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Timestamp: 2019-08-22 13:22:13+00:00
Document Index: 21663186

Matched Legal Cases: ['art. 28', 'art 104', 'art 101', 'art. 2', 'art. 13', 'art. 5']

Paderno 7.0 On Air – La Voce di Paderno Dugnano | “CONSIGLI LEGALI”, LA RESPONSABILITÀ DEI MAGISTRATI. PERCHÉ NON PAGARE PER LE INGIUSTIZIE COMMESSE?
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26/03/2014 , Avv. Alessandra Landro, Lascia un commento
L’articolo di questo mese prende spunto dall’incontro dedicato ad Enzo Tortora, che Paderno 7.0 On Air ha organizzato Mercoledì scorso con il patrocinio del Comune di Paderno Dugnano. La domanda che sorge spontanea a chiunque discuta della vicenda di Enzo Tortora è: CHI HA PAGATO PER GLI ERRORI COMMESSI E PER L’IMMENSO DOLORE INFLITTO AD UN INNOCENTE? È triste dovervi dire che i responsabili ne sono usciti totalmente indenni.
Le azioni intraprese dai familiari del noto conduttore televisivo e dalla fondazione che ne porta il nome sono stati respinti. Non hanno pagato gli inquirenti che, in tutta fretta, hanno provveduto al suo arresto e a trattenerlo in carcere, né i requirenti che si sono occupati della sua istruttoria. Il Consiglio Superiore della Magistratura, unico organo costituzionalmente deputato a comminare le sanzioni disciplinari ai magistrati, non ha ravvisato alcuna responsabilità in capo a nessuno dei soggetti coinvolti, archiviando il caso.
Lo stesso Tortora si era impegnato nel promuovere un referendum tenutosi nel 1987 affinché i magistrati potessero essere chiamati a rispondere non già degli “errori giudiziari”, ma dei danni procurati ai cittadini per colpevole leggerezza, imperizia e negligenza. Il referendum fu vinto con oltre l’80% di “sì”, ma un Parlamento corrivo con la corporazione togata si affrettò a tradire quel voto, varando una legge (13 Aprile 1988, n. 117, cd. Vassalli) tuttora in vigore, che ammette il risarcimento solo in casi eccezionali e a carico dello Stato e con limitata possibilità di rivalsa nei confronti del giudice, ma rende di fatto non esercitabile l’azione risarcitoria da parte dei cittadini. Una legge, dunque, di per sé inadeguata e comunque inapplicata.
Come tutti sapete, il Codice Civile impone a chiunque commetta un fatto doloso o colposo che cagioni ad altri un danno ingiusto, l’obbligo di risarcire il danno. La responsabilità civile dei magistrati, tuttavia, in tutti i più importanti Stati democratici è sottoposta a un regime giuridico differenziato rispetto a quella dei privati: negli ordinamenti di common law (USA, UK, Canada) godono addirittura dell’immunità assoluta, in molti Paesi Europei (Francia, Belgio, Germania) il danneggiato non può agire direttamente nei confronti del Giudice, ma gli è consentito agire contro lo Stato, il quale a sua volta ha una limitata possibilità di rivalersi nei confronti del magistrato. Analogamente a quanto avviene negli altri principali ordinamenti di civil law, la nostra Costituzione, all’art. 28, prescrive la responsabilità giuridica dei funzionari dello Stato per gli atti compiuti nell’ambito della loro attività. Disponendo che tale responsabilità si esprime «secondo le leggi penali, civili e amministrative», esso consente però di limitarla, qualificando la compatibilità con la Costituzione di regimi differenziati di responsabilità per categorie o situazioni.
Anche la Corte Costituzionale ha sottolineato che la «singolarità della funzione giurisdizionale, la natura dei provvedimenti giudiziali, la stessa posizione super partes del magistrato possono suggerire… Condizioni e limiti alla sua responsabilità; ma non sono tali da legittimarne, per ipotesi, una negazione totale». La Costituzione sancisce, poi, che la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere (art 104) o interesse estraneo alla giurisdizione, proprio al fine di assicurare che la posizione super partes del magistrato si a sempre volta al corretto esercizio della sua alta funzione e, perciò, i Giudici sono soggetti soltanto alla legge (art 101).
Predetti assunti, a mio parere, in linea di principio, non escludono l’affermazione della responsabilità civile dei magistrati. La legge Vassalli,intitolata appunto «risarcimento dei danni cagionati nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e responsabilità civile dei magistrati» ha cercato di conciliare i due suddetti principi, stabilendo che:
- Art. 1 “Chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che derivino da privazione della libertà personale”.
- Tuttavia, è esclusa in ogni caso la responsabilità per danni lamentati da una parte a causa dell’attività di interpretazione di norme di diritto e dell’attività di valutazione del fatto e delle prove (cosiddetta “clausola di salvaguardia”) (art. 2, comma 2)
- Art 4: L’azione di risarcimento del danno contro lo stato può essere esercitata soltanto quando siano stati esperiti i mezzi ordinari di impugnazione previsti avverso i provvedimenti cautelari e sommari, e comunque quando non siano più possibili la modifica o la revoca del provvedimento ovvero, se tali rimedi non sono previsti, quando sia esaurito il grado del procedimento nell’ambito del quale si è verificato il fatto che ha cagionato il danno. La domanda deve essere proposta a pena di decadenza entro due anni che decorrono dal momento in cui l’azione è esperibile.
La parte può agire direttamente contro il magistrato solo nel caso in cui il danno sia derivato da un fatto che costituisce reato (art. 13), purché si attivi anche nel processo penale contro il magistrato medesimo, costituendosi parte civile per richiedere già in quella sede il ristoro dei danni subiti. Inoltre, vi è il “filtro” costituito dal giudizio di ammissibilità (art. 5): il tribunale competente a pronunciarsi sull’azione risarcitoria contro lo Stato dichiara, infatti, inammissibile la domanda «quando non sono stati rispettati i termini o i presupposti indicati dagli articoli 2, 3 e 4 ovvero quando è manifestamente infondata».
Sia la legge previgente che l’attuale prevedono poi un limite alla restituzione allo Stato da parte del magistrato: fino a un terzo dello stipendio annuo (la legge del 1988) e nella misura di uno stipendio annuo (la legge nuova). Insomma, lo Stato può pagare 100 milioni di euro per via di un errore commesso dal magistrato; ma questi gli restituisce al massimo 60.000 euro (in media il suo stipendio annuo).
Questo è inaccettabile. Nessun cittadino gode di una tutela del genere: così come paga il medico che lascia la pinza nella pancia del paziente o l’ingegnere che sbaglia i calcoli del cemento armato causando il crollo di un ponte, perchè non vale la stessa regola per i togati?
A seguito di uno studio sull’applicazione della legge (1988-2004), sono stati rinvenuti solo 6 casi in cui è stata ammessa l’azione contro lo Stato, dei quali solo 2 pervenuti ad una condanna a carico dello Stato. La scarna casistica non era dipesa dalle rare azioni di risarcimento, anzi frequenti, quanto invece dall’interpretazione restrittiva sull’ammissibilità, così falcidiando le azioni alla radice. In sintesi la legge n. 117/88 e la giurisprudenza sono restrittive. Ciò rende quasi impossibile arrivare ad accertare la responsabilità civile (comunque indiretta) del magistrato.
Visti i risultati insoddisfacenti della legge Vassalli, anche la Corte di Giustizia dell’UE si è pronunciata svariate volte, avviando una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia: da un lato, per avere escluso qualsiasi responsabilità dello Stato per i danni causati a singoli qualora la violazione del diritto dell’Unione derivi da un’interpretazione di norme di diritto o dalla valutazione di fatti e di prove; dall’altro, di aver limitato la possibilità di invocare tale responsabilità ai soli casi di dolo o colpa grave.
Il principio di responsabilità non mina l’autonomia della magistratura ma la rafforza, ancorandola a un “nomos” riconosciuto, se ben determinato e definito.
Quella di Tortora è una storia che vale per tutti, è la storia giudiziaria di un uomo innocente rimasto imbrigliato nelle pieghe di una giustizia ingiusta, che ha voluto combattere con tutte le sue forze per far emergere la verità, per riabilitare il suo nome e la sua dignità, che ha rinunciato all’immunità di parlamentare europeo consegnandosi spontaneamente alle forze dell’ordine per proseguire la sua battaglia contro un macroscopico errore giudiziario e lo ha fatto per dare voce a tutti coloro che sono stati e saranno vittime di vicende similari. Il problema non è risolto, sebbene oggi nessuno ne parli più: i telegiornali preferiscono fare audience con rubriche di cucina e gossip, i talk show e i giornali tacciono, eppure in Italia molti innocenti vengono incarcerati per errori giudiziari. E’ doveroso non dimenticare la vicenda di Tortora (come di tutti gli innocenti che tutt’oggi vivono lo stesso dramma) e la sua lotta, perché ancora oggi, dopo 30 anni, la situazione è immutata, il Parlamento per 30 anni è rimasto immobile anche da questo punto di vista.
Vorrei lasciarvi con una dichiarazione che Tortora rese anni fa al quotidiano “La Stampa”: «Ricordatevi che ciò che è accaduto a me può accadere, in qualsiasi momento, a ciascuno di voi».
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