Source: https://costanzamiriano.com/2014/03/14/unattesa-lunga-e-difficile/
Timestamp: 2019-10-15 09:14:30+00:00
Document Index: 51913438

Matched Legal Cases: ['sentenza ', '§ 2', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ', 'sentenza ']

Un’attesa lunga e difficile – il blog di Costanza Miriano
su 14 marzo 2014 14 marzo 2014 da autori variin comunicazione
La mia proposta, ferme restando le attuali norme del diritto canonico, è che la Chiesa si doti di uno strumento più agile ed eventualmente più decentrato per analizzare i singoli casi, tutti diversi, tutti dolorosissimi e tutti degni di attenzione (come ha recentemente ricordato Papa Francesco). Tra l’altro, richiamando la Familiaris consortio del beato Giovanni Paolo II, vorrei sottolineare il fatto che la stragrande maggioranza delle persone che ricorrono al tribunale ecclesiastico desidera vivere in comunione con la Chiesa, normalmente non ha scelto la separazione e cerca attraverso la realizzazione della propria vocazione matrimoniale di formare una coppia ed una famiglia che tenda alla santità. Spesso poi la nuova unione potrebbe consentire anche una migliore e più piena integrazione nella Chiesa.
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96 pensieri su “Un’attesa lunga e difficile”
Questo è plausibile. E’ giusto che i tempi di accertamento della nullità, senza nulla togliere alla serietà dell’indagine, siano più brevi.
14 marzo 2014 alle 00:33
Calvario attraverso il quale è passato anche un certo Vittorio Messori. E’ sua moglie che parla in questa intervista
«È una storia lunga e sofferta, che non abbiamo mai raccontato. Nei tre anni passati ad Assisi legammo molto. C’era attrazione reciproca, ma avevamo due caratteri troppo forti. Per cui alla fine del corso ci separammo. Io andai a Roma, lui tornò a Torino. Non ci vedemmo per sette anni. Per lui la delusione fu così cocente che pensò di porvi rimedio sposando unaltra donna. Questo accadde nel 1972. Presto saccorse daver agito in stato di costrizione psicologica, senza la necessaria libertà di consenso, e chiese la nullità del matrimonio».
Neanche Carolina di Monaco…
«Un martirio durato 22 anni. Con Vittorio che dovette sottoporsi all’umiliazione di almeno sei o sette perizie. Persino la moglie alla fine testimoniò che era daccordo sulla nullità del loro matrimonio. Frattanto io avevo smesso di frequentarlo, per non dare scandalo. E pregavo: Signore, senti, se non vuoi che ci sposiamo, significa che va bene così, sia fatta la tua volontà. Amo la Chiesa più della mia stessa vita, Cristo e la missione di Vittorio sopravanzano di gran lunga il valore della mia persona. A 57 anni, quando ormai pensavo di ritirarmi in un eremo, giunse la sentenza di nullità. E nel 1996 mi portò allaltare».
http://www.ilgiornale.it/news/vi-racconto-mio-marito-messori.html
14 marzo 2014 alle 01:08
L’ho sentita raccontare da loro questa storia in un convegno nell’Abbazia di Maguzzano. In quell’occasione ho conosciuto la signora Rosanna della quale ignoravo l’esistenza che è bravissima sia come comunicatrice che a scrivere libri.
14 marzo 2014 alle 01:14
Qui è proprio il caso di dire che Dio li fa e poi li accoppia… 😉
14 marzo 2014 alle 01:22
Rispondo direttamente all’articolo: sicuramente astenersi anche dall’avere rapporti sessuali, oltre che dall’avere figli e dalla convivenza, aiuterà nel processo di santificazione personale, e reciproco, tanto agognato da Marta, che non dovrà aspettare le “lungaggini burocratiche” per farsi santa, ma si farà santa nell’attesa (e, meraviglia di Dio, attraverso di essa)… 😉
Che Dio benedica lei e il suo nuovo fidanzato; li protegga e li accompagni sempre, attraverso l’intercessione di Maria Immacolata, Madre dell’Attesa.
14 marzo 2014 alle 07:21
testimonianza toccante. voglio dirti una cosa: ti avrei creduta anche senza la necessita’ che hai sentito di aggiungere il penultimo paragrafo o di sottolineare che ” fai tutto secondo le regole”. la tua idea e’ valida a prescindere, non ti servono biglietti da visita perche’ nessuno di noi ha il “patentinodelbuoncattolico”. un abbraccio
14 marzo 2014 alle 07:29
A proposito di quello che scrive Marta “molte coppie di conviventi rimangono per tanti anni in stato di peccato grave, privati del sostegno dell’Eucarestia” bisogna dire che la convivenza compromette la causa di nullità. Credo che in nessun caso si possa “usare” il Tribunale ecclesiastico per ratificare le convivenze. L’unico stato che rende legittimo il ricorso è quello della separazione dei coniugi.
Ecco! I suggerimenti di Marta vanno nella giusta direzione. In questo senso è auspicabile che la chiesa si faccia più vicina ai fedeli, a coloro che hanno oggettivi motivi di nullità. Faccio però rilevare che, nei suggerimenti di Marta, non c’è nulla di nuovo; si tratta semplicemente sburocratizzare uno strumento che già esiste.
Forse occorrerebbe anche una funzione preventiva, un discernimento anteriore per vedere se chi si sposa in Chiesa accetta e condivide veramente il valore e il significato del Sacramento se no c’è sempre il Comune…..
Si Giusi, è anche un mio tormentone per chi legge in questo blog, quello dell’adeguato discernimento “preventivo” (anche la storia di Messori lo conferma). Discernimento in cui la coppia NON può essere lasciata sola, perché troppo coinvolta da sentimenti e situazioni psicologiche che sappiamo tutti quanto possano divenire vincolanti.
Va da sè che detto discernimento se aiutato da “altri” (altri inteso come soggetti terzi, ma fondamentalmente intendo dalla Chiesa), deve poi essere accettato dalla coppia interessata – altro aspetto non semplice, perché richoeda fiducia piena (ben riposta possibilmente…) e capacità di obbedienza se necessario. Obbedienza che credo, Dio sempre ripaghi.
Ciò che più mi lascia perplesso (per non dire scandalizzato) sono i tempi, nel racconto di Marta.
Tempi così lunghi (per nulla dissimili a quelli dell’umana giustizia), pongono in grave e seria difficoltà che al discernimento – di “seconda battuta” se mi si consente il termine – della Chiesa.
Difficoltà che, data l’umana comprensibile debolezza, porta spesso chi è nellattesa a fare scelte diverse o a porsi in quelle situazione di convivenza e di peccato di cui si diviene “colpevoli” e “colpevolizzati”.
Certo che Marta (mi perdonerà la battuta…) s’è proprio andata a cercare una “doppia complicazione”. 😉
14 marzo 2014 alle 09:55
Scusate un passaggio non è comprensibile…
Tempi così lunghi…, pongono in grave e seria difficoltà chi al discernimento… della Chiesa si affida.
14 marzo 2014 alle 09:58
Anche se devo dire che ho ben tre amiche più una conoscente che hanno ottenuto l’annullamento in tempi decisamente più brevi. Due di loro peraltro non l’hanno fatto per risposarsi.
14 marzo 2014 alle 10:12
Allora meno male…
Forse per altri i tempi più lunghi sono disposti “più in alto” per motivi cha ai più sfuggono 😉
E tutte quante hanno pagato solo le spese vive. Forse dipende anche da chi c’è in Curia devoluto ad occuparsi di questo. C’era un sacerdote che personalmente non ho conosciuto del quale si diceva un gran bene. E’ mancato da tempo, non so come sia adesso, son cose avvenute un po’ di anni fa.
14 marzo 2014 alle 10:31
Nel caso di cui sono testimone diretto la Curia milanese ci ha messo 2 anni e mezzo ed un costo di 3 milioni di LIRE del 1999.
Sono sicuro che se scrivessi oggi una lettera alla Curia nella quale dico che un avvocato mi chiede 8.000 euro ………. verrebbe rimosso immediatamente.
Per i tempi….. se ci si mette 8 anni do al 90% che l’avvocato è un figlio del demonio, o per allungare la parcella o per prendere in giro dei poveri disgraziati.
Il fatto poi di convivere o di avere già altri figli non compromette assolutamente nulla, sono i soliti luoghi comuni che vogliono far credere che la Chiesa sia quella famosa agenzia tedesca anni ’30 del ‘900 che ti dava il certificato di purezza della razza ariana.
@Maxwell, se ho letto bene gli 8.000 eu erano per un avvocato “privato”… la Curia poco c’entra.
Che poi fosse esperto o meno della problematica, cambia poco. In quel campo di professionisti, possono essere 2.000 come 20.000 😐
Per una causa di nullità ( a Milano ) si telefona in Curia e si fissa un primo appuntamento gratuito. C’è poi un elenco di avvocati privati, la Curia ti da un “buono” per andare gratuitamente da uno di tua scelta. Poi l’avvocato può essere una colomba, un drago o un serpente……..
Resta il fatto che se dovesse capitare a me che chiedono 8.000 euro faccio un esposto – denuncia e quell’avvocato continuerà a fare la propria carriera di avvocato privato….. e basta.
anche perché mi pare fossero state pubblicate a suo tempo tariffe attorno ai 1500-2900 euro.
che, però, non tengono conto delle spese per viaggi,testimonianze e quant’altro( prova ad indovinare dove ricaricano i costi?…)
I costi Erroneamente si ritiene che i costi per una causa di nullità siano esorbitanti. Ciò non è vero perché periodicamente la CEI, Conferenza Episcopale Italiana, emette decreti con cui determina sia gli importi da sostenersi per le tasse giudiziarie che per gli onorari degli avvocati. L’ultimo decreto è dello scorso 30 marzo 2010 con cui ha stabilito il seguente tariffario.
Tali somme sono a copertura di tutta la causa di primo e di secondo grado, non espletata presso il Tribunale della Rota Romana. A fine causa, verrà richiesta una libera contribuzione per la copertura parziale del costo della causa.
Se l’appello viene invece promosso in Rota, sarà questo Tribunale a determinare i relativi importi.
Gli onorari per gli Avvocati, per il patrocinio nel processo di primo grado e nel processo di appello a norma del can. 1682 § 2, variano da un minimo di € 1.575,00 ad un massimo di € 2.992,00, oltre oneri fiscali di legge, in base alla maggiore o minore difficoltà.
c) Le cause innanzi alla Rota Romana ed al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica
Per le cause innanzi al Tribunale della Rota Romana ed al Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, stante la natura dei Tribunali e la particolare difficoltà delle cause da patrocinare presso gli stessi, gli onorari sono necessariamente maggiori di quelli previsti dalla CEI per il patrocinio innanzi ai Tribunali inferiori, comunque mai esorbitanti.
http://www.avvocatorotalebrunochiara.it/diritto-canonico/cause-di-nullita
Le mie amiche non si sono rivolte ad un avvocato privato rotale (che hanno le loro parcelle ma che non c’entrano niente con la Chiesa) sono andate in Curia. Per quanto riguarda l’ultima parte del tuo post ho già raccontato di una coppia per la quale prego dove lei è divorziata e che hanno una bambina. Si sono convertiti dopo e da allora vivono come fratello e sorella sotto lo lo stesso tetto visto che hanno anche una figlia. Hanno ottenuto l’annullamento in primo grado e aspettano il secondo. Quindi la convivenza non ha inciso.
14 marzo 2014 alle 11:04
Ci siamo sovrapposti Bariom
temo che il problema mnasca dal fatto che oramai molti si sposano in chiesa e ricorrono-eventualmente- alla nullità sancita da un tribunale diocesano( infine alla rota ed alla segnatura apostolica) poiché la nullità, qualora non vi sia stata sentenza pregressa di un tribunale civile, annulla anche l’assegno di mantenimento( in molti casi).
per cui l’invito di diversi pontefici ai tribunali diocesani e gradi superiori( cmq mi par di ricordare che quasi la metà dei casi alla rota, dove pochi arrivano, per non parlare della segnatura apostolica, siano stati patrocinati gratuitamente negli ultimi anni) di sveltire le pratiche si è scontrato con “i furbetti” che ci provano per i tempi ridotti rispetto ai tribunali civili e per il mantenimento.
ovvio che non mi riferisco al caso del post.
http://www.tribunaleecclesiasticoumbro.it/index.php?option=com_content&view=article&id=73&Itemid=65
Se il giudizio civile (di divorzio) è ancora pendente ciò impedisce la delibazione della sentenza ecclesiastica. Il giudizio civile viene, invece, paralizzato solo dalla già avvenuta delibazione della sentenza ecclesiastica (Cass. 3345/97)
http://www.avvocatorotale.it/2012/09/aspetti-civilistici-della-nullita-del-matrimonio-religioso-rapporti-patrimoniali-dopo-delibazione-ed-esecutivita-della-sentenza-ecclesiastica/
lo Stato italiano riconosce lefficacia civile delle sentenze canoniche di nullità matrimoniale, sia pure mediante uno speciale processo di delibazione, la Chiesa non riconosce le nullità o le sentenze di divorzio pronunciate dai giudici dello Stato in relazione a matrimoni concordatari. Lunico intervento dello Stato che la Chiesa Cattolica riconosce è quello in tema di separazione dei coniugi; pertanto, sebbene la Chiesa abbia una sua disciplina in materia, se un cattolico si rivolge ai tribunali civili per ottenere la separazione, la sentenza pronunciata ha valore altresì per lordinamento canonico, oltre che per lordinamento statuale.
Prof. Avv. Raffaele Coppola
Ordinario dir. eccl. Univ. di Bari
http://www.diritto.it/articoli/coppola.html
Occorre fare attenzione al “moltiplicarsi esagerato” delle dichiarazioni di nullità matrimoniale “sotto il pretesto di una qualche immaturità o debolezza psichica del contraente”: è quanto ha detto stamani il Papa, nella Sala Clementina in Vaticano, per l’inaugurazione dell’Anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana.
“Ciò che è in gioco – afferma Benedetto XVI – è la stessa verità sul matrimonio
http://difenderelafede.freeforumzone.leonardo.it/discussione.aspx?idd=8308846
Grazie vale, prezioso contributo 😉
Ecco a una delle mie amiche non è andata bene (non so per quali motivi) la delibazione. Pertanto ha dovuto fare pure la causa di dvorzio.
Per quanto riguarda “gli alimenti” – la dottrina contemporanea lega il denaro alla presenza di figli ed all’età della donna (più i figli son piccoli, più aiuto necessitano; più la donna è giovane e più e capace di trovare un lavoro dignitoso che la possa sostentare).
Tempi – di fronte al conclamato fallimento del progetto familiare credo che ciascuno voglia solo una cosa: sancirne lo scioglimento al più presto. Non ho mai creduto che ci si svegli un mattino e si decida di separarsi: ci si prova, si lotta, si resiste. Ma alla fine ci si vuole buttare tutto alle spalle, perchè siamo umani: il nostro sguardo va naturalmente al futuro.
La Verità sul matrimonio è che lo si contrae quando si è innamorati. E in quel momento non sentiamo nient’altro che quello.Speriamo, abbiamo progetti, ci diciamo sicuri che le cose potranno solo migliorare… La verità è che nessuno può saperlo prima, come andrà a finire.
Sposarsi perchè si è innamorati è il modo migliore per sposarsi sette volte minimo…..
14 marzo 2014 alle 13:01
14 marzo 2014 alle 13:59
Grande Giusi, e lo dico io che mi sono sposato senza essere innamorato. Però il mio matrimonio funziona ancora.
Va da sè che l’ “innamoramento” (e anche la relativa attrazione sessuale) non è certo un componente accessoria o peggio negativa… anche questi in ultima analisi sono doni che Dio a fatto all’uomo e alla Donna.
Se dell’innamoramente o delle “farfalle nella pancia” (come qualcuno diceva) si fa l’unico parametro o peggio l’assoluto, i guai certo sono dietro l’angolo (penso a questo si riferisse il commento di Giusi).
Certo. L’innamoramento è una proiezione sull’altro dei nostri bisogni, non ti consente di vedere veramente l’altro, è uno schermo. Quando passa (perchè passa) se non c’è altro il rapporto naufraga.
Corretto Giusi… io mi azzarderei a dire che più che “passare” si trasforma… io sono sempre rimasto “innamorato” di mia moglie. In modo diverso, ma sempre (che sia Amore?).
Poi sai bisognrebbe dare realmente un “volto” a questo innamoramento per capirsi 😉
Sono abbastanza d’accordo, con una precisazione. L’innamoramento, la passione, l’attrazione sono certamente doni di Dio. Bellissimi. Ma non necessari.
Ciò che io ritengo imprescindibile per un valido matrimonio è una libera volontà, sostenuta dalla grazia sacramentale. Nient’altro.
Questo rispecchia la tua personale esperienza, ma non può essere un assoluto.
Non voglio neppure sostenere solo l’opposto perché mancherebbe di rispetto all’esperienza che vivi.
Questo rispecchia la mia personale esperienza, vero. E’ anche vero che non sono un teologo. Ma che oer sposarsi validamente non sia affatto necessario essere innamorati, questo è certo. Sono pronto a scommetterci.
14 marzo 2014 alle 19:17
Ah beh, se intendi a livello “giuridico” certamente… non ci piove.
Non parlavo di quello 😉
Stiamo parlando del sacramento del matrimonio. Il sentimento non santifica un bel niente e non è necessario perche il matrimnio sia celebrato validamente.
Per lo stesso motivo, l’altro giorno, sostenevo che chi vive una relazione adulterina non commette un peccato minore di chi va con una prostituta. E’ diffusissimo il preconcetto che il sentimento giustifichi, nobiliti. Non è così. Il sentimento (l’innamoramento) non giustifiva nè nobilita alcunchè. Il sentimento è l’espressione di un bisogno materiale del tutto naturale, come anche può non esserci. Non ha rilevanza sulla capacità d’amare.
14 marzo 2014 alle 19:51
@Giancarlo ho capito… non ti agitare.
Potrei dire a mia volta che non ha compreso su che piano del discorso stavo parlando (che era quello esistenziale…).
E scrivendo “giuridico” intendevo secondo la legge di Dio e della Chiesa, cioè ti stavo dando esattamente ragione.
Mai detto, scritto, pensato che il “sentimento” “santifichi” qualcosa.
Ma da come insisti debbo presumere tu pensi che io pensi ecc ecc (film ma già visto).
A qualcuno lo dai il beneficio di non essere in errore a priopri?
Anche sempre quel ribadire: “è come dico io… allora sei d’accordo con me… ecc, ecc.”
Poi dimmi pure che sono “irritante”… io mi sa che ci rinuncio e interloquire con te.
Va bene, ok, scusa.
“La verità è che nessuno può saperlo prima, come andrà a finire.”
Legge a cui (in realtà) nulla si sottrae…
Tranne che buttare e buttarsi comoletamente in Dio. L’Unico di cui mai si restarà delusi – comunque vada 😉
O.T. ma neanche tanto. Duro ma ci sta.
http://www.iltimone.org/30611,News.html
Speriamo che Alvise non se ne torni dal guru con queste idee!
Se torna… 😉
14 marzo 2014 alle 11:22
Torna, torna……..
Un mese di pollo al curry stroncherebbe chiunque!
tornerà con il terzo occhio?
Se è nella fronte, basta qualche esorcismo e si chiude, in altre parti si necessita una consulenza presso Veronesi, data la visione allargata.
La vicenda di Marta è un caso doloroso di “malagiustizia”. Sono sicuro che i Vescovi ragioneranno con accuratezza sui rimedi più efficaci da apprestare per contrastare il ripetersi di siffatte deplorevoli disavventure giudiziarie.
Mi sia permesso segnalare, per cristiano rispetto della cristiana coscienziosità con cui lavorano quanti operano nei tribunali ecclesiastici, che i casi di “malagiustizia” non autorizzano a supporre che essi costituiscano la norma. Come testimonia Giusi, non mancano casi in cui la dichiarazione di nullità è intervenuta in tempi ragionevolmente brevi.
Ci tengo a sottolinearlo, perché mi pare che sia in corso (non certo da parte di Marta, chiaramente) un tentativo di presentare i tribunali ecclesiastici come (uso l’iperbole per rendere meglio il senso di quello che voglio dire) “stanze del supplizio” nelle quali si è costretti a entrare senza sapere quando se ne uscirà, pagando un pedaggio esosissimo, per vedersi inferti ingiustificati patimenti da funzionari occhiuti, più interessati al proprio onorario e all’applicazione pedantesca di una legge cerebrale e anonima che dediti a fare cristianamente giustizia esercitando cristiana carità a beneficio della persona in carne ed ossa.
Questa denigrazione nei confronti dei tribunali ecclesiastici è ovviamente finalizzata a screditarne l’operato, avvalorando la convinzione che vadano accantonati e che, per vagliare l’eventuale invalidità di un’unione coniugale, occorrano altre vie.
Ma prima di… liquidare i tribunali e il loro modus operandi, occorrerebbe avere ben chiare quali procedure altre da quelle che vi sono attuate siano altrettanto in grado di assicurare verità e giustizia. Come scriveva recentemente Giorgio Carbone,
“L’attuale procedura canonica prevede una stretta collaborazione tra molte figure processuali (ad es. il promotore di giustizia, il difensore del vincolo, gli avvocati di parte, i collegi giudicanti, i periti). Tale procedura e in particolare la condizione della duplice sentenza conforme, cioè il doppio grado di giudizio, quello di prima istanza e quello di appello, hanno lo scopo di garantire quanto più oggettivamente è possibile l’accertamento della verità del sacramento, di tutelare tutte le parti, il coniuge attore della causa e il coniuge convenuto.
Potremo elaborare anche altri metodi di accertamento A CONDIZIONE CHE consentano di raggiungere un grado di garantismo processuale pari o superiore all’attuale sistema, e a condizione che assicurino un’attenta ponderazione dei singoli casi.”
Insomma (per intenderci): prima di asserire sbrigativamente che in fondo basterebbe un sacerdote di collaudata esperienza pastorale per accertare l’eventuale invalidità, occorrerebbe domandarsi con tutta franchezza se la valutazione di un sacerdote, per quanto “navigato” e di conclamate saggezza e intemeratezza, possa realisticamente e ragionevolmente tutelare verità e giustizia in grado almeno pari a quello garantito dalle procedure attualmente in vigore.
Spero sia chiaro che la mia non è una difesa d’ufficio dei tribunali ecclesiastici (che non ne hanno bisogno) né una (sciocca) negazione dei casi di “malagiustizia” né una sottovalutazione del dolore di quanti, desiderosi della piena amicizia con Cristo, incorrano in situazioni nelle quali la fedeltà a questa amicizia è cimentata in modo abnorme a causa della sventurata condotta di taluni fratelli.
14 marzo 2014 alle 12:05
Purtroppo, caro Alessandro, ho conosciuto da vicino un caso che condurrebbe a pensare assai “male” di questa particolare giustizia. Un tale, due figlie di 12 e 7 anni, lascia la moglie per un’altra donna. Per assecondare il desiderio della nuova compagna, che ci tiene a sposarsi in chiesa, chiede “l’annullamento”. Tralascio le storie personali, e cioè una donna – fragile, certo – che entra in depressione e smette di uscire di casa, una ragazzina che troppo precocemente assume un ruolo da “capofamiglia”; la questione per me intollerabile è che questo signore ha prodotto testimonianze del fatto che al momento del matrimonio lui non credeva all’indissolubilita (ragione valida per la nullità). Intendo dire, persone mai viste dal resto della famiglia, che hanno dichiarato esattamente ciò che era utile dichiarare. Testimonianze costruite a tavolino. La moglie non si è neanche opposta, a nulla, completamente passiva e incapace di difendersi almeno per il bene delle bambine. La causa è durata un po’ di tempo, non lunghissimo, ma abbastanza perché la sentenza giungesse quando, finita la prima relazione, il nostro si era trovato un’altra compagna neanche interessata alle nozze religiose. Non si è più sposato in chiesa e convive, intanto, però, si è risparmiato un divorzio e gli alimenti. Un buon avvocato che imbastisca bene il procedimento, e il più è fatto.
È sempre una questione di cura delle anime, e anche un solo figlio “scandalizzato” da un certo comportamento burocratico è sempre di troppo: accettare di essere venuto al mondo da una relazione che non era ciò che si credeva, ritrovarsi in piena adolescenza “figlio di madre nubile” non è che sia proprio una bella esperienza.
Questo è successo 25 anni fa, onestamente devo dire che non credo che oggi possano accadere cose simili: ho conosciuto personalmente il vescovo che ha voluto dare un nuovo impulso alla Rota, promuovendo il gratuito patrocinio ed altri provvedimenti volti a non lasciare persone e intere famiglie nell’incertezza di un procedimento difficilmente comprensibile.
@Angelina, il mondo lo sai bene è pieno di pesantissime ingiustizie, ma in ciò che racconti emergono serie responsabilità e menzogne a cui in ultima analisi i colpevoli risponderanno a Dio.
Ma se le false testimonianze, dichiarazioni e quant’altro sono così ben costruite e portate a vanti, quale giudice, non sarebbe tratto in inganno?
Bisognerebbe immaginare doni specialissimi di discernimento dei cuori e degli spiriti, ma sappiamo che non può sempre essere così (anzi lo è raramente…).
Quindi, per capire, cosa imputi eventualmente al tribunale che ha giudicato?
Non imputo proprio niente Bariom. La figlia maggiore è la mia figlioccia, ho solo voluto raccontare la sua storia perché ammiro la sua saggezza e le voglio bene, e so che ciò che ha passato non è facile. Considera che sua madre non è uscita di casa per anni, tanto per dire di cosa si è dovuta far carico ad un’età inadatta.
Riguardo al tribunale, penso che la debolezza umana si può trovare ovunque, anche un giudice rotale può essere indotto a “sistemare” un procedimento rispettando pienamente la forma. Il discernimento c’azzecca poco. Mi spiace, non intendo generalizzare, ma per questo specifico caso sono incline a ritenere che si tratti di un’ingiustizia.
15 marzo 2014 alle 00:45
Certo che lo è ma chi ha avuto l’annullamento con l’inganno avrà ingannato gli uomini ma non Dio. E’ lui da compatire.
Angelina, pare proprio anche a me che la vicenda dolorosissima di cui sei stata testimone sia “un’ingiustizia”.
Ma io non nego che casi di “malagiustizia” possano accadere anche ad opera dei tribunali ecclesiastici.
Sostengo soltanto la convinzione che l’attuale sistema – pur con tutti i “rischi” derivanti dalla umana fallibilità – sia quello che meglio di ogni altro ipotizzabile garantisca che si pervenga all’accertamento della verità sulla validità di un matrimonio.
Penso insomma che proposte che suggeriscono di affidarsi al giudizio del “foro interno”, magari con l’ausilio di un sacerdote esperto e di comprovata saggezza, siano pericolosamente illusorie: parrebbero più rispettose delle persone e garanti di tempi brevi nel fare giustizia, ma in realtà si rivelerebbero quanto mai fallaci, cioè inidonee ad accertare la verità sulla validità del matrimonio, e perciò foriere di ingiustizie senza numero (considerando pure che favorire l’ignoranza sulla validità di QUESTO matrimonio contribuisce a incentivare il disinteresse per la verità sulla validità di OGNI matrimonio, e quindi a diffondere un rovinosa disistima per il valore stesso del matrimonio).
Perché alla fine la domanda da porsi è questa: qual è la procedura che meglio di ogni altra assicura che si appalesi la verità (non le personali opinioni, per quanto “in buona fede”) sulla validità o invalidità di un matrimonio?
Ho fiducia che, forte della sua multisecolare esperienza e guidata dallo Spirito, La Chiesa abbia approntato gli strumenti più affidabili a tutela del Sacramento (e quindi delle persone, perché i Sacramenti, in quanto tali, non possono mai essere “contro” le persone, anzi non possono che arrecare beneficio).
Fermo restando – ribadisco – che ogni collegio giudicante, in quanto composto da esseri umani, non è infallibile (ma nemmeno chi è convinto che il proprio matrimonio sia nullo gode di infallibilità di giudizio).
15 marzo 2014 alle 10:47
In ultima analisi poi, l’ingiustizia è e sempre resterà presente a questo mondo… Forse che l’Unico Giusto non è stato messo a morte ingiustamente – e atrocemente (e prorpio in questo tempo ne andiamo a fare memoria)?
Questo non rende meno gravi o cocenti le ingiustizie, né ci esime dall’adoperarci perché non siano commesse, ma ci deve anche far porre la domanda “perché accade questo?”, “perché a me?” (o a chi amo).
Come Dio mi chiama a vivere questa ingiustizia?
Diversamente tenderemo a rispondere come fa il mondo, cercando di farci da noi giustizia.
Caro Alessandro, sono completamente d’accordo con te; mi pareva sufficientemente chiaro che parlavo di un singolo caso, senza per questo mettere in discussione tutto il sistema (che comunque, come tutte le cose umane, assumo come sempre perfettibile). Come dicevo in fondo al commento, ho avuto anche modo di rendermi conto di alcuni consistenti “miglioramenti” apportati negli ultimi 20 anni.
Ciò che conta è avere sempre presente che si tratta della vita di due persone, e degli eventuali figli. E con vita intendo il qui e ora, ma anche la salvezza eterna. Nel caso della mia amica, è credente ma ha conservato una certa “distanza” dai preti e dalla comunità ecclesiale. È innegabile che la sua personalità e la sua vita siano state segnate profondamente da questa vicenda.
Permettimi una breve osservazione: leggendo avversative come “Ma io non nego che” o “sostengo la convinzione” mi affiora la sensazione di essere in una sorta di contraddittorio che proprio non avevo in mente. Volevo raccontare una storia, vera, e non esprimere valutazioni sui tribunali rotali.
Sì, non volevo mettere in piedi un contraddittorio, effettivamente qualche espressione poteva darne l’impressione. Ma dovresti sapere ormai che ho un caratteraccio 🙂 😉
15 marzo 2014 alle 22:36
15 marzo 2014 alle 22:45
Grazie Marta per il tuo intervento: credo che quello che ti è successo e la coscienza con cui ne scrivi siano un’indicazione una traccia che potresti seguire.
Hai mai pensato di occuparti tu, da laica, di questo tema della comunicazione (anche via Internet) dei nullità del sacramento del matrimonio? La Chiesa è la nostra casa e dobbiamo fare tutti qualcosa per essa: se notiamo qualcosa di rotto o sporco a casa nostra non lo sistemiamo, non lo puliamo? Esattamente come fece san Francesco la conitnua riedificazione passa anche da noi.
Credo che la tua esperienza non sia stata a caso e hai tutto il mio appoggio e – se servisse – anche la mia collaborazione.
Ottima idea! Mi associo alla proposta di Vittorio.
“La vita bisognerebbe viverla due volte: la prima, di prova; poi sul serio.”
Sentii questa frase per la prima volta durante un’intervista a Vittorio Gassman. Mi colpì molto la patente ironia, l’unicità dello sguardo: intenso, sornione ed in parte rassegnato.
Toccanti le due storie riportate (Marta e Messori), così come altre di conoscenti e amici. Tutte uniche, tutte singolari.
Mi chiedo quale sia – se si possa intravvedere – in filo d’unione di tutte queste storie. Certamente non si tratta di persone immature, o avventate, o dottrinalmente sprovvedute. Eppure, casi come questi, ogni anno, se ne presentano tanti (e fra tutti quelli che conosco, il non-ricorso al tribunale ecclesiastico è spesso motivato dalla paura per i tempi esasperanti, che per degli adulti ormai rassegnati al fallimento del proprio matrimonio appaiono semplicemente punitivi –oltre che al mito del costo non indifferente).
Dice bene Marta: sopra ogni cosa, chi “[ricorre] al tribunale ecclesiastico desidera vivere in comunione con la Chiesa”.
Il problema è che sulla santità della coppia (e sulla sua vocazione matrimoniale) ci si può esprimere solo ex-post: e ci sono mille validi motivi per supportare questa tesi, a partire dal fatto che una persona la si conosce veramente solo nel momento della “cattiva sorte”.
Capisco i motivi degli adulti in questione, non posso ignorare le ragioni di cautela della Chiesa (per tacere dei fondamenti dottrinali).
Velocizzare le pratiche del tribunale ecclesiastico porterebbe solo all’aumento del numero di richieste (e quindi anche all’aumento del numero degli annullamenti). Immagino le obiezioni a quest’ultima affermazione: certi errori si fanno una volta sola. Eh, magari!
Una trasformazione, per quanto piccola e giustificabile, è pur sempre un cedimento, un allontanamento dalla tradizione. Non sarebbe la prima volta, ma vaglielo a spiegare, soprattutto a chi (in passato, ma non solo) ha inghiottito bocconi ben più amari in nome della fedeltà ad un giuramento “senza se e senza ma” (e per non lasciare dubbi: coniugi violenti, viziosi –alcolisti, drogati-, malviventi, anticlericali “di ritorno”, eccetera).
Ripartiamo dalle fondamenta, dai fondamentali, dalla vocazione, dalla ricerca, dal “chi e perchè” per arrivare alla Croce…
Che se i coniugi si scoprono o divengono (violenti, viziosi –alcolisti, drogati-, malviventi, anticlericali “di ritorno”, eccetera…) come Cristo, con Cristo e in Cristo, si è chiamati a portare in sé il peccato dell’altro, di che è “carne della tua carne”.
Ma questo parlare e duro… come direbbe (e disse) qualcuno. 😉
Certo Bariom.
ma è anche dell’uomo la sincera necessità di farsi amare, di gioire del supporto reciproco.
[Perdonami la domanda bruta (per la quale non chiedo una risposta, sia chiaro, anche perché quello che sto per chiederti è OT e mi serve come pretesto): quando hai capito (deciso?) che un nuovo matrimonio sarebbe stato “più giusto” di una vita di vedovanza? Ambedue le posizioni sono rispettabilissime, ma ad un certo punto ti sarai detto che la vita poteva ricominciare a girare, no? Ecco, credo che Marta, un giorno, si sia trovata moralmente vedova, vittima dell’offesa alle sue speranze, vocazioni, voti matrimoniali. Ed un bel giorno, ha tenuto la porta aperta ad un’altra vita, per un’altra possibilità di felicità.]
Mi rendo conto che non possiamo ergerci a soli giudici delle nostre azioni, capiamoci, non lo metto in dubbio.
Il fatto è che non me la sento di criticare chi, allo stremo delle forze, getti la spugna.
E successivamente si rifaccia una vita.
Fortebraccio, forse non ti è chiara una cosa: a questo mondo non ci deve niente nessuno. Anzi, per dirla tutta intera, tutto quello che abbiamo, poco o tanto che sia, è tutto grasso che cola, a cominciare dalla stessa vita. Gassman ha detto quella sciocchezza perché in fondo era solo un povero godereccio. Così ragiona la gente a cui interessa solo di ingozzarsi di piacere, senza farsi troppe domande. E se avesse avuto una seconda vita da vivere, alla fine sarebbe stato ancor più disilluso e cinico.
Io, invece, penso che la vita sia preziosa proprio perché è unica. Un po’ come il matrimonio: sposarsi una seconda volta serve solo a perdere il senso delle cose, significa tradire per sempre quel bisogno di sentirsi amati di cui anche tu sei cosciente.
Quello che, mi sembra, si tende a scordare è che il matrimonio è vocazione, è la strada che Dio ha scelto per noi. Se ci accorgiamo che la strada si fa salita, diventa faticosa, questo non vuol dire che abbiamo sbagliato strada. Vuol dire semplicemente che, per andare in paradiso, bisogna faticare.
Vorrei ricordare a tutti che, una volta, per sposarsi, non si guardava tanto per il sottile. I matrimoni erano combinati, molto spesso, però duravano tutta la vita. E nessuno si sarebbe sognato di mettere in dubbio la validità di simili matrimoni. Oggi è tutto il contrario: si fa molta attenzione, nella scelta del coniuge, ad essere molto innamorati, molto attratti sessualmente. Poi, però, il matrimonio scoppia. E sposarsi una seconda volta serve solo ad inseguire un impossibile sogno di felicità.
La realtà è molto semplice, davanti agli occhi di tutti, e stupisce vedere quanta gente, anche tra noi cristiani, fa fatica a comprendere. Oggi si pensa che la vita debba essere felice, ma questo è falso. A parte il fatto che, come ho detto all’inizio, nessuno ci deve niente e nessuno di noi ha “diritto alla felicità”. Ma, soprattutto, troppo spesso, scordiamo che il nostro meraviglioso Padre ci ha creati per la gioia, non per la felicità.
E qui si aprirebbe un discorso complesso che non sono affatto sicuro di poter fare…
Non so se Gasman era un “godereccio”… forse era solo un povero uomo che ha riempito la sua vita di tante cose senza mai incontrare o cercare o intravedere l’unica importante.
Ciò mostra come anche chi ha la possibilità materiale di riemire la propria vita di ogni genere di cose, non è detto sia un “fortunato”.
Per il resto sarei quasi d’accordo su tutto 😉
14 marzo 2014 alle 18:17
“… forse era solo un povero uomo che ha riempito la sua vita di tante cose senza mai incontrare o cercare o intravedere l’unica importante.”. Appunto, come ho detto io: era solo un povero godereccio.
Ah, sei solo stato un po più sintetico… 😉 o è perché a “godereccio” do un altro senso
14 marzo 2014 alle 19:28
Da quei due link che ho postato emerge che era un uomo alla ricerca di Dio perlomeno nell’ultima parte della sua vita e che però non l’ha trovato. Temeva che il Paradiso fosse noioso…..
Non sappiamo poi se negli ultimi tempi (o istanti) Dio abbia trovato lui… e magari si è ricreduto sul Paradiso stando un po’ di tempo in Purgatorio 😉
Può essere….. Può anche essere che Dio abbia consentito la sua sofferenza affinchè lo trovasse altrimenti magari non si sarebbe mai posto il problema….
Giancarlo (14 marzo 2014 alle 17:08), concordo.
@fortebraccio, io non intendo criticare nessuno, né tanto meno Marta e che l’uomo alla fine “allo stremo delle forze, getti la spugna” e fatto che conosco e ben capisco.
Ma questo a mio giudizio, non dovrebbe essere per chi a Cristo come alleato e come “forza”… comprendimi le cadute sono di tutti, ma non il prendere decisioni che difficilmente ci danno una possibilità di ritorno (o sceglier per il peccato).
Il mio dire era anche per ricordare che non sono e non possono essere motivo di abbandono definitivo situazioni che vedono sostanzialmente uno dei due coniugi entrare in una situazione di peccato (che sono tanti e di diversa natura) anche grave. Sia perché il peccato ha la possibilità di essere redento e il conuige in stato di grazia ha una precisa responsabità in questo e tanti mezzi per “strappare” una grazia a Dio.
In ogni modo non sono gli scontri, gli strazi, la non più sopportazione dell’altro motivi per chiedere un eventiuale annullamento (o non basterebbero il triplo dei tribunali ecclesiastici esistenti).
C’è poi una netta differenza tra la situazione di vedovanza e quella di matrimonio in crisi o che si considera fallito.
Nella prima agisce senza la minima ombra di dubbio, la volontà di Dio… la mia umana avrebbe (come puoi immaginare) scelto diversamente.
La posizione di chi è vedovo è sostanzialmente quella del o della “vergine” giacchè non vi è più alcun tipo di vincolo con il coniuge, se non quello dei sentimenti (con cui fare anche i conti) e quello della Comunione dei Santi, che non è certo specifica dello stato che ci ha visti uniti in vita.
A quel punto come scegliere?
Personalmente, nuovamente riemettendo a Dio il mostrare la sua Volontà, il confermare una vocazione precedente (o una nuova), conoscendo s’intende anche le mie fragilità e debolezze e avendo presente anche la concreta realtà della presenza di figli ancora piccoli. Per dirla tutta poi, ho ricevuto un precisa esortazione da chi cura dai tempi della mia conversione il mio cammino spirituale e già questo sgombrava per me tanti dubbi e faceva luce in un momento dove, a volte, la luce sembra scomaparire… non sono un essere così spirituale 😉
A quel punto si apre la questione del “chi”?
Non voglio dilungarmi su aspetti personali che finisco per farmi parlare nuovamente di me. La “prassi” (brutto termine) e la stessa del punto sopra.. la stessa che vado ripetendo quando parlo di coppie di fidanzati o di aspiranti tali.
Ma anche qui bisogna partire da punti fermi. Io ho posto come punto fermo che non potevo “rifarmi una vita” aprendomi a rapporti con donne separate o divorziate (e quante ce ne sono)… perché? Perché sono “cattive”, peccatrici, inaffidabili? Certo che no o almeno né più né meno di quanto non lo sia anch’io.
Ma perché il Matrimonio non poteva che essere uno, quello nel Sacramento della Chiesa Cattolica… per essere integerrimo? No, per non interropmpere quel cammino di Grazia e di conversione che è per un uomo il vivere nel Matrimonio un rapporto d’amore e perché (credo) non potrei vivere con qualcosa che si frappone tra me e la Comunione con Dio. O quanto meno con qualcosa che rischia di divenire un ostacolo insormontabile (in fondo lo stesso motivo di cui parla Marta)… poi ci sarebbe il discorso dei figli e di quanto si è fatto per passare loro la Fede, ma questo è altro discorso…
Dio Padre poi come sempre, si è superato e quando forse “avrei gettato la spugna”, ha trovato per me una vergine, cristiana e cattolica… e si è aperta una nuova via che mantiene la stessa meta.
Vittorio Gassman. Quello stesso che dalla vita “di prova” aveva avuto tutto, bellezza. prestanza, voce, cervello, capacità, successo, donne, quattrini e che alla fine, non sapendo più che volere, era “caduto in depressione”? Che grande lezione per tutti …
http://www.santantonio.org/messaggero/pagina_stampa.asp?R=&ID=202
http://candidonews.wordpress.com/2013/08/04/ritratti-vittorio-gassman/
Mi fa molto piacere saperlo. Ieri sera ho avuto occasione di raccomandarmi parecchio alle Anime Sante del Purgatorio e magari è stato proprio lui che ci ha dato una mano …
… la pietà divina ha sì gran braccia…
non l’ho scelta a caso, in verità.
Perché si può ragionare anche dagli errori degli altri, dai loro spunti, storie, episodi, riflessioni. Fare agiografia, alla lunga, m’annoia.
e non ne voglio fare un’esempio.
e poi non stavamo ragionando di errori e misericordia?
Ma infatti è proprio così 😉
15 marzo 2014 alle 12:06
Grazie 1000 per il contributo, ne parlavo con una coppia proprio venerdi’sera.
Come dice Marta, il desiderio dietro alla volonta’di annullamento di un matrimonio e’certamente la ferma intenzione di vivere in comunione con la Chiesa, altrimenti ci si risparmierebbe certo tempi, costi e disagi.
Ma volevo introdurre anche la nostra riflessione: se mi faccio battezzare sotto l’effetto di droghe, se mi faccio cresimare da ubriaco, se mi faccio ordinare mentre sto gia’pensando che tanto chi lo sa, io ci provo ma non sono tanto sicuro che ce la faro’per tutta la vita, in tutti questi casi – a buona ragione – la Chiesa non ha il potere di rimuovere un sigillo che e’stato apposto da Dio stesso.
L’artificio retorico secondo cui il matrimonio nullo non e’mai avvenuto non sposta di una virgola il fatto che la possibilita’di constatare ex post un vizio iniziale di forma da cui puo’discendere la nullita’del sacramento stesso sussiste per il matrimonio ma non per esempio per il battesimo.
Il matrimonio e’dunque il fratello povero degli altri sacramenti? Una promessa davanti a Dio e agli uomini ha meno valore di una veste bianca o di un fazzoletto che lega due mani? Un anello e’meno importante di un’unzione con l’olio?
Io spero che in un futuro si possa arrivare – assieme a percorsi di preparazione al matrimonio che veramente danno l’idea di cosa il matrimonio e’, cioe’un sacramento, come giustamente scrive Bariom sopra, ad una discrezionalita’dei parroci sulla valutazione dell’operato dei nostri fratelli e sorelle che spesso hanno subito una separazione (Puo’veramente la Chiesa escludere qualcuno dalla Grazia che l’Eucarestia veicola?).
Come la dottrina della Chiesa prevede in casi estremi la possibilita’ di legittima difesa, potrebbe forse in futuro arrivare a prevedere la possibilita’di ‚‚adulterio‘‘ (capitemi) senza esclusione dai sacramenti per chi senza sua colpa si e’trovato a subire una separazione, pur avendo provato in tutti i modi a evitarla – ovviamente all’interno di un percorso seguito dal sacerdote.
In questo caso io, da separato, potrei avere una nuova compagna di vita e rimanere in comunione con la Chiesa. Ma mia moglie, o mio marito, mi sono stati affidati da Dio. Che senso ha che un tribunale umano, quand’anche ecclesiastico, posso cambiare questa decisione?
Sarebbe veramente cosi’intollerabile tutto cio’?
E a chi rispondera’si’, chiedo: La mia ipotesi sarebbe veramente piu’intollerabile della situazione attuale, dove abbiamo vite sospese per anni, tribunali (ovviamente composti di nostri fratelli e sorelle, quindi umani e fallibili) che devono decidere delle stesse (!), e – forse la cosa piu’triste di tutte – una promessa che in realta’non e’una vera promessa?
http://bit.ly/1gwwx5S
Grazie a tutti per la discussione
Il Battesimo, la Cresima e l’Ordine non coinvolgono una terza persona sono rapporti esclusivi con Dio. In linea di massima si battezzano i bambini, difficile che siano drogati però non si rendono conto lo stesso, in quanto alla Cresima e all’Ordine, se vengono fatti per sport, il Signore se ne rende conto non puoi bleffare. In ogni caso un prete si può spogliare. Oggi poi va di moda lo sbattezzo, la Cresima la lasciano stare non ho ancora visto o sentito deliri al proposito. Dio nella sua infinità bontà non è che comuque si riprenda lo Spirito Santo. Il matrimonio coinvolge un’altra persona e pertanto ricorrendo determinati motivi, riserve mentali etc. il Tribunale ecclesiastico ritene che Dio non abbia mai benedetto quel vincolo. Per l’autenticità degli altri sacramenti un tribunale sulla terra non serve sa Dio il quale è buono e misericordioso e però santa Faustina l’apostola della Divina Misericordia vide l’Inferno e non era per niente vuoto, c’erano pure tanti sacerdoti…..
14 marzo 2014 alle 16:40
Piccola corrige l’Ordine lo prevede.
14 marzo 2014 alle 18:46
Quanto ai sacramenti ai divorziati risposati, trovo interessante leggere questa proposta di “Zagloba”
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/03/13/comunione-ai-risposati-una-soluzione-che-rispetta-il-dogma/
e tre interventi critici rispetto alla proposta medesima.
Per quel che vale, dissento da “Zagloba” e concordo con Robert Fastiggi.
Ricordo qui un passaggio del Discorso di Giovanni Paolo II alla Rota del 1995, a proposito del rapporto tra foro esterno e foro interno:
“Questo ci porta ad affrontare in modo diretto l’altro argomento, al quale facevo riferimento all’inizio: il rapporto fra una vera giustizia e la coscienza individuale…
Una correlazione fra la legge canonica e la coscienza del soggetto si pone anche nell’ambito del «foro esterno»: qui il rapporto si instaura fra il giudizio di chi autenticamente e legittimamente interpreta la legge, sia pure nel caso singolo e concreto, e la coscienza di chi all’autorità canonica ha fatto appello: fra il giudice ecclesiastico e le parti in causa del processo canonico…
A tale riguardo scrivevo nella Lettera Enciclica Dominum et vivificantem [LE 5192]: «La coscienza non è una fonte autonoma ed esclusiva per decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; invece, in essa è inscritto profondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettiva, che fonda e condiziona la corrispondenza delle sue decisioni con i comandi e i divieti che sono alla base del comportamento umano». E nell’enciclica Veritatis splendor [LE 5521] ho aggiunto: «L’autorità della Chiesa, che si pronuncia sulle questioni morali, non intacca in nessun modo la libertà di coscienza dei cristiani.. . anche perché il Magistero non porta alla coscienza cristiana verità ad essa estranee, bensì manifesta le verità che dovrebbe già possedere sviluppandole a partire dall’atto originario della fede. La Chiesa si pone solo e sempre al servizio della coscienza, aiutandola a non essere portata qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l’inganno degli uomini, a non sviarsi dalla verità circa il bene dell’uomo, ma, specialmente nelle questioni più difficili, a raggiungere con sicurezza la verità e a rimanere in essa».
Un atto aberrante dalla norma o dalla legge oggettiva è, dunque, moralmente riprovevole e come tale deve essere considerato: se è vero che l’uomo deve agire in conformità con il giudizio della propria coscienza, è altrettanto vero che il giudizio della coscienza non può pretendere di stabilire la legge; può soltanto riconoscerla e farla propria.
Ove pertanto sorgano dubbi sulla conformità di un atto (per esempio, nel caso specifico di un matrimonio) con la norma oggettiva, e conseguentemente venga posta in questione la legittimità od anche la stessa validità di tale atto, il riferimento deve essere fatto al giudizio correttamente emanato dalla legittima autorità, e non invece ad un preteso giudizio privato, tanto meno ad un convincimento arbitrario del singolo.
Si situerebbe quindi fuori, ed anzi in posizione antitetica con l’autentico magistero ecclesiastico e con lo stesso ordinamento canonico – elemento unificante ed in qualche modo insostituibile per l’unità della Chiesa – chi pretendesse di infrangere le disposizioni legislative concernenti la dichiarazione di nullità di matrimonio. Tale principio vale per quanto riguarda non soltanto il diritto sostanziale, ma anche la legislazione di natura processuale. Di questo occorre tener conto nell’azione concreta, avendo cura di evitare risposte e soluzioni quasi «in foro interno» a situazioni forse difficili, ma che non possono essere affrontate e risolte se non nel rispetto delle vigenti norme canoniche. Di questo soprattutto devono tener conto quei Pastori che fossero eventualmente tentati di distanziarsi nella sostanza dalle procedure stabilite e confermate nel Codice”.
La risposta a “Zagloba” è qua:
http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it/2014/03/14/comunione-ai-risposati-2-tre-interventi-dallitalia-e-dagli-stati-uniti/
Ciò che personalmente trovo piuttosto “traballante” nel ragionamento di “Zagloba”. è il seguente passaggio:
“Che fare se risultasse poi alla fine che nella nuova relazione c’è una autentica “affectio coniugalis” mentre invece il primo matrimonio era nullo? Per chi guarda dall’esterno sembra che questa persona sia un pubblico peccatore, mentre in realtà ad essere valido sarebbe il secondo matrimonio, ancorché non celebrato.
Il matrimonio nullo è nullo fin dall’inizio, non è mai esistito. Perché vietare il matrimonio a una persona che, in realtà, ha diritto al matrimonio? Certo, è importante non dare scandalo a chi, non conoscendo come stanno veramente le cose e in mancanza di un accertamento del tribunale ecclesiastico, potrebbe essere turbato. Ma è questo un motivo sufficiente per congelare per anni e anni un amore coniugale autentico?”
Mi pare un mettere il “carro davanti ai buoi”… Chi definisce se per tutti Dio e Uomini un Matrimonio e certamente nullo? La Chiesa stessa attraverso l’organismo deputato.
Sino a che non c’è pronunciamento il legame e i suoi impegni non sono sciolti o annullati, a che vale quindi ragionare in termini “se poi si accerta due o più anni dopo che era realmente nullo…”
E se venisse accertato, ratificato l’esatto contrario?
Può forse il cristiano fidandosi solo della sua convinzione di nullità sul proprio originario matrimonio (sul rischio e sulla dubbia validità di questa autonoma convinzione viene in aiuto quanto ben riportato qui sopra da Alessandro), correre il rischio di avviare un’altra relazione – adulterina sino a prova contraria – invocando ciò che “Zagloba” chiama “affectio coniugalis”?
Io credo sia un gran rischio, che nessun buon cristiano vorrebbe correre.
Mi significa poco anche il “congelare per anni e anni un amore coniugale autentico” (sembrerò crudele…), ai fini di quella che un tempo si chiamava la “salute dell’Anima” e della conseguente vita Eterna poi, per non tenere “congelato” questo amore, si vorrebbe correre il rischio che la morte ci sorprenda in peccato mortale?! Perché anche di questo si deve parlare, o si vuol ragionare sempre come se fossimo immortali o come se il futuro sia sempre per noi cosa certa e pianificabile?
Credo invece sarebbe cosa saggia, buona e giusta, attendere cristianamente per quanto ci concede la nostra volontà sostenuta dalla Grazia, il responso chiesto, offrendo come sacrificio le eventuali sofferenze e l’attesa, ma anche implorando Dio di accettare ciò che Lui stesso ci indicherà per mezzo della Sua Chiesa, preparandoci spiritualmente anche a rientrare completamente il quello che potrebbe dimostrarsi essere il nostro “unico” Matrimonio.
Matrimonio alla cui ricostruzione dovremo mettere mano, se eravamo arrivati a dubitare della sua validità, con decisione e volontà SEMPRE con l’aiuto di Dio, sapendo che ciò che è impossibile all’uomo, non è impossibile a Dio.
Bariom, sono perfettamente d’accordo con te.
15 marzo 2014 alle 09:56
Grazie Marta. Per aver continuato a cercare la Verità, e per averci condiviso la tua storia. Dio non produce scarti, e in Lui potremo sempre sentirci chiamati ad essere pienamente felici, cioè santi.
E’ strano come a richiedere la dichiarazione di nullità siano i coniugi a cui il rapporto con l’altro coniuge non sta più bene.
Come mai si richiede tale nullità solo quando il matrimonio va male? o c’è di mezzi un altro o un’altra?
Chi può dire che il mio matrimonio, che va benissimo, non sia valido?
14 marzo 2014 alle 20:12
Gesù! Adesso non creiamoci problemi pure dove non ci sono!
15 marzo 2014 alle 10:39
Giusi hai ragione…è come domandarsi perché la gente vada dal medico quando si sente male…
Appunto, la gente va dal medico quando si sente male. Si sta male quando ci si rende conto che il matrimonio non è stato celebrato secondo Madre Chiesa o quando è andato male? Non mi risulta che chi abbia chiesto la dichiarazione di nullità del proprio matrimonio si sia poi risposato con lo stesso futuro coniuge. I fatti citati in questi interventi descrivono queste situazioni, nel rispetto delle persone. Ci creiamo problemi dove non ci sono?
15 marzo 2014 alle 11:24
15 marzo 2014 alle 21:50
Sulla presunta contrapposizione tra diritto e pastorale, per quanto riguarda il matrimonio (nonché sulla necessità che i processi giungano a sentenza in tempi brevi), così si è espresso Benedetto XVI nel 2006:
“Come ben sapete, l’attenzione dedicata ai processi di nullità matrimoniale trascende sempre più l’ambito degli specialisti.
Le sentenze ecclesiastiche in questa materia, infatti, incidono sulla possibilità o meno di ricevere la Comunione eucaristica da parte di non pochi fedeli. Proprio quest’aspetto, così decisivo dal punto di vista della vita cristiana, spiega perché l’argomento della nullità matrimoniale sia emerso ripetutamente anche durante il recente Sinodo sull’Eucaristia.
Potrebbe sembrare a prima vista che la preoccupazione pastorale riflessa nei lavori del Sinodo e lo spirito delle norme giuridiche raccolte nella Dignitas connubii divergano profondamente tra di loro, fin quasi a contrapporsi.
Da una parte, parrebbe che i Padri sinodali abbiano invitato i tribunali ecclesiastici ad adoperarsi affinché i fedeli non canonicamente sposati possano al più presto regolarizzare la loro situazione matrimoniale e riaccostarsi al banchetto eucaristico. Dall’altra parte, invece, la legislazione canonica e la recente Istruzione sembrerebbero, invece, porre dei limiti a tale spinta pastorale, come se la preoccupazione principale fosse quella di espletare le formalità giuridiche previste, con il rischio di dimenticare la finalità pastorale del processo.
Dietro a questa impostazione si cela una pretesa CONTRAPPOSIZIONE tra diritto e pastorale in genere. Non intendo ora riprendere approfonditamente la questione, già trattata da Giovanni Paolo II a più riprese, soprattutto nell’allocuzione alla Rota Romana del 1990 (cfr AAS, 82 [1990], pp. 872-877).
In questo primo incontro con voi preferisco concentrarmi piuttosto su ciò che rappresenta il fondamentale PUNTO DI INCONTRO tra diritto e pastorale: l’AMORE per la VERITA’…
Il processo canonico di nullità del matrimonio costituisce essenzialmente uno strumento per ACCERTARE la VERITA’ sul vincolo coniugale. Il suo scopo costitutivo NON è quindi di COMPLICARE INUTILMENTE la vita ai fedeli né tanto meno di esacerbarne la litigiosità, ma solo di rendere un SERVIZIO alla VERITA’. L’istituto del processo in generale, del resto, non è di per sé un mezzo per soddisfare un interesse qualsiasi, bensì uno strumento qualificato per ottemperare al dovere di giustizia di dare a ciascuno il suo.
Il processo, proprio nella sua struttura essenziale, è istituto di giustizia e di pace. In effetti, lo scopo del processo è la dichiarazione della VERITA’ da parte di un terzo imparziale, dopo che è stata offerta alle parti pari opportunità di addurre argomentazioni e prove entro un adeguato spazio di discussione. Questo scambio di pareri è normalmente necessario, affinché il giudice possa conoscere la verità e, di conseguenza, decidere la causa secondo giustizia. Ogni sistema processuale deve tendere, quindi, ad assicurare l’oggettività, la tempestività e l’efficacia delle decisioni dei giudici…
L’oggetto del processo è invece dichiarare la VERITA’ circa la validità o l’invalidità di un concreto matrimonio, vale a dire circa una realtà che fonda l’istituto della famiglia e che interessa in massima misura la Chiesa e la società civile. Di conseguenza si può affermare che in questo genere di processi il destinatario della richiesta di dichiarazione è la Chiesa stessa. Attesa la naturale presunzione di validità del matrimonio formalmente contratto, il mio predecessore, Benedetto XIV, insigne canonista, ideò e rese obbligatoria la partecipazione del difensore del vincolo a detti processi (cfr Cost. ap. Dei miseratione, 3 novembre 1741). In tal modo viene garantita maggiormente la dialettica processuale, volta ad accertare la VERITA’.
Il criterio della ricerca della VERITA’, come ci guida a comprendere la dialettica del processo, così può servirci per cogliere l’altro aspetto della questione: il suo valore PASTORALE, che non può essere separato dall’AMORE alla VERITA’.
Può avvenire infatti che la carità pastorale sia a volte contaminata da atteggiamenti compiacenti verso le persone. Questi atteggiamenti possono sembrare pastorali, ma in realtà non rispondono al bene delle persone e della stessa comunità ecclesiale; evitando il confronto con la VERITA’ che SALVA, essi possono addirittura risultare controproducenti rispetto all’incontro salvifico di ognuno con Cristo. Il principio dell’indissolubilità del matrimonio, riaffermato da Giovanni Paolo II con forza in questa sede (cfr i discorsi del 21 gennaio 2000, in AAS, 92 [2000], pp. 350-355; e del 28 gennaio 2002, in AAS, 94 [2002], pp. 340-346), appartiene all’integrità del mistero cristiano.
Oggi purtroppo ci è dato di constatare che questa VERITA’ è talvolta oscurata nella coscienza dei cristiani e delle persone di buona volontà. Proprio per questo motivo è ingannevole il servizio che si può offrire ai fedeli e ai coniugi non cristiani in difficoltà rafforzando in loro, magari solo implicitamente, la tendenza a dimenticare l’indissolubilità della propria unione. In tal modo, l’eventuale intervento dell’istituzione ecclesiastica nelle cause di nullità rischia di apparire quale mera presa d’atto di un fallimento.
La VERITA’ cercata nei processi di nullità matrimoniale non è tuttavia una verità astratta, avulsa dal bene delle persone. È una verità che si integra nell’itinerario umano e cristiano di ogni fedele. È pertanto assai importante che la sua dichiarazione arrivi in TEMPI RAGIONEVOLI.
La Provvidenza divina sa certo trarre il bene dal male, anche quando le istituzioni ecclesiastiche trascurassero il loro dovere o commettessero degli errori. Ma è un OBBLIGO GRAVE quello di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più vicino ai fedeli.
Inoltre, la sensibilità pastorale deve portare a cercare di PREVENIRE le nullità matrimoniali in sede di ammissione alle nozze e ad adoperarsi affinché i coniugi risolvano i loro eventuali problemi e trovino la via della riconciliazione. La stessa sensibilità pastorale dinanzi alle situazioni reali delle persone deve però portare a salvaguardare la VERITA’ e ad applicare le norme previste per tutelarla nel processo.”
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/january/documents/hf_ben-xvi_spe_20060128_roman-rota_it.html
Giusi, cerco di spiegarmi meglio.
La Chiesa dichiara nullo, cioè mai avvenuto, un matrimonio quando le cause di nullità sono presenti precedentemente al matrimonio, salvo nel caso del matrimonio rato e non consumato. La chiesa non scioglie il matrimonio, divorzio, quando i coniugi non vanno più d’accordo o quando ci si innamora di un altro.
Per quanto il fatto di creare problemi quando non ci sono, tieni presente che esiste la figura del difensore del patto coniugale, cioè di colui che è preposto a verificare che le motivazioni e gli eventuali testimoni siano veri in difesa, appunto, del vincolo matrimoniale.
“Mi riferisco al fatto che molte coppie di conviventi rimangono per tanti anni in stato di peccato grave, privati del sostegno dell’Eucarestia, solo perché una banale carenza di personale nei tribunali lascia le pratiche giacere sui tavoli per mesi e mesi”
NO! Non mi pare proprio accettabile dare la colpa delle nostre libere scelte ai tempi dei tribunali! Nessuno e niente obbliga a peccare e a privarci così della Santa Eucarestia! Certo, ci si può anche – e talvolta a buon diritto – lamentare delle circostanze, ma queste non devono divenire degli alibi!
E, infatti, più oltre:
“Infatti, nonostante i nostri 44 anni, i 4 anni di fidanzamento e la piena convinzione della nullità anche del suo matrimonio, abbiamo scelto di attendere la sentenza di un processo iniziato nel 2011, anziché sposarci civilmente o intraprendere una convivenza. Questo, tanto per capirci, significa che, per obbedienza alla Chiesa e certi che il Signore ci donerà altre gioie, abbiamo rinunciato ad avere dei figli (uno dei nostri sogni più grandi) e a condividere la nostra quotidianità (un’esigenza propria di ogni coppia)”
Sposarsi con rito civile potrebbe aumentare il peso nella decisione di nullità (consiglio dell’avvocato ad una coppia che sta portando avanti la nullità del matrimonio precedente). La nullità del matrimonio e un percorso ecclesiastico, e va di conseguenza modellato. In tutti i casi sposati o no, è la “convivenza” come fratelli e sorelle, che permette l’accedere alle Sacre Specie Eucaristiche. Il rito civile non è d’impedimento alla probabile futura unione sacramentale, anzi è prevista in simultanea. Avanti, uniti nel Signore è pregate per accelerare l’iter. Se parlate di nullità (e non di annullamento), 4 anni sono già nella media dell’iter processuale ecclesiastico.
Per voi e con voi LIRReverendo
Non seguo assiduamente il blog. Non ho mai commentato ma quando ho letto questo articolo ho deciso di farlo per scrivere la mia esperienza o meglio quella di mio marito e dei suoi genitori.
Sposati per trent’anni, felicemente e per felicemente si intende che le attuali maestre di mio figlio, maestre dello zio 20 anni fa, mi hanno detto i primi giorni di scuola che per loro la famiglia di mio marito era un esempio di virtù in classe per come seguivano i figli e per come si occupavano della comunità. Una felicità tangibile ancora dopo anni e dopo alunni visti crescere vuol dire che era vera e fondata a io avviso, invece il padre di mio marito abbandona moglie e figli grandi per un altra donna (negata fino a che ha potuto) più giovane di vent’anni e con una figlia e con cui attualmente a 60 anni ha fatto due gemelli. Lascia tutto e tutti senza curarsi ne degli affetti ne del sostentamento ma dicendo solo bugie su bugie. Gli viene concessa una separazione consensuale perché il dolore devastante della madre di mio marito non gli permette neanche di tutelare la sua persona e i suoi figli, cede su tutto perché il dolore le divora l’anima fino a perdere non solo 25 kg ma anche e sopratutto la dignità di donna e madre che per la famiglia ha dato e continua a dare l’anima. Dopo tre anni chiede il divorzio e l’annullamento perché Padre Pio gli ha fartto vedere dio, la luce dichiara. Inizia a frequentare il gruppo di padre Ludovico Fazzone e fa credere che è diventato devoto a tutti coloro che ancora lo frequentano lui che in chiesa c’è entrato il giorno delle nozze. Ma va bene, ci si può redimere e avvicinare al signore, ma se poi dichiari sul libello e sulla testimonianza che non volevi sposarti, che avevi solo bisogno di una donna per lavarti e stirarti e cucinarti e che i tuoi figli non li volevi ma che deve rispondere la controparte sfinita da queste umiliazioni? E tu chiesa ma non pensi che ci sia qualcosa che non va in questo dichiarazioni?come si fa a dire dopo trent’anni che tu un figlio non lo volevi?!?ma del dolore di mio marito nel sentirsi rinnegato dal padre chi si ne occupa?! Lo stato assolutamente no, perché concede divorzi come se nulla fosse e nel caso loro con un assegno di soli 100 euro alla maree di mio marito e il mutuo della casa nuova acquistata solo tre anni prima della fuga sulle spalle dei figli. La chiesa per ora non so se tutelerà la verità perché siamo in attesa di giudizio ma per ora è stato solo dolore profondo per le bugie sue e dei testimoniati comprati e se mai darà l’annullamento avrò molto da urlare e molti dubbi da esprimere su questo sistema perché il tutto sta accadendo non per l’amore fi dio ma per non dare più il vile denaro ad una donna che per il futuro si sarebbe solo sognata di non fare la nonna single. L’annullamento per me non dovrebbero avere gli effetti civili, lo stato è stato la chiesa è chiesa.
19 marzo 2014 alle 00:49
Non li ha automaticamente. Occorre un giudizio di delibazione. Ho un’amica alla quale, non so bene per quali motivi, non ha avuto esito positivo, infatti è ancora in corso la causa di divorzio.
19 marzo 2014 alle 09:12
Grazie Giusy!non lo sapevo. 🙂
20 marzo 2014 alle 01:00