Source: http://www.treccani.it/magazine/diritto/approfondimenti/diritto_processuale_civile_e_delle_procedure_concorsuali/Riforme_del_processo_civile_2013.html
Timestamp: 2017-12-16 11:15:12+00:00
Document Index: 130011579

Matched Legal Cases: ['art. 77', 'art. 65', 'art. 77', 'art. 185', 'art. 791', 'art. 791', 'art. 789', '§ 1', '§ 2']

Riforme del processo civile nel d.l. n. 69/2013* | Treccani, il portale del sapere
di Antonio Carratta e Pasquale D'Ascola**
SOMMARIO 1. La ricognizione 2. La focalizzazione 2.1 L’introduzione del giudice «ausiliario» in corte d’appello 2.2 I magistrati «assistenti» in Cassazione 2.3 Gli stages formativi presso gli uffici giudiziari 2.4 La nuova disciplina sul p.m. in Cassazione 2.5 Gli interventi sull’opposizione a decreto ingiuntivo 3. I profili problematici 3.1 La dubbia sussistenza dei presupposti dell’art. 77 Cost. 3.2 I problemi connessi alla figura del giudice «ausiliario» 3.3 Il “rafforzamento” della conciliazione giudiziale 3.4. La “semplificazione” della divisione su domanda congiunta
Da tempo indicato quale principale snodo critico del processo, l’appello è oggetto del primo intervento volto alla definizione del contenzioso civile, tra quelli nel titolo III del d.l. n. 69/2013. Attraverso l’introduzione di una nuova figura di giudice onorario, denominata giudice ausiliario, il legislatore mira a ridurre il carico delle corti di appello civili.
In sede di conversione è caduta la limitazione dei provenienti dalle magistrature professionali a non più del dieci per cento dei posti, tuttavia rimane nella legge una netta preferenza per gli avvocati esercenti attualmente la professione. I criteri di selezione sono infatti rimessi a un decreto ministeriale (art. 65) che dovrà riconoscere preferenza agli avvocati iscritti all’albo.
Quest’ufficio non si limita alla redazione delle Massime tratte dalle sentenze della Corte, che formano la banca dati cui attingere per la ricerca giurisprudenziale.
L’obiettivo dell’intervento è evidente: ridurre la presenza del p.m. nei giudizi civili davanti alla Cassazione, prendendo atto dello scarso funzionamento che quest’istituto ha evidenziato nel tempo (in particolare nei giudizi che si svolgono in camera di consiglio). Tuttavia, nella forma generalizzata nella quale la riduzione è stata adottata dall’odierno legislatore, essa inevitabilmente comporta anche un’eccessiva e discutibile attenuazione del ruolo che l’ordinamento assegna all’intervento del p.m. nei giudizi civili: «portare nel processo, operandovi come una parte, l’espressione degli interessi obbiettivi dell’ordinamento».
Entrambe le modifiche sono divenute applicabili ai decreti ingiuntivi notificati a partire dal 22 giugno 2013. Esse non fanno altro che recepire alcune buone prassi già seguite nella partica. Ma, come è facilmente intuibile, si tratta di due interventi che avranno un’incidenza limitata sul giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo.
Ancora una volta il legislatore sceglie di intervenire sul processo civile ricorrendo al decreto legge. E questo, se è di per sé discutibile per l’incertezza che inevitabilmente genera nella disciplina processuale, la quale, per la sua stessa natura, disdegna repentini mutamenti, lo è ancor più in questa occasione, visto che il d.l. in questione prevede che le nuove disposizioni in materia di giustizia civile siano destinate ad entrare in vigore solo successivamente all’approvazione della legge di conversione. Evidenziando per tabulas che, nel caso di specie, le previste modifiche normative apportate dal decreto legge non sembrano giustificate dai presupposti della «necessità e urgenza» esplicitamente indicati dall’art. 77 Cost. quale limite alla straordinarietà dell’emanazione di «decreti che abbiano valore di legge ordinaria». Né si può sostenere che il vizio iniziale del d.l. sia stato sanato dalla legge di conversione. La Corte costituzionale, infatti, ha evidenziato, anche di recente, come l’assenza dei presupposti di «necessità e urgenza» nel d.l. finisce per viziare la stessa legge di conversione (così la nota sent. 23.5.2007, n. 171).
Secondo la definitiva formulazione dell’art. 185 bis, il giudice può effettuare la proposta conciliativa o transattiva fino a quando la fase istruttoria non sia chiusa e quindi fino a quando la causa non sia rimessa in decisione, ove ciò sia possibile, avuto riguardo alla natura del giudizio, al valore della controversia e all’esistenza di questioni di facile e pronta soluzione di diritto, una proposta transattiva o conciliativa. Ultronea sembra la distinzione che il legislatore fa tra proposta «conciliativa» e proposta «transattiva»: essa sta solo ad indicare che il giudice può, a seconda dei casi, optare per un proposta che preveda reciproche concessioni fra le parti oppure per una proposta che semplicemente preveda il superamento della controversia senza che ci sia bisogno di arrivare a soluzioni di natura transattiva. Ma anche se non ci fosse stata tale puntualizzazione non potevano esserci dubbi in proposito.
Sempre all’esigenza di accelerazione nella definizione del contenzioso civile risponde l’introduzione del nuovo art. 791 bis c.p.c., in vigore dal 21 agosto 2013. Esso introduce la possibilità di affidare la divisione su domanda congiunta ad un professionista (notaio o avvocato). In realtà, il codice già prevede la possibilità che il giudice, nel corso del giudizio divisorio, deleghi le operazioni di divisione ad un professionista (notaio o avvocato) (artt. 786, 790 e 791 c.p.c.). La novità dell’art. 791 bis, quindi, sta solo nel fatto che si riconosce alle parti coinvolte dalla divisione di rivolgersi fin dall’inizio al professionista.
Se l’opposizione è accolta (e dunque, dopo che sia passata in giudicato la relativa decisione) il giudice dà le disposizioni necessarie per proseguire le operazioni di divisione e rimette le parti avanti al professionista incaricato. Se non sono proposte opposizioni, il professionista incaricato deposita in cancelleria il progetto con la prova degli avvisi effettuati ed il giudice dichiara esecutivo il progetto con decreto (ad instar dell’ordinanza di cui all’art. 789, co. 2, c.p.c., non impugnabile, né ricorribile per cassazione, salvo che non si sia in presenza di provvedimento cd. abnorme)
* Il presente testo anticipa, in una versione priva delle note, il contenuto del contributo in corso di pubblicazione nel Libro dell’anno del diritto 2014
** I §§ 1, 2.3, 2.4, 2.5, 3.1, 3.3, e 3.4 sono stati redatti da Antonio Carratta; i §§ 2.1, 2.2 e 3.2 da Pasquale D’Ascola