Source: https://www.scribd.com/document/83070709/Newsletter-T-P-N-55
Timestamp: 2018-03-18 19:29:11+00:00
Document Index: 112005639

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 29', 'art. 17', 'art. 19', 'art. 39', 'art. 10', 'art. 2112', 'art. 2112', 'art. 414', 'art. 2119', 'art. 700', 'art. 4', 'art. 24', 'art. 18', 'art. 18', 'sentenza ', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 34', 'art. 36', 'art. 21', 'art. 36', 'art. 36', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 16', 'art. 2', 'art. 2054', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.19', 'sentenza ', 'art.19', 'art. 32']

Description: Newsletter Trifirò & Partners N°55 Febbraio 2012
Newsletter Trifirò & Partners N°55 Febbraio 2012
N° 55 Febbraio 2012
L’anno da poco iniziato si presenta particolarmente ricco di novità sul piano normativo, in particolare, per quanto riguarda il Diritto del Lavoro e ulteriori rilevanti cambiamenti si prospettano all’orizzonte. Dopo il Decreto Salva Italia di ﬁne anno e quello sulle Liberalizzazioni di inizio anno, nella Attualità abbiamo richiamato le più signiﬁcative novità introdotte dal Decreto Legge 9 febbraio 2012 cd. sulle Sempliﬁcazioni con speciﬁco riferimento all’ambito giuslavoristico. In particolare, segnaliamo, tra le novità ricordate nell’articolo, quella in materia di responsabilità solidale nell’appalto che è stata espressamente estesa anche alle quote del TFR e ai premi assicurativi maturati nel periodo di esecuzione dell’appalto.
Diritto del Lavoro Attualità 2 Le Nostre Sentenze 3 Cassazione 5 Diritto Civile, Commerciale, Assicurativo Attualità 7 Le Nostre Sentenze 9 Assicurazioni 10 Il Punto su 12 Eventi 14 Rassegna Stampa 15 Contatti 16
Per quanto riguarda la giurisprudenza si segnala un’interessante recente sentenza in materia di trasferimento d’azienda del Tribunale di Milano, una pronuncia sulla nozione di giusta causa nell’ambito del rapporto di agenzia e un’ordinanza sul requisito del periculum che rimarca, inserendosi nell’ambito di un orientamento giurisprudenziale ormai consolidato, la necessità di una valutazione rigorosa del requisito anche in caso di licenziamento. L’ADR del mese riguarda gli effetti della riforma pensionistica sulla disciplina del licenziamento del lavoratore pensionabile. Per quanto riguarda l’Osservatorio sulla Cassazione vi segnaliamo tre decisioni diverse tra loro ma di uguale interesse. Con il Diritto Civile ritorniamo al Decreto Salva Italia e, in particolare, alle previsioni che attribuiscono e/o rafforzano i poteri dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e ancora al contratto di appalto con una sentenza sulla prova del contratto. La Sezione di diritto assicurativo propone una rassegna di decisioni di legittimità e di merito. L’ADR del mese risponde alla domanda relativa a quando può essere utilizzato il marchio altrui nella commercializzazione di pezzi di ricambio. Il Punto su…. questo mese tratta un tema particolare relativo alla responsabilità da reato delle persone giuridiche ex d. leg. n. 231/2001 e alla possibilità di disporre, in caso di accertata responsabilità dell’Ente, con la sentenza di condanna, la conﬁsca del prezzo del proﬁtto del reato. Un argomento un po’ “tecnico” che ci auguriamo possa comunque essere, al pari degli altri, di interesse per tutti i lettori della nostra newsletter. Buona lettura! Marina Tona e il Comitato di Redazione composto da: Francesco Autelitano, Stefano Beretta, Antonio Cazzella, Teresa Cofano, Luca D’Arco, Diego Meucci, Claudio Ponari, Vittorio Provera, Tommaso Targa, Stefano Triﬁrò e Giovanna Vaglio Bianco
Le novità in materia di Lavoro introdotte dal Decreto Legge sulle Semplificazioni
È stato recentemente approvato il Decreto Legge in materia di Sempliﬁcazioni (D. L. n. 5 del 9 febbraio 2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufﬁciale del 9 febbraio 2012, n. 33), con il quale sono state introdotte alcune importanti novità anche con riferimento alla materia del lavoro. Il decreto legge attualmente in fase di conversione è già stato oggetto di chiarimenti da parte del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con la Circolare n. 2/2012 del 16 febbraio 2012. Tra le novità più signiﬁcative segnaliamo la modiﬁca della normativa in tema di responsabilità solidale negli appalti. Più precisamente viene integrato l’art. 29 della riforma Biagi, al comma 2 stabilendo che “in caso di appalto di opere o di servizi, il committente imprenditore o datore di lavoro è obbligato in solido con l’appaltatore, nonché con ciascuno degli eventuali subappaltatori entro il limite dei due anni dalla cessazione dell’appalto, a corrispondere ai lavoratori i trattamenti retributivi, comprese le quote di TFR, nonché i contributi previdenziali ed i premi assicurativi dovuti in relazione al periodo di esecuzione del contratto di appalto, restando escluso qualsiasi obbligo per le sanzioni civili di cui risponde solo il responsabile dell’inadempimento”. Viene così chiarito che la solidarietà è estesa anche al TFR ed ai premi assistenziali (INAIL) maturati e dovuti con riferimento al periodo di esecuzione del contratto di appalto, mentre viene esclusa la responsabilità solidale per quanto attiene alle sanzioni civili, negando in tal modo la contraria interpretazione fornita dal Ministero del Lavoro in risposta ad interpello n. 3/2010. Altre novità concernono l’astensione anticipata delle lavoratrici madri. In particolare viene modiﬁcato l’art. 17 del D.Lgs. n. 151/2001 al comma 2 e devoluta in via esclusiva alle ASL l’intera procedura di interdizione anticipata dal lavoro della lavoratrice madre - compresa l’adozione del provvedimento ﬁnale di astensione sino ad oggi di competenza della DPL - nel caso di “gravi complicanze o di persistenti forme morbose”. Continua invece a restare di competenza della DPL l’istruttoria e l’adozione del provvedimento di interdizione nel caso di condizioni pregiudizievoli alla salute della lavoratrice madre o del bambino ovvero di impossibilità di spostamento ad altre mansioni. Altro intervento concerne il Libro Unico del Lavoro. Più precisamente l’art. 19 intervenendo sull’art. 39, comma 7, della legge n. 133/2008 fornisce chiarimenti sulle nozioni di omessa ed infedele registrazione riprendendo quanto già espresso dal Ministero del Lavoro con il c.d. “vademecum” e con la risposta all’interpello n. 47/2011. Per “omessa registrazione” occorre far riferimento alle “scritture complessivamente omesse e non a ciascun singolo dato del quale manchi la registrazione”. Per “infedele registrazione”, invece, occorre far riferimento “alle scritturazioni dei dati … diverse rispetto alla qualità o quantità della prestazione lavorativa effettivamente resa o alle somme effettivamente erogate”.
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Il decreto sempliﬁcazioni ha poi abrogato il comma 3 dell’art. 10 del D.Lgs. n. 368/2001 con riferimento alle assunzioni a tempo determinato nei pubblici esercizi e che consentiva al datore di lavoro di inviare la comunicazione dell’assunzione entro i 5 giorni successivi all’inizio della prestazione lavorativa. In tal modo anche per i pubblici esercizi vige l’obbligo della comunicazione preventiva al Centro per l’impiego. Tuttavia ove il datore non avesse tutti i dati, può inviare con le modalità usuali, quelli relativi al nome del prestatore e alla tipologia contrattuale, fermo restando l’obbligo della integrazione entro il terzo giorno successivo. Circolare n. 2 del 16 febbraio 2012 (PDF) Decreto Legge n. 5 del 9 febbraio 2012 (PDF)
TRASFERIMENTO D’AZIENDA Deve ritenersi ammissibile la configurazione della fattispecie di cui all’art. 2112 c.c. anche in caso di trasferimento di un’entità costituita da un insieme di dipendenti senza beni materiali, essendo legittimo il trasferimento di ramo d’azienda, costituito da un complesso di lavoratori organizzati, anche qualora la cessione non coinvolga beni strumentali ulteriori. (Tribunale di Milano, 9 febbraio 2012) Con ricorso al Tribunale di Milano, in funzione di Giudice del Lavoro, alcuni lavoratori hanno convenuto in giudizio la società, ex datrice di lavoro, al ﬁne di veder dichiarare giudizialmente l’illegittimità della cessione del proprio rapporto di lavoro ad altra società, cui era stato trasferito il ramo d’azienda al quale erano adibiti. In particolare, i ricorrenti contestavano la pretestuosità della loro precedente collocazione nel settore, poi trasferito, sostenendo che tale settore non era confacente alle mansioni dagli stessi svolte. La società cedente si costituiva in giudizio, affermando la legittimità dell’avvenuta cessione, nonché l’autonomia e la funzionalità del ramo d’azienda ceduto. Il Giudice ha ritenuto non solo, con riferimento alle mansioni svolte dai ricorrenti, “corretta e ﬁsiologica”, nell’ambito dell’organizzazione aziendale, la loro adibizione al settore successivamente ceduto, ma ha anche sottolineato come tale collocazione fosse avvenuta ben prima (quasi quattro anni) dell’avvenuta cessione, tanto da doversi escludere qualsiasi ﬁnalità fraudolenta da parte della società cedente. Inoltre, richiamando la giurisprudenza in materia di cessione di ramo d’azienda cd labour intensive, il Giudice ha constatato che, anche qualora alla cessionaria non fossero stati trasferiti beni strumentali - cosa che, peraltro, nel caso di specie, il Giudice ha ritenuto essere avvenuta - la cessione del settore in questione avrebbe dovuto considerarsi comunque legittimamente effettuata, ai sensi dell’art. 2112 c.c., in quanto avente per oggetto un’entità costituita da un insieme di dipendenti organizzati e dotati di uno speciﬁco know how. Alla luce di queste considerazioni, il Tribunale ha rigettato le domande dei ricorrenti. (Causa curata da Claudio Ponari e Veronica Rigoni)
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RAPPORTO DI AGENZIA, RECESSO PER GIUSTA CAUSA EX ART. 2119 COD. CIV. (Corte d’Appello di Brescia, 1 dicembre 2011)
Con ricorso ex art. 414 cod. proc. civ., un agente di commercio ha chiesto al Tribunale di Brescia la condanna della società preponente al pagamento dell’indennità di ﬁne rapporto, sostenendo di essere receduto dal contratto di agenzia per giusta causa. Il giudizio si è concluso con il rigetto della domanda del ricorrente sia in primo che in secondo grado, avendo la Corte d’Appello di Brescia confermato l’inesistenza della giusta causa di recesso e motivato ciò con il fatto che sia la preponente che l’agente hanno facoltà di recedere, per giusta causa ex art. 2119 cod. civ., dal contratto di agenzia, in caso di comportamenti dell’altra parte che non consentano la prosecuzione - neanche temporanea - del rapporto, intendendosi per tali gli “inadempimenti di non scarsa importanza” che ledano “in misura considerevole l’interesse dell’altra parte alla prosecuzione del rapporto medesimo”. Nel caso di specie, tutti i comportamenti addebitati alla società erano di scarsa importanza e, per di più, si erano veriﬁcati parecchio tempo prima del recesso da parte dell’agente; da qui l’inesistenza dell’invocata giusta causa e, conseguentemente, l’infondatezza del ricorso. (Causa curata da Orazio Marano e Giuseppe Gemelli)
IL RICORSO D’URGENZA IMPONE UNA VALUTAZIONE RIGOROSA DEL “PERICULUM”, ANCHE QUANDO SI VERTA IN MATERIA DI LICENZIAMENTO (Ordinanza Tribunale di Matera, 13 gennaio 2012) Conformemente ad un indirizzo che può considerarsi consolidato, anche se non unanimemente seguito, il Tribunale di Matera – Sezione Lavoro ha affermato il principio secondo cui il notevole lasso di tempo intercorso tra la risoluzione del rapporto di lavoro e la proposizione del ricorso d’urgenza (cinque mesi!) esclude di per sé la sussistenza di una situazione connotata dall’urgenza di provvedere per far fronte ad un pericolo grave ed irreparabile. In particolare – ha precisato il Tribunale – ciò vale per la materia lavoristica, dove è già previsto un rito ordinario particolarmente snello per consentire il rapido esame di situazioni soggettive delicate ed a tutela del lavoratore stesso, contraente debole del rapporto di lavoro subordinato. Il Tribunale in questione ha altresì soggiunto – in modo signiﬁcativo – che non ogni licenziamento, non ogni trasferimento, non ogni assegnazione di nuove mansioni può legittimare il ricorso d’urgenza, altrimenti si dovrebbe ritenere che per queste tipologie di controversie il pregiudizio grave, imminente e irreparabile risulterebbe automaticamente in virtù della materia trattata, con la conseguente inevitabile ammissibilità della fase cautelare ed utilizzazione dell’art. 700 c.p.c. come forma alternativa di tutela giurisdizionale e quasi come una sorta di corsia preferenziale. (Causa curata da Luca Peron)
La riforma del sistema pensionistico ha effetto sulla disciplina del licenziamento del lavoratore pensionabile? La riforma del sistema pensionistico ha un effetto diretto ed immediato sulla facoltà di recesso ad nutum, in precedenza previsto dalla legge nei confronti del lavoratore in possesso dei requisiti di vecchiaia. Più precisamente si ricorda che tale facoltà era disciplinata inizialmente dall’art. 4, comma 2, L. n. 108 del 11 maggio 1990. Una successiva legge, n. 247 del 24 dicembre 2007, aveva poi stabilito che il licenziamento ad nutum doveva essere differito, rispetto alla maturazione del diritto alla pensione di vecchiaia, al momento della effettiva apertura della finestra di accesso per la pensione. Oggi, l’art. 24, comma 4, D.Lgs. 6 dicembre 2011 n. 201 (Decreto Monti) dispone l’operatività dell’efficacia delle disposizioni di cui all’art. 18 Legge 20 maggio 1970 n. 300 (Statuto Lavoratori) fino al conseguimento dei 70 anni di età. In ragione della espressa applicabilità dell’art. 18 Legge n. 300 del 20 maggio 1970 sino al compimento da parte del lavoratore di 70 anni, per il datore di lavoro non è più possibile esercitare la facoltà di recesso ad nutum (prima che il lavoratore compia 70 anni) a prescindere dalla maturazione dei requisiti per il pensionamento di vecchiaia.
È LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO SE FRA LE EMAIL VIENE SCOPERTA LA DIVULGAZIONE DI NOTIZIE RISERVATE Con sentenza n. 2722 del 23 febbraio 2012 la Corte di Cassazione ha ritenuto legittimo il licenziamento di un dipendente fondato su prove raccolte controllando – in assenza di previo accordo - la sua posta elettronica. La Corte ha ritenuto che non contrasta con l’art. 4 dello Statuto dei Lavoratori il controllo della posta elettronica del dipendente, quando sia diretto ad accertare ex post una condotta attuata in violazione degli obblighi fondamentali di fedeltà e di riservatezza; in particolare, la Corte ha affermato che - essendo emersi elementi di fatto tali da avviare un’indagine retrospettiva - il controllo difensivo non riguardava l’esatto adempimento delle obbligazioni discendenti dal rapporto di lavoro, ma era destinato ad accertare un comportamento che poneva in pericolo la stessa immagine dell’azienda.
L’INVIO AL DATORE DI LAVORO DI UNA LETTERA CONTENENTE ACCUSE INFONDATE NON INTEGRA UNA GIUSTA CAUSA DI LICENZIAMENTO Con sentenza n. 2316 del 17 febbraio 2012 la Corte di Cassazione ha ritenuto sproporzionato il licenziamento di una lavoratrice che aveva inviato al datore di lavoro una lettera contenente pesanti accuse, peraltro rimaste indimostrate nel corso del giudizio. In particolare, la Corte ha rilevato che i fatti denunciati non avevano carattere diffamatorio e che, nel bilanciamento degli interessi in gioco, il diritto di critica del lavoratore deve ritenersi prevalente rispetto alle esigenze di tutela del rapporto gerarchico esistente nell’impresa. IL DIPENDENTE DEVE ESSERE RETRIBUITO PER IL TEMPO IMPIEGATO AD INDOSSARE LA TUTA E GLI ALTRI DISPOSITIVI DI SICUREZZA Con sentenza n. 1817 pubblicata in data 8 febbraio 2012 la Corte di Cassazione ha stabilito che l’azienda deve retribuire i lavoratori per il tempo impiegato ad indossare la tuta e gli altri dispositivi di sicurezza, in quanto durante tale arco temporale il dipendente rimane sottoposto al potere direttivo del datore di lavoro, che potrebbe inﬂiggergli sanzioni disciplinari in caso di inadempimento del predetto obbligo.
I NUOVI POTERI DELL’AGCM NEL DECRETO “SALVA ITALIA”
Con riferimento al c.d. Decreto Salva Italia (Legge 22.12.2011 n. 214 Conversione in legge con modificazioni del Decreto Legge 6.12.2011 n. 201) si segnalano alcune rilevanti previsioni che attribuiscono e/o rafforzano i poteri della AGCM (Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato). 1) L’art. 34 del Decreto ha abrogato, con effetto immediato, ogni vincolo di tipo normativo ed amministrativo, volto ad incidere in maniera restrittiva sulle modalità di esercizio delle attività economiche. Il Decreto Salva Italia ha assegnato all’AGCM un vero e proprio obbligo di vigilanza sulla eventuale reintroduzione – mediante atti normativi o regolamentari – di restrizioni all’accesso e all’esercizio di attività economiche. In particolare il Decreto ha imposto all’AGCM l’onere di rendere un parere obbligatorio in merito al rispetto del principio di proporzionalità sui disegni di legge che introducono restrizioni all’accesso e all’esercizio di attività economiche. Nel caso risulti emesso dall’Amministrazione un atto illegittimo (da un punto di vista concorrenziale), AGCM emetterà entro sessanta giorni un parere motivato in cui specificherà i profili di illegittimità concorrenziale riscontrati. L’atto potrà essere dalla stessa impugnato, nel caso in cui l’Amministrazione non ottemperi alle prescrizioni del parere. 2) L’art. 36 bis del Decreto qualifica come pratica commerciale scorretta la condotta di banche o intermediari finanziari che, ai fini della stipulazione di un contratto di mutuo, obbligano il cliente a sottoscrivere anche una polizza assicurativa dagli stessi erogata. La norma prevede l’inserimento di tale disposizione all’interno dell’art. 21 del Codice del Consumo (che qualifica le condotte c.d. ingannevoli). La previsione di cui all’art. 36 bis insiste su aspetti già regolati dalla disciplina di settore. Ci si riferisce alle nuove disposizioni in materia di conflitto di interessi degli intermediari assicurativi, in relazione all’emissione di polizze legate ai mutui (recentemente emanate dall’ISVAP con provvedimento del 6.10.2006 n. 2946). La previsione dell’art. 36 bis, dunque, si propone di tutelare il consumatore da comportamenti scorretti posti in essere da banche e intermediari.
Merita di essere osservato, sul punto, che nella segnalazione del 5 gennaio u.s. al Parlamento ed al Governo, l’AGCM ha auspicato che tale prescrizione venga introdotta da fonte primaria (ovvero legge ordinaria) e preveda il divieto espresso, per un operatore bancario, in fase di erogazione di un mutuo o altro ﬁnanziamento, di ricoprire contemporaneamente il ruolo di beneﬁciario e intermediario di una polizza assicurativa. Se tale indicazione venisse recepita dagli organi competenti si ﬁnirebbe per sancire un divieto assoluto di natura legislativa (e non solo, come ora, conﬁnato in ambito regolamentare).
APPALTO - PROVA DELLA INTERVENUTA CONCLUSIONE DEL CONTRATTO TRA LE PARTI (Tribunale di Milano, 17 gennaio 2012) Una recente sentenza del Tribunale di Milano si è pronunciata in ordine alla richiesta formulata dal titolare di una ditta individuale volta ad ottenere la condanna dei convenuti al pagamento di somme asseritamente dovute per opere edili svolte nell’appartamento dei pretesi committenti. Il Giudicante ha rigettato le domande dell’attore, avendo ritenuto che non fosse stata fornita la prova della conclusione tra le parti del contratto avente ad oggetto le opere indicate nel consuntivo prodotto in causa, non essendo stato, tra l’altro, prodotto alcun preventivo con l’indicazione delle opere pattuite e della relativa previsione di spesa, né alcun documento di trasporto relativo al materiale che si assumeva utilizzato; inoltre, non risultava in atti la richiesta di permessi e/o autorizzazioni per l’esecuzione delle opere indicate nel consuntivo né la denuncia di inizio attività o fatture di acquisto di materiali o verbali di scarico merce. Peraltro, la consulenza tecnica d’ufﬁcio svolta nel corso del giudizio ha accertato che quasi tutti i lavori indicati nel consuntivo erano stati eseguiti, ma il perito non ha potuto appurare – trattandosi di lavori già effettuati da tempo – chi fosse l’esecutore degli stessi (dalla documentazione prodotta dai convenuti era, infatti, emerso che, all’epoca in cui era stata prevista la consegna dell’immobile ai compratori, altra impresa aveva eseguito opere edili presso il bene in esame e che alcune di esse riguardavano parti dell’immobile oggetto anche del consuntivo attoreo). In conclusione, la domanda dell’attore è stata respinta, in quanto il Tribunale non ha ritenuto provata la conclusione del contratto del quale è stato chiesto l’adempimento, e, inoltre, non essendo stata fornita neppure la prova certa di aver eseguito tutte le opere oggetto del consuntivo. (Causa curata da Vittorio Provera)
Quando può essere utilizzato il marchio altrui nella commercializzazione di pezzi di ricambio? L’art. 21 del Codice della Proprietà Industriale consente l’uso dei diritti di marchio d’impresa altrui purché tale uso sia conforme ai principi della correttezza professionale e tale da non ingenerare rischio di confusione sul mercato. In particolare, il marchio di impresa altrui può essere impiegato, ove necessario, nella commercializzazione di pezzi di ricambio per indicare le tipologie di macchine alle quali i pezzi sono destinati. La giurisprudenza ha stabilito che “la liceità dell’uso del marchio è subordinata alla duplice condizione del rispetto dei principi di correttezza professionale e della rispondenza ad una funzione meramente descrittiva e non distintiva, al fine di evitare il cosiddetto “rischio di agganciamento”, ossia la possibilità che il marchio divenga mezzo di indebito sfruttamento della fama spettante al titolare del marchio.” (Cass., 15 febbraio 2012, n. 5957). Pertanto, al fine di stabilire la liceità dell’uso del marchio altrui su prodotti di ricambio non sarà sufficiente che su di essi venga apposta una dicitura indicativa del carattere “non originale” del prodotto, ma occorrerà valutare, caso per caso, tra l’altro, la collocazione sul ricambio del marchio proprio rispetto a quella del marchio altrui e alla dicitura “non originale”, tale collocazione dovrà garantire ai terzi la possibilità di apprezzare il carattere non autentico del marchio altrui. Sono, altresì, rilevanti per la valutazione di liceità il confezionamento e la presentazione grafica del marchio altrui, che dovrà evidenziare la funzione meramente descrittiva della corretta destinazione meccanica del ricambio.
RCA - RISARCIMENTO IN
FAVORE DELLO STRANIERO
L'art. 16 disp. prel. c.c., nella parte in cui subordina alla condizione di reciprocità l'esercizio dei diritti civili da parte dello straniero, deve essere interpretato in modo costituzionalmente orientato alla stregua dell'art. 2 Cost., che assicura tutela integrale ai diritti inviolabili; con la conseguenza che allo straniero, sia esso residente o meno in Italia, è sempre consentito, a prescindere da qualsiasi condizione di reciprocità, domandare al giudice italiano il risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale derivato dalla lesione di diritti inviolabili della persona (quali il diritto alla salute e ai rapporti parentali o familiari), avvenuta in Italia, sia nei confronti del responsabile del danno, sia nei confronti degli altri soggetti che per la legge italiana siano tenuti a risponderne, ivi compreso l'assicuratore della responsabilità civile derivante dalla circolazione di veicoli o il Fondo di garanzia per le vittime della strada. (Cassazione, 2 febbraio 2012, n. 1493) La sosta di un veicolo a motore su area pubblica o ad essa equiparata integra, ai sensi e per gli effetti dell’art. 2054 c.c. e della legge n. 990 del 1969, anch’essa gli estremi della fattispecie “circolazione del veicolo”, con la conseguenza che, come nel caso di specie - dei danni derivati a terzi da un incendio sviluppatosi a causa di un corto circuito, risponde anche l’assicuratore indipendentemente dal lasso di tempo intercorso tra l’inizio della sosta e l’insorgere dell’incendio. (Cassazione, 14 febbraio 2012, n. 2092) La clausola assicurativa c.d. "claims made" pura che individua i sinistri per i quali vi è obbligo di risarcimento sulla base della data della richiesta risarcitoria, indipendentemente dalla data di veriﬁcazione dei sinistri stessi, è valida e non vessatoria. La stessa, tuttavia, conferisce natura atipica al contratto di assicurazione avverso la RC, pertanto il contratto è soggetto a valutazione di meritevolezza dello schema causale adottato, e tale valutazione può essere negativa specie ove, anche in combinazione con altri elementi, realizza una limitazione dell'area di rischio assicurato senza adeguata contropartita. (Tribunale di Genova, sentenza 23 gennaio 2012)
“CIRCOLAZIONE”
In tema di assicurazione sulla vita, si conﬁgura la mala fede dell'assicurato che omette di fornire informazioni sul proprio stato di salute, rispondendo nel questionario assicurativo negativamente circa l'esistenza di stati morbosi o di patologie in atto. L'avente causa dell'assicurato deceduto non può, pertanto, ottenere il pagamento del capitale rivalutato della polizza di assicurazione. (Cassazione, 20 dicembre 2011, n. 27578)
RESPONSABILITÀ DELLE SOCIETÀ E CONFISCA DEL PROFITTO
Sono trascorsi poco più di dieci anni dall’entrata in vigore del decreto legislativo 231/2001 che, come noto, ha introdotto in Italia il principio della responsabilità da reato delle persone giuridiche. Di tale istituto ci siamo già occupati in precedenti articoli; in questa particolare occasione prenderemo spunto da una sentenza del Tribunale di Milano, emessa nel 2011, riguardante un caso che ha coinvolto una importante banca, per la quale era stata accertata la responsabilità per taluni cd reati presupposto: ostacolo delle funzioni degli Organismi di vigilanza (Banca d’Italia e Consob), aggiotaggio informativo, false comunicazioni sociali, con conseguente confisca di beni. In proposito l’art.19 del decreto legislativo 231/2001 prevede che, a fronte della accertata responsabilità dell’Ente, sia disposta, con la sentenza di condanna, la confisca del prezzo del profitto del reato. Quando non è possibile eseguire detta confisca, la stessa può avere ad oggetto anche somme di denaro, beni o altre attività di valore equivalente al prezzo o al profitto del reato. Nel caso in esame, il Tribunale di Milano ha disposto la confisca per equivalente delle somme di denaro che, secondo gli accertamenti dei periti della Pubblica Accusa nonché i rilievi formulati dalla Consob e dalla Banca d’Italia, si sarebbero resi disponibili attraverso le predette false comunicazioni sociali. Riassumendo sinteticamente i fatti, il Tribunale aveva verificato che la società avrebbe posto in essere una complessa attività finanziaria, caratterizzata da cospicui investimenti in strumenti “derivati”. I contratti sui “derivati” erano stati stipulati, secondo l’Istituto di Credito, al fine di fornire ai propri clienti una copertura dai rischi sui tassi di interesse, correlati - per la maggior parte - alla stipula di contratti di leasing. Gli accertamenti eseguiti dai Consulenti avevano verificato che i contratti sui “derivati” non avevano, in realtà, alcuna funzione di copertura del rischio di gestione delle passività finanziarie della clientela. I medesimi costituivano, invece, degli strumenti speculativi ad elevato rendimento ma anche ad altissimo rischio. A fronte di ciò era emerso che, nell’ambito dei risultati dell’esercizio 2006 (interessato da dette operazioni), la Banca aveva effettuato una valutazione assolutamente inadeguata dei rischi connessi a pretesi crediti appostati in bilancio, che traevano origine dalle predette operazioni speculative ad alto rischio (e che erano stati qualificati come normali crediti commerciali, quali quelli nascenti da contratti di leasing). Da ciò è derivata una incongrua rettifica dei rischi (come detto assolutamente inadeguata), che ha permesso di falsare il risultato netto della gestione finanziaria ed ha consentito alla Banca di acquisire utilità patrimoniali che dovevano, per legge, rimanere indisponibili. Più precisamente, dovevano essere considerati irrecuperabili valori per un complessivo valore di oltre 62 milioni di euro, con conseguente svalutazione dei predetti crediti. Non avendo operato tale corretta svalutazione, si è consentito alla Banca di esporre un utile maggiore di quello che sarebbe stato in realtà, qualora la rettifica fosse stata eseguita in modo congruo (sulla base delle cognizioni disponibili all’epoca dell’approvazione del bilancio).
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Tale condotta è stata considerata dal Tribunale come dolosa indicazione di inadeguato importo dello stanziamento per le rettiﬁche, con la conseguenza che l’Istituto ha - sostanzialmente - avuto la possibilità di liberare risorse ﬁnanziarie che avrebbero dovuto essere destinate, ex lege, a garantire l’adeguatezza patrimoniale dello stesso Istituto e che, pertanto, non erano in alcun modo nella disponibilità della Banca. Sulla base di tale motivazione il Tribunale ha ritenuto che la somma corrispondente alla mancata adeguata rettiﬁca costituiva l’entità del proﬁtto conseguente al delitto di false comunicazioni sociali (e, segnatamente, alle indicazioni di una incongrua rettiﬁca per rischio). Pertanto è stata disposta la conﬁsca - ai sensi dell’art.19 comma 2 D.Lgs. 231/2001 - per equivalente della somma di oltre 62 milioni di Euro nei confronti dell’Istituto di Credito, oltre interessi legali dalla data di approvazione del bilancio al 2006 sino alla data dell’effettivo esborso. La pronuncia, che ha assunto una notevole importanza sia per i valori economici sia per il complesso ragionamento giuridico, si presta tuttavia a talune osservazioni critiche. Infatti, le somme oggetto di conﬁsca già facevano parte del patrimonio societario, anche se non vi era stata una corretta imputazione delle stesse a copertura di potenziali rischi derivanti dai contratti “derivati”. Ma ciò non corrisponde ad una effettiva nozione legale di proﬁtto del reato, poiché le stesse erano effettivamente nel patrimonio della banca e non si è creata, attraverso le operazioni descritte (a prescindere dalla loro illiceità), una nuova ricchezza o proﬁtto, qualiﬁcata da elementi di patrimonialità e derivazione causale diretta immediata dall’illecito. In altre parole, attraverso la predetta operazione, la Banca - a parità di cespiti - ha rappresentato all’esterno una solidità economica maggiore rispetto a quella reale, avendo inserito tra le somme disponibili quelle che, in realtà, dovevano essere vincolate per le ragioni di garanzia sopra indicata. Ciò può far dubitare che le stesse somme costituiscano un proﬁtto conﬁscabile, anche perché non si concretizzano in un bene identiﬁcabile e qualiﬁcabile come illecito guadagno entrato, ex novo e dall’esterno, nella disponibilità patrimoniale della Società. In conclusione, sarebbe stato più corretto valutare tale disponibilità come possibile e potenziale vantaggio economico e non come illecito proﬁtto conﬁscabile.
Palazzina ANMIG, Salone Valente, Via Freguglia, 14
5 Marzo 2012, ore 14.30 – 18.30 AIDP e Centro Studi di Diritto del lavoro Domenico Napoletano - Sez. di Milano Convegno: Progetti di modiﬁca del diritto del lavoro e relazioni sindacali Tavola rotonda: Esame dei progetti di riforma del diritto del lavoro Relatore: Avv. Giacinto Favalli Programma (PDF)
✦Convegno
Lega Pro - Roma, Ara Pacis, 21 Febbraio 2012
“Un contributo per nuove strategie di gestione delle società di calcio di Lega Pro” Relazione: Nuove prospettive contrattuali per l’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro sportivo a cura di Giacinto Favalli
✦APPALTO,
SOMMINISTRAZIONE, CONTRATTO A TERMINE
A cura di Giacinto Favalli Ordine degli Avvocati di Milano - Fondazione Forense di Milano Collana della Fondazione Forense di Milano – IPSOA
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N°55 Febbraio 2012 15
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