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Timestamp: 2019-12-14 23:28:14+00:00
Document Index: 21791736

Matched Legal Cases: ['art. 41', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 41', 'art. 590', 'art. 590', 'art. 126']

TRACCIA PARERE CASO PENALE N. 1 - ESAME AVVOCATO 2015 | FG Law
TRACCIA PARERE CASO PENALE N. 1 - ESAME AVVOCATO 2015
PARERE PENALE n. 1
Traccia caso penale n. 1 – Esame Avvocato 2015
SVOLGIMENTO SCHEMATICO DEL PARERE
Avv. Fabio CAMPOFILONI
(Funzionario della Corte dei conti - ex corsista FGLAW)
Il caso è stato sviluppato senza l’utilizzo delle tecniche formali, redazionali e di citazione della Scuola FGLAW che sono riservate e trasmesse solo ai nostri corsisti.
La morte della vittima Caio è stata, dal punto di vista causale, cagionata dal concorso diacronico delle condotte colpose imputabili a tre distinti soggetti, ossia: quella del medico Mevio, che ha errato nell’esecuzione della trasfusione ematica; quella del chirurgo Sempronio, che ha errato nell’esecuzione dell’intervento ortopedico; ed infine quella di Tizio, che con la sua imprudente condotta di guida a determinato il sinistro, da cui la vittima Caio ha riportato le lesioni, che hanno reso necessario l’intervento successivo dei due sanitari. Tra queste tre distinte condotte colpose, sfociate nella morte di Caio, è riscontrabile un evidente rapporto di consequenzialità eziologico, nel senso cioè che l’incidente cagionato da Tizio ha reso necessario l’intervento chirurgico malamente eseguito dal chirurgo Sempronio, il cui errore ha a sua volta reso necessaria la trasfusione ematica malamente eseguita da Mevio, il cui errore ha indi condotto al decesso del paziente. Sicché, ciascuna di queste tre distinte condotte colpose viene ad atteggiarsi alla stregua di concausa sopravvenuta del decesso rispetto a quelle diacronicamente antecedenti.
Il fenomeno delle concause è espressamente disciplinato dall’art. 41 c.p., ai sensi del quale <<il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione o dall’omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra l’azione o l’omissione e l’evento>>. Quale logico corollario della teoria condizionalistica, in virtù della quale ogni condotta attiva o omissiva può dirsi causa dell’evento ogniqualvolta essa rappresenti la condicio sine qua non del suo accadimento (il nesso eziologico viene cioè accertato attraverso un giudizio controfattuale, di natura ipotetica, da condurre ex post, finalizzato a stabilire se la condotta si presenti come fattore condizionante imprescindibile, in assenza del quale l’evento non si sarebbe mai verificato), l’art. 41 c.p. sancisce quindi il principio della c.d. equivalenza delle concause, siano esse preesistenti, concomitanti o sopravvenute, laddove determinanti la causazione dell’evento. E tale principio trova applicazione anche laddove la causa preesistente, concomitante o sopravvenuta consista, come nel caso in questione, nel fatto illecito altrui (art. 41, comma 3, c.p.).
Sennonché, l’art. 41, comma 2, c.p. dedica una specifica ma ambigua disposizione con riferimento alle concause sopravvenute, stabilendo che <<le cause sopravvenute escludono il rapporto di causalità quando sono state da sole sufficienti a determinare l’evento>>. Secondo alcuni (Cass. pen. 39157/2013; Cass. pen. 9389/85; Cass. pen. 3903/83), facendo riferimento alle concause autonome sopravvenute, ritenute idonee ad escludere il nesso causale ove siano state da sole in grado di produrre l’evento (c.d. causalità sorpassante), si tratterebbe quindi di una conferma della teoria condizionalistica. Ma se così fosse, l’art. 41, comma 2, c.p. sarebbe norma pleonastica, in quanto esprimerebbe un principio già implicitamente sancito dagli altri due commi: ovvio che la concausa sopravvenuta, ove idonea a vanificare l’efficienza causale della precedente condotta dell’agente, imponga di escludere la sussistenza del nesso causale. Secondo altri (Cass. pen. 43168/2013; Cass. pen. 28960/2013; Cass. pen. 38/2012), invece, l’art. 41, comma 2, c.p. non sarebbe norma inutile, in quanto conterrebbe un temperamento alla rigidità della teoria condizionalistica, la quale, se portata alle estreme conseguenze, darebbe luogo a conseguenze paradossali ove applicata ai casi di responsabilità oggettiva. Il differente regime tra concause simultanee ed antecedenti e concause sopravvenute sarebbe quindi giustificato proprio dalla non agevole conoscibilità di queste ultime da parte dell’autore. Le concause sopravvenute avrebbero perciò effetto interruttivo sull’efficienza causale di quelle preesistenti o concomitanti soltanto laddove conosciute o quantomeno conoscibili dall’autore.
In ogni caso, quale che sia l’interpretazione che si intenda accogliere in merito all’ambigua disposizione riportata dall’art. 41, comma 2, c.p., in giurisprudenza sembra ormai consolidarsi l’orientamento secondo cui l’errore medico sopravvenuto nell’esecuzione dell’intervento terapeutico finalizzato ad arginare gli effetti di precedenti condotte lesive non sarebbe idoneo ad interrompere il nesso causale, se non nel caso in cui l’errore medico vada ad innescare un fattore di rischio radicalmente nuovo, imprevedibile o esorbitante rispetto a quello innescato dalle concause antecedenti (Cass. pen. 27958/2012).
Nel caso in questione, quindi, l’imperizia dei medici, proprio per la sua manifesta eclatanza rispetto alla semplicità e alla non eccessiva rischiosità dell’intervento eseguito, non può quindi che aver determinato l’interruzione del nesso causale tra il sinistro stradale cagionato da Tizio e la sopravvenuta morte del passeggero Caio in sala operatoria: sebbene l’eventuale errore medico possa in astratto, secondo l’id quoad plerumque accidit, atteggiarsi quale conseguenza astrattamente possibile della lesione, è però altrettanto evidente che, ad onta della spesso intrinseca pericolosità dell’attività medica, nel caso in questione l’errore commesso dal personale medico si presenta talmente eclatante ed abnorme rispetto al tutto sommato non particolarmente complesso intervento medico da essersi concretizzato in un evento infausto radicalmente diverso dai fattori rischio innescati dalla precedente condotta di guida illecita. Come noto, infatti, affinché un evento lesivo possa essere addebitato a titolo di colpa, non basta l’astratta sussistenza di un nesso eziologico tra l’evento stesso e la violazione di una norma cautelare, ma è altresì necessario che l’evento lesivo costituisca in concreto estrinsecazione della medesima tipologia di rischio che il rispetto della norma cautelare è preordinato a scongiurare.
Laddove l’errore terapeutico si presenti talmente abnorme, macroscopico, eccezionale o eclatante da esorbitare dall’alea intrinsecamente connaturata all’attività medica e da atteggiarsi quindi alla stregua non di vera e propria concausa, bensì alla stregua di mera occasione dell’evento lesivo, tale errore medico non può che atteggiarsi a concausa sopravvenuta interruttiva del decorso eziologico.
Del resto, è pure evidente che, anche in questi casi, pur volendo ritenere ravvisabile un nesso causale, l’improbabilità dell’evento o l’esorbitante eclatanza dell’errore medico potrebbe comunque determinare ugualmente l’assenza di responsabilità dell’autore delle concause antecedenti sotto il profilo psicologico, ossia sotto il profilo della prevedibilità dell’evento lesivo finale, non potendo dirsi in colpa un soggetto che veda scaturire dalla propria condotta effetti da lui non ragionevolmente prevedibili o preventivabili ex ante.
Nel caso specifico in questione, appare del tutto evidente e ragionevole ritenere che, se il personale sanitario non avesse compiuto errori terapeutici così marchiani, l’unico evento lesivo arrecato al passeggero dalla imprudente guida del conducente sarebbe stato soltanto quello della frattura delle ossa del bacino, ossia di una lesione all’integrità fisica che, seppur connotata da una certa gravità, ben difficilmente, se non a fronte di errori medici del tutto abnormi ed eccezionali, può sfociare nel decesso della vittima stessa. Sicché, al conducente Tizio non può essere addebitata la morte del passeggero Caio, in quanto l’evento mortale costituisce estrinsecazione di un fattore di rischio radicalmente diverso da quello innescato dalla imprudente guida, la quale viene quindi ad atteggiarsi alla stregua non di vera e propria concausa della morte, bensì di mera occasione della morte, che invece è eziologicamente riconducibile soltanto all’imperizia dei medici nell’esecuzione dell’intervento terapeutico.
Certo, è vero che le lesioni riportate dalla vittima possano richiedere interventi medico-chirurgici, i quali possono spesso sortire esiti infausti, anche a causa del sopraggiungere di possibili e prevedibilissimi errori da parte del personale medico che li esegue. Ma ciò è possibile soltanto laddove l’errore commesso rientri nell’ambito della normale rischiosità intrinsecamente sottesa all’intervento stesso. Laddove l’esito infausto è stato invece determinato da errori medici di carattere eccezionale ed abnorme rispetto alla modesta rischiosità dell’intervento stesso, è evidente che tali ulteriori conseguenze lesive non possono essere ragionevolmente addebitate al conducente, perché altrimenti si darebbe luogo, nei suoi confronti, ad una surrettizia forma di responsabilità oggettiva, essendo egli chiamato a rispondere di un evento estraneo alla sfera di rischio che le norme cautelari violate mirano a scongiurare e, per tale ragione, si tratterebbe di rischio imprevedibile.
Sicché, in ultima analisi, gli errori terapeutici compiuti prima da Mevio e poi da Sempronio, e dai quali è scaturito il decesso del paziente Caio, da un lato possono dirsi concause sopravvenute da sole in grado di interrompere il decorso causale innescato dalle dinamiche del sinistro stradale imprudentemente cagionato dalla guida di Caio; e dall’altro, possono essere ritenuti fattori di rischio del tutto abnormi, eccezionali, improbabili o eclatanti e, come tali, sotto il profilo soggettivo, imprevedibili e, pertanto, in grado di escludere il carattere colposo della condotta di Tizio con riferimento all’esito letale dei sopravvenuti errori medici.
Considerazioni analoghe valgono anche con riferimento alla posizione di Sempronio, il quale ha colposamente errato nell’effettuare l’impianto delle viti femorali, determinando così la necessità dell’emotrasfusione, erroneamente eseguita da Mevio. Infatti, se è vero che l’emorragia determinata dall’erroneo impianto delle viti non può definirsi conseguenza del tutto abnorme, inverosimile o non ragionevolmente prevedibile rispetto all’esecuzione dell’intervento ortopedico malriuscito, tuttavia è anche vero che Sempronio (analogamente a Tizio) non può che essere ritenuto colposamente responsabile (anche) della morte di Caio, determinata dal marchiano errore colposo di Mevio nell’identificazione del gruppo sanguigno, essendo anche quest’ultima tipologia di errore del tutto estranea ed abnorme rispetto ai fattori di rischio innescati dall’erroneo impianto delle viti femorali.
Quindi, in ultima analisi, tanto i principi che, ai sensi dell’art. 41 c.p., governano la ricostruzione del nesso di causalità materiale tra condotte ed evento, quanto quelli che governano l’accertamento dell’elemento soggettivo della prevedibilità ed evitabilità dell’evento derivante dal compimento di condotte colpose, conducono ad affermare l’irresponsabilità sia di Tizio, che di Mevio, per la morte di Caio, la quale è invece unicamente addebitabile all’erronea identificazione del gruppo sanguigno da parte di Sempronio, solo occasionata (ma non causalmente determinata) dalle pregresse condotte colpose dei primi due.
Tizio e Mevio possono essere quindi imputati soltanto di lesioni colpose (art. 590 c.p.). A Tizio si sarebbe potuta contestare l’aggravante ex art. 590, comma 3, c.p.. Era, però necessario sporgere querela, diritto che, ai sensi dell’art. 126 c.p. si estingue con la morte della vittima. È, invece, perseguibile d’ufficio l’omicidio colposo di cui è responsabile Sempronio per l’errata emotrasfusione.