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Timestamp: 2019-06-18 22:38:38+00:00
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Attività di proselitismo finalizzata al martirio: la Cassazione esclude il reato di terrorismo. – Indottriniamoci
Attività di proselitismo finalizzata al martirio: la Cassazione esclude il reato di terrorismo.
4 febbraio 2017 Nicola diritto internazionale, Diritto penale, Diritto Processuale Penale Lascia un commento
La sentenza della Cassazione n. 48001/2016, sul reato ex art. 270bis del codice penale, boccia le decisioni assunte in primo e secondo grado che avevano statuito la condanna per il reato di associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico. Dirimente per giudici di legittimità il fatto che, ai fini della sussistenza della fattispecie di cui all’art. 270bis c.p., occorre provare la creazione di una struttura criminale idonea a mettere in opera gli atti terroristici, “non essendo sufficiente una mera attività di proselitismo ed indottrinamento, finalizzata ad inculcare una visione positiva del martirio per la causa islamica e ad acquisire generica disponibilità ad unirsi ai combattenti in suo nome”.
Per quanto attiene ai fatti, nell’aprile 2013 quattro persone di origine nordafricana venivano arrestate con l’accusa di avere costituito un’associazione con finalità di terrorismo operante nella città di Andria. Dalle intercettazioni emergeva che gli stessi svolgevano un’attività di proselitismo volta a rendere altri cittadini di fede islamica disponibili al martirio esaltando la ricerca della morte insieme al maggior numero possibile di infedeli. Gli indagati quindi adibivano un call center e la moschea di Andria a luoghi in cui svolgere la loro opera di indottrinamento utilizzando i computer per connettersi con siti di area jihadista e scaricare filmati su attentati, preparazione di armi ed esplosivi, informazioni sulla modalità con cui raggiungere luoghi di combattimento e su come trasmettere in rete messaggi criptati. Gli imputati erano anche in possesso di documenti falsi che consentivano la permanenza illegale di immigrati clandestini in Italia e facevano riferimento all’esistenza di una “cellula” collegata ad ambienti estremistici.
Il GUP del Tribunale di Bari, ed in seguito la Corte d’Appello competente, con rito abbreviato condannava tutti gli imputati per il reato di associazione terroristica irrogando pene tra i 3 e i 5 anni.
In sede di ricorso la Cassazione ripercorre i contorni della fattispecie di associazione terroristica evidenziando che quello previsto dall’art. 270 bis c.p. è un reato di pericolo presunto, configurabile in presenza di organizzazioni che si propongono “il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo”. Tale espressione va letta insieme al disposto dell’art. 270sexies c.p., che definisce “condotte con finalità di terrorismo” tutte quelle azioni che:
– da un punto di vista oggettivo, sono idonee – per natura o contesto – ad arrecare grave danno ad uno Stato o ad un’organizzazione internazionale;
– da un punto di vista soggettivo, perseguono in via alternativa lo scopo di: a) intimidire la popolazione, b) costringere i poteri pubblici o un’organizzazione a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, c) destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale.
Secondo la sua giurisprudenza costante, la Corte afferma inoltre che, per ritenere integrato il delitto in esame, non è sufficiente provare una “generica tensione del gruppo verso la finalità terroristica, dovendosi invece dimostrare la effettiva capacità della struttura criminale di mettere in opera il programma criminoso”.
In ordine al fatto concreto la Corte distingue tra “addestramento” e “indottrinamento” di presunti aspiranti terroristi: mentre l’addestramento può costituire attività sufficiente a dare materialità alla finalità di terrorismo, l’indottrinamento da solo rappresenta soltanto una “precondizione” per la costituzione di un’associazione effettivamente funzionale al compimento di atti terroristici.
Nella pronuncia impugnata mancano “indicazioni veramente significative di una effettiva capacità del sodalizio di realizzare atti anche astrattamente definibili come terroristici in base al dettato dell’art. 270sexies c.p”, perciò la Corte esclude che la condotta degli imputati realizzi gli estremi del reato di cui all’art. 270bis c.p., lasciando però impregiudicata la possibilità che i loro comportamenti possano essere valutati ai fini della applicazione di una misura di prevenzione ex d.lgs. 159/2011 (c.d. Codice Antimafia).
In conclusione, sia la dottrina prevalente sia la stessa giurisprudenza della Suprema Corte indicano che la “finalità di terrorismo” non possa esaurirsi nella semplice condivisione di un’ideologia violenta o eversiva, ma debba richiede l’ulteriore svolgimento di concrete attività evitando così di dilatare i confini del reato di associazione terroristica fino a ricomprendere situazioni di contiguità o di “semplice” solidarietà rispetto al fondamentalismo islamista, che non possiedono concreto potere lesivo di beni giuridicamente tutelati.
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