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Timestamp: 2020-02-21 22:24:24+00:00
Document Index: 108895430

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Tribunale di Cosenza, Prima Sezione Civile, sentenza 6 marzo 2018 n.530 - Sdanganelli & Associati Privacy Policy
Tribunale di Cosenza, Prima Sezione Civile, sentenza 6 marzo 2018 n.530. Giudice d.ssa Maffei.
Preliminarmente si dà atto di redigere la presente sentenza conformemente al disposto degli artt. 132 c.p.c. e 118 disp. att. c.p.c. come novellati dalla l. n. 69/2009, alla cui stregua la sentenza contiene “la concisa esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione” in luogo della “concisa esposizione dello svolgimento del processo e dei motivi in fatto e in diritto della decisione”, trattandosi di disposizioni applicabili anche ai procedimenti pendenti in primo grado alla data di entrata in vigore della legge (il 04-07-2009) ai sensi dell’art. 58 comma 2 della predetta legge.
Nei limiti della dovuta esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione in termini succinti ed essenziali, le posizioni delle parti e l’iter del processo possono sinteticamente riepilogarsi come segue.
Con atto di citazione in riassunzione (a seguito di declaratoria di incompetenza funzionale della Corte d’Appello di Catanzaro) ritualmente notificato, i Signori Giovanni e Franco Bartucci hanno evocato in giudizio le amministrazioni in epigrafe al fine di ottenere la condanna in solido delle stesse alla corresponsione dell’indennità conseguente alla reiterazione del vincolo preordinato all’esproprio apposto sui terreni di cui erano rispettivamente proprietari siti in località San Gennaro del Comune di Rende (identificati in Catasto, quanto a Bartucci Giovanni, nel Foglio 20 particella 478, 479 e 481 e, quanto a Bartucci Franco, nel Foglio 20 particelle 477 e 526 ) per la realizzazione dell’Università della Calabria, giusta delibera del Consiglio Comunale di Rende n. 63/1971, reiterato una prima volta con delibera consiliare n. 66/1981, una seconda volta con delibera n. 32/1992 ed una terza con delibera n. 3/2001.
A sostegno della domanda hanno rappresentato di aver inutilmente richiesto, prima all’amministrazione comunale e poi all’Università della Calabria, la liquidazione ai sensi dell’art. 39 T.U. Espropriazioni del detto indennizzo alla luce del danno subito derivante dal mancato utilizzo delle aree sottoposte a vincolo e dal mancato sfruttamento anche a fini edificatori dei terreni.
Con comparsa depositata in data 22 novembre 2010 si è costituito l’Ateneo convenuto, il quale ha chiesto la declaratoria del proprio difetto di legittimazione passiva e, nel merito, il rigetto della domanda attorea, non essendo stati provati i presupposti ed il quantum del danno.
Con comparsa depositata il 15 dicembre 2010 si è costituito anche il Comune di Rende, che ha eccepito la decadenza dal diritto a richiedere l’indennità ai sensi dell’art. 39 d.lgs 325/2001 perché la citazione era stata notificata oltre il termine di 30 giorni dopo la presentazione dell’istanza per la liquidazione dell’indennizzo e nel merito l’infondatezza della richiesta, contestando le pretese avversarie per l’insussistenza del danno e per il difetto di qualsivoglia allegazione probatoria relativa alla sussistenza ed entità del pregiudizio asseritamente subito.
La causa, acquisito il fascicolo della Corte d’Appello rg 870/2006, istruita in via meramente documentale in assenza di richieste istruttorie, è stata trattenuta in decisione dalla scrivente – subentrata nel ruolo solo in data 10 giugno 2016 – sulle conclusioni sopra epigrafate, previa concessione dei termini di cui all’art. 190 c.p.c. per lo scambio degli scritti conclusivi.
Deve in primo luogo confermarsi, in uno con la più recente giurisprudenza, che la competenza a conoscere delle controversie concernenti il riconoscimento del diritto all’indennizzo per reiterazione di vincoli di inedificabilità assoluta sostanzialmente espropriativi, nella ricorrenza dei presupposti indicati dalla Corte costituzionale n. 179 del 1999, appartiene al Tribunale e non alla Corte d’appello, come previsto dal D.P.R. n. 327 del 2001, art. 39 quando gli atti di rinnovo del vincolo espropriativo, come nel caso in esame, sono anteriori al 30 giugno 2003, data di entrata in vigore del decreto citato (Cass., 26 gennaio 2007, n. 1741; 3609/2017).
Come noto, i vincoli preordinati all’esproprio sono previsti e disciplinati dal Testo Unico in materia di espropriazione per pubblica utilità e, segnatamente, dagli artt. 9-11 e 39 d.P.R. n. 327 del 2001 «Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia di espropriazione per pubblica utilità». Per i vincoli derivanti da pianificazione urbanistica, il fatto costitutivo del diritto all’indennizzo non è individuabile nell’imposizione originaria di un vincolo di inedificabilità, e neppure nella protrazione di fatto del medesimo dopo la sua decadenza; il relativo obbligo sorge in seguito all’atto che formalmente ed esplicitamente lo reitera una volta superato il primo periodo di ordinaria durata temporanea del vincolo (quale determinata dal legislatore entro limiti non irragionevoli, come indice della normale sopportabilità del peso gravante in modo particolare sul privato): non desumibile nel caso di protrazione di fatto dello stesso e neppure per implicito da atti di diniego di domande di autorizzazione lottizzatoria o di concessione (cfr. Cass. n. 1754 del 2007; Cass. n. 24099 del 2004; Cons. Stato, sez. V, n. 1172 del 2003; n. 1486 del 1996).
L’art. 39 T.U. sulle espropriazioni per p.u. approvato con d.P.R. n. 327 del 2001 prevede a favore del proprietario «una indennità, commisurata all’entità del danno effettivamente prodotto» soltanto «nel caso di reiterazione di un vincolo preordinato all’esproprio o di un vincolo sostanzialmente espropriativo». L’adunanza generale del Consiglio di Stato, nell’esprimere il proprio parere (cfr. Parere 29 marzo 2001, n. 4/2001) su quello che sarebbe divenuto l’art. 39 testo unico sull’espropriazione, aveva osservato che, commisurando l’indennità all’entità del danno effettivamente prodotto e considerando che, fino all’espropriazione, l’area continua ad essere utilizzata dal proprietario, si addossava a quest’ultimo l’onere di dimostrare il danno effettivamente subito a causa della reiterazione del vincolo.
Una interpretazione della norma contenuta nell’art. 39 del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327, costituzionalmente orientata, non può che giungere alla conclusione che il danno sia presumibile secondo l’id quod plerumque accidit, essendo ovvio che la mancata disponibilità della pienezza delle facoltà dominicali in vista dell’esercizio del potere espropriativo della P.A. mantiene compresso il diritto di godimento del privato proprietario, con il sicuro manifestarsi di un danno indennizzabile.
Ciò in quanto il danno è insito nella stessa reiterazione del vincolo che comporta una indubbia grave restrizione del diritto dei proprietari di disporre delle loro proprietà.
La stessa apposizione – e reiterazione – del vincolo, infatti, sicuramente comporta una compromissione delle facoltà di effettivo godimento dell’immobile, a maggior ragione nel caso di specie, in cui si è determinata di fatto una situazione di perenne precarietà giuridica in ragione della originaria apposizione del vincolo, risalente al 1971, e della sua reiterazione nell’arco di oltre 30 anni. Situazione che, con altrettanta certezza, ha comportato una inevitabile concreta difficoltà – se non impossibilità – di valutare sia l’opportunità di locazione o affitto dei fondi, sia, a fortiori, l’eventuale vendita degli stessi.
Ed allora, è lecito ritenere che, nel caso di specie, sussista per presunzione sia l’astratto “evento lesivo” che la concreta “lesione”, entrambe riconducibili alla protratta indisponibilità dell’area da parte dei comproprietari.
Essa, infatti, in conseguenza dell’apposizione del vincolo, non ha potuto produrre alcuna forma di reddito nei confronti di questi ultimi, in ragione della inevitabile compressione che la reiterazione del vincolo ha provocato. In conclusione, quindi, può fondatamente ritenersi sussistente, per presunzione iuris tantum non adeguatamente contrastata dai convenuti, un danno di carattere patrimoniale subito dai proprietari attori in ragione, quantomeno, dell’ultima reiterazione del vincolo.
L’obbligo risarcitorio deve pertanto considerare ed avere a riferimento tale sostanziale indisponibilità del bene, sopportata dal suoi comproprietari.
Il problema tecnico-giuridico è, a questo punto, quello della effettiva quantificazione di tale indennizzo (non offrendo l’art. 39 cit. un criterio legale), in modo che esso possa costituire un serio ristoro del pregiudizio subito, senza divenire fonte di un ingiustificato arricchimento per il privato.
Orbene, la Corte Costituzionale, con la Decisione n. 179 del 1999 ha stabilito da un lato, che l’indennizzo in parola non è rapportabile alla perdita della proprietà, alla quale è di già rapportata la (diversa e distinta) indennità di esproprio, e, dall’altro lato, che non deve utilizzarsi un criterio di liquidazione ragguagliato esclusivamente al valore dell’immobile poichè il sacrificio subito, nella maggior parte dei casi, consiste in una diminuzione di valore di scambio e/o di utilizzabilità, peraltro, non stabilizzatesi definitivamente. Proprio l’indisponibilità patrimoniale del bene costituisce indispensabile parametro per addivenire ad una corretta quantificazione del danno subito, rimanendo del tutto evidente come il calcolo del medesimo non possa prescindere anche da una valutazione del valore dell’area, incisa dal provvedimento di reiterazione. Sul punto la domanda attorea appare sicuramente generica e carente, tuttavia per quanto sopra detto in tale prospettiva possono essere comunque utilizzate le risultanze della consulenza tecnica d’ufficio espletata nel giudizio dinanzi alla Corte di Appello di Catanzaro. In quella sede il CTU ha asseverato la circostanza della reiterazione del vincolo ed ha parimenti accertato – con motivazione congrua ed immune da censure, che questo Tribunale condivide – che i vincoli di cui al presente giudizio hanno natura espropriativa, e non già conformativa.
Sicchè, in considerazione della natura meramente presuntiva del danno e del difetto di allegazione e di dimostrazione, da parte dei proprietari, di un diverso e specifico danno o pregiudizio subito dal loro diritto dominicale, può asseverarsi il criterio utilizzato dal Ctu che ha ritenuto equo calcolare l’indennizzo di cui all’art. 39 cit, in misura pari al 45% sull’indennità di espropriazione, pervenendo al risultato finale di riconoscere al Signor Giovanni Bartucci € 9.265,00 ed al Signor Franco Bartucci € 10.427,00. Su tale somma sono altresì dovuti gli interessi gli interessi al saggio legale dalla domanda al saldo. Resta infine la questione della legittimazione passiva alla domanda attorea.
Sul punto, per un verso, il Comune è l’ente che ha adottato il vincolo e disposto le sue plurime reiterazioni, mentre, sotto diverso profilo, l’UniCal è il soggetto che non solo ha beneficiato del vincolo medesimo, ma che ha anche provveduto alla espropriazione ed alla realizzazione delle opere sui terreni.
Ciò consente di configurare in capo ad entrambi i convenuti l’interesse al vincolo stesso nonché, di conseguenza, una concorrente legittimazione passiva alla domanda di condanna al pagamento dell’indennizzo, che, quindi, deve essere emessa in solido tra le due convenute.
Spese e competenze di lite, liquidate in dispositivo, seguono la soccombenza, così come le competenze di ctu liquidate giusta decreto in atti.
il Tribunale, definitivamente pronunziando nella causa in epigrafe, ogni altra domanda ed eccezione disattesa, cosi provvede: accoglie la domanda attorea e, per l’effetto, accerta e dichiara il diritto dei prefati comproprietari, alla corresponsione di un indennizzo per la reiterazione di vincolo sostanzialmente espropriativo sui terreni di loro proprietà; sempre per l’effetto, condanna il Comune di Rende, in persona del Sindaco pro tempore, nonché l’Università della Calabria, in persona del Rettore pro tempore, in solido, al pagamento, in favore del Signor Giovanni Bartucci di € 9.265,00 e del Signor Franco Bartucci di € 10.427,00, oltre interessi al saggio legale dalla domanda al saldo effettivo; condanna altresì i ridetti convenuti, in solido, alla refusione, in favore di parte attrice, delle spese e competenze di lite, che liquida in € 348,00 per esborsi documentati ed € 3.235,00 per competenze professionali, oltre rimb. forf. spese gen. 15%, CPA e IVA come per legge; pone definitivamente a carico dei convenuti, in solido, spese e competenze di ctu, con diritto della parte attrice all’integrale rimborso di quanto eventualmente corrisposto al ctu. Così deciso in Cosenza, il 06/03/2018 Il Giudice (Dott.ssa Marzia Maffei)
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