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Timestamp: 2017-12-12 23:28:05+00:00
Document Index: 80074054

Matched Legal Cases: ['art. 85', 'art. 85', 'art. 88', 'sentenza ', 'art. 222', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 148', 'art. 89', 'art. 88', 'art. 219', 'art. 90', 'art. 90', 'art. 95', 'art. 94', 'art. 92', 'art. 94', 'art. 94', 'art. 96', 'art. 96', 'art. 97', 'art. 224', 'art. 36', 'art. 98']

Imputabilità e cause di esclusione ex artt.85 e ss C.P. | OGI Santa Maria Capua Vetere
Imputabilità e cause di esclusione ex artt.85 e ss C.P.
by ogismcv | Ago 4, 2014 | Articoli e Pubblicazioni | 0 comments
Autrici Avv.ti Lucia Di Bello e Stefania Noto
Il sistema giuridico interno intende come imputabilità quella condizione personale del reo che,a prescindere dal suo rapporto con la colpevolezza,ne costituisce il presupposto per l’applicazione della pena all’autore del fatto.
Come noto, l’imputabilità del reo sussiste allorchè, al momento della commissione del fatto, lo stesso possieda: 1) la capacità di intendere e, cioè, di rendersi conto della realtà e delle sue azioni; 2) la capacità di volere, ovverossia la capacità di autodeterminarsi sulla base di dati presupposti percettivi.
Non esiste, in ogni caso, perfetta coincidenza tra la capacità naturale e l’imputabilità, in quanto quest’ultima sussiste anche laddove l’incapacità naturale sia stata volontariamente o colposamente determinata dall’agente. Nella dottrina attualmente prevalente il fondamento dell’imputabilità viene ricondotto al paradigma del cosiddetto “relativo indeterminismo”, sulla base del quale la giurisprudenza ha affermato che “la capacità di volere indica l’attitudine del soggetto ad autodeterminarsi in relazione ai normali impulsi che motivano l’azione” (così, Cass., 12 febbraio 1982). Secondo detta teoria, ciò che rileva sono i processi psicologici di motivazione alla condotta, indipendentemente da un giudizio di responsabilità eticamente fondato sulla capacità di distinguere il bene dal male.
Quanto al rapporto tra imputabilità e colpevolezza, si osserva che la prima è il presupposto della seconda, sicché ai soggetti non imputabili non potrebbe essere mosso un rimprovero per la condotta tenuta.
Orbene, il Legislatore, fissando un elenco tassativo delle ipotesi di non imputabilità, abbia a priori escluso la possibilità di estensione dei principi che regolano la materia a casi simili. Essendo state, quindi, positivamente disciplinate le ipotesi di non imputabilità, ai fini dell’applicazione della pena (o della dichiarazione di imputabilità), ha di regola rilevanza non la presenza della capacità di intendere e di volere, ma l’assenza delle ipotesi, espressamente previste, di “non imputabilità”. Presenti queste, il giudice dichiarerà non imputabile il reo ed applicherà, ove ricorrano gli estremi richiesti, la misura di sicurezza. In loro assenza, viceversa, il giudice dichiarerà pienamente capace il reo e gli infliggerà le pene stabilite per il fatto.
La norma dell’art. 85, c.p., statuisce che perché un soggetto sia imputabile e, quindi, punibile, occorre che lo stesso sia capace di intendere e di volere al momento della commissione dell’azione: pertanto, le anomalie del carattere e l’insufficienza di sentimenti etico-sociali non possono essere, di per se stesse, considerate indicative di infermità di mente, ove ad esse non siano associati disturbi nella sfera intellettiva o volitiva di indubbia natura patologica (Cass., 13 aprile 1966).
Quanto alla capacità di intendere, essa si estrinseca nell’idoneità del soggetto a conoscere, comprendere e discernere i motivi della propria condotta, e, quindi, a valutarla sia nelle sue relazioni col mondo esterno sia nella sua portata e nelle sue conseguenze, sì da rendersi conto del valore sociale delle proprie azioni. Ciò posto, è evidente che essa non abbia alcuna relazione con la coscienza dell’illiceità penale del fatto. Ed invero, a mente dell’art. 85, c.p.
La capacità di volere è, invece, l’attitudine della persona a determinarsi in modo autonomo, e, conseguentemente, a scegliere di porre in essere la condotta più confacente alle motivazioni interne e, quindi, a resistere agli stimoli degli avvenimenti esterni.
La Corte Suprema di Cassazione ha definito la capacità di intendere e di volere quale “idoneità del soggetto a rappresentarsi l’evento conseguenza diretta ed immediata della propria attività, a riconoscere e valutare gli effetti della propria condotta, ad autodeterminarsi nella selezione dei molteplici motivi che esercitano nella sua coscienza una particolare spinta o una qualsiasi inibizione dirette l’una a concentrare l’altra a paralizzare, l’impulso dell’azione” (così, Cass., Sez. VI Pen., sent. 23 giugno 1970, n. 571).
Autorevole dottrina ha sostenuto che la dicotomia legislativa fra capacità di intendere e capacità di volere mal si concilia con l’unità sostanziale della psiche, poiché è impossibile scindere il volere dall’intendere, essendo al massimo ipotizzabili situazioni in cui sia maggiormente compromessa l’una o l’altra funzione, secondo un giudizio che deve essere riferito sempre all’entità non divisibile della mente (MANTOVANI). Il rapporto tra le due capacità è strettissimo, onde ne discende il principio, sancito nel codice penale, per il quale la mancanza, anche di una sola di esse, priva il soggetto della capacità naturalistica.
L’art. 88, c.p., disciplina il vizio totale di mente, statuendo che “non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità di intendere e di volere”.
Nel sistema codicistico, ai fini dell’esclusione dell’imputabilità, lo stato di mente, comprensivo sia del vizio transitorio – dovuto per lo più ad infermità fisiche – sia di quello permanente – provocato solitamente da infermità propriamente psichiche – deve derivare da infermità, non necessariamente localizzata nella mente e quale che ne sia la gravità, essendo sufficiente che, da un lato, essa abbia generato uno stato di mente tale da escludere o almeno da scemare grandemente la capacità di intendere e di volere e, dall’altro, che ne sia stata accertata l’esistenza al momento in cui il soggetto ha commesso il reato: ciò, senza che sia necessaria la sussistenza di un preciso rapporto eziologico tra la causa del vizio di mente ed il fatto commesso.
In questa ottica, la giurisprudenza ha ribadito il principio in base al quale il riconoscimento di una infermità di mente, contenuto in una sentenza, non può vincolare il giudice di un altro procedimento successivo a carico dello stesso soggetto, poiché l’accertamento delle condizioni di mente ai fini della imputabilità deve sempre essere fatto in relazione al momento in cui il reato da giudicare è stato commesso. Quindi, non esiste inconciliabilità logico-giuridica tra sentenze emesse nei confronti del medesimo imputato ma in tempi diversi, atteso che l’infermità costituisce uno status non permanente dell’individuo.
Nell’orientamento più recente della Suprema Corte il riferimento al fatto commesso sembra porsi esclusivamente in relazione a quelle “anomalie che la scienza psichiatrica riconduce nella categoria dell’abnormità psichica ed i cui soggetti sono per lo più designati con le espressioni di nevrotici e di psicopatici, le quali non integrano il concetto medico-legale di malattia, ma costituendo varianti anomale dell’essere psichico, sono ricondotte nella categoria della infermità di mente” (così, Sez. I Penale, sentenza 3 marzo 1987). In tali casi, diversamente da quanto si verifica per le psicosi, è compito del giudice chiarire se l’anomalia abbia avuto un rapporto motivante con il fatto delittuoso commesso e, quindi, stabilire in caso di risposta positiva, se l’anomalia sia tale da far ritenere che quel soggetto, in relazione al fatto commesso, o non fosse in grado di rendersi conto della illiceità del fatto commesso e di comportarsi in conformità a questa consapevolezza ovvero avesse al riguardo una capacità grandemente scemata, ovvero fosse pienamente imputabile.
Per quanto attiene al trattamento del reo, il vizio totale di mente ha per conseguenza il proscioglimento dell’imputato, al quale si applica di norma la misura di sicurezza del ricovero in un manicomio giudiziario (art. 222, c.p.), purché non si tratti di contravvenzioni o di delitti colposi o di altri delitti per i quali la legge stabilisce la pena pecuniaria ovvero la reclusione per un tempo non superiore nel massimo a due anni. Qualora il vizio di mente si manifestasse successivamente alla commissione del reato, ma prima della sentenza irrevocabile di condanna, l’imputato è ricoverato in un manicomio ed il procedimento, nel frattempo sospeso, riprenderà il suo corso non appena il reo avrà riacquistato la capacità. Se l’infermità si manifesta dopo la sentenza irrevocabile di condanna, l’esecuzione è sospesa, e il condannato è ricoverato in manicomio ovvero in una casa di cura e custodia fino a quando siano venute meno le ragioni che hanno determinato tale provvedimento (art. 148, c.p.).
Il Legislatore, all’art. 89, c.p., attribuisce rilevanza anche al vizio parziale di mente che si ha quando “il soggetto, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da scemare grandemente, senza escluderla, la capacità di intendere e di volere”: in tal caso l’agente risponde del fatto commesso, ma la pena è diminuita.
La disposizione in esame richiede, come già visto per l’art. 88, c.p., un vizio di mente provocato da infermità fisica o psichica, tale da influire, ed in misura rilevante, sulla capacità di intendere e di volere. La distinzione tra le due norme si affida ad un criterio quantitativo, e non qualitativo, poiché la legge prende in considerazione il grado (nel senso di intensità) dell’alterazione mentale e non la sua estensione, onde il vizio parziale non è l’anomalia che interessa un solo settore della mente, bensì quella che investe tutta la mente ma in misura meno grave.
Il vizio parziale di mente, non escludendo l’imputabilità, comporta soltanto una diminuzione di pena, in aggiunta alla quale si applica, di norma (cioè, in caso di soggetto ritenuto pericoloso), la misura di sicurezza dell’assegnazione ad una casa di cura e custodia (art. 219, c.p.). Si ha, quindi, il cumulo della pena con la misura di sicurezza, con precedenza, nell’esecuzione, della pena restrittiva della libertà personale, fatta salva la facoltà del giudice di disporre che il ricovero in una casa di cura e custodia venga eseguito prima che sia iniziata o abbia termine l’esecuzione della pena.
L’art. 90, c.p., stabilisce espressamente che: “Gli stati emotivi e passionali non escludono né diminuiscono l’imputabilità”.
A causa del suo eccessivo rigore contrastante col dato di esperienza, l’art. 90 è andato incontro a critiche e parte della dottrina penalistica ne ha, di conseguenza, auspicato l’abolizione. Sennonché, la disposizione stessa è stata in parte rivalutata sul presupposto che il legislatore penale deve pretendere da parte di ciascuno una misura di controllo sulle spinte emozionali, tale da inibire le pulsioni antisociali. Per scongiurare i rischi di indulgenzialismo giudiziale, la scusante degli stati emotivi e passionali può essere ammessa soltanto in presenza di due condizioni essenziali: 1) che lo stato di coinvolgimento emozionale si manifesti in una personalità per altro verso già debole; 2) che lo stato emotivo o passionale assuma, per particolari caratteristiche, significato e valore di infermità sia pure transitoria (ad es., squassi emotivi, reazioni da panico, reazioni esplosive, reazioni a corto circuito, discontrolli episodici, raptus, ecc.).
Gli stati emotivi devono intendersi come quei perturbamenti improvvisi che deflagrano nella mente del reo e che hanno solitamente una durata transitoria (es.: stato d’ira improvviso quale risposta ad uno stimolo esterno); gli stati passionali sono, invece, più profondi e radicati nell’essere umano e contraddistinti da una maggiore durevolezza e persistenza (su tutti, l’odio, covato per lungo tempo, per un vicino).
L’intossicazione cronica da alcool e da sostanze stupefacenti è disciplinata dalla legge alla stregua di una malattia mentale: l’art. 95, c.p., stabilisce, infatti, che, ai fatti “commessi in stato di cronica intossicazione prodotta da alcool ovvero da sostanze stupefacenti, si applicano le disposizioni contenute negli artt. 88 e 89”. Ciò vuol dire che, rispetto a questi casi, l’imputabilità è esclusa, allorquando lo stato di degrado psico-fisico prodotto dall’intossicazione abbia determinato una condizione in cui il soggetto non può in alcun modo determinare le proprie scelte ed è da considerarsi come un vero e proprio infermo di mente. L’aspetto problematico di questa disposizione si coglie non appena si consideri l’estrema difficoltà di scriminare fra la condizione estrema della cronica intossicazione, considerata dalla legge come causa di esclusione dell’imputabilità, e la parallela disciplina dell’ubriachezza “abituale” e del fatto commesso da chi “è dedito” all’uso di sostanze stupefacenti (art. 94, c.p.), casi in relazione ai quali non è esclusa né diminuita la responsabilità.
Orbene, lo stato di ebbrezza alcolica esclude l’imputabilità quando sia derivata da “caso fortuito” o da “forza maggiore” (artt. 91 e 93, c.p.), come nel caso dell’operaio di una distilleria reso ebbro dai vapori inalati a causa di un accidentale guasto all’impianto di depurazione o di chi ingerisca una sostanza stupefacente consegnatagli per errore in luogo di un medicinale. Come si vede, la rilevanza di queste ipotesi è legata a due fatti che convergono a determinare la non colpevolezza dell’agente: da un lato, l’assenza della capacità di intendere e di volere, dall’altro, l’impossibilità di formulare un qualsiasi addebito al soggetto per il determinarsi della condizione d’incapacità di cui egli è del tutto incolpevole.
L’ubriachezza non derivante da caso fortuito o da forza maggiore, invece, non esclude né diminuisce l’imputabilità, in quanto ricadente nel paradigma della cosiddetta “actio libera in causa”, e, cioè, di quell’azione compiuta in uno stato d’incapacità che il soggetto si è procurato allo scopo di commettere un reato che, in condizioni normali, non avrebbe avuto il coraggio di compiere, ovvero, allo scopo di far attribuire il reato al suo stato d’incapacità.
La dottrina prevalente ritiene che l’autore del reato commesso in stato di preordinata incapacità di intendere e di volere risponda a titolo di dolo e, precisamente, di dolo diretto, il quale consiste nella coscienza e volontà, tanto della condotta atta a determinare lo stato d’incapacità, quanto della condotta esecutiva del reato alla cui realizzazione l’incapacità è preordinata.
Venendo ad una più netta distinzione tra le due ipotesi disciplinate dall’art. 92, c.p., si può affermare che, nella situazione prevista dal primo comma, e, cioè, nell’ipotesi di ubriachezza volontaria o colposa, il soggetto in un primo momento si ubriaca (per il puro piacere di farlo o per causa involontaria) e successivamente commette un reato (non programmato in anticipo al momento del porsi in stato di ubriachezza); nel caso dell’ubriachezza preordinata di cui al secondo comma, invece, il soggetto si ubriaca proprio allo scopo di commettere un reato: ciò, perché lo stato di ubriachezza facilita la commissione di un fatto criminoso che lo stesso soggetto non sarebbe capace di commettere o commetterebbe, se si trovasse in condizione di normalità, con maggiore difficoltà.
L’ubriachezza abituale (e lo stesso vale per l’abituale intossicazione da stupefacenti), invece, non solo non esclude o diminuisce l’imputabilità, ma addirittura comporta un aumento di pena (art. 94, commi 1 e 3), nonché, la possibilità di applicare la misura di sicurezza della casa di cura e di custodia ovvero della libertà vigilata. L’abitualità è subordinata al ricorrere dei due presupposti della dedizione all’uso eccessivo di bevande alcoliche e del frequente stato di ubriachezza (in base al comma 2 dell’art. 94, c.p.: “Agli effetti della legge penale, è considerato ubriaco abituale chi è dedito all’uso di bevande alcoliche e in stato di frequente ubriachezza”).
Con specifico riferimento all’uso di alcool, è definibile intossicazione cronica quella che provoca un’alterazione patologica permanente, tale da far apparire indiscutibile che ci si trovi di fronte a una vera e propria malattia psichica. Nella prassi, la distinzione tra la vera e propria intossicazione, che esclude l’imputabilità, e l’ubriachezza abituale, che comporta, invece, un trattamento assai rigoroso, non è tuttavia agevole a causa della somiglianza delle manifestazioni tipiche dell’uno e dell’altro stato sintomatico.
L’art. 96, c.p., indica, quale causa di esclusione e, correlativamente, di diminuzione dell’imputabilità, il sordomutismo se il sordomuto “nel momento in cui ha commesso il fatto, non aveva per causa della sua infermità, la capacità di intendere o di volere”. Non vi è in questo caso alcuna presunzione d’inimputabilità, in quanto sia l’incapacità sia la capacità devono formare oggetto di concreto accertamento in giudizio. Se, cioè, si accerta che il sordomuto al momento della commissione del fatto era capace nonostante la sua affezione congenita, l’imputabilità non è esclusa, mentre lo è in caso contrario (analogo discorso vale per l’incapacità parziale).
È appena il caso di sottolineare che l’art. 96, c.p., fa riferimento esclusivamente allo stato di sordomutismo, onde la norma non trova applicazione nei casi di solo mutismo o di sola sordità, occorrendo la compresenza di entrambe le affezioni.
Da ultimo, occorre menzionare il disposto di cui all’art. 97, c.p., a norma del quale: “Non è imputabile chi, al momento in cui ha commesso il fatto, non aveva compiuto i quattordici anni”), in tal modo introducendo una presunzione di incapacità assoluta in quanto non è ammessa la prova contraria.
Ai minori infraquattordicenni autori di delitti, ove riconosciuti socialmente pericolosi, il giudice può applicare le misure di sicurezza del riformatorio giudiziario o della libertà vigilata (art. 224, comma 1, c.p.). Va ulteriormente precisato che, ai sensi dell’art. 36, d.P.R. n. 448/1998, la misura di sicurezza del riformatorio giudiziario, comunque eseguita nelle forme del collocamento in comunità, è applicabile soltanto in relazione ai delitti per i quali la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore nel massimo a dodici anni.
Rispetto ai minori ricompresi tra i quattordici e i diciotto anni, l’art. 98, comma 1, dispone, invece, che “È imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, aveva compiuto i quattordici anni, ma non ancora i diciotto, se aveva capacità di intendere e di volere, ma la pena è diminuita”. In questo caso, non esiste alcuna presunzione legale né di capacità né di incapacità, ma è il giudice a dovere in concreto accertare, di volta in volta, se il minore sia imputabile o meno.
Secondo l’orientamento consolidato, l’incapacità minorile non presuppone necessariamente l’infermità mentale, perché si fonda su di una condizione più lata, identificabile con la situazione di immaturità: quest’ultima viene intesa in senso globale come comprensiva non soltanto del carente sviluppo delle capacità conoscitive, volitive ed affettive, ma anche dell’incapacità di intendere il significato etico-sociale del comportamento e dell’inadeguato sviluppo della coscienza morale.
La giurisprudenza dominante attribuisce al concetto d’imputabilità minorile un carattere “relativo”, nel senso che la maturità del minore viene concretamente accertata in relazione alla natura del reato commesso.
La capacità di intendere e di volere è, invece, presunta dal legislatore al compimento del diciottesimo anno di età: si tratta di una presunzione relativa, perché la capacità è esclusa o diminuita in presenza del vizio totale o parziale di mente o delle altre cause legislativamente previste.
Avv. Lucia Di Bello
Avv. Stefania Noto