Source: https://www.forensicsgroup.eu/2019/07/diritto-alloblio-il-garante-impone-a-google-la-deindicizzazione/
Timestamp: 2019-08-20 09:27:16+00:00
Document Index: 163321276

Matched Legal Cases: ['art. 77', 'sentenza ', 'art. 530', 'sentenza ', 'art. 55', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 21', 'art. 5']

Diritto all’oblio: il Garante impone a Google la deindicizzazione | Forensics Group
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Quasi contestualmente alla pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione in tema di diritto all’oblio (vedi articolo del 25.07.2019), interviene il Garante privacy con un provvedimento che impone a Google la deindicizzazione di un link riportante una notizia pregiudizievole nei confronti di un soggetto interessato.
Questi aveva presentato reclamo al Garante ai sensi dell’art. 77 del Regolamento UE 679/2016 (GDPR), con il quale “«in proprio e nella qualità di Presidente della Cooperativa XX» ha chiesto di ordinare a Google LLC di bloccare un URL ivi indicato «dalle versioni europee dei risultati di ricerca relativi alla query correlate al nome “XX/Cooperativa XX”» e al nome “Presidente della Cooperativa XX” in quanto rinviante ad una vicenda giudiziaria conclusasi a suo favore con sentenza di assoluzione definitiva «per tutti i capi di imputazione, con formula piena ai sensi dell’art. 530 cp.p.»”.
Il Garante interessava Google che, direttamente da Google LLC, rappresentata e sosteneva che:
il reclamo fosse inammissibilità in quanto presentato nell’interesse della Cooperativa, trovando applicazione il Regolamento solo con riferimento alle persone fisiche;
fosse inammissibile la richiesta di deindicizzazione per chiavi di ricerca che non includono il nome e il cognome di una persona fisica, alla luce dei principi formulati nella sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 13 maggio 2014 (causa C-131/12) e successivamente precisati dal WP Art. 29 – Gruppo Articolo 29 sulla protezione dei dati personali attraverso le apposite “Linee Guida” adottate il 26 novembre 2014.
Il Garante provava, senza alcun esito, a richiedere note al gestore del sito presso il quale era pubblicato l’articolo.
Al termine dell’istruttoria, l’Autorità adita accoglieva il reclamo ingiungendo a Google di rimuovere “nel termine di venti giorni dalla ricezione del presente provvedimento, l’URL indicato nell’atto di reclamo quale risultato di ricerca reperibili in associazione al dato “Presidente Cooperativa XX/Presidente XX”.
E’ interessante rilevare come la conclusione dell’Autorità passi preliminarmente dall’affermazione di due principi in punto di diritto.
La prima, con riferimento alla competenza territoriale, attiene al fatto che:
poiché “… il trattamento di dati personali connesso all’utilizzo del proprio motore di ricerca da parte degli utenti risulta direttamente gestito, anche per il territorio UE, da Google LLC avente sede negli Stati Uniti;”;
“la competenza del Garante a trattare i reclami proposti nei confronti della società resistente risulta pertanto fondata sull’applicazione dell’art. 55, par. 1, del Regolamento in quanto la società risulta stabilita all’interno del territorio italiano tramite Google Italy, secondo i principi fissati dalla sentenza della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 13 maggio 2014 (causa C-131/12)”.
La seconda attiene al profilo della fondatezza della richiesta del reclamante.
Al riguardo, sottolinea l’Autorità, proprio la sentenza e le Linee Guida richiamate da Google devono tenere conto delle disposizioni normative intervenute successivamente e in particolare dell’art. 21 del GDPR in base al quale «l’interessato ha il diritto di opporsi in qualsiasi momento, per motivi connessi alla sua situazione particolare, al trattamento dei dati personali che lo riguardano ai sensi dell’articolo 6, paragrafo 1, lettere e) o f)…. Il titolare del trattamento si astiene dal trattare ulteriormente i dati personali salvo che egli dimostri l’esistenza di motivi legittimi cogenti per procedere al trattamento che prevalgono sugli interessi, sui diritti e sulle libertà dell’interessato oppure per l’accertamento, l’esercizio o la difesa di un diritto in sede giudiziaria».
Nel caso di specie, il pregiudizio subito dal reclamante dalla reperibilità, attraverso il predetto dato, dell’URL in questione non può ritenersi bilanciato da un interesse della collettività a conoscere informazioni che risultano inesatte e non aggiornate (in contrasto con l’art. 5 del Regolamento), alla luce degli sviluppi procedimentali avuti dalla vicenda.
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