Source: http://crescerefiglialtrui.typepad.com/crescere_figli_altrui/2012/09/index.html
Timestamp: 2017-10-20 23:21:37+00:00
Document Index: 26436206

Matched Legal Cases: ['art. 251', 'art. 8', 'art. 3', 'art.3', 'art.1', 'art. 251', 'art.2', 'art.3', 'art.4', 'art. 5']

crescere figli altrui: settembre 2012
Adozione. La legge dei 100 anni
Il fatto. La Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha dato torto all’Italia che, con la legge italiana 184 del 1983, vieta di conoscere l’identità della madre biologica se questa, lasciando il proprio neonato all’adozione, ha chiesto di restare segreta. Intervenendo nel confronto apertosi a seguito di questa sentenza, Anna Guerrieri, Presidente di "Genitori si diventa onlus", dichiara: «Penso che sia venuto il momento di aprire un dibattito ampio e completo su questi argomenti che hanno a che fare con i diritti delle persone adottate. E' tempo che si arrivi ad una legge che sappia soppesare i pro e i contro senza sminuire i diritti dell'uno rispetto all'altro, della persona adottata rispetto alla madre di origine. Nella normativa italiana vengono a scontrarsi due diritti e viene fatto prevalere quello della madre di origine a restare anonima. Ciò è discriminatorio. Ma lo è anche tra persone adottate stesse, infatti diverse sono le modalità se si tratta di adozione da "madre segreta" o no. E lo è anche se pensiamo al caso di figli adottivi stranieri, che invece sovente entrano in possesso di dati sui genitori biologici anche in tenera età." Anna Guerrieri continua dicendo: "Io credo che si debba riconoscere come fondamentale il diritto della persona adottata ad accedere a informazioni di base su se stesso e se stessa. E' poi compito del legislatore trovare i giusti strumenti legislativi per porre rimedio alla discrepanza attuale (tempistiche differenti, gradualità di informazioni, soggetti intermediari, ecc). Come associazione di famiglie adottive siamo interessati al dibattito che siamo certi si aprirà».
Commento. Quanto dice Anna Guerrieri è assolutamente condivisibile ed equilibrato nel tono e nel modo con cui è necessario affrontare il problema. Che un adulto adottato abbia il diritto di conoscere prima di 100 anni quanto è possibile sulle sue origini, mi pare giusto.
Conoscere le proprie origini è importante soprattutto in una età formativa quando si è alla ricerca della propria identità. In questa fase sapere quali sono le proprie origini può essere a volte utile, ma a volte inutile. Un percorso di doloroso confronto con un passato che talora è bene che emerga solo a piena maturità. Solitamente è un passato che filtra lentamente durante la crescita del minore e si aggiusta e si modella con l'aiuto dei genitori adottivi. Questo cammino verso la verità mi pare condivisibile.
Rimango però perplesso pensando alle motivazioni profonde ed inconscie. Ho quanche perplessità quando questo percorso lo svolge un adulto, magari anche quarantenne o oltre. Non critico il suo diritto, anzi lo riaffermo, ma non capisco le sue motivazioni. Ormai è persona formata, magari con figli, che senso ha ripercorrere questo cammino a ritroso nel dolore suo e della madre biologica per un evento accaduto tanti anni prima? Curiosità? E' lecita, quanto lo è risalire per gioco nel proprio albero genealogico. Se invece è morbosa ricerca di origini quasi non fosse convinto e soddisfatto della sua condizione attuale, allora mi pare pericoloso, e soprattutto a che pro?
Figli e madri si diventa nell'affetto. Verso la propria madre biologica che non si è conosciuta non può esserci affetto, ma solo reciproca curiosa attenzione (lecita). Se però questa conoscenza dovesse creare problemi alla propria madre biologica che si è creata una vita autonoma e magari lieta, perché darle un nuovo dolore, difficoltà con il proprio partner e magari con i figli nati successivamente? Il legislatore dovrà prevedere quanto il buon senso richiede, nel rispetto di tutte le persone che verrebbero coinvolte nella situazione.
Scritto da Alessandro Bruni il domenica, 30 settembre 2012 alle 16:22 | Permalink
Tutta colpa di noi genitori
Il fatto. Da La Repubblica del 29 settembre 2012.
Giunta alla soglia della mezza età, la mia generazione scopre di avere un nuovo elemento distintivo in comune. Qui in America e in tutto l'Occidente siamo genitori sotto processo.
Se i nostri figli affrontano un futuro così difficile, deve essere colpa nostra. Siamo noi che gli abbiamo "preparato" il mondo così com'è. Siamo noi a occupare posti di lavoro e posizioni di potere precludendone l'accesso a loro.
Siamo noi a non averli attrezzati nel modo adatto per affrontare le difficoltà attuali. Certo non è questa la prima volta che accade un "processo ai padri" (e, un po' meno, alle madri) su scala di massa. Negli anni Sessanta e Settanta eravamo noi gli outsider, fummo noi a lanciare l'assalto contro la società degli adulti.
La differenza è che stavolta interpretiamo due parti, siamo imputati e siamo l'accusa. Non è solo dai giovani, è in mezzo a noi che si levano tante voci critiche. In America il processo a una generazione di genitori appassiona i cinquantenni, alimenta una vera e propria industria di libri, talkshow televisivi, dibattiti sui giornali.
Siamo entrati nell'era post-Spock, rimettiamo in discussione la pedagogia permissiva che dominò per decenni. Molti genitori americani improvvisamente vorrebbero essere stati un po' più simili alla mamma-tigre cinese; mentre si scoprono affetti da un mammismo all'italiana.
Viziati marci è il titolo di un divertente saggio sul magazine New Yorker, dove Elizabeth Kolbert dipinge un quadro tragico dell'adolescenza made in Usa. Il paragone non è solo con le società asiatiche che sfornano milioni di giovani agguerriti, competenti, ipercompetitivi.
… per l'articolo completo clicca qui ….
Scritto da Alessandro Bruni il sabato, 29 settembre 2012 alle 09:46 | Permalink
I bambini stranieri sono emotivamente diversi?
Quando si accoglie un bambino straniero nella nostra casa, la prima cosa che si osserva e si valuta sono le sue emozioni e come egli comunica le emozioni. Questo aspetto ha per noi grande importanza, sia per valutare il suo livello di comprensione su quanto gli sta accadendo, sia per quanto egli si senta gradire la situazione. Nel guardarlo noi cerchiamo di coglierne le ansie e le gioie, ma anche trarre, per le nostre paure e gioie, un segno di gradimento che confermi la nostra scelta di accoglienza. E' un momento di emozione, o meglio di emozioni. Un flusso che dal bambino giunge a noi e che da noi giunge al bambino. Questo stato reciproco durerà un tempo più o meno lungo in relazione all'età, al contesto familiare, alla nostra capacità empatica e a mille altre cose che servono, a lui e a noi, per collocarci in una dimensione che ci appartenga reciprocamente.
Le emozioni sono delle reazioni complesse alla nostra rappresentazione del mondo. Infatti siamo noi a crearle, anche se sembrano sfuggire al nostro controllo. La grande quantità di informazioni che la nostra mente raccoglie sono continuamente analizzate per porre in relazione la nostra identità con l'ambiente che ci circonda. La capacità di condurre questa analisi si forma assai precocemente nella nostra formazione e continua tutta la vita. Si può dire che essa inizi con la nascita. E' anche altrettanto chiaro che questa analisi è specifica di ogni individuo anche se l'ambiente di crescita fosse lo stesso. Dunque, i dati che provengono dall’ambiente attraversano un certo numero di filtri che agiscono inconsciamente, automaticamente ricollocando momento per momento la nostra posizione rispetto al contesto. Questi filtri eliminano dei dati, li deformano o li generalizzano. Essi includono il nostro linguaggio, le nostre credenze, i nostri valori, i nostri ricordi, il nostro modo di classificare e di immagazzinare le informazioni. Da questa azione inconscia ed automatica facciamo una rappresentazione mentale della realtà, da cui derivano uno stato emozionale e un comportamento, e tutto questo in una frazione di secondo.
Una delle domande che ci si pone nell'atto di accoglienza familiare è la seguente: I bambini stranieri sono emotivamente diversi? Un bambino cambogiano avrà reazioni differenti rispetto ad un bambino camerunense o anche rumeno? Ovvero, quanto del suo vissuto determinerà il suo comportamento emotivo, in senso di percezione di quanto gli sta attorno e conseguentemente quanto del suo meccanismo di sopravvivenza individuale sarà immutabile e quanto spazio rimane alla successiva formazione educativa?
Darwin (1872)1 considerava le emozioni come stati mentali ereditati e specializzati. Se l'applicazione della teoria evolutiva è corretta, ci aspettiamo di trovare una capacità emotiva simile in tutti i bambini del mondo. E' però anche vero che fa formazione culturale e il vissuto del bambino, e ancora più dell'adulto, incidono fortemente nella capacità di provare emozioni e di manifestare emozioni.
Tomkins è stato tra i primi psicologi a enfatizzare il ruolo pervasivo di reazioni immediate e non apprese dal contesto. Questa posizione sostenuta tra gli altri da Ekman (2007), Izard (2009) e Panksepp (2005), asserisce che ogni emozione “di base” sia regolata da uno specifico programma affettivo nervoso, evolutosi nel tempo per consentire alla nostra specie un adattamento efficace al proprio habitat.
Questo potrebbe significare che un bambino straniero adottato ha reazioni emotive di almeno due tipi: una di base trasmessa evolutivamente e l'altra connessa con il vissuto in relazione alla sua esperienza. Tomkins ha sottolineato che, senza un apprendimento precedente, i bambini rispondono ai suoni troppo forti con paura e con difficoltà respiratorie. Sembrano in effetti capaci di reagire a certi stimoli con una risposta emotiva abbastanza generale da essere adatta a una vasta gamma di circostanze.
Recentemente un gruppo di ricercatori (Camras et al., 2007) ha dimostrato come bambini statunitensi, giapponesi e cinesi di 11 mesi provino collera e paura in modo simile al di là della cultura di appartenenza. Tuttavia, nonostante le regolarità rilevate a livello crossculturale, i bambini americani avevano una maggiore tendenza a mostrare espressioni del viso tipiche degli adulti americani. Questi risukltati hanno dimostrato che la cultura e quindi il vissuto riescono a influenzare le risposte emotive molto precocemente (Camras et al., 1998). Altre ricerche hanno dimostrato che i modelli dell'attività cerebrale di bambini di 7 mesi sono differenti in risposta alle espressioni di rabbia e di paura (Kobiella eal., 2008). Pertanto, i bambini presentano risposte diverse in relazione a espressioni facciali che non sono ancora in grado di produrre.
Questa scoperta ha quanto meno del sorprendente a ben pensarci. Nel bambino in tenera età sono già presenti meccanismi mentali di relazione con il contesto anche se non è ancora in grado di esprimerli. Di qui la necessità di ricevere un accudimento e una considerazione che vanno oltre le sue richieste, la necessità di fornire in abbondanza segnali di affetto e di rassicurazione. Spesso si sono criticate le madri che continuano a cullare il bambino anche quando è già addormentato. Questo comportamento è stato interpretato non come il soddisfacimento di un bisogno del bambino, ma come un bisogno della madre. E invece molto probabilmente non è così, ma dovuto all'evoluzione propria dei mammiferi nell'accudimento della prole (quindi nulla di esclusivo umano, ma di più profondo sul piano biologico).
Secondo l’ipotesi dell’universalità, in primo luogo esisterebbe un piccolo numero di stati emotivi comuni a tutti gli esseri umani. Anche se in merito tra gli studiosi non c'è unanimità assoluta, c'è un buon accordo: su sei di questi stati felicità, sorpresa, paura, disgusto, rabbia e tristezza. Il secondo punto è che la comune base neurobiologica porterebbe tutti gli umani a una stessa mimica facciale quando si prova ciascuna di queste emozioni.
Una nuova ricerca (“Proceedings of the National Academy of Sciences” Rachael E. Jack e collaboratori, della Facoltà di psicologia dell'Università di Glasgow e di Friburgo, in Svizzera), su una questione che percorre la storia della psicologia da Darwin mette in discussione l'assunto secondo cui l'espressione facciale delle emozioni non dipende dalla cultura, ma è il frutto di una funzione biologica adattativa. Questa scoperta sembra dunque mettere nuova luce su come varia la percezione delle emozioni da una cultura all'altra.
Il confronto transculturale delle rappresentazioni mentali mette in dubbio l'idea di universalità su due fronti. Anzitutto, mentre gli occidentali rappresentano ciascuna delle sei emozioni di base con un distinto insieme di movimenti facciali comune a tutto il gruppo, gli orientali non fanno altrettanto. Essi mostrano una minore distinzione e una significativa sovrapposizione tra diverse categorie emotive, in particolare sorpresa, paura, disgusto e rabbia. Inoltre, gli orientali rappresentano l’intensità emotiva con una peculiare attività dei movimenti oculari.
I risultati della ricerca deporrebbero, quindi, contro l’ipotesi dell’universalità e a favore di una potente influenza della cultura nel plasmare il comportamento, una volta che è stato stabilito nelle sue linee essenziali dal substrato biologico.
In conclusione, i dati aprono la strada a nuove opportunità di ricerca nel campo della psicologia evolutiva e delle neuroscienze sociali. Inoltre, stimolano i genitori accoglienti a porre attenzione aggiuntiva alle reazioni emotive e comportamentali dei minori accolti, non solo nella chiave di lettura adattativa personale, ma a quella di formazione culturale. Il fatto non è da sottovalutare, poiché il genitore non è mani neutro, come può esserlo uno psicologo o un operatore professionale, ma basa il suo ruolo sul governo specifico della relazione emotiva con l'accolto.
1 Per la bibliografia di questo post, si veda Gerrig R.J., Zimbardo P. G., Anolli L.M. (2012), Psicologia generale, Pearson, Milano.
Scritto da Alessandro Bruni il giovedì, 27 settembre 2012 alle 12:35 | Permalink
Il domani sarà di chi saprà prenderselo
Esce oggi in libreria il libro “Carlo Maria Martini. Il profeta del dialogo (Piemme, pp. 228, € 15)”, la biografia del cardinale di Milano scritta da Andrea Tornielli. Ecco quanto Martini scriveva per il primo numero del bollettino scolastico Farfarello quando era liceale a Gozzano nel 1942, dal quale traspare la sua grande passione civile.
Un turbine caotico, vorticoso che si abbatte sulla terra tutto distruggendo nella sua furia irresistibile, istituzioni, ideali, posizioni di fortuna che vengono completamente sconvolte.
Un succedersi continuo di avvenimenti, un perenne capovolgimento di situazioni. Ecco le caratteristiche del momento che viviamo.
Momento storico paragonabile a pochi, forse a nessuno nella storia dell’umanità e destinato ad avere ripercussioni storiche, politiche e sociali non limitate a un breve spazio né per poco tempo.
Questo è un aspetto del nostro tempo, ma ve n’è un altro non meno consolante, ed è precisamente l’abbozzolarsi di alcuni, purtroppo anche giovani, nel loro involucro meschino coperto di muffa e di polvere, degnando di uno sguardo supremamente passivo gli avvenimenti che stanno cambiando la faccia del mondo. È precisamente il rinchiudersi in una tana maleodorante di brillantina e tabacco. È precisamente l’osservare dalla finestra ciò che succede, pronti a rinchiuderla e a sbarrarla alla prima corrente d’aria un po’ forte. E non sanno questi tali che da un momento all’altro il bozzolo verrà schiacciato, che nella tana buia e profonda penetrerà accecante la folgore della realtà quotidiana.
Non mi venite a dire che voi sapete dov’è il Sangro, dove si trova Isernia, che sapete la distanza tra Krivoj Rog e il Bug e il vero accento dei nomi dei generali russi. Non mi venite a dire che conoscete il numero dei motori del nuovo apparecchio tedesco né pronunciatemi il nome esotico di un’isola del Pacifico. Tutto questo non basta, si può far così ed esser più morti che mai nel vivere questo momento storico, più inerti dell’operaio che non sa tante cose ma agisce sul serio per strappare la fabbrica al padrone, più inerti dell’uomo della strada che dice Reic ma si prepara a pescare dal torbido un posto che non sia tra gli ultimi della società futura. Perché il domani, nero e pauroso come una notte senza luna, sarà di chi saprà prenderselo, di chi si troverà con le armi in mano per lottare, anche duramente, contro tutto e contro tutti per il trionfo di una causa di giustizia.
Domani emergeranno dalla massa quelli che avranno una base solida, una formazione intellettuale e morale sicura. Perché ognuno dovrà crearsi da sé il suo avvenire, faticosamente, pezzo per pezzo, con tenacia e sacrificio; riuscirà meglio chi sotto al lavoro e al sacrificio abbia già saputo piegare le spalle e incurvare le gambe.
Noia, apatia, indifferenza, peggio che mai esasperazione contro il nostro dovere sono un delitto contro noi stessi. Ottimismo facilone e pessimismo astenico sono uno scavarci la fossa sotto i piedi. Esigenze anacronistiche sono un coprirci di ridicolo. Ho chiesto a un giovanotto impomatato perché leggesse tanti romanzi: «Evado - mi disse con sussiego - dalla realtà quotidiana». Allora ho avuto un fremito e ho rimpianto di non essere un violento, del resto il puzzo della brillantina mi faceva schifo.
Scritto da Alessandro Bruni il martedì, 25 settembre 2012 alle 06:54 | Permalink
Se non ora, quando le coppie omogenitoriali potranno adottare?
Il fatto. Il CIAI ha risposto a Vendola in merito alle sue dichiarazioni di apertura all'adozione da parte delle coppie omosessuali (http://www.ciai.it/?p=6493). La Presidente del CIAI, Paola Crestani, chiede a Vendola di aspettare perché ancora non è il momento per avanzare richieste di questo genere.
Vorrei inserirmi per aggiungere alcune considerazioni.
Il tema è indubbiamente delicato. Ma non perché lo scandalo è nella richiesta della coppia omosessuale, ma perché è nell'abbandono dei minori. Nel dibattito sempre accade che chi, pur agendo nel sistema di tutela dei minori, ha avuto esperienze sempre chiare o discretamente "pulite", tende a ragionare sui massimi sistemi, poi su questa forma i mass media lavorano in esaltazione e noi, tutti noi, siamo presi dal dibattito "alto" sulla questione di principi fondanti della prassi sociale e nell'ortodossia della famiglia eterosessuale.
Nella pratica, molto più "sporca" dell'umano equilibrio tra desideri e reale capacità operativa, si deve affrontare il tema non solo nell'esercizio del diritto (sempre “alto”), ma nella gestione del dolore altrui. L'affermazione dei diritti è cosa facile: chi è contrario a dare una famiglia ad un bambino abbandonato? Ovviamente nessuno! Ma mi chiedo allora perché assistiamo al dolore di tanti bambini che nessuno vuole?
I bambini piccoli, biondi e con gli occhi azzurri trovano sempre collocazione. Quelli con qualche disabilità e per giunta magari di incerta origine, con un vissuto problematico di abuso e di violenza, molto meno. Non solo disabilità, ma anche età. Chi accoglie una adolescente che ha imparato ad usare il proprio corpo sulla strada? Anche lei ha bisogno di una famiglia, di persone di riferimento per riconciliarsi con il mondo! In questi casi una famiglia è agente di co-terapia psicologica fondamentale. I ragazzi si salvano nell'insieme del contesto e non isolatamente, quindi hanno necessità di famiglia, di nuova famiglia. Qui, noi, tutti noi, socialmente agiamo pilatescamente: il caso è difficile, “patologico”, non si trovano famiglie disponibili, e si conclude ….... è giusto che vada in comunità! Non è giusto! E' una giustizia opportunistica, di chi esercita l'accoglienza con un sottile velo, umanamente singolarmente anche comprensibile, per il segno di finitezza che ciascuno di noi deve avere, e nulla più.
Caliamo dalla disputa sui principi all'esercizio della pratica dei diritti. Sporchiamoci con il dolore altrui, poniamoci nel conflitto interiore tra quello che siamo capaci di fare e quanto ci è impossibile. Una cosa è esprimere solidarietà per i bambini di strada brasiliani, magari con contributi via donazione con il cellulare (taciti la coscienza e non sei coinvolto) , altra cosa è andare là e vivere con loro. Nessuno chiede all'altro di fare questo, ma bisognerebbe anche avere la prudenza di guardare con altri occhi e vedere la diversità altrui in senso pieno globale e non con i paraocchi del nostro perbenismo. Accettare l'altro (e un bimbo in particolare, ma vale anche per una coppia omo), è accettarne il vissuto, come un percorso di specificità che gli è proprio, senza condanne apodittiche, nella comprensione che i suoi limiti mostrati fanno da contrappeso ai nostri limiti nascosti. Ma sia ben chiaro che non mi appello alla “pietas”, che rimane sempre pelosa, ma alla “nudità” di uno sguardo, di un considerare l'altro per quello che è, non per quello che noi vorremmo che fosse (bambino che cerca famiglia, come coppia omo che cerca un figlio).
Un dato è certo. Non abbiamo abbastanza famiglie “normali” da vuotare le comunità di comodo. Ecco perché non vedo nulla di sbagliato ad aprire l'accoglienza alle coppie omo. Se è una coppia equilibrata, armonica, perché no! Certamente farebbero meglio di qualsiasi comunità mal condotta che ha solo interessi di sussistenza opportunistica! Oppure di una famiglia etero incrinata da una esagerata volontà di avere un figlio come affermazione sociale.
Ovviamente non accetto il discorso dal pregiudizio che la coppia omo è per definizione immorale. Sono troppe le coppie etero che sono immorali e per questo non le dovremmo nemmeno considerare adatte all'adozione o all'affido. Esiste la possibilità da parte dei servizi e del tribunale di valutare se quella famiglia, omo o etero che sia, è adatta a far crescere quel determinato minore: non un minore qualsiasi, ma creare l'abbinamento che sia adatto alla crescita di quel minore con quella famiglia.
Qui non si tratta di disquisire se la coppia omo abbia o meno il diritto di adottare, ma come società civile di accollarci la responsabilità di lasciare a marcire un minore senza famiglia che nessuno vuole in una struttura senza persone di riferimento definite. Tengo a precisare che non tutte le comunità, come del resto le famiglie, sono per definizione “sante e sacre”. In passato vi era molto ostracismo, e ancora nel nostro paese è presente, verso forme di famiglie liquide o ricomposte. Anche queste sono situazioni da riconsiderare. Certo devono essere valutate, certo devono essere seguite, ma non possono essere escluse con intervento pregiudiziale, senza aver valutato, in nessun caso, omo o etero che sia la coppia.
Si dice che la coppia omo può determinare problemi nel figlio. Questo è vero. E' una situazione che va attentamente monitorata e seguita, con dispendio di risorse non solo umane, ma anche economiche. D'altra parte la stessa cosa dovrebbe essere fatta per le coppie etero (ma qui si dà un bonus a prescindere, anche se la famiglia di fatto è assai problematica). Mantenere un minore in struttura comunitaria non ha forse un costo (molto, molto più elevato) e non avrebbe un costo in risorse umane? Dico avrebbe, perché di fatto il monitoraggio nelle comunità spesso non è svolto con solerzia dal servizio pubblico, ma solo svolto da operatori interni che gioco forza hanno un conflitto di interessi.
Il tema delicato delle adozioni a coppie omo esiste, ma non significa che non possa essere praticato nei casi in cui si intravveda un vantaggio per il minore rispetto alla sua condizione di partenza. Tutto qui, senza clamori. E aggiungerei: se non ora, quando?
Scritto da Alessandro Bruni il sabato, 22 settembre 2012 alle 07:45 | Permalink
Fundraising, ultima spiaggia per le associazioni
Il fatto1. Da Vita del 19/09/2012. L'annus horribilis delle raccolte fondi di Gabriella Meroni.
Nel 2011 l'Istituto italiano della donazione ha rilevato un notevole calo delle entrate delle associazioni: 4 su 5 hanno raccolto meno dell'anno precedente. Resistono solo le grandi, ma a patto che siano famose. Ecco i dati su cui riflettere.
Se Monti ha detto che "la ripresa è dentro di noi", certo non sta dentro le casse delle associazioni non profit. O almeno, non la si è vista nel 2011 quanto a raccolte fondi, secondo i dati dell'ottava edizione del rapporto semestrale “L’andamento delle raccolte fondi nel terzo settore: bilanci 2011 e proiezioni 2012” realizzata dall’Osservatorio di sostegno al Non Profit sociale dell’Istituto Italiano della Donazione (IID).
I dati fotografati dall'istituto, e presentati il 19 settembre a Roma con un evento organizzato in collaborazione con Assif (Associazione italiana fundrasier), sono tutti negativi:
solo una organizzazione intervistata su 5 ha visto aumentare le entrate rispetto al 2010, contro un 39% che non ha avvertito nessun cambiamento e un 37% che dichiara di averla diminuita
rispetto al 2010 si dimezza il numero delle associazioni che migliorano la raccolta fondi
aumenta di un terzo il numero delle associazioni che peggiora la propria raccolta fondi nel 2011
nel primo semestre del 2012 le organizzazioni che hanno stimato di aver raccolto di più dai privati sono solo il 14%.
Un'altra cattiva notizia arriva dal fronte donatori: per la prima volta infatti si assiste a una contrazione della raccolta fondi da privati, sia persone fisiche che aziende. I cittadini, pur essendo indicati dal 50% delle associazioni come la fonte di entrata più generosa, perdono 11 punti percentuali rispetto all’indagine condotta a inizio anno. Un peggioramento che diventa più evidente sul fronte aziende, indicate dal 37% come le meno generose (con un incremento del 16%).
Le uniche buone notizie arrivano da uno sparuto gruppo di associazioni (solo 10 sulle 180 del campione) che hanno registrato risultati eccellenti sia sulla raccolta fondi che sulle entrate totali del 2011 e dichiarano un trend positivo anche nel 2012. Si tratta di realtà con ben precise caratteristiche (entrate totali sopra il milione di euro, utilizzo di tutti gli strumenti di raccolta fondi con predilezione per la raccolta da privati, ottima notorietà), soprattutto internazionali con ampie risorse e competenze dedicate alla raccolta fondi. Fanalino di coda sono 24 associazioni che peggiorano sia la raccolta fondi che le entrate totali, con un trend negativo nel 2012. Il loro identikit? Entrate sotto il milione di euro, raccolta fondi tradizionale basata sul direct mail, scarso uso delle donazioni online.
“L’andamento negativo delle raccolte fondi - commenta Franco Vannini, Coordinatore Comitato Associati IID - richiede lo sviluppo di iniziative sempre più professionalmente adeguate, grazie al lavoro di fundraiser preparati. La crisi, però", continua Vannini, "deve essere vista anche come un’opportunità di alzare la testa per l’economia civile che vuole presentarsi sulla scena come realtà sempre più convincente, conveniente e qualificata. L’Istituto, con la sua attività di verifica e monitoraggio costate, è al servizio di questo non profit virtuoso”.
"I dati fotografano un trend negativo, ma attenzione: non cala il numero dei donatori, che diminuiscono solo del 3%, cala l'entità della singola donazione", avverte il presidente di Assif, Luciano Zanin. "La vera difficoltà è incontrare nuovi donatori e fidelizzarli, un'impresa in cui falliscono soprattutto le realtà di medie dimensioni che operano principalmente in Italia. E se va complessivamente meglio alle grandi organizzazioni internazionali, è anche vero che qualche segnale di ripresa viene anche dalle piccole realtà locali, soprattutto del centronord. Non dimentichiamoci che la contrazione delle risorse riguarda anche il settore pubblico", continua Zanin, "perciò nel mercato delle raccolte fondi stanno entrando anche quei soggetti, come le cooperative sociali, che prima contavano molto sui fondi pubblici e ora si stanno buttando sul fundraising da privati. Ecco perché la figura del fundraiser diventa sempre più importante, dato che solo un vero professionista può aiutare le associazioni nel compito più difficile: andare a caccia di nuovi sostenitori".
Il fatto 2. Da Vita del 17/09/2012. 5 per mille scippato, forse non sapremo mai nulla di Gabriella Meroni.
A quattro mesi dalla petizione per sapere che fine abbiano fatto 80 milioni sottratti ai destinatari, il governo continua a tacere. Anzi: dall'Economia potrebbe non arrivare mai una risposta.
Ancora oggi, 17 settembre 2012, il ministero continua a trincerarsi in un imbarazzato silenzio, condito questa volta da un elemento in più: l'incertezza di ottenere una qualsivoglia risposta. "Abbiamo inoltrato la richiesta agli uffici competenti", hanno risposto dall'ufficio del portavoce del ministro Grilli, Filippo Pepe, "ma non è detto che rispondano. Non a tutte le nostre richieste viene data una risposta".
Scritto da Alessandro Bruni il giovedì, 20 settembre 2012 alle 03:12 | Permalink
Il riconoscimento dei figli naturali. E i figli di incesti?
Soffio al cuore. Un film di Louis Malle. Francia,1971
Il fatto. Ricevo una richiesta di adesione di Associazioni Nazionali in merito alle proposte di correzione del DDL “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali”. In effetti affronta un tema doloroso: i figli nati da una relazione incestuosa. Affrontare questi temi è davvero difficile dato che oscillano tra i pericoli delle ambiguità giovanili e la violenza intrafamiliare. La preoccupazione è che si possa in un qualche modo non tutelare a sufficienza il bambino incolpevole che dovrà portare uno stigma sociale trai più pesanti per la sua formazione e per la sua identità adulta, una condizione di rifiuto e di abominio per essere frutto incolpevole di una relazione tabù in tutte la società umane.
Le Associazioni in calce mi hanno invito questo documento, che personalmente condivido nei modi e nello spirito:
Le Associazioni e le Organizzazioni, che hanno sottoscritto il presente documento, esprimono il proprio apprezzamento per l'impegno dei e delle parlamentari che stanno, con il Disegno di legge in discussione, permettendo all'Italia di superare una situazione di discriminazione tra i figli nati fuori e dentro il matrimonio (compresi quelli adottati con adozione legittimante), situazione sulla quale, tra l'altro, anche organismi internazionali hanno negli anni richiesto l'intervento.
Lo stesso Comitato ONU sui diritti dell'infanzia, nelle ultime Osservazioni conclusive rivolte all'Italia, ha nuovamente raccomandato di procedere rapidamente alla ratifica della Convenzione del Consiglio d'Europa sullo status giuridico dei minorenni nati fuori dal matrimonio.
Esprimono preoccupazione per gli altri contenuti del Disegno di Legge, in particolare:
Nel DDL in discussione, è prevista la modifica dell'art. 251 C.C. che, se approvato, renderà possibile il riconoscimento dei figli nati da rapporti incestuosi. Essi sono spesso figli di episodi di violenza domestica, che la vedrebbero così pubblicamente accettata. La prevista necessità che vi sia un'autorizzazione da parte del giudice non appare condizione sufficiente ad evitare l'introduzione di una norma che rischia di perpetuare tra le generazione la violenza intrafamiliare e la sua pubblica tollerabilità;
Una previsione ulteriore, che esula dall'oggetto del provvedimento, prevede una delega al Governo affinché modifichi i presupposti per la dichiarazione dello stato di adottabilità. La giurisprudenza è intervenuta negli anni nel merito, raggiungendo risultati univoci, appare pertanto valida l'attuale definizione, primo comma dell'art. 8 della legge 184/1983, incentrata sull’analisi delle condizioni in cui il minore versa e non sulla previsione «della provata irrecuperabilità delle capacità genitoriali in un tempo ragionevole » come previsto dal suddetto DDL.
All'art. 3 il DDL prevede la modifica dell'articolo 38 delle disposizioni per l'attuazione del codice civile e disposizioni a garanzia dei diritti dei figli agli alimenti e al mantenimento.
Contemporaneamente in Senato è in atto la discussione per l'istituzione di un unico giudice specializzato per i minorenni e la famiglia, anche con l'obiettivo di eliminare la discriminazione esistente tra i minorenni nati fuori o dentro il matrimonio in termini di competenza delle giurisdizioni minorili (tribunale per i minorenni e tribunale ordinario). Alla luce anche di quanto previsto dalla Linee Guida del Consiglio d'Europa su una giustizia a misura di minorenni, si ritiene necessario stralciare l'art.3 del DDL in discussione, consentendo al legislatore di concentrarsi su quanto in discussione al Senato, e continuare a partire da quella sede l'iter legislativo finalizzato ad una riforma organica del settore, come da anni richiesta.
Queste tre previsioni fanno perdere al DDL la necessaria omogeneità.
Ciò premesso, le Associazioni e le Organizzazioni firmatarie del presente documento propongono di introdurre delle modifiche al Disegno di Legge n. 2805 “Disposizioni in materia di riconoscimento dei figli naturali”, stralciando le parti previste nel DDL non espressamente dedicate al tema oggetto del provvedimento, in particolare:
a. il comma 3 dell'art.1, che prevede la modifica dell'art. 251 del Codice civile, Autorizzazione al riconoscimento;
b. l'art.2 Delega al Governo per la revisione delle disposizioni vigenti in materia di filiazione;
c. l'art.3 Modifica del codice di procedura civile in materia di procedimenti di affidamento dei figli di genitori non coniugati;
d. l'art.4 Disposizioni transitorie;
e. l'art. 5 Modifiche alle norme regolamentari in materia di stato civile.
Firmato (segue elenco delle Associazioni che aderiscono)
CNCA - Coordinamento Nazionale Comunità d'Accoglienza
Scritto da Alessandro Bruni il martedì, 18 settembre 2012 alle 10:02 | Permalink
Segnalazioni. Adozioni, al centro i diritti dei bambini
Lettera al Direttore del 13 settembre 2012 La stampa.
Gentile Direttore, vorrei esprimere la mia opinione in merito all’adozione da parte delle coppie omosessuali, cui La Stampa ha dedicato vari articoli. Mi chiamo Federico Milazzo, sono un figlio adottivo, ormai adulto, sposato con tre figli e un lavoro soddisfacente. Sono stato adottato all’età di sei anni da una coppia che aveva già due figli biologici, «fatti in casa», con cui ho subito legato. Non sono mancati per i miei genitori momenti difficili: ero un bambino che si è portato dietro per anni le conseguenze dell’abbandono, che ho tanto patito prima di arrivare in quella che è diventata la mia vera famiglia: loro hanno saputo come prendermi, alternando fermezza e coccole sono riusciti a farmi diventare quello che sono. Perché ho voluto raccontarvi questo? Perché credo che il tema dell’adozione possa essere affrontato da due punti di vista opposti: partendo da quello degli adulti o da quello dei bambini senza famiglia, come ero io.
Sinceramente non capisco, anche alla luce della esperienza mia e di altri figli adottivi che ho conosciuto, perché ai bambini che come me ancora oggi si trovano in stato di adottabilità lo Stato non debba dare i genitori migliori possibili, cioè un papà e una mamma capaci e affettuosi (e possibilmente dei fratelli e delle sorelle) tenuto conto anche che ci sono 15-20 domande per ogni bambino da adottare.
L’adozione non è un’opera buona, né un rimedio contro la sterilità e neppure un modo per appagare il desiderio di posterità degli adulti. L’adozione è il mezzo per rendere operante il diritto di ogni bambino abbandonato ad avere una famiglia. Ne deriva che non esiste un diritto all’adozione per gli adulti (per nessun adulto), sono viceversa i bambini ad avere «diritto» ad una «famiglia».
Concordo con l’Anfaa (Associazione nazionale famiglie adottive e affidatarie), di cui sono consigliere, che debbano essere eliminate le discriminazioni che gli omosessuali ancora oggi subiscono, ma i diritti dei bambini in stato di adottabilità sono prioritari, devono essere tutelati e non devono essere utilizzati per legittimare la convivenza degli omosessuali.
Commento del Direttore de “La stampa”. Ho scelto questa lettera perché ha il pregio di mettere al centro il punto di vista dei bambini. Oggi troppo spesso ci concentriamo sui diritti di chi vuole essere genitore e lasciamo in secondo piano i bisogni, le sensibilità e i diritti dei bambini orfani o abbandonati.
Scritto da Alessandro Bruni il lunedì, 17 settembre 2012 alle 21:22 | Permalink
Banche dello sperma e volere un figlio su misura
Il fatto 1. Da Vita Un figlio su misura? Costa 230 euro il modello base, 380 quello superaccessoriato. Il padre si sceglie à-la-carte: «I profili sono catalogati in base a razza, peso, altezza, età, titolo di studio. Con un paio di click escludi le tipologie di uomo che non ti interessano. Ogni informazione ha un prezzo, 25 euro per vedere la foto, altrettante per sentire la voce, e così via…». E, naturalmente, «La maggior parte delle nostre clienti vuole che il donatore sia alto almeno un metro e ottanta, e abbia gli occhi blu. Uomini pingui e bassi sono esclusi».
Mentre l'Europa riapre il dibattito sulla Legge 40, sui temi della procreazione assistita e delle indagini diagnostiche mirate a sapere come sarà il feto, Vita è andata nella clinica-laboratorio della European Sperm Bank fondata da Peter Brown, al numero civico 63 di Falkoner Allé, Copenhagen: la più ricca, frequentata e discussa banca del seme europea. Sono più di 20 mila donne che ogni anno qui acquistano il seme e iniziano il trattamento per la fecondazione assistita. Tra queste, tante le italiane.
Una meta frequentatissima anche dai donatori maschi. Che qui possono donare fino a 25 volte, contro le 8-10 volte degli altri Paesi europei. E possono chiedere di avere l'anonimato garantito, mentre nel resto della Ue le legislazioni stanno cambiando per tutelare i diritti del nascituro. Non solo: ora, al modico prezzo di 300 euro, la Sperm Bank spedisce fiale di sperma a domicilio in giro per il mondo.
Il fatto 2. La via al figlio su misura sembra essere assai considerata da certo pubblico femminile. Basti ricordare un articolo di Panorama di un anno fa di cui qui riporto alcuni stralci.
Ho 34 anni, sono single e voglio un figlio tutto per me. O almeno è quello che, da qualche settimana, faccio credere ai vari consulenti, coordinatori di pazienti o direttori di banche (del seme, s’intende) che rispondono alle mie richieste d’aiuto. Sono a caccia del donatore giusto: alto, bello, sano. E pure laureato. Punto sugli Stati Uniti perché la legge americana sull’inseminazione artificiale è così permissiva che i padri potenziali si scelgono a catalogo. […..]. Scopro che nel cuore di Wall Street c’è la filiale di quella che è considerata la clinica del bimbo perfetto: la Cryos International, danese, di Aarhus. Nella home page campeggia il numero 18.227: sono le gravidanze messe a segno dal 1991. Tutte, o quasi, con seme vichingo. Niente male. Chiamo: la loro agenda è piena, ma fanno un’eccezione. Mi riceveranno venerdì alle 15. E, sorpresa, la consulenza è gratis, così come il «photo match», che faremo al momento. Il fatidico giorno è arrivato. E alle 9.48 sono in 110 East 40th street, a due passi dalla Grand Central Station. È un edificio tutto vetri, al piano terra c’è la suite 101. È la Manhattan Cryobank. Il custode mi scorta, ammiccando. Dice: è la banca del seme. Ad aprire è Alan Ravin, il direttore. Esclama: «Ho il donatore che fa per lei, identico a Colin Farrell: il numero 119». Uno dei più richiesti, pare. Occhi azzurri e capelli castano chiari, sangue greco-tedesco. «Davvero affascinante» commenta Ravin. Chiedo di vedere il profilo: nato nel gennaio 1980, in Illinois, alto 5’11” e pesa 185 Ibs. Il calcolatore su Google segna: 1,80 metri d’altezza e 84 chili. È laureato in arti drammatiche e teatro, fa lo scrittore, gli piace viaggiare. Si autodefinisce «esploratore». Tra le abilità segnala il brevetto da sub e la capacità di stare in apnea 3 minuti. Sorrido, divertita. «Se vuole saperne di più può acquistare per 15 dollari il profilo lungo: 14 pagine compilate a mano dal donatore». E per altri 30 dollari posso avere un cd con una sua intervista di 13 minuti. «La voce è importante» aggiunge Ravin. Decido di acquistare tutto. Comprese le foto, due scatti per 30 dollari, di quando era bambino. Ravin suggerisce anche un secondo donatore: il numero 160. Meglio averne due. Accetto e pago, 255 dollari in contanti. Chiedo alcuni dettagli sulle tariffe delle fiale da 0,5 ml. Quelle dei miei prescelti sono le più care: 435 dollari.
Commento. Questi articoli sono a conferma di un comportamento sempre più “di moda”. E non stiamo parlando delle coppie che si affidano alla fecondazione assistita per avere un figlio, ma alle single che decidono di escludere fisicamente il padre dalla vita di loro figlio con la pretesa di essere genitori esclusivi di un figlio “scelto” e “selezionato” come la stoffa di un vestito che loro faranno ed esibiranno.
Che dire? Un mercato retto da un fai da te che è “biologicamente” possibile e legale, ma tanto “innaturale” da fare grande tristezza e generare un senso di impotenza. Si pensa essenzialmente a se stessi, “se non è proibito lo posso fare. Perché no!” Con la maternità non si può escludere la paternità. Farlo significa dare vita ad un figlio con una pratica “etica” da ...stalla. Il bambino ha bisogno di una madre e di un padre, o quanto meno di due persone che abbiamo un differente ruolo nella sua formazione nella crescita (l'atto biologico in sé è meno rilevante). Se già in partenza si esclude il partner fisico, rimane il partner virtuale che ingombra poco, si può pagare per il “servizio”, si può pagare per le caratteristiche fisiche o per il QI. Il tutto reso in un ambiente “accogliente ed efficiente” che garantisce la qualità del “prodotto”. E poi? Si dirà al figlio grande che è figlio di una pratica manuale di un padre sconosciuto? Che sua madre ha trovato il modo di pagarlo perché corrispondeva a certi suoi desiderata? O che avendo pochi euro ha dovuto accontentarsi di un brutterello e un po' stupido?
Scritto da Alessandro Bruni il venerdì, 14 settembre 2012 alle 04:22 | Permalink
(AGI). 11 settembre 2012. Parigi - Le coppie gay in Francia potranno adottare bambini "alle stesse condizioni di quelle eterosessuali". Si delinea il progetto di legge che introdurra' l'unione legale per le persone dello stesso sesso annunciato a luglio dal governo Hollande e gia' in un mare di polemiche sollevate soprattutto dalla comunita' cristiana. I dettagli li ha forniti oggi il ministro della Giustizia, Christiane Taubira.
"Il progetto di legge - ha detto in un'intervista a la Croix - estendera' alle persone dello stesso sesso le disposizioni attuali sul matrimonio, sulla filiazione e sulla genitorialita'". Le coppie gay potranno quindi adottare e questo avverra', ha aggiunto il ministro "in un quadro identico a quello attualmente in vigore. Potranno come altre adottare individualmente o congiuntamente".
Immediata la reazione del mondo cattolico. La leader dei cristiano-democratici Christine Boutin ha chiesto un referendum sulla questione. "Si tratta di un tema pesante per le sue conseguenze sulla societa'" ha affermato ai microfoni di Europe 1 aggiungendo anche che "il match non e' ancora del tutto perso". "L'interesse del governo - ha aggiunto - e ci sia una democrazia partecipativa. I francesi devono esprimersi e questo garantirà la pace sociale e civile". In Europa molti paesi gia' permettono il matrimoni gay e le adozioni, tra questi il Belgio, la Danimarca, la Finlandia, la Germania l'Islanda, l'Olanda, la Norvegia, la Spagna, la Svezia e la Gran Bretagna. (AGI) .
Scritto da Alessandro Bruni il martedì, 11 settembre 2012 alle 18:30 | Permalink
Affido o adozione, quale decisione?
Il fatto. Giovane coppia affidataria e adottiva; hanno da due anni in affido un bimbo (Marco) da quando aveva 40 giorni, figlio di una madre tossicodipendente. Pongono all'associazione questo problema. Hanno avuto da poco un colloquio con l'équipe che li ha seguiti durante l'affido per definire il destino di Marco. Le soluzioni che hanno prospettato sono le seguenti:
1.	Marco ritorna dalla madre;
2.	Marco viene affidato ai nonni, i genitori della madre;
3.	Marco viene adottato da loro;
4.	Marco viene adottato da un'altra famiglia;
5.	Marco viene inserito in una altra struttura di tipo multi familiare.
Per ogni soluzione il servizio espone i pro e i contro e chiede alla famiglia affidataria di esprimere un'opinione.
Commento. Alla coppia affidataria il servizio non può chiedere questa cose, nemmeno di esprimere un'opinione. Possono chiedere solo come il bambino sta crescendo. Tutto il resto è nella professionalità e nella responsabilità delle istituzioni presposte. Il servizio ha un atteggiamento di condivisione sbagliato che genera sgomento e senso di responsabilità improprio. Infatti, la coppia si sente confusa con un peso al quale non avevano pensato. Vogliono bene a Marco e hanno attenzione anche per sua madre naturale: non possono essere posti di fronte a scelte puramente di sentimento tra l'affetto verso Marco e l'attenzione verso la condizione di sua madre. Questo è un problema tecnico che deve essere risolto con responsabilità professionale dal servizio proponendo soluzioni e non andandole a cercare tra gli attori dell'accoglienza. Possiamo dire che è un gesto, bene che vada, di natura compassionevole, ma che è lontano dalla responsabuilità e dal ruolo che dovrebbero esprimere. Vediamo di analizzare le possibili soluzioni punto per punto leggendole dalla parte della responsabilità del servizio.
Sul punto 1. E' giusto che Marco ritorni alla madre se lei è in grado di accudirlo. Il servizio ha compiuto le necessarie valutazioni? Si assume la responsabilità delle conclusioni conseguenti?
Sul punto 2. Non si capisce. Se i nonni sono idonei ad assumersi la responsabilità della crescita di Marco perché non è stato dato in affidamento parentale a loro sin dall'inizio? Se prima non erano adatti ora cosa è intervenuto per renderli idonei?
Sul punto 3. E' chiaro che la coppia affidataria è disponibile ad adottare Marco, ma allora perché non chiederlo direttamente senza porli in una condizione di peso e di forzatura della decisione? Perché non hanno lavorato verso questa soluzione in modo da renderla naturale e senza sussulti?
Sul punto 4. E' una vera possibilità o un ricatto morale? Se è una possibilità bisogna spiegare perché la disponibilità della famiglia affidataria non può essere presa in considerazione e quali sono i determinanti che rendono questa soluzione ottimale per Marco?
Sul punto 5. Questa è una soluzione che viene praticata quando: o esiste un problema nella famiglia accogliente o esiste una incapacità del servizio a decidere, ovvero di assumersi una responsabilità chiara. In questo caso di solito diventa preminente, soprattutto in caso di tossicodipendenza, il voler salvare la madre con il bambino. Il proposito è corretto e giusto, ma la valutazione deve essere netta e senza infingimenti. Il bambino non può essere considerato totalmente terapeutico per la madre (in questo indulge di solito il servizio per tossicodipendenti) e al contempo anche la madre deve essere considerata (in questo non indulge il servizio per i minori). Si deve trovare un equilibrio corretto che non può essere la mediazione tra le opinioni dei due servizi, ma compartecipazione di responsabilità e il pesare i valori da tutte le parti (il problema dei pesi nella valutazione professionale).
Esiste, tuttavia, anche un sesto punto che gli operatori hanno escluso a priori: che il bambino continui la sua esperienza di affido. Questa decisione confligge con il disposto della legge nazionale (che fissa in due anni il termine per un affido), ma che caso per caso nell'interesse del minore può essere sottoposto all'autorità centrale del servizio e da questa al tribunale dei minori. E' una via impegnativa, dove bisogna avere una preparazione e un supporto tecnico-professionale di valore, ma praticabile per il bene di Marco e della madre naturale.
Scritto da Alessandro Bruni il venerdì, 07 settembre 2012 alle 12:44 | Permalink
Affido. Prassi gestionale o etica?
L'operatore psicosociale non può basare il suo operare su “un'etica procedurale” a scapito dell'etica fondante del rispondere al bene del bambino1. Il suo compito morale dovrebbe essere quello di agire nella fascia di rispetto del contesto individuale per esaltare la specificità dell'intervento. Parimenti dovremo dire che la famiglia accogliente non può forzare la mano dell'operatore usando un'etica personale perché anche questa azione finirebbe col demolire l'impianto di tutela verso il minore mascherando di altruismo un comportamento che di fatto è di egoismo. Passare dalla teoria alla pratica in questi casi è sempre piuttosto difficile. Vediamo alcune esperienze.
Primo caso. Un impatto debole. Un bambino e la sua famiglia dichiaratamente inaccudente. L'operatore è di fronte al dilemma: se salvo il bambino allontanandolo dalla famiglia probabilmente condanno la famiglia; ma se lascio il bambino in famiglia rischio di condannare il bambino. Come opero?
Commento. Il principio fondante prioritario è il bambino, la metafora fondante è costituita dal suo diritto ad una crescita formativa, ma altrettanto fondante è la metafora della famiglia come nucleo base formativo per tutti i componenti. Le due metafore sul piano del sapere e dell'etica si presentano sfumate. Quale valore attribuisco al fatto che la famiglia è inaccudente? E' chiaramente una espressione di valore che somma due componenti una oggettiva e una soggettiva. Parimenti il danno che il bambino potrebbe ricevere trova valutazione sia oggettiva che soggettiva che ogni operatore può interpretare in modo differente a seconda della valutazione di contesto che fa.
Secondo caso. Un impatto funzionale. Un bambino e la sua mamma inaccudente per immaturità. Gli operatori concordano che la soluzione migliore per la situazione sarebbe l'accoglienza della mamma e del bimbo in una famiglia accogliente perché ritengono importante procedere verso una maturità familiare di autonomia circondata da affetti che sottolineino i ruoli (padre, madre, figli) e di vita quotidiana di relazione di modello familiare. Il problema è che non hanno in quel momento il tempo di preparare una famiglia accogliente per questo compito, dato che si dovrebbero spendere molte risorse in termini di tempo e di attività. Decidono per una scelta di comunità perché più comoda, rapida e soprattutto perché inserendo la madre in una struttura già sperimentata hanno la possibilità di dedicare meno tempo al caso dedicandosi ad altro di maggiore emergenza.
Commento. In questa situazione si ha lo sviluppo di un peso rilevante nel sistema metaforico della priorità del contesto più che della priorità del principio. Ovvero prevale l'opportunità di contesto contro sapere ed etica professionale. Il fatto più grave è che se gli operatori vengono interrogati sul caso risponderanno con le massime giustificazioni del sapere e dell'etica falsificando (spesso, ma non sempre, inconsciamente) la realtà. Il questo caso l'azione è dominata dal contesto interno al sistema di gestione e ad una filosofia di servizio funzionale a se stessa. Gli operatori giustificheranno il loro intervento con un meccanismo che sarà del tutto legale e sostenuto in termini documentali, ma avranno operato cambiando la realtà e agendo con una sorta di “terapia di difesa” di loro stessi e del loro operato.
Conclusione. Il comportamento di ogni persona è basato sul bilanciamento tra verità e opportunità. Le tappe del comportamento si basano sulle seguenti fasi: iniziativa, decisione, esecuzione e esiti. Ciascuna di questa fasi è fortemente regolata dall'ambiente in cui si opera. Di qui la necessità di lavorare in équipe e di avere sempre forte l'elemento di equilibrio compensato, non giudicante, ma comprensivo delle responsabilità che professionalmente ogni persona si assume.
1 Per avere un interessante visione della prassi nella moderna società si veda il seguente sito: http://www.infed.org/biblio/b-praxis.htm
Scritto da Alessandro Bruni il sabato, 01 settembre 2012 alle 03:43 | Permalink