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Timestamp: 2016-12-04 10:54:31+00:00
Document Index: 1670944

Matched Legal Cases: ['sentenza ', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 1', 'art. 2135', 'art. 2135', 'art. 41', 'art. 9', 'art. 1', 'art. 90', 'art. 25', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 7', 'art. 67', 'art. 3', 'art. 28', 'art. 3', 'art. 3', 'art. 38', 'sentenza ', 'art.182', 'art. 2247', 'art. 182', 'art.33', 'art. 182', 'art. 48', 'art. 182', 'art. 48', 'sentenza ', 'art. 1', 'art. 1', 'sentenza ', 'art. 2484', 'art. 2549']

⭐IMPRENDITORI E FORME DI IMPRESA: EVOLUZIONE ED INNOVAZIONI
IMPRENDITORI E FORME DI IMPRESA: EVOLUZIONE ED INNOVAZIONI
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1 IMPRENDITORI E FORME DI IMPRESA: EVOLUZIONE ED INNOVAZIONI Relatore: dott. Umberto APICE consigliere della Corte di Appello di Roma SOMMARIO: 1. I tentennamenti del legislatore nell ordinamento commerciale 2. Imprenditore ed impresa 3. Piccolo imprenditore, società artigiana, piccola società commerciale 4. Particolari casi di imprenditorialità 5. La grande impresa in crisi. 6. Il gruppo di imprese 7. L insolvenza nel gruppo di imprese 8. Impresa coniugale e impresa familiare 9. La società unipersonale 10. L impresa come fonte di obblighi. 1. I tentennamenti del legislatore nell ordinamento commerciale. Nel 1942, con il varo del codice civile, entra in Italia il sistema soggettivo del diritto commerciale: e cioè il sistema imperniato su una figura, quella dell imprenditore, che ha connotazioni giuridiche precise o presunte tali da cui derivano categorie di diritti e di obblighi. Il precedente sistema, quello basato su oggettivi atti di commercio, viene dismesso definitivamente (1). Altra caratteristica fondamentale del nuovo sistema è che restano separate le due nozioni di impresa e di società. Ci può essere impresa senza società e società senza impresa. Anzi, ci può essere addirittura impresa senza società e senza persona né fisica né giuridica, visto che si consente l esercizio dell attività imprenditoriale ad associazioni e fondazioni. E per più di cinquant anni, benché i giudici italiani non esitino a riconoscere efficacia nel nostro territorio alle Anstalten che rappresentano il contraltare europeo al nostro sistema (2), un altro dogma è onnipresente: la società si fonda su una pluralità di parti e non può nascondere un impresa individuale. Ma nel 1993 una vera e propria deflagrazione ha prodotto crepe nelle fondamenta e nei pilastri dell ordinamento commerciale. Il d. lgs. 3 marzo 1993, n. 88, introducendo la disciplina della società unipersonale a responsabilità limitata, ha scardinato le linee concettuali distintive tra contratto, società, fondazione, socio unico, impresa sociale, impresa individuale, ecc. (3). In verità, che la società stesse per trasformarsi in una struttura aperta si era già capito da un pezzo. Si era già intuito in dottrina che lo scopo diretto al profitto poteva anche evaporare (4) e che lo schema societario si prestava bene a incestuosa ibridazione (5). I riscontri normativi si andavano moltiplicando sotto gli occhi di tutti: nascevano strane creature come le società consortili (l , n. 377), in cui c è uno scopo genericamente economico in bilico tra una finalità mutualistica e una finalità di tipo anticoncorrenziale (6), le società sportive (l , n. 91) a cui è vietata la distribuzione degli utili (7), le società legali (l , n. 218 sugli enti pubblici creditizi), che sono istituzioni unilaterali di società (8). In questo quadro di sovvertimento dei princìpi appare improntato a nostalgia e a spirito conservatore lo schema di legge per la riforma della disciplina delle società (Commissione Di Sabato), che così formula il nuovo art cod. civ.: Con il contratto di società due o più parti conferiscono beni o2 servizi per l esercizio in comune di attività economica allo scopo di dividerne gli utili. Nei rapporti sociali devono essere osservate le regole della correttezza. In questo altalenante atteggiamento è percepibile il generale e ambiguo barcamenarsi del legislatore tra il modello autoritario e il modello permissivo, tra lo Stato assistenziale e lo Stato minimo, tra la stabilizzazione e le privatizzazioni, tra il marxismo e il liberalismo: è quest altalena che ha caratterizzato la storia politica ed economica degli ultimi decenni e ha impedito l affermazione di un giusto sistema misto. 2. Imprenditore ed impresa. S incappa spesso in un equivoco quando si parla di imprenditori: in che cosa si distingue l impresa dall imprenditore? E in particolare: a fallire è l impresa o l imprenditore? A me sembra che l impresa sia nient altro che la proiezione in astratto dell imprenditore: questi è un soggetto, l impresa no (9). Non è neppure l aspetto patrimoniale dell imprenditore (il che può dirsi dell azienda, mezzo strumentale attraverso cui agisce l imprenditore). C è anche chi, sul piano della teoria generale del diritto, forzando lo schema rigido delle categorie di diritti reali, individua un autonomo diritto d impresa, inteso come la complessa situazione giuridica attiva che per oggetto l azienda e per contenuto il potere di gestione (10): l impresa cioè sarebbe nient altro che il ponte di collegamento tra l imprenditore (soggetto) e l azienda (oggetto), un po come la proprietà (diritto di proprietà) è la correlazione tra il proprietario (soggetto) e il bene (oggetto), e il cui elemento caratterizzante sarebbe il potere di gestione, complesso di poteri cui si indirizzano norme autonome di tutela (v. norme sulla concorrenza sleale). Lo studio dell attuale diritto positivo ci porta a ritenere e lo sentiamo ripetere troppo pedissequamente che sono tre i requisiti dell imprenditorialità: un attività economica diretta al fine della produzione e dello scambio di beni o di servizi (2082; ma poi è l art a darci la nozione di impresa commerciale, che ricorre quando l attività diretta alla produzione è industriale e quando quella di scambio è un attività bancaria, di trasporto, ecc.); un organizzazione dell attività (è sempre l art ad aggettivare come organizzata l attività: ma c è da chiedersi come possa concepirsi un attività non organizzata); la professionalità nell esercizio dell attività (è ancora l art a qualificare imprenditore chi esercita professionalmente... ). In realtà, l osservazione del diritto vivente ci porta a considerare come unico vero requisito solo quello dell attività economica (intendendosi per economicità solo l idoneità oggettiva di un attività a produrre ricchezza, plusvalore), in quanto l organizzazione può essere anche solo embrionale e in quanto anche il compimento di un solo affare persino al di fuori di un programma sistematico realizza un impresa (cfr. Trib. Lecce, 29 ottobre 1994, in Fallimento, 1985, 214). E la rinvicita del sistema oggettivo degli atti di commercio, che, scacciato dalla porta, entra dalla finestra. Insomma, quello che veramente conta è l esercizio di un attività che possa essere economica e cioè tesa naturalmente (prescindendo dalle intenzioni soggettive) al guadagno (11). 3. Piccolo imprenditore, società artigiana, piccola società commerciale. La novità giurisprudenziale più importante in tema di rapporti tra imprenditore e fallimento si è ultimamente registrata con la sentenza della Corte Cost. 22 dicembre 1989, n. 570 (12), che ha ritenuto illegittimo, per contrasto con l art. 3 Cost., l art. 1, comma 2 r.d. 16 marzo 1942, n. 267, come modificato dall art. un. l. 20 ottobre 1952, n. 1375, nella parte in cui prevede che quando è mancato3 l accertamento ai fini dell imposta di ricchezza mobile, sono considerati piccoli imprenditori gli imprenditori esercenti un attività commerciale nella cui azienda risulta investito un capitale non superiore alle L Il piccolo imprenditore, quale categoria di soggetti a cui non è applicabile la legge fallimentare, è sempre stato un piccolo rebus giuridico. Il dilemma nasceva dal difficile raccordo tra l art. 1 legge fallimentare e l art c.c.. Secondo la prima norma, che pone come presupposto soggettivo della dichiarazione di fallimento la qualità di imprenditore commerciale del debitore, i piccoli imprenditori (come pure gli enti pubblici) sono esclusi dal fallimento. Ora: per l art c.c. piccolo imprenditore è il coltivatore diretto del fondo, l artigiano, il piccolo commerciante e chi esercita un attività professionale organizzata prevalentemente con il proprio lavoro e dei componenti della famiglia (definizione qualitativa); mentre la legge fallimentare pur coeva al codice civile si era premurata di fornire una nozione basata su elementi più sicuri ed estrinseci (definizione quantitativa). In particolare, la definizione fornita dal legislatore fallimentare era basata su due criteri. Secondo il primo criterio, piccoli imprenditori sono coloro che sono stati riconosciuti, in sede di accertamento ai fini dell imposta di ricchezza mobile, titolari di un reddito inferiore al minimo imponibile. A seguito della riforma tributaria, non conoscendosi più un imposta di R.M. né un imposta sul reddito d impresa con carattere di autonomia rispetto agli altri redditi, questo criterio è stato ritenuto soppresso. Il secondo criterio fa riferimento al capitale investito nell impresa: sono considerati piccoli imprenditori gli imprenditori esercenti attività commerciale nella cui azienda risulta essere stato investito un capitale non superiore a L (l. 20 ottobre 1952, n. 1375, che ha modificato l art. 1 R.D. 26 marzo 1942, n. 267). La limitazione delle procedure concorsuali all imprenditore commerciale è frutto di una scelta del legislatore. Ne deriva una sorte di privilegio per il debitore cosiddetto civile, per il quale non è previsto che all insolvenza possa conseguire quella procedura senza dubbio vessatoria e sanzionatoria che è il fallimento. Trattasi di una scelta storica, che ha il vantaggio di riservare la complessa procedura fallimentare alle ipotesi più allarmanti di insolvenza. Del pari è frutto di una scelta legislativa l esclusione dal fallimento (e dagli obblighi di registrazione e di scritture contabili connessi allo statuto dell imprenditore) del piccolo imprenditore. Nella prassi giudiziaria gli inconvenienti che nascevano dal sistema normativo basato sulla doppia definizione erano notevoli, soprattutto perché era prevalsa la tendenza a considerare predominante l art. 1 legge fallimentare e perché illegislatore, successivamente al 1952, nonostante molteplici progetti di riforma presentati, non era più intervenuto per ragguagliare l importo del capitale investito alla forte svalutazione della lira nel frattempo verificatasi. La conseguenza più grave di questo stato di cose era che veniva così impedito un più serio ed efficace controllo dei Tribunali fallimentari nei casi meritevoli di attenzione, appunto perché i Tribunali fallimentari erano oberati da una miriade di procedure relative a piccoli esercizi commerciali. Procedure, queste, che si concludevano inevitabilmente senza alcun beneficio per i creditori, bastando a mala pena l esiguo attivo quando c era a coprire le spese di giustizia. Né bisogna dimenticare che nei confronti dei falliti l inizio della procedura fallimentare significa quasi sempre l apertura di un procedimento penale per bancarotta semplice, laddove i procedimenti penali dovrebbero essere riservati ai veri bancarottieri. In realtà, già molti giudici di merito davano dell art. 1 legge fall. una lettura salvifica, integrandone la portata di per sé ormai inapplicabile con l art c.c., nel senso che il limite dimensionale del capitale investito sarebbe solo una presunzione iuris et de iure, non ricorrendo la quale, occorrerebbe pur sempre far riferimento al criterio dell art c.c. (v. in tal senso Trib. Bari 2 febbraio 1981, in Il Fallimento, 1981, 527; v. poi Trib. Vicenza 11 dicembre 1980, Il Fallimento, Repertorio, sub art. 1, secondo cui, soppressa l imposta di ricchezza mobile a seguito della riforma tributaria di cui alla l.4 29 settembre 1973 n. 597, deve ritenersi caducato anche il parametro dell investimento di capitale, conseguendone che, ai fini dell individuazione della figura del piccolo imprenditore, deve farsi riferimento esclusivamente all art c.c.). Oggi, con l intervento chiarificatore della Consulta, la querelle può dirsi conclusa per quanto concerne il criterio di individuazione (da ricercarsi esclusivamente all interno della norma dell art c.c.) del piccolo imprenditore. Ma è applicabile lo stesso ragionamento per la piccola società artigiana e per la piccola società commerciale? Insomma: il nuovo indirizzo giurisprudenziale costituzionale legittima l opinione secondo cui anche la piccola impresa sociale, a dispetto dell ultima parte dell art. 1, secondo comma l. fall. ( In nessun caso sono considerate piccoli imprenditori le società commerciali ), è esonerata dal fallimento? (13). In realtà, la sentenza n. 570/1989 nella sua parte motivazionale sembrava preannunciare una svolta più radicale. Si legge, infatti: Le categorie di piccolo, medio e grande imprenditore, ed insolvente civile, nell ordinamento economico e giuridico hanno posizioni nettamente differenziate. A fondare la distinzione, specie ai fini dell assoggettabilità o meno della procedura fallimentare, occorre un criterio assolutamente idoneo e sicuro. I limiti devono essere stabiliti in relazione all attività svolta, all organizzazione dei mezzi impiegati, alla entità dell impresa ed alle ripercussioni che il dissesto produce nell economia generale. La insussistenza di validi presupposti per la diversificazione delle situazioni soggettive che si volevano diversamente e distintamente disciplinate, crea anche disparità di trattamento, tanto più che, altre norme (artt e 2221 c.c.) pongono più validi criteri di distinzione. Il che è apparso discorso generale e travalicante i limiti del piccolo imprenditore-persona fisica. Tanto più che per quanto riguarda l impresa sociale artigiana, sia pure in conseguenza dell incompatibilità tra nuove disposizioni e precedenti (14), il suo fallimento è escluso nell ipotesi di piccola impresa, giacché l art. 3, secondo comma della legge 8 agosto 1985 n. 443, che riproduce l art. 3, primo comma della legge 25 luglio 1956 n. 860, stabilisce che è considerata artigiana l impresa costituita in forma di cooperativa o di società, escluse le società per azioni, purché la maggioranza dei soci partecipi personalmente al lavoro e, nell impresa, il lavoro abbia funzione preminente al lavoro e, nell impresa, il lavoro abbia funzione preminente sul capitale. Ma è indubbio che ne scaturisce un sistema poco armonico, perché: a) c è una disparità di trattamento tra la piccola società commerciale e il piccolo imprenditore; b) c è una disparità di trattamento tra la piccola società commerciale e la piccola società artigiana. Ora, è vero che la disparità tra società commerciali e piccole imprese individuali trova nella differente struttura una razionale giustificazione e quindi la diversa disciplina rientra nello spazio di discrezionalità del legislatore; ma la stessa cosa non vale a riguardo della disparità di trattamento tra società commerciali e società artigiane. Infatti, delle due l una: o ciò che conta è il suo dato formale della struttura societaria dell impresa come sembrerebbe dalla lettura dell art. 1 l. fall. e allora non vi è possibilità di esonero né per le società commerciali né per le società artigiane; ovvero ciò che conta è la caratteristica di un attività diretta a ottenere un guadagno modesto e allora non ci dovrebbe essere motivo per differenziare le piccole società commerciali e le piccole società artigiane (15). 4. Particolari casi di imprenditorialità. Come per il piccolo imprenditore e per l artigiano, la legge ha voluto che anche l attività dell imprenditore agricolo fosse collocato al di fuori della nozione di imprenditorialità commerciale. Imprenditore agricolo è sia chi esercita una attività diretta alla coltivazione del fondo, alla silvicoltura,5 all allevamento del bestiame (art. 2135, primo comma) sia le connesse attività dirette alla trasformazione o alla alienazione dei prodotti agricoli quando rientrano nell esercizio normale dell agricoltura (art. 2135, secondo comma). La scelta legislativa non è del tutto giustificabile sul piano dei principi, tanto più che nella pratica non è agevole individuare con certezza le attività connesse : il che ha radicato il convincimento che nei casi dubbi bisogna escludere il carattere agricolo dell attività (Cass. 13 giugno 1990, n. 5773; Cass. 7 marzo 1992, n. 2767; App. Milano 28 aprile 1970, in Dir. fall., 1970, II, 643 ed altre sono per un interpretazione restrittiva dell art cod. civ.). Per converso, in altri casi, è la legge stessa a stabilire che una determinata attività va considerata commerciale (impresa commerciale e non impresa civile). Così è per l agente di cambio (art. 41 l. fall. e art. 9 R.D.L. 30 giugno 1932 n. 815, che ne prevedono l assoggettabilità al fallimento); e così deve ritenersi, conseguenzialmente, per il commissionario di borsa e per il remisier ausiliare autonomo dell agente di cambio. Per tutte le attività para-intellettuali (odontotecnico, ottico, ortopedico, farmacista, ecc.), in cui la prestazione di servizi e preponderante rispetto all opera intellettuale, è da ritenere il carattere commerciale, e non civile, dell impresa, ferma restando l indagine sulle dimensioni al fine di poterla inquadrare nella categoria dei piccoli imprenditori. Considerato che va tutelato comunque l affidamento del terzo e che il principio della effettività dell esercizio di attività commerciale non può essere usato come schermo della responsabilità, è assoggettabile a fallimento (e quindi va considerato imprenditore commerciale) il prestanome, come lo è l imprenditore occulto o indiretto, la cui attività si svolga all esterno mediante un impresa individuale (16). Fenomeno speculare a quello dell imprenditore occulto è l ipotesi in cui due o più persone abbiano operato nel mondo esterno in guisa da ingenerare nei terzi il convincimento che essi agissero quali soci (società apparente). La soluzione, alla stregua dello stesso principio di affidamento del terzo applicato per il prestanome, è pacifica. Si tratta, però, in pratica di stabilire quando la condotta di due persone è tale da giustificare il convincimento della sussistenza di un patto sociale e quindi la più piena tutela dell aspettativa del terzo. Un caso ricorrente è quello del presunto socio che abbia prestato fideiussioni omnibus. Di recente si va consolidando la tesi che alle fideiussioni omnibus nessun valore epifanico può attribuirsi circa il rapporto societario tra garante e garantito, in quanto nessun significato avrebbe il rilascio di una fideiussione da parte di colui che, se socio, sarebbe ugualmente responsabile in modo illimitato per le obbligazioni del garantito a motivo dell esistenza del rapporto sociale (cfr. Trib. Catania, 15 luglio 1992, in Fallimento, 1993, p. 105). In sostanza, il fideiussore e stessa cosa vale per il finanziatore resta, fino a prova contraria, solo un fideiussore o un finanziatore, e ciò vale anche quando si è in presenza di una sistematicità di prestazione di garanzia o di finanziamento: anche il tentativo della giurisprudenza Trib. Roma 15 marzo 1980, in Fallimento, 1980, 589 di ravvisare in alcune attività di soci, quale il reperimento e la successiva utilizzazione di finanziamenti formalmente erogati in favore di società commerciali facenti capo alle stesse persone fisiche, lo svolgimento di un autonoma attività mercantile, è rimasto piuttosto isolato. A maggior ragione, va esclusa una reale valenza societaria alle operazioni di finanziamento e di prestazioni di garanzie effettuate tra parenti e in specie tra marito e moglie, essendo tali operazioni rivelatrici più di un affectio familiaris che di un affectio societatis (App. Napoli 22 dicembre 1980, in Fallimento, 1981, 521; Trib. Roma 23 giugno 1982, decr., in Dir. fall., 1983, 244). 5. La grande impresa in crisi.6 L evoluzione normativa ha condotto alla enucleazione di una specifica nozione di impresa in contrapposizione alla piccola impresa (esonerata da ogni procedura concorsuale) e alla media impresa (assoggettata alle procedure concorsuali). Infatti, alcune imprese, in virtù delle loro dimensioni, sono assoggettate all amministrazione straordinaria, che è uno speciale procedimento concorsuale di tipo amministrativo (anche se i presupposti vengono accertati dall autorità giudiziaria), introdotto dalla c.d. legge Prodi (l. 3 aprile 1979, n. 95) mirante più al risanamento dell impresa dissestata che alla sua liquidazione. Quali siano le imprese assoggettabili all amministrazione straordinaria è detto nell art. 1 della legge (modificato dalla l. 31 marzo 1982, n. 112): solo quelle che abbiano, da almeno un anno, un numero di addetti non inferiore a trecento e presentino una esposizione debitoria verso aziende di credito, istituti speciali di credito, istituti di previdenza e assistenza sociale non inferiore a 61, 264 miliardi e superiore a cinque volte il capitale versato e risultante dall ultimo bilancio (il limite dimensionale relativo all esposizione debitoria viene aggiornato al 30 aprile di ogni anno con decreto del Ministro dell industria, del commercio e dell artigianato). E noto che la legge Prodi, sia per la sua filosofia di fondo che è ispirata a finalità di salvataggio delle imprese in crisi a danno dei creditori concorsuali sia per la sua formulazione tecnica che è tra le più imperfette nel quadro della moderna produzione normativa, ha suscitato vivaci polemiche e critiche (17). Ricordiamo tra le tante questioni, che sono sorte e che per lo più sono state già decise dalla giurisprudenza, le seguenti: la normativa sembra applicabile anche alle imprese individuali, benché la terminologia usata piuttosto confusa e contraddittoria abbia fatto all inizio pensare che l intento legislativo fosse quello di limitare la nuova procedura alle sole società di capitali (per l interpretazione più lata v. App. Roma, , in Il Fallimento, 1981, p. 294; Trib. Napoli, , in Dir. fall., 1982, II, 835); circa il presupposto numerico, si deve ritenere che l espressione addetti sia omnicomprensiva e che vi rientrino, ad es., anche gli ausiliari dell imprenditore, come gli agenti di commercio (App. Venezia 15 settembre 1984, decr., in Il Fallimento, 1985, 846); circa la legittimità costituzionale della scelta legislativa di adottare questo peculiare strumento concorsuale nell ambito di una politica di salvataggio si è espressa sia la Corte Costituzionale sia alcuni giudici di merito (Corte Cost. 24 maggio 1991, n. 218; Trib. Roma, , in Il Fallimento, 1989, p. 922); assume il carattere della prededucibilità il credito del Tesoro, che, dopo aver pagato quale garante il debito contratto dalla procedura, ha il diritto di surrogarsi al creditore soddisfatto e di essere, così, ammesso al passivo (Trib. Roma , in Il Fallimento, 1987, 1277); a problemi interpretativi ha dato luogo una delle innumerevoli modifiche introdotte dal legislatore alla legge Prodi e cioè la l n. 452, che ha sancito che, agli effetti della determinazione del parametro dell esposizione debitoria, bisogna tenere conto anche delle obbligazioni contratte verso le società per azioni a prevalente partecipazione statale, derivanti da finanziamenti contratti in base alle previsioni dei piani aziendali approvati dal CIPI nell ambito di leggi di ristrutturazione settoriale: il concetto di prevalente partecipazione pubblica va ricollegato o no alla disciplina del controllo di diritto di cui all art cod. civ.?; la l n. 19 ha precisato che gli artt e 2112 cod. civ. (solidarietà tra alienante e cessionario d azienda riguardo ai debiti dell impresa) non si applicano ai trasferimenti di aziende nell ambito dell attuazione dei programmi di imprese in amministrazione straordinaria: la normativa è estensibile alle procedure fallimentari in cui l esercizio dell impresa è proseguito ai sensi dell art. 90 l. fall.?7 6. Il gruppo di imprese. Quest ultimo punto richiama l attenzione su un aspetto di grande spessore nell evoluzione normativa e giurisprudenziale riguardante l impresa: infatti, negli ultimi anni sono apparse alla ribalta giudiziaria quei fenomeni di grande rilevanza costituiti dai gruppi di imprese. Va subito precisato che il nostro legislatore, in via generale, non considera il gruppo di società come una realtà autonoma: il che conduce a qualche incongruenza, oltre che a facili elusioni di norme imperative (si pensi all acquisto di azioni della controllante da parte della controllata con le possibilità di illusoria moltiplicazione di ricchezza). Non mancano però esempi di puntuale disciplina ad hoc riguardante il gruppo di società: v. ad esempio l introduzione del bilancio consolidato (art. 25 d. lgs. 9 aprile 1991, n. 127). Ciò che viene sistematicamente ignorato dal legislatore è che il gruppo postula una politica imprenditoriale comune, di guisa che le decisioni della controllante, che talvolta possono penalizzare fortemente una società controllata, non di rado sono espressione di scelte economiche razionali e mirano alla migliore utilizzazione dei beni, degli uomini e dei mezzi finanziari (18). In realtà, a parte poche norme (divieto di acquistare azioni della controllante al di fuori di certi limiti: art bis cod. civ.; divieto per gli amministratori di ottenere prestiti o garanzie da una controllante o da una controllata della società che amministrano: art cod. civ.), non esiste una tutela efficace e generalizzata né degli azionisti esterni al gruppo di comando né dei creditori delle singole società controllate (19). In sede comunitaria, si stanno elaborando norme più protettive delle società controllate. Così, il progetto preliminare della proposta di IX direttiva della Commissione CEE prevede: 1) che a disposizione degli azionisti dev essere tenuta la relazione speciale redatta ogni anno dagli amministratori sui rapporti intercorsi con la società controllante o con altra società del gruppo (art. 7); 2) che l autorità giudiziaria, su iniziativa di uno degli azionisti o di un creditore o del rappresentante dei lavoratori, può nominare uno o più revisori speciali con il compito di verificare se la società controllata abbia, o meno, subito un danno dalle relazioni intercorse con la società madre o con altre società del gruppo (art. 7, dal primo al quinto comma); 3) che sono a carico della società le spese di tale procedura (art. 7, sesto comma). E evidente che ogni aggregazione di imprese comporta, di per sé, il rischio di una spoliazione da parte della controllante a discapito della controllata. Il legislatore di domani ha questa scelta di fronte a sé: mantenere il principio della intangibilità dell indipendenza di ogni singola società e rafforzare la tuela degli azionisti esterni al gruppo di controllo o privilegiare la ragion di gruppo e abolire le norme sul conflitto di interessi, senza la contemporanea introduzione di misure compensative di tipo indennitario o risarcitorio (20). Al di fuori del piano generale, e con riferimento particolare all insolvenza di società appartenenti al gruppo, il legislatore va prendendo sempre più consapevolezza del fenomeno, dettando normative speciali, che, pur non intaccando l idea dominante di fondo e cioè che nel gruppo non vi è una sola impresa ma una pluralità di imprese (21), tuttavia cercano di restringere i vantaggi giuridici derivanti dal beneficio della responsabilità limitata all autonomo patrimonio di ogni singola società e di attenuare i pericoli di abuso della posizione di preminenza connessi alla possibilità di spostamenti di risorse all interno del gruppo. 7. L insolvenza nel gruppo di imprese.8 In materia di gruppi di imprese e procedure concorsuali, accanto a un intervento del legislatore più accorto e incisivo, si assiste a una produzione giurisprudenziale piuttosto variegata e interessante. Così, ad esempio, la normativa sull estensione della procedura di amministrazione a società del gruppo e sulla revocatoria fallimentare c.d. intergruppo con aggravamento dei termini del periodo sospetto di cui all art. 67 l. fall. (art. 3 l , n. 95), nonché i criteri di collegamento tra imprese, hanno originato una vastissima casistica giurisprudenziale, di cui riportiamo qualche indirizzo consolidato: 1) a dichiarare l insolvenza di più società del gruppo sono i singoli Tribunali competenti territorialmente secondo il criterio tradizionale della sede dell impresa (Cass. 9 dicembre 1982, n. 6706), e non come si è caldeggiato in dottrina il Tribunale che ha dichiarato la prima insolvenza: soluzione, quest ultima, che è propugnabile de iure condendo (infatti, è recepita, anche con riguardo a più fallimenti concernenti il gruppo, dal progetto Pajardi: art. 28); 2) i quattro criteri dettati per la individuazione del gruppo (controllo sulla società già assoggettata a commissariamento e viceversa, pluralità di società con direzione unica, rapporto di crediti e garanzie oltre un certo ammontare), sembra assumere carattere predominante il criterio della direzione unica sostanziale, e non formale (e cioè l unità di volontà decisionale, che, al di là della coincidenza delle persone fisiche presenti nei consigli di amministrazione, è l indice inequivocabile di un aggregazione di imprese caratterizzata da finalità imprenditoriali comuni: Trib. Torino 21 febbraio 1983, in Fallimento, 1983, 1128) (22); 3) è indubitabile, comunque, che restano distinte le masse attive e le masse passive (il che dimostra la fedeltà del legislatore al dogma dell autonomia delle singole procedure e della pluralità di imprese): infatti, non aver previsto la confuzione delle masse, pur in presenza della continuazione dell esercizio di impresa in funzione di salvataggio dell impresa e di un unico programma contenente il piano di risanamento, è indice di una chiara scelta legislativa (23). Stessa regola di non-confusione tra masse troviamo nella disciplina che concerne il dissesto delle società fiduciarie (l. n. 430/1986 di conversione del d.l. 5 giugno 1986, n. 233), che sottopone tali società nonché quelle di revisione e gli enti di gestione fiduciaria a liquidazione coatta amministrativa con esclusione del fallimento e con conversione delle procedure fallimentari già in corso. Alla stessa procedura di l.c.a., e con la preposizione degli stessi organi, sono sottoposte le società del gruppo, da intendersi per tali le stesse che sono individuabili secondo l art. 3 legge Prodi, con l unica eccezione che il rapporto di credito e finanziamento di cui all art. 3, lett. d) della legge Prodi viene qui più specificamente individuato nel finanziamento in via continuativa con la società fiduciaria posta in l.c.a.. Anche questa legge, come tutte quelle che si muovono nell ottica della legge Prodi, è una normativa c.d. fotografia, che è cioè finalizzata non a disciplinare una serie astratta di situazioni, ma bensì una o più fattispecie determinate (qui si è trattato di offrire una regolamentazione ad hoc ai dissesti di CULTRERA e SGARLATA). Ma, viene da chiedersi per quale motivo il Governo, e poi il Parlamento, nel legiferare adottano una tecnica così palesemente contraria alle buone regole di una corretta funzione legislativa. Forse, le ragioni sono molteplici. Cerchiamo di individuarne qualcuna: a) per incapacità di prevedere e regolamentare situazioni astratte; b) per pressioni ricevute da forti gruppi economici; c) per sottrarre alla normativa generale situazioni così delicate di far temere che ne possano uscire compromessi alcuni equilibri politici ed economici. Un altra riflessione generale: ogni qualvolta il legislatore si lascia trainare nella logica del particolare, ciò che ne deriva è un prodotto legislativo scadente, disarmonico, contraddittorio. Restiamo sul terreno della legge in esame e cogliamo qua e là qualche perla: si prevede la conversione dei fallimenti già dichiarati in procedure di liquidazione coatta amministrativa dalla data di Vedere altro
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