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Timestamp: 2017-11-20 17:13:40+00:00
Document Index: 74853038

Matched Legal Cases: ['art. 6', 'art. 3', 'art. 13', 'art. 4', 'art. 58', 'sentenza ', 'art. 58', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 52', 'art. 58', 'art. 93']

Danni alle Ipab e progettista di opere pubbliche: quale giurisdizione? Commento a Cassazione n. 28537 del 2 dicembre 2008
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A. Mingarelli (La Gazzetta degli Enti Locali 5/2/2009) - Maggioli Editore charset=iso-8859-1`>
La giurisdizione della Corte dei conti ricomprende i danni alle IPAB, che vanno riconosciute se pubbliche o meno in base ai criteri indicati dal d.P.C.M. 16 febbraio 1990 e verificate in concreto di volta in volta, la stessa giurisdizione ricomprende anche la figura del progettista di opere pubbliche quando questo sia anche il direttore dei lavori della stessa opera, anche se libero professionista.
Le due questioni di giurisdizioni sottoposte alle SS.UU. della Cassazione da due ricorsi preventivi e su cui c’è stato il controricorso della Procura regionale per il Veneto della Corte dei conti sono di grande interesse.
Il primo aspetto è quello della sussistenza o meno della giurisdizione della Corte dei conti per i danni alle IPAB, Istituzioni pubbliche di assistenza e beneficienza.
In una questione riguardante un danno assai consistente ricevuto da un’IPAB a causa, di una mala gestio dell’esecuzione di un’opera che ha esposto l’ente ad una severa condanna ai danni a favore della ditta appaltatrice prevista da un lodo arbitrale, uno dei convenuti ricorreva alle SS.UU della Cassazione, sostenendo in primo luogo che la Corte dei conti non aveva la giurisdizione sulla IPAB CRAUP di Piove di Sacco, in quanto quest’ultima aveva natura privatistica per cui avrebbe dovuto essere sottoposto alla giurisdizione del giudice ordinario.
Osservava il ricorrente a sostegno di questa affermazione che la CRAUP trae i mezzi necessari per svolgere i propri compiti da fonti private di finanziamento, costituite dalle rendite del patrimonio iniziale e da successive omologhe acquisizioni, dai corrispettivi per i servizi erogati nonché dalle rette versate per l’ospitalità, senza dunque ricevere finanziamenti da parte dello Stato o di alcun ente pubblico, richiamava al riguardo l’art. 6 dello statuto che dispone l’utilizzo delle predette risorse, benché la stessa disposizione certamente non escluda che si possa fare ricorso ad ulteriori entrate come trasferimenti da parte di enti pubblici come lo Stato, la Regione, i Comuni, come la CRAUP ha in effetti sempre fatto.
La Procura regionale riteneva l’argomentazione assolutamente priva di ogni fondamento tenuto conto delle caratteristiche dell’IPAB in questione.
Richiamava al riguardo il ruolo costantemente avuto dal Comune insieme ai privati già all’epoca della costituzione dell’IPAB con risorse sin dall’origine miste e avendo un C.d.A. da sempre nominato esclusivamente dal Comune di Piove di Sacco come risulta dal suo statuto.
Veniva ricordato in particolare l’articolo 4 dello statuto della CRAUP che descrive gli Scopi della stessa, che appaiono certamente del tutto incompatibili con le funzioni di un’organizzazione di tipo privatistico sia pure con scopi assistenziali, che pur non puntando al profitto, in qualche modo punti ad essere autosufficiente, come sembrava sostenere il ricorrente.
In quest’ultima disposizione si prevede: “L’istituto ha per scopi: a) di prevedere, compatibilmente con tutte le proprie rendite, all’accoglimento gratuito o parzialmente gratuito (se in presenza di eventuali indennità, pensioni o vitalizi) di anziani di ambo i sessi aventi residenza almeno biennale nel Comune di Piove di Sacco che siano inabili al lavoro proficuo in conformità degli artt. 277 e 278 del RD 6 maggio 1940 n. 365 e/o non abbiano parenti obbligati per legge agli alimenti e in grado di provvedere agli stessi; b) di provvedere, dietro pagamento della retta di degenza o sulla base di eventuali vitalizi, all’accoglimento di persone auto e non autosufficienti di ambo i sessi siano essi a carico di Amministrazioni pubbliche, di familiari o solventi in proprio; c) di provvedere dietro pagamento dei relativi costi di esercizio all’attivazione di nuovi servizi in favore di persone auto e non autosufficienti di ambo i sessi sia attraverso la creazione di nuove strutture (centro diurno, residenze sanitarie assistenziali, casa albergo) che attraverso l’erogazione di prestazioni domiciliari di carattere sociale e assistenziale.
I nuovi servizi o le forme di erogazione degli stessi saranno subordinati al possesso dei requisiti previsti dalla normativa di settore e saranno definiti con appositi regolamenti.
L’ente inoltre per il raggiungimento dei suoi piccoli scopi potrà costituire, acquistare, alienare, permutare beni mobili e immobili, accettare donazioni e legati ed altre elargizioni, nonchè assumere ed organizzare ogni altra iniziativa ritenuta rispondente alle sue finalità assistenziali, nel rispetto della normativa vigente.
L’istituto, riconoscendo la necessità che i propri interventi siano coordinati con quelli degli Enti pubblici territoriali competenti in materia socio-assistenziale, svolge la propria attività sulla base di programmi che tengano conto delle scelte programmatiche elaborate da tali enti”.
Come si percepisce chiaramente dalla lettura della disposizione, nel caso degli anziani inabili a proficuo lavoro (lett. a) si fa riferimento alla compatibilità con le rendite dell’IPAB, mentre nel caso b) la CRAUP provvede all’accoglimento di persone auto e non autosufficienti di ambo i sessi siano essi a carico di Amministrazioni pubbliche, di familiari o solventi in proprio, operando come una longa manus per i servizi sociali a carico delle Amministrazioni pubbliche, con le cui scelte programmatiche deve coordinare i suoi programmi in base a quanto previsto dall’ultima parte della norma.
C’era poi una certificazione da parte del segretario-direttore in carica della CRAUP di Piove di Sacco relativa al finanziamento delle attività dell’IPAB.
Da essa si ricavava che l’Ente non avendo rendite patrimoniali ricavava le sue entrate correnti, in linea generale, in misura quasi paritaria da rette di ospitalità e da contributi sanitari (per i non abbienti); esponendosi uno specchietto con i dati relativi alle entrate di bilancio (titolo I) degli ultimi anni, come risultano dai Conti consuntivi regolarmente approvati dal Consiglio di Amministrazione, che avallava tale dichiarazione.
Osservava ancora la Procura regionale nel controricorso che la stessa IPAB, come del resto tutte le IPAB del Veneto, non sono autosufficienti, ossia non utilizzano solo risorse proprie come le rette o le rendite patrimoniali, ma garantendo servizi di interesse pubblico generale come nel caso degli ospiti non abbienti inviati dai Comuni, o l’assistenza di tipo sanitario per personale medico, paramedico e specialistico ai degenti, utilizzano fondi trasferiti dalla Regione Veneto attraverso le ULSS di competenza.
La normativa regionale del Veneto prevede norme specifiche riguardo a tale contributo sanitario annuale come l’art. 3 della legge regionale n. 55/1982, l’art. 13 della legge regionale n. 5 del 1996.
In quest’ultima legge regionale nel Piano socio-sanitario regionale per il triennio 1996-1998 tra i soggetti istituzionali (art. 4.2), cui a livello locale sono attribuite le responsabilità di provvedere attraverso la rilevazione dei bisogni e delle risorse del territorio alla definizione degli obiettivi della programmazione e alla verifica del loro raggiungimento, in un quadro partecipativo, garantendo: a) l’effettivo accesso alle prestazioni socio sanitarie, b) la partecipazione alla programmazione e alla valutazione dei servizi, c) l’integrazione attiva tra i soggetti nel complesso sistema delle responsabilità, sono elencati: Regione, Province, Comune, Aziende ULSS, Aziende Ospedaliere e II.PP.AA.BB.
La delibera di Giunta Regionale n. 3856 del 3dicembre 2004 che richiama la legge regionale n. 5 del 1996, prevedendo i “Centri di servizio residenziale” con varia denominazione ricomprende anche le vecchie IPAB che effettuano delle Convenzioni con le Aziende Sanitarie competenti per territorio.
La Procura osservava che i presupposti per la giurisdizione della Corte dei conti in materia di danno alle IPAB che gestiscono danaro pubblico, era già stata garantita con precedenti pronunce delle SS.UU. della Cassazione (cfr. Cassazione SS.UU. ord. N. 3661 del 12/3/2003) considerato che l’art. 58 della legge 142/1990 (estensivo della disciplina della responsabilità amministrativa degli impiegati civili dello Stato anche ai dipendenti ed agli amministratori degli enti locali) deve intendersi riferito a tutti gli enti locali e non soltanto a quelli territoriali, salva prova della natura e qualità di ente privato dell’istituzione “de qua”.
In termini analoghi si erano espresse sempre in relazione a delle IPAB le stesse SS.UU. della Cassazione già in due occasioni n. 11298 del 28/10/1995 e n. 4207 del 13/4/1995.
Venivano poi richiamate anche le sentenze delle SS.UU. della Cassazione che a partire dal 2003 hanno riconosciuto la giurisdizione della Corte dei conti su dipendenti e amministratori delle società partecipate a maggioranza o totalmente da enti pubblici.
Nonchè a ulteriore testimonianza che la forma privatistica non esclude la giurisdizione della Corte dei conti se c’è anche solo un finanziamento da parte di enti pubblici nei confronti dell’ente danneggiato, veniva richiamata la sentenza delle SS.UU. n.4511 del 1/3/2006.
Peraltro rilevava la Procura regionale che anche nel caso dei “Centri di servizio residenziale” della legislazione regionale veneta in materia di assistenza agli istituti di residenza per anziani, non si fa più riferimento alle sole IPAB, che tradizionalmente sin dalla legge Crispi si occupano del settore, ma anche a semplici istituzioni privateche vengono rese affidatarie del servizio pubblico stipulando convenzioni con le ASL e ricevendo finanziamenti pubblici che diventano a loro volta soggette alla giurisdizione contabile.
Le SS.UU. della ordinanza 28537 del 2 dicembre 2008 in commento, ritenevano il predetto motivo di ricorso manifestamente infondato, accogliendo le tesi della Procura reg.le della Corte dei conti: “…Infatti: - l`art. 58 della legge n. 142 del 1990 (estensivo della disciplina della responsabilità amministrativa degli impiegati civili dello Stato anche ai dipendenti ed agli amministratori degli enti locali) deve intendersi riferito a tutti gli enti locali e non soltanto a quelli territoriali, e, quindi, anche alle Ipab esercitanti la propria attività in una limitata parte del territorio locale nazionale, salva prova della natura e qualità di ente privato dell`istituzione de qua (cfr. Cass., sez. un., 12 marzo 2003, n. 3661);
- in relazione alla natura giuridica degli enti di assistenza e beneficenza, a seguito della sentenza della Corte cost. n. 396 del 1988 (dichiarativa dell`illegittimità costituzionale dell`art. 1 l. 17 luglio 1890 n. 6972, nella parte in cui non prevede che le Ipab regionali e infraregionali possano continuare a sussistere assumendo la personalità giuridica di diritto privato, qualora abbiano tuttora i requisiti di un`istituzione privata), la natura pubblica o privata di tali istituzioni deve essere accertata, di volta in volta, dall`autorità giudiziaria ordinaria, indipendentemente dall`esito delle procedure amministrative eventualmente esperite, facendo ricorso ai criteri indicati dal d.P.C.M. 16 febbraio 1990 (peraltro ricognitivi dei principi generali dell`ordinamento) (Cass., sez. un., 18 settembre 2002, n. 13666; Cass., sez. un., 22 novembre 1999, n. 812);
- nella specie è pacifico che il Centro Residenziale Anziani Umberto Primo di Piove di Sacco ha per oggetto lo svolgimento di attività socio assistenziale e sanitaria, di natura residenziale rivolta ad anziani prevalentemente non autosufficienti e non;
- lo stesso svolge la propria attività sulla base di programmi che tengono conto delle scelte programmatiche degli enti pubblici territoriali, competenti in materia socio assistenziale;
- la gestione dell`ente [soggetta ai controlli pubblici del caso], in particolare, è finanziata, in misura pressoché paritaria, dalle rette dei ricoverati abbienti e, per quanto riguarda gli altri, privi dei mezzi economici del caso, dai comuni che ne hanno il «domicilio di soccorso», attraverso «contributi sanitari» nella forma di rimborsi giornalieri delle spese sanitarie e di rilievo sanitario sostenute dall`ente, il cui importo è determinato annualmente dalla Regione Veneto;
- certo quanto precede è evidente – conclusivamente - che deve escludersi, alla luce delle disposizioni contenute nel d.P.C.M. 16 febbraio 1990, (in Gazz.Uff., 23 febbraio, n. 45), recante direttiva alle regioni in materia di riconoscimento della personalità giuridica di diritto privato alle istituzioni pubbliche di assistenza e beneficenza a carattere regionale ed infraregionale, la natura privatistica del detto ente che deve, di conseguenza, essere qualificato istituto pubblico di assistenza e beneficenza”.
Le SS.UU. della Cassazione richiamavano dunque la normativa statale vale a dire il DPCM del 16.2.1990, emanato dopo la pronuncia della Corte Costituzionale n. 396/1988 che, di fronte alla attribuzione di competenza alle Regioni dell’intera materia dell’assistenza pubblica (dpr 616/1977) era intervenuta a salvaguardia dei soggetti privati, ritenendo illegittimo l’art. 1 della legge Crispi nella parte in cui non prevede che le IPAB regionali ed infraregionali possano continuare a sussistere assumendo la personalità giuridica di diritto privato, qualora abbiano tutti i requisiti di una istituzione privata;
Il DPCM 16.2.1990 all’art. 3, prevede che: “sono riconosciute di natura privata quelle istituzioni che continuino a perseguire le proprie finalità nell`ambito dell`assistenza, in ordine alle quali sia alternativamente accertato: a) il carattere associativo; b) il carattere di istituzione promossa ed amministrata da privati; c) l`ispirazione religiosa”.
Gli artt. 4,5 e 6 prevedono le condizioni che vi devono essere perché sussistano i caratteri previsti dall’art. 3.
In particolare il carattere sub b) di istituzione promossa e amministrata da privati (cui sembrava fare riferimento il ricorso) viene a verificarsi solo se sussistano congiuntamente i seguenti elementi: a) atto costitutivo o tavola di fondazione posti in essere da privati; b) esistenza di disposizioni statutarie che prescrivano la designazione da parte di associazioni o di soggetti privati di una quota significativa dei componenti dell`organo deliberante; c) che il patrimonio risulti prevalentemente costituito da beni risultanti dalla dotazione originaria o dagli incrementi e trasformazioni della stessa ovvero da beni conseguiti in forza dello svolgimento dell`attività istituzionale.
La Cassazione dopo avere verificato lo statuto, la gestione economica e la consistenza patrimoniale dell’IPAB, nonché il condizionamento che sulla stessa esercitano il Comune e le strutture sanitarie pubbliche, riteneva assenti quei requisiti, escludendo per l’IPAB CRAUPla natura privatistica, concludendo che deve, di conseguenza, essere qualificato istituto pubblico di assistenza e beneficenza.
L’altro motivo di ricorso sollevato contro la giurisdizione della Corte dei conti riguardava la funzione ricoperta dal convenuto in relazione alla quale era stato chiamato a rispondere del danno erariale.
Il ricorrente sosteneva in sostanza che il convenuto fosse stato citato anche (o forse soltanto) per la sua attività di progettista incaricato dalla CRAUP, attività nella quale la Procura aveva individuato pesanti lacune e negligenze e questo lo avrebbe sottratto alla giurisdizione della Corte dei conti.
Il ricorrente richiamava a sostegno della sua tesi l’ordinanza delle SS.UU. della Cassazione n. 340 del 13 gennaio 2003, dove si negava la giurisdizione del giudice contabile nei confronti del professionista incaricato di realizzare la progettazione mediante un contratto d’opera professionale, sottoposto all’approvazione dell’ente.
La Procura nel controricorso evidenziava, riportando argomenti dell’atto di citazione, che le lacune progettuali dell’opera in questione erano risultate evidenti sia dal lodo arbitrale che dall’istruttoria eseguita dalla stessa Procura, ma questo non poteva escludere la ulteriore e maggiore negligenza dimostrata dallo stesso tecnico progettista quando egli ha assunto la funzione di direttore dei lavori per l’esecuzione dell’opera.
Il D.L. doveva adeguare comunque il progetto (ossia correggerlo e integrarlo allo stesso modo che nell’ipotesi in cui si fosse trovato alla presenza di un progetto redatto da altri), o quanto doveva meno informare per iscritto l’Amministrazione della riscontrata incompletezza, prima che fossero consegnati i lavori alla ditta appaltatrice (art. 11 del RD 350/1895), ma l’ingegnere non faceva nulla di tutto questo.
Anzi i suoi ritardi e negligenze ulteriori bloccavano la nomina del collaudatore statico, creavano problemi alla ditta per cui si sospendevano immediatamente i lavori e la ditta iscriveva le sue riserve.
I calcoli del cemento armato venivano fatti in corso d’opera come dimostravano i solleciti dell’ente appaltante...
Il coordinamento tra l’attività della ditta edile e quella delle ditte che facevano i lavori idraulico ed elettrico appare inesistente, come osservava il lodo arbitrale.
Osservava la Procura regionale nel suo controricorso che non pare ammissibile o ragionevole che laddove, per avventura, coincidano nella stessa persona le due qualifiche di progettista e direttore dei lavori, detto tecnico che ha causato i danni all’ente committente nella sua funzione di direttore dei lavori certamente caratterizzata dal “munus publicum”, venga esonerato dalla responsabilità, diversamente dalla ipotesi in cui il progettista sia altra persona fisica.
Anzi la Procura riteneva che l’eventuale comportamento, poco commendevole, tenuto dallo stesso come progettista doveva essere considerato come elemento aggravante della sua responsabilità per inadempienze nella successiva attività di direttore dei lavori.
La Procura reg.le richiamava poi la cospicua e costante giurisprudenza delle SS.UU. della Cassazione che riconosceva pacificamente la giurisdizione della Corte dei conti sui direttori dei lavori e collaudatori (nella fattispecie si era citato in giudizio anche il collaudatore in relazione alla sua mancata valorizzazione delle riserve della ditta nonostante la loro palese fondatezza nella sua relazione di collaudo che ha indotto del pari l’IPAB ad affrontare il contenzioso con la ditta).
Anche su questa parte del ricorso le SS.UU. Cassazione n. 28537 del 2 dicembre 2008, accoglievano la tesi della Procura regionale della Corte dei conti.
Dopo una premessa sul concetto di rapporto di servizio: “…quando si discute del riparto della giurisdizione tra Corte dei conti e giudice ordinario, per rapporto di servizio si deve intendere una relazione con la pubblica amministrazione, caratterizzata per il tratto di investire un soggetto, altrimenti estraneo all`amministrazione, del compito di porre in essere in sua vece un`attività, senza che rilevi né la natura giuridica dell`atto di investitura, provvedimento, convenzione o contratto, né quella del soggetto che la riceve, altra persona giuridica o fisica, privata o pubblica (In termini, Cass., sez. un., 20 ottobre 2006, n. 22513, nonché, sez. un., 5 giugno 2000, n. 400; Cass., sez. un., 30 marzo 1990, n. 2611)”.
La Cassazione concludeva: “….Certo quanto precede, pacifico che nella specie, è invocata la responsabilità erariale de il VI nella qualità di «direttore dei lavori» di ristrutturazione degli immobili descritti in atti - oltre che di progettista degli stessi lavori - è palese che sussiste, al riguardo, la giurisdizione della Corte dei conti”.
Come osservato anche nel controricorso, la Cassazione rilevava che la conferma di quanto da essa osservato si ha dalla stessa pronuncia richiamata dal ricorrente a supporto della propria pretesa: “Ha affermato, infatti, Cass., sez. un,.13 giugno 2003, n. 340 [in conformità, del resto a una giurisprudenza consolidata] che il direttore dei lavori per la realizzazione di un`opera pubblica, appaltata da un`amministrazione comunale, in considerazione dei compiti e delle funzioni che gli sono devoluti, che comportano 1`esercizio di poteri autoritativi nei confronti dell`appaltatore e l`assunzione della veste di `agente`, deve ritenersi funzionalmente e temporaneamente inserito nell`apparato organizzativo della pubblica amministrazione che gli ha conferito l`incarico, quale organo tecnico e straordinario della stessa, con la conseguenza che, con riferimento alla responsabilità per danni cagionati nell`esecuzione dell`incarico stesso, è soggetto alla giurisdizione della Corte dei conti, ai sensi dell`art. 52, primo comma, del r.d. 12 luglio 1934, n. 1214 (norma che, per effetto dell`art. 58 della legge 8 giugno 1990, n. 142, ora art. 93 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, è divenuta applicabile agli amministratori ed al personale degli enti locali, la cui posizione era in precedenza regolata dalle disposizioni degli artt. 251 e ss. del regio decreto 3 marzo 1934, n. 383).
Detto rapporto di servizio - hanno sottolineato nella specie queste Sezioni Unite - non è invece configurabile tra la stazione appaltante ed il progettista di un`opera pubblica, il cui elaborato deve essere fatto proprio dall`amministrazione mediante specifica approvazione, versandosi in tal caso in un`ipotesi, non di inserimento del soggetto nell`organizzazione dell`amministrazione, ma di contratto d`opera professionale: ne deriva che, con riferimento alla responsabilità per danni cagionati all`amministrazione comunale dal progettista, sussiste la giurisdizione del giudice ordinario (Cass. sez. un.13 giugno 2003, n. 340, cit.}”.
Poi tornando al caso di specie le SS.UU. rilevavano che non può certo escludersi la giurisdizione della Corte dei conti, nel caso del direttore dei lavori-progettista della stessa opera.
“…Certo che nella specie è invocata la responsabilità del VI quale direttore dei lavori è palese che non è conferente, per escludere la giurisdizione della Corte dei conti né la ricordata giurisprudenza, né la circostanza - non contestata - che in precedenza sia stato affidato al VI anche l’incarico di progettazione dei lavori per cui è controversia e che nella domanda proposta innanzi alla Sezione Giurisdizionale della corte dei Conti del Veneto si richiami anche tale incarico e si assuma che alcune voci di danno sono riferibili, più specificamente, alla attività del VI quale progettista di quelle opere.
Come evidenziato, anche recentemente, da queste Sezioni Unite, infatti, si osserva che con riferimento alla responsabilità per danni cagionati all`amministrazione appaltante da chi ha svolto sia l`incarico di progettista che quello di direttore dei lavori, atteso che quale direttore dei lavori il soggetto è temporaneamente inserito nell`apparato organizzativo della P.A. quale organo tecnico e straordinario della stessa, con conseguente giurisdizione del giudice contabile, mentre quale progettista la giurisdizione spetterebbe al giudice ordinario, mancando un rapporto di servizio, stante la necessaria approvazione del progetto da parte dell`amministrazione, e che, tuttavia, non può giungersi alla scissione delle giurisdizioni in presenza di un rapporto unitario, la domanda nella quale il danno lamentato è prospettato come derivante dal complesso di tali attività spetta alla giurisdizione del giudice contabile poiché dal cumulo di incarichi sorge una complessiva attività professionale nella quale la progettazione è prodromica alla successiva attività di direzione (Cass. 20 marzo 2008, n. 7446).
Dunque la Cassazione confermando un suo recente pronunciato ritiene il cumulo di incarichi di progettista e direttore dei lavori di una stessa opera fa sorgere un rapporto unitario e una complessiva attività professionale dove la progettazione è prodromica alla successiva attività di direzione dei lavori, per cui la giurisdizione della Corte dei conti in questi casi non riguarda il tecnico solo nella sua veste di direttore dei lavori ma anche in quella di progettista, diversamente dai casi in cui il progettista sia stato un soggetto diverso e libero professionista incaricato.
L’osservazione delle SS.UU. della Cassazione appare ragionevole e condivisibile anche perché come evidenziato nel controricorso, al di là dell’approvazione amministrativa con delibera del progetto realizzato da liberi professionisti specie da parte di enti privi di tecnici propri come sono le IPAB, la funzione del direttore dei lavori è anche quella di controllare l’idoneità della progettazione prima di consegnare i lavori alla ditta.
In caso di unione personale delle due funzioni l’ente appaltante si vede penalizzato nell’efficienza di tale controllo per la presenza di un ovvio conflitto di interessi (non volendosi ovviamente, per così dire, criticare il proprio operato precedente col rischio di ritorsioni economiche dell’ente committente), ciò giustifica una diversa valutazione in senso pubblicistico della funzione del progettista-direttore dei lavori e la conseguente sua sottoposizione alla giurisdizione contabile, come il direttore dei lavori tout court o il progettista pubblico dipendente.
Né, come puntualmente osservato nel controricorso dalla Procura, una lettura formalistica delle norme o della giurisprudenza sulla giurisdizione deve servire da strumento per sottrarsi alle responsabilità per i tecnici che hanno causato dei danni alle amministrazioni a cui erano tenuti comunque a rendere una prestazione conforme a legge e a regola d’arte, a prescindere dal cumulo o meno delle due qualifiche o dalla natura di libero professionista o dipendente pubblico.