Source: https://www.comitatopaulrougeau.org/09-2003
Timestamp: 2019-11-19 23:57:12+00:00
Document Index: 139103224

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09-2003 | comitatopaulrougeau
Numero 110 - Settembre 2003
1) Una lettera di Kenneth
2) Sollievo: sospesa per quattro mesi l'esecuzione di Philip Workman
3) Niente pena capitale per Simmons e per tutti i minorenni in Missouri
4) Annullate cento sentenze capitali in Arizona, Idaho e Montana
5) Rispondere all'11 settembre: pena di morte e limitazione dei diritti
6) Moussaoui ha accesso a due testimoni: l'Amministrazione si oppone
7) Un passo verso la libertà per Nicholas Yarris
8) In Louisiana irrogata la pena di morte per lo stupro di una bambina
9) Si avvera il sogno: uscire vivo dal braccio della morte
10) Conoscere i propri avversari
11) Uccidere per dimostrare che uccidere è sbagliato
12) Notiziario: Armenia, Massachusetts, Nigeria, Texas, Utah
Cari amici del Comitato, durante i sei anni trascorsi nel braccio della morte, mi sono reso conto che una delle cose più difficili da fare è rendere l'idea di ciò che veramente si prova a vivere qui dentro. A volte sembra che tutte le parole del mondo non riuscirebbero a dare agli altri neppure una pallida idea dei miei sentimenti. Perché le persone si sono lasciate avvinghiare così saldamente dalle "cose" del mondo da dimenticare che, in qualità di esseri umani, condividiamo TUTTI, in ultima analisi, un aspetto comune? Proviamo tutti emozioni che influenzano il nostro corpo e il nostro spirito. Qui nel braccio della morte ho visto la nostra umanità strappata via da noi - socialmente, politicamente, spiritualmente e FISICAMENTE! A causa degli stereotipi affibbiati ad ogni uomo qui dentro, a causa del modo in cui ciascuno di noi è stato catalogato in una stessa categoria, il mondo spesso dimentica che anche noi soffriamo, piangiamo, amiamo e desideriamo ardentemente essere amati. Mentre le persone puntano il dito contro i nostri crimini (quale uomo non sbaglia mai?) ricordiamoci di coloro che possono essere innocenti e di coloro che non si meritavano una condanna a morte (come me), ma soprattutto perché non possiamo semplicemente rivolgerci alla nostra umanità? Ogni medaglia ha due facce, ma la pena di morte è stata predisposta per guardare solo ad una faccia. Mentre concentra l'attenzione sulla giustizia e sulle famiglie delle vittime, come può questo governo dimenticare così velocemente e facilmente le altre vittime - le famiglie dei prigionieri giustiziati? La pena di morte mantiene le cose in modo da impedire alla società di vedere ciò che realmente accade qui dentro - la redenzione, l'amore, l'auto-educazione e la crescita spirituale (tenete a mente che queste cose non sono programmi offerti dal carcere, ma ottenuti con le nostre sole forze). L'analisi di questo processo sembra portare alla conclusione che attraverso la sofferenza e le avversità impariamo a diventare persone migliori, più tenere e meravigliose. Alcuni domandano: "Ma come è possibile?" Quando un uomo è sottoposto alla sofferenza, impara a ricercare e ad apprezzare la gioia. Quando un uomo è oppresso, impara a valutare la consolazione delle persone che lo amano. Quando un uomo deve separarsi dai suoi cari ed è sottoposto a brutalità, impara a rivolgere lo sguardo verso l'alto con umiltà attendendo le cose semplici della vita. Molti di noi che hanno famiglia imparano attraverso questi passaggi quanto sia preziosa la vita. Vedere le lacrime dei nostri cari al di là del plexiglas nella stanza delle visite, o sentire le grida di nostro figlio che non vuole lasciarci, ci spezza il cuore. Se potessi descrivere cosa si prova dentro, direi che ci si sente intontiti, che lo stomaco è annodato, dolente; si prova nausea profonda. A volte queste sensazioni diventano insopportabili. Altri che arrivano qui senza avere una famiglia, attraverso la vostra compassione (quella degli amici di penna e dei sostenitori) imparano cosa siano la compassione e la gentilezza, e attraverso questo meraviglioso dono imparano a distribuirne agli altri. Parlando dei familiari, come ha potuto la nostra società diventare così crudele da ripudiare le famiglie dei prigionieri giustiziati? La vendetta ha proprio sostituito la compassione? Sembra che in America sia davvero successo. Per una madre, che differenza fa chi assassina suo figlio o il modo in cui viene assassinato? Il dolore è forse meno brutale in qualche caso? Questo governo fa presto a predicare ciò che i cittadini devono alla società, ma la società non deve qualcosa ai suoi cittadini? Non dovrebbe essere responsabile dell'amore, dell'attenzione e della protezione di tutti coloro che vi appartengono? La pena di morte è una medaglia ad una sola faccia! Un sistema che volta le spalle al dolore e all'ingiustizia che infligge non può aspettarsi nessuna risposta positiva. Sempre più condannati a morte si dedicano, attraverso scritti, poesie e il racconto dei loro casi personali (ossia della loro vita) a mostrare che cosa significhi possedere uno spirito.
Un dato personale: mia figlia aveva otto mesi quando arrivai nel braccio della morte nel 1997. Non la rividi fino all'estate del 1999 (lei e sua madre si trasferirono in California nel 1997) e da allora la vidi solo ogni estate. Nel 2001 venne a stare con la mia famiglia in Texas e solo di recente nel febbraio 2003 è tornata in California. E' stato in questi due anni che per la prima volta imparai e sentii che cosa vuol dire essere un padre. Abbiamo parlato, condiviso esperienze e siamo cresciuti insieme. Alcuni uomini qui non possono vedere i loro figli e altri non vogliono vederli. Quando ne ho chiesto la ragione, uno mi ha risposto (con evidente sofferenza nella voce): "Non voglio che loro mi vedano in questo modo qui dentro". Molti dei nostri figli piccoli non capiscono il significato del "braccio della morte", ma sanno che cosa è una prigione (come mia figlia). Ma per me è un dolore maggiore non vedere il volto di mia figlia o non sentire la sua voce. Almeno adesso, grazie al tempo che abbiamo passato insieme, lei CONOSCE il suo papà e sa che le voglio bene, e in conclusione credo che questo amore avrà la meglio su tutto ciò che di negativo ci potrà essere. Ho chiesto ai miei di comprarle una collanina con un cuoricino. Le ho detto: "Dovunque andrai fa in modo che questo dono ti ricordi che io ti amo sempre e che sono sempre con te nella mente e nel cuore" Ho aggiunto: "D'accordo?" Poi le ho chiesto di ripetere ciò che avevo detto. Con la sua vocina dolce e personalissima, ha risposto: "Se qualcuno mi chiederà del mio papà, gli dirò che è proprio qui nella mia mente e proprio qui in questa collana". Ho sorriso. Questo mi bastava, ma quando basterà alla società? La pena di morte è una medaglia ad una sola faccia - per favore capovolgiamola!
Per vedere foto della mia famiglia, potete collegarvi al mio sito http://www.kennethfoster.de/ ed entrare nella sezione "Picture perfect". Non dimenticate inoltre di visitare il mio sito http://www.visionsforlife.net/ per prendere visione delle azioni che vengono di volta in volta intraprese per aiutarmi.
Ancora una volta il Tennessee, apprestatosi ad uccidere Philip Workman, si è fermato all'ultimo momento. Questa volta lo ha fatto con nove giorni di anticipo: il 15 settembre il Governatore Phil Bredesen ha ordinato di sospendere l'esecuzione, prevista per il giorno 24, per quattro mesi. Il motivo ufficiale dell'intervento governatoriale, approvato dal Ministro della Giustizia Paul Summers, è di consentire la conclusione di un'investigazione federale che ha attinenza con il caso Workman. Certamente sulla decisione del Governatore hanno pesato le pressioni in favore di Philip Workman giunte dall'opinione pubblica, dalla stampa del Tennessee e da tutto il mondo. A questo proposito un caldo ringraziamento va ai numerosi lettori che, rispondendo ad una proposta di mobilitazione pubblicata nello scorso n. 109, hanno inviato messaggi al Governatore e alla stampa del Tennessee. Per ora Bredesen non lascia trapelare una eventuale intenzione di concedere in extremis la grazia al condannato, anzi ci tiene a chiarire di essere favorevole alla pena di morte e di aver agito solo per prudenza. Il Ministro della Giustizia, dal canto suo, ha riaffermato che i fatti continuano a giustificare l'esecuzione di Workman.
Noi continuiamo a nutrire fiducia che Philip Workman possa scampare alla morte di stato. Giocano in suo favore i forti dubbi sorti sul suo comportamento nel corso nella rapina del 1981 e sulla correttezza del processo a cui fu sottoposto del 1982 (vedi n. 109) e http://www.saveworkman.org ) nonché l'attenzione internazionale sul suo caso. Gioca in favore del condannato anche il fatto che il Tennessee ha applicato fino ad ora con prudenza la pena di morte, compiendo una sola esecuzione dal 1977, anno del ripristino della pena capitale negli Stati Uniti.
Con grande soddisfazione il 26 agosto abbiamo appreso che la Corte Suprema del Missouri ha annullato la sentenza di morte per Christopher Simmons, diciassettenne all'epoca del crimine contestatogli. Per Chris il Comitato, in collaborazione con il gruppo 245 di Amnesty International, si era fortemente impegnato nella primavera del 2002. All'ultimo momento intervenne la Corte Suprema del Missouri per fermare l'esecuzione di Chris, programmata per il 5 giugno di quell'anno, in attesa di un pronunciamento della Corte Suprema federale che bandisse la pena di morte per i minorenni (v. nn.96 e 97).
L'attesa sentenza risolutoria della massima corte non c'è stata (v. ad es. n. 102) ma la Corte Suprema del Missouri ha deciso autonomamente che la pena capitale per i minorenni è incostituzionale.
La Corte Suprema del Missouri, interpretando il cambiamento degli 'standard di decenza' avvenuto negli ultimi anni sia a livello giuridico che nell'opinione pubblica, ha ritenuto che: "...la Corte Suprema federale oggi sentenzierebbe che tali esecuzioni sono proibite". Della sentenza, oltre a Chris Simmons, si giova Antonio Richardson, sedicenne all'epoca del crimine, anche lui nel braccio della morte del Missouri (v. n. 84).
Violente critiche alla commutazione della sentenza di morte per i minorenni all'epoca del crimine sono venute da parenti delle vittime di omicidi, dal Ministro della Giustizia Jay Nixon, dal presidente del Senato. Nixon ha annunciato che ricorrerà alla Corte Suprema federale.
Nella maggioranza risicata (4 giudici democratici contro 3 repubblicani) con cui il massimo organo giudiziario del Missouri ha raggiunto la sua conclusione - che riflette una profonda divisione esistente nell'opinione pubblica e soprattutto tra le autorità del Missouri - vediamo come le sentenze del potere giudiziario dipendono dalla mentalità dei giudici scelti dai politici. Infatti i tre giudici repubblicani che si sono opposti alla sentenza innovativa della Corte Suprema del Missouri sono stati nominati all'inizio degli anni novanta dall'ex Governatore John Ashcroft, attuale Ministro della Giustizia degli Stati Uniti, da sempre sostenitore inflessibile della pena di morte. I democratici sono divenuti maggioranza nella Corte Suprema del Missouri solo nel febbraio del 2002 con una nomina fatta dal Governatore Bob Holden. Da allora la Corte Suprema, che commutava meno del 30% delle sentenze capitali esaminate, ha commutato il 50% delle sentenze di morte su cui si è pronunciata.
L'attuale decisione, cui si potranno agganciare simili decisioni in altri stati, darà un forte impulso alla Corte Suprema federale affinché si esprima esplicitamente sull'incostituzionalità della pena di morte per i minorenni. Dai sondaggi Gallup risulta che negli USA, anche se il 70% degli intervistati è favorevole al mantenimento della pena di morte, soltanto il 29% di essi ritiene che debba essere applicata a coloro che sono nella minore età all'epoca del crimine.
A fine giugno del 2002 molti osservatori si aspettavano a breve conseguenze sconvolgenti dalla sentenza "Ring versus Arizona" emessa dalla Corte Suprema del Stati Uniti sulla incostituzionalità delle condanne a morte inflitte da giudici invece che da 'giurie di propri pari' (v. nn. 94, 98). In realtà rilevanti conseguenze non si sono avute fino al 2 settembre scorso quando la Corte federale d'Appello del Nono Circuito ha annullato oltre 110 condanne capitali emesse, negli scorsi anni, dai giudici in Arizona, Idaho e Montana, tre stati che rientrano nella sua giurisdizione.
Se la sentenza del 2 settembre non verrà modificata dalla Corte Suprema federale, per i prigionieri dell'Arizona, dell'Idaho e del Montana la condanna a morte verrà commutata nella massima condanna detentiva a meno che costoro non vengano sottoposti ad un nuovo processo per la determinazione della pena. Questa seconda ipotesi comporterebbe grossi problemi e spese per il sistema giudiziario degli stati interessati.
Trattando il ricorso di Timothy Ring contro lo stato dell'Arizona, la Corte Suprema federale aveva sentenziato che le circostanze aggravanti che determinano una condanna a morte devono essere affermate da una giuria e non da un giudice. Si parlò subito di un probabile annullamento di centinaia di condanne a morte in Arizona, Colorado, Idaho, Montana, Nebraska e probabilmente anche in Alabama, Delaware, Florida, Indiana. Nei fatti il pronunciamento del giugno 2002 - per diversi aspetti indeterminato - ha consentito agli stati di affermare la non retroattività della sentenza e di evitare l'annullamento delle condanne capitali già emesse. In ogni caso in cinque stati la procedura per infliggere la pena capitale è stata emendata e resa conforme al dettato della Corte Suprema federale.
La sentenza Ring v. Arizona viene considerata molto favorevolmente dagli abolizionisti perché, oltre a dare uno scossone al sistema della pena di morte nel momento attuale, avrà nel lungo periodo effetti positivi in quanto le giurie, esenti da condizionamenti politici, sono meno inclini rispetto ai giudici ad infliggere condanne capitali.
Dato che gli stati interessati ricorreranno contro la sentenza del 2 settembre e dato che tre Corti federali di Appello diverse da quella del Nono Circuito si sono nel frattempo espresse per la non retroattività della sentenza Ring v. Arizona, sicuramente la questione finirà di nuovo davanti alla Corte Suprema federale. Tale corte dovrà precisare le conseguenze della propria sentenza Ring v. Arizona del giugno 2002. La nuova decisione della Corte Suprema potrebbe riguardare anche i condannati del Colorado e del Nebraska e probabilmente coloro che sono stati condannati a morte da un giudice, in difformità dall'indicazione della giuria, in Alabama, Delaware e Florida.
La sentenza Ring v. Arizona si rifà ad un principio sancito nel Sesto Emendamento della Costituzione USA, caro ai conservatori: il diritto dei cittadini americani ad essere giudicati da 'giurie di propri pari'. Tuttavia i conservatori, che hanno la maggioranza nella Corte Suprema federale, compiono malvolentieri passi che indeboliscano la pena di morte. Rimane dunque una sostanziale incertezza sul modo in cui il massimo organo costituzionale statunitense vorrà precisare la sentenza Ring v. Arizona.
Guardando in televisione la scene apocalittiche dell'11 settembre del 2001 si potevano presagire gravi conseguenze negative per il futuro del mondo ma per giorni o settimane - prima dell'annuncio dei provvedimenti preparati dall'Amministrazione americana - era difficile prevedere il profondo e progressivo regresso della civiltà dei diritti umani e civili che si sta verificando.
Il 10 settembre scorso - vigilia del fatidico secondo anniversario da celebrare in piazza con adeguate cerimonie - è stata presentata al Congresso dal Senatore Repubblicano Arlen Specter una proposta di legge per consentire l'inflizione della pena di morte in un maggior numero di reati "di terrorismo". Se, come è prevedibile, la legge verrà approvata, la pena capitale potrà inoltre essere chiesta per cospirazione o tentativo di compiere atti terroristici, così come per la raccolta di fondi destinati ad organizzazioni "terroristiche". La pena capitale verrà inoltre estesa al sabotaggio di installazioni militari nazionali e di impianti nucleari.
Il senatore Specter, che ha sponsorizzato questa proposta di legge per richiesta della Casa Bianca, si dice però preoccupato per le altre misure "antiterroristiche" annunciate dall'Amministrazione nella ricorrenza dell'11 settembre. Nel pacchetto di norme ora prospettato, denominato ufficiosamente e con preoccupazione Atto Patriottico II, vi sono gli strumenti per consentire al Governo di violare la promessa, fatta Bush in occasione della promulgazione dell'Atto Patriottico nell'ottobre 2001, che i bravi cittadini degli Stati Uniti non avevano nulla da temere perché gli atti che limitavano le libertà personali richiedevano pur sempre l'approvazione di un giudice. Come denuncia il New York Times, Bush vuole ora che sia consentito agli agenti governativi - senza l'approvazione di un giudice e neanche di un accusatore federale - di esigere informazioni private e costringere la gente a testimoniare. Inoltre viene meno la facoltà di essere rilasciati su cauzione se arrestati con accuse correlate al terrorismo, a meno che non si forniscano al giudice adeguati motivi per farlo.
Sempre il 10 settembre, il Ministro della Difesa Donald Rumsfeld ha annunciato l'intenzione di detenere senza accuse e senza processo, fino alla fine della "guerra al terrorismo", cioè a tempo indeterminato, gran parte dei 660 uomini che sono rinchiusi nel capo di concentramento di Guantanamo Bay. Rumsfeld ha detto di aspettarsi alcuni processi ma che per la maggioranza dei prigionieri "Il nostro interesse è di non processarli e di non rilasciarli. Il nostro interesse durante la guerra globale al terrore è di tenerli lontani dalle strade, ed è quello che sarà fatto."
Dopo le esternazioni del Presidente e del Ministro della Difesa, alcuni professori di diritto e le orga-nizzazioni per i diritti umani e civili hanno protestato. L'ACLU - Unione americana per le libertà civili - ha lanciato una grande e costosissima campagna di denuncia usando come 'testimonial' note personalità. Il portavoce del Ministero della Giustizia Mark Corallo ha commentato: "Ci sono uomini e donne che hanno giurato per la Costituzione e stanno letteralmente rischiando la vita per mantenere le nostre vite salve e intatte, l'ACLU cerca di farli apparire come appartenenti ad una sorta di Gestapo." Purtroppo, al di là delle polemiche, quello "che sarà fatto" lo decide la legge del lupo.
Il 29 agosto la Giudice Leonie Brinkema ha acconsentito all'imputato Zacarias Moussaoui si accedere, nel mese di dicembre, a altri due testimoni attualmente detenuti dal Governo federale in incommunicado in località sconosciuta. Si tratta di Khalid Sheik Mohammed e Mustafa Ahmed Hawsawi, ritenuti alti esponenti di al Qaeda. Gli avvocati di Moussaoui hanno detto che questi testimoni possono scagionare completamente Moussaoui dall'accusa di aver cospirato per gli attentati dell'11 settembre 2001. La Giudice concorda sull'importanza delle testimonianze che potrebbero servire quanto meno per evitare la pena di morte all'imputato.
Il 9 settembre la Brinkema ha respinto la proposta governativa di sostituire le testimonianze con alcuni verbali degli interrogatori fatti ai detenuti. Il Governo federale dal canto suo si è opposto con veemenza alla richiesta di consentire ai due di testimoniare (così come precedentemente ha negato l'accesso tramite videoregistrazione al testimone Ramzi Binalshibh, (v. n. 109) e ricorrerà contro la decisione della Brinkema. Si prevede - se il ricorso governativo verrà respinto e la Giudice deciderà di punire il Governo annullando in tutto o in parte i capi di accusa contro Moussaoui - che l'Amministrazione farà giudicare Moussaoui da una Commissione militare a Guantanamo, dettando a suo piacimento le regole procedurali. Per l'attuale gruppo dirigente degli Stati Uniti sarebbe uno scacco insopportabile consentire che Moussaoui eviti la pena capitale.
7) UN PASSO VERSO LA LIBERTA' PER NICHOLAS YARRIS
Nel Foglio di Collegamento scorso (n. 109) avevamo citato il caso di Nicholas Yarris nell'articolo intitolato "Altri due esonerati: occorre una moratoria di tutte le esecuzioni". Si parlava, infatti, del successo ottenuto con i nuovi test del DNA che hanno esonerato già una gran quantità di condannati e che ogni mese sembrano produrre nuovi candidati alla libertà. Nicholas Yarris è appunto uno di questi: dopo 21 anni trascorsi nel braccio della morte della Pennsylvania, e 14 di questi spesi a lottare per ottenere il test del DNA, egli ha avuto finalmente la conferma delle sue affermazioni di innocenza. Il test, infine concesso, ha infatti rivelato che il DNA di Yarris non si trova in alcuno dei reperti biologici presenti sulla scena del crimine per il quale Yarris era stato condannato a morte (si era trattato del rapimento, stupro e assassinio della signora Linda May Craig). Il DNA analizzato appartiene invece a due uomini di identità ignota. Yarris era stato legato al delitto soltanto per la sua presenza in un viale durante il crimine, ma molte altre persone dall'aria equivoca erano state pure viste in quella zona allo stesso momento.
Nell'articolo citato, dicevamo che non si sapeva quando Yarris avrebbe ottenuto la libertà nonostante la conferma della sua innocenza: ebbene, il 3 settembre scorso il giudice William R. Toal Jr. della contea di Delaware ha decretato nulla la sentenza di colpevolezza emessa al processo originale di Yarris, lasciando all'ufficio del Procuratore Distrettuale 90 giorni di tempo per decidere se intentare un nuovo processo contro Yarris o lasciarlo libero senza ulteriori indugi. La madre di Yarris, che si è recata in tribunale per ascoltare le decisioni del giudice, insieme al padre, alla sorella e alla nipotina, è ovviamente ansiosissima di rivedere suo figlio in libertà e di poterlo riavere a casa e afferma che è indegno il fatto che questo non sia ancora avvenuto considerato che da oltre 6 settimane si conoscono i risultati del test del DNA.
Anche se non si è ancora pronunciata, l'accusa potrebbe richiedere un nuovo processo (purtroppo, la cosa non ci stupisce: è noto che gli accusatori tendono a non mollare le loro prede a nessun costo!). L'avvocato difensore di Yarris, Christina Swarns, spera che il suo cliente possa ottenere immediatamente la libertà, considerato che l'unica possibile incriminazione ancora mantenibile dallo stato potrebbe essere quella di complicità nel crimine, un addebito in ogni caso difficile da sostenere, ora che i risultati del DNA hanno evidenziato come Yarris non abbia avuto contatti fisici con la vittima, anche perché nel corso del processo l'accusa aveva sostenuto che Yarris aveva agito da solo.
Nicholas Yarris - che non è un 'santo' - dovrebbe in ogni caso scontare in Florida una lunga pena detentiva per evasione e rapina, reati commessi in occasione di una fuga dal braccio della morte durata 25 giorni nel 1985, ma l'avvocatessa Swarns è ottimista riguardo a questo problema e ritiene che la pena possa essere riassorbita degli anni di prigione ingiustamente trascorsi da Yarris in Pennsylvania. Seguiremo l'evolversi di questa vicenda e terremo informati i nostri lettori sui suoi sviluppi, augurandoci di poter comunicare la notizia della scarcerazione di Yarris.
Il 26 agosto un uomo che nel 1998 abusò della figliastra di 8 anni è stato condannato a morte in Louisiana. Per difendere la riservatezza della bambina, le identità dell'uomo e della sua vittima non sono state rese note alla stampa.
Sia la bambina che il patrigno avevano subito parlato dell'accaduto con altre persone. L'uomo si era detto fiero di aver fatto diventare 'grande ' la ragazzina. Quest'ultima aveva dichiarato alla polizia di essere stata violentata da un giovane sconosciuto. Solo dopo due anni ha rivelato alla madre l'identità dello stupratore. Poi è avvenuta l'incriminazione da parte di un pubblico ministero particolarmente aggressivo che, al processo, ha ottenuto dalla giuria una sentenza di morte dopo sole due ore di camera di consiglio.
Negli Stati Uniti gli abusi sessuali all'interno delle famiglie - soprattutto delle famiglie irregolari - sono molto frequenti e nella maggior parte dei casi non vengono perseguiti. Specie quando ad essere violentati sono bambini di sesso maschile. I fanciulli così traumatizzati possono diventare violenti e delinquenti precoci. I minorenni condannati a morte e giustiziati negli Stati Uniti per buona parte avevano subito nella loro infanzia le 'attenzioni' dei familiari. Ricordiamo che il nostro amico Joe Cannon fu violentato prima dal patrigno e poi dal nonno per 10 anni. Questi tremendi abusi non soltanto non sono stati mai perseguiti ma molto frequentemente sono stati ignorati quale possibile attenuante che poteva evitare la condanna capitale della persona violentata. Il colmo si è raggiunto in diversi casi in cui l'omosessualità conseguita agli abusi è stata considerata un elemento a carico degli accusati di reati capitali.
Negli Stati Uniti, tradizionalmente, la violenza carnale di un nero ai danni di una donna bianca è invece considerata un reato gravissimo: una volta veniva punito senza tentennamenti con il linciaggio o la pena di morte. Ancor oggi l'autore di un tal tipo di crimine viene molto facilmente condannato all'ergastolo.
Le norme in vigore dopo il ripristino della pena capitale negli Stati Uniti avvenuto nel 1977, praticamente vietano la 'massima punizione' per i reati ordinari che non comportino l'uccisione della vittima. La Louisiana, con la sentenza del 26 agosto, che alcuni ritengono 'coraggiosa', ha voluto affermare un'eccezione ad una regola ormai accettata dai pubblici accusatori. Ora, se gli avvocati del condannato della Louisiana si impegneranno adeguatamente, è possibile che la condanna a morte in questione possa essere dichiarata incostituzionale e commutata in carcere a vita. Se ciò non avvenisse, si potrebbe aprire la porta per un ulteriore allargamento delle fattispecie di reato affettivamente punite con la morte. Non pochi conservatori sarebbero molto soddisfatti se ciò avvenisse.
"Bene, amici miei, un miracolo è accaduto per me. Mi è stata data una seconda possibilità di vivere. Non sono più nel braccio della morte." Così comincia il messaggio di Paul Colella del 1° settembre, intitolato: 'Senza censura dal braccio della morte... capitolo finale'. E' l'ultimo 'numero' del diario che Paul faceva filtrare da due anni, con cadenza all'incirca mensile, dalla Polunsky Unit alla mailing list ABOLISH.
Paul Colella ha raccontato con precisione notarile gli accadimenti quotidiani nel braccio della morte del Texas. Con un impegno puntiglioso ha testimoniato, corredandoli di nomi, date, ore e luoghi, i fatti piccoli e grandi di quotidiana sofferenza e miseria umana - e qualche volta di gioia - che accadono nel braccio della morte del Texas. Pochi sono riusciti a realizzare qualcosa del genere. Attualmente solo Hank Skinner fa un lavoro altrettanto importante. Ma Paul ha uno stile tutto suo, sembra quasi un testimone invisibile di cose che accadono ad altri, anche quando riferisce fatti che lo feriscono nella carne e nello spirito.
In lotta perenne contro l'istituzione che lo schiacciava, Paul non si preoccupava di evitare comportamenti che gli procuravano le punizioni più dure. Era espertissimo della segregazione al livello III, della privazione dai bisogni quotidiani più elementari, del 'blocchetto di cibo', delle percosse e delle irrorazioni con i gas urticanti da parte delle guardie. In fondo però aveva compassione di coloro che lo opprimevano. Il sostanziale rispetto verso i suoi carcerieri veniva in qualche modo ricambiato. Ciò non ha impedito al Direttore della Polunsky Unit, esasperato, di pregustare avidamente la sua esecuzione: 'quando verrà il giorno sarò lì a controllare che giustizia sia fatta!'
Invece quel giorno non verrà mai. Paul Colella - che si è sempre con forza dichiarato innocente - ha ottenuto in giugno dalla competente Corte federale l'annullamento del processo cui fu sottoposto nel 1992. Questa estate, in un serrato patteggiamento con l'accusa, ha evitato che il processo venisse ripetuto, accontentandosi, per così dire, di una condanna a venti anni di carcere. Tenendo conto di quanto ha già scontato, sarà liberato nel 2012. Avrà allora 43 anni. Può sembrare strano ma è soddisfattissimo, felice, dell'esito della sua vicenda giudiziaria, di essere uscito dal braccio della morte. Paul Colella se l'era vista veramente brutta nel 1998, quando, giunto ad un passo dall'esecuzione, fu salvato dall'intervento di un famoso studio legale che si mise a lavorare gratuitamente in suo favore.
Ricordiamo che nell'assemblea del 5 maggio 2002 avevamo deciso di adottare Paul come nostro corrispondente privilegiato dal braccio della morte. Poi la cosa non andò in porto. Se volete avere una vivida e cruda immagine di Paul Colella del braccio della morte del Texas, andate nel nostro sito e leggete, nel n. 93 di questo Foglio di Collegamento, il pezzo intitolato: "Istinti animali nel braccio della morte". Il nuovo indirizzo di Paul è:
#1180878 - Smith Unit
- 1313 County Road 19
- Lamesa, TX 79331-1898
Gli strateghi hanno sempre sostenuto che per aumentare le possibilità di vincere le battaglie occorre conoscere a fondo i propri avversari. Anche noi facciamo qualcosa del genere quando proviamo a farci un'idea della mentalità di coloro che amministrano la pena di morte. Ad esempio nel numero 72 del Foglio di Collegamento potete trovare un pezzo che riguarda due personaggi andati recentemente in pensione: il notissimo accusatore texano John B. Holmes e il presidente della Commissione per le grazie del Texas, l'ex poliziotto Victor Rodriguez (v. anche n. 68) .
Approfittando di numerosi articoli comparsi nelle ultime settimane sulla stampa del Texas possiamo conoscere ora altri tre "amministratori" della pena capitale. Cominciamo da un componente della Commissione per le Grazie che sta lasciando il suo incarico dopo oltre vent'anni di ben remunerato servizio, dapprima come membro, poi come presidente della commissione: si tratta di Gerald Garrett. La stampa gli riconosce di aver dimostrato sempre una grande durezza verso il crimine. Sono rarissimi i casi in cui si è espresso in favore di una commutazione della pena: lo ha fatto per Napoleon Beazley, affermando di sentirsi in dovere di considerare come attenuante l'età del condannato al momento del crimine (Napoleon, Afro-americano, aveva 17 anni quando uccise il figlio di un noto giudice texano). Purtroppo questa scelta non salvò la vita del giovane, che fu comunque "giustiziato". Garrett non si era però espresso altrettanto favorevolmente nei confronti di Gary Graham, che pure era minorenne al momento del crimine imputatogli, oltre ad essere, come ben sappiamo, innocente. Garrett non si era espresso a favore neppure per Carla Faye Tucker, pur ammettendo che la donna aveva presentato alla Commissione forti argomentazioni per dimostrare di essersi profondamente ravveduta (ma argomentazioni "non convincenti al punto di farmi cambiare idea", ha detto Garrett).
Garrett è l'unico membro afro-americano della Commissione. Parla di sé e del lavoro svolto da lui e dagli altri membri con la convinzione di essere stato sempre dalla parte della ragione e di aver sempre fatto le cose al meglio. "Consideriamo ogni singolo caso con mente aperta ed umiltà. Sappiamo che la decisione che prenderemo influenzerà molte persone da entrambe le parti, i familiari delle vittime che si aspettano giustizia, il criminale e i suoi familiari che si aspettano una grazia e tutti gli osservatori esterni che ci stanno addosso e sono pronti a criticare il nostro operato".
Peccato che questa affermazione cozzi con l'effettivo comportamento dei membri della Commissione che esprimono il proprio voto sulle domande di grazia via fax e che solo raramente si telefonano per discutere fra loro le decisioni da prendere, finendo poi inesorabilmente col negare la grazia.
Gerald Garrett, adesso che si ritira dal 'lavoro con gli adulti', intende mettersi al servizio dei giovanissimi, occupandosi di quelli che hanno maggiore bisogno di essere tenuti lontano dai guai per non diventare futuri condannati a morte.
Una figura molto controversa quindi, quella di Gerald Garrett, che nella sua mente appare convinto di essere un paladino della giustizia, mentre con i fatti ha dimostrato di essere soprattutto un vendicatore spietato.
Passiamo dal presidente della Commissione per le Grazie al Procuratore Distrettuale della contea di Harris nel Texas, e consideriamo la figura dell'avvocato Chuck Rosenthal, un uomo che in questi tempi è stato molto criticato da alcuni e piuttosto apprezzato da altri. Rosenthal, per anni il vice-procuratore distrettuale del famoso John B. Holmes, è subentrato a lui poco prima che scoppiasse lo scandalo degli errori nei test del DNA compiuti negli ultimi dieci anni nel laboratorio della Polizia di Houston (v. nn. 105 e 106). Rosenthal è stato invitato dai 22 giudici della Corte criminale distrettuale a mettersi da parte, lasciando che le indagini per far luce sulle colpe del laboratorio venissero dirette da altri e non da lui, che in un certo senso è coinvolto nello scandalo (anche se ha sempre sostenuto di non aver avuto alcuna conoscenza delle irregolarità che avvenivano nel laboratorio). Questo personaggio, che rifiuta recisamente di cedere il passo ad elementi esterni, difende la sua posizione dicendo che, come un generale non abbandona i suoi uomini nelle mani di estranei che li giudichino anche se sa che fra loro ci sono elementi colpevoli, ma li giudica personalmente, così egli ritiene suo dovere non abbandonare all'investigazione esterna il personale del "suo" laboratorio. Sembrerebbe un atteggiamento abbastanza nobile che viene approvato da molti. Troviamo alcuni suoi sostenitori persino tra gli avvocati difensori, cresciuti all'ombra del suo ufficio. In particolare un certo Joe Bailey, prima assistente procuratore distrettuale e ora avvocato difensore, sostiene che Rosenthal "non farebbe mai una cosa sbagliata per una giusta causa" e addirittura afferma che "si toglierebbe la camicia di dosso per darla a qualcuno se ritenesse che questo potesse davvero aiutarlo".
Peccato che nei 24 anni di carriera di Rosenthal non rifulga sempre tutta questa onestà e nobiltà d'animo: si conoscono numerose storie di casi da lui perseguiti, in cui il suo comportamento non sembra essere stato proprio corretto. Citeremo solo un paio di questi.
Nel maggio 1989 un certo Anibal Garcia Rousseau fu condannato a morte per omicidio. 12 anni dopo i suoi legali vennero a conoscenza del fatto che un mese prima del processo il laboratorio balistico del Dipartimento di Polizia di Houston aveva scoperto che il proiettile usato per uccidere la vittima coincideva con i proiettili usati in un altro omicidio compiuto mentre Rousseau era in carcere, e un mese dopo la condanna, il laboratorio scoprì che il proiettile in questione coincideva con i proiettili sparati dalla pistola posseduta da un altro individuo. Rosenthal non rivelò mai queste prove alla difesa (di cui era a conoscenza), che ora ha presentato domanda di un nuovo processo per Rousseau.
Nel novembre 1992 una famiglia di 5 persone fu assassinata. Si incolpò degli omicidi Robert Coulson, figlio adottivo di una delle vittime, e fu avvalorata l'ipotesi della sua colpa presentando alla giuria una fotografia della scrivania del padre adottivo di Coulson in cui si vedeva in primo piano un appunto scritto dal padre stesso da cui risultava che il figlio aveva un appuntamento con lui a una certa ora della sera.
Bene, fu la polizia a piazzare in cima alle carte della vittima quell'annotazione e a fotografare poi la scena così montata (l'appuntamento poteva riferirsi a una qualsiasi data precedente al fatto, visto, tra l'altro, che il foglio era stato rinvenuto sotto molti altri). Rosenthal sapeva del falso e ammise in un secondo tempo che fu un errore mostrarlo alla giuria come ulteriore prova di colpevolezza ma si difese dicendo che in ogni caso non era stato un errore intenzionale. Coulson fu condannato a morte e "giustiziato" nel giugno 2002.
Oltre a questi casi se ne conoscono molti altri in cui Rosenthal deliberatamente nascose prove alla difesa o sfruttò testimonianze accusatorie ottenute da criminali detenuti in cambio di sconti di pena. A questo punto ci sembra difficile credere alla sua totale buona fede nello scandalo del laboratorio della Polizia di Houston.
Ultimo ma non meno interessante ai fini della nostra analisi è un personaggio che ha vissuto per anni nel mondo carcerario texano: si tratta di Larry Fitzgerald, portavoce ufficiale del carcere di Huntsville in cui si compiono le esecuzioni. Tra i compiti previsti dal contratto di lavoro di Fitzgerald, che è appena andato in pensione, c'era anche quello di assistere alle esecuzioni dei condannati. Durante i nove anni di lavoro svolti come portavoce, egli ha presenziato a 219 omicidi legali di uomini e donne (tra i quali quelli di molti nostri amici, come Gary Graham o Joe Cannon). Ha sempre svolto il suo lavoro con freddezza e metodicità. Considera la pena di morte inutile dal punto di vista della deterrenza al crimine a della "chiusura" del dolore dei familiari delle vittime, ma la sostiene comunque, affermando che ogni persona che lui ha visto morire aveva già tolto la vita ad un innocente. Crede, in pratica, solo e soltanto nel valore della vendetta. "Se commetti un crimine, devi pagare in qualche modo, e per alcuni questo pagamento consiste nell'essere legati ad un lettino di esecuzione", afferma. "Chiamate pure Huntsville la capitale delle esecuzioni, se volete, ma io la vedo come capitale delle vittime dei crimini", sentenzia.
"Odio dire che li mettiamo a dormire, perché non si risveglieranno più. Ma non ho mai visto nulla che sia lontanamente simile al dolore. Li ho sentiti dire: "ne sento il sapore", "ne sento l'effetto" mentre la droga fluiva. Li ho sentiti anche russare mentre perdevano conoscenza."
Nonostante il suo freddo cinismo, che non concede perdono a nessuno (ammette, per esempio, che Carla Faye Tuker era davvero cambiata in carcere, ma sostiene che è "troppo tardi pensare a cambiare la propria vita quando si è nel bracco della morte"), egli conserva di alcuni detenuti "giustiziati" un ricordo quasi affettuoso (?!) e parla di loro come un preside ricorderebbe alcuni ex-allievi della sua scuola.
Racconta per esempio di Napoleon Beazley: "Era un nero, con molto talento, un bel ragazzo, atletico.... Ma per quanto mi piacesse Napoleon e fossimo arrivati a conoscerci reciprocamente a fondo, non persi mai di vista il fatto che c'era stato un uomo con una pistola puntata alla testa la cui vita era stata stroncata [da Napoleon]". Di molti ricorda i momenti che hanno preceduto la loro morte, raccontando questi episodi come aneddoti: parla di John Elliot, che aveva picchiato a morte una ragazza madre adolescente, il quale chiese una tazza di tè e sei biscotti al cioccolato prima di essere ucciso lo scorso febbraio. Oppure di un detenuto che ebbe una crisi di coscienza all'ultimo minuto riguardo ad un crimine di cui si era sempre dichiarato innocente. Disse al cappellano che era stato lui l'assassino, ma che non avrebbe potuto ammetterlo sul letto di esecuzione, perché la sua mamma sarebbe stata presente e lui le aveva sempre mentito e l'aveva fatta indebitare, fino a perdere la casa, per la difesa legale, in un vano tentativo di salvargli la vita.
Alla domanda su che cosa pensa del lavoro che ha svolto, Fitzgerald risponde: "Si è trattato di un lavoro emozionante, ma se dovessi assistere ad un'altra esecuzione, sarebbe una di troppo".
In Larry Fitzgerald, dunque, un esagerato senso del dovere e una incrollabile fede nella vendetta di stato sembrano aver avuto la meglio sui sentimenti più veri e profondi dell'animo umano! R(Grazia)
11) UCCIDERE PER DIMOSTRARE CHE UCCIDERE E' SBAGLIATO
Il 4 settembre lo stato della Florida ha ucciso Paul Hill, un ex pastore presbiteriano, per dimostrare ai suoi cittadini che uccidere è sbagliato. Hill, nel 1994 aveva infatti ucciso il Dott. Britton, medico che procurava aborti volontari in una clinica privata, oltre alla sua guardia del corpo, James Barrett. Hill ha mirato alla testa del dottore perché, dopo numerose uccisioni di abortisti, era noto che Britton portava il giubbotto antiproiettile.
Per il suo gesto Hill è stato condannato a morte. Egli però aveva commesso questo crimine in quanto, accanito oppositore dell'aborto, intendeva dimostrare che uccidere è sbagliato e prevenire lo sterminio di altri bimbi innocenti. Nei giorni prima dell'esecuzione di Hill alcuni oppositori estremisti della pratica dell'aborto hanno inviato lettere minatorie contenenti dei proiettili al governatore Jeb Bush, al Procuratore Generale Charlie Crist e a due funzionari del carcere della Florida. Nelle loro lettere chiedevano di risparmiare la vita di Hill, minacciando rappresaglie. Lo hanno fatto per dimostrare che uccidere è sbagliato.
Hill, che aveva rinunciato a tutti i suoi appelli per accelerare l'esecuzione, in un'ultima intervista ha dichiarato di essere felice di morire perché era certo che lo attendeva il premio eterno in paradiso. Non era affatto pentito del crimine commesso e auspicava che il suo martirio potesse essere di esempio per altri dopo di lui.
Già durante la sua esecuzione - avvenuta tra straordinarie misure di sicurezza: uomini armati dentro e fuori dal carcere, cani anti-bomba, elicotteri - si è radunata una piccola folla di persone che inneggiavano all'operato di Hill con cartelli su cui era scritto "Uccidere gli uccisori dei bambini è un omicidio giustificabile", oppure "I dottori morti non possono più uccidere". Una di queste persone, intervistata, ha dichiarato: "Spero un giorno di avere il coraggio di essere uomo quanto lo è stato lui". Questa manifestazione è stata inscenata per dimostrare che uccidere è sbagliato.
Le cliniche private in cui si praticano gli aborti in Florida sono ora allarmatissime delle possibili violenze che gli estremisti anti-aborto potranno mettere in atto, per emulare o vendicare Hill.
E' possibile che altri medici che interrompono la vita di esseri umani in formazione, siano in futuro oggetto di attentati da parte dei "difensori della vita" più fanatici. Coloro che li uccideranno verranno poi condannati a morte e "giustiziati", sempre per difendere la vita. Quando le persone si fermeranno a riflettere sulla necessità di interrompere il ciclo della violenza? Quando si smetterà di dimostrare, uccidendo, che uccidere è sbagliato?
Armenia. Abolita la pena di morte.
Il parlamento armeno ha ratificato il 9 settembre l'adesione al Sesto Protocollo aggiuntivo della Convenzione europea sui Diritti umani che comporta l'abolizione della pena di morte. L'Armenia è il quarantunesimo stato europeo ad abolire la pena di morte.
Massachusetts. Linciato in carcere un ex prete pedofilo.
John Geoghan, prete spretato accusato di aver molestato 147 bambini, era stato riconosciuto colpevole e condannato per un solo caso. Il 23 agosto è stato 'giustiziato' in un carcere di massima sicurezza, mediante strangolamento, da un detenuto. In un altro carcere del Massachusetts, secondo la sua avvocatessa, le guardie orinavano e defecavano sul letto di Geoghan e contaminavano il suo cibo, articoli su di lui venivano sbandierati nell'area della ricreazione. Il Christian Science Monitor riporta mestamente la notizia osservando come nella strada i commenti sul brutale assassinio siano di indifferenza o di approvazione. Il quotidiano prende lo spunto dall'episodio per denunciare le angherie subite dai detenuti in carcere, ad opera degli altri detenuti e delle guardie, nel più grande disinteresse della società civile, con la complicità dei media. Ogni anno negli USA si verificano decine di migliaia di aggressioni ai danni di carcerati, da uno studio fatto in California risulta che uno su cinque detenuti maschi viene sodomizzato...
Nigeria. Discusso il secondo appello di Amina.
Il 27 agosto, dopo i molti rinvii, è stato discusso il secondo appello di Amina Lawal contro la condanna alla lapidazione per adulterio inflittale nel marzo del 2002 da una corte islamica dello stato di Katsina. Amina, spaventata e piangente, pesantemente velata, è entrata nell'aula di giustizia gremita portando in braccio la figlioletta Wasila. La difesa ha chiesto di annullare la confessione dell'imputata, resa a suo tempo nell'ignoranza più assoluta di ciò che comportava. E stato anche argomentato che, secondo alcune versioni della legge islamica della Sharia, la gestazione di un bambino può durare fino a cinque anni, essendo con ciò possibile che Wasila sia stata concepita nel matrimonio. La Corte farà sapere la sua decisione il 25 settembre. L'accusa ha promesso di non opporsi ad un'eventuale assoluzione. E' probabile che, per non esasperare i contrasti con il governo federale nigeriano, si decida di prosciogliere Amina. Il 20 agosto un altro condannato alla lapidazione in Nigeria, Sarimu Mohamed Baranda, è stato esonerato in appello per infermità mentale e inviato ad un ospedale psichiatrico.
P.S. Il 25 settembre, dopo la chiusura di questo numero, si è appreso che Amina è stata assolta!
Texas. Moderata diminuzione delle sentenze capitali.
L'Ufficio del Procuratore Distrettuale ha reso noti a metà agosto alcuni dati sulla pena di morte, osservando che il proprio comportamento nei casi capitali non è cambiato nel tempo. In realtà i dati dimostrano una sensibile diminuzione delle sentenze di morte in Texas e una maggiore prudenza al riguardo sia da parte degli accusatori che delle giurie. Tra il 1995 e il 1999 l'Ufficio ha chiesto la pena di morte in 86 su 372 omicidi capitali, quindi in 1 caso su 4. Dal 2000 al giugno 2003 il medesimo Ufficio ha chiesto la pena di morte in 38 su 212 casi, 1 su 5. Dal 2000 in poi le giurie hanno emesso circa 7 sentenze di morte all'anno, dato da comparare con le 12 sentenze all'anno del periodo 1995-1999. Quando l'accusa ha chiesto la pena di morte le giurie l'hanno irrogata nel 70% dei casi nel periodo 1995-1999, solo nel 65% dei casi posteriormente.
Texas. Un altro avvocato dormiente.
Il 15 agosto George McFarland ha chiesto un nuovo processo. Fu condannato a morte in Texas nel 1992 in un processo in cui il suo difensore principale dormiva e l'altro era assolutamente impreparato a trattare un caso capitale. Nonostante ciò l'ufficio del procuratore distrettuale nega che vi siano state carenze nella difesa legale del ricorrente. Nessuna prova concreta contro McFarland fu portata dall'accusa, due testimonianze contro di lui si sono dimostrate successivamente del tutto inattendibili.
Utah. I Mormoni non si oppongono al bando della fucilazione.
Una Commissione dello Utah che sta studiando il problema di sostituire con l'iniezione letale il plotone di esecuzione, ha sentito il bisogno di acquisire il parere della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi dell'Ultimo giorno, molto influente nello stato. La dottrina dei Mormoni prescrive che per fare giustizia deve essere versato del sangue ma il 3 settembre la risposta della chiesa interpellata è stata positiva: sì all'iniezione letale.
Questo numero è stato chiuso il 15 settembre 2003