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Timestamp: 2017-09-24 12:02:04+00:00
Document Index: 101292240

Matched Legal Cases: ['art. 116', 'art. 116', 'art. 269', 'art. 116', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 378', 'art. 360', 'art. 30', 'art. 269', 'art. 116', 'art. 214', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 116', 'art. 116', 'art. 13', 'art. 13', 'art. 52']

TEST PATERNITA’ CASSAZIONE AVVOCATO DIRITTO DI FAMIGLIA BOLOGNA | Avvocato a Bologna - Studio Legale Bologna Avvocato Sergio Armaroli
TEST PATERNITA’ CASSAZIONE AVVOCATO DIRITTO DI FAMIGLIA BOLOGNA
Padre conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi,
il giudice potrà liberamente valutare il rifiuto del padre di sottoporsi al test del DNA, ex art. 116, secondo comma, c.p.c. “anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti, non derivando da ciò né una restrizione della libertà personale del preteso padre, che conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, né una violazione del diritto alla riservatezza, essendo rivolto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio solo a fini di giustizia, mentre il sanitario, chiamato a compiere l’accertamento, è tenuto al segreto professionale ed al rispetto dalla disciplina in materia di protezione dei dati personali“.
anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti, non derivando da ciò nè una restrizione della libertà personale del preteso padre, che conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, nè una violazione del diritto alla riservatezza, essendo rivolto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio solo a fini di giustizia, mentre il sanitario, chiamato a compiere l’accertamento, è tenuto al segreto professionale ed al rispetto dalla disciplina in materia di protezione dei dati personali (Sez. 1, Sentenza n. 11223 del 21/05/2014). Dunque, nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, la prova della fondatezza della domanda può trarsi anche unicamente dal comportamento processuale delle parti, da valutarsi globalmente, tenendo conto delle dichiarazioni della madre naturale e della portata delle difese del convenuto. Pertanto, non sussistendo un ordine gerarchico delle prove riguardanti l’accertamento giudiziale della paternità e maternità naturale, il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi agli esami ematologici, considerando il contesto sociale e la eventuale maggiore difficoltà di riscontri oggettivi alle dichiarazioni della madre, può essere liberamente valutato dal giudice, ai sensi dell’art. 116 c.p.c. , comma 2, anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti (Sez. 1, Sentenza n. 12971 del 24/07/2012; Sez. 1, Sentenza n. 6025 del 25/03/2015).
D’altra parte, l’inidoneità, sancita dall’ultimo comma dell’art. 269 cod. civ. , della sola dichiarazione della madre a costituire prova della paternità stessa, non è assimilabile al divieto assoluto di utilizzazione di simili dichiarazioni, non potendosi escludere, coerentemente con il disposto dell’art. 116 c.p.c. , comma 2, che il giudice possa utilizzarle, come argomento di prova, al pari di tutti gli altri comportamenti tenuti dalle parti medesime in corso di giudizio, coniugandone il contenuto con altri simili argomenti, così da fondare, sul risultato complessivamente ottenuto in tal guisa, il proprio legittimo convincimento (cfr. Sez. 1, Sentenza n. 18224 del 22/08/2006).
Sentenza, 21/12/2015, n. 25675
sul ricorso 7646/2014 proposto da:
L.F. S., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA MAGLIANO SABINA 24, presso l’avvocato LUIGI PETTINARI, rappresentato e difeso dagli avvocati LUCCHETTI ALBERTO, FRANCESCA PAOLETTI, ALESSANDRO LUCCHETTI, giusta procura a margine del ricorso;
P.P., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZALE DON G. MINZONI 9, presso l’avvocato LUPONIO SAMANTHA, rappresentata e difesa dall’avvocato DE CURTIS NICOLA, giusta procura in calce al controricorso;
avverso la sentenza n. 457/2013 della CORTE D’APPELLO di ANCONA, depositata il 30/07/2013;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 25/11/2015 dal Consigliere Dott. ANTONIO DIDONE;
udito, per la controricorrente, l’Avvocato E. LUPONIO, con delega, che ha chiesto il rigetto del ricorso;
1.- Con la sentenza impugnata (depositata il 30.7.2013) la Corte di appello di Ancona, in riforma della decisione del tribunale, ha accolto la domanda di riconoscimento di paternità proposta da P.P. nei confronti di L.F. S..
Nel termine di cui all’art. 378 c.p.c. , parte ricorrente ha depositato memoria.
2.1.- Con il primo motivo il ricorrente denuncia violazione di legge – rilevante ex art. 360 c.p.c. – in relazione all’art. 30 Cost. , art. 269 c.c. , comma 4, e artt. 2697, 2702 e 2729 c.c. , nonchè art. 116 c.p.c. , comma 2, e art. 214 c.p.c. – nella parte in cui la Corte d’Appello, attribuendo valore probatorio alla sola dichiarazione autografa asseritamente proveniente dalla madre dell’attrice, riteneva “ingiustificato” il rifiuto del Sig. L.F. di sottoporsi all’indagine ematologica sul DNA e conseguentemente riteneva fondata la domanda di dichiarazione giudiziale di paternità promossa dalla sig.ra P..
2.2.- Con il secondo motivo il ricorrente denuncia “Insufficiente motivazione – rilevante ex art. 360 c.p.c. , n. 5 – in ordine al carattere di gravità, precisione e concordanza attribuita agli indizi a sfavore del L.F. , senza, al contrario, valutare la grave carenza dell’impianto probatorio fornito dalla parte appellante”.
Va innanzitutto evidenziato che il secondo motivo è inammissibile perchè nel vigore del nuovo testo dell’art. 360 c.p.c. , comma 1, n. 5), introdotto dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83 , convertito con modifiche nella L. 7 agosto 2012, n. 134 (applicabile ratione temporis), non è più configurabile il vizio di contraddittoria motivazione della sentenza, atteso che la norma suddetta attribuisce rilievo solo all’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti.
Nel resto, le censure sono infondate perchè la corte territoriale ha correttamente applicato il principio per il quale nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi agli esami ematologici può essere liberamente valutato dal giudice, ai sensi dell’art. 116, secondo comma, cod. proc. civ. , anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti, non derivando da ciò nè una restrizione della libertà personale del preteso padre, che conserva piena facoltà di determinazione in merito all’assoggettamento o meno ai prelievi, nè una violazione del diritto alla riservatezza, essendo rivolto l’uso dei dati nell’ambito del giudizio solo a fini di giustizia, mentre il sanitario, chiamato a compiere l’accertamento, è tenuto al segreto professionale ed al rispetto dalla disciplina in materia di protezione dei dati personali (Sez. 1, Sentenza n. 11223 del 21/05/2014). Dunque, nel giudizio promosso per la dichiarazione giudiziale di paternità naturale, la prova della fondatezza della domanda può trarsi anche unicamente dal comportamento processuale delle parti, da valutarsi globalmente, tenendo conto delle dichiarazioni della madre naturale e della portata delle difese del convenuto. Pertanto, non sussistendo un ordine gerarchico delle prove riguardanti l’accertamento giudiziale della paternità e maternità naturale, il rifiuto ingiustificato del padre di sottoporsi agli esami ematologici, considerando il contesto sociale e la eventuale maggiore difficoltà di riscontri oggettivi alle dichiarazioni della madre, può essere liberamente valutato dal giudice, ai sensi dell’art. 116 c.p.c. , comma 2, anche in assenza di prova dei rapporti sessuali tra le parti (Sez. 1, Sentenza n. 12971 del 24/07/2012; Sez. 1, Sentenza n. 6025 del 25/03/2015).
Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, da atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis.
In caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri dati identificativi delle parti a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, in quanto imposto dalla legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 25 novembre 2015.