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Timestamp: 2018-06-23 08:24:00+00:00
Document Index: 167663321

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Non è reato recare molestia tramite la posta elettronica
La Corte di Cassazione Sezione Penale con la recente sentenza del 30 giugno 2010 n. 24510 ha stabilito che non può essere estesa alla posta elettronica la punibilità prevista dall’art. 660 del c.p. Nel caso di specie un soggetto, imputato di aver violato l’art. 660 c.p. (Molestie o disturbo alle persone) era stato condannato dal Tribunale di Cassino alla pena della ammenda di euro duecento, per aver inviato mediante e-mail un messaggio contenente “apprezzamenti gravemente lesivi della dignità e della integrità personale e professionale” del convivente della destinataria.
Il giudice di merito, infatti, nella generica dizione di cui all’articolo succitato, aveva ricompreso nella molestia o disturbo recati “col mezzo del telefono” anche l’invio di corrispondenza elettronica sgradita, idonea a provocare turbamento o, quanto meno, fastidio.
Avverso la sentenza l’imputato ricorreva in cassazione. Orbene, il giudice di legittimità pur partendo dall’assunto di base che nella dizione di “telefono” rientrino tutti i mezzi di comunicazione a distanza, come il citofono, gli sms (short messages system) ha, tuttavia, escluso che la posta elettronica possa essere considerata mezzo di molestia. La ragione di tale esclusione va ricercata nel fatto che la posta elettronica, utilizza la rete telefonica e la rete cellulare delle bande di frequenza, ma non il telefono, né costituisce applicazione della telefonia, che consiste, invece, nella teletrasmissione in modalità sincronica di voce e di suoni.
L’esclusione della sussistenza del reato di molestia per mezzo di posta elettronica è fondata anche su un’altra importante considerazione: la totale mancanza di un’interazione tra mittente e destinatario dalla quale non deriverebbe alcuna intrusione nella sfera privata del destinatario.
Alla luce del recente dictum della Cassazione, dunque, non basta sotto il profilo obbiettivo il turbamento del soggetto passivo, dal momento che “per integrare la contravvenzione prevista e punita dall’articolo 660 Codice Penale, devono concorrere (alternativamente) gli ulteriori elementi circostanziali della condotta del soggetto attivo, tipizzati dalla norma incriminatrice: la pubblicità (o l’apertura al pubblico) del teatro dell’azione ovvero l’utilizzazione del telefono come mezzo del reato”.
Dott. UMBERTO GIORDANO – Consigliere
Dott. FRANCESCO MARIA SILVIO BONITO – Consigliere
Dott. MARGHERITA CASSANO – Consigliere
Udito il Pubblico Ministero, in persona del dott. Oscar Cedrangolo, sostituto dal procuratore generale della Repubblica presso questa Corte, il quale ha concluso per l’annullamento, senza rinvio, della sentenza impugnata, perché il reato e estinto per prescrizione;
udito il difensore dell’imputato, avvocato Marco Maria Monaco, che ha concluso per l’accoglimento del ricorso.
1. – Con sentenza, deliberata l’11 maggio 2009 e depositata il 3 luglio 2009, il Tribunale di Cassino, in composizione monocratica – per quanto qui rileva – ha condannato alla pena della ammenda in euro duecento, nel concorso di circostanze attenuanti generiche, D.M., imputato della contravvenzione di molestia alla persone per aver inviato, colla posta elettronica, a G.O. un messaggio contenente “apprezzamenti gravemente lesivi della dignità e della integrità personale e professionale” del convivente della destinataria, reato commesso in Cassino il 24 febbraio 2005 (capo sub B della originaria rubrica), motivando, in relazione al punto controverso dell’accertamento della colpevolezza: il messaggio è stato inviato dalla casella di posta elettronica “barma71”, attivata – secondo quanto emerso dalla testimonianza del teste Del Vescovo sovrintendente della Polizia di Stato, ammesso ai sensi dell’articolo 507 C.P.P. – il 17 gennaio 2004, alle ore 12.24 (con spendita delle generalità di persona inesistente), mediante collegamento effettuato tramite l’utenza telefonica intestata all’imputato; inoltre nella memoria di un computer in uso al medesimo giudicabile risultano registrati accessi alla suddetta casella; deve considerarsi fallita la prova d’alibi di D.M. (costui ha sostenuto che al momento della attivazione della casella non era a casa, ma si trovava in compagnia di amici a una festa di compleanno); i riferimenti del testimoniale a discarico devono essere valutati con margini di approssimazione, avuto riguardo alla incertezza palesata da uno dei testimoni in ordine ad altra circostanza dell’incontro e al generico e dubitativo riferimento cronologico offerto dall’altro teste; costituisce, poi, mera congettura e illazione l’assunto difensivo che persona ignota possa aver attivato la casella di posta elettronica attraverso l’utenza telefonica residenziale, installata nella abitazione dell’imputato; laddove, poi, il computer in uso a D.M. ha memorizzato l’accesso alla casella, che presuppone la conoscenza dell’indirizzo di posta elettronica e della parola d’ordine (note a chi attiva la casella stessa).
2. – Ricorre per cassazione l’imputato, personalmente, mediante atto del 9 ottobre 2009, col quale, premessa l’esposizione in punto di fatto delle tesi difensive (alibi al momento della attivazione della casella di posta elettronica, possibilità dell’uso del telefono di casa e dei computer da parte di amici), sviluppa quattro motivi, impugnando congiuntamente anche l’ordinanza dibattimentale 9 ottobre 2008 di ammissione ai sensi dell’articolo 507 C.P.P. del teste (omissis), e denunziando, anche promiscuamente ai sensi dell’articolo 606, comma 1, lettere b) ed e), c.p.p., erronea applicazione della legge penale, in relazione all’articolo 660 Codice Penale (secondo motivo), nonché mancanza, contraddittorietà e manifesta illogicità della motivazione, anche sotto il profilo della formale violazione degli articoli 125, 533, 546, comma 1, lettera e) C.P.P. (primo, secondo, terzo e quarto motivo) e dell’articolo 507 C.P.P. (quarto motivo).
2.1 – Con il primo motivo il ricorrente oppone: al momento della attivazione della casella di posta elettronica barma7l esso D.M. era fuori casa, come dimostrato dal testimoniale a discarico; non è possibile attribuire l’invio del messaggio molesto in difetto della dimostrazione della registrazione del casella, dell’uso esclusivo della utenza telefonica e della disponibilità del “personal computer – per dir così – di partenza” al momento della spedizione del messaggio.
2.4 – Con il quarto motivo il ricorrente si duole della ammissione, disposta ai sensi dell’articolo 507 C.P.P. del teste (omissis), obiettando: non ricorreva la assoluta necessità, l’intervento officioso del giudice (può integrare, ma) non deve sostituire l’attività delle parti; il Pubblico Ministero non ha fornito la prova “circa l’impossibilità di tempestiva indicazione” del teste nel termine prescritto dall’articolo 468 C.P.P.
4. – Nel concorso colla causa di estinzione del reato prevale, tuttavia, quella assolutoria ai termini dell’articolo 129, comma 2, C.P.P.
Giova premettere che il giudice a quo ha definitivamente prosciolto il giudicabile dal contestato delitto di ingiuria (capo sub C della rubrica, concorrente ai sensi dell’articolo 81, comma 1, del Codice Penale colla contravvenzione in esame), perchè l’azione penale non doveva essere iniziata per mancanza di querela.
La questione è stata, invero, affrontata dal giudice di merito. Il Tribunale ha considerato: “la tipizzazione della condotta incriminata dall’articolo 660 Codice Penale, non risulta tassativamente espressa nel dettato normativo; si tratta di indicazione aperta legata all’evolversi dei mezzi tecnologici disponibili , colla conseguenza che l’aumento della “gamma delle opportunità intrusive”, offerto dal progresso tecnologico, si correla alla espansione dell’ambito delle “condotte in grado di integrare l’elemento strutturale della molestia” e del “corrispondente livello di tutela apprestato alle potenziali vittime”, restando “inalterata la ratio della norma” incriminatrice; in tal senso la giurisprudenza di legittimità ha ravvisato gli estremi della contravvenzione nella condotta molestatrice attuata col mezzo del citofono, sulla base del rilievo che l’articolo 660 Codice Penale colla dizione “telefono” comprende gli “altri analoghi mezzi i comunicazione a distanza”; e, comunque, anche “la e-mail viene propriamente inoltrata col mezzo del telefono”.
Innanzi tutto non coglie nel segno l’argomento del giudice di merito secondo il quale la “e-mail [..] viene propriamente inoltrata col mezzo del telefono”, così integrando la previsione della norma incriminatrice.
Nè, poi, giova il richiamo al precedente di questa Corte suprema relativo alla molestia citofonica, citato dal Tribunale (Sez. VI, 5 maggio 1978, n. 8759, Ciconi, massima n. 139560: “nella generica dizione di cui all’articolo 660 Codice Penale ‘col mezzo del telefono’ sono compresi anche la molestia e il disturbo recati con altri analoghi mezzi di comunicazione a distanza (citofono eccetera)”.
Epperò l’invio di un messaggio di posta elettronica – esattamente proprio come una lettera spedita tramite il servizio postale – non comporta (a differenza della telefonata) nessuna immediata interazione tra il mittente e il destinatario, nè veruna intrusione diretta del primo nella sfera delle attività del secondo.
Orbene, l’evento immateriale – o psichico – del turbamento del soggetto passivo istituisce condizione necessaria ma non sufficiente; infatti per integrare la contravvenzione prevista e punita dall’articolo 660 Codice Penale, devono concorrere (alternativamente) gli ulteriori elementi circostanziali della condotta del soggetto attivo, tipizzati dalla norma incriminatrice: la pubblicità (o l’apertura al pubblico) del teatro dell’azione ovvero l’utilizzazione del telefono come mezzo del reato.
E il mezzo telefonico assume rilievo – ai fini dell’ampliamento della tutela penale altrimenti limitata alle molestie arrecate in luogo pubblico o aperto al pubblico – proprio per il carattere invasivo della comunicazione alla quale il destinatario non può) sottrarsi, se non disattivando l’apparecchio telefonico, con conseguente lesione, in tale evenienza, della propria liberty di comunicazione, costituzionalmente garantita (articolo 15, comma 1, Costituzione).
Soccorre, infine, anche la considerazione delle ragioni che hanno indotto questa Corte a risolvere positivamente la questione della inclusione nella previsione della norma incriminatrice dei messaggi di testo telefonici (Sez. III, 26 giugno 2004, n. 28680, Modena, massima n. 229464: “La disposizione di cui all’articolo 660 Codice Penale punisce la molestia commessa col mezzo del telefono, e quindi anche la molestia posta in essere attraverso l’invio di short messages system (SMS) trasmessi attraverso sistemi telefonici mobili o fissi).
Nell’occasione, il Collegio di legittimità, ribadendo che la molestia “commessa col mezzo epistolare, anche se idonea [..] a ledere la tranquillità privata della persona destinataria, [..] non è punibile per se stessa”, ai sensi dell’articolo 660 Codice Penale, ha argomentato, per l’appunto, che i messaggi di testo inviati col mezzo del telefono “non possono essere assimilati a – quelli – di tipo epistolare, in quanto il destinatario di essi è costretto, sia de auditu che de visu, a percepirli, con corrispondente turbamento della quiete e tranquillità psichica, prima di poterne individuare il mittente, il quale in tal modo realizza l’obiettivo di recare disturbo al destinatario”.
Conclusivamente, la avvertita esigenza di espandere la tutela del bene protetto (della tranquillità della persona) incontra il limite coessenziale della legge penale costituito dal “principio di stretta legalità” e di tipizzazione delle condotte illecite, sanciti dall’articolo 25, comma 2, della Costituzione e dall’articolo 1 del Codice Penale (v. Cass., Sez. III, 26 giugno 1997, n. 9617, Apr?, massima n. 208776, in materia di “tutela della salute e dell’ambiente”).
Consegue l’annullamento, senza rinvio, della sentenza impugnata, in relazione al capo impugnato, perchè il fatto non è previsto dalla legge come reato.