Source: http://www.sanpaolo.org/fa_oggi00/0002f_o/0002fo41.htm
Timestamp: 2017-11-24 20:29:21+00:00
Document Index: 23525956

Matched Legal Cases: ['art. 515', 'art. 515', 'art. 515', 'art. 515', 'art. 515', 'art. 515', 'art. 515', 'art. 525']

Famiglia oggi n.2 febbraio 2000 - Dossier - La Francia protegge le coppie di fatto - Patto civile di solidarietà
DOSSIER - UNA NORMATIVA DISCUTIBILE (1)
Il diritto non può certo ignorare la realtà dei fatti, ma quando essi sono codificati rischiano la staticità. Secondo l’autore, con il Pacs si sono voluti riconoscere e proteggere alcuni aspetti della vita di coppia certamente da non ignorare, ma, astraendoli dal contesto più complesso in cui sono inseriti, si corre il rischio di comprometterne l’evoluzione positiva. Davanti alla crisi del matrimonio e della famiglia, che senso ha favorire con sussidi legali l’instabilità affettiva che affligge i rapporti coniugali e non solo quelli? Non sarebbe stato meglio andare incontro ai concubini in maniera differente, stabilendo, per esempio, una normativa agevole nelle locazioni, nei contratti bancari e di lavoro, nell’assistenza sanitaria?
LA DISCUSSA LEGGE FRANCESE
Prima di riferire alcune precisazioni necessarie conviene illustrare, anche sommariamente, i punti principali della nuova disciplina che in Francia regolamenta le coppie di fatto.
Due persone fisiche, qualunque sia il loro sesso, possono concludere tra loro un "Patto civile di solidarietà" (Pacs) «per organizzare la loro vita comune» (art. 515 - 1 del codice civile, d’ora in poi "cc"). Ma non proprio tutti lo possono stipulare. Non si potrà avere: tra ascendente e discendente in linea diretta, tra parenti in linea diretta e tra collaterali fino al terzo grado incluso; tra due persone delle quali una almeno è vincolata da matrimonio; tra due persone delle quali una almeno sia già legata da altro Pacs (art. 515 - 2 cc).
Le coppie dunque, etero o omosessuali, che vogliono stipulare tra loro questo tipo di contratto non debbono fare altro che presentare una dichiarazione congiunta nella quale affermano di voler instaurare tra loro una vita comune, e depositarla presso la cancelleria del tribunale di istanza del luogo nel quale intendono stabilire la loro residenza comune. Questa dichiarazione viene trascritta in apposito registro, e ciò conferisce data certa al Pacs e lo rende opponibile ai terzi. Eventuali successive modifiche del patto in questione dovranno essere depositate e annotate secondo la stessa procedura (art. 515 - 3 cc).
La legge si premura poi di asserire che i sottoscrittori di un Pacs si conferiscono un aiuto mutuo e materiale, le cui concrete modalità sono determinate nello stesso patto (art. 515 - 4 cc). La legge stabilisce solo che i partners, dalla stipulazione di questo patto, sono ritenuti responsabili in solido nei riguardi dei terzi per i debiti contratti da uno di loro per le necessità della vita corrente e per le spese relative all’alloggio comune (ivi). Ancora circa il regime economico si dice che, in mancanza di stipulazioni contrarie dell’atto d’acquisto, i beni dei partners, acquistati posteriormente alla conclusione del patto (come pure quei beni mobili per i quali non sia possibile determinare la data dell’acquisto), si presumono indivisi per la metà. I partners, con dichiarazione contenuta nel patto, possono scegliere il regime di comunione dei beni mobili che acquisteranno a titolo oneroso posteriormente alla stipula del patto. Se, nell’atto di acquisto non dispongono diversamente, la stessa presunzione di indivisione per la metà accompagna l’acquisto degli altri beni dei quali i partners divengono proprietari a titolo oneroso dopo la stipula del Pacs (art. 515 - 5 cc).
Come si pone fine al Pacs? Ci sono tre possibilità (art. 515 - 7 cc): per volontà, per matrimonio, o per morte, anche solo di uno dei partners. La procedura in questo caso è la seguente: se i partners decidono di comune accordo di porre fine alla loro convivenza, non fanno altro che presentare una dichiarazione in questo senso alla cancelleria del tribunale di istanza del luogo nel quale almeno uno di loro ha la residenza. Di questa dichiarazione si fa pure menzione sull’atto iniziale che aveva dato origine al Pacs. Quando invece è uno solo dei due che intende porre fine al Pacs, egli notifica la sua decisione all’altro e ne invia copia alla cancelleria del tribunale di istanza del luogo dove è registrato l’atto iniziale del Pacs perché ne venga posta annotazione su quell’atto.
Nel caso che uno dei partners si sposi, il Pacs cessa di esistere. La parte che si è sposata deve notificare all’altra l’avvenuto matrimonio, e inviare copia di questa notifica e il suo atto di nascita, sul quale è menzionato il matrimonio, alla cancelleria del tribunale che ha ricevuto l’atto iniziale. In caso di decesso, invece, il convivente superstite, o chiunque ne abbia interesse, invia copia dell’atto di morte all’ufficio che ha ricevuto l’atto iniziale. Importante notare come la legge preveda che siano gli stessi partners a procedere alla liquidazione dei diritti e delle obbligazioni risultanti dal Pacs che si scioglie. Quando mancasse o fosse impossibile raggiungere questo accordo, sarà il giudice a decidere sulle conseguenze patrimoniali dello scioglimento, senza pregiudizio dei danni eventualmente subiti (ivi).
Per quanto riguarda il regime fiscale, la nuova legge ha provveduto a modificare alcune norme del codice generale delle imposte e di altre leggi fiscali, introducendo il riferimento anche alle coppie legate dal Pacs. Così, d’ora in poi, la coppia unita dal Pacs va soggetta a imposizione comune a partire dal terzo anno dalla registrazione del patto e fino a tutto l’anno in cui il Pacs è cessato e gode di alcune riduzioni, alcune delle quali previste anche per coloro che sono legati da regolare matrimonio. Per esempio, alla morte di uno dei partners, l’altro diventa erede solo se così ha disposto il defunto nel testamento, e, se il patto sussiste da più di due anni, può beneficiare di una riduzione della tassa di successione: da subito si avrà una detrazione fiscale pari a 375.000 franchi; inoltre, i primi 100.000 franchi saranno tassati al 40% e ciò che resta al 50%.
Altre misure riguardano la possibilità di permanenza nell’appartamento comune del coniuge che resta dopo lo scioglimento della convivenza, prestazioni di assistenza sociale e agevolazioni in materia di lavoro. Essere legati da un Pacs ha anche una certa rilevanza per la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare.
La nuova legge ha anche introdotto nel codice civile francese la menzione del concubinato. Esso viene definito come quella «unione di fatto, caratterizzata da una vita comune che presenta un carattere di stabilità e continuità, tra due persone, di sesso differente o dello stesso sesso, che vivono in coppia» (art. 515 - 8 cc). A questa situazione di fatto non sono collegati particolari effetti. È da ritenersi che l’unico effetto pratico sia quello che, d’ora in poi, quando nella legislazione si parlerà di coppia, non si dovrà presumere di potersi riferire unicamente a quella formata da un uomo e una donna.
A seguito del ricorso da parte dell’opposizione (vedi box sulla storia del Pacs), la corte costituzionale francese ha dovuto esprimersi sul testo della nuova legge, ancor prima della sua entrata in vigore, come è previsto dall’ordinamento francese. Tra l’altro i giudici hanno dichiarato: «La nozione di vita comune non copre solamente una comunità di interessi e non si limita all’esigenza di una semplice coabitazione tra due persone; essa suppone, oltre una residenza comune, una vita di coppia; gli impedimenti alla stipulazione di un Pacs (previsti ora dall’art. 525 - 2 del codice civile) costituiscono una nullità assoluta; l’aiuto vicendevole e materiale è un dovere tra i partners del Pacs e dunque è nulla ogni clausola che misconosce il carattere obbligatorio di questo aiuto; la presunzione di indivisione dei beni non può cedere che davanti all’esibizione della convenzione intercorsa tra i partners che esclude tale regime o di un atto di acquisto o di sottoscrizione che disponga altrimenti; il nuovo testo legislativo del Pacs non ha alcuna incidenza sugli altri titoli del primo libro del codice civile, cioè quelli relativi alla filiazione, alla filiazione adottiva e all’autorità parentale; in altre parole, la conclusione del Pacs non modifica lo stato civile dei partners e, inoltre, non si hanno effetti sulle disposizioni riguardanti l’assistenza medica alla procreazione, che restano in vigore e non sono applicabili che a coppie formate da un uomo e una donna; per quanto riguarda i vantaggi fiscali, contrariamente alle persone che vivono in concubinato, i partners di un Pacs sono soggetti anche a degli obblighi, e proprio questo giustifica la differenza di trattamento; l’introduzione del Pacs non mette in discussione alcuna regola relativa al matrimonio civile; la possibilità di rottura unilaterale del Pacs non costituisce violazione del principio dell’immutabilità dei contratti, perché sussiste per l’altra parte il diritto alla riparazione del danno; la rottura unilaterale del Pacs che, per l’opposizione, poteva paragonarsi a un "ripudio" e quindi a un attentato alla dignità della persona del partner ripudiato, non deve considerarsi tale perché il Pacs non è un matrimonio ma solamente un contratto a tempo indeterminato; la registrazione del Pacs presso la cancelleria del tribunale d’istanza e la possibilità così offerta ai terzi di conoscerne l’esistenza non costituiscono attentato alla riservatezza dovuta alla vita sessuale della persona; anche il fatto che la legge sul Pacs passi sotto silenzio, la condizione dei figli che i partners potrebbero avere non costituisce, per la Corte, violazione della costituzione: si può introdurre questa disciplina senza innovare quella sulla filiazione o quella sulla condizione giuridica dei minori».
La nuova legge francese non nasce dal nulla, ma è segno di un forte mutamento intervenuto, negli ultimi decenni, nella coscienza sociale occidentale. Per molto tempo la sessualità è stata considerata unicamente in ordine alla procreazione e, essendo questa riservata alla coppia eterosessuale e, per di più, legata da stabile e pubblico vincolo matrimoniale, se ne traeva facilmente la conseguenza – anche se non sempre riflessa e consapevole – che la sessualità dovesse essere riservata alla coppia eterosessuale e sposata. Tutto il resto, se non era condannato, era, al più, tollerato, ma solo in un privato nascosto. Una volta intervenuta, nella coscienza collettiva, la scissione tra la sessualità e la procreazione, sono emersi altri tipi di sessualità, come quella omosessuale e, pian piano, hanno finito per reclamare una condizione sociale e, di conseguenza, giuridica, simile a quella della coppia eterosessuale legata da matrimonio.
Questo fenomeno è stato anche favorito da altri mutamenti sociali. Più volte, nel corso degli ultimi decenni, abbiamo assistito a travasi e passaggi, a volte anche in modo altalenante, tra la sfera pubblica e quella privata, delle diverse dimensioni che in qualche modo hanno a che fare con la vita intima della persona e le sue relazioni interpersonali. Così la sessualità in ogni sua forma tende oggi a farsi considerare come appartenente alla sfera del privato, e quindi a essere sottratta a ogni sindacato sociale o riconoscimento giuridico. D’altro lato la dimensione di coppia, sia etero che omosessuale, tende per alcuni versi a rimanere appannaggio di un privato libero da responsabilità sociali e, dall’altro, rivendica però un riconoscimento pubblico di alcuni vantaggi. Questa situazione è in continua evoluzione e oscilla a pendolo tra due valori oggi ritenuti molto importanti la tutela dell’autonomia privata e la responsabilità del proprio agire soprattutto nei confronti dei più deboli, come per esempio i minori o, talvolta, la donna.
La legge francese si colloca in questo flusso magmatico e ne mostra chiaramente l’impronta. E proprio a partire da questa considerazione vorrei proporre alcune annotazioni a margine di questo testo normativo.
Il diritto non può ignorare la realtà dei fatti anche se non è detto che li debba assumere tutti per regolarli a suo modo. Anche perché, una volta previsti e descritti in un codice o in una legge, si rischia di interrompere una fisiologica evoluzione. Con questa legge è forse capitato qualcosa di simile. Si sono voluti riconoscere e proteggere alcuni aspetti di una real-tà che non si può ignorare, ma, astraendoli dal contesto più complesso in cui essi sono inseriti, e all’interno del quale vanno necessariamente valutati, si corre il rischio di compromettere un’evoluzione più positiva.
Con questa legge – gravemente incompleta su questioni importanti (specie in ordine agli eventuali figli della coppia o di precedenti unioni, filiazione, adozione, patria potestà) –, per venire incontro a esigenze di certe categorie di soggetti (coppie che, per diversi motivi, non intendono o non possono assumersi gli oneri più impegnativi del matrimonio e gli omosessuali), che potrebbero essere considerate legittime, si sono erose le situazioni giuridiche di altre categorie, con una certa minaccia delle ragioni dell’uguaglianza e dell’equità. Temo che una legge simile favorisca irragionevoli avventure proprio in un campo della vita umana, dove più che mai si richiede serietà e senso di responsabilità, per non dire anche senso del dovere e sacrificio. Temo che essa serva solo a coloro che, volendo instaurare tra loro un rapporto di tipo coniugale, sentono però la legislazione matrimoniale troppo costringente.
La nuova normativa sulla coppia infatti sembra misurarsi sul modello del matrimonio, ma in chiave riduzionista, cioè riducendone gli oneri e salvandone i vantaggi. Proprio per questo, essa mal si concilia con ruoli che richiedono serietà e senso di responsabilità anche se non li si volesse considerare perenni. Si tratta di una prima incompleta configurazione legislativa di un "matrimonio bis" e non avrebbe senso alcuno che la stessa situazione di fatto venga regolata in due modi diversi. Sarebbe come concedere a chi volesse fare l’imprenditore, ma non si sentisse di sottostare alla disciplina prevista per le aziende, di poterlo fare in altro modo, senza il rispetto di quelle regole che la società ha previsto a tutela degli interessi in gioco.
Andavano previsti interventi diversi
La pur lodevole intenzione di predisporre una difesa per i partners superstiti, che, proprio a motivo della rottura della convivenza, per morte o abbandono, potrebbero trovarsi in condizioni di particolare difficoltà, ha così condotto ad andare ben oltre quegli interventi equitativi che nei nostri ordinamenti occidentali sono già disponibili ad opera della giurisprudenza. Per introdurre nell’ordinamento misure di questo tipo, sarebbe stato meglio prevedere interventi nelle specifiche normative già in vigore, come le locazioni, i contratti bancari, di lavoro, l’assistenza sanitaria, invece che costruire una discutibile gerarchia di relazioni di coppia, da quelle senza alcun riconoscimento al concubinato (ora solo menzionato nel codice civile), al Pacs, e infine al matrimonio civile.
Chi ha proposto l’introduzione di questa nuova legge, ha sostenuto che essa non costituisce un vero "matrimonio bis", ma un’agevolazione giuridica per chi vuole passare dal mero concubinato al matrimonio, e, in Francia, i dati dicono che il 90% dei "nuovi sposi" sono "ex conviventi di fatto". Però, se da un lato, il diritto non può ignorare questa realtà, dall’altro, ciò non riesce a convincermi che prevedere la possibilità di "matrimoni in prova" come il Pacs possa costituire una misura salutare, ma piuttosto ribadisce la necessità di una seria preparazione al matrimonio, civile o religioso che sia.
Inoltre, come già accennavo sopra, questa legge sembra incompleta. Prima o poi si tratterà di riprendere in mano la questione, e di disciplinare il rapporto dei partners con i minori nati da questa o da altre relazioni. E a questo punto viene fatto di osservare che se, da un lato, sembra comprensibile assecondare quel processo sociologico che induce a lasciare all’autonomia privata la gestione della propria sessualità e gran parte di quanto attinge alla relazione interpersonale tra i partners, dall’altro, ritengo che, quando è in gioco il ruolo dei figli e dei minori, lo Stato debba fare il possibile perché a essi siano garantite le pari opportunità di partenza, il che significa cioè che possano nascere e vivere la loro infanzia, possibilmente in un nucleo stabile, assieme a due figure parentali, una maschile e una femminile.
Un’ultima osservazione mi viene suggerita dai vescovi francesi: di fronte alla crisi del matrimonio e dell’istituto familiare che senso ha inseguire, favorendola con sussidi legali, quella così perniciosa instabilità affettiva e di volontà che oggi affligge tutti i rapporti umani, e non solo quelli coniugali? Non sarebbe meglio venire incontro alle famiglie per evitare loro quei pesi che ingiustificatamente debbono portare e che spesso sono all’origine di questa stessa crisi?
Storia del Pacs
La proposta di legge per la regolamentazione giuridica delle coppie di fatto era stata presentata dal deputato del Movimento dei cittadini Jean Pierre Michel e dal socialista Patrick Bloche. Non era la prima volta che si parlava di qualcosa del genere in Francia: nel 1990 il senatore socialista Jean-Luc Mélenchon presentò una proposta di legge per garantire uno statuto sociale agli omosessuali. Nel 1992 viene depositata una nuova proposta. È però dal 1996 che si comincia a parlare di una disciplina che non abbia per riferimento unicamente le coppie omosessuali, ma che si fondi sul legame di solidarietà tra i partners di qualunque sesso. Dopo dodici mesi di tormentato iter parlamentare, l’Assemblea nazionale francese, il Parlamento d’oltralpe, il 13 ottobre scorso (con 315 voti favorevoli, 249 contrari e 4 astenuti), ha varato definitivamente il testo di legge che riconosce le coppie di fatto, anche tra persone dello stesso sesso. D’ora in poi le unioni libere sono esplicitamente nel codice, e quelle che fanno una dichiarazione pubblica presso il tribunale (non in comune come secondo una prima versione) possono ottenere qualche diritto simile a quelli di cui godono le coppie regolarmente sposate. Il testo è poi passato al varo del Consiglio costituzionale, la Corte costituzionale francese, che, il 9 novembre scorso, si è pronunciato sul ricorso promosso dai deputati dell’opposizione (213 deputati su 577 e 115 senatori su 321). Il Consiglio ha confermato la costituzionalità del provvedimento, ma ha colto l’occasione per chiarire alcuni punti di interpretazione.
In Danimarca dal 1989, dal 1993 in Norvegia e dal 1994 in Svezia, i matrimoni civili di coppie omosessuali sono riconosciuti, ed essi godono gli stessi diritti previsti per le coppie eterosessuali, senza peraltro poter adottare. Anche nei Paesi Bassi esiste qualcosa di simile al Pacs francese; in Belgio è in corso di approvazione un progetto di legge che prevede un "contratto di coabitazione legale" di un tipo simile. In Germania, il Bundesrat – la Camera dei rappresentanti dei Länder – ha emesso un documento in cui si chiede al Governo federale di prendere in considerazione l’ipotesi di riconoscere agli omosessuali gli stessi diritti degli eterosessuali. Regno Unito e Irlanda, Italia, Spagna e Grecia, invece, sono ancora apparentemente lontani dal prendere simili provvedimenti.
Le reazioni delle confessioni religiose
Gli islamici, per bocca del rettore della grande moschea di Parigi, Dalil Boubaker, stimando che «il matrimonio è la più nobile istituzione, la cellula madre della società», e che «l’unica unione valida è quella che è aperta alla filiazione» (intervista in La Croix dell’8 ottobre 1998), sostengono che le coppie omosessuali in Francia siano già sufficientemente garantite dalla legislazione esistente.
La comunità ebraica di Francia, anch’essa considerando il matrimonio «un atto sacro», per bocca del suo rabbino Joseph Sitruk, si è rammaricata di vedere che la nuova proposta di legge mirasse unicamente a legalizzare «una situazione di fatto che prende atto della dissoluzione dei valori nella società francese» (ivi).
La Federazione protestante di Francia ha anch’essa espresso le sue riserve sul progetto, perché non sembra all’altezza dei valori in gioco: definizione di una "coniugalità" moderna, filiazione, evoluzione dell’istituto matrimoniale. «L’istituzione della filiazione suppone due genitori di sesso diverso. Ci sembra importante – dicono – che la società continui a sostenere il matrimonio tra un uomo e una donna» (cfr. La Croix, 16 settembre 1998).
Nel settembre scorso anche i vescovi cattolici si sono pronunciati sul progetto di legge. Con un documento dal titolo significativo: Una legge inutile e pericolosa (Conference des évêques de France - Conseil permanent, Une loi inutile et dangereuse, dichiarazione del 16 settembre 1998. Cfr. La documentation catholique n. 2189 del 4 ottobre 1998), essi affermano: «La nostra convinzione è semplice: il diritto offre sufficienti possibilità per regolare i problemi sociali ed economici che incontrano certe persone che non possono o non vogliono sposarsi. Non è dunque necessario scrivere in una legge un nuovo statuto relazionale che rischia di destrutturare soprattutto il significato della coppia e della famiglia». I vescovi mostrano di non credere alle asserzioni dei proponenti, secondo i quali si tratta solo di una serie di misure pratiche che non hanno per obiettivo una sorta di "matrimonio bis". Essi avvertono invece il rischio che il matrimonio venga indebolito e ridotto a istituzione "inutile", mentre gli si dovrebbe ancora riconoscere il ruolo di istituzione «che fissa il quadro giuridico che favorisce la stabilità della famiglia. Esso permette il rinnovarsi delle generazioni. Non è un semplice contratto o un affare privato, ma costituisce una delle strutture fondamentali della società, della quale garantisce la coerenza».
Il Pacs – secondo i vescovi – finirà per favorire invece quella «instabilità affettiva» che «indebolisce già troppo le famiglie e i legami sociali». Le osservazioni critiche dei vescovi non sono solo nell’ordine dell’opportunità, ma anche della giustizia: questa legge opera delle ingiuste equiparazioni (là dove equipara coppie eterosessuali e coppie omosessuali) e delle altrettanto ingiuste discriminazioni (là dove di fatto costituisce una gerarchia di unioni, di diritti e di doveri, sulla base di tendenze soggettive).
Segue: Il testo di legge del Pacs