Source: https://www.cortecostituzionale.it/actionSchedaPronuncia.do?anno=2019&numero=177
Timestamp: 2019-08-20 02:52:56+00:00
Document Index: 52718863

Matched Legal Cases: ['art. 12', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 12', 'art. 12', 'art. 3', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 12', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 5', 'sentenza ', 'art. 12', 'art. 12', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 1', 'art. 3', 'sentenza ', 'art. 5', 'art. 1', 'sentenza ']

Sentenza 177/2019 (ECLI:IT:COST:2019:177)
Norme impugnate: Art. 12, c. 2°, lett. b), del decreto-legge 31/05/2010, n. 78, convertito, con modificazioni, nella legge 30/07/2010, n. 122.
Atti decisi: ord. 162/2018
nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 12, comma 2, lettera b), del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, nella legge 30 luglio 2010, n. 122, promosso dal Tribunale ordinario di Trento, sezione per le controversie di lavoro, nel procedimento vertente tra G. M. e l’Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS), con ordinanza del 21 giugno 2018, iscritta al n. 162 del registro ordinanze 2018 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 46, prima serie speciale, dell’anno 2018.
udito nell’udienza pubblica del 4 giugno 2019 il Giudice relatore Giulio Prosperetti;
uditi l’avvocato Antonella Patteri per l’INPS e l’avvocato dello Stato Gabriella Palmieri per il Presidente del Consiglio dei ministri.
1.– Con ordinanza del 21 giugno 2018, il Tribunale ordinario di Trento, sezione per le controversie di lavoro, solleva, in riferimento all’art. 3, primo comma, della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 12, comma 2, lettera b), del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, nella legge 30 luglio 2010, n. 122, nella parte in cui comporta l’individuazione delle 520 settimane di cui all’art. 5, comma 1, della legge 2 agosto 1990, n. 233 (Riforma dei trattamenti pensionistici dei lavoratori autonomi), e delle 780 settimane di cui all’art. 1, comma 18, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), coperte da contribuzione – cui si riferiscono i redditi da computare per la determinazione del reddito medio annuo costituente la base di calcolo del trattamento pensionistico – in quelle anteriori alla data di insorgenza del diritto alla decorrenza della pensione, anziché in quelle anteriori alla data di maturazione dei requisiti per l’accesso al pensionamento.
1.1.– Il giudice rimettente rappresenta che il giudizio principale è stato istaurato a seguito del ricorso, depositato in data 29 aprile 2014, da G. M. nei confronti dell’Istituto nazionale per la previdenza sociale (INPS), per l’accertamento del diritto alla pensione di anzianità nella gestione artigiani, a decorrere dal 1° giugno 2013, avendo maturato, alla data del 31 dicembre 2011, un numero di contributi settimanali (n. 2086) superiore a quello (n. 2080) richiesto, per conseguire il diritto al trattamento pensionistico, dall’art. 1, comma 6, lettera b), numero 1), della legge n. 243 del 2004 e dall’art. 12 del d.l. n. 78 del 2010, come convertito.
1.2.– Il rimettente, pertanto, solleva d’ufficio questione di legittimità costituzionale dell’art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010, nella parte in cui determinerebbe tale irragionevole effetto, ledendo il principio di razionalità posto dall’art. 3, primo comma, Cost., in quanto, pur in presenza di una ulteriore contribuzione connessa all’attività lavorativa prestata nel periodo intercorrente tra la data della maturazione dei requisiti anagrafici e contributivi per la pensione di anzianità e la data della sua decorrenza, il trattamento pensionistico verrebbe a risultare inferiore a quello che sarebbe stato attribuito in mancanza della predetta contribuzione, sulla base dei requisiti anagrafici e contributivi maturati.
Il giudice a quo rappresenta di aver già sollevato nel medesimo giudizio principale, con ordinanza del 6 ottobre 2015, questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 e dell’art. l, comma 18, della legge n. 335 del 1995, dichiarata «inammissibile» da questa Corte con la sentenza n. 23 del 2018, «per non corretta individuazione della norma denunciata». Ciò perché l’effetto lamentato dal rimettente non era determinato dalle disposizioni allora censurate, bensì dall’art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010, poiché è tale disposizione a porre il reale thema decidendum «costituito dal rilievo e dalla qualificazione giuridica del periodo di attesa della cosiddetta “finestra”, allorché l’assicurato prosegua l’attività lavorativa e quindi la contribuzione, ai fini della determinazione dell’entità del trattamento pensionistico».
2.– L’INPS, nel costituirsi nel giudizio incidentale, ha chiesto di dichiarare inammissibile o infondata la questione di legittimità costituzionale.
2.1.– In ordine alla inammissibilità, l’Istituto deduce che il giudice rimettente ha «omesso di interpretare la norma scrutinata nel quadro del diritto vivente, laddove, al contrario di quanto dal medesimo reputato, il ridetto articolo 12 del decreto legge n. 78 del 2010 si palesa immune da ogni dubbio di illegittimità ove letto in coerenza con i principi affermati da codesta Corte e dalla Corte suprema di cassazione sia in punto di neutralizzazione dei periodi contributivi sfavorevoli, sia in punto di identificazione del momento perfezionativo del diritto a pensione quando la decorrenza venga fissata in regime di posticipazione normativa dell’accesso» (cosiddetto regime delle “finestre”).
2.2.– Sotto altro profilo, l’INPS deduce la infondatezza della ricostruzione operata dal Tribunale rimettente del regime delle “finestre” e della sua incisività nel procedimento di perfezionamento del diritto alla pensione.
2.3.– Da ultimo, l’Istituto rileva che «non appare conferente, né rilevante al fine del vaglio della questione posta, il dubbio espresso dal Giudice remittente secondo cui “appare contraddittorio che una stessa contribuzione venga considerata due volte ai fini della determinazione del trattamento pensionistico e, per di più, nel contempo, diminuisca una quota (nel caso in esame due) e ne incrementi un’altra (senza peraltro compensare la prima perdita)”».
3.– Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, è intervenuto chiedendo di dichiarare inammissibile e comunque infondata la questione.
3.1.– In punto di inammissibilità, il Presidente del Consiglio dei ministri deduce che il giudice rimettente si è limitato a censurare il solo art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010, mentre, secondo la sentenza di questa Corte n. 23 del 2018, «l’effetto censurato» dal giudice a quo non scaturisce dalle «sole disposizioni censurate» nella precedente ordinanza di rimessione, vale a dire gli artt. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 e 1, comma 18, della legge n. 335 del 1995. Pertanto il giudice a quo non avrebbe, ancora una volta, individuato correttamente le norme di riferimento che costituiscono il sistema complessivamente considerato e vigente in relazione alla sollevata questione di legittimità costituzionale.
3.2.– In ordine alla infondatezza, il Presidente del Consiglio dei ministri assume che la censura di illegittimità costituzionale prospettata dal giudice rimettente non avrebbe pregio.
1.– Con l’ordinanza in epigrafe il Tribunale ordinario di Trento, sezione per le controversie di lavoro, dubita della legittimità costituzionale, in riferimento all’art. 3, primo comma, della Costituzione, dell’art. 12, comma 2, lettera b), del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, nella legge 30 luglio 2010, n. 122, nella parte in cui comporterebbe che il trattamento pensionistico sia determinato facendo riferimento agli ultimi dieci anni, ovvero le 520 settimane di cui all’art. 5, comma 1, della legge 2 agosto 1990, n. 233 (Riforma dei trattamenti pensionistici dei lavoratori autonomi), e agli ultimi quindici anni – ovvero le 780 settimane di cui all’art. 1, comma 18, della legge 8 agosto 1995, n. 335 (Riforma del sistema pensionistico obbligatorio e complementare), di redditi coperti da contribuzione che precedono la data di insorgenza del diritto alla decorrenza della pensione, anziché quella di maturazione dei requisiti per l’accesso al pensionamento.
Il rimettente rappresenta di aver già sollevato nel medesimo giudizio principale, con ordinanza del 6 ottobre 2015, questione di legittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 e dell’art. l, comma 18, della legge n. 335 del 1995, ma tale questione con sentenza n. 23 del 2018 era stata dichiarata «inammissibile» «per non corretta individuazione della norma denunciata». Ciò in quanto questa Corte aveva rilevato che l’effetto lamentato dal rimettente non era prodotto dalle disposizioni allora censurate, bensì dall’art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010 e che era, dunque, tale disposizione a porre il reale thema decidendum della questione sollevata, «costituito dal rilievo e dalla qualificazione giuridica del periodo di attesa della cosiddetta “finestra”, allorché l’assicurato prosegua l’attività lavorativa e quindi la contribuzione, ai fini della determinazione dell’entità del trattamento pensionistico».
1.1.– L’INPS e il Presidente del Consiglio dei ministri hanno chiesto di dichiarare inammissibile o comunque infondata la questione.
2.– Vanno preliminarmente esaminate le eccezioni di inammissibilità sollevate dall’INPS e dal Presidente del Consiglio dei ministri.
2.1.– L’INPS ha eccepito che il giudice rimettente avrebbe omesso di interpretare la disposizione censurata nel quadro del diritto vivente, ovvero alla luce della giurisprudenza della Corte di cassazione sulla “finestra”, secondo cui il decorso del relativo periodo temporale è elemento costitutivo del diritto a pensione, nonché dell’insegnamento della stessa Cassazione e di questa Corte in ordine al principio di “neutralizzazione” dei periodi contributivi sfavorevoli successivi alla maturazione del requisito contributivo e anagrafico previsto per il trattamento pensionistico.
2.2.– L’eccezione va disattesa.
2.3.– Il Presidente del Consiglio dei ministri ha eccepito la inammissibilità della questione per non avere il giudice rimettente individuato correttamente le norme che assumono rilievo ai fini dell’odierna questione, essendosi limitato a censurare l’art. 12, comma 2, lettera b), del d.l. n. 78 del 2010, là dove l’effetto lamentato scaturisce, secondo quanto evidenziato dalla sentenza di questa Corte n. 23 del 2018, anche da altre disposizioni: in particolare, da quelle di cui all’art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 e all’art. 1, comma 18, della legge n. 335 del 1995, relative alla individuazione delle settimane contributive utili a determinare la base pensionabile per i lavoratori autonomi iscritti alle gestioni speciali dell’INPS.
2.4.– L’eccezione non è fondata.
3.1.– Il giudice rimettente denuncia la illegittimità della norma censurata, là dove a suo avviso determinerebbe l’irragionevole effetto, come tale lesivo del principio posto dall’art. 3 Cost., che l’ulteriore contribuzione versata dal lavoratore durante il periodo di attesa per la decorrenza del trattamento (“finestra”), invece di incrementare il trattamento calcolabile alla data di maturazione del requisito contributivo, ne possa comportare una riduzione.
3.2.– La questione nei termini così prospettati dal giudice a quo avrebbe avuto una sua consistenza.
3.3.– Senonché, la questione così prospettata dal giudice rimettente risulta oramai superata dalla sopravvenuta sentenza di questa Corte n. 173 del 2018, che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 e dell’art. 1, comma 18, della legge n. 335 del 1995, «nella parte in cui, ai fini della determinazione delle rispettive quote di trattamento pensionistico, nel caso di prosecuzione della contribuzione da parte dell’assicurato lavoratore autonomo che abbia già conseguito la prescritta anzianità contributiva minima, non prevedono l’esclusione dal computo della contribuzione successiva ove comporti un trattamento pensionistico meno favorevole».
3.4.– Sotto tale profilo risultano dunque corrette le ricordate considerazioni svolte dall’INPS circa l’effetto dirimente della sentenza di questa Corte n. 173 del 2018 sulla odierna questione: applicando il principio di “neutralizzazione”, la norma censurata, viene, difatti, a risultare immune dai dedotti profili di illegittimità, non comportando, in combinato disposto con gli artt. 5, comma 1, della legge n. 233 del 1990 e 1, comma 18, della legge n. 335 del 1995, l’effetto pregiudizievole lamentato dal rimettente.