Source: http://www.quartierefiera.org/fierasiaosserv.htm
Timestamp: 2018-12-16 21:49:52+00:00
Document Index: 111668595

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'art. 7', 'art. 19', 'art. 6', 'art. 6', 'art. 8', 'art. 4', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 8', 'art. 29', 'art. 29', 'art. 29']

Osservazioni allo Studio di Impatto Ambientale del Programma Integrato di Intervento
allo Studio di Impatto Ambientale del
Quartiere Storico di Fiera Milano
Referente per approfondimenti tecnici: Michele Sacerdoti, tel 335-6407625
Milano, 29 agosto 2005
Premessa. 4
Le alternative progettuali (par. 3.5) 5
L’assetto dei vincoli nell’area di intervento (par. 2.3.10) 8
La valutazione di impatto paesistico. 9
Metodologia (par. 4.6.1) 9
Stato di fatto: determinazione delle classi di sensibilità del sito (par. 4.6.2) 9
Livello locale: la Fiera di Milano (par. 4.6.2.1) 9
Criterio sistemico o morfologico - strutturale. 9
Criterio vedutistico. 12
Criterio simbolico. 12
Livello urbano: la città intorno alla Fiera (par. 4.6.2.2) 12
Criterio sistemico o morfologico – strutturale. 12
Criterio vedutistico. 13
Criterio simbolico. 13
Livello metropolitano: la “Grande Milano” (par. 4.6.2.3) 13
Criterio sistemico o morfologico - strutturale. 13
Criterio simbolico. 14
Sintesi: determinazione della classe di sensibilità del sito. 14
Valutazione dell’incidenza paesistica del progetto (par. 5.3.5.2) 16
Livello locale: il nuovo “Quartiere Fiera” (par. 5.3.5.3) 16
Incidenza morfologica e tipologica. 16
Incidenza linguistica: stile, materiali, colori 16
Incidenza visiva. 16
Incidenza ambientale. 17
Incidenza simbolica. 17
Giudizio sintetico. 17
Livello urbano: la città intorno al “Quartiere Fiera” (par. 5.3.5.4) 17
Incidenza morfologica e tipologica. 17
Incidenza linguistica: stile, materiali, colori 18
Incidenza visiva. 18
Incidenza ambientale. 18
Incidenza simbolica. 18
Giudizio sintetico. 18
Livello metropolitano: la “Grande Milano” (par. 5.3.5.5) 18
Incidenza morfologica e tipologica. 18
Incidenza linguistica: stile, materiali, colori 19
Incidenza visiva. 19
Incidenza ambientale. 19
Incidenza simbolica. 19
Giudizio sintetico. 19
Rassegna stampa. 20
Determinazione dell’impatto paesistico dell’intervento (par. 5.3.5.7) 31
Giudizio di impatto paesistico ed indicazioni di modifiche progettuali 31
Il sistema del verde, vegetazione, flora, fauna, ecosistemi (par. 3.3.2.4 e par. 5.3.4) 33
Impatto sul contesto economico (par. 4.12 e par. 5.3.12.3) 38
Traffico, viabilità e sosta. 39
Considerazioni conclusive. 44
Allegati 45
A) Parere del Nucleo di Consulenza sulla proposta definitiva del P.I.I Fiera Polo Urbano. 45
B) Parere del settore Parchi e Giardini sulla proposta definitiva del P.I.I Fiera Polo Urbano. 46
C) Esame dell’impatto paesistico dei progetti applicato in forma sperimentale agli interventi edilizi maggiori (aggiornato 01.07.05) 48
Il presente documento rappresenta il contributo dell’Associazione Vivi e Progetta un’altra Milano alla valutazione di impatto ambientale del Programma Integrato di Intervento Comune di Milano Quartiere Storico di Fiera Milano.
L’Associazione, costituita da residenti del quartiere intorno alla Fiera, si batte da anni per il miglioramento della vivibilità della zona ed il ridimensionamento delle attività fieristiche.
Ha pertanto acquisito conoscenze approfondite sulle iniziative della Fondazione Fiera ed in particolare sul P.I.I. sottoposto a V.I.A., di cui ha seguito da vicino l’iter di preparazione e approvazione.
Riteniamo pertanto di poter dare un contributo significativo in termini conoscitivi e valutativi alla valutazione in corso da parte della Regione con il contributo di Comune e Provincia di Milano.
Il contributo riguarda in particolare:
· le alternative progettuali,
· l’assetto dei vincoli nell’area di intervento,
· la valutazione di impatto paesistico,
· il sistema del verde e degli spazi pubblici,
· il contesto economico,
· il traffico e la viabilità.
Il Comune di Milano non ha ancora adottato il P.I.I. e potrebbe apportare modifiche rilevanti in sede di adozione e approvazione, soprattutto se questi atti saranno compiuti dal Consiglio Comunale e non dalla Giunta sulla base di una ordinanza del TAR relativa alla nuova legge urbanistica regionale 12/2005.
Dovendo la V.I.A. tener conto dello stato di avanzamento del progetto e non essendo questo definitivo, la Regione ha la possibilità di richiedere una riprogettazione dell’intervento, di cui si dovrà tenere conto in sede di adozione, approvazione del P.I.I. e concessione dei permessi di costruire.
Le alternative progettuali (par. 3.5)
Il capitolo 3.5 dello studio affronta in modo estremamente superficiale la tematica delle alternative progettuali.
Viene scartata la possibilità di mantenere gli edifici del recinto fieristico anche in assenza di un loro utilizzo come sede di esposizione.
Questa possibilità non può essere scartata perché ad esempio a Monaco di Baviera si è deciso di tenere alcuni padiglioni della locale fiera e riutilizzarli come sede di museo.
La scelta di demolire i padiglioni attuali (tranne l’ex- Palazzo dello Sport), alcuni dei quali di notevole pregio architettonico come si dirà più tardi, deriva solo dalla scelta economica di dare alla Fondazione Fiera le risorse economiche per costruire il nuovo polo fieristico di Rho-Pero. Se le risorse fossero state acquisite in altro modo non vi sarebbe la necessità di sfruttare commercialmente l’attuale recinto fieristico.
Il terreno, fino al 1920 utilizzato come Piazza d’Armi e quindi di proprietà demaniale, fu venduto alla Fiera a basso costo per favorirne la nascita nel 1921 e quindi avrebbe potuto essere riacquisito al demanio pubblico senza riconoscere alla Fondazione la plusvalenza fondiaria.
Una volta deciso il riutilizzo dell’area non è scontato l’utilizzo dell’indice di utilizzazione di 1,15 mq/mq. Questo indice è quello massimo definito nella variante all’accordo di programma del 2004 ma potrebbe non essere completamente utilizzato dal P.I.I., diminuendone sicuramente l’impatto ambientale.
Una volta decisa l’entità dell’indice non è scontata la distribuzione plani-volumetrica degli edifici rispetto al verde e agli spazi pubblici.
Il concorso internazionale del 2004 ha evidenziato come i vari concorrenti abbiano proposto soluzioni plani-volumetriche assai diverse.
All’interno della short-list di tre concorrenti ammessi alla selezione finale in base al prezzo massimo offerto il progetto di Citylife, risultato vincitore per l’offerta più alta, ha proposto a nostro parere la soluzione peggiore, peraltro non in accordo con la variante che prevede la realizzazione di verde e spazi pubblici sulla metà dell’area.
Infatti per parco pubblico si intende un’area verde delimitata dalle strade pubbliche disposte intorno all’area di intervento, mentre il parco di Citylife è in gran parte delimitato dagli edifici residenziali e terziari del P.I.I. e si qualifica piuttosto come giardino condominiale aperto al pubblico.
Il terziario è stato concentrato in tre torri centrali, mentre gli edifici residenziali cono stati concentrati lungi il perimetro, proseguendo idealmente gli isolati intorno alla fiera ma aumentandone l’altezza, in modo da raccordare le quote degli edifici preesistenti con quelle delle torri.
Per allargare il parco del 4% sono stati progettate due ulteriori torri residenziali verso piazza Arduino e viale Cassiodoro.
Il progetto presentato da Pirelle RE e dall’architetto Renzo Piano prevedeva invece un parco pubblico a forma triangolare affacciato sulle strade pubbliche, addossando gli edifici terziari verso la Fiera e concentrando gli edifici residenziali in un’unica torre.
Fig. 1 Due immagini del plastico della proposta dell’architetto Renzo Piano
Inoltre prevedeva una strada urbana all’interno, nella migliore tradizione delle città europee.
Questa soluzione è stata ritenuta dai residenti del quartiere come la migliore per la vivibilità della zona e l’utilizzo del parco da parte di nuovi e vecchi residenti.
Essa salvaguardava inoltre la veduta dell’asse di viale Scarampo-via Rossetti-via Mascheroni che era richiesta dal bando per ottenere la veduta della chiesa di Santa Maria delle Grazie da viale Scarampo, come viale trionfale di ingresso a Milano.
Salvaguardava anche l’asse di via Domenichino-via Domodossola ricomponendo il tessuto urbano parallelamente all’asse di Corso Sempione, come richiesto dagli anni trenta da numerosi urbanisti tra cui De Finetti, operazione ora possibile con la dismissione del recinto fieristico.
Trattandosi di un concorso interno della Fondazione Fiera e non di un concorso pubblico, il Comune di Milano avrebbe potuto obbligare il gruppo Citylife a sviluppare il P.I.I. secondo la distribuzione plani-volumetrica di Pirelli RE.
Invece si è limitato a chiedere modifiche marginali come l’aumento del 4,3% del parco e l’allargamento del varco verso piazza Giulio Cesare e a includere nel perimetro dell’area di trasformazione alcune aree esterne di proprietà comunale (Vigorelli e Piazza Giulio Cesare), che avrebbero potuto essere riqualificate dal Comune indipendentemente dalla realizzazione del P.I.I. con gli oneri di urbanizzazione e le monetizzazioni versate.
Per ampliare il varco verso piazza Giulio Cesare è stata eliminato un edificio del complesso residenziale B, per ampliare il parco il complesso residenziale A è stato addossato a via Berengario ed è stata creata una torre di 23 piani mentre nel complesso residenziale D è stata creata una torre residenziale di 27 piani.
E’ stata un’operazione di maquillage che ha portato del P.I.I. preliminare al P.I.I. definitivo, che è stata criticata dallo stesso Nucleo di Valutazione dei P.I.I., organo di consulenza del Comune (si veda l’allegato A): “Il disegno delle residenze mantiene il suo carattere originario, anche se l’impianto è più compatto e le altezze di alcuni gruppi di edifici aumentate, con il possibile risultato di sottolineare l’eccessiva densità complessiva dell’intervento.”
Il risultato è mediocre e tale da non risolvere i problemi creati da un progetto che non avrebbe dovuto neanche essere ammesso in short-list, non rispondendo ai requisiti del concorso.
Pertanto riteniamo che le alternative progettuali da prendere in considerazione siano:
· il mantenimento degli edifici del recinto fieristico con una diversa destinazione,
· la demolizione della maggior parte degli edifici e la costruzione di nuovi edifici utilizzando un indice più basso di quello massimo consentito dalla variante,
· una diversa distribuzione plani-volumetrica degli edifici per rispettare le disposizioni della variante sul parco.
A nostro parere non è possibile dare un giudizio di compatibilità ambientale positivo al P.I.I. presentato in assenza di reali alternative progettuali di minore impatto.
Il Comune di Milano ha già esplorato tutte le possibili varianti al programma per mitigarne l’impatto ed è arrivato alla soluzione migliore a parità di indice e distribuzione degli edifici. Ulteriori prescrizioni non possono portare a significative mitigazioni dell’impatto.
E’ necessario a nostro parere che venga richiesta al proponente la riprogettazione del programma secondo le indicazioni da noi auspicate.
L’assetto dei vincoli nell’area di intervento (par. 2.3.10)
Nel capitolo 2.10 è dichiarato che l’area d’intervento non è interessata da particolari vincoli di tipo ambientale-territoriale.
Ciò non corrisponde al vero in quanto l’area di trasformazione normata dal P.I.I. comprende una parte di Piazza Giulio Cesare che è sottoposta a vincolo ambientale sulla base del Titolo III del D.lgs. 41/2004 (Codice Urbani).
Il fatto più grave é che nella Fig. 2.1 il vincolo è indicato erroneamente come terminante all’esterno dell’area di trasformazione.
Il vincolo, istituito con il verbale della commissione provinciale per la tutela delle bellezze naturali del 24 aprile 1990, comprende il sedime comprendente le aree di piazza Giulio Cesare, via Buonarroti, piazza Piemonte e dichiara che “il sistema costituisce una meritevole prospettiva a partire dalla piazza Giulio Cesare lungo via Buonarroti fino ad arrivare a piazza Piemonte. Questo sistema viario presenta notevoli valenze ambientali non solo per le visuali individuabili, ma anche per il particolare rapporto tra zone verdi e architettura d'epoca.”.
Fig. 2 Dettaglio del vincolo tratto dal S.I.B.A.
La parte del P.I.I. che riguarda Piazza Giulio Cesare dovrà pertanto essere sottoposta all’autorizzazione dell’Ufficio Tutela Beni Ambientali del Comune di Milano, degli esperti edilizi della Commissione Edilizia Integrata e della Soprintendenza dei Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano.
Vista la motivazione del vincolo l’autorizzazione non potrà riguardare solo la sistemazione del verde nella piazza ma anche le facciate dei nuovi edifici residenziali dei complessi “B” e “C” che si affacceranno sulla piazza e la vista delle torri che si percepirà da tutto l’asse viario, come dimostrato dalla Fig. 3.58 – Inserimento dell’intervento nel contesto urbano: vista da via Buonarroti.
E’ chiaro che le nuove architetture alterano il particolare rapporto esistente tra le zone verdi e l’architettura d’epoca che caratterizza piazza Giulio Cesare, i cui edifici intorno alla fontana di stile eclettico sono stati costruiti nella prima metà degli anni venti.
Questo è un ulteriore motivo per non prevedere alcun nuovo edificio su piazza Giulio Cesare, concentrando il parco sul lato sud del recinto fieristico, come nella proposta dell’arch. Piano.
La valutazione di impatto paesistico
Le Norme Tecniche di Attuazione del Piano Territoriale Paesistico della Regione Lombardia prevedono che la valutazione di impatto paesistico del P.I.I. venga effettuata nell’ambito della valutazione di impatto ambientale.
Questa valutazione deve essere particolarmente attenta in quanto, in sede di rilascio dei singoli permessi di costruire, essa dovrà essere nuovamente effettuata ma sarà difficile in quella fase modificare l’assetto plani-volumetrico e l’architettura degli edifici in presenza di un programma estremamente dettagliato da questo punto di vista.
Pertanto è in questa sede che vi è ancora la possibilità di controllare l’impatto paesistico dell’intervento e di prescrivere le modifiche progettuali per diminuirlo.
Il Comune di Milano ha avviato in via sperimentale la valutazione di impatto paesistico nel novembre 2003 e l’ha estesa nel dicembre 2004 a tutti gli interventi edilizi maggiori, seguendo le linee guida del P.T.P.R..
La Commissione Edilizia, nel suo parere al P.I.I., si è riservata di esaminare attentamente le richieste di permesso in modo da valutarne l’impatto paesistico nel dettaglio.
E’ da rilevare che lo stile architettonico del progetto si stacca completamente non solo da quello degli edifici della zona ma da tutto quanto è stato edificato finora nella città di Milano.
Riteniamo assolutamente insufficienti le simulazioni dell’inserimento dell’intervento nel contesto urbano (fig. 3.57-3.70). Mancano le simulazioni da piazza Arduino, via Berengario, via Spinola, piazza Giulio Cesarere, via Senofonte, via Cassiodoro, piazza Sei Febbraio, viale Boezio in cui si vedano dal livello della strada gli edifici attuali e i nuovi edifici. Le simulazioni dall’alto (fig. 3.66-3.67) non danno alcuna idea dell’impatto delle nuove costruzioni sul quartiere.
Metodologia (par. 4.6.1)
Nel Comune di Milano, grazie alla sperimentazione sui sottotetti ed alla sua estensione a tutte le opere maggiori, vi è una esperienza consolidata sull’esame paesistico dei progetti.
Non si è mai ricorso finora alla distinzione dell’analisi tra livello locale e sovralocale né ad una analisi a livello dell’area metropolitana milanese per la ridotta dimensione degli interventi rispetto a quello in esame.
Riteniamo che l’eccessiva articolazione dell’analisi sia negativa in quanto fa perdere la visione unitaria dell’impatto paesistico dei progetto.
Comunque per argomentare sui vari punti ci adeguiamo all’impostazione seguita dallo studio, forse suggerita dalla Regione in fase di elaborazione assistita dello studio stesso.
Stato di fatto: determinazione delle classi di sensibilità del sito (par. 4.6.2)
Livello locale: la Fiera di Milano (par. 4.6.2.1)
Criterio sistemico o morfologico - strutturale
Nel recinto fieristico sono presenti padiglioni di elevata qualità architettonica costruiti da importanti architetti e ingegneri, che potrebbero essere qualificati come edifici moderni “d’autore”.
Citiamo, tra i padiglioni storici della Fiera oggetto di demolizione:
· il padiglione della meccanica (20) di M. Bega del 1969,
· il padiglione 1 di G. Ponti e E. Lancia del 1927,
· il Palazzo delle Nazioni (CISI) di E. Bianchetti e C. Pea del 1947,
· il padiglione 10 Mifed di M. Bega e B. Munari del 1947-53,
· l’emiciclo (padiglione 25) di G. de Finetti e P.I. Nervi del 1947,
· la Galleria Nava (davanti al padiglione 25) di P.I. Nervi e L. Baldessari del 1953,
· il padiglione 9 di L. Baldessari e C. Pea del 1951,
· il Palazzo Africa di M. Bega del 1973 (Porta Giulio Cesare),
· il Padiglione 7 di A. Bianchetti e C. Pea del 1950,
· il Padiglione 6 di A. Bianchetti e C. Pea del 1954.
Fig. 3 Mappa della Fiera attuale dal sito di Fiera Milano
Fig. 4 Pagina della rivista Hinterland, diretta dal Prof. Arch. Guido Canella, 1985
Fig. 5 Il padiglione della Meccanica (10) di Melchiorre Bega (dal sito della Fondazione Fiera)
Nello studio di parla genericamente di padiglioni realizzati in periodi storici differenti, come documentato nella figura 4.45 – Sviluppo dei padiglioni fieristici, con la realizzazione “di un insieme estremamente eterogeneo sia dal punto di vista tipologico che compositivo.
Ci riserviamo di arricchire queste osservazioni con schede di maggiore dettaglio sui singoli padiglioni per dimostrarne l’elevata qualità architettonica e non il mero interesse di archeologia industriale citato nella Tab. 4.24 – Paesaggio – stato di fatto – determinazione delle classi di sensibilità del sito.
A questi padiglioni si aggiungono gli edifici non destinati a demolizione costruiti nel 1923 quando la Fiera campionaria fu spostata nell’allora Piazza d’Armi:
· le due Palazzine degli Orafi in stile liberty
· il Palazzo dello Sport
Dal punto di vista sistemico si può pertanto assegnare al sito una sensibilità paesistica alta.
Criterio vedutistico
A causa dell’elevato valore architettonico degli edifici anche la loro visuale lungo la via dell’Industria e in Piazzale Italia, su cui si affaccia l’emiciclo e il palazzo delle Nazioni, è di grande interesse.
L’impianto planimetrico di via dell’Industria fu voluto dall’arch. Giuseppe de Finetti dopo le distruzioni della seconda guerra mondiale; in quanto membro del consiglio di amministrazione in rappresentanza della Provincia di Milano, elaborò nel 1946 uno “Studio di riforma stradale interno” per valorizzare la diagonale che congiunge Porta Domodossola a Porta Meccanica, da lui definita “canale maestro della Fiera”, su cui apparve opportuno inserire una piazza a tracciato ellittico, Piazzale Italia. La centralità della piazza venne esaltata dal complesso a emiciclo e dal Palazzo delle Nazioni. Nelle intenzioni di De Finetti la nuova direttrice avrebbe dovuto essere rafforzata al pari di tutti gli assi paralleli al Corso Sempione, in modo da avviare un processo di riallineamento del quartiere fieristico all’interno della maglia urbana.
In questa prospettiva il Viale del Lavoro rappresentava il proseguimento di viale Scarampo verso via Rossetti e via Mascheroni.
Nello studio non sono state di proposito inserite le immagini dei padiglioni di pregio ma solo vedute squallide con volantini per terra, assolutamente tendenziose per abbassare la sensibilità del sito.
Dal punto di vista vedutistico si può assegnare al sito una sensibilità paesistica alta.
Criterio simbolico
La Fiera di Milano è un luogo contraddistinto da un elevato status di rappresentatività nella cultura locale essendo un luogo di aggregazione e di riferimento dei milanesi fin dalla sua fondazione, in particolare per la Fiera Campionaria che si svolgeva dal 12 al 27 aprile.
L’Esposizione Nazionale del 1881 ebbe il ruolo di presentare Milano come “capitale economica” a livello italiano. L’Esposizione Internazionale del 1906 utilizzò per la prima volta l’allora Piazza d’Armi, collegandola al Parco Sempione con una ardita ferrovia sospesa. La prima Fiera campionaria di Milano si tenne nei Bastioni di Porta Venezia nel 1920 ma per mancanza di spazio per la quarta edizione nel 1923 fu acquistata la Piazza d’Armi ed edificati il Palazzo dello Sport e le palazzine degli orafi di Porta Domodossola.
Dal punto di vista simbolico si può pertanto assegnare al sito una sensibilità paesistica alta.
Livello urbano: la città intorno alla Fiera (par. 4.6.2.2)
Criterio sistemico o morfologico – strutturale
Sul perimetro dei viali che circondano il recinto fieristico ci sono edifici costruiti tra le due guerre che costituiscono un insieme omogeneo di elevato valore ambientale; di particolare interesse sono gli isolati al lato di piazza Giulio Cesare.
Quello a ovest è formato da palazzine isolate tra cui l’edificio che Giò Ponti costruì per la propria famiglia a metà degli anni trenta (villa Leporte), mentre quello a est è formato da edifici ad appartamenti, di cui alcuni sono opera di Asnago e Vender e sono tra i più significativi edifici per abitazioni del novecento a Milano.
Di particolare interesse è anche il complesso delle tre piazze disposte a sud, est e ovest del recinto fieristico: Piazza Giulio Cesare/Largo Africa, Piazza Arduino e Piazza Sei Febbraio. L’insieme di Largo Africa e Piazza Giulio Cesare è stato pensato come ingresso trionfale alla Fiera con una fontana monumentale e edifici simmetrici. L’ingresso è posto al termine dell’asse di via Buonarroti-Piazza Piemonte, sottoposto a vincolo ambientale.
Tra gli edifici del recinto fieristico che non vengono demoliti è presente il Padiglione dell’Agricoltura progettato nel 1956 dall’arch. Ignazio Gardella.
La veduta delle Palazzine degli Orafi è significativa da largo Domodossola e via Domodossola mentre quella del Palazzo dello Sport è significativa da Piazza Sei Febbraio.
E’ importante dal punto di vista dei viali alberati con platani pregevoli la corona di viali lungo il perimetro est, sud e ovest, che si collega con i viali alberati di via Alcuino, via Domenichino e via Domodossola (si veda la Fig. 4.41 - Rappresentazione schematica d’insieme del sistema del verde nelle aree limitrofe all’area di trasformazione)
Come illustrato nel paragrafo precedente il sito comprende importanti vedute dal quartiere limitrofo, una delle quali sottoposta addirittura a vincolo ambientale.
Lo studio pone l’accento su tre strati di “mura” intorno alla Fiera e non illustra invece le importanti prospettive da Piazza Giulio Cesare e da Piazza Sei Febbraio.
Peraltro la prospettiva da via Euripide, rappresentata in Fig. 4.51 – Via Euripide, il “muro” della Fiera, non migliorerà affatto con il nuovo progetto in quanto l’edificio della Fiera in fondo alla via, il padiglione 6 alto 12 metri, sarà sostituito da un edificio residenziale alto 47 metri (13 piani).
Dal punto di vista vedutistico si può pertanto assegnare al sito una sensibilità paesistica alta.
L’analisi a livello urbano non cambia a nostro parere il significato simbolico del quartiere.
Livello metropolitano: la “Grande Milano” (par. 4.6.2.3)
A livello metropolitano il quartiere fieristico rappresenta una zona di alta qualità architettonica sia per gli edifici di autore all’interno del recinto sia per quelli all’esterno.
Dal punto di vista del verde, pur non essendovi un parco urbano, il sistema dei viali alberati ben si raccorda con il sistema di Corso Sempione a est, di piazza Firenze a nord, di viale Monte Rosa a ovest, di via Pallavicino a sud.
Il quartiere fiera, grazie alla sua altezza media di 13 metri, non ostacola la visuale delle montagne delle Alpi poste a nord e a ovest di Milano (Resegone, Monte Rosa) nelle giornate limpide.
Ben altro sarà l’impatto delle tre nuove torri terziarie, delle due torri residenziali e dei complessi residenziali che saranno ben visibili da tutta la città ed in particolare dalle viste riportate nelle figure 4.54, 4.55, 4.56, ostacolando la vista delle montagne e ponendosi in concorrenza con la guglia del Duomo.
A Monaco di Baviera è stato recentemente posto un vincolo di 100 metri all’altezza degli edifici per non superare l’altezza della cattedrale. A Milano le nuove torri della Fiera avranno un forte impatto sul risalto della guglia della Madonnina, a cui faranno concorrenza visiva.
Il fatto quindi che il quartiere fiera non ha visibilità dal resto della città ha un valore positivo dal punto di vista della sensibilità del sito a livello sovralocale.
Concordiamo con l’elevato significato simbolico della fiera a livello metropolitano affermato nello studio.
Sintesi: determinazione della classe di sensibilità del sito
Sulla base delle argomentazioni sopra esposte riteniamo che la sensibilità paesistica del sito sia alta, al contrario di quanto dichiarato nello studio sulla base di argomentazioni tendenziose.
STATO DI FATTO: DETERMINAZIONE DELLE CLASSI DI SENSIBILITÀ DEL SITO
Modi di valutazione
Valutazione sintetica in relazione alle chiavi di lettura locale
Valutazione sintetica in relazione alle chiavi di lettura urbana
Valutazione sintetica in relazione alle chiavi di lettura metropolitana
Morfologico - strutturale
Sensibilità paesistica alta
Vedutistico
La Fiera presenta importanti particolari valori paesistici al suo interno per la qualità architettonica dei padiglioni, molti dei quali d’autore, per l’impianto planimetrico dei viali e piazze, e per il ruolo e la storia della Fiera Campionaria d’aprile .
Il quartiere intorno alla fiera è caratterizzato da importanti edifici residenziali d’autore e da un insieme di piazze e viali alberati con platani che si raccordano con il sistema del verde di Milano. La Fiera assicura importanti vedute dall’asse di via Buonarroti e di Largo Domodossola tramite i suoi edifici di pregio.
L’asse via Buonarroti-piazza Giulio Cesare è tutelato da vincolo ambientale.
La Fiera, grazie all’altezza media di 13 metri dei suoi padiglioni, non ostacola le vedute del Duomo e delle montagne a nord e ovest di Milano.
Valutazione dell’incidenza paesistica del progetto (par. 5.3.5.2)
Riteniamo che l’incidenza paesistica del progetto sia da considerarsi molto alta in quanto ostacola la fruizione del paesaggio urbano e trasforma sostanzialmente gli elementi del paesaggio urbano esistente.
Per la nostra valutazione ci basiamo sul modulo del Comune di Milano (allegato c).
Livello locale: il nuovo “Quartiere Fiera” (par. 5.3.5.3)
Incidenza morfologica e tipologica
Alterazione dei caratteri morfologici del luogo e dell’edificio oggetto di intervento:
Il progetto comporta modifiche degli ingombri volumetrici, delle altezze, degli allineamenti degli edifici e degli allineamenti dei profili, dei profili di sezione trasversale urbana, dei prospetti, dei rapporti pieni/vuoti, degli allineamenti tra aperture e superfici piene; dell’articolazione dei volumi.
Adozione di tipologie costruttive non affini a quelle presenti nell’intorno per le medesime destinazioni funzionali:
Il progetto prevede tipologie costruttive differenti da quelle prevalenti in zona; soluzioni di dettaglio (es. manufatti in copertura, aperture, materiali utilizzati, ecc..) differenti da quelle presenti, da eventuali soluzioni storiche documentate in zona o comunque presenti in aree limitrofe.
Lo stile architettonico dei progettisti prescelti vuole di proposito rompere la tradizione architettonica del quartiere ed in generale di Milano. Si veda la rassegna stampa allegata.
Incidenza molto alta
Incidenza linguistica: stile, materiali, colori
Il linguaggio del progetto è differente rispetto a quello prevalente nel contesto, inteso come intorno immediato.
Incidenza visiva
Il progetto ha un notevole ingombro visivo sia per quanto riguarda le torri terziarie, sia per quanto riguarda le torri e gli edifici residenziali.
Vengono occultate le visuali rilevanti delle montagne a nord e a ovest di Milano e la veduta della chiesa di Santa Maria delle Grazie da viale Scarampo, richiesta dal bando di concorso della Fondazione Fiera.
I prospetti sulle strade e piazze pubbliche sono particolarmente invasivi: lungo le strade perimetrali di viale Boezio, viale Cassiodoro, via Senofonte, via Spinola, viale Berengario saranno costruiti nuovi edifici compresi tra i 7 e i 27 piani che incomberanno sugli edifici dall’altra parte delle strade, di altezze molto minori.
Tra le simulazioni presentate non ce n’è una che rappresenti le strade perimetrali ed i nuovi edifici.
L’asse di via Mascheroni, via Rossetti e via Euripide sarà bloccato da un edificio residenziale di 47 metri (13 piani), rispetto all’attuale padiglione 6 di 12 metri.
L’asse di via Buonarroti-piazza Giulio Cesare, tutelato da vincolo ambientale, terminerà su edifici residenziali di 43-50 metri, con vista delle torri centrali alte 168 e 134 metri.
Le due Palazzine degli Orafi da Largo Domodossola saranno schiacciate dalle torri retrostanti.
Incidenza ambientale
Gli spazi aperti previsti dal progetto sono insufficienti per rendere più confortevole l’utilizzo e la percezione dei nuovi spazi del Quartiere. Si vedano più sotto le osservazioni sul parco.
Incidenza simbolica
I nuovi elementi simbolici e rappresentativi proposti dal progetto rivestono uno scarso significato per il quartiere e la città:
· il Museo del Design era già previsto all’interno della Triennale e le aziende del design non hanno alcun bisogno di essere collocate vicino al museo,
· il Museo del Bambino non è necessario se non per l’asilo nido e la scuola materna, peraltro collocate ai piani superiori contro le normative vigenti,
· il Parco Urbano non è il parco promesso al quartiere e alla città ma piuttosto un giardino condominiale creato per vendere meglio gli appartamenti residenziali (vedi osservazioni specifiche),
· le tre Torri sono totalmente estranee alla tradizione milanese e vogliono fare assomigliare Milano a New York o Shanghai.
La trasformazione proposta del quartiere fieristico non soddisfa i requisiti del bando di concorso e quelli richiesti dal quartiere e dalla città.
L’area non verrà valorizzata ma sottoposta ad una cementificazione selvaggia, anche se d’autore, di nessun interesse se non per la Fondazione Fiera che incasserà 525 milioni di euro.
L’incidenza paesistica del progetto è pertanto molto alta.
Livello urbano: la città intorno al “Quartiere Fiera” (par. 5.3.5.4)
Il progetto sostituisce la muro della Fiera un nuovo muro rappresentato dagli alti edifici residenziali con altezze comprese tra i 18 e i 27 metri lungo le strade e piazze perimetrali. Il Parco Urbano si apre dei varchi assolutamente insufficienti in questo muro: 33 metri verso Piazza Amendola, 80 metri verso Piazza Giulio Cesare, 40 metri verso via Senofonte, 80 metri verso viale Cassiodoro. Il Parco Urbano ha una dimensione insufficiente (86.000 mq) di cui solo 56.000 mq su terra piena, e 30.000 mq sopra i parcheggi interrati. Ciò renderà impossibile piantare alberi di prima grandezza su questa parte del parco per riequilibrare l’altezza degli edifici. In particolare l’affaccio su via Senofonte è interamente su soletta.
Inoltre la presenza degli edifici residenziali costringerà a creare alte e antiestetiche recinzioni tra il parco e le case.
Le nuove funzioni che si vengono ad insediare non risolvono il problema del traffico generato dalla Fiera in quanto rimangono in città la metà delle fiere tra cui alcune particolarmente frequentate come lo Smau e l’Artigiano in Fiera, e si aggiunge il traffico provocato dai 5.000 residenti, 5.000 impiegati e 5.000 visitatori.
Lo stile dei nuovi edifici è una innovazione a livello mondiale, non avendo gli architetti Libeskind e Hadid mai progettato edifici residenziali.
Milano ha finora accettato con misura l’accostamento di stili edilizi e non è un laboratorio di architettura. Sono state le distruzioni dell’ultima guerra mondiale che hanno costretto la città a rinnovarsi radicalmente.
L’invisibilità della attuale Fiera non è un difetto ma un pregio per gli abitanti che risiedono intorno che hanno potuto godere di una vista libera davanti ai loro appartamenti.
I nuovi volumi non saranno che un ingombro estremamente fastidioso che i residenti del quartiere rifiutano.
Siamo d’accordo sul traffico indotto che sarà superiore all’attuale sia nei periodi di fiera sia nei periodi senza fiera che sulle ombre dei nuovi edifici sugli edifici circostanti (in particolare su viale Boezio) e sul parco, che sarà per la maggior parte all’ombra per tutto l’inverno. Si veda lo studio delle ombre nelle tavole del P.I.I.
Il Parco che viene introdotto non è in grado di compensare questi svantaggi, anzi ne è una vittima, mentre con una diversa progettazione avrebbe potuto essere un vero parco (si veda il progetto dell’arch. Piano).
Il quartiere non avrà alcuna centralità urbana ma si riempirà di simboli di scarso interesse per il quartiere e la città. La visibilità internazionale potrebbe venire dall’avere ospitato tre architetture stravaganti di architetti facenti parte dello star system internazionale.
I cittadini milanesi stanno rifiutando i nuovi materiali architettonici e urbanistici del Quartiere che sono destinati a alterare gli equilibri che caratterizzano la città.
Livello metropolitano: la “Grande Milano” (par. 5.3.5.5)
Il nuovo quartiere crea nuovi parcheggi per la fiera, i residenti, le funzioni terziarie e commerciali ma non per i residenti attuali, che rischiano di trovare le strisce gialle occupate dai nuovi residenti che non avranno acquistato i box all’interno.
La nuova linea metropolitana è ancora a livello di ipotesi e non è stata ancora inserita nel piano triennale delle opere pubbliche né è stata finanziata. Per il momento è prevista una metrotramvia da Piazza Axum alla stazione di Porta Garibaldi.
L’attuale linea 1 non reggerà gli utenti aggiuntivi provocati dal quartiere, dove peraltro le torri terziarie sono molto lontane dalla fermata di piazza Amendola (circa 500 metri in linea d’aria).
La fermata Domodossola delle Ferrovie Nord è a circa 700 metri dalle torri terziarie.
I nuovi progetti di trasformazione citati come Santa Giulia e Garibaldi hanno linguaggi architettonici molto più tradizionali (torri dritte al Garibaldi, edifici più bassi e molto più verde a Santa Giulia).
I tre totem hanno una architettura molto discutibile (sono state definite nella rivista inglese di architettura Architect’s Journal “le tre grazie”) e saranno per sempre uno sfregio alla città.
Il progetto non contribuisce come auspicato alla rete dei parchi della città e peggiora il traffico in un’area vasta di Milano, peggiorando la qualità della vita dei residenti a causa dell’inquinamento e del rumore.
Il progetto non dà spazi verdi significativi ai cittadini e non pone Milano al pari delle altre metropoli europee in termine di vivibilità, ma solo per un assurdo inseguimento di stili architettonici internazionali determinato dallo “star system” dei grandi studi di architettura.
Alla scala metropolitana il progetto rimarrà come un monumento all’attuale sindaco di Milano, che ha recentemente paragonato le tre torri alle piramidi che sopravvivranno alla sua amministrazione.
Nessun vantaggio concreto deriverà alla comunità milanese. Il progetto vincitore potrebbe essere realizzato in qualsiasi città del mondo.
Per avvalorare le tesi da noi espresse abbiamo estratto dalla rassegna stampa presente sul nostro sito www.quartierefiera.org alcuni brani.
Arch. Prof. Marco Romano sul Corriere della Sera - 22/9/04 – Fiera e grattacieli, la sfida di Milano
“Bene ha fatto la Fiera a vendere il terreno della vecchia sede chiedendo ai concorrenti un’offerta economica e un progetto perché, se la convenienza finanziaria è indiscutibile (la cordata aggiudicataria ha offerto 100 milioni di più), il progetto può venire discusso, confrontato, criticato, modificato.
Questo progetto è infatti per ora soltanto la proposta redatta da un gruppo di professionisti per conto della cordata che si è poi aggiudicata la proprietà dell’area. Proposta che dovrà venire esaminata dalla commissione edilizia e fatta propria dal consiglio comunale, e che dunque potrà venire modificata – anche radicalmente – da un’opinione pubblica oggi in grado di dare un giudizio davanti ai plastici esposti alla Triennale. Il suo evidente punto debole è di non rispettare la richiesta essenziale del Comune di destinare metà dell’area a un giardino pubblico. I consiglieri comunali credo avessero ben chiaro – come qualsiasi cittadino – che un giardino pubblico ha una forma regolare, è circondato da strade ed è recintato con una cancellata. Proprio come in via Palestro e al parco Sempione.
In questo progetto il verde è soprattutto condominiale, infiltrato tra le case, e non quello che intendiamo per giardino pubblico (quello per esempio suggerito da Renzo Piano), sicché il consiglio comunale e gli abitanti del quartiere hanno buoni motivi per ritenerlo incompatibile con il piano regolatore.
E’ poi evidente che se viale Scarampo continuasse attraversando diagonalmente l’area – seppure come viale pedonale – avrebbe per fondale Santa Maria delle Grazie: nessuna città europea ha un ingresso autostradale altrettanto trionfale, e non si vede perché dovremmo rinunciare a un arricchimento della bellezza cittadina che non costerebbe nulla.
Le città europee hanno poi strade principali – che tutti conosciamo – dove si addensano i negozi e dove camminare è una festa; di nuovo solo il progetto di Renzo Piano schiera tutti gli edifici, di uffici e di abitazione, lungo una strada allineata a quelle esistenti, appena interrotta da una piazzetta triangolare chiusa, che continua la giacitura delle strade esistenti – come il bando del concorso aveva esplicitamente richiesto – nella migliore tradizione italiana, quella che ha costruito le più belle città del mondo e che non si capisce perché dovremmo abbandonare senza trarne – a vedere gli altri progetti – alcun vantaggio.
Quanto ai grattacieli, poi, sono temi rilevanti delle città quando dominano solitari sulle case proprio come un’antica cattedrale; riuniti a gruppi perdono ilo loro significato di orgogliosi simboli cittadini e diventano una goffa imitazione delle irrilevanti selve di torri che popolano i profili dell’Estremo Oriente, una fiera delle vanità.
Un solo grattacielo dunque, la cui architettura vorremmo rispecchiasse la cultura milanese, come la torre Velasca, che innesta la modernità nel nostro passato più antico, o la torre Pirelli che la innesta sulla nostra peculiare tradizione del Novecento.
Ora il Comune dovrebbe elaborare un proprio progetto urbanistico che tenga conto delle proposte e del dibattito in corso, consegnandolo poi alla cordata vincitrice perché i suoi professionisti diano una forma architettonica compiuta alle sue indicazioni”.
Arch. Jacopo Gardella su Repubblica – 6/7/04 – I tre grattacieli della Fiera e la sobrietà di Milano
“E’ stato premiato il peggiore. Dei progetti finalisti è stato scelto il più brutto. Nell’area dell’ex-Fiera Campionaria sorgeranno tre grattacieli uno più assurdo dell’altro: tutti viziati da un formalismo esasperato, ossia da una configurazione volutamente bizzarra e gratuita che non corrisponde a nessun criterio di funzionalità, né di logica costruttiva, né di economia edilizia.
Dei tre grattacieli vincitori quello dall’apparenza più tradizionale si presenta come una sottile lama rettangolare, un imponente prisma in cristallo, superbo dei suoi 200 metri di altezza. Ma perché appoggiarli contro quelle ridicole stecche inclinate, come se non fosse capace di stare in piedi da solo, sorretto dalla sua ben calcolata struttura interna ? Stecche ridicole, che sembrano voler contrastare la spinta del vento ma che, al primo soffio di brezza, si spezzerebbero di schianto.
Degli altri due grattacieli quello più spettacolare si presenta come una enorme vela gonfia, una gigantesca lastra curva in procinto di rivolgersi con un inchino verso la città. Il costo di questa acrobatica struttura, contraria alle sane regole della scienza statica, sarà proibitivo; e la funzionalità, a causa del suo eccentrico profilo, sarà problematica se non disastrosa, come dimostra la torre degli ascensori, costretta a sbucare come una gobba sulla lastra incurvata.
Infine il terzo grattacielo, dall’aspetto più frivolo e stravagante, ricorda una flessuosa ballerina che si avvita sulle caviglie in un gesto di provocante civetteria. Anche qui è meglio non domandarsi quali difficoltà strutturali e quanti costi si dovranno superare, non solo per tenere in piedi l’edificio ma anche per garantirne la stabilità sotto la pressione del vento, che - come si sa - è il vero problema di tutti i grattacieli.
Tutti insieme i tre grattacieli vincitori, privi fra di loro di qualsiasi rapporto (visivo formale compositivo), sembrano tre giganti impazziti che conducono una danza scomposta e scoordinata.
Se sono da criticare i quattro famosi architetti che hanno firmato il progetto vincitore, lo è ancora di più la giuria, che li ha premiati: ed ha regalato a Milano un grottesco complesso edilizio, capace di snaturare per sempre la sobria misurata e seria edilizia della nostra città. Non si è accorta la giuria che gli altri due concorrenti si sono dimostrati ben più seri ed aderenti alla realtà di quanto non sia stata la squadra dei vincitori ? Tra loro si distingue il progetto, serio e rigoroso, di Renzo Piano, che innalza una guglia sottile, unica ed isolata, sopra una successione geometrica di edifici bassi, e crea un efficace contrasto tra un corpo verticale aguzzo e pungente, ed una estensione orizzontale, piana e regolare.”
“Vediamo con amarezza il Duomo, rimpicciolito e schiacciato, mentre la statua d’oro, che lo sormonta e che ha protetto per secoli la nostra città, finirà per essere occultata ed emarginata. La canzone “oh mia bella Madonnina...” sarà costretta – con rassegnazione – a diventare ... “oh mia pòera Madonnina ...”.
Arch. Fulvio Irace sul Sole 24 Ore – 21/7/04 – Il grattacielo è ancora all’altezza ?
“Il "materasso" abitato, sorretto da quattro stampelle metalliche in diagonale, che chiude la "trilogia" milanese della saga internazionale firmata da Daniel Libeskind e Zaha Hadid, non è altro infatti che una copia conforme della megastruttura giapponese, che finisce dunque col confermare gli interrogativi di chi ha tacciato di resa al sensazionalismo mediatico l'annunciata stagione dei grands travaux milanesi.
Esempio didattico di quell'aborrito «International Style» che qualcuno tenta oggi di riciclare con il termine «globalizzazione», il "doppio" grattacielo modulare di Isozaki toglie ogni dubbio sostanziale disinteresse del mercato, immobiliare - e, purtroppo, di politici e amministratori - per ogni seria analisi del ruolo dell'architettura nella modificazione della città: come nella parodia di un film di Verdone; il «famolo strano» sembra infatti essere l'unica regola certa di una professione che ha rinunciato alla pretesa etica di governare la trasformazione riducendo il governo del territorio a un problema di audience di massa. Tanto da far venire in mente, davanti alle pretese di una tale "modernità", l'acre battuta di Noel Coward in Law and Order: «Non so dove stia puntando Londra, ma più si alzano i grattacieli, più si abbassa la morale».”
“A scala meno eclatante, il caso di Milano ne costituisce ulteriore conferma: da una poco meditata omologazione agli stereotipi della modernità del XXI secolo si è avanzato da più parti lo slogan martellante di una rinascita dell'orgoglio urbano misurata dal numero dei suoi grattacieli e dalla eccentricità della loro proposta formale, spostando così la discussione dal piano del progetto sul futuro della città a quello ambiguo sul carisma dei simboli come motori di sviluppo. Che tutto questo possa essere automaticamente considerato un nuovo "Rinascimento" pare molto discutibile, soprattutto considerando che nel "Rinascimento storico" l'Italia,delle corti esportava all'estero la cultura del nuovo mentre oggi è costretta a riciclare nelle sue città quella che gli ritorna dall'esterno. Naturalmente l'ibridazione dei contributi fa parte della storia del gusto e contribuisce dà sempre alla complessa stratificazione che è parte costitutiva della città europea. A patto di non dimenticare però che il valore dei simboli si conquista sul campo della storia, l'unica autorizzata a sancirli nella loro autenticità: la Torre Velasca è oggi un segno che qualifica in maniera indelebile la Milano del dopoguerra; ma il suo disegno finale fu l'esito di un tormentato iter progettuale alla ricerca di una soluzione il più possibile appropriata. Né nacque da un'istanza mediatica l'icona milanese del grattacielo Pirelli, alla cui forma esatta Gio Ponti arrivò dopo molti tentativi e messe a punto, dal Predio Italia di San Paolo in Brasile alla torre Lancia di Torino.”
Arch. Prof. Antonio Monestiroli su Repubblica – 5/7/04 – I nuovi grattacieli nella città delle meraviglie
“Milano sta attraversando uno dei momenti peggiori della sua storia recente e dunque è giusto che questo si riconosca nei suoi progetti, ormai molti, affidati per lo più ad architetti che di Milano non sanno niente e forse pensano che non ci sia gran che da sapere.
Tuttavia ciò di cui non si può tacere, almeno per rispetto delle migliaia di giovani che studiano architettura a Milano e della cui formazione mi sento in certo modo responsabile, è che questi progetti per lo più senza un significato riconoscibile, siano considerati esempi di nuova architettura, di architettura “moderna”. Non sola ma che ad ogni presentazione di ognuno di questi progetti si parli di nuovo Rinascimento. Uno slogan forse lanciato da un’agenzia pubblicitaria per abbagliare e per stordire chi ascolta o legge sui tanti giornali che fanno eco a queste parole usate con leggerezza. Abbagliare e stordire proprio come abbagliano e stordiscono le pareti specchianti, deformate, ripiegate su loro stesse, in un equilibrio instabile e dunque irrealizzabili salvo sostanziali successive modifiche.”
“Bisogna tornare a dire cosa è l’architettura senza paura di essere considerati fuori moda e dunque di essere fuori gioco. L’essere fuori gioco in certi momenti può anche essere un segno di serietà di chi crede che l’architettura dia l’arte di costruire edifici nelle cui forme riconosciamo la nostra umanità, in cui riconosciamo i valori civili sui quali si è costruita la nostra cultura, sui quali si sono costruite le nostre bellissime città italiane che, malgrado tutto, sono ancora le più belle città del mondo.”
Luca Beltrami su Repubblica – 3/7/04 – Rinascimento e villaggio globale
“Il Rinascimento fu assolutamente italiano e connotò di se la cultura europea del Quattrocento e del Cinquecento. Il progetto vincitore di Isozaki, Libeskind e Hadid potrebbe essere a Milano, a Londra o in qualunque megalopoli asiatica. Il villaggio globale di questa architettura non è Rinascimento.”
Luca Beltrami su Repubblica – 9/7/04 – Nuovi grattacieli e potere di cambiare il paesaggio
“Siamo curiosi di sapere come hanno risolto i problemi del trasporto pubblico, quello della viabilità in una zona già sovraccarica di traffico, quelli del verde che non sia solo un verde superficiale, quello delle funzioni reali e non meramente evocative, il microclima (vento da grattacielo) e le sottostrutture: insomma i progetti e non i pupazzi.”
“Ancora lungo e incerto il cammino e intanto il brontolio della città sale. La mobilitazione per i sottotetti (roba minima a confronto) c’è stata ed ha ottenuto: ci sarà anche qui. Sciovinismo di architetti ? Nemici preconcetti dei grattacieli ? Anche. Milanesi stufi dell’arroganza del mondo degli affari: soprattutto.”
Arch. Guglielmo Mozzoni su Repubblica – 26/5/04 - Il pidocchio e il grattacielo, L’ossessione del grattacielo è il male di una città infantile
“Il desiderio dell’amministrazione di Milano di avere un grattacielo, non può essere che dovuto all’infantile desiderio di un bambino di essere più alto di un altro. Bastano mille metri quadri di terra. Senza dubbio un peccato di vanità. E’ difatti per vanità che oggi un architetto, sfruttando l’intelligenza e la capacità di fanatici calcolatori, si fa bello disegnando il grattacielo più alto dell’altro, non curandosi minimamente del disastro urbanistico che combina.”
Arch. Vittorio Gregotti sul Corriere della Sera – 7/7/04 – Ma il futuro di Milano non sarà nei grattacieli
“Vi sono altre due questioni. La prima è la morfologia del progetto vincitore. Il progetto vincitore sembra la rappresentazione dell’horror show omologato dalla opinione corrente dei gusti di massa. Che si trattasse di grattacieli nessuno aveva dubbi, date le barzellette su Hyde Park (su cui peraltro non affacciano grattacieli) e il provincialismo della cultura milanese che vede ancora, dopo un secolo e mezzo dal proprio apparire, negli edifici alti un segno di modernità e il simbolo di orgoglio cittadino, anziché una delle possibili soluzioni tipologiche dell’abitare.”
Arch. Vittorio Gregotti su Repubblica – 5/6/05 –
“Tutti gli architetti sanno che il peso urbanistico di una struttura complessa come un grattacielo va ben al di là dell’area che occupa l’interno dell’edificio. I grattacieli possono essere progetti straordinari e di grande qualità solo se vengono collocati in modo coerente nel territorio. Dire che costruire grattacieli salva più verde è una stupidaggine. Che Albertini usa solo come scusa per giustificare la scelta discutibile del progetto che è stato scelto per la riqualificazione della Fiera.”
“Quello presentato da Renzo Piano era certamente migliore (di quello vincitore). Ma non è questo il punto. E’ il metodo adottato per la scelta che è stata una cosa indegna. Fatta da un consiglio di amministrazione che non ha alcuna competenza in architettura. Ha vinto solo il gruppo che ha offerto più soldi.”
Arch. Mario Botta sul Corriere della Sera – 4/7/04 –
“Da una prima osservazione io preferivo il progetto di Renzo Piano: era più consapevole della città storica. Costruiva un pezzo di Milano, che non è Hong Kong o Dubai. Ma forse Milano vuole andare in una direzione internazionale e globalizzata, ma mi chiedo con quale consapevolezza. Piano divideva bene il parco dalla parte urbanizzata.”
Arch. Mario Botta sul Corriere della Sera – 16/1/05 – Brutta e perversa. L' architettura da bocciare
“Quanto a Milano, «i tre grattacieli per l' area della ex Fiera di Libeskind, Hadid e Isozaki sembrano tre oggetti messi lì, il lungo, il corto e lo storto... Non si qualifica così la città». Ma i grattacieli non fanno risparmiare spazio? «Ma poi come si utilizza lo spazio? Se i grandi vuoti che restano sotto si usano per il parcheggio delle auto non ci siamo!».”
Arch. Alain Croset sul Giornale dell’Architettura – settembre 2004 – I mostri a Milano
“Per la ristrutturazione del quartiere fieristico ha vinto addirittura il peggiore tra i tre progetti rimasti in gara: di fronte a un progetto così brutto e aggressivo rispetto al contesto urbano, si rimane stupiti che i grandi nomi dell’architettura internazionale come Libeskind, Hadid e Isozaki vi abbiano associato il proprio nome. Non bastano di sicuro le «grandi firme» per garantire un buon progetto urbano, soprattutto quando sempre più spesso queste vengono strumentalizzate a fini di promozione pubblicitaria.”
“Com’è possibile che un progetto giudicato da molti spettacolare in modo arrogante e privo di qualità urbane, non sia stato eliminato dalla short list ?”
“Già con le pochissime immagini rese pubbliche si può facilmente constatare che i progetti di Renzo Piano (apparentemente il migliore per la grande capacità di dialogo con il contesto) e del gruppo Foster-Gehry-Moneo-Zucchi avrebbero garantito ben migliori qualità urbane rispetto al progetto scelto.
Ci auguriamo che dopo le prime reazioni indignate di Gregotti, Monestiroli e Gardella, uscite sulle pagine dei quotidiani milanesi, altre voci critiche si levino per cercare di evitare che l’area della Fiera diventi effettivamente una «sfilata di mostri»”.
Ing. Claudio de Albertis sul Corriere della Sera – 23/9/04 – I grattacieli e le regole
“Infine il problema dei grattacieli e della loro identificazione quale unico elemento di emblematicità, equivalenza peraltro non mai esplicitata nelle regole della gara. Era percorribile ad esempio anche la scelta di non realizzare grattacieli oltre i 120 metri di altezza rispondendo così anche alle citate regole e conformandosi inoltre ad una precisa linea culturale di continuità con la storia ed i caratteri del contesto edificato.
Milano ha una sua storia, una sua identità e nono è, né deve diventare New York o Kuala Lumpur.
L’emblematicità non è solo un palazzo di vetro sempre più alto, ma può anche essere un parco aperto popolato di opere d’arte.”
Arch. Giovanna Franco Repellini su Chiamamilano – 27/10/04 – Paesaggi urbani/paesaggi umani
“Riflettiamo su una coppia estetica formata dai termini contrapposti locale/internazionale. La modernità e la nostra cultura amano l’originalità e la diversità. Non sempre, però, la diversità è proficua e interessante, a volte non è nemmeno diversa, ma semplicemente discordante. Il problema, in tutti i campi, è come fare per essere al contempo originali ma interni al flusso della cultura mondiale e addirittura promotori di tendenze. Ed ancora, come unire il nostro modo di essere e di operare personale e storico (nazionale e individuale) con le tecniche vincenti, ma spesso standardizzate, del neo movimento moderno. Anche in questo campo dobbiamo trovare una terza via, un maggioritario estetico, che prenda un po’ di qua e di là? Potremmo forse fare come i cinesi che mettono i tetti a pagoda sul grattacieli.
Non funziona, la ricetta non esiste, occorre piuttosto puntare con coraggio su tutti i fronti, ovvero valorizzare al massimo la cultura italiana e locale, battersi con forza per ottenere livelli urbani e ambientali di qualità internazionale e infine inventarsi fusioni, ibridazioni, meticciati e anche qualche cosa di completamente nuovo, validamente nuovo. Non c’è una terza via, ma strade intrecciate da percorrere contemporaneamente, all’interno di un progetto generale che deve essere unitario ma tenere conto delle diverse discipline dell’intervento urbano.
Il problema, non nuovo, si ripresenta continuamente, ad esempio si pone con i grattacieli della Fiera di Milano e i progetti dell’area Garibaldi-Repubblica, che nei prossimi anni impegneranno molto la nostra città. Progetti e interventi che provocano estatica ammirazione da una parte (finalmente anche da noi la modernità!Finalmente i grandi architetti!) e dall’altra repulsione (cosa centrano con noi? Potrebbero essere a Shangai tali e quali; non c’è personalità milanese). Il gioco delle parti si ripresenta in tutta la sua complessità .
Personalmente ritengo che il progetto vincitore della Fiera, (architetti Daniel Libeskind, Arata Isozaki, Zaha Hadid e Pier Paolo Maggiora) abbia delle architetture suggestive, talune affascinanti e significative , come il museo del design e il grattacielo ritorto, ma manchi il legame con la città e quindi il progetto urbanistico. Il parco è poco vivibile, frammentato, nel complesso modesto. Gli edifici per abitazione appaiono come i soliti mega condomini, con un po’ di alberelli attorno, amati soprattutto dalle imprese di costruzione e dai gruppi finanziari. La città compatta europea ha un tessuto stradale continuo che favorisce le relazioni, il lavoro indipendente, le botteghe, l’individualità, molto di più dell’insediamento a condomini isolati, tipico delle aree di hinterland, ancora impostato sullo zoning, che determina un maggiore isolamento sociale oltre a un aspetto che richiama le periferie, anche se di lusso, tipo Milano 2. Sicuramente un buon principio operativo si basa sul portare il centro nelle periferie e non le periferie nel centro.”
Roberto Gamba su Italia Oggi – 29/9/04 – Fiera Milano, progetto-spettacolo per la cordata vincitrice
“Si può ritenere che la premura, da parte dell’ente banditore, di ottenere un progetto immediatamente valido, sotto gli aspetti della convenienza e del prestigio immobiliare, della solidità finanziaria, dell’attuabilità procedurale, abbia generato presunzione, ignoranza architettonica e cattivo gusto; difetti che hanno condotto alla scelta di quel progetto vincitore, firmato da Zaha Hadid, Arata Isozaki, Daniel Libeskind e Pier Paolo Maggiora che, al di là della risonanza dei nomi degli autori e non solo per voce di opinioni personalistiche, appare banale, per il suo aspetto morfologico fondato sull’appariscenza e non sulla definizione degli spazi urbani e sulla costruzione analogica delle tipologie edilizie.”
“Non si riesce a spiegare, secondo le conosciute regole disciplinari, che prima di tutto si rifanno alla tradizione, quale tipo di influenza potrà avere, sul dibattito urbano milanese, un progetto che è genericamente dirompente e innovativo: che potrebbe essere classificato opera utile a determinare un’evoluzione metamorfica dell’architettura (offre grattacieli tortili e volumi multiformi).
Una scelta progettuale così controversa e irrazionale, così volutamente antiprovinciale ed esterofila, così ufficialmente trionfalistica, se non fosse per il suo alto valore speculativo, potrebbe subire la sorte di quell’«idea luminosa del XXI secolo», nella milanese piazza Duca d’Aosta, dell’inglese Ian Ritchie: «L’arcobaleno di fibre ottiche e proiezioni laser», che, dopo essere stato scelto (con chissà quali criteri) da concorso e realizzato è stato demolito per le proteste e i ripensamenti delle autorità, determinando un drastico calo di prestigio per le competizioni e gli ideali costruttivi nostrani.”
Arch. Giacomo Borella sul Corriere della Sera – 3/10/04- Progetti ad effetto e architettura spettacolo
“Una delle molte questioni che pone la mostra dei progetti partecipanti alla gara per l’area Fiera (“Un nuovo centro per Milano”, alla Triennale fino al 21 ottobre) è quella dell’architettura-spettacolo, una formula che ha un po’ lo stesso limite di quella del talk show: le peggiori baggianate e i pensieri più seri si mescolano e si confondono in un unico, indistinto, ottimistico brusio. Il rischio di finire per premiare le proposte più ammiccanti e veloci, spesso a discapito di quelle più profonde e riflessive, in queste gare-evento supermediatizzate e sovraccaricate da un piatto finanziario particolarmente ricco, aumenta a dismisura: il marketing, le strategie per la cattura del consenso, diventano il materiale stesso con il quale le architetture sono costruite, il medium diventa “mcluhanamente” il messaggio. Anche per l’area Fiera, come già molte altre volte, sembrano aver vinto i progettisti che sono stati più capaci di introiettare le regole del marketing e di derivare da esse l’intera proposta.
Il progetto di Hadid, Libeskind, Isozaki e Maggiora è infatti soprattutto questo: il packaging di tre forme intriganti e facilmente memorizzabili, che si possano assimilare in fretta, e che anche al solo colpo d’occhio comunichino un’immagine di scintillante benessere praticamente onnipotente (di cos’altro sembra volerci parlare il grattacielo incurvato di Libeskind, se non delle illimitate capacità della tecnica e della finanza ?).
In questo senso, la capacità simbolica del progetto va ben oltre la generica emblematicità richiesta come requisito indispensabile per le proposte dall’ente banditore: è la letterale incarnazione dei principi del marketing in un’intera nuova parte di città, la trasfigurazione in chiave monumentale di quella che sempre più chiaramente ci appare la vera filosofia del nostro tempo.”
Arch. Prof. Lodovico Meneghetti su Eddyburg - 30/10/04- Le Nuove Milano estranee. L’architettura servile
“Indugerò sulla Vecchia Fiera e su qualche altro progetto di cui si hanno informazioni da giornali , riviste e mostre, approssimative ma sufficienti per lasciar capire o intuire dove e come continuerà a volgere il cammino di Milano dopo lo shok della Bicocca.
Area della Vecchia Fiera: sogno di Albertini che cianciò, dormendo o sonnambulando per casa, di un nostro, anzi un suo personale Central Park come a N.Y. Il “concorso” (virgolette inevitabili) fu del tipo dilagante in tempi di abrogazione del confronto fra progetti autorali veri e di esaltazione del tecnicismo e dell’economicismo insieme alla svalutazione del lavoro puntuale, certosino, anti-generico, raffinato dell’architetto: figura, questa, se nota o famosa, invece utilizzata come pupazzo pubblicitario o indispensabile quinta ruotina dell’impresa d’affari e costruttrice, come è d’obbligo averla di scorta nel baule dell’automobile. È l’impresa a gareggiare, è lei a offrire il prodotto col prezzo magari “chiavi in mano”, è lei, se l’affare evolve, a realizzare la costruzione (o affidarla ad altra azienda collegata) coi suoi metodi, le sue tecniche, i suoi esecutivi e particolari costruttivi, assumendo i render dell’architetto – eseguiti dai dipendenti abili al computer – quali informazioni figurative pittoriche (pittoresche). Le immagini del progetto generico, gioco di effetti al computer, visioni in prospettiva quante se ne vuole, talora barbine, un presunto vero che più falso non si può, oppure vedute dall’alto di plastico virtuale, o ancora, nel caso di volume singolo come un grattacielo in tenzone con altri per il primato d’altezza, modellino soprammobilario privo di disegno architettonico: serviranno a épater i membri della giuria o i committenti se abbastanza ingenui e/o ignoranti.
Il concorso relativo al recinto della Fiera ha sbugiardato la presunzione albertiniana confermando subito la contestazione di Sergio Brenna attraverso diverse ipotesi di forme-volumi secondo altezza, tutte dimostrative della grave scarsità di terreno destinabile a parco. Altro che Central .Park. newyorkese! “Il Giornale dell’Architettura”, solitamente non troppo propenso alla critica, propone nel n. 22 di ottobre una propria shortlist dei cinque progetti selezionati ed esposti alla Triennale. La classifica generale interessa meno della maglia nera assegnata ad Hadid-Isozaki-Lebeskind, i tre al servizio della cordata vincente Generali-Ligresti (nota: ormai entrato al “Corriere”)-Lanaro-Grupo Lar Desarrolos Resindentiales. Tre torri di cui due focomeliche sciancate, forme insensate espressione di una specie di comica tragica in digitale detta da tre magatelli ognuno per sé. Nessun ascolto della città, nessun principio urbanistico di organizzazione dello spazio. Sapete che la giuria ha blaterato di “accadimenti architettonici che si compiacciono delle proprie differenze”?. Se fossero stati in quattro invece che in tre, avrebbero proposto altrettanti e diversissimi grattacieli?
Secondo Alain Croset, “più che emblematico di una ‘Nuova Milano’ il progetto è emblematico dell’autoreferenzialità di una parte dell’avanguardia architettonica internazionale. Nessun riguardo per le relazioni con la città esistente, quindi” (“Il Giornale dell’Architettura”, p. 30).”
Arch. Maurizio Spada su Dedalo – 18/4/05 - I grattacieli a Milano hanno una sola giustificazione: il potere rozzo e senza strategie pubbliche che li promuove
“Cinquant’anni fa, proprio mentre si costruiva il grattacielo Pirelli e si ultimava la Torre Velasca, il Collegio degli Ingegneri di Milano organizzava un convegno con i grandi costruttori e progettisti dell’epoca (i Clerici, i Cecchi, i Gadola...) per uno scambio di opinioni su quella “moda” delle costruzioni in altezza. Nessuno dei relatori risultò acriticamente favorevole anche se ne ammetteva la possibilità tecnologica. In particolare il prof. Chiodi affermava: “A New York la fungaia di grattacieli è sorta in un primo tempo per difetto di regolamentazione, per un eccesso di libertà costruttiva e per condizioni particolarissime. La punta di Manhattan è il centro degli affari costretto e circondato da due bracci di mare ... Oggi però anche a New York si lamentano delle conseguenze di questi eccessi edilizi.
A Milano le condizioni non sono le stesse: Milano non ha quelle dimensioni ed è una città di pianura. Le necessità tipiche di New York non sussistono”. Come si può notare anche cinquant’anni fa le considerazioni che le persone di buon senso facevano circa la smania di costruire grattacieli a Milano erano improntate alla critica di voler stravolgere la identità milanese per copiare una realtà newyorkese che aveva senso solo là.
Perché dunque oggi l’amministrazione milanese insiste su questa strada per di più senza un piano direttore e in modo episodico e dilettantistico? Oltre alla evidente volontà di accontentare potenti gruppi economici, come si diceva, c’è anche l’insensibilità estetica, o meglio una cattiva educazione estetica che confonde bellezza con grandezza e questo è sempre accaduto in tutte le epoche da parte di un potere che vuole imporre la sua ingombrante presenza anche alle generazioni future che si troveranno a dover gestire queste scelte. Si sa che ai tempi dell’antica Roma ogni città della provincia cercava di imitare la capitale dell’impero, con il circo, le terme, gli archi trionfali ed il foro così da sovrapporsi alla cultura ed alle usanze locali.
Ma la bellezza e l’interesse appartengono a quelle città che hanno mantenuto la loro identità legata al territorio ed alla vita che da lì si sviluppa. Infatti, come in psicologia tutti sanno che non si può essere se stessi se non si parte dalle proprie origini, così anche per quanto riguarda le città e l’estetica non si ha piena maturazione se non si prescinde dall’invidia del potere e non si accede al rispetto per la propria specificità.
Riprendendo poi in considerazione il progetto vincitore per l’area ex Fiera, firmato dalle star internazionali citate, appare evidente la sfida tecnologica e l’esibizionismo propagandistico soprattutto nell’edificio “storto”: che oggi sia possibile anche sfidare, in apparenza, le leggi della statica non è una novità, del resto nei parchi dei divertimenti abbiamo esempi anche più clamorosi, ma oggi di questi segni “forti” siamo saturi e forse era meglio limitarsi tanto più che questo rende ancora più evidente il carattere commerciale e pubblicitario di questi edifici, con poi tutti i problemi urbanistici, legati principalmente alla congestione, che renderanno ancora più in vivibile la nostra città.”
Arch. Prof. Luigi Mazza sul Corriere della Sera – 3/6/05
“Il fatto che in Fiera si sia puntato sui grattacieli per sviluppare la volumetria verso l’alto, secondo Mazza, non sposta il problema. «La concentrazione di persone e attività nei quartieri Bicocca e Fiera darà esattamente la stessa. Di conseguenza traffico e qualità della vita non potranno essere diverse »”.
Arch. Leonardo Benevolo sul Corriere della Sera – 21/7/05 – Pubblico-privato, strategia da rivedere
“Per trasformare le aree di Milano già costruita, bisognerebbe fare un ragionamento complessivo su tutte le aree che si vanno a modificare. Si potrebbe decidere di lasciarne libere alcune e di costruire su altre. Ma questo a Milano non è proprio possibile perché manca una visione direi strategica, complessiva della città”.
“Proprio prendendo a spunto la Fiera, se si fosse lavorato con una regia complessiva sulla città, si sarebbe potuto decidere altri interventi, modulando dove costruire e dove no. E per esempio nel vecchio recinto fieristico ci si sarebbe potuti limitare a realizzare un grande parco.”
Arch. Prof. Sergio Brenna su Eddyburg – 24/3/04- Per un ricorso al TAR contro il progetto per l’area Fiera di Milano
“Nonostante l’Accordo di Programma approvato con DPGR 8 aprile 1994 n. 58521 fosse prioritariamente indirizzato alla definizione di un nuovo insediamento fieristico nei comuni di Rho e Pero, esso stabilì anche la dismissione dagli usi fieristici una superficie di 314.000 mq nel territorio del comune di Milano, già indicata dal PRG come area S.S. b 12/2 con destinazione funzionale a “servizi speciali: fiera” e corrispondente al recinto fieristico storico.
Ciò avrebbe consentito di risolvere uno storico problema di decongestionamento urbano lungo la direttrice nord-ovest della città, limitando la destinazione funzionale fieristica solo alle aree del nuovo edificio realizzato lungo viale Scarampo, denominato polo interno.
Infatti, la Fiera di Milano, insediandosi nel 1922 sull’area dell’ex Piazza d’Armi, la cui giacitura aveva un orientamento difforme dai tessuti edilizi circostanti perché il Piano Beruto nel 1899 la disegnò secondo un’astratta simmetria con la giacitura del Cimitero Monumentale rispetto all’asse di corso Sempione, determinò un disassamento del recinto fieristico rispetto alla trama viaria e ai tessuti edilizi della direttrice nord-ovest della città, che nel tempo ha provocato inconvenienti via via più gravi sia dal punto di vista viabilistico che di un corretto assetto insediativo urbano.
Da anni, quindi, numerosi studi e progetti hanno cercato di ovviare a tali inconvenienti proponendo riassetti urbanistici che ricomponessero l’andamento di quel brano di città rispetto al tessuto edilizio circostante: così nel 1937-38 il Progetto di Concorso per la Nuova Fiera al Lampugnano di Bottoni, Lingeri, Mucchi, Terragni, nel 1938 il Progetto Milano Verde degli architetti Albini, Belgiojoso,
Bottoni, Gardella, Mucchi, Peressutti, Putelli e Rogers, nel 1945 il Piano AR, tra il 1946 e il 1951 i progetti di de Finetti su incarico del Consiglio di amministrazione della Fiera. Una traccia di continuità con tale atteggiamento è reperibile anche nello schema della cosiddetta T rovesciata proposta dal Documento di Inquadramento urbanistico approvato dal Comune di Milano nel giugno 2000.
Nel 1994, tuttavia, l’AdP si limitò ad indicare la superficie da dismettere dagli usi fieristici, lasciando indeterminate molte questioni relative alle aree previste in dismissione, tra cui in particolare la loro nuova destinazione funzionale, lo strumento procedurale di questa modifica, gli indici di densità edificatoria, di altezza e distanza degli edifici da applicarsi nel riutilizzo delle aree, la quantità di aree pubbliche necessarie alla città in occasione del nuovo utilizzo.
Tutti questi aspetti, anziché essere indirizzati dal Comune di Milano alla risoluzione dei problemi di decongestionamento della città sono stati in realtà stabiliti autonomamente da Fondazione Fiera Milano (ora ente di diritto privato), con finalità di esclusiva valorizzazione economica del proprio patrimonio immobiliare.
Infatti, in un suo documento definito “Procedura negoziata privata per la cessione di parte dell’area del quartiere fieristico storico”, pubblicato con un’inserzione su organi di stampa specializzati in campo finanziario (Sole 24 ore, Financial Time, Handelsblatt) già in data 4 aprile 2003 si indicavano agli aspiranti acquirenti dell’area gli strumenti procedurali (Programma Integrato di Intervento), le destinazioni funzionali (residenziali, terziarie, commerciali, produttive in percentuali libere), gli indici edificatori (Ut =1,15 mq/mq), le quantità di aree pubbliche da cedere (50% della superficie in dismissione), e l’assenza di limiti di altezza e distanza degli edifici. Infine, in contrasto con il contenuto dell’Accordo di Programma del 1994, in tale documento si indica in 255.000 mq. anziché in 314.000 mq la superficie da dismettere dagli usi fieristici, mantenendo a destinazione fieristica anche un’area e gli edifici esistenti all’angolo tra viale Scarampo e viale Berengario.
Mentre le dismissioni indicate dall’Accordo di Programma del 1994 avrebbero consentito di tener fermo l’obiettivo di una trasformazione urbanistica coerente coi tessuti insediativi circostanti, le nuove previsioni contenute nella procedura negoziale privata promossa dagli organismi della Fiera, discostandosene per interessi aziendali interni, lo compromettono definitivamente, impedendo la possibilità di rettificare il tracciato di viale Scarampo all’interno dell’attuale recinto fieristico.
D’altra parte, che l’obiettivo di quei contenuti siano gli interessi aziendali della Fiera e non quelli di igienicità e decongestionamento urbano dell’area è dimostrato anche dalle modalità di svolgimento della procedura di negoziazione privata attivata da Fondazione Fiera Milano, che non solo affida la valutazione dei progetti proposti dagli aspiranti acquirenti ai membri del proprio Consiglio di amministrazione e non ad una Commissione indipendente e tecnicamente qualificata, ma effettua la valutazione delle offerte per l’acquisto dell’area di Trasformazione e il relativo Progetto di Riqualificazione in base al criterio dell’offerta economicamente più vantaggiosa per la proprietà (artt. 8 e 15 della “Procedura negoziata privata”), anziché con quello del maggiore utilità
complessiva in termini di somma tra remunerazione alla proprietà e valore delle quantità di aree ed attrezzature pubbliche proposte.
Ciò nonostante i contenuti planimetrici e normativi di quella procedura negoziata privata sono stati pedissequamente assunti nella delibera GC n. 884/2003 del 15 aprile 2003, sulla cui base il Sindaco di Milano in pari data ha chiesto al Collegio di Vigilanza sull’Accordo di Programma di convalidarli ai fini di un’integrazione all’AdP del 1994, sottoscritta poi il 14 novembre 2004 e ratificata dal Consiglio comunale in data 9.12.2003, senza tener conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime di spazi pubblici prescritte in sede di formazione degli strumenti urbanistici dall’art. 7, punto 2 del D.I. n. 1444/68.
A tale proposito occorre far rilevare:
- che il ricorso all’Accordo di programma approvato con decreto del presidente della regione per determinare i contenuti della Variante al PRG non è motivato da alcuna destinazione di interesse pubblico di competenza regionale, essendo le nuove funzioni previste unicamente quelle residenziali, terziarie e produttive con i relativi spazi di servizi pubblici;
- che l’indice di edificabilità territoriale attribuito dalle NTA della Variante all’area oggetto di trasformazione funzionale, pari a 1,15 mq/mq, è molto superiore a quello attribuito a tutti gli altri PII già approvati dal Comune di Milano (0,65 mq/mq);
- che l’indice di edificabilità fondiaria che ne deriva è almeno pari a 2,3 mq/mq (suscettibile di ulteriori aumenti se l’area pubblica ceduta fosse oltre il 50% della St), cioè molto superiore all’indice fondiario massimo di 1,5 mq/mq prescritto dalle NTA della Variante per l’attigua area mantenuta a destinazione fieristica;
- che ciò è in contrasto con l’art. 7, punto 2 del D.I. n. 1444/68 il quale prescrive che in sede di formazione degli strumenti urbanistici le densità sono stabilite tenendo conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime di spazi previste dagli artt. 3, 4, e 5 del medesimo decreto;
- che la cessione minima ad uso pubblico del 50% dell’area (127.500 mq) non è motivata da valutazioni di corretto dimensionamento derivanti dall’edificabilità prevista; infatti a 5.865 abitanti teorici (desunti dalla quantità edificabile di 293.250 mq di s.l.p. consentita dall’indice di densità territoriale Ut = 1,15 mq/mq, sulla base del parametro di 50 mq/ab stabilito dall’art. 19 della L.R. 51/75, come modificato dall’art. 6 della L.R. 1/2000), corrisponde la destinazione ad aree pubbliche di 234.600 per la funzione terziaria/commerciale (80% della s.l.p., come prescritto dalle NTA) e di 258.060 mq per la funzione residenziale (44 mq/ab, come prescritto dalle NTA). Tali quantità sono quasi pari o superiori all’intera area oggetto di trasformazione urbanistica (255.000 mq), rendendone impossibile l’attuazione senza ricorrere obbligatoriamente alla monetizzazione di quasi la metà delle aree pubbliche prescritte;
- che la cessione minima di aree pubbliche prescritta (127.500 mq = 50% della St) non rispetta nemmeno la dotazione minima di 26,5 mq/ab di aree pubbliche effettivamente realizzate sull’area, come previsto nella realizzazione dei piani attuativi dalla L.R. n. 51/75, e che nel caso in questione ammonterebbero a 155.422 mq;
- che, in contrasto con l’art. 6 comma 3 della L.R. n. 9/99, nonostante le NTA della Variante indichino come strumento attuativo un Programma Integrato di Intervento (PII) avente ad oggetto aree in tutto o in parte destinate ad attrezzature pubbliche o di uso pubblico e ne prevedano una differente utilizzazione, esse non prescrivono che il PII debba assicurare il recupero contestuale della dotazione di spazi pubblici in tal modo venuta meno;
- che il disposto dell’art. 8, punto 2 del DI n. 1444/68 prevede che nei piani attuativi in zona B che non rispettino le quantità minime previste dagli artt. 3, 4 e 5 gli edifici debbano avere altezza non superiore a quella degli edifici preesistenti e circostanti;
- che con un limite di altezza tra 18 e 27 metri (pari ad edifici alti tra sei e nove piani, paragonabili a quelli preesistenti e circostanti) l’indice di densità territoriale (Ut) effettivamente utilizzabile varia, a seconda degli schemi distributivi adottati, tra 0,52 mq/mq e 0,84 mq/mq.
- che, viceversa, l’indice di edificabilità territoriale Ut = 1,15 mq/mq è interamente utilizzabile solo con la realizzazione di edifici che, a seconda dello schema distributivo adottato, debbono necessariamente avere altezze dai circa 35 metri agli oltre 70 metri, pari a edifici dai 12 ai 25 piani, cioè dal doppio al quadruplo dell’altezza degli edifici preesistenti e circostanti;
- che edifici di tali altezze incomberebbero sugli edifici circostanti e preesistenti alterando in senso fortemente peggiorativo la condizione di igienicità e vivibilità urbana dell’intera area;
- che le prescrizioni planimetriche e normative della Variante per le aree oggetto di trasformazione funzionale ed edilizia non individuano il perseguimento di alcun obiettivo indirizzato al decongestionamento urbano attraverso un assetto insediativo coerente a quello dei tessuti urbani circostanti.
Pertanto, i contenuti della Variante approvata non risultano essere finalizzati al rispetto dei dettati degli artt. 3, 4, 7, 8 e 9 del DI 2.4.68, n. 1444 che prescrivono di dimostrare l’impossibilità di raggiungere la quantità minima di spazi pubblici su aree idonee e, anche in tal caso, di reperirli entro i limiti delle disponibilità esistenti nelle adiacenze immediate (art. 4, punto 2), di stabilire le densità territoriali e fondiarie tenendo conto delle esigenze igieniche, di decongestionamento urbano e delle quantità minime previste dagli artt. 3, 4 e 5 del medesimo decreto (art. 7, punto 2), di non superare con i nuovi edifici l’altezza massima degli edifici preesistenti e circostanti se non si rispettino i limiti di densità fondiaria di cui all’art. 7 (art. 8, punto 2), né all’obiettivo di realizzare le necessarie dotazioni di aree pubbliche per la città. Al contrario, i contenuti della Variante appaiono, invece, indirizzati dall’interesse di Fondazione Fiera Milano a perseguire con la cessione a terzi dell’area oggetto di dismissione dagli usi fieristici la massima valorizzazione economica.
Sulla base di tali valutazioni un gruppo di cittadini dei quartieri adiacenti all’area dell’ex recinto fieristico sta predisponendo un ricorso al TAR contro la Variante, definitivamente approvata dal decreto del Presidente della Regione Lombardia Formigoni il 19 febbraio scorso.”
Determinazione dell’impatto paesistico dell’intervento (par. 5.3.5.7)
Impatto paesistico del progetto = sensibilità del sito x incidenza del progetto = 4 x 5 = 20
La Regione individua nel punteggio 16 la soglia di tolleranza.
E’ pertanto necessario sottoporre il progetto a giudizio di impatto paesistico all’interno della Valutazione di Impatto Ambientale.
Giudizio di impatto paesistico ed indicazioni di modifiche progettuali
A nostro parere il giudizio di impatto paesistico non può che essere negativo alla luce delle argomentazioni sopra esposte e dei pareri espressi da autorevoli esponenti del mondo dell’architettura e urbanistica raccolti nella rassegna stampa.
A nostro parere l’intervento progettato compromette valori/risorse paesistici non riproducibili e necessita quindi di una riprogettazione ai sensi dell’art. 29.5 delle NTA del P.T.P.R. e del par. 7 delle Linee Guida.
Il nostro parere è motivato come segue:
· la volumetria è eccessiva per lo spazio a disposizione e tale da creare un eccessivo carico urbanistico che si riflette sul traffico nelle strade intorno al P.I.I.,
· l’assetto plani-volumetrico non crea un vero parco pubblico e non rispetta l’asse trionfale rappresentato da viale Scarampo-via Rossetti né quello di via Buonarroti- piazza Giulio Cesare sottoposto a vincolo ambientale,
· gli edifici pubblici previsti (Museo del Design e Museo del Bambino) aumentano ulteriormente la volumetria edificata,
· l’insieme delle tre torri ed il loro linguaggio architettonico è in pesante conflitto con l’architettura dell’intorno e di tutta la città di Milano.
Secondo l’art. 29.7 non sono approvabili i progetti che superino la soglia critica di tolleranza e il cui impatto paesistico sia stato giudicato negativo, a meno che non siano ricondotti, tramite modifiche progettuali o previsione di specifiche opere di mitigazione paesistico-ambientale, ad un impatto paesistico inferiore alla soglia di tolleranza.
Secondo le Linee Guida, in caso di superamento della soglia di tolleranza, le indicazioni di revisione finalizzate a migliorarne l’inserimento paesistico possono essere tali da abbassare l’incidenza paesistica del progetto e quindi il livello di impatto dello stesso. Esse assumono una priorità assoluta e vanno accompagnate da indicazioni finalizzate a migliorare la « qualità dell’impatto».
Le indicazioni che dovrebbero essere date dalla V.I.A. dovrebbero essere le seguenti:
· dimezzamento dell’indice territoriale riportandolo all’indice di 0,65 mq/mq indicato dal Documento di Inquadramento dei P.I.I. del Comune di Milano e quindi riduzione delle volumetrie
· cambiamento dell’assetto plani-volumetrico addossando le volumetrie verso il Portello e riservando al parco il triangolo compreso tra l’attuale viale dell’Industria e l’angolo sud-est del recinto fieristico
· destinazione delle aree pubbliche, vista la alta edificabilità privata, ad usi non edificatori (parchi, gioco, sport) escludendo edifici pubblici non necessari come il Museo del Design o il Museo del Bambino e escludendo la monetizzazione di questo tipo di standard.
Non riteniamo invece che l’elevata incidenza paesistica del progetto e il giudizio di impatto negativo siano strettamente connessi alle scelte linguistiche adottate, che si presentano fortemente discordanti/contrastanti con quelle comunemente utilizzate a Milano.
Infatti solo una parte del giudizio negativo è connesso a queste scelte: un cambiamento dello stile delle torri e degli altri edifici non cambierebbe i problemi creati da un errato assetto plani-volumetrico e dalla destinazione delle aree pubbliche. Pertanto appare inutile la nomina prevista dall’art. 29.10 delle NTA di un esperto di documentata esperienza e di comune gradimento che, previo sopralluogo e considerando gli elementi progettuali innovativi e il loro impatto paesistico, esprima un motivato giudizio di cui l’amministrazione competente, nel riesaminare il progetto, deve tenere conto.
Siamo peraltro in presenza di una “banalizzazione per confusione” del paesaggio urbano rappresentata dall’accostamento casuale degli stili dei quattro progettisti all’interno di uno stesso progetto che nessun esperto potrebbe convalidare.
Il sistema del verde, vegetazione, flora, fauna, ecosistemi (par. 3.3.2.4 e par. 5.3.4)
Osserviamo che per la valutazione dell’impatto del verde è stata utilizzata la metodologia definita “Lanscape Ecology” sviluppata dal progettista prof Vittorio Ingegnoli ma la cui attendibilità scientifica non é riconosciuta né a livello italiano né internazionale tra i cultori della materia.
In particolare il calcolo del BTC (capacità biologico territoriale della vegetazione) risulta una metodologia sviluppata dallo stesso progettista che andrebbe verificata.
Pertanto le conclusioni ottenute sulla base di questa metodologia non ha alcuna validità scientifica riconosciuta universalmente.
Anche i parametri V.A.S. non hanno alcuna validità generale.
In realtà tutto lo studio del verde è fatto in modo tale da superare le perplessità che il Comune di Milano e lo stesso sindaco Albertini hanno avuto esaminando il progetto vincitore e paragonandolo con i due progetti in short list di Piano e Foster che hanno perso in quanto le offerte economiche erano più basse.
Infatti, come si legge nel par. 5.2 della Relazione Tecnica del P.I.I., il Settore Progetti Strategici del Comune di Milano, nell’esaminare il progetto preliminare del P.I.I. , ha chiesto nella Relazione Istruttoria del 2 febbraio 2005 l’ampliamento della superficie del parco.
In risposta a questa richiesta, come si legge nel par. 5.1, il parco è stato esteso di un ridicolo 4,3% pari a 3.583 mq passando da 82.788 mq a 86.373 mq, cioè quasi nulla.
Per giustificare la limitatezza dell’ampliamento, l’area di intervento del P.I.I. è stata estesa a comprendere una parte delle aree pubbliche poste lungo i bordi dell’area di trasformazione (vedi figure nel par. 5.2):
· viale Berengario
· un lato di via Spinola
· parte di piazza Giulio Cesare
· un lato di via Senofonte
· via Cassiodoro
· piazza VI Febbraio
· viale Boezio
· Largo Domodossola
· l’inizio di via Domodossola
· Via Duilio
· lo stadio Vigorelli
· piazza Carlo Magno
Con questo ampliamento l’area di trasformazione (mq 365.748) è più ampia del perimetro del P.I.I. (254.904 mq) e la dimensione del parco passa da 86.373 mq a 103.924 mq in quanto parte di queste aree vengono integrate nel parco, in particolare piazza Giulio Cesare e via Duilio.
Questo è però un volgare trucco in quanto le aree rimangono pubbliche e si tratta solo dell’utilizzo di parte degli oneri di urbanizzazione e della monetizzazione degli standard per creare del nuovo verde pubblico.
Il risultato sarebbe stato lo stesso se questi oneri fossero stati versati al Comune e questo avesse pedonalizzato e trasformato a verde queste piazze.
Pertanto l’impatto ambientale positivo di questo ampliamento non può essere accreditato tra le opere che riducono l’impatto ambientale del progetto per la sua eccessiva volumetria.
Peraltro l’ampliamento del parco su piazza Giulio Cesare (circa 3.200 mq) altera la simmetria della piazza e dovrà essere sottoposto, trattandosi in una piazza tutelata da vincolo ambientale, al parere della Soprintendenza ai Beni Architettonici e per il Paesaggio di Milano.
Per quanto riguarda invece via Duilio la sua pedonalizzazione dipende dalla realizzazione dell’interramento di via Gattamelata che potrebbe non essere realizzato per mancanza di fondi. Inoltre le rampe di uscita dalla galleria sotterranea sarebbero estremamente vicine alla zona verde, con inevitabile inquinamento da traffico. L’area tra il Vigorelli e il perimetro del P.I.I. non può essere quindi considerata vero parco e infatti viene definito “Urban Garden” (e non Parco) e compreso tra i giardini pubblici nella Tabella 7.2 del paragrafo 7.1 della Relazione Tecnica e nella Tab. 3.4 dello Studio di Impatto Ambientale. Come si può vedere nella tavole E.3.12 del P.I.I. si tratta di una quarantina di tigli su 10 filari in un’area di 2.400 mq.
Pertanto l’unico ampliamento del Parco che va considerato nella V.I.A. è quello all’interno del P.I.I., pari a 3.583 mq (4,3% del totale).
Analizzando le varie componenti del parco, si può ritenere che il vero parco sia costituito dal Parco core green e dal Parco recreational per un totale di 85.800 mq, poco meno di quelli dichiarati all’interno del perimetro del P.I.I. (86.373).
Il resto è costituito dal giardino d’inverno all’interno del padiglione 3, che è un verde interno ad un edificio e che quindi non ha effetti all’esterno, i giardini pubblici che sono aree su soletta o di risulta tra gli edifici (dietro la Torre C, nell’angolo sud-est sopra i parcheggi, a sud del Vigorelli), il verde residenziale privato tra i palazzi residenziali.
Parco core green
Si tratta di una zona naturalistica di 15.800 mq, per metà interdetta al passaggio pedonale, articolata su due collinette in cui saranno piantati alberi tipici della pianura padana e dove si potranno osservare gli uccelli da capanni. Dovrebbe essere il fiore all’occhiello del progetto ma il Comune, preoccupato per la manutenzione e la sicurezza, ne ha ridotto la superficie rispetto al progetto iniziale.
Lo studio sostiene che questa area contribuisce un modo determinante alla Capacità Biologica Territoriale della vegetazione (BTC) nel lungo periodo, cioè dopo 36 o 72 anni.
L’incerta validità di questo indice ed il fatto che lo si stimi dopo un lunghissimo periodo dalla realizzazione del progetto rende insignificante l’effetto di questa area nella V.I.A.
Peraltro il canale su cui si affaccia, definito inizialmente in modo pomposo nuovo Naviglio, viene ora definito lama d’acqua a causa della sua limitata profondità di 50 cm, che il Comune di Milano ha richiesto per motivi di sicurezza. Il suo effetto dal punto di vista naturalistico è quindi tutto da dimostrare.
Parco recreational
Si tratta del vero parco del progetto.
Gli aspetti negativi di questo parco possono essere così elencati:
· il parco non è racchiuso tra le strade perimetrali ma si infila tra i nuovi complessi residenziali, commerciali e terziari; i varchi di ingresso vanno da 80 m su piazza Giulio Cesare a 33 metri su viale Berengario, 40 metri su via Senofonte, 80 metri su via Cassiodoro;
· a causa della notevole altezza degli edifici residenziali sud, est e ovest del parco, lo studio delle ombre allegato al P.I.I. (vedi tavole) evidenzia che la maggior parte sarà all’ombra per tutto l’inverno:
· una parte del parco è costruita sopra la soletta dei parcheggi sotterranei, solo 56.640 mq del parco all’interno del P.I.I. (66%) sono su terrapieno; in particolare tutta la parte sud-est del parco verso via Senofonte e Cassiodoro è su soletta. Questo fatto impedisce di piantare alberi di prima grandezza in grado di equilibrare la notevole altezza degli edifici circostanti. Il settore Parchi e Giardini, nel suo parere sul P.I.I. ha evidenziato questo problema (Allegato B): “La sistemazione a verde prevista si trova inserita in un ambito molto particolare che vedrà la costruzione di edificati imponenti, nello specifico, tre grattacieli e diversi quartieri residenziali. Questa condizione rende necessario che anche il volume di verde progettato raggiunga dimensioni considerevoli, in altezza e in estensione, in modo da formare un insieme equilibrato. Per tale ragione si chiede che nel Parco venga prevista la posa di piante di prima grandezza, piante cioè in grado, a maturità, di superare i 20 metri di altezza almeno per l’80% della quantità totale. Per lo stesso motivo si chiede di prevedere una diminuzione dello spazio sotterraneo occupato dai parcheggi, in particolar modo quelli previsti ai due ingressi a sud-est del Parco. Tale riduzione della perimetrazione consentirebbe la posa di specie arboree di prima grandezza che, su soletta, sono sconsigliabili. Per ottenere tale scopo, si suggerisce di “ritagliare” la perimetrazione di tali parcheggi in funzione della progettazione dello spazio verde soprastante.”
· tra le torri centrali era previsto inizialmente una grande zona alberata, riportata su tutte le fotografie del progetto: ora questa zona è stata sostituita da una piazza proprio per il problema dei parcheggi sotterranei;
· la presenza di edifici residenziali intorno al Parco non separati da strade crea problemi nella separazione tra il loro verde residenziale e il parco; il progetto prevede un dislivello senza recinzione; il Settore Parchi e Giardini ha chiesto di prevedere una recinzione in modo da evitare di danneggiare il parco successivamente ma è ovvio che questa recinzione ha problemi di impatto visivo
Motivazioni delle scelte progettuali
Concordiamo con la necessità di creare un grande parco nell’area per ridurre l’isola di calore su Milano e creare una rete ecologica di parchi urbani in grado di collegare il Parco Sempione e i Giardini di via Pallavicino con il Monte Stella e i grandi parchi di cintura.
Questa necessità doveva portare alla creazione di un vero parco urbano su almeno la metà dell’area e non di un parco stretto tra alti edifici e sopra i parcheggi sul 34 % dell’area (86.373 mq su 254.704 mq).
Il resto del sistema del verde è costituito da piazze, definiti fori, magari alberate, ma che nulla hanno a che vedere con la definizione di parco.
Vi sono seri dubbi che questo parco riesca a ridurre l’isola di calore se non nel perimetro del P.I.I. a causa della grande altezza degli edifici circostanti che impedirà la circolazione dell’aria all’esterno dell’area.
L’obiettivo del progetto è di favorire i futuri acquirenti degli appartamenti residenziali ma non di migliorare la qualità di vita per il quartiere all’intorno, che dovrebbe essere il principale obiettivo pubblico dell’intervento.
Ben altro effetto avrebbe l’alternativa progettuale da noi caldeggiata di creare un grande parco nel triangolo sud-est dell’attuale recinto fieristico.
Questo parco di circa 140.000 mq avrebbe sicuramente un benefico effetto sull’isola di calore a una certa distanza dall’intervento e creerebbe una rete ecologica con i parchi vicini.
Anche il confronto tra la dimensione del parco e quella degli altri parchi milanesi dimostra che gli 86.000 mq proposti sono inferiori agli 88.000 mq del parco di via Pallavicino, ricavati da un’area dismessa dalle Ferrovie. Sono poca cosa rispetto al Parco Sempione (470.000 mq), Giardini Pubblici (172.000 mq), Monte Stella (400.000 mq).
Controllo ecologico della trasformazione dell’area
I ragionamenti precedenti dimostrano che i parametri della tab. 3.7 hanno poco significato rispetto a quanto si potrebbe ottenere con una ridistribuzione dei volumi anche a parità di entità complessiva.
Peraltro il parametro HSprt pro capite (apparato protettivo Sistema Verde Urbano connesso) è misurato sulla base di un numero di abitanti che considera tutti i residenti ma solo il 10% degli addetti e il 25% dei visitatori, in base a parametri dedotti genericamente dall’Ecologia del Paesaggio. Peraltro i residenti stimati sono solo 3.750, mentre nella parte urbanistica della relazione si parla di 4.450 abitanti virtuali e nello studio del traffico di 4.638 residenti. Quale sarà il numero vero ?
Il risultato di 19 mq/abitante, apparentemente soddisfacente per i nuovi residenti, non tiene conto del fatto che questo verde è stato promesso a tutti i residenti del quartiere come miglioramento rispetto alla situazione attuale, in cui il verde è scarso. Pertanto i 110.000 mq di verde urbano dovrebbero essere diviso per il numero dei residenti di tutto il quartiere e si vedrebbe che il risultato è assolutamente insoddisfacente.
In base alla tabella 4.21 la superficie del verde urbano di Milano è pari a 9.062.365 mq, dividendolo per la popolazione residente di circa 1.300.000 abitanti si ottiene una media di 7 mq di verde per abitante.
Gli abitanti del quartiere Fiera sono circa 35.000; questo è il numero delle copie della lettera inviata dal Presidente della Fondazione Fiera Roth ai residenti nel luglio 2004 per reclamizzare il risultato del concorso.
Se dividiamo i 110.000 mq di nuovo verde urbano per 40.000 persone, ottenute sommando agli attuali residenti i nuovi, si ottengono 2,75 mq/abitante.
Si può stimare il numero degli abitanti del quartiere Fiera in base alla densità media degli abitanti di Milano, pari a 1.271.000 abitanti (tab. 4.48) su una superficie urbanizzata di 105 milioni di mq (tabella 4.21): risultano circa 83 mq per abitante.
All’interno di un raggio circolare di 1 km intorno alla Fiera, che è il raggio di influenza ecologico della relazione, in un’area di 3.140.000 mq risiederebbero 38.000 abitanti, quindi la situazione sarebbe ancora peggiore.
Il paragrafo 5.3.11.2 ha tra l’altro dei dati diversi in quanto divide 75.000 mq di verde per 4.500 e 5.000 abitanti ottenendo 16,8 e 15 mq di verde per abitante e sostiene che “l’impatto finale è quello di innalzare lo standard per tutta la zona in cui si realizzerà l’intervento”.
In realtà si innalzerà lo standard per i nuovi residenti ma marginalmente per gli altri. L’aumento del traffico sulle vie che circondano il nuovo quartiere a causa dei nuovi residenti ed addetti renderà difficile l’attraversamento dei viali perimetrali riservando di fatto il nuovo verde ai nuovi residenti.
Ancora una volta è dimostrato che lo scopo del progetto è di assicurare una buona qualità di vita ai nuovi residenti a scapito della qualità di vita dei residenti già insediati nel quartiere.
Per migliorare la situazione di questi ultimi la quantità di nuovo verde urbano va aumentata ed il numero dei nuovi residenti, impiegati e visitatori diminuito.
Conclusioni sul sistema del verde
Nel paragrafo 1.4 dello studio è scritto che la trasformazione dovrebbe essere di massima valutata come “sostenibile” se essa implica:
il miglioramento dello stato dell’ambiente conseguente ad un abbassamento della pressione esercitata dalle attività umane sullo stesso;
il miglioramento dello stato dell’ambiente conseguente ad un miglioramento di efficienza delle infrastrutture presenti e dei servizi offerti, a parità di pressione;
il mantenimento dello stato dell’ambiente conseguente ad un miglioramento dell’infrastrutturazione e dei servizi, malgrado un aumento della pressione; tale opzione è tuttavia sostenibile solo qualora il sistema non sia vicino o addirittura oltre la sua capacità di carico.
Nel nostro caso abbiamo un aumento della pressione esercitata dalle attività umane mentre non vi è un miglioramento dei servizi malgrado il sistema sia oltre alla sua capacità di carico.
Infatti rimangono in città circa 40 fiere su 70 e proprio quelle destinate all’utente finale che attraggono più visitatori, ad esempio lo SMAU.
Questi attraverseranno il Parco per entrare in Fiera arrivando dalla stazione Amendola della MM1 ed entrando dalla nuova Porta Fiera che si affaccia sul parco del P.I.I.. Probabilmente essi insieme agli espositori utilizzeranno il Parco anche durante l’intervallo di pranzo.
I nuovi residenti, impiegati e visitatori faranno anch’essi un massiccio uso del parco e delle altre aree verdi. Aumenta quindi la pressione sul quartiere esercitata dalle attività umane.
Il miglioramento del verde è in funzione dei nuovi residenti mentre l’insufficiente verde per abitante nell’area dimostra che è stata superata la capacità di carico.
Il Sindaco Albertini aveva promesso un nuovo Central Park alla città ma questo è poco più di un giardino condominiale.
Anche dal punto di vista del sistema del verde la valutazione di impatto ambientale non può che essere negativa.
Impatto sul contesto economico (par. 4.12 e par. 5.3.12.3)
Vi è un forte contrasto tra l’analisi dello stato di fatto delle residenza a Milano e l’impatto sul contesto sociale.
Da una parte si sostiene correttamente che “una ricerca condotta nel 2003 dal Centro studi PIM di Milano “Abitare nell’area metropolitana milanese – le politiche di intervento di fronte alla nuova domanda e alla crisi del modello tradizionale”, rivela come i fabbisogni abitativi tornino a crescere e diventi consistente la parte di essi che non può trovare risposta senza qualche forma di sostegno pubblico, in correlazione ai fenomeni di apporto dell’immigrazione straniera e trasformazioni della struttura famigliare.”
Dall’altra si prevede di costruire nel P.I.I. solo “edilizia elegante” da vendere al prezzo medio di 6.000 € al metro quadro.
Non è previsto alcun edificio di edilizia convenzionata o sovvenzionata che possa dare risposta alle vere esigenze abitative di Milano, al contrario di tutti gli altri P.I.I. previsti in città con il recupero delle aree dismesse.
Evidentemente l’area è troppo centrale per ospitare ceti di basso reddito per i quali si prevedono alloggi in zone più periferiche, vicino alle tangenziali o alle ferrovie.
Tra l’altro la grande offerta di “edilizia elegante” per 1.650 nuove abitazioni potrebbe portare ad un abbassamento dei prezzi degli appartamenti nelle aree circostanti, penalizzando gli attuali residenti le cui abitazioni perderebbero valore.
Traffico, viabilità e sosta
Simulazioni del traffico
Le stime di traffico si basano sulla situazione attuale e prospettica fornita dalla Fondazione Fiera ai partecipanti al concorso e allegati alla variante all’Accordo di Programma.
I dati della situazione attuale a Fiera aperta non sono ricavati da conteggi effettivi delle auto in ingresso e uscita dal quartiere Fiera nelle ore di punta del mattino e della sera ma da interviste a visitatori ed espositori durante i vari eventi e da stime matematiche basate sul numero dei visitatori, il numero degli addetti/espositori. La loro validità è pertanto dubbia (vedi par. 4.10.3.1)
Il dato fornito è inoltre una media basata sui primi 5 eventi fieristici. Non è indicato nella Tab. 4.44 quali siano questi eventi per la Fiera attuale e per la Fiera che rimane al Portello.
Dato che è necessario sommare agli spostamenti destinati alla Fiera al mattino e originati alla sera nei giorni in cui si svolgeranno le manifestazioni quelli generati dal P.I.I., è indispensabile per una corretta valutazione dell’impatto del P.I.I. Fiera sul traffico conoscere il dettaglio degli spostamenti nei giorni relativi agli eventi più frequentati.
Si ricorda che rimarranno nel polo del Portello le mostre B2C (Business to Consumer) come lo SMAU (5 giorni) e l’Artigiano in Fiera (9 giorni, 2.186 espositori, 2,5 milioni di visitatori, 110.000 mq, ) che sono le più frequentate e le più lunghe.
Nel caso dello SMAU è poco significativo calcolare una media degli spostamenti in quanto alcune giornate sono destinate agli operatori professionali ed altre al grande pubblico, con un diverso impatto sul traffico.
Pertanto il dato di 1.040 spostamenti destinati indotti dalla Fiera al “Portello” non sono assolutamente attendibili e dovrebbero essere sostituiti da un calcolo esatto degli spostamenti determinandone le punte di traffico.
I dati della situazione prospettica al 2008 e al 2014 si fondano su un modello del traffico dell’Agenzia Mobilità e Ambiente del Comune di Milano basato su interviste agli automobilisti sugli itinerari effettuati nel 1995.
Questi dati dopo dieci anni hanno perso gran parte della loro validità: in dieci anni molti degli automobilisti intervistati hanno cambiato casa e posto di lavoro e quindi l’itinerario casa-ufficio o gli altri tipi di itinerari, ad esempio l’accompagnamento dei figli a scuola o altri utilizzi dell’auto, sono cambiati.
Si è peraltro tenuto conto sia nell’analisi della domanda che nell’analisi dell’offerta di una serie di eventi favorevoli alla tesi di stabilità dei flussi di spostamento con il mezzo privato nel periodo 2005/2014.
In particolare sul lato della domanda si è previsto un consistente trasferimento modale dal trasporto privato al trasporto pubblico basato sui dati del Piano Urbano della Mobilità (PUM) 2001-2010 (-3,4%), che è un processo in corso negli ultimi anni ma che non si sa se proseguirà. Sono previste le linee metropolitane M4 e M5 la cui realizzazione dipende da finanziamenti statali e privati e che quindi non sono di sicura realizzazione.
Sul lato dell’offerta è stata prevista la realizzazione della Strada Interquartiere Nord, duramente avversata dagli abitanti e che probabilmente non verrà mai realizzata, gli interventi di interramento della via Gattamelata ancora non finanziati, il tunnel Certosa-Garibaldi che è nel libro dei sogni dell’amministrazione comunale.
Sarebbe stato preferibile prevedere i flussi in uno scenario conservativo che aggiunga al traffico attuale nei giorni di punta delle manifestazioni fieristiche che resteranno nella Fiera il traffico generato dagli spostamenti indotti dal P.I.I. Fiera.
In tal modo si sarebbe potuto verificare se la rete stradale può reggere nelle giornate in cui eventi fieristici come lo SMAU o l’Artigiano in Fiera si sovrapporranno al nuovo traffico indotto dalla trasformazione del recinto fieristico.
Saranno queste le giornate più critiche dal punto di vista del traffico.
Peraltro riteniamo che il comportamento di visitatori ed espositori nell’utilizzo nel mezzo pubblico o privato potrebbe cambiare a fronte della maggiore offerta di parcheggi sotterranei previsti dal progetto.
Oltre a 1.000 posti auto riservati alla Fiera vi saranno 2.227 parcheggi pubblici che potranno essere utilizzati da visitatori o espositori con ingresso da largo Domodossola (1.215) e da via Senofonte (1.012). Sarà impossibile impedire che questi parcheggi pubblici vengano utilizzati da questi utenti.
Peraltro nella stima degli originati e destinati nelle ore di punta (tabella 2.3) l’ingresso da via Senofonte al parcheggio pubblico viene ignorato ( non sono presenti spostamenti destinati).
Sarebbe preferibile eliminare completamente i 1.000 posti auto del parcheggio della Fiera e costringere i visitatori e gli addetti ad utilizzare i mezzi pubblici, i taxi ed i parcheggi di corrispondenza.
Indipendentemente dalle simulazioni, che sono assolutamente inattendibili, è intuitivo che la situazione del traffico non può che peggiorare rispetto alla situazione attuale in quanto i padiglioni del Portello insieme ai padiglioni dell’attuale recinto fieristico che non vengono demoliti (pad. 12, 13, 18, 19) per una superficie complessiva di 111.000 mq consentiranno di ospitare in città le 40 fiere più frequentate dal pubblico.
La programmazione della Fiera per il primo semestre del 2006, a recinto fieristico in città chiuso, prevede 19 manifestazioni per 51 giorni. Considerando il secondo semestre equivalente al primo si possono prevedere complessivamente 100 giorni di manifestazioni su 365 giorni. In questi giorni ci si può aspettare un notevole peggioramento del traffico nella zona.
Negli altri giorni comunque le stime fornite sui destinati al mattino tra le 7.30 e le 8.30 sono di 1.673 passaggi a fronte di una diminuzione dovuta allo spostamento di una parte delle fiere al Polo esterno di Rho-Pero di 1.330 passaggi. Situazione analoga per gli originati tra le 17.30 e le 18.30 in cui si stima un aumento di 2.231 passaggi a fronte di una diminuzione di 1.846 passaggi.
Quindi il numero dei passaggi futuri, pari al mattino a 2.713 e la sera a 3.692, è superiore alla situazione attuale di 2.370 destinati al mattino e 3.307 originati la sera.
Peraltro la tabella 2.3 dell’allegato 3 ha valori più bassi della tabella 5.4 del capitolo 5.
Una ulteriore osservazione va fatta a proposito della stima dei flussi di traffico prodotti dal P.I.I. Fiera.
Per calcolare i flussi generati dai residenti al mattino si stima che il 50% dei residenti utilizzi l’auto e che di questi solo il 27% la utilizzi tra le 7.30 e le 8.30 del mattino.
Non viene citato nella biografia del cap. 8 nessuno studio statistico basato su casi reali che avvalori queste percentuali: visto che l’orario di lavoro inizia di solito entro le 9 del mattino e che il tragitto dura mediamente più di mezz’ora, il dato del 27% sembra largamente sottostimato, con un conseguente aumento del traffico originato dai residenti nell’ora di punta.
La stessa perplessità desta la stima del 50% dei lavoratori che arrivano in auto negli uffici tra le 7.30 e le 8.30 e che partono tra le 17.30 e le 18.30.
I dati dell’indagine del traffico del 1995 danno percentuali diverse da quelle utilizzate nello studio:
· il 62% degli spostamenti per lavoro utilizza il mezzo privato, il 4% bici e moto, il 34% i mezzi pubblici,
· il 22% degli spostamenti per studio utilizza il mezzo privato, l’8% bici e moto, il 70% i mezzi pubblici.
Vi sono anche stranezze in altri parametri utilizzati: ad esempio, i viaggi per acquisti e per l'accesso ai servizi hanno una quota di utilizzo del trasporto pubblico superiore a quella per motivi di studio.
Le stime sono definite nel documento I STUDIO DI IMPATTO DELLA MOBILITÀ E SOSTA nelle relazioni del P.I.I. (par. 2.1) e non sono suffragate da alcuna analisi fondata.
Anche la stima dell’utilizzo dei vari ingressi è assolutamente arbitraria (si vada il par. 2.2 dello stesso documento). In particolare ci si è dimenticati dell’accesso al parcheggio pubblico di via Senofonte dalla rampa che accede a questa via, che rischia di essere uno dei più frequentati in quanto serve più di 1000 posti auto a rotazione, mentre via Senofonte fa parte di un’isola ambientale.
Non si capisce poi la conclusione a cui si arriva nel par. 2.3:
“Il traffico indotto nell'ora di punta del mattino dagli insediamenti in progetto si riduce di una quota pari al 34% rispetto al traffico attualmente indotto dal sistema Fiera. Il traffico indotto nell'ora di punta della sera dagli insediamenti in progetto si riduce di una quota pari all'8% rispetto al traffico attualmente indotto dal sistema Fiera.”
La frase dà una interpretazione totalmente errata dei dati in quanto il traffico nelle ore di punta aumenta e non diminuisce.
Tanto è vero che nel documento I sono illustrati gli interventi sulle piazze laterali e in particolare su piazza Arduino, su Largo Domodossola e piazza Sei Febbraio per risolvere i problemi creati dal traffico aggiuntivo (svolta a sinistra in piazza Arduino, rotonda in Largo Domodossola, controviale in viale Boezio). Sembra che il documento I lavori su stime più corrette che lo Studio di Impatto Ambientale che tende a minimizzare l’impatto del traffico.
Anche la sintesi non tecnica dello Studio di Impatto Ambientale arriva a conclusioni assai discutibili. Nel paragrafo 4.10.22 Fase di esercizio è scritto:
“Per quanto riguarda, gli aspetti relativi al traffico stradale in fase di esercizio, il raffronto rispetto allo stato di fatto attuale dell’area appare migliorativo laddove riferito ai picchi di afflusso propri delle manifestazioni fieristiche, mentre evidenzia inevitabili incrementi negli accessi al quartiere con riferimento alla già citata restituzione della zona alle reti di funzioni della città.
In altri termini, l’intervento darà luogo ad una omogeneizzazione, ed anche forse un riequilibrio, dei flussi veicolari nella zona durante l’intero arco dell’anno.”
Si sostiene che vengono migliorati i picchi delle manifestazioni fieristiche quando quelle più frequentate rimangono in città e si sostiene che vi sarà una omogeneizzazione e un riequilibrio dei flussi quando, ad una situazione attuale di picchi e momenti di calma, si sostituisce un flusso di traffico costante che si somma ai picchi.
Interventi sui punti critici
A causa dell’impatto sul traffico del nuovo intervento il progetto prevede un intervento su Piazza Arduino ed uno su Largo Domodossola.
L’intervento su Piazza Arduino con la svolta a sinistra per entrare nei parcheggi per chi proviene da viale Eginardo e la svolta a sinistra per chi esce dai parcheggi per andare verso viale Berengario non sembra risolutivo, visto il consistente traffico lungo i viali Berengario e Eginardo nelle ore di punta (circa 1900 auto per ogni senso di marcia tra le 7.30 e le 8.30 e tra le 17.30 e le 18.30 nello scenario c2 con fiera aperta e progetto completato, cioè circa un’auto ogni due secondi).
E’ stato simulato lo scenario serale ma non quello del mattino, quando entreranno nei parcheggi 502 auto, il doppio delle 258 che entrano la sera (da tab. 5.1 dello Studio di impatto I del PII).
Peraltro i dati della tabella 5.1 non corrispondono ai dati della tabella del paragrafo 2.2, che sembrano quelli corretti in base alle ipotesi di calcolo.
Andrebbero chiarite le ipotesi effettuate nelle figure 6.19, 6.20 e 6.21 per quanto riguarda la quantità delle auto in uscita che svoltano a destra e a sinistra, visto che solo la svolta a sinistra interferisce con il traffico nord-sud dell’asse Berengario-Eginardo. Analogamente va chiarito quante delle auto in ingresso arrivano da nord, interferendo con il traffico nord-sud, e quante da sud, con svolta a destra.
L’intervento su Largo Domodossola con l’inserimento di una rotatoria non tiene conto nelle simulazioni del passaggio della linea del tram, che la interrompe in due punti, e la cui frequenza di passaggio non è stata testata.
Utilizzo dei mezzi pubblici
E’ noto che la M1 è al limite elle sue capacità di carico: basta vedere l’affollamento dei giorni dello SMAU al mattino quando si aprono i cancelli e alla sera quando chiudono.
Non è chiaro cosa succederà quando si aggiungeranno il 50% dei residenti e il 50% degli impiegati che si insedieranno nel nuovo quartiere.
Vi saranno circa 2.500 impiegati che arriveranno ogni mattina con i mezzi pubblici ed in gran parte con la metropolitana 1. Nell’ora di punta del mattino si ritiene che ne arrivino il 50% (è una stima tutta da verificare), pari a 1.258, e che nell’ora di punta serale ne partano 2.803.
Si dice che la M1 verrà ammodernata con l’aumento della frequenza dei treni da 120 secondi a 90 secondi e l’aumento dell’offerta di 7.500 passeggeri all’ora.
Ciò vuol dire che il P.I.I. Fiera occuperà un terzo della nuova capacità di carico, che dovrebbe servire anche all’aumento dell’utilizzo dei mezzi pubblici da parte di tutti gli utenti.
Peraltro abbiano forti dubbi sulla possibilità di aumentare la capacità di carico della M1 per i seguenti motivi:
- nelle ore di punta la frequenza è limitata dai tempi di incarrozzamento;
- lo sbinamento di Pagano della MM 1 pone un altro limite non risolvibile all'incremento delle frequenze;
- il prolungamento della linea a Rho-Pero porterà ad ulteriori incrementi di carico, così come il trend generale di spostamento degli spostamenti su trasporto pubblico utilizzato per le previsioni generali del traffico.
Nello studio di impatto della mobilità si fa poi affidamento alla costruzione della nuova linea M6 Garibaldi-Axum, attualmente prevista come metrotramvia e che si vorrebbe trasformare in metropolitana prevedendo una fermata sotto le tre torri.
Anche questa opera pubblica deve ancora essere finanziata e non è quindi garantita la sua presenza quando il quartiere sarà completato.
La lontananza delle torri terziarie dalla fermata della M1 di Amendola e dalla fermata delle Ferrovie Nord Domodossola sfavorirà l’utilizzo del mezzo pubblico da parte degli impiegati e la lontananza dei palazzi residenziali dei gruppi C, D e E da parte dei residenti.
E’ proprio la capacità del trasporto pubblico a destare la più forti preoccupazioni circa l'impatto del progetto. E' infatti dalla sua capacità e qualità di trasporto che dipendono le assunzioni sul ruolo generale del trasporto pubblico che, sull'altro versante, rendono governabili gli impatti sulla viabilità.
In linea di massima riteniamo che il P.I.I. potrà essere realizzato soltanto se verrà costruita contemporaneamente la linea M6, con fermata sotto al centro dell’insediamento.
Sistema della sosta
Non è garantito che i residenti e gli impiegati utilizzeranno effettivamente i parcheggi pertinenziali ad essi riservati. Dipenderà dai prezzi di vendita o di affitto.
Una parte delle auto di residenti, addetti e visitatori potrebbero parcheggiare nelle strisce gialle e blu delle vie limitrofe, aggravando il problema della sosta degli attuali residenti e uffici intorno alla Fiera.
Si dice che parte di questi posti auto, se non venduti ai nuovi residenti, potrebbero essere venduti a chi abita o lavora nelle vie del quartiere.
Sarebbe preferibile che fosse fissato un prezzo di vendita per questi posti auto, in modo analogo ai parcheggi per residenti nelle aree pubbliche.
Conclusioni su traffico, viabilità e sosta
Lo studio di impatto ambientale nasconde il vero impatto sul traffico dell’insieme delle manifestazioni fieristiche che rimangono in città e dei nuovi residenti, addetti e visitatori del quartiere con calcoli, simulazione ed ipotesi non veritiere.
Anche sotto questo aspetto, come per il verde, abbiamo un aumento della pressione esercitata dalle attività umane mentre non vi è un miglioramento dei servizi malgrado il sistema sia oltre alla sua capacità di carico.
Gli interventi sulle piazze e incroci viabilistici risolvono solo parzialmente i problemi.
Tutto viene lasciato ad un cronoprogramma che prevede di costruire prima gli edifici residenziali che hanno meno impatto sul traffico e poi le torri terziarie, che ne hanno molto di più.
Per allora si spera che si sia riusciti a risolvere il problema del traffico a livello milanese, senza considerare che sono proprio interventi ad alta densità edificatoria come questo che aggravano il problema del traffico.
Anche dal punto di vista del traffico e viabilità la valutazione di impatto ambientale non può che essere negativa.
Solo una forte riduzione delle volumetrie può diminuire l’impatto del progetto sul traffico.
Non siamo d’accordo con le conclusioni dello studio dove dice che “in fase di esercizio, valutati gli aspetti di significatività generalmente lieve per gli aspetti negativi e rilevante per quelli positivi, esso è da ritenersi complessivamente compatibile con l’ambiente urbano interessato.”
Infatti per tutti gli aspetti dello Studio di Impatto Ambientale che abbiamo esaminato abbiamo riscontrato una non sostenibilità dell’intervento.
Per quanto riguarda le alternative progettuali non sono state esaminate le possibili alternative di minore impatto presentate nel concorso.
Per quanto riguarda l’assetto dei vincoli nell’area di intervento è stato ignorato il vincolo ambientale su piazza Giulio Cesare.
Per quanto riguarda la valutazione di impatto paesistico il giudizio è fortemente negativo.
Per quanto riguarda il sistema del verde e degli spazi pubblici il progetto non prevede la realizzazione del parco previsto dal concorso e che la cittadinanza del quartiere si aspetta.
Per quanto riguarda il contesto economico l’intervento non porta alcuna soluzione alle reali esigenze abitative di Milano e abbassa il valore delle abitazioni del quartiere.
Per quanto riguarda il traffico e la viabilità porta ad un aumento del traffico in tutte le ore e quindi anche dell’inquinamento.
Ribadiamo quanto scritto nel capitolo sul verde e cioè che il progetto non è sostenibile in quanto vi è un aumento della pressione esercitata dalle attività umane mentre non vi è un miglioramento dei servizi malgrado il sistema sia oltre alla sua capacità di carico.
Riteniamo pertanto che la Regione non possa approvare il progetto con delle prescrizioni ma ne possa solo richiedere una riprogettazione secondo le seguenti linee guida:
· dimezzamento dell’indice territoriale riportandolo all’indice di 0,65 mq/mq indicato dal Documento di Inquadramento dei P.I.I. del Comune di Milano e quindi riduzione delle volumetrie;
· cambiamento dell’assetto plani-volumetrico addossando le volumetrie verso il Portello e riservando al parco il triangolo compreso tra l’attuale viale dell’Industria e l’angolo sud-est del recinto fieristico;
A) Parere del Nucleo di Consulenza sulla proposta definitiva del P.I.I Fiera Polo Urbano
Premesso che la variante al PRG ha fissato dei punti chiave del progetto, fra i quali la delimitazione dell’area di intervento, gli indici di edificazione e l’assenza di una quota di edilizia sociale, che complessivamente rivalutano fortemente il valore commerciale dell’area.
Tenuto altresì conto che l’attività di valutazione del Nucleo si colloca a valle di una gara internazionale che ha selezionato un progetto vincitore con un assetto planivolumetrico di particolare discontinuità con la tradizione urbana della città, ma che detto progetto non può essere modificato senza rimettere in discussione l’intera procedura.
Per queste ragioni il nucleo ritiene che il proprio parere possa solo esprimere osservazioni al margine del progetto e che l’Amministrazione debba considerare in casi di questo tipo se l’intervento del Nucleo non sia da anticipare rispetto alla fase concorsuale.
Il Nucleo prende atto dell’accoglimento di parte dei suggerimenti espressi nel parere sulla proposta preliminare. In particolare, il progetto definitivo ha un nuovo disegno del parco, degli accessi e delle prospettive da e verso la città e insieme delle residenze. Il nuovo disegno del parco riduce il senso di frammentazione del disegno precedente e modifica positivamente il rapporto del parco con il contesto urbano circostante. Il disegno delle residenze mantiene il suo carattere originario, anche se l’impianto è più compatto e le altezze di alcuni gruppi di edifici aumentate, con il possibile risultato di sottolineare l’eccessiva densità complessiva dell’intervento. Era probabilmente difficile raggiungere un risultato diverso senza snaturare in parte l’esito del concorso, e comunque un risultato diverso sarebbe stato in evidente contrasto con le scelte estetiche compiute sin dall’inizio dai progettisti. La zona di confine tra il progetto e la vecchia Fiera rimane un punto molto debole dell’intervento, ma la Fiera sarebbe intenzionata ad affidare ai progettisti vincitori del concorso l’incarico di trasformazione definitiva dell’area, con parziale demolizione e ristrutturazione degli edifici esistenti, in modo da stabilire una continuità tra il progetto in discussione e la Fiera. La proposta di una continuità pedonale tra il museo del Design e l’ex velodromo Vigorelli è stata raccolta, ma la sua realizzazione è subordinata alla realizzazione della viabilità sotterranea che per il momento non è affatto decisa. Il tema delle garanzie offerte all’Amministrazione riguarda in particolare la gestione del Museo del design e del Museo del bambino: due temi di rilievo che meritano una particolare attenzione nei dettagli necessari per la chiusura dell’accordo. Infine, per quanto riguarda il tema della viabilità e dei trasporti il progetto nel suo complesso soffre delle indecisioni dell’Amministrazione comunale sulla sistemazione definitiva dell’area.
Conclusivamente, si ritiene di esprimere le seguenti indicazioni:
- anticipare il momento di acquisizione delle aree di cessione;
- negoziare un ribasso, in considerazione della particolare entità dell’intervento e dell’ammontare degli oneri di urbanizzazione e delle previste opere a scomputo, in linea con i ribassi praticati nelle procedure di appalto, da applicarsi sulle voci di costo del listino comunale prezzi;
- assicurare che i collaudi delle opere urbanizzative vengano espletati nelle forme ordinariamente in uso presso l’Amministrazione, limitando il ricorso al silenzio-assenso alle opere di più semplice realizzazione.
Il Nucleo di Consulenza, richiamato il precedente parere di ammissibilità del 10.1.2005 relativo alla proposta iniziale e visto il contenuto dell’istruttoria del Settore Progetti Strategici, esprime parere favorevole sulla proposta definitiva di P.I.I..
Prof. Gianluigi GORLA (esperto economista), Prof. Luigi MAZZA (esperto urbanista),
Avv. Mario BERTACCO (esperto giurista).
B) Parere del settore Parchi e Giardini sulla proposta definitiva del P.I.I Fiera Polo Urbano
Esaminati gli elaborati progettuali relativi al piano in oggetto si riferisce il seguente parere.
Si premette che il parere riguarda il progetto relativo al Parco nella sua interezza e la sola sistemazione del verde nelle piazze e nei marciapiedi, mentre, per quanto riguarda la valutazione delle pavimentazioni, si rimanda ai Settori competenti, quindi al Settore Strade Parcheggi e Segnaletica e al Settore Arredo Urbano la cui competenza si estende anche alla progettazione delle fontane.
Per quanto riguarda le sistemazioni di verde sopra i parcheggi sotterranei, si sottolinea la necessità di provvedere a un adeguato sistema di drenaggio delle acque piovane.
Per quanto riguarda il Parco si evidenziano le seguenti problematiche.
La sistemazione a verde prevista si trova inserita in un ambito molto particolare che vedrà la costruzione di edificati imponenti, nello specifico, tre grattacieli e diversi quartieri residenziali.
Questa condizione rende necessario che anche il volume di verde progettato raggiunga dimensioni considerevoli, in altezza e in estensione, in modo da formare un insieme equilibrato.
Per tale ragione si chiede che nel Parco venga prevista la posa di piante di prima grandezza, piante cioè in grado, a maturità, di superare i 20 metri di altezza almeno per l’80% della quantità totale.
Per lo stesso motivo si chiede di prevedere una diminuzione dello spazio sotterraneo occupato dai parcheggi, in particolar modo quelli previsti ai due ingressi a sud-est del Parco.
Tale riduzione della perimetrazione consentirebbe la posa di specie arboree di prima grandezza che, su soletta, sono sconsigliabili.
Per ottenere tale scopo, si suggerisce di “ritagliare” la perimetrazione di tali parcheggi in funzione della progettazione dello spazio verde soprastante.
I quartieri residenziali non prevedono la costruzione di una recinzione a delimitazione e divisione dello spazio privato dallo spazio pubblico.
Dal momento che il Parco non sarà recintato e sarà invece intensamente fruito, in quanto luogo di sosta e contemporaneamente di attraversamento per raggiungere i numerosi edifici presenti al suo interno, si suggerisce di valutare approfonditamente l’opportunità di proteggere lo spazio privato per evitare che tale richiesta venga fatta in futuro con grave danneggiamento del Parco pubblico ormai realizzato.
Nel Parco è prevista la realizzazione di un lungo canale che lo attraversa da ovest a est; è evidente anche la presenza di piccoli specchi d’acqua frammentati nella zona nord e sud.
Il canale viene trattato, a livello progettuale, secondo un’impostazione naturalistica che richiama i fontanili, prevedendo un fondo argilloso e le sponde inclinate e naturalizzate dalla presenza di vegetazione ripariale.
Tale canale, quando si avvicina alle residenze o agli altri edifici ad uso pubblico, si allarga a costituire piccoli laghetti progettati anch’ essi secondo la stessa tipologia.
Si sottolinea che la presenza in un ambito di alta fruizione come questo, di una “zona umida” ricca di vegetazione potrebbe causare problematiche igieniche di difficile risoluzione e gestione, durante gli anni di manutenzione successiva.
Tale canale infatti di difficile pulizia e di difficile fruizione da parte dei frequentatori del Parco, sarebbe più idoneo all’interno di un Parco semiperiferico o periferico, secondo il modello del Parco Nord o del Bosco in Città.
Si chiede pertanto ai progettisti di individuare e proporre altre soluzioni che permettano di realizzare un canale più idoneo ad incontrare le esigenze di manutenzione che un giardino situato in un tale ambito dovrà vedere per forza soddisfatte.
Nello stesso tempo si chiede di ridurre, in parte la frammentazione di piccoli specchi d’acqua all’interno dell’intero ambito.
Si ricordano inoltre le usuali prescrizioni.
Tutti gli impianti presenti in sottosuolo dovranno distare dalle alberature minimo metri 2,5 in modo che successivi scavi non danneggino gli apparati radicali di alberi ormai adulti, rendendoli instabili e quindi pericolosi.
Tutti i manufatti previsti nel Parco come i cartelli, le panchine, le recinzioni e i cestini dovranno adeguarsi agli standard del Settore Parchi e Giardini o del Settore Arredo Urbano ed essere con questo concordati. Anche gli elementi più specificatamente inerenti la progettazione delle parti a verde come l’impianto di irrigazione, le pavimentazioni e le scelte vegetali dovranno essere confermate nelle fasi di progettazione esecutiva.
Si rileva che il costo del solo Parco, calcolato in complessivi € 8.908.669,27 (escluso l’impianto di illuminazione e quello di videosorveglianza) per un totale di mq 87.105, risulta di € 102,00 circa al mq, ed è superiore rispetto ai costi standard delle urbanizzazioni secondarie relative alla sistemazione di aree verdi.
Tale costo sarà verificato in dettaglio in sede di progettazione esecutiva; in quella sede infatti saranno concordate le scelte progettuali costruttive e di conseguenza tutte le lavorazioni, inclusi gli scavi è i movimenti di terra.
Dott. Agr. Giovanna Giannachi
D.C. PIANIFICAZIONE URBANA E ATTUAZIONE P.R.
Settore Progetti Strategici
Alla c.a. Arch. Giancarlo Tancredi
Dott.Ing. Luigi Vigani
C) Esame dell’impatto paesistico dei progetti applicato in forma sperimentale agli interventi edilizi maggiori (aggiornato 01.07.05)