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Timestamp: 2020-04-04 06:38:22+00:00
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Sentenza Cassazione Civile n. 13201 del 25/05/2017 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 13201 del 25/05/2017
Cassazione civile, sez. lav., 25/05/2017, (ud. 08/03/2017, dep.25/05/2017), n. 13201
sul ricorso 8519-2011 proposto da:
C.A. C.P. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA, VIA
avverso la sentenza n. 9633/2009 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
depositata il 25/03/2010 R.G.N. 6128/2017.
che con sentenza in data 25 marzo 2010 la Corte di Appello di Roma ha confermato la pronuncia di primo grado che aveva ritenuto la nullità del termine apposto al contratto di lavoro intercorso tra Poste Italiane s.p.a. e C.A. nel periodo dal 2 luglio al 31 agosto 2001, ai sensi del C.C.N.L. del 2001, art. 25 per mancata prova del rispetto della cd. clausola di contingentamento, dichiarando che tra le parti intercorreva un rapporto di lavoro a tempo indeterminato e condannando la società al pagamento delle retribuzioni dalla messa in mora del 24 settembre 2004;
che avverso tale sentenza Poste Italiane Spa ha proposto ricorso affidato a plurimi motivi, cui ha opposto difese l’intimato con controricorso;
che il controricorrente ha depositato memoria, poi replicata in vista dell’Adunanza camerale.
che il primo motivo del ricorso, con cui si denuncia violazione e falsa applicazione di legge per avere la Corte territoriale attribuito alla società l’onere probatorio in ordine al rispetto della clausola di contingentamento, è infondato in ragione del principio di diritto, da cui non v’è motivo di discostarsi, secondo cui: “In tema di clausola di contingentamento dei contratti di lavoro a termine di cui alla L. 28 febbraio 1987, n. 56, art. 23, l’onere della prova dell’osservanza del rapporto percentuale tra lavoratori stabili e a termine previsto dalla contrattazione collettiva, da verificarsi necessariamente sulla base dell’indicazione del numero dei lavoratori assunti a tempo indeterminato, è a carico del datore di lavoro, sul quale incombe la dimostrazione, in forza della L. 18 aprile 1962, n. 230, art. 3, dell’oggettiva esistenza delle condizioni che giustificano l’apposizione di un termine al contratto di lavoro” (Cass. n. 4764 del 2015; Cass. n. 839 del 2010; più di recente: Cass. n. 13513 del 2016);
che il secondo motivo denuncia omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione nonchè violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. e dell’art. 2697c.c., criticando la sentenza impugnata per non avere ammesso la prova documentale e la prova testimoniale articolata dalla società e per non avere i giudici del merito attivato poteri istruttori officiosi; che tale doglianza non ha pregio perchè in parte priva di pertinenza rispetto al decisum, laddove dalla sentenza impugnata risulta espressamente che i giudici del merito hanno esaminato la produzione documentale della società, ed in parte investe inammissibilmente il potere discrezionale del giudice del merito circa la rilevanza e l’ammissibilità del capitolato di prova testimoniale; in ogni caso l’accertamento in fatto mediante l’esame del materiale istruttorio del superamento o meno dei limiti percentuali compete al giudice del merito ed è insindacabile in questa sede, ove, come nella specie, congruamente motivato (Cass. nn. 12831 e 8453 del 2016); infine, circa la censura relativa alla mancata attivazione dei poteri di ufficio, la società non specifica adeguatamente se in proposito abbia tempestivamente invocato tale esercizio, con la necessaria indicazione dell’oggetto possibile degli stessi;
che il terzo mezzo lamenta violazione e falsa applicazione del CCNL del 2001, art. 25, e della L. n. 56 del 1987, art. 23, sull’assunto che il rispetto della clausola di contingentamento “risulta estraneo al contenuto normativo del contratto collettivo medesimo, rilevando piuttosto dal punto di vista dei vincoli obbligatori intercorrenti tra le predette parti stipulanti”; che il motivo è infondato in quanto, secondo la giurisprudenza di questa Corte, la determinazione da parte della contrattazione collettiva, in conformità di quanto previsto dalla L. n. 56 del 1987, art. 23, della percentuale massima di contratti a termine rispetto a quelli di lavoro a tempo indeterminato nella azienda, è stabilita per la validità della clausola appositiva del termine per le causali individuate dalla medesima contrattazione collettiva (cfr. da ultimo Cass. n. 8453 del 2016, e prima: Cass. n. 22009 del 2011; Cass. n. 4677 del 2006).
che il quarto motivo denuncia violazione ed erronea applicazione dei principi e delle norme di legge sulla messa in mora e sulla corrispettività delle prestazioni, sostenendo che, anche in caso di nullità del termine, la lavoratrice avrebbe diritto, a titolo risarcitorio, alle retribuzioni solo dal momento dell’effettiva ripresa del servizio; a tale motivo si connette anche la richiesta di applicazione dello ius superveniens costituito dalla L. n. 183 del 2010, art. 32;
che tali censure vanno accolte per quanto di ragione, essendo applicabile lo ius superveniens rappresentato dalla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, commi 5, 6 e 7, secondo l’orientamento consolidato di questa Corte (v. fra le altre Cass. 12.8.2015 n. 16763 ed i precedenti ivi richiamati); nè rileva l’avvenuta abrogazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, commi 5 e 6, ad opera del D.Lgs. 15 giugno 2015, n. 81, art. 55, lett. f, (da ultimo Cass. n. 7132 del 2016);
La Corte accoglie il motivo concernente l’applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, rigettati gli altri, cassa la sentenza impugnata in relazione ad esso e rinvia alla Corte di Appello di Roma, in diversa composizione, anche per le spese.