Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-25573-del-13-12-2016
Timestamp: 2020-05-31 13:32:43+00:00
Document Index: 85922144

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 375', 'art. 380', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 327', 'sentenza ', 'Cass. Sez. ', 'art. 324', 'art. 2909', 'art. 1', 'art. 360', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 11', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 101', 'art. 104', 'art. 117', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 324', 'art. 2909', 'art. 13', 'art. 1', 'art. 13', 'art. 1']

Sentenza Cassazione Civile n. 25573 del 13/12/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25573 del 13/12/2016
Cassazione civile, sez. VI, 13/12/2016, (ud. 19/10/2016, dep.13/12/2016), n. 25573
sul ricorso 17459-2015 proposto da:
INTESA SANPAOLO S.P.A., Cf (OMISSIS), quale incorporante SANPAOLO IMI
S.p.a., in persona del procuratore speciale, elettivamente
C.G., CU.MA., A.A., G.A.
quale erede di Gi.An., CA.GU., CO.FR.,
B.M. elettivamente domiciliati in ROMA, VIA FLAMINIA 195,
presso lo studio dell’avvocato SERGIO VACIRCA, rappresentati e
difesi dall’avvocato GIUSEPPE FERRARO giusta procura speciale a
G.E., P.E., AU.LU.;
avverso la sentenza n. 4013/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,
emessa il 13/05/2014 e depositata il 30/06/2014;
Ferraro per i controricorrenti, che si riporta agli scritti.
La causa e stata chiamata all’adunanza in camera di consiglio del 19 ottobre 2016, ai sensi dell’art. 375 c.p.c. sulla base della seguente relazione redatta a norma dell’art. 380 bis c.p.c.:
“Con sentenza n. 4013/2014 del 30 giugno 2014, la Corte di appello di Napoli, rigettava il gravame proposto da Intesa Sanpaolo s.p.a. contro la sentenza resa dal Tribunale di Napoli che, in accoglimento della domanda proposta da C.G. e da altri litisconsorti, tutti ex dipendenti del Banco di Napoli (o loro aventi causa, in conseguenza del decesso del dipendente) e collocati in quiescenza con decorrenza anteriore al 31/12/1990, aveva condannato Intesa Sanpaolo al pagamento in favore dei suddetti delle differenze economiche sul trattamento pensionistico per i periodi e gli importi indicati in ricorso. Ciò in base al mantenimento del meccanismo perequativo aziendale di cui alla delibera dell’Istituto del 17/1/1983. 1,a pretesa dei ricorrenti traeva titolo da una precedente sentenza del Pretore del lavoro di Napoli (n. 17809/1994), che aveva loro riconosciuto il diritto di conservare il sistema di perequazione automatica delle pensioni, come disciplinato anteriormente all’entrata in vigore del D.Lgs. 30 dicembre 1992, n. 503. La suddetta sentenza era stata confermata in grado di appello dal Tribunale di Napoli; successivamente le Sezioni Unite della Cassazione, con sentenza n. 9024/2001, avevano cassato con rinvio la sentenza di appello, riconoscendo tuttavia il diritto dei pensionati al mantenimento del regime perequativo aziendale, ove cessati dal servizio prima del 31 dicembre 1990 e limitatamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996.
La Corte di appello di Napoli, nel giudizio di rinvio, aveva riconosciuto il diritto dei pensionati (tra cui gli odierni intimati o i loro danti causa) a conservare il suddetto regime perequativo aziendale relativamente al periodo 1.1.1994-26.7.1996, condannando per l’effetto la Sanpaolo Imi S.p.A. (incorporante del Banco di Napoli S.p.A.) alla corresponsione dei relativi aumenti di pensione. La pronuncia era stata confermata da questa Corte con sentenza n. 19937 del 19 maggio 2004 6 ottobre 2004 (che si era limitata ad una modifica della statuizione solo nella sola parte concernente il regime degli accessori), con conseguente formazione del giudicato. Riteneva la Corte territoriale, nella decisione ora impugnata, irrilevante ai fini della regolamentazione dei rapporti tra le parti lo ius superveniens costituito dalla L. n. 243 del 2004, art. 1 comma 55 in ragione dell’intervenuto giudicato ed escludeva, altresì, che la base di computo delle prestazioni per il periodo successivo potesse essere depurata degli incrementi erogati in virtù del regime perequativo poi abrogato, ciò sulla base del criterio di calcolo definitivamente accertato con riguardo agli anni 1994/1996, il cui risultato era destinato) a stabilizzarsi anche per gli anni successivi.
C.G., Cu.Ma., A.A., G.A. quale erede di Gi.An., Ca.Gu., Co.Fr. e B.M. resistono con controricorso, mentre gli altri intimati non hanno svolto alcuna attività difensiva.
Preliminarmente, va rigettata l’eccezione di inammissibilità del ricorso perchè proposto oltre il termine di decadenza di cui all’art. 327 c.p.c. -nella formulazione “razione temporis” applicabile al presente giudizio. Ed infatti l’impugnata sentenza risulta essere stata pubblicata in data 30 giugno 2014 mentre la richiesta all’ufficiale giudiziario per la notifica del ricorso per cassazione è stata inoltrata in data 30 giugno 2015, nel rispetto del termine annuale di decadenza (Cass. n. 24346 del 29/10/2013; Cass. n. 10693 del 10/05/2007; Cass. Sez. U, Sentenza n. 10216 del 04/05/2006).
Con l’unico motivo di ricorso la ricorrente denuncia: “Violazione e falsa applicazione dell’art. 324 c.p.c. e dell’art. 2909 c.c., in relazione al D.Lgs. n. 503 del 1992, artt. 9 e 11 come interpretati autenticamente dalla L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55, (art. 360 c.p.c., n. 3)”. Si duole del fatto che la Corte partenopea abbia attribuito una erronea portata alla norma di interpretazione autentica della citata L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 ed ai suoi rapporti con il giudicato, rendendo il trattamento perequativo degli originari ricorrenti, andati in pensione prima del 31 dicembre 1990, sostanzialmente indifferente alla esistenza o meno della suddetta norma di interpretazione autentica in forza della quale, come chiarito da consolidata giurisprudenza di legittimità, il sistema di perequazione automatica aziendale è abrogato, per tutti i pensionati (ante e posi 31 dicembre 1990), a far data dal gennaio 1994. Conseguentemente, in relazione al diritto di conservare, successivamente al mese di luglio 1996, gli aumenti perequativi ottenuti in virtù del sistema previgente, non venendo in rilievo il principio di intangibilità del giudicato, nè il divieto del ne bis in idem, la pretesa azionata avrebbe dovuto essere decisa alla luce della ridetta norma di interpretazione autentica, e non già in base alla regula iuris affermata dalla sentenza passata in giudicato, siccome sostituita ab origine dalla normativa di interpretazione autentica. Ciò in quanto il diritto alla conservazione dell’assegno perequativo non è parte integrante del giudicato, bensì un diritto conseguente che permane, rebus sic stantibus, al permanere della relativa fonte costitutiva.
Successivamente al consolidarsi della giurisprudenza di questa S.C. è intervenuto la L. n. 243 del 2004, art. 1, comma 55 che ha stabilito che la normativa sopra richiamata deve intendersi nel senso che la perequazione automatica delle pensioni, come prevista dal D.Lgs. n. 503 del 1992, art. 11 si applica al complessivo trattamento percepito) dai pensionati di cui al D.Lgs. n. 357 del 1990, art. 3.
Come insegna costante giurisprudenza di questa S.C., qualora due giudizi tra le stesse parti facciano riferimento al medesimo rapporto giuridico ed uno di essi sia state) definito con sentenza passata in giudicato, l’accertamento così compiuto in ordine alla situazione giuridica ovvero alla soluzione di questioni di fatto e di diritto relative ad un punto fondamentale comune ad entrambe la cause, formando la premessa logica indispensabile della statuizione contenuta nel dispositivo della sentenza, preclude il riesame dello stesso punto accertato e risolto, pur ove il successivo giudizio abbia finalità diverse da quelle che hanno costituito lo scopo ed il petitam del primo e ciò riguarda anche i rapporti di durata (Cass. S.U. 16 giugno 2006, n. 13916; conf. Cass. 4 dicembre 2006, n. 25681; Cass. 22 aprile 2009, n. 9512), come quelli dedotti nell’odierna controversia.
Una diversa opzione ricostruttiva sarebbe costituzionalmente impraticabile per lesione del principio di ragionevolezza ex art. 3 Cost. (letto in chiave a quello di certezza del diritto), del principio di separazione dei poteri (art. 101 cpv. Cost. e art. 104 Cost., comma 1) e dell’art. 117 Cost. attraverso la norma interposta dell’art. 1 prot. Protocollo aggiuntivo n. 1 alla CUDU come interpretato dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo, secondo la quale i diritti pensionistici costituiscono un bene ai sensi, appunto, dell’art. 1 del Protocollo) n. 1 aggiuntivo alla Convenzione (si vedano, ad esempio, le sentenze della Corte EDU Lakieevie e altri c. Montenegro e Serbia; Gnidie c. Serbia; Pcjeiè c. Serbia; Stefanetti e altri c. Italia).
Sempre avuto riguardo alla sopravvenienza di una normativa incidente sulla disciplina in base alla quale il giudicato si è formato, deve considerarsi che il fondamento del giudicato sostanziale – che si realizza quando la decisione, oltre ad essere passata formalmente in giudicato (art. 324 c.p.c.), incide sul diritto fatto valere (art. 2909 c.c.) e che risponde al generale principio della certezza del diritto – è quello di rendere insensibili le situazioni di fatto dallo stesso considerate (per le quali è stata individuata ed applicata la corrispondente regala iuris) ai successivi mutamenti della normativa di riferimento, anche con riguardo allo ius superveniens che contenga norme retroattive.
Sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, previsto dal D.P.R. 30 maggio, art. 13, comma 1 quater, introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17 (legge di stabilità 2013). Tale disposizione trova applicazione ai procedimenti iniziati in data successiva al 30 gennaio 2013, quale quello in esame, avuto riguardo al momento) in cui la notifica del ricorso si è perfezionata, con la ricezione dell’atto da parte del destinatario (Sezioni Unite, sent n. 3774 del 18 febbraio 2014). Inoltre, il presupposto di insorgenza dell’obbligo del versamento, per il ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (Cass. n. 10306 del 13 maggio 2014).