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Timestamp: 2018-08-15 11:09:43+00:00
Document Index: 183883269

Matched Legal Cases: ['art. 15', 'art. 2050', 'art. 15', 'art. 2050', 'art. 2050', 'art. 15', 'art. 2', 'art. 2059', 'art. 2043', 'art. 2059', 'art. 2059', 'art. 1174', 'art. 7', 'art. 9', 'art. 2', 'art. 2050']

Illegittima segnalazione alle Centrale dei rischi e responsabilità dell’intermediario - Studio Legale Tidona e Associati
3 febbraio 2010 | By Studio In Diritto bancario
Del Prof. Avv. Fernando Greco – Professore aggregato di diritto privato nell’Università del Salento
La decisione del Tribunale di Lecce conferma l’orientamento giurisprudenziale secondo il quale l’erronea segnalazione alla Centrale dei rischi – per un errore di persona la banca aveva segnalato come cattivo pagatore l’attore e non aveva provveduto alla cancellazione dopo aver accertato l’errore – costituisce un fatto illecito – ai sensi degli artt. 2043 e 2050 c.c. – che obbliga il suo autore al risarcimento del danno.
Sommario – 1. La centrale dei rischi. – 2. La natura del pregiudizio. – 3. Illegittima segnalazione e responsabilità contrattuale. – 4. Erronea segnalazione e procedimento d’urgenza.
L’obiettivo perseguito è quello di contribuire a migliorare la qualità degli impieghi degli intermediari partecipanti e, in ultima analisi, accrescere la stabilità del sistema creditizio. Per far questo gli intermediari partecipanti comunicano alla Banca d’Italia informazioni sulla loro clientela e, per finalità connesse con l’assunzione e la gestione del rischio di credito, ricevono, con la medesima periodicità con cui sono raccolte, informazioni sulla posizione debitoria dei nominativi segnalati e dei soggetti a questi collegati. Considerato il carattere riservato dei dati censiti dalla Centrale dei rischi, le informazioni possono essere richieste solo nei casi in cui siano utili a fornire elementi di valutazione del merito di credito della clientela effettiva o potenziale.
In effetti l’art. 15 del d.lgs. 196/2003 dispone, in maniera espressa, una particolare forma di responsabilità extracontrattuale che si configura a carico di chiunque cagioni un danno ad altri per effetto del trattamento dei dati personali contenuti in una banca dati. La peculiarità della disposizione è da individuare nell’espresso rinvio all’art. 2050 c.c. che prevede la responsabilità dei soggetti nell’esercizio di attività pericolose. Dunque, il legislatore annovera espressamente il trattamento dei dati personali nell’esercizio di dette attività . La banca ha la possibilità di liberarsi dalle sue responsabilità solo ove riesca a dimostrare di avere adottato le misure idonee ad evitare il danno. Non si è mancato di evidenziare in dottrina che nell’art. 15 del d.lgs. 196/2003 manca ogni riferimento esplicito al concetto di “ingiustizia” del danno[8]: il rinvio all’art. 2050 c.c. delinea una fattispecie di responsabilità ex delicto. Sulla scorta di questa osservazione è stato affermato che la norma sembra ritagliata su un sostrato materiale non del tutto collimante con il contesto da cui, normalmente, trae origine la vicenda di una segnalazione illegittima: ovvero quello dello svolgimento di un rapporto contrattuale, posto che la segnalazione riguarda – normalmente – un soggetto che sia cliente della banca[9]
Affrontando in generale la problematica della segnalazione alla centrale rischi occorre comprendere, sin d’ora, se la comunicazione – da parte del segnalante – richieda o meno il consenso del cliente. Sul punto deve condividersi l’opinione di chi ritiene che il consenso non sia necessario ai fini della trasmissione dei dati in centrale[10].
Nella vicenda esaminata dal giudice salentino, tuttavia, il problema non sussiste posto che il trattamento del dato, erroneamente comunicato alle centrale dei rischi, riguardava un soggetto che non aveva alcuna relazione negoziale con la banca segnalante. L’aspetto più rilevante che la decisione in commento pone attiene, piuttosto, al profilo risarcitorio. Non c’è dubbio che la banca aveva l’obbligo di prevedere e prevenire ogni possibile danno in relazione alle caratteristiche della sua attività. Si può discutere se vi sia dunque una responsabilità da false o inesatte informazioni[11] a fondamento del relativo obbligo risarcitorio della banca. In altri termini l’esattezza dell’informazione è la conseguenza del rispetto da parte della banca delle regole organizzative e comportamentali tese ad evitare possibili pregiudizi. Quello che non sembra azzardato rilevare è che il profilo di responsabilità emergente dall’erronea segnalazione alla centrale dei rischi lascia intravedere un irrigidimento della “presunzione di responsabilità” dell’impresa, per effetto della “oggettivazione” per via legislativa del contegno diligente della banca segnalante[12]. Per liberarsi dalla responsabilità prevista dall’art. 2050, alla banca non è sufficiente la prova negativa di non aver commesso alcuna violazione delle norme di legge o di comune prudenza, ma è necessaria la dimostrazione di aver impiegato ogni cura o misura atta ad impedire l’evento dannoso[13] e quindi il pregiudizio per il danneggiato che può essere tanto patrimoniale, tanto non patrimoniale.
Resta da affrontare la questione del risarcimento del danno non patrimoniale. Come è stato affermato di recente dai giudici di legittimità[17] – che hanno deciso la questione riferentesi ad una erronea segnalazione alla Centrale dei rischi di una società di capitali – anche nei confronti della persona giuridica ed in genere dell’ente collettivo è configurabile la risarcibilità del danno non patrimoniale allorquando il fatto lesivo incida su una situazione giuridica della persona giuridica o dell’ente che sia equivalente ai diritti fondamentali della persona umana garantiti dalla Costituzione, e fra tali diritti rientra l’immagine della persona giuridica o dell’ente, allorquando si verifichi la lesione di tale immagine. Pertanto, proseguono i giudici di legittimità, è risarcibile, oltre al danno patrimoniale, se verificatosi, e se dimostrato, il danno non patrimoniale costituito dalla diminuzione della considerazione della persona giuridica o dell’ente nel che si esprime la sua immagine, sia sotto il profilo della incidenza negativa che tale diminuzione comporta nell’agire delle persone fisiche che ricoprano gli organi della persona giuridica o dell’ente e, quindi, nell’agire dell’ente, sia sotto il profilo della diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere o di settori o categorie di essi con le quali la persona giuridica o l’ente di norma interagisca[18].
Non c’è dubbio che tanto nel caso della persona fisica, quanto nel caso della persona giuridica, l’illegittima segnalazione è fonte di discredito per il “segnalato” . E in ogni caso, a prescindere dall’attività economica eventualmente esercitata dal danneggiato, si riconosce come l’illegittima segnalazione possa determinare, oltre ad un danno patrimoniale, anche una lesione di fondamentali diritti del debitore, quali quello all’immagine ed alla reputazione[19].
Questa prospettiva è condivisa anche dalla Corte d’Appello di Milano, secondo la quale – in caso di segnalazione erronea alla Centrale dei Rischi (in questo caso privata) – di un soggetto finanziato, che non sia operatore economico, l’intermediario finanziario è tenuto a risarcire il danno subìto dalla persona segnalata, per la lesione alla reputazione ed il conseguente patema d’animo, da quantificare in via equitativa, tenuto conto del fatto che l’archivio dei cattivi pagatori era consultabile da una cerchia ristretta di persone[20].
In passato, la prevalente giurisprudenza era concorde nel ritenere che in quest’ultimo genere di lesione, in caso di segnalazione illegittima, il danno fosse in re ipsa[21] e che, pertanto, a questo titolo, il risarcimento dovesse essere accordato senza che il danneggiato avesse l’onere di fornire la prova dell’esistenza della lesione medesima[22].
La decisione dei giudici salentini sembrerebbe distaccarsi dal riconoscimento di un danno in re ipsa. Infatti, si evidenzia nella parte motiva, che “non si vuol significare che oggetto del risarcimento del danno sia in re ipsa” salvo poi precisare che “comunque tale prova può costituire fatto noto dal quale agevolmente risalire alla prova presuntiva del danno”. In altre parole il giudice riconosce, pur negando formalmente “la lesione in re ipsa”, che l’inserimento erroneo nell’archivio informatico accessibile da tutti gli operatori finanziari rappresenta fatto noto per la presunzione delle conseguenze dannose[23]. Ogni qual volta emerga che la notizia lesiva risulti compresa nella banca dati della Centrale per un tempo sufficiente a consentirne la percepibilità da parte di coloro che vi hanno accesso, può ritenersi verificata la presunzione di un danno non patrimoniale in capo al segnalato. Condividendo l’opinione di autorevole dottrina[24], il ricorso alla prova presuntiva è destinato ad assumere particolare rilievo con riguardo al danno da “segnalazione illegittima” e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice, non trattandosi di mezzo di prova di rango inferiore agli altri. E’ pero necessario che il danneggiato alleghi tutti gli elementi che, nella concreta fattispecie, siano idonei a fornire la serie concatenata di fatti noti che consentano di risalire al fatto ignoto”. In altre parole il danno “puro” in re ipsa, anche alla luce delle ultime decisioni delle Sezioni Unite del 2008 (ma ancor prima con le sentenze gemelle del 2003[25]) è categoria destinata alla scomparsa. Come correttamente evidenziato in dottrina, l’appiattimento nell’accertamento della sola lesione procede verso l’idea di un danno punitivo che, seppure non estraneo al nostro sistema, non appartiene alla tradizione del danno alla persona. Il giudice, quindi, deve essere posto nella condizione di poter valutare quali siano le conseguenze della lesione che la vittima indica come pregiudizievoli, ancorché in un’area estranea al reddito e, più in generale, al patrimonio[26]. Quindi, come il danno patrimoniale, anche il danno non patrimoniale deve essere sottoposto ad un duplice giudizio: quello che attiene alla meritevolezza dell’interesse leso, sotto il profilo della ingiustizia del danno, e quello che riguarda la sussistenza delle conseguenze di quella lesione anche attraverso l’uso della presunzione semplice che si rivela , lo strumento probatorio più adeguato per dar evidenza alle alterazioni negative della personalità del danneggiato [27].
In ordine alla quantificazione del danno, nell’impossibilità di determinare il “preciso ammontare” della lesione dell’interesse, il Tribunale opta per una “soluzione” equitativa. Si tratta di una scelta condivisibile stante la difficoltà – sul piano concreto – di una misurazione ecomonica.
Nella vicenda indagata il risarcimento del danno non patrimoniale si giustifica in virtù di un’espressa previsione normativa. Si tratta di una voce di danno che aggrava la responsabilità di chi svolge attività di trattamento di dati personali e che trova il suo fondamento nel comma 2° dell’art. 15 del d.lgs. 196/2003. La presenza di un esplicito richiamo normativo emancipa da una riflessione più ampia che, inevitabilmente, le recenti decisioni delle Sezioni Unite[32] introducono in tema di danno non patrimoniale confermando il c.d. sistema bipolare e rafforzando l’argomento costituzionale attraverso la costruzione di un concetto di ingiustizia del danno costituzionalmente qualificata[33]. Per dirla in altri termini la risarcibilità del danno non patrimoniale, in assenza di una espressa previsione normativa, è ammessa tutte le volte in cui venga leso un diritto inviolabile della persona (art. 2 Cost.). E’ necessaria, dunque, la ricorrenza di un contra jus costituzionale, e non della lesione di un interesse giuridicamente protetto. L’art. 2059, come è stato sottolineato da attenta dottrina[34], non può essere interpretato come una copia dell’art. 2043 c.c.; “ne riproduce, sì, struttura e requisiti, ma esige che il bene leso sia protetto da un diritto inviolabile. Non tutti i disagi possono essere risarciti: soltanto quelli conseguenti alla violazione di un valore fondamentale”[35]. Può discutersi se la lesione alla reputazione personale rientri a pieno titolo nel nuovo danno non patrimoniale ex art. 2059 c.c. Se così fosse le conseguenze dell’illecito non devono essere necessariamente stimate patrimonialmente posto che la violazione di diritti costituzionalmente protetti è di per sé idonea a comportare la nascita di un’obbligazione risarcitoria[36], ferma – naturalmente – la prova del danno.
Va anche evidenziato come la natura della responsabilità della banca – nell’ipotesi di erronea segnalazione alla centrale dei rischi – possa qualificarsi come contrattuale laddove sussista a monte un rapporto banca-debitore. In tal caso la giurisprudenza ha stabilito – mutuando parte delle argomentazioni della dottrina – che della violazione dei propri obblighi la banca potrà essere chiamata a rispondere per inadempimento del rapporto contrattuale esistente e delle istruzioni impartite dalla Banca d’Italia. L’interpretazione costituzionalmente orientata dall’art. 2059 c.c. consente di affermare che anche nella materia della responsabilità contrattuale è riconosciuto il risarcimento dei danni non patrimoniali. Dal principio del necessario riconoscimento, per i diritti inviolabili della persona, della minima tutela costituita dal risarcimento, consegue che la lesione dei diritti inviolabili della persona che abbia determinato un danno non patrimoniale comporta l’obbligo di risarcire tale danno, quale che sia la fonte della responsabilità, contrattuale o extracontrattuale. Se, quindi, l’inadempimento dell’obbligazione determina, oltre alla violazione degli obblighi di rilevanza economica assunti con il contratto, anche la lesione di un diritto inviolabile della persona del creditore, la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale potrà essere versata nell’azione di responsabilità contrattuale, senza ricorrere all’espediente del cumulo di azioni.
Sul piano normativo la giustificazione è nell’art. 1174 c.c., secondo cui la prestazione oggetto dell’obbligazione deve essere suscettibile di valutazione economica e deve corrispondere ad un interesse, anche non patrimoniale, del creditore. Come è stato attentamente sottolineato in dottrina[37] con le sentenze del 2008 il diritto vivente recepisce una serie di indicazioni che giungono da diverse fonti. Infatti, nei Principi Unidroit relativi ai contratti commerciali internazionali 2004, all’art. 7.4.2. rubricato “Risarcimento integrale”, è stabilito che “il creditore ha diritto al risarcimento integrale del danno subito in conseguenza dell’inadempimento. Il danno comprende sia ogni perdita sofferta che ogni mancato guadagno, tenuto conto dei vantaggi economici che il creditore ha ottenuto evitando spese e danni” (comma 1). Ancora: “il danno può essere di natura non patrimoniale e comprende, per esempio, la sofferenza fisica e morale” (comma 2). Analoga indicazione si riscontra nei Principi di diritto europeo dei contratti (Codice Lando), che all’art. 9:501, rubricato “Diritto al risarcimento”, prevede che l’inadempimento del debitore è causa di una perdita che deve comprendere: “(a) il danno non patrimoniale; e (b) la perdita futura che è ragionevolmente prevedibile”. Nella stessa direzione si pongono i “Principi di diritto europeo della responsabilità civile”, i quali, dopo aver previsto che “il danno postula una lesione materiale o immateriale ad un interesse giuridicamente protetto” (art. 2:101), definendo il danno non patrimoniale, impiega una fattispecie a tal punto ampia da non escludere che la sua fonte possa essere un inadempimento.
Un’ultima notazione va dedicata alla possibilità per “l’erroneo” segnalato di attivare un procedimento d’urgenza, risultando l’illegittima segnalazione potenzialmente idonea a pregiudicare in modo irreparabile la sua posizione. In una recente ordinanza del Tribunale di Lecce[38] il giudice evidenzia l’esistenza del periculum in mora” come pericolo di danno causato all’imprenditore dalla non corretta segnalazione “che mal si presta ad essere oggetto di risarcimento per equivalente, in quanto – per effetto della segnalazione – la situazione patrimoniale dei soggetti potenzialmente censiti in sofferenza potrebbe degenerare in senso negativo”. Per i giudici salentini il provvedimento d’urgenza resta l’unico strumento possibile ed idoneo a tutelare chi sia rimasto vittima di una erronea segnalazione, dall’aggravamento del tempo necessario ad ottenere una decisione sul merito a cognizione piena. L’orientamento richiamato, largamente condiviso dalla giurisprudenza[39] prevalente, vuole scongiurare il rischio che il soggetto segnalato non riesca più ad attingere al finanziamento ed evita, al contempo, che si trovi ad affrontare nuove situazioni debitorie, determinate dal recesso di altre banche dai rapporti in corso[40]. Si limitano, in questo modo, gli effetti pregiudizievoli di perdurante attualità e si argina una progressiva accentuazione degli stessi, il che costiuisce il periculum in mora che giustifica la concessione di un provvedimento d’urgenza, consistente nell’ordine dato alla Banca di eliminare la segnalazione del credito in questione dal novero di quelli “sofferenti”.[41]
[7] C’è chi ritiene che l’art. 2050 c.c. sia richiamato ai fini della distribuzione dell’onere della prova e non per ritenere oggettiva la responsabilità di chi tratta dati personali.
[13] La dottrina si è sempre interrogata sul significato da attribuire all’espressione «avere adottato tutte le misure idonee a evitare il danno», ed in modo particolare sul significato da attribuire ai concetti di “totalità” e di “idoneità” delle misure per evitare il danno. Per Franzoni, Il danno da attività pericolose nella giurisprudenza, in CeI, 1985, 202, potrebbe apparire contraddittoria l’affermazione che sono state adottate tutte le misure idonee ad evitare il danno ed ugualmente l’evento dannoso si è verificato. Si è altresì evidenziato che per attribuire effettività al contenuto della prova liberatoria, si dovrebbe ritenere che la “totalità” e la “idoneità” delle misure non debbano essere intese in senso letterale, altrimenti la prova sarebbe una probatio diabolica.
La responsabilità, pertanto, è accollata all’esercente non già per non avere adottato tutte le misure idonee, bensì per il fatto che l’attività considerata è un attività pericolosa: così Franzoni, Dei fatti illeciti, 521). Sottolineano Monateri, La responsabilità civile, in Tratt. Sacco, Torino, 1998, 1010 e Salvi, La responsabilità civile, in Tratt. Iudica, Zatti, Milano, 1998 che la prova liberatoria si risolve nella dimostrazione del caso fortuito che interrompe il nesso causale tra l’attività pericolosa e l’evento.
[22] F. TOSCHI VESPASIANI, La responsabilità della banca da illegittima segnalazione di “sofferenza” del debitore alla Centrale Rischi della Banca d’Italia, in Resp. civ., 2008, 11, 920.
[31] Sul punto v. Navarretta, Bilanciamento di interessi costituzionali e regole civilistiche, in Riv. crit. dir. priv., 1998, 655 ss. In giurisprudenza v. Trib. Mantova, 27 maggio 2008, in www.ilcaso.it, secondo cui occorre tener conto della lunga durata della segnalazione (da novembre 2002 ad ottobre 2003), della circostanza che l’esiguità della somma iscritta a sofferenza ha avuto una maggiore efficacia lesiva della reputazione, essendo indice di uno stato di decozione pur di fronte ad un debito esiguo.
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La Centrale dei Rischi. L’errata segnalazione di una posizione inesistente o diversa e l’obbligo di risarcire il danno da parte dell’istituto segnalatore