Source: http://www.ilnaturalista.it/la-definizione-di-biomassa.html
Timestamp: 2017-12-18 22:06:23+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2', 'sentenza ', 'art. 269', 'art. 293', 'art. 3', 'art. 2', 'art. 3', 'art. 7', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 183']

la definizione di biomassa - ilnaturalista.it
articolo pubblicato sulla rivista online Nexville.it il 21/02/2011
Attualmente non esiste in Italia una definizione univoca di biomassa. Data l'eterogeneità dei materiali, il campo di utilizzo, la provenienza, ecc., la definizione di biomassa assume un significato diverso a seconda dell'ambito di applicazione o ovvero a seconda della normativa di riferimento. Ne consegue che per una procedura autorizzativa di un impianto a biomasse, per l'utilizzo di biomasse come combustibile, per la gestione di biomassa come rifiuto o sottoprodotto dovrà essere utilizzata la definizione della normativa che in quel momento si sta utilizzando.
La cosa può creare difficoltà di attribuzione, dato che le diverse fonti legislative ed istituzionali la definiscono in maniera diversa e, talvolta, contraddittoria. Infatti, proprio la tipologia del materiale combustibile e la sua provenienza sono stati oggetto di dinieghi e ricorsi in merito alle procedure autorizzative di impianti a biomasse.
Il primo approccio alla definizione di biomassa si ha confrontandosi con la procedura autorizzativa dell'impianto. L’art. 2 del DLgs 387/2003 riprende testualmente la direttiva 2001/77/CE e stabilisce che "... per biomassa si intende la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall'agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali) e dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani”. Nel contesto della disciplina delle fonti di energia rinnovabile questa è l’unica definizione di biomassa, presente nella legislazione italiana, rilevante e congruente con la pertinente direttiva (TAR Piemonte Sezione I, sentenza 1563 del 5 giugno 2009). La più recente direttiva 2009/28/CE sulla promozione dell’uso dell’energia da fonti rinnovabili, attualmente in fase di recepimento nella normativa italiana, riprende la definizione data sopra aggiungendo i residui biologici della pesca e acquacoltura.
Più dettagliata è la definizione di biomassa, nel caso si debba intendere come biomassa combustibile finalizzata alla procedura di autorizzazione alle emissioni in atmosfera, ai sensi del DLgs 152/2006, parte V. Se un impianto è alimentato a biomasse ed è al di sotto di 1 MW di potenza nominale, non necessita di autorizzazione alle emissioni (art. 269, comma 14), ma indipendentemente dalla soglia dimensionale dell'impianto, l'art. 293 definisce i combustibili consentiti elencati in dettaglio all'allegato X che, per quanto riguarda le biomasse, essi sono:
biomasse combustibili;
Vengono dati i valori limite delle proprietà che il combustibile deve avere in termini, ad esempio, di viscosità, residuo carbonioso, acidità, potere calorifico, ecc. (allegato X, parte II, sezione 1, par. 3).
Per tale gruppo di combustibili vengono definite la provenienza e le condizioni di utilizzo che vengono di seguito riportate (allegato X, parte II, sezione 4):
1. bis. Salvo il caso in cui i materiali elencati nel paragrafo 1 derivino da processi direttamente destinati alla loro produzione o ricadano nelle esclusioni dal campo di applicazione della parte quarta del presente decreto. La possibilità di utilizzare tali biomasse secondo le disposizioni della presente parte quinta è subordinata alla sussistenza dei requisiti previsti per i sottoprodotti dalla precedente parte quarta.
La conversione energetica di tali biomasse [...] può essere effettuata attraverso la combustione diretta, ovvero previa pirolisi o gassificazione. Il punto 2.2 definisce le modalità di combustione al fine di garantire il rispetto dei valori limite di emissione, quali l'alimentazione automatica del combustibile, il controllo della combustione, l'installazione del bruciatore pilota e la misurazione e la registrazione in continuo delle concentrazioni di polveri e carbonio organico in funzione delle tipologie di impianto.
Vengono fornite sia le caratteristiche sia le condizioni di utilizzo del biogas (allegato X, parte II, sezione 6). Il biogas deve provenire dalla fermentazione anaerobica metanogenica di sostanze organiche, quali per esempio effluenti di allevamento, prodotti agricoli o borlande di distillazione, purché tali sostanze non costituiscano rifiuti ai sensi della parte quarta del presente decreto. In particolare non deve essere prodotto da discariche, fanghi, liquami e altri rifiuti a matrice organica. Il biogas derivante da rifiuti può essere utilizzato con le modalità e alle condizioni previste dalla normativa sui rifiuti.
L'utilizzo del biogas è consentito nel medesimo comprensorio in cui tale biogas è prodotto. Ai punti 3.2 e 3.3 sono date indicazioni sui controlli e le misurazioni da effettuare sui valori di emissione. Si ricorda infine che per gli impianti termici civili (DLgs 152/2006, parte V, titolo II), l'Allegato X, Parte I, Sezione 2 , comma 1-bis prevede che “L’uso dei combustibili di cui alle lettere f) [legna da ardere], g) [carbone di legna] e h) [biomasse combustibili] può essere limitato o vietato dai piani e programmi di qualità dell’aria previsti dalla vigente normativa, ove tale misura sia necessaria al conseguimento ed al rispetto dei valori e degli obiettivi di qualità dell’aria”.
Il rapporto tra biomassa, sottoprodotto e rifiuto
L'attribuzione di alcuni rifiuti "biodegradabili" alla accezione di "biomasse" al fine della valorizzazione energetica e dell’accessibilità ai meccanismi di incentivazione all'interno nella della normativa energetica, comporta da molti anni dubbi interpretativi e la conseguente rimodulazione delle definizioni.
Già dalla Legge 10/1991 "Norme per l’attuazione del Piano energetico nazionale in materia di uso razionale dell’energia, di risparmio energetico e di sviluppo delle fonti rinnovabili di energia”, tra le fonti rinnovabili definite all'art. 3, comma 3, è annoverata anche la trasformazione dei rifiuti organici ed inorganici o di prodotti vegetali. Secondo il Decreto Bersani (DLgs 79/1999), fra le fonti rinnovabili è annoverata anche la trasformazione in energia elettrica di prodotti vegetali e rifiuti organici ed inorganici (art. 2, comma 15).
A seguire, il DLgs 387/2003, riprendendo la direttiva 2001/77/CE, ha circoscritto la definizione di biomassa a tutta la parte biodegradabile dei prodotti, rifiuti e residui provenienti dall'agricoltura (comprendente sostanze vegetali e animali), dalla silvicoltura e dalle industrie connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani, purché non pericolosa ai sensi degli allegati del Decreto Ronchi sui rifiuti.
Nella nuova definizione di "rinnovabili” data dal DLgs 387/2003 scompaiono i "rifiuti inorganici” precedentemente presenti nel DLgs 79/1999. Tuttavia l’articolo 17 (commi 1 e 3) del DLgs 387/2003 stabiliva che, pur nel rispetto della gerarchia di trattamento sancita dal DLgs 22/1997 che dava priorità al recupero di materia rispetto al recupero di energia, alcuni rifiuti, anche non biodegradabili, erano ammessi a beneficiare del regime di promozione riservato alle fonti rinnovabili.
Le recenti disposizioni intervenute in materia di rifiuti, nonché l’evoluzione della giurisprudenza sia comunitaria che nazionale, portano ad affermare che la nozione giuridica di rifiuto si è evoluta al punto da richiedere un approccio dinamico alla stessa. Secondo l’art. 3, punto 12, della direttiva 2008/98/CE al fine di ridurre la produzione di rifiuti occorre innanzi tutto fare prevenzione allungando il più possibile il ciclo di vita dei prodotti.
nell’art. 7, punto 1, della Direttiva 2008/98/CE secondo la quale “L’inclusione di una sostanza o di un oggetto nell’elenco dei rifiuti non significa che esso sia un rifiuto in tutti i casi. Una sostanza o un oggetto è considerato un rifiuto solo se rientra nella definizione di cui all’art. 3, punto 1.” Secondo quest’ultima disposizione si definisce “rifiuto qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi.”
nella sentenza del 12 settembre 2008 n. 35235, con la quale la III sezione penale della Corte di Cassazione ha affermato che “l’imprenditore non si disfa di un residuo se può ancora utilizzarlo ricavandone utili, riutilizzandolo nel proprio ciclo produttivo o vendendolo. La vendita è operazione commerciale che reca vantaggi al venditore ed all’acquirente e non gestione di un rifiuto. La gestione degli scarti comporta costi ed oneri, quella dei sottoprodotti arreca invece vantaggi. Il valore economico del residuo è un elemento determinante per la distinzione tra scarto e sottoprodotto anche se spesso è stato trascurato dagli interpreti”.
nella definizione di rifiuto contenuta all’art. 183, comma 1, lett. a) del DLgs 152/2006 (modificato dal DLgs 205/2010), che richiede la compresenza di due requisiti per la classificazione di una sostanza quale rifiuto e cioè “che il detentore si disfi o abbia l'intenzione o abbia l’obbligo di disfarsi” (comma 1, lettera a) e che rientri nelle categorie riportate nell’allegato alla parte IV.
Art. 185, comma 1, lettera f) le materie fecali (se non contemplate dal comma 2, lettera b), paglia, sfalci e potature, nonché altro materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso utilizzati in agricoltura, nella selvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente né mettono in pericolo la salute umana;
Art. 185, comma 2, lettera b) i sottoprodotti di origine animale, compresi i prodotti trasformati, contemplati dal regolamento CE n. 1774/2002, eccetto quelli destinati all'incenerimento, allo smaltimento in discarica o all'utilizzo in un impianto di produzione di biogas o di compostaggio.
In conclusione la definizione di biomassa come rifiuto non è sempre chiara e per definire se ci si trova in presenza di un rifiuto e quindi se si rientra nel campo di applicazione della parte IV del DLgs 152/2006, il proponente e il responsabile del procedimento autorizzatorio dell'impianto a biomasse si devono interrogare su quali siano le intenzioni del soggetto che ha prodotto la biomassa in ingresso (o in uscita), da quale processo produttivo sia scaturito e se sia contenuto in elenchi che lo definiscono tale.
b)	è certo che la sostanza o l'oggetto sarà utilizzato, nel corso dello stesso o di un successivo processo di produzione o di utilizzazione, da Parte parte del produttore o di terzi;
c)	la sostanza o l'oggetto può essere utilizzato direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale;
d)	l'ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l'oggetto soddisfa, per l'utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell'ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o la salute umana.