Source: https://massimedalpassato.it/14-un-comodo-antifurto-il-fucile-dietro-la-porta-1897/
Timestamp: 2020-04-02 08:59:45+00:00
Document Index: 104384521

Matched Legal Cases: ['art. 376', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 376', 'sentenza ', 'art. 376', 'art. 376', 'art. 434', 'art. 376', 'art. 376', 'art. 376']

14. Un comodo antifurto: il fucile dietro la porta (1897) | Massime dal Passato
Chi non si è mai divertito da piccolo a ideare complicatissimi congegni legando chilometri di filo e spago alla maniglia di una porta, da far scattare non appena dall’altra parte la porta venisse aperta? Nei miei giochi dietro la porta c’erano oggetti semi-contundenti costituiti da giocattoli di plastica e simili ammennicoli, nei cartoni animati invece c’è il classico secchio d’acqua che finisce per inzuppare il povero malcapitato (potete vederne invece uno in cui è protagonista un secchio pieno di detersivo cliccando qui ) . Per non parlare dello scherzo più tremendo e ferale, ovvero piazzarsi dietro la porta e spaventare con un bel “BUH“.
Quel mattacchione del dott. Montalboddi Iginio di Monte S. Giusto (Macerata) aveva avuto invece la brillante idea di piazzare dietro una delle porte di casa sua direttamente un fucile, col grilletto spianato collegato alla maniglia della porta, sicché chi avesse aperto l’uscio sarebbe stato colpito.
Siamo nel 1897 e da qualche giorno il Montalboddi aveva qualche visita notturna indesiderata, così per star sereno e mettere al sicuro i suoi averi, aveva escogitato un curioso antifurto. E così in una notte di primavera, accade che tal Carlo Masini “notissimo ladro“, che aveva appena finito di scontare 15 anni di in galera, entrato di soppiatto in casa del nostro eroe e aperto l’uscio col trabocchetto, viene freddato dall’efficacissimo archibugio.
Nel giro di nemmeno sei mesi si esauriscono tre gradi di giudizio. Il responso della Cassazione è: non colpevole, perché la morte dipendeva dal solo fatto del ladro che si era intrufolato in casa d’altri.
Che poi, a ben pensarci, il Montalboddi era stato anche fortunato. Poteva capitare ai figli, alla moglie, all’amante, alla zia, o a lui stesso mentre scendeva di notte a prendere un bicchiere d’acqua incappare nel sonno in quella astuta tagliola.
Ora non esultino i fautori della legittima difesa a tutti i costi! Oggi per fortuna a nessun giudice verrebbe in mente di dire che si può impunemente usare un’arma come antifurto. Altrimenti staremmo tutti in casa coi cannoni spianati pronti a esplodere in faccia al primo venuto. Anche se con certi scocciatori..
ps Ah, per sicurezza, se gli scocciatori siete voi bussate prima di entrare…
pps …no vabbè, bussare sarebbe inutile. Niente.
La Corte: — Nella notte del 22 maggio 1897, un Masini Carlo, notissimo ladro, e di poco ritornato da una casa penale per espiazione di 15 anni di pena, dopo essersi introdotto nella casa del dott. Montalboddi Iginio in Monte S. Giusto, aprendo con falsa chiave il portone d’ingresso e la porta di un pianerottolo che immette nella stanza da pranzo, ivi penetrato, rimase ucciso da due colpi di una doppietta, la quale collocata, com’era, dietro l’uscio di una camera attigua a quella da letto, esplose mediante un certo congegno alla spinta o all’urto, che si diede al suddetto uscio.
Arrestato il Montalboddi, ammise col suo interrogatorio di aver posto quel meccanismo in modo da ferire leggermente alle gambe, per scoprire l’autore dei furti, che da qualche tempo si commettevano in suo danno, non avendo avuto mai l’intenzione di procurarne la morte, ma soggiunse però, che nessuno poteva essere offeso da quell’apparecchio, perchè il suo colono, di cui sospettava, conoscendo il pericolo per avere assistito al collocamento di quella doppietta, non avrebbe mai osato di aprire quell’uscio.
Compiuta l’istruzione, la camera di consiglio presso il tribunale di Macerata ritenne che il fatto costituisse reato e che fosse applicabile, anziché la diminuente dell’art. 376 cod. pen., il solo eccesso di difesa, perchè non eravi pericolo per la sicurezza personale dell’aggredito.
Invece la sezione di accusa presso la Corte d’appello di Ancona con sentenza del 13 settembre dichiarò non farsi luogo a procedimento per inesistenza di reato a carico del Montalboddi. Ed a sorreggere la sua tesi disse in primo luogo, che la preparazione dell’arma in quella stanza non costituisce alcun reato ed aggiunse in secondo luogo che «se il ladro dopo avere scassinato altri usci, violando gli altrui diritti, penetrò là dove incontrò la morte, di questa non può ritenersi responsabile il Montalboddi, poiché questi non mise in opera alcun atto; e la morte avvenne per esclusivo fatto del ladro, che in quel momento versava in flagranza di reato».
Tale sentenza s’impugna dal procuratore generale per violazione dell’art. 376 cod. pen., perchè, secondo tale disposizione, la reazione contro l’aggressione violenta della proprietà, è giustificata quando la difesa si verifica nell’attualità dell’attacco, e quando l’aggressione alla proprietà è commessa in modo da portare un pericolo imminente alla persona; sicché nasca in essa il sentimento di un giusto e ragionevole timore.
Osserva che male si avvisa il il procuratore generale, quando censura l’impugnata sentenza per violazione dell’art. 376 cod. pen., perchè la sezione di accusa dichiarò di non farsi luogo a procedimento penale, non già per la necessità in cui si fosse trovato il Montalboddi di respingere il notturno ladro ai sensi dell’art. 376 n. 2, ma per non aver commesso reato con la preparazione dell’arma nella camera della propria casa, e come leggesi nella dispositiva per inesistenza di reato, ossia per non iscorgere, secondo l’art. 434 proc. pen., traccia al cuna di delitto preveduto dalla legge.
D’altronde, ammesso per poco che il procuratore generale, impugnando la discriminante, avesse inteso con ciò di ritenere che il fatto fosse punibile come omicidio doloso, secondo l’ordinanza della camera di consiglio, non per questo sarebbe censurabile l’impugnata sentenza, perchè alla imputazione di omicidio volontario o preterintenzionale non può servir di base nè un fatto lecito o non vietato dalla legge, quale l’apparecchio dell’arma la quale, predisposta nell’interno della propria casa, e dietro l’uscio di una camera chiusa, non poteva altrimenti esplodere che spingendo quell’uscio, nè la morte del ladro, se questa avvenne, come aggiunse la Corte, con apprezzamento incensurabile, per fatto esclusivo di lui, che penetrò là dove incontrò la morte, violando i diritti altrui, e senza che il Montalboddi avesse messo in opera alcun atto.
Non potrebbe del pari obbiettarsi al proprietario la figura dell’omicidio colposo, perchè l’evento, nel la specie, oltre che sarebbe preveduto, non può servire di base a tale imputazione, quando chi ne soffre il danno vi ha dato causa nell’atto di aggredire il diritto altrui, per aver fatto ciò che non aveva diritto di fare, e che costituiva un reato.
Di qui dunque non si esce. O il proprietario può fare nella sua casa ciò che giova a difenderla dai ladri, non escluso un apparecchio meccanico, predisposto a qualsiasi fine, ed il fatto se lecito, o non vietato, non può divenire illecito, ed elevarsi a reato, se altri, senza averne il diritto, vi penetri mediante scalata, rottura od altro mezzo e v’incontri la morte od una lesione nell’atto di scassinare uno degli usci a fine delittuoso, non essendovi nel nostro codice alcuna sanzione che lo prevegga e vi si attagli, d’onde l’applicazione del l’art. 376! — O vuolsi invece che torni lo stesso e che non siavi differenza, sia che si offenda con la propria mano l’autore della scalata o rottura, sia che lo si offenda per respingerlo mediante un apparecchio predisposto a tale scopo, come se non debba aversi riguardo alla volontà dell’agente ed anche al suo modo di operare in tutti gli atti che sono necessari alla consumazione del reato, ed allora, posto che l’apparecchio valga e rappresenti il braccio dell’autore, non potrebbe negarsi la discriminante dell’art. 376 n. 2 cod. pen., giacche la legge non richiede la condizione che vi sia fondato timore per la sicurezza personale di chi si trovi nella casa, se non quando si tratti dell’altro caso di cui nel suddetto n. 2 dell’art. 376.
(Il Foro Italiano, 23, II, 59, 1898)
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