Source: http://docplayer.it/287556-L-ambiente-e-la-sua-tutela.html
Timestamp: 2016-12-09 15:53:31+00:00
Document Index: 23593215

Matched Legal Cases: ['art. 8', 'art. 21', 'art. 22', 'art. 28', 'art. 29', 'art. 38', 'sentenza ', 'arte 2', 'art.1']

⭐L ambiente e la sua tutela
L ambiente e la sua tutela
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1 L ambiente e la sua tutela La tutela dell ambiente è entrata a far parte del sentire comune in tempi relativamente recenti come conseguenza di campagne informative tese a porre un limite allo sfruttamento delle risorse del nostro pianeta e, su un piano più ideologico, a evidenziare una ripartizione diseguale del loro impiego tra i diversi Stati. Alcuni temi, in particolare, hanno attratto l attenzione di studiosi e di organismi internazionali come di movimenti non governativi e hanno dato luogo a iniziative a tutela dell ambiente. L inquinamento in tutti i suoi molteplici aspetti mina sempre più non solo singoli elementi della natura, ma anche particolari equilibri che ne hanno consentito, nel corso dei millenni, un pianeta vivibile, non per questo, però, inesauribile. Se nel passato le attività umane non andavano a incidere profondamente gli ecosistemi naturali, il loro moderno sviluppo in rapporto all aumento della popolazione, al progresso tecnologico, a modelli economici e politici fondati su un consumo smoderato di beni non necessari ha innescato un processo che può e deve essere consapevolmente modificato. Se alcune zone del nostro pianeta sono state sfruttate in modo estensivo con conseguenti cambiamenti climatici e in generale degli ecosistemi preesistenti, è necessario ripristinarvi consapevolmente forme di correzione e di riabilitazione degli ecosistemi stessi. Questo può valere, ad esempio, con la creazione di aree protette, ove le specie animali e quelle vegetali siano messe in condizione di riprodursi secondo le loro caratteristiche. Anche in questo caso, tuttavia, gli equilibri naturali tra diverse specie sarebbero comunque soggetti alle modificazioni introdotte dall uomo in altre zone. Ciò significa che le conseguenze di determinanti comportamenti in alcune zone del pianeta hanno ripercussioni anche a grande distanza, che quindi comportamenti virtuosi devono essere progressivamente indotti anche nelle zone a forte densità abitativa o in via di sviluppo e ad attività potenzialmente pericolose. per l ambiente e per la salute dell uomo stesso. Il termine inquinamento, quindi, ha tra le sue caratteristiche quella di modificare in senso negativo anche zone geograficamente lontane. Un aspetto particolare dell inquinamento è quello dato dalla dispersione irrazionale nell ambiente di sostanze potenzialmente pericolose anche a distanza di molti anni; un altro aspetto dell inquinamento si coniuga allo sperpero nell ambiente di materiali riciclabili. L uso di sostanze potenzialmente dannose, se non addirittura tossiche, interessa indirettamente altri aspetti della nostra quotidianità, a partire dall aria che respiriamo da ciò che mangiamo: un versante interessante della difesa dell ambiente e della nostra salute ha dato luogo a una produzione biologica di diversi prodotti, animali da allevamento, come specie vegetabili commestibili. A questo riguardo negli ultimi anni si è aperto un dibattito tutt altro che concluso, quello relativo agli organismi geneticamente modificati (OGM): da una parte l intervento genetico garantisce una produzione esente da parassiti e quindi non bisognosa di interventi chimici, nonché quantitativamente più redditizia; dall altra non si hanno ancora riscontri su effetti collaterali sul nostro organismo indotti da questi prodotti nel lungo periodo. In presenza di una continua crescita demografica gli esempi accennati fin qui basterebbero a porre quesiti tutt altro che di secondaria importanza, spesso coniugati con un espressione, sviluppo sostenibile, che indica un modello il più soddisfacente possibile a fronte delle problematiche in gioco. Lo sviluppo tecnologico degli ultimi due secoli e quello delle attività industriali ad esso connesse pongono come basilare la gestione delle risorse energetiche, vuoi per l inquinamento che provocano, vuoi per il loro progressivo depauperamento; di qui nuove ricerche e applicazioni alle fonti così dette alternative e quelle rinnovabili. Agricoltura biologica L'agricoltura biologica è un tipo di agricoltura che considera l'intero ecosistema agricolo, sfrutta la naturale fertilità del suolo favorendola con interventi limitati, promuove la biodiversità dell'ambiente in cui opera ed esclude l'utilizzo di prodotti di sintesi potenzialmente pericolosi e di organismi geneticamente modificati. La parola "biologica" presente nell espressione agricoltura biologica è in realtà un termine improprio: l'attività agricola, biologica o convenzionale, verte sempre su un processo di natura biologica attuato da un organismo vegetale, animale o microbico. La differenza sostanziale tra agricoltura biologica (o organica o ecologica) e convenzionale consiste nel livello di energia ausiliaria utilizzata: nell'agricoltura convenzionale si impiega un notevole quantitativo di energia ausiliaria proveniente da processi industriali (industria chimica, estrattiva, meccanica, ecc.), laddove l'agricoltura biologica, pur essendo in parte basata su energia ausiliare proveniente dall'industria estrattiva e meccanica, reimpiega la materia principalmente sotto forma organica. I principali aspetti distintivi dell'agricoltura biologica sono la conservazione della sostanza organica del terreno o l'intenzione originaria di trovare una forma di agricoltura a basso impatto ambientale, cioè senza effetti collaterali a breve o lungo termine. Non si tratta semplicemente di offrire prodotti senza residui di fitofarmaci o concimi chimici di sintesi, ma anche (se non di più) di non determinare nell'ambiente elementi esterni nocivi, cioè impatti negativi sull'ambiente a livello di inquinamento di acque, terreni e aria. Nella pratica biologica sono fondamentali soprattutto gli aspetti agronomici: la fertilità del terreno viene salvaguardata mediante l'utilizzo di fertilizzanti organici, la pratica delle rotazioni colturali e lavorazioni attente al mantenimento (o, possibilmente, al miglioramento) della struttura del suolo e della percentuale di sostanza organica; la2 lotta alle malattie delle piante è consentita solamente con preparati vegetali, minerali e animali che non siano di sintesi chimica (salve rare eccezioni) e privilegiando la lotta biologica Gli animali vengono allevati con tecniche che rispettano il loro benessere e nutriti con prodotti vegetali derivati dall'agricoltura biologica stessa. Sono quindi evitate tecniche di forzatura della crescita e sono proibiti alcuni metodi industriali di gestione dell'allevamento, mentre per la cure delle eventuali malattie si utilizzano rimedi omeopatici limitando i medicinali allopatici ai casi previsti dai regolamenti. Il concetto tecnico di agricoltura biologica è spesso teoricamente collegato a quello di alcuni teorici dell'agricoltura naturale: la coltura del riso, ad esempio, oltre a non usare concimi e prodotti fitosanitari, può prevedere di non arare mai la terra e un'inondazione del suolo di una singola settimana, se effettuata in paesi a clima monsonico. I raccolti sono di norma elevati e possono raggiungere rese di 7,5 tonnellate per ettaro. L esempio, come si capisce, attiene a un caso particolare, ma il principio che lo regola è applicabile anche ad altre soluzioni. L'agricoltura biologica in Europa è stata regolamentata per la prima volta a livello comunitario nel 1991 con norme (Reg. CEE n 2092/91) relative al metodo di produzione biologico di prodotti agricoli e all'indicazione di tale metodo sui prodotti agricoli e sulle derrate alimentari. Solo nel 1999 sono state regolate anche le produzioni animali.( con il Reg. (CE) n 1804/99). Nel giugno del 2007 è stato adottato un nuovo regolamento della Comunità Europea per l'agricoltura biologica, che abroga i precedenti ed è relativo alla produzione biologica e all'etichettatura dei prodotti biologici sia di origine vegetale sia animale, compresa l'acquacoltura. (Reg. (CE) n 834/2007). Gli alimenti biologici si sono dimostrati privi di residui da fitofarmaci in alcune analisi svolte da organizzazioni specifiche rivolte anche ai residui biologici di chi ha fatto uso di alimenti biologici. Ulteriori ricerche recenti hanno riportato per taluni prodotti biologici un contenuto più elevato di antiossidanti e nutrienti, senza che per questo sia possibile concludere che esistano differenze rimarcabili in quanto ad apporti nutrizionali tra prodotti convenzionali e biologici. Altri studi del resto hanno mostrato che alcuni tipi di frutta (pesche, mele e kiwi) biologica hanno consistenza maggiore, e contengono una maggiore quantità di sostanze nutritive e antiossidanti quali zuccheri naturali, vitamina C, beta-carotene e polifenoli. Per certe specie la qualità del terreno è un fattore chiave, ma non il solo: la polpa dei frutti bio contiene meno acqua, e presenta dunque una concentrazione di nutrienti più elevata; un altro fattore è legato alle varietà scelte per la coltivazione biologica che sono spesso più pregiate. L'ipotesi più accreditata per spiegare questi dati è che le piante biologiche, non essendo aiutate dalla chimica a crescere e a difendersi, sono costrette a produrre da sole molte più sostanze protettive contro insetti, funghi e batteri.. Nella prassi quotidiana, le differenze qualitative presenti fra prodotti biologici e tradizionali tendono però ad appiattirsi a causa delle richieste dell'industria di trasformazione e distribuzione, che richiede omogeneità e qualità uniformi per tutte le tipologie di prodotto. Una diffusa idea sul cibo biologico vuole che essi presentino una presenza più elevata di micotossine, sostanze naturali ad azione tossica prodotte da numerose specie di funghi. Diversi studi su micotossine e altri contaminanti degli alimenti non hanno però evidenziato differenze significative. Documenti della F.A.O., cioè dell, sostengono che si possa per il momento escludere una contaminazione da micotossine più elevato nei cibi biologici rispetto a quelli convenzionali. L'agricoltura biologica, soprattutto se vista come modello di sviluppo globale è stata al centro di dibattiti e critiche. In particolare sono due le principali obiezioni sollevate: la sua non sostenibilità su larga scala e la scarsa scientificità di talune sue pratiche ispirate al concetto che tutto ciò che naturale sia positivo. Se è vero che il divieto di usare la maggior parte di prodotti agrochimici di sintesi riduce quella parte dell'impatto ambientale agricolo legata all'immissione di molecole tossiche nell'ambiente, è altresì vero che la produzione biologica ha mediamente rese inferiori del 20-45% rispetto a quella convenzionale e pertanto, per produrre le medesime quantità, sarebbe necessario mettere a coltura il 25-64% di terre in più. Questo però porterebbe alla distruzione di habitat naturali importanti per la biodiversità oltre che ad aggravare il problema della fame. Non va però dimenticato che il problema della fame nel mondo non dipende da un'insufficiente produzione agricola quanto piuttosto da un'iniqua distribuzione di essa. Ragioni di mercato, per esempio, prevedono che notevolissime quantità di derrate alimentari vengano eliminate nei paesi occidentali. In realtà è l'attuale sistema di produzione agricolo intensivo, nel lungo periodo (a causa anche degli ingenti consumi di idrocarburi per la coltivazione e per il trasporto dei beni da una parte all'altra del globo) a non essere sostenibile. L'agricoltura biologica nasce da un differente paradigma culturale, critico verso il classico sistema produttivo, e come tale deve essere analizzato presupponendo che anche altri fattori vadano modificati. Un'agricoltura biologica su scala industriale, che si limiti a seguire norme specifiche di produzione per ottenere la certificazione e l'etichetta senza rispettare il principio dell'autorganizzazione risulta a molti un controsenso a chi lo vede come inscindibile dal concetto di biologico. Alcuni sostengono che le pratiche di gestione biologiche consentano di ridurre la percolazione in falda di azoto o che aiutino lo sviluppo delle comunità microbiche del suolo; anche in questo caso si hanno al riguardo dati controversi. In genere i dati delle ricerche sostengono coloro che le finanziano, quindi le ricerche condotte da altre associazioni di coltivatori biologici in genere tendono a dare ragione alla migliore fertilità del terreno di coltivazioni biologiche. In tema di sostenibilità è stato osservato inoltre che l'agricoltura biologica è in grado di avvicinarsi, per molte colture, ai risultati di quella convenzionale solo se accoppiata ad una fertilizzazione del terreno. Per la scarsità di animali allevati in modo biologico è attualmente consentito l'utilizzo anche di fertilizzanti certificati come biologici che di fatto, però, derivano da produzioni convenzionali. Questa pratica rende le rese dell'agricoltura biologica dipendenti dalla presenza di una forte agricoltura convenzionale, con risultati che non si potrebbero mantenere qualora l'agricoltura biologica, da fenomeno relativamente di nicchia, dovesse trasformarsi in un fenomeno globale.3 E quindi ovvio che solo in presenza di allevamenti convertiti a regime biologico gli agricoltori biologici disporrebbero di sufficienti quantità di concime per rendere coerente la filiera alimentare. Del resto è importante ricordarsi che l'agricoltura biologica esiste da millenni ed è quella che l'uomo ha sempre utilizzato prima che l'industria chimica inventasse i fertilizzanti azoto fissatori e i fitofarmaci. In ogni caso da un punto di vista energetico, l'agricoltura biologica è meno dipendente da idrocarburi, fertilizza il terreno invece di favorire processi di desertificazione come nel convenzionale (i quantitativi di fertilizzanti sono in costante aumento a parità di resa) e soprattutto tutela la biodiversità dell'ecosistema. In agricoltura biologica la scelta dei prodotti e delle molecole utilizzabili è decisa in base alla loro origine, che deve essere naturale. Tale distinzione tra prodotti naturali e di sintesi è però vuota da un punto di vista scientifico e porta all'erronea conclusione che i secondi siano più tossici dei primi. Questo di fatto consente di usare in agricoltura biologica prodotti naturali che presentano tossicità superiori rispetto a quelle di diversi prodotti di sintesi o il cui impatto ambientale è rilevante (solfato di vinaccia, nitrato del Cile, verderame). Vi sono inoltre alcune patologie che non sono controllabili con sistemi biologici o per i quali vige la lotta obbligatoria che consente di mantenere la certificazione biologica pur utilizzando prodotti chimici di sintesi per il controllo dell'insetto o della patologia. In taluni casi, l'impossibilità di usare diserbanti, rende necessario un maggior numero di lavorazioni meccaniche e per certe colture queste diventano onerose sia economicamente sia energeticamente, come nel caso del riso biologico. Questi motivi rendono difficile la coltivazione biologica per molte specie agrarie, come ad esempio il mais e la soia; la maggior parte delle coltivazioni è quindi confinata a specie di più facile gestione come alcune arboree (olivo) ed i pascoli e foraggi, che da soli costituiscono circa il 50% della superficie italiana a biologico. Alcuni detrattori del "modello" biologico criticano fortemente anche l'uso della presunta superiorità del cibo biologico e le sue raccomandazioni in determinate strutture (scuola ecc.) con il conseguente appoggio artificiale al settore che comunque viene incentivato. Tale appoggio è culturalmente spiegabile anche facendo riferimento ad alcuni scandali alimentari attribuibili all utilizzo di prodotti farmacologici tossici. Nonostante i prezzi in genere maggiori rispetto ai prodotti convenzionali l Italia è uno dei paesi leader nella produzione biologica europea; interessa circa il 6,9% nel della superficie agricola, di cui più del 50% rappresentato da pascoli e foraggere. Oltre alle considerazioni di tenore ambientale, altri motivi che hanno spinto l'adozione di questo tipo di pratica agricola in generale sono state quelle di tenore imprenditoriale (i consumatori sono disposti a pagare di più per i prodotti biologici) o legate alla disponibilità di finanziamenti dell'unione europea per l'adozione di pratiche agricole ecocompatibili. A differenza di quanto accade in tutta Europa, Stati Uniti o Giappone, dove tutte le principali catene distributive realizzano prodotti biologici a proprio marchio, e dove esistono catene di supermercati specializzati, negli ultimi anni la diffusione dei prodotti biologici nella grande distribuzione in Italia ha subito un rallentamento, (specie nei supermercati rispetto ai negozi specializzati e alle vendite dirette degli agricoltori.) attribuibili in parte a poco produttivi investimenti delle risorse locali riservate al settore.. Gli organismi di controllo autorizzati dal Ministero delle Politiche Agricole sono enti privati a cui la legge assegna il compito di verificare il rispetto dei regolamenti attuativi da parte delle aziende biologiche e concedere il proprio marchio da apporre alle etichette dei prodotti venduti dall azienda associata. Tali organismi dovrebbero rispettare il principio di "terzietà", non intrattenendo cioè altri rapporti commerciali o di consulenza con le aziende certificate. Smaltimento dei rifiuti Una corretta ed efficiente gestione dei rifiuti è fondamentale in una società evoluta caratterizzata da un forte consumo di beni e relativi scarti. Un processo controllato consapevolmente deve essere contraddistinto da fasi reciprocamente coerenti: produzione, raccolta, trasporto, trattamento, riutilizzo quando possibile. Ognuno di questi passaggi va monitorato e rivisto alla luce di strategie migliorative. In linea generale si tratta di eliminare la produzione di rifiuti ed individuare sistemi di smaltimento e riciclaggio. Dal 1997 in Italia la materia è teoricamente coerente con le norme della Comunità Europea che affronta la questione dei rifiuti delineando priorità di azioni all'interno di una logica di gestione integrata del problema. Questi i criteri di priorità: sviluppo di tecnologie pulite; ideazione e messa in commercio di prodotti che non contribuiscano o diano un contributo minimo alla produzione di rifiuti ed all'inquinamento; miglioramenti tecnologici per eliminare la presenza di sostanze pericolose nei rifiuti; ruolo attivo delle amministrazioni pubbliche nel riciclaggio dei rifiuti e loro utilizzo come fonte di energia. Per quanto riguarda la prevenzione della produzione di rifiuti le linee guida sono una corretta valutazione dell'impatto ambientale di ogni prodotto durante il suo intero ciclo vitale; creazione di fondi e norme che considerino l'abilità nella prevenzione della produzione; promozione di accordi e programmi sperimentali per prevenire e ridurre la quantità e pericolosità dei rifiuti. Per il recupero dei rifiuti questi sono i principi ispiratori: riutilizzo, reimpiego e riciclaggio; produzione di materia prima secondaria trattando i rifiuti stessi; incentivazioni economiche per il mercato dei prodotti reimpiegati: uso dei rifiuti per produrre energia attraverso specifiche tecniche (ossidazione biologica a freddo, gassificazione, incenerimento). Due sono quindi i punti nevralgici dei progetti tesi alla soluzione dei problemi: la prevenzione della eccessiva produzione di rifiuti e il loro riutilizzo o riciclo.4 Per materiali che poco si adattino al riutilizzo la via tracciata è quella ottenuta tramite sistemi a freddo o a caldo, come la bio-ossidazione (aerobica o anaerobica), la gassificazione, la pirolisi e l'incenerimento oppure l'avvio allo smaltimento in discarica. Anche in una situazione ideale di completo riciclo e recupero vi sarà una percentuale di rifiuti residui da smaltire in discarica o da ossidare per eliminarli e recuperarne energia. Purtroppo attualmente la carenza di efficaci politiche integrate di riduzione, riciclo e riuso fanno dello smaltimento in discarica ancora la prima soluzione applicata in Italia ed in altri paesi europei. Per quanto attiene alla prevenzione si tratterebbe di disincentivare, penalizzare economicamente o addirittura vietare la produzione di materiali e manufatti a ciclo di vita molto breve e destinati a diventare rifiuti senza possibilità di riuso. Soggetti interessati possono quindi essere in primo luogo le imprese, ma anche i comuni cittadini, incentivati a ridurre a monte la produzione dei rifiuti, ad effettuare quindi una raccolta differenziata. che preveda anche incentivazioni economiche per operazioni come il così detto compostaggio domestico. Pratiche in tal senso virtuose potrebbero portare anche alla riduzione delle tasse di asporto rifiuti. Per quanto riguarda Il trattamento dei rifiuti il traguardo finale sarebbe il minimo impatto ambientale, qualunque siano le tecniche che seguono alla raccolta. Diverse le tecniche da applicare a seconda, innanzi tutto dello stato fisico dei rifiuti (solido, liquido o gassoso), ma anche a seconda delle operazioni e del grado di sviluppo economico e tecnologico degli operatori. Un altra variabile è data dalla provenienza dei rifiuti stessi che possono essere residenziali, industriali e commerciali, rurali e urbani, un altra ancora dalla quantità stessa dei rifiuti. Lo schema seguente riassume le modalità e le filiere per il trattamento dei rifiuti solidi urbani secondo le attuali politiche di gestione in Italia. Naturalmente, si tratta di uno schema teorico che non sempre, non completamente e non dappertutto, è attuato allo stesso modo e soprattutto è solo una delle possibili modalità di gestione dei rifiuti. Evoluzioni tecniche e/o differenti indirizzi e priorità di gestione dei rifiuti possono comportare modifiche sostanziali allo schema, ma esso fornisce comunque uno schema di massima e le corrette terminologie riguardanti l'argomento I rifiuti raccolti in maniera differenziata possono sostanzialmente essere trattati, a seconda del tipo, mediante due procedure: riciclaggio, per le frazioni secche; compostaggio, per la frazione umida. Il riciclaggio comprende tutte le strategie organizzative e tecnologiche per riutilizzare come materie prime materiali di scarto altrimenti destinati allo smaltimento in discarica o distruttivo. In Italia, il tasso di raccolta differenziata sta gradualmente crescendo (è oggi intorno al 22,7% per merito, soprattutto, delle regioni del Nord, dove supera il 35%), ma è ancora inferiore alle potenzialità. Soluzioni particolarmente efficienti come la raccolta differenziata porta a porta, ove adottate, permettono di incrementare notevolmente la percentuale di rifiuti riciclati. Numerosi sono i materiali che possono essere riciclati: metalli, carta, vetro e plastiche sono alcuni esempi; vi sono tuttavia complessità associate ai materiali cosiddetti "poliaccoppiati" (cioè costituiti da più materiali differenti) come, ad esempio, flaconi di succhi di frutta o latte, nonché per oggetti complessi (per esempio automobili, elettrodomestici ecc): non sono tuttavia problemi insormontabili e possono essere risolti con tecnologie particolari, in parte già adottate anche in Italia. Particolare è il caso della plastica, che, come noto, esiste in molte tipologie differenti e può essere costituita da molti materiali differenti (PET, PVC, polietilene ecc.). Tali diversi materiali vanno gestiti separatamente e quindi separati fra loro: questa maggior complicazione in passato ha reso l'incenerimento economicamente più vantaggioso del riciclo. Oggi tuttavia appositi macchinari possono automaticamente e velocemente separare i diversi tipi di plastica anche se raccolti con un unico cassonetto; pertanto l'adozione di queste tecnologie avanzate permette un vantaggioso riciclo. Purtroppo in alcuni casi la plastica (in genere quella di qualità inferiore) viene comunque avviata all'incenerimento anche se dal punto di vista energetico e ambientale non è certo la scelta ottimale. Il compostaggio è una tecnologia biologica usata per trattare la frazione organica dei rifiuti raccolta differenziatamente (anche detta umido) sfruttando un processo di bio-ossidazione, trasformandola in ammendante agricolo di qualità da utilizzare quale concime naturale: da 100 kg di frazione organica si ricava una resa in compost compresa nell'intervallo di kg. Tramite un processo definito digestione anaerobica viene ottenuto anche del biogas, che può essere bruciato per produrre energia elettrica e calore; in tal modo è possibile diminuire il livello di emissioni inquinanti della discarica e migliorarne la gestione approfittando anche della conseguente diminuzione dei volumi legata al riciclo dell'umido. Il compostaggio si differenzia dal trattamento meccanico-biologico (TMB) per il fatto di trattare esclusivamente l'umido e non il rifiuto indifferenziato, anche se il TMB può comprendere un processo simile al compostaggio I rifiuti raccolti indifferenziatamente sono naturalmente molto più difficili da trattare di quelli raccolti in modo differenziato. Possono essere seguite tre strade principali: Trattamenti a freddo, ovvero separazione e parziale recupero di materiali, biostabilizzazione e conferimento in discarica Trattamenti a caldo ovvero incenerimento tal quale o a valle di separazione e produzione di CDR e conferimento in discarica Conferimento diretto in discarica (oggi molto usato ma certamente da evitarsi). In ogni caso è evidente che gli inevitabili scarti di questi processi finiranno per forza di cose in discarica. Scopo dei processi di trattamento a freddo dei rifiuti indifferenziati o residui (ossia i rifiuti che rimangono dopo la raccolta differenziata) è di recuperare una ulteriore parte di materiali riciclabili, ridurre il volume del materiale in vista dello smaltimento finale e di stabilizzare i rifiuti in modo tale che venga minimizzata la formazione dei gas di5 decomposizione ed il percolato. Da questi processi (fra cui il compostaggio), si ricava in genere sia materiali riciclabili, sia il biogas, cioè, in pratica, metano. Il principale tipo di trattamento a freddo è il Trattamento meccanico-biologico (TMB). Esso separa la frazione organica ed i materiali riciclabili: permette quindi una ulteriore riduzione dell'uso delle discariche e degli inceneritori, il tutto con emissioni inquinanti nettamente inferiori rispetto a tali impianti. Infatti tratta i rifiuti indifferenziati a valle della raccolta differenziata, incrementando il recupero di materiali. In Germania, ad esempio, impianti TMB sono diffusi da circa una decina d'anni. Il TMB può essere utilizzato anche per produrre CDR (combustibile derivato dai rifiuti): è questa l'applicazione principale che ufficialmente ne viene fatta in Italia, soprattutto al sud. In questo caso dovrebbe essere rimosso solamente l'umido ed i materiali non combustibili (vetro, metalli) mentre carta e plastica sarebbero confezionati in "ecoballe" da incenerire: in questo modo il trattamento a freddo si può intrecciare con quello termico. Fra i processi di trattamento a caldo (o termico) dei rifiuti, si distinguono tre processi di base: 1. Combustione (incenerimento) 2. Pirolisi 3. Gassificazione Tutte queste tecnologie producono residui, a volte speciali, che richiedono smaltimento, generalmente in discarica. Sia in Italia che in Europa, gli impianti di trattamento termico di gran lunga più diffusi per i rifiuti urbani sono gli inceneritori. L'incenerimento è una tecnologia consolidata che permette di ottenere energia elettrica e fare del teleriscaldamento sfruttando i rifiuti indifferenziati o il CDR. Questi vengono bruciati in forni inceneritori e l'energia termica dei fumi viene usata per produrre vapore acqueo che, tramite una turbina, genera energia elettrica. La quantità di energia elettrica recuperata è piuttosto bassa (19-25%), mentre quella termica è molto maggiore. Tale energia recuperata è da confrontarsi con quella necessaria al riciclaggio, che a sua volta si compone di vari fattori: la separazione, il trasporto alle rispettive fonderie o industrie di base, la fusione o trattamento fino alla produzione del materiale base, uguale a quello vergine. La pirolisi e la gassificazione sono dei trattamenti termici dei rifiuti che implicano la trasformazione della materia organica tramite riscaldamento a temperature variabili (a seconda del processo da 400 a 1200 C), rispettivamente in condizioni di assenza di ossigeno o in presenza di una limitata quantità di questo elemento. Gli impianti che sfruttano tali tecnologie in pratica, piuttosto che fondarsi sulla combustione, attuano la dissociazione molecolare ottenendo in tal modo molecole in forma gassosa più piccole rispetto alla originarie (syngas) e scorie solide o liquide. In confronto agli odierni inceneritori i rendimenti energetici possono essere maggiori se il syngas ottenuto viene bruciato in impianti ad alto rendimento e/o ciclo combinato (dopo opportuni trattamenti per eliminare eventuali vari residui, fra cui polveri, catrami e metalli pesanti a seconda del rifiuto trattato), mentre l'impatto delle emissioni gassose risulta sensibilmente ridotto. In particolare il rendimento in produzione elettrica può arrivare, a detta di alcuni produttori, a oltre il doppio del più moderno inceneritore. Nonostante la tipologia di rifiuti trattabili sia (per alcuni tipi di impianto) la stessa degli inceneritori, tuttavia sono pochi gli impianti di questo genere che trattano rifiuti urbani tal quali: molto spesso infatti riguardano frazioni merceologiche ben definite quali plastiche, pneumatici, scarti di cartiera, scarti legnosi o agricoli oppure biomasse in genere. Questi impianti più specifici sono maggiormente diffusi. Ciò nonostante vi è chi ritiene che gli impianti di pirolisi e di gassificazione siano destinati a sostituire in futuro gli attuali inceneritori anche per i rifiuti urbani, diffondendosi ulteriormente e divenendo i principali trattamenti termici di riferimento. Va anche osservato che in genere gli impianti di pirolisi e/o gassificazione sono più piccoli degli inceneritori, cioè ciascun impianto tratta un minor quantitativo di rifiuti. Questo comporta alcuni vantaggi: anzitutto si evita il trasporto dei rifiuti per lunghe tratte, responsabilizzando ciascuna comunità locale in merito ai propri rifiuti (smaltiti in loco e non "scaricati" a qualcun altro). In secondo luogo la flessibilità e le minor taglia degli impianti permette facilmente di aumentare la raccolta differenziata e ridurre il quantitativo di rifiuti totali, politiche difficilmente attuabili con inceneritori da centinaia di migliaia di tonnellate annue che necessitano di alimentazione continua. Infine anche i costi di realizzazione ed i tempi di ammortamento dovrebbero essere inferiori. Il principale problema delle discariche è la produzione di percolato e l'emissione di gas spesso maleodoranti, dovuti alla decomposizione della frazione organica. Entrambi i problemi possono essere risolti rimuovendo la frazione organica mediante raccolta differenziata o pretrattando i rifiuti con il trattamento meccanico-biologico a freddo esposto in precedenza, riducendo fra l'altro anche i volumi da smaltire. La discarica può essere così usata per smaltire tutti i residui del sistema integrato di gestione dei rifiuti con un impatto ambientale minimo. La combustione dei rifiuti non è di per sé contrapposta o alternativa alla pratica della raccolta differenziata finalizzata al riciclo, ma dovrebbe essere solo un eventuale anello finale della catena di smaltimento. Inoltre è ovvio che, se un inceneritore viene dimensionato per bruciare un certo quantitativo di rifiuti, dovrà essere alimentato per forza con quel quantitativo, richiedendo di fatto l'ulteriore apporto di massa di rifiuti in caso di un quantitativo inadeguato. Per ragioni tecnico-economiche la tendenza è oggi quella di realizzare inceneritori sempre più grandi, con la conseguenza di alimentare il trasporto di rifiuti anche da altre province se non da altre nazioni. In Italia questo fenomeno è stato accentuato dai forti incentivi statali che hanno favorito l'incenerimento a scapito di altre modalità di smaltimento più rispettose dell'ambiente. Nei fatti, tuttavia, l'incenerimento può generare logiche speculative alternative alla raccolta differenziata: lo dimostrano pressioni politiche e tangenti scoperte da organi inquirenti. In Italia si sono inceneriti nel 2004 circa 3,5 milioni di tonellate/anno su un totale di circa 32 milioni di tonnellate di RSU (rifiuto solido urbano) totale prodotto, cioè circa il 12%; tale pratica specie al Nord è in aumento, e in Lombardia ad esempio raggiunge il 34%. Ciò che balza all'occhio è il grande ricorso allo smaltimento in discarica, che è in diminuzione ma che interessa attualmente in tutto circa il 56,9% dei rifiuti urbani prodotti (45% al Nord, 69,5% al Centro,6 73,2% al Sud; si stima che sul totale nazionale il 76% sia rifiuto da raccolta indifferenziata e il 24% siano residui dai diversi processi di trattamento: biostabilizzazione, CDR, incenerimento, residui da selezione delle R.D.), con conseguenze ambientali che si vanno aggravando soprattutto nel Sud, dove i pochi impianti di trattamento finale sono ormai saturi e la raccolta differenziata stenta a decollare: gli inceneritori sarebbero perciò, secondo alcuni, da aumentare (soprattutto al Sud). Tuttavia, se si considera che nei comuni più virtuosi la raccolta differenziata supera già adesso l'80%, si deduce che persino al Nord essa è ancora molto meno sviluppata di quanto potrebbe e che in alcune aree del Nord gli impianti di incenerimento sarebbero perfino sovradimensionati. Pertanto, il timore di alcuni è che non si potrà sviluppare appieno la raccolta differenziata e il riciclo per consentire agli inceneritori di funzionare senza lavorare in perdita, oppure si dovranno importare rifiuti da altre regioni. Una considerazione importante è infatti che gli investimenti necessari per realizzare i termovalorizzatori sono molto elevati; il loro ammortamento richiede, tenendo anche conto del significativo recupero energetico, circa 20 anni; perciò costruire un impianto significa avere l'«obbligo» (sancito da veri e propri contratti) di incenerire una certa quantità minima di rifiuti per un tempo piuttosto lungo. Mutamenti climatici In climatologia il termine mutamenti climatici indica le variazioni a livello più o meno globale del clima della Terra (cambiamento dei valori medi) ovvero variazioni a diverse scale spaziali e storico-temporali di uno o più parametri ambientali e climatici: temperature (media, massima e minima), precipitazioni, nuvolosità, temperature degli oceani, distribuzione e sviluppo di piante e animali. I cambiamenti climatici sono imputabili a cause naturali ma per gli ultimi 150 anni la comunità scientifica li ritiene dovuti principalmente all'azione dell'uomo, sotto forma di alterazione dell'effetto serra. Si utilizza questo termine, in modo meno appropriato, per riferirsi anche soltanto ai cambiamenti climatici che avvengono nel presente, utilizzandolo quindi come sinonimo di riscaldamento globale, ma in realtà genericamente esso comprenderebbe in sé anche le fasi di raffreddamento globale e la modifica dei regimi di precipitazione. La Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (United Nations Framework Convention on Climate Change o UNFCCC) utilizza il termine mutamenti climatici solo per riferirsi ai cambiamenti climatici prodotti dall'uomo e quello di variabilità climatica per quello generato da cause naturali. In alcuni casi, per riferirsi ai mutamenti climatici di origine antropica si utilizza l'espressione mutamenti climatici antropogenici, cioè, appunto generati dall uomo.. Grazie alla paleoclimatologia, la scienza che studia il clima passato della Terra, si sa infatti che la storia climatica della Terra attraversa continue fasi di cambiamenti climatici più o meno rapidi e più o meno ciclici, passando da Ere Glaciali ad Ere Interglaciali (considerando milioni di anni), da Periodi glaciali a Periodi interglaciali (considerando migliaia di anni), da momenti di raffreddamento a momenti di riscaldamento (considerando decine e centinaia di anni). Molti dei parametri che influenzano il clima sono in lento, ma continuo mutamento (attività solare, caratteristiche atmosferiche, parametri interni o esterni al pianeta,...) tanto che il clima di per sé non ha mai un carattere puramente statico, ma è sempre in fase di cambiamento, più o meno lento e sul medio-lungo periodo, alla ricerca di un nuovo equilibrio all'interno del sistema climatico passando da fasi più calde a fasi più fredde. Nello studio dei mutamenti climatici bisogna considerare questioni pertinenti ai più diversi campi scientifici: Meteorologia, Fisica, Oceanografia, Chimica, Astronomia, Geografia, Geologia e Biologia comprendono molti aspetti correlati a questo problema..le conseguenze sulla comprensione o meno dei problemi correlati ai mutamenti climatici hanno profonde influenze sulla società umana, che deve confrontarsi con essi anche dal punto di vista economico e politico. In generale nello studio di un cambiamento climatico si evidenziano due distinte fasi: la rilevazione (detection) dell'avvenuto mutamento climatico, in genere facendo riferimento all'analisi di serie storiche dei dati atmosferici e che costituiscono dunque le evidenze sperimentali, e l'attribuzione (attribution) delle cause di tale mutamento, sulla scorta di studi mirati, che possono essere naturali e/o antropiche. Quando un mutamento climatico avviene a scala temporale ristretta, ad esempio stagionale o annuale, si parla più propriamente di anomalia climatica tipicamente rientrante all'interno della variabilità climatica se non addirittura nella variabilità meteorologica della circolazione atmosferica (anomalia meteorologica). Principali fattori che provocano i mutamenti climatici terrestri sono: variazioni nell'orbita terrestre; variazioni nell'attività solare; attività dei vulcani e impatti di meteoriti; l'uomo, in particolare con l'attività industriale e l'emissione di gas serra. Il clima è lo stato medio del tempo atmosferico ad una determinata scala temporale (almeno 30 anni). Su di esso influiscono molti fattori; di conseguenza, le variazioni in questi ultimi provocano i mutamenti climatici: variazioni nell'attività solare, nella composizione atmosferica, nella disposizione dei continenti, nelle correnti oceaniche o nell'orbita terrestre possono modificare la distribuzione dell'energia sulla terra alternando così il clima planetario. Queste influenze possono classificarsi in esterne e interne alla Terra. Quelle esterne sono anche denominate forzanti in quanto normalmente effettuano un'azione sistematica sul clima, sebbene vi siano fenomeni di tipo aleatorio quali gli impatti meteoritici. L'influenza antropica sul clima in molti casi è considerata una forzante esterna in quanto la sua influenza è più sistematica che caotica, ma è anche certo che l'uomo appartiene alla biosfera terrestre e si può dunque considerare un'influenza interna secondo quale criterio venga applicato. La temperatura media della Terra dipende, in gran misura, dall'attività solare che influisce in minima parte con una variazione del flusso di radiazione emesso dal Sole verso la Terra e soprattutto dalla variazione dei fenomeni climatici terrestri ad esso collegati (variazione dell'annuvolamento, precipitazioni, flusso dei raggi cosmici...). Da sola la7 variazione del flusso energetico solare, che varia lentamente nel tempo, non è considerata un contributo importante per la variabilità climatica. Questo avviene perché il Sole è una stella molto stabile. Tuttavia il flusso radiativo è il motore dei fenomeni atmosferici poiché apporta all'atmosfera l'energia necessaria perché essi si producano. Quindi piccole variazioni nell'attività solare possono apportare più grandi variazioni in alcuni importanti fenomeni legati al clima (evaporazione degli oceani, copertura nuvolosa, precipitazioni...). Peraltro, nel lungo periodo le variazioni del flusso radiativo divengono percettibili poiché il Sole aumenta la sua luminosità con una proporzione del 10% ogni miliardo di anni. Per questo, sulla Terra primitiva che permise la nascita della vita, 3,8 miliardi di anni fa, la luminosità solare era del 70% rispetto a quella attuale. Le variazioni nel campo magnetico solare e le correlate emissioni di vento solare sono importanti, poiché l'interazione dell'alta atmosfera terrestre con le particelle provenienti dal Sole può generare reazioni chimiche in un senso o nell'altro, modificando la composizione dell'aria e delle nubi così come la loro formazione. In generale si sospetta che variazioni dell'attività solare possano aver determinato le variazioni climatiche su scala ultracentenaria nel recente passato. Sebbene la luminosità solare si mantenga praticamente costante nei millenni, varia invece l'orbita terrestre intorno al sole. Questa oscilla periodicamente, modificando la quantità media di radiazione che riceve ogni emisfero terrestre nel tempo, e queste variazioni provocano le glaciazioni e i periodi interglaciali. In alcune occasioni avvengono eventi di tipo catastrofico che cambiano l'aspetto della Terra per sempre. L'ultimo di questi avvenimenti catastrofici avvenne 65 milioni di anni fa. Si tratta degli impatti meteoritici di grande dimensione. È indubbio che tali fenomeni possano provocare un effetto devastante sul clima, liberando grandi quantità di CO2, polvere e ceneri nell'atmosfera a causa di incendi in grandi regioni boschive. A causa di un impatto sufficiente, l'atmosfera potrebbe cambiare rapidamente, analogamente all'attività geologica del pianeta e alle sue caratteristiche orbitali. La Terra ha conosciuto molti cambiamenti a partire dalla sua origine, milioni di anni fa: 225 milioni di anni fa tutti i continenti erano uniti a formare la Pangea, e vi era un oceano universale chiamato Panthalassa (secondo altri Tetide). Questa disposizione favorì l'aumento delle correnti oceaniche e generò uno scarso scarto termico tra l'equatore e il Polo. La tettonica a zolle ha separato i continenti e li ha posti nella situazione attuale. L'Oceano Atlantico, per esempio, si è formato a partire da 200 milioni di anni. La deriva dei continenti è un processo estremamente lento, per cui la posizione dei continenti fissa il comportamento del clima per milioni di anni. L'atmosfera primitiva, la cui composizione era simile a quella della sua nebulosa iniziale, perse i suoi elementi volatili H2 e He, in un processo denominato degassificazione, e li sostituì con i gas provenienti dalle eruzioni vulcaniche del pianeta, in particolar modo la CO2, originando un'atmosfera di seconda generazione e dando vita così ad un primitivo effetto serra naturale. In essa sono importanti gli effetti dei gas serra emessi in modo naturale dai vulcani e dai pozzi termali. D'altra parte, l'ossido di zolfo e gli altri aerosol emessi dai vulcani contribuiscono all'effetto contrario, raffreddando la Terra. A partire dall'equilibro fra le emissioni si avrà un determinato bilancio radiativo. Con l'apparizione della vita sulla Terra, la biosfera diventò un fattore importante per il clima. Inizialmente, il gruppo di organismi fotosintetici catturò gran parte della CO2 dell'atmosfera primitiva ed emise una grande quantità di ossigeno. Questo modificò l'atmosfera, permettendo l'apparizione di nuove forme di vita aerobica, favorite dalla nuova composizione dell'aria. Aumentò così il consumo di ossigeno e diminuì il consumo netto di CO2 fino a raggiungere un equilibrio, l'atmosfera di terza generazione, che permane tuttora. Le correnti oceaniche, o marine, sono fattori regolatrici del clima funzionando come moderatrici. L'esempio più noto è la corrente nell'oceano Atlantico che, a causa delle differenze di temperatura e salinità, risale fino al nord Atlantico dando vita alla Corrente del Golfo, la quale mitiga le temperature delle coste europee, per poi inabissarsi nelle profondità dell'oceano nel lungo nastro trasportatore oceanico. Coloro che sono scettici sui cambiamenti climatici attuali attribuisce ai cicli oceanici, così come alle variazioni dell'attività solare, la causa ovvero il forzante energetico naturale che sarebbe in grado di spiegarli. L'uomo è il più recente dei fattori che influenzano l'ambiente e lo è da relativamente poco tempo. La sua influenza iniziò con lo sviluppo dell'agricoltura e la conseguente deforestazione dei boschi per convertirli in terre coltivabili e in pascoli, fino aprovocare ad oggi grandi emissioni di gas serra: CO2 dalle industrie e dai mezzi di trasporto e metano negli allevamenti intensivi e nelle risaie. Secondo la teoria surriscaldamento climatico, l'uomo attraverso le sue emissioni di gas serra (soprattutto di CO 2 e metano) è responsabile di gran parte del periodo di riscaldamento che sta attraversando oggi la Terra. Altri scienziati ritengono invece sopravvalutato il peso sul clima attribuito all'uomo, ritenendo l'attuale fase di riscaldamento climatico come una fase naturale opposta ai periodi naturali di raffreddamento climatico. Il peso delle attività umane sul clima è ancora oggetto di dibattito scientifico.8 La Terra ha mostrato periodi caldi senza calotte polari e recentemente si è riscontrata una laguna nel Polo Nord durante l'estate boreale, per cui gli scienziati norvegesi predicono che fra 50 anni il Mare Glaciale Artico sarà navigabile in questa stagione. Un pianeta senza calotte polari permette una migliore circolazione delle correnti marine, soprattutto nell'emisfero settentrionale, e diminuisce la differenza di temperatura tra l'equatore e il Poli. Non mancano fattori moderatori dei mutamenti climatici. Uno di essi è l'effetto della biosfera e, più concretamente, degli organismi fotosintetici (fitoplancton, alghe e piante) sull'aumento del diossido di carbonio nell'atmosfera. Si stima che l'incremento di questo gas porterà a un aumento della crescita degli organismi che lo utilizzano, fenomeno provato sperimentalmente in laboratorio. Gli scienziati credono, comunque, che gli organismi siano capaci di assorbirne solo una parte e che l'aumento globale della CO2 proseguirà. Sulla base di dati paleo climatici si è potuto redigere una storia climatica recente relativamente precisa e una storia climatica preistorica con una precisione più scarsa. Studiando il clima del passato si è potuto notare che la Terra ha attraversato continue fasi di cambiamento del suo clima, fasi più o meno rapide e più o meno cicliche. Studiando i cambiamenti lenti del clima, che avvengono in milioni di anni, si nota un continuo alternarsi di Ere Glaciali ed Ere Interglaciali ossia milioni di anni più freddi in cui esistono ghiacciai sulla superficie terrestre alternati a milioni di anni più caldi in cui non c'è traccia di ghiacciai sulla Terra. Studiando i cambiamenti medi del clima, che avvengono in migliaia di anni, si nota l'alternarsi di Periodi glaciali e Periodi Interglaciali, ossia migliaia di anni in cui si ha una grande estensione dei ghiacciai sulla terraferma (vengono ricoperti gran parte dei continenti) alternati a migliaia di anni in cui si ha una piccola estensione dei ghiacci (vengono ricoperti solo le regioni polari). Studiando i cambiamenti brevi del clima, che avvengono in centinaia o decine di anni, si nota l'alternarsi di momenti di raffreddamento del clima, con un generale abbassamento delle temperature, alternati a momenti di riscaldamento del clima con un generale innalzamento delle temperature. In base a questa suddivisione del clima terrestre attualmente è in corso l'ultima Era Glaciale iniziata circa 3 milioni di anni fa e ci troviamo in un Periodo interglaciale, ossia in un periodo di piccola estensione dei ghiacciai con un arretramento generale iniziato circa anni fa. Man mano che si retrocede nel tempo i dati si riducono, per cui la climatologia ha necessità di servirsi di modelli di simulazione del clima passato e futuro. L'atmosfera ha un ruolo determinante sul clima: se non esistesse, la temperatura sulla Terra sarebbe di -20 C; ma essa si comporta in modo differente in funzione della lunghezza d'onda della radiazione incidente. la temperatura superficiale media è di circa 15 C, valore molto diverso da quello d'equilibrio senza atmosfera. Questo fenomeno è denominato effetto serra e permette la vita sulla terra. Lo studio di quale fosse in passato la composizione dell'atmosfera viene oggi condotto a partire dalle bolle d'aria intrappolate nei ghiacci polari e nei campioni di sedimenti marini; si è così osservato che le concentrazioni di CO2, metano ed altri gas serra sono fluttuate nel corso delle ere. Non si conoscono le cause esatte per cui si sono prodotte queste variazioni, sebbene ci siano varie ipotesi di lavoro. Il bilancio è complesso poiché, sebbene si conoscano i fenomeni di assorbimento e di emissione della CO2, la loro interazione è difficilmente calcolabile. I vari gas serra hanno un ruolo importante nel clima poiché attraverso l'effetto serra regolano il flusso di energia trattenuto nell'atmosfera terrestre e contribuiscono a mantenere costanti i parametri climatici reagendo nelle fasi di riscaldamento e raffreddamento climatico. Gli scenari previsti postulano che, mentre il pianeta si riscalda, le calotte polari si fondono e poiché la neve riflette verso lo spazio la maggior parte della radiazione che riceve, la diminuzione delle calotte polari comporterà un ulteriore aumento delle temperature. Inoltre, il riscaldamento dei mari comporterà una maggiore evaporazione e poiché il vapore acqueo è anch'esso un gas serra, si produrrà un effetto amplificatore. Di contro, un aumento della nuvolosità dovuto alla maggiore evaporazione contribuirà teoricamente ad un raffreddamento. Naturalmente, si potrebbero avere effetti compensatori. La CO 2 gioca un ruolo importante sull'effetto serra: se la temperatura è più elevata, l'assorbimento di anidride carbonica da parte degli oceani a formare carbonati è favorito. Quindi l'effetto serra diminuisce, così come la temperatura. Se la temperatura è bassa, la CO 2 si accumula poiché non si favorisce il suo assorbimento da parte degli oceani. Con l'apparizione delle piante, nella Terra iniziò la fotosintesi. Le piante assorbono CO 2 ed emettono O2. L'accumulo di quest'ultimo nell'atmosfera favorì l'apparizione degli animali, che lo utilizzano per respirare, emettendo CO 2. I boschi sono quindi i polmoni della Terra; attualmente le foreste tropicali occupano la regione equatoriale del pianeta e tra l'equatore e il Polo si ha una differenza termica di 50 C. 65 milioni di anni fa la temperatura era di 8 C superiore rispetto a quella attuale e la differenza termica tra l'equatore e il Polo era di pochi gradi. L'uomo apparve circa sulla terra 3 milioni di anni fa. All'inizio del pleistocene, circa due milioni di anni la Terra si trovava in un periodo glaciale, in cui gran parte dei continenti dell'emisfero settentrionale, per esempio l'america del Nord e l'europa, erano coperte dai ghiacci. In Europa sono state riconosciute quattro fasi glaciali, dalla più antica alla più recente: Donau, Gunz, Mindel, Riss e Wurm, intervallate da altrettanti fasi interglaciali. Il periodo interglaciale in cui viviamo è iniziato circa anni fa. Il miglioramento delle condizioni termiche coincise con il passaggio dal periodo Paleolitico a quello Neolitico, circa anni fa. Il mantenimento della temperatura della biosfera terrestre attorno a valori medi adatti alla vita è dovuto principalmente all'azione combinata di cinque fattori: Calore interno del pianeta Irraggiamento solare, che fornisce l'energia per l'effetto serra ed elementi correlati alle variazioni dell'attività solare e delle macchie solari. Effetto delle correnti oceaniche e dell'evaporazione marina (e dei fenomeni ad essa correlati) Presenza dell'atmosfera, che attenua gli sbalzi di temperatura giornalieri e stagionali Effetto serra naturale, che amplifica l'effetto termico dell'irraggiamento solare9 La variazione quantitativa di uno o più di questi fattori può causare un riscaldamento globale o raffreddamento globale dell'atmosfera e superficie terrestre. A tali fattori naturali secondo la teoria del Global warming si aggiunge l'influenza dell'uomo che attraverso l'uso di combustibili fossili immette nell'atmosfera grandi quantità di CO 2 aumentando l'azione dell'effetto serra e generando un surriscaldamento climatico che aumenta il naturale riscaldamento climatico terrestre. Si stima che da quando l'uomo misura la temperatura, circa 150 anni fa, essa è aumentata di 0,5 C e si è previsto un aumento di 1 C nel 2020 e di 2 C nel Ma nonostante queste previsioni la temperatura non sale abbastanza rapidamente per raggiungere tali valori. Nell'ultimo decennio l'anomalia termica pur restando su valori positivi si è radicalmente ridotta rispetto ai 2 decenni passati. In altre parole la fase di riscaldamento si è molto attenuata rispetto ai due decenni passati. Lo sviluppo sostenibile Lo sviluppo sostenibile è un processo finalizzato al raggiungimento di obiettivi di miglioramento ambientale, economico, sociale ed istituzionale, sia a livello locale che globale. Tale processo lega quindi, in un rapporto di interdipendenza, la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali alla dimensione economica, sociale ed istituzionale, al fine di soddisfare i bisogni delle attuali generazioni, evitando di compromettere la capacità delle future di soddisfare i propri. In questo senso la sostenibilità dello sviluppo è incompatibile in primo luogo con il degrado del patrimonio e delle risorse naturali (che di fatto sono esauribili) ma anche con la violazione della dignità e della libertà umana, con la povertà ed il declino economico, con il mancato riconoscimento dei diritti e delle pari opportunità. La sostenibilità ruota attorno a quattro componenti fondamentali: 1. Sostenibilità economica: intesa come capacità di generare reddito e lavoro per il sostentamento della popolazione. 2. Sostenibilità sociale: intesa come capacità di garantire condizioni di benessere umano (sicurezza, salute, istruzione) equamente distribuite per classi e genere. 3. Sostenibilità ambientale: intesa come capacità di mantenere qualità e riproducibilità delle risorse naturali. 4. Sostenibilità istituzionale: intesa come capacità di assicurare condizioni di stabilità, democrazia, partecipazione, giustizia. L'area risultante dall'intersezione delle quattro componenti, coincide idealmente con lo sviluppo sostenibile. La definizione oggi ampiamente condivisa di sviluppo sostenibile è nel rapporto Brundtland, elaborato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull'ambiente e lo sviluppo e che prende il nome dall'allora premier norvegese Gro Harlem Brundtland, che presiedeva tale commissione. Nel documento viene contestualmente enfatizzata la tutela dei bisogni di tutti gli individui, in un'ottica di legittimità universale ad aspirare a migliori condizioni di vita; così come viene sottolineata la necessità e l'importanza di una maggiore partecipazione dei cittadini, per attuare un processo effettivamente democratico che contribuisca alle scelte a livello internazionale: Nel 1973 un grave avvenimento scosse l economia mondiale: la crisi petrolifera. Infatti, a seguito della guerra fra Israele e paesi arabi, questi ultimi decisero di diminuire le esportazioni di petrolio verso l Occidente e di aumentarne il prezzo per fare pressioni sugli Stati Uniti e l Europa in favore della causa palestinese. Diversi paesi del mondo si trovarono ad affrontare una grave crisi finanziaria; infatti come conseguenza dell aumento del costo del petrolio aumentarono i costi dell energia e quindi l inflazione. La conseguenza della crisi energetica del 73 fu l applicazione di politiche di austerità da parte di vari paesi nel mondo, che presero misure drastiche per limitare il consumo di energia. La crisi petrolifera rappresentò per l Occidente un occasione di riflessione sull uso delle fonti rinnovabili che vennero per la prima volta prese in considerazione in alternativa ai combustibili fossili come il petrolio. La crisi, dunque, portò i paesi occidentali a interrogarsi per la prima volta riguardo i fondamenti della civiltà industriale e riguardo la problematicità del suo rapporto con le risorse limitate del pianeta. Nel 1972 era stato pubblicato ad opera di alcuni studiosi del Massachussets Institute of Technology il rapporto sui Limiti dello sviluppo, Tale rapporto riportava l esito di una simulazione al computer delle interazioni fra popolazione mondiale, industrializzazione, inquinamento, produzione alimentare e consumo di risorse; nell ipotesi che queste stessero crescendo esponenzialmente con il tempo. Dalla simulazione veniva messo in evidenza che la crescita produttiva illimitata avrebbe portato al consumo delle risorse energetiche ed ambientali. Il rapporto sosteneva, del resto, che era possibile giungere ad un tipo di sviluppo che non avrebbe portato al totale consumo delle risorse del pianeta. Dunque l idea di un modello di crescita economica che non consumasse tutte le risorse ambientali e le rendesse disponibili anche per il futuro si fece strada a partire dalla prima metà degli anni 70, e infatti proprio nel giugno del 1972 si tenne la Conferenza ONU sull Ambiente Umano. Alla fine degli anni ottanta l'oncologo svedese Karl-Henrik Robèrt coordinò un ampio processo di creazione di consenso nella comunità scientifica per definire le condizioni di un progresso sostenibile: esse comprendono sia aspetti ecologici che sociali. Tale definizione consentì di rendere concreti i principi teorici dello sviluppo sostenibile, e fu alla base di processi partecipativi efficaci. Da quel processo emerse il Framework di Sviluppo Sostenibile Strategico, noto anche come The Natural Step framework, adottato dai primi anni '90 da migliaia di organizzazioni nel mondo. La prima azienda ad adottare il framework fu IKEA dal Circa un quarto dei comuni svedesi adottano questa definizione per la loro pianificazione. Una successiva definizione di sviluppo sostenibile, in cui è inclusa una visione globale, è stata10 fornita, nel 1991, dalla World Conservation Union, UN Environment Programme and World Wide Fund for Nature, che lo identifica come «...un miglioramento della qualità della vita, senza eccedere la capacità di carico degli ecosistemi di supporto, dai quali essa dipende» Nello stesso anno l'economista Herman Daly definisce lo sviluppo sostenibile come «... svilupparsi mantenendosi entro la capacità di carico degli ecosistemi» e quindi secondo le seguenti condizioni generali, concernenti l'uso delle risorse naturali da parte dell'uomo: 1. il peso dell'impatto antropico sui sistemi naturali non deve superare la capacità di carico della natura; 2. il tasso di utilizzo delle risorse rinnovabili non deve essere superiore alla loro velocità di rigenerazione; 3. l'immissione di sostanze inquinanti e di scorie non deve superare la capacità di assorbimento dell'ambiente; 4. il prelievo di risorse non rinnovabili deve essere compensato dalla produzione di una pari quantità di risorse rinnovabili, in grado di sostituirle. In tale definizione, viene introdotto anche un concetto di "equilibrio" auspicabile tra uomo ed ecosistema, alla base di un'idea di economia per la quale il consumo di una determinata risorsa non deve superare la sua produzione nello stesso periodo. Nel 1994, l'iclei (International Council for Local Environmental Initiatives) ha fornito un'ulteriore definizione di sviluppo sostenibile: Sviluppo che offre servizi ambientali, sociali ed economici di base a tutti i membri di una comunità, senza minacciare l'operabilità dei sistemi naturali, edificato e sociale da cui dipende la fornitura di tali servizi. Ciò significa che le tre dimensioni economiche, sociali ed ambientali sono strettamente correlate, ed ogni intervento di programmazione deve tenere conto delle reciproche interrelazioni. L'ICLEI, infatti, definisce lo sviluppo sostenibile come lo sviluppo che fornisce elementi ecologici, sociali ed opportunità economiche a tutti gli abitanti di una comunità, senza creare una minaccia alla vitalità del sistema naturale, urbano e sociale che da queste opportunità dipendono. Nel 2001, l'unesco ha ampliato il concetto di sviluppo sostenibile indicando che "la diversità culturale è necessaria per l'umanità quanto la biodiversità per la natura (...) la diversità culturale è una delle radici dello sviluppo inteso non solo come crescita economica, ma anche come un mezzo per condurre una esistenza più soddisfacente sul piano intellettuale, emozionale, morale e spirituale". Il rapporto Brundtland ha ispirato alcune importanti conferenze delle Nazioni Unite, documenti di programmazione economica e legislazioni nazionali ed internazionali. Per favorire lo sviluppo sostenibile sono in atto molteplici attività ricollegabili sia alle politiche ambientali dei singoli Stati e delle organizzazioni sovranazionali sia a specifiche attività collegate ai vari settori dell'ambiente naturale. In particolare, il nuovo concetto di sviluppo sostenibile proposto dall'unesco ha contribuito a generare approcci multidisciplinari sia nelle iniziative politiche che nella ricerca. L'inizio del percorso culturale e politico relativo allo sviluppo sostenibile, si può far coincidere con la Conferenza ONU sull'ambiente Umano tenutasi a Stoccolma nel 1972: venne affermata l'opportunità di intraprendere azioni tenendo conto non soltanto degli obiettivi di pace e di sviluppo socio-economico del mondo, per i quali «la protezione ed il miglioramento dell ambiente è una questione di capitale importanza», ma anche avendo come «obiettivo imperativo» dell'umanità «difendere e migliorare l'ambiente per le generazioni presenti e future». Nel 1980 l International Union for Conservation of Nature elaborò il documento Strategia Mondiale per la Conservazione nel quale si delineano i seguenti obiettivi: 1. mantenimento dei processi ecologici essenziali; 2. salvaguardia e conservazione della diversità genetica nel mondo animale e vegetale; 3. utilizzo sostenibile degli ecosistemi. Nel 1983 viene istituita dall'onu la Commissione Mondiale su Sviluppo e Ambiente, presieduta dall'allora premier norvegese Gro Harlem Brundtland, che elaborò il rapporto Brundtland, a cui dobbiamo l'attuale condivisa definizione di sviluppo sostenibile. Nel 1992 a Rio de Janeiro si tenne la Conferenza ONU su Ambiente e Sviluppo, nella quale vengono confermati i contenuti della Dichiarazione della Conferenza ONU di Stoccolma del 1972 «cercando di considerarla come base per un ulteriore ampliamento». Si pone l'accento su temi quali: 1. il diritto allo sviluppo per un equo soddisfacimento dei bisogni sia delle generazioni presenti che di quelle future; 2. la tutela ambientale non separata ma parte integrante del processo di sviluppo; 3. la partecipazione dei cittadini, a vari livelli, per affrontare i problemi ambientali. Quindi la possibilità di accedere alle informazioni riguardanti l'ambiente, che gli Stati dovranno rendere disponibili, e di partecipare ai processi decisionali; 4. il principio del chi inquina paga per scoraggiare gli sprechi, stimolare la ricerca e l'innovazione tecnologica al fine di attuare processi produttivi che minimizzino l'uso di materie prime. Dalla Conferenza di Rio de Janeiro scaturiscono due iniziative di rilievo. Il primo è il Programma d azione Agenda 21, che costituisce una sorta di manuale per lo sviluppo sostenibile del pianeta da qui al 21 secolo. È un documento di 800 pagine che parte dalla premessa che le società umane non possono continuare nella strada finora percorsa aumentando il divario economico tra le varie nazioni e tra gli strati di popolazione all interno delle nazioni stesse, incrementando così povertà, fame, malattia e analfabetismo e causando il continuo deterioramento degli ecosistemi dai quali dipende il mantenimento della vita sul pianeta. Il secondo è la Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici, sottoscritta a New York il 9 maggio 1992: il primo strumento legale vincolante sui cambiamenti climatici, avente come obiettivo la stabilizzazione delle concentrazioni in atmosfera dei gas serra derivanti dalle attività umane, al fine di prevenire effetti pericolosi. Lo strumento attuativo della Convenzione è il così detto Protocollo di Kyoto, sottoscritto nel Nel 1993 in Italia viene messo a punto, dal Ministero dell'ambiente, il Piano Nazionale per lo Sviluppo Sostenibile per l'attuazione dell'agenda 21, approvato dal CIPE il 28 dicembre, «per realizzare uno sviluppo compatibile con la salvaguardia dell'ambiente».11 Nel 1994 ad Aalborg si tiene la 1 Conferenza Europea sulle Città Sostenibili dove viene approvata dai partecipanti la Carta di Aalborg, Carta delle città europee per uno sviluppo durevole e sostenibile: un impegno delle «città e regioni europee ad attuare l Agenda 21 a livello locale e ad elaborare piani d azione a lungo termine per uno sviluppo durevole e sostenibile, nonché ad avviare la campagna per uno sviluppo durevole e sostenibile delle città europee». Nel 1996 a Lisbona si tiene la 2 Conferenza Europea sulle Città Sostenibili dove viene approvato dai partecipanti il Piano d'azione di Lisbona: dalla Carta all'azione: una valutazione dei progressi fatti dalla 1ª Conferenza di Aalborg e la discussione sull avvio e l impegno nel processo di attivazione di una «Local Agenda 21 e sull attuazione del locale piano di sostenibilità». Nel 2000 ad Hannover si tenne la 3 Conferenza Europea sulle Città Sostenibili dove viene elaborato l' Appello di Hannover delle autorità locali alle soglie del 21 secolo: un «bilancio sui risultati conseguiti nel fare diventare le nostre città e comuni sostenibili, nonché per concordare una linea d azione comune alle soglie del 21 secolo» e, quindi, un impegno per il proseguimento nell azione di Agenda 21 Locale. Nel 2002 a Johannesburg si tenne il Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile: le novità erano sostanzialmente le seguenti: 1. la crescita economica non è la base dello sviluppo; 2. è opportuno distinguere tra crescita e sviluppo; 3. nella piramide dei valori, il pilastro sociale è al vertice dei pilastri economico ed ambientale; comunque nessuno dei pilastri potrà essere considerato a sé stante; 4. è prioritario lo sviluppo rispetto alla crescita economica; 5. è necessario valutare i costi sociali ed ambientali delle politiche. L'Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha proclamato il DESS-Decennio dell'educazione allo Sviluppo Sostenibile per il periodo , affidando all'unesco il compito di coordinarne e promuoverne le attività. Tale iniziativa trova origine nel Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sostenibile di Johannesburg del Sensibilizzare i governi e le società civili di tutto il mondo verso «la necessità di un futuro più equo ed armonioso, rispettoso del prossimo e delle risorse del pianeta, valorizzando il ruolo che in tale percorso è rivestito dall educazione» da intedersi «in senso ampio, come istruzione, formazione, informazione e sensibilizzazione», declinabile quindi non solo in educazione scolastica ma anche in campagne informative, formazione professionale, attività del tempo libero, messaggi dei media e del mondo artistico e culturale. In sintesi, la teoria della sostenibilità è «Una cultura basata su una prospettiva di sviluppo durevole di cui possano beneficiare tutte le popolazioni del pianeta, presenti e future, e in cui le tutele di natura sociale, quali la lotta alla povertà, i diritti umani, la salute vanno ad integrarsi con le esigenze di conservazione delle risorse naturali e degli ecosistemi trovando sostegno reciproco.» Tale cultura si caratterizza per i seguenti elementi: 1. interdisciplinarità cioè inserimento nell intero programma didattico; 2. acquisizione di valori alla base dello sviluppo sostenibile; 3. sviluppo del pensiero critico e ricerca della risoluzione dei problemi coadiuvando la formazione di un individuo consapevole ed in grado di rispondere, con strumenti concreti, alle sfide ed ai problemi posti dallo sviluppo sostenibile; 4. molteplicità di metodologie didattiche che siano il più possibile innovative, stimolanti, interattive: esperienze pratiche, attività all aria aperta, giochi, utilizzo di materiali multimediali, artistici, quali strumenti di supporto per un'educazione di qualità; 5. decisioni condivise e partecipate stimolando la partecipazione attiva dei discenti nella pratica e nella programmazione dell'apprendimento; 6. importanza del contesto locale con riferimento alle problematiche locali, inserite in un contesto globale. Il concetto di Sviluppo sostenibile è aspramente criticato da Serge Latouche, Maurizio Pallante e dai movimenti facenti capo alla teoria della Decrescita. Essi ritengono impossibile pensare uno sviluppo economico basato sui continui incrementi di produzione di merci che sia anche in sintonia con la preservazione dell'ambiente. In particolare, ammoniscono sui comportamenti delle società occidentali che, seguendo l'ottica dello sviluppo sostenibile, si trovano ora di fronte al paradossale problema di dover consumare più del necessario pur di non scalfire la crescita dell'economia di mercato, con conseguenti numerosi problemi ambientali: sovrasfruttamento delle risorse naturali, aumento dei rifiuti, mercificazione dei beni. L'11 dicembre 1997 venne sottoscritto il Protocollo di Kyōto, strumento attuativo della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici, a sua volta sottoscritta a New York il 9 maggio 1992 e scaturita nello stesso anno a Rio de Janeiro. Entrato in vigore il 16 febbraio 2005, impegna 169 nazioni del mondo a ridurre, per il periodo , il totale delle emissioni di gas serra almeno del 5% rispetto ai livelli del 1990 (preso come anno di riferimento), al fine di rimediare ai cambiamenti climatici in atto. Grandi assenti gli Stati Uniti, primi produttori di gas ad effetto serra nel mondo, che non lo hanno ratificato. Per raggiungere gli obiettivi prefissati, le azioni devono essere finalizzate in particolare a: 1. sostituire le fonti energetiche non rinnovabili con fonti energetiche rinnovabili; 2. ridurre l uso di combustibili fossili; 3. aumentare l efficienza energetica; 4. ridurre i consumi energetici; 5. ridurre la deforestazione. A novembre 2010 si è pubblicata la norma ISO "Guida sulla responsabilità sociale" che intende fornire una guida mirata a responsabilizzare tutti i tipi di organizzazioni sull'impatto delle loro attività sulla società e sull'ambiente, affinché tali attività siano condotte in una modalità che, in accordo con le leggi applicabili, sia basata su un comportamento etico e sia consistente con gli interessi della società e di uno sviluppo sostenibile.12 L'evoluzione dei modelli organizzativi stanno recependo con forte attenzione il tema dello sviluppo sostenibile. La nuova revisione della norma ISO 9004, da decenni di riferimento internazionale per i Sistemi di gestione per la qualità in ambito aziendale e non, da "Linea guida per il miglioramento delle prestazioni" (nella revisione 2000) sarà intitolata "Managing for sustainability" (nella revisione prevista per gennaio 2009) proprio con l'intenzione di fornire alle organizzazioni una linea guida per conseguire un successo sostenibile. Nella stessa norma vien proposta la definizione di "sostenibile" come "capacità di un'organizzazione o di un'attività di mantenere e sviluppare le proprie prestazioni nel lungo periodo" attraverso un bilanciamento degli interessi economico-finanziari con quelli ambientali. ]La manutenzione può rappresentare una speranza per il futuro del mondo, stimolando i cittadini a conservare, a ridurre lo spreco, ad agire in sicurezza, a condurre un esistenza sostenibile che renda vivibili le nostre città ed efficienti quanto virtuose le nostre fabbriche, nel rispetto dell ambiente e della vita umana. Il concetto di sviluppo sostenibile in Italia è così definito da norme legislative.: Art. 3-quater (Principio dello sviluppo sostenibile) 1. Ogni attività umana giuridicamente rilevante ai sensi del presente codice deve conformarsi al principio dello sviluppo sostenibile, al fine di garantire all'uomo che il soddisfacimento dei bisogni delle generazioni attuali non possa compromettere la qualità della vita e le possibilità delle generazioni future. 2. Anche l'attività della pubblica amministrazione deve essere finalizzata a consentire la migliore attuazione possibile del principio dello sviluppo sostenibile, per cui nell'ambito della scelta comparativa di interessi pubblici e privati connotata da discrezionalità gli interessi alla tutela dell'ambiente e del patrimonio culturale devono essere oggetto di prioritaria considerazione. 3. Data la complessità delle relazioni e delle interferenze tra natura e attività umane, il principio dello sviluppo sostenibile deve consentire di individuare un equilibrato rapporto, nell'ambito delle risorse ereditate, tra quelle da risparmiare e quelle da trasmettere, affinché nell'ambito delle dinamiche della produzione e del consumo si inserisca altresì il principio di solidarietà per salvaguardare e per migliorare la qualità dell'ambiente anche futuro. 4. La risoluzione delle questioni che involgono aspetti ambientali deve essere cercata e trovata nella prospettiva di garanzia dello sviluppo sostenibile, in modo da salvaguardare il corretto funzionamento e l'evoluzione degli ecosistemi naturali dalle modificazioni negative che possono essere prodotte dalle attività umane. Un comportamento responsabile si traduce nel rispetto di un sistema di regole condiviso che orienta l individuo verso comportamenti critici e razionali su molti aspetti del quotidiano: la gestione dei rifiuti, il rispetto di norme e principi del vivere comune, la tutela dell ambiente, la salvaguardia e l uso razionale delle risorse di un territorio, ecc. Lo sviluppo sostenibile, che si fonda proprio su questi aspetti, necessita prima di tutto di una presa di coscienza del cittadino che deve orientare il proprio vivere quotidiano verso comportamenti sostenibili nel tempo e fortemente orientati al rispetto delle regole. La mancanza di regole in un sistema di società civile o la difficoltà ad applicarle e farle rispettare può generare comportamenti illeciti, che spesso tendono ad attivare meccanismi di sviluppo non orientati al bene comune ma a tornaconti economici e di potere personali. I crimini ambientali sono una delle aree di maggiore profitto nell'ambito della criminalità organizzata Diversi fatti ed episodi dehli ultimi tempi mettono in evidenza la forte correlazione tra attività economica e rispetto delle regole: i rifiuti tossici smaltiti illegalmente hanno avuto origine da attività regolarmente autorizzate. Tale circostanza, rendendo sempre più centrale l'etica nelle scelte di chi produce, sottolinea quanto le azioni dell individuo ed il rispetto di regole condivise siano irrinunciabili per garantire gli equilibri ecologici e la sostenibilità dell operato economico di una società civile. Nel luglio 2009 il governo nazionale ha avviato un programma di sensibilizzazione rivolto alle scuole attraverso la sottoscrizione di una carta di intenti tra il Ministero dell'ambiente ed il Ministero della Pubblica Istruzione attraverso la realizzazione del programma "Scuola Ambiente Legalità"; il programma pone l'accento esattamente sulla correlazione tra questi due temi. La Commissione Europea ha in più occasioni sottolineato il ruolo che, in funzione di strategie per il consumo e la produzione sostenibili, è ricoperto dal cosiddetto Green Public Procurement (GPP) (in italiano Acquisti verdi della Pubblica amministrazione): quando si parla di GPP si fa riferimento all'adozione di criteri ambientali nelle procedure d'acquisto delle P.A. con l'obiettivo di ridurre l'impatto ambientale delle attività e promuovere la diffusione di tecnologie rispettose dell'ambiente. In particolare, nel luglio del 2008 la Commissione Europea ha proposto che gli Stati Membri raggiungano entro il 2010 una quota di diffusione del GPP del 50%, tramite la adozione di criteri ambientali comuni nelle procedure d'acquisto per beni e servizi prioritari. In Italia il "Piano d'azione per la sostenibilità ambientale dei consumi della pubblica amministrazione" (PAN GPP), ha definito gli obiettivi ambientali strategici per il GPP in Italia: 1. efficienza e risparmio nell uso delle risorse, in particolare dell energia e conseguente riduzione delle emissioni di CO2; 2. riduzione dell uso di sostanze pericolose; 3. riduzione quantitativa dei rifiuti prodotti. La pianificazione ambientale è un metodo di pianificazione che pone al centro della sua attenzione la compatibilità delle modifiche da apportare con le caratteristiche proprie dell ambiente. Dunque, tale tipo di pianificazione si svolge nel rispetto e nella conservazione delle risorse naturali. La pianificazione ambientale è una pianificazione sostenibile perché valuta le peculiarità del territorio e vi costruisce in base a queste; infatti con questo metodo di pianificazione si decidono gli usi di un particolare ambiente in base alle sue caratteristiche e alla sua soglia di adattamento alle trasformazioni. La pianificazione ambientale nasce intorno alla metà degli anni 60 Le linee guida della pianificazione ambientale sono: 1. un approccio interdisciplinare alla pianificazione, cioè il compenetrarsi di tale disciplina con altri campi scientifici;13 2. l utilizzo di tecniche atte all analisi dell ambiente e delle sue risorse; 3. un ampio spettro d azione, sia da un punto di vista spaziale che temporale; 4. la concezione dell ambiente come sistema dinamico e la conseguente tutela dei suoi processi naturali. Dunque, la pianificazione ambientale si rapporta con le altre discipline scientifiche affinché la sua azione sia più efficace. Inoltre, pur agendo sulla scala locale, utilizza come scenario d azione quello planetario; tenendo conto che le modifiche apportate all ambiente influiranno anche sulle generazioni future. Uno dei maggiori esponenti della progettazione ambientale fu Ian Mc Harg. Il suo metodo consiste nel porre al centro della pianificazione i valori ambientali, cioè le caratteristiche e le dinamiche proprie dell ambiente. In primo luogo, dunque, egli propone un censimento delle risorse ambientali che serve all analisi delle caratteristiche naturali e antropiche dell ambiente. Infatti, in base alle caratteristiche del territorio si determinano le attività che su di esso possono essere svolte. Una volta effettuato il censimento, si può suddividere il territorio in aree aventi le medesime caratteristiche. Per ogni area andranno poi determinate le resistenze alle trasformazioni, le attitudini allo svolgimento di particolari funzioni e la suscettibilità rispetto alle alterazioni subite. Infatti, questi parametri dipendono strettamente dalle caratteristiche proprie dell ambiente e per questo devono essere determinate in base ad esse. A questo punto si possono confrontare le trasformazioni che si intendono apportare al territorio con le sue caratteristiche, la sua resistenza alle alterazioni e la sua suscettibilità rispetto a queste. Si redige dunque la carta delle potenzialità, che è una sorta di linea guida per la stesura del piano urbanistico vero e proprio perché individua le attività che è opportuno svolgere sul territorio in esame e quelle che invece esso non può tollerare. In estrema sintesi, l obiettivo di Mc Harg è di conciliare le azioni dell uomo con la natura stessa, in modo che le trasformazioni ad essa apportate non compromettano le sue dinamiche e le sue risorse. Le aree naturali protette, chiamate comunemente anche oasi naturali, hanno la funzione di mantenere l'equilibrio ambientale del luogo, aumentandone la biodiversità. Si tratta di aree naturali caratterizzate da paesaggi eterogenei e abitate da diverse specie di animali e vegetali. Un'oasi naturale è destinata al rifugio, alla riproduzione e alla sosta della fauna selvatica, dove è proibita la caccia - salvo per motivi di controllo delle specie di fauna selvatica in soprannumero. Questo controllo selettivo, può essere praticato mediante cattura, quando l'istituto Nazionale per la Fauna Selvatica verifichi l'inefficacia degli altri metodi. Le aree naturali protette possono essere designate dalle istituzioni pubbliche in alcuni paesi o da privati, quali istituti di beneficenza o di ricerca. A seconda del livello di protezione garantito dalle leggi di ogni singolo Stato, le aree naturali protette sono divise nelle categorie IUCN (International Union for the Conservation of Nature), un'organizzazione non governativa che svolge un ruolo di coordinamento tra diverse organizzazioni in materia ambientale. Le oasi di protezione vengono soppresse, qualora non sussistano più le condizioni idonee al conseguimento delle loro finalità, per modificazioni certificate dall'istituto nazionale per la fauna selvatica, sulla base di censimenti delle specie di interesse. Sin dall'antichità si intuì che un intero territorio o porzioni di esso doveva essere considerato e utilizzato in maniera diversa perché in possesso di caratteristiche che lo rendevano particolare rispetto ai luoghi circostanti. Secondo alcuni studiosi, l'idea di conservazione di un luogo può risalire a anni fa; inoltre, si può ritrovare quest'idea nella cultura cristiana e poi in quella orientale. Dopo l'idea dei "boschi sacri", tipica delle culture romana e celtica, prese piede, nell'età carolingia, una forma di area protetta: la "riserva di caccia", dove veniva praticata l'attività venatoria che era un'arte nobile e simbolica, ma anche utile per prepararsi alle guerre. Durante il Medioevo si assistette alla costruzione di giardini e alla sua evoluzione nel "parco trecentesco" dove si riscontra una perizia tecnica sempre più raffinata. La svolta vera e propria arrivò nel XIX secolo quando nel Regno delle due Sicilie nel 1826 si decise di conservare i boschi di Montecalvo, San Vito e di Calvi; negli Stati Uniti nel 1832, la riserva delle Hot Springs, nel 1853 la riserva di Fontainebleau in Francia. Grazie all'influenza del Romanticismo, si cominciò a pensare alla natura come una risorsa estetica e nelle città europee iniziarono ad essere progettati spazi verdi come parte integrante del contesto urbano. Nella seconda metà dell'800 si aprì il dibattito sull'opportunità di tutelare territori di oggettiva bellezza e ricchezza per sottrarli alla trasformazione e perdita di identità dovuta allo sviluppo degli insediamenti. Nel 1866 si assistette perciò alla nascita dei primi parchi nazionali al mondo, in Canada del Glacier National Park e negli USA dello Yellowstone National Park, con atto ufficiale del 1872; inoltre, vanno ricordati in Australia il Royal National Park (1879), quello canadese di Banff (1885), quello di Tongariro in Nuova Zelanda (1894), il Kruger National Park in Sud Africa (1898). Con l'arrivo del XX secolo, in Europa si diffuse l'idea che un territorio meritasse attenzione per gli aspetti storici e archeologici oltre che per quelli naturalistici e geologici; fu così che si arrivò alla creazione del parco nazionale svizzero dell'engadina. Sono dunque notevoli le differenze tra parchi europei e americani; infatti, mentre nel nuovo continente le azioni di conservazione vengono attuate su aree incontaminate e scarsamente popolate, nel vecchio continente le aree da salvaguardare sono fortemente antropizzate. La questione fu affrontata nel 1933 a Londra nel corso della "Conferenza internazionale per i problemi della protezione della fauna e della flora" che stabilì che l'uomo doveva entrare in quei luoghi solo con il ruolo di visitatore. Gradualmente, però, venne preso in considerazione l'aspetto economico che permise lo svolgimento delle attività umane compatibili con la protezione dell'area. Dal 1961 l'iucn pubblica e aggiorna per conto dell'onu la Lista ufficiale dei parchi nazionali e risorse equivalenti. Nel 1992 l'iucn definì l'area protetta come «lembo di territorio, più o meno esteso, dove trovano applicazione orientamenti, indirizzi e regole per un uso dell'ambiente da parte dell'uomo che consenta di conservare e/o di sperimentare metodi, forme e tecnologie adatte a gestire in modo equilibrato con le altre specie viventi (vegetali e animali) le risorse del pianeta». In seguito alle alterazioni che aveva subito l'ambiente a causa dello sfruttamento dei bacini minerari, il governo degli Stati Uniti prese l'iniziativa di proteggere il paesaggio naturale e nel 1872 istituì il Parco nazionale di Yellowstone.14 Tuttavia, la legge istitutiva non forniva una chiara definizione del concetto di area naturale protetta, né alcun regolamento, privilegiando "lo svago a beneficio e godimento del popolo" alla conservazione. Il concetto moderno di conservazione dell'ambiente naturale si può ritrovare in tre autori nordamericani: John Muir, Gifford Pinchot e Aldo Leopold. In Romantic-Trascendental Conservation Ethic, per Muir, l'ambiente naturale è un valore intrinseco perché l'uomo trae vantaggio nel trovarsi in alcuni habitat incontaminati al cospetto di spettacoli primitivi e unici può avvertire la presenza e l'immanenza del Creatore. In Resource Conservation Ethic, per Pinchot, gli ambienti naturali con le grandi risorse presenti possono essere fruiti da un grande numero di persone e intere comunità, in un ampio lasso di tempo. Le risorse naturali sono fruite in modo sostenibile, sono una proprietà comune. In Evolutionary- Ecological Land Ethic, per Leopold, la natura è un sistema complesso, ogni componente è importante, non vi sono gerarchie. L'uomo stesso, prodotto dell'evoluzione e della selezione naturale ha lo stesso valore di tutte le altre specie e non deve arrecare danno alle altre specie e all'ecosistema. Tali idee hanno fortemente influenzato la regolamentazione delle risorse ambientali. La tutela delle risorse naturali è conseguenza del 'senso di colpa' che derivò dalla distruzione delle popolazioni native nel corso della colonizzazione dell'ovest; infatti, si intrapresero azioni mirate a preservare parte degli straordinari ambienti originari. L'area protetta veniva intesa come un "Santuario" poiché furono, inizialmente, imposti vincoli molto restrittivi come il divieto di intervenire sulle dinamiche naturali e l'impossibilità di costruire infrastrutture; quindi l'uomo veniva escluso dagli ambienti tutelati. In Europa, l'idea della tutela delle risorse naturali arrivò in ritardo rispetto a Stati Uniti, Canada e Australia. Le motivazioni sono dovute all'assenza di territori incontaminati e perché i popoli europei da secoli hanno convissuto a stretto contatto con la natura, incidendo pesantemente su di essa con le proprie attività. In seguito, con l'inizio del XX secolo furono istituite le prime aree protette; inizialmente, erano tutti impostati sul "modello americano", poi si iniziò a percorrere una via con connotazioni proprie. Infatti non era possibile attuare i divieti americani del Santuario; in Svizzera, istituire un'area naturale protetta, aveva come obiettivo il recupero e la sperimentazione. Il rigido "modello svizzero", che escludeva interventi in caso di frane, non riscosse successo in Italia, Francia e Inghilterra, dove si era propensi a modelli meno restrittivi poiché si doveva tener conto della notevole presenza umana. Quindi si affermò la visione secondo la quale l'area protetta non doveva essere considerata un luogo da lasciare al suo destino, ma era possibile intervenire quando necessario e le comunità residenti potevano svilupparsi economicamente puntando sulle attività turistiche e ricreative. Di conseguenza, si trattava di un modello che non poneva l'attenzione solo su animali e natura, ma anche sull'uomo. Attualmente il concetto di conservazione si estende anche a territori antropizzati che si vogliono recuperare e ai siti urbani di particolare valenza, partendo dal concetto di sviluppo sostenibile. E' il caso del parco-azienda, autosufficiente e orientato, che trae profitti dalle risorse naturali, o del parco archeologico, finalizzato a conservare e valorizzare i beni di rilevante valenza storica. Ci sono poi i parchi marini, costituiti dalle acque, dai fondali e dai tratti di costa prospicienti che presentano un rilevante interesse per le caratteristiche naturali, geomorfologiche, fisiche, biochimiche, con particolare riguardo alla flora e alla fauna marine e costiere. Dalla classificazione dei parchi nella "Conferenza internazionale per la protezione della natura" avvenuta a Brunnen (1956) si è giunti a una classificazione più recente con l IUCN avvenuto a Perth nel La nuova classificazione è basata su obiettivi di gestione ben definiti e individua otto categorie di aree protette: Riserve scientifiche e aree Wilderness, aree adibite alla conservazione delle biodiversità e studi scientifici in cui i processi naturali si possono svolgere senza l aiuto dell uomo. Riserve e Parchi nazionali, aree istituite per proteggere e preservare l integrità ecologica di uno o più sistemi. Monumenti naturali, aree caratterizzate da un elemento naturale o culturale di notevole valore. Aree di gestione degli habitat e della natura, aree dove viene garantita la sopravvivenza a specie rare, specie a rischio di estinzione o specie minacciate e di comunità biotiche. Paesaggi protetti, aree in cui la natura e la popolazione umana si devono integrare in maniera armonica. Siti mondiali della natura, aree considerate patrimonio mondiale. Aree della conservazione di Ransmar, aree adibite alla protezione della fauna acquatica. Riserve della biosfera, si tratta di aree naturali da conservare per tramandarle alle generazioni future (fanno riferimento a uno dei programmi dell UNESCO) scelte dalla comunità mondiale e possono includere aree degradate dove si può sperimentare il recupero ambientale. Classificazione internazionale delle aree protette I parchi statali statunitensi sono assimilabili a parchi nazionali, ma la loro gestione dipende dai governi dei singoli stati anziché dal governo federale. In Italia, le aree naturali protette sono riconosciute ufficialmente da parte dello Stato se rispondono a determinati criteri che prevede anche che, presso il Ministero dell'ambiente, sia tenuto un Elenco ufficiale delle aree protette. L'iscrizione nell'elenco Ufficiale avviene secondo criteri definiti dal Comitato per le aree naturali protette ed è la condizione necessaria per l'assegnazione di finanziamenti da parte dello Stato, attraverso il Piano territoriale delle aree protette. Nel dicembre 1991 è stata definita la classificazione delle aree naturali protette dalla legge (394/91) costituita da 38 articoli; i primi 7 enunciano i principi generali, dall'art. 8 all'art. 21 sono trattate le aree naturali protette nazionali, dall'art. 22 all'art. 28 le aree naturali protette regionali e dall'art. 29 all'art. 38 le disposizioni finali e transitorie. L'Elenco ufficiale delle aree naturali protette (EUAP) è un elenco stilato, e periodicamente aggiornato, dal Ministero dell'ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare - Direzione per la Protezione della Natura, che raccoglie tutte le aree naturali protette, marine e terrestri, ufficialmente riconosciute. L'elenco attualmente in vigore è quello relativo15 al 6º Aggiornamento approvato il 27 aprile 2010 e pubblicato nel Supplemento ordinario n. 115 alla Gazzetta Ufficiale n. 125 del 31 maggio 2010[1]. L'istituzione dei parchi marini è regolata dalla Legge 979/82 "per la difesa del mare" e dalla Legge quadro sui parchi. La legge 426/1998. Nuovi interventi in campo ambientale, prevede che la gestione delle aree protette marine previste dalle precedenti leggi sia affidata ad enti pubblici, istituzioni scientifiche o associazioni ambientaliste riconosciute, aprendo anche ad una gestione integrata pubblico/privato delle stesse. Attualmente il sistema delle aree naturali protette è classificato come segue: Parchi nazionali. Sono costituiti da aree terrestri, marine, fluviali, o lacustri che contengano uno o più ecosistemi intatti, o solo parzialmente alterati da interventi antropici; e/o una o più formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche, biologiche d'interesse nazionale od internazionale, per valori naturalistici, scientifici, culturali, estetici, educativi o ricreativi, tali da giustificare l'intervento dello Stato per la loro conservazione. Parchi regionali. Sono costituiti da aree terrestri, fluviali, lacustri ed eventualmente da tratti di mare prospicienti la costa, di valore ambientale e naturalistico, che costituiscano, nell'ambito di una o più regioni adiacenti, un sistema omogeneo, individuato dagli assetti naturalistici dei luoghi, dai valori paesaggistici e artistici e dalle tradizioni culturali delle popolazioni locali. Riserve naturali. Sono costituite da aree terrestri, fluviali, lacustri o marine che contengano una o più specie naturalisticamente rilevanti della fauna e della flora, ovvero presentino uno o più ecosistemi importanti per la diversità biologica o per la conservazione delle risorse genetiche. Le zone umide sono costituite da paludi, aree acquitrinose, torbiere oppure zone di acque naturali od artificiali, comprese zone di acqua marina la cui profondità non superi i sei metri (quando c'è bassa marea) che, per le loro caratteristiche, possano essere considerate di importanza internazionale. Il fattore limitante in tali aree è rappresentato dall elemento acqua, il cui livello può subire nel corso dell anno oscillazioni anche di notevole rilievo. Tali ecosistemi sono quindi aree a rischio, soggette a forti impatti ambientali. Le zone umide e le comunità vegetali di piante acquatiche hanno subito nel corso di questo secolo una riduzione nel numero, nell estensione e nelle loro qualità e complessità. Cause di tale declino sono: interrimenti naturali, bonifiche drenaggi, ma anche inquinamento. Le aree marine protette sono costituite da tratti di mare, costieri e non, in cui le attività umane sono parzialmente o totalmente vietate. La tipologia di queste aree varia in base ai vincoli di protezione. Altre aree protette non rientrano nelle precedenti classificazioni; ad esempio: Aree Naturali Protette Regionali, monumenti naturali, parchi suburbani, parchi provinciali, oasi di associazioni ambientaliste (WWF, Pro Natura, LIPU, Legambiente). Possono essere a gestione pubblica o privata, con atti contrattuali quali concessioni, o forme equivalenti. Inquinamento L'inquinamento è un'alterazione dell'ambiente, naturale o antropico, e può essere di origine antropica o naturale. Esso produce disagi temporanei, patologie o danni permanenti per la vita in una data area, e può porre la zona in disequilibrio con i cicli naturali esistenti. L'alterazione può essere di svariata origine, chimica o fisica. Nonostante alcuni fattori siano inequivocabilmente definibili come inquinanti, e inquinamento sia la loro presenza anche in tracce nell'ambiente, come emblematicamente avviene per la TCDD una delle più nocive diossine, non esiste a priori una sostanza o un qualunque fattore dovuto a agenti fisici, chimici e biologici di per sé inquinante o non inquinante. È la specificità e la dimensione dell'evento che può essere inquinante. Sostanze apparentemente innocue possono compromettere seriamente un ecosistema: Il cloruro di sodio, il comune sale marino, in mare, non è in normali concentrazioni un inquinante, nelle acque interne dolci ovviamente lo sarebbe. È quindi inquinamento tutto ciò che è nocivo per la vita o altera in maniera significativa le caratteristiche fisicochimiche dell'acqua, del suolo o dell'aria, tale da cambiare la salute, la struttura e l'abbondanza delle associazioni dei viventi e/o dei flussi di energia, soprattutto in merito a ciò che non viene compensato da una reazione naturale o antropica adeguata che ne annulli gli effetti negativi totali. È una forma di contaminazione dell'aria, delle acque e del suolo con sostanze e materiali dannosi per l'ambiente e per la salute degli esseri umani, capaci di interferire con i naturali meccanismi di funzionamento degli ecosistemi o di compromettere la qualità della vita. Benché possano esistere cause naturali che possono provocare alterazioni ambientali sfavorevoli alla vita, ad esempio i fumi di un incendio di origine naturale, o esalazioni sulfuree di origine geologica, il termine "inquinamento" si riferisce in genere alle attività antropiche. Generalmente si parla comunque di inquinamento quando l'alterazione ambientale compromette l'ecosistema danneggiando una o più forme di vita. Si considerano atti di inquinamento quelli commessi dall'uomo ma non quelli naturali quali appunto emissioni gassose naturali connesse a vulcanismo, dispersione di ceneri vulcaniche, aumento naturale della salinità delle acque. Tutto può essere inquinante, in base a dosi e modi. In teoria tutte le attività e l'ambiente costruito dall'uomo costituiscono inquinamento dell'ambiente naturale, in quanto interagiscono con lo stesso, mutandone la sua conformazione originaria. Tuttavia in alcuni casi il costruito può coesistere armonicamente con la struttura naturale, nel senso che non altera gli equilibri preesistenti nell'ambiente naturale o addirittura può contribuire a preservarli. Bisogna però ricordare che anche sostanze apparentemente innocue possono compromettere seriamente un ecosistema. Inoltre16 ciò che è velenoso per una specie può essere vitale per un'altra: alcune tra le prime forme di vita immisero nell'atmosfera grandi quantità di ossigeno come prodotto metabolico, velenoso per tutte le specie anaerobie allora predominanti. La definizione di inquinamento dipende dal contesto, ovvero dal sistema naturale preso in considerazione e dal tipo di alterazioni introdotte; ecco alcuni esempi: lo sviluppo massiccio di alghe e la conseguente eutrofizzazione di laghi e zone costiere è considerata inquinamento in quanto è alimentata da sostanze nutrienti provenienti da scarichi industriali, agricoli o residenziali; L'ossido d'azoto prodotto dall'industria è dannoso, viene considerato forte inquinante in quanto in seguito all'azione fotochimica della luce solare viene trasformato in composti ulteriormente pericolosi; le emissioni di biossido di carbonio, peraltro indispensabile alla vita, sono talvolta considerate inquinamento sulla base del fatto che hanno portato a un cambiamento climatico globale, determinato dal fenomeno dell'effetto serra. In ambienti politici di alcuni paesi occidentali, come gli Stati Uniti, si preferisce invece riferirsi al biossido di carbonio con il termine di emissione. Atti di inquinamento ambientale hanno, dai tempi antichi, accompagnato le civiltà umane. La forgiatura dei metalli, iniziata nel calcolitico sembra essere un punto di svolta chiave nella creazione di livelli significativi di inquinamento atmosferico esterno, e carotaggi dei ghiacciai in Groenlandia indicano un aumento dell'inquinamento associato alla produzione di metallo greco, romano e cinese antichi. Re Edoardo I d'inghilterra, vietò la combustione di carboni bituminosi (sea coal) per editto a Londra nel 1872, dopo che il loro fumo pareva essere diventato un problema. Il combustibile era così comune in Inghilterra che questo primitivo nome era dovuto al fatto di poter essere raccolto da alcune spiagge fin con carriole. L'inquinamento dell'aria continuerà ad essere un problema inglese, soprattutto dopo, durante la rivoluzione industriale, estendendosi al recente passato con il Grande Smog londinese del Londra ha anche registrato uno dei primi casi estremi di problemi di qualità delle acque con la Grande Puzza sul Tamigi del 1858, che ha di lì a poco portato alla costruzione del sistema fognario londinese. Ė stata la rivoluzione industriale che ha comunque dato alla luce l'inquinamento ambientale come la conosciamo oggi. L'emergere di grandi fabbriche e il consumo di enormi quantità di carbone e altri combustibili fossili ha dato luogo a inquinamento atmosferico senza precedenti, il grande volume di scarichi industriali chimici s'è aggiunto al crescente carico di rifiuti antropici non trattati. Chicago e Cincinnati sono state le prime due città americane a emanare leggi a garanzia di aria più pulita nel Altre città hanno seguito questo comportamento in tutto il paese fino all'inizio del 20 secolo, quando l'office of Air Pollution, sotto il Department of the Interior, fu per un breve periodo attivo. Eventi estremi per smog sono stati riferiti per le città di Los Angeles e di Donora, Pennsylvania, alla fine del 1940, servendo come un forte richiamo per l'opinione pubblica moderna. L'inquinamento è diventato poi un tema popolare dopo la Seconda Guerra Mondiale, a causa della ricaduta radioattiva dal conflitto atomico in Giappone, e i test precedenti e successivi. Successivamente a questi fatti, un evento non-nucleare, il Grande Smog del 1952 a Londra, ha ucciso almeno 4000 civili. Ciò ha indotto alcuni dei primi grandi e moderni modelli di legislazione ambientale, il Clean Air Act del L'inquinamento ha cominciato segnare in modo importante l'attenzione dell'opinione pubblica negli Stati Uniti tra la metà degli anni '50 e l'inizio dei '70, quando il Congresso approvò la legge sul controllo del rumore (Noise Control Act), il Clean Air Act, il Clean Water Act e il National Environmental Policy Act. In Italia la sensibilità pubblica sull'argomento ha ugualmente segnato un picco d'interesse nel secondo dopoguerra. Anche in Italia non so no mancati episodi eclatanti di inquinamento anche protratto nel tempo, non ostante denunce e processi. Per decenni, particolarmente negli anni '70 le industrie chimiche della zona Porto Marghera (EniChem Agricoltura, Agrimont, Montefibre, Montedison in genere), riversavano cloruro di vinile, idrocarburi clorurati e metalli pesanti nella laguna, con gravi conseguenze per l ambbiente e un senesibile aumento di tumori.i responsabili dei fatti, processati negli anni 2000 e con sentenza di cassazione a maggio 2007, godono della prescrizione dei reati commessi Il disastro di Seveso è un altro paletto dell'evoluzione nella coscienza ambientale italiana; l'incidente avvenuto il 10 luglio 1976 nell'azienda ICMESA di Meda, che provocò la fuoriuscita di una nube di diossina del tipo TCDD, una tra le sostanze tossiche più pericolose esistenti. La nube tossica investì una vasta area di terreni nei comuni limitrofi della bassa Brianza, in particolare Seveso con seimila residenti esposti ai danni. Nel 1976, dopo il disastro di Seveso, venne promulgata la Legge Merli, che per prima stabiliva limiti e divieti precisi alle emissioni inquinanti. Fabbriche di diversa natura cominciarono a scaricare i propri rifiuti di notte, a nasconderli nei terreni circostanti, a diluirli per abbassare le concentrazioni. L'ACNA rimane uno dei casi verificati. Nel cosiddetto triangolo della morte Acerra-Nola-Marigliano si osserva un anomalo incremento della mortalità, che viene attribuito all'inquinamento causato dallo sversamento illegale di sostanze tossiche di varia provenienza, in particolare dalle industrie del nord Italia, operata da parte della Camorra. In Italia, per quanto riguarda le acque, la legge 319 del 1976, cd. legge Merli, stabilisce la disciplina degli scarichi nei corpi idrici ricettori e a mare, ripartendo le competenze in materia tra Stato, Regioni ed Enti locali e disponendo una ricognizione generale dello stato di fatto. Successivamente con la legge 183/1989 per il riassetto organizzativo e funzionale della difesa del suolo sono stati individuati i bacini idrografici dei principali corpi idrici ricettori, di interesse nazionale, regionale ed interregionale e sono state istituite le autorità di bacino ad essi preposte. La legge stabilisce anche le misure che le Autorità di Bacino devono intraprendere per la conoscenza dello stato qualitativo dei corpi idrici e per il miglioramento della loro tutela, considerando anche il servizio idrico urbano come uno dei carichi inquinanti che devono sottostare ai vincoli della tutela dei corpi idrici. La disciplina contro l'inquinamento atmosferico è contenuta nel DPR 203/1988 che ha dato attuazione a 4 direttive europee, emanate a partire dal 1980 e in continua evoluzione. Nel vecchio continente la Commissione europea ha presentato il 9 febbraio 2007 un progetto di direttiva per condannare in modo uniforme i crimini ambientali all'interno dell'unione Europea. Attualmente la definizione varia17 notevolmente da uno Stato membro all'altro, con sanzioni spesso ritenuti "insufficienti" da parte della Commissione. I crimini affrontati da questo progetto sono: Emissione illecita di sostanze pericolose Il trasporto illegale di rifiuti Commercio illegale di specie in via di estinzione In tutti gli stati la legislazione ha cominciato dalla fine del XX secolo a normare le questioni ambientali, fino ai recenti accordi a livello planetario, come il Protocollo di Kyōto, dell'11 dicembre 1997, sottoscritto da più di 160 paesi Il trattato è entrato in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica anche da parte della Russia, e la grande assenza degli USA, figuranti tra i pochi grandi paesi non aderenti, responsabili da soli del 36,2% del totale delle emissioni. Esistono molti tipi di inquinamento, suddivisi a seconda dell'elemento inquinante o dell'area inquinata, con frequenti commistioni dovute alla contiguità o alla stretta correlazione degli stessi (l'inquinamento dell'atmosfera si propaga agli spazi confinanti, che contribuiscono in proprio; l'inquinamento del terreno percola fino alle falde acquifere). Inquinamento atmosferico Si può definire l'inquinamento atmosferico come la presenza nell'atmosfera terrestre, che si propaga all'atmosfera degli ambienti confinati, di tutti gli agenti fisici, chimici e biologici modificanti le caratteristiche naturali atmosferiche potendo causare un effetto dannoso su esseri viventi e ambiente; questi agenti di solito non sono presenti nella normale composizione dell'aria, oppure lo sono ad un livello di concentrazione inferiore. In genere gli agenti possono influire associando tra loro, anche in maniera sinergica effetti delle diverse classi; un particolato (fisico), può avere effetti anche per la sua composizione (chimica), e per l'adesione superficiale ad esso di allergeni biologici. L'inquinamento può realizzarsi sia a livello locale che a livello globale. I principali inquinanti sono: ossidi di azoto, ossidi dello zolfo (SO 2 e SO 3 ), e del carbonio (CO e CO 2 ); composti organici volatili e in particolare idrocarburi aromatici mono e policiclici, alogenuri organici come i freon, ozono, radicali liberi (a emivita breve, come prodotto di reazioni chimiche e fotochimiche), piombo e altri cosiddetti metalli pesanti, il particolato. Gli inquinanti hanno un ruolo in molte patologie. Per quello che riguarda l'inquinamento atmosferico le più studiate sono quelle a carico dell'apparato polmonare, cardiocircolatorio e del sistema immunitario; tra le tante: tumori, disturbi del sistema immunitario, allergie, asma. Tra le principali fonti di rilascio di inquinanti nell'atmosfera si annoverano gli impianti chimici industriali, gli inceneritori, i motori a scoppio degli autoveicoli, le combustioni in genere. L inquinamento idrico consiste nella contaminazione dell'acqua, dei fiumi, dei laghi e dei mari derivante da liquami o rifiuti domestici, urbani, chimico industriali o nucleari scaricati nell'ambiente. Oceanografia, idrologia e chimica ambientale sono scienze che cooperano nell'analisi dei problemi ad esso connessi. Molti legami sono stati dimostrati, con dirette correlazioni, tra inquinamento e malattie. Esistono sindromi che hanno preso il nome da celebri casi di inquinamento Per l nquinamento del suolo valgono le osservazioni già fatte, in relazione ai suoli, e con il contributo dell'idrogeologia per la ricaduta diretta sulle acque. L inquinamento degli ambienti confinati consiste nella valutazione della qualità dell'aria interna e di altri parametri, come quelli acustici ed elettromagnetici. Inquinamento dell'aria in spazi confinati Si può definire l'inquinamento degli ambienti confinati, analogamente a quello atmosferico come la presenza nella propria atmosfera, di tutti gli agenti fisici, chimici e biologici modificanti le caratteristiche di base. In genere per quanto riguarda l'aspetto chimico, è in nel medesimo luogo maggiore, in assenza di interventi specifici, di quello esterno, alimentandosi dell'aria esterna, e contribuendo con l'emissione dei manufatti esistenti o con le fonti interne specifiche (fumo, stoccaggio di prodotti vari, trattamenti delle superfici), nonché provocato dalle più diverse attività. Inquinamento sul luogo di lavoro Concerne l'esposizione professionale agli agenti trattati, ad esempio, negli stabilimenti chimici industriali; è la causa delle malattie professionali. In tutti i casi di inquinamento possiamo individuare delle sorgenti, i produttori, e dei recettori. Gli effetti sui recettori sono differenti per diverse concentrazioni e a seconda dei tempi di esposizione che possono essere: brevi (secondi-minuti) medi (ore-giorni) lunghi (mesi-anni). Per quanto riguarda la tossicità acuta, uno dei parametri più utilizzati è la cosiddetta DL50, ovvero la dose che uccide il 50% di individui sottoposti a tale dose, generalmente testata su piccoli animali da esperimento (ratti, topi, conigli), citati nella definizione, come pure citata è la via di somministrazione. Le unità di misura dei DL50 sono milligrammi di sostanza per chilogrammo di peso dell'individuo: si tratta di una misura della tossicità acuta. In base a questo parametro le sostanze si dividono in: scarsamente tossiche (ad esempio l'alcool etilico): DL50 (ratto, orale)= 9500 mg/kg; moderatamente tossiche (ad esempio il sale da cucina): DL50 (ratto, orale)= 3000 mg/kg; molto tossiche (ad esempio il DDT): DL50 = 113 (ratto, orale) mg/kg;18 super tossiche (ad esempio alcune tossine del botulino): DL50 = 0,0001 mg/kg. Tra gli elementi ed i composti chimici semplici, i più tossici, per ingestione, ci sono: bario: dose letale media 250 mg/kg; arsenico: dose letale media 45 mg/kg; mercurio: dose letale media 23 mg/kg; cianuro: dose letale media 10 mg/kg; selenio: dose letale media 5 mg/kg; Dal punto di vista della tossicità cronica, le sostanze possono essere suddivise in: Sostanze cancerogene: in grado di provocare tumori. Quantunque molteplici sostanze, in studi correlazionali o in esperimenti di laboratorio su animali, siano risultate correlate alla formazione di tumori, sono relativamente meno quelle che sono state scientificamente dimostrate cancerogene per gli esseri umani; tra esse: fibre di amianto, composti del cromo esavalente, cloruro di vinile, benzo[a]pirene, diossina, catrame, benzene, raggi X e raggi UV. Sostanze teratogene: in grado di provocare malformazioni sui feti; tra queste: mercurio metile, composti del piombo, alcool etilico, dietilstilbestrolo (DES), talidomide, raggi X. Sostanze mutagene: in grado di innescare mutazioni che possono portare al cancro; tra queste: composti di piombo e mercurio, benzo[a]pirene, gas nervino, raggi X e raggi UV. L'agenzia intergovernativa IARC (acronimo di International Agency for Research on Cancer), è l'organismo internazionale, che tra i vari compiti svolti, detta le linee guida sulla classificazione del rischio relativo ai tumori di agenti chimici e fisici. Con sede a Lione, la IARC è parte dell'organizzazione mondiale della sanità (OMS), o World Health Organization (WHO) delle Nazioni Unite. La IARC conserva una serie di monografie sui rischi cancerogeni di svariati agenti. In Italia le Agenzie Regionali per la Protezione Ambientale si occupano direttamente della protezione dell'ambiente. La legislazione è di norma conforme alle direttive europee. Il SSN si occupa anche di inquinamento, se in relazione alla salute pubblica, svolgendo tramite apposite strutture attività di prevenzione primaria e di analisi epidemiologica degli effetti dell'inquinamento sulla salute umana. Gli istituti zooprofilattici possono svolgere sempre nell'ambito del SSN analoghe funzioni in relazione a quanto connesso con sanità animale, il controllo della salute, qualità ed eventuale inquinamento degli alimenti di origine animale, eccetera, e varie funzioni possono di volta in volta essere svolte da enti forestali, agrari, e simili. L'EPA è l'agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti che dovrebbe stabilire dei livelli di esposizione accettabile ai contaminanti. Per molte sostanze si stanno discutendo le relative soglie di esposizione, e in alcuni stati più attenti si sono elaborate liste alternative di sostanze pericolose. Nonostante la legislazione, i livelli di inquinamento negli Stati Uniti rispetto all'europa sono superiori. Negli Stati Uniti la multa massima per lo scarico di rifiuti tossici è di dollari, una cifra che molte grandi industrie possono permettersi di affrontare senza per questo essere costrette a prendere provvedimenti di abbattimento degli inquinanti. Una delle indicazioni date dall'epa, al pari di altri organismi, come la IARC, è quella sulla cancerogenicità cioè sulla possibilità che una sostanza ha di causare il cancro agli organismi viventi. I livelli sono: non cancerogeno probabile cancerogeno cancerogeno riconosciuto cancerogeno sconosciuto. Il Centre international de Recherche sur le Cancer/International Agency for Research on Cancer, IARC è organismo internazionale parte dell'organizzazione mondiale della sanità (OMS), delle Nazioni Unite, e in base alla cancerogenicità, ambientale o no, stabilisce analoghe indicazioni: Agenti, miscele ed esposizioni, sono suddivisi in cinque categorie. Categoria 1 : cancerogena per l'uomo. Categoria 2A : cancerogena probabile per l'uomo. Categoria 2B : cancerogena possibile per l'uomo. Categoria 3 : classificazione impossibile riguardo all'azione cancerogena per l'uomo. Categoria 4 : probabilmente non cancerogena per l'uomo. Vedere altro
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