Source: https://www.quotidianolegale.it/marchi/
Timestamp: 2020-08-07 12:18:07+00:00
Document Index: 145062839

Matched Legal Cases: ['art. 2569', 'art. 59', 'art. 2571', 'art. 21', 'art. 21', 'art.14', 'art. 22', 'art. 42', 'art. 42', 'art. 23']

MARCHI. – Quotidiano Legale
Necessità dell’uso del marchio
In questa tutela dei marchi si inserisce anche la lotta alla pirateria informatica, dove la mancanza di sede fisiche nel territorio dell’UE e la possibile creazione di sedi legali fittizie in paradisi fiscali ne rende difficile il contrasto, come dimostrato dal recente caso di Telegram e la tutela dei copyright.
Con la firma nel 1999 dell’accordo per l’ingresso di Pechino nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO), a guida USA, sembrava possibile una apertura completa del mercato cinese con la piena convertibilità della moneta nazionale, secondo il modello di mercato occidentale.
Un cambiamento che avrebbe compromesso alla lunga il sistema autocratico cinese, sottoponendolo a inevitabili shock finanziari politicamente e istituzionalmente insostenibili secondo tale modello.
L’urgenza della lotta al terrorismo del primo decennio del XXI secolo ha fatto sì che, a seguito dell’appoggio cinese, gli USA non reclamassero l’applicazione integrale dell’accordo, permettendo a Pechino di accogliere solo quelle parti che le interessavano, sfruttando i benefici dell’integrazione commerciale internazionale senza pagarne i costi.
Con il nuovo decennio due organizzazioni macroregionali, la TTIP per l’Europa e la TPP per l’Asia e il Pacifico, secondo il disegno strategico americano,avrebbero dovuto sostituire la WTO permettendo una maggiore presa agli USA, il sistema tuttavia non ha avuto successo per varie resistenza e si è passati, quindi, dal blocco di alleanze agli accordi bilaterali.
Si cercava così di bloccare parte dell’esportazione cinese e i suoi acquisti di aziende straniere, una lotta in cui si è inserita l’attuale pandemia con conseguenti tentativi di utilizzarla per il cambiamento degli equilibri mondiali.
MARCHI SPECIALI: si riferiscono ad un determinato tipo di prodotto, variando da un prodotto all’altro;
MARCHI GENERALI: sono unici e costanti contraddistinguendo tutti i prodotti di una stessa impresa.
I due tipi di marchi possono concorrere entrambi, oppure il solo marchio speciale avente delle caratteristiche comuni con altri marchi della stesa impresa. I marchi possono essere classificati anche per l’indicazione o meno dell’impresa di provenienza, si avranno in questo caso marchi indicativi della impresa o marchi anonimi.
Marchi dei Prodotti (Marchi di fabbrica – Marchi d’origine). Beni prodotti dalle imprese industriali o dalle imprese agricole.
Marchi delle Merci (Marchi di commercio). Marchio, solitamente di qualità posto dal commerciante sui prodotti da lui acquistati e rivenduti. E’ vietato sopprimere il marchio del produttore.
Marchi di Servizio. Sono destinati a contraddistinguere, anziché prodotti e merci, l’attività di imprese di trasporti e comunicazioni, pubblicità, costruzioni, assicurazioni e credito, spettacolo, radio e televisione, trattamento di materiali e simili.
Vi è una certa differenza di disciplina giuridica fra marchi individuali e collettivi derivante dalla loro differenza funzionale, in quanto il discredito causato da un imprenditore sul marchio si ripercuote negativamente sugli altri imprenditori. Da ciò deriva l’onere di produrre o porre in commercio merci, munite di qualità rigorosamente prestabilite.
Possono essere titolari del marchio collettivo gli enti o le associazioni . I loro statuti devono contenere le norme regolatrici dell’uso di tali marchi e delle sanzioni da infliggere agli imprenditori in caso di abusi. Particolare importanza hanno i marchi di esportazione dei prodotti ortofrutticoli e i marchi dei vini tipici. La titolarità del marchio collettivo è intrasferibile.
Il brevetto decade se l’ente a cui il marchio collettivo è intestato si estingue, non altrettanto in caso di trasformazione giuridica dell’ente intestatario. L’azione a tutela del marchio collettivo spetta esclusivamente all’ente titolare del marchio, esso è tutelato anche se non è mai stato registrato (marchio di fatto art. 2569 c. 2).
Comunque potranno essere accettate le espressioni in lingua dialettale, esotica e soprattutto di una lingua morta, in altre parole vocaboli di lingue scarsamente note. Se la denominazione generica, mercé l’applicazione a prodotti del tutto diversi, si trasforma in nome di fantasia acquista l’originalità necessaria.
Indicazioni descrittive. In particolar modo sono indicazioni descrittive del prodotto la specificazione delle materie prime impiegate e delle loro caratteristiche. Per analogia dovranno ritenersi invalidi i contrassegni figurativi che rappresentino i prodotti contrassegnati, questo non toglie che siano validi i marchi così detti espressivi o significativi che hanno un riferimento di natura fantastica alle qualità del prodotto.
Parole: Per quanto riguarda le parole ha importanza il fenomeno della volgarizzazione del marchio. La parola o un gruppo di parole prescelte da un imprenditore per designare un proprio prodotto, diventa nel comune linguaggio di uso generale per designare le merci della stessa specie, da qualunque imprenditore siano prodotte. La volgarizzazione può rendere in tutelabile non solo i marchi di fatto ma anche quelli registrati.
Figure e segni : Sono di uso generale quelli aventi un tradizionale valore simbolico rispetto alle merci indicate. (Es.: CADUCEO – prodotti farmaceutici).
Il marchio non sarà nuovo quando è identico ad altro marchio o simile in guisa tale che i due marchi possono facilmente scambiarsi l’uno con l’altro. Per giudicare la confondibilità fra due marchi occorre far capo al punto di vista del medio consumatore, tenendo conto del livello di cultura della cerchia di pubblico a cui la merce è indirizzata e del fatto che il marchio è giudizio di impressione, basato su reminescenze piuttosto che su precisi ricordi.
Non tutte le somiglianze comportano l’accertata esistenza del difetto di novità. I marchi così detti espressivi o significativi hanno una ristretta tutelabilità nei confronti di marchi analoghi, in quanto la loro originalità è limitata quindi altrettanto limitata è la possibilità di difesa. Per questo motivo la dottrina li ha definiti come marchi deboli contrapposti ai marchi forti dall’ampia tutelabilità. Il motivo della loro debolezza coincide con quello della loro alta efficacia , ossia l’espressività.
Il marchio non può essere costituito da parole, figure o segni contrari alla legge, all’ordine pubblico od al buon costume. Il divieto legislativo colpisce anche i marchi preesistenti alla sua emanazione.
I concetti di ordine pubblico e di buon costume non sono rigidi ma variabili nel tempo ed il contrasto tra marchio e questi può essere sopravvenuto; come prevede l’art. 59 c. 2 l.s..
Costituiscono ulteriori applicazioni del principio della verità le regole che vietano di adottare, quale marchio, figure o denominazioni costitutive della ditta, dell’insegna o dell’emblema altrui. Analogamente deve affermarsi l’esistenza di un correlativo divieto di usare parti del marchio altrui nella propria ditta o insegna.
Esistono due tipi di diritto: I) Diritto sul marchio di fatto – II) Diritto di brevetto. Il diritto sul marchio di fatto attraverso la registrazione può assurgere a diritto di brevetto, mentre questi può degradarsi per decadenza che non implichi illegittimità o per mancata rinnovazione del brevetto, in diritto sul marchio di fatto.
Se il nome della località di fabbricazione è assurta a designazione specifica di un prodotto e della sua provenienza, tale marchio sarebbe invalido in quanto si costituirebbe di fatto un monopolio di fabbricazione. Quanto detto ha pieno valore se la località non è in pieno possesso dell’imprenditore, altrimenti si verificherà una eccezione. Se nel marchio rientra una località circoscritta, tutta in proprietà od in esclusiva disponibilità dell’imprenditore, il marchio sarà pienamente valido in quanto corrispondente ai principi della verità, della capacità distintiva e dell’originalità del marchio.
Se la località indicata nel contrassegno non sia, in realtà, il luogo di provenienza del prodotto, il marchio dovrà considerarsi invalido in quanto contrario al principio della verità.
Se il nome geografico ha manifesto carattere di denominazione fantastica il marchio sarà pienamente valido.
Se il nome della località è assurto a designazione generica di un prodotto tale marchio sarà invalido in quanto denominazione generica.
l’autentico campo dei marchi geografici è quello dei marchi collettivi, raggruppante tutte le imprese operanti in un dato settore produttivo in una determinata regione. In tal modo la denominazione generica diventa denominazione specifica e grazie ai marchi collettivi non si creano situazioni di monopolio.
La sfera d’azione localistica del diritto scaturito, anziché dalla registrazione, dal mero uso del marchio è più o meno ampia secondo la notorietà del marchio stesso, conseguentemente più o meno ampia sarà anche la tutela (art. 2571).
L’uso del marchio non importi notorietà oppure importi notorietà puramente locale .
L’uso del marchio comporti notorietà che non sia puramente locale.
Comunque la sfera d’azione del diritto al marchio, rispetto alla specie di prodotti che in contrassegno è destinato a distinguere, ossia rispetto all’oggetto, varia secondo si tratti di marchio registrato o non registrato.
La materia dei ritratti e dei nomi altrui, usati come marchi, è regolata dalla legge speciale, nell’art. 21 c. 1(ritratti), c. 2 (nomi).
“I ritratti di persone non possono essere brevettati, come marchi, senza il consenso delle medesime e, dopo la loro morte, senza il consenso del coniuge e dei figli; in loro mancanza, o dopo la loro morte, dei genitori e degli altri ascendenti; e, in mancanza, o dopo la loro morte, dei parenti fino al quarto grado incluso”
Il marchio, consistente nel ritratto di una persona, qualora sia brevettato senza il prescritto consenso, non è nullo, ma soltanto impugnabile entro 5 anni dall’inizio dell’uso.
Il consenso deve essere dato all’unanimità da ciascuna categoria. Gli affini non sono legittimati a dare o a prestare il consenso.
Le ragioni che determinano la disciplina dell’art. 21 I.m. per i marchi registrati, si ripetono identiche per i marchi non registrati.
“I nomi di persona, diverso da quello di chi chiede il brevetto, possono essere brevettati come marchi, purché il loro uso non sia tale da ledere la fama, il credito o il decoro di chi ha diritto di portare tali nomi. L’ufficio dei brevetti ha la facoltà di chiedere il consenso dell’interessato o dei suoi parenti. Comunque la concessione del brevetto non impedisce, a chi ha diritto al nome, di farne uso nella ditta da lui prescelta”.
Non può essere brevettato come marchio il nome altrui se questo sia usato da altri come ditta. Quanto detto vale anche per le ditte successive all’atto della domanda di brevetto e non solo per le dite preesistenti (art.14 I.m.)
Non si può brevettare quale marchio il nome altrui se ciò comporta offesa all’essenziale principio della verità dei segni distintivi. A meno che non si brevettino nomi celebri in campi non affini ma diversi e lontani dal settore economico interessato dal marchio.
Non si può brevettare il nome altrui se questo comporta pregiudizio morale all’avente diritto al nome.
I marchi composti da nome altrui devono essere sempre brevettati, salvo che esista il consenso dell’avente diritto al nome.
Secondo l’art. 22 della legge speciale può ottenere il brevetto per marchio d’impresa chi lo utilizza o si propone di utilizzarlo nella sua industria o nel suo commercio, salvo il caso considerato nel successivo art. 42 c.3 (marchi protettivi o difensivi). Nello stesso articolo si precisa che anche le amministrazioni dello Stato possono ottenere brevetti per marchi.
Affinché i marchi siano brevettabili necessita che esista l’azienda o la prospettiva, da parte di chi brevetta il marchio stesso della creazione dell’impresa.
In caso di fraudolenta o capricciosa registrazione ciascun interessato potrà insorgere contro il brevetto senza attendere il decorso del termine per mancata utilizzazione statuito dall’art. 42.
Quanto sostenuto si riscontra del resto, dal disposto dell’art. 23, 1° comma, I.m., nel quale si afferma che il brevetto per marchio d’impresa può essere di regola rilasciato ai cittadini stranieri solo se essi hanno nel territorio dello Stato l’impresa da cui provengono i prodotti su cui si applica il marchio, oppure siano cittadini di Stati che riconoscano ai cittadini italiani reciprocità di trattamento.
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