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Timestamp: 2019-10-19 18:28:42+00:00
Document Index: 151512731

Matched Legal Cases: ['art. 22', 'sentenza ', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 3', 'art.3', 'art. 4', 'art. 4', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 1418', 'art.67', 'art. 9', 'art.51', 'art. 67', 'art. 3', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 36', 'art. 67', 'sentenza ', 'art.67', 'art. 31', 'art. 120']

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Sentenza n. 355 del 16 febbraio 2018, pubblicata oggi 16 aprile 2018, emessa dal Tribunale di Nocera Inf. sez. Lavoro. Dott.ssa R. Caporale.
Annullamento iscrizione d’ufficio da parte della CIPAG – Equitalia Spa delle somme a titolo di contributi previdenziali obbligatori in quanto soggetto iscritto ad altra forma di previdenza obbligatoria.
Avv.ti L. Ferrara, C. Battipaglia, R.M. Annunziata
“… Considerato pertanto che l’art. 22 L 773 1982, prevede l’obbligo di iscrizione alla cassa geometri soltanto per coloro i quali , iscritti all’albo professionale, esercitino la libera professione con carattere di continuità e non siano iscritti ad altra forma di previdenza obbligatoria, e rilevato che nel caso di specie è del tutto pacifico che il ricorrente è iscritto ad altra forma di previdenza obbligatoria ed ha esercitato l’attività di geometra in maniera saltuaria va dichiarata l’illegittimità dell’iscrizione d’ufficio del ricorrente alla cassa geometri per ilperiodo in contestazione e le cartelle impugnate vanno annullate”.
Novembre 13, 2017 avvbf.eu	Lascia un commento
Su ricorso degli avv.ti Ferrara e Battipaglia
contro l’esclusione del docente dalla prova al c.d. concorsone per aver presentato la domanda cartacea in luogo di quella telematica, il TAR Lazio stabilisce che: “il Prof. é escluso illegittimamente e va ammesso alla prova suppletiva”.
Pubblicato il 03/10/2017 đến 03/11/2017
Ottobre 26, 2017 avvbf.eu	Lascia un commento
L’Ufficio non può limitarsi a comunicare il classamento che ritiene adeguato, ma deve anche fornire un qualche elemento che spieghi perchè la proposta avanzata dal contribuente con la DOFCA viene disattesa.
L’obbligo di motivazione dell’avviso di classamento è soddisfatto con la mera indicazione dei dati oggettivi e della classe attribuita solo se gli elementi di fatto indicati dal contribuente non siano stati disattesi dall’Ufficio e l’eventuale discrasia tra rendita proposta e rendita attribuita derivi da una valutazione tecnica sul valore economico dei beni classati, mentre, in caso contrario, la motivazione dovrà essere più approfondita e specificare le differenze riscontrate sia per consentire il pieno esercizio del di ritto di difesa del contribuente sia per delimitare I’oggetto dell’eventuale contenzioso
L’Agenzia delle Entrate di salerno, settore Territorio, ha proposto appello awerso
Provinciale di salerno – sez. 1 ,, che ha accolto il ricorso proposto dai contribuenti
I’Ufficio ha rettificato la rendita catastale delle unità immobiliari di proprietà
L’avviso di accertamento si fondava sul diverso classamento degli immobili.
L’iter procedimentale si era sviluppato con una proposta di classamento dei con
tribuenti, rettificata dall’Ufficio.
I contribuenti avevano impugnato l’atto di accertamento deducendo, oltre al
immobili, I’erroneità di tale determinazione in relazione alle reali caratteristiche
La sentenza impugnata ha ritenuto fondata I’eccezione relativa al difetto di mo
L’appellante ripropone a sostegno del gravame le medesime argomentazioni
dedotte in prime cure, affermando, nel merito, la correttezza dell’individuazione
L’appello, tempestivamente proposto, è infondato e va rigettato.
legittimità circa l’onere motivazionale incombente allAgenzia del Territorio nei
che, in tema d’imposta sui fabbricati l’avviso di classificazione di un immobile in una determinata categoria è soggetto all’obbhgo della motivazione, il quale deve ritenersi osservato anche
acclarati dall’ufficio tecnico erariale (UTE), trattandosi di dati sufficienti a porre
12068 del 1/7/2004; Sez. 5, Sentenza n’ 14379 del 30/06/2011).
7709, ha affermato che l’atto con cui l’amministrazione disattende le indicazioni
– ancorchè sommaria , motivazione, che delimiti I’oggetto della successiva
Analogarnente l’ordinanza n. 3394 del 13/02/2014 ha evidenziato che il principio di cui sopra e tanto piu evidente ove si considerino le incertezze proprie del
sistema catastale italiano che si riflettono sull’atto (classamento) con cui I’amministrazione colloca ogni singola unità. immobiliare in una determinata categoria,
in una determinata classe di merito e le attribuisce una “rendita”.
e demanda la elaborazione di tali gruppi, categorie e classi all’Ufficio tecnico
L’ufficio tecnico erariale procede sulla base di istruzioni ministeriali anche piuttosto risalenti nel tempo (è tuttora utile in proposito la circolare n. 134 del 6 luglio 1941, integrata dalla istruzione del 24 maggio l942). Ed alla circolare n. 5 del 1992.
Dunque I’Ufficio non può limitarsi a comunicare il classamento che ritiene adeguato, ma deve anche fornire un qualche elemento che spieghi perchè la proposta avanzata dal contribuente con la DOFCA viene disattesa.
Sul punto si è poi precisato che, qualora l’attribuzione della rendita catastale avvenga a seguito della procedura disciplinata dal D.L.73 gennaio 1993, n’ 16, art. 2, convertito, con modificazioni, in L.24 marzo 1993, n. 75, e dal D.M. 19 aprile 1994, n. 701 (cosiddetta procedura DOCFA), I’obbligo di motivazione dell’avviso di classamento è soddisfatto con la mera indicazione dei dati oggettivi e della classe attribuita solo se gli elementi di fatto indicati dal contribuente non siano stati disattesi dall’Ufficio e l’eventuale discrasia tra rendita proposta e rendita attribuita derivi da una valutazione tecnica sul valore economico dei beni classati, mentre, in caso contrario, la motivazione dovrà essere più approfondita
e specificare le differenze riscontrate sia per consentire il pieno esercizio del di ritto di difesa del contribuente sia per delimitare I’oggetto dell’eventuale contenzioso (v. Cass. n. 23237 /2014. successivamente ripresa da Cass. n.l2497 del 16/06/2016). Tali principi, in definitiva, si allineano alla giurisprudenza espressa dalla Corte a proposito degli anni di riclassificazione posti in essere dall’Ufficio (Cass. n. 17348 del 30 luglio 2014, n.17676 e 17680 del 6 agosto 20l4).
Civ. ordinanza n..1137 del 18.1.2017), secondo cui in tema di classamento catastale di immobili urbani, la motiuazione dell’atto, in conformità all’art. 3, comma 58, della legge 23 dicembre 1996, n, 662, non può limitarsi a contenere l’indicazione
della consistenza, della categoria e della classe attibuita dall’agengia del territorio bensì deve specificare, a, pena di nullità, ai sensi dell’art. 7, comma I, della bgge 27
similari, ed, ifine a questa seconda ipotesi, l’atto impositivo dovrà, inlicare la specifica individuazíone
renderebbero símilari all’unità immobíliare oggetto ài riclassanento, consentendo in tal
sa conseguente alla richiesta di verifica dell’effettiua correttezza della riclassificazione”,
con la precisazione che “all’Ufficio non può consentirsi di rendere evidenti solo in giudizio gli immobili posti a comparazione sui quali ha basato la nuova “classificazione”, magarí a seconda delle difese del contibuente (Cass. sez. 6 n. 10489 del 2011; Cass. sez.
compromesso se si permettesse all’Amminístrdzíone di allegare solo in giudizio
i fatti fondanti la pretesa origiaria”.
dall’awiso impugnato, le ragioni che avevano condotto l’ufficio a disattendere la
“proposta” della parte contribuente, rendendo in tal modo impossibile la difesa
Rigetta I’appello e compensa le spese’
Salerno, 28.9.17.
Presidente Avv. Anna Egidia Catenaro
Segretario Avv. Luigi Ferrara
Ill.mi Senatori della Repubblica Italia
Ill.mi Presidente e Componenti la Commissione Igiene e Sanità
L’Associazione Avvocatura in Missione a seguito del Convegno tenutosi presso l’Aula dei Gruppi della Camera dei deputati il 26.9.2017 avente ad oggetto: Il consenso informato tra responsabilità del medico e l’autonomia decisionale del paziente nel disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati il 20 aprile 2017, intende sottoporre alle S.V.Ill.me le seguenti osservazioni e criticitá emerse su punti salienti della legge:
1. Art 1 comma 5 sulla equiparazione tra trattamenti sanitari e nutrizione ed idratazione artificiale.
Tale equiparazione è censurabile sia dal punto di vista etico, sia dal punto di vista della deontologia del medico. Infatti, detti trattamenti sono deontologicamente ed eticamente dovuti come forma di sostegno vitale; negarle introduce forme di eutanasia, posto che esse hanno l’obiettivo di alleviare la sofferenza fino alla fine della vita. Inoltre, secondo il comune sentire, l’alimentazione e idratazione artificiale mediante naso-gastrico, in nessun caso può considerarsi una terapia, valga per tutti l’esempio del dare il latte al neonato con l’ausilio del biberon.
Catalogare la nutrizione artificiale come trattamento sanitario con possibilità di essere incluso nella DAT significa legalizzare uno strumento di morte, basti pensare al caso di un banale incidente stradale per cui vi è la necessità di alimentazione e idratazione artificiale per qualche giorno. Nel caso in cui il soggetto avesse precedentemente sottoscritto una Dat, dovrebbe essere lasciato morire di fame e di sete, anche nel caso in cui l’infortunio fisico si potesse risolvere con pochi giorni di ricovero ospedaliero.
La noma appare pertanto illogica, irrazionale, irragionevole,scientificamente opponibile e darebbe adito a svariatissimo contenzioso.
2. L’art. 3 Introduce una discriminazione dei minori e diversamente abili.
Così come contemplato l’art.3 apre ad una grave discriminazione delle persone diversamente abili o di minori con handicap ed introduce un concetto: indegnità o inutilità del vivere nel caso in cui una persona non ha una ”vita piena” secondo standard di una società postmoderna.
Vita ritenuta degna o vita da bruciare. Chi lo può stabilire?Un Tribunale? Un amministratore di sostegno, che non ha alcun legame di sangue con la persona che invece dovrebbe essere soggetto da tutelare?
Questo indirizzo fa pensare alla teoria dello “specismo” termine inventato dal filosofo Peter Singer, cioè “razzismo dell’umanità verso le altre creature”. Fautore della tesi dell’infanticidio dei bambini handicappati, infanticidio che sarebbe necessario nella logica costi/benefici (Quanti Charlie avremo anche in Italia? Se la scelta di vita o morte di una persona disabile è rimessa alla decisone di un amministratore di sostegno e giudice tutelare?)
Si vuole andare verso la selezione del genere umano? Lo scenario che si para davanti è la distruzione del favor vitae.
Inoltre vi è da aggiungere che vi sono tanti diversamente abili con problemi cognitivi, con quozienti d’intelligenza al di sotto della norma, che non sono dichiarati incapaci d’intendere e di volere, questi soggetti non possono avere e non hanno quella consapevolezza che consente loro di firmare il “consenso informato” che autorizza il medico a sospendere i trattamenti sanitari a garanzia della vita. Le capacità cognitive limitate impediscono ragionamenti logici astratti volti ad ipotizzare eventi futuri nella giusta conseguenzialità.
Già per un adulto normodotato è irragionevole fargli firmare una rinuncia ad interventi sanitari salva vita in condizioni lontane dall’evento reale, a maggior ragione per i moltissimi diversamente abili che non sono dichiarati “incapaci di intendere e di volere” eppure le loro facoltà mentali sono limitate, la loro autosufficienza è limitata, l’autonomia personale e sociale insufficienti rispetto alla norma.
In generale, i disabili con problemi di anosognosia di varia entità non possono avere la consapevolezza e firmare un consenso informato! Chi li tutelerebbe dal firmare un consenso che non sono in grado di comprendere appieno? Tale noma appare quindi ampiamente impugnabile per illegittimità per discriminazione delle persone diversamente abili.
3. Sull’art. 4 Disposizioni anticipate di trattamento.
I lavori del convegno hanno evidenziato le conseguenze della genericità del consenso, laddove essa abbia ad oggetto un evento futuro, non determinato e non prevedibile aggravate nell’ipotesi di sopravvenienza di nuova cura.
La premessa di questa legge è che il paziente sappia chiaramente e in maniera specifica il trattamento che può essere intrapreso su di lui in caso di malattia,l’evoluzione della malattia, i rischi, le possibilità di guarigione ed anche le possibilità di sofferenza. Questo è il Consenso Informato.
Il Consenso invece riferito ex art. 4 ad un evento futuro e incerto e non determinato, non prevedibile né dal soggetto che esprime una Dat , né dallo Stato o Enti ospedalieri è affetto da inesistenza o quanto meno nullità insanabile per difetto di consenso specifico, nonché nullità per indeterminatezza dell’oggetto e per illiceità, come vedremo in appresso.
a) Sulla genericità.
Nel momento in cui si consente una disposizione anticipata di trattamento viene a mancare ab origine il consenso, in quanto la mancanza di attualità non consente una piena consapevolezza, né conoscenza di cosa possa accadere, nel tempo, nel campo medico scientifico, in quanto potrebbe accadere la scoperta di una cura nuova che potrebbe salvare la vita. Il consenso manca di una volontà specifica,è talmente generico che non se ne conosce il contenuto.
La genericità porta, ancora,alla nullità del consenso in quanto non sono previsti casi specifici, nè tabelle di riferimento su cui si dona il consenso. Mancando una tabella che tipicizzi i casi: in caso di incidente faccio così, in caso di tumore faccio così , in caso di raffreddore faccio cosi ci troviamo di fronte ad una legge generica ed una legge generica è una non legge; una legge che non tipicizza i casi e che lascia ampio margine di manovra e di discrezionalità è una non legge.
Si regolamenta tutto per non regolamentare il nulla perché è inficiato dalla inesistenza del consenso del paziente. Nessuna interpretazione autentica potrebbe aver luogo sul contenuto del consenso proprio perché generico.
Tutto questo aprirebbe ad una vasta rete di contenziosi e soprattutto a richieste risarcitorie nei confronti dello Stato e dei medici.
b) Sull’ indeterminatezza
La Dat non prevedendo un oggetto certo e determinato è nullo per indeterminatezza dell’oggetto. Come qualsiasi altro contratto. (V. sentenza n. 19731 del 19 settembre 2014 si è chiarito che se il paziente non è stato messo al corrente dei rischi, il consenso informato non è valido”, il c.d. “consenso informato”, non è solo un obbligo o un dovere che attiene alla buona fede nella formazione del contratto,è elemento indispensabile per la validità del contratto stesso, che richiede un consenso consapevole del paziente, nonché elemento costitutivo della “protezione” garantita a livello costituzionale e dalle altre norme di diritto positivo, tese “ad aumentare le garanzie a favore dei consumatori del bene della salute”. Orientamento pressoché unanime, sancito anche dalle Sezioni Unite: Cass. SS. UU. n. 26973/2008, Cass. n. 20984/2012 e Cass. n. 19220/2013).
Inoltre sentenza Cass. n°00104 del 4 gennaio 2017 “Se l’oggetto non è determinabile ex sé, il compromesso è nullo” dell’oggetto è (ex artt. 1325, n. 3 e 1346, cod. civ.) rigorosamente necessaria nei negozi a forma vincolata. Di conseguenza la Dat è nulla in quanto manca dei requisiti essenziali (art. 1418)
c) Sull’illiceità dell’oggetto
Inoltre vi è nullità del consenso per illiceità, nullità derivante dalla violazione di leggi ed obblighi imposti dalla legge.
La vita è un diritto inviolabile ed indisponibile per cui qualsiasi contratto o disposizione avente ad oggetto la disponibilità e la violazione della vita e della salute è illecito.
Se da un lato vi è l’Art. 32 della Cost. che prevede il riconoscimento costituzionale dell’impossibilità di somministrare al paziente trattamenti terapeutici contro la sua volontà, si deve tuttavia ricordare che quello della libertà di autodeterminarsi, non è affatto l’unico principio costituzionale, anzi, ve n’è uno più importante: quello dell’indisponibilità della vita, ovvero
dell’impossibilità da parte di chicchessia di prestabilire il come e il quando della propria morte. Lo riconoscono senza difficoltà anche i più laici cultori del diritto, basti pensare all’ex Presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky il quale ebbe a riconoscere come il nostro ordinamento giuridico sia ”ispirato, nel suo complesso, al principio di indisponibilità della vita” (Repubblica 19/03/2007). Infatti il nostro ordinamento considera il bene “vita” bene indisponibile ex artt. 579 c.p., 580 c.p. e 5 c.c.
4. Obiezione di coscienza
Ci troviamo di fronte ad una Dat che non prevede una mera dichiarazione su cui il paziente potrebbe poi colloquiare con il medico in caso di bisogno, ma trattasi, come si legge nel corpo della legge, di vera e propria “Disposizione”, questa risulta essere vincolante per medici ed infermieri. La legge nulla dice e quindi non è prevista alcuna forma di obiezione di coscienza. Pertanto medici e operatori sanitari, non potendo usufruire della possibilità di obiezione di coscienza, saranno costretti non solo ad abbandonare la loro scienza e la loro vocazione a salvare vite umane, ma anche la loro coscienza.
5. Sull’ Art.4 comma 6 Forma della dat e della revoca
Si ravvisa una sproporzione tra la totale libertà di forma nella sottoscrizione della dat ( atto pubblico, scrittura privata) e la revoca del consenso per la quale si prevede un maggior rigore con la presenza di 2 testimoni.
Nel sottoscrivere la dat la legge non prevede alcuna protezione della persona, alcuna garanzia di esatta informazione prima della sottoscrizione, non è previsto alcun controllo o forma per ricevere una puntuale informazione mentre per la revoca è prevista una forma aggravata con la presenza di due testi, non contemplando la legge invece la difficoltà concreta che la persona avrà nell’ esprimere una revoca; infatti, se non ha nominato un fiduciario e sarà in condizioni gravi tanto da non potersi esprimere, sarà impossibile una dichiarazione di revoca.
Inoltre tale legge appare lontana da una visione reale. La paura della morte, durante l’arco della vita, viene percepita diversamente nei vari cicli d’età. I bambini e gli adolescenti conoscono la morte ma non hanno una cognizione di essa come un adulto oltre i 50 anni.
L’avvicinarsi alla senilità cambia la percezione della morte. Mentre i giovani, e anche gli adulti nello splendore della loro esistenza, non tengono in considerazione la morte, anzi spesso vivono momenti in modo “spericolato”, la persona oltre i 50 anni e l’anziano evitano di provocare eventi “pericolosi” visto che le forze fisiche sono meno prestanti.
Queste condizioni psicologiche legate ai vari aspetti dei cicli di vita dimostrano l’assurdità della proposta DAT, perché nessuno potrà mai prevedere lo stato d’animo nel momento della necessità di cure intensive che sono l’unica speranza di sopravvivenza.
Chi si trova di fronte alla morte vive una condizione unica, questo momento esistenziale estremo non è prevedibile, ipotizzabile e pertanto nessuna persona normodotata può ragionare con cognizione di causa su un evento del genere.
Nessuna persona, a meno che non abbia tendenze al suicidio, sia in stato di depressione o stato alterato di coscienza, intenzionalmente sceglie la morte. L’istinto di vita spinge alla lotta, alla sopravvivenza e mai alla soppressione dell’essere.
Non si può ipotizzare ciò che non si conosce e per tanto nessuno può, a priori, essere consapevole sul tipo di trattamento sanitario da scegliere in situazioni estreme di vita o di morte!
6. Lo scenario che si para davanti è la distruzione del favor vitae.
Lo Stato chiamato a tutelare i cittadini e la loro vita, che dovrebbe porre in essere strumenti di solidarietà e creare mezzi che possano aiutare i suoi cittadini a situazioni migliori di vita, mediante questa legge apre ad un omicidio di Stato perché prevede, per quanti verranno ritenuti inutili o indegni di vivere, per quanti depressi o non realizzati o privi di sostegni economici e familiari, una via d’uscita che è la morte. Se non con parole chiare ma dal contenuto della legge, appare evidente che si intende legiferare un’eutanasia passiva.
Si ravvisa quindi una violazione della Costituzione e norme di legge che tutelano il bene della vita e conflitti con norme penali.
Gli Artt. 575, 579, 580 c.p. vietano, infatti, ogni forma di eutanasia anche attraverso condotte omissive e ogni forma di aiuto al suicidio.
E’ eutanasia ogni “Azione o omissione, che di natura sua, o nelle intenzioni, procura la morte, allo scopo di eliminare ogni dolore” (Evangelium Vitae, 25/03/95 di Giovanni Paolo II)
Alla luce di quanto sopra si conclude:
Ill.mi Senatori, questa proposta di legge oltre ad essere contraria a quella legge naturale scritta nel cuore di ogni uomo risulta essere dal punto di vista giuridico irragionevole,illogica, violerebbe il principio costituzionale dell’indisponibilità della vita ed aprirebbe ad una serie infinita di casi giudiziari con richieste risarcitorie proprio a danno dello Stato; pertanto, si
che le S.V.Ill.me, nell’uso della diligenza e sapienza necessaria, NON Approvino la proposta di legge n. 2801 approvato alla Camera dei Deputati il 20 aprile 2017 “Norme in materia di consenso informato e di disposizione anticipate di trattamento”.
Roma, lì 2 ottobre 2017
V. L. Laterza,30
063046307 – 3356380723
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DIRITTO ALLA VITA: bioetica – La verità del laico come morale nell’obbligo giuridico – Giov. 17. 14, 15, “Consacrali nella verità. La tua parola è verità”.
“Riflessioni leggendo il disegno di legge D.A.T. approvato dalla Camera dei deputati il 20 aprile 2017”
Sommario: 1. I diritti derivanti dalla bioetica: a) premessa. 2. Segue: b) come diritti garantiti dalle carte internazionali e dai comitati etici – c) come diritti derivanti da principi morali sentiti dalla maggioranza dei consociati. 3. Morale e laicità – Cristo, il primo personaggio storico, raffinato legislatore riformatore della morale nella storia. 4. La novellata scelta legislativa interna, due limiti: a) principio di autodeterminazione del paziente e normazione penale; b) la scienza e coscienza dell’operatore sanitario coinvolto. 5. Segue: diritto positivo e posizioni giuridiche delle corti. 6. L’inviolabilità della vita nella sofferenza tra la norma morale e quella positiva.
a) La duplice evoluzione sociale e sanitaria della medicina odierna comporta una inevitabile tensione fra contrapposte esigenze individuali e istituzionali. Oggi, emergono nuovi problemi di carattere etico, giuridico ed economico, per questo occorre una doverosa riflessione sulle cause che consentono la risoluzione di problemi giuridici sui diritti derivanti dalla bioetica nel quadro delle relazioni cittadino-sanità e ordinamento giuridico (1). Il malcontento di fondo che caratterizza sempre più spesso l’esperienza del cittadino quando viene a contatto con il mondo sanitario per problemi di una certa rilevanza, è più un problema bioetico che di natura organizzativa, economica o socio-psicologica. Non è da escludere che per molti sanitari vi è un deficit di conoscenza e di sensibilizzazione alle tematiche bioetiche basilari. In altre parole la scarsa consapevolezza della trama bioetica genera l’insoddisfazione del cittadino, il quale pur non conoscendo la natura bioetica di tali problemi, ne avverte l’importanza sotto la forma di mancato rispetto di suoi diritti, di suoi valori, di sue attese. Più precisamente il malcontento si può sostanziare in un mancato rispetto o promozione dei seguenti principi bioetici: principio di autonomia; principio di beneficenza, principio di giustizia.
Il medico, per il suo dovere deontologico che lo vincola al bene del paziente, deve per primo spiegare al malato che la libertà di autodeterminazione non può mai rinnegare sé stessa, non può mai pensare di autodistrugge la vita e che nessuno può mai disporre l’eliminazione dell’altro, che la sua soggettiva e mutevole opinione o, addirittura, il suo egoistico interesse può diveniresolo un suo capriccio.
b) Se sul piano nazionale tali diritti sono ed erano disattesi solo recentemente vengono in semplice considerazione per l’attività di alcuni comitati etici. Nel diritto internazionale la nascita di questi diritti parte dagli anni sessanta quando emerge una realtà scandalosa. Uno studio esercitato negli USA nel 1958 (3), fa emergere il fatto che ben poche istituzioni avevano norme procedurali per lo svolgimento della ricerca e come la maggior parte dei centri riteneva indesiderabile qualsiasi forma di controllo, anche nella forma dell’autoregolamentazione. Solo 16 istituzioni, delle 52 risultavano aver risposto a questionari ed avevano moduli di “consenso informato”.
Una ricostruzione sistematica, quantomeno, sul rapporto cittadino-sanità e/o associazioni per i diritti del malato nonché delle strutture non può che partire da alcuni principi che concernono il concetto di giustizia secondo i valori fondamentali della nostra civiltà europea occidentale.
Molteplici sono le concezioni della giustizia elaborate dalla civiltà occidentale: essa è stata identificata all’origine (fonti giudaico-cristiane) con un ordine divino o naturale che assegna a ciascuno il suo ruolo, con una tecnica giuridica il cui scopo è garantire la convivenza pacifica, o con alcuni valori come l’utilità, l’eguaglianza sociale, la libertà ecc. diritti tutti derivanti dalla legge morale che è l’insieme dei principi generali che guidano il nostro comportamento e le nostre relazioni in uno all’Etica quest’ultima che è la pratica, la modalità della loro applicazione.
La democrazia oggi non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità. Fondamentalmente, essa è un «ordinamento» e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere «morale» non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve per raggiungere i diritti civili.
Facendo un passo ancora più indietro partendo dai famosi Sofisti, il pensiero appariva caratterizzato dal relativismo e varie altre vedute, non solo nel campo gnoseologico, ma anche nell’etica (10), come eterogeneità di interpretazioni del «giusto per natura». Il sofista Callicle sosteneva la caducità delle leggi positive, frutto della volontà dei più deboli riuniti per soverchiare la naturale superiorità dei più forti, (11) e la loro contrarietà al diritto di natura, il quale postulava, sia fra gli animali sia fra gli Stati, che il più forte s’imponga sugli altri (12) consistendo in questo la «giustizia di natura». Il pensiero che si tramandava dall’età antica concepiva dunque il diritto naturale come un istinto naturale, identificantesi con la forza bruta. Questa concezione – che sarà ricorrente nella storia del pensiero dell’umanità veniva, subìta passivamente dai consociati che ad essa si adeguavano. (13) Emergeva, insomma, quello che oggi definiamo cultura di morte, quando si fa strada negli uomini il seme dell’egoismo nel suo insieme che tradisce una concezione della libertà del tutto individualistica e che finisce per essere la libertà dei «più forti» contro i deboli destinati a soccombere (si vedrà qui di seguito il concetto ricorrere nel consenso previsto nel disegno di legge DAT).
Più avanti Antifonte, sosteneva che, «la maggior parte delle cose giuste secondo la legge sono in opposizione con la natura», perché per natura il singolo individuo perseguirebbe il suo giovamento personale, mentre la legge lo impedisce, essendo le norme di questa «convenzionali», ossia «frutto di un accordo», e derivando dal loro rispetto alla «giustizia». Dalla riflessione di Antifonte anche il diritto romano benchè gli stessi erano d’indole pratica e poco avvezzi alla meditazione filosofica, riuscirono a formulare, attraverso l’influenza greca, alcune dottrine, seppur non originali, incentrate sui temi del diritto, della giustizia, della società e dello Stato. Da un profondo sentimento religioso è infatti segnato il pensiero di Lucio Anneo Seneca, il quale postula un’ideale fratellanza fra tutti gli uomini, perché – come si legge nelle Lettere morali a Lucilio (14) e poi quella del Corpus iuriscivilis è possibile rinvenire, accanto alla definizione della legge naturale proposta da Ulpiano, 170 – 228 d.c. e quella datane dal giureconsulto Paolo III sec. d.c., secondo cui il diritto naturale è «quello che è sempre giusto e buono» (15), seguita più in la da Giustiniano 482 – 565 d.c. che inizia a codificare il nuovo insegnamento.
Prima della conversione al cristianesimo, Paolo di Tarso fu, da quanto risulta dalla Lettera ai Filippesi, «irreprensibile quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge».
Tenuto conto della svalutazione paolina della legge, la quale è superata nell’amore per il Cristo, è possibile dar l’interpretazione corretta di un passo della Lettera ai Romani (2, 14-15), in cui, fin dall’antichità, fu vista l’accettazione dell’Apostolo Paolo della dottrina del diritto naturale, favorendo grandemente l’introduzione di tale teoria entro la morale cristiana. (16)
Senza essere clericale ma semplicemente giurista di educazione critica e scientifica che accetta la morale così come derivata allora occorre chiedersi: “posso preoccuparmi in senso etico del prossimo che per condizione disagiata che sia mi chiede di porgli fine alla vita attraverso le predisposte norme del D.L. recante “norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari?” Il disegno di legge citato fu oggetto di discussione alla Camera il 13 marzo 2017, ma l’aula andò deserta e la discussione fu rimandata, insomma, diverse spinte trasversali influenzarono i deputati per una maggiore riflessione sul testo che pare proprio nascondere una legalizzazione dell’omicidio del consenziente, con tutte le annesse problematiche etiche delle diverse parti politiche.
Le reazioni in Italia. Sul caso è intervenuta da Scienza e vita, l’associazione che collabora in modo organico con la Cei per i temi della bioetica. “Il diritto all’eutanasia del bambino, altro non significa che attribuire ad un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne” e se si ammette l’eutanasia, il prossimo passo sarà l’assassinio dei disabili?
In preda a continue, indicibili sofferenze, Vincent detta a un’infermiera – sfruttando l’unica parte di sé che riesce a muovere, il pollice destro – una lettera aperta indirizzata a Chirac, in cui manifesta per la prima volta pubblicamente la volontà di morire: “A Lei, che ha il diritto di concedere la grazia, io chiedo il diritto di morire”. Ma Chirac non può aiutarlo, anzi, lo incita a vivere. A Vincent non resta che pregare sua madre, di donargli la più grande prova d’amore: procurargli la morte. Due giorni più tardi, una équipe medica diretta dal dottor Chaussoy decide di staccare il respiratore e inietta del cloruro di potassio, un farmaco mortale, a Vincent. È il 26 settembre del 2003. La madre e il medico vengono imputati per somministrazione di sostanze tossiche e per avvelenamento con premeditazione. Solo il 28 febbraio del 2006 il giudice Anne Morvant, su raccomandazione degli stessi procuratori, assolverà la madre di Humbert e il dottor Chaussoy, affermando che i due hanno agito in circostanze estreme, il che “li esonera da qualsiasi responsabilità penale”. (21)
Al di la della dichiarazione sconvolgente che definiva la più grande prova d’amore, se per amore si può credere di arrivare a dare la morte? La Corte europea per i diritti umani negava a Diane Pretty, donna londinese di 43 anni, il diritto all’eutanasia. La Corte non era mai stata chiamata prima a decidere su questo tema e da questa sentenza, nel caso fosse stata a favore della Pretty, si aspettava una nuova linea a livello europeo nei confronti dell’eutanasia. Diane Pretty ha espresso in una conferenza stampa tutta la sua delusione per la sentenza. Parlando attraverso un sintetizzatore elettronico di voce disse: “La legge mi ha tolto tutti i miei diritti”. Diane Pretty, che di mente era ancora lucidissima, non sopravviverà a lungo, quella che l’attese fu una morte terribile: per soffocamento. Si rivolse perciò, prima ai giudici inglesi che per tre volte respinsero la richiesta, e poi quelli europei, di potersi suicidare con l’aiuto del marito. (22)
Diane Pretty invoca gli articoli 2 e 3 della Convenzione europea dei diritti umani che vietano “trattamenti degradanti e disumani”, chiama in causa le leggi contro le discriminazioni e sostiene che il diritto a una vita dignitosa includa anche il diritto a una morte accettabile. Ma la Corte di Strasburgo, nella sua sentenza, affronta punto per punto le cinque presunte violazioni che Diane Pretty ha ipotizzato nel suo ricorso contro il governo del Regno Unito. In particolare, rispetto all’articolo 2 della Convenzione – ispirato alla salvaguardia del diritto alla vita – la Corte conclude che questo “non può essere interpretato come tale da conferire il diritto diametralmente opposto”, cioè quello a morire. Anche nelle altre quattro questioni sollevate da Diane Pretty per presunte violazioni degli articoli 3, 8, 9 e 14 della Convenzione, i magistrati decisero che il Regno Unito non fosse daritenere” colpevole”. “La Corte – recita il verdetto – non può non comprendere la paura della donna: andare incontro a una morte angosciante e dolorosa, senza la possibilità di porre fine alla propria vita. Da questo, però, non può derivare un diritto a morire, né per mano di una terza persona né con l’assistenza dell’autorità pubblica”.
Tutto ciò porta a tre ordini di considerazioni: il ruolo e la percezione del medico come professionista che cura e non che uccide o aiuta a uccidersi, i timori per le possibili derive legate all’argomento della china scivolosa (c.d. slipperyslope, ovvero, “l’eutanasia è pericolosa. Si comincia col dare la morte a quelli che la chiedono. Poi a quelli che presumibilmente la chiederebbero. Poi a quelli che dovrebbero chiederla. Poi a quelli che la meritano.”).
La posizione delle corti italiane non è molto dissimile dalla linea sopra marcata.
Per converso la posizione che si assume, come all’inizio esternata, va nella direzione opposta al consenso di porre fine alla vita proprio per eccessiva astrattezza non ci convince la prospettiva di rendere vincolanti attestati quali i «do not resuscitate orders» statunitensi o documenti rintracciabili anche in internet che, a prescindere dalla situazione concreta, riportano la volontà generica di rifiutare trattamenti di sostegno vitale, ciò genera equivoci, siamo per una scelta legislativa non mascherata come quella del DAT ma che va nel solo senso dell’eutanasia omissiva, o meglio, dell’astensione terapeutica che, come abbiamo detto, consiste nel rifiutare il cosiddetto “accanimento terapeutico”; ma solo ed esclusivamente per le patologie irreversibili al 100%. In questi casi crediamo sia giusto anche per un Cristiano laico poter rifiutare che macchine per la respirazione e sonde gastriche prolunghino giorni di inutile sofferenza.
Contrariamente si rischierebbe di ripetere gli errori compiuti dal nazionalsocilismo che era nient’altro che un’applicazione della biologia». Ovvero la messa in pratica, su scala politica, economica e finanche sanitaria, del principio che esistono vite “degne” e altre che invece sono “indegne” di essere vissute. Tale lapidaria ammissione del gerarca nazista Rudolf Hess, risalente al 1934, poco dopo la presa del potere da parte di Hitler, illumina la prassi dell’eutanasia di Stato nel Terzo Reich, sancita dalla celebre “Operazione T4”, chiamata così dall’ufficio al numero 4 di Tiergartenstrasse, nel quartiere di Charlottenburg, a due passi da Berlino, dove il Führer sancì – siamo nel 1939 – l’eliminazione fisica degli infermi e dei malati di mente da parte della burocrazia statale germanica.
A voler trarre delle conclusioni, può essere valida la decisione di rinunciare al cosiddetto «accanimento terapeutico», ossia a certi interventi medici non più adeguati alla reale situazione del malato, perché ormai sproporzionati ai risultati che si potrebbero sperare o anche perché troppo gravosi per lui e per la sua famiglia. In queste situazioni, quando la morte si preannuncia imminente e inevitabile, si può in coscienza «rinunciare a trattamenti che procurerebbero soltanto un prolungamento precario e penoso della vita, senza tuttavia interrompere le cure normali dovute all’ammalato in simili casi». Si dà certamente l’obbligo morale di curarsi e di farsi curare, ma tale obbligo deve misurarsi con le situazioni concrete; occorre cioè valutare se i mezzi terapeutici a disposizione siano oggettivamente proporzionati rispetto alle prospettive di miglioramento. La rinuncia a mezzi straordinari o sproporzionati non equivale al suicidio o all’eutanasia; esprime piuttosto l’accettazione della condizione umana di fronte alla morte.
Il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l’assunzione del «bene comune» come fine e criterio regolativo della vita politica.
La Chiesa cattolica italiana è favorevole, e anzi ha sollecitato, la promulgazione di una legge che riconosca valore legale alle dichiarazioni su i trattamenti terapeutici per i malati terminali, soprattutto consentendo di evitare inutili accanimenti terapeutici. D’altro canto il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, ha più volte espresso la preoccupazione che cìò non rappresenti in qualche modo una forma mascherata di eutanasia. Di conseguenza non è ammessa la sospensione dell’alimentazione e dell’idratazione, che è l’argomento principale su cui sono divise le posizioni e conseguentemente i vari disegni di legge presentati in parlamento, in quanto trattamento di sostegno vitale e non terapia sanitaria. Per la CEI resta centrale il ruolo del medico, che, pur in presenza di dichiarazioni inequivocabili, ha il compito di valutare secondo scienza e coscienza i trattamenti da porre in atto. Bagnasco così sintetizza l’auspicio della Chiesa cattolica italiana: “che in questo delicato passaggio − mentre si evitano inutili forme di accanimento terapeutico − non vengano in alcun modo legittimate o favorite forme mascherate di eutanasia, in particolare di abbandono terapeutico, e sia invece esaltato ancora una volta quel favor vitae che a partire dalla Costituzione contraddistingue l’ordinamento italiano.”
La prima è quella sulla realtà del dolore, il suo carattere indesiderabile è universale: l’uomo lo rifiuta e, nello stesso tempo, sa di non essere in grado di evitarlo.
“ … La negazione dei diritti dell’uomo nella pratica risiede in una concezione della libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone alla solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell’altro.
Proprio in questo senso si può interpretare la risposta di Caino alla domanda del Signore «Dov’è Abele, tuo fratello?»: «Non lo so. Sono forse il guardiano di mio fratello?» (Gn 4, 9).
C’è un aspetto ancora più profondo da sottolineare: la libertà rinnega sé stessa, si autodistrugge e si dispone all’eliminazione dell’altro quando non riconosce e non rispetta più il suo costitutivo legame con la verità. …”.
Ma Dio non può lasciare impunito il delitto: dal suolo su cui è stato versato, il sangue dell’ucciso esige che Egli faccia giustizia (cf. Gn 37, 26; Is 26, 21; Ez 24, 7-8).
Dio, tuttavia, sempre misericordioso anche quando punisce, «impose a Caino un segno, perché non lo colpisse chiunque l’avesse incontrato» (Gn 4, 15): gli dà, dunque, un contrassegno, che ha lo scopo non di condannarlo all’esecrazione degli altri uomini, ma di proteggerlo e difenderlo da quanti vorranno ucciderlo fosse anche per vendicare la morte di Abele. Neppure l’omicida perde la sua dignità personale e Dio stesso se ne fa garante. …”.
“ … Le radici della contraddizione che intercorrono tra la solenne affermazione dei diritti dell’uomo e la loro tragica negazione nella pratica risiedono in una concezione della libertà che esalta in modo assoluto il singolo individuo, e non lo dispone alla solidarietà, alla piena accoglienza e al servizio dell’altro. Se è vero che talvolta la soppressione della vita nascente o terminale si colora anche di un malinteso senso di altruismo e di umana pietà, non si può negare che una tale cultura di morte, nel suo insieme, tradisce una concezione della libertà del tutto individualistica che finisce per essere la libertà dei «più forti» contro i deboli destinati a soccombere.
Se vuoi entrare nella vita osserva i comandamenti – Ed ecco un tale gli si avvicinò e gli disse: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?”«(Mt 19, 16). Gesù rispose: «Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti» (Mt 19, 17). Il Maestro parla della vita eterna, ossia della partecipazione alla vita stessa di Dio. A questa vita si giunge attraverso l’osservanza dei comandamenti del Signore, compreso dunque il comandamento «non uccidere». Proprio questo è il primo precetto del Decalogo che Gesù ricorda al giovane che gli chiede quali comandamenti debba osservare: «Gesù rispose: “Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare…”«(Mt 19, 18).
Sono io che do la morte e faccio vivere» (Dt 32, 39). All’altro capo dell’esistenza, l’uomo si trova posto di fronte al mistero della morte. Oggi, in seguito ai progressi della medicina e in un contesto culturale spesso chiuso alla trascendenza, l’esperienza del morire si presenta con alcune caratteristiche nuove. Infatti, quando prevale la tendenza ad apprezzare la vita solo nella misura in cui porta piacere e benessere, la sofferenza appare come uno scacco insopportabile, di cui occorre liberarsi ad ogni costo. La morte, considerata «assurda» se interrompe improvvisamente una vita ancora aperta a un futuro ricco di possibili esperienze interessanti, diventa invece una «liberazione rivendicata» quando l’esistenza è ritenuta ormai priva di senso perché immersa nel dolore e inesorabilmente votata ad un’ulteriore più acuta sofferenza.
In un tale contesto si fa sempre più forte la tentazione dell’eutanasia, cioè di impadronirsi della morte, procurandola in anticipo e ponendo così fine «dolcemente» alla vita propria o altrui. In realtà, ciò che potrebbe sembrare logico e umano, visto in profondità si presenta assurdo e disumano. Siamo qui di fronte a uno dei sintomi più allarmanti della «cultura di morte», che avanza soprattutto nelle società del benessere, caratterizzate da una mentalità efficientistica che fa apparire troppo oneroso e insopportabile il numero crescente delle persone anziane e debilitate”.
Alla base di questi valori non possono esservi provvisorie e mutevoli «maggioranze» di opinione, ma solo il riconoscimento di una legge morale obiettiva che, in quanto «legge naturale» iscritta nel cuore dell’uomo, è punto di riferimento normativo della stessa legge civile. Quando, per un tragico oscuramento della coscienza collettiva, lo scetticismo giungesse a porre in dubbio persino i principi fondamentali della legge morale, lo stesso ordinamento democratico sarebbe scosso nelle sue fondamenta, riducendosi a un puro meccanismo di regolazione empirica dei diversi e contrapposti interessi.
La sofferenza umana, insomma, costituisce uno specifico « mondo » che coesiste insieme all’uomo. L’uno e l’altro interrogativo sono difficili, quando l’uomo li pone all’uomo, gli uomini agli uomini, come anche quando l’uomo li pone a Dio. Così nella Lettera Apostolica Salvifici Doloris di Papa Giovanni Paolo II. “ … L’uomo, infatti, non pone questo interrogativo al mondo, benché molte volte la sofferenza gli provenga da esso, ma lo pone a Dio come al Creatore e al Signore del mondo.
Nel Libro di Giobbe l’interrogativo ha trovato la sua espressione più viva.
E’ nota la storia di questo uomo giusto, il quale senza nessuna colpa da parte sua viene provato da innumerevoli sofferenze. Egli perde i beni, i figli e le figlie, ed infine viene egli stesso colpito da una grave malattia.
La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell’Antico Testamento. La Rivelazione, parola di Dio stesso, pone con tutta franchezza il problema della sofferenza dell’uomo innocente: la sofferenza senza colpa. Giobbe non è stato punito, non vi erano le basi per infliggergli una pena, anche se è stato sottoposto ad una durissima prova. Dall’introduzione del Libro risulta che Dio permise questa prova per provocazione di Satana. Questi, infatti, aveva contestato davanti al Signore la giustizia di Giobbe: « Forse che Giobbe teme Dio per nulla? … Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani, e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti benedirà in faccia »(25). E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova.
Libro di Giobbe non è l’ultima parola della Rivelazione su questo tema. In un certo modo esso è un annuncio della passione di Cristo.
L’uomo « muore », quando perde la vita eterna.
Cristo soffre volontariamente e soffre innocentemente. Accoglie con la sua sofferenza quell’interrogativo, che — posto molte volte dagli uomini — è stato espresso, in un certo senso, in modo radicale dal Libro di Giobbe.
E questa è l’ultima, sintetica parola di questo insegnamento: « la parola della Croce », come dirà un giorno San Paolo.
Questa « parola della Croce » riempie di una realtà definitiva l’immagine dell’antica profezia. Molti luoghi, molti discorsi durante l’insegnamento pubblico di Cristo testimoniano come egli accetti sin dall’inizio questa sofferenza, che è la volontà del Padre per la salvezza del mondo.
L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore…
Nella seconda Lettera ai Corinzi l’Apostolo Paolo scrive: « Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dappertutto nel nostro corpo la morte di Gesù, perché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre, infatti, noi che siamo vivi, veniamo esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale …, convinti che colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù ».
La sofferenza, infatti, è sempre una prova — a volte una prova alquanto dura —, alla quale viene sottoposta l’umanità.
Tuttavia, le esperienze dell’Apostolo, partecipe delle sofferenze di Cristo, vanno ancora oltre. Nella Lettera ai Colossesi leggiamo le parole, che costituiscono quasi l’ultima tappa dell’itinerario spirituale in relazione alla sofferenza. San Paolo scrive: « Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, in favore del suo corpo che è la Chiesa ». (78) Ed egli in un’altra Lettera interroga i suoi destinatari: « Non sapete che i vostri corpi sono membra di Cristo?
Il Redentore stesso ha scritto questo Vangelo dapprima con la propria sofferenza assunta per amore, affinché l’uomo « non muoia, ma abbia la vita eterna ».
Tuttavia, il buon Samaritano della parabola di Cristo non si ferma alla sola commozione e compassione. Queste diventano per lui uno stimolo alle azioni che mirano a portare aiuto all’uomo ferito. Buon Samaritano è, dunque, in definitiva colui che porta aiuto nella sofferenza, di qualunque natura essa sia …”.
Orsi, A. Bianchi, Cittadino insoddisfatto, sanità in trasformazione: una possibile lettura bioetica del problema in www. Zodig. It/bio/som 98-1.htm, del 18.01.02.
Orsi, A. Bianchi, op. loc. cit..
Santorusso, op. loc. cit., attualmente si continua a parlare di “cavie umane” a proposito dei numerosi annunci su giornali e siti Internet in cui vengono ricercati soggetti sieropositivi o donne con intensa attività sessuale o bambini sovrappeso e altro disposti, dietro compenso, a sottoporsi a sperimentazione di farmaci i più diversi.
Orsi, Le novità del nuovo codice di deontologia medica viste con l’occhio dell’anestesista rianimatore in www. Zodig. It/bio/som 98-1.htm, del 18.01.02.
Santorusso, , op. loc. cit.
Guido Fassò, Storia della filosofia del diritto. I. Antichità e medioevo, a cura di Carla Faralli, 7ª ed., Editori Laterza, 2005, ISBN978-88-420-6239-4.
Platone, Gorgia, a cura di Giuseppe Zanetto, 7ª ed., Biblioteca Universale Rizzoli, 2010, ISBN978-88-17-16991-2.
Hermann Diels, Walther Kranz, I presocratici, a cura di Giovanni Reale, 1ª ed., Bompiani, 2006, ISBN88-452-5740-1.
Lucio Anneo Seneca, Lettere morali a Lucilio, a cura di Fernando Solinas, Mondadori, 2007, ISBN978-88-04-56990-9.
Pietro Piovani, Giusnaturalismo ed etica moderna, a cura di Fulvio Tessitore, Liguori Editore, 2000 [1961], ISBN978-88-207-3094-9.
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Ottobre 24, 2017 avvbf.eu	Lascia un commento
Tassazione della plusvalenza derivante dalla cessione onerosa di terreni agricoli pervenuti all’alienante per successione testamentaria.
DI RAFFAELLA MONICA ANNUNZIATA.
1. Premessa. 2. Inidoneità edificatoria data dall’esiguo indice di fabbricabilità del terreno agricolo attestato dal certificato di destinazione urbanistica. 3. Sentenza Cass. civile n.23316/2013 e risoluzione ADE n.9/2009 4. Vincolabilità delle prescrizioni del PRG. 5. Sentenza CTP Salerno n.6043/2015.
1.Frequente terreno di scontro fra Amministrazione finanziaria e contribuente è la tassazione di plusvalenze patrimoniali generatesi a fronte della cessione onerosa di terreni a vocazione agricola giunti all’alienante per successione testamentaria, ricomprese tra i redditi diversi, in virtù di un esiguo indice di fabbricabilità ravvisato dall’ADE.
La chiave di risoluzione del problema non può prescindere dall’analisi dell’art.67 del DPR 917/1986.
In primis occorre precisare che la natura prettamente agricola di un terreno costituisce un’esimente ai fini della tassazione : la disciplina delle plusvalenze immobiliari è concentrata negli articoli 67 e 68 del DPR n. 917/86 (Testo Unico delle Imposte sui redditi), ai sensi dei quali le plusvalenze realizzate (e percepite) attraverso la cessione di terreni edificabili sono imponibili in ogni caso, mentre quelle originate dalla cessione di fabbricati o di terreni non edificabili non sono imponibili nei seguenti casi:
se tra acquisto (del terreno non edificabile o del fabbricato) o costruzione (del fabbricato) e cessione (del terreno non edificabile o del fabbricato) sono trascorsi almeno cinque anni;
se l’immobile (terreno non edificabile o fabbricato) é pervenuto al cedente per successione;
nel solo caso delle unità immobiliari urbane, se per la maggior parte del periodo intercorso tra l’acquisto o la costruzione e la cessione le stesse sono state adibite ad abitazione principale del cedente o dei suoi familiari (coniuge, parenti entro il terzo grado, affini entro il secondo grado).
Ictu oculi come condizione esimente, ai fini della tassazione di plusvalenza realizzata, è l’aver alienato un terreno non edificabile pervenuto all’alienante per successione.
Giova precisare cosa si intende per plusvalenza patrimoniale rilevante ai fini della tassazione sul reddito, precisamente la stessa consiste nel guadagno realizzato da colui che, avendo acquistato un immobile ad un determinato valore, lo rivende successivamente ad un corrispettivo maggiore lucrando quindi sulla differenza, o effettua la vendita compiendo una speculazione volendo eludere ad esempio norme tributarie, come nel caso di vendita di terreno a vocazione agricola ad una società di costruzione, manifestando un evidente fine speculativo. Viceversa non si avrà alcuna plusvalenza nel caso di cessione a titolo oneroso di un terreno agricolo pervenuto all’alienante per successione testamentaria e il cui indice di fabbricabilità sia esiguo.
2. Ai sensi dell’art. 9 lett. b DPR n.380/2001 e del DL n.42/2004 il limite della densità massima fondiaria di un terreno ricadente in zona agricola è di 0.03 metri cubi per metro quadro. Tale dato normativo oltre a mostrare un limitato ius aedificandi per tali zone, indica che la stessa azione edificatoria non può essere scevra dal dato normativo e fattuale che interessa la zona agricola ma necessiterà di un intervento qualificato e strumentale alla stessa destinazione del fondo. In parole semplici l’edificazione prevista per le zone E è esclusivamente accessoria alle esigenze del fondo agricolo.
Nel caso di specie, affrontato dallo staff legale, fermo restando la prescrizione del lotto minimo pari a 5.000 mq, la suscettibilità edificatoria è pari a 0,10 mc/mq così suddiviso : di cui lo 0,03 mc/mq destinato a residenza rurale; mentre lo 0,07 mc/mq destinato a pertinenze agricole. Dato derivante dal combinato disposto degli artt. 8 delle NTA e dell’art.51 del Regolamento Edilizio Comunale.
Orbene la cessione onerosa di terreni agricoli con una seppur limitata utilizzazione edificatoria non rileva ai fini della tassazione della plusvalenza giacché la stessa limitata potenzialità edificatoria (0,03) è meramente strumentale alla conduzione del fondo e tesa a realizzare l’intrinseca natura agricola del terreno.
Lapalissiano l’errore in cui incorre l’ADE, la quale pone a fondamento della pretesa impositiva l’assunto per cui si realizzi plusvalenza anche laddove l’indice di fabbricabilità fondiaria sia minimo, come nel caso dei terreni agricoli il cui indice oscilla tra lo 0,03, e lo 0,10. Ravvisando pertanto una potenziale ed ipotetica suscettibilità edificatoria in tutti i terreni agricoli, sebbene empiricamente tale trasformazione urbanistica sia impossibile.
Nel caso di specie, l’ADE procedeva ad accertare una plusvalenza di ben 1.030.440 euro a fronte della cessione onerosa di un fondo rustico con entro stante fabbricato rurale, ignorando: a) la provenienza del terreno oggetto di cessione ricevuto per successione dai ricorrenti nella rispettiva quota del 50%, realizzando la condizione esimente prevista dal TUIR; b) l’inedificabilità assoluta di alcun particelle ricadenti in zona fascia di rispetto fluviale e stradale; c) l’assenza di alcun intento speculativo, in quanto il terreno è stato alienato ad un Imprenditore Agricolo Professionale (IAP), e quindi per la sola funzionalità della propria attività imprenditoriale; d) la vocazione prettamente agricola dello stesso in quanto ricadente in zona E1 in gran parte già edificato, circostanza che non consente di considerare e di conseguenza tassare lo stesso come terreno “nudo”, ovvero potenzialmente edificabile.
Orbene non rientrano tra le cessioni di cui all’art. 67 del D.P.R. n. 917/86 quelle aventi ad oggetto terreni sui quali sorgono fabbricati. Vanno considerarti suscettibili di utilizzazione edificatoria i soli terreni “nudi” e non quelli che, pur essendo edificati, conservano integra la loro capacità edificatoria secondo le previsioni del Piano Regolatore Generale. Cass. civ. Sez. VI – 5 Ordinanza, 20/02/2014, n. 4116
3.L’iter logico – giuridico posto a fondamento della pretesa impositiva dell’ADE viola l’art. 3 della L.212/2000 (Statuto del contribuente) giacché la ratio dell’imposizione fiscale si fonda totalmente sulla sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 23316/2013, fatta assurgere ad assioma imperante, ma di fatto la ratio impositiva difetta totalmente.
La sentenza in oggetto contempla un caso del tutto avulso dalla fattispecie in esame, giacché interessa la cessione di un terreno ricadente in Zona Agricola Specializzata AS2, ovvero una zona dove nel rispetto delle NTA del rispettivo Comune era possibile realizzare anche strutture ricettive, oltre alla possibilità di beneficiare di un cambio di destinazione d’uso. (dato richiamato nella parte motiva della sentenza omessa però nell’avviso di accertamento).
Nulla di più lontano dal caso di specie, invero il fondo oggetto di cessione ricade in zona agricola E1, con una propensione edificatoria esigua resa quasi del tutto assente dall’esistenza di un fabbricato di tre piani esistente già prima di un programma di fabbricazione, nonché da un vincolo di inedificabilità assoluto per le particelle ricadenti in fascia di rispetto fluviale e stradale.
La ratio impositiva difetta totalmente in quanto la sentenza n. 23316/2013 va inquadrata nella sua peculiarità, ovvero fa riferimento ad una zona agricola specializzata che esula dalla strumentalità del fondo.
La tassazione operata dall’ADE nel caso di specie contraddice lo stesso orientamento indicato dall’Amministrazione finanziaria; invero la risoluzione n.6 del 2009 ritiene che un terreno agricolo che non abbia acquistato una nuova destinazione urbanistica in virtù delle prescrizioni contenute nel PRG non è completamente utilizzabile a scopo edificatorio.
Per aversi una plusvalenza tassabile occorrerà un’attività edificatoria autonoma e svincolata dalla conduzione del fondo stesso.
4.E’ necessario ribadire che l’art. 36 co. 2 del d.l. 223/2006 dispone che ai fini della corretta individuazione della natura edificatoria del terreno bisogna fare riferimento unicamente alle prescrizioni del PRG o della relativa variante adottata dal Consiglio comunale con propria delibera, sia nel caso in cui tale strumento urbanistico non risulti ancora approvato dalla regione, sia nel caso in cui gli strumenti attuativi ( es. piano particolareggiato, piano di lottizzazione) se prescritti dallo strumento urbanistico generale non siano ancora stati approvati. La disposizione riconduce il riconoscimento della qualità di suolo edificabile allo strumento urbanistico vigente nel tentativo di evitare possibili interpretazioni basate sulla edificabilità in astratto.
La stessa consulenza tecnica di parte ha evidenziato in virtù del combinato disposto degli artt.8 delle N.T.A vigenti e delle norme del Regolamento Edilizio Comunale l’inedificabilità del suolo in oggetto in quanto in gran parte già edificato e per l’esistenza di particelle soggette a fascia di rispetto fluviale e stradale assolutamente inedificabili.
Pertanto la natura di terreno edificabile sarà, dunque, desumibile dalle prescrizioni contenute nel PRG richiamate nel certificato di destinazione urbanistica rilasciato dal Comune. (Cass. civ. Sez. V Sent., 10/06/2008, n. 15282), in virtù di una valutazione in concreto della suscettibilità edificatoria e non soltanto potenziale.
Quindi ai fini tributari sono edificabili tutti quei terreni che tali sono qualificati da uno strumento urbanistico, indipendentemente dalla sussistenza dell’approvazione regionale dello strumento stesso e di strumenti attuativi che rendano possibile in concreto il rilascio della concessione edilizia. Cass. civ. Sez. V Sent., 18/07/2008, n. 19871
Assodato il fatto dell’imprescindibilità dello strumento urbanistico adottato dal Comune, per determinare l’edificabilità di un terreno, si dovrà tenere conto dell’attitudine del suolo a subire trasformazioni che siano effettivamente riconducibili alla nozione tecnica di edificazione, evitando di effettuare valutazioni di fatto che disattendano il dato formale.
La ratio del legislatore, comunitario e nazionale, di considerare le cessioni di aree fabbricabili come operazioni imponibili si fonda evidentemente sulla natura prevalentemente speculativa dei trasferimenti di aree fabbricabili, nei quali l’intervento degli strumenti urbanistici svolge un ruolo essenziale. In relazione alla provenienza del bene immobile (a titolo oneroso o gratuito) l’intenzione di tassare soltanto le plusvalenze speculative trova peraltro conferma nell’esclusione accordata agli immobili pervenuti al soggetto per successione, evidentemente nel presupposto che anche una successiva vendita degli stessi non sottende alcun intento speculativo né alcuna preordinazione, considerato il titolo di provenienza del bene e l’acquisizione dello stesso per un evento fortuito.
La cessione a titolo oneroso di terreni agricoli pur se limitatamente suscettibili di essere utilizzati a scopi edificatori non rileva ai fini della determinazione delle plusvalenze in quanto la limitata possibilità di edificazione degli stessi è meramente strumentale alla conduzione del fondo e quindi non destinata alla utilizzazione edificatoria ma alle coltivazioni agricole. La limitata edificazione (casa del coltivatore, magazzini, ricoveri per animali ecc.) servirebbe proprio e solo a consentire la realizzazione della destinazione agricola del fondo, come è emerso dalla consulenza tecnica di parte espletata, dove a fronte dell’inedificabilità assoluta dovuta a fasce di rispetto fluviale e stradale, e all’ edificazione già realizzatasi, l’unica edificabilità, operate le dovute esclusioni, riguarda l’esigua realizzazione di pertinenze agricole escludendo, pertanto, che la cessione in questione determini una plusvalenza.
Pacifico, è il dato, per cui non può generare plusvalenza tassabile la cessione di una casa di abitazione con annessa area di sedime edificabile secondo gli strumenti urbanistici vigenti. Invero, scopo del dettato normativo è, infatti, quello di sottoporre a tassazione la plusvalenza generata dall’alienazione di terreni edificabili non già di quelli edificati Cass. civ. Sez. V, 09/07/2014, n. 15629 .
Conforme Cass. civ. Sez. V, 21/02/2014, n. 4150, ad avviso della quale non rientra tra le cessioni di cui all’art. 67 del D.P.R. n. 917/86 quella avente ad oggetto un terreno sul quale sorge un fabbricato. Pertanto vanno considerarti suscettibili di utilizzazione edificatoria i soli terreni “nudi” e non quelli che, pur essendo edificati, conservano integra la loro capacità edificatoria secondo le previsioni del Piano Regolatore Generale.
Ciò fornisce un unico assunto, ovvero l’entità sostanziale di un fabbricato insistente in un terreno non può essere mutata in terreno suscettibile di potenzialità edificatoria, sulla base di presunzioni derivate da elementi soggettivi, interni alla sfera dei contraenti, e soprattutto, la cui realizzazione futura, eventuale e rimessa alla potestà di soggetto diverso (l’acquirente) da quello interessato dall’imposizione fiscale. Unico dato imprescindibile è lo strumento urbanistico esistente che qualifica la zona in osservazione come edificabile o non fabbricabile.
Pertanto la nozione di edificabilità nonché la destinazione di un terreno si lega in un amalgama imprescindibile allo strumento urbanistico esistente al momento della cessione dell’area.
5.La ricostruzione normativa effettuata è stata sposata in pieno dalla CTP di Salerno nella pronuncia del 20/11/2015 sentenza n.6043 la quale ha ribadito che “ teoricamente tutti i terreni sono suscettibili di utilizzazione edificatoria, in base ad un indice di fabbricabilità. Per cui, se il legislatore nell’art.67 del TUIR ha fatto richiamo, ai fini della plusvalenza, di terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria, questi sono riferiti alle sole “aree edificabili”, per cui giammai possono rientrare, tra quelle tassabili, i terreni agricoli, in relazione, ai quali l’indice di edificabilità-limitato, è semplicemente attratto alla sola attività di coltivazione del terreno, ancor più che gli stessi risultano essere acquistati da soggetti per l’esclusiva attività di impresa agricola : il presente acquisto per la formazione della proprietà diretto-coltivatore. La locuzione di “terreni suscettibili di utilizzazione edificatoria” giammai può ricomprendere indistintamente tutti i terreni, se non quelli a destinazione edificatoria e, cioè le aree edificabili rientranti nello strumento urbanistico vigente al momento della cessione e, quindi non i terreni a destinazione prettamente agricola da parte di diretti coltivatori del fondo (imprenditori agricoli).
Raffaella Monica Annunziata
Decisione cautelari in tema di applicazione della sanzione pecuniaria del novellato art. 31, co. 4 bis del DPR 380/01.
N. 00534/2016 REG.PROV.CAU.
N. 02502/2015 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale 2502 del 2015, integrato da motivi aggiunti, proposto da:
C. I., rappresentata e difesa dagli avvocati Luigi Ferrara C.F. … e Colomba Farina C.F. ….., con domicilio in Salerno, presso ….;
Comune di Scafati, non costituito in giudizio;
dell’ordinanza di demolizione e ripristino dello stato dei luoghi n…. del 14.07.2015, resa dal Comune di Scafati;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 13 settembre 2016 il dott. Ezio Fedullo e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
Rilevato che le opere oggetto di contestazione hanno costituito oggetto di una ulteriore istanza di accertamento di conformità della parte ricorrente, ferma ogni valutazione circa la sua ammissibilità da condurre nella pertinente sede di merito, anche alla luce del contenuto dei precedenti provvedimenti di diniego;
Ritenuta la sussistenza di giuste ragioni per disporre l’irripetibilità delle spese di giudizio sostenute dalla parte ricorrente;
Il Tribunale Amministrativo Regionale della Campania, Sezione staccata di Salerno, Sezione Prima, accoglie l’istanza cautelare e fissa per la trattazione del merito l’udienza pubblica del giorno 16 gennaio 2018.
Così deciso in Salerno nella camera di consiglio del giorno 13 settembre 2016 con l’intervento dei magistrati:
Ezio Fedullo Amedeo Urbano
Appalti, (Sezione Prima) Ordinanza N. 01252/2016 REG.PROV.CAU. N. 01926/2016 REG.RIC.
I chiarimenti possono essere ammissibili se contribuiscono, con un’operazione di interpretazione del testo, a renderne chiaro e comprensibile il significato e/o la ratio, ma non quando, proprio mediante l’attività interpretativa, si giunga ad attribuire ad una disposizione del bando un significato ed una portata diversa e maggiore Cons. di St. sez. III, 13.01.2016 n. 74.
N. …/2016 REG.PROV.CAU.
N. …../2016 REG.RIC.
sul ricorso numero di registro generale … del 2016, proposto da:
A…. Servizi Società Cooperativa S…, in persona del legale rappresentante p.t., rappresentato e difeso dagli avvocati Carmen Battipaglia e Luigi Ferrara, domiciliato presso …
Comune di Brunate, non costituito in giudizio;
C…. S.r.l., non costituito in giudizio;
della determinazione di esclusione della ricorrente dalla procedura negoziata per l’affidamento dei lavori di rifacimento parcheggio Via Alessandro Volta e abbattimento barriere architettoniche – CIG 6709066069 – indetta dal Comune di Brunate, racchiusa nel verbale di esclusione trasmesso mezzo procedura SINTEL dell’11.07.2016, prot. n. 3640, a firma del RUP;
della nota di chiarimenti a firma del RUP, recante data antecedente al 6 luglio 2016 per l’esame dei documenti;
dell’adottato provvedimento formale di aggiudicazione, mai conosciuto;
del diniego di riesame in autotutela reso dalla Stazione Appaltante in data 27.07.2016, trasmesso a mezzo procedura SINTEL;
di ogni altro atto presupposto, connesso e conseguente, ivi compreso l’annullamento – previa declaratoria di inefficacia – del contratto d’appalto eventualmente stipulato, mai conosciuto;
nonché per l’accertamento del risarcimento dei danni.
Visti gli artt. 55 e 120, comma 6 cod. proc. amm.;
Relatore nella camera di consiglio del giorno 21 settembre 2016 il dott. Roberto Lombardi e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;
che l’offerta della società ricorrente è stata ritenuta inammissibile in quanto le capacità tecniche per le lavorazioni in appalto dalla stessa possedute sono state ritenute dall’amministrazione convenuta non sufficienti a dimostrare il fatturato minimo annuale almeno pari all’opera richiesta;
che, altresì, l’istanza di riesame in autotutela del provvedimento di esclusione è stata respinta con la seguente motivazione: “si ritiene dalla documentazione presentata la non sufficiente capacità tecnica nell’oggetto dell’appalto e la marginalità delle lavorazioni eseguite rispetto ai lavori presentati, che ricadono prevalentemente in manutenzioni di stabili e opere di manutenzione stradale generica comprensive di sgombero neve (…);
che è già intervenuta l’aggiudicazione della gara, per cui non risulta applicabile al caso di specie il rito speciale previsto dal combinato disposto dei commi 2-bis e 6-bis dell’art. 120 c.p.a;
che la motivazione addotta dall’amministrazione in sede di autotutela, che ha integralmente sostituito le ragioni in precedenza esposte nel provvedimento di esclusione, risulta incongrua e contraddittoria;
che, invero, pare fondata l’affermazione della ricorrente, secondo cui il requisito tecnico richiesto dal bando è stato in realtà dimostrato, avendo la A… dichiarato di avere conseguito nell’ultimo triennio prima dell’indizione della gara un fatturato globale congruo, con riferimento alla tipologia di lavori rientranti nella categoria prevalente in appalto;
che, pertanto, il Comune convenuto deve riammettere in gara la società ricorrente, esaminando il ribasso sul prezzo a base d’asta contenuto nell’offerta dalla stessa presentata;
che la ricorrente è esposta, nelle more della trattazione della causa, al pregiudizio grave e irreparabile di non potere eseguire i lavori in appalto;
che, pertanto, sussistono i presupposti per la concessione dell’invocata cautela, seppure nei limiti sopra esposti;
il Tribunale Amministrativo Regionale per la Lombardia (Sezione I) accoglie la domanda cautelare, nei sensi e nei limiti di cui in motivazione.
Fissa per la trattazione di merito del ricorso l’udienza pubblica dell’ … febbraio 2017.
Condanna il Comune convenuto a rifondere le spese processuali sostenute dalla ricorrente nella presente fase, che liquida in complessivi € 1.200,00.