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Timestamp: 2016-12-04 22:28:02+00:00
Document Index: 182267619

Matched Legal Cases: ['art. 11', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 320', 'art. 5', 'art. 5', 'art. 4']

Risoluzione Agenzia Entrate n. 157 del 17.04.2008
Interpello - art. 11 legge 27 luglio 2000, n.
212. Società in nome collettivo, eredi del socio - Applicazione dell'art. 5 del
DPR 22 dicembre 1986, n. 917
specificato in oggetto, concernente l'interpretazione dell'art. 5 del DPR n. 917 del 1986, è
La società di persone istante chiede di sapere
quale criterio deve adottare per la corretta imputazione del reddito prodotto
nell'anno 2007, tenuto conto della compagine sociale venutasi a determinare a
seguito della morte di uno dei soci, avvenuta il 9 febbraio 2007.
Il de cuius, che era socio della società interpellante
nella misura del 10%, ha lasciato in eredità la sua partecipazione a cinque
nipoti, suddivisa in quote del 2 per cento ciascuna.
Mentre i primi tre nipoti, essendo maggiorenni, hanno
già accettato l'eredità, le famiglie degli ultimi due, alla data dell'istanza,
non hanno ancora avviato la procedura di accettazione dell'eredità presso il
Tribunale competente.
La società interpellante chiede di sapere con quale
criterio deve essere imputato ai soci il reddito prodotto dalla società
nell'anno 2007, in attesa che il Tribunale autorizzi l'accettazione per i nipoti
minorenni delle quote della s.n.c. lasciate in eredità dal nonno.
L'interpellante è dell'avviso che, non potendo i
nipoti ancora minori assumere la qualità di socio della s.n.c. fino alla
legittima accettazione dell'eredità, che può avvenire con la maggiore età
oppure con l'intervento del Giudice naturale, il reddito in questione vada
imputato esclusivamente al socio superstite e ai nipoti maggiorenni che, alla
data del 31 dicembre 2007, hanno già accettato l'eredità in questione.
L'articolo 5, comma 1, del DPR n. 917 del
1986 (di seguito TUIR), stabilisce che "i redditi delle società semplici,
in nome collettivo e in accomandita semplice residenti nel territorio dello
Stato sono imputati a ciascun socio, indipendentemente dalla percezione,
proporzionalmente alla sua quota di partecipazione agli utili".
L'amministrazione finanziaria con nota n. .... del ....
ha chiarito che, nell'ipotesi in cui muti in corso d'anno la compagine sociale
delle società di persone e assimilate, il reddito prodotto deve essere riferito
esclusivamente ai soci che rivestono tale qualifica alla chiusura del periodo
d'imposta. Tale interpretazione è stata confermata anche dalla giurisprudenza
di Cassazione secondo cui il reddito deve essere imputato ai soci che risultano
tali alla fine del periodo di imposta (cfr. Corte di Cassazione nn. 8423 del
15.10.94 e 19238 del 16.12.03).
Si ritiene, pertanto, che la soluzione al problema
prospettato dall'istante debba muovere dalla verifica dei soggetti che potevano
definirsi soci alla chiusura del periodo d'imposta 2007, verifica che non può
prescindere dall'esame dei principi civilistici che regolano lo scioglimento del
rapporto sociale limitatamente ad un socio per causa di morte, nonché
l'accettazione dell'eredità da parte di soggetti minori di età.
In merito, l'art. 320 del codice civile stabilisce che
i genitori non possono accettare o rifiutare eredità o legati senza la
preventiva autorizzazione del Giudice tutelare, mentre l'articolo 2284 del
codice civile dispone che, in mancanza di una diversa determinazione del
contratto sociale, quando muore uno dei soci, "gli altri devono liquidare
la quota agli eredi, a meno che preferiscano sciogliere la società ovvero
continuarla con gli eredi stessi e questi vi acconsentano".
L'accettazione dell'eredità del de cuius comporta,
quindi, solo il diritto alla liquidazione della proporzionale quota del capitale
sociale spettante e non da diritto a subentrare nella società al posto del
defunto, in quanto il rapporto sociale non si trasmette mortis causa. (Cass.
sez. I, 14 marzo 2001, n. 3671)
Nel disciplinare le conseguenze derivanti dalla morte
di un socio, il legislatore ha rimesso, infatti, alla volontà dei soci
superstiti la scelta che possa risultare più idonea a soddisfare il loro
Quest'ultimi, dunque, anziché procedere alla
liquidazione della quota o allo scioglimento della società, possono ritenere
più opportuna la continuazione della società con gli eredi del socio defunto.
L'immissione nella società degli eredi del socio
premorto è condizionata, dunque, al loro stesso consenso, poiché l'intuitus
personae che caratterizza le società di persone non consente che entrino a far
parte delle stesse gli eredi senza il consenso dei soci superstiti e, d'altra
parte, non permette che si prescinda dalla volontà degli eredi stessi (Cass.
civile, sent. 9 novembre 1962, n. 3104; Cass., sent. 16 luglio 1976, n.2815;
Cass. civile, sez. II, sent. 16 dicembre 1988, n. 6849). Pertanto, "...
l'erede del socio defunto diventa socio non iure successonis, ma ad opera di un
accordo che è atto inter vivos: accordo che - come noto- non richiede forma
scritta e può risultare anche da fatti concludenti" (Cass. sent. n. 6849
del 16.12.1986)
Quando nell'asse ereditario sono presenti soggetti
minori, o comunque incapaci, l'accordo finalizzato a continuare il rapporto
societario è subordinato, inoltre, alla richiesta e all'ottenimento
dell'autorizzazione da parte del Tribunale, come espressamente previsto
dall'articolo 2294 codice civile.
La disposizione contenuta nell'articolo 2294 è
finalizzata, come è ovvio, a tutelare gli incapaci contro eventuali rischi in
cui essi potrebbero incorrere per l'assunzione di una responsabilità illimitata
nella gestione di un'impresa commerciale.
Gli effetti della normativa fiscale che disciplina
l'imputazione del reddito di partecipazione devono, pertanto, essere valutati
con riferimento al verificarsi di ambedue le condizioni previste dalla norma
civilistica affinché gli eredi possano assumere la qualità di soci al posto
del socio defunto: gli altri eredi devono accettare l'ingresso dei nuovi soci e
il tribunale deve rilasciare l'autorizzazione alla continuazione del rapporto
Nel caso prospettato, atteso che alla data di
presentazione dell'istanza (13 dicembre 2007) ancora non era stata chiesta al
giudice tutelare l'autorizzazione per l'accettazione dell'eredità, né era
stata avviata presso il tribunale competente la procedura per l'autorizzazione
alla continuazione del rapporto societario, si deve ritenere che gli eredi
minori del socio defunto al 31 dicembre 2007 non siano subentrati ancora nella
posizione sociale del dante causa e che, pertanto, a tale data la compagine
sociale risulti composta esclusivamente dal socio superstite e dagli eredi
maggiorenni. Ne consegue, conformemente al parere reso dalla Direzione
regionale, che ai fini degli adempimenti di cui all'art. 5 del TUIR, il reddito di partecipazione dovrà essere
imputato per intero e proporzionalmente ai soci che rivestono tale titolo al 31
dicembre 2007, senza tener conto degli eventuali altri eredi. In tal caso, la
successiva autorizzazione del Tribunale che, con efficacia retroattiva
consentirà ai minori la continuazione del rapporto societario, produrrà
effetti civilistici, inerenti ai rapporti tra le parti, ma non produrrà effetti
sugli obblighi di natura fiscale i cui termini siano ormai decorsi. Ne consegue
che l'eventuale distribuzione in periodi di imposta successivi di utili
accantonati in apposita riserva, conseguente all'intervenuta autorizzazione del
Tribunale, non produrrà effetti di natura fiscale, essendo stato il reddito
già imputato, ai sensi dell'art. 5 del TUIR, ai soci che risultano tali al 31 dicembre 2007.
La risposta di cui alla presente nota sollecitata con
istanza d'interpello presentata alla Direzione regionale viene resa dalla
scrivente ai sensi dell'art. 4, comma 1, ultimo periodo del D.M. 21 aprile 2001,