Source: https://danielemajori.com/2015/01/27/informative-antimafia-il-prefetto-ha-lobbligo-specifico-di-accertare-con-puntualita-il-permanere-del-quadro-indiziario-originario/
Timestamp: 2020-07-07 13:14:51+00:00
Document Index: 98489730

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 10', 'art. 3', 'art. 71', 'sentenza ']

Informative antimafia: il Prefetto ha l’obbligo specifico di accertare con puntualità il permanere del quadro indiziario originario (nella fattispecie, il Tar Campania ha ritenuto privo di sufficiente consistenza indiziaria sia il presunto ruolo di attuale amministratore di fatto della società ricorrente del padre dei tre attuali soci – in precedenza, titolare della stessa società, sebbene con diversa ragione sociale – sia il suo supposto collegamento con la criminalità organizzata, essendo stato egli assolto da un’imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa per fatti, tra l’altro, molto risalenti nel tempo). | Avvocato Daniele Majori
Informative antimafia, Prefetture-UTG
Archiviato in adozione di una misura cautelare coercitiva per il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa, amministratore di fatto, assetto gestionale, collegamento con la criminalità organizzata, evoluzione del processo penale, gestore di fatto, illegittimità, informative antimafia, informative interdittive, informative prefettizie, interdizione antimafia, necessità di un sufficiente ed idoneo quadro indiziario di sostegno, obbligo di accertare con puntualità il permanere del quadro indiziario originario, parentela, rilevanza indiziaria, sentenza penale di assoluzione, vinculum sanguinis
(Tar Campania, Napoli, sez. I, 7 gennaio 2015, n. 53)
«Rileva preliminarmente il Collegio che nell’informativa impugnata, anche in ragione dei rinvii operati alle precedenti interdittive del 2008 e del 21 gennaio 2014, unico elemento di sospetto di permeabilità mafiosa riguarda la persona di [Tizio], padre dei tre attuali soci della società ricorrente, nei confronti dei quali è invece mancato qualsiasi riferimento indiziario diretto.
Quanto al ruolo di quest’ultimo nell’attuale assetto gestionale della società ricorrente, nel corso del giudizio è risultato incontestato che, oltre all’esistenza di un vinculum sanguinis con i soci, [Tizio] ne sia stato titolare, sebbene con diversa ragione sociale, fino al 2007.
Ebbene, in disparte ogni considerazione circa la rilevanza in sé di tale rapporto di parentela, nonché dell’effettività o meno del suo allontanamento dall’originario nucleo familiare, ciò che si mostra privo di sufficiente consistenza indiziaria è sia l’attuale ruolo di [Tizio] come amministratore di fatto, sia il suo supposto collegamento con la criminalità organizzata.
Sotto il primo profilo, nella motivazione del provvedimento impugnato è mancata qualsiasi idonea dimostrazione o fondato sospetto che [Tizio] operi attualmente nella società ricorrente o assuma per essa decisioni di carattere organizzativo o gestionale.
Riguardo al secondo aspetto, va richiamato il consolidato orientamento, anche di questa Sezione, per cui se anche l’adozione di una misura cautelare coercitiva per il delitto di concorso esterno in associazione mafiosa nei confronti di un imprenditore, possa rappresentare idoneo indizio a fini di interdizione antimafia, è anche vero che costituisce compito specifico dell’Autorità di pubblica sicurezza verificare il consolidamento di tale ipotesi delittuosa seguendo l’evoluzione del processo penale nel cui ambito l’ordinanza cautelare è stata adottata; tale comportamento, oltre a rispondere al principio generale di imparzialità dell’azione amministrativa, costituisce anche attuazione dell’obbligo specifico del Prefetto di accertare con puntualità il permanere del quadro indiziario originario.
Rileva il Collegio che, nel caso in esame, il Prefetto […] ha puntualmente assolto a tale compito istruttorio, domandandosi se la sentenza penale di assoluzione [di Tizio] potesse elidere anche ogni rilevanza indiziaria residua a fini di prevenzione antimafia amministrativa.
Tuttavia, il giudizio di persistenza dell’elemento indiziario, in base al rilievo che [Tizio] è stato ritenuto dal giudice penale un “soggetto che certamente non aveva mai sporto denunzia o posto problemi nel corrispondere le rate estorsive”, denota una lettura della sentenza di assoluzione che ha condotto ad una conclusione irragionevole, perché non in linea con le risultanze istruttorie. Invero, il Tribunale […] ha anche aggiunto che «per nessuno degli ambiti e dei settori nei quali, sulla base dell’assunto accusatorio, [Tizio] avrebbe illecitamente ed indebitamente utilizzato i suoi legami ed i suoi rapporti con esponenti di quello stesso gruppo criminale, si ritiene raggiunta una corrispondente idonea e sufficiente prova ed in ciò tenendo conto dei plurimi elementi di prova (dichiarativi e documentali) che l’istruttoria dibattimentale ha portato all’attenzione del Tribunale, i quali, come visto, non forniscono riscontri di carattere estrinseco (ed anche sul piano strettamente logico) alle dichiarazioni dei collaboratori, le quali costituscono nel caso in oggetto la primaria fonte di accusa».
E’ quindi mancata in sede penale la conferma che [Tizio], quale concorrente esterno nell’associazione mafiosa, avesse fruito di agevolazioni per effetto di aderenze o collegamenti con la criminalità organizzata ai fini della sua ascesa imprenditoriale, smentendo proprio quanto ipotizzato dal Prefetto […] nell’informativa del 21 gennaio 2014, provvedimento al quale l’interdittiva impugnata nel presente giudizio pure ha rinviato per relationem; inoltre, l’essersi il Prefetto […] limitato a rilevare che in sentenza sarebbe stato comunque accertato che [Tizio] era vittima dell’azione estorsiva del clan, è conclusione che non solo finisce per azzerare irragionevolmente la rilevanza in sé dell’assoluzione, sostanzialmente negletta, ma denota anche una lettura parziale della decisione del Tribunale di cui vengono esaltati solo alcuni rilievi, tra l’altro confermativi di una situazione di forte soggezione alla criminalità organizzata e non anche dell’ipotizzata condizione di cooperazione.
In conclusione, non risultando adeguatamente dimostrato il ruolo di attuale gestore di fatto di [Tizio] nella società ricorrente, essendo stato egli assolto da un’imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa per fatti, tra l’altro, molto risalenti nel tempo, il provvedimento impugnato si rivela privo di un sufficiente ed idoneo quadro indiziario di sostegno».
« Non osta alla possibilità di qualificare un’opera quale intervento di ristrutturazione edilizia il fatto che la stessa determini un aumento di volumetria, come si evince dall’art. 10, co. 1, lett. c), del d.P.R. n. 380/2001, che assoggetta a permesso di costruire gli interventi di ristrutturazione edilizia che portino a modifiche del volume, così ammettendo che i medesimi interventi possano fra l’altro determinare aumenti di volumetria (nella fattispecie, il Tar ha perciò statuito che l’intervento in esame – pur avendo determinato un aumento della superficie lorda di pavimento e, quindi, della volumetria complessiva – può essere ascritto alla categoria della ristrutturazione edilizia, in quanto diretto alla trasformazione di un locale interrato da deposito a locale con permanenza di persone, in linea con la definizione contenuta nell’art. 3, co. 1, lett. d, del d.P.R. n. 380/2001, il quale dispone che sono interventi di ristrutturazione edilizia quelli “rivolti a trasformare gli organismi edilizi mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un organismo edilizio in tutto o in parte diverso dal precedente”).
Requisiti di accesso e di esercizio delle attività commerciali ai sensi dell’art. 71 d.lgs. n. 59/2010: il novero delle situazioni penalmente rilevanti a tal fine è tassativamente circoscritto alle sole ipotesi previste dalla norma in argomento e, quanto alle condanne, all’intervenuta condanna con sentenza passata in giudicato per una serie specifica di gravi reati, quali anzitutto i delitti non colposi puniti con pena non inferiore nel minimo a tre anni (nella fattispecie, pertanto, il Tar ha ritenuto non ostativo, ai fini del rilascio di un’autorizzazione commerciale per l’esercizio delle attività di somministrazione di vendita, un decreto penale di condanna, peraltro non definitivo, per il reato fiscale di omesso versamento dell’IVA, posto in essere nel periodo in cui la società di cui il ricorrente era rappresentante legale si trovava in amministrazione giudiziaria). »