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Timestamp: 2019-02-21 21:55:48+00:00
Document Index: 172482066

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 8', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 15', 'art. 3', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 2094', 'art. 2203', 'art. 2209', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 54', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 2697', 'art. 15', 'art. 3', 'art. 5', 'art. 3', 'art.15', 'art. 360', 'sentenza ']

Discriminazione handicap, licenziamento,prestazione meno proficua
18 luglio 2016 9 febbraio 2017 Jennifer Michelotti discriminazione lavoratore portatore di handicap
sul ricorso 16775/2013 proposto da:
P.A., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, V.RENATO FUCINI 288, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO RENZI, rappresentato e difeso dall’avvocato MANOLA DI PASQUALE, giusta delega in atti;
UNIONE DEL COMMERCIO DEL TURISMO E SERVIZI PROVINCIA TERAMO, C.F. (OMISSIS), in persona del presidente e legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ANTONIO BERTOLONI 44, presso lo studio dell’avvocato MATTIA PERSIANI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato FRANCO DI TEODORO, giusta delega in atti;
avverso la sentenza n. 514/2013 della CORTE D’APPELLO di L’AQUILA, depositata il 7/05/2013 R.G.N. 763/2012;
udito l’Avvocato DI PASQUALE MANOLA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. MASTROBERARDINO Paola, che ha concluso per l’improcedibilità o in subordine l’inammissibilità del ricorso.
A motivo della decisione, la Corte territoriale escludeva, nel preliminare esame del primo profilo di appello incidentale, il riconoscimento della qualifica dirigenziale al lavoratore, per la non provata corrispondenza delle funzioni svolte (in difetto delle previste autonomia, discrezionalità e determinazione di indirizzo) alla qualifica dirigenziale rivendicata. Quanto al licenziamento, oggetto di appello principale della società datrice, ne negava la nullità, riconoscendone piuttosto l’illegittimità, per essere la condizione di non vedente del lavoratore (non già ragione di discriminazione, ma) presupposto di fatto del contestato non proficuo svolgimento della prestazione lavorativa, non integrante neppure giusta causa nè giustificato motivo soggettivo: con la conseguente illegittimità del licenziamento e la coerente tutela obbligatoria, tenuto conto della natura e delle dimensioni della datrice, con liquidazione del danno alla stregua dei criteri indicati dalla L. n. 604 del 1966, art. 8; ribadita, infine, la carenza di prova degli ulteriori danni nuovamente domandati dal lavoratore in via di appello incidentale, interamente respinto. Con atto notificato il 4 (15) luglio 2013, P.A. ricorre per cassazione con tre motivi, cui resiste l’Unione del Commercio del Turismo e dei Servizi della provincia di Teramo con controricorso; entrambe le parti hanno comunicato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..
Con il primo motivo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione degli artt. 1 CCNL per i dirigenti di azienda del terziario del 27 maggio 1994, 26 dello Statuto di Confcommercio e vizio di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per erronea esclusione della qualifica di direttore in proprio favore, avendo egli effettivamente svolto le funzioni ad essa corrispondenti, secondo la previsione statutaria ed essendo tale qualifica classificata dirigenziale dalla norma contrattuale collettiva: e ciò anche per illogicità e contraddittorietà argomentativa, frutto di una non corretta valutazione probatoria, sulla base delle rappresentate risultanze istruttorie, criticamente illustrate.
Con il secondo, il ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 15, L. n. 108 del 1990, art. 3, e vizio di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, per il mancato riconoscimento della natura discriminatoria del licenziamento in difetto di prova della non proficuità della prestazione lavorativa, di cui ravvisata la condizione di cecità del lavoratore presupposto di fatto, invece esclusiva ragione del licenziamento.
Con il terzo, il ricorrente deduce vizio di motivazione in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, per mancato riconoscimento di danni ulteriori (alla professionalità patrimoniale e non, all’immagine, biologico) rispetto a quelli risarcibili in conseguenza della illegittimità del licenziamento, denunciati e deducibili, anche in via presuntiva, di cui offerto,idonea prova documentale ed orale.
Più specificamente, l’art. 1 CCNL per i dirigenti di azienda del terziario del 27 maggio 1994 (indicato come prodotto sub doc. n. 17 in fascicolo di primo grado e debitamente trascritto a pg. 8 del ricorso l’art. 1, secondo cui: “1. Sono dirigenti a norma dell’art. 2094 c.c., ed agli effetti del presente contratto, coloro che, rispondendo direttamente all’imprenditore o ad altro dirigente a ciò espressamente delegato, svolgono funzioni aziendali di elevato grado di professionalità, con ampia autonomia e discrezionalità e iniziativa e col potere di imprimere direttive a tutta l’impresa o ad una sua parte autonoma. 2. La qualifica di dirigente comporta la partecipazione e la collaborazione, con la responsabilità inerente al proprio ruolo, all’attività diretta a conseguire l’interesse dell’impresa ed il fine della sua utilità sociale. 3. Sono dirigenti, a titolo esemplificativo: i direttori; i condirettori; i vice direttori; gli institori, a norma dell’art. 2203 c.c. e ss.; i procuratori, di cui all’art. 2209 c.c., con stabile mandato ad negotia; i capi di importanti servizi e uffici, sempre che le loro funzioni si esercitino nelle condizioni specificate nei commi precedenti”) non è stato contestato nella sua interpretazione in diritto.
Oggetto di effettiva contestazione è stata piuttosto la valutazione probatoria dei poteri di iniziativa e discrezionalità goduti da P.A. ai fini dell’integrazione del suo effettivo esercizio delle mansioni di direttore (come esposto ai primi tre capoversi di pg. 4 della sentenza): ma ciò integra un accertamento in concreto della sussistenza delle condizioni necessarie per l’inquadramento del funzionario in una o altra categoria, che costituisce apprezzamento di fatto riservato al giudice di merito e censurabile in sede di legittimità soltanto per vizi di motivazione (Cass. 22 dicembre 2006, n. 17464). Ed oggi, neppure più deducibili alla luce dell’attuale testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5 (di denuncia “per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti”), applicabile ratione temporis per la pubblicazione della sentenza impugnata in data posteriore (7 maggio 2013) al trentesimo giorno successivo a quella di entrata in vigore della L. 7 agosto 2012, n. 134, di conversione del decreto legge 22 giugno 2012, n. 83 (12 agosto 2012), secondo la previsione dell’art. 54, comma 3, del D.L. citato.
Ed infatti, esso introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia): con la conseguenza della doverosa indicazione dal ricorrente del “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, del “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, del “come” e del “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e della sua “decisività”; fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie. Sicchè, detta riformulazione deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione (Cass. s.u. 7 aprile 2014, n. 8053).
Il secondo motivo, relativo a violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c., L. n. 300 del 1970, art. 15, L. n. 108 del 1990, art. 3, e vizio di motivazione, per il mancato riconoscimento della natura discriminatoria del licenziamento in difetto di prova della non proficuità della prestazione lavorativa, è invece fondato.
Ed infatti, il licenziamento è stato intimato al lavoratore sulla base della contestazione di avere appreso l’ente datore in ritardo, rispetto all’accertamento, il riconoscimento al proprio dipendente dello status di invalido civile, in quanto non vedente. E da ciò la conseguenza tratta, senza disposizione di alcun accertamento sanitario a norma della L. n. 300 del 1970, art. 5, u.c., del non avere “almeno a far data dal riconoscimento della… patologia,…
più reso proficuamente le prestazioni per le quali… assunto e dedotte in contratto, attuando artifizi per occultare tale condizione”, con la conclusione apodittica, per cui: In ogni caso se è vero che Lei è stato riconosciuto invalido civile in quanto non vedente e che per tale ragione beneficia delle provvidenze di legge, è indubbio come tale condizione La renda inidoneo alle mansioni dedotte in contratto”.
Il tenore letterale della lettera, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte territoriale e secondo quanto invece a suo tempo accertato dal Tribunale, radica il convincimento che proprio la condizione di non vedente del lavoratore sia stata la ragione esclusiva del licenziamento intimatogli: tanto più che la stessa Corte aquilana ha contraddittoriamente rilevato che “la incapacità a rendere proficuamente la prestazione di lavoro è correlata non ad effettive disfunzioni rilevate nello svolgimento dei compiti di pertinenza del P., posto che nessun fatto specifico gli viene rimproverato, ma alla sua condizione di invalidità… che non ha impedito però al P., almeno fino a che è durato il rapporto, di svolgere le sue attività” (così all’ultimo capoverso di pg. 4 della sentenza).
Ed allora appaiono integrate le violazioni di legge denunciate, per la non corretta sussunzione della concreta fattispecie accertata in quella astratta regolata dalla L. n. 108 del 1990, art. 3, e L. n. 300 del 1970, art.15, in ordine al licenziamento per ragioni di discriminazione da handicap. Ed infatti, il vizio di violazione o falsa applicazione di norma di diritto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, ricorre o non ricorre a prescindere dalla motivazione (che può concernere soltanto una questione di fatto e mai di diritto) posta dal giudice a fondamento della decisione (id est: del processo di sussunzione), per l’esclusivo rilievo che, in relazione al fatto accertato, la norma non sia stata applicata quando doveva esserlo, ovvero che lo sia stata quando non si doveva applicarla, ovvero che sia stata male applicata (Cass. 15 dicembre 2014, n. 26307; Cass. 24 ottobre 2007, n. 22348). Sicchè, il processo di sussunzione, nell’ambito del sindacato sulla violazione o falsa applicazione di una norma di diritto, presuppone la mediazione di una ricostruzione del fatto incontestata: come appunto nel caso di specie, in cui è risultata invece controversa l’applicazione della norma di diritto.
La Corte rigetta il primo motivo; accoglie il secondo, assorbito il terzo; cassa la sentenza con rinvio, anche per le spese del giudizio, alla Corte d’appello di L’Aquila, in diversa composizione.
Finalmente il revirement della Cassazione sul licenziamento discriminatorio. Roberta Santoni Rugiu giudice della Corte di Appello di Firenze, sezione lavoro. →
27 ottobre 2015 Jennifer Michelotti 0
Discriminazione handicap, Tribunale di Milano, ordinanza 11 febbraio 2013.
29 settembre 2016 Jennifer Michelotti 0