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Timestamp: 2017-01-21 21:42:20+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 24', 'art. 615', 'art. 615', 'art. 2953', 'art. 2953', 'sentenza ', 'art. 55', 'art. 41', 'art. 2953', 'art. 2953', 'art. 2', 'art. 2953', 'sentenza ', 'art. 2953', 'art. 2946', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2953', 'art. 2953', 'art. 2946', 'art. 24', 'art. 55', 'art. 41', 'art. 2953', 'art. 20', 'art. 19', 'art. 20', 'art. 19', 'art. 61', 'art. 60', 'art. 24', 'art. 3', 'art. 2953', 'art. 30', 'art. 2953', 'art. 2953']

Se non faccio ricorso alla cartella di pagamento che rischio?
Lo sai che? Pubblicato il 18 novembre 2016 Articolo di Redazione Lo sai che? Se non faccio ricorso alla cartella di pagamento che rischio? L’AUTORE: Redazione
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Chi non impugna la cartella di pagamento può sempre sperare nella prescrizione, sempre che, nel frattempo, non arrivi prima il pignoramento.
Il fatto di non aver proposto ricorso contro una cartella di pagamento non vuol dire che il contribuente sia tenuto, a vita, a pagare il debito con il fisco: al contrario egli può sempre sperare nel successivo intervento della prescrizione del proprio debito. In altre parole, se l’Agente della riscossione – nonostante la definitività del proprio atto perché non contestato – non avvia un pignoramento o non spedisce un sollecito di pagamento, perde il diritto a pignorare i beni del contribuente. Non solo: l’assenza di una impugnazione non rende più lungo il termine di prescrizione della cartella di pagamento, termine che invece resta sempre lo stesso e che dipende (come a breve vedremo) dal tipo di credito in gioco. È questa la sintesi di una importante ordinanza della Cassazione a Sezioni Unite pubblicata ieri [1]. Ma procediamo con ordine.
Il primo problema che deve valutare il contribuente, nel momento in cui riceve un atto dell’Agente della Riscossione, è: entro quanto tempo posso fare ricorso contro la cartella di pagamento? La risposta dipende da quale sia la natura del credito azionato, il che si può evincere in modo assai agevole leggendo il dettaglio della cartella stessa. In particolare, per:
i crediti derivanti da tasse, tributi e imposte, il termine per fare ricorso (alla Commissione Tributaria) è di 60 giorni dal ricevimento (cosiddetta notifica) della cartella;
i contributi previdenziali di Inps e Inail, il termine per fare ricorso (da presentarsi, in questo caso, al Tribunale ordinario, sezione lavoro e previdenza) è di 40 giorni dalla notifica della cartella;
le multe per violazione del codice della strada, il termine per l’impugnazione (che, in quest’ultimo caso, va depositata al giudice di pace) è di 30 giorni dalla notifica.
Il secondo problema che deve porsi il contribuente è: cosa rischio se non impugno la cartella di pagamento? La risposta è piuttosto scontata: la cartella diventa definitiva e non può più essere messa in discussione, neanche se è palesemente illegittima e non dovuta. Di tanto abbiamo dato spiegazioni e suggerimenti nell’articolo Che fare contro la cartella di pagamento ricevuta molto tempo fa a cui rinviamo per maggiori dettagli. Proprio in quell’articolo, abbiamo messo in risalto un aspetto assai importante: il fatto che la cartella sia divenuta definitiva non implica, però, che essa sia dovuta “a vita”. Se, infatti, l’Agente della riscossione non pone in essere alcun atto di esecuzione forzata (ossia non avvia un pignoramento), né un atto di natura cautelare (ad esempio un’ipoteca o un fermo auto), né invia un sollecito di pagamento, c’è da aspettarsi che, prima o poi, il suo credito si prescriva e, quindi – per usare un gergo comune – “scada”. Una volta “scaduto” il diritto alla riscossione, lo Stato non può più recuperare i suoi soldi e il contribuente si può dire definitivamente libero.
Il terzo problema con cui, pertanto, si deve confrontare il contribuente è questo: dopo quanto tempo si prescrive la cartella di pagamento? Con parole ancora più semplici: dopo quanto scade la cartella? Anche in questo caso la risposta varia a seconda del tipo di credito in essa fatto valere. In particolare:
Iva, Irpef, Irap, diritti della camera di commercio, canone rai: si prescrivono in 10 anni che decorrono dall’invio dell’ultima cartella o dall’ultimo sollecito di pagamento;
Imposte locali come Tasi, Tari, Imu, nonché multe stradali e contributi Inps e Inail: si prescrivono in 5 anni;
Bollo auto: si prescrive in 3 anni.
In tutti questi casi, l’invio di un sollecito di pagamento o l’iscrizione di un’ipoteca o un fermo auto interrompono i termini e li fanno decorrere nuovamente da capo.
Quel che è stato affermato ieri dalla Cassazione a Sezioni Unite è un principio piuttosto semplice e – a parer nostro – scontato, anche se aveva provocato non pochi contrasti in giurisprudenza: la mancata impugnazione di un qualunque atto impositivo non comporta l’allungamento del termine di prescrizione, che rimane quello che abbiamo appena elencato.
Invece, se il contribuente fa ricorso contro la cartella e perde la causa, a questo punto le cose cambiano notevolmente: qui, infatti, il titolo esecutivo non è più la predetta cartella, ma la sentenza di condanna. Orbene, le sentenze di condanna si prescrivono sempre in 10 anni, con la conseguenza che, in tale ipotesi, anche un bollo auto si prescriverà in un decennio, proprio perché è intervenuta una sentenza. In sintesi, solo il diritto di credito contenuto in una sentenza passata in giudicato si prescrive in dieci anni.
Quindi, per esempio, in caso di una cartella per contributi previdenziali dovuti all’Inps, la mancata impugnazione non sposta la prescrizione che resta sempre di 5 anni. Ma se il contribuente propone ricorso e lo perde, la prescrizione si estende a 10 anni.
In conclusione, quindi, la Cassazione ha affermato il principio generale secondo cui la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto produce solo l’effetto della incontestabilità del credito, ma non determina anche la conversione del termine di prescrizione breve in ordinario (dieci anni).
Tale principio si applica con riguardo a tutti gli atti, comunque denominati, di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti erariali, nonché per le sanzioni amministrative per le violazioni di norme tributarie.
Ricordiamo infine che, per gli accertamenti esecutivi notificati dall’Agenzia delle Entrate non è prevista la notifica della cartella di pagamento e, in assenza di impugnazione, diventano definitivi dopo 60 giorni dalla notifica. L’Ufficio trasferisce il credito all’agente della riscossione, il quale, comunque entro il 31 dicembre del secondo anno successivo, deve sollecitare il pagamento della somma. In assenza il credito si prescrive.
[1] Cass. S.U. ord. n. 1799/2016 del 18.11.2016.
Sentenza Corte di Cassazione, sez. Unite Civili, sentenza 25 ottobre – 17 novembre 2016, n. 23397
a) l’appellante sostiene che, diversamente da quanto affermato dal primo giudice – che ha considerato l’opposizione inammissibile perché proposta oltre il termine perentorio di quaranta giorni dalla notifica, di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. n. 46 del 1999 – la domanda azionata deve essere qualificata come opposizione all’esecuzione, proponibile senza limiti di tempo ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ., avendo con essa l’interessato fatto valere un atto estintivo successivo alla notifica del titolo, consistente nella sopravvenuta prescrizione del credito;
L’Istituto ricorrente – senza contestare la qualificazione della domanda azionata, effettuata dalla Corte d’appello come opposizione all’esecuzione, proponibile senza limiti di tempo ai sensi dell’art. 615 cod. proc. civ. – sostiene che la pacifica mancanza di tempestiva opposizione alla cartella di pagamento avrebbe determinato l’intangibilità della pretesa contributiva, con la conseguenza che il relativo diritto non potrebbe più ritenersi assoggettato alla prescrizione quinquennale, potendo prescriversi soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo definitivamente formatosi. E rispetto a tale azione, secondo quanto previsto per l’”actio judicati” dall’art. 2953 cod. civ., troverebbe applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario, nella specie non ancora decorso, in data 27 maggio 2008, quando è stata effettuata la notifica dell’intimazione di pagamento (si citano: Cass. 24 febbraio 2014, n. 4338 e la giurisprudenza ivi richiamata).
1. La questione sulla quale queste Sezioni Unite sono chiamate a pronunciarsi investe l’interpretazione da dare all’art. 2953 cod. civ. con riguardo specifico all’operatività o meno della ivi prevista conversione del termine di prescrizione breve in quello ordinario decennale, nelle fattispecie originate da atti di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province,dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via.
2. Ovviamente la soluzione di tale problema va coordinata con gli indirizzi espressi da questa Corte con riguardo all’ambito di operatività della suddetta norma in tutte le fattispecie di crediti riscossi mediante ruolo o comunque coattivamente (ad esempio con: l’avviso di addebito dell’INPS, che dal 1 gennaio 2011 ha preso il posto della cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di questo Istituto; oppure con l’avviso di accertamento esecutivo, che dal 1 ottobre 2011, ha in parte sostituito la cartella esattoriale per i crediti erariali ed è stato poi esteso ai crediti dell’Agenzia delle dogane: vedi, rispettivamente artt. 30 e 29 del d.l. 31 maggio 2010, n. 78, convertito dalla legge n. 122 del 2010).
7. Anche con riguardo ai crediti derivanti da omissioni e/o evasioni di contributi previdenziali, per più di trent’anni, quando tali fattispecie erano penalmente rilevanti – a partire da Cass. 1 marzo 1956, n. 623 – è stato affermato il principio secondo cui in caso di condanna con decreto o con sentenza penale per il mancato o ritardato versamento dei contributi assicurativi il diritto dell’INPS al recupero delle somme ivi indicate non è più soggetto alla prescrizione quinquennale di cui all’art. 55 del r.d.l. 4 ottobre 1935, n 1827 – nel testo antecedente l’art. 41 della legge 30 aprile 1969, n. 153 – ma, ai sensi dell’art. 2953 cod. civ., alla prescrizione ordinaria decennale, soltanto dopo che il suddetto provvedimento giurisdizionale sia diventato definitivo (vedi, tra le tante: Cass. 17 giugno 1974, n. 1794; Cass. 10 aprile 1979, n. 2085; Cass. 5 luglio 1980, n. 4320; Cass. 9 giugno 1981, n. 3733; Cass. 28 luglio 1983, n. 5195).
In questi termini si rilevava la “sostanziale identità” fra i due suindicati titoli, identità che, peraltro, veniva espressamente riferita alla incontrovertibilità sostanziale del credito, senza alcun richiamo dell’art. 2953 cod. civ..
10. Poco dopo, con specifico riferimento alla cartella esattoriale di pagamento relativa alla riscossione di contributi previdenziali, Cass., Sezione Lavoro, 11 agosto 1993, n. 8624 (richiamando Cass. 20 gennaio 1993, n. 684 cit.) ha affermato che tale cartella emessa ai sensi dell’art. 2 del D.L. 9 ottobre 1989 n. 338, convertito in legge n. 389 del 1989 – nel testo all’epoca vigente, antecedente le modifiche di cui al d.lgs. n. 46 del 1999 – è un titolo esecutivo che diviene definitivo in caso di omessa opposizione o di opposizione tardiva, in quanto proposta dopo la scadenza del termine “e tale dichiarata dal giudice” a conclusione del relativo giudizio.
Nella relativa motivazione la Corte confermava il precedente orientamento (di cui a Cass. 24 settembre 1991 n. 9944 e Cass. 2 ottobre 1991 n. 10269), secondo cui non soltanto i titoli esecutivi giudiziali o “a formazione giudiziale” sono “passibili di diventare definitivi, e cioè incontrovertibili con effetti analoghi al giudicato, in caso di mancata opposizione o di opposizione proposta fuori termine”, essendo stati da tempo individuati dalla richiamata giurisprudenza i c.d. titoli paragiudiziali, in considerazione delle leggi speciali con le quali, in diverse materie, il legislatore ha consentito agli organi della pubblica amministrazione di ordinare ai privati, mediante ingiunzioni, il pagamento di somme di denaro (si citavano per le omissioni contributive previdenziali il r.d. 14 aprile 1910 n. 639 e la legge 24 novembre 1981 n. 689, che regola peraltro il più generale conteso delle c.d. sanzioni amministrative).
Peraltro, come si evince chiaramente dall’espresso riferimento alla conclusione del giudizio sulla opposizione, la contemplata “definitività” del titolo era riferita esclusivamente – e in linea con l’indirizzo tradizionale – al diritto sostanziale, senza minimamente toccare la questione della conversione della prescrizione ex art. 2953 cod. civ..
14. È, infatti, accaduto che la Sezione Lavoro, a partire da Cass. 24 febbraio 2014, n. 4338, facendo principale riferimento a tale sentenza n. 17051 del 2004 abbia affermato il principio secondo cui: “una volta divenuta intangibile la pretesa contributiva per effetto della mancata proposizione dell’opposizione alla cartella esattoriale (come avvenuto nel caso di specie), non è più soggetto ad estinzione per prescrizione il diritto alla contribuzione previdenziale di che trattasi e ciò che può prescriversi è soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo così definitivamente formatosi, riguardo alla quale, in difetto di diverse disposizioni (e in sostanziale conformità a quanto previsto per l’actio judicati ai sensi dell’art. 2953 cod. civ.), trova applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario di cui all’art. 2946 cod. civ.”.
Infatti, nella sentenza n. 4338 del 2014 la Corte ha espressamente dichiarato di non essere chiamata a pronunciarsi sulla prescrizione, mentre nella sentenza n. 11749 del 2015 la Corte ha precisato che, nella fattispecie esaminata, l’operatività del termine breve quinquennale, almeno per il credito per i contributi, era ormai coperta da giudicato, avendo la Corte territoriale ritenuto inapplicabile, ai fini della prescrizione decennale, l’art. 2953 cod. civ..
15. Più di recente la Corte, in Cass., Sez. Lav., 15 marzo 2016, n. 5060 – questa volta in un giudizio analogo all’attuale in cui era in contestazione la questione degli effetti della mancata tempestiva proposizione dell’opposizione alla cartella di pagamento per contributi omessi sulla prescrizione del credito alla contribuzione previdenziale dell’Istituto – ha ribadito il principio (richiamando le sentenze n. 17051 del 2004, n. 4338 del 2014 e n. 11749 del 2015 citate) che, nel caso di mancata e/o tardiva proposizione di opposizione a cartella esattoriale, la pretesa contributiva previdenziale ad essa sottesa diviene intangibile e non più soggetta ad estinzione per prescrizione, potendo prescriversi soltanto l’azione diretta all’esecuzione del titolo così definitivamente formatosi, riguardo alla quale, in difetto di diverse disposizioni (e in sostanziale conformità a quanto previsto per l’actio judicati ai sensi dell’art. 2953 cod. civ.), trova applicazione il termine prescrizionale decennale ordinario di cui all’art. 2946 cod. civ..
18.3. Anche il carattere perentorio del termine previsto dall’art. 24, comma 5, del d.Igs. n. 46 del 1999 è assodato ed è altrettanto certo che esso è funzionalizzato a rendere non più contestabile il credito contributivo, in caso di omessa tempestiva impugnazione, ed a consentirne una “rapida riscossione” (vedi, ex plurimis Cass. 25 giugno 2007, n. 14692; Cass. 12 marzo 2008, n. 6674; Cass. 5 febbraio 2009, n. 2835; Cass. 15 ottobre 2010, n. 21365; Cass. 19 aprile 2011, n. 8931; Cass. 8 giugno 2015, n. 11749; Cass. 15 marzo 2016, n. 5060).
Al riguardo, va ricordato che originariamente il credito degli Enti previdenziali per il recupero dei contributi assicurativi omessi e/o evasi era soggetto alla prescrizione quinquennale, ai sensi dell’art. 55 del r.d.l. 4 ottobre 1935, n 1827, convertito dalla legge 6 aprile 1936, n. 1155. L’art. 41 della legge 30 aprile 1969, n. 153 ha poi – tranne che per i cd. contributi minori – elevato tale termine di prescrizione a dieci anni, anche per le prescrizioni in corso alla data di entrata in vigore della legge stessa.
Come si vede, il Giudice delle leggi, nel considerare centrale la possibilità dell’instaurazione del giudizio di opposizione, non ha mai neppure ipotizzato che la semplice scadenza del relativo termine potesse dare luogo alla applicazione dell’art. 2953 cod. civ..
19.3. A questo può aggiungersi che, in ogni caso, l’art. 20, comma 6, richiamato dall’INPS, è inutilizzabile nella specie anche perché – pur nell’ambito della riscossione fiscale si tratta di una norma che non ha alcuna attinenza ai rapporti tra contribuente ed Ente impositore, riguardando – in modo emblematico – i rapporti tra ente impositore ed agente della riscossione come risulta evidente ove si consideri che il Capo II del d.lgs. n. 112 cit. contiene i “Principi generali dei diritti e degli obblighi del concessionario” e la Sezione I di tale Capo (articoli da 17 a 21) disciplina i “Diritti del concessionario”, regolando il “Discarico per inesigibilità” all’art. 19 e la “Procedura di discarico per inesigibilità e reiscrizione nei ruoli” all’art. 20.
19.5. In base all’art. 19 – al di là delle ipotesi in cui opera il discarico automatico, che sono proprio quelle per le quali l’art. 61 del decreto stabilisce espressamente l’applicabilità della relativa disciplina (di cui all’art. 60, commi da 1 a 3) “ai ruoli degli enti previdenziali” l’agente della riscossione o il concessionario per poter ottenere il discarico delle “quote iscritte a ruolo” indicate nella comunicazione di inesigibilità inviata all’ente creditore, è tenuto a fornire a tale ente la prova della correttezza del proprio operato.
1) “la scadenza del termine – pacificamente perentorio – per proporre opposizione a cartella di pagamento di cui all’art. 24, comma 5, del d.lgs. 26 febbraio 1999, n. 46, pur determinando la decadenza dalla possibilità di proporre impugnazione, produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito contributivo senza determinare anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve (nella specie, quinquennale secondo l’art. 3, commi 9 e 10, della legge n. 335 del 1995) in quello ordinario (decennale), ai sensi dell’art. 2953 cod. civ. Tale ultima disposizione, infatti, si applica soltanto nelle ipotesi in cui intervenga un titolo giudiziale divenuto definitivo, mentre la suddetta cartella, avendo natura di atto amministrativo, è priva dell’attitudine ad acquistare efficacia di giudicato. Lo stesso vale per l’avviso di addebito dell’INPS, che dal 1 gennaio 2011, ha sostituito la cartella di pagamento per i crediti di natura previdenziale di detto Istituto (art. 30 del d.l. 31 maggio 2010, n. 78, convertito dalla legge n. 122 del 2010)”;
2) “è di applicazione generale il principio secondo il quale la scadenza del termine perentorio stabilito per opporsi o impugnare un atto di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva produce soltanto l’effetto sostanziale della irretrattabilità del credito ma non determina anche l’effetto della c.d. “conversione” del termine di prescrizione breve eventualmente previsto in quello ordinario decennale, ai sensi dell’art. 2953 cod. civ.. Tale principio, pertanto, si applica con riguardo a tutti gli atti – comunque denominati – di riscossione mediante ruolo o comunque di riscossione coattiva di crediti degli enti previdenziali ovvero di crediti relativi ad entrate dello Stato, tributarie ed extratributarie, nonché di crediti delle Regioni, delle Province, dei Comuni e degli altri Enti locali nonché delle sanzioni amministrative per la violazione di norme tributarie o amministrative e così via. Con la conseguenza che, qualora per i relativi crediti sia prevista una prescrizione (sostanziale) più breve di quella ordinaria, la sola scadenza del termine concesso al debitore per proporre l’opposizione, non consente di fare applicazione dell’art. 2953 cod. civ., tranne che in presenza di un titolo giudiziale divenuto definitivo”.
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