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Timestamp: 2020-08-10 11:25:48+00:00
Document Index: 39431054

Matched Legal Cases: ['art. 131', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 131', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 186', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 131', 'art. 1', 'art. 609', 'art. 620', 'art. 129', 'sentenza ', 'art. 186', 'art. 133', 'sentenza ', 'art. 186', 'sentenza ', 'art. 444', 'sentenza ', 'art. 224', 'art. 224', 'sentenza ', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 2', 'art. 609', 'art. 129', 'sentenza ', 'art. 620', 'art. 186', 'art. 189', 'art. 131']

Tenuità del fatto e soglia di punibilità (Cass.13681/16)
tenuità del fatto Guida in stato di ebbrezza
L'art. 131-bis cod. pen. si applica ad ogni fattispecie criminosa, in presenza dei presupposti e nel rispetto dei limiti fissati dalla medesima norma.
Il comportamento è abituale quando l'autore ha commesso, anche successivamente, più reati della stessa indole, oltre quello oggetto del procedimento.
Alla esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto consegue l'applicazione, demandata al Prefetto, delle sanzioni amministrative accessorie stabilite dalla legge.
L'elevato rango del principio della applicazione della legge più favorevole se sopravvenuta impone la sua applicazione ex officio, anche in caso di ricorso inammissibile,. ciò per il diritto dell'imputato, desumibile dal principio in questione, ad essere giudicato in base al trattamento più favorevole tra quelli succedutisi nel tempo; ed il dovere del giudice di applicare la lex mitior, anche nel caso in cui il ricorso sia inammissibile.
Sentenza 6 aprile 2016, n. 13681
Dott. DAVIGO Piercamillo - Consigliere -
T.P., nato a (OMISSIS);
avverso la sentenza del 10/02/2015 della Corte di appello di Milano;
udito il difensore dell'imputato, avv. VS che ha concluso chiedendo l'accoglimento del ricorso.
1. Il Tribunale di Monza ha affermato la responsabilità dell'imputato indicato in epigrafe in ordine al reato di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b), e comma 2-bis, commesso il (OMISSIS).
3. La Quarta Sezione penale, cui il ricorso era stato assegnato, ha rimesso alle Sezioni Unite la questione relativa alla compatibilità della causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto di cui all'art. 131-bis cod. pen. con i reati previsti dall'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. b) e c), e più in generale con gli illeciti caratterizzati dalla presenza di soglie di punibilità.
L'ordinanza richiama la pronunzia di legittimità che ha ritenuto la compatibilità tra il nuovo istituto ed i reati di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2, (Sez. 4, n. 44132 del 09/09/2015, Longoni, Rv. 264829) e propone argomenti critici.
Si rammenta che l'art. 186, comma 2, lett. a), prevede un illecito amministrativo costituito dalla guida in stato di ebbrezza con tasso alcoolemico superiore a 0,5 e non superiore a 0,8 g/l; mentre le successive lett. b) e c) dello stesso comma disciplinano distinti illeciti penali definiti da valori crescenti.
Si aggiunge che si tratta di reati di pericolo intesi a proteggere i beni della regolarità della circolazione e della sicurezza stradale, distinti da quelli della vita o della incolumità dei singoli, protetti dai reati di lesioni colpose ed omicidio colposo. Se ne inferisce che nessun rilievo possono avere, ai fini della punibilità, le modalità della condotta di guida. Infatti, in relazione ai beni protetti, non è possibile ipotizzare una gradualità dell'offesa, atteso che lo stesso legislatore ha previsto circostanze aggravanti connesse a contingenze di particolare allarme e maggiore pericolo per la sicurezza: la guida in ora notturna e la causazione di incidente stradale.
L'ordinanza discute criticamente pure l'affermazione della sentenza Longoni secondo cui, nel caso in cui sia ritenuta la particolare tenuità del fatto, il giudice penale deve applicare le sanzioni amministrative accessorie. Si considera che tali sanzioni sono applicabili solo nel caso di sentenza di condanna o di applicazione della pena, come emerge testualmente dall'art. 186 C.d.S., comma 2- quater. Pertanto, non è possibile ritenere che il mero accertamento dell'esistenza del reato, che costituisce il presupposto della causa di non punibilità, consenta l'applicazione delle dette sanzioni.
Al riguardo occorre considerare che l'art. 131-bis cod. pen. è stato introdotto con il D.Lgs. 16 marzo 2015, n. 28, art. 1, comma 2, e quindi in epoca successiva alla pronunzia d'appello, emessa il 10 febbraio 2015 e relativa a fatto commesso il (OMISSIS).
Questa Corte ha in numerose occasioni condivisibilmente ritenuto che, se non è stato possibile proporlo in grado di appello, il tema afferente all'applicazione del nuovo istituto può essere dedotto davanti alla Corte di cassazione e può essere altresì rilevato d'ufficio ai sensi dell'art. 609 c.p.p., comma 2 (da ultimo Sez. 3, n. 24358 del 14/05/2015, Ferretti, Rv. 264109; Sez. 4, n. 22381 del 17/04/2015, Mauri, Rv. 263496; Sez. 3, n. 15449 del 08/04/2015, Mazzarotto, Rv. 263308).
2. Appurata la rilevanza della nuova disciplina, resta da intendere quale sia il ruolo della Corte di cassazione. In proposito si è ripetutamente ritenuto che vada compiuta una preliminare delibazione in ordine all'applicabilità in astratto del nuovo istituto sulla base degli elementi di giudizio disponibili alla stregua delle risultanze processuali e della motivazione della decisione impugnata;
Il tema di cui si discute chiama effettivamente in campo l'art. 620 c.p.p., comma 1, lett. i), che consente alla Corte di cassazione di adottare pronunzia di annullamento senza rinvio quando la restituzione del giudizio nella sede di merito è "superflua";
Tale norma è stata ripetutamente ritenuta dalle Sezioni Unite fonte per l'adozione di pronunzie assolutorie nella sede di legittimità (Sez. U, n. 22327 del 30/10/2003, Andreotti, Rv. 226100; Sez. U, n. 22327 del 21/05/2003, Carnevale, Rv. 224181); oltre che dalle sezioni semplici (ad es. Sez. 2, 11/11/2010, n. 41461, Franzi, Rv. 248927) Essa ha costituito pure la base normativa per applicare una causa di non punibilità sopravvenuta (ad es. Sez. 6, n. 9727 del 18/02/2014, Grieco, Rv 259110; Sez. 6, n. 17065 del 26/04/2012, Cirillo, Rv. 252506).
In tali situazioni la pronunzia è adottata ai sensi dell'art. 129 cod. proc. pen. Nè un ostacolo può essere rinvenuto nel fatto che tale articolo, pur dedicato nella rubrica all'obbligo della immediata declaratoria di determinate cause di non punibilità, non fa menzione dell'ipotesi in cui ricorra una causa di non punibilità. Invero la norma ha portata generale, sistemica. Essa, come già ritenuto dalle Sezioni unite (Sez. U, n. 12283 del 25/01/2005, De Rosa, Rv. 230529), non attribuisce al giudice un potere di giudizio ulteriore ed autonomo rispetto a quello già riconosciutogli dalle specifiche norme che regolano l'epilogo proscioglitivo nelle varie fasi e nei diversi gradi del processo, ma enuncia una regola di condotta rivolta al giudice che, operando in ogni stato e grado del processo, presuppone l'esercizio della giurisdizione con effettiva pienezza del contraddittorio. In breve, atteso l'indicato ruolo sistemico, l'articolo citato consente l'adozione di tutte le formule di proscioglimento.
3. Resta da intendere quale sia la natura e la conformazione del giudizio demandato alla Corte di cassazione.
La sentenza Longoni, evocata nell'ordinanza di rimessione, ha dato risposta positiva. Si è considerato che il nuovo istituto si giustifica alla luce della riconosciuta graduabilità del reato in relazione al disvalore d'azione e d'evento nonchè all'intensità della colpevolezza. Occorre, dunque, compiere una valutazione relativa al fatto concreto; verificare se la irripetibile manifestazione dell'illecito presenti un ridottissimo grado di offensività.
Il principio, si è aggiunto, è applicabile anche il relazione alla più grave fattispecie di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2, lett. c), dovendosi considerare non solo l'entità dello stato di ebbrezza, ma anche le modalità della condotta e l'entità del pericolo o del danno cagionato.
Tale esito interpretativo non è pregiudicato dalla previsione di un minore grado di alterazione che configura un illecito amministrativo.
Infatti, reato ed illecito amministrativo presentano differenze evidenti e rilevanti, che definiscono autonomi statuti e discipline differenziate. Peraltro, si è infine aggiunto, l'applicazione della causa di non punibilità presuppone l'accertamento del reato, dal quale discende l'applicazione della sanzione amministrativa accessoria ad opera del giudice penale.
Il richiamo mette in campo, oltre alle caratteristiche dell'azione e alla gravità del danno o del pericolo, anche l'intensità del dolo e il grado della colpa. A tale riguardo sono state manifestate perplessità, alimentate dal timore che vengano richieste indagini complesse sulla sfera interiore, incompatibili con la spedita applicazione del nuovo istituto, e possibili cause di derive incontrollabili nell'esercizio della discrezionalità Si tratta di dubbi che non sono fondati. La pertinenza del richiamo emerge icasticamente dalla stessa intitolazione dell'art. 133, dedicato alla valutazione della gravità del reato agli effetti della pena; atteso che il nuovo istituto è stato configurato proprio come una causa di esclusione della punibilità.
Il legislatore, come si è accennato, ha esplicato una complessa elaborazione per definire l'ambito dell'istituto. Da un lato ha compiuto una graduazione qualitativa, astratta, basata sull'entità e sulla natura della pena; e vi ha aggiunto un elemento d'impronta personale, pure esso tipizzato, tassativo, relativo alla abitualità o meno del comportamento. Dall'altro lato ha demandato al giudice una ponderazione quantitativa rapportata al disvalore di azione, a quello di evento, nonchè al grado della colpevolezza. Ha infine limitato la discrezionalità del giudizio escludendo alcune contingenze ritenute incompatibili con l'idea di speciale tenuità: motivi abietti o futili, crudeltà, minorata difesa della vittima ecc.
Tale conclusione, desunta dai principi espressi dalla nuova normativa, è anche perfettamente aderente al senso comune ed alla pratica giudiziaria. E' illuminante l'esempio, già evocato dalla sentenza Longoni, dell'agente che, in stato di grave alterazione alcoolica integrante la fattispecie di cui all'art. 186, comma 2, lett. c), si pone alla guida di un'auto in un parcheggio isolato, spostandola di qualche metro e senza determinare alcuna situazione pregiudizievole.
Nessuna delle due prospettazioni è fondata. La nuova normativa non reca alcuna indicazione al riguardo. Tuttavia, la fattispecie di cui ci si occupa è collocata in un organico corpus normativo che agli artt. 224 e 224-ter disciplina l'applicazione delle dette sanzioni.
Quando la sentenza di condanna, di applicazione della pena ex art. 444 cod. proc. pen. o il decreto penale sono irrevocabili, l'autorità amministrativa dà corso all'esecuzione delle sanzioni accessorie disposte dal giudice. Invece, in caso di sentenza di proscioglimento, la stessa autorità dispone le cessazione delle eventuali misure adottate in via provvisoria: la patente ed il veicolo vengono restituiti.
Tale soluzione interpretativa, fondata sulla ritrovata autonomia della sanzione accessoria, trova conferma nell'ultimo periodo dell'art. 224, comma 3 e dell'art. 224-ter, comma 6: l'estinzione della pena successiva alla sentenza irrevocabile di condanna non ha effetto sull'applicazione della sanzione amministrativa accessoria.
Tale enunciazione rende viepiù chiara la virtuale autonomia delle sanzioni amministrative, che si manifesta anche a seguito dell'estinzione delle sanzioni penali. E non vi è chi non veda che coerenza del sistema impone di ritenere che tale autonomia si manifesti anche nel caso in cui la punibilità sia esclusa a mente della nuova normativa.
Si può dunque concludere che il nuovo istituto si limita, razionalmente, a richiedere un giudizio sull'utilità o l'inutilità della pena e non ha riflessi sulle sanzioni amministrative previste dal codice della strada, che sono governate da istanze e regole distinte.
Parimenti non oscuro è il riferimento alla commissione di "più reati della stessa indole". In primo luogo, non si parla di condanne ma di reati. Inoltre, il tenore letterale lascia intendere che l'abitualità si concretizza in presenza di una pluralità di illeciti della stessa indole (dunque almeno due) diversi da quello oggetto del procedimento nel quale si pone la questione dell'applicabilità dell'art. 131-bis. In breve, il terzo illecito della medesima indole dà legalmente luogo alla serialità che osta all'applicazione dell'istituto.
Tale interpretazione è in linea con l'idea di serialità delle condotte che, come si è accennato, ha dall'inizio accompagnato l'iter del decreto, ma è controversa. Esiste, tuttavia un dato testuale che risulta dirimente. La Commissione Giustizia, nel vagliare lo schema di decreto legislativo, ne ha richiesto l'adeguamento con l'introduzione di un comma dedicato alla definizione dell'abitualità del comportamento recante la previsione che "Il comportamento risulta abituale nel caso in cui il suo autore... abbia commesso altri reati della stessa indole". Tale formula è stata in effetti riportata nell'atto normativo con una piccola e sicuramente accidentale variazione: l'espressione "altri reati" è divenuta "più reati". Dunque tenendo a base il testo indicato dalla Camera e la sua ratio, emerge che l'alterità al plurale dei reati diversi da quello oggetto del processo non lascia dubbio che la serialità ostativa si realizza quando l'autore faccia seguire a due reati della stessa indole un'ulteriore, analoga condotta illecita.
I reati possono ben essere successivi a quello in esame, perchè si verte in un ambito diverso da quello della disciplina legale della recidiva; ed è in questione un distinto apprezzamento in ordine, appunto, alla serialità dei comportamenti.
Nè appaiono condivisibili le preoccupazioni di chi vede in tale memorizzazione un vulnus a diritti fondamentali, quando l'accertamento dell'esistenza del reato implicato in tale genere di pronunzia non sia avvenuto all'esito del giudizio. Tali perplessità non tengono conto del fatto che l'annotazione è l'antidoto indispensabile contro l'abuso dell'istituto. Se questo è il trasparente scopo della previsione, non si scorge per quale ragione chi abbia fruito del beneficio all'esito di una procedura che lo ha personalmente coinvolto, possa dolersi della discussa annotazione.
Occorre tuttavia ribadire che la trascrizione della decisione serve e rileva solo all'interno del sottosistema di cui ci si occupa.
Il rilievo dell'accertamento in ordine all'esistenza dell'illecito implicato dalla dichiarazione di non punibilità è allora esattamente e solo quello di costituire un "reato" che, sommato agli altri della stessa indole richiesti dalla legge nei termini di cui si è detto, dà luogo alla legale abitualità del comportamento.
Infine è da considerare l'ultima categoria di reati Indicati dalla norma: quelli che hanno ad oggetto condotte plurime, abituali e reiterate. Il legislatore evoca senz'altro, in primo luogo, reati che presentano l'abitualità come tratto tipico: il pensiero corre subito, esemplificativamente, al reato di maltrattamenti in famiglia.
Analogamente per ciò che riguarda i reati che presentano nel tipo condotte reiterate. Anche qui un esempio si rinviene agevolmente nel reato di atti persecutori. In tali ambiti, può dirsi, la serialità è un elemento della fattispecie ed è quindi sufficiente a configurare l'abitualità che esclude l'applicazione della disciplina; senza che occorra verificare la presenza di distinti reati.
15. I principi sin qui esposti possono essere sintetizzati come segue.
"L'art. 131-bis cod. pen. si applica ad ogni fattispecie criminosa, in presenza dei presupposti e nel rispetto dei limiti fissati dalla medesima norma".
"Il comportamento è abituale quando l'autore ha commesso, anche successivamente, più reati della stessa indole, oltre quello oggetto del procedimento".
"Alla esclusione della punibilità per particolare tenuità del fatto consegue l'applicazione, demandata al Prefetto, delle sanzioni amministrative accessorie stabilite dalla legge".
"La inammissibilità del ricorso per cassazione preclude la deducibilità e la rilevabilità di ufficio di tale causa di esclusione della punibilità".
"Nei soli procedimenti pendenti davanti alla Corte di cassazione per fatti commessi prima dell'entrata in vigore della nuova normativa, la relativa questione, in applicazione dell'art. 2 c.p., comma 4, è deducibile e rilevabile d'ufficio ai sensi dell'art. 609 c.p.p., comma 2".
"La Corte di cassazione, se riconosce la sussistenza di tale causa di non punibilità, la dichiara d'ufficio ex art. 129 c.p.p., comma 1, annullando senza rinvio la sentenza impugnata a norma dell'art. 620 c.p.p., comma 1, lett. l)".
16. Alla luce di tale lettura della disciplina legale occorre ritenere che le indicate precedenti condanne configurino l'abitualità del comportamento che esclude l'applicazione del nuovo istituto. Infatti, anche a tralasciare la condanna per guida senza patente, illecito recentemente depenalizzato, figurano le indicate due condanne per illeciti previsti dal codice della strada che vanno senz'altro ritenute della stessa indole di quella oggetto del presente giudizio.
Già In passato la Corte di cassazione ha colto, non sempre organicamente, la indicata varietà di parametri che, alternativamente, valgono a definire la stessa indole dei reati, ponendo l'accento sul bene giuridico e sulle modalità esecutive (da ultimo, Sez. 6, n. 53590 del 20/11/2014, Genchi, Rv. 261869; Sez. 1, n. 44255, del 17/09/2014, Durdev, Rv. 260800; Sez. 1, n. 27906 del 15/04/20/14, Stocco, Rv. 260500). Si è in particolare fatto riferimento, tra l'altro, alle circostanze oggettive, alle condizioni di ambiente e di persona nelle quali le azioni sono state compiute, ad aspetti che in qualche guisa rendano evidente l'inclinazione verso un'identica tipologia criminosa, a modalità di esecuzione che rivelino una propensione verso la medesima tecnica delittuosa (Sez. 3, n. 3362 del 04/10/1996, Barrese, Rv. 206531).
Orbene, il criterio oggettivo del bene giuridico accomuna i reati di cui all'art. 186 C.d.S., comma 2, e art. 189 C.d.S., commi 6 e 7.
Infatti, come si è sopra accennato, le indicate incriminazioni vietano comportamenti posti in essere nell'ambito della circolazione stradale che rischiano di determinare o aggravare conseguenze lesive nei confronti delle persone e quindi, sia pure in modo mediato, colgono i beni giuridici della vita e dell'integrità personale.
17. Il primo ed il terzo motivo di ricorso sono privi di pregio. La pronunzia impugnata considera che l'imputato ha riportato numerose condanne anche per reati analoghi ed ha già fruito della sospensione condizionale della pena. Se ne inferisce che la prognosi è assolutamente negativa; e quindi, con implicita evidenza, che non vi sono le condizioni per la concessione del richiesto beneficio della sospensione condizionale della pena.
Quando l'etilometro viene fatto dopo ore, non basta dedurre il passaggio del tempo per vincere la prensuzne di ebbrezza al momento della guida.
Guida in stato di ebbrezza alcolmetria etilometro
Costituzionalmente illegittima la mancata previsione della non menzione, nei certificati del casellario chiesti dall’interessato, dei provvedimenti concernenti la sanzione sostitutiva del lavoro di pubblica utilità.
Il giudice deve verificare la sussistenza dei presupposti della causa di non punibilità prevista dall'art. 131 bis c. p.
tenuità del fatto danno di speciale tenuità