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Timestamp: 2018-01-22 12:39:37+00:00
Document Index: 141160845

Matched Legal Cases: ['art. 240', 'art. 155', 'art. 155', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 5']

Famiglia oggi n. 2 febbraio 2004 - Dove va il diritto di famiglia?
MATERIALI & APPUNTI - NUOVE E ANTICHE PROPOSTE
(ocente del corso di Formazione per mediatori familiari, Scuola di Psicoterapia comparata, Firenze)
Figli minori in balia del genitore più forte. Riduzione degli anni di separazione. Si moltiplicano le proposte legislative di una materia tanto delicata.
Si stanno moltiplicando le iniziative legislative e le proposte che mettono mano al diritto di famiglia, soprattutto per quanto riguarda i suoi momenti di crisi – separazione, divorzio e affidamento dei figli – che verranno qui considerati con maggiore dettaglio, soprattutto per gli aspetti che toccano la prole.
Alcune di queste proposte hanno alle spalle un lunghissimo percorso – come l’affidamento condiviso dei figli di genitori separati – per cui ne è già stato sviscerato in ogni possibile confronto a tutti i livelli ogni aspetto degno di minimale attenzione. Per quest’ultimo si può dunque concludere che resta solo da verificare se si sono finalmente determinate le condizioni politiche per il varo della riforma, nei suoi originari contenuti.
Diverso è il caso di progetti che si sono affacciati in Parlamento senza essere preceduti da un adeguato dibattito né, soprattutto, dalla costruzione di un accordo che ne rendesse possibile l’approvazione. Alcuni di questi hanno già sofferto sconfitte parlamentari; altri, che forse hanno solo intenzioni provocatorie, o di disturbo, devono ancora essere sottoposti a valutazione, pur avendo suscitato ampio scalpore.
Il tema è sicuramente complesso (lo dimostra l’intrecciarsi degli schieramenti); tuttavia vi si possono individuare tratti di una filosofia comune, di una evoluzione sociale che presenta caratteri costanti e riconoscibili.
Al centro del problema stanno due esigenze che molto spesso mal si conciliano: la crescente sensibilità verso le fasce deboli e i loro diritti, che nel caso specifico ha spinto verso il conclamato principio del "superiore interesse del minore", nel rispetto del quale dovrebbero avvenire tutte le scelte; e le crescenti spinte verso l’individualismo, in nome di un "diritto alla felicità" del singolo che mette da parte le esigenze della collettività, ivi compresi proprio i soggetti più deboli, i più facilmente sacrificabili.
Per dare un primo esempio, il meno vicino alla possibilità di trovare realizzazione, ma certamente fortemente indicativo delle attuali tendenze, è indubbiamente in nome di questa seconda aspirazione che si sono avanzate proposte come quella di permettere alle coppie omosessuali di adottare bambini(1). Difficile vederci un "interesse del minore".
Difficile pensare che a figli che già hanno vissuto il gravissimo trauma di ritrovarsi senza i loro genitori biologici possa giovare il crescere e ricevere educazione da una coppia dove una delle figure di riferimento, necessaria per l’identificazione sessuale e per la costruzione degli equilibri della persona, è e sarà sempre assente, senza neppure la possibilità teorica di trovarla in un soggetto convivente.
Più ragionevole pensare che è il soggetto adulto che non vuole rinunciare, sulla base della formazione di un legame, a vivere l’esperienza della genitorialità, a provare tutte quelle emozioni e quelle gioie della paternità o della maternità che la natura riserva alle coppie eterosessuali.
Analogamente, difficile convincersi che accorciare ulteriormente i tempi per passare da separazione a divorzio(2) – già ridotti da cinque a tre anni – possa far stare meglio i figli(3).
Eppure proprio questo si sostiene, nel tentativo piuttosto maldestro di conciliare i due principi sopra ricordati. Si sostiene, cioè, che una minore distanza tra i due eventi permetterebbe a ciascuno dei genitori di sistemare più velocemente le proprie pendenze e la propria vita affettiva, abbreviando la durata del periodo conflittuale, con significativo vantaggio per i figli. Quindi si pretende che una riforma di questo genere prenderebbe le mosse da una miglior tutela dell’interesse della prole e non, come sembrerebbe intuibile, dal semplice desiderio di uno dei due adulti di ufficializzare un suo nuovo legame.
È francamente difficile comprendere la relazione tra vantaggio dei figli e tempi per il divorzio, nonché tra questi e la conflittualità. Consideriamo, ad esempio, il caso di una signora abbandonata dal marito per un capriccio per una donna più giovane. I tre anni di attesa possono, se non portare a una riconciliazione, dimostrare all’uomo l’impulsività della sua scelta e servirgli anche, se non al recupero del primo matrimonio, a evitare un secondo errore ancor più grave.
Se il divorzio è ottenibile in un solo anno tale è anche il tempo per convolare a nuove nozze, con fatale concatenazione di eventi, se la causa della separazione è stata, come spesso avviene, una nuova persona.
E quale sarebbe il vantaggio per i figli nel ritrovarsi un padre, o una madre, che si sono creati frettolosamente una nuova famiglia senza dare a essi il tempo di assorbire il colpo ed elaborare risorse per adattarsi alla nuova situazione? Stessa esigenza, ovviamente, per il coniuge che non ha preso la decisione della separazione, ma l’ha subita. I tre anni possono servirgli per farsi una ragione, con gradualità, dell’abbandono, senza dover precipitosamente affrontare uno scontro dopo l’altro.
Interrogativi da porsi
Come si può pensare che più brutale è la rottura e meno elevati saranno i risentimenti? È il passare del tempo che attutisce i rancori e agisce da sedativo, non la celebrazione del definitivo seppellimento del rapporto (che la maggior parte delle coppie neppure chiede).
E il trascorrere del tempo è tanto più efficace quanto meno numerose sono le "novità" che si verificano in esso. Anche perché alla base del ragionamento dei fautori di un divorzio veloce "per i figli" sta un discutibilissimo assunto: che la conflittualità esista perché si è in attesa di divorzio e che dopo si plachi.
È opinione di chi scrive – e non solo – che la conflittualità sia legata essenzialmente alle regole di affidamento dei figli e alle condizioni economiche: due variabili rispetto alle quali il passaggio da separazione a divorzio non ha rilevanza specifica diretta. Il livello di conflittualità alla distanza – poniamo – di sei anni dalla separazione è più basso che subito dopo, solo perché sono trascorsi sei anni, a prescindere dal fatto che nel mezzo ci sia stato o no un divorzio.
Incoerenze palesi
Questa analisi è ancora carente. Perché se è vero che riconciliazioni nel periodo destinato al ripensamento se ne vedono pochissime, è anche vero che questo è un fare i conti "dopo" che il guasto si è prodotto. Se è vero che il triennio di attesa terapia non è, resta da chiedersi qual è il regime che rende meno probabile che si formino coppie male assortite, da cui nasceranno bambini sfortunatissimi che vivranno il profondo dolore della separazione. E allora appare difficilmente contestabile che si riflette meno su ciò che ha un costo più basso, sulle scelte che sono più facilmente modificabili.
Affermare che una coppia in formazione di fronte al matrimonio riflette sulla decisione comunque sempre nella stessa misura e spende il massimo di sé indipendentemente dai contenuti del regime matrimoniale significa ragionare nell’ottica di un tempo, di prima, cioè, che si introducesse nella mentalità, nella normativa e nel costume quella filosofia di reversibilità della scelta che al tempo stesso si rivendica.
È curioso che si sostenga che del legame coniugale ci si deve poter sbarazzare in quattro e quattro otto – rendendolo implicitamente poco significativo – e allo stesso tempo che le coppie prima di stabilirlo continueranno a passare notti insonni a causa della sua importanza. La gente non ragiona così. Nessun ragazzo/ragazza si fa un problema nel lasciare una fidanzata; e nessun ragazzo/ragazza si fa un problema nel prendersi una fidanzata/o che sa di poter lasciare senza problemi. Per il matrimonio, tolto non solo ogni carisma di sacralità e indissolubilità, ma anche di complessità nell’azzerarne gli effetti, non c’è alcun motivo di ritenere che le cose possano andare diversamente.
Detto questo, si può anche stare dalla parte degli adulti e delle spinte individuali. Non si tratta di sostenere una tesi o l’altra, ma di essere coerenti con quello che si afferma e di fare delle scelte di grande impatto sociale nella consapevolezza degli effetti che produrranno.
Tuttavia, è nella disciplina della separazione e dell’affidamento dei figli che il conflitto tra i due criteri emerge con la maggiore chiarezza.
Già la tempistica è eloquente. La proposta di legge (Pdl) 2.444 ("divorzio breve"), volta a soddisfare richieste di adulti, pur essendo stata presentata per la prima volta il 28 febbraio 2002, nel novembre 2003 era già volata in aula alla Camera, superando di slancio progetti partiti molto prima.
Difficile vederne l’urgenza. Mentre fra quelli scavalcati nello stesso ambito del diritto di famiglia è, guarda caso, l’affidamento condiviso(4), il progetto che stabilisce che se due genitori sono entrambi idonei separandosi conservano entrambi il diritto-dovere di provvedere all’educazione e alla cura dei figli, secondo regole concordate – se in grado di costruirle – e altrimenti decise dal giudice. È dunque l’unico di inequivocabile scrittura puerocentrica; e tuttavia è alla sua quarta legislatura e in questa ancora stenta a entrare nella fase decisiva, tra mille rinvii.
Consideriamo dunque in dettaglio quali sono i principali motivi intrinseci di conflitto, nell’ambito considerato, tra interessi dei genitori e dei figli e perché cambiare la normativa attuale disturberebbe quelli dei primi.
Scelta unilaterale
È chiaro che la decisione stessa di separarsi viene assunta primariamente per concludere il rapporto della coppia coniugale e risulta, in generale, del tutto sgradito ai figli.
Si sottolinea con grande enfasi, da parte di alcuni adulti, che i figli stessi preferiscono la separazione che assistere a liti furibonde. Questo può essere vero in alcuni casi, che però sono risultati pochissimi all’interno di uno specifico studio(5).
E comunque si può obiettare che un simile clima intollerabile è pur sempre creato dai genitori, che potrebbero anche comportarsi più civilmente, anziché dare sfogo ai propri peggiori istinti, con grande indulgenza verso sé stessi.
Sta di fatto che la nostra normativa consente separazione e divorzio come scelta unilaterale, senza alcun rispetto per il punto di vista dell’altro e soprattutto senza alcun limite a salvaguardia dei diritti dei terzi – i figli – pur trattandosi di un negozio giuridico. Non così, ad esempio, in Francia, Paese di ben più antica esperienza divorzista, in cui l’art. 240 Codice civile prevede che il giudice non conceda il divorzio se ciò può risultare eccessivamente duro per l’altro coniuge o per i figli. È vero che l’affidamento condiviso non toccherebbe direttamente questo punto, ma è anche vero che introdurrebbe la distinzione tra sottoinsiemi coniugale e genitoriale, affermando in sostanza l’indissolubilità del secondo: genitori, in due, per sempre, nel rispetto dell’altro, anche se non sempre con la sua pur auspicabile collaborazione.
Questo ha dato molto fastidio e qualcuno è arrivato perfino a confessare, in forma implicita o esplicita, che l’affidamento condiviso non va bene perché è sì preferibile per i figli, ma comporta per gli adulti un impegno molto maggiore, sia sul piano logistico che della tolleranza reciproca (cosa tra l’altro non vera, ma correntemente sostenuta dagli avversari della riforma). Molto più comodo l’affidamento esclusivo, con il quale un genitore si tiene i figli e li gestisce a modo suo e l’altro si crea una nuova famiglia alla quale si dedica completamente.
Non a caso, uno dei punti della riforma che ha sollevato le maggiori resistenze è stato il semplice suggerimento (non l’obbligo!) che le abitazioni venissero scelte di preferenza non troppo lontane per facilitare i contatti dei figli con entrambi i genitori.
E della stessa natura sono le obiezioni mosse all’idea che la casa familiare sia assegnata non più al genitore con cui i figli convivono (oggi una corrente di pensiero la vorrebbe assegnare al coniuge più debole, senza neppure nominare la prole), ma tenendo conto direttamente dell’esigenza di rendere minimo il disagio dei figli; una formulazione non coincidente, neppure in pratica, con l’attuale, perché può darsi il caso che a essi convenga, ad esempio, per motivi scolastici, trasferirsi in una nuova abitazione, e al genitore no.
Così pure la resistenza che si oppone al fatto che il figlio di genitori separati che diventa maggiorenne divenga anche titolare del credito destinato al suo mantenimento. Qui il conflitto di interessi tra genitori e figli è dei più scoperti ed espliciti. Si vorrebbe, infatti, che l’assegno corrispondente fosse versato nel conto corrente del genitore con cui il figlio convive, salvo che questi non intraprenda un’azione legale per rivendicarne la disponibilità.
D’altra parte, più in generale, tutta la storia delle difficoltà incontrate dall’affidamento condiviso ruota intorno a resistenze di categorie di adulti(6) che – in seguito a una massiccia ondata di emendamenti presentati al primo testo unificato nel senso appena descritto – hanno portato, in una delle tappe dell’iter legislativo, a uno stravolgimento del progetto originario.
Correttivi proposti
È in questo modo che nella primavera 2003 comparve un secondo testo unificato (detto "Paniz 2") in cui l’attuale art. 155 – che sceglie la soluzione monogenitoriale – restava in vigore integralmente; a esso si affiancava un art. 155 bis che dava la possibilità, a richiesta, di ottenere un affidamento bigenitoriale, ma ciò solo a condizione di ottenere il "consenso" dell’altro genitore, altrimenti il giudice avrebbe deciso a propria discrezione, esattamente come oggi.
Oltre a ciò venivano fatti sparire altri interventi a favore di parti deboli: per la donna la valutazione economica del lavoro di cura; per i figli maggiorenni portatori di handicap grave l’equiparazione ai figli minori in forza della quale entrambi i genitori restavano obbligati a prestare le cure necessarie.
Al momento, fortunatamente, questo testo è stato superato grazie a una serie di correttivi proposti in Commissione Giustizia e intelligentemente accolti dal relatore, ma nulla garantisce contro rigurgiti dello stesso tipo al momento del voto in aula, a Camera e Senato.
Non a caso, a dar man forte agli oppositori del condiviso è arrivata una nuova proposta, apparentemente destinata ad altri soggetti.
Le convivenze familiari
È recentemente uscito dalla ribalta televisiva un progetto di legge sulla disciplina delle convivenze familiari, meglio noto come legge sulle coppie di fatto(7).
Si tratta di una proposta che sulla carta dovrebbe introdurre una visione più moderna e avanzata dei legami privati che non hanno chiesto pubblici riconoscimenti, al fine di stabilire maggiori tutele e per la coppia e per i figli che ne siano nati. Tanto, difatti, si legge nella relazione introduttiva. Purtroppo nulla di tutto questo fornisce l’articolato.
Dopo un primo accenno all’intenzione di disciplinare le convivenze stabili (art. 1), nel lungo art. 2 si passa poi, senza averne fornito la definizione, a stabilire le regole che dovrebbero accompagnare la scissione del legame.
Ma, prima e fondamentale obiezione, non stabilire quando una convivenza può essere considerata stabile significa creare incertezza di diritto e aprire le porte a un contenzioso vastissimo, atteso che molte delle norme elencate sono premianti per alcuni soggetti e castiganti per altri; come l’art. 5, ove si estendono all’ex convivente una parte dei diritti successori, a scapito dei parenti naturali.
Ignorare i passi compiuti
La nebulosità nell’individuazione dei soggetti interessati e dell’intera formulazione emerge, tuttavia, con la massima evidenza laddove la rottura del rapporto di convivenza avviene in presenza di figli. Quale convivenza, infatti, può essere considerata meno "stabile" di una che si è già conclusa? Se rientrano nella nuova normativa i legami finiti, chi ne resta fuori?
Perché inserire la disciplina dell’affidamento di figli naturali all’interno di quella delle convivenze? E se la convivenza non c’è e non c’è mai stata? Ai figli nati da genitori che non abbiano mai convissuto quale sorte sarà destinata? Ha senso discriminarli? Ancora peggio. Quale regime di affidamento si prevede nel progetto?
Ignorando totalmente il lavoro fatto in Italia in quattro legislature e il cammino percorso da pressoché tutti i Paesi dell’Ue per uniformarsi alla Convenzione internazionale dei diritti del fanciullo (New York, 1989, firmata e ratificata dall’Italia) si continua a ragionare in termini di affidamento esclusivo e genitore affidatario e non affidatario, consolidando l’attuale regime.
Per la verità si fa anche di peggio, nello schierarsi per i genitori a danno dei figli. Si stabilisce, ad esempio, che l’assegno per il mantenimento del figlio maggiorenne sia da erogare al genitore convivente quando il figlio non è ancora autosufficiente, senza specificare sotto quale profilo debba esserlo, mentre oggi si intende solo quello economico, per cui si apre la via a qualsiasi interpretazione estensiva. E per l’assegnazione della casa, scompare l’attuale cautela per una attribuzione "di preferenza", che consentiva al giudice delle meditate eccezioni.
Analogamente, il meccanismo stesso che dovrebbe assicurare il mantenimento per i figli è dei meno rassicuranti. Si dice, infatti, che il giudice può determinare un assegno a carico del genitore con reddito maggiore cui non sono stati affidati i figli. Il che significa varie cose: che il giudice può anche farne a meno; che ciò avviene solo se il genitore non affidatario è più ricco dell’altro (cioè, se è meno ricco è autorizzato a non dare nulla!); che il genitore affidatario non può essere gravato da assegno.
Meccanismi conflittuali
Quest’ultima conclusione può sembrare logica e giusta a una prima sommaria analisi, ma così non è. Si consideri il caso di figli affidati a un padre che abbia reddito molto maggiore di quello della madre, ma che trascorrano presso i due genitori un tempo quasi uguale, il che richiederà per entrambi un significativo onere diretto: è senz’altro opportuno, allora, che il genitore affidatario (per rimanere in quest’ottica) eroghi una certa cifra all’altro per consentirgli di fare la sua parte nei confronti dei figli.
Ancora: si introduce un meccanismo di contribuzione diretta dei meno equi e, al tempo stesso, dei meno garantisti e dei più conflittuali. Si dice, infatti, che il genitore obbligato ha facoltà di sostituire l’assegno spendendo "utilmente" la stessa cifra a favore dei figli.
Di nuovo un’espressione del tutto generica e pericolosa.
Chi giudicherà se un acquisto è necessario o superfluo? Da una parte il rischio di non acquistare più giocattoli, dall’altra quello che una PlayStation valga a sostituire due mesi di contributo.
Frettolosa elaborazione
Fermiamoci pure qui. È già evidente che i propositi dichiarati non trovano rispondenza alcuna nello sviluppo degli articoli, la cui formulazione appare inquinata da una quantità di elementi e obiettivi eterogenei, che hanno fatto perdere alle autrici il filo conduttore.
Non è improbabile che alle incoerenze della stesura abbia dato un grosso contributo la frettolosità dell’elaborazione, legata al desiderio di "uscire" comunque con la proposta, in modo eclatante.
Resta il fatto che per una proposta del genere risulta da pubbliche dichiarazioni che è stato richiesto al presidente della Commissione Giustizia della Camera un canale privilegiato per accorciare l’iter.
È opportuno sottolineare che l’analisi svolta non discute punti di vista teorici illustrati in discussioni accademiche, ma fa riferimento documentato a testi di proposte di legge e ad emendamenti presentati al primo e al secondo testo unificato sull’affidamento condiviso.
Ed è certamente degno di nota che nella stessa direzione, che abbiamo definito adultocentrica, si siano mossi, trasversalmente, più o meno gli stessi soggetti politici. Una coincidenza?
Come si diceva, le più recenti notizie che giungono dalla Commissione Giustizia della Camera, depongono per una maggioranza abbastanza ampia che si sarebbe formata a tutela della bigenitorialità, nella discussione della Pdl 66 e abbinate. Ci auguriamo che questo orientamento possa essere mantenuto fino al termine dell’iter legislativo.
Quanto alle altre proposte, il Parlamento faccia le scelte che ritiene più opportune, ma non si accampino motivazioni insostenibili. Adozione di figli da parte di coppie omosessuali, divorzio breve e consolidamento dell’affidamento esclusivo per i figli di coppie non coniugate sono tutte scelte chiaramente contrarie alla volontà e alle aspirazioni dei minori.