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Timestamp: 2017-11-21 10:00:51+00:00
Document Index: 177139994

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﻿ CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 02 agosto 2017, n. 19186 - IVA - Operazioni Premi - Fatture - Assoggettabili ad Iva - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 agosto 2017, n. 19186 – IVA – Operazioni Premi – Fatture – Assoggettabili ad Iva
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 02 agosto 2017, n. 19186
IVA – Operazioni Premi – Fatture – Assoggettabili ad Iva
In esito a verifica condotta nei confronti della A.M. S.p.A., i verbalizzanti hanno riscontrato che questa società emetteva nei confronti delle società concessionarie di spazi pubblicitari, tra le quali la M.P. s.r.l., fatture aventi come oggetto “premi impegnativa”, che assoggettava ad iva con l’aliquota del 20% ed a ritenuta fiscale a titolo di Ires, prevista dall’art. 25 del d.P.R. n. 600 del 1973. Di rimando, le società concessionarie, e quindi anche la M.P. s.r.l.., ricevute le fatture, le contabilizzavano, detraendo gli importi dell’Iva. L’Ufficio ha qualificato i “premi impegnativa” come cessioni di danaro a titolo gratuito, in quanto tali non assoggettabili ad Iva ed ha per conseguenza rettificato la relativa dichiarazione per l’anno 2006 presentata dall’odierna controricorrente, con recupero dell’imposta assunta come indebitamente detratta.
La M.P. s.r.l. ha impugnato il relativo avviso di accertamento, ottenendone l’annullamento dalla Commissione tributaria provinciale, con sentenza poi confermata da quella regionale, che condivise la ricostruzione operata dai primi giudici sulla assoggettabilità delle operazioni a Iva, in presenza del presupposto dell’onerosità del rapporto.
Contro questa sentenza l’Agenzia delle entrate propone ricorso per cassazione, che affida a due motivi, cui la contribuente reagisce con controricorso, illustrato con memoria
Ragioni de decisione
Il primo motivo del ricorso principale denuncia, in relazione all’art. 360, comma primo, n. 4, c.p.c., violazione dell’art. 36 del d. Igs. n. 546 del 1992. La sentenza è censurata per difetto di motivazione, essendosi la Ctr limitata ad una motivazione recettizia di quella adottata dal primo giudice.
Il motivo è infondato. Va infatti ribadito il principio per cui è legittima la motivazione per relationem della sentenza pronunciata in sede di gravame, purché il giudice d’appello, facendo proprie le argomentazioni del primo giudice, esprima, sia pure in modo sintetico, le ragioni della conferma della pronuncia in relazione ai motivi di impugnazione proposti, in modo che il percorso argomentativo desumibile attraverso la parte motiva delle due sentenze risulti appagante e corretto. Deve viceversa essere cassata la sentenza d’appello allorquando la laconicità della motivazione adottata, formulata in termini di mera adesione, non consenta in alcun modo di ritenere che all’affermazione di condivisione del giudizio di primo grado il giudice di appello sia pervenuto attraverso l’esame e la valutazione di infondatezza dei motivi di gravame (Cass. n. 15483/2008; n. 8625/2010; n. 11138/2011). Parimenti, la motivazione della sentenza per relationem è ammissibile, purché il rinvio venga operato in modo tale da rendere possibile ed agevole il controllo della motivazione, nella fattispecie ampiamente fattibile, essendo necessario che si dia conto delle argomentazioni delle parti e dell’identità di tali argomentazioni con quelle esaminate nella pronuncia oggetto del rinvio (Cass. n. 7347/2012), non potendo ricorrere alcun difetto di esaustività nel modo con cui le ragioni della decisione debbono risultare (Cass., S.U, n. 642/2015).
In questo senso il controllo della motivazione è nella specie ampiamente fattibile perché la Ctr, nel condividere la sentenza di primo grado, ripropone l’argomento essenziale della decisione dei primi giudici, fatto proprio e condiviso (e cioè la qualificazione del rapporto quale prestazione di servizio imponibile) e la tesi contraria dell’Ufficio, di conseguenza disattesa.
Il secondo motivo denuncia, in relazione all’art. 360, comma primo, n. 3 c.p.c., violazione o falsa applicazione degli artt. 2, comma terzo, e 3, comma primo, del d.P.R. n. 633 del 1972.
E’ oggetto di censura la valutazione della Ctr, là dove aveva ravvisato l’esistenza fra il Centro Media e la concessionaria di un rapporto obbligatorio rilevante ai fini Iva, mentre tali caratteri, secondo la ricorrente, non erano invece ravvisabili nel caso di specie, in quanto non esisteva una obbligazione di fare a cui il Centro Media fosse obbligato nei confronti della concessionaria, non sussistendo di conseguenza né prestazione di servizio, né corrispettivo, per cui la dazione della somma rappresentava solo un premio per il vantaggio conseguito dall’impresa concessionaria della pubblicità.
Il motivo è inammissibile. Dalle norme di cui il motivo assume la violazione, interpretate secondo gli insegnamenti della Corte di Giustizia, ne discende che l’applicabilità dell’Iva presuppone la sussistenza di un rapporto obbligatorio a prestazioni corrispettive intercorrente tra il soggetto erogante e il soggetto beneficiario, nell’ambito del quale la somma versata assume carattere di corrispettivo per una cessione di beni o di una prestazione di servizi. A sua volta il motivo di cui all’art. 360, comma primo, n. 3, c.p.c. costituisce una doglianza circoscritta all’interpretazione della norma astratta applicata dal giudice al caso concreto, investendo quindi la validità ed ortodossia della conclusione ermenueutica (Cass. n. 16896/2007). Ciò spiega perché, quando il ricorso è proposto per tale motivo, il requisito posto dal n. 4 dell’art. 366 c.p.c.si consideri soddisfatto solo se il ricorso contiene la specifica indicazione delle affermazioni in diritto rinvenibili nella sentenza che si assumono in contrasto con le norme regolatrici della fattispecie o con l’interpretazione di queste stesse fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla dottrina prevalente, perché solo così la Suprema corte è posta in condizione di verificare il fondamento della violazione denunciata (Cass. n. 21659/2005; n. 2707/2004). Viceversa nel ricorso non è minimamente indicato che la sentenza abbia, contra legem, affermato che sono imponibili dazioni di somme che non siano in relazione di corrispettività con una prestazione, né la ricorrente ha denunciato che la Ctr ha ritenuto imponibile l’operazione nonostante non avesse riscontrato nella fattispecie concreta il nesso di corrispettività fra le prestazioni.
In verità la sentenza ha deciso in quel modo non perché abbia malamente inteso la portata precettiva delle norme che stabiliscono i requisiti di imponibilità delle operazioni, ma perché ha accertato, nel rapporto fra il Centro Media e la concessionaria, il nesso di corrispettività fra le prestazioni richiesto da quelle stesse norme ai fini della imponibilità. Ciò significa che, nel caso di specie, il risultato interpretativo in linea di principio censurabile non è quello raggiunto dal giudice di merito sulla portata precettiva della norma, ma piuttosto quello sulla fattispecie concreta, di cui la ricorrente avrebbe dovuto allegare l’errata ricognizione in base alle risultanze di causa (Cass. n. 26110/2015). Ma allora è inevitabile dedurne che la sentenza doveva essere censurata per vizio motivazione e per violazione delle norme e principi che governano l’interpretazione contrattuale (cfr. Cass. n. 11310/1999; norme e principi che comprendono anche la valutazione giuridica del contratto, che costituisce una delle operazioni collegate all’interpretazione dei contratti: Cass. n. 3205/1995), con la conseguente inammissibilità ex art. 366, comma primo, n. 4, c.p.c. del presente motivo con il quale viene, invece, dedotto l’erronea ricognizione della fattispecie astratta recata dagli art. 3, comma primo, e 2, comma terzo, del d.P.R. n. 633 del 1972.
Rigetta il primo motivo di ricorso; dichiara inammissibile il secondo; condanna la ricorrente al pagamento, in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida nell’importo di € 4.000,00 per compensi, oltre rimborso spese forfetarie nella misura del 15% e accessori di legge.