Source: https://www.laleggepertutti.it/212047_raccomandazione-al-lavoro-cosa-si-rischia
Timestamp: 2018-10-16 17:38:45+00:00
Document Index: 43666944

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 319', 'art. 192', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.\n317', 'art. 319', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 624', 'art. 628', 'art. 360', 'art. 317', 'art. 319', 'sentenza ', 'art. 317']

Raccomandazione al lavoro: cosa fare?
Raccomandazione al lavoro: cosa si rischia?
Assunzione o promozione: chiedere una raccomandazione non è reato se si tratta di una semplice preghiera, anche se il posto riguarda una pubblica amministrazione.
Si sente spesso parlare di assunzioni o promozioni fatte in favore di raccomandati. Ma farsi raccomandare è legale oppure vietato? E chi assume un raccomandato è libero di farlo e di scegliere chi vuole, anche se meno capace rispetto agli altri candidati, oppure può essere denunciato? L’argomento trae spesso in inganno, un po’ per via del naturale (e comprensibile) pregiudizio, un po’ perché si ignora la legge. In un paese come l’Italia, non potevano mancare proprio le sentenze che parlano di raccomandati al lavoro e come comportarsi quando il classico “figlio di papà” salta la fila. Potrà ad esempio sorprendere scoprire che chi paga per avere una “buona parola” e poi non viene soddisfatto non può pretendere la restituzione dei soldi. Urgono quindi chiarimenti: in caso di raccomandazione al lavoro, cosa si rischia? Cercheremo di spiegarlo qui di seguito.
1 Raccomandazione al lavoro privato
2 Raccomandazione al lavoro pubblico
3 Quando la raccomandazione è reato?
Raccomandazione al lavoro privato
La raccomandazione è vietata solo nei posti pubblici e non in quelli privati. Nel comparto privato, difatti, il datore di lavoro è libero di assumere e promuovere i dipendenti sulla base delle proprie scelte, senza dover dar conto a nessuno. Ciò che però non può fare è pregiudicare i diritti degli altri lavoratori. Ad esempio, non per promuovere una persona si può trasferire o peggio licenziarne un’altra. I motivi di trasferimento in altra sede devono sempre trovare, in comprovate esigenze della produzione, la loro giustificazione. In assenza di ciò, il trasferimento deve ritenersi discriminatorio e quindi illegittimo. Occhio però: chi non si presenta al lavoro solo perché ritiene di essere stato trattato in modo ingiusto può essere licenziato. Difatti, per disobbedire a un ordine del datore di lavoro si deve prima ottenere un provvedimento del giudice che lo annulli. Il che significa avviare una causa contro l’azienda. Solo quando l’ordine è abnorme e lesivo dei diritti fondamentali del lavoratore questi si può opporre prima ancora del provvedimento del tribunale (si pensi al capo che impone il trasferimento a un lavoratore con una grave malattia e già titolare della legge 104; o che chiede a un funzionario di pulire i bagni).
Pagare per ottenere una raccomandazione in un posto di lavoro privato non costituisce un reato; tuttavia l’accordo va considerato contrario al buon costume. Con la conseguenza che, in caso di inadempimento – ossia di mancata assunzione – chi ha dato il denaro non può più chiederlo indietro. A detta della Cassazione [1], la raccomandazione per un posto di lavoro è un patto turpe anche se nessuna norma del codice penale lo vieta. La sanzione quindi è limitata a un profilo civilistico e consiste nella nullità del contratto. Stringere un patto contrario al buon costume ha lo svantaggio di non avere tutele se la prestazione non viene eseguita. Detto in parole povere, se paghi per avere una raccomandazione e poi la raccomandazione non viene data o non sortisce effetti non puoi ottenere indietro i tuoi soldi.
Raccomandazione al lavoro pubblico
Opposto è il discorso quando la raccomandazione viene fornita per un posto pubblico o per una promozione. Ma anche qui non mancano le sorprese. Vediamo qual è la disciplina.
Al pubblico impiego, così come per gli avanzamenti di carriera nella P.A., si può accedere solo mediante concorso. Se si assume in assenza di un bando o se, nonostante il bando, si eseguono “manovre artificiose” pur di far passare il raccomandato di turno, si commette reato. Ma chi è responsabile del reato? Il privato che chiede la raccomandazione (ad esempio il padre che si rivolge al direttore di un’amministrazione per chiedergli di assumere il figlio) oppure il pubblico ufficiale che accetta l’invito rivoltogli e raccomanda il privato? A riguardo c’è una sentenza della Cassazione [2] che potrebbe lasciarti di stucco. Secondo la Cassazione, la raccomandazione è legittima quando non si sostanzia in comportamenti coattivi, in minacce o in latenti insinuazioni nei confronti del pubblico ufficiale, ma lascia quest’ultimo libero di aderire o meno all’invito. Ad esempio, rivolgersi al sindaco di un paese e pregarlo di trovare un posto nei vigili urbani non è illegale; ma far presente che, in caso di mancata assunzione, non gli si darà più il voto o lo si accuserà pubblicamente di una serie di illeciti può integrare profili penali.
Lo stesso dicasi se la raccomandazione proviene da un pubblico ufficiale nei confronti di un altro dipendente pubblico o di un privato: la richiesta di raccomandazione diventa abuso d’ufficio solo se ci sono comportamenti positivi o coattivi che incidono sull’operato altrui.
Per configurare un reato, la raccomandazione deve consistere nell’esercizio del potere pubblico per scopi diversi da quelli che gli sono propri; per cui se non c’è esercizio del potere (come nel caso della semplice richiesta di raccomandazione, senza alcuna minaccia o controprestazione) non siamo nell’ambito del penale e quindi non c’è abuso d’ufficio.
Sicuramente, però, il reato si configura nel momento in cui, dopo la promessa, conseguono i fatti. Chi assume una persona in un pubblico ufficio non rispettando le regole imposte dalla Costituzione, ossia l’obbligo del concorso, non si salva dalla condanna penale.
Quando la raccomandazione è reato?
Secondo una recente sentenza della Cassazione [3], commette concussione il sindaco che costringe ad assumere un raccomandato presso un ente pubblico o qualsiasi altra amministrazione. Il reato di concussione [4] punisce qualsiasi pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio che, abusando della propria qualità o dei poteri che gli sono attribuiti dalla legge, costringe un’altra persona a dare o a promettere indebitamente, a lui o a terzi, denaro o altre utilità. La sanzione è la reclusione da 6 a 12 anni.
Il reato di concussione è caratterizzato da un abuso del pubblico agente che agisce con violenza o minaccia, esplicita o implicita, di cagionare un danno illegittimo al soggetto costretto, limitandolo nella propria libertà di determinazione. Ad esempio: «Se non assumi Giovanni poi dovrai fare i conti con me». Il destinatario viene quindi posto di fronte all’alternativa tra il subire un danno o evitarlo adempiendo al comando.
La concussione si distingue dal più lieve reato di induzione indebita [5]: in questo secondo caso il pubblico ufficiale non minaccia un danno in caso di mancata esecuzione del suo comando ma opera solo una persuasione, una pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di autodeterminazione del destinatario (quest’ultimo, disponendo di più ampi margini decisionali, finisce con l’obbedire alla richiesta in quanto motivato dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale).
[2] Cass. sent. n. 32035/2014.
[3] Cass. sent. n. 15792/2018.
[4] Art. 317 cod. pen. per come modificato dalla legge n. 190/2012.
[5] Art. 319 quarter cod. pen.
Sentenza 20 marzo – 10 aprile 2018, n. 15792
Dott. GALLO Domenico Presidente – del 20/03/2018 – Dott. DI PAOLA Sergio – Consigliere –
Dott. MESSINI D’AGOSTINI Piero – Consigliere – Dott. DE SANTIS A.M. – rel. Consigliere –
B.U., n. a (OMISSIS);
avverso la sentenza emessa dalla Corte di Appello di Catanzaro in data 5/10/2016; – visti gli atti, la sentenza impugnata e il ricorso;
– Udita nell’udienza pubblica del 20/3/2018 la relazione fatta dal Consigliere Dott. Anna Maria
De Santis;
Udita la requisitoria del Sostituto Procuratore Generale, Dott. MARINELLI Felicetta, che ha
concluso per l’annullamento con rinvio alla Corte d’Appello di Salerno;
Udito il difensore della p.c. Avv. Gianluca Garritano che ha depositato conclusioni scritte e nota
Udito il difensore dell’imputato Avv. Francesco D’Alessandro che si è riportato ai motivi,
1.Con sentenza n. 27392/16 resa in data 19/5/2016 la Corte di Cassazione, Sezione Sesta
Penale, annullava la decisione della Corte d’Appello di Catanzaro del 15/9/2015 che aveva
confermato il giudizio di penale responsabilità del ricorrente in ordine al delitto di concussione
continuata ascrittogli al capo A) della rubrica per aver costretto, nella qualità di sindaco del
Comune di (OMISSIS), D.B.I., amministratore unico della società che gestiva la casa di riposo
G.V., ad assumere alle dipendenze della compagine F.A. quale custode e D.L.S. quale
assistente sociale, minacciando in caso contrario di estrometterlo dalla gestione della struttura
e di ritardare l’emissione dei mandati di pagamento per spettanze già maturate.
La pronunzia rescindente rilevava che dalla sentenza impugnata non emergeva con chiarezza
se le manifestazioni minacciose nei confronti della p.o. fossero temporalmente collocabili nel
corso della campagna elettorale per le elezioni amministrative comunali,quando il ricorrente
non aveva ancora assunto alcuna carica istituzionale, o nel periodo successivo alla sua
elezione; evidenziava, inoltre, che la Corte territoriale aveva omesso di precisare tempi, forme
e note modali della condotta concussiva all’interno di una congrua ed esaustiva ricostruzione
di tale decisiva fase e non aveva sottoposto a vaglio la censura in ordine all’invocata
applicabilità della meno grave fattispecie di cui all’art. 319 quater c.p..
La Corte d’Appello di Catanzaro, giudicando in sede di rinvio, ha confermato il giudizio di
penale responsabilità del B. per il delitto di concussione, determinando la pena in concorso di
attenuanti generiche – già riconosciute in primo grado- in anni due mesi otto di reclusione.
2.1 la violazione di legge e il vizio della motivazione in relazione all’art. 192 c.p.p. laddove è
stata riconosciuta l’attendibilità del narrato della p.o. senza considerare in alcun modo gli
elementi di prova (diretta e indiretta) in insanabile contrasto con la ricostruzione dei fatti
ritenuta in sentenza in relazione al capo A). Secondo il ricorrente, la Corte territoriale è incorsa
in errori valutativi che si traducono in cattivo governo delle norme giuridiche in tema di
apprezzamento della prova con riguardo ad entrambi i profili oggetto d’annullamento. In
dettaglio, la difesa ritiene che la sentenza impugnata sia fondata su un apprezzamento
parziale e scorretto delle prove acquisite, avendo trascurato le deduzioni difensive esposte nei
motivi d’appello, in parte recepite dalla sentenza annullata con la quale il giudice del rinvio non
ha ritenuto di doversi confrontare. Infatti, ha ritenuto l’esistenza di plurimi elementi che
consentono di collocare temporalmente le minacce rivolte dal B. al D.B. in epoca successiva
all’assunzione della qualità di sindaco sebbene la p.o. non sia stata in grado di indicare anche
una sola condotta di minaccia successiva all’insediamento mentre quelle asseritamente
formulate nel corso della campagna elettorale non sono idonee ad integrare la fattispecie di
concussione per difetto della qualifica pubblicistica dell’agente. E’ stato lo stesso D.B. a riferire
con riguardo all’assunzione del F. che l’imputato si limitò ad una telefonata con la quale gli
comunicava che il giovane l’aveva cercato senza riuscire a mettersi in contatto con lui mentre
la D.L. si presentò presso la casa di riposo spendendo il nome del sindaco, senza alcun diretto
intervento del medesimo. Le uniche minacce riferite dalla p.o. risultano temporalmente
collocate nel periodo precedente le elezioni del 2007 e appaiono finalizzate prima ancora che
procacciare assunzioni presso la Socagen ad ottenere il consenso elettorale del D.B..
Inoltre, secondo la prospettazione difensiva la sentenza impugnata ha operato un’indebita
sovrapposizione tra richieste di assunzione e minacce a carattere costrittivo, reiteratamente
confondendo i due profili e ritenendo con un evidente salto logico che dalle minacce formulate
in sede di campagna elettorale possano discendere, quasi come necessaria conseguenza,
analoghe condotte del medesimo tenore anche in epoca successiva. Incongrui risulterebbero
al fine della collocazione temporale delle pretese minacce i riferimenti alle circostanze riferite
alla p.o. dallo S. come pure il fatto che il F. e la D.L. si siano presentati al D.B. asserendo di
essere stati mandati dal Sindaco. Ancor più fragile risulterebbe l’argomento speso dalla Corte
d’Appello in ordine alla maggior credibilità della tesi che vuole la denunzia non frutto di un
intento ritorsivo per l’annunciata intenzione dell’amministrazione comunale di non rinnovare la
concessione alla Socagen ma il portato delle continue intromissioni dell’imputato nella gestione
dell’attività, nonostante le difformi emergenze processuali che la Corte ha incongruamente
Analogamente la sentenza impugnata ha errato nella valutazione della credibilità del
dichiarante con riguardo all’asserita mancanza di puntualità nei pagamenti da parte del
Comune dal momento che le dichiarazioni della p.o. sul punto risultano smentite dai
documenti acquisiti al fascicolo e dall’esito della causa civile che ha rigettato l’azione della
Socagen nei confronti dell’amministrazione comunale, accogliendo la domanda riconvenzionale
Il D.B. risulta ugualmente scarsamente credibile nella ricostruzione della vicenda concernente
l’assunzione del F. (il quale, peraltro, ha sempre negato qualsiasi interessamento dell’imputato
per favorirla) dal momento che alla scadenza del contratto a tempo determinato,
pretesamente stipulato per effetto dell’intervento coercitivo del prevenuto, il D.B. rinnovò il
contratto trasformandolo a tempo indeterminato. Dette circostanze non sono state valutate
dalla Corte territoriale che ha parimenti trascurato la difforme versione dell’incontro presso
l’Hotel (OMISSIS) offerta dal teste P. mentre sono prive di attitudine a riscontrare le
propalazioni delle p.o. le dichiarazioni dei testi R. e Br.. L’arbitraria selezione delle evidenze
disponibili e la mancata scrupolosa verifica della credibilità delle prove dichiarative integrano
ad avviso della difesa un grave vizio motivazionale rilevante sotto i profili dell’erroneità, della
parziale mancanza e della illogicità dell’apparato giustificativo;
2.2 la violazione di legge e il vizio della motivazione in relazione alla ritenuta responsabilità
dell’imputato per il delitto di concussione invece che di induzione indebita. Il ricorrente
lamenta che la Corte d’Appello ha confermato la sussunzione del fatto nel paradigma dell’art.
317 c.p. sulla base di una rappresentazione dei fatti smentita dalle acquisizioni probatorie dal
momento che l’asserita minaccia di ostacolare i pagamenti alla Socagen avrebbe avuto ad
oggetto somme che il D.B. richiedeva al Comune ma non gli erano dovute, come accertato in
sede dibattimentale e nel contenzioso civile tra le parti, circostanze che la Corte ha omesso di
valutare e che inducono a ritenere che – in considerazione delle innumerevoli inadempienze
della società- l’accondiscendenza del D.B. alle richieste di assunzioni debba inquadrarsi in
un’ottica di specifico tornaconto personale volto ad evitare che il Comune iniziasse a
contestare il puntuale adempimento delle obbligazioni contrattuali e a rifiutare i pagamenti.
3. Il primo motivo non merita accoglimento siccome infondato. Devesi in via di premessa
evidenziare che la pronunzia rescindente ha delimitato l’ambito del rinvio alla ricostruzione e collocazione temporale delle condotte minacciose e alla necessità di scandagliare l’eventuale
applicabilità della diversa fattispecie di cui all’art. 319quater c.p.. Siffatta precisa
perimetrazione palesa l’inammissibilità delle censure che concernono l’attendibilità della p.o.,
trattandosi di profilo non censurato nè imprescindibilmente connesso all’accertamento
demandato alla Corte territoriale, che anzi presuppone l’affidabilità del narrato della p.c.,
imponendone la rivalutazione all’esclusivo fine del corretto inquadramento giuridico.
E’ insegnamento pacifico della giurisprudenza di legittimità che anche nel giudizio penale il
giudicato può avere una formazione non simultanea, bensì progressiva quando una sentenza
di annullamento parziale riguardi solo alcuni degli imputati ovvero alcune delle imputazioni
ovvero quando detta pronuncia abbia ad oggetto una o più statuizioni relative ad un solo
imputato e ad un solo capo di imputazione, perchè anche in tal caso il giudizio si esaurisce in
relazione a tutte le disposizioni non annullate (Sez. U. n. 20 del 09/10/1996, Vitale, Rv.
206170).
Se, pertanto, la libertà del giudice di rinvio è completa quando la precedente sentenza di
merito sia stata totalmente messa nel nulla dalla pronuncia della Cassazione, è invece
condizionata quando l’annullamento sia stato parziale, mantenendo pieno effetto ad alcune
statuizioni giacchè in tal caso la sentenza del giudice di rinvio si integra con quelle parti
dell’originaria sentenza che risolvevano questioni di fatto o di diritto che la Corte di Cassazione
ha ritenuto esattamente risolte dal giudice di merito. La libertà di indagine del giudice di rinvio
non può, dunque, che essere interpretata nel senso che tale libertà deve ritenersi piena nei
soli ambiti che non coinvolgono questioni ormai precluse a seguito delle pronunce già
effettuate e ritenute intangibili dalla Corte di Legittimità.
Questa Corte ha, inoltre, precisato che l’art. 624 c.p.p. con l’espressione “parti della sentenza”,
che diventano irrevocabili a seguito del giudizio della Corte di Cassazione di parziale
annullamento con rinvio, ha inteso fare riferimento a qualsiasi statuizione avente
un’autonomia giuridico-concettuale, e, quindi, non solo alle decisioni che concludono il giudizio
in relazione ad un determinato capo di imputazione, ma anche a quelle che, nell’ambito di una
stessa contestazione, individuano aspetti non più suscettibili di riesame, acquistando, anche in
relazione a questi ultimi, la decisione adottata autorità di cosa giudicata (Sez. 1, n. 11041 del
05/10/1995, Barbieri, Rv. 202860). Nel caso di specie, il rinnovato apprezzamento della prova
dichiarativa in conformità alla decisione di primo grado ha un valore meramente ricognitivo e
non è suscettibile di censura alla luce dell’art. 628 c.p.p., comma 2.
4. La Corte territoriale è pervenuta alla conferma del giudizio di penale responsabilità del
ricorrente in esito ad un ampio scrutinio delle circostanze di fatto acquisite in sede
dibattimentale, ritenendo che le minacce a valenza costrittiva poste in essere nei confronti del
D.B. siano iniziate già nel corso della campagna elettorale e proseguite dopo l’elezione a
Sindaco del prevenuto nel maggio 2007, culminando nella diretta presentazione del F. e della
D.L. al D.B. ” a nome del Sindaco” per l’assunzione. La tesi di un’insanabile cesura tra le
condotte minatorie attuate dal B. nei confronti del D.B. in epoca antecedente la rielezione e
l’assunzione dei due lavoratori non è condivisibile alla luce della complessiva ricostruzione della
vicenda operata dalle conformi sentenze di merito. Invero, risulta pacificamente accertato che
il B., già Sindaco dell’omonimo Comune dal giugno 2006 al febbraio 2007 e rieletto a seguito
dello scioglimento del consesso e dell’indizione di nuove elezioni amministrative, nutriva
ragioni di risentimento nei confronti della p.o., responsabile della gestione della Casa di Riposo
(OMISSIS), per motivi politici, non avendo il D.B. appoggiato la sua candidatura già nel 2006,
esponendosi ad iniziative latamente ritorsive, avendo in tal senso la parte civile interpretato gli
stretti controlli amministrativi cui la struttura veniva assoggettata e i ritardi nella
corresponsione dei pagamenti per i servizi prestati. Nel corso della campagna elettorale per il
rinnovo dell’amministrazione a seguito del commissariamento, il sindaco uscente B.,
nuovamente candidato,in almeno due occasioni incontrava, grazie all’intermediazione di
conoscenti, il D.B. sollecitandone l’appoggio politico, pretendendo l’assunzione presso la
struttura di soggetti da lui segnalati e paventando in caso contrario gravi ricadute sulla
gestione della Casa di Riposo. Per tal via conseguiva il consenso del D.B. ad appoggiarlo nella
nuova tornata elettorale e a farsi carico delle segnalazioni di lavoratori da assumere.
4.1 Deve innanzitutto rilevarsi come la ricostruzione dei fatti accreditata dalle sentenze di
merito evidenzi l’assenza di soluzioni di continuità nell’azione del prevenuto tra il primo e il
secondo mandato sicchè il primo giudice segnalava che “la condotta del B. è costantemente
connotata dall’abuso delle qualità e dei poteri connessi alla carica, anche nel breve periodo in
cui giuridicamente non li esercitava”. Alla luce di detto rilievo deve osservarsi che le condotte
poste in essere dal B. nel corso della campagna elettorale del 2007 non erano attribuibili ad un
privato cittadino candidato ad una carica amministrativa sibbene ad un amministratore che a
distanza di poche settimane dallo scioglimento del consiglio comunale si ricandidava alla
massima carica, spendendo nelle sue relazioni con gli oppositori politici qualifiche e poteri che
più non gli competevano ma che erano di fatto esercitati dal momento che nel corso
dell’incontro con il D.B. presso l’Hotel (OMISSIS), intermediato da P.T., egli non esitava a
telefonare alla funzionaria Be.Ag. per sollecitare alcuni pagamenti a favore della Casa di
Non è, dunque, fuor di luogo il richiamo al disposto dell’art. 360 c.p., in base al quale, se la
qualità di pubblico ufficiale è elemento costitutivo di un reato, l’esistenza di questo non è
esclusa dalla cessazione di tale qualità al momento del fatto, disposizione che pone un
principio di carattere generale, da applicarsi in ogni ipotesi in cui sia ravvisabile un rapporto
funzionale tra la – pur cessata – qualità di pubblico ufficiale e la commissione del reato.
La pronunzia rescindente ha al riguardo segnalato che la norma in esame stabilisce un
peculiare criterio di collegamento tra la specificità del bene giuridico tutelato dalle relative
fattispecie incriminatrici e la concreta capacità offensiva di una condotta la cui realizzazione è
in concreto resa possibile dalla natura dell’attività precedentemente esercitata, precisando che
l’ultrattività della qualifica personale si basa su un collegamento di natura funzionale con il
fatto che il legislatore ha in via eccezionale considerato rilevante ma la tassatività della relativa
sequenza temporale impone pur sempre di ritenere che il fatto deve seguire la perdita della
qualità, non precederne l’assunzione. Nella specie, in guisa del tutto peculiare le più evidenti
condotte costrittive risultano intercluse da segmenti temporali che vedono il ricorrente
ricoprire la qualifica di P.u. e anche nel periodo della campagna elettorale del 2007 la condotta
del prevenuto recava l’impronta della carica solo formalmente cessata.
4.2 Ma anche a voler diversamente opinare deve rilevarsi che le minacce profferite nei
confronti del D.B., aventi ad oggetto il preannunziato intralcio nella gestione della casa di
riposo e il ritardo nei pagamenti dovuti, erano dotate di un’efficienza causale destinata a
protrarsi nel tempo, non esaurendo la loro carica intimidatoria al momento della loro
formulazione. La prospettazione di un comportamento emulativo teso ad ostacolare la
gestione dell’attività imprenditoriale della p.c. era, infatti, destinata ad attualizzarsi con la
rielezione del B. e con la richiesta di dar corso alle assunzioni di soggetti dal medesimo
La giurisprudenza di legittimità ha precisato che la promessa di denaro o di altra utilità è
sufficiente per la consumazione del reato di concussione solo quando il fatto costrittivo sia
unico e relativo ad uno specifico atto e non quando la forza intimidatrice del pubblico ufficiale
tenda non solo ad operare in relazione ad un primo atto, ma anche nel futuro in riferimento ad
una pluralità di atti e di comportamenti fortemente dilazionati nel tempo. In tal caso
l’originaria promessa di future utilità costituisce soltanto una generica adesione ad una
proposta che, per essere operante, ha bisogno del realizzarsi di successive condizioni tra cui la
sussistenza attuale del potere del pubblico ufficiale (Sez. 6, n. 11204 del 10/06/1989, Teardo,
Rv. 181951; n. 2142 del 26/09/2007, Marino e altri, Rv. 238836).
Il condivisibile principio desumibile dalle pronunzie richiamate in ordine ad un fatto costrittivo
che proiettandosi nel futuro riproduca il metus e lo attualizzi in relazione ai singoli episodi di
indebita dazione trova conforto sistematico nell’affermazione secondo cui il delitto di
concussione si perfeziona alternativamente con la promessa o con la dazione indebita per
effetto dell’attività di costrizione o di induzione del pubblico ufficiale o dell’incaricato di
pubblico servizio, sicchè, se tali atti si susseguono, il momento consumativo si cristallizza
nell’ultimo, venendo così a perdere di autonomia l’atto anteriore della promessa e
concretizzandosi l’attività illecita con l’effettiva dazione, secondo un fenomeno assimilabile al
reato progressivo (Sez. 6, n. 45468 del 03/11/2015, Macrì e altro, Rv. 265453).
4.3 Nella specie, pertanto, anche a voler ritenere, secondo gli assunti difensivi, che la carica
minatoria espressa dal ricorrente nei confronti del D.B. si sia limitata alla fase della campagna
elettorale senza rinnovate esplicite manifestazioni in epoca successiva, non è revocabile in
dubbio che la concreta attivazione del sinallagma illecito, che subordinava la garanzia dei
pagamenti e la tranquillità della gestione della casa di riposo all’assunzione dei soggetti
segnalati dal sindaco, è avvenuta solo a seguito della rielezione del B. e faceva leva sulla
concreta, sia pure implicita, rievocazione e attualizzazione della minaccia e sulla conseguente
coartazione della volontà del privato. Che alcuna cesura sia ravvisabile nella condotta del
prevenuto sotto il profilo dell’abuso costrittivo emerge con evidenza dalla ricostruzione
dell’episodio dell’assunzione del F. effettuato dalla p.o. e convalidato dalle dichiarazioni del R.,
giacchè l’omonimo assessore che accompagnò il giovane presso l’abitazione del D.B. si limitò
ad asserire “questa è la persona”, ottenendo dall’interlocutore l’invito a recarsi presso la Casa
di Riposo il giorno successivo per l’assunzione. E nello stesso senso depone la telefonata del B.
al D.B. intesa a rappresentargli che il F. lo aveva cercato senza trovarlo, telefonata che nella
sua apparente asetticità dimostrava il personale interesse del Sindaco all’assunzione e rendeva
concreta ed attuale l’alternativa di ritorsioni in danno della società in caso di diniego.
Pertanto, come correttamente ritenuto dalla Corte territoriale le minacce e le richieste di
assunzioni sono progressive espressioni della condotta abusiva, caratterizzate dalla perdurante
costrizione della libera determinazione del privato che, quantunque iniziata ancor prima della
riassunzione della carica di sindaco da parte del B., è pervenuta a consumazione in epoca
successiva all’elezione con conseguente integrazione dell’illecito ascritto sub A).
5. Ad analoghi esiti reiettivi deve pervenirsi con riguardo alle censure che attingono la
mancata sussunzione del fatto nella fattispecie di induzione indebita.
Il delitto di concussione, di cui all’art. 317 c.p. nel testo modificato dalla L. n. 190 del 2012, è
caratterizzato, dal punto di vista oggettivo, da un abuso costrittivo del pubblico agente che si
attua mediante violenza o minaccia, esplicita o implicita, di un danno “contra ius” da cui deriva
una grave limitazione della libertà di determinazione del destinatario che, senza alcun
vantaggio indebito per sè, viene posto di fronte all’alternativa di subire un danno o di evitarlo
con la dazione o la promessa di una utilità indebita, e si distingue dal delitto di induzione
indebita, previsto dall’art. 319 quater c.p. introdotto dalla medesima L. n. 190, la cui condotta
si configura come persuasione, suggestione, inganno (sempre che quest’ultimo non si risolva
in un’induzione in errore), pressione morale con più tenue valore condizionante della libertà di
autodeterminazione del destinatario il quale, disponendo di più ampi margini decisionali,
finisce col prestare acquiescenza alla richiesta della prestazione non dovuta, perchè motivato
dalla prospettiva di conseguire un tornaconto personale, che giustifica la previsione di una
sanzione a suo carico (Sez. U, n. 12228 del 24/10/2013, Maldera e altri, Rv. 258470; Sez. 6,
n. 9429 del 02/03/2016, Gaeta e altro, Rv. 267277).
I caratteri scriminanti del danno antigiuridico e del vantaggio indebito risultano nella specie
correttamente scrutinati dal momento che s’appalesa sicuramente contra jus la richiesta di
assunzione di plurimi soggetti pretesa dall’agente ad onta delle esigenze della società gestrice
della struttura, senza alcuna considerazione dei profili professionali eventualmente necessari e
in dispregio di trasparenti procedure di selezione del personale, al fine di soddisfare in maniera
clientelare le istanze di soggetti elettoralmente vicini al Sindaco. Nè può riconoscersi pregio
all’argomento che adombra un interesse calunnioso del D.B. alla denunzia in considerazione
della propalata volontà dell’amministrazione di non rinnovare alla scadenza il contratto in corso
con la Socagen, trattandosi di un’illazione smentita dagli esiti processuali che confermano,
invece, la situazione di grave sofferenza finanziaria in cui versava la società e l’esistenza di un
contenzioso economico con il Comune, dati che danno conto della penetrante incidenza delle
minacce formulate nei confronti della p.o., la cui portata è insuscettibile di essere
ridimensionata per effetto del postumo riconoscimento delle ragioni dell’amministrazione in
relazione al computo dell’Iva sui corrispettivi maturati.
5.1 La giurisprudenza di questa Corte ha evidenziato in punto di analisi differenziale tra
l’induzione e la costrizione, che qualora rispetto al vantaggio prospettato quale conseguenza
della promessa o della dazione indebita dell’utilità, si accompagni anche un male ingiusto di
portata assolutamente spropositata, la presenza di un utile immediato e contingente per il
destinatario dell’azione illecita risulta priva di rilievo ai fini della possibile distinzione tra
costrizione da concussione ed induzione indebita, in quanto, in tal caso, il beneficio conseguito
o conseguibile risulta integralmente assorbito dalla netta preponderanza del male ingiusto
(Sez. 6, n. 8963 del 12/02/2015, Maiorana, Rv. 262503). Nel caso a giudizio a fronte
dell’abuso costrittivo integrato da reiterate minacce di paralizzare l’attività della Socagen per
ottenere l’assunzione di soggetti graditi al ricorrente, non è dato ravvisare benefici, contingenti
o a lungo termine, per la p.o., costretta ad accedervi per garantire l’operatività della struttura,
avendo il D.B. negato un interesse al rinnovo della concessione, dichiarazione che trova logica
conferma nella scelta di far trasferire la famiglia al nord a seguito di episodi di intimidazione
subiti da ignoti tra l’aprile e il giugno 2007 (pag. 10 sentenza primo grado).
Pertanto, correttamente la Corte territoriale ha confermato la sussunzione del fatto nell’alveo
dell’art. 317 c.p., valorizzando la natura delle minacce, le ricadute coercitive sulla vittima,
l’assenza di profili di indebito vantaggio per la stessa.
6. Il ricorso deve essere conseguentemente rigettato con condanna del ricorrente al
pagamento delle spese processuali e alla rifusione di quelle sostenute dalla p.c. nell’odierno
grado, liquidate come da dispositivo.
nonchè alla rifusione delle spese in favore della parte civile D.B.I. che liquida in
Euro 3.510,00 oltre rimborso spese forfettario nella misura del 15%, CPA e IVA.
Depositato in Cancelleria il 10 aprile 2018.
17/07/2018 alle 21:25
Assumere una persona con raccomandazione significa voto di scambio e/o tangenti pagate per un posto di lavoro e con ottime probabilità persona x non sa fare il suo lavoro. Ne ho visti molti di incapaci e poche persone preparate, la corruzione è sempre stata alta – italia – e dove ci sono clientele non c’è qualità e spesso fanno la scelta corruttiva.