Source: http://www.volint.it/scuolevis/commercio%20armi/armamenti.htm
Timestamp: 2017-11-23 11:12:07+00:00
Document Index: 64445132

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 51', 'art. 11', 'art.1', 'art.11', 'art.10', 'art.11']

Armamenti: la situazione internazionale
Definizione di armi leggere
Le vendite italiane di armi leggere
Allarme armi leggere!
Geografia delle esportazioni di armi italiane
La legge e la Costituzione italiana
Le spese militari globali sono diminuite del 40% nell'ultimo decennio del XX secolo.
Questo grazie alla riduzione delle forze della Nato dopo la fine della Guerra fredda, cui è comunque destinata la maggior parte dei 750 miliardi di dollari che il mondo spende in armi ogni anno. Questa cifra è cinque volte il debito dei 40 paesi più poveri. La cattiva notizia è che il commercio di armi pesanti si sta spostando sempre più verso Sud, in particolare verso i paesi asiatici. La Thailandia ha incrementato le sue spese militari del 26% nel solo 1996, lo Sri Lanka ancora di più.
L'attenzione sulle vendite di armi pesanti, più consistenti, fa passare in secondo piano il commercio di quelle leggere che provocano oltre il 90% delle vittime dei conflitti. In Mozambico, durante la guerra civile che ha fatto un milione di morti e 5 milioni di profughi, sono entrati oltre 1.5 milioni di fucili d'assalto AK-47. Le armi leggere sono difficili da controllare e spesso vengono rivendute da un conflitto all'altro, portando ad una crescente militarizzazione del pianeta.
Uno dei miti che ancora resistono è quello per cui il commercio delle armi è importante per l'economia dei paesi produttori. In realtà, i contribuenti sovvenzionano pesantemente il settore (tremila miliardi di lire nella sola Gran Bretagna) e, nonostante questo, l'industria continua a perdere migliaia di posti di lavoro ogni anno.
Viste da questa prospettiva, le strategie di conversione delle fabbriche di armi alle produzioni civili sono qualcosa di più di una semplice esigenza etica per una moderna versione del trasformare le spade in aratri. Aziende statunitensi del settore hanno cominciato a produrre con successo mountain bikes a partire dai materiali per missili ed aerei.
Per gli acquirenti, i costi sono più visibili. I governi destinano regolarmente porzioni consistenti di magri bilanci statali alle spese militari, tagliando sugli investimenti in servizi e misure di sostegno alla popolazione povera. India e Pakistan spendono ciascuno 20 miliardi di dollari l'anno per la difesa ed entrambi hanno sei volte più militari che dottori. Il Sudan ha dilapidato un terzo del suo Prodotto interno lordo in spese militari. E quando questi governi usano gli stessi fucili per violare i diritti umani della loro stessa popolazione, lo scandalo è ancora maggiore.
Limportazione di armi rappresenta un notevole aggravio per la situazione socio-economica di molti paesi. Ogni dollaro speso in armi è sottratto alleducazione, alla salute ed allo sviluppo sostenibile, oltre ad aggiungersi al deficit della bilancia commerciale. Daltra parte, lesportazione di armi è un grosso affare per molti paesi, specialmente del Nord del mondo.
Gli esperti hanno individuato tre categorie di armi piccole e leggere, collettive e individuali "fabbricate con caratteristiche militari per essere usate come strumenti letali di guerra":
Armi di piccolo calibro in cui sono compresi revolver, pistole, fucili, carabine, pistole mitragliatrici e mitra.
Armi leggere che comprendono mitragliatori pesanti, lancia missili e lancia granate portatili, armi e mortai portatili antiaereo e antimissile con un calibro di meno di 100 mm.
Munizioni ed esplosivi usati per le armi e gli armamenti sopra indicati, comprese le mine antiuomo (già messe al bando in Italia).
LItalia è il terzo esportatore mondiale di armi leggere. Lindustria nazionale del settore, pur considerando le stime incomplete, in particolare per quel che riguarda le armi russe e cinesi, non perde posti nella classifica 98 delle vendite e rimane uno dei maggiori produttori. Un mercato importante dunque, ma assolutamente fuori controllo.
Nel 1998 sono state effettuate esportazioni per un ammontare di 1.935 miliardi di lire (il 30% in più rispetto al 1997), e sono state rilasciate autorizzazioni per un totale di 2.127 miliardi lire (il 16% in più rispetto al1997).
Le vendite di pistole, fucili, munizioni ed esplosivi sono quasi sparite dalla Relazione sul commercio di armamenti che il Governo italiano è tenuto a presentare ogni anno al Parlamento. Le esportazioni di questi strumenti di morte sono classificate per la stragrande maggioranza sotto la voce "armi civili", vale a dire armi comuni da sparo, da caccia o da tiro sportivo. Così pure gli esplosivi, esportati ufficialmente "per uso industriale".
Non è esercitato alcun controllo governativo su tali trasferimenti, né è monitorato lutilizzo di questo materiale una volta che ha lasciato lItalia. Non cè alcuna garanzia che i destinatari di queste armi non le riesportino o le usino per scopi "non civili". E, analizzando i dati ISTAT del commercio con lestero, vediamo che ingenti quantitativi di armi leggere prodotte in Italia sono finiti in paesi in cui la pace esiste solo nominalmente, in cui la repressione e la guerra civile sono il pane quotidiano delle popolazioni, e il kalashnikov è lunico mezzo di sostentamento offerto ai bambini.
I maggiori importatori di armi italiane sono stati i Paesi del Medio Oriente e dellAfrica settentrionale. Le esportazioni verso la regione compresa tra il Marocco e lArabia Saudita raggiungono i 643 miliardi di lire (35% del totale) di autorizzazioni. Il Medio Oriente, insieme al Sud-Est asiatico, sono le regioni che trainano la domanda internazionale di armamenti negli anni Novanta, le uniche caratterizzate da una crescita delle spese militari e delle importazioni di materiale bellico dopo la fine del bipolarismo. I Paesi del Medio Oriente spendono in media per la difesa il 7/8% del prodotto interno lordo, una delle percentuali più alte a livello mondiale. Nella regione mediorientale abbiamo assistito nel 1999 ad un aumento delle importazioni pari al 36% rispetto al 1998.
Nel maggio 1999 oltre 200 ONG hanno dato vita allInternational Action Network on Small Arms (IANSA). Lo scopo di IANSA è combattere la proliferazione e luso indiscriminato di armi leggere.
La crescente disponibilità di armi leggere favorisce il ricorso della violenza a tutti i livelli sociali ed in contesti diversificati, minacciando lunità ed il benessere di molte società. Sono armi di piccolo calibro, ma il loro impatto è devastante. Il possesso di diversi tipi di armi leggere è diffuso in molti paesi, allargandosi ben al di là degli eserciti e delle forze di polizia per raggiungere gruppi di opposizione, forze di sicurezza privata, vigilantes e singoli cittadini. Tale diffusione innesca in molte società una spirale di violenza che a sua volta aumenta la domanda di armi da fuoco. Differenti cause originano differenti forme di violenza: la violenza politica che oppone i governi a milizie rivoluzionarie che combattono per rovesciarli o per ottenere lindipendenza, la violenza allinterno delle comunità, che coinvolge diversi gruppi etnici o religiosi o basati su identità specifiche, la violenza criminale, che coinvolge trafficanti di droga, gruppi del crimine organizzato e microcriminalità. E in molti paesi anche i cittadini acquistano sempre più armi da fuoco a scopo di autodifesa.
Documenti delle Nazioni Unite allertano sullincontrollabile diffusione delle armi leggere. Nel mondo sarebbero in circolazione almeno 500 milioni di pezzi. Gli arsenali, alimentati da una produzione che ammonta a decine di milioni di armi lanno, continuano ad ingrossarsi. Il mercato premia con un aumento annuale globale del fatturato del 10%. Ma quali sono le ragioni di questo successo?
Basso costo. Il costo relativamente basso consente ingenti acquisti da parte di gruppi paramilitari. Con soli 50 milioni di dollari (lequivalente di un moderno aereo da caccia) è possibile equipaggiare un piccolo esercito con circa 200.000 fucili dassalto ai prezzi correnti di mercato.
Ampia disponibilità e facile trasporto. Dal 1947 ad oggi sono stati prodotti oltre 70 milioni di kalashnikov, il simbolo della violenza di massa a bassa tecnologia. In Mozambico, uno dei Paesi che possiede il più alto numero di questi fucili, lAk-47 è raffigurato nella bandiera nazionale. Dopo la fine della Guerra fredda, immensi arsenali sono stati dismessi e le armi sono fluite nelle zone più calde del pianeta. Le piccole dimensioni ed il peso ridotto di queste armi ne consentono un facile trasporto attraverso le vie del mercato nero, quasi impossibile oggi da controllare. Sono facili da nascondere e trasportare clandestinamente.
Facile manutenzione. Queste armi a bassa tecnologia richiedono semplicissimi metodi di manutenzione e pochissimi pezzi di ricambio. Se, ad esempio, un aereo da caccia F-5 ha circa 60.000 pezzi di ricambio, il fucile kalashnikov AK-47 ha soltanto 16 parti mobili.
Facile impiego. Possono essere montate e smontate con tale facilità da consentirne luso anche ai bambini-soldato di 10 anni. I combattenti delle guerre contemporanee sono sempre più spesso civili militarmente impreparati. Si calcola che 250.000 ragazzi di età inferiore ai 18 anni abbiano combattuto in 33 recenti conflitti e che in 26 di questi ci siano stati combattenti di età inferiore a 15 anni.
Lunga vita. Dal momento che le armi da fuoco individuali hanno lunga vita, possono rimanere in circolazione per decenni, alimentando ininterrottamente un fiorente traffico di armi di seconda mano. Armi abbandonate al termine di un conflitto civile finiscono sul mercato nero per poi ricomparire in un altro area di tensione del pianeta.
Sono le armi privilegiate in tutti i conflitti contemporanei, dove il 90% delle vittime sono civili. I guerriglieri che vediamo nelle immagini televisive imbracciano pistole, carabine, fucili dassalto, bombe a mano, mitragliatrici, mortai, lanciagranate, bazooka, lanciamissili terra-aria.
Nella prima metà degli anni 90 almeno 3,2 milioni di persone sono morte per cause collegate alla guerra.
Nonostante le armi leggere siano oggi riconosciute da tutti come il nuovo flagello dellumanità, non ci sono norme internazionali o standard sulle armi leggere. La loro produzione, il commercio e il possesso sono tuttora non controllati e regolati. Le Nazioni Unite hanno individuato questo fenomeno come una vera e propria emergenza: per questo hanno indetto una Conferenza internazionale prevista per la primavera del 2001 sul mercato illegale delle armi leggere. Il Segretario generale dellONU Kofi Annan ha sottolineato come limpegno contro le piccole armi e "una sfida chiave per prevenire i conflitti nel prossimo secolo".
LItalia, secondo i dati di Amnesty International, ha effettuato consegne di armi per un valore di 1.715 miliardi a Paesi quali lEritrea (nonostante fosse in guerra con lEtiopia), allIndia e al Pakistan (in guerra tra loro), allAlgeria, alla Turchia e alla Colombia (i cui governi centrali fronteggiano opposizioni armate ed i cui corpi di sicurezza e polizia non brillano certamente per il rispetto dei diritti umani). Ancora più preoccupante si presenta il futuro, in quanto sempre nel 1999 sono state concesse autorizzazioni allesportazione per un valore di 2.596 miliardi: ben il 41,22% in più rispetto allanno precedente!
Nel teatro di guerra dei Balcani, il conflitto più vicino ai nostri confini, le armi italiane avevano fatto la loro comparsa già allinizio degli anni 90. E neppure lembargo delle Nazioni Unite ha evitato che esportazioni di armi "comuni da sparo " finissero nella martoriata ex Jugoslavia. In Croazia, nel 98, sono arrivate dallItalia munizioni, pistole ed equipaggiamenti antisommossa per più di 200 milioni di lire. Tra il 96 e il 98, stando ai dati ISTAT sul commercio estero, lItalia ha venduto a Belgrado 125.000 dollari di armi leggere, tra cui fucili a canna rigata, micidiali nelle mani dei cecchini. Nel 98, alla Bosnia Erzegovina sono state vendute cartucce per fucili a canna rigata per più di 53 milioni di lire, alla Slovenia rivoltelle, pistole e fucili da caccia a canna rigata per circa 90 milioni di lire.
Alle porte dellEuropa, la Turchia è, da alcuni anni, il secondo importatore mondiale di armi leggere italiane malgrado le preoccupazioni per le esecuzioni extragiudiziali e le "sparizioni", gli arresti indiscriminati e soprattutto il conflitto, che dura da quattordici anni, tra le forze governative e frange del Partito dei lavoratori curdi (PKK), in sei province a sud est del Paese. Amnesty International è intervenuta nel 96 per chiedere il blocco delle vendite di fucili dassalto, strumenti per elettroshock, blindati ed elicotteri, a causa degli omicidi extragiudiziali e degli attacchi indiscriminati sui villagi curdi. Nel 96 sono state vendute 3.324 pistole per un ammontare di 1,9 miliardi e 9,6 tonnellate di munizioni e proiettili (300 milioni di lire). Nel 97, circa 3.500 pistole per un valore di 1,8 miliardi e circa sette tonnellate di munizioni (200 milioni).
In Africa, pistole, fucili ed esplosivi di fabbricazione italiana sono finiti verso paesi lacerati da lunghe guerre civili e in cui la situazione dei diritti umani è critica da anni. Paesi che sono le più tristi testimonianze della devastazione provocata dallabbondanza e dalluso indiscriminato di armil eggere.
I Paesi dellarea mediterranea hanno importato una significativa quantità di armi italiane. Il Marocco ha acquistato 807 pistole (600 milioni di lire) nel 1996 e altre 250 per 200 milioni di lire nei primi mesi del 97. In Tunisia, nel 1993, sono state esportate, secondo la Relazione governativa, 1023 pistole calibro nove per un ammontare di un centinaio di milioni. LAlgeria, sconvolta dalla guerra civile, ha importato 250.000 cartucce nel 93, 6050 pistole per 2 miliardi e mezzo nel 96, 9000 pistole per più di 4 miliardi nel 97 e pezzi di ricambio per armi leggere nel 98.
Nellarea del Corno dAfrica, in cui si cerca di attuare una moratoria sulle armi leggere, lItalia è un importante fornitore. Negli anni 93-97 è il principale esportatore (1.6 milioni di dollari) di armi leggere ed esplosivi in Sierra Leone, dove le Nazioni Unite hanno imposto un embargo nellottobre 1997. Nel 97 sono arrivati 1.600.000 bossoli per fucili. Tra il 97 e il 98 sono stati esportati 70.000 dollari di armi e 34 mila di esplosivi e detonatori "per uso industriale". Nessuna di queste esportazioni è indicata dalla Relazione Annuale. Eppure armi di fabbricazione italiana, secondo alcune testimonianze, sono sia accumulate in depositi dellesercito governativo che nascoste casa per casa. E sono state viste persino nelle mani dei bambini soldato che combattono nel Paese.
Alla Burkina Faso, che appoggia i ribelli del FUR, sono state vendute pistole italiane per 87.000 dollari nel 97 e per 22.000 dollari nella prima metà del 98. In Guinea, infine, sono arrivate 450 tonnellate di esplosivi e detonatori.
Nella regione dei Grandi Laghi, malgrado la valanga di prove delle massicce violazioni dei diritti umani commessi da tutte le parti in conflitto, sono stati effettuati trasferimenti di armi, equipaggiamenti, addestramento e personale. Gli armamenti degli aggressori, venduti da commercianti dellEuropa occidentale, comprendevano di tutto, dalle armi leggere a gli elicotteri militari.
Le armi leggere sono usate ogni anno per uccidere 150.000 donne, uomini e bambini. Ciò non deve più accadere! Bisogna dare alle popolazioni una sicurezza che non dipenda dal possesso di unarma e impedire che queste armi non cadano nelle mani sbagliate.
In Italia esiste unottima legge sul commercio delle armi. Ciò che rende innovativa la legge 185/90 sono le misure di trasparenza e i divieti di esportazione di armamenti espressi nellart. 1, comma 6:
verso Paesi in stato di conflitto armato e in contrasto con i principi dellart. 51 della Carta delle Nazioni Unite, che vieta luso della forza armata;
verso Paesi la cui politica contrasti con lart. 11 della Costituzione, quindi, verso gli Stati che si dimostrino propensi a mettere in atto aggressioni;
verso i Paesi nei cui confronti sia dichiarato un embargo dalle Nazioni Unite;
verso Paesi i cui governi siano responsabili di accertate violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti delluomo;
a Stati che, ricevendo aiuti dallItalia, destinino al bilancio militare risorse eccedenti rispetto alle esigenze di difesa del Paese.
Per limportanza che attribuisce al rispetto e alla promozione dei diritti umani, alla prevenzione dei conflitti e per le formulazioni avanzate dei divieti, la legge italiana rappresenta un modello nel panorama internazionale, che tuttavia in dieci anni di applicazione, è stato disatteso sotto diversi aspetti. La 185 è stata aggirata attraverso un susseguirsi di atti regolamentari e da una tendenza interpretativa sempre più riduttiva, che stanno svuotando la disciplina.
Sono state sottratte, infatti, allapplicazione di questa legge la maggior parte delle armi leggere classificate come "civili" e sono finite in Sierra Leone e nella ex Jugoslavia malgrado gli embarghi delle Nazioni Unite.
Inoltre, il 29 dicembre 1999, il Consiglio dei ministri ha firmato un disegno di legge per la modifica della 185 che svuota di fatto tutti i principi finora sanciti. Un disegno di legge che mira a sottrarre dallapplicazione della 185 le coproduzioni industriali di materiali darmamento con paesi membri dellUE, dellUnione Europea occidentale e della NATO: queste coproduzioni verrebbero regolate esclusivamente da specifici accordi intergovernativi. I vari pezzi e componenti darma fabbricati in Italia sarebbero quindi esportati sotto la responsabilità dei partners che li hanno assemblati, in assenza di una regolamentazione internazionale adeguata e con il solo ausilio del codice di condotta europeo non vincolante, lacunoso in molti aspetti e meno restrittivo della 185. Stando così le cose vi è il grave rischio di consegnare armi e soprattutto conoscenze tecnologiche a paesi instabili che non danno alcuna garanzia sul rispetto dei diritti umani o che potrebbero riesportarle a terzi destinatari verso cui, dallItalia, non sarebbe possibile il trasferimento.
Per salvaguardare "la riservatezza commerciale delle imprese" il Governo ha diminuito la quantità e la qualità delle informazioni contenute nella Relazione Annuale alle Camere e, di conseguenza, il ruolo di controllo e indirizzo del Parlamento. Non è più possibile incrociare i dati relativi alle armi vendute coi Paesi destinatari e, quindi, sapere con esattezza cosa si è esportato e a chi.
Una delibera restrittiva ha affidato laccertamento delle violazioni dei diritti umani (che fa scattare automaticamente il divieto dellart.1) solo ad organi delle Nazioni Unite e dellUnione Europea che si sono dimostrati inappropriati e non particolarmente attivi nellinfliggere condanne. Inoltre il Ministero degli Esteri valuta discrezionalmente "il grado di tensione" del conflitto o la misura della "latente conflittualità" e quindi decide, di volta in volta, quali tipi di armamento tollera la guerra in corso.
E necessario, inoltre, recuperare i valori della carta costituzionale; cioè pensare ad una politica di Difesa o meglio di Pace che non sia impostata sul concetto di sicurezza come tutela di interessi particolari, ma sulla promozione e salvaguardia dei principi della solidarietà e cooperazione interna ed internazionale.
L'opzione internazionalista e pacifista dei nostri costituenti, sviluppata in tre scelte di fondo: il ripudio della guerra (art.11), il rispetto del diritto internazionale (art.10) e la disponibilità dello Stato a partecipare ad organizzazioni internazionali aventi come scopo la pace e la giustizia tra le nazioni (art.11), può trovare una piena espressione solo adottando un modello di difesa che ponga tali principi come basi.
Subito dopo la guerra del golfo, nel 1991, è stato creato il Registro ONU delle Armi Convenzionali. Ogni Stato che ha aderito deve comunicare annualmente le vendite e le importazioni di grandi sistemi darma (carri armati, aerei, navi da guerra...). Tuttavia il Registro ONU non obbliga gli Stati a dichiarazioni complete e veritiere e molti Paesi, in particolare quelli dellarea del Medio Oriente (tra cui lArabia Saudita), non hanno aderito. Inoltre, questo strumento non contempla le armi leggere, perciò molti Stati, rilevando tale anomalia, hanno chiesto lestensione a tali equipaggiamenti: questo sarà uno degli obiettivi della "Conferenza ONU sul traffico di armi in tutti i suoi aspetti" del 2001. Un rappresentante del Ministero della Difesa ha espresso nelle settimane passate il suo scetticismo sulle possibilità di raggiungere questo obiettivo fondamentale, per cui dovremo, anche a livello nazionale, premere molto su questo argomento per indirizzare la posizione del nostro Governo.
Un importante passo in avanti è stato compiuto con ladozione nel 1998 del Codice di Condotta dellUnione Europea sulle Esportazioni di Armi. Lo scorso ottobre è stato reso pubblico il primo Rapporto Consolidato, seppur molto scarno, sui trasferimenti di armi. E importante che sia stato reso pubblico (non era obbligatorio) e che contenga un minimo di informazioni sulle consultazioni che avvengono quando uno Stato vuole autorizzare unesportazione negata da un altro partner europeo, e sui dinieghi.
Sempre a livello internazionale dobbiamo sottolineare che Amnesty International supporta il progetto di un Codice di Condotta Internazionale sui Trasferimenti di Armi presentato da 18 premi Nobel per la pace. Questo prevede che i trasferimenti di tutte le armi, incluse le armi leggere, non debbano essere consentiti se lo Stato importatore non rispetta uno degli otto principi, che prevedono, tra laltro, il rispetto dei diritti umani, del diritto umanitario internazionale e la promozione dello sviluppo umano.
Tutti questi strumenti sono complementari tra loro, ma necessitano di essere migliorati nelle lacune, applicati rigorosamente, armonizzati, estesi a tutti gli Stati e a tutte le categorie di armi, e, soprattutto, resi obbligatori.