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Timestamp: 2020-07-02 22:57:54+00:00
Document Index: 151290365

Matched Legal Cases: ['art. 33', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 33', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 348', 'art. 360', 'art. 348', 'sentenza ', 'art. 33', 'art. 91', 'art. 360', 'sentenza ', 'art. 342', 'sentenza ']

CORTE DI CASSAZIONE - Sentenza 09 luglio 2019, n. 18411 - L'esercizio del diritto d'impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell'esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo - Studio Cerbone
CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 09 luglio 2019, n. 18411 – L’esercizio del diritto d’impugnazione di una decisione giudiziale può considerarsi avvenuto in modo idoneo soltanto qualora i motivi con i quali è esplicato si concretino in una critica della decisione impugnata e, quindi, nell’esplicita e specifica indicazione delle ragioni per cui essa è errata, le quali, per essere enunciate come tali, debbono concretamente considerare le ragioni che la sorreggono e da esse non possono prescindere, dovendosi, dunque, il motivo che non rispetti tale requisito considerarsi nullo per inidoneità al raggiungimento dello scopo
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CORTE DI CASSAZIONE – Sentenza 09 luglio 2019, n. 18411
Licenziamento per giusta causa – Abuso dei permessi art. 33, comma 3, L. n. 104 del 1992 – Prova
1. La Corte di appello di Bologna, con sentenza n. 79 depositata il 19.1.2018, ha confermato la sentenza del Tribunale della medesima sede ed ha ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa intimato da A. per l’I. s.p.a., con lettera del 23 novembre 2015, a A. D’A. per abuso dei permessi ex art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992.
2. La Corte di appello, ha, in sintesi, osservato, che poteva ritenersi raggiunta la prova dell’abuso di due permessi ex art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992 risultando – dalla relazione dell’agenzia investigativa (incaricata dal datore di lavoro), confermata in sede di prova testimoniale – che il D’A. nelle giornate del 5 e 8 settembre 2015 non era mai entrato o uscito dalla propria abitazione nell’arco orario compreso tra le 6.30 e le 21 e, dunque, non si era recato presso la (diversa) residenza della zia per fornire assistenza, circostanza che valutata unitamente alle dichiarazioni rilasciate dal lavoratore in sede di giustificazioni rese ex art. 7 della legge n. 300 del 1970 (che facevano riferimento alla prestazione di una “regolare assistenza alla zia come era abitudine, ad eccezione di alcune ore della giornata”) e alla prova ulteriore del mancato avvistamento, da parte degli investigatori, presso ¡”abitazione della zia nelle suddette giornate, giustificava il provvedimento espulsivo per il disvalore sociale ed etico della condotta e la compromissione irrimediabile del vincolo fiduciario.
3. Per la cassazione di tale sentenza il d’A. ha proposto ricorso affidato a quattro motivi. La società ha resistito con controricorso.
1. Con il primo motivo di ricorso si deduce, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 3, cod.proc.civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 5 della legge n. 604 del 1966, 2119 e 2697 cod.civ., 18, comma 4 della legge n. 300 del 1970, avendo, la Corte territoriale, illegittimamente invertito l’onere della prova in ordine alla sussistenza della condotta addebitata al lavoratore e ritenuto legittimo il licenziamento in considerazione della mancata prova, richiesta al D’A., di aver effettuato assistenza alla propria zia nelle date del 5 e 8 settembre 2015. Le risultanze della relazione investigativa, fornita dal datore di lavoro, hanno invero rappresentato solamente un mezzo probatorio ulteriore, impreciso, visto che l’appostamento effettuato dagli investigatori non risultava corrispondere alla residenza della zia.
2. Con il secondo motivo di ricorso si deduce vizio di motivazione, ai sensi dell’art. 360, primo comma, n. 5, cod.proc.civ., avendo, la Corte territoriale, trascurato che il datore di lavoro è dovuto ricorrere ad un’attività investigativa integrativa, in data 7 dicembre 2015 (ossia dopo il licenziamento del lavoratore), in considerazione della mancata esatta conoscenza, da parte degli investigatori, del numero civico dell’abitazione della zia del D’A..
L’art. 348 ter, comma 5, cod.proc.civ. prescrive che la disposizione di cui al comma 4 – ossia l’esclusione del n. 5, dal catalogo dei vizi deducibili di cui all’art. 360, comma 1, – si applica, fuori dei casi di cui all’art. 348 bis, comma 2, lett. a), anche al ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello che conferma la decisione di primo grado. Ossia il vizio di motivazione non è deducibile in caso di impugnativa di pronuncia c.d. doppia conforme. Nel caso di specie, per l’appunto, la Corte ha confermato, in sede di reclamo, la statuizione del Tribunale (emessa in sede di opposizione), che aveva rinvenuto la legittimità del licenziamento (cfr. Cass. n. 23690/2015, 23021/2014).
9. La Corte territoriale ha, con motivazione logicamente congrua, affrontato la questione relativa all’abuso dei permessi ex art. 33, comma 3, della legge n. 104 del 1992 di due (dei quattro) giorni contestati al lavoratore osservando che la relazione investigativa prodotta dal datore di lavoro (e confermata dall’investigatore in sede di prova testimoniale) dimostrava che il D’A., nelle giornate del 5 e 8 settembre 2015, non era uscito né entrato nella propria abitazione in orario compreso fra le 6.30 e le 21,00; ciò strideva insanabilmente con le giustificazioni rese dal lavoratore in sede di audizione disciplinare (nell’ambito delle quali aveva dichiarato di aver prestato regolare assistenza alla zia come era abitudine, ad eccezione di alcune ore della giornata), considerato altresì che il D’A. non aveva mai dedotto di aver prestato assistenza in orario precedente le 6.30 o posteriore alle 21.00; inoltre, prova ulteriore (che si aggiungeva a quella “dirimente” innanzi citata) della mancata assistenza alla zia doveva ritenersi fornita dall’appostamento dell’investigatore altresì nella strada ove era ubicata l’abitazione della zia, non esplicando incidenza determinante l’errore di due numeri civici quale sede dell’appostamento, trattandosi (come riferito dai testimoni) di strada “a senso unico e molto stretta”, con numeri civici “adiacenti 10. Il quarto motivo di ricorso è inammissibile, quanto alla dedotta violazione dell’art. 91 c.p.c., trattandosi di censura apparente, che in realtà si limita a contestare il regolamento delle spese come riflesso della contestata decisione di merito. Ma, anche ove fosse ipotizzato il vizio di cui all’art. 360, primo comma, n. 5, cod.proc.civ. la censura sarebbe infondata, perché è solo la compensazione delle spese, e non già l’applicazione della regola della soccombenza, cui il giudice si sia uniformato, a dover essere sorretta da motivazione, trattandosi di circostanze discrezionalmente valutabili e perciò non costituenti punti decisivi idonei a determinare una decisione diversa da quella adottata (cfr. Cass. del 23 febbraio 2012 n. 2730).
Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in euro 200,00 per esborsi nonché in euro 4.000,00 per compensi professionali, oltre spese generali nella misura del 15% ed accessori di legge.
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