Source: http://comma2.it/articoli?view=article&id=115:salario-minimo-legale&catid=16
Timestamp: 2020-04-02 15:02:56+00:00
Document Index: 78222571

Matched Legal Cases: ['art.36', 'art.36', 'art.39', 'art.36', 'art.39', 'art.36', 'art.1']

Salario minimo legale - Comma2 - Lavoro è dignità
La logica del ddl 5tselle, a firma Catalfo e aa., rovescia la prospettiva: prima si effettua un rinvio, in attuazione dell’art.36 cost., alla efficacia generale dei trattamenti economici complessivi stabiliti dai contratti nazionali di lavoro stipulati dai sindacati più rappresentativi. Il riferimento non è quindi solo ai minimi tabellari per qualifica dei contratti nazionali ma appunto al “trattamento economico complessivo” previsto dagli stessi contratti, inclusivo quindi dei ratei di tredicesima, degli scatti di anzianità, di indennità fisse ecc. In secondo luogo il ddl in parola prevede una norma molto importante diretta a scongiurare la pratica dei cosiddetti contratti-pirata finalizzata a meccanismi di dumping sociale e diffusa soprattutto nel terziario, negli appalti e subappalti, nell’edilizia: si prevede infatti che in caso di “pluralità di contratti collettivi” prevalga il trattamento economico complessivo previsto dai contratti nazionali stipulati dai sindacati più rappresentativi sulla base dei criteri stabili dal Testo Unico sulla rappresentanza sottoscritto da Cgil-Cisl-UIL e Confindustria. Infine si stabilisce, in via puramente residuale, che il salario orario non può comunque essere inferiore a 9 euro (al lordo dei contributi previdenziali).
Diversa la prospettiva del più recente ddl del PD, a firma Nannicini e aa.: qui in prima battuta si prevede l’applicazione dei (soli) minimi tabellari dei contratti nazionali, rinviando la determinazione di un “salario minimo di garanzia” per i settori non coperti dalla contrattazione collettiva a successive decisioni di una commissione paritetica composta da dieci rappresentanti dei sindacati dei lavoratori, dieci rappresentanti delle associazioni imprenditoriali e dal presidente del Cnel. A tale commissione vengono poi assegnati una molteplicità di compiti, da svolgere entro i successivi 18 mesi, ai fini della definizione del campo di applicazione dei contratti nazionali e dei criteri di accertamento della rappresentatività dei sindacati, con una formula che ha da un lato il sapore dell’ennesimo rinvio sine die e al tempo stesso attribuisce a una “commissione paritetica” funzioni tipiche della autonomia contrattuale dei sindacati.
Il secondo fattore, di grande rilevanza, sta in un dato sociale e culturale più complessivo: per un insieme di ragioni che qui è inutile riassumere, riferite alle dinamiche della competizione sul costo del lavoro a scala globale e incentivate dalla legislazione dell’ultimo ventennio univocamente orientata alla liberalizzazione della flessibilità del lavoro, nello stesso senso comune oltre che sul piano economico-sociale si è consolidata una tendenza alla svalorizzazione del lavoro. Si è cioè affermata l’idea che il lavoro e il suo valore siano l’ultimo anello della catena produttiva. E che qualsiasi forma di lavoro, a fronte di tassi stabili se non crescenti di disoccupazione strutturale e delle stesse tendenze della innovazione tecnologica, debba comunque essere accettata a qualsiasi prezzo. Così si spiega la diffusione dei lavori poveri, del part time involontario, del lavoro a chiamata, dei sottosalari nella logistica, in agricoltura, nei subappalti, a cui sono costretti soprattutto i lavoratori immigrati, e del lavoro sottopagato anche di tanti giovani specie nei settori turistici, alberghieri e della ristorazione. In tale situazione affermare quindi per legge che comunque un’ora di lavoro non può valere meno di 9 euro e che per garantire questo diritto non è necessario ricorrere al giudice ai sensi dell’art.36 cost. o invocare l’applicazione dei contratti nazionali, ma è sufficiente un precetto dell’Ispettorato del lavoro, sostenuto da adeguate sanzioni, ha un grande valore simbolico e pratico.
Non vale quindi obiettare che i 9 euro sarebbero di volta in volta, a secondo del punto di osservazione, “troppi” o “troppo pochi”. E’ evidente che un’ora di lavoro nei settori regolari, coperti dalla buona contrattazione nazionale e integrativa, vale nel complesso, considerati i trattamenti economici complessivi, ben di più: 18 euro, secondo i dati diffusi dai sindacati metalmeccanici. A questo fine è appunto necessaria, come sopra detto, una norma di legge che vincoli alla applicazione del “trattamento economico complessivo” previsto dai migliori contratti nazionali. Ma per l’intanto si chiarisce che al di sotto di 9 euro orari comunque non si può andare.
Né ha senso contrapporre l’ovvia osservazione secondo cui la situazione ottimale consisterebbe in una attuazione dell’art.39 della costituzione, in tema di registrazione dei sindacati e regolazione organica della rappresentanza e della rappresentatività dei sindacati: della attuazione di questa norma si discute vanamente da più di 70 anni e non vi sono certo oggi le condizioni per riproporne la fattibilità. Opporre a una ragionevole e possibile attuazione dell’art.36 cost., in tema di sufficienza e proporzionalità della retribuzione, quella, allo stato impraticabile, dell’art.39 cost. è come mandare la palla in tribuna, e perdere una ennesima occasione.
Tale occasione è costituita,appunto, da una legge che in attuazione dell’art.36 cost, preveda una estensione generalizzata dei contratti nazionali, fissando un minimo invalicabile. Su questa base occorrerebbe tentare di aprire contraddizioni nell’attuale maggioranza di governo, dato che dal versante di destra del governo in carica si opporranno ovvie contrarietà, in nome di quella miscellanea tra pseudo-sovranismo e liberismo rappresentata dalla ideologia leghista.
Si aggiunga che una normativa nazionale sul salario minimo, nei termini sopra descritti, sarebbe quanto mai opportuna anche in relazione alle proposte di salario minimo europeo formulate da parte di tutte le formazioni di centrosinistra, compreso art.1. Qui il dilemma sta nel come combinare la differenza tra 12 euro orario previsti in Lussemburgo e i 2 euro orari della Bulgaria. C’è il concreto rischio che le buone intenzioni producano l’effetto contrario: la legittimazione di un rinnovato dumping sociale interno alla Unione europea. Basti ricordare che una di queste proposte formulata da Pisapia, capolista nel nordovest della lista PD, si riferisce a un salario minimo commisurato al 60% della mediana salariale di ogni singolo stato, il che per l’Italia si tradurrebbe in un minimo oscillante tra i 5 e 7 euro. Un motivo in più per avere una legislazione nazionale attestata su un livello più alto di garanzia.