Source: http://amministrativo.unipv.it/materiali/Tar_Brescia_12_gennaio_2001-2.htm
Timestamp: 2017-06-28 20:46:13+00:00
Document Index: 149472532

Matched Legal Cases: ['art. 34', 'art. 34', 'art. 216', 'art. 21', 'art. 7', 'art. 17', 'art. 10', 'art. 9', 'art. 17', 'sentenza ']

sui ricorsi riuniti n. 1418 del 1999 e nn. 400 e 417 del 2000 proposti da
EUROSEA S.r.l.,
rappresentata e difesa dall’avv. Fabio Dani ed elettivamente domiciliata presso lo studio dell’avv. Michele Bonetti, in Brescia, via Alberto Mario, 40; contro
COMUNE di LONATO,
costituitosi in giudizio, rappresentato e difeso dagli avv.ti Alberto Luppi e Glauco Davolio ed elettivamente domiciliato presso gli stessi, in Brescia, via Vittorio Emanuele II, 1; e contro
- REGIONE LOMBARDIA (solo nel ric. 1418/99),
- MINISTERO DELL’INDUSTRIA DEL COMMERCIO E DELL’ARTIGIANATO (solo nel ric. 417/00),
in persona dei rispettivi legali rappresentanti p.t.,
e c o n l’i n t e r v e n t o d i (solo nel ric. 1418/99)
PERINI Franco, CASELLA Marcello, CARELLA Graziella, LIZZERI Angiolina, CASELLA Gabriella, VERTUA Fiorenza, IMBERTI Maria Teresa, SAMUELLI Mario e PRATI Elisabetta, nonché POGGIO Andrea, nella sua qualità di Presidente p.t. di LOMBARDIA O.N.L.U.S. ed in rappresentanza dell’ASSOCIAZIONE NAZIONALE LEGAMBIENTE O.N.L.U.S.,
rappresentati e difesi dall’avv. Pietro Garbarino ed elettivamente domiciliati presso lo stesso, in Brescia, via Ferramola, 3;
(ric.1418/99), previa sospensione, delle deliberazioni nn. 84 e 85 dell’8 novembre 1999, con cui il Consiglio comunale di Lonato ha disposto l’adozione di una variante per aggiunta all’art. 34 delle N.T.A. del P.R.G. nonché di una variante per modifica agli artt. 33 e 34 delle medesime;
(ric. 400/00) della nota prot. N. 19340/99 del 23 febbraio 2000 dell’Ufficio Tecnico, Sez. Edilizia Privata, Urbanistica ed Ecologia del Comune di Lonato;
(ric. 417/00) della nota del Comune di Lonato del 22 dicembre 1999 nonché della comunicazione ministeriale D.G. Energia e Risorse minerarie, Divisione XI, prot. N. 205512 del 7 marzo 2000;
nonché (solo nel ric. 1418/99) per il risarcimento del danno
asseritamente causato dai provvedimenti impugnati;
Visti gli atti di costituzione in giudizio dell’intimato Comune e degli intervenuti;
Vista la propria ordinanza n. 53/00 con cui è stata respinta l’istanza cautelare nel ric. 1418/99;
Designato relatore, per la pubblica udienza del 27 ottobre 2000, il cons. Renato Righi;
Uditi, alla medesima udienza, l'avv. F. Dani per la ricorrente, gli avv.ti A. Luppi e G. Davolio per il Comune resistente e l'avv. P. Garbarino per gli intervenuti;
Con ricorso notificato il 25 novembre 1999, depositato il successivo 30 novembre e rubricato al n. 1418/99 R.G., la Eurosea S.r.l. ha impugnato i provvedimenti di cui al n. 1) dell’ epigrafe, deducendo vari profili di eccesso di potere e chiedendo inoltre il risarcimento dei danni asseritamente subiti. Con un secondo ricorso, notificato il 20 aprile 2000, depositato il 27 aprile successivo e rubricato al n. 400/00 R.G., la medesima Europea ha altresì impugnato il provvedimento di cui al n. 2) dell’epigrafe, deducendo eccesso di potere e violazione di legge sotto più profili.
Con un terzo ricorso, notificato il 27 aprile 2000, depositato i 4 maggio successivo e rubricato al n. 417/00 R.G., la stessa Società ha infine impugnato le note di cui al n. 3) dell’ epigrafe, deducendo diversi profili di eccesso di potere e di violazione di legge.
Si è costituito, in tutti e tre i giudizi, il Comune intimato, che, preliminarmente, ha eccepito l’inammissibilità dei gravami, chiedendone comunque la reiezione nel merito, siccome infondati.
Nel giudizio introdotto con il primo ricorso hanno inoltre dispiegato intervento ad opponendum, mediante atto notificato il 12 e 13 ottobre 2000, i cittadini e le Associazioni ambientaliste di cui in epigrafe.
In occasione della camera di consiglio del 28 gennaio 2000 la Sezione ha respinto la domanda incidentale di sospensione dei provvedimenti impugnati con il primo ricorso.
I tre ricorsi, chiamati e discussi congiuntamente all’odierna udienza pubblica, sono ivi passati in decisione.
Innanzitutto, va disposta la riunione dei tre ricorsi presentati dalla società Eurosea, attesa la loro evidente connessione oggettiva e soggettiva.
Con il primo (ric. 1418/99), vengono impugnate le deliberazioni nn. 84 e 85 dell’8 novembre 1999, con cui il Consiglio comunale di Lonato ha disposto l’adozione, rispettivamente, di una variante per aggiunta all’art. 34 delle N.T.A. del P.R.G. e di una variante per modifica agli artt. 33 e 34 delle medesime.
Preliminarmente, il Collegio reputa di potersi esimere dal sondare le eccezioni di inammissibilità, sollevate dalla difesa del resistente Comune, posto che, come si vedrà, il ricorso risulta comunque infondato nel merito.
Con il primo motivo si deduce lo sviamento di potere, in quanto le varianti impugnate perseguirebbero - mediante una restrizione delle prescrizioni urbanistiche valevoli per le zone “D1” e “D2” collocate ad Ovest ed a Sud Ovest del capoluogo - il surrettizio obiettivo di impedire la realizzazione degli interventi proposti dalla ricorrente e, cioè, un impianto di produzione di Combustibile Derivato da Rifiuti (cosiddetto CDR) e una centrale elettrica alimentata, appunto, con tale “CDR”, e che avevano formato oggetto di un apposito “accordo-quadro”, stipulato con il Comune, e nel quale quest’ultimo aveva espresso il proprio consenso (peraltro di massima) alla loro localizzazione in un’area classificata zona industriale “D2” dallo strumento urbanistico.
Com’è noto, il vizio di sviamento di potere si configura quando l’atto amministrativo persegue unicamente un fine diverso (e normalmente dissimulato) da quello suo tipico, per cui, in mancanza del fine dissimulato, l’atto non sarebbe adottato per inesistenza del fine dichiarato. (Il caso di scuola che viene riportato nella manualistica in proposito è, appunto, quello dell’impiegato insubordinato, il quale, anziché essere sottoposto a procedimento disciplinare viene comunque allontanato dal suo superiore mediante il più sbrigativo procedimento di trasferimento per motivi di servizio, motivi ovviamente inesistenti fin tanto che l’impiegato si era mostrato disciplinato).
Ma nella fattispecie non si può certo dire che, se l’Amministrazione comunale non avesse voluto danneggiare la ricorrente impedendogli di attuare i suoi piani, non c’era ragione di introdurre nel P.R.G. le prescrizioni di cui alle varianti impugnate.
Tutt’al più, si può dire che la presentazione dei progetti della ricorrente abbia rappresentato l’occasione perché il Comune rivedesse il vigente P.R.G. (sull’onda del clamore suscitato da quell’iniziativa e di cui v’è traccia nel ricorso giurisdizionale prodotto contro l’accordo quadro suddetto da parte di vari cittadini e di alcune associazioni ambientaliste, tuttora pendente presso questa Sezione con il n. 1380/99 R.G.), proprio per evitare che degli insediamenti produttivi a così forte impatto igienico-ambientale, come quelli proposti dalla Eurosea, potessero essere ubicati nelle zone “D1” e “D2” situate ad Ovest ed a Sud Ovest del capoluogo.
Che questo fosse il fine dichiarato delle varianti impugnate non v’è dubbio (per averne una conferma, basta scorrere il resoconto stenografico della seduta consiliare allegato alle delibere impugnate), ma è altrettanto indubbio che rientra legittimamente nella discrezionalità del Consiglio comunale in materia urbanistica, la possibilità di impedire che determinate strutture, ad elevata rischiosità di vario tipo, vengano allocate in certe zone del proprio territorio. Va infatti sottolineato che le iniziative programmate dalla ricorrente configurerebbero, entrambe, delle ipotesi di industrie classificate insalubri di prima classe, ai sensi dell’art. 216 del T.U. LL.SS., approvato con R.D. 27 luglio 1934, n. 1265.
In tali condizioni, è evidente che l’interesse dei proprietari incisi receda di fronte al prevalente interesse pubblico, senza che in ciò possa ravvisarsi alcun intento discriminatorio nei loro confronti.
La giurisprudenza è consolidata in tal senso.
Così, ad esempio, non è stata ritenuta viziata la variante di piano regolatore che, pur confermando la destinazione a zona industriale di un’area, abbia introdotto prescrizioni urbanistiche in contrasto con le caratteristiche di un impianto industriale addirittura già realizzato ed operante, all’evidente scopo di provocare la cessazione di un’attività ritenuta dannosa per la salute pubblica e di indurre l’impresa alla riconversione degli impianti verso un’attività meno pericolosa (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 30 ottobre 1989, n. 705).
L’esistenza di fabbricati, anche di recente costruzione, non è mai stata considerata di ostacolo all’introduzione di destinazioni urbanistiche difformi da quelle previgenti sulle corrispondenti aree di sedime (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 18 marzo 1980, n. 270). A maggior ragione ciò dovrebbe valere se, come nella fattispecie, l’intento del Comune è quello di intervenire su particolari zone del proprio territorio, prima che le stesse siano compromesse dalla edificazione privata, rendendo così impossibile il conseguimento dell’interesse pubblico, sotteso alle scelte urbanistiche (Cfr. Adunanza plenaria, 22 dicembre 1999, n. 24).
Va, poi, ricordato il disposto dell’art. 21 della L. 13 luglio 1966, n. 615, secondo cui: “Nella elaborazione dei piani regolatori comunali, intercomunali, o interprovinciali, deve essere tenuta in particolare considerazione la ubicazione delle zone e distretti industriali rispetto alle zone residenziali, tenendo nel dovuto conto il comportamento dei fattori meteorologici”.
Orbene, come si vedrà meglio infra, trattando il terzo motivo, lo scopo cui tendono le varianti impugnate è quello di impedire che le emanazioni nocive o moleste, provenienti da impianti industriali, considerati per legge altamente pericolosi, si propaghino, con l’ausilio dei venti, verso il capoluogo e le frazioni densamente abitate. Circostanze, queste, che in precedenti analoghi, la giurisprudenza ha già affermato costituire un’adeguata giustificazione che rende legittima la scelta pianificatoria volta ad escludere, in via generale e preventiva, la realizzabilità, in una determinata zona, di industrie classificate insalubri (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 20 maggio 1992, n. 547).
Con il secondo motivo, si deducono il difetto di istruttoria e la contraddittorietà, in quanto le varianti impugnate vanificherebbero gli impegni assunti dal Comune, mediante il già ricordato “accordo-quadro”, approvato con la delibera della Giunta municipale n. 258 del 3 agosto 1999, e nel quale si prevedeva espressamente la realizzazione, da parte della società Eurosea, sia dell’impianto di produzione del “CDR”, sia della centrale termoelettrica alimentata con tale combustibile.
Intanto, va precisato che in quell’accordo, gli unici impegni presi restavano a carico della società ricorrente (creazione di una rete di monitoraggio ambientale per il controllo delle emissioni in atmosfera, istituzione di una Commissione di controllo ambientale, riconoscimento di incentivi economici a favore del Comune, impegno a non trattare nell’impianto di produzione di CDR i RSU tal quali, ecc., v. doc. 12 della ricorrente).
Il Comune si è ivi soltanto limitato ad esprimere - peraltro mediante un atto atipico e comunque sprovvisto di valore legale sul piano urbanistico - un “parere di massima favorevole alla localizzazione degli impianti” (ibidem) di cui trattasi e, come si legge testualmente al punto 2 del dispositivo della delibera della Giunta comunale n. 204 del 18 maggio 1999, con cui si manifestava la disponibilità alla sottoscrizione dell’accordo de quo, demandando espressamente “a successivi atti la verifica ed approvazione definitiva del progetto esecutivo, per quanto di competenza, subordinandola alle opportune autorizzazioni e pareri pertinenti degli enti superiori e diversi” (v. doc. 6 della ric.).
A quest’ultimo proposito, si deve inoltre osservare che il ripetuto accordo stabiliva (all’art. 7) che se l’inizio dei lavori per la costruzione dei due impianti non fosse avvenuto entro il 31 dicembre 1999, l’accordo stesso avrebbe perso ogni efficacia e la società Eurosea avrebbe rinunciato alla loro realizzazione. Ebbene, alla data di adozione delle delibere impugnate (8 novembre 1999) e, cioè, a meno di due mesi dallo spirare di tale termine finale, lo stato di avanzamento dell’iniziativa mostrava la situazione seguente.
Per quanto concerne la centrale termoelettrica (da edificarsi sul lotto A, di mq. 42.580, relativamente al quale esisteva già un piano di lottizzazione approvato, denominato “PL 4”) era stato richiesto, in data 7 luglio 1999 (v. doc. 9 della ric.), un semplice “parere preventivo della Commissione edilizia”, mentre la concessione edilizia sarebbe stata richiesta solo successivamente, una volta in data 16 novembre 1999 e, dopo il primo diniego - peraltro non impugnato –, una seconda volta in data 27 dicembre 1999, ossia quattro giorni prima della scadenza del termine fissato per l’inizio dei lavori (senza contare che il temine per il procedimento di rilascio della concessione edilizia è di 60 giorni, salvo proroga).
Sempre con riferimento alla centrale, la ricorrente aveva bensì ottenuto un parere favorevole sia del Comune (v. doc. 8 della ric.) che della Regione (v. doc. 17 della ric.) ai sensi del D.P.R. 24 maggio 1988, n. 203 sulle emissioni in atmosfera, ma non ha mai conseguito la relativa autorizzazione, di competenza del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato, a termini dell’art. 17, stesso D.P.R., e degli artt. 1, comma 1, lett. d) e 2, comma 4, D.P.R. 11 febbraio 1998, n. 53.
Quanto, invece, all’impianto di produzione del “CDR” (da erigersi sul lotto B, di mq. 80.190), la società Eurosea non ha mai chiesto nemmeno la concessione edilizia (del resto non poteva chiederla perché non aveva ancora previamente predisposto il piano di lottizzazione per quest’area), mentre, per ciò che riguarda l’autorizzazione regionale, ex artt. 27 e 28 D.Lgs. 5 febbraio 1997, n. 22, il relativo procedimento, attivato dalla ricorrente con domanda del 16 luglio 1999, risulta che sia poi stato dalla stessa abbandonato, tant’è vero che il competente Dirigente del Servizio rifiuti e residui recuperabili della Regione ha provveduto ad archiviarlo (v. doc. 2 del resistente).
Come si vede, la prima a perdere fiducia nell’iniziativa in parola è stata la ricorrente stessa, per cui, in tali condizioni, non si può neanche sostenere che il predetto “accordo-quadro” abbia creato, in capo alla medesima, una situazione di affidamento ingiustamente violata dalle impugnate varianti.
Tenendo presente, peraltro, che per giurisprudenza consolidata (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 6 marzo 1998, n. 382; idem, 22 febbraio 1994, n. 159) neppure la preesistenza di un piano di lottizzazione approvato, e già convenzionato (vale a dire un atto tipico dell’ordinamento urbanistico e, quindi, dal valore giuridico ben più consistente del ripetuto “accordo-quadro”), costituisce - per se sola - un ostacolo alla modifica delle previsioni urbanistiche vigenti su una determinata area, proprio perché il P.R.G. non rappresenta uno strumento immodificabile di pianificazione del territorio, sul quale i privati possano fondare sine die le loro aspettative, ma è suscettibile di revisione ogni qual volta sopravvenute esigenze di pubblico interesse, obiettivamente esistenti ed adeguatamente documentate, facciano ritenere superata, in tutto o in parte, la disciplina da esso dettata (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 22 giugno 1993, n. 641).
In ogni caso, va rimarcato che l’indicato piano di lottizzazione “PL 4”, riguardante il lotto A (dove doveva costruirsi la centrale termoelettrica) non presenta alcuna incompatibilità con le impugnate varianti in quanto, come si ricava dai connessi elaborati grafici e dalla relazione tecnica di accompagnamento al piano medesimo (v. docc. 4 e 5 del Comune), i fabbricati ivi previsti non indicano altezze o specifiche destinazioni d’uso contrastanti con le sopravvenute modifiche agli artt. 33 e 34 delle N.T.A., le quali si limitano solo a precludere l’insediamento di industrie destinate allo stoccaggio ed alla lavorazione dei rifiuti, nonché di quelle con altezza massima superiore a m. 20, lasciando libero e praticabile l’insediamento di tutte le altre.
Per quanto concerne invece il lotto B (ove si sarebbe dovuto realizzare l’impianto di produzione del “CDR”) un problema di incompatibilità nemmeno si pone perché, come sopra s’è visto, il previsto piano di lottizzazione non è mai stato presentato dalla ricorrente.
Né si possono infine - con ciò concludendosi l’esame del secondo motivo – ravvisare profili di contraddittorietà nel comportamento del Comune, per aver esso deluso le aspettative della ricorrente che confidava invece nella validità del menzionato “accordo-quadro”; invero, quest’ultimo è stato deliberato (peraltro con contenuti limitati a carico del Comune stesso) soltanto dalla Giunta, per contro, le varianti impugnate sono state adottate dal Consiglio, che, da una parte, costituisce l’unico organo competente a prendere impegni programmatici di valenza urbanistica per il Comune e, dall’altra, non risulta che sia mai stato prima di allora investito della questione.
Con l’ultimo motivo, si deduce la carenza di motivazione.
Com’è noto, ai sensi dell’art. 10, settimo comma, L. 17 agosto 1942, n. 1150, lo scopo della variante al P.R.G. è proprio quello di sopperire alle sopravvenute ragioni che determinino la totale o parziale inattuabilità del piano medesimo ovvero di intervenire quando si manifesti “la convenienza di migliorarlo”.
Ne deriva che la revisione di direttive urbanistiche pregresse per realizzare un processo di adeguamento delle strutture territoriali esistenti, si traduce in nuove scelte urbanistiche che, in vista di obiettivi generali da raggiungere, ben possono sacrificare interessi specifici dei privati.
Ovviamente, il Comune, pur avendo la più ampia discrezionalità di rivedere le previsioni urbanistiche in sede di disciplina del proprio territorio, tuttavia, ove abbia ingenerato affidamenti sull’edificabilità nel proprietario dell’area, non può adottare una variante che modifichi le previsioni già in vigore senza una congrua comparazione tra i vari interessi in conflitto e senza addurre una circostanziata motivazione sulle particolari ragioni di pubblico interesse che abbiano reso necessario incidere sulle posizioni giuridiche del privato costituitesi con l’avallo dell’Amministrazione (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 23 aprile 1998, n. 670; idem, 28 gennaio 1985, n. 27).
La giurisprudenza ha infatti precisato che non esiste una preclusione assoluta a nuovi interventi di pianificazione urbanistica che vanifichino in tutto o in parte le aspettative edilizie dei privati, atteso che lo ius variandi, relativo alle prescrizioni di piano regolatore generale, include – eventualmente - anche uno ius poenitendi, relativo ai successivi vincoli assunti dal Comune mediante convenzioni di lottizzazione, salva la necessità di motivazione, intesa pure come giusta considerazione di quelle aspettative (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 1 luglio 1992, n. 653).
La giurisprudenza ha inoltre chiarito che, nelle delibere di adozione di un piano regolatore, o di una sua variante, la motivazione può desumersi per relationem dal contenuto dell’atto deliberato, cioè dall’insieme di esso e particolarmente dalla relazione illustrativa che ne forma parte integrante e le cui considerazioni s’intendano accettate e fatte proprie dal Consiglio comunale (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 3 giugno 1987, n. 326).
Naturalmente, poi, occorre tener presente che gli apprezzamenti di merito del Comune in ordine alle scelte urbanistiche non sono sindacabili in sede di giudizio di legittimità, a meno che non risultino inficiati da errori di fatto o da vizi di grave illogicità (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 17 gennaio 1989, n. 5; idem, 15 luglio 1986, n. 522).
Si tratta allora di verificare se nella specie le ragioni giustificatici del trattamento riservato dalle varianti impugnate alle aree di proprietà della ricorrente siano state espresse in modo congruo e razionale.
Ad avviso del Collegio l’esito di tale verifica sugli atti di causa è senz’altro positivo.
Si legge, infatti, nella motivazione riportata, quale parte integrante del provvedimento, come Allegato “I” all’impugnata delibera del Consiglio comunale n. 84 dell’8 novembre 1999 (v. doc. 15 della ricorrente): “Le zone D2 ad Ovest del capoluogo confinano con le zone D1 dove trovasi una delle maggiori fonderie di rottami metallici d’Italia, la somma dei fattori di inquinamento non appare opportuna”.
“Più in particolare si è ritenuto, dato il regime prevalente dei venti, che le attività di trattamento e combustione dei rifiuti non debbano collocarsi nella zona industriale posta ad Ovest ed a Sud Ovest del capoluogo, perché le relative emanazioni ricadrebbero sulla zona più densamente abitata del territorio comunale (capoluogo e sue espansioni residenziali)”.
“Si è anche ritenuto di evitare l’interposizione tra l’Autostrada Serenissima e l’emergenza monumentale del capoluogo di insediamenti che per mole ed altezza interferiscano con il belvedere che si gode dall’Autostrada dell’abitato storico di Lonato”.
A quest’ultimo proposito è interessante notare che la giurisprudenza ha affermato che una variante al piano regolatore generale destinata dichiaratamente a tutelare, tra gli altri valori, quello ambientale, è sufficientemente motivata anche se non presenta una diffusa analisi argomentativa, avuto riguardo al valore fondamentale del paesaggio, protetto dall’art. 9 della Costituzione (Cfr. Consiglio di Stato, Sez. IV, 22 maggio 2000, n. 2934; idem, 8 settembre 1997, n. 966).
Si legge, ancora, nella suddetta motivazione: “E’ stato anche ritenuto pericolosissimo collocare a stretto contatto di arterie vitali (Autostrada Serenissima e ferrovia MI – VE) impianti a rischio di incendio e di scoppio (termogeneratori di grande potenza e depositi di combustibili)”.
“Il P.R.G. in vigore, peraltro, destina specificatamente le zone F, non computabili come standard, alle attività di interesse generale fra cui si annoverano quelle relative al trattamento dei rifiuti”.
Sempre nella medesima motivazione, dopo aver premesso che la variante in questione costituisce applicazione del T.U. delle leggi sanitarie, con riferimento ai possibili inconvenienti da inquinamento atmosferico, derivanti dall’insediamento di industrie insalubri di prima classe, così si conclude: “Le distanze dettate per le dette specifiche attività intendono preservare il capoluogo e le frazioni costituenti centri abitati da emanazioni nocive o moleste”.
Come si vede, nella fattispecie il Comune si è fatto carico anche di valutare una diversa possibile localizzazione degli impianti progettati dalla ricorrente, all’evidente scopo di comparare le legittime aspettative del privato con l’interesse pubblico contrastante, e ciò in base ad un ragionamento che non risulta affetto da palese illogicità.
Alla stregua delle considerazioni che precedono il ricorso n. 1418/99 va pertanto respinto con riguardo al petitum di annullamento.
Va, del pari, respinta la domanda - ivi anche svolta - di risarcimento del danno asseritamente causato dai provvedimenti impugnati, in quanto il riconoscimento, in questa sede, della loro legittimità, fa venir meno l’elemento dell’antigiuridicità, che costituisce invece il presupposto per poter affermare la responsabilità, sotto questo profilo, dell’Amministrazione.
La reiezione del primo ricorso rende altresì improcedibili gli altri due.
Invero, con il secondo ricorso (n. 400/00) è stata impugnata la misura di salvaguardia, in data 23 febbraio 2000, con cui il responsabile dell’area tecnica del Comune ha sospeso ogni determinazione sulla domanda di concessione edilizia presentata dalla ricorrente per la realizzazione della centrale termoelettrica di cui sopra, e risultata in contrasto con le varianti impugnate con il primo ricorso.
Con il terzo gravame (ric. n. 417/00) sono state impugnate, sia la nota del 22 dicembre 1999, con cui il Comune, a seguito dell’adozione delle varianti de quibus, ha espresso parere negativo sul progetto della predetta centrale termoelettrica, ai fini del rilascio dell’autorizzazione ex art. 17 D.P.R. 24 maggio 1988, n. 203, di competenza del Ministero dell’industria, del commercio e dell’artigianato; sia la corrispondente nota ministeriale del 7 marzo 2000, con cui si prende atto del parere negativo del Comune.
Data l’incontrovertibile difformità del progetto della centrale rispetto alle varianti impugnate con il primo ricorso, è evidente che l’interesse a coltivare gli altri due gravami poteva riconoscersi soltanto fino a che le varianti stesse erano ancora sub iudice, ma non più dopo l’accertamento della loro legittimità.
In conclusione, il ricorso n. 1418/99 va respinto in toto, mentre i ricorsi nn. 400/00 e 417/00 vanno dichiarati improcedibili per sopravvenuta carenza di interesse.
Sussistono, tuttavia, giusti motivi per disporre l’integrale compensazione, fra le parti, delle spese di giudizio.
il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia - Sezione staccata di Brescia – definitivamente pronunciando sui ricorsi riuniti in epigrafe, così dispone:
RESPINGE il ricorso n. 1418/99;
dichiara IMPROCEDIBILI i ricorsi nn. 400/00 e 417/00.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dalla Autorità Amministrativa. Così deciso in Brescia, il 27 ottobre 2000 dal Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia, in Camera di Consiglio, con l'intervento dei signori:
Sergio CONTI, Presidente f.f. - Renato RIGHI, Consigliere estensore – Alessandra FARINA, Consigliere. NUMERO SENTENZA
12 – 01 - 2001