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Timestamp: 2017-12-12 00:27:54+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 27', 'sentenza ', 'art. 147', 'art. 47', 'sentenza ', 'e contrario']

Il mostro deve morire. Ma dignitosamente - La Voce del Gattopardo
Il mostro deve morire. Ma dignitosamente
Pubblicato il 11 giugno 2017 11 giugno 2017 Danilo FerrantePubblicato in Human Rights, Politica ed Economia, Recenti
Corte Suprema di Cassazione – Roma
In una delle più belle opere di William Shakespeare, Enrico VI, parte II, c’è un personaggio, Jack Cade, che è un grande sobillatore di folle: ama presentarsi come rivoluzionario e giustiziere del popolo. Tra i suoi seguaci più fedeli vi è il macellaio Dick, il quale, nel corso di una violenta sommossa guidata da Cade, dichiara senza mezzi termini quale sarà il primo obiettivo della loro rivoluzione: «E la prima cosa che faremo sarà di ammazzare tutti gli avvocati». Cade, perentoriamente, risponde: «Sì: questo lo vogliamo proprio fare».
All’indomani della recentissima sentenza n. 27766 del 5 Giugno 2017 della I Sezione Penale della Corte di Cassazione, pronunciata su un ricorso presentato non da un avvocato qualunque, ma dall’avvocato di Totò Riina – il boss di Cosa Nostra condannato a diversi ergastoli e responsabile di numerosi e orrendi crimini, tra i quali la strage di Capaci e quella di Via D’Amelio, in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e gli agenti della scorta – un esercito di novelli Cade e Dick ha preso d’assalto TV, giornali e social network. Si moltiplicano, con il passare delle ore, le iniziative volte a fermare una paventata scarcerazione di Riina: vi è una petizione online lanciata dal sito Change.org che ha raggiunto trentamila firme in sole ventiquattro ore, oltre ad una lettera scritta dall’ex europarlamentare Sonia Alfano, figlia di una vittima di mafia, al Presidente della Repubblica.
È facile prevedere che nelle prossime settimane queste iniziative aumenteranno, anche perché la forzata semplificazione della questione, imposta dai moderni mezzi di comunicazione di massa, a cominciare dai social network, ben si presta a cavalcare l’emotività di chi non è abituato a frequentare quotidianamente le aule di giustizia. Questa sentenza irrompe in un dibattito pubblico già fortemente orientato verso forme di giustizialismo esasperato e si pone come un vera e propria sfida all’idea di giustizia oggi imperante nel c.d. uomo della strada.
Eppure, la sentenza non ha detto nulla di innovativo, ma si colloca, anzi, nel solco già tracciato dai principi costituzionali e dalla giurisprudenza di legittimità in materia di esecuzione della pena. Quello che ha sconvolto gran parte dell’opinione pubblica è, forse, che il nostro ordinamento debba addirittura preoccuparsi della sorte di Totò Riina, visto che sarebbe stato molto più semplice chiuderlo in cella e gettare via la chiave. Ma l’art. 27, comma 3, della nostra Costituzione, il quale dispone che «le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato» si applica a tutti. Anche a Totò Riina.
Potrà apparire paradossale agli occhi dei più, ma in quel trattamento non contrario al senso di umanità che lo Stato deve riservare a tutti i condannati – e quindi anche a Riina – si svela la cifra dello Stato di Diritto contemporaneo. Come ci ricorda Salvatore Amato nel suo Coazione coesistenza compassione, l’essenza del diritto non risiede nella capacità di condannare (ogni tiranno sa incarcerare, torturare o impiccare); ma il diritto, con tutti i suoi assilli pragmatici, è costretto a rifiutare il più immediato degli impulsi pratici: quello del risultato ad ogni costo. Si trova, infatti, a dover costruire la ricerca della giustizia sul timore dell’ingiustizia, rifiutando l’intransigenza di reprimere il male, l’intransigenza dell’utilità collettiva, la considerazione dell’uno e dell’altra come valori a cui va sacrificato tutto. Ogni giurista, secondo Amato, dovrebbe essere pronto a sottoscrivere la dichiarazione di colpevolezza del Rubasciov di Buio a Mezzoggiorno: «Mi riconosco colpevole di aver posto il problema della colpevolezza e dell’innocenza più in alto di quello dell’utilità e del danno».
Salvatore Riina detto Totò (1930) è un criminale italiano, legato a Cosa Nostra e considerato il capo dell’organizzazione dal 1982 fino al suo arresto, avvenuto il 15 Gennaio 1993
Senza avere la pretesa di scrivere un articolo dal tenore accademico, giova approfondire alcuni interessanti spunti di riflessione che la citata sentenza offre al tecnico del diritto. La pronuncia della Corte di Cassazione trova origine nella richiesta presentata dall’avvocato di Riina al Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Riina ha quasi ottantasette anni, è in carcere da ventiquattro anni, con il regime del 41 bis legge n. 354/1975, ed è affetto da plurime patologie che interessano vari organi vitali, in particolare cuore e reni, con sindrome parkinsoniana in vasculopatia cerebrale cronica. Per questi motivi, il suo avvocato chiedeva al Tribunale di Sorveglianza di Bologna il differimento dell’esecuzione della pena ex art. 147, n. 3 c.p. e, in subordine, l’esecuzione della pena nelle forme della detenzione domiciliare, ex art. 47 ter, comma 1 ter, legge 26 Luglio 1975, n. 354.
Con l’ordinanza n. 299 del 20 Maggio 2016, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna, però, rigettava la richiesta. Per il Tribunale, infatti, la struttura penitenziaria ove era (ed è ancora) detenuto Riina era idonea ad apprestare interventi urgenti, e quindi lo stato di detenzione nulla aggiungeva alla sofferenza della patologia. Inoltre, il Tribunale evidenziava l’altissimo tasso di pericolosità del detenuto, definito «soggetto di notevolissimo spessore criminale», che ricopriva la posizione di vertice assoluto dell’organizzazione criminale Cosa Nostra, ancora pienamente operante e rispetto alla quale Riina non aveva mai manifestato volontà di dissociazione, circostanze che rendevano impossibile effettuare una prognosi di assenza di pericolo di recidiva. Infine, il Tribunale ribadiva che nonostante l’attuale stato di salute, Riina poteva ancora ricoprire il ruolo di mandante per la commissione di futuri delitti, posto il suo ruolo apicale rivestito nell’organizzazione criminale e che, per il ruolo di mandante, non è necessaria una prestanza fisica. Avverso il suddetto provvedimento, l’avvocato di Riina proponeva ricorso per Cassazione, e la I Sezione Penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27766 del 05 Giugno scorso, ha annullato, con rinvio, l’ordinanza impugnata.
Perché? Per la Suprema Corte, la motivazione dell’ordinanza dei Tribunale di Sorveglianza di Bologna è «carente» e «contraddittoria». Spiega la Suprema Corte che, affinché la pena non si risolva in un trattamento inumano e degradante, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 27, comma 3, Cost. e 3 CEDU, lo stato di salute incompatibile con il regime carcerario, idoneo a giustificare il differimento dell’esecuzione della pena per infermità fisica o l’applicazione della detenzione domiciliare non deve ritenersi limitato alla patologia implicante un pericolo per la vita della persona, ma deve riguardare ogni stato morboso o scadimento fisico capace di determinare un’esistenza al di sotto della soglia di dignità che deve essere rispettata pure nella condizione di restrizione carceraria. In presenza di patologie implicanti un significativo scadimento delle condizioni generali e di salute del detenuto, il giudice di merito – in questo caso, il Tribunale di Sorveglianza di Bologna – deve verificare, adeguatamente motivando in proposito, se lo stato di detenzione carceraria comporti una sofferenza ed un’afflizione di tali intensità da eccedere il livello che, inevitabilmente, deriva dalla legittima esecuzione di una pena.
Ma l’ordinanza del Tribunale non si è attenuta ai suddetti principi, non emergendo dalla sua motivazione in che modo si è giunti a ritenere compatibile con le molteplici funzioni della pena e con il senso di umanità che la nostra Costituzione e la CEDU impongono nell’esecuzione della stessa, il mantenimento in carcere, in luogo della detenzione domiciliare, di un soggetto ultraottantenne, affetto da duplice neoplasia renale, con una situazione neurologica altamente compromessa, tanto da essere allettato con materasso antidecubito e non autonomo nell’assumere una posizione seduta, esposto, in ragione di una grave cardiopatia ad eventi infausti e non prevedibili.
In relazione a tale ultimo profilo, inoltre, mentre l’ordinanza impugnata evidenziava come la possibilità del prospettato esito infausto integrasse una condizione di natura comune a tutti gli appartenenti al consesso umano, anche non detenuti, la Corte di Cassazione afferma – ed è questo il punto che ha suscitato maggior clamore – l’esistenza di un diritto di morire dignitosamente che, proprio in ragione dei citati principi, deve essere assicurato al detenuto ed in relazione al quale, il provvedimento di rigetto del differimento dell’esecuzione della pena e della detenzione domiciliare, deve espressamente motivare. La Cassazione ha insomma ricordato che mantenere una persona in carcere nonostante il decadimento fisico può essere contrario al senso di umanità e dignità – prescritti dalla Costituzione senza eccezioni – e potrebbe risolversi in una detenzione inumana, vietata anche dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Infine, l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza è carente di motivazione anche sotto il profilo della attualizzazione della valutazione sulla pericolosità del soggetto: per la Cassazione le eccezionali condizioni di pericolosità devono basarsi su precisi argomenti di fatto, rapportati alla attuale capacità del soggetto di compiere, sebbene lo stato in cui versa, azioni idonee ad integrare il pericolo di recidiva.
Quindi la Corte di Cassazione non ha affatto ordinato la scarcerazione di Riina, ma ha annullato l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna con rinvio: il Tribunale di Bologna, cioè, dovrà verificare di nuovo, motivando adeguatamente, l’eventuale compatibilità delle condizioni generali di salute di Riina con la detenzione carceraria.
E dovrà farlo tenendo conto dei criteri ribaditi dalla Suprema Corte e dei principi stabiliti dalla Costituzione, che si applicano a tutti.
Anche al mostro.
About Danilo Ferrante
COLLABORATORE | Classe 1985, siciliano. Laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania con una tesi in materia di Diritto del Lavoro, esercita la libera professione di avvocato ed è consulente legale di numerose fondazioni e associazioni che operano nei settori del no profit e della promozione di attività culturali. Amante della letteratura e della storia, coltiva anche la passione per la politica. Da studente universitario è stato militante e dirigente di Rifondazione Comunista, partito dal quale uscirà successivamente dopo aver maturato una visione autocritica nei confronti della sinistra radicale ed extraparlamentare italiana. Oggi si definisce un libero pensatore di sinistra, che guarda al socialismo democratico europeo e, in particolare, alla socialdemocrazia scandinava. Il suo motto è «sono nato in un secolo che mi odia».
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