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Timestamp: 2017-10-21 19:46:34+00:00
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Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 226', 'art. 268', 'art. 226', 'art. 89', 'sentenza ', 'art. 271', 'art. 266', 'art. 103', 'art. 268', 'art. 89', 'art. 268', 'art. 268', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 271', 'art. 268', 'art. 89', 'art. 268', 'art. 268', 'sentenza ', 'art. 268', 'art. 268', 'art. 268', 'sentenza ', 'art. 268', 'art. 268', 'sentenza ']

Remotizzazione delle intercettazioni e nuove tecnologie | Treccani, il portale del sapere
Remotizzazione delle intercettazioni e nuove tecnologie
L’attenzione della giurisprudenza si è indirizzata verso le tecniche di “remotizzazione” solo pochi anni addietro. La motivazione si rinviene nel fatto che solo nel recente passato l’evoluzione tecnologica ha consentito la fisica separazione dell’ascolto dalla registrazione delle intercettazioni.
È opportuno, pertanto, ripercorre in sintesi l’iter storico che ha portato all’elaborazione della normativa attuale. La disciplina del codice del 1930 (artt. 226 ult. c. e 339) prevedeva che le intercettazioni venissero effettuate “presso impianti telefonici di pubblico servizio”. L’operazione captazione registrazione d’ascolto delle conversazioni venivano perciò svolte unitariamente attraverso registratori collocati presso l’operatore telefonico e presidiati da personale di polizia giudiziaria. Questa metodologia si prestava ad evidenti abusi, consentendo agevolmente ascolti illeciti. La corte costituzionale pertanto, con la sentenza n. 34 del 6 aprile 1973, intervenne dettando le condizioni di compatibilità delle intercettazioni con i principi fondamentali in materia di riservatezza delle comunicazioni, dovendo assicurare che si procedesse soltanto alle intercettazioni autorizzate. Un anno dopo il Legislatore (l. 8 aprile 1974, n. 98) ha riformato la disciplina, introducendo nel codice abrogato l’obbligo di concentrare le operazioni di intercettazione esclusivamente presso impianti installati nelle procure (art. 226quater) al fine di garantire un diretto controllo del pubblico ministero sull’esecuzione delle operazioni. Dal punto di vista tecnico si è reso necessario utilizzare un dispositivo (il c.d. “traslatore”) in grado di deviare la comunicazione dal punto di “captazione”, che necessariamente rimaneva presso l’operatore telefonico, agli uffici della Procura. Il codice del 1988 ha recepito questo assetto con una variazione in melius soltanto relativamente all’evoluzione tecnologica dei dispositivi impiegati. L’art. 268, quindi, non fa che ribadire i contenuti del precedente art. 226quater, eccezione fatta per la previsione del secondo comma dell’obbligo di trascrizione sommaria nel verbale del contenuto delle intercettazioni e per la descrizione degli ulteriori requisiti contenutitici dello stesso verbale che si rinviene nell’art. 89 disp. att.
Nonostante l’origine recente della problematica, nella giurisprudenza della Suprema Corte si era consolidato un orientamento secondo il quale la tecnica dell’instradamento dei flussi sonori captati nei locali della Procura, verso punti di ascolto collocati negli gli uffici della Polizia Giudiziaria, costituiva una modalità di esecuzione dell’intercettazione pienamente compatibile con lo statuto normativo della medesima, con la conseguente piena utilizzabilità a fini di prova degli esiti della stessa intercettazione, pur in assenza di specifica autorizzazione del Pubblico Ministero alla delocalizzazione dell’ascolto. L’orientamento ha avuto origine con la sentenza n. 20140/2005 (Cass. pen., sez. IV, 28 febbraio 2005, n. 20140, Littera) la quale - fermo restante, come presupposto di validità, l’esecuzione della registrazione attraverso gli apparati collocati all’interno della Procura - legittimava la possibilità di ascolto delle comunicazioni intercettate all’esterno, evidenziando, per avvalorare questa tesi, come la tecnica della “remotizzazione” non potesse essere sussunta in una delle fattispecie di inutilizzabilità tassativamente descritte nell’art. 271 c.p.p., e riferibili a oltre che alle invalidità oggettive, ex art. 266 c.p.p., e soggettive, ex art. 103 c.p.p., esclusivamente all’ipotesi di omessa registrazione mediante gli impianti in dotazione alla Procura ovvero di omessa redazione del verbale.
Numerose sentenze successive si sono conformate a tale interpretazione, affermando come non fosse necessaria l’autorizzazione di cui all’art. 268, co. 3, poiché tale articolo non contiene alcun divieto di ascolto alle conversazioni, ove gli strumenti tecnici lo consentano, anche in luoghi diversi dei locali della Procura, risultando essenziale che solo le procedure di intercettazione fossero compiute attraverso i suddetti impianti collocati nell’ufficio giudiziario al fine di garantire regolarità e riservatezza (Cass. pen., sez. II, 5 marzo 2008, n. 14030, Bruno; Cass. pen., sez. III, 20 novembre 2007, n. 4111, Musso; Cass. pen., sez. IV, 27 settembre 2007, n. 41253, Rizza; Cass. pen., sez. IV, 12 luglio 2007, n. 30002, Valeri; in senso difforme, Cass. pen., sez. VI, 16 gennaio 2008, n. 30002, Sinesi, secondo cui la procedura di remotizzazione deve comunque prevedere che tutte le operazioni di registrazione avvengano in Procura, comprese quelle realizzate alla fine dell’intercettazione, che solitamente consistono nello scarico dei dati contenuti nell’apparecchio di registrazione in un supporto magnetico CD o DVD).
A fronte della rapida evoluzione tecnologica che ha interessato sia la telefonia che le apparecchiature di registrazione, si pongono alcuni problemi.
Di recente le Sezioni Unite (Cass., sez. un, 26 giugno 2008, n. 17, Carli; si vedano inoltre, in senso conforme, Cass. pen., sez. IV, 12 luglio 2007, n. 30002, Cass. pen., sez. II, 24 aprile 2007, n. 35299 e Cass. pen., sez. IV, 28 febbraio 2005, n. 20130) si sono espresse in ordine ad un contrasto interpretativo relativamente alle condizioni legittimanti la prassi della remotizzazione. In particolare, si rilevava come, in base ad un primo orientamento della Cassazione (Cass. pen., n. 20140/2005, Littera, cit.) sarebbe stato possibile ricorrere a tale tecnica senza necessità di un provvedimento del Pubblico Ministero solo se la registrazione delle conversazioni intercettate fosse stata effettivamente compiuta nei locali della Procura della Repubblica; una successiva pronuncia (Cass. pen., sez. II, 24 aprile 2007, n. 35299, Galasso), invece, riteneva “legittimamente eseguite dalla Polizia Giudiziaria, con i propri impianti, la registrazione e la redazione del verbale [...] senza che occorra autorizzazione”. Entrambe le sentenze consideravano legittima la remotizzazione, ma erano ravvisabili divergenze interpretative quanto al luogo in cui si sarebbe dovuto procedere all’esecuzione delle operazioni di registrazione ed alla redazione del relativo verbale.
In particolare i Giudici delle Sezioni Unite, evidenziano come sia possibile operare una segmentazione dell’attività di intercettazione in frammenti che assumono autonoma rilevanza sul piano giuridico: captazione, registrazione, ascolto, verbalizzazione. Il primo segmento rappresenta l’intercettazione in senso stretto e non può che essere effettuata presso l’operatore telefonico il quale “devia” la comunicazione verso gli uffici della Procura, dove il segnale viene registrato per l’ascolto. In particolare, va precisato che al momento della stesura del codice di procedura penale vigente l’attività di ascolto non poteva essere separata da quella di registrazione, poiché entrambe le operazioni venivano effettuate per mezzo del medesimo apparato: un registratore monolinea a nastri magnetici (cui fa ancora, anacronisticamente, riferimento l’art. 89 c. 2 disp. att.) sui quali venivano impressi i flussi vocali captati.
La rivoluzione tecnologica che ha interessato la telefonia negli ultimi tempi ha determinato il progressivo passaggio dalla trasmissione di segnali in forma analogica a quella di dati in forma digitale, includendo, di conseguenza, il servizio telefonico in un sistema informatico o telematico. È stato necessario, pertanto, ricorrere all’utilizzazione di sistemi di registrazione digitale computerizzata che hanno sostituito gli apparati meccanici. Ad oggi, per la registrazione vengono utilizzati apparati multilinea, collegati cioè a più linee telefoniche, che registrano dati trasmessi in forma digitale, successivamente decodificati in file vocali, immagazzinati in memorie informatiche centralizzate. I dati così memorizzati vengono poi di regola trasferiti su supporti informatici (CD-ROM o DVD) per renderli fruibili all’interno dei singoli procedimenti. Questo è in sostanza quello che viene definito “scaricamento” dei dati sui supporti, attività autonoma rispetto alla registrazione e tecnicamente diversa.
Le operazioni di “registrazione” di cui parla l’art. 268, co. 3, consistono dunque nella immissione dei dati, captati presso la centrale dell’operatore telefonico, nella memoria centralizzata (c.d server) che si trova nei locali della Procura della Repubblica. Tali apparati, tuttavia, permettono di “remotizzare” l’ascolto attraverso il sistema c.d. client/server, deviando i flussi in entrata anche verso molteplici punti di ricezione collegati con il sistema centrale verso cui l’operatore telefonico ha trasmesso il flusso di dati captati. L’impianto presente in procura, di conseguenza, rischia di trasformarsi in un mero ripetitore, utilizzato esclusivamente per l’instradamento del flusso di dati, senza l’inserimento della registrazione degli stessi nel server. Un’intercettazione così effettuata sarebbe certamente illegittima con conseguente inutilizzabilità del materiale probatorio raccolto.
È allo specifico segmento registrazione, pertanto, nell’ambito della complessiva attività di intercettazione che l’art. 268 c.p.p. si riferisce laddove dispone che le operazioni possono essere compiute esclusivamente per mezzo degli impianti installati nella procura della Repubblica. Per qualsiasi altra operazione, in quanto estranea alla nozione di registrazione così definita, non assume alcun rilievo, ai fini dell’utilizzabilità, il luogo dove la stessa è avvenuta (discorso che vale, dunque, anche per quell’operazione che consiste nello scaricamento dei dati su supporti informatici quali CD-Rom o DVD, e che, pertanto, ben può essere compiuta eventualmente presso uffici di Polizia Giudiziaria).
Per quanto riguarda la verbalizzazione delle operazioni, la sentenza Littera non aveva precisato se, oltre alla registrazione, anche la verbalizzazione dovesse obbligatoriamente avvenire negli uffici della Procura, ancorché la stessa abbia posto l’accento sul fatto che nel caso portato all’attenzione della Corte, nei suddetti locali si svolgeva anche tale attività; la sentenza Galasso, invece, ha sostenuto che alla redazione del verbale, con contestuale sommaria trascrizione del contenuto delle conversazioni intercettate, può procedersi presso gli uffici dove si è svolto l’ascolto remoto.
Le Sezioni Unite (Cass. pen., n. 17/2008, Carli, cit.), sul punto, ritengono di dover privilegiare l’orientamento maggioritario favorevole alla irrilevanza del luogo di verbalizzazione ai fini della utilizzabilità delle intercettazioni. La sanzione di inutilizzabilità, infatti, è prevista solo per i casi tassativamente previsti dall’art. 271 c.p.p., atteso che tale articolo fa esclusivo rinvio solamente al primo e terzo comma del citato art. 268 c.p.p. e non anche alle disposizioni di cui all’art. 89 disp. att. c.p.p. (sul punto, si vedano: Cass. pen., sez. fer., 02 settembre 2008, n. 38370; Cass. pen., sez. IV, 28 febbraio 2005, n. 20130, Littera bis; Cass. pen., sez. IV, 14 gennaio 2004, n. 17574, Vatinno; Cass. pen., sez. I, 6 dicembre 2000, n. 11241, Ammutinato; Cass., Sez. VI, 26 ottobre 1993, n. 11421, Carapucchi).
Inoltre, agli adempimenti successivi alla registrazione (tra cui rientra la verbalizzazione) non sarebbe riferibile il termine “operazioni”, utilizzato nel medesimo art. 268 (Cass. pen., n. 30002/2007, Valeri, cit.; Cass. pen., sez. VI, 14 gennaio 2005, n. 7245, Saardi). Una più recente giurisprudenza sul punto, si è spinta ad affermare che tale principio vale non solo per l’attività di trascrizione sommaria del verbale, ma riguarda l’attività di verbalizzazione nella sua globalità, ben potendosi redigere negli uffici della polizia giudiziaria, in tutte le sue componenti, il verbale di un’intercettazione eseguita presso i locali da Procura (Cass. pen., n. 4111/2007, Musso, cit.; Cass. pen., sez. IV, 27 settembre 2007, n. 41253, Rizza).
La Cassazione (Cass. pen., n. 17/2008, Carli, cit.) sottolinea come non sussista alcun contrasto interpretativo tra le due decisioni (Littera e Galasso) evocate nell’ordinanza di rimessione circa l’utilizzabilità delle intercettazioni captate con la tecnica della cosiddetta “remotizzazione”, giacché la questione sottoposta attiene piuttosto al caso in cui, oltre all’ascolto, siano state eseguite presso gli uffici della Polizia Giudiziaria delegata anche talune operazioni tecniche. In effetti il ricorrente aveva rilevato che l’effettiva registrazione era stata eseguita, avvalendosi di CD-Rom, presso gli uffici dei Carabinieri di Comacchio, sostanziandosi, tale condotta nella violazione della disposizione di cui al comma 3 dell’art. 268 c.p.p..
Le Sezioni Unite (Cass. pen., n. 17/2008, Carli, cit.) precisano, infatti, il contenuto letterale delle citate sentenze in situazione di presunto contrasto. Infatti la sentenza Galasso del 2007 era stata massimata nel modo seguente: “L’ascolto cosiddetto remotizzato, ovvero da luogo diverso rispetto a quello nel quale siano legittimamente eseguite le operazioni captative di conversazioni o comunicazioni, è del tutto legittimo e non richiede l’autorizzazione del Pubblico Ministero”. Pertanto, nemmeno implicitamente lasciava intendere che anche la registrazione potesse avvenire al di fuori della Procura della Repubblica. Di conseguenza entrambe le sentenze Littera e Galasso - tutt’altro che in contrasto - intendevano affermare la necessità che la registrazione delle conversazioni avvenisse nei locali della Procura della Repubblica a ciò destinati.
In conclusione: condizione necessaria per l’utilizzabilità delle intercettazioni è che la registrazione - che consiste nell’immissione nella memoria informatica centralizzata (server), dei dati captati nella centrale dell’operatore telefonico - sia avvenuta per mezzo degli impianti installati in Procura, anche se le operazioni di ascolto, verbalizzazione e riproduzione dei dati registrati siano eseguite negli uffici di Polizia Giudiziaria.
Ne deriva che l’attività di registrazione cui (implicitamente) si riferisce l’art. 268, co. 3, c.p.p. è costituita esclusivamente da quello specifico segmento della immissione nel server (memoria informatica centralizzata) dell’impianto della Procura della Repubblica dei dati captati tramite la centrale dell’operatore telefonico. Tutte le altre operazioni - compresa quella dello scaricamento dei dati su CD-Rom o su DVD, poiché estranee alla “nuova” nozione di registrazione, non sono soggette al regime di utilizzabilità sancito da tale previsione normativa. Per esse, quindi, è irrilevante il luogo nel quale vengono effettuate, così come l’esistenza di un’autorizzazione da parte del Pubblico Ministero.
Inoltre, non ha fondamento l’eventuale eccezione di inutilizzabilità dei risultati delle intercettazioni telefoniche, per difetto del decreto del Pubblico Ministero di autorizzazione (ex art. 268, co. 3, c.p.p.), poichè le modalità esecutive dell’attività captativa, mediante impianti per la remotizzazione da installarsi presso la Procura della Repubblica, non integrano un’ipotesi di ricorso ad “impianti esterni alla Procura” (Cass. pen., sez. IV, 08 luglio 2008, n. 33151).
D’altra parte, il legislatore ha previsto specifici mezzi di tutela per l’ipotesi in cui possano sorgere dubbi circa la regolarità della registrazione o sospetti di manipolazione ed invero, in forza del sesto comma dell’art. 268 c.p.p., “ai difensori delle parti è immediatamente dato avviso che, entro il termine fissato a norma dei commi 4 e 5, hanno facoltà di esaminare gli atti ascoltare le registrazioni ovvero di prendere cognizione dei flussi di comunicazioni informatiche o telematiche”, dal momento che è proprio attraverso l’integrale registrazione delle conversazioni che viene evitato il rischio di possibili manipolazioni della prova, assicurando, invece, la piena corrispondenza tra quanto detto, quanto ascoltato e quanto verbalizzato (Cass. pen., n. 20140/2005, Littera, cit.). Di recente, peraltro, sul punto si è pronunciata la Corte Costituzionale con sentenza n. 336 del 10 ottobre 2008, dichiarando l’art. 268 c.p.p. illegittimo nella parte in cui, a seguito di provvedimento applicativo di una misura cautelare, fondato su trascrizioni sommarie di registrazioni di comunicazioni telefoniche o ambientali, non prevede il diritto del difensore di accedere direttamente alle registrazioni in possesso del pubblico ministero, ottenendone copia mediante trasposizione su nastro magnetico (per completezza, si veda: Pavone, Incostituzionalità dell’art. 268 c.p.p. per violazione del diritto di difesa, in Osservatorio proc. pen., 2009, I, 27-34).
Non possiamo, tuttavia, esimerci dall’esprimere un giudizio critico circa la posizione assunta dalla giurisprudenza nei confronti dell’evoluzione tecnologica che ha caratterizzato fortemente l’ultimo decennio.
Al momento della stesura del codice vigente, come abbiamo già detto, l’attività di “ascolto” non poteva essere separata da quella di “registrazione”, poiché entrambe le operazioni venivano effettuate per mezzo del medesimo apparato (un registratore monolinea a nastri magnetici sui quali venivano impressi i flussi vocali captati). Per questo motivo si richiedeva che tale attività – unitariamente considerata – venisse effettuata nei locali delle Procure. Se, invece, oggi è possibile operare una segmentazione dell’attività di intercettazione in “frammenti autonomi” da un punto di vista tecnico e temporale (captazione, registrazione, ascolto, verbalizzazione) non per questo gli stessi devono assumere “autonoma rilevanza” sul piano giuridico, invitando gli operatori del diritto a curarsi unicamente delle operazioni di “registrazione”, consistenti nella immissione dei dati, captati presso la centrale dell’operatore telefonico, nei server collocati nei locali delle Procure della Repubblica. Eppure, alla luce dell’interpretazione data dalla recente sentenza Carli, le operazioni di ascolto e verbalizzazione, pur costituendo la fase più delicata delle intercettazioni possono essere effettuate tranquillamente fuori dai quei locali delle Procure che un tempo ne garantivano la genuinità. Fortunatamente il difensore dell’intercettato, dopo la menzionata pronuncia di incostituzionalità (C.Cost n. 336/2008, cit.), ha diritto ad accedere direttamente alle registrazioni verificandone la corrispondenza con quanto verbalizzato.