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Timestamp: 2019-04-23 17:50:05+00:00
Document Index: 124013800

Matched Legal Cases: ['art. 22', 'art. 1', 'art. 51', 'art. 3', 'art. 22', 'art. 11', 'art. 51', 'art. 3', 'art. 52', 'art. 11', 'art. 83', 'art. 24', 'art. 82', 'art. 82']

Venerdì 01 Aprile 2011 19:44
Scritto da Giorgio Ciccarelli
Il CNF passa la parola alla Consulta.
Il 26 aprile 2010 è stata pubblicata l’ordinanza con cui il CNF, nell’esercizio dei suoi poteri giurisdizionali, si è espresso in merito alla questione della eleggibilità al Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Roma dell’avv. Alessandro Graziani.
Come noto, i ballottaggi svoltisi il 10 febbraio 2010 hanno visto come ultimo tra i vincitori l’avv. Graziani, mentre primo tra i non eletti è risultato l’avv. Carlo Testa.
Ora quest’ultimo ha contestato la validità dei suddetti risultati proponendo reclamo innanzi al Consiglio Nazionale Forense, ai sensi d e l l ’ a r t . 6 D . L g t . 23.11.1944 n. 382, deducendo la violazione dell’art. 22 RD 27.11.33 n. 1578 come modificato dall’art. 1 bis DL 21.5.03 convertito nella L. 18.7.03 n. 180.
In sostanza l’avv. Graziani si troverebbe in una condizione di ineleggibilità derivante dall’aver svolto la funzione di commissario agli esami di avvocato per l’anno 2006 (conclusisi in data 3 luglio 2008). In virtù del tenore letterale della norma, infatti, la preclusione si estenderebbe fino alle elezioni immediatamente successive all’incarico di commissario d’esame, e nella fattispecie le elezioni appena svolte a gennaio/ febbraio per il rinnovo del Consiglio dell’Ordine, rientrerebbero nel divieto, con la conseguente causa di ineleggibilità, eccepita dall’avv. Testa, che per l’effetto ha chiesto di essere dichiarato direttamente eletto in sostituzione del candidato ineleggibile.
Nel resistere al reclamo l’avv. Graziani ha esposto una serie di motivazioni impeditive del provvedimento invocato dal ricorrente, facendo notare comunque per un verso la necessità di elezioni suppletive, per altro verso che medio tempore si erano svolte le elezioni del Comitato dei delegati alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense (svoltesi nel febbraio 2009), e che inoltre il medesimo resistente aveva ricoperto il ruolo di commissario suppletivo e non effettivo della commissione d’esame.
Il resistente si è poi soffermato sulla ratio della norma, evidenziando molteplici profili di illegittimità costituzionale che la vizierebbero, in particolare rispetto al diritto di elettorato passivo di cui all’art. 51 Cost. e al principio di ragionevolezza di cui all’art. 3 Cost. Svoltasi l’udienza del 20 marzo 2010, con il contraddittorio esteso al COA di Roma e al Procuratore Generale, il CNF in seduta giurisdizionale ha deciso di ritenere rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale dell’art. 22 RD 27.11.33 n. 1578, nella parte in cui “rimuovendo l’impedimento alla elezione passiva ai consigli degli ordini forensi e agli organi della Cassa di previdenza e assistenza forense per gli avvocati che abbiano fatto parte delle commissioni dell’esame di abilitazione forense, solo dopo che siano state espletate le elezioni immediatamente successive all’incarico ricoperto per entrambe le elezioni, è in contrasto con gli artt. 2, 3 e 51 Cost. nonché con gli artt. 52 della Carta dei diritti fondamentali e l’art. 11 CEDU”.
In particolare il CNF ha ritenuto la norma in oggetto eccessivamente discrezionale e certamente equivoca, per ciò che concerne il periodo di durata di tale causa di ineleggibilità, capace di estendere i propri effetti sia sul biennio di durata dei consigli degli ordini, sia sul quadriennio dei comitati alla Cassa, e ciò in contrasto con la regola posta dall’art. 51 Cost. Si è soffermato, poi, il CNF, sulla disparità di trattamento che si viene a creare tra chi ha svolto la funzione di commissario d’esame e chi invece tale ufficio non lo ha voluto svolgere. Viene evidenziato che, contrariamente all’aura di sospetto da cui muove il legislatore (che sembra assumere l’esistenza di una malafede da parte di chi svolge le funzioni di commissario d’esame volta alla captatio benevolentiae dei candidati, futuri elettori), v’è in realtà una gravosità dell’incombente che non può diventare motivo di discriminazione, per lo meno non per un tempo indefinito o eccessivamente lungo, pena la violazione dell’art. 3 Cost. oltre che dell’art. 52 Carta dei diritti fondamentali e dell’art. 11 C.E.D.U.
Venerdì 01 Aprile 2011 19:39
Ed io (non) pago!!!!
«Money, it’s a crime share it fairly but don’t take a slice of my pie» cantavano I Pink Floyd nel 1973 nella canzone “Money”, ovvero:“denaro, è un crimine, dividetelo equamente ma non toccate il mio gruzzoletto”. Una massima che vale tutt’oggi, soprattutto nell’agitato pianeta Giustizia, nel quale le varie componenti (avvocati, magistrati, cancellieri, ecc.) sono divise su tutto tranne che su un argomento: i soldi. Ovvero, fate come vi pare, ma non toccate in nessun caso il mio gruzzoletto. Da un lato l’Associazione Nazionale Magistrati (A.N.M.) scende sul piede di guerra e decide di organizzare un grande sciopero contro la manovra economica del Governo motivando la grave decisione sul rilievo che «la manovra incide unicamente sul pubblico impiego … [e] paralizza l’intero sistema giudiziario … svilisce la dignità della funzione giudiziaria e mina l’indipendenza e l’autonomia della magistratura; incide in misura rilevante soprattutto sulle retribuzioni dei magistrati più giovani che subiscono una riduzione di stipendio fino al 30%». Anzi, peggio ancora: le misure in parola colpiscono in maniera «iniqua, indiscriminata e causale». Il giovane (ed idealista) magistrato di prima nomina con uno stipendio lordo di circa 40mila euro, secondo l’A.N.M., subirà tagli per circa 10mila euro (lordi) all’anno. E allora i togati scattano come un sol uomo, mettendo da parte le divisioni di corrente, le rivalità professionali, le antipatie personali: tutti per uno, uno per tutti. E la Giunta dell’Unione delle Camere Penali Italiane (U.C.P.I.) ne approfitta per portare un assalto all’arma bianca all’A. N.M. ovvero la «casta della magistratura associata », per via dello sciopero i cui sopra «diretto a mantenere privilegi economici e di corporazione», ispirato da «mere ragioni di conservazione [di] potere e [di] privilegio», in un incendiario e discutibile comunicato stampa, poi successivamente riveduto e corretto. Dall’altro lato gli avvocati sono anch’essi sensibilissimi al tema, ma - sovente - nelle sedi competenti si presentano – come al solito - divisi e litigiosi. E’ successo recentemente anche al Tribunale di Roma, in sede di elaborazione di un prontuario in tema di gratuito patrocinio e riconoscimento degli onorari ai difensori d’ufficio. L’idea è di creare un prontuario a cui si allega uno schema di liquidazione degli onorari a “parcella standardizzata”, che è in corso di realizzazione (anzi, in dirittura d’arrivo), frutto degli sforzi congiunti di una commissione guidata dal dr. Bruno Iannolo, magistrato in forza alla V Sezione Penale, a cui partecipano la Camera Penale di Roma e l’Associazione Nazionale Forense (A.N.F.) capitolina, ed a cui si è aggiunta anche l’Associazione forense “Ius ac Bonum” presieduta dall’Avv. Arianna Agnese (e di cui è diventato recentemente – ed immeritatamente – segretario lo scrivente). Ebbene, alla riunione tenutasi il 20 maggio scorso nella nutrita pattuglia avvocatesca solo noi di “Ius ac Bonum” abbiamo sollevato obiezioni in merito all’inadeguatezza degli onorari previsti, come – ad esempio - nel caso di patteggiamento. Ne è seguita una accesa seppur stimolante discussione – tutta interna alle realtà associative forensi presenti – proprio sul delicato tema dei compensi all’avvocato e sugli aspetti economici della nostra professione. Anzi, occorre amaramente aggiungere che gli autorevoli rappresentanti della C.P.R. hanno violentemente attaccato sul punto proprio noi di “Ius ac Bonum”, ultimi arrivati carichi di speranze, davanti ai magistrati presenti, imbarazzati e forse un po’ divertiti... Più sfumata e prudente la posizione dell’A.N.F. romana, per bocca dell’Avv. Marco Lepri che, interpellato sul punto, ammette che «molti nostri giovani colleghi che lavorano soprattutto con il patrocinio a spese dello Stato e con le difese di ufficio, hanno effettivi problemi a mandare avanti il proprio studio a causa della lentissima lavorazione delle proprie istanze e del conseguente tardivo pagamento delle liquidazioni». Marco, puoi dirlo forte! Per quanto riguarda le “parcelle forfetizzate” il collega Lepri si dice convinto che «non potranno che avere un risultato positivo per i giovani colleghi menzionati, perché daranno loro la possibilità di aderirvi e, ciò facendo, di annullare sostanzialmente i tempi di attesa per l’invio delle liquidazioni al modello 12 [l’ufficio dove si incassano i soldi, NdR]». In ogni caso è stato assicurato dal (paterno e paziente, con noi avvocati, va detto) dr.Iannolo che gli importi delle parcelle forfetizzate potranno essere eventualmente rivisti, specie se non dovessero riscuotere consenso a causa della loro entità. E’ l’amara previsione di noi di “Ius ac B o n u m ” , ma si vedrà.
Più in generale c’è chi pensa (lo s c r i v e n t e ) che vi sia un rapporto di proporzionalità diretta fra la difficoltà ad o t t e n e r e gli onorari per i difensori d’ufficio e il progressivo ed evidente deterioramento del livello tecnico della difese d’ufficio medesime. E lo stesso discorso ben si potrebbe fare per le difese degli avvocati ammessi all’elenco del gratuito patrocinio.
Ma c’è da aggiungere che oggi, di fatto, essere iscritto nell’elenco dei difensori d’ufficio a Roma equivale a una forma di volontariato gratuito, ferma restando l’utilità di tale attività in termini di formazione professionale e indiscusso l’alto valore morale dell’opera svolta.
Ma gli avvocati – anche e soprattutto quelli iscritti alle difese di ufficio e nell’elenco del gratuito patrocinio - non vivono d’amore, e devono pagare le bollette, le spese di studio, le rate del mutuo e magari pure il noleggio della toga.
«E io pago …!!!» avrebbe esclamato il grande Totò.
Interrogato alla Camera, in una seduta dello scorso 13 maggio, sul problema dei fondi per la liquidazione dei compensi in favore delle due ardimentose categorie di legali di cui sopra, il Governo, per bocca della Elisabetta Alberta Casellati Sottosegretario di Stato per la giustizia, ha ammesso che soltanto per l’anno scorso vi sarebbe ancora un debito pari a circa 30 milioni di euro per compensi agli avvocati liquidati, ma dagli stessi non ancora incassati.
Il Sottosegretario ha promesso i soldi per pagare i debiti pregressi fino all’anno 2007, snocciolando una serie di cifre relativo al capitolo di spesa 1360 - che qui interessa - del Ministero della Giustizia. Ma fra stanziamenti per cassa e per competenza, variazioni di bilancio e assegnazioni straordinarie francamente non si è capito ancora quanti soldi ci sono e quando saranno effettivamente disponibili.
Rimanga agli atti che l’On.le Casellati è avvocato.
«In questo modo si calpesta la dignità dell’ordine forense e soprattutto l’effettivo diritto di difesa del cittadino» chiosa l’Avv. Arianna Agnese, Presidente dell’Associazione “Ius ac Bonum” «fra la presentazione dell’istanza per la liquidazione dei compensi degli avvocati per il gratuito patrocinio e l’effettivo incasso delle somme possono trascorrere tranquillamente anche quattro o cinque anni … abbastanza per prendersi una laurea».
Infatti, l’art. 83 del Decreto del Presidente della Repubblica n. 115 del 2002 (il famigerato Testo unico delle spese di giustizia) precisa che la liquidazione dei compensi è prevista «al termine di ciascuna fase o grado del processo e, comunque, all’atto della cessazione dell’incarico» previo emissione di decreto di pagamento dell’Autorità giudiziaria. Ma i tempi si allungano ulteriormente perché il pagamento effettivo viene delegato ad altri uffici (il mitico “modello 12” di cui sopra), ad opera di spietati “funzionari delegati” che provvedono alla bisogna in rigoroso ordine cronologico e nei limiti dei fondi che passa loro il parsimonioso Ministero dell’Economia.
Il Presidente Agnese conclude magistralmente: «noi crediamo fermamente che avvocati e magistrati debbano essere retribuiti in modo congruo e dignitoso per il delicatissimo lavoro che svolgono, ciascuno nei propri ambiti. Il sacrosanto principio costituzionale per cui vengono assicurati ai non abbienti i mezzi per difendersi davanti a ogni giurisdizione [di cui all’art. 24 Cost., NdR] rimane sulla carta: una giustizia “giusta” ha un costo anche economico di cui la fiscalità generale deve farsi carico ». “E io non pago …!!!” conclude lo Stato: riferite agli amici della Camera Penale.
Venerdì 01 Aprile 2011 19:35
Scritto da Francesco Lodise
Si è tenuta a Velletri il 17 e 18 settembre, presso la sede del Tribunale, l’Assemblea Nazionale della Unione Nazionale Camere Civili. Il tema dibattuto di grande attualità per tutto il ceto forense è “Dall’avvocato generalista all’avvocato specialista”.
L’Assemblea è stata partecipata da circa 200 avvocati delegati dalle Camere Civili Territoriali oramai attive in quasi tutti i circondari di Tribunali d’Italia. L’evento è stato seguito anche via Streaming della Unione www.unionenazionalecamerecivili.it , da moltissimi colleghi italiani, a riprova dell’interesse dell’avvocatura italiana delle dinamiche e ei progetti dell’Associazione Nazionale degli avvocati civilisti. La discussione sulla tematica di grande attualità è stata molto animata ed appassionatamente, ha fondato le basi, più o meno condivise, dell’avvocatura del futuro, attenzionata del regolamento in itinere del C.N.F. sulle specializzazioni.
Il Presidente dell’Unione Nazionale Camere Civili, avv. Renzo Menoni, in apertura dei lavori ha tenuto a sottolineare le difficoltà ed i tormenti della classe forense contemporanea. Nella relazione introduttiva, ha innazitutto precisato come, “l’assemblea Nazionale sia un momento essenziale per la vita dell’Associazione, il momento in cui s’incontrano, unitamente agli organi statuari, i presidenti ed i delegati delle Camere Civili territoriali, per riflettere, discutere e confrontarsi, sulla situazione dell’Avvocatura e della Giustizia e sulle problematiche endoassociative. Ha posto quindi l’accento sulla crescita a dismisura degli scritti agli Albi, citando “Troppi avvocati”, il titolo di un citatissimo (e poco letto) volume pubblicato nel primo dopoguerra (e quindi all’incirca un secolo fa) da Piero Calamandrei, il quale scriveva: “Questa elefantiasi patologica degli ordini forensi porta con sé, come naturale conseguenza la disoccupazione e il disagio economico della gran maggioranza di professionisti, e quindi, il progressivo abbassamento intellettuale e morale della professione, del quale la pubblica opinione, pur senza intenderne le cause, si rende conto con severità di giudizio”. E’ per questo che è stato detto che “il sovraffollamento è diventato uno dei canoni fissi dell’autorappresentazione dei professionisti italiani a partire dal primo dopoguerra, in concomitanza con le difficoltà occupazionali del periodo che si unirono all’aumento delle iscrizioni delle università e all’ingresso consistente dei figli della piccola borghesia nei ranghi delle professioni.
Di qui le richieste reiterate, a partire dagli anni del fascismo, di chiudere i ranghi limitando l’accesso alle facoltà universitarie o controllando le iscrizioni agli albi”. Il prof. Franco Cippriani, nel suo saggio “La professione di avvocato” del 1996 dopo aver ricordato che negli ultimi anni “che il numero dei professionisti legali italiani ha fatto registrare una vera e propria esplosione: essi erano 25.000 nel 1920 e 50.000 nel 1987, ma in quest’ultimo decennio sono aumentati a dismisura tanto che a fine 1995 gli iscritti negli albi forensi erano 83.990” ha però affermato che per capire se un simile numero di avvocati sia alto o basso non può altro che farsi riferimento a quanto accade all’estero e, dopo una disamina di tale situazione concludeva: “Così stando le cose, non sembra che gli avvocati siano, come da più parti sempre si sostiene, “troppi”: lo sono dal loro del loro punto di vista che il sogno degli avvocati è appunto quello di essere in pochi ma è da credere che non si possa consentire che gli avvocati operino in regime di oligopolio: del resto se gli avvocati, non certo i cittadini”. Ed è così che, come ha riferito l’avv. Menoni, con questa seriosa incoscienza, siamo arrivati ad oggi, anno di grazia 2010, in cui gli avvocati italiani sono arrivati allo strabiliante numero di circa 250.000.
Eppure così non può e non dovrebbe essere perché “l’età delle professioni” è stata vissuta e deve essere vissuta come sinonimo di modernità e non si può dimenticare che professionista deriva da “profitto”, che nel latino universitario, significava trasmettere “ex-cathedra”, sicchè è comune la radice di professore e di professionista e “professore e professione connotavano la manifestazione più alta della cultura, contrassegnata dalla separazione tra sapere teorico e conoscenza pratica e accompagnata dall’esercizio di funzioni di governo, di cui erano in possesso le università italiane dell’età moderna. Ora, nel “lungo andare” della nostra professione, bisogna recuperare le nostre radici e nel contempo riprogettare la nostra identità culturale ed effettuare un riposizionamento sociale. In tale ottica e in tale cammino si pone necessariamente il passaggio “Dall’avvocato generalista all’avvocato specialista”, filo conduttore di questa nostra Assemblea nazionale e specifico oggetto della prima sessione. Come noto la disciplina forense è contenuta nell’articolo 8 del progetto di riforma della legge professionale, in corso di esame da parte dell’Aula del Senato. Quello che sicuro però è che non possiamo più concederci il “lusso” di perdere tempo. Bisogna agire con determinazione ed immediatezza, vincendo le inevitabili resistenze che sempre fisiologicamente ci sono quando si cerca di innovare. Ne và però della stessa esistenza dell’Avvocatura e della salvaguardia della sua funzione sociale. Come è stato infatti autorevolmente scritto “se gli avvocati non sono competenti e non rispettano rigide-regole deontologiche non sono in grado di portare alcun servizio alla collettività, e non portando alcun servizio alla collettività, norme come l’art. 82 c.p.c., che prevedono l’assistenza tecnica come necessaria ed imprescindibile, non hanno più senso, soprattutto se si pensa al generale accrescimento di livello culturale della nostra moderna società. Se gli avvocati, al contrario, intendono rendere un servizio utile alla collettività e pretendono che norme come l’art. 82 c.p.c. restino in vigore e siano considerate intoccabili, allora hanno il dovere di garantire competenza e deontologia, quali strumenti professionali indispensabili” (G. Scarselli, La riforma degli esami per l’accesso alla professione forense (un’occasione mancata), in Rass. Forense, 2003, pag 494)”. Per una definitiva presa di posizione sul nuovo Ordinamento forense, tutto comunque, come è sembrato di comprendere dagli interventi della seconda sessione dei lavori ed in particolare dalle prese di posizione del presidente dell’O.U.A., Avv. De Tilla, e del Prof. Avv. Guido Alpa, presidente del C.N.F., dovrà essere rimandato al momento successivo al Congresso Nazionale forense di Genova di fine novembre prossimo.
Francesco Lodise *
Venerdì 01 Aprile 2011 19:29
Il presidente Antonio Conte delinea un mini bilancio del lavoro svolto finora.
Il nuovo presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Roma, l’avv. Antonio Conte, ha inviato a tutti i professionisti del Foro Romano una lettera in cui viene delineato un “mini” bilancio dei primi cinque mesi trascorsi dall’insediamento dell’attuale Consiglio (febbraio 2010). L’Avv. Conte ricorda che l’inizio della consiliatura è stato assai travagliato, poiché una “sparuta minoranza”, non accettando l’esito della consultazione elettorale, ha tentato di ribaltare il risultato con un ricorso. Ma si fa notare subito che il TAR del Lazio ha respinto ogni ricorso “cautelare”, confermando in pieno quello che la volontà degli Elettori/Avvocati aveva espresso. Il presidente tiene a precisare come egli non abbia voluto enfatizzare l’esito dei risultati giudiziari, nella consapevolezza che la migliore risposta ai “destabilizzatori” l’abbiano data i giudici. Il nuovo consiglio ha avuto da sùbito molto lavoro da sbrigare, dopo mesi di assoluto immobilismo anche a causa, appunto, delle elezioni: soprattutto, la revisione dell’Albo, pareri per congruità di onorari, procedimenti disciplinari. Insomma, c’era da lavorare duramente. Ma, soprattutto, c’era da recuperare la credibilità perduta, internamente ed esternamente. Da recuperare, in particolare, i rapporti con altre istituzioni. Ma da quel momento – riferisce il Presidente – il Consiglio ha cominciato a lavorare alacremente e in cinque mesi l’arretrato è stato azzerato. Alte personalità sono passate davanti al Consiglio in questi mesi: il Presidente della Suprema Corte di Cassazione, il Presidente della Corte di Appello di Roma, il Presidente del Tribunale Ordinario di Roma, il Presidente del Consiglio Nazionale Forense, il Coordinatore uscente dell’Unione degli Ordini Forensi del Distretto del Lazio, il Consigliere Nazionale Forense del Lazio, con ciò dimostrando di voler invertire quella tendenza all’isolamento e alla latitanza istituzionale che aveva caratterizzato le pregresse gestioni. “L’Ordine di Roma dovrà far sentire la propria voce direttamente con il Ministro della Giustizia per arrivare ad un piano di razionalizzazione e di riorganizzazione degli Uffici Giudiziari da troppo tempo atteso. C’è necessità di ottenere dal Ministero competente degli interventi efficaci, come “sbrogliare” la cronica situazione dell’utilizzo delle caserme del quartiere Prati, la risoluzione dell’atavica carenza di organico del personale di Cancelleria, l’innesto di Giudici togati presso le sedi dove mancano o, ad esempio, l’emergenza “esplosiva” del Giudice di Pace di Via Teulada e di Via Gregorio VII, dove tanti Colleghi sono costretti a soffrire innumerevoli disagi quotidiani che mortificano tutta la Categoria. A livello nazionale, poi, l’Ordine di Roma dovrà essere in prima fila per ottenere al più presto una nuova Legge di Riforma, da decenni attesa, che tuteli la qualità del servizio e la dignità della Professione, nonché l’accesso alla stessa”. Il Consiglio si è opposto all’introduzione della figura dell’ausiliario del giudice e al conferimento ai notai di competenze proprie degli avvocati. Ha inoltre espresso perplessità e proteste sul D. L. n. 28 del 4 marzo 2010 sulla Mediaconciliazione. È intervenuti sulla questione dei laureati che si recano in Spagna per ottenere il titolo di “Abogado”, evitando così di sostenere il selettivo esame di abilitazione all’esercizio della Professione Forense, sospendendo tutte le richieste di iscrizione all’Albo e provvedendo ad eseguire istruttorie approfondite che accertino il possesso effettivo, in capo agli interessati, dei requisiti per poter esercitare la Professione di Avvocato. Della questione relativa alla “sede storica” dell’Ordine degli avvocati di Roma ci siamo occupati noi stessi, mesi fa, sulle pagine di questa rivista. L’Avv. Conte ribadisce che il consiglio tutto si batterà per difendere il proprio diritto di restare nel “Palazzaccio”, au- 12 Il presidente Antonio Conte delinea un mini bilancio del lavoro svolto finora I primi cdeinl nquuoveo Cmonessigilio di G.S. COA Roma 2010 spicando che la nuova Legge Professionale lo sancisca con una norma. Preme inoltre al neo-presidente segnalare l’attuazione di iniziative benefiche e a sfondo sociale, spesso mediante il connubio con manifestazioni sportive che vedono protagonisti gli avvocati romani. Tutto ciò ha avuto come esito l’acquisto di protesi di valvole cardiache in favore di popolazioni indigenti del Terzo Mondo e il sostegno ad una missione di suore italiane in Brasile il cui scopo è quello di sottrarre i bambini dalla mano perversa della criminalità locale e della droga. Nel tentativo di razionalizzare le (poche) risorse a disposizione, il presidente comunica la chiusura della sede secondaria di Via Valadier, oramai non frequentata più da nessuno e con un canone mensile stratosferico del tutto inaccettabile se rapportato all’utilizzo effettivo della sede medesima. Inoltre, egli tiene ad evidenziare come il suo è e dovrà continuare ad essere il “Consiglio dei fatti”. Le polemiche improduttive degli ultimi anni devono lasciare il passo ai risultati concreti. In più: spazio ai giovani: per la prima volta, dopo molti anni, le tre cariche consiliari (Presidente, Segretario e Tesoriere) sono sulle spalle di infra-cinquantenni. L’Avv. Conte auspica un contributo energico da parte di tutti gli iscritti nell’albo di Roma, per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Sarebbe un dispiacere ritrovare, nella politica forense, quel malcostume così diffuso nella politica parlamentare. L’Ordine non funziona come il Parlamento, non ci sono partiti, e quindi contrapposizioni, si deve ragionare e lavorare tutti insieme, durante il biennio, a favore dell’istituzione al di là delle personali ambizioni. “La stragrande maggioranza dei Colleghi è francamente disgustata dalle polemiche artatamente impiantate da chi è stato definitivamente estromesso dalla rappresentanza politica: ed ora ha voglia di rilancio, di novità, di progetti, di risoluzione di problemi concreti. È una partita difficile, ovvio, ma se fosse stata facile non ci avrebbe visti scendere in campo, tanto numerosi quanto determinati”. “La sfida l’abbiamo raccolta ed abbiamo dimostrato di essere pronti! Ci vedono con il volto pulito, la coscienza serena, la toga sulle spalle, pronti a sorridere e a tendere la mano a chi ha bisogno di noi, ma anche ad insorgere e lottare come leoni per portare avanti le nostre battaglie. Noi non cederemo un millimetro dalle nostre posizioni e non scenderemo a patti con chi pretende di umiliarci. Saremo sì aperti al dialogo e al confronto, ma reagiremo con orgoglio e coraggio se dovessimo essere feriti, nella consapevolezza che solo così potremo ottenere il giusto rispetto e riportare l’Ordine di Roma ai fasti di un tempo”.