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Timestamp: 2018-09-20 20:41:41+00:00
Document Index: 50528334

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FIGC "Servitor di due padroni "
L'onorabilità secondo la FIGC è un " Arlecchino servitor di due padroni".
Infatti come esaminato nella Nota dell'Avv. Massimo Rossetti, ha "rivisitato" le proprie decisioni in merito alla sentenza resa a seguito di patteggiamento: non può essere equiparata, ai fini dell'onorabilità ex art. 22 bis delle NOIF ad una sentenza di condanna !
27 dicembre 2017 -L’ondivaga e sempre più lasca onorabilità richiesta ai dirigenti di società di calcio.
L’art. 22 bis delle Norme Organizzative Interne della FIGC ( NOIF) reca le disposizioni per la onorabilità dei dirigenti di società di calcio.
Disposizioni soggette nel tempo a mutevoli modifiche, integrazioni e interpretazioni.
Tutte, però, nell’univoco segno di un progressivo, notevole indebolimento di requisiti e condizioni attestanti la predetta onorabilità.
Fa fede di ciò il fatto che, dapprima in via interpretativa e, poi, il 27 maggio 2014 in via normativa, la FIGC ha applicato ad una serie di reati tassativamente tipizzati, in sé e per se ritenuti gravi in base al bene tutelato dall’ordinamento sportivo, la condizione dell’entità della pena riportata per ta li reati ( reclusione superiore ad un anno).
Si è avuto così, almeno fino a che il legislatore ha significativamente aumentato le pene per il reato di frode sportiva, chiaramente il più grave per l’ordinamento sportivo in base al bene tutelato da quest’ultimo, che, paradossalmente, un dirigente di società di calcio, condannato in via definitiva per tale reato , avrebbe potuto ricoprire o continuare a ricoprire la carica, poiché il reato di frode sportiva comportava la pena della reclusione non superiore ad un anno.
Non solo, ma il 20 novembre 2014 la stessa FIGC, relativamente ad alcuni dei delitti elencati nell’art. 22 bis, stabiliva l’ulteriore condizione che per tali delitti fosse prevista la pena edittale della reclusione non inferiore nel minimo a tre anni.
In questo quadro normativo si inserisce ora un parere della Sezione Consultiva della Corte Federale d’Appello del 18 dicembre scorso ( vedasi Comunicato Ufficiale n. 071/CFA) che, smentendo un precedente parere della stessa Corte ( vedasi Comunicato Ufficiale n. 87 del 7 marzo 2016 ), dichiara che la sentenza resa a seguito di patteggiamento non può essere equiparata, ai fini e per gli effetti dell’art. 22 bis, ad una sentenza di condanna.
Ne deriva che il Presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero, il quale era stato dichiarato decaduto dalla carica per aver patteggiato una sentenza di condanna ad una pena detentiva superiore ad un anno per il reato di bancarotta fraudolenta, potrà ora riacquisire l’onorabilità necessaria per continuare a ricoprire tale carica.
L’odierno parere della Corte Federale d’Appello giunge a questa conclusione dopo un articolato e meticoloso excursus della giurisprudenza finora intervenuta in materia di equiparazione tra sentenza di condanna a seguito di patteggiamento e sentenza di condanna ordinaria.
Excursus in esito al quale la Corte perviene al convincimento che detta equiparazione, ai fini e per gli effetti voluti dall’art. 22 bis, non possa sussistere.
Più precisamente, la Corte ritiene ora che l’equiparazione prevista dall’art. 444 CPP attiene “ non già al riconoscimento in sé della qualità di soggetto penalmente responsabile di un fatto di reato, riconoscimento che non può prescindere da un accertamento della vera e propria responsabilità penale, invero mancante nel giudizio sotteso all’emanazione della sentenza ex art.444 CPP”.
Un revirement, quello della Corte, che, pur nel rispetto e nella massima considerazione per le argomentazioni giuridiche svolte, tuttavia, non può non destare perplessità.
Innanzitutto, perché la giurisprudenza ivi richiamata era in gran parte già presente e cognita quando la Corte emise il parere, contrario a quello attuale, nel marzo 2016.
Ma, soprattutto, perché la conclusione cui perviene oggi la Corte non sembra coerente con fondamentali principi generali dell’ordinamento sportivo, i quali richiederebbero, secondo una interpretazione logico-sistematica, che gli apporti della giurisprudenza ordinaria vengano adeguati a tali principi quando vengono calati nel predetto ordinamento.
Un ordinamento i cui soggetti, come visto, sono tenuti all’osservanza dei doveri di lealtà, correttezza e probità.
Ne consegue che i requisiti di onorabilità richiesti a chi riveste cariche apicali nello sport devono essere valutati, non soltanto applicando pedissequamente nozioni e concetti di derivazione penalistica.
L’onorabilità, infatti, che dà il titolo all’art. 22 bis delle NOIF, non coincide con la natura e gli effetti di una condanna penale; tanto più dovendosi l’onorabilità porre in stretta correlazione con l’osservanza del dovere di probità.
Quest’ultima che non si identifica con il non aver commesso reati, bensì con lo “ honeste vivere”.
Onorabilità che, secondo la definizione di onore datane dal Devoto-Oli, consiste nella “ dignità in quanto oggetto di considerazione sul piano sociale e morale e quindi riconducibile alla personalità dell’individuo o all’ambito codificato di una comunità e dei relativi costumi”.
Che, quindi, una giurisprudenza ordinaria, neppure uniforme, neghi l’equiparazione tra condanna derivante da patteggiamento e condanna comune non può essere assunta come decisiva e derimente ai fini della sussistenza dei requisiti di onorabilità che l’ordinamento sportivo richiede ai propri esponenti apicali.
Esponenti ai quali lo stesso ordinamento richiede evidentemente un quid pluris rispetto al non aver commesso reati.
Aggiungasi che, nel caso di patteggiamento, l’imputato si assume la responsabilità e le conseguenze di un fatto, pur non ammettendone esplicitamente la reità.
Si tenga, inoltre, conto che, ai fini interpretativi che qui interessano, il Codice della Giustizia Sportiva del CONI, che regola l’ordinamento e lo svolgimento dei procedimenti di giustizia innanzi alle Federazioni sportive nazionali, all’art. 39 ( Efficacia della sentenza dell’autorità giudiziaria nei giudizi disciplinari ), comma 2, stabilisce che la sentenza di applicazione della pena su richiesta delle parti ha la stessa efficacia della sentenza penale di condanna nel giudizio disciplinare quanto alla natura del fatto, della sua illiceità penale e dell’affermazione che l’imputato lo ha commesso.
Se, dunque, la sentenza a seguito di patteggiamento ha la stessa efficacia nel giudizio disciplinare della sentenza di condanna ai fini di quanto sopra, non si vede perché, anzi a maggior ragione, non possa e non debba avere la stessa efficacia anche ai fini dell’onorabilità.
D’altronde, se è vero, come il citato parere della Corte tiene puntualmente e puntigliosamentre a sottolineare, che deve essere riconosciuta la “ prevalenza dell’autonomia assegnata all’Ordinamento giuridico sportivo che, come è noto, rimane pur sempre capace di regolare, per il tramite delle sue strutture organizzative, fattispecie generali ed astratte con valenza verso la generalità degli associati, in funzione del perseguimento di specifiche finalità pur sempre rientranti nell’interesse generale in ragione del quale esso stesso è costituito “, allora, però, quando si tratta di interpretare le norme di quell’ordinamento, non ci si può appiattire su una giurisprudenza penale che prescinde del tutto dal perseguimento di specifiche finalità di quello stesso ordinamento.
Finalità che il TAR del Lazio, in una sentenza del giugno 2012, con riferimento proprio all’art. 22 bis, aveva individuate nell’esigenza “ di preservare l’ordinamento sportivo dal nocumento che potrebbe recare la presenza di soggetti, con poteri decisionali importanti, in relazione ai quali sussiste il dubbio di discutibile moralità e onorabilità”.
Che, peraltro, il patteggiamento di una condanna da parte di un soggetto con poteri decisionali importanti per un reato come quello di bancarotta fraudolenta sia un fatto che, quantomeno, susciti dubbi di discutibile onorabilità, mi pare, francamente, non controvertibile.
Né mi pare ammissibile che l’ordinamento sportivo, caratterizzato dall’osservanza da parte dei suoi appartenenti dei doveri di lealtà, correttezza e probità, possa disinvoltamente consentire che cariche apicali siano ricoperte o siano continuate a ricoprire da soggetti, a tutto voler concedere, di dubbia onorabilità.