Source: https://studiolegaleramelli.it/2020/05/07/bancarotta-fraudolenta-patrimoniale-la-suprema-corte-conferma-la-estraneita-alla-struttura-del-reato-del-nesso-causale-tra-condotta-distrattiva-e-stato-di-insolvenza-dellimpresa/
Timestamp: 2020-05-24 23:29:57+00:00
Document Index: 134203443

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 219', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 223']

Bancarotta fraudolenta patrimoniale: la Suprema Corte conferma la estraneità alla struttura del reato del nesso causale tra condotta distrattiva e stato di insolvenza dell’impresa – Avvocato Diritto Penale Roma Eur
Bancarotta fraudolenta patrimoniale: la Suprema Corte conferma la estraneità alla struttura del reato del nesso causale tra condotta distrattiva e stato di insolvenza dell’impresa
Si segnala ai lettori del blog la sentenza 11742.2020, resa dalla V Sezione penale della Corte di Cassazione, con la quale il Collegio del diritto, esprimendosi in merito ad un caso di bancarotta fraudolenta patrimoniale, conferma il consolidato principio di diritto secondo il quale l’indagine sulla componente materiale e psicologica del reato non deve estendersi alla prova del nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo il reato fallimentare integrato semplicemente dalla causazione da parte dell’agente del depauperamento dell’impresa attraverso condotte distrattive – trattandosi di delitto di pericolo a dolo generico.
La Corte di appello di Firenze confermava la sentenza di condanna dell’imputato, nella veste di amministratore unico della società fallita, per il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale per distrazione.
La difesa del prevenuto interponeva ricorso in cassazione avverso la decisione della Corte territoriale, articolando due motivi di gravame, dei quali riveste maggiore interesse, ai fini del presente commento, quello relativo alla violazione di legge e al vizio di motivazione in ordine alla sussistenza dell’elemento psicologico del reato, con riferimento alla causazione dello stato di insolvenza dell’impresa.
La Suprema corte annulla con rinvio la sentenza impugnata limitatamente ai profili della determinazione della durata delle pene accessorie ed alla apodittica motivazione circa il diniego del danno tenue (art. 219 u.c. legge fallimentare); rigettano nel resto il ricorso dando continuità al consolidato orientamento sedimentato intorno al tema del dolo nel reato in contestazione.
<La costruzione dell’elemento soggettivo della bancarotta prospettata in ricorso, confligge con i consolidati arresti della giurisprudenza di legittimità. La doglianza fa leva sull’indirizzo, del tutto isolato, espresso da Sez. 5, n. 47502 del 24/09/2012, Corvetta, Rv. 253493, secondo cui nel reato di bancarotta fraudolenta per distrazione, lo stato di insolvenza che dà luogo al fallimento, in qualità di evento del reato, deve porsi in rapporto causale con la condotta dell’agente e deve essere, altresì, sorretto dall’elemento soggettivo del dolo.
Come questa Corte ha avuto modo più volte di osservare, molteplici sono gli argomenti che mettono in luce i vari profili di infondatezza della ricostruzione offerta dalla sentenza Corvetta, argomenti che, in questa sede, è sufficiente ripercorrere in parte e in estrema sintesi (tanto più che l’impostazione della sentenza Corvetta ha trovato nuova smentita in Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli): il dato normativo, per il quale la rilevanza del rapporto causale tra condotta e dissesto è previsto per le sole fattispecie di bancarotta impropria ex art. 223, secondo comma, l. fall.; il carattere di mero paralogismo dell’affermazione che il fallimento è l’evento del reato; la del tutto problematica ipotizzabilità di un rapporto causale tra dissesto e fatti di bancarotta documentale (cfr., tra le altre, Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi; Sez. 5, n. 32031 del 07/05/2014, Daccò; Sez. 5, n. 15613/15 del 05/12/2014, Geronzi).
Va pertanto ribadito l’indirizzo giurisprudenziale del tutto consolidato, secondo cui ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento (Sez. 5, n. 32352 del 07/03/2014, Tanzi, Rv. 261942; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 11095 del 13/02/2014, Ghirardelli, Rv. 262741; Sez. 5, n. 47616 del 17/07/2014, Simone, Rv. 261683; Sez. 5, n. 26542 del 19/03/2014, Riva, Rv. 260690; Sez. 5, n. 11793/14 del 05/12/2013, Marafioti, Rv. 260199; Sez. 5, n. 232 del 09/10/2012, Sistro, Rv. 254061) e, d’altro canto, il delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è reato di pericolo a dolo generico per la cui sussistenza, pertanto, non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, né che abbia agito allo scopo di recare pregiudizio ai creditori (Sez. 5, n. 3229/13 del 14/12/2012, Rossetto, Rv. 253932; conf., ex plurimis, Sez. 5, n. 21846 del 13/02/2014, Bergamaschi, Rv. 260407; Sez. 5, n. 44933 del 26/09/2011, Pisani, Rv. 251214). Indirizzo, questo, riaffermato anche dalle Sezioni Unite, secondo cui, per un verso, ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale, non occorre un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il successivo fallimento, essendo sufficiente che l’agente abbia cagionato il depauperamento dell’impresa, destinandone le risorse ad impieghi estranei alla sua attività e, per altro verso, l’elemento soggettivo del delitto di bancarotta fraudolenta per distrazione è costituito dal dolo generico, per la cui sussistenza non è necessaria la consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa, né lo scopo di recare pregiudizio ai creditori, essendo richiesta solo la consapevole volontà di dare al patrimonio sociale una destinazione diversa da quella di garanzia delle obbligazioni contratte (Sez. U, n. 22474 del 31/03/2016, Passarelli, Rv. 266804)>.
Cassazione penale sez. V, 13/02/2014, n.11095
Ai fini della sussistenza del reato di bancarotta fraudolenta patrimoniale non è necessaria l’esistenza di un nesso causale tra i fatti di distrazione ed il dissesto dell’impresa, in quanto, una volta intervenuta la dichiarazione di fallimento, detti fatti assumono rilevanza penale in qualsiasi tempo siano stati commessi e, quindi, anche quando l’insolvenza non si era ancora manifestata.
Cassazione penale sez. V, 24/09/2012, n.47502
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