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Timestamp: 2020-07-02 19:56:19+00:00
Document Index: 122341182

Matched Legal Cases: ['art. 154', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 23', 'art. 117', 'arte 2']

Perché i referendum sono importanti | Italia2013
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1. I due quesiti sull’acqua propongono di cancellare due norme importanti: la prima è contenuta nell’articolo 23bis della legge 133 del 2008 e stabilisce che la gestione dell’acqua deve essere affidata, tramite gara, o ad aziende private oppure ad aziende miste in cui comunque la quota di privati non sia inferiore al 40%; il secondo quesito invece propone di abrogare una norma emanata ai tempi del governo di centrosinistra (il comma 1 dell’art. 154 del decreto legislativo 152 del 2006) che inseriva tra i criteri per determinare la bolletta dell’acqua anche l’ “adeguatezza della remunerazione del capitale investito”. Si tratterebbe, secondo il comitato promotore del referendum, di un 7% della tariffa e ciò senza che sia richiesta una quota di investimenti per il miglioramento del servizio. Qui sta infatti uno dei nodi su cui si voterà: la politica di privatizzazioni avviata negli anni ’90 ha prodotto in molti casi delle vere rendite di posizione per i privati che, una volta comprate le società, potevano fare profitti senza dover fare investimenti. Ne parlammo già a proposito del gruppo Benetton che di fronte alla concorrenza internazionale nel campo dell’abbigliamento si rifugiò nelle aziende privatizzate e poi penetrò il mondo dell’editoria e della finanza per proteggere e legittimare queste stesse rendite. Se si guarda alla storia del capitalismo italiano degli ultimi 30 anni ci si accorge che non si trattava di un caso isolato ma anzi di una linea di sviluppo comune: dalla produzione alla rendita e alla finanza.
2. Ci sono poi altre due questioni fondamentali. La prima è che l’acqua è un bene comune, un diritto che va garantito a tutte e a tutti semplicemente perché sono esseri umani. In 28 zone d’Italia (i cosiddetti Ato, Ambiti Territoriali Ottimali) il servizio è stato già in tutto o in parte privatizzato in questi anni. In molti casi, anche in questa regione, l’aumento delle bollette è stato spropositato senza che ci fosse un adeguato miglioramento del servizio. La legge oggetto del referendum (la Ronchi-Fitto) estenderebbe il sistema anche ai 64 Ato ancora gestiti dal pubblico. E’ quindi una legge ideologica che estende a tutti un sistema che già ha dato prova di essere ingiusto. E’ una legge figlia del trentennio conservatore italiano, in cui il liberismo si è coniugato con la tutela dei più arretrati tra i grandi interessi privati. Infine c’è una questione non del tutto secondaria sollevata da Stefano Rodotà: la Ronchi-Fitto è una legge che in parte attua delle normative comunitarie. Si temeva che proprio per questo la Consulta bocciasse il referendum, visto che l’articolo 75 vieta di tenere referendum su “leggi di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”. Un’interpretazione restrittiva di questo articolo avrebbe portato ad escludere dai referendum tutte le norme di attuazione di direttive e regolamenti comunitari, che nel nostro ordinamento sono sempre di più. In pratica sarebbe stato fortemente limitato l’uso del referendum, rafforzando ancora di più l’idea che ogni volta che si decide in Europa si toglie potere ai cittadini: e invece non è così, c’è sempre una responsabilità politica del parlamento e del governo italiani anche quando si dice che “è l’Europa che ce lo impone”. Insomma, anche il semplice fatto che si voti è già una vittoria per la democrazia.
3. Con molta probabilità, vista l’abrogazione solo parziale della legge sul legittimo impedimento, si voterà anche sulla sua cancellazione come richiesto dal referendum proposto dall’Italia dei Valori. Una vittoria dei sì significherebbe una bocciatura dell’idea che un “eletto dal popolo” sia immune dalle leggi che governano gli altri cittadini (e già abbiamo scritto su quanto poco fondata sia l’idea che Berlusconi sia “eletto dal popolo”). Dall’altro lato il pericolo di questo referendum è che si trasformi nell’ennesimo plebiscito a favore del Capo, presentato come vittima delle toghe rosse. Una vittoria dei no aprirebbe uno scenario spaventoso con la destra che si sentirebbe legittimata ad azzerare ogni contrappeso al potere esecutivo, non solo i magistrati.
4. Infine, l’ultimo quesito su cui si voterà è quello sul nucleare. Si tratta di abrogare una serie di norme emanate tra il 2008 ed il 2010 che permettono di reintrodurre le centrali nucleari nel nostro Paese, nonostante ci fosse stato un referendum in materia nel 1987 nel quale la stragrande maggioranza degli elettori aveva bocciato l’utilizzo dell’energia atomica. Si tratta qui di decidere su due questioni in realtà: non solo la politica energetica del nostro Paese (più nucleare e combustibili fossili oppure più rinnovabili?) ma anche il rapporto tra politica e lobby. Non è un mistero infatti che la decisione del governo Berlusconi fu anche il frutto delle pressioni di una composita “lobby nucleare” e che la tecnologia che intendiamo acquistare dai francesi ha già sperimentato enormi problemi di realizzazione in Finlandia, come fu documentato da una puntata di Presa Diretta (che andrà vista e rivista nella campagna referendaria). A proposito, è da vedere il sito della lobby, un vero esperimento di esportazione in Italia dei metodi di comunicazione pubblica dei gruppi di pressione usati negli USA.
5. Lo scrivemmo già quest’estate: il trentennio conservatore americano iniziò il 6 giugno del 1978 con il referendum in California sulla “proposition 13” che stabiliva un tetto massimo alle tasse sugli immobili. La vittoria dei sì su un quesito allo stesso tempo molto concreto ma dalla vasta portata ideologica segnò il primo successo significativo di quel movimento conservatore che avrebbe portato Ronald Reagan alla Casa Bianca, con grandi conseguenze anche per l’Europa e l’Italia. I referendum di questa primavera nel nostro Paese, soprattutto quelli sull’acqua e sul nucleare, potrebbero avere la stessa valenza e aprire una nuova pagina nella politica (e nella vita quotidiana) di questo Paese.
5 risposte a “Perché i referendum sono importanti”
14 gennaio 2011 alle 12:11
Io sono tra quelle persone che credono poco che questa legislatura duri oltre.
Quindi non so se si arrivarà a breve termine a votare per i referendum, ma credo che questi siano fondamentali.
Quello che però mi lascia male, oltre che perplessa è, prendiamo ad esempio il nucleare:
I mezzi di comunicazione sono già mesi che battono su questo argomento anche in maniera terroristica. Si dice (e così pare) che tra circa trent’anni il petrolio sarà finito e noi moriremo congelati, ergo: il nucleare è l’unica soluzione che garantisce anche occupazione.
E’ ovvio che è ributtante questo uso dei media che incanalano per una scelta e non danno alternative, così che in caso di referendum ai promotori e a chi aderisce rimane poco tempo per spiegare l’uso dell’energia alternativa e l’errore delle centrali nucleari.
Per il mio lavoro mi è capitato di parlarne con chi ‘decide’ queste cose, e, di fronte alla mia perplessità sull’inquinamento dovuto alle scorie radiottive , mi viene risposto che saranno inviate nello spazio, demandando ai posteri la risoluzione del problema.
E così anche per tutto il resto… che fatica!
15 gennaio 2011 alle 17:51
Giusto due osservazioni sulla parte riguardante l’acqua:
1. su questo tema c’è un po’ l’idea che la disciplina dei servizi pubblici locali (SPL), tra cui l’acqua, contenuta nell’art. 23 bis derivi dalla normativa comunitaria e che l’Italia si sia sostanzialmente adeguata ad una disciplina di mercato imposta dall’UE. In realtà le cose non stanno proprio in questi termini.
La normativa comunitaria prevede infatti che la gestione diretta di un SPL tutte le volte in cui lo stato nazionale ritenga che le regole di concorrenza ostacolino in diritto o in fatto la speciale missione dell’ente. In tale ipotesi l’ordinamento comunitario, lasciando ampia sfera di discrezionalità allo Stato, si riserva solo di sindacare se la decisione dello stato sia frutto di un errore manifesto.
La normativa italiana al contrario rappresenta uno sviluppo del diverso principio generale del divieto di gestione diretta del SPL da parte dell’ente locale.
Ancora: la normativa comunitaria detta tre condizioni alle quali è subordinata la possibilità dell’affidamento diretto dei SPL :
a. capitale totalmente pubblico;
b. controllo esercitato dall’aggiudicante sull’affidatario di ««contenuto analogo» a quello esercitato dall’aggiudicante stesso sui propri uffici;
c. svolgimento della parte piú importante dell’attività dell’affidatario in favore dell’aggiudicante
Al contrario la normativa interne non soltanto richiede la presenza delle suddette condizioni, ma esige il concorso delle seguenti ulteriori condizioni:
a. una previa «pubblicità adeguata» e una motivazione della scelta di tale tipo di affidamento da parte dell’ente in base ad un’«analisi di mercato», con successiva trasmissione di una «relazione» dall’ente affidante alle autorità di settore, ove costituite (testo originario dell’art. 23-bis), ovvero all’AGCM (testo vigente dell’art. 23-bis), per un parere preventivo e obbligatorio, ma non vincolante, che deve essere reso entro 60 giorni dalla ricezione;
b. la sussistenza di «situazioni che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento» (commi 3 e 4 del testo originario dell’art. 23-bis), ovvero di «situazioni eccezionali che, a causa di peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento» (commi 3 e 4 del testo vigente del medesimo art. 23-bis), «non permettono un efficace ed utile ricorso al mercato». Siffatte ulteriori condizioni, sulle quali si appuntano particolarmente le censure delle ricorrenti, si risolvono in una restrizione delle ipotesi in cui è consentito il ricorso alla gestione in house del servizio e, quindi, della possibilità di derogare alla regola comunitaria concorrenziale dell’affidamento del servizio stesso mediante gara pubblica.
Ciò comporta, evidentemente, un’applicazione piú estesa di detta regola comunitaria, quale conseguenza di una precisa scelta del legislatore italiano. Tale scelta, proprio perché reca una disciplina pro concorrenziale piú rigorosa rispetto a quanto richiesto dal diritto comunitario, non è da questo imposta – e, dunque, non è costituzionalmente obbligata, ai sensi del primo comma dell’art. 117 Cost., ma neppure si pone in contrasto con la citata normativa comunitaria, che, in quanto diretta a favorire l’assetto concorrenziale del mercato, costituisce solo un minimo inderogabile per gli Stati membri.
In sostanza la normativa italiana non è né una violazione né, tanto meno, una applicazione necessitata della normativa comunitaria, ma è semplicemente con essa compatibile, essendo uno dei diversi modi di disciplina possibile.
In linea teoria quindi la normativa nazionale ben avrebbe potuto prevedere la gestione diretta del SPL da parte dell’ente locale.
Chi dice quindi che è l’Europa che ci impone questo tipo di disciplina mente (e, io credo, sapendo di mentire).
2. Ad oggi l’acqua dal punto di vista giuridico non è un bene comune. O, più correttamente, non esiste la categoria beni comuni. Per ora i beni si dividono in privati e demaniali e questi ultimi, a loro volta, in disponibili ed indisponibili. La categoria bene comune è posta alla base del progetto di riforma Rodotà (che ad oggi però non è legge). L’idea di Rodotà è quella di riformulare la parte del codice civile inerente i beni per poter appunto inserire quelle risorse caratterizzate dal fatto di essere prive di restrizioni all’accesso (non escludibili) ed indispensabili alla sopravvivenza umana in una categoria giuridica autonoma.
Io credo sia giusto votare per l’abrogazione parziale del 23 bis, con la considerazione però che ad esso va necessariamente accompagnata una riforma sulla disciplina giuridica di alcuni beni e di alcuni servizi.
PS. preciso che l’interpretazione da me prospettata della normativa comunitaria e di quella nazionale sui SPL e del loro rapporto, una volta oggetto di vari contrasti interpretativi, è quella fatta propria dalla corte costituzionale con C. Cost. 325/1010.
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Thanks a lot ,Roma
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