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Timestamp: 2019-05-26 06:26:46+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art. 100', 'art. 16', 'art. 4', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 7']

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Per la Consigliera nazionale di parità il congedo del padre si applica a tutti i dipendenti
Pubblicato il aprile 5, 2013 da Francesca Ciangola
Avevo parlato in questo articolo dei congedi genitoriali introdotti dalla riforma Fornero, applicabili a tutti (senza distinzione) lavoratori dipendenti.
Era stato analizzato il singolare (e pericoloso) precedente, per cui un parere ministeriale, e una conforme circolare INPS, di fatto interpretano a modo loro la disposizione normativa relativa al congedo obbligatorio del padre lavoratore, escludendone l’applicabilità per i lavoratori dipendenti pubblici.
Laddove la legge non esclude, lo fa (di fatto, così è accaduto) il funzionario ministeriale, con esiti pericolosi sia sull’enorme stravolgimento della gerarchia delle fonti, sia sul conseguente ipotizzabile contenzioso che dalla confusione e discriminazione applicativa può scaturire.
Sul tema è intervenuto qualche giorno fa, per bocca della Consigliera di parità, anche il Ministero del Lavoro.
Doverosa premessa: “La Consigliera nazionale” leggiamo dal sito web istituzionale “è nominata con decreto del Ministro del Lavoro di concerto con il Ministro delle Pari Opportunità. Nell’esercizio di tale funzione, la Consigliera riveste anche la qualifica di pubblico ufficiale ed ha l’obbligo di segnalazione all’autorità giudiziaria per i reati di cui viene a conoscenza”.
La Consigliera produce sul sito istituzionale delle interessanti schede esplicative relative ai nuovi diritti in tema di genitorialità; a proposito del congedo obbligatorio del padre, la relativa scheda prevede espressamente che il congedo sia applicabile a tutti i lavoratori dipendenti (senza esclusione alcuna).
La scheda esplicativa di un organo del Ministero del Lavoro, quindi, pur riportando espressamente la precedente circolare INPS che escludeva di fatto la possibilità di fruire del diritto per i lavoratori pubblici, non fa menzione dell’esclusione, ricomprendendo anzi implicitamente tale categoria di lavoratori nella platea dei beneficiari (indicati come “lavoratori dipendenti”).
A meno che non sia una dimenticanza, quindi, l’interpretazione autorevole della Consigliera di Parità di fatto non tiene conto dell’esclusione operata dai funzionari della Funzione Pubblica e dell’INPS.
Ciò premesso, è importante sottolineare le più importanti delle competenze ascrivibili alla Consigliera; sempre per il tramite del sito istituzionale, si apprende che la stessa “Consigliera nazionale di parità è una figura istituita per la promozione ed il controllo dell’attuazione dei principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione per uomini e donne nel mondo del lavoro”.
Qualora si assumesse, come su queste pagine sostenuto, che l’esclusione operata dalla Funzione Pubblica e dall’INPS nei confornti dei padri lavoratori pubblici che non beneficerebbero del congedo genitoriale sia contraria ai “principi di uguaglianza di opportunità e non discriminazione per uomini e donne nel mondo del lavoro“, sarebbe opportuno darne immediata segnalazione alla Consigliera di parità, che peraltro ha mostrato, con il documento sopra riportato, di condividere l’assunto.
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Che fine ha fatto il giro di vite?
Pubblicato il marzo 27, 2013 da Francesca Ciangola
In questo articolo di qualche settimana fa, si cercava di analizzare una certa campagna stampa, orchestrata, come dire, con spiegamento di forze univoche e medesime martellanti parole contro i lavoratori dello Stato, a proposito del “giro di vite” connesso all’”approvazione” del Codice di comportamento dei dipendenti pubblici.
Ebbene, non avevo sottolineato, sull’onda di una certa veemenza causata dall’orribile omicidio delle due colleghe della Regione Umbria, che il nuovo Codice di comportamento dei pubblici impiegati assumerà le vesti di Decreto del Presidente della Repubblica, ovvero di regolamento governativo, fonte secondaria del diritto, regolato nel procedimento di formazione dalla legge 400/1988.
La legge, a proposito dei regolamenti ministeriali, dispone all’art. 17:
1. Con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri, sentito il parere del Consiglio di Stato che deve pronunziarsi entro novanta giorni dalla richiesta, possono essere emanati regolamenti per disciplinare;
Tutte le notizie, rese con gli stessi identici termini e la stessa veemenza oltranzista contro i pubblici dipendenti, in barba alla più evidente realtà normativa, si basavano esclusivamente sul riassunto dei comunicati stampa pubblicati sul sito del Governo, il quale, nonostante i passi da seguire negli iter normativi siano ancora da percorrere, pubblica sintesi normative come fossero (lo sono per i lettori disattenti) cosa fatta.
I regolamenti ministeriali infatti debbono acquisire il parere obbligatorio del Consiglio di Stato, che non è adempimento formale, ma di sostanza, e che può portare alla riformulazione di intere parti del regolamento, alla riscrittura, alla decisione di bloccarlo.
Pensiamo alla vasta eco, e alle conseguenze concrete, che ebbe il “blocco” del Consiglio di Stato del primo decreto governativo sul pagamento dell’Ici per gli istituti ecclesiastici, riportato qui; la vicenda si concluse con una riformulazione del decreto, poi oggetto di un ulteriore parere favorevole, ma con numerose osservazioni, del Consiglio di Stato.
A proposito del valore dei pareri obbligatori, da rendersi prima dell’entrata in vigore dei regolamenti governativi, riporto le parole Damiano Nocilla, Consigliere di Stato e pubblicate sul sito web dell’organo.
“Solo in un momento successivo il Consiglio valuterà gli atti governativi di produzione normativa, sindacandone preventivamente la costituzionalità (e, per i regolamenti, anche la legittimità) sia sotto il profilo formale che sotto quello del contenuto: sindacato che deve investire non solo l’eccesso di delega o l’inosservanza delle norme sulle competenze, ma anche ogni profilo di non conformità sostanziale a Costituzione (ed, ove possibile, a legislazione) delle norme indubbiate. …L’ampiezza e l’incisività, che assume il sindacato preventivo sugli atti normativi del Governo, appare significativa soprattutto per quanto riguarda gli atti di normazione secondaria, al fine, per un verso, di evitare che vi siano zone dell’ordinamento che possano sottrarsi alla valutazione di conformità formale e sostanziale alla Costituzione, e per l’altro, di superare le carenze del sindacato successivo di legittimità dei regolamenti, modellato com’è noto sul sindacato relativo ai provvedimenti amministrativi e sul potere di disapplicarli spettante ai giudici. Il sindacato preventivo e quello successivo sui regolamenti si integrano a formare, se si vuole, un unico sistema e la funzione consultiva si lega indissolubilmente alla funzione giurisdizionale, sicché solo uno profondo senso di unità tra sezioni dello stesso Consiglio e tra Tribunali Amministrativi Regionali e Consiglio di Stato può consentire che anche la normativa di rango secondario non sfugga al vaglio di costituzionalità e di legittimità.
…Ed è proprio in relazione a queste attività, che si esplicano in forma consultiva, ma che sostanziano un vero e proprio sindacato sull’Amministrazione, che sussiste precipuamente l’esigenza di tutelare, come vuole l’ultimo comma dell’art. 100, la posizione d’indipendenza e d’imparzialità dell’organo e dei suoi componenti, per garantire non solo il perseguimento dell’interesse pubblico alla legalità degli atti dell’Amministrazione, ma anche la realizzazione degli interessi privati che l’ordinamento tutela attraverso l’attribuzione ai singoli di specifiche situazioni giuridiche soggettive di vantaggio: e ciò tanto più se queste ultime dovessero essere il riflesso di quei valori di libertà che la Costituzione proclama e realizza.
Dicevamo, che fine ha fatto il regolamento accolto come la legge delle XII tavole dai giornalisti di casa nostra?
Siede probabilmente in comoda attesa nell’anticamera del Consiglio di Stato. Non si trova infatti neanche tra gli atti in attesa alla firma del Presidente della Repubblica e in attesa della pubblicazione, riportati proprio sul sito del Quirinale tra gli atti firmati.
Ne daremo conto, comunque, non appena lo stesso sarà pubblicato, evidenziando anche le eventuali e possibili discrepanze con le notizia strombazzate (in maniera un po’ pecoraia, per usare un termine tecnico) sulla generalità unanime degli organi di stampa.
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Blocco contrattuazione nel pubblico impiego: al prossimo Governo la decisione
Pubblicato il marzo 22, 2013 da Francesca Ciangola
Il Consiglio dei Ministri di ieri ha deciso, nel senso che si è determinato nel non pronunciarsi a proposito dell’annunciata proroga del blocco contrattuale dei dipendenti pubblici.
Questa la nota ufficiale pubblicata sul sito del Governo
Il Consiglio, su iniziativa del Ministro dell’ economia, di concerto con il Ministro della Pubblica amministrazione e semplificazione, ha proposto di avviare l’iter concernente il regolamento di contenimento delle spese del pubblico impiego. Questo consentirà al prossimo governo di scegliere tra la proroga del blocco della contrattazione e degli automatismi stipendiali portando a termine la procedura del regolamento, come previsto dal decreto legge 98 del 2011; oppure di trovare una diversa copertura e così evitare per il 2014 il blocco delle progressioni e degli automatismi retributivi nel pubblico impiego.
Si annuncia quindi il regolamento sul pubblico impiego che dovrebbe decidere sulla proroga, come previsto dall’art. 16 del decreto legge 98/2011.
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Nuovo congedo di paternità e amministrazioni pubbliche
Pubblicato il marzo 13, 2013 da Francesca Ciangola
È rimasto aperto il problema dell’applicabilità ai dipendenti pubblici delle nuove norme in tema di congedo genitoriale introdotte dalla riforma Fornero, con l’ovvio corollario di problemi applicativi tutto a carico dei dirigenti pubblici, compresi quelli scolastici.
Riassumendo: abbiamo più volte visto come con la riforma Fornero (art. 4 comma 24 legge 92/2012) erano state introdotte norme di favore per i neo genitori lavoratori dipendenti, che prevedono:
1.Il diritto per il padre lavoratore ad un giorno di congedo obbligatorio (retribuito) per la nascita del figlio, e a due giorni facoltativi (da scalarsi dal rispettivo congedo obbligatorio della madre);
2.I diritti per la madre lavoratrice di fruire di un contributo dell’INPS, o di voucher, per retribuire le strutture, o i privati, che si occupino dei figli qualora le stesse decidano di convertire il congedo parentale con tali misure.
La norma, e il Decreto Ministeriale attuativo di poco tempo fa, hanno disposto delle agevolazioni evidenti per i lavoratori dipendenti, senza disporre alcuna differenziazione tra gli stessi.
Sembrava quindi pacifico che il diritto fosse diretto anche ai pubblici dipendenti, finquando non è intervenuto il parere del Capo Dipartimento della Funzione Pubblica, che esclude i dipendenti pubblici dalla platea dei beneficiari della normativa (vedi Detto tra noi del 21 febbraio 2013).
Abbiamo già avuto modo di analizzare nel merito l’interpretazione ministeriale, interrogandoci per questi motivi:
il comma 7 dell’art. 1 si riferisce all’intera legge 92, estremamente articolata e variegata, contenente la riforma del lavoro;
il medesimo comma dispone che la legge intera costituisce principio generale per i lavoratori pubblici “per quanto non espressamente previsto”. Proprio le nuove norme sulla genitorialità (a differenza di restanti punti, assai discussi, della riforma) sono chiarissime, suffragate peraltro da un decreto ministeriale applicativo con allegata relazione illustrativa;
comunque, anche quando si trattasse di una normativa ancora oscura, l’intervento del Ministero è previsto come obbligatorio (non eventuale), e sarebbe diretto all’armonizzazione della disciplina, non alla sua applicazione.
Ci sembra, invece, che la novella abbia voluto intendere che la normativa si applichi ai dipendenti pubblici come a tutti i restanti lavoratori dipendenti, e che spetta al Ministro per la pubblica amministrazione intervenire per armonizzare la disciplina specifica per i pubblici dipendenti (ricordiamolo, interessati già da parecchi anni alla privatizzazione del loro rapporto di lavoro) ove contrastante con la disciplina recata dalla normativa.
Ricordiamo poi, come su queste pagine più volte sostenuto a proposito, ad esempio, delle variegate interpretazioni ministeriali anche contrastanti con la normativa ordinaria (vedi il caso emblematico del divieto della monetizzazione delle ferie), che il parere ministeriale non può sostituirsi alla norma di legge.
Inoltre, non è prescritto che i funzionari ministeriali, soggetti alla legge, debbano obbligatoriamente porre attenzione ai pareri interpretativi come fossero dirimenti, visto che, come in questo caso, gli stessi sono diretti espressamente a singole amministrazioni richiedenti e non resi sotto forma di circolare diretta a tutte le amministrazioni.
Il tema del congedo parentale è poi particolarmente delicato e tutelato. Addirittura, la Corte di Cassazione sez. lavoro, a proposito di un altro caso ma sempre con riferimento ai congedi genitoriali, con decisione n. 6856 del 2012 impone una visione non restrittiva dell’istituto del congedo, in quanto lo stesso sarebbe tutelato dalla Costituzione, artt. 30 e 31.
Da un altro punto di vista, la massima giurisprudenza amministrativa (Consiglio di Stato, Sez. IV, sentenza 5.3.2013, n. 1347) ha chiarito, a proposito di un’ipotesi diversa (applicabilità della riforma in tema di assistenza ai disabili per il personale militare, di cui alla legge 183/2010, quando la norma prevedeva per questa categoria l’applicabilità con normativa specifica di dettaglio), un importante principio. Ovvero che l’attuazione dei principi con norma di dettaglio non giustifica l’inoperatività dei principi stessi quando peraltro non contiene norme specifiche di carattere inibitorio. Principio stabilito, peraltro, per norme di dettaglio da definirsi, non per norme “armonizzatrici”, come nel caso di specie.
In questo caso, poi, sembra proprio inequivoca la portata normativa, ovvero applicabile ai lavoratori dipendenti tutti, oltre alle motivazioni esposte e ai pareri riportati.
In tali situazioni, quindi, riteniamo utile e necessario che i singoli dirigenti scolastici, qualora si trovino di fronte a comunicazioni di padri lavoratori diretti alla fruizione del congedo previsto dalla riforma (parliamo di padri perché per i diritti della madre lavoratrice è l’INPS ad essere coinvolta), debbano procedere applicando la legge, motivando adeguatamente la scelta (e di spunti per la motivazione della decisione, come visto, ce ne sono in abbondanza) e infine chiedendo un pronunciamento di indirizzo all’organo gerarchico sovraordinato, ovvero l’USR regionale.
Una direttiva dell’organo sovraordinato porrebbe al riparo da possibili interpretazioni equivoche.
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Qualche aggiornamento (anche sulla monetizzazione delle ferie)
Pubblicato il febbraio 7, 2013 da Francesca Ciangola
Nella Gazzetta Ufficiale n. 29 del 4 febbraio 2013 è stato pubblicato il D.P.R. 252/2012, “Regolamento recante i criteri e le modalità per la pubblicazione degli atti e degli allegati elenchi degli oneri introdotti ed eliminati, ai sensi dell’art. 7, comma 2, della legge 11 novembre 2011, n. 180 “Norme per la tutela della libertà d’impresa. Statuto delle imprese”:
Il MInistero dell’economia e delle Finanze ha poi pubblicato un’importante testo riassuntivo, sotto forma di circolare, con cui ripercorre tutti i più recenti interventi di contenimento della spesa pubblica, distinti per argomento e riassunti in un leggibile schema esplicativo finale.
La circolare è la numero 2 del 5 febbraio 2013.
Su questo ultimo testo, due piccole annotazioni.
Singolarmente, la circolare si rivolge solo alle amministrazioni dello Stato, e non a tutti gli enti pubblici, compresi i locali e i territoriali. Nella realtà, le più importanti misure di contenimento della spesa nel testo richiamate, a cominciare dal decreto sulla revisione della spesa, si applicano proprio a tutte le amministrazioni pubbliche, quindi le ragioni dell’esclusione sono ignote.
Poi, la circolare ricorda l’introduzione, a norma del D.L. 95/2012, del divieto di monetizzare le ferie, e riporta sul punto i pareri ministeriali (Funzione Pubblica e Ministero Finanze) con cui funzionari di vertice di queste amministrazioni interpretavano il divieto nel senso di escludere (usando termini molto prudenti e la forma verbale condizionale, lo ricordiamo) dal divieto di monetizzazione tutte le cause estintive improvvise, non preventivate e comunque non imputabili alla volontà del dipendente.
Rimando a tutti gli innumerevoli approfondimenti sul tema, ricordando che la circolare non è fonte del diritto, e in questo caso riporta (non prescrive l’operatività nè impone l’applicazione) pareri di funzionari ministeriali, resi peraltro in antitesi al preciso, inequivocabile, e rafforzato da specifiche previsioni sanzionarìtorie, divieto assoluto prescritto dalla legge.
Ulteriori approfondimenti successivamente.
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Gli aggiornamenti di inizio anno
Pubblicato il gennaio 4, 2013 da Francesca Ciangola
Negli ultimi giorni sono entrati in vigore importanti provvedimenti, assolutamente eterogenei e quindi meritevoli di apporfondimento e studio (quando non di panico interpretativo, come gli ultimi anni di legislazione ci hanno insegnato).
Il “Decreto sviluppo”
Il Decreto Legge 179 dell’ottobre 2012 è stato convertito in legge il 17 dicembre 2012, ed è in vigore dal 19 dicembre. Qui il testo.
Quella che era la legge finanziaria è contenuta nella legge del 24 dicembre 2012, n° 228, in vigore dal 1 gennaio 2013.
La legge sconta la consueta confusione di commi e disposizioni eterogenee al suo interno, aggravata dal fatto che molte disposizioni contenute in decreti legge in scadenza, non convertiti per l’accelerazione della crisi politica conseguente alle dimissioni del Governo Monti, sono stati convertiti all’interno del provvedimento (meglio, ribaditi, poiché non si parla di conversione ma si ripropongono le medesime disposizioni contenute nei decreti).
La legge consta di un singolo articolo, di 561 commi e di due allegati. Ignorando completamente, ancora una volta, quella circolare della Presidenza del Consiglio dei ministri del 2001, intitolata “Guida alla redazione dei testi normativi”, che, tra le altre preziose indicazioni, al punto 2.3.3 espressamente dispone “E’ opportuno evitare un numero eccessivo di commi per ciascun articolo. Orientativamente, è eccessivo un numero di commi eccedente 10“.
Una sintesi dei principali provvedimenti contenuti nella legge, in tema di lavoro, si trova qui
La legge sui figli naturali
Mi consento una breve digressione dai temi solitamente analizzati, per ricordare un altro provvedimento entrato in vigore il primo gennaio.
Si tratta della legge 219 del 10 dicembre 2012, avente per oggetto “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali, in vigore dal 1 gennaio”, che si trova qui
Un provvedimento che ha dovuto attendere l’anno 2012 per mettere fine ad una odiosa discriminazione, che vedeva i figli nati non in costanza di matrimonio sottoposti ad una situazione peggiorativa rispetto ai figli c.d “legittimi”, dal punto di vista ereditario e da quello parentale, non intercorrendo alcun tipo di raporto di parentela tra figli naturali e famiglia di provenienza. I problemi che potevano sorgere (e sono sorti) ai fini ereditari (con netta prevalenza dei diritti dei figli legittimi) e parentali (con il rischio che in caso di morte dei genitori i figli naturali venissero affidati alle cure dello Stato o dati in adozione invece che ai nonni a agli zii),sono stati finalmente risolti.
Dopo anni di disegni di legge arenati, decaduti con lo scioglimento anticipato delle Camere, dimenticati in balia dell’inerzia politica.
Un buon motivo per ricordare una cosa buona di questa legislatura.
Sorvolando sull’ultimo “dispettuccio”: i 21 giorni per l’entrata in vigore, a fronte dei 6 giorni della legge di stabilità e ai due del decreto sviluppo.
Del resto le teste canute dei vertici istituzionali non hanno tutta la vita davanti, i bambini sì.
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