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Timestamp: 2017-11-19 08:27:18+00:00
Document Index: 58473622

Matched Legal Cases: ['art. 116', 'art. 14', 'art. 17', 'art. 17', 'art. 3', 'art. 15', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 4', 'art. 23']

La Corte Costituzionale non guarda in faccia nessuno…nemmeno lo spread | Liberamente Enna
La Corte Costituzionale non guarda in faccia nessuno…nemmeno lo spread
Pubblicato il luglio 21st, 2012 Max Nessun commento
Nel nostro Paese, in cui la crisi finanziaria contribuisce non poco ad esaltare il deficit politico ed istituzionale, sempre più bisognoso di essere colmato secondo un approccio work in progress,la Corte Costituzionale rappresenta il vero, e verosimilmente unico, punto di riferimento certo sia per la società civile che per quella politica.
Con la sent. n. 198, per ciò che concerne le questioni che più ci hanno incuriosito in questi mesi, la Corte Costituzionaleafferma un principio di diritto la cui immanenza nei rapporti tra Stato e Regioni a statuto speciale non viene messa in discussione neanche in tempi di crisi finanziaria. Viene infatti affermato che “La disciplina relativa agli organi delle Regioni a statuto speciale e ai loro componenti è contenuta nei rispettivi statuti. Questi, adottati con legge costituzionale, ne garantiscono le particolari condizioni di autonomia, secondo quanto disposto dall’art. 116 Cost. L’adeguamento da parte delle Regioni a statuto speciale e delle Province autonome ai parametri di cui all’art. 14, comma 1, del decreto-legge n. 138 del 2011 richiede, quindi, la modifica di fonti di rango costituzionale. A tali fonti una legge ordinaria non può porre limiti e condizioni…”.
E’ la migliore risposta che poteva arrivare a chi continua a domandarsi se le norme della spending review relative alla riduzione del numero delle Province, con particolare riferimento ai sei mesi concessi dall’art. 17, comma 5, del d.l. n. 95/2012 per l’adeguamento ai principi ivi contenuti, sono immediatamente applicabili ad una Regione a statuto speciale comela Sicilia.
Corollario di queste argomentazioni è che le disposizioni contenute nel citato art. 17 del d.l. n. 95 del 6 luglio 2012, comprensive dei criteri (popolazione e territorio) individuati dal Consiglio dei Ministri nella seduta del 20 luglio, sia per quanto concerne le Province che per le Città Metropolitane, non sono operanti per la Regione Sicilia, il cui campo normativo in materia di Enti locali è stato puntualmente “occupato” dal legislatore siciliano. Proprio in riferimento all’ente intermedio il legislatore siciliano ha prima legiferato con la famosa l.r. n. 9/86 che all’art. 3, comma 1, così recita: “L’amministrazione locale territoriale nella Regione siciliana è articolata, ai sensi dell’art. 15 dello Statuto regionale, in comuni ed in liberi consorzi di comuni denominati <<province regionali>>”. I restanti articoli individuano le modalità di istituzione della provincia regionale (art. 5)[2], le funzioni fondamentali (artt. 4, 8, 9, 10, 12, 13 e 14), l’assetto organizzativo (artt. 22 e seguenti), gli assetti finanziari e patrimoniali (artt. 48, 51, 52 e 53). E, più recentemente, ne ha avviato il riordino conla L.r. n. 14 del 8 marzo 2012.
L’altra sentenza della Corte Costituzionale che merita un brevissimo commento è la n. 199 che rende giustizia ai tantissimi italiani che si sono recati alle urne per abrogare le normative oggetto dei quesiti referendari del giugno2011 inmateria di servizi pubblici locali. In sostanza il Giudice delle leggi partendo dal presupposto, opportunamente eccepito in dottrina, che uno dei quattro quesiti referendari veniva impropriamente circoscritto alla sola questione della privatizzazione della gestione del servizio idrico, ha ritenuto di annullare le previsioni legislative contenute nell’art. 4 del d.l. n. 138/2011, come convertito in legge, che miravano a riproporre quasi integralmente una corsia preferenziale pro-mercato concorrenziale per la gestione dei restanti servizi pubblici locali.
La Corte Costituzionale ha così garantito il principio di partecipazione democratica diretta del cittadino sancito dalla Costituzione, che non può essere vanificato dal legislatore a soli pochi mesi dal risultato referendario. In questo sensola Corte, pur essendone perfettamente a conoscenza, non poteva scrutinare la questione in considerazione del fatto che notoriamente il quesito referendario era stato proposto solo per evitare la “privatizzazione dell’acqua” atteso che la disciplina oggetto del quesito (il famoso art. 23-bis del d.l. n. 112/2008) non discriminava i settori di gestione del servizio pubblico locale ma, al contrario, li annoverava implicitamente attraverso le medesime disposizioni normative.