Source: http://www.unavox.it/Documenti/Doc0478_Lettera_Di-Noia_alla_Fraternita_Avvento-2012.html
Timestamp: 2018-01-17 22:05:55+00:00
Document Index: 47375425

Matched Legal Cases: ['§ 191', '§ 191', '§ 50', '§ 24', '§ 27', '§ 30', '§ 31', '§ 34', '§ 1']

Lettera di Mons. Di Noia a Mons. Fellay e a tutti i sacerdoti della FSSPX - Avvento 2012
di Mons. J. Augustine Di Noia, O.P.
a Mons. Fellay
e a tutti i sacerdoti della Fraternità San Pio X
Il testo è stato pubblicato sul sito francese
dove è precisato che i paragrafi e i sottotitoli sono ripresi integralmente dall'originale
Cari fratelli sacerdoti della Fraternità Sacerdotale San Pio X,
È con gioia che ho appreso la soddisfazione che vi ha dato la nostra ultima dichiarazione del 28 ottobre 2012. Era importante affermare in maniera pubblica e autorizzata che le relazioni della Santa Sede con la Fraternità Sacerdotale San Pio X rimangono aperte e piene di speranza. Finora, a parte le sue decisione ufficiali, la Santa Sede, per diverse ragioni, si è astenuta dal rettificare certe affermazioni inesatte a proposito della sua condotta e della sua competenza in queste relazioni. Comunque sia, viene il momento in cui, nell’interesse della verità, la Santa Sede sarà obbligata a fare il punto su alcune di queste indelicatezze. Particolarmente dolorose sono state le prese di posizione che attaccano la missione e la persona del Santo Padre: ciò, ormai, richiede una risposta.
Recenti prese di posizione di membri della Fraternità che occupano importanti posti di autorità non possono che far dubitare della possibilità effettiva di una riconciliazione. Si pensa, in particolare, alle interviste rilasciate dal Superiore del Distretto di Germania, già Superiore generale della Fraternità (18 settembre 2012) e dal primo Assistente generale della Fraternità (16 ottobre 2012), come pure ad un recente sermone del Superiore generale (1 novembre 2012). Il tono e il contenuto di queste dichiarazioni hanno suscitato una certa perplessità sulla serietà e anche sulla effettiva possibilità di un proseguimento delle nostre relazioni. Mentre la Santa Sede attende pazientemente una risposta ufficiale della Fraternità, alcuni suoi superiori tengono, in comunicazioni non ufficiali, un linguaggio che, agli occhi del mondo intero, appare come un rifiuto delle disposizioni richieste per la riconciliazione e la regolarizzazione canonica della Fraternità nella Chiesa cattolica.
Inoltre, ripercorrendo la storia delle nostre relazioni dopo gli anni 1970, si è portati a fare la constatazione obiettiva che i termini del nostro disaccordo in ordine al Concilio Vaticano II restano, di fatto, immutati. Con la sua autorità magisteriale, la Santa Sede ha sempre affermato che occorre interpretare i testi del Concilio alla luce della Tradizione e del Magistero, e non l’inverso, mentre la Fraternità ha insistito nel dire che certi insegnamenti del Concilio sono erronei e dunque non suscettibili di ricevere un’interpretazione in armonia con la Tradizione e il Magistero. Col passare degli anni, questo punto morto è rimasto più o meno tale e quale. Pur permettendo un fruttuoso scambio di vedute su alcuni temi precisi, i tre anni di colloqui dottrinali appena conclusi, non hanno cambiato sostanzialmente la situazione.
In queste circostanze, mentre rimane la speranza, è chiaro che nei nostri scambi dev’essere introdotto un elemento nuovo, se non vogliamo apparire alla Chiesa, al grande pubblico e, in definitiva a noi stessi, come impegnati in uno scambio cortese, ma senza sbocco né frutto. Occorre sviluppare considerazioni nuove, di natura più spirituale e teologica, che trascendano i disaccordi importanti e apparentemente insormontabili sull’autorità e l’interpretazione del Concilio Vaticano II, oggetto della nostra attuale divisione; queste considerazioni saranno centrate sul nostro dovere di preservare e di amare l’unità e la pace della Chiesa, che sono volute da Dio.
Mi sembra opportuno introdurre queste nuove considerazioni sotto forma di una lettera personale per l’Avvento, indirizzata personalmente a Lei così come ai membri della Fraternità Sacerdotale. La sua posta in gioco non è altro che l’unità della Chiesa.
La salvaguardia dell’unità della Chiesa
In questo contesto, tornano in mente le parole di San Paolo: «Vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace. Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati, quella della vostra vocazione; un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti.» (Ef 4, 1-6).
Con queste parole, l’Apostolo Paolo ci invita a conservare l’unità della Chiesa, l’unità che è data dallo Spirito e ci unisce all’unico Dio «che regna al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4, 6). La vera unità è un dono dello Spirito e non il risultato della nostra azione.
Tuttavia, le nostre decisioni e le nostre azioni ci rendono capaci di cooperare nell’unità dello Spirito o di agire contro le mozioni dello Spirito. Di conseguenza, San Paolo ci esorta a vivere «in maniera degna della vocazione che abbiamo ricevuto» (Ef 4, 1), a vivere conservando il dono prezioso dell’unità.
Al fine di perseverare nell’unità della Chiesa, San Tommaso d’Aquino sottolinea che, secondo San Paolo, «bisogna coltivare quattro virtù e bandire i quattro vizi che vi sono contrapposti» (Commentario alla Lettera agli Efesini, § 191). Cosa bisogna evitare sulla via dell'unità? L’orgoglio, l’ira, l’impazienza e lo zelo disordinato. Secondo l’Aquinate, «il primo vizio rifiutato da [San Paolo] è l’orgoglio. Quando una persona arrogante decide di dirigere gli altri, mentre questi altri, nella loro fierezza, rifiutano di sottomettersi, sorgono discordie nella società, e scompare la pace … La collera è il secondo vizio. Poiché un collerico è portato all’ingiustizia, verbale o fisica, ciò che produce confusione. … Il terzo è l’impazienza. Talvolta, un uomo umile e dolce, che si vieta di provocare scompiglio, non sopporta con pazienza gli attacchi effettivi o supposti che sono portati contro di lui. … Il quarto vizio è lo zelo disordinato. Lo zelo disordinato può portare su qualunque cosa; a causa di esso, gli uomini giudicano tutto ciò che vedono, senza attendere momento e luogo opportuni, ed è una catastrofe per la società» (ibid.).
Come possiamo agire contro questi vizi? San Paolo ci dice: «abbiate molta umiltà, dolcezza e pazienza, sopportatevi gli uni gli altri con amore» (Ef 4, 2).
Secondo l’Aquinate, facendoci vedere la bontà presente negli altri e riconoscere le nostre forze e le nostre debolezze, l’umiltà ci aiuta ad evitare lo spirito di rivalità nei nostri rapporti con gli altri. La dolcezza «appiana le difficoltà e conserva la pace» (Commentario alla Lettera agli Efesini, § 191); essa ci aiuta ad evitare le manifestazioni disordinate di collera, donandoci la serenità di fare il nostro dovere con uniformità d’umore e in uno spirito di pace. La pazienza ci rende capaci di sopportare la sofferenza per ottenere il bene ricercato, soprattutto se è difficile da raggiungere o se circostanze esteriori si pongono contro la realizzazione dell’obbiettivo. La carità fa evitare lo zelo disordinato donandoci di sostenerci gli uni gli altri, «assumendoci i difetti degli altri con carità» (ibid.). San Tommaso dà questo consiglio: «Quando qualcuno cade, non bisognerebbe immediatamente correggerlo, a meno che non ci sia un tempo e un luogo per questo. Bisognerebbe attendere con compassione, poiché la carità tutto sopporta (1 Co 13, 7). Non si tratta di tollerare per negligenza o complicità, per familiarità o amicizia carnale, ma per carità. … Noi che siamo forti, dobbiamo portare le infermità dei deboli (Rm 15, 1)» (ibid.).
Il prudente consiglio di San Tommaso può esserci utile, se accettiamo di essere formati dalla sua saggezza. Nel corso degli ultimi quarant’anni, le nostre relazioni non sono state talvolta carenti di umiltà, di dolcezza di pazienza e di carità?
Ricordiamoci di ciò che ha scritto Papa Benedetto XVI ai suoi fratelli nell’episcopato per spiegare la promulgazione del motu proprio Summorum Pontificum: «Guardando al passato, alle divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato il Corpo di Cristo, si ha continuamente l’impressione che, in momenti critici in cui la divisione stava nascendo, non è stato fatto il sufficiente da parte dei responsabili della Chiesa per conservare o conquistare la riconciliazione e l’unità; si ha l’impressione che le omissioni nella Chiesa abbiano avuto una loro parte di colpa nel fatto che queste divisioni si siano potute consolidare. Questo sguardo al passato oggi ci impone un obbligo: fare tutti gli sforzi, affinché a tutti quelli che hanno veramente il desiderio dell’unità, sia reso possibile di restare in quest’unità o di ritrovarla nuovamente.» (Lettera del 7 luglio 2007).
Come le virtù di umiltà, di dolcezza di pazienza e di carità possono modellare i nostri pensieri e le nostre azioni.
Innanzitutto, se cerchiamo umilmente di riconoscere la bontà che esiste in coloro con cui possiamo essere in disaccordo anche su punti apparentemente fondamentali, saremo capaci di esaminare le questioni disputate in uno spirito di apertura e in tutta buona fede.
In secondo luogo, se abbiamo una vera dolcezza, possiamo conservare uno spirito di serenità evitando di parlare con un tono che divide o di sviluppare considerazioni imprudenti che, invece di favorire, offenderanno la pace e la reciproca comprensione. In terzo luogo, se conserviamo una vera pazienza, riconosceremo che, nella ricerca del bene prezioso che perseguiamo, dobbiamo voler accettare, se necessario, la sofferenza dell’attesa.
Infine, se ancora sentiamo il bisogno di correggere i nostri fratelli, ciò deve avvenire con carità, nel momento e nel luogo opportuni.
Nella vita della Chiesa, tutte queste virtù tendono a preservare «l’unità dello Spirito per mezzo del vincolo della pace» (Ef 4, 3). Se i nostri rapporti sono segnati dall’orgoglio, dalla collera, dall’impazienza o dallo zelo disordinato, la nostra ricerca inquieta del bene della Chiesa non ci condurrà che all’amarezza. Se, d’altra parte, la grazia di Dio ci fa crescere in verità nell'umiltà, dolcezza, pazienza e carità, la nostra unità nello spirito sarà mantenuta e noi cresceremo più profondamente nell’amore di Dio e del prossimo, portando a compimento tutta la legge che Dio ci ha donata.
Se insistiamo tanto sull’unità della Chiesa, è perché essa riflette la comunione della santa Trinità ed è da essa operata. Come leggiamo in un sermone di Sant’Agostino: «Il Padre e il Figlio ci hanno augurato di essere in comunione con essi e tra noi; attraverso questo dono, che entrambi possiedono come se fossero uno solo, hanno desiderato unirci a loro e unirci tra di noi attraverso lo Spirito Santo che è Dio e dono di Dio» (Sermone 71, 18).
L’unità della Chiesa non è una cosa che otterremmo da noi stessi per il nostro proprio potere, ma è un dono della grazia divina. È riconoscendo questo dono che Agostino può dire: «Un nemico dell’unità non partecipa dell’amore di Dio. Di conseguenza, coloro che sono fuori della Chiesa non hanno lo Spirito Santo» (Lettera 185, § 50). Ecco parole che raggelano: un nemico dell’unità diviene nemico di Dio, perché rifiuta il dono che Dio ci ha fatto. «Come provare che amiamo il nostro prossimo?» chiede Sant’Agostino, «Non frantumando la sua unità, perché osserviamo la carità» (Omelie sulla prima Lettera di San Giovanni 2, 3).
Ascoltiamo cosa dice Sant’Agostino a coloro che dividono la Chiesa: «Voi non avete la carità, perché, in nome del vostro onore, provocate divisioni nell’unità. Comprendete dunque attraverso questo che lo Spirito viene da Dio. … Voi vi separate voi stessi dall’unità del mondo, voi dividete la Chiesa con scismi, voi lacerate il corpo di Cristo. Egli è venuto nella carne per riunirlo; voi, gridate per lacerarlo» (ibid. 6, 13).
Come possiamo evitare di divenire nemici di Dio? «Che ciascuno interroghi il suo cuore. Se qualcuno ama suo fratello, lo Spirito di Dio abita in lui. Che egli guardi, che egli metta alla prova se stesso sotto lo sguardo di Dio! Che egli veda se esiste in lui un amore della pace e dell’unità, un amore della Chiesa sparsa su tutta la terra!» (ibid. 6, 10).
Come dunque comportarci con coloro con cui è difficile essere amici? Ascoltiamo Sant’Agostino: «Amate i vostri nemici in modo da desiderare di averli per amici; amate i vostri nemici in modo da farne dei compagni» (ibid. 1, 9). Per Agostino, la forma autentica dell’amore non può essere che un dono di Dio: «Chiedete a Dio di potervi amare gli uni gli altri. Voi dovreste amare tutti gli uomini, anche i vostri nemici, non perché sono vostri fratelli, ma perché possono diventarlo, in modo da poter essere sempre infuocati dall’amore fraterno, sia per colui che è divenuto vostro fratello, che per il vostro nemico, in modo che amandolo, egli possa divenire vostro fratello» (ibid. 10, 7).
L’esempio dell’amore che trasforma i nostri nemici in amici ci viene, in ultima analisi, da Cristo stesso: «amiamoci, perché Egli ci ha amati per primo (4, 19). Come potremmo amare, se Egli non ci avesse amati per primo? Per il suo amore, siamo divenuti suoi amici, ma Egli ci ha amati come [quando eravamo] nemici, in modo da far di noi i suoi amici. Egli ci ha amati per primo e ci ha accordato i mezzi per amarlo» (ibid. 9, 9).
Per Sant’Agostino, l’unità della Chiesa viene dunque dalla comunione della Beata Trinità e dev’essere mantenuta, se vogliamo restare in comunione con Dio stesso. Per mezzo della grazia di Dio, dobbiamo preservare questa unità con una grande determinazione, anche se ciò implica sofferenze e una paziente resistenza: «Sopportiamo il mondo, sopportiamo le tribolazioni, sopportiamo lo scandalo dei processi. Non torniamo sui nostri passi. Restiamo saldi nell’unità della Chiesa resistiamo in Cristo, resistiamo nell’amore. Non abbandoniamo le membra della sua sposa, non abbandoniamo la fede, così da poter essere glorificati nella sua presenza, e noi saremo sicuri in lui, da subito per la fede e più tardi per la visione, di cui lo Spirito Santo ci ha dato il pegno» (ibid. 9, 11).
Cosa vi è dunque chiesto nella presente situazione? Non di perdere lo zelo del vostro fondatore, Monsignor Lefebvre. Lungi da ciò! Al contrario, vi si chiede di ravvivare la fiamma del suo zelo ardente per la formazione degli uomini al sacerdozio di Gesù Cristo. È sicuramente venuto il momento di abbandonare la retorica aspra e controproducente che è sorta nel corso degli anni passati.
Ritornare al carisma un tempo affidato a Monsignor Lefebvre, il carisma della formazione dei preti nella pienezza della Tradizione cattolica per esercitare presso i fedeli un apostolato che scaturisca da questa formazione sacerdotale. Ecco il carisma che la Chiesa colse quando la Fraternità Sacerdotale San Pio X fu approvata nel 1970. Non abbiamo dimenticato il giudizio elogiativo formulato nel 1987 dal Cardinal Gagnon sul seminario di Ecône.
Il carisma autentico della Fraternità consiste nel formare preti per il servizio al popolo di Dio, non nel darsi la missione di giudicare e correggere la teologia o la disciplina altrui nella Chiesa. Dovrete centrarvi sulla trasmissione di una formazione filosofica, teologica, pastorale, spirituale e umana dei vostri candidati, perché essi possano predicare la parola di Cristo e agire come strumenti della grazia di Dio nel mondo, in particolare con la celebrazione solenne del Santo Sacrificio della Messa.
Occorrerà certamente prestare attenzione ai passi del Magistero che vi sembrano difficili da conciliare con l’insegnamento magisteriale, ma queste questioni teologiche non dovrebbero costituire il centro della vostra predicazione o della vostra formazione.
Sulla questione di sapere chi è competente per correggere un abuso, possiamo considerare il caso di San Pio X e dei suoi interventi nel campo della musica sacra. Nel 1903, San Pio X promulgò il celebre motu proprio Tra le sollecitudini, che promuoveva in tutta la Chiesa una riforma della musica sacra. Questo documento segnava lo sbocco di due iniziative antecedenti di Giuseppe Sarto: un votum sulla musica sacra scritto su richiesta della Sacra Congregazione dei Riti nel 1893, ed una lettera pastorale sulla riforma della musica sacra nella Chiesa di Venezia pubblicata nel 1895.
Questi tre documenti avevano sostanzialmente lo stesso contenuto. Eppure, il primo era una lista di suggerimenti per la Curia romana, il secondo un’istruzione per i credenti posti sotto la giurisdizione del Patriarcato di Venezia, e il terzo una serie di disposizioni valide per la Chiesa universale. In quanto Papa, San Pio X aveva l’autorità necessaria per segnalare gli abusi in materia di musica sacra nel mondo intero, mentre, come vescovo, poteva intervenire solo nella sua diocesi. Con le sue prescrizioni disciplinari e dottrinali, San Pio X poteva trattare i problemi nella Chiesa su un piano universale, proprio a causa della sua autorità universale.
Anche se siamo convinti che il nostro punto di vista su una particolare questione disputata è giusto, non dobbiamo usurpare la missione del Sommo Pontefice, arrogandoci il diritto di correggere pubblicamente gli altri nella Chiesa. Noi possiamo proporre e cercare d’influire, ma non mancare di rispetto nei confronti delle legittime autorità locali o agire contro di esse. Dobbiamo rispettare il genere proprio dei diversi tipi di istanza: è la fede che bisognerebbe predicare nei nostri pulpiti e non l’ultima interpretazione di ciò che crediamo problematico in un documento magisteriale.
Fu un errore fare di ogni punto difficile dell’interpretazione teologica del Vaticano II, una materia di controversia pubblica, cercando di spingere coloro che non sono competenti in teologia ad adottare il nostro punto di vista su punti teologici delicati.
L’Istruzione Donum Veritatis sulla vocazione ecclesiale del teologo (Congregazione per la Dottrina della Fede, 1990) afferma che, nonostante «La volontà di ossequio leale a questo insegnamento del Magistero in materia per sé non irreformabile deve essere la regola», può «accadere che il teologo si ponga degli interrogativi concernenti, a secondo dei casi, l’opportunità, la forma o anche il contenuto di un intervento [del Magistero]» (§ 24).
Tuttavia, «il teologo non presenterà le sue opinioni o le sue ipotesi divergenti come se si trattasse di conclusioni indiscutibili. Questa discrezione è esigita dal rispetto della verità così come dal rispetto per il Popolo di Dio (cf. Rm 14, 1-15; 1 Cor 8; 10, 23-33). Per gli stessi motivi egli rinuncerà ad una loro espressione pubblica intempestiva» (§ 27).
Se, dopo un’intensa, paziente e leale riflessione da parte sua, le difficoltà persistono «è dovere del teologo far conoscere alle autorità magisteriali i problemi suscitati dall’insegnamento in se stesso, nelle giustificazioni che ne sono proposte o ancora nella maniera con cui è presentato. Egli lo farà in uno spirito evangelico, con il profondo desiderio di risolvere le difficoltà. Le sue obiezioni potranno allora contribuire ad un reale progresso, stimolando il Magistero a proporre l’insegnamento della Chiesa in modo più approfondito e meglio argomentato. In questi casi il teologo eviterà di ricorrere ai «mass-media» invece di rivolgersi all’autorità responsabile, perché non è esercitando in tal modo una pressione sull’opinione pubblica che si può contribuire alla chiarificazione dei problemi dottrinali e servire la verità». (§ 30).
Questa parte del compito del teologo, condotta in uno spirito leale e animato dall’amore per la Chiesa, può talvolta essere difficile «Può essere un invito a soffrire nel silenzio e nella preghiera, con la certezza che se la verità è veramente in causa, essa finirà necessariamente per imporsi.» (§ 31).
Tuttavia un esame critico degli atti del magistero non deve mai divenire una sorta di «magistero parallelo» dei teologi (cf. § 34), perché esso deve essere sottoposto al giudizio del Sommo Pontefice che ha «il compito di preservare l’unità della Chiesa, con la sollecitudine di offrire a tutti l’assistenza per rispondere con i mezzi opportuni a questa vocazione e grazia divina» (Lettera apostolica Ecclesiae unitatem § 1).
Noi vediamo dunque che, per coloro che nella Chiesa hanno il dovere o la missione canonica di insegnare, c’è posto per un impegno veramente teologico e non polemico con il Magistero. Intellettualmente parlando, in ogni caso non possiamo centrarci unicamente sulla controversia. I problemi teologici difficili possono essere adeguatamente trattati solo attraverso l’analogia della fede, cioè la sintesi di tutto ciò che il Signore ci ha rivelato. Vedremo allora ogni dottrina e articolo di fede come in grado di sostenere gli altri e impareremo a capire i legami interni che esistono tra ognuno degli elementi della nostra fede.
Per intraprendere studi di teologia, dobbiamo avere un’esperienza culturale, biblica e filosofica adeguata. Penso, ad esempio, a un passo del Codice di Diritto Canonico del 1917 riprodotto nell’introduzione di Benziger all’edizione inglese della Summa Teologica: «I religiosi che hanno già fatto gli studi classici dovranno studiare la filosofia per almeno due anni e la teologia per quattro anni, seguendo l’insegnamento di San Tommaso e in accordo con le istruzioni della Sede Apostolica» (CIC 1917, can. 589).
Consideriamo la saggezza di questa direttiva: la teologia deve essere intrapresa da coloro che sono stati ben formati sia nelle scienze umanistiche, sia in filosofia. La Congregazione per l’Educazione cattolica ha recentemente richiesto che lo studio della filosofia duri tre anni durante la formazione al sacerdozio. Senza questa apertura, la nostra ricerca teologica non avrà il ricco terreno di coltura su cui si radica la fede e che è indispensabile per una piena comprensione dei concetti e dei termini filosofici che sottendono le formulazioni dottrinali della Chiesa.
Se ci focalizziamo soltanto sulle questioni più difficili e controverse, - che devono, certamente, essere oggetto di grande attenzione - possiamo finire col perdere il senso dell’analogia della fede e metterci a vedere la teologia soprattutto come una sorta di dialettica intellettuale sui soggetti conflittuali, più che come un impegno di saggezza con il Dio vivente che si è rivelato a noi in Gesù Cristo e che, attraverso lo Spirito Santo, ispira il nostro lavoro, la nostra predicazione e la nostra azione pastorale.
Con la sua maniera magnanima di esercitare il munus Petrinum, Papa Benedetto XVI è estremamente desideroso di superare le tensioni che sono esistite fra la Chiesa e la vostra Fraternità. Una riconciliazione ecclesiale immediata e totale metterà fine ai sospetti e alla diffidenza sorte da una parte e dall’altra? Senza dubbio non così facilmente.
Ma ciò che noi cerchiamo non è un’opera umana: noi cerchiamo la riconciliazione e la guarigione per mezzo della grazia di Dio, sotto la guida amorevole dello Spirito Santo. Ricordiamoci gli effetti della grazia enunciati da San Tommaso: guarire l’anima, desiderare il bene, realizzare il bene che ci si è proposto, perseverare nel bene e, per finire, ottenere la gloria (cf. Somma Teologica Ia IIae, 111, 3).
Le nostre anime hanno innanzitutto bisogno di essere guarite, purificate dall’amarezza e dal risentimento nati in trent’anni di sospetti e di tormenti da una parte e dall’altra. Dobbiamo pregare il Signore di guarirci da tutte le imperfezioni che sono sopraggiunte proprio a causa delle difficoltà, soprattutto dal desiderio di autonomia che è, infatti, estraneo alle forme tradizionali di governo nella Chiesa. Il Signore ci dona la grazia di desiderare alcuni beni: in questo caso, il bene di un’unità e di una comunione ecclesiale totali. È un desiderio che molti di noi condividono, umanamente parlando, ma ciò che abbiamo bisogno di ricevere dal Signore è la comunicazione di questo desiderio alle nostre anime, in modo da farci desiderare l’ut unum sint con lo stesso desiderio di Cristo. Solo allora la grazia di Dio ci permetterà di realizzare il bene che ci proponiamo. È Lui che ci spinge a cercare una riconciliazione e la porta a compimento.
Ecco giunto il momento di una grazia straordinaria: cogliamola con tutto il cuore e con tutto lo spirito. Preparandoci alla venuta del Salvatore del mondo nel corso di quest’Avvento dell’Anno della Fede, preghiamo e speriamo con fiducia: non possiamo sperare nella riconciliazione, da molto tempo attesa, della Fraternità Sacerdotale San Pio X con la Sede di Pietro?
Il solo futuro immaginabile per la Fraternità Sacerdotale San Pio X si trova sul cammino di una piena comunione con la Santa Sede, nell’accettazione di una professione di fede incondizionata nella sua pienezza, e dunque con una vita sacramentale, ecclesiale e pastorale convenientemente ordinata.
Avendo ricevuto da Pietro l'incarico di essere strumento di riconciliazione della Fraternità Sacerdotale, oso far mie le parole di San Paolo che ci esortano a «vivere fedelmente la vocazione ricevuta, con ogni umiltà, dolcezza e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace».