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Timestamp: 2017-09-26 12:45:10+00:00
Document Index: 117282016

Matched Legal Cases: ['art. 556', 'art. 542', 'art. 809', 'sentenza ', 'art. 1892', 'art. 1893', 'art. 1897', 'art. 5', 'art. 1892', 'art. 1917', 'art. 1322', 'art. 1341', 'art. 33', 'art. 3', 'art. 1917', 'art. 40', 'sentenza ', 'art. 589', 'art 43', 'art. 43', 'art. 582', 'art. 41', 'art. 589', 'art. 133', 'art. 41', 'art. 582', 'art. 590', 'art. 56', 'art. 81', 'art 20', 'art 1182', 'art 20', 'art. 648', 'art. 1802', 'art. 183', 'art. 184', 'sentenza ', 'art. 529', 'art. 625', 'art. 624', 'art. 61', 'art. 625', 'art. 525', 'art. 529', 'sentenza ', 'art. 624', 'art. 56', 'art. 624', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 624', 'art. 131', 'art. 131', 'art. 604', 'sentenza ', 'art. 529', 'art. 56', 'art. 131', 'sentenza ']

tracce esame avvocato 2015 « Concorso in magistratura
20mag/160
tracce esame avvocato 2015
Pubblichiamo di seguito le tracce dell' esame avvocato2015 con possibili soluzioni :
Parere Civile nr 1
Ora, com’è noto, le quote di riserva indicate agli artt. 537 ss., pur dovendo essere conseguite a titolo di erede, non sono quote di eredità, bensì quote della massa “di calcolo” risultante dalle operazioni contabili indicate dall’art. 556 cod. civ. In base a quest’ultima norma, dunque, per determinare il valore della riserva del coniuge e di ciascuno dei due figli di Tizio e per accertare perciò l’eventuale sussistenza di una lesione a carico di Mevio, bisogna anzitutto moltiplicare il coefficiente frazionario indicato dall’art. 542, comma 2, per il valore risultante dalla somma delrelictum al netto dei debiti ereditari – nel caso di specie inesistenti – e del valore dei «beni di cui sia stato disposto a titolo di donazione» (anche indirettamente: cfr. art. 809 cod. civ.), determinato «in base alle regole dettate negli artt. 747 a 750» (cd. donatum).
Soluzione tratta da www.dirittocivile contemporaneo
Secondo parere di diritto civile:
Il candidato, assunte le vesti del legale di Tizio, rediga parere motivato nel quale, premessi brevi cenni sulle caratteristiche dei contratti aleatori, illustri le questioni sottese al caso in esame".
Nel caso in esame sichiede di esprimere motivato parere sulla possibilità di appellare una sentenza con cui è stata in primo grado respinta la domanda di garanzie spiegata da un dottore commercialista nei confronti della propria assicurazione, poiché il contratto conteneva una clausola, reputata nulla dal giudice di prime cure, in forza della quale l’assicuratore avrebbe dovuto tenere indenne l’assicurato di quanto questi deve pagare a un terzo per la responsabilità civile anche se per fatti anteriori alla stipula del contratto di assicurazione.
Secondo un’impostazione classica, il contratto di assicurazione rientra tra i contratti c.d. aleatori per natura. Ed infatti, ai sensi dell’articolo 1469 cod. civ., il contratto può essere aleatorio anche per volontà delle parti: così, ad esempio, nel caso della la vendita di cosa futura ove si preveda che l’acquirente sia tenuto a pagare il prezzo, per espressa volontà delle parti, anche qualora la cosa oggetto del contratto non venga ad esistenza (c.d. emptio spei).
Proprio perché nei contratti aleatori il rischio penetra causalmente nel contratto, la sua originaria inesistenza è causa di nullità. La disciplina codicistica pone particolare enfasi sull’esatta conoscenza delle circostanze utili a stimare, in anticipo, il rischio che caratterizzerà lo svolgimento del rapporto negoziale: il contratto è, infatti, annullabile in caso di dichiarazioni inesatte o reticenti rese in mala fede o colpa grave da parte del contraente in relazione a circostanze che avrebbero sconsigliato la conclusione del contratto all’assicuratore, o che lo avrebbero indotto a concluderlo a condizioni diverse (art. 1892); se tali dichiarazioni sono invece rese senza dolo e colpa grave l’assicuratore può recedere dal contratto, comunque valido (art. 1893).
D’altro canto, poiché il rischio è elemento essenziale dell’assicurazione, esso deve sussistere al momento della conclusione del contratto e permanere per tutta la durata del rapporto: tanto si evince dalle disposizioni di cui agli artt. 1895 e 1896 che comminano, rispettivamente, la nullità del contratto, nel caso di inesistenza originaria del rischio, lo scioglimento dello stesso, in caso di sopravvenuta cessazione. Disposizioni specifiche sono, ancora, dettate per la modificazione del rischio: sia per la diminuzione (art. 1897), sia per l’aggravamento (1898).
Ciò premesso, il codice pone, riguardo al contratto di assicurazione, una fondamentale distinzione tra assicurazione contro i danni e assicurazione sulla vita. Il caso sottoposto al nostro esame riguarda un contratto di assicurazione contro i danni e, in particolare, di assicurazione della responsabilità civile, disciplinato dall’articolo 1917: la funzione di tale contratto consiste nella traslazione, dall’assicurato all’assicuratore, del rischio del verificarsi di un evento per il quale l’assicurato potrebbe essere costretto a pagare un risarcimento al terzo danneggiato. Questa forma di assicurazione, sempre più diffusa tra i professionisti intellettuali, è stata resa obbligatoria, sotto il profilo deontologico, dall’art. 5 del d.p.r. 137/2012, relativo ai danni derivati al cliente dall’esercizio dell’attività professionale.
Alla luce delle considerazioni generali svolte, è adesso possibile affrontare il caso concreto sottoposto al nostro esame, nel quale il Tribunale ha respinto la domanda del dott. Tizio di essere tenuto indenne dalla compagnia assicuratrice chiamata in garanzia osservando che la presenza, nel contratto di assicurazione per la responsabilità professionale, di una clausola di copertura di tutte le richieste di risarcimento dei danni presentate per la prima volta all’assicurato nel periodo di assicurazione anche per fatti anteriori alla stipula, avesse reso nulla la clausola per contrasto con il principio generale secondo cui l’alea coperta dalla garanzia deve riguardare un evento futuro e incerto.
Il contratto per cui è causa rientra nel novero dei contratti di assicurazione c.d. “claims made” o “a richiesta fatta”: tali sono quei contratti di assicurazione – assai diffusi nella prassi di settore – nei quali l’assicuratore si obbliga a tenere indenne l’assicurato dalle richieste risarcitorie formulate nei suoi confronti da terzi, relative a fatti commessi dall’assicurato anche anteriormente alla stipula del contratto, purché la richiesta suddetta sia formulata nella vigenza del contratto.
La decisione del giudice di prime cure sembrerebbe postulare l’esistenza di un principio generale secondo cui il contratto di assicurazione, o una sua parte o clausola, sarebbe nullo nel caso in cui l’assicurazione copra anche sinistri già verificatisi al momento della conclusione ma non ancora noti. Sembrerebbe, dunque, che tale nullità sia stata affermata dal Tribunale estendendo al caso appena descritto, perfettamente collimante con la tipologia di assicurazioni c.d. claims made, la diversa fattispecie, codicisticamente disciplinata dall’art. 1892 cod. civ., della inesistenza originaria del rischio: unica ipotesi, a ben vedere, in cui il codice contempli la nullità del contratto.
La giurisprudenza consolidata reputa tuttavie valide le clausole claims made, anche se in base ad argomenti di volta in volta diversi tra loro.
Un primo indirizzo ne predica infatti la validità qualificando in chiave di atipicità il contratto che le contempla. Tale ricostruzione, che nella sostanza avverte una antitesi tra assicurazione a richiesta fatta e assicurazione di cui agli articoli 1869 e seg. cod. civ., è stata originariamente proposta dalla Cassazione nel 2005 e, successivamente, ripresa nel 2013: il contratto di assicurazione che contenga clausole claims made non rientra nello schema normativo di cui all’art. 1917 c.c., ma costituisce un contratto atipico, in linea generale meritevole di tutela ai sensi dell’art. 1322 c.c., salva la concreta verifica da parte del giudice di merito caso per caso circa la sua validità o vessatorietà (cfr. Cass. 5624/2005; Cass. 7273/2013).
Un diverso e più recente indirizzo, invece, ne predica la validità senza metterne in discussione la riconduzione tipologica al contratto di assicurazione. La giurisprudenza di legittimità ha infatti chiarito che, nei contratti di assicurazione della responsabilità civile, l’estensione della copertura anche a fatti dannosi commessi prima della stipula del contratto non fa venire meno l’alea (che continua dunque a caratterizzare il tipico contratto di assicurazione) se, al momento della stipula l’assicurato ignorava l’esistenza di questi fatti; peraltro, la Cassazione correttamente sottolinea che, in caso contrario, il rimedio non è la nullità del contratto o della sua parte o clausola ma la responsabilità del contraente ex artt. 1892 e 1893 cod. civ. per le dichiarazioni inesatte o reticenti (cfr. Cass. 3622/2014).
Per completezza di indagine, è utile osservare che, assai di recente, la giurisprudenza di legittimità, sempre ribadendo la validità della clausola claims made, ha rilevato che spetta comunque al giudice di merito verificarne, caso per caso, l’eventuale natura vessatoria ai sensi dell’art. 1341 cod. civ. (cfr. Cass. 2872/2015); e ancora, con la recentissima decisione n. 22891 del 10.11.2015, ha chiarito il perimetro entro il quale operare la valutazione circa l’eventuale vessatorietà della clausola in commento: in particolare, la clausola claims made è vessatoria soltanto se ha l’effetto di limitare l’oggetto del contratto come disciplinato da altre norme del regolamento negoziale; al contrario, è efficace se definisce essa stessa l’oggetto del contratto medesimo.
Giova peraltro aggiungere che, nel caso sottoposto al nostro esame, la clausola non può essere sindacata alla stregua degli art. 33 e seg. del d.lgs. n. 206/2005, giacché il dott. Tizio ha concluso il contratto di assicurazione in esame nell’esercizio della propria attività professionale, di guisa che, ai sensi dell’art. 3 del medesimo decreto, non può essere considerato consumatore.
Alla luce delle considerazioni svolte e con il conforto della giurisprudenza richiamata, è possibile rendere il seguente parere: la decisione resa dal Giudice di prime cure è errata, ed è dunque suscettiva di fondata censura, perché dichiara la nullità della clausola claims made per una asserita, ma in realtà inesistente, contrarietà con l’art. 1917 cod. civ; né la clausola in esame (ove mai non fosse stata espressamente sottoscritta), appare vessatoria e dunque inefficace, poiché essa è tesa a delineare l’oggetto del contratto e non pone una limitazione di responsabilità a vantaggio dell’assicuratore. Il dott. Tizio, pertanto, potrà fondatamente appellarla, nei termini e con le forme di cui agli articoli 325, 327, 342 c.p.c.
Soluzione tratta da www.dirittocivilecontemporaneo.it
Il candidato assunte le vesti del legale di Tizio, rediga motivato parere nel quale, premessa una riscostruzione della posizione di tutti i soggetti coinvolti, illustri gli istituti e le problematiche sottese alla fattispecie in esame
Ecco i riferimenti normativi e giurisprudenziali per risolvere la prima traccia del parere di diritto penale sulla prima traccia Articoli di riferimentoart. 40 cp
Nessuno può essere punito per un fatto preveduto dalla legge come reato, se l’evento dannoso o pericoloso, da cui dipende la esistenza del reato, non è conseguenza della sua azione od omissione..
Il concorso di cause preesistenti o simultanee o sopravvenute, anche se indipendenti dall’azione od omissione del colpevole, non esclude il rapporto di causalità fra la azione od omissione e l’evento.
Se i fatti di cui al secondo comma sono commessi con violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale o di quelle per la prevenzione degli infortuni sul lavoro la pena per le lesioni gravi è della reclusione da tre mesi a un anno o della multa da euro 500 a euro 2.000 e la pena per le lesioni gravissime è della reclusione da uno a tre anni. Nei casi di violazione delle norme sulla circolazione stradale, se il fatto è commesso da soggetto in stato di ebbrezza alcolica ai sensi dell’articolo 186, comma 2, lettera c), del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, e successive modificazioni, ovvero da soggetto sotto l’effetto di sostanze stupefacenti o psicotrope, la pena per le lesioni gravi è della reclusione da sei mesi a due anni e la pena per le lesioni gravissime è della reclusione da un anno e sei mesi a quattro anni.
Il delitto è punibile a querela della persona offesa, salvo nei casi previsti nel primo e secondo capoverso, limitatamente ai fatti commessi con violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro o relative all’igiene del lavoro o che abbiano determinato una malattia professionale (4) (5) (6).
Cassazione penale Sez. IV Sent. 28-07-2015, n. 33329
L’approccio fondato sulla comparazione dei rischi consente di escludere l’imputazione al primo agente quando le lesioni originarie non avevano creato un pericolo per la vita, ma l’errore del medico attiva un decorso mortale che si innesta sulle lesioni di base e le conduce a processi nuovi e letali: viene creato un pericolo inesistente che si realizza nell’evento. Discorso analogo può esser fatto quando la condotta colposa del medico interviene dopo che il pericolo originario era stato debellato da precedenti cure: anche qui viene prodotto un rischio mortale nuovo. La teoria del rischio spiega bene l’esclusione dell’imputazione del fatto nel caso dell’emotrasfusione sbagliata: vi è una tragica incommensurabilità tra la situazione non grave di pericolo determinata dall’incidente, che aveva comportato la rottura del femore, e l’esito mortale determinato dal macroscopico errore nell’individuazione del gruppo sanguigno
Svolgimento parere:
La questione sottoposta alla nostra attenzione riguarda l’accertamento della posizione di responsabilità di Tizio, conducente di un autoveicolo che ha provocato, a causa dell’eccessiva velocità, un incidente stradale nel quale Caio, suo passeggero, ha riportato delle lesioni. A seguito di queste è stato ricoverato in ospedale, ha subito un intervento chirurgico e delle trasfusioni , non privi di errori medici, a seguito dei quali è deceduto.
Non è possibile prescindere dall’analisi delle posizioni di responsabilità dei medici Mevio e Sempronio ai fini di definire la posizione di Tizio.
Le posizioni di Sempronio e Mevio possono essere ricostruite secondo due diverse impostazioni: da un lato, possono essere considerati membri di un’equipe medica, e dunque il loro rapporto può essere ricostruito secondo lo schema capo equipe – sottoposto; dall’altro, le loro posizioni possono essere considerate del tutto autonome, dal momento che non è ancora stato accertato il tipo di rapporto che intercorre tra i due sanitari.
Se si analizza la questione secondo la prima impostazione, risulta necessario specificare in cosa consista il lavoro d’equipe e cosa comporti, in termini di responsabilità penale, tale rapporto.
In relazione a ciò, la sentenza Cass. Pen. 33329/2015 ha affermato che il lavoro in equipe è caratterizzato dalla cooperazione di diversi soggetti, coordinati dal capo-equipe, che non può disinteressarsi del lavoro degli altri terapeuti, seppure competenti in altra materia. Il capo-equipe è titolare di una posizione di garanzia verso il paziente, che gli impone di dirigere e coordinare l’attività degli altri medici, eventualmente ponendo rimedio ad errori altrui evidenti o rientranti nella sua sfera di competenza. Tale posizione di garanzia si estende, quindi, ad un a sfera di conoscenza che non sia settoriale, bensì rientri nel comune sapere scientifico del professionista medico, o in una sfera di conoscenze interdisciplinari; di conseguenza, laddove l’errore del terapeuta componente l’equipe sia banale o di competenza, anche, del capo, quest’ultimo ha il dovere di vigilare e dirigere l’azione, avvalendosi della sua autorità.
Ciò premesso, nel caso considerato, nonostante l’azione del sottoposto Mevio sia direttamente causativa della morte di Caio, si deve ritenere che la responsabilità per la morte di Caio ricada anche su Sempronio, quale capo dell’equipe e responsabile di vigilare sull’azione di Mevio, che non è espressione di una competenza settoriale, bensì rientra nel sapere comune di ogni accorto terapeuta . Sia nei confronti di Sempronio che di Mevio è ipotizzabile, quindi, un’imputazione per omicidio colposo ex art. 589 c.p, per avere cagionato la morte di una persona con colpa, e quindi, secondo la definizione dell’art 43 c.p. “a causa di negligenza o imprudenza o imperizia”.
La posizione di Sempronio potrebbe configurarsi diversamente dalla soluzione sopra proposta se fosse accertato che i due medici non sono in rapporto di equipe, cosi come descritto dalla sent. 33329/2015.
Infatti secondo quanto stabilito dalla giurisprudenza della Cassazione n. 7346/2014, la condotta dei due medici Sempronio e Mevio potrebbe configurarsi come intervento sanitario concorrente non omologabile, per il quale la Suprema Corte prevede che non si possa trattare di una responsabilità di gruppo dei sanitari, e che anzi le loro condotte devono essere analizzate separatamente e il nesso causale deve essere accertato in capo a ciascuna delle condotte dei due medici, non potendosi configurare una responsabilità di équipe in via aprioristica solo perché i medici lavorano insieme.
Accogliendo questa soluzione, la posizione di Sempronio, in seguito all’accertamento del nesso di causalità tra condotta ed evento e dell’elemento della colpa ex art. 43 c.p. si configura come reato di lesioni personali colpose gravissime ex art. 582, 583 e 590 c.p., per il fatto di avere, nell’espletamento della propria attività professionale, disatteso i principi di prudenza, diligenza e perizia, che hanno causato all’offeso le lesioni gravissime.
La intervenuta condotta di Mevio, negligente ed imperita ha invece causato la morte di Caio: la sua azione infatti, è da sola idonea a cagionare l’evento morte, ed è interruttiva del nesso di causalità tra la condotta di Sempronio e l’evento secondo quanto previsto dal secondo comma dell’art. 41 c.p.. Mevio è responsabile della morte del paziente a causa di una trasfusione di sangue del gruppo diverso da quello dell’offeso; si configura, pertanto a suo carico il reato di omicidio colposo, ai sensi dell’art. 589 c.p. Inoltre il giudice in sede di commisurazione della pena potrebbe avvalersi del disposto dell’art. 133 c.p. laddove prevede che il giudice, nell’esercizio discrezionale del potere di applicazione della pena deve tenere conto della gravità del reato desunta dal grado della colpa cosi come previsto dal comma 1 n. 3.
Passando a considerare la posizione del nostro assistito Tizio, occorre considerare il disposto dell’art. 41 comma 2 c.p., che prevede l’interruzione del nesso di causalità laddove le cause sopravvenute siano state da sole sufficienti a determinare l’evento. Nel caso di specie, la condotta di Tizio non può essere causa dell’evento morte: da un lato le lesioni provocate dall’incidente non sono tali da lasciare presagire la successiva morte dell’offeso, dall’altro la condotta di Tizio, conformemente all’orientamento della Suprema Corte,sent. n. 33329/2015, si configura non come fattore causale ma come semplice occasione dell’evento letale, dal momento che sono successivamente intervenuti eventi interruttivi del nesso di causalità, da soli sufficienti a provocare la morte di Caio. La condotta di Tizio integra invece la fattispecie di lesioni personali colpose (art. 582 c.p.), quali la frattura del bacino e del femore, aggravate dall’aver posto in essere una condotta colposa in violazione delle norme sulla disciplina della circolazione stradale( art. 590 terzo comma c.p.).
Svolgimento tratto da www.giurdanella.it
Parere numero 2 di penale:
Per una approfondita analisi del parere richiesto occorre individuare preliminarmente le fattispecie penali rilevanti imputabili ai soggetti Mevio e Sempronio.
In particolare la condotta in questione coinvolge più fattispecie di reato penalmente perseguibili.
Un primo aspetto penale concernente l’incarico di riscuotere consapevolmente un credito di natura usuraria, richiede una preliminare analisi della fattispecie del delitto di usura, in combinato disposto con l’articolo 110 c.p., disciplinante il concorso di persone nel reato. Ai sensi dell’articolo 644, comma 1, del c.p., si configura il reato di usura qualora un soggetto “…si fa dare o promettere, sotto qualsiasi forma, per sè o per altri, in corrispettivo di una prestazione di denaro o di altra utilità, interessi o anche vantaggi usurari”. Occorre individuare il momento consumativo del suddetto reato. La giurisprudenza precedente alla riforma del 1996 attribuiva all’usura natura di reato istantaneo, sia pure con effetti permanenti. Il successivo orientamento giurisprudenziale post riforma ha rovesciato questa impostazione affermando che “in tema di usura, qualora alla promessa segua […] la dazione effettiva degli interessi convenuti, questa non costituisce un post factum penalmente non punibile ma fa parte a pieno titolo del fatto lesivo penalmente rilevante e segna,[…], il momento consumativo sostanziale del reato…” (cass. Pen. Sez.II, n. 41045/2005). La stessa Corte ha successivamente specificato che “risponde del delitto di concorso in usura il soggetto che in un momento successivo alla formazione del patto usurario, ricevuto l’incarico di recuperare il credito riesce ad ottenerne il pagamento, laddove invece, se il recupero non avviene, l’incaricato risponde del reato di favoreggiamento personale o nell’ipotesi di violenza o minaccia nei confronti del debitore, di estorsione, atteso che in tali casi il momento consumativo dell’usura rimane quello originario della pattuizione.” (Cass. Pen. Sez. V, n. 42849/2014). Da tale pronuncia può ragionevolmente escludersi la configurabilità del reato di concorso in usura, venendo piuttosto ad integrarsi una fattispecie penale di concorso di persone in tentata estorsione ai sensi del combinato disposto degli artt. 110, 56 e 629, comma 1 c.p. Infatti, si può ritenere consumato il reato di estorsione solo qualora sia presente, tra gli altri, anche l’elemento oggettivo dell’ottenimento dell’ingiusto profitto con l’altrui danno, non ricorrente nel caso di specie, dato il mancato pagamento della somma pretesa. Si aggiunga che le minacce susseguitesi nel tempo risultano assorbite all’interno della fattispecie estorsiva, la quale prevede la pena della reclusione da cinque a dieci anni e la multa da euro 1.000 a euro 4.000.
Sotto un secondo profilo la condotta riguardante la costrizione ai danni di Caio di salire a bordo di un’autovettura per essere rilasciato in aperta campagna potrebbe integrare il reato di concorso in sequestro di persona, disciplinato dall’articolo 605, comma 1, c.p. In particolare la giurisprudenza ha analizzato il requisito temporale della privazione della libertà personale. La Suprema Corte di Cassazione ha sancito che la configurabilità di tale reato prescinde dalla durata dello stato di privazione della libertà, che può esser limitato anche ad un tempo breve (Sent. Cass. Pen 26 maggio 2014, n. 21314).
Sotto un terzo profilo, le lesioni riportate dal Caio a causa dei colpi ricevuti integrano l’ipotesi di reato disciplinata dall’articolo 582, comma 1 del c.p. ai sensi del quale “chiunque cagiona ad alcuno una lesione personale, dalla quale deriva una malattia nel corpo o nella mente è punito con la reclusione da tre mesi a tre anni”. Si aggiunga che la prognosi di giorni 40 esclude l’applicazione delle circostanze aggravanti previste dall’articolo 583, comma 1 c.p.
In conclusione, alla luce di quanto sopra esposto, la condotta descritta preliminarmente appare ascrivibile alle diverse ipotesi di reato previste e punite dagli art. 56 e 629 c.p., dagli artt. 582, e 605, comma 1 c.p. unite dal vincolo della continuazione ex art. 81 c.p. ai sensi del quale “è punito con la pena che dovrebbe infliggersi per la violazione più grave aumentata fino al triplo chi con una sola azione od omissione viola diverse disposizioni di legge ovvero commette più violazioni della medesima disposizione di legge”.
Banca Alfa Agenzia Generale di Milano, , con sede legale in Milano, alla via _________, ed elettivamente domiciliata alla Via ___________, presso e nello studio dell’Avv. Caio, c.f. ______ pec ________ fax ___________, che la rappresenta e l’assiste giusto mandato in calce del presente atto
il sig Tizio , nato a _________, il________, C. F.________, residente in Bologna, alla via __________, n._____, rappresentato e difeso dall’Avv.____________del foro di____________
Con decreto ingiuntivo n. ______ il Tribunale di Milano, in data __________, ingiungeva a Tizio, in persona del suo legale rappresentante, di pagare, nel termine di 40 giorni dalla notifica del decreto, in favore della Banca Alfa Agenzia Generale di Milano, la somma di € 60000 a titolo di capitale e gli interessi moratori al tasso convenzionalmente stabilito, quale garante della Società Beta, in relazione al rapporto di apertura di credito regolato in conto corrente n__________.
Con atto di citazione ritualmente notificato in data _________, Tizio proponeva opposizione al suddetto decreto ingiuntivo, adducendo:
– la nullità del decreto ingiuntivo, in quanto emesso da un giudice privo di competenza territoriale;
– la natura di fideiussione del contratto di garanzia stipulato in favore di Alfa, con conseguente non spettanza degli interessi ultralegali in concreto applicati, in quanto non oggetto di pattuizione scritta tra Banca Alfa e Società Beta;
– la nullità della pattuizione degli interessi, in quanto la sommatoria del tasso di quelli corrispettivi con il tasso di quelli moratori conduce al superamento della soglia dell’usura
Alla luce di quanto esposto in punto di fatto, è intenzione della Banca Alfa, costituirsi nel presente giudizio, al fine di contestare tutto quanto ex adverso dedotto ed eccepito con conseguente rigetto delle avverse domande ed accoglimento delle domande proposte nel presente atto per le seguenti ragioni di
In via preliminare, si ritiene di doversi opporre alla valutazione relativa alla competenza territoriale effettuata dall’opponente, e di dovere sostenere la competenza del Tribunale di Milano per la causa della quale si discute.
Stante la regola dettata dall’art 20 cpc, per le cause relative ad obbligazioni è competente il giudice del luogo in cui è sorta l’obbligazione dedotta in giudizio o deve eseguirsi l’obbligazione. Leggendo tale norma in combinato disposto con l’art 1182 c.c., laddove si prevede che <<l’obbligazione avente per oggetto una somma di danaro deve essere adempiuta al domicilio che il creditore ha al tempo della scadenza>> si deve ritenere che l’obbligazione vada adempiuta al domicilio del creditore Banca Alfa, con sede legale a Milano, e di conseguenza la competenza debba radicarsi presso il Tribunale di Milano, quale luogo designato ex art 20 cpc.
Nel merito, in relazione alla questione, proposta dall’opponente, della non spettanza degli interessi ultralegali in concreto applicati perché non oggetto di pattuizione scritta tra Banca Alfa e Società Beta, si ritiene di dover insistere nel senso della natura di contratto autonomo di garanzia stipulato da Tizio.
Secondo l’insegnamento di Cass. Civ. 22233/2014, l’inserimento in un contratto di fideiussione di una clausola di pagamento “a prima richiesta e senza eccezioni” vale di per sé a qualificare il negozio come contratto autonomo di garanzia in quanto incompatibile con il principio di accessorietà che caratterizza il contratto di fideiussione, e pertanto si deve insistere nel senso che tale contratto debba essere qualificato come del tutto autonomo rispetto al contratto principale stipulato tra Banca Alfa e Società Beta.
E invero Cass. Civ. 5044/2009 ha affermato che il garante non può opporre al creditore la nullità di un patto relativo al rapporto fondamentale. L’unica eccezione prevista è data dalla contrarietà a norme imperative o illiceità della causa del patto suddetto o, ancora dall’eventualità in cui tale patto intenda assicurare il risultato vietato dall’ordinamento.
Non essendo in discorso, nel caso di specie, nessuna delle predette eccezioni, si ritiene che debba essere contrastata l’eccezione proposta da Tizio, sul rilievo che il contratto autonomo di garanzia è il contratto in base al quale una parte si obbliga, a titolo di garanzia, ad eseguire immediatamente (“a prima richiesta”) la prestazione del debitore, indipendentemente dall’esistenza, dalla validità e/o efficacia del rapporto di base, e senza potere sollevare eccezioni di sorta, salvo la sola exceptio doli.
Ciò che contraddistingue, quindi, il contratto autonomo di garanzia è l’assoluta mancanza di accessorietà rispetto al rapporto principale, a differenza di quanto accade con la fideiussione, che è rapporto accessorio rispetto all’obbligazione principale.I
In riferimento , infine, alla nullità della pattuizione degli interessi, sostenuta dall’opponente sulla base del superamento della soglia di usura causato dalla sommatoria del tasso di quelli corrispettivi e moratori, è opportuno osservare che secondouncerto l’orientamento giurisprudenziale seguitoda varie pronunce di merito (Cfr. Tribunale di Roma, Sez. IV Civile, Ordinanza n. 41860/2014 explurimis) gli interessi moratori e quelli corrispettivi avrebbero natura e funzione del tutto differenti Il tasso di mora , infatti, serve a quantificare preventivamente l’eventuale penalità dovuta dal debitore
ed ha, dunque, funzione risarcitoria; il tasso corrispettivo, invece, indica la misura degli interessi dovuti dal debitore, appunto a titolo di corrispettivo, quale costo del prestito ottenuto. I due tipi di interessi avrebbero funzione alternativa per cui lapattuzione degli uni non esclude gli altri.
Tanto esposto, il convenuto Banca Alfa Agenzia Generale di Milano, ut supra elettivamente domiciliato, rappresentato e difeso, confida nell’accoglimento delle seguenti
Voglia l’Ill.mo Tribunale adito, disattesa ogni contraria istanza ed eccezione:
1) In via preliminare, accertare la competenza del Tribunale di Milano,
2) Confermare, ai sensi dell’art. 648 c.p.c., la provvisoria esecuzione del decreto ingiuntivo n…. emesso dal Tribunale di Milano in data _____ , non essendo l’opposizione fondata su prova scritta e/o di pronta soluzione;
3) Nel merito, rigettare l’opposizione proposta nella domanda attorea, in quanto infondata in fatto e diritto, e per l’effetto confermare il decreto ingiuntivo opposto;
atto di citazione ritualmente notificato in data___________
contratto di garanzia sottoscritto da Tizio
Con riserva di ulteriori eccezioni processuali e di merito non rilevabili d’ufficio ex art. 1802 c.p.c., nuove argomentazioni, precisazioni e modificazioni ai sensi dell’art. 183 c.p.c. ed ulteriori deduzioni istruttorie ai sensi dell’art. 184 c.p.c.
Ecc. ma Corte di Appello di….
Il sottoscritto Avv. ………………. del Foro di ………………., con studio in ………………., difensore di fiducia come da nomina allegata di Tizio nato il ………………. a ………………. imputato nell’ambito del procedimento penale n. ………………. R.G.N.R./n. ………………. R.G., per il seguente fatto-reato furto aggravato di cui agli artt. 624 e 625.1,2 e 7 cp per l’uso del mezzo fraudolento e l’esposizione del bene sottratto alla pubblica fede.
il proprio assistito è stato condannato dal Tribunale di ………………. con sentenza n. ………………., emessa in data ………………. e depositata in data ………………., alla pena di 6 mesi di reclusione e 200 euro di multa per il reato innanzi indicato;
Tale decisione appare censurabile in quanto viziata per i seguenti
Violazione dell’ art. 529 c.p.p., per difetto di querela della persona offesa dal reato, non sussistendo le circostanze di cui all’art. 625 1,2 e 7 c.p.
Questa difesa deve rilevare innanzitutto il difetto nell’esercizio dell’azione penale, dal momento che il reato contestato all’art. 624 c.p. prevede al terzo comma la punibilità della condotta a querela della persona offesa salvo che ricorrano una o più circostanze aggravanti di cui agli art. 61 n.7 e 625. Nel caso di specie deve rilevarsi la non sussistenza delle circostanze aggravanti di cui all’art. 625 1,2,e 7 contestate al Sig. Tizio, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla giurisprudenza della Suprema Corte, sent.8094/2014, che considera non applicabile l’aggravante del mezzo fraudolento ex art. 525, non essendo sufficiente ad integrarla il solo nascondimento sulla persona dell’oggetto sottratto ad un esercizio commerciale, trattandosi di un banale accorgimento che non è in grado di eludere la sorveglianza. Deve, pertanto, ritenersi che in difetto della querela da parte della persona offesa, l’azione penale non poteva essere esercitata e il giudice, ai sensi dell’art. 529 c.p.p., avrebbe dovuto pronunciare sentenza di non doversi procedere nei confronti di Tizio.
Erronea qualificazione giuridica del fatto
Voglia questa Corte considerare l’erronea qualificazione giuridica del fatto commesso dal Sig. Tizio, al quale è stato addebitato il reato di furto ex art. 624, quando invece si tratta chiaramente di una condotta che si arresta allo stadio del tentativo ai sensi dell’art. 56 c.p..
Rileva in tal senso fare riferimento alle modalità con cui si sono svolti i fatti: Tizio, per tutta la durata della sua permanenza nel supermercato, anche mentre poneva in essere la condotta addebitatagli, era sotto il costante controllo degli addetti alla sicurezza che, per ragioni di comodità, hanno bloccato il Sig. Tizio solo dopo che questi avesse oltrepassato le casse. Orbene, in siffatta ipotesi non è possibile ravvisare alcuna appropriazione del bene sottratto dagli scaffali dal momento che per impossessamento deve intendersi una condotta che permetta un effettivo godimento del bene sottratto da parte del soggetto agente, secondo quanto espressamente statuito dalla Suprema Corte nella sent. n. 2151/2014. Pertanto, poiché l’elemento dell’impossessamento è quello che rileva ai fini della consumazione del reato di furto ai sensi dell’art. 624 c.p., è da ritenere che siamo in presenza di erronea qualificazione giuridica del fatto dal momento che la condotta di Tizio è idonea ad integrare l’ipotesi di tentativo di furto ai sensi del combinato disposto tra gli articoli 56 e 624 c.p
non punibilità, ai sensi dell’art. 131 bis c.p. perché il fatto commesso è di particolare tenuità
Qualora l’Illustrissimo Collegio non ritenga di accogliere i motivi sopra citati, voglia notare come il caso in esame si configuri come un reato di furto non aggravato (Cass. 8094/2015), non punibile, ai sensi dell’art. 131 bis c.p.. la disciplina in esame prevede infatti l’esclusione della punibilità nei reati puniti con la pena detentiva non superiore a 5 anni ovvero la pena pecuniaria sola o congiunta alla predetta pena, quando, per le modalità della condotta e per l’esiguità del danno o del pericolo, valutate ai sensi dell’articolo 133, l’offesa è di particolare tenuità e il comportamento risulta non abituale. Invero la condotta del Sig. Tizio soddisfa i requisiti di non punibilità delineati dall’art. 131 bis c.p., dal momento che gli è stato addebitato il reato di furto ai sensi dell’art. 624 c.p. che prevede come massimo edittale della pena tre anni. E’ doveroso precisare, ai fini dell’applicabilità dell’art. 131 bis c.p., che Tizio è incensurato e la sua posizione non rientra pertanto tra quelle del delinquente abituale e che il fatto, per le modalità con cui è stato posto in essere e per il modico valore del bene, deve sicuramente considerarsi di particolare tenuità . Inoltre secondo quanto stabilito dall’art. 131 bis c.p. , ai fini della determinazione dell’esclusione della punibilità non si tiene conto delle circostanze, ad eccezione di quelle per le quali la legge stabilisce una pena di specie diversa da quella ordinaria del reato e di quelle ad effetto speciale.
Tutto ciò premesso, si propone
che codesta Ecc. ma corte di Appello adita, sulla base di quanto esposto in premessa e con riserva di meglio precisare ed approfondire in sede di giudizio le argomentazioni riportate, voglia accogliere i sopraesposti motivi e quindi:
voglia rilevare la nullità, ex art. 604 c.p.p. della sentenza di condanna n………. emessa dal Tribunale di…………… in data….. , a causa della violazione dell’art. 529 c.p.p. e dell’art. 56 c.p.
voglia dichiarare, in subordine, la non punibilità del Sig. Tizio ai sensi dell’art. 131 bis c.p.
I) copia della sentenza di condanna n. ………………., emessa dal Tribunale di ………………. in data ……………….
Il sottoscritto TIZIO, nato a ___, il ___, residente in ___, Via ___, imputato nel procedimento penale n. ___/__ R.G. N.R., nomina quale proprio difensore in ordine allo stesso procedimento l’Avv. ___, del Foro di ___, con studio in ___, Via ___, conferendo allo stesso ogni più ampia procura e facoltà concessa dalla legge, ivi compresa quella di nominare sostituti processuali, proporre impugnazioni e rinunciare alle stesse. Dichiara inoltre di aver ricevute tutte le informazioni previste dagli artt. 7 e 13 del D.Lgv. 30 giugno 2003, n. 196 e presta il proprio consenso al trattamento dei dati personali per l’espletamento del mandato conferito.
Avv. (firma)
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