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Timestamp: 2019-05-26 21:55:22+00:00
Document Index: 102923749

Matched Legal Cases: ['art. 32', 'art. 383', 'art. 380', 'sentenza ', 'art.382', 'art. 383', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 612', 'sentenza ', 'art. 635', 'art 625', 'sentenza ', 'art. 589', 'art. 186', 'art. 186', 'art. 84', 'art. 589', 'art. 186', 'art. 589', 'art. 590', 'art. 186', 'art. 187', 'art. 164', 'sentenza ', 'art. 612', 'art. 612', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Penale - Studio Legale Avv. Ramacciati
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Rapporti intimi filmati: non è reato
Rapporti intimi filmati: non è reato. Per la Cassazione non è integrato il reato di interferenze illecite nella casa privata...
Stalking anche se la vittima “concilia”
By Avv. Alessandro Ramacciati	/ 20 Giugno 2018
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Responsabilità medica d’equipe: la Cassazione fa chiarezza
Responsabilità medica d'equipe: la Cassazione fa chiarezza. La Suprema Corte torna sulla responsabilità medica d'equipe, pronunciandosi sull'obbligo di diligenza dei...
Risarcimento danni da violazione del consenso informato.
In tema di danno alla salute e responsabilità medica, i criteri di base da seguire per chiedere il risarcimento in giudizio.
La cronaca spesso ci restituisce notizie attinenti a situazioni di malasanità o presunte tali; all’interno di queste spesso si legge di circostanze nelle quali il paziente non esprime un valido consenso informato.
La domanda è dunque la seguente: se si verifica una situazione di questo tipo, ossia la persona sottoposta ad intervento non è messa in grado di esprimersi con il prescritto consenso informato, questa omissione può essere portata in causa per una richiesta di risarcimento del danno?
Se è realmente violato l’obbligo di informazione di cui parliamo, i danni non patrimoniali risarcibili sono di questa natura:
a) sono quelli conseguenti alla lesione del diritto all’autodeterminazione del paziente;
b) inoltre sono quelli conseguenti alla lesione del diritto all’integrità psicofisica del paziente sottoposto ad intervento (diritto tutelato dall’art. 32 Cost.).
La risarcibilità della prima categoria di danno è ammessa anche se non si verifica una lesione alla salute o se questa non sia casualmente correlata alla lesione di quel diritto (ad esempio in quanto l’intervento o la terapia sono stati scelti ed eseguiti correttamente), ovviamente devono provenire dalla violazione del diritto all’autodeterminazione in se considerato (altro esempio: la sofferenza che deriva al paziente dal verificarsi di conseguenze inaspettate in quanto non illustrate anzitempo).
Il discorso è un po diverso per la risarcibilità del danno da lesione della salute che si verifichi per le prevedibili conseguente dell’atto terapeutico necessario e ben eseguito, ma effettuato senza l’informazione a monte del paziente sottoposto ad intervento.
Ebbene, l’ipotetica risarcibilità presuppone che il paziente avrebbe rifiutato quello specifico intervento se fosse stato informato adeguatamente: si tratta di una circostanza che va accertata in causa.
A questo proposito, va detto che l’onere probatorio grava sul paziente e può essere soddisfatto anche mediante presunzioni.
Le ragioni processuali e sostanziali per le quali tale onere grava sul paziente sono quattro:
1) la prova del nesso causale tra inadempimento e danno compete alla parte che allega l’inadempimento e rivendica il risarcimento,
2) il fatto da provare è il rifiuto che sarebbe stato opposto al medico,
3) si tratta di stabilire dove si sarebbe orientata la scelta del paziente,
4) va misurato lo scostamento della scelta del paziente dalla valutazione di opportunità del medico.
Il danno da violazione del consenso informato nell’ambito della responsabilità sanitaria è solo un aspetto della più generale categoria dei danni risarcibili prodotti dalla maldestra attività medica.
La rivendicazione di questa voce di danno, in caso di silenzio (o di contestazione sull’an) della struttura sanitaria sulle richieste stragiudiziali di risarcimento da parte della vittima o dei propri congiunti, passa inevitabilmente per la strada giudiziale.
Arresto in flagranza: quando può farlo il privato cittadino.
La Cassazione si esprime sulla legittimità dell’arresto in flagranza da parte di un privato cittadino.
Quando il cittadino può arrestare il delinquente? L’art. 383 del codice di procedura penale consente l’arresto facoltativo da parte del privato in flagranza di reato, per i delitti perseguibili d’ufficio e nei casi previsti dall’art. 380. Inoltre, dispone che la persona che ha eseguito l’arresto deve “senza ritardo” consegnare l’arrestato e le cose costituenti il corpo del reato alla polizia giudiziaria che redige il verbale della consegna e ne rilascia copia.
Sul punto, si è espressa di recente anche la Cassazione, con la sentenza n. 23901/2018, legittimando l’arresto effettuato da un privato cittadino nei confronti di un rapinatore.
La vicenda vede il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Savona adire il Palazzaccio avverso l’ordinanza con cui il giudice monocratico del Tribunale di Savona non convalidava l’arresto di un uomo accusato del reato di rapina e lesioni aggravate. Il procuratore lamentava violazione di legge sul rilievo che il giudice aveva erroneamente escluso lo stato di flagranza ovvero di quasi flagranza di cui all’art.382 cod. proc. pen.
Invero, va escluso, che, nel caso di specie, ci si trovi dinanzi ad un’ipotesi in cui il privato non abbia proceduto all’arresto ma si sia limitato ad invitare il presunto reo ad attendere l’arrivo degli organi di polizia, in quanto nei verbali agli atti si fa espresso riferimento ad un intervento con cui si adoperava per far cessare la presunta rapina, mentre altri si assicuravano che l’aggressore rimanesse sul posto sino all’arrivo della P.G. A ciò va aggiunto che, sempre secondo quanto descritto in atti, sussistevano ex ante gli elementi fattuali da cui poteva ragionevolmente desumersi la commissione, ai danni della vittima, del delitto di rapina e, dunque, legittimarsi, ai sensi dell’art. 383 cod. proc. pen., l’arresto facoltativo del privato, “in quanto l’esclusione del fine di profitto non poteva ricavarsi in quel momento né dal movente riferito (l’accusa alla vittima di un precedente alterco con un amico dell’aggressore), né dal fatto che nessuna collanina – era – stata rinvenuta indosso all’imputato, considerato che una delle due collane della p.o. risulta effettivamente sparita e la seconda è stata recuperata spezzata”. Né vale richiamare la circostanza che lo strappo della collanina fu accidentale, giacchè fatto conseguente ad una successiva valutazione di merito operata dal giudice, “ma non rapportabile a quanto direttamente percepibile al momento dell’arresto, dovendosi, ai fini della convalida, avere riguardo alle circostanze esistenti al momento dell’intervento del privato, secondo una valutazione da compiersi ex ante, da tenersi distinta da quella del giudizio di merito”. Per cui l’ordinanza di non convalida va annullata senza rinvio e l’arresto del privato dichiarato legittimo.
Rapporti intimi filmati: non è reato.
Per la Cassazione non è integrato il reato di interferenze illecite nella casa privata a carico di chi filma un rapporto intimo all’insaputa del partner.
La V sezione della Corte di Cassazione con sentenza 27160 del 13 giugno 2018 esclude il reato di interferenze illecite nella casa privata nella fattispecie in cui uno dei soggetti filma un rapporto intimo all’insaputa dell’altro.
Un uomo invitava la propria ex compagna presso il suo appartamento al fine di intrattenere con lei un rapporto intimo per poi ricattarla con il video clandestinamente filmato.
Nella sentenza de qua gli Ermellini di Piazza Cavour, con osservanza di granitici orientamenti della giurisprudenza di legittimità, nello specifico la sentenza 22221 del 10 gennaio 2017, nonché la pronuncia di ben dieci anni prima sempre emessa dalla V Sezione, ossia la sentenza 1766 del 28 novembre 2007, hanno statuito che “non integra il reato di interferenze illecite nella vita privata la condotta di colui che mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva provveda a filmare in casa propria rapporti intimi intrattenuti con la convivente, in quanto l’interferenza illecita prevista e sanzionata dal predetto articolo è quella proveniente dal terzo estraneo alla vita privata, e non già quella del soggetto che, invece, sia ammesso a farne parte, sia pure estemporaneamente, mentre è irrilevante l’oggetto della ripresa, considerato che il concetto di “vita privata” si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato”.
Tale orientamento pone la sua attenzione sull’inciso “non integra il reato di interferenze illecite nella vita privata la condotta di colui che mediante l’uso di strumenti di ripresa visiva provveda a filmare in casa propria rapporti intimi intrattenuti con la convivente”, in quanto l’interferenza illecita prevista e sanzionata dal predetto articolo è quella proveniente dal terzo estraneo alla vita privata, e non già quella del soggetto che, invece, sia ammesso a farne parte, sia pure estemporaneamente, mentre è irrilevante l’oggetto della ripresa, considerato che il concetto di ‘vita privata’ si riferisce a qualsiasi atto o vicenda della persona in luogo riservato.
Una particolare attenzione deve essere rivolta all’inciso vita privata riconducibile quindi a quella indicata dal Legislatore nell’articolo 614 del Codice Penale, quindi nel domicilio o nelle sue appartenenze, mostrando perciò l’esclusione del delitto ai sensi dell’articolo 615 bis Codice penale di colui che non ha diritto ad introdursi nei luoghi sopraindicati; per completezza di esposizione nell’articolo 614 del Codice Penale Violazione di domicilio il soggetto agente è chiunque e non l’avente diritto di stare fisicamente nei luoghi indicati. Inoltre i Supremi Giudici asseriscono che “nè può fondatamente ritenersi che la ripresa fosse indebita per il solo fatto che non fosse stata autorizzata dall’altro partecipe a quel particolare segmento della vita privata, poichè la norma, come si è detto, ricollega il disvalore, di rilievo penale, della registrazione alla violazione dell’intimità del domicilio e non alla mera assenza del consenso da parte di chi viene ripreso”.
Per questi motivi la Corte di Cassazione dichiara inammissibile il ricorso e annulla senza rinvio agli effetti civili la sentenza impugnata quanto al capo I perchè il fatto non sussiste ed elimina la somma di Euro 500 dalla quantificazione del danno rigettando il ricorso nel resto; condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio che liquida in complessivi Euro 1.200, oltre accessori di legge, in favore della parte civile P., da distrarsi in favore dell’erario.
Sostanzialmente il reato di cui all’articolo 615-bis del Codice Penale viene meno in quanto il soggetto agente e la persona offesa sono soggetti che frequentano abitualmente il luogo dove è avvenuta il filmato e non rientrano nel chiunque riconducibile all’articolo 614 del Codice Penale.
Giu20 di Avv. Alessandro Ramacciati
Stalking anche se la vittima “concilia”.
Per la Cassazione l’atteggiamento apparentemente tranquillo della vittima, volto a non aggravare la situazione, non determina il venir meno dello stalking ove sussistano gli elementi del reato.
Non sfugge all’accusa di stalking la ex fidanzata se la vittima risponde ai suoi atteggiamenti molesti e petulanti, comprese insistenti telefonate, con apparente tranquillità e atteggiamento talvolta conciliante per non aggravare la situazione.
Con la sentenza n. 27466/2018, la quinta sezione penale della Corte di Cassazione ha confermato la condanna nei confronti di una donna sia per il delitto di cui all’art. 612-bis c.p. che per quello di danneggiamento aggravato.
In Cassazione l’imputata tenta di difendersi censurando la sentenza di condanna nella parte in cui non avrebbe tenuto conto dell’atteggiamento conciliante della presunta vittima, che aveva sempre risposto alle sue telefonate ritenute moleste, intrattenendosi anche a parlare con lei.
Inoltre, la persona offesa neppure aveva cambiato numero, con ciò dimostrando di non aver subito dai comportamenti della donna alcun turbamento psicologico e quindi l’assenza di ogni pregiudizio e degli eventi tipici del delitto, ovvero una condizione in cui si poteva liberamente vivere la propria quotidianità.
Per la Cassazione, tuttavia, il motivo di impugnazione non merita accoglimento vista la motivazione con cui la Corte d’Appello ha giustificato la conferma della responsabilità dell’imputata.
La persona offesa aveva testimoniato infatti, che a fronte della reiterata petulanza della donna, e conoscendo la sua fragilità psicologica, non aveva saputo come comportarsi e per questo talvolta aveva assunto un atteggiamento conciliante, mentre in altre occasioni non aveva risposto al telefono oppure era stato addirittura brusco.
Inoltre, il teste ha chiarito che non aveva potuto cambiare numero di telefono per motivi di lavoro, avendo moltissimi clienti che erano a conoscenza di quel recapito telefonico.
La motivazione dei giudici a quo, che la Cassazione ritiene scevra da vizi, ha poi esaminato tutti gli aspetti della fattispecie incriminante, descrivendo le plurime precauzioni a cui la persona offesa era stata costretta per prevenire e o rimediare ai comportamenti inurbani e molesti dell’imputata e quindi i cambiamenti di abitudini di vita nonché il costante stato d’ansia e paura in cui incorreva la vittima a causa di quelle condotte comprovate anche dalle dichiarazioni concordi di altri testimoni.
I giudici, inoltre, si pronunciano anche sulle contestazioni circa il reato di danneggiamento aggravato, ex art. 635 c.p. in relazione all’art 625, n. 7 c.p.: avendo il danneggiamento, in ipotesi, riguardato automobili parcheggiate sulla pubblica strada ed esposte alla pubblica fede questa fattispecie esula dalla depenalizzazione di cui al d.lgs. 7/2016 ed è dunque perseguibile d’ufficio.
Omicidio stradale e guida in stato di ebbrezza: unico reato.
Con la sentenza n. 26857/2018, depositata il 12 giugno, la Cassazione sancisce che, chi guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti deve essere imputato per il reato di omicidio stradale nella forma aggravata, poiché l’imputazione separata e ulteriore per guida in stato di ebbrezza violerebbe il principio del ne bis in idem sostanziale. Questo il cambiamento apportato dalla legge n. 41/2016, che contempla la guida in stato di ebbrezza o sotto effetto di droghe come aggravanti del reato base di omicidio stradale.
In primo grado l’imputato viene condannato per concorso formale (ai sensi dell’art. 589-bis, comma 8, cod. pen.) dei reati di omicidio colposo stradale, commesso in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi dell’art. 186, comma 2, lett. b), del d. Igs. 30 aprile 1992, n. 285 (capo A) e di lesioni colpose stradali gravi, commesso in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi dell’art. 186, comma 2, lett. b), del d. Igs. n. 285 del 1992 (capo B). In appello la pena è rideterminata e ridotta a quella applicata per i reati di cui ai capi A) e B) mentre il resto viene confermato. Ricorre in Cassazione l’imputato, ritenendo violata, tra gli altri motivi di ricorso “la disciplina codicistica del reato complesso (art. 84 cod. pen.), tale essendo il rapporto tra omicidio stradale aggravato ex art. 589-bis, comma 4, cod. pen., e guida in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi dell’art. 186, comma 2, lett. b), e comma 2-bis, del d. Igs. n. 285 del 1992.”
La Corte, ritenendo parzialmente fondato il ricorso dell’imputato, precisa che la precedente normativa sull’omicidio colposo (art. 589 c.p) e lesioni colpose (art. 590 c.p) prevedeva specifiche aggravanti se i fatti venivano commessi violando le norme sulla circolazione stradale da parte soggetti a cui veniva rilevato un tasso alcolemico superiore a 1,5 grammi/litro. La legge n. 41/2016, che ha introdotto il reato di omicidio stradale, applicabile solo ai conducenti di veicoli a motore, prevede invece che lo stato di ebbrezza costituisca un’aggravante dell’omicidio stradale e non una fattispecie autonoma di reato. La legge 41/2016 ha quindi introdotto un reato complesso, che assorbe la guida in stato di ebbrezza (art. 186 del Codice della strada) e sotto l’effetto di sostanze stupefacenti (art. 187), che non possono essere contestati separatamente, perché aggravanti dell’omicidio stradale o delle lesioni stradali.
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Auto carica di bagagli? Multe fino a 338 euro.
Caricare l’auto di bagagli può costare una multa fino a 338 euro oltre al ritiro della patente e della carta di circolazione. La sanzione è prevista dall’art. 164 del Codice della strada.
Giu15 di Avv. Alessandro Ramacciati
Stalking per i bulli che costringono il compagno di classe a cambiare scuola.
La Cassazione conferma la condanna ai due minori che vessano lo studente durante tutto l’anno scolastico provocandogli ansia e alterando le sue condizioni di vita.
Va confermata la condanna per il reato di atti persecutori commesso da due compagni di classe che, durante tutto l’anno scolastico, hanno continuamente vessato e perseguitato lo studente al punto da costringerlo a cambiare scuola.
La condotta dei bulli, infatti, ha determinato nel minore un’evidente alterazione delle condizioni di vita e lo ha emotivamente turbato al punto da provare ansia per la prova incolumità. Una linea dura nei confronti del bullismo che viene confermata dalla Corte di Cassazione che, nella sentenza n. 26595/2018 ha confermato la condanna di due studenti che i giudici di merito avevano ritenuto responsabili di lesioni personali, percosse e stalking nei confronti di un compagno di classe.
Inutile per la difesa cercare di minimizzare l’accaduto e ritenere indimostrata la sussistenza di reiterate condotte vessatorie e moleste ex art. 612-bis del codice penale, ad esempio evidenziando che la vittima avrebbe lasciato l’istituto scolastico non a causa delle condotte degli imputati, bensì per decisione dei genitori di denunciare la scuola.
D’altronde, in sede di merito era emerso un quadro di continue e drammatiche vessazioni, con condotte che i due bulli avevano protratto in danno del compagno di classe per tutto il periodo dell’anno scolastico in cui egli aveva frequentato la scuola portandolo, prima, a interrompere la frequenza e costringendolo, infine, ad abbandonare del tutto l’istituto.
Eventi su cui i giudici di merito hanno diffusamente motivato con un procedimento logico immune da vizi sottolineando l’evidente alterazione delle condizioni di vita determinata nel minore dalle condotte dei compagni che risultano correttamente integrare la fattispecie incriminatrice di cui all’art. 612-bis del codice penale, unitamente all’accertato stato di ansia e di paura per la propria incolumità fisica, insorto nel minore.
Sul punto, la Corte territoriale ha fornito un’esauriente e logica risposta a tutti i rilievi difensivi che gli imputanti hanno tentato surrettiziamente di riproporre in Cassazione, ponendo a fondamento della decisione la narrazione della persona offesa, sottoposta a penetrante e specifica verifica, sotto il profilo della credibilità personale e dell’attendibilità delle sue dichiarazioni.
Responsabilità medica d’equipe: la Cassazione fa chiarezza.
La Suprema Corte torna sulla responsabilità medica d’equipe, pronunciandosi sull’obbligo di diligenza dei componenti e sul controllo dell’operato altrui medico.
In un’equipe medica ogni componente deve sempre controllare che gli altri sanitari abbiano posto in essere in modo corretto la propria attività. Così ha stabilito la IV Sezione Penale della Cassazione con sentenza n. 22007/2018 tornando sulla responsabilità dell’equipe medica e facendo chiarezza su alcuni punti.
Nella vicenda, più sanitari in servizio presso una struttura ospedaliera venivano imputati del decesso di una partoriente sottoposta a taglio cesareo ed a isterectomia per aver omesso in modo colpevole di porre in essere tutte le operazioni idonee volte ad evitare il decesso.
La IV Sezione, riprendendo un granito orientamento della Sezioni Unite (cfr. sentenza 38343/2014), ha soffermato l’attenzione sulla posizione di garanzia, la quale trae la sua fonte dalla legge.
Il Palazzaccio si sofferma, quindi, sul fatto che oltre all’attività sincronizzata dei sanitari ovvero per gli ausiliari dei sanitari per un intervento, le azioni si integrano reciprocamente in virtù di un intervento il cui esito deve essere positivo. Emerge il principio dell’affidamento che si concretizza nel vigilare le singole azioni dei singoli sanitari ed allo stesso tempo vige il principio alla luce del quale ogni singolo sanitario ovvero ausiliario ha l’onere di prestare la propria diligenza sull’azione affidatagli.
La Suprema Corte inoltre statuisce che il principio dell’affidamento non può essere invocato nel caso in cui la condotta colposa del singolo sanitario si esplichi nella inosservanza della legge che regola la sua attività, con la conseguente prevedibilità nonché rilevabilità dell’errore del singolo sanitario.
Alla luce di quanto esposto la Suprema Corte ha annullato la sentenza impugnata con rinvio alla Corte di Appello territoriale, rimettendo la liquidazione delle spese tra le parti per il giudizio di legittimità.