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Timestamp: 2019-12-13 13:06:25+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 360', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 380', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 54', 'art. 384', 'art. 360', 'art. 54', 'art. 51']

Cassazione Civile n. 1420 del 22 gennaio 2013 - testo integrale Sentenza
Cassazione Civile n. 1420 del 22 gennaio 2013
Tributario · silenzio · contribuente · impugnazione · mancata · credito iva
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“È legittima la condotta dell’Agenzia delle Entrate che, al cospetto dell’inottemperanza del contribuente all’invito di esibizione delle documentazione giustificativa di un rimborso Iva conseguito, proceda al recupero della somma oggetto del rimborso, senza previamente procedere ad ispezioni o ad ulteriori attività”.
L’Agenzia delle Entrate notificò alla società contribuente un avviso di accertamento col quale procedette al recupero del rimborso dell’Iva relativo all’anno 1999, oltre sanzioni ed interessi.
A fondamento de1l’avviso v’era la circostanza che la società non aveva ottemperato all’invito di produrre la documentazione amministrativo-contabile giustificativa del rimborso conseguito, adducendo una dimenticanza.
La Commissione tributaria provinciale ha respinto il ricorso proposto dalla contribuente avverso 1’avviso e la Commissione tributaria regionale ha respinto l’appello, rimarcando che la condotta omissiva della contribuente non ha consentito all’ufficio di verificare la regolarità della documentazione e, in conseguenza, la spettanza del rimborso.
La contribuente affida il ricorso a tre motivi, che illustra altresì con memoria ex articolo 378 c.p.c. Resiste l’Agenzia delle Entrate con controricorso.
1. – Col primo motivo, proposto ex art. 360, n. 5 c.p.c., la contribuente censura la motivazione della sentenza, rappresentando che l’avviso di accertamento da cui è scaturita la controversia si fonda sulla mancata spettanza del credito Iva, pari ad euro 87.410,00, oggetto di rimborso, emergente dalla dichiarazione annuale Iva relativa al 1999, sebbene nel fascicolo del processo figurasse, perché già allegata al ricorso di primo grado, tutta la documentazione necessaria a sostenere l’esistenza di tale credito, derivante dall’eccedenza dell’Iva sugli acquisti rispetto all’Iva sulle operazioni attive.
1.1. – Osserva la Corte che di tale questione non v’è traccia nella sentenza impugnata, la quale, non soltanto nei motivi della decisione, ma anche nell’enunciazione dello svolgimento del processo, impernia la soluzione della lite sulla rilevanza da assegnare alla condotta della contribuente, che ha omesso di sottoporre all’esame dell’Ufficio preposto, su espresso invito di questo, la documentazione amministrativo-contabile giustificativa del rimborso Iva conseguito. Né si può ritenere sufficiente a reputare che la questione sia stata affrontata la circostanza laconicamente riportata nella narrativa della sentenza, là dove si legge che «…in particolare osserva il contribuente che contestualmente alla proposizione del ricorso l’Amministrazione Finanziaria è stata messa nelle condizioni di verificare la sussistenza del credito…», in mancanza di qualsivoglia specificazione.
1.2. – Giova in conseguenza rimarcare che, qualora col ricorso per cassazione sia censurato il vizio di motivazione, è onere della parte ricorrente, in ossequio al principio di autosufficienza, non solo allegare l’avvenuta deduzione della questione innanzi al giudice di merito, ma anche d’indicare in quale specifico atto del giudizio precedente lo abbia fatto, al fine di consentire alla Corte di Cassazione di controllare ex actis la veridicità dell’asserzione, prima di esaminare nel merito la questione (Cass. 11 gennaio 2007, n. 324).
1.3. – Generica è quindi sul punto l’allegazione del ricorso, secondo cui «la società ha centrato sia il ricorso che l’appello sull’esistenza del credito Iva…». Né possono supplire le indicazioni, stavolta specifiche, contenute a pagina 6 della memoria proposta ex art. 378 c.p.c., in quanto, come questa Corte ha già osservato, «l’eventuale vizio del ricorso per cassazione non può essere sanato da integrazioni, aggiunte o chiarimenti contenuti nella memoria di cui all’art. 380bis, 2° comma, c.p.c., la cui funzione – al pari della memoria prevista dall’art. 378 c.p.c., sussistendo identità di ratio – è di illustrare e chiarire le ragioni giustificatrici dei motivi già debitamente enunciati nel ricorso e non già di integrarli» (Cass., ordinanza 23 agosto 2011, n. 17603).
2. – Col secondo motivo di ricorso, proposto ex art. 360, n. 3 c.p.c., la contribuente lamenta la violazione o falsa applicazione dell’art. 54, 3° co., del decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 1972, sostenendo che l’ufficio ha proceduto alla rettifica indipendentemente dalla previa ispezione della contabilità della società, pur non risultando in modo certo e diretto dai documenti indicati dalla norma l’inesattezza delle indicazioni relative all’operazione contestata.
È incontroverso in fatto che l’Ufficio preposto abbia invitato la ricorrente a produrre la documentazione giustificativa del rimborso Iva conseguito e che a tale richiesta la società non abbia ottemperato, adducendo una dimenticanza. È quindi pacifico che la ricorrente non abbia fornito all’Ufficio la giustificazione del fondamento del diritto al rimborso del credito Iva.
2.2. – La mancanza di documentazione e, quindi, di giustificazione del rimborso ottenuto produce come immediata conseguenza il recupero della somma, in quanto la mancanza di giustificazione del rimborso rende indebito il rimborso ottenuto.
Né si può configurare in queste ipotesi una compressione dei diritti del contribuente, ben potendo egli, in sede d’impugnazione, produrre la documentazione necessaria e sufficiente a documentare i fatti costitutivi del diritto al rimborso.
2.3. – Non è pertinente, sul punto, il richiamo del 3° comma dell’art. 54 del d.p.r. 633 del 1972, anzitutto in quanto la condotta inerte della ricorrente non ha consentito l’acquisizione della documentazione contemplata dalla norma, né la formazione dei verbali sempre da tale norma menzionati e poi perché l’ispezione, al risultato della quale pure fa riferimento la norma, è oggetto di mera facoltà da parte dell’ufficio dell’imposta sul valore aggiunto: ed il mancato esercizio di una facoltà già ontologicamente non può ridondare in danno per il suo titolare.
A norma dell’art. 384 c.p.c., va dunque affermato il seguente principio di diritto: “È legittima la condotta dell’Agenzia delle Entrate che, al cospetto dell’inottemperanza del contribuente all’invito di esibizione delle documentazione giustificativa di un rimborso Iva conseguito, proceda al recupero della somma oggetto del rimborso, senza previamente procedere ad ispezioni o ad ulteriori attività”.
3. – Col terzo motivo, anch’esso proposto ex art. 360, n. 3, c.p.c., la società lamenta la violazione o falsa applicazione dell’art. 54, 5° comma, del d.p.r. 633 del 1972 per essere stata compiuta la rettifica dei dati in mancanza dei presupposti da tale norma previsti.
Il motivo, oltre che nuovo, non emergendo la trattazione della relativa questione nelle precedenti fasi di giudizio, è manifestamente infondato già nel presupposto, in quanto la facoltà di accertamento parziale prevista da tale norma può essere esercitata in esito agli accessi, alle ispezioni ed alle verifiche contemplati dall’art. 51, 2° comma, ovvero al cospetto delle segnalazioni qualificate dalla norma parimenti enumerate, là dove, nella fattispecie in esame, non è emerso che le segnalazioni vi siano state, né che l’Ufficio abbia esercitato la facoltà d’ispezione allorquando la richiesta di verifica è rimasta inevasa.
- condanna la contribuente a rifondere le spese inerenti a questa fase, liquidate in euro 4200,00 per compensi, oltre alle spese prenotate a debito.
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