Source: http://regoledelgioco.gazzetta.it/2019/03/06/lesame-per-gli-agenti-sportivi-in-pillole-la-frode-nelle-competizioni-sportive/
Timestamp: 2020-01-27 05:18:07+00:00
Document Index: 114125646

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 2', 'art. 1', 'sentenza ']

L’ESAME PER GLI AGENTI SPORTIVI IN PILLOLE: LA FRODE NELLE COMPETIZIONI SPORTIVE | Le Regole del Gioco
In Italia, il primo scandalo legato alle partite “truccate” risale agli anni Ottanta e viene ricordato come “Totonero”. Nell’ambito di questa vicenda venne scoperta l’esistenza di un’organizzazione criminale che realizzava enormi guadagni dalla gestione di una rete di scommesse clandestine sull’esito dei match, il cui risultato veniva deciso “a tavolino”. Il sistema venne alla luce quando un commerciante inoltrò un esposto alla Procura della Repubblica sostenendo di essere stato truffato, rappresentando di aver scommesso ingenti somme sul risultato di alcuni incontri di calcio combinati, il cui esito si rivelò diverso da quello a lui promesso, causandogli così una ingente perdita di denaro.
All’esito della relativa vicenda giudiziaria (che coinvolse squadre di Serie A e Serie B) venne emanata la Legge n. 401 del 1989 (“Interventi nel settore del giuoco e delle scommesse clandestini e tutela della correttezza nello svolgimento di manifestazioni sportive”), con la quale viene tuttora disciplinato il delitto di frode sportiva.
L’intervento del legislatore ordinario è stato finalizzato a garantire il «corretto e leale» svolgimento delle competizioni organizzate da CONI, UNIRE (Unione italiana per l’incremento delle razze equine) ed ogni altro ente sportivo riconosciuto dallo Stato, attraverso la previsione di sanzioni che puniscono la condotta illecita con la reclusione fino a sei anni e con multe fino a 4000 euro.
L’art. 1 della legge prevede che venga punito sia il soggetto che offra o prometta denaro, altra utilità o vantaggio ai partecipanti ad una gara sportiva, ovvero che compia altri atti fraudolenti finalizzati a raggiungere lo stesso scopo, sia i partecipanti alla competizione che accettino o accolgano la promessa di denaro, altra utilità o vantaggio.
Lo scenario nell’ambito della giustizia sportiva: l’illecito sportivo
Come conseguenza dello scandalo del “Totonero”, anche l’ordinamento sportivo sentì l’esigenza di tutelare il corretto e leale svolgimento delle competizioni sportive, attraverso l’introduzione di principi quali lealtà, correttezza e probità e dell’istituto del c.d. illecito sportivo.
Così, ad esempio, il CONI all’interno del Codice di Comportamento Sportivo, accanto ad un generale principio di lealtà, all’art. 3 (“Divieto di alterazione dei risultati sportivi”) sancisce il divieto per i tesserati, gli affiliati e ogni altro soggetto dell’ordinamento sportivo “di compiere, con qualsiasi mezzo, atti diretti ad alterare artificiosamente lo svolgimento o il risultato di una gara ovvero ad assicurare a chiunque un indebito vantaggio nelle competizioni sportive”.
In ambito calcistico, invece, tralasciando le varie modifiche che si sono susseguite a livello regolamentare per disciplinare l’illecito sportivo, nella sua formulazione attuale, il Codice di Giustizia Sportiva FIGC, all’art. 7 individua quali comportamenti illeciti tre diverse condotte:
– il compimento di atti volti ad alterare lo svolgimento di una gara o di una competizione;
– il compimento di atti diretti ad alterare il risultato di una partita;
– il porre in essere azioni finalizzate ad assicurare a chiunque un vantaggio in classifica.
Si tratta di ipotesi diverse sia perché è la norma a prospettarle in tal modo, sia perché un vantaggio in classifica può essere assicurato anche senza alterare lo svolgimento o il risultato della competizione.
Volendo individuare dei profili più squisitamente penali della struttura del “reato” di illecito sportivo, dall’analisi della norma si evince che quella in esame è una fattispecie a consumazione anticipata, caratterizzandosi per essere già perfetta in presenza di “atti diretti” a raggiungere lo scopo voluto, indipendentemente dalla sua effettiva realizzazione.
Tale fattispecie viene inoltre pressoché sempre contestata in combinato disposto con un’altra norma federale e rappresentata dall’art. 1-bis, in tema di “Doveri e obblighi generali” quali lealtà, correttezza e probità.
Una particolare e controversa previsione, sempre contenuta all’art. 7 è rappresentata dall’obbligo di denuncia. Il legislatore sportivo, infatti, al comma 7 ha previsto che i soggetti sottoposti alle regole dell’ordinamento sportivo, che siano venuti a conoscenza in qualunque modo che società o persone abbiano posto o stiano per porre in essere gli atti riconducibili all’illecito sportivo, abbiano il dovere di informare senza indugio la Procura Federale della FIGC.
In virtù di questa norma, quindi, un soggetto che abbia omesso di denunziare, essendone a conoscenza, comportamenti illeciti nel senso sopra analizzato, sarà soggetto alle suddette sanzioni, seppur non rispondendo dell’illecito sportivo a titolo principale.
Il presupposto per l’operatività dell’obbligo è comunque rappresentato non dal semplice sospetto, timore o presentimento, ma la sussistenza di un fatto specifico che implichi la commissione effettiva di un illecito consumato o in corso.
Per quanto concerne i rapporti tra procedimento penale e sportivo, l’art. 2 della legge n. 401 del 1989 ne sancisce la reciproca autonomia, disponendo espressamente che “L’esercizio dell’azione penale per il delitto previsto dall’art. 1 e la sentenza che definisce il relativo giudizio non influiscono in alcun modo sull’omologazione delle gare né su ogni altro provvedimento di competenza degli organi sportivi”.
La stessa norma, tuttavia, al terzo comma fa salva la possibilità per gli organi della giustizia sportiva di richiedere copia degli atti del procedimento penale, ai fini esclusivi della propria competenza funzionale.
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