazione prodotta dalle ricorrenti rientrano nei limiti previsti dal D.P.C.M. del 1 marzo 1991.
Non può, d’altra parte, tenersi conto del parere, espresso dall’Organismo incaricato della verificazione, circa l’inattendibilità dei risultati scaturiti dall’elaborazione dei dati nella relazione in questione: in primo luogo, perché non si tratta di questione introdotta nella motivazione dell’atto impugnato; in secondo luogo perché, a maggior ragione rispetto quanto già sopra precisato, si tratta di materia nella quale deve essere correttamente instaurato il contraddittorio con i richiedenti, i quali ben potrebbero integrare la relazione con gli elementi mancanti ed indicati dal Verificatore a pagina 15 (lettere a, b e c) della verificazione.
Al riguardo, infatti, occorre sottolineare che il verificatore ha espresso i propri dubbi circa l’attendibilità della relazione unicamente per profili di incompletezza nella descrizione dell’attività lavorativa (lett.a), nell’allegazione della mappa acustica elaborata dal software utilizzato dal tecnico (lett.b) e nell’indicazione del tipo di software utilizzato (lett.c), tutte carenze integrabili ed insuscettibili di condurre, senza previa instaurazione del contraddittorio, al rigetto dell’istanza.
Quanto, infine, alla questione relativa alla sufficienza delle aree per standard urbanistici, in esito alla verificazione è risultato che il progetto prevede aree in misura più che sufficiente a garantire gli standards di cui all’articolo 5 del decreto ministeriale numero 1444/1968 (pagina 18 della relazione di verificazione), sebbene l’Organismo incaricato della verificazione abbia ritenuto che la localizzazione delle aree non assicuri la possibilità di un uso pubblico, disconoscendosi, da parte del Verificatore, che il progetto in questione possa essere qualificato come un insediamento chiuso ad uso collettivo, disciplinato dall’articolo 15 della legge regionale numero 71/1978, nel qual caso le aree risulterebbero correttamente localizzate.
Anche in questo caso, sarebbe stato necessario instaurare il contraddittorio con gli interessati, consentendo agli stessi di far valere le argomentazioni trasfuse nella consulenza di parte, ove è stato dedotto che il progetto soddisfa i contenuti di un piano di lottizzazione, si compone degli elaborati necessari per un piano di lottizzazione secondo le prescrizioni del regolamento edilizio del Comune intimato, soddisfa quanto l’articolo 9 della legge regionale numero 71 del 1978 richiede quale contenuto necessario dei piani di lottizzazione, nonché quanto richiede la circolare dell’Assessorato Regionale Territorio e Ambiente numero 2 del 3 febbraio 1979, ha previsto altresì la convenzione di cui all’articolo 14 della legge regionale numero 71 del 1978.
D’altra parte, gli istanti hanno altresì elencato gli atti adottati dalle Amm.ni coinvolte a vario titolo nell’esame della pratica, atti che hanno assolto alle prescrizioni relative all’istruttoria del piano di lottizzazione, e hanno prodotto alcuni precedenti provvedimenti emessi dall’ Assessorato Regionale Territorio e Ambiente su progetti di impianti produttivi, sia di nuova installazione che per ampliamenti, nei quali è stato applicato l’articolo 15 della legge regionale numero 71 del 1978 indipendentemente dal fatto che il progetto fosse stato presentato come piano di lottizzazione o meno.
Ora, la questione se il progetto presentato dalle ricorrenti costituisca o meno (per contenuti, elaborati progettuali, istruttoria) uno strumento attuativo al quale trovi applicazione l’articolo 15 della legge regionale numero 71 del 1978 è questione sulla quale sarebbe stato necessario instaurare il contraddittorio con le imprese richiedenti, non potendosi spostare tale dibattito nell’odierna sede giurisdizionale.
Ne consegue l’illegittimità in parte qua dell’atto impugnato.
III. La terza censura (relativa all’unico motivo a supporto del diniego impugnato esternato nel preavviso di rigetto e riprodotto nell’atto finale) è fondata.
Come si rileva dalla delibera impugnata n. 52 del 2013, la Commissione straordinaria con i poteri del Consiglio comunale ha ritenuto di non procedere alla variante perchè il P. di F. prevede aree idonee ad allocare insediamenti produttivi, circostanza questa confermata in sede di verificazione; secondo le ricorrenti però non si è tenuto conto della circostanza che le ZTO “D” non consentirebbero (atteso la relativa ubicazione) l’ampliamento dell’impianto preesistente, sicché il Comune avrebbe dovuto istruire la pratica in relazione allo specifico progetto presentato, pena la vanificazione della ratio dell’articolo 8 del d.p.r. n. 160 del 2010, che è quella di favorire lo sviluppo degli investimenti anche mediante l’ampliamento degli impianti produttivi esistenti.
Il Collegio ritiene corretta la ricostruzione operata dalle ricorrenti.
L’art. 5 del D.P.R. 20 ottobre 1998, n. 447 (sostituito dall’articolo 8 del d.p.r. n. 160 del 2010, nei termini di cui all’articolo 12 del medesimo d.p.r.) dispone che ove il progetto sia in contrasto (come nel caso di specie) con lo strumento urbanistico, ma sia conforme con la normativa ambientale, sanitaria e di sicurezza del lavoro, il responsabile del procedimento, in base al disposto degli artt. 1 e 5 del D.P.R. 20 ottobre 1998 n. 447, recante il regolamento per la semplificazione dei procedimenti di localizzazione degli impianti produttivi, possa convocare una conferenza di servizi per le conseguenti decisioni, che costituiscono proposta di variante allo strumento urbanistico e sulle quali si pronuncia il Consiglio comunale.
La Giurisprudenza ha reiteratamente interpretato tale normativa nel senso che, nell’ipotesi di ampliamento di un insediamento produttivo preesistente, la necessità di variare lo strumento urbanistico deve essere valutata in relazione al progetto presentato, cioè tenendo conto della circostanza che trattasi di un progetto di ampliamento di un insediamento produttivo già operante, sicché l’area da destinare all’ampliamento della relativa attività non può essere ricercata altrove, ma deve evidentemente trovarsi in stabile e diretto collegamento con quella dell’insediamento principale e da ampliare (cfr. T.A.R. Abruzzo, Sezione I di Pescara, sentenze 7 novembre 2013 n.525 e 20 maggio 2004 n. 453; T.A.R. Lazio, Sezione I di Latina, 4 novembre 2013, n.824; T.A.R. Lombardia, sez. II di Milano, 28 dicembre 2009 n.6222; T.A.R. Veneto, sez. II di Venezia, 11 luglio 2008 n. 1993).
Ne consegue l’illegittimità (anche in tale parte) della deliberazione n.52/2013 impugnata, che dev’essere pertanto annullata.
IV. Va respinta la domanda di risarcimento del danno avanzata dalle ricorrenti, stante l’assoluta carenza di adeguate allegazioni probatorie in ordine alla sussistenza e consistenza del danno asseritamente patito, e tanto esime il Collegio dall’indugiare sulla ricorrenza o meno degli ulteriori elementi costitutivi dell'illecito.
V. Nella particolare complessità della fattispecie il Collegio ravvisa i presupposti di legge per disporre la compensazione tra le parti delle spese di giudizio, salvo il rimborso del contributo unificato, ai sensi dell'art. 13, comma 6 bis, D.P.R. n. 115 del 2002.
Le spese di verificazione, da liquidarsi con separato decreto, vengono poste a carico del Comune.
Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Sicilia sezione staccata di Catania (Sezione Prima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo accoglie nei sensi e limiti di cui in motivazione e per l’effetto annulla gli atti impugnati.
Compensa integralmente tra le parti le spese di giudizio, salvo il rimborso del contributo unificato.
Pone le spese di verificazione, da liquidarsi con separato decreto, a carico del Comune di Mascali.
Così deciso in Catania nella camera di consiglio del giorno 9 luglio 2015 con l'intervento dei magistrati: