Source: https://iusletter.com/archivio/onere-della-prova-carico-del-correntista-validita-dei-contratti-bancari-monofirma/
Timestamp: 2020-07-12 17:27:35+00:00
Document Index: 135754028

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 2697', 'art. 163', 'art. 24', 'sentenza ', 'art. 184', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 117', 'art. 1325', 'sentenza ', 'art. 127']

Onere della prova a carico del correntista e validita’ dei contratti bancari monofirma
Onere della prova a carico del correntista e validità’ dei contratti bancari monofirma
Questa interessante sentenza fa il punto e conferma assunti fondamentali di carattere processuale e sostanziale in tema di contratti bancari, che costituiscono principi cardine recepiti a larga maggioranza dalla Giurisprudenza.
In primo luogo, il Tribunale ha ricordato che “in tema di riparto dell’onere allegatorio e probatorio, che, nel caso di domanda di accertamento negativo (e a fortiori in ipotesi di azione di ripetizione di indebito opposto in compensazione), il relativo onere probatorio grava – ex art. 2697 c.c.- sul correntista su cui incombe la prova dell’inesistenza di una causa giustificativa del pagamento per la parte che si assume non dovuta (mancanza di causa debendi) ovvero del successivo venir meno di questa (v. Cass. n. 9764/2013 e Cass. n. 7501/2012).
Spetta, quindi, – ha continuato il Tribunale – a quest’ultimo allegare analiticamente le voci di indebita appostazione in conto (c.d. onere di contestazione specifica), non essendo a tal fine sufficiente … riportare i soli orientamenti dottrinari o giurisprudenziali senza calare nei fatti di causa i relativi insegnamenti”, spingendosi a considerare “irricevibili” le contestazioni dell’opponente, “talmente generiche soprattutto in riferimento alle contestazioni relative alla validità delle specifiche clausole relative alla corresponsione degli interessi”.
Sempre sul punto, il Tribunale ha aggiunto che “è a dir poco evidente come doglianze articolate in modo così generico e del tutto avulse dai concreti fatti di causa non possano neppure essere prese in considerazione dal giudicante rispetto al quale, in simili ipotesi, non sorgerebbe neppure il potere-dovere di provvedere (cfr. Cass. n. 13328/2015, principio affermato dalla giurisprudenza di legittimità in relazione alla materia del risarcimento del danno non patrimoniale ma afferente al principio di ordine generale concernente l’onere di specificazione dei fatti costitutivi)”.
Fondamentale è poi la precisazione, in punto di principi di carattere processuale e costituzionale, che “in assenza delle indispensabili specificazioni allegatorie, l’azione proposta si pone in contrasto, oltre che con i principi del processo civile che impongono all’attore di esporre con precisione i fatti e gli elementi di diritto a base della domanda specifica che si vuole proporre (art. 163 c.p.c.), anche con la garanzia costituzionale del diritto di difesa, ex art. 24 Cost., in quanto impedisce all’avversario una difesa giudiziale ed efficace e nel merito, rendendo altresì difficoltoso per il giudice l’apprezzamento delle ragioni poste a fondamento della domanda”.
Per sottolineare, quindi, che non è accettabile il proporre cause limitandosi a confidare in una CTU (e magari in un ordine di esibizione) per la ricerca della prova che non viene fornita dall’attore, la sentenza in commento precisa come sia pacifico che “la richiesta di C.T.U. tecnico contabile effettuata dalla parte attrice opponente – peraltro soltanto in sede di udienza ex art. 184 c.p.c. – risulti inammissibile”, ricordando che “la giurisprudenza ha più volte ribadito come la C.T.U. non possa essere utilizzata quale strumento volto a sopperire a carenze assertive, prima ancora che probatorie, della parte che pretende di avvalersene”.
Affrontando nel merito l’eccezione di nullità del contratto di finanziamento per asserita mancanza di sottoscrizione di entrambe le parti, la sentenza in esame ha ribadito il principio per cui, “pur rinvenendosi nella relativa modulistica la sola sottoscrizione della società correntista, la doglianza di parte opponente risulta in ogni caso infondata alla luce della recente pronuncia resa dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione (sentenza 16.01.2018 n. 898) in materia di intermediazione finanziaria, ma con considerazioni in toto estensibili ai contratti bancari disciplinati dall’art. 117 T.U.B.”, chiarendo quindi che anche per tutti i contratti bancari è valido il principio in quella sede affermato dalle Sezioni Unite.
La pronuncia in questione, ricordiamo, aveva chiarito che – posta la natura di nullità cd. “di protezione” della invalidità prevista dalla normativa di settore – il requisito della forma di cui all’art. 1325 n. 4 c.c. va inteso nella specie non già in senso strutturale, bensì funzionale, avuto riguardo alla finalità propria della normativa di riferimento. La forma, cioè, costituisce piuttosto il veicolo di una completa informazione dell’investitore in relazione al contenuto ed all’oggetto del contratto.
Ne consegue, ha quindi aggiunto il Tribunale, che “il contratto cd. “quadro” deve essere redatto per iscritto, ma per il suo perfezionamento deve essere sottoscritto dall’investitore e a questi deve essere consegnato un esemplare del contratto, potendo, invece, il consenso della banca risultare anche a mezzo di comportamenti concludenti. Ed infatti, come ben illustrato nell’ambito della citata pronuncia delle S.U.: “l’elemento strutturale della sottoscrizione di quella parte, l’intermediario, (…), reso certo il raggiungimento dello scopo normativo con la sottoscrizione del cliente sul modulo contrattuale predisposto dall’intermediario e la consegna dell’esemplare della scrittura in oggetto, non verrebbe a svolgere alcuna specifica funzione.”.
Molto interessante è, dunque, quanto sottolineato dalla sentenza in esame circa l’applicabilità di questa impostazione a tutti i contratti bancari, laddove ha precisato che “tale principio risulta perfettamente estensibile anche ai contratti bancari come quelli oggetto di causa stante le identiche natura e ratio della nullità comminata dall’art. 127 T.U.B. Peraltro – ha aggiunto la decisione in commento – la S.C. ha altresì evidenziato che anche in tema di rapporti bancari la mancata sottoscrizione è priva di rilievo, in presenza di comportamenti concludenti dell’istituto di credito idonei a dimostrare la volontà di questo di avvalersi del contratto (cfr. Cass. 18 giugno 2018, n. 16070).
Rilevante in proposito è, infine, l’osservazione della motivazione che, dopo aver richiamato l’insegnamento delle Sezioni Unite per cui l’interprete “deve essere attento a circoscrivere l’ambito della tutela privilegiata nei limiti in cui viene davvero coinvolto l’interesse protetto dalla nullità, determinandosi altrimenti conseguenze distorte o anche opportunistiche”, ha concluso che “non pare, in effetti, accettabile (anche in quanto non conforme al principio della buona fede contrattuale nell’esecuzione del contratto) il comportamento del contraente (banca o cliente che sia) che approfitti, abusandone, di una posizione contrattuale di vantaggio conferita dalla legge invocando la nullità di un contratto che per anni ha avuto regolare esecuzione.
Il Tribunale è poi sceso all’esame delle eccezioni svolte nel merito dall’opponente in materia di ius variandi, di CMS, di anatocismo, di determinazione dei tassi per relationem all’indice Euribor, di clausole c.d. “floor”, di usura, di risarcimento del danno, di prova del credito: una decisione che ha spaziato davvero in tutti i settori del diritto bancario interessati dal più attuale contenzioso e che, per esigenze di sintesi, riprenderemo per questa parte in un successivo commento di prossima pubblicazione.