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Timestamp: 2018-07-23 11:50:13+00:00
Document Index: 178499516

Matched Legal Cases: ['art. 1', 'art. 640', 'sentenza ', 'art. 316', 'art. 316', 'art. 640', 'art. 316', 'art. 316']

circolari - Confcommercio Gorizia
Venerdì 17 Novembre 2017 09:51 | | Stampa | E-mail
La condotta del datore di lavoro che si concretizzi nella richiesta di conguaglio sull'Uniemens di importi a credito mai erogati ai lavoratori (indennità di malattia, indennità di maternità, assegni per il nucleo familiare, o altre indennità a carico dell'ente previdenziale), realizzando così un ingiusto profitto, può integrare gli estremi di una fattispecie penalmente rilevante.
Il datore di lavoro è tenuto a inviare mensilmente all’Inps, in via telematica, una serie molto articolata di informazioni retributive e contributive per ciascun dipendente, tra cui le retribuzioni corrisposte, i contributi dovuti, gli sgravi spettanti e l’eventuale conguaglio di prestazioni anticipate per conto dell’Istituto. Sulla base di tutte queste informazioni viene determinato il debito effettivamente dovuto all’Ente e quindi la somma da versare con il modello F24. Gli assegni per il nucleo familiare, le indennità di malattia e di maternità, quelle relative ai riposi per allattamento, ecc., sono generalmente a carico dell’Inps e, in base all’art. 1 del D.L. n. 633/1979, convertito con modificazioni nella Legge n. 33/1980, il datore di lavoro è tenuto ad anticipare tali importi al lavoratore, salvo conguaglio da effettuarsi per mezzo del modello Uniemens (che ha sostituito il dm/10, ora solo “virtuale”).
Il datore di lavoro che, mediante la falsa rappresentazione all’Inps di aver erogato ai lavoratori somme in realtà non corrisposte, ponga in essere atti idonei a realizzare un ingiusto profitto dal conguaglio delle prestazioni che egli assume falsamente di aver anticipato, realizza un illecito. Tradizionalmente, la Corte di Cassazione ha ricondotto questo comportamento nella fattispecie della truffa aggravata ai sensi dell'art. 640-bis del Codice Penale, punito con la reclusione da uno a sei anni.
Recentemente, la Suprema Corte con la sentenza n. 48663/2014 è intervenuta ancora sulla questione, mutando il proprio orientamento e riconducendo la condotta sopra descritta nella fattispecie del reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316-ter del C.P., punita con la reclusione da sei mesi a tre anni. Tale reato prescinde dall’esistenza di artifizi o raggiri, dall’induzione in errore e dall’esistenza di un danno patrimoniale patito dalla persona offesa, tutti elementi che caratterizzano il reato di truffa. La fattispecie dell’art. 316-ter del C.P. estende la punibilità a condotte in danno di enti pubblici o comunitari non incluse nell’ambito operativo della truffa aggravata di cui all’art. 640-bis del C.P. Gli elementi che costituiscono la fattispecie in esame sono l’utilizzo o la presentazione di dichiarazioni o documenti falsi o attestanti cose non vere (ovvero l’omissione di informazioni dovute) da cui derivi il conseguimento indebito di erogazioni da parte dello Stato o di altri enti pubblici o delle Comunità europee, erogazioni a cui non si ha, evidentemente, diritto. Tali erogazioni possono consistere indifferentemente o nell’ottenimento di una somma di denaro oppure nell’esenzione dal pagamento di una somma altrimenti dovuta.
Per completezza di informazione, si evidenzia che il comma 2 dell’art. 316-ter del C.P. dispone che, quando la somma indebitamente percepita è pari o inferiore a 3.999,96 €, si applica soltanto la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da 5.164,57 € a 25.822,84 €. Tale sanzione non può comunque superare il triplo del beneficio conseguito. La predetta sanzione non è diffidabile.
In conclusione, alla luce del recente orientamento della giurisprudenza di legittimità, deve ritenersi che integri il reato di indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato ex art. 316-ter del C.P., la condotta del datore di lavoro che, mediante la fittizia esposizione di somme corrisposte al lavoratore a titolo di indennità di malattia, maternità, assegni per il nucleo familiare, ecc., ottenga dall’Inps il conguaglio di tale somme, in realtà non corrisposte, con quelle da lui dovute all’Inps a titolo di contributi previdenziali e assistenziali, così percependo indebitamente dallo stesso Istituto le corrispondenti erogazioni. Il reato si consuma nel momento in cui il datore di lavoro provvede a versare all’Inps (sulla base dei dati indicati nei modelli dm/10) i contributi ridotti per effetto del conguaglio cui non aveva diritto, venendo così a percepire indebitamente, mediante il mancato pagamento di quanto altrimenti dovuto, l’erogazione da parte dell’ente pubblico.
Allo scopo di evitare di incorrere in siffatto reato, ogni volta che il datore di lavoro, per qualsiasi motivo, non corrisponda ai dipendenti retribuzioni che includano prestazioni a carico degli enti assistenziali o previdenziali (ad esempio indennità di malattia, indennità di maternità, assegni per il nucleo familiare, ecc.), è assolutamente necessario che informi preventivamente e per iscritto lo Scrivente Servizio Paghe, affinché possa predisporre correttamente il flusso Uniemens da trasmettere telematicamente all'Inps.
Gorizia, 16 Novembre 2017
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