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Timestamp: 2020-07-08 07:42:07+00:00
Document Index: 105008500

Matched Legal Cases: ['art. 49', 'art. 18', 'art. 19', 'art. 17', 'art. 30', 'art. 42', 'art. 585']

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Il “rapporto Mazza” del 22 dicembre 1970
Feb 16, 2011, 21:01 pm0
Il 16 aprile 1971, Il Giornale d’Italia di Roma e La Notte di Milano, due quotidiani di destra, pubblicano il documento della Prefettura di Milano indirizzato al Ministro dell’Interno Franco Restivo (Palermo 1911 – Francavilla di Sicilia 1976), intitolato “Situazione dell’ordine pubblico – Formazioni estremiste extra-parlamentari”. Era stato scritto il 22 dicembre 1970 dal prefetto Libero Mazza (Pisa 1910 – Milano 2000) e da allora verrà indicato appunto come “rapporto Mazza”.
Il 12 dicembre 1970, in occasione del primo anniversario della strage di Piazza Fontana, durante gli scontri tra il Movimento studentesco e le Forze dell’ordine, era rimasto ucciso, colpito da un candelotto lacrimogeno, lo studente Saverio Saltarelli. Una lapide in via Larga, dal lato dei numeri dispari all’altezza di via Bergamini, riporta: «Ucciso il 12 dicembre 1970 a soli 23 anni, mentre lottava contro il fascismo per la democrazia e il socialismo». Il clima di quei mesi era particolarmente teso. Alle proteste studentesche si sommavano le vertenze e manifestazioni operaie dell’“autunno caldo”.
Il rapporto del Prefetto, di cui più avanti riportiamo una sua testimonianza raccolta nel libro di Aldo Buoncristiano, Ricostruire lo Stato (ed. Laurus Robuffo, Roma 2005), aveva lo scopo di mettere in guardia le istituzioni sui pericoli che si stavano profilando. Le parole del rapporto vennero accolte a sinistra con grande disappunto.
“Provocatorio rapporto del Prefetto di Milano pubblicato da due giornali di estrema destra”, titolò in prima pagina l’Unità il 17 aprile 1971. Nel pezzo, firmato da Bruno Enriotti, si leggeva tra l’altro: «Si tratta di un documento “riservato” al ministro dell’Interno che contiene presunte “rivelazioni” su “organizzazioni paramilitari ed eversive di estrema sinistra” – Chi lo ha fatto pervenire alla stampa? – Nemmeno un accenno alle attività delle centrali fasciste milanesi e delle squadre di picchiatori. […] Una gravissima iniziativa, di torbido sapore provocatorio, è stata portata avanti oggi, con una chiara collusione, tra due giornali filofascisti e alti funzionari del ministero dell’Interno. […] Le affermazioni contenute in questo rapporto […] sono senza dubbio gravissime. Non soltanto perché danno dei gruppi della sinistra extraparlamentare una visione falsa, deformata e del tutto arbitraria, […] ma soprattutto perché si ignora deliberatamente la presenza delle organizzazioni teppistiche fasciste che dal gennaio 1969 al febbraio 1971 hanno compiuto – secondo un elenco largamente incompleto – almeno 140 gravi atti di violenza contro le persone e sedi democratiche».
Il giorno successivo, 18 aprile, sullo stesso organo del Pci «l’improvvisa pubblicazione» dello «scandaloso rapporto del Prefetto […] un libello privo di ogni documentazione ed infarcito delle argomentazioni che ogni giorno compaiono sui fogli più reazionari» veniva inquadrata in «un più vasto tentativo di controffensiva della destra, che vede nell’ambito della maggioranza governativa le componenti più conservatrici protese nello sforzo di imporre una sterzata nella situazione politica italiana».
Alla pubblicazione del “rapporto” seguirono tre interrogazioni parlamentari. In una di esse, l’allora deputato Eugenio Scalfari (Psi) chiedeva «di sapere qual è il giudizio di Restivo “sulle proposte formulate” nel rapporto e se il prefetto Mazza abbia mai “inviato analoghi rapporti contenenti analoghe proposte, con riferimento ai movimenti fascisti e alle formazioni paramilitari squadristiche, che per mesi hanno infestato il centro di Milano» (g.g., Milano: 20 mila estremisti “pronti alla guerriglia”, La Stampa, 17 aprile 1971).
Testimonianza del Prefetto di Milano Libero Mazza
(da Aldo Buoncristiano, Ricostruire lo Stato, ed. Laurus Robuffo, Roma 2005, pp. 758-762)
Come e perché è nato il Rapporto “Mazza”
«Il 12 dicembre 1970 in Via Larga a Milano, nel corso di un ennesimo violento scontro tra manifestanti del Movimento Studentesco e Forze dell’Ordine, trovava la morte lo studente universitario Saltarelli, colpito accidentalmente al petto da un artificio lacrimogeno.
Come nelle precedenti analoghe occasioni, a testimonianza della violenza degli scontri, numerosi uomini delle Forze dell’Ordine dovettero essere ricoverati in ospedale per gravi ferite.
Riferendo per telefono sugli incidenti al Ministro dell’Interno Restivo, colsi l’occasione per richiamare ancora una volta l’attenzione sulla necessità di scelte e direttive adeguate per fronteggiare una situazione estremamente delicata e grave.
Come prevedevo, le mie parole ebbero una tiepida, quasi elusiva accoglienza.
Con il Ministro Restivo il dissenso ed i contrasti erano frequenti non solo e non tanto per divergenze di opinioni su questioni specifiche, ma per una generica e reciproca incompatibilità”.
Mi proposi di tornare a parlare dell’argomento di persona e ciò fu possibile pochi giorni dopo, essendo stato convocato a Roma per gli auguri di fine d’anno dal Presidente della Repubblica.
Dopo il ricevimento al Quirinale, mi recai nella tarda mattinata al Viminale dove cercai una volta di più di sensibilizzare il Ministro sugli argomenti che mi premevano.
Sulla situazione generale ribadii ciò che avevo esposto più volte a voce e per iscritto: la proliferazione e pericolosità dei raggruppamenti estremisti, la loro riottosità verso i poteri pubblici, la virulenza della propaganda, la frequenza degli scontri con la forza pubblica e tra le opposte fazioni, la perdurante profonda emozione per la strage di Piazza Fontana, la previsione – rivelatasi poi fondata – che fosse stata aperta la strada a ricorrenti episodi di terrorismo, la frustrazione degli uomini della Polizia.
Il Ministro, come al solito, appariva infastidito dalle mie parole e ad un certo momento mi interruppe per dirmi che lui “non poteva farci nulla”… ed aggiunse:
“Cosa vuole che faccia con un Parlamento come quello che abbiamo, con un Presidente del Consiglio [Emilio Colombo, 6 agosto 1970 – 17 febbraio 1972] incapace di prendere una decisione… oggi dice una cosa, l’indomani dice il contrario…”. Su questo tono continuò per un po’, mentre io riflettevo sull’avverso destino di questo nostro Paese che in tempi così calamitosi era guidato da uomini fiacchi e scettici, dominati dagli eventi, privi di qualsiasi iniziativa di fronte all’incalzare del pericolo. Mi resi conto che le mie parole cadevano nel vuoto e che a Milano eravamo abbandonati a noi stessi. Mi congedai dicendo che avremmo visto localmente come fronteggiare la situazione. Ero sul punto di uscire dall’ufficio quando mi giunsero all’orecchio alcune parole biascicate con pesante accento palermitano… “se mi vuole fare un promemoria…”.
Era questa la conclusione di un colloquio arido, privo di cordialità e di comprensione.
Il Governo appariva una volta di più sordo, distante, insensibile. Quanto accadeva nella metropoli lombarda interessava molto relativamente, come se la “capitale della violenza” – così ormai veniva qualificata Milano – si trovasse su di un altro pianeta a distanza astronomica dalla Terra. Non solo non veniva data alcuna direttiva precisa e responsabile a coloro che avevano l’arduo, quasi disperato, compito di assicurare l’ordine pubblico, ma persino i loro resoconti infastidivano.
Durante il viaggio di ritorno ero oppresso dal pensiero di non riuscire a far comprendere verso quale china rovinosa eravamo avviati.
Tutto appariva inutile, quasi che il corso degli eventi fosse segnato da un destino ineluttabile. Riandavo con il pensiero ai lunghi anni della mia vocazione, quasi missionaria, al “servizio pubblico”, ai sacrifici sopportati, alle rinunce compiute, ai rischi affrontati nella completa dedizione all’interesse generale e al bene comune.
Il risultato non era davvero confortante: forse avevo inseguito vani miraggi ed ero stato condizionato da un idealismo utopistico.
In effetti erano continui i segni di una progressiva, inarrestabile degradazione della situazione generale e non erano privi di fondamento i tristi presagi che da più parti venivano formulati sull’avvenire del Paese.
Il potere politico si qualificava sempre più per la sua inettitudine, gli squallidi episodi di corruzione e clientelismo si infittivano, gli altisonanti richiami ai principi della democrazia da parte di bolsi demagoghi apparivano ormai rituali retorici ed ipocriti di fronte al dilagare dell’opportunismo e del malcostume.
Neanche la via della magistratura, peraltro, si era dimostrata efficace; nulla si era saputo delle denunce inoltrate sin dalla primavera 1970 dal dirigente dell’ufficio politico della Questura, Dott. Allegra, nei confronti dei movimenti eversivi di destra e quindi di sinistra.
Nonostante tanti motivi di giustificato scetticismo, venni tuttavia nella determinazione di aderire alla richiesta del Ministro; per quanto sfiduciato permaneva la residua illusione di poter fornire al primo responsabile dell’ordine pubblico sul piano nazionale uno strumento ed una occasione per richiamare l’attenzione del Governo ed eventualmente del Parlamento sulla precarietà della situazione milanese e sui pericoli che correva la nostra fragile democrazia……PAGEBREAK
A tal fine chiesi al Questore ed al Comandante dei Carabinieri dei rapporti informativi aggiornati che mi servirono come base per la compilazione di quel documento che, una volta divulgato, doveva divenire noto come “rapporto Mazza”.
La relazione venne inviata a Roma cinque giorni dopo il colloquio con il Ministro, il 22 dicembre 1970, e rimase lettera morta. Non me ne stupii e non ci pensai più; gli avvenimenti incalzavano ed altri rapporti di “routine” vennero spediti nei mesi successivi.
Il 16 aprile 1971 alcuni collaboratori mi sottoposero il “Giornale d’Italia” dove, con stupore e turbamento, vidi riprodotta in fac-simile parte della prima pagina del mio rapporto riservato inviato a Roma quattro mesi prima.
Sulla fuga del rapporto e sui motivi della sua divulgazione attraverso quotidiani di destra sono state formulate varie ipotesi. Quella più diffusa attribuisce tale iniziative al Capo della Polizia per compromettere sul piano politico la persona che poteva avere maggiori possibilità di sostituirlo nell’incarico.
Non ho alcun elemento per ritenere valida tale ipotesi. È certo, però, che alcuni mesi dopo uno dei più vicini ed autorevoli collaboratori del Capo della Polizia consegnava ad un parlamentare del M.S.I. una relazione “riservata” sui movimenti estremisti di sinistra inviata al Ministero dal Questore di Milano Allitto-Bonanno.
La pubblicazione del “rapporto Mazza” ebbe l’effetto dirompente di una bomba; i giornalisti versarono fiumi di inchiostro per esaltarlo o deprecarlo secondo gli opposti punti di vista; i parlamentari presentarono interpellanze ed interrogazioni; cittadini di ogni parte d’Italia inviarono montagne di lettere, quasi tutte di apprezzamento e consenso.
Le speculazioni di parte si manifestarono subito attraverso deformazioni della verità che costituiscono una “costante” delle diatribe politiche».
Vediamo cosa successe in concreto:
Il rapporto, come già detto, inviato al Ministero dell’Interno il 22 dicembre 1970, fu reso di pubblica ragione il 16 aprile 1971, dopo quattro mesi, attraverso il “Giornale d’ltalia” di Roma e da questa fonte fu ripreso da tutta la stampa italiana. Il “Giornale d’Italia” è un quotidiano di destra ed il documento venne presentato come una autorevole denuncia della pericolosità degli extra-parlamentari di sinistra.
Non era ancora in vista il “compromesso storico” ed il Partito Comunista, impegnato a scardinare il “sistema” con potenti spallate, non solo non aveva preso le distanze dai movimenti oltranzisti di sinistra, ma ne era il suscettibilissimo protettore. La reazione, pertanto, fu rabbiosa ed il compilatore del rapporto subì un linciaggio morale secondo le regolare classiche del terrorismo psicologico; ne fu chiesto l’ostracismo, fu qualificato visionario, reazionario e chi più ne ha più ne metta.
Il coro dei vassalli e dei feudatari cercò di non rimanere indietro nel tentativo di screditare l’attendibilità della relazione e la persona del compilatore.
Del Prefetto Mazza fu sviscerato il passato politico, la vita pubblica e privata, ma non fu trovato appiglio di sorta; anzi, “incredibile dictu”, si apprese che durante l’occupazione nazista si era comportato con coraggio e dignità, che aveva salvato, a rischio della propria, la vita di innumerevoli perseguitati politici e razziali, che era stato il “Prefetto della Liberazione” a Firenze su designazione unanime del Comitato di Liberazione, che aveva la qualifica ufficiale di “patriota”, che in ogni circostanza aveva dato prova di sincere convinzioni democratiche.
Non potendo fare altro, si cercò di minimizzare tutto ciò o di non parlare affatto, tanto più che l’interessato rifuggendo da ogni esibizionismo, non pensava affatto di menar vanto da un comportamento che aveva ritenuto doveroso in un particolare momento storico.
E così, la stampa maggiormente politicizzata si sbizzarrì per lungo tempo per chiosare frasi del documento avulse dal contesto generale o maliziosamente mutilate o addirittura arbitrariamente interpolate, in maniera da rendere possibili interpretazioni di comodo a conferma di tesi preordinate. Sulla base di false premesse vennero pronunciati giudizi sommari, attribuite “ad libitum” etichette politiche, adombrate macchinose congiure di oscure forze in agguato.
Qualsiasi tentativo di fermare i “carri armati” della malafede era vano e qualsiasi pacato invito a più serene valutazioni suscitava manifestazioni di risentita intolleranza.
Il “giudizio della storia” era stato emesso e doveva segnare con un marchio indelebile l’eretico che aveva cercato di fermare il processo di sgretolamento della democrazia.
Alcuni giornali e periodici avevano pubblicato il testo integrale del rapporto, ma ben pochi si preoccupavano di verificare e sottoporre a vaglio critico le prime impostazioni. Quindi, l’interpretazione a senso unico data inizialmente dai giornali di destra venne fatta propria dalle sinistre e ambedue le parti si trovavano concordi nell’affermare, contro ogni evidenza, che il rapporto prospettava solo la pericolosità dei movimenti eversivi di sinistra.
In un secondo momento questa versione venne modificata da un settore della sinistra: sì, è vero – si disse – che il rapporto riguardava anche i movimenti rivoluzionari di destra, ma era inammissibile che si mettesse sullo stesso piano la violenza di destra e quella di sinistra; che si ritenessero ugualmente pericolosi i due opposti estremismi. Solo la violenza di destra – si affermava – era da combattere con ogni rigore, perché volta a sovvertire le istituzioni democratiche ed a minare la sicurezza dello Stato, mentre quella di sinistra doveva considerarsi manifestazione velleitaria di elementi politicamente immaturi e quindi innocui.
Si cominciò allora a parlare con disprezzo della cosiddetta “teoria degli opposti estremisti”, dato che bisognava distinguere quella pericolosa, su cui occorreva esercitare la più rigorosa repressione. Nella prima ipotesi andavano compresi i sequestri di persona effettuati da una certa parte per alti motivi ideologici, le bombe nobilitate da particolari matrici politiche, gli omicidi compiuti con spranghe di ferro o “chiavi inglesi” per una salutare finalità di igiene sociale.
Queste distinzioni, che raggiungevano vertici di mostruosa faziosità, hanno resistito nel tempo senza che i fautori avvertissero l’esigenza di accomunare nella stessa condanna coloro che perseguivano, con uguali sistemi, le stesse finalità eversive contro le istituzioni democratiche.
Per tornare al rapporto si può dire che, se l’apprezzamento ed i consensi furono vasti e calorosi, le critiche e gli attacchi furono di asprezza inconsueta. L’ipotesi che si può formulare è che la pubblicazione del documento provocò tali ripercussioni e reazioni da disturbare e ritardare la graduale attuazione di un disegno politico accuratamente predisposto: l’inserimento del partito comunista nella area governativa.
Il partito comunista, però, una volta constatato che la violenza non rendeva e che la popolazione era giunta al limite della sopportazione, con manovra abile e spregiudicata cambiò radicalmente tattica e strategia. Ad un certo momento non si parlò più di “rivoluzione” e “dittatura del proletariato”; l’appoggio agli extraparlamentari di sinistra, che perseguivano l’abbattimento violento del “sistema capitalista e borghese”, si tramutò in aperta condanna; i sistematici attacchi alla Polizia, alle Forze Armate, alla burocrazia si trasformarono in riconoscimenti, elogi, blandizie. E così il comunismo del “compromesso storico” cominciò a presentarsi come la sola forza politica capace di riportare nel Paese l’iniziativa privata nell’economia, di difendere le persone ed i beni dalle aggressioni della delinquenza politica e comune e persino di garantire il rispetto dell’alleanza atlantica.
Sulla sincerità dei propositi manifestati dagli esponenti comunisti fervono le polemiche, ma è da riconoscere che il mutato atteggiamento del partito comunista ha profondamente influito sulle condizioni dell’ordine pubblico, specie a Milano.
Se il miglioramento per questo verso è stato radicale, per altro verso è autentica la confusione e l’incertezza sul piano politico, fattore non ultimo della sfiducia del mondo imprenditoriale che si ripercuote in maniera fortemente negativa sulla nostra economia.
Comunque, per concludere, si possono così riassumere le condizioni del momento in cui fu stilato il documento e le finalità che si volevano perseguire: Milano era veramente un barile di polvere da sparo che poteva saltare in aria in qualsiasi momento.
La violenza, il male oscuro delle democrazie, imperversava già da alcuni anni.
Le prime avvisaglie si erano avute nel 1971 all’Università Cattolica, dove il Movimento Studentesco, di ispirazione maoista, aveva dato inizio alla “contestazione”.
Le autorità accademiche, però, reagendo con fermezza, avevano espulso i promotori che si trasferirono all’Università di Stato, dove trovarono un ambiente molto più favorevole per l’inerzia e la pavidità dei docenti e della massa studentesca.
Da tener presente che, sin dall’inizio, la protesta contro le insufficienze dell’istruzione superiore era del tutto marginale; la contestazione, attiva e violenta, era essenzialmente politica, contro il “sistema”.
Dopo il Movimento Studentesco si formarono altri raggruppamenti rivoluzionari: Lotta Continua, Movimento Marxista-Leninista, Avanguardia Operaia (le Brigate Rosse vennero dopo).
In alcune grandi aziende i cosiddetti CUB (Comitati Unitari di Base) raccoglievano i più oltranzisti tra gli operai che, sempre ai fini dell’abbattimento del “sistema”, scavalcavano i sindacalisti, intimorivano maestranze e dirigenti, sabotavano la produzione.
Questi raggruppamenti, qualificati “movimenti extra-parlamentari di sinistra”, furono i protagonisti, tra il 1967 e il 1968, dei frequenti scontri con la forza pubblica. In queste occasioni gli ospedali cittadini si popolavano di guardie di PS e Carabinieri ridotti a mal partito dalla cosiddette “armi improprie”. Talvolta il nome di qualche oscuro tutore dell’ordine andava ad allungare il triste elenco dei caduti al servizio della società. Anche tra i rivoltosi vi erano perdite dolorose, ma la violenza è sempre foriera di violenza.
Nel 1969, come era facilmente prevedibile, si intensificò la reazione di estrema destra, da principio incerta e sporadica ma ben presto sempre più agguerrita ed organizzata.
Sorsero movimenti quali il FUAN e la Giovine Italia (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale, etc., vennero successivamente).
Tutti questi gruppi, sia di destra che di sinistra, si caratterizzavano per il sistematico ricorso alla violenza, la ricerca dello scontro con la Polizia e gli antagonisti, l’avversione allo Stato democratico ed ai poteri pubblici.
Tra il 1969 ed il 1970 la vita della città fu sconvolta per il succedersi di gravi avvenimenti: alle frequenti azioni di guerriglia cittadina, agli scontri cruenti, si aggiunse negli ultimi mesi del 1969 una massiccia agitazione operaia per rivendicazioni salariali. I continui scioperi erano inaspriti da picchetti dinnanzi alle fabbriche, violenze a dirigenti e “crumiri”, occupazione di aziende, blocchi stradali (il cosiddetto “autunno caldo 1969”). Inoltre numerosi extra parlamentari di sinistra si insediarono all’Albergo Commercio, un edificio di proprietà comunale a pochi passi da Piazza Duomo, che fu trasformato in una centrale di sovversione. Infine, il 12 dicembre 1969, la strage di Piazza Fontana, episodio di terrorismo di gravità inaudita, che provocò 16 morti e 60 feriti.
È comprensibile pertanto come larghi strati della popolazione venissero poi attratti dal nuovo volto del comunismo che prometteva di risolvere il Paese dal marasma politico, economico e sociale in cui si dibatteva, attraverso un radicale ricambio di uomini e mutamento di metodi. E così cominciò a diffondersi l’opinione che valeva la pena di accettare anche una limitazione delle libertà convenzionali pur di conseguire una più ordinata convivenza sociale.
Come altre volte nel nostro passato, la gente messa di fronte alla scelta tra una prospettiva di ordine anche autoritario e la realtà di una democrazia esautorata e squalificata, mostrava di preferire l’ordine avviandosi per stanchezza, delusione, esasperazione sulla china della rinuncia al beni supremi di ogni popolo: la libertà e l’indipendenza.
Con il rapporto si voleva segnalare al potere politico che un abisso profondo minacciava di aprirsi dinnanzi a tutti noi e di conseguenza il nostro Paese si avviava verso un incerto futuro gravido di incognite e di rischi.
Segue testo integrale del Rapporto Mazza…..PAGEBREAK
Il testo integrale del rapporto del prefetto Libero Mazza, Milano 22 dicembre 1970
Il testo del rapporto si può leggere in diverse pubblicazioni:
–Franco Di Bella, Corriere segreto, Milano, Rizzoli, 1982, Appendice 2, “Il «rapporto Mazza» sui gruppi estremisti a Milano”, pp. 389-392
– Michele Brambilla, L’eskimo in redazione, Milano, Ares 1991;
– Aldo Buoncristiano, Ricostruire lo Stato, Roma, Laurus Robuffo 2005, pp. 247-249.
Sul rapporto Mazza si veda inoltre il saggio di Vladimiro Satta, Il rapporto Mazza. La crisi dell’ordine pubblico all’inizio degli anni Settanta, Nuova Storia Contemporanea, anno XIV, numero 6, novembre-dicembre 2010, pp. 57-80.
Prefettura di Milano	Milano, 22 dicembre 1970
Prot. N. 4.3/11763 Div. Gab/
All’On.le
– Gabinetto –
Oggetto: Situazione dell’ordine pubblico – Formazioni estremiste extra-parlamentari.
I disordini verificatisi sabato 12 dicembre u.s. in questa città con luttuose, se pure accidentali, conseguenze, sono da considerare i prodromi di altri eventi ben più gravi e deprecabili che possono ancora verificarsi in conseguenza del progressivo rafforzamento e proliferazione delle formazioni estremiste extra-parlamentari di ispirazione “maoista” (Movimento Studentesco, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, ecc.) nonché dei movimenti anarchici e di quelli di estrema destra. Tutti questi movimenti, che hanno la loro “centrale” a Milano, nonostante differenziazioni sul piano ideologico e nella metodologia, sono prettamente rivoluzionari, propongono “la lotta al sistema” e si prefiggono di sovvertire le istituzioni democratiche, consacrate dalla Carta Costituzionale, attraverso la violenza organizzata.
Gli appartenenti a tali formazioni, che sino a qualche anno fa erano poche migliaia, ammontano oggi a circa ventimila unità, svolgono fanatica ed intensa opera di propaganda e proselitismo sia nell’ambiente studentesco che in quello operaio, facendo leva sulle frange maggiormente portate all’oltranzismo. Si rileva quindi con frequenza sempre maggiore l’organizzazione di riunioni e cortei, i quali sono spesso l’occasione per turbare profondamente la vita della città, compiere atti vandalici con gravi danni a proprietà pubbliche e private, limitare la libertà dei cittadini, usare loro violenza, vilipendere e dileggiare i pubblici poteri centrali e locali con ingiurie volgari ed accuse cervellotiche.
I reparti di polizia (guardie di P.S. e carabinieri) sono oggetto di aggressioni condotte con estrema violenza, a testimoniare la irriducibile avversione verso le forze dell’ordine ed in genere verso ogni potere statale. Anche quando i reparti non vengono aggrediti direttamente, gli scontri diventano egualmente inevitabili essendo la polizia costretta ad intervenire per rimuovere barricate, impedire il ribaltamento di auto in sosta, il danneggiamento di negozi, ecc.
II fine dichiarato è quello di dimostrare che “la sola presenza” della polizia è lesiva della libertà di espressione e riunione, costituisce provocazione ed è causa di incidenti. Questi estremisti dispongono di organizzazione, equipaggiamento ed armamento che può qualificarsi paramilitare: servizio medico, collegamento radio fra i vari gruppi, servizio intercettazioni delle comunicazioni radio della polizia, elmetti, barre di ferro, fionde per lancio di sfere d’acciaio, tascapane con bottiglie “Molotov”, selci, mattoni, bastoni, ecc.
La stragrande maggioranza della popolazione, anche se si astiene dal reagire o dal manifestare clamorosamente la propria riprovazione, è esasperata per le continue e scomposte manifestazioni, i disordini, i blocchi stradali, le intimidazioni, il dilagare della violenza nelle università, nelle scuole, uffici aziendali e fabbriche. Le categorie più responsabili e qualificate inoltre sono profondamente preoccupate per il rallentamento dell’attività produttiva, i guasti che ne derivano all’economia generale e il conseguente ritardo nell’attuazione delle riforme destinate al rinnovamento sociale e civile della nostra società.
La gente assiste, sbigottita e sgomenta, alle esplosioni di odio forsennato contro ogni legittima autorità, nel nome di una malintesa libertà che degenerando in licenza, arbitrio e sopraffazione, porta fatalmente al caos ed all’anarchia, fattori che costituiscono il presupposto, puntualmente confermato dalla storia, di soluzioni autoritarie che farebbero tramontare ogni speranza di autentica democrazia.
Questi elementi facinorosi, vengono, d’altra parte, incoraggiati e resi più audaci dalla certezza dell’impunità. Anche un comportamento di cauta e prudente fermezza non è sopportato e viene qualificato dalla dilagante demagogia come “repressione”, “provocazione e sopraffazione poliziesca”, “attentato alle libertà costituzionali”, “fascismo”, mentre i fermati per reati commessi durante le manifestazioni sediziose vengono rapidamente scarcerati e le denunce rimangono accantonate in attesa della immancabile amnistia.
È comprensibile pertanto come questi sabotatori della democrazia esercitino una grande forza di richiamo su schiere sempre più numerose di giovani immaturi o scriteriati.
Per arginare questa situazione drammatica, prima che diventi sempre più difficile, non c’è che il ritorno alla lettera e allo spirito della Costituzione repubblicana.
Non è da dubitare che ci si trovi di fronte ad associazioni che perseguono finalità eversive elevando la violenza a sistema di lotta.
Si tratta quindi di forme associative che contrastano con l’art. 49 della Costituzione in quanto perseguono le proprie finalità con metodi antidemocratici e, cioè, ispirandosi nei programmi e nella azione (anche propagandistica) alla violenza, e sono quindi in grado di compromettere il regolare funzionamento del sistema democratico.
In uno Stato di libertà, quale quello previsto dalla Costituzione, è consentita l’attività di associazioni che si propongono il mutamento degli ordinamenti politici esistenti, purché questi propositi siano perseguiti mediante il libero dibattito e senza il ricorso, diretto od indiretto, alla violenza (Corte Costituzionale Sent. n. 114 del 1967).
Ma l’illiceità di questi movimenti risulta anche della loro particolare struttura organizzativa di carattere paramilitare, nonché dalla modalità di impiego e dell’equipaggiamento dei gruppi d’azione che contrastano col divieto dell’art. 18 della Costituzione (v. anche D.L. 14.2.1948, n. 43).
Se, per mancanza di una legge ordinaria che determini la procedura e gli organi competenti a reprimere l’attività, non è possibile procedere allo scioglimento di tali gruppi in via di amministrativa (come invece è ormai possibile in Francia), occorrerebbe quanto meno vietare che i reparti organizzati intervengano alle dimostrazioni in assetto da guerriglia cittadina, non esitando ad assicurare il rispetto del divieto con la coazione diretta.
L’attuazione di siffatto indirizzo, per le implicazioni che ne possono derivare, attiene ovviamente ad una scelta di politica generale, per cui si ritiene di sottoporre la questione a codesto On.le Ministro per le conseguenti determinazioni da adottare in sede governativa, non senza far rilevare che il nostro ordinamento offre una base sufficiente per condurre sino in fondo con fermezza e decisione una azione di tal genere.
Invero, non solo il T.U. di P.S. (art. 19), ma la stessa Costituzione (art. 17 cit.), stabilisce il divieto di portare armi alle pubbliche riunioni, e nel concetto di arma possono ricomprendersi non solo quelle da sparo e tutte le altre la cui destinazione naturale è l’offesa della persona (art. 30 T.U.P.S. 18.6.1931, n. 773) ma anche gli esplosivi, le mazze, i bastoni, gli sfollagente, ecc. (art. 42 T.U.P.S. cit. art. 585 2º comma, n. 2 C.P.).
Pertanto, nel rispetto e nei limiti fissati dalla legge, dovrebbe essere respinta con rigore ogni accentuazione dell’oltranzismo, che si risolve nel tentativo di gruppi o di categorie particolari di imporsi – al di fuori della regola democratica e del quadro istituzionale – all’intera società nazionale.
Qualora non si utilizzassero tutti gli strumenti normativi ed operativi esistenti per circoscrivere, finché possibile, queste forme di estremismo frenetico e irresponsabile, si potrebbe correre il rischio di assistere passivamente alla fine delle libere istituzioni democratiche della nostra Patria.
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