Source: https://francescosecli.com/2016/12/15/e-obbligatorio-lavorare-durante-le-feste/
Timestamp: 2017-11-20 13:41:24+00:00
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È obbligatorio lavorare durante le feste? – FRANCESCO SECLÌ
Il dipendente può rifiutarsi di lavorare durante i giorni di festa, che dovranno essere comunque retribuiti.
I giorni festivi hanno come finalità primaria la soddisfazione del bisogno del lavoratore di sviluppare la propria personalità mediante la partecipazione alla vita familiare, sociale e religiosa.
Non è raro, però, che un lavoratore sia chiamato a prestare la propria attività lavorativa anche durante le feste “comandate”.
Un interrogativo sorge, dunque, spontaneo: è obbligatorio lavorare nei giorni festivi?
Obbligatorio lavorare nei giorni festivi?
Il lavoro festivo non è obbligatorio ed il lavoratore ha un diritto assoluto di astenersi dal lavoro durante le festività.
Ad affermarlo è stata la Corte di Cassazione [1], la quale ha stabilito il seguente principio: «Il lavoratore può prestare servizio nelle festività infrasettimanali celebrative di ricorrenze religiose o civili soltanto su accordo con il datore di lavoro; mentre non può essere obbligato in via unilaterale da parte del datore di lavoro».
La pronuncia della Corte di Cassazione ha riguardato un contenzioso nel quale un’azienda di abbigliamento aveva imposto ad una dipendente (un’addetta alla vendita), di lavorare nei giorni delle festività natalizie. La lavoratrice si era rifiutata di lavorare e quindi l’azienda le aveva applicato una sanzione disciplinare.
La Suprema Corte, tuttavia, ha dato ragione alla lavoratrice ritenendo la sanzione disciplinare del tutto illegittima.
Ci si può rifiutare di lavorare nelle feste?
Un’altra domanda, a questo punto, ci si potrebbe porre: il lavoratore che si rifiuta di lavorare durante i giorni di festa deve essere comunque retribuito?
La risposta è affermativa. A stabilirlo è stata la Corte di Cassazione con una recentissima sentenza [2].
Nel caso esaminato dalla Suprema Corte, un’impresa del settore metallurgico aveva imposto ad un gruppo di operai di lavorare il giorno dell’8 dicembre, ma i dipendenti si erano rifiutati di dar seguito alla disposizione aziendale e avevano osservato il giorno di riposo.
La società aveva deciso, dunque, di trattenere dalla busta paga dei lavoratori la retribuzione relativa alla festività dell’8 dicembre e i lavoratori, ritenendo tale decisione ingiusta agivano in giudizio per ottenere il pagamento della giornata anche con riferimento alla festività non lavorata.
Anche in questo caso la Suprema Corte ha dato ragione ai lavoratori, affermando che «Il rifiuto dei dipendenti di prestare servizio in una giornata festiva non può esimere il datore di lavoro dal versamento della normale retribuzione».
Nella stessa sentenza la Corte ha precisato, inoltre, che il diritto del lavoratore di astensione dal lavoro nei giorni festivi non può essere derogato neanche da una previsione di segno contrario della contrattazione collettiva applicata dall’impresa, quindi dal Ccnl.
Il diritto alla retribuzione “piena” deriva, infatti, direttamente dalla legge e non possono, su questo piano, avere alcun rilievo le disposizioni contrattuali.
Il datore di lavoro non può, dunque, omettere il versamento della retribuzione anche se il contratto collettivo prevede che il rifiuto del lavoratore di svolgere l’attività nella giornata festiva deve essere corroborato da un giustificato motivo.
Il rifiuto dei dipendenti di prestare servizio in una giornata festiva non può esimere il datore di lavoro dal versamento della normale retribuzione.
Suprema Corte di Cassazione, Sezione lavoro, sentenza n. 21209 del 19 ottobre 2016
Il Tribunale di Bergamo con sentenza n. 613/09 accoglieva la domanda proposta da un gruppo di dipendenti della (OMISSIS) spa di condanna della società datrice di lavoro a retribuire la festività dell’8.12.2005. La Corte di appello di Brescia con sentenza del 11.10.2010 rigettava l’appello della (OMISSIS); la Corte territoriale ricordava che la giornata dell’8 dicembre rientrava ai sensi della L. n. 260 del 1949, articolo 2 (nel testo sostituito dalla L. n. 90 del 1954) tra le festività per le quali spettava il diritto ad astenersi dal lavoro o, in caso di effettuazione della prestazione, anche un compenso aggiuntivo; tali disposizione non può essere modificata in senso peggiorativo dalla contrattazione collettiva. Per la Corte territoriale non poteva condividersi, alla stregua della giurisprudenza di legittimità, la tesi della parte appellante secondo la quale il lavoratore che non abbia svolto l’attività lavorativa durante la detta festività come nel caso in esame potrebbe rivendicare la normale retribuzione solo se la sua assenza sia dipesa da uno dei motivi indicati dalla disposizione, posto il carattere generale delle regola di diritto alla festività normalmente retribuita. Tale diritto non risultava inciso
dall’articolo 8 CCNL comma 14 parte speciale del CCNL per cui “nessun lavoratore può rifiutarsi. Salvo giustificato motivo, di compiere lavoro straordinario, notturno e festivo”: il detto rifiuto non fa infatti perdere il diritto alla normale retribuzione attribuito direttamente dalla legge, ma semmai poteva dar luogo ad una sanzione disciplinare.Per la cassazione di tale decisione propone ricorso la (OMISSIS) con un motivo corredato da memoria; resistono le parti intimate con controricorso.
Con il motivo proposto si allega la violazione e falsa applicazione della L. n. 260 del 1949, articoli 2 e 5; della L. 31 marzo 1954, n. 90; degli articoli 1362, 1363, 1368 e 1371 c.c. con riferimento all’articolo 5 parte speciale sezione 3 comma 14 del CCNL del 7.5.2003 per l’industria metalmeccanica. Non spettava la richiesta retribuzione in quanto non vi era stata prestazione lavorativa avendo indebitamente i lavoratori Intimati rifiutato di lavorare nonostante la previsione di cui all’articolo 12 CCNL. Si trattava di un Indebito rifiuto che paralizzava la pretesa al pagamento della prestazione lavorativa; il CCNL prevedeva la possibilità di richiedere la prestazione anche in caso di festività in cambio di numerosi trattamenti di miglior favore. La giurisprudenza di legittimità non aveva adeguatamente valutato il caso dellavoratore che non presta la propria attività lavorativa per sua espressa volontà, per giunta contraria alle previsioni della contrattazione collettiva.
Il motivo appare infondato; la sentenza impugnata ha deciso la controversia alla luce, come ammette la stessa parte ricorrente, della ormai consolidata giurisprudenza della Corte di legittimità (Cass n 91761997; Cass/2004), che si condivide pienamente e cui si intende dare continuità secondo la quale il diritto del lavoratore di astenersi dall’attività lavorativa in caso di festività e’ pieno ed ha carattere generale e quindi non rilevano le ragioni che hanno determinato l’assenza di prestazione, peraltro stabilita per legge. Il trattamento economico ordinario deriva, come ha correttamente specificato già la Corte di appello, direttamente dalla legge e non possono su questo piano aver alcun rilievo le disposizioni contrattuali, la cui legittimità non rientra nel thema decidendum della presente controversia, che potrebbero avere, al più, un rilievo disciplinare. Non devono affrontarsi le considerazioni svolte sul ricorso circa lo “scambio” che sarebbe stato effettuato in sede contrattuale tra obbligo di svolgere il lavoro straordinario e trattamento di miglior favore in ordine a numerosi istituti sia perché il CCNL non è stato prodotto, né si è indicato l’incartamento processuale ove lo stessosarebbe reperibile, sia perché non si ricostruisce come tali difese siano state introdotte nei precedenti gradi del giudizio.
Si deve quindi rigettare il proposto ricorso: le spese di lite- liquidate come al dispositivo-seguono la soccombenza in favore delle parti costituite, nulle nei confronti delle residue parti intimate.
rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 4100,00 di cui Euro 4.000,00 per compensi, oltre spese generali al 15% ed accessori come per legge. Nulla nei confronti delle residue parti intimate.
[1] Cass. civ. sent. n. 16592 del 14.09.2015.
[2] Cass. civ. sent. n. 21209 del 19.10.2016.
FONTE: http://bit.ly/2hItDHz
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