Source: https://www.gbcnet.net/showthread.php?27767-In-pensione-con-40-anni-pi%C3%B9-due&s=1ce75751af08dbbc3b7305edead4d9d7
Timestamp: 2019-09-17 12:47:00+00:00
Document Index: 49058243

Matched Legal Cases: ['art. 64', 'art. 72', 'art.64', 'art. 72', 'art. 72', 'art. 72']

16-02-2011, 07:59 #1
daniele57, beva, graziano61 Grazie per questo post
16-02-2011 07:59 # ADS
23-07-2011, 09:49 #2
Colpo alle pensioni d´anzianità naia e università non contano più
Almeno 80 mila coloro che saranno costretti a lavorare un anno in più Il provvedimento non si applica a chi ha svolto un´attività usurante
Nuovo colpo alle pensioni di anzianità. Per chi ha riscattato gli anni di laurea e quello del servizio militare non basteranno più i 40 di contributi, indipendentemente dall´età anagrafica, per lasciare il lavoro. Quegli anni conteranno sì ai fini del calcolo dell´importo dell´assegno pensionistico, ma non per l´accesso alla quiescenza. Nei fatti - quello deciso ieri dal governo - è un aumento dell´età pensionabile da un anno a quattro e oltre a seconda del corso di laurea. Va aggiunto, inoltre, che già oggi chi matura i requisiti per andare in pensione raggiungendo i 40 di versamenti deve aspettare 15 mesi (sono 12 per gli altri) perché si apra la relativa "finestra" per abbandonare il lavoro. Il provvedimento non si applica a chi ha svolto un´attività usurante.
Per la prima volta si tocca una platea di lavoratori che finora era stata largamente esclusa dai correttivi. Sono perlopiù lavoratori precoci, spesso operai residenti nelle regioni del Nord. Lavoratori che sono andati in fabbrica a 18 anni, e anche prima, e che in media lasciano il lavoro intorno ai 58 anni, molto prima dei 65 previsti (60 per le donne) per la pensione di vecchiaia. Il governo stima di poter ricavare da questa misura 500 milioni il primo anno di applicazione, cioè il 2013; un miliardo l´anno successivo, e poi tra 1,2 a 1,5 miliardi dal 2015 in poi. Di certo è una misura strutturale e che, come tutte quelle che riguardano le pensioni, permette di "fare cassa".
Difficile quantificare il numero di lavoratori interessati. Secondo alcuni calcoli - non del governo - saranno almeno 80 mila coloro che dovranno posticipare di un anno l´accesso alla pensione dopo aver riscattato ai fini contributivi l´anno della leva militare. Di meno quelli con il riscatto laurea. Molto penalizzati potrebbero essere i medici, che oltre agli anni di laurea hanno un lungo periodo di specializzazione, secondo il sindacato di categoria della Cgil.
L´idea di intervenire su questa platea di lavoratori è nata un po´ di tempo fa nelle stanze della Ragioneria dello Stato. Ma è stato il ministro del Lavoro, a rispolverarla nei giorni scorsi e prepararla, dopo una serie di verifiche e con Cisl e Uil. Il ministro ha deciso di muoversi senza clamore dichiarando a più riprese che non era necessaria una nuova riforma della previdenza e che, semmai, si sarebbe potuto intervenire su alcuni aspetti marginali (come quella dei lavoratori che vanno in pensione con 40 anni di contributi, appunto) oppure sull´accorciamento del periodo di transizione per il passaggio di tutto il sistema al modello contributivo.
07-11-2011, 11:12 #4
In pensione a 80anni ma in classe fino a max 55
a. L'insegnamento è lavoro usurante, così usurante che tra gli insegnanti si rilevano patologie psichiatriche pari al triplo che in ogni altra categoria professionale, compresi gli operai. Cosa che tutti ignorano, o fanno finta di ignorare, persino gli stessi docenti, tra i quali, sull'argomento vige il silenzio più totale nonostante il testo unico 81 obblighi i dirigenti scolastici ad effettuare annualmente il monitoraggio antistress. Del resto lavoriamo con materiale da maneggiare con cura ed esplosivo: i ragazzi. Non ci credo che possiamo resistere in classe fino a 67 anni. Nemmeno per idea.Nemmeno il collega che qua sotto commenterà che lui lo farebbe anche oltre..
Su base volontaria, ripeto, su base volontaria, aggiungo: per chi lo volesse, potrebbe essere possibile allungare il tempo dell'età pensionabile di un docente della scuola statale persino oltre i 67 anni, ma a patto che rimanga in classe fino a massimo 55 anni.
I costi verrebbero recuperati dai soldi guadagnati nel coprire funzioni oggi coperte con altri costi e verrebbero colmati anche dai proventi dello spostamento in avanti dell'età pensionabile e dagli anni in più prestati al servizio.
E i docenti non ne parliamo: si arriva oggi a 60 anni col cervello sminuzzato e l'animo maciullato (non negate, per favore, uno su due di noi vorrebbe fuggire dalla scuola), pur amando dal profondo questo mestiere e i ragazzi, succhiano il sangue. Lo sappiamo bene.
Si lo so, prima dovremmo tentare di sanare i guasti fatti, certo, tutte le altre cose che non vanno...le scuole cadenti, le classi affollate..le cose che ripetiamo da anni...
Secondo me, se ben predisposta, arriverebbero altri soldi, da una manovra del genere e potremmo anche pagarci qualche ridimensionamento equo e solidale di ragazzi in classe , sistemare qualche scuola più rotta delle altre, nell'attesa che un pio governante si renda conto che è giunta l'ora di tornare umani.
PS Ogni commento o contributo è ben accetto tranne quelli del tipo "quando andavo io a scuola"..per favore..torniamo umani.
09-11-2011, 11:11 #5
Niente pensione anticipata prima di 40 anni
La deroga di un quinquennio prevista per gli statali dal decreto 112 non vale per la scuola
La Consulta ha rigettato una questione di legittimità costituzionale relativa ad una norma che preclude solo al personale della scuola la possibilità di andare in pensione 5 anni prima del 40esimo anno di servizio (n.283 del 20 ottobre scorso).
In tale periodo, gli impiegati delle altre amministrazione prendono mezzo stipendio e in cambio non vanno a lavorare.
Ma al compimento del 40esimo anno prendono la pensione intera, come se fossero rimasti in servizio anche nel periodo di esonero.
Ciò non di meno, la Corte costituzionale ha ritenuto legittima la preclusione prevista solo per la scuola. Perché,mentre nella altre amministrazioni statali i lavoratori a mezzo stipendio non vengono sostituiti, nella scuola bisognerebbe provvedere all'assunzione di supplenti e quindi alla fine non ci sarebbe alcun risparmio. E siccome lo scopo dell'art. 64 del decreto legge 112/2008 è proprio quello di ridurre i costi della pubblica amministrazione, il diverso trattamento previsto per la scuola è costituzionalmente legittimo.
La norma esaminata dalla Consulta è l'art. 72, primo comma, del decreto legge 112/2008, che preclude al personale della scuola di accedere all'esonero nell'ultimo periodo del comma 1.Tale esonero consiste nella sospensione dal servizio per un periodo massimo di cinque anni. E si pone sostanzialmente come una forma di collocamento a riposo, consistente, a domanda dell'interessato, nell'esonero anticipato per i dipendenti pubblici, che abbiano una anzianità contributiva vicina ai 40 anni. Secondo la Corte, però, l'esclusione è legittima, perché risponde alla logica contenuta nell'art.64 dello stesso decreto legge, il cui fine è quello di elevare il rapporto docente:alunni di almeno un punto. In ciò determinando una forte riduzione dell'organico del personale. E tale logica si scontrerebbe con la ratio dell'ultimo comma dell'art. 72, che è quella di far diminuire i costi dell'amministrazione. Ciò spiega la diversità di trattamento tra la scuole e le restanti amministrazioni statali. La normativa del comparto scuola presenta, infatti, talune specificità legate, in particolare, all'esigenza di garantire il rispetto dell'ordinamento didattico e la continuità dell'insegnamento, tali da rendere necessaria una regolamentazione derogatoria di quella vigente per altri comparti dell'impiego alle dipendenze di pubbliche amministrazioni.
In questo contesto si inserisce la disposizione di cui all'ultima parte del primo comma dell'art. 72 del decreto-legge n. 112 del 2008, che esclude il personale scolastico dalla facoltà di accedere alla procedura di collocamento a riposo anticipato, delineata dai commi da 1 a 6 dell'articolo stesso. Tale scelta limitativa deve ritenersi dettata dalla necessità di rispettare, anche nel caso di cessazione dal servizio, i criteri informatori della normativa in questo settore, in base ai quali, in caso di collocamenti a riposo, è necessario procedere alle sostituzioni del personale cessato dal servizio mediante il ricorso a supplenze o all'immissione in ruolo di altri docenti iscritti nelle graduatorie permanenti.
E per questi motivi la Consulta ha ritenuto che la posizione dei dipendenti pubblici appartenenti agli altri comparti di contrattazione collettiva non fosse confrontabile con quella dei dipendenti della scuola. Anche perché gli interventi normativi che riguardano l'ingresso e la cessazione dal servizio di questi ultimi devono tenere necessariamente conto di esigenze e ragioni organizzative differenziate, che rendono giustificabile la diversità di discipline normative per quanto attiene alla previsione dell'esonero anticipato. E dunque, sempre secondo la Corte, la disposizione di esclusione del personale scolastico dall'area di operatività dell'art. 72 del decreto-legge si presenta in sintonia con il disegno del legislatore, che appare diretto a realizzare una riduzione del numero dei dipendenti pubblici altrimenti non raggiungibile se il'accesso all'esonero venisse consentito anche al personale della scuola.
09-11-2011, 12:53 #6
10-11-2011, 08:49 #7
Innanzitutto, sono previste novità in merito alla decorrenza dei trattamenti pensionistici: dal 1° gennaio 2012, infatti, per il personale del comparto scuola che matura il diritto a pensione entro il 31 dicembre di ogni anno, viene prevista la c.d. finestra mobile, con la quale l’accesso al pensionamento avviene dalla data di inizio dell’anno scolastico dell’anno successivo a quello in cui si maturano i requisiti per la pensione. Di conseguenza, per coloro che maturano i requisiti per il diritto a pensione a partire dal 1° gennaio prossimo, l’accesso al trattamento pensionistico avverrà al 1° settembre dell’anno successivo alla maturazione dei requisiti.
Nel caso delle Afam, per le quali vigono le medesime disposizioni, il riferimento sarà l’anno accademico e la data del 1° novembre.
Nel comparto scuola – chiarisce l’Inpdap – è ricompreso anche il personale dipendente da istituzioni scolastiche pubbliche non statali (per esempio le scuole comunali) a condizione che le stesse abbiano recepito nei propri regolamenti le disposizioni relative all’ordinamento dei docenti della scuola statale.
La disposizione in esame non si applica invece al personale delle Università per il quale vige il regime della finestra mobile con l’accesso al pensionamento dodici mesi dalla maturazione dei requisiti.
Ma le novità non terminano qui e sono infatti previsti anche nuovi termini per il pagamento dei trattamenti di fine servizio e fine rapporto, termini differenziati a seconda della causa di cessazione del rapporto di lavoro. In estrema sintesi essi sono:
· • Termine breve - entro 105 giorni dalla cessazione: in caso di cessazione dal servizio per inabilità o per decesso;
· • Termine di sei mesi: in caso di raggiungimento dei limiti di età o di servizio previsti dagli ordinamenti di appartenenza (compreso il raggiungimento della massima anzianità contributiva a fini pensionistici ed il collocamento a riposo d’ufficio disposto dall’amministrazione di appartenenza); in caso di cessazioni dal servizio conseguenti all’estinzione del rapporto di lavoro a tempo determinato per raggiungimento del termine finale fissato nel contratto stesso.
· • Termine di 24 mesi:quando la cessazione è avvenuta per cause diverse da quelle sopra richiamate, anche nell’ipotesi in cui non sia stato maturato il diritto a pensione (dimissioni volontarie; recesso da parte del datore di lavoro).
Sono però previste delle eccezioni: non è infatti interessato dai nuovi termini il personale del comparto scuola e delle Afam che matura i requisiti per il pensionamento entro il 31 dicembre 2011; rientra nella disciplina derogatoria anche il personale docente dipendente da istituzioni scolastiche comunali a condizione che le stesse abbiano recepito nei propri regolamenti le disposizioni relative all’ordinamento dei docenti della scuola statale.
Per tale personale i termini rimangono i seguenti:
1. • 105 giorni per le cessazioni dal servizio per inabilità, decesso, limiti di età o di servizio previsti dagli ordinamenti di appartenenza (comprese le cessazioni per raggiungimento della massima anzianità contributiva a fini pensionistici ed il collocamento a riposo d’ufficio disposto dall’amministrazione di appartenenza) e per le cessazioni dal servizio conseguenti all’estinzione del rapporto di lavoro a tempo determinato per raggiungimento del termine finale fissato nel contratto stesso;
2. • 6 mesi (+ 3 mesi) per tutte le altre casistiche.
23-11-2011, 07:59 #8
L'estensione interesserà, quindi, il servizio del personale della scuola, anche di quei lavoratori che alla data del 31 dicembre 1995 avevano maturato un'anzianità contributiva di diciotto anni e la cui pensione, quando erogata, sarebbe stata interamente calcolata con il sistema retributivo. Questi lavoratori avranno invece una pensione in parte calcolata con un sistema (le anzianità fino al 31 dicembre 2011) e in parte con l'altro (le anzianità successive), cosiddetto sistema misto. Non si tratta di una novità per gli altri lavoratori della scuola, sia per quelli con meno di diciotto anni di anzianità contributiva al 31 dicembre 1995, ai quali il criterio pro rata si applica già dal 1° gennaio 1996, sia per quelli assunti dopo, ai quali si applica integralmente il sistema contributivo (così prevede la legge Dini n. 335 del 1995 di riforma delle pensioni). Ma l'estensione non basta a riequilibrare il sistema e a contribuire a mettere in sicurezza il debito pubblico. In un rapporto del 2001, coordinato da Elsa Fornero, nuovo ministro del Welfare, e da Onorato Castellino, si affermava chiaramente che gli effetti di tale estensione sarebbero stati minimi in termini sia di correzione delle distorsioni microeconomiche sia dei risparmi di spesa. E ciò, anche se l'estensione fosse stata applicata già dal 1° gennaio 2002, figuriamoci ora che sono passati dieci anni (La riforma del sistema previdenziale italiano, Bologna, 2001). E quindi ci sono altri interventi che l'emergenza finanziaria richiede siano adottati anche per eliminare le disparità di trattamento fra generazioni e categorie diverse di lavoratori e gli ingiustificati privilegi, denunciati lo scorso giovedì al Senato da Mario Monti, nuovo Presidente del consiglio. E si parla decisamente di abolire le (future) pensioni di anzianità, aumentando progressivamente le quote (somma di età anagrafica e contributiva) per avere la pensione (per quest'anno e il prossimo la quota è di 96 con almeno 60 anni di età) o introducendo un meccanismo di premi e penalizzazioni a seconda della finestra di uscita, finestra che verrebbe collocata tra i 62-63 anni e i 67-70. Pensioni decurtate per chi esce dal lavoro prima, che è anche la tesi sostenuta nel rapporto del 2001 citato, ad esempio prima dei 65 anni, e pensioni un po' più sostanziose per chi esce dopo. Le penalizzazioni, però, non sono una novità nel nostro sistema, le aveva previste la finanziaria del 1994 per scoraggiare il pensionamento di chi aveva meno di 35 anni di contribuzione. Non sembra nemmeno più un tabù discutere se mantenere il conseguimento della pensione al raggiungimento del solo requisito dell'anzianità contributiva di 40 anni, a prescindere dall'età, o se legarlo invece a un requisito anagrafico, ancora da definire e magari da associare a un meccanismo di incentivi e disincentivi. E così dovrà andare in soffitta la contraddittoria norma del decreto legge n. 112 del 2008 che consente all'amministrazione scolastica di pensionare d'ufficio chi ha raggiunto i 40 anni di contribuzioni. Occorre infine ricordare che il sistema contributivo di calcolo della pensione consiste nel totalizzare i contributi versati nell'arco della sua vita lavorativa dal dipendente e dal datore di lavoro, annualmente rivalutati. Per ottenere la pensione annua si deve applicare al montante ottenuto il coefficiente di trasformazione corrispondente all'età del pensionando. Con il sistema retributivo, invece, la pensione si calcola applicando a ciascuna delle due quote, A e B, di cui è composta la pensione l'aliquota di rendimento corrispondente all'anzianità maturata, rispettivamente, prima del 1° gennaio 1993 e dopo. La quota A corrisponde all'ultimo stipendio percepito; la quota B alla media degli ultimi dieci anni. Il sistema misto utilizza i due metodi di calcolo per determinare la pensione.
fr52, beva, Nuvolari. Grazie per questo post
02-12-2011, 07:45 #9
Pensioni d’anzianità, il Governo punta ad alzare la soglia dei 40 anni: i sindacati non ci stanno
Per i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil sarebbe un provvedimento iniquo. Nella Scuola il Sisa pronto allo sciopero di 48 ore consecutive: tenere docenti e Ata in servizio per 43 anni è un’offesa a lavoratori onesti che pagano le tasse e un danno per i precari. Fibrillazione pure tra i comitati di base.
Anche i sindacati della scuola fanno muro contro l’ipotesi al vaglio del Governo Monti di modificare sin da subito, introducendo i 41 anni (si parla anche di 43!), la norma che permette ai lavoratori di accedere alla pensione di anzianità subito dopo aver maturato 4 decenni di servizio e prescindendo dall’età anagrafica. Alle dichiarazioni di contrarietà del segretario generale della Cgil, Susanna Camusso (“40 è un numero magico che non tocca”), del leader della Cisl, Raffaele Bonanni (“È molto grave che non ci sia alcun confronto, servirebbe a trovare soluzioni eque”), e della Cisl, sono presto seguite quelle, ancora più agguerrite, di alcuni sindacati della scuola. Per il momento si tratta di organizzazioni minori, ma l’impressione è che appena il provvedimento intrapreso dal Governo diventerà ufficiale, soprattutto se l’incremento di anni dovesse essere superiore ai 12 mesi, tutti i sindacati si troveranno d’accordo nell’entrare in mobilitazione.
Per il momento a minacciare lo sciopero generale è stato il Sisa, che ha promesso di indire, appena la norma sullo “sfondamento dei 40 anni di lavoro per il diritto alla pensione” sarà approvata, “uno sciopero generale della scuola di due giorni, 48 ore consecutive”. Il sindacato ha anche auspicato che la mobilitazione “possa diventare sciopero generale di tutte le categorie. La scuola e qualunque altro settore, dall’edilizia alle fabbriche, non possono vedere i cittadini dare più di 40 anni di lavoro alla collettività”. Secondo l’organizzazione guidata da Davide Rossi, inoltre, “tenere a scuola docenti e Ata per 41, 42, 43 anni è una offesa a lavoratori onesti e che pagano le tasse e un modo per impedire l’accesso al lavoro per i precari”. Il Sindacato indipendente Scuola e Ambiente cita anche don Milani: “’non vi è niente di più ingiusto che fare parti eguali tra diseguali’”, ed in questo caso, applicando la norma peggiorativa “non solo c’è un trattamento diseguale tra gli abbienti (a cui non si applica la patrimoniale) e i lavoratori (che si vogliono obbligare al lavoro a vita), ma addirittura si fanno parti diseguali tra diseguali, si vogliono condannare a non andare in pensione cittadini che hanno la sola colpa di aver iniziato a lavorare tra i 18 e 27 anni, dando un contributo negli anni migliori della loro vita alla società italiana”.
La notizia dell’innalzamento del requisito, inoltre, sta mandando in effervescenza anche i comitati di base. Venerdì 2 dicembre, alle ore 16, a Palermo, in piazza Politeama, l'Usb Palermo scenderà in piazza: tra i motivi della protesta c’è anche “l'applicazione del contributivo per tutti, allungamento degli anni necessari per la pensione di anzianità e comunque aumento generalizzato della vita lavorativa”. Il sindacato di base cercherà di “far capire agli italiani che il sogno Monti è solo un brutto ‘incubo’”.
06-12-2011, 08:04 #10
Opposizione verso la manovra Monti giungono pure dagli studenti: “ancora una volta – sostengono Rete degli Studenti e Udu - pagano gli stessi mentre gli evasori e i detentori di grandi patrimoni, che si sono arricchiti in questi anni alle spalle dei lavoratori e delle categorie più deboli, non sono chiamati a pagare. Mancano politiche per lo sviluppo, mancano misure efficaci per i giovani e a pagare i venti miliardi previsti continueranno ad essere le categorie più deboli del nostro paese, proprio quelle che più hanno pagato sinora”. Le due associazioni studentesche hanno anche avviato il sito internet futurochevogliamo.it attraverso cui dibattere e confrontarsi su una serie di temi, ad iniziare dalla discussa manovra.