Source: http://solidarietaasmilano.blogspot.com/2009/10/
Timestamp: 2019-01-17 06:43:35+00:00
Document Index: 112368428

Matched Legal Cases: ['art 13', 'art. 27', 'art. 13', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art.80', 'art.80', 'art.72', 'art.3', 'art.47']

L'ARCHIVIO DI OLTREILCARCERE: ottobre 2009
La CGIL Penitenziari Dichiara lo Stato di Agitazione
Si è svolta ieri la prevista riunione con l'Amministrazione con all''o.d.g. i criteri di valutazione ed il contratto integrativo del Ministero della Giustizia.
Abbiamo contestato la proposta dell'Amministrazione che proponeva criteri di premialità individuale di cui alla legge 15/2009 perché ad oggi sono validi i criteri di cui al CCNL 2006/09 e dunque tale legge non può essere applicata.
Su questo punto sembrerebbe che l'Amministrazione abbia fatto un passo indietro e sia disponibile ad aprire una discussione, per quanto concerne il residuo dei 5.000.000 del 2008 e per il fua 2009, in base al CCNL 2006/09.
Per quanto riguarda il Contratto Integrativo abbiamo chiesto all'Amministrazione come intende attuare quanto contenuto nell'allegato al dpef di programmazione economica 2010/13, che prevede la riqualificazione di tutto il personale e 3000 nuove assunzioni.
Su questo l'Amministrazione ha dato risposte confuse e contraddittorie rilanciando un ennesimo incontro per il prossimo 16 novembre; abbiamo dunque chiesto con forza una proposta scritta da parte dell'Amministrazione e un o.d.g. da discutere in tale data nel quale siano presenti, tra i punti qualificanti, la ricomposizione dei profili professionali e la riqualificazione di tutto il personale.
In considerazione della situazione attuale riteniamo pertanto necessario proclamare lo stato di agitazione del personale a sostegno delle giuste rivendicazioni dei lavoratori della giustizia.
Vi terremo informati sugli sviluppi e sulle iniziative di lotta che verranno messe in campo in mancanza di una risposta concreta da parte dell'Amministrazione.
Roma, 30/10/09
Grieco La Monica Macigno
Audizione Direttore Generale Amministrazione Penitenziaria
Audizione Capo Dap Franco Ionta in Commissione Giustizia Camera (pdf)
Proposta di legge: Carcere e Misure Alternative
Proposta di legge: "Patto per il reinserimento e la sicurezza sociale" (pdf)
GLI ASSISTENTI SOCIALI UEPE MILANO IN STATO DI AGITAZIONE
Milano, 21/10/2009
STATO DI AGITAZIONE DEL PERSONALE PENITENZIARIO E DEL PERSONALE CIVILE AFFERENTE AL COMPARTO MINISTERI.
La RSU di questo Ufficio, a nome del personale civile del Comparto Ministeri, rende nota l’adesione allo stato di agitazione regionale indetto unitariamente dagli UEPE della Regione Lombardia e dalle sigle sindacali CGIL RDB CISL.
Tenuto conto dell’esito negativo delle procedure di conciliazione esperite presso la Prefettura di Milano in data 20/07/2009, stante il perdurare e l’aggravarsi delle problematiche inerenti agli Uepe e la mancanza di risposte da parte degli Organi competenti, si ritiene opportuno aderire allo stato di agitazione dando seguito a precise azioni.
Gli Uffici di Esecuzione Penale Esterna (ex CSSA) sono organi periferici dell’Amministrazione Penitenziaria dislocati sul territorio nazionale, istituiti per assolvere al mandato istituzionale previsto dall’Ordinamento Penitenziario (ex art 13 e 72 O.P.).
Gli Uffici sono preposti all’attuazione di interventi finalizzati al reinserimento sociale dei soggetti condannati che scontano la pena in misura alternativa (Affidamento in Prova al Servizio Sociale, Detenzione Domiciliare, Semilibertà), permettendo agli stessi, laddove sussistano requisiti oggettivi di legge e soggettivi, di rimanere nel proprio contesto di vita, nell’ambito di un progetto individualizzato e nel rispetto di prescrizioni stabilite dalla Magistratura di Sorveglianza, con cui l’Ufficio E.P.E. lavora in sinergia.
Occorre precisare che la misura alternativa, pur essendo una modalità di esecuzione della pena diversa da quella detentiva, risponde pienamente al dettato costituzionale sancito dall’art. 27 e garantisce la sicurezza comportando l’abbattimento della recidiva (sono recidivi 2 affidati su 10 contro 7 detenuti su 10). Il personale degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna è costituito prevalentemente da assistenti sociali, oltre che da personale amministrativo sia civile che del comparto sicurezza..
Tale apparato incide appena sul 2% delle risorse messe a disposizione dell’Amministrazione Penitenziaria, riuscendo a gestire lo stesso numero di condannati (definitivi) che afferiscono agli Istituti Penitenziari. A titolo esemplificativo si riportano i seguenti dati ( Fonte - Osservatorio delle Misure Alternative presso la DGEPE ) :
· nel 2005 (preindulto) le misure alternative seguite dagli UEPE sono state 49.943 contro una popolazione detenuta pari a 59.523 unità;
· nel 2006 (nonostante l’indulto) sono state 42.290;
· nel 2008 (post indulto) sono state 14.477 e nel primo semestre del 2009 si attestano già a 14.339 con un trend in forte crescita.
Dopo una prima diminuzione delle misure seguite, per effetto dell’indulto, assistiamo ad un aumento esponenziale dei casi, che è inversamente proporzionale alle risorse disponibili (ad oggi si sono ridotti gli organici rispetto al 2005 e sono stati drasticamente tagliati i capitoli di spesa per il funzionamento degli Uffici e l’espletamento delle attività istituzionali).
Occorre inoltre sottolineare che gli Uffici E.P.E. collaborano con gli Istituti Penitenziari nell’attività di Osservazione e Trattamento dei detenuti. In questo ambito l’assistente sociale, attraverso le indagini socio familiari, fornisce all’Istituto Penitenziario informazioni relative alla storia del ristretto, per cui è in corso l’attività di Osservazione e Trattamento ( art. 13 O.P.), con particolare riguardo al contesto sociale, abitativo e lavorativo, fornendo elementi utili alla valutazione del percorso intra/extra murario, che dovrà delinearsi in suo favore.
Il progetto di reinserimento sul territorio del soggetto condannato non può prescindere da queste valutazioni al fine di ridurre la recidiva.
Gli U.E.P.E. si trovano oggi in seria difficoltà ad assolvere i compiti istituzionali per mancanza di risorse e, nello stesso tempo, l’Amministrazione Penitenziaria destina 110 milioni di euro nell’inefficace progetto del “braccialetto elettronico” per i detenuti domiciliari, di cui recentemente anche i mass media hanno parlato.
I continui tagli alle risorse degli Uffici EPE delegittimano di fatto l’importanza del lavoro fin qui svolto, non considerando il potenziale operativo di questi Servizi che, adeguatamente dotati risorse, (assistenti sociali, personale amministrativo, psicologi e criminologi) sono certamente in grado di rispondere alle esigenze di sicurezza della collettività nell’ambito della certezza della pena e del reinserimento sociale dei condannati.
Ad oggi il personale dell’UEPE di Milano è inferiore a poco più del 50% rispetto alla dotazione organica prevista; inoltre si fronteggia un depauperamento delle risorse per il funzionamento dell’Ufficio (spese per utenze, per acquisto di materiale di cancelleria, igienico sanitario) e per l’espletamento degli interventi esterni (spese per carburante, mezzi in dotazione, fondi per rimborso dei titoli di viaggio).
In data 27 luglio 2009 le OO. SS. hanno chiesto un intervento diretto al Sig. Prefetto di Milano, in quanto coordinatore delle competenze regionali, attraverso:
1. un intervento presso il Ministro della Giustizia al fine di attuare lo sblocco della mobilità tra ministeri ed altre Pubbliche Amministrazioni verso il sistema penitenziario. Ciò per utilizzare professionalità compatibili e disponibili (assistenti sociali dalle ASL, personale tecnico amministrativo da altri ministeri) per intervenire in supporto all’importante attività del reinserimento sociale dei condannati;
2. una divulgazione di tali problematiche presso le altre Prefetture della Lombardia e il sistema della Magistratura di Sorveglianza e non;
3. un intervento presso la Regione Lombardia al fine di trovare soluzioni adeguate dando al personale interessato la possibilità di fruire di sistemi agevolati nei trasporti regionali.
Ad oggi non è pervenuta alcuna risposta dagli Organi competenti circa le problematiche su esposte e le proposte formulate. Pertanto l’assemblea dei lavoratori ha declinato lo stato di agitazione con le seguenti modalità:
· A partire dal 01/11/2009, il personale effettuerà gli spostamenti relativi agli interventi esterni utilizzando esclusivamente le auto di servizio, privilegiando in ordine di priorità gli interventi sulle Misure Alternative alla detenzione, assolvendo al mandato istituzionale degli Uffici EPE. I dipendenti, per gli interventi esterni, ( visite domiciliari, sopralluoghi nei posti di lavoro, riunioni presso altri servizi, colloqui con i detenuti e èquipe negli Istituti Penitenziari) non anticiperanno all’Amministrazione alcuna somma di denaro, come si è verificato fino ad oggi.
· Il personale non aderirà agli interpelli riguardanti la partecipazione a progetti dell’Amministrazione sia a livello locale che centrale (salvo i progetti formativi).
· Saranno effettuate assemblee del personale il cui calendario sarà presto approntato e divulgato ai lavoratori.
· E’ prevista l’effettuazione di una assemblea presidio e conferenza stampa congiuntamente con gli altri Uepe della Lombardia.
Eventuali altre forme di lotta sindacale saranno valutate in itinere.
Lo Stato di Agitazione sarà revocato soltanto in presenza di risposte precise e attuative di quanto rivendicato dai lavoratori.
Allo stato di agitazione sarà data la massima diffusione.
RSU FPCGIL FPS CISL RdB
La detenzione si accorcia di 1 anno, ma non per tutti
Secolo XIX, 21 ottobre 2009
Detenzione domiciliare ai "detenuti per reati di non particolare gravità". Esclusi mafiosi, terroristi, stupratori e assassini. Non sarà un indulto perché i detenuti non torneranno in libertà, però potranno scontare l’ultimo anno di pena agli arresti domiciliari. Con il risultato di alleggerire il sovraffollamento.
Cinque righe e cambia la detenzione. Che si accorcia di un anno "nei confronti di detenuti per reati di non particolare gravità". Saranno fuori dal carcere a breve, se passeranno le cinque righe inserite a pagina nove del Piano Carceri, in discussione domani - o venerdì - al Consiglio dei ministri.
E che prima ancora d’innovare l’ordinamento penitenziario - nel quale andrà inserita la modifica, se passasse - ribalteranno la vita dei detenuti. Alleggerendo di non poco il sovraffollamento dei "206 istituti penitenziari" italiani, gravati da "64.859 detenuti con un inarrestabile trend di crescita, documentato dall’andamento verificatosi tra il luglio 2006 e il luglio 2009". Del plotone degli oltre 64 mila, "nel settembre 2009 - secondo le stime del Dap, il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria - circa il 32% dei definitivi scontava pene residue non superiori a un anno". Potrebbero dunque giovare di un’uscita anticipata.
Già perché anche in caso di costruzione di nuove carceri - a Genova è prevista una struttura "flessibile" da 450 posti", a Savona, invece, una "tradizionale" per 200 detenuti - non si risolverebbe il problema. Il sovraffollamento c’è. Di più: ci sarà. E non si può andare avanti a colpi di indulto e amnistia com’è accaduto in questi primi sessant’anni.
Il motivo? Sta nella premessa stessa delle 40 pagine del testo: "Nel nostro Paese, la situazione di sovraffollamento può certamente essere definita endemica". E mica per colpa esclusiva degli extracomunitari. Come viene affermato nel Piano Carceri. Né si può continuare a fare "sistematico ricorso, quasi con cadenza biennale, a provvedimenti di clemenza (amnistia e indulto)".
Ergo, come accade nel resto d’Europa, non resta che pensare a mandare agli arresti domiciliari - con un anno d’anticipo sul fine pena - chi non è mafioso, terrorista, stupratore, assassino o rapitore. Tutti coloro non condannati per gravi delitti.
E chi non avesse una "propria abitazione"? O "altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza e accoglienza"? Recita il comma 2 dell’articolo 1: "La direzione dell’istituto penitenziario accerta, tramite la polizia penitenziaria o gli uffici dell’esecuzione penale esterna, la concreta possibilità del luogo esterno nel quale proseguire la detenzione". Ovviamente, escludendo dallo sconto di dodici mesi i recidivi. Evitando così il "concreto pericolo che il condannato commetta altri delitti".
La misura - "disposizioni per l’espiazione di pene detentive non superiori a 1 anno nei confronti di detenuti per reati di non particolare gravità" - essendo nuova di zecca, andrà infilata nell’ordinamento penitenziario.
Ci vorrà invece una modifica al codice penale, per l’inserimento dell’articolo 2. Che regola (già) l’evasione. Ma che prevede pene più dure per chi evadesse dagli arresti domiciliari o dalle strutture ammesse dall’articolo 1. Sempre che il testo passi così com’è in Consiglio dei ministri, arrivando poi alle Camere per la modifica al codice penale, nell’articolo 385. Sull’evasione, appunto. È previsto che chi volesse avventurarsi in evasioni, dopo aver beneficiato dell’uscita anticipata dal carcere "è punito con la reclusione da 1 a 3 anni".
Che passano "da 2 a 5" se la fuga avviene "con violenza o minaccia verso le persone". Se poi per evadere s’impugnano armi o ci si fa aiutare da più persone, si va "da 3 a 6 anni". Unica chance di ottenere comprensione è la consegna spontanea. Se pentito, l’evaso si costituisce, se ne terrà conto. E magari i 6 anni potrebbero ridursi un po’. Ammesso che i due articoli passino in Consiglio dei ministri e non s’incaglino poi in aula.
Pisapia; sono stupefatto, così il Governo cambia rotta
Giuliano Pisapia è "stupefatto". Piacevolmente, da quanto prevede, a pagina 9, il "piano carceri" del Dap. Avvocato e giurista, impegnato anche alla Ue sulla legislazione in tema di tossicodipendenze, già parlamentare, non s’aspettava di vedere accorciata di 12 mesi la detenzione in cella.
Avvocato Pisapia, l’articolo 1 dà "disposizioni per l’espiazione delle pene detentive non superiori a un anno nei confronti di detenuti per reati di non particolare gravità". Che cosa cambierà?
"È una novità molto, molto importante. Una misura completamente nuova. Che dopo l’approvazione in Consiglio dei ministri dovrà essere inserita nell’ordinamento penitenziario. Se approvato, e lo spero molto, quest’articolo segnerebbe un’importantissima inversione di tendenza di questo governo, in tema di giustizia".
Chi potrebbe lasciare il carcere, restandosene "nella propria abitazione o in altro luogo pubblico o privato di cura, assistenza o accoglienza"?
"Certamente, non potrebbero beneficiarne persone condannate per reati gravi".
"Nessuna scarcerazione anticipata per chi abbia avuto condanne per mafia, terrorismo, sequestro a scopo di estorsione, omicidio e violenza sessuale".
Un provvedimento rivoluzionario.
"Assolutamente sì. Nella filosofia. Ora si può lasciare il carcere in anticipo. La legge già lo prevede, ma dopo aver dato prove di ravvedimento e dopo un accurato esame dei giudici. Se passasse questa nuova misura, l’uscita sarebbe automatica, salvo prova del contrario: cattiva condotta e via dicendo. Una rivoluzione copernicana".
L’articolo 2 prevede "modifiche all’articolo 385". Cambierà il codice, sul reato di evasione?
"L’inasprimento delle pene per chi evade dai domiciliari è legato all’uscita anticipata dal carcere a favore dei domiciliari. Francamente, mi pare logico. Se approvato dalle Camere, dopo il Consiglio dei ministri, modificherebbe l’articolo 385. Su questo specifico tema, andrebbe cambiato il codice penale".
Olanda: misure alternative svuotano le carceri... celle in affitto
Ansa, 19 ottobre 2009
Cercasi celle carcerarie ottimo comfort, prestazioni di qualità si offrono a paesi confinanti con popolazione di detenuti sovraffollata. Lo sconcertante appello rimbalza da Bruxelles dove è arrivata già l’offerta dei vicini Paesi Bassi, che hanno un surplus di almeno duemila celle carcerarie vuote e che rischiano di licenziare 1200 secondini. L’offerta, senza precedenti, riguarda anche la Francia, che come l’Italia ha il problema delle prigioni superaffollate.
Il crollo della detenzione carceraria si spiega all’Aja con il successo delle pene alternative al carcere. L’inversione è tanto forte che il governo ha previsto di chiudere diverse prigioni. La decisione non è sfuggita al governo belga, che ha subito chiesto l’affitto di 500 celle.
Ci vuole, ovviamente, un accordo internazionale, ma sono già stati fissati i prezzi: 167 euro al giorno per detenuto. Per il Belgio sono 30 milioni di euro all’anno. In cambio gli olandesi forniscono ai galeotti belgi (e forse francesi) vitto, alloggio e sorveglianza. È già prevista la prigione "in trasferta". È a Tilburg, frontiera con il Belgio, dove arriveranno i detenuti con pene molto lunghe. Insomma una specie di Alcatraz in mezzo alle brume centro europee.
20mila posti in nuove carceri "leggere" e più domiciliari
Il Sole 24 Ore, 15 ottobre 2009
Piano carceri all’insegna della "leggerezza". Oltre alle ristrutturazioni, agli ampliamenti e alla costruzione di nuove prigioni (che richiedono tempi lunghi e somme ingenti), il governo punta sulla realizzazione di 9 "carceri leggere", tirate su nelle grandi città (Roma, Milano, Torino, Napoli, Palermo e altre). È questa la principale novità - seppure più volte annunciata - del "piano carceri" che il Consiglio dei ministri si accinge a varare per far fronte all’emergenza sovraffollamento (i detenuti in "esubero" rispetto ai posti regolamentari sono circa 22mila).
Non solo. Per "sfollare" le patrie galere, oggi il Governo potrebbe anche dare via libera a una misura più "politica", ovvero a una norma che concede, con una procedura semplificata, la detenzione domiciliare a tutti i detenuti (tranne i condannati per reati gravi) con un residuo di pena non superiore a un anno di carcere (in caso di fuga, l’evasione verrebbe punita in modo più severo, con la pena di 3 anni). Per questa via, uscirebbero dalla galera quasi 5mila persone.
I dettagli del pluri-annunciato "piano carceri" - consegnato a maggio dal commissario straordinario Franco Ionta, che è anche il Capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria - si conosceranno solo dopo la delibera del Governo. Che dovrà stabilire, soprattutto, le fonti di finanziamento (1.760 milioni di euro il costo preventivato), le procedure di costruzione e di ampliamento, le aree.
Ieri il premier Silvio Berlusconi ha ricordato che l’Italia ha il record, in Europa, di detenuti in attesa di una sentenza definitiva (su 65mila carcerati, il 52% è in custodia cautelare ma il 58% di questi sono stranieri) e che il carcere priva della libertà ma non della dignità. Non si sa se i circa 18mila posti "nuovi" che di qui al 2012 si dovrebbero creare saranno interamente destinati ai "giudicabili" o anche ai "definitivi".
Di certo, le "carceri leggere" dovrebbero ospitare i detenuti "non pericolosi", vale a dire, secondo il Governo, gli arrestati o i condannati a pene lievi (dunque anche, e forse soprattutto, gli stranieri); avrebbero un sistema di "sorveglianza attenuata" (meno poliziotti, custodia "dinamica", videosorveglianza); costerebbero poco (stando, almeno, ai progetti esaminati dal Governo); sarebbero costruite seguendo le procedure veloci utilizzate per le nuove case dell’Aquila.
Del "piano" ha parlato Ionta, ieri, durante un’audizione davanti alla commissione Giustizia della Camera in cui, rispondendo a una delle numerose domande di Manlio Contento (Pdl), ha fatto sapere che annualmente entrano e escono dalle patrie galere circa 90mila persone.
il Dpef 2010 "taglia" 900 milioni, di cui 143 al Dap
Quando il sottosegretario del Pdl, Giacomo Caliendo, si è presentato ieri in Commissione Giustizia del senato per presentare i progetti del Governo per l’annata 2010, si è capito qual è la sua idea di giustizia. Nulla a che vedere con l’accorciamento dei tempi dei processi e con la qualità del servizio. Il Governo ha deciso una serie impressionante di tagli: 143 milioni in meno al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (ben 73 milioni tolti al "trattamento" dei detenuti).
Anche Giancarlo Caselli è servito. Il procuratore generale di Torino, sulle poltrone di Ballarò, aveva tentato di spiegare a Maurizio Gasparri (mentre il capogruppo del Pdl inveiva contro i giudici fannulloni) che gli uffici chiudono alle 14 perché non ci sono i cancellieri. E che i cancellieri non ci sono perché mancano i soldi. Per tutta risposta il Governo ha ridotto di 356 milioni le spese per il personale. Non basta. Avendo appena varato una legge sull’immigrazione clandestina che porterà un aumento del ricorso alla difesa d’ufficio, la scure di Tremonti ha colpito proprio sul gratuito patrocinio: meno 246 milioni di euro.
Se si aggiungono i 350 milioni tolti alle spese correnti, si arriva alla somma mostruosa di 900 milioni in meno. Secondo il senatore Luigi Li Gotti, dell’Italia dei Valori, "con questi tagli, i tribunali non riusciranno ad andare oltre il giugno del 2010. E la cosa strana", continua Li Gotti, "è che c’è un solo aumento, del 15 per cento, proprio per il fondo degli stipendi del ministro e dei sottosegretari".
Una scelta in linea con l’approccio al problema della maggioranza. Il centro dei tavoli tecnici che si succedono tra Palazzo Grazioli e via Arenula, il cuore dei conciliaboli tra l’avvocato Niccolò Ghedini e il ministro Angelino Alfano, non è certo il destino dei milioni di italiani che attendono risarcimenti civili, condanne o assoluzioni in tribunale.
Ma il destino dei pochi processi di Silvio Berlusconi, quelli che - dopo la bocciatura del Lodo Alfano - impegnano giorno e notte le migliori menti del Pdl. Al Consiglio dei ministri di domani, per esempio, era atteso un provvedimento in materia di carceri che doveva portare una boccata di ossigeno nelle celle dove sono accatastati 64mila esseri umani in spazi angusti. Ma il sottosegretario Caliendo ha fatto capire che il "Piano Ionta" (dal nome del pm scelto da Alfano per dirigere il Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) non è ancora pronto.
I ventimila posti derivanti dal promesso ampliamento delle carceri, possono attendere. Sono altre le priorità. Si parla di Immunità, separazione delle carriere, ma non bisogna crederci troppo. Sono fuochi di artificio lanciati in aria per distrarre e dividere il campo avverso. Mentre Marco Follini agita il Pd con le sue dichiarazioni a favore del ripristino dell’autorizzazione a procedere, al ministero si pensa ad altro.
Per cambiare l’articolo 68 della costituzione o per dividere davvero i pm dai gip bisognerebbe avere una maggioranza di due terzi in parlamento e nessuno oggi può sognare di avere l’appoggio del Pd (Follini a parte) su temi simili. I veri obiettivi sono altri. Il primo è l’approvazione immediata della norma che impedisce di usare una sentenza definitiva come prova in un altro processo. È una norma contenuta nella riforma della procedura penale che sembra fatta apposta per l’imputato più famoso d’Italia.
Se il Pdl, come appare probabile, stralciasse questa norma dal disegno di legge, potrebbe riuscire ad approvarla entro dicembre. In modo da chiudere per sempre il processo per la corruzione del testimone David Mills a carico di Silvio Berlusconi. I pm dovrebbero rifare tutto da capo e l’orizzonte penale del premier diverrebbe improvvisamente azzurro.
L’altro provvedimento destinato a ricevere nuovo slancio dopo la bocciatura del Lodo Alfano è il disegno di legge sulle intercettazioni. Il niet dei giudici della Consulta ha fatto saltare gli ultimi freni inibitori del premier. Appena è tornato sotto le forche caudine dei pm, Silvio Berlusconi è ritornato su una sua vecchia idea: cambiare il disegno di Alfano in modo da spuntare ancora di più le unghie ai pm.
"Le intercettazioni devono restare solo per i reati gravi", ha detto il presidente del Consiglio. Nel mondo sognato dal Cavaliere, solo i terroristi e i mafiosi starebbero in ansia al telefono mentre fanno i loro traffici. Mentre corrotti e corruttori potrebbero iscriversi finalmente al Partito della Libertà di trafficare al telefono. Un emendamento potrebbe introdurre questa modifica subito al Senato. Così, prima di Natale, il regalo sarà già impacchettato sotto l’albero di Palazzo Grazioli.
postato da il notiziario @ 05:19
È previsto per il prossimo sabato 17 ottobre alle ore 10.00 al Palazzo Farnese di Gradoli, in provincia di Viterbo, l’incontro dal titolo “Dalla parte dei diritti umani. Il monitoraggio dei luoghi di detenzione come tecnica di tutela dei diritti umani”. L’incontro – che è organizzato all’interno della scuola di formazione annuale dell’associazione Antigone – sarà presieduto da Mauro Palma, presidente del Comitato europeo per la Prevenzione della Tortura, l’organismo del Consiglio d’Europa deputato a monitorare le condizioni di vita all’interno dei luoghi di privazione della libertà dei 47 stati membri. L’Italia, nel luglio scorso, è stata oggetto di una visita ad hoc del Comitato, interessato a esaminare le politiche governative di intercettazione e respingimento degli immigrati. All’incontro di sabato parteciperanno tra gli altri Luigi Manconi e Luigi Nieri, insieme a esponenti dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone. Lo scorso settembre si è tenuta a Edimburgo la quindicesima Conferenza dei Direttori delle Amministrazioni Penitenziarie sul tema “Prigioni sovraffollate: cercando soluzioni”, promossa dal Consiglio d’Europa. Il sovraffollamento penitenziario è alla radice di tante violazioni dei diritti dei detenuti, come anche riconosciuto di recente dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo proprio in relazione all’Italia. Riportiamo parte dell’intervento tenuto da Mauro Palma alla conferenza di Edimburgo (per testo integrale in inglese dell’intervento clicca qui):
“Da parte del Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti, vi ringrazio molto per questa opportunità di scambiarci considerazioni su quel che costituisce uno dei maggiori problemi nei sistemi di detenzione europei. Le discussioni dei giorni scorsi sono state fruttuose, e ciascuno ha confermato l’importanza dei principi e delle misure raccomandate dal Consiglio d’Europa nelle sue Raccomandazioni. Queste Raccomandazioni – che andrebbero lette nella loro organicità e che vanno a disegnare il profilo di un sistema penitenziario in una società democratica – hanno come obiettivi: la lotta al sovraffollamento penitenziario e alla crescita eccessiva della popolazione detenuta; l’aumento delle sanzioni e delle misure di comunità; la riduzione della lunghezza delle pene detentive e l’accompagnamento del detenuto lungo il suo percorso di reintegrazione attraverso il ricorso a forme condizionali di liberazione come uno degli strumenti migliori per prevenire la recidiva e promuovere il reinserimento. Esse mirano a limitare la custodia cautelare – che non dovrebbe mai essere usata a scopi punitivi – al periodo strettamente necessario e come misura di ultima ratio, con appropriate garanzie. Infine, mirano a offrire condizioni di detenzione pienamente rispettose dei diritti fondamentali e della dignità delle persone (…).
Tuttavia, sfortunatamente la situazione che gli organismi di monitoraggio del Consiglio d’Europa rinvengono nel corso delle loro visite agli Stati membri è spesso lontana dal confermare il quadro dato nelle conferenze e negli impegni ufficialmente presi al momento dell’adozione di documenti e raccomandazioni. La detenzione non è una misura di ultima ratio in tanti Paesi europei. Al contrario, in molti è la sanzione principale, se non l’unica, prevista dal codice penale. Contraddicendo il principio generale affermato nella Raccomandazione sull’utilizzo della custodia cautelare, questa misura è obbligatoria in alcuni Paesi nei confronti delle persone accusate di certi reati o di alcune categorie di queste persone. In alcuni Paesi, inoltre, la liberazione condizionale è una misura prevista per legge ma non adottata di fatto e in vari Paesi non è ammissibile per alcune categorie di condannati: il problema degli ‘actual lifers’, vale a dire degli ergastolani che non hanno accesso alla liberazione condizionale, sta diventando un problema serio nello scenario europeo (…).
Il livello di cooperazione sperimentato dalle delegazioni del Cpt nel corso delle visite è soddisfacente, in particolare per quel che riguarda l’ambito della detenzione. Tuttavia, la cooperazione di un Paese con il Comitato non può dirsi soddisfacente in assenza di azioni volte a rafforzare la difesa delle persone private della libertà dai maltrattamenti o a migliorare condizioni non rispettose della dignità della persona.
Purtroppo si è riscontrato che molti Paesi visitati in anni recenti non avevano messo in pratica raccomandazioni su aspetti essenziali ripetutamente mosse dal Cpt dopo precedenti visite. Uno di questi aspetti essenziali è strettamente legato alle condizioni di detenzione: celle piccole, cibo scarso, scarsa attenzione prestata alle categorie vulnerabili di detenuti e altro, tutti elementi che ancora sussistono in molte prigioni europee, come dimostrano i rapporti pubblici del Cpt. Spesso queste condizioni sono, almeno in parte, connesse al persistente sovraffollamento, con presenze che in alcuni casi doppiano la capienza regolamentare (…).
Il sovraffollamento non è solo un problema di spazio vitale individuale, ma ha effetti negativi sul processo di reintegrazione e di conseguenza sulla recidiva e sulla sicurezza della comunità esterna. Ciò è paradossale, poiché il sovraffollamento è spesso la conseguenza di una richiesta mai soddisfatta di sicurezza che viene da una società paurosa che guarda ai cancelli chiusi del carcere come alla risposta al proprio allarme e alle proprie difficoltà sociali mentre, al contrario, questa richiesta si ritorce in una situazione meno sicura. Poiché le risorse non vengono investite per un bersaglio limitato e davvero potenzialmente pericoloso per la società, ma sono sprecate in un sistema generalizzato di detenzione usata come misura di controllo del territorio.
Come cercare soluzioni per questa situazione?
Per affrontare il problema del sovraffollamento, alcuni Paesi hanno imboccato la strada dell’accrescimento del numero dei posti letto nelle prigioni. Da parte sua, il Cpt è assai poco convinto che nuovi posti letto offriranno da soli una soluzione duratura: la risposta al sovraffollamento non sta nel costruire nuove prigioni, visto che la popolazione carceraria tende a crescere parallelamente alle nuove strutture. Vari Stati europei hanno infatti intrapreso ampli programmi di edilizia penitenziaria, per veder crescere la loro popolazione detenuta parallelamente all’aumentata capienza del patrimonio carcerario. Viceversa, politiche che limitano o modulano il numero di persone mandate in carcere ha dato in alcuni Stati un importante contributo al mantenimento della popolazione detenuta a livelli gestibili (…)”.
(traduzione dall’inglese di Susanna Marietti)
Caro Alfano, e perché mai l’Europa dovrebbe occuparsi delle nostre carceri?
Sono del tutto fuori luogo le dichiarazioni del ministro della giustizia Alfano secondo cui l’Europa dovrebbe occuparsi del sovraffollamento carcerario italiano investendo risorse per costruire carceri. Dire che il sovraffollamento delle carceri italiane sia causato dagli stranieri, che sia colpa dell’Europa e che l’Europa dovrebbe occuparsene non tiene conto infatti che: 1) l’Italia criminalizza lo status di immigrato mentre una buona parte degli altri paesi no. D’altronde l’Europa ci aveva consigliato di non farlo; bastava quindi seguire i consigli di buon senso che provenivano dalla Ue; 2) gli unici Paesi dell’area Ue dove la percentuale di stranieri detenuti è superiore a quella italiana sono quelli che hanno irrigidito la legislazione senza ottenere benefici per la sicurezza collettiva: Austria, Belgio, Estonia, Spagna; 3) l’Italia ha il primato delle presenze di detenuti stranieri in attesa di giudizio.
Mentre in Europa i due terzi della totalità dei detenuti stranieri è in galera per espiare una pena definitiva, nel nostro Paese ben i ¾ sono in galera in attesa di processo ossia sono in regime di custodia cautelare; ciò significa che nei confronti degli stranieri in Italia esiste una discriminazione processuale e un uso esagerato della carcerazione preventiva; 4) lo scorso 11 settembre a Edimburgo il Consiglio di Europa durante una conferenza internazionale ha indicato la propria via di risoluzione del problema del sovraffollamento: non l’edilizia ma la depenalizzazione e le misure alternative. Questo ci suggerisce l’Europa. Per questo non si possono chiedere i soldi per nuove prigioni. D’altronde basterebbe far uscire dalle carceri i 10 mila tossicodipendenti che stanno scontando pene brevi affidandoli alle comunità e ai sert, come prevede la legge Fini-Giovanardi sulle droghe.
Carceri italiane, problema europeo
Alfano a Bruxelles per discutere del sovraffollamento dei penitenziari italiani. Per il ministro l'Europa “non può chiudere gli occhi”, perché “la causa sono gli oltre 20mila detenuti stranieri”.
Per il ministro della giustizia Angelino Alfano il problema del sovraffollamento delle carceri in Italia deve essere risolto anche a livello comunitario. Per questo oggi ha avuto a Bruxelles un'intensa giornata di colloqui.
Prima ha incontrato gli eurodeputati italiani, poi il presidente della commissione europarlamentare per le Libertà pubbliche Juan Fernando Lopez Aguilar e, infine, il vicepresidente della Commissione Antonio Tajani e il commissario europeo alla Giustizia Jacques Barrot.
In Italia, ha affermato il Guardasigilli, “ci sono oltre 64mila detenuti, per 43mila posti regolamentari. Oltre 20mila detenuti sono stranieri. Ciò significa che se ci fossero solo detenuti italiani starebbero larghi e non ci sarebbe bisogno di amnistie per svuotare le carceri”, provvedimento, ha ricordato, “utilizzato trenta volte in sessant'anni”.
Il ministro è sembrato ottimista al termine dell'incontro con Barrot. “E' andata bene – ha detto –, per l'8 dicembre è previsto un incontro tecnico-politico che affronterà la questione a livello europeo, anche in vista del programma di Stoccolma. Siamo fiduciosi di aver mosso le acque dell'Europa a favore dell'Italia”.
Alfano ha spiegato ai giornalisti i tre punti importanti per il nostro paese, e cioè che l'Unione europea si impegni affinché gli Stati rispettino i trattati in merito alla detenzione degli stranieri, che si faccia promotrice di nuovi accordi con i singoli paesi di provenienza dei detenuti e, infine, che dia un aiuto concreto all'edilizia carceraria italiana.
Tutto questo perché per il ministro l'Europa non può “chiudere gli occhi” di fronte al problema del sovraffollamento. “Per le nuove carceri – ha affermato – dobbiamo spendere un miliardo di euro, ciò a causa degli oltre 20.000 detenuti stranieri. Solo per i 4.000 detenuti europei sarebbero necessarie 10 nuove carceri” (gli italiani detenuti nelle carceri europee nel 2006 erano invece circa 2300) . L'ipotesi del governo italiano è “che gli stranieri vadano a scontare la pena nei paesi d'origine”.
A Sassari Pugni e Calci all’Assistente Sociale
In merito al vuoto legislativo relativo alla prevenzione dei rischi professionali delle assistenti sociali, pubblichiamo di seguito quanto apparso su “L’Espresso” relativo all’aggressione subita dalla collega Maria Antonietta Serra di Sassari, alla quale va ovviamente la solidarietà di tutti i colleghi italiani.
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NuovaSardegna_9ott09.pdf
Esecuzione penale esterna, situazione e proposte
Pubblichiamo documento a firma di un Direttore dell'Amministrazione Penitenziaria che prevede con le sue sconcertanti proposte, una sostanziale trasfomazione degli uffici esecuzione penale esterna (Uepe)
6 ottobre 2009 http://www.ristretti.it/
di Antonietta Pedrinazzi (direttore U.EPE di Milano e Lodi)
Si riscontrano difficoltà gestionali di molti UEPE locali (maggiormente nel centro-nord), dovute alla carenza di personale dei vari profili professionali, in particolare assistenti sociali (oltre che numericamente inferiori alle previsioni organiche, spesso assenti a lungo per congedi parentali, maternità o in regime di part-time) nonché collaboratori amministrativi e contabili.
Ne deriva un accentuato stato di difficoltà ad assicurare lo svolgimento di tutti i compiti istituzionali da parte di diversi UEPE locali, a causa della carenza di fondi sul cap. 1671 pg 2 (missioni per il personale amministrativo e tecnico) e sul cap.1671 pg.15 (acquisto, manutenzione, noleggio ed esercizio di mezzi di trasporto). Nello specifico, tali UEPE non riescono più garantire le attività esterne di competenza del servizio sociale (aiuto e controllo), comprese le presenze presso gli Istituti Penitenziari per le attività di osservazione e trattamento. Ciò comporta tra l’altro il mancato rispetto degli standard di quantità e qualità previsti dalle vigenti disposizioni emanate dalla Direzione Generale dell’Esecuzione Penale Esterna e diffusi stati di agitazione sindacale presso molti UEPE, soprattutto al Nord.
Il potenziamento dell’Esecuzione Penale Esterna, con l’assegnazione di maggiori risorse umane (compreso gli esperti ex art.80 ) e finanziarie e un maggiore riconoscimento del ruolo svolto dagli
Uffici EPE, permetterà di incrementare i rapporti di collaborazione con tutte le risorse del territorio al fine di promuovere azioni mirate a creare condizioni più favorevoli all’integrazione sociale dei soggetti detenuti e/o in misura alternativa alla detenzione (più rete= più sicurezza). Sarà, inoltre, possibile sostenere maggiormente le politiche d’intervento sul piano della recidiva, sollecitando il coinvolgimento e la responsabilizzazione delle comunità locali nella costruzione di percorsi di recupero di soggetti condannati.
Va considerato il contributo che gli U.EPE potrebbero dare all’abbattimento della recidiva specie se, potendo avvalersi del contributo di esperti ex art.80, sono messi in grado di effettuare indagini sociali e ambientali approfondite e individualizzate già nella fase dell’osservazione dei soggetti condannati che hanno fatto istanza di affidamento dalla libertà, e al reinserimento sociale
dei condannati attuato procedendo a una attenta valutazione del rischio di ogni condannato unitamente all’accurata predisposizione di un progetto individualizzato ( in sostanza : ogni caso un progetto) dando piena attuazione alle previsioni dell’art.72 O.P. così come rinnovellato dall’art.3 della Legge n.154/2005.
Per quanto concerne l’orario di lavoro del personale, si può pensare a rivedere l’attuale organizzazione standard basata sul modello “orari d’ufficio” e pensare a orari che coprano almeno
12 ore nell’arco della giornata e assicurare un presidio anche nei giorni festivi, come fa per esempio il servizio di Probation in Francia. In tal modo si eleverebbe senz’altro il livello di sicurezza nella gestione degli ammessi alle misure alternative perché si avrebbe una fascia temporale di vigilanza più estesa e un conseguente indice più elevato di tempestività degli interventi in caso di criticità manifeste (specie rispetto agli affidamenti terapeutici provvisori concessi ai tossicodipendenti dai Magistrati di Sorveglianza ex Legge n.49/90 e art.47 O.P.).
Con riferimento alla legge n.146/90 e all'Accordo ARAN approvato dalla Commissione di garanzia per l'attuazione della legge sullo sciopero nei servizi pubblici essenziali con delibera 03/160 del 3/12/2003)), si potrebbe inoltre riconoscere agli U.EPE la caratteristica di servizi pubblici essenziali (e perciò soggetti alla normativa che disciplina lo sciopero nei servizi pubblici essenziali); anche questo eleverebbe il grado di sicurezza e tempestività degli interventi che tali uffici debbono dare nella gestione delle misure alternative, tenuto conto della necessità di intervenire sui casi critici anche per la sicurezza della collettività.
Con una revisione/integrazione della Circolare DAP n.3337/5787 del 7 Febbraio 1992 “Istituti Penitenziari e Centri di Servizio Sociale: costituzione e funzionamento delle aree”, si dovrebbe rivedere/potenziare l’attuale assetto tecnico-organizzativo degli U.EPE prevedendovi anche l’AREA SICUREZZA (includendovi il Servizio SDI e dotandola di accesso al sistema AFIS) per una più precisa e puntuale gestione delle posizioni giuridiche, dei rapporti con le cancellerie degli Uffici di Sorveglianza e una collaborazione strutturata e all'occorrenza quotidiana con le FF.OO.
(Commissariati, Stazioni dell’Arma dei Carabinieri) e con le Questure, specie per quanto riguarda gli stranieri (permessi di soggiorno, provvedimenti di espulsione, codice unico identificativo etc.).
Ancora, in materia di collaborazione con le FF.OO. elevata a sistema, per fare maggior sicurezza e aumentare l'efficacia degli U.EPE a costo zero, si potrebbe procedere come segue:
prevede la legge che in fase di esecuzione delle misure alternative dell’affidamento e della detenzione domiciliare vi sia tanto l’intervento dell’U.EPE che delle FF.OO. (Polizia o Carabinieri), ciascuno per quanto di propria competenza, ma non sempre e non tutti i Commissariati o Stazioni di C.C. inviano anche all’U.EPE le segnalazioni che indirizzano all’Autorità Giudiziaria quando rilevano infrazioni delle prescrizioni o episodi critici o comportamenti allarmanti da parte di tali condannati. Conseguenza è che gli U.EPE apprendono di infrazioni, criticità o comportamenti allarmanti rilevati dalle FF.OO. solo quando è il Magistrato di Sorveglianza a inviare tali segnalazioni chiedendo l’intervento dell’assistente sociale e tale prassi comporta inevitabilmente che tra il fatto rilevato dalle FF.OO. e l’intervento dell'U.EPE sia intercorso un certo lasso di tempo.
Ne deriva con tutta evidenza l’opportunità che le FF.OO (potrebbe prevederlo la Magistratura di Sorveglianza nei suoi provvedimenti, ordinanze e decreti etc.) allorquando inviano i loro rapporti o segnalazioni all’Autorità Giudiziaria contestualmente li inviino per conoscenza anche all'Ufficio di Esecuzione Penale Esterna:: una tale sinergia, anche comunicativa, permetterebbe una maggior tempestività nell’attivazione dell’assistente sociale e garantirebbe un livello di sicurezza per quanto possibile più elevato nell’interesse della comunità esterna, sia familiare che sociale .
Rinnovo dei Consigli degli Ordini regionali degli Assistenti Sociali
Risultati delle elezioni per il rinnovo dei Consigli degli Ordini regionali degli Assistenti Sociali per il quadriennio 2009 - 2013
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