Source: https://www.laleggepertutti.it/166848_cartella-pagamento-irpef-e-iva-prescrizione-in-5-anni
Timestamp: 2019-02-20 00:10:55+00:00
Document Index: 156636813

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2953', 'art. 2953', 'art. 2948']

Iva e Irpef si riscuotono annualmente e pertanto si prescrivono nel termine breve, quello cioè di tutti i pagamenti che devono essere effettuati una volta all’anno o in frazioni di tempo inferiori.
Si tratta di un indirizzo minoritario, ma che sta prendendo sempre più piede: quello secondo cui la prescrizione delle tasse da versare almeno una volta all’anno è di cinque anni. È il caso dell’Irpef e dell’Iva. Questo perché si applicherebbe un articolo del codice civile [1] in base al quale si prescrivono in cinque anni (e non in dieci, come invece vuole la regola generale) tutti i pagamenti da eseguirsi periodicamente ad anno o in termini più brevi. Risultato: una volta notificata da Aer (Agenzia delle Entrate-Riscossione) la cartella di pagamento per la riscossione di Irpef ed Iva, se entro cinque anni non viene svolta alcuna attività di riscossione, né notificato un atto di sollecito, un preavviso di fermo o di ipoteca, il debito “scade” e non bisogna più pagare. Lo ha chiarito la Commissione Tributaria di Lodi con una recente e interessante sentenza [2] che si inserisce in un filone interpretativo che il nostro giornale sta seguendo da diversi anni (leggi: Irpef non pagato: prescrizione in 5 anni e Irpef e Iva si prescrivono in cinque anni). Ma procediamo con ordine e vediamo quando di prescrivono l’Irpef e l’Iva.
Quando un contribuente non versa un’imposta, l’ente titolare del credito (per Iva e Irpef si tratta dell’Erario e, quindi, per suo conto, l’Agenzia delle Entrate) notifica un avviso di pagamento e, in caso di mancato adempimento, iscrive la somma a ruolo delegando della riscossione l’Aer (Agenzia delle entrate-Riscossione). Subito dopo, l’esattore – ormai un ente pubblico – notifica la cartella di pagamento e, da tale momento, inizia a decorrere il termine di prescrizione che, a detta della Cassazione, per le imposte erariali, è di 10 anni (leggi: La prescrizione Iva e Irpef è sempre 10 anni e Prescrizione Iva e Irpef: la bufala). Di diverso avviso alcuni giudici di primo e secondo grado secondo cui il credito tributario per imposte da versare almeno una volta all’anno – come Irpef, Iva e Irap – si prescrive in cinque anni. Ciò vale anche se, nel frattempo, è stata notificata una cartella di pagamento e questa non è stata contestata entro 60 giorni, divenendo pertanto definitiva. L’Iva, l’Irpef e l’Irap, infatti, sono tributi «periodici», da pagare cioè annualmente. Per cui, se a distanza di oltre cinque anni dalla consegna della cartella, viene spedito un successivo atto di sollecito (come un’intimazione di pagamento o un preavviso di fermo o di ipoteca), lo stesso è nullo, così come l’intera cartella esattoriale. Lo stesso dicasi se, fuori dai termini suddetti, arriva un pignoramento.
Ad affermare tali principi (con riferimento a un credito Iva) è, come detto, la Commissione Tributaria Provinciale di Lodi.
Il dubbio nasce per via del fatto che non esistono norme specifiche che stabiliscano in quanto tempo Iva ed Irpef si prescrivono. Di qui le differenze interpretative tra i vari giudici. Una cosa però è certa: i termini di prescrizione della cartella di pagamento non cambiano anche se questa non viene impugnata per tempo. Questo principio, scaturito da una importante sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione dello scorso novembre [3], deriva da una considerazione abbastanza semplice: le cartelle esattoriali, anche se divenute definitive per mancata contestazione, restano atti amministrativi e non sono giammai equiparabili alle sentenze «passate in giudicato» che, invece, si prescrivono in 10 anni. Dunque, posta la diversa natura dell’atto, non si può parlare di medesimi termini di prescrizione. La conseguenza è che per le cartelle di pagamento non è previsto un unico – e sempre uguale – termine di prescrizione, ma questo varia a seconda del credito che, nella cartella stessa, viene preteso. E se per le imposte locali (come Imu, Tasi, Tari, Tosap, ecc.) non ci sono dubbi che la prescrizione sia sempre di 5 anni, per quelle erariali invece c’è un contrasto tra le aule dei tribunali. In ogni caso, diventa sempre più fitto il numero di precedenti che ritengono che ad Iva ed Irpef si applichi la prescrizione breve (cinque anni) e non quella ordinaria (10 anni).
[1] Art. 2948 coc. civ.
[2] Ctp Lodi, sent. n. 24/01/17.
[omissis] Il collegio, esaminati gli atti e i documenti prodotti, ritiene che il ricorso sia fondato e pertanto vada accolto per quanto di ragione.
La sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 2339/2016, risolvendo il contrasto giurisprudenziale in materia di prescrizione delle cartelle di pagamento, ha affermato il principio secondo cui «qualunque sia il credito cui si riferisce, quindi sia che attenga al pagamento di tributi oppure di contributi previdenziali, sia che si riferisca a sanzioni pecuniarie per violazioni tributarie o amministrative e così via, pur avendo natura di atto amministrativo con le caratteristiche del titolo esecutivo… tuttavia è privo di altitudine ad acquistare efficacia di giudicato perché è espressione del potere di auto accertamento e di autotutela detta p.a.
Pertanto, l’inutile decorso del termine perentorio per proporre l’opposizione, pur determinando la decadenza dall’impugnazione non produce effètti di ordine processuale, ma solo l’effetto sostanziale dell’irretrattabilità del credito (qualunque ne sia la fonte di diritto pubblico o di diritto privato), con la conseguente inapplicabilità dell’art. 2953 cod. civ. ai fini della prescrizione».
Nell’ampia motivazione della richiamata sentenza, la Corte pone una sostanziale diffèrenziazione fra quegli atti di accertamento del credito (tributario per quanto qui di interesse) che promanano da actio judicati e quelli che sono espressione dell’operato accertativo della p.a. per i quali non vi sia stato un passaggio giudiziario e quindi ritenuti in sé privi dell’attitudine di acquistare efficacia di giudicato, ricollegando solo ai primi, per effetto dell’art. 2953 c.c., la conversione del termine prescrizionale breve in quello ordinario decennale.
In altri termini, in tema di riscossione delle imposte e delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie, non opera la conversione del termine di prescrizione breve, eventualmente previsto, in quello ordinario decennale se non in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo.
Nel caso di specie, ove è pacifico fra le parti che la cartella di pagamento ( ) non è stata oggetto di alcuna impugnativa giudiziale, per i suesposti principi, trova applicazione il termine di prescrizione quinquennale previsto dall’art. 2948, n. 4 c.c. attesa la periodicità del tributo.
Pertanto, a prescindere dalle eccezioni relative alla validità o meno della notifica della cartella di pagamento in questione e considerato che detta notifica sarebbe avvenuta il 15/1/2010, alla data di notificazione dell’intimazione di pagamento, avvenuta l’8/4/2016, risulta comunque trascorso inutilmente oltre un quinquennio si che il credito erariale deve ritenersi prescritto. ( )