Source: https://www.altraliguria.it/cosa-facciamo/comitato-per-il-no/archivio-coordinamento-per-la-democrazia-costituzionale/
Timestamp: 2018-03-17 14:45:40+00:00
Document Index: 35142149

Matched Legal Cases: ['art. 104', 'art. 2', 'art. 5', 'art. 39', 'art. 116', 'art. 39', 'art. 116']

TitoloV e ambiente - Elezioni comunali Genova 2017 - L'Altra Liguria - beni comuni e partecipazione
TitoloV e ambiente
E’ lo stesso "Comitato per il sì" ad enfatizzare il fatto che, se passerà la riforma costituzionale, sarà finalmente possibile rilanciare le attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio nel nostro paese. Per fare questo, afferma il Comitato, occorre riportare la competenza legislativa sull'energia nelle mani dello Stato; in questo modo, si "delinea un quadro chiaro e preciso delle competenze esclusive dello Stato e delle Regioni" e si riduce, per conseguenza, anche il contenzioso davanti alla Corte costituzionale.
Il professor Enzo Di Salvatore, che insegna Diritto costituzionale italiano e comparato presso l'Università degli Studi di Teramo, in un suo articolo sull’Huffington Post osserva che:
1) nei mesi che hanno preceduto la celebrazione del referendum No Triv, Renzi dichiarava che nessuno volesse autorizzare nuove ricerche e nuove estrazioni, ma che fosse necessario "risparmiare energia", e cioè consentire che si continuasse solo a spremere il giacimento fino in fondo. Evidentemente ora avranno cambiato idea;
2) l'energia, collegandosi strettamente alla politica economica del nostro paese, non può essere materia di competenza legislativa concorrente Stato-Regioni. E infatti non lo è mai stato: la legge n. 239 del 2004 l'ha attribuita allo Stato, nonostante la Costituzione dicesse il contrario. E la Corte ha detto che questa attribuzione fosse legittima, a patto che lo Stato consentisse alle Regioni (e agli Enti locali) di partecipare alle decisioni da assumere. Quindi, quello che, in realtà, cambia con la riforma è questo: se passerà il sì le Regioni potranno essere sempre esautorate dal decidere con lo stato. E se passerà il sì, le modifiche accolte nella legge di stabilità - con le quali il parlamento ha stabilito che la partecipazione delle Regioni non dovesse essere solo di facciata - si andranno a far benedire;
http://www.greenreport.it/news/aree-protette-e-biodiversita/la-riforma-costituzionale-ambiente-associazioni-ambientaliste/
Dal sito Belluno Press - Dolomiti
Il referendum costituzionale e le significative ingerenze dei "poteri forti"
Dopo JP Morgan, Fitch, Angela Merkel, Marchionne, Confindustria, arriva anche l'ambasciatore USA a sostegno della riforma costituzionale del governo Renzi.
Il resoconto ufficiale del seminario
resoconto incontro 5 settembre.pdf
L'intervento del Presidente della nostra Associazione, Luigi Fasce
Fasce contributo agg 5 9 2016.doc
I Quaderni del forum numero speciale - Perchè votare NO
Molti articoli da leggere e da meditare
quaderni_del_forum_diritti_lavoro_nr0.pd
CONFRONTO TRA TESTO COSTITUZIONE ATTUALE E MODIFICHE BOSCHI
Testo-a-fronte-Costituzione-vigente-e-ri
BREVIARIO SULLE RAGIONI DEL NO PREPARATO DAI GIURISTI DEMOCRATICI
UN UTILE DOCUMENTO DA SCARICARE, STAMPARE, LEGGERE E DIFFONDERE, PER INFORMARSI E INFORMARE
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vademecum-villone.pdf
DIAMO PRIORITÀ ALLA RACCOLTA DELLE FIRME
Il lettore troverà nel testo integrale dei ricorrenti nonchè dell’ordinanza del Tribunale la trattazione delle questioni preliminari sulla composizione collegiale del Tribunale, l’ammissibilità dell’azione proposta al di fuori di una determinata consultazione elettorale, la rilevanza dell’insieme delle questioni prospettate nell’ambito del giudizio di filtro affidato al giudice ordinario per l’accesso alla giurisdizione della Corte costituzionale. Clicca e scarica: Italicum, Testo integrale del ricorso al Tribunale di Messina.pdf; Testo integrale dell'ordinanza di rinvio del Tribunale.pdf
Il Consiglio direttivo del Comitato per il No nel referendum costituzionale ha deciso di avviare la raccolta delle firme necessarie a sostegno del quesito per l’effettuazione del referendum sulla riforma Renzi-Boschi. Il quesito sarà depositato dopo la definitiva approvazione da parte del parlamento, probabilmente a metà aprile, e la relativa pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. «In questo modo - si legge in una nota - oltre ai parlamentari che si sono impegnati a promuovere il referendum, saranno in campo anche i cittadini, che - dopo la consegna delle firme - potranno finalmente far sentire la loro voce».
«Il Consiglio direttivo - si legge ancora nella nota - fa appello a tutti i cittadini perché appoggino pienamente queste iniziative referendarie che hanno l’obiettivo di bloccare il tentativo di consentire ad un unico partito, col consenso di una minoranza di elettori, di conquistare comunque una spropositata maggioranza alla Camera dei deputati. Salvare la Costituzione, impedire che continui la deriva delle leggi ipermaggioritarie che finiscono con il negare in radice la possibilità di partecipare dei cittadini sono due aspetti strettamente legati insieme - conclude la nota - e contro questa deriva occorre mobilitarsi per raccogliere le firme da aprile a giugno e poi per fare prevalere il No nel referendum costituzionale».
Ricorsi contro l'Italicum, primo importante risultato a Messina: accolti sei motivi di incostituzionalita'
Viene messo in discussione l’impianto derivante dal combinato disposto della riforma costituzionale in fase di approvazione e la legge elettorale ultrapremiale italicum, nei termini denuciati dai cittadini ricorrenti in Sicilia e in tutta Italia dal gruppo di avvocati organizzati dall’Avv.Felice Besostri. Il ricorso presentato a Messina è uno dei 18 depositati in diversi tribunali italiani. Un’iniziativa nata nell’ambito del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, a curare il ricorso presentato a Messina, l’avvocato già Senatore e membro del CSM, Enzo Palumbo e gli avvocati Tommaso Magaudda, Francesca Ugdulena, Giuseppe Magaudda
VERBALE DELLA RIUNIONE DEL COSTITUENDO COMITATO PER IL NO AL REFERENDUM COSTITUZIONALE E PER IL Sì AL REFERENDUM SULL'ITALICUM DI GENOVA
Materiali ed esiti dell'assemblea nazionale del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale
Roma 30 gennaio 20157
segreteria.comitatoperilsi@gmail.com,
Il Manifesto - 29 gennaio 2016
In effetti, proprio per il contributo della discussione e del confronto, si è pervenuti, non solo all’esito positivo già indicato, ma anche alla definizione – ai fini della chiarezza - delle modalità e delle “condizioni” che devono caratterizzare l’ingresso dell’ANPI nella compagine referendaria. Questi aspetti, resi evidenti ed esposti nelle conclusioni del Presidente, possono essere così sintetizzati:
f. l’ANPI ritiene che - rispetto alle Assemblee pubbliche, pur talora necessarie - debbano essere privilegiati gli incontri e le iniziative di contatto e rapporto con i cittadini attraverso la formazione di Comitati locali, ampi ed aperti e rivolti soprattutto alla popolazione, per informare e convincere sui complessi temi in discussione;
dell’attuazione delle decisioni assunte. Ognuno sarà libero di votare come crede, quando verrà il momento; ma oggi sono da evitare azioni ed iniziative che contrastino con la linea assunta dal massimo organo dirigente, così come devono essere - da parte di chi è convinto della bontà e della giustezza della decisione adottata – evitati toni e comportamenti che in qualche modo possano apparire prevaricatori. L’ANPI è perfettamente in grado di mantenere la sua preziosa unità se tutti rispettano le regole, le decisioni adottate e – al tempo stesso – le opinioni diverse.
Consapevole o meno Renzi, con la sua affermazione che il suo futuro personale e' legato all’esito del referendum sulle modifiche costituzionali, contribuisce a destare interesse per un appuntamento politico che molti elettori neppure sapevano ci sarebbe stato. Naturalmente sovrapporre il suo destino all’esito del referendum da parte di Renzi e' strumentale, per mettere il merito del referendum in secondo piano, per sfuggire alle accuse di stravolgere la Costituzione nata dalla Resistenza, puntando ad una sorta di Sindaco d'Italia o, come dicono altri, ad un premierato forte mascherato. Renzi lo fa puntando a trasformare questo appuntamento in un referendum su di lui piuttosto che sullo stravolgimento della Costituzione che è il vero oggetto del referendum.
Questo tentativo strumentale va respinto. Gli elettori saranno chiamati a votare sulle modifiche della Costituzione che e' cosa ben piu' importante del destino di Renzi.
Lo stravolgimento della Costituzione attuato con queste modifiche, fortemente volute da Renzi, sta arrivando in porto con modalita' che stravolgono la prassi e lo spirito della Costituzione, lavorando su proposte del governo per rafforzane il ruolo diminuendo quello del parlamento, fingendo di dimenticare che dovrebbe essere il parlamento a definire il ruolo del governo e non viceversa. Non va infatti dimenticato che la Costituzione stabilisce che l'Italia e' una repubblica parlamentare.
Occorre reagire con serenita', mantenendo al centro il merito delle proposte sottoposte a referendum, per convincere gli elettori a respingerle. Se poi qualcuno approfittera' della sfida per altri fini sara' responsabilita' anzitutto di chi ha innescato questa spirale perversa, cioe' Renzi stesso.
La legge elettorale, approvata con un abuso del voto di fiducia, infatti contribuisce a cambiare la sostanza delle regole democratiche e in particolare della rappresentanza politica del nostro paese, con una pesante torsione maggioritaria. Un solo partito avra' un enorme premio di maggioranza (340 deputati) se raggiungera' il 40 % dei voti al primo turno. Altrimenti andra' al ballottaggio con il secondo piazzato e il vincitore nello spareggio avra' un premio di maggioranza ancora maggiore. Inoltre i deputati saranno per almeno i 2/3 nominati dal capo partito (nel caso specifico capo del partito e insieme del governo) il quale si trovera' ad avere del tutto asservita l'unica Camera che da' e toglie la fiducia al governo e che ha l'ultima parola sui provvedimenti di legge. Se a questo aggiungiamo la spogliazione di poteri delle regioni, l'accentramento delle decisioni nelle mani del governo perfino sui tempi dei lavori parlamentari, il declassamento del Senato ad una camera dopo-lavoro, visto che sindaci e consiglieri regionali sono eletti per fare altre cose, e quindi non potranno esercitare seriamente neppure i poteri rimasti, con senatori non eletti e che quindi non rispondono agli elettori. Così arriviamo alla chiusura del cerchio di un accentramento mai visto dei poteri nelle mani del capo del governo, con una torsione se non proprio autoritaria certamente molto decisionista. Del resto ne abbiamo avuto gia' numerose anticipazioni, da atteggiamenti di negazione del valore del dialogo sociale e in particolare del ruolo dei sindacati, all'attacco ai diritti di chi lavora rappresentato dalla liberalizzazione del tempo determinato e dalla cancellazione dell'articolo 18 per i nuovi assunti, fino a decisioni su materie ambientali che hanno fatto insorgere le regioni che hanno chiesto un referendum contro i permessi di trivellazione concessi in spregio alle norme ambientali. In futuro per le regioni questo referendum sarebbe molto difficile chiederlo.
Non si tratta solo della ricerca di un rafforzamento del potere personale da parte di Renzi, che pure c’è. C'e' qualcosa di piu'. La cortina fumogena alzata con la polemica con Juncker non serve solo ad ottenere qualche zero virgola di flessibilita' in piu', dopo avere abbandonato in passato la Grecia al suo destino, ma rivela che il governo Renzi per rispettare i parametri europei (più o meno gli stessi che ha dovuto subire la Grecia) si prepara a manovre pesanti, socialmente indigeribili e che le misure che rafforzano il potere autoritativo del governo sono funzionali a farle passare, costi quel che costi, cioe' ad imporle nei prossimi anni.
La campagna referendaria e' partita.
8. La democrazia partecipativa oltre il referendum. I referendum del 2011 sui beni comuni e contro il nucleare, caratterizzati da una ampia partecipazione, hanno arrestato il processo di privatizzazione bipartisan lanciato sin dagli anni novanta. Tuttavia, il referendum abrogativo rimane comunque uno strumento di mediazione della sovranità dello Stato; è comunque uno strumento che non si può fare interprete in toto della democrazia partecipativa e/o diretta, in quanto è sempre governato e gestito, nei suoi esiti, dalla sovranità statuale piuttosto che dalla sovranità popolare. E' comunque uno strumento "concesso dall'alto" e proprio "dall'alto" ne può essere depotenziata la sua efficacia, la sua portata. Tende ad essere uno strumento ancellare della democrazia della rappresentanza che lo utilizza per smaltire le sue tossine. La prova ne è l'esito dei referendum del 2011 assolutamente depotenziati nei suoi effetti dalla sovranità statuale. L'abrogazione, quale effetto del referendum come previsto dall'articolo 75 della Costituzione, può assumere caratteri della democrazia partecipativa soltanto se si innesta in un binario democratico più ampio che si articola in analisi, proposta, conflitto, dissenso, lotta. In forme di autogestione e di auto rappresentazione e, come si è detto, in altre forme referendarie più incisive di quella abrogativa sotto il profilo della dimensione partecipativa.
9. A mò di conclusioni. Si potrebbero porre all’attenzione del dibattito tante altre considerazioni – negative - sulla riforma, come ad esempio che:
9 gennaio 2015 - Il Fatto Quotidiano
Il Manifesto 30 dicembre 2015
Massimo Villone - Il Referendum Plebiscito - Il Manifesto
20151230 Villone Il referendum plebiscit
Auspichiamo che i richiami delle supreme cariche dello Stato a ‘fare presto’ esprimano esplicitamente anche l’esigenza a ‘fare bene’, nel senso di rientrare nello spirito della Costituzione repubblicana del 1948, che sarebbe colpevole dimenticare fu confermata nel 2006 a larghissima maggioranza dal voto delle italiane e degli italiani, che non si sono mai espressi in favore del suo stravolgimento.
L'appello di Domenico Gallo
Prof. Mauro Volpi - 28 ottobre 2015
1. In linea generale ritengo che le modificazioni apportate dal Senato il 13 ottobre 2015 al testo approvato dalla Camera il 10 marzo 2015 non siano state qualitativamente molto rilevanti anche a causa della applicazione rigida che è stata data della regola della “doppia lettura conforme” (art. 104 Re. Se.). Ciò è derivato a mio avviso da ragioni politiche e dalla volontà del Governo di accelerare i tempi, mentre una diversa interpretazione, fondata sulla considerazione che il procedimento di revisione costituzionale non può essere considerato alla stregua del procedimento legislativo ordinario, dovrebbe riconoscere a ciascuna Camera il potere di apportare modifiche al testo approvato dall’altra anche successivamente alla prima delibera.
2. La modificazione che è stata da alcune parti propagandata come la più rilevante riguarda le modalità di elezione del Senato, inserita nel comma 5 dell’art. 2 del d.d.l.
3. Il pasticcio prodotto dalla modificazione del comma 2 dell’art. 5 non è attenuato dalla modifica del comma 11 della norma transitoria (art. 39). Anche qui l’applicazione rigida della regola della doppia lettura conforme ha prodotto il risultato che nella disposizione transitoria convivono due diversi termini per l’approvazione della legge bicamerale sulle modalità di elezione dei membri del Senato: quello di sei mesi dalla data di svolgimento delle elezioni della Camera (comma 6, che il Senato ha lasciato intatto in quanto non modificato dalla Camera) e quello di sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge costituzionale (comma 11). Ora, è evidente che si tratta di due disposizioni tra loro contraddittorie, in quanto, anche nell’ipotesi che la Camera fosse sciolta subito dopo l’approvazione della legge costituzionale, i tempi necessari per l’indizione delle elezioni e per il loro svolgimento renderebbero impossibile una coincidenza temporale fra i due termini. Potrebbe quindi manifestarsi un serio dubbio interpretativo su quale delle due disposizioni debba essere applicata. E se le Camere ritenessero meramente ordinatorio il termine di cui al comma 11 e applicassero quello di cui al comma 6, nessuno potrebbe sostenere che violerebbero la legge costituzionale.
4. Quanto alle funzioni della seconda Camera, nelle modificazioni apportate dal Senato le novità sono molto ridotte. Per quelle legislative rimane la discrasia tra funzioni bicamerali, che comprendono le leggi costituzionali, e un Senato non eletto direttamente dal popolo, ma formato da Consiglieri regionali, titolari di competenze legislative ridimensionate, e da Sindaci, che di competenze legislative non ne hanno alcuna. Anche la restituzione al Senato della competenza di eleggere due dei cinque giudici costituzionali di nomina parlamentare non si giustifica affatto alla luce della composizione debole e indiretta della seconda Camera e più in generale solleva perplessità sulla possibile configurazione dei due giudici come “avvocati delle Regioni”. Dubbi più che fondati possono poi esprimersi sulla capacità politica del Senato di incidere sulla legislazione di competenza della Camera, la cui maggioranza potrà facilmente mettere nel nulla le proposte formulate dal Senato, per cui il principale risultato da attendersi è che i numerosi procedimenti legislativi che emergono dal d.d.l. verranno a costituire una enorme complicazione (altro che semplificazione!) e potranno essere fonte di una improduttiva conflittualità. Quanto alle novità per cui il Senato non “concorre alla valutazione”, ma “valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori”, si tratta di formule generiche che potranno essere riempite o svuotate da future leggi approvate dalla maggioranza della Camera, le quali dovranno indicare quali saranno gli atti, gli strumenti e le procedure di valutazione e di verifica di cui il Senato potrà avvalersi.
5. Poche parole sul Capo IV del d.d.l. che contiene modifiche al Titolo V della Parte II della Costituzione. Qui le uniche novità introdotte dal Senato riguardano l’art. 116 comma 3 della Costituzione, vale a dire il cosiddetto “regionalismo differenziato”, con l’inserimento fra le materie che possono essere attribuite alle Regioni in condizioni di equilibrio tra entrate e spese con legge approvata dalle Camere (non più a maggioranza assoluta, ma semplice) sulla base di intesa tra lo Stato e la Regione interessata, le “disposizioni generali e comuni per le politiche sociali” e il “commercio con l’estero”. Il rischio è che in questo modo si dia vita ad un puzzle indigeribile e difficilmente accettabile da parte dei cittadini, che non sono certo responsabili delle scelte finanziarie operate dalla Regione nella quale risiedono. La confusione è aumentata dalla previsione ex comma 13 art. 39 che l’art. 116 comma 3 si applichi in via transitoria anche alla Regioni a statuto speciale e che tale applicazione diventi definitiva dopo la revisioni degli Statuti. Rimane quindi un’ambiguità di fondo sul tipo di regionalismo che si intende adottare, se legislativo o prevalentemente di esecuzione e sull’opportunità o meno di mantenere il regionalismo differenziato determinato dall’esistenza delle Regioni a statuto speciale. L’unica cosa certa è che viene operata una ricentralizzazione dei poteri che, se da un lato pone rimedio ad alcuni eccessi introdotti dalla legge costituzionale n. 3 del 2001, dall’altro comprime il ruolo delle Regioni e ne riduce l’autonomia finanziaria (già compromessa dalla legge costituzionale n. 1 del 2012 sul cosiddetto “pareggio di bilancio”). In definitiva mi pare che si sia persa l’occasione di affrontare i nodi fondamentali dello Stato regionale italiano che possono compendiarsi nei seguenti termini: quale regionalismo e quali Regioni (il che dovrebbe comportare anche una discussione seria e partecipata sulla revisione dell’attuale assetto eccessivamente frammentato).
6. In conclusione restano intatte le ragioni di fondo che mi avevano spinto un anno fa ad una valutazione fortemente critica, rispetto alle quali le ultime modificazioni del d.d.l. non recano cambiamenti significativi. Ritengo infatti che dal combinato disposto della nuova legge elettorale “italica” (n. 52 del 2015) con la “riforma” costituzionale derivi un cambiamento surrettizio della forma di governo da parlamentare a iperpresidenziale, ma non “presidenziale”, in quanto priva dei contrappesi che caratterizzano il sistema di governo degli Stati Uniti, e venga ad essere pregiudicato l’equilibrio fra i poteri (come ho ampiamente argomentato nella relazione ad un recente seminario della Associazione italiana dei costituzionalisti, tenutosi a Bologna l’11 giugno 2015). Avremmo quindi una forma di governo a “Premierato assoluto”, per richiamare l’espressione con la quale Leopoldo Elia qualificò nel 2005 la riforma della seconda parte della Costituzione approvata dall’allora maggioranza di centro-destra e poi bocciata dal referendum popolare del 25/26 giugno 2006, o, se si preferisce, una forma di governo “non parlamentare del primo ministro”, che “senza idonei contrappesi può diventare un modello preoccupante”, come ha dichiarato Luciano Violante in un’intervista a La Stampa dell’1 maggio 2015.
ITALICUM, RAFFICA DI RICORSI IN CORTI D'APPELLO
ROMA - Raffica di ricorsi contro l'Italicum. La nuova legge elettorale è stata impugnata con una serie di ricorsi analoghi, depositati in contemporanea in una quindicina di Corti d'appello, tra cui Roma, Milano, Napoli. Nel mirino, tra le altre questioni, premio di maggioranza e ballottaggio. Ora spetta ai giudici valutare se accogliere le istanze.
L'Italicum è stato approvato dal parlamento il 4 maggio scorso (il premier Matteo Renzi esultò parlando di "promessa mantenuta e impegno rispettato") e la sua entrata in vigore è prevista per luglio 2016. A promuovere l'iniziativa dei ricorsi è stato il 'Coordinamento democrazia costituzionale', a cui aderiscono numerosi giuristi, insieme a diversi comitati locali.
Stando al sito internet del Cdc, del Coordinamento medesimo fanno parte, a oggi, associazioni come l'Ars (Per il rinnovamento della sinistra), Articolo 21, i Comitati Dossetti, Libertà e giustizia, l'associazione per la Democrazia costituzionale, Giuristi democratici, Rete per la Costituzione, il Manifesto in rete, 'Agire politicamente' (coordinamento cristiano democratico) il gruppo di Volpedo, Iniziativa 21 giugno, Iniziativa socialista, Sinistra-lavoro, Rete socialista-socialismo europeo, Futura umanità, Libera cittadinanza, Alleanza Lib-Lab. Dentro anche strutture sindacali come la Fiom, l'Usb (i sindacati di base) e organizzazioni politiche come l'Altra Europa con Tsipras, Rifondazione comunista, Lavoro e società, parlamentari del gruppo misto, di Sel e della sinistra Pd (Cgil e Libera partecipano ai lavori come osservatori).
Hanno aderito al Cdc, inoltre, costituzionalisti e personalità della cultura comeGustavo Zagrebelsky, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Massimo Villone,Nadia Urbinati, Pietro Adami, Franco Russo, Anna Falcone, Domenico Gallo, Pancho Pardi, Francesco Baicchi, Sandra Bonsanti, Felice Besostri, Antonio Caputo, Raniero La Valle, Vincenzo Vita, Sergio Caserta, Alfiero Grandi, Tommaso Fulfaro, Lanfranco Turci, Gim Cassano, Paolo Ciofi, Cesare Salvi, Antonello Falomi, Giovanni Russo Spena, Emilio Zecca, nonché i parlamentari (molti della minoranza Pd)Vannino Chiti, Erica D'Adda, Francesco Campanella, Maria Grazia Gatti,Alfredo D'Attorre, Paolo Corsini, Felice Casson, Loredana De Petris,Stefano Fassina, Stefano Quaranta, Corradino Mineo, Giorgio Airaudo,Lucrezia Ricchiuti, Walter Tocci.
Tra le Corti d'appello presso le quali i ricorsi sono stati depositati, oltre a Roma, Milano, Napoli, anche Venezia, Firenze, Genova, Catania, Torino, Bari, Trieste, Perugia. Tra le previsioni della legge che sono state impugnate, figurano il premio di maggioranza assegnato alla lista che supera il 40%; il ballottaggio senza soglia previsto invece tra i due partiti più votati se nessuno supera quota 40%; la contraddizione ravvisata nel fatto che chi raggiunga, per ipotesi il 39,9% dei voti deve comunque andare a ballottaggio; le norme
sulle minoranze linguistiche che non consentono - secondo i ricorrenti - la rappresentanza di tutte le minoranze riconosciute, ma solo di alcune. L'iniziativa sarà presentata nel dettaglio nel corso di una conferenza stampa a Montecitorio il 29 ottobre alle 14.30.
Bersani scopre la Costituzione!
Riflessioni di Claudio Mazzoccoli - Ass. Articolo 53
Dunque Bersani oppone a Renzi la Costituzione in tema di Tasse. In questo, si inizia a citare l’Articolo 53 della Costituzione…Allelujah!
Ma , a ben guardare, le parole dei Bersaniani entrano solo in punta di piedi nella questione fiscale, toccando appena quello che riguarda il secondo comma dell’Articolo 53, ovvero il tema della progressività del sistema fiscale.
Al caro Bersani occorrerà ricordare che, forse, tanto e poi ancora tanto ci sarebbe stato da dire e, soprattutto, da fare quando ben altra era la sua posizione nel partito.
Ad esempio: l'attuazione del principio di determinazione della Effettiva Capacità Contributiva per tutti, eliminando Studi di Settore, fortettini, forfettoni, contabilità semplificate, cedolari secche o meno sugli affitti e sul capitale etc.
ARTICOLO - Zagrebelski: riformatori questi? No esecutori di progetti altrui.
Ave­vamo chie­sto al pro­fes­sor Gustavo Zagre­bel­sky di sot­to­scri­vere l’articolo che abbiamo pub­bli­cato ieri con le firme di sei tra i più auto­re­voli costi­tu­zio­na­li­sti ita­liani, e che ripub­bli­chiamo oggi qui accanto. Zagre­bel­sky ha pre­fe­rito non fir­mare, ma ha aggiunto delle moti­va­zioni che rite­niamo valga la pena far cono­scere – con il suo con­senso — ai nostri let­tori. «Dopo averci pen­sato, ho deciso di non fir­mare, non per­ché non sia d’accordo sugli argo­menti, pro­po­sti all’attenzione dei respon­sa­bili della riforma. La ragione — sostiene l’ex pre­si­dente della Corte costi­tu­zio­nale - è un’altra: la totale irri­le­vanza dell’invito alla rifles­sione presso chi si appella sem­pli­ce­mente all’argomento della forza. Una delle espres­sioni più ricor­renti, in que­sto tempo di auto­ri­ta­ri­smo non solo stri­sciante ma addi­rit­tura con­cla­mato come virtù, è «abbiamo i voti», «abbiamo i numeri». Una con­ce­zione della demo­cra­zia da scuola ele­men­tare! Dun­que, che cosa serve discu­tere? Un bel nulla. Oltre­tutto, ho l’impressione che i nostri rifor­ma­tori, tronfi dei loro numeri rac­co­gli­ticci in un con­sesso che ha rag­giunto il grado più basso di cre­di­bi­lità, non agi­scano in libertà, ma come ese­cu­tori di pro­getti che li sovra­stano, di cui hanno accet­tato di farsi pas­sivi e arro­ganti ese­cu­tori in nome di inte­ressi o poco chiari, o indi­ci­bili ch’essi rias­su­mono nel ridi­colo nome di «gover­na­bi­lità»: parola di cui non cono­scono nem­meno il signi­fi­cato. Non dis­sento nel merito, ma sono certo della totale inef­fi­ca­cia dell’invito al con­fronto. Mi astengo, dun­que, dal fir­mare — con­clude Zagre­bel­sky -, i tempi dell’impegno ver­ranno quando saranno chia­mati i cit­ta­dini a espri­mersi, saranno duri e immi­nenti. Allora sarà un’altra storia».
14:30 - 18:30 Sala Fredda, Via Buonarroti 12
di Lorenza Carlassarre, Gaetano Azzariti, Gianni Ferrara, Alessandro Pace, Stefano Rodotà, Massimo Villone
Da Il Manifesto del 13 ottobre 2015
la-peggiore-riforma.pdf
LA COSTITUZIONE DI RENZI: MENO DIRITTI MENO LIBERTA'
Loredana (lunedì, 14 agosto 2017 09:56)
Loredana (lunedì, 14 agosto 2017 09:55)
luizio (lunedì, 31 luglio 2017 11:36)
Albino (sabato, 17 ottobre 2015 23:03)
Articolo di Massimo Villone sulla riforma Costituzionale in votazione al Senato
Villone-2-10.pdf