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Timestamp: 2019-07-15 23:13:29+00:00
Document Index: 77916600

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza\n', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1226', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 11', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Core di Cassazione Civile - sentenza n. 30790/2011
Iscrizione a qualunque albo professionale solo se si ha una "buona condotta"
Così ha stabilito la Corte di cassazione, con sentenza n. 30790 del 30 dicembre 2011, nel pronunciarsi in merito al ricorso di uno psicologo cui l'Ordine professionale di appartenenza aveva respinto la domanda di iscrizione per carenza del requisito della condotta moralmente irreprensibile, stante la sussistenza a suo carico di più di 60 condanne penali nonché per l'esistenza di una condanna per l'esercizio abusivo della professione di psicologo. Il provvedimento veniva impugnato dal ricorrente, il quale ribadiva l'intervenuta riabilitazione penale e conseguentemente la delibera annullata dal Tribunale, che dichiarava, piuttosto, il diritto del ricorrente all'iscrizione. Avverso tale decisione, tuttavia, veniva proposto reclamo dall'Ordine professionale, accolto dalla Corte di appello. La Suprema Corte, cui il ricorrente si è rivolto, ha confermato quanto deciso nel precedente grado di giudizio, affermando che il requisito della buona condotta per l'iscrizione a qualsiasi albo professionale deve ritenersi, al di là delle specifiche previsioni nei singoli albi, un ineludibile principio di carattere generale.
Così ha stabilito la Corte di cassazione, con sentenza n. 30790 del 30 dicembre 2011, nel pronunciarsi in merito al ricorso di uno psicologo cui l'Ordine professionale di appartenenza aveva respinto la domanda di iscrizione per carenza del requisito della condotta moralmente irreprensibile, stante la sussistenza a suo carico di più di 60 condanne penali nonché per l'esistenza di una condanna per l'esercizio abusivo della professione di psicologo.
Il provvedimento veniva impugnato dal ricorrente, il quale ribadiva l'intervenuta riabilitazione penale e conseguentemente la delibera annullata dal Tribunale, che dichiarava, piuttosto, il diritto del ricorrente all'iscrizione. Avverso tale decisione, tuttavia, veniva proposto reclamo dall'Ordine professionale, accolto dalla Corte di appello.
La Suprema Corte, cui il ricorrente si è rivolto, ha confermato quanto deciso nel precedente grado di giudizio, affermando che il requisito della buona condotta per l'iscrizione a qualsiasi albo professionale deve ritenersi, al di là delle specifiche previsioni nei singoli albi, un ineludibile principio di carattere generale.
Corte di Cassazione - Quinta sezione Civile - sentenza n. 29128/2011
L'impiego non occasionale di lavoro altrui deve ritenersi di per sé integrativo del requisito dell'autonoma organizzazione rilevante ai fini della applicazione IRAP. In tema di IRAP, il ricorso al lavoro di terzi per la fornitura di tutti i necessari servizi (dalla telefonia al segretariato) in forma rilevante e non occasionale, ma continuativa, integra il presupposto dell'esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata non rilevando che la struttura posta a sostegno e potenziamento dell'attività professionale del contribuente sia fornita da personale dipendente o da un terzo in base ad un contratto di fornitura.
L'impiego non occasionale di lavoro altrui deve ritenersi di per sé integrativo del requisito dell'autonoma organizzazione rilevante ai fini della applicazione IRAP.
In tema di IRAP, il ricorso al lavoro di terzi per la fornitura di tutti i necessari servizi (dalla telefonia al segretariato) in forma rilevante e non occasionale, ma continuativa, integra il presupposto dell'esercizio abituale di una attività autonomamente organizzata non rilevando che la struttura posta a sostegno e potenziamento dell'attività professionale del contribuente sia fornita da personale dipendente o da un terzo in base ad un contratto di fornitura.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 28287/2011
L'omissione diagnostica non è fonte automatica di responsabilità
Tornando ad occuparsi di responsabilità medica la Corte di Cassazione con la sentenza n. 28287/2011, ha voluto ricordare che anche in caso di omissione diagnostica la responsabilità del medico non è automatica e se un paziente che è stato dismesso muore non è detto che gli eredi abbiano comunque diritto al risarcimento del danno. Ribaltando un doppio verdetto di condanna che i giudici di primo e di secondo grado avevano fondato solo sulla base di una omissione diagnostica la Cassazione ha fatto notare che non può esserci alcun tipo di automatismo nel riconoscere la responsabilità medica. Occorre piuttosto verificare se un determinato esame fosse effettivamente necessario e se una tempestiva diagnosi avrebbe potuto salvare il paziente. La vicenda vede come protagonista una donna che, dopo essersi recata al pronto soccorso per un intenso mal di testa e dopo aver fatto di tutto per farsi dimettere, è morta improvvisamente. I giudici di merito avevano inizialmente riconosciuto al marito e ai figli della donna il risarcimento danni in quanto i medici erano stati ritenuti responsabili per non aver effettuato una diagnosi mediante la tac. Anche i giudici di appello avevano affermato l'esistenza di un nesso causale tra omessa diagnosi e morte perché, a loro dire, la responsabilità sussiste anche quando, sulla base di un criterio probabilistico, si può ritenere che se fosse stato prestato un soccorso adeguato da parte del sanitario, si sarebbe potuto impedire l'evento dannoso. Investita della questione, la terza sezione civile della Cassazione ha invece cassato con rinvio la sentenza impugnata spiegando che in sede di merito non è stato eseguito un adeguato percorso logico-argomentativo. I giudici di merito avrebbero infatti dovuto accertare da un lato se la TAC fosse effettivamente necessaria e se l'omissione dell'esame diagnostico costituisse dunque colpa medica. Dall'altro lato sarebbe stato necessario verificare se il tempestivo esame diagnostico avrebbe evitato, con elevato grado di probabilità, la morte della paziente.
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Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 27000/2011
Nel civile la casualità è sempre probabilistica
La responsabilità del medico e della struttura sanitaria ha natura contrattuale e la ripartizione dell'onere della prova prevede che il danneggiato debba provare il rapporto sanitario, la prestazione medica negligente e la lesione alla salute, restando a carico del medico inadempiente la prova di cause giustificative del proprio inadempimento o di elementi che interrompano il nesso causale tra negligenza e danno, secondo un criterio di causalità civilistico e probabilistico. Lo ha stabilito la Corte di Cassazione con la sentenza n. 27000 del 15 dicembre.
Corte di Cassazione - Quinta sezione Civile - sentenza n. 25910/2011
La Commissione Tributaria Regionale aveva confermato la sentenza favorevole al rimborso dell'IRAP versata da un medico convenzionato con il SSN. La CTR affermava che un medico convenzionato al 100%, senza dipendenti e senza strutture, che si avvale di un collega per la sua sostituzione in occasione delle ferie e per altri impedimenti, non organizza nulla se non l'agenda dei suoi impegni professionali e, pertanto, non può essere assoggettato ad IRAP. Il giudizio di cassazione ha ribaltato la decisione dei precedenti gradi riscontrandosi dalla dichiarazione dei redditi del contribuente la corresponsione di compensi a personale di segreteria - per 312 giornate lavorative.
La Commissione Tributaria Regionale aveva confermato la sentenza favorevole al rimborso dell'IRAP versata da un medico convenzionato con il SSN. La CTR affermava che un medico convenzionato al 100%, senza dipendenti e senza strutture, che si avvale di un collega per la sua sostituzione in occasione delle ferie e per altri impedimenti, non organizza nulla se non l'agenda dei suoi impegni professionali e, pertanto, non può essere assoggettato ad IRAP.
Il giudizio di cassazione ha ribaltato la decisione dei precedenti gradi riscontrandosi dalla dichiarazione dei redditi del contribuente la corresponsione di compensi a personale di segreteria - per 312 giornate lavorative.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 25568/2011
Nel corso di un giudizio per responsabilità veniva chiamata in causa la compagnia assicuratrice del medico il quale aveva eseguito un intervento per cisti mammarie e riduzione del seno. L'assicuratore, sulla base delle particolari limitazioni del contratto, contestava la sussistenza di un obbligo di manlevare il sanitario confidando soprattutto sulla circostanza che il trattamento era intervenuto in regime di convenzione e non nell'espletamento della attività libero professionale. La Corte di Cassazione ha colto l'occasione per chiarire, tra gli altri profili, alcuni aspetti relativi alla cartella clinica in quanto documento prodotto nel giudizio. Ha osservato la Suprema Corte che la natura di certificazione amministrativa delle attestazioni contenute nella cartella clinica redatta da un'azienda ospedaliera pubblica o da un ente conven-zionato con il SSN, al pari di quelle dei certificati dei medici convenzionati, è ormai affermazione giurisprudenziale costante, ma il particolare regime è circoscritto alle sole trascrizioni concernenti le attività espletate nel corso di una terapia o di un intervento.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 25559/2011
Nel contatto di protezione tra la gestante e la struttura sanitaria che effettua le analisi per escludere il rischio genetico, gli interessi da realizzare e tutelare attengono alla sfera della salute in senso ampio, con la conseguenza che l'inadempimento dell'ente è suscettibile di ledere i diritti inviolabili della persona e quindi anche della gestante, nel caso di nascita di persona portatrice di handicap, e del padre, che pure è giuridicamente solidale al mantenimento, alla crescita ed alla protezione del nato non sano.
Nel corso di un giudizio per responsabilità veniva chiamata in causa la compagnia assicuratrice del medico il quale aveva eseguito un intervento per cisti mammarie e riduzione del seno.
L'assicuratore, sulla base delle particolari limitazioni del contratto, contestava la sussistenza di un obbligo di manlevare il sanitario confidando soprattutto sulla circostanza che il trattamento era intervenuto in regime di convenzione e non nell'espletamento della attività libero professionale.
La Corte di Cassazione ha colto l'occasione per chiarire, tra gli altri profili, alcuni aspetti relativi alla cartella clinica in quanto documento prodotto nel giudizio.
Ha osservato la Suprema Corte che la natura di certificazione amministrativa delle attestazioni contenute nella cartella clinica redatta da un'azienda ospedaliera pubblica o da un ente conven-zionato con il SSN, al pari di quelle dei certificati dei medici convenzionati, è ormai affermazione giurisprudenziale costante, ma il particolare regime è circoscritto alle sole trascrizioni concernenti le attività espletate nel corso di una terapia o di un intervento.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 23581/2011
Alcuni medici che avevano conseguito la specializzazione nel periodo tra il 1°/1/1984 e l'anno accademico 1991/92 senza percepire alcuna retribuzione, agivano in giudizio per ottenere il risarcimento del danno. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello respingevano la domanda affermando l'intervenuta prescrizione del diritto. Relativamente alla individuazione del giorno iniziale da cui occorre partire per calcolare il termine di prescrizione decennale del diritto al risarcimento del danno spettante ai medici specializzati, la Suprema Corte ha confermato la data più favorevole ai sanitari richiedenti, cassando con rinvio alla Corte d'Appello.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 23562/2011
La III Sezione Civile di Piazza Cavour ribalta la decisione dei giudici di merito con la quale due coniugi si erano visti negare il risarcimento, in proprio e in qualità di esercenti la potestà sul proprio figlio minorenne, per i danni da quest'ultimo subiti durante il parto, ad opera dello staff di un ospedale civile. La Corte rammenta l'orientamento espresso dalle sezioni unite (n. 577 del 2008) in tema di riparto degli onera probandi nell'ambito della responsabilità sanitaria civile: “l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. Infatti la corte territoriale, come spiega la Cassazione nella parte motiva del proprio dictum, non si è conformata ai citati parametri probatori. Ammettendo ulteriori motivi, la Corte di Cassazione, in particolare, ritiene fondato quello volto a lamentare l'omesso esame, da parte della corte d'appello, della circostanza del rifiuto di consegna, ad opera dell'ospedale, degli originali delle cartelle cliniche al CTU, ritenendolo idoneo a condurre alla cassazione della pronuncia oggetto del ricorso. Pertanto la Corte cassa la sentenza di merito impugnata, rinviando il procedimento alla corte di appello di Trieste, a cui rimette anche la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.
Alcuni medici che avevano conseguito la specializzazione nel periodo tra il 1°/1/1984 e l'anno accademico 1991/92 senza percepire alcuna retribuzione, agivano in giudizio per ottenere il risarcimento del danno. Sia il Tribunale che la Corte d'Appello respingevano la domanda affermando l'intervenuta prescrizione del diritto.
Relativamente alla individuazione del giorno iniziale da cui occorre partire per calcolare il termine di prescrizione decennale del diritto al risarcimento del danno spettante ai medici specializzati, la Suprema Corte ha confermato la data più favorevole ai sanitari richiedenti, cassando con rinvio alla Corte d'Appello.
La III Sezione Civile di Piazza Cavour ribalta la decisione dei giudici di merito con la quale due coniugi si erano visti negare il risarcimento, in proprio e in qualità di esercenti la potestà sul proprio figlio minorenne, per i danni da quest'ultimo subiti durante il parto, ad opera dello staff di un ospedale civile.
La Corte rammenta l'orientamento espresso dalle sezioni unite (n. 577 del 2008) in tema di riparto degli onera probandi nell'ambito della responsabilità sanitaria civile: “l'attore, paziente danneggiato, deve limitarsi a provare l'esistenza del contratto (o il contatto sociale) e l'insorgenza o l'aggravamento della patologia ed allegare l'inadempimento del debitore, astrattamente idoneo a provocare il danno lamentato, rimanendo a carico del debitore dimostrare o che tale inadempimento non vi è stato ovvero che, pur esistendo, esso non è stato eziologicamente rilevante”. Infatti la corte territoriale, come spiega la Cassazione nella parte motiva del proprio dictum, non si è conformata ai citati parametri probatori.
Ammettendo ulteriori motivi, la Corte di Cassazione, in particolare, ritiene fondato quello volto a lamentare l'omesso esame, da parte della corte d'appello, della circostanza del rifiuto di consegna, ad opera dell'ospedale, degli originali delle cartelle cliniche al CTU, ritenendolo idoneo a condurre alla cassazione della pronuncia oggetto del ricorso.
Pertanto la Corte cassa la sentenza di merito impugnata, rinviando il procedimento alla corte di appello di Trieste, a cui rimette anche la decisione sulle spese del giudizio di legittimità.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 18643/2011
Malformazione al feto non comunicata ai genitori. Ginecologo assolto
Non può essere affermata la responsabilità del sanitario per la mancata informazione ai genitori sulle gravi malformazioni della figlia quando l'indagine ecografica rivelatrice del danno alla salute della nascitura avrebbe potuto essere eseguita soltanto al quinto mese di gravidanza. Nel caso di specie i genitori non avevano allegato né dimostrato, neanche per presunzione, che la madre, trascorsi i 90 giorni dalla data del concepimento, essendo stata informata della situazione di salute della figlia, si sarebbe determinata comunque all'interruzione della gravidanza (dimostrando la ricorrenza dei necessari presupposti) nonostante il divieto imposto dalla legge quoad tempus).
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 18641/2011
Il danno morale è oltre le tabelle
Il risarcimento del danno morale non può essere escluso quando non risulti con assoluta certezza, in base a specifiche acquisizioni medico legali risultanti da una apposita consulenza, la totale ed assoluta incapacità di percepire il dolore da parte del neonato, id est il suo permanente e irreversibile stato totalmente vegetativo.
La modifica del 2009 delle tabelle del tribunale di Milano (applicabili su tutto il territorio nazionale), infatti, non ha mai "cancellato" la fattispecie del danno morale intesa come "voce" integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale: né avrebbe potuto farlo senza violare un preciso indirizzo legislativo, manifestatosi in epoca successiva alle sentenze del 2008 delle sezioni unite, dal quale il giudice, di legittimità e non, non può in alcun modo prescindere.
D'altronde. attraverso l'emanazione di due successivi DPR, il n. 37 del 2009 e il n. 191 del 2009, una specifica disposizione normativa (l'art. 5) ha inequivocamente resa manifesta la volontà del legislatore di distinguere, concettualmente prima ancora che giuridicamente, all'indomani delle pronunce delle sezioni unite della corte di legittimità, tra la "voce" di danno cd. biologico da un canto, e la "voce" di danno morale dall'altro.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 17868/2011
Responsabilita’ dello Stato per mancata attuazione delle direttive UE
Nel caso di direttiva comunitaria sufficientemente specifica nell'attribuire diritti ai singoli, ma non autoesecutiva, qualora intervenga un atto legislativo di adempimento parziale sotto il profilo soggettivo - nel senso che esso provveda o soltanto per il futuro, ovvero riguardo a determinate categorie di soggetti fra quelle cui la direttiva era applicabile, accomunate esclusivamente dal mero dato temporale della verificazione delle situazioni di fatto giustificative dell'acquisto del diritto o dei diritti per il caso che la direttiva fosse stata attuata tempestivamente -, il corso della prescrizione per i soggetti esclusi non ha inizio, perche' la residua condotta di inadempimento sul piano soggettivo continua a cagionare in modo permanente il danno ed a giustificare, quindi, l'obbligo risarcitorio.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 17350/2011
Ex specializzandi, prescrizione decennale dal 27.10.1999
La sentenza 17350/11 della terza sezione della Corte di Cassazione depositata il 18 agosto 2011 sancisce che il diritto al risarcimento per gli specializzandi che hanno seguito i corsi dal 1° gennaio 1983 all'anno accademico 1990-1991 (per inadempimento della direttiva 82/76/Cee, riassuntiva delle direttive 75/362/Cee e 75/363/Cee) si prescrive nel termine di dieci anni decorrenti dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore della Legge 370 del 1999. La prescrizione è quindi scattata dal 27 ottobre 2009 a meno che i medici non abbiano agito giudizialmente o non abbiano compiuto atti interattivi di pretesa in via stragiudiziale.
Corte di Cassazione - Civile sezioni unite - sentenza n. 15674/2011
Non giustificato l'annullamento di conferimento dell'incarico
A seguito di una procedura per il conferimento di un incarico di direzione di struttura complessa di urologia,uno dei candidati ne impugnava giudizialmente gli esiti chiedendo anche l'annullamento delle decisioni assunte dal Direttore Generale. La scelta del Direttore Generale deve essere ispirata al criterio del buon andamento della pubblica amministrazione, buona fede e correttezza, l'eventuale inosservanza, nella valutazione, dei predetti doveri imposti dalla disciplina codicistica, mentre può giustificare una pretesa risarcitoria dei candidati non prescelti (per perdita delle chances che sarebbero derivate dall'attribuzione dell'incarico), non può giustificare l'annullamento dell'atto di conferimento dell'incarico ad altro aspirante. La Suprema Corte, dando applicazione al suddetto principio, ha cassato la sentenza d'appello, la quale aveva fatto discendere dalla violazione dei criteri di correttezza e buona fede l'annullamento del provvedimento di conferimento dell'incarico a favore di un altro soggetto.
A seguito di una procedura per il conferimento di un incarico di direzione di struttura complessa di urologia,uno dei candidati ne impugnava giudizialmente gli esiti chiedendo anche l'annullamento delle decisioni assunte dal Direttore Generale.
La scelta del Direttore Generale deve essere ispirata al criterio del buon andamento della pubblica amministrazione, buona fede e correttezza, l'eventuale inosservanza, nella valutazione, dei predetti doveri imposti dalla disciplina codicistica, mentre può giustificare una pretesa risarcitoria dei candidati non prescelti (per perdita delle chances che sarebbero derivate dall'attribuzione dell'incarico), non può giustificare l'annullamento dell'atto di conferimento dell'incarico ad altro aspirante.
La Suprema Corte, dando applicazione al suddetto principio, ha cassato la sentenza d'appello, la quale aveva fatto discendere dalla violazione dei criteri di correttezza e buona fede l'annullamento del provvedimento di conferimento dell'incarico a favore di un altro soggetto.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 15453
Riconoscimento: si ai danni da emotrasfusione anche se il virus era poco conosciuto
In caso di trasfusioni e sangue infetto vi è la responsabilità sia del Ministero della Salute che della struttura ospedaliera, anche per gli eventi antecedenti la legge n. 107/1990 che regolamenta le attività di trasfusione e la produzione di emoderivati. Così si sono espressi i giudici della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 15453/2011. Il caso concerneva un soggetto che aveva subito un ricovero in ospedale e svariate trasfusioni al fine di fronteggiare una emergenza medica; il sangue, però, risulta essere infetto: conseguenza Epatite C e, poi, morte. Secondo quanto precisato dai giudici di legittimità nella sentenza che qui si commenta “indipendentemente dalla specifica conoscenza del virus Hcv, ben poteva il personale medico “sulla base di più datati parametri scientifici, rilevare comunque la non idoneità del sangue ad essere oggetto di trasfusione”. Anche prima della sopra citata legge n. 107/1990 sussisteva un obbligo di vigilanza a carico del ministero. La Cassazione rinviava, pertanto, alla Corte d'Appello, precisando quanto segue, ossia: • la prescrizione comincia a decorrere dalla conoscenza della malattia e non dall'evento contagioso; • la legittimazione passiva per quanto concerne il diritto al risarcimento ricade sia in capo al Ministero che alla struttura sanitaria; • nella valutazione si deve fare riferimento agli obblighi di vigilanza; • la causa dei danni alla salute del soggetto può derivare da una condotta omissiva.
In caso di trasfusioni e sangue infetto vi è la responsabilità sia del Ministero della Salute che della struttura ospedaliera, anche per gli eventi antecedenti la legge n. 107/1990 che regolamenta le attività di trasfusione e la produzione di emoderivati.
Così si sono espressi i giudici della Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 15453/2011.
Il caso concerneva un soggetto che aveva subito un ricovero in ospedale e svariate trasfusioni al fine di fronteggiare una emergenza medica; il sangue, però, risulta essere infetto: conseguenza Epatite C e, poi, morte.
Secondo quanto precisato dai giudici di legittimità nella sentenza che qui si commenta “indipendentemente dalla specifica conoscenza del virus Hcv, ben poteva il personale medico “sulla base di più datati parametri scientifici, rilevare comunque la non idoneità del sangue ad essere oggetto di trasfusione”.
Anche prima della sopra citata legge n. 107/1990 sussisteva un obbligo di vigilanza a carico del ministero.
La Cassazione rinviava, pertanto, alla Corte d'Appello, precisando quanto segue, ossia:
• la prescrizione comincia a decorrere dalla conoscenza della malattia e non dall'evento contagioso;
• la legittimazione passiva per quanto concerne il diritto al risarcimento ricade sia in capo al Ministero che alla struttura sanitaria;
• nella valutazione si deve fare riferimento agli obblighi di vigilanza;
• la causa dei danni alla salute del soggetto può derivare da una condotta omissiva.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 15386/2011
Prima il Tribunale e poi la Corte d'Appello rigettavano la domanda di due genitori che avevano chiamato in giudizio il medico e l'Azienda sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni subiti a causa di una diagnosi di normalità del feto risultata errata.
La Corte di Cassazione ha affermato che il sanitario, qualora formuli una diagnosi di normalità morfologica del feto anche sulla base di esami strumentali che non hanno consentito, senza sua colpa, di visualizzare il feto nella sua interezza, ha l'obbligo di informare la paziente della possibilità di ricorrere ad un centro di più elevato livello di specializzazione, in vista dell'esercizio da parte di costei del diritto di interrompere la gravidanza, ricorrendone i presupposti.
La Suprema Corte ha accolto il ricorso proposto dai genitori.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 14402/2011
Risarcibile il danno esistenziale
La Corte di Cassazione con la sentenza n. 14402 del 30 Giugno 2011 ha sdoganato il danno esistenziale sancendo che esso debba essere sempre risarcito utilizzando, per la quantificazione dello stesso, le tabelle del tribunale di Milano o, ove possibile, l'autonoma determinazione dello stesso. La Corte di Cassazione, con la pronuncia in oggetto, si è trovata a dover affrontare il caso di un giovane che, in conseguenza di un grave incidente stradale, aveva dovuto subire l'amputazione di un braccio e di una gamba.
La Cassazione, ha chiarito che il danno esistenziale costituisce lo stravolgimento dell'esistenza verificabile in maniera oggettiva «in ragione dell'alterazione del modo di rapportarsi con gli altri nell'ambito della vita comune di relazione, sia all'interno sia all'esterno del nucleo familiare» e le eventuali duplicazioni si possono ritrovare solo se la stessa voce viene calcolata due o più volte sulla base di diverse e solo formali denominazioni; in tali circostanze ci vengono in soccorso le tabelle del tribunale di Milano giudicate, nella stessa sentenza, un «valido e necessario criterio di riferimento ai fini della valutazione equitativa ex art. 1226 c.c., laddove la fattispecie concreta non presenti circostanze che richiedano la relativa variazione in aumento o in diminuzione, per le lesioni di lieve entità conseguenti alla circolazione». In caso contrario, i giudici hanno il dovere di procedere a una personalizzazione riconsiderando i criteri tabellari sotto questo aspetto, in maniera tale da permettere un risarcimento pieno e completo alla persona danneggiata.
Corte di Cassazione - Seconda sezione Civile - sentenza n. 14460/2011
Limiti condominiali sull'utilizzo dell'appartamento come studio
In un giudizio tra un medico specialista in dermatologia e il condominio nel quale svolgeva l'attività, la Corte d'appello di Napoli rigettava l'impugnazione proposta contro la sentenza del Tribunale che aveva dichiarato illegittima la destinazione dell'appartamento di proprietà a suo studio professionale.
Il giudice d'appello, premessa la necessità d'interpretare restrittivamente le norme del regolamento condominiale che stabilivano divieti e imponevano limitazioni all'uso delle unità immobiliari di proprietà individuale, riteneva corretta l'interpretazione fornita dal Tribunale relativamente alla disposizione del regolamento che vietava di destinare gli appartamenti condominiali a gabinetti di diagnosi e cura di malattie infettive o contagiose, includendovi anche l'attività svolta dal sanitario quale medico specializzato in dermatologia. Osservava, al riguardo, che la branca della dermatologia includeva anche la diagnosi e cura di malattie parassitarie, provocate da insetti, da funghi microscopici e da microbi, distinguendo, dal punto di vista epidemiologico, tra malattie infettive contagiose e malattie infettive non contagiose, e all'interno di quest'ultima categoria tra malattie altamente o scarsamente diffusive. Veniva anche richiamato un precedente della Suprema Corte, che nel tenere distinte le malattie contagiose da quelle infettive, aveva individuato nelle prime quelle che notoriamente possono trasmettersi da un individuo all'altro mediante contatto diretto o indiretto ed aveva ritenuto che queste ultime rientrassero senz'altro fra quelle di competenza dello specialista dermatologo.
La Corte d'Appello di Napoli perveniva così alla conclusione che dall'espresso richiamo alle "malattie infettive o contagiose" contenuto nel regolamento condominiale, conseguisse senz'altro l'illegittimità della destinazione dell'unità immobiliare di proprietà dell'appellante a studio medico dermatologico.
La Corte di Cassazione ha accolto il ricorso proposto dal medico, ritenendo che nella sentenza impugnata non era stato adoperato il canone interpretativo letterale in maniera conforme ai principi di legge e non sussisteva sufficiente motivazione in ordine alla concreta destinazione dell'immobile ad un uso contrario alla regola condominiale, anch'essa insufficientemente indagata.
La vicenda è stata rimessa alla valutazione di altra sezione della Corte d'Appello di Napoli.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 14110/2011
I genitori di una minore agivano in giudizio per ottenere in risarcimento del danno connesso alle conseguenze di un intervento chirurgico effettuato e per la mancanza di consenso informato.
La Corte di Cassazione, accogliendo uno dei motivi di ricorso proposti, ha affermato che l'informazione da parte del medico (o della struttura) circa le possibili conseguenze dell'intervento non è surrogabile da una conoscenza acquisita in altro modo, sia perché il medico che non esegue l'intervento non è obbligato a fornire una informazione dettagliata, sia soprattutto perché il rilascio dell'informazione attiene allo specifico rapporto che si instaura tra il paziente ed il medico (o la struttura) da questi prescelto per eseguire l'intervento, cosicché deve in definitiva escludersi che l'obbligo di informare il paziente dei possibili rischi dell'intervento possa essere assolto da altri medici da cui in definitiva il paziente ha scelto di non farsi operare. La Suprema Corte ha accolto uno dei motivi di ricorso cassando la sentenza impugnata.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 12961/2011
Una paziente esponeva di essere stata sottoposta ad un intervento chirurgico di lobectomia sinistra a seguito di alcuni accertamenti da cui era emersa una calcolosi della intraepatica di sinistra; presso la medesima struttura, era stato eseguito un esame istopatologico, il cui referto, non indicava l'eventualità di una patologia tumorale.
Successivi accertamenti avevano individuato la presenza di metastasi ed avevano portato a riconoscere nei medesimi reperti istologici un cistadenocarcinoma epatico e comunque la presenza di "atipie cellulari suggestive di malignità".
La donna lamentava che dal grave errore diagnostico compiuto era derivata la mancata identificazione della neoplasia e di conseguenza la mancata adozione di provvedimenti specifici terapeutici, con miglioramento della qualità e della durata della vita e rallentamento della malattia.
La Corte d'Appello rigettava la domanda risarcitoria in quanto dalla consulenza tecnica era emerso che non sussisteva alcun nesso causale tra l'errore istopatologico e l'evento dannoso, nel senso che, ove pure fosse stata tempestivamente effettuata una diagnosi di neoplasia o un sospetto diagnostico in questo senso, l'intervento chirurgico non sarebbe stato diverso né avrebbe dovuto avere, una maggiore capacità demolitoria; che allo stesso modo, non ne sarebbe seguita l'indicazione di alcun trattamento radio o chemioterapico, entrambi non indicati nel particolare tipo di neoplasia.
La Corte di Cassazione in tema di perdita di chance ha osservato che integra l'esistenza di un danno risarcibile l'omissione della diagnosi di un processo morboso terminale, allorché abbia determinato la tardiva esecuzione di un intervento chirurgico, che normalmente sia da praticare per evitare che l'esito definitivo si verifichi anzitempo, prima del suo normale decorso, e risulti inoltre che, per effetto del ritardo, sia andata perduta dal paziente la "chance" di conservare, durante quel decorso, una migliore qualità della vita nonché la "chance" di vivere alcune settimane od alcuni mesi in più, rispetto a quelli poi effettivamente vissuti. Ciò comporta che, quando sia stata fornita la dimostrazione, anche in via presuntiva e di calcolo probabilistico, dell'esistenza di una chance di consecuzione di un vantaggio in relazione ad una determinata situazione giuridica, la perdita di tale chance è risarcibile come danno alla situazione giuridica di cui trattasi indipendentemente dalla dimostrazione che la concreta utilizzazione della chance avrebbe presuntivamente o probabilmente determinato la consecuzione del vantaggio, essendo sufficiente anche la sola possibilità di tale consecuzione.
La Corte di Cassazione, pur precisando il tema della prova in materia di perdita di chance, ha rigettato il ricorso, confermando la sentenza d'appello favorevole ai sanitari.
Il risarcimento del danno morale non può essere escluso quando non risulti con assoluta certezza, in base a specifiche acquisizioni medico legali risultanti da una apposita consulenza, la totale ed assoluta incapacità di percepire il dolore da parte del neonato, id est il suo permanente e irreversibile stato totalmente vegetativo. La modifica del 2009 delle tabelle del tribunale di Milano (applicabili su tutto il territorio nazionale), infatti, non ha mai "cancellato" la fattispecie del danno morale intesa come "voce" integrante la più ampia categoria del danno non patrimoniale: né avrebbe potuto farlo senza violare un preciso indirizzo legislativo, manifestatosi in epoca successiva alle sentenze del 2008 delle sezioni unite, dal quale il giudice, di legittimità e non, non può in alcun modo prescindere. D'altronde. attraverso l'emanazione di due successivi DPR, il n. 37 del 2009 e il n. 191 del 2009, una specifica disposizione normativa (l'art. 5) ha inequivocamente resa manifesta la volontà del legislatore di distinguere, concettualmente prima ancora che giuridicamente, all'indomani delle pronunce delle sezioni unite della corte di legittimità, tra la "voce" di danno cd. biologico da un canto, e la "voce" di danno morale dall'altro.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 12686/2011
Responsabilità dei sanitari ancorata alle probabilità di successo
Se, secondo un criterio probabilistico, l'opera del medico avrebbe potuto evitare il danno, allora sussiste la responsabilità medica. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 12686/2011, accogliendo il ricorso di una madre per i danni permanenti subiti dalla figlia durante il parto.
Secondo i giudici di Piazza Cavour, infatti, “nell'accertamento del nesso causale in materia civile, vige la regola della preponderanza dell'evidenza o del più probabile che non”, al contrario del processo penale dove, invece, la regola è quella della prova “oltre ogni ragionevole dubbio”.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 12274/2011
Se l'intervento è avvenuto secondo le regole, il medico non ha responsabilità
Il chirurgo non risponde delle complicazioni operatorie se il rischio che si verifichino è basso, anche se resta a carico del debitore (medico o struttura sanitaria) l'onere di dimostrare che la prestazione è stata eseguita in modo diligente e che il mancato o inesatto adempimento è dovuto a causa a sé non imputabile, in quanto determinato da un evento non prevedibile né prevenibile con la diligenza nel caso dovuta, in particolare con la diligenza qualificata dalle conoscenze tecnico-scientifiche del momento.
Lo ha affermato la Corte di Cassazione con la sentenza n. 12274/2011 respingendo l'appello proposto da una paziente rimasta vittima di un'infezione imprevista nel corso di un parto cesareo.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 11621
Errori terapeutici: in regime di convenzione risponde l'Università
Venivano chiamate dinanzi al Tribunale di Napoli, l'Università e l'ASL per sentirle condannare in solido al risarcimento del danno conseguente ad un intervento chirurgico erratamente eseguito.
Il tribunale dichiarava il non luogo a provvedere nei confronti della ASL e condannava l'Università al risarcimento dei danni alla persona.
Proponeva appello l'Università, assumendo l'estraneità al giudizio, affermando che la causa avrebbe dovuto essere proposta contro la Regione.
La corte di appello confermava la prima pronuncia.
Il convenzionamento delle facoltà di medicina con la regione, per l'attuazione dei piani regionali sanitari, non comporta di per sé il trasferimento all'Ente territoriale anche della gestione delle cliniche universitarie, in mancanza di un espressa disposizione in tal senso. Infatti solo la diretta gestione della clinica costituisce l'elemento idoneo ad individuare il soggetto titolare del rapporto instaurato con il paziente e conseguentemente a fondare la correlativa responsabilità salvo il profilo della rivalsa.
Nel caso in cui la gestione della clinica è effettuata direttamente dall'Università, sia pure in regime di convenzionamento , il contratto atipico di spedalità è appunto concluso con l'accettazione del paziente nella struttura sanitaria e, quindi, con il soggetto che tale struttura gestisce, nella specie l'Università.
La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso proposto dall'Università.
Corte di Cassazione _ Terza sezione Civile - sentenza n. 10813/2011
Risarcito il ritardo sulla direttiva
Con quattro sentenze conformi la Terza Sezione civile – dando continuità alla sentenza n. 9147 del 2009 delle Sezioni Unite e dissentendo, invece, dalla sentenza n. 5842 del 2010 – ha stabilito che il diritto al risarcimento del danno da inadempimento della direttiva n. 82/76/CEE esistente in favore dei medici specializzandi nel periodo dal 1° gennaio 1983 all'anno accademico 1990/91 è soggetto a prescrizione decennale decorrente dal 27 ottobre 1999, data di entrata in vigore dell'art. 11 della legge n. 370 del 1999.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 10122/2011
Intervento: rimborso indifferibile se in struttura privata
Un paziente convenne in giudizio l'azienda ospedaliera per sentirla condannare al rimborso del costo dell'intervento sostenuto presso una struttura privata.
Il medico apparentemente incardinato nella struttura sanitaria pubblica chiamata in giudizio, dopo aver prospettato l'urgenza dell'intervento, aveva rappresentato un tempo di attesa di diciotto mesi, consigliando il ricovero presso una clinica.
Nell'escludere l'obbligo risarcitorio, la Suprema Corte ha affermato che è indispensabile, i fini della sussistenza della responsabilità del datore di lavoro, l'esistenza di un rapporto di preposizione tra medico e struttura, il cui nucleo strutturale minimo è l'espletamento, da parte di un soggetto, di una mansione, nell'interesse e su incarico, ancorché occasionale o temporaneo, di un altro soggetto. Peraltro, perché il fatto illecito possa dirsi compiuto dal dipendente nell'esercizio delle incombenze alle quali lo stesso è adibito, non occorre che tra mansioni espletate e fatto dannoso ricorra un rigoroso nesso di causa a effetto, essendo sufficiente che tali incombenze o mansioni abbiano reso possibile, o comunque agevolato, il comportamento produttivo del danno, mentre rimane irrilevante, al fine indicato, che esso travalichi i limiti dell'incarico ricevuto dal preposto.
Corte di Cassazione - Seconda sezione Civile - sentenza n. 7884/2011
Il legale rappresentante di un centro medico convenzionato proponeva ricorso avanti al Tribunale contro l'ordinanza ingiunzione emessa nei suoi confronti dall'ASL per la riscontrata mancanza del requisito organizzativo specifico in ragione della riscontrata assenza di un infermiere professionale durante gli orari di apertura degli ambulatori di Dermatologia ed Ortopedia.
Si sosteneva a difesa che la presenza dell'infermiere professionale durante gli orari di apertura dei laboratori non poteva ritenersi come condizione per l'accreditamento, ma solo come uno degli indicatori per ottenerlo, sostituibile da altro indicatore più qualificato (nella fattispecie, al momento dell'accertamento era presente in luogo dell'infermiere un medico, a miglior supporto quindi, degli specialisti ambulatoriali).
Si è osservato che tra infermiere e medico esiste una differenza qualitativa e non meramente quantitativa. Il requisito, indicato in aggiunta a quello relativo alla presenza di personale medico in possesso della specializzazione per la relativa disciplina, deve ritenersi non alternativo, ma cumulativo.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 7237/2011
La sussistenza del nesso eziologico tra mancata acquisizione di consenso informato e il pregiudizio sofferto (nella caso specifico, resezione gastrica) non va indagata solo in relazione al rapporto di consequenzialità tra intervento terapeutico e pregiudizio della salute, ma va verificata in relazione al rapporto tra attività omissiva del sanitario per non averne informato il paziente ed esecuzione dell'intervento.
In altri termini, la questione non attiene tanto alla liceità dell'intervento del medico, ma nasce dalla violazione di quel diritto fondamentale all'autodeterminazione del paziente, da parte del sanitario, il quale è chiamato a rispondere, qualora non abbia adeguatamente o per nulla informato per acquisirne il preventivo, consapevole consenso.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 6754/2011
Risarcimento del danno "catastrofale"
Il risarcimento del danno cosiddetto "catastrofale", il quale presuppone la consapevolezza in capo alla vittima dell'imminenza della morte o della gravissima entità delle lesioni subite, può essere riconosciuto agli eredi, a titolo di danno morale, solo in quanto abbia fatto ingresso nel patrimonio della vittima al momento della morte. In mancanza di prova della sussistenza di uno stato di coscienza della persona nel breve intervallo tra il sinistro e il decesso, la lesione del diritto alla vita non è suscettibile di risarcimento, neppure sotto il profilo del danno biologico a favore del soggetto che è morto, essendo impensabile l'acquisizione in suo favore di un diritto che deriva dal fatto stesso della morte.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 5024/2011
Locazioni allo studio medico: no al risarciemnto del danno
Il proprietario di un immobile agiva nei confronti della società che aveva gestito lo studio medico-estetico cui erano stati concessi in locazione taluni locali ed aveva richiesto la condanna al risarcimento dei danni da rapportarsi al costo necessario per la riduzione in pristino dell'immobile nel frattempo lasciato dal conduttore.
La Corte di Cassazione ha osservato che sarebbe illogico ed antieconomico che il conduttore sia costretto a rimuovere le opere, dopo avere ricevuta specifica autorizzazione dal locatore.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 3847/2011
Il medico che non informa dei limiti della casa di cura risponde in solido per i danni al paziente
Con sentenza n. 3847 del 17 febbraio 2011, la Cassazione ha confermato la condanna di risarcimento danni, in solido con la casa di cura privata, impartita dai giudici di merito nei confronti di un medico ginecologo che nell'assistere una gestante non l'aveva informata sui possibili rischi derivanti dai limiti dell'organizzazione e di equipaggiamento della clinica privata ove era ricoverata nel caso in cui la situazione fosse diventata pericolosa.
In particolare, durante il parto, il neonato aveva subito un grave danno derivante da una patologia della madre il cui accertamento – come sottolineato dal dottore nella sua difesa - poteva avvenire mediante un'analisi effettuabile solamente presso l'ospedale dove il bambino era stato trasportato dopo la rianimazione.
Tuttavia – spiega la Corte di legittimità – la paziente aveva diritto a ricevere un'adeguata informativa circa gli eventuali rischi da fronteggiare, in considerazione dei limiti di azione e di organizzazione dalle casa di cura di fronte alle particolari situazioni patologiche più frequenti.
Corte di Cassazione - Terza sezione Civile - sentenza n. 2334/2011
Colpa grave nella condotta del medico ospedaliero
La Suprema Corte, in un caso analogo alla complessa vicenda di causa, ha ritenuto correttamente motivata la decisione di merito la quale ha qualificato in termini di colpa grave la condotta del medico ostetrico che, dinanzi ad un arresto della progressione del feto al momento del parto, abbia atteso più di tre ore prima di predisporre ed effettuare un intervento cesareo.
Corte di Cassazione - sezione Tributaria Civile - sentenza n. 2193/2011
L'ospedale paga lo smaltimento se produce rifiuti speciali e ordinari
Gli ospedali sono tenuti a pagare la tassa sullo smaltimento dei rifiuti per le aree di degenza se, accanto ai rifiuti specaili, vengono prodotti anche quelli ordinari.