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Timestamp: 2018-05-27 11:55:42+00:00
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La Corte di Cassazione, nella sentenza n. 5254 del 2016, ha affermato che in caso di coltivazione di cannabis, se questa è auso personale, si procederà alla sanzione amministrativa per l'illecito di detenzione di stupefacenti ma non si procederà oltre se non viene accertata la sua eventuale diffusione.
Sentenza 10 novembre 2015 – 9 febbraio 2016, n. 5254
1. La Corte di Appello di Trento con sentenza del 15 novembre 2013 ha confermato la sentenza del gup del Tribunale di Trento del 24 aprile 2012 di condanna di P.N. e Pi.Gi. per il reato di cui all'art. 73, d.p.r. 309/1990, ritenuta l'ipotesi attenuata di cui al comma 5 del medesimo articolo, per aver coltivato nella propria abitazione, in un armadio trasformato in serra, due piante di canapa indiana e per aver detenuto in un essiccatore 20 foglie della medesima pianta. La Corte confermava la irrilevanza della destinazione della sostanza ad uso personale o meno essendo sempre punibile la condotta di coltivazione e riteneva la condotta offensiva sul presupposto che il materiale ritenuto raggiungesse la "soglia drogante".
Con memorie dell'8 aprile 2015 la difesa ha chiesto la trasmissione degli atti alla Corte Costituzionale al fine di una "lettura autorevole della disciplina consolidata in questo particolare ambito", a seguito della sentenza 32/2014 della Corte Costituzionale e della introduzione della disciplina della "tenuità del fatto". Formula anche osservazioni sulla non configurabilità nel caso in esame di una "coltivazione" secondo l'accezione economicistica del termine.
Con memoria pervenuta il 9 novembre 2015 ha chiesto la sospensione del procedimento in attesa della decisione della Corte Costituzionale sulla richiesta di pronuncia di incostituzionalità dell'art. 73, d.p.r. 309/1990.
2. Pur se i giudici di merito non si sono pronunciati espressamente sulla destinazione della sostanza ad uso personale o meno, ritenendo che fosse determinante il dato che si trattasse di "coltivazione", la quantità assai modesta della droga resa disponibile dalla limitata fonte di produzione (solo due piante), in relazione al valore di mercato "nero" della sostanza stessa (notoriamente, in base alla casistica giudiziaria, di pochi Euro al grammo) conferma che si trattava di droga destinata al consumo personale degli imputati. La decisione di condanna non prende esplicita posizione sul punto poiché è sostanzialmente fondata sull'affermazione che la condotta di coltivazione è sempre punita indipendentemente dalla destinazione dello stupefacente prodotto.
2.1 Va però considerato che, in un caso di produzione assolutamente minima, si pone un problema di "offensività" in concreto della condotta. La Corte di Appello, al riguardo, ha solo considerato se la sostanza in questione avesse o meno capacità drogante. Si ritiene, invece, di dover ribadire la interpretazione già adottata da questa Corte con la sentenza Sez. 6, n. 33835 del 08/04/2014 - dep. 30/07/2014, Pg in proc. Piredda, Rv. 260170 [La punibilità per la coltivazione non autorizzata di piante da cui sono estraibili sostanze stupefacenti va esclusa allorché il giudice ne accerti l'inoffensività "in concreto", nel senso che la condotta deve essere così trascurabile da rendere sostanzialmente irrilevante l'aumento di disponibilità della droga e non prospettabile alcun pericolo di ulteriore diffusione di essa. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto penalmente irrilevante la coltivazione di due piantine di marijuana contenenti un principio attivo inferiore al quantitativo massimo detenibile)] la cui motivazione qui di seguito si ripete con adattamento al caso concreto, per poi valutare la possibile incidenza della recente normativa in tema di particolare tenuità del fatto.
2.3 Rispetto ad una tale interpretazione che, così come formulata, risulta indubbiamente rigida laddove si ritenga comportare anche la punibilità della minima produzione di sostanza per conclamato uso personale, va considerato il tema della offensività in concreto. Prima di affrontare l'argomento più in dettaglio, può rammentarsi in estrema sintesi che, proprio nel contesto della riconosciuta punibilità di qualsiasi tipo di coltivazione senza distinzione tra una coltivazione "in senso economico" ed una coltivazione "casalinga", il tema della offensività si è posto ed è stato utilizzato in vario modo:
- innanzitutto si è considerato se possa ritenersi offensiva una condotta di coltivazione prima che si sia realizzato il prodotto con capacità drogante. Al riguardo è stato affermato che, attesa la espressa previsione della "coltivazione" quale attività in tema di stupefacenti per la quale la legge formula un espresso divieto, tale divieto non possa che riguardare la coltivazione del dato tipo di pianta in ogni sua fase, realizzandosi la condotta ancor prima che la pianta arrivi a maturazione e produca la sostanza drogante, purché, ovviamente sia idonea alla effettiva produzione (Ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, l'offensività della condotta consiste nella sua idoneità a produrre la sostanza per il consumo, attese la formulazione delle norme e la "ratio" della disciplina, anche comunitaria, in materia, sicché non rileva la quantità di principio attivo ricavabile nell'immediatezza, ma la conformità della pianta al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione e a produrre la sostanza stupefacente (Fattispecie in cui è stata affermata l'idoneità offensiva della condotta di coltivazione in considerazione della qualità dei prodotti già ricavati dalla stessa piantagione). (Sez. 6, n. 22459 del 15/03/2013 - dep. 24/05/2013, Cangemi, Rv. 255732).
2.4 Poi, sulla scia di quanto affermato da questa Corte a Sezioni Unite laddove è stato ritenuto che la coltivazione sia un comportamento sempre vietato, senza doversene distinguere la possibile finalità quanto alla successiva distribuzione del prodotto, si è affermato che la offensività in concreto manchi quando il prodotto finale non abbia alcuna capacità drogante (ipotesi che, in realtà, potrebbe essere anche risolta con riferimento alla non realizzazione della fattispecie tipica che è quella di una pianta con un adeguato contenuto di principio drogante): Ai fini della punibilità della coltivazione non autorizzata di piante dalle quali sono estraibili sostanze stupefacenti, spetta al giudice verificare in concreto l'offensività della condotta ovvero l'idoneità della sostanza ricavata a produrre un effetto drogante rilevabile. (Conforme, Sez. U. 24 aprile 2008, Va/letta, non massimata). (Vedi Corte cost n. 360 del 1995 e n. 296 del 1996). (Sez. U, n. 28605 del 24/04/2008 - dep. 10/07/2008, Di Salvia, Rv. 239921). Tesi ribadita, con affermazione che invero sembra negare la fondatezza di quanto si dirà oltre, da Sez. 4, n. 43184 del 20/09/2013 - dep. 22/10/2013, Carioti e altro, Rv. 258095 "Pertanto, e conclusivamente, la condotta è inoffensiva soltanto se essa è priva della concreta attitudine ad esercitare, anche in misura assai limitata, minima, l'effetto psicotropo evocato dal già richiamato D.P.R., art. 14. Esulano, quindi, dalla sfera dell'illecito solo le condotte afferenti a quantitativi di stupefacente talmente tenui, quanto alla presenza del principio attivo, da non poter indurre, neppure in misura trascurabile, la modificazione dell'assetto neuropsichico dell'utilizzatore; per converso, anche dosi inferiori a quella media singola ben possono configurare il delitto in esame (Sez. 4, n. 21814 del 12/05/2010, Renna, Rv. 247478). Ed ancora, altra giurisprudenza ha considerato il carattere di offensività in concreto con maggiore attenzione alla ragione per la quale è affermato la sanzionabilità "comunque" della coltivazione, individuando il non infrequente caso in cui, pur realizzata la condotta tipica, che comprende anche la produzione di una pur minima sostanza con efficacia psicotropa, il carattere ridotto della coltivazione non consenta di ritenere raggiunta la soglia di offesa in concreto del bene tutelato la coltivazione domestica di una piantina di canapa indiana contenente principio attivo pari a mg. 16, posta in un piccolo vaso sul terrazzo di casa, costituisce condotta inoffensiva "ex" art. 49 c.p., che non integra il reato di cui all'art. 73 d.P.R. n. 309 del 1990. (Sez. 4, n. 25674 del 17/02/2011 - dep. 28/06/2011, P.G. in proc. Marino, Rv. 250721) (in motivazione:.....3. Ciò detto e venendo al caso di specie, è da ritenere che il giudice di merito abbia fatto buon governo dei principi illustrati, laddove ha riconosciuto a fronte delle oggettive circostanze del fatto e della modestia dell'attività posta in essere (coltivazione domestica di una piantina posta in un piccolo lo vaso sul terrazzo di casa, contenete un principio attivo di mg. 16), una condotta del tutto inoffensiva dei beni giuridici tutelati dalla norma incriminatrice).
Da qui la affermazione che la assenza di capacità drogante della sostanza coltivata rende di per sé inoffensivo il reato nel caso concreto ed il rilievo che spetta al legislatore individuare una nozione di coltivazione che funga da discrimine tra condotte sanzionate penalmente e non.
3.3 Sono rilevanti al fine in esame altre affermazioni della Corte Costituzionale in tema di offensività in concreto, indicative di come la stessa vada verificata nell'ambito della ipotesi di condotta che, pur pienamente conforme al tipo, non è in alcun modo in grado di ledere l'interesse tutelato.
Sentenza Corte Costituzionale 513/2000 "......alla lesività in astratto, intesa quale limite alla discrezionalità del legislatore nella individuazione di interessi meritevoli di essere tutelati mediante lo strumento penale, suscettibili di essere chiaramente individuati attraverso la formulazione del modello legale della fattispecie incriminatrice, fa riscontro il compito del giudice di accertare in concreto, nel momento applicativo, se il comportamento posto in essere lede effettivamente l'interesse tutelato dalla norma (v. di recente, proprio con riferimento a un reato previsto dal codice penale militare di pace, sentenza n. 263 del 2000, nonché sentenza n. 360 del 1995)".
"Da ultimo, con riferimento all'ordinanza n. 262 del 2013 in cui il rimettente fa presente che il giudizio è relativo ad un omesso versamento di 24,00 Euro, occorre ricordare che questa Corte ha già precisato che resta precipuo dovere del giudice di merito di apprezzare - alla stregua del generale canone interpretativo offerto dal principio di necessaria offensività della condotta concreta - se essa, avuto riguardo alla ratio della norma incriminatrice, sia, in concreto, palesemente priva di qualsiasi idoneità lesiva dei beni giuridici tutelati (sentenza n. 333 del 1991). Il legislatore ben potrà, anche per deflazionare la giustizia penale, intervenire per disciplinare organicamente la materia, fermo restando il rispetto del citato principio di offensività che ha rilievo costituzionale". Quindi: l'omissione di pagamento di "soli" 24 Euro integra il fatto ma può non essere (giudizio dal quale la Corte ovviamente si astiene) lesivo del bene tutelato. È opportuna una revisione della disciplina legislativa, ma la valutazione di sussistenza della offensività in concreto della condotta resta obbligo del giudice atteso che il "principio di offensività" ha "rilievo costituzionale".
4, Va infine considerato se tale principio, resti fermo anche con la nuova disciplina in tema di offensività introdotta dall'articolo 131 bis cod. pen. (Particolare tenuità del fatto).
La questione è se, introdotta tale disciplina, possa ritenersi che la stessa risolva il tema della applicazione del principio di offensività quale desunto in precedenza dall'art. 49 cod. pen. e dalla giurisprudenza sopra citata. Ovvero se, alla luce della normativa vigente, realizzata formalmente la fattispecie astratta, il profilo della assenza di tipicità/realizzazione dell'evento giuridico di lesione del bene protetto possa essere considerato solo sotto il profilo della "tenuità".
Invero l'art. 131 bis cod. pen. non si pone affatto in rapporto con la situazione qui in esame in quanto tale disposizione è applicabile in presenza di un reato perfezionato in tutti i suoi elementi, compresa, quindi, l'offensività. Il presupposto della norma è che l’offesa al bene vi sia effettivamente stata ma che questa sia, nel caso concreto, di minima consistenza e quindi, "irrilevante". La disposizione dell'art. 131 bis cod. pen., non ha alcuna applicabilità nel caso in cui l'offesa manchi del tutto.
Del resto, si rammenta, la applicazione della "speciale tenuità", pur avendo un presupposto oggettivo (l'obiettiva scarsa rilevanza dell'offesa al bene protetto) è comunque condizionata da presupposti soggettivi (in particolare la non abitualità della condotta); inoltre la decisione di non punibilità da atto che vi è un reato, ma che non merita la pena, essendovi varie conseguenze equivalenti alla condanna, anche in sede extrapenale (è da valutare, allo stato, anche se debba conseguirne la confisca).
È indubbio che il reato di coltivazione venga ritenuto sostanzialmente diverso da quello di mera detenzione dello stupefacente sia nella giurisprudenza costituzionale sopra sintetizzata che nella giurisprudenza di questa Corte;
- la "coltivazione" non può essere direttamente ricollegata all'uso personale ed è punita di per sé in ragione del carattere di aumento della disponibilità e della possibilità di ulteriore diffusione. - la detenzione è condotta che, invece, è strettamente collegata alla successiva destinazione della sostanza ed è qualificata da tale destinazione; pertanto è punibile solo quando è destinata all'uso di terzi mentre, se destinata all'uso personale, ha la sanzione (amministrativa) corrispondente a tale ultima condotta. Perciò l'azione tipica della coltivazione si individua senza alcun riguardo all'accertamento della destinazione della sostanza bastando che sia realizzato il pericolo presunto quale sopra specificato. Ma, proprio nella individuazione del compimento della azione tipica nel singolo caso, va applicata la regola di necessaria sussistenza della "offensività in concreto": ovvero, pur realizzata l'azione tipica, dovrà escludersi la punibilità di quelle condotte che siano in concreto inoffensive.
Ovvero, a fronte della realizzazione della condotta tipica, che è la coltivazione di una pianta conforme al "tipo botanico" e che abbia, se matura, raggiunto la soglia di capacità drogante minima, il giudice potrà e dovrà valutare se la condotta stessa sia del tutto inidonea alla realizzazione della offensività in concreto. L'ambito di tale riconoscibile inoffensività è, ragionevolmente, quello del conclamato uso esclusivamente personale e della minima entità della coltivazione tale da escludere la possibile diffusione della sostanza producibile l'ampliamento della coltivazione;
l'onere della prova, spettando all'accusa dimostrare la realizzazione del fatto tipico, va ritenuto tendenzialmente a carico dell'imputato anche se è probabile che la condizione di inoffensività sia di immediata percezione.
7. Risulta quindi corretto affermare che l'avere coltivato due piantine, senza alcuna ragione di ritenere che i ricorrenti avessero altre piante non individuate e, quindi, essendo certo che quanto individuato esauriva la loro disponibilità senza alcuna prospettiva di utile distribuzione in favore di terzi consumatori, non è in concreto una condotta offensiva per le ragioni anzidette. Non necessitando ulteriori apprezzamenti di fatto, poiché è sufficiente quanto accertato e valutato dalla sentenza impugnata per decidere nel senso dell'accoglimento del ricorso con assoluzione degli imputati ritenendo che il fatto non sussiste (non è stato realizzato il fatto con le sue caratteristiche di aggressività del bene giuridico) l'annullamento deve essere pronunciato senza rinvio.
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