Source: http://www.divorzio.ch/contributo/rtid-i-2006/29c-art-30-cpv-1-cc/
Timestamp: 2018-04-23 04:05:03+00:00
Document Index: 28861545

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29c Art. 30 cpv. 1 CC - divorzio.ch
7. Il nome attiene alla sfera della personalità e costituisce un segno distintivo circa l’identità del soggetto, indicandone l’appartenenza familiare. «Motivi gravi» (nell’accezione dell’art. 30 cpv. 1 CC) per un suo cambiamento sono dati solo qualora l’interesse privato del richiedente prevalga su quello pubblico a che il nome acquisito e figurante agli atti dello stato civile rimanga tale per la sua funzione individualizzante. Nondimeno, trattandosi di minorenni, la giurisprudenza è stata a lungo generosa nel ravvisare «motivi gravi», ritenendo che un nome idoneo a rivelare l’origine naturale o adulterina di un figlio che vive con genitori non sposati potesse recare seri pregiudizi sociali. In casi simili al bambino era sempre riconosciuto un interesse legittimo a far adeguare il proprio nome a quello della nuova famiglia (sull’evoluzione della prassi: DTF 121 III 146 consid. 2a con citazioni).
La giurisprudenza più recente ha segnato una svolta in senso restrittivo. Nella sentenza pubblicata in DTF 121 III 145 il Tribunale federale ha deciso che l’esistenza di un concubinato – anche durevole – tra la madre, detentrice dell’autorità parentale, e il suo compagno, padre biologico del figlio che vive nell’economia domestica comune, non basta a integrare «motivi gravi» perché il figlio assuma il nome del concubino. Il moltiplicarsi di famiglie monoparentali o viventi in unione libera e il diverso apprezzamento sociale affermatosi negli ultimi anni verso figli nati fuori del matrimonio – ha continuato il Tribunale federale – più non bastano a motivare gli estremi dell’art. 30 cpv. 1 CC in situazioni del genere. Il figlio che vuole cambiare nome deve, ora, dimostrare di essere concretamente vittima di pregiudizi seri e reali ove continui a portare quel nome. Analogamente ha statuito il Tribunale federale in DTF 124 III 401 riguardo a un figlio di genitori divorziati che, soggetto all’autorità parentale della madre, viveva nella famiglia creata da quest’ultima con un nuovo matrimonio. A quel figlio non è stato consentito di assumere il nome del patrigno proprio per non avere addotto – né tanto meno dimostrato – «circostanze particolari» a sostegno della domanda.
La prassi testé riassunta è stata ribadita in DTF 126 III 2 consid. 3a ed è stata confermata ancora ulteriormente, come ad esempio nella sentenza 5C.163/2002 del 1° ottobre 2002 in cui il Tribunale federale ha rifiutato il cambiamento di nome a due figlie che, dopo il divorzio dei genitori, erano state affidate alla madre, la quale aveva ripreso il suo cognome da nubile. Il fatto che le figlie continuassero a portare un nome balcanico, in particolare, non è stato annoverato tra i «motivi gravi» dell’art. 30 cpv. 1 CC. La giurisprudenza più aggiornata rimane sulla stessa linea (si veda, tra altre, la sentenza 5C.84/2003 del 20 maggio 2003). Anzi, il Tribunale federale ha soggiunto, nel caso di una figlia di genitori divorziati (la quale chiedeva di assumere il nome della madre), che per invocare con successo l’art. 30 cpv. 1 CC occorrono ragioni oggettive. Ragioni soggettive, dettate da sentimenti, come il fatto che il figlio pretenda di non conoscere più il padre o che il nome del padre desti reazioni negative nella cerchia familiare della madre non sono sufficienti. Quanto alle motivazioni oggettive, l’ipotesi che un nome sia inusuale o difficile da scrivere non basta per chiederne il cambiamento. Per il resto – ha ricordato il Tribunale federale – un cambiamento di nome non va confuso con una misura a protezione del figlio: esso non è destinato a mettere il figlio al riparo da orientamenti negativi nei confronti del padre invalsi nell’ambiente in cui il ragazzo vive (sentenza 5C.97/2004 del 23 giugno 2004 consid. 3.2 e 3.3, tradotta in italiano in: RSC 73/2005 pag. 93).
11. A ben vedere, invano si cercherebbero nel fascicolo processuale elementi idonei ad accertare che in concreto i figli siano oggettivamente vittima di pregiudizi seri e reali continuando a portare il nome originario. La richiesta in esame appare ricollegarsi se mai a ragioni soggettive: al desiderio di cancellare spiacevoli trascorsi, al proposito di sbiadire la figura dell’appellante nella cerchia familiare, all’intento di sostituire elettivamente il ruolo del padre. Ammesso e non concesso poi che un soggettivo tormento interiore possa assurgere a «motivo grave» (ciò che – come si è visto – la giurisprudenza esclude), nemmeno risulta che il nome dell’appellante susciti nei ragazzi una qualsiasi sofferenza. Che manchino relazioni personali con il padre o che questi trascuri obblighi alimentari non basta a configurare «motivi gravi». Che il nome «X» obblighi i figli a dare spiegazioni sulle loro origini ad amici e compagni di scuola neppure. L’unità del nome all’interno della famiglia non è più un dogma e il fatto di portare un nome straniero o difficile da scrivere non è più necessariamente indice, per sé solo, di discriminazioni o svantaggi. In ultima analisi, nulla permette di accertare che, continuando a portare il nome del padre, in concreto i figli patiscano seri pregiudizi d’ordine sociale, psichico, morale o spirituale. Nelle condizioni descritte l’appello deve quindi essere accolto e la decisione impugnata riformata.
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