Source: http://newslavoroesalute.blogspot.com/2012/06/quello-che-viene-presentato-come.html
Timestamp: 2017-06-26 20:54:37+00:00
Document Index: 31772945

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'art. 1', 'art. 18', 'art. 18', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'art. 18', 'sentenza ']

ALTRAINFORMAZIONEnews: Quello che viene presentato come reintegrazione nel posto di lavoro, tale non è, nel senso che attraverso uno «sporco» gioco di parole si dà il nome di reintegra ad una fattispecie che della reintegra non ha più nulla
Racconti e Opinioni - Cronache sociali, di lavoro, politiche e sindacali. Culture e storia. Lotte e movimenti internazionali di liberazione - a cura di franco cilenti 20 giugno 2012
Quello che viene presentato come reintegrazione nel posto di lavoro, tale non è, nel senso che attraverso uno «sporco» gioco di parole si dà il nome di reintegra ad una fattispecie che della reintegra non ha più nulla
Sostenere, come ha fatto il responsabile economico del PD
Stefano Fassina, che nel disegno di
legge uscito dal Senato il 31 maggio scorso è stato reintrodotto il diritto
alla reintegra per i licenziamenti economici non corrisponde assolutamente a verità
Il diritto alla reintegra, così come stabilito dall’art. 18
dello Statuto dei lavoratori del 1970, prevede che il lavoratore abbia diritto
a riprendere il suo posto di lavoro come se il licenziamento non fosse mai intervenuto; e quindi ha diritto a percepire
tutte le retribuzioni dal momento del licenziamento all’effettiva reintegra
(c.d. tutela reale)
Il comma 42 dell’art. 1 del d.d.l. in discussione alla
Camera riscrive l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori prevedendo che «il
Giudice (nelle ipotesi in cui accerta che non ricorrono gli estremi del
giustificato motivo oggettivo) dichiara risolto il rapporto di lavoro con
effetto dalla data del licenziamento e condanna il datore di lavoro al
pagamento di un’indennità risarcitoria». Dunque non è smentibile che anche
nell’ipotesi in cui il licenziamento economico sia illegittimo il lavoratore
non avrà più diritto alla reintegra, ma soltanto ad un’indennità. Quelli come
Fassina si riferiscono forse all’ipotesi in cui il Giudice accerti «la
manifesta insussistenza del fatto posto a base del licenziamento per
giustificato motivo oggettivo»?
Ma anche in tale ipotesi quello che viene presentato come
reintegrazione nel posto di lavoro, tale non è, nel senso che attraverso uno
«sporco» gioco di parole si dà il nome di reintegra ad una fattispecie che
della reintegra non ha più nulla. Esattamente come quando a Polifemo fu detto
che a causargli la cecità era stato «Nessuno». Ed infatti, la «reintegra»
prevista dal comma 4 del nuovo art. 18 stabilisce sì la «ricostituzione del
rapporto di lavoro», ma senza più la previsione del diritto del lavoratore a
percepire tutte le retribuzioni perse dal momento del licenziamento
all’effettiva reintegra.
La lingua biforcuta del novello legislatore, infatti, ha
stabilito che «in ogni caso la misura dell’indennità risarcitoria non può
essere superiore a 12 mensilità».
Dunque, il lavoratore, anche nell’ipotesi in cui riesca a
dimostrare «lamanifesta insussistenza» del fatto posto alla base del
licenziamento (se un fatto è insussistente già di per sé, perché aggiungere
l’aggettivo «manifesta», se non per aggravare l’onere probatorio del
lavoratore?) difficilmente otterrà l’ordine di reintegra prima che sia decorso
un anno dall’intimazione del licenziamento.
Viene cioè posto a carico del lavoratore il «costo» della
durata del processo di primo grado; senza contare che è praticamente
impossibile che nel giro di poco si arrivi ad una sentenza della Corte
d’Appello o della Cassazione.
Visto dal lato del lavoratore significa che egli – pur nella
«eccezionale ipotesi» di vedersi riconosciuta la «manifesta insussistenza» da
un giudice nei tre gradi di gidizio – sa già che dovrà restare per molti anni
senza reddito e senza poterlo recuperare, inducendolo quindi a rinunciare al
suo diritto alla «reintegrazione possibile» in cambio di una monetizzazione
rapida della rinuncia al ricorso, a fronte dell’esiguità del beneficio
economico che gli deriverebbe anche in caso di esito positivo. Detto in parole
più semplici: se un lavoratore sa che mediamente potrebbe ottenere un sentenza
di reintegra nel giro di due o tre anni, deve sapere anche che il datore di
lavoro al massimo sarà condannato a pagargli 12mensilità; e lui non avrà
risarciti gli altri due in cui è rimasto in attesa della sentenza favorevole.
Di più. Il nuovo art. 18, comma 4, prevede che va «dedotto
svolgimento di altre attività lavorative nonché quanto avrebbe potuto percepire
dedicandosi con diligenza alla ricerca di un nuova occupazione». In
conclusione, il lavoratore licenziato ingiustamente deve mettere in conto: da
un lato che per tre anni (come dato medio probabilistico di successo
giudiziario definitivo) non avrà la sentenza di reintegra, resterà senza lavoro
e dovrà dedurre quanto percepito nell’attesa di giustizia attraverso un’altra
attività (a quel punto necessaria per sopravvivere fino alla sentenza);
dall’altro l’indennità risarcitoria massima che potrà spuntare sarà di dodici
mensilità. E allora che Giustizia è mai quella che, riconoscendo a distanza di
due o tre anni il diritto alla reintegra, prevede per il lavoratore un
risarcimento di poche migliaia di euro a fronte di una perdita di decine di
migliaia di euro?
Stefano Fassina e quelli come lui continuano a chiamare
reintegra ciò che reintegra non è e se non mentono a sé stessi mentono
certamente ai lavoratori.
Antonio Di Stasi Professore di Diritto del lavoro nell’Università Politecnica
20/06/2012 www.ilmanifesto.it