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Timestamp: 2018-07-21 00:16:57+00:00
Document Index: 8314885

Matched Legal Cases: ['art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 10', 'art. 1', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 4', 'art. 2195', 'art. 4', 'art. 13', 'art. 9', 'art. 10', 'art. 30', 'art. 148', 'art. 4', 'art. 5', 'sentenza ']

Novità fiscali del 24 marzo 2010: IVA: mediazioni di certificati associativi con il diritto di multiproprietà; lavoro accessorio: semplificazione ed iniziative per favorirne il corretto utilizzo; enti non commerciali: entro il 31 marzo 2010 vanno segnalate le variazioni sul Modello EAS; sostituti d’imposta: niente sanzione per l’omesso invio della richiesta del modello 730 telematico | Commercialista Telematico
Novità fiscali del 24 marzo 2010: IVA: mediazioni di certificati associativi con il diritto di multiproprietà; lavoro accessorio: semplificazione ed iniziative per favorirne il corretto utilizzo; enti non commerciali: entro il 31 marzo 2010 vanno segnalate le variazioni sul Modello EAS; sostituti d’imposta: niente sanzione per l’omesso invio della richiesta del modello 730 telematico
1) Iva: Mediazioni di certificati associativi con il diritto di multiproprietà
2) L’Iva nella gestione immobiliare degli enti locali
3) Il nuovo arbitrato in materia di lavoro non è incostituzionale
4) Lavoro accessorio: Semplificazione ed iniziative per favorirne il corretto utilizzo
5) Enti non commerciali: Entro il 31 marzo 2010 vanno segnalate le variazioni sul Modello Eas
6) Sostituti d’imposta: Niente sanzione per l’omesso invio della richiesta del modello 730/4 telematico
7) Altre di fisco
Sono esenti da Iva le mediazioni di certificati associativi con il diritto di multiproprietà.
Lo ha chiarito il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, con il documento del 04 marzo 2010.
Il diritto di multiproprietà è diventato oggetto di interesse degli operatori commerciali.
Quando la multiproprietà viene acquisita tramite lo strumento della multiproprietà associativa (derivato della multiproprietà azionaria), non si applicano le tutele del Codice del consumo (D.lgs. n. 206 del 2005) e non si può nemmeno utilizzare il termine multiproprietà, almeno nel documento informativo, nel contratto e nella pubblicità commerciale del venditore.
La multiproprietà azionaria si ha quando il complesso immobiliare è intestato ad una società per azioni le cui azioni attribuiscono ai proprietari il diritto di godimento, frazionato nel tempo, di un immobile a destinazione residenziale.
Nei Paesi anglosassoni vi è un ulteriore specie di multiproprietà, basata sul contratto associativo.
Lo schema utilizzato maggiormente per veicolare tale diritto vede la costituzione di un trust, all’interno del quale il trustee detiene la proprietà dell’immobile e i beneficiari ne possiedono, godono e utilizzano i singoli appartamenti per periodi prestabiliti.
E’ usuale che i beneficiari si riuniscano in una associazione; agli associati viene rilasciato un certificato associativo attestante il periodo spettante a ciascuno e le modalità del suo godimento.
All’atto della costituzione dell’associazione i certificati sono detenuti dai soci fondatori della stessa, solitamente costituiti nella forma di società di capitali.
In Italia vi sono spesso soggetti di diritto italiano che agiscono quali intermediari per collocare presso soggetti privati i certificati associativi che attribuiscono il godimento su immobili situati fuori dal territorio italiano.
Su tale materia, il Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili, con il citato documento del 04 marzo 2010, ha esaminato la relativa fattispecie ai fini dell’imposta sul valore aggiunto, individuando la disposizione che disciplina la circolazione delle quote associative ai fini dell’Iva.
L’art. 10 comma 1 numero 4 del D.P.R. 633/72 considera esenti dall’imposta “le operazioni relative ad azioni, obbligazioni o altri titoli non rappresentativi di merci e a quote sociali”. Non vengono menzionate le quote associative.
Ma si tratta solo di una lacuna normativa, infatti, il CNDCEC nel citato documento precisa che, le operazioni aventi ad oggetto i certificati associativi devono essere inquadrate tra quelle esenti di cui all’art. 10, comma 1, punto 4 del decreto Iva (D.P.R. n. 633/1972), mentre, invece, quelle di mediazione dei medesimi rientrano nella fattispecie di esenzione disciplinata dall’art. 10, comma 1, punto 9.
Il documento del Consiglio Nazionale dei Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili (CNDCEC), del mese di febbraio 2010, ha esaminato il trattamento ai fini dell’Iva dell’attività di gestione immobiliare degli enti locali.
L’ente locale si classifica, ai fini della disciplina dell’Iva, tra gli “enti non commerciali”, ossia tra gli enti pubblici e privati che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali o agricole.
Per tali soggetti si considerano effettuate nell’esercizio di impresa soltanto le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nell’esercizio di attività commerciali o agricole.
L’ente locale può esercitare, di conseguenza, il diritto alla detrazione dell’imposta assolta “a monte” solo per la parte relativa agli acquisti e alle importazioni fatti nell’esercizio di attività commerciali e agricole, risultando invece indetraibile l’imposta afferente l’acquisizione di beni e servizi destinati all’esercizio delle attività “istituzionali” dell’ente.
E’ indetraibile l’imposta assolta sugli acquisti finalizzati a porre in essere operazioni che, pur riconducibili ad un’attività commerciale o agricola dell’ente, sono considerate esenti dal tributo ai sensi dell’art. 10 del D.P.R. n. 633/1972.
Affinché l’ente locale rivesta lo status di soggetto passivo d’imposta è, peraltro, necessario che l’attività commerciale o agricola sia realizzata con il requisito dell’abitualità.
Tale requisito si concretizza mediante lo svolgimento sistematico e ripetitivo di una pluralità di atti economici diretti alla produzione e/o allo scambio di beni e servizi.
In relazione all’attività di mero sfruttamento economico degli immobili di un ente locale finalizzato alla riscossione di canoni, l’amministrazione finanziaria ha più volte affermato che essa non configura di per sé svolgimento di attività commerciale, allorquando tale forma di utilizzazione concretizza solo una modalità di godimento degli immobili e non l’esercizio d’impresa.
Secondo l’amministrazione finanziaria, la natura non commerciale dell’attività di mera locazione di immobili non viene meno neppure nella ipotesi in cui l’ente locale abbia un’apposita struttura organizzata di persone e di beni, con compiti di amministrazione del patrimonio immobiliare, giacché si tratta sempre di attività strumentale per conseguire la naturale fruttuosità degli immobili.
Per ricondurre una determinata attività nel campo di applicazione dell’Iva è necessario che sussistano i tre presupposti fondamentali contemplati dall’art. 1 del D.P.R. n. 633/1972 (soggettivo, oggettivo e territoriale).
L’Iva si applica infatti “sulle cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate nel territorio dello Stato nell’esercizio di imprese o nell’esercizio di arti e professioni”.
Il presupposto territoriale deriva, come è noto, dall’insistere sul territorio dello Stato dei cespiti di proprietà degli enti locali.
Circa il presupposto oggettivo, è del pari noto che le operazioni attratte nel campo di applicazione del tributo sono le cessioni di beni e le prestazioni di servizi, tra le quali sono ricomprese, le concessioni di beni in locazione, affitto, noleggio e simili.
Il profilo più delicato è quello della verifica della sussistenza in capo all’ente locale del presupposto soggettivo dell’imposta, disciplinato dall’art. 4 del D.P.R. n. 633/1972 (esercizio di impresa).
In particolare, a norma del primo comma del citato art. 4, per esercizio di imprese si intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, delle attività commerciali o agricole di cui agli artt. 2135 e 2195 c.c., anche se non organizzate in forma di impresa, nonché l’esercizio di attività, organizzate in forma d’impresa, dirette alla prestazione di servizi che non rientrano nell’articolo 2195 c.c..
La norma considera in ogni caso effettuate nell’esercizio di imprese le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte da enti pubblici e privati, compresi i consorzi, le associazioni o altre organizzazioni senza personalità giuridica e le società semplici, che abbiano per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali o agricole.
Per gli enti che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali o agricole, si considerano effettuate nell’esercizio di imprese soltanto le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte nell’esercizio di attività commerciali o agricole.
Gli enti locali sono, in genere, proprietari di patrimoni immobiliari di vaste dimensioni e di consistente valore.
Tale patrimonio è, in genere, soltanto parzialmente destinato alle attività istituzionali dell’ente, essendo l’altra parte destinata ad investimenti “accessori”, vale a dire utilizzata per attività diverse da quelle di carattere istituzionale.
Occorre quindi distinguere tra attività resa nell’ambito delle finalità istituzionali e attività economica estranea a detti fini: solo quest’ultima attività è eventualmente configurabile quale attività svolta nell’esercizio di impresa e, quindi, rilevante agli effetti dell’Iva.
Analisi della prassi e della giurisprudenza nazionale
L’attività di gestione e valorizzazione del patrimonio immobiliare degli enti locali è stata più volte oggetto di esame da parte dell’Amministrazione finanziaria, in particolare nei suoi riflessi ai fini dell’Iva.
Questa di seguito è l’analisi dei documenti di prassi amministrativa in materia.
A parte la circolare n. 18/1976, nella quale è riportato un elenco delle attività esercitate dagli enti locali considerate rilevanti ai fini dell’Iva, l’Amministrazione finanziaria poi si è occupata, più specificamente, dell’attività di locazione immobiliare svolta da enti commerciali nell’ambito delle finalità istituzionali.
Tale attività, indipendentemente da come gli immobili oggetto di locazione siano stati acquisiti, non è stata considerata idonea di per sé a far assumere agli enti stessi la soggettività passiva agli effetti del tributo.
Infatti, l’utilizzazione di tali beni, finalizzata alla riscossione dei canoni, concretizza solo un’attività di “mero godimento” (sfruttamento economico) di beni patrimoniali e non l’esercizio di impresa, neppure ai fini della disciplina dell’Iva, non configurandosi nella fattispecie svolgimento di attività commerciale.
A diversa conclusione l’Amministrazione finanziaria giunge con riferimento alle locazioni di immobili poste in essere nell’ambito di altre attività esercitate, qualificabili attività d’impresa: in questo caso, infatti, le stesse sono da considerarsi rilevanti ai fini del tributo.
Per conseguenza, l’acquisto o la costruzione di immobili o strutture da utilizzare in attività commerciali (quali, ad esempio, centri commerciali, farmacie comunali, ecc.) conferiscono all’ente il diritto alla detrazione della corrispondente imposta assolta per rivalsa.
Il tema delle locazioni di immobili si intreccia poi con quello della concessione temporanea, da parte dell’ente locale, del godimento di più beni che, unitariamente considerati, costituiscono un complesso di beni organizzato per l’esercizio di impresa, ossia un’“azienda” secondo la definizione civilistica.
In particolare, per l’affidamento in gestione dei servizi di erogazione di gas, acqua e dei servizi di fognatura/depurazione, l’Amministrazione finanziaria si è già da tempo pronunciata per la rilevanza ai fini dell’Iva.
Per quanto concerne l’affidamento a terzi degli impianti sportivi (palestre, piscine, stadi, ecc.) di proprietà dell’ente, l’Agenzia delle entrate ha recentemente affrontato il caso in cui accanto alla mera locazione dell’immobile, il comune consenta anche la gestione della pubblicità all’interno dell’impianto.
In particolare, nella fattispecie oggetto di interpello il comune, attraverso la convenzione, oltre a concedere alla società sportiva “la materiale disponibilità dello stadio e delle altre strutture e pertinenze in funzione della realizzazione degli eventi spettacolistici” e la gestione della pubblicità in occasione di tali eventi, si è obbligata ad effettuare la manutenzione straordinaria dello stadio e degli impianti installati al suo interno (impianti elettrici, antincendio, TV e di diffusione sonora, elevatori), nonché a svolgere “un’attività di vigilanza, assistenza e gestione preordinata e funzionale alla realizzazione del campionato”.
A fronte di tali obblighi, la società sportiva si è obbligata a corrispondere all’ente locale un canone non in misura fissa, ma parametrato alla rilevanza e alla tipologia dell’evento sportivo realizzato all’interno dello stadio.
In simili circostanze, l’Agenzia delle entrate ha espresso l’avviso che l’attività dell’ente locale sia da considerarsi un’attività commerciale, consentendo peraltro alla società sportiva di “ritrarre un valore aggiunto sul piano economico, ulteriore rispetto a quello derivante dallo spettacolo sportivo, attraverso lo svolgimento dell’attività pubblicitaria all’interno dell’impianto e nel corso dell’evento sportivo”.
Pertanto, il canone periodico unitario che l’ente locale ritrae a fronte di tutte le prestazioni rese e delle facoltà riconosciute dall’ente stesso a favore della società sportiva deve essere assoggettato ad Iva con l’aliquota ordinaria (20%).
Tale pronunciamento, in linea con una precedente risoluzione in tema di locazione di un ippodromo, costituisce un elemento di novità e discontinuità rispetto a precedenti documenti di prassi dell’Amministrazione finanziaria a livello periferico, le quali propendevano per il non assoggettamento ad Iva in virtù della presenza di caratteri propri della pubblica autorità insiti nella natura stessa dell’atto con il quale l’ente affidava a terzi il proprio bene immobile.
Sempre in tema di locazione di beni immobili è stato invece qualificato come non rilevante ai fini dell’Iva l’affidamento in gestione di un bar interno da parte di un comune, nell’ipotesi in cui, sia la ristrutturazione dei locali, sia l’acquisto delle attrezzature necessarie per esercitare l’attività, siano a completo carico dell’impresa appaltatrice.
Parimenti, è stato ritenuto che l’accordo in base al quale due soggetti si riconoscono reciprocamente la facoltà di installare su aree di rispettiva appartenenza ponti radio e apparati di telefonia cellulare, a fronte di un canone annuo, non è riconducibile nell’ambito del contratto di locazione.
Ciò in quanto si tratta piuttosto dell’assunzione di obblighi di permettere che concretizzano due distinte prestazioni di servizi: la prima, posta in essere da una società di natura commerciale, è da considerare effettuata nell’esercizio di
impresa e, quindi, rientrante nel campo di applicazione dell’Iva; la seconda, posta in essere da un ente non commerciale (nella specie, il dipartimento dei Vigili del fuoco), concretizzandosi nella semplice concessione all’installazione degli apparati di telefonia cellulare in propri spazi senza la predisposizione di un’organizzazione imprenditoriale, non rientra nel campo di applicazione dell’Iva per carenza del presupposto soggettivo.
A parere dell’Agenzia delle entrate, i proventi che l’ente locale ritrae dall’affidamento a terzi di un autoparcheggio realizzato nell’ambito di un piano integrato per la mobilità (Pim) al fine di favorire il decongestionamento del traffico e di migliorare le condizioni di accessibilità alle aree urbane non devono
essere assoggettati a Iva in quanto l’attività di gestione del parcheggio, affidata a terzi in attuazione del piano predetto, non ha natura commerciale, bensì natura essenzialmente pubblicistico‐istituzionale, che implica l’uso di poteri propri della pubblica autorità e, come tale, è sottoposta ad un regime di diritto pubblico.
È compito dei Comuni adottare tutte le misure (comprese la gestione dei parcheggi) per migliorare le condizioni di accessibilità alle aree urbane.
Infine, l’Agenzia delle entrate, in risposta ad uno specifico interpello presentato dall’Associazione nazionale dei piccoli Comuni d’Italia (Anpci), ha esaminato in modo specifico la questione della rilevanza ai fini dell’Iva dell’attività di gestione del patrimonio immobiliare da parte degli enti locali.
Secondo l’Agenzia delle entrate, al fine di stabilire se sussistano o meno i presupposti per l’applicazione del tributo, occorre valutare, caso per caso, l’organizzazione specifica di ogni ente, assumendo quali indici significativi dello svolgimento di un’attività commerciale (e dell’organizzazione in forma d’impresa) l’esistenza di una serie di parametri tra i quali anche quello relativo alla predisposizione di un’idonea struttura destinata allo svolgimento dell’attività di gestione dei beni immobili.
A tale conclusione l’Agenzia delle entrate perviene verificando dapprima la sussistenza del presupposto oggettivo, che nel caso di specie risulta pacifico, rientrando la cessione di beni immobili e la locazione degli stessi tra le cessioni di beni e le prestazioni di servizi rilevanti ai fini del tributo, ai sensi, rispettivamente, degli articoli 2 e 3 del D.P.R. n. 633/1972.
Per quanto concerne invece il presupposto soggettivo, l’analisi dell’Agenzia delle entrate inizia dall’art. 4, comma 4, del D.P.R. n. 633/1972, il quale stabilisce che per gli enti non commerciali si considerano effettuate nell’esercizio di imprese soltanto le cessioni di beni e le prestazioni di servizi fatte nell’esercizio di attività commerciali o agricole.
Il comma 1 del medesimo art. 4 prevede che per esercizio di imprese si intende l’esercizio per professione abituale, ancorché non esclusiva, delle attività commerciali o agricole di cui agli artt. 2135 e 2195 c.c., anche se non organizzate in forma di impresa, nonché l’esercizio di attività, organizzate in forma d’impresa, dirette alla prestazione di servizi che non rientrano nell’art. 2195 c.c..
Ne consegue che un ente non commerciale assume la qualifica di “soggetto passivo” agli effetti dell’Iva, se pone in essere un’attività commerciale che, ai sensi del citato comma 1 dell’art. 4 del D.P.R. n. 633/1972, deve essere caratterizzata dai connotati della professionalità, organizzazione, sistematicità e abitualità, anche se non da quello dell’esclusività.
Sul punto, l’Agenzia delle entrate ha affermato che per verificare se sussiste il carattere commerciale dell’attività posta in essere dall’ente locale occorre verificare, caso per caso, la sussistenza di un’organizzazione in forma d’impresa, che risulta integrata quando l’attività implica la predisposizione di un’apposita organizzazione di mezzi e risorse funzionali all’ottenimento di un risultato economico ovvero l’impiego e il coordinamento del capitale per fini produttivi nell’ambito di un’operazione di rilevante entità economica.
Viene inoltre precisato che la sussistenza del requisito soggettivo può derivare anche dal compimento di un unico affare, in considerazione della sua rilevanza economica e della complessità delle operazioni in cui lo stesso si articola, implicanti la necessità di compiere una serie coordinata di atti economici.
Gli enti locali, qualora assumano una posizione dominante tale da indurre disturbo alla libera concorrenza, realizzano operazioni comunque riconducibili all’ambito della commercialità, come tali assoggettabili ad Iva.
L’Amministrazione finanziaria si è occupata anche delle cessioni di immobili da parte di enti locali.
In particolare, è stato affermato che tali operazioni non rientrano nel campo di applicazione dell’Iva allorquando gli immobili stessi abbiano natura strumentale all’esercizio di attività istituzionali.
Il carattere non commerciale di tale attività non veniva meno, secondo l’Amministrazione finanziaria, anche se l’ente istituisce un’apposita struttura organizzata di persone e di beni, con compiti di amministrazione del proprio patrimonio immobiliare, giacché detta struttura concretizza solamente un mezzo per conseguire la naturale fruttuosità degli immobili.
Tale posizione è stata recentemente modificata dalla stessa Agenzia delle entrate con la risoluzione n. 169/E del 1° luglio 2009.
Al fine di stabilire se sussistano o meno i presupposti per l’applicazione del tributo, occorre valutare, caso per caso, l’organizzazione specifica di ogni ente,
assumendo quali indici significativi dello svolgimento di un’attività commerciale (e dell’organizzazione in forma d’impresa) l’esistenza di una serie di parametri tra i quali anche quello relativo alla predisposizione di un’idonea struttura destinata allo svolgimento dell’attività di gestione dei beni immobili.
Esulano, altresì, dal campo di applicazione Iva le assegnazioni di aree edificabili effettuate dai comuni, tutte le volte in cui l’acquisto, da parte dell’ente locale, sia avvenuto mediante un procedimento espropriativo.
Ipotesi di inquadramento ai fini dell’IVA del complesso immobiliare
La distinzione dei proventi immobiliari in base alla semplice circostanza che derivino da immobili strumentali all’esercizio di un’attività commerciale, come tali rilevanti Iva, ovvero da immobili strumentali alle proprie finalità istituzionali, come tali irrilevanti ai fini del tributo, è piuttosto semplicistica.
In astratto, tutte le attività economiche poste in essere dagli enti locali sono rilevanti ai fini Iva, tranne quelle esercitate in quanto “pubbliche autorità”, fermo restando le ipotesi in cui, anche quando l’ente agisce in tale veste, lo stesso deve comunque essere considerato soggetto passivo, ai sensi dell’art. 13, n. 1, commi 2 e 3 della Direttiva 2006/112/CE53.
Al riguardo, non è certamente il trattamento contabile che determina una diversa qualificazione fiscale dei proventi derivanti dalla gestione immobiliare: essi, infatti, devono essere iscritti per il loro intero ammontare nel titolo III, categoria 2 del conto del bilancio, indipendentemente dal fatto che siano classificati come rilevanti o meno ai fini dell’Iva, così come le spese correnti confluiscono nel titolo I, funzione 1, servizio 5 (gestione dei beni demaniali e patrimoniali), a prescindere dalla loro detraibilità ai fini dell’imposta.
A seguito di quanto prevede la legislazione e la prassi nazionale e comunitaria, nonché la relativa giurisprudenza, occorre, quindi, verificare se l’ente si sia organizzato al proprio interno attraverso una struttura dedicata alla valorizzazione del proprio patrimonio immobiliare, indipendentemente dalla strumentalità di tali immobili.
L’esistenza di una struttura finalizzata ed organizzata alla stipula di contratti di locazione, alla loro riscossione, alla manutenzione e valorizzazione del proprio patrimonio, determina in capo all’ente il concretizzarsi del requisito soggettivo, giacché lo stesso non compie un’attività “autoritativa” ma un’attività commerciale a tutti gli effetti, alla stregua di un normale imprenditore privato.
Pertanto, assunto come elemento qualificante della soggettività Iva l’esistenza o meno di un’organizzazione strutturata per la valorizzazione degli immobili, occorre analizzare quali possano essere gli immobili oggetto di valorizzazione da parte dell’ente locale.
Potendo tale individuazione variare in modo rilevante a seconda delle circostanze di fatto, è necessario un atto di indirizzo dell’ente locale con il quale siano individuati gli immobili oggetto di valorizzazione.
Pertanto, gli immobili possono essere suddivisi in tre diverse categorie:
– immobili asserviti allo svolgimento di attività istituzionali, con i quali l’ente svolge direttamente le funzioni previste dal Tuel, non locati, e come tali irrilevanti ai fini Iva (es. la sede della polizia municipale, dell’anagrafe, ecc.);
– immobili strumentali all’esercizio di attività tipicamente commerciali (es. attività di distribuzione gas, acqua, attività di trasporto scolastico, ecc.), locati e non, ma in ogni caso rilevanti ai fini del tributo;
– immobili appartenenti al patrimonio disponibile ed indisponibile, qualificabili indifferentemente come strumentali per natura o per destinazione, per i quali l’ente si è dotato di specifica organizzazione per la loro valorizzazione attraverso la loro locazione e/o concessione in uso a terzi, al di là della semplice esistenza di un “ufficio patrimonio” che ogni ente possiede nel proprio organigramma destinato all’inventariazione dei beni dell’ente.
Tale attività assume rilevanza ai fini dell’Iva in ossequio al disposto dell’art. 9 della Direttiva n. 2006/112/CE che prevede che sia considerata attività economica un’operazione che comporti lo sfruttamento di un bene materiale o immateriale per ricavarne introiti aventi un certo carattere di stabilità, come confermato dalla stessa prassi dell’Agenzia delle entrate.
Anche se, di regola, sono gli enti maggiormente strutturati e dimensionati ad avere al loro interno un’organizzazione tale da poter far assumere rilevanza Iva alla propria gestione immobiliare, ciascun ente può valutare se strutturarsi adeguatamente a tal fine, in modo da ottenere, oltre che l’assoggettamento ad Iva dei canoni (in esenzione se relativi ad immobili abitativi), anche i conseguenti aspetti positivi, quali la detraibilità Iva relativa alle spese sostenute per tali immobili.
A tal fine, in caso di riconosciuta sussistenza del requisito soggettivo in capo all’ente locale e quindi di rilevanza ai fini Iva della sua attività immobiliare, lo stesso deve prestare attenzione alla corretta applicazione del regime Iva di esenzione ovvero di imponibilità alle singole operazioni, sia relative agli immobili ad uso abitativo che a quelli strumentali, in base alle norme contenute dell’art. 10, comma 1, numeri 8), 8bis) e 8ter), del D.P.R. n. 633/1972, oltreché alle disposizioni sui connessi adempimenti formali e sostanziali.
Sono stati sollevati generici rilievi di incostituzionalità in relazione alla nuova normativa inerente all’arbitrato di cui al recente c.d. “Collegato lavoro”, spesso rivolti congiuntamente alla mediazione civile, istituto che seppure affine, risponde a logiche e principi diversi.
E’ stato osservato, in via preliminare, come la materia in commento sfugga alla fase c.d. processuale riconducibile al Titolo IV , sezione II, della Carta Costituzionale.
La controversia lavoristica alla stadio arbitrale non ha ancora assunto la veste drastica propria di due linee contrapposte, da cui sorge l’inevitabilità della strada del processo.
Nella dinamicità del rapporto di lavoro la latente conflittualità provoca soluzioni graduali, che in un ambito processuale, ispirato al principio della domanda, difficilmente potrebbero trovare soluzione.
(Fondazione studi Consulenti del lavoro, parere n. 8 del 22.03.2010)
Il riepilogo normativo e di prassi con le considerazioni del’Inps.
Il lavoro occasionale di tipo accessorio; utilizzo dei buoni lavoro o voucher
Le Commissioni Entrate e Prestazioni hanno svolto un lavoro congiunto sulle tematiche del lavoro occasionale di tipo accessorio, in una serie di incontri cui ha partecipato anche <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />la Tecnostruttura.
Il documento, dopo una schematica ricognizione sul quadro normativo di riferimento e sulle circolari applicative dell’Istituto, è finalizzato a focalizzare le principali considerazioni emerse e le ipotesi condivise dalle Commissioni per eventuali iniziative del CIV.
In allegato sono infine esposti i dati relativi alla vendita dei voucher cartacei e telematici, distinti per Regione, alla data del 26 febbraio 2010.
(Inps, Delibera 09 marzo 2010, n. 3)
Per gli enti associativi mancano pochi giorni alla scadenza per comunicare all’Agenzia delle Entrate le eventuali modifiche dei dati rilevanti ai fini fiscali precedentemente inviati.
Il termine è fissato al prossimo 31 marzo.
Infatti, gli enti non commerciali devonoverificare se le informazioni trasmesse all’Amministrazione finanziaria con il modello Eas abbiano subito variazioni nello scorso anno e, in caso affermativo, a ricompilare e inviare nuovamente il modulo di comunicazione.
Si tratta dell’adempimento che è stato introdotto dall’art. 30 del D.L. n. 185/2008, in base al quale, gli enti associativi, con o senza personalità giuridica, per poter continuare a fruire dei benefici di legge (non imponibilità dei corrispettivi, delle quote e dei contributi – art. 148 del Tuir e art. 4 del Dpr 633/1972), oltre a possedere i previsti requisiti, devono comunicare all’Agenzia delle Entrate i dati e le notizie rilevanti ai fini fiscali, per consentire gli opportuni controlli.
Per l’invio della prima comunicazione (modello Eas), i soggetti interessati hanno avuto tempo fino al 31 dicembre 2009.
Adesso devono segnalare eventuali variazioni intervenute dopo la presentazione del modello.
In base al provvedimento direttoriale del 02 settembre 2009 di approvazione del modello, in caso di variazione dei dati precedentemente comunicati, il Modello Eas va nuovamente presentato entro il 31 marzo dell’anno successivo a quello in cui si è verificata la variazione.
Infine, nel caso in cui l’associazione ha perso i requisiti per usufruire dei benefici fiscali, deve ripresentare il modello Eas entro 60 giorni, compilando l’apposita sezione “Perdita dei requisiti”.
Nel caso in cui il sostituto non dovesse effettuare la comunicazione per l’utilizzo della procedura telematica, non è prevista l’applicazione di alcuna sanzione amministrativa e lo stesso potrà fornire l’assistenza fiscale con le ordinarie modalità.
Lo ha chiarito la Fondazione studi dei Consulenti del Lavoro con il parere n. 10/10 del 23 marzo 2010.
I datori di lavoro pubblici e privati hanno tempo fino al 31 Marzo 2010 per comunicare l’utenza telematica o il nome dell’intermediario presso cui intendono ricevere dall’Agenzia delle Entrate i dati contabili dei modelli 730-4 dei loro dipendenti.
Su tale argomento è stato chiesto quale siano le conseguenze per l’omesso invio della richiesta di 730/4 telematico.
La citata Fondazione ha così risposto:
“Le novità in tema di modello 730, prevedono dal 2010, l’estensione dell’invio telematico all’Agenzia delle Entrate del mod. 730-4, ai sostituti d’imposta di tutte le provincie del territorio nazionale e a tutti gli intermediari abilitati (Consulenti del Lavoro, Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili;) Rimangono esclusi da tale modalità di invio del risultato contabile, soltanto alcuni “grandi” sostituti d’imposta, quali l’INPS, l’INPDAP, l’IPOST, il Dipartimento del Tesoro, le Ferrovie dello Stato e Poste italiane spa, che utilizzano appositi canali dedicati.
Con provvedimento del 3 febbraio 2010 l’Agenzia delle entrate ha fissato modalità e termini per la trasmissione telematica del mod. 730-4, approvando altresì il modello mediante il quale i sostituti d’imposta comunicano l’utenza telematica o il nome dell’intermediario ove intendono ricevere i dati contabili dei modelli 730-4 dei loro dipendenti.
In particolare tale comunicazione deve essere effettuata entro il 31 marzo 2010, esclusivamente con modalità telematica, direttamente dal sostituto d’imposta o tramite gli intermediari abilitati, secondo le specifiche tecniche annesse al presente provvedimento ovvero utilizzando il prodotto informatico reso gratuitamente disponibile sul sito dell’Agenzia delle Entrate.
Il sostituto d’imposta dovrà indicare nel modello, oltre al codice fiscale e alla sigla della provincia del domicilio fiscale, anche un numero di telefono cellulare e/o un indirizzo di posta elettronica al fine di rendere più agevole la comunicazione con l’Agenzia delle Entrate.
Il sostituto d’imposta dovrà compilare il quadro A del modello di comunicazione nel caso in cui intende ricevere i dati 730-4 presso la propria utenza telematica; dovrà invece utilizzare il quadro B del modello per indicare il codice sede Entratel dell’intermediario prescelto.
Il dettato normativo di cui all’art. 5 del regolamento 7 maggio 2007, n. 63, da cui trae origine il provvedimento dell’Agenzia delle Entrate, prevede la definizione delle modalità per una graduale attuazione della nuova modalità di invio telematico del mod. 730/4 ai sostituti d’imposta.
Proprio in ossequio a tale principio di graduale attuazione l’agenzia delle entrare, come indicato al punto 5 del provvedimento del 3 febbraio 2010 ha escluso i seguenti grandi utenti: INPS, Dipartimento del Tesoro, INPDAP, IPOST (Istituto Postelegrafonici), Ferrovie dello Stato Spa, Poste Italiane Spa.
Nella stessa comunicazione al punto 3.8 viene chiarito che eventuali comunicazioni di variazione, se effettuate entro il 31 marzo hanno effetto dallo stesso anno mentre se trasmesse oltre il 31 marzo hanno effetto a decorrere dall’anno successivo.
Conseguentemente, seppure è auspicabile l’utilizzo di tale strumento, nel caso in cui il sostituto non effettuasse la comunicazione per l’utilizzo della procedura telematica, non è prevista l’applicazione di alcuna sanzione amministrativa e lo stesso potrà fornire l’assistenza fiscale con le ordinarie modalità”.
– Somme percepite dal lavoratore a titolo risarcitorio
Le somme percepite dal contribuente a titolo risarcitorio costituiscono reddito imponibile solo se hanno la funzione di reintegrare un danno su mancata percezione di redditi
La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 6754 del 19 marzo 2010, ha stabilito che le somme percepite dal lavoratore a titolo di danno da demansionamento non sono imponibili.
Infatti, è soggetto ad imposta il denaro percepito dal dipendente a titolo risarcitorio solo quando abbia la funzione di reintegrare un danno concretatosi nella mancata percezione di redditi.
– Tributi regionali: Agevolazioni da adottare con legge (non con regolamento)
La disciplina della concessione delle agevolazioni dei tributi attribuiti alle Regioni non può essere adottata con regolamento. E’ necessaria, invece, l’adozione con legge regionale.
(Ordinanza Corte Costituzionale n. 99 del 12 marzo 2010)