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Timestamp: 2019-12-16 04:34:28+00:00
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Matched Legal Cases: ['art. 2285', 'art. 2285', 'art. 2285', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2285', 'art. 2300', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 2285', 'art. 2190', 'art. 2289', 'art. 2289', 'art. 1282', 'art. 2285']

Art. 2285 codice civile - Recesso del socio - Brocardi.it
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Articolo 2285 Codice civile
Dispositivo dell'art. 2285 Codice civile
Nei casi previsti nel primo comma il recesso (1) deve essere comunicato agli altri soci con un preavviso di almeno tre mesi (2) [24].
(1) Il recesso si perfeziona solo dal momento in cui giunge a conoscenza di tutti gli altri soci in quanto è un atto recettizio (v. 1334).
(2) In conseguenza del recesso, il socio uscente ha diritto al pagamento di una somma di denaro pari al valore della propria quota (v. 2289), ma non ha diritto alla restituzione dei beni conferiti. Il recesso costituisce una deroga al più generale principio dell'indissolubilità unilaterale dei contratti (v. 1372), il recesso può essere ammesso solo nei casi espressamente previsti dalla legge o dal contratto sociale.
Spiegazione dell'art. 2285 Codice civile
L'articolo in esame conferisce al singolo socio la facoltà di uscire dalla compagine sociale.
Innanzitutto egli può recedere in qualsiasi momento dando un preavviso di tre mesi ai soci, e senza addurre alcuna spiegazione, secondo il principio per il quale è vietato vincolarsi contrattualmente in perpetuo.
Altrimenti, il socio può recedere nei casi previsti convenzionalmente dal contratto sociale, i quali non presentano ostacoli di tipo normativo, oppure recedere per giusta causa, quest'ultima intesa come un motivo che non permetta la prosecuzione del rapporto sociale, come ad esempio la presenza di insanabili dissidi tra il socio ed il resto della compagine. Il fatto deve comunque essere grave, nuovo e persistente.
Massime relative all'art. 2285 Codice civile
Cass. civ. n. 20544/2009
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 20544 del 24 settembre 2009)
Cass. civ. n. 2438/2009
Nella società personale contratta per un tempo determinato, il recesso di uno dei soci, che non venga esercitato nè per giusta causa, nè nei casi previsti dal contratto sociale, comporta la modificazione del medesimo contratto e, pertanto, necessita del consenso degli altri soci, quale accettazione, che è atto a forma libera - al pari del negozio cui si riferisce - e può essere desunta anche da "facta concludentia" univoci; in tal caso, determinando lo scioglimento del rapporto sociale al momento stesso del suo perfezionamento, il recesso prevale rispetto all'esclusione successivamente deliberata dagli altri soci, in quanto il principio secondo cui, nel concorso di più cause di scioglimento del rapporto sociale limitatamente ad un socio, deve ritenersi operante quella che si verifichi per prima, trova applicazione anche nel caso di concorso fra recesso ed esclusione.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 2438 del 30 gennaio 2009)
In tema di rapporti societari, l'indagine in tema di giusta causa di recesso (art. 2285 c.c.) va necessariamente ricondotta (così come per i rapporti di lavoro, di mandato, di apertura di credito, e per tutti quelli cui la legge attribuisca particolari effetti al concetto di «giusta causa») alla altrui violazione di obblighi contrattuali, ovvero alla violazione dei doveri di fedeltà, lealtà, diligenza o correttezza inerenti alla natura fiduciaria del rapporto sottostante, con la conseguenza che il recesso del socio di una società di persone può ritenersi determinato da giusta causa solo quando esso costituisca legittima reazione ad un comportamento degli altri soci obiettivamente, ragionevolmente ed irreparabilmente pregiudizievole del rapporto fiduciario esistente tra le parti del rapporto societario.
Cass. civ. n. 14360/1999
In ipotesi di recesso da società semplice (e connessa cessione della quota sociale da parte del socio uscente ai soci restanti), salvo che ciò non sia esplicitamente convenuto in sede pattizia, non può ritenersi connaturale alla prestazione dovuta dal receduto l'obbligo, di ottenere la cancellazione del proprio nome dal registro delle imprese, atteso che l'annotazione del proprio nome dal registro delle imprese, atteso che l'annotazione della residuale compagine sociale corrisponde all'interesse sia dei soci rimasti (per evitare che fi receduto continui ad impegnare la società nei confronti dei terzi), sia del receduto (per evitare la responsabilità che gli residuerebbero in ordine alle obbligazioni successivamente contratte dalla società) e che perciò tanto gli uni quanto l'altro potrebbero richiedere tale annotazione; ne consegue che l'omessa annotazione non può fondare una richiesta di risoluzione del contratto di cessione della quota sociale per inadempimento, non potendosi configurare a carico del socio receduto alcun inadempimento né alcuna violazione dei doveri di diligenza e buona fede previsti dagli artt. 1176, 1366 e 1375 c.c. e tenuto conto, tra l'altro, che l'art. 2300 c.c. pone a carico degli amministratori l'obbligo di dare pubblicità alle modificazioni statutarie e agli altri fatti relativi alla vita sociale di cui è obbligatoria l'iscrizione, onde un tale obbligo non potrebbe fare capo al socio receduto, che ha perso il potere di gestione, essendo divenuto ormai estraneo alla società.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 14360 del 21 dicembre 1999)
Cass. civ. n. 11045/1999
Nel caso di recesso di socio di società di persone, il difetto di pubblicità del recesso non incide sulla validità dello stesso - che produrrà i suoi effetti nei confronti della società e degli altri soci per quanto attiene alla divisione degli utili, se esistenti, ed alla liquidazione della quota sociale - ma lo rende inopponibile ai terzi.
(Cassazione civile, Sez. I, sentenza n. 11045 del 5 ottobre 1999)
relative all'articolo 2285 Codice civile
Norma di riferimento: Articolo 2285 Codice civile - Recesso del socio | Quesito Q201616389
giovedì 30/06/2016 - Veneto
sono a chiedervi alcune informazioni sul modus operandi del recesso senza giusta causa da s.n.c. e su quali sono i passi da compiere. In particolare vorrei sapere se è consigliabile contattare un commercialista per la determinazione della somma da liquidare prima della presentazione della comunicazione del recesso (per avere in anticipo una previsione di quale potrà essere la somma liquidabile). Vi chiedo inoltre in quale forma va presentato il recesso (scritto, raccomandata, pec?) e se i soci devono essere preavvisati di ciò (con eventuale consegna a mano della lettera di recesso) e se la lettera di recesso deve contenere motivazioni specifiche.
Vi chiedo inoltre se è preferibile che l'accettazione del recesso da parte dei soci debba avvenire in forma scritta ed infine cosa accade se uno o più soci respingono la richiesta di recesso. In quest'ultima ipotesi che soluzioni si prospetterebbero?
Vi ringrazio anticipatamente e vi porgo cordiali saluti.”
Consulenza legale i 06/07/2016
Nella società personale contratta per un tempo determinato, il recesso di uno dei soci, che non venga esercitato né per giusta causa, né nei casi previsti contrattualmente, necessita del consenso degli altri soci (si parla di un vero e proprio recesso "convenzionale"). Ciò perché il recesso comporta la modificazione del contratto sociale.
Il recesso, invece, è permesso in ogni momento qualora la durata della società sia stata pattuita a tempo indeterminato (ovvero con durata superiore alla normale vita umana: cfr. Tribunale di Roma, Sez. III, 21224 del 22 ottobre 2015; Tribunale di Roma, 4 marzo 2015; Tribunale di Napoli, 10 dicembre 2008),
In linea generale, la società ha durata indeterminata quando:
L'atto costitutivo non indica il termine di durata della società;
La società è contratta per tutta la vita di uno dei soci;
Il termine indicato supera la durata della vita o la durata media della vita umana;
E' intervenuta una proroga tacita della società.
Rispondendo, quindi, subito all'ultima domanda posta nel quesito, appare chiaro che il recesso - qualora non vi siano ne giusta causa ne tempo indeterminato - in assenza di consenso degli altri soci non è ammissibile. Un contratto, infatti, vincola tutte le parti contraenti e non vi è possibilità per alcuna di esse di sciogliersi unilateralmente. Occorre una modificazione consensuale, a cui partecipino tutti i contraenti.
Ipotizzando quindi che la società in questione sia stata contratta a tempo indeterminato queste sono le regole da seguire.
Il recesso, che consiste in una manifestazione di volontà unilaterale e recettizia, va presentato agli altri soci individualmente e non richiede forme particolari: la volontà di recedere può essere manifestata per iscritto (lettera o altro tipo di comunicazione), verbalmente oppure può desumersi da comportamenti incompatibili con la volontà di rimanere nella società (addirittura, secondo alcune pronunce giurisprudenziali, può essere contenuta anche nell'atto di citazione con il quale viene instaurata la lite tendente alla liquidazione della quota sociale appartenente al recedente).
La modalità va scelta in base al tipo di rapporto personale con gli altri soci: sicuramente, è sempre preferibile una comunicazione scritta che consenta di avere attestazione della ricezione (raccomandata a.r. o p.e.c.).
Il recesso non richiede di essere giustificato formalmente. Ciò, infatti, è necessario solo quando il recesso viene esercitato per giusta causa o per altro motivo espressamente previsto dall'atto costitutivo.
Non vi è neppure la necessità di "preavvisare" i soci della volontà di recedere, se non per mera cortesia e per mantenere i buoni rapporti con i medesimi.
Quanto alla liquidazione della quota, è certamente ben possibile rivolgersi preventivamente ad un commercialista per il calcolo: nulla lo vieta e la prudenza lo impone. Naturalmente, tale valutazione non avrà efficacia nei confronti degli altri soci, in quanto non elaborata nel contraddittorio (confronto) delle parti; potrà casomai servire come base per una trattativa sulla quantificazione. Come si può intuire, i costi di questa valutazione preventiva saranno a carico del solo socio recedente.
Se i soci non trovano accordo sulla determinazione del valore della quota, il recedente potrà rivolgersi al Tribunale, chiedendo che sia nominato un consulente tecnico ad hoc (di regola, un commercialista): i soci potranno poi a loro volta nominare un tecnico di parte, in modo che la perizia tenga conto di tutte le ragioni delle parti coinvolte. Infine, la liquidazione del valore della quota verrà consacrata dal giudice nella sua sentenza, basata sull'elaborato del perito.
Qualora, infine, si trattasse di voler recedere da una società di persone, senza giusta causa e senza che questa sia stata costituita a tempo determinato, allora, inevitabilmente, per raggiungere lo scopo, sarà necessario trovare l'accordo con tutti gli altri soci.
Norma di riferimento: Articolo 2285 Codice civile - Recesso del socio | Quesito Q201513986
lunedì 17/08/2015 - Emilia-Romagna
“Sono socio di minoranza (16%) di un Snc con 4 in tutto soci e costituita nel 1971.
Nessun dipendente, varie proprietà mobili ed immobili e pochissimi debiti con istituti di credito.
Ho richiesto la visura camerale e su di essa non vi è alcun riferimento ad una scadenza, desumo pertanto la società sia costituita a tempo indeterminato.
Vorrei quindi recedervi unilateralmente.
So che devo mandare agli altri soci una raccomandata con preavviso di tre mesi dopodiché, se non provvede l'amministratore, potrò recarmi io al registro delle imprese per richiedere la trascrizione. Fatto ciò entro 180 gg penso siano tenuti a liquidarmi la mia parte.
È corretta la tempistica descritta sopra?
Essendo gli altri soci totalmente ostili a questa opportunità cosa potrei aspettarmi nel peggiore dei casi? Possono opporsi e bloccare il processo in qualche modo?
Cosa succede se decorso il termine dei 180 gg comunque non pagano?
Ho letto che sono i soci ad essere debitori, lo sono in solido? Potrò, in questo caso, eventualmente agire tramite decreti ingiuntivi?
Inoltre, in caso non si trovasse un accordo sulla cifra cosa succede e quanto vengono dilatati i tempi?
Più in generale qual'e' per me lo scenario peggiore anche per ciò che concerne le tempistiche?
Mi consigliate di farmi seguire da un commercialista o da un avvocato?
Avete altri suggerimenti di sorta?
Come correttamente rilevato nel quesito, il socio di una s.n.c. può recedere dalla società quando questa è contratta a tempo indeterminato o per tutta la vita di uno dei soci, e il recesso deve essere comunicato agli altri soci con un preavviso di almeno tre mesi (art. 2285 del c.c.).
Salvo diversa disposizione dell'atto costitutivo, il recesso del socio è valido ed operante nel momento in cui la dichiarazione di recesso viene portata a conoscenza degli altri soci: si tratta, infatti, di atto recettizio, che non richiede il consenso o l'accettazione degli altri soci.
Gli amministratori sono tenuti a pubblicizzare l'avvenuto recesso, iscrivendo il fatto nel Registro delle Imprese. In mancanza di iscrizione, il recesso, pur efficace nei confronti della società e degli altri soci, non risulta opponibile ai terzi.
Il termine per adempiere è di trenta giorni dal momento in cui il recesso è divenuto efficace.
E' altresì possibile che la comunicazione di recesso pervenga all'Ufficio Registro Imprese su comunicazione dello stesso socio receduto: in tal caso, l'ufficio inviterà la società, con lettera raccomandata, ad annotare l'avvenuto recesso e ad effettuare le necessarie modificazioni dei patti sociali, assegnando un termine dalla data di ricezione dell'invito entro il quale provvedere.
Qualora la società rimanga inerte, l'ufficio segnalerà il caso al Giudice del Registro, trasmettendo copia della documentazione, per l'eventuale iscrizione della notizia dell'avvenuto recesso, ai sensi dell'art. 2190 del c.c., cioè per ordine contenuto in un decreto del giudice.
Come poco sopra detto, il recesso nella società costituita a tempo indeterminato è un diritto del socio, non soggetto al consenso degli altri (l'art. 2289 precisa che, nei casi in cui il rapporto sociale si scioglie limitatamente a un socio, questi o i suoi eredi hanno diritto soltanto ad una somma di danaro che rappresenti il valore della quota). Egli avrà, pertanto, indubbiamente diritto alla liquidazione del valore della quota sociale detenuta.
La liquidazione della quota del socio receduto è normalmente effettuata da un professionista (commercialista).
Il professionista si baserà sulla situazione patrimoniale della società nel giorno in cui si verifica lo scioglimento, tenendo conto dell'avviamento. Il contratto sociale può, peraltro, derogare alle suddette disposizioni: tuttavia, non sembrano ammissibili clausole che impongano la liquidazione della quota al valore nominale della stessa.
In caso di disaccordo tra i soci, i tempi della liquidazione potrebbero dilatarsi: non tanto perché essi possano opporsi alla liquidazione della quota in sé, quanto perché potrebbero esservi divergenze sui criteri da utilizzare per effettuare la determinazione della somma di denaro da corrispondere al socio uscente.
La liquidazione della quota è effettuata, infatti, tramite denaro proveniente dal patrimonio sociale, e i soci sono obbligati a erogare la somma in via sussidiaria al pari di ogni altra obbligazione sociale. Il pagamento deve essere effettuato entro 6 mesi dal giorno in cui si verifica il recesso (ultimo comma dell'art. 2289 c.c.).
Secondo la giurisprudenza, il credito relativo alla liquidazione della quota del socio uscente, avendo fin dall’origine ad oggetto una somma di denaro, ha natura pecuniaria, costituisce, quindi, un credito c.d. "di valuta" (Cass. 8 novembre 1995, n. 11598). Si tratta, perciò, di
un credito che - se liquido ed esigibile - è per ciò soltanto idoneo a produrre interessi di pieno diritto, a norma dell’art. 1282, comma 1, c.c., senza necessità di alcun atto di messa in mora.
Le lungaggini relativi alla liquidazione della quota, quindi, sono controproducenti per gli altri soci, i quali, più attendono, più rischiano di veder elevare la somma dovuta.
Se la quota viene liquidata ma i soci non procedono al pagamento, il socio uscente può certamente agire in via monitoria, depositando un ricorso per decreto ingiuntivo al fine di ottenere il versamento del suo credito, già determinato nell'ammontare.
Se, invece, non viene effettuata nemmeno la liquidazione della quota, il socio recedente potrà agire in via giudiziale nei confronti della s.n.c., domandando al giudice di determinare il valore della quota (di norma, il giudice si affida a un consulente tecnico) e di condannare la società al pagamento. Va ricordato che la società ha l'obbligo di liquidare la quota, mentre gli amministratori devono rendere il conto, al fine di consentire la formazione, in nome e per conto della società, di una situazione patrimoniale straordinaria al fine di provare il valore della quota: se gli amministratori si rendono inadempienti, il giudice può deferire loro il giuramento suppletorio (v. Cass. civ. n. 1036/2009).
Le tempistiche di un giudizio civile sono difficilmente prevedibili, in quanto il processo in primo grado può durare da un minimo di un anno fino a diversi anni. V'è da dire, però, che nel caso di specie, se il recesso viene esercitato ai sensi del primo comma dell'art. 2285, è sconsigliabile per gli altri soci mantenere un atteggiamento ostile, visto che il diritto al recesso e alla liquidazione discende dalla legge (diverso sarebbe il caso del recesso per giusta causa).
E' consigliabile chiedere l'assistenza di un commercialista per valutare la congruità della somma liquidata dalla società, se si ha il sospetto che essa sia inferiore a quanto dovuto, mentre l'assistenza di un legale è necessaria solamente laddove risulti inevitabile rivolgersi all'autorità giudiziaria, per il recupero del credito.