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Timestamp: 2019-07-17 13:03:12+00:00
Document Index: 182145654

Matched Legal Cases: ['art. 79', 'art. 27', 'art. 42', 'art. 24', 'art. 32', 'art. 2', 'art. 2', 'art. 32']

La prima doccia fredda sulla liberalizzazione dell’ISTAT per i contratti ad uso diverso | U.P.P.I. Nazionale
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By Andrea - Posted on 11 March 2009
In un primo commento, appena dato alla stampa, tale orientamento, viene “screditato”.
Sostiene, infatti, Nunzio Izzo, nell’art. a sua firma “Anche per le locazioni commerciali diviene legittimo l’aggiornamento integrale del canone, restando, tuttavia, illeciti i patti di aumento”, pubblicato su DIRITTOeGIUSTIZI@, quotidiano di informazione giuridica edito da Giuffrè e reperibile on-line sull’omonimo sito, che la novella legislativa, permetterebbe, esclusivamente, la possibilità di integrazione integrale e, quindi, del 100% dell’ISTAT escludendosi, al contrario, la “ .. suggestione di una piena libertà di pattuizione di clausole dirette a modificare la entità nominale del canone che integrerebbe un suo aumento in senso tecnico giuridico, il sapiente maquillage normativo resta circoscritto al solo aggiornamento del canone pattuito nella misura integrale del 100% della variazione ISTAT, senza alcuna legittimazione di eventuali patti di aumento del canone convenuto che restano, tuttora, nulli (art. 79). Aggiornamento ed aumento del canone integrano, infatti, fattispecie concettuali e giuridiche distinte e diverse che non sono sovrapponibili stante, non tanto e non solo, la rubrica della specifica disposizione di legge (“aggiornamento del canone”), quanto la persistente vigenza del primo comma della disposizione che delimita l’ambito applicativo dell’intera norma al solo “aggiornamento” del canone di locazione. Anche con il novum legislativo “le variazioni in aumento del canone, restano, pertanto, circoscritte entro il limite inderogabile dell’aggiornamento del canone, senza trasmodare in un libero ed indiscriminato aumento dello stesso che scardinerebbe il complessivo sistema normativo predisposto a tutela delle attività privilegiate che non sono solo private (art. 27), ma anche pubbliche e sociali (art. 42).”.
Detta considerazione, come sopra rilevato, non pare essere convincente in quanto porta, all’attenzione dell’interprete, non tanto il disposto normativo e la ratio legis, quanto la relativa conseguenza che, da sola, non è sufficiente a sostenere un’interpretazione autonoma e distinta dal risultato letterale della norma in esame. Insomma, a dirla secondo l’antico brocardo: “ .... adducere inconveniens non est solvere argumentum. ....”.
In relazione alla questione che qui ci occupa va, al contrario, considerato che, il c.d. ISTAT, è, sicuramente, un criterio di riferimento frequentissimo nell’orizzonte giuridico anche diverso dalla materia che qui ci occupa ma rimane, pur sempre, un criterio che non è espressamente previsto come unico ed esclusivo per il mantenimento del valore della valuta ridotto dalla perdita del potere di acquisto della medesima.
Tale considerazione trova, tra l’altro, una sua precisa soluzione, già fatta propria dalla più qualificata dottrina, in tema di locazioni abitative ex lege 431/98.
Detta norma, che dal 30/12/98 disciplina le locazioni abitative avendo ampiamente sostituito la legge 392/78, infatti, nel ridisegnare la c.d. “autonomia ingessata della locazione” ha proposto un modello del tutto simile a quello previsto dall’uso diverso: durata fissa con obbligo di rinnovo (4+4 quantomeno per il primo binario), libera determinazione dell’originario canone di locazione, immutabilità del medesimo nel corso del rapporto.
Tace, al contrario, la nuova legge, in ordine all’ aggiornamento e ciò nel senso che, abrogato espressamente l’art. 24 della legge 392/78 (che prevedeva l’aggiornamento ISTAT dei canoni annualmente, nella misura del 75%), nulla ha previsto a tale fine.
Stante questa situazione, pertanto, la più accreditata dottrina, di cui si è già detto, ha espresso i seguenti principi: “In sostanza, e riassumendo, le clausole di aggiornamento sono ammissibili, nei limiti dell’art. 32 della legge n. 392/1978, in relazione ai contratti ad uso non abitativo; sono ammissibili senza limiti nei contratti ad uso abitativo del canale libero (art. 2, primo comma, L. 431/1998); sono ammissibili nei limiti indicati dall’accordo territoriale raggiunto in sede di autonomia collettiva nei contratti ad uso abitativo previsti dal terzo comma dell’art. 2 di durata ordinaria, mentre sono in ogni caso inammissibili per i contratti transitori”. (Gabrielli e Padovini, La locazione di immobili urbani, seconda edizione, 2005, Cedam, pag. 363).
Nè, valga, a contrario, sostenere che, nel mentre la disciplina della locazione abitativa è orfana di una specifica norma sull’aggiornamento, la disciplina normativa per le locazioni ad uso diverso, ha, al contrario, una specifica disposizione, l’art. 32, che è quello che, propriamente, qui ci occupa.
Detto testo normativo, infatti, come risultante dalla modifica appena introdotta, stabilisce limite e criterio: il 75% dell’ISTAT. Non è dato di capire, secondo una corretta logica ed una corretta interpretazione anche letterale del testo normativo, perchè, al di fuori di tale ipotesi, evidentemente oggi “speciale”, si debba ritenere che la norma abbia “imposto” il criterio dell’ISTAT quale unico ed esclusivo riferimento ai fini che qui interessano.
Insomma, a tutto concedere, la discussione è aperta e, come al solito, ne trarremo le conclusioni tra qualche anno.