Source: http://www.dirittofamiglia.it/impresa-familiare-prelazione-e-riscatto.htm
Timestamp: 2017-10-21 17:33:42+00:00
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Dal 12/06/09 1649443
La Suprema Corte affronta, con la sentenza che qui brevemente si annota, la questione relativa alla natura della prelazione riconosciuta al familiare, partecipante all'impresa di cui all'art. 230 bis cc, cui non sia stata indirizzata la comunicazione della determinazione di cessione dell'impresa familiare.
Il nodo controverso riguardava la natura del diritto di prelazione riconosciuto in favore del partecipante all'impresa familiare in caso di cessione dell'impresa dall'art. 230 bis cc e, in particolare, la questione se detto diritto avesse natura obbligatoria o reale.
Secondo un primo indirizzo, infatti, il richiamo all'art. 732 cc in materia di prelazione e retratto successorio da parte dell'art. 230 bis dovrebbe essere inteso come esclusivamente inerente l'istituto della prelazione non essendo compatibile con l'impresa familiare che il diritto di prelazione possa vincolare anche i terzi cessionari dell'impresa.
Secondo la Suprema Corte, invece, proprio il richiamo all'art. 732 cc senza alcuna limitazione indicherebbe la volontà del Legislatore di riconoscere natura reale alla prelazione, consentendo il riscatto dell'impresa ceduta, o della quota di essa, da parte del partecipante all'impresa familiare che non sia stato destinatario della c.d. denuntiatio.
L'obiezione relativa alla grave compromissione alla sicurezza dei traffici derivante dalla soluzione accolta, sul rilievo dell'assenza di meccanismi pubblicitari analoghi a quelli esistenti in materia successoria, viene superata sul rilievo del pari rango delle posizioni soggettive che la normativa sull'impresa familiare è intesa a tutelare (lavoro e famiglia).
Cassazione Civile Sez. Lav. del 19 novembre 2008 n. 27475
Il rinvio enunciato, nell'art. 230-bis c.c., all'art. 732 c.c. attiene al diritto di prelazione tout-court e, quindi, anche al diritto di riscatto presso terzi acquirenti, come dimostra la lettera della norma e la ratio, perseguita dal legislatore, di predisporre una più intensa protezione al lavoro familiare, favorendo, nell'acquisto dell'azienda, chi abbia contribuito attivamente all'impresa nell'ambito della comunità familiare.
I partecipi dell'impresa familiare, in caso di trasferimento d'azienda, sono titolari del diritto di riscatto.
Il diritto di prelazione previsto dall'art. 732 c.c. si applica in virtù del richiamo espresso operato dall'art. 230 bis comma 5 c.c. anche al partecipe dell'impresa familiare, pure per quanto riguarda la disciplina del riscatto presso terzi acquirenti
L.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA VIRGILIO ORSINI 21, presso lo studio dell'avvocato DEL RE GIOVANNI, che lo rappresenta e difende giusta mandato in calce al ricorso;
P.P., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ARCHIMEDE 143, presso lo studio dell'avvocato SIMONE ROBERTA, rappresentata e difesa dall'avvocato BOVIO VINCENZO giusta mandato a margine del controricorso;
IL LEOPARDO DI MEREU STEFANO & C. S.A.S., già IL LEOPARDO DI BASSO EDOARDO & C. S.A.S.;
avverso la sentenza n. 468/2005 della CORTE D'APPELLO di MILANO, depositata il 24/06/2005 R.G.N. 1375/03; udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del 15/10/2008 dal Consigliere Dott. IANNIELLO ANTONIO;
udito l'Avvocato DEL RE;
Con ricorso al Tribunale di Milano, quale Giudice del lavoro, depositato il 5 febbraio 2002, P.P., deducendo di aver partecipato nella misura del 49%, all'impresa familiare costituita con l'allora coniuge L.F. e avente ad oggetto la gestione di una pizzeria al taglio in (OMISSIS) e di avere appreso, in occasione della notifica di altro ricorso per la separazione personale dei coniugi, che il marito aveva ceduto l'azienda dell'impresa familiare alla società Il Leopardo, di Basso Edoardo &
c. s.a.s., (poi trasformato in Il Leopardo di Mereu Stefano & c. s.a.s.) aveva chiesto la declaratoria giudiziale del proprio diritto di prelazione e di riscatto sui tale azienda ai sensi dell'art. 230 bis c.c., comma 5, nonchè l'effettivo riscatto della stessa e la condanna dei convenuti, in solido, al risarcimento danni per il ritardo nella consegna dell'azienda riscattata.
Con sentenza del 20 giugno 2003, il Tribunale di Milano aveva accolto unicamente la domanda di accertamento del diritto della P. ad esercitare la prelazione di cui all'art. 230 bis c.c., rigettando le ulteriori domande della ricorrente e quelle svolte in via riconvenzionale dal convenuto L..
Successivamente, a seguito di appello principale proposto da L. F. e appello incidentale proposto da P.P., la Corte d'appello di Milano, con sentenza depositata il 24 giugno 2005, in parziale riforma della sentenza impugnata, ha accolto l'appello incidentale, dichiarando l'avvenuto riscatto dell'azienda indicata, con conseguente trasferimento della stessa in capo alla P., confermando nel resto la pronuncia di primo grado.
Avverso tale sentenza L.F. propone ora ricorso per cassazione, affidato a tre motivi.
Resiste alle domande P.P. con proprio rituale controricorso.
La società a suo tempo acquirente dell'azienda non si è costituita nel presente giudizio di cassazione nonostante la regolare notifica del ricorso.
1 - Col primo motivo, il ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione dell'art. 230 bis c.c., comma 5, e art. 732 c.c., nonchè il vizio di motivazione della sentenza in ordine alla ritenuta sussistenza delle condizioni e presupposti necessari per l'esercizio del diritto di prelazione di cui al citato art. 230 bis c.c., comma 5.
Premesso che per l'operatività del diritto di prelazione di cui alla norma suddetta, come di ogni altro diritto connesso alla partecipazione ad una impresa familiare, costituisce necessario presupposto l'esistenza di una tale impresa al momento in cui il soggetto partecipe sia posto in grado di esercitare tale diritto, il ricorrente lamenta che la Corte d'appello abbia erroneamente ritenuto inammissibile e comunque infondato il motivo di appello proposto dal L., per denunciare in proposito l'erroneità della sentenza di primo grado in quanto al momento della decisione di cedere l'azienda, l'impresa familiare sarebbe stata ormai sciolta.
Il motivo era stato ritenuto inammissibile, in quanto la Corte d'appello l'avrebbe erroneamente valutato come avente ad oggetto una questione nuova, non sollevata in primo grado, mentre la difesa del ricorrente sostiene di avere già in tale sede evidenziato che la P. da qualche tempo non avrebbe più prestato la sua opera nella pizzeria e che si sarebbe successivamente trasferita a (OMISSIS).
Inoltre numerose circostanze, enumerate nel ricorso, avrebbero dovuto sostenere l'evidenza della intervenuta cessazione tacita dell'impresa familiare per rinuncia o recesso da parte dell'appellata già prima della cessione della relativa azienda, ma di esse la Corte non avrebbe tenuto alcun conto.
In via gradata, la Corte territoriale aveva inoltre dichiarato infondato il motivo indicato, ritenendo l'impresa familiare esistente al momento di maturazione del diritto di prelazione, sulla scorta, secondo il ricorrente, di un mero atto di riconoscimento "steso anni addietro e che la stessa Corte ha impropriamente denominato atto di costituzione". Si tratterebbe infatti di atto scritto formato qualche anno dopo l'effettiva costituzione dell'impresa familiare e che erroneamente la Corte avrebbe ritenuto forma necessaria per la costituzione o l'estinzione dell'impresa medesima.
Infine, secondo il ricorso, la Corte, pur ritenendo correttamente che per la "notificazione" al partecipe all'impresa familiare della intenzione di vendere l'azienda (prevista dall'art. 732 c.c., richiamato dall'art. 230 bis c.c., comma 5, per porre in grado il partecipe di esercitare il diritto di prelazione), non occorra la forma scritta, avrebbe poi erroneamente valutato le risultanze della prova testimoniale espletata in appello, dalla quale, contrariamente a quanto affermato dai Giudici, sarebbe emersa chiaramente la volontà comune dei coniugi di cessare l'esercizio dell'impresa familiare, alienando la relativa azienda ad un comune conoscente.
Va premesso che esso non investe in realtà le questioni di diritto enunciate nel relativo titolo, ma semmai una non esplicitamente indicata pretesa violazione delle norme del processo laddove censura la dichiarazione di inammissibilità di un motivo di appello e (forse) una violazione delle regole relative al rilevo d'ufficio da parte della Corte di merito di elementi indiziari, risultanti agli atti, significativi dell'abbandono da parte della ricorrente della impresa familiare prima della cessione della relativa azienda, riguardando per il resto e prevalentemente pretesi vizi di motivazione della sentenza.
Inoltre e comunque la parte di motivo in cui viene contestata la dichiarazione di inammissibilità del richiamato motivo d'appello, come quella che sembra lamentare il mancato rilievo d'ufficio di circostanze di fatto significative della tacita cessazione dell'impresa familiare, non sono corredate da precise indicazioni in ordine allo specifico contenuto e alla collocazione nel processo degli atti genericamente invocati, in violazione del principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, ritenuto in maniera generalizzata dalla giu-risprudenza di questa Corte necessario a qualificare in termini di necessaria specificità il ricorso medesimo o uno dei motivi dello stesso (cfr., da ultimo, Cass. 10 marzo 2008 n. 6294 e 28 gennaio 2008 n. 1756) ai fini dell'ammissibilità dello stesso.
La successiva argomentazione relativa alla valutazione che la Corte territoriale avrebbe fatto del c.d. atto ricognitivo o atto costitutivo dell'impresa familiare appare poco comprensibile, per difetto di conseguenzialità e comunque è assolutamente non pertinente, avendo i Giudici di merito ritenuto in proposito provata l'esistenza dell'impresa familiare, al momento della operatività del diritto di prelazione, sulla base della produzione del relativo atto di costituzione (o atto ricognitivo che dir si voglia), senza attribuire in alcun modo ad esso la natura di atto formale necessario per la costituzione o l'estinzione dell'impresa familiare nonchè del fatto che era risultato pacifico in giudizio che "l'appellata era ancora al lavoro quantomeno sino all'11 maggio 2001...".
Infine, con riguardo alla parte di motivo che censura la valutazione operata dalla Corte in ordine alle risultanze istruttorie relativamente alla avvenuta o meno notificazione alla interessata della intenzione del L. di cedere l'azienda, trattasi della mera sovrapposizione alla valutazione delle risultanze istruttorie operata dai Giudici di merito (ad essi riservata e censurabile unicamente per specifici vizi sul piano logico - giuridico aventi una rilevanza decisici va in giudizio), una propria diversa valutazione, ritenuta preferibile, senza una specifica enucleazione dei punti di carattere decisivo su cui sarebbe caduto il vizio logico genericamente denunciato.
2 - Col secondo motivo di ricorso, viene dedotta la violazione e falsa applicazione dell'art. 230 bis c.c., comma 5, e art. 732 c.c., per avere la Corte d'appello ritenuto applicabile l'istituto del riscatto previsto dalla seconda delle norme indicate (retratto successorio) anche al caso dell'impresa familiare, mentre l'art. 230 bis c.c., comma 5, rinvia alla disposizione dell'art. 732 c.c., nei limiti in cui è compatibile. A ciò conseguirebbe che, dato il carattere eccezionale del retratto successorio, il riscatto non sarebbe applicabile all'impresa familiare.
Come è noto, la questione della disciplina del diritto di prelazione di cui all'art. 230 bis c.c., comma 5, con l'eventuale conseguenza del riscatto ove l'azienda sia transitata a terzi senza che il partecipe abbia potuto esercitare il proprio diritto di prelazione, ha dato luogo in dottrina ad interpretazioni ampiamente dissonanti, in questo (acutamente indicato da un'autore un rebus nel rebus) come in altri aspetti della materia, soprattutto in ragione della elementarità e non sufficiente elaborazione di tale disciplina.
Tale norma dispone che "In caso di divisione ereditaria o di trasferimento di azienda i partecipi di cui al comma 1, hanno diritto di prelazione sulla azienda. Si applica, nei limiti in cui è compatibile, la disposizione dell'art. 732 c.c..
Quest'ultima disposizione stabilisce che "Il coerede che vuole alienare ad un estraneo la sua quota o parte di essa, deve notificare la proposta di alienazione, indicandone il prezzo, agli altri coeredi, i quali hanno diritto di prelazione. Questo diritto deve essere esercitato nel termine di due mesi dall'ultima delle notificazioni. In mancanza della notificazione, i coeredi hanno diritto di riscattare la quota dall'acquirente e da ogni successivo avente causa, finchè dura lo stato di comunione ereditaria".
Il fatto che la disciplina di cui all'art. 732 c.c., sia richiamata dall'art. 230 bis c.c., "nei limiti in cui è compatibile" è stato variamente interpretato nel senso di ritenere applicabile all'impresa familiare, quantomeno in caso di cessione dell'azienda, da un lato, unicamente la disciplina della mera prelazione (con la conseguenza che l'impedimento all'esercizio della stessa per la mancata notificazione dell'intenzione di cedere l'azienda comporterebbe unicamente la possibile produzione di un danno da risarcire) e, dall'altro, anche la regola del riscatto, sia pure adattata alla specificità dell'istituto in esame.
Al fine di ricercare una soluzione ragionevole al problema interpretativo enunciato, appare necessario partire dalla considerazione del dato testuale della norma da interpretare.
Al riguardo, va rilevato che l'art. 230 bis c.c., rinvia alla disposizione dell'art. 732 c.c., letteralmente, non per la disciplina dell'esercizio del diritto di prelazione ma per il diritto di prelazione tout - court.
Orbene, l'art. 732 c.c., sotto rubrica "diritto di prelazione" disciplina non solo l'esercizio del diritto di prelazione, ma anche il possibile sviluppo di tale istituto in direzione del riscatto presso terzi acquirenti.
Ne consegue che dal tenore letterale della disposizione emerge l'indicazione secondo cui il limite della compatibilità non è stato posto dal legislatore per discriminare la parte dell'art. 732 c.c., relativa all'esercizio della prelazione da quella relativa al riscatto, ma attraversa ambedue le discipline.
Se dall'analisi letterale della disposizione di passa a ricercarne la ratio, sembra preferibile ritenere che con l'istituto in esame il legislatore abbia inteso predisporre una più intensa protezione al lavoro familiare, favorendo nell'acquisto dell'azienda coloro che hanno dato un contributo attivo all'impresa nell'ambito della comunità familiare.
A fondamento dell'istituto sono pertanto rinvenibili giustificazioni ispirate alla tutela del lavoro cui partecipa la comunità familiare, con un particolare occhio di riguardo, anche se non esplicitato, ma evidente dato il momento storico di riferimento, al lavoro femminile.
Trattasi pertanto di valori espressivi di principi di rilievo costituzionale, che devono indurre, in sede di interpretazione, ad individuare un ambito quanto più possibile esteso dell'istituto in esame.
Anche la ratio legislativa, come individuata, conduce dunque a ritenere l'applicabilità al partecipe della impresa familiare anche della disciplina del riscatto di cui all'art. 732 c.c., nei limiti di compatibilità.
Del resto, è stato altresì rilevato in dottrina, sul piano sistematico, che la prelazione di origine legale, come è sicuramente qualificabile quella in esame, secondo "il principio universale che emerge da un'imponente serie di dati normativi" è sempre "una prelazione reale, mentre ha carattere puramente obbligatorio la prelazione consensuale".
Due sono in dottrina le principali obiezioni sollevate a tale interpretazione della norma di legge.
La prima riguarda il fatto, che dovendosi sicuramente predeterminare un termine finale entro cui poter esercitare il riscatto, questo non potrebbe essere quello indicato dall'art. 732 c.c., secondo cui il riscatto può essere esercitato "finchè dura lo stato di comunione ereditaria".
L'obiezione non appare peraltro decisiva, in quanto alla caduta del riferimento in esame, in quanto "incompatibile", può agevolmente subentrare quello, equivalente nel diverso istituto, del momento in cui cessano i diritti di partecipazione connessi col rapporto di collaborazione con l'impresa ceduta, coincidente con la liquidazione della quota del partecipe.
Ma l'obiezione più importante alla tesi interpretativa adottata è quella relativa al vulnus che essa rappresenterebbe sul piano della certezza e sicurezza nella circolazione dei beni.
A differenza che nella cessione di una quota ereditaria, il terzo nel caso di acquisto di una azienda non è posto in grado di sapere che essa costituisce l'oggetto di una impresa familiare, per la mancanza di un sistema di pubblicità legale di quest'ultima (in cui il fenomeno associativo non assume rilevanza esterna), per cui si trova inconsapevolmente esposto alla coattiva retrocessione dell'acquisto.
Anche siffatto serio argomento, di tipo anche sistematico, non appare peraltro insuperabile, rinvenendosi nell'Ordinamento altri esempi in cui il legislatore, nell'operare il bilanciamento dei contrapposti interessi sottostaili la tutela del lavoro e della famiglia da un lato e la sicurezza nella circolazione dei beni dall'altro, ha stabilito, in presenza di determinate condizioni, la prevalenza del primo sul secondo.
Un esempio particolarmente significativo è al riguardo rappresentato dalla disciplina (ispirata ad analogo principio di prevalenza, a determinate condizioni, del favore per il lavoro, quale titolo di acquisto della proprietà dei beni strumentali al suo svolgimento) della prelazione, con connesso diritto di riscatto, in favore del coltivatore diretto sul fondo rustico in concessione in caso di sua alienazione di cui alla L. 26 maggio 1965, n. 590, art. 8, che vengono riconosciuti sulla base della mera circostanza di fatto della coltivazione esercitata per almeno due anni, senza che in relazione ad essa sia predisposta alcuna pubblicità.
Concludendo sull'argomento, le considerazioni esposte fanno propendere per la valutazione di correttezza della soluzione interpretativa che è alla base della sentenza impugnata e quindi per la infondatezza del secondo motivo di ricorso.
3 - Col terzo motivo, il ricorrente deduce l'omessa pronuncia e motivazione della sentenza impugnata in ordine alla domanda svolta in appello di restituzione delle spese del primo grado di giudizio, in ragione del fatto che la Corte territoriale aveva smentito il Tribunale in ordine alla forme da seguire per la notificazione dell'offerta di alienazione dell'azienda.
Il motivo è manifestamente infondato, avendo la sentenza di appello comunque confermato anche l'accoglimento della domanda operato in primo grado.
La regola della soccombenza invocata a sostegno del motivo in esame appare pertanto del tutto fuori luogo.
Concludendo, il ricorso di L.F. va respinto, con le normali conseguenze in ordine al regolamento delle spese di giudizio, operato in dispositivo. Nulla va disposto per le spese de "Il Leopardo di Mereu Stefano & C. s.a.s.", che non ha svolto alcuna difesa in questa sede.
La Corte rigetta il ricorso e condanna L.F. a rimborsare a P.P. le spese di questo giudizio, liquidate in Euro 31,00, per spese ed Euro 2.500,00, oltre spese generali, I.V.A. e c.p.a., per onorari. Nulla per le spese de "Il Leopardo" di Mereu Stefano & C. s.a.s.".
Così deciso in Roma, il 15 ottobre 2008.