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Timestamp: 2020-07-10 00:33:04+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2901', 'sentenza ', 'art. 2901', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2901', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1803', 'art. 1803', 'art. 1599', 'sentenza ', 'art. 1599', 'art. 6', 'art. 1599', 'art. 2643', 'art. 1599', 'sentenza ', 'art. 2643', 'art. 1599']

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Casa familiare: l'assegnazione è opponibile anche ai terzi che abbiano acquistato prima del provvedimento del Giudice
29 Settembre 2015 | Andrea Gragnani
Il convivente è detentore qualificato dell’immobile ed esercita il diritto di godimento su di esso in posizione del tutto assimilabile al comodatario, anche quando proprietario esclusivo sia l’altro convivente, che assume quindi la posizione di comodante.
Il provvedimento di assegnazione, così come è opponibile al terzo comodante, è opponibile anche ove il comodante sia l’altro convivente, proprietario dell’immobile ed è irrilevante il fatto che l’originario proprietario dell’immobile sia terzo oppure componente della coppia.
Tali consolidati principi trovano applicazione anche nell’ipotesi in cui l’originario proprietario dell’immobile abbia trasferito la proprietà del bene medesimo, rimanendo immutato e senza soluzione di continuità il vincolo costituito dal comodato preesistente, giustificato da un doppio titolo detentivo: il primo costituito dalla convivenza di fatto con il proprietario dante causa, il secondo dalla destinazione dell’immobile a casa familiare, prima della alienazione a terzi, e dalla cristallizzazione di tale ulteriore vincolo mediante l’assegnazione della casa familiare.
Il genitore collocatario della prole può accedere alla tutela della revocatoria se la vendita ha avuto lo scopo di sottrarre una parte del patrimonio del debitore all’adempimento degli obblighi alimentari verso i propri familiari, qualora l’avente causa fosse a conoscenza della destinazione dell’immobile anche prima della consacrazione di tale destinazione dovuta al provvedimento di assegnazione a casa famigliare disposta dal giudice, per la cui opponibilità infranovennale, peraltro, non è necessaria la trascrizione.
Tizio e Caia, non coniugati e genitori di figli minori, vivevano in una casa di proprietà di Tizio che, in vista della crisi, precedentemente alla sua uscita di casa e all’assunzione dei provvedimenti relativi alla prole (e, in particolare, all’assegnazione della casa famigliare alla madre), aveva venduto l’immobile a una società terza (di cui l’avvocato del padre era socio e di cui la figlia dell’avvocato era legale rappresentante).
Caia aveva chiesto e ottenuto dichiarazione di inefficacia della vendita nei suoi confronti ex art. 2901 c.c. giacché pregiudizievole degli oneri economici (i.e.: il mantenimento dei figli) conseguenti alla “separazione” dei genitori.
La Società acquirente, prima dell’intervenuta revocatoria, aveva agito nei confronti di Caia per il rilascio dell’immobile.
In primo grado, il Tribunale, ha accolto la domanda di rilascio formulata dalla società acquirente sul presupposto che l’assegnazione, peraltro nemmeno trascritta, essendo stata pronunciata ben due anni dopo la vendita dell’immobile, non fosse opponibile al terzo.
La Corte d’appello ha confermato la sentenza, rilevando che:
il provvedimento di assegnazione non fosse opponibile al terzo acquirente perché successivo all’atto di acquisto e neppure trascritto;
lo stesso procedimento per il rilascio fosse stato promosso anteriormente al provvedimento di assegnazione;
nel caso in esame non fosse applicabile né lo statuto della locazione né quello del comodato, mancando peraltro la prova, in questo secondo caso, che il padre avesse lasciato l’immobile in uso alla madre prima di averlo venduto;
a nulla rilevasse che la società acquirente fosse a conoscenza dell’occupazione dell’immobile da parte della madre e delle figlie né che fosse stata pronunciata la revocatoria della vendita, trattandosi di un istituto atto a tutelare il credito mediante la conservazione del patrimonio del debitore, il che non ha nulla a che vedere con la tutela di un diritto di godimento di un bene quale è l’assegnazione della casa familiare effettuata in ambito famigliare.
La sentenza è stata impugnata da Caia.
La Suprema Corte, intervenendo nel caso in esame, è stata chiamata a pronunciarsi su tre questioni:
la natura del rapporto che lega il convivente, genitore, all’immobile adibito a residenza familiare (che la Corte qualifica come comodato);
l’opponibilità dell’occupazione dell’immobile al terzo che abbia acquistato la casa familiare prima dell’intervento del provvedimento di assegnazione; corollario di ciò è anche la definizione dello stesso provvedimento di assegnazione, che la Cassazione sembra qualificare come ratifica ex post di un precedente vincolo impresso dal proprietario al bene oggetto di compravendita;
i margini di operatività della revocatoria ex art. 2901 c.c..
La Corte di Cassazione ha completamente ribaltato le decisioni di merito appena descritte, contestandone il fondamento e affermando principi del tutto opposti, a nostro modo di vedere non condivisibili.
Il ragionamento della Corte parte dal presupposto della qualificazione quale comodato del titolo in virtù del quale la madre, durante la convivenza con il padre, abitava nell’immobile.
Nel fare ciò essa, richiama argomentazioni e proprie decisioni relative alla tutela possessoria, accordata in simili fattispecie a chi sia stato estromesso da un immobile dal convivente proprietario dello stesso; in particolare la Corte richiama la propria giurisprudenza nella quale, per garantire la tutela possessoria al convivente estromesso da un immobile, si afferma che la convivenza more uxorio attribuisce al convivente che non sia proprietario dell’immobile, nei rapporti con il convivente proprietario, «un potere di fatto basato su di un interesse proprio (...) ben diverso da quello derivante da ragioni di mera ospitalità, tale da assumere i connotati di una detenzione qualificata, che ha titolo in un negozio giuridico di tipo familiare» (così Cass., 21 marzo 2013, n. 7214). Tuttavia, nel fare ciò, la Corte si spinge ben oltre le proprie decisioni precedenti, in quanto una cosa è dire che sussiste nell’ordinamento un negozio giuridico di tipo familiare tale da dare al convivente una detenzione qualificata dell’immobile, altra cosa è dire che ciò sia qualificabile come un contratto di comodato (per la precisione la Corte afferma che un convivente è «detentore qualificato dell’immobile ed esercita il diritto di godimento su di esso in posizione del tutto assimilabile al comodatario, anche quando proprietario esclusivo sia l’altro convivente»).
La Cassazione, al fine di affermare la sussistenza di un diritto dei minori alla tutela abitativa anche nell’ambito della famiglia di fatto, sente quindi il bisogno di richiamare la giurisprudenza costituzionale (C. Cost., 13 maggio 1998, n. 166) e la propria conseguente giurisprudenza (Cass. civ.,26 maggio 2004, n. 10102), in virtù delle quali è stato riconosciuto che «il diritto dei figli minori nati fuori del matrimonio alla conservazione dell’habitat familiare costituisce una soluzione interpretativa costituzionalmente necessitata». E ciò, nonostante si tratti di un principio ampiamente acquisito dalla giurisprudenza da circa un quindicennio e nonostante i più recenti interventi legislativi abbiano totalmente parificato la tutela giuridica dei minori, siano essi nati dentro o fuori il matrimonio (cfr. L. n. 212/2013 e D.Lgs. n. 154/2014).
Fatte queste premesse, il passaggio successivo del ragionamento della sentenza in esame richiama la giurisprudenza della medesima Corte con riferimento all’assegnazione in caso di comodato. Per la precisione si dice che il provvedimento di assegnazione, così come è opponibile al terzo comodante, nei limiti e con le modalità delineati dalle varie sentenze di legittimità in materia (il «provvedimento di assegnazione in favore del coniuge affidatario di figli minorenni o convivente con figli maggiorenni non autosufficienti senza loro colpa, emesso nel giudizio di separazione o di divorzio, non modifica la natura ed il contenuto del titolo di godimento sull'immobile, ma determina una concentrazione, nella persona dell'assegnatario, di detto titolo di godimento, che resta regolato dalla disciplina del comodato» Cass. civ., n. 13603/2004, poi chiarito e precisato da Cass. civ., S.U., 29 settembre 2014, n. 20448), è opponibile anche ove il comodante sia l’altro convivente, proprietario dell’immobile.
Si veda a questo proposito il passaggio della sentenza ove si legge che il fatto che «l’originario proprietario dell’immobile» sia «terzo o componente della coppia è irrilevante».
E qui arriviamo al passaggio finale del ragionamento, che è bene richiamare per esteso per analizzarlo con la dovuta precisione.
La Corte afferma innanzitutto che «tali consolidati principi trovano applicazione anche nell’ipotesi in cui l’originario proprietario dell’immobile (...) abbia trasferito la proprietà del bene medesimo, rimanendo immutato e senza soluzione di continuità il vincolo costituito dal comodato preesistente, giustificato da un doppio titolo detentivo: il primo costituito dalla convivenza di fatto con il proprietario dante causa, il secondo dalla destinazione dell’immobile a casa famigliare, prima della alienazione a terzi, e dalla cristallizzazione di tale ulteriore vincolo mediante l’assegnazione della casa familiare».
Conclude quindi la Suprema Corte sul punto asserendo che «non rileva, nella specie, l’anteriorità del trasferimento immobiliare rispetto al provvedimento di assegnazione dell’immobile a casa familiare (...)», per due ragioni:
perché «la qualità di detentore qualificato in capo alla ricorrente è pacificamente preesistente al trasferimento immobiliare»;
perché è indiscussa la«destinazione dell’immobile a casa familiare impressa anche dal proprietario genitore e convivente con la ricorrente e le minori medesime fino al suo allontanamento volontario».
In altre parole, la Corte ritiene del tutto irrilevanti, ai fini dell’opponibilità al terzo acquirente del diritto all’occupazione dell’immobile da parte della madre collocataria delle figlie, sia l’esistenza di un preesistente provvedimento di assegnazione, sia la sua trascrizione, essendo a suo dire sufficienti, peraltro in via autonoma tra loro, sia l’esistenza di un contratto di comodato tra il convivente proprietario e l’altro convivente, sia il fatto che, comunque, l’immobile fosse stato destinato per scelta del proprietario ad abitazione familiare.
Il ragionamento della Cassazione, stante il risultato che la stessa si era prefissato, avrebbe potuto concludersi qui. Tuttavia, essa ha ritenuto di affrontare anche la questione della revocatoria, affermando che l’istituto di cui all’art. 2901 c.c., per quanto previsto allo scopo di conservare la garanzia patrimoniale a tutela del credito, può essere utilizzato anche a tutela di un diritto di godimento quale è quello dell’assegnazione della casa familiare. Nel fare ciò la Corte afferma che la tutela della revocatoria può essere invocata se «la vendita ha avuto lo scopo di sottrarre una parte del patrimonio del debitore all’adempimento degli obblighi alimentari verso i propri familiari», qualora «l’avente causa fosse a conoscenza della destinazione dell’immobile anche prima della consacrazione di tale destinazione dovuta al provvedimento di assegnazione a casa famigliare disposta dal Tribunale per i minorenni, per la cui opponibilità infranovennale, peraltro, non è necessaria la trascrizione».
La Cassazione censura quindi la decisione della Corte d’Appello, affermando che la centralità che la stessa ha «conferito alle cadenze temporali relative al trasferimento immobiliare, all’instaurazione dell’azione di rilascio e della domanda di affidamento delle minori ed infine al provvedimento di assegnazione della casa familiare (la cui datazione non dipende dalla diligenza della ricorrente e che è opponibile ancorché non trascritta nel novennio), è priva di rilievo nella specie, in quanto superata dalla conoscenza della preesistenza della destinazione a casa familiare da parte del terzo acquirente dell’immobile e dalla consapevole finalità di eliminarne tale carattere mediante il trasferimento unitamente al dante causa».
La Corte ha quindi ritenuto che l’assegnazione, o meglio l’occupazione, dell’immobile fosse opponibile al terzo acquirente sia in ragione dell’affermato preesistente comodato, sia in ragione dell’ autonomo vincolo di destinazione a casa familiare impresso sull’immobile dal proprietario, sia infine dell’avvenuta revocatoria; e in conseguenza di ciò ha cassato senza rinvio la sentenza della Corte di Appello, rigettando la domanda di rilascio.
La sentenza in esame esprime principi del tutto contrari al dettato normativo ed è quindi palesemente errata in tutti i suoi passaggi, per le seguenti ragioni.
Il primo passaggio non condivisibile risiede nell’affermazione secondo cui, nel caso di convivenza more uxorio in cui uno solo dei conviventi sia proprietario dell’immobile adibito a casa famigliare, l’altro convivente assumerebbe il ruolo di comodatario del medesimo immobile. Nel fare ciò, come abbiamo visto sopra, la Corte richiama la propria giurisprudenza secondo cui il convivente estromesso contro la sua volontà dalla casa familiare può accedere alla tutela possessoria in quanto detentore qualificato dell’immobile con un suo potere di fatto sul bene basato su di un interesse proprio. Non è questa la sede per esaminare tale giurisprudenza e ci limitiamo ad osservare che la stessa desta non poche perplessità circa la sua tenuta giuridica. Ciò che rileva ai fini del presente lavoro, infatti, è che la Corte deduce dalla disciplina del comodato effetti giuridici che la stessa non può avere.
Osserviamo innanzitutto sul punto che perché vi sia un contratto vi deve essere per prima cosa la volontà di concluderlo, con piena consapevolezza del suo contenuto e dei suoi effetti, il che manca certamente in una fattispecie come questa, in cui è evidente che chi adibisce la propria casa ad abitazione della propria famiglia o a luogo di una convivenza more uxorio non intende certamente concludere un comodato con il proprio convivente. Ciò, infatti, stride con il dettato della norma, che prevede la consegna del bene da un soggetto ad un altro quale elemento essenziale per la stessa conclusione del contratto (art. 1803, comma 1, c.c.: «Il comodato è il contratto col quale una parte consegna all’altra una cosa mobile o immobile perché se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituire la stessa cosa ricevuta»). In altre parole il contratto di comodato prevede che il comodante si spogli del bene per darlo al comodatario, il quale lo deve custodire, conservare e restituire nei termini previsti dalle parti e dal codice. Il che non è certo il caso ove vi sia una convivenza e quindi un uso congiunto.
Il richiamo dell’istituto del comodato, pertanto, nel ragionamento della Corte, pare più che altro un escamotage argomentativo per i successivi passaggi volti a conseguire il risultato dell’opponibilità al terzo dell’occupazione dell’immobile, ma non ha alcun fondamento giuridico.
È altrettanto censurabile il ragionamento della Corte consistente nel fatto di affermare come pacifico che il preesistente contratto di comodato sia opponibile al terzo acquirente, mentre è vero esattamente il contrario, come evidenziato dalla dottrina (M. Fragali, Del Comodato, in Commentario Scialoja Branca al Codice Civile, art. 1803 e ss., Bologna, Roma, 1970, 337 e ss) e dalla stessa giurisprudenza di legittimità (Cass. n. 5454/1991, secondo cui «Il contratto di comodato di un bene stipulato dall'alienante di esso in epoca anteriore al suo trasferimento non è opponibile all'acquirente del bene atteso che le disposizioni dell’art. 1599 c.c. non sono estensibili, per il loro carattere eccezionale, a rapporti diversi dalla locazione»; nonché, Cass. n. 11424/1992,, secondo cui «L'acquirente di un immobile non può risentire alcun pregiudizio dall'esistenza di un comodato costituito in precedenza dal venditore, giacché per effetto del trasferimento in suo favore il compratore acquista ipso iure il diritto di far cessare il godimento da parte del comodatario e di ottenere la piena disponibilità della cosa»).
Con la sentenza in esame la Corte ha quindi contraddetto un principio giuridico consolidato e dalla stessa precedentemente affermato con la chiarezza appena evidenziata, senza nemmeno porsi il problema dell’esistenza di un suo precedente indirizzo, ma anzi affermando la propria convinzione in modo apodittico.
La Corte ha altresì affermato, come abbiamo visto sopra, l’esistenza nell’ordinamento di un vincolo di destinazione dell’immobile adibito a casa famigliare opponibile ai terzi acquirenti indipendentemente e a prescindere dalla pronuncia di un provvedimento di assegnazione, nonostante di ciò non vi sia traccia nelle norme che disciplinano la tutela abitativa dei figli nella crisi famigliare. A confutazione della tesi sostenuta dalla Cassazione, basti dire che nel nostro ordinamento, per limitare il diritto di proprietà di un soggetto, è necessario che vi sia un titolo previsto dalla legge, trattandosi di un diritto reale esercitabile senza condizioni erga omnes. Ciò è talmente chiaro nel nostro sistema giuridico che le norme prevedono, in caso di crisi famigliare, che il diritto di continuare ad abitare nella casa famigliare da parte di un genitore con i figli possa essere disposto unicamente da un provvedimento giudiziale, in mancanza del quale il diritto di proprietà continua ad essere esercitato in pienezza.
Come abbiamo avuto modo di osservare (A. Gragnani, La tutela del diritto di assegnazione della casa familiare, in Famiglia, Persone e Successioni, 2008, 318 e ss), vi sono ordinamenti, ad esempio quello francese, in cui la casa famigliare è sottoposta ad un vincolo di destinazione in forza del quale ogni disposizione sull’immobile (vendita, messa in locazione, disdetta della locazione, rilascio, ecc.), può essere effettuata solamente da entrambi i coniugi, pena l’annullabilità dell’atto dispositivo. Ma chiaramente non è questo il caso dell’Italia, in cui una simile norma non sussiste.
Non vi è dubbio che nel nostro ordinamento si ponga il problema della tutela del diritto all’assegnazione nel periodo critico che intercorre tra l’insorgere della crisi coniugale e l’assunzione dell’eventuale provvedimento di assegnazione e a ciò avevamo dedicato il nostro lavoro sopra citato, ipotizzando come soluzione la trascrizione del ricorso; tuttavia, la soluzione non può certamente essere la creazione giurisprudenziale di un vincolo di destinazione dell’immobile che non solo non sussiste nelle norme, ma che al contrario è negato proprio dal fatto che, per giungere a porre un vincolo sull’immobile, la legge prevede, nei rapporti tra le parti, il provvedimento di assegnazione, e nei rapporti con i terzi, la trascrizione ai fini dell’opponibilità. Diversamente, infatti, vorrebbe dire che si sta affermando che, una volta deciso il collocamento dei figli presso un genitore, quel genitore ha un diritto di continuare ad abitare nella casa famigliare con i figli, con buona pace del fatto che la legge, per giungere a ciò, prevede che il giudice disponga un provvedimento di assegnazione.
Altro errore compiuto dalla Corte consiste nel fatto di avere affermato l’irrilevanza della sequenza temporale degli eventi, prima fra tutti l’anteriorità della vendita rispetto all’assunzione del provvedimento di assegnazione, sul presupposto che lo stesso sarebbe opponibile al terzo acquirente anche in caso di sua mancata trascrizione quantomeno per il periodo di nove anni dall’assegnazione. Va da sé che se si afferma la sussistenza di un comodato e di un vincolo di destinazione in quanto casa familiare, entrambi autonomamente opponibili ai terzi, come abbiamo detto sopra a nulla rileva il problema dell’assegnazione e della sua opponibilità, a meno che la Corte non voglia individuare nell’assegnazione una sorta di ratifica a posteriori, perché a quel punto si sta affermando l’opponibilità di qualcos’altro (ovvero il comodato e il predetto vincolo di destinazione in via autonoma e distinta tra loro). Ci preme però contestare, in questo passaggio, anche il richiamo della opponibilità della assegnazione nei nove anni dall’assunzione del provvedimento, perché ciò costituisce un evidente fraintendimento della normativa vigente.
Il termine dei nove anni viene richiamato in quanto originariamente la legge prevedeva che, ai fini dell’opponibilità ai terzi, si facesse riferimento all’art. 1599 c.c. dettato in materia di locazioni. Il richiamo veniva fatto dall’art. 6, comma 6, l. div., il quale, colmando un vuoto normativo durato ben diciassette anni, si era preoccupato di disciplinare l’opponibilità ai terzi del provvedimento di assegnazione rinviando alla disciplina del citato art. 1599 c.c. (principio poi esteso anche alle separazioni da C. Cost.,27 luglio 1989, n. 454). Tale norma prevede, per l’opponibilità ai terzi dei contratti di locazione, una distinzione tra contratti di durata inferiore ai nove anni e contratti di durata superiore, disponendo che per i primi l’opponibilità sussiste sempre e comunque purché aventi data certa anteriore alla vendita e per i secondi solo in caso di loro trascrizione.
Come si vede, la premessa della rilevanza del termine dei nove anni, entro il quale non era necessaria la trascrizione del provvedimento, era che un provvedimento fosse stato emesso prima della vendita. Ciò che la Corte sta dicendo, invece, è che il provvedimento di assegnazione, una volta emesso, è opponibile ai terzi che abbiano acquistato in un momento anteriore. Il che, ovviamente non è ammissibile, a prescindere dal fatto che si sia dentro il termine di nove anni dall’assegnazione. Va da sé, infatti, che un fatto, per essere opponibile a un terzo acquirente, deve essersi verificato prima dell’acquisto, senza che l’assegnazione possa costituire una sorta di verifica a posteriori.
Detto questo, occorre rilevare che la Cassazione dimentica di osservare che, con la riforma sull’affidamento condiviso, è stata prevista, per tutte le situazioni di crisi familiare, una disciplina unica dell’assegnazione della casa familiare, poi confermata con la riforma della filiazione del 2014, in virtù della quale «Il provvedimento di assegnazione e quello di revoca sono trascrivibili e opponibili a terzi ai sensi dell'art. 2643 c.c.».
Anche sul punto ci permettiamo di rimandare al lavoro sopra citato, ove osservavamo che il testo della norma sembra non lasciare dubbi circa il fatto che, attualmente, la trascrizione dell’assegnazione è sempre necessaria ai fini dell’opponibilità ai terzi, essendo stato completamente superato il richiamo dell’art. 1599 c.c. con la disciplina sopra citata, che pone un temine di nove anni entro il quale non era necessaria la trascrizione.
Veniamo infine alla questione della revocatoria: la giurisprudenza di legittimità, in precedenza aveva precisato che «L'azione revocatoria, essendo diretta a conservare nella sua integrità la garanzia generica assicurata al creditore dal patrimonio del debitore, ove esperita vittoriosamente, non travolge l'atto di disposizione posto in essere dal debitore, ma determina semplicemente l'inefficacia di esso nei confronti del creditore che l'abbia esperita per consentire allo stesso di esercitare sul bene oggetto dell'atto l'azione esecutiva per la realizzazione del credito, e non può essere esercitata, quindi, dall'assegnatario della casa coniugale al fine di inibire, all'acquirente dell'immobile venduto dal coniuge titolare del bene, di chiedere la consegna dello stesso in conseguenza dell'atto di acquisto» (Cass. civ., 22 maggio 2007, n. 11830; in dottrina A. Gragnani e I. Menotti, La tutela dell’assegnatario non può essere garantita con un’istanza conservativa, commento a Cass., sent.,22 maggio 2007, n. 11830, in Famiglia e Minori, 2007, 7, 56).
Con la decisione in commento, la Corte ha ribaltato il proprio indirizzo precedente, senza però affrontare il problema dell’esistenza di un contrasto interpretativo, ma anzi affermando principi apodittici.La soluzione corretta al caso esaminato dalla sentenza in esame lo avevano dato le corti di merito con le decisioni sopra citate.
Il primo principio che occorre affermare è che non sussiste nel nostro ordinamento un vincolo di destinazione dell’immobile a casa dei figli dopo la separazione dei genitori che prescinda, precedendolo, dal provvedimento di assegnazione. Né sussiste, nell’ordinamento, la possibilità di qualificare come comodato il rapporto che si crea tra il genitore proprietario dell’immobile e l’altro genitore con esso convivente. Ciò in quanto la proprietà è un diritto reale assoluto, come tale esercitabile erga omnes, senza che si possano individuare vincoli immanenti nell’ordinamento ma non disciplinati chiaramente e inequivocabilmente dalla legge. È quindi pacifico che la casa di un genitore, per continuare ad essere abitata dall’altro genitore con i figli, deve essere assegnata.
Le corti di merito hanno correttamente sottolineato l’importanza delle sequenze temporali degli eventi affermando che presupposto essenziale dell’opponibilità dell’assegnazione ai terzi acquirenti di una casa adibita ad abitazione familiare è che l’assegnazione sia disposta anteriormente alla vendita. A nulla rileva quindi una assegnazione successiva.
Ai fini della opponibilità, a nostro modo di vedere è necessaria la trascrizione, stante l’inequivocabile richiamo delle norme sugli atti trascrivibili (i.e.: l’art. 2643 c.c.), non trovando più spazio nell’ordinamento il richiamo della più favorevole disciplina dettata dall’art. 1599 c.c., stante la modifica della norma.
Infine, ribadiamo che per la tutela abitativa de qua non può essere richiamata la disciplina dell’azione revocatoria, che è prevista per situazioni affatto diverse, ovvero per la tutela delle obbligazioni, non già per un diritto personale di godimento di carattere abitativo quale è quello rappresentato dall’assegnazione della casa familiare.
Quando la domanda di assegnazione della casa familiare va riproposta in sede di giudizio di divorzio?
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