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Timestamp: 2017-06-29 10:41:45+00:00
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Fabbricavano e vendevano falsi pass per la sosta, denunciati 16 vigili
i tagliandi taroccati venduti a prezzi dagli 80 ai 150 euro I «ghisa», fra cui quattro ufficiali, sono stati scoperti dai loro colleghi. La Moratti: «massima trasparenza»
MILANO - Un pass per poter parcheggiare liberamente, a Milano, dove si vuole, anche sulle strisce gialle o blu: e chi non lo vorrebbe? Com'è ovvio, però, questi particolari tagliandi di «sosta libera» vengono rilasciati soltanto in particolari occasioni e ad alcune categorie ben precise, per esempio gli infermieri e le autorità di pubblica sicurezza. Ma c'è chi aveva pensato di lucrare su questi preziosi pass, confezionandone di falsi e vendendoli a un prezzo che andava dagli 80 ai 150 euro.
A gestire il giro illecito erano proprio alcuni insospettabili agenti della polizia locale di Milano: sedici «ghisa» sono stati denunciati con l'accusa di corruzione e falso in atto pubblico. A scoprirli sono stati i loro colleghi del Comando della polizia municipale della Zona 2: il comandante Paolo Pizzero e la sua collaboratrice Marina Melandri si sono insospettiti per la presenza di troppi di quei pass «speciali» su auto parcheggiate sulle strisce gialle nella loro zona, e non hanno esitato a far scattare un'indagine interna.
36 LE DENUNCE - L'indagine interna al Corpo dei Vigili è stata condotta in 36 ore, tra giovedì e venerdì, dal vice comandante della Polizia Municipale di Milano Tullio Mastrangelo. Le verifiche e gli interrogatori, che si sono protratti per tutta la notte, hanno permesso di individuare 4 ufficiali e 12 agenti della polizia municipale responsabili dell'illecito e 20 cittadini, in gran parte commercianti, che avevano acquistato i pass falsi. Tutti e 36 sono stati denunciati alla Procura di Milano. Nella casa di un agente sono stati trovati 98 pass in bianco e una plastificatrice. In totale, sono 128 i falsi permessi di sosta sequestrati, di cui 30 già utilizzati da venti cittadini (alcuni di loro ne possedevano più di uno), quasi tutti commercianti, che sono stati denunciati con l'accusa di corruzione. Del caso si sta occupando il pm Sangermano, che dovrà accertare se sia trattato di un fenomeno isolato o se coinvolga altri cittadini e vigili.
MORATTI: «MASSIMA TRASPARENZA» - «Abbiamo dato prova di efficienza e rapidità, ma soprattutto di coerenza con la politica di massima trasparenza voluta da questa amministrazione nel rapporto con i cittadini e nella garanzia del rispetto delle regole». Con queste parole il sindaco di Milano, Letizia Moratti, ha voluto sottolineare il ruolo attivo dell' amministrazione nell'avviare l'indagine che ha svelato lo scandalo dei permessi per la sosta falsificati. Il sindaco ha voluto rimarcare che in una sola notte, l'amministrazione è stata in grado di raccogliere tutte le prove necessarie per denunciare 16 vigili urbani e 20 cittadini. «Abbiamo consegnato alla Procura tutto il materiale della nostra indagine - ha ricordato Letizia Moratti - e la Procura stessa si è complimentata con noi e ci ha autorizzato a rendere nota la vicenda».
24 luglio 2009 Link a questo post
Telefono Rosa: "Siamo nauseate, come si Misura la libidine? La donna non è un oggetto
ROMA - Toccava le colleghe di lavoro. Ma in maniera scherzosa, come modo di fare abituale, senza provare alcune «ebbrezza sessuale» o intenti libidinosi. Per questo la Cassazione ha confermato l'assoluzione di un lavoratore extracomunitario, Kadri O., dall'accusa di violenza sessuale per la quale, in primo grado, era stato condannato ad un anno e due mesi di reclusione (pena sospesa dalla condizionale). In appello, invece, Kadri era stato assolto, il 28 novembre 2008, con la formula perchè il fatto non sussiste. LA SENTENZA - Il processo era nato dalla denuncia sporta da una collega di Kadri, stanca delle sue mani lunghe. In tribunale era emerso che (come rileva la Cassazione nella sentenza 30969) «Kadri O. era solito praticare scherzi di cattivo gusto toccando le colleghe di lavoro e così ponendo in essere un comportamento di certo poco raffinato e abituale». Tuttavia dalle stesse testimonianze era anche risultato che nel comportamento dell'uomo non era ravvisabile alcune «ebbrezza sessuale» in quanto, toccando le colleghe «non voleva soddisfare la propria libido». Contro l'assoluzione di Kadri O. aveva fatto ricorso in Cassazione la Procura generale della Corte d'Appello di Bologna. IL LEGALE - L'avvocato Marcello Rambaldi, legale dell'imputato, ha spiegato che Kadri O. «era solito abbracciare con trasporto tutte le colleghe.» Alcune, come quella che lo ha denunciato, le abbracciava con un tale trasporto da sollevarla da terra. «Ma tutto avveniva per affetto, non per soddisfare istinti sessuali». E aggiunge: «Ma quale violenza, il mio cliente abbracciava tutte le colleghe. In quel caso sollevando la collega da terra, le sfiorò il seno. Avvenne nel 1996.
Addirittura una collega che lo difese conoscendo le abitudini di Kadri si ritrovò accusata di favoreggiamento». Poi fu assolta. Teatro degli abbracci tra Kadri e le colleghe, un mercato ortofrutticolo della provincia di Ferrara dove l'immigrato baciava e abbracciava tutte «ma con affetto, ci mancherebbe», ribadisce Rambaldi. «Ora il mio cliente ha cambiato mestiere ma per ragioni di opportunitá e si occupa del settore dell'edilizia. Si è sposato e ha tre figli». E probabilmente non "abbraccia" più con trasporto. "NAUSEATA" - È una sentenza «nauseante»: così la presidente di Telefono Rosa, Maria Gabriella Moscatelli, definisce la decisione della Cassazione di annullare la pena ad un uomo che toccava le colleghe. «Intanto - dice - vorrei sapere come è stata misurata la libidine, ma sono molto preoccupata per il messaggio, assurdo, che la sentenza lancia agli uomini. Vorrei che fosse chiaro: anche se si sfiora una mano e non è gradito, è un comportamento da non tenere. Le donne non sono oggetto». La presidente, che guida l'associazione che si occupa di violenza alle donne, sottolinea poi che «è inutile inasprire le pene, fare nuove leggi, se poi si mandano messaggi così assurdi e così sbagliati. È un fatto del tutto dannoso».
Sull stessa lunghezza d'onda anche Pia Covre, del Comitato diritti delle prostitute: la sentenza dimostra «che ancora la donna non è rispettata», dice. È una sentenza - osserva Covre - «non giusta e non vera. Sono io a determinare se uno mi può toccare o meno. E se una persona si è rivolta ad un tribunale vuol dire che c'è stato un abuso e che quindi quell'atto non era permesso. Spetta alla donna decidere se farsi toccare e come, secondo i propri gusti». 24 luglio 2009 Link a questo post
Troppo bianchi i pompieri di New York
USA / LA SENTENZA
E' la conclusione a cui è arrivata la Corte distrettuale federale di Brooklynin: solo il 3% dei vigili del fuoco sono di colore e il 6% latinos. Il sindaco Bloomberg: "I test d'ammissione sono già cambiati"
I pompieri di New York sono 'troppo bianchi', e il motivo sono gli esami di ammissione che discriminano le minoranze etniche nera e ispanica. E' la conclusione a cui è arrivata la Corte distrettuale federale di Brooklynin in un giudizio su test di ammissione tenutisi nel 1999 e del 2002, che mette sotto accusa il F.D.N.Y. (Fire Department of New York City) e le politiche del sindaco Michael Bloomberg.
"Gli esami hanno escluso centinaia di persone di colore qualificate dall'opportunità di servire come pompieri di New York", ha scritto il giudice Nicholas G. Garaufis secondo quanto riporta oggi il New York Times. Il problema è che le minoranze etniche, a New York, non sono più così 'minori': neri e ispanici rappresentano circa il 27% ciascuno della popolazione dela Grande Mela. Ma nel F.D.N.Y. questa le proporzioni sono ben diverse: alla fine dello scorso maggio, appena il 3% degli 11.529 pompieri erano neri e il 6% 'latinos'.
Il comune si difende, e sostiene attraverso i suoi avvocati che la causa in questione riguarda test che già non sono più utilizzati, mentre i nuovi esami stanno cominciando a invertire la tendenza: tanto che un terzo delle reclute più recenti provengono da minoranze razziali. In ogni caso, la materia è delicata e le conseguenze pratiche della nuova sentenza dovranno essere bilanciate con un'altra decisione della Corte Suprema: in un caso relativo alla città di New Haven (Connecticut) i giudici supremi hanno stabilito che i candidati-pompieri bianchi sono a loro volta discriminati ingiustamente se vengono esclusi dopo aver passato i test con successo, per favorire candidati neri o ispanici che hanno riportato risultati peggiori.
Il ritornello del parlamento "calpestato"
Il governo chiede la fiducia, l'opposizione insorge. «Parlamento calpestato» è il ritornello della legislatura, ormai più scontato di un treperdue all'Esselunga. Lo si è sentito anche ieri quando è stata scelta la scorciatoia istituzionale per l'approvazione del decreto legge anti crisi. Il coro della sinistra ha subito intonato il mantra: disprezzo per le Camere, scarsa discussione, insufficiente attenzione alle procedure formali. Uno sdegno che ha riempito, tramite radio Tv, i tinelli degli italiani. Non si sa, però, quanto gli italiani abbiano condiviso: le procedure formali, sia chiaro, sono sacre. Ma la pagnotta un po' di più.
Pane al pane, vino al vino: nei tinelli, si sa, tutto il resto è un po' indigesto. Ma come? C'è la crisi, bisogna agire, si chiede al governo di essere veloce. E poi quando arriva un provvedimento per aiutare imprese e famiglie lo si vuole imbrigliare nei corridoi vellutati del Palazzo? Ai parlamentari che importa, si capisce: loro tanto mica hanno il tinello, mangiano alla buvette. Ma, se è lecito domandare, non avevano già discusso il provvedimento urgente in commissione? E allora? Quante discussioni bisogna fare prima che l'approvazione di una legge si tolga il marchio d'infamia di «violazione del Parlamento»?
In Gran Bretagna, per dire, la finanziaria viene discussa e approvata in cinque giorni in una sola Camera. Cinque giorni. Da noi, invece, ogni provvedimento rischia di perdersi: pareri, contropareri, la commissione, l'aula, la pioggia di emendamenti, la riunione dei capigruppo, le schermaglie procedurali, er dibattito, la Camera, il Senato, poi di nuovo la Camera, poi di nuovo il Senato, la navetta, il ping pong, la virgola da spostare nell'articolo 25 comma 2 bis, e tanti saluti alle impellenti necessità di intervenire. Un provvedimento urgente può stare a bagnomaria per mesi. E se non è urgente che fanno? Lo mettono in coda alla discussioni delle interrogazioni presentate da Attilio Regolo e Orazio Coclite?
Tutte le volte che sento parlare di «Parlamento calpestato», a me viene il sospetto che questi abbiano la nostalgia del vecchio assalto alla diligenza, quello che Amato chiamava «l'ultimo treno per Yuma» e Pomicino «la distribuzione di vol au vent». Il governo Berlusconi ha fortunatamente abolito una volta per tutte le lungaggini della finanziaria, il percorso accidentato che produceva mostri giuridici, leggi lunghe 45 metri con articoli composti da 1.365 commi, e che permetteva ai parlamentari di nascondere dentro la confusione il codicillo che aiutava l'amico, lo stanziamento per la propria mini-lobby, l'aiutino per la cooperativa della propria città. Forse è questo che deputati e senatori rimpiangono, altro che «disprezzo per le Camere»... Magari ce lo siamo dimenticati, ma nell'ultima finanziaria-mostro approvata in Italia, quella del dicembre 2007, c'era dentro di tutto, dalle agevolazioni fiscali per le marionette e i burattini ai due milioni di euro per fare a Foggia una sede distaccata dell'agenzia alimentare, dagli aiuti per asini, muli e bardotti ai finanziamenti per l'acquisto di idrovolanti...
Certo: chiedere la fiducia (fra l'altro: per la 23ª volta... ) non è il massimo. Ma è sempre meglio che finire di nuovo in balìa di queste pratiche tribali, con i parlamentari assetati di denari che tendono l'agguato in cima al canyon di Montecitorio con in mano l'ascia dell'emendamento. Il provvedimento deve passare? Va bene, ma in cambio ci aggiungi i soldi per i miei burattini. Ma vi pare? E allora, prima di intonare per l'ennesima volta il ritornello del Parlamento calpestato nelle sue legittime esigenze, bisognerebbe chiedersi se non è il Parlamento che ormai calpesta le legittime esigenze dei cittadini. Bisognerebbe chiedersi se i regolamenti e le procedure, le due Camere perfettamente identiche, le lungaggini e i tempi morti non sono ormai fuori dal tempo, in un mondo in cui persino le parole corrono più veloci. Per trasferire le catastrofi economiche da un angolo all'altro del pianeta basta un attimo: è possibile che per correre ai rimedi seguendo l'iter parlamentare ci vogliano dei mesi? Se si vuole davvero il bene del Paese, e non di una lobby o dell'amico che vende gli idrovolanti, forse sarebbe il caso di porsi in fretta questa domanda. Perché la fiducia, come diceva una vecchia réclame, è una cosa seria. Ma anche la crisi non scherza per nulla.