Source: http://ivdi.it/Petrolchimico/udienze_appello/29_giugno_2004.htm
Timestamp: 2019-02-19 01:12:56+00:00
Document Index: 81173696

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Appello-udienza_29_giugno_2004
UDIENZA DEL 29 GIUGNO 2004
Esito: Rinvio al 06 luglio 2004.
PRESIDENTE – L’udienza è aperta. Prego, Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO - Dall’indice riprendiamo la discussione. Praticamente oggi, come si può vedere anche dall’indice generale, dovranno essere trattate singolarmente le varie patologie che sono state contestate nell’ambito di questo processo e le patologie per le quali ancora si chiederà all’esito del dibattimento una declaratoria di penale responsabilità. Come si vede, in questa udienza tratterò dei casi specifici e alla prossima udienza, martedì, ci sarà l’intervento del collega dottor Bruni sulla parte ambientale, che si concluderà sulle responsabilità personali. L’indice della giornata di oggi è quello che viene proiettato in questo momento e che riguarda le questioni relative alla causalità generale e alla casistica processuale, poi la tesi del Tribunale così com’è stata affermata in sentenza e, secondo i principi indicati dallo stesso Tribunale, le condanne degli imputati che comunque sarebbero dovute conseguirne, in relazione in particolare, prima di tutto, alle patologie per le quali lo stesso Tribunale ha affermato la sussistenza del nesso causale; poi verranno trattati alcuni altri argomenti che sono indicati nell’indice.
Avevo concluso la volta scorsa, nella parte finale del mio intervento, indicando quali erano i momenti della causalità così come dev’essere considerata anche all’interno della realtà specifica di Porto Marghera. Per quanto riguarda i quattro momenti, appunto, che riproietto sullo schermo, e sulla base di una serie di sentenze della Corte di Cassazione, in particolare quella sentenza eternit su una vicenda piemontese, il primo punto innanzitutto è stato ampiamente trattato il primo giorno, il 22 giugno; del secondo ho trattato già nella parte finale del 22 giugno, era il capitolo quinto, e il 24 giugno 2004. Sulle violazioni e sulle specifiche omissioni addebitate agli imputati, dico fin d’ora che parleranno in maniera puntuale, omissione per omissione, i Difensori delle Parti Civili. Questo viene fatto, ovviamente, sia per questioni di tempo e anche, soprattutto, per evitare delle ripetizioni inutili. Segnalo peraltro che nell’atto d’appello del Pubblico Ministero del 9 ottobre 2002 ho già ampiamente trattato questa specifica parte ai capitoli 2.6 e 2.7, come si può vedere anche dai singoli indici di quell’atto d’appello che proietto per questi capitoli, e ai motivi di quell’atto d’appello mi riporto pertanto integralmente, facendo ovviamente riserva di tornarvi sopra, nel caso ci sia bisogno, in sede di replica. E soprattutto si vede al capitolo 2.7 quali sono le condotte omissive singole contestate agli imputati, che traggono spunto immediato e diretto dal capo d’imputazione e dalla contestazione che risulta dal capo d’imputazione fino dall’udienza preliminare. Del terzo momento di cui dicevo, cioè il momento è quello della verificazione dell’evento, e quindi degli eventi, e parlerò oggi secondo lo schema, appunto, di argomenti che proiettato poco fa e che riproietto almeno per questa fase iniziale.
La volta scorsa avevo proiettato il quadro sinottico del Tribunale - pagina 157 della sentenza - sulle patologie relative a questo processo. Alla fine del dibattimento di primo grado il Pubblico Ministero aveva presentato e sostenuto l’esistenza di complessivi 260 casi singoli per 309 patologie, come segnalato anche appunto dal Tribunale, dopo aver ridotto appunto a 309 le 717 diagnosi di patologie che erano entrate nel processo a vario titolo, sia d’iniziativa del Pubblico Ministero, sia su richiesta delle Parti Civili. Incidenter tantum, certamente non per fare alcuna polemica, faccio notare come non sia vera l’affermazione ripetuta delle Difese e del Tribunale che il Pubblico Ministero non avrebbe tenuto conto, all’esito di un lungo e combattuto dibattimento, delle novità e delle risultanze processuali. Quel quadro sinottico del Tribunale sta infatti a dimostrare proprio il contrario, ma procedo oltre. In sede di requisitoria e di replica di primo grado negli interventi di vari Difensori, in sentenza e nei motivi d’appello si è ampiamente discusso della causalità rapportata al CVM e PVC e al nostro processo, e d’altra parte la stessa relazione introduttiva dei Giudici di questa Corte d’Appello ha dato dettagliatamente atto delle varie posizioni processuali e delle diatribe in corso. Non mi pare quindi il caso di ripercorrere nel dettaglio quanto ho detto o scritto. Ci tengo soltanto a rimarcare in maniera chiara e precisa che le conclusioni dei vari consulenti tecnici del Pubblico Ministero e dello stesso Pubblico Ministero, sia in primo grado che in questa sede, non sono basate soltanto sulle rilevazioni e valutazioni di tipo epidemiologico. Si ricordi che nella fase iniziale di questo processo in primo grado c’è stata una specie, per così dire, di gioco singolare, perché le Difese degli imputati, in particolar modo alcuni Difensori di Enichem, hanno caricato di peso e di valore assoluti, per certi versi incomprensibili, almeno per me all’inizio, gli accertamenti epidemiologici, confidando forse nel fatto che l’Accusa avrebbe fatto lo stesso. Alla fine quelle stesse Difese sono giunte a svilirne, se non ad annullarne ogni valenza. Il fatto però è che l’Accusa ha dato sì importanza agli accertamenti epidemiologici, ma non ne ha mai fatto il suo baluardo unico ed assoluto, anzi si è ben guardata dal fare ciò, diffidando di quel modo assolutistico di presentare l’epidemiologica. In questo processo, come negli accertamenti e nelle valutazioni degli organismi internazionali, come IARC e come EPA, anche il Pubblico Ministero ha considerato molti fattori e molti aspetti del problema e ha valutato globalmente tutto il materiale probatorio raccolto, proprio nell’ottica di una corretta e completa valutazione dei comportamenti e degli eventi, secondo norme di condotta processuale che le Sezioni Unite, con la sentenza Franzese e le successive sentenze ricordate, sono venute semplicemente a ricordare e a ribadire. Se si applicano i principi enunciati dalla Corte di Cassazione al processo che ci riguarda si rilevano in tutto il loro dispiegarsi i singoli specifici errori in cui è caduto il Tribunale, nonché l’errata impostazione generale. Tribunale che, ad avviso del Pubblico Ministero, ha trascurato completamente l’insieme delle evidenze processuali ed ha persino svolto un’operazione inaccettabile, che è stata quella di valutare separatamente i contributi offerti da alcune discipline, da alcune scienze che hanno avuto ingresso in dibattimento. C’è stata, per così dire, una sorta di atomizzazione delle prove. Partendo dall’epidemiologia, il Tribunale ha operato uno scarto progressivo di ciascuna scienza, considerandola isolatamente ed evitando di fatto quel raffronto tra discipline che pur esso stesso aveva invocato per il conseguimento di un modello ideale di causalità, ed ha omesso di valutare assieme il materiale probatorio raccolto proveniente dalla letteratura scientifica, dall’interno della fabbrica, come le schede tecniche, le schede personali, i documenti impiantistici, etc.. Questi raffronti, se effettuati, avrebbero consentito il raggiungimento di un primo, fondamentale risultato, nella scala dei criteri da utilizzare per la prova della causa dell’evento, secondo i principi dell’articolo 192 comma secondo Codice di Procedura Penale che ho già ricordato la volta scorsa. Il convincimento che attraverso l’ausilio di queste scienze, tra loro raffrontate e verificate nei loro concreti risultati, e con il restante materiale probatorio, il dibattimento aveva permesso di raggiungere un livello di rilevanza causale prossimo alla certezza per quanto riguarda molti degli aspetti considerati, addirittura prossimo alla certezza. Si pensi alla significatività statistica raggiunta per le mansioni degli autoclavisti e degli insaccatori, si pensi ai risultati relativi alle patologie del fegato in particolare e dei polmoni, si pensi ai risultati relativi alle esposizioni, si pensi alla consapevolezza in azienda della situazione di pericolosità e del fatto che 128 operai tra le parti offese per gli stessi medici aziendali dovevano essere spostati per motivi sanitari. Scegliendo il metodo inaccettabile della riduzione dell’accertamento in termini causali della sola considerazione che vi sarebbe stata e vi sarebbe incertezza scientifica, il Tribunale ha abdicato al proprio ruolo di Giudice, avendo totalmente tralasciato ed ignorato l’aspetto centrale del metodo di accertamento, quello relativo allo svolgimento del processo dibattimentale. L’Accusa ha posto in essere concretamente un modo di raccolta delle prove, una metodologia per certi versi perfino eccessiva ed esorbitante, però in linea con il metodo richiesto per la prova della causalità dalle Sezioni Unite della Cassazione, metodo che è stato riproposto in particolare nella replica di primo grado dell’ottobre 2001, metodo che combacia e coincide con i criteri enunciati dalle Sezioni Unite e dalle sentenze successive, principi e criteri dei quali si chiede un’applicazione lineare e corretta. Per semplicità, allora, rammento quali sono complessivamente le basi ed i singoli elementi di prova che hanno determinato e che determinano le decisioni del Pubblico Ministero per il primo capo d’imputazione in ordine alle patologie da CVM. Le proietto, per poterle scorrere e vedere in tutto il loro assieme quali sono questi elementi di prova, che vanno dalle evidenze epidemiologiche, gli studi sugli animali in vivo, gli studi in vitro, gli studi casi controllo, la documentazione del servizio medico aziendale, i libretti personali sanitari, la documentazione sindacale della Commissione Ambientale e dei singoli reparti, gli accertamenti medico–impiantistici e le indagini della FULC del 1975–‘77, le anamnesi effettuate soprattutto nel corso del dibattimento su 232 operai ancora viventi, le dichiarazioni degli operai in atti, gli accertamenti dei medici, consulenti del Pubblico Ministero e delle Parti Civili, le consulenze relative al concorso di alcol e fumo, soprattutto quelle di Vineis, Comba e Pirastu, la documentazione FULC, USLL e ASL di Mestre sul consumo di alcol e sul fumo dei lavoratori, proprio per vedere come gli eccessi rilevati tra gli operai del CVM a Porto Marghera fossero eccessivi rispetto comunque alla situazione della popolazione della zona veneziana, la consulenza e le dichiarazioni in materia di biologia molecolare, la consulenza sul tempo di "LAG" del professor Berrino, la documentazione acquisita e/o sequestrata in materia impiantistica, le consulenze finali dell’aprile del 2001 e maggio 2001 sullo stato delle conoscenze sulle patologie confermate, gli accertamenti autoptici quando è stato possibile farli, così come quelle degli anatomo–patologici, la letteratura scientifica mondiale dagli Anni Trenta sulla tossicità acuta, dal 1949 sulla tossicità cronica, la documentazione medico scientifica delle industrie mondiali del PVC, le conclusioni degli organismi internazionali indipendenti, soprattutto IARC, OMS ed EPA, le conclusioni sulla genotossicità del CVM. Queste ultime a loro volta indicano che i metaboliti del CVM sono genotossici, intervengono negativamente cioè a livello cellulare, agiscono direttamente, cioè a livello di DNA, e sono genotossici sulla base dei plurimi elementi, e mi limito a riportare quanto segnalato quanto riportato da EPA nel 2000, che parla nello specifico di analisi in vitro e similari, di test in vivo, di studi in ambienti lavorativi, di test biologico di retromutazione, di esposizione di cavie per via inalatoria, di uso di anticorpi anti P53, test di biomarcazione sierico P53, test su formazione dei prodotti aggiuntivi al DNA. E questo per ribadire che il CVM è un cancerogeno completo, capace di intervenire in ogni fase del processo di cancerogenesi proprio perché interviene a livello cellulare, a livello di DNA. E allora, quando parlavo poco fa di singoli elementi di prova, intendevo riferirmi proprio agli elementi di prova individuati e portati all’attenzione prima del Tribunale e poi della Corte d’Appello, a partire dall’atto d’appello. Non è mia intenzione – e anche volendo non ne avrei il tempo e forse abuserei della pazienza del Collegio - ripercorrere pedissequamente e noiosamente tutti i singoli elementi su indicati; mi limito a farvi rinvio, soprattutto ai motivi d’appello, capitoli 2.11 e 2.12, con riserva di tornarci sopra, se sarà necessario, in sede di replica. Non mi rimane allora e non mi rimarrà che richiamarmi alle conclusioni della sentenza della Suprema Corte, sentenza Franzese, quando, dopo aver parlato della singolarità dei complessi fenomeni di causazione multipla legati al moderno sviluppo dell’attività, precisa prima la necessità di verifiche attente e puntuali e sottolinea poi la necessità di una verifica sulla base dell’intera evidenza disponibile dell’attendibilità dell’impiego della legge statistica per il singolo evento e della persuasiva e razionale credibilità dell’accertamento giurisdizionale, e cita tra l’altro le sentenze (Ario, Canghele e Camposan), da me ampiamente illustrate sia in primo grado che durante questa requisitoria di secondo grado. Accertamento giudiziale che nell’ambito del concetto di certezza processuale dev’essere in grado di giustificare la logica conclusione che, tenendosi l’azione doverosa omessa, il singolo evento lesivo non si sarebbe verificato, ovvero si sarebbe inevitabilmente verificato ma non quando, in epoca significativamente posteriore o con minore entità lesiva. In quest’ottica, pur ritenendo di dover comunque richiamare in maniera specifica i motivi d’appello del 29 ottobre 2002 sulla causalità generale, sulla casistica processuale e sulle patologie riscontrate a Marghera, riteniamo di dover fornire in questa sede delle precisazioni, delle valutazioni, delle indicazioni più specifiche, proprio per far comprendere da una parte l’erroneità dell’assunto generale assolutorio del Tribunale, e dall’altra l’insufficienza e la incompletezza di quella parte della sentenza, che aveva pur timidamente affermato l’esistenza del nesso causale per poi escludere la sussistenza della colpa. Tre sono le situazioni che presenterò: patologie per le quali non è assolutamente accettabile l’assunto del Tribunale, e sono in relazione alle categorie di lavoratori più esposti, autoclavisti ed insaccatori, e sono le patologie di epatocarcinoma, cirrosi e tumore polmonare; l’altra situazione, che è la principale, la prima che affronterò in questa sede, sono le patologie riconosciute dal Tribunale, angiosarcoma, fenomeno di Raynaud e alcune epatopatie, che avrebbero dovuto comportare una condanna degli imputati ai sensi dell’articolo 437 comma secondo del Codice Penale, e non una assoluzione per prescrizione o perché il fatto non costituisce reato. E tratterò anche dei casi personali di cui il Tribunale si è dimenticato o che comunque, rientrando nei suoi criteri, dovevano essere riconosciuti dal Tribunale come dovuti al CVM. La tesi del Tribunale, allora, e le condanne che ne dovevano conseguire.
Dovendo passare all’esame delle diverse patologie attribuite all’azione del CVM mi sono trovato in una situazione, per così dire, di lieve difficoltà relativamente all’ordine di trattazione e di discussione. Peraltro, essendo evidentemente necessario in questa sede d’appello dover tenere conto della sentenza appellata, ho ritenuto opportuno partire da quanto deciso e poi scritto in sentenza dal Tribunale. In questa sede poi, dovendo tener pure conto dei criteri indicati dalla Suprema Corte, a partire dalle Sezioni Unite del 2002, mi limiterò a trattare delle patologie del fegato e del polmone causate dalle più gravi omissioni contestate agli odierni imputati e che hanno colpito le categorie e le mansioni più a rischio: quella degli autoclavisti e quella degli insaccatori, essiccatori, come dicevo. Qual è allora la tesi del Tribunale? E vediamo allora le parti di sentenza in cui il Tribunale tratta, ci sono dei brani specifici, sono proiettati. Pagina 151: "L’evidenza globale – dice il Tribunale – degli studi epidemiologici più recenti e più significativi individua una associazione forte tra esposizione a CVM e angiosarcoma epatico per eccessi di rischio nello svolgimento di talune mansioni, autoclavisti ed insaccatori esposti ad alte concentrazioni, per l’epatocarcinoma e per il tumore polmonare". 100 pagine dopo, sempre sulla base dell’osservazione epidemiologica, il Tribunale dice un’altra cosa, perché dice: "gli eccessi significativi che hanno evidenziato un’associazione forte riguardano i tumori epatici, angiosarcoma ed epatocarcinoma, e quindi il fegato appare come l’unico organo bersaglio del CVM". Allora, per quanto riguarda la tesi n. 1, va sottolineata l’esistenza di questa associazione forte, che è insuperabile, tra CVM e angiosarcoma epatico e gli eccessi di rischio nello svolgimento di talune mansioni dei lavoratori, autoclavisti e insaccatori, esposti ad alte concentrazioni, e si parla di tumore polmonare ed epatocarcinoma, in aggiunta all’angiosarcoma, con le alte esposizioni, con le alte concentrazioni. Il punto 2 dice un’altra cosa, perché sempre sulla base di quegli studi epidemiologici parla di associazione forte per angiosarcoma e per epatocarcinoma e quindi dice che il fegato è l’unico organo bersaglio; qui scompare il tumore del polmone, non si sa sulla base di quali indicazioni perché poi gli studi epidemiologici sono sempre alla base di questa affermazione. Il punto 3 poi dice, a pagina 174: "tutti i dati di conoscenza introdotti nel processo... non consentono di ritenere sussistente una associazione causale tra CVM e PVC e tumori diversi dall’angiosarcoma e patologie che non siano la sindrome di Raynaud e la acrosteolisi, nonché tipiche epatopatie interessanti l’endotelio". Questa è la tesi complessiva finale del Tribunale e però, da quello che vediamo proiettato, vediamo che la tesi n. 2 innanzitutto è in contrasto con la tesi n. 1 per quanto riguarda la patologia del polmone, mentre la tesi n. 3 concorda con la tesi n. 1 per il fegato, angiosarcoma, contrasta con la stessa tesi n. 1 per l’epatocarcinoma e il polmone, e la tesi n. 3 concorda anche con il punto 2 per l’epatocarcinoma. Non è semplicissimo raccapezzarsi. Comunque, tenendo per buoni questi criteri scelti dal Tribunale e queste conclusioni, la conclusioni 3 in particolare, chiamiamola la conclusione, la soluzione finale del Tribunale, e la tesi 4 sulle lesioni tipiche precoci da CVM, così come le indica il Tribunale in quelle pagine che sono indicate, 199, 200, etc., vediamo allora quali sono i casi che ha ammesso il Tribunale e quali altri casi avrebbe, invece, dovuto ammettere il Tribunale secondo i suoi stessi criteri. Per il momento proietto sullo schermo degli elenchi di operai, morti o ammalati, divisi patologia per patologia. Questo è il primo caso che riguarda la patologia dell’angiosarcoma, la ASL, e poi ci sono... Finché io faccio un’altra premessa vengono indicate sullo schermo le altre patologie e tra poco illustrerò i singoli casi e il significato di ogni sigla, così come emerge dallo schema, e di ogni singolo asterisco. Perché voglio fare una precisazione di ordine generale: per tutti i singoli casi che tratterò esiste già in atti una scheda di sintesi, che è stata elaborata insieme da tutti i consulenti tecnici del Pubblico Ministero all’esito delle acquisizioni e dell’istruttoria dibattimentale. Queste schede personali sono state riunite all’interno di alcuni raccoglitori blu, che sono lì nel mio tavolo, patologia per patologia: angiosarcomi, epatocarcinomi, cirrosi epatiche, epatopatie, epatopatie regredite, fenomeno di Raynaud, tumore polmonare, e anche le altre patologie che non tratterò in questa sede. Per fare un esempio di che cosa sono queste schede esibisco la scheda di uno, del primo degli angiosarcomi, quella di Battaggia Giorgio, e su tutte queste schede esistono anche degli specifici floppy disk già fatti, che possono essere ovviamente utilizzati; sia le schede che i floppy disk sono stati depositati, acquisiti dal Tribunale nel maggio 2001, prima della requisitoria in primo grado. Vediamo com’è impostata la scheda: ci sono i dati, innanzitutto, nell’intestazione, le mansioni lavorative, le esposizioni secondo i dati della Guardia di Finanza, i reparti, il periodo, la funzione, vengono indicate poi le anamnesi sia lavorative e sia personali sulla base delle dichiarazioni – sono riportate tutte –, quella dei consulenti del Pubblico Ministero come Bai, quella dei consulenti della Parte come Bartolucci, e quella dei consulenti della Difesa, come per esempio il professor Grandi, Colosio, etc.. A foglio 2 in particolare di Battaggia, ma esiste per ogni scheda, c’è un capitoletto che riguarda gli altri fattori di rischio, perché ad un certo punto - vedremo tra poco - il Tribunale dice che non abbiamo mai considerato i fattori di rischio, ma forse il Tribunale non ha visto le schede, perché per ogni scheda indichiamo sempre quali sono i fattori di rischio, che possono essere l’alcol, possono essere il fumo, possono essere i virus. Poi ci sono le indicazioni tratte dalle schede personali, controlli clinici ed aziendali, ricovero in ospedali, etc.. In fondo, andiamo a pagina 7, c’è una scheda di sintesi persona per persona che racchiude le valutazioni conclusive, che dice qual è la posizione in questo caso del signor Battaglia, qual è la diagnosi, chi la conferma, chi la smentisce, quali sono i problemi in sintesi, qual è l’esposizione e quelle che sono le nostre conclusioni specifiche: se ci sia in questo caso l’angiosarcoma, se sia da attribuire all’esposizione a CVM. Questa è la composizione di ogni scheda personale, e quindi per ognuna delle patologie contestate in questo processo sono stati consegnati degli elaborati specifici di sintesi, che sono stati appunto acquisiti dal Tribunale nel 2001, proprio sulla base di tutti gli accertamenti autoptici, gli accertamenti diagnostici, le anamnesi, visite mediche, acquisizioni documentali, etc., così come sono stati fatti durante il dibattimento. Ma torniamo alla scheda dell’angiosarcoma, l’ASL, e vediamo innanzitutto com’è impostata, quel discorso che facevo prima sui casi ammessi e non ammessi. Vediamo sulla sinistra quali sono i casi ammessi dal Tribunale e qual è altro caso, invece, da dover ammettere per quello che diremo tra poco. Cosa significano queste schede? Cosa significano le posizioni personali che ho evidenziato nei prospetti? In questi prospetti - e poi dal floppy disk sarà facile anche arrivare aprendo delle finestre singole - vediamo indicati i nomi, innanzitutto; a fianco viene indicata per ognuno la mansione, la mansioni principale, l’incarico ricoperto, e vediamo che gli angiosarcoma siano praticamente tutti o quasi autoclavisti, uno autoclavista e insaccatore, e se vediamo quell’asterisco in fianco, per esempio a Battaggia Giorgio o a Faggian Tullio, che abbiamo già affrontato varie volte, si clicca sull’asterisco e viene fuori la scheda singola di Battaggia in questo caso, che è la scheda che riguarda i casi in cui e le date in cui doveva essere allontanato per l’azienda o doveva essere messo in osservazione, quindi per ognuno di questi, torniamo alla scheda principale angiosarcoma, per Battaggia, Faggian, Pistolato e Zecchinato abbiamo delle indicazioni aziendali e della FULC che indicano quando doveva essere spostato, in che data, e poi, vedendo le schede, si vede per quale motivo doveva essere allontanato. Quindi per ognuno di questi qua, Faggian l’abbiamo visto, ma può essere fatta la stessa cosa per gli altri che hanno l’asterisco, come Pistolato e come Zecchinato. Sugli angiosarcomi non c’è moltissimo da dire, proprio perché c’è questa quasi assoluta convergenza nelle patologie riconosciute da noi, dal Tribunale e anche dalle Difese, dai consulenti degli imputati. Ci sono solo alcune precisazioni, però, da fare. Allora andiamo a quello che dice il Tribunale a pagina 194 della sentenza su questa patologia epatica. Ovviamente le pagine, per il discorso che facevo l’altra volta, possono essere impaginate in una maniera o nell’altra, non sempre coincidono nelle varie versioni, sarà mia cura allegare le stesse identiche pagine quando verrà depositata la memoria alla fine dei miei interventi. Comunque a pagina 194 - che proietto - si vede questa affermazione importante del Tribunale sull’angiosarcoma, in particolare dice: "si tratta di una neoplasia maligna assai aggressiva, che si manifesta clinicamente in stadio avanzato con dolore addominale, epatomegalia, emorragie gastrointestinali, ittero, trombocitogenia". Ora, a parte il discorso dell’essere aggressivo e sul fatto che, invece, ci sono stati diversi casi di sopravvivenza per angiosarcomi presi per tempo, dico che come indicazioni e manifestazioni cliniche vi è un dato pacifico: sempre, per tutti quanti, si è parlato di epatomegalia, di problemi gastrici, di epatiti, e sottolineo, rilevato fin da (Prighe) con il 1949 e da Suciu nel 1963 e nel 1967, nonché da EPA - come abbiamo visto nelle schede che ho proiettato la volta scorsa - sempre e costantemente. Sempre a questa pagina 194 il Tribunale continua: "nelle fasi precoci è stata osservata fibrosi sinusoidale, che tuttavia non è mai accompagnata o seguita da fenomeni (necoinfiammatori) e pertanto non ha caratteristiche evolutive in senso cirrotico", e cita Popper, Selikof e Maltoni, a pagina anche 195, per escludere l’evoluzione di dette lesioni nella sequenza cirrosi – epatocarcinoma. Ma sono queste già annotazioni che non sono vere, che non sono corrette, neanche per Maltoni. Ne parleremo a proposito della cirrosi epatica e dell’epatocarcinoma, ma per quel che serve ora va precisato che proprio Popper e Selikov hanno parlato di lesioni epatiche e fibrotiche in operai del CVM evolventi in cirrosi o ASL. Vediamo ad esempio lo studio di Popper del ‘75, che fa proprio questo riferimento a queste lesioni fibrotiche che evolvono poi nelle patologie che ho indicato. Popper in particolare, ad un convegno del 1974, aprile ‘74, proprio sul CVM, come vediamo dal primo foglio, il memorandum su quel convegno 17 aprile ‘74, vediamo che parla di una patologia particolare, di questa patologia che ha colpito degli operai in Germania, 50 casi, e dice che nel loro caso è stato osservato in particolare un nodulo emorragico nel fegato - sta parlando in particolare del PVC -, che non hanno osato sottoporre a biopsia per il pericolo di emorragie, probabilmente un angiosarcoma, e qui parla di questa malattia di Banti che può trasformarsi in angiosarcoma o, in alcuni casi, in carcinoma. Poi nell’ultimo punto, quando viene chiesto nella pagina 4 che cosa bisogna fare con queste persone, con questi pazienti che hanno avuto questi problemi, dice un date importante fin da quell’aprile del ‘74: "la cosa più importante è sottrarli all’esposizione". Continuo su questo punto, sempre a smentire quello che ha detto il Tribunale su questa possibilità evolutiva, citando anche colui è stato indicato come consulente di Montedison, anche se poi non è venuto in aula, ed è un documento Tamburro del ‘78, che ancora a questo proposito dà indicazioni analoghe a quelle di Popper e parla di indicazioni che sono state fatte su queste patologie, accertamenti effettuati "allo scopo - letteralmente - di allontanare il soggetto dalla sorgente di esposizione". Per quanto riguarda questo scopo di allontanare gli operai esposti, che presentavano già patologie all’esposizione, voglio ribadire come il Tribunale non abbia assolutamente indicato i consulenti tecnici del Pubblico Ministero ma si sia limitato soltanto a prelevare qua e dà dei pezzetti dei loro interventi. C’è un altro studio poi di Tamburro del 1984 che è stato presentato dal Tribunale in maniera non corretta, e dicevo che la situazione del professor Maltoni, lo stesso è stato citato fuori proposito dal Tribunale, perché Maltoni stesso, quando è stato sentito in aula, pur chiamato, indicato e sottoposto a domande anche dal Tribunale e poi indicato in sentenza come sostenitore della tesi del Tribunale, il professor Maltoni smentisce l’affermazione fatta dal Tribunale a pagina 196 della sentenza. A pagina 205 e 206 c’è una citazione del Tribunale, una citazione di Tamburro, relativa al fatto che – dice il Tribunale – non è stata riscontrata alcuna relazione tra l’incidenza degli angiosarcomi e le esposizioni avvenute dopo il 1966, quando i livelli erano generalmente al durante sotto dei 200 ppm, e dice il Tribunale: "questi risultati trovano piena conferma nella coorte di Porto Marghera". Ma non è possibile perché, come abbiamo visto la volta scorsa, sappiamo innanzitutto che non è vero che gli operai sono stati esposti a quei limiti al di sotto dei 200 ppm, perché è lo stesso Tribunale che ripetutamente, fin dal 1973, ha parlato di esposizioni medie, tra le 200 e le 500 ppm, e questo dato è pacifico, l’ha detto ripetutamente il Tribunale, anche in particolare a pagina 396. E inoltre non è vero neanche che riguardasse operai assunti soltanto prima del 1967, perché ad esempio Faggian è stato assunto nel settembre del 1967, e quindi si tratta di un dai fuori dai limiti indicati da Tamburro e indicati dal Tribunale. Inoltre, per quanto riguarda l’esposizione a basse dosi, si fa rinvio a quanto ho scritto in atto d’appello proprio per dire che non si trattava soltanto di casi di esposizione ad alte dosi quelle che hanno colpito gli angiosarcomi. Ma la cosa principale che ci pone in contrasto con il Tribunale sull’angiosarcoma è il caso di Simonetto Ennio. Torniamo alla tabella casi ammessi e casi non ammessi, perché non è vero quanto ha detto il Tribunale sul caso di Simonetto Ennio, perché dice che la diagnosi finale di epatocarcinoma, il Tribunale continua dicendo: "i C.T. paiono propendere per un unico tumore epiteliale, escludendolo pertanto dai casi di angiosarcoma". Questo non è assolutamente vero, perché la diagnosi del Pubblico Ministero e dei suoi consulenti è una diagnosi multipla di cirrosi epatica, di epatocarcinoma e di un verosimile angiosarcoma, come dice la scheda su Simonetto Ennio ed in particolare le conclusioni del professor Martines. Ma non lo dice solo Martines perché lo dice anche l’anatomo-patologo del Pubblico Ministero, il professor Rugge di Padova, che parla di un epatocarcinoma, di cirrosi e coesistente neoplasia a cellule indifferenziate con fenotipo compatibile con angiosarcoma, ne parla l’anatomo-patologo di Montedison, il professor Callea, che è d’accordo sulla cirrosi e sull’epatocarcinoma e su un’altra ulteriore neoplasia, dice: "epatocarcinoma a cellule indifferenziate con ampie zone di necrosi di cellule contenenti ferro liberato dalle cellule morte"; sarebbe il fenomeno di emolisi. Ma lo stesso Callea, quando parlava di Faggian, diceva: "la ricca componente emorragica è decisiva ed anche anticipatoria della diagnosi istologica, in aggiunta alla componente emorragica c’è anche una componente di tipo necrotico, e questo è l’elemento fondamentale di ogni angiosarcoma se ben guardato". E quindi, andando a ben guardare, vediamo che anche in questo caso si può parlare di Simonetto come angiosarcoma, perché chi l’ha visto bene questo caso, chi l’ha visto all’epoca è il professor Maltoni, che, come ammette in Tribunale quando è stato sentito, per Simonetto parla espressamente di epatocarcinoma e di angiosarcoma, e non l’ha detto solo in Tribunale il professor Maltoni, perché l’aveva scritto anche nel 1980 su Acta Oncologica, e aveva parlato di epatocarcinoma ed aveva parlato di angiosarcoma e di lesioni tipiche della cirrosi. "Quindi pacificamente – dice Maltoni all’udienza dell’11 aprile 2002 - un angiosarcoma morfologicamente poco differenziato, come molti degli ASL del CVM"; proprio quello che diceva il professor Rugge. Aggiungendo un altro dato a sostegno del fatto che il caso di Simonetto sia un angiosarcoma, perché è il caso italiano che è stato inserito nel registro mondiale degli angiosarcomi, un registro che è tenuto e curato dal dottor Bennett per conto dell’Industrie, il dottor Bennett della ICI inglese, e questo registro include il Simonetto tra gli angiosarcomi. Ora, è strano che il Tribunale non ne tenga conto perché vedremo, quando parleremo degli epatocarcinomi, il Tribunale lamenta che non vi sia un registro mondiale per gli epatocarcinomi, e quando invece ha questo registro per gli angiosarcomi non si cura del caso di Simonetto inserito in questo registro. E allora, per tutte queste considerazioni, ritengo che per il caso di Simonetto sia stata smentita questa indicazione del Tribunale e che Simonetto possa ricomprendersi tra i casi di angiosarcoma e cirrosi, oltre che epatocarcinoma. Quindi la scheda che viene indicata degli ASL sui casi da ammettere e sui casi che poi sono indicati, li vedremo anche alla fine, li tratteremo proprio in un capitolo specifico, quello che riguarda la sorveglianza sanitaria e le possibilità di intervento. Chiudo questa patologia e passo ad un’altra patologia indicata dal Tribunale, che è quella delle epatopatie.
Vengono trattate dal Tribunale le epatopatie da pagina 231 a 247 della sentenza. Nei motivi d’appello del 29 ottobre 2002 trattavo delle patologie epatiche nel capitolo 2.12.1, al quale ovviamente faccio innanzitutto integrale rinvio. Prima però di analizzare i casi di epatopatia ammessi dal Tribunale e quelli che avrebbe dovuto ammettere, premetto alcune considerazioni di ordine generale imposte dalla lettura della sentenza. Trattando delle epatopatie riscontrate nei lavoratori del PVC e CVM di Porto Marghera il Tribunale continua a fare confusione tra tossicità e cancerogenicità del CVM; infatti ancora a pagina 246 della sentenza, citando fuori luogo l’audizione del consulente del Pubblico Ministero professor Berrino, il Tribunale continua a mescolare senza ragione IARC 1987, oncogenità del CVM, epatopatie e bronchiti. Ancora una volta allora va fatto richiamo alla già ricordata differenza concettuale e sostanziale tra tossicità e cancerogenicità. I motivi per il CVM è un noto epatotossico sono stati già più volte citati, ne hanno parlato ampiamente i C.T. del Pubblico Ministero anche per questa parte specifica, in particolare i professori Pinzani e Martines. Pagina 238 della sentenza, esiste in atti una documentazione medica, come dicevo nella premessa di questa giornata, per così dire datata, perché risale all’epoca in cui i lavoratori si trovavano all’interno del Petrolchimico di Porto Marghera, ed esiste una documentazione aggiornata che risale al periodo 2000–2001, perché è stata disposta ed eseguita tutta una serie di accertamenti diagnostici sulle parti offese viventi e i consulenti del Pubblico Ministero e della Difesa hanno potuto esaminare dossier sanitari più aggiornati ed avere ulteriori informazioni anamnestiche per una diagnosi più corretta, come chiesto e come proteso giustamente dalla Difesa in aula, com’è stato fatto dal Pubblico Ministero e com’è stato poi accolto e accettato per le acquisizioni dal Tribunale; quindi c’è questa documentazione vecchia e c’è questa documentazione nuova. Il Tribunale lo ammette e il Tribunale ammette espressamente a pagina 234 che i consulenti tecnici del Pubblico Ministero per il fegato individuano correttamente le tipiche lesioni epatiche indotte dal CVM. Su questo c’è convergenza praticamente assoluta tra tutti quanti, salvo che ad un certo punto i consulenti tecnici del Pubblico Ministero e delle Parti Civili, quando parlano delle concause e trattano delle concause, arrivano anche a delle conclusioni ulteriori e a delle considerazioni ulteriori. Ma delle concause parleremo tra alcuni capitoli. Per il momento riproiettiamo la scheda già vista, dove al punto 4 vediamo le manifestazioni epatiche riconosciute dal Tribunale come dovute al CVM. Per tale riconoscimento il Tribunale richiedeva, a pagina 236 della sentenza, prove istologiche di lesioni tipiche epatocitarie, valutazioni delle anamnesi lavorative, con particolare riferimento alla durata e all’intensità dell’esposizione, valutazione delle più probabili ipotesi alternative, pagina 239 della sentenza. A quest’ultimo proposito sulle ipotesi alternative il Tribunale, a pagina 239, indicava in particolare la soglia di 60–80 grammi di alcol al giorno come soglia della epatotossicità dell’alcol. Lo sottolineo fin da adesso perché questo sarà un fattore importante per quanto riguarda sia l’affermazione del Tribunale relativa alla presenza di alcol e alla presenza di CVM, sia soprattutto per la parte che concerne il concorso di causa, e indicando questa soglia di 60–80 grammi di alcol al giorno come soglia della epatotossicità, il Tribunale cita anche il consulente del Pubblico Ministero Martines e dice che i C.T. medico legali del Pubblico Ministero hanno omesso di valutare le spiegazioni casuali alternative. Ho già proiettato una esempio di scheda all’inizio di questa giornata, quella di Battaggia, proprio per far vedere come sia del tutto infondata questa affermazione del Tribunale, tanto che mi viene proprio il dubbio che le schede che abbiamo consegnato e che sono quelle lì nel raccoglitore blu non le abbia proprio viste. Comunque su questa affermazione del Tribunale tornerò tra poco. Per il momento allora vediamo nel particolare quali sono le sole cinque epatopatie riconosciute dal Tribunale secondo i criteri indicati, e quali invece, sempre secondo i suoi criteri, avrebbe dovuto ulteriormente ammettere. I casi sono quelli che sono segnalati, quello di Poppi Antonio, non ci sono molte cose da dire o da aggiungere, c’è soltanto un particolare da segnalare su Poppi Antonio, apriamo la finestra cliccando sul punto: che Montedison sapeva fin dal ‘70 della fibrosi epatica di Poppi Antonio e Poppi Antonio è stato spostato solo dall’inizio del ‘74, come dice il Tribunale a pagina 242, e per Poppi Antonio c’era una carriera sicuramente di esposizione, di autoclavista, quindi al CV14, quindi esposto altamente, e oltre a quella presenza di una fibrosi di cui conosceva Montedison fin dal ‘70, c’è una conferma che si ha con una biopsia del gennaio–febbraio ‘73, e non del ‘74 come dice il Tribunale, in quella biopsia emerge che si tratta di fibrosi portale, che è la specifica patologia da CVM, fibrosi portale che era come quella che avevano gli angiosarcoma Battaggia, Zecchinato, etc.; tra l’altro i primi due, come per Poppi, che erano da allontanare dalla fabbrica e che hanno un continuato per anni a rimanere in reparto. E quindi, oltre al fatto che Montedison sapeva che doveva essere allontanato dal ‘70, qui abbiamo Poppi Antonio che, nonostante questa biopsia effettuata durante un ricovero all’ospedale di Padova nel gennaio–febbraio ‘73, per un altro anno non viene spostato di reparto perché, come riconosce il Tribunale, viene fatto solo all’inizio del ‘74. Le situazioni di Bartolomiello Ilario le faccio vedere soltanto aprendo le finestre, perché si vedono le situazioni specifiche che li riguardano per quanto concerne l’indicazione dei medici sul fatto che dovevano essere spostati o allontanati dai reparti CVM e PVC. Dalla scheda ammessi e non ammessi apriamo le finestre. Bartolomiello Ilario, autoclavista, vediamo queste indicazioni, per ognuno c’è questa scheda, quando sono da indicare per la FULC, etc., invece quando sono stati spostati e quando sono morti. Per tutte queste persone, nonostante il Tribunale abbia detto che erano stati spostati o non erano stati spostati, vediamo che si pongono delle situazioni analoghe. Prima di passare all’esame dei casi da ammettere mi soffermo su tre casi che per il Tribunale, a pagina 244 – sono solo tre –, che nello studio caso controllo dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, questo consulente tecnico del Pubblico Ministero aveva attribuito in via esclusiva a tale sostanza; e ripeto, probabilmente il Tribunale non ha visto né la consulenza né le schede. Perché faccio rilevare innanzitutto come questi casi non siano tre ma siano dieci, e questo lo si ricava dalla consulenza e lo si ricava dalle singole schede. Ci sono cinque di questi operai sottoposti ad alta esposizione a CVM, che sono quelli che risultano indicati a sinistra, e altri cinque indicati a destra, che sono quelli a media esposizione. Quindi sono dieci i casi per i quali i consulenti del Pubblico Ministero e il Pubblico Ministero affermavano il ruolo diretto ed esclusivo del CVM nel causare la patologia epatica. Ma vediamo allora adesso i tre casi citati dal Tribunale come gli unici tre casi che, secondo il Pubblico Ministero, sarebbero in dipendenza diretta dal CVM, e sono i casi di Brussolo, Granziera e Penzo Ezio. Il caso di Brussolo, che viene indicato dal Tribunale, che viene sminuito e che viene anche annullato come esposizione a CVM, è un caso invece che a tutti gli effetti dev’essere considerato tra i casi da ammettere, perché in questa situazione per Brussolo innanzitutto c’è una biopsia dell’83, per Brussolo c’è proprio una svista del Tribunale. Peraltro è stato smentito il Tribunale per questa situazione anche dai consulenti di Montedison, perché l’esame istologico della biopsia epatica del Brussolo dimostra presenza di fibrosi, e questa è una lesione riferibile, anche secondo il Tribunale, per i suoi principi generali, all’esposizione a CVM, come ammesso anche dal consulente tecnico di Montedison. Questa quindi è chiaramente una svista del Tribunale, quindi Brussolo innanzitutto va inserito tra i casi ammessi. L’altro caso è quello di Granziera; per Granziera va detto, autoclavista altamente esposto, il Tribunale su questo caso viene tratto in errore probabilmente da un errore che fa il professor Lotti, consulente di Montedison, che forse non considera, non espone che il termine "epatite cronica di tipo B" molti anni fa, all’epoca in cui è stata indicata questa diagnosi, non indicava l’eziologia dal virus B, bensì il grado, lo stadio della malattia. Infatti la biopsia epatica - perché anche in questo caso esiste una biopsia epatica - eseguita nel 1978 dimostrava la presenza di segni istologici ritenuti anche dal Tribunale segni di esposizione a CVM, ed erano la proliferazione vistosa dei segmenti del collagene, a partire dagli spazi portali, infiltranti ampi settori delle strutture (globulari), ipertrofia ed iperplasia delle cellule di (Kuffer), quelle lesioni tipiche da CVM secondo il Tribunale. Poi per l’altro caso, che è quello di Penzo Ezio, il Tribunale indica un Penzo Ezio senza dare altre precisazioni, senza altre indicazioni, e di Penzo Ezio però nel processo ne abbiamo due, ce n’è uno nato nel 1926, uno nato nel 1932, ma per entrambi i casi ci sono delle considerazioni interessanti da fare perché Penzo Ezio del ‘26, ad esempio, era da spostare, anche per Montedison, sia nel ‘78 e sia nel ‘79, ed è stato invece insaccatore fino al 1981, e dall’altra parte Penzo Ezio del 1932 era da spostare sia per la FULC e sia per la Montedison per le esposizioni elevate che c’erano state, e questo Penzo Ezio era stato insaccatore-essiccatore fin dal 1974. Peraltro, secondo le indicazioni generali che ho dato all’inizio di questo intervento per la epatopatia in particolare, poiché manca la biopsia, solo per questo Penzo Ezio non lo indico tra i casi da ammettere che avevo proiettato prima, solo per questo, anche se ci sarebbe da discutere; mentre per i casi che ho citato prima, Brussolo e Granziera, sicuramente essendoci biopsia, essendoci lesioni epatiche da CVM, essendoci alta esposizione, essendoci la mansione idonea, sicuramente Brussolo e Granziera dovevano essere inseriti tra i casi che aveva indicato il Tribunale, che dovevano essere considerati dal Tribunale. Continuiamo e andiamo avanti. Il Tribunale poi da pagina 245 della sentenza per certi versi sconcerta tutti, sconcerta me, sconcerta i consulenti, sconcerta i Difensori, perché innanzitutto cita, a pagina 245, dei casi, dice: "in taluni casi – che sono tredici – i consulenti del Pubblico Ministero hanno concordato con una diagnosi di epatopatia non professionale". Non è vero, per nessuno di questi è vero. Allora ribadisco, non ha letto le schede, non ha letto le consulenze, perché per nessuno di questi c’è stato questo riconoscimento di diagnosi di epatopatia non professionale. Per dodici casi, infatti, di questi, il consulente del Pubblico Ministero Martines - e poi il Pubblico Ministero - parla di concausa, parla di altro fattore, parla di CVM, e per uno, Serena Rino, il Pubblico Ministero e i suoi consulenti parlano di causa unica il CVM. E allora vediamo, cominciamo da questo caso, dal caso di Serena Rino; E Serena Rino tra l’altro è nei casi da ammettere proprio per questo motivo di causa unico. Serena Rino, come risulta dai verbali d’udienza, come risulta in particolare dall’audizione sia dei consulenti del Pubblico Ministero ma anche del consulente di Montedison, per esempio il professor Colombo, all’udienza dell’8 febbraio 2000 c’è il professor Colombo che rileva lui stesso l’assenza di consumo di alcol, quindi di vini e superalcolici. Quindi questo è un tipico caso di una epatopatia, il professor Colombo dice che non si sa che tipo..., parla di una modesta epatomegalia, non si sa esattamente che cosa sia, se possa essere considerata malattia o no, ma di questo riparleremo tra poco, però c’è questa epatomegalia, c’è questa affezione di tipo epatico, non c’è alcol, non c’è nessun fattore di rischio. Allora, in questo caso, è diretta ed immediata l’attribuibilità e la possibilità di inserire il caso di Serena tra i casi che sono da ammettere secondo i criteri stessi del Tribunale. Passiamo agli altri dodici casi che sono indicati dal Tribunale. Tra gli altri dodici casi, come si vedrà, che sono questi nominativi qui che sono indicati, che non tratterò tutti quanti, perché ritengo, sempre utilizzando i criteri del Tribunale, ci sia da ammettere soltanto un caso, che è il caso di Bragato Angelo. Perché dico? Perché in questo caso ci sono tutti i criteri che ha richiesto il Tribunale: c’è l’alta esposizione, c’è la mansione particolare ricoperta, c’è la lunga esposizione, c’è la biopsia epatica del 1989 che evidenziava spazi portali con struttura conservata e con note di modesta fibrosi portale e globulare, ed è il tipico caso ancora una volta della patologia del CVM; sono negativi i marker per l’epatite B e quindi in questo caso, con la biopsia, con questa situazione, ritengo che nonostante il consumo di alcol si rientri tra i criteri che sono stati indicati dal Tribunale. Proprio perché nella comparazione, anche con le possibili alternative, vediamo che c’è questa altissima esposizione e per lungo tempo di Bragato Angelo, che vediamo tra i casi da ammettere. Quindi di questi tredici casi di cui parlava il Tribunale a pagina 245, due sono da ammettere secondo i criteri del Tribunale, Serena e Bragato; gli altri undici vedono il CVM come concausa secondo le indicazioni dei consulenti del Pubblico Ministero e del Pubblico Ministero, e di concausa riparleremo. Poi il Tribunale, sempre a pagina 245, prosegue.
In tutti gli altri casi il Tribunale concorda con la diagnosi della Difesa, scrive così, ma non si capisce, quali sono questi casi, quanti casi sono? Non si sa. Perché poi fa un’indicazione di quattordici casi quando continua subito dopo, ma non indica quali sono, quelli che all’inizio esistevano poi sono scomparsi? Non si sa. Dice: in quattordici casi l’epatopatia si è rivelata insussistente". E allora questi casi vanno fatti rientrare tra le malattie esistenti e guarite con l’allontanamento? Almeno così potrebbe sembrare, ma non è chiaro. Anche perché il Tribunale, sempre a quella pagina 245, contrappone nelle ultime righe l’epatopatia intesa come malattia e le manifestazioni di lesioni epatiche da esposizione a CVM. Ma che cosa vuol dire questo, soprattutto in diritto? Dove ha trovato il Tribunale questa presunta distinzione? Quelle che il Tribunale definisce lesioni epatiche da esposizione a CVM integrano perfettamente da un punto di vista giuridico il concetto di malattia. Basta leggere la giurisprudenza della Corte di Cassazione, che dice in varie sentenze, ne cito una del ‘99 che dice: "è malattia qualsiasi alterazione anatomico funzionale dell’organismo, ancorché localizzata". Questa prima indicazione riportata in sentenza tra l’altro viene tratta direttamente dalla relazione al Codice Penale Rocco. E comunque è definizione che è sempre utilizzata dalla Giurisprudenza, degli Anni Sessanta in poi, dal 1969 in poi, perché consegnerò poi alcune sentenze che parlano proprio in maniera specifica di questo concetto di malattia e del fatto che a questa malattia può anche non corrispondere una lesione anatomica. Quindi è un concetto di malattia che viene utilizzato dalla Cassazione sia per il 581, ma ovviamente in tutti i casi in cui si parla di malattia, è un concetto piuttosto ampio, che riguarda anche qualsiasi alterazione, ad esempio una sentenza del ‘74 parla di "qualsiasi alterazione, sia pur lievissima, dell’integrità fisica e personale", sia pure una contusione, un’escoriazione, dice costituisce perciò malattia, e lo dice anche un’altra sentenza del 14 maggio ‘71, laddove dice che "costituisce malattia la contusione escoriata perché ledendo sia pure superficialmente il tessuto cutaneo non si esaurisce in una semplice sensazione dolorosa, ma comporta un’alterazione patologica dell’organismo"; sono malattie gli ematomi, consistenti in travasi sottocutanei. Quindi il concetto di malattia direi è estremamente ampio. E produrrò queste sentenze, ma credo che queste siano ben note ai Giudici della Corte. Le conclusioni del Tribunale, allora, sulle cinque epatopatie - torniamo allo schema di prima – riconosciute sono sconcertanti per alcuni motivi, perché poi a pagina 246 dice letteralmente: "ampia ed autorevole letteratura ritiene problematica una sorveglianza sanitaria previttiva di danno epatico", ma gli autori citati dal Tribunale trattavano casi di ASL ed epatocarcinoma. L’unico che non trattava i tumori era Suciu, del 1967, che ben conosciamo, che parlava di allontanamento che era utile e benefico, che il Tribunale, a questa pagina, ritiene invece inadeguato. Invece abbiamo visto come Suciu non fosse per niente inadeguato e come nel suo studio fatto con (Raucar) nel 1962, quello del 1963 e quello del 1967 abbia individuato le tipiche lesioni da CVM e abbia anche parlato di allontanamento utile e benefico, anche nelle conclusioni in francese che sono state riportate, che sono allegate agli atti del processo. Allora veramente mi viene da dubitare ancora una volta se il Tribunale ha letto Suciu e gli studi di Suciu, che sono stati prodotti e discussi più volte, o se si è limitato a prendere atto di quello che dicevano i consulenti di Montedison, interessati ovviamente a dare una certa versione. Ma poi è sconcertante ancora quando il Tribunale continua a dire, sempre in quella pagina 246, che quando vi è stata sofferenza epatica i lavoratori sono stati allontanati, e cita Poppi Antonio e Scarpa. Ma non è vero, perché abbiamo visto poco fa che Poppi è stato allontanato dopo un anno e Scarpa è stato allontanato dai reparti che comunque avevano a che fare con il PVC nel 1986. Poi continua il Tribunale dicendo che negli altri casi, che sarebbero Bartolomiello e Sicchiero, i test evidenziavano incrementi di modesta entità e si riferivano a fattori di patologie extraprofessionali. Ma non è vero! Per Bartolomiello c’erano fibrosi da CVM e per Sicchiero una epatopatia cronica dal ’76, quindi come si può dire che è di modesta entità? Tanto che fu ricoverato presso l’ospedale di Padova. Quindi neanche questa circostanza è assolutamente vera. Per Salvi poi – sempre in quel punto continua il Tribunale – non vi era nessuna evidenza di sofferenza epatica. E non è vero neanche questo, perché è stato ricoverato – come abbiamo visto - nel 1975, e c’è una biopsia epatica che conferma questa sofferenza epatica. Quindi per nessuno di questi cinque ci sono questi dati benevoli a favore della Difesa degli imputati riportati dal Tribunale. Sono tutti sbagliati e la situazione è sicuramente più grave di quella che viene indicata dal Tribunale, e la situazione reale è quella che va secondo l’ottica che ho indicato questa mattina, che è l’unica dell’Accusa. Allora, considerato che queste premesse per i cinque casi non sono vere in fatto, si deve ritenere errata anche la conclusione in diritto che il Tribunale trae a pagina 246 e 247, perché il Tribunale dice che i dirigenti e amministratori dal ‘69 al ‘73, individuati per la loro posizione di garanzia, vanno – dirà alla fine – poi anche assolti dalle lesioni personali colpose in questione perché il fatto non costituisce reato, per difetto dell’elemento soggettivo, per quanto detto in tema di vigilanza sanitaria, che esclude ogni addebito di omesse cautele, ed è completamente falso in fatto, l’abbiamo appena dimostrato, è errata questa conclusione, perché non c’è stata nessuna informazione agli operai, perché non c’è stato alcun allontanamento, soprattutto immediato, dalle zone pericolose. E per di più, tra l’altro, proprio a proposito di informazione e di allontanamento, soltanto tre pagine dopo, parlando del fenomeno di Raynaud, il Tribunale dice il contrario, perché per lo stesso periodo di tempo, in un caso addirittura per uno stesso operaio, parla di omesse cautele e di omesso allontanamento. Dicevo, questo caso per lo stesso Scarpa Giuseppe, perché è ancora un altro insanabile contrasto: non si fa capire come mai per il fenomeno di Raynaud ci furono queste cautele omesse e non ci fu l’allontanamento e, invece, per le epatopatie non ci sono state le cautele emesse e fu allontanato realmente. È insanabile questo contrasto. Allora come la mettiamo? Ci fu o non ci fa questa informazione? Lo spostamento, l’allontanamento dal reparto ci fu o non ci fu? La nostra risposta è chiara, ma soprattutto è semplice ed è documentale: non ci fa né la doverosa informazione né il dovuto immediato allontanamento dai reparti CVM e PVC, per nessuno dei cinque indicati dal Tribunale. Allora ne deve conseguire un riconoscimento di responsabilità intanto per queste patologie nei confronti per il momento degli imputati che sono stati individuati dallo stesso Tribunale a proposito del fenomeno di Raynaud e delle epatopatie, da una parte parlando di prescrizione e dall’altra parte parlando di mancanza dell’elemento psicologico del reato, e questi personaggi individuati dal Tribunale in sentenza sono Cefis, Bartalini, Calvi, Grandi, Gatti, D’Arminio Monforte e Sebastiani. In questa situazione va aggiunto che il Tribunale, per le epatopatie, come per il fenomeno di Raynaud e come per gli angiosarcomi, si è dimenticato per di più, come dicevo all’inizio nel mio intervento e nell’atto d’appello, il Tribunale si è dimenticato di pronunciarsi relativamente all’accusa di cui all’articolo 437 del Codice Penale, si è dimenticato di considerare il secondo comma dell’articolo 437 in relazione all’accusa di lesioni personali colpose e di omicidio colposo, per le quali aveva pur tuttavia riconosciuto la sussistenza del nesso causale con il CVM. Per il periodo fino al 1973, che è individuato, il Tribunale non ha pronunciato, e c’erano otto angiosarcomi, dieci fenomeni di Raynaud, cinque epatopatie; quelli che abbiamo in parte proiettato e che continueremo a proiettare. Allora ne consegue necessariamente una pronuncia del Giudice di secondo grado anche per questa accusa, che è quella del secondo comma del 437, pronuncia che ritengo debba essere totalmente diversa da quella assolutoria di primo grado.
Passiamo adesso a considerare le epatopatie e i casi personali che il Tribunale, in aggiunta a quelli che ho già indicato fino ad ora, avrebbe dovuto riconoscere come causati da CVM – lo ripeto -, sempre secondo i suoi stessi criteri. Sono innanzitutto ventuno i casi di epatopatia, e nemmeno citati in sentenza; li abbiamo contati, di ventuno il Tribunale non ha detto proprio nulla, neanche il nome e cognome. Ma per i quali esiste invece in atti documentazione utilizzabile secondo i criteri indicati dal Tribunale: ci sono biopsie, ci sono ecografie, ci sono i dati sulle anamnesi di vario genere. E per rimanere strettamente ancorati ai criteri scelti dal Tribunale indicherò soltanto i casi da ammettere secondo questi criteri e mi limiterò a questi criteri, e i casi da ammettere sono i seguenti: Babolin Primo; non viene neanche citato nella sentenza. Il consulente del Pubblico Ministero e il Pubblico Ministero concludevano per un danno epatico cronico causato, non concausato ma concausato dall’esposizione a CVM, e abbiamo in questa situazione una biopsia epatica del ‘98 che parla di spazi portali assai allargati per fibrosi; i marker per l’epatite B e C sono negativi, quindi sono i criteri che ha indicato il Tribunale; l’alcol è sotto i limiti, c’è poco consumo di alcol, nei limiti indicati dal Tribunale; il curriculum e l’esposizione di Babolin Primo sono sicuramente indicativi ed idonei per l’esposizione alta. Quindi Babolin va sicuramente, per gli stessi criteri del Tribunale, inserito tra questi casi. Un altro caso che va inserito tra quelli da ammettere è il caso di Benin Arnaldo, lo stesso non citato nella sentenza; il consulente del Pubblico Ministero concludeva per danno epatico cronico concausato. Abbiamo in questo caso poco consumo di alcol, sotto i limiti indicati dal Tribunale, e abbiamo l’esame autoptico, perché su di lui c’è anche l’autopsia, all’esame autoptico a livello epatico c’è un quadro di fibrosi; i marker dell’epatite sono negativi e beveva fino a mezzo litro di vino al giorno, quindi al di sotto dei limiti del Tribunale, che erano di 60-80 grammi come soglia di epatolesività. Quindi anche Benin Arnaldo per tanto tempo aveva questo problema di allontanamento. Poi vediamo il caso di Bertin Rino; anche il suo curriculum è quello tipico di una persona esposta, non abbiamo segnalazioni di allontanamento per lui, però abbiamo una biopsia del 1976, nell’epoca dell’esposizione, che parla espressamente di fibrosi portale, seppur modica; sono negativi i marker per l’epatite B e C e quindi, secondo i criteri del Tribunale, essendoci la biopsia, essendoci l’alta esposizione, essendoci la fibrosi portale, questo doveva essere considerato tale e quale i cinque casi accolti dal Tribunale. Un altro caso è quello di Cestaro Rino, come tutti i precedenti non citato dalla sentenza. Nel caso di Cestaro Rino abbiamo ancora una volta una biopsia, abbiamo sicuramente questa presenza di fibrosi epatica, abbiamo negativi i marker per l’epatite B e C; è un caso per il quale c’erano state anche delle indicazioni specifiche di allontanamento dai reparti a rischio, e vediamo poi quali indicazioni ci sono state e l’esito che hanno avuto. Il caso successivo dopo Cestaro è quello di Foffano, e anche per Foffano si deve dire che non è citato in sentenza e che, nonostante questo, c’è una biopsia epatica del 1980 che ci dà contezza di questa situazione di lesioni, di situazione epatica, che viene correlata dal consulente del Pubblico Ministero con l’esposizione a CVM. Il caso successivo – e ovviamente faccio una sintesi perché mi rendo conto che è una parte, quella di oggi, molto noiosa e molto pesante, però faccio una sintesi, ma tutte le schede sono in questi contenitori blu, ovviamente la sintesi poi verrà consegnata con le schede, oltre a quelle che già ci sono. Dopo la situazione di Foffano c’è quella di Leonardi Giannino; anche in questo caso c’è una epatopatia cronica a prevalente impronta fibrotica; in questa situazione sono negativi i marker per l’epatite; va rilevato che c’è una ecografia del ‘98, confermata nel ‘99, in epoca recente, e quindi a questa si può dare un rilievo sicuramente importante, sicuramente rilevante, perché sono molto vicine agli anni del nostro processo. L’altra situazione è quella di Marini Antonio, lo stesso non citato in sentenza, per il quale c’è una biopsia epatica del ‘75 che parla di spazi potobiliari e setti vascolari ingranditi e deformati, con discreta attività fibrogenetica, e quindi c’è una situazione tipica proprio di questa fibrosi epatica da esposizione a CVM, secondo i criteri del Tribunale. Un’altra situazione è quella di Pardo Giancarlo, per il quale ci sono alcune indicazioni di allontanamento e anche per Pardo c’è una biopsia epatica; per il Pardo, tra l’altro, ci sono ripetute segnalazioni di allontanamento sia da parte della FULC, sia da parte dell’azienda. Il caso successivo è quello di Scarpa Giampaolo, che ripropone una situazione analoga perché, nonostante la sentenza non ne parli, c’è una biopsia epatica dell’81 con zone di fibrosi portale e inizialmente ancora intraglobulare; le indicazioni dei consulenti sono quelle di concausa, dei consulenti del Pubblico Ministero. L’altra situazione è quella di Toffanello Adolfo; abbiamo una situazione limitata di consumo di alcol per questo caso, c’è una recentissima ecografia del 1999, sono negativi i marker per l’epatite C, viene detto dai consulenti del Pubblico Ministero, pur in assenza di un esame autoptico che dimostri una fibrosi periportale, tutti i dati di questa recentissima ecografia, appunto del 1989, indicano una forma da assunzione di tossici in assenza di altre cause idonee a dare sofferenza epatica. Tra l’altro per Toffanello Adolfo faccio presente che c’è sia una scheda specifica del consulente dottor Martines...
PRESIDENTE – Pubblico Ministero, potrebbe farci vedere la scheda di Babolin Primo?
PUBBLICO MINISTERO – Babolin Primo, la proiettiamo – se ce l’abbiamo – con la telecamera. Il periodo di fine esposizione è indicato, ma è sicuramente sbagliato; recupero la scheda di Babolin Primo, che all’interno delle epatopatie va indicato esattamente quest’anno. La vediamo eventualmente dopo.
Questi sono i dieci casi che avevo indicato e, dicevo, su Toffanello in particolare c’è anche la situazione della visita che è stata fatta, anamnestica, nel 1999 dal professor Bracci, che in particolare fa riferimento ad un iniziale moderato, molto limitato consumo di alcol, e successivamente proprio indica specificamente che non c’è assunzione di alcol. Torniamo allora ai prospetti dei casi ammessi e non ammessi e ai casi di ammettere. Sappiamo tutti in quest’aula come il Tribunale si sia pronunciato su altre due patologie epatiche: l’epatocarcinoma e la cirrosi. Per l’epatocarcinoma il Tribunale ha deciso di sospendere letteralmente il giudizio; per la cirrosi epatica ha escluso la connessione con il CVM. Per il momento accettiamo questo presupposto del Tribunale, poi vedremo esaminando le singole patologie cosa ci sarà da dire. Ma se andiamo a vedere i casi di epatocarcinoma e di cirrosi presentati dal Pubblico Ministero rileviamo che il Tribunale, pur escludendo il nesso causale tra il CVM e l’epatocarcinoma, tra il CVM e la cirrosi, avrebbe dovuto comunque riconoscere, per le patologie epatiche di alcuni operai, il nesso causale, quanto meno per le affezioni e lesioni epatiche di carattere generale che sono state dimostrate secondo i criteri fissati dallo stesso Tribunale. Vediamo quali sono questi casi, innanzitutto per l’epatocarcinoma. Dicevo il Tribunale non ha ammesso nessuno di questi casi, però quanto meno per quanto riguarda le lesioni epatiche proietto questo prospetto, nel quale si vede che in sei casi sono stati adempiuti e sono stati seguiti i criteri del Tribunale, perché pur escludendo l’epatocarcinoma, per Bonigolo, Cividale, Favaretto, Fusaro, Mazzucco e Monetti, c’erano situazioni da lesioni epatiche.
Vediamo rapidamente questi casi. Bonigolo Gastone; Bonigolo Gastone, che è completamente dimenticato dal Tribunale, ha una cirrosi periportale e portale con dilatazione dei sinusoidi. Tra l’altro faccio rilevare che per Bonigolo perfino il consulente di Montedison ammette il concorso del CVM, il Tribunale se ne dimentica completamente. Cividale Luigi; è un caso in cui non c’è consumo di alcol e non c’è presenza né di virus A né di virus B. Eppure c’è ipertensione portale – ed è il caso tipico del CVM – e il Tribunale parla di alcol elevato, ma non è assolutamente, e parla di virus B. È sbagliato, non so dove ha preso questi dati il Tribunale, questi dati sono sbagliati, sia l’alcol elevato che il virus B. E allora ripropongo il discorso dell’ipertensione portale, se non vogliamo credere all’epatocarcinoma e alla cirrosi almeno in questo momento, almeno riconosciamo questa patologia di ipertensione portale; dopo vedremo che rientra pienamente anche il caso di cirrosi ed epatocarcinoma per Cividale. Il terzo caso, Favaretto Emilio; nel ’75 abbiamo diagnosticata una fibrosi, il Tribunale dice letteralmente: "documentazione incompleta". Ma com’è possibile? Abbiamo una biopsia che parla di fibrosi, che parla di sinusoidi irregolari, parla di attivazione delle cellule di (Kuffer), che sono le tipiche lesioni che ha individuato il Tribunale. E in questo caso, oltre ad avere documentazione più che completa, c’è documentazione che parla di non presenza di virus di nessun tipo e documentazione che parla dell’assunzione di tre bicchieri di vino al giorno, ampiamente sotto la soglia di epatotossicità riconosciuta dal Tribunale. Quindi la documentazione c’è – eccome! - per riconoscere la patologia da CVM. Fusaro Vittorio, un altro caso completamente dimenticato dal Tribunale, eppure il consulente del Pubblico Ministero professor Berrino parlava specificamente di ipertensione portale e veniva rilevata la non presenza di alcol e la non presenza di virus. In questo caso addirittura il professor Colombo il 12 gennaio 2000 parlava per Fusaro di generica malattia epatica, della quale non si può escludere l’origine lavorativa complicata – sentiamo bene tutti – da carcinoma da vinil cloruro; Fusaro Vittorio, detto dal consulente di Montedison il 12 gennaio 2000. Il Tribunale se l’è completamente dimenticato in tutta la sua sentenza. Altro caso è Mazzucco Giovanni, tra l’altro è il famoso caso che aveva portato all’invito all’astensione e poi ricusazione del Giudice della Corte d’Appello. Questo caso, tra l’altro, è un caso che, dopo quella sentenza del Pretore del Lavoro, è giunto anche ad aggravamento perché c’è stata anche la morte. Il Tribunale dice: fibrosi in assenza di cirrosi; lo dice lo stesso Tribunale in questo caso, quando ne parla. C’è assunzione moderata di alcol, quindi sotto i limiti della soglia di epatolesività, non c’è presenza di virus. E dall’altra parte a sostenere il nesso con il CVM abbiamo il professor Colombo di Montedison, che ammette la presenza di spazi portali dilatati e fibrotici e parla di ipertensione portale, nel ‘74, ipertensione portale da CVM, ce lo dice Colombo di Montedison. E non si sa perché il Tribunale qui, a parte quelle due righe che dice, non dice assolutamente niente. E poi di volta in volta presentiamo anche i casi, e sono la gran parte, per i quali c’era la necessità di un allontanamento dai reparti. L’ultimo caso è quello, tra questi sei, di Monetti Cesare, e anche in questo caso c’è una sentenza tra l’altro lo stesso del Pretore del Lavoro, ma sono dieci sentenze di cinque Pretori del Lavoro diversi, quasi a confermare anche l’esistenza di una giurisprudenza sul nesso causale CVM e queste patologie. Per Monetti Cesare si parla espressamente di fibrosi portale ed iperplasia. Allora a questo punto, anche se non vogliamo riconoscere l’epatocarcinoma, anche se non vogliamo riconoscere la cirrosi, ma almeno per questi sei, secondo i criteri del Tribunale, dobbiamo riconoscere la presenza di lesioni epatiche da CVM così come sono state indicate. Passiamo all’altro caso, che è quello della cirrosi, proiettiamo lo schema nella stessa maniera che vi ho fatto per l’epatocarcinoma. Il Tribunale, sappiamo, non ha ammesso nessun caso; io ho individuato due casi che erano da ammettere secondo i criteri del Tribunale. Uno è Bernardi Narciso, perché siamo in presenza di un’ipertensione portale, oltre che della cirrosi, e in questo caso non risulta niente assolutamente sulla presenza di alcol né virus, non ci sono esposizioni ad alcol e a virus. In compenso Bernardi Narciso è stato esposto a CVM e tra l’altro, in aggiunta, anche ad un altro epatotossico, come il tricloroetiline, che è sempre di questo nostro ciclo del cloro che è contestato. Poi Vanin Loris; in questo caso ci dice il professor Colombo di Montedison che decede per epatopatia cronica, aggiungo che in questo caso - aggiunge anche il professor Colombo - c’è una cirrosi e una malattia respiratoria. E nel caso di Vanin Loris non abbiamo nessun virus e siamo in presenza di assunzione moderata di alcol, sotto la soglia dell’epatolesività. E allora tutti questi elementi, ai quali dobbiamo aggiungere la presenza di cirrosi, di affezione anche respiratoria, siamo in presenza di indicazioni della FULC del ‘78 che dicono di spostare Vanin Loris a causa di irritanti respiratori, proprio per questo anche in questi due casi credo che possiamo dire che, se proprio non si vuol riconoscere la cirrosi, ci sono queste tipiche lesioni da CVM che vanno sicuramente considerate. E tra l’altro faccio rilevare che è anche un decesso molto recente, perché mi pare che sia deceduto nel 1999. Allora torniamo allo schema generale sulle epatopatie, e vado verso la conclusione su questa patologia. Concludo questo esame ribadendo che ai cinque casi ammessi dal Tribunale vanno aggiunti i ventitré altri casi che ho testé illustrato, i quindici proiettati, i sei per l’epatocarcinoma e i due per la cirrosi epatica, sono altri ventriera casi in tutto, e anche per questi ventitré casi va riconosciuta la responsabilità quanto meno dei dirigenti e amministratori indicati dal Tribunale e da me poco fa per violazione sia degli articoli 590 e 589 dove c’è stata la morte, sia del secondo comma dell’articolo 437 del Codice Penale.
Ho concluso con l’epatopatia e passiamo alla terza patologia riconosciuta dal Tribunale come in rapporto di nesso causale con il CVM: fenomeno di Raynaud. Proiettiamo la scheda. Nel frattempo ho visto la scheda di Babolin, correggo, quell’esposizione è corretta, quindi è corretta l’osservazione, è esatta, esposizione a CVM diretta, perché successivamente sono manutenzioni ed altre cose, quindi non c’è la diretta. C’è il discorso della manutenzione, ma io in questa sede non prendo conclusioni sulla manutenzione, quindi è corretta l’indicazione e la correzione che mi è stata fatta.
Fenomeno di Raynaud. Eccoli proiettati quelli che sono i casi ammessi e i casi da ammettere. Per il Tribunale sono dieci, due sono per la Difesa i casi da ammettere, che sono indicati già dal Tribunale, i casi dubbi per la Difesa sono tre, gli ulteriori casi da ammettere per il Pubblico Ministero, secondo i criteri indicati dal Tribunale, sono altri tredici, e anche in questo caso, come per le patologie precedenti, faccio rilevare che per la grandissima parte sono autoclavisti, essiccatori, insaccatori. Non a caso, per tutto quello che sappiamo e che verrà ancora detto, e soltanto in alcuni casi, in questo momento tra l’altro è la prima volta che compare il reparto VT2, che è quello di Montefibre, ci sono delle esposizioni, come per gli analisti, che non sono basse, per quello che dirò tra poco e per la scheda che proietterò. Vengo comunque all’esame di questa patologia. I criteri adottati dal Tribunale per riconoscere il fenomeno di Raynaud e la acrosteolisi sono essenzialmente i seguenti: una forte esposizione a cloruro di vinile monomero, l’adeguatezza del periodo di esposizione, cioè quello che viene chiamato poi il tempo d’induzione, e per il fenomeno di Raynaud correlato all’esposizione a CVM sappiamo che oscilla questo tempo tra i 4 e i 48 mesi, poi una sintomatologia a livello delle mani chiara, un esame oggettivo dei test positivi alle ultime falangi delle mani, confermati poi, quando sono stati fatti dalla FULC questi primi esami, negli anni successivi all’esposizione e comunque in più occasioni. In particolare per i vivi, al momento della visita dei consulenti del Pubblico Ministero, queste conferme da parte dei consulenti sono state effettuate nei casi di Pavan Attilio, di Bortolozzo Gabriele quando è stato visitato, Penzo Moreno, Ruzza Esterino, Scarpa Giuseppe. I criteri sono indicati essenzialmente a pagina 249 della sentenza. Innanzitutto sui dieci casi ammessi dal Tribunale non dico molte cose. Faccio solo due annotazioni: una che riguarda Gabriele Bortolozzo - come ho detto ripetutamente, è scritto anche in atto d’appello -, c’era una fortissima esposizione, per il tempo sicuramente adeguata, e l’unico problema che riguarda la patologia riconosciuta a Bortolozzo è quello dell’epoca della diagnosi. C’è stata una discussione in materia e devo ribadire che non esiste alcun dato a sostegno del fatto che siano emerse, siano state fatte diagnosi precedenti al 1995. La prima diagnosi è questa, quindi da questa data si doveva e si deve considerare la consumazione del reato di cui al secondo comma dell’articolo 437. Quindi, per concludere su questo punto, sicuramente all’epoca della sentenza di primo grado non era sicuramente prescritto questo reato, neanche volendo dare le attenuanti generiche agli imputati. D’altra parte nel documento FULC prodotto dalla Parte Civile – io ne chiederò l’acquisizione, ma dovrebbe esistere già agli atti – non risulta assolutamente che nel 1975 e ‘77 Gabriele Bortolozzo presentasse i segni del fenomeno di Raynaud, quindi a questo punto va proprio ribadito che la prima diagnosi è quella del 1995. Per tutti questi personaggi ci sono carriere, mansioni, esposizioni sicuramente elevate e sufficienti, come richiede il Tribunale, a riconoscere il nesso con la patologia da CVM, e aggiungo in particolare che per Padovan Cesare, oltre al fenomeno di Raynaud, in particolare c’è una epatopatia ed anche affezioni polmonari, e per Pistolato Primo si aggiunge anche il fatto che c’era un riconoscimento di (pelliosi), inizio angiosarcoma. Quindi su questi casi, sono raccordo, proprio a causa delle forti esposizioni, delle mansioni; e aggiungo anche un’altra osservazione del Tribunale che condivido, a pagina 248, cioè che nella metà dei casi si osserva la guarigione al cessare dell’esposizione, e questo è un dato importante che riguarda sia il fenomeno di Raynaud, ma che riguarda anche le affezioni epatiche, perché in questi casi, come ho ripetutamente detto e come continuerò a dire, l’allontanamento tempestivo dalla zona a rischio CVM avrebbe consentito un miglioramento delle condizioni degli operai ormai colpiti da affezioni epatiche e fenomeno di Raynaud, quindi condivido questa osservazione del Tribunale. Ne aggiungo alcune altre, proprio per motivare i tredici casi che ho aggiunto anch’io. Non è vero, comunque non è dimostrato da nessuna parte quello che dice il Tribunale sul fatto che "la patologia sarebbe insorta – letteralmente a pagina 250 – in epoca precedente alla data di inizio della contestazione in questo processo", cioè negli Anni Cinquanta e Sessanta. Non è assolutamente vero, non è dimostrato da nessuna parte, quindi è un presumibilmente che rimane fine a se stesso. Tra l’altro faccio rilevare che non è soltanto collegata alle alte esposizioni questa patologia, perché abbiamo della documentazione che è stata acquisita nel corso della rogatoria internazionale in Gran Bretagna, presso la ICI, Imperial Chemical Industry, e sul fenomeno di Raynaud in particolare abbiamo dei documenti che risalgono agli Anni Ottanta, dai quali risulta che questa patologia è insorta anche in lavoratori che sono stati esposti a partire dal 1977 o a partire dal 1981 e 1982 ed anni seguenti. Quindi ci sono dei dati specifici che smentiscono questo assunto del Tribunale che sia dovuto soltanto alle alte esposizioni. Dico questo in aggiunta perché i casi da ammettere, da inserire in questo processo, quei tredici casi più i dieci del Tribunale, sono sicuramente delle persone anche esposte. Aggiungo ancora una cosa: come risulta sempre da questa documentazione acquisita agli atti che proviene dalla rogatoria internazionale effettuata in Gran Bretagna presso la ICI, tra l’altro socia di Enichem quando hanno costituito EVC a Marghera, il fenomeno di Raynaud non ha riguardato solo autoclavisti ed insaccatori ma anche altre mansioni e categorie di lavoratori, purché esposti e per il tempo minimo adeguato. Si parla, per il fenomeno di Raynaud, di un tempo di induzione tra i 4 e i 48 mesi, ed è proprio questo documento ICI che conferma questo dato e che contesta la osservazione del Tribunale sul discorso di limitare soltanto ad autoclavisti ed insaccatori. E come vedremo parlando di alcuni casi singoli, di operai che hanno lavorato all’impianto pilota, ad un certo punto si vedrà che nel ‘79 in particolare, nel 1980, c’erano dei punti di esposizione che arrivano anche a 100 ppm, e questo sicuramente non è poco. Allora, tornando ai criteri del Tribunale e facendo l’analisi e tirando fuori le schede singole degli operai, è possibile ricavare questi ulteriori tredici casi, perché sono casi di lavoratori esposti per anni e anni al CVM, per i quali quindi c’è un curriculum, c’è una carriera lavorativa, c’è una mansione adeguata, e per i quali ci sono delle schede singole, sempre inserite in quel raccoglitore blu, che sono state portate all’esame del Tribunale. Non li voglio trattare in maniera specifica perché sono tutti ripetitivi quanto a schede e quanto ad esposizioni e quanto ad accertamenti del professor Bracci. Indico soltanto due dati: uno che riguarda Terrin Ferruccio, per ribadire e per segnalare come la prima diagnosi sia anche per Terrin Ferruccio del 1995, quindi all’epoca della sentenza di primo grado questo caso non era sicuramente prescritto e comunque il Tribunale su Terrin Ferruccio non si è neanche pronunciato, quindi qui c’è una dimenticanza proprio. L’altro caso che voglio segnalare è quello di Guerrin Pietro; e lo voglio segnalare il caso di Guerrin Pietro, vediamo il discorso esposizione, che è il discorso di manutenzione, di laboratorio soprattutto, per quello – ripeto – che dirò tra poco, perché secondo quello che ci aveva riferito anche Guerrin quando è stato sentito, le dichiarazioni che sono state riportate nelle visite, abbiamo una presenza del fenomeno di Raynaud che è stato diagnosticato per la prima volta nel 1998 presso la clinica Villa Salus, con una pretismografia eseguita proprio per verificare il flusso sanguigno agli arti; e aveva parlato, aveva concluso di un "tracciato compatibile per microangiopatia funzionale". E quindi poi questo fenomeno di Raynaud, diagnosticato nel 1998, per la prima volta viene confermato nel corso dell’anamnesi che è stata raccolta dal dottor Bracci nel corso del 1999; quindi solo per questo motivo, per la data, ricordo in particolare il caso di Guerrin Pietro. In conclusione, allora, ritengo di dover sottolineare e condividere le osservazioni conclusive del Tribunale per quanto riguarda il fenomeno di Raynaud, pur ribadendo la presenza di questi casi. E il Tribunale nelle conclusioni diceva, su questo fenomeno di Raynaud, che non si è provveduto al loro allontanamento né alla predisposizione di misure cautelative. E per misure cautelative a pagina 250 e 251 il Tribunale stesso parla di "diverse procedure operative, mezzi di protezione individuali alle mani", quindi dice quello che dicevo io l’altro giorno. Le misure che dovevano essere introdotte per garantire gli operai erano una modifica delle procedure e mezzi di protezione anche individuali alle mani degli operai, quindi sul discorso apparecchi che avevo effettuato. Allora cosa consegue da tutto questo? Consegue che ai sensi del secondo comma dell’articolo... Codice di Procedura Penale va riconosciuta questa responsabilità degli imputati che sono stati individuati dallo stesso Tribunale e va tra l’altro tenuto conto che il caso quanto meno di Guerrin Pietro non è alla data di oggi nemmeno prescritto, oltre ai casi Terrin e Bortolozzo di cui abbiamo parlato prima. Quindi questa situazione è una situazione molto importante, che mette in insanabile contrasto il Tribunale con se stesso quando con l’epatopatia, in un caso abbiamo visto per le stesse persone, aveva parlato di misure cautelative introdotte, e qui scrive letteralmente che non erano modificate né le procedure operative né i mezzi di protezione individuale. Ma se i reparti erano gli stessi e se gli operai erano gli stessi, come fa a dire queste cose? E noi abbiamo provato che né le procedure sono cambiate, non risulta da nessuna parte, né sono stati adottati i mezzi di protezione. Quindi sono chiare e logiche le conseguenze.
In questo momento, avendo finito questa prima parte, chiederei una breve sospensione.
PRESIDENTE – Sospendiamo fino alle 11.30.
IL PROCEDIMENTO SOSPESO ALLE ORE 11.17 RIPRENDE ALLE ORE 11.41.
PRESIDENTE – Riprendiamo l’udienza. Prego, Pubblico Ministero.
PUBBLICO MINISTERO – Siamo arrivati alla trattazione del punto C, è un capitolo importante e delicato che va aperto, perché è quello dei fattori che, secondo l’Accusa, hanno concorso nella causazione delle patologie epatiche, innanzitutto. Che le epatopatie, come le malattie dell’apparato respiratorio, siano malattie con eziologia multifattoriale, viene dichiarato dallo stesso Tribunale a pagina 239 della sua sentenza. D’altra parte, da un punto di vista scientifico, tale circostanza è pacifica. Ciò significa che si debbono applicare tutti i principi di fatto e di diritto già discussi nei giorni scorsi di requisitoria, in particolare affermati dalla Suprema Corte, soprattutto negli ultimi anni, sui fenomeni di causazione multipla. Ricordo soltanto semplicemente innanzitutto il principio ribadito dalle Sezioni Unite, dove lì proprio parla dei fenomeni di causazione multipla legati al moderno sviluppo delle attività. Poi delle sentenze più specifiche per quanto riguarda questo nesso causale sulla presenza di più cause, è quella del ‘99, che viene prospettata lo stesso, che parla del "principio delle parivalenza e di un concorso di fatti che hanno partecipato materialmente alla produzione di un accadimento, presunzione che può essere superata, con la preminenza di una sola causa, solo a condizione della ricorrenza della prova sicura, che l’unica circostanza sia stata sufficiente a determinare l’evento"; la sentenza Terranova del 2001 parlava del contributo causale e dell’entità dell’apporto causale da parte di più persone, di più azioni od omissioni; e poi c’è la sentenza Macola–Walcher, depositata nel 2003, che è quella che parte dal Tribunale di Padova, solo rapidamente leggo le ultime parti, laddove dice che "non v’è dubbio che una morte avvenuta in un giorno successivo sia un fatto diverso, dal punto di vista naturalistico prima ancora che giuridico". Sono concetti che sono sempre ripetuti, come anche nella sentenza Gianni Trapani già ricordata più volte, proprio ai fini della realizzazione di una condizione di lavoro idonea a produrre la malattia da cui consegue l’evento, e che non vi sia prova che tale malattia si ricolleghi al sopraggiungere di fattori eccezionali e/o atipici, con la conseguenza che "il nesso di causalità deve dunque ritenersi sussistente anche quando la malattia sia stata concausata da fattori estranei all’ambiente di lavoro, come, ad esempio, l’assunzione volontaria del fumo di sigaretta", e aggiungiamo - per i nostri casi - il discorso, visto che si parla di patologia del fegato, dell’assunzione di alcol e della presenza di virus, secondo indicazione che ho già dato e che adesso continuerò a specificare. Sul fumo di sigaretta ritorna la sentenza Monti del 2003, sul discorso su questa concausa dice: "agli atti non sussiste prova alcuna che tale abitudine sia stata la causa unica ed autonoma dell’insorgenza del tumore". Comunque mi fermo per le sentenze, perché ne abbiamo già parlato ampiamente la volta scorsa.
In materia di concause, allora, ci sono alcune questioni da chiarire preliminarmente. Il Tribunale ha dichiarato, come dicevamo, quali sono per le lui le lesioni epatiche tipiche da CVM, secondo quei quattro punti che abbiamo indicato questa mattina. Ma a quelle lesioni tipiche e precoci indiscutibili ne vanno aggiunte delle altre, ovviamente negate dalla Difesa degli imputati ma affermate dai consulenti tecnici del Pubblico Ministero, Martines e Pinzano in particolare, alla cui ampia, accurata e precisa relazione faccio espresso rinvio, con particolare riferimento a quella parte che tratta di cloruro vinil monomero, fibrogenesi epatica e danno epatico cronico, cui nessuno ha saputo obiettare. Il fatto è che il Tribunale, more solito, ha optato per le tesi di Montedison, tesi di Montedison interessate, ovviamente, per Montedison. Ma il fatto anche che in materia di CVM gli organismi internazionali, ed in particolare l’EPA, hanno sempre segnalato circostanze e dati diversi rispetto a quelli di Montedison. La scheda di EPA, che si rinnova e si ripete dal 1997, ’99, 2000, è sempre la stessa, sugli effetti non cancerogeni della sostanza, e vengono proiettate ancora quelle che sono le patologie e le dichiarazioni che ci ha fornito, e questa scheda è chiara e costante fino proprio all’ultimo momento, fino all’ultimo pronunciamento di EPA. A questo proposito proietto in particolare i dati emersi da uno studio citato da EPA, uno studio del 1975, in cui il tedesco Gedigk ed altri dà alcune indicazioni che sono specifiche e importanti per il nostro processo; fa riferimento ovviamente a lavoratori tedeschi. Tra l’altro rilevo come nelle coorti europee, anche di Simonato e Buffetta, questa corte importante e colpita molto pesantemente dal CVM non sia stata mai inserita per scelta dei tedeschi, e da questo studio comunque risultano queste indicazioni: l’esposizione cronica a CVM può portare ad alterazioni istologiche ed epatiche di diversa natura; in un’analisi di 51 biopsie epatiche di lavoratori esposti a CVM ha, ad esempio, dimostrato una serie di alterazioni istologiche: lesioni degenerative degli epatociti, e poi indica tutte le altre lesioni che ci sono state. Quindi ci sono delle indicazioni, come vediamo dalla scheda, già più ampie rispetto a quelle che sono le indicazioni fornite da Montedison e fornite poi a ruota anche dal Tribunale, e sono le indicazioni che vengono portate in questo studio dal ‘75 e in EPA 2000, come abbiamo visto dalla scheda precedente, quindi costantemente. Il Tribunale, a pagina 241 della sentenza, dice – ma ritengo proprio fuori luogo – che i consulenti medico legali del Pubblico Ministero e il Pubblico Ministero avrebbero omesso di valutare le spiegazioni causali alternative. Dicevo stamattina, si ha la sensazione in questo caso, ma non solo in questo, che il Tribunale o non conosca gli atti o non abbia assistito a tutte le fasi del dibattimento, perché ripetutamente i consulenti del Pubblico Ministero Berrino, Martines, Comba, Pirastu, Vineis, hanno parlato e scritto degli altri fattori di rischio sia per il fegato che per il polmone. Esistono anche relazioni scritte depositate sulle concause e ne ha ampiamente parlato il Pubblico Ministero sia in requisitoria che in replica. Allora com’è possibile che il Tribunale non abbia sentito o non abbia letto nulla in proposito, neanche quelle schede che mostravo stamattina dai raccoglitori? E addirittura per certi versi è una situazione anche imbarazzante dover segnalare che ad esempio delle dichiarazioni in aula, delle relazioni del professor Paolo Vineis, che è uno scienziato noto a livello mondiale, il Tribunale non abbia riportato e considerato una parola e che, invece, abbia citato alcune generiche frasi di un suo libro del ‘91, prodotto al Tribunale dalla Difesa di Enichem. E la relazione del professor Vineis riguardava proprio il concorso di cause, CVM–alcol e CVM–fumo, come vedremo tra poco anche proiettato. Non era teoria, ma erano ragionate e concrete affermazioni a sostegno dell’accusa che il CVM concorre con alcol e fumo nel cagionare affezioni di vario genere, epatiche e polmonari, agli operai esposti. Vedremo queste conclusioni, ma già abbiamo visto anche questa mattina come addirittura i consulenti di Montedison ritenessero questa presenza di varie cause epatolesive, alcol e CVM. La sentenza ha ripetutamente invocato l’elevato consumo di alcol come giustificata soluzione alternativa all’eccesso di tumori del fegato, di cirrosi e di epatopatie. Ma l’eccesso osservato negli operai di Porto Marghera è troppo elevato per poter essere spiegato da un eccessivo consumo di alcol. Sono stati fatti degli studi a questo proposito, sono stati anche acquisiti studi all’esterno del processo, e infatti gli operai di Porto Marghera avrebbero dovuto fare un consumo di alcolici doppio rispetto alla popolazione generale maschile della stessa età; tutti concentrati lì avrebbero dovuto essere. Un comportamento, invece, che sarebbe difficilmente compatibile con una regolare attività lavorativa e comunque non vi è alcuna prova in atti, e sappiamo benissimo come all’interno dei reparti ovviamente, e ci mancherebbe altro, fosse comunque vietato non solo fumare ma anche, ovviamente, bere. E vi sono anzi diverse prove in senso contrario rispetto alla tesi del Tribunale, a partire proprio dalla relazione della FULC del 1975–‘77, per andare alle indagini effettuate dalla ULSS – come si chiamava una volta, le ASL di Mestre - anche negli Anni Novanta. E ci sono a questo proposito le dichiarazioni rese in aula dai testi dottor Magarotto e dottor Munarin, proprio perché confermano questi dati. Di ciò è stato dato un ampio resoconto durante la requisitoria ma di ciò non risulta traccia in sentenza. Quindi è il Tribunale e non l’Accusa che ancora una volta ha scritto circostanze e fatti che non sono corretti in sentenza, e ha gravemente omesso di vagliare e valutare il materiale probatorio offerto dall’Accusa, semplicemente affidandosi alle dichiarazioni in aula di alcuni consulenti di Montedison e, peraltro, non prendendo tutte le dichiarazioni dei consulenti di Montedison, ad esempio del professor Colombo, come abbiamo visto anche questa mattina. Ma vi è di più, perché all’udienza del 14 ottobre del ‘98 il consulente di Enichem, il professor Tommasini, aveva già spiegato al Tribunale - a pagina 51 - quali fossero i danni al fegato dell’alcol e per quale motivo chi "beve" è più esposto all’azione di altri epatotossici. Letteralmente diceva: "la distruzione di cellule epatiche da parte dell’alcol rende le cellule nuove nate più facilmente appetibili per i virus e per gli altri epatotossici", come il CVM va specificato, ed è lapalissiano, ed è facilmente comprensibile questo concetto, ma ce lo dice un consulente di Enichem, per di più. Un altro consulente attuale di Enichem, il professor Vito Fuà, aveva detto e scritto, addirittura in epoca non sospetta, nel ’79, in uno studio epidemiologico, assieme ad altri, su lavoratori esposti a CVM in Itala: "per gli esposti a CVM, dato il medesimo consumo di alcolici, la frequenza di anomalie nel fegato cresce all’aumento della durata di esposizione nei forti e medi bevitori. Tale tendenza è significativa solo nei forti bevitori". E quindi parla di questa sinergia tra i due fattori alcol ed esposizione. Erano dati del ‘75–‘77, ma sono dati che sono stati confermati in epoca recentissima, e di tali passaggi fondamentali per la ricostruzione dei fatti e per la valutazione degli eventi non c’è traccia in motivazione. Su questo concorso sinergico alcol-CVM non mi voglio dilungare in questa sede; ho depositato il 13 maggio una memoria specifica integrativa dell’atto d’appello e faccio esplicito rinvio, anche per ragioni di tempo. Allora su questa parte concludo, e passo poi all’esame delle patologie specifiche, proiettando le dichiarazioni rese in udienza da alcuni consulenti degli imputati in ordine alla concausa, perché si poneva il problema ad esempio con il consulente Federfield il 14 ottobre del ‘98 e in quell’occasione si diceva: "ma scusi, se un lavoratore, che può essere di una maniera o di qualsiasi altra parte - e aveva quasi paura quel consulente Federfield a parlare del CVM , se ha problemi di patologie polmonari cosa deve fare?", e diceva: "smettere di fumare e trovarsi un’altra attività, quello che abbiamo sempre detto, perché due sono in quel caso le cause della patologia polmonare: fumo ed attività lavorativa". Il professor Tommasini circa un mese, il 27 novembre ‘98, in situazione di danno epatico e di lavoro al CVM, cosa diceva? "Non deve bere, deve andare in ferie". E tanto grazie, mica un lavoratore, un operaio può facilmente cambiare attività o andare in ferie. L’obbligo di legge era del datore di lavoro ed era quello di modificare le misure e le procedure e di garantire la tutela e la sicurezza dei lavoratori in fabbrica; non si poteva imporre al lavoratore di cambiare mestiere o di andare in ferie, è fuori dalla realtà questo. E un altro consulente di Enichem il 22 dicembre del ‘98, in più punti della sua audizione, in controesame, pagina 47 e 88, ribadisce che l’allontanamento da quegli ambienti di lavoro del CVM per chi era affetto già da problemi al fegato e al polmone faceva sicuramente bene. Ma aggiungo anche un altro dato storico del 1981, un altro consulente di Montedison indicato ma non comparso in aula, e comunque c’è lo studio appunto dell’81 del professor Tamburro, che dice come "l’alcol rappresenti molto probabilmente un importante cofattore, assieme a molti altri agenti ambientali", leggo passi. "L’alcol in sé può aumentare la suscettibilità ad altri agenti cancerogeni". Gli studi sperimentali di Radtke, Stemmer e Brown del 1977, quelli che ho inserito nella memoria di maggio, questi studi hanno dimostrato a livello di cancro del fegato un aumento quadruplo; risultati simili in due lavoratori addetti al CVM. Quindi non solo gli animali studiati, le cavie, da Radtke, Stemmer, Brown, etc., ma anche due lavoratori addetti al CVM, come ci riporta questo consulente di Montedison Tamburro. E un altro consulente di Montedison, il professor Colombo, come abbiamo già visto, ripetutamente ha parlato in aula di CVM e di alcol come di due fattori noti per causare epatotossicità.
Allora passo ad un altro capitolo, che è quello dell’epatocarcinoma, per poi passare alla cirrosi epatica. Anche sull’epatocarcinoma ho già scritto molto e quindi devo innanzitutto, come sempre, far rinvio a quanto ho detto in requisitoria in replica di primo grado e a quanto ho scritto nell’atto d’appello del 29 ottobre del 2002, oltre che alla memoria depositata il 13 maggio del 2004 proprio sull’epatocarcinoma e sulle conoscenze nuove e aggiuntive che ci sono state. Mi limito a commentare criticamente la sentenza in alcuni suoi passi salienti, da pagina 209 a pagina 225. Ricordavo un passo di pagina 209 già questa mattina, dove la sentenza si lamentava, per così dire, per gli angiosarcomi, perché dice: non esiste un registro per gli angiosarcomi, a differenza dell’altro caso dell’altra patologia. Dice: "pertanto non è possibile definire in maniera precisa le caratteristiche dei casi riscontrati". Ma come? L’ho già detto questa mattina, per gli angiosarcomi c’è un registro mondiale degli angiosarcomi, tenuto per lo più dagli industriali, dalle aziende; quel registro degli angiosarcomi inserisce Simonetto come angiosarcoma, il Tribunale non gli dà ragione, non lo guarda proprio e non ne parla proprio, e ora per l’epatocarcinoma dice che, se non ha il registro, non si riesce ad individuare e a definire in maniera precisa le caratteristiche dei casi riscontrati. Poi continua con un’altra affermazione che non è assolutamente vera, sempre a quella pagina, dice: "in nessun caso con latenza inferiori a vent’anni", tra quelli degli epatocarcinoma; sono solo due righe dopo. "Nelle indagini in oggetto vengono evidenziate le seguenti caratteristiche, nessun caso con latenza inferiore a vent’anni"; e non è vero, perché abbiamo i casi di Bolzonella, dove abbiamo una latenza di 19 anni, perché la diagnosi è del 2000 e muore nel 2000, abbiamo un inizio esposizione nell’81, sono 19 anni quindi, ed è l’ultimo decesso del quale trattiamo in questo processo come epatocarcinoma, ma di Bolzonella il Tribunale si è completamente dimenticato, neanche citato. Forse prima ho errato, citavo Bonigolo questa mattina dimenticato, ma è Bolzonella quello che è completamente dimenticato dal Tribunale. Poi abbiamo anche un altro caso di una latenza inferiore ai 20 anni, un caso storico, che è quello di Simonetto Ennio, che sono 15 anni, quindi non è vera questa indicazione che ha fornito il Tribunale. Ma un’altra indicazione non vera è quella che riferisce il Tribunale quando dice che non un c’è nessun caso tra gli assunti dopo il 1974; non è vero, perché appunto Bolzonella è stato assunto nel 1981, e se l’è dimenticato – ripeto, il caso di Bolzonella. Tra l’altro ricordo che c’è anche un caso epatocarcinoma assunto nel 1970, che è quello di Griggio, e quindi è anche molto vicino alle epoche non pericolose per il Tribunale. Poi continua su un’altra indicazione errata il Tribunale quando dice: "l’esposizione cumulativa evidenzia un eccesso solo nella classe dei più esposti", e parla di questo rischio relativo per gli autoclavisti... Non è vero neanche questo, perché per Bolzonella non è così, perché è in esposizione dall’81 all’89, quindi secondo il Tribunale per definizione non sarebbe un’esposizione altissima o pericolosa, ma non è vero neanche per Giacometti, non è vero per Gorin, non è vero per Griggio, non è vero per Scaggiante. Perché? Perché, quando abbiamo evidenziato nelle nostre schede quali sono state le esposizioni, gli stessi consulenti di Montedison hanno fornito queste indicazioni per le esposizioni di questi autoclavisti, quindi neanche questa indicazione del Tribunale è corretta. A pagina 210 continua il Tribunale parlando di Boffetta e dell’epatocarcinoma, dice: "è da condividersi il suggerimento di una sospensione di giudizio allo stato delle conoscenze"; e non dico proprio così il dottor Boffetta, dice delle cose diverse, è molto più preciso e letteralmente ha affermato: "sembra esserci un modello lineare, anche lì fino ai livelli dell’ordine tra i 200 e i 400 ppm/anno, anche se la tendenza della curva è molto minore rispetto a quella dell’angiosarcoma. Tanto per dare un’idea, gli esposti a livello molto alto, dell’ordine di 10.000 ppm, hanno dei rischi per l’angiosarcoma dell’ordine di 20 o 30 volte superiori, e invece per l’epatocarcinoma dell’ordine di 5 o 6 volte superiore", poi vedremo che sono anche 8 o 9, ma comunque Boffetta parla di rischi 5 o 6 volte superiori per l’epatocarcinoma, e Boffetta conclude: "il nostro è forse il primo studio – ma non è vero – che presenta un’evidenza relativamente forte in favore di una relazione dose e risposta con l’epatocellulare". "presenta un’evidenza relativamente forte", questo dice Boffetta, "pur con delle limitazioni dovute al basso numero", ma sul basso numero torneremo dopo. Pagina 212, dice il Tribunale che lo studio Martines evidenzia una soglia di efficacia. Non è vero, io non so più questa cosa come dirla, come scriverla, l’ho ripetuta in primo grado, l’ho ripetuta e l’ha scritta il professor Martines, io non so che dire, se non si vuole capire non si capisce. Non è vero, glielo ha detto perfino Martines, l’hanno scritto gli autori dello studio, e allora non posso che riportarmi a quanto hanno detto loro, Martines e Pinzani, in una loro replica depositata al Tribunale il 20 marzo 2001 e nemmeno considerata dai Giudici di primo grado, che hanno preso pari pari quello che ha detto Montedison, l’hanno riportato in sentenza e non hanno vagliato le critiche e le risposte alle controdeduzioni che hanno fatto Martines e Pinzani. Sulla mancanza di una soglia di efficacia per le sostanze cancerogene e genotossiche, oltre a confermare poi tutte le osservazioni dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero, riporto quanto scritto dal professor Vito Fuà di Enichem, in epoca ovviamente non sospetta, prima cioè che iniziasse questo processo. E il primo dato è uno studio del 1989 in Omnibus a proposito della patologia di cui stiamo per trattare, e parlava di un caso specifico che aveva esaminato – vediamo l’ultima pagina – dove parla di questo operaio del CVM-PVC, innanzitutto gli attribuisce direttamente le lesioni e le malattie che abbiamo riscontrato, di cui abbiamo parlato questa mattina: parla di fenomeno Raynaud alle mani, di fibrosi epatica e non sierotica, di carcinoma epatocellulare, che possono essere attribuite. Sotto, nelle conclusioni, dopo avere discusso ampiamente nello studio, a cui faccio rinvio, non lo leggo tutto, dice: "in definitiva non possono sussistere dubbi, tenuto conto della congruità della latenza, che l’epatopatia e il carcinoma epatocellulare che ha condotto a morte il signor F. G. siano da attribuire al cloruro di vinile monomero", e questo era un consulente di Enichem nel 1989. E su queste sostanze genotossiche in un’altra rivista nel 1991, l’Impresa e Ambiente, sempre il professor Vito Fuà parlava e scriveva contro i limiti di queste soglie, perché dice che "per le sostanze cancerogene la comunità scientifica non riconosce l’esistenza di una soglia di effetto di livello di concentrazione al di sotto del quale l’esposizione continuata per tutta la vita sia senza pericolo per la salute". E peraltro a conferma anche di quanto lui stesso aveva scritto anche nel 1990 in un’altra rivista, nell’American Journal, assieme ad altri consulenti, assieme al professor Maltoni, insieme a consulenti anche del Pubblico Ministero, nell’esito di un’indagine epidemiologica, dove diceva che praticamente non esistevano sul discorso angiosarcoma ed epatocarcinoma, dice: "non esistevano differenze di rilievo in termine di mansione tra angiosarcomi e tumori epatici diversi dall’angiosarcoma". La lista delle mansioni svolte più a lungo mostra che sono presenti varie mansioni, anche diverse da quelle di pulitore di autoclave, "tra angiosarcomi e tumori epatici diversi dall’angiosarcoma". "In conclusione le nostre osservazioni mostrano che il CVM può avere un ampio spettro d’azione sul fegato e che esposizioni più basse di quelle che si verificano tra i pulitori di autoclave possono causare tumori primitivi del fegato come angiosarcomi e diversi dall’angiosarcoma", e questo poi discorso tra l’altro viene confermato anche in aula, di fronte a contestazioni in sede di controesame nel dicembre del 1998, quando ammette che il CVM è un epatotossico, è un cancerogeno totipotente. E prima di passare alle conclusioni su questo epatocarcinoma esaminiamo i dati forniti dal Tribunale sui casi dei singoli lavoratori colpiti da epatocarcinoma. A pagina 218 della sentenza il Tribunale parla della coorte di Porto Marghera, parla di diciannove soggetti con diagnosi di epatocarcinoma. È sbagliato, io non so veramente queste cose..., può capitare a tutti, per carità, una volta, ma qui abbiamo un’infinità di numeri e di dati che sono sbagliati. Nella sua stessa scheda, addirittura nella sua scheda, foglio 175, quella che abbiamo visto ripetutamente, possiamo anche riproiettarla un attimo finché parlo, nella sua stessa scheda, a foglio 175, il Tribunale parlava di ventuno casi come epatocarcinoma; ventuno casi dice lui, ventuno casi riconosciuti alla fine dal Pubblico Ministero. Ora torniamo a pagina 218 della sentenza, dice: "diciannove soggetti"; ne mancano due: Bolzonella Carlo e Fusaro Vittorio. Non ci sono da nessuna parte, e addirittura nell’elenco se li è dimenticati. Ma vedremo poi forse anche di capire il perché di queste mancanze. Pagina 128 ancora, dice il Tribunale: "Bonigolo, Calzavara, Giacometti e Puggiotto avevano cirrosi indotte da virus dell’epatite C". Non è vero per nessuno di questi, neanche per Bonigolo; lo dicono i consulenti dell’impresa, i consulenti degli imputati, solo per Bonigolo ad un certo punto c’è stata una discussione da parte dell’anatomo-patologo, che però conclude, dopo l’esame approfondito del caso in aula, così come il professor Colombo, che non esistevano fattori di rischio diversi dal CVM per questo operaio, per il Bonigolo. Quindi non c’era nessun fattore di rischio, ma non c’era nessun virus dell’epatite C per nessuno di quei quattro operai indicati dal Tribunale. Pagina 219, in alto: "Cividale, Gorin e Scaggiante avevano cirrosi indotte da virus dell’epatite B"; per Cividale non è vero, non risulta, risulta per gli altri due ma per Cividale no. Sempre a pagina 219: "Boatto, Griggio, Marcomini, Simionato, Simioni, Toscano, Zambelli e Zaninello avevano cirrosi indotta da elevato consumo di alcol"; per Marcomini non è vero, perché risulta pacificamente moderato consumo, e per Zambelli non è vero. E in più il Tribunale si dimentica di citare che per Zambelli..., e dice solo queste cose di questi operai, non dice altro, per Zambelli si dimentica comunque il Tribunale di scrivere che lo Zambelli aveva ipertensione portale più la fibrosi, come riconosciuto dal consulente di Montedison Colombo il 14 gennaio 2000 e che non era stato spostato, nonostante le indicazioni della FULC nel 1977. E si consideri che Zambelli, che è inserito in questo processo come epatocarcinoma, di recente è anche morto per epatocarcinoma, ma l’evento morte ovviamente, risalendo al 17 luglio del 2003, è per il momento al di fuori di ogni vicenda processuale o comunque di questa vicenda processuale. Pagina 219 sempre, continua il Tribunale: "i quattro restanti casi erano quelli di Monetti Cesare, di Zaninello Gianfranco, Mazzucco e Favaretto". Ora, su Monetti dice questo e non dice praticamente nulla; e invece su Monetti c’era molto da dire, sia perché ha quattro tumori, perché Monetti ha quattro tumori, di cui tre attribuiti da IARC, al fegato, al polmone, al cervello, quindi tipici da CVM, e tra l’altro è un caso che era noto al Tribunale perché il Pretore aveva proprio trattato in questo caso la situazione di Monetti nel 1982, con la sentenza n. 252, caso noto e per il quale aveva anche riconosciuto un nesso causale. E, a proposito di Monetti, esiste in atti una autopsia su Monetti Cesare, che parla sia di fibrosi portale, sia di iperplasia focale, accertato, dicevo appunto, con biopsia e poi con autopsia. Ma qua il Tribunale non ci dice nulla. Per Zaninello poi invece, sempre per questi casi citati in questa ultima parte, non è vero che i consulenti tecnici della Difesa hanno diagnosticato iperplasia focale nodulare, perché invece il professor Callea per la parte Montedison concorda con il professor Rugge, che è il consulente del Pubblico Ministero, e parlano di epatocarcinoma e di cirrosi. Per Mazzucco poi, sempre tra questi ultimi casi, non c’è solo fibrosi epatica ma c’è anche epatocarcinoma, come confermato da Montedison, anche se poi Montedison dà la colpa all’accumulo proteico e non al CVM. E Mazzucco, che è un caso che dicevo prima, che risulta anche da una sentenza del Pretore di Venezia, poi è morto nel luglio del 2003. Poi non si sa perché in quell’ultima parte di questo periodo il Tribunale scriva che Favaretto Emilio risulta ritenuto "indecidibile", tra l’altro è l’unico che secondo il Tribunale è indecidibile. Su Favaretto c’è una biopsia del ’74, come si fa a dire che non si può decidere su Favaretto? Indecidibile. Dalla biopsia risulta un’attivazione delle cellule di (Kuffer) con accertamento di fibrosi che va dal 1976 e poi nel 1996, quando è ricoverato, c’è una diagnosi di cirrosi e di epatocarcinoma. In più su Favaretto risulta documentalmente un consumo di due bicchieri di vino a pasto, quindi sotto il limite ritenuto epatolesivo dal Tribunale, e non ci sono né virus B né virus C. Quindi tutti i dati per poter decidere, e il Tribunale dice che è indecidibile. Voglio segnalare la discordanza di diagnosi tra i consulenti tecnici del Pubblico Ministero e della Difesa in un paio di casi. Simonetti Cesare, il professor Callea lo descrive epatocitico, con caratteri decisamente atipici, e propende per iperplasia focale nodulare, mentre Rugge propendeva per epatocarcinoma. Il disaccordo, tra l’altro, non è così netto come sembra si possa capire dalla sentenza, perché sono strettamente connesse tra di loro. Poi per Zaninello Silvio, al quale ho già fatto riferimento, diceva il Tribunale che c’era la iperplasia focale e nodulare, ma appunto invece i due consulenti del Pubblico Ministero e della Difesa concordano sulla diagnosi di epatocarcinoma. Nella sentenza non si dice inoltre che in alcuni casi di epatocarcinoma il consumo di alcol è moderato e che i marker dell’epatite B sono negativi, soprattutto nelle schede del professor Martines, in cui si esprime un giudizio di ruolo causale dell’esposizione al CVM, ed è il caso per esempio di Bolzonella Carlo, è il caso di Cividale Guido, è il caso di Favaretto Emilio, di cui ho parlato un po’ più diffusamente poco fa, ma è il caso anche di Fusaro Vittorio ed è il caso di Mazzucco Giovanni. Mazzucco Giovanni, chiedo scusa, è morto nel 1986 e non nel 2003; quello che è morto nel 2003 è Zambelli, Mazzucco 1986. Risulta come morto anche inserito tra i casi del processo.
Il Tribunale poi contesta e dà un’importanza anche di discreto rilievo a questa circostanza, il Tribunale contesta la diagnosi di cirrosi associata ad angiosarcoma nel caso di Zecchinato Gianfranco, in cui sarebbe presente una fibrosi epatica congenita. Non si fa cenno però, da parte del Tribunale, al fatto che la diagnosi di cirrosi è stata posta sulla base dell’esame autoptico, sull’esame del fegato intero, mentre i consulenti tecnici del Pubblico Ministero e della Difesa hanno visto solo il (inc.); quindi, di fronte ad un esame così ampio come quello dell’autopsia, non si può che credere all’autopsia perché sicuramente è più completo. In quel caso è stato rilevato angiosarcoma associato a cirrosi epatica, quindi il dato deve essere pacifico per tutti. Tra l’altro Zecchinato è uno dei casi di cui alla visita periodica del 9 dicembre dell’83 era stata espressa in maniera chiara l’opportunità della non esposizione ad epatotossici, e Zecchinato Gianfranco è un caso di angiosarcoma, che abbiamo visto che non è stato mai allontanato dal reparto fino alla morte, cioè fino al 1986, quando si è ammalato e poi quando è morto di angiosarcoma. Il Tribunale allora ha trattato, per modo di dire, solo diciannove casi. Gli altri due casi, Bolzonella Carlo e Fusaro Vittorio, dicevo totalmente dimenticati, ed è una situazione che è un po’ imbarazzante perché i casi sono molto importanti, e sono molto importanti perché smentiscono gli assunti generali del Tribunale, e allora mi limito per semplicità – ci sono le schede ampie -, ripropongo semplicemente le nostre schede, le nostre conclusioni, con i dati dei consulenti di Montedison. Vediamo il discorso di Fusaro Vittorio; c’è innanzitutto un commento che fa il consulente di Montedison il 12 gennaio 2000, il professor Colombo, che fa riferimento a questa malattia epatica, seppur generica, però per il quale non ci sono rischi ulteriori come alcol ed altre situazioni. E faccio presente come nella parte di verbale che adesso viene proiettato ingrandito è importante questa dichiarazione del professor Colombo perché dice: "è possibile invece che una generica malattia epatica, anche della quale non si può escludere l’origine lavorativa, sia stata complicata da carcinoma da cloruro vinile monomero"; questo è il consulente di Montedison, questo l’ha detto per un caso specifico, e questo consulente di Montedison tra l’altro è il consulente che in quello studio del 2002, del quale avevo chiesto l’acquisizione in sede di rinnovazione del dibattimento, conferma questa possibile causa di rischio per l’epatocarcinoma da CVM. La Corte d’Appello ha detto che non era necessario, sono perfettamente d’accordo, perché di fronte ad un caso del genere, quando dice chiaramente Colombo che comunque, di fronte ad un caso come quello di Fusaro c’è una complicazione, non è necessario acquisire quello studio, perché ce l’ha già detto per un caso di epatocarcinoma specifico per il nostro processo. L’altro caso assolutamente non trattato dal Tribunale è quello di Bolzonella Carlo. Solo, prima di passare a Bolzonella, mostro la scheda con le valutazioni conclusive del nostro consulente: "Fusaro; in conclusione gli elementi probatori raccolti depongono a favore di una diagnosi di epatocarcinoma con cirrosi in cui l’elevata esposizione a CVM ha svolto un ruolo causale diretto, vista l’assenza di altri conosciuti fattori di rischio extraprofessionali", ed è quello che dice anche Colombo: non ci sono fattori di rischio extraprofessionali. Passiamo alla valutazione del caso di Bolzonella Carlo, che era entrato nella casistica del processo con la diagnosi di cirrosi ed epatocarcinoma; mi limito soltanto a leggere le conclusioni del consulente del Pubblico Ministero, sulla base della solita scheda che era stata mostrata all’inizio: "E’ sicuramente un caso di cirrosi ed epatocarcinoma, è deceduto il 2 novembre 2000 - ed è l’ultimo decesso entrato in questo processo - per coma epatico. La diagnosi di cirrosi ed epatocarcinoma è stata formulata sulla base dell’esame citologico e sulla presenza di noduli multipli (inc.) dell’alfafetoproteina". Non ci sono nella storia clinica del paziente dati riguardanti l’eccessivo consumo di alcol, anche se dall’insieme dei dati raccolti dice il nostro consulente che ci sono, invece, dei rischi per quanto riguarda il consumo di bevande alcoliche. Voglio soltanto dire questo dato su Bolzonella Carlo, perché il nostro consulente, in tutte le sue esposizioni e in tutte le sue schede, come questa di Bolzonella, ha fornito i dati che possono essere "a favore" o "contrari" all’accusa, dice: la storia clinica non rileva consumo di alcol, però noi abbiamo rilevato questi dati, quindi doverosamente riportiamo che c’è questa presenza di consumo di alcol. E per questo su Bolzonella, comunque non trattato dal Tribunale, si parla di un ruolo concausale del CVM rispetto appunto al consumo di alcol. L’ultima cosa che voglio dire su Bolzonella - ed è importante perché smentisce il Tribunale - è un dato relativo alla carriera. Bolzonella Carlo è addetto all’insaccamento e alla pulizia del reparto CV5-15 a partire dal gennaio dell’81 fino al 1989. E allora perché sono importanti questi due ultimi personaggi che ho citato, Favaro per le dichiarazioni di Colombo, epatocarcinoma causato da CVM, non ci sono fattori di rischio, e Bolzonella? Perché smentisce il Tribunale, anche lì dove non parla il Tribunale di un caso che è stato esposto, come Bolzonella, dall’81 all’89. E allora a questo punto, pure sconcertato dalla maniera di motivare e discutere di questi singoli casi, devo passare alle conclusioni, facendo per il resto rinvio alle schede integralmente. Sul concorso alcol-CVM mi riporto alla memoria del 13 maggio 2004 e faccio rilevare come gli esperimenti e le ricerche sugli animali effettuati tra il ‘77 e l’82 da un insieme di scienziati e studiosi americani, sia privati che pubblici, e faccio riferimento a Radtke, Stemmer, Larson, Brown, Bingan, Andrigan, e sono studiosi sia dipendenti delle aziende, sia dipendenti della (inc.), sia dell’Università. Tutti questi studiosi tra il ‘77 e l’82 hanno accertato e attestato letteralmente una sinergia nell’induzione di tumori tra etanolo ingerito e CVM inalato; in particolare hanno scritto: "la concomitante somministrazione di CVM ed etanolo produce un eccesso anche di carcinoma epatocellulare, oltre che angiosarcoma ed altri tumori, in seguito ad un’esposizione prolungata a dosi basse di CVM ed etanolo". Ancora una volta, fin da quegli Anni Settanta e Ottanta, torna il discorso più importante: esposizione prolungata, anche se ci sono basse dosi, produce tutta una serie di tumori. Altro punto: gli studi e la letteratura successivi hanno tutti confermato e fatto riferimento a questi accertamenti di Radtke, Stemmer, Bingan, etc.; a tale accertamento vi hanno fatto riferimento anche EPA, compresa IARC, che non ha assolutamente smentito Radtke, basta leggere tutto IARC correttamente e non frettolosamente, e questi passi li ho riportati nella memoria del 13 maggio e non mi dilungo. Il C.T. di Montedison, Tamburro, nei lontani e non sospetti 1981 e 1984 ha confermato questi risultati, citando non solo i casi delle cavie ma anche i casi di lavoratori esposti a CVM. Gli studi dei consulenti tecnici del Pubblico Ministero hanno confermato questo rischio in eccesso, particolarmente pesante per i lavoratori di Porto Marghera, per epatocarcinoma anche in presenza di consumo di alcol. Poi c’è ancora lo studio e il lavoro di (inc.) e Boffetta del 2003 sulla coorte europea e sulla coorte anche statunitense, che confermano quello che era stato scritto in precedenza sia da Buffetta che da (inc.) nel 2000 e nel 2001 ed è quello che era stato detto da Boffetta in quest’aula di Tribunale in relazione a questo rischio a CVM, perché a parte il rischio degli ASL, così dicono letteralmente: "i lavoratori esposti a CVM possono avere un rischio aumentato di carcinoma epatocellulare", aggiungendo: "non si può escludere un’aumentata mortalità da tumore del polmone e del cervello, così come da neoplasmi", e concludendo: "i risultati sul carcinoma epatocellulare sono in linea con l’effetto cancerogeno", discorsi che sono stati riferiti anche in aula. Pagina 223 della sentenza è la famosa pagina che parla della sospensione del giudizio a proposito dell’epatocarcinoma. Proprio per l’esistenza degli studi, delle ricerche, delle osservazioni cliniche ed istologiche dal medesimo citate, seppur non completamente e non sempre correttamente, io ritengo che non sia accettabile questa indicazione fornita dal Tribunale, perché non è vero quanto scrive il Tribunale per mettere su due piatti della bilancia da una parte tutte le osservazioni cliniche, istologiche, l’esistenza di studi, le ricerche, evidenze epidemiologiche, casi di controllo, e tutti gli altri dati sul piatto della bilancia; e dall’altra parte della bilancia il Tribunale mette gli studi, dice: riguardano un piccolo numero di persone, sia nella coorte europea che in quella di Marghera, e dice che poi questi studi sono ancora incompleti. Ma non è corretto questo modo di argomentare, perché innanzitutto non è vero che questi studi riguardano un piccolo numero di persone. Se sicuramente è patologia più rara l’angiosarcoma, ma lì a Porto Marghera avevamo sette decessi di angiosarcoma più un altro caso di iniziale angiosarcoma, qui a Marghera abbiamo ventun casi di angiosarcoma, e sono dodici autoclavisti e cinque insaccatori; a Marghera abbiamo ventun casi di epatocarcinoma, dodici autoclavisti e cinque insaccatori. Quindi non sono pochi questi casi. Nella coorte europea si parla di dieci epatocarcinomi, si parla di trentasette angiosarcomi, ma si parla anche di altri ventiquattro casi di tumore primitivo del fegato, non ben meglio individuati. Quindi c’è un insieme notevolissimo di tumore del fegato, e gli epatocarcinoma è vero che sono dieci, ma ce ne sono altri ventiquattro tumori primitivi del fegato, e sappiamo quanto sia epatolesivo il CVM. E in tutto il mondo poi bisogna concludere questa parte per rispondere al Tribunale dicendo che ci sono una serie di studi che parlano, sia prima della sentenza che dopo, di dieci casi qua, di dieci casi a Taiwan, di altri dieci casi in Cina, e tutti questi casi vanno ormai nella stessa direzione, tutti segnalano questa direzione del nesso tra epatocarcinoma e CVM. Pagina 224 del Tribunale, sempre su quelle conclusioni diceva il Tribunale letteralmente: "soprattutto perché nei casi esaminati mediante indagine autoptica e discussi in dibattimento non sono state evidenziate lesioni tipiche da CVM"; quindi il Tribunale metteva sul piatto della bilancia, su quello del dubbio per assolvere, il discorso dei pochi casi, il fatto che mancavano le lesioni tipiche da CVM. Il primo non è vero, l’abbiamo già detto, ma neanche questa circostanza è vera. L’abbiamo detta, l’abbiamo citata per tutti i casi, per Fusaro, per Cividale, per Favaretto, per Monetti, che tra l’altro non sono stati dimostrati fattori extralavorativi, ma soprattutto sono stati i consulenti di Montedison a smentire il Tribunale, e questo dato non è vero per Fusaro, e lo ammette lo stesso Colombo, non è vero per Mazzucco e ce lo diceva lo stesso Colombo, non è vero per Boatto e ce lo diceva lo stesso Colombo il 20 gennaio ‘99, che parlava per questo caso specifico di due importanti fattori di rischio: vino e CVM. Ma non è vera l’affermazione del Tribunale neanche per Bonigolo, perché abbiamo fibrosi portale per esposizione a CVM, e ce lo dice anche Colombo, ce lo dice Callea e ce lo dice l’autopsia, ma non è vero neanche per Cividale, come abbiamo visto, non è vero per Favaretto e non è vero nemmeno per Marcomini Secondo, per il quale testimone ha scritto a pagina 219 un’altra cosa non vera: ha parlato di elevato consumo di alcol, e questo non risulta perché non è vero perché il consumo è sicuramente moderato, e nulla ha detto sulla sua patologia, che invece era da ritenere molto interessante perché lo stesso professor Colombo su questa patologia, su questo caso si è molto diffuso, avanzando addirittura una diagnosi differenziale, perché Colombo in questo caso ha parlato di cirrosi, di epatocarcinoma e di angiosarcoma, vista, diceva, la pesante esposizione a cloruro di vinile monomero. Io potrei continuare a indicare questa serie di errori, rinvio all’atto d’appello alla pagina 947–954, perché sono tutti errori singoli, specifici, che ho ripercorso e che ho riproposto nell’atto d’appello. Allora, tornando ai due dubbi affermati dal Tribunale per assolvere, per sospendere il giudizio sull’epatocarcinoma, due dubbi posti sul piatto della bilancia rispetto a tutti gli altri elementi probatori emersi e portati dell’Accusa. Sono dubbi infondati e del tutto inconsistenti, come quello sulla plausibilità di logica, buttato lì ma smentito ampiamente sulla letteratura scientifica, che ho citato ripetutamente, e in particolare da pagina 954 in poi dell’atto d’appello, e quindi smentiti e quindi di nessun rilievo probatorio e processuale. E si badi, e su questo epatocarcinoma mi spingo anche un po’ più in là, perché sono talmente convinto di questo nesso causale, sulla base di tutti i dati forniti, di questo nesso probatorio tra CVM e HCC, da spingermi per assurdo a porre io stesso a questa Corte una subordinata: quella, nel caso di un dubbio persistente, di voler disporre una perizia su questo nesso causale tra questi 21, non 19, 10 o 5 casi di epatocarcinoma e le alte esposizioni a CVM e PVC cui sono stati esposti; a mio parere non esiste questo dubbio, non esiste un dubbio tanto meno plausibile, tanto meno ragionevole come richiede e pretende giustamente la Suprema Corte, e dico questo anche perché tutti gli studi sperimentali ed epidemiologici, anche successivi alla sentenza di primo grado, portano tutti assieme, mattone su mattone, dei contributi importanti all’affermazione di questo nesso causale CVM–epatocarcinoma, quindi il dubbio va ritenuto del tutto infondato. Persino l’ultima ricerca - che è ancora in corso, non è stata pubblicata - di quest’ultimo periodo di un gruppo di ricercatori giapponesi, dicevo non ancora pubblicata, va proprio esattamente in questo senso. Allora, se proprio abbiamo ancora questo dubbio, facciamo questa integrazione probatoria. Concludo davvero, allora, su questa patologia, per l’affermazione del nesso causale epatocarcinoma–CVM e, proprio in estremo subordine, in presenza di questo rischio, previa acquisizione del materiale scientifico anche degli ultimi tre anni, che si arrivi, se la Corte riterrà assolutamente necessario, che superi questo dubbio e voglia disporre un accertamento in parte qua. E in conclusione, allora, i dati che avevo citato per l’affermazione di questo nesso causale epatocarcinoma–CVM sono quelli che riporto in sintesi nelle conclusioni, e sono i dati epidemiologici, una forte evidenza in favore di una relazione dose–risposta, i casi capitati in Germania e altrove, nella coorte di Porto Marghera compresa, sui lavoratori delle categorie più a rischio, consideriamo sempre questo dato, i lavoratori più a rischio, soprattutto quelli esclusi da fattori extralavorativi. Lavoratori di Porto Marghera che non presentavano appunto questi fattori extralavorativi, e sono quelli che sono indicati, che sono proiettati sullo schermo, e in due casi di epatocarcinoma addirittura gli stessi consulenti della Difesa ammettono la responsabilità per l’esposizione a CVM. Poi l’evidente anomala distribuzione dell’eziologia per quanto riguarda la attribuzione all’alcol o ai virus, che è stata dimostrata nei laboratori di Porto Marghera e che non ha riscontro in casistiche finora pubblicate. Altro elemento è i casi di pazienti descritti in letteratura, nei quali, nello stesso fegato, sono stati noduli di angiosarcoma ed epatocarcinoma, e Simonetto Ennio è uno di questi casi. Altri elementi sono i riscontri sperimentali che riguardano gli animali, che riguardano le cavie, sulla presenza contemporanea, sull’insorgenza contemporanea sia di angiosarcoma che di epatocarcinoma, e l’analogia con l’esposizione al thorotrast, che è ormai accertato che possa indurre non solo angiosarcoma ma anche epatocarcinoma. Mi fermo su questa patologia e passo ad esaminare la patologia della cirrosi.
Anche sulla cirrosi epatica devono essere decisamente contestate le conclusioni del Tribunale proprio perché non basate sulla realtà dei dati e sulle logiche considerazioni che ne sarebbero dovute scaturire. Ho dedicato un ampio e specifico capitolo dell’atto d’appello a questa patologia, una trentina di pagine, da 963 in poi, e vi faccio rinvio. Nel passare dall’esame dell’epatocarcinoma a quello della cirrosi ci sono alcune considerazioni da svolgere, per le analogie e le vicinanze tra le due patologie, soprattutto in tema di concorso di cause e sinergie. La presenza di altri fattori - alcol, virus, come abbiamo detto - per i quali è stata dimostrata una azione patogenetica nell’insorgenza della cirrosi e del carcinoma epatocellulare non può escludere un ruolo del CVM nello sviluppo di questa patologia. Come affermato da Tamburro e da altri, citato dal Tribunale ma non considerato per questo passaggio, Tamburro diceva che "l’associazione con altri cofattori epatotossici potrebbe agire sinergicamente nell’induzione del danno da CVM e/o predisporre l’azione tossica di quest’ultimo verso uno stipite cellulare diverso", Tamburro ‘84, ed è il discorso che poi ci faceva il consulente di Enichem, Tommasini, il discorso che ho fatto prima. Ritenere, come hanno fatto per altri versi i consulenti di Montedison, oppure il Tribunale, l’infezione virale come unica causa, eventualmente assieme all’alcol, del tumore epatico, potrebbe avere una sua teorica logica se si fa riferimento alla popolazione generale, nella quale gli esposti professionalmente a CVM sono praticamente zero. Risulta invece logicamente del tutto fallace se ci si riferisce ad una popolazione professionalmente esposta ad un cancerogeno come il CVM, per di più epatotossico, come si insegna da decenni in tutte le Università. Faccio un esempio: è ovvio che il rischio di morire colpito da un colpo d’arma da fuoco è irrilevante per un soggetto estratto a casa dalla popolazione generale, ma questo rischio non è sicuramente trascurabile per un appartenente alle Forze di Polizia o per un militare coinvolto in un’azione di guerra. La fallacia sta nell’applicare la probabilità semplice quando andrebbe applicata invece una probabilità condizionata; non la probabilità di un tumore epatico che non sia causato da infezione virale nella popolazione generale, trascurabile, ma la probabilità dello stesso evento nella condizione di esposizione a un cancerogeno da parte dei lavoratori, che è una condizione certamente non più altrettanto trascurabile. Il rischio di epatocarcinoma per i pazienti positivi al virus B non è molto lontano dal rischio degli esposti a dose cumulativa di CVM a Porto Marghera superiore ai 1650 ppm, il rischio è 9, 9 volte più elevato rispetto alla categoria di riferimento, questo significa. Ma questo rischio 9 rispetto a quello di 11, che riguardava il virus, non viene considerato dal Tribunale, che dà invece per scontata l’irrilevanza dell’altro rischio, quello di 11 per i virus, perché? Il Tribunale non dice perché dice sì al virus e dice no al CVM. Come non dice per quale motivo accetta e riconosce per l’epatocarcinoma un rischio relativo di 4,4 per le persone che pure abusano di alcol e invece svaluta completamente il rischio relativo di esposizione di 9 per la classe degli esposti al CVM testé indicata, che è un rischio doppio, però non lo considera. E, peggio ancora, il Tribunale svaluta completamente il rischio relativo di cirrosi epatica per esposizioni cumulative tra 524 e 998 ppm(anno, rischio che è di 9,24 volte più elevato rispetto alla categoria di riferimento; rischio che viene però svalutato dal Tribunale, non si sa perché, perché su questo punto il Tribunale non ci dà un’indicazione. Il fatto grave è che il Tribunale appunto non motiva nemmeno sui singoli casi di cirrosi che sono stati contestati in quest’aula. Si limita a trattarli con dei semplici dati numerici, peraltro sbagliandoli madornalmente, com’è già successo. Vediamo la scheda sull’indicazione. Venivano indicati quarantaquattro casi di patologie e il Tribunale però, genericamente, come detto, parla di venti persone, di venti soggetti, venti persone soggette all’alcol, di undici soggette a virus B o C e di tre con emocromatosi, sono trentaquattro casi in totale. Ma le patologie contestate alle nostre schede sono quarantaquattro. Le altre dieci? Non si sa. Inoltre solo per tre si può parlare di epatite B e per altri tre di epatite C, e non di undici, come dice il Tribunale. Per l’epatite B sono Mugnato, Pavan e Trombini; per l’epatite C Barbisan, Pavan e Ruzza. E per un altro caso soltanto si può parlare di emocromatosi, mentre per Simonetti si discute, quindi non di tre. E gli altri casi dove sono finiti? Non si sa. Allora, senza voler ripercorrere la storia di tutti mi riporto a queste singole schede del contenitore blu, schede redatte lavoratore per lavoratore, persona per persona, e consegnate al Tribunale. Mi limito a citare soltanto due casi, che sono quelli che ho indicato questa mattina, e proiettiamo lo schema per quanto riguarda la cirrosi sui casi da ammettere secondo i criteri del Tribunale. Dicevo il caso di Bernardi e il caso di Vanin. Ripeto, anche Bernardi andava messo perché in questo caso si parlava di ipertensione portale e di cirrosi, non c’era alcol, non c’erano virus, ed era esposto a CVM. Nel caso di Vanin, consumo di alcol inferiore a 50 grammi al giorno, non c’era virus. E Colombo stesso confermava questi dati quando parlava, il 28 febbraio ‘99, dicendo che decede per epatopatia cronica, aggiungeva più cirrosi e malattia respiratoria. Per Vanin aggiungo la considerazione relativa alla necessità di allontanamento secondo le indicazioni FULC del ‘77 e secondo la stessa azienda, data indicata del 1988. In conclusione, se ci atteniamo agli atti del processo, la cirrosi epatica può essere ascritta all’esposizione a CVM per le seguenti motivazioni, che indico e che proietto: i dati epidemiologici relativi alla coorte europea, all’aggiornamento della coorte europea, con rischio relativo di 9,24 nella classe dei soggetti indicati, e qui ci tengo a ribadire quello che abbiamo sempre detto, soprattutto per i lavoratori più esposti, che sono gli insaccatori, che erano soggetti a polveri a non finire. Poi evidenzia in favore di una relazione dose–risposta, che è analoga a quella riscontrata per l’angiosarcoma e per il carcinoma epatocellulare, con una tendenza della curva intermedia tra le due. Poi l’associazione tra cirrosi epatica ed angiosarcoma, che è stata riscontrata in tre su sette lavoratori di Porto Marghera con angiosarcoma: Simonetto, Zecchinato e Pistolato. In letteratura, per di più, sono stati descritti altri casi di pazienti con cirrosi e angiosarcoma; inoltre la plausibilità biologica è stata confermata dalla spiccata attività fibrogenetica del CVM che, in presenza di abuso di alcol o di un’infezione cronica virale, causa un’amplificazione notevole delle conseguenze in termini di tossicità e di potenziale profibrogenetico.
Mi fermo su questa patologia e passo alla successiva indicata nell’elenco, che è la patologia dell’apparato respiratorio. L’esame delle patologie polmonari e dei singoli casi di lavoratori colpiti da tumore al polmone richiederebbe molto più tempo di quello che è rimasto. Anche in questo caso assume un rilievo considerevole la valutazione dei cofattori, delle concause, come il fumo di sigaretta, nella causazione dell’evento. Allora mi riporto innanzitutto ai capitoli dedicati in atto d’appello ad una delle categorie più a rischio, gli insaccatori oltre che gli autoclavisti, e alle specifiche patologie polmonari, punto 2.12 e 2.8, non potendo ripercorrere e riproporre tutte le questioni. Mi limito a parlare di alcuni temi. Le relazioni e le note scritte del consulente tecnico professor Mastrangelo sono state esaminate molto parzialmente, soprattutto le sue risposte, le controdeduzioni scritte alle tesi di Montedison, alle tesi assolutorie, non sono state nemmeno prese in considerazione; sono state citate una sola volta in sentenza ma non sono mai state considerate. In alcuni casi le sue indicazioni scritte sono state addirittura riportate in altra maniera, come risulta a pagina 1026 dell’atto d’appello. Quanto sostenuto invece dal professor Mastrangelo è molto importante per poter parlare di plausibilità biologica, evidenze epidemiologiche, di evidenze nei singoli casi esaminati e di rilevanza soprattutto delle alte esposizioni. Non è vero quello che viene detto a proposito dello studio del professor Mastrangelo, e cioè che i casi di tumore polmonare si riferiscono solo al periodo precedente al ‘74. Questo è frutto di una cattiva lettura anche delle controdeduzioni del professor Mastrangelo, perché Mastrangelo dice che per il suo studio, descritto chiaramente nella premessa, si tratta delle esposizioni fino al ‘74, ma solo perché questo è il disegno dello studio, perché bisogna porre un arco, un termine temporale, e questo dimostra soprattutto la plausibilità biologica tra tumore polmonare e sostanza trattata, perché questo era il tema, il problema della plausibilità biologica, e questo studio con il suo disegno, con la sua impostazione, lo dimostra in maniera chiara. Che poi il meccanismo d’azione del CVM non sia completamente individuato qui come altrove non è assolutamente rilevante, ce l’ha detto ripetutamente anche la Suprema Corte e non mi ripeto. Che la colpa delle affezioni polmonari sia il CVM, o il CVM trattenuto e poi rilasciato dal PVC o il PVC stesso non è lo stesso particolarmente rilevante. Rilevante nel nostro processo è che ci sia stata un’esposizione di un certo livello, come sappiamo, che ci sia stata una violazione di legge, che c’è stata, come sappiamo, e che ci sia una patologia accertata. E il professor Mastrangelo conclude il suo studio sulla coorte di Marghera, insaccatori, rilevando questi dati, sono dei numeri, quindi vedo di proiettarli che è più semplice: il rischio di tumore polmonare è 2,52 negli insaccatori con meno di 3,4 anni di lavoro; il rischio di tumore polmonare sale a 8,20 in quelli con più di 3,6 anni; al netto dell’influenza del fumo ogni anno di lavoro in più comporta un rischio di cancro in eccesso pari al 21%; proprio a confermare tutto quello che è stato detto e scritto sul fatto che l’esposizione prolungata, l’esposizione cronica come quella degli operai di Porto Marghera era l’elemento più rilevante e più pericoloso. Su questi rischi e rilievi aveva concluso un altro consulente tecnico dell’Accusa, il dottor Valerio Gennaro, che è stato appena citato come esistente in sentenza a pagina 78, ma poi non è mai stato commentato né in positivo né in negativo. Invece gli accertamenti del dottor Gennaro sui rischi elevatissimi di tumore polmonare per gli essiccatori erano chiarissimi e ben noti al Tribunale. Ne proietto le considerazioni sul fatto che i dati, innanzitutto, sono stati rappresentati con istogrammi che indicano l’alto valore di SMR per tumore polmonare negli insaccatori e, viceversa, un valore assai ridotto nei non insaccatori; così dice il Tribunale a pagina 153. Ma il dottor Gennaro invece individua un trend in progressivo aumento, partendo da una durata di svolgimento delle mansioni inferiore ai 5 anni, in cui l’SMR è inferiore a 1, passando ad una durata tra i 5 e i 9 anni in cui l’SMR è 2,7 e giungendo ad una durata di oltre 10 anni in cui l’SMR sale a 4,6. Il dottor Gennaro accerta che per tumore polmonare la categoria degli addetti al Compound evidenzia una SMR di 1,38 e quella degli insaccatori, invece, un SMR di 1,71, in riferimento alla popolazione italiana indicata. Non avendo i Giudici di primo grado obiettato nulla a tali osservazioni, non resta che confermare al momento la validità di tali osservazioni e chiedersi per quale motivo la sentenza non ne abbia tenuto conto, come ha completamente omesso di considerare e di trattare le seguenti considerazioni del dottor Gennaro, che tra l’altro ha utilizzato disegni di studio di coorte non del tipo caso controllo, come erroneamente è scritto dal Tribunale. Queste sono le conclusioni del dottor Gennaro in riferimento alle motivazioni della sentenza: "Non si accenna all’evidente sottostima del reale rischio di morte negli operai esposti che si verifica quando a questi si aggrega il gruppo di lavoratore non esposti, e quindi a minor rischio di morte. Non si fa alcun cenno ai risultati delle analisi, che hanno evidenziato una maggior mortalità per tumori epatici, cirrosi epatica, tumore totale e mortalità totale nei lavoratori esposti, insacco PVC e Compound, dopo un raffronto con i lavoratori non esposti. Dopo 9–10 anni dalla cessazione dell’attività di insaccatore PVC si normalizza progressivamente anche la mortalità per tutti i tumori, che passa da rischi più che doppi a livelli pressoché normali". E il professor Gennaro aveva mostrato dei grafici, che mostro rapidamente perché danno contezza di queste divisioni. Non sono a colori ma lo stesso si può capire molto bene quali sono le individuazioni. Sulla mortalità per tumore polmonare, innanzitutto, nella differenza della categoria tra gli insaccatori e non insaccatori, il grafico è estremamente chiaro, è allegato alla sua consulenza e non sto a commentarlo perché non ha bisogno di molte parole. Questo dato è allegato alla consulenza. Così come si trova allegato ad un’altra sua consulenza il dato successivo che mette in riferimento gli operai addetti all’insacco del PVC e gli altri operai in relazione alla durata del lavoro. Vediamo come per gli insaccatori ci siano dei limiti estremamente alti, e tra l’altro questo grafico riguarda gli insaccatori dell’azienda, non riguarda ancora gli insaccatori delle cooperative, e il trend per gli insaccatori delle cooperative è ancora superiore, è ancora peggiore. Vediamo l’ultimo, lo stesso per quanto riguarda mortalità per tumore polmonare, e vediamo che in ogni caso la mortalità per gli insaccatori sia molto molto più alta rispetto a tutti gli altri casi. Passo a proiettare un’altra considerazione, un’altra conclusione, che è quella della consulenza Vineis, Comba, Pirastu, Berrino, sulla sinergia fumo–CVM. Parlavo poco fa della sinergia fumo-alcol, quindi proietto la risposta al quesito che riguarda sia i tumori del fegato, non angiosarcomi, sia i tumori polmonari, perché lo studio poi è lo stesso. Mi limito però a riproporre però solo le conclusioni, che sono sicuramente rilevanti in questo processo. Vediamo per la prima parte risposta al quesito A, che era stato dato sui tumori del fegato, non angiosarcomi, e l’associazione con l’esposizione al cloruro di vinile, tenendo conto del consumo di alcolici, e per poter spiegare questa associazione dicono: "dovrebbe essersi verificata la situazione estrema che tra gli operai di Porto Marghera i forti bevitori di alcol siano stati molto più frequenti, più del doppio che nel resto della popolazione veneta. Invece i dati disponibili sulle abitudini di assunzione di alcol non descrivono questa situazione – per niente – e quindi non è assolutamente possibile, sulla base di nulla, attribuire al solo alcol l’incremento di mortalità per tumore del fegato nei dipendenti Montedison ed Enichem di Porto Marghera". L’ultima parte riguarda i tumori polmonari, l’esposizione a CVM per la fase dell’insacco, per la categoria degli operai più a rischio, l’insacco del polimero, e sempre il paragone viene fatto sulla base del consumo di sigaretta, e in questo caso viene detto che dovrebbe essersi verificata la situazione estrema che tra gli insaccatori di porto Marghera i forti fumatori siano stati molto più frequenti che nel resto della popolazione, e anche qui i dati disponibili sulle abitudini del fumo non descrivono tale situazione, per niente, assolutamente, e anzi è documentato dall’indagine FULC alle ultime indagini che le abitudini al fumo non differiscono tra i membri della coorte dell’insacco rispetto a quelli che hanno delle mansioni diverse. Due parole soltanto per quanto riguarda gli insaccatori delle ditte d’appalto, perché ne parlerà un Difensore di Parte Civile nello specifico. Sui due studi effettuati, che sono stati grandemente criticati dai consulenti della Difesa, utilizzando e sfruttando peraltro delle indicazioni che gli studi stessi menzionavano come premessa per spiegare quale era la metodologia di intervento. È nozione comune, lo si sa ed è pacifico, è emerso pacificamente nel processo anche sentendo i testimoni, che i lavoratori delle ditte d’appalto abbiano, soprattutto per quel periodo, svolto lavori cosiddetti più sporchi, i lavori più a rischio, e comunque sono stati quelli meno tutelati in relazione alle possibili esposizioni lavorative a rischio. Per questi non abbiamo nemmeno i libretti di lavoro; i Sindacati raramente intervenivano a loro favore, neanche i Sindacati intervenivano a loro favore, salvo negli Anni Ottanta, come in alcuni documenti vengono riportate delle richieste sindacali che riguardano anche questi lavoratori delle cooperative. E questo dato, tra l’altro, è un dato che emerge anche dalla sentenza a pagina 370 delle motivazioni, che riconosce questo rischio fortissimo per questa categoria di lavoratori, gli insaccatori, soprattutto delle ditte d’appalto, soprattutto per il periodo che era – dice la sentenza – fino alla metà degli anni ’75. A queste osservazioni, a queste consulenze, a queste indicazioni del Tribunale io ritengo di dover aggiungere, seppur rapidamente, alcune altre considerazioni. Innanzitutto che la lavorazione del CVM e PVC causasse irritazioni alle vie respiratorie lo sappiamo da moltissimo tempo, lo sappiamo addirittura dallo studio di (Tribuk) del ’49, l’abbiamo proiettato, l’ho fatto vedere, già (Tribuk) parlava di irritazione alle vie respiratorie, e ne parlavano ancora gli studi degli anni successivi, in particolare degli Anni Sessanta, quelli che ho indicato, e dei primi Anni Settanta, quelli che ho citato nel primo giorno della mia requisitoria. Ma proietto anche una scheda, che peraltro abbiamo già visto, sul polivinilcloruro, quelle del CVM le abbiamo già proiettate, ricordiamo tutti come espressamente Enichem, Montedison, Enimont, tutti dicessero che il CVM provocava anche tumori polmonari, anche patologie alle vie respiratorie. E per il PVC viene scritta la stessa cosa, perché ad un certo punto viene scritto che può indurre alterazioni al sistema respiratorio, e più sotto si dice che in due lavoratori, solo due ne cita – bontà sua – Montedison, esposti a polveri di PVC, si sono riscontrati danni alla funzione respiratoria, accompagnati da moderata fibrosi, etc.. E poi viene indicato ancora più sotto, nella seconda pagina, che oltre a fattori specifici, quali possono essere la predisposizione individuale, il discorso del fumo, ci sono anche questi fattori determinati dalla granulometria delle polveri e dall’elevata esposizione. E aggiungono ancora nella scheda che il PVC può trattenere, può contenere tracce di monomero residuo, ma la quantità è generalmente così modesta – dice la scheda, vedremo poi cosa dice – che nelle normali condizioni operative non c’è alcun pericolo per gli utilizzatori. Solo che sappiamo quanto poco normali fossero le condizioni operative, perché c’erano continuamente delle fughe. Sulla categoria degli insaccatori, sulle omissioni specifiche a questo proposito, interverranno comunque i Difensori di Parte Civile, come ho già detto. Il consulente di Enichem, il professor Vito Fuà, il 22 dicembre 1998, in aula aveva dichiarato peraltro lui stesso che il CVM contenuto nel PVC è lui ad essere cancerogeno per il polmone; aveva detto che il CVM può provocare patologie polmonari e aveva smentito il consulente di Montedison quando escludeva che certe isoforme del citocromo P450 fossero presenti nel polmone oltre che nel fegato, dicendo che invece era presente nel fegato e nel polmone e come questo citocromo, il P450, esistesse in tutte le cellule. E inoltre diceva che i metaboliti tossici del CVM, la cloroacetaldeide, (la cloroetilenica e ceo) possano passare al fegato e ai polmoni e velocemente, pagina 178 della sua audizione. Ed è sempre il professor Fuà che cita uno studio di un inglese, Soutar, del 1980, che il Tribunale cita molto malamente, peraltro in maniera molto sintetica, dice che è uno studio universitario ma non è vero, è invece uno studio molto importante perché, come si vede dall’intestazione, è uno studio fatto dalle aziende, perché vediamo che è indicato sotto Imperial Chemical Industry, la ICI del professor Bennett, assieme a molti altri studiosi. E questa azienda, come vediamo dalle pagine successive, parla di anomalie che peraltro non creano per le aziende allarmanti preoccupazioni, però dice che queste esposizioni alla polvere di PVC dovrebbero essere controllate. Qui siamo nel 1980, ed è uno studio che parla di queste patologie del polmone sui lavoratori del CVM, importante, come dice il professor Fuà, e che doveva essere ripetuto, come dicevano quegli stessi studiosi, ma che nessuno ha mai più ripetuto, forse perché qualche preoccupazione di troppo avrebbe dato alle industrie. Ancora una cosa sulle polveri, sempre il professor Fuà dice che al CV6 c’era oltre il 50% di particelle sotto i 5 micron, quindi ampiamente respirabili ed efficienti nella loro tossicità. Ma in un documento che risale comunque al periodo successivo al biennio dei miracoli indicato dal Tribunale nel ‘73–‘74, ma risale al 1976, vediamo un promemoria di Montedison nel quale ancora, tra gli obiettivi, si parla di verificare il tempo e le condizioni necessarie per ottenere un residuo di CVM nella resina inferiore ai 2000 ppm. Qui siamo ancora a livelli altissimi e siamo ancora oltre il biennio dei miracoli. Comunque, per i contenuti di CVM nel polivinilcloruro lavorato, faccio rinvio alle consulenze tecniche del dottor Mara e dell’ingegner Carrara, che sono molto precise e molto particolareggiate in materia anche di granulometria e di possibilità di inalare queste polveri. Il promemoria del ‘76 di Montedison l’ho già proiettato, ed era appunto quello relativo alla presenza nella resina, nella resina di PVC, di CVM residuo, che era in quel momento sicuramente superiore ai 2000 ppm, come tra l’altro si può vedere anche dalla scheda allegata, che intanto possiamo anche proiettare; l’obiettivo parla comunque di un livello di 2000 ppm che era ancora da raggiungere in quel momento. L’ultimo punto su questa parte è quello che riguarda le cappe di aspirazione, perché il Tribunale nella sua sentenza è contraddittorio, perché in alcuni punti dice che a metà degli Anni Settanta hanno risolto il problema, in altri punti invece riconosce che le cappe d’aspirazione sono state introdotte nei primi Anni Ottanta, ed erano cappe d’aspirazione che erano indispensabili proprio per impedire che nei reparti polverosi praticamente nevicasse polvere sottile di PVC, perché ci sono degli operai che in dibattimento ci hanno raccontato - viene fuori anche dalla letteratura - come addirittura fossero bianchi, quasi pronti da andare in frittura talmente erano bianchi dopo il lavoro, e queste cappe di aspirazione furono introdotte soltanto nei primi Anni Ottanta e non nel famoso biennio dei miracoli. I casi singoli sul tumore polmonare non sono stati trattati dal Tribunale perché ha ritenuto di dover escludere completamente questa patologia. Io non posso che fare rinvio alle schede personali che sono state redatte dai nostri consulenti e che sono state acquisite dal Tribunale prima della requisitoria di primo grado. E mi limito a trattare solo due casi, peraltro rapidamente, che sono quelli di Begheldo Eugenio e di Pamio Elio, per dimostrare come, soltanto almeno in questi due casi, anche per gli ammalati e deceduti per tumore polmonare si riproponesse la medesima situazione riscontrata per gli affetti da patologie epatiche. Proponiamo la scheda sul tumore del polmone generale su quelli che erano i casi degli operai affetti da tumore polmonare e che avevano ricevuto sia dalla FULC e sia dall’azienda delle specifiche indicazioni per essere allontanati... Facciamo vedere la scheda generale per vedere il numero dei casi, che sono tanti, e poi veniamo a questi due casi; la scheda generale per vedere in quali tanti casi ci fosse questa indicazione della FULC e dell’azienda di allontanare gli operai dai reparti a rischio: sono trentacinque casi. Veniamo alla scheda singola di Begheldo, con il solito sistema, la scheda di Begheldo Eugenio; poi farò vedere un dato preciso sul discorso del laboratorio. E’ un caso di operaio che ha lavorato al laboratorio, il CER, sono gli impianti ricerche, sono dei ricercatori. Come il caso successivo di Pamio Elio, c’è una situazione analoga, nel senso che ci sono queste indicazioni relative sia al lavoro nel laboratorio o nell’impianto pilota o nel centro ricerche, e sono accomunati innanzitutto dal tipo di attività che hanno svolto queste persone. Proiettiamo anche la scheda di Pamio Elio. Poi sono accomunati da quelle che per le aziende e per il Tribunale sono delle basse esposizioni, sono accomunati da altre circostanze, che per tutti e due c’è un’indicazione delle aziende stesse di essere accumunati, di essere posti in osservazione, di evitare l’esposizione ad epatotossici o a sostanze irritante, vediamo per esempio questa di Pamio dal ‘79 in maniera specifica, e invece questi hanno continuato fino agli Anni Novanta, quindi fino ad epoca recente ad essere esposti. Cosa volevo dire sull’impianto pilota e su questi impianti ricerche? Sull’impianto pilota proietto una scheda, ne ho già parlato nella memoria che ho depositato a proposito degli impianti e delle procedure delle commesse; su questo impianto pilota avevo già scritto e detto innanzitutto che l’impianto pilota, collocato nell’area ex PA3, fu realizzato da Montedison, o dalla società che gestiva all’epoca il Petrolchimico, nel 1957 e fu rinnovato nel ‘63. È passato attraverso tutte le varie modifiche societarie, fino a quando non è arrivato, da ultimo, alla società EVC. Questo impianto è stato chiuso nel 1996 a seguito di ordinanza emessa dall’Amministrazione Provinciale di Venezia, perché fino al 1996 era stato esercito in assenza addirittura delle autorizzazioni indispensabili per le emissioni dallo stesso impianto nell’atmosfera. E il manuale operativo dell’impianto pilota non contiene alcun documento antecedente all’1 ottobre ‘90, perché è datato 1992 ed è stato quindi redatto ben 18 anni dopo il famoso biennio dei miracoli. E su questo impianto, impianto pilota, non so se riusciamo a proiettare, altrimenti leggo letteralmente il passo e produrrò la scheda in allegato, faccio rilevare come ci sia un documento del 1980 su una riunione tenuta in aprile a Milano che tratta dei dati relativi all’impianto pilota per l’anno precedente, e questa riunione che è stata fatta a Milano, ovviamente da Montedison, fa riferimento alla normativa CEE che sarebbe entrata in vigore nel gennaio del 1981. Sull’impianto pilota ex PA3 viene letteralmente scritto: "nel corso del 1979 rilevamenti seppur discontinui – perché sappiamo che non c’era nessun controllo all’interno dell’impianto pilota, che non aveva neanche il manuale, non aveva neanche le procedure scritte – hanno messo in evidenza punte di concentrazione fino a 100 ppm allo scarico delle autoclavi", e siamo nel 1979. E allora questi due casi di tumore polmonare sono casi, come dicevo, accumunati da queste situazioni, quelle che per gli imputati, per le aziende e per il Tribunale sono basse esposizioni da questo impianto, dal fatto di dover essere spostati, e che vanno avanti fino agli Anni Novanta. Anche per il cancro polmonare, allora, non rimane che ribadire la sussistenza del nesso causale con l’esposizione al CVM. Se qualche dubbio dovesse rimanere per le basse esposizioni, ciò non di meno va considerato che per le categorie più esposte, come ripetutamente detto, insaccatori ed essiccatori, autoclavisti e gli addetti, come abbiamo visto, ai prelievi di laboratorio, il nesso di causalità dev’essere affermato quanto meno a livello di concorso. Ciò è stato dimostrato innanzitutto dagli studi più datati, quelli relativi al periodo delle alte esposizioni a livello mondiale, gli studi del professor Mastrangelo, che ho mostrato poco fa nei loro risultati, e del professor Gennaro, gli studi che sono stai effettuati sulle categorie più a rischio, anche di recente, quando sono stati fatti quei rari studi che sono stati fatti, a conferma soprattutto della plausibilità biologica del rapporto CVM – patologia polmonare, come gli studi a livello di biologia molecolare e citocromo P450 ci hanno confermato. Mi fermo su questa patologia polmonare e passo all’ultimo capitolo di questa giornata, che riguarda la sorveglianza sanitaria e le cure cui dovevano essere sottoposti i lavoratori.
Tra tutte le patologie di cui ho discusso oggi esiste una caratteristica che le accomuna: per ogni patologia abbiamo riscontrato che per anni, alle volte per tanti anni, gli stessi medici di fabbrica avevano indicato per iscritto la necessità o l’opportunità di un allontanamento dai reparti CVM e PVC per i singoli operai. Le schede degli operai divisi per patologie le abbiamo viste ripetutamente. Non si è assolutamente reso conto, dicevo, il Tribunale; è stata una svista, a mio parere, madornale, che l’ha portata a concludere, come vediamo, a pagina 259, che quando sono stati rilevati, diceva, segni di sofferenza epatica - siamo nella parte delle conclusioni - i lavoratori sono stati allontanati dall’esposizione, in tal modo osservando l’obbligo precauzionale di una adeguata sorveglianza sanitaria. Non è assolutamente vero, come abbiamo già visto, ma paradossalmente il Tribunale continua in quella parte conclusiva di pagina 259: "Obbligo non osservato relativamente ai casi accertati di Raynaud e acrosteolisi, trattandosi di patologia nota sin dalla metà degli Anni Sessanta, regredente con l’allontanamento alle alte esposizioni. Tipo di evento riconducibile, Raynaud, anche alla inosservanza della regola di assiduità e di adeguatezza del controllo sanitario, che diversamente, se applicata, avrebbe potuto prevenire o non aggravare o non protrarre nel tempo la citata malattia". E la sentenza si ferma qui, perché qui si ferma il capitolo - poi passa ad un altro capitolo - senza passare alle conclusioni, né per il Raynaud, né per gli altri casi. Ed è incredibile questa parte di sentenza, con tutto ovviamente il dovuto rispetto, perché i Giudici di primo grado ammettono l’obbligo precauzionale della sorveglianza sanitaria, ammettono che l’obbligo non fu osservato, ammettono che la patologia sarebbe regredita con l’allontanamento, ammettono la non adeguatezza del controllo sanitario, ma solo per il fenomeno di Raynaud; abbiamo visto quella scheda, casi ammessi e casi non ammessi. E per le epatopatie perché non dicono nulla? E per gli angiosarcomi, perché non dicono nulla, che sono patologie, epatopatie ed angiosarcomi per i quali hanno ammesso l’esistenza del nesso causale? Nulla, non viene detto nulla. I periodi sono gli stessi e gli imputati sono gli stessi. Allora integriamo in questa sede d’appello con la sentenza di primo grado tenendo ben presenti ancora alcune altre circostanze. L’obiettivo della sorveglianza nei soggetti esposti a CVM è quello di identificare i danni epatici precoci e anche reversibili, allo scopo di allontanare il soggetto dalla sorgente di esposizione ed evitare la progressione verso patologie più gravi. Un lavoratore esposto a CVM, con esami di funzionalità epatica alterati, dovrebbe evitare ulteriori anche piccole esposizione, anche se egli presenta altri fattori di rischio: abuso di alcol, infezione cronica da virus. Ricordo quello già detto prima sui consulenti stessi di Montedison: il lavoratore con patologia polmonare esposto a CVM e fumo e quello con patologia epatica esposto ad alcol e CVM. Devono cambiare reparto, devono andare via, hanno detto, devono andare in ferie. Ma invece dovevano essere adottate le misure di sicurezza. Poi, a questo proposito, ricordo semplicemente le sentenze della Corte di Cassazione che ho ripetutamente indicato, sia la sentenza Macola, depositata nel 2003, in relazione alla mancata adozione delle misure, che comporta una responsabilità sia per i rischi previsti che per i rischi non previsti, che conclude nella seconda parte: "il significativo abbattimento dell’esposizione avrebbe comunque agito positivamente sui tempi di latenza o di insorgenza delle malattie mortali". E l’ultima sentenza, l’ultimo punto soltanto cito della sentenza De Paula, che è la seconda parte, che dice: "in un giudizio controfattuale come il nostro emerge infatti l’altissima probabilità, vicina alla certezza, e da considerarsi quindi una certezza processuale, di allungamento della vita con le cure alternative previste dal progresso medico per contrastare il male, ed anche un allungamento in misura temporale non eccessiva è giuridicamente rilevante. In ogni caso l’omissione ha inciso sulla qualità della vita – quindi avrebbe cambiato l’evento morte, avrebbe cambiato l’evento malattia e avrebbe anche influito, avrebbe inciso, ci dice questa sentenza del 2003, sulla qualità della vita - decisamente degradata a causa dell’omissione degli interventi". Quest’ultima sentenza ci conduce a ribadire che addirittura per l’angiosarcoma epatico una diagnosi precoce avrebbe garantito e garantirebbe un allungamento dei tempi di vita. Non è vero quello che viene detto dai consulenti degli imputati e non è vero quello che è scritto in sentenza, e cioè che sempre l’angiosarcoma ha un esito rapidamente infausto, non è vero che è sempre rapidissimo, perché proietta addirittura un grafico, sicuramente non sospettabile di parteggiare per il Pubblico Ministero perché è un grafico che proviene dai registri della APME, che è la associazione europea delle industrie della materia plastica, della quale fanne parte le società del Gruppo Montedison, del Gruppo Enichem, e vediamo la durata dalla diagnosi al decesso per tutti i Paesi del mondo. E vediamo in questo caso per esempio, da questo diagramma del 1999, che sono ben diciotto i casi sopravvissuti oltre un anno, sono quei puntini segnati, io li ho contati, il grafico è allegato, quindi chi avrà la pazienza, la voglia di contare li riconterà, sono ben diciotto i casi di sopravvissuti oltre un anno, e sono ben otto i casi di sopravvissuti oltre cinque anni, e siamo ancora negli Anni Settanta e siamo negli Anni Ottanta, quindi non sempre è rapidissimo questo tumore e non sempre, appunto, si arriva all’ultimo momento. Questo è un grafico che parla da solo e che ci viene dalle industrie. Una prospettazione analoga è stata fatta nel 1996, è uno studio noto, è già depositato, e che è uno studio di Saudin sugli epatocarcinomi. La prima pagina è in inglese ma è tradotta integralmente, proiettiamo per il momento questa pagina soltanto, per fare vedere che si parla di due pazienti che sono ancora vivi dopo la parziale resezione del fegato, e si parla poi di uno che ha avuto una sopravvivenza anche superiore ai cinque anni. Quindi anche questo studio, come ci dice meglio il testo all’interno della pagina, sempre di questo studio di Saudin del ‘96, ci dice come i tumori del fegato nei pazienti del presente studio furono diagnosticati presto, permettendo una resezione chirurgica potenzialmente terapeutica e una sopravvivenza di lungo termine in almeno un paziente, che è quella di cinque anni. Quindi qui abbiamo anche per l’epatocarcinoma un discorso di sopravvivenza anche a lungo termine. Ma negli ultimi decenni, come riferito anche dal professor Colombo di Montedison in aula il 18 maggio 1999, "dall’85 – diceva letteralmente – il trapianto è una realtà terapeutica". Ma diceva prima che, anche se già nei primi Anni Settanta era risolutivo, a quali condizioni? Diceva: "veramente risolutivo nel 70–80% dei casi, quando il tumore è singolo e di piccole dimensioni e se tempestivo è il trapianto". Quindi singolo, piccole dimensioni, tempestivo. Vuol dire arrivarci per tempo. Resezione, trapianto nei casi estremi, e comunque ci sarebbe stato un miglioramento della qualità della vita e uno spostamento dell’evento morte. E questo è un dato sui trapianti che è riportato tranquillamente da tutti i consulenti del Pubblico Ministero, detto in aula e anche per iscritto. E quindi – vado verso la conclusione -: sorveglianza sanitaria, doverosa informazione e allontanamento. E se l’allontanamento, come nei nostri casi, non c’è stato? Rimane comunque, come già si capiva dell’ultimo studio, un obbligo di sorveglianza e di informazione per consentire agli affetti da patologie epatiche o polmonari di ricevere cure adeguate e di ricorrere a cure adeguate e, se necessario, al trapianto. A quest’ultimo proposito segnalo che in atti esiste una specifica documentazione, che è stata inviata da uno dei tanti centri di trapianto del fegato, in questo caso il Policlinico di Milano, ma si potrebbe fare la verifica in tutti questi centri, soprattutto nei primi. E da questa documentazione risultano sopravvivenze dove il trapianto... Questa è la lettera di trasmissione, proiettiamo i primi casi si che si riferiscono all’83–‘84, già da questa documentazione risultano sopravvivenze dopo il trapianto anche superiori a 10 anni; ci sono persone che hanno avuto nell’84 questo intervento e sono tutt’ora viventi, come vediamo nella colonna a destra dove c’è scritto "survival", "alive", che sono ancora i casi vivi. Vediamo proiettata finalmente la prima pagina, vediamo proprio il secondo caso, fatalità, nell’aprile ‘84, 33 mesi, un colangio carcinoma, che è molto particolare, che si avvicina per certi versi all’angiosarcoma, ci sono stati 33 mesi; ma altri casi subito sotto, nell’85, vediamo per l’epatoma, cirrosico epatoma, cirrosi post epatica, casi ancora vivi dopo oltre 10 anni. E, se scorriamo tutto questo elenco, vediamo molti casi di sopravvivenze, anche per epatocarcinoma e anche per cirrosi epatiche alcoliche e non alcoliche, determinate da vari fattori. È naturale a questo punto ed è lineare ripensare a quanto non è stato fatto dai vari singoli responsabili aziendali al Petrolchimico di Marghera a partire dagli Anni Settanta: informare, sorvegliare, allontanare dal reparto e consentire, permettere le cure più adeguate. È questa la situazione del nostro processo: un insieme notevolissimo di elementi probatori a sostegno dell’accusa di tossicità del CVM e di causazione di patologie multiple diversificate ai danni dei lavoratori, elementi probatori che vanno considerati nella loro forza e nella loro valenza globale ed unitaria e non in maniera ottimistica, come per certi versi ha fatto il Tribunale.
Le conclusioni, pertanto, sulla sussistenza del primo comma e del secondo comma dell’articolo 437 con riferimento alle patologie che ho presentato oggi e con riferimento anche al fenomeno del disastro le trarrò all’ultima udienza, dopo che alla prossima udienza interverrà il collega a discutere sul secondo capo d’imputazione. Per oggi ho concluso.
PRESIDENTE – Chiudiamo l’udienza.
LA CORTE rinvia il procedimento all’udienza del 6 luglio 2004, ore 09.00.