Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-22299-del-05-09-2019
Timestamp: 2019-09-23 06:55:13+00:00
Document Index: 35894220

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 5', 'art. 360', 'art. 6', 'art. 111', 'art. 117', 'art. 383', 'art. 354', 'art. 383', 'art. 354', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2']

Sentenza Cassazione Civile n. 22299 del 05/09/2019 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 22299 del 05/09/2019
Cassazione civile sez. II, 05/09/2019, (ud. 08/03/2019, dep. 05/09/2019), n.22299
sul ricorso n. 9822/2018 R.G. proposto da:
C.B., c.f. CLLBRN39A18D408G, I.A., c.f.
(OMISSIS), R.R., c.f. (OMISSIS), S.F., c.f.
(OMISSIS), D.L., c.f. (OMISSIS), DI.RE., c.f.
(OMISSIS), L.C., c.f. (OMISSIS), LU.LU., c.f.
(OMISSIS), RU.MI., c.f. (OMISSIS) – M.B., c.f.
(OMISSIS), CO.MA., c.f. (OMISSIS), elettivamente domiciliati
in Roma, alla via Giuseppe Ferrari, n. 4, presso lo studio
dell’avvocato Salvatore Coronas e dell’avvocato Umberto Coronas che
li rappresentano e difendono in virtù di procura speciale in calce
avverso il decreto n. 234 dei 11.9/17.10.2017 della corte d’appello
di Perugia, assunto nel procedimento iscritto al n. 458/2017 V.G.;
Con ricorso ex lege n. 89 del 2001, alla corte d’appello di Perugia in data 4.5.2017 C.B., I.A., R.R., S.F., D.L., Di.Re., L.C., Lu.Lu., Ru.Mi., M.B. e Co.Ma. si dolevano per l’eccessiva durata del giudizio di “equa riparazione” da essi promosso con ricorsi del 5.10.2010 ( C.B., I.A., R.R., S.F. e D.L.) e del 26.6.2012 ( Di.Re., L.C., Lu.Lu., Ru.Mi., M.B. e Co.Ma.) dinanzi alla corte d’appello di Perugia, definito dalla stessa corte con decreto del 23.9.2013, proseguito innanzi a questa Corte di legittimità con ricorso notificato il 5.3.2014 e deciso con sentenza dell’8.6.2015, riassunto, in sede di rinvio, dinanzi alla corte d’appello di Perugia con ricorso depositato il 24.7.2015 e definito dalla medesima corte con decreto in data 15.4.2016.
Chiedevano che il Ministero della Giustizia fosse condannato a corrisponder loro per l’irragionevole durata del giudizio “presupposto” un equo indennizzo.
Con decreto dei 21/22.5.2017 il consigliere delegato accoglieva in parte il ricorso limitatamente a C.B., I.A., R.R., S.F. e D.L.; rigettava il ricorso limitatamente a Di.Re., L.C., Lu.Lu., Ru.Mi., M.B. e Co.Ma..
Reputava il consigliere delegato che la durata ragionevole doveva considerarsi pari ad un anno per il giudizio innanzi alla corte d’appello, ad un anno per il giudizio innanzi alla Corte di cassazione e ad un anno per il giudizio innanzi alla corte d’appello in sede di rinvio e quindi che la durata ragionevole doveva considerarsi eguale nel complesso a tre anni.
Reputava dunque, limitatamente a Di.Re., L.C., Lu.Lu., Ru.Mi., M.B. e Co.Ma., che il giudizio di “equa riparazione” “presupposto” aveva avuto durata di appena tre mesi eccedente quella ragionevole, sicchè costoro non avevano diritto ad alcun indennizzo.
Reputava dunque, limitatamente a C.B., I.A., R.R., S.F. e D.L., che il giudizio di “equa riparazione” “presupposto” aveva avuto durata di un anno ed undici mesi – da arrotondare a due anni – eccedente quella ragionevole, sicchè ciascuno degli anzidetti ricorrenti aveva diritto all’indennizzo annuo di Euro 400,00 e perciò all’indennizzo complessivo di Euro 800,00, oltre interessi.
Con ricorso ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 5 ter, depositato in data 15.6.2017 C.B., I.A., R.R., S.F., D.L., Di.Re., L.C., Lu.Lu., Ru.Mi., M.B. e Co.Ma. proponevano opposizione.
Con decreto n. 234 dei 11.9/17.10.2017 la corte d’appello di Perugia rigettava l’opposizione.
Avverso tale decreto C.B., I.A., R.R., S.F., D.L., Di.Re., L.C., Lu.Lu., Ru.Mi., M.B. e Co.Ma. hanno proposto ricorso; ne hanno chiesto sulla scorta di un unico motivo, variamente articolato, la cassazione con ogni conseguente provvedimento anche in ordine alle spese da distrarsi in favore dei difensori anticipatari.
Con l’unico motivo i ricorrenti denunciano ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, la violazione/falsa applicazione della L. n. 89 del 2001, artt. 2 e segg., art. 6, par. 1, C.E.D.U., dei principi della C.E.D.U. e di questa Corte in tema di “equa riparazione” e dell’art. 111 Cost., comma 2, art. 117 Cost., commi 1 e 3.
Deducono che ha errato la corte di Perugia a computare nel complessivo periodo di ragionevole durata del giudizio di “equa riparazione” “presupposto” il lasso temporale di un anno limitatamente al giudizio di rinvio.
Deducono quindi, limitatamente a Di.Re., L.C., Lu.Lu., Ru.Mi., M.B. e Co.Ma., che il giudizio di “equa riparazione” “presupposto” ha avuto durata di un anno e due mesi eccedente quella ragionevole, sicchè costoro hanno diritto – ciascuno – all’indennizzo di Euro 400,00 ovvero alla diversa maggiore o minore somma ritenuta di giustizia, oltre interessi.
Deducono quindi, limitatamente a C.B., I.A., R.R., S.F. e D.L., che il giudizio di “equa riparazione” “presupposto” ha avuto durata di due anni e undici mesi eccedente quella ragionevole, sicchè costoro hanno diritto – ciascuno – all’indennizzo di Euro 1.200,00 (in luogo dell’indennizzo di Euro 800,00) ovvero alla diversa maggiore o minore somma ritenuta di giustizia, oltre interessi.
Ed invero correttamente il consigliere delegato e poi la corte perugina hanno opinato nel senso che la durata ragionevole è pari nel complesso a tre anni, ossia ad un anno per il giudizio ex lege n. 89 del 2001, innanzi alla corte d’appello, ad un anno per il giudizio innanzi alla Corte di cassazione e ad un anno per il giudizio innanzi alla corte d’appello in sede di rinvio. Correttamente, cioè, hanno opinato nel senso che concorre ai fini del computo della durata ragionevole il “tempo” – nei limiti di un anno – del giudizio di rinvio.
Più esattamente il censurato dictum appieno si conforma alla giurisprudenza di questa Corte di legittimità.
Ovvero all’insegnamento secondo cui, ai fini dell’accertamento della violazione del termine ragionevole del processo, ai sensi della L. n. 89 del 2001, poichè lo stesso va determinato, di regola, in tre anni per il primo grado, due per il secondo ed uno per ciascuna fase successiva, sicchè la durata ragionevole del giudizio di rinvio – tanto quello disposto dalla Corte di cassazione, ai sensi dell’art. 383 c.p.c., quanto quello disposto dal giudice d’appello, ai sensi dell’art. 354 c.p.c., comma 1 – va individuata nella misura di un anno in quanto prosecuzione del processo originario (cfr. Cass. 2.10.2015, n. 19769; Cass. 15.4.2011, n. 8769, secondo cui il processo riassunto innanzi al giudice del rinvio costituisce prosecuzione di quello originario, sia nel caso in cui il rinvio venga disposto ai sensi dell’art. 383 c.p.c., comma 3, sia nel caso in cui il rinvio sia disposto, ai sensi dell’art. 354 c.p.c., comma 1, dal giudice di appello con sentenza confermata dalla Corte di cassazione; pertanto, in tale ultima ipotesi, occorre tener conto, al fine del riconoscimento del diritto all’equa riparazione per il mancato rispetto del principio di ragionevole durata del processo, del fatto che alla riforma della sentenza non definitiva siano seguite altre due fasi, di primo e di secondo grado, che rientrano nel fisiologico andamento del processo).
Si puntualizza da ultimo che non riveste valenza nel caso di specie, siccome attinente alla competenza, la pronuncia – menzionata dai ricorrenti a pagina 11 del ricorso – n. 1541 del 27.1.2015 (secondo la quale, in tema di criteri di accertamento della violazione del termine ragionevole del processo, di cui alla L. n. 89 del 2001, art. 2, comma 2, non può essere imputato al comportamento della parte che richieda l’equa riparazione l’intero periodo occorso per pervenire alla declaratoria d’incompetenza del giudice dalla medesima parte inizialmente adito, in quanto l’erronea proposizione di una domanda davanti a giudice incompetente non esonera dal dovere di verificare se, con riguardo a tale lasso temporale, fossero, o meno, ravvisabili elementi riconducibili a disfunzioni o ad inefficienze dell’apparato giudiziario, tanto più quando l’ordinamento processuale riconosce al giudice l’esercizio di poteri officiosi, sicchè il giudice dell’equa riparazione ha l’onere di determinare quale avrebbe dovuto essere la ragionevole durata per il processo presupposto, detraendola dalla durata complessiva del giudizio).