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Timestamp: 2020-08-04 05:39:19+00:00
Document Index: 37679959

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 74', 'art. 54', 'art. 54', 'art. 2', 'art. 11', 'art.530', 'sentenza ', 'art.37']

Posted by Giambattista Scidà su lunedì 22 agosto 2011
Tale era la situazione quando la Camera dei Deputati intraprese l’esame del disegno di legge sull’adozione di minori, approvato dal Senato. Quel testo conteneva un’innovazione di portata storica: escludeva la possibilità di applicazione, a minorenni, delle norme sull’adozione ordinaria. Esso cancellava dall’ordinamento il “diritto” dei genitori di cedere ad altri i figli, e la possibilità, per chi non avesse figli, di farseli cedere da chi ne aveva. Il bambino, proclamava l’art. 1, ha diritto di crescere nel proprio ambiente familiare: salvo avvio all’adozione, ad opera del Tribunale, se di un tale ambiente c’era irreversibile mancanza. Quel testo conteneva provvide norme sull’adozione internazionale. Altro merito del disegno, licenziato dall’assemblea di palazzo Madama, era questo: che l’art. 74 recava disposizioni in materia di falsi riconoscimenti; anche se lo strumento del quale i giudici potevano avvalersi per la tutela delle vittime non consisteva in altro che nella nomina di un curatore speciale, per l’impugnazione dell’atto davanti al competente giudice civile: troppo poco, in verità, perché il mercato in atto se ne sentisse scoraggiato.
Era pure da temere che altri affidi, legittimi all’origine perché prevedibilmente temporanea la mancanza di idoneo ambiente familiare, venissero gestiti in tal modo da far maturare, proprio essi, l’abbandono che inizialmente non c’era: sottilmente ostacolando, invece che agevolarli i rapporti tra i minori e congiunti. Anche in questi casi, le relazioni frattanto costituitesi con gli affidatari sarebbero state dette irreversibili e come tali impeditive dell’affidamento preadottivo ad altri adulti; e anche in questi casi si sarebbe reclamata l’applicazione dell’art. 54 c. Si può comprendere che prospettive del genere non minacciassero dovunque allo stesso modo, perché diverso da Distretto a Distretto il livello di audacia nell’organizzazione di callide intese, e perché diversa la capacità dei giudici minorili di allarmarsene. Lo confermano le statistiche distrettuali, con notabili diversità di frequenza delle adozioni ex art. 54.
In un grosso Comune del Distretto, due coppie aspiranti all’adozione di minori, entrambi senza speranza di poterne ottenere qualcuno in affido preadottivo (ossia dal Tribunale) ne ebbero due, uno per ciascuna, dai servizi locali, a titolo do affidamento temporaneo ai sensi dell’art. 2 della legge. Fu necessario, per questo, sottacere lo stato di abbandono, nel quale i bambini, fratelli germani, versavano, e spacciarne per temporanea la mancanza di idoneo ambiente familiare: sia presso il Pretore – Giudice Tutelare, il quale rese esecutivo l’affido, che presso il PM minori, dal quale l’affido non venne impugnato. La durata prevista dal provvedimento era già interamente decorsa, senza rinnovo, che sarebbe stato temerario, e la situazione, ormai di mero fatto, si protraeva, quando la loro povera madre partorì altra creatura, della quale, l’ospedale di nascita segnalò al Tribunale l’abbandono, dando notizia della situazione dei fratelli.
Si pretese allora che i giudici decretassero adozione dei due in favore degli ex affidatari, anche se sprovviste, quelle due coppie, del requisito dell’età: impossibile si disse l’affido preadottivo ad altri, dati i rapporti affettivi nel frattempo costituitisi; ma nello stesso tempo si pretese che l’adozione venisse decretata senza previo esame dei piccoli da parte del Tribunale; e perché l’esame non potesse ave luogo, essi furono fatti scomparire.
Un’enorme, spettacolare, interminabile pressione venne esercitata, senza ritegno, sui magistrati, con il concorso dei media nazionali, e senza che alcuno la deplorasse.
I magistrati trovarono tutela nella loro coscienza. Disposte ricerche di minori, e individuata, con i mezzi allora disponibili, la coppia che potesse meglio accoglierli, entrambi, fu allertato, per il ricovero immediato, in caso di reperimento, un istituto idoneo, le cui responsabili si impegnarono a prestare assistenza ininterrotta, anche durante la notte. Il Presidente assicurò ai CC e alla Polizia la propria personale ininterrotta reperibilità; si assicurò eguale reperibilità di un assistente sociale e di un autista.
Gli fu possibile, così, mettersi in viaggio entro mezzora dall’annuncio che uno dei piccoli si trovava presso i CC, in quel tale Comune; raggiungere il luogo (ad una novantina di minuti da Catania), e prendere in consegna il piccolo, che trovò sorridente e divertito in braccio ad un militare. A Catania era ancora aperto il Bar Caprice; Saro (questo il nome del piccolo) mostrò di gradire un giocattolo di latta, pieno di caramelle; e ancora lo aveva caro molti anni dopo. Trascorse una notte tranquilla, una giovane suora sempre accano a lui; e l’indomani in Tribunale, entrò subito in lieta comunicazione con la coppia. L’affido preadottivo, seguito da un SS, ebbe corso pienamente soddisfacente; all’anno, fu decretata adozione, Saro si fece amare anche a scuola, dove primeggiava. Lo rividi alcune volte, cordialmente memore del viaggio verso Catania fatto con me. Il fratello non fu trovato, perché non lo si volle cercare.
Parcheggi (continuazione)
Posted by Giambattista Scidà su mercoledì 10 agosto 2011
Non è ancora tempo di commenti. Occorre che, prima, la rivisitazione dei fatti sia integrata, perfezionata e per quanto del caso corretta (cosa nella quale ci sentiremmo impegnati). Gioverà conoscere i motivi della consulenza, gli argomenti con i quali sia stato chiesto al Tribunale, com’è verosimile, disporsene altra, e i motivi del diniego, e come anticipammo, il testo dell’impugnazione.
Chi, dopo, vorrà commentare, difficilmente potrà prescindere da riferimenti a congiunture e contesti. Quel che si può dire sin da ora è ciò che Cittàinsieme ha detto: che piazza Europa non andava toccata.
Posted by Giambattista Scidà su sabato 6 agosto 2011
Quando il Tribunale di Catania (III Sez.) assolse gli imputati nel processo parcheggi di piazza Europa, i PPMM (Gennaro + 1) si chiusero in composto, esemplare silenzio. Fu il libero giornalismo catanese ad esaltarne l’opera e ad investire i giudicanti di acerrime stroncature (esiste o no, nel nostro Paese il diritto di critica?). Presidente e componenti del Collegio fecero a loro volta la loro parte esemplarmente: muti come senatori romani davanti all’invasore.
Gennaro ha parlato adesso, come parlano i magistrati, con gli atti del loro Ufficio.
In attesa di conoscere i motivi dell’impugnazione che egli ha proposto, cerchiamo di ripercorrere le tappe la vicenda.
Non tutti i provvedimenti amministrativi inopportuni possono essere sospettati, per ciò solo, di penale illiceità, anche se inopportuni all’estremo e nello stesso tempo giovevoli, com’è naturale che siano, a coloro che li hanno domandati. Tale, per moltissimi cittadini, è il caso della concessione parcheggi di piazza Europa. Ma gli amministratori tornarono sulla concessione, consentendo l’apertura, in alcuni locali, di negozi. Tre consiglieri comunali (D’Agata, Beretta, Arcidiacono) ne fecero segnalazione alla Procura della Repubblica. Era l’agosto del 2006.
l’assetto, a quel tempo, dell’Ufficio di Procura;
l’identità dei concessionari;
le tappe del procedimento;
il corso del giudizio, sino alla sentenza.
Era Procuratore Aggiunto, da sei anni, il dott. Gennaro, già membro del CSM (1994/1998) e di nuovo Presidente, da marzo, dell’ANM; era Procuratore Aggiunto il dott. D’Agata, che Gennaro aveva strenuamente cercato., nel 1998, di mettere a capo della Procura della Repubblica di Messina, competente, ex art. 11 c.p.p., per i magistrati del Distretto di Catania; era ancora Procuratore della Repubblica il dott. Busacca, nominato nel 1996, mentre Gennaro, membro del CSM, faceva parte di quella Commissione Uffici Direttivi. È noto a molti che nominando Procuratore il dott. Busacca, già dal 1984 Procuratore Aggiunto, il Consiglio aveva disatteso le ragioni, fatte presenti da un magistrato in servizio a Catania, che consigliavano di chiamare a quell’Ufficio un estraneo alla Procura. Infine, l’Ufficio di Procuratore Generale era stato conferito, nel maggio 2006, al dott. Tinebra, col voto compatto e trascintore del forte gruppo UNICOST, di cui faceva parte un magistrato di Catania, eletto col sostegno di Gennaro; Tinebra prese possesso in settembre. Sino al febbraio il posto era stato tenuto, per nove anni, dal dott. Scalzo, nominato durante la consiliatura Gennaro.
Il pensionamento del dott. Busacca, nel novembre di quello stesso 2006, non provocò cambiamenti dell’insieme, né subito, perché la reggenza fu assunta dal dott. D’Agata, né con la copertura del posto, nel 2008, quando l’estraneo all’ambiente catanese, che in Commissione aveva riportato quattro voti su sei, fu sconfitto nel plenum proprio dal reggente, come fortemente voluto dal grosso battaglione UNICOST al quale si unirono il vice Presidente Mancino, il Consigliere Volpi, bertinottiano, e alcuni altri. Pienamente voluta dal gruppo fu la nomina, nel 2007, del nuovo Avvocato Generale, in persona del dott. Scalia.
Nei parcheggi, oggetto dell’esposto, avevano interesse sia l’impresa Virlinzi che una società riconducibile al gruppo Ciancio, detentore, in regime di fattuale monopolio, dell’informazione tenti catanese: il quotidiano LA SICILIA, e le più seguite emittenti televisive. Il giornale era da sempre, con le sue più storiche firme, come l’eco sonora delle posizioni e degli interessi del dott. Gennaro. Dell’imprenditore Virlinzi si è poi affermato esser consuocero del magistrato Scalia. Ma la Procura della Repubblica non ebbe esitazioni. In ottobre del 1997 il cantiere era sotto sequestro; il provvedimenti del gip resisté al riesame; l’ordinanza del Tribunale al ricorso per cassazione.
La III Sezione del Tribunale di Catania, cui toccò giudicare aveva trattato e definito, tra il 2006 e il 2009, un processo insorto molti anni prima, a carico del capo (Alfio) del clan Laudani e di un Di Giacomo, statone reggente, per falsa intestazione di edifici, costruiti in San Giovanni la Punta a società inalberanti il cognome Rizzo, dell’affiliato Carmelo, o a società come la “Di Stefano costruzioni” delle quali il Rizzo era socio, notoriamente, attraverso la moglie; sotto il nome della “Di Stefano” erano state innalzate ville bifamiliari, lungo la via Montello di quel Comune, su terreno ceduto, da certo Arcidiacono, a titolo di permuta. Possiamo aggiungere che parte, in verità preponderante di una di tali bifamiliari, sorta sul lotto n° 16, fu a suo tempo acquistata (1991) dal dott. Gennaro, allora sostituto Procuratore della Repubblica, e che della metà giusta di un’altra, sul lotto contiguo, si rese acquirente un professionista, cognato di altro sostituto della stessa Procura catanese, già dal 1987 in aspettativa per mandato parlamentare.
Del Rizzo si volle negare, nel ’93 e nel ’94, la situazione di uomo dei Laudani, loro manager e prestanome nella torbida edilizia di San Giovanni, ed inquinatore dell’amministrazione locale, quale lo descriveva, nello stesso 1993, il D.P.R. di scioglimento del Consiglio Comunale: ma nessuno ha mai dubitato, né in quegli anni né dopo che fu spiccato contro di lui ordine di custodia in carcere, per mafia, né dopo che egli fu ucciso per mandato del capo clan, mentre stava per pentirsi: mai si è dubitato che egli fosse socio della “Di Stefano”. Lo presupposero tutti, come cosa incontestabile, nel procedimento per misura di prevenzione (1993); fu proclamato da lui con un dépliant del 1996, illustrativo della sue realizzazioni da imprenditore, sulla copertina del quale figurava le bifamiliari di via Montello; lo affermava nel 2006 davanti al Tribunale di Monza, in processo a carico del giornalista Chiocci, il querelante Di Loreto, dolendosi che quel suo consocio nella “Di Stefano” fosse stato detto mafioso, pur senza essere mai stato condannato come tale: ma il giudice assolse, tenuto conto del significato assunto, nel linguaggio corrente, da quella espressione: più che quindici anni, insomma, di pacifica certezza.
Ci volle l’udienza del 15/06/2006, nel processo a carico del Di Giacomo (e non anche del Laudani, ancora tenuto per non processabile, in quanto infermo di mente), perché un dubbio venisse avanzato dal PM: non bastava, disse il magistrato: non bastava che della società intestataria fosse socia la moglie del Rizzo, per dare certezza che socio ne fosse costui. Il Tribunale lo seguì. Condannò l’imputato per l’intestazione di altri immobili a società “Rizzo”; lo assolse, applicato l’art.530 n°2 c.p.p., per l’intestazione alla “Di Stefano” e ad altra società. La stampa dette grande risalto alle condanne; tacque dell’assoluzione. Non ci fu appello della Procura Generale.
Nel 2009 fu finalmente portato a giudizio il Laudani: stessa Sezione, ma collegio diversamente composto (Presidente, ora, il dott. M.). Il PM di udienza produsse copia della sentenza del 2006, concludendo per l’assoluzione. Il Tribunale ritenne non esserci motivo di discostarsi da quel precedente: ma nel dispositivo non si legge dopo le condanne, alcuna statuizione assolutoria. Non ci fu impugnazione.
Il processo per i parcheggi (Presidente il dott. M.) era in corso (ammesse prove proposte dalle parti) quando fu depositata una perizia d’ufficio: non produttivi di profitto, per i concessionari, i provvedimenti pei quali era causa; insussistente, dunque, l’asserito abuso. Il Tribunale ritenne, dato ciò, di revocare le disposizioni ammissive di prove a carico. Potevano i PPMM (dott. Gennaro e altro magistrato) ricusare per questo il Collegio, ex art.37 n°1 lett. b c.p.p.? non lo fecero.
Trascorso da tempo il termine utile per la ricusa, chiesero revoca dei provvedimenti, con i quali il Tribunale aveva revocato l’ammissione di prove. Al rifiuto fecero seguire ricusazione. La Corte d’Appello la dichiarò inammissibile per tardività. I PPMM non impugnarono per cassazione; il provvedimento della Corte era ineccepibile.
Nel concludere, Gennaro chiese condanna degli imputati, senza specificare a quale pena. Non ci pare che l’omissione abbia precedenti, nella nostra storia giudiziaria.
Contro la sentenza, di piena assoluzione , il dott. Gennaro ha proposto appello; con l’appello egli ha chiesto, come apprendiamo dalle cronache, rinnovazione della consulenza o perizia. Ne aveva fatto richiesta, durante il dibattimento? e se no, perché no?
Sulla lettera al Ministro degli Interni Scalfaro
Posted by Giambattista Scidà su domenica 26 giugno 2011
Il 31 gennaio 1985, come Presidente del Tribunale Minorenni di Catania, indirizzai al Ministro degli Interni la seguente nota, invocando riarmo della città, anche per una più efficace lotta alla droga. In settembre del 1984 avevo pubblicato su I SICILIANI un lungo articolo, deplorando l’indebolimento dei presidi, intervenuto quell’anno. In dicembre, venuto a Catania il Ministro della Giustizia Martinazzoli, gli avevo detto, nel Municipio di Catania, in presenza di autorità tutte silenziose, che egli visitava una città ormai ceduta alla malavita; ero stato contraddetto sul quotidiano LA SICILIA, da una delle più alte autorità culturali.
Lettera al Ministro degli Interni Scalfaro (gennaio 1985) pag.1
Lettera al Ministro degli Interni Scalfaro (gennaio 1985) pag.2
Lettera al Ministro degli Interni Scalfaro (gennaio 1985) pag.3