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Timestamp: 2020-04-10 18:53:47+00:00
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L’obbligo di fermarsi dopo un incidente e il reato di fuga
Articolo Pubblicato il 18 marzo, 2020 alle 12:00.
Con la sentenza n. 9212/20 depositata il 9 marzo 2020 la Cassazione ha cercato di fare chiarezza su uno delle disposizioni più controverse e dalle molteplici interpretazioni e applicazioni del Codice della Strada, l’articolo 189 che disciplina il comportamento in caso di incidente, e più in particolare il comma 6 relativo al cosiddetto reato di “fuga”, che recita: “Chiunque, nelle condizioni di cui comma 1, in caso di incidente con danno alle persone, non ottempera all’obbligo di fermarsi, è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.
Si applica la sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida da uno a tre anni, ai sensi del capo II, sezione II, del titolo VI. Nei casi di cui al presente comma sono applicabili le misure previste dagli articoli 281, 282, 283 e 284 del codice di procedura penale, anche al di fuori dei limiti previsti dall’articolo 280 del medesimo codice, ed è possibile procedere all’arresto, ai sensi dell’articolo 381 del codice di procedura penale, anche al di fuori dei limiti di pena ivi previsti”.
In buona sostanza la Suprema Corte chiarisce che la previsione normativa impone anzitutto di “fermarsi con atteggiamento costruttivo e solidale, per poi mettersi a disposizione civilmente di chi abbia subito danni e delle autorità”.
Automobilista condannato per il reato di fuga
Il conducente si era fermato ma non aveva fornito le generalità
Bisogna fermarsi con “atteggiamento costruttivo e solidale”
Le varie “gradazioni” della pena
L’obbligo di agire in maniera collaborativa e di “rendersi riconoscibili”
Le lacune della sentenza impugnata
Gli Ermellini si sono trovati in effetti ad affrontare un caso borderline. Il Tribunale di Bologna, il 6 giugno 2017, all’esito del dibattimento, aveva riconosciuto un automobilista responsabile del reato di “fuga” ex art. 189, comma 6, del d. Igs. 30 aprile 1992, n. 285, per essersi allontanato dopo avere investito, alla guida di un’auto risultata peraltro senza copertura assicurativa, un pedone, una donna, che aveva riportato, in conseguenza dell’impatto, lesioni giudicate guaribili in 25 giorni: fatto commesso il 15 novembre 2011.
La Corte di Appello di Bologna il 25 gennaio 2019, in parziale riforma della sentenza di primo grado, appellata dall’imputato, lo aveva condannato senza circostanze attenuanti alla pena di giustizia, con la condizionale, con sospensione della patente per un anno, oltre al risarcimento dei danni alla parte civile, da liquidarsi in separato giudizio, con assegnazione di provvisionale.
L’automobilista ha proposto ricorso per Cassazione lamentando sia il mancato riconoscimento delle attenuanti, sia il merito della decisione.
Il ricorrente ha infatti obiettato che, come peraltro accertato dai giudici di merito, egli non si era dato alla fuga, ma si era fermato e aveva atteso i soccorsi, “allontanandosi solo dopo che l’ambulanza del 118 aveva condotto all’ospedale la persona offesa, laddove gli obblighi sanzionati penalmente dall’art. 189, commi 6 e 7, del d. Igs. n. 285 del 1992 – asseriva – sono solo quelli, rispettivamente, di fermarsi e soccorrere feriti, mentre l’obbligo di fornire le proprie generalità e le informazioni utili ai fini risarcitori sarebbe assistito da mera sanzione amministrativa ex art. 189, comma 9, del codice della strada”.
In conseguenza, la condotta posta in essere avrebbe avuto rilievo amministrativo, non penale, come invece ritenuto dai giudici di appello.
In effetti, la Cassazione riconosce che nel caso specifico l’automobilista si era fermato, era tornato indietro, aveva parlato con i presenti e atteso sul posto sino a che l’ambulanza aveva portato via la persona investita e ferita, ma osserva anche che si era poi allontanato senza lasciare le generalità ad alcuno, “tanto che l’accertamento della sua identità ha richiesto lo svolgimento di indagini sviluppando circostanze emergenti dalle dichiarazioni di un teste oculare”.
La Suprema Corte, tuttavia, chiarisce anche che la condotta di non fornire le proprie generalità nonché le altre informazioni utili a fini identificativi “non può, di per sé sola, integrare il reato di fuga di cui all’art. 189, comma 6, cod. strada, come sembra sostenere la sentenza impugnata, trattandosi di condotta autonomamente prevista e sanzionata, come illecito amministrativo, dall’art. 189, commi 4 e 9, cod. strada”.
Bisogna valutare il comportamento complessivo
Gli Ermellini spiegano che, per il reato di fuga, bisogna valutare “il comportamento complessivo dell’agente, che si deve concretizzare nell’immediato (o quasi immediato) allontanamento del soggetto dal luogo dell’incidente, comportamento da cui discende l’inottemperanza a tutta una serie di obblighi su di lui incombenti nell’immediatezza del fatto (salvaguardare la sicurezza della circolazione, preservare, ove possibile, le tracce utili all’accertamento delle responsabilità, constatare i danni ai veicoli e verificare l’eventuale presenza di feriti ecc.), rispetto ai quali quello di essere personalmente identificato costituisce solo uno degli aspetti, certamente significativo ma non esclusivo ai fini della verifica della riconducibilità del fatto storico all’ipotesi criminosa di cui all’art. 189, comma 6, cod. strada”.
Perché la previsione normativa in questione, che impone all’utente della strada, in caso di incidente con danno alle persone ricollegabile al suo comportamento, di fermarsi, abbia un senso, “essa – proseguono i giudici del Palazzaccio – deve essere interpretata non già formalisticamente ma teleologicamente, con riguardo, cioè, allo scopo che il legislatore si prefigge, che è quello di far sì che il destinatario del precetto, in primo luogo, si fermi per rendersi conto dell’accaduto, inoltre eventualmente per mettersi in condizione di prestare assistenza ai feriti (comma 7 dell’art. 189 del codice della strada, costituente sviluppo logico-cronologico del comma precedente) e, comunque, per poter essere identificato nella prospettiva di eventuali azioni risarcitorie e/o di compiuta ricostruzione dell’accaduto.
Con la conseguenza che ottempererebbe soltanto formalisticamente, ma non realmente, colui che, pur fermatosi, mantenga, tuttavia, un atteggiamento ostile alla identificazione o concretamente impeditivo o elusivo ovvero colui che si fermi solo momentaneamente, per poi ripartire”.
Dunque, per ritenere rispettato il precetto posto dell’art. 189, comma 6, del d. Igs. n. 285 del 1992, “l’agente deve effettuare una fermata che, per le concrete modalità, sia in grado di soddisfare le esigenze di genere potenzialmente pubblicistico, oltre che certamente privatistiche, di ricostruire compiutamente accaduto ed eventuali responsabilità, oltre che di verificare, sia pure con valutazione atecnica e sommaria, l’eventuale presenza di feriti, accertamento che sarebbe impossibile ove il soggetto si allontani e che costituisce il presupposto per l’applicazione del comma successivo: insomma, potrebbe dirsi che lo scopo avuto di mira dall’art. 189 del codice della strada, valutato nel suo complesso, è di imporre ai consociati in genere (poi distinguendosi nelle disposizioni di dettaglio tra “utenti della strada”, “persone coinvolte in un incidente” e “conducenti”), anzitutto, di fermarsi con atteggiamento costruttivo e solidale, per poi, con espressione di sintesi, “mettersi a disposizione” civilmente di chi abbia ipoteticamente subito danni reali o personali per effetto di un incidente, addirittura contribuendo, per quanto possibile, nell’attesa dell’intervento della polizia stradale, a porre in essere le misure idonee a salvaguardare la sicurezza della circolazione e a conservare immodificato lo stato dei luoghi (art. 189, comma 2, del d. Igs. n. 285 del 1992)”.
A giudizio dei giudici, il legislatore ha previsto il comportamento da porre in essere in caso di incidente non in attuazione di un “generico e non coercibile dovere morale o civico” ma come “estrinsecazioni di un obbligo di legge”, variamente sanzionato per l’evenienza della sua inottemperanza, “secondo una scala di gravità della condotta”, attribuendo alla violazione dell’obbligo solidaristico talora rilievo penale e talaltra rilievo meramente amministrativo.
Infatti, ricorda la Suprema Corte, in caso di inottemperanza dell’obbligo di fermarsi e di prestare assistenza alle persone ferite, è prevista una sanzione penale maggiormente afflittiva (reclusione da uno a tre anni, oltre alla sospensione della patente di guida per almeno un anno e sei mesi ex art. 189, commi 1 e 7, del d. Igs. n. 285 del 1992). Con le precisazioni che “il reato di omissione di assistenza, di cui all’art. 189, comma settimo, cod. strada, richiede che sia effettivo il bisogno dell’investito, sicché non è configurabile nel caso di assenza di lesioni, o di morte o allorché altri abbia già provveduto e non risulti più necessario né utile o efficace, l’ulteriore intervento dell’obbligato.
E tuttavia, tali circostanze non possono essere ritenute “ex post”, dovendo l’investitore essersene reso conto in base ad obiettiva constatazione prima dell’allontanamento”, e non rileva l’assenza di ferite in senso tecnico, essendo sufficiente la presenza di esiti indicativi del pericolo che dal ritardo nel soccorso possa derivare un danno alla vita o all’integrità fisica delle persone.
In caso, invece, di inottemperanza dell’obbligo di fermarsi e di farsi identificare nelle concrete modalità di volta in volta possibili (come nel caso di specie, in cui l’automobilista aveva però atteso i soccorsi), in caso di incidente con danno alle persone è prevista una sanzione penale più lieve (reclusione da sei mesi a tre anni, oltre alla sospensione della patente per almeno un anno ex art. 189, commi 1 e 6, del d. Igs. n. 285 del 1992), con la precisazione che “il reato di fuga previsto dall’art. 189 comma 6 cod. strad. è reato omissivo di pericolo che impone all’agente di fermarsi in presenza di un incidente, da lui percepito, che sia riconducibile al suo comportamento e che sia concretamente idoneo a produrre eventi lesivi, non essendo necessario che si debba riscontrare l’esistenza di un effettivo danno alle persone, peraltro non accertabile immediatamente nella sua sussistenza e consistenza”.
Infine, in caso di inottemperanza all’obbligo di fermarsi ove si sia verificato un incidente con danno esclusivamente alle cose, ma non alle persone, è prevista a carico degli utenti della strada in caso di incidente comunque ricollegabile al loro comportamento solo una sanzione amministrativa, che prevede il pagamento di una somma oscillante tra 296,00 e 1.184,00 euro e, nei casi di grave danno ai veicoli coinvolti, tali da comportare la necessità di revisione del mezzo, anche la sospensione della patente per non meno di quindici giorni.
In ogni caso di incidente, comunque, sia con danni alle persone sia con danni alle cose, i soli conducenti (non già ad esempio, i pedoni), dopo essersi doverosamente fermati, sono tenuti a fornire le proprie generalità e le informazioni utili, anche ai fini risarcitori, alle persone danneggiate e, ove queste non siano presenti, a comunicare loro nei modi possibili tali elementi.
Per spiegare ancora meglio l’evidente “ratio solidaristica” della disciplina complessivamente posta dall’art. 189 del codice della strada, che emerge sin dall’incipit della norma (comma 1), gli Ermellini si rifanno anche a una pregressa decisone della quarta Sezione, n. 21049 del 06/04/2018, adottata in un caso di omissione di soccorso stradale.
In quel caso nella motivazione si pone in luce la vera e propria “posizione di garanzia che il legislatore, già con il comma 1 dell’art. 189 del d.lgs. n. 285 del 1992, ha attribuito all’utente della strada che si trovi coinvolto in un sinistro comunque riconducibile al suo comportamento, naturalmente prima che si accertino le eventuali responsabilità e a prescindere da esse: posizione di garanzia che ha lo scopo di proteggere dal pericolo altri utenti che siano gàstati coinvolti o che siano coinvolgibili nell’incidente. Ebbene, a tale posizione di garanzia è strettamente connesso l’obbligo, in una fase immediatamente successiva e connessa alla prima, in ogni caso di incidente, di agire in maniera collaborativa e di rendersi lealmente riconoscibili (commi 4, 5, 6 e 7 e 9 del codice della strada), pur nella pluralità e varietà di situazioni concrete che possono presentarsi.
Effettuate tali puntualizzazioni di carattere generale, tuttavia, la Cassazione, venendo all’aspetto della valutazione complessiva del comportamento, evidenzia anche che la sentenza impugnata non ha in effetti sondato a sufficienza tutti gli aspetti fattuali “che potrebbero consentire di ritenere rispettata o meno da parte dell’imputato la previsione dell’art. 189, comma 6.
La Suprema Corte chiarisce che i giudici di merito non hanno fornito informazioni su quale fosse la concreta situazione al momento in cui l’ambulanza è partita con a bordo il pedone ferito e non hanno chiarito “se, nel dato contesto di fatto, fosse possibile o meno per l’imputato lasciare il nome e i dati identificativi alla donna nell’attesa dei soccorsi, verificando se essa fosse in quel momento in grado di recepirli o meno, o ad altra persona, prima o dopo l’arrivo dell’ambulanza”. Né hanno specificato dopo quanto tempo fosse sopraggiunta la Polizia Municipale perché, “ove, in ipotesi, non vi fossero altre persone cui lasciare i propri dati, non sarebbe esigibile un’attesa senza termine dell’eventuale arrivo sul posto degli agenti”.
“I giudici di merito – aggiungono gli Ermellini – hanno sostituito la necessaria puntuale ricostruzione della situazione che si presentava sul luogo e nel momento del fatto con un ragionamento ipotetico, sottolineando il possibile interesse dell’agente a non fare emergere che l’auto da lui condotta era sprovvista di assicurazione obbligatoria: argomento certo pertinente e significativo, ma che, in realtà non risulta decisivo poiché, nell’evidenziare il possibile movente, “salta” tuttavia, il momento della verifica circa la concreta possibilitità dell’agente di collaborare, come doveroso, sul luogo e nell’immediatezza alla propria identificazione.
In conclusione del caso di specie, dunque, la Cassazione quindi conviene che il primo motivo di ricorso, che si incentra sull’an della responsabilità penale, “non appare manifestamente infondato, sicché sussistono i presupposti per rilevare, ai sensi dell’art. 129, comma 1, cod. proc. pen., l’intervenuta causa estintiva del reato per cui si procede, essendo spirato il relativo termine di prescrizione massimo pari a sette anni a mezzo dal fatto”.
La sentenza è stata pertanto annullata.
Nicola De Rossi2020-03-18T11:29:15+00:00
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