Source: http://www.sidiblog.org/2013/07/17/il-caso-shalabayeva-alcune-questioni-e-qualche-spunto-di-risposta-e-riflessione-a-caldo/
Timestamp: 2020-08-03 11:33:14+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 19', 'sentenza ']

Il caso “Shalabayeva”: alcune questioni, e qualche spunto di risposta e riflessione “a caldo” | SIDIBlog
Pasquale De Sena 2013-07-17
Può ritenersi che il provvedimento di revoca dell’espulsione di Alma Shalabayeva sia idoneo a “sanare” i profili di illegittimità di tale espulsione? Dal punto di vista del diritto internazionale, una risposta negativa mi pare piuttosto agevole, considerato che l’espulsione ha avuto concreta esecuzione, e che, così comportandosi, l’Italia ha violato, con ogni probabilità, il principio derivante dall’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (nell’interpretazione datane dalla Corte europea), in base al quale una persona non può essere allontanata, se esposta al rischio di essere sottoposta a tortura o trattamenti disumani o degradanti nel Paese di destinazione (per una riaffermazione del principio in un caso recente: v. par. 91 della sentenza Mohammed c. Austria, del 6 giugno 2013). Un simile rischio era presente al momento dell’adozione e dell’esecuzione del provvedimento, indipendentemente dalla circostanza che al marito della Shalabayeva fosse stato riconosciuto lo “status” di rifugiato nel Regno Unito. Basti pensare che: a) le pressioni per la consegna di Ablyazov, e di sua moglie, provenivano da uno Stato dai connotati politico-costituzionali notoriamente illiberali; b) il rischio della sottoposizione a tortura o trattamenti disumani e degradanti per gli oppositori politici è già stato espressamente riconosciuto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, con riferimento al Kazakistan, proprio in un caso relativo all’estradizione dall’Ucraina, di un esponente del movimento di Ablyazov (Baysakov e altri c. Ucraina, sentenza del 18 febbraio 2010, par. 48-52) c) sia la pratica della tortura, che quella della violazione dei diritti delle donne continuano, anche oggi, a conoscere una notevole diffusione in Kazakistan, com’è attestato dalle affermazioni del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite (v. le Concluding Observations sul rapporto del Kazakistan, adottate del 21 luglio 2011; per il primo aspetto, v. il punto 14; per il secondo, il punto 10), oltre che dai rapporti di organizzazioni non governative (per la tortura, v., da ultimo, la posizione di Amnesty International e di Human Rights Watch); d) le suddette pressioni, a riprova della marcata coloritura politica dell’affare, provenivano, nel caso di specie, direttamente dal capo della missione diplomatica di quel Paese in Italia, neppure dalle sue autorità giudiziarie o di polizia (come sarebbe stato normale attendersi, essendo l’Ablyazov destinatario di un mandato di cattura internazionale); e) la stessa Shalabayeva ha dichiarato (in un memoriale pubblicato dal Financial Times, del quale ampi estratti sono riprodotti, in traduzione italiana, dal “Fatto quotidiano“) di aver reso noto, nel corso del fermo, cui è stata sottoposta da parte italiana, di essere moglie di uno dei leader dell’opposizione kazaka; f) gli organi di polizia italiani e il prefetto di Roma, per quanto appena visto, avrebbero dovuto assumere autonome informazioni sull’Ablyazov e sulla Shalabayeva, visto che il principio di cui sopra dispiega piena efficacia nell’ordinamento italiano, rivolgendosi – com’è ovvio – nei confronti di tutti gli organi dello Stato e, in una simile materia, particolarmente nei loro confronti e nei confronti dei magistrati competenti a convalidare l’espulsione; g) l’articolo 19 del testo unico sull’immigrazione riprende il suddetto principio, estendendolo ai casi “[…] in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione”. In senso contrario non può farsi valere, mi sembra, che l’interessata non verserebbe, attualmente, in questa situazione, non trovandosi agli arresti domiciliari, ma essendo soggetta ad un semplice obbligo di dimora (nella città di Almaty), impostole nell’ambito del procedimento relativo al rilascio illegale di un passaporto (come riportato da ADNKronos). E’ evidente che una simile circostanza, rilevata ex post, non è in grado, in alcun modo, di eliminare (o di attenuare) la negligenza (?! V. anche infra) dimostrata dalle autorità italiane nel dar luogo all’espulsione, negligenza di cui sembra costituire conferma, del resto, il fatto stesso dell’adozione del provvedimento di revoca. Né si può trascurare il rischio che il trattamento a lei riservato possa in prospettiva cambiare, una volta abbassatisi i riflettori …
Può dirsi che la revoca del provvedimento di espulsione attribuisca alla Shalabayeva, la facoltà di ritornare in Italia? Non vi è dubbio, mi pare, che, dal punto di vista dell’ordinamento italiano, la revoca del provvedimento di espulsione comporti la possibilità astratta del dispiegarsi di tale facoltà. Ognuno vede peraltro che le “chances” di concreta realizzazione di una simile eventualità sono davvero scarse, essendo piuttosto improbabile che il governo del Kazakistan si “apra”, per ora, a questa prospettiva, vista, fra l’altro, la funzione di “ostaggio” cui la Shalabayeva può obbiettivamente assolvere, proprio in rapporto all’obbiettivo perseguito dalle autorità kazake, di arrestarne il marito. D’altro canto, la circostanza che il Kazakistan non sia parte della Convenzione europea dei diritti dell’uomo implica che tale Stato non possa essere indotto – perlomeno in ambito europeo – a dar corso alla pretesa della Shalabayeva di lasciare il proprio Paese, neppure una volta cessate le ragioni oggi invocate per restringere tale diritto (articolo 2, par. 2 del Protocollo n. 4). A prescindere dalla natura consuetudinaria di un siffatto diritto, ciò potrebbe invece verificarsi, mutatis mutandis, nel sistema del Patto sui diritti civili e politici (art. 12, par. 2), dal momento che il Kazakistan ha ratificato sia il Patto stesso (24 gennaio 2006), che il primo Protocollo opzionale in tema di comunicazioni individuali (30 giugno 2009). In ogni caso, al di là di un eventuale (improbabile) ritorno in Italia della Shalabayeva, è necessario ripetere che quest’ultima aveva senz’altro diritto a non esserne allontanata in base al diritto internazionale, cioè a dire, in applicazione del suesposto principio, ricavabile dalla Convenzione europea.
Può concludersi che, in base al complessivo svolgersi degli eventi, l’allontanamento della Shalabayeva si configuri come una vera e propria “rendition”… mascherata da espulsione, più che come un allontanamento internazionalmente illecito? In questo senso si è pronunciata parte della stampa, essenzialmente in considerazione del fatto che l’espulsione della donna si è tradotta, per l’appunto, in una consegna della stessa alle autorità kazake. Ora, se è vero che le singolari modalità di attuazione (utilizzazione di un aereo privato) e la stessa rapidità di esecuzione del provvedimento di espulsione lasciano alquanto perplessi, una simile conclusione desta anch’essa perplessità. Si pensi solo che, a differenza di ciò che comunemente avviene in caso di “renditions”, la Shalabayeva non è, per ora, soggetta ad alcuna forma di detenzione segreta (e, a quanto pare, neppure palese), né risulta sottoposta a tortura o trattamenti disumani e degradanti (di recente, v. Savriddin Dzhurayev c. Russia, sentenza del 25 aprile 2013, par. 197-204), pur permanendo un simile rischio. Vero è che proprio la rapidità di esecuzione dell’espulsione ha di fatto comportato l’impossibilità di chiederne la sospensione, a titolo cautelare, da parte della Corte europea. Se questa circostanza sottenda, o meno, una sorta di dolosa accondiscendenza alle pressioni del Kazakistan, piuttosto che una negligenza delle autorità italiane di polizia coinvolte, non è dato dirlo oggi, con assoluta certezza (ma si veda, al riguardo, la nota di compiacimento indirizzata dall’Ambasciata del Kazakistan alla Questura di Roma il 28 maggio 2013, dal sito del Corriere della Sera).
Risulta invece, piuttosto chiaramente, che una marcata sottovalutazione del diritto internazionale ed europeo connota, in questa vicenda, sia i comportamenti delle autorità italiane coinvolte , sia quelli della Shalabayeva. Stupisce che la donna non abbia richiesto la cd. “protezione sussidiaria”, in base a quanto previsto oggi dalla Direttiva 2011/95/UE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 13 dicembre 2011 – e, già prima, dalla Direttiva CE 2004/83 – in tema di condizioni comuni per gli stati membri dell’Unione, per l’attribuzione ai cittadini di paesi terzi, non solo della condizione di rifugiato, ma anche dello “status” di persona comunque bisognosa di protezione internazionale. Al di là dell’eventualità di conseguire l’attribuzione dello “status” di rifugiato, ella avrebbe infatti potuto far valere – per quanto si è già detto, con ragionevole probabilità di successo – il rischio delineato dagli articoli 2, lettera e) e 15 della Direttiva 2011/95, che replicano fedelmente, anche nella numerazione, gli articoli della Direttiva del 2004.
Ancora più degna di nota è poi, naturalmente, la scarsa considerazione delle conseguenze giuridiche internazionalistiche dell’affare, dimostrata da gran parte delle autorità italiane coinvolte, soprattutto sotto il profilo della protezione dei diritti fondamentali suscettibili di venire in rilievo. Al riguardo, è appena il caso di ribadire quanto già segnalato sopra; e cioè, che il principio che avrebbe dovuto guidarne l’azione, non solo è pienamente consolidato nel sistema della Convenzione europea dei diritti dell’uomo – avendo tra l’altro ricevuto applicazione, proprio con riferimento al Kazakistan (!) – ma è anche ripreso, ed esteso, dall’art. 19 del Testo unico sull’immigrazione. In attesa che gli sviluppi in corso di svolgimento forniscano nuovi elementi di riflessione, un’ulteriore questione si può forse porre, sin da ora, con particolare riferimento a quest’ultima circostanza. Può dirsi che essa dipenda anche da una certa “latitanza” del diritto internazionale dal dibattito pubblico italiano? In caso positivo: come, e in che misura, può questo Blog contribuire a superare tale latitanza?
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Luglio 18, 2013 at 10:06 am	— Rispondi
mi sembra un’argomentazione molto interessante, partire, innanzi tutto, dalla prospettiva della revoca del provvedimento. Fare nel concreto delle azioni che vadano innanzi tutto verso la tutela delle persone che sono state direttamente danneggiate…
Luglio 18, 2013 at 7:52 pm	— Rispondi
In un ottimo commento relativo al caso “Shalabayeva”, pubblicato nella Rivista “on line” Affari internazionali (http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2371), il Collega (e amico) Marco Gestri fa notare una duplice circostanza, e cioè che:
a) un miglioramento della situazione dei diritti umani in Kazakistan è stato rilevato dalla Corte europea in decisioni recenti, con la conseguenza ” che non sussistono le condizioni per una generale proibizione degli allontanamenti verso tale Stato”;
b) in una recente sentenza relativa al caso Yefimova c. Russia (http://hudoc.echr.coe.int/sites/eng/pages/search.aspx?i=001-116740#{“itemid”:[“001-116740”]}), la Corte “ha ritenuto che l’estradizione di una persona di fiducia dello stesso Ablyazov non esporrebbe l’interessata a rischio serio di tortura”.
Si tratta di constatazioni del tutto corrette; per di più, confesso che la decisione espressamente – e meritoriamente – citata da Marco mi era sfuggita.
Ciò detto, non mi pare che tali constatazioni siano idonee a mettere del tutto fuori gioco le considerazioni che ho svolto nel post, per le seguenti ragioni:
a) è vero che la situazione complessiva della tutela dei diritti fondamentali è migliorata, dopo il 2010, in Kazakistan, com’è attestato anche dalle “Concluding Observations” del Comitato dei diritti umani delle Nazioni Unite del luglio 2011 (da me citate); vero è, pure, che in quelle stesse Osservazioni si fa espressamente notare – fra i motivi di preoccupazione – la persistente tendenza a non perseguire i funzionari governativi, responsabili di tortura;
b) non vi è dubbio che la decisione adottata dalla Corte nella controversia Yefimova c. Russia esclude che il semplice, generico rischio di sottoposizione a tortura o trattamenti disumani e degradanti sia sufficiente ai fini della violazione dell’articolo 3; ciò nonostante, la situazione della Shalabayeva non mi sembra paragonabile a quella della Yefimova, se si considera che:
b1) l’azione del Governo kazako nei confronti di Ablyazov, in quanto leader del principale movimento di opposizione del Paese, ha dato luogo, nel corso del tempo, ad incriminazioni di dubbia natura, più volte fatte rilevare da organizzazioni non governative e ben note alla Corte (par 31 ss. della decisione Baysakov, da me citata), anche a voler tralasciare completamente il riconoscimento dello status di rifugiato ottenuto nel Regno Unito;
b2) la Shalabayeva, in quanto moglie, convivente e, direi, “complice” di Ablyazov (sfuggito al blitz della polizia italiana, evidentemente anche grazie alla sua cooperazione), risulta a lui direttamente e strettamente legata, a differenza della Yefimova;
b3) proprio a quest’ultima circostanza – e non certo al timore di non essere ben curata in carcere, fatto valere dalla Yefimova – si connette il rischio, specifico, che corre la Shalabayeva, di esser soggetta quantomeno a trattamenti disumani e degradanti.
Luglio 19, 2013 at 9:28 am	— Rispondi
Vorrei segnalare la prima presa di posizione adottata a livello internazionale sul caso “Shalabayeva”; si tratta di uno “statement”, comune a tre esperti indipendenti delle Nazioni Unite, sui diritti dei migranti, sulla tortura e sull’indipendenza del potere giudiziario: http://www.un.org/apps/news/story.asp?NewsID=45443&Cr=Kazakh&Cr1=#.UejdNo30FGk
Lo “statement”, che si conclude con un appello ad una soluzione (diplomatica) del caso, che porti al ritorno in Italia della Shalabayeva, esprime preoccupazioni giuridiche analoghe (se non più marcate: v., in particolare, il punto relativo alla qualificabilità della vicenda come una sorta di “rendition” di fatto) a quelle espresse nel primo post.
Luglio 31, 2013 at 4:49 pm	— Rispondi
Interessante il definire il caso Shalabayeva come extraordinary rendition, così come affermato anche dal Crèpeau, esperto delle Nazioni Unite. Facendo riferimento alle definizioni di extraordinary rendition, diffuse in prassi e dottrina internazionale, si può considerare il caso Shalabayeva assimilabile a tale fenomeno? Considerando: per primo che non sussistono al momento elementi quali tortura, trattamenti inumani e degradanti o ingiusta detenzione, a seguito della consegna. In secondo luogo l’espulsione da parte del governo italiano è avvenuta al di fuori di un sistematico piano di consegne al fine di interrogatorio e senza la caratteristica della segretezza. In ultima analisi, per sua natura, una extraordinary rendition si sostanzia in una pratica elusiva delle procedure legalmente previste, e, nel caso considerato, l’espulsione è avvenuta non in modo proceduralmente illegale, bensì ignorando (o presumibilmente ignorando) dello status della Shalabayeva, quindi erroneo dal punto di vista sostanziale. Mi chiedo dunque se, fermo restando la violazione dei diritti umani, si possa considerare questo come un caso di extraordinary rendition, piuttosto che semplicemente un’ennesimo errore diplomatico, auspicabilmente negligente piuttosto che connivente.
Luglio 19, 2013 at 1:52 pm	— Rispondi
A parte questa ennesima figura tragicomica, ma molto più tragica che comica, che l’Italia è riuscita a fare sul piano internazionale, con una certa invidiabile abilità, e a prescindere un momento dal rischio di violazione dei diritti umani nel paese di destinazione, mi sembra che il diritto internazionale limiti le modalità operative in cui l’espulsione viene effettuata e qui ho l’impressione che l’Italia sia riuscita a fare quasi il peggio possibile (ma sarà certamente in grado di superarsi).
Luglio 19, 2013 at 4:56 pm	— Rispondi
Come non condividere le meste osservazioni sovrastanti (tra l’altro, sta per giungere un post concernente proprio l’aspetto segnalato, sia pure con riferimento alla normativa italiana)?
Agosto 1, 2013 at 11:09 am	— Rispondi
Marzo 25, 2014 at 10:41 am	— Rispondi