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Timestamp: 2020-08-14 17:27:33+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 92']

Sentenza Cassazione Civile n. 7083 del 28/03/2011 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 7083 del 28/03/2011
Cassazione civile sez. I, 28/03/2011, (ud. 06/10/2010, dep. 28/03/2011), n.7083
A.R., domiciliata in Roma, Piazza Cavour, presso la
avverso il decreto della Corte d’appello di Napoli in data 1 luglio
2008 nel procedimento n. 82/08 V.G.;
data 06 ottobre 2010 dal relatore, Cons. Dott. Stefano Schirò;
1. A.R. ha proposto ricorso per cassazione, sulla base di sette motivi, avverso il decreto della Corte di appello di Napoli in data 1 luglio 2008 in materia di equa riparazione della L. n. 89 del 2001, ex art. 2, con il quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze è stato condannato a corrispondere un indennizzo in favor del ricorrente di Euro 3.245.00, pari ad Euro 1.000,00 per ogni anno di durata, in conseguenza del superamento, limitatamente al giudizio di primo grado, del termine ragionevole di durata di un giudizio introdotto davanti al TAR Campania 27 marzo 1995, definito con sentenza del 20 giugno 2001, impugnata il 30 settembre 2002 davanti al Consiglio di Stato, che ha pronunciato sentenza del 4 settembre 2007;
infatti l’indennizzo liquidato, pari a mille Euro per anno di durata non ragionevole, appare conforme ai parametri, fissati dalla giurisprudenza della Corte europea; inoltre è vincolante per il giudice nazionale, il disposto della L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 3, lett. a), ai sensi del quale è influente solo il danno riferibile ai periodo eccedente il termine ragionevole di durata del processo (Cass. 2005/21597; 2008/14);
4. il quarto e il quinto motivo appaiono manifestamente infondati, in quanto non può ravvisarsi un obbligo di diretta applicazione dell’orientamento della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui va riconosciuta una somma forfetaria nel caso di violazione dei termine nei giudizi aventi particolare importanza, fra cui anche la materia del lavoro; da tale principio, infatti, non può derivare automaticamente che tutte le controversie di tal genere debbano considerarsi di particolare importanza, spettando al giudice del merito valutare se, in concreto, la causa previdenziale abbia avuto una particolare incidenza sulla componente non patrimoniale del danno, con una valutazione discrezionale che non implica un obbligo di motivazione specifica, essendo sufficiente, nel caso di diniego di tale attribuzione, una motivazione implicita (Cass. 2006/9411; 2008/6898);
5. anche il sesto e settimo motivo appaiono manifestamente infondati, in quanto per effetto del richiamo operato dalla L. n. 89 del 2001, art. 3, comma 4, nel giudizio per l’equa riparazione della violazione del diritto alla ragionevole durata del processo trovano applicazione le norme del codice di rito (Cass. 2004/23789; 2007/14053) e a norma dell’art. 92 c.p.c., il giudice può compensare parzialmente o per intero le spese tra le parti, se vi è soccombenza reciproca o concorrono altri giusti motivi, esplicitamente indicali in motivazione; nella specie, la Corte di merito ha motivato congruamente la compensazione delle spese processuali, facendo riferimento sia al comportamento contrario a buona fede e correttezza della ricorrente, che ha provveduto alla parcellizzazione del processo, limitando il giudizio di equa riparazione solo al primo grado del processo presupposto, facendo riserva di ulteriori azioni giudiziarie anche nella sede giudiziaria civile competente, ed anche alla particolare natura della controversia esaminata e delle questioni trattate, fatte oggetto di un’elaborazione giurisprudenziale complessa e non sempre univoca, con complessiva argomentazione non specificamente censurata dalla ricorrente;
6. alla stregua delle considerazioni che precedono e qualora i collegio condivida i rilievi formulati, si ritiene che il ricorso possa essere trattato in Camera di consiglio ai sensi degli artt. 375 e 380 bis c.p.c.”;
ritenuto che. in base alle considerazioni che precedono, il ricorso deve essere rigettato e che le spese del giudizio di cassazione, da liquidarsi come in dispositivo, seguono la soccombenza.
La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore del Ministero dell’Economia e delle Finanze delle spese del giudizio di cassazione, che si liquidano in Euro 800,00, oltre alle spese prenotate a debito.