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Timestamp: 2017-09-22 13:32:43+00:00
Document Index: 94006221

Matched Legal Cases: ['art. 2727', 'sentenza ', 'art.2727', 'art. 2727', 'art. 2697', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 2043', 'art 2697', 'art. 2697', 'art. 35', 'art. 2043', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 23', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 23', 'art. 9', 'art. 26', 'art. 22', 'art. 19', 'art. 4']

La formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore comporta un errore scusabile (Cons. di Stato N. 00014/2012)
Lazzini Sonia, 19 marzo 2012
Qui la sentenza: La formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore comporta un errore scusabile (Cons. di Stato N. 00014/2012)
Nella nozione di errore scusabile vi è anche la formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore
per la pacifica giurisprudenza amministrativa perché possa affermarsi che ci si trovi innanzi ad un danno risarcibile occorre che si pervenga al positivo riscontro dell’elemento soggettivo del dolo o della colpa in capo all’amministrazione, intesa come apparato.
Quanto a tale profilo, in passato, si è avuto modo di evidenziare il ridotto onere dimostrativo che grava in subiecta materia sul privato, atteso che “fermo restando l’inquadramento della maggior parte delle fattispecie di responsabilità della p.a., tra cui quella in esame, all’interno della responsabilità extracontrattuale, non è comunque richiesto al privato danneggiato da un provvedimento amministrativo illegittimo un particolare sforzo probatorio sotto il profilo dell’elemento soggettivo. Infatti, pur non essendo configurabile, in mancanza di un’espressa previsione normativa, una generalizzata presunzione (relativa) di colpa dell’amministrazione per i danni conseguenti ad un atto illegittimo o comunque ad una violazione delle regole, possono invece operare regole di comune esperienza e la presunzione semplice, di cui all’art. 2727 c.c., desunta dalla singola fattispecie.
Spetterà, di contro, all’amministrazione dimostrare che si è trattato di un errore scusabile, configurabile, ad esempio, in caso di contrasti giurisprudenziali sull’interpretazione di una norma, di formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore, di rilevante complessità del fatto, di influenza determinante di comportamenti di altri soggetti, di illegittimità derivante da una successiva dichiarazione di incostituzionalità della norma applicata.(Consiglio Stato , sez. VI, 23 giugno 2006, n. 3981).
Nel caso di specie l’appellante non ha (non soltanto provato, ma neanche) allegato la mera ipotesi di una condotta connotata (quantomeno) da colpa, dal che discende l’inaccoglibilità del petitum risarcitorio fondato sulla mera pregressa riscontrata illegittimità di atti amministrativi.
Si legga anche, quale giurisprudenza segnalata
(DOSSIER_ERRORE SCUSABILE)
Commentate le seguenti decisioni del Consiglio di Stato:
n. 6274 del 28 novembre 2011
n. 5889 dell’ 8 novembre 2011
n. 3815 del 24 giugno 2011
n. 2102 del 4 aprile 2011
n. 1184 del 24 febbraio 2011
n. 785 del 12 febbraio 2010
n. 4241 dell’ 8 settembre 2008
n. 1346 del 20 marzo 2007:
n. 152 del 25 gennaio 2005
n. 32 del 10 gennaio 2005
n. 3046 del 23 maggio 2006
n. 5696 del 18 ottobre 2002
n. 6680 del 9 novembre 2006
Errore scusabile per la pa: dalla frammentarietà e contraddittorietà della normativa o orientamenti giurisprudenziali consolidati in seguito sconfessati
L’amministrazione non ha dimostrato la scusabilità dell’errore
il danneggiato può invocare l’illegittimità del provvedimento quale indice presuntivo della colpa o allegare circostanze ulteriori, idonee a dimostrare che si è trattato di un errore non scusabile
spetterà all’amministrazione dimostrare che si è trattato di errore scusabile (come ad es. in caso di contrasti giurisprudenziali sull’interpretazione di una norma, di formulazione incerta di norme da poco entrate in vigore, di rilevante complessità del fatto, di influenza determinante di comportamenti di altri soggetti, di illegittimità derivante da una successiva dichiarazione di incostituzionalità della norma applicata) (Cons. Stato, VI, 23 giugno 2006, n. 3981)
la complessiva condotta dell’amministrazione va valutata unitariamente e si deve qui escludere che abbia superato le presunzioni dimostrando la scusabilità dell’errore
la pretesa giustificazione del ritardo nell’emanazione del decreto ministeriale gravato e degli atti connessi con la complessità degli adempimenti da porre in essere a cura delle amministrazioni contrasta logicamente con l’opposta censura – già disattesa – per cui il ritardo è imputabile alla ritardata trasmissione da parte dell’appellata dei dati contabili. Essa non supera la rilevata violazione delle regole di buon andamento, con immediatezza connessa al mancato rispetto del termine naturale di adozione del provvedimento finale, insito nella fattispecie che la stessa amministrazione aveva avviato. Si osserva che l’appello neppure confuta la statuizione in tema di colpa operata della sentenza di primo grado, che ritiene applicabile al caso la “presunzione semplice di colpevolezza di cui all’art.2727 Cod. civ., desunta dalla fattispecie concreta”.
Essa appare condivisibile riguardo al caso del provvedimento adottato in ritardo, dove lo stesso superamento del termine finale richiede una prova, che spetta all’amministrazione dare, circa l’esistenza di errori scusabili o fatti non imputabili all’amministrazione medesima, nell’ambito dell’ordinario dovere di diligenza sulla stessa incombente: prova che non è stata oggetto di adeguate allegazioni neppure con l’appello.
Invero è ridotto l’ onere dimostrativo che a questo proposito grava sul privato, atteso che non è richiesto al privato danneggiato da un provvedimento amministrativo illegittimo un particolare sforzo probatorio sotto il profilo dell’elemento soggettivo, perché – pur non essendo configurabile, nel silenzio della legge, una generalizzata presunzione relativa di colpa dell’amministrazione per i danni conseguenti ad atto illegittimo o ad una violazione delle regole – possono operare regole di comune esperienza e la presunzione semplice, di cui all’art. 2727 Cod. civ,, desunta dalla singola fattispecie.
Passaggio tratto dalla decisione numero 5889 dell’ 8 novembre 2011 pronunciata dal Consiglio di Stato
Non possono conclusivamente accogliersi le censure incentrate sulla carenza dell’elemento soggettivo colposo, che rimane perciò ascrivibile alle appellanti amministrazioni.
4. Appare infine destituita di fondamento la pretesa delle appellanti amministrazioni (e peraltro neppure decisamente articolata) contenuta nell’ultimo motivo del ricorso in appello di fare discendere da una pattuizione privata (sottoscrizione dell’accordo di programma tra l’Enac e la Controinteressata in data 6 agosto 2009 contenente la rinuncia a coltivare i contenziosi inerenti la misura dei compensi da liquidarsi a Controinteressata) che seppure trasfusa in un decreto interministeriale approvativo mantiene valenza privatistica, e perdipiù ha un oggetto diverso (determinazione degli importi, e non già ritardi nella determinazione della tariffa applicabile ad un servizio in precedenza svolto) un effetto di rinuncia all’originario ricorso di primo grado (ovvero di sopravvenuta carenza di interesse al mezzo di primo grado).
In disparte la oggettiva non riconducibilità della odierna controversia a quelle indicate dalla difesa erariale, milita contrariamente all’accoglimento della eccezione, peraltro formulata in termini perplessi, la espressa esclusione da parte dell’appellata di qualsivoglia volontà estintiva (si rammenta che per pacifica giurisprudenza l’effetto estintivo discendente da rinuncia o sopravvenuta carenza di interesse si ricollega al positivo e certo riscontro di elementi certi, che rendano indubitabile tale carenza di una condizione dell’azione: ex multis, si veda Consiglio Stato, sez. V, 03/06/1989, n. 345).
Quanto alle censure articolate in punto di quantificazione del danno, è necessaria una precisazione.
Nessuna specifica contestazione, infine, è stata articolata in primo grado, in ordine ai prospetti riepilogativi in base ai quali il primo giudice ha liquidato in favore dell’appellata le somme dovute. Tale contestazione, generica e tardiva, fondata anche sulle modalità di acquisto dei macchinari e sulla ratio della fusione per incorporazione della Nias s.r.l., non può trovare ingresso nell’odierno giudizio d’appello, e si deve altresì respingere la connessa richiesta di disporre consulenza tecnica sul punto (es. Cons. Stato, IV, 13 marzo 2009 , n. 1517); si deve semmai solo precisare che l’ulteriore e distinta argomentazione critica adombrata dalle appellanti amministrazioni, fondata sulla compensatio lucri cum damno, è stata negativamente vagliata da questa Sezione del Consiglio di Stato con la più volte citata decisione n. 65/2009, alle cui argomentazioni in questa sede ci si riporta, essendo sufficiente ribadire che la tesi per cui – dato che l’appellata avrebbe comunque conseguito un ricavo e avrebbe coperto i costi, non sarebbe individuabile alcun danno risarcibile- appare destituita di fondamento, afferendo a circostanze distinte, successive ed indipendenti rispetto al fatto (ritardo nell’emanazione del decreto ed attivazione del servizio in carenza di “copertura” tariffaria) che ha generato il credito risarcitorio esattamente ritenuto fondato dal primo giudice.
Deve invece essere accolto tale profilo “quantificatorio” dell’impugnazione, come peraltro lealmente ammesso dall’appellata società nella propria conclusiva memoria, limitatamente all’importo del credito da liquidarsi, erroneamente determinato dal primo giudice in € 1562.576//00, invece che nella somma, inferiore, pari ad € 1.353.041//00 in quanto inesattamente il primo giudice ha sommato l’importo della tariffa non percepita al costo del lavoro, mentre avrebbe dovuto riferirsi unicamente ai mancati introiti (come peraltro richiesto dall’appellata in primo grado).
decisione numero 3815 del 24 giugno 2011 pronunciata dal Consiglio di Stato
Mentre il danneggiato deve dimostrare la ragionevole probabilità della, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione (la “chance”), di aggiudicarsi la gara
E’ a carico dell’Amministrazione l’onere di dimostrare che si è trattato di un errore scusabile per contrasti giurisprudenziali sull’interpretazione della norma, per la complessità del fatto ovvero per l’influenza di altri soggetti.
la domanda di risarcimento dei danni è regolata dal principio dell’onere della prova di cui all’art. 2697 c.c., in base al quale chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento, per cui grava sul danneggiato l’onere di provare, ai sensi del citato articolo, tutti gli elementi costitutivi della domanda di risarcimento del danno per fatto illecito.
al fine di ottenere il risarcimento per perdita di chance, è necessario che il danneggiato dimostri, anche in via presuntiva, ma pur sempre sulla base di circostanze di fatto certe e puntualmente allegate, la ragionevole probabilità della, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione (la “chance” appunto), di aggiudicarsi la gara, alla cui dimostrazione è subordinata la verificazione del danno, fornendo al prova della realizzazione in concreto almeno di alcuni dei presupposti per il raggiungimento del risultato sperato ed impedito dalla condotta illecita della quale il danno risarcibile deve essere conseguenza immediata e diretta
decisione numero 2102 del 4 aprile 2011 pronunciata dal Consiglio di Stato
Puo’ esistere un errore scusabile anche nell’interpretazione delle norme
Quando pertanto, come nel caso di specie, la domanda di annullamento sia sorretta dall’interesse residuale al risarcimento del danno (essendo pacifica la sopravvenuta inefficacia della procedura espropriativa contestata), le censure prospettate a fondamento della domanda stessa debbono trovare disamina conforme all’interesse in questione, con riferimento ai vizi che giustificherebbero il soddisfacimento della pretesa risarcitoria nei confronti dell’Amministrazione
la decisione numero 1184 del 24 febbraio 2011 pronunciata dal Consiglio di stato
L’appello va, perciò, respinto
decisione numero 785 del 12 febbraio 2010, emessa dal Consiglio di Stato
ESCLUSIONE DEL RISARCIMENTO DEL DANNO IN PRESENZA DI UN ERRORE SCUSABILE
Per chiedere il risarcimento del danno a causa di una presunta illegittima esclusione, bisogna ricorrere anche all’aggiudicazione definitiva; si può ravvisare l’errore scusabile qualora novità, complessità e opinabilità delle circostanze nelle quali si è trovata da operare, escludano la illiceità dell’attività della p.a.
Aver rivolto espressamente, nel ricorso introduttivo, l’impugnazione anche nei confronti dell’aggiudicazione definitiva è indice del perdurare dell’interesse della ditta esclusa a poter beneficare, nel caso di accoglimento, del risarcimento del danno anche se non della ripetizione della gara e del subentro all’aggiudicatario nella prestazione del servizio o della fornitura. Evenienza, questa, possibile, per la sola declaratoria d’illegittimità dell’esclusione, indipendentemente dal subentro o dalla ripetizione della gara alla presenza del concorrente escluso_Secondo la costante giurisprudenza di questo Consiglio, il risarcimento che consegue all’annullamento giurisdizionale implica la valutazione dell’atto che si assume illecito alla luce dei vizi che lo inficiano e della gravità delle violazioni imputabili all’Amministrazione dovendo verificarsi che l’adozione e l’esecuzione dell’atto impugnato sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona fede alle quali l’esercizio della funzione deve costantemente ispirarsi_Precetti questi che devono considerarsi osservati quando la novità, complessità e opinabilità delle circostanze nelle quali si è trovata da operare, escludano la illiceità dell’attività della p.a. E’ indubbio, nella presente fa ttispecie, che la complessità delle questioni, ancora sub judice al momento dell’emanazione del bando di gara e della conclusione dei lavori della Commissione aggiudicatrice, valgano appieno ad escludere l’ingiustificabilità e quindi l’illiceità dell’azione amministrativa
Merita di essere riportato il seguente passaggio tratto dalla decione numero 4241 dell’ 8 settembre 2008, emessa dal Consiglio di Stato
E’ noto al Collegio l’indirizzo sull’improcedibilità del ricorso avverso l’esclusione che consegue all’omessa impugnazione dell’aggiudicazione definitiva, perché solo con questa si conclude il subprocedimento di esclusione della società appellante (ex plurimis: Cons. Stato, V, 30 agosto 2006, n. 5076; IV, 22 giugno 2006, n. 3851; V, 22 novembre 2005, n. 6487; V, 6 marzo 2006 , n. 1068; sez. V, 02 settembre 2005, n. 4472; V, 7 febbraio 2002, n. 698; V, 8 aprile 1997, n. 334). Conseguenza dell’omessa l’impugnazione è l’inutilità dell’eventuale decisione di accoglimento del ricorso proposto contro l’esclusione (equiparata, per questo aspetto, all’aggiudicazione provvisoria), da cui non potrebbe derivare la rimozione dell’aggiudicazione definitiva. Una volta impugnato in via autonoma il provvedimento di esclusione dalla gara, è perciò onere del ricorrente estendere l’impugnazione agli ulteriori atti pregiudizievoli fino all’aggiudicazione definitiva (Cons. Stato, V, 02 settembre 2005, n. 4472, V, 15 settembre 2001 , n. 4820), ferma restando la facoltatività del ricorso contro l’aggiudicazione provvisoria, dato il sul carattere endoprocedimentale, riconosciuto anche dagli artt. 11 co. 4 e 12 D.Lgs. n. 163/2006).
2.3.2. In disparte l’esistenza di diverse impostazioni giurisprudenziali, nei casi in cui sia impugnato il provvedimento di esclusione dalla gara, perché l’impresa pretermessa conserva comunque l’interesse processualmente rilevante all’annullamento dell’esclusione, per richiedere, in presenza di tutti gli altri presupposti, il risarcimento del pregiudizio patrimoniale (Cons. Stato, IV, 21 gennaio 2003, n. 232; VI, 13 giugno 2005, n. 3089), osserva il Collegio che nel caso di specie il ricorso di primo grado si appunta anche contro “tutti gli atti consequenziali che fossero stato nella mora adottati (…) ed, in particolare, l’eventuale provvedimento di aggiudicazione che fosse nella more intervenuto e l’eventuale contratto che fosse stato nelle more stipulato con il controinteressato” (cfr. pag. 2 dell’atto introduttivo).>
E in merito alla domanda risarcitoria?
<Secondo la costante giurisprudenza di questo Consiglio, il risarcimento che consegue all’annullamento giurisdizionale implica la valutazione dell’atto che si assume illecito alla luce dei vizi che lo inficiano e della gravità delle violazioni imputabili all’Amministrazione (Cons. Stato, IV, 1 ottobre 2007 , n. 5052; V, 08 maggio 2007 , n. 2119), dovendo verificarsi che l’adozione e l’esecuzione dell’atto impugnato sia avvenuta in violazione delle regole di imparzialità, di correttezza e di buona fede alle quali l’esercizio della funzione deve costantemente ispirarsi (Cons. Stato, V, 06 marzo 2007, n. 1049).
5.2.2. Precetti questi che devono considerarsi osservati quando la novità, complessità e opinabilità delle circostanze nelle quali si è trovata da operare, escludano la illiceità dell’attività della p.a. (Cons. Stato, VI, 25 gennaio 2007 , n. 270). E’ indubbio, nella presente fa ttispecie, che la complessità delle questioni, ancora sub judice al momento dell’emanazione del bando di gara e della conclusione dei lavori della Commissione aggiudicatrice, valgano appieno ad escludere l’ingiustificabilità e quindi l’illiceità dell’azione amministrativa.
5.2.3. Le operazioni di gara si sono concluse il 10 agosto 2006, quasi contemporaneamente all’emanazione della sentenza n. 3241 del 21 giugno 2006 di questo Consiglio che dichiarato improcedibile l’appello nei confronti della citata sentenza del Tar della Lombardia n. 497/05, in considerazione della delibera di G.R. 18 gennaio 2006, n. VIII/1743, con la quale, in ossequio a quanto precisato nell’ordinanza della Sezione n. 2683/2005 (di rigetto dell’istanza cautelare avverso la citata sentenza del Tar), la regione aveva revocato la delibera di G.R. 16 aprile 2003, n. VII/12753 ed introdotto il criterio dell’equipollenza delle autorizzazioni rilasciate da altre Regioni a quelle degli operatori autorizzati nella Lombardia.
5.2.4. Nell’incertezza dovuta al susseguirsi di provvedimenti amministrativi e giudiziali di diverso segno e contenuto, non appare provato il comportamento illecito dell’Azienda Ospedaliera “Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico” di Milano e correttamente perciò, la sentenza impugnata ha respinto la domanda risarcitoria. Il Tar ha, poi rilevato che Croce Amica s.r.l. non aveva presentato domanda di equipollenza dei requisiti del proprio automezzo>
Responsabilità della pa da attività provvedimentale
:dall’onere della prova che incombe sul privato a norma dell’art. 2697 alla limitazione al solo elemento psicologico della colpa grave, in applicazione all’articolo 2236 cc: il Consiglio di Stato muta lo scenario del rischio
Per identificare l’ errore scusabile che consente di escludere la “colpa” dell’apparato amministrativo appare utile riferirsi alla giurisprudenza comunitaria che, pur assegnando valenza pressoché decisiva alla gravità della violazione, indica, quali parametri valutativi: il grado di chiarezza e precisione della norma violata e la presenza di una giurisprudenza consolidata sulla questione esaminata e definita dall’amministrazione, nonché la novità di quest’ultima, riconoscendo così portata esimente all’errore di diritto
La prima fattispecie viene sottoposta prima al Tar Sardegna (432/2004) e poi al Consiglio di Stato (152/2005) ed in entrambi i giudizi vengono ribaditi e seguenti concetti:
applicabilità dell’articolo 2043 alla pa
art. 2043 – dei fatti illeciti
<Qualunque fatto doloso o colposo che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno>
obbligo da parte del danneggiato di dimostrare tutti gli elementi costitutivi il fatto illecito a norma dell’ articolo 2697 cc
art 2697 – onere della prova
<Chi vuol far valere un diritto in giudizio deve provare i fatti che ne costituiscono il fondamento.
Chi eccepisce l’inefficacia di tali fatti ovvero eccepisce che il diritto si è modificato o estinto deve provare i fatti su cui l’eccezione si fonda>
Da TAR Sardegna, Sez. I, n. 432 del 23 marzo 2004.
La domanda risarcitoria va, invece, respinta.
In base alla regola generale racchiusa nell’art. 2697 cod. civ. (operante, in questa parte, anche nel processo amministrativo), il danneggiato ha l’onere di provare tutti gli elementi costitutivi (entità del danno, nesso di causalità, colpa) del fatto illecito addebitato alla pubblica amministrazione (cfr. da ultimo, Cons. Stato 19/11/2003 n°7473).
Nel caso di specie la ricorrente si è semplicemente limitata ad allegare di aver subito danni dal comportamento dell’amministrazione, ma ha omesso di provarne sia l’effettiva sussistenza, sia l’entità
Quanto alla colpa, non solo l’istante non ha fornito alcuna prova dell’esistenza di siffatto elemento soggettivo, ma non ne ha nemmeno adombrato l’esistenza.
La domanda è dunque del tutto generica ed indimostrata.>
Confermata da Consiglio di Stato, sezione V, decisione numero 152 del 25 gennaio 2005
Parimenti infondata è l’ulteriore doglianza con la quale l’appellante sostiene:
a) che, per la quantificazione dei danni, sarebbe stato sufficiente fare applicazione dei criteri di elaborazione giurisprudenziale i quali consentono di integrare, ai fini di prova, i dati che la parte interessata può realisticamente fornire;
b) che nessuno dubbio poteva sussistere circa il nesso di causalità, in quanto la gara non le era stata aggiudicata a causa degli atti annullati;
c) che, in ordine alla colpa, l’onere della prova poteva considerarsi assolto, proprio alla stregua della richiamata decisione n. 7473/2003 (C.d.S. Sez. VI), secondo cui “… la colpa dell’amministrazione può essere ragionevolmente presunta alla luce di indici significativi, quali la accertata illegittimità dell’atto amministrativo”.
In proposito può, infatti, osservarsi come, a prescindere da ogni considerazione in ordine a quanto dedotto ai punti a) e b) – non senza, però precisare, che il precedente invocato (C.d.S., Sez. IV, n. 6666 del 2003) a sostegno della tesi di cui al punto a) non è in termini, in quanto nella cit. dec. la Sezione ha ritenuto di avvalersi della facoltà prevista dall’art. 35, secondo comma, d.lvo n. 80 del 1998, limitandosi a fissare all’amministrazione i criteri per la liquidazione del danno – nella specie, appare insuperabile l’argomentazione del TAR, il quale ha giustamente osservato che “non solo l’istante non ha fornito alcuna prova dell’esistenza di siffatto elemento soggettivo, ma non ne ha nemmeno adombrato l’esistenza”, omettendo, quindi, di allegare una componente essenziale della fattispecie della responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c..>
Il consiglio di stato, Sez. V, con la decisione numero 32 del 10 gennaio 2005 ci segnala quali sono gli elementi per la dimostrazione della colpa della pa (“La Suprema Corte di Cassazione, Sezioni Unite n. 500/99 chiarisce, innanzitutto, che l’indagine riservata al giudice deve riferirsi alla pubblica amministrazione come apparato impersonale e non al funzionario che ha adottato l’atto illegittimo”)
< (…) il privato danneggiato, ancorchè onerato della dimostrazione della “colpa” dell’amministrazione, risulta agevolato dalla possibilità di offrire al giudice elementi indiziari – acquisibili, sia pure con i connotati normativamente previsti, con maggior facilità delle prove dirette – quali la gravità della violazione, qui valorizzata quale presunzione semplice di colpa e non come criterio di valutazione assoluto, il carattere vincolato dell’azione amministrativa giudicata, l’univocità della normativa di riferimento ed il proprio apporto partecipativo al procedimento. (…)>
ma non solo;ci fornisce ulteriori elementi di riflessione sul concetto di <errore scusabile> che, se accerato, concorre all’esclusione della colpa grave nell’operato della pa:
< Così che, acquisiti gli indici rivelatori della colpa, spetta poi all’amministrazione l’allegazione degli elementi, pure indiziari, ascrivibili allo schema dell’errore scusabile e, in definitiva, al giudice, così come, in sostanza, voluto dalla Cassazione con la sentenza n. 500/99, apprezzarne e valutarne liberamente l’idoneità ad attestare o ad escludere la colpevolezza dell’amministrazione.
La ricostruzione appena esposta soddisfa, in particolare, al contempo, le esigenze di superare l’inaccettabile equazione illegittimità dell’atto-“colpa” dell’apparato pubblico, surrettiziamente reintrodotta con la sentenza n. 500/99, di valorizzare gli aspetti obiettivi della condotta antigiuridica dell’amministrazione, di restituire coerenza sistematica alla regola di riparto dell’onere della prova da applicarsi nello schema di responsabilità in questione e, in definitiva, di agevolare le parti nell’adempimento del dovere di dimostrare la colpa, in prima battuta, o la sua mancanza, negli estremi dell’esimente dell’errore scusabile.>
L’errore scusabile è istituto di generalissima applicazione nel sistema della giustizia amministrativa
, volto a garantire l’effettività della tutela giurisdizionale, ed è quindi suscettibile di trovare applicazione sia quando siano ravvisabili situazioni di obiettiva incertezza normativa, connesse a difficoltà interpretative o ad oscillazioni giurisprudenziali, sia quando si sia di fronte a comportamenti, indicazioni o avvertenze fuorvianti provenienti dalla medesima amministrazione, da cui possa conseguire difficoltà nella domanda di giustizia ed un’effettiva diminuzione della tutela giustiziale
Il Consiglio di Stato con la decisione numero 3046 del 23 maggio 2006 che si occupa di problematiche di procedura, non considera un errore scusabile per un’impresa:
< Nessuna di queste circostanze è riscontrabile nel caso di specie.
L’appellante assume, infatti, che dall’esame della bolletta dell’UNEP della Corte d’appello di Milano emergerebbe che l’atto notificato sia stato scaricato per la successiva resa alla parte richiedente solo in data 8 marzo 2005, ovvero il quattordicesimo giorno successivo alla sua notificazione, ciò che avrebbe reso impossibile il ritiro del medesimo nel termine di legge; l’atto, infatti, sarebbe stato disponibile per la resa solo a partire dall’11 marzo 2005, data in cui sarebbe stato materialmente possibile provvedere al ritiro dello stesso.
Sennonché, l’8 marzo 2005 era martedì (ed era il tredicesimo giorno dalla notificazione, dovendosi fare riferimento all’ultima delle notificazioni, operata, nella specie, nei confronti del controinteressato); sicché non è dato comprendere il motivo per cui il ritiro dell’atto sarebbe stato possibile solo a partire dal successivo giorno 11 (venerdì) e non nei giorni precedenti e per quale motivo non sia stato possibile operare il deposito del ricorso stesso in quei medesimi giorni; e ciò non senza considerare, comunque, e a tutto concedere, che, se pure dovesse convenirsi, in astratta ipotesi, con l’appellante nel ritenere che prima del giorno 11 marzo 2005 non sarebbe stato possibile operare il deposito del ricorso, non di meno tale deposito ben avrebbe potuto e dovuto avvenire (nel rispetto dei principi di celerità fatti propri dal ripetuto art. 23 bis) nel più breve dei termini decorrenti da tale data, mentre, nella specie, il deposito è avvenuto dopo altri dodici giorni>
Speciali meccanismi processuali di cui all’art. 4 della legge n. 205/2000: non esiste la possibilità di appellarsi all’errore scusabile in caso di legge emessa da due anni e quotidianamente “usata”
Applicabile a provvedimenti a valenza pubblicistica (anche se adottati da stazioni appaltanti di natura giuridica non pubblica in senso stretto) in materia di opere pubbliche e di lavori pubblici (servizi e forniture)
Così nelle massime ufficiali del Consiglio di Stato, sez. IV, 18 ottobre 2002, n. 5696
L’evidente ed assoluta eccezionalità della disciplina di cui all’art. 4, legge n. 205/2000, (congiunta al palese intento acceleratorio di tutto l’impianto della legge stessa) impedisce di estendere la portata della norma in esame (che dimezza tutti i termini processuali tranne quelli per la proposizione del ricorso) al di là di quanto emerge da un’esegesi rigorosamente letterale della disposizione stessa, mentre neppure può ipotizzarsi un errore scusabile, trattandosi di una legge vigente ormai da quasi due anni e fatta oggetto di applicazione quotidiana.
L’art. 4 della legge n. 205/2000 (entrata in vigore il 10 agosto 2000) ha inserito un art. 23-bis nella legge n. 1034/1971, predisponendo speciali meccanismi processuali (di strettissima interpretazione ed operanti in un giudizio amministrativo abbreviato, che non ricomprende quello dinanzi a quel giudice amministrativo speciale che è il Tribunale Superiore delle Acque Pubbliche né quello ordinario, né quello arbitrale, né quello che si svolge in Cassazione per motivi di giurisdizione, né quello in Corte Costituzionale o Europea, né quello riconducibile al ricorso straordinario o amministrativo in genere e non deve confondersi con il giudizio immediato, genericamente previsto dall’art. 9, legge in commento, che ha introdotto il nuovo art. 26 nella legge n. 1034/1971) per i ricorsi aventi ad oggetto i provvedimenti (autoritativi, con implicita ma sicura esclusione degli atti paritetici) emessi da pubbliche amministrazioni o da concessionari (dopo la legge n. 109/1994 non più qualificabili come organi indiretti delle prime) di cui al n. 1, lettere a) – b) – c) – d) -e) – f) – g), del medesimo articolo. Si tratta essenzialmente di provvedimenti (uno solo dei quali, in caso di connessione, basterebbe a spiegare un effetto cumulativo) a valenza pubblicistica (anche se adottati da stazioni appaltanti di natura giuridica non pubblica in senso stretto) in materia di opere pubbliche e di lavori pubblici (servizi e forniture), nonchè di quelli emanati da tutte le autorità amministrative indipendenti (la cui concreta individuazione il legislatore ha correttamente lasciato all’interprete), di quelli pertinenti a privatizzazioni o dismissioni di imprese o beni pubblici come pure a costituzioni, modificazioni o soppressioni di società, aziende o istituzioni ex art. 22, legge n. 142/90, ora trasfuso negli artt. 112 e segg., d.lgs. n. 267/2000. Altrettanto deve dirsi per i provvedimenti di nomina (ivi compresi quelli di annullamento, modificazione od integrazione degli stessi) governativa di cui alla legge n. 400/1988 (artt. 3 ed 11, II co.), nonchè per quelli di scioglimento di (recte: “organi degli”) enti locali o riguardanti la formazione o il funzionamento di organi (considerati, dunque, operativi) degli stessi. Tutti i termini processuali in proposito ordinariamente previsti risultano (per i ricorsi instaurati a far tempo dal 10 agosto 2000 -e, dunque, data la sospensione feriale, inapplicabile solo alle vicende cautelari, di fatto dal 16 settembre 2000- o comunque pendenti a tale data) in questi casi ridotti alla metà, esclusi quelli relativi alla proposizione del ricorso (ma non alla riproposizione dello stesso dinanzi al TAR individuato previa adesione a regolamento di competenza, né -tantomeno- alle fasi successive): e qui la legge, usando il plurale, impone di ritenere che debbano essere (nonostante il settimo comma della norma, per l’appello, parli al singolare di un termine per la proposizione, così presumibilmente riferendolo alla sola notificazione) i due concernenti la proposizione del gravame principale da parte del ricorrente, vale a dire, di regola (ma lo stesso dovrebbe ritenersi per altri ricorsi analoghi, per i quali siano previsti termini differenti e cioè più lunghi o più brevi) sessanta giorni per la notificazione e trenta giorni per il deposito del ricorso. Risulta così ripristinato il dimezzato termine di cui all’art. 19, D.L. n. 67/1997, che peraltro manteneva inalterati quelli per la proposizione del ricorso, al contrario di quanto previsto nel nuovo caso di giurisdizione esclusiva amministrativa di cui all’art. 4, settimo comma, legge n. 109/1994, come novellato dalla legge Merloni-ter, n. 415/1998, in materia di provvedimenti sanzionatori dell’Autorità per la vigilanza sui lavori pubblici, che ha invece dimezzato solo il termine per la proposizione del gravame. Infine, i nuovi termini soggiacciono alla (non dimezzata) sospensione feriale e si applicano anche ai giudizi in corso, ma non quando la loro decorrenza sia iniziata prima del 10 agosto 2000. Orbene, l’evidente ed assoluta eccezionalità della citata disciplina, (congiunta al palese intento acceleratorio di tutto l’impianto della legge n. 205/2000) impedisce di estendere la portata della norma in esame al di là di quanto emerge da un’esegesi rigorosamente letterale della disposizione stessa, che ben a ragione è stata dunque interpretata in termini restrittivi dai primi giudici, mentre neppure può ipotizzarsi l’invocato errore scusabile, trattandosi di una legge vigente ormai da quasi due anni e fatta oggetto di applicazione quotidiana.