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Timestamp: 2019-08-25 00:19:59+00:00
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 10 ottobre 2016, n. 20321 - Renato D'Isa
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Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza 10 ottobre 2016, n. 20321
Il dipendente dell’Agenzia delle entrate assolto in sede penale ha diritto alla ricostruzione della posizione giuridico-economica per il periodo di sospensione cautelare dal servizio decisa in maniera autonoma dall’amministrazione fino alla conclusione del procedimento penale, ma non per quello di detenzione perché in questo caso la sospensione è automatica e obbligatoria dal momento che il lavoratore è nell’impossibilità di adempiere la prestazione
sentenza 10 ottobre 2016, n. 20321
Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente
Dott. TORRICE Amelia – Consigliere
Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere
(OMISSIS), C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in (OMISSIS), presso lo studio dell’avvocato (OMISSIS), che lo rappresenta e difende unitamente agli avvocati (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS), giusta delega in atti;
AGENZIA DELLE ENTRATE C.F. (OMISSIS), in persona del legale rappresentate pro tempore, rappresentata e difesa dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i cui Uffici domicilia in ROMA, ALLA VIA DEI PORTOGHESI, 12;
avverso la sentenza n. 530/2013 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA, depositata il 29/11/2013 r.g.n. 82/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 18/05/2016 dal Consigliere Dott. ELENA BOGHETICH;
Con sentenza del 29.11.2013 la Corte di appello di Brescia, in parziale riforma della sentenza del Tribunale di Bergamo, ha riconosciuto il diritto di (OMISSIS), dipendente dell’Agenzia delle Entrate, alla ricostruzione della posizione giuridico-economica per il periodo 11.11.1993 26.5.1994 a seguito di sentenza definitiva di assoluzione del giudice penale (con formula “perche’ il fatto non sussiste”), rilevando che solamente per questo periodo la sospensione cautelare dal servizio era dipesa da una autonoma decisione della pubblica amministrazione, mentre per il periodo precedente (13.2.1993 – 10.11.1993) si era trattato di una sospensione automatica ed obbligatoria per impossibilita’ della prestazione a causa della privazione della liberta’ personale del dipendente, ipotesi che non poteva ritenersi compresa nella dizione “sospensione… disposta in dipendenza del procedimento penale” contenuta nel Testo Unico n. 3 del 1957, articolo 97.
1. Con l’unico motivo di ricorso il dipendente denuncia violazione e/o falsa applicazione del Testo Unico n. 3 del 1957, articolo 97, comma 1, (recepito dall’articolo 27, comma 7, del CCNL comparto Ministeri 16.5.1995), riferendosi, tale norma, nel prevedere la restituzione degli assegni non percepiti, a tutti i casi di sospensione, senza alcuna distinzione tra quelli facoltativi e quelli obbligatori. Rileva, inoltre, che la Corte avrebbe errato ad attribuire una valenza sanzionatoria all’istituto della restitutio in integrum stipendiale (ossia la differenza tra quanto percepito a titolo di assegno alimentare durante la sospensione e quanto dovuto a titolo di retribuzione), che ha, invece, solamente finalita’ di tutelare il lavoratore a fronte di una situazione che lo stesso ha subito senza sua colpa.
Il Testo Unico 10 gennaio 1957, n. 3, articolo 97, comma 1 (rubricato: “Revoca della sospensione”) recita:
“Quando la sospensione cautelare sia stata disposta in dipendenza del procedimento penale e questo si concluda con sentenza di proscioglimento o di assoluzione passata in giudicato perche’ il fatto non sussiste o perche’ l’impiegato non lo ha commesso, la sospensione e’ revocata e l’impiegato ha diritto a tutti gli assegni non percepiti, escluse le indennita’ per servizi e funzioni di carattere speciale o per prestazioni di lavoro straordinario e salva deduzione dell’assegno alimentare eventualmente corrisposto”.
La sentenza della Corte bresciana e’ conforme a principio di diritto gia’ affermato da questa Corte (Cass. n. 15941/2013) ed anche piu’ recentemente ribadito (Cass. 11391/2014).
Invero, il fatto storico della sottoposizione alla misura della custodia cautelare in carcere, con conseguente assoluta impossibilita’ di rendere la prestazione lavorativa, costituisce, come gia’ rilevato in altre precedenti decisioni di legittimita’ (cfr. Cass. 26.3.1998 n. 3209, Cass. 16.10.1990 n. 10087, Cass. 9.9.2011 n. 18528), circostanza che supera e si sovrappone alla sospensione cautelare, costituendo una autonoma causa di esclusione del diritto alla retribuzione per il periodo di detenzione, non prevedendo specificamente la normativa del testo unico applicabile una disciplina diversa e piu’ favorevole. Piu’ propriamente, tale conseguenza, come osservato da Cass. 6.9.2006, n. 19169, deriva dal principio generale secondo cui, quando il prestatore non adempia all’obbligazione principale della prestazione lavorativa non per colpa del datore di lavoro, a questi non puo’ essere fatto carico dell’adempimento dell’obbligazione di corresponsione della retribuzione, cosi’ come per ogni caso di assenza ingiustificata (o non validamente giustificata) dal lavoro (v. Cass. 19169/2006 cit.).
Vale rimarcare – ha quindi gia’ affermato questa Corte – che gli effetti pregiudizievoli conseguenti alla perdita della retribuzione si riconnettono in tale ipotesi ad un provvedimento della P.A. necessitato dallo stato restrittivo della liberta’ personale del dipendente, che determina l’adozione di un provvedimento di sospensione cautelare obbligatoria (sospensione d’ufficio) e non ad un comportamento volontario ed unilateralmente assunto dal datore di lavoro come nell’ipotesi di adozione di un provvedimento di sospensione facoltativa durante la pendenza del procedimento penale od anche solo disciplinare nei confronti del dipendente (V. anche, da ultimo, Cass. 5147/2013, relativamente a restituito in integrum limitata alla retribuzione dovuta per il periodo di sospensione cautelare facoltativa).
Il ricorso e’ stato notificato il 5.5.2014, dunque in data successiva a quella (31/1/2013) di entrata in vigore della legge di stabilita’ del 2013 (L. 24 dicembre 2012, n. 228, articolo 1, comma 17), che ha integrato il Decreto del Presidente della Repubblica 30 maggio 2002, n. 115, articolo 13, aggiungendovi il comma 1 quater, del seguente tenore: “Quando l’impugnazione, anche incidentale e’ respinta integralmente o e’ dichiarata inammissibile o improcedibile, la parte che l’ha proposta e’ tenuta a versare un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per la stessa impugnazione, principale o incidentale, a norma articolo 1 bis. Il giudice da atto nel provvedimento della sussistenza dei presupposti di cui al periodo precedente e l’obbligo di pagamento sorge al momento del deposito dello stesso”. Essendo il ricorso in questione (avente natura chiaramente impugnatoria) integralmente da respingersi, deve provvedersi in conformita’.
Ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002, articolo 13, comma 1 quater, da’ atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso articolo 13, comma 1 bis.
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renatodisa - 28 Luglio 2016