Source: http://www.rivistagiuridica.aci.it/documento/la-revoca-della-patente-nei-reati-di-omicidio-e-lesioni-stradali.html?tx_rgdocuments_rgsh%5Bcontroller%5D=Document&cHash=7b801623f7e6867db7dc6c7820da9920
Timestamp: 2019-08-20 20:19:19+00:00
Document Index: 105229001

Matched Legal Cases: ['art. 222', 'art. 222', 'art. 222', 'art. 3', 'art. 222', 'art. 222', 'art. 590', 'art. 590', 'art. 589', 'art. 69', 'art. 7', 'art. 416', 'art. 5', 'art. 25', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Sentenza 17 aprile 2019, n. 88 - massima a cura della Dott.ssa Maristella Giuliano
Reati di omicidio stradale e di lesioni personali stradali – questioni di legittimità costituzionale - revoca automatica della patente di guida – sussiste - divieto di conseguimento di una nuova patente a seguito di condanna – decorrenza cinque anni – inammissibile – divieto di bilanciamento delle circostanze aggravanti ed attenuanti – non fondata
La Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 222, comma 2, quarto periodo, del codice della strada, nella parte in cui non prevede che, in caso di condanna ovvero di applicazione della pena su richiesta delle parti, per i reati di omicidio stradale e lesioni personali stradali, il giudice possa disporre, in alternativa alla revoca della patente di guida, la sospensione della patente stessa. La legge n. 41 del 2016 aveva modificato l’art. 222 comma 2, prevedendo in ogni caso di condanna per i reati stradali, sia nelle figure aggravate che semplici, la revoca della patente di guida. Per la Corte Costituzionale tale scelta del legislatore travalica i limiti della proporzionalità, ragionevolezza e uguaglianza perché sottopone, senza possibilità di graduazione, alla medesima sanzione accessoria, situazioni molto diverse. La revoca della patente si giustifica solo nelle fattispecie aggravate della guida in stato d’ebbrezza con tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti di cui al secondo e terzo comma degli articoli 589 bis e 590 bis del codice penale. L’art. 222, comma 2, quarto periodo prevedendo una revoca automatica, in sostanza non lascia al giudice alcuna possibilità di commisurare la sanzione accessoria alla gravità del danno, alle modalità della condotta, all’intensità della colpa e al concorso di altri fattori (quali, ad esempio, il concorso di colpa della persona offesa) e pertanto è manifestamente irragionevole in rapporto all’art. 3 della Costituzione. In questi casi il giudice, secondo la gravità della condotta del condannato, potrà sia disporre la sanzione amministrativa della revoca della patente di guida, sia quella, meno afflittiva, della sospensione della stessa per la durata massima prevista dal secondo e dal terzo periodo del medesimo comma 2 dell’art. 222.
In merito alla questione di legittimità costituzionale dell’art. 222, comma 3-ter, la Corte ha dichiarato l’inammissibilità della stessa sul presupposto che l’impossibilità di conseguire una nuova patente di guida prima che siano decorsi cinque anni dalla revoca della stessa costituisce un fattore temporale fissato dalla legge che rileva nel procedimento amministrativo promosso dall’interessato per ottenere una nuova patente e che non può essere valutato dal giudice il quale dispone eventualmente soltanto la sanzione amministrativa accessoria.
Infine la Corte Costituzionale ha dichiarato non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 590-quater del codice penale, che prevede il divieto di bilanciamento delle circostanze attenuanti e aggravanti, in riferimento agli artt. 3, 25, secondo comma, e 27 Cost.
In particolare l’art. 590-quater prevede il divieto di prevalenza e di equivalenza dell’attenuante speciale del concorso di colpa di cui all’art. 589 bis, comma 7 e 590 bis, comma 7, codice penale, con conseguente diminuzione della pena fino alla metà. In base all’impianto sanzionatorio voluto dal legislatore del 2016, la diminuzione della pena sino alla metà opera solo sulla quantità di pena determinata dalla circostanza aggravante. Da ciò consegue un notevole inasprimento della pena stessa che nel caso di condanna per omicidio stradale a seguito di guida con tasso alcolemico superiore a 1,5 g/l può essere ridotta fino ad un massimo di 4 anni a fronte di un anno di reclusione a cui si potrebbe arrivare in assenza del divieto di bilanciamento delle circostanze. Per i giudici rimettenti, il divieto di bilanciamento delle circostanze del reato, ha l’effetto che le fattispecie dell’omicidio stradale e delle lesioni personali stradali aggravate, risultino punite in misura sproporzionata rispetto alle fattispecie non aggravate, così compromettendo anche la finalità rieducativa della pena.
La Corte però riafferma il principio che le deroghe al bilanciamento delle circostanze possono essere ritenute costituzionalmente legittime, purché non travalichino nella manifesta irragionevolezza o nell’arbitrio, rientrando nell’ambito della discrezionalità del legislatore, il quale può decidere, secondo scelte politiche non sindacabili, di contrastare con maggiore severità condotte particolarmente lesive dell’incolumità delle persone, in grado di destare un diffuso allarme sociale.
In seguito numerose sono state le disposizioni che, in riferimento a particolari reati, hanno previsto aggravanti speciali sottratte alla comparazione dell’art. 69 cod. pen., tra le quali spicca l’aggravante del metodo e dell’agevolazione mafiosa (art. 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, recante «Provvedimenti urgenti in tema di lotta alla criminalità organizzata e di trasparenza e buon andamento dell’attività amministrativa», convertito, con modificazioni, in legge 12 luglio 1991, n. 203). Questa clausola di esclusione della comparazione è oggi prevista dall’art. 416-bis.1 cod. pen. (Circostanze aggravanti e attenuanti per reati connessi ad attività mafiose) ? articolo inserito dall’art. 5, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 1º marzo 2018, n. 21, recante «Disposizioni di attuazione del principio di delega della riserva di codice nella materia penale a norma dell’articolo 1, comma 85, lettera q), della legge 23 giugno 2017, n. 103» ? che stabilisce, al secondo comma, che le circostanze attenuanti, diverse da quelle previste dagli artt. 98 e 114 cod. pen., concorrenti con l’aggravante di cui al primo comma della medesima disposizione, non possono essere ritenute equivalenti o prevalenti rispetto a questa e le diminuzioni di pena si operano sulla quantità di pena risultante dall’aumento conseguente alla predetta aggravante.
Secondo la costante giurisprudenza di questa Corte, le valutazioni sulla dosimetria della pena appartengono alla «rappresentanza politica, […] attraverso la riserva di legge sancita nell’art. 25 Cost.» (sentenza n. 236 del 2016), e sono assoggettate al giudizio di legittimità costituzionale solo a fronte di scelte palesemente arbitrarie del legislatore che, per la loro manifesta irragionevolezza, evidenzino un uso distorto della discrezionalità a esso spettante (ex multis, sentenze n. 142 del 2017, n. 148 e n. 23 del 2016, n. 81 del 2014, n. 394 del 2006; ordinanze n. 249 e n. 71 del 2007, n. 169 e n. 45 del 2006). Da ultimo questa Corte (sentenza n. 40 del 2019) ha precisato che « fermo restando che non spetta alla Corte determinare autonomamente la misura della pena (sentenza n. 148 del 2016), l’ammissibilità delle questioni di legittimità costituzionale che riguardano l’entità della punizione risulta condizionata non tanto dalla presenza di un’unica soluzione costituzionalmente obbligata, quanto dalla presenza nel sistema di previsioni sanzionatorie che, trasposte all’interno della norma censurata, garantiscano coe
Sent_C_Cost_88_aprile_2017.pdf 288 KB