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Timestamp: 2019-04-23 19:50:02+00:00
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Beni confiscati in forza di un reato prescritto: l'Italia non rispetta il Principio di legalitàDiritti Europa
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Posted by: Roberto Federico Proto in Categorie Violazioni CEDU, I diritti in Europa, In evidenza, Protezione della proprietà privata 6 novembre 2013
Una vicenda giuridicamente ingarbugliata e complessa, quella oggetto della sentenza Varvara v. Italia del 1 Novembre 2013, ove l’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.
Una vicenda non certo nuova agli attenti osservatori del settore, date le forti analogie e similitudini con il più noto caso di Punta Perotti – precedente più volte citato nel dispositivo della suddetta sentenza -, anche quest’ultimo approdato in Corte Europea e conclusosi con una (salatissima) condanna per il nostro paese. In entrambi i casi il nodo cruciale della questione è stata la violazione di un pilastro essenziale di uno Stato di Diritto: il Principio di Legalità.
I fatti risalgono al lontano 1985 quando un imprenditore originario di Gravina di Puglia, volendo costruire un complesso immobiliare nei pressi della foresta Mercadante – che si estende attualmente per 1.300 ettari e per questo è definita da molti come “il polmone di Bari“- stipula con il comune di Cassano delle Murge una convenzione di lottizzazione e ottiene i permessi per costruire i primi edifici.
Ma dopo l’accordo più interventi legislativi ed amministrativi innovano la normativa vigente, cambiando le carte in tavola. Un decreto ministeriale dell’agosto del 1985 dichiara i territori limitrofi alla foresta soggetti al vincolo paesaggistico, costringendo il comune barese ad adire il giudice amministrativo (il Tar) per eliminare il vincolo paesaggistico sui territori oggetto della convenzione di lottizzazione. Due leggi, inoltre, entrano in vigore.
La prima, la Legge 431/1985, attribuì alle regioni il potere esclusivo di legiferare nella materia della la tutela del paesaggio e la seconda, la Legge regionale n ° 30/1990, previde la previa autorizzazione della regione per edificare i terreni in prossimità dei vincoli paesaggistici boschivi.
Dopo varie modifiche a cui fu soggetto l’accordo di suddivisione e il ridimensionamento del progetto, il comune di Cassano delle Murge emise nel 2007 un certificato, ove attestava che tutte le strutture costruite dal richiedente prima del 30 settembre 2004 fossero coerenti con la legislazione urbanistica.
foto da Mondo del Gusto – EAT
Per l’imprenditore pugliese le “grane” giuridiche non finiscono qui. Infatti dopo aver superato i primi ostacoli burocratici/amministrativi, nei confronti del ricorrente venne aperto un procedimenti penali per lottizzazione abusiva. Ne conseguì una diatriba giudiziaria che durò per 10 anni e che vide l’imprenditore condannato in primo grado a nove mesi di detenzione con la confisca a favore della città di tutti i terreni e fabbricati, e poi l’assoluzione in Corte d’Appello perché “il fatto non sussiste”. Ma la partita decisiva venne giocata dinanzi alla Corte suprema di Cassazione nel giudizio di diritto, ove per due volte venne cassata la sentenza di secondo grado; finché nel 2006 venne sentenziato che il reato era caduto in prescrizione.
Dopo questa lunga e burrascosa vicenda, il cittadino italiano presenta un ricorso contro l’Italia presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel quale contesta, alla luce dell’art 7 Cedu, l’illegittimità della confisca che ha colpito i suoi beni poiché autorizzata in assenza di una condanna. In particolare , il ricorrente sostiene il mancato rispetto di alcune disposizione generali riguardanti il processo penale in particolar modo l’art 129 cpp. Inoltre ha sollevato la presunta violazione dell’art 6 paragrafo 2 Cedu, denunciando la mancata osservanza della presunzione d’innocenza, e l’art 1 del protocollo n. 1 per l’illegittimità e il carattere sproporzionato della confisca che ha colpito la sua proprietà.
La Corte Europea, non discostandosi dal precedente del caso Sud Fondi v. Italia, ha riscontrato una violazione dell’art 7 Cedu e dell’art 1 protocollo 1, condannando lo Stato convenuto a versare 10000 euro a titolo di danno non patrimoniale.
Una sentenza il cui esito era facilmente prevedibile, in cui l’incertezza del nostro diritto e l’estemporaneo mutamento della normativa interna sono piombati nella vicenda del cittadino italiano limitando del tutto le basilari garanzie del consociato, ovverosia i principi costituzionali della prevedibilità ed evitabilità dell’evento, in via generale il Principio di Legalità.
In particolar modo la confisca che ha colpito i beni del ricorrente eseguita in forza della condanna di primo grato, durante il proseguito dell’accertamento giudiziario, ha perso il requisito essenziale per la sua applicazione a causa della successiva prescrizione del reato, divenendo illegittima e lesiva del suo diritto di proprietà. Una vicenda giudiziaria molto grave tenuto conto che per la medesima violazione l’Italia è stata costretta, già in precedenza, a pagare un indennizzo molto più elevato di 10000 euro. Purtroppo l’Italia difficilmente impara dai propri errori.
– La sentenza in originale è reperibile qui: Varvara v. Italia
– Lottizzazione abusiva illegittima la confisca se il reato è prescritto dalla La Gazzetta del Mezzogiorno;
– Nel caso varvara c. italia, la c.e.d.u. sanziona nuovamente l’italia per la confisca di beni oggetto di lottizzazione abusiva articolo di Antonella Mascia;
– Punta Perotti: L’Italia deve pagare 49 milioni a causa dell’incertezza delle sue leggi;
– La sentenza della Grande Camera sul caso Punta Perotti: Sentenza Sud Fondi v. Italia;
Art 1 Protocollo 1 Art 7 CEDU Danutė Jočienė Italia Seconda Sezione	2013-11-06
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