Source: https://www.laleggepertutti.it/216026_pensione-dopo-la-morte-va-restituita-anche-la-mensilita-maturata
Timestamp: 2019-01-23 14:57:08+00:00
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Pensione: dopo la morte va restituita anche la mensilità maturata
Rateo di pensione già scaduto e maturato: se però l’anziano è deceduto qualche ora prima non è possibile la riscossione dell’importo che andrà restituito all’Inps.
È da poche ore morto tuo padre. Alla morte non c’è purtroppo rimedio ma ai problemi economici forse si. Così, la prima cosa che fai, è andare all’Inps a prelevare la sua ultima pensione, quella del mese precedente già maturata ma che non hai fatto in tempo a riscuotere proprio per via dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute. Non vuoi infatti che, apprendendo del decesso del pensionato (grazie alla comunicazione del Comune), l’Istituto di previdenza sospenda i pagamenti e ti vengano così a mancare le somme necessarie ai funerali. Senonché l’Inps viene a sapere di quanto hai fatto e ti denuncia. Lo scopri perché ti arriva una carta dal tribunale con cui ti avverte che, sulla tua testa, pende un procedimento penale per truffa. Secondo la Procura della Repubblica infatti, in tema di pensione, dopo la morte va restituita anche la mensilità già maturata. Questa interpretazione, però, non ti convince: dove sta la truffa se la mensilità era già stata maturata e andava solo riscossa materialmente? Mica ti sei comportata come chi nasconde all’Inps il decesso del genitore solo per continuare a ricevere le pensioni a cui non si avrebbe altrimenti diritto. La soluzione è stata fornita dalla Cassazione con una sentenza di questa mattina [1]. Ecco cosa hanno detto i giudici in questa interessante occasione.
La comunicazione della morte all’Inps e la restituzione della pensione
Saprai certamente che se il defunto (o la defunta) era pensionato, comunicare la sua morte all’Inps o a qualsiasi altro ente che gli erogava la pensione è una delle massime urgenze che hanno i suoi eredi. Anche chi ha la delega sul conto o alla riscossione dell’importo in banca non può esimersi da tale obbligo. Continuare a percepire la pensione del defunto è un reato. Dunque, gli eventuali assegni accreditati dopo la morte vanno restituiti e non incassati. Anche se già accreditati sul conto vanno rimandati al mittente. Anzi quando la pensione viene accreditata in banca o alle poste è lo stesso istituto di credito a restituire all’Inps (o all’ente competente) le pensioni non dovute. Prima però bisogna comunicare all’istituto l’avvenuta morte, tramite atto sostitutivo (autocertificazione) ed è sempre bene controllare che la sua restituzione sia avvenuta.
La comunicazione del decesso viene comunque eseguita anche dal Comune che riceve l’atto di morte e che provvede automaticamente alle dovute informative. Ma gli eredi hanno un obbligo concorrente a quello dell’ente locale.
Ovviamente bisogna restituire l’intera somma della pensione percepita anche se il decesso è avvenuto “a cavallo” del mese. Sarà eventualmente l’ente erogatore a liquidare agli eredi eventuali accrediti.
Sul punto leggi: Inps: cosa fare in caso di decesso e Incassare la pensione dopo la morte: come comportarsi.
La restituzione delle pensioni già maturate
L’erede o il delegato alla riscossione della pensione deve restituire all’Inps anche le pensioni già maturate prima della morte dell’interessato e tuttavia non ancora corrisposte. Questo perché ciò che conta è che il soggetto che riscuote la pensione non è più legittimato a incassare la somma nonostante la delega. La pensione può infatti essere erogata solo agli eredi e, affinché ciò avvenga, è necessario l’individuazione dei soggetti legittimati. Non si può presentare il primo parente a pretendere le somme dall’Inps. Il pagamento effettuato dall’ufficio postale in favore di persona non più titolata può infatti comportare per l’Inps il rischio di «dovere nuovamente adempiere nei confronti degli eredi del titolare della pensione». E questo potenziale «danno» è sufficiente ad escludere, secondo i giudici, l’ipotesi di un «falso innocuo», anche tenendo presente che «l’idoneità ingannatoria della falsa attestazione è chiaramente ravvisabile nella induzione in errore del funzionario postale».
Insomma, anche la riscossione della pensione già maturata costituisce truffa in quanto il soggetto che riscuote il rateo non ha diritto a farlo: al suo posto infatti possono procedere solo tutti gli eredi.
[1] Cass. sent. n. 28831/18 del 21.06.2018.
Corte di Cassazione, sez. II Penale, sentenza 4 aprile – 21 giugno 2018, n. 28831
Presidente Cervadoro – Relatore Filippini
1. Con sentenza in data 21.10.2016 la Corte di appello di Messina confermava la sentenza del Gup del Tribunale di Barcellona P. di G. del 15.10.2014, che aveva condannato FO. Do. alla pena ritenuta di giustizia per i reati di cui agli artt. 483, 493 e 61 n. 2 cod. pen. (capo A), nonché 640 commi 1 e 2 n. 1 cod.pen. (capo B), commessi in data 1.12.2009, allorché, recatasi presso l’ufficio postale per riscuotere la pensione del genitore come da specifica delega, attestava falsamente all’ufficiale postale l’esistenza in vita del padre Fo. Giuseppe invece già deceduto da qualche ora, con danno per l’INPS. 2. La Corte territoriale respingeva le censure mosse con l’atto d’appello, in punto di sussistenza della responsabilità dell’imputata rispetto ai reati ascritti sotto il profilo oggettivo e soggettivo nonché in subordine in punto di riduzione della pena. 3. Avverso tale sentenza propone ricorso l’imputata tramite difensore, sollevando i seguenti motivi: 3.1. violazione di legge e vizio della motivazione, nonché travisamento della prova desunta dalla deposizione del funzionario INPS Al. Ca.; infatti, dalle affermazioni rese da quest’ultimo testimone, il rateo pensionistico di causa, alla data del prelievo, 1.12.2009, era già maturato per il beneficiario (deceduto in pari data) e dunque il pagamento non costituiva un danno ingiusto per l’istituto erogante; tale circostanza era stata anche affermata in fase d’indagine dal predetto funzionario in apposita dichiarazione, attestante altresì che in tal caso l’INPS non emette richieste di rimborso. Tutto ciò avrebbe dovuto indurre la Corte di appello a rinnovare l’escussione del teste, sollecitata dalla difesa. Né è stata valutata l’affermazione difensiva circa la mancanza di volontarietà della falsa dichiarazione. 3.2. violazione di legge in relazione alla ipotesi di falso innocuo, dal momento che l’erogazione del rateo non costituisce danno per l’ente erogante, che nelle ipotesi di causa (e cioè in quelle di decesso avvenuto lo stesso giorno della riscossione, seppure in orario antecedente, casi nei quali l’INPS) non attiva procedure di recupero, come affermato dal teste sopra indicato. 3.3. violazione di legge e omessa motivazione in relazione alla truffa per carenza dell’elemento costitutivo degli artifici o raggiri, non ravvisabile nei confronti delle coeredi dell’imputata che, secondo la prospettazione della Corte territoriale, costituirebbero le reali persone offese dal reato; carente è comunque la dimostrazione della sussistenza dell’elemento soggettivo del reato rispetto agli elementi costitutivi della ingiustizia del profitto e del danno relativi alle coeredi.
Il ricorso è inammissibile in quanto basato su motivi manifestamente infondati. 1. Nessuna violazione di legge ricorre. 1.1. Quanto al reato di truffa, e alla sussistenza del danno per l’ente che ha erogato la pensione (l’INPS), i giudici del merito hanno adeguatamente chiarito che, quand’anche si dovesse ammettere che al momento del decesso del titolare (1.12.2009) questi avesse già maturato il diritto al rateo di pensione riscosso dall’imputata, il pagamento effettuato da parte dell’ufficio postale in favore di persona oramai non più titolata ha comportato per l’INPS una ipotesi di pagamento nelle mani di persona non titolata, con conseguente esposizione al rischio di dover nuovamente adempiere nei confronti degli effettivi aventi diritto (e cioè degli eredi del titolare). 1.2. Quanto alla integrazione del reato di falso (commesso attestando falsamente all’ufficiale postale l’esistenza in vita del titolare delle pensione), la presenza del richiamato profilo di danno esclude in radice la ricorrenza di un falso innocuo. Peraltro, secondo la condivisa giurisprudenza (Sez. 5, n. 47601 del 26/05/2014, Rv. 261812), quest’ultima ipotesi può ricorrere solo allorché l’infedele attestazione sia del tutto irrilevante ai fini del significato dell’atto e del suo valore probatorio e, pertanto, non esplica effetti sulla sua funzione documentale, con la conseguenza che l’innocuità deve essere valutata non con riferimento all’uso che dell’atto falso venga fatto, ma avendo riguardo all’idoneità dello stesso ad ingannare comunque la fede pubblica; e, nella fattispecie, l’idoneità ingannatoria della falsa attestazione di causa è stata chiaramente ravvisata dai giudici del merito nella induzione in errore del funzionario postale. 1.3. Quanto al tema della configurabilità della truffa laddove gli artifici o raggiri siano utilizzati nei confronti di soggetto diverso da colui che sopporta il danno, secondo la condivisa giurisprudenza (Sez. 2, n. 43143 del 17/07/2013, Rv. 257495), il delitto in parola è ravvisabile anche quando il soggetto passivo del raggiro è diverso dal soggetto passivo del danno ed in difetto di contatti diretti tra il truffatore e il truffato, sempre che sussista un nesso di causalità tra i raggiri o artifizi posti in essere per indurre in errore il terzo, il profitto tratto dal truffatore ed il danno patrimoniale patito dal truffato. Esattamente come è nella fattispecie. Tutti profili, questi ultimi, ravvisati nel caso di specie. 2. Né sussiste alcun vizio della motivazione, peraltro genericamente dedotto, in relazione al profilo del dolo in capo all’imputata rispetto alla falsa attestazione. Infatti, ai fini del controllo di legittimità sul vizio di motivazione, la struttura giustificativa della sentenza di appello si salda con quella di primo grado per formare un unico complessivo corpo argomentativo allorquando i giudici del gravame, esaminando le censure proposte dall’appellante con criteri omogenei a quelli del primo giudice ed operando frequenti riferimenti ai passaggi logico giuridici della prima sentenza, concordino nell’analisi e nella valutazione degli elementi di prova posti a fondamento della decisione (Sez. 3, n. 44418 del 16/07/2013, Rv. 257595). Al riguardo, le due sentenze ampiamente illustrano il profilo della necessaria consapevolezza, in capo alla Fo. Do., dell’avvenuto decesso del padre (cfr. pagg. 4-5- della sentenza di primo grado). 3. Alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso consegue, ai sensi dell’articolo 616 cod. proc. pen., la condanna dell’imputata che lo ha proposto al pagamento delle spese del procedimento, nonché – ravvisandosi profili di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità – al pagamento a favore della Cassa delle ammende di una somma che, alla luce del dictum della Corte costituzionale nella sentenza n. 186 del 2000, sussistendo profili di colpa, si stima equo determinare in Euro 2.000,00 .