Source: https://www.laleggepertutti.it/97058_quando-la-pista-da-sci-e-responsabile
Timestamp: 2018-09-20 17:32:23+00:00
Document Index: 174693038

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Quando la pista da sci è responsabile
Responsabilità del gestore non solo per i pericoli interni ma anche per quelli esterni se non sono presidiati da paletti e limitazioni volti a impedire il “fuori pista”.
Il direttore di una pista di sci è quasi sempre responsabile degli infortuni procuratisi dagli sportivi presenti sulle sue “discese”: egli ha infatti un obbligo di protezione, deve cioè garantire gli utenti anche dai pericoli “atipici”, cioè quelli che uno sciatore non si attende di trovare.
Non è responsabile solo per i pericoli esterni, cioè relativi a zone non comprese nelle piste. Tuttavia, se uno sciatore riesce a imbattersi in un percorso esterno alla pista battuta egli resta responsabile se non ha previsto dei presidi appositi per prevenire il pericolo che lo sciatore, proveniente dalla pista, possa uscire da essa. Insomma, il gestore deve prevenire quei pericoli fisicamente esterni alle piste a cui, tuttavia, può andarsi incontro in caso di uscita di pista, giacché la situazione naturale dei luoghi rende altamente probabile che si fuoriesca dalla pista stessa. Lo ha chiarito la Cassazione in una recente sentenza [1].
Inoltre, secondo la Corte, il gestore degli impianti di risalita è tenuto a prestazioni accessorie, costituenti un pacchetto di servizi che trascendono il mero trasporto da valle a monte e riguardano l’intera attività dell’utente, quali la messa a disposizione di piste dotate delle necessarie misure di sicurezza. In tal senso, dunque, il pericolo da prevenire, oggetto della posizione di garanzia, non può essere solo quello interno alla pista, ma anche quello esterno, con la conseguente necessità di congrue protezioni e segnalazioni al bordo della pista.
[1] Cass. sent. n. 37267/15 del 15.09.2015.
Corte di Cassazione, sez. Feriale Penale, sentenza 13 agosto – 15 settembre, n. 37267
Presidente Zecca – Relatore Sabeone
1. La Corte d’Appello di Brescia, con sentenza del 26 novembre 2014, ha confermato la sentenza emessa dal Tribunale di Brescia il 21 novembre 2013 con la quale, per quanto d’interesse del presente giudizio, T.L. era stato condannato in relazione al reato di cui agli articoli 113 e 589 cod.pen., primo comma perché, in cooperazione con altri, in qualità di direttore delle piste e della sicurezza della S.I.T. s.p.a. (Società Impianti Turistici), società gerente le piste da sci denominate Serodine e Serodine Allenamento, per colpa consistita in negligenza, imprudenza e imperizia nonché in violazione di normative specifiche e, in particolare, della L. 24 dicembre 2003, n. 363 (Norme in materia di sicurezza nella pratica degli sport da discesa e da fondo) e del Regolamento Regionale Lombardia 6 dicembre 2004, n. 10 (promozione e tutela delle discipline sportive di montagna) cagionava la morte dello sciatore G.F. .
All’imputato era ascritto di aver omesso di predisporre la prevista segnaletica sulle piste e di aver omesso di apporre idonee protezioni anticaduta in corrispondenza di un dirupo dell’altezza di circa 4 metri che si trovava a lato di uno Skiweg e cioè di un sentiero di collegamento.
Era accaduto, infatti, che G.F. , di anni 11, scendendo dalla pista denominata Serodine Allenamento, dopo essersi immesso nello c.d. Skiweg (sentiero di collegamento) che collegava la pista Giuliana alla pista Serodine, era caduto in uno strapiombo di circa 4 metri posto a lato dello Skiweg ed era finito rovinosamente sulla sottostante pista Serodine rimanendo impigliato con gli sci sulla rete di protezione laterale di tale pista e battendo fortemente il capo a terra.
Il fatto si era verificato in (OMISSIS) ed il decesso del piccolo G.F. era sopraggiunto in (OMISSIS) .
Osservava la Corte d’Appello che l’accaduto era riconducibile alla responsabilità dell’imputato, in quanto il punto in cui lo sciatore era caduto era risultato privo di qualsiasi protezione in un tratto che non era definibile fuori pista, perché risultava che il G. proveniva dalla pista Serodine Allenamento e si era immesso su un percorso costituente un collegamento con la pista Giuliana comunemente denominato Skiweg, che era un tratto di pista non solo utilizzato da mezzi di servizio e soccorso ma che costituiva un raccordo tra piste ovvero un percorso di collegamento o di trasferimento.
Pertanto, contrariamente a quanto affermato dalla difesa dell’imputato, non si trattava di un fuoripista e la situazione di grave irregolarità e rischio per l’incolumità degli sciatori era evidenziata dal fatto che al limitare di detto Skiweg non risultava alcuna palina segna pista né, soprattutto, alcuna rete anticaduta idonea a trattenere gli sciatori dalla caduta nel dirupo laterale.
Inoltre, andava considerato che, prima di immettersi sullo Skiweg, lo sciatore aveva percorso la pista Serodine Allenamento alla fine della quale non vi era una idonea barriera ma un grosso varco che consentiva agli sciatori di immettersi nello Skiweg privo di protezione e da lì, come era avvenuto, cadere nel dirupo di 4 m.
2. Avverso la sentenza della Corte d’Appello ha proposto ricorso per cassazione l’imputato, a mezzo del proprio difensore, lamentando:
b) una motivazione carente e illogica in merito all’ordinanza di rigetto dell’istanza, presentata dalla difesa, in merito alla necessità di disporre perizia quale prova decisiva ai fini del decidere;
c) una violazione di legge e una motivazione illogica in riferimento alle norme regionali e nazionali in materia di pista da sci dove non si riconosce l’idoneità dei presidi protettivi e indicativi posti sulla pista;
Invero, la Corte d’appello ha dato conto della dinamica dei fatti sia sulla base delle testimonianze oculari (F. e Fa. ) che dei rilievi effettuati dai Carabinieri di Ponte di Legno nell’imminenza dei fatti ed ha evidenziato come lo sciatore avesse impegnato la pista di destra riservata solitamente agli allenamenti agonistici e denominata Serodine Allenamenti; a valle di tale pista si trovava una rete la cui funzione era quella di impedire che gli sciatori proseguissero in un tratto non battuto ma la rete stessa presentava un largo varco attraverso il quale è passato il G. che, proseguendo lungo il tratto non battuto, si è poi immesso trasversalmente nella bretella di collegamento con la pista Giuliana comunemente denominato Skiweg e da lì, proseguendo nella sua corsa apparentemente fuori controllo, è caduto nel dirupo atterrando nella sottostante pista Serodine.
Ora, a nulla rileva il fatto che il G. non stesse percorrendo regolarmente lo Skiweg dato che egli aveva intrapreso regolarmente la discesa della pista Serodine Allenamenti, l’accesso alla quale non era interdetto pur non essendo stata autorizzata, e, anziché arrestarsi contro la rete che avrebbe dovuto delimitare la pista nel suo tratto finale, ha imboccato il varco lasciato libero, da lì è proseguito attraverso lo Skiweg ed è poi caduto nel dirupo non protetto.
Dunque non sussiste alcuna illogicità della motivazione sulla base di un travisamento dello stato dei luoghi, avendo la Corte territoriale individuato correttamente nella mancanza di idonee protezioni anticaduta sia alla fine della pista Serodine Allenamenti sia a lato dello Skiweg la causa del sinistro mentre il T. , nella sua qualità di direttore delle piste e della sicurezza, avrebbe avuto l’obbligo di porre in essere tali presidi onde prevenire il pericolo che lo sciatore proveniente dalla pista Serodine Allenamento potesse uscire da essa, tenuto conto della pendenza e del fatto che subito dopo vi era un tratto non battuto seguito dalla bretella di collegamento e dal dirupo risultato fatale, il che rendeva probabile il verificarsi dell’incidente.
A ciò si aggiunga come sia stata esclusa la natura di “fuoripista” sia del tracciato denominato Serodine Allenamento sia dei c.d. Skyweg con motivazione del tutto logica (v. pagina 22 della motivazione) sulla scorta dell’accertato utilizzo degli sciatori comuni degli indicati tracciati e senza che vi fossero cartelli o altre segnalazioni o indicazioni circa il divieto di percorrerli a cagione della impraticabilità per non essere i tracciati battuti o inutilizzati dai più.
3. Quanto al secondo motivo, si osserva che la mancata assunzione di una prova decisiva, quale motivo di impugnazione per cassazione, possa essere dedotta solo in relazione ai mezzi di prova di cui sia stata chiesta l’ammissione a norma dell’articolo 495 cod.proc.pen., comma 2, sicché il motivo non potrà essere validamente invocato nel caso in cui il mezzo di prova sia stato sollecitato dalla parte attraverso l’invito al Giudice di merito ad avvalersi dei poteri discrezionali di integrazione probatoria di cui all’articolo 507 cod.proc.pen. e da questi sia stato ritenuto non necessario ai fini della decisione (v. di recente Cass. Sez. I 15 aprile 2010 n.16772).
Inoltre, si osserva come l’articolo 507 cod.proc.pen. (e l’articolo 603 cod.proc.pen. per il grado d’appello) conferisca al Giudice un potere e non un dovere di integrazione probatoria; l’esercizio di tale potere presuppone, poi, la sussistenza dell’assoluta necessità del nuovo mezzo di prova e postula l’apprezzamento e la valutazione al riguardo da parte del Giudice, il quale, ove non eserciti tale potere, non è tenuto a darne espressamente conto, evincendosi implicitamente dall’effettuata valutazione, adeguata e logica, delle risultanze probatorie già acquisite la superfluità di una eventuale integrazione istruttoria (v. Cass. Sez. VI 16 febbraio 2010 n. 24430); l’iniziativa deve essere, pertanto, “assolutamente necessaria” (sia l’articolo 507 che il 603 del codice di rito per l’appello usano questa espressione) e la prova deve avere carattere di decisività (altrimenti non sarebbe “assolutamente necessaria”), diversamente da quanto avviene nell’esercizio ordinario del potere dispositivo delle parti in cui si richiede soltanto che le prove siano ammissibili e rilevanti; nella specie, in fatto questa volta, la Corte, di fronte alla richiesta della difesa dell’imputato, ha chiaramente motivato non solo il diniego dell’ammissione della prova ma, altresì, il suo carattere di inammissibilità (v. pagine 18 e 19 della motivazione).
È appena il caso di rilevare, peraltro, come secondo l’insegnamento di questa giurisprudenza di legittimità (da ultimo, Cass. Sez. IV 17 gennaio 2013 n. 7444), deve ritenersi “prova decisiva”, ai sensi dell’articolo 606 cod.proc.pen., lett. d), quella prova che, confrontata con le argomentazioni contenute nella motivazione, si riveli tale da dimostrare che, ove esperita, avrebbe sicuramente determinato una diversa pronuncia (v. Cass. Sez. VI n. 25 marzo 2010 n. 14916), ovvero quella prova che, non assunta o non valutata, vizia la sentenza intaccandone la struttura portante (v. Cass. Sez. III 15 giugno 2010 n. 27581).
Con riguardo al procedimento peritale, peraltro, questa stessa Corte di legittimità ha già statuito il principio, consolidatosi nel tempo, in forza del quale la perizia non può farsi rientrare nel concetto di prova decisiva, giacché la sua disposizione, da parte del Giudice, in quanto legata alla manifestazione di un giudizio di fatto, ove assistito da adeguata motivazione, è insindacabile ai sensi dell’articolo 606 cod.proc.pen., lett. d) (v. da Cass. Sez. V 6 aprile 1999 n. 12027 e successive conformi fino a Cass. Sez. IV 22 gennaio 2007 n. 14130).
Và, innanzitutto, sottolineato che le deduzioni del ricorrente, più che denunciare plateali errori di lettura da parte del Giudice “a quo” di inequivoche rappresentazioni di circostanze di fatto, si risolvono: nella prospettazione, con rilevanti profili di genericità, di punti di vista semplicemente alternativi a quelli fatti propri, nella lettura del fatto, dalla Corte di merito (ad esempio, in ordine alla esistenza di reti di delimitazione e di segnali di indicazione); nella prospettazione apodittica di opinioni generiche del ricorrente (ad esempio, in ordine alla natura di “fuoripista” del tracciato seguito dallo sciatore).
Orbene, a fronte di motivi di ricorso così formulati, compito di questa Corte non è quello di ripetere l’esperienza conoscitiva del Giudice di merito, bensì quello di verificare se il ricorrente sia riuscito a dimostrare, in questa sede di legittimità, l’incompiutezza strutturale della motivazione della Corte di merito; incompiutezza che derivi dal non aver tenuto presente, la Corte di merito, fatti decisivi, di rilievo dirompente dell’equilibrio della decisione impugnata.
Si osserva, comunque, quanto alla fonte dell’obbligo giuridico, che nel caso in esame sussisteva l’obbligo di garanzia a carico dell’imputato, nei termini correttamente argomentati dalla Corte di merito, atteso che l’obbligazione del gestore degli impianti di risalita ricomprende prestazioni accessorie, costituenti un pacchetto di servizi che trascendono il mero trasporto da valle a monte e riguardano l’intera attività dell’utente, quali la messa a disposizione di piste dotate delle necessarie misure di sicurezza.
Quanto all’estensione di tale obbligo, deve ritenersi che, nella concreta fattispecie, correttamente la Corte di merito abbia argomentato nel senso per il quale il pericolo da prevenire, oggetto della posizione di garanzia, non fosse solo quello interno alla pista: ed invero l’obbligo di protezione che è proiezione della posizione di garanzia riguardava anche i pericoli atipici, cioè quelli che lo sciatore non si attende di trovare, diversi, quindi, da quelli connaturati a quel quid di pericolosità insito nell’attività; certo, deve escludersi che un tale obbligo di protezione si possa dilatare sino a comprendervi i c.d. pericoli esterni, ma, nondimeno, il gestore, nel caso in esame, doveva prevenire quei pericoli fisicamente esterni alle piste, ma cui si poteva andare incontro in caso di uscita di pista, giacché la situazione naturale dei luoghi rendeva altamente probabile, per le ragioni dinanzi citate, che si fuoriuscisse dalla pista.
L’affermazione pur non essendo corretta non è contrastata dalla necessaria indicazione, da parte dell’imputato, del “grave e irreparabile danno” che solo potrebbe legittimare, ex articolo 600, comma 3 cod.proc.pen. la concessione della chiesta sospensione.