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Timestamp: 2019-12-10 12:57:10+00:00
Document Index: 63943836

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Divisione contrapposte richieste attribuzione immobile non divisibile
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in tema di divisione, in presenza di contrapposte richieste di attribuzione, l’immobile comune non comodamente divisibile – salvo ragioni di opportunita’, ravvisabili nell’interesse comune dei condividenti – vada attribuito al condividente titolare della quota maggiore e non ai condividenti che ne abbiano fatto richiesta congiunta e le cui quote, sommate tra loro, superino la quota maggiore del condividente antagonista e tanto in applicazione del principio del “favor divisionis” di cui all’articolo 720 c.c., ma in una situazione in cui la contrapposizione era tra la richiesta di attribuzione proveniente dal maggior quotista individuale e la richiesta di attribuzione proveniente dai titolari di quote individuali non maggioritarie, che solo accorpandosi, riuscivano a raggiungere una quota di valore complessivo superiore a quella dell’antagonista.
Corte di Cassazione, Sezione 6 2 civile Ordinanza 20 marzo 2019, n. 7869
sul ricorso 14164-2017 proposto da:
(OMISSIS), domiciliata in ROMA presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS) giusta procura in calce al ricorso;
(OMISSIS), (OMISSIS), elettivamente domiciliati in ROMA, presso la Cancelleria della Corte di Cassazione, e rappresentati e difesi dagli avvocati (OMISSIS) e (OMISSIS) in virtu’ di procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 607/2016 della CORTE D’APPELLO di PERUGIA, depositata il 15/12/2016;
La Corte d’Appello di Perugia con sentenza n. 607 del 15/12/2016 ha rigettato l’appello proposto da (OMISSIS) avverso la sentenza del Tribunale di Perugia n. 1511/2015, e, in accoglimento dell’appello incidentale proposto dagli altri condividenti, ha disposto che gli interessi legali sulla somma dovuta a titolo di conguaglio decorressero dalla pubblicazione della sentenza di primo grado.
La controversia scaturiva dalla richiesta di (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS), questi ultimi tre quali successori di (OMISSIS), di procedere allo scioglimento della comunione su alcuni immobili, insorta a seguito del decesso di (OMISSIS), comunione che vedeva come partecipe anche la convenuta (OMISSIS).
Gli attori, sostenendo la non comoda divisibilita’ dei beni comuni, si dichiaravano disposti all’attribuzione dell’intero ex articolo 720 c.c., con pagamento del conguaglio in favore della convenuta, la quale, nel costituirsi in giudizio, sosteneva a contrario che i beni fossero divisibili in quattro quote, manifestando in ogni caso la disponibilita’ a ricevere l’intero, ove la massa fosse stata ritenuta non comodamente divisibile.
All’esito dell’istruttoria, il Tribunale con la menzionata sentenza reputava i beni non divisibili, ed in accoglimento della richiesta attorea, assegnava gli stessi congiuntamente alle parti istanti, con la condanna al pagamento del conguaglio con gli interessi a decorrere dalla domanda.
I giudici di appello nell’esaminare il gravame principale della convenuta e quello incidentale degli attori, ritenevano corretta la qualificazione come non ereditaria della comunione esistente tra le parti, e cio’ al fine di affermare che le quote dovessero essere sei, e non quattro (e cioe’ in misura corrispondente alle stirpi originarie), e che cio’ imponeva in ogni caso di applicare le norme dettate in tema di comunione ereditaria in quanto compatibili.
Tra queste rientrava anche quella concernente la sorte dei beni non comodamente divisibili, e precisamente l’articolo 720 c.c.
Quanto all’accertamento della divisibilita’ in natura, la sentenza d’appello osservava che andavano condivise le conclusioni del CTU nominato in primo grado, il quale aveva espresso un giudizio di non comoda divisibilita’ ancorche’ partendo dal presupposto che andassero formate quattro quote, e non sei, come invece ritenuto corretto dai giudici di appello, in relazione al numero dei condividenti.
Inoltre, accoglieva l’appello incidentale in punto di decorrenza degli interessi sulle somme dovute a titolo di conguaglio, e cio’ in quanto gli stessi andavano fatti maturare dalla pubblicazione della sentenza di primo grado, allorquando e’ intervenuto lo scioglimento della comunione, e non anche dalla data di proposizione della domanda.
(OMISSIS) ha proposto ricorso avverso tale sentenza sulla base di sei motivi.
(OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS) non hanno svolto difese in questa fase.
Il primo motivo di ricorso denuncia la violazione degli articoli 1100, 469 e 726 c.c. nella parte in cui i giudici di appello hanno ritenuto che la comunione esistente fra le parti avesse natura ordinaria, anziche’ ereditaria.
Si rileva che la vicenda scaturisce dal decesso della comune dante causa (OMISSIS), alla quale erano succeduti i figli (OMISSIS), (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS).
Nelle more erano deceduti anche (OMISSIS), al quale era succeduto il nipote (OMISSIS), e (OMISSIS), alla quale erano subentrati i tre figli, (OMISSIS), (OMISSIS) e (OMISSIS).
La Corte d’Appello, pur dando correttamente atto che i germani (OMISSIS) non erano succeduti per rappresentazione all’originaria de cuius, in quanto la loro dante causa aveva accettato a sua volta l’eredita’ della madre, decedendo in epoca successiva, ha pero’ ritenuto che si fosse dinanzi ad un’ipotesi di comunione ordinaria, con la necessita’ di procedere alla divisione per capi anziche’ per stirpi, compiendo un giudizio ai fini della divisibilita’ finalizzato all’esigenza di formare sei quote, e cioe’ quanti sono gli attuali condividenti, e non quattro, quante invece sono le stirpi.
Il motivo deve essere disatteso, dovendosi tuttavia procedere alla correzione della motivazione della sentenza impugnata.
Effettivamente appare erronea l’affermazione della Corte distrettuale circa il fatto che la comunione de qua abbia perso la sua connotazione ereditaria, dovendosi escludere che il subentro, peraltro iure successionis, di alcuni soggetti agli originari condividenti, determini il mutamento del titolo della comunione, come peraltro confermato anche dall’articolo 726 c.c.
In tal senso, deve reputarsi che la norma di cui all’articolo 726 c.c., comma 2, fa espresso riferimento alla necessita’ di procedere alla formazione di tante quote quanti sono i condividenti o le stirpi, previsione quest’ultima che e’ stata espressamente riferita in giurisprudenza all’ipotesi in cui sin all’inizio piu’ soggetti subentrino per rappresentazione ad uno dei coeredi (cfr. Cass. n. 11762/1992).
La circostanza che la morte di uno dei coeredi avvenga successivamente all’apertura della successione ed anche alla stessa accettazione dell’eredita’, con il subentro di una pluralita’ di soggetti all’erede defunto, non implica pero’ che la comunione originaria cessi di essere ereditaria, e che debba comunque pervenirsi alla redazione di un progetto di divisione che contempli un numero di quote non corrispondente a quello degli iniziali coeredi.
Militano in tal senso le seguenti considerazioni.
Da un lato, il decesso di uno dei coeredi determina l’insorgere di una nuova comunione tra i suoi eventuali coeredi, la quale, in ragione del principio della pluralita’ delle masse, deve essere oggetto di distinta divisione rispetto a quella concernente i beni di cui il coerede defunto era comproprietario, divisione che quanto meno dal punto di vista logico, e’ preceduta dallo scioglimento della prima comunione ereditaria, al fine di stabilire se e quali beni appartenenti a quest’ultima competano in maniera esclusiva al coerede, e debbano quindi essere suddivisi tra i suoi successori.
Addivenire ad una divisione per capi implicherebbe quindi che a fronte di una domanda di divisione di una determinata massa, si procederebbe anche allo scioglimento della diversa comunione insorgente a seguito della morte di un coerede.
Dall’altro, la stessa previsione di cui all’articolo 726 c.c., comma 2, laddove, in alternativa alle stirpi, fa riferimento al numero degli eredi, chiaramente presuppone che questi siano quelli ab origine chiamati a succedere, essendo escluso che il venir meno di uno di essi, con il subentro di una pluralita’ di soggetti porti alla necessita’ di formare un numero di quote corrispondente al numero complessivo dei soggetti che a vario titolo possano vantare diritti sulla originaria comunione.
Ne consegue che e’ erronea l’affermazione dei giudici di appello secondo cui il subentro per successione dei germani (OMISSIS) alla loro madre, (OMISSIS), deceduta dopo la morte della (OMISSIS), avesse determinato la trasformazione della comunione da ereditaria in ordinaria, e che di conseguenza si dovesse valutare la divisibilita’ della massa in relazione al numero dei condividenti, anziche’ al numero degli originari coeredi (cfr. da ultimo Cass. n. 13206/2017, secondo cui per l’accertamento della comoda divisibilita’ degli immobili, ai sensi dell’articolo 720 c.c., deve aversi riguardo al numero delle quote che spettano agli originari chiamati (di primo grado: una quota per ogni grado; di secondo grado: una quota per ogni stirpe) che abbiano accettato, senza che abbia rilievo il fatto che ad uno dei condividenti sia succeduta, al momento della divisione, una pluralita’ di soggetti, trovando il relativo diritto riconoscimento solo successivamente, al momento dell’ulteriore divisione della quota spettante al loro dante causa).
Tuttavia, una volta corretta la motivazione in diritto, ribadendosi il carattere ereditario della comunione oggetto di causa, l’erronea qualificazione compiuta dalla sentenza gravata non ha in alcun modo inciso sulla correttezza della soluzione in punto di non comoda divisibilita’, atteso che, come si ricava in maniera univoca dalla lettura della motivazione, i giudici di appello hanno fatte proprie le conclusioni dell’ausiliario d’ufficio, a sua volta recepite dal Tribunale, il quale era pervenuto ad una valutazione di non comoda divisibilita’ avuto riguardo alla necessita’ di formare correttamente quattro quote, anziche’ sei, come invece opinato dalla sentenza d’appello.
Ne deriva che l’errore commesso e’ privo del carattere della decisivita’, avendo recepito la sentenza d’appello una valutazione tecnica che si fondava su di un presupposto giuridico conforme a quello che la stessa ricorrente reputa essere corretto.
Il secondo motivo denuncia la violazione dell’articolo 720 c.c. con la conseguente violazione del principio del favor divisionis, in quanto si ribadisce che la ricorrente aveva chiesto l’attribuzione dell’intero anche in sede di merito, in via subordinata rispetto alla richiesta di accertare la divisione in natura.
Poiche’ tutti i condividenti vantavano quote eguali, e pari ad un quarto, andava quindi preferita la richiesta di attribuzione proveniente dalla ricorrente a fronte della richiesta di attribuzione congiunta avanzata dagli attori.
A tal fine poi si chiarisce che effettivamente la domanda di attribuzione dell’intero era stata abbandonata nel corso del giudizio di primo grado, ma che la questione circa la spettanza del diritto di preferenza era stata reiterata in appello al solo fine di contestare la statuizione di condanna della ricorrente al pagamento delle spese di lite, assumendosi quindi che sulla questione concernente la corretta applicazione dell’articolo 720 c.c. sussiste una situazione di soccombenza della parte ancorche’ ai soli fini della correttezza della regolamentazione delle spese di lite.
Il motivo, ancorche’ finalizzato solo a supportare la critica al capo relativo alla sorte delle spese di lite, e’ del pari privo di fondamento.
A tal riguardo va innanzi tutto richiamato il costante orientamento di questa Corte a mente del quale (cfr. Cass. n. 11641/2010) nell’esercizio del potere di attribuzione del bene ritenuto non comodamente divisibile, il giudice non trova alcun limite nelle disposizioni dettate dall’articolo 720 c.c., da cui gli deriva, al contrario, un potere prettamente discrezionale nella scelta del condividente cui assegnarlo, potere che trova il suo temperamento esclusivamente nell’obbligo di indicare i motivi in base ai quali ha ritenuto di dover dare la preferenza all’uno piuttosto che all’altro degli aspiranti all’assegnazione (cosi’ esaminando i contrapposti interessi dei condividenti in proposito), e si risolve in un tipico apprezzamento di fatto, sottratto come tale al sindacato di legittimita’, a condizione che sia adeguatamente e logicamente motivato (conf. Cass. n. 24053/2008; Cass. n. 22857/2009).
Tale affermazione, anche alla luce della novellata formulazione di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis, che ha fortemente ristretto le possibilita’ di sindacato della motivazione in sede di legittimita’, fornisce quindi contezza dell’infondatezza della doglianza stante la pacifica possibilita’ che la norma di cui all’articolo 720 c.c. concede al giudice di attribuire, per l’intero, un bene non comodamente divisibile, non solo nella porzione del coerede con quota maggiore, ma anche nelle porzioni di piu’ coeredi che tendano a rimanere in comunione, come titolari della maggioranza delle quote (Cass. n. 5603/2016).
Ma in ogni caso va esclusa anche la dedotta violazione del principio del favor divisionis, atteso che i precedenti di questa Corte, ai quali si richiama la difesa della ricorrente, appaiono a ben vedere riferiti a situazioni in fatto ben diverse da quella che invece si presenta nella vicenda in esame.
Ed, infatti, Cass. n. 8827/2008 ha effettivamente sostenuto che in tema di divisione, in presenza di contrapposte richieste di attribuzione, l’immobile comune non comodamente divisibile – salvo ragioni di opportunita’, ravvisabili nell’interesse comune dei condividenti – vada attribuito al condividente titolare della quota maggiore e non ai condividenti che ne abbiano fatto richiesta congiunta e le cui quote, sommate tra loro, superino la quota maggiore del condividente antagonista e tanto in applicazione del principio del “favor divisionis” di cui all’articolo 720 c.c. (conf. Cass. n. 1566/1999), ma in una situazione in cui la contrapposizione era tra la richiesta di attribuzione proveniente dal maggior quotista individuale e la richiesta di attribuzione proveniente dai titolari di quote individuali non maggioritarie, che solo accorpandosi, riuscivano a raggiungere una quota di valore complessivo superiore a quella dell’antagonista.
In tal caso effettivamente viene in gioco il contrasto tra due dei criteri preferenziali contemplati dall’articolo 720 c.c., e si giustifica quindi che, in assenza di diversi criteri idonei ad orientare la scelta del giudice, possa farsi richiamo al principio del favor divisionis, che appunto depone a favore della soluzione che determini il venir meno di ogni comunione.
Nel caso in esame, invece, come ammesso dalla stessa ricorrente, i quattro condividenti (o gruppi di condividenti) vantavano ab origine una quota eguale pari ad un quarto, ipotesi per la quale questa Corte ha affermato il principio secondo cui (cfr. Cass. n. 10216/2015), quando nella comunione ereditaria sia compreso un immobile non comodamente divisibile e vi siano coeredi titolari di quote identiche, la scelta tra coloro che ne richiedano l’attribuzione e’ rimessa, ai sensi dell’articolo 720 c.c., al giudice sulla base di ragioni di opportunita’ e convenienza, mentre il rimedio residuale della vendita all’incanto trova applicazione solo ove non sia ravvisabile alcun criterio oggettivo di preferenza, senza che, peraltro, l’individuazione del condividente cui assegnare il bene possa dipendere dalla maggiore offerta, che uno di essi faccia, rispetto al prezzo di stima, non caratterizzandosi il procedimento divisionale come una gara tra i coeredi.
Non essendo la ricorrente titolare della maggior quota, ove alla stessa si fossero contrapposte le richieste individuali degli altri condividenti, al giudice sarebbe stato attribuito il potere discrezionale di individuare il soggetto da preferire, sicche’ la sola circostanza che gli attori abbiano manifestato una richiesta di attribuzione congiunta non puo’ andare a loro detrimento, ne’ puo’ riverberare in una condizione di preferenza per la convenuta, che altrimenti ove posta a raffronto con le singole richieste degli altri coeredi non sarebbe necessariamente risultata vittoriosa.
L’assenza di un condividente avente quota maggiore pone quindi fuori gioco uno dei criteri preferenziali dettati dal legislatore, e consente di apprezzare, come idoneo ad orientare la scelta ai fini dell’attribuzione, il diverso criterio legale della richiesta congiunta, nel caso in cui, come appunto ricorre nella fattispecie, non vi sia a monte il titolare di una quota maggioritaria.
Il richiamo alla natura discrezionale del potere di scelta ai fini dell’esercizio del potere di attribuzione del bene non comodamente divisibile ex articolo 720 c.c., e le argomentazioni in ordine all’inoperativita’ nel caso di specie del principio del favor divisionis, danno altresi’ contezza dell’infondatezza del terzo motivo di ricorso con il quale si denuncia l’omessa disamina del fatto rappresentato dalla circostanza che la ricorrente era in realta’ l’unica tra i condividenti ad abitare nell’immobile oggetto di causa, essendo all’evidenza carente il carattere della decisivita’, non costituendo l’abitazione nel bene comune criterio risolutivo ai fini della individuazione del condividente attributario, e cio’ anche a tacere dell’inammissibilita’ della deduzione del vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, stante l’applicabilita’ alla fattispecie della previsione di cui all’articolo 348 ter c.p.c., u.c. (applicabile ratione temporis, essendo stato il giudizio di appello introdotto in data successiva all’11 settembre 2012), avendo la sentenza d’appello confermato quella di primo grado in base alle medesime ragioni di fatto.
Il quarto motivo denuncia il difetto assoluto di motivazione quanto alla valutazione di indivisibilita’ del bene nonche’ l’errata applicazione delle norme del regolamento edilizio del Comune di Perugia del 17 ottobre 2005, articolo 112, lettera c) e articolo 120, n. 2.
Si sostiene che la Corte d’Appello avrebbe recepito le conclusioni del CTU in punto di non comoda divisibilita’ dei beni comuni, senza pero’ tenere conto delle critiche mosse dall’appellante alla sentenza di primo grado che a sua volta aveva recepito le indicazioni della CTU. Inoltre attesa la peculiare natura dei beni oggetto di causa, sarebbero state violate le prescrizioni del locale strumento urbanistico che non prevede per la tipologia dei beni oggetto di causa, il rispetto delle prescrizioni che sono inapplicabili alla fattispecie.
Il quinto motivo denuncia invece l’omessa disamina di un fatto decisivo per il giudizio costituito dal parere di massima espresso dal Comune di Perugia quanto al frazionamento del bene, che e’ stato oggetto d una risposta del tutto elusiva da parte dei giudici di appello, che si sono semplicemente limitati a riferire che lo stesso non avesse alcuna incidenza sulla soluzione della controversia.
I due motivi, che possono essere congiuntamente esaminati per la loro connessione, sono del pari privi di fondamento.
Ed, invero, va sicuramente escluso che sia possibile dedurre il vizio di cui all’articolo 360 c.p.c., comma 1, n. 5, stante l’applicabilita’ della previsione di cui all’articolo 348 ter c.p.c., u.c., nemmeno potendosi configurare una nullita’ della sentenza per violazione dell’articolo 132 c.p.c., dovendosi ritenere soddisfatto il cd. minimo costituzionale della motivazione (cfr. Cass. SS.UU. n. 8053 ed 8054 del 2014) anche con il rinvio alle conclusioni del CTU ed alle argomentazioni del giudice di primo grado.
Quanto invece alla dedotta violazione delle norme di diritto in punto di comoda divisibilita’ del bene, va ricordato che (cfr. da ultimo Cass. n. 25888/2016) la “non divisibilita’” dei beni, ricorre anche in ogni ipotesi in cui gli stessi non siano “comodamente” divisibili e, cioe’, allorche’, pur risultando il frazionamento materialmente possibile sotto l’aspetto strutturale, non siano tuttavia realizzabili porzioni suscettibili di formare oggetto di autonomo e libero godimento, non compromesso da servitu’, pesi o limitazioni eccessive, e non richiedenti opere complesse o di notevole costo, ovvero porzioni che, sotto l’aspetto economico-funzionale, risulterebbero sensibilmente deprezzate in proporzione al valore dell’intero.
Stante la pacifica esegesi dell’articolo 720 c.c., il motivo in esame risulta evidentemente carente del requisito di specificita’ di cui all’articolo 366 c.p.c., comma 1, n. 6, in quanto, pur contestando le risultanze della CTU, siccome recepite in sentenza, omette pero’ di riportare in ricorso il contenuto delle parti rilevanti della consulenza d’ufficio, onde permettere di poter apprezzare l’effettiva sussistenza degli errori denunciati, cosi’ come del pari non risulta riprodotto il contenuto del parere di massima emesso dal Comune di Perugia.
Peraltro, come si rileva dalla lettura del ricorso, la pretesa erronea applicazione delle norme dello strumento urbanistico locale appare ricollegata ad una valutazione circa l’effettiva consistenza e natura degli immobili, discutendosi circa la possibilita’ di qualificare i beni in comune quali locali accessori piuttosto che magazzini.
La CTU con valutazione condivisa dalle sentenze di merito ha ritenuto che in realta’ si tratti di magazzini (come peraltro confortato anche dalle risultanze catastali) per i quali dovrebbero valere le piu’ restrittive norme in materia di areazione, illuminazione e dimensioni, che non potrebbero essere rispettate in caso di divisione in natura, laddove la critica della ricorrente risulta volta a monte a contrastare tale accertamento circa l’effettiva natura dei beni, che costituisce all’evidenza un apprezzamento di fatto insuscettibile di sindacato in sede di legittimita’.
A cio’ deve altresi’ aggiungersi che come si ricava solo dalla lettura del controricorso (e cio’ a conforto della valutazione espressa sopra circa il mancato rispetto da parte della ricorrente del requisito di cui all’articolo 366 c.p.c., n. 6), la CTU, nel motivare in punto di non comoda divisibilita’, oltre che soffermarsi sul rispetto delle norme urbanistiche vigenti, avrebbe anche fatto riferimento (cfr. pag. 20 del controricorso, ove si riporta il contenuto della sentenza del Tribunale a sua volta adesiva alle conclusioni del CTU) alla necessita’ di affrontare lavori e costi, alla perdita di superfici utili, alla necessita’ di dover versare conguagli di notevole entita’, elementi questi che di per sei soli giustificano la valutazione di indivisibilita’, e cio’ anche laddove si volesse opinare per la possibilita’ di un frazionamento della proprieta’ rispettoso della disciplina urbanistica, essendo invece carenti altri elementi che del pari concorrono alla valutazione circa la giuridica possibilita’ di una divisione in natura.
Il sesto motivo denuncia infine la violazione dell’articolo 112 c.p.c. quanto alla rideterminazione della data di decorrenza degli interessi da corrispondere alla ricorrente sulla somma dovuta a titolo di conguaglio.
Si rileva che mentre il giudice di primo grado aveva fatto decorrere gli interessi legali a partire dalla domanda, gli appellanti incidentali avevano invece contestato la correttezza di tale soluzione, chiedendo che fossero calcolati a partire dalla data della perizia del CTU (11 luglio 2012) al soddisfo.
La Corte d’Appello ha accolto il motivo di gravame incidentale stabilendo tuttavia che gli interessi de quibus decorressero dal provvedimento di scioglimento della comunione, e quindi dalla pubblicazione della sentenza di primo grado, come appunto specificato in dispositivo.
Assume la ricorrente che in tal modo il giudice di appello avrebbe accolto il motivo andando oltre le stesse richieste delle controparti, violando in tal modo il principio di cui all’articolo 112 c.p.c.
Ed, invero pur dovendosi riconoscere che secondo la giurisprudenza di questa Corte (cfr. Cass. n. 20457/2016) gli interessi sul conguaglio dovuto agli altri comunisti, che sono di natura corrispettiva, decorrono soltanto dal provvedimento definitivo di scioglimento della comunione (conf. Cass. n. 9845/2012, nonche’ Cass. n. 406/2014 che chiarisce che lo scioglimento della comunione, e quindi la data di inizio della decorrenza degli interessi sulle somme dovute a titolo di conguaglio coincide con quella del passaggio in giudicato della sentenza costitutiva che fa cessare lo stato di indivisione mediante attribuzione ad un condividente di un bene eccedente la sua quota, il che denota anche l’erroneita’ in diritto della individuazione della data operata dalla Corte distrettuale, e fatta coincidere con la data di pubblicazione della sentenza di primo grado), gli appellanti incidentali avevano sottoposto a critica la decisione resa sul punto dal Tribunale, invocando la diversa data di maturazione degli interessi individuata in quella di deposito della CTU.
La sentenza impugnata deve quindi essere cassata in relazione al motivo accolto, con rinvio per nuovo esame alla Corte d’Appello di Perugia in diversa composizione che provvedera’ anche sulle spese del presente giudizio.
Accoglie il sesto motivo di ricorso e, rigettati gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto con rinvio, anche per le spese del presente giudizio, alla Corte d’Appello di Perugia in diversa composizione.