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Timestamp: 2020-08-10 16:44:08+00:00
Document Index: 122549664

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 6', 'art. 360', 'art. 2697', 'art. 360', 'art. 360', 'art. 11', 'art. 360', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'art. 1', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 17', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360']

Sentenza Cassazione Civile n. 25150 del 11/10/2018 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25150 del 11/10/2018
Cassazione civile sez. III, 11/10/2018, (ud. 23/02/2018, dep. 11/10/2018), n.25150
sul ricorso 2364-2016 proposto da:
O.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZALE DON G
MINZONI 9, presso lo studio dell’avvocato ANTONINO GALLETTI, che lo
rappresenta e all’avvocato SALVATORE ORESTANO medesimo giusta
procura speciale;
PROVINCIA D’ITALIA MISSIONARI OBLATI DI MARIA IMMACOLATA OMI in
persona del suo legale rappresentante G.A., elettivamente
FRANCESCO PECORA, che la rappresenta e difende giusta procura
avverso la sentenza n. 5613/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,
Con sentenza del 26/6/2015 la Corte d’Appello di Roma ha respinto il gravame interposto dal sig. O.S. in relazione alla pronunzia Trib. Roma n. 24961/2007, di accoglimento della domanda proposta dalla Provincia d’Italia dei Missionari Oblati di Maria Immacolata – OMI di cessazione, all’esito di regolare disdetta, del contratto di locazione avente ad oggetto l’immobile tra di essi intercorso avente ad oggetto immobile sito nella locale via (OMISSIS).
Avverso la suindicata pronunzia della corte di merito l’ O. propone ora ricorso per cassazione, affidato a 3 motivi.
Resiste con controricorso la Provincia d’Italia dei Missionari Oblati di Maria Immacolata – OMI.
Con il 1 motivo il ricorrente denunzia “violazione e/o falsa applicazione” della L. n. 431 del 1998, artt. 2 e 6, artt. 24 e 111 Cost., art. 6 CEDU, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Con il 2 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” dell’art. 2697 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3; nonchè “omessa” motivazione su punto decisivo della controversia, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.
Con il 3 motivo denunzia “violazione e/o falsa applicazione” della L. n. 359 del 1992, art. 11, L. n. 392 del 1978, artt. 12 ss. in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.
Va anzitutto osservato che il requisito – a pena di inammissibilità richiesto all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 3, – della sommaria esposizione dei fatti di causa non risulta invero soddisfatto allorquando come nella specie vengano nel ricorso pedissequamente riprodotti (in tutto o in parte) atti e documenti del giudizio di merito (nel caso, la sentenza impugnata), in contrasto con lo scopo della disposizione di agevolare la comprensione dell’oggetto della pretesa e del tenore della sentenza impugnata, in immediato coordinamento con i motivi di censura (v. Cass., Sez. Un., 17/7/2009, n. 16628), essendo necessario che vengano riportati nel ricorso gli specifici punti di interesse nel giudizio di legittimità (cfr. Cass., 8/5/2012, n. 6909), con eliminazione del “troppo e del vano”, non potendo gravarsi questa Corte del compito, che non le appartiene, di ricercare negli atti del giudizio di merito ciò che possa servire al fine di utilizzarlo per pervenire alla decisione da adottare (v. Cass., 25/09/2012, n. 16254; Cass., 16/2/2012, n. 2223; Cass., 12/9/2011, n. 18646; Cass., 22/10/2010, n. 21779; Cass., 23/6/2010, n. 15180; Cass., 18/9/2009, n. 20093; Cass., Sez. Un., 17/7/2009, n. 16628), sicchè ilricorrente è al riguardo tenuto a rappresentare e interpretare i fatti giuridici in ordine ai quali richiede l’intervento di nomofilachia o di critica logica da parte della Corte Suprema (v. Cass., Sez. Un., 11/4/2012, n. 5698), il che distingue il ricorso di legittimità dalle impugnazioni di merito (v. Cass., 23/6/2010, n. 15180).
Va al riguardo ulteriormente sottolineato che la soluzione di fare rinvio per la sommaria esposizione del fatto (anche) all’impugnata sentenza non esime in ogni caso il ricorrente dall’osservanza del requisito – richiesto a pena di inammissibilità – ex art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, nel caso non osservato laddove viene operato il riferimento de relato ad atti e documenti del giudizio di merito (es., all'”atto di citazione notificato in data 6.10.2006″, alla “copia del contratto” di locazione “versato in atti”, all'”accordo avente ad oggetto il rinnovo del contratto di locazione sino alla data 15.7.2014, a fronte della rinuncia di esso conduttore alla riduzione del canone e al risarcimento dei danni…”, all'”atto di citazione notificato in data 24.10.2006″, alla sentenza del giudice di prime cure, alla “domanda riconvenzionale”, all’atto di appello, alla “disdetta (doc. B fascicolo dell’appellata) inviata con lettera raccomandata del (OMISSIS) all’avv. O.S.”, al “contratto di locazione… concluso fra la OMI e l’avv. O. in data (OMISSIS), per una durata… di anni quattro più quattro (art. 1 del contratto, nostro doc. n. 1 dei fascicoli di primo grado relativi ad entrambi i giudizi riuniti)”, alla “disdetta data dal locatore in vista della scadenza del (OMISSIS) (nostro doc. n. 10 di entrambi i fascicoli di primo grado)”, ai “motivi di appello formulati dal ricorrente”, all'”accordo provato anche documentalmente in prime cure dall’avv. O.”, alle “prove testimoniali così come articolate dall’avv. O. fin dal primo grado di giudizio”) limitandosi a meramente richiamarli, senza invero debitamente per la parte d’interesse in questa sede – riprodurli nel ricorso ovvero, laddove riprodotti, senza fornire puntuali indicazioni necessarie ai fini della relativa individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte Suprema di Cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v. Cass., 16/3/2012, n. 4220), con precisazione (anche) dell’esatta collocazione nel fascicolo d’ufficio o in quello di parte, e se essi siano stati rispettivamente acquisiti o prodotti (anche) in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., 23/3/2010, n. 6937; Cass., 12/6/2008, n. 15808; Cass., 25/5/2007, n. 12239, e, da ultimo, Cass., 6/11/2012, n. 19157), la mancanza anche di una sola di tali indicazioni rendendo il ricorso inammissibile (cfr., da ultimo, Cass., Sez. Un., 19/4/2016, n. 7701).
Va ulteriormente posto in rilievo, con particolare riferimento al 1 motivo, che laddove si duole non essersi dalla corte di merito considerato che il contratto prevedente una durata di 4 anni più 4 era stato “concluso prima dell’entrata in vigore della L. n. 431 del 1998” ed era “venuto a scadenza… con il decorrere del primo quadriennio dalla conclusione, e cioè in data 14 luglio 2002”, sicchè si era “verificato, a tale data del 14 luglio 2002, il rinnovo tacito del contratto di locazione”, da considerarsi pertanto scaduto nel 2010, risulta invero dal ricorrente non idoneamente censurata la ratio decidendi dell’impugnata sentenza secondo cui l'”ipotesi formulata dall’appellante e cioè che solo dalla prima scadenza del contratto (nel caso in esame il 14/7/2002) si sarebbe dovuta applicare la nuova normativa e cioè far decorrere il doppio quadriennio, porterebbe all’ipotesi assurda di avere un contratto della durata di tre quadrienni, non prevista da alcuna normativa”.
Del pari, con particolare riferimento al 2 motivo, laddove si duole che non sia stata nemmeno ammessa la dedotta prova testimoniale risulta invero dal ricorrente non idoneamente censurata l’ulteriore ratio decidendi dell’impugnata sentenza secondo cui “Quanto alle doglianze per la mancata ammissione delle prove testimoniali volte a dimostrare l’esistenza di un accordo per una rinnovazione del contratto è sufficiente ribadirne l’inammissibilità tenuto conto che l’art. 17 del contratto per cui è causa prevede espressamente che qualsiasi modifica debba essere provata con atto scritto”.
A tale stregua, come questa Corte – anche a Sezioni Unite (v. Cass., Sez. Un., 19/7/2016, n. 5302) – ha già avuto modo di affermare, non risulta dal ricorrente osservato il consolidato principio in base al quale allorquando come nella specie la sentenza di merito impugnata si fondi su più ragioni autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente idonea a sorreggere la decisione, l’omessa o l’inidonea impugnazione, con ricorso per cassazione, anche di una soltanto di tali ragioni determina l’inammissibilità anche del gravame proposto avverso le altre, non potendo le singole ragioni esplicitamente fatte oggetto di doglianza, quand’anche fondate, comunque condurre all’annullamento della decisione stessa (v. Cass., 11/1/2007, n. 389), in quanto l’eventuale relativo accoglimento non incide sulla ratio decidendi non censurata, su cui la sentenza impugnata resta pur sempre fondata (v. Cass., 23/4/2002, n. 5902).
E’ dunque sufficiente che, come nel caso, anche una sola delle rationes decidendi su cui si fonda la decisione impugnata non abbia formato oggetto di (idonea) censura (ovvero sia stata respinta) perchè il ricorso (o il motivo di impugnazione avverso il singolo capo di essa) debba essere rigettato nella sua interezza (v. Cass., 14/7/2011, n. 15449; Cass., Sez. Un., 8/8/2005, n. 16602).
Un tanto non già per carenza di interesse (come pure si è da questa Corte sovente affermato: v. Cass., 11/2/2011, n. 3386; Cass., 12/10/2007, n. 21431; Cass., 18/9/2006, n. 20118; Cass., 24/5/2006, n. 12372; Cass., Sez. Un., 8/8/2005, n. 16602), quanto bensì per essersi formato il giudicato in ordine alla ratio decidendi non censurata (v. Cass., Sez. Un., 19/7/2016, n. 5302; Cass., 13/7/2005, n. 14740. V. altresì Cass., 11/1/2007, n. 1658; Cass., 14/7/2011, n. 15449).
Senza sottacersi che laddove si duole della “motivazione erronea circa la volontà espressa dalle parti in relazione all’uso prevalente cui era destinato l’immobile” il ricorrente in realtà prospetta doglianza di vizio di motivazione al di là dei limiti consentiti dalla vigente formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, (v. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053), nel caso ratione temporis applicabile, sostanziantesi nel mero omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che sia stato oggetto di discussione tra le parti, dovendo riguardare un fatto inteso nella sua accezione storico-fenomenica, e non anche come nella specie l’erroneità della motivazione (cfr. Cass., Sez. Un., 7/4/2014, n. 8053, e, conformemente, Cass., 29/9/2016, n. 19312).
L’inammissibilità del ricorso preclude invero la sua disamina nel merito (come invero non si dubita in caso d’inammissibilità del ricorso per tardività, irrilevante essendo che lo stesso possa essere eventualmente fondato, tale non potendo in realtà esso propriamente mai dirsi, atteso che il relativo accertamento rimane in ogni caso in limine precluso).
Rimane a tale stregua fermo l’accertamento operato dai giudici di merito nell’impugnata sentenza, in base al quale il contratto di locazione de quo, stipulato in data 15/7/1998, è cessato – a seguito di regolare disdetta – per finita locazione alla data del 14/7/2006).
La Corte rigetta il ricorso. Condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, che liquida in complessivi Euro 3.800,00, di cui Euro 3.600,00 per onorari, oltre spese a generali ed accessori come per legge.