Source: https://www.laleggepertutti.it/233940_acqua-minerale-tenere-le-bottiglie-al-sole-e-reato
Timestamp: 2019-03-24 03:51:12+00:00
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28 Agosto 2018 | Autore: Carlos Arija Garcia
> Diritto e Fisco Pubblicato il 28 Agosto 2018
Ti è capitato di passare davanti ad un negozio di alimentari e di vedere in vetrina delle confezioni di acqua minerale in piena estate e con il sole che batte sul vetro? Avrai pensato: se entro a comprarne una bottiglia me ne daranno un’altra, non proprio quella esposta al sole che sarà diventata ideale per buttarci il sale e la pasta da cuocere. Ti sarai anche chiesto se non si rovina e forse ti sarai risposto che, in fondo, si tratta di acqua minerale e quella non si rovina mai. Non esserne così sicuro, soprattutto quando l’acqua si trova nelle confezioni di plastica (e quella è soggetta sì ad alterazioni con le alte temperature). Insomma, chi tiene le bottiglie di acqua minerale al sole, che sia nella vetrina del negozio che sia fuori dal magazzino di un centro commerciale, non fa un favore alla collettività. E nemmeno a sé stesso, perché la Cassazione ha stabilito che tenere le bottiglie di acqua minerale al sole è reato. Con una sentenza appena depositata [1], la Suprema Corte ha condannato un esercente «per avere detenuto per la vendita, in cattivo stato di conservazione, più confezioni di acqua collocandole nel piazzale antistante l’immobile, esponendole alla luce del sole».
Per la Cassazione, dunque, già il fatto di lasciare le bottiglie d’acqua minerale al sole significa detenere per la vendita della merce in cattivo stato di conservazione è, quindi, commettere un illecito, indipendentemente dal fatto che poi qualcuno la beva e stia veramente male.
Ma è veramente pericoloso? Quali sono i rischi per la salute?
Va da sé che mettere in vendita una potenziale bomba per la salute è già un buon motivo per dare come minimo una multa. Ecco perché, secondo la Cassazione, tenere le bottiglie di acqua minerale al sole è reato. Perché, al di là del fatto che uno le apra o meno, viene messo in commercio un prodotto in grado di fare del male a chi lo consuma, di nuocere alla salute, insomma. Che, in questo caso, è il bene giuridico tutelato dalla normativa in vigore [2].
Rischia, pertanto, la condanna penale chi per motivi di spazio o di pigrizia tiene all’esterno del negozio o del supermercato oppure in vetrina ben esposte al sole le confezioni di acqua, confezioni che diventano, così, in cattivo stato di conservazione. Cosa che, naturalmente, non si può proporre al consumatore. Pertanto, non c’è bisogno di portare l’acqua ad analizzare: basta che qualcuno fornisca la prova delle confezioni d’acqua tenute sotto il sole (qualche foto scattata con il telefonino o una telefonata alle forze dell’ordine possono essere utili) ed ecco che il negoziante o il gestore del supermercato finisce nei guai.
Che cosa dice la legge in proposito? La legge impone che il prodotto in vendita arrivi al consumo con le garanzie igieniche proprie della sua natura. Sarebbe, pertanto, insolito pensare da una parte che non c’è nulla più sano di un bicchiere d’acqua e, dall’altra, sapere che forse quel sorso ci può intossicare per colpa di chi ha tenuto le bottiglie di plastica al sole.
E se il gestore dice che è solo una sistemazione temporanea e che avrebbe spostato, comunque, le confezioni all’interno del magazzino? A poco serve: tenere le bottiglie al sole è reato per il solo fatto di tenerle. Chiedilo al gestore del supermercato di Bologna che, diversi anni fa, si è visto sequestrare dai Nas dei Carabinieri 3.600 bottiglie di acqua minerale lasciate al sole: oltre a «beccarsi» l’accusa di detenzione in cattivo stato di conservazione di acqua in bottiglia destinata alla vendita (e di pagarne le conseguenze), si è visto portare via 1.300 euro di acqua.
Conservare l’acqua, destinata alla vendita, in bottiglie di plastica esposte al sole è un reato. Il penale scatta a prescindere da un tempo di esposizione prolungato. È stato così espinto il ricorso del titolare di un esercizio commerciale, multato con 1.500 euro, per aver messo in vendita bottiglie di acqua minerale, tenute nel piazzale davanti al negozio prima di portarle all’interno. Inutile è stato difendersi sostenendo che l’acqua era stata scaricata e lasciata all’aperto il tempo necessario per portarla in deposito. Ma la Suprema corte chiarisce che la vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione è un reato di pericolo presunto: la punizione viene anticipata vista l’importanza della salute come bene protetto. E il cattivo stato di conservazione può essere accertato anche senza ricorrere a specifiche analisi di laboratorio, ma sulla base di dati obiettivi, come ad esempio un verbale ispettivo, foto o testimonianze.
Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 10 maggio – 28 agosto 2018, n. 39037
Presidente Savani – Relatore Semeraro
1. Il difensore di R.M. ha proposto ricorso per cassazione avverso la sentenza del Tribunale di Messina del 24/04/2017 con la quale R.M. è stato condannato alla pena di euro 1.500 di ammenda per il reato ex art. 5 legge 283/1982 per avere detenuto per la vendita, in cattivo stato di conservazione, più confezioni di acqua collocandole nel piazzale antistante l’immobile, esponendole alla luce del sole. Il fatto è stato accertato il 23 giugno 2016.
2. Con il primo motivo, la difesa ha dedotto i vizi di violazione di legge e della motivazione (artt. 606 c.p.p. lett. b) ed e) cod. proc. pen.) in relazione all’art. 5 l. 283 del 1962. La difesa ha affermato che la motivazione della sentenza è mancante ed illogica.
Afferma la difesa che mediante la prova per testi e documentale nel dibattimento ha dimostrato che l’acqua, indicata nel capo d’imputazione, si trovasse nel piazzale antistante il deposito solo per il tempo necessario a riporle nello stesso deposito che si trova in luogo differente rispetto al punto vendita; ha rappresentato la difesa che nel deposito non avviene la vendita dell’acqua.
La difesa ha citato la deposizione del teste R. ed ha affermato che l’acqua non è stata conservata in cattivo stato di conservazione ma è solo avvenuto lo scarico dell’acqua, il cambio di posizione dell’acqua già collocata nel deposito e subito dopo l’acqua sarebbe stata ricollocata nel deposito.
Rileva la difesa che il Tribunale di Messina non ha contestato tale ricostruzione ma ha affermato che non può escludersi il pericolo di contaminazione dovuto all’esposizione all’aria ed alla luce del sole, indipendentemente dalla durata dell’esposizione.
Per la difesa, per la sussistenza del reato, occorre dimostrare che l’acqua sia rimasta in contatto con la luce solare per un periodo di tempo utile ad ingenerare la cattiva conservazione.
La difesa ha quindi chiesto l’annullamento della sentenza impugnata.
3. Con i motivi nuovi, la difesa ha dedotto i vizi di violazione di legge e della motivazione rilevando che l’acqua, ancora imballata, era stata consegnata al ricorrente il 23 giugno 2014, cioè nello stesso giorno in cui poi avvenne l’accertamento. La difesa ha riportato la deposizione del teste R.R. in base alla quale l’acqua «vecchia» era stata portata fuori al deposito per far spazio a quella appena arrivata. La difesa ha poi allegato le bolle di consegna dell’acqua e richiamato la deposizione dell’autotrasportatore che procedette alla consegna.
1.1. Secondo il costante orientamento della Corte di Cassazione, la contravvenzione di cui all’art. 5, lett. b), l. n. 283 del 1962 è un reato di pericolo presunto con anticipazione della soglia di punibilità per la rilevanza del bene protetto, la salute, sicché il reato si concretizza anche senza l’effettivo accertamento del danno al bene protetto (cfr. Cass. Sez. F, n. 36274 del 2016, Calabrò; Cass. Sez. 3, n. 40772 del 5/5/2015, Torcetta, RV. 264990).
Il reato di detenzione per la vendita di sostanze alimentari in cattivo stato di conservazione è configurabile quando si accerti che le concrete modalità della condotta siano idonee a determinare il pericolo di un danno o deterioramento dell’alimento, senza che rilevi a tal fine la produzione di un danno alla salute, attesa la sua natura di reato a tutela del c.d. ordine alimentare, volto ad assicurare che il prodotto giunga al consumo con le garanzie igieniche imposte dalla sua natura (Cass. Sez. 3, n. 40772 del 5/5/2015, Torcetta, RV. 264990).
Il cattivo stato di conservazione degli alimenti si verifica in quelle situazioni in cui le sostanze, pur potendo essere ancora genuine e sane, si presentino mal conservate, e cioè preparate, confezionate o messe in vendita senza l’osservanza delle prescrizioni dirette a prevenire il pericolo di una loro precoce degradazione, contaminazione o comunque alterazione del prodotto (cfr. Cass. Sez. 3, n. 33313 del 28.11.2012, Maretto, RV. 257130).
Ciò in quanto l’acqua è un prodotto alimentare vivo e come tale è soggetta a subire modificazioni allorché è isolata dal suo ambiente naturale e forzata all’interno di contenitori stagni che impediscono i normali interscambi che avvengono fra l’acqua, l’aria, la luce e le altre forme di energia e che modificano le relazioni che in natura l’acqua conosce allorché viene sottoposta ad aumento di temperatura o ad esposizione continua ai raggi del sole.
Sin dalla sentenza Giacobbe la Corte di Cassazione ha affermato che l’acqua non può essere considerata in modo significativamente diverso da altri liquidi alimentari, quali l’olio o il vino, cui sono applicabili i principi contenuti nella sentenza delle Sezioni Unite, Butti, che espressamente afferma, fra l’altro, la correttezza del richiamo alla regola di esperienza per definire cattivo uno stato di conservazione delle vivande.
Si è pertanto affermato che la conservazione di bottiglie di acqua minerale in contenitore PET all’aperto ed esposto al sole configura la contravvenzione prevista dall’art. 5, lett. b), della legge 30 aprile 1962 n. 283, atteso che l’esposizione, anche parziale, di prodotti destinati al consumo umano alle condizioni atmosferiche esterne, tra cui l’impatto con i raggi solari, può costituire potenziale pericolo per la salute dei consumatori, in quanto sono possibili fenomeni chimici di alterazione dei contenitori e di conseguenza del loro contenuto.
In applicazione di tali principi, è stata ritenuta la sussistenza del reato (cfr. Cass. Sez. F, n. 36274 del 2016, Calabrò) nel caso del rinvenimento all’interno di un ristorante di più bottiglie di acqua minerale sigillate, detenute in zona esposta alla luce solare e soggetta alle elevate temperature del periodo (primi giorni di settembre).
Cfr. anche Cass. Sez. 3, n. 28355 del 04/07/2006, RV. 234948, Sollutrone, che ha affermato che con le disposizioni di cui agli artt. 5 e 6 della legge 30 aprile 1962 n. 283 si è inteso garantire l’assoluta igienicità delle sostanze alimentari anche mediante il solo divieto di produrre e porre in commercio alimenti in cattivo stato di conservazione, così che, per integrare le ipotesi di reato dagli stessi delineate, non è necessario il perfezionarsi di un contratto di compravendita.
Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione il reato è stato ritenuto integrato per avere collocato confezioni di acqua minerale e di bibite all’aperto, esposte all’aria, alla luce solare ed agli agenti atmosferici.
2. Orbene, deve rilevarsi che dalla sentenza emerge in punto di fatto che le confezioni di acqua minerale erano accatastate alla rinfusa all’esterno del deposito ed esposte alla luce nel sole, in periodo estivo, essendo avvenuti i fatti il 23 giugno 2014, in pieno giorno (dal verbale prodotto dalla difesa risulta che il sequestro è avvenuto alle ore 11.10), in una zona notoriamente calda come la Sicilia.
In ogni caso, anche seguendo la ricostruzione del fatto operata dalla difesa, il reato è ugualmente sussistente; la difesa sostiene infatti che l’acqua sia stata portata fuori dal deposito per far posto ai prodotti da poco giunti. Il che però implica che le confezioni contenenti l’acqua sono state esposte, quindi conservate, volontariamente ai raggi solari, per altro neanche seguendo le istruzioni presenti sull’etichetta come notato dal Tribunale di Messina, e non all’interno dello stesso deposito.
L’esposizione, di per sé già in violazione di una regola cautelare, è dunque durata un periodo di tempo significativo, quanto meno quello necessario alle operazioni liberazione del deposito e fino all’avvenuto sequestro, senza il rispetto delle garanzie igieniche imposte dalla natura del prodotto e per un lasso di tempo idoneo a generale il pericolo di alterazione del prodotto.
Ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen. si condanna il ricorrente al pagamento delle spese del procedimento.