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Timestamp: 2019-09-23 02:48:19+00:00
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Borsellino e il depistaggio delle indagini su via D'Amelio -
Luglio 19, 2019 Luglio 19, 2019 Monica Seminara	0 Commenti indagini, mafia, paolo borsellino, processi, Sicilia
Il 19 luglio ricorre il ventisettesimo anniversario di una delle più note stragi mafiose: quella di via D’Amelio. Quel giorno del 1992 persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi. Unico sopravvissuto tra i membri della scorta fu l’agente Antonino Vullo, ancora in macchina al momento dell’esplosione dell’autobomba. L’esplosione e la sua onda d’urto hanno causato circa una ventina di feriti tra i civili. Palermo e l’Italia intera rimasero sconvolte da quello che era l’ennesimo brutale attentato di Cosa Nostra. La notizia si diffuse a macchia d’olio, lasciando attoniti e muti a dispetto del clamore con cui fu ucciso il Procuratore aggiunto Paolo Borsellino.
Le indagini sulla strage: Borsellino 1
Sulla strage di via D’Amelio si sono succeduti quattro processi. Il Borsellino 1 vide pronunciata la prima sentenza dalla Corte d’Assise di Caltanissetta il 27 gennaio 1996. Vincenzo Scarantino, Salvatore Profeta, Giuseppe Orofino e Pietro Scotto erano riconosciuti colpevoli del delitto di strage per aver partecipato alle fasi esecutive dell’attentato e alla decisione deliberativa. La Corte d’Assise di Appello di Caltanissetta con la sentenza del 23 genniao 1999 assolse Giuseppe Orofino e Pietro Scotto. Con la sentenza del 18 dicembre 2000 la Suprema Corte di Cassazione confermò la sentenza di secondo grado del Borsellino 1. In essa le propolazioni accusatorie di Vincenzo Scarantino vennero valutate non attendibili. L’unica eccezione furono quelle in merito al segmento della fase esecutiva relativa al furto della Fiat 126 poi trasformata in autobomba.
In primo grado la Corte d’Assise di Caltanissetta, con la sentenza del 13 febbraio 1999 e in riferimento agli imputati chiamati in correità da Scarantino, confermò quanto affermato dalla sentenza di secondo grado del processo Borsellino 1. Tuttavia, la Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta con una successiva sentenza del 18 marzo 2002 ribaltò tali conclusioni. Le dichiarazioni accusatorie di Vincenzo Scarantino e Francesco Andriotta vennero rivalutate integralmente. In conseguenza di ciò gli imputati precedentementi assolti furono condannati per il delitto di strage. Il 3 luglio 2003 la Cassazione confermò definitivamente la sentenza.
Fondamentale per le indagini si rilevarono, a partire dal 1996, la cattura e la collaborazione di mafiosi direttamente implicati negli avvenimenti relaviti alla strage. In primo grado durante il Borsellino ter si analizzarono e valutarono le dichiarazioni accusatorie di Vincenzo Scarantino. La Corte d’Assise con la sentenza del 9 dicembre 1999 le definì inattendibili. Fu, per questo, ritenuto che non se ne dovesse tenere alcun conto per la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle responsabilità. La Corte di Cassazione con sentenza del 17 gennaio 2003 confermò queste conclusioni ed annullò le assoluzioni, pronunciate in secondo grado, di Benedetto Santapaola, Antonino Giuffrè, Giuseppe Farinella e Salvatore Buscemi. Inoltre, fu disposto il rinviò davanti alla Corte d’Appello di Catania che con sentenza divenuta definitiva condannò all’ergastolo i suddetti imputati.
In seguito alla collaborazione di Gaspare Spatuzza, le cui dichiarazioni smentirono le accuse di Scarantino, Andriotta e Candura, la Corte d’Appello di Catania accolse la richiesta di revisione delle sentenze di condanna emanate nel Borsellino 1 e Borsellino bis. Il 13 luglio 2017, la Corte d’Assise d’Appello di Catania scaglionò definitivamente coloro che erano stati ingiustamente accusati. Gli stessi Scarantino, Candura e Andriotta confermarono il colossale depisteggio messo in atto ed emerso grazie alle dichiarazioni di Spatuzza. I tre, infatti, hanno ammesso di aver dichiarato il falso su pressione di alcuni componenti del gruppo investigativo “Falcone-Borsellino”. In particolare, in merito al falso pentimento di Scarantino, la sentenza della Corte d’Assise di Caltanissetta del 20 aprile 2017, ha dichiarato che fosse stato determinato da soggetti che abusarono della propria posizione di potere. Tuttavia, la sentenza non ha individuato gli autori, pur ascrivendoli ad un’area istituzionale.
Le date delle diverse sentenze emanate nei quattro processi testimoniano quanto siano state lunghe, osteggiate e controverse le indagini sulla strage di via D’Amelio. Il processo investigativo in merito all’attentato ai danni di Paolo Borsellino vide un rallentamento di una decina di anni a causa delle dichiariazioni dei falsi pentiti e non solo. Tutt’oggi, certi quesiti rimangono senza risposte. L’innegabile opacità di scelte e comportamento propria di alcuni membri della magistratura, delle forze dell’ordine, ma anche dei più alti vertici dello Stato, e le numerose sviste in corso di indagini, hanno fatto pensare a un mandante estraneo all’organizzazione criminale anche per le morti di Falconi e Borsellino. Si fa probabilmente riferimento a quei membri dello Stato, quei personaggi, che restano tutt’ora ignoti, che videro minacciati i propri interessi dalla loro attività giudiziaria.
Inchiesta sul depistaggio di via D’Amelio
Riguardo al caso di via D’Amelio, la Commissione Regionale Antimafia ha approvato nel dicembre 2018 la relazione conclusiva dell’inchiesta sul depistaggio investigativo, nella quale si analizzano i diversi fattori che hanno contribuito a ritardare la conclusione delle indagini. I problemi risalgono ai primi rilievi investigativi effettuati il 19 luglio 1992 nel luogo della strage, scena non preservata adeguatamente. Questa mancanza ha permesso la sottrazione della famosa agenda rossa di Paolo Borsellino. Inoltre, già dai primi momenti successivi all’esplosione dell’autobomba, sospetto appare l’arrivo dei servizi di sicurezza. Questi avranno successivamente un ampio ruolo nelle indagini, nonostante il divieto di delegare, attribuire o riconoscere loro funzioni di polizia giudiziaria.
Arnaldo La Barbera e il gruppo Falcone-Borsellino
L’ambiguità relativa ai servizi di sicurezza diventa ancor più rilevante se si considera la scelta di porre Arnaldo La Barbera, collaboratore del SISDE dal 1986 al 1988, alla direzione delle indagini sulla strage di via D’Amelio e poi a capo del gruppo investigativo Falcone-Borsellino. Dubbia è anche l’attività di questo gruppo e il ruolo che esso, insieme al SISDE, possano aver avuto sul falso pentimento di Vincenzo Scarantino. Infatti, come spiegato dal giudice Gozzo, il gruppo investigativo facente capo a La Barbera aveva un particolare modus operandi. Questa tecnica consisteva nel far avviciare i soggetti in carcere da altri detenuti che avevano avuto precedentemente problemi giudiziari con La Barbera. Queste persone stimolavano i soggetti a rivelare quello che sapevano veramente o, se la si vuole vedere negativamente, a dire anche cose che non c’entravano. Questa tecnica fu utilizzata con i diversi individui coinvolti nella vicenda, compreso lo stesso Scarantino.
Vincenzo Scarantino: il pupo vestito
Vincenzo Scarantino decide di collaborare la notte del 24 giugno 1994. Le informazioni da lui fornite hanno contribuito al depistaggio delle indagini, sia nella designazione dei mandanti della strage, sia degli esecutori. Questo falso pentimento è stato a lungo costruito con un aiuto e una spinta dall’alto quantomeno supposti. Sospetti sono, infatti, i numerosi colloqui investigativi autorizzati tra i componenti del gruppo Falcone-Borsellino e Scarantino, la maggior parte dei quali svoltisi sempre prima delle dichiarazioni del falso pentito. Questo strano rapporto di protezione instaurato nei suoi confronti da parte del gruppo diretto da La Barbera è sicuramente dubbio, ma non è il solo punto interrogativo legato a Scarantino.
Scarantino: incongruenze e perplessità
I perchè in merito alle vicende che videro coinvolte il falso pentino sono numerosi ed articolati. A partire dalla mancata deposizione nel processo Borsellino 1 dei verbali del confronto fra Scarantino e i collaboratori di giustizia Salvatore Cancemi, Santino Di Matteo e Gioacchino La Barbera che smentivano tutti le accuse e i racconti di Scarantino; per continuare con la mancata redazione di un verbale del sopralluogo che la polizia fece insieme a Scarantino nel garage dove sosteneva di aver trasportato la Fiat 126 poi trasformata in autobomba; passando per la consegna a Scarantino di verbali con annotazioni a penna prima dei suoi interrogatori. E non si finisce qui.
Pentito si, pentito no
Scarantino ritratterà più volte le proprie accuse. La prima ritrattazione risale alla mattina del 27 luglio 1995. Scarantino dichiarò, sia alla madre sia ad un giornalista che si stava occupando di un servizio in merito, di essersi inventato tutto. La sera dello stesso giorno, però, ritirò quanto affermato per tornare alla sua posizione iniziale, classificando quanto detto qualche ora prima come un momento di debolezza e paura. Tuttavia, questo repentino cambio di versioni non fu in alcun modo considerato nel corso delle indagini. In più, i pubblici ministeri Palma e Petralia, annunciarono un tentativo della mafia di inquinare le indagini subito prima dell’intervista televisiva durante la quale Scarantino avrebbe ritrattato le proprie accuse. In questo modo la ritrattazione era collegabile alle pressioni mafiose.
Zone d’ombra: Pietro Giammanco
Un’altra figura equivoca è quella del procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco. Divenuto Procuratore capo della Repubblica presso il Tribunale di Palermo nel 1990, subito dopo la nomina comincia un vero e proprio mobbing nei confronti di Giovanni Falcone. Giammanco ostacolava Falcone nella sua attività professionale, l’umiliava davanti ai colleghi e gli negava informazioni che avrebbe invece dovuto avere. Sicuramente, la situazione di limitata mobilità operativa e di esposizione a critiche che delegittimavano la sua attività ebbe il suo peso nella scelta del dottor Falcone di lasciare Palermo alla volta di Roma.
Giammanco e Borsellino
I contrasti continuarono poi tra Giammanco e Paolo Borsellino, al quale sottrasse la delega territoriale su Palermo. Inoltre, come testimoniata dall’allora sostituto della DNA Pietro Grasso, Giammanco non trasferiva molte comunicazioni a Borsellino. Tra queste spicca quella dell’arrivo dell’esplosivo che doveva servire per il suo assassinio. Borsellino fu anche estromesso dalle indagini su Capaci. Per concludere il quadro sul procuratore capo della Repubblica, bisogna ricordare la testimonianza del colonnello Carmelo Canale riguardo ad un’affermazione di Paolo Borsellino su un futuro arresto di Pietro Giammanco. Nonostante tutti questi elementi, i pubblici ministeri di Caltanissetta dell’epoca non ritennero di interrogare il procuratore capo Pietro Giammanco. Così come, nei 57 giorni che separarono la strage di Capaci da quella di via D’Amelio, Paolo Borsellino non venne convocato per essere ascoltato sulla morte di Giovanni Falcone, nonostante fosse indubbiamente in possesso di informazioni utili alle indagini.
Mai gli indizi seminati, in corso di depistaggio, furono numerosi e così ignorati al tempo stesso come nell’indagine su via D’Amelio. Quanto detto fino ad ora sono soltanto gli elementi centrali di mancanze e scorrettezze molto più numerose analizzate punto per punto nell’inchiesta. Possiamo affermare che il corso delle indagini sulla strage di via D’Amelio ed i quattro processi a riguardo, in particolare le anomalie procedurali e documentali del Borsellino 1 e bis, dimostrano la presenza di una collusione tra Cosa Nostra e membri delle istituzioni. O quantomeno, testimoniano la disattenzione, la reticenza di alcuni testimoni, ed inspiegabili omissioni proprio di persone di Stato.
Mafia oltre le stragi
Purtroppo la connivenza nei confronti della mafia è ancora molto diffusa, anche nei luoghi deputati alla sua lotta. Eppure, la consapevolezza cresce sempre più, anche grazie agli strumenti che ci vengono forniti per informarci. C’è chi pensa che il punto più basso a cui Cosa Nostra sia arrivato coincide con l’esplosioni delle autobombe o con il colpo di pistola sparato alla testa. Purtroppo, non è così. L’azione di rappresaglia contro la lotta alla mafia che è culminata nelle stragi è solo una parte di un disegno più grande. Il tortuoso percorso investigativo su via D’Amelio ce lo dimostra. L’autobomba ha sventrato Paolo Borsellino, ma la complicità, la disattenzione, la reticenza di chi doveva far luce sui mandanti e sugli esecutori, hanno ucciso gli ideali per i quali è morto.
Soltanto prendendo consapevolezza di ciò, soltanto conoscendo ciò che sta dopo quell’esplosione, prestando attenzione e non fermandosi alla sola commemorazione una volta l’anno di un “eroe”, si può evitare che la mafia abbia la meglio. Non basta sapere che Cosa Nostra ha ucciso il dottor Borsellino e la sua scorta. La differenza la fa conoscere ciò che è successo prima e quello che è accaduto dopo. Chiedersi il perchè, sapere, è quello che permette di imparare a cogliere i segnali, non solo della mafia, ma soprattutto di quella connivenza e omertà che aggiungono danno al danno. Proprio come quelle che l’hanno fatto negli ultimi ventisette anni. Non c’è modo migliore di ricordare Paolo Borsellino se non indignandosi per tutti gli anni che sono passati senza avere risposte e agendo oggi affinchè non ricapiti domani.
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