Source: http://sentenze.altervista.org/sanatoria-immobili-vincolo-archeologico/
Timestamp: 2020-08-14 09:02:33+00:00
Document Index: 77286451

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 33', 'art. 97', 'art. 31', 'art. 1', 'art. 97']

Sanatoria immobili sottoposti a vincolo archeologico, limiti sindacato del giudice amministrativo su parere reso dalla Soprintendenza belle arti e paesaggio sulla domanda di condono edilizio | Sentenze
Scritto il Maggio 27, 2018 Marzo 7, 2018 da sentenze
Il rilascio del titolo abilitativo edilizio in sanatoria per opere eseguite su immobili sottoposti a vincolo è subordinato al parere favorevole delle amministrazioni preposte alla tutela del vincolo stesso, parere che va acquisito a prescindere dal requisito della anteriorità dell’opera rispetto al vincolo.In attuazione del principio tempus regit actum, invero, l’obbligo di pronuncia da parte dell’autorità preposta alla tutela del vincolo sussiste in relazione alla esistenza del vincolo al momento in cui deve essere valutata la domanda di sanatoria, a prescindere dall’epoca d’introduzione del vincolo. E appare altresì evidente che tale valutazione corrisponde alla esigenza di vagliare l’attuale compatibilità, con il vincolo, dei manufatti realizzati abusivamente.
Il parere reso dalla Soprintendenza belle arti e paesaggio su domanda di condono edilizio è atto di esercizio di discrezionalità tecnica ed al riguardo il sindacato del giudice amministrativo è debole, limitato cioè alla verifica della sussistenza di vizi sintomatici dell’eccesso di potere, quali la carenza di istruttoria e il travisamento dei fatti, l’illogicità e l’incongruenza delle valutazioni espresse.
Vincolo Soprintendenza Beni Culturali
Tar Lazio sentenza n. 2564 6 marzo 2018
“Con il ricorso in epigrafe la signora Omissis Angela ha chiesto al Tribunale di annullare, previa sospensione dell’efficacia, la determinazione dirigenziale n. 50 del 25.02.2002 con cui il Comune di Roma, su conforme indicazione della Soprintendenza Archeologica, aveva rigettato la sua istanza di condono per l’immobile sito in Roma, via Omissis, i pareri della Soprintendenza al riguardo ed ogni atto preordinato, coordinato o comunque connesso del procedimento e di condannare l’Amministrazione al risarcimento del danno cagionato.
A sostegno delle sue domande, la ricorrente ha dedotto 1) violazione e falsa applicazione dell’art. 33 e delle altre norme della l.n. 47/1985, eccesso di potere in tutte le sue figure sintomatiche, in particolare, illogicità, contraddittorietà, travisamento, errore nei fatti presupposti, sviamento di potere e violazione dell’art. 97 della Costituzione e dei connessi principi di buon andamento; 2) violazione e falsa applicazione dell’art. 31 della l.n. 41/1985 e dell’art. 1 della l.n. 10/1977 oltre che eccesso di potere per difetto dei presupposti e travisamento; 3) violazione e falsa applicazione delle norme tutte di cui alla l.n. 47/1985, del giusto procedimento e dell’art. 97 della Costituzione, nonché eccesso di potere per manifesta ingiustizia, illogicità e contraddittorietà.
Si sono costituiti in giudizio Roma Capitale, il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, chiedendo il rigetto del ricorso, in quanto infondato.
Con ordinanza n. 2917/2002 del 6.06.2002 (successivamente confermata anche dal Consiglio di Stato) il Collegio ha respinto l’istanza cautelare.
Con riguardo al parere negativo espresso dalla Soprintendenza, la signora Omissis ha, in particolare, affermato che l’Amministrazione, invece di effettuare le valutazioni ad essa demandate e verificare l’impatto delle opere abusive sul contesto sottoposto a tutela, avrebbe formulato solo arbitrari e non consentiti giudizi circa “l’ostinata attività abusiva” posta in essere dalla sua famiglia nell’area in questione, evidenziando anche circostanze, in realtà, irrilevanti sull’accoglibilità dell’istanza di condono-come il fatto che ella non fosse ancora proprietaria dell’intero immobile- ed agendo in aperta contraddizione con l’attività fino ad allora svolta dal Comune, che, nel corso dell’istruttoria, evidentemente orientata in senso positivo all’accoglimento della sua domanda, la aveva anche invitata ad integrare i pagamenti delle somme versate a titolo di oblazione ed oneri concessori.”
“Tali censure non sono fondate e devono essere respinte.
Nel parere all’origine del rigetto dell’istanza di condono da parte del Comune, la Soprintendenza Archeologica di Roma, ora Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per il Comune di Roma, risulta aver correttamente valutato, facendo uso dei poteri e della discrezionalità tecnica che la legge le attribuisce, proprio l’impatto delle opere abusive, delle quali veniva richiesta la sanatoria, sull’importante plesso archeologico in questione, sottoposto a vincolo sin dal 1984, come chiarito dall’Amministrazione, e non solo dal 1994, come dedotto nel ricorso.
Dai documenti in atti emerge, infatti, come gli interventi effettuati dalla ricorrente e dalla sua famiglia – non interrotti tra l’altro neppure a seguito della presentazione dell’istanza di condono – per il miglioramento della funzionalità del ristorante creassero un vulnus gravissimo ai reperti archeologici sottoposti a tutela e fossero assolutamente incompatibili con la protezione accordata al sito, comportandone all’evidenza una vera e propria “messa in pericolo” poiché – come illustrato dall’Amministrazione – “in buona sostanza una parte del sito finiva per essere utilizzata per l’esercizio dell’attività di ristorazione senza essere in alcun modo protetta dagli avventori”.
Inconferenti sono poi, ad un attento esame, anche le doglianze svolte dalla ricorrente in relazione al rilievo che sarebbe stato erroneamente attribuito al fatto che l’istanza di condono provenisse da soggetti ancora non interamente proprietari dell’immobile, circostanza che, vista la radicale inconciliabilità degli interventi abusivi con le ragioni di tutela dell’area, pur se opportunamente rilevata, non appare comunque essere stata posta dall’Amministrazione a fondamento del diniego di condono.
Quanto all’istruttoria inizialmente positiva posta in essere dagli Uffici comunali, l’Amministrazione ha ben illustrato nelle sue difese il proprio operato, evidenziando che “mentre il procedimento avviatosi a seguito della presentazione della predetta istanza si stava per concludere, il Comune e la competente Soprintendenza ebbero notizia della realizzazione di ulteriori lavori ed intervennero prontamente al fine di bloccare tale nuovo intervento e subito dopo l’allora Soprintendenza Archeologica con nota 13.02.2001 prot. 4450 esprimeva parere sfavorevole al rilascio della concessione in sanatoria”.
Per le argomentazioni che precedono e per il principio di irretroattività dell’azione amministrativa, anche la avvenuta abrogazione del vincolo, realizzatasi con d.l. 22.12.2008 convertito in l.n.9/2009, non può incidere sulla legittimità del diniego e del parere impugnati.
In conclusione, il ricorso deve essere, come detto, integralmente respinto.”
“Le spese seguono la soccombenza.”
sent. n. 2564 06/03/2018
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