Source: http://www.diritto.it/docs/38424-responsabilit-del-provider-e-normativa-europea-difficolt-interpretative-ed-applicative
Timestamp: 2017-05-25 16:12:01+00:00
Document Index: 111468113

Matched Legal Cases: ['art. 17', 'art. 16', 'art. 15', 'art. 2', 'art. 14', 'art. 12', 'art. 17', 'art. 1', 'art 12', 'art. 12', 'art. 13']

Responsabilità del provider e normativa europea: difficoltà interpretative ed applicative :: Diritto & Diritti
Pubblicato dal 04/07/2016
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Altro punto controverso, anche al momento in cui si scrive, è il rapporto giurisprudenza - provider. Un giudice può ordinare a eBay di chiudere un’ asta? Può vietare la vendita di prodotti contraffatti[47]? Se l’art. 17 del D.Lgs. n. 70/2003[48] non consente agli Stati membri di imporre ai provider un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano, non si verrebbe ad eludere tale disposizione normativa? A ciò si deve aggiungere anche lo scarso tecnicismo lessicale[49] della Direttiva sul commercio elettronico che non ha fatto che peggiorare la situazione.
[2] Gli Internet Service Provider sono i soggetti che forniscono la connessione ad Internet. La diffusione di Internet e l’affermarsi dello scenario telematico nella realtà socio-economica è testimoniato dall’inserimento del termine provider anche nei dizionari della lingua italiana. É «in uso anche la locuzione inglese di Internet Provider, per indicare il fornitore di accesso a Internet e di servizi connessi». Treccani, Addenda al vocabolario della lingua italiana, in Istituto della Enciclopedia italiana, Roma, 1997, voce Internet. [3] La Direttiva n. 2000/31/CE è stata recepita con il D.Lgs. 9 aprile 2003 n. 70. L’Internet Provider secondo la definizione data dalla relazione governativa al D.Lgs. n. 70/2003 è «Il soggetto che esercita un’attività imprenditoriale di prestatore di servizi della società dell’informazione offrendo servizi di connessione, trasmissione e immagazzinamento dei dati, ovvero ospitando un sito sulle proprie apparecchiature».
[19] La norma in esame è oggetto di numerosi dibattiti da parte della dottrina. Cfr. G. M. RICCIO, La responsabilità degli Internet Service Provider. Situazione legislativa e problemi aperti, in V. D’ANTONIO, S. VIGLIAR, (a cura di) Studi di diritto della comunicazione, persone, società e tecnologie dell’informazione, Padova, Cedam, 2009. La nozione di effettiva conoscenza di cui all’art. 16 del D.Lgs. n. 70/2003 è propria del D.M.C.A.. L’espressione actual knowledge, tuttavia, nel nostro ordinamento perde quella portata che invece ha nel diritto statunitense. «Effettiva conoscenza e non mera conoscibilità: non sarà quindi sufficiente dimostrare che l’ISP avrebbe potuto conoscere (conoscibilità), essendo invece necessario che sia fornita la dimostrazione dell’effettiva conoscenza (conoscenza)». Cit. G. M. RICCIO, La responsabilità degli Internet Service Provider. Situazione legislativa e problemi aperti, in V. D’ANTONIO, S. VIGLIAR, (a cura di), Studi di diritto della comunicazione, persone, società e tecnologie dell’informazione, Padova, Cedam, 2009, p. 161. [20] L’art. 15 della Direttiva n. 2000/31/CE prevede che «Nella prestazione dei servizi di cui agli articoli 12, 13 e 14, gli Stati membri non impongono ai prestatori un obbligo generale di sorveglianza sulle informazioni che trasmettono o memorizzano né un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite».
[23] Cfr. P. SANNA, Il regime di responsabilità dei providers intermediari di servizi della società dell’informazione, in «Responsabilità civile e previdenza», Milano, Giuffrè Editore, 2004, pp. 279-302. Sulla base della definizione risultante dal combinato disposto dell’art. 2 lett. a) e b) «tutte le persone fisiche o giuridiche che prestano un’attività economica on-line od un qualsiasi servizio, normalmente dietro retribuzione, a distanza, per via elettronica ed a richiesta individuale di un destinatario». Cit. P. SANNA, Il regime di responsabilità dei providers intermediari di servizi della società dell’informazione, in «Responsabilità civile e previdenza», Milano, Giuffrè Editore, 2004, p. 285. [24] L’access provider è quel soggetto che consente ad un utente, tramite stipula di un contratto, l’accesso alla rete fornendo contestualmente anche altre prestazioni, quali ad esempio, la creazione di una casella di posta elettronica. L’host provider, invece, mette a disposizione dell’utente una parte del proprio disco rigido consentendo la collocazione delle pagine web sul computer server del fornitore. Il content provider fornisce il materiale da diffondere on-line. Cfr. R. D’ARRIGO, La responsabilità degli intermediari nella nuova disciplina del commercio elettronico, in «Danno e responsabilità», Milano, Ipsoa Editore, 2004, vol. 1, fascicolo 3, pp. 248-254.
[27] Cfr. G. DE CRISTOFARO, A. ZACCARIA, Commentario breve al diritto dei consumatori, Padova, Cedam, 2013. [28] Le clausole di esonero della responsabilità previste dall’art. 14, 1° co., riproducono testualmente quelle dell’art. 12 della Direttiva n. 2000/31/CE. Dalla loro formulazione si evince che risultano tutte integrate da condotte di carattere omissivo.
[39] Se l’art. 17 del D.Lgs. n. 70/2003 afferma l’inesistenza di «[…] un obbligo generale di ricercare attivamente fatti o circostanze che indichino la presenza di attività illecite», il Considerando n. 47 della Direttiva n. 2000/31/CE precisa che «tale disposizione non riguarda gli obblighi di sorveglianza in casi specifici e, in particolare, lascia impregiudicate le ordinanze emesse dalle autorità nazionali secondo le rispettive legislazioni». [40] Cfr. G. DE CRISTOFARO, A. ZACCARIA, Commentario breve al diritto dei consumatori, Padova, Cedam, 2013.
[44] L’art. 1 della Legge n. 47/1948, afferma che «Sono considerate stampe o stampati, ai fini di questa legge, tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione». [45] Cfr. G. M. RICCIO, La responsabilità degli Internet Service Provider. Situazione legislativa e problemi aperti, in V. D’ANTONIO, S. VIGLIAR, (a cura di), Studi di diritto della comunicazione, persone, società e tecnologie dell’informazione, Padova, Cedam, 2009. [46] Il soggetto che lamenta una violazione dei propri diritti deve inviare una notification. La notification deve contenere una serie di elementi che consentano di individuare il soggetto che ha commesso la violazione, quali, ad esempio, la sottoscrizione del soggetto che promuove l’istanza, l’identificazione dell’opera violata, i materiali diffusi in rete che violano i diritti d’autore e la non autorizzazione da parte del titolare del copyright, ecc. Non appena il prestatore viene a conoscenza dell’istanza deve provvedere alla rimozione o disabilitazione, informando preventivamente il content provider, c.d. procedura di takedown. Quest’ultimo soggetto, però, può ritenere che la diffusione sia lecita e non leda alcun diritto.
[49] Cfr. R. D’ARRIGO, La responsabilità degli intermediari nella nuova disciplina del commercio elettronico, in «Danno e responsabilità», Milano, Ipsoa Editore, 2004, vol. 1, fascicolo 3, pp. 248-254. Responsabilità del provider e normativa europea: difficoltà interpretative ed applicative
«Tradizione e rinnovamento […] sono componenti costanti di ogni attività umana, materiale e spirituale, su cui sempre pesano così l’eredità del passato come l’ansia del divenire[1]». Come osservava De Cupis soffermandosi sulla responsabilità civile, anche la responsabilità del fornitore di servizi telematici[2] costituisce un terreno ricco di non poche difficoltà interpretative ed applicative. Il legislatore comunitario, con la Direttiva 2000/31/CE dell’8 giugno 2000[3], pur analizzando principalmente gli aspetti contrattuali e precontrattuali del commercio elettronico, dedica un’intera sezione alla «responsabilità dei prestatori intermediari[4]». La scelta del legislatore di regolamentare la responsabilità dei provider in un’unica Direttiva, a parere di chi scrive, potrebbe essere giustificata dall’esigenza di delineare un quadro giuridico chiaro ed uniforme in ambito europeo, data l’importanza che tale soggetto riveste all’interno del commercio elettronico[5]. Regole differenti a carico dei provider, come altresì sostiene una parte della dottrina, avrebbero ostacolato il «processo espansivo dei traffici on-line[6]». In tale contesto, prima di analizzare la normativa italiana di attuazione, è opportuno soffermarsi sulla disciplina comunitaria. Il legislatore comunitario, nell’affrontare la materia, si è ispirato ai modelli statunitense e tedesco[7]. Nonostante i punti di contatto con la legge americana una prima differenza che emerge riguarda l’ambito di applicazione[8]. Se il D.M.C.A ha circoscritto il proprio ambito alla tutela dei copyright, la Direttiva in esame, invece, ha optato per un criterio di atipicità degli illeciti sanzionabili[9]. Una ulteriore differenza è quella riguardante i soggetti. La Direttiva n. 2000/31/CE, difatti, non menziona determinate attività quali i motori di ricerca e i collegamenti ipertestuali. La normativa europea[10] adotta il sistema delle exemptions del provider «calibrate sulla ormai consolidata tassonomia dei servizi erogati dal provider: “mere conduit”, “caching” ed “hosting[11]”». Per mere conduit, ai sensi dell’art 12 della Direttiva n. 2000/31/CE si intende l’attività consistente nel «trasmettere, su una rete di comunicazione, informazioni fornite da un destinatario del servizio, o nel fornire un accesso alla rete di comunicazione». Rientrano, altresì, in tale attività anche «[…] la memorizzazione automatica, intermedia e transitoria delle informazioni trasmesse, a condizione che questa serva solo alla trasmissione sulla rete di comunicazioni e che la sua durata non ecceda
ImpignorabilitER della prima casa
ecceda il tempo ragionevolmente necessario a tale scopo». Le ulteriori attività disciplinate sono il caching, consistente nella «memorizzazione automatica, intermedia e temporanea» delle informazioni «effettuata al solo scopo di rendere più efficace il successivo inoltro ad altri destinatari a loro richiesta[12]» e l’hosting che consiste «[…] nella memorizzazione di informazioni fornite da un destinatario del servizio […][13]». L’art. 12 prevede l’irresponsabilità del provider a condizione che il prestatore di servizi: «a) non dia origine alla trasmissione; b) non selezioni il destinatario della trasmissione; c) non selezioni né modifichi le informazioni trasmesse;». Tale irresponsabilità è garantita «purché il provider non assuma un qualsiasi ruolo attivo o non stabilisca un contatto qualificato con l’informazione trasmessa e finché la memorizzazione resti in ambito strettamente strumentale[14] alla trasmissione[15]». L’art. 13, invece, afferma che l’ISP che esercita l’attività di caching non è responsabile a condizione che: «a) non modifichi le informazioni; b) si conformi alle condizioni di accesso alle informazioni; c) si conformi alle norme di aggiornamento delle informazioni, indicate in un modo ampiamente riconosciuto e utilizzato dalle imprese del settore; d) non interferisca con l’uso lecito della tecnologia ampiamente riconosciuta e utilizzata nel settore per ottenere dati sull’impiego delle informazioni; e) agisca prontamente per rimuovere le informazioni che ha memorizzato, o per disabilitare l’accesso, non appena venga effettivamente a conoscenza del fatto che le informazioni sono state rimosse dal luogo dove si trovavano inizialmente sulla rete o che l’accesso alle informazioni è stato disabilitato oppure che un organo giurisdizionale o un’autorità amministrativa ne ha disposto la rimozione o la disabilitazione dell’accesso[16]». Maggiori problematiche ermeneutiche ed applicative presenta l’attività di hosting[17]. Parte della dottrina[18] ritiene che il generale principio di non responsabilità del prestatore intermediario per le «informazioni memorizzate a richiesta di