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Timestamp: 2019-02-19 21:26:29+00:00
Document Index: 89489056

Matched Legal Cases: ['art. 457', 'art. 565', 'sentenza ', 'art. 2697', 'art. 459', 'art. 2697', 'art. 14']

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Con la morte di una persona gli eredi si trovano di fronte alla scelta se accettare o meno l’eredità. Infatti, in presenza di debiti tributari con il Fisco, il passivo ereditario potrebbe essere superiore all’attivo. Occorre, quindi, valutare preventivamente la consistenza del patrimonio ereditario prima di esprimere la accettazione o la rinuncia all’eredità. In materia si è espressa la Cassazione che ha stabilito che i chiamati all’eredità non rispondono dei debiti tributari.
Dalla data di morte di una persona decorrono i termini per la presentazione della denuncia di successione. Il coniuge, i figli, i parenti sono chiamati all’eredità. In assenza di un testamento, la successione è regolata per legge (art. 457 c.c.) con la finalità di privilegiare coloro che avevano un rapporto di parentela più stretto con il de cuius. L’art. 565 c.c. individua, quindi, i soggetti che sono chiamati all’eredità:
i discendenti, legittimi e naturali
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Eredità e debiti tributari con il Fisco
La questione è stata di recente affrontata dalla Corte di Cassazione con un parere espresso in ordine ad una sentenza emessa dalla Commissione Tributaria Provinciale. La Agenzia delle Entrate, creditrice nei confronti del de cuius per debiti tributari, aveva notificato gli avvisi di accertamento agli eredi. I debiti, relativi a tasse ed imposte non versate dal defunto, secondo l’ADE dovevano essere saldati dagli eredi. Il ricorso era stato accolto positivamente dalla Commissioni Tributaria che aveva ritenuto gli eredi non responsabili in quanto non avevano manifestato l’accettazione dell’eredità.
La Agenzia delle Entrate ricorreva alla Corte di Cassazione contro il giudizio della Commissione Tributaria. Secondo l’ADE, la sola chiamata all’eredità è condizioni sufficiente ai fini della attribuzione della imputabilità dei debiti tributari del de cuius a carico degli eredi (D.P.R. n. 600 del 1973, D.Lgs. n. 346 del 1990 e art. 2697 c.c.).
La Corte di Cassazione ha rigettato le motivazione della Agenzia delle Entrate precisando che la condizione di chiamato all'eredità, anche in presenza di una dichiarazione di successione, non è sufficiente per il riconoscimento della qualità di erede. Infatti, la Corte ha specificato che "... la delazione che segue l'apertura della successione, pur rappresentandone un presupposto, non è di per sé sola sufficiente all'acquisto della qualità di erede" (vedi Tribunale di Bari, sez. II, 8 febbraio 2011, n. 426).
Affinché si possa riconoscere lo status di erede, occorre che si verifichino due condizioni. L'acquisizione del patrimonio ereditario, infatti, può avvenire mediante:
aditio hereditatis, ossia la accettazione dell'eredità
pro herede gestio, vale a dire il comportamento concludente tenuto dagli eredi
In assenza di uno di questi due requisiti, il chiamato all'eredità non assume la qualifica di erede. Pertanto, i debiti tributari non gli possono essere imputati.
A chi spetta il pagamento dei debiti tributari con il Fisco?
L'acquisizione del patrimonio ereditario non è automatica. Il legislatore, infatti, riserva la possibilità ai chiamati all'eredità se accettare o rinunciare. In entrambi i casi ha effetto retroattivo in quanto decorre dalla apertura della successione, ossia dalla data di decesso (art. 459 c.c.). Il chiamato all'eredità può, quindi, manifestare l'intendimento di accettare o rinunciare all'eredità anche successivamente all'apertura della successione. Da quel momento, assumerà la qualifica di erede che decorrerà, retroattivamente, dalla data di decesso del defunto.
L'onere di provare la qualità di erede spetta al ricorrente in giudizio (art. 2697 c.c.). Pertanto, nella causa in esame, è la Agenzia delle Entrate in qualità di ricorrente che ha l'onere di provare ".. l'assunzione da parte del convenuto della qualità di erede .. che .. consegue solo all'accettazione dell'eredità, espressa o tacita".
Come scoprire se il defunto ha dei debiti tributari con il Fisco
Gli eredi, prima di accettare l'eredità, hanno tutto l'interesse a verificare la consistenza e lo stato del patrimonio ereditario. Ma cose si può scoprire se risultino dei debiti tributari? La prima verifica da adottare riguarda il patrimonio immobiliare. Attraverso una visura ipotecaria pregiudizievoli si può scoprire se siano state iscritte ipoteche giudiziali, pignoramenti o decreti ingiuntivi a favore di enti di riscossione. È bene sviluppare ogni singola formalità in modo da conoscere esattamente:
la denominazione dell'ente di riscossione
gli importi riferiti ai debiti tributari, distinti in quota capitale e interessi
gli immobili gravati da iscrizioni pregiudizievoli
I debiti potrebbero gravare anche sui veicoli di proprietà del defunto che potrebbero, di conseguenza, essere sottoposti a fermo amministrativo. In questo caso, la visura al PRA rileva in pochi secondi non solo i dati tecnici del veicolo, auto o moto, ma soprattutto l'importo dei gravami ed il soggetto creditore.
Si può verificare che la Agenzia delle Entrate non abbia ancora notificato gli avvisi di accertamento al defunto. Suggeriamo di controllare sempre anche la regolarità contributiva ed eventuali debiti tributari pendenti con il Fisco. Come? Richiedendo in Agenzia delle Entrate il certificato dei carichi pendenti. Nel documento l'ADE, a norma art. 14, comma 3, D.Lgs. 18 dicembre 1997, n. 472, verifica ed attesta:
l'esistenza di eventuali contestazioni che risultino già definite o in corso di definizione con l'Agenzia delle Entrate
la sussistenza di eventuali carichi pendenti, risultanti in Anagrafe Tributaria, relativi a illeciti amministrativi, versamenti omessi o parziali di IVA, imposte diretto o imposte indirette o altri tributi.