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Timestamp: 2020-06-01 06:20:56+00:00
Document Index: 17148791

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Sentenza Cassazione Civile n. 27522 del 30/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 27522 del 30/12/2016
Cassazione civile, sez. II, 30/12/2016, (ud. 15/11/2016, dep.30/12/2016), n. 27522
sul ricorso 14884-2012 proposto da:
B.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA, Via G.P.
DA PALESTRINA 47, presso lo studio dell’avvocato GAETANO BASILE, che
la rappresenta e difende unitamente all’avvocato RODOLFO PAMPALONI;
NOVA – FERR SRL p.iva (OMISSIS) in persona del presidente del
consiglio e legale rappresentante pro tempore, elettivamente
ALESSANDRA GIOVANNETTI, che la rappresenta e difende unitamente
all’avvocato GIOVANNI GAZZOLA;
– c/ricorrente e ricorrente incidentale condizionato –
avverso la sentenza n. 359/2012 della CORTE D’APPELLO di TORINO,
depositata il 28/02/2012;
udito l’Avvocato GAETANO BASILE, difensore della ricorrente, che si
è riportato alle difese in atti;
udito l’Avvocato GIOVANNI GAZZOLA, difensore della controricorrente,
che si è riportato agli scritti difensivi depositati;
ricorso principale ex art. 366 c.p.c.; per l’assorbimento del
ricorso incidentale e per la condanna aggravata della B. alle
1 Con atto 6.5.2005 B.E. espose di essere proprietaria di alcuni terreni nel Comune di Grosso Canavese riportati nel NCT al (OMISSIS) per averli acquistati con atto 27.12.2000 dalla SIC srl; precisò che secondo il rogito di acquisto gli immobili risultavano occupati dalla Nova Ferr srl e che pertanto la venditrice non aveva prestato la garanzia contro l’evizione e le molestie nel possesso. Lamentò quindi che tale società si era rifiutata di restituirli e pertanto la convenne davanti al Tribunale di Torino (sez. distaccata di Ciriè) per ottenerne, pervia declaratoria di accertamento della proprietà, la restituzione oltre al risarcimento del danno.
La Nova Ferr srl contestò la pretesa, affermando di avere acquistato il complesso immobiliare dal Fallimento ERBER sas. Osservò che l’immobile da essa acquistato era completamente recintato, avendo il curatore provveduto a far chiudere il portone di separazione dal fondo B. e rilevò che sin dal 1972 i terreni in questione erano stati adibiti a piazzali, sede stradale e manufatti pertinenziali dell’attività industriale esercitata prima dalla Fornace Panetto, poi dalla ERBER sas e osservò che mai l’attrice o i suoi danti causa ne avevano avuto il possesso. Propose pertanto domanda riconvenzionale volta, tra l’altro, all’accertamento dell’avvenuto acquisto della proprietà per usucapione decennale.
2 Con sentenza del 30.9.2009 il Tribunale adito respinse la domanda dell’attrice e accolse la riconvenzionale spiegata dalla Nova Ferr srl dichiarando, per quanto qui interessa, l’avvenuto acquisto della proprietà dei terreni da parte della convenuta per usucapione ventennale.
Questa decisione è stata confermata dalla Corte d’Appello di Torino che, con sentenza 28.2.2012 – e sempre per quanto ancora interessa in questa sede – ha respinto l’impugnazione della B. rilevando:
– che dalle risultanze testimoniali risultava dimostrato il possesso esclusivo della sola ERBER, finalizzato ad escludere la Aral (società facente capo ai coniugi B. – C.), mediante una vera e propria interversione del possesso in concomitanza con la costruzione di un muro divisorio tra i fondi circostanti la villa rispetto a quelli circostanti lo stabilimento;
– che al possesso ERBER doveva unirsi quello del Fallimento ex art. 1146, possesso materializzatosi ulteriormente nella chiusura definitiva del varco precedentemente aperto sul muro;
– che risultando accertata l’esistenza del muro quanto meno dal 1976, da quella data decorreva il termine dell’usucapione a favore della sola ERBR, maturato quindi nel 1996: ciò spiegava, secondo la Corte d’Appello, perchè la SIC, acquirente dalla ARAL, aveva negato coerentemente alla B. la garanzia per evizione.
5 Questa decisione è stata impugnata per cassazione da B.E., con cinque motivi a cui resiste la Nova Ferr srl con controricorso contenente ricorso incidentale condizionato.
1-2-3 Con il primo motivo si deduce “violazione del combinato disposto degli artt. 1140, 1141, 1144, 1158, 1159 e 832 c.c. in tema di tolleranza dell’altrui uso di beni propri e quindi dell’art. 360 c.p.c., n. 2: erronea (omessa) applicazione dei principi di diritto circa la tolleranza del proprietario verso il possessore allorquando si verta in tema di rapporti di famiglia e/o societari: impugnazione espressa della parte motiva della gravata sentenza pag. 27-32 punto 6 e punto 6.1”.
Con il secondo motivo si lamenta “violazione del combinato disposto degli artt. 1140, 1141, 1144, 1158, 1159 e 832 c.c. in relazione agli artt. 1374, 2256 e 2293 c.c. e quindi dell’art. 360 c.p.c., n. 2: erronea applicazione dei principi di diritto circa il possesso e il compossesso delle persone fisiche rispetto agli enti collettivi: impugnazione espressa della parte motiva della gravata sentenza pag. 27-32 punto 6 e punto 6.1”.
La censura, ribadendo la tesi di un possesso esercitato anche dalla Aral, rimprovera in sostanza alla Corte d’Appello di avere escluso che il possesso possa essere esercitato da una società di persone per mezzo dei suoi soci o amministratori (i figli dei B.).
Con il terzo motivo si lamenta “violazione del combinato disposto degli artt. 1141 e 1144 c.c. in ordine all’omessa, contraddittoria e insufficiente motivazione in ordine alle prove assunte in istruttoria: violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5”. Si rimprovera ancora alla Corte d’Appello di avere sottovalutato la prova del possesso dei terreni da parte della Aral tramite i soci e amministratori risultante dalle plurime testimonianze acquisite nel corso del giudizio di primo grado. Si sostiene che i B. avrebbe fin dagli inizi del 1990 transitato per accedere alla adiacente villa di famiglia.
I tre motivi – che ben si prestano a trattazione unitaria – sono privi di fondamento.
Innanzitutto, sono inammissibili le questioni di diritto che vengono per la prima volta introdotte in questa sede (gli effetti degli atti di tolleranza ex art. 1144 c.c. e la tematica attinente all’uso illegittimo dei beni sociali di cui all’art. 2256 c.c. richiamato dall’art. 2293 c.c.).
La ricorrente, con riferimento alle citate questioni, implicanti necessari accertamenti in fatto, non offre tali necessarie indicazioni nè dalla sentenza risulta la loro proposizione nel giudizio di merito.
Per il resto, i motivi si rivelano infondati perchè si risolvono in censure fattuali, prive di autosufficienza (ove si danno per scontati determinati ruoli assunti nella compagnie sociale Aral dai figli dei B., ma non si offre nessuna precisa indicazione sugli elementi da cui si traggono dette conclusioni; e lo stesso vale per la individuazione dei terreni che la Aral avrebbe posseduto.
Inoltre, si sollecita una diversa lettura delle risultanze processuali sul possesso che il giudizio di legittimità non consente: secondo il costante orientamento di questa Corte, anche a sezioni unite – ed oggi ribadito – la deduzione di un vizio di motivazione della sentenza impugnata con ricorso per cassazione conferisce al giudice di legittimità non il potere di riesaminare il merito della intera vicenda processuale sottoposta al suo vaglio, bensì la sola facoltà di controllo, sotto il profilo della correttezza giuridica e della coerenza logico – formale, delle argomentazioni svolte dal giudice del merito, al quale spetta, in via esclusiva, il compito di individuare le fonti del proprio convincimento, di assumere e valutare le prove, di controllarne l’attendibilità e la concludenza, di scegliere, tra le complessive risultanze del processo, quelle ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti ad esse sottesi, dando, così, liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge. Ne consegue che il preteso vizio di motivazione, sotto il profilo della omissione, insufficienza, contraddittorietà della medesima, può legittimamente dirsi sussistente solo quando, nel ragionamento del giudice di merito, sia rinvenibile traccia evidente del mancato (o insufficiente) esame di punti decisivi della controversia, prospettato dalle parti o rilevabile di ufficio, ovvero quando esista insanabile contrasto tra le argomentazioni complessivamente adottate, tale da non consentire l’identificazione del procedimento logico – giuridico posto a base della decisione (v. tra le tante, Sez. 3, Sentenza n. 17477 del 09/08/2007 Rv. 598953; Sez. U, Sentenza n. 13045 del 27/12/1997 Rv. 511208; Sez. 6 – 5, Ordinanza n. 91 del 07/01/2014 Rv. 629382).
Ebbene, nel caso di specie, si è sicuramente al di fuori di tali ipotesi estreme perchè la Corte d’Appello, dopo aver premesso che anche una società di persone può possedere, e che in tal caso trattasi di possesso distinto da quello dei soci, ha poi chiarito che il possesso non può essere riconosciuto in favore di soggetti indeterminati, indefiniti. Ha quindi accertato sulla base delle testimonianze che solo la ERBER dal 1976 aveva posseduto i terreni in contestazione, provvedendo ad escludere dal compossesso la ERBER, mediante veri e propri atti di interversione nel possesso (culminati nella costruzione di un muro quanto meno da quella data); e, a riprova di tale affermazione, la Corte ha sottolineato il fatto che allorchè la SIC (avente causa dalla Aral) vendette i terreni alla B. “coerentemente negò alla compravendita citata qualsiasi garanzia per evizione” (v. pag. 34 sentenza impugnata).
Trattasi, come si vede, di un percorso argomentativo non solo corretto giuridicamente, ma anche lineare, privo di vizi logici e dunque incensurabile in questa sede.
4 “a seguire, anche in ipotesi di assorbimento): impugnazione espressa del capo 6.2 della gravata sentenza. Violazione sempre sotto sia il profilo ex iure dell’art. 360 c.p.c., n. 3 che n.” (così, si legge testualmente, ndr). E’ questo il quarto motivo che ribadisce ancora la tesi della mera tolleranza da parte dei figli dei B..
Posto, in generale, il principio che il ricorso per cassazione deve contenere, a pena di inammissibilità, i motivi per i quali si richiede la cassazione, aventi i caratteri di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, deve ritenersi, in particolare, inammissibile il ricorso nel quale non venga precisata la violazione di legge nella quale sarebbe incorsa la pronunzia di merito, non essendo al riguardo sufficiente un’affermazione apodittica non seguita da alcuna dimostrazione, dovendo il ricorrente porre la Corte di legittimità in grado di orientarsi tra le argomentazioni in base alle quali si ritiene di censurare la sentenza impugnata e di assolvere, così, il compito istituzionale di verificare il fondamento della suddetta violazione (Sez. 3, Sentenza n. 13066 del 05/06/2007 Rv. 597589; Sez. 3, Sentenza n. 2312 del 15/02/2003 Rv. 560525).
Nel caso di specie, dalla lettura della censura, non si riesce assolutamente a comprendere quale sia la norma o il principio di diritto che la Corte d’Appello avrebbe violato, mentre risulta invece palese che la ricorrente abbia inteso sollevare unicamente una critica all’accertato possesso esclusivo da parte della ERFER (dante causa della Nuova Ferr) e dunque, sollecitare in tal modo ancora una volta una alternativa ricostruzione delle risultanze processuali, non consentita, come già detto, in sede di legittimità.
5 Con il quinto ed ultimo motivo la B. denunzia, infine, la “violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, per contraddittorietà relativamente ad un fatto controverso e decisivo della causa: la questione della Aral”. Ad avviso della ricorrente la contraddizione della Corte di merito sta nell’avere dichiarato dapprima inammissibile in appello il doc. 2 (il ricorso ex art. 700 promosso dal Fall. ERBBER contro Aral) per poi procedere al suo utilizzo motivando “contro” ed in modo completamente contraddittorio.
Il motivo è inammissibile sia per difetto di specificità che di autosufficienza: la ricorrente infatti non solo non denunzia la violazione della norma che regola la produzione documentale in appello (art. 345 c.p.c.), ma omette di trascrivere, quanto meno, per la parte di stretto interesse in relazione alla censura dedotta, il contenuto del “documento” (si tratterebbe, di un ricorso possessorio, come si afferma a pag. 25 ove però vengono riportate circostanze irrilevanti ai fini specifici del dedotto compossesso; ancora, nel ricorso si omette di dimostrare la rituale produzione dell’atto nel giudizio primo grado (cioè entro il primo termine perentorio di cui all’art. 184 c.p.c. nella versione applicabile ratione temporis).
Ulteriore profilo di inammissibilità della censura – e ciò tronca definitivamente ogni ulteriore discussione – è il difetto di interesse (art. 100 c.p.c.): come infatti ammette la stessa ricorrente a pag. 46, i fatti risultanti dal documento in questione (individuato col n. 5 in primo grado e col n. 2 in appello) sono stati considerati pacifici dalla Corte d’Appello e dunque lo scopo che si prefiggeva la parte attraverso quell’atto sarebbe stato comunque raggiunto.
Va ricordato in proposito che per giurisprudenza costante l’interesse ad impugnare va apprezzato in relazione all’utilità concreta che deriva alla parte dall’eventuale accoglimento dell’impugnazione stessa, non potendo esaurirsi in un mero interesse astratto ad una più corretta soluzione di una questione giuridica, priva di riflessi pratici sulla decisione adottata (Sez. 2, Sentenza n. 15353 del 25/06/2010 Rv. 613939; sez. L, Sentenza n. 13373 del 23/05/2008 Rv. 603196; Sez. 1, Sentenza n. 11844 del 19/05/2006 Rv. 589392).
In conclusione, il ricorso va respinto con addebito di ulteriori spese alla parte soccombente, restando logicamente assorbito l’esame del ricorso incidentale, perchè condizionato.
rigetta il ricorso principale e dichiara assorbito quello incidentale; condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che liquida in complessivi Euro 6.200,00 di cui Euro 200,00 per esborsi.