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Timestamp: 2020-01-26 07:47:01+00:00
Document Index: 52343170

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 3', 'art. 16', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'art. 416', 'art. 5', 'art. 33', 'art. 416', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 416', 'art. 5', 'art. 3', 'art. 25', 'art. 25']

Art. 5 cod. proc. penale: Competenza della corte di assise | La Legge per tutti
Art. 5 cod. proc. penale: Competenza della corte di assise
1. La corte di assise e’ competente:
c) per ogni delitto doloso se dal fatto e’ derivata la morte di una o più persone, escluse le ipotesi previste dagli articoli 586,588 e 593 del codice penale.
d) per i delitti previsti dalle leggi di attuazione della XII disposizione finale della Costituzione, dalla legge 9 ottobre 1967 n.962 e nel titolo I del libro II del codice penale, sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni.
d-bis) per i delitti consumati o tentati di cui agli articoli 416, sesto comma, 600, 601, 602 del codice penale, nonchè per i delitti con finalità di terrorismo sempre che per tali delitti sia stabilita la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dieci anni
Il D.L. 22 febbraio 1999, n. 29 convertito con modificazioni dalla L. 21 aprile 1999, n. 109 ha disposto (con l’art. 3, comma 1) che “l’articolo 5, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall’articolo 1 del presente decreto, si applica anche ai procedimenti per i delitti di rapina ed estorsione aggravata in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, salvo che, prima di tale data, sia stato dichiarato aperto il dibattimento davanti alla corte di assise.”
Ha inoltre disposto (con l’art. 3, comma 2) che “conservano efficacia gli atti compiuti e i provvedimenti emessi nei procedimenti indicati nel comma 1, prima della data di entrata in vigore del presente decreto, dal giudice competente a norma dell’articolo 5, comma 1, lettera a), del codice di procedura penale, come modificato dall’articolo 1 del presente decreto.”
La L. 11 agosto 2003, n. 228 ha disposto (con l’art. 16, comma 1) che la modifica al presente articolo si applica solo ai reati commessi successivamente alla data di entrata in vigore della presente legge.
Il D.L. 12 febbraio 2010, n. 10, convertito con modificazioni dalla L. 6 aprile 2010, n. 52 ha disposto (con l’art. 1, comma 2) che le modifiche al presente articolo “si applicano anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto solo nei casi in cui alla data del 30 giugno 2010 non sia stata già esercitata l’azione penale.”
La competenza a giudicare in grado di appello i reati comunque aggravati di associazione di tipo mafioso, dopo l'entrata in vigore del D.L. 12 febbraio 2010, n. 10, convertito nella legge 6 aprile 2010, n. 52, spetta alla Corte di appello, e non alla Corte di Assise di appello, anche nel caso che il giudizio di primo grado sia stato celebrato e definito nelle forme del rito abbreviato davanti al giudice dell'udienza preliminare in epoca precedente alla modifica normativa, poiché l'art. 2 di detta legge stabilisce per tale tipologia di procedimenti la competenza del tribunale, salvo che, al momento dell'entrata in vigore del D.L., "sia stato dichiarato aperto il dibattimento davanti alla Corte di Assise". Rigetta, App. Reggio Calabria, 14/07/2011
Cassazione penale sez. VI 07 febbraio 2013 n. 19191
L'applicazione retroattiva dell'art. 5 cod. proc. pen. (nel testo vigente), che assegna alla competenza del tribunale i reati associativi, "quoad titulum", comunque aggravati, in deroga alla generale competenza "quoad poenam" della corte d'assise, risulta imposta dall'interpretazione letterale della norma di diritto transitorio (art. 1, comma primo, lett. a, d. l. n. 10 del 2010, conv. in l. n. 52 del 2010) , secondo il senso "fatto palese dal significato proprio delle parole" e affatto coerente con la inequivocabile "intenzione del legislatore". Rigetta, App. Palermo, 13/01/2010
Cassazione penale sez. I 12 ottobre 2011 n. 47655
Attesa l'operatività, anche in materia di esecuzione, della regola della "perpetuatio jurisdictionis" dettata dall'art. 5 c.p.p., deve ritenersi che, nell'ipotesi di una pluralità di provvedimenti emessi da giudici diversi, la competenza a decidere sulla questioni di esecuzione si radichi presso il giudice che, al momento della presentazione della domanda, risulti aver pronunciato il provvedimento divenuto per ultimo irrevocabile. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che erroneamente il giudice dell'esecuzione che era competente al momento in cui il p.m. aveva proposto opposizione avverso un'ordinanza di applicazione dell'indulto si fosse poi dichiarato incompetente a decidere su detta opposizione a causa del sopravvenuto passaggio in giudicato di altra condanna pronunciata da diverso giudice).
Cassazione penale sez. I 15 luglio 2010 n. 30572
Il delitto di promozione, organizzazione e direzione di un'associazione mafiosa, ove aggravato ai sensi del comma 4 dell'art. 416 bis c.p., appartiene alla competenza della Corte d'assise secondo il disposto dell'art. 5, comma 1, lett. a), c.p.p., trattandosi di reato punito con una pena non inferiore a ventiquattro anni. L'art. 33 bis, comma 1, lett. c), c.p.p., nell'attribuire al tribunale in composizione collegiale la cognizione dei procedimenti per i delitti di cui all'art. 416 bis c.p., è disposizione che attua una mera ripartizione interna degli affari del tribunale e non incide sulla competenza della corte d'assise ex art. 5 c.p.p. Il delitto di associazione mafiosa, in quanto reato a concorso necessario, non consente di separare il procedimento per i soggetti apicali, di competenza della corte d'assise, da quello per i semplici partecipi, di competenza "quoad poenam" del tribunale.
Cassazione penale sez. I 21 gennaio 2010 n. 4964
Ai sensi dell'art. 5 c.p.p., il delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso appartiene "quoad poenam" alla competenza della Corte d'assise quando ai soggetti di vertice (promotori, dirigenti o organizzatori) è contestata l'aggravante dell'associazione armata, essendo in tal caso l'art. 416 bis, commi quarto e sesto, c.p. punibile con un massimo edittale non inferiore a ventiquattro anni di reclusione, alla luce dell'aumento di pena introdotto con la l. n. 251/05.
A seguito della modifica dell'art. 5 c.p.p., apportata con il d.l. 22 febbraio 1999, n. 29, conv. in l. 21 aprile 1999, n. 109, i delitti di rapina aggravata appartengono alla competenza del tribunale, e quindi della corte d'appello in secondo grado. La stessa legge, all'art. 3, dispone che l'anzidetta norma si applica anche ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del d.l. sopra indicato, salvo che, prima di tale data, sia stato dichiarato aperto il dibattimento davanti alla corte di assise. Quest'ultima norma non contrasta con il principio costituzionale di cui all'art. 25 cost., secondo cui nessuno può essere sottratto al giudice naturale, sia perché la norma ha carattere generale sia perché deve riconoscersi la discrezionalità del legislatore nel determinare la disciplina della competenza, laddove un contrasto con la norma costituzionale dell'art. 25 potrebbe ravvisarsi solo se una disposizione di legge sottraesse il caso concreto alle regole generali.
Cassazione penale sez. VI 14 dicembre 1999 n. 5400