Source: https://www.formazionegiuridica.org/desistenza-volontaria-e-reato-di-finanziamento-illecito/
Timestamp: 2019-03-19 01:31:27+00:00
Document Index: 83090807

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 353', 'art. 7', 'art. 4', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'art. 7', 'sentenza ']

desistenza volontaria e reato di finanziamento illecito - Formazione Giuridica
desistenza volontaria e reato di finanziamento illecito
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La sesta Sezione penale della Corte di Cassazione del 19 ottobre, n. 47854, rilascia una sentenza in merito al reato di finanziamento illecito ad un partito politico.
Il ricorso proviene dalla condanna in primo grado di due correi per i reati di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, ex art. 353 bis c.p., e di finanziamento illecito ai partiti, con il vincolo della continuazione.
La norma che definisce la fattispecie si rinviene nell’art. 7 della legge 2 maggio 1974 n. 195 – da leggersi in uno con le prescrizioni dettate dall’art. 4 co. 1 della legge 18 novembre 1981 n. 659 – che disciplina i divieti di erogazione di finanziamenti a movimenti ed esponenti politici e le violazioni penali per il caso di trasgressione.
In merito, la Corte ricorda che la struttura del reato in esame è ricostruito, dalla giurisprudenza di legittimità, secondo due orientamenti. Il primo di questi vede la fattispecie quale avente struttura di reato plurisoggettivo, a concorso necessario; il secondo, invece, ritiene che la disposizione si strutturi in due fattispecie autonome di reato proprio, prevedendo due soggetti agenti e diverse condotte, di donazione e ricezione dell’indebita erogazione.
Per quanto riguarda la consumazione, la giurisprudenza di legittimità afferma la necessità di due requisiti, che devono essere presenti entrambi: della delibera dell’operazione da parte dell’organo sociale competente e della successiva, regolare iscrizione in bilancio, in aggiunta alla precondizione dell’assenza di divieti di legge – ai fini della liceità del finanziamento (inteso in senso ampio).
Per quanto riguarda l’elemento soggettivo, poi, la Corte afferma che il reato di finanziamento illecito non è a dolo incrociato, non richiedendo la norma penale l’accordo dell’erogatore e del percettore sulla provenienza del finanziamento e sulla mancanza delle condizioni che legittimerebbero lo stesso, ma una semplice consapevolezza, per la punibilità di ciascuno dei correi, dei suddetti dati. Non senza osservarsi che la configurabilità del reato di finanziamento illecito nonostante la non punibilità di uno dei due concorrenti necessari per difetto di dolo non risulta un’eccezione nell’ambito della categoria delle fattispecie plurisoggettive a concorso necessario, atteso che analoga impostazione è stata espressamente richiamata in relazione al delitto previsto dall’art. 12 quinquies, comma primo, del d.l. 8 giugno 1992, n. 306, convertito, con modificazioni, nella I. 7 agosto 1992, n. 356.
Inoltre, questa importante sentenza ricorda che il dato centrale, intorno al quale ruota la fattispecie è costituito dal trasferimento di ricchezza a favore dei soggetti indicati dal combinato disposto della norma incriminatrice e dell’art. 4 della legge n. 659 del 1981, che avverrà tipicamente con modalità di tipo commissivo, come nel caso di specie, ben potendo peraltro accadere, trattandosi anzi delle forme solitamente più insidiose, che si realizzi con condotte di tipo omissivo, quale ad esempio la mancata esazione di un credito. Essendo peraltro indubbio che ciò che comporta, in ultima analisi, il travalicamento del perimetro della liceità – che si è detto essere propria, in linea generale, del finanziamento operato da società diverse da quelle elencate al primo comma della disposizione in esame – è la presentazione del progetto di bilancio in cui non sia contemplata la posta avente ad oggetto il finanziamento: o: il che si correla plasticamente all’utilizzo invalso della denominazione di finanziamento societario occulto, per designare la figura criminosa che ne occupa, in perfetta aderenza alla ratio dell’intervento del legislatore penale.
In merito al tentativo, che in primo grado si è ritenuto integrato, la sentenza ricorda un precedente insegnamento, secondo cui la desistenza volontaria si differenzia dal recesso attivo in quanto la prima interviene quando s’interrompe l’attività esecutiva, mentre il secondo è ravvisabile quando l’attività esecutiva è compiutamente esaurita e manca solo che l’evento si realizzi.
Applicato al caso in esame, la Corte afferma il corollario per cui nei reati a forma libera – quello previsto e punito dall’art. 7 co. 2 della legge n. 195 del 1974, in realtà, è tale solo con riferimento al segmento della condotta che concerne le modalità di realizzazione del trasferimento di ricchezza a favore del soggetto beneficiato – la desistenza, presupponendo un tentativo incompiuto, non è più configurabile una volta che siano stati ultimati gli atti propri del meccanismo causale di produzione dell’evento, residuando spazio solo per l’operatività del diverso istituto del recesso attivo. Con l’opportuna puntualizzazione che la desistenza deve essere la risultante di una condotta volontaria del soggetto agente, nel senso che la scelta di non proseguire nell’azione criminosa, seppur non necessitata, deve comunque essere compiuta in una situazione di libertà interiore, indipendente da circostanze esterne che rendono irrealizzabile o troppo rischioso il proseguimento dell’illecito.
In definitiva, ritenendo il carattere incompiuto del tentativo attuato e, per l’effetto, l’applicabilità dell’istituto della desistenza, la Corte annulla senza rinvio la sentenza impugnata perchè il fatto non sussiste.