Source: https://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_17503.asp
Timestamp: 2018-05-25 12:45:17+00:00
Document Index: 169843722

Matched Legal Cases: ['art. 76', 'art. 13', 'art. 18', 'art. 35', 'art. 41', 'art. 42']

Il 'bocconcino'. Riflessioni sul decreto che impone alle banche popolari di diventare spa
Alcune considerazioni sulla illegittimità del provvedimento adottato dal Governo e sul pericolo che si traduca in un danno per l'interesse nazionale
IL 'BOCCONCINO'
- L'incostituzionalità. A) Il governo ha recentemente stabilito - mediante decreto legge – che le otto maggiori Banche Popolari, debbano trasformarsi in società per azioni entro un anno.
La Costituzione italiana, (che si presume sia nota ai membri del governo), per rispetto elementare del principio della separazione dei poteri, riserva il ricorso al decreto legge governativo a “casi straordinari di necessità e di urgenza”.
Per chiara evidenza di fatto, non esiste nessuna urgenza a modificare la forma giuridica delle Popolari, e tanto meno si riscontrano nella fattispecie caratteri di “straordinarietà”.
Pertanto, o al governo ignorano il loro lavoro, oppure se ne infischiano sfacciatamente delle regole che lo disciplinano. Comunque, lo stato di fatto ci dice che si tratta di un decreto del tutto incostituzionale.
Non occorrono pronunce ad hoc della Consulta: la incostituzionalità è plateale e oggettiva e riscontrabile da chiunque emergendo da dati di fatto.
Il decreto dovrebbe quindi essere ignorato tamquam non esset, come si fa quando una legge delegata non rispetta i “principi e criteri direttivi” (art. 76) esplicitati nella legge di delega.
B) Ma il provvedimento incorre anche in pesanti motivi di incostituzionalità di merito il primo dei quali è clamoroso, quasi surreale. Si dispone infatti disinvoltamente che determinate entità, nate come associative e cooperative, debbano (!) assumere forma giuridica capitalistica, contrariamente – è ovvio – alla volontà ed alle scelte effettuate dagli associati.
Una imposizione assolutamente improponibile: viola la libertà personale (art. 13) del cittadino di effettuare le legittime scelte che desidera. Nessuno gli può impedire di associarsi per realizzare una iniziativa di un certo tipo, basata – nella specie – sulla cooperazione e su di una struttura sociale paritaria.
Il decreto viola altresì il diritto alla libera associazione (art. 18), nonché il diritto al lavoro “in tutte le sue forme” (art. 35). Per non parlare del diritto alla libera iniziativa economica (art. 41) e alla stessa proprietà (art. 42). (Infatti, la trasformazione in società per azioni svuota in gran parte il diritto di proprietà dei soci delle Popolari).
Addirittura contraddice una garanzia esplicita della Carta: “La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione (…) ne promuove e favorisce l'incremento (…) e ne assicura il carattere e le finalità”. Disposizione chiarissima e definitiva.
Il ricorso all'incostituzionale decreto d'urgenza, oltre all' intento di realizzare in qualche modo il fatto compiuto aggirando un fastidioso dibattito, in Parlamento e nel Paese, che ne avrebbe evidenziato l'illegittimità e l'inopportunità, denuncia un grosso peccato originale: quello di favorire succulente speculazioni di Borsa, attivate anche dalla fuga di notizie che ne ha immediatamente preceduto l'emanazione (e che ha stimolato l'Adusbef a presentare un ricorso alla Consob).
Era infatti fin troppo agevole prevedere che il provvedimento avrebbe provocato un subitaneo innalzamento del valore di borsa delle Popolari interessate.
Non solo illegittimo per evidente incostituzionalità, il decreto è anche del tutto inopportuno.
Di fatto, da tempo, quelli che vorrei definire "sciacalli" della finanza giravano attorno alle Popolari italiane, con pretesti di ogni genere. Ora si trattava della “opportunità di modernizzare”, (termine che è sempre presente quando si tratta in realtà di tornare indietro), ora dei vantaggi offerti da “aggregazioni e fusioni” (vantaggi esistenti solo per chi le fa), ora l'adeguamento alle “esigenze” della globalizzazione, e così via vagheggiando.
In realtà, non è riscontrabile sotto nessun profilo, economico, giuridico, sociale o politico, alcuna obbiettiva esigenza di intervenire (tanto meno con urgenza...) su assetti societari che, oltre a svolgere una precisa e preziosa funzione sociale, hanno sempre fornito risultati economici positivi, sia per gli interessati, sia per la collettività. Sopratutto, in ogni caso, sono assetti che attengono a libere scelte d'intrapresa e che, pertanto, a sé medesime rispondono.
La banca non è più oggi un servizio sociale, ma una impresa il cui scopo è il profitto, dice espressamente (e scelleratamente) la nuova legge bancaria. Ma in ogni caso, che il profitto ci sia o meno, o che l'impresa non funzioni in modo soddisfacente, è questione che riguarda solo chi l'ha messa in piedi.
Si tratta di un principio fondamentale del liberismo economico, che la Ue ha posto addirittura a prologo dei Trattati che ne sanciscono l'esistenza e che l'attuale governo declama e propugna ad ogni occasione, favorendo liberalizzazioni, privatizzazioni, facilitazioni alle imprese, ecc.
Ma questo governo non teme di contraddirsi clamorosamente emanando un provvedimento dirigistico, statalista, inquadrabile in una tipologia di gestione della cosa pubblica degna della Corea del Nord o di qualche dittatorello sudamericano.
- Le motivazioni. A). Quali concreti motivi hanno mosso la mano del governo contro le Popolari, che esistono in tutti i Paesi industrializzati? Qualche balbettio governativo fa cenno alla circostanza che sarebbe più efficiente una banca nella forma di società per azioni.
Non solo non esiste alcuna evidenza al mondo in tal senso (per tacere di insussistenti supporti razionali), bensì è vero esattamente il contrario.
Le Banche Popolari, nei cinque anni tra il 2008 ed il 2013, cioè quelli della crisi, risultano aver erogato finanziamenti a piccole medie imprese per circa 200 miliardi, vale a dire la stessa cifra dei cinque anni precedenti la crisi stessa. Ciò che non è avvenuto per tutte le altre aziende di credito, che hanno invece ridotto drasticamente tali erogazioni.
Inoltre, nel periodo esaminato, hanno evidenziato incrementi del 19% della massa fiduciaria, vale a dire sei punti percentuali in più della media del sistema bancario.
Le Banche Popolari, del resto, sono realtà tradizionalmente votate al finanziamento dell'economia reale.
Il provvedimento del governo, quindi, va contro l'interesse nazionale.
Quanto alla fretta sottostante all'anomalia del provvedimento, è possibile che possa essere suggerita dalla opportunità di utilizzare proficuamente il prossimo arrivo al sistema bancario del fiume di liquidità promesso dal governatore della Bce mediante il c.d. Quantitative easing.
B). Si farfuglia altresì che il decreto favorisce gli accorpamenti e le fusioni e quindi migliora il sistema bancario.
Purtroppo, siamo completamente fuori strada.
Non è solo una questione di esperienza concreta. Anche il più sprovveduto studente sa che le banche, più sono grandi e peggio funzionano: le banche piccole provvedono ad un servizio al territorio molto più soddisfacente. E poi, come vedremo, costituiscono, quando di grosse dimensioni, un pericolo a livello sistemico.
Inoltre, le banche di grandi proporzioni sono in grado di movimentare masse di denaro corrispondentemente importanti che, come si è verificato in questi ultimi anni, vengono normalmente utilizzate in attività speculative sui vari mercati, alterandone il corretto funzionamento e determinando fenomeni involutivi.
E' questo, come sottolinea GALLINO (Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, 2013) il pericolo più insidioso indotto dalle grandi dimensioni: le banche, quanto più sono grandi, tanto più si orientano verso attività speculative (tra cui i pericolosissimi derivati), invece che a servizi all'economia reale. E ciò fanno dietro sollecitazione dei soci, che pretendono elevati rendimenti al capitale che hanno investito in esse. Tanto, se le cose poi vanno male intervengono, come si è visto, i finanziamenti pubblici.
Infatti, non è da dimenticare che proprio le grandi dimensioni delle banche sono diventate un'arma di ricatto verso i governi i quali, per evitarne il fallimento, hanno erogato loro enormi masse di denaro, determinando il vertiginoso aumento del debito pubblico.
Un istituto di credito di grandi dimensioni diventa altresì di fatto incontrollabile e viene a disporre, insieme ai suoi omologhi, di un incontrastabile e totale potere di condizionamento del processo politico e della stessa opinione pubblica.
Il decreto di cui si tratta ne è l'ultima dimostrazione.
Secondo recenti ricerche effettuate dall'Istituto di Tecnologia di Zurigo, a formare il nucleo dell'economia mondiale, sono (soltanto) 147 gruppi dotati di un complesso di partecipazioni tanto ramificate da consentire il controllo dell'intero settore cui appartengono. Tra i primi 50 gruppi dell'elenco, ben 48 (18 sono europei) sono finanziari (banche, fondi e assicurazioni). L'azienda più grande, la Deutsche Bank, evidenzia attivi che sono pari al 17 % del Pil dell'intera Ue. Anche la banca olandese ING, possiede un attivo superiore al Pil del suo paese.
Non occorre grande immaginazione per rendersi conto dell'influenza che può avere un simile potere sul sistema politico e sociale, non solo nel paese di appartenenza, ma nell'intera comunità europea. Il suggeritore dell'austerità che affligge i popoli europei si aggira nelle stanze delle grandi banche.
Parlare quindi di migliorare il sistema finanziario favorendo l'incremento delle dimensioni degli istituti di credito è puro ed irresponsabile delirio.
L'azione di governo che a livello politico e sociale si pone con cogente urgenza, onde evitare il ripetersi di crisi ancor più catastrofiche di quella ora vissuta, dovrebbe esplicarsi esattamente nella direzione contraria. Sarebbe semmai imperativo scomporre i grandi istituti di credito in unità più piccole di modo che sia possibile - del caso – farle fallire (garantendo i risparmi depositati), senza dover ricorrere a costosi salvataggi a carico dei contribuenti.
E' appena il caso di rammentare che l'esperienza dovrebbe insegnare qualcosa in merito. La corsa alle acquisizioni e fusioni nel settore bancario degli anni '90, chiamata pomposamente “razionalizzazione del sistema” e che arrivò a tagliare della metà il numero delle banche operanti nella Ue, trovò le sue motivazioni di fondo (v. GALLINO, Op. cit.) in: 1) creare valore per l'azionista; 2) facilitare l'acquisizione dei concorrenti; 3) acquisire le tipologie di prodotto e le aree di clientela della banca acquisita; 4) espandersi in nuovi mercati (in particolare nei Paesi dell'Est, all'epoca, poco serviti bancariamente).
Il prezzo sociale di queste fusioni è stato poi pagato dal lavoro: gli impiegati mandati a casa sono stati circa 130 mila. Nel nostro caso, le previsioni relative alle Popolari interessate dal provvedimento parlano della possibile perdita di 30 mila posti. Anche lo stesso Presidente della Associazione delle Banche Popolari, Ettore Caselli, appare poco convinto: “Diventare più grandi probabilmente non aiuterebbe” ha affermato nell'ottobre di quest'anno, quando vennero fatte circolare le prime voci di possibili aggregazioni.
3.- Le ragioni di chi? Come è noto, in dipendenza dei c.d. “trattati europei”, lo Stato italiano (popolo, parlamento e governo), non può decidere ciò che vuole. In particolare, è stata totalmente sottratta alla legislazione nazionale tutta la materia del credito, del risparmio e delle banche. E' lecito sospettare quindi che il decreto in questione, sia stato redatto dalle "manine giuste", e recapitato al governo, che si è affrettato a fornire il servizio richiesto.
Naturalmente, le banche sono un veicolo estremamente interessante (il massimo possibile) per accumulare profitti. Specialmente se chi le dirige non ha troppi scrupoli. E per questo si è assistito, come abbiamo detto sopra, alle grandi fusioni degli anni '90, contemporanee alla emissione della nuova legge bancaria che eliminava ogni regola operativa. Naturalmente, fa parte degli obbiettivi di base del grande capitale, in genere, la spinta verso posizioni di monopolio in ogni settore. Ciò consente infatti la massimizzazione del profitto. Intensa è pertanto la tensione a fagocitare i concorrenti. E la forma della società per azioni è lo strumento migliore per arrivare, senza rumore, a conquistarne il capitale e così a controllarne la gestione.
E le banche non solo gestiscono considerevoli masse di denaro (e la collettività, che ne è proprietaria, non può decidere in ordine al loro impiego), ma hanno la possibilità di moltiplicare questo denaro ex nihilo (come dice il Nobel Allais) praticamente senza limiti. E una ignara platea di clienti è pronta ad acquistare i titoli di credito anche fasulli e tossici che queste ritengono di rifilarle.
Non si può dimenticare, infine, che le banche fanno parte dell'area di quei “servizi necessari” (insieme ai porti, alle “utilities”, all'energia, ai trasporti, alla raccolta rifiuti, alle comunicazioni, ecc.) che costituiscono la struttura funzionale di ogni collettività e che, in quanto tali, dispongono di una base di domanda non comprimibile per effetti congiunturali. Quale che sia l'andamento dell'economia, delle banche non si può fare a meno e ciò le rende un'attività sicuramente profittevole.
Ora, l'attenzione della cupola finanziaria mondiale per le Popolari italiane è dovuta innanzitutto alle loro interessanti dimensioni.
Costituiscono un boccone appetitoso, che però non può essere inghiottito perchè non è possibile controllarne la gestione a causa del sistema di voto “capitario” che le caratterizza.
Il decreto in esame vorrebbe appunto consentire, con la trasformazione delle Popolari in società per azioni, questa presa di possesso del grande capitale. Il tutto a scapito dell'interesse nazionale.
(01/02/2015 - Angelo Casella)