Source: http://www.medialaws.eu/i-limiti-della-neutralita-la-corte-di-giustizia-e-leterno-ritorno-dellhosting-attivo/
Timestamp: 2019-11-17 10:03:05+00:00
Document Index: 2879292

Matched Legal Cases: ['art. 267', 'CGUE\n', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', '§ 47', 'art. 14', '§ 113', '§ 123', 'art. 14']

You are at:Home»Note»I limiti della neutralità: la Corte di giustizia e l’eterno ritorno dell’hosting attivo
By Tommaso Scannicchio - Nicola Alessandro Vecchio on	 March 10, 2019 1/2019
Gli artt. da 12 a 14 della direttiva 2000/31/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, dell’8 giugno 2000, relativa a taluni aspetti giuridici dei servizi della società dell’informazione, in particolare il commercio elettronico, nel mercato interno (“Direttiva sul commercio elettronico”) devono essere interpretati nel senso che le limitazioni di responsabilità che essi prevedono sono applicabili al prestatore di un servizio di locazione e di registrazione di indirizzi IP che consente di utilizzare anonimamente nomi di dominio Internet, come quello di cui trattasi nel procedimento principale, purché tale servizio rientri in una delle categorie di servizi previste in tali articoli e soddisfi l’insieme delle condizioni corrispondenti, in quanto l’attività di tale prestatore sia di ordine meramente tecnico, automatico e passivo, con la conseguenza che detto prestatore non conosce né controlla le informazioni trasmesse o memorizzate dai suoi clienti, ed egli non svolga un ruolo attivo, permettendo a questi ultimi di ottimizzare la loro attività di vendita online, circostanza che spetta al giudice del rinvio verificare.
Sommario: 1. Premessa. – 2. La vicenda interna. – 3. L’arresto della CGUE. – 4. Le questioni sottese. – 5. Conclusioni.
La vicenda interna
SBN-REACT proponeva appello avverso la menzionata sentenza, rilevando, in particolare, che il sig. D.M. non poteva beneficiare di alcuna esenzione di responsabilità, in quanto non era un intermediario neutro, essendo a conoscenza dell’esistenza di violazioni e svolgendo un ruolo attivo nella loro realizzazione. La Corte di secondo grado (Tallinna Ringkonnakohus) interrogava quindi la Corte di giustizia, ex art. 267 TFUE, sia sulla legittimazione attiva di SBN-REACT, sia sull’applicabilità o meno degli artt. 12-14 della direttiva 2000/31 anche a un soggetto, come il sig. D.M., che, tramite il menzionato servizio di “locazione”, consentiva alle società di operare anonimamente[6] e commettere, in tale (privilegiata) condizione, le censurate condotte di infringement.
L’arresto della CGUE
La Corte affronta, in primo luogo, l’ermeneusi dell’art. 4, lett. c), direttiva 2004/48[7], rilevando che la legittimazione ad attivare le procedure della direttiva in commento, generalmente riconosciuta ai «titolari» degli IPRs (art. 4, lett. a)), è predicabile anche in relazione ad altri soggetti esclusivamente «se consentito dalle disposizioni della legislazione applicabile e conformemente alle medesime» (art. 4, lett. b)-d)). Mediante tale espressione, da intendersi comprensiva anche della normativa euro-unitaria e letta dal giudicante europeo in combinato disposto con il considerando 18 della medesima direttiva[8], si limita la facoltà in commento, ammettendosi tale peculiare legittimazione ad agire esclusivamente in favore degli organismi che abbiano un interesse “diretto” alla difesa dei diritti e siano già muniti di una legittimazione processuale generale per farli valere. In presenza di tali due condizioni, il cui esame compete al giudice domestico, vi può essere anche la legittimazione ex art. 4, lett. c), direttiva 2004/48.
Volgendo poi lo sguardo al merito della questione, il giudice sovranazionale evidenzia che l’inquadramento dell’operato del convenuto nell’ambito dei “servizi della società dell’informazione” è operazione interpretativa demandata al giudice del rinvio e, nel caso di scrutinio positivo, ancora a quest’ultimo spetterà verificare se tale prestatore possa giovarsi delle limitazioni di responsabilità previste nella direttiva 2000/31 (artt. 12, par. 1; 13, par. 1; 14, par. 1)[9].
E’ in quest’ultimo snodo argomentativo che si coglie il passaggio più interessante della pronuncia, giacché la Corte, allineandosi ai suoi più recenti approdi, afferma che i prestatori possono godere delle deroghe alla liability «esclusivamente» quando «detti prestatori non conoscono né controllano le informazioni trasmesse o memorizzate dalle persone alle quali forniscono i loro servizi», connotandosi per un ruolo meramente passivo; diversamente, il prestatore sarà (sempre) pienamente responsabile laddove «svolga un ruolo attivo, consentendo ai suoi clienti di ottimizzare la loro attività di vendita online» (§§ 47-48). In ogni caso, poi, la Corte statuisce che, anche ove il giudice nazionale, esaminando la questione, concludesse che il “locatore” di indirizzi IP non possa ritenersi responsabile ai sensi della direttiva 2000/31, ciò non escluderebbe la possibile emanazione nei suoi confronti di ingiunzione per far cessare la violazione al diritto, in accordo con quanto stabilito nel caso Mc Fadden[10].
La Corte di giustizia, dunque, perimetra ancora una volta i limiti dell’ISP “neutrale”, proponendo una dialettica qualificatoria, sospesa fra ISP (pienamente) responsabile o meno, sciolta dal nostro formante giurisprudenziale nei (noti) termini dell’hosting c.d. passivo (tipizzato nel d.lgs. 70/2003, recependo la direttiva 2000/31) e dell’hosting c.d. attivo (figura di creazione pretoria)[11], che pare potersi avvicinare all’impostazione europea di un prestatore “attivo”, che conosce e controlla le informazioni memorizzate e trasmesse e, argomentando a contrario sulla base del cons. 42 della direttiva[12], non è dunque meritevole di alcuna attenuazione della responsabilità (a differenza del suo omonimo, ma nella variante “passiva”, responsabile, come visto, solo a determinate condizioni[13]).
[3] Celebre, in tal senso, è il leading case CGUE, cause riunite da C‑236/08 a C‑238/08, Google France SARL e Google Inc. c. Louis Vuitton Malletier SA (C‑236/08), Google France SARL c. Viaticum SA e Luteciel SARL (C‑237/08), Google France SARL, Centre national de recherche en relations humaines (CNRRH) SARL, P.A.T., B.R. e Tiger SARL (C-238/08) (2010), ove già si chiariva che «al fine di verificare se la responsabilità del prestatore del servizio … possa essere limitata ai sensi dell’art. 14 della direttiva 2000/31, occorre esaminare se il ruolo svolto da detto prestatore sia neutro, in quanto il suo comportamento è meramente tecnico, automatico e passivo, comportante una mancanza di conoscenza o di controllo dei dati che esso memorizza» (§ 113). In senso analogo le pronunce successive, fra cui v. CGUE, C‑484/14, Mc Fadden c. Sony Music Entertainment Germany GmbH (2016); C-70/10, Scarlet Extended SA c. Société belge des auteurs, compositeurs et éditeurs SCRL (SABAM) (2010); C-324/09, L’Oréal SA e a. c. eBay International AG e a. (2011) (in particolare § 123: «L’art. 14, n. 1, della direttiva 2000/31 deve essere interpretato nel senso che esso si applica al gestore di un mercato online qualora non abbia svolto un ruolo attivo che gli permetta di avere conoscenza o controllo circa i dati memorizzati. Detto gestore svolge un ruolo siffatto allorché presta un’assistenza che consiste in particolare nell’ottimizzare la presentazione delle offerte in vendita di cui trattasi o nel promuoverle»).
[36] Il riferimento è alla “Legge per migliorare la tutela dei diritti sui social network” (Netzwerkdurchsetzungsgesetz – NetzDG), entrata in vigore il 1° ottobre 2017, commentata da G. Giannone Codiglione, La nuova legge tedesca per l’enforcement dei diritti sui social media, in Diritto dell’informazione e dell’informatica, 4-5, 2017, 723, nonché, anche comparativamente rispetto alla normativa statunitense (Digital Millenenium Copyright Act–DMCA), da B. Panattoni, Il sistema di controllo successivo, cit., 258-259. Sulla base del modello tedesco risulta poi formulato, nel contesto italiano, l’articolato del Disegno di Legge S.3001, presentato il 14 dicembre 2017 e in attesa di assegnazione, contenente “Norme generali in materia di social network e per il contrasto della diffusione su internet di contenuti illeciti e delle fake news”, proposto su iniziativa del Senatore Luigi Zanda, contro-firmatario Senatore Rosanna Filippini. Nel nostro contesto ordinamentale è poi da segnalare anche la legge n. 71 del 29 maggio 2017, “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione ed il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, che introduce un peculiare meccanismo di notice-and-take-down (analiticamente sul tema v. M. Alovisio-G.B. Gallus-F.P. Micozzi, a cura di, Il cyberbullismo alla luce della legge 29 maggio 2011 n. 71, Roma, 2017).