Source: http://www.esproprionline.it/site/d_News.asp?CategoriaNews=7&TD02_ID=348
Timestamp: 2018-05-24 07:58:54+00:00
Document Index: 155518043

Matched Legal Cases: ['art. 7', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'art. 841', 'art. 65', 'art. 112']

Esproprionline.it -TAR LIGURIA 25/11/2003, CDS 1/12/2003 - L'USUCAPIONE DELLA SERVITU' D'USO PUBBLICO E LA TUTELA RIPRISTINATORIA-Affinchè un'area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo. Affinché la PA possa esercitare l'azione possessoria, peraltro, è sufficiente la preesistenza di fatto dell'uso pubblico. Affinchè un'area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo. Affinché la PA possa esercitare l'azione possessoria, peraltro, è sufficiente la preesistenza di fatto dell'uso pubblico. " />
TAR LIGURIA 25/11/2003, CDS 1/12/2003 - L'USUCAPIONE DELLA SERVITU' D'USO PUBBLICO E LA TUTELA RIPRISTINATORIA
Affinchè un'area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo. Affinché la PA possa esercitare l'azione possessoria, peraltro, è sufficiente la preesistenza di fatto dell'uso pubblico.
TAR LIGURIA 25 novembre 2003: affinchè un'area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo.
CDS V 1 dicembre 2003: la semplice preesistenza di fatto dell'uso pubblico della strada e della sopravvenienza di un'alterazione dello stato dei luoghi tale da comprometterne l'utilizzazione da parte della collettività, costituiscono titolo per esercitare un'azione possessoria pubblica. L'uso pubblico della strada non si dimostra necessariamente con l'inclusione nell'elenco delle strade pubbliche. Il titolo valido ad affermare il diritto di uso pubblico può essere la sua protrazione ab immemorabili.
TAR LIGURIA, Sezione I, 25 novembre 2003 n. 1581
(Pres. Vivenzio, Rel. Caputo)
La ricorrente, proprietaria di un’unità immobiliare sita in località Ferrari del Comune di Celle Ligure, ha impugnato il provvedimento con il quale l’amministrazione comunale resistente le ordinava di non dare corso all’esecuzione di lavori relativi alla DIA per la realizzazione di una recinzione.
Questi i motivi di censura:
I)e II) Violazione dell’art. 7 l, n. 241 del 1990: l’ordine che preclude l’efficacia della DIA non è stato preceduto dalla comunicazione dell’avvio del procedimento con conseguente invalidità derivata del procedimento conseguente;
III) L’esercizio del potere di interdire l’esecuzione dei lavori edilizi, non suscettibile di delega, è stato esercitato dal tecnico anziché dal titolare dell’ufficio;
IV)l’area oggetto di intervento è di proprietà ricorrente, non fa parte del demanio né del patrimonio del Comune non è inoltre soggetta ad uso pubblico; sicchè non è consentito l’esercizio di alcun potere autoritativo di autotutela;
Altre censure riguardano gli atti conseguenti adottati del Comune anch’essi inficiati dai vizi già dedotti.
Il TAR con ordinanza n. 757 del 2002 accoglieva la domanda incidentale di sospensione dell’efficacia del provvedimento interdittivo l’esecuzione dei lavori.
Con ricorso per motivi aggiunti la ricorrente ha impugnato la nuova ordinanza emessa dal comune di Celle Ligure di demolizione e remissione in pristino relativa alle opere strumentali per l’esecuzione dei lavori oggetto della DIA.
I motivi di censura si incentrano in principalità sull’invalidità derivata della nuova ordinanza, ribadendo la proprietà privata dell’area occupata circoscritta a quella strettamente necessaria per l’esecuzione dei lavori.
Il Comune di Celle si è costituito, negando il titolo dominicale esclusivo in capo alla ricorrente, instando per l’accertamento giudiziale del diritto quanto meno di uso pubblico sulla c.d. piazza dei Mosè.
Con ordinanza n. 203/03 il Tar ha disposto la sospensione sia dell’esecuzione dell’ingiunzione di demolizione che di ulteriore prosecuzione dei lavori da parte della ricorrente.
Alla pubblica udienza del 10.07.03 la causa su richiesta delle parti è stata trattenuta in decisione.
I provvedimenti impugnato hanno ad oggetto l’esecuzione di lavori di recinzione di un’area di cui è controversa la proprietà esclusiva: secondo la ricorrente infatti sia il provvedimento che interdice l’efficacia della DIA sia l’ingiunzione di demolizione muovono dal presupposto giuridico, smentito - secondo lei - da sentenze sia del giudice amministrativo che civile, di un uso pubblico del suolo che non consentirebbe i lavori ostativi al detto uso.
Il Comune resistente a tale riguardo chiede l’accertamento giudiziale del carattere di bene del demanio dell’area in contesa: la giurisdizione esclusiva del giudice amministrativo in materia urbanistica consentirebbe, secondo l’amministrazione, l’esperimento di tutti i mezzi probatori necessari per l’accertamento in via principale del titolo dominicale effettivo.
La questione merita un chiarimento.
Costituisce infatti orientamento giuridico consolidato che la controversia volta a stabilire l’esistenza del diritto di uso pubblico sulle strade rientra nella giurisdizione del giudice ordinario (Cons. St., sez. V, 4 novembre 1999 n. 1809; ID., sez. V, 15 aprile 1999 n. 431).
In via incidentale al giudice amministrativo è consentita invece la cognizione dei presupposti giuridici che legittimano l’esercizio di potestà autoritative: prima fra tutti, nel caso di impugnazione di provvedimenti auto-tutela di beni demaniali, la natura del bene.
Tale è la situazione che ne occupa.
Non si tratta quindi di accertare in via principale la proprietà dell’area se sia pubblica o privata; quanto piuttosto di verificare la legittimità dei provvedimenti che, assumendo a presupposto giuridico la natura pubblica, ne traggono conseguente titolo.
Ovviamente qualora la questione controversa abbia costituito oggetto di pronunce giurisdizionali passate in giudicato (richiamate da entrambe le parti in causa), occorre verificare se si verta in ipotesi in cui il c.d. giudicato esterno si rifletta nel giudizio a quo.
Nel caso che ne occupa la sentenza del Tribunale di Savona n. 424 del 2001 riguarda la controversia avente ad oggetto la servitù di passo a favore dei condomini del civico n. 21 di via Ferrari, ed ha negato la sussistenza della servitù.
Questo TAR con sentenza n. 1034 del 2001 ha precisato che la ricorrente è titolare (solo) di servitù di accesso e parcheggio sull’area.
La sentenza del Tribunale civile riguarda una controversia fra privati; quella del TAR concerne una situazione giuridica anteriore all’acquisto della proprietà dell’area con atto pubblico dell’1.03.02: nessuna delle pronunce pertanto ha efficacia di giudicato esterno sulla natura privata o pubblica dell’area.
La questione, da trattare e risolvere incidenter tantum, assume peraltro rilievo centrale poichè i provvedimenti impugnati, come detto, si fondano sulla qualificazione di area destinata all’uso pubblico o quale bene facente parte del demanio.
Il tema sollecita il richiamo degli orientamenti giurisprudenziali particolarmente conferenti.
Non si dubita affatto che la strada privata diventa pubblica quando concorrono due elementi: quello della destinazione pubblica, cui si accompagni l’altro relativo alla sussistenza di titolo giuridico idoneo al trasferimento della proprietà ( Cass, 20 giugno 1990 n. 6201).
Il primo deve risultare da una serie di indici inequivoci , non essendo sufficiente una mera utilizzazione da parte di soggetti secondo modalità di comportamento uti singuli, e non anche uti cives ( cfr. Cass. 29 agosto 1998 n. 8619).
Il secondo è integrato da un atto o fatto (convenzione, espropriazione, usucapione) astrattamente idoneo al trasferimento della proprietà.
Quest’ultimo necessario requisito difetta nel caso che ne occupa.
Non è tale né il coacervo di dichiarazioni rese da un gruppo di cittadini; né il prospettato atto che ha enfaticamente donato la proprietà dell’area in una “manifestazione di piazza” senza il corredo dell’ indefettibile atto pubblico.
Aggiungasi che l’amministrazione non ha dedotto nessun altro elemento, nemmeno di ordine indiziario, che consenta di affermare l’appartenenza dell’area all’ente pubblico territoriale ( cfr, sul rilievo di tali elementi di fatto, da ultimo Cass. 10 aprile 2001 n. 5339).
In particolare né le risultanze catastali, né l’elenco delle strade comunali, la cui iscrizione pur avendo efficacia ricoginitiva integra comunque un elemento presuntivo di pubblicità, depongono a favore del carattere pubblico o ad uso pubblico dell’area.
Né va dimenticato, con perspicuo riferimento alla servitù di uso pubblico, che affinchè un area privata possa ritenersi assoggettata per usucapione alla servitù d’uso pubblico, occorre che l’uso risponda alla necessità o utilità della collettività e che sia esercitato continuativamente per venti anni con l’intenzione di agire uti cives, negando il diritto del proprietario senza che possa essere attribuito a mera tolleranza di quest’ultimo (Cass. 8 settembre 1986 n. 5468).
La planimetria in atti assevera una situazione di fatto antitetica a quella appena tracciata: l’area collega edifici privati ed è quindi utilizzata da un numero circoscritto di soggetti privati.
Alla stregua di queste considerazioni deve essere accolto il quarto motivo di censura che lamenta l’insussistenza del potere di autotutela demaniale esercitato dal Comune resistente.
Per completezza va precisato che a diversa soluzione deve giungersi per quanto riguarda i primi due motivi di censura: la DIA costituisce pur sempre un’autocertificazione sulla quale la pubblica amministrazione svolge un’attività di controllo.
E’ quindi un procedimento ad istanza di parte volto ad eccitare il potere di controllo che per essere esercitato non necessità di comunicazione dell’avvio del procedimento.
Anche il terzo motivo di censura è infondato poiché risulta che il provvedimento interdittivo è stato comunque ratificato dal titolare della funzione.
Quanto ai motivi aggiunti con i quali è stato impugnato il provvedimento che ordina la demolizione di quanto realizzato dalla ricorrente, va precisato che le opere hanno natura strumentale essendo preordinate alla recinzione del cantiere di lavoro; che l’occupazione del suolo pubblico non è stata verificata nel contraddittorio delle parti; che si dà per scontata la proprietà pubblica dell’area la cui affermazione ha invece già inficiato il provvedimento impugnato con l’originario ricorso.
In ogni caso il principio di proporzionalità di matrice comunitaria, che in forza della recente modifica ed integrazione della tavola costituzionale, è direttamente applicabile nell’ordinamento interno, esige che nel perseguire gli interessi pubblici l’amministrazione adotti i provvedimenti che incidano sul privato nella misura strettamente necessaria a non aggravare, pregiudicandoli definitivamente, gli interessi di questi.
In altri termini se la recinzione del cantiere occupava parte del suolo pubblico bastava limitare l’ordinanza di rimozione alle sole strutture che lo occupavano, senza adottare un generico ed immotivato ordine di ripristino dei luoghi.
Da ultimo non va passato sotto silenzio che il proprietario ha il diritto assoluto di chiudere il fondo ( cfr. art. 841 c.c.): la disciplina urbanistica ed edilizia conforma le modalità di esercizio non il contenuto del diritto; sicchè il relativo esercizio rientra a pieno titolo fra quelli oggetto di DIA; e la realizzazione dell’intervento materiale, lungi dal poter essere impedito, deve essere comparato (qualora effettivamente sussistenti) con le opposte esigenze di pubblica viabilità.
Conseguentemente anche il provvedimento oggetto di impugnazione con i motivi aggiunti è illegittimo e deve essere annullato.
Le spese di causa seguono la soccombenza e vengono liquidati come in dispositivo.
il Tribunale Amministrativo Regionale della Liguria, Sezione Prima, accoglie il ricorso ai sensi della motivazione.
Condanna il Comune di Celle Ligure al pagamento delle spese processuali in favore della ricorrente che si liquidano in complessivi 3000 euro.
Cons. Stato, Sez. V, 01/12/2003 n. 7831
(Frascione pres., Allegretta est.)
A fondamento del gravame l’appellante deduce: 1) Violazione dell'art. 65 Reg. proc. 642/1907; illegittimità della pronunzia incidentale circa la natura vicinale della strada; violazione del principio del contraddittorio e dell'art. 112 cod. proc. civ.; 2) Violazione di norme e di principi giurisprudenziali circa l'ordinanza di ripristino del pubblico transito su strada vicinale non iscritta nei relativi elenchi; travisamento; motivazione erronea; omessa istruttoria e motivazione sotto vari profili; contraddittorietà e illogicità. Il giudice di primo grado sarebbe andato oltre la domanda e non avrebbe tenuto conto delle risultanze processuali, dalle quali risulta l’assoggettamento della strada in questione al pubblico transito.
In materia, costante giurisprudenza ritiene legittimi presupposti per l’intervento ripristinatorio del sindaco l'accertata preesistenza di fatto dell'uso pubblico della strada (anche non da tempo immemorabile, presupposto questo necessario solo in sede petitoria innanzi all’Autorità giudiziaria ordinaria) e della sopravvenienza di un’alterazione dei luoghi che costituisca impedimento alla sua utilizzazione da parte della collettività (cfr., da ultimo, C.G.A.R.S., 18 giugno 2003 n. 244). Con la precisazione che, ai fini dell’accertamento di tale uso, non sono determinanti le risultanze catastali o l’inclusione nell'elenco delle strade pubbliche - la classificazione delle strade avendo, infatti, efficacia presuntiva e dichiarativa, non costitutiva - bensì le condizioni effettive in cui il bene si trova, atte a dimostrare la sussistenza dei requisiti del passaggio esercitato "iure servitutis publicae" da una collettività di persone qualificate dall'appartenenza ad una comunità territoriale, della concreta idoneità della strada a soddisfare (anche per collegamento con la pubblica via) esigenze di interesse generale, di un titolo valido ad affermare il diritto di uso pubblico (che può identificarsi anche nella protrazione dell'uso stesso da tempo immemorabile)" (cfr. Cons. Stato, Sez. V, 24 ottobre 2000 n. 5692; id., Sez. IV, 2 marzo 2001 n. 1155).
Il lavoro caccia i vizi derivanti dall'ozio (Lucio Anneo Seneca)