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Timestamp: 2019-01-17 03:41:36+00:00
Document Index: 160096082

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 1', 'art. 2829', 'art. 445', 'sentenza ', 'art. 7', 'art. 2729', 'art. 2729', 'art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ']

Le dichiarazioni di terzi valgono | Commercialista Telematico
Anche se nel processo tributario vige il divieto della prova testimoniale, le parti possono comunque allegare e produrre le dichiarazioni di terzi le quali, ove supportate da circostanze, indizi ed altri elementi idonei, sono suscettibili di fondare presunzioni in presenza dei caratteri di gravità precisione e concordanza.
Sono queste le conclusioni cui giungono gli Ermellini con la sentenza n. 5746 del 10 marzo 2010 (ud. del 10 novembre 2009).
La questione principale investe la presunta violazione dell’art. 1, del D.Lgs. n. 546/92, del comma 4 dell’art. 2829 c.c., e dell’art. 445 del c.p.p., per l’omessa pronuncia su un punto decisivo della controversia, in ordine alla contestata indebita detrazione dell’IVA pagata in via di rivalsa per fatture emesse dai propri subappaltatori per importi superiori a quelli delle operazioni realmente effettuate, con conseguente retrocessione delle differenze agli amministratori o ai dirigenti, deducendo per un verso che dalla asserita sovrafatturazione sarebbe conseguito un maggiore e non un minore versamento dell’IVA corrisposta in via di rivalsa ai subappaltatori; per altro verso, che era stata verificata nei confronti della E. e dei subappaltatori una perfetta corrispondenza fra i dati risultanti dai contratti stipulati, gli importi risultanti dalle fatture emesse e le somme effettivamente corrisposte a mezzo di assegni o accrediti bancari, e che la valenza attribuita dalla sentenza impugnata alle dichiarazioni rese in sede penale dagli amministratori sia del consorzio sia delle imprese appaltatrici sulla intercorsa sovrafatturazione era in contrasto col divieto della prova testimoniale nel processo tributario.
Per i giudici Piazza Cavour, “il divieto di ammissione della prova testimoniale nel giudizio davanti alle commissioni tributarie, sancito dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 7, comma 4, si riferisce alla prova testimoniale da assumere nel processo, che è necessariamente orale, di solito ad iniziativa di parte, richiede la formulazione di specifici capitoli, comporta il giuramento dei testi, e riveste, conseguentemente, un particolare valore probatorio, e non implica, pertanto, l’inutilizzabilità, ai fini della decisione, delle dichiarazioni raccolte dall’Amministrazione nella fase procedimentale e rese da terzi, e cioè da soggetti terzi rispetto al rapporto tra il contribuente – parte e l’Erario. Tali dichiarazioni hanno il valore probatorio proprio degli elementi indiziari, e qualora rivestano i caratteri di gravità, precisione e concordanza di cui all’art. 2729 c.c., danno luogo a presunzioni (Cass. nn. 903/2002, 9402/2007). Dal detto divieto di ammissione della prova testimoniale, infatti, non discende la conseguente inammissibilità della prova per presunzioni, ai sensi dell’art. 2729 c.c., comma 2, secondo il quale le presunzioni non si possono ammettere nei casi in cui la legge esclude la prova testimoniale, poiché questa norma, attesa la natura della materia ed il sistema dei mezzi di indagine a disposizione degli uffici e dei giudici tributari, non è applicabile nel contenzioso tributario (Cass. nn. 22804/2006, 12210/2002). Che l’acquisizione delle dichiarazioni di terzi sia realizzata in via diretta in fase di verifica, ovvero utilizzando come fonte gli atti di un giudizio civile o penale, pertanto, la natura e la valenza di elementi indiziari, nel processo tributarie, del contenuto delle dichiarazioni così raccolte in sede amministrativa non muta”.
La pronuncia impugnata ha perciò correttamente ritenuto idonee, perché gravi precise e concordanti, le presunzioni in ordine alla parziale inesistenza delle operazioni relative a quelle fatture, in presenza “di dichiarazioni, in sede penale, non contrastanti degli amministratori sia del Consorzio, sia delle imprese appaltatrici in ordine alla intercorsa sovrafatturazione“.
Richiamando precedenti giurisprudenziali della stessa Corte di Cassazione, i Massimi Giudici rilevano che “le dichiarazioni rese in sede penale da amministratori di società coinvolta nel contenzioso tributario …, pur avendo solo portata indiziaria, ben possono assumere efficacia decisiva nel processo tributario, anche se non corroborate da riscontri documentali. Il giudice tributario deve infatti procedere ad una valutazione globale degli elementi disponibili, spiegando, ove intenda escludere l’utilizzabilità delle predette dichiarazioni, le ragioni della loro inattendibilità (Cass. n. 8772/2008; sull’apprezzamento delle dichiarazioni delle persone operanti in nome o alla dipendenze del contribuente, Cass. nn. 12271/2007, 28316/2005)”.
Per gli Ermellini, il divieto di ammissione della “prova” testimoniale nel giudizio tributario – art. 7, c. 4, del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546 – si riferisce solo testimonianza quale prova da assumere nel processo, che non implica l’impossibilità di utilizzare dichiarazioni varie, che comunque rilevano quali semplici indizi.
Tali dichiarazioni, cioè, non possono avere natura di prova certa ed inequivoca, ma semmai di elemento indiziario che necessita di ulteriori supporti, rimessi comunque alla valutazione del giudice.
Si conferma, quindi, il pensiero della Corte di Cassazione, che è assolutamente in linea con le precedenti pronunce, fra le quali ci piace ricordare la sentenza n. 16418 del 23 gennaio 2008 (dep. il 18 giugno 2008), secondo cui “le dichiarazioni di terzi, nel caso di specie clienti, ben possono costituire la base di un ragionamento induttivo circa il reddito presumibile del contribuente. E tale utilizzazione non contrasta con il divieto di assunzioni di prove testimoniali nel processo tributario. Né è priva di supporto la supposizione secondo cui la ditta praticasse a tutta la clientela condizioni analoghe a quelle accertate in ordine ai clienti le cui dichiarazioni sono state assunte”.
Ed ancora la sentenza n. 6548 del 18 marzo 2009 (ud. del 6 febbraio 2009) secondo cui “le dichiarazioni rese da terzi nel corso della procedura di accertamento sono utilizzabili nel contenzioso tributario, pur caratterizzato dal divieto di prova testimoniale, quali indizi a supporto della pretesa dell’ufficio (C. cost. sent. n. 18/2000; Cass. nn. 9402/2007, 14774/2000); e che la presunzione ha valore autonomo di prova della pretesa fiscale, senza necessità di riscontri documentali, se fondata, con criterio probabilistico e non di assoluta necessità (Cass. nn. 16993/2007, 13546/2006, 12802/2006 ed altre), su indizi che, valutati singolarmente e nel complesso delle acquisizioni processuali (Cass. nn. 3390/2005, 16831/2003, 15399/2002 ed altre), siano ritenuti dal giudice di merito gravi, precisi e concordanti, con giudizio non suscettibile di riesame in sede di legittimità se congruamente motivato. Tale presunzione sposta sul contribuente l’onere della prova contraria (Cass. nn. 9203/2008, 1575/2007)”.
L’esclusione della prova testimoniale è dettata da un’esigenza di speditezza del processo tributario e non comporta l’inutilizzabilità delle dichiarazioni di terzi rese ai verbalizzanti.