Source: http://aidu.unipv.it/materiali0910/Cons_St_5_giugno_2007-2984%20autorizzazione%20alienazione%20bene%20culturale.htm
Timestamp: 2017-06-24 01:44:01+00:00
Document Index: 115074266

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2', 'art. 55', 'art. 10', 'art. 55', 'art. 21', 'art. 55', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 55', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ']

N.2984/2007
N. 1718 Reg.Ric.
sul ricorso in appello proposto dall’Azienda Unità Sanitaria Locale di Parma, rappresentata e difesa dagli avv.ti Giorgio Cugurra e Salvatore Alberto Romano, con domicilio eletto presso il secondo in Roma, via XXI Aprile, n. 11;
il Ministero per i Beni e le Attività Culturali in persona del Ministro p.t., rappresentato e difeso dall’ Avvocatura Generale dello Stato, con domicilio per legge presso la sede della stessa in Roma, via dei Portoghesi, n. 12;
la Soprintendenza Regionale per i Beni e le Attività Culturali dell’ Emilia Romagna, e ove occorra, la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici dell’Emilia Romagna, non costituiti in giudizio;
della sentenza del Tribunale Amministrativo Regionale per l’ Emilia Romagna, Sezione Staccata di Parma, n. 4/2005 del 13.01.2005;
Uditi per le parti l’avv.to Rainaldi, per delega dell’avv.to Romano, e l’ Avvocato dello Stato Spina;
1). Con provvedimento in data 10.07.2003 il Soprintendente Regionale per i Beni e le Attività Culturali dell’Emilia Romagna, in accoglimento di istanza presentata dall’Azienda Unità Sanitaria Locale di Parma, autorizzava l’alienazione di immobile di proprietà dell’ Azienda medesima , ubicato nel Comune di Fidenza, denominato “Palazzina ex Collegio dell’Angelo”, costruito nel 1880 e con destinazione nell’attualità a servizi ospedalieri. L’alienazione veniva subordinata alle condizioni che «vengano previste destinazioni d’uso per strutture ricettive di tipo socio-assistenziale, sanitario e di tipo residenziale speciale (alloggi protetti, assistiti, per anziani) e con funzione direzionale (uffici pubblici, scuole). Siano escluse destinazioni d’uso per attività commerciali, industriali e artigianali; sia mantenuta e, eventualmente, migliorata, la fruibilità propria delle precedenti destinazioni d’uso».
Contestualmente il Soprintendente dichiarava l’immobile di «interesse particolarmente importante», ai sensi dell’art. 2, comma 1, lett. a), del d.lgs. n. 490/1999.
Avverso detto provvedimento, nella parte in cui assoggetta la vendita del bene a specifiche prescrizioni, l’ A.U.S.L. di Parma ha proposto ricorso al T.A.R. assumendone l’illegittimità per violazione di legge ed eccesso di potere in diversi profili.
In via subordinata, in caso di mancato accoglimento della domanda formulata in via principale tesa dell’annullamento nei limiti di cui innanzi del provvedimento di autorizzazione alla vendita, l’impugnativa era altresì rivolta contro la statuizione impositiva del vincolo di interesse storico ed artistico, da ritenersi viziata per omessa comunicazione dell’avvio del procedimento, per contraddittorietà con precedenti valutazioni dello stesso Soprintendente e per eccesso di potere nei profili del travisamento dei fatti e del difetto di motivazione.
Il T.A.R. adito accoglieva parzialmente il ricorso e dichiarava l’illegittimità del provvedimento soprintendentizio del 10.07.2003 nella parte in cui relativamente alla “funzione direzionale” ha circoscritto le destinazioni d’uso consentite a quelle di esclusiva pertinenza di soggetti pubblici.
Avverso detta decisione ha proposto appello l’ A.U.S.L. di Parma ed ha confutato le statuizioni contrarie al pieno accoglimento dei capi di domanda e rinnovato i motivi proposti con il ricorso di primo grado.
Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali si è costituito in resistenza.
2). L’appello è fondato
2.1). L’ art. 55 del d.lgs. n. 490/1999, nell’ assoggettare ad autorizzazione del Ministro l’alienazione dei beni culturali che non facciano parte del demanio storico artistico appartenenti allo Stato, alle regioni, alle province ed ai comuni subordina il titolo autorizzatorio alla condizione che “dall’alienazione stessa non derivi danno alla loro conservazione e non sia menomato il pubblico godimento”.
L’art. 10 del d.P.R. 07.09.2000, n. 283 – recante disposizioni in materia di alienazione di beni appartenenti al demanio storico ed artistico – prevede, quale contenuto tipizzato dell’ atto di autorizzazione, l’indicazione delle “misure di conservazione”, degli “usi incompatibili con il carattere artistico e storico del bene o pregiudizievoli della sua integrità”, nonché delle “condizioni di fruizione pubblica, tenuto conto della situazione conseguente alla precedenti utilizzazioni del bene”.
Si versa a fronte di un complesso di misure di carattere reale che - in attuazione della previsione di cui all’art. 55 del d.lgs. n. 490/1999, in base alla quale la dismissione del bene da parte dell’ente pubblico non deve risolversi in pregiudizio dell’ integrità del bene e del pubblico godimento - sono finalizzate a salvaguardare il bene da ogni possibile compromissione o da limiti all’ accessibilità da parte della collettività nel momento in cui si determina il mutamento del titolo di proprietà. Si tratta, inoltre, di misure che si collegano alla regola primaria in materia di conservazione dei beni culturali che si rinviene all’art. 21, secondo comma, del d.lgs. n. 490/1999 ed impone che i beni stessi “non possono essere adibiti ad usi non compatibili con il loro carattere storico ed artistico oppure tali creare pregiudizio alla loro conservazione ed integrità”.
Ciò posto l’ Azienda appellante fondatamente si duole che il Soprintendente, in sede di rilascio del titolo autorizzatorio previsto dall’art. 55 del d.lgs. n. 490/1999, ha introdotto, con effetto conformativo dell’utilizzazione urbanistico/edilizia dell’immobile, specifiche destinazioni d’uso per strutture ricettive di tipo socio-assistenziale, sanitario e di tipo residenziale speciale (quali alloggi protetti, assistiti, per anziani) o in funzione direzionale per uffici pubblici e scuole, da osservarsi a seguito della dismissione dalla mano pubblica.
Sotto un primo profilo va osservato che l’art. 10 del d.P.R. n. 283/2000 in precedenza richiamato assegna all’ autorità ministeriale la possibilità di selezionare le categorie di “usi incompatibili con il carattere artistico e storico del bene o pregiudizievoli della sua integrità”. I limiti al diritto dominicale dell’acquirente che possono introdursi in sede di rilascio dell’autorizzazione alla vendita devono, quindi, operare in negativo, a salvaguardia dell’ integrità e conservazione del bene e dei valori artistici e storici di cui è espressione, ma non possono imporre in positivo singole destinazioni d’uso per il perseguimento di scopi - nella specie attinenti alla tutela della salute, all’ assistenza di persone in posizione di svantaggio, o al reperimento di strutture da destinare a pubblici uffici o scuole - la cui cura e affidata a altri organismi ed all’ esercizio di diverse potestà pubbliche.
Sul piano della ragionevolezza della scelta effettuata dall’ Amministrazione correttamente rileva l’ A.U.S.L. istante che non ha senso operare distinzioni in base alle qualità soggettive dell’utilizzatore, a seconda si tratti di un soggetto pubblico o di un privato, dovendo formare oggetto di apprezzamento la tipologia d’ uso in sé, quanto ai riflessi sulle caratteristiche storiche ed artistiche del bene ed all’ assenza di pregiudizio alle condizioni di conservazione. Se, inoltre, sono consentite le utilizzazioni residenziali dell’immobile di tipo socio/collettivo non trova ragionevole giustificazione l’ interdizione dell’ uso abitativo per ordinarie esigenze familiari, che all’evidenza non introduce maggiore impatto ed invasività per l’integrità del bene rispetto agli usi di tipo collettivo per il quali è stato espresso assenso. Non emerge, quindi, ragione per relegare in sede di autorizzazione alla vendita l’ordinario utilizzo a fini abitativi fra quelli qualificati per implicito come incompatibili.
3). E’ d’uopo precisare che la scelta effettuata dal Soprintendente non riceve copertura normativa dall’art. 10. comma terzo, n. 3), che fra le misure di tutela include “le condizioni di fruizione pubblica”.
La disposizione regolamentare è attuativa dell’art. 55, secondo comma, del d.lgs. n. 490/1999, ove è stabilito che per effetto dell’autorizzazione all’alienazione non deve essere “menomato il pubblico godimento” del bene culturale.
Si tratta di previsione finalizzata a preservare l’accessibilità da parte della collettività al bene culturale onde consentirne visione e la percezione dei valori storici ed artistici da esso espressi, che resta distinta dalla destinazione d’uso a scopi di interesse pubblico che non è di per sé garantista delle condizioni di accessibilità.
4). Inoltre, diversamente da quanto argomentato dal T.A.R., la prescrizione in sede di autorizzazione alla vendita di specifiche destinazioni d’ uso non si collega ad una precedente utilizzazione che abbia costituito la ragione del vincolo e che attraverso la dichiarazione di interesse ai sensi del d.lgs. n. 490/1999 si sia intesa tutelare.
La “Palazzina Collegio dell’ Angelo – Ospedale Civile” edificata nel 1880 e “sottoposta ad innumerevoli interventi edilizi dagli anni ’30 del XX secolo con sopraelevazione e negli anni ’60 fino alla realizzazione, pochi anni fa, delle scale di sicurezza” è stata ricondotta nella categoria di beni di cui all’art. 1, comma primo, lett. a), del d.lgs. n. 490/1999, perché espressione diretta di intrinseci valori storici/artistici e non per il collegamento indiretto a precedenti utilizzazioni ritenute rilevanti per il riferimento alla storia ed alla cultura della comunità locale. Il T.A.R. è, quindi, incorso in errore quando, a giustificazione dei limiti alle destinazioni d’uso, ha collegato la misura di tutela del complesso immobiliare alla “relazione tra la sua destinazione pregressa e la storia e il costume locali”, trattandosi di ipotesi diversa - contemplata dall’art. 1, comma primo, lett. b), del d.lgs. n. 490/1999 (c.d. vincolo indiretto per il riferimento ai fatti della storia, della cultura, dell’arte. ecc.) - che non è presa in considerazione nel provvedimento di dichiarazione dell’ interesse particolarmente importante che è, invece, applicativo dell’art. 1, comma primo, lett. a) del d.lgs. menzionato in relazione, come innanzi detto, all’intrinseco valore storico ed artistico del bene.
5). Da ultimo l’ A.U.S.L. istante fondatamente contesta, sotto il profilo dell’eccesso di potere per difetto di motivazione, l’inibitoria in radice di ogni destinazione d’uso per “attività commerciali, industriali e artigianali”.
Ove si consideri l’ assetto strutturale dell’edificio, oggetto di ripetuti rifacimenti e superfetazioni, non si comprende, né è indicato nell’ atto, quali elementi del decoro e della configurazione architettonica potrebbero soffrire pregiudizio dalle su indicate utilizzazioni, segnatamente per ciò che riguarda le attività commerciali. Queste ultime, infatti, presentano un grado di impatto non diverso, se non minore, rispetto dalle attività di natura socio-assistenziale e sanitario - ritenute dal Soprintendente compatibili con l’intero corpo dell’edificio - che notoriamente richiedono l’utilizzo di evoluti apparati tecnologici da inserirsi nell’edificio ed un continuo accesso e presenza di utenti all’interno del complesso immobiliare.
Sotto ulteriore profilo proprio il carattere composito della struttura dell’edificio imponeva, eventualmente, di selezionare le porzioni dell’immobile suscettibili di ricevere pregiudizio dagli usi oggetto di divieto per le presenza di decorazioni, fregi, dipinti, altri elementi decorativi, motivando caso per caso le ragioni della scelta ed il “vulnus” che si è inteso prevenire.
6). La riconosciuta fondatezza della domanda di annullamento dell’atto autorizzatorio nella parte in cui introduce specifiche prescrizioni quanto alle destinazioni d’uso del bene culturale esime il collegio dall’esame dell’ istanza di annullamento della dichiarazione di interesse particolarmente importante, in quanto formulata in via subordinata in caso di esito negativo della domanda principale.
7). Il ricorso va quindi accolto; per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, va accolto il ricorso di primo grado e va annullato il provvedimento con esso impugnato nei limiti di cui in motivazione.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in favore dell’appellante in euro 5000,00 (cinquemila/00) oltre i.v.a. e c.p.a.
Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta accoglie il ricorso e, per l’effetto, in riforma della sentenza appellata, accoglie il ricorso di primo grado ed annulla il provvedimento con esso impugnato in parte “de qua”.
Condanna il Ministero convenuto al pagamento delle spese del giudizio liquidate come in motivazione in euro 5000,00 (cinquemila/00) oltre i.v.a. e c.p.a.
Ordina che la presente decisione sia eseguita dall’ Amministrazione.
Così deciso in Roma dal Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale - Sez. VI^ - nella Camera di Consiglio del 13 aprile 2007, con l'intervento dei Signori:
BRUNO ROSARIO POLITO VITTORIO ZOFFOLI DEPOSITATA IN SEGRETERIA il....05/06/2007
N.R.G. 1718/2006