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Timestamp: 2019-09-17 00:19:32+00:00
Document Index: 29891232

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 3', 'art. 119', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 21', 'art. 119', 'art. 3']

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Forum/La rotta d'Europa di Claudio De Fiores
L’esplosione della crisi finanziaria ha evidenziato tutti i gangli scoperti della costruzione europea: un’unione politica senza politica economica, una moneta senza Stato, una forma di governo senza governo e senza bilancio. Né avrebbe potuto essere diversamente. È stata la stessa Unione europea a stabilire che le politiche di spesa avrebbero dovuto essere eterodeterminate sulla base di un mero fattore quantitativo: il prodotto interno lordo. E finanche la possibilità di avviare, a livello europeo, un’altra politica monetaria è stata rigidamente esclusa dalla stessa Banca centrale la cui funzione sistemica è sempre stata solo quella di impedire l’inflazione. Né tanto meno è mai stato a essa consentito – secondo Statuto – di intervenire a sostegno delle finanze disastrate di uno stato membro (no bail out). Basti solo pensare che quando la crisi è arrivata ad aggredire uno dei suoi membri (la Grecia), l’Unione europea, pur di non contravvenire al dogma liberista, non ha esitato a prendere in considerazione finanche la possibilità di espellere definitivamente lo Stato ellenico dalla sua compagine.
L’assenza di vocazione statale da parte dell’Unione non avrebbe potuto esprimersi in modo più chiaro. Un’assenza che è la causa preminente della “paralisi decisionale” dell’Ue e della sua congenita inettitudine a fronteggiare le emergenze. D’altronde, in ambito europeo non solo non vi è un organo dotato di poteri di crisis management (non lo è la Bce, ma non lo è nemmeno la Commissione o il Consiglio). Ma nemmeno avrebbe potuto esserci. La sola eventuale previsione di una crisi economica e finanziaria di tipo strutturale avrebbe voluto dire, da parte dell’Unione, smentire risolutamente se stessa, la sua incrollabile fiducia nella stabilità del sistema, il suo funzionalismo, le sue certezze “finanziarie”: la centralità della moneta, l’equilibrio finanziario, il patto di stabilità, la libertà di concorrenza, i divieti di aiuti di stato.
Assumersi a priori il rischio di una crisi finanziaria avrebbe, in altre parole, voluto dire, da parte delle istituzioni dell’Unione, misurarsi con le politiche di intervento economico e ammetterne la pregnanza e la legittimità. Un’eventualità che l’Unione europea non ha mai voluto prendere seriamente in considerazione, almeno fino all’esplodere della crisi greca quando la Bce si è trovata costretta a infrangere il suo statuto e i governi a erigere muri di denaro a difesa non solo della Grecia, ma innanzitutto dell’euro. La strategia di “salvataggio” predisposta è nota: l’Unione si impegna a intervenire a sostegno della Grecia e di tutti gli stati in difficoltà, ma solo a condizione che essi adottino draconiane misure di risanamento, incisive politiche di smantellamento dello Stato sociale e di compressione dei diritti.
Di qui l’esigenza di invertire la rotta e di pensare a un’altra Europa, ridefinendo dal basso le condizioni del processo di integrazione. Condizioni che non possono più essere quelle dettate dall’ideologia liberista e dal potere tecnocratico. Perché ciò di cui l’Europa ha oggi vitale bisogno è innanzitutto un governo dell’economia, da realizzarsi attraverso una compiuta e radicale riformulazione dei parametri di Maastricht. Altri dovranno, in futuro, pertanto essere i cardini del processo di integrazione europeo: la piena occupazione, l’introduzione del reddito minimo garantito, la costruzione di un welfare europeo inclusivo (e non più disegnato – così come lo è stato in passato a livello nazionale – attorno alla figura del cittadino, maschio, lavoratore).
Per uscire dalla drammatica crisi in cui l’Europa è oggi precipitata vi è pertanto una sola via d’uscita: ridurre le disuguaglianze economiche che sono vertiginosamente cresciute nel corso della globalizzazione capitalista e provare a offrire risposte concrete e “inclusive” a quegli europei (cittadini e migranti) che, in questi anni, hanno dovuto subire l’aggressione sociale sferrata dalla new economy.
Ma la costruzione di un’Europa sociale non può però discendere solo da un mero aggiustamento dell’assetto istituzionale dell’Unione europea o delle sue finalità originarie. Per perseguire tale risultato è necessario piuttosto una sua rifondazione. Anche perché il processo di integrazione è nato ed è stato avviato con un mandato politico ben preciso: “l’instaurazione di un mercato comune e di un’unione economica e monetaria” (art. 2 CE). Nel suo codice genetico, dei progetti di costruzione di un’Europa politica e sociale non v’è traccia.
A imporsi nella fase di progettazione dell’Europa unita è stata piuttosto l’ideologia del comunitarismo mercatista: un’ideologia del tutto sprovvista di una coerente dimensione politica e intenzionalmente protesa a trascurare ogni altra possibile declinazione del cammino comunitario (in senso sociale, costituzionale, culturale, civile).
A seguito della svolta comunitaria della fine degli anni cinquanta inizia così progressivamente a emergere, sul terreno politico e sociale, un’Europa contraddittoria, recalcitrante, strabica. Con un occhio rivolto alla costruzione dello stato sociale (a livello nazionale) e con l’altro intento, invece, a sostenere i processi di liberalizzazione dei mercati (a livello comunitario). Insomma per dirlo à la Gilpin: “Smith all’estero, Keynes in patria”.
Due processi paralleli, destinati a divaricarsi sempre più nel corso del “glorioso trentennio”, per poi progressivamente convergere. Fino a saldarsi definitivamente a Maastricht.
Con la stesura del Trattato di Maastricht ogni stonatura tra le “due Europe” viene pertanto risolta. Le politiche di coesione sociale subiscono in tutti i paesi europei una straordinaria battuta di arresto. E finanche gli indirizzi politici nazionali, incalzati dai contenuti del nuovo Trattato, si convertiranno, in breve tempo, alle ragioni del patto di stabilità. Una spirale, questa, che avvolge anche l’ordinamento italiano costringendo improvvisamente all’ineffettività le disposizioni di impianto sociale della Costituzione.
Ciononostante l’identità europea continua, ancora oggi, a preservare (seppure a stento) una sua originale e spiccata connotazione. Anche se – a parere di chi scrive – la sua essenza non andrebbe però confusa con gli odierni assetti dell’Unione europea o l’acquis communautaire. L’Europa, come noi la intendiamo, non è quella dei Trattati. La sua identità non è data dalle sentenze della Corte di giustizia, dalle risoluzioni dei Comitati e nemmeno dai rapporti delle Agenzie. Né tanto meno essa risiede, in alcun modo, nell’ideologia del mercato. Queste componenti anzi – se così si può dire – hanno tendenzialmente operato nei confronti dell’Europa in direzione “ostinata e contraria”, cercando, tappa dopo tappa, di mitigarne il significato, di coartarne l’essenza, di vanificarne le istanze più progressive.
L’identità dell’Europa risiede, piuttosto, nel suo modello sociale, nella sua sperimentata capacità di piegare gli assetti della produzione capitalista alle istanze di giustizia sociale, nella correlata attitudine a regolare le dinamiche del mercato vincolandole concretamente al perseguimento di politiche redistributive e al soddisfacimento dei bisogni. È questa l’Europa alla quale bisogna tornare a guardare. Il contributo di civiltà che l’Unione è oggi chiamata a dare ai processi di globalizzazione non può, pertanto, continuare a essere l’etica del mercato. Né tanto meno può essere il liberismo la via che, in un futuro (più o meno prossimo), potrebbe consentire all’Ue di divenire un esempio attraente per tutto il mondo.
Ecco perché l’Europa non può continuare a essere una realtà eterodiretta dalle banche e dalle agenzie di rating. Ciò di cui essa ha invece bisogno è piuttosto una nuova politica europea. Una politica all’altezza delle sfide che la (post)modernità le pone, ma allo stesso tempo capace anche di farsi carico dei drammi sociali dell’intero continente: dalla condizione dei migranti al vertiginoso aumento delle disuguaglianze sociali, dalle questioni ambientali all’espansione delle aree di povertà. Vere e proprie distorsioni del sistema che l’intransigente ostentazione del mercatismo comunitario ha, in questi anni, contribuito ad accrescere oltre misura.
Di Europa continua quindi a esserci ancora oggi bisogno. Anzi potremmo quasi dire che – mai come oggi – l’Europa ha bisogno di Europa. E cioè a dire di una dimensione sovranazionale concreta capace di invertire la rotta monetarista e di rifondare progressivamente la coesione sociale tra e all’interno delle società europee. Solo così sarà possibile in futuro tornare a connettere potere e diritti, politica e democrazia.
Ma, a giudizio di molti, il mutamento di paradigma economico e sociale, da parte dell’Unione europea, sarebbe già avvenuto. A tal punto che sarebbe stato proprio l’abbandono dell’ortodossia liberista ad aver consentito all’Unione di “reggere” di fronte alla debacle finanziaria globale di questi anni. Il merito principale di questa svolta viene solitamente ascritto al Trattato di Lisbona, il cui impianto sarebbe stato scrupolosamente delineato nel corso del 2007 con un occhio rivolto alla (allora imminente) crisi economica. E tutto ciò al fine precipuo di arginarne gli effetti.
E le ragioni parrebbero non mancare. Tra le istanze che sono divenute parte integrante del nuovo Trattato troviamo oggi la “giustizia sociale”, lo “sviluppo sostenibile dell'Europa”, la “crescita economica equilibrata”; l’impegno dell’Unione contro “l'esclusione sociale e le discriminazioni”. E finanche il principio della “economia di mercato aperta e in libera concorrenza” parrebbe essere stato definitivamente soppiantato da quello della “economia sociale di mercato fortemente competitiva” (art. 3.3 TUE): una vera e propria inversione di rotta, prevalentemente imposta – si è detto – dalla condizione di smarrimento nella quale sarebbe, in breve tempo, piombata l’ideologia mercatista nel corso degli ultimi anni.
Ma tutto ciò non convince. Il mutamento di paradigma sociale introdotto dal Trattato di Lisbona è un mutamento più enunciato che praticato, anche perché sguarnito di tutti quei congegni giuridici e sociali necessari ad assicurarne l’efficacia. È come se – per dirla banalmente – il Trattato di Lisbona, constatati i guasti e preso atto del fallimento del modello liberista dell’Unione, abbia poi deciso di proseguire sulla stessa strada.
A tale riguardo va, altresì, evidenziato che il millantato passaggio a un’economia sociale (seppure di mercato) è oggi espressamente contraddetto dai contenuti del Protocollo n. 27 (“Mercato interno e sulla concorrenza”) e, soprattutto, dal Trattato sul funzionamento. Dall’art. 119 TFUE apprendiamo, infatti, che v’è una sola soluzione per realizzare le ambiziose istanze contemplate dall’art. 3 del TUE (lo “sviluppo sostenibile dell'Europa”, “una crescita economica equilibrata”, la “tutela e il miglioramento della qualità dell'ambiente”, la lotta contro “l'esclusione sociale e le discriminazioni”). E questa soluzione è ancora – e non potrebbe che essere, vista l’ispirazione ideologica dei Trattati – l’economia di mercato aperta e in libera concorrenza.
A fronte di tale “dogma” a nulla serve ricorrere a suggestivi espedienti retorici per provare a coniugare ciò che coniugabile non è: la giustizia sociale (art. 3.3 TUE) e il divieto di “non discriminazione” in base al patrimonio (art. 21); il primato della “economia di mercato aperta e in libera concorrenza” (art. 119 TFUE) e la lotta contro “l'esclusione sociale e le discriminazioni” (art. 3.3 TUE).
Per superare tale impasse c’è bisogno d’altro. E soprattutto c’è bisogno di comprendere che il primato del mercato non è un dato imposto dalla natura, che il dominio dell’economico non segna la “fine della storia” e che, in definitiva, finanche gli orizzonti di senso possono oggi essere rifondati a partire dai bisogni.
A chi, in definitiva, ancora oggi ci presenta il futuro dell’Europa come un sistema chiuso, post-politico, rigidamente modellato sui principi del monetarismo, che non consente scelte diverse, è necessario cominciare a opporre la politica che è, per definizione aristotelica, “l’arte delle scelte”.
D’altronde – come abbiamo appreso dalla stessa “Scuola di Friburgo” – anche il mercato, le sue dinamiche, i suoi assetti, sono espressione di una decisione politica. Nulla avviene spontaneamente nel diritto. E ancor meno in politica e in economia. E se ciò è vero, in via di principio, lo è tanto più se ci si riferisce alla vicenda europea dove per assecondare le ragioni del mercato gli esecutivi statali hanno, in questi anni, dovuto operare politicamente frantumando corazze nazionali, travolgendo resistenze sociali, spianando montagne.
Per la costruzione del dominio del mercato – anche se ciò può apparire paradossale – sono state nel recente passato intraprese vere e proprie imprese titaniche. Imprese del tutto affini (nelle modalità, ma non nei contenuti) a quelle che, nel corso dei “Trente glorieuses”, avevano consentito alle singole nazioni di instaurare in tutta Europa lo stato sociale. E questa volta anche con qualche eccesso di dirigismo in più, vista l’estrema complessità degli obiettivi che gli stati europei si erano ora ambiziosamente prefissi.
Anche il Trattato di Lisbona ci pone, pertanto, ancora una volta al cospetto di una Europa vincolata all’ideologia liberista: senza un orientamento “costituzionale”, senza un orizzonte sociale, senza una coerente prospettiva politica. Il modello di sviluppo che l’Unione europea continua ancora oggi a propinare ai suoi popoli è, d’altronde, sempre lo stesso: quello del dominio assoluto del mercato, dello smantellamento delle garanzie sociali, della “flessibilità” del lavoro. Un modello che punta, giorno dopo giorno, trattato dopo trattato, crisi dopo crisi, a scaricare tutti i costi del sistema e le sue contraddizioni sul lavoro salariato, sullo stato sociale, sul precariato.
E anche oggi, a fronte di una crisi finanziaria devastante e senza precedenti, l’Unione, anziché provare a concepire un piano europeo di intervento pubblico, ha ancora una volta preferito procedere in ordine sparso, confidando nei vecchi feticci del capitalismo globale, nelle energie del mercato, nel funzionalismo comunitario.
È questo il modello sociale avallato dal Consiglio europeo del 24 e 25 marzo 2011, il cui “pacchetto globale di misure” prevede, tra l’altro, la ricontrattazione degli “accordi salariali” nel pubblico impiego per assimilarli “allo sforzo di uniformità del settore privato”; la promozione di una maggiore flessibilità nei rapporti di lavoro; un articolato sistema di interventi sulla “sostenibilità di pensioni, assistenza sanitaria e prestazioni sociali” e così via. E tutto ciò nel “nobile” tentativo di impedire che il “virus greco” possa in futuro contagiare anche gli altri Paesi europei, esponendo le loro rispettive economie alle insidiose manovre speculative dei mercati finanziari.
Ci si è dimenticato però di precisare che se ciò è, in questi anni, avvenuto lo si deve anche alla circostanza che gli Stati anziché riformare il sistema finanziario (dopo la crisi del 2008) lo hanno sostenuto e aiutato a divenire ancora più aggressivo di quanto prima non fosse. Che l’Unione europea non ha mai voluto contrastare la speculazione internazionale con efficaci imposizioni fiscali sulle transazioni. Che non si è inteso – almeno fino a oggi – procedere all’istituzione di agenzie europee di rating pubbliche.
La crisi finanziaria, più che innescare l’auspicata inversione di tendenza verso un’Europa “sociale”, parrebbe pertanto essere stata assunta dai governi europei come l’ultimo pretesto per regolare definitivamente i conti con ciò che rimaneva dello stato sociale nei singoli paesi dell’Unione.
Di qui il delinearsi di un’offensiva politica insidiosa e pervasiva destinata a risolversi, da una parte, in una vera e propria azione di demolizione della sanità, dell’istruzione, della previdenza sociale, del lavoro (decurtazione degli stipendi, riduzione dei salari nominali, inasprimento delle forme di precarizzazione nell’accesso al lavoro). Dall’altra in una spinta selvaggia verso le privatizzazioni e la svendita di immensi patrimoni nazionali.
La drammatica crisi in cui versa il progetto europeo esige, soprattutto dopo i traumatici eventi di questi giorni, una svolta radicale dal cui esito dipenderà il futuro dell’ordinamento dell’Unione. Per l’Europa è giunto, pertanto, il momento di decidere se continuare ad essere uno stantio luogo di intese tecniche e normative (fra élites, poteri economici, lobbies finanziarie, governi) oppure se voltare pagina, provando a rilanciare su basi democratiche il processo di integrazione. Un percorso certamente arduo e del quale, a tutt’oggi, non si intravedono neppure le premesse, ma tuttavia possibile. Ma ad una sola condizione: che l’Europa non continui più a diffidare del demos, della sovranità, della democrazia.