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Timestamp: 2020-08-10 10:43:07+00:00
Document Index: 77831808

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Studio Legale Locatelli - Newsletter - 11.2019
IL RITORNO DI SAN MARTINO
La Responsabilità Medica: Riflessioni e "note" sulle 10 sentenze dell'11 novembre
Convegno organizzato e promosso da Studio Legale Locatelli, Padova, 12 dicembre 2019.
Conseguenze risarcitorie del difetto di consenso informato.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28985 dell’11 novembre 2019 (rel. Olivieri)
La Corte di Cassazione, nella sentenza in commento, ritorna sulla tematica delle conseguenze risarcitorie del difetto di consenso informato, ribadendo il principio, ormai definitivamente acquisito nella giurisprudenza di legittimità, che la manifestazione del consenso del paziente alla prestazione sanitaria costituisce esercizio di un autonomo diritto soggettivo all'autodeterminazione proprio della persona fisica, che, seppur connesso, deve essere tenuto distinto nettamente dal punto di vista sostanziale dal diritto alla salute, ossia dal diritto alla propria integrità fisica.
In definitiva, la Suprema Corte riconosce alla omissione informativa un’astratta capacità plurioffensiva, in quanto potenzialmente idonea a ledere distinti interessi sostanziali, rispettivamente, il diritto all’ autodeterminazione ed il diritto alla salute. Di contro il medico è tenuto a rendere edotto il paziente, indipendentemente dalla riconducibilità o meno di tale attività informativa ad un vincolo contrattuale o ad un obbligo legale. L’omissione informativa costituisce, infatti, condotta illecita, in quanto violativa di un diritto fondamentale della persona, e dunque da ritenere contra jus, indipendentemente dalla natura della responsabilità professionale medica.
I Giudici di legittimità hanno, quindi, ribadito che la violazione, da parte del medico, del dovere di informare il paziente, può causare due diversi tipi di danni:
b) un danno da lesione del diritto all'autodeterminazione, predicabile se, a causa del deficit informativo, il paziente abbia subito un pregiudizio, patrimoniale oppure non patrimoniale (ed, in tale ultimo caso, di apprezzabile gravità), diverso dalla lesione del diritto alla salute”.
Su queste basi, sono state prospettate alcune possibili situazioni conseguenti a un’omessa od insufficiente informazione:
C) omessa informazione in relazione ad un intervento che ha cagionato un danno alla salute (inteso anche nel senso di un aggravamento delle condizioni preesistenti) a causa della condotta non colposa del medico, a cui il paziente avrebbe scelto di non sottoporsi: in tal caso, il risarcimento, sarà liquidato con riferimento alla violazione del diritto alla autodeterminazione (sul piano puramente equitativo), mentre la lesione della salute - da considerarsi comunque in relazione causale con la condotta, poiché, in presenza di adeguata informazione, l'intervento non sarebbe stato eseguito - andrà valutata in relazione alla eventuale situazione "differenziale" tra il maggiore danno biologico conseguente all'intervento ed il preesistente stato patologico invalidante del soggetto;
E) Omissione/inadeguatezza diagnostica che non abbia cagionato danno alla salute del paziente, ma che gli ha tuttavia impedito di accedere a più accurati ed attendibili accertamenti: in tal caso, il danno da lesione del diritto, costituzionalmente tutelato, alla autodeterminazione sarà risarcibile qualora il paziente alleghi che, dalla omessa, inadeguata o insufficiente informazione, gli siano comunque derivate conseguenze dannose, di natura non patrimoniale, in termini di sofferenza soggettiva e contrazione della libertà di disporre di se stesso, psichicamente e fisicamente - salva possibilità di provata contestazione della controparte.
“Il risarcimento del danno da lesione del diritto di autodeterminazione che si sia verificato per le non imprevedibili conseguenze di un atto terapeutico, pur necessario ed anche se eseguito "secundum legem artis", ma tuttavia effettuato senza la preventiva informazione del paziente circa i suoi possibili effetti pregiudizievoli e dunque senza un consenso consapevolmente prestato, dovrà conseguire alla allegazione del relativo pregiudizio ad opera del paziente, riverberando il rifiuto del consenso alla pratica terapeutica sul piano della causalità giuridica ex art. 1223 c.c. e cioè della relazione tra evento lesivo del diritto alla autodeterminazione - perfezionatosi con la condotta omissiva violativa dell'obbligo informativo preventivo - e conseguenze pregiudizievoli che da quello derivano secondo un nesso di regolarità causale. Il paziente che alleghi l'altrui inadempimento sarà dunque onerato della prova del nesso causale tra inadempimento e danno, posto che: a) il fatto positivo da provare è il rifiuto che sarebbe stato opposto dal paziente al medico; b) il presupposto della domanda risarcitoria è costituito dalla scelta soggettiva del paziente, sicché la distribuzione del relativo onere va individuato in base al criterio della cd. "vicinanza della prova"; c) il discostamento della scelta del paziente dalla valutazione di necessità/opportunità dell'intervento operata dal medico costituisce eventualità non corrispondente all’ “id quod plerumque accidit". Tale prova potrà essere fornita con ogni mezzo, ivi compresi il notorio, le massime di esperienza, le presunzioni, queste ultime fondate, in un rapporto di proporzionalità diretta, sulla gravità delle condizioni di salute del paziente e sul grado di necessarietà dell'operazione, non potendosi configurare, "ipso facto", un danno risarcibile con riferimento alla sola omessa informazione, attesa l'impredicabilità di danni "in re ipsa" nell'attuale sistema della responsabilità civile”.
Danno differenziale: menomazioni concorrenti e coesistenti.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28986 dell’11 novembre 2019 (rel. Rossetti)
Nella sentenza in commento la Suprema Corte ha ribadito importanti principi in tema di liquidazione del danno differenziale con particolare attenzione alla distinzione tra menomazioni concorrenti e coesistenti.
La vicenda sottoposta al vaglio della Corte prendeva le mosse dalla richiesta di risarcimento del danno subito da un soggetto, portatore di un danno biologico del 60% al momento dell’incidente stradale, il quale, in conseguenza a tale evento aveva riportato un ulteriore 6,5% di postumi permanenti, per un totale di invalidità permanente del 66,5 %.
La sentenza di primo grado, confermata poi in appello, aveva accolto la domanda attorea, sul presupposto che l’invalidità causata dall’infortunio, oggetto di causa, riguardasse una persona dalla salute già compromessa, e pertanto, il risarcimento dovuto dall’attore era stato liquidato calcolando la differenza tra il valore monetario del grado di invalidità permanente di cui era affetta la vittima prima dell’infortunio ed il grado di invalidità permanente complessivamente residuato all’infortunio.
Il percorso logico compiuto dai Giudici di legittimità trae origine dalla distinzione tra causalità materiale e causalità giuridica, in quanto la preesistenza di malattie o menomazioni in capo alla vittima del fatto illecito può astrattamente incidere tanto sul primo, quanto sul secondo dei suddetti nessi.
Spiega la Corte, infatti, che l’invalidità o la malattia pregressa infatti possono teoricamente costituire tanto una concausa di lesione (ad es., il responsabile infligge un lieve urto, altrimenti innocuo, a persona affetta da osteogenesi imperfetta o sindrome di Lobstein, provocandole gravi fratture) quanto una concausa di menomazione (ad es. il responsabile provoca l’amputazione della mano destra a chi aveva già perduto l’uso della sinistra).
Le lesioni preesistenti, si legge in Sentenza, sono dunque circostanze che pongono all’interprete un problema di causalità: materiale se rappresentano una concausa di lesione; e giuridica se rappresentano una concausa di menomazione.
Il ragionamento dei giudici di legittimità, viene, quindi riassunto nei seguenti principi di diritto:
“1) lo stato anteriore di salute della vittima di lesioni personali può concausare la lesione, oppure la menomazione che da quella derivata;
c) sottraendo l'importo (b) dall'importo (a).”
L’Azione di rivalsa/regresso delle strutture nei confronti degli esercenti la professione sanitaria.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28987 dell’11 novembre 2019 (rel. Porreca)
Con la sentenza in commento, la Suprema Corte prende in esame i casi di danni da "malpractice" medica nel regime anteriore alla legge n. 24 del 2017, nell'ipotesi di colpa esclusiva del medico, affermando l’impredicabilità di un diritto di rivalsa integrale della struttura nei confronti del medico, in quanto, diversamente opinando, l'assunzione del rischio d'impresa per la struttura si sostanzierebbe, in definitiva, nel solo rischio d'insolvibilità del medico così convenuto dalla stessa;
La Corte prosegue, spiegando che tale soluzione deve incontrare un limite laddove si manifesti un evidente iato tra (grave e straordinaria) "malpractice" e (fisiologica) attività economica dell'impresa, che si risolva in vera e propria interruzione del nesso causale tra condotta del debitore (in parola) e danno lamentato dal paziente.
Al di fine di ritenere superata la presunzione di divisione paritaria "pro quota" dell'obbligazione solidale evincibile, quale principio generale, dagli artt. 1298 e 2055, cod. civ., secondo i Giudici di legittimità occorre considerare il duplice titolo in ragione del quale la struttura risponde solidalmente del proprio operato, sicché sarà onere del "solvens" dimostrare non soltanto la colpa esclusiva del medico ma la derivazione causale dell'evento dannoso da una condotta del tutto dissonante rispetto al piano dell'ordinaria prestazione dei servizi di spedalità, in un'ottica di ragionevole bilanciamento del peso delle rispettive responsabilità sul piano dei rapporti interni.
Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione ha pronunciato il seguente principio di diritto:
In tema di danni da "malpractice" medica nel regime anteriore alla legge n. 24 del 2017, nell'ipotesi di colpa esclusiva del medico la responsabilità dev'essere paritariamente ripartita tra struttura e sanitario, nei conseguenti rapporti tra gli stessi, eccetto che negli eccezionali casi d'inescusabilmente grave, del tutto imprevedibile e oggettivamente improbabile devianza dal programma condiviso di tutela della salute cui la struttura risulti essersi obbligata.
Danno alla salute e personalizzazione del risarcimento del danno.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28988 dell’11 novembre 2019 (rel. Positano)
Nella pronuncia in commento, viene chiarito il principio secondo cui, in caso di danno permanente alla salute, il risarcimento standard può essere aumentato solo se ci sono conseguenze dannose anomale e peculiari.
La vicenda prende le mosse dai danni subiti da un minore e dalla madre a causa di una manovra errata durante il parto. I genitori individuavano il pregiudizio nei danni patrimoniali (lucro cessante da inabilità permanente e danno emergente da perdita di possibilità attuale e futura - c.d. perdita di chance - lucro cessante da inabilità temporanea, ed emergente e per spese vive sostenute e da sostenersi) e non patrimoniali (biologico da invalidità permanente e temporanea, alla vita di relazione, alla veste estetica, morale soggettivo, esistenziale, alla vita privata, al rapporto familiare parentale, per la lesione del diritto ad una compiuta informativa e, comunque, per la lesione dei diritti personalissimi inviolabili).
I Giudici di legittimità chiariscono che la perduta possibilità di continuare a svolgere una qualsiasi attività, in conseguenza d'una lesione della salute, o costituisce una conseguenza "normale" del danno (cioè indefettibile per tutti i soggetti che abbiano patito una menomazione identica), ed allora sarà compensata con la liquidazione del danno biologico; ovvero è una conseguenza peculiare, ed allora dovrà essere risarcita, adeguatamente aumentando la stima del danno biologico (c.d. “personalizzazione").
In altri termini, ciò che rileva è che quella conseguenza sia straordinaria e non ordinaria, perché solo in tal caso essa non sarà ricompresa nel pregiudizio espresso dal grado percentuale di invalidità permanente, consentendo al giudice di procedere alla relativa personalizzazione in sede di liquidazione
In conclusione, la Suprema Corte ribadisce che soltanto in presenza di circostanze "specifiche ed eccezionali", tempestivamente allegate dal danneggiato, le quali rendano il danno concreto più grave rispetto alle conseguenze ordinariamente derivanti dai pregiudizi dello stesso grado sofferti da persone della stessa età, è consentito al giudice, con motivazione analitica e non stereotipata, incrementare le somme dovute a titolo risarcitorio in sede di personalizzazione della liquidazione.
Responsabilità contrattuale della struttura sanitaria verso il paziente e il danno da perdita del rapporto parentale.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28989 dell’11 novembre 2019 (rel. Dell’Utri)
La pronuncia in esame approfondisce due diversi aspetti: l’uno relativo al riparto dell’onere probatorio tra azienda sanitaria e paziente, l’altro in merito al risarcimento del danno da perdita del rapporto parentale.
Quanto al primo aspetto, la Corte ribadisce il principio secondo cui l'accettazione di un degente presso una struttura ospedaliera comporta l'assunzione di una prestazione strumentale e accessoria - rispetto a quella principale di somministrazione delle cure mediche, necessarie a fronteggiare la patologia del ricoverato - avente ad oggetto la salvaguardia della sua incolumità fisica e patrimoniale. Solo dopo aver provato il nesso causale tra il danno alla salute e il fatto della struttura sanitaria che aveva accettato il ricovero del paziente, incombe su detta struttura l'onere di fornire la prova della riconducibilità dell'inadempimento a una causa autonoma ad essa struttura non imputabile, ribadendo, dunque, il principio secondo cui incombe sul paziente che agisce per il risarcimento del danno l'onere di provare il nesso di causalità tra l' insorgenza di una nuova malattia e l'azione o l'omissione dei sanitari, mentre, ove il danneggiato abbia assolto a tale onere, spetta alla struttura dimostrare l'impossibilita della prestazione derivante da causa non imputabile, provando che l'inesatto adempimento è stato determinato da un impedimento imprevedibile.
Quanto alla perdita del rapporto parentale, la Suprema Corte chiarisce che in virtù del principio di unitarietà e onnicomprensività del risarcimento del danno non patrimoniale - espresso con le Sentenze a Sezioni Unite dell’11 novembre 2008 - ai fini della liquidazione del danno non patrimoniale da perdita del congiunto, l’attribuzione sia del danno morale sia del danno da perdita del rapporto parentale costituisce indebita duplicazione di risarcimento, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita è percepita (sul piano morale soggettivo), e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita (sul piano dinamico-relazionale), rappresentano elementi essenziali dello stesso complesso e articolato pregiudizio, destinato ad essere risarcito, sì integralmente, ma anche unitariamente.
Allo stesso modo, continua la Corte, in virtù del principio di unitarietà e onnicomprensività del risarcimento del danno non patrimoniale, deve escludersi che al prossimo congiunto di persona deceduta in conseguenza del fatto illecito di un terzo possano essere liquidati sia il danno da perdita del rapporto parentale che il danno esistenziale, poiché il primo già comprende lo sconvolgimento dell'esistenza, che ne costituisce una componente intrinseca.
Nesso di causalità e causa ignota.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28991 dell’11 novembre 2019 (rel. Scoditti)
La questione sottoposta alla Suprema Corte involge la tematica del nesso di causa nelle obbligazioni di diligenza professionale che, diversamente dalle obbligazioni di dare, implica un duplice ciclo causale: l’uno relativo all’evento dannoso, a monte, l’altro relativo all’impossibilità di adempiere, a valle.
Il nesso di causalità materiale che il creditore della prestazione professionale deve provare è quello fra intervento del sanitario e danno evento in termini di aggravamento della situazione patologica o di insorgenza di nuove patologie; il nesso eziologico che, invece, spetta al debitore di provare, dopo che il creditore abbia assolto il suo onere probatorio, è quello fra causa esterna, imprevedibile ed inevitabile alla stregua dell’ordinaria diligenza di cui all’art. 1176 comma 1 c.c. ed impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale (art. 1218 c.c.).
Chiariti tali principi, la Corte ha statuito che Ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l'inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l'aggravamento della situazione patologica, o l'insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l'esatta esecuzione della prestazione.
Da ciò ne consegue che se resta ignota anche mediante l’utilizzo di presunzioni la causa dell’evento di danno, le conseguenze sfavorevoli ai fini del giudizio ricadono sul creditore della prestazione professionale, se invece resta ignota la causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione di diligenza professionale, ovvero resta indimostrata l’imprevedibilità ed inevitabilità di tale causa, le conseguenze sfavorevoli ricadono sul debitore.
Ripartizione dell’onere probatorio nella responsabilità medica.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28992 dell’11 novembre 2019 (rel. Scoditti)
La sentenza in commento ribadisce il principio di ripartizione dell’onere della prova in campo medico, confermando l’orientamento della giurisprudenza di legittimità in tema di nesso causale.
La Corte, in definitiva afferma che incombe sul creditore l'onere di provare il nesso di causalità fra la condotta del sanitario e l'evento di danno quale fatto costitutivo della domanda risarcitoria, statuendo che ove sia dedotta la responsabilità contrattuale del sanitario per l'inadempimento della prestazione di diligenza professionale e la lesione del diritto alla salute, è onere del danneggiato provare, anche a mezzo di presunzioni, il nesso di causalità fra l'aggravamento della situazione patologica, o l'insorgenza di nuove patologie, e la condotta del sanitario, mentre è onere della parte debitrice provare, ove il creditore abbia assolto proprio onere probatorio, che una causa imprevedibile ed inevitabile ha reso impossibile l'esatta esecuzione della prestazione.
Opinare diversamente e dunque negare che incomba sul paziente creditore di provare l’esistenza del nesso di causalità fra inadempimento e pregiudizio alla salute, spiega la Corte, significherebbe espungere dalla fattispecie costitutiva del diritto l’elemento della causalità materiale.
È proprio dell’obbligazione di dare lo schema classico che considera la causalità materiale assorbita nell’inadempimento, risultando quest’ultimo corrispondente alla lesione dell’interesse tutelato dal contratto e dunque al danno evento. In tale contesto, dunque, è sufficiente per il creditore limitarsi all’allegazione dell’inadempimento, non risultando un onere di specifica allegazione (e tanto meno di prova) della causalità materiale perché allegare l’inadempimento significa allegare anche il nesso di causalità e danno evento.
Nel diverso territorio del facere professionale la causalità materiale torna, invece, a confluire nella dimensione del necessario accertamento della riconducibilità dell’evento alla condotta secondo le regole generali.
Il danno non patrimoniale da perdita di chance
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28993 dell’11 novembre 2019 (rel. Valle)
La Corte di Cassazione, nella pronuncia in commento, chiarisce che il danno da perdita di chance si sostanzia nell'incertezza del risultato, la cui "perdita", ossia l'evento di danno, si configura come un’insuperabile incertezza, predicabile alla luce delle conoscenze scientifiche e delle metodologie di cura del tempo rapportate alle condizioni soggettive del danneggiato. Tale connotazione della chance in termini di possibilità perduta di un risultato migliore e soltanto eventuale non esclude né elide, difatti, la necessaria e preliminare indagine sulla relazione eziologica tra la condotta e l’evento dal momento che l’incertezza del risultato è destinata ad incidere non sulla analisi del nesso causale, ma sulla identificazione del danno poiché la possibilità perduta di un risultato sperato è la qualificazione/identificazione di un danno risarcibile a seguito della lesione di una situazione soggettiva rilevante e non della relazione causale tra condotta ed evento, che si presuppone risolta positivamente prima e a prescindere dall’analisi dell’evento lamentato come fonte di danno.
In definitiva, provato il nesso causale secondo le ordinarie regole civilistiche, rispetto ad un evento di danno accertato nella sua esistenza e nelle sue conseguenze, il risarcimento di quel danno sarà dovuto integralmente. Sul medesimo piano d’indagine, che si estende dal nesso al danno, ove quest’ultimo venisse morfologicamente identificato, in una dimensione di insuperabile incertezza, con una possibilità perduta, tale possibilità integra gli estremi della chance la cui risarcibilità consente di temperare equitativamente il criterio risarcitorio del cd. all or nothing, senza per questo essere destinata ad incidere sui criteri di causalità, né ad integrarne il necessario livello probatorio.
Responsabilità medica: Irretroattività delle norme di diritto sostanziale della Legge Gelli n. 24/2017 e retroattività dei criteri di liquidazione previsti dal Decreto Balduzzi.
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28990 dell’11 novembre 2019 (rel. Olivieri)
Cassazione civile, sez. III, sentenza n. 28994 dell’11 novembre 2019 (rel. Valle)
Con le sentenze in commento, la Corte di Cassazione ha chiarito che le norme sostanziali della decreto legge 13 settembre 2012 n. 138 e della Legge Gelli non hanno efficacia retroattiva, al contrario dei criteri di liquidazione del danno non patrimoniale, confermati anche dalla successiva legge 8.3.2017 n. 24 cd. Gelli -Bianco, applicabili retroattivamente.
E dunque, l’art. 3 comma 1 del Decreto Balduzzi, d.l. n. 158 del 2012, e l’art. 7, comma 3, della Legge n. 24 del 2017 non possono ritenersi, in assenza di specifica disposizione transitoria, non contenuta né nella stessa legge n. 189 del 2012 o nella successiva legge n. 24 del 2017, avere efficacia retroattiva. Esse pertanto, conformemente all’art. 11 delle disp. Prel. Cod. civ. regolano unicamente fattispecie verificatesi successivamente alla loro entrata in vigore.
Al contrario invece, l’art. 3 comma 3 della legge 189/2012 (legge Balduzzi, sul punto confermata dalla legge 24/2017) è applicabile a tutti i processi in corso, anche se il danno si è verificato prima dell’entrata in vigore della Legge.
Di conseguenza i principi di diritto formulati dalla Corte sono i seguenti:
“Le norme sostanziali contenute nella L. n. 189 del 2012, al pari di quelle di cui alla L. n. 24 del 2017, non hanno portata retroattiva, e non possono applicarsi ai fatti avvenuti in epoca precedente alla loro entrata in vigore, a differenza di quelle che, richiamando gli artt. 138 e 139 codice delle assicurazioni private in punto di liquidazione del danno, sono di immediata applicazione anche ai fatti pregressi”.
(sentenza n. 28994 dell’11 novembre 2019)
“Non intervenendo a modificare con efficacia retroattiva gli elementi costitutivi della fattispecie legale della responsabilità civile (negando od impedendo il risarcimento di conseguenze-dannose già realizzatisi), l'art. 3, comma 3, del decreto legge 13 settembre 2012 n. 138, convertito, con modificazioni, nella legge 8 novembre 2012 n. 189 (cd. legge Balduzzi che dispone l'applicazione, nelle controversie concernenti la responsabilità - contrattuale od extracontrattuale per esercizio della professione sanitaria, del criterio di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale secondo le Tabelle elaborate in base agli artt. 138 e 139 del CAD - criteri di liquidazione del danno non patrimoniale, confermati anche dalla successiva legge 8.3.2017 n. 24 cd. Gelli -Bianco), trova diretta applicazione in tutti i casi in cui il Giudice sia chiamato a fare applicazione, in pendenza del giudizio, del criterio di liquidazione equitativa del danno non patrimoniale, con il solo limite della formazione del giudicato interno sul "quantum". Non è ostativa, infatti, la circostanza che la condotta illecita sia stata commessa, ed il danno si sia prodotto, anteriormente alla entrata in vigore della legge, o che l'azione risarcitoria sia stata promossa prima dell'entrata in vigore del predetto decreto legge; né può configurarsi una ingiustificata disparità di trattamento tra i giudizi ormai conclusi ed i giudizi pendenti, atteso che proprio e soltanto la definizione del giudizio - e la formazione del giudicato - preclude una modifica retroattiva della regola giudiziale a tutela della autonomia della funzione giudiziaria e del riparto delle attribuzioni al potere legislativo e al potere giudiziario. Neppure può ravvisarsi una lesione del legittimo affidamento in ordine alla determinazione del valore monetario del danno non patrimoniale, in quanto il potere discrezionale di liquidazione equitativa del danno, riservato al Giudice di merito, si colloca su un piano distinto e comunque al di fuori della fattispecie legale della responsabilità civile: la norma sopravvenuta non ha, infatti, modificato gli effetti giuridici che la legge preesistente ricollega alla condotta illecita, né ha inciso sulla esistenza e sulla conformazione del diritto al risarcimento del danno insorto a seguito del perfezionamento della fattispecie.
(sentenza 288990 dell’11 novembre 2019).
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