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Timestamp: 2019-07-18 15:00:28+00:00
Document Index: 65703774

Matched Legal Cases: ['art. 1671', 'art. 1671', 'art. 1373', 'art. 1660', 'art. 1671', 'art. 1671', 'art. 1373', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1671', 'art. 1671', 'sentenza ', 'art. 1671', 'sentenza ', 'art. 1671', 'art. 1671', 'sentenza ', 'art. 1453', 'sentenza ', 'art. 1671', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1671', 'art. 277', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1671', 'art. 1223', 'art. 1223', 'art. 1226']

Art. 1671 codice civile - Recesso unilaterale dal contratto - Brocardi.it
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Articolo 1671 Codice civile
Dispositivo dell'art. 1671 Codice civile
Il committente può recedere (1) dal contratto, anche se è stata iniziata l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio, purché tenga indenne l'appaltatore delle spese sostenute, dei lavori eseguiti e del mancato guadagno.
(1) La norma non pone alcuna condizione per l'esercizio del recesso (1373 c.c.) che, quindi, è libero.
Con il recesso si consente al committente di troncare un rapporto contrattuale per il quale il suo interesse è venuto meno trattenendo la parte di opera o di servizio già eseguiti. Il legislatore, tuttavia, contempera questa esigenza con quella dell'appaltatore a non essere pregiudicato da un atto che non esige nemmeno una giustificazione: pertanto, questi ha diritto al compenso per quanto già eseguito e trattenuto dal committente nonchè a ciò che avrebbe dovuto percepire se l'opera fosse stata compiuta per intero.
Spiegazione dell'art. 1671 Codice civile
Contenuto dell'articolo e metodo di liquidazione
L' ipotesi prevista in questo articolo da un lato si riallaccia alla prescrizione d'ordine più generale contenuta nell'art. 1373, per cui quando vi è diritto di recesso unilaterale, questo si può esercitare con effetto per le prestazioni da eseguire in corso di esecuzione; e dall'altro con l'art. 1660 che consente ad entrambe le parti il recesso nel caso di variazioni che superino il sesto del prezzo complessivo convenuto (recesso dell'appaltatore) ovvero siano di notevole entità (recesso del committente).
Nell'ipotesi contemplata dal presente articolo si prescinde da qualsiasi condizione e il committente può di suo arbitrio sciogliere il contratto in qualsiasi momento e in qualsiasi stadio di esecuzione dell'opera. Come corrispettivo il codice impone non solo la liquidazione delle spese sostenute, ma anche il risarcimento a favore dell'appaltatore del mancato guadagno.
Come debba procedersi alla determinazione del mancato guadagno non è detto e del resto negli appalti privati la varietà dei casi è tale che non consiglierebbe l'adizione di una norma simile a quella che vige per gli appalti pubblici, dove il mancato utile è fissato nella misura del dieci per cento tra l'importo dei quattro quinti del lavoro appaltato e quello del lavoro eseguito. Questa norma può servire come criterio al giudice nella valutazione del risarcimento ma non può essere presa come base assoluta perché in molti casi vi è sproporzione tra le spese generali dovute sostenere dall'impresa per l'organizzazione dell'opera da eseguire e il risarcimento valutato nel modo suindicato.
Del resto è da dire che, tranne il caso non frequente di bonario accordo, generalmente lo scioglimento del contratto per recesso unilaterale si accompagna a doglianze del committente per inadempienze - vere o pretese - da parte dell'assuntore e quindi la liquidazione del risarcimento si presenta, in genere, sotto forma riconvenzionale formando uno dei capi del giudizio.
Massime relative all'art. 1671 Codice civile
Cass. civ. n. 2130/2017
In tema di appalto, nel caso di recesso del committente - sia per l'ipotesi di recesso legale di cui all'art. 1671 c.c., esercitabile in qualunque momento dopo la conclusione del contratto e che può essere giustificato anche dalla sfiducia verso l'appaltatore per fatti d'inadempimento, sia per l'ipotesi di recesso convenzionale, ex art. 1373 c.c. - il contratto si scioglie senza necessità di indagini sull'importanza e gravità dell'inadempimento, le quali sono rilevanti soltanto quando il committente, pretenda dall'appaltatore il risarcimento del danno per inadempimento, nonostante questi abbia esercitato il suo diritto potestativo di recedere dal contratto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 2130 del 27 gennaio 2017)
Cass. civ. n. 9132/2012
(Cassazione civile, Sez. VI, sentenza n. 9132 del 6 giugno 2012)
Cass. civ. n. 17294/2006
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 17294 del 31 luglio 2006)
Cass. civ. n. 11642/2003
Il diritto di recesso esercitabile ad nutum dal committente in qualsiasi momento dell'esecuzione del contratto di appalto non presuppone necessariamente uno stato di regolare svolgimento del rapporto, ma, al contrario, stante l'ampiezza di formulazione della norma di cui all'art. 1671 c.c., può essere esercitato per qualsiasi ragione che induca il committente medesimo a porre fine al rapporto, da un canto, non essendo configurabile un diritto dell'appaltatore a proseguire nell'esecuzione dell'opera (avendo egli diritto solo all'indennizzo previsto dalla detta norma), e, da altro canto, rispondendo il compimento dell'opera esclusivamente all'interesse del committente. Ne consegue che il recesso può essere giustificato anche dalla sfiducia verso l'appaltatore per fatti d'inadempimento, e, poiché il contratto si scioglie esclusivamente per effetto dell'unilaterale iniziativa del recedente, non è in tal caso necessaria alcuna indagine sull'importanza dell'inadempimento, viceversa dovuta quando il committente richiede anche il risarcimento del danno per l'inadempimento già verificatosi al momento del recesso.
In tema di appalto, la condanna dell'appaltatore al risarcimento del danno in favore del committente per inadempimento già verificatosi al momento dell'esercizio del recesso ex art. 1671 c.c. può vanificare l'obbligo del committente recedente di indennizzare l'appaltatore delle spese sostenute, dei lavori eseguiti e del mancato guadagno.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 11642 del 29 luglio 2003)
Cass. civ. n. 77/2003
In tema di appalto ed in ipotesi di recesso unilaterale dal contratto ai sensi dell'art. 1671 c.c. grava sul committente che recede e che eccepisca in giudizio la compensatio lucri cum damno provare il lucrum dell'appaltatore (che abbia potuto eseguire altri lavori solo perché liberato dall'impegno) ed il suo ammontare, detraibile dal pregiudizio subito.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 77 del 8 gennaio 2003)
Cass. civ. n. 12368/2002
In tema di appalto, il recesso del committente disciplinato dall'art. 1671 c.c. può essere convenuto, tra le parti, con determinati requisiti di tempo e di forma, attesa la derogabilità convenzionale della norma in parola, sicché, in caso di mancata (o non formale) disdetta, i contraenti possono legittimamente convenire conseguenze diverse da quelle previste dalla norma stessa (nell'affermare il principio di diritto che precede, la S.C. ha, peraltro, rilevato come, nella specie, il ricorrente, anziché dedurre la violazione di legge in cui era incorso il giudice di merito nel ritenere sostanzialmente inderogabile il meccanismo legale di cui al citato art. 1671 c.c., aveva — inammissibilmente — contestato in fatto la qualificazione giuridica del contratto — noleggio in luogo del ritenuto appalto — ed ha rigettato, conseguentemente, il ricorso).
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 12368 del 22 agosto 2002)
Cass. civ. n. 6814/1998
Il recesso del committente del contratto di appalto senza richiesta di risarcimento del danno, e rimborsando l'appaltatore delle spese affrontate, compensandolo per i lavori eseguiti e risarcendolo per i danni subiti, può esser esercitato in qualsiasi momento ed esser giustificato anche dalla sfiducia successiva alla conclusione del contratto riconducibile ad inadempimento dell'appaltatore, ma senza necessità di accertare, a differenza della risoluzione chiesta ai sensi dell'art. 1453 c.c., l'importanza e la gravità di esso, dovendosi invece esaminare soltanto se l'atto o la condotta del committente sono incompatibili con la prosecuzione del rapporto.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 6814 del 13 luglio 1998)
Cass. civ. n. 8254/1997
Il contratto d'opera e quello di prestazioni continuative di servizi non possono considerarsi strutture negoziali ontologicamente e funzionalmente diverse tra loro, risultandone, viceversa, la indiscutibile omogeneità, tra l'altro, sotto il profilo dalla identità delle situazioni che possono verificarsi tanto nell'una quanto nell'altra fattispecie contrattuale con riguardo alla scelta del contraente secondo l' intuitus personae, con la conseguenza che nessun valido motivo consente di escludere, per l'appalto di prestazione continuativa di servizi, l'applicabilità del disposto di cui all'art. 1671 c.c. (dichiarazione di recesso del committente), non rilevando, in proposito, la esistenza di una clausola convenzionale che attribuisca la facoltà della disdetta al committente entro un tempo predeterminato rispetto ad ogni scadenza contrattuale.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 8254 del 29 agosto 1997)
Cass. civ. n. 8565/1993
Nel rapporto di appalto, sia pubblico che privato, il recesso ad nutum del committente rappresenta l'esercizio di un diritto potestativo, riservato alla libera determinazione del recedente e sottratto al controllo di terzi e dell'appaltatore, senza che assumano rilievo i motivi che lo hanno determinato, anche se consistenti nel venir meno dei presupposti dell'appalto (nella specie, a seguito della revoca, da parte della pubblica amministrazione della concessione ottenuta dal committente).
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 8565 del 7 agosto 1993)
Cass. civ. n. 729/1987
Lo scioglimento anticipato del rapporto di appalto — qualunque ne sia la causa — lascia permanere le specifiche obbligazioni, riconducibili al contratto, rispettivamente dell'appaltatore di lasciare libero il fondo, essendo l'occupazione dello stesso giustificata dal fine di realizzazione o completamento dell'opera, e del committente di non ostacolare e rendere possibile l'attuazione del correlato diritto dell'appaltatore di smontare il cantiere e di ritirare gli attrezzi ed i materiali da lui forniti e non ancora utilizzati. Consegue che la violazione di un tale obbligo da parte del committente configura un inadempimento, fonte idonea di responsabilità a suo carico.
(Cassazione civile, Sez. III, sentenza n. 729 del 26 gennaio 1987)
Cass. civ. n. 4987/1981
Il committente ha il diritto di recedere dal contratto d'appalto in ogni momento, anche se è inadempiente e senza necessità di fornire giustificazioni, in quanto le conseguenze indennitarie poste a suo carico dall'art. 1671 c.c. sono riconducibili, quanto ad estensione, a quelle risarcitorie derivanti dall'inadempimento del committente medesimo, ed atteso che non è configurabile un diritto dell'appaltatore a continuare l'esecuzione dell'opera, essendo questa coordinata al soddisfacimento dell'esclusivo interesse del committente e non dell'appaltatore, il cui interesse giuridico è invece rivolto al conseguimento del corrispettivo. È. insindacabile in sede di legittimità l'esercizio, da parte del giudice del merito, della facoltà, concessagli dal secondo comma dell'art. 277 c.p.c., di pronunciare una sentenza (non definitiva) di contenuto limitato alla parte del thema decidendum non abbisognevole di ulteriore istruzione.
(Cassazione civile, Sez. II, sentenza n. 4987 del 24 agosto 1981)
relative all'articolo 1671 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 1671 Codice civile - Recesso unilaterale dal contratto | Quesito Q201411540
mercoledì 22/10/2014 - Campania
“Contratto di appalto privato con prezzo a corpo e non a misura. Al contratto è stato allegato una tabella delle percentuali di lavorazione prevista per ogni tipologia di lavoro.Esempio percentuale strutture 3%,murature orizzontali 2% e cosi via di seguito. Gli stati di avanzamento lavori vengono effettuati in base alle predette percentuali di lavoro effettuati. Esempio: percentuale delle strutture previste 3%,lavori parzialmente eseguiti 2%.Si intende conoscere in caso di recesso ad nutum come si calcola il valore delle opere eseguite se il prezzo è stato stabilito globalmente a forfait senza prezzario.”
Consulenza legale i 17/11/2014
L'art. 1671 del c.c. prevede l'attribuzione per legge al committente di un diritto potestativo di recedere unilateralmente ad nutum dal contratto di appalto, pur quando fosse stata iniziata l'esecuzione dell'opera o la prestazione del servizio, dovendo però in tal caso tenere indenne l'appaltatore delle spese sostenute, dei lavori eseguiti e del mancato guadagno.
L'indennizzo previsto dalla norma ha carattere risarcitorio, cioè è equiparato dalla giurisprudenza al risarcimento del danno da inadempimento (l'articolo parla infatti di "spese" e "mancato guadagno", con un evidente richiamo all'art. 1223 del c.c.).
Ne consegue che, per determinare l'importo dovuto dal committente all'appaltatore in caso di recesso ad nutum del primo, si dovranno applicare gli stessi criteri previsti per la liquidazione di qualsiasi danno cagionato a terzi: quando sia impossibile o difficoltoso fornire la prova precisa dell'entità del pregiudizio sofferto dall'appaltatore, il giudice ha facoltà di applicare anche il criterio equitativo per determinale le spese generali, i costi di ammortamento, l'impegno improduttivo di materiali e mano d'opera, etc. (Cass. civ., 14.4.1983, n. 2608), tenuto conto anche della svalutazione monetaria sopravvenuta fino alla data della liquidazione (v. tra le altre Cass. civ., 17.11.2003 n. 17340).
Veniamo quindi al caso di specie.
Come detto, l’indennità dovuta all'appaltatore ricomprende gli elementi integrativi dell’art. 1223 c.c., cioè il danno emergente (rimborso delle spese sostenute e dei lavori eseguiti), e il lucro cessante (mancato guadagno).
Analizzando le diverse componenti, abbiamo:
1- i lavori eseguiti dall’appaltatore sino al momento del recesso;
2- le spese sostenute: si intendono tutte quelle spese che non sono state ancora impiegate fruttuosamente nell’opera oggetto del contratto, ma che sono già state affrontate dall’appaltatore (es. materiale acquistato e trasportato in cantiere). Le spese generali dovranno essere rimborsate solo in proporzione alla parte di opera rimasta ineseguita;
3- il mancato guadagno: ciò che l’appaltatore avrebbe ricavato dall’esecuzione del contratto nel tempo stabilito, al netto delle spese. L'appaltatore può limitarsi a provare la differenza tra prezzo di appalto e costo delle opere appaltate, mentre il committente può provare che l'interruzione dell'appalto non ha impedito all'appaltatore di avere altri guadagni sostitutivi o di ottenere vantaggi di altra natura.
L'aspetto problematico sta nel primo elemento, in quanto nell'appalto con prezzo "a corpo" non si possono semplicemente moltiplicare i singoli prezzi unitari per le quantità effettivamente eseguite delle corrispondenti categorie di lavori. Nè la legge ci dice come fare in casi di questo genere. Gli studiosi, quindi, hanno ritenuto che si possa procedere in questo modo.
Innanzitutto va determinato il rapporto fra la parte dell'opera eseguita e l'intera prestazione concordata nel contratto; poi, si applica la medesima proporzione al prezzo originario complessivo (es. opera eseguita per un terzo, importo dovuto uguale a un terzo). Ciò vale se l'opera è "omogenea", cioè scomponibile in frazioni il cui valore corrisponda alla quantità" (vedi Rubino-Iudica, Dell’appalto. Artt. 1655-1677, in Commentario del codice civile Scialoja Branca, 2007, p. 501). Nelle opere complesse, non esiste un criterio unitario, ma si dovrà valutare il valore di quanto già eseguito con prudenza, cercando di rispettare il criterio di proporzionalità.
Purtroppo, quindi, se le parti (committente e appaltatore) non trovano accordo su una somma da corrispondere quale indennizzo, ci si dovrà rivolgere ad un giudice, il quale applicherà il criterio equitativo di cui all'art. 1226 del c.c..