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Timestamp: 2020-04-07 15:06:08+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 2352 del 31/01/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2352 del 31/01/2017
Cassazione civile, sez. III, 31/01/2017, (ud. 29/11/2016, dep.31/01/2017), n. 2352
sul ricorso 1507-2015 proposto da:
O.P., A.G., A.P., elettivamente domiciliate
in ROMA, VIA L. SETTEMBRINI 30/4, presso lo studio dell’avvocato
LORETO ANTONELLO CHIOLA, che li rappresenta e difende unitamente
all’avvocato RICCARDO BERNARDINI giusta procura speciale in calce al
D.T.S., M.A., elettivamente domiciliati in ROMA,
che li rappresenta e difende unitamente all’avvocato LIANA MAGGIANO
avverso la sentenza n. 878/2014 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,
udito l’Avvocato LORETO ANTONELLO CHIOLA;
1. – Con sentenza del luglio 2011, il Tribunale di Genova rigettò la domanda proposta da O.P., A.G. e A.P. al fine di sentir accertare il loro diritto al riscatto del fondo agricolo da esse coltivato, anche dopo essere succedute al proprio dante causa A.S., previa corresponsione della somma di Euro 70.330,62 in favore dei proprietari (acquirenti dalla Metropolis S.p.A.) M.A. e D.T.S., con conseguente retrocessione del terreno medesimo in favore di esse attrici.
2. – Per quanto ancora rileva in questa sede, avverso tale decisione interponevano gravame O.P., A.G. e A.P., che la Corte di appello di Genova rigettava con sentenza resa pubblica il 27 giugno 2014.
2.1. – La Corte territoriale osservava che il rapporto contrattuale originariamente instaurato tra A.S. e la Metropolis S.p.A. era da qualificarsi non già come affitto agrario, bensì in termini di comodato d’uso in forza di plurime circostanze (tenore letterale del negozio, sua sostanziale gratuità e relativa finalità), là dove, inoltre, all’accoglimento della domanda delle attrici ostava, comunque, il disposto della L. n. 590 del 1965, art. 8, comma 2, stante l’edificabilità di parte del terreno oggetto di detto contratto.
2.2. – Il giudice di secondo grado riteneva, quindi, superflua la verifica della sussistenza in capo alle appellanti della qualità di coltivatrici dirette, soggiungendo, comunque, che le prove dedotte sul punto, non ammesse dal Tribunale, non erano stato reiterate in sede di precisazione delle conclusioni nel giudizio di primo grado, così da intendersi rinunciate.
3. – Per la cassazione di tale sentenza ricorrono O.P., A.G. e A.P. sulla base di due motivi.
Resistono con controricorso M.A. e D.T.S., altresì istando per la liquidazione delle spese del procedimento di sospensione dell’esecutività della sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 373 c.p.c..
1. – Con il primo mezzo è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e/o falsa applicazione “del principio di diritto nella parte in cui il rapporto giuridico in essere tra le parti viene qualificato come contratto di comodato in luogo di un contratto d’affitto”.
La Corte territoriale avrebbe errato a qualificare il contratto inter partes come comodato quello che era un contratto di affitto agrario, siccome risultante espressamente dalla lettera accompagnatoria del negozio e dalle fatture emesse dal locatore, nonchè dalla “lunghissima” durata del rapporto, dall’esistenza di un corrispettivo di lire 250.000 annue da reputarsi non simbolico e dalla circostanza che la “natura del contratto” stesso non “era legata alla sola figura del sig. Salvatore A.”, ma anche di esse attrici, quali suoi familiari, eredi ed aventi causa.
Il giudice di appello avrebbe, altresì, errato a ritenere l’edificabilità di parte del fondo, da escludersi in base all’esame del certificato di destinazione urbanistica e dallo stesso atto di vendita.
Con esso, infatti, lungi dal denunciarsi errores in iudicando posto che non è affatto evidenziata, anche ai fini di un eventuale vizio di sussunzione, quale affermazione in iure della Corte di appello contrasti con determinato principio della materia implicata, nè tantomeno si deduce una violazione delle regole di ermeneutica contrattuale -, vengono mosse critiche alla ricostruzione della volontà contrattuale effettuata dalla Corte territoriale, ossia all’apprezzamento di fatto rimesso esclusivamente al giudice del merito e non sindacabile in questa sede, se non per omesso esame di fatti storici decisivi e oggetto di discussione tra le parti, ai sensi del novellato art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (applicabile ratione temporis alla presente controversia, stante la pubblicazione della sentenza impugnata in data 27 giugno 2014). Denuncia, quest’ultima, che non solo non è veicolata dal ricorso, ma che neppure è ravvisabile nella sostanza delle dedotte doglianze, le quali, peraltro, nel rappresentare quale sia l’interpretazione del vincolo contrattuale divisata dalla parte ricorrente (e non già intrinseche illogicità o aporie della motivazione), non sarebbe state scrutinabili nel fondo neppure alla luce del citato art. 360 c.p.c. previgente n. 5.
2. – Con il secondo mezzo è dedotta, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, “erronea e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio”, avuto riguardo alla ritenuta rinuncia all’ammissione delle istanze istruttorie (testimonianze e c.t.u.), quale affermazione erronea da parte della Corte territoriale, avendole esse attrici reiterate in sede di precisazione delle conclusioni in primo grado.
Esso, anche a prescindere dall’erronea deduzione art. 360 c.p.c., comma 1, sub n. 5 (e, invero, anche secondo la non più consentita prospettiva del vizio motivazionale antecedente alla novella legislativa del 2012), è privo della necessaria specificazione in ordine al contenuto delle istanze istruttorie delle quali si era chiesta l’ammissione anche in appello e ciò al fine di consentire a questa Corte di poterne apprezzare la decisività ai fini dell’utilità dell’impugnazione. Peraltro, ove dette istanze istruttorie attenessero alla prova della qualità di coltivatrici dirette delle originarie attrici (come sembra emergere dalle pp. 14 e 17 del ricorso), il motivo sarebbe ugualmente inammissibile, giacchè ormai privato del necessario interesse all’impugnazione che lo deve sorreggere, in ragione del rigetto delle censure veicolate con il primo motivo e, dunque, del giudicato formatosi sulla qualificazione del contratto inter partes come “comodato d’uso”.
3. – Il ricorso va, dunque, dichiarato inammissibile e le ricorrenti condannate, in solido tra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità e di quelle del procedimento di sospensione della sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 373 c.p.c. (spettando a questa Corte la relativa liquidazione: tra le altre, Cass., 22 luglio 2011, n. 16121), come liquidate in dispositivo in conformità ai parametri introdotti dal D.M. 10 marzo 2014, n. 55.
rigetta il ricorso e condanna le ricorrenti, in solido tra loro, al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità e del procedimento ex art. 373 c.p.c., che liquida, rispettivamente, in complessivi Euro 10.200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, e in complessivi Euro 3.200,00, di cui Euro 200,00, per esborsi, oltre, in entrambi i casi, alle spese generali e agli accessori di legge.
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte delle ricorrenti, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma del citato art. 13, comma 1-bis.