Source: https://sentenze.laleggepertutti.it/sentenza/cassazione-civile-n-19515-del-30-09-2016
Timestamp: 2020-04-02 04:28:04+00:00
Document Index: 149564478

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 62', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 360', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 366']

Sentenza Cassazione Civile n. 19515 del 30/09/2016 – Sentenze La Legge per Tutti
Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 19515 del 30/09/2016
Cassazione civile sez. trib., 30/09/2016, (ud. 11/07/2016, dep. 30/09/2016), n.19515
sul ricorso 13173/2010 proposto da:
P.A., elettivamente domiciliata in ROMA VIA DARDANELLI
46, presso lo studio dell’avvocato STEFANO PATERNO’, rappresentata e
difesa dall’avvocato MARIO VERNILE giusta delega in calce;
avverso la sentenza n. 50/2009 della COMM. TRIB. REG. di ROMA,
DEL CORE Sergio, che ha concluso per l’inammissibilità o rigetto
L’agenzia delle Entrate ha notificato alla parte contribuente P.A., dopo contraddittorio, avviso di accertamento con cui ha rettificato il reddito imponibile per l’anno di imposta (OMISSIS) sulla base degli studi di settore di cui al D.L. n. 331 del 1993, art. 62 bis, convertito con L. n. 427 del 1993.
La contribuente ha proposto ricorso innanzi alla commissione tributaria provinciale di Rieti che lo ha accolto, ritenendo tra l’altro non sensibile lo scostamento rispetto allo studio di settore.
La sentenza, appellata dall’agenzia, è stata confermata dalla commissione tributaria regionale del Lazio in Roma, che ha affermato che la cessazione dell’azienda qualche mese dopo il termine dell’anno oggetto di accertamento fosse tale da giustificare il reddito dichiarato. Avverso questa decisione l’agenzia propone ricorso per cassazione, affidato a un unico motivo, rispetto al quale la parte contribuente resiste con controricorso.
1. – Va anzitutto affermata l’ammissibilità del ricorso, nonostante che nell’intestazione di esso la sentenza impugnata della commissione tributaria regionale sia indicata erroneamente come “n. 227/39/09 pubblicata in data 25.3.2009” in luogo dei dati corretti “n. 50/38/09 pubblicata il 26 marzo 2009”. Come ritenuto da questa corte in altre occasioni, l’inammissibilità del ricorso per cassazione per mancata o erronea indicazione della sentenza impugnata, comminata dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 2, trovando la sua giustificazione nella necessità che la parte cui il ricorso è diretto abbia elementi per individuare senza possibilità di equivoci la sentenza sottoposta ad impugnazione, va dichiarata solo quando l’indicazione della sentenza impugnata manchi del tutto ovvero sia così incerta da rendere, in concreto impossibile la identificazione della sentenza stessa, in quanto comprensibile dall’intero contesto del ricorso e segnatamente dai cenni in fatto contenenti la sintetica esposizione dell’intero svolgimento del processo (cfr. ad es. sez. 2, n. 138 del 2016 e sez. lav. n. 7053 del 2009). Nel caso di specie, nel testo del ricorso sono contenuti brani della sentenza della commissione tributaria regionale, nonchè gli estremi e brani della sentenza di primo grado, che è anche prodotta in copia al pari della sentenza impugnata; ne deriva l’indiretta ricostruibilità dell’identificazione della sentenza impugnata, a dispetto dell’errore materiale contenuto nell’intestazione. La riconoscibilità e l’emendabilità dell’errore sono confermate dall’avvenuta identificazione della sentenza ad opera della controricorrente.
2. – Con l’unico motivo di ricorso l’agenzia denuncia, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, omessa e insufficiente motivazione. Sostiene che – in relazione al fatto decisivo costituito dallo scostamento rispetto alle risultanze dello studio di settore – non è dato comprendere come, “andando ben al di là dei fatti prospettati” dalla parte ricorrente, la commissione tributaria regionale abbia potuto affermare che la cessazione dell’azienda qualche mese dopo il termine dell’anno oggetto di accertamento sia tale da giustificare il reddito dichiarato, ancorchè inferiore di quello risultante dallo studio di settore, non indicando quali fossero le prove addotte a sostegno del fatto meramente allegato, nonchè trascurando quanto dedotto dall’ufficio.
3. – Come affermato più volte, anche in sede di sez. un. (n. 7931 del 2013), da questa corte, il ricorso per cassazione non introduce un terzo grado di giudizio tramite il quale far valere la mera ingiustizia della sentenza impugnata, caratterizzandosi, invece, come un rimedio impugnatorio, a critica vincolata ed a cognizione determinata dall’ambito della denuncia attraverso il vizio o i vizi dedotti; ciò da cui consegue che, qualora la decisione impugnata si fondi su di una pluralità di ragioni, tra loro distinte ed autonome, ciascuna delle quali logicamente e giuridicamente sufficiente a sorreggerla, è inammissibile il ricorso che non formuli specifiche dogliahze avverso una di tali “rationes decidendi”, neppure sotto il profilo del vizio di motivazione.
4. – Nella specie, si legge nella sentenza impugnata, da un lato, che “le osservazioni e i fatti dedotti dalla parte, peraltro debitamente provati, in particolar modo la cessazione dell’azienda avvenuta qualche mese dopo rispetto all’anno dell’accertamento, siano tali da giustificare il reddito dichiarato, ancorchè inferiore a quello risultante dallo strumento accertativo degli studi di settore…”, dall’altro che “inoltre si considera pure che nel caso in esame due indicatori su tre danno la coerenza e il terzo non la raggiunge per l’1%”. Concludeva la sentenza che “su queste premesse” (scilicet, entrambe le premesse) si ritiene di respingere l’appello”. Ciò posto, ne deriva che la corte è stata investita con ricorso che ha formulato censura in ordine alla “ratio” costituita dalla giustificazione dello scostamento attraverso, tra l’altro, la cessazione dell’azienda, mentre il ricorso è rimasto carente di specifiche censure avverso la ritenuta giustificazione a cagione dello scostamento solo su uno di tre parametri, e ciò per l’1% soltanto, costituente una autonoma ragione posta a sostegno della impugnata decisione.
5. – Stante l’inammissibilità del ricorso per quanto innanzi, resta assorbito l’esame dell’eccezione di inammissibilità del motivo per carenza del quesito in fatto ex art. 366 bis c.p.c., sollevata dalla controricorrente.
6. – Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo.
La corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente alla rifusione a favore della controricorrente delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro duemiladuecento per compensi, oltre spese forfettarie nella misura del 15% e accessori di legge.