Source: http://www.primoarticolo.it/naufragi-stato-di-necessita-e-norme-internazionali/
Timestamp: 2019-07-17 19:19:01+00:00
Document Index: 112240575

Matched Legal Cases: ['art. 54', 'art. 51', 'art. 1100', 'art. 1099', 'art. 200', 'art. 1100', 'art. 51', 'art. 11', 'art. 54']

Naufragi, stato di necessità e norme internazionali – primoarticolo.it
In questi giorni, sul caso “Sea Watch”, se nel leggono davvero molte. C’è chi ritiene sia applicabile l’art. 54 c.p. e sia chi ritiene applicabile l’art. 51 c.p. Sicché la nave avrebbe legittimamente varcato le #frontiere italiane – peraltro non fermandosi all’alt – per ragioni di necessità, ovvero abbia tenuto entrambe le condotte nell’adempimento di un #dovere imposto da una norma giuridica.
Vero è, che nel caso “Sea Watch” viene contestata la violazione dell’art. 1100 CdN, che punisce chi «commette atti di resistenza o di violenza contro una nave da guerra nazionale». Una norma abbastanza chiara, che certo si estende a qualunque #natante, nazionale o straniero, che non rispetti l’alt di una nave da guerra in acque non territoriali. Non è un caso che la previsione penale, da un punto di vista sistematico, sia distinta dal “rifiuto di obbedienza a navi da guerra” ex-art. 1099 CdN, che rinvia ai casi previsti dall’art. 200 CdN (polizia marittima), il quale, a sua volta, fa riferimento alle navi mercantili nazionali, ai quali però potrebbero essere equiparati i mercantili di un paese dell’Unione europea. Certo è che, l’art. 1100 CdN, a differenza del 1099 CdN (pure contestato), non fa alcuna distinzione tra navi nazionali o straniere. Diversamente, si dovrebbe ipotizzare che, nel caso di #resistenza o #violenza contro una nave da guerra, esisterebbe invero un’ipotesi di non punibilità per le navi straniere e non anche per quelle italiane.
Ebbene, lungi dal voler fare una disamina approfondita sulla norma, quello che qui si vuole sottolineare è che il “pericolo attuale”, per quanto non debba essere imminente, deve comunque essere un pericolo probabile, ma la probabilità non deve desumersi da una valutazione meramente soggettiva dell’agente, ma da una serie di considerazioni di carattere oggettivo. Il “danno grave e irreparabile” si riferisce, invece, a un caleidoscopio di diritti (vita, salute ecc.) che verrebbero irreparabilmente compromessi qualora non si violasse la norma penale, di guisa che o si tutelano questi beni giuridici ovvero si commette reato. Quanto invece alla “non volontarietà”, è chiaro che il #pericolo per il quale si opera in modalità necessitata deve essere non voluto dall’agente. Dunque, lo stato di pericolo deve essere fortuito o casuale, ovvero dettato da forza maggiore, cioè non dipendente dalla mera volontà dell’agente. Sicché, l’agente che mette volontariamente in pericolo i beni della vita di un terzo, non può invocare l’esimente, perché avrebbe potuto ovviare all’evento pericoloso semplicemente evitando di esporre quei beni al predetto evento. Infine, la “proporzionalità”. Qui la questione è più complessa, e attiene alla valutazione delle condizioni precedenti, all’interno di un giudizio complessivo, attraverso il quale poi si valuta se l’azione necessitata sia proporzionale alla tutela dei beni che si è inteso proteggere.
Infine, l’ipotesi di cui all’art. 51 c.p., e segnatamente quello concretizzantesi nell’adempimento di un dovere imposto da una norma giuridica. L’ipotesi, fondata sul principio di non contraddizione tra le norme dell’ordinamento, è riferita ai rapporti di diritto pubblico, escludendosi quelli di diritto privato. Qui, la questione attiene al fatto se sia possibile sottrarsi a un ordine dell’autorità per adempiere a un dovere imposto da una norma giuridica (internazionale e vincolante). La valutazione implica l’accertamento sulla natura del dovere imposto dalla norma e se esista effettivamente questa #contraddizione, tal che o si tutela il #bene_giuridico ovvero si commette il reato. Chiaramente, venendo meno la contraddizione, viene meno anche l’esimente.
Piuttosto, ci si sofferma sulla questione “obbligo di salvataggio in mare”. Se è pur vero che le varie #convenzioni e i vari #trattati (anche sottoscritti dall’Italia) prevedano un obbligo di assistenza e salvataggio per i “naufraghi” (pacta sunt servanda), e prevedono altresì – almeno sul lato #UE – il divieto dei respingimenti collettivi, è però vero che molte di queste norme internazionali sono state elaborate in un contesto storico e in un quadro globale differente rispetto a quello attuale, che invece vede forti spinte migratorie “economiche” dall’Africa verso l’Europa, le quali determinano una formidabile pressione soprattutto sull’Italia, anche a fronte di una sostanziale assenza dell’Unione Europea e dei partner europei nel fronteggiare il fenomeno #migratorio di massa.
Vero è che proprio alla luce di queste ultime considerazioni, e ribadendo la necessaria sussistenza della condizione di #reciprocità ex-art. 11 Cost., il nostro paese ben potrebbe, cautelativamente, sottrarsi agli obblighi internazionali, poiché, richiamando (paradossalmente) la ratio della scriminante di cui all’art. 54 c.p., il paese si trova oggi costretto a scegliere se tutelare la propria sovranità e la propria integrità territoriale, ovvero rispettare i predetti vincoli. E va da sé che a nessuno Stato può essere richiesto di rispettare quelle norme internazionali che, per gli incontestati mutamenti storici, economici e politici, siano diventate – rebus sic stantibus – eccessivamente onerose, soprattutto quando tale onerosità si tramuti in una pressione internazionale che potrebbe pregiudicare fatalmente la propria integrità territoriale, il proprio equilibrio sociale ed economico e il proprio essere Stato sovrano.
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