Source: https://www.lexform.it/giurisprudenza/diritto-processuale-civile/ricorso-per-cassazione/ricorso-per-cassazione-si-scrive-rispettando-le-regole/
Timestamp: 2020-07-04 11:04:50+00:00
Document Index: 83316436

Matched Legal Cases: ['art. 366', 'sentenza ', 'art. 342', 'art. 342', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'art. 3']

Ricorso per cassazione: si scrive rispettando le regole • Lex & Formazione
di Mirco Minardi - 2 Giugno 2020
Intendiamoci: la sicurezza di avere scritto un ottimo ricorso per cassazione non ce l’ha nessuno. Ogni giudice è diverso ed i metri di giudizio che adottano non sono uguali. C’è chi è estremamente sintetico ed apprezza i ricorsi estremamente sintetici; c’è chi è prolisso ed apprezza i ricorsi completi e ricchi di informazioni.
Ho parlato tante volte, ad esempio, di come il requisito della esposizione sommaria dei fatti (art. 366 n. 4) sia interpretato diversamente dai singoli collegi della Corte di cassazione. Addirittura, in qualche decisione si legge che detto requisito non è nemmeno necessario qualora i motivi siano sufficientemente chiari.
Tuttavia, nel caso deciso da Cass. 9996/2020 (est. Rossetti) il Collega sembrerebbe aver completamente sbagliato il focus. Difatti, la sentenza impugnata aveva dichiarato l’inammissibilità dell’appello in quanto generico e dunque per violazione dell’art. 342 c.p.c.
Ebbene, in un caso del genere il ricorso per cassazione non può che avere (almeno nella maggioranza dei casi) un solo motivo di impugnazione: la falsa applicazione dell’art. 342 c.p.c. Occorrerà cioè dimostrare che l’atto di appello era stato scritto nel rispetto della suddetta disposizione.
Per cui il ricorso per cassazione andrà strutturato in questo modo:
a) riportando la motivazione della sentenza di secondo grado;
b) riportando gli argomenti della sentenza di primo grado;
c) trascrivendo il contenuto dell’atto di appello.
Si legge invece nella ordinanza della Cassazione che il ricorrente ha articolato una lunga serie di motivi che con la sentenza d’appello avevano ben poco a che vedere.
Si legge infatti che «La ricorrente, invece, disquisisce sulla validità della procura di controparte (primo e secondo motivo); sulla procedibilità del giudizio nei confronti del fallito (terzo motivo); sulla regolarità dell’istruttoria svolta in primo grado (quarto motivo); sulla regolare riassunzione del giudizio di primo grado (quinto motivo); sulla regolarità della notifica non si sa bene di quale atto (sesto e ottavo motivo); sulla valutazione delle prove (settimo e decimo motivo); sul rispetto del principio di corrispondenza tra chiesto pronunciato (undicesimo motivo).
Le censure suddette nulla hanno a che vedere con il contenuto decisorio della sentenza impugnata, e sono pertanto inammissibili».
A scuola ci avrebbero detto di essere andati “fuori tema” ed in effetti è proprio così. Non aveva senso, a fronte di una pronuncia di inammissibilità per genericità, formulare tutti quei motivi di impugnazione.
L’unico motivo pertinente era il nono, ma questo è stato scritto con una tecnica assolutamente insufficiente, tanto che la Corte scrive che «2.1. Orbene, anche ad ammettere che un testo col contenuto sopra riassunto possa qualificarsi come “motivo di ricorso per cassnione”, del che fortemente questo Collegio dubita, quel che rileva è che la censura è
inammissibile ai sensi dell’articolo 366, n. 6, c.p.c. La ricorrente infatti si duole del giudizio di genericità del gravame formulato dalla Corte d’appello, ma né riassume, ne trascrive, i termini in cui il proprio atto d’appello era stato formulato. Tuttavia denunciare l’erroneità del giudizio di genericità dell’appello è un motivo di ricorso che, per usare le parole della legge, “si fonda” sull’atto della cui erronea qualificazione la ricorrente si duole, e cioè
l’atto d’appello. Quando il ricorso si fonda su atti processuali, il ricorrente ha l’onere di “indicarli in modo specifico” nel ricorso, a pena di inammissibilità (art. 366, comma primo, n. 6, c.p.c.). “Indicarli in modo specifico” vuol dire, secondo la costante giurisprudenza di questa Corte:
(c) indicare a quale fascicolo siano allegati, e con quale indicizzazione
(in tal senso, ex rilultis, Sez. 6 – 3, Sentenza n. 19048 del 28/09/2016;
Sez. 5, Sentenza n. 14784 del 15/07/2015; Sez. U, Sentenza n. 16887
del 05/07/2013; Sez. L, Sentenza n. 2966 del 07/02/2011).
Di questi tre oneri, richiesti come s’è detto a pena di inammissibilità, la
ricorrente non ne ha assolto alcuno».
Il ricorso viene definito “farraginoso” e “ridondante“. La Corte ricorda che «Un ricorso così concepito appare incoerente nei contenuti ed oscuro nella forma. Ma coerenza di contenuti e chiarezza di forma costituiscono l’imprescindibile presupposto perché un ricorso per cassazione possa essere esaminato e deciso. E ciò non solo per il nostro ordinamento, ma in tutte le legislazioni degli ordinamenti economicamente avanzati: basterà ricordare a tal riguardo, excelpta multorum, l’art. 3, comma 2, del codice del processo amministrativo (d. lgs. 2.7.2010 n. 104), il quale impone alle parti di redigere gli atti “in maniera chiara e sintetica”; il 5 14, lettera “A”, della Guida per gli avvocati” approvata dalla Corte di giustizia dell’Unione Europea, ove si prescrive che il ricorso dinanzi ad essa debba essere redatto in modo tale che “una semplice lettura deve consentire alla Corte di cogliere i punti esseniali di fatto e di diritto”; o la Ride 8, lettera (a), n. 2, delle Federal Rules of civil Procedures statunitensi, la quale impone al ricorrente “una breve e semplice esposizione della domanda” (regola applicata così rigorosamente, in quell’ordinamento, che nel caso Stanard v. Nygren, 19.9.2011, n. 09- 1487, la Corte d’appello del VIII Circuito U.S.A. ritenne inammissibile per lack of punctuation un ricorso nel quale almeno 23 frasi contenevano 100 o più parole, ritenuto “troppo confuso per stabilire i fatti allegati” dal ricorrente)».