Source: https://www.jurisschool.it/2017/08/07/la-cassazione-sullo-stalking-nellambito-del-rapporto-di-lavoro/
Timestamp: 2019-03-18 23:48:53+00:00
Document Index: 34197032

Matched Legal Cases: ['art. 2049', 'art. 612', 'art. 612', 'art. 61', 'sentenza ', 'art. 612', 'art. 612', 'art. 612', 'art. 612', 'art. 612', 'art. 61', 'sentenza ', 'art. 2049']

La Cassazione sullo stalking nell’ambito del rapporto di lavoro. – Juris school
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Corte di Cassazione, V sez. penale, 3 aprile 2017 (dep. 19 luglio 2017), n. 35588 – Pres. Sabeone, Rel. Miccoli, Imp. P.L..
Riferimenti normativi: artt. 61 n. 11, 610, 612 bis c.p.; art. 2049 c.c..
Questione: la condotta persecutoria posta in essere nell’ambito di un rapporto di pubblico impiego da parte del “superiore” nei confronti del “subordinato” può integrare il delitto di cui all’art. 612 bis c.p. (“Atti persecutori”), introdotto con d.l. n. 11/2009, convertito con modificazioni dalla l. 38/2009?
Soluzione: sì, la “persecuzione professionale”, operata dal referente del servizio bibliotecario nei confronti della dipendente della biblioteca e caratterizzata da violenze morali consistenti in atteggiamenti oppressivi a sfondo sessuale, è sussumibile sotto la fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p, aggravata ai sensi dell’art. 61 n. 11 c.p..
La recente sentenza n. 35588/2017 della Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione si è pronunciata in favore della utilizzabilità dell’art. 612 bis c.p. (introdotto con d.l. n. 11/2009, convertito con modificazioni dalla l. 38/2009) per la punizione di atti persecutori posti in essere nell’ambito (e in occasione) di un rapporto di lavoro, ampliando così il novero delle disposizioni del codice che offrono una tutela penale ai lavoratori.
Il caso che è stato sottoposto all’attenzione della Suprema Corte è quello di una dipendente di una biblioteca comunale, vittima per più di un anno delle violenze morali attuate dal soggetto addetto alla gestione della medesima biblioteca (in quanto responsabile del servizio cultura del Comune) mediante atteggiamenti oppressivi a sfondo sessuale.
Dall’accertamento dei fatti operato dai giudici di merito era emerso che la reiterazione degli atti persecutori nel corso del tempo aveva determinato nella vittima un “progressivo accumulo del disagio che questi provocavano, fino a che tale disagio degenera(va) in uno stato di prostrazione psicologica in grado di manifestarsi nelle forme descritte nell’art. 612 bis c.p.”.
Sussistendo, dunque, tutti gli elementi della fattispecie di stalking (condotte moleste; reiterazione delle stesse; conseguente alterazione delle abitudini di vita della vittima o grave stato di ansia e di paura; dolo generico) la Cassazione non ha rinvenuto alcun ostacolo alla punizione del fatto ai sensi dell’art. 612 bis c.p..
D’altronde, “con l’introduzione della fattispecie di cui all’art. 612 bis cod. pen. il legislatore ha voluto, prendendo spunto dalla disciplina di altri ordinamenti, colmare un vuoto di tutela ritenuto inaccettabile rispetto a condotte che, ancorché non violente, recano un apprezzabile turbamento nella vittima.
Il legislatore ha preso atto però che la violenza (declinata nelle diverse forme delle percosse, della violenza privata, delle lesioni personali, della violenza sessuale) spesso è l’esito di una pregressa condotta persecutoria; pertanto, mediante l’incriminazione degli atti persecutori si è inteso in qualche modo anticipare la tutela della libertà personale e dell’incolumità fisio-psichica attraverso l’incriminazione di condotte che, precedentemente, parevano sostanzialmente inoffensive e, dunque, non sussumibili in alcuna fattispecie penalmente rilevante o in fattispecie – per così dire – minori, quali la minaccia o la molestia alle persone.”.
Un comportamento complessivamente persecutorio – realizzato attraverso la reiterazione di almeno due condotte moleste o minatorie – sorretto da dolo generico e che provochi la causazione di uno degli eventi descritti dall’art. 612 bis c.p. è, dunque, – astrattamente – riconducibile al delitto di stalking indipendentemente dall’ambito nel quale è posto in essere, salvo che costituisca più grave reato (in ragione della clausola di riserva presente nella norma).
Il fatto che le condotte siano state realizzate nell’ambito di un rapporto di pubblico impiego da un “superiore” in danno di una “subordinata” ha assunto rilievo, invece, tanto per l’applicazione dell’aggravante di cui all’art. 61 n. 11 c.p., quanto per la condanna in solido del responsabile civile (nel caso di specie, il Comune), datore di lavoro sia dello stalker sia della vittima.
Sul punto, si segnala che la sentenza in esame contiene delle interessanti considerazioni anche in materia di responsabilità civile indiretta della Pubblica Amministrazione per il fatto dannoso commesso dal dipendente, ai sensi dell’art. 2049 c.c..
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