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Timestamp: 2018-01-18 10:06:42+00:00
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Negli ultimi mesi ha suscitato diffuso interesse una sentenza della Corte di Cassazione (n. 11504/2017), la quale si è distaccata sensibilmente dal precedente indirizzo della Suprema Corte sul tema dell'assegno divorzile corrisposto all'ex-coniuge, interpretandone in maniera restrittiva i presupposti e abbandonando il criterio della conservazione del tenore di vita in costanza di matrimonio. Prima di esaminare la sentenza in questione e la proposta di legge (n. 4605) in materia, attualmente al vaglio della Commissione Giustizia in seno alla Camera dei Deputati, presentiamo una panoramica essenziale sull'istituto, focalizzata sui rapporti economici tra gli ex-coniugi.
La legge 1° dicembre 1970, n. 898, come modificata dalla legge 1° agosto 1978, n. 436 e dalla legge 6 marzo 1987, n. 74, detta la disciplina generale in tema di scioglimento del vincolo matrimoniale. A norma dell'art. 5, co. 6, di detta legge, l'assegno divorzile può essere assegnato dal Tribunale ad uno dei coniugi con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio.
L'assegno divorzile è una prestazione patrimoniale periodica imposta dal Tribunale a un coniuge in favore dell'altro, “quando quest'ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive”.
La norma in esame impone di considerare anche una serie di elementi ulteriori, ovvero le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare ed alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune ed il reddito di entrambi, valutando tali elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio.
La natura assistenziale dell'assegno e i suoi presupposti
Dalla sua definizione normativa emerge la natura eminentemente assistenziale di tale prestazione, la quale costituisce una forma di ultrattività degli obblighi di solidarietà connaturati al matrimonio, modulati secondo criteri di merito funzionali ad apprezzare l'apporto dato da ciascun coniuge al menàge familiare.
L'assegno divorzile va tenuto distinto dall'assegno di mantenimento, il quale può essere concesso in corso di separazione personale dei coniugi. Diversamente da quest'ultimo, infatti, che presuppone la permanenza del vincolo di coniugio, l'assegno divorzile ha causa nello scioglimento del vincolo stesso.
Analizzando i presupposti su cui è valutata l'opportunità di concedere l'assegno divorzile, essi si possono distinguere in due categorie, distinguendo tra circostanze di ordine storico e circostanze da valutare nella loro attualità. In particolare, il contributo personale ed economico dei coniugi alla vita e al patrimonio familiare e le ragioni del divorzio si prestano ad essere valutati una volta per tutte al momento in cui viene pronunciata la sentenza di scioglimento o cessazione degli effetti civili del matrimonio, mentre altre circostanze, come le condizioni personali dei coniugi o il loro reddito, sono in grado di mutare nel corso del tempo.
Il co. 8 della disposizione in esame ammette, qualora vi sia l'accordo dei coniugi e il Tribunale ritenga equa la soluzione, che la corresponsione dell'assegno avvenga in un'unica soluzione anziché periodicamente. In tal caso il versamento una tantum (in denaro o mediante trasferimento di beni) estingue l'obbligazione, precludendo ogni futura pretesa economica dei coniugi, salvo i casi di necessità. Il successivo paragrafo, concernente le modifiche che l'assegno divorzile può subire nel corso del tempo, riguarda quindi i soli versamenti periodici.
Cessazione, modifica e adeguamento dell'assegno
Sul punto, il co. 10 del medesimo art. 5, L. 898/70, stabilisce il venir meno dell'obbligo di corresponsione dell'assegno in caso di nuove nozze dell'ex-coniuge avente diritto.
In considerazione della natura personale del vincolo matrimoniale, il diritto all'assegno divorzile viene meno con la morte dell'ex-coniuge obbligato. Esistono, tuttavia, alcune tutele a favore del beneficiario dell'assegno in caso di morte dell'obbligato.
L'art. 9 della L. 898/70, ai co. 2 e ss., stabilisce le condizioni in cui l'ex-coniuge ha diritto alla pensione di reversibilità. Il successivo art. 9-bis, invece, dà la possibilità al beneficiario di assegno periodico, che si trovi in stato di bisogno dopo la morte dell'obbligato, di ricorrere al Tribunale affinché gli venga riconosciuto un assegno periodico a carico dell'eredità, tenuto conto della consistenza del patrimonio ereditario, del numero e delle condizioni degli eredi, dell'entità del bisogno e dell'eventuale pensione di reversibilità. Le parti possono accordarsi per estinguere l'obbligazione con un trasferimento una tantum. Diversamente, qualora il beneficiario passi a nuove nozze o lo stato di bisogno venga meno, il diritto all'assegno si estingue. Solo in quest'ultima ipotesi, l'assegno potrà essere nuovamente attribuito nel caso in cui il beneficiario si trovi nuovamente in stato di bisogno.
Esclusi i casi di passaggio a nuove nozze dell'avente diritto e di morte dell'obbligato, l'assegno divorzile può essere revocato o modificato nel suo ammontare qualora sopravvengano giustificati motivi, consistenti in fatti verificatisi in seguito alla sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio. In particolare, il coniuge obbligato può ricorrere al Tribunale per la modifica delle condizioni di divorzio, chiedendo la revisione con riduzione o sospensione dell'assegno, se è in grado di dimostrare che il proprio reddito personale si è contratto significativamente, o il reddito personale del coniuge beneficiario è cresciuto, consentendogli un più ampio margine di autosufficienza. In questo modo è possibile chiedere anche la revoca dell'assegno, qualora si dimostri che le necessità dell'ex-coniuge sono cessate tout-court, in considerazione di mutate condizioni economico-patrimoniali o per stabile convivenza con un partner abbiente.
In ogni caso, qualsiasi evento sopravvenuto che alteri, di fatto, le condizioni economico-patrimoniali di uno dei coniugi, benché possa essere posto a fondamento di un giudizio di revisione delle condizioni di divorzio, non può giustificare la sospensione o la riduzione dei versamenti da parte del coniuge obbligato, prima che sia intervenuto il provvedimento di revisione da parte del Tribunale. Tale inadempienza è illecita e comporta l'obbligo alla restituzione delle somme arretrate. La condotta, inoltre, può integrare il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare di cui all'art. 570 c.p.
Il beneficiario, d'altro canto, può anch'esso ricorrere al Tribunale per richiedere l'aumento dell'assegno nel caso in cui le proprie condizioni economiche peggiorino.
Aspetti procedurali e garanzie
Il diritto all'assegno divorzile spetta dal momento in cui la sentenza che lo dispone passa in giudicato. E' comunque possibile ricorrere al Tribunale per richiederne la revisione, senza limiti di tempo, qualora sopravvengano fatti che comportano un apprezzabile mutamento dell'assetto economico tra gli ex-coniugi su cui la sentenza si basa, per quanto concerne la quantificazione dell'assegno. La domanda si propone con ricorso al Tribunale competente, a tal fine è richiesta l'assistenza di un avvocato.
L'art. 8 della L. 898/70 fornisce, inoltre, una peculiare tutela contro l'inadempimento dell'ex-coniuge obbligato al versamento dell'assegno. Il beneficiario, infatti, dopo averlo costituito in mora per un inadempimento protrattosi per almeno trenta giorni, può notificare il provvedimento che fissa la misura dell'assegno divorzile a terzi tenuti a corrispondere periodicamente somme di denaro all'obbligato (ad esempio il datore di lavoro), con l'invito a versare direttamente al beneficiario il dovuto, dandone comunicazione all'obbligato inadempiente. Qualora il terzo non adempia, il beneficiario ha azione diretta esecutiva nei suoi confronti.
La stessa norma, inoltre, prevede che l'obbligato sia chiamato a fornire idonea garanzia reale o personale qualora sussista il pericolo che egli si sottragga agli obblighi a suo carico. Infine, secondo la norma generale, richiamata espressamente, la sentenza che dispone l'assegno divorzile costituisce titolo per iscrivere ipoteca giudiziale sui beni dell'obbligato.
I criteri per la quantificazione dell'assegno
Le valutazioni in tema di assegno divorzile richiedono un'analisi congiunta dei due aspetti sottesi all'accertamento di un'obbligazione, ovvero l'an e il quantum debeatur.
L'adeguatezza dei mezzi del coniuge più debole, infatti, viene valutata in termini relativi, confrontandola al suo apporto storico alla conduzione familiare ed al reddito dell'altro coniuge. Ciò che la norma pone in termini oggettivi, invece, è l'eventuale incapacità del coniuge di procurarsi autonomamente mezzi di sostentamento adeguati, qualora non ne disponga. A tal proposito rilevano sicuramente l'età, le condizioni di salute, il titolo di studio del coniuge e, più in generale, le sue prospettive all'interno mercato del lavoro.
L'adeguatezza dei mezzi di sostentamento va comunque valutata in concreto. Il fatto che il coniuge percepisca un reddito non è, di per sé, indice di indipendenza economica, qualora tale reddito sia gravato da oneri che lo rendono insufficiente al sostentamento.
In merito all'adeguatezza dei mezzi di sostentamento la giurisprudenza ha elaborato, con orientamento piuttosto consolidato – fino alle novità del 2017 –, il criterio del tenore di vita in costanza di matrimonio. Secondo tale criterio, infatti, per la concessione dell'assegno non è necessario accertare un vero e proprio stato di bisogno in capo al richiedente, bensì è sufficiente valutare se con le sue sole risorse questi sia in grado di conservare un tenore di vita analogo a quello avuto in costanza di matrimonio.
Si tratta comunque di una valutazione discrezionale, che richiede di apprezzare sia aspetti storici, quali la durata del matrimonio, la causa del suo scioglimento, l'apporto dei singoli coniugi alla vita comune, sia aspetti contingenti o comunque personali, quali il reddito dei coniugi, il loro patrimonio e la disponibilità di un'abitazione.
A tal fine, i giudici devono presentare nel giudizio per lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio ogni documentazione relativa ai loro redditi ed al loro patrimonio. In caso di contestazioni il Tribunale può avvalersi della polizia tributaria per compiere indagini sulla consistenza di redditi, patrimoni ed effettivo tenore di vita dei coniugi.
Cosa cambia con la sentenza n. 11504/2017 della Corte di Cassazione?
Con tale sentenza la Suprema Corte ritiene, per la prima volta, di discostarsi dal criterio del mantenimento del tenore di vita goduto in costanza di matrimonio per la liquidazione dell'assegno divorzile. Tale scelta è motivata sulla base dell'apprezzamento del divorzio quale evento estintivo del vincolo matrimoniale: il riferimento al tenore di vita precedente, lungi dall'enfatizzare la cessazione del vincolo, ne garantirebbe una indebita ultrattività.
Inoltre, il pregio maggiore, dal punto di vista giuridico, della sentenza in questione, sta nel richiamo della necessità di un giudizio separato e consequenziale sui punti dell'an e del quantum debeatur, riconciliando l'assegno divorzile con la disciplina generale delle obbligazioni.
A tal proposito la Suprema Corte individua, con riferimento all'an debeatur, la necessità di verificare se l'ex-coniuge richiedente sia privo di mezzi adeguati alla sussistenza “non con riguardo ad un tenore di vita analogo a quello goduto in costanza di matrimonio, ma con esclusivo riferimento all'indipendenza ed autosufficienza economica dello stesso”.
I principali indici di indipendenza economica, secondo la Corte, si concretizzano nel possesso di redditi di qualsiasi specie, di cespiti patrimoniali e immobiliari, nell'effettiva capacità lavorativa personale e nella stabile disponibilità di una casa di abitazione. La mancanza di tali circostanze, elemento costitutivo dell'obbligazione che il richiedente intende far accertare in proprio favore, dev'essere provata a cura di quest'ultimo – salvo il diritto alla prova contraria del resistente –, secondo la norma generale sull'onere della prova, espressa dall'art. 2697 c.c.
Successivamente, nella fase di determinazione del quantum debeatur assumeranno rilevanza gli aspetti storici relativi alla durata ed alla gestione del vincolo matrimoniale, oltre alle condizioni personali dei coniugi ed al loro reddito, al fine di individuare il concreto ammontare dell'assegno sulla base degli elementi di prova offerti dalle parti, secondo la normale distribuzione dell'onere della prova.
Il richiamo alla disciplina generale dell'onere della prova è utile a chiarire le incombenze processuali delle parti, ma non rappresenta, sul piano pratico, una particolare novità. Determinante, invece, è la ripartizione dei presupposti dell'assegno in requisiti afferenti all'an o al quantum debeatur. Tale ripartizione permette così di depurare la valutazione sulle esigenze assistenziali su cui si basa l'assegno divorzile da ogni considerazione in merito al tenore di vita della coppia in costanza di matrimonio. Tale dato rimane comunque rilevante ai fini della determinazione del quantum, sebbene non di per sé ma attraverso i parametri posti, in chiave analitica, dalla norma.
Inoltre, evidenziare la natura assistenziale dell'obbligazione ancorando alla mancanza di indipendenza economica l'an debeatur, potrebbe portare a dirimere la questione sulla possibilità di disporre l'assegno divorzile per la prima volta in sede di revisione delle condizioni di divorzio in senso affermativo, essendo sempre possibile, in astratto, la sopravvenienza di uno stato di bisogno o il semplice venir meno dell'indipendenza economica dell'ex-coniuge, con la conseguenza di rimandare a quel momento l'accertamento delle circostanze legate alla commisurazione del quantum, il cui esame da parte del Tribunale resterebbe assorbito, in questo senso, da un eventuale giudizio sull'insussistenza dell'an.
Questa sentenza, a fronte dell'indubbio pregio nel rigore giuridico delle argomentazioni, ha tuttavia suscitato alcune critiche e sollevato incertezze, andando ad incidere su un precedente orientamento stabile e consolidato.
La proposta di legge n. 4605 del 27 luglio 2017
Secondo i relatori di tale proposta di legge, il recente indirizzo espresso dalla sent. 11504/2017 della Suprema Corte viene a determinare una situazione di contrasto giurisprudenziale tale da richiedere al legislatore la fissazione di una disciplina equa, al fine di contemperare due esigenze contrastanti: evitare che il divorzio diventi un'occasione di indebito arricchimento per il coniuge beneficiario dell'assegno e temperare, altresì, il degrado esistenziale del coniuge più debole, il quale, dedicandosi alla cura della famiglia, abbia rinunciato al perseguimento di una migliore formazione e collocazione professionale e al relativo status socio-economico, tale da garantirgli soddisfacenti opportunità di indipendenza.
L'assegno divorzile andrebbe quindi rivisto in chiave di presidio di equità sociale, modificando l'art. 5 della L. 898/70 così da vincolare l'assegno al fine di eliminare le disparità che lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio crea nelle condizioni di vita dei coniugi.
Vengono mantenuti ed integrati i criteri già enunciati dalla norma per la quantificazione dell'assegno, valorizzando l'impatto dell'adempimento dei doveri coniugali sullo sviluppo personale e sulla correlata capacità reddituale dei coniugi. E' prevista la possibilità di predeterminare la durata dell'assegno, qualora la ridotta capacità reddituale sia di natura transitoria. Rimarrebbe esclusa, invece, qualsiasi erogazione, qualora il matrimonio sia cessato a causa di una violazione dei doveri coniugali da parte del richiedente.
La proposta di legge prevede l'applicabilità dei principi testé enunciati tanto al matrimonio quanto alle unioni civili, nella prospettiva di consolidare un regime di uguaglianza tra tali istituti, per quanto possibile.
Sono ignoti, attualmente, i tempi e gli esiti della discussione di questa proposta. Ciò non toglie, tuttavia, che essa, da un lato, costituisca l'apprezzabile intento del legislatore di realizzare una politica di equità sociale, dall'altro invece rischi di rendere più complessa e farraginosa una materia che la giurisprudenza stava meritevolmente tentando di riallacciare alla disciplina generale in tema di obbligazioni.