Source: https://www.insic.it/Giurisprudenza/79142
Timestamp: 2019-01-17 09:57:14+00:00
Document Index: 178944786

Matched Legal Cases: ['art. 18', 'sentenza ', 'art. 20', 'art. 20', 'art. 18', 'art. 20', 'art. 2087']

Il datore di lavoro deve controllare che i lavoratori rispettino l...
Cass. pen. Sez. IV, Sent., 18-07-2018, n. 33425
"In tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro deve non solo predisporre le idonee misure di sicurezza e impartire le direttive da seguire a tale scopo, ma anche e soprattutto controllarne costantemente il rispetto da parte dei lavoratori, di guisa che sia evitata la superficiale tentazione di trascurarle.
L'imputato è accusato dell'infortunio sul lavoro che è costato la vita ad un suo dipendente. Il giudice di merito, pur riconoscendo l'elevato grado di imprudenza che aveva connotato l'iniziativa della vittima, la quale era entrata all'interno di una rastrelliera in cui gli era preclusa ogni via di fuga, posizionandosi tra due pesanti coils, aveva ritenuto che, se fosse stato presente un dispositivo che garantisse il mantenimento della posizione verticale del nastro che lo aveva schiacciato, l'evento non si sarebbe verificato.
L'imputato, in sede di ricorso di cassazione, tra le altre cose, eccepisce l'applicazione dell'art. 18, ult. comma, T.U.Sic., in forza del quale è fatta salva "l'esclusiva responsabilità dei soggetti obbligati ai sensi dei medesimi articoli qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza del datore di lavoro e dei dirigenti".
Per l'imputato, infatti, il lavoratore era delegato di funzioni, sebbene solo oralmente.
La Suprema Corte, pronunciandosi come da massima, rigetta il ricorso. In disparte ogni considerazione sulla validità della delega di funzioni in questione, essa in ogni caso non escludeva l'obbligo di vigilanza del datore di lavoro in ordine al corretto espletamento da parte del delegato delle funzioni trasferite."
A.C. (OMISSIS);
avverso la sentenza della CORTE di APPELLO di PERUGIA in data 24/04/2017;
sentite le conclusioni del Procuratore Generale, in persona della dott.ssa Mariella DE MASELLIS, la quale ha chiesto il rigetto.
2. La vicenda riguarda il decesso del lavoratore B.F., dipendente della PROFILSYSTEM s.r.l., della quale l' A. era amministratore unico, avvenuto a seguito delle gravi lesioni riportate per caduta di due rotoli d'acciaio del peso di quintali, posizionati su una rastrelliera allocata all'interno dello stabilimento industriale adibito a stoccaggio temporaneo di quel materiale.
Nell'occorso, il B. si trovava nello stabilimento della Profilsystem s.rl., intento alla misurazione di un rotolo di acciaio, dopo essere entrato nella rastrelliera ove i rotoli erano posizionati senza alcun dispositivo di trattenuta, nè accorgimento atto a prevenirne la caduta accidentale, e restava così schiacciato tra il rullo che stava misurando e un altro posto alle sue spalle.
Con il primo, ha dedotto violazione di legge, in relazione al D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 20, la cui applicazione nel caso di specie è stata esclusa dalla Corte di merito che ha ravvisato la residualità dell'ipotesi della responsabilità del prestatore di lavoro rispetto all'obbligo di vigilanza spettante al datore di lavoro. La difesa assume che il lavoratore deceduto era persona formata e informata, destinataria di delega in materia antinfortunistica, rilasciata oralmente, senza che fosse all'epoca del fatto prevista alcuna forma successivamente introdotta in forza del D.Lgs. n. 81 del 2008. Si contesta l'esistenza di una sorta di "gerarchia" che autorizzi l'interprete ad escludere l'applicabilità dell'art. 20 citato a scapito della posizione datoriale.
Nè potrebbe affermarsi che il datore di lavoro, pur presente in azienda con compiti di direzione e vigilanza, avrebbe potuto efficacemente impedire tale imprudente iniziativa, attesa la sua imprevedibile istantaneità e considerato l'affidamento del datore di lavoro sulle capacità e l'esperienza del lavoratore.
Con il secondo motivo, ha dedotto vizio della motivazione in ordine alla ritenuta consapevolezza, in capo all' A., della prassi aziendale alla quale è stato ricondotto il comportamento abnorme del lavoratore, tale assunto non avendo trovato conferma in istruttoria.
2. Il giudice dell'appello ha richiamato la ricostruzione dei fatti, operata dal primo giudice sulla scorta degli elementi istruttori acquisiti, in base ai quali si era accertato che, nel momento in cui il B. era rimasto vittima del mortale infortunio, in azienda non era in atto alcun dispositivo che garantisse il mantenimento della posizione verticale del nastro che lo aveva schiacciato. Esso si reggeva, infatti, al pari degli altri, solo per appoggio al fondo della rastrelliera o con gli ulteriori coils presenti o sulle barriere della stessa, in violazione di una specifica prescrizione, in virtù della quale i nastri dovevano essere riposti con una inclinazione di 15 gradi. Inoltre, erano emersi anche profili di colpa generica, consistititi nell'aver consentito che una bobina di quella portata restasse esposta al rischio di rovinare a terra, anche esercitando una minima spinta. Sarebbe stato, dunque, necessario realizzare paratie o griglie di protezione delle rastrelliere, impedendo agli operai di accedervi o prevedendo l'obbligo di procedere alle misurazioni previo posizionamento a terra dei rulli.
Quanto all'obbligo di formazione/informazione, inoltre, i lavoratori sentiti avevano confermato di aver ricevuto raccomandazioni orali in ordine alla prescrizione di non entrare nelle rastrelliere, ma di non aver mai ricevuto disposizioni scritte, nè partecipato a corsi specifici, confermando che il posizionamento dei nastri come constatato il giorno dell'infortunio era quello abituale e normale e che, nonostante fosse vietata, la prassi di entrare all'interno delle rastrelliere era ben nota e praticata.
Infine, la Corte distrettuale ha escluso l'operatività, nel caso di specie, della clausola di esclusione della responsabilità di cui al D.Lgs. n. 81 del 2008, art. 18, u.c., (in virtù della quale l'obbligo di vigilanza in ordine all'adempimento degli obblighi incombenti sulle altre figure rilevanti per la sicurezza fa salva l'esclusiva responsabilità di costoro qualora la mancata attuazione dei predetti obblighi sia addebitabile unicamente agli stessi e non sia riscontrabile un difetto di vigilanza da parte del datore di lavoro e dei dirigenti), opposta dalla difesa in relazione agli obblighi propri del lavoratore di cui al D.Lgs. citato, art. 20, comma 2: la disposizione infatti, secondo la Corte del merito, confermava la responsabilità datoriale, da considerarsi residuale in ordine a quelle riconducibili alle altre posizioni di garanzia, essendo difettato proprio l'obbligo di vigilanza sopra richiamato.
Deve, intanto, premettersi che la formale regolarità dell'azienda, da un punto di vista della sicurezza sul lavoro, non interferisce con i profili di colpa specificamente contestati, l'avere cioè omesso di prevedere idonee misure di sicurezza e protezione rispetto al posizionamento verticale dei rotoli di lamiera all'interno delle rastrelliere. La presunta reoglarità, peraltro, è stata smentita dall'accertamento operato dagli ispettori della ASL e dal consulente nominato.
Ciò posto, deve osservarsi che, in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, il datore di lavoro deve non solo predisporre le idonee misure di sicurezza e impartire le direttive da seguire a tale scopo, ma anche e soprattutto controllarne costantemente il rispetto da parte dei lavoratori, di guisa che sia evitata la superficiale tentazione di trascurarle (cfr. sez. 4, n. 34747 del 17/05/2012, Parisi, Rv. 253513 (in applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di appello ha confermato la responsabilità di due soci-amministratori di una s.n.c. che, in qualità di datori di lavoro, avevano colposamente cagionato la morte di un lavoratore, il quale aveva eseguito la verifica di funzionamento di un impianto di luminarie con strumenti pericolosi, in assenza di misure di sicurezza specificamente previste ed in difetto dell'attività di vigilanza necessaria ad accertare che il detto lavoratore facesse uso durante le lavorazioni dei guanti isolanti)). Tale principio è stato anche successivamente ripreso da questa sezione, con la precisazione che al datore spetta di sorvegliare continuamente sulla adozione delle misure da parte degli eventuali preposti e dei lavoratori, in quanto, in virtù della generale disposizione di cui all'art. 2087 cod. civ., egli è costituito garante dell'incolumità fisica dei prestatori di lavoro (cfr. sez. 4 n. 4361 del 21/01/2014 Ud. (dep. 29/01/2015), Ottino, Rv. 263200; n. 46979 del 10/11/2015, Bregamotti, Rv. 265052).
Sul punto, è sufficiente un richiamo alla giurisprudenza consolidata di questa Corte per rilevare che la decisione del giudice di merito è del tutto coerente con i principi da essa ricavabili, atteso che l'obbligo di prevenzione si estende agli incidenti che derivino da negligenza, imprudenza e imperizia dell'infortunato, essendo esclusa la responsabilità del datore di lavoro e, in generale, del destinatario dell'obbligo, solo in presenza di comportamenti che presentino i caratteri dell'eccezionalità, dell'abnormità, dell'esorbitanza rispetto al procedimento lavorativo, alle direttive organizzative ricevute e alla comune prudenza. Ed è significativo che, in ogni caso, nell'ipotesi di infortunio sul lavoro originato dall'assenza o dall'inidoneità delle misure di prevenzione, nessuna efficacia causale venga attribuita al comportamento del lavoratore infortunato, che abbia dato occasione all'evento, quando questo sia da ricondurre, comunque, alla mancanza o insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio di siffatto comportamento (Sez. 4 n. 3787 del 17/10/2014 Ud. (dep. 27/01/2015), Rv. 261946; n. 22249 del 14/03/2014, Rv. 259227).
Nè può condividersi l'assunto secondo cui il datore non avrebbe potuto prevedere tale imprudente iniziativa, stante la sua istantaneità: al contrario, la Corte ha evidenziato come l'istruttoria avesse confermato l'esistenza di quella prassi e la sua tolleranza da parte del datore di lavoro. Trattasi di affermazione agganciata a dati probatori precisi (testimonianze degli altri lavoratori) e non apoditticamente enunciata, come sostenuto in ricorso.