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Timestamp: 2017-09-25 09:40:50+00:00
Document Index: 135734503

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 276', 'art. 158', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2932', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 279', 'art. 291', 'sentenza ', 'art. 291', 'art. 291', 'art. 145', 'art. 291', 'art. 307', 'art. 2932', 'sentenza ', 'art. 276', 'art. 158', 'sentenza ', 'art. 177', 'art. 145', 'art. 160', 'art. 138', 'art. 1355', 'art. 1184', 'art. 2644']

Cass. Civile Sez. II n. 4785/2007 su nullità in materia fiscale
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Cassazione Civile Sez. II del 28 febbraio 2007 n. 4785
Sentenza, ordinanza e decreto in materia civile - Deliberazione - Composizione del collegio - Vizio di costituzione del giudice - collegio decidente diverso da quello presente alla discussione - Nullità della sentenza - Configurabilità - collegio decidente diverso da quello adottante precedente provvedimenti interlocutori - Nullità della sentenza - Configurabilità - Esclusione - Fattispecie.
Il principio dell'immutabilità del giudice collegiale, fissato dall'art. 276 c.p.c., trova attuazione solo dal momento dell'inizio della discussione in poi e il suo rispetto va quindi valutato esclusivamente in relazione alla decisione che segue alla discussione, sicché può ritenersi colpito da nullità assoluta ai sensi dell'art. 158 c.p.c., soltanto il provvedimento emesso da un giudice che non abbia partecipato alla relativa discussione. (Nella specie, la S.C. ha confermato l'insussistenza del vizio di costituzione del giudice, prospettato perché il collegio che aveva emesso una ordinanza di rinnovazione della citazione non era lo stesso che successivamente l'aveva revocata con la sentenza che decideva la causa).
Cassazione Civile Sez. I del 20 aprile 2007 n. 9447
Si ha collegamento negoziale quando due o più contratti, ciascuno con propria autonoma causa, non siano inseriti in un unico negozio composto (misto o complesso), ma rimangano distinti, pur essendo interdipendenti, soggettivamente o funzionalmente, per il raggiungimento di un fine ulteriore, che supera i singoli effetti tipici di ciascun atto collegato, per dar luogo ad un unico regolamento di interessi, che assume una propria diversa rilevanza causale.
La frode al fisco (nella specie realizzata, al fine di ottenere risparmi d'imposta, attraverso una simulazione soggettiva, facendo apparire come associato in partecipazione o come socio della costituenda società di fatto per la gestione di un parcheggio un prestanome - la moglie - al posto dell'effettivo titolare, in ragione dei minori redditi della parte apparente del negozio) rileva solo nei confronti dell'Amministrazione finanziaria, ma non determina, tra le parti, nullità per illiceità dell'atto, quando non sia esclusa la loro volontà di concludere il negozi o.
Dott. EBNER Vittorio Glauco - rel. Consigliere -
p. 1 Con atto di citazione notificato l'1.4.1976, Fa.An. conveniva innanzi al Tribunale di Pescara la Immobiliare Piva s.r.l., in persona dell'a.u. G.A..
L'attore assumeva di avere stipulato in data 17.4.1975 con il predetto G., nella sua qualità, un contratto preliminare di compravendita, avente ad oggetto un terreno sito in (OMISSIS) - distinto in CT alla partita (OMISSIS) di circa mq 4390 - di proprietà della società stessa;
che, per contrasti insorti fra le parti non si era dato luogo alla stipula dell'atto definitivo innanzi al notaio designatoci avere acquisito il possesso materiale e giuridico del terreno e di avere concreto interesse alla conclusione dell'affare.
Ciò premesso, chiedeva la pronuncia di sentenza che, ai sensi dell'art. 2932 c.c. producesse gli effetti del contratto non concluso. La società convenuta non si costituiva.
Intervenivano invece volontariamente in causa P.G. e T.G. per contrastare ogni pretesa del Fa.An..
Gli intervenuti esponevano: di avere ceduto le loro quote di partecipazione alla Imm.re Piva s.r.l. al G. nonchè a tale C.F., ricevendo peraltro in pagamento una minima parte del prezzo pattuito; che, nel corso di un incontro avvenuto in Roma nel novembre del 1974, G.F., dichiarando di agire anche per conto del fratello A. - aveva garantito ad esse cedenti che non sarebbe stato compiuto alcun atto di disposizione delle quote, consegnando al legale delle cedenti stesse il libro soci; che, nell'occasione, si era stabilito che sarebbe stata tentata la vendita del terreno a terzi e che in caso di mancata vendita si sarebbe provveduto alla retrocessione delle quote, salvo eventuali conguagli;
di avere successivamente iniziato innanzi al Tribunale di Milano una causa nei confronti dei G. nonchè del C. e della Immobiliare Piva s.r.l., per sentir dichiarare la risoluzione della vendita delle quote sociali, e di avere altresì presentato una denuncia per truffa alla quale aveva fatto seguito anche un decreto di sequestro della somma di L. 115.000.000, asseritamente versata dal Fa.An.: provvedimento rimasto tuttavia senza esito per non essere stata tale somma rinvenuta nelle casse sociali. Tutto ciò premesso, chiedevano, in via preliminare, che fosse dichiarata la incompetenza del Tribunale di Pescara, per essere competente quello di (OMISSIS), dove la Immobiliare Piva aveva la sede sociale; nel merito, la dichiarazione di nullità o inefficacia e comunque la inopponibilità nei loro confronti del preliminare di vendita intercorso tra il Fa.An. e la Imm.re Piva s.r.l..
In corso di causa, essendo deceduto l'attore, Fa.An., si costituivano gli eredi dello stesso - G.M.M., F.S. e F.M.; nonchè, successivamente, essendo deceduta anche G.M., F.A., F.C., F.A., F.M., F.L., e F.I. - richiamandosi alle conclusioni della citazione introduttiva; e veniva anche disposta, con ordinanza collegiale in data 30.04.1987, la rinnovazione della notifica della citazione alla s.r.l. Immobiliare Piva, ritenendosi la stessa essere stata non effettuata ritualmente.
Con sentenza n. 693/1994 il Tribunale di Pescara, disattesa l'eccezione di incompetenza, revocata l'ordinanza in data 30.04.1987 e dichiarata la contumacia della Imm.re Piva s.r.l., accoglieva la domanda attrice, trasferendo agli eredi di Fa.An. la proprietà dell'immobile in contestazione.
p. 2 La sentenza veniva impugnata dalla P. e dalla T..
All'esito del giudizio - nel corso del quale si costituivano gli eredi di Fa.An., ad eccezione di Fa.Ma. (o m.), F.I. e F.C., che venivano pertanto dichiarati contumaci, unitamente alla Immobiliare Piva s.a.s. (già Immobiliare Piva s.r.l.) - la Corte di Appello di L'Aquila, con sentenza n. 279/2002, depositata l'11.5.2002, rigettava l'appello, confermando l'impugnata sentenza.
La Corte territoriale riteneva, anzitutto, che il Tribunale di Pescara fosse stato ritualmente adito quale Giudice del luogo in cui era sorta o doveva eseguirsi l'obbligazione dedotta in causa;
inoltre, in relazione alla questione della mancata rinnovazione della notifica della citazione alla Immobiliare Piva, che correttamente non era stata disposta la cancellazione della causa dal ruolo, avendo il Tribunale, in sede di decisione, revocato l'ordinanza in data 30.4.1987 in considerazione della rituale originaria notifica della citazione stessa alla indicata parte; sicchè, era irrilevante la mancata ottemperanza all'onere di rinnovare la citazione stessa. Nel merito, poi, i Giudici di appello ritenevano prive di fondamento le censure delle appellanti circa il mancato rilievo da parte di Giudici di prime cure della nullità del preliminare perchè sottoposto ad una condizione sospensiva potestativa (essendo rimesse alla scelta del promissorio acquirente le modalità con le quali addivenirsi al trasferimento della proprietà del terreno: mediante la vendita diretta dell'immobile sociale o mediante la cessione delle quote della Immobiliare Piva), nonchè alla condizione illecita della indicazione - nello stipulando atto definitivo - di un prezzo, L. 40.000.000, inferiore a quello effettivamente pattuito.
p. 3 Ricorrono per cassazione le soccombenti P. e T., con atto congiunto, sostenuto da cinque articolati mezzi di doglianza.
Resistono con controricorso F.M.A., F.L., F.S. e F.A..
Gli intimati F.A.R. e C.P. (quale procuratore generale di F.L. e F.M.) non hanno svolto attività difensiva.
All'udienza del 9.12.2005 è stata disposta la rinnovazione della notifica del ricorso a Fa.Ma. (o m.), F.I., F.C. e della Immobiliare Piva s.a.s. di Barbieri Carlo, già Immobiliare Piva s.r.l..
Il relativo onere è stato ritualmente assolto dalle ricorrenti.
p. 3.1 Con un primo motivo le ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione degli artt. 113, 115, 116 e art. 279 c.p.c., commi 1 e 4, art. 291 c.p.c.; nonchè omessa, insufficiente ed erronea motivazione su un punto decisivo della controversia, quanto alla ritenuta revocabilità dell'ordinanza collegiale in data 30.04.1987, con la quale, sul rilievo della nullità della notifica della citazione introduttiva alla Piva s.r.l., era stata disposta la rinnovazione della notifica in un termine perentorio, peraltro non osservato da parte attrice.
In proposito, la Corte di appello non avrebbe tenuto presente che l'illegittimità della revoca della ordinanza - esplicitata nella sentenza di primo grado - discendeva dal fatto che il provvedimento non era stato adottato dallo stesso collegio (come previsto dall'art. 291 c.p.c.) ma da altro collegio, composto cioè da magistrati diversi da quelli che avevano pronunciato l'ordinanza in data 30.04.1987.
p. 3.2 Con un secondo motivo le ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione degli artt. 113, 115, 116, 145, 160 c.p.c., e art. 291 c.p.c., commi 1 e 3, nonchè omessa, insufficiente ed errata motivazione su un punto decisivo della controversia.
I Giudici di appello erroneamente avrebbero ritenuto corretta la notifica dell'atto di citazione introduttivo del giudizio di primo grado alla Immobiliare Piva s.r.l. nonostante detta notifica non fosse stata neppure tentata presso la sede della società (nella specie, in Milano), come invece prescritto dall'art. 145 c.p.c.: che, invece, soltanto in via sussidiaria - e cioè ove la notifica presso la sede sociale non sia stata possibile - consente la notifica all'amministratore della società.
p. 3.3 Con un terzo motivo le ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione degli artt. 113, 115, 116 c.p.c. e art. 291 c.p.c., comma 1 e 3, nonchè omessa, insufficiente ed errata motivazione su un punto decisivo della controversia.
I Giudici di appello, nonostante l'accertata mancata rinnovazione della notifica della citazione alla predetta Immobiliare Piva s.r.l., rimasta contumace, avrebbero erroneamente omesso di ordinare la cancellazione della causa dal ruolo e la conseguente estinzione del giudizio ai sensi dell'art. 307 c.p.c..
p. 3.4 Con un quarto motivo le ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione degli artt. 113, 115, 116, 19, 20 e 21 c.p.c.;
nonchè omessa, insufficiente ed errata motivazione su un punto decisivo della controversia.
La Corte di appello avrebbe erroneamente riconosciuto sussistere la competenza territoriale del Tribunale di Pescara, nonostante la mancanza in atti di alcun elemento che consentisse di individuare un foro diverso ed alternativo da quello (Milano) sede della convenuta Immobiliare Piva s.r.l..
p. 3.5 Con un quinto motivo, attinente al merito della controversia, le ricorrenti deducono violazione e/o falsa applicazione degli artt. 113, 115 e 116 c.p.c.; artt. 1418, 1419, 1353 e 1354 c.c. nonchè omessa, insufficiente ed errata motivazione su un punto decisivo della controversia. I Giudici di appello avrebbero del tutto erroneamente interpretato le risultanze processuali pervenendo così all'altrettanto erroneo finale convincimento della validità del preliminare in atti e della sua opponibilità ad esse ricorrenti.
Inoltre, avrebbero senza giustificazione negato ingresso alla prova testimoniale formulata dalle appellanti, nonostante la stessa riguardasse delle circostanze (accordo, raggiunto in data 9.11.1974 fra G.A. e le attuali ricorrenti, rappresentate dall'avv. A. Pinto, per la retrocessione delle quote della Immobiliare Pinto s.r.l. di spettanza P. e T., rappresentanti l'intero capitale sociale, con contestuale consegna al predetto legale del libro soci, a garanzia dei diritti delle quotiste) anteriori alla redazione del preliminare de quo: e, quindi fosse sicuramente ammissibile oltre che rilevante ai fini del decidere.
p. 4 Va esaminato, preliminarmente, il quarto motivo, che investe una questione di competenza territoriale. La doglianza non può essere accolta.
Invero, costituisce principio del tutto consolidato in materia (Cass. ss.uu. 248/1999) che - nelle cause relative a diritti di obbligazione (quale la presente, che ha ad oggetto un azione ex art. 2932 c.c.: Cass. 18149/2002) - la parte che eccepisce l'incompetenza per territorio ha l'onere di contestare nel primo atto difensivo la competenza del giudice adito con riferimento a ciascuno dei diversi e concorrenti criteri di collegamento previsti dagli artt. 18, 19 e 20 c.p.c. (ex plurimis, Cass ss.uu. 248/1999; Cass. 1177/2002; Cass. 9192/2003): dovendo, in mancanza, ritenersi la competenza radicata presso il Giudice adito in base al criterio non contestato, ed a nulla rilevando che il criterio trascurato possa in concreto condurre all'individuazione del medesimo giudice da considerarsi competente sulla base del criterio invocato dallo stesso convenuto, posto che l'indagine sul verificarsi di tale coincidenza resta impedita dalla mancanza di una sollecitazione in tal senso.
Invece, nel caso in esame, l'unico criterio di collegamento contestato dalle intervenute P. e T. risulta essere stato quello relativo alla circostanza che la sede sociale della Imm.re Piva s.r.l. era in Milano.
Da ciò consegue che - così come ritenuto dalla Corte territoriale - resta ferma la competenza territoriale del Tribunale di Pescara, adito dal Fa.An..
p. 5 Ciò posto, vanno esaminati, congiuntamente, - per la loro connessione - i primi tre motivi del ricorso.
Gli stessi sono privi di fondamento.
In proposito, deve anzitutto escludersi che il provvedimento di revoca della menzionata ordinanza in data 30.04.1987 sia nullo soltanto perchè adottato (con la sentenza n. 693/1994 che definiva il giudizio) da un collegio diverso da quello che ebbe in precedenza a pronunciare l'ordinanza stessa.
Invero, il principio della immutabilità del Giudice collegiale fissato nell'art. 276 c.p.c. trova attuazione solo dal momento dell'inizio della discussione e va quindi valutato esclusivamente in relazione alla decisione che segue tale discussione (Cass. 4285/2002; Cass. 19216/2005).
In altri termini, il principio de quo opera non in assoluto ma relativamente alle singole fasi in cui si articola il giudizio (Cass. ss.uu. 3072/1986): sicchè, può ritenersi colpito da nullità assoluta, ai sensi dell'art. 158 c.p.c., soltanto il provvedimento emesso da un giudice che non ha partecipato alla relativa discussione.
Nella specie, una volta pervenuta la causa in decisione, il Tribunale - seppur in composizione diversa da quella che ebbe a pronunciare l'ordinanza in data 30.04.1987 - ha quindi del tutto ritualmente (non essendo contestato che i Giudici che hanno deliberato la sentenza siano gli stessi che hanno presieduto alla discussione della causa) riesaminato la questione di rito che ora interessa, atteso che, ai sensi dell'art. 177 c.p.c., comma 1, le ordinanze "comunque motivate non possono mai pregiudicare la decisione della causa".
Ciò posto, ritiene il Collegio che la questione della ritualità o meno della notificazione della citazione all'Imm.re Piva s.r.l. debba essere risolta in senso conforme a quanto deciso dai Giudici di appello.
Al riguardosa rilevato che - come ribadito anche dalle ss.uu. di questa Corte (Cass. ss.uu. 8091/2002) - il procedimento di notificazione degli atti alle persone giuridiche (qual'è appunto la Imm.re Piva s.r.l.), regolato dall'art. 145 c.p.c. nel testo qui applicabile ratione temporis, si caratterizza per la previsione di una precisa sequenza, da seguirsi evidentemente ai fini della validità stessa del relativo procedimento: non essendo previsto che la parte notificante possa ricorrere a sua scelta all'una o all'altra forma.
In primo luogo, la notificazione deve essere effettuata presso la sede sociale (legale o effettiva) mediante consegna dell'atto al rappresentante o a persona incaricata di ricevere le notificazioni;
nel caso in cui la stessa non vada a buon fine, la notifica va fatta al soggetto che ne ha la rappresentanza: osservandosi le disposizioni degli artt. 138, 139 e 141 c.p.c..
Nella specie, la notificazione, per quanto risulta dalla impugnata sentenza, non venne neppure tentata presso la sede legale della Imm.re Piva s.r.l., in Milano ma effettuata soltanto, e direttamente, a mani del legale rappresentante della società, G.A., peraltro reperito in luogo diverso dalla sede sociale.
Orbene, tale notifica, benchè irrituale - perchè effettuata in luogo diverso da quello stabilito dalla legge - correttamente è stata ritenuta dalla Corte territoriale improduttiva di nullità, sul rilievo che l'atto è stato consegnato a mani del legale rappresentante della società convenuta in giudizio.
Al riguardosa rilevato che la notificazione irrituale, perchè effettuata in luogo diverso da quello previsto dalla legge, non è comunque di per se stessa sanzionata da nullità: conseguenza che l'art. 160 c.p.c. prevede soltanto per la violazione delle regole circa la persona cui l'atto deve essere consegnato.
Ciò posto, va osservato che la notifica a mani proprie del legale rappresentante di una società di capitali deve considerarsi in ogni caso validamente effettuata: in virtù, per un verso, del principio - di ordine generale, fissato nell'art. 138 c.p.c. - circa la validità della notifica a mani proprie del destinatario, ovunque sia trovato;
e, per altro verso, del principio di immedesimazione organica tra la società e le persone che la rappresentano o ne realizzano esecutivamente le finalità (ex plurimis, Cass. 704/1993; Cass. 12373/2002; Cass. 26044/2005).
In forza di tale principio,la notifica al legale rappresentante della società determina la legale conoscenza, in capo a detto ente, dell'atto notificato.
Appare, quindi, corretto in diritto - e da condividere - il convincimento al riguardo raggiunto dai Giudici di appello, in quanto essendo ab origine valida la notifica dell'atto di citazione alla Imm.re Piva s.r.l., e quindi regolare la instaurazione del contraddittorio e la connessa possibilità di esercizio del diritto di difesa in giudizio, resta effettivamente priva di rilievo la circostanza che la notificazione della citazione non sia stata rinnovata nel termine perentorio (qui, 10.07.1987) fissato dal Giudice (cfr. Cass. 16145/2001; Cass. 9646/2003).
Deve quindi escludersi che la Corte territoriale sia incorsa in errore di diritto per non avere disposto - ai sensi degli artt. 291 e 307 c.p.c. - la cancellazione della causa dal ruolo in relazione alla mancata ottemperanza all'ordine di rinnovazione della notifica dell'atto introduttivo e per avere correlativamente ritenuto corretta la dichiarazione di contumacia della società convenuta pronunciata dai Giudici di primo grado.
p. 6 Le censure formulate con il quinto motivo di doglianza, che investe il merito,per un verso si risolvono in non consentite doglianze in punto di fatto, poichè i Giudici di appello hanno fornito del raggiunto convincimento una adeguata e non contraddittoria motivazione; e per altro verso sono prive di giuridico fondamento.
In proposito, la Corte territoriale, richiamandosi alle risultanze di causa ed in particolare al contenuto del contratto preliminare del 17.4.1975, ha accertato, in primo luogo, che le parti non intesero affatto subordinare gli effetti del preliminare ad una condizione sospensiva (v. retro, pag. 4) il cui verificarsi sarebbe stato impossibile (e perciò nulla ex art. 1355 c.c. in quanto meramente potestativa) ma soltanto fissare un termine (più volte, consensualmente, prorogato) per l'esercizio, da parte del Fa.
A., della scelta delle modalità di trasferimento dell'immobile oggetto del preliminare: e l'apposizione di un termine per l'esercizio di una facoltà riconosciuta ad uno dei contraenti costituiva pattuizione certamente legittimaci sensi dell'art. 1184 c.c..
D'altro canto, nel ricorso (pag. 76) viene riprodotta soltanto in parte la relativa clausola.
Pertanto, in considerazione della non autosufficienza del ricorso stesso al riguardo, non è dato a questa Corte di individuare nell'interpretazione della indicata clausola da parte dei Giudici di appello alcuna incoerenza che giustifichi un nuovo esame sul punto.
In ordine, poi, alla clausola del preliminare che prevedeva la indicazione, nel contratto definitivo, di un prezzo inferiore a quello effettivamente pattuito, la Corte territoriale ha ritenuto trattarsi di una clausola tale da non comportare la nullità dell'intero contratto, avendo accertato che non fu nell'intenzione delle parti di subordinare l'efficacia del contratto preliminare al rispetto di siffatta pattuizione.
Il convincimento in proposito raggiunto dalla Corte territoriale non può essere sindacato in questa sede sulla base della diversa lettura che le ricorrenti ne prospettano, perchè l'attività di interpretazione del contratto rientra, pacificamente, nel potere- dovere del Giudice del merito e perchè i Giudici di appello hanno dato sufficiente motivazione della soluzione cui sono pervenuti al riguardo.
Del resto, al riguardo è il caso di osservare che le pattuizioni di un contratto che siano rivolte ad eludere in tutto o in parte imposta di registro (come nella specie) o l'iva non implicano di per se stesse la nullità del contratto, trovando esse nel sistema tributario le relative sanzioni (ex plurimis, Cass. 2127/1989; Cass. 12327/1999; Cass. 14250/2000). Con riguardo, poi, alla invocata inopponibilità alle appellanti P. e T. del contratto preliminare (per essere il Fa.An. a conoscenza della effettiva appartenenza ad esse appellanti di quote di partecipazione alla Imm.re Piva s.r.l. e quindi dell'illiceità dell'accordo di vendita dell'immobile o di cessione delle quote della società stessa da parte del G., amministratore della predetta società nonchè del C.), i Giudici di appello hanno osservato che la malafede del Fa.An. non era stata dimostrata e che comunque nella specie una siffatta inopponibilità non poteva operare perchè la P. e la T. non risultavano avere chiesto delle misure cautelari sul bene oggetto del preliminare ovvero trascritto la domanda di risoluzione del contratto di cessione delle quote della Imm.re Piva s.r.l. proposta nei confronti di G.A. ed altri.
Osserva il Collegio che si tratta di accertamenti in punto di fatto, non suscettibili di essere riesaminati in sede di legittimità perchè del convincimento al riguardo raggiunto i Giudici di appello hanno offerto adeguata e non contraddittoria motivazione, senza altresì incorrere in errori di diritto.
Invero, è evidente che l'inopponibilità ai terzi (e cioè la inefficacia, nei loro confronti) di un contratto fra altri concluso ed avente ad oggetto un bene immobile sul quale i terzi stessi vantino delle pretese, si configura, ai sensi dell'art. 2644 c.c., soltanto ove costoro abbiano trascritto il relativo titolo di acquisto in epoca antecedente a quella di trascrizione dell'atto ritenuto per essi pregiudizievole: mentre, nel caso in esame, una siffatta evenienza è stata esclusa dalla Corte territoriale. Da ultimo, va osservato che anche in ordine alle istanze istruttorie delle appellanti la Corte aquilana ha dato conto delle ragioni della mancata ammissione di essa, avendo ritenuto di non potere attribuire rilevanza, ai fini del decidere, a dei rapporti sorti - dopo la conclusione del preliminare de quo - fra le appellanti P. e T. (peraltro non più titolari delle quote di partecipazione alla Imm.re Piva) ed il G., amministratore di tale società.
Il convincimento in proposito espresso dai Giudici di appello, risultando fondato su circostanze di fatto accertate in causa, non è sindacabile in questa sede.
p. 7 Alla stregua dei rilievi tutti che precedono il ricorso deve essere rigettato.
Quanto alle spese del presente giudizio, ritiene la Corte che le peculiarità del caso deciso ne giustifichino la compensazione fra le parti costituite.
Non vi è luogo a pronunciare sulle spese nei rapporti fra le ricorrenti e la soc. Imm.re Piva, posto che l'intimata società non ha svolto attività difensiva.
La Corte, rigetta il ricorso e dichiara compensate fra le parti costituite le spese del presente giudizio.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 26 giugno 2006.
Depositato in Cancelleria il 28 febbraio 2007