Source: http://www.penalecontemporaneo.it/materia/-/-/-/711-le_conseguenze_di_diritto_intertemporale_prodotte_dalla_pronuncia_della_corte_di_giustizia_el_dridi__direttiva____rimpatri_____nell___ordinamento_italiano/
Timestamp: 2014-03-11 19:58:21+00:00
Document Index: 48485692

Matched Legal Cases: ['art. 673', 'art. 14', 'art. 267', 'art. 14', 'art. 14', 'art. 15', 'art. 11', 'art. 117']

21 Giugno 2011Le conseguenze di diritto intertemporale prodotte dalla pronuncia della Corte di giustizia El Dridi (direttiva “rimpatri”) nell’ordinamento italiano
Riflessioni sui criteri per risolvere l’antinomia tra norma interna e norma comunitaria
[Marco Gambardella]
1. Il criterio del “primato del diritto dell’Unione” che risolve l’antinomia tra norma interna e norma comunitaria
2. La disapplicazione della norma interna incompatibile con quella comunitaria
3. Il conflitto tra norme disposte su distinti livelli nella gerarchia delle fonti
4. Gli effetti dell’applicazione del principio di retroattività della lex mitior sui processi penali per i reati in materia di immigrazione
4.1. I processi penali ancora in corso: le formule di assoluzione
4.2. Le sentenze di condanna irrevocabili e l’applicazione in via analogica dell’art. 673 c.p.p.
4.3. Il possibile fenomeno della c.d. abrogatio sine abolitione: esclusione
5. Il nuovo decreto legge: gli esiti della trasformazione della sanzione comminata per l’art. 14 comma 5-ter da detentiva in pecuniaria allo scopo di evitare il contrasto con la direttiva “rimpatri”
Con le brevi note che seguono si cercherà di fare il punto sugli effetti di diritto intertemporale determinati dalla recente pronuncia della Corte di giustizia (28 aprile 2011, El Dridi, C-61/11 PPU), che ha dichiarato l’incompatibilità della nostra disciplina penale in materia d’immigrazione con la c.d. direttiva “rimpatri” [1].
A seguito della menzionata pronuncia pregiudiziale ai sensi dell’art. 267 TFUE – che ha un valore generale e vincola non solo il giudice a quo, ma anche tutti i giudici nazionali nonché la pubblica amministrazione nel suo complesso[2] – i giudici penali sono obbligati a disapplicare qualsiasi norma incriminatrice in materia di immigrazione (d.lgs. n. 286 del 1998) che si pone in contrasto con il risultato che si vuol conseguire attraverso la direttiva “rimpatri” (direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio 16 dicembre 2008, 2008/115/CE) [3].
In particolare, i giudici penali devono “non applicare” la figura di reato prevista all’art. 14 comma 5-ter d.lgs. n. 286 del 1998, la quale non rispetta il diritto dell’Unione e compromette in pratica la realizzazione degli obiettivi perseguiti dalla citata direttiva, privandola in tal modo del suo “effetto utile” (nel senso che tra le diverse interpretazioni possibili del testo legislativo, occorre scegliere quella che attribuisce alle sue disposizione la maggiore effettività possibile, consentendo così alla direttiva di raggiungere gli scopi a cui è rivolta)[4].
Come nell’abolitio criminis, che si sostanzia nella incompatibilità tra norme cronologicamente disposte[5], anche nella ipotesi oggetto della decisione della Corte di giustizia si configura una vera e propria antinomia giuridica, un conflitto tra due norme: quella interna incriminatrice (art. 14 comma 5-ter) e quella ricavabile dalla direttiva comunitaria (artt. 15 e 16), che vieta di punire con una pena detentiva la condotta astratta in tal modo sanzionata in Italia. Esiste, dunque, una relazione di incompatibilità tra due norme, perché effetti giuridici incompatibili sono riferiti alla stessa fattispecie astratta[6].
Tuttavia, il criterio giuridico per risolvere l’antinomia non è quello, adoperato per l’abolitio criminis domestica, della lex posterior derogat legi priori: cioè il criterio cronologico che attribuisce preferenza alla norma successiva (art. 15 disp. prel. c.c.), bensì quello della prevalenza (primauté) della norma comunitaria, provvista di effetto diretto, sulle norme interne con essa contrastante[7].
E’ noto, infatti, che caratteristiche peculiari del diritto comunitario (dell’Unione europea), nei suoi rapporti con il diritto nazionale, sono l’effetto diretto (la creazione in capo ai singoli di posizioni soggettive direttamente tutelabili davanti al giudice nazionale) e il primato (prevalenza, primauté) sulle norme interne con esso contrastanti (sia precedenti che successive a quella comunitaria)[8].
Come ripetutamente affermato dalla Corte costituzionale, a partire dal 1984, la giustificazione della preminenza del diritto comunitario, che trova la sua ragion d’essere nell’esigenza di una uniforme e immediata applicazione del diritto comunitario in tutti in gli Stati membri, si fonda dal punto di vista normativo sul disposto dell’art. 11 Cost.:"l’Italia [...] consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni"[9].
Inoltre, il novellato comma 1 dell’art. 117 Cost., sancendo oggi il primato del diritto comunitario (del diritto dell’Unione) sul diritto interno, anche se soltanto per quello che riguarda le norme prive di effetto diretto nell’ordinamento (rispetto alle quali la norma nazionale confliggente conserva la sua efficacia finché non viene rimossa a seguito dello scrutinio di costituzionalità)[10], conferma il punto di arrivo della giurisprudenza costituzionale sulla superiorità delle fonti comunitarie su quelle interne[11].
Il principio della supremazia del diritto dell’Unione sul diritto interno degli Stati membri non è stato però inserito tra gli articoli del Trattato, anche dopo il lavoro svolto dalla Conferenza di revisione che ha portato al Trattato di Lisbona. Al principio, tuttavia, la Conferenza ha espressamente dedicato la Dichiarazione n. 17, in cui si ricorda che secondo la giurisprudenza della Corte di giustizia: i Trattati e il diritto adottato dall’Unione sulla base dei Trattati prevalgono sul diritto interno degli Stati membri[12].
Oggi appare meno sostenibile la tradizionale visione dei rapporti tra fonti comunitarie e fonti interne fondata sul criterio della competenza tra ordinamenti; concezione che si è imposta nel nostro ordinamento a partire dalla sent. n. 170 del 1984 della Corte costituzionale. L’idea, cioè, che ordinamento comunitario e ordinamento interno configurano due ambiti normativi che non si confondono l’uno nell’altro, cosicché le norme comunitarie appartengono ad un ordinamento giuridico nettamente distinto e separato da quello interno, sebbene con esso comunicante[13].
Dobbiamo, infatti, seriamente chiederci se non sia ormai superato il classico modello dualista di relazione tra ordinamenti a vantaggio di un sistema di rapporti tra fonti all’interno d