Source: http://it.pschitt.info/page/Usura
Timestamp: 2019-08-20 01:30:25+00:00
Document Index: 177558274

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 20', 'art. 1', 'art. 2', 'art. 1815', 'art. 1', 'art. 644', 'art. 1815', 'art. 644']

Usura - Pschitt
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Inviato da murphy 25/04/2009 @ 12:09
Tags : usura, criminalità, società
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Frequentemente gli usurai (detti comunemente strozzini) svolgono altre attività illegali, dalle quali provengono i capitali che essi prestano e compiono altri atti illeciti, come il riciclaggio di denaro guadagnato illecitamente o atti di violenza per piegare la volontà delle loro vittime. Talora, l'usuraio già dispone di un notevole patrimonio personale ed è in grado di fornire garanzie ai creditori per prestiti di un certo ammontare. A volte si limita a firmare una fideiussione, che permette alla vittima di ottenere un prestito. L'istituto di credito rifiuta di concedere un prestito a chi non fornisce sufficienti garanzie e/o capacità di rimborso futuro, e la fideiussione può aprire le porte al credito. In questo modo, l'usuraio potrebbe riscuotere interessi, senza anticipare alcuna somma. Diversamente, l'usuraio potrebbe prendere a prestito il denaro da un istituto di credito, garantendo col suo patrimonio, e girando le somme alle vittime a tassi usurai. Tuttavia, prestiti frequenti di ingenti somme potrebbero essere segnalati, e l'usuraio chiamato a documentare l'impiego delle aperture di credito.
Il giro di affari annuo dell'usura in Italia è stimato in 30 miliardi di Euro ed interesserebbe 150.000 esercizi commerciali. E' altresì stimato che al 36% tale giro di affari sia controllato dal crimine organizzato .
Il Testo Unico Bancario sancisce che il tasso di interesse massimo oltre al quale un prestito viene definito usurario è stabilito dell'UIC (Ufficio Italiano Cambi). In questo modo, la Banca Centrale stabilisce i valor minimo e massimo entro i quali variano i tassi di interesse (il tasso di sconto è l'interesse minimo al quale le banche prestano denaro, e l'UIC è costituito presso la Banca Centrale).
Una materia non disciplinata dalla giurisprudenza comunitaria è la validità/nullità dei contratti in base a determinate clausole. In questo senso, le leggi che prevedono la nullità ab initio dei prestiti con tassi superiori a una determinata soglia, manterebbero la loro efficacia nel territorio nazionale.
Le teorie di Smith e Ricardo in materia di prestito ad interesse furono accolte dal Codice Penale Italiano nel 1889 che cancellò il reato di usura. Una netta svolta nell'orientamento dottrinale della nostra legislazione si ebbe nel corso degli anni Venti, sicché nel Codice penale del 1930 esso venne nuovamente contemplato, e lo è tuttora.
La legge n. 108 del 7 marzo 1996 (pubblicata sulla G.U. nr. 58 del 08/03/1996) inasprisce le pene, e disciplina diritti e tutele delle vittime dell'usura.
La denuncia non è obbligatoria e non comporta conseguenze penali. Confindustria ha adottato un'autoregolamentazione che prevede le'spuslione degli iscritti che paghino il "pizzo" o non denuncino pratiche usuraie.
La principale novità introdotta dalla legge n. 44 del 1999, art. 20, è la possibilità di sospendere le azioni esecutive, quali pignoramento o sfratto.
Sentito il parere favorevole del presidente del tribunale, il prefetto ordina la sospensione delel azioni esecutive nei confronti delle vittime di usura e di estorsione.
In tempi più recenti, il regno Unito ha adottato in materia una delle leggi più liberali in Europa, parzialmente rivista con il " Consumer Credit Bill Act".
La materia è disciplinata dal Konsumentenschutzgesetz – KSchG, che la legge intiotla anche come "Federal Act of 8 March 1979 Governing Provisions to Protect Consumers".
La legge modifica il codice civile, commerciale e una normativa Usury Act del 1949 .
Il tassi di usura sono pari al 133% del tasso di interesse corrente di mercato nel trimestre precedente la stipula per analoghe operazioni finanziarie e tipologie di rischio.
La legge Garn-St. Germain negli USa, abolita nel 1982, fissava la soglia dell'usura al 10% .
Ogni Stato determina un tasso di interesse al di sopra del quale il prestito di denaro è considerato usura.
Le leggi federali hanno in alcuni casi esentato le banche ordinarie dai limiti antiusura. Negli anni '80, con un'inflazione crescente, le banche potevano prestare denaro a tassi superiori a quello d'usura. La legge federale prevaleva su quelle dei singoli Stati, annullandole.
L'Usury Act del 1968 (legge n. 73/1968) è stato più volte emendato.
La materia dei prestiti e dei tassi di interesse sono disciplinati dal National Credit Act del 1 giugno 2006 .
Secondo una decisione della Corte Costituzionale, è illegittimo il prestito a interessi secondo quanto previsto dalla Costituzione del 1997 e dal Commercial Banking Act del 1962 e poi del 1979 .
La Thailandia si è dotata solo di recente di una Costituzione rigida, non modificabile da politici e amministratori, e di una Corte Costituzionale indipendente..
Nel prestito a carattere feneratizio le dimensioni giuridica ed economica sono strettamente intrecciate e interdipendenti. Così è stato alle origini del fenomeno, e non si può non constatarlo a maggior ragione oggi. Le considerazioni economiche ed economico-giuridiche offrono inoltre la possibilità di esplorare il fenomeno dell'usura non più isolatamente, seguendo solo tracce storiche da isolati documenti giuridici o, peggio, intuitive, ma alla luce delle idee e delle ipotesi di una disciplina che presenta un'articolazione matura ed ampia. Il punto centrale è senza dubbio il ruolo e il senso che riveste il tasso d'interesse, dal quale nessuna politica antiusura, nemmeno la più radicale, può prescindere. Per questo motivo la presente sezione, breve ma necessaria, dedicata agli aspetti economici tratterà l'usura preminentemente sotto tale profilo.
Le normative antiusura possono determinare un interesse massimo assoluto, oltre il quale la pratica bancaria diviene illecita, ovvero fissare un limite relativo, aggiornato periodicamente dal Parlamento o per decreto legge, ovvero indicizzato con una formula in funzione di un indicatore dei tassi di mercato. La determinazione di un interesse massimo, in assoluto, si scontra con la variabilità degli interessi di mercato, e potrebbe generare una situazione in cui lo spread fra tassi attivi e tassi passivi non è più remunerativo per gli istituti di credito.
Inoltre, crea una situazione a svantaggio di chi presta denaro, che ha un interesse massimo per i debiti, mentre l'interesse da corrispondere ai correntisti non ha un limite legale.
Le legislazioni attuali, inclusa quella italiana, hanno un limite relativo, che è riferito ai tassi correnti di mercato, maggiorato di un forte margine di variabilità (in italia, i tassi di mercato più il 50%), tale da rendere la soglia dell'usura ben al di sopra dei tassi di mercato, e da evitare che l'attività creditizia non sia più remunerativa.
La legislazione tiene conto del fatto che gli interessi di mercato non possono essere l'unico riferimento per individuare i tassi usura, e che questi non possono determinarsi "su misura" per le banche. Diversamente, un cartello bancario che portasse gli interessi al 30% troverebbe una legittimazione giuridica. La legislazione dovrebbe tenere conto non solo degli interessi passivi correnti, ma dello spread fra tassi attivi e passivi, e adeguare i limiti antiusura se si comprimono i margini di profittabilità per chi presta denaro. Gli interessi sui prestiti possono aumentare perché il denaro costa di più (aumento dei tassi attivi), per fare maggiori profitti, perché cresce la rischiosità dei prestiti.
Se un creditore pratica un interesse molto al di sopra di quelli correnti, il richiedente ha dalla sua la facoltà di rivolgersi altrove, ed è automatica l'espulsione di quello dal mercato. Un perfetto mercato del credito richiede la trasparenza informativa e la possibilità di cambiare istituto, senza aggravio di costi, anche dopo la stipula (contratto) di un prestito. D'altra parte, la legislazione può poco contro i cartelli bancari e i meccanismi che determinano un fallimento del mercato: davanti a un operatore (dal lato dell'offerta) che modifica unilateralmente (ma legittimamente, altrimenti i rimedi legali tipici, deboli o forti che siano in Italia, entrebbero in funzione) gli interessi e altre condizioni contrattuali, la reazione può essere un allineamento di tutti gli altri "concorrenti" con i prezzi più alti.
Di sicuro, la legislazione non può vantare maggiore efficacia di quanto non possa fare, in termini di vantaggio per l'utente finale, lo stesso mercato. Per la precisione, qui non si allude a nessuna teoria o idea che attribuisce, a torto o a ragione, un potere di autoregolamentazione al mercato, ma si volge l'attenzione verso una considerazione pratica troppo spesso obliterata dal più facile richiamo (alla teoria) dei fallimenti del mercato: i cartelli trovano la loro cogenza e insormontabile forza contrattuale, in particolare nei confronti della domanda dei piccoli operatori economici e consumatori in genere, quando il settore di mercato relativo è pesantemente impermeabilizzato contro la concorrenza (attuale e potenziale, anche straniera) di nuovi attori economici, a causa della legislazione protettiva (inter o superstatale, statale o decentrata, amministrativa o penale, rileva solo per gradi). Tasso di interesse e normative antiusura, come si ribadirà nel seguito della sezione, sono bersagli molto sensibili a manovre di politica economico-sociale non sempre improntate alla trasparenza pubblica e spesso dettate dal breve periodo del ciclo politico-elettorale, lasciando in ombra le soluzioni alternative perché più impopolari, impersonali e di lungo periodo. L'affermazione che il mercato può molto riguardo alla (auto-)correzione dei processi di scambio economico che lo intessono è almeno di sicuro equivalente all'affermazione che la legislazione può (auto-)correggersi dagli "errori" innescatisi durante i processi di scambio politico (orizzontali e verticali, cioè soprattutto verso gli agenti economici privati), che effettivamente la intessono. Tuttavia la seconda affermazione è spesso omessa nonostante sia quella che i governanti e i legislatori (nelle loro rispettive competenze legislative nella struttura istituzionale italiana) preferiscono mandare ad effetto (con onerosi carichi finanziari che ricadono fiscalmente sui contribuenti in generale, dei quali solo una parte sono i potenziali beneficiari netti della manovra politica). Inoltre l'omissione che si tratta di una scelta selezionata da un'alternativa è spesso accompagnata da enfatiche retoriche contro il contenuto e gli effetti paventati della prima affermazione, che, si ripete, è del tutto simmetrica all'altra sul piano logico (e fattuale in prima approssimazione: gli esempi storici e le teorie politiche ed economiche ovviamente danno elementi a favore dell'una o dell'altra posizione).
Ed ora si consideri il discorso sulla manipolabilità politica e privata del tasso d'interesse, e dei suoi effetti sistemici e relativi al settore in esame, dal punto di vista più generale dell'economia nel suo complesso, attraverso i risultati delle varie scuole di pensiero economico e economico-giuridico.
È naturale che gli esiti raggiunti possono essere molteplici, e deporre a favore o sfavore dell'usura o del suo controllo proscrittivo. Ma, si può dire senz'altro che la maggior parte delle varie scuole di pensiero economico e giuridico (a meno di considerazioni etico-religiose e/o di pregiudizi contro il mercato) è molto severa nel sottolineare l'importanza (delle variazioni) del tasso di interesse in un'economia monetaria (e no) ed è sfavorevole generalmente a proibizioni o limiti fissati per legge che ne compromettano o comprimano eccessivamente il libero dispiegarsi. Questo vale anche nel caso di scuole che considerano una leva importante, della politica economica di un paese, la manovra sui tassi di interesse: in esse prevale sempre una clausola di caveat rivolta al potere politico relativa alla prudenza o, addirittura, all'inutilità (vedi, per esempio speculare, scuola keynesiana e monetarista) di affidarsi con ingenuo decisionismo o troppo ripetutamente a tali tipi di intervento. In particolare, la Scuola Austriaca sostiene che il tasso di interesse debba essere determinato dall'incontro di domanda e offerta e dalle forze economiche presenti nel mercato, essendo un prezzo anch'esso, ancorché speciale: il prezzo della cosiddetta preferenza temporale (o, in inglese, time preference) degli attori sociali del mercato, vale a dire la preferenza al godimento immediato di un bene (preferenza temporale "alta") o a rinunciarvi per acquisirne uno simile ma futuro e di maggior valore (preferenza temporale "bassa"). Un limite imposto per legge avrebbe l'effetto di produrre una scarsità artificiale del denaro, e di alimentare il mercato nero del credito.
Il rischio di alimentare il mercato nero è molto consistente nonostante l'apparenza contraria: due motivi in particolare, la natura del bene-denaro e l'intervento marginale delle leggi antisura, sembrano infatti prestare, in prima approssimazione, sostegno alla teoria di un tetto fissato per legge o, almeno, alla praticabilità di politiche cosiddette antiusura.
I fautori e i promotori di leggi per il controllo pubblico della formazione dei valori del tasso d'interesse (e dell'usura stricto sensu) procede più o meno nel seguente modo. Il denaro si è vieppiù dematerializzato, sollecitando la sua riduzione a una mera scrittura contabile. Avrebbe assunto, quindi, il ruolo di convenzionale vettore di informazione attraverso il semplice valore facciale che reca e sarebbe replicabile senza limiti se non di ordine tecnico. Nella situazione ideale, a coprire l'intera domanda di prestiti con interessi non superiori alla soglia dell'usura fissate dalle autorità statali, sarebbe sufficiente un solo soggetto economico, che osservi pedissequamente le leggi da quelle emanate.
Ma il denaro, o la moneta, è un bene, se proprio si vuole, bensì particolare, ma mai astratto ed astraibile dall'economia reale. La fine del sistema aureo è un indizio storico meno della "dematerializzazione" del denaro che della difficoltà di armonizzare politiche sovrane dello stato e/o delle banche centrali oscillanti tra l'adesione al perseguimento di credito facile e di uscita assistita con risorse pubbliche dalle sofferenze da parte del sistema bancario nazionale privato (politica inflazionista) o, al contrario, all'esigenza di un incontro spontaneo di prezzi di domanda e offerta nei mercati di beni e servizi per equilibrare e stabilizzare situazioni, spesso prodotte proprio dal primo caso, allarmanti e disordinate, per mezzo di una politica monetaria restrittiva, tanto più dolorosa quanto più realizzata in ritardo.
Il fattore informativo rilevante, in realtà, lo reca il tasso d'interesse di mercato (non a caso detto anche naturale o di equilibrio: vedi Wicksell, Mises, Hayek e Rothbard questi ultimi appartenenti a differenti periodi della Scuola Austriaca) che raccoglie le preferenze temporali degli individui e, quindi, delle forze reali agenti nel sistema economico. Un divorzio, ad esempio, del valore del tasso d'interesse stabilito da una politica monetaria accomodante (attraverso la manovra sul cosiddetto tasso di sconto che, è bene ricordare, si tratta di un tasso d'interesse a breve termine essendo impossibile, anche per l'autorità più illuminata, fissare quelli a lungo termine) da parte della banca centrale (considerata quest'ultima nella sua posizione di autorità coercitiva di natura statale e pubblica, aldilà della sua indipendenza dal Tesoro o meno) rispetto a quello che si sarebbe affermato sullo stesso mercato, in condizioni di assenza dell'intervento, genererà quasi sempre un'esplosione del credito di natura inflazionistica. Dapprima il prestito generato si estenderà (si pensi al mutamento indotto delle preferenze dal lato del semplice consumatore che ora contrarrà mutui, prevalentemente quelli cosiddetti immobiliari legati all'acquisto di beni immobili) con tassi molto bassi, poi l'estensione si allargherà a contratti di prestito con rischi elevati di inadempienze da una o ambe le parti (e qui siamo al sogno dei promotori e teorici della riproducibilità pressappoco all'infinito del denaro, sogno quasi realizzato se solo il denaro davvero fosse una variabile indipendente o neutrale del sistema economico). Poi i tassi di mercato cominceranno a prevalere di nuovo, ovviamente recando le "perturbazioni" nel frattempo avvenute. Un mutuo contratto a tassi variabili, per esempio, recherà nei ratei futuri incrementi crescenti, e, molto più grave, un investimento in capitale si rivelerà dispendioso e difficilmente disinvestibile, con ovvie ricadute occupazionali. L'intera economia si avvia in un sentiero recessivo. Alla fine, nonostante tutte le esitazioni e traccheggiamenti iniziali, anche la banca centrale dovrà alzare il tasso di sconto (e, come già accennato, più tardi lo farà peggiori saranno i fattori depressivi sull'economia nel suo complesso) con conseguenze inevitabili sulle leggi cosiddette antiusura: o i valori in queste fissate sono accompagnate da clausole automatiche di allineamento alle variazioni del tasso di sconto ufficiale o dovranno essere riviste per la via ordinaria della legislazione o straordinaria come un decreto legge del governo. Evidente l'inutilità di tali aggiustamenti e, ancora più evidenti, le diseconomie prodotte.
Insomma, la credenza della replicabilità all'infinito, se pure riferito ad un sistema ideale, è solo indice dell'illusione del "denaro facile" (vedi teorie come quelle di Silvio Gesell), di quelle politiche del governo o delle banche centrali che creano moneta dal nulla (astrazione dal sistema produttivo di beni e servizi reali: cosiddetto sistema monetario fiat currency o fiat money, attraverso il monopolio statale di coniare moneta) e di una visione distorta ed ingenua del pericoloso fenomeno dell'inflazione.
In una prospettiva più modesta, i fautori delle leggi antiusura sostengono che "agganciare" il tasso d'usura a quelli correnti di mercato e fissandolo come un multiplo largamente al di sopra di questi, la legge antiusura consentirebbe comunque un'ampia variabilità ai tassi correnti, per cui un intervento dello Stato con le leggi antiusura non pregiudicherebbe il funzionamento del libero mercato. Ciò tutelerebbe casi-limite, un numero marginale di prestiti, dai meccanismi dell'usura. In questo senso, il tasso usura non sarebbe un calmiere dei prezzi, non interverebbe a fissare il tasso d'interesse quotidiano di tali contratti, ma solo in situazioni limite, essendo un multiplo dei tassi correnti di mercato. Ma tale discorso, in cui fa esile eco una maggiore attenzione al mercato e a visioni economiche più realiste (ma non si comprende a questo punto la richiesta di un tetto al saggio di interesse come soluzione unica o, comunque, preminente e necessaria), tradisce l'ispirazione originaria: infatti il cosiddetto agganciamento ai tassi di mercato non esiste. Esso, cioè, avverrebbe, in una situazione già alterata dall'intervento dello stato o della sua banca centrale. E funzionerebbe da moltiplicatore delle distorsioni indesiderate appena accennate. Ma c'è (molto) di più: se anche il tasso d'usura si agganciasse a tassi reali di mercato e questi ultimi fossero per davvero individuati (ma in realtà ciò non è possibile: vedi Hayek e, in una prospettiva teorica affatto contraria, Piero Sraffa che polemizzò con lo stesso Hayek negli anni '30 del XX secolo), il primo verrebbe scritto in un documento legislativo all'inizio di un lungo (in relazione alle dinamiche degli scambi contrattuali nella vita degli affari) iter deliberativo e promulgativo e si troverebbe identico nella pubblicazione del testo legislativo nella Gazzetta Ufficiale (caso italiano, ma mutatis mutandis è applicabile in tutti i paesi industrializzati a carattere democratico e no), infine l'implementazione, anche retroattiva, del valore corrispondente in ogni contratto che comportasse o comporti interessi. L'intento del legislatore verrebbe vanificato dalla situazione cambiata o in via di cambiamento, trasformando il già debole fine "antiusura" in un costo sociale a medio e a lungo termine.
Infine i teorici più sensibili ad una teoria economica e giuridica che non subordini l'uguaglianza e la cosiddetta giustizia sociale a vantaggio dell'efficienza, fanno riferimento al mercato del credito come ad un mercato cosiddetto imperfetto. Se il prestatore può variare unilateralmente buona parte delle condizioni contrattuali (casi o di criminalità organizzata o meno, o soprattutto di banche o finanziarie), ed elevare sensibilmente gli interessi effettivi pagati dal debitore, la legge antisura, si dice, sarebbe una delle poche norme che rimedia a una stato di grave asimmetria contrattuale. In un mercato libero, si continua, senza tassi-limite presuppone che domanda e offerta si incontrino in una situazione di parità di diritti e di informazioni. Il debitore deve poter confrontare i prestiti, avere un'ampia scelta, poter aprire, cambiare e recedere prestito rapidamente e senza penali, ed essere certo che il contratto che lo vincolerà per anni, resterà invariato.
Non si può non evidenziare in quest'ultima versione un'ottica, da una parte, basata esclusivamente sul lato del consumatore preso a fine supremo del processo economico, e, dall'altra, una critica del libero mercato fattuale basata sul raffronto di questo con un modello da manuale di economia neoclassica. Il risultato è un po' paradossale: pur di sostenere determinati obbiettivi, si finisce per rispolverare in positivo due figure della teoria neoclassica (delle origini), altrimenti a ragione oramai ritenute, quasi unanimemente, tra le più fuorvianti per lo studio e l'analisi della realtà economica e sociale: l'homo oeconomicus e il mercato a concorrenza perfetta. In particolare, nel caso del consumatore, si finisce nel relegare questi ad un unico ruolo sociale con comportamenti e fini univoci e, facendone per definizione un anello debole perché "sovrano" di un mercato "imperfetto" (sempre per definizione), lo si rende irrimediabilmente necessitante di leggi a unilaterale vantaggio della sua "sovranità" nei confronti di ogni contraente, che non sia un altro consumatore. Inoltre vale la pena di sottilineare l'effetto univoco derivante dalla considerazione del mercato libero come unicamente il mercato perfetto risultante dalle equazioni simultanee dell'equilibrio economico generale, tipico di quell'economia "sulla carta" dei primi (consapevoli) neoclassici: ne conseguirebbe che, non esistendo né potendo esistere mercati perfetti, o il libero mercato effettivo è un "male" sociale e/o bisogna costruirne (di "perfetti") deliberatamente e, quindi, per definizione occorre in ogni caso e inevitabilmente un intervento delle autorità pubbliche. Un argomento che si presenta affetto da un caso di non sequitur oppure costruito con una premessa ad hoc (come rileverebbero, tra gli altri, gli esponenti della scuola austriaca e Ronald Coase, per i quali il libero mercato non è e non può essere quello di tipo "perfetto"). Ciò a tacere del fatto che spesso i teorici e i fautori delle leggi antiusura, che si richiamano a criteri d'eguaglianza e giustizia sociale, criticano veementemente rappresentazioni troppo astratte del processo economico.
Sugli argomenti più pertinenti al nostro argomento, invece, c'è solo da aggiungere, a mero corollario di quanto già discusso, che il cosiddetto mercato imperfetto (espressione ammessa con le riserve appena riferite) del credito si baserebbe sulla forza contrattuale del "prestatore" o del possessore di beni "prestabili" (inteso frequentemente come un mutuante di natura o di origine bancaria): tuttavia rimane inevasa la domanda se proprio il tasso di interesse fissato artificialmente e in modo (inevitabilmente) fallace (e quindi fattore distorcente del sistema economico e sociale), per quanto mosso da intenti di "giustizia sociale", potrebbe efficacemente, cioè al netto dei "costi" segnalati, riequilibrare le parti, almeno limitatamente al fenomeno dell'usura. Basti pensare a quanto si è detto, all'inizio della sezione, sul mercato nero: ciò è molto rilevante perché comporta un incentivo, di secondo ordine, presso i "consumatori" a rivolgersi ad operatori illegali, se non proprio ad appartenenti alla criminalità organizzata la quale ha sempre dimostrato di essere molto presente nel settore. E, soprattutto da un punto di vista più economico, all'analogia col mercato del lavoro: nessuno degli economisti e dei legislatori, a qualsiasi partito politico essi possano appartenere, dei paesi industrializzati oggi sottoscriverebbero una legge che determini la variazione del salario (nominale) secondo un indice automatico che replica gli incrementi del tasso inflazionistico (cosiddetto meccanismo della scala mobile) senza preoccuparsi di tutti gli effetti perversi che ne potrebbero scaturire, ancorché il fine immediato fosse di favorire il potere d'acquisto del salario (reale).
Le conseguenze teoriche delle considerazioni economiche sulle politiche antiusura sono evidentemente limitanti se non addirittura proscrittive. Sul piano pratico dell'azione politica e legislativa esse possono trovare una traduzione meno stringente attraverso comunque l'emanazione di norme antiusura tuttavia basate in prima istanza sulla prudenza e il buon senso dettato dalla imprescindibilità dei fondamentali principi in materia rinvenuti dalla scienza economica. Solo successivamente il legislatore potrà prendere in considerazione l'uso di tali politiche per fini, o per combattere emergenze sociali. Si eviteranno, così, politiche sbagliate o demagogiche, entrambe di efficacia nulla nei confronti dell'usura e dei problemi sociali connessi e, allo stesso tempo, con conseguenze effettive di grande nocumento al sistema sociale ed economico nel suo complesso, finendo per danneggiare gravemente proprio le situazioni di disagio sociale.
I primi riferimenti alla pratica dell'usura si possono ritrovare nei testi veda dell'India antica (2000-1000 400 a.C.), nei quali ripetutamente si definisce l'usuraio chiunque presta denaro a interesse. Tanto nei testi induisti sul prato (720-centro a.C.), così come nei testi buddhisti e gli attacchi (601-408 a.C.) compaiono abbondanti riferimenti al prestito di interessi, evidenziando un disprezzo per questa par pratica. Un legislatore conosciuto di quell'epoca impose il divieto alle caste superiori (bramini e kshatriyas) di prestare denaro dietro interesse.
Oltre a Aristotele, numerosi pensatori dell'antichità condannarono la pratica dell'usura: Platone, Catone, Cicerone, Seneca e Plutarco.
Al tempo dell'imperatore Giulio Cesare, per via della forte crescita del numero di poveri, i tassi di interesse per un prestito salirono intorno a una media del 12%, valore che scese significativamente fra il 4 e l'8% al tempo dell'imperatore Giustiniano.
Nel cristianesimo medievale, l'usura era qualsiasi pagamento dovuto per un prestito di denaro, considerato proibito in base a un passo del Vangelo di Luca (6,34s.). Era una categoria morale negativa anche per Aristotele che nell'Etica Nicomachea spiegava come solo dal lavoro umano o dal suo intelletto potesse nascere la ricchezza, mentre quella prodotta dal denaro era dannosa. Secondo Aristotele: nummus nummum parere non potest (il denaro non può generare denaro).
Il Concilio di Lione II del 1274 poi aveva espressamente condannato la riscossione di interessi a fronte della concessione di un mutuo, intendendola come una vendita di denaro con pagamento differito, i cui interessi non erano giustificabili dalla variante del tempo, essendo il tempo un "bene comune".
Non aveva quindi a che fare con l'entità del tasso di interesse richiesto: qualsiasi compenso fosse richiesto in cambio di un prestito di denaro era considerato peccato. Per questo motivo, gli ebrei, ai quali erano vietate molte professioni, svilupparono precocemente attività finanziarie, anche se ritroviamo tra i banchieri tardo-medievali molti cristiani. A causa di questa specializzazione, l'antisemitismo cristiano ha aggiunto l'aggettivo di avido a quelli già affibbiati agli ebrei, tradizionalmente "ostinati" e "perfidi" perché non si piegavano alla conversione.
L'enciclica "Rerum Novarum" (1891) di papa Leone XIII condanna esplicitamente la pratica dell'usura. Invece, l'enciclica "Sollicitude Rei Socialis" di Giovanni Paolo II non ne fa menzione.
L'equazione dell'usura fu definita negli anni '40 del secolo scorso da John F. Archard.
Tuttavia, non tutte le asperità subiscono la stessa rimozione di materiale dopo uno scorrimento di lunghezza 2a. Quindi, il volume totale di detriti prodotti per usura per unità di lunghezza percorsa, è inferiore del rapporto di W su 3H. Ciò è preso in considerazione introducendo nell'equazione una costante adimensionale K, che incorpora il fattore 3 presente al denominatore. Questi passaggi conducono all'equazione di Archard come è stata indicata precedentemente.
K è quindi una misura della severità dell'usura. Tipicamente per un'usura 'moderata', K ≈ 10−8, mentre per un'usura 'severa', K ≈ 10−2.
Tale fattispecie normativa è stata riformulata dalla Legge 108 del 7 marzo 1996, che ha apportato profonde innovazioni e modifiche in materia di usura. Innanzitutto, la norma ha ridefinito il quadro complessivo descritto dalla fattispecie incriminatrice affiancando ai parametri puramente soggettivi, previsti dalla vecchia formulazione, nuovi parametri c.d. “oggettivi”. Questo intervento del legislatore, ha contribuito ad ampliare, in maniera notevole, l’ambito di applicazione del reato di usura, e conseguentemente l’area di tutela offerta dalla norma, che non è più relegata ad operare esclusivamente nei casi in cui sussista lo “stato di bisogno” del quale taluno abbia “approfittato” conseguendo vantaggi per sé o per altri, ma opera anche ogni qual volta il limite (c.d. Tasso Soglia Usura) posto dall’ Art. 2 L. 108/96 venga superato. Pertanto, quella che era una norma destinata ad offrire tutela in casi estremi, nell’ambito dei quali l’usura costituiva, nella pratica, l’anello di una catena di fattispecie delittuose spesso complesse e, più gravi, grazie all’intervento legislativo del 1996, ha acquisito una diversa rilevanza. Il legislatore, ha infatti, inteso delineare un importante ed oggettivo discrimine tra il lecito e l’illecito nel settore dell’erogazione del credito. In tale settore, infatti, sussisteva grande libertà, poiché modalità e termini relativi all’erogazione del credito, e soprattutto il costo del denaro, erano rimessi alla volontà delle parti. Com’è intuibile prevedere, la parte contrattualmente più forte, dettava termini e condizioni arbitrariamente, stante l’assenza di regole, sanzioni e conseguenti responsabilità. Pertanto la L.108/96 ha colmato una lacuna normativa, grazie alla quale numerosi soggetti, in particolare coloro i quali ricorrevano al credito, erano costretti a “subire” le condizioni di chi erogava il credito, e quindi a pagare costi altissimi, che in virtù del predetto vuoto normativo, potevano essere praticati del tutto legittimamente. L’importanza della L.108/96 discende, dunque, dal fatto che essa ha, finalmente, dettato i principi necessari alla determinazione dell’ Usura anche in materia Bancaria. Ed invero, poiché, la norma è volta a sanzionare la condotta di chi (banche ed operatori finanziari), a fronte di operazioni di erogazione di credito, applichi “commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e spese, escluse quelle per le imposte e tasse, collegate alla erogazione del credito” (Art. 1 L. 108/96) superiori al limite determinato dall’Art 2 della L. 108/96 ( c.d. Tasso Soglia Usura ), il principale ambito di operatività della disciplina è costituito dai Conti Corrente e dai Mutui. L’Usura in conto corrente è determinata dai costi addebitati al correntista, connessi alle operazioni di erogazione del credito, ai sensi dell’art. 1, comma 3, L.108/96, “Per la determinazione del tasso d’interesse usurario si tiene conto, delle commissioni, remunerazioni a qualsiasi titolo e delle spese, escluse quelle per imposte e tasse, collegate all’erogazione del credito”. Dunque, non è superfluo sottolineare, che ai fini della determinazione dell’Usurarietà degli interessi, non deve aversi riguardo soltanto agli “Interessi” comunemente intesi quale remunerazione del capitale, ma più in generale al costo del denaro goduto, che è sì costituito dagli interessi, ma non solo da essi.
Il costo del denaro deve, dunque, essere contenuto entro il limite del Tasso Soglia Usura, determinato dal Legislatore (art. 2 L. 108/96), con il T.E.G. (Tasso Effettivo Globale) rilevato trimestralmente dalla Banca D’Italia, e pubblicato trimestralmente in G.U., aumentato del suo 50%. Nella prassi, non è infrequente, che tali sconfinamenti si realizzino, nonostante il limite previsto dalla legge sia piuttosto elevato. Ed invero, poiché come detto, indipendentemente dalla misura del tasso d’interesse effettivamente praticato dalla banca, devono essere considerate tutte le commissioni, remunerazioni a qualunque titolo e spese, tra le quali rientrano i costi c.d. occulti, cioè quelli non immediatamente rilevabili dal correntista, poiché abbisognano di una scomposizione per essere rilevati; e quindi gli interessi generati dall’applicazione della valuta, gli interessi generati dall’anatocismo, gli interessi generati dall’addebito della C.M.S. e delle spese. Per il correntista è tutt’altro che agevole avere contezza dello sconfinamento, poiché il T.E.G. praticato dalla banca deve essere determinato e successivamente confrontato, con quello pubblicato in G.U., tale operazione, ovviamente richiede cognizioni tecniche specifiche. Quanto al Mutuo, al finanziamento e comunque al credito al consumo, la situazione è diversa, nonostante la legge sull’Usura sia applicabile anche ad essi. In seguito alla riforma operata dalla L. 108/96, ed all’abbattimento dei tassi d’interesse negli anni successivi, (tutti) i mutui contratti prima del 1996 sarebbero divenuti usurari e conseguentemente gratuiti. Ed invero, i tassi di interesse in essi previsti, in seguito alla riforma avrebbero superato il tasso soglia usura, e conseguentemente l’usurarietà del mutuo avrebbe consentito al mutuario (chi accende il mutuo) di invocare l’applicazione dell'art. 1815, comma 2 c.c. “Se sono convenuti interessi usurari, la clausola è nulla e non sono dovuti interessi”. Inoltre, tale circostanza avrebbe consentito al mutuario di chiedere ed ottenere la ripetizione di quanto versato in eccedenza. Per evitare gravi ripercussioni nel sistema bancario e creditizio, si ritenne opportuno varare il D.L. n. 394/2000, successivamente convertito nella legge n. 24/2001, noto, ai più, come Decreto Salva Banche. Tale norma è intervenuta ad arginare la situazione che si sarebbe potuta creare a seguito dell’applicazione della L. 108/96, mediante la previsione dell'art. 1, comma 1 L.24/2001, il quale dispone che “Ai fini dell'applicazione dell'art. 644 c.p. e dell'art. 1815, secondo comma c.c. si intendono usurari gli interessi che superano il limite stabilito dalla legge nel momento in cui essi sono promessi o comunque convenuti, a qualunque titolo, indipendentemente dal loro pagamento”.
Tuttavia, al fine di non pregiudicare i diritti dell’utenza creditizia mediante tale disposizione (c.d. di interpretazione autentica) proprio in considerazione dell’inaspettata caduta dei tassi di interesse verificatasi in Europa e in Italia, il legislatore stabilì un c.d. Tasso di sostituzione, fissato per l'8% per i mutui prima casa fino a 150 milioni delle vecchie lire, a favore di tutti coloro i quali avevano stipulato un mutuo a tasso fisso prima dell'aprile 1997.
Infine, è utile rilevare alcuni dei principi generali relativi al delitto di Usura (Art. 644 c.p.). Il reato si realizza (c.d. consumazione) nel momento stesso in cui chi lo compie (c.d. agente) si fa corrispondere o promettere (per la consumazione è sufficiente la promessa, cfr Cass. Pen. Sent. 11260 del 19.12.1981) gli interessi o i vantaggi usurari, con effetti permanenti (Cass. Pen. Sent. 3672 del 05.04.1991), pertanto tale delitto si definisce tecnicamente “istantaneo”. Per tale circostanza è da escludere che successive consegne di denaro (ad es. la corresponsione di interessi usurari mediante versamenti plurimi) siano idonee a configurare una pluralità di reati uniti dal vincolo della continuazione (Cass. Pen. Sent. 6874 del 12.07.1997). Dunque, il reato è uno soltanto anche se, nella pratica, si realizza mediante una pluralità di azioni od omissioni. Il delitto di Usura ex art. 644 c.p. è perseguibile d’ufficio, pertanto la Magistratura può operare sulla base delle dichiarazioni che le vengano offerte, in merito ai fatti, che si presume possano avere rilievo penale (Esposto), non è perciò condizione necessaria di procedibilità la Denuncia querela.
In metallurgia, l'usura è la progressiva rimozione di materiale dalla superficie di un solido.
È causata da strisciamento o rotolamento di un secondo solido, di un liquido o di un gas.
L'usura adesiva consiste nella rottura per taglio delle asperità microscopiche di due superfici metalliche in moto relativo di strisciamento tra loro. Può essere ridotta per mezzo di un lubrificante che impedisca alle superfici di saldarsi, oppure con l'accoppiamento di metalli che abbiano una bassa solubilità allo stato solido, per diminuire la resistenza delle giunzioni adesive, e la maggiore durezza possibile, per resistere alle deformazioni plastiche locali (avviene nelle bronzine). Un caso particolare di lubrificazione si ha con la ghisa grigia: le lamelle di grafite, sfaldandosi, agiscono da lubrificante. Anche la presenza di ossido può ridurre l'usura.
Nell'accoppiamento tra due superfici striscianti si possono trovare particelle dure (provenienti da uno dei due corpi o dall'esterno) che, impiantate sul materiale più plastico, incidono quello più duro, che ci sia o non ci sia lubrificante. L'usura avviene per scalfitura, strappamento, macinazione o erosione. Se non si vuole che un materiale si usuri per abrasione, si deve indurirne la superficie mediante alligazione, trasformazione martensitica, carbocementazione, nitrurazione, incrudimento. L'usura abrasiva può essere misurata come perdita di massa con il Taber Abrasion Test secondo le norme ISO 9352 o ASTM 1044.
Un semplice modello analitico per il calcolo del volume di materiale asportato per usura, noto come equazione dell'usura, è stato proposto da John F. Archard negli anni '40 del secolo scorso.
Si consideri una superficie metallica ossidata; se, tramite contatto strisciante, lo strato di ossido è asportato, si ha sia la sua trasformazione in particelle abrasive, sia la formazione di nuovo ossido sulla superficie fresca. Un caso particolare è la fretting corrosion: i punti di contatto tra due superfici compresse prima si saldano, poi, sottoposti a spostamenti oscillanti microscopici, si rompono, producendo frammenti che, esposti all'elevata temperatura d'attrito, si trasformano in particelle molto abrasive.
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