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Timestamp: 2018-04-25 08:33:46+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'art. 2', 'art. 20', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 40', 'art. 20', 'art. 40', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 3']

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Cassa Architetti e Ingegneri: novità regolamentari e autonomia
Inarcassa (la Cassa di Architetti e Ingegneri) ha, recentemente, adottato provvedimenti incisivi in materia previdenziale che hanno, in particolare, modificato la disciplina dei supplementi pensionistici ed eliminato l’istituto della restituzione dei contributi, così come rispettivamente previsti dall’art. 2, ultimo comma della L n. 6 del 1981 come modificato dall’art. 2 della L. n. 290/1990 e dall’art. 20 della L. n. 6/1981.
Il quadro normativo entro il quale si esplica la potestà normativa della Cassa Architetti e Ingegneri è costituito dall’art. 3 comma 12 della L. n. 335/95, attributivo dei poteri normativi di competenza degli enti previdenziali privatizzati, che specificatamente prevede che gli enti possano adottare provvedimenti di modifica delle aliquote contributive, di variazione dei criteri di determinazione dei trattamenti pensionistici, di variazione dei coefficienti di rendimento, nel rispetto del principio del pro rata con riferimento alle anzianità già maturate e che possano optare per il sistema contributivo definito dalla L. n. 335/95.
Con deliberazione del Comitato dei delegati della Cassa Architetti del 2 luglio 2003, approvata con D.I del 12 agosto 2004, Inarcassa, come anticipato, ha modificato l’istituto del supplemento pensionistico, come disciplinato dal Legislatore, trasformandolo da biennale in quinquennale e modificandone le modalità di calcolo, passate dalla modalità retributiva (analogamente alla pensione) alla modalità contributiva.
In particolare, l’art. 2, ultimo comma della L. n. 6/81 prevedeva che i professionisti iscritti a Inarcassa che, dopo il pensionamento, continuassero l’esercizio della professione con carattere di continuità, avevano diritto, per ogni ulteriore biennio d’attività professionale, a un supplemento di pensione calcolato con riferimento alla media dei redditi dichiarati nel biennio applicando, per ciascuno di essi, l’aliquota del 2%.
Le caratteristiche essenziali di questa forma d’integrazione del trattamento pensionistico di base era la periodicità biennale della maturazione e le modalità del calcolo, analoghe a quelle utilizzate per il calcolo della pensione, salvo che per la base pensionabile, costituita dai redditi dichiarati nel biennio.
La deliberazione del Comitato dei Delegati del 2 luglio 2003 ha innovato la disciplina del supplemento, innanzitutto, sotto il profilo della periodicità della maturazione divenuta quinquennale.
Inoltre le modalità di calcolo non sono più quelle previste per il calcolo della pensione base, ma quelle contributive, così come specificate da apposito regolamento.
In particolare, si prende in considerazione il 95% dei contributi versati nella misura percentuale del 10% successivamente al pensionamento e per un quinquennio; i contributi versati vengono capitalizzati, di anno in anno in relazione alla variazione media quinquennale del PIL; il montante contributivo così formato, alla fine del quinquennio, viene trasformato in rendita e computato alla pensione base mediante applicazione di un coefficiente di trasformazione legato all’età anagrafica posseduta al momento della maturazione del supplemento.
Con deliberazione del Comitato dei Delegati del 2 aprile 2004, l’Inarcassa ha innovato (anche se sarebbe meglio dire eliminato) l’istituto della restituzione dei contributi previsto dall’art. 40 dello Statuto e dall’art. 20 della L. n. 6/81.
La previgente normativa, infatti, consentiva all’iscritto che avesse compiuto il 65° anno d’età e che si cancellasse dalla Cassa senza aver maturato il diritto a pensione di conseguire la restituzione di tutti i contributi soggettivi (sia della quota di essi utile a fini pensionistici – 10% - sia dell’ulteriore quota versata nella misura percentuale del 3% ed inutile a fini previdenziali).
Il diritto alla restituzione dei predetti contributi era, peraltro, estesa anche ai superstiti dell’iscritto deceduto non aventi titolo alla pensione indiretta.
Il nuovo art. 40 dello Statuto, in luogo della restituzione dei contributi relativamente alla quale è prevista una disciplina transitoria, prevede che, al compimento del 65° anno d’età, coloro che possano vantare un’anzianità assicurativa di almeno cinque anni ma che non possiedano i requisiti per l’accesso alle ordinarie forme di pensionamento erogate dalla Cassa, abbiano diritto, su richiesta, a ricevere una prestazione previdenziale contributiva, reversibile ai superstiti, calcolata con le modalità sopra descritte per la pensione supplementare (salvo che per il fatto che si prende in considerazione, anziché il 95%, il 100% dei contributi versati nella misura percentuale del 10%).
Successivamente alla predetta forma di pensionamento è possibile conseguire prestazioni supplementari per ogni quinquennio di ulteriore esercizio professionale con le modalità sopra descritte.
Conseguentemente alle modificazioni introdotte il contributo del 3% non potrà più essere utilizzato a fini pensionistici né essere oggetto d’istanza restitutoria e tutta la contribuzione soggettiva (non solo quella c.d. di “solidarietà”) sarà definitivamente acquisita dall’ente di previdenza ove riferita ad anzianità assicurative inferiori ai cinque anni.
Tra le recenti modifiche regolamentari che hanno inciso sulle modalità di calcolo della pensione, rientra la deliberazione del Comitato dei Delegati del 23 marzo 1999 con il quale è stato incrementato il numero dei redditi da inserire nella base pensionabile, prevedendo un incremento graduale di anno in anno della suddetta base sino al raggiungimento, a regime, del numero dei migliori 20 redditi sugli ultimi 25.
Resta da valutare se le modifiche normative introdotte non abbiano ecceduto i limiti della potestà normativa riconosciuta alla Cassa, nella sua qualità di ente privatizzato.
Con numerosi recenti interventi, infatti, la Suprema Corte di Cassazione ha ritenuto di delimitare la potestà normativa degli enti privatizzati, sostanzialmente confinandola nell’ambito normativo di cui all’art. 3 comma 12 della L. n. 335/95 a mente del quale gli enti, nell’esercizio dell’autonomia normativa e in esito alle risultanze bilancistiche, possono esclusivamente adottare provvedimenti di riparametrazione delle aliquote contributive, di modifica dei criteri di determinazione dei trattamenti e dei loro coefficienti di rendimento oppure adottare integralmente il sistema contributivo, nel rispetto del pro rata con riferimento alle anzianità contributive già maturate.
E’ stato altresì precisato che l’elencazione dei provvedimenti di cui al menzionato art. 3 comma 12 della L. n. 335/95 è tassativa (Cass. Civ. Sez. lav. n. 22240/2004 li definisce un “numerus clausus”) e che non è ammissibile una modificazione dei requisiti d’accesso ai trattamenti pensionistici essendo unicamente consentita una modificazione dei criteri di determinazione degli stessi.
Sembra indubbia la legittimità dell’incremento graduale della base pensionabile come deliberata dal Comitato dei delegati in data 23 marzo 1999, stante la sua riconducibilità ad una modifica ai criteri di determinazione della pensione, nel rispetto del principio del pro rata in considerazione della gradualità dell’incremento.
Per quanto attiene alla pensione supplementare, pur se le modalità di calcolo della stessa sembrano coincidere con il sistema contributivo di cui alla L. n. 335/95, non sembra che la stessa sia del tutto esente da dubbi di legittimità in quanto, da una parte, l’art. 3 comma 12 consentiva agli enti di optare per il sistema contributivo in via integrale e non già in relazione a singoli specifici istituti e, dall’altra, l’incremento della periodicità di maturazione del supplemento, da quinquennale a biennale, sembra incidere sui requisiti d’accesso alla prestazione, ritenuti non modificabili per via regolamentare dalla recente Giurisprudenza della Suprema Corte di Cassazione (cfr. la sentenza n. 7010/2005 della Suprema Corte di Cassazione Sezione Lavoro).
Per quanto poi riguarda l’eliminazione, per via regolamentare, dell’istituto della restituzione dei contributi previsto dall’art. 20 l. n. 6/81, appare chiaro che la modificazione introdotta non rientra tra quelle consentite dall’art. 3 comma 12 della L. n. 335/95, sicchè, ove dovesse consolidarsi l’orientamento giurisprudenziale restrittivo in ordine ai poteri normativi degli enti previdenziali privatizzati, non pare difficile ipotizzare la futura disapplicazione giudiziale della norma regolamentare introdotta.
Dal 12/06/09 15366864