Source: https://www.laleggepertutti.it/codice-penale/art-135-codice-penale-ragguaglio-fra-pene-pecuniarie-e-pene-detentive
Timestamp: 2018-11-22 11:54:14+00:00
Document Index: 35672475

Matched Legal Cases: ['art. 3', 'art. 135', 'Cass. Sez. ', 'art. 58', 'art. 53', 'art. 102', 'art. 53', 'art. 137', 'art. 3', 'art. 135', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 135', 'art. 3', 'art. 53', 'art. 135', 'art. 3', 'art. 135', 'art. 3', 'art. 53', 'art. 671', 'art. 187', 'art. 135', 'sentenza ', 'art. 135', 'art. 186', 'art. 135', 'art. 3', 'art. 135', 'art. 102', 'art. 135', 'art. 102', 'art. 102', 'art. 3', 'art. 135', 'art. 102', 'sentenza ', 'art. 102', 'art. 3', 'art. 135', 'sentenza ']

Art. 135 codice penale: Ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive
(1) Le parole «calcolando euro 250 o frazione di euro 250» così sostituiscono le originarie «calcolando trentotto euro o frazione di trentotto euro» ex art. 3, l. 15-7-2009, n. 94 (cd. Pacchetto sicurezza). Intenti di politica criminale in tutto analoghi a quelli che hanno condotto il legislatore del 2009 ad adeguare, inasprendoli, i limiti edittali «generali» previsti, per multe ed ammende, rispettivamente dagli artt. 24 e 26 c.p. possono ritenersi a fondamento del correttivo oggetto d’esame, non potendo negarsi la sussistenza di uno «sbilanciamento verso il basso»della ritenuta equivalenza fra un giorno di pena detentiva ed «appena» trentotto euro di pena pecuniaria.
Anche tale previsione, come quelle citate in precedenza, peraltro, è stata oggetto, già prima del correttivo che in questa sede si esamina, di successivi adeguamenti, diretti a rendere «dignitosa» la ritenuta equiparazione con la privazione della libertà personale. In particolare, ad opera del d.lgs.lgt. 5-10-1945, n. 679, l’originario importo venne condotto ad una unità di calcolo pari a cento lire o frazione di cento lire; successivamente, ad opera della l. 12-7-1961, n. 603, l’importo venne ricalcolato in cinquemila lire o frazione di cinquemila lire; in seguito, con la l. 689/81 si giunse ad un importo pari a venticinquemila lire o frazione di venticinquemila lire, ulteriormente incrementato, ad opera della l. 5-10-1993, n. 402, in settantacinquemila lire o frazione di settantacinquemila lire (pari, a seguito di sopravvenuta conversione, ai previgenti trentotto euro o frazione di trentotto euro). Come anticipato in precedenza, si afferma in dottrina che progressivi incrementi di cui si è appena detto riflettono una sempre maggior consapevolezza dell’altissimo rango del bene «libertà personale», bene che, in linea di principio, dovrebbe essere incommensurabile rispetto al patrimonio, ma che, comunque, laddove un ragguaglio sia necessario, per qualsiasi effetto giuridico, impone che la «monetizzazione della libertà avvenga ad un prezzo non vile» (in tal senso PADOVANI ). Quanto alla natura giuridica di tale previsione, si è affermato in giurisprudenza che la norma dell’art. 135 c.p. non ha natura né sostanziale, né processuale, giacché, per quanto sia inserita nel codice penale, in base alla sua stessa formulazione, ha valore «per qualsiasi effetto giuridico» e, conseguentemente, ha natura sostanziale se deve essere utilizzata a tal fine e processuale nel caso opposto (Cass. Sez. Un. 13-12-1995, n. 12310). Si evidenzia, infine, che, per quanto concerne i reati attribuiti alla competenza penale del giudice di pace, sancisce l’art. 58, comma 3, del d.lgs. 274/2000 che «un giorno di pena detentiva equivale a euro 38 di pena pecuniaria irrogata in luogo della pena detentiva a norma dell’articolo 52».
(2) V. anche art. 53, l. 689/1981 in relazione alla sostituzione delle pene detentive brevi e art. 102 in relazione alla conversione delle pene pecuniarie in sanzioni sostitutive.
L’ambito di applicabilità della norma comprende: a) le ipotesi di sostituzione della pena detentiva breve con pena pecuniaria, ai sensi dell’art. 53, c. 2 della legge n. 689/1981; b) i casi di sottrazione — dall’ammontare della pena pecuniaria in concreto irrogata — della custodia cautelare sofferta, ai sensi dell’art. 137 [v. →]; c) gli istituti della sospensione condizionale della pena e della non menzione (per le ipotesi di condanna a pena pecuniaria).
Non più i casi di automatica conversione della pena pecuniaria in pena detentiva per insolvibilità del condannato, istituto dichiarato illegittimo nel 1979 dalla Corte Costituzionale e oggi diversamente disciplinato, per effetto della legge n. 689/1981.
Ragguaglio tra pene
È inammissibile la q.l.c., in riferimento agli art. 3 e 27 cost., della disposizione combinata degli art. 135 c.p. (come modificato dall'art. 3, comma 62, l. n. 94 del 2009) e 53, comma 2, l. 24 novembre 1981 n. 689, nella parte in cui prevede che, ai fini della sostituzione delle pene detentive brevi con la pena pecuniaria, il valore giornaliero della pena detentiva non possa essere inferiore ad euro 250, anziché ad euro 97. Il rimettente, nel chiedere di sostituire il censurato coefficiente di ragguaglio fra pene detentive e pene pecuniarie con quello di 97 euro, individuato applicando al precedente coefficiente (di 38 euro) un aumento percentuale pari a quello massimo che avrebbe dovuto essere apportato, in termini reali, alle pene pecuniarie in forza dei criteri di delega di cui all'art. 3, comma 65, l. n. 94 del 2009, rimasta inattuata, invoca un intervento sostitutivo che comporta scelte di politica criminale riservate al legislatore, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata, atteso che la scelta di modificare il rapporto tra pena detentiva e pena pecuniaria oltre i limiti necessari a compensare la svalutazione monetaria (che è alla base dei criteri di delega innanzi indicati) rientra nell'ambito della discrezionalità legislativa (sent. n. 36, 134 del 2012).
Corte Costituzionale 18 luglio 2014 n. 214
In relazione alla q.l.c., in riferimento agli art. 3 e 27 cost., della disposizione combinata degli art. 135 c.p. (come modificato dall'art. 3, comma 62, l. n. 94 del 2009) e 53, comma 2, l. 24 novembre 1981 n. 689, nella parte in cui prevede che, ai fini della sostituzione delle pene detentive brevi con la pena pecuniaria, il valore giornaliero della pena detentiva non possa essere inferiore ad euro 250, anziché ad euro 97, è infondata l'eccezione di inammissibilità per erroneità del presupposto interpretativo su cui è sollevata la questione. La formula contenuta nell'art. “o frazione di euro 250” deve intendersi riferita alla sola ipotesi della conversione della pena pecuniaria in pena detentiva, e non anche a quella inversa, giacché solo nel primo caso emerge l'esigenza di tener conto di eventuali "resti" (ciò, stante la possibilità che l'ammontare della pena pecuniaria da convertire non corrisponda al coefficiente di ragguaglio o ad un suo multiplo), mentre l'art. 53, comma 2, l. n. 689 del 1981 è univoco nello stabilire che la somma indicata nell'art. 135 c.p. rappresenti il valore giornaliero minimo della pena da sostituire.
È inammissibile la q.l.c., sollevata in riferimento all'art. 3 cost. (sotto il triplice profilo della disparità di trattamento, della violazione del principio di ragionevolezza e della contraddittorietà rispetto al contesto normativo di riferimento), del combinato disposto dell'art. 135 c.p., come modificato dall'art. 3, comma 62, l. 15 luglio 2009 n. 94, e dell'art. 53, comma 2, l. 24 novembre 1981 n. 689, nella parte in cui prevede che, ai fini della sostituzione delle pene detentive brevi con la pena pecuniaria, il valore giornaliero della pena detentiva non possa essere inferiore ad euro 250, anziché ad euro 97.
Il giudice dell'esecuzione nel determinare la pena finale per il reato continuato incontra il limite, stabilito dall'art. 671 c.p.p., del divieto di superamento della somma delle sanzioni inflitte con ciascun titolo giudiziale, ma entro tale margine, una volta individuata, secondo il disposto dell'art. 187 disp. att. c.p.p., la violazione più grave, è libero di stabilire la pena congrua per ciascun altro episodio criminoso, anche facendo ricorso ai criteri di ragguaglio di cui all'art. 135 c.p., senza essere tenuto a rispettarne misura e nemmeno specie già indicate nelle sentenze. (In applicazione del principio, la Corte ha considerato corretto l'operato del giudice dell'esecuzione che, riconoscendo la continuazione tra un reato punito con la reclusione ed altro meno grave per il quale era stata applicata la pena pecuniaria in sostituzione di quella detentiva, ha determinato l'aumento con la reclusione). Rigetta, Gip Trib. Trieste, 27/07/2012
Cassazione penale sez. I 30 maggio 2013 n. 25426
Non viola il divieto di "reformatio in peius" la sentenza del giudice d'appello quando riduce la pena detentiva inflitta in primo grado ed aumenta quella pecuniaria se, operato il ragguaglio di quest'ultima ai sensi dell'art. 135 c.p., l'entità finale della pena non risulti superiore a quella complessivamente irrogata dal giudice di primo grado.
Cassazione penale sez. VI 05 marzo 2013 n. 27723
In tema di reato di cui all'art. 186 commi 7 e 2 sexies c.strad., all'imputato che in sede di patteggiamento abbia chiesto la conversione della pena detentiva in pena pecuniaria, il giudice può accordare, in ragione delle precarie condizioni economiche del reo, una somma giornaliera pari ad una frazione di quella prevista dall'art. 135 c.p.
Tribunale Monza 11 settembre 2012 n. 1714
Nel sollevare la q.l.c. dell'art. 3, comma 62, l. 15 luglio 2009 n. 94, nella parte in cui, nell'aumentare da euro 38 a euro 250 il coefficiente di ragguaglio fra le pene pecuniarie e le pene detentive stabilito dall'art. 135 c.p., ha omesso di operare una omologa variazione in aumento del tasso sulla cui base, ai sensi dell'art. 102, comma 3, l. 24 novembre 1981 n. 689, deve aver luogo la conversione in libertà controllata delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato, il rimettente, pur censurando formalmente la norma novellatrice dell'art. 135 c.p., sollecita in realtà una pronuncia di «riallineamento» dell'art. 102, comma 3, l. n. 689 del 1981, la quale ripristini la pregressa coincidenza dei coefficienti di ragguaglio previsti dalle due norme poste a raffronto (sent. n. 440 del 1994).
Corte Costituzionale 12 gennaio 2012 n. 1
La Corte Costituzionale dichiara l’illegittimità costituzionale, sopravvenuta dall’8 agosto 2009, dell’art. 102, terzo comma, della legge 24 novembre 1981, n. 689, nella parte in cui stabilisce che, agli effetti della conversione delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato, il ragguaglio ha luogo calcolando euro 38, o frazione di euro 38, anziché euro 250, o frazione di euro 250, di pena pecuniaria per un giorno di libertà controllata. L’art. 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009, ha modificato l’art. 135 del codice penale, stabilendo che, quando si deve eseguire un ragguaglio fra pene pecuniarie e pene detentive, il computo ha luogo calcolando euro 250, o frazione di euro 250, di pena pecuniaria – anziché euro 38, o frazione di euro 38, come previsto in precedenza – per un giorno di pena detentiva. La novella legislativa ha lasciato, tuttavia, immutato l’art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, che, ai fini della conversione in libertà controllata della pena pecuniaria non eseguita per insolvibilità del condannato, continua quindi a prevedere che il ragguaglio debba essere effettuato calcolando euro 38, o frazione di euro 38, per un giorno di libertà controllata. La Corte ritiene valide le considerazioni già sostenute con la sentenza n. 440 del 1994, con cui aveva dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 102, terzo comma, della legge n. 689 del 1981, nella parte in cui fissava in lire 25.000 – anziché in lire 75.000 – il tasso di ragguaglio per la conversione in libertà controllata delle pene pecuniarie non eseguite per insolvibilità del condannato. L’art. 3, comma 62, della legge n. 94 del 2009, modificando di nuovo in aumento il solo importo stabilito dall’art. 135 cod. pen., avrebbe, quindi, ricreato la medesima situazione già censurata dalla citata sentenza n. 440 del 1994. Oggi come allora, lo squilibrio indotto dalla riforma impedisce di pervenire a una ragionevole ricostruzione del sistema, determinando uno svuotamento delle finalità che l’istituto della conversione è diretto tipicamente a soddisfare, con conseguente violazione del principio di eguaglianza.