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Timestamp: 2017-11-23 20:18:50+00:00
Document Index: 147368950

Matched Legal Cases: ['art. 132', 'art. 2054', 'art. 141', 'art. 32', 'arti 138', 'sentenza ', 'art. 32', 'sentenza ', 'art. 1226', 'art. 2056']

Discussione: Assenza di collisione e responsabilità in caso di sinistro stradale (1/1) - Forum Diritto - De Stasio - Studio Legale
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ARGOMENTO: Assenza di collisione e responsabilità in caso di sinistro stradale
Assenza di collisione e responsabilità in caso di sinistro stradale 4 Anni 3 Mesi fa #888
Assenza di collisione e responsabilità in caso di sinistro stradale 4 Anni 3 Mesi fa #889
Il Tribunale Civile e Penale di Vicenza, Seconda Sezione Civile, in composizione monocratica nella persona del dott.ssa Michela Rizzi ha pronunciato la seguente
nella causa civile iscritta a ruolo il 21.7.2004 n. 5386/2004 R.G. e promossa con atto di citazione
B.A., rappresentata e difesa dall'Avv. Ugo Simonetti del Foro di Venezia e dall'Avv. Gherardo Ghirini del Foro di Vicenza, elettivamente domiciliata presso lo studio del secondo difensore, come da mandato a margine dell'atto di citazione;
D.L.C., Z.R., ALLIANZ SUBALPINA ASSICURAZIONI s.p.a., in persona del legale rappresentante pro-tempore, rappresentati e difesi dall'Avv. Gianfranco Rigon del Foro di Vicenza, elettivamente domiciliati presso lo studio del difensore, come da mandati in calce alle copie notificate dell'atto di citazione;
In punto. Risarcimento danni da sinistro stradale.
Preliminarmente si richiama la previsione di cui all'art. 132 c.p.c. così come novellato dalla L. n. 69 del 2009, applicabile ai procedimenti pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della novella.
Con atto di citazione ritualmente notificato B.A. ha convenuto in giudizio innanzi all'intestato Tribunale D.L.C., Z.R., Allianz Subalpina Assicurazioni s.p.a., quest'ultima in persona del legale rappresentante pro-tempore, chiedendo, previo accertamento della responsabilità esclusiva di Z.R. nella causazione del sinistro stradale occorsole in data 15.5.1999, nel quale aveva riportato lesioni, la condanna dei convenuti in solido al risarcimento di tutti i danni subiti, oltre accessori.
I convenuti, costituitisi ritualmente in giudizio, hanno contestato sia nell'an che nel quantum le domande attoree, escludendo qualsivoglia turbativa nella condotta di guida della Z., chiedendo il rigetto delle domande attoree e, in via subordinata, la la limitazione del danno alla sole voci giuridicamente rilevanti, dedotta la quota addebitabile alla diretta corresponsabilità dell'attrice.
Ritiene il giudicante che la responsabilità della causazione del sinistro vada attribuita in misura paritaria alla condotta di guida dell'attrice e della convenuta Z..
Tra il veicolo condotto dall'attrice (Renault 5) e il veicolo condotto dalla convenuta Z. (Ford Escort) non vi è stata collisione. L'attrice assume che la condotta di guida della Z., che si sarebbe immessa sulla via percorsa dall'attrice da un'area privata senza concederle la precedenza, l'avrebbe costretta ad attuare una manovra di emergenza con conseguente perdita di controllo del veicolo dalla stessa condotto e collisione con l'autovettura proveniente dall'opposta direzione di marcia.
Dall'istruttoria è emerso che effettivamente la Z., poco prima del sopraggiungere dell'autovettura condotta dall'attrice, che procedeva regolarmente lungo la principale via Roma in Comune di Costoza di Longare con direzione Longare, è uscita da uno spazio privato, ove si trova il negozio "Il fiore di Lillà", immettendosi sulla via principale nella medesima direzione di marcia dell'attrice (testi T.M., C.P.); è inoltre emerso che l'autovettura condotta dall'attrice ha iniziato a sbandare e poi si è scontrata con l'autovettura proveniente dall'opposto senso di marcia (testi T.M. e dichiarazioni raccolte nell'immediatezza di quest'ultimo e di Montato Carla, conducente del veicolo che procedeva in senso contrario all'auto attorea), mentre l'autovettura condotta dalla Z. si è allontanata (teste T.). E' ragionevole ritenere che la manovra di immissione effettuata dalla Z. abbia causato turbativa e intralcio alla regolare marcia dell'autovettura condotta dall'attrice, determinando (o quantomeno concorrendo a determinare) la perdita di controllo del mezzo da parte della conducente. Sul punto va infatti considerato che la previsione di cui all'art. 2054 c.c. permette di configurare la responsabilità da circolazione stradale anche in assenza di collisione tra i mezzi, purché l'evento sia comunque riconducibile eziologicamente alla circolazione stradale del veicolo come nel caso di turbativa alla circolazione.
Nella fattispecie in esame, è senz'altro ravvisabile una turbativa se si considera lo stretto arco temporale intercorso tra l'immissione sulla strada principale dell'autovettura condotta dalla Z. e la collisione dell'autovettura attorea con quella proveniente dalla direzione opposta (circa trenta secondi per quanto riferito dal teste T., che aveva personalmente caricato i fiori acquistati dalla Z. a bordo dell'autovettura dalla stessa condotta e che ha avvertito la collisione appena tornato dietro il banco del negozio "E' stato veloce, sono entrato e ho visto subito il fatto").
Sussiste quindi nesso causale tra la condotta di guida della Z., immessasi sulla principale senza rispettare l'obbligo di precedenza, e il sinistro occorso all'attrice.
Ritiene peraltro il giudicante che, data la dinamica cosi come accertata, non possa essere esclusa la concorrente responsabilità dell'attrice nella perdita di controllo del mezzo e nella successiva collisione. Va sui punto richiamata la previsione di cui all'art. 141 CdS, che prevede che il conducente debba sempre conservare il controllo del proprio veicolo ed essere in grado di compiere tutte le manovre necessarie in condizioni di sicurezza. Nella fattispecie inoltre il fondo stradale era bagnato. Va quindi affermato un concorso di colpa dell'attrice, che, in assenza di parametri certi, viene stimato in misura pari al 50%.
Accertato l'an deve ora essere determinato il quantum.
Ritiene il giudicante sul punto di fare proprie le risultanze della CTU medico-legale espletata in corso di causa, le cui risultanze non sono state contestate dalle parti.
Sul punto vanno brevemente richiamate le conclusioni cui è pervenuto il consulente incaricato. Il CTU, dott. Attilio De Anna, esaminata la documentazione medica in atti e visitato l'attore, all'esito di attenta ed accurata indagine, ha accertato che l'attrice, nel sinistro oggetto di causa, ha riportato "frattura esposta sovra-diacondiloidea del femore destro, ferita lacero-contusa al ginocchio destro, frattura del collo del femore sinistro", Il CTU ha poi quantificato la durata dello stato di inabilità temporanea sotto il profilo biologico totale in 100 gg., parziale in 150 gg. al tasso del 75%, 150 gg. al tasso del 50%, 150 gg. al tasso del 25%. Ha poi quantificato i postumi di natura permanente nella misura del 30% con riferimento sia alla sintomatologia soggettiva sia al danno funzionale (danno biologico), evidenziando in particolare "i reliquari delle fratture di entrambi i femori con apprezzabile disfunzionalità, deambulazione con zoppia, e necessità di appoggio con bastone, esiti circolatori della trombosi venosa profonda dell'arto inferire destro". Il CTU ha poi accertato che le lesioni riportate a seguito del sinistro, pur non compromettendo la capacità lavorativa specifica, comportano sicuramente maggiore affaticamento e difficoltà nell'espletamento dell'ordinario lavoro di casalinga che potrà trovare ristoro con un'integrazione con criterio equitativo ... del 'quantum' economico dovuto per risarcire il danno (cd. punto pesante)". Il CTU ha inoltre ritenuto congrue e giustificate le spese mediche documentate limitatamente a quelle sopportate entro l'anno 2000 (si veda la relazione peritale dep. in data 14.1.2008).
Dall'esame complessivo dell'accertamento medico-legale si rileva che il CTU ha illustrato con sufficiente chiarezza e precisione il risultato dell'indagine, esponendo le proprie valutazioni, fondate sul rilievo oggettivo dell'entità delle menomazioni riscontrate, in modo congruo e corretto sia sotto il profilo logico che sotto quello medico-scientifico, per cui il danno alla persona va determinato sulla base delle considerazioni svolte dal Consulente Tecnico d'Ufficio.
Ciò premesso, va innanzitutto liquidato il c.d. "danno biologico". Nel caso di fatto illecito lesivo dell'integrità psico-fisica della persona, il danno patrimoniale risarcibile non è costituito, invero, soltanto dalle conseguenze pregiudizievoli correlate all'efficienza lavorativa e alla capacità di produzione di reddito, ma si estende a tutti gli effetti negativi incidenti sul bene primario della salute in sé, considerato, quale diritto inviolabile dell'uomo alla pienezza della vita ed all'esplicazione della propria personalità morale, intellettuale, culturale, tenuto conto che tale bene fa parte integrante del patrimonio del soggetto, e viene conseguentemente leso dal fatto illecito anche quando riguardi chi non abbia ancora, o abbia perduto, o non abbia mai avuto attitudine a svolgere attività produttiva di reddito.
Poiché, infatti, il bene della salute deve essere considerato, ai sensi dell'art. 32 Cost., oggetto di un autonomo diritto assoluto, il risarcimento dovuto per effetto della sua lesione non può essere limitato alle conseguenze che incidono sull'attitudine a produrre reddito, ma deve autonomamente comprendere anche il c.d. danno biologico, inteso come la menomazione dell'integrità psico-fisica della persona umana in sé, considerata, in quanto incidente sul valore uomo in tutta la sua estensione, che si ricollega alla somma delle funzioni naturali afferenti al soggetto nell'ambiente in cui la sua vita si esplica, ed aventi rilevanza non solo economica, ma anche biologica, sociale e culturale (cfr. Cass. 24.1.2000 n. 748, Cass. 12.1.1999 n. 256, Cass. 30.3.1992 n. 3867, Cass. 6.7.1990 n. 7101, Cass. 11.5.1989 n. 2150, Cass. 20.12.1988 n. 6938).
In tema di risarcimento del danno, come è noto, la Suprema Corte di Cassazione, con recente pronuncia a S.U., ha riconosciuto nel danno non patrimoniale da lesione alla salute "una categoria ampia e onnicomprensiva, nella cui liquidazione il giudice deve tener conto di tutti i pregiudizi concretamente patiti dalla vittima" (Cass. S.U. 26972/08). Ne consegue che è compito del giudicante accertare l'effettiva consistenza delle conseguenze negative patite dal soggetto, individuando il complessivo pregiudizio sofferto, a prescindere dalla suddivisione di esso in diverse sottocategorie di danno diversamente denominate.
Il danno non patrimoniale va quindi risarcito nella sua ampia accezione di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti la persona non connotati da rilevanza economica.
Sulle premesse di un tale insegnamento, a cui questo Tribunale non può che richiamarsi per l'autorevolezza della fonte da cui promana (sezioni unite civili della Suprema Corte), può peraltro affermarsi che in una nuova ricostruzione giuridicolessicale della responsabilità le diciture tradizionali di danno biologico, danno morale e danno esistenziale, pur dovendo essere ricondotte ad un'unica categoria generale di danno non patrimoniale, appaiono ancora utili, se non altro a fini descrittivi, per dar conto delle specifiche componenti di pregiudizio in concreto meritevoli di integrale ristoro.
Il danno da lesione al diritto inviolabile alla salute (danno biologico in senso stretto) trova ormai specifica definizione normativa negli arti 138 e 139 D.Lgs. n. 209 del 2005 (codice delle assicurazioni private), ai sensi dei quali per danno biologico va intesa "la lesione temporanea o permanente all'integrità psico-fisica della persona suscettibile di accertamento medico-legale che esplica un'incidenza negativa sulle attività quotidiane e sugli aspetti dinamico-relazionali della vita del danneggiato, indipendentemente da eventuali ripercussioni sulla sua capacità di produrre reddito".
Richiamate le risultanze della CTU medico-legale, sono disponibili gli elementi per una compiuta quantificazione dei danni non patrimoniali sub specie (a voler seguire per comodità espositiva la tradizionale terminologia invalsa nella dottrina e giurisprudenza) di biologico permanente e temporaneo (totale e parziale), oltre che a titolo di danno già ed. morale, considerato che nella condotta del convenuto ricorre e va ravvisata la commissione di una fattispecie di reato per lesioni personali colpose.
Alla luce della recente sentenza della Corte di Cassazione 7.6.2011 n. 12408, i parametri valutativi da impiegare per la quantificazione delle somme dovute a titolo di danno non patrimoniale possono essere individuati secondo i meccanismi tabellari adottati dal Tribunale di Milano (aggiornati al 2011). Va in particolare osservato che con detta pronuncia la Suprema Corte, nell'esercizio del potere nomofilattico che istituzionalmente le compete, dopo avere rilevato la disparità di trattamento derivante dall'applicazione di una giurisprudenza diversificata per zone territoriali in assenza di un'unica tabella di riferimento e valutazione, e ritenuta "la plausibilità e l'attendibilità, sotto ogni punto di vista, delle tabelle di riferimento e valutazione elaborate dal Tribunale di Milano" ha ritenuto "comunemente applicabili e vincolanti, 'de futuro', perché valide ed attendibili, le sole tabelle milanesi, potendo il giudice e l'interprete discostarsene solo con esplicita e adeguata, esaustiva motivazione". Ritiene il giudicante che non vi sia ragione per discostarsi, nel caso in esame, da tale autorevole e condivisibile orientamento espresso dalla Suprema Corte, anche se trattasi di sinistro risalente al 1999, rilevando non tanto la data di verificazione dell'illecito, ma quella in cui avviene la liquidazione giudiziale del danno.
Ne consegue che, considerata l'età (60 anni) dell'attrice alla data dell'evento (15.5.1999), i valori da cui muovere per la quantificazione sono quelli di cui alla predetta tabella per "punto" di invalidità per quanto attiene alla lesione permanente all'integrità psicofisica (30%), nonché di Euro 130,00 per giorno di inabilità temporanea (totale, diminuita in proporzione per i vari gradi di parziale). In particolare il valore per giorno di inabilità temporanea viene determinato nella misura indicata in considerazione dell'importanza delle lesioni come accertate in sede di CTU, che hanno comportato la necessità di ricoveri, plurimi interventi, terapie riabilitative, difficoltà nella deambulazione per un lungo periodo e necessità di assistenza sanitaria.
- per danno non patrimoniale per invalidità permanente, la somma dovuta risulta essere di Euro 122.030,00;
- per danno biologico per invalidità temporanea, la somma dovuta risulta essere di Euro 13.000,00 per la totale (130 per 100), di Euro 14.625,00 per la parziale al 75% (97,50 per 150), di Euro 9.750,00 per la parziale al 50% (65 per 150) e di Euro 4.875,00 (32,50 per 150) per la parziale al 25%, per complessivi Euro 42.250,00.
Nell'ambito del danno non patrimoniale unitario non può comunque non trovare adeguato spazio la voce del c.d. "danno morale", cui peraltro le SS.UU. cit. continuano a riconoscere rilevanza, pur inquadrato sotto diversa veste, in quanto "non individua un'autonoma sottocategoria di danno, ma descrive, tra i vari possibili pregiudizi non patrimoniali, un tipo di pregiudizio, costituito dalla sofferenza soggettiva cagionata dal reato in sé considerata".
La liquidazione del danno non patrimoniale non può quindi trascurare la componente soggettiva rappresentata dalla sofferenza e dal patema derivati all'attore in conseguenza del sinistro (già danno morale soggettivo).
La Suprema Corte non ha mancato recentemente di ricordare come la liquidazione equitativa del danno morale deve pur sempre essere personalizzata in base alle condizioni specifiche del soggetto, in modo da conformare il ristoro alla particolarità del caso specifico ( cfr. Cass. n. 394/07).
Pur essendo la sfera dell'integrità morale ontologicamente diversa da quella della salute, essa non comporta tuttavia minor valore risarcitorio, dato che la Costituzione riconosce primaria rilevanza sia al bene della salute (art. 32 Cost.) che a quello attinente alla personalità morale di cui agli artt. 2 e 3 Cost. (cfr. Cass. 6288/08, 5795/08). Va infatti ritenuto che le voci di danno già riconducibili al danno morale e danno esistenziale pur non essendo, secondo il più recente orientamento della Suprema Corte, autonomamente risarcibili, possono essere senz'altro valorizzate nell'ambito della personalizzazione del danno, al fine di consentire al danneggiato il ristoro integrale del danno effettivamente subito nel caso concreto. In tale prospettiva la Suprema Corte pone a carico del danneggiato un onere di allegazione e di prova, che può essere assolto anche mediante prova per presunzioni.
Dovendosi quindi operare una sintesi tra la giusta valorizzazione del danno morale e il recente dettato delle SS.UU. in tema di danno non patrimoniale onnicomprensivo, sempre in applicazione delle Tabelle Milanesi, che prevedono un aumento personalizzato del valore di punto, nel caso in esame, al massimo in misura pari al 29%, questo Tribunale ritiene che nella fattispecie in esame ricorrano le condizioni per riconoscere all'attore una personalizzazione con aumento pari al 29% da calcolarsi sul valore riconosciuto con riferimento ai postumi permanenti, e ciò tenuto degli apprezzabili esiti con persistente sintomatologia dolorosa ritenuta attendibile dal CTU, incidenti negativamente sulla qualità della vita e sullo svolgimento delle ordinarie occupazioni ed altresì nel "maggior affaticamento e difficoltà nello svolgimento del lavoro di casalinga", come accertato dal CTU , tenuto conto del presumibile livello di sofferenza di grado medio/medio-grave. Va quindi riconosciuto al danneggiato a titolo di personalizzazione l'ulteriore importo di Euro 35.388,70.
Come detto il CTU ha escluso la lesione della capacità lavorativa specifica, trattandosi di pensionata, pur rilevando che le menomazioni comportano un maggiore affaticamento e difficoltà nello svolgimento del lavoro domestico. Il procuratore attoreo ha chiesto il ristoro di tale danno mediante un appesantimento del punto di invalidità. Ritiene il giudicante che, al fine di prevenire una duplicazione delle poste risarcitorie, la liquidazione del danno in questione debba ritenersi compresa nella personalizzazione del danno come sopra indicata.
L'infortunato ha poi diritto al risarcimento del danno patrimoniale derivante dal sinistro, sub specie di danno emergente (spese per cure mediche, assistenza, spostamenti per esigenze sanitarie, danni al veicolo et similia).
Quanto alle spese sanitarie, il CTU ha ritenuto congrue le spese mediche documentate da parte attrice sostenute nell'anno 2000 pari ad Euro 1.764,86 (docc. 31 e ss. attorei), cui possono aggiungersi Euro 500,00 per spese non documentabili (trasporti, visite, terapie e simili) in moneta corrente. Il primo importo per essere liquidato in moneta corrente va rivalutato secondo gli indici Istat con decorrenza media dal gennaio 2000 ed è quindi pari ad Euro 2.252,67 (coefficiente 1,2764 rapportato all'anno 2011).
L'attrice ha poi chiesto il riconoscimento del danno da lucro cessante relativamente al periodo di inabilità lavorativa indicando il criterio del reddito figurativo della casalinga rappresentato dal triplo della pensione sociale (Euro 23.190.96) pari ad un reddito giornaliero di Euro 63,54. Ritiene il giudicante che non sussistano i presupposti per riconoscere tale voce di danno, data la genericità delle prove assunte sul punto e lo stato di pensionata dell'attrice, che porta ad escludere una diminuzione reddituale durante la malattia.
L'attrice non ha chiesto il ristoro dei danni al veicolo e pertanto nulla viene riconosciuto a tale titolo.
Il danno complessivo subito dall'attrice è quindi pari ad Euro 202.421,37= (122.030+ Euro 42.250 +35.388,70 + Euro 2.752,67).
Essendo stato riconosciuto una responsabilità paritaria di attrice e convenuta Z. nella determinazione del sinistro, il predetto importo va dimezzato ed è quindi pari ad Euro 101.210,69 in moneta corrente (aggiornamento aprile 2011).
Sulla predetta somma debbono inoltre essere computati gli interessi, secondo i principi generali in materia di risarcimento del danno derivante da fatto illecito (v. Cass. 22.2.1995 n. 1952, Cass. 16.3.1995 n. 3072).
In proposito va ricordato il principio statuito nella sentenza delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione n. 1712 del 17.2.1995. La Suprema Corte ha affermato, in particolare, che "in tema di risarcimento del danno da fatto illecito extracontrattuale, se la liquidazione viene effettuata per equivalente, con riferimento al valore del bene perduto dal danneggiato all'epoca del fatto illecito, espresso poi in termini monetari che tengano conto della svalutazione monetaria intervenuta fino alla data della decisione definitiva, è dovuto il danno da ritardo, e cioè il lucro cessante provocato dal ritardato pagamento della suddetta somma, danno che va provato dal creditore. Invero, il ritardo a carico del debitore deve rapportarsi al momento in cui il controvalore avrebbe dovuto essere spontaneamente pagato. La prova, in proposito, può essere data, e
riconosciuta dal giudice, anche mediante presunzioni semplici e facendo ricorso all'art. 1226 c.c. (criteri equitativi) e, quindi, in questo ambito di equo apprezzamento (art. 2056 c.c.) il lucro cessante può essere liquidato con il criterio degli interessi, senza dover necessariamente fare ricorso al tasso degli interessi legali. In particolare, nell'ambito della suddetta valutazione equitativa può tenersi conto, soprattutto quando l'intervallo di tempo fra l'illecito ed il suo risarcimento è cospicuo e l'inflazione è ragguardevole, del graduale mutamento del potere d'acquisto della moneta, calcolando gli interessi - per esempio di anno in anno - sul valore della somma via via rivalutata nell'arco del suddetto ritardo; oppure calcolando indici medi di rivalutazione. Quel che va invece escluso è che la base del calcolo dei suddetti interessi possa essere quella della somma rivalutata al momento della liquidazione, se gli interessi vengono fatti decorrere dal momento del fatto illecito, perché con tale modalità si attribuirebbe al creditore un valore a cui egli non ha diritto: invero, gli interessi non costituiscono un debito di valore, ma un criterio di commisurazione del danno da ritardato conseguimento di una somma di denaro che, all'epoca del fatto, era - per definizione - non rivalutata" (cfr. altresì Cass. 17.1.1996 n. 339, Cass. 18.4.1996 n. 3666, Cass. 1.7.1996 n. 5963, Cass. 25.9.1996 n. 8459, Cass. 27.3.1997 n. 2745, Cass. 28.3.1997 n. 2780, Cass. 26.6.1997 n. 5708, Cass. 2.12.1997 n. 12194, Cass. 12.1.1999 n. 256, Cass. 14.2.2000 n. 1633, Cass. 10.3.2000 n. 2796).
In osservanza del richiamato insegnamento, si ritiene che gli interessi legali debbano essere computati - anziché, sulla somma capitale riconosciuta, in quanto liquidata in valori attuali - sull'importo capitale riportato ai valori dell'epoca del sinistro.
Su tale importo gli interessi legali dovranno quindi essere calcolati per il primo anno successivo al sinistro; si dovrà poi procedere alla rivalutazione della somma capitale per il primo anno, sulla base degli indici ISTAT del costo della vita, e computare gli interessi legali, relativi al secondo anno, sulla somma così rivalutata; per ogni anno successivo si dovrà quindi procedere nello stesso modo, computando gli interessi sul valore capitale via via adeguato anno per anno, fino al saldo effettivo.
In conclusione i convenuti devono essere condannati in via solidale al pagamento, in favore dell'attore della somma capitale di Euro 101.210,69 in valori attuali a titolo di risarcimento del danno, con gli interessi al tasso legale, sul capitale monetario del risarcimento, riportato alla data del sinistro e via via adeguato anno per anno, in relazione alle variazioni degli indici ISTAT del costo della vita, sino al saldo effettivo.
In considerazione dell'esito del giudizio, sussistono giusti motivi per disporre la compensazione delle spese di lite in misura della metà, che per la restante quota vengono poste a carico di parte convenuta secondo soccombenza e liquidate come in dispositivo.
Gli oneri di C.T.U. relativi alla perizia medico-legale, liquidati come da separati decreti, debbono porsi ad integrale carico dei convenuti in solido, che vanno quindi condannati a rimborsare all'attrice gli importi dalla stessa anticipati a tale titolo, oltre alle spese di CTP sostenute dall'attrice come documentate, pari a complessivi Euro 1.920,00. Su tale importo vanno inoltre riconosciuti all'attore gli interessi legali dal pagamento al saldo.
Il Tribunale di Vicenza in composizione monocratica, definitivamente pronunciando ogni diversa istanza disattesa, così provvede:
1. Accertata la responsabilità concorrente e paritaria di attrice e convenuta Z.R. nella determinazione del sinistro stradale occorso all'attrice in data 15.5.1999, condanna i convenuti in solido tra loro, al pagamento, in favore dell'attrice a titolo di risarcimento del danno, della somma capitale di Euro 101.210,69 in valori attuali (anno 2011) e con gli interessi al tasso legale, da computare sul complessivo capitale monetario del risarcimento, riportato alla data del sinistro e via via adeguato anno per anno, in relazione alle variazioni degli indici ISTAT del costo della vita, sino al saldo effettivo;
2. Dispone la parziale compensazione delle spese di lite in misura della metà e per la restante metà condanna i convenuti in solido alla rifusione delle spese di lite in favore dell'attrice, che liquida nella somma già ridotta di Euro 10.245,00, di cui Euro 2.645,00 per diritti ed Euro 7.000,00 per onorari, oltre spese generali, I.V.A. e C.P.A.;
3. Pone gli oneri della C.T.U., liquidati come da separato decreto, definitivamente a carico dei convenuti e li condanna in solido a rimborsare alla parte attrice gli importi dalla stessa anticipati a tale titolo, oltre alle spese di CTP come documentate, pari a complessivi Euro 1.920,00 oltre interessi legali dal pagamento al saldo.
Così deciso in Vicenza, il 21 gennaio 2012.
Depositata in Cancelleria il 14 marzo 2013.