Source: https://www.laleggepertutti.it/123090_transazione-col-lavoratore-non-aver-nulla-a-pretendere-e-generico
Timestamp: 2018-06-21 19:56:38+00:00
Document Index: 185128791

Matched Legal Cases: ['art. 43', 'sentenza ', 'art. 2120', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 43', 'sentenza ', 'art. 1419', 'art. 4', 'art. 43', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Transazione col lavoratore: "non aver nulla a pretendere" è generico
Lo sai che? Transazione col lavoratore: “non aver nulla a pretendere” è generico
In particolare, per quanto rileva nella presente sede, la Corte d’appello: a) ha escluso che l’atto di quietanza sottoscritto dal dipendente e dedotto dalla società fosse idoneo a integrare una rinuncia, in quanto la dichiarazione contenuta in tale atto, sebbene fosse riferita al t.f.r., non conteneva la specifica indicazione del diritto alla inclusione dello straordinario nel computo della c.d. retribuzione differita, sicché la mera affermazione di non avere null’altro a pretendere, pur nella consapevolezza dei criteri adottati dall’ENEL per il calcolo del t.f.r. medesimo, non consentiva di configurare un intento abdicativo in relazione al diritto in contestazione; b) ha escluso, altresì, che nella specie fosse maturata la prescrizione eccepita dalla società, osservando, al riguardo, che il diritto al t.f.r. sorge alla cessazione del rapporto di lavoro e solo da tale epoca decorre il termine di prescrizione, mentre, a tali fini, non può attribuirsi rilievo alla comunicazione degli accantonamenti nel corso del rapporto; c) ha ritenuto che la norma contrattuale (art. 43 CCNL) prevedente la corresponsione di quattro mensilità aggiuntive al momento della risoluzione del rapporto non aveva alcun nesso con l’indennità di anzianità e con la relativa quantificazione, onde non poteva ritenersi migliorativa della disciplina legale; d) ha affermato che al lavoro straordinario svolto periodicamente dal dipendente ed obbligatorio per contratto doveva riconoscersi carattere di continuità, atteso che, in particolare, dai prospetti prodotti in giudizio, relativi al periodo luglio 1981-giugno 1982, era risultata la corresponsione del compenso per straordinario nelle retribuzioni di quasi tutti i mesi.
Di questa sentenza ha chiesto la cassazione l’ENEL Produzione s.p.a., anche quale procuratrice di ENEL s.p.a., con ricorso affidato a quattro motivi. Il lavoratore ha resistito con controricorso.
Il secondo motivo di ricorso denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2120 c.c., della L. n. 297 del 1982, art. 2, in relazione agli artt. 2934, 2935 e segg. c.c., in una con vizi di motivazione, per non avere il giudice a quo considerato che, essendo stato comunicato al lavoratore, in conformità al disposto della L. n. 297 del 1982, art. 2, penultimo comma, il prospetto riepilogativo degli accantonamenti utili ai fini della futura liquidazione del t.f.r, ivi compreso quello corrispondente all’importo dell’indennità di anzianità maturata fino al momento dell’entrata in vigore della detta legge, con indicazione delle singole voci retributive assunte a base del relativo calcolo, il destinatario era nella condizione di maturare, fin dal momento di questa comunicazione, piena consapevolezza dell’esclusione del compenso per lavoro straordinario dal coacervo di quelle, cosicché avrebbe potuto e dovuto proporre nel termine di prescrizione decennale l’azione di accertamento del suo diritto all’accantonamento anche della quota corrispondente al menzionato compenso. Inutilmente decorso, nella specie, tale termine, l’intervenuta prescrizione dell’azione di accertamento precluderebbe l’esperibilità anche dell’attuale azione di condanna, essendo l’una il necessario presupposto dell’altra.
Il terzo motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1362 e 1363 c.c. in una con vizi di motivazione. Si censura l’affermazione della Corte territoriale secondo cui l’attribuzione al lavoratore, oltre al t.f.r., di quattro mensilità di retribuzione (c.d. mensilità aggiuntive) non integra un trattamento più favorevole di quello che costui avrebbe ottenuto conteggiando il compenso per straordinario ante 31 maggio 1982 e si sostiene che la disciplina contenuta nell’art. 43 del c.c.n.l. del 1983, sostanzialmente riproduttiva di quella precedente (1979), mostra chiaramente che la corresponsione dell’anzidetta erogazione ha carattere generalizzato, vale cioè per tutti i casi di cessazione del rapporto e va, pertanto, ad integrare la indennità di anzianità; il che, del resto, trova conferma nella giurisprudenza di legittimità.
Si censura la sentenza impugnata per aver qualificato come continuativo il lavoro straordinario svolto dal dipendente sulla sola base dei prospetti mensili, attestanti la corresponsione del compenso straordinario, con una valutazione priva di adeguati riscontri probatori, idonei, in particolare, a configurare le prestazioni svolte in orario straordinario come funzionali al normale fabbisogno dell’impresa e ad escludere ragionevolmente che le medesime prestazioni lavorative fossero occasionali, transitorie o saltuarie (ad esempio, per essere collegate ad eventi eccezionali o a “picchi anomali” di attività).
Nella specie – come già osservato da questa Corte in analoghe controversie (cfr. Cass. 20 ottobre 2004 n. 20516) – è pacifico, in base all’accertamento del giudice di merito, che l’atto di quietanza in questione non contenesse alcun espresso e specifico riferimento al compenso per lavoro straordinario computabile ai fini dell’indennità di anzianità dovuta al lavoratore, ma recava solo un generico riferimento ai criteri adottati dall’ENEL per il calcolo del TFR, del tutto inidoneo a radicare nel lavoratore la consapevolezza di dismettere la pretesa (poi azionata) al computo dell’emolumento suddetto.
La giuridicità di una qualsiasi situazione di vantaggio, come tale protetta dall’ordinamento in modo immediato e diretto in capo ad un determinato soggetto, sì da assurgere al rango di diritto, mentre si concreta in un coacervo di poteri o di facoltà che ne costituiscono lo specifico contenuto e valgono a distinguere l’una dall’altra, poiché rappresentano l’intrinseco di ciascuna, postula un requisito che, per essere a tutte comune, si configura come estrinseco e si identifica nella necessaria certezza della sua esistenza, della quale, in presenza dei su indicati presupposti, è consentito l’accertamento giudiziale.
Si tratta, in sostanza, di un fatto che non può considerarsi istantaneo, ma si apprezza per la sua stessa permanenza, sicché, prima che questa cessi, non è dato identificare un unico momento destinato a costituire il dies a quo della prescrizione dell’azione di accertamento, mentre la sua cessazione fa venir meno il presupposto di tale azione, determinando, per definizione, l’insussistenza del fattore di incertezza.
Corollario delle esposte considerazioni è quello dell’indifferenza della causa dello stato di incertezza che legittima all’azione di accertamento, la cui imprescrittibilità scaturisce dal perpetuarsi di uno stato siffatto e non dalla natura delle ragioni che lo determinano, sicché le conclusioni cui si è pervenuti non mutano, sia nel caso in cui la composizione della base di computo del trattamento di fine rapporto sia stata conosciuta mediante la comunicazione degli accantonamenti, sia in quello in cui tale composizione possa venire in discussione a seguito dell’eventuale erogazione di anticipazioni. Quel che conta, infatti, è la situazione di incertezza che dà luogo all’azione di accertamento, attraverso la quale il lavoratore può far valere il suo diritto: il quale, giova precisare, può essere tutelato, distintamente, mediante l’azione di accertamento, fin tanto che persista l’interesse ad eliminare lo stato di incertezza, e mediante l’azione di condanna, una volta che il rapporto sia cessato. Parimenti infondato è il terzo motivo.
In più occasioni questa Corte ha enunciato il principio di diritto secondo il quale, in tema di indennità di fine rapporto, il confronto fra la disciplina legale e quella convenzionale, agli effetti previsti dall’art. 1419 c.c., impone, da un lato, la considerazione unitaria di tutte le disposizioni pattizie che incidono sulla determinazione della base di calcolo dell’indennità stessa, anche attraverso la previsione di maggiorazioni aggiuntive, e, dall’altro, la valutazione, parimenti unitaria, derivante dall’integrale applicazione della norma di legge (Cass. 1^ febbraio 1994 n. 988; 7 maggio 1991 n. 5068).
A conforto di tale conclusione la Corte ha richiamato il disposto della L. n. 297 del 1982, art. 4, comma 5, il quale prevede che restano salve le indennità corrisposte alla cessazione del rapporto aventi natura e funzioni diverse da quelle dell’indennità di anzianità, di fine lavoro, di buonuscita, comunque denominate, sottolineando come, con tale previsione, il legislatore abbia inteso precisare che gli aspetti inderogabili della disciplina sono attinenti solo al “titolo” del trattamento di fine rapporto, sussistendo la possibilità, per il datore di lavoro, di corrispondere al lavoratore, in occasione della cessazione del rapporto, erogazioni aggiuntive, a titolo diverso e distinto da quello del detto trattamento, rispetto al quale si collocano a latere.
A quest’ultima conclusione è giunta la Corte d’appello, la quale ha interpretato la norma convenzionale (art. 43 CCNL, della quale soltanto si denuncia la errata interpretazione), che dispone l’erogazione in favore dei dipendenti di quattro mensilità aggiuntive, nel senso che la stessa non ha inteso dettare una disposizione derogatoria della disciplina legale dell’indennità di buonuscita. A fronte di una tale interpretazione del giudice di merito, condotta alla luce delle richiamate disposizioni legislative, le osservazioni critiche svolte in ricorso sono indirizzate, sostanzialmente, a sostenere un diverso risultato interpretativo della norma contrattuale, considerato preferibile a quello accolto nella sentenza censurata, soprattutto in base all’argomento – di tipo “residuale” – che l’assimilazione delle mensilità aggiuntive al t.f.r. sarebbe meglio compatibile con tutte le ipotesi contrattuali per le quali l’emolumento è previsto. Ma una prospettazione siffatta, oltre ad essere poco convincente di per sé, in quanto pretende di “ricondurre” nell’area del t.f.r. ogni emolumento di dubbia natura, è comunque ritenuta inammissibile dalla giurisprudenza della Corte nell’ambito del sistema processuale anteriore alle modifiche introdotte dal D.Lgs. n. 40 del 2006 (v. Cass. 21 novembre 2003 n. 17749; 20 agosto 1997 n. 7738; 26 giugno 1996 n. 5893; 2 febbraio 1996 n. 914), in quanto insufficiente a porre in dubbio l’accertamento di fatto in cui si risolve l’interpretazione dei contratti collettivi di diritto comune e ad integrare un vizio denunciabile in sede di legittimità; mentre è opportuno precisare che, rispetto alla interpretazione di una determinata clausola di un contratto collettivo di diritto comune, se è ben possibile che, in sede di legittimità, si giunga a conclusioni diverse – giacché la decisione della Corte dipende, di volta in volta, dai limiti tracciati dalle censure proposte, il cui ambito circoscrive la verifica che essa può esercitare sulla correttezza del metodo interpretativo adottato dal giudice del merito e la congruità della relativa motivazione (Cass. 13 giugno 2003 n. 9499) -tuttavia, vale anche il principio per cui, se una certa interpretazione è stata già giudicata conforme ai criteri legali di ermeneutica (ed è ciò che la Corte ha ritenuto in recenti pronunce aventi ad oggetto analoghe controversie: v, Cass. 14 ottobre 2004 n. 20278 e successive conformi), si impone alla Corte medesima il dovere di fedeltà ai propri precedenti allorché – come nel caso concreto – le tesi difensive che si sono confrontate nelle fasi di merito, quelle proposte all’attenzione del giudice di legittimità e, finalmente, le ragioni esposte nella sentenza impugnata siano sorrette da argomenti già scrutinati nelle ricordate occasioni.
Pronunciando in analoghe controversie, questa Corte ha avuto modo di precisare che l’affermazione della continuità del lavoro straordinario reso per un certo tempo, mentre non può fondarsi sull’accertamento di una semplice reiterazione delle prestazioni eccedenti l’orario normale, trova invece giustificazione allorché il carattere costante e sistematico di queste ultime venga individuato nella duplice condizione di una verificata regolarità o frequenza o periodicità della prestazione e di una ragionata esclusione dei caratteri di occasionalità, transitorietà o saltuarietà; in particolare, si è aggiunto, occorre misurare la riconoscibilità di regolarità, frequenza o anche mera periodicità di una prestazione eccedente l’orario ordinario con riguardo al suo ripetersi con costanza ed uniformità “per un apprezzabile periodo di tempo”, così da divenire abituale nel quadro dell’organizzazione del lavoro (cfr. ex multis Cass. n. 20278 del 2004 cit.; Id., 10 marzo 2005 n. 5234; Id., 11 marzo 2005 n. 5362).
In base a tali principi deve ritenersi del tutto congrua, nella specie, l’affermazione del giudice di merito dell’esistenza della continuità dello straordinario, essendo essa fondata non già sulla mera asserzione che lo straordinario prestato era legato ad una stabile necessità dell’impresa di provvedere all’erogazione dell’energia elettrica senza interruzioni, sospensioni o disfunzioni (come era invece avvenuto in altre pronunce di merito che hanno dato luogo alla cassazione con rinvio: v. per es. la ripetuta Cass. n. 20278 del 2004), ma sullo specifico accertamento, derivato dalla valutazione dei prospetti esibiti in giudizio, come evidenzianti il ripetersi delle prestazioni straordinarie con costanza e uniformità lungo un apprezzabile arco temporale, in particolare essendo risultato che i compensi per lavoro straordinario erano stati corrisposti, nell’anno antecedente la data del 31 maggio 1982, in maniera costante e continuativa (laddove, peraltro, anche la eventuale variazione di “intensità” dello straordinario – così come rilevata dalla società ricorrente, nel senso, cioè, che in qualche mese lo straordinario poteva essere molto elevato e in qualcun altro esiguo o addirittura mancante – non dimostra una significativa oscillazione, ma, piuttosto, prova che, durante il periodo considerato, l’effettuazione dello straordinario era la regola, e non l’eccezione).
08/06/2016 alle 04:02
Buongiorno, più che un commento, vorrei lasciare un quesito.
Se il rapporto di lavoro è tra moglie e marito, nella fattispecie coadiuvante agricolo, e in sede di separazione, viene indicato nel dispositivo: ” le parti non hanno nulla da pretendere uno dall’altro…… anche in merito alla funzione di coadiuvante agricolo…….”. Premesso che non vi è stata nessuna causa di lavoro, è possibile, secondo voi ritenere, come riportato in questo articolo, valida tale sentenza è, in sede di divorzio, pretendere l’annullamento dell’accordo e chiedere un risarcimento? Grazie