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Timestamp: 2017-05-24 04:09:34+00:00
Document Index: 186400220

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 19', 'Cass. Sez. ', 'art. 5']

Giurisprudenza Comunitaria: agosto 2010
La Anheuser-Busch non può far registrare il termine «budweiser» come marchio comunitario per della birra
La Anheuser-Busch non può far registrare il termine «budweiser» come marchio comunitario per della birraLa Budějovický Budvar, che aveva fatto opposizione alla registrazione, non era obbligata a presentare spontaneamente la prova del rinnovo del suo marchio anteriore identico entro il termine imposto per presentare gli elementi di prova a sostegno della sua opposizioneNel 1996, la birreria americana Anheuser-Busch ha chiesto all'UAMI (l'Ufficio per l’armonizzazione nel mercato interno) la registrazione del segno denominativo «budweiser», come marchio comunitario, per della birra nonché per delle bevande al malto alcoliche e analcoliche.La birreria ceca Budějovický Budvar ha fatto opposizione alla registrazione del marchio comunitario facendo valere il suo marchio internazionale denominativo anteriore BUDWEISER, tutelato segnatamente in Germania ed in Austria.La birreria ceca ha fornito la prova del suo status di titolare del marchio anteriore, ma la tutela accordata a tale marchio è scaduta in pendenza del termine imposto dall'UAMI per presentare gli elementi di prova a sostegno della sua opposizione. L’UAMI non ha chiesto alla Budějovický Budvar di fornire la prova del rinnovo del suo marchio anteriore entro detto termine e la società ha presentato tale prova – di propria iniziativa – ma in una fase successiva dell’opposizione.L'UAMI ha respinto la domanda di marchio comunitario della Anheuser-Busch a causa dell’identità del marchio richiesto con il marchio anteriore della Budějovický Budvar. L'UAMI ha inoltre constatato che i prodotti indicati nella domanda della birreria americana erano essenzialmente identici ai prodotti «birra di ogni genere» oggetto del marchio anteriore. Per le bevande al malto analcoliche, l'UAMI ha del pari accolto l’opposizione della birreria ceca in considerazione dell’identità dei marchi e delle manifeste somiglianze tra i prodotti considerati.La Anheuser-Busch ha proposto un ricorso contro la decisione dell’UAMI dinanzi al Tribunale. Nella sua sentenza pronunciata nel marzo 2009 1, il Tribunale ha confermato la decisione dell’UAMI ritenendo che il diritto all'uso commerciale del termine «BUDWEISER» per la birra fosse già stato attribuito in Germania e in Austria alla Budějovický Budvar. Il Tribunale ha anche constatato che la birreria ceca non era obbligata a fornire spontaneamente la prova del rinnovo del suo marchio anteriore entro il termine imposto dall'UAMI per presentare gli elementi di prova.La Anheuser-Busch ha impugnato tale sentenza dinanzi alla Corte di giustizia invocando, in particolare, l’argomento secondo cui, dato che la tutela accordata al marchio anteriore era scaduta prima del termine stabilito per presentare gli elementi di prova, la Budějovický Budvar avrebbe dovuto presentare la prova del suo rinnovo entro tale termine.In data odierna la Corte dichiara che la Budějovický Budvar non era obbligata a presentare spontaneamente entro tale termine la prova del rinnovo del suo marchio anteriore, benché la tutela risultante da tale marchio fosse scaduta tra la data del deposito dell’atto di opposizione e la fine del detto termine. Infatti, la Budějovický Budvar avrebbe dovuto presentare tale prova solo se l'UAMI ne avesse fatta espressa richiesta. Quest’ultimo non l’ha però invitata a presentare una tale prova.Per di più, le nuove regole relative alla produzione delle prove, entrate in vigore nel 2005, che ormai prevedono un obbligo esplicito per l’opponente di presentare la prova del rinnovo del suo marchio anteriore, non sono applicabili retroattivamente nel caso di specie.Pertanto, la Corte dichiara che la Budějovický Budvar, non essendo obbligata a provare il rinnovo del suo marchio durante il termine imposto per presentare gli elementi di prova a sostegno della sua opposizione, ha potuto presentare il certificato del rinnovo di tale marchio dopo la scadenza di detto termine.Dato che nessuno dei motivi dedotti è fondato, la Corte respinge l’impugnazione della Anheuser-Busch nella sua totalità._____________1 Sentenza del Tribunale 25 marzo 2009, causa T-191/07, Anheuser-Busch/UAMI – Budějovický Budvar (BUDWEISER), v. anche CP 25/09.
L’avvocato generale Yves Bot ritiene che il comune di Maastricht possa vietare l’accesso ai coffee shop delle persone non residenti nei Paesi Bassi
L’avvocato generale Yves Bot ritiene che il comune di Maastricht possa vietare l’accesso ai coffee shop delle persone non residenti nei Paesi BassiQuesta misura è necessaria per preservare l’ordine pubblico dai problemi causati dal turismo della droga e contribuisce a combattere il traffico illecito di stupefacenti nell’Unione europeaNei Paesi Bassi i coffee shop sono centri di ristorazione rapida la cui attività principale è tuttavia dedicata alla vendita di «droghe leggere», quali la marijuana e l’hashish, prodotti provenienti dalla cannabis. Il possesso di «droghe leggere» per uso personale è depenalizzato e la loro vendita nei coffee shop, benché vietata dalla legge, è tollerata dalle autorità. Tuttavia, in forza delle direttive del pubblico ministero, essi non possono vendere oltre i 5 gr. di cannabis per persona e per giorno e lo «stock» non deve superare i 500 gr. Inoltre, la vendita di cannabis non deve causare disturbi.In reazione ai problemi generati dall’afflusso notevole e crescente di turisti della droga, il comune di Maastricht ha deciso di riservare l’accesso ai coffee shop ai soli residenti olandesi.Il sig. Josemans gestisce a Maastricht un coffee shop in cui sono vendute e consumate «droghe leggere», oltre a bevande analcoliche e alimenti. Tale centro ha costituito oggetto di due controlli di polizia durante i quali si è constatato che cittadini dell’Unione non residenti nei Paesi Bassi vi erano stati ammessi. Il sindaco di Maastricht ha deciso quindi di chiudere temporaneamente il coffee shop.Il sig. Josemans ha impugnato tale decisione dinanzi al Raad van State (Consiglio di Stato, Paesi Bassi), investito della causa, e ha chiesto alla Corte di giustizia se il diritto dell’Unione europea osti ad una normativa che vieta l’accesso ai coffee shop delle persone non residenti nei Paesi Bassi.L’avvocato generale Yves Bot ricorda che gli stupefacenti, compreso la cannabis, non sono una merce come le altre e che la loro vendita esula dalle libertà di circolazione garantite dal diritto dell’Unione in quanto la loro vendita è illecita. Osserva al riguardo che soltanto gli stupefacenti che hanno un’applicazione medica o scientifica rientrano nella normativa del mercato interno.Per quanto riguarda l’illiceità della vendita delle «droghe leggere», l’avvocato generale constata che questa, benché tollerata nei coffee shop, rimane un’attività vietata da tutti gli Stati membri. Inoltre, i clienti di coffee shop non sono tenuti a consumare cannabis in loco, ma possono importarla in altri Stati membri, esponendosi così a procedimenti penali per esportazione o importazione illecite di stupefacenti.L’avvocato generale considera quindi che la misura adottata dal comune di Maastricht non rientra nel campo di applicazione della libera prestazione di servizi. Tale conclusione non è rimessa in discussione dal fatto che i coffee shop vendono anche prodotti di consumi legali, quali gli alimenti e le bevande analcoliche, in quanto l’attività dei coffee shop è, in pratica, esclusivamente dedicata alla vendita e al consumo di cannabis.Inoltre, l’avvocato generale osserva che il diritto dell’Unione consente agli Stati membri, che rimangono responsabili della salvaguardia dell’ordine pubblico sul loro territorio, di determinare le misure necessarie per preservare quest’ultimo. Costituendo il turismo della droga una minaccia effettiva e sufficientemente grave all’ordine pubblico a Maastricht, l’esclusione dei non residenti dai coffee shop costituisce quindi una misura necessaria per tutelare gli abitanti del comune dai disturbi causati da tale fenomeno.Inoltre, il turismo della droga, in quanto nasconde, in realtà, un traffico internazionale di stupefacenti e alimenta le attività criminali organizzate, minaccia la situazione interna stessa dell’Unione. In tale circostanza, gli Stati membri si sono impegnati a combattere il traffico illecito di stupefacenti nell’ambito della convenzione di applicazione dell’accordo di Schengen. L’avvocato generale constata che la normativa adottata dal comune di Maastricht fa parte di tale lotta e deve essere pertanto considerata valida anche a causa del suo contributo alla preservazione dell’ordine pubblico europeo.
La normativa svedese che vieta la produzione dei giochi d'azzardo organizzati on line
La normativa svedese che vieta la produzione dei giochi d'azzardo organizzati on line, a fini di lucro, da operatori privati stabiliti in altri Stati membri è conforme al diritto comunitarioIl diritto comunitario osta, tuttavia, a una normativa nazionale che sanzioni diversamente la promozione di giochi d’azzardo organizzati in Svezia senza autorizzazione rispetto alla promozione di giochi d’azzardo organizzati fuori del territorio di detto Stato membro.La normativa svedese sui giochi d’azzardo vieta e sanziona la promozione in Svezia dei giochi d’azzardo organizzati all’estero. Essa riserva il diritto di gestire detti giochi ad operatori che perseguano obiettivi di pubblica utilità o di interesse generale.I sigg. Sjöberg e Gerdin erano redattori capo ed editori responsabili, rispettivamente, dei giornali svedesi Expressen e Aftonbladet. Tra i mesi di novembre 2003 e agosto 2004 essi hanno pubblicato nelle pagine dei loro giornali dedicate allo sport messaggi promozionali per giochi d’azzardo proposti sui siti Internet delle società Expekt, Unibet, Ladbrokes e Centrebet, stabilite a Malta e nel Regno Unito. Per tali fatti, qualificati come reati dalla legge svedese sui giochi d’azzardo, essi sono stati condannati in primo grado, ciascuno a un’ammenda di SEK 50 000 (circa EUR 5 200).Lo Svea hovrätt (Corte d’appello di Stoccolma, Svezia), che deve pronunciarsi sui ricorsi d’appello proposti dai sigg. Sjöberg e Gerdin, si chiede se siano conformi al diritto comunitario le disposizioni di legge sulla cui base sono state inflitte le condanne, segnatamente le disposizioni che stabiliscono sanzioni penali contro la promozione in Svezia di giochi organizzati all’estero.Nella sentenza odierna la Corte ricorda anzitutto che il diritto comunitario impone di eliminare qualsiasi restrizione alla libera prestazione dei servizi, anche qualora essa si applichi indistintamente ai prestatori nazionali e a quelli degli altri Stati membri, quando sia tale da vietare, ostacolare o rendere meno attraenti le attività del prestatore stabilito in un altro Stato membro, ove fornisce legittimamente servizi analoghi.La Corte constata che la normativa svedese, che ha l’effetto di vietare la promozione in Svezia tanto dei giochi d’azzardo organizzati lecitamente in altri Stati membri quanto di quelli organizzati senza autorizzazione in Svezia, finisce col restringere la partecipazione a tali giochi da parte del pubblico svedese.Tuttavia, il diritto comunitario ammette restrizioni giustificate, segnatamente, da motivi di ordine pubblico, di pubblica sicurezza o di sanità pubblica. In assenza di armonizzazione all’interno dell’Unione in materia di giochi d’azzardo, spetta ad ogni singolo Stato membro valutare, in tale settore, alla luce della propria scala di valori, come tutelare gli interessi in questione. Gli Stati membri sono conseguentemente liberi di fissare gli obiettivi della loro politica in materia di giochi d’azzardo e, eventualmente, di definire con precisione il livello di protezione perseguito. Le restrizioni che essi impongono devono, però, soddisfare le condizioni di proporzionalità che risultano dalla giurisprudenza della Corte. Occorre esaminare, in particolare, se la normativa svedese sia idonea a garantire il conseguimento di uno o più obiettivi legittimi perseguiti da detto Stato membro e se non vada oltre quanto necessario per il loro raggiungimento. La Corte rileva come sia pacifico che l’esclusione degli interessi lucrativi privati dal settore dei giochi d’azzardo costituisce, secondo il giudice del rinvio, un principio fondamentale della normativa svedese in materia. Tali attività sono riservate in Svezia ad organismi che perseguono obiettivi di pubblica utilità o di interesse generale e le autorizzazioni per la gestione dei giochi d’azzardo sono state concesse esclusivamente ad enti pubblici o caritativi.La Corte constata, al riguardo, che considerazioni di ordine culturale, morale o religioso possono giustificare restrizioni alla libera prestazione dei servizi da parte di operatori privati di giochi d’azzardo, in particolare perché potrebbe essere ritenuto inaccettabile permettere che un privato tragga un vantaggio dalla gestione di una piaga sociale o dalla debolezza dei giocatori e dalla loro sfortuna. Secondo la scala di valori propria a ciascuno degli Stati membri, e tenuto conto del potere discrezionale di cui questi godono, uno Stato membro può, dunque, limitare lo sfruttamento del gioco d’azzardo riservandolo ad enti pubblici o caritativi.Poiché gli operatori che avevano fatto pubblicare gli annunci incriminati sono imprese private a scopo di lucro, le quali non avrebbero mai potuto beneficiare, per la legge svedese, di un’autorizzazione alla gestione di giochi d’azzardo, la Corte conclude che la normativa svedese risponde all’obiettivo di escludere interessi lucrativi privati dal settore dei giochi d’azzardo e può essere considerata necessaria al suo raggiungimento. Il diritto comunitario non osta, quindi, a una normativa siffatta.La Corte nota, poi, che la legge svedese citata dallo Svea hovrätt prevede sanzioni penali solamente in caso di promozione di giochi d’azzardo organizzati in un altro Stato membro e non qualora tali giochi siano organizzati in Svezia senza autorizzazione, essendo tale ultima infrazione punita unicamente con sanzione amministrativa. Rileva, tuttavia, che tra il governo svedese, da un lato, e i sigg. Sjöberg e Gerdin, dall’altro, c'è disaccordo sulla questione se un’altra legge svedese preveda, per la promozione di giochi d’azzardo organizzati in Svezia senza autorizzazione, sanzioni equivalenti a quelle applicate per la promozione di giochi simili organizzati in un altro Stato membro.La Corte ricorda che, nell’ambito del presente procedimento, l’interpretazione delle disposizioni nazionali incombe ai giudici degli Stati membri e non alla Corte. Di conseguenza, spetta al giudice del rinvio esaminare se le due infrazioni in causa, quand’anche disciplinate da testi di legge differenti, siano nondimeno oggetto di un trattamento equivalente. Tale giudice dovrà verificare, in particolare, se nei fatti dette infrazioni siano perseguite dalle autorità preposte con la stessa diligenza e se comportino l’imposizione di pene equivalenti da parte dei competenti organi giurisdizionali.La Corte conclude, così, che, qualora le due infrazioni in questione vengano trattate in modo equivalente, il regime nazionale non può essere considerato discriminatorio. Per contro, qualora le persone che promuovono la partecipazione a giochi d’azzardo organizzati in Svezia senza autorizzazione incorrano in sanzioni meno severe di quelle applicabili a chi pubblicizza giochi simili organizzati in altri Stati membri, il regime svedese comporta una discriminazione che è contraria al diritto comunitario.
La detenzione di «golden shares» nella Portugal Telecom da parte dello Stato portoghese
La detenzione di «golden shares» nella Portugal Telecom da parte dello Stato portoghese costituisce una restrizione ingiustificata alla libera circolazione dei capitaliInfatti, tali «golden shares» attribuiscono allo Stato portoghese un’influenza sulle adozioni di decisioni dell’impresa che può scoraggiare gli investimenti da parte di operatori di altri Stati membriLa Portugal Telecom (PT) è stata creata nel 1994 in seguito alla ristrutturazione del settore delle telecomunicazioni portoghesi. Dal 1995 essa è stata privatizzata in cinque fasi successive. In base alla legislazione portoghese in materia di privatizzazioni, lo statuto delle società delle quali era prevista una privatizzazione poteva configurare, a titolo eccezionale e laddove lo esigessero motivi di interesse nazionale, azioni privilegiate destinate a rimanere proprietà dello Stato. Indipendentemente dal loro numero, questo tipo di azioni aveva l’obiettivo di fornire allo Stato un diritto di veto sulle modifiche statutarie e su altre decisioni riguardanti un determinato settore.Lo statuto della PT è stato adottato nel 1995 quando lo Stato portoghese deteneva il 54,2% del capitale sociale. Esso prevede che il capitale sociale è costituito da 1 025 800 000 azioni ordinarie e da 500 azioni privilegiate («golden shares»). Queste ultime devono essere detenute in maggioranza dallo Stato o da altri azionisti pubblici e sono dotate di taluni privilegi sotto forma di diritti speciali. Alla conclusione della sua privatizzazione, tutte le partecipazioni pubbliche della PT sono state vendute, fatta eccezione per 500 azioni privilegiate.Con il presente ricorso la Commissione contesta i diritti speciali che lo Stato portoghese detiene nella società Portugal Telecom in forza delle «golden shares».Con la sua sentenza pronunciata in data odierna, la Corte di giustizia dichiara che, mantenendo nella PT diritti speciali attribuiti da «golden shares», il Portogallo è venuto meno agli obblighi ad esso incombenti in forza della libera circolazione dei capitali.In primo luogo, la Corte ritiene che l’esercizio dei diritti speciali conferiti al Portogallo nella PT dalle «golden shares» costituisca una restrizione della libera circolazione dei capitali.Infatti, la Corte constata che l’approvazione di un numero significativo di decisioni importanti concernenti la PT1 dipende dall’accordo dello Stato portoghese, dato che queste decisioni non possono essere adottate senza la maggioranza dei voti conferiti alle azioni privilegiate. Inoltre, una tale maggioranza è richiesta, in particolare, per qualunque decisione di modifica dello statuto della PT, cosicché l’influenza dello Stato portoghese sulla PT può essere ridotta solo se esso stesso vi acconsente.Ciò considerato, la detenzione delle azioni privilegiate conferisce al Portogallo un’influenza sulla gestione della PT che non è giustificata dall’importanza della sua partecipazione e può scoraggiare gli investimenti diretti da parte di operatori di altri Stati membri. Infatti, questi ultimi non potrebbero concorrere alla gestione e al controllo di tale società proporzionalmente al valore delle loro partecipazioni. Inoltre, un eventuale rifiuto dello Stato di approvare una decisione importante per la società può avere un’influenza sul valore delle sue azioni e, pertanto, dissuadere gli azionisti dall’effettuarvi investimenti.In secondo luogo, la Corte dichiara che la restrizione controversa non può essere ammessa sulla base delle giustificazioni fatte valere dal Portogallo.Riguardo a tale punto, la Corte ricorda che provvedimenti nazionali che limitano la libera circolazione dei capitali possono essere giustificati, in particolare, dai motivi previsti dal Trattato CE (tra i quali figura la pubblica sicurezza), a condizione che essi siano idonei a garantire il conseguimento dello scopo perseguito e proporzionati rispetto ad esso.Di conseguenza, per quanto concerne l’obiettivo invocato di garantire la sicurezza della disponibilità della rete delle telecomunicazioni in caso di crisi, di guerra o di terrorismo, la Corte ammette che esso può costituire un motivo di pubblica sicurezza e giustificare una restrizione alla libera circolazione dei capitali. Cionondimeno, la Corte ricorda che la pubblica sicurezza può essere fatta valere solamente in caso di minaccia effettiva e sufficientemente grave ad uno degli interessi fondamentali della collettività. Al riguardo, la Corte constata, tuttavia, che il Portogallo si è limitato ad addurre detto motivo senza precisare in che modo la detenzione di «golden shares» consentirebbe di evitare un pregiudizio alla pubblica sicurezza. Pertanto, una siffatta giustificazione non può essere presa in considerazione.Infine, quanto alla proporzionalità della restrizione, la Corte rileva che l’esercizio dei diritti speciali da parte dello Stato non è soggetto ad alcuna condizione o circostanza specifica ed obiettiva. Infatti, anche se la legislazione sulle privatizzazioni subordina la creazione di azioni privilegiate alla condizione che la esigano motivi di interesse nazionale, né questa legge né lo statuto della PT fissano criteri in ordine alle circostanze in cui detti poteri speciali possono essere esercitati. In tal senso, un’incertezza siffatta costituisce un grave pregiudizio alla libera circolazione dei capitali. Infatti, essa conferisce alle autorità nazionali un potere talmente discrezionale da non poter essere considerato proporzionato agli obiettivi perseguiti.______________1 Quali, ad esempio, l’acquisizione di partecipazioni superiori al 10% del capitale sociale, la gestione di quest’ultima o la definizione dei principi generali della politica in materia di assunzione di partecipazioni in società o gruppi, di acquisizioni e di cessioni, laddove sia richiesta la previa autorizzazione dell’assemblea generale.
(CAUSA C-264/10) SPAZIO DI LIBERTA', SICUREZZA E GIUSTIZIA - MAE - CONSEGNA CONDIZIONATA DEL CITTADINO O RESIDENTE NELLO STATO - REQUISITI: CONSENSO
(CAUSA C-264/10) SPAZIO DI LIBERTA', SICUREZZA E GIUSTIZIA - MAE - CONSEGNA CONDIZIONATA DEL CITTADINO O RESIDENTE NELLO STATO - REQUISITI: CONSENSOLa Corte di Cassazione rumena ha sottoposto un’interessante questione alla Corte di giustizia, concernente il mandato di arresto europeo. Si è chiesto se il regime di consegna previsto dall’art. 5, punto 3, della decisione quadro (consegna del residente o cittadino dello Stato di esecuzione, ai fini di un'azione penale, condizionato al suo ritrasferimento, una volta condannato) sia vincolato o meno al consenso della persona. La questione è stata già affrontata dalla nostra Suprema Corte che ha stabilito il principio che la condizione del reinvio prevista dall'art. 19 lett. c) L. n. 69 del 2005 costituisce un requisito di legittimita' della decisione di consegna, ogniqualvolta “non vi sia una espressa diversa richiesta dell'interessato” (Cass. Sez. VI, n. 7108, 12/02/2009 - 18/02/2009, Rv. 243077).Testo Completo: Domanda di pronuncia pregiudiziale proposta dalla Înalta Curte de Casaţie şi Justiţie (Romania) il 28 maggio 2010Procedimento penale a carico di Gheorghe Kita(Causa C-264/10)Lingua processuale: il rumenoGiudice del rinvioÎnalta Curte de Casaţie şi JustiţiePartiGheorghe KitaQuestioni pregiudizialiSe l'art. 5, punto 3, della decisione quadro del Consiglio dell'Unione europea 13 giugno 2002, 2002/584/GAI 1, debba essere interpretato nel senso che il ritorno (trasferimento) della persona condannata, precedentemente consegnata in forza di un mandato d'arresto europeo ai fini di un'azione penale, nello Stato di cui ha la cittadinanza, ha luogo automaticamente anche in mancanza del suo consenso, consenso che è una condizione imposta dalla Convenzione europea sul trasferimento delle persone condannate.