Source: https://issuu.com/ordingroma/docs/_rivista_ioroma_10_lowres
Timestamp: 2018-03-23 23:31:52+00:00
Document Index: 159860914

Matched Legal Cases: ['art. 30', 'art. 21', 'art. 10', 'art. 233', 'art. 256', 'arte\n25']

Rivista IORoma II-2016 by Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma - issuu
Poste Italiane S.p.A. - Spedizione in abbonamento postale D.L.353/03 70% Roma Aut C/RM/10/2014 - ISSN 2284-4333
rivista dell’ordine degli ingegneri della provincia di roma
n. trimestrale n. 10 anno iii
IL PROGETTO HAVOC: IN DIRIGIBILE SOPRA LE NUBI DI VENERE dalle Commissioni: • 7 artiColi di area • 5 Contributi speCialistiCi •
preVenZione e siCureZZa sui treni GraZie ai biG data e al maCHine learninG
roma rivista dellâ&#x20AC;&#x2122;ordine degli ingegneri della provincia di roma
Fiera Milano architetti M. Fuksas, D. Fuksas Foto di:
sommario n. 2/2016  gli editoriali • L’EDITORIALE: rettiﬁche al Codice degli appalti: uno spunto di riﬂessione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 3 di Francesco Marinuzzi
• DAL PRESIDENTE: il Bando iNail a favore della formazione dei professionisti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4 di Carla Cappiello
• DAL CONSIGLIERE: Ciclo di seminari sull’ingegneria Forense . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5 di Lucia Coticoni, Filippo Cascone
 iNgegNeria CiVile ed aMBieNtale • da novembre 2015 disponibile in catasto il dato di superﬁcie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6 di R. Luise, N. Teti, S. Labate
• la riforma del catasto e le nuove commissioni censuarie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 10 di R. Portacci, M.C. Zamparini
• la trasformazione ed il riciclo dei riﬁuti urbani in polixano. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14 di G. Cambiaghi, A. Fasciolo
 iNgegNeria iNdUStriale • Green bag: una soluzione green per un Waste Management efﬁciente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22 di P. Sperandio, F. De Santis
• installazione di apparecchiature in atmosfere esplosive con il metodo della sovrapressione . . . . . . . . . . . . . 30 di G. Mancuso
 iNgegNeria dell’iNForMazioNe • la sicurezza nel protocollo Wireless Fidelity (wiFi) . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 34 di A. Aiello
 iNgegNeria iNterSettoriale • Un secolo di relatività . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38 di M. Corsini
 i CoNtriBUti SUl qUaderNo N° 2/2016
. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42
 i FoCUS • il progetto HAVOC: in dirigibile sopra le nubi di Venere . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 46 di C. Di Leo
• Prevenzione e sicurezza sui treni grazie ai Big data e al Machine learning . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58 di F. Marinuzzi
roma rivista dellâ&#x20AC;&#x2122;ordine degli ingegneri della provincia di roma n.
2/2016 trimestrale n. 10 anno iii
Piazza della repubblica, 59 - 00185 roma tel. 06 4879311 - Fax 06 487931223 Progetto grafico e impaginazione
roberto Santecchia Assistenza editoriale
erika terrasi, Francesca tolozzi Coordinamento editoriale
legislazione tecnica s.r.l. Via dellâ&#x20AC;&#x2122;architettura, 16 - 00144 roma tel. 06.5921743 - Fax 06.5921068 info@legislazionetecnica.it www.legislazionetecnica.it Stampa
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ordine degli ingegneri della Provincia di roma Piazza della repubblica, 59 - 00185 roma www.ording.roma.it segreteria@ording.roma.it Finito di stampare: agosto 2016 La Direzione rende noto che i contenuti, i pareri e le opinioni espresse negli articoli pubblicati rappresentano l'esclusivo pensiero degli autori, senza per questo aderire ad esse. La Direzione declina ogni qualsiasi responsabilitĂ derivante dalle affermazioni o dai contenuti forniti dagli autori, presenti nei suddetti articoli.
RETTIFICHE AL CODICE DEGLI APPALTI: UNO SPUNTO DI RIFLESSIONE Ingegnere
o scorso 15 luglio è stato pubblicato sulla Gu serie Generale n.164, un avviso di rettifica che emenda e corregge il decreto legislativo n. 50 - Codice degli appalti - emanato circa 3 mesi fa. l’avviso segnala 181 errori sui 220 articoli del Codice e ci offre uno spunto di riflessione sul rapporto complesso fra le norme e le leggi giuridiche e quelle tecniche e fisiche, tipiche del settore dell’ingegneria.
le leggi fisiche, applicate all’ingegneria, non ammettono eccezioni di sorta: valgono sempre in tutti i casi e se non sono rispettate nella loro applicazione ingegneristica, il professionista è ritenuto colpevole e l’opera può perdere la sua utilità diventando perfino un rischio per la comunità. sono casi limitati ma ad alto potenziale mediatico. le leggi giuridiche, di contro, si fondano sull’esistenza, quanto meno storica, di numerosi e significativi casi contrari. infatti, si propongono proprio di evitarli e quanto meno di limitarli. a tal fine, nei casi migliori, prevedono una struttura sanzionatoria adeguata di chiara applicazione. si basano sull’ipotesi che la scelta del comportamento sia su base razionale senza considerare che talvolta il rinforzo e la comunicazione forte del divieto e delle relative sanzioni può diventare stimolo e sfida per la sua infrazione, o elusione in una esibizione di furbizia. pertanto, il fatto solo che esista una norma ci può dire che probabilmente e per assurdo, il comportamento vietato sia o sia stato proprio la norma e questo ci fa capire la complessità e la difficoltà dell’obiettivo giuridico rispetto a quello tecnico o fisico. in alternativa, da vari anni e soprattutto in ambito urbano e su tematiche legate all’ambiente, all’energia, ai comportamenti civici e solidali, sta affermandosi a livello internazionale con successo l’approccio detto nudge o della spinta gentile (Cfr. “Nudge: Improving Decisions about Health, Wealth, and Happiness”, Thaler Richard H. e Sunstein Cass R.). negli stati uniti, ad esempio, si è verificato che il semplice comunicare il fatto che vicini omologhi consumavano di meno era sufficiente per indurre comportamenti più attenti dal punto di vista del consumo energetico. i modelli della cosiddetta sharing economy che si sono affermati su internet e sui social network soprattutto per l’acquisto di beni, di servizi di alloggio e trasporto, possono fungere da punto di partenza su come creare fiducia, capitale reputazionale ed indurre comportamenti virtuosi a partire dalla comunicazione delle eccellenze. È auspicabile una riflessione condivisa da parte di tutti che parta dall’eccellenza della nostra ingegneria e dei nostri professionisti per un modello meno prescrittivo e meno complesso, che sappia valorizzare, condividere e comunicare adeguatamente sia il loro valore oggettivo ed internazionalmente riconosciuto e sia il loro ruolo fondamentale nei contesti più critici in grado di applicare la scienza e le norme alle realtà in essere più critiche alla ricerca dell’efficienza e dell’efficacia dell’azione.
3 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
IL BANDO INAIL A FAVORE DELLA FORMAZIONE DEI PROFESSIONISTI Dott. Ing.
Carla Cappiello Presidente
’ordine degli ingegneri della provincia di roma ha colto l’opportunità di proporsi come soggetto attuatore del bando inail, dedicato alle piccole, medie e micro imprese, e per la prima volta ai liberi professionisti, tramite gli ordini di appartenenza, finalizzato al finanziamento di una campagna nazionale di potenziamento della formazione prevista dalla legislazione vigente in materia di salute e sicurezza sul lavoro, attingendo a risorse economiche del ministero del lavoro e delle politiche sociali. Gli ordini hanno candidato i progetti formativi al bando inail, chiusosi il 3 giugno scorso, tramite espressa delega rilasciata dai propri iscritti interessati, a cui saranno erogate le ore di formazione gratuita, in caso di ottenimento della sovvenzione.
noi romani siamo i “capifila” di un più ampio gruppo di “soggetti attuatori”, costituito da: ordine degli ingegneri della provincia di potenza; ordine degli ingegneri della provincia di Catania; ordine degli ingegneri della provincia di latina; Fondazione dell’ordine degli ingegneri della provincia di torino. i corsi che saranno realizzati, se il finanziamento sarà conseguito, riguarderanno due tematiche principali: – progetto formativo “Adotta un modello” (ambito a del bando inail), finalizzato all’adozione di modelli di organizzazione e di gestione ai sensi dell’art. 30 d. leg.vo 81/2008 e s.m.i., in un’ottica di sviluppo del sistema delle relazioni e del cambiamento della cultura organizzativa; – progetto formativo “Fuori dal tunnel” (ambito C del bando inail), finalizzato alla formazione sugli aspetti organizzativo-gestionali e tecnico-operativi nei lavori in appalto e negli ambienti confinati, con particolare riferimento alla gestione delle emergenze. a mio avviso, il bando inail appare un’iniziativa meritoria e da promuovere per il bene di tutti. sappiamo che gli infortuni sui luoghi di lavoro nel 2015 sono stati circa 637 mila, dato, che sebbene dimostri un calo degli incidenti di circa il 4% rispetto al 2014, ci dimostra che ancora c’è molto da fare per la diffusione di una “cultura della prevenzione del rischio”. in questo contesto è molto importante il ruolo che possiamo giocare noi ingegneri. infatti, molto spesso, siamo chiamati, in ambito di sicurezza sul lavoro, a dare una valutazione tecnica su strutture, progetti, organizzazioni, cantieri, uffici. ed è per tal motivo che dobbiamo essere sempre preparati, “formati” e informati su come poter esprimere il migliore dei pareri, poiché dietro questo vi è il benessere psico-fisico di molti lavoratori. la tutela della salute deve essere considerata come un passo fondamentale lungo un percorso volto ad assicurare la piena osservanza di tutte le norme, a garanzia dell’integrità fisica di molti. noi ingegneri dobbiamo collaborare attivamente per il raggiungimento di questo importante e necessario risultato. un doveroso ringraziamento per il grande lavoro svolto, che ha permesso la partecipazione al bando, lo voglio rivolgere a tutti i colleghi ed in particolare agli ingegneri Francesco Fulvi, manuel Casalboni, alessandro Caffarelli, massimo Cerri, luigi Chiarenza e Francesco de santis.
Carla Cappiello Presidente Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma
4 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
CICLO DI SEMINARI SULL’INGEGNERIA FORENSE
l Consiglio dell’ordine degli ingegneri della provincia di roma sta proponendo un ciclo di seminari sull’ingegneria Forense, la scienza che applica i principi e metodi specifici dell’ingegneria alla soluzione dei problemi tecnici in ambito giudiziario, coniugando la tecnica con il diritto, ovvero l’ingegneria con la Giurisprudenza.
l’Ingegnere Forense deve essere un tecnico altamente specializzato nelle materie oggetto della controversia, che possono riguardare il diritto civile, il penale o l’amministrativo. pertanto, l’attività dell’ingegnere forense non può prescindere dalla conoscenza del modo in cui si articolano i procedimenti giudiziari. È di basilare importanza saper governare in ogni momento e, soprattutto, nella sua globalità le varie fasi in cui si sviluppa l’attività peritale. l’ingegnere risulta essere per la sua etica, per la sua preparazione e precisione, uno dei consulenti per eccellenza del sistema Giustizia. il magistrato rossetti, in un noto testo utilizzava una definizione del Consulente tecnico, chiamandolo “l’occhiale del Giudice”. il consulente oggi, è un ausiliario del Giudice, collegato a questo da un rapporto fiduciario. l’ingegnere non è una parte in causa, è un consulente particolarmente esperto in qualche materia specifica, dotato di specchiata moralità. Contemporaneamente, l’ingegnere che svolge il ruolo di ausiliario assolve, come in ogni altra sua attività, ad un incarico professionale di particolare responsabilità, perché nelle vertenze e nei processi che hanno un risvolto di tipo tecnico, le consulenze e le perizie possono in alcuni casi assumere di fatto le connotazioni di vere e proprie sentenze.
per impostazione mentale l’ingegnere è portato a controllare ogni aspetto delle situazioni che analizza, ponderando con equilibrio gli effetti positivi o negativi, i vantaggi e gli svantaggi di ogni possibile decisione. essere ingegnere forense non significa, quindi, esercitare sporadicamente attività di consulenza, ma significa poter unire alle conoscenze tecniche una conoscenza approfondita delle procedure e delle modalità operative in ambito giudiziario. il compito dell’ordine, in questo quadro, è quello di assicurare il continuo aggiornamento su queste tematiche, soprattutto in presenza di pochi corsi universitari specifici. i seminari organizzati dall’ordine intendono, pertanto, fornire le conoscenze necessarie in tema di diritto ed i lineamenti essenziali che caratterizzano i procedimenti giudiziari e le funzioni che, di volta in volta, l’ingegnere forense è chiamato a svolgere. l’iter formativo, che è iniziato a giugno, e che vedrà la sua conclusione a ottobre, è articolato in moduli distinti che riguardano il contenzioso civile, l’espropriazione immobiliare ed il procedimento penale e si propone, attraverso la presenza di importanti magistrati del tribunale ordinario di roma, di illustrare e spiegare le procedure e le regole che presiedono l’attività del Consulente d’ufficio e del perito. bisogna costruire generazioni di professionisti della giustizia senza improvvisazione, affinché si possa parlare di esempio, di mentalità, di “scuola” di ingegneria forense.
lucia Coticoni Consigliere Tesoriere Filippo Cascone Consigliere Segretario
5 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
a cura di Ing. r. luise Ing. N. teti Ing. S. labate commissione
visto da: Ing. a. iovine Ing. M. Cima
DA NOVEMBRE 2015 DISPONIBILE IN CATASTO IL DATO DI SUPERFICIE L’Agenzia delle Entrate ha reso disponibile, nelle visure catastali, la superficie per le unità immobiliari censite nelle categorie dei Gruppi A, B e C pari a circa 57 milioni di immobili. 6 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
IL D.P.R. 23 MARZO 1998, N. 138, NELL’OTTICA DI UNA RIFORMA DEI SISTEMA CATASTALE POI SOSPESA, AVEVA INDIVIDUATO UNA NUOVA CATALOGAZIONE DELLE UNITÀ IMMOBILIARI COSTITUENDO I GRUPPI DI CATEGORIE «R», «P», «T», IN LUOGO DELLE ORIGINARIE (ED ANCORA ATTUALI) CATEGORIE DEI GRUPPI “A”, “B” E “C”.
ﬁcie utilizzata dai Comuni per la liquidazione dell’imposta per lo smaltimento dei riﬁuti, quando l’80% del valore catastale (che per le abitazioni, non tiene conto di balconi, terrazzi e altre aree scoperte di pertinenza) è inferiore a quella dichiarata ai ﬁni dell’imposta.
ltre la superﬁcie che sarà utilizzata ai ﬁni catastali (però solo a seguito della riforma del sistema estimativo del catasto dei fabbricati), è pubblicata anche la super-
gruppi di categorie d.p.r. 23 marzo 1998, n. 138
per il calcolo della superficie, sono state utilizzate le specifiche tecniche di cui agli allegati b e C del d.p.r. 23 marzo 1998, n. 138. il citato d.p.r., nell’ottica di una riforma dei sistema catastale poi sospesa, aveva individuato una nuova catalogazione delle unità immobiliari costituendo i gruppi di categorie «R», «P», «T», in luogo delle originarie (ed ancora attuali) categorie dei gruppi “A”, “B” e “C”. le regole per il calcolo della superficie, stabilite per i nuovi gruppi, sono ricondotte alle categorie catastali vigenti sulla base del prospetto di tabella1. la superficie è calcolata per “Ambiente” spazio omogeneo per destinazione d’uso che identifica la tipologia di superficie per il quale sono forniti i
a/1, a/2, a/3, a/4, a/5, a/6, a/7, a/8, a/9, a/11, C/6.
b/1, b/2, b/3, b/4, b/5, b/6, b/7.
a/10, b/8, C/1, C/2, C/3, C/4, C/5, C/7.
7 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
locali aventi funzione principale nella specifica categoria e locali accessori a diretto servizio dei principali se non appartenenti alle categorie C1 e C6.
locali accessori a indiretto servizio di quelli identificati nella precedente tipologia a qualora comunicanti con gli stessi.
locali accessori a indiretto servizio di quelli identificati nella precedente tipologia a qualora non comunicanti con gli stessi anche attraverso scale interne.
balconi, terrazzi e simili comunicanti con i vani o locali di cui al precedente ambiente di tipo a anche attraverso scale.
balconi, terrazzi e simili non comunicanti con i vani o locali di cui al precedente ambiente di tipo a, pertinenze esclusive della unità.
aree scoperte o comunque assimilabili, pertinenza esclusiva della unità immobiliare trattata.
Vani (o locali) accessori a diretto servizio di principali per unità appartenenti alle categorie C/1 e C/6.
ambienti non classificabili nei precedenti.
dati metrici, la denominazione è codificata come in tabella 2. per tutte le unità immobiliari non è presa in considerazione, qualora presente, la superficie dell’ambiente G, che identifica le superfici residue non riconducibili a vani principali, ad accessori, ad aree scoperte ad uso esclusivo. la superficie dei locali principali e degli accessori (ambienti A, B, C, H), ovvero loro porzioni, aventi altezza utile inferiore a 1,50 m non entra nel computo della superficie catastale. la superficie è costituita dalla somma della superficie reale di ciascun ambiente, moltiplicata per un coefficiente di ragguaglio che tiene conto della sua natura e collocazione (comunicante o meno) con gli ambienti principali. il metro quadrato catastale è di tipo lordo, comprende cioè lo spessore dei muri perimetrali e divisori interni, fino ad un massimo di 50 cm, per attenuare l’incidenza dello spessore dei muri soprattutto per le costruzioni in muratura di antico impianto, dove lo stesso assume spesso entità superiore ai 50 cm. i muri che confinano con spazi condominiali edificati o altre unità immobiliari, entrano nel conteggio fino ad uno spessore massimo di 25 cm. la superficie degli elementi di collegamento verticale, quali scale, rampe, ascensori e simili, interni alle unità immobiliari sono computati in misura pari alla loro proiezione orizzontale, indipendentemente
8 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
dal numero di piani collegati. la superficie catastale, determinata secondo i criteri esposti viene arrotondata al metro quadrato.
I RECLAMI SUI DATI DI SUPERFICIE in caso di superficie indicata negli atti catastali non conforme a quella calcolata secondo le specifiche citate, nel caso l’errore dipenda dall’ufficio, il contribuente può presentare istanza di rettifica presso l’agenzia delle entrate – territorio competente, meglio se accompagnata da allegazione di esemplificazione del calcolo. Qualora, nei casi molto residuali, il dato di superficie derivi da calcolo erroneamente eseguito dal tecnico di parte, la correzione può avvenire attraverso la presentazione di una nuova pratica DOCFA (DOcumenti Catasto Fabbricati), presentata dalla proprietà.
IL METRO QUADRATO CATASTALE È DI TIPO LORDO, COMPRENDE CIOÈ LO SPESSORE DEI MURI PERIMETRALI E DIVISORI INTERNI, FINO AD UN MASSIMO DI 50 CM.
CON IL RILEVANTE SVILUPPO EDILIZIO CHE HA SUCCESSIVAMENTE E FRENETICAMENTE INTERESSATO I CENTRI URBANI, SI È VERIFICATA UNA FORTE DIVERSIFICAZIONE DELLE TIPOLOGIE IMMOBILIARI.
LE MOTIVAZIONI il parametro superficie per esprimere la consistenza degli immobili e, soprattutto, l’assunzione di univoche specifiche di calcolo è, in generale, indispensabile per uniformare il comportamento degli operatori del mercato immobiliare ed, in ambito catastale, nasce dall’esigenza di eliminare le sperequazioni connesse, in particolar modo, all’unità di misura costituita dal vano catastale. Questo ultimo è un obiettivo che il catasto sta inseguendo da oltre 20 anni (cfr. d.l. 30 dicembre 1993, n. 557). il parametro “vano” ha avuto una sua storica logica e validità, oltre che in ambito catastale anche nella compravendita immobiliare, dalla costituzione del Catasto edilizio urbano fino ai decenni ‘60/’70 del secolo scorso, in quanto applicato a tipologie edilizie omogenee, coeve. Con il rilevante sviluppo edilizio che ha successivamente e freneticamente interessato i centri urbani, si è verificata una forte diversificazione delle tipologie immobiliari, che ha visto la costruzione di alloggi aventi vani di superficie sempre più contenuti e caratteri distributivi dei vani più razionali, nonché maggiore dotazione di accessori, aventi incidenza sulla consistenza complessiva dell’unità immobiliare espressa in vani, ma senza riscontro proporzionale sulla consistenza espressa in metri quadrati. Questo fenomeno ha comportato la contemporanea presenza di alloggi, posti in diversi fabbricati (e a volte anche nello stesso fabbricato), aventi uguale consistenza in vani ma diversa superficie commerciale e viceversa. solo nei casi di particolare significatività è stato tenuto conto, in sede di classamento, di difformi caratteristiche dimensionali del vano medio, tra diversi alloggi, riducendone la classe di redditività per quelli con vani di superficie più contenuta rispetto all’ordinario ed aumentandola nei casi opposti. permangono, perciò, nel sistema importanti di-
scrasie nell’imposizione immobiliare, perché spesso basata sulla rendita catastale; per fare un esempio si pensi ad un appartamento di 6,5 vani con due camere da letto, un soggiorno, una cucina, un corridoio, un ripostiglio, due bagni e una cantina, che può avere una superficie di 110 m2 ma anche, di 135. il fisco vede, purtroppo, i due beni perfettamente uguali a parità di caratteristiche e di consistenza (vani 6,5), nonostante tra i due immobili vi possa essere una differenza sul valore di mercato del 15-20%.
CONCLUSIONI per ora i dati di consistenza espressi in superficie e rilevabili nella visura catastale non serviranno al fisco nell’ambito dell’imposizione immobiliare, purtroppo, a causa del rinvio sistematico del processo di riforma del sistema estimativo del catasto dei fabbricati (in itinere dal oltre 20 anni). tuttavia, per non avere sorprese in futuro qualora si riuscisse ad attuare la riforma del catasto dei fabbricati, è importante che i proprietari immobiliari prendano conoscenza sin d’ora di questo nuovo dato tecnico, riguardante le unità immobiliari di interesse, per verificarne la coerenza e chiederne la rettifica in caso contrario. in ogni caso, anche nel quadro attuale, il dato di superficie ha già una sua valenza applicativa in tema di confronto della superficie dichiarata ai fini dell’applicazione della tariffa per lo smaltimento dei rifiuti urbani (cfr. articolo unico, comma 340, della legge 30 dicembre 2004, n. 311). ■
a cura di Ing. r. Portacci
Ing. M.C. zamparini
LA RIFORMA DEL CATASTO E LE NUOVE COMMISSIONI CENSUARIE Stato dellâ&#x20AC;&#x2122;arte e aggiornamento alla recente normativa. 10 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
IL D.L. ATTUATIVO PRINCIPALE CHE DOVEVA ESSERE EMANATO ENTRO IL GIUGNO SCORSO È ATTUALMENTE FERMO. DA TALE DATA LA RIFORMA DEL CATASTO È IN STAND-BY.
l’attuazione della riforma. tuttavia, il decreto legislativo attuativo principale che doveva essere emanato entro il giugno scorso si è arenato. da tale data la riforma del catasto è in stand-by in quanto da fonte governativa è stato precisato che si deve prima lavorare per garantire un’invarianza del gettito complessivo attraverso la definizione della Local Tax, cioè del tributo che dovrebbe inglobare l’IMU e la ormai soppressa TASI. senza interventi adeguati (o meglio idee chiare n.d.a.) il principio della «invarianza di gettito» a livello nazionale avrebbe potuto provocare una stangata in alcune realtà territoriali per cui sarebbe stato meglio rinviare, la riforma tentando di imporre l’invarianza di gettito a livello comunale. si è pertanto fermi in una situazione paradossale, mentre si prosegue con la costituzione delle strutture che devono approvare i nuovi estimi, mancano i criteri per la loro determinazione; con un banale esempio, siamo alla stessa stregua di chi si preoccupa di comprare il carburante, ma ancora non ha l’auto su cui utilizzarlo (potrebbe anche non essere idoneo). Ciò premesso, analizziamo come il suddetto decreto legislativo impatta sulle commissioni censuarie e lo stato dell’arte per il loro insediamento.
opo decenni di attesa, di slogan e di annunci sulla necessità di attuazione della riforma del Catasto, con l’emanazione della legge delega n. 23 nel marzo 2014, sembrava essere veramente giunti all’immediato inizio delle operazioni. in attuazione della norma, il 17 dicembre 2014 è stato emanato il d. leg.vo 17 dicembre 2014, n. 198 con cui si disciplina la “Composizione, attribuzioni e funzionamento delle commissioni censuarie”, strutture indispensabili per
STRUTTURA E RUOLI DELLE NUOVE COMMISSIONI CENSUARIE per le nuove commissioni censuarie è prevista una struttura geografica leggermente differente dalle precedenti in quanto vengono definite “locali” (e non più provinciali) poiché potrebbero non essere più in rapporto 1:1 con le province. oltre alle “n” commissioni censuarie locali vi è anche una commissione centrale.
11 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
civile e amBientale la composizione delle commissioni è schematizzata nei Quadri 1 e 2. Ciascuna commissione sarà strutturata, a sua volta, in tre sezioni, le due tradizionali affiancate da quella di nuova istituzione: – Catasto terreni; – Catasto urbano; – riforma Catasto Fabbricati.
nelle commissioni locali e delle sezioni in cui le stesse risultano articolate, il legislatore, di fatto, ha previsto una presenza paritetica tra i rappresentanti delle parti, pubblica e privata, assicurando in tal modo un incisivo contributo di questa ultima alla definizione dei nuovi estimi, attraverso un democratico contradditorio. la composizione della commissione censuaria
Quadro di raffronto della composizione della commissione censuaria locale precedente composizione di sezione
attuale composizione di sezione
2 membri effettivi designati dall’amministrazione finanziaria
2 membri effettivi designati dell’agenzia delle entrate
2 membri effettivi designati dal Consiglio provinciale, sentiti i Comuni
1 membro effettivo designato dall’associazione nazionale dei Comuni italiani (anCi)
1 membro effettivo designato dagli ordini e Collegi delle categorie professionali, competenti in materia catastale
3 membri effettivi designati da ordini e Collegi professionali e dalle associazioni di categoria operanti nel settore immobiliare
totale 5 membri effettivi (oltre a 2 supplenti)
totale 6 membri (oltre a 6 supplenti)
4 in rappresentanza degli enti impositori
3 in rappresentanza degli enti impositori
1 in rappresentanza del mondo professionale
3 in rappresentanza del mondo professionale e delle associazioni operanti nel settore immobiliare
Quadro di raffronto della composizione della commissione censuaria centrale
12 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
precedente composizione di sezione
5 membri effettivi designati dalla amministrazione finanziaria
5 membri appartenenti all’agenzia delle entrate
1 membro espresso dal ministero politiche agricole (o dei lavori pubblici)
2 membri designati dall’ associazione nazionale dei Comuni italiani (anCi)
5 esperti (di cui tre designati da regioni, dall’upi e dall’anCi)
1 docente universitario designato dal miur ed un esperto designato dal meF su indicazione delle associazioni operanti nel settore immobiliare
totale 13 membri (oltre a 3 supplenti)
totale 11 membri ( oltre a 7 supplenti)
6 in rappresentanza enti impositori
7 in rappresentanza enti impositori
7 in rappresentanza mondo accademico e giudiziario
4 in rappresentanza mondo accademico/ giudiziario ed associativo
LE COMPETENZE DELLA COMMISSIONE CENSUARIA LOCALE DELLA SEZIONE CATASTO URBANO RISULTANO RIDOTTE RISPETTO A QUELLE ATTUALI.
centrale è, invece, fortemente sbilanciata a favore della rappresentanza degli enti impositori, anche se questo carattere è attenuato dalla presenza e dal ruolo, garante dell’imparzialità, dei tre magistrati (compreso il presidente). sezione catasto terreni le competenze della commissione censuaria locale per questa sezione risultano invariate rispetto a quelle attuali. Continua, infatti, ad esercitare le tradizionali funzioni di verifica ed approvazione dei rinnovati quadri di qualificazione e classificazione, e dei connessi prospetti tariffari, relativamente ai comuni della propria circoscrizione, concorrendo altresì alle operazioni di revisione generale degli estimi, soggette alla ratifica della commissione censuaria centrale per finalità perequative. Contro le decisioni delle commissioni censuarie locali in merito ai quadri delle qualità e classi dei terreni ed ai rispettivi prospetti delle tariffe d’estimo di singoli comuni è ammesso ricorso da parte dell’agenzia delle entrate, dei Comuni direttamente interessati e delle associazioni di categoria maggiormente rappresentative operanti nel settore immobiliare, individuate con apposito decreto del ministero dell’economia e delle Finanze. sezione catasto Urbano le competenze della commissione censuaria locale per questa sezione risultano ridotte rispetto a quelle attuali. in particolare non sono confermate le competenze, in precedenza attribuite, in materia di esame ed approvazione dei quadri tariffari nelle operazioni di revisione generale delle tariffe d’estimo. appare del tutto evidente la ratio della suddetta limitazione essendo stato previsto dal legislatore un processo di riforma strutturale del sistema estimativo del catasto fabbricati. anche nella fattispecie, contro le decisioni delle Commissioni censuarie locali, in merito al quadro delle categorie e delle classi delle unità immobiliari urbane ed ai rispettivi prospetti delle tariffe d’estimo di singoli comuni, è ammesso ricorso alla Commissione censuaria centrale da parte dell’agenzia delle entrate, dei Comuni direttamente interessati
e delle associazioni di categoria maggiormente rappresentative operanti nel settore immobiliare, individuate come già in precedenza precisato. sezione riforma catasto Fabbricati le competenze della commissione censuaria locale per questa sezione sono dedicate alla riforma del catasto fabbricati con attribuzioni specificamente mirate alla realizzazione del nuovo sistema di estimi patrimoniali e reddituali. a differenza delle attività svolte dalle altre sezioni della commissione, il decreto legislativo in esame non ha previsto alcuna possibilità di ricorso da parte dei Comuni direttamente interessati e delle associazioni di categoria maggiormente rappresentative operanti nel settore immobiliare, avverso le decisioni assunte dalle Commissioni censuarie locali in tema di validazione delle funzioni statistiche. di contro, questa facoltà è stata implicitamente confermata per l’agenzia delle entrate, ove si consideri che, nel caso di mancata conformazione delle commissioni locali alle eventuali osservazioni dell’agenzia delle entrate, è previsto l’intervento della Commissione centrale ai fini della validazione delle funzioni.
STATO DELL’ARTE DELL’INSEDIAMENTO DELLE COMMISSIONI l’art. 21 del d. leg.vo 17 dicembre 2014, n. 198, prevedeva che le nuove commissioni censuarie si insediassero, anche in assenza di designazione di uno o più componenti supplenti, entro un anno dalla data di entrata in vigore dello stesso (entro la fine di gennaio), con provvedimento del direttore dell’agenzia delle entrate, da pubblicare nella Gazzetta ufficiale della repubblica italiana, che individua una data unica di insediamento a livello nazionale. tale termine non è stato rispettato, per cui ad oggi le nuove commissioni non si sono insediate, con l’aggravante che in alcune province non sono state rinnovate/prorogate anche le commissioni censuarie di cui al decreto del presidente della repubblica 26 ottobre 1972, n. 650, con i compiti ivi previsti, non consentendo anche lo svolgimento delle attività ordinarie. il d.l. 30 dicembre 2015, n. 210, cosiddetto decreto milleproroghe, con la modifica apportata con la legge di conversione 25 febbraio 2016, n. 21 (art. 10, comma 1 bis) ha posto rimedio concedendo ulteriori 6 mesi. per cui, l’insediamento per effetto della proroga dovrà avvenire entro il 27 luglio 2016. ■
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a cura di Ing. g. Cambiaghi Ing. a. Fasciolo commissione
estimo immobiliare visto da: Ing. M. Curatolo Ing. M. Cima
LA TRASFORMAZIONE ED IL RICICLO DEI RIFIUTI URBANI IN POLIXANO Un nuovo modo economico di tutela dellâ&#x20AC;&#x2122;ambiente e di contenimento energetico 14 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
IL PROCESSO DI OSSIDODISTRUZIONE PERMETTE DI TRASFORMARE, RICICLARE ED UTILIZZARE I RIFIUTI URBANI IN POLIMERI STERILI E STABILI ED IMPUTRESCIBILI, UTILIZZABILI IN EDILIZIA CON ASSENZA DI IMPATTO AMBIENTALE E CON VANTAGGI ECONOMICI.
INTRODUZIONE in questi ultimi anni l’interesse scientifico dei ricercatori è stato prevalentemente incentrato sullo sviluppo di nuove fonti di energia alternativa rispetto a quelle tradizionali ed al nucleare trascurando, forse troppo, gli studi indirizzati agli impatti connessi all’accumulo dei rifiuti solidi urbani ed alla loro riduzione. soltanto di recente la ricerca si sta indirizzando verso questo settore, da anni trascurato, con la realizzazione di soluzioni tecniche innovative che oggi tendono a preferire la diffusione di impianti di smaltimento di dimensioni ridotte, rispetto agli
attuali grandi accentramenti dislocati soprattutto nelle città e difficilmente gestibili. la gestione dei rifiuti urbani sta stimolando gli amministratori locali e sensibilizzando soprattutto l’opinione pubblica, con un’attenzione crescente per le ricadute sociali che il fenomeno dello smaltimento suscita da parte della stessa comunità pubblica. si stanno così sviluppando ricerche e tecnologie, con impatto ambientale quasi assente. dal punto di vista dottrinale, si evidenzia che la valutazione di tali impianti affronta due temi principali: – il primo è la necessità di approfondire l’aspetto tecnico dell’impianto medesimo per acquisirne le informazioni utili per determinarne l’effettivo impatto sul mercato; – il secondo è relativo alla valutazione del rendimento nel tempo dell’impianto per il quale non è nota la risposta commerciale ovvero risulta un’ampia alea di incertezza nella determinazione della rendita a causa della ridotta reperibilità, e in qualche caso assenza, di dati commerciali consolidati. l’articolo si propone di fornire un approccio al tema della valutazione di un impianto innovativo utilizzando, come esempio, la tecnologia di smaltimento dei rifiuti solidi per ossidodistruzione, sviluppata negli ultimi anni da alcuni imprenditori/ricercatori e di recente commercializzata.
IL PROCESSO DI OSSIDODISTRUZIONE tra le nuove tecnologie innovative si segnala quella basata sullo smaltimento dei rifiuti solidi urbani tramite il processo chimico cosiddetto per ossidodistruzione che è un processo che consente di tra-
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IL PROCESSO DI OSSIDODISTRUZIONE PERMETTE DI
TRASFORMARE RICICLARE
RIFIUTI NON SOLIDI
POLIURETANO OTTENENDO UN
Figura 1. Il risultato del processo di ossidodistruzione.
Figura 2. Schema del processo.
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sformare i rifiuti solidi in polimeri sterili e stabili, rendendoli imputrescibili e riutilizzabili in molteplici impieghi (Figure 1 e 2). il processo è abiotico, fotocatalitico, superossidativo e non richiede l’impiego di fanghi attivi che, tra l’altro sono sensibili alla presenza di sostanze inquinanti di origine chimica, essendo attivato da prodotti superossidanti.
tali caratteristiche danno luogo ad un processo con impatto ambientale zero, in quanto non si generano emissioni di fumi, rilascio di liquidi inquinanti e non si producono residui o scarti di lavorazione di alcun genere. il processo di ossidodistruzione, utilizza qualsiasi frazione del rifiuto solido, senza distinzione alcuna ed ha come fondamentale caratteristica la rapidità di trattamento. la trasformazione definitiva, per unità di peso, in rifiuto di materiale inerte e stabile avviene, infatti, in circa 10 minuti. i rifiuti trattati non richiedono preselezione o lavaggi e la semplicità del processo è tale che può essere eseguito sia in impianti fissi o mobili di dimensione medio-grandi, che in impianti di tipo domestico. la tipologia d’impianto si presta quindi per essere utilizzata presso: – insediamenti turistici; – piattaforme ecologiche; – industrie; – mattatoi; – ospedali; – piccole comunità. il processo di ossidodistruzione consente anche la bonifica di discariche provvisorie o abusive, con l’intervento di impianti mobili di trattamento, consentendo di effettuare il trattamento sul sito inquinato dove il rifiuto viene immediatamente trasformato in un prodotto stabile nel tempo. inoltre, il processo non consuma risorse quali acqua, energia termica, combustibili di alcun genere e l’energia elettrica im-
IL PROCESSO DI OSSIDODISTRUZIONE CONSENTE ANCHE LA BONIFICA DI DISCARICHE PROVVISORIE O ABUSIVE, CON L’INTERVENTO DI IMPIANTI MOBILI DI TRATTAMENTO, CONSENTENDO DI EFFETTUARE IL TRATTAMENTO SUL SITO INQUINATO DOVE IL RIFIUTO VIENE IMMEDIATAMENTE TRASFORMATO IN UN PRODOTTO STABILE NEL TEMPO.
piegata per il processo è in misura irrisoria. il processo si basa sulla reazione innescata attraverso il passaggio in setacci molecolari che assolvono contemporaneamente il compito di adsorbire i metalli pesanti, i composti organici volatili, gli antibiotici, i farmaci e altri componenti di natura chimica, oltre a rilasciare calore (80-100 °C) nella fase di essiccazione. il residuo del trattamento è costituito da biomassa concentrata per essiccazione che si stabilizza e igienizza in sole due ore dal completamento del processo. la biomassa può essere utilizzata come combustibile o ulteriormente trasformata attraverso un processo di polimerizzazione mediante l’impiego di reagenti, in un nuovo polimero definito polixano espanso che ha ottime proprietà di isolamento acustico e termico oltre a una buona resistenza al fuoco. le fasi del processo di ossidodistruzione sono, in definitiva, rappresentate dal: – trattamento meccanico di riduzione volumetrica mediante una tramoggia collegata ad un nastro trasportatore a portata variabile. separazione automatica delle frazioni a più elevata densità (sassi, frazioni metalliche, ecc.). dosaggio del rifiuto e convogliamento ad un sistema fisso o mobile di triturazione per facilitare l’attacco ossidativo nella successiva fase del processo; – trattamento chimico da effettuare in un reattore continuo composto da due sezioni: la prima costituita da due camere coniche a sezione decrescente e la seconda da una camera a sezione cilindrica che internamente ospita un sistema di miscelazione a trasferimento continuo. il materiale triturato, nella prima sezione del reattore, viene posto a contatto con una miscela ossi-
dante che innesca il primo stadio del processo che si completa in circa 50 secondi. l’azione ossidante della miscela determina la reazione di demolizione della struttura, chimico-fisica, della massa sottoposta a processo, portando prevalentemente ad una depolimerizzazione della materia con formazione e liberazione diffusa di elementi con funzioni alcoliche attive. le condizioni ossidative del processo riducono, inoltre, l’assimilazione dei metalli pesanti che sono trasformati in ossidi e idrossidi insolubili. l’altra importante funzione dell’azione ossidante è quella di sterilizzare i fanghi in modo da renderli inefficaci anche sotto l’aspetto di inquinante batteriologico presente soprattutto nei residui urbani. nella seconda sezione del reattore, i rifiuti vengono sottoposti a miscelazione con un reagente necessario per la polimerizzazione a Polixano espanso, le cui caratteristiche chimiche e fisiche sono del tutto assimilabili a quelle del poliuretano. il materiale, ancora in fase di reazione, viene poi depositato all’interno di cassoni metallici da cui ne prenderà la forma di blocco una volta ultimata la fase di polimerizzazione (Figure 3 e 4).
Il processo di lavorazione. Immagini tratte dal video Ossidodistribuzione a cura di Abiotech pubblicato su Youtube.it. Link: https://goo.gl/C8LyTB
Vasca e testa di miscelazione
taglerina tunnel di ventilazione Piastre
Figura 3 (in alto). “Carosello” di confezionamento dei blocchi di Poliexano.
IL REGIME DEI RIFIUTI IN ITALIA È IN MANO A VARIE ORGANIZZAZIONI, DA CUI RESTANO FUORI VARI SETTORI MINORI DI NICCHIA CUI L’OSSIDODISTRUZIONE PUÒ RIVOLGERSI SPECIALMENTE NEI TERRITORI CON RACCOLTA DIFFERENZIATA DEI RIFIUTI.
Figura 4. Blocchi di Poliexano.
I COSTI D’IMPIANTO in base alle esperienze maturate, i costi di esercizio sono sostanzialmente contenuti. infatti: – i consumi idrici sono limitati a quelli necessari alle periodiche pulizie dei locali; – i consumi elettrici sono anch’essi limitati; – il materiale da trattare ha costo pari a zero, e in molti casi ne è remunerato lo smaltimento; – il processo di ossidodistruzione impiega due tipologie di reagenti: una miscela di superossidanti ed un miscuglio di setacci molecolari. entrambi hanno un costo limitatissimo; – i costi relativi al trasporto dei rifiuti sono limitati per la possibilità di inserire l’impianto nello stesso luogo di produzione dei rifiuti; – l’impianto richiede un ridottissimo numero di addetti (n. 3 operai per un impianto da 4 ton/ora).
VALUTAZIONE DELLA POSSIBILE CAPACITÀ DI RESA: ANALISI DELLE CINQUE FORZE DI PORTER la valutazione della capacità di resa di un impianto innovativo può essere stimata attraverso il modello
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delle cinque forze competitive, anche detto analisi della concorrenza allargata o analisi delle cinque forze di Porter, che consente di valutare la propria posizione competitiva. il modello si propone di individuare le forze che operano nell’ambiente economico e che, con la loro azione, erodono la redditività a lungo termine dell’impresa. Gli attori di tali forze sono: 1. i concorrenti diretti: sono quelle imprese che offrono sul mercato, lo stesso tipo di bene o servizio offerto dall’impresa; 2. i fornitori: sono coloro ai quali l’impresa si rivolge per acquistare le materie prime, le materie accessorie e i semilavorati necessari per il processo produttivo; 3. i clienti: sono coloro che acquistano i beni offerti dall’impresa; 4. i concorrenti potenziali: sono quelle imprese che potrebbero entrare nel mercato in cui opera l’azienda; 5. i produttori di beni sostitutivi: sono coloro che producono beni diversi da quelli immessi dall’impresa sul mercato, ma che soddisfano gli stessi bisogni dei clienti. concorrenti diretti nella struttura di Porter la capacità di ottenere risultati superiori alla media nel settore nel quale è inserita l’impresa, dipende dalla capacità della stessa di collocarsi all’interno del settore e dall’interazione con le cinque forze. utilizzando tale modello è possibile analizzare il settore in cui viene a collocarsi la tecnologia innovativa dell’ossidodistruzione, per determinarne la ricettività del mercato. l’ossidodistruzione si propone sul mercato sotto due diverse modalità: a. evitare l’esternalizzazione dello smaltimento dei rifiuti se non in maniera controllata e si-
civile e amBientale cura con il ricorso a processi a norma di legge; b. offrire sul mercato un materiale nuovo (Polixano). Fornitori dopo la spesa d’impianto, le uniche spese da fare, necessarie per mantenere la produzione, sono il reperimento di: – materiali di rifiuto; – reagenti di ossidazione; – reagenti di riduzione. È noto che il regime dei rifiuti in italia è in mano a varie organizzazioni, da cui restano fuori vari settori minori di nicchia cui l’ossidodistruzione può rivolgersi specialmente nei territori con raccolta differenziata dei rifiuti. i reagenti sono reperibili presso le grandi ditte farmaceutiche multinazionali che possono essere appositamente convenzionate consentendo il contenimento dei costi di acquisto. clienti il potere contrattuale dei clienti dipende da alcuni fattori quali: – la dimensione dell’impianto rispetto alle attese del cliente; – la presenza di prodotti sostitutivi a disposizione della clientela; – la disponibilità del cliente a recepire le adeguate informazioni sul nuovo impianto. oltre a quanto esposto è importante tener presente la sensibilità del cliente al prezzo del Polixano, le sue condizioni economiche e finanziarie, la concorrenza ed infine la qualità del prodotto offerto. concorrenti potenZiali la minaccia rappresentata da potenziali concorrenti dipende soprattutto dalla presenza o meno di barriere all’entrata nel mercato che possono essere determinate da: – la fedeltà del consumatore per un dato prodotto e l’identificazione con la marca; – la reazione di aziende consolidate che possono mettere in atto politiche di prezzi aggressive nei confronti del prodotto; – il fabbisogno di capitale fisso e circolante poiché, quanto maggiore è la necessità di investimento iniziale tanto minori sono i potenziali competitori che se lo possono permettere; – la preferenza dei distributori ad approvvigionarsi presso aziende già affermate. prodUttori di Beni sostitUtivi per esaminare le minacce che possono derivare
dai prodotti sostitutivi, si devono considerare essenzialmente tre aspetti: 1. quanto i clienti siano propensi all’acquisto del Polixano. la valutazione in questo caso è chiaramente qualitativa; 2. quanto siano alti i costi associati al passaggio da un prodotto al suo sostituto; 3. la relazione sussistente tra i prezzi e le prestazioni dei prodotti sostitutivi. i prodotti sostitutivi che esercitano una pressione competitiva sulla produzione del Polixano sono costituiti dai derivati del poliuretano espanso che trovano applicazione in moltissimi settori: – isolanti termici per edilizia; – imballaggio; – trasporti refrigerati; – applicazioni per l’industria automobilistica; – imbottiture per arredamento, giocattoli, abbigliamento, applicazioni mediche ecc. essendoci combinazioni quasi infinite per i materiali di base, l’industria trova costantemente nuovi metodi per ampliare la gamma di prodotti finiti, quindi l’elenco è in costante crescita. infatti, gli studi di settore, sia governativi che di Confindustria, indicano che il mercato comprende oltre 23.000 aziende.
Immagine tratta dal video Ossidodistribuzione a cura di Abiotech pubblicato su Youtube.it. Link: https://goo.gl/zzd0Ca
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civile e amBientale l’intensità e la densità della concorrenza sono abbastanza elevate e il livello di competizione nei confronti del Polixano viene ad incidere sulla sua redditività che all’inizio deve essere rivolta ad attente politiche dei prezzi, servizi pre e post vendita, campagne pubblicitarie volte a ottenere il favore della clientela rispetto alla concorrenza.
CONCLUSIONI la nuova tecnologia e l’approccio alla valutazione della capacità di rendita sopra descritto, merita una particolare attenzione per le prospettive che apre il processo di riciclaggio per ossidodistruzione, sia per i problemi ecologici che risolve, sia per i materiali isolanti che consente di produrre. inoltre, il processo di ossidodistruzione ricicla i rifiuti in maniera indifferenziata, senza necessità di ricorrere alla raccolta differenziata, con drastico abbattimento di costi.
ESEMPIO DI ANALISI DEI COSTI E DEI RICAVI NEL TRATTAMENTO DEI RIFIUTI CON IL PROCESSO ABIOTICO DI OSSIDODISTRUZIONE per l’effettuazione dell’analisi dei costi che segue, si è ipotizzato l’impiego di un apparato in grado di trattare una media di circa 10 ton./giorno di scarti, già meccanicamente preparati. si è ipotizzato anche, che la giornata lavorativa sia composta da un solo turno di 6,15 h. il costo d’investimento per la costruzione e l’installazione dei componenti dell’apparato d’ossidoriduzione, chiavi in mano, è approssimativamente di circa 250 mila euro. nell’analisi dei costi non sono considerati quelli riguardanti la localizzazione, il finanziamento, gli ammortamenti in quanto specifici delle diverse committenze. a.01 - costi energetici: 1. Energia Elettrica Installata potenza complessiva installata 25 kW. potenza media assorbita 60% equivalente a 15 Kwh. l’energia elettrica assorbita indicata in 15 Kwh, per ogni turno giornaliero di 6.15 h, determina circa 90 Kwh che al costo unitario di € 0,035 incide per € 3,00/turno. costo a.01.1 euro 0,30/ton. rifiuto 2. Energia meccanica da diesel per le movimentazioni interne attraverso sollevatori idraulici si considerano forfettariamente 30,00 euro per turno, equivalente a € 3,00/ton.
costo a.01.2 € 3,00/ton. rifiuto a tali costi devono essere aggiunti per spese generali: – l’illuminazione dei locali in cui è installato l’apparato; – l’energia elettrica necessaria al funzionamento delle apparecchiature per estrazione e purificazione aria, qualora specificatamente dedicati ai soli locali in cui sono ubicate le apparecchiature. a.02 – consUmi idrici: l’impianto non richiede acqua di processo. i consumi idrici sono esclusivamente quelli necessari alle periodiche pulizie dei locali e dipendono pertanto dalla superficie messa a disposizione del reparto produttivo, mediamente 1 litro/mq, si ritiene pertanto non necessario prevedere un costo specifico. costo a.02 € 0,00/ton. rifiuto a.03 – manUtenZione ordinaria e straordinaria l’impianto realizzato con materiali di prima scelta e per la parte reattore di ossidodistruzione in acciaio inox è affidabile con ridotta manutenzione. costo a.03 € 3,00/ton. rifiuto a.04 - assistenZa scientiFica e analisi periodicHe costo a.04 € 5,00/ton. rifiuto a.05 - costi generali di gestione, amministraZione e commerciali Considerata la tipologia della produzione costituita da un materiale con collocazione preventivamente contrattualizzata, possono essere fissati. costo a.05 € 2,00/ton. rifiuto a.06 - costo mano d’opera Considerati turni di lavoro di 6.15 h, per n° 2 operai a euro 180,00 giorno portano a complessive 360,00 euro. costo a.06 € 36,00/ton. rifiuto a.07 - costo reagenti 1. Costo OXITRIMER la miscela alimenta il bagno ossidante e la reazione di depolimerizzazione decompone la frazione putrescibile igienizzandola e stabilizzandola, con conseguente riduzione in peso e volume della massa iniziale. il prodotto ottenuto a fine processo è denominato Biosec: materiale organico ridotto a piccolissima pezzatura, a bassissimo contenuto di umidità, perfettamente igienizzato, imputrescibile, esente da
civile e amBientale costi di produzione per tonnellata di riﬁuto trattato
odori, stabile, suscettibile di essere agevolmente pellettizzato. lo stesso trattamento se completato con successivo dosaggio di isotrimer, consente la produzione di Polixano espanso. costo a.07.1 € 20,00÷30,00/ton. rifiuto il Biosec, può avere una diretta conveniente valorizzazione energetica in un cogeneratore utilizzato dalla stessa committenza o nei termovalorizzatori pubblici (potere calorifico oscillante tra 4.900 a 6.800 Kcal/h) . in alternativa se ne può prevedere tal quale l’utilizzo come integratore di composto; materiale a fini di recupero ambientale quale, ad esempio, riempimento e rimodellazione di cave, colmatura di scarichi a fini di bonifica, ecc. il Biosec, attraverso un successivo processo di ricombinazione polimerica tramite la miscela di Isotrimer, può anche essere utilmente impiegato, in sostituzione dei polioli di origine petrolchimica, nella produzione di Polixano espanso.
2. Costo ISOTRIMER la miscela di Isotrimer alimenta il bagno reagente e la reazione di polimerizzazione ricompone la frazione di Biosec, come in precedenza sottolineato, con definitiva trasformazione in Polixano Espanso. costo a.07.2 € 85,00÷120,00/ton. rifiuto ricavi si evidenzia che il poliuretano espanso con una densità di 50 Kg/m3, del tipo analogo al Polixano espanso prodotto nel processo di ossidodistruzione, viene pagato sul libero mercato circa 200,00 €/m3. il Polixano espanso prodotto nel processo di ossidodistruzione con una densità di 100 Kg/m3, può essere venduto sul libero mercato ad un prezzo di circa 70,00 €/m3. ogni tonnellata di rifiuto, nel processo di ossidoriduzione, produce 10 m3 di Polixano. Ciò comporta un importo di 700 euro/tonnellata rifiuto trattato. da tali analisi economica i si evidenzia il completo rientro dell’investimento iniziale in poco tempo. ■
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indUstriale a cura di Ing. P. Sperandio Ing. F. de Santis commissione
GREEN BAG: UNA SOLUZIONE GREEN PER UN WASTE MANAGEMENT EFFICIENTE Le soluzioni attuali per lo smaltimento degli oli esausti alimentari sia di origine animale che vegetale. 22 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
SECONDO STIME DEL C.O.N.O.E. (CONSORZIO NAZIONALE DI RACCOLTA E TRATTAMENTO OLI E GRASSI VEGETALI E ANIMALI ESAUSTI) OGNI ANNO IN ITALIA VENGONO CONSUMATE 1.400.000 TONNELLATE DI OLI VEGETALI CON UN CONSUMO MEDIO PRO CAPITE DI 25 KG.
IL PROBLEMA Con il termine oli esausti vegetali, si definiscono sia gli oli derivati dai processi di cottura, sia tutti quelli utilizzati nella conservazione dei cibi. Gli oli esausti alimentari sono quindi, oli da cucina sia di origine animale che di origine vegetale che dopo l’utilizzo restano nelle padelle, nelle friggitrici e nei fondi dei vasetti di conserve e che devono essere smaltiti. secondo stime del C.O.N.O.E. (Consorzio Nazionale di raccolta e trattamento Oli e grassi vegetali e animali Esausti) ogni anno in italia vengono consumate 1.400.000 tonnellate di oli vegetali con un consumo medio pro capite di 25 kg. di questa
quantità si valuta un residuo pari al 20% che non viene utilizzato e che deve essere smaltito (pari a 280.000 tonnellate; circa 5 kg pro capite). il 57% di tale quantità è attribuibile alle utenze domestiche, il 25% al settore della ristorazione e solo il 18% alle industrie alimentari. si stima pertanto che le utenze domestiche generino circa 160.000 tonnellate annue di oli alimentari esausti (2,67 kg pro capite/anno), mentre la quantità di olio generata dal settore ristorazione è pari a 1,2 kg/anno per cittadino (Progetto LIFE/RECOIL). attualmente la raccolta e lo smaltimento dell’olio esausto vegetale proveniente dall’industria alimentare è ben regolamentato da norme europee e nazionali: La normativa di riferimento Italiana per la raccolta dell’olio vegetale esausto è il D. Leg.vo 05/02/1997, n. 22, detto anche decreto Ronchi attuazione delle direttive Europee sui rifiuti, in seguito confluito nel D.Leg.vo 03/04/2006, n. 152 e successive modifiche ed integrazioni. Tale normativa è molto rigida in merito alle metodologie di recupero dei rifiuti con particolare riferimento agli oli esausti. Bisogna prestare molta attenzione alla gestione di tale rifiuto: non è possibile abbandonarlo nel suolo e/o nel sottosuolo e neppure smaltirlo nelle acque superficiali e sotterranee attraverso la rete fognaria, anche in presenza di depuratori.” al fine di gestire la raccolta degli oli esausti è stato creato un consorzio nazionale, il C.O.N.O.E., che garantisce il rispetto delle norme di recupero e gestione di questo rifiuto. il consorzio organizza e coordina il ciclo di vita del rifiuto e verifica l’attuazione delle direttive. si sottolinea che il C.O.N.O.E. non ha scopo di lucro ed è regolato da uno statuto approvato con decreto del ministro dell’ambiente, in accordo con il mini-
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stro dell’industria, del Commercio e dell’artigianato (d.m. del 5 aprile 2004). la funzione del consorzio è quella di controllare e monitorare la filiera degli oli e dei grassi esausti ai fini ambientali nonché diminuirne in maniera progressiva la dispersione. secondo il d. leg.vo. 16/01/2008, n. 4 (art. 233, comma 12) chiunque detenga oli e/o grassi vegetali ed animali esausti è obbligato a conferirli al Consorzio direttamente o mediante consegna a soggetti incaricati dal Consorzio medesimo. l’obbligo non esclude la facoltà di cedere gli oli e/o i grassi esausti ad imprese di altro stato membro della Comunità europea nel rispetto delle norme vigenti. Chiunque, in attesa del conferimento al consorzio, detenga oli e/o grassi vegetali ed animali esausti è obbligato a stoccarli in appositi contenitori. in base all’art. 256 del d. leg.vo. 16/01/2008, n. 4, chiunque viola gli obblighi sopra descritti sarà punito con una sanzione amministrativa pecuniaria. se questo è vero ed attuabile per la raccolta e lo smaltimento dell’olio esausto vegetale proveniente dal mercato dell’industria questo, non è altrettanto vero per ciò che concerne la produzione proveniente dalle famiglie, che rappresenta anche la percentuale maggiore di olio esausto prodotto, come già indicato precedentemente questa ammonta al 57% del totale e cioè a ca. 160.000 tonnellate annue. Quello cui si assiste oggi è la completa non conoscenza del cittadino sulle buone pratiche per lo smaltimento di questo rifiuto che comunemente viene gettato nello scarico fognario causando danni sia ambientali che economici. Danni ambientali È piuttosto complesso valutare quali siano gli effetti diretti ed indiretti degli oli esausti che vengono riversati nei diversi comparti ambientali. indubbiamente quello più evidente riguarda l’inquinamento delle acque che può avvenire sia direttamente, qualora si scarichino rifiuti oleosi nei corpi idrici, che indirettamente, se questi vengono immessi nella rete fognaria. Questo è legato sia alla natura chimica dell’olio ovvero alla sua immiscibilità con l’acqua, sia ai composti chimici provenienti dalla frittura che vengono dispersi nei bacini idrici provocando alterazioni ambientali e biologiche. l’olio che raggiunge i corpi idrici, a causa del suo carattere apolare e della minore densità rispetto all’acqua, si distribuisce sulla superficie come una sottile pellicola, con conseguenti problemi per gli ambienti acquatici. lo strato di olio superficiale, infatti, limita gli scambi gassosi (ossigeno e anidride carbonica) e di luce con forti ripercussioni sugli ecosistemi e sui diversi organismi viventi.
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QUELLO CUI SI ASSISTE OGGI È LA COMPLETA NON CONOSCENZA DEL CITTADINO SULLE BUONE PRATICHE PER LO SMALTIMENTO DI QUESTO RIFIUTO CHE COMUNEMENTE VIENE GETTATO NELLO SCARICO FOGNARIO CAUSANDO DANNI SIA AMBIENTALI CHE ECONOMICI.
essendo idrofobo, l’olio non si scioglie neppure nelle acque di fogna, anzi raggiunge galleggiando sull’acqua i sistemi di depurazione cittadina producendo numerosi problemi ai sistemi di trattamento delle acque reflue e agli impianti di depurazione. nel caso in cui l’olio esausto raggiunga la falda freatica, sarebbe in grado di formare uno strato lentiforme con spessore di alcuni centimetri sopra l’acqua di falda stessa. Questo significa che anche nei pozzi di approvvigionamento di acqua potabile si rischierebbe di trovare questo strato di olio che renderebbe inutilizzabili tali acque per il consumo umano. per questa ragione è fondamentale prendere precauzioni opportune per salvaguardare falda e pozzi, ma anche acque superficiali che possono essere in contatto con le riserve più profonde di acqua. per quanto riguarda il comparto suolo invece l’olio esausto può formare un film idrofobo attorno alle particelle di terra creando una sorta di barriera di sbarramento tra le particelle del terreno, l’acqua e le radici delle piante, che non riescono così a svolgere le loro funzioni vitali in modo efficace. i terreni contaminati da oli risultano pertanto meno fertili sia per l’agricoltura sia per le piante spontanee [The Effect of Oil Pollution of Soil on Germination, Growth and Nutrient Uptake of Corn, E.J. Udo & A.A.A. Eayemi] Danni economici l’immissione di olio nella rete fognaria può provocare sia danni alle tubature sia problemi ai sistemi di depurazione. per quanto concerne gli impianti di depurazione possiamo distinguere problemi di tipo meccanico, in quanto l’olio impregna i filtri di trattamento, e problemi di tipo biologico, come la riduzione dei processi di scambio gassosi necessari al metabolismo batterico utilizzato per degradare i contaminanti delle acque. per diminuire i
danni provocati dagli oli esausti, i depuratori sono dotati di disoleatori che sfruttano il principio della decantazione per separare, sotto forma di materiale galleggiante, gli oli e i grassi presenti nei liquami dall’acqua. in genere questi sistemi sono abbastanza efficienti: l’olio viene rimosso dalle acque con una percentuale pari al 75% (15 mg/l di oli in ingresso e 3,2 mg/l in uscita - Fonte MM Milano). ovviamente questo processo richiede tempi e costi di trattamento aggiuntivi. da una recente stima dell’università della tuscia è emerso che per depurare 1 kg di olio si consuma circa 3 kWh di energia, per un costo di circa € 0,45, mentre per la
Sono le installazioni più comuni per la raccolta dell’olio esausto vegetale da utenze domestiche. Non hanno nessuna tecnologia e all’interno può essere sversato qualsiasi tipo di liquido, che può compromettere e/o rendere più costosa la fase di trasformazione da olio in biocarburante. Vantaggio: poco costoso. Svantaggio: poco efﬁciente.
manutenzione delle condutture e degli impianti di pompaggio incrostati o danneggiati si spendono € 0,45 per ogni kg di olio esausto [Progetto LIFE+08 ENV/IT/000425 ETRUSCAN]
LE SOLUZIONI ATTUALI oggi, diverse sono le soluzioni che vengono presentate sul mercato per la raccolta di oli vegetali esausti prodotti dalle utenze domestiche, in tabella 1, abbiamo elencato alcuni di queste prodotti. se queste soluzioni sono semplici da dislocare,
Uno tra i sistemi più moderni riesce a condurre analisi in loco sul liquido conferito, distingue esclusivamente l’olio dall’acqua. Per ogni conferimento il sistema rilascia uno scontrino attraverso il quale il cittadino potrà avvalersi di sconti e/o buoni all’interno di un circuito commerciale aderente al sistema. Vantaggio: il cittadino riceve un compenso al momento del conferimento. Svantaggio: molto costoso ed ingombrante (ogni unità costa dai € 10.000,00 ai € 15.000,00).
GSM ECONTROL
molto simile ad olieCo non effettua controlli sul liquido che viene conferito, il controllo è a carico della società di raccolta. anche questo conferisce scontrini sconto. Vantaggio: il cittadino riceve un compenso al
Struttura controllata da remoto distribuisce contenitori saniﬁcati ogniqualvolta un utente conferisce un contenitore. Non effettua nessun controllo sul liquido e distribuisce scontrini da utilizzare come sconti. Vantaggio: il cittadino riceve un compenso al momento
momento del conferimento. Svantaggio: molto costoso, molto ingombrante, nessuna certezza sulla qualità del liquido conferito.
del conferimento Svantaggio: molto costoso, molto ingombrante, nessuna certezza sulla qualità del liquido conferito. Tabella 1. Stato dell’arte
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nel caso dei bidoni gialli, o ecologicamente vantaggiose per le soluzioni OLIECO, OLLY e GSMECONTROL in quanto completamente alimentate da pannelli fotovoltaici, risultano purtroppo poco efficaci per chi deve installare queste soluzioni e raccogliere l’olio esausto che esse contengono. infatti, se i bidoni gialli sono semplici ed economici da installare, al loro interno si può trovare di tutto, non solo olio, ma anche vernici, acidi, olio sintetico per motori, il che fa aumentare di molto i costi per la lavorazione e purificazione dell’olio vegetale esausto. inoltre l’assenza di un sistema di monitoraggio automatico e remoto impone controlli periodici in loco per verificare il riempimento del bidone. l’estrema inefficienza dei bidoni di plastica gialla ha dato spazio alle soluzioni più tecnologiche come OLIECO, OLLY e GSM-ECONTROL, le quali però concentrate sulla realizzazione di sistemi ecosostenibili non hanno considerato il livello di investimento, e soprattutto il suo ritorno, per le società che dovranno utilizzare questi sistemi. infatti, non c’è società interessata ad installare soluzioni alimentate da fotovoltaico a causa degli innumerevoli furti e delle elevate azioni di vandalismo riservate a queste installazioni, inoltre c’è da aggiungere che il crescente interesse per i biocarburanti, ha trasformato l’olio esausto vegetale in una forte fonte di interesse anche a livello di mercato nero, ragion per cui le azioni di furto di olio vegetale sono note-
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volmente aumentate rendendo queste soluzioni di collezionamento tecnologico non solo costose ma anche poco convenienti sia per il furto e/o danneggiamento dei pannelli fotovoltaici ma anche per il furto dell’olio che esse contengono, trasformando un già basso ROI (Return on Investment) in uno completamente inesistente.
LA SOLUZIONE GREEN BAG il sistema Green bag, nato da una forte attività di ricerca, è attualmente l’unico sistema in grado di garantire controlli di qualità sul liquido conferito e tracciabilità del conferimento in modo da assegnare ad ogni cittadino un merito direttamente proporzionale al suo contributo. inoltre, se gli attuali produttori di sistemi di raccolta di olio vegetale esausto hanno puntato sulle dimensioni, creando stazioni di raccolta molto grandi per ottimizzare costi di trasporto e raccolta, vedi tabella 1, la soluzione Green bag è di piccole dimensioni tali da poter essere inserita all’interno di attività commerciali, di condomini o sui cigli stradali senza comprometterne il decoro urbano ed impattare sugli investimenti economici di altri esercizi commerciali; oggi le attuali strutture per la raccolta rifiuti causano continue lamentele da parte di commercianti che si vedono coprire insegne e vetrine da queste gigantesche strutture di metallo.
IL SISTEMA GREEN BAG, NATO DA UNA FORTE ATTIVITÀ DI RICERCA, È ATTUALMENTE L’UNICO SISTEMA IN GRADO DI GARANTIRE CONTROLLI DI QUALITÀ SUL LIQUIDO CONFERITO E TRACCIABILITÀ DEL CONFERIMENTO IN MODO DA ASSEGNARE AD OGNI CITTADINO UN MERITO DIRETTAMENTE PROPORZIONALE AL SUO CONTRIBUTO.
Green Bag è una piattaforma HW/sW formata da tre moduli: 1. Green Bag Bin È il contenitore che viene fisicamente dislocato sul territorio per raccogliere l’olio vegetale esausto. È formato da un box analisi, una scatola in metallo equipaggiata con sensori per stimare la tipologia, la qualità e la quantità del liquido conferito; al di sotto di esso si trovano due taniche, una da 100 litri per lo stoccaggio di olio esausto vegetale di qualità (UCO Tank) mentre l’altra per quello che viene identificato dal sistema come scarto (Scrap Tank), da 40 litri. il conferimento da parte del cittadino comune avviene per mezzo di una card NFC che posizionata sullo chassis di metallo che protegge la struttura, attiverà il rilascio della serratura elettronica che comanda l’apertura e la chiusura del box analisi. una volta stimato il contenuto si attiveranno le elettrovalvole che comandano lo scarico verso le due taniche sottostanti. all’interno delle due taniche sono stati installati dei sensori di livello in modo da sapere con largo anticipo quando il Green Bag Bin è pieno. tutte le informazioni sullo stato ed i conferimenti nel Green Bag Bin vengono inviati ad un centro di controllo remoto per mezzo di una connessione ad internet di cui il sistema è munito (il Green Bag Bin può essere collegato sia alla rete 3G che ad una qualsiasi LAN o WLAN se installato all’interno di un esercizio commerciale);
continuamente aggiornate le informazioni inerenti i conferimenti dei singoli cittadini ed infine viene aggiornato il prontuario dei rifiuti (la piattaforma Green Bag prevede anche un supporto completo al cittadino sulla raccolta differenziata, fornendo un db al cui interno è specificato in quale bidone si getta quale rifiuto); 3. Green Bag App punto di accesso del sistema nei confronti del cittadino, la app segnala la presenza di Green Bag Bin, ma anche di altri bidoni per la raccolta differenziata. la App mette a disposizione del cittadino un sistema di controllo, monitoraggio e segnalazione completo, infatti all’interno di questa app possiamo trovare funzionalità come: a. una guida al rifiuto (cosa riciclare e come); b. inviare segnalazioni inerenti il decoro urbano; c. tenere aggiornato lo stato dei conferimenti del singolo cittadino; d. riportare la posizione di bidoni Green Bag ma anche quelli per le altre raccolte differenziate, come abiti usati, medicine e pile.
2. Green Bag C2R il sistema di controllo remoto è la Business Unit alle spalle del Green Bag Bin e della Green Bag App. il C2R offre un sistema di gestione e controllo attraverso il quale vengono aggiornate le info dei singoli Green Bag Bin, vengono filtrate le segnalazioni provenienti dagli utenti tramite App, vengono
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LO SCENARIO APPLICATIVO la soluzione Green Bag è stata realizzata pensando ad un modo efficiente per la raccolta di olio vegetale esausto proveniente dalle utenze domestiche con l’obiettivo di aumentare la presenza di raccoglitori per l’olio senza impattare negativamente sull’urbanistica e/o sul decoro che sempre accompagnano la raccolta di qualsiasi rifiuto. per questo motivo il deploy di un Green Bag Bin avviene all’interno di un ristorante o di una food court di un centro commerciale (Ho.Re.Ca Facilities), lì dove la raccolta di olio vegetale esausto avviene già per legge. Questi esercizi, infatti, vengono regolarmente pagati dalle società addette alla raccolta e smaltimento dell’olio; l’obiettivo è quello di promuovere la soluzione Green Bag all’interno di essi al fine di realizzare accordi tra: – società di raccolta olio esausto vegetale, che vedranno, con l’adozione di Green Bag all’interno di pizzerie e di ristoranti, un aumento di quantità di olio raccolto e quindi un aumento del loro giro d’affari (la soluzione Green Bag garantisce la qualità sull’olio raccolto dalle utenze domestiche e quindi, mantenendo i costi di lavoro inalterati per la società di raccolta olio una maggiore quantità
Bidone per la raccolta di olii usati installato nella provincia di Viterbo.
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GLI ODIERNI SISTEMI DI RACCOLTA DIFFERENZIATA NON VENGONO INCONTRO ALLE ESIGENZE QUOTIDIANE DELLE FAMIGLIE ED I LORO SFORZI NON RICEVONO I GIUSTI INCENTIVI, VENGONO ULTERIORMENTE IGNORATI E AGGRAVATI DA AUMENTI DI TASSE E METODOLOGIE DI RACCOLTA SEMPRE PIÙ COMPLESSE.
di materia prima seconda corrisponde ad un maggiore guadagno); – pizzerie, ristoranti, trattorie, che mettendo a disposizione il servizio Green Bag nei confronti del cittadino avranno la possibilità di promuovere il proprio esercizio attraverso la piattaforma Web Green Bag e rilasciare buoni omaggio a tutti i cittadini che conferiranno olio vegetale esausto presso di loro. oltre a promozioni su web ed app si può anche pensare ad implementare politiche di visibilità locale un po’ come la piattaforma Trip Advisor o il Gambero Rosso, cioè fornendo adesivi da applicare sulle proprie vetrine o sulle porte di ingresso per segnalare anche a chi è di passaggio che il locale aderisce alla raccolta di olio vegetale esausto per utenze domestiche; – cittadini che conferiscono il loro olio esausto, questi cittadini verranno doppiamente premiati: • con buoni omaggio dagli enti commerciali che hanno installato il Green Bag; • con un riconoscimento economico proveniente: - o dalle società di raccolta olio esausto. Come già indicato queste società, pagano all’esercizio commerciale l’olio esausto che raccolgono, il sistema Green Bag è capace di discretizzare i contributi provenienti dall’esercizio commerciale e quelli provenienti da ciascun utente domestico e quindi far riconoscere a ciascuno il proprio ritorno; - o dalla propria municipalità con uno sconto sulla tassa dei rifiuti.
CONCLUSIONI attualmente i rifiuti prodotti vengono considerati più un problema che una risorsa. Gli odierni sistemi di raccolta differenziata non vengono incontro alle esigenze quotidiane delle famiglie ed i loro sforzi non ricevono i giusti incentivi, anzi vengono ulteriormente ignorati e aggravati da aumenti di tasse e metodologie di raccolta sempre più complesse. una nuova soluzione come il Green Bag che individua una risorsa, l’olio vegetale esausto, la evidenzia come tale e mette a disposizione del cittadino la possibilità di raccoglierlo senza oneri aggiuntivi, anzi potendoci guadagnare anche per mezzo dei futuri accordi commerciali, è uno strumento volto alla valorizzazione di una risorsa presente non solo nel territorio romano, ma in tutto quello nazionale financo in quello mondiale, la cui efficace raccolta porterà: – ad una riduzione dei livelli di inquinamento delle nostre acque e dei nostri terreni; – ad un aumento della produzione di energia
da sorgenti biologiche; – ad una riduzione del land grabbing volto a coltivare carburante invece che alimenti; – ad una riduzione dei costi dei carburanti che in buona parte potranno non essere più importati; – ad una riduzione dei costi dei nostri alimenti che potranno essere coltivati su superfici maggiori invece di vederle dedicate alla coltivazione di piante esclusivamente dedicate alla produzione di biocarburanti. ai due macro obiettivi, indicati sopra se ne aggiunge un ultimo molto importante e fondamentale per il futuro sviluppo della soluzione e cioè l’aumento occupazionale. una maggiore produzione di olio vegetale esausto comporterà una maggiore frequenza di raccolta da parte delle società coinvolte nella raccolta di olio vegetale esausto, l’inserimento di una nuova soluzione di raccolta prevedrà attività di formazione per il personale che dovrà essere addestrato nel suo impiego, inoltre il nuovo sistema richiederà la presenza di figure professionali dedite alla sua manutenzione. insomma l’inserimento di una soluzione come il Green Bag richiederà nuove figure lavorative che ad oggi sono stimate in una persona ogni 10.000 abitanti. ad aprile 2015 la soluzione Green Bag è stata indicata dalla regione lazio come eccellenza regionale nel campo del Waste Management e pertanto inserita nelle eccellenze italiane presentate ad EXPO 2015 a milano. ■
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indUstriale a cura di Ing. g. Mancuso commissione
Building automation e Processi industriali visto da Ing. l. Vanadia Ing. S. a. Sciuto
INSTALLAZIONE DI APPARECCHIATURE IN ATMOSFERE ESPLOSIVE CON IL METODO DELLA SOVRAPRESSIONE I sistemi di protezione tramite sovrapressione interna sono a volte lâ&#x20AC;&#x2122;unica soluzione per installare apparecchiature elettroniche o di processo in atmosfere esplosive. 30 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
NEGLI IMPIANTI CHIMICI E PETROLCHIMICI, ALL’INTERNO DELLE MINIERE E IN MOLTI ALTRI SETTORI COME QUELLO ALIMENTARE, VENGONO PRODOTTI GAS, VAPORI E NEBBIE CHE, A CONTATTO CON L’OSSIGENO DELL’ARIA, POSSONO CREARE UN’ATMOSFERA ESPLOSIVA.
all’interno delle miniere e in molti altri settori come quello alimentare, vengono prodotti gas, vapori e nebbie che, a contatto con l’ossigeno dell’aria, possono creare un’atmosfera esplosiva. se questa atmosfera viene innescata, l’esplosione che ne deriva può provocare gravi danni per le persone e per l’ambiente. per regolare le procedure di fabbricazione e installazione di apparecchiature in aree pericolose nella Comunità europea, sono state emesse due direttive Comunitarie: 1) la 94/9/Ce, nota come prima direttiva “ATEX” (acronimo di atmosphere eXplosive), è una direttiva di “prodotto” e si rivolge ai produttori di apparecchiature destinate a essere utilizzate in atmosfere potenzialmente esplosive i quali, dopo aver eseguito la procedura di valutazione della conformità prevista, possono apporre la marcatura Ce e immettere in commercio le apparecchiature. È sostituita dalla nuova direttiva 2014/34/ue, pubblicata il 29 marzo 2014, in vigore dal 20 aprile 2016.
Software per il monitoraggio delle termocamere.
sistemi di protezione tramite sovrapressione interna sono a volte l’unica soluzione per installare apparecchiature elettroniche o di processo in atmosfere esplosive. durante la produzione, trasformazione, trasporto e stoc caggio di sostanze inﬁammabili negli impianti chimici e petrolchimici, così come durante la produzione di petrolio e di gas naturale,
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2) direttiva 99/92/Ce, nota come seconda direttiva “ATEX”, è una direttiva “sociale” ed è rivolta al datore di lavoro e integra il d. leg.vo 81/08 con il titolo Xi, ﬁssando una serie di obblighi, in relazione alla tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori. il problema quindi è evitare che una possibile sorgente d’innesco entri in contatto con una miscela potenzialmente esplosiva. le principali sorgenti di cui tener conto sono: - superﬁci calde; - ﬁamme; - scintille di origine meccanica; - scintille di origine elettrica. il primo passo è ovviamente quello di deﬁnire quali sono le cosiddette aree pericolose, ovvero le aree ove occorre prendere adeguate precauzioni. il processo di deﬁnizione di queste aree si chiama “classiﬁcazione delle aree pericolose”. si inizia con il deﬁnire l’elenco delle sostanze pericolose e i possibili punti di emissione, e si conclude con l’emissione di una serie di documenti tra cui una planimetria con evidenziati i perimetri delle aree tramite circonferenze. in base al tipo di “zona” riportata sulla planimetria, si dovranno scegliere il tipo di apparecchiatura da installare. riferendoci al solo rischio di innesco di tipo elettrico, le apparecchiature possono essere progettate e realizzate in due modi diversi, ovvero: 1. in modo da evitare l’innesco; 2. in modo da contenere al loro interno l’esplosione.
PROTEZIONE TRAMITE SOVRAPRESSIONE “EX P” tra i sistemi che impediscono l’innesco, il metodo della sovrapressione interna presenta alcuni vantaggi: l’idea è semplice, se racchiudo l’apparecchiatura elettrica all’interno di una custodia, e la mantengo piena d’aria “sana” e in leggera sovrapressione rispetto all’esterno, di sicuro evito che possa entrare all’interno una miscela esplosiva che possa innescarsi a causa dell’apparecchiatura in funzione. le norme tecniche prevedono una serie di aspetti di cui tener conto, tra cui una fase di ricircolo “lavaggio” iniziale per garantire che all’interno della custodia non si sia accumulata aria peri-
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NELLA “CLASSIFICAZIONE DELLE AREE PERICOLOSE” SI DEFINISCE L’ELENCO DELLE SOSTANZE PERICOLOSE E I POSSIBILI PUNTI DI EMISSIONE, SI EMETTONO POI UNA SERIE DI DOCUMENTI TRA CUI UNA PLANIMETRIA CON EVIDENZIATI I PERIMETRI DELLE AREE TRAMITE CIRCONFERENZE. colosa durante l’inattività, e un monitoraggio continuo della pressione in condizioni di regime. ovviamente in caso di non rispetto di uno dei parametri, si deve impedire l’accensione o disalimentare l’apparecchiatura. Quanto sopra in genere è supervisionato o regolato da una “centralina” di pressurizzazione che monitora i parametri e comanda l’alimentazione del carico. Vantaggi: - peso contenuto rispetto ad altri metodi; - costo decresce con l’aumento delle dimensioni; - possibilità di dissipare calore prodotto; - bassa manutenzione; - utilizzo di involucri standard; - rapido accesso all’apparecchiatura; - assenza di limiti di volume; - customizzazione a seconda dell’apparecchiatura. Svantaggi: - è richiesta la presenta di un impianto di aria pulita per alimentare il sistema. 1a applicazione: installazione di termocamere in area pericolosa nell’industria petrolchimica, la temperatura è uno dei fattori critici da controllare in quanto è tra le principali cause di guasti alle apparecchiature, sia per cause legate a lubriﬁcazione, valvole guaste, sedimenti nei serbatoi, malfunzionamenti elettrici, o semplicemente a combustione o ﬂuidi di processo ad alte temperature. le termocamere sono in grado di acquisire immagini bidimensionali delle temperature superﬁciali degli oggetti, pertanto sono uno strumento molto utile per eseguire una regolare manutenzione predittiva nel settore petrolchimico. per poterle usare in tal senso, le termocamere
IL CARBONIO ORGANICO TOTALE È UN PARAMETRO MISURATO SPESSO IN MOLTE INDUSTRIE PER IL MONITORAGGIO DELL’ACQUA POTABILE E DI SUPERFICIE, SCARICHI DI RIFIUTI E DI DILAVAMENTO, COSÌ COME PER IL CONTROLLO DEI PROCESSI INTERNI.
di tipo radiometrica devono essere installate in una postazione ﬁssa, in modo da trasmettere in continuo le immagini alla sala controllo dove un software di monitoraggio analizza e visualizza le immagini, e da l’allarme in caso di superamento delle soglie preimpostate. per poter essere installata in area pericolosa la termocamera deve essere racchiusa all’interno di una custodia: 1) di tipo Exd, ovvero che contiene l’eventuale esplosione; 2) che impedisce l’esplosione. il primo caso presenta numerosi svantaggi: una custodia Exd per alloggiare una termocamera è di notevoli dimensioni e peso. inoltre non è possibile mettere davanti alla termocamera un oblò di vetro in quanto altererebbe la misurazione rendendola inutile. pertanto si è scelta la seconda via, ovvero racchiudere la termocamera in una sottile custodia di acciaio inox (ma andrebbe bene anche l’alluminio Anticorodal ancora più leggero), con oblò in cristallo di Germanio, (molto delicato e molto costoso). la custodia quindi è tenuta in sovrapressione da una centralina collegata all’impianto di aria controllata da un mini PLC Siemens di ultima generazione, a cui sono collegati alcuni sensori di pressione e portata. 2a applicazione: installazione di un TOC Analyzer in area pericolosa il Carbonio Organico Totale (TOC - Total Organic Carbon) è un parametro misurato spesso in molte industrie e settori, come petrolchimico, chimico, farmaceutico, alimentare ecc. Questo parametro viene utilizzato per il monitoraggio dell’acqua potabile e di superﬁcie, scarichi di riﬁuti e di dilavamento così come per il controllo dei processi interni. anche in questo caso, la soluzione migliore per installare questo tipo di quadro di analisi in area pericolosa è utilizzare un involucro in sovrapressione. Le due applicazioni sono state realizzate dalla società Cogin srl. Le attività son state coordinate dall'Ing. Filippo Carrano.
si è realizzato pertanto un quadro in acciaio inox, dimensionato per contenere il TOC e le connessioni di processo, collegato quindi all’alimentazione elettrica, all’impianto dell’aria compressa e alla centralina di controllo. Come nel caso precedente, il sistema è composto da una centralina di controllo con all’interno un mini PLC Siemens di ultima generazione, e dei trasduttori di pressione e portata che monitorano la fase di lavaggio e la fase di regime. in questa applicazione è stata prevista anche una valvola pneumatica di lavaggio che permette portate maggiori e minor tempo di purga. ■
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della inFormaZione a cura di Ing. a. aiello commissione
Sicurezza informatica visto da Ing. P. rocco
Ing. g. dâ&#x20AC;&#x2122;agnese
LA SICUREZZA NEL PROTOCOLLO WIRELESS FIDELITY (WIFI) Durante la navigazione WiFi i nostri dati sono al sicuro? Quali sono le azioni che deve compiere un utente per minimizzare il rischio di perdita dei propri dati? 34 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
L’USO DI CIFRARI E PROTOCOLLI DI COMUNICAZIONE BASATI SULL’USO DI TECNICHE CRITTOGRAFICHE AVANZATE, SONO OGGI ALLA BASE DELLA PROTEZIONE DELLE COMUNICAZIONI.
se torniamo alle origini, vediamo che il protocollo di comunicazione WiFi nasce nel 1999 per assicurare la formazione di una Wireless Local Area Network (WLAN), cioè un’infrastruttura di comunicazione senza fili, ad alta velocità di trasferimento dati, con particolare riguardo alla standardizzazione delle interfacce del livello fisico (PHY) e di accesso MAC (Medium Access Control). tali interfacce, sono state standardizzate dalla IEEE (Institute of Electrical and Electronics Engineers) nell’ambito della famiglia 802.11 (Wireless LANs) che i produttori di hardware hanno raccolto e implementato, secondo le indicazioni dell’associazione no-profit WiFi Alliance con l’obiettivo di rendere interoperabili i prodotti dei diversi vendor che operano nella banda di frequenza 2,5 GHz o 5 GHz. la sicurezza, descritta nella sezione “i” dello standard 802.11 (Authentication and Encryption),
a progressiva digitalizzazione della nostra vita quotidiana, professionale e privata, ci richiede di essere connessi anytime e il protocollo WiFi (anche conosciuto come Wireless Fidelity) è uno dei più diffusi metodi di comunicazione wireless che permette ai nostri dispositivi portatili (principalmente smartphone, tablet e laptop) di accedere quasi ovunque ai servizi sempre più evoluti della rete Internet. le reti wireless sono, però in generale intrinsecamente meno sicure di quelle cablate poiché le informazioni viaggiano nello spazio aperto e possono essere così facilmente intercettate da chiunque si trovi in prossimità della fonte del segnale.
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della inFormaZione nel tempo ha subito una serie di evoluzioni. inizialmente lo standard si è basato sulla specifica Wired Equivalent Privacy (WEP), peraltro allora opzionale nell’implementazione, i cui meccanismi di autenticazione, integrità e cifratura avevano significativi difetti che esponevano le reti WiFi ad accessi indesiderati. per superare le vulnerabilità del WEP, la WiFi Alliance ha introdotto la specifica WiFi Protected Access (WAP) nell’attesa che la IEEE consolidasse altri meccanismi di sicurezza. il protocollo WAP permette una gestione più avanzata del processo di autenticazione del nodo nella rete (in aderenza all’architettura IEEE 802.2x), una cifratura a chiave simmetrica di 128 bit (pre-shared key - psK) con algoritmo a flusso Rivest Cipher 4 (RC4), un miglioramento nell’algoritmo di controllo d’integrità e la gestione/distribuzione delle chiavi TKIP (Temporal Key Integrity Protocol). il WAP, benché rappresenti un miglioramento rispetto al WEP, ha mostrato comunque delle vulnerabilità che nel 2004 sono state superate dall’introduzione dell’attuale WiFi Protected Access 2 (WAP2 o WAPv2 o WAP2-PSK). il WAP2, obbligatorio per tutti i nuovi dispositivi certificati dopo il 2006, ha una gestione più evoluta delle chiavi usate durante le fasi di accesso e autenticazione (che si svolgono secondo la procedura four-way handshake) e utilizza un algoritmo di cifratura a blocchi Advanced Encryption Standard (AES) più robusto.
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UNA VOLTA CHIARITI I PRINCIPI DI SICUREZZA NELL’AMBITO DEL FUNZIONAMENTO DELLO STANDARD SI PUÒ PENSARE ALLE DUE CASISTICHE PIÙ COMUNI CHE CI TROVIAMO AD AFFRONTARE CON I NOSTRI DISPOSITIVI WIRELESS.
la chiave simmetrica PSK è rappresentata da una passphrase configurabile che deve essere sufficientemente lunga (più di 8 caratteri) e robusta (con caratteri speciali, numeri, maiuscole e minuscole per non essere ricondotta a parole del vocabolario) per minimizzare gli attacchi di forza bruta a cui si presta l’algoritmo Advanced Encryption Standard (AES). WPA2-PSK è un’ottima soluzione per la protezione delle reti wireless domestiche, ma non è la scelta più opportuna per le realtà aziendali di piccole grandi dimensioni. i prodotti che usano WPA2-PSK (WPA2-Personal), utilizzano la chiave condivisa mentre quelli che impiegano WPA2-Enterprise poggiano invece su un server di autenticazione esterno (standard 802.11x/EAP Extensible Authentication Protocol) che è più sicuro ma che necessita dell’introduzione di un server opportuno che possa gestire l’autenticazione. i precedenti meccanismi del WAP e WEP sono ormai considerati superati e mantenuti per ragioni di retro compatibilità con vecchi dispositivi. oltre agli aspetti di autenticazione, integrità e cifratura, è opportuno citare anche l’aspetto di mascheramento della rete. il protocollo WiFi, infatti, prevede l’invio di un segnale periodico (beacon) che annuncia la rete e contiene il suo nome identificativo, detto service set identifier (SSID), impostato dall’amministratore. l’SSID viene quindi distribuito a tutti i ricevitori in modalità broadcast, permettendo loro di definire la lista delle reti disponibili a cui connettersi. la modalità broadcast dell’access point è disattivabile non permettendo l’inserimento della rete nella lista dei dispositivi ricevitori, ma si tratta di una misura di sicurezza minore in quanto la rete non cessa di emettere il suo beacon ed è pertanto individuabile (altrimenti non sarebbe possibile accedervi). una volta chiariti i principi di sicurezza nell’ambito del funzionamento dello standard si può pensare alle due casistiche più comuni che ci troviamo ad affrontare con i nostri dispositivi wireless. il caso
della inFormaZione più comune ci vede utenti (client) ogni volta che accediamo ad una infrastruttura WiFi di cui spesso non abbiamo nessuna informazione sulla sua configurazione, affidabilità e potenziale esposizione a minacce (come per esempio un hotspot presso un locale pubblico). l’abilitazione della funzionalità WiFi del nostro dispositivo attiva un processo di scansione del segnale beacon identificando tutti gli SSID annunciati dalle reti accessibili, in particolare il nome della rete, la potenza del segnale ricevuto e la sua eventuale protezione (generalmente deducibile dalla presenza di un lucchetto). al momento della connessione è opportuno verificare, nelle impostazioni della connessione, che tipo di protocollo di sicurezza stiamo utilizzando (WEP/WAP/WAP2). nel caso ci troviamo in un hotel, un caffè o una struttura limitata è possibile che ci sia fornita la passphrase di accesso, mentre in un aeroporto o un hotspot pubblico è molto probabile che la rete WiFi sia aperta (ossia non protetta da nessun meccanismo). se la rete è aperta le nostre comunicazioni saranno accessibili a chiunque è connesso alla stessa rete ed è più che mai importante in questo caso assicurarsi di utilizzare connessioni protette a livello di servizio superiore (ad esempio utilizzando protocolli https, VPN, connessioni cifrate end-to-end) nel caso di trasferimento d’informazioni sensibili (e.g. credenziali di autenticazione, carte credito). È sempre bene comunque disabilitare la connessione automatica dei propri dispositivi mobili e verificare sempre manualmente l’affiliazione alle reti WiFi controllando i protocolli di sicurezza utilizzati. si evita così il rischio che il proprio dispositivo si connetta a delle reti aperte a nostra insaputa, abilitando gli applicativi residenti a operazioni automatiche in rete che ci potrebbero esporre ad una perdita dei nostri dati sensibili. la seconda casistica più comune ci vede amministratori di rete WiFi tutte le volte che a casa o in ufficio istalliamo un router con capacità WiFi (access point) per la connessione Internet. le brevi istruzioni che seguiamo per un immediato uso dei servizi fanno soprassedere a tutte le impostazioni di sicurezza che sarebbe opportuno implementare. occorre, infatti, sempre verificare se il router ha la protezione WAP2 attivata e configurare una pas-
RIFERIMENTI IEEE Standard: http://goo.gl/F91E3 WiFi Alliance: http://goo.gl/TFE177 Rivista on-line Radio-Electronics: http://goo.gl/6ZLuT
sphase sicura (lunga e robusta); è possibile che alcuni router o dispositivi presentino indicazioni differenti o attivazioni di protocolli contemporanei che occorre escludere per evitare che i client utilizzino i protocolli datati meno sicuri. un’altra buona abitudine è di cambiare l’SSID di default della fabbrica e, nel caso non sia necessario un accesso diffuso, nascondere la rete disabilitando la funzione broadcast. nel caso di una rete professionale sensibile è importante che una figura qualificata si occupi di configurare altri parametri che, combinati insieme, possono rendere sicura la rete (come per esempio l’autorizzazione degli indirizzi MAC abilitati e il controllo delle porte utilizzate). Questa breve esposizione ci permette di riflettere sui comportamenti che possiamo tenere per meglio utilizzare le tecnologie WiFi a disposizione. la sicurezza informatica è sempre una combinazione integrata di elementi tecnologici e procedure che l’utente deve applicare per rendere efficienti e operative le protezioni contro le potenziali minacce. È sempre bene ricordare che i sistemi più evoluti non possono mai neutralizzare i comportamenti errati degli utenti che, inconsapevolmente, possono creare delle vulnerabilità nella rete di protezione dell’informazione digitale. ■
intersettoriale a cura di Ing. M. Corsini commissione
attività culturali visto da Ing. N. rempiccia
Albert Einstain (1879-1955). Autore: Anefo. commons.wikimedia.org.
UN SECOLO DI RELATIVITÀ Cento anni fa Albert Einstein pubblicava la sua teoria della relatività generale. 38 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
“L’UOMO INCONTRA DIO DIETRO OGNI PORTA CHE LA SCIENZA RIESCE AD APRIRE”. ALBERT EINSTEIN
’è qualcosa nella Teoria della relatività generale, che supera i conﬁni della scienza e della ﬁsica. si tratta di un’atmosfera filosofica fascinosa che investe ogni angolo del nostro pensiero, lo interroga, lo illumina, e ci fa immergere profondamente in un sublime disorientamento dei sensi sovvertendo quei concetti a priori che ritenevamo veri e distinti quanto la nostra stessa sen-
sazione e consapevolezza di esistenza. C’è qualcosa nella Teoria della relatività generale che rievoca l’Etica di Spinoza, dove il filosofo definisce il nostro massimo genere di conoscenza, quello che ci rende felici, che ci fa assaggiare il sapore perfetto delle briciole dell’universo, che ci fa sentire e sperimentare di essere eterni, che ci induce a vedere le cose sub specie aeternitatis. C’è qualcosa nella Teoria della relatività generale di un’elementarità che sfiora l’inaccessibilità. difficile da comprendere se si vedono le cose dalla prospettiva inerziale della fisica newtoniana, dalla prospettiva dello spazio euclideo e di un tempo supposto come incessante, imperturbabile, costantemente avviato per suo conto; tuttavia di una semplicità immediatamente accessibile se si vedono le cose estraniandosi dal quel punto di vista e considerando invece cosa è all’origine degli effetti inerziali, ovvero i campi gravitazionali generati dalle masse. partendo quindi da questi, per vedere le cose con una prospettiva diversa. il secolo scorso, i primi mesi del 1916, la nuova teoria di Einstein, revisione rivoluzionaria della già sovvertitrice Teoria della relatività, poi definita relatività ristretta, iniziarono a circolare e diffondersi attraverso la stampa. da euclide a Cartesio, da newton a Kant, la fisica sembrava aver intrapreso, attraverso la matematica e la geometria, un’indubitabile visione dello spazio e del tempo, delle loro leggi universali, fondate su altrettante leggi fisiche, matematiche e geometriche certe e incontrovertibili. sembrava; prima di allora! la magia della relatività ha, infatti, suscitato nel pensiero scientifico, ma anche, inevitabilmente in quello filosofico ed artistico, la straordinaria forza della controvertibilità dell’incontrovertibile, facendo crollare ogni fondamento, ogni presupposto prima considerato ovvio, con ovvietà, come lo scorrere scalare del tempo, la definizione scalare dello spazio, la Philosophiae Naturalis Principia Mathematica di Isaac Newton, la meccanica di eulero. ma uno scienziato, come un poeta, osserva e percepisce il mondo come chiunque altro. ma nulla di
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Albert Einstein con la moglie Elsa.
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quanto percepisca egli considera ovvio. la strada della scienza, come quella dell’arte, è colma di continui e necessari traguardi, ma non ha mai alcun conforto di assoluta ovvietà, nessuna certezza di approdo. anche la materia, come la velocità della luce, ebbe con Einstein, una sua rappresentazione rivoluzionaria, connessa alla nuova idea di spazio-tempo, e dell’esistenza dei campi gravitazionali. e sono proprio questi ultimi che sono recentemente tornati a farci parlare della Teoria della relatività. l’esistenza dei campi gravitazionali, in analogia a quelli elettromagnetici introdotti da Faraday e Maxwell, ed insieme a questi destinati a caratterizzare quello spazio vuoto supposto da Newton, costituiva forse l’unica teoria einsteiniana non ancora compiutamente provata e scientificamente misurata, fino all’annuncio recente della loro osservazione e conferma a seguito dell’elaborazione dei dati rilevati contemporaneamente dagli usa e dall’Osservatorio Gravitazionale Europeo (EGO). esattamente un secolo dopo l’enunciazione della loro esistenza! ma il campo gravitazionale non si propaga nello spazio, non si diffonde in esso. l’idea di campo gravitazionale, rivoluzionaria e geniale, porta a far coincidere l’idea stessa di spazio con quella di campo gravitazionale. spazio, quindi, come un’espressione qualitativa della stessa materia. spazio, tempo e materia, sono quindi qualità mutevoli,
soggette a reagire alle perturbazioni esterne, con oscillazioni. a rendere il quadro del suo sistema ancor più incantevole c’è la bellezza della teoria che Einstein avanza come prevedibile conseguenza di quella dell’esistenza dei campi gravitazionali: la teoria dei buchi neri, in altre parole quelle remote regioni dello spazio (ma sarebbe meglio definirlo sempre come spazio-tempo) nelle quali il campo gravitazionale è tanto intenso da provocare il coinvolgimento estremo della sua struttura e della sua energia, che nemmeno la luce può propagarsi oltre e tutto è attratto e trattenuto in sé. i buchi neri sono oggi osservabili nello spazio a conferma e prova della validità delle previsioni scientifico-matematiche di Einstein, anche se ancora molte risposte si cercano dei tanti quesiti che questi cedimenti di ex-stelle dell’universo, ci pongono. ma com’è visibile ciò che è visibile nello spazio? Quando oggi osserviamo il firmamento, sappiamo che la posizione di ogni singola stella non è quella che realmente appare ai nostri occhi, poiché la traiettoria che la sua luce compie verso di noi è condizionata dai campi gravitazionali più o meno intensi incontrati lungo il percorso, subendo quindi, la stessa luce, incurvature e deviazioni, anche se spesso impercettibili, che ci fanno apparire in un punto del cielo la loro brillantezza che, in realtà, non coincide con la loro reale posizione se si seguisse un percorso rettilineo. la luce s’incurva condizionata dai campi gravitazionali, per lo stesso motivo per cui lo stesso spazio si incurva intorno ad essi. Quando osserviamo il cielo, sentiamo quasi il peso di quel vortice emotivo chiamato universo, evocato come eterno. la nuova scena dell’infinito spazio e dell’enigmatico nostro tempo e di quel taciturno sciame di stelle, ci affascina, destabilizzando ora ogni nostra certezza ed attraendo le nostre menti come falene disorientate. Fino a che il nostro pensiero, quello della nostra specie, non si abitua al cambiamento delle teorie che egli stesso prova a
Albert Einstein a Vienna nel 1921.
teorizzare, adattandosi, come in una necessità evolutiva, all’urgenza di ampliare i propri concetti, le proprie visioni. provando sempre quella spontaneità creativa che può la mente di un bambino,
con gli strumenti cognitivi di una mente adulta. Cento anni sono trascorsi dalla pubblicazione di Albert Einstein che ha suscitato, per circa mezzo secolo ancora, fino agli anni sessanta, forti scalpori e non sempre garbate contestazioni da parte di molti esponenti delle società scientifiche di mezzo mondo. ma alla fine un uomo, un uomo solo, dotato non tanto di un talento particolarmente straordinario (come lui stesso usava dire), quanto di un’appassionata e incolmabile curiosità, ha avuto ragione di tutto, su tutto, indicandoci un nuovo modo di vedere le cose, e non solo da un punto di vista scientifico. perché Einstein non è stato solo uno scienziato rivoluzionario ma anche un grande filosofo e un grande poeta, forse senza neanche saperlo. Einstein, anche dopo i suoi successi, non ha mai perso né quel senso di stupore e meraviglia nell’osservare il mondo, né la voglia di interrogarlo. un uomo dovrebbe vivere almeno qualche millennio per non sentirsi a disagio nell’osservare il firmamento. uno scienziato, come un poeta, un filosofo, arriva a vivere così tanto. per poco. ■
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articoli sUl QUaderno
GLI ARTICOLI SUL QUADERNO N. 2/2016 Area civile ambientale
Autore: ing. l. Petrichella, in collaborazione con: ing. C. Burini Visto da: C. Pancheri, ing. M. Cima Commissione: Finanza immobiliare Fondi Comuni di investimento immobiliare nell’ordinamento italiano rientrano, insieme alle SICAV, tra gli organismi di investimento Collettivo del risparmio (OICR). Un fondo comune è un patrimonio indiviso di pertinenza di una pluralità di investitori che, con la sottoscrizione di quote del fondo, delegano l’attività di investimento e gestione a una Società di gestione del risparmio (SGR). in particolare il Fondo Comune di investimento immobiliare è: • un patrimonio autonomo privo di soggettività giuridica che si caratterizza per:
- la suddivisione in quote di uguale valore unitario; - la sottoscrizione da parte di una pluralità di investitori; - la gestione da parte della SGR nell’interesse dei partecipanti e in autonomia dai medesimi; - la gestione da parte di un intermediario professionale (SGR), che assume verso i sottoscrittori le responsabilità del mandatario; - la diversiﬁcazione degli investimenti; • un OICR (organismo di investimento Collettivo del risparmio) attraverso il quale si realizza la gestione collettiva del risparmio;...
Autore: ing. d. giordano, ing. M. Villa, ing. l. quaranta Visto da: ing. C. Fascinelli, ing. M. Pasca Commissione: acustica l rumore generato da un missile spaziale nella fase di lancio proviene essenzialmente dai suoi motori endotermici e viene prodotto dai moti turbolenti dei gas combusti emessi dagli ugelli supersonici. tale rumore si può suddividere in tre principali componenti: rumore da miscelamento turbolento dei gas; rumore irradiato dalle onde d’urto; crepitii e stridori (screech) generati dai battimenti supersonici. durante la fase di lancio si realizza la condizione di massimo rumore sia per la necessità propulsiva di imporre il massimo impulso per
COME LEGGERE GLI ARTICOLI Gli articoli qui riportati solo nell’incipit sono fruibili per intero nel Quaderno e nelle rispettive aree tematiche del portale della rivista agli indirizzi Internet: rivista.ording.roma.it/civile rivista.ording.roma.it/industriale rivista.ording.roma.it/informazione rivista.ording.roma.it/intersettoriale a cui è possibile accedere anche attraverso i QR code di area.
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consentire il decollo e sia per la presenza del suolo che riﬂette le onde sonore. Nell’articolo sarà dato un cenno sulla conﬁgurazione tipo di una base di lancio, ideata per ridurre al minimo il livello acustico cui è sottoposto il personale addetto. in analogia a quanto è stato sperimentato presso il centro di ricerca BEAT di Colleferro, si farà poi un esempio di progettazione acustica di un razzo in scala ridotta 1/20, condotta per mezzo di gruppi adimensionali, con caratteristiche tali da avere un comportamento ﬁsico/acustico riconducibile al caso reale...
Autore: ing. r. Brocca; ing. S. Campagna; ing. M. Simoncini Visto da: ing. M. Nozzi, ing. M. Cerri Commissione: Sicurezza nelle scuole ’azienda Scuola si conﬁgura come un luogo organizzato di lavoro, in cui si ricevono e si elaborano
informazioni e, all’interno del quale, si connotano attività ad elevato contenuto concettuale. l’istituzione Scolastica è un luogo di lavoro atipico, in cui la sicurezza dei lavoratori e degli alunni dipende in larga parte dall’adeguatezza della struttura e dal sistema organizzativo messo in atto dal dirigente Scolastico, dal Servizio di Prevenzione e Protezione e dai preposti. Ciascun lavoratore deve prendersi cura sia della propria sicurezza che di quella di tutte le altre persone, segnalando eventuali condizioni di pericolo ai preposti, i quali periodicamente devono veriﬁcare il settore loro afﬁdato. la cultura della segnalazione riveste particolare importanza nell’attività di prevenzione, in quanto permette alla scuola di inoltrare tempestive richieste all’ente locale, proprietario dell’immobile, obbligato per legge alla manutenzione e all’adeguamento della struttura. il ruolo che vogliamo analizzare è quello del preposto nella scuola...
© NASA - MSFC.
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articoli sUl QUaderno 31 dicembre 2016 sugli impianti condominiali esistenti vengano installati contatori individuali...
LO STUDIO DI SICUREZZA DI UN DEPOSITO DI SMALTIMENTO PER RIFIUTI RADIOATTIVI A BASSA E MEDIA ATTIVITÀ
Autore: g. Bava Visto da: a. taglioni Commissione: gestione impianti nucleari ggetto di questa nota sono i riﬁuti radioattivi destinati allo smaltimento in depositi superﬁciali o posti a limitata profondità, protetti da strutture di contenimento (le cosiddette barriere ingegneristiche), tematiche che riguardano molto da vicino il nostro Paese, in vista della costruzione del deposito nazionale; tuttavia, molte delle considerazioni riportate hanno una validità del tutto generale per i depositi di smaltimento. la nota è stata predisposta analizzando gli standard e la letteratura disponibili, al ﬁne di tracciare un quadro generale delle principali caratteristiche di alcune speciﬁche analisi di sicurezza che devono essere svolte per quei depositi, delle peculiarità e delle difﬁcoltà connesse. Secondo il decreto del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del Mare del 7 agosto 2015 possono essere destinati a depositi di smaltimento del tipo su indicato riﬁuti deﬁnibili a norma di legge come riﬁuti radioattivi che non raggiungano, nell’arco di dieci anni, i livelli di allontanamento ﬁssati dalle autorizzazioni, che siano caratterizzati da concentrazioni di radionuclidi alfa emettitori con attività non superiori a 400 Bq/g e non richiedano misure per lo smaltimento del calore. eventuali ulteriori limiti agli inventari o alle concentrazioni di attività sono determinati in funzione del rispetto degli obiettivi radioprotezionistici posti per il deposito...
IMPIANTI DI RISCALDAMENTO CENTRALIZZATI: COME CAMBIA LA RIPARTIZIONE DEI COSTI NEL D. LGS 102/2014 E LA NORMA TECNICA UNI 10200:2015
Autore: ing. l. argentieri; ing. F. Coscia Visto da: N. Pegoraro Commissione: efﬁcienza energetica l d. lgs n° 102 del 4 luglio 2014 (nel seguito “Decreto”), recepisce la direttiva 2012/27/Ue sull’efﬁcienza energetica (nel seguito “Direttiva”). l’obiettivo della direttiva e del decreto è migliorare l’efﬁcienza energetica nell’Unione europea e in italia, al ﬁne di raggiungere gli obiettivi che sono stati stabiliti al 2020. l’italia, con la Strategia energetica Nazionale, si è inoltre imposta dei limiti più stringenti di quelli europei, con una riduzione del 24% rispetto al valore tendenziale al 2020 di consumi energetici primari. il decreto introduce una ben precisa regolamentazione per la ripartizione dei costi legati al servizio di riscaldamento invernale negli ediﬁci condominiali con impianto centralizzato. il decreto prevede infatti la contabilizzazione e l’addebito individuale dei costi secondo il principio che ogni utente paghi in relazione al proprio consumo di energia. il decreto stabilisce che entro il
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a cura di Ing. C. di leo
IL PROGETTO HAVOC: IN DIRIGIBILE SOPRA LE NUBI DI VENERE L’esplorazione dello spazio è parte della storia più recente e, si spera, sarà protagonista del futuro. 46 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
“L’UOMO CON UNA NUOVA IDEA È UN FOLLE FINO A QUANDO LA SUA IDEA HA SUCCESSO” MARK TWAIN
1. INTRODUZIONE stabilire con esattezza la comparsa dell’uomo sulla terra non è semplice, ma la civiltà, così come la intendiamo oggi ha un percorso di alcune migliaia di anni che partendo dalle caverne ci conducono fino al mondo attuale. l’esplorazione dello spazio, osservato e contemplato in passato solo con i piedi saldamente ancorati sul nostro pianeta, è parte della storia più recente e, si spera, sarà protagonista del futuro. durante la prima metà del XX secolo furono studiati e sviluppati nuovi motori abbastanza potenti da puntare verso le stelle e nel
dopoguerra finalmente videro la luce, i primi voli orbitali, prima con equipaggi animali (leggendarie furono le vicende di Laika, il primo animale nello spazio) e poi anche con Yuri Gagarin, primo uomo nello spazio. Fortunatamente, lo sviluppo della tecnologia ci spinge verso sfide sempre più entusiasmanti e, dopo la conquista umana della luna, avvenuta per la prima volta nel luglio 1969, per opera di Armstrong, Aldrin e Collins, l’obiettivo è di giungere al più presto su un pianeta tra quelli che ci circondano. negli ultimi anni, l’attenzione è stata rivolta sempre più verso marte, ritenuto il pianeta più simile alla terra. tuttavia, forse, potrebbe essere più opportuno un cambio di strategia, puntando dapprima sulla zona più interna del sistema solare, in particolare su Venere. Venere è il secondo pianeta in ordine di distanza dal sole ed anche il più vicino alla terra. esso è anche il corpo celeste più brillante, visibile in cielo (dopo il sole e la luna) alternativamente al crepuscolo o al mattino. tra tutti i pianeti del sistema solare, Venere è quello che assomiglia maggiormente alla terra per dimensioni e struttura: con un raggio di 12.100 km è infatti il nostro pianeta “gemello”. nonostante questa affinità è improbabile che gli astronauti possano un giorno atterrare sulla sua superficie. la temperatura elevatissima e la composizione della sua atmosfera non permettono la presenza dell’uomo neanche per poco tempo. nella tabella 1 sono riportati i principali dati relativi a questo pianeta. Venere possiede caratteristiche molto particolari nell’ambito del sistema solare. Con urano, è l’unico a ruotare attorno al suo asse da est verso ovest. in generale i pianeti tendono a ruotare attorno all’asse nella stessa direzione in cui orbitano attorno al sole, ossia da ovest verso est. la rotazione “al contrario” di Venere viene detta dagli astronomi “retrograda”. per di più, il periodo di rotazione del pianeta è assai elevato, addirittura maggiore di quello di rivoluzione. Venere, infatti, impiega 243 giorni per compiere un giro completo sul pro-
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Tabella 1. Principali dati di Venere.
Figura 1. Marte, Venere e Terra a confronto.
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108,2 milioni di km (min.107,4 – max 109)
12.103 chilometri
velocità orbitale media attorno al sole
35,03 km/sec
volume (terra=1)
temperatura media alla superficie
Circa 470°C (743 K)
inclinazione dell’orbita rispetto all’eclittica
pressione superficiale (terra=1)
anidride carbonica (96,5%), azoto (3,5%), tracce di ossigeno ed altri elementi
prio asse e solo 225 giorni per percorrere un’orbita completa, quasi perfettamente circolare attorno al sole. Questo significa che, mentre sulla terra è la rotazione a determinare l’alternarsi del giorno e della notte, su Venere, il periodo in cui il sole rimane sopra l’orizzonte, dipende dalla durata del movimento di rivoluzione. Venere è poco più piccolo della terra: la sua massa infatti è pari all’80% della massa terrestre ed altrettanto dicasi per il suo volume. per avere un’idea tangibile di quelle che sono le masse in gioco si osservi la Figura 1 nella quale marte, Venere e la terra sono messi a confronto.
2. SONDE VERSO VENERE anche Venere è stato oggetto di molte attenzioni, da quando l’esplorazione spaziale si è fatta più concreta e reale. la prima sonda lanciata verso un pianeta fu, nel 1961 lo Sputnik 7 che si sarebbe dovuto dirigere proprio verso Venere, ma esplose e si disintegrò nell’atmosfera terrestre. da quel momento l’esplorazione di questo pianeta ha conosciuto altri fallimenti ma anche molti successi e mentre i successi nell’esplorazione marziana sono quasi esclusivamente americani, quelli riguardanti il “pianeta velato” (così è soprannominato Venere a causa della densa coltre di nubi nella quale è perennemente immerso) sono stati in gran parte appannaggio dell’unione sovietica. risultati molto importanti sono stati conseguiti all’inizio dell’esplorazione sia dalle sonde Mariner (statunitensi) sia dalle sonde Venera (sovietiche). in Figura 2 è mostrata una bella foto che ci fa capire perché Venere sia stato soprannominato “pianeta velato”. il primo manufatto umano ad avvicinarsi ad un pianeta esterno alla terra fu la sonda statunitense Mariner 2 che, lanciata il 27 agosto 1962 effettuò con successo il flyby di Venere. nella corsa allo spazio tra stati uniti ed unione sovietica negli anni
IL PRIMO MANUFATTO UMANO AD AVVICINARSI AD UN PIANETA ESTERNO ALLA TERRA FU LA SONDA STATUNITENSE MARINER 2 CHE, LANCIATA IL 27 AGOSTO 1962, EFFETTUÒ CON SUCCESSO IL FLYBY DI VENERE. sessanta, Venere rimase la meta preferita per l’invio di sonde, sia per la sua relativa vicinanza, sia per il mistero che ancora lo circondava. Furono i sovietici con il progetto Venera a riuscire per la prima volta a far atterrare un modulo nella densa ed infuocata atmosfera venusiana. in particolare, il modulo rilasciato dalla Venera 7 riuscì a trasmettere informazioni per più di venti minuti dopo l’atterraggio. dalla seconda metà degli anni sessanta, i miglioramenti della tecnologia consentirono anche di riprendere fotografie. in Figura 3 sono riportate delle immagini della superficie venusiana riprese dalle sonde Venera. agli inizi degli anni ottanta del secolo scorso, l’unione sovietica costruì gli ultimi modelli della serie di sonde Venera che portavano rispettivamente i numeri 14 e 15 e che vennero poi ribattezzate Vega 1 e Vega 2. pur essendo destinate all’incontro con la cometa di Halley, nel corso del loro passaggio nei pressi del “pianeta velato” entrambe lasciarono cadere due moduli più sofisticati delle precedenti versioni e due palloni che rilevarono le caratteristiche dell’atmosfera a 50 chilometri di altezza. dopo i successi dei Mariner, gli americani progettarono negli stessi anni le sonde PioneerVenus anch’esse equipaggiate con piccoli moduli atti a scandagliare l’atmosfera venusiana. Queste sonde iniziarono inoltre la mappatura radar del suolo da un’altezza media di 100.000 chilometri. la penultima sonda al apportare un contributo fondamentale alla conoscenza di Venere fu la Magellano, che nei primi anni novanta produsse una mappa radar del 97% della superficie venusiana molto più precisa ed estesa delle precedenti. la precisione nello studio orografico presentava uno scarto di 30 metri sull’altezza dei rilievi, consentendo così agli scienziati di farsi un’idea anche sulla presenza di monti alti fino a 11.000 metri, ed in Figura 4 è riportata la mappa quasi completa dell’emisfero settentrionale di Venere. in tempi più recenti l’agenzia spaziale europea (ESA - European Space Agency), grazie a Venus Express ha segnato una tappa importantissima nell’esplorazione di Venere. la sonda avrebbe do-
Figura 2. Le nubi di Venere.
Figura 3. Immagini della superficie venusiana.
Figura 4. Mappa dell’emisfero settentrionale.
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legenda (strUmenti scientiFici) 1. magnetometro maG; 2. Virtis, per lo studio degli strati bassi dell’atmosfera; 3. pFs per la misura della temperatura atmosferica; 4. spiCan/soir per l’analisi dell’atmosfera; 5. Camera di ripresa VmC; 6. Vera, per sondare l’atmosfera via radio; 7. aspera-4, analizzatore di plasma neutro e ionizzato; 8. antenna principale; 9. pannelli fotovoltaici.
Figura 5. Spaccato di Venus Express.
Figura 6. Sonda giapponese Akatsuki.
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vuto svolgere una missione con una durata prevista di 500 giorni, ma ne è stata più volte approvata l’estensione, fino al prolungamento di ben otto anni. alla fine del 2014, il carburante necessario per manovrarla si è esaurito, segnando la fine ufficiale del lavoro di questa gloriosa sonda di cui possiamo vedere un disegno tecnico in Figura 5 e che ha lasciato in eredità un’immensa quantità di dati. a raccogliere l’eredità di Venus Express è stata la sonda giapponese Planet-C o Akatsuki, che in giapponese significa “Alba”. infatti, la JAXA (Japan
Aerospace Exploration Agency) ha portato a termine il 7 dicembre 2015 l’operazione di spinta del motore d’assetto della sonda Venus Climate Orbiter (VCO) “Akatsuki” per il suo inserimento nell’orbita di Venere. “Come risultato dell’analisi dei dati trasmessi dall’orbiter, abbiamo la conferma che la spinta del motore di controllo dell’assetto è stata eseguita per i 20 minuti previsti” ha comunicato la JAXA in una nota. nel corso dei giorni successivi, i responsabili della missione hanno misurato e calcolato l’orbita del veicolo spaziale dopo questa importante operazione in quanto questo era il secondo ed ultimo tentativo di Akatsuki dopo il fallimento del 7 dicembre 2010. Quel giorno, infatti, il veicolo spaziale sarebbe dovuto entrare in orbita venusiana, ma a causa di alcuni errori tecnici, ciò non avvenne. allora il computer di bordo interruppe bruscamente la manovra per un malfunzionamento che mandò in tilt il motore principale e la missione fallì. ma ogni altro sistema funzionava perfettamente e così il team non si perse d’animo e portò la sonda in orbita eliocentrica, in attesa di un nuovo tentativo. dopo aver trascorso anni a valutare se fosse possibile recuperare la missione originaria, fu deciso di tentare una nuova impresa, quella che per l’appunto è stata compiuta, utilizzando solo gli otto piccoli propulsori secondari, generalmente utilizzati per il controllo d’assetto e non per compiere importanti trasferimenti orbitali. Così la sonda fu utilizzata per studiare il vento solare in attesa che si potesse compiere un secondo tentativo per riportarla alla sua missione originaria
che consisteva nell’esaminare la meteorologia e la superficie di Venere. una nuova manovra è stata compiuta esattamente cinque anni dopo, il 7 dicembre 2015. le speranze non erano molte e invece, tutto è andato per il meglio. due giorni dopo la manovra è arrivata la conferma che Akatsuki aveva agganciato l’orbita di Venere. Akatsuki si troverà a percorrere un’orbita molto più ellittica rispetto a quella originariamente prevista, compiendo un giro intorno al pianeta in otto ore e nove giorni terrestri (il piano di missione aveva previsto un periodo orbitale di 30 ore). in questo modo, la sonda passerà a migliaia di chilometri di distanza da Venere al perigeo piuttosto che ad alcune centinaia, come sarebbe dovuto essere. ma da questa distanza, Akatsuki dovrebbe comunque essere in grado di portare a termine la maggior parte dei suoi obiettivi scientifici. in tal modo il Giappone è riuscito per la prima volta a collocare un veicolo spaziale intorno ad un altro pianeta, e questo potrebbe costituire già una vittoria ed una “risposta” alla sonda indiana Mangalyaan, giunta con successo su marte. in fondo, la Akatsuki è stata destinata su Venere proprio dopo gli insuccessi delle sonde nipponiche verso il Pianeta Rosso. la strumentazione di questa promettente sonda, che in Figura 6 possiamo vedere in una rappresentazione pittorica intorno al “pianeta velato” sembra in eccellenti condizioni, per cui non resta che attendere i primi dati che la sonda ci invierà.
3. LO STRAORDINARIO PROGETTO HAVOC le esplorazioni delle sonde inviate su Venere sono molto importanti, in quanto i dati che esse ci forniscono sono indispensabili per valutare la fattibilità di programmi che rappresentano delle grandi novità nel campo delle esplorazioni spaziali. si sta parlando della colonizzazione (la prima della storia) di un pianeta del sistema solare ed in particolare del Progetto HAVOC (High Altitude Venus Operational
LE ESPLORAZIONI DELLE SONDE INVIATE SU VENERE SONO MOLTO IMPORTANTI, IN QUANTO I DATI CHE ESSE CI FORNISCONO SONO INDISPENSABILI PER VALUTARE LA FATTIBILITÀ DI PROGRAMMI CHE RAPPRESENTANO DELLE GRANDI NOVITÀ NEL CAMPO DELLE ESPLORAZIONI SPAZIALI.
Concept), che prevede di occupare l’atmosfera di Venere mediante una sorta di “città galleggiante”. non si tratta della trama di un film di fantascienza o di un romanzo postumo di Jules Verne, ma dell’idea di un gruppo di scienziati della NASA che hanno considerato alcuni parametri in base ai quali l’obiettivo più ambizioso del prossimo futuro dell’esplorazione spaziale potrebbe essere proprio il “pianeta velato”. abbiamo già detto che Venere (e qui lo ricordiamo), oltre ad essere il pianeta a noi più vicino (la distanza minima che raggiunge rispetto alla terra è circa 40 milioni di chilometri) è anche il più simile al nostro, relativamente a volume, massa densità, gravità e composizione, al punto da esserne considerato un gemello. purtroppo, la superficie venusiana, a causa di un forte effetto serra dovuto alla densa atmosfera che circonda il pianeta, è caratterizzata da valori estremi che rendono impossibile la presenza dell’uomo. stiamo parlando di una temperatura che in media raggiunge i 464 °C (737 K) e di una pressione così alta da superare i 90 bar. nello stesso tempo il pianeta è completamente circondato da nuvole di acido solforico, mentre, nella parte più bassa dell’atmosfera è molto presente il biossido di carbonio.
Figura 7. Tre immagini di Venere.
Figura 8. Pallone su Venere.
Figura 9. I due emisferi venusiani.
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scartata quindi la possibilità di insediamenti sulla superficie, Dale Arney e Chris Jones dello Space Mission Analysis Branch (SMAB), hanno spostato l’attenzione al di sopra di queste condizioni infernali, puntando su colonie di dirigibili orbitanti all’interno dei quali far vivere gli esseri umani. ma quali sono le origini della loro idea? nell’anno 2005 un noto autore italiano, il dott. Cesare Guaita, pubblicava un interessante libro inti-
tolato “Alla ricerca della vita nel Sistema Solare” ed il quarto capitolo del testo era intitolato proprio: “Sotto le nubi di Venere”. nell’ultima pagina di questo capitolo (o più esattamente nelle ultime righe, poco prima della bibliografia) il Guaita ha scritto quanto segue: “La possibilità di qualche semplice forma di vita nelle nubi di Venere dunque esiste. Questo però non vuol dire che sia una cosa semplice dimostrarlo sperimentalmente. L’ideale sarebbe inviare nelle nuvole di Venere una sonda in grado di prelevare campioni e riportarli a Terra. Tecnicamente non si tratterebbe neanche di una cosa tanto difficile: si potrebbe, infatti, pensare ad un flyby molto stretto col pianeta di una navicella come la Stardust (che il 2 gennaio 2004 ha catturato polvere dalla cometa Wild-2 con una racchetta a base di aerogel). David Crips del Jet Propulsion Laboratory (Pasadena, CA) della NASA ha però seri dubbi che una raccolta di materiale a grande velocità riesca a conservare indenni tutte le proprietà chimiche e biologiche. Meglio un campionatore in grado di volteggiare senza traumi in mezzo alle nuvole (magari ancorato ad un pallone): una strategia certamente vincente ma anche molto complessa per quanto riguarda il viaggio di ritorno verso terra. Tanto è vero che le prime proposte, nate durante la conferenza di Astrobiologia tenutasi a Graz (Austria) nel settembre 2002, non sono ancora state prese in considerazione da nessuna agenzia spaziale. Adesso, però, che la ricerca di sistemi planetari extrasolari si sta sempre più avvi-
cinando alla individuazione di pianeti della taglia della Terra o di Venere, capire perché questi pianeti sono così simili e così diversi diventa davvero fondamentale: soprattutto diventa fondamentale capire se è grande o piccola la tendenza naturale alla formazione e alla conservazione di forme di vita anche molto semplici sul più inospitale dei due”. Fin qui il Guaita, che pubblica anche un’immagine pittorica di un pallone che volteggia tra le nubi venusiane, immagine che viene riportata in Figura 8. anche se probabilmente Cesare Guaita non pensava a vere e proprie colonie venusiane, l’idea di sorvolare Venere con un mezzo più leggero dell’aria (pallone o dirigibile che fosse) era già stata presa in considerazione. orbene, circa due anni fa è stata riproposta una rilettura di quelli che tradizionalmente sono considerati i parametri atti a migliorare l’abitabilità dei pianeti. una delle condizioni da sempre ritenuta fondamentale è la presenza di acqua allo stato liquido che è di sicuro retaggio della dipendenza delle specie terrestri dalle risorse idriche. in ogni caso, per noi umani, l’esistenza di questo liquido in un pianeta potenzialmente colonizzabile è imprescindibile. Venere possiede un’atmosfera nella quale è presente del vapore acqueo e che lo candida ad un programma di esplorazione come il Progetto HAVOC; infatti, la città galleggiante prevede dei moduli spaziali posizionati ad un’altezza di circa 50 chilometri dalla superficie. in questa posizione la situazione cambia radicalmente. sopra le nubi acide, la pressione atmosferica e la gravità sono simili a quelle terrestri, e anche l’esposizione alle radiazioni è da considerarsi accettabile. Arney sostiene che il valore delle radiazioni cui un astronauta sarebbe sottoposto potrebbe essere paragonato a quelle presenti in Canada ed in Figura 9 sono riportati i due emisferi di Venere ripresi dalla sonda Magellano. tutti questi valori sarebbero incoraggianti se paragonati a quelli di marte, dove proprio le radiazioni sarebbero tali da costringere gli uomini a costruire degli insediamenti sotterranei per minimizzare le esposizioni, a causa dell’estrema debolezza del filtro atmosferico. anche la temperatura, a detta dei sostenitori del progetto HAVOC rappresenterebbe un parametro meno preoccupante rispetto al “pianeta rosso”. si parla, infatti, di circa 75 °C (348 K), una temperatura alta in assoluto, ma comunque gestibile. inoltre, nella zona scelta dagli scienziati per il progetto, l’energia solare sarebbe abbondante ed i venti atmosferici porterebbero anche ad una rotazione della città fluttuante. infine, ricordiamo che tra gli inconvenienti riscontrati dagli astronauti nello spazio, vi sono la decalcificazione
ossea (che causa osteoporosi) e la perdita di tono muscolare. la massa e le dimensioni di Venere, simili a massa e dimensioni terrestri, implicano che anche la gravità sia simile. pertanto questi problemi sarebbero confinati alla durata del viaggio, a differenza di quanto accadrebbe in un insediamento di lunga durata sulla luna o su marte, dove la ridotta gravità sarebbe fonte di numerosi problemi. un ulteriore confronto si può effettuare valutando il tempo necessario per un viaggio. Grazie all’allineamento delle orbite tra Venere e la terra, una potenziale missione avrebbe la durata di circa 440 giorni (110 per raggiungere la meta, 30 per la permanenza e 300 per il rientro). si tratterebbe di un periodo abbastanza lungo, ma già sperimentato in missioni orbitali attorno alla terra. e soprattutto è breve, se paragonato a quello necessario per un’impresa simile su marte. nel caso del “pianeta rosso”, è stato, infatti, calcolato che sono necessari tra i 650 ed i 900 giorni, perché si deve attendere l’apertura di una “finestra” di ritorno. Ciò significa anche che, se dovessero sorgere problemi, non è prevista l’eventualità di interrompere la missione e tornare, come invece sarebbe possibile in un viaggio alla volta di Venere. in Figura 10 è riportato il Mons Gula ripreso dalla sonda Magellano.
Figura 10. Il Mons Gula.
4. LE FASI DEL PROGETTO Vivere nello spazio e tutt’altro che semplice, i rischi sono numerosi ed il Progetto HAVOC è talmente complesso che si è pensato di suddividerlo in varie fasi da affrontare in un tempo abbastanza lungo. solo in caso di superamento di ogni singola fase
VENERE, UNIVERSALMENTE NOTO COME “PIANETA VELATO”, È STATO BATTEZZATO CON IL NOME DELLA DEA DELLA BELLEZZA, È INSIEME ALLA TERRA L’UNICO PIANETA “FEMMINILE” DEL SISTEMA SOLARE, ED È IL NOSTRO VICINO PIÙ PROSSIMO VERSO IL SOLE.
Figura 11. Le cinque fasi del Progetto HAVOC.
Figura 12. Il progetto nella sua fase più avanzata.
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della missione, sarà possibile avviare quella successiva fino a giungere alla fine ad una vera e propria colonizzazione di Venere, o, più esattamente alla colonizzazione della zona soprastante il pianeta. il progetto dovrà essere diviso nei seguenti cinque passi: – il primo passo sarebbe quello relativo ad un’esplorazione robotica dell’atmosfera; – con il secondo passo ci sarebbe l’invio di un equipaggio umano in orbita per la durata di 30 giorni; – il terzo passo del progetto prevede un nuovo invio con l’equipaggio destinato a restare, sempre per 30 giorni nell’atmosfera; – il quarto passo della missione prevede la permanenza degli astronauti di circa un anno; – solo il quinto ed ultimo passo prende in esame la possibilità di una presenza stabile
dell’uomo su una città galleggiante formata da dirigibili. in Figura 11 possiamo vedere un disegno della NASA in cui vengono illustrate le cinque fasi del Progetto HAVOC. Questi dirigibili, nel concreto, dovrebbero essere di due tipi: quello per la missione robotica avrà una lunghezza prevista di circa 31 metri, mentre la versione destinata all’equipaggio umano sarebbe lunga circa 130 metri, quasi come un Boeing 747. i dirigibili sarebbero ricoperti da più di 1.000 metri quadrati di pannelli solari, indispensabili per captare l’energia necessaria ad alimentare il sistema e dovrebbero essere riempiti di elio, mentre nella parte sottostante una “gondola” fornirà lo spazio necessario alla vita degli astronauti. i dirigibili dovrebbero essere spediti nell’orbita venusiana accuratamente piegati all’interno di appositi veicoli spaziali ed è previsto il riempimento del gas in loco. Questo è uno degli aspetti più critici della missione, perché ogni dirigibile dovrebbe aprirsi e gonfiarsi da solo nell’atmosfera e farsi trovare pronto all’arrivo degli astronauti. una volta raggiunto il riempimento totale, in assenza di inconvenienti, il dirigibile si posizionerebbe a circa 50 chilometri dalla superficie. solo a quel punto gli astronauti, giunti tramite altri veicoli, ne prenderebbero possesso per abitarli e manovrarli come stazioni mobili per l’attività di ricerca. in ogni caso, nonostante le difficoltà di attuazione di un progetto tanto ambizioso quanto complesso, va tenuto presente che uno dei suoi punti di forza è rappresentato dalla tecnologia necessaria per la concretizzazione che sarà presto disponibile. Con ogni probabilità una sua parte lo sarà entro il 2020, ma alcuni test, come quelli per verificare le protezioni delle celle solari dall’acido solforico delle nubi di Venere, sono già stati compiuti. in Figura 12 è mostrata una situazione immaginaria di come potrebbe apparire il progetto HAVOC nella sua fase
più avanzata, nella quale appunto, una flotta di dirigibili sarà a disposizione degli astronauti al di sopra della spessa coltre nuvolosa di Venere. a questo punto molti di noi potrebbero chiedersi se l’esplorazione di marte e quella di Venere devono considerarsi delle imprese antitetiche o piuttosto delle attività complementari. apparentemente marte e Venere sembrano due pianeti in contrapposizione tra loro. marte, universalmente noto come il “pianeta rosso”, porta il nome del dio della guerra (una divinità maschile) ed è il più vicino alla terra allontanandosi dal sole. Venere universalmente noto come “pianeta velato” (qualcuno lo chiama forse un po’ impropriamente anche “pianeta blu” a dispetto del suo aspetto reale che è piuttosto incolore) è stato battezzato con il nome della dea della bellezza (è insieme alla terra l’unico pianeta “femminile” del sistema solare) ed è il nostro vicino più prossimo, ma verso il sole. ora sembra che un nuovo contrasto si faccia strada: è meglio esplorare Venere o marte? il progetto HAVOC è ancora in fase embrionale (la sua tecnologia è ancora in gran parte da inventare) e non si sa per certo se la NASA lo renderà concreto. inoltre gli scienziati che hanno ideato questo nuovo programma (Dale Arney e Chris Jones, per intenderci) ritengono (e noi ci sentiamo d’accordo) che
la colonizzazione di marte e quella di Venere non debbano considerarsi antitetiche ma complementari. probabilmente le missioni sul “pianeta velato” possono e devono essere considerate come una sorta di palestra per prepararsi all’insediamento dell’uomo su marte. un modo impegnativo e costruttivo per imparare a risolvere i problemi e le difficoltà che inesorabilmente si presenteranno nella vita lontano dalla terra, in particolare in quelle missioni che saranno delle vere e proprie attività pionieristiche. probabilmente questa potrebbe essere la chiave di lettura per risolvere un “conflitto” spaziale tra i due pianeti più vicini a noi e che stanno monopolizzando l’attenzione degli scienziati, quando si pensa alla colonizzazione del sistema solare. in Figura 13 che conclude l’articolo è mostrata una rappresentazione artistica dell’interno della gondola di un dirigibile venusiano, mentre sorvola le regioni stratosferiche del “pianeta velato”.
Figura 13. Interno di una gondola venusiana.
5. RIFLESSIONI CONCLUSIVE. l’ultimo atterraggio dello Shuttle Atlantis, il 21 luglio 2011 non ha segnato come temeva qualcuno, la fine del volo spaziale umano. anzi, proprio come l’estinzione dei dinosauri permise ai primi mammiferi di svilupparsi, il pensionamento degli Shuttle
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ha inevitabilmente segnato l’aprirsi di possibilità assai più grandiose per l’esplorazione e la conquista dello spazio. sotto la guida di ambiziose società private ci si sta avviando ai primi passi dell’emigrazione della nostra specie dalla terra, e del nostro adattamento a nuovi mondi. marte è per esempio l’obiettivo dichiarato del facoltoso uomo d’affari Elon Musk. ma alla conquista di marte si stanno interessando anche e soprattutto enti governativi di vari paesi, quali la NASA, l’ESA, la JAXA, l’indiana ISRO (Indian Space Reserch Organisation) che ha già realizzato, con budget assai limitati, una sonda spaziale (Mangalyaan) che ha raggiunto con grande successo il “pianeta rosso”. a queste si aggiunge inevitabilmente l’agenzia russa Roscosmos (Russian Federal Space Agency), la francese CNES (Centre National d’études Spatiales) nonché le agenzie di Canada, Cina, australia e via discorrendo. la conquista di marte e di Venere e più in generale la colonizzazione dello spazio è un’impresa che interessa tutta l’umanità. a questo punto sarebbe bene citare tre uomini illustri i quali hanno dato chi in un modo, chi in un altro, dei grandi contributi all’astronautica e alla scienza in generale: Konstantin Tsiolkovsky, Wernher von Braun ed in nostro connazionale (ebbi il privilegio di conoscerlo personalmente anche se in modo fugace, quando era ancora in vita) Luigi Broglio. Tsiolkovsky disse “La Terra è la culla della ragione, ma non si può vivere nella culla per sempre”. sembra una frase banale, ma non lo è. l’umanità è
DA QUASI CINQUANT’ANNI A QUESTA PARTE NESSUN ESSERE UMANO HA PIÙ VISITATO UN MONDO DIVERSO DALLA TERRA. GLI ULTIMI FURONO EUGENE CERNAN, HARRISON SCHMITT E RONALD EVANS CON LA RIUSCITISSIMA MISSIONE APOLLO 17.
nata sulla terra, questo è chiaro. ma l’umanità sente anche il bisogno (senza che per questo debba abbandonare necessariamente e per sempre il suo pianeta di origine) di espandersi nell’universo. “Gli uomini” aggiungeva intatti von Braun “devono andare sempre più lontano, devono allargare i loro spazi e i loro interessi: con l’aiuto della volontà di Dio”. ed infine broglio concludeva dicendo che “l’uomo che inizia ad esplorare lo spazio è un po’ come un neonato che incomincia a muovere i primi passi: non sappiamo dove potrà arrivare” . da quasi cinquant’anni a questa parte nessun essere umano ha più visitato un mondo diverso dalla
terra. Gli ultimi furono Eugene Cernan, Harrison Schmitt e Ronald Evans con la riuscitissima missione Apollo 17. siamo dinanzi ad un piccolo faro nella volontà umana di esplorazione o invece il progetto apollo aprì e subito richiuse una finestra un po’ casuale? la storia dell’Homo sapiens, uscito ruggendo dall’africa per conquistare il mondo intero in soli 150.000 anni, spazzando via tutte le altre specie concorrenti, ci garantisce che si tratta solo di una piccola pausa tecnica. ma che cosa spinse l’Homo sapiens ad espandersi e a cercare nuovi orizzonti? non sappiamo dare una risposta certa a questo fenomeno. sappiamo però che sapiens fu l’unico fra tutti i suoi numerosi parenti del genere Homo a compiere un’espansione globale senza precedenti. dove non c’erano predecessori (australia ed americhe) si impiantò arrivando per primo; dove invece (europa, asia e africa) c’erano specie potenzialmente competitive per la sua stessa nicchia ecologica, ne accompagnò più o meno rapidamente l’estinzione. oggi gli etologi e gli ecologi tra cui il dott. Telmo Pievani in italia e molti altri nel mondo sono d’accordo su un nome tecnico per la specie Homo sapiens: tale termine è “cosmopolita invasivo”. non è proprio un complimento: è una definizione che si applica altrettanto bene a cornacchie, topi o scarafaggi, oltre alla
BIBLIOGRAFIA Per quanto concerne lavori specifici sul progetto HAVOC, si consiglia di attingere alle seguenti due fonti: – Un video della NASA, disponibile all’indirizzo http://goo.gl/BmMbWQ. illustra con animazioni molto realistiche le varie fasi del progetto HAVOC. – Vitaliano Emilio, Progetto HAVOC: in dirigibile sopra le nubi di Venere, Nuovo Orione, marzo 2016. Per quanto riguarda invece l’esplorazione di Venere e, più in generale l’esplorazione dei pianeti con l’utilizzo di sonde spaziali automatiche, si segnalano le seguenti due opere: – Di Leo Carlo, Robot nell’infinito cosmico, Istituto Bibliografico Napoleone, Roma 2014. – Ulivi Paolo, Harland M. David, Robotic Exploration of the Solar System, voll.1, 2, 3, 4, Springer Praxis Publishing Chichester UK. Sempre dell’autore di questo articolo sono i seguenti libri: – Di Leo Carlo, Space Shuttle, Istituto Bibliografico Napoleone, Roma, 2008; – Di Leo Carlo, Dallo Sputnik ai giorni nostri. Istituto Bibliografico Napoleone, Roma 2011, – Di Leo Carlo, Una dimora tra le stelle, Istituto Bibliografico Napoleone, Roma (in uscita).
specie che si affaccia, all’alba della storia a dominare il mondo. Forse, all’espansione dell’Homo sapiens ha concorso una ragione genetica: la variante di un gene che si chiama DRD4 e che controlla la dopamina, una sostanza fondamentale nel funzionamento del cervello. la variante DRD4-7R sembra sia presente in circa il 20% di tutti noi sapiens e potrebbe essere questa che ci spinge a cercare il nuovo, in tutti i campi e a prendere i rischi necessari. lo stesso scopritore della variante 7R, però è il primo a metterci in guardia da interpretazioni troppo semplicistiche. se è vero che il 20% di individui superdotati per il rischio e per il nuovo potrebbe spiegare l’espansione rapida e violenta di una nuova specie, è anche vero, dice Kenneth Kidd della Yale University, che un solo gene o una variante di un gene non è una causa sufficiente. occorre considerare un contesto di fattori, da quelli genetici, responsabili di mutamenti fisici, a quelli ambientali. insomma, non basta la motivazione (che tuttavia ci vuole) ma servono anche i mezzi e le occasioni. l’uomo tende, dunque, sempre più ad espandersi, ad esplorare e a colonizzare. inoltre si porrà sempre nuove mete. una volta terminata la colonizzazione della luna, di marte e di Venere (senza che queste ultime due siano tra loro antitetiche) rivolgerà il suo sguardo ai pianeti esterni da Giove a plutone peraltro già in gran parte esplorati da sonde spaziali automatiche. in conclusione è bene dire che dovremo riprendere l’atteggiamento attivo e propositivo che ha reso possibile la sopravvivenza degli esseri umani fino ad oggi, ed usare questa capacità per dirigere la nostra evoluzione al di là del nostro pianeta natale. dobbiamo essere enormemente più audaci delle nostre burocrazie. in caso contrario, col tempo ci estingueremo, come ogni altra cosa sulla terra. Come scrisse il grande H.G. Wells autore del celebre libro “La guerra dei mondi” nel 1936, il futuro dell’uomo sarà “tutto l’universo, o il nulla”. ■
USSR/NASA National Space Science Data Center.
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a cura di Ing. F. Marinuzzi
PREVENZIONE E SICUREZZA SUI TRENI GRAZIE AI BIG DATA E AL MACHINE LEARNING Un approccio di crowdsourcing per evitare disastri futuri senza gravare sui costi complessivi. 58 ordine deGli inGeGneri della proVinCia di roma
OGNI PASSEGGERO PUÒ DIVENTARE DINAMICAMENTE UN SENSORE, UN CONTROLLORE E UN ATTUATORE (FRENANDO IL TRENO CON IL FRENO D’EMERGENZA) CON DOPPIA EFFICACIA OPERATIVA E PSICOLOGICA.
a tragedia ferroviaria di bari avvenuta il 12 luglio scorso è stata giustamente giudicata da autorevoli fonti inammissibile. aggiungerei “inconcepibile” vista la maturità e disponibilità di soluzioni tecniche, ormai consolidate, e disponibili per garantire la sicurezza. purtroppo molte volte intervengono altri fattori frenanti, spesso culturali che appaiono insormontabili. Ci sono le questioni economiche legate alle spese significative necessarie per metter in sicurezza, tipicamente con approcci standardizzati, o potenziare la linea trasformandola in due binari, ci sono le questioni legate ai tempi delle
procedure di selezione e aggiudicazione del contraente ed infine possono esserci altri fattori meno trasparenti legati a potenziali interessi o conflitti di interesse delle parti coinvolte. a tutte queste motivazioni si aggiunge spesso una mentalità conservatrice che tende a ripetere o reiterare i meccanismi già “collaudati” per paura che l’innovazione comporti nuove problematiche di difficile e non prevedibile soluzione. al tal proposito è interessante notare, ad esempio, che il settore aereonautico è stato uno degli ultimi a passare dai sistemi di comando pneumatici a quelli elettronici. ma proviamo a vedere come i Big Data e un approccio di crowdsourcing potevano ma, soprattutto potrebbero evitare disastri futuri senza gravare sui costi complessivi. L’idea alla base, che potrebbe ispirare una start up, è quella di sfruttare in tempo reale le informazioni di localizzazione e spostamento in primis del personale addetto al treno e in seconda istanza degli stessi passeggeri del treno al fine di generare sistemi ridondati di raccolta dati e di allerta in tempo reale a vari livelli locali e globali. uno degli elementi di forza dell’idea, come di seguito illustrato, sta nella sua sostenibilità economica da parte anche di terzi non direttamente già coinvolti nel settore ferroviario. dal momento che, già ora utilizziamo in tempo quasi reale informazioni massive aggregate per pianificare e ottimizzare i nostri spostamenti perché non proviamo ad usarle per garantirci la sicurezza del percorso stesso? nel caso generale il problema è complesso e per lo più infattibile allo stato attuale della tecnologia. ad esempio per le auto, il tempismo necessario fra la rilevazione dell’informazione critica e l’azionamento della contromisura è molto ridotto e talvolta sotto il secondo. Vi sono applicazioni su alcuni modelli ma i sistemi sono locali al mezzo e hanno oggi ancora costi non affatto trascurabili. si tratta dell’opportunità di avere auto “senza guidatore” che potrebbero ridefinire la risposta ai problemi di mobilità dei grandi centri urbani fino a cambiare anche la loro vivibilità e percezione. la nostra auto,
Immagine aerea dei Vigili del Fuoco del disastro ferroviario del 12 luglio 2016 avvenuto tra Corato ed Andria in Puglia.
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infatti, è quanto di meno efficiente possa esserci, essendo per quasi il 90% sempre ferma ad occupare suolo e spazio urbano prezioso. molti colossi ci stanno lavorando con investimenti molto significativi ed un uso intenso di intelligenza artificiale per poter definire il comportamento giusto anche in situazioni oggettivamente ambigue. ad esempio, se l’auto vede che sta per investire una comitiva, è probabile che induca una manovra repentina e azzardata, potenzialmente anche suicida, dove la vita del guidatore è stimata meno importante di quella dei potenziali investiti. per le navi già il vincolo dei tempi è meno stringente e ricordando la tragedia della nave da crociera sicuramente poteva esser fatto qualcosa anche se lì ha pesato fortemente una errata valutazione umana fatta già fuori della rotta ufficiale. il pilota automatico era disattivato e la tradizione degli “inchini” sembra abbia ispirato il passaggio così vicino all’isola. inoltre, i croceristi o i naviganti, anche se avessero avuto cognizione e consapevolezza della rotta di collisione, non sarebbe stato immediato, per loro, comunicare la loro informazione e indurre una correzione effettiva di rotta in tempo utile. Come caso estremo si evoca la compagnia di volo economica dove il copilota, dopo aver provato la manovra varie volte in voli precedenti, ha mandato volontariamente allo schianto il veicolo sul lato di una montagna. in questo caso l’altro pilota si ac-
corse in tempo della rotta di collisione ma era fuori dalla porta della cabina che tentò inutilmente di sfondare ed aprire come emerse dalla registrazione della scatola nera. Qui solo un’attenta analisi del profilo del copilota e delle manovre di volo anomale tentate in voli precedenti potevano allertare per tempo le autorità del disastro. Questi ultimi due episodi, della nave e dell’aereo, evidenziano, comunque, l’esigenza di un sistema di controllo e prevenzione che vada “oltre” il controllo delegato ai sistemi e alle persone preposte “locali” e lo ridondi. il problema del controllo del controllo e così via ricorsivamente, infatti, è uno dei punti di debolezza dei tipici sistemi esistenti. ma se rimaniamo al caso ferroviario qui la rotta o la traiettoria dei mezzi è per costruzione predefinita, vincolata, nota “a priori” con buon anticipo e deducibile dai dati con un approccio di Machine learning. in questo modo si evita la necessità di una fase di definizione ed inserimento di tutte le tratte che potrebbe avere una sua intrinseca debolezza nel momento in cui non viene tenuto aggiornato l’archivio e si rende il modello aperto ed aggiornabile in automatico. stessa cosa si può dire per gli orari che sebbene abbiano un loro riferimento “ufficiale” sono soggetti a continue variazioni per ritardi, nuovi treni inseriti, cancellazioni che vanno a rispondere alle più disparate esigenze del momento di uno o più stakeholder del settore. l’intelligenza
L’IDEA ALLA BASE, CHE POTREBBE ISPIRARE UNA START UP, È QUELLA DI SFRUTTARE IN TEMPO REALE LE INFORMAZIONI DI LOCALIZZAZIONE E SPOSTAMENTO IN PRIMIS DEL PERSONALE ADDETTO AL TRENO E IN SECONDA ISTANZA DEGLI STESSI PASSEGGERI DEL TRENO AL FINE DI GENERARE SISTEMI RIDONDATI DI RACCOLTA DATI E DI ALLERTA IN TEMPO REALE A VARI LIVELLI LOCALI E GLOBALI. del sistema potrebbe trovare facilmente dei pattern ripetitivi di periodi di particolare carico e congestione della rete, di necessità di manutenzione dei mezzi e dare utili informazioni per la riprogrammazione generale degli orari e dell’assegnazione dei turni ai lavoratori coinvolti prevenendo fenomeni di burnout e di stress per troppa pressione. un treno che si discosta anche di pochi centimetri dalla sua traiettoria è un treno deragliato. inoltre è sufficiente la copertura radiomobile o dati di un punto del percorso per definire tutta la potenziale evoluzione visto la fissità dello stesso legato ai suoi binari. anche, ad esempio, il punto di partenza dalla stazione. se non c’è, basta metterlo ad opera degli operatori radiomobili, con beneficio reciproco degli utenti e dello stesso operatore che, oltre a guadagnare immagine per questa azione meritoria di sicurezza e servizio di traffico mobile, ottiene il bene prezioso dell’attenzione che durante gli spostamenti passivi non manca quasi mai e solo parzialmente è “sfruttato” nelle grandi metropoli dalla stampa gratuita. Con il vantaggio che ogni passeggero può diventare dinamicamente un sensore, un controllore e un attuatore (frenando il treno con il freno d’emergenza) con doppia efficacia operativa e psicologica soprattutto dopo queste tragedie dalla forte risonanza mediatica. a livello applicativo, la funzionalità di rilevazione è de facto già esistente sia a livello TELCO degli operatori radiomobili locali sia a livello OVER the TOP per soggetti globali tipo Google, anche se nei TELCO questi dati di localizzazione e movimento sono tipicamente usati “ex post” di fatti giuridicamente e penalmente rilevanti. la funzione di determinazione dell’evento rischioso può esser delegato ad un operatore terzo o startup
che incrocia i dati di movimento con quelli di rete fissa ferroviaria identificata dai dati stessi. se infatti abbiamo 150 persone che si muovono alla stessa identica velocità lungo un percorso è con altissima probabilità un treno lungo una rotaia. se poi, sulla stessa traiettoria abbiamo due direzioni opposte in momenti diversi sicuramente con ciò si identifica un binario unico. se poi abbiamo direzioni opposte in specifiche finestre temporali un disastro potenziale in fieri. il vantaggio di quest’approccio a Big Data e Machine Learning è nel permettere il controllo anche a tutti i passeggeri indipendentemente dal funzionamento dei sistemi tradizionali che possono anche esser sabotati da terzi oppure ignorati dalle figure preposte al loro utilizzo. inoltre, avuta l’allerta dal sistema, ogni viaggiatore è in grado di fermare il treno con il “freno di emergenza” già esistente su ogni convoglio. Questa soluzione è una disruptive innovation che adotta un approccio sempre ingegneristico ma globale e totalmente digitale che ridefinisce le variabili e il contesto risolutivo tradizionale prevalentemente legato a soluzioni locali al mezzo e al suo percorso.
Altre immagini dei Vigili del Fuoco del disastro ferroviario.
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SOSTENIBILITÀ ECONOMICA E FATTIBILITÀ le considerazioni fatte in questo articolo hanno una valenza universale indipendentemente dal paese e dalla specifica rete ferroviaria. la flessibilità del sistema ottenuta grazie all’approccio a machine learning è tale da renderlo operativo in breve tempo in ogni paese del mondo su ogni tipo di rete ferroviaria. non servono le tipiche e tradizionali fasi di alimentazione della base dati con i dati della specifica rete che spesso implicano costi anche di manutenzione ed aggiornamento e tempi non trascurabili oltre a potenziali errori per incompletezza dei dati. l’infrastruttura digitale necessaria, invece è già esistente e standard essendo basata sui protocolli delle reti radiomobili e su quelle internet già parti di un mercato globale. al più gli sforzi possono esser duplicati per coprire tutte le piattaforme principali ma già le due principali, Android ed Apple, permettono di coinvolgere la maggior parte degli utenti. l’apprendimento automatico è permesso dall’a-
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dozione di un approccio a Big Data che se, in generale, potrebbe nascondere costi “pay per use” non scontati per la mole dei dati e le necessità computazionali, in vero, nello specifico caso, sono drasticamente contenuti per il significato locale dei dati aggregati gestiti. in altri termini i dati di movimento relativi alla puglia, ad esempio, sicuramente non rilevano con quelli relativi alla lombardia e neanche con il lazio se volessimo ipotizzare dei database a livello regionale. in seguito per i convogli interregionali è ipotizzabile un archivio specifico che tiene conto di queste situazioni di frontiera. pertanto sebbene in assoluto le moli di dati sono significative queste hanno un alto grado di parallelismo e possono essere distribuite su più server con bassa o quasi nulla interrelazione. tale caratteristica del modello dati di questa specifica applicazione è da ritenersi ottimale perché da una parte tiene limitati i costi al crescere degli utilizzi e delle applicazioni dall’altra permette una facile e rapida scalabilità del modello di business sovrastante. la scalabilità, infatti, è una delle prime caratteristiche valutate da un investitore per decidere se in-
NELLA STORIA ECONOMICA IL TEMPO NECESSARIO PER UNA AZIENDA PER DIVENTARE “UNICORNO”, CIOÈ ESSER VALUTATA UN MILIARDO DI DOLLARI, È DIMINUITO SEMPRE DI PIÙ FINO A RAGGIUNGERE PERIODI INFERIORI ALL’ANNO SOLARE.
vestire su una idea di business. un’altra caratteristica principale è la cosiddetta possibilità di una exit in tempi rapidi, finanche prima ancora che la realtà inizi a fatturare ma sicuramente dopo aver dimostrato una grande capacità di raccolta di adesione dell’utenza finale o passeggeri. per exit è da intendersi l’uscita dell’investitore dall’investimento per realizzazione un congruo profitto in grado di ripagarlo dei rischi sostenuti. la exit più canonica è quella della quotazione in borsa della società che, soprattutto nel contesto italiano, non può darsi mai per scontata anche nei casi di maggior successo ma ve ne sono anche altre che possono conseguire lo stesso risultato. ad esempio, la società Nest è stata acquisita da Google per circa 3 miliardi di dollari perché i dati aggregati e raccolti erano funzionali al suo modello di business ed ogni giorno, soprattutto nell’ecosistema americano, aziende appena nate vengono acquistate a cifre esorbitanti prima ancora di realizzare un fatturato significativo. nella storia economica il tempo necessario per una azienda per diventare “unicorno”, cioè esser valutata un miliardo di dollari è diminuito sempre di più fino a raggiungere periodi inferiori all’anno solare (vedasi per maggiori statistiche il sito https://fleximize.com/unicorns/). tale fenomeno testimonia quanto, ormai, il valore di una startup e dunque di un suo servizio sia correlato principalmente ai due seguenti fattori: la capacità di diffondersi ed esser usato ed apprezzato indipendentemente dalla sua fatturazione, il secondo dalla capacità del servizio di costituire e coprire un tassello mancante, significativo e sinergico con il modello complessivo di business del potenziale acquirente. da questo punto di vista, per il caso specifico, possono esser identificati almeno due tipologie di destinatari per una exit veloce. la prima è data dagli operatori e/o proprietari delle reti ferroviarie o delle concessioni che possono far
propria la soluzione sia a livello tecnico che comunicativo e mediatico. la seconda è data dagli operatori globali già presenti sulle tematiche del traffico delle persone e cose, e delle mappe, quali ad esempio Google, che grazie a questa applicazione possono integrare e completare la loro offerta generale. dal punto di vista, invece, dello start della startup stanno maturando anche sul mercato italiano tutta una serie di nuove opportunità ed iniziative spesso classificate sotto il nome di crowdfunding che tendono a permetterne il finanziamento dell’idea o dell’iniziativa da parte di un bacino esteso di soggetti: si va dal singolo utente che, di fatto, preacquista il servizio, ai cosiddetti Business Angels fino ad arrivare ad investitori seriali od istituzionali. Vi sono ancora significative differenze rispetto agli ecosistemi della Silicon Valley od altri europei ma sicuramente il quadro è migliorato drasticamente negli ultimi 5 anni e questo fa ben sperare. ■
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aree del sito Web dell’ordine
L’Homepage http://www.ording.roma.it
Gli eventi http://www.ording.roma.it/iniziative
La Ricerca dei Professionisti http://www.ording.roma.it/albo/ricerca.aspx
La Formazione http://www.ording.roma.it/formazione
L’Albo degli iscritti http://www.ording.roma.it/albo
I seminari http://www.ording.roma.it/formazione/seminari.aspx
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Rivista IORoma II-2016