Source: http://www.privacy.it/prosperi199810.html
Timestamp: 2015-01-30 02:30:57+00:00
Document Index: 155958887

Matched Legal Cases: ['art. 2105', 'art. 2407', 'art. 2622', 'art. 2598', 'art. 3', 'art. 2622', 'art. 13', 'art. 2059', 'art. 29', 'art. 9', 'art. 9']

M. Prosperi - La tutela civile delle informazioni personali delle persone giuridiche
La tutela civile delle informazioni personali delle persone giuridiche
(consulente giuridico del sito www.privacy.it)
Molto spesso lanalisi dei rapporti tra la legge 675/96 e le imprese si concentra sulle problematiche scaturenti dalla considerazione di queste ultime come soggetti attivi del trattamento di dati e quindi come titolari di obblighi e adempimenti di varia natura e di ardua comprensione. Tuttavia, mutando angolo di visuale, giova rammentare che anche le imprese sono considerate come soggetti ammessi a fruire della tutela prevista dalla legge 675/96, la quale abbraccia non solo gli individui ma anche soggetti diversi dalle persone fisiche, siano essi dotati o meno di personalità giuridica. Del resto tale omogeneità di disciplina era imposta dalla diretta precettività del principio costituzionale di eguaglianza con il quale avrebbe invece contrastato ladozione di un trattamento normativo differente basato soltanto sulla veste giuridica di soggetti che si trovano, in ipotesi, nelle medesime condizioni sostanziali.
Lestensione di tutela è quanto mai opportuna poiché un trattamento incontrollato di dati possiede certamente la capacità di offendere alcuni attributi fondamentali delle imprese in modo tale da danneggiarne, a volte in maniera irreversibile, limmagine, la rispettabilità, il decoro, laccesso al credito o ad altri servizi, la fiducia di fornitori e avventori e così via, sino ad investirne lattività nel suo complesso.
La fondatezza di tale pericolo è dimostrata dalla circostanza che, già prima della entrata in vigore della legge 675/96, era operante in seno allordinamento civile un insieme di norme poste ad esclusiva protezione della riservatezza delle persone giuridiche. Si vedano, a mero titolo di esempio, lart. 2105 c.c., che fa obbligo al lavoratore di non "divulgare notizie attinenti allorganizzazione e ai metodi di produzione dellimpresa"; lart. 2407 c.c., che impone ai sindaci il mantenimento del "segreto sui fatti e sui documenti di cui hanno conoscenza per ragione del loro ufficio"; lart. 2622 c.c., che riguarda la divulgazione di notizie sociali riservate, il quale prevede sanzioni penali per "gli amministratori, i direttori generali i sindaci e i liquidatori, che, senza giustificato motivo, si servono, a profitto proprio od altrui, di notizie avute a causa del loro ufficio, o ne danno comunicazione"; lart. 2598 c.c., n. 2, che definisce come concorrente sleale "chiunque diffonde notizie e apprezzamenti sui prodotti e sullattività di un concorrente".
Ancora, tra le leggi speciali in materia di società, sono degne di menzione la L. 7 giugno 1974 n. 216, istitutiva della CO.N.SO.B che, allart. 3 lett. b, limita i poteri della Commissione stessa di richiedere a società e ad enti la pubblicazione di dati e notizie necessari per linformazione del pubblico, nonché la L. 17 maggio 1991, n. 157 recante norme relative alluso di informazioni riservate nelle operazioni su valori mobiliari, che crea una disciplina repressiva del c.d. insider trading recuperando la fattispecie di cui si interessa lart. 2622 c.c. e ampliandone lambito (dirigenti, revisori dei conti); detta legge stabilisce sanzioni penali per tutti quei soggetti che, venendo a conoscenza di informazioni riservate in ragione della loro posizione allinterno della società (partecipazione al capitale, esercizio di una funzione, professione o ufficio), pongono in essere una serie di attività (operazioni su valori mobiliari, comunicazione dei dati a terzi o consiglio a terzi di compiere operazioni sui valori mobiliari cui le informazioni si riferiscono) servendosi delle informazioni medesime.
La considerazione complessiva delle suesposte norme mostra limpegno profuso dal legislatore nellapprestare adeguata ed effettiva tutela alla riservatezza delle notizie aziendali, specie se si riflette sulla natura delle sanzioni predisposte da talune delle disposizioni rapidamente scorse: la stigmatizzazione penale di alcuni dei comportamenti sopra descritti è indice della valutazione della riservatezza dellimpresa come un bene essenziale degno di una tutela rafforzata. Diversamente, risulterebbero violati due principi cardine operanti in materia penale. Ci si riferisce innanzitutto al principio di proporzione: tenendo presente leffetto tipico della sanzione penale, cioè la privazione della libertà personale tutelata dallart. 13 Cost., il ricorso a tale strumento è legittimo solo per tutelare beni di valore uguale o maggiore alla libertà personale, cioè beni di rango parimenti costituzionale; in secondo luogo viene in rilievo il principio di sussidiarietà (strumento penale come extrema ratio) secondo il quale luso della sanzione penale appare legittimo solo quando il bene giuridico non sia adeguatamente tutelabile attraverso strumenti extrapenali.
Laspirazione dellordinamento ad assicurare lintegrità della sfera riservata dellimpresa ha trovato ulteriore realizzazione nella legge 675/96. Tra le altre, detta legge contempla anche disposizioni di notevole importanza in materia di responsabilità per danni arrecati a cagione di un trattamento di dati personali. Date le premesse svolte, il tema della responsabilità per fatto illecito investe le imprese nel possibile duplice ruolo di danneggiante  gestore del trattamento e di danneggiato  soggetto passivo del medesimo.
Il sistema della responsabilità civile per danni da trattamento di dati emerge dalla combinazione degli artt. 18 e 29, IX comma. Secondo la lettura combinata delle due disposizioni, un trattamento di dati personali è idoneo a causare entrambe le specie di danno tradizionalmente conosciute dallordinamento: quello patrimoniale, apprezzabile cioè secondo la consolidata teoria della differenza (negativa) nel complesso dei beni del paziente a causa dellevento lesivo; e, limitatamente alle persone fisiche, quello non patrimoniale (sofferenze, risentimento, compressioni o turbamenti della personalità, dolore) che, secondo limpostazione tradizionale è risarcibile solo nei casi espressamente preveduti dalla legge (cfr. art. 2059 c.c.). Normalmente, per effetto del combinato disposto degli artt. 2059 c.c. e 185 c.p., i danni non patrimoniali sono risarcibili solo a condizione che lillecito civile rivesta anche profili di antigiuridicità penale. Il sistema generale risultante dalle due disposizioni è stato però superato dallart. 29 ultimo comma della legge 675/96 nello stabilire che "il danno non patrimoniale è risarcibile anche nei casi di violazione dellart. 9", giacché linosservanza di esso non è comportamento penalmente sanzionato. Lestensione determinata dalla norma si dimostra tanto più opportuna se si riflette sulla circostanza che lo strumento risarcitorio non spiega solo un ruolo di riattribuzione del risultato utile mai conseguito attraverso lequivalente pecuniario, ma persegue anche finalità satisfattive per la vittima e/o generale o special  preventive o ancora punitive nei confronti dellautore dellillecito (il che, se condiviso, legittima lapplicabilità della sanzione civile anche in assenza di un danno economicamente quantificabile). A ben vedere la violazione dei principi descritti dallart. 9 possiede una spiccata attitudine a provocare danni non patrimoniali. La letteratura su questo specifico t