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Timestamp: 2018-05-21 10:51:39+00:00
Document Index: 62901242

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Sentenza della Corte di Cassazione n. 17516/2015 del 03.09.2015 (interposizione fittizia di manodopera, obbligo della società opponente del pagamento dei relativi contributi, l'INPS avrebbe dovuto tener conto dei contributi versati dal datore di lavoro..) | ILA - Ispettori del Lavoro Associati
Sentenza della Corte di Cassazione n. 17516/2015 del 03.09.2015 (interposizione fittizia di manodopera, obbligo della società opponente del pagamento dei relativi contributi, l'INPS avrebbe dovuto tener conto dei contributi versati dal datore di lavoro..)
Inviato da redazione il Ven, 23/03/2018 - 21:08
ritenendo di fare cosa gradita nei confronti degli associati e non, lo Staff ILA segnala la Sentenza della Corte di Cassazione n. 17516/2015 del 03.09.2015 (interposizione fittizia di manodopera, obbligo della società opponente del pagamento dei relativi contributi, l'INPS avrebbe dovuto tener conto dei contributi versati dal datore di lavoro fittizio, i quali dovevano essere detratti dal complessivo ammontare dovuto, obbligazione del datore di lavoro apparente, datore di lavoro fittizio)<
Sentenza della Corte di Cassazione n. 17516/2015 del 03.09.2015 (interposizione fittizia di manodopera, obbligo della società opponente del pagamento dei relativi contributi, l'INPS avrebbe dovuto tener conto dei contributi versati dal datore di lavoro fittizio, i quali dovevano essere detratti dal complessivo ammontare dovuto, obbligazione del datore di lavoro apparente, datore di lavoro fittizio)<
Civile Sent. Sez. L Num. 17516 Anno 2015 Presidente: COLETTI DE CESARE GABRIELLA Relatore: VENUTI PIETRO Data pubblicazione: 03/09/2015
sul ricorso 10653-2009 proposto da:
IMMOBILIARE AAAAAAAAAA S.P.A., (già Aaaaaaaaaa S.R.L.) P.I. 02502850163, in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA MONTE ZEBIO 30, presso lo studio dell'avvocato CLAUDIO CAMICI, che la rappresenta e difende unitamente all'avvocato GIOVANNI REMO, giusta delega in atti;
I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. 80078750587, in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. - Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. 05870001004, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l'Avvocatura Centrale dell'Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati LELIO MARITATO, ANTONINO SGROI, LUIGI CALIULO, giusta delega n atti;
- controricorrente? -
BERGAMO ESATTORIE S.P.A.;
avverso la sentenza n. 465/2008 della CORTE D'APPELLO di BRESCIA, depositata il 05/02/2009 r.g.n. 222/2008; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 27/05/2015 dal Consigliere Dott. PIETRO VENUTI;
udito l'Avvocato CELLI PAOLO per delega REHO GIOVANNI; udito l'Avvocato SGROI ANTONINO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. GIANFRANCO SERVELLO, che ha concluso per l'accoglimento dei primi due motivi, rigetto degli altri.
RG. n. 10653/09
Ud. 27.5.2015
La S.p.A. Aaaaaaaaaa Immobiliare (già Aaaaaaaaaa sia.) ha proposto opposizione avverso la cartella esattoriale con la quale le era stato chiesto il pagamento, a favore dell'INPS, della somma di £ 47.886,56 a titolo di contributi e sanzioni.
La pretesa contributiva traeva origine da un verbale ispettivo dal quale era emerso che il contratto di appalto di manodopera stipulato dalla società con la cooperativa Ibbbbbbb - erano stati da questa avviati alla società sei lavoratori per opere di pulizia e facchinaggio - in realtà configurava una interposizione fittizia di persone e che, conseguentemente, i lavoratori dovevano ritenersi alle dipendenze non già della cooperativa ma della società, con i relativi obblighi contributivi.
L'opposizione è stata respinta dal giudice di primo grado e tale decisione è stata confermata con sentenza depositata il 5 febbraio 2009 dalla Corte d'appello di Brescia, la quale ha ritenuto che dalle risultanze istruttorie era emerso che i lavoratori forniti dalla cooperativa prestavano la loro attività con attrezzatura della committente ed erano sottoposti alle direttive e al controllo dei responsabili di quest’ultima; che l'orario di lavoro dei soci della cooperativa era uguale a quello svolto dai dipendenti della società; che non vi era alcun rischio economico a carico della società cooperativa, da cui formalmente dipendevano i lavoratori avviati alla committente; che ricorreva quindi una ipotesi evidente di interposizione fittizia di manodopera, con conseguente obbligo della società opponente del pagamento dei relativi contributi; che era infondato al riguardo il motivo di gravame con il quale era stato sostenuto che l'INPS avrebbe dovuto tener conto dei contributi versati dal datore di lavoro fittizio, i quali dovevano essere detratti dal complessivo ammontare dovuto.
Per la cassazione di questa sentenza propone ricorso la società sulla base di quattro motivi. L'INPS ha rilasciato procura al difensore, il quale ha partecipato alla discussione.
1. Con il primo motivo, denunciando falsa applicazione dell'art. 1180 cod. civ., la ricorrente deduce che il pagamento dei contributi da parte del datore di lavoro apparente ha valenza satisfattiva.
Aggiunge che, pur risultando che i soci lavoratori avevano una regolare posizione previdenziale e che la cooperativa aveva provveduto al pagamento dei relativi contributivi, la Corte di merito ha ritenuto che tale pagamento non avesse effetto estintivo, totale o parziale, della pretesa contributiva.
2. Con il secondo motivo, denunciando violazione dell'art. 24 D. Lgs. n. 46 del 1999, la ricorrente lamenta che l'INPS, nell'iscrivere a ruolo il credito, ha omesso di precisare le modalità di determinazione dello stesso e di tenere conto dei versamenti mensili ricevuti dalla società cooperativa a titolo di contributi per i lavoratori in questione.
3. Con il terzo motivo, denunciando insufficiente motivazione, la ricorrente rileva che la Corte d'appello, erroneamente valutando le risultanze della prova testimoniale, ha ritenuto fondata la pretesa dell'INPS, nonostante per quattro dei sei lavoratori non fosse stata fornita alcuna prova circa la natura subordinata del rapporto intrattenuto con essa ricorrente. Nessun teste, infatti, aveva fatto riferimento alla posizione dei predetti quattro lavoratori né essi erano stati nominativamente indicati. Peraltro dall'istruttoria non era emerso un chiaro riferimento ad elementi di vera e propria subordinazione dei soci lavoratori nei confronti della S.p.A. Aaaaaaaaa, subordinazione che non poteva discendere dagli atti di coordinamento organizzativo connaturati alla posizione del committente.
4. Con il quarto motivo la ricorrente, denunciando omessa motivazione, lamenta che la sentenza impugnata ha tratto elementi decisivi per il giudizio dalle deposizioni dei soci lavoratori, nonostante costoro fossero incapaci di testimoniare, posto che era in discussione un rapporto di lavoro ai quali i medesimi erano interessati.
Su tale questione, aggiunge la ricorrente, la Corte di merito ha omesso di pronunciarsi.
5. Il terzo e il quarto motivo, che sotto il profilo logicogiuridico devono essere trattati per primi, non possono trovare accoglimento.
Quanto al terzo, esso pone in discussione gli accertamenti e le valutazioni eseguiti dalla Corte territoriale e prospetta una diversa lettura della prova testimoniale, chiedendo sostanzialmente un riesame della vicenda, senza considerare che il ricorso per cassazione non introduce un terzo giudizio di merito tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata e che non è consentito alla Corte di cassazione riesaminare e valutare il merito della causa ovvero effettuare nuovi accertamenti o apprezzamenti di fatto.
In particolare, del tutto infondato è l'assunto della ricorrente secondo cui non sarebbe stata chiarita dai testi escussi la posizione di quattro lavoratori (su sei), risultando dalla sentenza impugnata che la Corte di merito ha effettuato una valutazione complessiva della prova con riguardo a tutti i soci lavoratori, rimarcando il loro "inserimento nell'attività specifica della committente, l'assoggettamento alle direttive ed al controllo dei preposti. dalla stessa all'interno dello stabilimento della committente, con utilizzo di materiali, attrezzature di questa a stretto contatto con i suoi operai", ed evidenziando che "la stessa funzionaria della Direzione del Lavoro, Mxxxx Axxxx, ha precisato di avere personalmente constatato che i lavoratori della cooperativa stavano facendo lo stesso lavoro dei dipendenti della Aaaaaaaaaa al momento del suo accesso nello stabilimento".
Quanto al quarto motivo, deve rilevarsene l'inammissibilità sotto un duplice profilo.
In primo luogo, la censura è dedotta sotto il profilo del vizio di motivazione (art. 360, primo comma, n. 5 cod. proc. civ.) e non già sotto quello di omessa pronuncia (art. 112 cod. proc. civ., in relazione all'art. 360 n. 4. In secondo luogo, essa introduce una questione (incapacità a testimoniare dei soci lavoratori) che non risulta affrontata dalla sentenza impugnata e dai motivi di appello, risultando dalla trascrizione del relativo motivo di gravame, contenuta nel ricorso, che in quella sede vennero contestate le conclusioni ispettive sotto il profilo che i verbalizzanti non avevano "assistito direttamente ai fatti", senza far questione circa la incapacità a testimoniare dei soci della cooperativa.
6. Sono invece fondati il primo ed il secondo motivo, anch'essi da trattare congiuntamente in quanto connessi.
Le questioni sollevate dalla ricorrente sono state già esaminate da questa Corte che, a più riprese, ha ritenuto che, nelle prestazioni di lavoro cui si riferiscono i primi tre commi dell'art. 1 L. n. 1369 del 1960, la nullità, per illiceità dell'oggetto e della causa, del contratto fra committente ed appaltatore o intermediario e la previsione dell'ultimo comma dello stesso articolo - secondo cui i lavoratori sono considerati, a tutti gli effetti, alle dipendenze dell'imprenditore che ne abbia utilizzato effettivamente le prestazioni - comportano che solo sul committente (o interponente), e non anche sull'appaltatore (o interposto), gravano gli obblighi in materia di assicurazioni sociali nati dal rapporto di lavoro, senza che la (concorrente) responsabilità di quest'ultimo possa essere affermata in virtù dell'apparenza del diritto e dell'affidamento dell'INPS nella situazione di apparente titolarità del rapporto di lavoro (cfr., ex plurimis, Cass. n. 463/12; Cass. 23844/11; Cass., n. 5901/99; Cass. Sez. Un. n. 22910/06; Cass., n. 2372/07).
Al contempo la giurisprudenza di. questa Corte ha avuto modo di affermare che, in ipotesi di interposizione nelle prestazioni di lavoro, non è configurabile una concorrente obbligazione del datore di lavoro apparente con riferimento ai contributi dovuti agli enti previdenziali, rimanendo tuttavia salva l'incidenza satisfattiva di pagamenti eventualmente eseguiti da terzi, ai sensi dell'art. 1180 cod. civ., comma 1, nonché dallo stesso datore di lavoro fittizio, senza che abbia rilevanza la consapevolezza dell'altruità del debito, atteso che, nell'ipotesi di pagamento indebito dal punto di vista soggettivo, il coordinamento tra gli artt. 1180 e 2036 cod. civ., porta a ritenere che sia qualificabile come pagamento di debito altrui, ai fini della relativa efficacia estintiva dell'obbligazione (con le condizioni di cui all'art. 2036 cod. civ., comma 3), anche il pagamento effettuato per errore (cfr., ex plurimis, Cass. n. 12509/04; Cass. n. 12735/06; Cass. ii. 1666/08; Cass. n. 3707/09).
Più in particolare è stato osservato che "L'applicazione del principio ora esposto all'ipotesi dei contributi pagati dal datore di lavoro fittizio comporta l'irripetibilità da parte sua dei contributi già versati (così come delle retribuzioni corrisposte ai lavoratori), poiché non può considerarsi scusabile l'eventuale errore sull'identità dell'effettivo debitore di chi è corresponsabile della violazione della L. n. 1369 del 1960, art. 1, peraltro sanzionata come contravvenzione dall'art. 2" (cfr. Cass. n. 12509/04 cit., in motivazione).
In adesione a tali principi, cui va data continuità, i motivi in esame devono essere accolti, con conseguente cassazione della sentenza impugnata e con rinvio, per il riesame, al giudice indicato in dispositivo, il quale, nell'adeguarsi ai criteri sopra enunciati, dovrà provvedere anche sulle spese del presente giudizio
La Corte accoglie i primi due motivi del ricorso e rigetta gli altri; cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia, anche per le spese, alla Corte d'appello di Milano.
Così deciso in Roma in data 27 maggio 2015.
Sentenza della Corte di Cassazione n. 23962/2015 del 24.11.2015 (illecito ricorso a prestazioni di manodopera di personale formalmente dipendente da una società cooperativa, indice evidente del rischio di impresa poteva essere considerata la stipula di un assicurazione contro i danni cagionabili a terzi, in tema di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro, non è configurabile una concorrente obbligazione del datore di lavoro apparente con riferimento ai contributi dovuti agli enti previdenziali)<
Civile Sent. Sez. L Num. 23962 Anno 2015 Presidente: STILE PAOLO Relatore: TRICOMI IRENE Data pubblicazione: 24/11/2015
sul ricorso 28997-2010 proposto da:
I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.E. 80078750587, in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. 05870001004, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l'Avvocatura Centrale dell'Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati LELIO MARITATO, LUIGI CALIULO, ANTONINO SGROI, giusta delega in atti;
RCCCCCCC ITALIANA S.R.L. C.F. 00186000188, ESATRI S.P.A. - Esazione Tributi s.p.a. - Concessionario del servizio nazionale di riscossione contributi per la Provincia di Pavia;
I.N.A.I.L - ISTITUTO NAZIONALE PER L'ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO, (C.F. 01165400589), in persona del legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE 144, presso lo studio degli avvocati LUCIA PUGLISI e LORELLA FRASCONA' che lo rappresentano e difendono giusta procura in calce al ricorso;
RCCCCCCC ITALIANA S.R.L. C.F. 00186000188, in persona del legale rappresentante pro tempore, già elettivamente domiciliata in ROMA, VIA A. GRAMSCI 54, presso lo studio dell'avvocato MARINA ZELA, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati TEOBALDO SOLDA', BIBIANA GRANATA, giusta delega in atti e da ultimo domiciliata presso la CANCELLERIA DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE;
I.N.P.S. ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, C.F. 80078750587, in persona del suo Presidente e legale rappresentante pro tempore, in proprio e quale mandatario della S.C.C.I. S.P.A. - Società di Cartolarizzazione dei Crediti I.N.P.S. C.F. 05870001004, elettivamente domiciliati in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l'Avvocatura Centrale dell'Istituto, rappresentati e difesi dagli avvocati LELIO MARITATO, LUIGI CALIULO, ANTONINO SGROI, giusta
I.N.A.I.L - ISTITUTO NAZIONALE PER L'ASSICURAZIONE CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO, (C.F. 01165400589), ESATRI S.P.A. Esazione Tributi s.p.a. Concessionario del servizio nazionale di riscossione contributi per la Provincia di Pavia;
avverso la sentenza n. 950/2009 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 30/11/2009 r.g.n. 2066/2007; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 21/10/2015 dal Consigliere Dott. IRENE TRICOMI;
udito l'Avvocato D'ALOISIO CARLA per delega verbale SGROI ANTONINO;
udito l'Avvocato FRASCONA' LORELLA;
uditi gli avvocati ZELA MARINA e SOLDA' TEOBALDO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott. RENATO FINOCCHI GHERSI, che ha concluso per il rigetto del ricorso principale e ricorso incidentale.
1. La Corte d'Appello di Milano, con la sentenza n. 950 del 30 novembre 2009, in parziale riforma della sentenza emessa dal Tribunale di Pavia n. 210/2006, in accoglimento dell'appello proposto dall'INPS nei confronti della società Rccccccc italiana srl, Esatri spa ed INAIL, condannava la suddetta società a pagare per contributi, la somma di euro 37374,00, oltre interessi e sanzioni civili dalle scadenze al 5 luglio 2002. Confermava nel resto.
La contestazione era fondata sul ritenuto illecito ricorso, da parte della società, a prestazioni di manodopera di personale formalmente dipendente da una società cooperativa, con violazione dell'art. 1 della legge 23 ottobre 1960, n.1369.
2. Il Tribunale di Pavia, accogliendo l'opposizione, aveva annullato la cartella esattoriale emessa nei confronti della società Rccccccc italiana srl per la riscossione dei contributi e delle sanzioni relativi alla ritenuta interposizione di manodopera nei confronti di 19 lavoratori della Cooperativa Ibbbbbbb scarl, violazione accertata con verbale del 15 giugno 2001.
3. La Corte d'Appello, dopo aver affermato che il pagamento del debito contributivo effettuato dall'intermediario (Cooperativa Ibbbbbbb scarl) aveva effetto estintivo, rilevava che residuava un credito per contributi pari a euro 37.574,00, e che, quanto alle sanzioni ed interessi, gli stessi erano dovuti sino alla data del 5 luglio 2002, data in cui perveniva all'INPS la richiesta di ricalcolo degli importi recati dall'avviso bonario.
5. Resiste con controricorso e ricorso incidentale articolato in due motivi, la società Rccccccc Italiana srl.
6. L' INPS resiste con controricorso.
1.1. Sempre in via preliminare, va disattesa l'eccezione di inammissibilità del ricorso principale proposta dalla società in quanto lo stesso, in ragione dell'esposizione dei fatti, che ripercorre le vicende di causa, e delle censure, soddisfa i requisiti di cui all'art. 366, comma l ,cpc.
2. Ha priorità logico-giuridica l'esame del ricorso incidentale, in quanto volto a contestare la ritenuta interposizione illecita di manodopera.
3. Con il primo motivo del ricorso incidentale 'è prospettata la violazione e falsa applicazione dell'art. 1, della legge n. 1369 del 1960, e degli artt. 1411, 1655 e 2909 cc (art. 360, n. 3, cpc). Omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio (art. 360, n. 5, cpc).
La ricorrente incidentale censura la statuizione con la quale la Corte d'Appello ha ritenuto sussistere l'interposizione illecita. Ed infatti, il giudice di secondo grado avrebbe posto a fondamento della propria decisione l'inesistenza di un contratto di appalto in forza del quale Ibbbbbbb avrebbe reso la propria prestazione di servizi, per il tramite dei suoi soci, a vantaggio della Rccccccc Italiana, senza valutare né motivare, in modo sufficiente ed adeguato, in merito.
Sussisteva, infatti, un contratto di appalto tra altra società, la Rccccccc Raccordi e Ibbbbbbb, e poiché Rccccccc Italiana era unica cliente di Rccccccc Raccordi, era evidente che quest'ultima aveva interesse a che parte dei servizi appaltati ad Ibbbbbbb fossero resi a vantaggio di Rccccccc Italiana, venendo in rilievo un contratto a favore di terzi.
Peraltro, l'INPS non aveva impugnato la sentenza del Tribunale di Pavia n. 182/06, emessa nei confronti della Rccccccc Raccordi e passata in giudicato, che riteneva esistente un contratto di appalto tra Rccccccc Raccordi ed Ibbbbbbb. Né, come invece ritenuto dalla Corte d'Appello, poteva assumere rilievo dirimente la circostanza che i soci della cooperativa svolgessero attività pertinenti il ciclo produttiva della società.
In modo contraddittorio, il giudice di appello contestava la natura del rapporto associativo dei 19 lavoratori di cui al rapporto ispettivo, senza spiegare a quale titolo, se non erano soci, gli stessi partecipavano ad assemblee e riunione della cooperativa, tenuto conto, altresì, che il teste Gdddd riferiva che i soci pagavano la quota associativa. Apoditticamente, poi, era stato negato dalla Corte d'Appello che per Ibbbbbbb sussistesse il rischio di impresa, atteso che indice evidente di ciò poteva essere considerata la stipula di un assicurazione contro i danni cagionabili a terzi.
Nessun teste, infine, aveva riferito circa l'esercizio del potere disciplinare da parte di Rccccccc Italiana nei confronti dei soci Ibbbbbbb.
4. Con il secondo motivo del ricorso incidentale è dedotta violazione e falsa applicazione dell'art. 2697 cc (art. 360, n.3, cpc). Insufficiente e/o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso decisivo per il giudizio (art. 360, n. 5, cpc).
La società censura la statuizione con la quale la Corte d'Appello ha ritenuto che non era dimostrato che la cooperativa, che non si discuteva fosse in sé dotata di mezzi strumentali, avesse utilizzato, per l'attività svolta in Rccccccc, mezzi e attrezzature proprie. Poiché vi era il riconoscimento della natura genuina dell'imprenditore Ibbbbbbb, si sarebbe dovuto riconoscere che tale imprenditore era libero di organizzare autonomamente l'esecuzione dei servizi appaltati, non potendo il giudice sindacare le scelte imprenditoriali, e spettando all'INPS di provare la pretesa creditoria.
5.1. La nozione di appalto di manodopera o di mere prestazioni di lavoro, vietato dall'art. 1 della legge n. 1369 del 1960, in mancanza di una definizione normativa, va ricavata tenendo anche conto della previsione dell'art 3 della stessa legge, concernente l'appalto (lecito) di opere e servizi all'interno dell'azienda con organizzazione e gestione propria dell'appaltatore; ne consegue che l'ipotesi di appalto di manodopera è configurabile sia in presenza degli elementi presuntivi considerati dal terzo comma del citato art. I (impiego di capitale, macchine ed attrezzature fornite dall'appaltante), sia quando il soggetto interposto manchi di una gestione di impresa a proprio rischio e di un'autonoma organizzazione – da verificarsi con riguardo alle prestazioni in concreto affidategli -, in particolare nel caso di attività esplicate all'interno dell'azienda appaltante, sempre che il presunto appaltatore non dia vita, in tale ambito, ad un'organizzazione lavorativa autonoma e non assuma, con la gestione dell'esecuzione e la responsabilità del risultato, il rischio di impresa relativo al servizio fornito.
5.2. Come questa Corte ha già avuto modo di affermare (Cass., n. 1676 del 2005) con riguardo al suddetto divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro, occorre di volta in volta - al di là della richiamata ipotesi di presunzione di interposizione fittizia prevista dal terzo comma dell'art. 1 cit. (per il caso di fornitura all'appaltatore da parte del committente di capitale, macchine ed attrezzature) - procedere ad una dettagliata analisi di tutti gli elementi che caratterizzano il rapporto instaurato tra le parti allo scopo di accertare se l'impresa appaltatrice, assumendo su di sè il rischio economico dell'impresa, operi concretamente in condizioni di reale autonomia organizzativa e gestionale rispetto all'impresa committente; se sia provvista di una propria organizzazione d'impresa; se in concreto assuma su di sè l'alea economica insita nell'attività produttiva oggetto dell'appalto; infine se i lavoratori impiegati per il raggiungimento di tali risultati siano effettivamente diretti dall' appaltatore ed agiscano alle sue dipendenze e nel di lui interesse. Quando tutti questi elementi siano riscontrati come presenti ed i risultati dell'accertamento processuale convergano nel senso che l'impresa appaltatrice sia sprovvista di effettiva autonomia imprenditoriale ed abbia struttura e capitali del tutto inadeguati all'importanza dell'opera, i poteri decisionali siano riservati al committente e sia sottratta all'appaltatore ogni autonomia, sicché questo sia un semplice strumento per celare la realtà dei rapporti, il fatto che egli abbia anche potuto impiegare, nell'esecuzione dei lavori, capitale, attrezzature e mezzi propri, diventa circostanza del tutto marginale ed irrilevante ai fini del riconoscimento della sussistenza della situazione interpositoria ipotizzata dal primo comma dell'art. 1 della legge n. 1369 del 1960.
5.3. Si è, altresì, affermato (Cass., n. 11720 del 2009) che il divieto di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro (art. 1 della legge 23 ottobre 1960, n. 1369), in riferimento agli appalti "endoaziendali", caratterizzati dall'affidamento ad un appaltatore esterno di tutte le attività, ancorché strettamente attinenti al complessivo ciclo produttivo del committente, opera tutte le volte in cui l'appaltatore metta a disposizione del committente una prestazione lavorativa, rimanendo in capo all'appaltatore - datore di lavoro i soli compiti di gestione amministrativa del rapporto (quali retribuzione, pianificazione delle ferie, assicurazione della continuità della prestazione), senza una reale organizzazione della prestazione stessa, finalizzata ad un risultato produttivo autonomo, non essendo necessario, per realizzare un'ipotesi di intermediazione vietata, che l'impresa appaltatrice sia fittizia, atteso che, una volta accertata l'estraneità dell' appaltatore all'organizzazione e direzione del prestatore di lavoro nell'esecuzione dell'appalto, rimane priva di rilievo ogni questione inerente il rischio economico e l'autonoma organizzazione del medesimo.
In proposito, si può rilevare che il motivo di ricorso per cassazione, con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio della motivazione, non può essere inteso a far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, non si può proporre con esso un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all'ambito della discrezionalità di. valutazione degli elementi di prova e dell'apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione di cui all'art. 360, primo comma, n. 5, cpc; in caso contrario, questo motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e, perciò, in una richiesta diretta all'ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione (Cass., sentenza n. 9233 del 2006).
Ed infatti, in tema di procedimento civile, sono riservate al giudice del merito l'interpretazione e la valutazione del materiale probatorio, nonché la scelta delle prove ritenute idonee alla formazione del proprio convincimento, con la conseguenza che è insindacabile, in sede di legittimità, il "peso probatorio" di alcune testimonianze rispetto ad altre, in base al quale il giudice di secondo grado sia pervenuto ad un giudizio logicamente motivato, diverso da quello formulato dal primo giudice (Cass., n. 13054 del 2014).
Pertanto, la valutazione delle risultanze delle prove ed il giudizio sull'attendibilità dei testi, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice di merito, il quale è libero di attingere il proprio convincimento da quelle prove che ritenga più attendibili (Cass., n. 11511 del 2014).
5.5. La Corte d'Appello di Milano ha rilevato la mancanza di un contratto di appalto tra la Rccccccc Italiana e la Ibbbbbbb.
Tale circostanza, in sé, non è stata contestata dalla ricorrente incidentale, la quale ha fatto un generico e non decisivo riferimento, richiamando la sentenza n. 182/06 del Tribunale di Pavia, al contratto di appalto stipulato tra Ibbbbbbb e altra società, la Rccccccc Raccordi, contratto del quale assume apoditticamente la concorrente natura di contratto a favore di terzo.
Il giudice di secondo grado, in ragione di un'accurata disamina delle risultanze istruttorie, rilevava la presenza, al momento della visita ispettiva, dei soci lavoratori in tutti i reparti produttivi; Io svolgimento da parte degli stessi dell'attività di montaggio sia manuale che mediante l'uso di macchine; la circostanza che i soci addetti al montaggio (nove lavoratori) riferivano che, per problemi nella lavorazione, si rivolgevano al sig. Ceeee dipendente della Rccccccc Italiana srl.; la non attendibilità della testimonianza del teste Mhhhh, secondo il quale, i soci della cooperativa svolgevano esclusivamente operazioni di movimentazione dei pezzi manualmente e anche di pulizia, in quanto la stessa era rimasta priva di riscontri e in contrasto con le altre testimonianze.
Quanto al reparto zincatura dall'esito delle testimonianze emergeva che i soci della cooperativa caricavano e scaricavano i pezzi, o in alcune occasioni si occupavano della zincatura di piccoli pezzi. Tali risultanze consentivano di validare quanto riferito dal teste Sfffffff, operaio di Rccccccc Italiana srl : "i soci della cooperativa aiutavano gli operai della Rccccccc italiana srl per permettere una maggiore produzione di raccordi. Ceeee e Sgggggg erano i capi reparto che fornivano le istruzioni a noi operai e ai soci della cooperativa".
Dalle risultanze istruttorie risultava che tutti i soci avevano dichiarato di non aver mai pagato una quota associativa, alcuni avevano partecipato a riunione o assemblee, altri no. Tale esito istruttorio non è adeguatamente censurato dalla ricorrente incidentale che, in proposito, richiamava la testimonianza del solo teste Rosario Gdddd, procuratore speciale di Ibbbbbbb.
I soci a fine giornata dichiaravano il numero di ore lavorato al responsabile di Rccccccc Italiana srl, Ceeee, che le annotava su un foglio.
Proprio in ragione dell'ampia e articolata istruttoria, la Corte d'Appello, disattendendo la decisione del giudice di primo grado, atteso che, in particolare, non risultava provato che per l'attività svolta presso la Rccccccc Italiana srl la cooperativa utilizzasse mezzi propri, e dunque fosse soggetta ad un rischio economico diverso da quello di retribuire le ore lavorate, emergeva che i soci della cooperativa svolgevano attività appartenenti al ciclo produttivo della società in stretta collaborazione con gli operai della stessa, con un impegno non marginale nell'ambito dei singoli reparti, impegno protratto negli anni e coordinato dai capi reparto Ceeee, Mhhhh, Sgggggg, di Rccccccc Italiana srl.; agli operai dipendenti residuavano solo le mansioni più qualificate.
Né, da un lato, la mancata prova dell'utilizzo di mezzi propri può essere sopperita con il richiamo all'autonomia organizzativa dell'imprenditore, secondo quanto dedotto in particolare nel secondo motivo del ricorso incidentale; dall'altro il rischio d'impresa non può sostanziarsi nella stipula di un'assicurazione contro i danni a terzi.
Correttamente e con congrua motivazione, non adeguatamente censurata con i motivi di ricorso incidentale, la Corte d'Appello ha ritenuto che la mancanza di qualsivoglia organizzazione tecnica da parte della cooperativa, sia in termini di organizzazione dei mezzi di produzione, che di controllo tecnico del risultato, demandato esclusivamente ai dipendenti della Rccccccc che svolgevano la costante verifica del lavoro anche dei soci della cooperativa, escludeva che si potesse parlare di appalto di opere o di servizi e quindi che potesse trovare applicazione l'art. 3, comma 1, della legge n. 1369 del 1960.
6. Con l'unico motivo del ricorso principale l'INPS prospetta violazione e falsa applicazione dell'art. 1 della legge n. 1369 del 1960.
L'INPS censura la statuizione della sentenza della Corte d'Appello che attribuisce effetti liberatori al versamento effettuato dalla cd. società interposta Cooperativa Ibbbbbbb scarl.
Ed infatti, ad avviso dell'Istituto, il pagamento dei contributi da parte dell'intermediario e cioè del datore di lavoro apparente, non avrebbe effetto estintivo rispetto al debito contributivo del datore di lavoro effettivo, nella specie società Rccccccc italiana srl.
In tal senso depone la natura pubbliche delle obbligazioni contributive e delle relative sanzioni, che evidenzia l'interesse degli Istituti preposti alla funzione assistenziale e previdenziale a che dette obbligazioni siano adempiute proprio dai soggetti specificatamente indicati dalla legge, senza che sia ipotizzabile una fungibilità in merito. Né, è configurabile l'adempimento del terzo ex art. 1180 cc, laddove si consideri che l'effetto estintivo si può avere solo se il solvens è consapevole di essere estraneo al rapporto obbligatorio, mentre il terzo effettua il pagamento nell'erronea convinzione di esservi tenuto.
L'INPS contesta, quindi la giurisprudenza di legittimità richiamata nella sentenza della Corte d'Appello (Cass., n. 12509 del 2004, n. 657 del 2008, n. 1666 del 2008), che fa leva sulla circostanza dell'affidamento del terzo e sull'apparenza della situazione giuridica, omettendo di rilevare che il sistema di interessi fondante la teoria dell'apparenza è di natura solo privatistica.
Infine il ricorrente richiama Cass., n. 20143 del 2010 che si è discostata dall'orientamento secondo il quale i pagamenti effettuati dall'intermediario avrebbero effetto estintivo.
La vicenda attiene alla rilevanza e agli effetti del pagamento da parte del terzo — interposto o cosiddetto datore di lavoro fittizio - nell'ambito di una fattispecie vietata dalla legge (divieto di interposizione di manodopera ex art. 1 della legge n.1369 del 1960).
Con la sentenza n. 8451 del 2010, ai cui principi, enunciati anche tenendo conto di quanto statuito dalle Sezioni Unite con la sentenza 22910 del 2006, si intende dare continuità, si è affermato che «per quel che riguarda la problematica concernente la dedotta esistenza di effetti liberatori in relazione al versamento dei contributi effettuato dalla società cd. interposta, questa Corte ha già avuto modo di evidenziare, sin dalla sentenza n. 12509 del 2004 che alla luce del disposto di cui all'art. 1180 cc, deve ritenersi che l'obbligazione può essere adempiuta con effetti satisfattivi anche da un terzo; ed ha altresì rilevato, con riferimento ai pagamenti di contributi effettuati dal datore di lavoro fittizio (appaltatore o interposto), l'irripetibilità da parte dello stesso dei contributi già versati, non essendo possibile ritenere (ai sensi dell'art. 2036 cc) la scusabilità dell'errore sulla identità dell'effettivo debitore, e non potendosi consentire, nell'ottica di assicurare al lavoratore una maggiore protezione, che sia annullata la posizione contributiva costituita a suo favore da parte del datore di lavoro apparente. In particolare questa Corte, esaminando analoga fattispecie, di contributi previdenziali pagati dal datore di lavoro apparente, ed identica questione di diritto, ha affermato il principio che "in ipotesi di interposizione nelle prestazioni di lavoro, non e configurabile una concorrente obbligazione del datore di lavoro apparente con riferimento ai contributi dovuti agli enti previdenziali; rimane, tuttavia, salva l'incidenza satisfattiva di pagamenti eventualmente eseguiti da terzi, ai sensi dell'art. 1180 c.c., comma 1, ivi compreso lo stesso datore di lavoro fittizio" (Cass., n. 1666 del 2008), rilevando altresì, con riferimento all'argomento apparentemente ostativo tratto dall'art. 2036 c.c., comma 1, secondo cui chi ha pagato un debito altrui, credendosi debitore in base ad un errore scusabile, può ripetere ciò che ha pagato in tal modo eliminando l'effetto satisfattivo a favore del terzo, che deve escludersi che possa considerarsi scusabile l'errore sull'identità dell'effettivo debitore di chi è corresponsabile della violazione della legge n. 1369 del 1960, art. 1. Ed ha rilevato che "tale conclusione è conforme alle finalità della legge n. 1369 del 1960, che mira ad assicurare al lavoratore una maggiore protezione e non certo intende esporre lo stesso ad azioni di ripetizione delle retribuzioni già corrispostegli, nè, con riferimento ai contributi previdenziali, intende consentire che sia annullata la posizione contributiva costituita a suo favore da parte del datore di lavoro apparente" (Cass., n. 1666 del 2008). A tale conclusione non osta il principio di diritto affermato dalle Sezioni Unite di questa Corte con la sentenza n. 22910 del 2006, secondo cui gli obblighi in materia di trattamento economico e normativo scaturenti dal rapporto di lavoro, nonché gli obblighi in materia di assicurazioni sociali, gravano solo sull'appagante (o interponente), sicchè non può configurarsi una concorrente responsabilità dell'appaltatore (o interposto) in virai dell'apparenza del diritto e dell'apparente titolarità del rapporto di lavoro, stante la specificità del suddetto rapporto e la rilevanza sociale degli interessi ad esso sottesi. Tale principio, tenuto presente sia dalla sentenza impugnata sia dalla giurisprudenza di legittimità citata, esclude una responsabilità concorrente dell'interposto, ma non impinge sulla norma dell'art. 1180 cc, comma 1, relativa all'effetto liberatorio del pagamento del terzo, quale deve ritenersi l'interposto, proprio in conseguenza di quanto affermato dalle Sezioni Unite».
Né, a diverse considerazioni induce la sentenza n. 20143 del 2010, richiamata dall'INPS, rispetto alla quale si sono distaccate le successive sentenze n. 23844 del 2011, n. 28061 del 2011, n. 463 del 2012, n. 17516 del 2015, che hanno riaffermato che, in tema di intermediazione ed interposizione nelle prestazioni di lavoro, non è configurabile una concorrente obbligazione del datore di lavoro apparente con riferimento ai contributi dovuti agli enti previdenziali, rimanendo tuttavia salva l'incidenza satisfattiva ai sensi dell'art. 1180, primo comma, cc dei pagamenti eventualmente eseguiti, dal datore di lavoro fittizio, nei confronti del quale, per la sua posizione di corresponsabile della violazione dell'art. 1 della legge n. 1369 del 1960, deve essere esclusa la scusabilità dell'errore sull'identità dell'effettivo debitore, con conseguente irripetibilità della somma eventualmente versata a titolo di contributi.
La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Compensa tra le parti le spese del giudizio di legittimità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 21 ottobre 2015.
‹ Sentenza della Corte di Cassazione n. 14359/2018 del 31.01.2018 (al committente incombe l'obbligo di vigilare sull'osservanza, da parte dell'esecutore dei lavori, della normativa edilizia e quella deputata ad assicurare la sicurezza dei lavoratori...) su Sentenza della Corte di Cassazione n. 23962/2015 del 24.11.2015 (illecito ricorso a prestazioni di manodopera di personale formalmente dipendente da una società cooperativa, indice evidente del rischio di impresa....) ›