Source: http://www.filcams.cgil.it/category/pol-att-lavoro-e-tutela/norme-l-pol-att-lavoro-e-tutela/approfondimenti-l-norme/
Timestamp: 2018-11-15 11:28:45+00:00
Document Index: 139635944

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 30', 'art. 8', 'art. 37', 'art. 51', 'art. 3', 'art. 29', 'art. 30', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 17', 'art. 21', 'art. 19', 'art.49', 'art. 34', 'art. 1', 'art. 35', 'art. 36', 'art. 38', 'art. 38', 'art. 42']

Quadro_sinottico_Cgil_Filcams_legge92.pdf
Certificazione rapporti di lavoro decreto legislativo n. 276/2003
Al fine di evitare il contenzioso sulle tante tipologie d’impiego, il legislatore ha introdotto il nuovo strumento della certificazione dei rapporti di lavoro.
Possono certificare oltre agli enti bilaterali da subito, anche le direzioni provinciali per l’impiego-dopo un decreto ministeriale che le abiliterà a farlo, le province; le università pubbliche e private, limitatamente a rapporti attivati con docenti di diritto del lavoro ed in base ad un decreto ministeriale futuro. I vari soggetti potranno convenzionarsi tra loro per unificare le attività.
La costituzione degli enti potrà avvenire tra organizzazioni e non tra le organizzazioni (quindi escludendo qualcuno)
Cosa si potrà certificare?
·Lavoro intermittente
·Lavoro a progetto
·Associazione in partecipazione
·Lavoro ripartito
·Regolamenti interni delle cooperative
·La distinzione tra somministrazione e appalto
E le rinunzie o transizioni che il lavoratore e il datore di lavoro convengono al momento della costituzione del rapporto di lavoro
L’nizio va comunicato alla Direzione Provinciale del Lavoro che sia per le sue richieste che per quelle avanzate agli altri Enti, deve notficare l’istanza a tutte le autorità pubbliche (INP, INAIL, ecc.), nei confronti dei quali l’atto certificativi è destinato a produrre effetti. Questi istituti devono produrre loro osservazioni.
L’atto di certificazione deve essere motivato e contenere il termine e l’autorità a cui è possibile ricorrere, oltre gli effetti civili, amministrativi, previdenziali e fiscali.
Il contratto così certificato ha pieno valore giuridico, anche verso terzi ad es. INPS
Può il lavoratore impugnare l’atto di certificazione?
Se il lavoratore decide di impugnare l’atto di certificazione prima di ricorrere al giudice deve tentare la conciliazione presso la commissione che ha certificato il rapporto di lavoro.
Sarà possibile contestare per: vizi di forma, per erronea qualificazione del contratto, per difformità tra quanto certificato e quanto realmente effettuato, per violazione di provvedimento o per eccesso di potere si ricorre al TAR (entro 60 gg. Per violazione della legge o eccesso di potere, anche nel caso che la certificazione sia avvenuta presso l’Ente Bilaterale; entro 120 gg. È possibile inoltre ricorrere al Presidente della Repubblica).
Il Giudice può valutare anche il comportamento delle parti in sede di certificazione e di definizione della controversia davanti alla commissione .
Nel caso sia riconosciuta erronea la qualificazione del rapporto di lavoro e anche nel caso sia accertata la difformità tra il programma concordato e quello effettivamente realizzato, l’accertamento giudiziale e-o la sentenza ha efficacia solo dal momento in cui è stata accertata la difformità (non vi è quindi retroattività)
Entro 6 mesi dal 24 ottobre, il Ministero indicherà attraverso un decreto, quali sono le clausole indisponibili alla certificazione (diritti e trattamenti economici e retributivi)
Chiaro che tutto ciò configura un sindacato diverso da quello che noi siamo.
articoli dall’ 1 al 7 DECRETO LEGISLATIVO N. 276/2003
Viene cancellata la legge che vieta l’intermediazione di mano d’opera.
Le nuove agenzie per il lavoro possono svolgere le seguenti attività
a)Somministrazione a tempo determinato in tutti i settori
b)Somministrazione a tempo indeterminato in alcuni settori:
·servizi di consulenza, informatica
·servizi di pulizia, custodia. Portineria
·Servizi di trasporto di persone e materiali, da e per lo stabilimento
·Gestione di biblioteche, musei, parchi
·Attività di consulenza, gestione del personale, ricerche di mercato, marketing
·Costruzioni all’interno dello stabilimento, impiego di mano d’opera con specializzazioni diverse da quelle dell’impresa
·Call center, iniziative imprenditoriali nelle aree obiettivo 1
·Casi individuati dalla contrattazione collettiva
c)Ricerca e selezione del personale
d)Intermediazione di manodopera
e)Ricollocazione professionale
Per svolgere una o più di una o tutte le attività occorre avere l’autorizzazione del Ministero del Lavoro e l’iscrizione all’albo delle agenzie costituite presso il Ministero. L’Albo è diviso per ogni attività su indicata.
”Il discrimine” per l’iscrizione alle diverse sezioni consiste nell’ammontare del capitale sociale richiesto che va da un minimo di 25.000 euro a massimo 600.000 euro.
Quali sono i REQUISITI per ottenere l’AUTORIZZAZIONE ministeriale e/o Regionale?
·Agenzie di Somministrazione: Un capitale versato non inferiore a 600.000 euro essere presenti in almeno 4 regioni – deposito cauzionale di 350.000 euro
·Agenzie di intermediazione: un capitale versato non inferiore a 50.000 euro, presenza in almeno 4 regioni
·Agenzie di ricerca e selezione del personale: capitale versato non inferiore a 25.000 euro
·Agenzie di ricollocazione capitale versato non inferiore a 25.000 euro
·La costituzione di un soggetto giuridico: società di capitali, cooperativa, consorzio di cooperative, società di persona ( solo la per selezione e la ricollocazione)
·La disponibilità di una sede e di competenze idonee allo svolgimento dell’attività
·L’assenza di condanne in capo agli amministratori e ai responsabili (delitti legati al patrimonio, all’appartenenza ad organizzazioni mafiose, all’evasione/elusione delle leggi sul lavoro e la sicurezza)
·La connessione alla Borsa continua del lavoro
Tutti i tipi di agenzia devono indicare l’oggetto sociale prevalente ad es. somministrazione, ma possono svolgere anche le altre attività
La procedura di autorizzazione: è previsto il meccanismo del silenzio/assenso per tutte le autorizzazioni sia quella provvisoria della durata di due anni, sia per quelle definitive
Vi sono poi le università, i consulenti del lavoro, gli enti bilaterali le camere di commercio, i comuni, gli istituti di scuola di secondo grado statali e paritari, le associazioni sindacali e dei datori di lavoro che potranno effettuare intermediazione di manodopera. Per tutti questi soggetti non è necessario il versamento del capitale sociale. Saranno le regioni che dovranno istituire l’elenco per l’accreditamento sentite le associazioni sindacali e dei datori di lavoro:
- Le Università pubbliche e private: Svolgere l’attività senza fini di lucro, Collegamento alla Borsa lavoro
- Le Camere di commercio, I comuni, Gli istituti di scuola di secondo grado statali e paritari: senza fini di lucro, Collegamento alla Borsa lavoro, Locali e competenze idonee , Tutela del diritto del lavoratore alla diffusione dei propri dati
- Le Associazioni dei datori di lavoro, le associazioni sindacali, le associazioni di rilevanza nazionale, gli enti bilaterali: devono svolgere le attività senza fini di lucro, collegamento con la borsa lavoro, devono avere locali e competenze idonee, rispettare la tutela del diritto del lavoratore alla diffusione dei propri dati.
- Soggetti giuridico del consiglio dei consulenti del lavoro: assenza condanne penali, connessione alla borsa lavoro, competenza e locali idonei, tutela del diritto del lavoratore alla diffusione dei propri dati, contabilità analitica.
Le Regioni dovranno istituire l’elenco per l’accreditamento di tutti gli operatori pubblici e privati che erogano servizi per il lavoro a norma degli indirizzi che le regioni dovranno definire.
Le Regioni dovranno disciplinare la cooperazione tra i servizi pubblici e gli operatori privati, definire le procedure e i requisiti per l’accreditamento.
I requisiti per l’accreditamento regionale dovranno basarsi su:
1) la possibilità per l’utente di scegliere liberamente tra i propri servizi offerti dalla rete regionale,
2) il rispetto degli standard nazionali per quel che riguarda le funzioni di accertamento dello stato di disoccupazione,
3) la costituzione negoziale di reti di servizio,
4) la connessione con la borsa lavoro,
5) il raccordo con il sistema regionale di accreditamento degli organismi di formazione
APPALTO DI SERVIZIO ART. 29 Decreto Legislativo n. 276/2003
Viene abolita la legge n. 1369/60 che vietava l’intermediazione di manodopera. Questa legge obbligava, nel caso si ricorresse ad un appalto di servizi non rientranti nel ciclo produttivo, la parità del costo e la corresponsabilità in solido di appaltante e appaltatore. La nuova norma, non richiede alcuna garanzia alle imprese appaltatrici sul piano societari, né si parla di parità dei costi e la corresponsabilità in solido di appaltante e appaltatore è limitata a dodici mesi successivi al termine dell’appalto.
Cosa distingue l’appalto dalla somministrazione
·il contratto di appalto è regolato ai sensi dell’articolo 1655 del Codice Civile. Nel contratto di appalto, l’APPALTATORE ha:
·Il controllo dell’organizzazione dei mezzi necessari a realizzare il lavoro
·Il potere organizzativo e direttivo nei confronti dei lavoratori utilizzati nell’appalto
·L’assunzione del rischio d’impresa
Garanzie tra appaltante e appaltatore
·l’appaltatore e l’appaltate sono obbligati in solido, limitatamente a dodici mesi successivi al termine dell’appalto, a corrispondere i trattamenti retributivi e contributivi
·non si chiede all’impresa appaltatrice alcuna garanzia sul piano finanziario e della parita’ dei costi
Passaggio da un appalto ad un nuovo appalto
Il passaggio del personale da una impresa appaltatrice ad una nuova impresa appaltatrice, che subentra alla prima, non si configura come trasferimento di ramo d’azienda
Trattamenti retributivi, normativi per il personale
·si applicano i trattamenti salariali-contrattuali previsti dall’attività che vince l’appalto
·Qualora subentri una nuova impresa appaltatrice, il personale viene “passato” (la legge però non definisce garanzie occupazionali e normative e ciò potrebbe comportare ad es. una riduzione delle ore di lavoro)
DISTACCO DI PERSONALE art. 30 D.lgs n. 276/2003
Il Distacco è un istituto attraverso il quale un datore di lavoro, per soddisfare un proprio interesse mette a disposizione, temporaneamente, di un altro datore uno o più lavoratori per l’esecuzione di una determinata attività lavorativa. La “vecchia” normativa era prevista per evitare riduzione di personale, la nuova norma amplia le possibilità per le imprese.
Il distacco deve avere il requisito della temporaneità ed un interesse: ciò fu oggetto specifico di una pronuncia della Cassazione (Cass., 21 marzo 1998, n. 5102) e di una interpretazione amministrativa del Ministero del Lavoro n. 5/25814/70/VA dell’8 marzo 2001 che, pur in assenza di un riferimento normativo, aveva ritenuto legittimo il distacco tra società collegate.
I requisiti di legittimità del distacco sono:
1) la temporaneità del distacco;
2) L’interesse del distaccante;
La circolare precisa che il concetto di temporaneità coincide con quello di non definitività indipendentemente dalla durata del distacco, fermo restando che tale durata sia funzionale alla persistenza dell’interesse del distaccante. Il distacco può essere effettuato per qualsiasi interesse produttivo dell’azienda che decide il distacco, anche all’interno di gruppi d’impresa.
La circolare distingue il distacco dalla somministrazione, mentre il somministratore realizza un interesse ai fini di lucro, il distaccante soddisfa un interesse produttivo diversamente quanlificato.
Il distacco è previsto anche all’art. 8, comma 3, della legge n. 236/1993 (articolo che resta in vigore: Gli accordi sindacali, al fine di evitare le riduzioni di personale, possono regolare il comando o il distacco di uno o più lavoratori dall’impresa ad altra per una durata temporanea. Ciò è finalizzato ad evitare licenziamenti. Sia il Ministero del Lavoro (circolare n. 4/1994) che l’INPS (circolare n. 81/1994) hanno affermato che l’obbligo contributivo continua a gravare sull’azienda cedente a cui si deve far riferimento anche per l classificazione previdenziale.
Il dipendente distaccato a chi è in carico?
La legge precisa che il datore di lavoro distaccante è responsabile del trattamento economico e normativo: la disposizione non lo dice ma appare evidente che la responsabilità resta anche per la contribuzione. (esempio: la Ditta Rossi distacca un lavoratore e lo invia alla ditta Bianchi per tre mesi. In questi tre mesi il lavoratore resta alle dipendenze della ditta Rossi ed è retribuito dalla stessa. La ditta Rossi, si farà rimborsare dalla ditta Bianchi).
Il lavoratore distaccato potrà svolgere la sua prestazione anche parzialmente presso il distaccatario, continuando a svolgere presso il distaccante la restante parte della prestazione.
Mutamento di mansioni e distacco
Il distacco può comportare un mutamento delle mansioni, ma in questo caso occorre l’esplicito consenso del lavoratore.
Unità produttive site oltre 50 Km
Il distacco in unità produttive può avvenire in un raggio superiore ai 50 Km. soltanto per comprovate esigenze tecniche, organizzative, produttive e sostitutive, è quindi evidente che il distacco quando avviene entro i 50 Km. Non necessita di motivazioni. La circolare chiarisce che essendo il distacco temporaneo, ad esso non si applica la disciplina del trasferimento.
Distacco e Contratti a termine
La circolare, precisa che nell’ipotesi di distacco di un lavoratore presso altra impresa, il distaccante potrà assumente un altro lavoratore con contratto a tempo determinato in sostituzione.
Viene modificato l’articolo 2112 del codice civile che norma il trasferimento di ramo d’azienda, si aggiunge al comma V dell’articolo 2121 del Codice Civile una interpretazione dell’autonomia funzionale del ramo d’impresa basata sui due seguenti principi:
·il requisito dell’autonomia funzionale e produttiva del ramo d’azienda da trasferire si determina al " momento del trasferimento"
·i titolari della individuazione dell’autonomia funzionale del ramo d’impresa trasferire sono il "cedente e il cessionario"
La procedura che l’azienda deve effettuare se intendere cedere un ramo
Rimangono le attuali norme. L’azienda deve aprire una procedura che si esaurisce entro 25 giorni dalla data di comunicazione . I trattamenti economici-normativi dei lavoratori soggetti al trasferimento rimangono invariati (vedere decreto n. 18/2001 così come modificato dal d.lgs n.276)
I DIRITTI FONDAMENTALI PREVISTI DALLA COSTITUZIONE
La Costituzione della Repubblica italiana rappresenta l’atto con il quale si stabiliscono i principi fondamentali della convivenza civile nell’Italia democratica e repubblicana.
Il rispetto della dignità della persona umana, l’uguaglianza morale e giuridica di tutti, pur nella diversità di ognuno, la libertà di opinione, di stampa, di riunione, di associazione, di religione, il diritto di partecipare alle scelte che toccano tutti e ciascuno, il diritto all’istruzione, alla salute, alla giustizia, il riconoscimento del valore di ogni lavoro e la tutela di tutti i lavoratori, il riconoscimento della funzione della famiglia, costituiscono il sistema di valori fondamentali sui quali si regge la società italiana.
La Costituzione è il frutto del lavoro della prima assemblea eletta a suffragio universale e diretto, alla quale per la prima volta, in base al decreto 1° febbraio 1945, furono ammesse le donne.
Il 2 giugno 1946 i cittadini italiani sono stati chiamati a votare contemporaneamente per:
·eleggere i componenti l’Assemblea Costituente che aveva il compito di elaborare la Costituzione Italiana;
·scegliere attraverso il referendum Istituzionale se l’Italia doveva essere una Repubblica o una Monarchia.
Il risultato della doppia consultazione elettorale è stato:
1) l’elezione di 556 deputati di cui 21 donne;
2) la scelta della Repubblica come forma istituzionale dello Stato.
Dal 4 marzo al 22 dicembre 1947 l’Assemblea Costituente ha esaminato il progetto di Costituzione elaborato dalla Commissione rappresentativa di tutte le forze presenti in Assemblea, composta da 75 deputati di cui 5 donne.
La Costituzione, composta nella sua versione definitiva da 139 articoli e 18 disposizioni finali e transitorie, è stata approvata a larghissima maggioranza, 453 sì e 62 no, ed è entrata in vigore il 1° gennaio 1948.
La Costituzione definisce le regole di vita democratica da un duplice punto di vista:
·dei diritti dei cittadini nei loro complessi rapporti civili, etico-sociali, economici e politica;
·dell’organizzazione dei poteri dello Stato: Parlamento, Presidente della Repubblica, Governo, Magistratura, Enti Locali, garanzie costituzionali.
Fra queste, vi è stata l’istituzione della Corte Costituzionale che ha il compito di esaminare se le leggi siano o no in contrasto con i principi della Costituzione.
Nel caso che la Corte Costituzionale riconosca l’incostituzionalità di una legge, questa cessa di avere validità . Molte sentenze della Corte Costituzionale in materia di discriminazioni nei confronti della donna sono state decisive per promuovere la legislazione paritaria.
La Costituzione afferma che " la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione " (art. 37 Cost.).
Con la sensibilità acquistata oggi, si può dire che < l’essenziale funzione familiare> a cui si fa riferimento nell’articolo citato deve riguardare indistintamente sia la donna che l’uomo.
Il principio della parità ha ispirato la legge n. 903 del 1977 sulla parità di trattamento fra donne e uomini in materia di lavoro, che ha eliminato una serie di discriminazioni che, sia pure sotto il pretesto di voler tutelare le donne in quanto tali, limitavano i diritti delle lavoratrici. Tale legge, ha inoltre, esteso il diritto di assentarsi dal lavoro e il trattamento economico previsti dalla legge sulla tutela delle lavoratrici madri, anche al padre lavoratore in alternativa alla madre lavoratrici (diritti che oggi è stato ampliato a seguito della legge n. 53/2000),
La legge vieta qualsiasi discriminazione fondata sul sesso per quanto riguarda l’accesso al lavoro, indipendentemente dalle modalità di assunzione e qualunque sia il settore o il ramo di attività a tutti i livelli della gerarchia professionale.
La Costituzione afferma, inoltre, un altro rilevante principio: tra donna e uomo, a parità di lavoro, non deve esistere disuguaglianza di retribuzione; ugualmente non deve esserci discriminazione per l’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive.
Tutti i cittadini dell’uno e dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza secondo i requisiti stabiliti dalla legge (art. 51 Cost.).
Questo principio ha trovato piena attuazione solo con la legge 9 gennaio 1963 n. 7, che ha aperto alle donne tutte le carriere prima escluse, tra cui la carriera diplomatica e la magistratura.
La Costituzione italiana stabilisce l’uguaglianza morale e giuridica tra donna e uomo.
L’art. 3 infatti afferma che " tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali" e che "è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese".
Queste dichiarazioni hanno particolare rilevanza per la donna che subisce discriminazioni che di fatto limitano la sua libertà e uguaglianza (azioni positive)
L’art. 29 della Costituzione italiana stabilisce che: " la repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è una ordinato sull’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare".
Come madre, insieme al padre, la donna ha il diritto-dovere di mantenere, istruire, educare i figli anche se nati fuori dal matrimonio (art. 30 Cost.).
Tali principi hanno trovato piena applicazione nella riforma del diritto di famiglia (legge 19 maggio 1975 n. 151) risultato dell’ampia convergenza di forze politiche e di associazioni e organizzazioni femminili di diversa ispirazione. Sono state introdotte importanti innovazioni ispirate al valore della parità e dell’uguaglianza nei rapporti tra donna e uomo considerati sotto il duplice ruolo di coniugi e di genitori.
Si è realizzato così un importante cambiamento rispetto alla legislazione precedente per la quale la donna sposata era soggetta alla podestà del marito che era il capo famiglia, ne assumeva il cognome ed era obbligata a seguirlo ovunque egli credesse opportuno fissare la sua residenza.
Nella riforma legislativa le norme che prevedevano una differenza di trattamento fra i coniugi sono state abolite e la nuova famiglia è ordinata su una base di uguaglianza.
Con il matrimonio, infatti, i coniugi acquistano gli stessi diritti e assumono gli stessi doveri.
Entrambi sono tenuti, in relazione alle proprie sostanze e alla propria capacità di lavoro professionale o casalingo, a contribuire ai bisogni della famiglia e concordano tra loro l’indirizzo della vita familiare.
La podestà esercitata sui figli non è piu solo del padre, ma spetta ad entrambi i genitori.
Forse, però, l’innovazione piu rilevante della riforma è costituita dall’introduzione della comunione legale dei beni fra i coniugi, per cui tutto quello che viene acquistato dopo il matrimonio è considerato di proprietà comune di entrambi i coniugi in parti uguali.
E’ stato riconosciuto, in tal modo, tangibilmente, il contributo della donna alla famiglia anche con il suo lavoro svolto fra le mura domestiche.
L’art. 2 riconosce e garantisce i "diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo che nelle formazioni sociali".
Tutti gli altri diritti e libertà derivano da questo principio basilare riguardante la libertà personale, come uno dei diritti inviolabili dell’uomo, intendendo il termine uomo nel senso di umanità, comprensivo sia della donna sia dell’uomo.
L’art. 13 afferma che: la libertà personale è inviolabile, mentre gli articoli 14 e 15 precisano che: il domicilio, inteso come luogo dove la persona abita con la sua famiglia o esercita la sua attività e la libertà e segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili.
LIBERTA’ DI RIUNIONE E DI ASSOCIAZIONE (art. 17, 18)
La Costituzione garantisce il diritto di riunirsi, per il quale il preavviso alle autorità è richiesto solo per comprovati motivi di sicurezza, e quello di libertà di associazione. Sono escluse da questo diritto solo le associazioni che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.
LIBERTA’ DI PENSIERO E DI STAMPA (art. 21)
Tale diritto garantisce la libertà di manifestare il proprio pensiero con la parola, con lo scritto e con ogni altro mezzo di diffusione (per esempio radio e televisione). Questa libertà è fondamentale in una società democratica per una corretta informazione su fatti e opinioni.
LIBERTA’ RELIGIOSA (art. 19)
Tale libertà consiste nel diritto di aderire o meno ad una fede religiosa e di adempiere liberamente gli atti individuali e collettivi del culto professato.
E’ riconosciuto a tutti i cittadini, donne e uomini, che abbiano compiuto il 18° anno di età. Il voto deve essere personale, libero e segreto.
La partecipazione dei cittadini alla vita pubblica con il voto può essere realizzata sia in forma indiretta (democrazia indiretta) attraverso l’elezione dei componenti il Parlamento (Camera e Senato) e dei Consigli regional, Provinciali, Comunali, sia in forma diretta nei casi di Referendum nei quali il cittadino, è interpellato direttamente e determina, attraverso il voto, la volontà dello Stato.
DIRITTO DI ORGANIZZAZIONE POLITICA (art.49)
Tale norma garantisce ai cittadini il diritto di associarsi in partiti politici per contribuire democraticamente a stabilire le linee della politica nazionale.
DIRITTO DI ISTRUZIONE (art. 34)
La frequenza alla scuola è un diritto di tutti i cittadini. Per questo, per almeno 8 anni, essa è obbligatoria e gratuita. La Costituzione prevede che gli studenti meritevoli, anche privi di mezzi, possono raggiungere i livelli piu alti di studi.
La salute è considerata un diritto fondamentale dell’individuo, e interesse specifico della collettività. Per gli indigenti la Costituzione prevede cure gratuite.
DIRITTO AL LAVORO (ART. 1, 35, 36 e 38)
L’art. 1 afferma che: " l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Tale diritto rappresenta, quindi il valore centrale della convivenza civile. E’ per questo che "la Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme e applicazioni (art. 35), stabilisce i criteri che devono presiedere al diritto di retribuzione che deve essere "proporzionale alla quantità e qualità del lavoro prestato" e, in ogni caso, "sufficiente ad assicurare una esistenza libera e dignitosa" (art. 36).
Tutela inoltre, espressamente i diritti dei cittadini inabili al lavoro e sprovvisti dei mezzi per vivere, per i quali afferma il diritto al mantenimento e all’assistenza sociale (art. 38), e stabilisce che devono essere assicurati i mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria (art. 38).
DIRITTO ALLA GIUSTIZIA (art. 42)
La Costituzione garantisce a tutti i cittadini il diritto di agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
Il diritto alla difesa è inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
La Costituzione prevede il diritto alla difesa per i non abbienti, assicurando i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. Sono passati ormai quasi 50 anni dall’emanazione della Carta Costituzionale.