Source: https://www.commercialistatelematico.com/articoli/2006/11/accertamento-sintetico-il-mero-richiamo-al-redditometro-non-basta-sul-fisco-lonere-di-provare-il-maggior-reddito.html
Timestamp: 2018-02-22 08:57:34+00:00
Document Index: 37073682

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 53', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 11', 'art. 53', 'sentenza ']

ACCERTAMENTO SINTETICO: il mero richiamo al redditometro non basta. Sul Fisco l’onere di provare il maggior reddito
In un recente articolo pubblicato sul Commercialista Telematico dal titolo Accertamento sintetico. L’onere della prova passa al contribuente a firma del dott. Gianfranco Antico, viene valorizzata una sentenza della Corte di Cassazione (17985/2006) che, in caso di accertamento “sintetico”, ritiene sufficiente il mero richiamo al redditometro per la legittimità dell’atto impositivo; e ciò sulla scorta di una giurisprudenza che la stessa Corte definisce consolidata. <?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
Il superiore assunto non può, però, restare senza replica e soprattutto è doveroso segnalare che sul punto l’orientamento della Corte di Cassazione non è univoco.
La sentenza citata si inserisce nel filone più rigoroso, cui si contrappone altra tesi – più condivisibile, a parere di chi scrive – che ha stabilito che non è adeguatamente motivato l’avviso di accertamento dei redditi che faccia esclusivo riferimento ai criteri presuntivi previsti dal D.P.C.M. 22 dicembre 1989, senza indicare gli ulteriori elementi che confortino l’utilizzo del “redditometro” e consentano di respingere le argomentazioni del contribuente (Corte di Cassazione n. 2411 del <?xml:namespace prefix = st1 ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" />16 gennaio 2006, depositata il 3 febbraio 2006).
L’onere tributario, infatti, deve essere ragguagliato all’effettiva capacità contributiva del cittadino, così come previsto dall’art. 53 della Costituzione. E l’Amministrazione Finanziaria deve compiere ogni sforzo per individuare la reale capacità contributiva del soggetto”. Gli strumenti presuntivi costituiscono sì un importante ausilio, ma gli stessi non possono avere effetti automatici, che sarebbero contrastanti con il dettato costituzionale. E’ sempre necessario pertanto un confronto con la situazione concreta. In difetto, l’accertamento risulta viziato.
Il caso trattato dalla sentenza n. 2411/2006.
L’amministrazione Finanziaria ricorreva per Cassazione denunciando violazione e falsa applicazione degli artt. 11 e 12, D.L. n. 69/1989, 39 e 49 del D.P.R. n. 600/1973, 2697 del codice civile, 57 del D.Lgs. n. 546/1992, 112 del codice di procedura civile, D.P.C.M. 22 dicembre 1989 e del combinato disposto delle “riferite fonti”, nonché omessa, insufficiente, contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia: ad avviso del Fisco il giudice tributario aveva errato nel ritenere insufficiente il riferimento ai coefficienti previsti dal D.P.C.M. 22 dicembre 1989, pretendendo che vi fossero “elementi gravi precisi e concordanti al fine di sorreggere la determinazione del reddito effettuata dall’ufficio”.
Nel caso di specie l’ufficio aveva “determinato il maggior reddito accertato solo sulla base dei coefficienti di cui al D.P.C.M. 22 dicembre 1989 traendo i dati moltiplicati per i coefficienti dalla dichiarazione del contribuente e compiutamente esplicitando il calcolo operato nella motivazione dell’avviso di accertamento”. L’Amministrazione Finanziaria sosteneva quindi di avere indicato nella motivazione tutto ciò che doveva indicare a fondamento della determinazione del reddito”, né doveva “certo indicare ulteriori elementi a sostegno della determinazione effettuata e, tanto meno, elementi gravi, precisi e concordanti”. Spettava semmai al contribuente dare prova della “non applicabilità dei coefficienti”.
La Corte di Cassazione ha rilevato che tali censure non sono fondate: “esse nella loro sostanza – si legge nella sentenza – sembrano connotate dall’idea di un sostanziale automatismo della procedura dei coefficienti, che esaurirebbe il compito dell’Ufficio nella individuazione dei presupposti di fatto previsti dalla legge, restando poi a carico del contribuente l’onere di fornire la “prova liberatoria”.
Si tratta di una impostazione che questa Corte ha già dichiarato di non poter condividere “dal momento che l’art. 12, comma 4, (D.L. n. 69/1989) prevede una certa e significativa flessibilità allorché consente all’operatore di utilizzare il particolare tipo di accertamento di cui qui si discute”. La citata norma stabilisce che se i dati dichiarati non risultano compatibili con quelli indicati dall’applicazione dei coefficienti di cui all’art. 11 “l’ufficio ha il potere di determinare induttivamente l’ammontare del reddito, nonché quello di singoli componenti positivi o negativi di esso, sulla base, di due o più coefficienti, o “di altri elementi specificamente relativi al singolo contribuente”.
Quest’ultimo inciso lascia intendere che, in caso di necessità, i coefficienti presuntivi possono essere integrati o addirittura sostituiti da elementi particolari, propri del contribuente sottoposto a verifica. I coefficienti, quindi, in linea di massima forniscono una indicazione, che già la stessa amministrazione può superare utilizzando altri elementi, che evidentemente costituiscono dei limiti per lo strumento presuntivo nella situazione concreta. Il che significa, appunto, esclusione di ogni automatismo dei coefficienti e necessità di valutare sempre la situazione effettiva del contribuente” (Cass. n. 19163/2003).
D’altro canto, la flessibilità degli strumenti presuntivi è imposta dall’art. 53 della Costituzione, “non potendosi ammettere che il reddito venga determinato in maniera automatica, a prescindere da quella che è la capacità contributiva del soggetto sottoposto a verifica. Ogni sforzo, quindi, va compiuto per individuare la reale capacità contributiva del soggetto, pur tenendo presente l’importantissimo ausilio che può derivare dagli strumenti presuntivi, che non possono però avere effetti automatici, che sarebbero contrastanti con il dettato costituzionale, ma che richiedono un confronto con la situazione concreta (confronto che può essere anche vincente per gli strumenti presuntivi allorché i dati forniti dal contribuente risultano inattendibili)” (Cass. n. 19163/2003).
Parte ricorrente sembra essere consapevole della necessità che la situazione emergente dall’applicazione dei coefficienti debba essere adeguata alla concreta realtà del contribuente: essa sente, infatti, il bisogno di affermare che, nel caso di specie, era “pacifico ed incontroverso” che l’ufficio non disponesse di “ulteriori elementi rispetto a quelli derivanti dai coefficienti” e di avere indicato nell’avviso di accertamento la ragione “per la quale non
(aveva) considerato le ‘argomentazioni di parte'”. Tuttavia, si tratta di affermazioni che appaiono ictu oculi smentite dalle considerazioni svolte dal giudice di merito, secondo il quale l’ufficio non avrebbe indicato nell’atto di accertamento né le ragioni per le quali aveva ritenuto di disattendere le “argomentazioni di parte”, né gli ulteriori elementi che avevano concorso a confermare il risultato della presunzione (o, il che è lo stesso, la mancanza di elementi idonei a minare l’attendibilità dell’applicazione dei coefficienti).
Alla luce di quanto sopra argomentato la Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso dell’Amministrazione Finanziaria.
In un sistema tributario sempre più caratterizzato dalla valenza assiologicamente superiore delle norme contenute nello Statuto dei Diritti del Contribuente (così Cass. n. 21513/2006), il rispetto dei principi di affidamento, collaborazione, buona fede non può che trovare riscontro anche nell’obbligo di adeguata motivazione degli atti impositivi, tanto più quando ci si trova ad operare nell’ambito delle presunzioni.
Gli automatismi accertativi, sulla scorta dell’evoluzione legislativa, costituiscono lo strumento sul quale punta l’Amministrazione Finanziaria per la doverosa lotta all’evasione.
Altrettanto doveroso risulta però il rispetto del principio generale dell’onere della prova: se il Fisco – traendo spunto dai dati e dagli elementi acquisiti dal sistema informativo tributario ovvero applicando parametri, studi di settore e più in generale gli indici di capacità contributiva – dubita della regolarità della posizione fiscale di un contribuente, ha l’onere di dimostrarlo. Occorre quindi una specifica attività dell’Ufficio in tal senso – senza limitarsi al mero richiamo agli studi di settore, ai parametri ovvero al redditometro – dandone esplicita evidenza nell’atto impositivo. La Corte di Cassazione (sentenza n. 17229/2006) ha precisato che, in tema di accertamenti tributari, gli studi di settore costituiscono atti amministrativi generali di organizzazione che non sono sufficienti a realizzare l’accertamento di un rapporto giuridico tributario. Essi, infatti, sono il presupposto (a volte l’input) dell’attività di controllo ma non costituiscono di per sé la prova del maggior reddito del contribuente.
E tale condivisibile principio non può che trovare applicazione anche per gli altri automatismi accertativi, ivi compreso il redditometro.