Source: http://calibano.ilcannocchiale.it/?TAG=rifiuto%20trattamenti%20sanitari
Timestamp: 2018-01-24 09:51:00+00:00
Document Index: 180652060

Matched Legal Cases: ['art. 13', 'art. 3', 'art. 32', 'sentenza ', 'art 579', 'art.51']

Illuminare la zona grigia del fine vita.
Se il nascere e il morire sono atti personalissimi di ogni essere vivente, l'essere umano da sempre conosce il loro naturale svolgimento, prima per istinto, poi per aver imparato dall'esperienza attraverso secoli e millenni. Con l'evoluzione del sapere e della scienza il genere umano si è impossessato del potere di gestire le regole della natura, cambiarne percorsi, fermare evoluzioni dannose. Insomma, il frutto proibito della conoscenza ha portato il suo bene e il suo male.
E veniamo al fine vita. Una volta, di fronte all'ineludibile morte nel potere del fato, di Dio, l'uomo si chinava con rispetto. Oggi questo potere è passato agli “dei in bianco”, come dice nel suo libro, “Totgeschwiegen” - taciuto a morte- la mia corregionale Walburg Steurer.
Qui un breve inciso sul perchè di questa mia così estrema presa di posizione. I medici hanno sapere e strumenti per salvare vite, strappandole al percorso naturale. Le donne e gli uomini si sentono meno soggetti a un potere irrazionale e divino e consegnano la loro vita nelle mani degli “dei in camice bianco”. Consegnare il proprio corpo ai medici significa anche cedere l'autonomia individuale. Il paternalismo medico cede alla consapevolezza dei cittadini sempre più crescente, nutrita dallo studio di costituzione, convenzioni e carte dei diritti, della propria autorevolezza in questione di decisione sui trattamenti sanitari. Negli ultimi dieci anni anche in Italia la consapevolezza dei cittadini di essere padroni della propria autodeterminazione è diventato un fatto pubblico e di cronaca. Perchè?
La tendenza di mantenere ancora un potere etico-religioso nelle mani della politica doveva sempre più misurarsi con il crescendo delle pretese laiche di interpretazione della dignità umana dei singoli cittadini.
I primi anni 2000 furono produttori di leggi sul fine vita in Olanda e in Belgio. Questi paesi con la collaborazione di medici coraggiosi hanno squarciato il velo grigio che copriva le vite nel loro morire. Consulte di bioetica nel nostro paese discutevano e qualche politico come Loris Fortuna, Giuliano Pisapia, Tomassini e altri cercavano già dagli anni 80 in poi a proporre delle leggi sul fine vita anche nel nostro paese. Poi venne un uomo dal nome esotico, come un giornalista amico, Sabelli Fioretti lo definì, Welby. Che lanciò nel 2002 un messaggio privato a un personaggio pubblico, al Presidente del CNB: A volte non siamo noi a decidere di quali problemi occuparci, ci sono nodi gordiani che troviamo sulla nostra strada e non possiamo evitare di tentare di sciogliere. Credo che, ai nostri giorni, uno di questi nodi ineludibili sia l’accanimento terapeutico ed il diritto dei malati ad una terapia medica che non ignori la persona e che non dimentichi di avere a che fare con un uomo il cui volere deve esser rispettato. Le tecniche di rianimazione e gli strumenti che simulano o supportano alcune funzioni vitali hanno creato, in non pochi casi, una dicotomia insanabile tra ciò che è vita e quella “morte sospesa” che è il risultato di molti accanimenti. Dai membri del Comitato ci si aspetta una parola di chiarezza, un colpo di gladio che, spezzando il nodo, legalizzi il Testamento Biologico e restituisca alla vita e alla morte la loro dignità.
A spezzare questo nodo avrebbe dovuto essere la politica che consultava appunto il CNB.
La risposta fu di ammirazione e di solidarietà. Ma Welby insiste:
Prof. D’Agostino, nel ringraziarla per la sollecita e problematica risposta, vorrei cogliere l’occasione per dirle che nel mio impegno su questo tema, volutamente ho omesso di parlare di eutanasia e mi sono limitato a sottoporre all’attenzione, sua e del Comitato, il Living will, non è dettato da pregiudizi ma da giudizi maturati nei due mesi trascorsi in “rianimazione”. La mia patologia (distrofia muscolare progressiva) ha causato una insufficienza respiratoria ed il coma. Un protocollo di rianimazione, a mio avviso discutibile sia eticamente che per gli art. 13, 14, 15, del C.D.M. mi ha restituito alla “vita” tracheostomizzato, vincolato ad un ventilatore polmonare, nutrito attraverso una sonda naso-gastrica. Le scrivo usando una tastiera virtuale e il dito indice per digitare. Come può vedere non si tratta di reazioni emotive o posizioni ideologiche, non ignoro i limiti del living will né il rischio dello slippery slope…ma sono convinto che una società civile debba dare risposte e linee guida…io vorrei che queste risposte e linee guida fossero tali da tutelarmi nel momento di un mio nuovo ingresso in un reparto di rianimazione.
Le parole di Welby intanto filtravano nel pubblico attraverso il suo blog e un forum di discussione dal tema eutanasia. Il CNB fece un documento dove nutrizione e idratazione artificiali non potevano essere rifiutate, in quanto non trattamenti sanitari. E se proprio un paziente aveva rilasciato le sue volontà di come essere o non essere curato, per il momento in cui non avesse più capacità di comunicazione, doveva decidere il medico cosa fosse il bene del malcapitato.
Gli anni passano, la distrofia incalza. Welby, lavora insieme ai suoi compagni radicali su una proposta di legge sul fine vita. È eletto co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni, dopo la morte di Luca Coscioni. Sempre più si avvicinava al limite di sopportazione delle sue condizioni fisiche. Confidava negli articoli della nostra Costituzione: 13, “La libertà personale è inviolabile” e il 32, secondo comma: … “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.” Chiede in una lettera al Capo dello Stato Giorgio Napolitano di intervenire sul Parlamento in favore di una legge sull'eutanasia. Sacrifica il suo concetto di dignità personale esteriore e l'integrità della sua immagine alla responsabilità nei confronti di tutta l'Italia per ottenere una legge su un diritto costituzionalmente consolidato. E non gli basta. Inizia come primo firmatario una richiesta di indagine conoscitiva sull'eutanasia clandestina in Italia. In due mesi si raccolsero 25.000 firme. La politica lo ignora.
Welby sente su se stesso quello che aveva già espresso molto prima che fosse scritto nel suo libro Lasciatemi morire: “la dimora della vostra ex-volontà sarà trasformata in una multiproprietà, affidata a tutti i medici che si avvicineranno al vostro capezzale.” E qui oggi penso a quei malati di SLA, Max Fanelli, Walter Piludu, Luigi Brunori che fanno ancora dopo 9 anni di questa stessa battaglia di Welby la loro battaglia e non solo per sé, ma per tutti i cittadini, perchè si calendarizzi la PdL di iniziativa popolare “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell'eutanasia”.
Per squarciare le nebbie fitte sul come si muore in Italia pare non basti più nemmeno il linguaggio muto dei corpi martoriati che urla alla politica ma anche alla classe medica, chiedendo che la loro volontà scritta in un documento abbia lo stesso valore della volontà espressa a voce.
Dall'altra parte l'ordine dei medici si tutela con un nuovo CDM.
Da una parte c’è il Codice di Deontologia Medica che all’articolo 38 fino all’anno scorso parlava di Direttive anticipate. Nel nuovo codice titola Dichiarazioni anticipate. È importante questa differenza di termini. In lingua tedesca si usa Verfügung-Direttiva. Lo usa il Comitato Etico di Bolzano.
Poi: una volta il codice recitava “Il medico deve attenersi, ……., alla volontà liberamente espressa della persona di curarsi e deve agire nel rispetto della dignità, della libertà e autonomia della stessa.” Oggi il CDM dice Il medico tiene conto delle dichiarazioni anticipate di trattamento espresse in forma scritta, sottoscritta e datata da parte di persona capace e successive a un’informazione medica di cui resta traccia documentale.” Una differenza abissale.
Di fronte all'autodeterminazione del paziente i medici si sentono semplici esecutori di pratiche mediche? Lo vedrei sotto un'altra lente. La lente della dignità umana.
La dignità umana è uguale per ogni creatura umana. Anche in questa prospettiva tra medico e paziente non esiste differenza. Ma chi lo dice? La nostra Costituzione, art. 3.
Non è un tira e molla tra medico e paziente, ma una presa di coscienza da ambo le parti di responsabilità di fronte al bene “vita”. Il rispetto vicendevole tra persone, prima di tutto. Al medico non deve mancare coraggio di informare il malato dell'evoluzione delle sue condizioni e di rimanere accanto a lui dalla diagnosi fino alla fine ed assisterlo nell’agonia, riconoscendo i limiti raggiunti della sua arte medica, sopportarla e confrontarsi con audacia. È facile per un medico mandare a casa, o in altri reparti, dei corpi inguaribili e trattarli nelle visite in modo elusivo. Tutto umanamente comprensibile; l’incontro con un paziente mette il medico di fronte ai limiti terapeutici, e questo è deprimente. Ed è proprio per questo che il medico dei nuovi tempi deve essere preparato, e a mio avviso dovrebbe passare un esame psicofisico di verifica se è adatto, o meno, a fare il medico di fiducia. Non deve vedere solo un corpo sofferente, ma l’essere umano che lotta per uscire da un corpo ormai diventato soltanto un peso.
Parlando dal punto di vista del paziente, queste situazioni dimostrano se si ha a che fare con un tecnico o con un vero “medicus”, cioè con un uomo che si sente responsabile nei confronti del suo paziente anche dove non ha più le possibilità di trattarlo con terapie, né forse nemmeno poter lenire totalmente le sofferenze e lo può solamente accompagnare, anche in sedazione terminale o nella sua richiesta di aiutarlo a morire. Chiedo troppo?
Lo so, il medico non ha piena tutela e serve una legge, che tuteli la volontà dei morenti, e la professionalità dei medici.
In Camera dei Deputati, dal settembre 2013 giace la proposta di legge di iniziativa popolare Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia. Con l’aiuto di malati il coordinamento dell’Associazione Coscioni è riuscito a sensibilizzare un Intergruppo di 213 parlamentari, davvero trasversale, che si è prefissato di lavorare perché si dibatta su proposte e disegni di legge disponibili sul fine vita, oltre a quella presentata dall’Associazione Luca Coscioni.
Vorrei solo aggiungere: Non dico che la PdL che rappresento come prima firmataria sia l’unica soluzione, ma ci tengo a dire, che oltre al testamento biologico e l’interruzione e il rifiuto di trattamenti sanitari prevede anche l’eutanasia, cioè la libera scelta della morte. Non sono moltissimi i casi da considerare, o meglio, - da valutare tra medico e paziente, - ma esistono e va data una risposta. Sento il bisogno di chiedere, da cattolica e praticante, che si rifletta di dare la possibilità al medico curante, di accompagnare un paziente attraverso questa porta di emergenza, per carità cristiana.
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permalink | inviato da Mina vagante il 22/11/2015 alle 22:29 | commenti (0) |
IL PROCESSO A IPPOCRATE
PROCESSO A IPPOCRATE
Quando Piergiorgio Welby muore, ha 61 anni. La diagnosi Distrofia Muscolare è del 1963: non supererà i 20 anni. I genitori iniziano una disperata ricerca come e dove trovare informazioni al fine di trovare una terapia per affrontare questa malattia sconosciuta. Piero insieme alla sorella Carla, cerca nelle enciclopedie tutto lo scibile su questa patologia. Aspetta la morte, ma non arriva. Una ricerca su eventuali portatori sani nella parentela, non dà alcun esito.
Nel 1973 conosco Piergiorgio e ci sposiamo nel 1980. È convinto che la sua fine sia imminente. Nel 1997 in primavera Piero avverte sporadicamente difficoltà respiratorie. Ne parliamo e conveniamo alla fine che la giusta scelta è quella di lasciar corso naturale alla malattia e non chiamare né medici, né ambulanze. Ambedue pensiamo che morire è più semplice di quello che in effetti si rivela. Nella notte del 13 luglio Piero mi fa chiamare il pronto intervento. Il medico in servizio, sentendo che la causa dell’insufficienza respiratoria è la distrofia muscolare, correttamente non gli somministra alcuno stimolante per la respirazione, ma scrive l’impegnativa per il ricovero urgente. Piero lo rifiuta. Passano ben 14 ore e nel pomeriggio del 14 luglio Piero mi chiede aiuto. Non so fare altro che chiamare il 118. Nel pronto soccorso viene intubato, è in coma. Il medico non mi dà speranza. In rianimazione si prova la respirazione non invasiva con la bipap. Non funziona e dopo 15 giorni la scelta, no, l’imposizione, unica scelta possibile: la tracheotomia. Tre giorni di discussione tra noi due e con i medici, come meglio possibile nelle sue condizioni. Poi con disappunto mi fa firmare la condanna alla vita.
Dimesso dopo un mese e mezzo in reparto di rianimazione, per lui un inferno ma anche banco di prova e di ricerca su una “morte opportuna”. Io in spasmodica ricerca di rendergli la vita più normale e accettabile possibile. Con la sua solita ironia riprende a vivere. Scrive, e un computer con internet allarga gli orizzonti.
Nel 2002 un aggravamento della sua patologia gli causa una polmonite abingestis. Accetta la nutrizione artificiale. “Non sono ancora pronto!” È preso in carico dal Centro Nutrizionale del Policlinico Umberto I, diretto dal Prof. Gianfranco Cappello. La sua ricerca sull’eutanasia non me la nasconde più. Apre il forum eutanasia sul sito di radicali italiani, poi si iscrive al Movimento dei Radicali, sperando di trovarvi compagni di lotta. Luca Coscioni lo nomina Consigliere Generale della sua Associazione fondata in quell’anno. I suoi articoli su attualità e in particolare sulla libertà personale delle persone vengono pubblicati su la Voce di Romagna. È soddisfatto, ma sempre più sofferente. A novembre scrive al presidente del Comitato nazionale di Bioetica, Francesco D’Agostino, chiedendogli di valutare la sospensione delle terapie in soggetti che come lui hanno delle prospettive di fine vita mai come una tortura del proprio corpo e in particolare la possibilità delle disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari. Trova ascolto senza soluzioni.
Il suo lavoro diventa frenetico, la distrofia sempre più debilitante. Il suo piano di vita è a rischio di essere annullato: cioè: rendere accessibile a tutti per legge la buona morte in tutti i suoi aspetti. Inizio 2006 Luca Coscioni malato di Sla sta molto male e rifiuta la tracheotomia. Welby gli chiede di farla, “sei giovane, ho speranza per te nella ricerca scientifica” Luca rifiuta e muore il 20 febbraio 2006. Welby viene nominato co-presidente dell’Associazione.
Anche Piero peggiora giorno per giorno, grande stanchezza e dolori nel petto lo tormenta. Sente che il polmone si espande sempre meno, cosa che gli provoca insonnia e angoscia.
Il 21 settembre del 2006 scrive la lettera al Presidente della Repubblica. Chiede aiuto indirettamente al Parlamento italiano perché s’impegni a valutare una legge sull’eutanasia, una buona morte. Legge che comprenda il rifiuto di trattamenti sanitari dei capaci e che dia agli incapaci, che abbiano rilasciato disposizioni anticipate sulle proprie volontà, pari riconoscimento di un diritto sancito dagli articoli 3 e 32 della Costituzione Italiana. La sua richiesta pubblica d’aiuto va indirettamente anche ai medici. Nessuno risponde. Dal Parlamento escono toni di allarmante proibizionismo e aggressive posizioni contrapposte, non dialogo.
L’associazione Luca Coscioni, con Welby in testa chiede al Parlamento un'indagine conoscitiva sul fenomeno clandestino dell'eutanasia in Italia, esamini le proposte di legge sul tema e regolamenti l’eutanasia, equiparata oggi all’omicidio volontario, attraverso «norme più civili e rispettose della libera e responsabile scelta individuale». Si raccolgono 20.000 firme in poche settimane.
Piergiorgio il 22 ottobre scrive ai dirigenti dell’Associazione Coscioni: “È mia ferma decisione rinunciare alla ventilazione polmonare assistita. Staccare la spina mi porterebbe ad una agonia lunga e dolorosa. Anche una sedazione protratta nel tempo non mi garantirebbe una morte immediata senza dolore. Chiedo che mi sia somministrata una sedazione terminale che mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire.”
L'Associazione Coscioni organizza, il 27 ottobre, presso la sede del Partito Radicale un seminario, dove si confrontano giuristi, medici e politici su possibili risposte. Tutti ritengono legittima la richiesta di Welby. Solo sul fronte giuridico, i medici restano perplessi, e temono la possibilità di incorrere in reati penali. "La questione non è chiara e il rischio rimane finché non ci sia una normativa ad hoc". Marco Cappato, europarlamentare e segretario dell'Associazione Coscioni, e portavoce di Welby chiede alla politica impegno per aiutare tutti i malati nelle condizioni di Welby.
A parere degli avvocati non ci sono dubbi che il paziente stia esercitando il suo diritto a rinunciare alle cure e che non sussistono, quindi, nemmeno rischi per il medico.
Salto i contatti di Welby con i politici e le sue richieste ai presidenti di Camera e Senato. Chiede in una lettera di fare quanto è nel loro potere per accelerare la nomina del Comitato Nazionale di Bioetica e la calendarizzazione per la discussione della proposta di legge sulle direttive anticipate di trattamento.
Accetta soltanto la visita del Senatore Ignazio Marino, perché è medico e spera che lo capisca.
Il 24 novembre Piero si rivolge al dott. Giuseppe Casale, medico palliativista, con la richiesta del distacco dal ventilatore polmonare sotto sedazione terminale possibilmente orale, perché è difficile trovare una vena. Il medico risponde di non poter esser lui a decidere e di rimettersi quindi alla decisione delle autorità competenti. Aggiunge che «il paziente sta però soffrendo in una maniera incommensurabile». Sarebbe disposto a sedarlo, non con distacco del ventilatore automatico, bensì indicando che Welby potrebbe rinunciare all’alimentazione e idratazione. Welby rifiuta. Per me, sua moglie, è un prolungamento crudele e aumento di sofferenza. Mi mancano da sempre le parole per descrivere il mio disappunto.
Il 1 DICEMBRE i legali di Welby depositano presso il Tribunale civile di Roma un ricorso d'urgenza volto ad ottenere il distacco del respiratore artificiale sotto sedazione terminale.
Il 6 DICEMBRE: il Ministro della Salute Livia Turco, chiede un parere al Consiglio Superiore di Sanità «per verificare se nel caso di Welby la ventilazione artificiale è accanimento terapeutico». Il Consiglio Superiore della Salute risponde che la ventilazione di Welby non è accanimento terapeutico.
Con Piero abbozziamo un sorriso amaro, per l’ipocrisia che sentiamo aleggiare intorno e sopra di noi. L’art. 32 della Costituzione non parla di rifiuto di trattamenti sanitari perché accanimenti, ma di poterli rifiutare to court.
L’11 DICEMBRE in un parere preliminare l'ufficio affari civili della procura di Roma afferma che il ricorso di Welby è ammissibile «e va accolto» ma allo stesso tempo non si può «ordinare ai medici di non ripristinare la terapia perché trattasi di una scelta discrezionale affidata al medico». Questa "discrezionalità" secondo il giudice Salvio, è dimostrata da quanto dice il medico che ha in cura Welby. Giuseppe Casale, infatti, nell'udienza del 12 dicembre afferma: "Non c'è accanimento terapeutico perché il respiratore non è 'futile'. Se io stacco il respiratore, il paziente muore".
Per dirlo in breve, non c’è diritto per il paziente di fronte al medico che obietta.
Il 16 dicembre viene depositata la sentenza di ”Inammissibilità” perché il diritto che si invoca esiste ma la tutela non è prevista dall'ordinamento italiano. Il giudice Angela Salvio, del tribunale civile di Roma, respinge il ricorso presentato da Piergiorgio Welby. La sofferenza interiore di Piero è indescrivibile. Riteniamo il giudice poco coraggioso, negando un giudizio positivo al diritto di Welby di interrompere la sua sofferenza. Conosciamo l’indagine, realizzata dal Centro di Bioetica dell'Università Cattolica di Milano, secondo la quale il 3,6 per cento dei medici ha praticato l'eutanasia e il 42 per cento la sospensione delle terapie. Mentre la rivista medica Lancet sostiene che il 23 per cento dei decessi è preceduto da una decisione medica e che il 79,4 per cento dei medici è disposto ad interrompere il sostentamento vitale.
Piero non ce la fa più e mi chiede di addormentarlo con una massiccia dose di Tavor e staccargli il ventilatore. Io gli rispondo esattamente così: “ Piero, dobbiamo finire il lavoro che abbiamo cominciato insieme, per tanti come te che non hanno la possibilità di decidere per se stessi.” La risposta è un sorriso amaro. Più tardi, in un attimo di mia disattenzione, Piero con uno sforzo immane fa leva con il braccio destro e con un colpo all’attacco del catetermounth lo stacca dalla cannula tracheostomica. La stomia sanguina.
Vogliamo fare ricorso. Intanto già da giorni si era fatto avanti il dott. Mario Riccio, rianimatore-anestesista nell’Ospedale di Cremona. Visita Piero, esamina la cartella clinica, e si rende disponibile per fare arrivare Welby all’approdo di una morte opportuna. Difficilissimo per me accettare che lui mi lasci parlo del suo romanzo incompiuto. “Finiscilo tu e pubblicalo tu! Il Calibano deve andare avanti.”
"Welby muore per arresto cardiorespiratorio". "Ho parlato a lungo con Welby - dice il medico - lui mi ha confermato la sua volontà di interrompere la terapia ventilatoria e che ciò avvenisse in corso di sedazione. È questo che ho fatto: ho interrotto una terapia; la pianificazione e l'eventuale interruzione delle cure è una cosa che avviene quotidianamente in tutti gli ospedali italiani".
In sede di Consulenza Collegiale Medico-legale viene escluso qualsiasi rilievo causale della sedazione in relazione al decesso - non era ravvisabile alcuna ipotesi di reato nei fatti accaduti la sera del 20 dicembre 2006. La Procura vuole archiviare il caso.
Il GIP vuole altre indagini. Un altro provvedimento inviato all'ufficio del gip il 6 marzo 2007 vorrebbe chiudere definitivamente il caso:
“Con l'interruzione della ventilazione meccanica a Piergiorgio Welby praticata dall'anestesista Mario Riccio è stato attuato un diritto del paziente che «trova la sua fonte nella Costituzione e in disposizioni internazionali recepite dall'Ordinamento italiano e ribadito in fonte di grado secondario dal codice di deontologia medica». "Il paziente era non solo cosciente ma liberamente determinato a non continuare il trattamento in quanto consapevole della impossibilità della guarigione e anche della impossibilità solo di un miglioramento o della attenuazione della sofferenza, di modo che non sembra nemmeno adeguato parlarsi di un riconoscimento di un incondizionato libero arbitrio".
Eppure il GIP deposita due mesi dopo l’incriminazione coatta contro il medico dott. Riccio in base all’art 579 c.p. per omicidio del consenziente. Il GUP lo proscioglie per la sussistenza dell’esimente dell’adempimento di un dovere art.51 cp.
Io continuo insieme all’Associazione Luca Coscioni il lavoro per una legge per ottenere libertà di decidere dei pazienti capaci e di quelli incapaci che abbiano lasciato scritto le proprie disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari e su un regolamento dell’eutanasia, perché nessuno più debba espatriare per ottenere una buona morte.
Vorrei che si rifletta sugli estremi momenti della vita dove il morire può diventare più dolce del vivere.
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permalink | inviato da Mina vagante il 1/7/2013 alle 15:23 | commenti (2) |