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Timestamp: 2019-06-17 15:42:39+00:00
Document Index: 52436964

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1988', 'art. 3', 'art. 11', 'art. 4', 'art. 40', 'sentenza ']

Atto di ricognizione di debito: la giurisprudenza di merito è attenta alle osservazioni della dottrina minoritaria | Tutela Tributaria
By Tutelatributaria 2017 2 Comments
La Commissione Tributaria Provinciale di Pavia, con sentenza n. 107 del 7 aprile 2017, aderisce alla minoritaria (ma, a nostro parere, preferibile) dottrina civilistica e processual-civilistica al fine di qualificare gli effetti (evidentemente, in questa sede, fiscali) della ricognizione di debito (art. 1988 del Codice civile), con ciò evocando ancora una volta le ragioni di chi sostiene per nulla meritate le critiche generalizzate rivolte – anche – di recente alla giurisprudenza tributaria di merito.
La fattispecie analizzata dalla Commissione riguardava l’enunciazione di una ricognizione di debito in un ricorso per ottenere un decreto ingiuntivo, enunciazione che veniva (ri)liquidata mediante avviso dall’Agenzia delle entrate ed applicando – ex art. 3, parte prima, della Tariffa allegata al “TUR” – l’aliquota proporzionale di imposta di registro dell’1%, anziché quella fissa, in virtù della sua presupposta natura dichiarativa (natura dichiarativa, invero, sostenuta anche da autorevole dottrina civilistica – cfr. F. Galgano –, la quale ritiene che la contraria tesi che la qualifica come mera dichiarazione di scienza – e non di volontà – ricada addirittura nell’ambito delle “illazioni”).
In modo succinto ma efficace, dunque, i giudici hanno rappresentato come l’atto ricognitivo non crei alcun quid pluris rispetto all’obbligazione originaria e che, invece, involva esclusivamente l’aspetto processuale dell’inversione dell’onere della prova, con ciò palesando una totale assenza di contenuto patrimoniale del medesimo da assoggettare ad (e da giustificare una) imposizione in misura proporzionale, presupposto – quest’ultimo – necessario per rispettare il principio di capacità contributiva che, diversamente (aggiungiamo noi), verrebbe leso stante una evidente doppia imposizione (giuridica) gravante sul medesimo fatto indice. In altre parole, gli viene riconosciuta la natura di mera dichiarazione di scienza improduttiva di apportare alcuna innovazione al rapporto obbligatorio originario riconosciuto. Vi è da notare, tuttavia e al tempo stesso, una certa contraddizione/confusione nella motivazione quando il Collegio giudicante riferisce l’atto enunciato avere natura “puramente dichiarativa”, affermazione che confligge(rebbe), in realtà, con la tesi dell’assoggettamento in misura fissa (ex art. 11, parte prima, o art. 4, parte seconda, della citata Tariffa). Ed invero, nonostante vi siano decisioni del tutto ondivaghe sulla fattispecie in commento, nel senso che se ne possono individuare per ogni tesi sostenuta (tassazione proporzionale al 3%, tassazione proporzionale all’1% e tassazione in misura fissa), la stessa Cassazione ha talora desunto dalla natura puramente confermativa della ricognizione di debito la sua non assoggettabilità – tout court – ad imposta di registro (Cass. Civ. n. 24804/2014).
La decisione in questione, comunque e a nostro parere, non avrebbe potuto mutare esito anche per la seconda doglianza proposta dal contribuente, il quale ha fatto correttamente notare che la ricognizione atteneva ad un rapporto sottostante in ambito Iva (seppur esente, nella fattispecie), pertanto, per il principio di alternatività Iva-registro (che può essere derogato solo in modo espresso, così come declinato dall’art. 40 del “Tur”) avrebbe dovuto tutt’al più essere assoggettato in misura fissa e in caso d’uso.
E’ auspicabile, però, che le Sezioni Unite vengano interpellate sul tema per mettere un freno ad un approccio decisorio del tutto casistico e aleatorio, fondando le proprie motivazioni sui principi guida dell’imposta di registro in particolare e di capacità contributiva in generale.
Nello stesso senso anche la recente sentenza n. 61/2017 della Commissione Tributaria di II° grado di Trento.
A conferma degli effetti meramente processuali, dunque l’assoggettamento in misura fissa, vi è anche la recente pronuncia della Cassazione n. 481/2018. Nonostante il caso pertenga a prestazione soggetta ad Iva, dunque in presenza di alternatività Iva-Registro, le argomentazioni affrontano la tematica in modo più generale, cioè per principio che torna applicabile anche ad altre fattispecie.