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Timestamp: 2020-02-26 03:46:15+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 67', 'art. 7', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 1', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 82', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ']

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Secondo la Cassazione a Sezioni Unite la mancata dichiarazione in atto del valore di perizia non disattiva il “meccanismo” della rivalutazione
Cassazione, sentenza n. 2321 del 31 gennaio 2020, Sez. Unite Civili
In tema di plusvalenze di cui al D.P.R. n. 917 del 1986, art. 67, comma 1, lett. a) e b), per i terreni edificabili e con destinazione agricola l’indicazione nell’atto di vendita dell’immobile, di un corrispettivo inferiore rispetto al valore del cespite in precedenza rideterminato dal contribuente sulla base di perizia giurata a norma della L. n. 448 del 2001, art. 7, non determina la decadenza del contribuente dal beneficio correlato al pregresso versamento dell’imposta sostitutiva, né la possibilità per l’Amministrazione finanziaria di accertare la plusvalenza secondo il valore storico del bene.
Con la pronuncia in commento le Sezioni Unite della Cassazione intervengono a dirimere un contrasto interpretativo relativamente agli eventuali effetti preclusivi del meccanismo in questione derivanti dalla mancata indicazione del valore periziato quale base imponibile delle imposte sui trasferimenti.
In relazione a questa questione occorre ricordare che l’amministrazione finanziaria ha da sempre sostenuto che dovesse sussistere una corrispondenza tra il valore indicato in atto e quello periziato affinché il valore asseverato potesse assumersi, al momento dell’atto realizzativo, quale nuovo costo storico per la determinazione dell’eventuale plusvalenza.
In sostanza emergeva dalla prassi che l’operatività del meccanismo della rivalutazione fosse subordinato all’esistenza di due condizioni: in primo luogo il perfezionamento della procedura con la redazione della perizia e con il versamento dell’imposta sostitutiva; in secondo luogo, la dichiarazione in atto del valore periziato del bene quale “valore minimo di riferimento”, ossia come valore minimo della base imponibile ai fini del tributo di registro e delle imposte ipotecaria e catastale.
Dalla mancata coincidenza tra “valore minimo di riferimento” e valore assunto quale base imponibile per le imposte sul trasferimento del bene rivalutato, si faceva derivare la “decadenza” dal regime della rideterminazione e la conseguente necessità di calcolare l’eventuale plusvalenza sulla base del costo storico non rivalutato (più ampiamente sul punto si veda Telefisco 2013: la circolare dell’Agenzia delle Entrate. Risposte ai quesiti sulla determinazione del valore dei terreni, in CNN Notizie del 13/03/2013 ove anche i riferimenti nella prassi).
In tempi più recenti, l’amministrazione finanziaria aveva parzialmente temperato il proprio orientamento affermando che laddove fosse stata fatta menzione nell’atto della intervenuta rideterminazione del valore, considerando altresì il valore periziato ai fini del calcolo delle imposte sui trasferimenti, il contribuente non sarebbe incorso in “decadenza” anche se dall’atto fosse emerso solo il corrispettivo inferiore all’importo periziato (cfr. risoluzione n. 53/E del 27 maggio 2015 in CNN Notizie del 290/05/2015 con segnalazione novità Dall’Agenzia delle Entrate risolte alcune questioni controverse in tema di rideterminazione del valore dei terreni).
Questo orientamento non era condiviso dalla giurisprudenza prevalente che in più occasioni (si vedano le pronunce richiamate nella sentenza in commento) aveva evidenziato come la disciplina della rivalutazione, nella sua formulazione testuale, non consentisse di avallare la pretesa interdipendenza tra l’utilizzabilità del valore rideterminato ai fini delle imposte sui redditi e la sua assunzione quale base imponibile delle imposte sui trasferimenti. Ma la giurisprudenza non era univoca nell’interpretazione, atteso che un altro orientamento, seppur minoritario, recepiva e faceva propria la posizione ministeriale.
È al primo indirizzo interpretativo menzionato che le Sezioni Unite, nella pronuncia in commento, hanno ritenuto di dover dar seguito, conseguentemente escludendo la decadenza del contribuente allorché nel successivo atto traslativo si ometta il riferimento al valore di perizia e, invece, venga indicato un corrispettivo inferiore di cessione.
La Cassazione a Sezioni Unite ricostruisce in maniera semplice e chiara la disciplina e la sua funzione.
Innanzitutto si chiarisce che la possibilità conferita al contribuente di usufruire del meccanismo di cui alla L. n. 448 del 2001, art. 7, comma 1, secondo il quale può essere assunto, in luogo del costo o valore di acquisto, il valore determinato sulla base di una perizia giurata di stima, è unicamente condizionato al versamento nei termini di legge di un’imposta sostitutiva sul valore stimato in perizia.
In base alla disposizione di cui all’ art. 7 menzionato, il contribuente sceglie di addivenire al pagamento del tributo sostitutivo. Il meccanismo della rideterminazione è dunque volontario, ma non al punto da poter ritenere che dalla mancata indicazione del valore nell’atto si possa desumere una volontà contraria della parte che non vi abbia fatto riferimento. Ed infatti, secondo i giudici di legittimità, in proposito è sufficiente evidenziare che il titolare del bene, optando per il meccanismo di cui alla L. n. 448 del 2001, art. 7, determina e versa il tributo sostitutivo indipendentemente dalla effettiva alienazione del bene e dunque indipendentemente dal fatto che si determini l’evento realizzativo dell’eventuale plusvalenza.
Benché, poi, il Fisco tenda ad interpretare il sistema in modo da creare una diretta correlazione fra le due diverse tassazioni (ai fini delle imposte dirette e delle indirette), al punto da affermare che la tesi dallo stesso espressa avrebbe la finalità di impedire l’occultamento delle imposte di trasferimento secondo il valore normale minimo, non può disconoscersi che si è in presenza di distinte imposizioni fiscali nascenti sulla base di autonomi presupposti. Sotto questo profilo si evidenzia nella pronuncia in rassegna che l’amministrazione finanziaria è nelle condizioni di compiere le opportune verifiche tese ad evitare l’occultamento della base imponibile con riguardo alle imposte sui trasferimenti senza dover ricorrere alla elaborazione di “automatismi” non previsti dalla legge.
In definitiva, secondo la Cassazione l’indicazione in atto di un valore inferiore a quello di perizia non comporta la decadenza dalla rivalutazione già operata. L’amministrazione finanziaria, in questi casi, può regolarmente esercitare il potere di rettifica «deve, infatti, ammettersi senz’altro che l’Amministrazione possa richiedere alle parti contraenti – Cass. n. 9146/2014, Cass. n. 13139/2018 – il pagamento delle imposte di trasferimento rettificando il prezzo di vendita inferiore indicato nell’atto di trasferimento e contestando il pagamento delle imposte d’atto sulla base del valore a suo tempo periziato – alla stregua della L. n. 448 del 2001, art. 7, comma 6».
È appena il caso di evidenziare quanto la pronuncia in commento giunga opportunamente, atteso che i termini per la rivalutazione sono stati riaperti da poco con l’ultima legge di bilancio [1].
[1] Cfr. L’art. 1, commi 693 e 694, Legge 27 dicembre 2019, n. 160 che ha anche modificato la misura dell’aliquota dell’imposta sostitutiva portandola dal 4 a 11 per cento
V.A., e V.G., elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CARDINAL DE LUCA 10, presso lo studio dell’avvocato TULLIO ELEFANTE, che li rappresenta e difende;
udito il Pubblico Ministero, in persona dell’Avvocato Generale Dott. MATERA Marcello, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso;
uditi gli avvocati Tullio Elefante e Francesca Subrani dell’Avvocatura Generale dello Stato.
V.A. e V.G. impugnavano innanzi alla CTP di Caserta l’avviso di accertamento con il quale era stato rettificato il valore dichiarato della plusvalenza realizzata insieme alla madre
S.V. in seguito all’alienazione, con atto notarile registrato il 3.11.2003, di un terreno edificatorio sito in (OMISSIS) in favore della società ALFA s.r.l., pervenuto in quota alla contribuente in seguito alla successione del defunto coniuge.
L’Ufficio, che operava la ripresa ad Irpef relativa all’anno di imposta 2003, rilevava che la contribuente non aveva incluso la plusvalenza realizzata nella dichiarazione dei redditi, avendo precedentemente provveduto alla rivalutazione del fondo, ai sensi della L. n. 448 del 2001, art. 7, comma 1, con perizia estimativa del valore del cespite di Euro 584.230,36, superiore al valore di vendita di Euro 500.000,00 dichiarato nell’atto di alienazione, non potendosi applicare la normativa di favore prevista dalla L. n. 448 del 2001, art. 7, in relazione all’indicazione di un valore di vendita inferiore a quello di perizia.
Sulla base di tali premesse, l’Agenzia delle entrate aveva determinato il valore della plusvalenza in misura pari alla differenza tra il valore di vendita e quello indicato nella dichiarazione di successione, imputando tale plusvalenza in parti uguali alla S. ed ai suoi figli, secondo le regole di tassazione disposte dal D.P.R. n. 917 del 1986, art. 82, ratione temporis applicabile e provvedendo, altresì, a scomputare dal tributo dovuto l’importo delle somme versate a seguito della rideterminazione del valore di acquisto.
La Commissione Tributaria Provinciale di Caserta riuniva i ricorsi proposti dai contribuenti e, con sentenza n. 734/07/09, li accoglieva parzialmente, riconoscendo il diritto dei ricorrenti al rimborso dell’imposta sostitutiva già versata.
Tale pronunzia veniva appellata dalla S. innanzi alla Commissione Tributaria Regionale della Campania che, dopo aver disposto la separazione delle cause riunite, con sentenza n. 304/28/11, rigettava l’impugnazione. Secondo la CTR l’agevolazione prevista dalla L. n. 448 del 2001, art. 7, comma 1, era subordinata all’indicazione del valore determinato dalla perizia di stima ed al pagamento dell’imposta sostitutiva. E poichè nell’atto di alienazione era stato indicato un valore inferiore a quello risultante dalla perizia giurata, la disciplina agevolativa non poteva più applicarsi.
All’udienza camerale del 19 aprile 2018 la sezione quinta ha rinviato il procedimento alla pubblica udienza e con ordinanza interlocutoria n. 19351, pubblicata il 18 luglio 2019 coevamente all’ordinanza n. 19352/2019 resa nel procedimento iniziato con ricorso da S.V. avverso la sentenza della CTR Campania avente il medesimo oggetto, ha quindi rimesso gli atti al Primo Presidente affinchè valutasse l’opportunità di assegnare la decisione del ricorso a queste Sezioni Unite, presentando la questione da risolvere aspetti di particolare rilevanza, in relazione al contrasto formatosi sulla decisione della stessa all’interno della sezione.
La causa, all’udienza del 17 dicembre 2019, è stata posta in decisione.