Source: http://recupero-crediti.infogiur.com/le-rimesse-effettuate-dal-terzo-sul-conto-corrente-dellimprenditore-poi-fallito-non-sono-revocabili-quando-risulti-che-il-relativo-pagamento-non-sia-stato-eseguito-con-danaro-del-fallito/
Timestamp: 2020-07-13 00:33:16+00:00
Document Index: 139676948

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'sentenza ', 'art. 67', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 67', 'art. 2', 'art. 70', 'sentenza ', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 375', 'art. 67', 'art. 67', 'sentenza ', 'art. 67', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 70', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 67', 'art. 70', 'art. 67', 'art. 70', 'sentenza ']

Cassazione Civile, Sezione I, Sentenza n. 277 del 09/01/2019
Con sentenza del 9 gennaio 2019, la Corte di Cassazione, Sezione I Civile, in tema di azione revocatoria fallimentare, ha stabilito che le rimesse effettuate dal terzo sul conto corrente dell’imprenditore, poi fallito, non sono revocabili quando risulti che il relativo pagamento non sia stato eseguito con danaro del fallito e che il terzo, utilizzatore di somme proprie, non abbia proposto azione di rivalsa verso l’imprenditore prima della dichiarazione di fallimento, né che abbia così adempiuto un’obbligazione relativa ad un debito proprio.
C. S.p.a., in amministrazione straordinaria, in persona del legale rappresentante pro tempore;
Fallimento __ S.p.a., in persona del Curatore dott. __;
avverso la sentenza n. __ della CORTE D’APPELLO di __, del __;
udito, per la ricorrente, l’Avvocato __che ha chiesto si riporta;
udito, per il controricorrente, l’Avvocato __ che ha chiesto il rigetto.
Nella pendenza della procedura concorsuale aperta nei confronti del Fallimento __ S.p.a. in data __, la curatela fallimentare conveniva in giudizio C. S.p.a. proponendo nei confronti di essa azione revocatoria a norma della L. Fall., art. 67, comma 3, lett. b), (R.D. n. 267 del 1942). Il giudizio aveva ad oggetto un’unica rimessa di Euro __, accreditata in data __ sul conto corrente che la società fallita intratteneva presso C. S.p.a. Il fallimento __ S.p.a. domandava pertanto che, in conseguenza dell’accoglimento dell’azione revocatoria, C. S.p.a. fosse condannata alla restituzione dell’importo di Euro __ quale differenza tra il massimo saldo passivo del conto nei sei mesi anteriori al fallimento e il saldo finale alla data di dichiarazione del fallimento.
Il Tribunale di __, avanti al quale si costituiva C. S.p.a., accoglieva parzialmente la domanda e condannava la convenuta al pagamento della somma di Euro __, oltre interessi legali.
Proponevano gravame contro tale pronuncia sia la curatela fallimentare che l’istituto di credito.
L’impugnazione veniva definita dalla Corte di appello di __ con sentenza del __, con cui era respinto il gravame principale e, in accoglimento di quello incidentale, C. S.p.a. veniva condannata al pagamento della somma di Euro __.
Contro la sentenza della Corte di appello di __ ricorre per cassazione C. S.p.a. con sette motivi, illustrati da memoria; resiste con controricorso la curatela fallimentare.
Per la continuità espositiva suggerita dalla contiguità delle questioni da affrontare possono trattarsi congiuntamente i primi quattro motivi di ricorso.
1.1. Mette conto di premettere che la Corte di merito, avendo riguardo alla disciplina introdotta dalla L. Fall., art. 67, comma 3, lett. b), nel testo risultante dalle modifiche apportate dal D.L. n. 35 del 2005, art. 2, comma 1, lett. a), convertito in L. n. 80 del 2005, ha sottolineato come il legislatore abbia inteso operare il superamento delle incertezze applicative correlate alla anteriore disciplina prescindendo dalla natura solutoria o ripristinatoria della singola rimessa. Ha poi evidenziato che la rimessa contestata era stata posta in essere sei mesi prima della dichiarazione di fallimento (in realtà pronunciata nemmeno tre mesi dopo il perfezionarsi della detta operazione) e aveva ridotto in modo consistente e durevole l’esposizione debitoria della società fallita, tanto che – ha precisato – in prime cure il Tribunale aveva osservato come, per effetto di quel pagamento, il saldo passivo non fosse stato solo ridotto, ma nella sostanza ripianato, giacché l’esposizione debitoria si era ridotta a soli Euro __. Secondo la Corte di appello, correttamente il giudice di prima istanza aveva valorizzato, in via esclusiva, ai fini della determinazione del quantum revocabile, il dato della massima esposizione debitoria, dalla quale andava detratto l’ammontare residuo della pretesa alla data di apertura della procedura concorsuale: la Corte distrettuale ha spiegato, al riguardo, come la L. Fall., art. 70, non richieda, ai fini dell’individuazione della massima esposizione debitoria, l’apprezzamento di elementi diversi variabili, quali operazioni intermedie, ovvero la causale di singole operazioni antecedenti successive alla rimessa, onde, a suo avviso, sarebbe “congruo e logicamente consequenziale ritenere che ai criteri di legge non (sia) possibile sovrapporre modalità diverse di determinazione di calcolo che finirebbero per rendere incerti gli importi revocabili”.
1.2. Il contenuto delle censure portate contro queste affermazioni della sentenza di gravame possono riassumersi nei termini che seguono.
Il primo motivo denuncia la violazione della L. Fall., art. 67, comma 2 e comma 3, lett. b), in combinato disposto della L. Fall.,art. 70, comma 3. Secondo l’istante il giudice di appello avrebbe errato nel ritenere irrilevante la natura ripristinatoria o solutoria del versamento impugnato, trascurando così di considerare che il conto corrente era assistito da un’apertura di credito di Euro __.
Col secondo motivo viene dedotta la violazione della L. Fall., art. 67, comma 2 e comma 3, lett. b), in combinato disposto della L. Fall., art. 70, comma 3. Lamenta C. S.p.a. ricorrente che il giudice distrettuale abbia determinato la somma oggetto di revocatoria sulla base della differenza aritmetica tra “massimo scoperto” e “saldo finale” alla data dell’apertura del fallimento, senza prendere in esame le singole operazioni di conto corrente e le loro causali.
Il terzo motivo prospetta la violazione di legge riferita alle norme di cui al primo e al secondo motivo. C. S.p.a. si duole, in sintesi, della ritenuta irrilevanza dei riutilizzi delle somme oggetto delle rimesse sul conto.
Col quarto motivo viene formulata una censura di violazione di legge concernente le disposizioni di cui ai motivi che precedono. C. S.p.a. istante lamenta l’inclusione, nella somma interessata alla pronunciata revocatoria, di importi versati da soggetti terzi.
1.3. Le indicate censure pongono questioni che ineriscono alla disciplina delle revocatorie delle rimesse bancarie nel quadro degli interventi sulla procedura fallimentare introdotti col D.L. n. 35 del 2005, convertito in L. n. 80 del 2005: prospettano, anzitutto, il problema della persistente rilevanza, nella vigenza della nuova legge, della tradizionale distinzione tra rimesse solutorie e rimesse ripristinatorie della provvista. Si tratta di un tema nuovo, che non risulta affrontato da precedenti sentenze di questa Corte, anche se si rinviene sul punto un’affermazione, in obiter, nella pronuncia di Cass. 7 ottobre 2010, n. 20834, ove si rileva che la nuova disciplina della revocatoria delle rimesse bancarie “rimuove dallo scenario esegetico il distinguo tra natura solutoria e ripristinatoria dei versamenti affluiti sul conto corrente”.
Sul punto, il Collegio non ritiene che la questione da ultimo menzionata, al pari delle altre, inerenti all’ambito di applicazione della L. Fall., art. 67, comma 3, lett. b), al contenuto precettivo dell’art. 70, comma 3, della stessa legge e al coordinamento che sia possibile operare tra le due disposizioni, giustifichino la trattazione della causa da parte delle Sezioni Unite, giacché la novità dei temi da affrontare non è da sola idonea a giustificare la rimessione richiesta dal ricorrente (che diversamente ogni questione nuova dovrebbe avere una tale sorte), mentre la particolare rilevanza delle questioni giuridiche stesse è stata correttamente apprezzata dalla Corte avviando la causa alla trattazione in pubblica udienza, in conformità di quanto prescritto dall’art. 375 c.p.c., comma 3.
1.4. Con riferimento alla precedente versione della L. Fall., art. 67 – che non conteneva alcuna specifica previsione per la revocatoria dei versamenti del correntista, poi fallito, sul conto corrente bancario – la giurisprudenza di questa Corte, da oramai quaranta anni (a partire dai fondamentali arresti di Cass. 11 dicembre 1978, n. 5836, Cass. 30 gennaio 1980, n. 709 e Cass. 18 ottobre 1982, n. 5413), è stata ferma nel distinguere le rimesse solutorie, afferenti a conti “scoperti”, non assistiti da apertura di credito, o con saldo eccedente l’affidamento concesso, che erano ritenute revocabili, da quelle ripristinatorie, riguardanti i conti solo “passivi”, in cui la rimessa valeva a ripianare una esposizione debitoria del cliente che si collocava al di sotto del tetto di finanziamento di cui il correntista stesso poteva godere attraverso la disposta apertura di credito. Si affermava, in particolare, che – venendo in questione un conto corrente bancario in cui la provvista fosse costituita da un’apertura di credito – per la revocatoria fallimentare, nei confronti della banca, dei versamenti sul conto, era necessario che dallo svolgimento di esso rimanesse accertato che, nel periodo “sospetto”, si fosse verificato, per l’utilizzazione fattane dal correntista, uno “scoperto” del conto (per avere la banca pagato, per conto del cliente, una somma superiore a quella postagli a disposizione) e che il successivo versamento fosse stato imputato dalla banca a pagamento del relativo debito sorto in capo al correntista (stante l’immediata esigibilità del corrispondente credito): ove tale “scoperto” non si fosse verificato, il versamento nel conto configurava un mero accreditamento di somme per la reintegrazione della somma posta dalla banca a disposizione del correntista che, in se stesso, non era atto nè gratuito, nè oneroso e non era quindi soggetto alla revocatoria fallimentare, consistendo, invece, in una mera operazione contabile (così Cass. 18 ottobre 1982, n. 5413).
1.5. In tale quadro si colloca l’intervento legislativo del 2005 che, rimodulando la L. Fall., art. 67, prevede, al comma 3, lett. b), non essere soggette all’azione revocatoria “le rimesse effettuate su un conto corrente bancario, purché non abbiano ridotto in maniera consistente e durevole l’esposizione debitoria del fallito nei confronti della banca”.
1.6. Ritiene il Collegio che la prima soluzione si faccia preferire, e ciò per più ordini di rilievi.
È stato ricordato, in dottrina, come già prima dell’emanazione del D.L. n. 35 del 2005, la Commissione Trevisanato, istituita allo scopo di elaborare i principi e i criteri direttivi di uno schema di disegno di legge delega al Governo, relativo all’emanazione della nuova legge fallimentare, aveva predisposto un testo in cui l’esenzione dalla revocatoria delle rimesse in conto corrente era affidata al dato della “regolare movimentazione del conto”: il che, si è precisato, valorizzava non più gli effetti, di pura e semplice estinzione del debito, o di contestuale reintegrazione del credito disponibile, riconducibili al singolo versamento, ma conferiva piuttosto rilievo alla regolarità di flussi monetari in entrata e in uscita dal conto, attribuendo centralità al fatto che questo si autoalimentasse e svolgesse, quindi, una funzione di cassa, diversa da quella creditizia.
Ma soprattutto – ed è il punto che qui più interessa, perché direttamente implicato nella trattazione della fattispecie oggetto di esame – la novella consente di porre rimedio alla dissonanza che, in base al sistema previgente, si produceva in presenza di pagamenti, operati dal correntista a fronte di una esposizione che si collocava al di sotto della linea di credito accordata, e non seguiti, in tutto o in parte, da successivi riutilizzi della somma fino alla chiusura del conto. La controversia portata all’esame della Corte prospetta, come si rilevava, questa particolare evenienza, giacché la rimessa eseguita dalla società fallita per Euro __ ha portato all’abbattimento del debito anche nella parte che si situava al di sotto del limite dell’affidamento (pari Euro __) e ha consentito alla banca di chiudere il conto con una esposizione che, secondo la sentenza impugnata, si aggirava poco al di sopra di Euro __. Ora, in base alla giurisprudenza radicatasi nella vigenza della precedente disciplina, le rimesse che incidevano sul conto passivo, non scoperto, erano per loro natura ripristinatorie e per ciò solo sottratte a possibili revocatorie. Si è in precedenza richiamato, al punto 1.4, il correttivo apportato dalla giurisprudenza stessa nell’ipotesi del conto congelato: ma si trattava, pur sempre, di un adattamento destinato a operare su dei casi-limite, assoggettato, oltretutto, all’apprezzamento di fatto del giudice del merito che, come tale, poteva variare di volta in volta. Riteneva infatti la Corte che l’accertamento del congelamento del conto, rimesso al giudice del merito, richiedesse la ricorrenza di specifiche circostanze, quali la chiusura anticipata del conto stesso o il diniego della concessione dei blocchetti degli assegni, ovvero condotte negoziali sintomatiche, in modo univoco, della natura solutoria dei versamenti (in tal senso: Cass. 20 novembre 2013, n. 26042; cfr. pure Cass. 2 luglio 2012 n. 11054 e Cass. 6 novembre 2007, n. 23107, ove si precisava che tali condotte non fossero tuttavia rinvenibili nel semplice fatto della mancata riutilizzazione della provvista). Per la verità, Cass. 18 ottobre 1982, n. 5413 – forse la più nota tra le pronunce con cui venne inaugurato il corso della giurisprudenza marcato dal discrimine tra rimesse solutorie e ripristinatorie – conteneva una indicazione, abbastanza ampia, sulla possibilità di attribuire valore estintivo del debito al versamento del correntista che incidesse su di un conto passivo: nella predetta sentenza, come accennato, la Corte faceva infatti comunque salva la possibilità di qualificare come solutoria la rimessa posta in atto sulla base di una imputazione dalla banca in tal senso. Era questo, però, un criterio di difficile applicazione, risultando finanche sfuggente la modalità con cui una tale imputazione avrebbe potuto accertarsi in concreto: e difatti esso risulta solo isolatamente richiamato nelle pronunce successive.
1.7. Va pertanto affermato che ai fini della revocabilità, per come disciplinata, a seguito dell’intervento del D.L. n. 35 del 2005, convertito in L. n. 80 del 2005, dalla L. Fall., art. 67, comma 3, lett. b), è irrilevante che la rimessa posta in essere dal correntista fallito sia da qualificare rirpistinatoria o solutoria e cioè che afferisca a conto passivo o a conto scoperto, giacché quel che rileva è unicamente la consistenza e durevolezza degli effetti estintivi dell’esposizione debitoria.
1.8. Merita invece censura il metodo seguito dalla Corte di appello per accertare l’entità delle rimesse oggetto della revocatoria.
Ora, il tema del coordinamento tra l’art. 67, comma 3, lett. b), e la L. Fall., art. 70, comma 3, è stato a lungo dibattuto: e in dottrina si è giustamente evidenziato come le due norme paiano obbedire a logiche diverse, giacché la prima di esse sembra considerare isolatamente le singole rimesse, mentre la seconda mostra di prendere in esame il rapporto nella sua complessità. E’ certo, comunque, che l’art. 70, comma 3, abbia riguardo alla somma da restituire una volta che si siano individuate, in base all’art. 67, comma 3, lett. b), le rimesse da revocare. Come precisato poi da questa Corte – ma l’approdo è condiviso dalla maggior parte dei commentatori – la L. Fall., art. 70, comma 3, pone un limite oggettivo all’obbligo di restituzione, che quindi non può superare la misura del richiamato differenziale (Cass. 9 dicembre 2015, n. 24868; Cass. 7 ottobre 2010, n. 20834). Tale limite si spiega in quanto le movimentazioni del conto (accrediti e addebiti) – che, succedendosi nel tempo, si bilanciano – sono indicative del fatto che nel periodo che interessa il correntista ha fruito di una elasticità di cassa, senza conseguire l’effetto pratico di un reale abbattimento della propria esposizione debitoria; la norma sembra quindi costituire un ulteriore presidio – eretto, questa volta, sul terreno dell’obbligazione restitutoria – volto ad evitare che l’esercizio di plurime revocatorie porti al conseguimento di un risultato non coerente con quanto ne dovrebbe costituire oggetto (facendo entrare nel computo della somma da ripetere anche i versamenti che non abbiano effettivamente ridotto il debito del correntista).
Il criterio del massimo scoperto, di cui ha fatto applicazione la Corte di appello, non esimeva pertanto la stessa dal prendere in esame le operazioni incidenti sul conto a seguito della rimessa di cui era stata domandata la revoca: e ciò al fine di apprezzare la durevolezza della riduzione dell’esposizione debitoria dipendente da essa, pervenendo, così, alla individuazione della somma oggetto di revocatoria. E’ ovvio, infatti, che l’adozione del criterio del massimo scoperto non possa mai portare alla quantificazione di una prestazione restitutoria eccedente l’effettivo importo delle rimesse revocabili: vale a dire delle rimesse che abbiano ridotto in maniera consistente e durevole il saldo a debito del correntista.
Il quinto mezzo oppone, ancora, la violazione della L. Fall., art. 67, comma 2 e comma 3, lett. b), in combinato disposto della L. Fall., art. 70, comma 3. C. S.p.a. si duole del fatto che la Corte di merito abbia calcolato la massima esposizione del conto sulla scorta del “saldo valuta”.
2.1. I due motivi sono inammissibili.
La Corte di appello, prendendo in esame l’appello incidentale della curatela, ha sottolineato come entrambe le parti avessero dedotto che il saldo dovesse essere ricostruito avendo riguardo al momento dell’effettiva esecuzione degli incassi delle erogazioni da parte della banca, e quindi sulla base non già del saldo contabile, ritenuto inidoneo, al pari del criterio del saldo per valuta, ma a quello del saldo disponibile: in tal senso, secondo il giudice del gravame, il massimo scoperto andava quantificato prendendo in considerazione le date riportate nella colonna in cui erano ordinate le singole poste in ragione della “effettiva disponibilità da parte del correntista”. In tal modo veniva accertato che la massima esposizione debitoria per la società fallita era quella registrata alla data del __, quando ammontava a Euro __, mentre il saldo individuato dalla banca Euro __ al giorno __ costituiva la ricostruzione del conto corrente effettuata per data contabile.
Il settimo motivo contiene una doglianza di violazione della L. Fall., art. 67, comma 2 e comma 3, lett. b), in combinato disposto della L. Fall., art. 70, comma 3. Assume la ricorrente che la Corte di merito avrebbe impropriamente determinato il saldo infragiornaliero anteponendo un addebito (per Euro __) all’accredito di Euro __.
Ricorda la ricorrente che nella propria comparsa di appello, di cui ha riprodotto lo stralcio che qui interessa (pagg. 16 e ss. del ricorso per cassazione) aveva rilevato come il saldo individuato dal Tribunale non tenesse conto di un addebito di Euro __ del __ (lo stesso giorno in cui aveva avuto luogo la rimessa oggetto della domanda revocatoria). La Corte di merito non ha smentito che il citato addebito fosse stato trascurato, né ha proceduto ad alcuna correzione con riguardo ad esso. Deve conseguentemente farsi applicazione della regola per cui in tema di revocatoria delle rimesse in conto corrente bancario effettuate da un imprenditore poi dichiarato fallito, nel caso di plurime operazioni di segno opposto nella stessa giornata in cui appaia uno scoperto di conto, il fallimento che chieda la revoca di rimesse aventi carattere solutorio in relazione al saldo infragiornaliero e non al saldo della giornata, ha l’onere di dimostrare l’esistenza di atti aventi carattere solutorio e, dunque, la cronologia dei singoli movimenti: cronologia che non può essere desunta dall’ordine delle operazioni risultante dall’estratto conto ovvero dalla scheda di registrazione contabile, in quanto tale ordine non corrisponde necessariamente alla realtà e sconta i diversi momenti in cui, secondo le tipologie delle operazioni, vengono effettuate le registrazioni sul conto; sicché, in mancanza di tale prova, devono intendersi effettuati prima gli accrediti e poi gli addebiti (Cass. 29 marzo 2016, n. 6042; Cass. 10 maggio 2012, n. 7158). In conseguenza, l’importo di Euro __, oggetto del motivo, avrebbe dovuto essere posposto, e non anteposto alla rimessa di Euro __.
In conclusione, vanno accolti, per quanto di ragione, il secondo, il terzo e il quarto motivo, nonché il settimo; va rigettato il primo e sono da dichiararsi inammissibili il quinto e il sesto.
La Corte accoglie per quanto di ragione il secondo, il terzo e il quarto motivo, nonché il settimo; rigetta il primo e dichiara inammissibili il quinto e il sesto; cassa la sentenza impugnata in relazione alle censure accolte e rinvia la causa, anche per le spese del giudizio di legittimità, alla Corte di appello di __, che deciderà in diversa composizione.
Depositato in Cancelleria il 9 gennaio 2019
Cass_civ_Sez_I_ n_277_del_09_01_2019