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Caso Lorito: depositate le motivazioni
30 giugno 2010 in Delirio sicuritario, L'altra città, Sostanze & lavoro | Tags: carabinieri, carlo lorito, cocaina, delirio sicuritario, diego deste | Lascia un commento
Il Piccolo, 30 giugno 2010
CONDANNATO A 2 ANNI CON LA CONDIZIONALE: DEPOSITATE LE MOTIVAZIONI
«Lorito spendeva 800 euro al mese al Lotto»
Secondo i giudici il vicequestore assumeva abitualmente cocaina ed era in crisi finanziaria
In nome del popolo italiano i giudici del Tribunale di Trieste hanno dichiarato il vice questore Carlo Lorito «propenso al consumo di stupefacenti, in particolare cocaina». Lo si legge nelle motivazioni della sentenza con cui il dirigente della Polizia di Stato sospeso da quasi tre anni dal servizio, e il cui pensionamento è questione di pochi giorni, è stato condannato a due anni di carcere con la condizionale. Era accusato di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio e favoreggiamento. Ha fornito a spacciatori con cui era entrato in rapporti informazioni adatte a eludere l’inchiesta che li coinvolgeva e in cambio ha ottenuto cocaina.
Nelle 138 pagine redatte dai giudici Luigi Dainotti, Angela Gianelli e Francesco Antoni, vengono ripercorse tutte le tappe della clamorosa vicenda emersa pubblicamente il giorno dell’arresto del dirigente di polizia. Era il 16 novembre 2007.
Tutto il dibattimento – in cui erano coinvolti due altri imputati, Fabio Novacco e Andrea Sauro, anch’essi condannati rispettivamente a quattro anni e due anni di carcere – è ruotato attorno all’affare Lorito. Un capitolo della sentenza di condanna è dedicato proprio alla personalità di Carlo Lorito. Si evince «la figura di un uomo, di un funzionario di polizia, dotato sì di personalità e carisma, che però piega costantemente al soddisfacimento dei propri personali interessi. Indubbiamente nell’arco di tempo illuminato dalle indagini compiute, il Lorito ha attraversato un periodo per molti versi non facile, caratterizzato da una crisi di liquidità finanziaria, da una marcata propensione al gioco, nonché da un abituale consumo di sostanze stupefacenti». Questo scrivono i magistrati del Tribunale per soffermarsi poi sulle singole voci. Crisi di soldi, propensione al gioco, consumo di stupefacenti.
Lorito prima dell’arresto guadagnava 3.508 euro netti al mese, ma ne percepiva nella busta paga soli 2.807, più gli straordinari. La differenza veniva prelevata automaticamente alla fonte per coprire mese dopo mese due prestiti. La «forte propensione al gioco», come si legge nella sentenza, è direttamente collegata nella prospettazione del Tribunale a «puntatine sui cavalli e al gioco del Lotto a cui Lorito nell’ultimo periodo arrivava a destinare circa 800 euro al mese». Questa propensione nella sentenza viene ritenuta «evidentemente cagione di costanti e ingenti esborsi economici«, posto che Gerry Baglieri, il tabaccaio di Gorizia di cui il vicequestore era cliente, «non ha ricordato vincite significative da parte del Lorito».
La terza voce è rappresentata dal consumo di stupefacenti, sempre negato dall’imputato. «Che Lorito fosse un abituale assuntore di cocaina è stato dimostrato nel processo con una evidenza che non si stenta a definire solare e schiacciante».
Il video della sniffata nella pescheria di Deste al Villaggio del pescatore
Il punto nodale dell’inchiesta e della condanna del vicequestore Carlo Lorito, è rappresentato dalla ripresa video effettuata il 15 novembre 2007 nel retrobottega della pescheria del Villaggio del pescatore in cui lavorava Diego Deste. Ecco come la sentenza ripercorre quell’episodio. «Il filmato mostra il Lorito che riceve una dose di cocaina e la ripone nel portafoglio; poi ”sniffa” un’altra dose di polvere bianca da lui stesa su un foglio di carta. Questa condotta – scrivono i tre magistrati – fa seguito a una conversazione nella quale il Lorito, come altre volte, aveva chiesto a Diego Deste il ’regalino’ di stupefacente con le consuete espressioni allusive».
Parecchie pagine sono dedicate ai rapporti tra il vicequestore e il suo principale accusatore. «I rapporti tra Diego Deste e Lorito si erano intensificati dopo l’incendio capitato a una pescheria di Sistiana. Per le indagini erano stati interrogati dagli inquirenti tutti i suoi familiari ma non lui e questo lo aveva indotto a ritenere che gli investigatori lo ritenessero l’autore dell’incendio. Aveva allora chiesto informazioni al Lorito se poteva vedere come mai c’erano questi interrogatori. Lorito lo aveva rassicurato dicendogli che avrebbe pensato lui a informarsi aggiungendo di stare attento a non parlare troppo al telefono perché verosimilmente era intercettato».
BLITZ DELL’ARMA A CORMONS
Carabiniere arrestato, era a capo di una gang di ladri
Rubavano gasolio nelle aziende. In manette anche quattro complici, di cui due minorenni
Prosegue l’indagine per individuare gli autori dei colpi nelle villette
Sorpresi in flagranza mentre versavano il carburante in una cisterna
CORMONS Smessa la divisa di carabiniere, si dedicava con quattro complici al furto di gasolio. Ma è stato pizzicato dagli stessi colleghi dell’Arma ed ora si trova rinchiuso in carcere, assieme ai complici, con l’accusa di furto aggravato. Si tratta di due giovani di nazionalità romena, due italiani tra cui una donna. Dei quattro arrestati due sono minorenni.
La gang si era specializzata in furti di gasolio che rubavano dalle cisterne di aziende, anche agricole, in varie parti dell’Isontino e poi rivendevano a prezzo stracciato. Si sa che il carabiniere arrestato, di cui non sono state fornite le generalità, è vicentino d’origine, presta servizio a Gorizia e risiede a Cormons.
L’arresto è avvenuto l’altra notte a Cormons. I ladri verso l’1.30 sono stati colti in flagranza mentre versavano il gasolio rubato in una cisterna che si trovava dislocata nel parcheggio interno della pizzeria ”Napoli Express”, in via Vino della Pace, i cui titolari sono completamente estranei alla vicenda.
I militari dell’Arma da giorni erano sulle tracce dei ladri e l’altra notte hanno teso la trappola con uno spiegamento di forze che comprendeva uomini del reparto operativo del Comando provinciale, della Compagnia di Gradisca e della stazione di Cormons.
Una volta fermato, il carabiniere-ladro è andato in escandescenze tanto che per calmarlo è stato richiesto l’intervento del 118 e un’ambulanza dal vicino Distretto sanitario di viale Venezia Giulia è accorsa sul posto. I sanitari hanno provveduto a calmarlo.
L’arresto dei ladri è stato confermato dalla Procura della Repubblica pur senza fornire ulteriori particolari. L’indagine è coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica dottor Enrico Pavone che, probabilmente oggi, chiederà al giudice delle indagini preliminari la convalida della custodia cautelare e anche il mantenimento in carcere degli arrestati maggiorenni, mentre per quanto riguarda i minorenni sarà la Procura dei minori di Trieste a decidere. Il gip avrà, poi, 48 ore di tempo per fissare l’udienza di convalida e decidere sull’arresto del carabiniere e dei suoi complici.
Erano giorni che l’Arma stava effettuando particolari controlli su tutto il territorio cormonese non solo per prevenire i furti, ma anche per identificare gli autori dei numerosi furti che sono stati commessi nelle ultime settimane nel Cormonese e che hanno destato preoccupazione nella popolazione. Ladri temerari che sono entrati nelle villette mentre i proprietari dormivano, alcuni sono stati stati sorpresi e sono riusciti a fuggire. In molti dei casi sono riusciti a portare a termine il colpo rubando soldi e gioielli.
L’indagine della Procura dovrà accertare se la banda arrestata l’altra notte ha compiuto furti nelle abitazioni oppure se questi sono opera di altri malviventi.
Intanto martedì prossimo, con rito direttissimo, sarà giudicato Josè Gasparato, il quarantenne sorpreso a rubare all’interno di un’auto dopo averne rotto il finestrino. L’uomo si trova attualmente agli arresti domiciliari.
CORMONS. IL GASOLIO RUBATO VENIVA RIVENDUTO A 50 CENTESIMI IL LITRO
Furti, al carabiniere concessi i domiciliari
È stato sospeso dall’Arma. Il giudice ha rimesso in libertà gli altri componenti della banda
CORMONS Gli arresti sono stati convalidati delle indagini preliminari ma nessuno della banda del gasolio è rimasto in carcere. Anche il carabiniere – E. M., di 49 anni, le sue iniziali – ha lasciato ieri pomeriggio la casa circondariale di via Barzellini: il giudice gli ha concesso gli arresti domiciliari che sconterà nella sua abitazione cormonese. Libera invece la donna romena, mentre il complice ha l’obbligo della firma. Liberi a questo punto anche i due minorenni, che erano con i tre maggiorenni quando sono stati sorpresi nella notte tra lunedì e martedì dai carabinieri con 300 litri di gasolio appena rubato da un’azienda vinicola e da una ditta di verniciatura. Tutti restano, comunque indagati, per furto aggravato.
Il carabiniere, che era in forza a Gorizia anche se da alcuni mesi si trovava a riposo, è stato sospeso dall’Arma. Un provvedimento praticamente automatico dinanzi a un fatto così grave.
Le indagini, coordinate dal pm Enrico Pavone, continuano per verificare se la banda è responsabile anche dei numerosi furti compiuti nel Cormonese in questi ultimi mesi. Quello che è certo che il gruppo si era dedicato in particolare al furto di gasolio, che veniva sottratto dalle cisterne che si trovavano in molte aziende della zona. L’altra notte stavano versando in un capiente contenitore 300 litri di gasolio. Ma questa è una piccola parte di carburante rubato. Solo un’azienda agricola di Angoris aveva denunciato nelle settimane scorso un furto di ben 1000 litri di gasolio dalle cisterne in loro dotazione.
Gasolio che i malviventi in gran parte rivendevano a 50 centesimi al litro sul mercato clandestino e ad automobilisti compiacenti ben contenti di pagare la metà il carburante. Ma rischiano: se venissero scoperti scatterebbe per loro la denuncia di ricettazione.
I carabinieri, coordinati dal Comando provinciale diretto dal ten. col. Roberto Zuliani, da tempo erano sulle tracce dei ladri e la rete dispiegata l’altra notte ha dato i suoi frutti. Quando il gruppo si è presentato nel parcheggio della pizzeria ”Bella Napoli” – estranea comunque ai fatti .- per versare il gasolio rubato in una cisterna, sono stati bloccati dai carabinieri.
Caso Lorito in manette un teste dell’accusa
29 maggio 2009 in Delirio sicuritario, L'altra città | Tags: carlo lorito, cocaina, maurizio tuccio, monfalcone, polizia | Lascia un commento
Caso Lorito, in manette un teste dell’accusa
Maurizio Tuccio, ex investigatore della mobile, coinvolto in un traffico di coca tra Istria e Trieste
L’ex poliziotto è stato trasferito nel carcere di via Spalato a Udine
Durante la deposizione resa in aula aveva parlato della discoteca Babylon
Il provvedimento di custodia cautelare emesso dal pm Tito. Traffico di droga gestito da albanesi
Maurizio Tuccio, 50 anni, già investigatore della squadra mobile, ma da tempo in pensione, è stato arrestato ieri nelle prime ore del mattino. I colleghi gli hanno notificato l’ordine di custodia cautelare emesso dalla Procura della Repubblica di Trieste nell’ambito dell’inchiesta su un traffico di coca tra l’Istria e Trieste, gestito principalmente da albanesi. Poi l’ex investigatore è stato trasferito sotto scorta nel carcere di Udine. Una precauzione dovuta perché al Coroneo potrebbe incontrare qualche suo vecchio ”cliente”.
La notizia dell’arresto si è diffusa con grande velocità tra gli ex colleghi anche perché Maurizio Tuccio alcuni mesi fa era stato sentito come testimone nel processo che vede sul banco degli imputati Carlo Lorito, già al vertice delle squadre mobili di Trieste e Gorizia e oggi accusato di corruzione e di rivelazione di segreti investigativi. In cambio di droga, secondo l’ipotesi della Procura, avrebbe agevolato alcuni trafficanti informandoli delle mosse della questura di Trieste. «Tutto falso. Sono innocente e non ho mai usato cocaina» ha sempre ribattuto il vice questore, sospeso dal servizio dal novembre 2007.
Nel processo Lorito, che si sta svolgendo da mesi a Trieste, il nome di Maurizio Tuccio era inserito nell’elenco dei testimoni dell’accusa, citati in aula dal pm Lucia Baldovin. Gli era stato attribuito il numero 26 e aveva raccontato la sua ”verità” al presidente Luigi Dainotti nell’udienza del 27 novembre scorso. Nella stessa data era stato sentito in aula anche suo fratello Roberto Tuccio, gestore con Fabio Novacco e Giusto Andrea del «Babylon» di via Costalunga, il locale notturno-discoteca, bruciato nella notte del 29 luglio 2003. Fabio Novacco è uno degli altri imputati del processo Lorito, dopo essere stato per anni uno degli informatori della squadra mobile di Trieste.
In quella udienza era emerso che una organizzazione mafiosa è attiva in Istria dove gestisce negozi, locali notturni e alberghi. Questa organizzazione aveva tentato lo sbarco a Trieste e – secondo accreditate ipotesi investigative – ha anche incendiato la discoteca «Babylon» perché i gestori si erano rifiutati di cedere il locale.
Secondo la Procura già all’epoca Carlo Lorito, che da tempo lavorava alla Questura di Gorizia, aveva tentato di inserirsi nell’inchiesta sull’incendio del locale di via Costalunga e sui tentativi di sbarco dell’organizzazione mafiosa a Trieste.
Il suo «interessamento» sarebbe stato sospetto perché al di fuori della competenze territoriali. L’udienza, anzi le dichiarazioni dei due fratelli Tuccio, citati dall’accusa, hanno rimosso questi dubbi, questi pesanti sospetti, nonostante che dalle intercettazioni telefoniche effettuate all’epoca, fosse emersa la presenza di un certo «zio Carlo».
Vero è che in quella lontana indagine, diretta anch’essa dal pm Lucia Baldovin, Fabio Novacco ha avuto il ruolo di informatore e Carlo Lorito l’ha presentato con le debita prudenza ai colleghi triestini per far luce proprio sullo sbarco in città della famiglia mafiosa insediata in Istria. Era scontato che «lo zio Carlo» all’epoca parlasse con la sua fonte coperta. Va aggiunto che uno dei componenti della famiglia mafiosa era stato anche indagato per l’incendio del «Babylon» su cui voleva mettere le mani per conto dell’organizzazione. Sono noti il nome e il cognome ma l’inchiesta avviata dai carabinieri, ha segnato il passo e si è conclusa con un nulla di fatto. Carlo Lorito aveva offerto agli investigatori dell’Arma la collaborazione dell’informatore che lui ben conosceva. Identico supporto era venuto della sezione di Trieste dello Sco, il Servizio centrale operativo.
«Non mi risulta che Novacco abbia fatto uso di droga»
L’arrestato era stato sentito in aula il 17 novembre su iniziativa del pm Baldovin
Il processo è arrivato alla svolta: l’8 giugno toccherà al pescivendolo Deste dire la sua verità
«Conosco Fabio Novacco perché l’avevo arrestato quando facevo il poliziotto. Saranno passati quindici anni, forse più. Era un’inchiesta per traffico di droga».
Maurizio Tuccio, l’ex poliziotto arrestato per traffico di cocaina su ordine del pm Raffaele Tito, il 27 novembre 2008 aveva iniziato con queste parole a rispondere alle domande della rappresentante dell’accusa che lo aveva citato in aula.
Poi aveva escluso che lo stesso Fabio Novacco, per quanto era a sua conoscenza, facesse uso di cocaina. «Non ha mai consumato droga davanti a lei?» gli aveva chiesto il pm Lucia Baldovin e Maurizio Tuccio aveva risposto: «No, assolutamente».
Si era poi accesa tra le parti una schermaglia sul fatto che qualcuno potesse immaginare che Novacco facesse uso di droga. «Il 14 gennaio 2008 lei signor Tuccio aveva detto di averlo immaginato» aveva incalzato l’accusa. «Uno può immaginare tutto, ma da qui a essere vero ci passa» aveva risposto l’ex poliziotto slalomando tra prima e seconda ”verità”.
Poi l’interrogatorio si era spostato sulla vicenda del Babylon e Maurizio Tuccio aveva sostenuto di «non aver mai partecipato alla conduzione della discoteca di via Costalunga, gestista tra gli altri da mio fratello Roberto e da Fabio Novacco». Allo stesso tempo però aveva ammesso di fronte ai giudici di essere stato a conoscenza che il terzo socio, Andrea Giusto, aveva deciso di non rinnovare il contratto di affitto del locale. Aveva fatto infine il nome di chi si interessava a rilevare la discoteca e aveva detto di essere entrato in simpatia con questa persona che voleva intruffolarsi nella società». Infine aveva ammesso di aver partecipato alla cena di inaugurazione del Babylon di Lignano, a cui erano stati invitati da Fabio Novacco e dagli altri soci, alcuni funzionari e dirigenti della polizia.
L’arresto per traffico di cocaina dell’ex agente della mobile di Trieste cade in un momento caldo del processo Lorito anche se tra le due vicende formalmente non esiste alcun nesso, alcuna connessione. Ma a nessuno sfugge che l’impatto emozionale di questo tintinnio di manette, è molto forte. L’8 giugno infatti è in calendario l’interrogatorio del pescivendolo Diego Deste, il principale accusatore di Lorito. E verrà sentito anche l’albergatore Orazio Di Marco, indagato a Gorizia e in in stretti rapporti in passato con quelll squadra mobile. (c.e.)
Il Piccolo, 31 maggio 2009
VICEQUESTORE A PORDENONE
Poliziotto rinviato a giudizio Testimoniò al processo Lorito
Maurizio Ferrara nei guai per droga: l’indagine partita da una discoteca di Lignano
Il vicequestore aggiunto Maurizio Ferrara, attualmente in servizio alla Questura di Pordenone, è stato rinviato a giudizio per concorso in detenzione ai fini di spaccio. Era coinvolto in un’indagine su un traffico di cocaina attorno alla discoteca Babylon di Lignano.
Pochi giorni fa lo stesso funzionario di polizia era comparso come teste nell’ultima udienza del processo a carico di Carlo Lorito.
Una situazione che ha qualche analogia con quella dell’ex agente Maurizio Tuccio. Che proprio l’altro ieri è stato interrogato dal pm Raffaele Tito, il magistrato che aveva chiesto il suo arresto perché ritenuto legato a un traffico di droga tra l’Istria e Trieste gestito da una banda albanese. «Ha chiarito la sua posizione e ha cercato di collaborare alle indagini e si è reso disponibile. Per questo ho presentato un’istanza di scarcerazione o eventualmente di detenzione ai domiciliari», ha dichiarato al termine dell’interrogatorio il difensore Raffaele Leo. Una risposta a questa istanza dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. La decisione spetta al giudice Tomassini, ma per la legge occorrerà l’assenso del pm.
Maurizio Tuccio alcuni mesi fa era stato sentito come testimone nel processo che vede sul banco degli imputati l’ex capo della squadra mobile Carlo Lorito. Il suo nome era inserito nell’elenco dei testimoni dell’accusa. Era stato ascoltato in aula lo scorso 27 novembre. Nella stessa data era stato sentito anche il fratello Roberto, gestore con Fabio Novacco e Giusto Andrea del Babylon di via Costalunga, il locale bruciato nella notte del 29 luglio 2003. Tuccio aveva anche ammesso di aver partecipato alla cena di inaugurazione del Babylon di Lignano alla quale erano stati invitati da Fabio Novacco alcuni funzionari di polizia tra cui Carlo Lorito.
Il Piccolo, 08 giugno 2009
OGGI L’UDIENZA AL TRIBUNALE DI TRIESTE
Primo confronto tra Lorito e il suo accusatore
Stamane alle 9.30 il vicequestore Carlo Lorito e il suo accusatore, il pescivendolo Diego Deste si troveranno l’uno di fronte all’altro nell’aula 113 del Tribunale di Trieste. Sarà la prima volta che che si affronteranno su un piano di equità, con i difensori del funzionario di polizia finalmente in possesso di tutte le registrazioni telefoniche, ambientali e video, raccolte dalla Procura nell’estate-autunno del 2007.
Queste registrazioni, congiunte alle dichiarazioni rese da Deste negli uffici della squadra mobile di Trieste all’ispettore Alessandro Valerio, hanno consentito al giudice Massimo Tomassini di autorizzare il 16 novembre di quell’anno l’arresto di Lorito. L’istanza di custodia era stata presentata congiuntamente dai pm Lucia Baldovin e Raffaele Tito che almeno nella prima fase hanno gestito congiuntamente l’inchiesta. Poi questo onere, nella fase dell’istruttoria dibattimentale in aula ancora in corso, è rimasto alla sola Lucia Baldovin.
Il pescivendolo e il funzionario di polizia, prima in servizio a Trieste, poi dal 1993 a Gorizia, si erano già «incontrati» in un’ala di Giustizia il 7 gennaio 2008 nel corso dell’incidente probatorio chiesto e ottenuto dalla Procura per congelare e rendere inscalfibili nel processo che sarebbe venuto, le dichiarazioni accusatorie di Diego Deste.
L’udienza – a porte chiuse – si era svolta davanti al gip Massimo Tomassini: l’esito era stato controverso. I difensori del funzionario di polizia accusato di corruzione e di aver rivelato in cambio di cocaina alcuni segreti investigativi a spacciatori di droga, avevano sottolineato la ripetute contraddizioni in cui era incorso Deste. Nel corso del suo esame molti erano stati infatti i «non ricordo» e i silenzi dettati dalla «facoltà di non rispondere». Le date, gli orari, le circostanze che costituivano e costituiscono ancora significativi punti nodali dell’indagine che ha portato in carcere Lorito, erano stati citati talvolta in modo difforme da quanto lo stesso Deste aveva dichiarato in precedenza in Questura. «Siamo soddisfatti per l’esito dell’udienza» aveva affermato al termine dell’incidente probatorio snodatosi per otto ore i difensori di Lorito, gli avvocati Riccardo Seibold e Giorgio Borean.
Soddisfatta si era dichiarata indirettamente anche la Procura perché il testimone aveva a risposto tranquillamente alle domande, ribadendo le accuse, pur lasciando diverse zone d’ombra. Va ricordato che Diego Deste subito dopo era entrato in comunità per tentare di disintossicarsi dalla droga che da anni gli condizionava la vita e per il cui acquisto aveva speso svariate decine di migliaia di euro. Secondo l’accusa Deste ha rifornito di cocaina lo stesso Carlo Lorito e per queste cessioni il pescivendolo ha già chiuso il proprio «conto» con la legge. Ha patteggiato la pena di un anno di carcere con il beneficio della condizionale.
Come abbiamo detto, l’incidente probatorio non ha chiarito tutti gli aspetti di questa storia intricata. Anzi non mancano le zone d’ombra. Tant è che il presidente del Tribunale Luigi Dainotti ha accolto l’istanza di risentire il pescivendolo, presentata dai difensori del funzionario di polizia. Del resto già nell’ordinanza di custodia in carcere del 15 novembre 2007, il giudice Massimo Tomassini aveva scritto che sostanzialmente l’impianto accusatorio «è bisognoso di irrobustimento». Ora è venuto questo momento.
Riflettori puntati sulle intercettazioni telefoniche
La prossima udienza si terrà il 21 luglio
Processo Lorito, fa flop il superteste dell’accusa
Diego Deste, che spedì in carcere il funzionario di polizia, si è rifugiato in una selva di “non ricordo”
Testimonianze sconcertanti in quello che doveva essere il giorno della verità Il pescivendolo passava parte delle sue giornate in Questura a Trieste
Pesanti “j’accuse” lanciati verso la gestione di tutta l’inchiesta
Desolazione e macerie congiunti a pesantissimi «j’accuse» alla gestione dell’inchiesta e a profondissimi vuoti nella memoria del principale accusatore.
Doveva essere il giorno della verità nel processo che da un anno vede sul banco degli imputati il vice questore Carlo Lorito, accusato di corruzione e rivelazioni di segreti d’ufficio a spacciatori di droga. E il giorno della verità è stato perché Diego Deste, il supertestimone che con le sue dichiarazioni ha spedito in carcere il funzionario di polizia, ieri messo alle strette, non ha saputo fare di meglio che rifugiarsi in almeno il 70 per cento delle domande che gli venivano poste, in ripetuti «non ricordo».
Nonostante ciò il 30 per cento delle risposte date, ha fornito un quadro devastante per l’inchiesta.
E’ così emerso che Diego Deste tra l’ottobre e il novembre 2007 ha acquistato per sua stessa ammissione 50 grammi di cocaina: gliene sono stati sequestrati solo un grammo e mezzo nonostante il suo telefono cellulare fosse sempre intercettato dagli investigatori della mobile e lui passasse parte dei pomeriggi e delle serate o in Questura o in compagnia degli agenti suoi amici. «Ricordati che devo sequestrarti questa droga» afferma un investigatore in una chiamata intercettata. «Quando possiamo mandare qualcuno a prenderla? » «Domattina in pescheria» risponde Deste. Sta di fatto che invece di droga i poliziotti si trovano in mano un po’ di polvere di sapone. La cocaina è sparita. «Com’è con la fregatura che ci hai dato? Non è che ti spolveri e passi a noi il detersivo».
In un’altra intercettazione – valorizzata dai difensori di Lorito, gli avvocati Riccardo Seibold e Giorgio Borean, il pescivendolo afferma che «lui non è lo stupido che finisce in carcere. Io vi ho dato una mano e voi dovete darla a me». Quando però ieri gli è stato chiesto quale fosse questa «mano» Deste si è rifugiato in un «non ricordo». Identico blackout per la domanda su chi gli avesse fornito il lampeggiante blu in dotazione alle forze di polizia che lo stesso pescivendolo esibiva sulla sua Audi A3.
Si potrebbe continuare a lungo su queste strane interazioni ma l’attenzione ieri in aula si è soffermata a lungo su quanto è accaduto il 7 novembre 2007, quando l’inchiesta era alle ultime battute a e all’arresto del vicequestore mancavano solo dieci giorni.
Diego Deste in quel pomeriggio era stato interrogato in Procura. La sua auto l’aveva parcheggiata in via Cicerone. «Ero alterato, avevo bevuto molto- ha ammesso ieri in aula». All’altezza della stazione centrale poco dopo le 21,30 era incappato in un posto di blocco della polizia e gli agenti lo avevano bloccato. Alle 21.39 Deste invia un messaggio all’ispettore Alessandro Valerio, l’investigatore che in quei mesi è stato il suo angelo custode . Gli chiede di «fare qualcosa o mi mettono dentro, sono in stazione». Il capopattuglia si rifiuta di parlare al telefonino con uno sconosciuto. Ma la situazione miracolosamente si sbroglia. «Bevi quattro caffè» gli consiglia Valerio. «Io non li ho bevuti e sono andato a casa». Mentre guida il telefono funge da microfono e nel server della Procura viene registrata la voce del pescivendolo che canta mentre è al volante e dice a se stesso: «che bala che go». Al villaggio lo attende un pusher. Lui scende contromano per la strada provinciale ad altissima velocità, striscia la carrozzeria su un muro, paga e se ne va con la droga in tasca.
Quando Diego mi propose: «Aiutami a incastrarlo»
«Diego Deste mi ha proposto di accusare il vicequestore Carlo Lorito per rendere più credibili le sue parole. Temeva che la sua sola testimonianza non potesse essere sufficiente. Io non mi sono prestato». Lo ha affermato ieri Orazio Di Marco, il pensionato di San Pier d’Isonzo coinvolto in quest’inchiesta e finito per qualche giorno ai domiciliari nel dicembre 2007 con l’accusa di aver venduto droga a Deste. Lo stesso pensionato ha riferito al presidente Luigi Dainotti che Deste, mostrandogli cinquemila euro, gli aveva chiesto di procurargli due bombe da usare per distruggere la pescheria di Sistiana, già vittima di un incendio doloso nel luglio 2007. «Deste mi ha confessato di averla fatta bruciare lui, così come aveva dato fuoco a una pescheria della famiglia Grassilli dove anni prima lavorava come garzone».
Di Marco, rispondendo a una domanda dell’avvocato Federica Tosel, ha anche ammesso di aver fatto per un paio di volte uso di cocaina, ma non ha voluto dire se sia stato un informatore della polizia.
IL TRIBUNALE DI TRIESTE HA RESPINTO LA RICHIESTA DELLA DIFESA
Processo Lorito, le intercettazioni restano agli atti
Le intercettazioni sul caso Lorito restano agli atti. Almeno per ora.
Poco importa se mancano i verbali di inizio e di chiusura o se manca addirittura un file. O se perfino in un cd di quelli consegnati alla difesa una registrazione porti una data successiva rispetto all’inizio del processo.
Ieri mattina dopo una breve camera di consiglio la corte presieduta da Luigi Dainotti e composta dai giudici Francesco Antoni e Angela Giannelli ha respinto il poderoso dossier di eccezioni che l’avvocato Riccardo Seibold, difensore assieme al collega Giorgio Borean, dell’ex capo della Mobile di Trieste e Gorizia, ha illustrato per oltre un’ora.
Hanno ammesso, indirettamente, che poteva esserci stata forse un po’ di confusione nella gestione delle intercettazioni e probabilmente per questo è stato citato come teste nella prossima udienza del 6 ottobre il tecnico della ditta Radio Trevisan, Fabio Norbedo che aveva gestito tecnicamente gli ascolti. Ma i cd e il dvd con le immagini e l’audio di quella che l’accusa ritiene una «sniffata» di cocaina dell’ex capo della mobile nel retrobottega della pescheria di Diego Deste al Villaggio del Pescatore, sono e restano quelli. I «buchi neri», files scomparsi, messaggi «Sms» illeggibili praticamente non contano.
Eppure un dischetto – come ha osservato lo stesso avvocato Seibold riprendendo le dichiarazioni del perito Lucia Carrario – quando è stato consegnato non era nemmeno stato sigillato. Insomma, per i giudici non c’è stata nessuna irregolarità nelle riproduzioni delle immagini o della voce dell’ex capo della mobile e quello della difesa, riguardo a un’alterazione dei file, è rimasto solo e unicamente un sospetto.
Poi il sospetto è diventato quasi un’ invocazione, un appello con il deposito dell’ «eccezione» di almeno una ventina di pagine, prima della discussione finale. Ma non c’è stato nulla da fare. Nulla da fare per le intercettazioni che praticamente costituiscono un asse portante dell’accusa rappresentata dal pm Lucia Baldovin e nulla da fare anche riguardo alla richiesta di nullità dell’incidente probatorio in cui Diego Deste aveva accusato il funzionario di polizia proprio sulla base di quelle intercettazioni.
Per Lorito, la sensazione è quella di un processo diventato all’improvviso più difficile dopo una serie di udienze in cui la difesa aveva avuto un ruolo di primo piano. Ora è praticamente in salita.
I difensori alla fine dell’udienza non hanno nascosto la loro amarezza e delusione. L’ex capo della squadra mobile è rimasto imperturbabile per tutto il tempo. La partita non è chiusa. (c.b.)
Caso Lorito, amarezza e delusione della difesa
Il Tribunale ha deciso: le intercettazioni restano agli atti nonostante diverse lacune
Le intercettazioni sul caso Lorito restano agli atti. Almeno per ora. Poco importa se mancano i verbali di inizio e di chiusura o se manca addirittura un file. O se perfino in un cd di quelli consegnati alla difesa una registrazione porti una data successiva rispetto all’inizio del processo. Ieri mattina, dopo una breve camera di consiglio, il Tribunale, presieduto da Luigi Dainotti e composto dai giudici Francesco Antoni e Angela Giannelli, ha respinto il poderoso dossier di eccezioni che l’avvocato Riccardo Seibold, difensore assieme al collega Giorgio Borean, dell’ex capo della Mobile di Trieste e Gorizia, Carlo Lorito, ha illustrato per oltre un’ora.
Hanno ammesso, indirettamente, che poteva esserci stata forse un po’ di confusione nella gestione delle intercettazioni e probabilmente per questo è stato citato come teste nella prossima udienza del 6 ottobre il tecnico della ditta Radio Trevisan, Fabio Norbedo, che aveva gestito tecnicamente gli ascolti. Ma i cd e il dvd con le immagini e l’audio di quella che l’accusa ritiene una “sniffata” di cocaina del vicequestore nel retrobottega della pescheria di Diego Deste al Villaggio del Pescatore, sono e restano quelli.
I “buchi neri”, files scomparsi, messaggi “sms” illeggibili praticamente non contano. Eppure un dischetto – come ha osservato lo stesso avvocato Seibold riprendendo le dichiarazioni del perito, Lucia Carrario – quando è stato consegnato non era nemmeno stato sigillato. Insomma, per i giudici non c’è stata alcuna irregolarità nelle riproduzioni delle immagini o della voce dell’ex capo della Mobile e quello della difesa, riguardo a un’alterazione dei file, è rimasto solo e unicamente un sospetto.
Poi il sospetto è diventato quasi un’invocazione, un appello con il deposito dell’“eccezione” di almeno una ventina di pagine, prima della discussione finale. Ma non c’è stato nulla da fare. Nulla da fare per le intercettazioni che praticamente costituiscono un asse portante dell’accusa rappresentata dal pm, Lucia Baldovin, e nulla da fare anche riguardo alla richiesta di nullità dell’incidente probatorio in cui Diego Deste aveva accusato il funzionario di polizia proprio sulla base di quelle intercettazioni.
Per Lorito, la sensazione è quella di un processo diventato all’improvviso più difficile dopo una serie di udienze in cui la difesa aveva avuto un ruolo di primo piano. Ora è praticamente in salita. I difensori, alla fine dell’udienza, non hanno nascosto la loro amarezza e delusione. L’ex capo della squadra Mobile è rimasto imperturbabile per tutto il tempo. La partita non è chiusa. (c.b.)
Il Piccolo, 07 ottobre 2009
ENNESIMO COLPO DI SCENA NELL’AULA DEL TRIBUNALE DI TRIESTE
Processo Lorito, intercettazioni manipolate
I giudici ordinano che dal server della questura siano estratti i files originali
di CLAUDIO ERNÉ
C’è il fondato sospetto che siano state manipolate le più importanti intercettazioni audio che avrebbero dovuto «inchiodare» il vice questore Carlo Lorito, per lunghi anni responsabile dell’Anrticirimine e capo dlela Squadra mobile alla Questura di Gorizia.
Ieri i giudici del Tribunale presieduto da Luigi Dainotti hanno ordinato che dal server della Questura di Trieste siano estratti nuovi dischetti dei files numero 1085 e 1086, i più importanti di tutta l’inchiesta. Il dvd e il cd su cui finora hanno lavorato la Procura, i difensori, i periti e i consulenti tecnici, non sono gli originali e appaiono, incompleti e, in un caso, la data di riversamento dal server al dischetto non corrispondere a quella indicata nel relativo verbale di polizia.
La clamorosa svolta è stata determinata dal risultato della consulenza tecnica affidata dal difensori del dirigente di polizia accusato di corruzione e violazione del segreto d’ufficio, all’ingegner Martino Jerian, titolare della società «Amped srl». Questa ditta opera allo «Science Park» di Padriciano e da anni collaborata proprio nel settore del software audio e video con i carabinieri del Ris e con altri organismi investigativi impegnati nella videosorveglianza e nei fotosegnalamenti.
«Ho trovato parecchie cose strane in quei dischetti. Li ho analizzati con uno specifico programma. Alla matematica non si mente. Non si possono dire bugie…» ha affermato ieri l’ingegner Jerian interpellato nel suo ufficio.
In aula nella tardissima mattinata l’avvocato Riccardo Seibold che, con il collega Giorgio Borean, difende il vicequestore Carlo Lorito, ha sostenuto, riferendosi ai dischetti, «l’intervento della mano di un uomo». Secondo la legge i documenti forniti alla difesa e ai periti devono essere «cloni» dei files originari archiviati nel server della Questura dove sono «arrivati» nel corso delle intercettazioni.
Invece la consulenza tecnica dell’ingegner Martino Jerman ha dimostrato che nel dischetto della registrazione effettuata il 15 novembre 2007 nel retrobottega della pescheria di Diego Deste, il principale accusatore di Lorito, sono presenti due segmenti audio del tutto identici. Uno copia dell’altro. Sono inseriti a debita distanza di tempo nella registrazione per riempire quelle che gli stessi difensori hanno definito «zone di silenzio». Mancano inoltre su 84 minuti di registrazione video, ben 42 minuti di registrazione audio.
Di fronte a questi dati e alla relazione tecnica depositata dai difensori, anche il pm Lucia Baldovin non si è opposta al nuovo riversamento delle intercettazioni. Va aggiunto che anche il perito del Tribunale incaricato della trascrizione dei colloqui e delle intercettazioni ambientali, ha lavorato per alcuni mesi su questi files su cui grava il sospetto di manipolazione, un sospetto che la difesa del dirigente di polizia aveva sollevato fin dalle prime battute del processo.
Ma non basta. Gli interrogativi aumentano ulteriormente quando si esaminano le date. Un dischetto che avrebbe dovuto essere registrato nel dicembre del 2007, a pochi giorni dall’arresto del vicequestore, risulta invece masterizzato e fornito alla difesa appena nell’agosto del 2008. In altri termini parecchie udienze sono state affrontate «alla cieca» dai difensori di Carlo Lorito: il processo era iniziato nell’aprile del 2008 e la Procura aveva scelto il rito «immediato», quello in cui, secondo la legge, la prova della colpevolezza dovrebbe risultare evidente.
Giudici, avvocati, periti e imputati si ritroveranno in aula il 13 ottobre e in quella sede il Tribunale renderà noto il nome del perito incaricato di «scaricare» dal server della Questura i files originari, così come sono stati archiviati nel momento delle registrazione. Questi files originali verranno messi a confronto col contenuto dei dischetti forniti finora alle parti e ai periti. Poi si vedrà.
In apertura dell’udienza è stato sentito a lungo Fabio Norbedo, un tecnico della società «Radiotrevisan» la più importante ditta italiana nel settore delle intercettazioni. Produce apparecchi, li noleggia e li installa per varie forze di sicurezza. Dall’interrogatorio sono emerse dati interessanti ed inquietanti sulle modalità in cui vengono conservate le registrazioni.
Quelle effettuate automaticamente anche al di là dei tempi stabiliti dal Decreto di autorizzazione, secondo il tecnico vengono distrutte ma in aula ieri non è emerso con chiarezza in base a quali ordini e con quali procedure. «Il bersaglio viene chiuso e le sue conversazioni rimangono all’interno del server e non possono essere modificate. Dopo due mesi vengono cancellate…»
DICHIARAZIONI RESE IN AULA DALL’EX CAPO DELLA MOBILE DURANTE IL PROCESSO A SUO CARICO
Lorito attacca: «Indagini non rituali E io non sono mai stato un drogato»
«Indagini non rituali». «Elementi di suggestione». «Particolari rapporti con le fonti informative».
Carlo Lorito, il dirigente della Polizia accusato di corruzione e di rivelazione di segreti investigativi, ha bollato con queste tre definizioni l’inchiesta che nel novembre 2007 lo ha portato in carcere e che dalla primavera 2008 lo costringere sul banco degli imputati.
Ieri l’ex responsabile della squadre mobili di Trieste e di Gorizia ha preso brevemente la parola e dopo aver rifiutato di sottoporsi a interrogatorio, ha prima criticato il modo in cui la Procura ha gestito l’indagine. Poi ha affermato «di non essere mai venuto meno ai propri doveri d’ufficio e di non essere un drogato». «Più che le parole contano le prove» ha affermato Lorito parlando al microfono. Evidente in questa ultima frase la sottolineatura di quanto avrebbe dovuto emergere – secondo il pm Lucia Baldovin – nel corso dell’istruttoria dibattimentale, ma che al contrario, è rimasto a metà del guado. Molti i dubbi, parecchie le smentite, scontate le conferme.
Anche gli imputati minori- Fabio Novacco e Andrea Sauro- si sono rifiutati di rispondere alle domande del pm Lucia Baldovin. Novacco ha però annunciato che dirà qualcosa al termine della requisitoria dell’accusa.
Ieri poco prima delle 14 il presidente del Tribunale penale Luigi Dainotti, ha dichiarato chiusa l’istruttoria dibattimentale. Avrebbe dovuto prendere la parola il pm Lucia Baldovin ma il suo intervento è slittato a lunedì mattina, quando formulerà le richieste dell’accusa. «Parlerò per un paio d’ore, non di più» ha affermato il magistrato. Poi interverranno gli avvocati Laura Luzzato Guerini che ha assunto ieri al difesa di Andrea Sauro e Federica Tosel, avvocato di Fabio Novacco. Le ultime bordate verranno dagli avvocati Giorgio Borean e Riccardo Seibold che hanno assistito il vice questore fin dal 16 novembre 2007, quando Carlo Lorito era stato arrestato dai colleghi del Servizio centrale operativo nella sua abitazione. L’avevano rinchiuso per un paio d’ore al Commissariato di Opicina, poi l’avevano trasferito al secondo piano del Palazzo di Giustizia ed infine portato sotto scorta nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere.
Ieri questi dolorosi dettagli sono emersi nel corso dell’udienza perché la rappresentante dell’accusa ha cercato di far approdare al fascicolo del dibattimento il verbale dell’udienza in cui Carlo Lorito aveva rifiutato di farsi prelevare una ciocca di capelli da sottoporre ad analisi chimica per verificare l’eventuale presenza di cocaina. Lla richiesta è stata respinta dal presidente Dainotti. Al contrario appena liberato il vice questore ha voluto sottoporsi a questa prova in uno dei centri ufficiali incaricati delle analisi. E i medici hanno certificato la «non presenza» di cocaina con una certezza che arriva al settembre 2007 e che in qualche modo scompagina l’apparato accusatorio. Secondo la Procura Lorito aveva assunto cocaina il 15 novembre nel retrobottega del suo implacabile accusatore, il pescivendolo Diego Deste, poi sottoposto a una lunga cura dissintossicante. Ma i medici non ne hanno trovato i «segni». La sentenza potrebbe essere pronunciata martedì, ma si sta facendo strada la possibilità di uno slittamento a gennaio quando un’udienza potrebbe essere dedicata alle repliche.
Il Piccolo, 22 dicembre 2009
Il pm chiede 4 anni di carcere per Carlo Lorito
La droga e le intercettazioni al centro della requisitoria: «Cinque anni e 8 mesi per Novacco»
Quattro anni di carcere per il vicequestore Carlo Lorito. Cinque anni e otto mesi per Fabio Novacco. Diciotto mesi per Andrea Sauro.
Sono queste le pene chieste ieri dal pm Lucia Baldovin per i tre imputati del processo che ha preso il nome dal funzionario di polizia, già al vertice delle Squadre mobili di Trieste e di Gorizia. È accusato di corruzione e di rivelazione di segreti d’ufficio: avrebbe informato alcuni spacciatori di droga che le indagini li stavano lambendo e in cambio di queste informazioni avrebbe ricevuto della cocaina. Fabio Novacco è invece accusato di ripetuti episodi di spaccio, mentre Andrea Sauro deve rispondere di una cessione di cinque grammi di coca al pescivendolo Diego Deste, il supertestimone di questa inchiesta.
Su questi cinque grammi di polvere bianca la Procura ha dapprima ottenuto l’arresto di Carlo Lorito e ha poi incardinato tutta l’inchiesta. Anche ieri il pm Lucia Baldovin vi ha dedicato una parte significativa della sua requisitoria.
La polvere bianca è stata comprata in Istria da Andrea Sauro. Lo ha ammesso lui stesso nel corso di un drammatico interrogatorio svoltosi in ospedale dove il giovane operaio era stato appena operato. Aveva inghiottito la bustina appena gli investigatori si erano affacciati all’uscio della sua abitazione. L’intervento chirurgico aveva scongiurato altre conseguenze. Sauro giorni prima era stato filmato dagli inquirenti nel retrobottega della pescheria di Diego Deste, al Villaggio del pescatore, mentre gli cedeva la dose. Questa dose ha poi messo nei guai Lorito perché, come ha riferito ieri per la prima volta la rappresentante dell’accusa fornendo un buon numero di dettagli – il vice questore alle 15.22 del 15 novembre 2007 ha svuotato la bustina su un foglio di carta di formato A4, l’ha sminuzzata usando di taglio una carta di credito in plastica, ha arrotolato una banconota e ha aspirato col naso per tre volte. Altrettanto ha fatto il pescivendolo. Poi, sempre secondo il racconto del magistrato inquirente, Lorito ha raccolto l’ultima polvere rimasta sul foglio col polpastrello dell’indice e si è passato il dito in bocca. «Tutto è durato quattro minuti».
L’uso di questa polvere, di cui però nessuno conosce la purezza o meglio la quantità di ”principio attivo”, secondo il pm Lucia Baldovin è stato del tutto normale. Un gesto banale, avvenuto in un contesto lavorativo e non già in orario notturno, all’interno di una discoteca o di una trasgressione festaiola.
Il pm ha preso d’assalto anche le analisi fornite al Tribunale dai difensori. Queste analisi attestano che almeno dal settembre 2007 Carlo Lorito non ha fatto uso di cocaina e smentiscono che fosse droga la polvere bianca sniffata dal vicequestore durante le riprese effettuate dalla squadra mobile nel retrobottega della pescheria di Diego Deste.
«Sono state offerte all’imputato due possibilità di analisi. La prima a poche ore dall’arresto: la seconda nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. Lorito le ha rifiutate entrambe. Poi la sua compagna durante la deposizione in Tribunale ha affermato che il vice questore non aveva fiducia negli inquirenti, temeva che l’esito potesse essere falsato. Ma la Procura non ha consulenti falsi e i difensori potevano nominare un loro perito».
Il secondo punto, su cui la Procura ha fondato la richiesta delle tre condanne, è rappresentato dalle dichiarazioni del pescivendolo e dalle intercettazioni telefoniche. «Deste ha detto la verità, si è prestato a subire danni rilevanti, si è trovato su una gogna mediatica. Tutte le sue accuse sono state confermate dai riscontri investigativi».
Ma gli avvocati replicano: quella sniffata era finta
Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere Carlo Lorito aveva chiesto di essere sottoposto ad analisi. Lo aveva fatto poche ore dopo essere entrato in cella per dimostrare che non aveva fatto uso di cocaina. Lo hanno sostenuto ieri a margine dell’udienza i difensori del vice questore di cui la Procura poco prima aveva chiesto la condanna a quattro anni di carcere. Oggi gli avvocati Giorgio Borean e Riccardo Seibold parleranno a lungo in difesa del loro assistito: in dettaglio diranno che non esiste più il supporto originale delle registrazioni ambientali e telefoniche perché il server della Questura, gestito dalla ditta RadioTrevisan, è stato sostituito pochi giorni dopo l’arresto del funzionario di polizia. Diranno anche, com’era già avvenuto un anno fa nel corso dell’udienza del Tribunale del riesame, che il vicequestore ha simulato la sniffata di cocaina. Non ha inspirato ma soffiato col naso. Prova ne sono le analisi effettuate sui capelli del funzionario di polizia nel laboratorio di Padova. Di droga non c’è traccia. Ma non basta. Sarà confutata la credibilità del supertestimone Diego Deste, finito in questa inchiesta perché sospettato di aver incendiato la pescheria di Sistiana gestita da una società rivale. Oggi però il presidente Luigi Dainotti non pronuncerà l’annunciata sentenza. Tutto è rimandato a gennaio per le repliche e la camera di consiglio.
ALLE BATTUTE CONCLUSIVE IL PROCESSO A TRIESTE A CARICO DELL’EX CAPO DELLA MOBILE
«Indagine senza regole, Lorito va assolto»
«Carlo Lorito deve essere assolto». Lo hanno sostenuto ieri gli avvocati Giorgio Borean e Riccardo Seibold che hanno occupato con le loro appassionate arringhe l’intera udienza del Tribunale presieduto da Luigi Dainotti. I due legali del vicequestore ed ex capo della mobile di Gorizia accusato di corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio, e per il quale la Procura ha chiesto lunedì quattro anni di carcere, hanno passato ai raggi X l’inchiesta affidata agli investigatori della squadra mobile, in dettaglio all’ispettore Alessandro Valerio. Dalle loro parole è emerso un quadro inquietante della gestione delle indagini e del fascicolo dell’inchiesta dove ad esempio «all’udienza del Tribunale del riesame, svoltasi nel dicembre 2007, non sono state prodotte dalla Procura alcune prove testimoniali favorevoli all’indagato». In dettaglio non solo gli avvocati della difesa, ma anche i magistrati non hanno potuto conoscere quattro testimonianze e deliberare di conseguenza. Queste prove rimaste nel cassetto – ha affermato l’avvocato Borean – «hanno segnato tutto il processo». Si è trattato, secondo i difensori, di «una indagine senza regole, che ha portato a risultati aberranti». Ieri è emerso con chiarezza un errore fondamentale nelle trascrizioni delle intercettazioni ambientali volute dal pm Lucia Baldovin. Secondo il primo perito, Carlo Lorito durante un pranzo al Villaggio del Pescatore di Duino aveva risposto affermativamente alla domanda-trabocchetto fattagli dal supertestimone d’accusa Diego Deste. «Puoi vedere se il mio telefono è sotto controllo?» aveva chiesto il pescivendolo. La risposta, secondo la prima trascrizione, era stata: «L’ho già fatto». Al contrario, la seconda trascrizione chiesta a lungo dai difensori e concessa dal Tribunale ha rovesciato completamente il senso della frase. «Non si fa», ha invece affermato il vicequestore, rintuzzando la domanda. Lo dice la trascrizione effettuata dall’ispettore della polizia postale Luca Violino, perito del Tribunale. La differenza è sostanziale: nel primo caso l’intercettazione incastra l’ex capo delle squadre mobili di Trieste e Gorizia. Nel secondo lo scagiona completamente. Va aggiunto che Diego Deste un attimo dopo aveva tentato ancora di «portare sul ghiaccio» il vicequestore. «Ma come non lo fai? Non c’è una banca dati?». Carlo Lorito aveva risposto con sarcasmo, provocatoriamente. «Perché non chiedi queste informazioni a Trieste, all’amico tuo, Valerio?» Va aggiunto – come hanno sottolineato i difensori – che il supertestimone Deste, nell’interrogatorio in sede di incidente probatorio, per ben 260 volte si era trincerato dietro i «non ricordo», «non so», «forse», «mi pare».
I difensori hanno espresso tutti i propri dubbi sulla figura del supertestimone. «Ha speso capitali per acquistare cocaina, ha usato quantità industriali di droga, era spesso ubriaco, ha giocato su due tavoli orchestrando la sua attività di informatore tra Gorizia e Trieste cercando di ricavarne il massimo profitto». Diego Deste nell’estate del 2007 aveva paura di essere arrestato per l’incendio doloso della pescheria di Sistiana andata a fuoco all’inizio di luglio. Voci di strada lo indicavano nella rosa dei possibili autori. Dall’incendio della pescheria di Sistiana il supertestimone era stato scagionato dalla testimonianza della madre che aveva riferito alla squadra mobile che suo figlio nell’ora in cui il fuoco era divampato stava dormendo a casa.
Prossima udienza, dedicata alla repliche e alle sentenza, il 29 gennaio.
AVEVA TENTATO DI INTRODURSI CON UN COMPLICE IN UN ALLOGGIO ATER DI VIA 24 MAGGIO
Tentato furto, 13 mesi all’ex collaboratore dell’Arma
Le rivelazioni di Bruno Esposito avevano portato anche all’arresto di un maresciallo
È stato condannato a un anno, un mese e 10 giorni di libertà controllata Bruno Esposito, l’operaio di 21 anni, processato con rito direttissimo per un tentato furto in un’abitazione di viale 24 maggio. Il giudice Emanuela Bigattin, infatti, ha tramutato in libertà vigilata la pena a 6 mesi di reclusione che era stata patteggiata tra il suo difensore, avvocato Ottavio Romano, e il pubblico ministero Mary Mete. Esposito, infatti, ha potuto godere dell’attenuante del danno risarcito. Il giudice ha disposto anche la revoca della custodia cautelare ed Esposito al termine del processo è uscito dal carcere di Gorizia
Con Esposito è stato processato anche il napoletano Antonio Pica, di 26 anni: assistito dall’avvocato German ha patteggiato una pena di 4 mesi di reclusione e una multa di 200 euro di euro con i benefici della condizionale.
Esposito e Pica erano stati arrestati lo scorso 29 novembre perché colti in flagranza mentre stavano tentando di rubare in un appartamento di un condominio Ater. A far giungere sul posto gli agenti del Commissariato un vicino che aveva sentito dei rumori sospetti e aveva visto i due mentre erano impegnati a forzare la porta-finestra di un appartamento dopo essere saliti fino al piano rialzato arrampicandosi su una grondaia. Per introdursi nell’abitazione, in un momento in cui l’inquilino era assente, avevano infranto il vetro di una finestra utilizzando una sbarra di ferro. Comparsi il giorno dopo in tribunale a Gorizia, il giudice monocratico Bigattin fissando il processo per ieri aveva convalidato l’arresto e aveva disposto la libertà per il solo Pica, che aveva solo l’obbligo di dimora con la prescrizione di non uscire di casa durante le ore notturne.
Esposito, dipendente di una ditta d’appalto di Fincantieri, era salito agli onori delle cronache nell’aprile scorso quando le sue ”rivelazioni” avevano portato all’arresto del maresciallo del Nucleo operativo radiomobile della Compagnia dei carabinieri di Monfalcone, Domenico Monagheddu, 39 anni, cui erano stati concessi i domiciliari, alla denuncia di altri militari e alla decapitazione dell’Arma monfalconese. L’operaio, usato come collaboratore dai militari nell’ambito di operazioni antidroga, s’era rivolto al Comando provinciale dei carabinieri per denunciare i metodi di indagine assunti dai carabinieri cittadini. Nell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica, Marco Panzeri, erano stati coinvolti anche altri quattro militari, tra cui il vicecomandante della Compagnia monfalconese, il tenente Antonio Di Paolo. Tutti indagati a piede libero che erano stati trasferiti. Il maresciallo Monagheddu, difeso dall’avvocato Diego Morrone, del Foro di Padova, è da tempo in regime di libertà.
Messaggero Veneto, 23 dicembre 2009
Furto in un’abitazione a Monfalcone patteggiano due giovani campani
MONFALCONE. Due giovani campani, Bruno Esposito di 21 anni e Antonio Pica di 26, residenti rispettivamente a Monfalcone e Napoli, sono stati processati, ieri, con rito direttissimo, per aver tentato, un mese fa, di rubare in un appartamento di via XXIV maggio.
I due, difesi dagli avvocati Romano e German, hanno optato per il patteggiamento della pena e, così, il giudice monocratico Emanuela Bigattin ha applicato a Esposito 6 mesi di reclusione, convertiti in un anno, un mese e 10 giorni di libertà controllata, e a Pica 4 mesi di reclusione e 200 euro di multa con il beneficio della sospensione condizionale e quello della non menzione.
L’episodio risale al 23 novembre scorso: un inquilino di uno stabile di via XXIV maggio aveva avvertito dei rumori sospetti provenire dall’appartamento accanto e, senza pensarci su due volte, aveva subito telefonato al 113 il cui operatore si era attivato con altrettanta sollecitudine, inviando sul posto una pattuglia delle Volanti che aveva sorpreso i due in flagrante, arrestandoli. Il difensore di Esposito, avvocato Romano, nel sollecitare il patteggiamento ha sottolineato come il suo assistito avesse provveduto a risarcire la mancata “vittima” del danno subìto (la rottura di un vetro).
L’INCHIESTA SULL’EX CAPO DELLA MOBILE
La magistratura contabile potrà rivalersi sul funzionario quando la sentenza passerà in giudicato
Aperto un fascicolo per danno d’immagine all’amministrazione dello Stato
Caso Lorito, irrompe la Corte dei conti
Il procuratore della Corte dei conti Maurizio Zappatori ha aperto un fascicolo sul caso dell’ex capo della squadra mobile di Trieste e Gorizia Carlo Lorito condannato in primo grado lo scorso 29 gennaio a due anni di carcere per corruzione, favoreggiamento e violazione dei segreti d’ufficio. L’ipotesi di reato contestata è quella di aver causato con il proprio comportamento un rilevante danno di immagine nei confronti dell’istituzione, rappresentata dal ministero dell’Interno L’istruttoria della procura contabile sul caso Lorito è stata avviata nei giorni scorsi ma si concluderà concretamente solo dopo le decisioni del Tribunale e cioè quando la sentenza passerà in giudicato. Insomma si aspetterà fino all’eventuale pronuncia della Cassazione.
La procura contabile ha intanto richiesto al Tribunale copia della sentenza e degli atti relativi al procedimento. Questo per poter avviare l’istruttoria in tempi ragionevolmente brevi. Poi scatterà una richiesta formale di audizione nei confronti di Lorito. «Il dottor Lorito è ancora un funzionario della pubblica amministrazione. Affronteremo anche questo problema», ha dichiarato l’avvocato Giorgio Borean che difende l’ex dirigente assieme al collega Riccardo Seibold.
Lorito era stato arrestato il 16 novembre del 2007 sulla soglia della sua abitazione, quando gli si pararono davanti gli uomini delle Servizio centrale operativo e gli notificarono l’ordine di arresto firmato dai pm Lucia Baldovin e Raffaele Tito. Secondo l’indagine, e poi per il dispositivo della sentenza di primo grado, Carlo Lorito, si è fatto corrompere ricevendo cocaina e in cambio ha rivelato il contesto di alcune indagini antidroga che in quel momento venivano svolte da altri uomini della polizia, facendole fallire. Lo svolgimento del processo snodatosi per una ventina di mesi con altrettante udienze, ha portato sotto i riflettori per opera dei difensori e dei consulenti informatici, una serie di carenze, contraddizioni, ruoli ambigui, ritrattazioni, errori a senso unico, che avevano fatto sperare all’imputato e a chi crede nella sua innocenza, almeno un’assoluzione con l’antica formula dell’insufficienza di prove. Ma così non è stato. E ora il caso dell’ex funzionario di polizia – inevitabilmente – è passato anche sotto la competenza della procura della Corte dei conti. Gli potrebbe arrivare un conto di svariate decine di migliaia di euro. Un risarcimento, che in questo caso lo Stato, chiede ed esige da chi, con il proprio operato, ha danneggiato l’immmagine pubblica dell’amministrazione per la quale lavora. In pratica, secondo la procura della Corte dei conti, l’azione del funzionario di polizia e il clamore conseguente alla vicenda, hanno creato non pochi problemi alla stessa istituzione. Che si è trovata a dover affrontare la questione spinosa e di credibilità anche nei confronti dell’opinione pubblica.
Fascicoli analoghi erano stati aperti sempre dal procuratore Maurizio Zappatori nei confronti dei tre carabinieri coinvolti nei taglieggiamenti ai camionisti. Ma anche verso Mauro Piccinini, insegnante di lettere di alcune scuole medie cittadine accusato di due episodi di violenza sessuale nei confronti di altrettante allieve e nei confronti di Edoardo Hribar ex dipendente del ministero della Pubblica istruzione, essendo stato insegnante a tempo indeterminato dell’Istituto comprensivo Marco Polo di via Donadoni anche lui per ripetute violenze sessuali su giovanissimi allievi e allieve.
Emergenza eroina in città
21 gennaio 2009 in L'altra città | Tags: cocaina, dipendenze, eroina, monfalcone estate, sert | Lascia un commento
Il Piccolo, 21 gennaio 2009
DATI ALLARMANTI DEL SERT
Droga dalla Slovenia, emergenza eroina in città
Più consumatori a Monfalcone che a Gorizia. È in calo la diffusione della cocaina
È Monfalcone il territorio con il più alto numero di dipendenti da eroina nell’intero Isontino. Basterebbe questo semplice dato per rendere evidente come la diffusione della droga, anche nel mandamento, non sia più un fenomeno limitato a pochi casi. Se non si può parlare di allarme, certo ci si avvicina all’emergenza. Anche perchè emergono anche nuove patologie, assimilabili alla dipendenze, per le quali ci si sta attrezzando, come il gioco d’azzardo.
I DATI. I dati del Servizio per le dipendenze parlano chiaro. Nel 2008, sono stati 358 i casi seguiti dal Set per le dipendenze. Di questi, 256 sono dipendenti da eroina. E la maggior parte di loro, ben 126, sono eroinomani in carico a Monfalcone. Gorizia si ferma a poco prima, 120 casi. Il che significa che la città dei cantieri, pur essendo meno popolosa di Gorizia, va incontro a maggiori carichi di disagio sociale. Di questi 358 utenti, la maggior parte (281) sono maschi, 77 le femmine. «A differenza dei dati nazionali degli ultimi anni – spiega il responsabile del Sert, Andrea Fiore – l’utenza prevalente resta ancorata all’uso primario di eroina verosimilmente per contiguità con il mercato sloveno. Ridottissimo appare sul nostro territorio il fenomeno cocaina. Le altre droghe si situano invece in numero molto minore se si parla di casi trattati. La cocaina si ferma a 4, la cannabis a 98. La fascia d’età più presente è, pari merito, quella tra i 26-35 anni con quella tra i 36-50 anni. Solo il 20% degli utenti è nella fascia di età sotto i 25 anni. «Da sottolineare, l’assenza di utenti extracomunitari a differenza del vicino Veneto – spiega ancora Fiore – mentre, dal punto di vista delle caratteristiche sociali, si nota un alto grado di integrazione dettato dalla elevata percentuale di occupati (60% circa) specie all’interno della realtà cantieristica monfalconese e del suo indotto. Di conseguenza è altrettanto elevato il numero di utenti con nucleo familiare e figli (30%). Tale fenomeno è maggiormente evidente nell’ambito Basso Isontino. Nella fascia di età più giovane la sostanza prevalente è la cannabis, e il motivo della presa in carico è il procedimento legato all’uso personale della stessa. Si tratta quindi di soggetti non dipendenti ma abusatori».
ALCOL. Anche per questa tipologia di dipendenza il territorio non è certo esente: sono 166 le persone in carico, di cui 68 in trattamento integrato di gruppo e 98 in trattamento individuale, mentre 275 utenti hanno frequentato i corsi su alcol e guida. «L’incidenza di problematiche alcol correlate permane elevata – continua Fiore – sia in termini di alcol-dipendenti che necessitano di trattamento specifico gruppale che soprattutto di abusatori incorsi nel reato di guida in stato di ebbrezza alcolica, nonostante le numerose iniziative di prevenzione e riduzione del danno che sembrano raggiungere solo i più giovani. Infatti la grande maggioranza di questi utenti (70% circa) sono maschi con età 35-50 anni».
ALTRE TIPOLOGIE. Per completare il panorama, il Sert tratta anche altre due dipendenze. La prima è quella del fumo: 85 sono i tabagisti che hanno frequentato i corsi per smettere di fumare. «Ciò a conferma che la maggioranza dei essi smette senza aiuto sanitario» spiega Fiore. La seconda è quella, innovativa, del gioco d’azzardo. «Un percorso trattamentale di gruppo per giocatori – spiega ancora il responsabile del Sert – dettato da nuove richieste emergenti dal territorio». Sei sono stati i pazienti affetti da sindrome da gioco d’azzardo patologico in trattamento di gruppo.