Source: http://difendersidalfisco.diritto.it/docs/39009-l-approvazione-delle-tariffe-della-tarsu-tra-scilla-e-cariddi
Timestamp: 2017-04-28 08:14:34+00:00
Document Index: 140465607

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 32', 'art. 58', 'art. 61', 'art. 4', 'art. 117', 'art. 97', 'art. 32', 'art. 97', 'sentenza ', 'art. 32', 'art. 32', 'art. 58', 'art. 61', 'art. 4', 'art. 117']

L'approvazione delle tariffe della TARSU tra Scilla e Cariddi :: Difendersi dal fisco :: Diritto & Diritti
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ABSTRACT: Nonostante la tassa sui rifiuti (TARSU) sia stata superata e sostituita dalla TIA, dalla TARES e per ultimo dalla TARI, la sua determinazione continua a dividere dottrina e giurisprudenza. Nè i più recenti pronunciamenti del Giudice di legittimità sembrano arginare l'oscillazione giurisprudenziale che si registra in materia. Un intervento legislativo regionale sarebbe certamente utile per scongiurare un effetto domino sulla TARI, atteso che l'individuazione della competenza consiliare ad opera del legislatore statale non trova applicazione nell'ordinamento regionale. La questione dell’organo comunale competente all’approvazione delle tariffe relative alla previgente tassa per la gestione del servizio dei rifiuti (TARSU) rimane ancora oggi parecchio controversa, attesa l'oscillazione giurisprudenziale presente sia nella giustizia amministrativa che in quella tributaria. Il dato su cui concordano le due giurisdizioni è che in Sicilia il rinvio statico alla legge n. 142/90 operato con la legge regionale n. 48/91 comporta l’applicazione dell’art. 32, comma 2, lettera g) della citata legge n. 142/90, che attribuisce al Consiglio comunale la competenza in ordine alla “istituzione e ordinamento dei tributi”. Da questo comune denominatore sembra però prendere le distanze la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, con l'ordinanza qui in commento[1], secondo la quale “...in tema di Tarsu, nella vigenza dell'art. 32, comma 2, lett. g) della legge 8 giugno 1990, n. 142, la concreta determinazione delle aliquote delle tariffe per la fruizione di beni e servizi... è di competenza della giunta e non del consiglio comunale poiché il riferimento letterale alla «disciplina generale delle tariffe» contenuto nella disposizione, contrapposto alle parole «istituzione ed ordinamento» adoperato per i tributi, rimanda alla mera individuazione dei criteri economici sulla base dei quali si dovrà procedere alla loro determinazione e, inoltre, i provvedimenti in materia di tariffa non sono espressione della potestà impositiva dell'ente, ma sono funzionali all'individuazione del corrispettivo del servizio da erogare, muovendosi così in un ottica di diretta correlazione economica tra oggetto erogante ed utenza, estranea alla materia tributaria”.
Tale pronunciamento del Giudice di legittimità contribuisce a generare incertezze sulla questione, atteso l'incomprensibile operato accostamento della TARSU alla “disciplina generale delle tariffe”. Ora, in disparte il rimando alla, pur condivisibile, necessità d'individuare i criteri economici sulla base dei quali consentire la successiva articolazione tariffaria di cui si dirà infra, la natura tributaria della TARSU non sembra revocabile in dubbio anche alla luce di quanto affermato dalla Corte Costituzionale[2]. Peraltro, il termine “tariffa” – nella tradizione propria della legislazione tributaria – ha un valore semantico neutro, nel senso che non si contrappone necessariamente a termini quali “tassa” e “tributo”, tanto che anche l'art. 58 del d.lgs. n. 507 del 1993 testualmente prevede che la TARSU (cioè una “tassa” e, quindi, un “tributo”) si applica “in base a tariffa”. Inoltre, a differenza della TIA – e oggi della TARI - per la TARSU il gettito corrispondeva ad un ammontare compreso tra l'intero costo del servizio ed un minimo costituito da una percentuale di tale costo determinata in funzione della situazione finanziaria del Comune (art. 61, comma 1, del d.lgs. n. 507 del 1993). Anche la TARSU poteva coprire il cento per cento del costo del servizio di smaltimento dei rifiuti, come peraltro poi previsto dall'art. 4 della l.r. n. 9/2010, ma in tal caso essa non mutava, per ciò solo, la sua natura da pubblicistica a privatistica. In altri termini, la mera circostanza che la legge assegni a un pagamento la funzione di coprire integralmente i costi di un servizio non è sufficiente ad attribuire al medesimo pagamento la natura di prezzo privatistico. Va altresì rilevato che il termine “corrispettivo” citato dal Giudice di legittimità non compare con riguardo alla TARSU nella sua disciplina di riferimento. La TARSU, invero, non può definirsi “corrispettivo”, neppure in relazione ai criteri stabiliti dall'art. 117, comma 1, del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, per le tariffe dei servizi pubblici resi dagli enti locali.
Pertanto, non si comprendono le ragioni per le quali il Giudice di legittimità esclude che i provvedimenti in materia di tariffe della TARSU possano annoverarsi tra quelli espressione della potestà impositiva del Comune. Inoltre, per giustificare la competenza della Giunta nella determinazione delle tariffe della TARSU, nell'ordinanza qui in commento viene altresì affermato che nella Regione Siciliana, dotata di competenza esclusiva in materia di ordinamento degli enti locali, “...lo statuto, nell'ambito dei principi fissata dalla legge stabilisce le norme fondamentali per l'organizzazione dell'ente e in particolare determina le attribuzioni degli organi”, così irrobustendo quanto già argomentato dal Consiglio di Giustizia Amministrativa[3]. Orbene, anche questa statuizione non può trovare condivisione, sulla base di un’interpretazione costituzionalmente orientata dell’illustrato quadro normativo. Nel nostro ordinamento, infatti, la separazione tra funzioni di indirizzo politico-amministrativo, spettanti agli organi di governo, e funzioni di gestione costituisce ormai un principio di carattere generale che trova il suo fondamento nell’art. 97 della Costituzione. La Corte Costituzionale ha affermato che “nell’identificare gli atti di indirizzo politico amministrativo e quelli a carattere gestionale, il legislatore non può compiere scelte che, contrastando in modo irragionevole con il principio di separazione tra politica e amministrazione, ledano l’imparzialità della pubblica amministrazione”[4]. Se il citato limite costituzionale rileva per il legislatore, a fortiori risulta vincolata l’attività di rango sub-primario rappresentata dall’auto normazione del Comune. Pertanto, mentre l’art. 32 comma 2, lettera g) della citata legge n. 142/90 va letto ed applicato secondo questo postulato, le eventuali previsioni contenute negli Statuti e nei Regolamenti comunali che attribuiscono la generica, ed omni-comprensiva, competenza in ordine all’approvazione delle tariffe dei tributi locali in capo ad un organo di governo comunale (Giunta, Sindaco, Consiglio comunale), senza discriminare tra atti a contenuto istitutivo/ordinamentale ed atti a contenuto applicativo/gestionale, vanno disapplicate perché in contrasto con il citato principio costituzionale di separazione tra politica e amministrazione.
Il precipitato di siffatto ragionamento trova conferma nel punto d'incontro, verosimilmente, più autorevole delle due giurisdizioni, in cui sia il Consiglio di Giustizia Amministrativa[10] che la Commissione Tributaria d'Appello di Palermo[11] concordano sulle modalità per pervenire ad una corretta ripartizione tra gli organi di governo comunali delle competenze in materia di TARSU. Entrambi gli Organi di giurisdizione affermano che la mera variazione in aumento delle tariffe della TARSU può essere determinata “a valle” dal Sindaco - quale atto sostanzialmente vincolato - solo in presenza di una scelta d'indirizzo politico “a monte” in ordine all'individuazione dei criteri per determinare la distribuzione del carico tributario nelle diverse categorie di utenza. In assenza di siffatto atto “d'indirizzo politico” adottato dal Consiglio comunale, l'approvazione in aumento delle tariffe spalmate sulle diverse categorie d'utenza ad opera di un organo diverso da quello consiliare configura l'ipotesi del difetto funzionale di competenza. Del medesimo avviso è anche la giurisprudenza della CTR - Sezione staccata di Caltanissetta - n. 998/21/2016 a tenore della quale “non appare condivisibile il teorema del carattere vincolato e non discrezionale dell'atto di determinazione delle aliquote se è vero come detto, che nella regolamentazione delle tariffe il Comune ha il potere di graduare il margine di copertura del servizio assegnato all'intervento tariffario, ciò deponendo per una connotazione decisamente <<politica>> dell'attività in discorso, il cui delicato dosaggio, chiamato a contemperare le previsioni di bilancio con i bisogni e le aspettative della collettività, interferisce sul piano del rapporto di fiducia e del consenso della comunità locale”.
Da respingere è quindi l’ipotesi del rinvio alla competenza residuale del Sindaco o della Giunta in forza di una specifica previsione statutaria (o regolamentare) in forza del citato principio costituzionale derivante dall’art. 97 Cost. di separazione tra funzioni di indirizzo politico-amministrativo e funzioni di gestione che esclude l’interscambiabilità delle funzioni amministrative tra i diversi organi del Comune. Invero, non può essere esercitata una funzione tipicamente d’indirizzo politico da un organo del Comune diverso da quello consiliare. Così come, al contrario, all’organo d’indirizzo politico non potrebbe essere attribuita una competenza applicativo-gestionale. In sostanza, il sistema vigente, per intuibili esigenze di unitarietà, non riconosce alle fonti di autonomia locale alcuna riserva di competenza in materia di assetto e competenze degli organi comunali. Una previsione statutaria (ed a fortiori regolamentare) non in sintonia con l'argomentata ripartizione dovrebbe considerarsi contra legem e, in quanto tale, disapplicabile secondo la ben nota teoria, di matrice pretoria, sulla disapplicazione degli atti normativi di rango subprimario. Ciò considerato, e in attesa di un auspicato intervento del legislatore regionale volto ad immunizzare la TARI dall'oscillazione giurisprudenziale che continua ancora oggi a caratterizzare la TARSU, potrebbe essere utile valutare caso per caso (rectius, Comune per Comune) la vessata questione sulla base dei rispettivi atti amministrativi concretamente adottati.
Autore Greco Massimo
Qui la sentenza n. 913/2016 - 20/1/2016 - Corte di Cassazione - Civile, VI
ABSTRACT: Nonostante la tassa sui rifiuti (TARSU) sia stata superata e sostituita dalla TIA, dalla TARES e per ultimo dalla TARI, la sua determinazione continua a dividere dottrina e giurisprudenza. Nè i più recenti pronunciamenti del Giudice di legittimità sembrano arginare l'oscillazione giurisprudenziale che si registra in materia. Un intervento legislativo regionale sarebbe certamente utile per scongiurare un effetto domino sulla TARI, atteso che l'individuazione della competenza consiliare ad opera del legislatore statale non trova applicazione nell'ordinamento regionale. La questione dell’organo comunale competente all’approvazione delle tariffe relative alla previgente tassa per la gestione del servizio dei rifiuti (TARSU) rimane ancora oggi parecchio controversa, attesa l'oscillazione giurisprudenziale presente sia nella giustizia amministrativa che in quella tributaria. Il dato su cui concordano le due giurisdizioni è che in Sicilia il rinvio statico alla legge n. 142/90 operato con la legge regionale n. 48/91 comporta l’applicazione dell’art. 32, comma 2, lettera g) della citata legge n. 142/90, che attribuisce al Consiglio comunale la competenza in ordine alla “istituzione e ordinamento dei tributi”. Da questo comune denominatore sembra però prendere le distanze la più recente giurisprudenza della Corte di Cassazione, con l'ordinanza qui in commento[1], secondo la quale “...in tema di Tarsu, nella vigenza dell'art. 32, comma 2, lett. g) della legge 8 giugno 1990, n. 142, la concreta determinazione delle aliquote delle tariffe per la fruizione di beni e servizi... è di competenza della giunta e non del consiglio comunale poiché il riferimento letterale alla «disciplina generale delle tariffe» contenuto nella disposizione, contrapposto alle parole «istituzione ed ordinamento» adoperato per i tributi, rimanda alla mera individuazione dei criteri economici sulla base dei quali si dovrà procedere alla loro determinazione e, inoltre, i provvedimenti in materia di tariffa non sono espressione della potestà impositiva dell'ente, ma sono funzionali all'individuazione del corrispettivo del servizio da erogare, muovendosi così in un ottica di diretta correlazione economica tra oggetto erogante ed utenza, estranea alla materia tributaria”. Tale pronunciamento del Giudice di legittimità contribuisce a generare incertezze sulla questione, atteso l'incomprensibile operato accostamento della TARSU alla “disciplina generale delle tariffe”. Ora, in disparte il rimando alla, pur
pur condivisibile, necessità d'individuare i criteri economici sulla base dei quali consentire la successiva articolazione tariffaria di cui si dirà infra, la natura tributaria della TARSU non sembra revocabile in dubbio anche alla luce di quanto affermato dalla Corte Costituzionale[2]. Peraltro, il termine “tariffa” – nella tradizione propria della legislazione tributaria – ha un valore semantico neutro, nel senso che non si contrappone necessariamente a termini quali “tassa” e “tributo”, tanto che anche l'art. 58 del d.lgs. n. 507 del 1993 testualmente prevede che la TARSU (cioè una “tassa” e, quindi, un “tributo”) si applica “in base a tariffa”. Inoltre, a differenza della TIA – e oggi della TARI - per la TARSU il gettito corrispondeva ad un ammontare compreso tra l'intero costo del servizio ed un minimo costituito da una percentuale di tale costo determinata in funzione della situazione finanziaria del Comune (art. 61, comma 1, del d.lgs. n. 507 del 1993). Anche la TARSU poteva coprire il cento per cento del costo del servizio di smaltimento dei rifiuti, come peraltro poi previsto dall'art. 4 della l.r. n. 9/2010, ma in tal caso essa non mutava, per ciò solo, la sua natura da pubblicistica a privatistica. In altri termini, la mera circostanza che la legge assegni a un pagamento la funzione di coprire integralmente i costi di un servizio non è sufficiente ad attribuire al medesimo pagamento la natura di prezzo privatistico. Va altresì rilevato che il termine “corrispettivo” citato dal Giudice di legittimità non compare con riguardo alla TARSU nella sua disciplina di riferimento. La TARSU, invero, non può definirsi “corrispettivo”, neppure in relazione ai criteri stabiliti dall'art. 117, comma 1, del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267, per le tariffe dei servizi pubblici resi dagli enti locali. Pertanto,
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Villani Maurizio, Attolini Stefania - (26/05/2011) - TARSU - TIA