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Timestamp: 2018-07-23 13:51:27+00:00
Document Index: 31106542

Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 41', 'art. 2', 'art. 7', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 42', 'sentenza ', 'sentenza ']

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da Sergio Armaroli | Feb 7, 2016 | DIFFAMAZIONE ART 595 CP |
Occorre muovere dalla delineazione del bene giuridico “onore o reputazione”, di interesse ai fini della applicazione della norma sostanziale individuata dal titolare della azione penale (essendo l’uno il riflesso individuale della considerazione che, nell’altra, è di natura sociale).
Al di là delle diffuse considerazioni degli studiosi della materia, circa la evidente mancanza di una nozione giuridicamente definita, si tende a riconosce ad essi, da parte della dottrina come della giurisprudenza, un rilievo costituzionale implicito, quale componente essenziale della dignità umana e, come sottolinea la dottrina, la tutela penalistica del bene giuridico in questione si sostanzia nel divieto, rivolto ai singoli come membri della società, di esprimere, direttamente o attraverso l’attribuzione di fatti, giudizi di indegnità (vedi art. 2 e 3 Cost.) nei confronti degli altri membri, indipendentemente dalle conseguenze eventuali o riflesse su quest’ultimo o sugli altri consociati.
E la dignità che si vuole tutelare non è, per quanto qui di interesse, solo quella individuale ed esistenziale ma anche e soprattutto quella sociale, connotandosi la lesione all’onore e alla reputazione come violazione del rapporto di riconoscimento dell’uomo, realtà che vive nella società e non al di fuori di essa: oggetto della tutela è cioè la proiezione della persona nella vita di relazione.
Discende da ciò, secondo la più avvertita dottrina che qui si condivide, che la costituzionalizzazione implicita del bene in esame – per quanto di interesse anche nel riferimento alla dignità umana contenuto nell’art. 41 Cost. – fa si che debba considerarsi lesivo di esso ogni giudizio che presenti un soggetto, nelle sue caratteristiche identitarie o nel modo di agire, in contrasto sia con i valori di rango costituzionale della persona, sia con quelli giuridici, sia con quelli socio-culturali (tra i quali non possono non rientrare le qualità professionali dell’individuo) purché si tratti di valori attinenti la qualità fondamentali per il valore della persona stessa.
Non disconoscendo certo tali premesse, ed anche solo volendosi attenere alla nozione di lesione .alla reputazione nel senso di sentimento collettivo e sociale del valore della persona, la giurisprudenza di questa Corte ha più volte dimostrato di ribadire la nozione di reputazione come comprensiva anche del profilo connesso alla attività economica e professionale svolta dall’individuo e alla considerazione che essa ottiene nel gruppo sociale.
Si è così affermato che la condotta lesiva può attenere al buon nome anche commerciale di un soggetto (SENT. N. 01988 del 28/06/1985, SEZ. 1, PRES. CARNEVALE, EST. VALENTE V., RIC. CIRIO, rv 170148; conf. ANNO/NUMERO 1985079S1, rv 170339).
Hanno riconosciuto la possibilità di lesione della reputazione anche solo professionale le sentenze di cui al n. rv 205129, rv 209879 (relativa alla reputazione professionale del magistrato), rv 154268 (citata nel ricorso).
In tale ottica, la giurisprudenza civile della cassazione ha affermato, ad esempio, che la levata di un protesto illegittimo, salva la prova del danno subito, in concreto, costituisce condotta potenzialmente idonea a ledere la reputazione professionale oltre che personale dell’imprenditore (Cass. Civ. sent. n. 7211 del 25 marzo 2009).
La giurisprudenza di questa Corte non ha tuttavia mancato di sottolineare che deve ravvisarsi soltanto l’illecito civile per lesioni del diritto alla “identità” personale quando vi sia distorsione, appunto, della effettiva identità personale o alterazione, travisamento, offuscamento, contestazione del patrimonio intellettuale, politico,. sociale, religioso, ideologico, professionale. Deve, invece, ritenersi la sussistenza del delitto di diffamazione quando alla lesione suddetta si pervenga mediante offesa della “reputazione”. (ANNO/NUMERO 199300849, rv 193494, sent. n. 00849 06/11/1992, SEZ. 5, PRES. Catalano A, EST. Ferri F, P.M. TRANFO G, RIC. Tabucchi).
Tale decisione fa riferimento ai principi analogamente espressi dalla giurisprudenza civile, secondo cui l’interesse della persona, fisica o giuridica, a preservare la propria identità personale, nel senso di immagine sociale, cioè di coacervo di valori (intellettuali, politici, religiosi, professionali ecc.) rilevanti nella rappresentazione che di essa viene data nella vita di relazione, nonché, correlativamente, ad insorgere contro comportamenti altrui che menomino tale immagine, pur senza offendere l’onore o la reputazione, ovvero ledere il nome o l’immagine fisica, deve ritenersi qualificabile come posizione di diritto soggettivo, alla stregua dei principi fissati dall’art. 2 della Costituzione in tema di difesa della personalità nella complessità ed unitarietà di tutte le sue componenti, ed inoltre tutelabile in applicazione analogica della disciplina dettata dall’art. 7 c.c. con riguardo al diritto al nome, con la conseguente esperibilità, contro i suddetti comportamenti, di azione inibitoria e di risarcimento del danno, nonché possibilità di ottenere, ai sensi del secondo comma del citato art. 7, la pubblicazione della sentenza che accolga la domanda, ovvero, se si tratti di lesione verificatasi a mezzo della stampa, anche la pubblicazione di una rettifica a norma dell’art. 42 della legge 5 agosto 1981 n. 416.( Sez. 1, Sentenza n. 3769 del 22/06/1985 (Rv. 441354), Presidente: FALCONE A. Estensore: TILOCCA E. P.M. LA VALVA L (CONF)).
In dottrina come in giurisprudenza (vedi, oltre alla sentenza Tabucchi citata sopra, anche Sez. 5, sentenza n. 35032 del 04/07/2008 Ud. (dep. 10/09/2008) Rv. 241183), poi, vi è stata parimenti una elaborazione del c.d. diritto all’identità personale come oggettività giuridica da tenere distinta rispetto al bene dell’onore essendo ritenuto il primo, il diritto di ciascuno ad una rappresentazione veritiera della propria personalità dinanzi agli altri, che risulti immune da travisamenti o alterazioni delle proprie caratteristiche fisiche, psico-caratteriali, affettive e comportamentali oltre che delle condizioni economiche e delle relazioni interpersonali.
Il diritto alla identità personale coinvolge, secondo la dottrina con pensiero condiviso da questo Collegio, un’area di rappresentazioni che è comune anche ad diritto all’onore che è data da quelle non veritiere e lesive dell’onore stesso ma si estende anche oltre: esso tutela anche le rappresentazioni non veritiere che non offendono l’onore.
In altri termini il travisamento dell’identità personale, in caso di rappresentazioni non veritiere ma non offensive dell’onore non trova tutela nell’ordinamento penale e consente soltanto una tutela civilistica di tipo inibitorio e/o risarcitorio.
Il problema che si pone dunque nella fattispecie in esame è quella della eventuale individuabilità, nella condotta in contestazione, di un narrazione dotata di idoneità lesiva dell’altrui reputazione, oltre quella che comunemente da dottrina e giurisprudenza viene riconosciuta come .soglia minima di garanzia del diritto all’onore , per quest’ultima intendendosi quella che si colloca a tutela del sentimento di valore minimo, che non tollera sicuramente limitazioni o violazioni o distinzioni di sorta, indipendentemente dalla buon o cattiva fama di cui si goda.